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Alissia Marv

È VERO,
È COMPLICATO ODIARTI

The Iron Series

Questo libro è un’opera di finzione.


I nomi, i personaggi, i luoghi, gli eventi e gli
episodi descritti sono frutto dell’immaginazione
dell’autrice o sono utilizzati in modo fittizio.
Qualsiasi somiglianza con persone reali viventi o meno,
eventi e luoghi è puramente casuale
Foto copertina: StockPhotoPro
© 2016

Dedicato a tutte
le persone romantiche
e sognatrici.
Prologo

Finisco di mettere l’eye liner poi apro gli occhi e osservo attentamente la
mia immagine allo specchio. Mi sembra un buon risultato. Ho lasciato i miei
lunghi capelli biondi sciolti, e con il filo di trucco i miei occhi verdi
sembrano più grandi ed espressivi. Indosso un tailleur nero con una gonna
corta e una camicetta bianca sfiancata. La porta del bagno si apre ed entra il
mio bellissimo uomo, Mattia, che guardando la mia immagine riflessa nello
specchio emette un fischio di ammirazione. Mattia è più alto di me, e questo
gli permette di sovrastarmi visto che non indosso ancora i miei tacchi. È
biondo, carnagione chiara e ha gli occhi verdi come i miei, ha un fisico
asciutto e muscoloso, risultato di ore e ore di palestra. Indossa solo i jeans ed
è a torso nudo, è sleale perché lo sa che così lo trovo sexy e irresistibile. Mi
abbraccia da dietro e mi dà un leggero bacio sul collo.
“Devo essere geloso?”
I nostri sguardi si incrociano allo specchio, i suoi occhi sono profondi. Gli
sorrido e sbuffo.
“Non fare lo stupido, lo sai che non ho occhi che per te!”
Mi giro e gli appoggio le mani sulle braccia guardandolo dritto negli occhi,
lui ne approfitta e mi ruba un bacio sulla bocca. Quando capisco che non si
fermerà a quello, mi stacco, anche se con riluttanza.
“Basta o non ci fermeremo più.”
Il mio tono di voce avrebbe dovuto essere autoritario ma fallisco
miseramente perché invece risulta davvero poco convincente, non ne abbiamo
mai abbastanza l’uno dell’altro, il sesso è una cosa che funziona alla grande
nel nostro rapporto. Mi guarda alzando un sopracciglio.
“Sarebbe una cosa tanto sbagliata?”
“In questo momento si, lo sai quanto è importante questa giornata per me,
non posso fare tardi proprio oggi.”
Affonda il viso sul mio collo strofinandolo piano.
“Hai ragione, sono proprio un ragazzaccio.”
Lo costringo ad alzare il viso e gli cingo il collo con le mani.
“Sei un ragazzaccio che mi fa impazzire…”
Gli sorrido e gli sfioro delicatamente le labbra con le mie.
“Ti prometto che stasera mi farò perdonare…”
“Hmmmm”.
Sciolgo l’abbraccio e mi allontano.
“Adesso vado o farò tardi.”
Mi fa l’occhiolino e mi dà una lieve sculacciata.
“Vai e stendili.”
Gli sorrido.
“Ci vediamo stasera, allora…”
La frase è allusiva ed esco di casa con un bel sorriso sulle labbra.
Lavoro in un’azienda che si occupa di grafica pubblicitaria. Io sono a capo
di un team di quattro persone, giovani e brillanti, siamo un’ottima squadra, i
migliori. Negli ultimi due anni ci siamo accaparrati degli ottimi lavori,
purtroppo però la crisi si è fatta sentire ugualmente e siamo stati assorbiti da
una grande società che ha come sede principale Milano. Oggi è il giorno in cui
conosceremo il nuovo capo e il suo braccio destro. Arrivo alla fermata
dell’autobus e ho un attimo per riordinare mentalmente i pensieri. Ne abbiamo
parlato molto in ufficio ultimamente e la fama precede sia il mio nuovo capo
che il suo vice. Da quello che ne abbiamo saputo sono due persone dalla forte
personalità, carismatici, determinati, che non si fermano davanti a niente,
soprattutto il secondo sembra essere un vero e proprio squalo. Sono curiosa e
intimorita allo stesso tempo, ho un carattere forte, sono determinata anch’io e
sono molto precisa. Ho paura che persone con dei caratteri così simili entrino
in rotta di collisione. Sospiro e salgo sull’autobus, che nel frattempo è
arrivato. Ho tre fermate, poi mezz’ora di metropolitana. Adoro vivere a Roma,
anche se il traffico mattutino è veramente alienante. Mi infilo in metropolitana
e mi siedo. Cerco di rilassarmi guardandomi intorno, fino a che uno scintillio
non cattura la mia attenzione. È il solitario, di due carati, che spicca nel mio
anulare sinistro, che Mattia mi ha regalato lo scorso Capodanno. Ritorno con
la mente a quel ricordo così emozionante. Eravamo in una suite di un
bellissimo albergo delle Alpi francesi. Mattia aveva vinto quella vacanza
come premio di produzione annuale. Una settimana stupenda fatta di coccole,
tenerezze, giochi e passione. Dopo il cenone Mattia era rientrato in camera
alcuni minuti prima di me e quando ho varcato la soglia aveva creato
un’atmosfera romantica. Aveva acceso alcune candele, il camino e aveva steso
lì davanti una soffice e morbida coperta. Mi aspettava in jeans, a petto nudo,
con due fluete di champagne in mano. Mi ha sorriso e io non ho resistito, gli
sono andata vicino, abbiamo brindato, poi ha tolto i bicchieri, mi ha preso tra
le sue braccia e mi ha baciato. Abbiamo fatto l’amore lì per terra su quella
coperta, davanti al camino e quando alla fine eravamo esausti, sudati e
appagati, ha tirato fuori la scatolina. Mi ha detto che ha saputo che ero quella
giusta fin da quando ha posato i suoi occhi su di me, quella sera al
compleanno di Ludovica, che la sua vita è completa solo se io sono al suo
fianco, che lo rendo l’uomo più felice del mondo ogni giorno e in ogni gesto
che faccio. È stata l’emozione più forte che io abbia mai provato, non ho
esitato neanche un secondo e con le lacrime agli occhi ho detto di sì. Passo un
dito su quell’oggetto così prezioso soprattutto a livello emotivo e ripenso a
Mattia. Mattia che ha saputo prendermi con costanza nonostante le mie
reticenze, Mattia che non si è mai arreso, anche quando ero esasperante,
Mattia che ha abbassato tutte le mie difese e ha distrutto, mattone dopo
mattone, il muro che avevo eretto nei confronti del genere maschile, Mattia
che ha conquistato la mia fiducia giorno dopo giorno, Mattia che si è insinuato
nel mio cuore e nella mia mente poco a poco, Mattia che mi rende felice,
Mattia che è amato e approvato anche dalle mie tre inseparabili amiche.
Una fermata un po’ brusca mi riporta alla realtà, scrollo la testa e mi
accorgo che alla prossima devo scendere. Esco in superficie e respiro forte,
c’è qualcosa che mi rende nervosa, ma non riesco a capire che cosa possa
essere, sono sempre così sicura di me stessa che raramente mi lascio
sopraffare dal nervosismo. Guardo l’orologio e mi accorgo che ho ancora un
po’ di tempo e il mio ufficio è dietro l’angolo, mi liscio la gonna inspiro a
pieni polmoni e riprendo a camminare. Appena entro, Sara mi viene incontro.
Minuta, non molto alta, mora, capelli corti a caschetto, grandi occhi scuri,
molto simpatica e un vulcano, sia come carattere che come idee, la mia
collaboratrice migliore.
“Grande giorno oggi eh?”
Mi sorride ed è veramente carina.
“Già.”
Mi passa un plico di fogli, mentre prendiamo a camminare verso la sala
riunioni, che è una relazione che abbiamo messo insieme per illustrare al
nuovo capo il nostro lavoro, i nostri tacchi ticchettano forti e decisi sul liscio
pavimento di marmo. Dentro ci sono già Diego e Matilde gli altri membri del
mio staff e ovviamente Roberto il mio capo. Persona affabile, gentile, di
mezza età, vecchio stampo, uno che sa ascoltare. Mi viene incontro mi
abbraccia e mi sorride, un sorriso caldo, complice, di incitamento e di fiducia.
“Tranquilla, sono convinto che li stenderai.”
Mi avvicino a Diego che sta riguardando le slide per la presentazione con
il computer, mi chino e controllo che sia tutto a posto. Anche Sara si avvicina.
Ad un tratto sento la porta aprirsi alle mie spalle e una sensazione strana mi
avvolge, i miei muscoli si irrigidiscono, il cuore inizia a battere forte,
deglutisco e mi rialzo tornando in posizione eretta, avverto una strana
elettricità nell’aria. C’è solo una persona che ha sempre avuto questo effetto
su di me, una persona che mai mi sarei aspettata di rivedere in questo
contesto, un fantasma che ritorna dal mio passato. Mi stampo un bel sorriso
sulla faccia e un attimo prima di girarmi, li sento, i suoi occhi su di me. No,
no, ti prego fa che non sia lui. E invece quando mi giro i nostri occhi si
incrociano. Cerco di rimanere impassibile, se contava sull’effetto sorpresa si
è sbagliato alla grande, non gliela darò vinta né ora né mai. Per un attimo ho la
sensazione che il sangue defluisca tutto verso il basso.
“Vale stai bene?”
La voce di Sara mi arriva ovattata, come se fosse lontana anni luce.
Annuisco.
“Sembra che tu abbia visto un fantasma.”
Aggiunge e non sa che è la frase più azzeccata che abbia mai pronunciato
in tutta la sua vita.

Esattamente 10 anni prima - Febbraio

CAPITOLO UNO

Il giorno del mio sedicesimo compleanno, il giorno più bello della mia
vita. Oggi è una giornata mite e io e le mie inseparabili amiche siamo sulla
scalinata di Trinità dei Monti a chiacchierare. Elena, riccia, biondissima,
grandi occhi verdi,fisico asciutto e un bel caratterino; Ludovica, capelli corti
castano scuro, occhi scuri, viso paffuto, carattere malleabile e un grande
cuore; Beatrice, mora capelli lunghi e lisci, occhi azzurri e intensi, fisico da
ballerina classica e infine io, Valentina, detta Vale, bionda capelli lunghi,occhi
verdi, alta 1 metro e 75 per 54kg.
“Allora Vale che farai questa estate?”
Elena mi guarda con i suoi occhi luminosi, lei è seduta mentre io sono in
piedi.
“Non lo so.”
Sospiro.
“Mia zia mi ha chiesto di andare a Londra da lei.”
“Wow fighissimo” e batte le mani entusiasta.
“Sì, in effetti ci sto facendo un pensierino.”
Finisco la frase e mi accorgo che al mio fianco è comparso qualcuno, giro
lo sguardo e per poco non ho un mancamento. Luca in tutta la sua disarmante
bellezza. Il più figo della scuola, quello dell’ultimo anno, quello per cui
sbavano tutte, me compresa, moro, occhi azzurri, fisico scolpito e purtroppo
mio vicino di casa. Deglutisco. Sembra impacciato, e non è proprio da lui, di
solito è così sicuro e pieno di sé. Si porta una mano dietro la nuca e tiene
l’altra ben salda su un fianco. Indossa un paio di jeans che gli calzano a
pennello, sembrano quasi fatti su misura e una polo con il colletto alzato di un
azzurro intenso, il piumino rosso gli arriva alla vita. Mi guarda, fissa i suoi
occhi nei miei e quando parla a malapena lo sento.
“Vale ti posso parlare un attimo?”
Le parole per la risposta non escono dalla mia bocca, ma la mia testa fa su
e giù in piena autonomia. Fa qualche passo verso via Condotti e mi fa cenno di
seguirlo quando si accorge del mio tentennamento. Quando le mie gambe
decidono di muoversi lo seguo. Percorriamo il primo pezzo di via Condotti in
silenzio, ma nel momento in cui arriviamo in prossimità del vicolo mi prende
per mano e mi trascina dentro. Mi fa appoggiare al muro e si piazza davanti a
me. Improvvisamente ho perso la salivazione, il respiro e il mio cuore ha
preso a battere in modo forsennato, se non si calma avrò presto un infarto! È
alto almeno dieci centimetri più di me, quindi mi ritrovo a fissare il suo torace
che è comunque un bel vedere.
“Oggi è il tuo compleanno, vero?”
Ha ritrovato tutta la sicurezza, me ne accorgo dal tono della sua voce che è
tornata forte e chiara. Io invece l’ho persa definitivamente perché ancora una
volta nessun suono esce dalla mia bocca. Tiene ancora la mia mano nella sua e
con l’altra alza il mio viso costringendomi così a guardarlo negli occhi.
“Ehi, rilassati…”
La sua voce si è addolcita e la mano che era sotto il mento sale sulla mia
guancia per una carezza impercettibile.
“C’è una cosa che vorrei fare da un po’ di tempo e spero che me la lascerai
fare.”
I suoi occhi sono nei miei, poi vedo che scendono e si soffermano sulle
mie labbra. Improvvisamente sento caldo, tanto caldo. Apre il palmo e copre
tutta la mia guancia e si avvicina lentamente, capisco che sta per baciarmi. Un
secondo dopo le sue labbra sono sulle mie, morbide e delicate e io sono
consapevole che se non ci fosse stato il muro sarei già finita a terra svenuta.
Quando sento la punta della sua lingua sfiorarmi il labbro inferiore dischiudo
la bocca per lasciarlo entrare e lui non se lo fa ripetere due volte. Entra cauto
e tentennante come se avesse paura di sbagliare, ma quando trova la mia
lingua tutto diventa più facile, come se ci fossimo già baciati chissà quante
volte, come se questo non fosse il nostro primo bacio. Si stacca ansimante e
appoggia la fronte sulla mia.
“Wow.” Riesce a dire mentre sorride
“Già wow.”
Ribatto impacciata. Porta anche l’altra mano sul mio viso e mi dà dei
piccoli e delicati baci sulle labbra. Riesco a riprendere possesso delle mie
facoltà mentali e decido che sono rimasta troppo passiva, quindi gli afferro la
nuca e lo attiro a me per un altro bacio. Se è sorpreso dalla mia
intraprendenza non lo dà a vedere. Il primo bacio è stato dolce e delicato,
questo invece diventa sempre più passionale e intimo. Abbassa le braccia e
con le mani mi tiene i fianchi. Alzando le braccia verso la sua nuca, il mio
piumino e la mia t-shirt sono saliti scoprendo un po’ di pelle che lui accarezza
lasciando una scia infuocata. Non ho mai pensato al sesso prima di oggi, non
in quel senso almeno, non sono mai stata curiosa, ma adesso che sono qui,
attaccata ad un muro e imprigionata dal suo corpo che preme sul mio, le sue
mani che stanno facendo magie sulla mia pelle, i miei ormoni si sono svegliati
e sono all’erta, tanto che mi sfugge un gemito involontario. Non riesco a
vederlo, ma percepisco il movimento delle sue labbra che si stanno
sicuramente prodigando in un sorriso soddisfatto. Quando si stacca siamo
entrambi in affanno, in cerca di ossigeno. Mi guarda sghignazzando con un
sopracciglio alzato, un’aria impertinente. Adorabile.
“Sempre meglio.”
Toglie le sue mani dai miei fianchi e sento subito freddo nei punti dove fino
ad un secondo prima mi stava toccando. Riporta un’altra volta una mano sulla
nuca e una sul fianco di nuovo in imbarazzo. Quando ha ripreso il controllo
prende una scatolina dalla tasca, non una scatolina qualsiasi, ma LA scatolina
per antonomasia, quella che ogni donna sogna di ricevere almeno una volta
nella vita, senza pensare al contenuto. Azzurra con nastrino abbinato e scritta
argento. Mi porto le mani davanti alla bocca visibilmente sorpresa di quello
che mi sta accadendo. Gli getto le braccia al collo e gli do un lieve bacio su
una guancia, la sua mano e la scatolina ancora fra di noi.
“Grazie”gli dico piano, poi prendo la scatolina e mentre la sto aprendo gli
chiedo:
“Perché questo regalo?”
i suoi occhi luminosi, timidi, dolci e insicuri mi osservano, sospira.
“Perché tu mi piaci…davvero…tanto!”
Il mio respiro, il mio cuore e anche le mie mani si fermano per una
manciata di secondi. Ritrovo il respiro.
“Anche tu mi piaci…davvero…tanto!”
Un sorriso spunta sul suo viso e l’insicurezza sparisce dai suoi occhi. La
mano rimasta dietro alla nuca inizia a muoversi.
“Fantastico!”
Sorrido anch’io e riprendo a scartare il regalo. Dentro c’è il braccialetto
d’argento di Tiffany, quello piccolo con due cuoricini piccoli, uno d’argento
con scritto Return to Tiffany e l’altro smaltato di colore azzurro. Lo rigiro tra
le dita, ancora non ci credo che mi stia capitando tutto questo.
“Grazie…è…è…bellissimo!”
Mi aiuta a metterlo e lo guardo sul polso.
“Grazie.”
Sorride ancora.
“Sono contento che ti piaccia.”
Mi accarezza una guancia.
“Buon compleanno.”
Poi mi bacia ancora e io mi lascio andare. Quando si stacca guarda
l’orologio.
“Mi dispiace ma adesso devo proprio andare, ho un allenamento e se
ritardo il coach mi farà fare dieci giri di campo.”
“Ok.”
Mi prende la mano e si dirige verso il corso, io oppongo resistenza e lo
costringo a girarsi verso di me. Mi guarda in modo interrogativo.
“Volevo solo chiederti che cosa significa tutto questo.”
“Bèh se sei d’accordo, stiamo insieme?”
Vorrei saltare di gioia e urlare, ma trattengo il mio entusiasmo, annuisco e
sorrido.
“Sono d’accordo.”
“Bene allora. Ti chiamo più tardi.”
E si dirige dalla parte opposta alla mia. Mi fermo a guardarlo fino a che
non scompare come inghiottito dalle altre persone. Raggiungo le mie amiche
camminando per aria, mi sento così leggera e so di avere un sorriso ebete
stampato in faccia. La prima ad accorgersi della mia presenza e della mia aria
sognante è Ludovica.
“Che voleva da te quel figo da paura?”
Ripenso ai baci e sento le guance andare in fiamme. Elena mi guarda
storto, non credo sia contenta, come invece manifestano le altre. Alzo il
braccio e sfoggio orgogliosa il mio regalo.
“E non è tutto…”
Pausa controllata per aumentare l’effetto sorpresa.
“Mi ha baciata…”
Ludovica e Bea esplodono in ovazioni e mi saltano addosso facendomi
quasi cadere, Elena invece non si scompone e rimane seduta sullo scalino a
guardarmi strano. Quando le altre due si staccano io riesco a parlare.
“Cosa c’è che non va?”
Chiedo mentre mi siedo vicino a lei seguita dalle altre che si posizionano
ai nostri piedi.
“Non mi fido di lui.”
Mi guarda dritto negli occhi, la sua preoccupazione è sincera e tangibile.
“Non vorrei fare la guastafeste, ma che fine ha fatto Ginevra?”
Alzo le spalle.
“Non saprei, mi ha detto che vuole stare con me e io gli credo.”
Elena continua ad essere scettica.
“Perché?”
“Forse per come mi ha baciato?”
Sembra addolcirsi leggermente.
“Perché com’è stato?”
Sospiro.
“Bellissimo…e ho sminuito la cosa!”
Elena sembra ammorbidirsi e in uno slancio di affetto mi abbraccia.
“Sono felice per te, mi prometti che starai attenta però?”
“Lo farò.”
Le sorrido.
“Poi tanto ci sarete voi a vegliare su di me, non è vero?”
Riusciamo ad abbracciarci tutte quattro e in questo momento non potrei
essere più felice.

CAPITOLO DUE

Torno a casa, un residence di venti villette sulla Salaria in riva al Tevere.


Aspetto che si apra il grande cancello, passo davanti al custode e percorro il
viale principale dove ci sono sette villette per lato, una accanto all’altra, in
una di queste abita Luca. In fondo alla strada c’è un parcheggio per le
macchine degli ospiti e un piccolo giardino con panchine e giochi per
bambini. La strada fa una L e casa mia è l’ultima in fondo. Aspetto impaziente
che si apra il mio cancello. Sono tutte villette gemelle, una accanto all’altra,
fatte di mattoncini, su due piani, zona giorno al piano di sopra, con una sala
spaziosa, cucina,tinello e un bagno, mentre al piano di sotto ci sono tre
camere, due bagni e il garage. Un cortile nella parte dietro e un giardino nella
parte davanti, il nostro si affaccia sulle rive del Tevere. Lascio il motorino
sotto la tettoia e mi precipito in casa, non vedo l’ora di raccontare a mamma
quello che mi è successo. Faccio le scale due a due ed entro in casa come un
tornado.
“Mamma?”
Sento la sua voce arrivare dalla cucina, è quasi ora di cena e sarà
sicuramente intenta a preparare la cena.
“Sono qui.”
“Mamma non sai che cosa mi è successo poco fa…”
La mia voce è piena di eccitazione e mamma mi scruta curiosa con i suoi
occhi verdi che ho ereditato da lei. Mamma è bella, alta, magra, giovane
perché ha avuto mio fratello a ventuno anni e me a ventiquattro. Ci somigliamo
parecchio solo che i suoi capelli sono castani. Le vado vicino e l’abbraccio.
“Mamma, Luca mi ha baciata…”
La mia espressione è ancora sognante, mi sorride, un sorriso luminoso. Mi
accarezza una guancia.
“Sei felice?”
Mi stacco dall’abbraccio e faccio una piroetta su me stessa, portandomi
una mano sul cuore.
“Tanto, mamma.”
“Sono felice per te…”
Capisco che c’è un ma, quindi freno il mio entusiasmo e mi fermo a
guardarla.
“Contieni un po’ il tuo entusiasmo, lo sai che papà è un po’ matusa su
queste cose, non ricorda di essere stato adolescente anche lui…”
Sogghigna con fare cospiratorio, adoro mia madre.
“Poi pensa che tu sia ancora la sua piccolina, non ha realizzato che hai
sedici anni…”
Mi fa l’occhiolino.
“Ci proverò, vado in camera a ripassare un po’.”
Scendo le scale e vado in camera, una tipica camera da adolescente con i
poster dei cantanti appesi sull’armadio, un grande letto e una scrivania piena
di cose. Afferro il libro di italiano e mi siedo sul letto, cerco di concentrarmi,
ma proprio non ci riesco. Il mio cellulare emette il classico suono di ricezione
messaggio, lo leggo. E’ Luca che vuole sapere come sto, gli rispondo in un
secondo, sorridendo e sospirando, sono imbattibile con la tastiera del
cellulare. Riprendo a studiare e dopo un po’ sento mia madre che ci chiama
per la cena. Il pasto serale è l’occasione per ritrovarci tutti insieme, per
raccontarci la nostra giornata, mamma e papà si tengono aggiornati su quello
che accade a me e a mio fratello Tommaso. Anche papà è giovane, ha due anni
in più della mamma, moro, alto e con un paio di kg in più del necessario,
occhi chiari, attenti e vigili a cui non sfugge niente. So che se stasera mi
guarderà con più attenzione capirà che c’è qualcosa di diverso. Anche mio
fratello è un bel ragazzo, ha i colori chiari come i miei, sia di capelli che di
occhi, alto e fisico asciutto, l’aria da canaglia che attira le ragazze come
mosche, ha sempre lasciato una scia di cuori infranti lungo la sua strada.
La cena passa tranquilla e quando finisce papà e Tommaso si dirigono in
sala a guardare la televisione, mentre io aiuto mamma in cucina. Il cellulare
che tengo sempre nella tasca posteriore dei jeans prende a suonare, rispondo
ed è Luca. Mi congedo da mamma che mi sorride e vado in camera mia.
“Ciao piccola, come stai?”
Mi stendo sul letto a pancia in su e guardo il soffitto, la sua voce è calda e
dolce.
“Bene, e tu?”
“Anch’io.”
Un attimo di silenzio da parte di entrambi.
“Che cosa stavi facendo?”
“Ho finito di mangiare e stavo aiutando la mamma a sistemare la cucina.”
Ripenso alle parole di Elena e Ginevra entra prepotente nella mia mente.
Ancora silenzio.
“Vale tutto bene?”
“Si…”
“Posso farti una domanda?”
Non riesco più a trattenermi, voglio sapere.
“Tutto quello che vuoi.”
Inspiro forte.
“Che mi dici di Ginevra?”
Ancora un attimo di pausa.
“Ti aspetto alla panchina del parcheggio fra cinque minuti.”
Rimango un attimo interdetta.
“Luca non so se posso.”
La mia voce tradisce preoccupazione.
“Ti aspetto lì.”
E chiude la comunicazione, senza aggiungere altro. Guardo il cellulare, e
adesso? Non credo che i miei mi faranno uscire. Però ho così tanta voglia di
vederlo. Salgo le scale e trovo mia mamma ancora in cucina.
“Era lui?”
Annuisco.
“Mi ha chiesto se posso raggiungerlo alla panchina del parcheggio, deve
parlarmi.”
Mamma mi guarda negli occhi, espressione un po’ seria.
“Non poteva farlo al telefono?”
Alzo le spalle.
“Non lo so.”
ci pensa un attimo.
“Dieci minuti, va bene?”
La travolgo con un abbraccio.
“Grazie mamma.”
Si stacca e mi guarda seria.
“Vale dieci minuti.”
“Saranno sufficienti.”
“Bene.”
Mi infilo il giubbotto e percorro la strada correndo. Quando arrivo è già lì
che mi aspetta, apre le braccia e io mi ci butto, appoggio il viso nel suo torace
e sento che il suo cuore batte forte, una sensazione di beatitudine mi avvolge
come un caldo maglione in un inverno particolarmente rigido.
“Ho solo dieci minuti.”
Mi alza di peso e mi fa sedere sullo schienale della panchina, si posiziona
tra le mie gambe e mi prende le mani tra le sue. Lo sguardo serio fisso nel
mio.
“Sono un paio di mesi che ti osservo e ti cerco a scuola, durante la
ricreazione…”
Il mio cuore inizia a battere forte, ho come l’impressione che voglia uscire
dal petto.
“Non me ne sono mai accorta.”
Sorride.
“Lo so, ed è stato molto divertente…”
Gli faccio una smorfia con la bocca.
“Comunque, si ho avuto una storia con Ginevra, ma è stato tempo fa, per
me non ha più importanza perché ora ci sei tu. Come ti ho detto qualche ora fa
tu mi piaci davvero e sono intenzionato a fare le cose sul serio con te. Con lei
era solo sesso, un bel corpo, ma poco cervello, tu sei di più. Ho visto come
sei, come ti comporti, quando sorridi, quando hai il broncio su queste labbra
che mi fanno impazzire e mi piaci, mi piace tutto di te.”
Inclino la testa di lato. Ho poca esperienza con il sesso maschile, ma credo
di saper riconoscere una dichiarazione d’amore e questa lo è. A tutti gli effetti.
Sorrido.
“Quindi ti piaccio, ma non aspiri a fare sesso con me?”
Mi sento spavalda e maliziosa. Grave errore perché come ho detto prima
ho davvero poca esperienza, con il genere maschile e quello che fa, e dice
subito, dopo mi manda completamente in tilt, peggio di un flipper che viene
scosso per fare entrare la pallina dentro la buca centrale. Il suo sguardo
cambia in un secondo, ma non riesco a decifrarlo, la sua voce si abbassa di
un’ottava e diventa calda e profonda, si avvicina al mio orecchio e sussurra.
“Non provocarmi piccola, perché se fosse per me ti prenderei qui su
questa panchina, adesso…”
Il mio corpo si riempie di brividi e sento contorcersi dei muscoli al basso
ventre che non sapevo nemmeno di avere. La salivazione completamente
azzerata. Ritorna in posizione eretta e mi guarda dritto negli occhi.
“…ma ti rispetterò e aspetterò fino a quando e se vorrai fare questo passo
con me…”
Mi scosta una ciocca di capelli approfittandone per accarezzarmi una
guancia.
“…voglio fare le cose con calma.”
Per un attimo il silenzio cala tra di noi, i suoi occhi ancora nei miei. Io
cerco di metabolizzare le sue parole e ancora non ci credo che stia capitando
davvero, che questo ragazzo così bello, intelligente e dannatamente sexy abbia
scelto me. Inizio a tastargli i bicipiti, salendo verso le spalle. Questa volta è
lui che inclina la testa e mi guarda curioso. Un sorriso impenitente fa capolino
sul suo bel viso.
“Posso sapere che cosa stai facendo? Non che mi dispiaccia…”
Chiude gli occhi e mugugna qualcosa, intanto le mie mani continuano a
salire verso le sue spalle.
“Voglio solo essere sicura che tu sia reale.”
Riapre gli occhi, mi prende il viso tra le mani e capisco che sta per
baciarmi, allora mi alzo e lo abbraccio e quando le sue labbra sono sulle mie,
lo attiro forte a me, e rispondo avida e insaziabile al suo bacio.
Quando si stacca il colore dei suoi occhi è cambiato, si è fatto più scuro,
come il colore del mare in tempesta.
“Non scherzare con il fuoco, altrimenti non potrò mantenere fede alla
promessa che ti ho appena fatto…”
Sento le mie guance riscaldarsi, avvampare, e il calore avvolgere tutto il
mio corpo. Cerco di fare l’indifferente, ma non ci riesco. Mi sorride e mi
porge una mano.
“Vieni, i dieci minuti sono passati.”
Ritrovo il controllo, prendo la sua mano e mi lascio condurre verso casa
mia. Mi attira a sé e mi cinge le spalle con un braccio, ne approfitto per
abbracciarlo a mia volta e mettergli un braccio intorno alla vita. Il contatto
fisico con lui mi piace sempre di più.
“Vale sono contento che tu mi abbia fatto quella domanda su Ginevra.”
Si ferma un attimo e mi fa girare verso di sé, adesso siamo uno di fronte
all’altro.
“Voglio che tu parli con me, sempre. Qualunque dubbio tu abbia, voglio
che me ne parli. Risponderò a qualsiasi domanda tu abbia da farmi. È
veramente importante per me.”
Mi dà un lieve bacio sulle labbra.
“Lo farai?”
Annuisco.
“Me lo prometti?”
Annuisco ancora.
“Bene.”
E riprende a camminare portandomi con sé. In un attimo siamo davanti al
mio cancello.
“Vorrei stare ancora con te, ma so che i tuoi non approverebbero, quindi è
ora che tu vada.”
Mi dà un altro lieve bacio sulle labbra, ma indugia un attimo di troppo e io
ne approfitto per dischiudere la bocca e invitarlo ad entrare. Sento che
sospira, come se fosse in conflitto con sé stesso, ma vinte le ultime reticenze
mi travolge con un bacio da togliere il fiato.
“E’ meglio che tu vada, ci vediamo domattina a scuola.”
“Buona notte.”
Mi alzo in punta di piedi e gli sfioro le labbra con le mie.
“Buona notte anche a te, piccola.”

CAPITOLO TRE

Arrivo a scuola e parcheggio nel mio solito posto, Luca è già lì che mi
aspetta appoggiato alla sua moto, gambe e braccia incrociate, capelli
scompigliati e sguardo impertinente, bello da morire. So già che la mia
giornata sarà bellissima. Tolgo il casco, lo metto nel bauletto, e prendo i libri.
Viene verso di me e quando è sufficientemente vicino mi abbraccia e mi
sorride.
“Buongiorno.”
Mi prende il viso tra le mani e mi bacia.
“Buongiorno anche a te.”
Rispondo raggiante.
“Mi sei mancata.”
I suoi occhi sono limpidi, cristallini. Il mio cuore batte impazzito e mi
sembra di avere le gambe di gelatina.
“Hmmm, se questo è il buon giorno che mia aspetta tutte le mattine, penso
che inizierò a venire a scuola più volentieri.”
Scoppia a ridere, poi mi cinge le spalle con un braccio, io tengo le braccia
conserte per sostenere i miei libri e ci dirigiamo verso il portone della scuola.
Saluto le mie amiche che mi guardano sognanti, poco più avanti c’è Ginevra
che invece mi rivolge uno strano ghigno che mi fa venire i brividi. Mi
irrigidisco e Luca se ne accorge, segue il mio sguardo e capisce che la colpa è
di Ginevra.
“Ignorala, non ne vale la pena.”
Mi accompagna fino davanti alla porta della mia classe. Mi guarda negli
occhi.
“Ci vediamo più tardi a ricreazione.”
“Ok.”
E mi ruba un fugace, quasi impercettibile bacio sulle labbra, poi se ne va
facendomi l’occhiolino. Sto per entrare, quando mi sento travolgere dalle mie
tre amiche, che ridono e sghignazzano con fare cospiratorio e cameratesco.
“Siete strepitosi insieme.”
“Hai visto la faccia di Ginevra?”
Entriamo e prendiamo posto nei nostri banchi, riesco a seguire metà della
lezione del prof di italiano che sta spiegando Dante, perché l’altra metà la
passo pensando a lui. Mi sembrano due ore interminabili, senza contare che
poi ci sarà l’ora di matematica, quando finalmente la campanella della
ricreazione suona io e le mie inseparabili amiche ci fiondiamo fuori e ci
dirigiamo in cortile. Ci sediamo sempre nello stesso posto, sugli scalini del
porticato, siamo abbastanza popolari a scuola e nessuno si sognerebbe di
sedersi lì. Iniziamo a parlare quando Luca si siede accanto a me e mi cinge le
spalle con un braccio.
“Ciao.”
Mi dice dolcemente, non riesco a non sorridere.
“Ciao.”
Riesco a rispondere prima che mi baci. Sono un po’ a disagio perché ci
sono le mie amiche.
“Ok. Abbiamo recepito il messaggio, andiamo ragazze”
Sento Elena dire un attimo prima di riaprire gli occhi. Stanno per alzarsi
ma Luca le blocca.
“No scusate, non voglio che ve ne andiate per colpa mia. Siete sempre
insieme e non voglio mettermi in mezzo…”
Si gira a guardarmi.
“È solo che mi è mancata e volevo che lo sapesse.”
Mi fa l’occhiolino, poi si alza.
“Ci vediamo dopo.”
Mi scompiglia i capelli e si allontana tornando dai suoi amici. Io rimango
interdetta e continuo a guardarlo, quando arriva dai suoi amici si gira e mi
sorride.
“Ma quant’è dolce?”
Ludovica sospira e si fa aria con le mani.
“Lo voglio anch’io un ragazzo così.”
E sospira di nuovo, anche Bea è dello stesso parere, mentre Elena rimane
impassibile e lo guarda storto.
“Qualcosa non mi convince, è troppo perfetto.”
Mi giro e la guardo ma con la coda dell’occhio percepisco lo sguardo di
Luca su di me.
“Perché non può essere semplicemente così?”
“Hmmm”
“E che cosa pensi che voglia da me? Quale sarebbe il suo secondo fine?”
La mia voce si è alzata involontariamente, le voglio un bene dell’anima,
ma a volte sa essere così impertinente.
Spalanca i suoi bellissimi occhi.
“Davvero non ci arrivi?”
Faccio segno di no con la testa.
“La tua verginità, forse?”
Alza le spalle e piega la testa di lato. Mi alzo indispettita
“Ma fammi il piacere! Guardati intorno, metà delle ragazze presenti hanno
il loro sguardo su di lui, potrebbe avere chiunque, se solo lo volesse.”
Ci giriamo tutte quattro a guardare le altre ragazze e veramente molte teste
sono girate nella sua direzione. Lui sta continuando a guardare solo e soltanto
me.
“Hai detto bene, chiunque, ma non tu…almeno fino ad ora.”
Abbassa lo sguardo, poi quando lo rialza, la sincera preoccupazione che ci
vedo mi colpisce come un pugno nello stomaco.
“Senti non voglio fare la guastafeste, voglio solo che tu stia attenta. Non
voglio che tu soffra, non per uno così!”
Si alza e mi abbraccia. La campanella suona di nuovo. Mi giro nella sua
direzione, so che ha assistito a tutta la scena e mi sta guardando preoccupato,
non gli sorrido, non gli faccio nessun segno, mi giro e me ne torno in classe
“scortata” dalle mie amiche. Le due ore successive sono veramente pesanti e
quando la campanella suona sono felice di uscire. Raggiungiamo il mio
motorino, Luca è già lì che mi aspetta, saluto le altre e mi avvicino. Mi
accarezza una guancia e mi guarda dritto negli occhi, sembra preoccupato.
“Che cosa è successo prima?”
Mi appoggio alla sua moto, in questo modo siamo fianco a fianco, stringo i
libri al petto, abbasso lo sguardo e muovo i piedi.
“Ho avuto una discussione con Elena.”
“Si l’ho visto. E…”
Alzo di scatto la testa e lo guardo, i miei capelli si muovono e una ciocca
mi finisce davanti all’occhio destro.
“Non le piaci, perché non si fida di te.”
Dico tutto d’un fiato. Si sposta in modo da trovarci uno di fronte all’altro,
con la mano mette la mia ciocca dietro l’orecchio e ne approfitta per sfiorarmi
la guancia. Sorride.
“E pensa che?”
“Pensa che tu stia con me solo per…”
Deglutisco
“…per essere la mia prima volta.”
Un ghigno malizioso compare sul suo viso. Allarga le gambe e si avvicina,
mi abbraccia e mi accarezza i capelli, la mia testa è appoggiata al suo petto e
sento il suo cuore battere all’impazzata.
“Bèh, ti ho già confessato che non ha tutti i torti…”
Lo guardo storto e lui di rimando si fa serio.
“…ma ti ho anche già detto che non è solo quello che voglio da te. Mi
piaci davvero, non ho mai provato niente di così forte per nessun’altra e mi
impegnerò seriamente perché le cose tra di noi funzionino.”
Si stacca da me e inizia a camminare avanti e indietro, si passa una mano
nervosa sui capelli, scompigliandoli, che gli danno quell’aria da canaglia
impunita, dannatamente sexy e irresistibile. Lo osservo rapita.
“Adoro tenerti tra le mie braccia, vorrei baciarti ogni minuto che siamo
insieme perché le tue labbra mi fanno impazzire, quando non siamo insieme mi
manchi e non vedo l’ora di vederti.”
Si ferma, alza le mani un po’ spazientito e sospira.
“Senti io non so dare un nome a questa cosa. Queste emozioni, questi
sentimenti, sono nuovi per me…”
Si avvicina di nuovo, toglie i libri dal mio abbraccio, mi prende le mani e
le stringe forte.
“So solo che voglio vivermeli tutti…insieme a te…se tu me lo
permetterai.”
Ed ecco l’illuminazione. Non so cosa dire, quelle parole mi hanno tolto il
respiro, sto cercando di metabolizzare ogni singola parola uscita dalla sua
bellissima bocca. Perché io ci sono arrivata, noi donne siamo più veloci, mi
ha appena detto di essersi innamorato di me, ma lui ancora no, non ci è
arrivato. Il mio cuore impazzisce, come il suo poco fa. Mi prende il viso tra le
mani e mi bacia.
“Ti fidi di me?”
Per la seconda volta nella mia vita le parole mi muoiono in gola, non
escono, quindi annuisco con la testa. Le sue labbra si piegano in un sorriso
disarmante e felice, spettacolare, direi. I suoi occhi si illuminano, diventano
limpidi, trasparenti, cristallini, sinceri. Ed è in questo momento, guardandolo,
che realizzo di essere innamorata persa.
CAPITOLO QUATTRO

Dopo il chiarimento con Luca torno a casa, lui invece doveva andare ad un
allenamento. A pranzo non c’è mai nessuno, i miei lavorano e tornano a casa
dopo le 18, a volte c’è Tommaso, se anche lui non ha gli allenamenti. Mia
madre lascia sempre qualcosa da mangiare in frigo, ma oggi ho poco appetito,
lo stomaco si è chiuso dall’emozione e dall’agitazione. Prendo un pezzo di
pane e un po’ di affettato e mi diletto in una sorta di panino. Dallo zaino
prendo il libro di italiano e inizio a studiare lì nel piccolo tavolino tondo
della cucina, mentre addento il mio panino. Sono talmente presa dai primi
versi della Divina Commedia, che non sento il portone principale aprirsi, solo
quando Tommaso fa capolino in cucina mi accorgo della sua presenza e ho un
sussulto. Mi porto una mano al petto.
“Mi hai spaventato.”
Lui se la ride divertito, io per reazione gli lancio la prima cosa che mi
capita a tiro, ossia una matita. Prende una bottiglietta d’acqua dal frigo e si
siede vicino a me. Guarda il mio libro.
“Hmmm. Dunque è Dante che teneva viva la tua attenzione?”
“Già!”
Beve un sorso senza staccarmi gli occhi di dosso.
“Com’è andata oggi a scuola?”
Mi chiede, e lo fa sempre. È un fratello presente e protettivo.
“Come sempre, lo sai che noia che è?”
Annuisce.
“E che mi dici di Luca?”
Beve ancora e le sue labbra formano un sorriso. Sento il viso andare in
fiamme.
“Tutto bene.”
Cerco di fare l’indifferente, fallendo miseramente.
“Ok.”
Si alza e si avvicina alla porta, lo guardo curiosa.
“Solo ok?”
Si gira verso di me, fa spallucce.
“Cioè, sul serio, non hai nessun consiglio saggio da darmi?”
Diventa stranamente serio.
“A te no, probabilmente a lui…”
Inclino la testa, non capisco dove voglia arrivare.
“…gli direi che deve solo stare attento a come si comporta, perché se ti
trovo a piangere per colpa sua…bèh meglio per lui che non lo scopra.”
Si scrocchia le mani e si sgranchisce il collo, come se dovesse prepararsi
ad un combattimento. Non ho mai visto mio fratello così duro e serio e la cosa
mi preoccupa non poco. Mi sorride e ritorna il ragazzo mite e tranquillo che
conosco da sempre.
“Se hai bisogno di me sono di sotto a studiare, ciao sorellina.”
E sparisce. Deglutisco, scrollo la testa e mi rimetto a studiare. Dovrò
parlare con Luca anche di questa cosa. Riesco a studiare bene per le
successive tre ore, finisco tutti i compiti appena in tempo prima che inizi il
tam tam di messaggi sms con le mie tre inseparabili amiche su quando vederci,
il posto è scontato, ormai le scale di Trinità dei Monti sono la nostra seconda
casa. Vado a controllare un attimo mio fratello che è anche lui chino sui libri,
siamo dei ragazzi ligi al dovere e volenterosi di farlo bene, insomma con la
testa sulle spalle, orgoglio per i nostri genitori. Busso alla porta semi aperta,
si gira e mi sorride.
“Ho finito di studiare, fra mezz’ora esco, ho appuntamento con le altre.”
“Ok. Io più tardi ho allenamento. Ci vediamo stasera.”
Mi fa un cenno di saluto con la mano e io ricambio. Salgo le scale e torno
in cucina, sistemo la borsa rimettendo apposto i libri, mi preparo uno spuntino
e quando ho finito esco. Arrivo in centro e le altre sono già lì. Come sempre
passiamo il tempo a parlare, a spettegolare sugli altri. Ad un tratto il mio
cellulare mi avverte di un messaggio in arrivo. E’ di Luca.
“Dove 6?” Rispondo subito. “In centro con le altre, tu?” dopo poco arriva
la risposta “Ancora all’allenamento” “Mi manchi.” Sorrido beata tra me e me
“Anche tu mi manchi” “Riusciamo a vederci un attimo stasera alla panchina?”
Sospiro “Non so se mia madre mi lascerà uscire” “Cerca di convincerla, mi
basta vederti solo per qualche minuto…non posso resistere fino a domattina”
Mi porto il cellulare al petto, guardo in alto e sorrido al colmo della felicità
“Vedrò che cosa posso fare. A dopo. Bacio” “Spero di riuscire a dartelo di
persona il bacio della buona notte.” Sospiro sognante e a quel punto le altre si
fanno insistenti e vogliono sapere tutto, quindi vuoto il sacco anche sul
discorso che abbiamo avuto all’uscita di scuola. Elena è sempre guardinga e
diffidente, ma sembra ammorbidirsi un po’. Il resto del pomeriggio passa
spensierato e sereno, tra una chiacchiera e una sbirciata alle vetrine dei
negozi. Torno a casa e chiedo subito a mia madre se posso uscire dieci minuti
dopo cena, non ne è contenta per niente, ma capisce il mio stato d’animo e mi
dà il permesso inventando una scusa con mio padre, Tommy invece mi lancia
uno sguardo serio. Quando raggiungo la panchina lui è già lì che mi aspetta,
bellissimo e sexy in quei suoi jeans strappati, e quando mi vede allarga le
braccia invitandomi ad abbracciarlo, cosa che non mi faccio ripetere due
volte. Mi accarezza i capelli e inspira forte come se volesse far uscire tutta la
tensione accumulata durante la giornata, percepisco i suoi muscoli rilassarsi a
poco a poco, e con l’orecchio appoggiato al suo petto sento il suo cuore
battere frenetico. Quando alzo lo sguardo e incontro i suoi occhi, si abbandona
ad un sorriso sereno, e quando mi parla la sua voce è calda e vellutata.
“Finalmente. Ho aspettato questo momento per tutta la giornata.”
Poi si abbassa per baciarmi, un bacio dolce, delicato. Mi sento leggera e
felice tra le sue braccia, non sbaglia un colpo, ha sempre la parola giusta al
momento giusto e il gesto giusto, al momento giusto. Mi rendo conto di essere
innamorata persa e questo mi riempie di gioia e mi spaventa allo stesso tempo.
“Inizierò ad odiare gli allenamenti se mi terranno lontani da te.”
Sorrido.
“Non dirlo neanche per scherzo, il canottaggio è una parte importante della
tua vita, non puoi rinunciare per me, non te lo permetterò.”
Fissa i suoi occhi nei miei, lo sguardo è dolce, mi accarezza una guancia,
un tocco impercettibile che mi arriva fino nel profondo, come se fosse riuscito
ad accarezzare la mia anima.
“Anche tu sei una parte importante della mia vita…al momento quella che
ha il primo posto su tutto il resto…”
E mi bacia ancora prendendomi il viso tra le mani, istintivamente gli
afferro i polsi e mi ci aggrappo stringendo forte, come se avessi paura che
potesse scapparmi da un momento all’altro, come se questo fosse solo un
bellissimo sogno e potesse svanire in un secondo. Quando ci stacchiamo mi
travolge in un abbraccio stringendomi forte. Rimaniamo così per qualche
istante.
“Vieni è ora che tu torni a casa, non voglio tirare troppo la corda con i
tuoi.”
Ma da dove è venuto fuori? E dove è stato fino ad ora? Mi prende per
mano e si dirige verso casa mia. Quando arriviamo al cancello mi bacia di
nuovo.
“Adesso posso dormire sonni tranquilli, ci vediamo domattina piccola.”
Annuisco con la testa, un altro bacio leggero e fugace sulle labbra e
sparisce nel buio della notte. Guardo il cielo e ringrazio, non so chi, ma lo
faccio. Si può essere più felici?
La mattina seguente arrivo a scuola e come ieri Luca mi aspetta appoggiato
alla sua moto, mi abbraccia, mi bacia e insieme, abbracciati, varchiamo la
soglia del portone della scuola sotto lo sguardo disgustato di Ginevra, poi mi
scorta fino in classe. Durante la ricreazione Luca si avvicina al nostro gruppo
e si porta dietro tre dei suoi amici. Sono ragazzi belli e atletici come lui,
compagni di canottaggio: Federico moro, occhi verdi e sorriso accattivante,
Andrea biondo, occhi azzurri e sorriso da presa in giro, l’eterno Peter Pan per
antonomasia, poi c’è Lorenzo, il più timido, biondo, ciuffo ribelle e
rassicuranti occhi scuri. Fatte le presentazioni si siedono nei gradini insieme a
noi e iniziano delle conversazioni con le mie amiche. Luca si siede un gradino
sopra di me e mi abbraccia da dietro, ne approfitto per appoggiare la mia
schiena sul suo petto e la testa sulla spalla, lui abbassa un po’ la testa e le
nostre guance si toccano. Inizio a giocherellare con le sue dita perché le sue
mani sono intrecciate sul mio grembo.
“Che programmi hai per oggi pomeriggio?”
Faccio spallucce.
“Studiare, perché domani ho compito in classe di matematica.”
Un attimo di silenzio, anche se mi sembra di sentire gli ingranaggi del suo
cervello girare velocemente. Mi viene da sorridere.
“Hmmmm. Anch’io devo studiare, possiamo farlo insieme se ti va.”
Si abbassa e strofina la bocca nel punto in cui il collo incontra la spalla,
mandandomi in tilt e facendomi tremare.
“Io e te nella stessa stanza da soli? Non credo sia un’idea tanto saggia.”
Continua a strofinare, ma questa volta sale fino all’orecchio, sono in estasi
e la mia pelle è coperta da brividi di piacere, mi viene da chiudere gli occhi e
sento che sorride sulla mia pelle sensibile.
“Hai paura di me? O di te stessa?”
Ci penso un attimo e in effetti mi viene da chiedermi se mi piacerebbe
sentire di più da una sua carezza o da un suo bacio, che effetto diverso
avrebbero le sue mani o la sua bocca sul mio corpo, sento il viso avvampare e
apro di scatto gli occhi ritornando alla cruda realtà.
“Hmmm. In realtà potrei non essere io quella in pericolo…”
Mi sposto per vedere meglio l’espressione del suo viso, un sorriso
birichino e malizioso si palesa sul volto.
“Lo sapevo! La mia ragazza è sfacciata, diretta e sincera.”
Mi stringe più forte a sé e mi dà un bacio sulla guancia.
“Lo sai che mi piaci sempre di più?”
Rimango attonita, assente, il mio cervello si è fermato alla frase “la mia
ragazza”, il mondo ha smesso di esistere e per una frazione di secondo credo
che il mio cuore abbia smesso di battere. Respiro cercando di inalare quanta
più aria i miei polmoni riescano a contenere, poi tutto riparte, riacquista un
senso e sorrido come non mi era mai capitato. Sposto il mio corpo in modo da
essere quasi uno di fronte all’altra, gli prendo il viso tra le mani e lo travolgo
con un bacio rovente, lì davanti a tutti, senza vergogna e senza ritegno. Quando
sono parzialmente sazia di lui mi stacco, e questa volta è lui a rimanere
interdetto. I suoi occhi sono socchiusi a fessura, ma riesco a vederne il colore
che si è fatto più scuro.
“A che cosa devo tutto questo ardore?”
La sua voce è bassa, suadente, un sussurro, come un soffio di vento che mi
accarezza e mi fa venire la pelle d’oca.
“A quello che hai appena detto.”
Fa una smorfia soddisfatta.
“Che mi piaci sempre di più?”
Faccio segno di no con la testa.
“Prima.”
Si batte l’indice sulla bocca chiusa e io seguo quel movimento con gli
occhi.
“Che sei sfacciata, diretta e sincera?”
Di nuovo il mio segno negativo con la testa.
“Non ho detto altro.”
Gli do un leggero colpetto sul braccio e metto il broncio
“Il modo in cui mi hai definito.”
Spalanca gli occhi stupito.
“La mia ragazza?”
Annuisco soddisfatta.
“Perché ti colpisce tanto?”
“Perché è la prima volta che me lo sento dire e mi suona strano.”
“Strano in senso positivo o in senso negativo?”
“In senso positivo, mi fa sentire importante.”
Mi abbraccia e in quel momento magico, di assoluta beatitudine suona la
campanella. Ci alziamo tutti insieme, i suoi amici salutano le ragazze, e
stranamente anche lui si congeda da loro.
“Ragazzi ci vediamo in classe…”
Mi guarda e mi regala un sorriso complice.
“….accompagno la mia ragazza e vi raggiungo.”
Mi prende per mano e insieme alle mie amiche ci dirigiamo in classe. Non
mi sfugge il ghigno perfido che Ginevra mi rivolge quando le passiamo vicino,
brividi freddi mi attraversano il corpo e istintivamente stringo più forte la
mano di Luca che è ben salda nella mia. Lui si gira e le rivolge uno sguardo
duro, cattivo, direi di avvertimento. Quando siamo davanti alla mia classe mi
chiede: “Allora studiamo insieme oggi pomeriggio?”
Ci penso su un attimo di troppo. Alza le mani, se le guarda e scoppia in una
risata contagiosa.
“Prometto di tenerle a posto.”
Mi rilasso e mi lascio coinvolgere dalla sua risata.
“Va bene.”
Ma quando lui se ne va e io entro in classe non sono più tanto sicura di
aver dato la risposta giusta. Mando un veloce sms a mia madre chiedendole il
permesso di far rimanere a pranzo Luca, mi risponde subito dicendo che va
bene, anche se avrebbe preferito che ci fossero anche loro e chiude l’sms con
la frase “Mi fido di te.”
All’uscita Luca mi aspetta sulla sua moto.
“Allora andiamo?”
Annuisco.
“Mia madre mi ha dato il permesso di farti fermare a pranzo da noi”
“Ok.”
Percorriamo la strada insieme e Luca non si ferma per niente a casa sua mi
segue fin dentro il nostro cortile e parcheggia la moto di fianco al mio
motorino. Apro la porta di casa e Tommaso è già dentro, cosa strana, di solito
arriva almeno mezz’ora dopo di me. Lo trovo in cucina ad apparecchiare e
preparare, anche questa una novità, gli rivolgo uno sguardo interrogativo che
lui non coglie o fa finta di non cogliere. Mi appoggio allo stipite e incrocio le
braccia al petto in attesa di risposte.
“Bèh?”
Si ferma un attimo a guardarmi e in quel momento compare Luca alle mie
spalle, non me ne accorgo subito, ma lo percepisco dal modo in cui lo sguardo
di Tommaso cambia. Sento un timido ciao provenire da dietro di me. Non c’è
bisogno delle presentazioni, si conoscono da quando Luca è venuto ad abitare
qua, anche se non hanno mai interagito, nonostante siano vicini di età e
frequentino lo stesso club di canottaggio. Credo che a Tommaso non sia mai
piaciuto, una questione di pelle. Tommaso non risponde con la voce ma fa un
gesto con la testa.
“Come mai già a casa?”
Domando mentre mi avvicino per aiutarlo.
“Ho finito prima oggi.”
Faccio una smorfia.
“Sì come no!”
Poi mi blocco.
“Hai parlato con la mamma?”
Assume un’aria angelica, che non gli si addice per niente.
“E allora, qual è il problema?”
Mi appoggio al piano della cucina e lo guardo storto, Luca nel frattempo
non si è mosso di un passo e rimane sull’uscio.
“Non ci posso credere…”
Sbotto spazientita sbattendo stizzita i palmi delle mani sul marmo.
“…ti ha detto che Luca sarebbe stato a pranzo qui e ti sei precipitato a
casa.”
Si ferma anche lui, siamo uno di fronte all’altro e mi sfida con lo sguardo,
poi il suo viso assume un ghigno alla Joker del film Batman.
“E tu pensavi davvero che ti avrei lasciata da sola a casa con quello lì
anche solo per qualche minuto?”
E nel pronunciare le parole “quello lì” alza il braccio nella direzione di
Luca e lo indica con il dito, ma senza mai guardarlo, come se non fosse
presente. Ha davvero superato il limite, ne ho abbastanza. Porto le braccia sui
fianchi, sono pronta al confronto.
“Si dà il caso che quello lì abbia un nome. Si chiama Luca e che ti piaccia
o no adesso stiamo insieme.”
Con la coda dell’occhio vedo Luca avvicinarsi a me, poi sento la sua voce,
forte, chiara, decisa.
“Ok. Amico, calmiamoci.”
Mio fratello lo fulmina con lo sguardo.
“Non chiamarmi così. Io e te non siamo amici, e non so se lo saremo mai.
Tu non mi piaci.”
“Tommaso…”
Lo redarguisco con la voce che ho alzato volutamente almeno di un tono e
lo sottolineo ancora di più usando il suo nome per intero, cosa che non faccio
da secoli.
“…adesso basta, stai veramente esagerando.”
Mi guarda e sembra calmarsi un po’. Sento le mani di Luca toccare le mie
braccia.
“Mi dispiace, non pensavo di crearti questi problemi, posso andare via se
vuoi.”
Sono esausta, questo confronto con mio fratello mi ha spossato e avvilito.
Gli tocco una mano con la mia in cerca di conforto e sostegno. Scuoto la testa.
“No. Il programma non cambia. Rimarrai qui e mi aiuterai a studiare.”
E mentre lo dico guardo fisso negli occhi di mio fratello, che non sembra
gradire, sorride, ma è un sorriso vuoto.
“Non pensare di studiare anatomia però!”
“Sei veramente un idiota.”
Se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei parlato così a mio fratello
non gli avrei creduto, lui che è sempre stato il mio esempio, il mio pilastro, la
persona che stimo di più al mondo.
“No, non lo è! Ha ragione.”
Un tono di voce mesto e rassegnato proviene dalle mie spalle, mi giro
stupita da quelle parole, dopo che lo ha trattato così male riesce anche a
difenderlo. Incontro i suoi occhi e sono dolci, espressivi.
“Se avessi avuto una sorella minore e pensassi che qualcuno cercasse di
circuirla, mi sarei comportato allo stesso modo.”
Mi accarezza una guancia, poi alza lo sguardo e lo rivolge a mio fratello.
“Ma voglio che tu sappia che ci tengo veramente a lei, che non farò mai
niente che lei non voglia e soprattutto che farò tutto ciò che posso per renderla
felice.”
Continuano a guardarsi, a studiarsi.
“Comunque se per te è un problema, posso farmi da parte, ma sai già che
sarà inutile, perché dopo di me ce ne sarà un altro…”
Alza le spalle.
“…che sicuramente potrà piacerti più di me…”
Ritorna su di me con lo sguardo ed è sincero e pieno di qualcosa che non
riesco a decifrare, mi rapisce e per un attimo ci perdiamo l’uno nell’altra fino
a che un battito di mani non ci distoglie. Ci giriamo insieme verso mio
fratello.
“Sei davvero bravo…”
Ancora il ghigno sul viso, la voce tesa.
“Quindi se io ti dicessi di levarti dai piedi, tu lo faresti?”
Non c’è risposta vocale, solo un cenno affermativo del capo.
“Così passi a me la patata bollente, e lei mi odierebbe per il resto dei miei
giorni…”
Continua a battere le mani.
“Bravo, davvero astuto…”
“Devi solo decidere se concedermi il beneficio del dubbio o farmi la
guerra…”
Un silenzio che pesa come un macigno cala sulla stanza, continuano a
guardarsi e nessuno dei due sembra intenzionato a cedere di un millimetro. Ad
un tratto Tommy fa un lungo e profondo respiro, come se fosse stato in apnea e
ricominciasse a respirare solo in questo momento, i muscoli del viso si
rilassano.
“Va bene, hai vinto questo match. Ma non cantare vittoria troppo presto
perché la partita è ancora aperta…e ricordati che se vedo una sola lacrima
scendere da quei bellissimi occhi per colpa tua, dovrai vedertela con me.”
Anche Luca sospira e inaspettatamente si protende in avanti con una mano
tesa.
“Ti prometto che non succederà, ma se così fosse ti aspetterò e potrai fare
di me il tuo pungiball personale.”
Tommy guarda lui, poi la sua mano. Un istante dopo se la stringono, una
stretta forte e decisa, che sancisce una sorta di tregua. Mi accorgo che ho
ripreso anch’io a respirare.
“Ok. Adesso che avete assolto tutte le vostre mansioni da bravi
cavernicoli, possiamo mangiare che sto morendo di fame?”
Cerco di alleggerire un po’ la tensione che si è creata.
“Mi è passato l’appetito, vado in camera mia a studiare. Ci vediamo
dopo.”
Mio fratello esce dalla cucina a testa alta, senza girarsi e ci lascia soli,
Luca appoggiato al piano della cucina e io in piedi in mezzo alla stanza. Ad un
tratto sento le sue mani prendermi i fianchi e tirarmi verso di lui. Quando la
mia schiena raggiunge il suo petto, mi abbraccia e affonda il viso nel mio
collo.
“Mi dispiace…”
Porto istintivamente le mani alla vita e cerco le sue intrecciando le nostre
dita nel momento esatto in cui le trovo.
“Sì anche a me”
Poi delicatamente mi gira, così da trovarci uno di fronte all’altra.
“Non sono come lui ed Elena vogliono farmi apparire.”
Abbassa il viso rassegnato, le sue mani unite nella mia schiena. Gli prendo
il viso tra le mani e lo rialzo in modo da fare incontrare i nostri occhi.
“Lo so e questo mi basta.”
Sorride debolmente.
“Davvero?”
Mi avvicino e lo bacio, ma prima che le nostre labbra si tocchino annuisco
con la testa.
“Farò di tutto per renderti felice.”
E sembra aver ritrovato la sicurezza e il sorriso.
“Lo fai già!”
Mangiamo velocemente, mi aiuta a sparecchiare e risistemare la cucina.
Ho modo di osservarlo di nascosto e sembra a suo agio, qui con me in
versione casalinga e questo mi riempie il cuore, forse correndo troppo con la
mente lo immagino in un futuro quotidiano con me. Ad un tratto si ferma.
“Che c’è?”
Si guarda i vestiti.
“Mi sono sporcato?”
Mi viene da ridere e scuoto la testa.
“No, sei a posto. Vieni andiamo a studiare.”
Gli tendo la mano che lui afferra prontamente. Meglio soprassedere sul
discorso quotidianità, è ancora troppo, troppo presto.
Andiamo di sotto in camera mia, la porta della camera di Tommaso è
spalancata e quando passiamo si gira a guardarci. Passiamo oltre e entriamo in
camera mia, ovviamente lascio la porta spalancata anch’io, non voglio dare
adito a nuove discussioni. Luca si sistema vicino alla finestra sedendosi
sull’ampio balzolo che, mia madre ha dotato di cuscini; io mi siedo alla
scrivania. Cala il silenzio e cerco di concentrarmi sulla matematica, anche se
è molto difficile, sentendo la sua presenza senza avere bisogno di alzare lo
sguardo. Da quello che riesco a vedere anche lui si è immerso nella lettura del
libro di italiano. Rimaniamo così per ore. Ad un tratto, con la coda
dell’occhio, vedo una figura, che non è mio fratello, passare e soffermarsi a
sbirciare, davanti alla porta. Alzo lo sguardo e incontro gli occhi di mio
padre. Entra, guarda prima me, poi Luca. Quest’ultimo si alza prontamente,
come se avesse avuto una molla attaccata nel fondoschiena e con educazione
protende la mano verso mio padre.
“Signore.”
Mio padre stringe la mano e gli dà una pacca amichevole sulla schiena.
“Ciao Luca.”
Gli sorride divertito.
“Strano vederti qui.”
Luca si gira verso di me.
“Stavamo studiando.”
Anche papà si gira verso di me e non visto mi fa l’occhiolino.
“Ho notato.”
Per un attimo passa ancora lo sguardo da me a Luca
“Bene vi lascio allora. Luca.”
“Signore.”
Papà continua a sorridere.
“Siccome ho come l’impressione che da adesso in avanti ti vedrò spesso
gironzolare per casa, usa il mio nome, signore mi fa sentire tanto vecchio.”
Anche Luca finalmente sorride.
“Ci proverò.”
“Bene.”
E scompare. Luca torna a sedersi sul balzolo della finestra.
“Sai credo che tu abbia un fan.”
Sospira sonoramente.
“Bèh direi che era ora.”
Rispondo al suo sorriso, che quando è così spontaneo e sincero diventa
contagioso.
“Già, lo credo anch’io.”
Studiamo per un’altra ora e arrivano le sette. Sbadiglio e mi stiracchio, ne
ho davvero abbastanza e mi sento sicura e preparata.
“A che punto sei?”
Chiedo girandomi verso di lui.
“Un attimo e ho finito.”
E vedo i suoi occhi seguire il testo del libro. Lo osservo ed è bellissimo
anche mentre è così assorto in altre cose che non riguardano me. Abbasso lo
sguardo sulle sue labbra che sono come una calamita, piene e invitanti.
“Che cosa stai fissando così tanto intensamente?”
La sua voce così calda e forte mi desta dai miei cattivi pensieri facendomi
sussultare sulla sedia, ipnotizza il mio sguardo dentro al suo, mentre si
avvicina lentamente a me e sento le guance prendermi fuoco, imbarazzata
come se fossi stata colta a rubare caramelle.
“N-niente…”
Sono ancora seduta sulla sedia, lui in piedi, quindi mi sovrasta in tutta la
sua altezza. Scuote divertito la testa, il sorriso di chi la sa lunga.
“Risposta sbagliata.”
Mi prende la testa con le mani e mi accarezza delicatamente i capelli.
“Allora che cos’era che stavi guardando?”
“L-le tue labbra.”
Soddisfatto della risposta si piega e avvicina le sue labbra alle mie per un
bacio fugace e delicato, poi si allontana, così velocemente che mi chiedo se il
bacio sia accaduto realmente o sia stato solo frutto della mia fantasia. Guarda
l’orologio.
“Ora è meglio che vada a casa.”
Vorrei che rimanesse qui con me, ma so che non è possibile. Mi alzo
riluttante dalla sedia.
“Ti accompagno.”
Si mette la borsa con i libri a tracolla e quando è pronto lo prendo per
mano e insieme saliamo le scale. In sala ci sono papà e Tommaso che stanno
parlando, il primo fa un sorriso, il secondo invece ci si mette d’impegno e
sfodera il suo sguardo più ostile. Luca saluta educatamente entrambi ed
usciamo dal portone diretti in cortile dove è parcheggiata la sua moto. Prima
di infilarsi il casco, si gira verso di me, mi prende il viso tra le mani
accarezzandomi le guance con i pollici e mi travolge con un bacio vero, di
quelli che ti fanno sentire le gambe mollicce. Istintivamente, ancora una volta,
mi aggrappo ai suoi polsi cercando un appiglio che mi sorregga perché ho la
sensazione che potrei perdere i sensi da un momento all’altro. Quando si
stacca appoggia la sua fronte alla mia e respira velocemente.
“Piccola, che cosa mi stai facendo?”
Se possibile, dopo un bacio del genere, rimango ancora di più senza fiato.
Riesco a sorridere.
“La stessa cosa che tu stai facendo a me!”
Poi si allontana, si infila il casco e se ne va.

CAPITOLO CINQUE

Quella sera papà mi chiede di Luca e io rispondo sinceramente


accompagnata dai grugniti indisponenti di mio fratello. Credo che papà
approvi, mi ha detto che è un bravo ragazzo, di buona famiglia e che si era
accorto che qualcosa era cambiato nella mia vita perchè mi trova più allegra e
solare. Il compito in classe del giorno dopo va alla grande e rimedio un
bellissimo 8 e mezzo, per la mia felicità, in primis, e quella dei miei che sono
sempre più orgogliosi. I successivi quindici giorni sono una favola, la mia
favola. Luca è sempre presente, attento a ogni mio bisogno, premuroso, il
fidanzato perfetto, riusciamo a passare sempre più tempo insieme, anche per
studiare. I miei si sono abituati alla sua presenza in casa, Tommy invece non
perde un colpo per fare battutine acide, quando può. Quando non è troppo
impegnato con il canottaggio riesce anche a venire in centro con me e le mie
amiche, portandosi spesso dietro Andrea, che credo abbia un debole per
Elena, che si è ammorbidita leggermente nei confronti di Luca, ma sta
comunque ancora attenta e in guardia e veglia su di me. Un venerdì mattina,
quello che io credevo il giorno più brutto della mia vita, eravamo seduti sulle
scale, quelle del cortile della scuola, a ricreazione e come spesso accadeva io
ero fra le braccia di Luca ed eravamo intenti a fare progetti per il pomeriggio,
quando sento una voce dura e fredda
“Ciao bellezza.”
Ginevra in piedi davanti a noi in tutta la sua splendente perfidia.
Vista dal basso sembra imponente, altezzosa, e mi sento a disagio. Credo
che Luca percepisca il mio stato d’animo perché stringe l’abbraccio come a
volermi proteggere, nello stesso preciso istante in cui io percepisco i suoi
muscoli irrigidirsi. Capisco subito che sono in arrivo guai, e anche grossi.
“Che vuoi?”
La voce di Luca altrettanto dura in risposta alla sua, lo sguardo dritto e
tagliente. Con una mano Ginevra sposta una ciocca dei suoi lunghi capelli
corvini dietro la spalla, e lo fa in modo scenografico, come fosse una diva
intenta a fare un servizio fotografico.
“Volevo dare un consiglio a Valentina.”
“Non ha bisogno di consigli, tanto meno da una come te.”
Alza un sopracciglio in segno di sfida.
“Tu dici?”
Si guarda le unghie perfette, laccate di rosso.
“Come vuoi. In questo caso buona fortuna.”
Si gira e sta per allontanarsi, quando un campanello scatta dentro la mia
testa.
“Aspetta. Voglio sentire quello che hai da dirmi.”
La mia voce tuona, forte e decisa. Ginevra si gira e ha in faccia un ghigno
che mi spaventa e fa vacillare la mia sicurezza di volerla sentire parlare.
“Partiamo dal presupposto che non ho grande simpatia per te, ma non credo
che tu meriti quello che il tuo “ragazzo” ti farà passare…”
Luca si alza furioso.
“Adesso basta, gira al largo.”
Gli afferro un braccio. Il suo respiro affannato.
“Calmati.”
Poi riporto lo sguardo su Ginevra.
“Vai avanti.”
Fa un grosso respiro rumoroso.
“…Luca ha sempre bisogno di nuovi stimoli, non so se è per provare a se
stesso che tutte le cadono ai piedi. Comunque il suo modus operandi è questo:
adocchia la sua preda, che in questo caso saresti tu, le fa perdere la testa con
smancerie e carinerie varie, da fidanzato perfetto, poi quando loro cedono
totalmente alle sue lusinghe, quindi raggiunge il suo scopo, le molla e torna
sempre da me…”
Il respiro mi muore in gola, improvvisamente mi sembra che la temperatura
stia toccando zero gradi, perché un brivido attraversa tutto il mio corpo.
“Sei perfida e cattiva.”
La voce di Luca mi desta, ma non manda via la sensazione che mi pervade.
Cerca di abbracciarmi, ma lo respingo. Voglio andarmene da lì, devo
andarmene. I miei piedi fanno dei passi verso dove? Non lo so nemmeno io.
Sento la sua mano che mi afferra un braccio, mi giro, guardo prima la sua
mano poi il suo viso, ma è come se non lo vedessi.
“Vale, aspetta.”
Scuoto la testa.
“I-io devo andare.”
“Non ascoltarla, la sua è solo invidia e gelosia…”
“Sì come no…”
La voce di Ginevra mi arriva forte e chiara.
“Ha sempre fatto così…”
Continua imperterrita. Ho la forza di guardare i suoi occhi.
“È vero?”
Chiedo con un filo di voce. Si mette di fronte a me e mi prende entrambe le
mani nelle sue, la sua voce diventa mesta e supplichevole, annuisce con la
testa.
“È vero, ho fatto degli errori in passato, ma so di essere cambiato per te e
grazie a te.”
Chiudo gli occhi e sento le lacrime scendere calde sulle mie guance. Elena
aveva ragione, era troppo bello per essere vero. Li riapro, ma non lo guardo,
non ci riesco.
“I-io non posso, non ce la faccio.”
“Vale, no, no ti prego. Non darle retta. Pensa a quello che abbiamo
costruito insieme in questi giorni.”
In modo brusco sciolgo le mie mani dalla sua presa, mi giro e mi dirigo
decisa verso il portone, devo entrare in classe prima di crollare davanti a lui,
ed è una cosa che non voglio. Ma mi segue fino alla porta della mia aula.
“Vale…”
“Luca vattene…”
Tiro su con il naso, le lacrime ormai scendono copiose e inarrestabili.
“No, non può finire…”
“Sì invece.”
Prende il mio viso tra le mani e mi costringe a guardarlo negli occhi. È
disperato.
“Perché vuoi credere a lei, e non puoi credere a me?”
“Perché sono ancora in tempo. Se ti lascio adesso soffrirò, ma posso
rimettere insieme i cocci, se invece lo farai tu nel modo che ha detto lei, mi
distruggerai e non so se riuscirò a venirne fuori.”
Prende la mia mano e se la porta al petto, il suo cuore batte all’impazzata.
“E non credi neanche a questo?”
Per un attimo la mia certezza vacilla, ma non posso lasciarmi condizionare.
La mia testa fa segno di no.
“È finita.”
La campanella suona e mi salva, entro in classe e sento il suo sguardo che
mi accompagna fino al mio banco, poi svanisce. I miei compagni non si sono
accorti di nulla ed entrano sonoramente posizionandosi ognuno al proprio
posto. Appena il professore di scienze entra, io mi alzo.
“Professore, non mi sento bene. Posso chiamare mio fratello per farmi
venire a prendere?”
“Certo Marini.”
“Grazie.”
Prendo tutta la mia roba ed esco dall’aula. Quando sono fuori prendo il
cellulare e chiamo Tommaso. Risponde al secondo squillo. La mia voce è giù.
“Tommy puoi venire a prendermi?”
“Vale che hai?”
Tiro su con il naso.
“Ti prego Tommy, non mi sento bene.”
Allarmato dal mio tono.
“Arrivo. Tra dieci minuti sono lì.”
Mi dirigo in presidenza e mi siedo in una delle sedie che sono lungo il
corridoio. Mio fratello deve aver corso perché passano meno di dieci minuti e
me lo vedo arrivare, preoccupato e trafelato. Si inginocchia davanti a me.
“Che hai?”
Gli butto le braccia al collo e ricomincio a singhiozzare. Mi prende le
braccia, si scansa e mi costringe a guardarlo.
“In che classe è quello stronzo? È opera sua vero?”
Cerca di alzarsi ma glielo impedisco, le mie mani sono ben salde sulle sue
spalle.
“Portami a casa, per favore.”
La mia supplica riesce a calmarlo.
“Ok.”
Prende il mio libretto, compila la parte dell’uscita anticipata, firma ed
entra nella stanza del preside a farlo controfirmare. Per paura che possa
andare a cercare Luca gli dico di aspettarmi in macchina e porto il libretto al
mio professore di scienze. Quando esco mi ricordo del motorino, ma mio
fratello non ne vuole sapere di farmi tornare da sola, e mi convince
assicurandomi che stasera tornerà a prenderlo con un suo amico. Il primo
tratto di strada lo facciamo in silenzio, poi ad un semaforo mi prende una
mano con la sua.
“Allora, vuoi dirmi che cosa è successo?”
La sua voce è dolce e rassicurante.
“L’ho lasciato.”
Mi guarda stupito.
“Che cosa ha combinato il cretino?”
“Niente.”
Alza un sopracciglio, e torna a guardare la strada perché il semaforo è
diventato verde.
“Come niente?”
“Appunto. L’ho fatto prima che combinasse qualcosa.”
Le lacrime riprendono a scendere e tra un singhiozzo e l’altro gli racconto
tutto. Quando ho finito arriviamo a casa. Vado diretta in camera mia, ho
bisogno di un po’ di autocommiserazione, mi stendo sul letto e inizio a
piangere. Il mio cellulare inizia a suonare, arrivano decine di messaggi sms da
parte di Luca, che non ho intenzione di leggere e ignoro volutamente. Quando
arriva l’ora della fine della scuola, il cellulare inizia a suonare, ignoro anche
le chiamate, ma ad un certo punto, stressata dal continuo suonare, lo spengo e
lo infilo dentro al cassetto della scrivania. Tommy si affaccia in camera mia e
mi chiede se deve prepararmi qualcosa da mangiare, faccio segno di no con la
testa, mangiare ora come ora è proprio l’ultimo dei miei pensieri. Sparisce,
ma poco dopo ritorna con un piatto colmo di tramezzini.
“Vale, devi mangiare.”
Lo guardo ed è in piedi appoggiato allo stipite con una mano in tasca e
l’altra che regge il vassoio, i capelli scompigliati, sorriso sornione, bello da
morire, irresistibile. Si avvicina lentamente e si siede sul letto accanto a me.
“Non sai quanto mi dispiace.”
Mi accarezza la testa, mi avvicino e lo travolgo con un abbraccio.
“Anche a me, ma passerà.”
Mi porge un tramezzino che accetto, mi sdraio di nuovo e lo fa anche lui,
afferrando un tramezzino. Rimaniamo così, vicini, senza parlare, con la bocca
piena fino a che non li abbiamo finiti tutti.
“Grazie.”
Dico ad un tratto e le lacrime fanno di nuovo capolino dai miei occhi.
“Di niente.”
Ci abbracciamo ancora.
“Fra poco devo andare all’ allenamento, ce la fai a rimanere qui da sola?”
Annuisco.
“Sì non preoccuparti, starò bene.”
Il telefono di casa si mette a suonare.
“Vado io, tu stai tranquilla.”
Si alza e va a rispondere in camera di mamma e papà. Un attimo di
silenzio, poi la tempesta.
“Ascoltami bene pezzo di un idiota che non sei altro, se ti azzardi ad
avvicinarti ancora a lei, dovrai vedertela con me.”
Mi avvicino alla porta e mi metto ad osservare mio fratello. Ha il petto
gonfio e il viso arrossato dalla rabbia. Gli dice bene che sono al telefono,
altrimenti penso che l’avrebbe fatto a pezzi.
“No, non vuole parlare con te, lasciala in pace.”
E riattacca, si gira e mi vede. Cerca di calmarsi e sorridermi, ma fallisce
miseramente.
“Vedrai che non chiamerà più.”
Annuisco e torno in camera. Poco dopo Tommy viene a dirmi che va via, lo
saluto, mi infilo le cuffie, sparo Vasco a tutto volume e mi eclisso dal mondo
esterno. Mi addormento e mi sveglio svariate volte e il pomeriggio passa
veloce. Tornano i miei e non mi chiedono niente, ho come il sospetto che mio
fratello li abbia chiamati per aggiornarli e gli abbia chiesto di non fare
domande. Ceniamo in un silenzio surreale, perché di solito siamo tutti molto
loquaci per riferirci su quello che ci è successo durante il corso delle nostre
rispettive giornate. Aiuto mamma a riordinare la cucina.
“Mamma posso rimanere a casa domattina?”
Si gira e mi guarda in modo dolce.
“Sei sicura?”
Annuisco. Si avvicina e mi accarezza una guancia.
“Va bene.”
L’abbraccio.
“Grazie mamma, sei la migliore.”
Si fa seria.
“Si, ma non farci troppo l’abitudine. Questa è un’eccezione.”
“Lo so.”
E sparisco in camera mia. Provo ad ascoltare la musica di nuovo, ma
capisco che non mi va. Prendo il cellulare dal comodino, lo accendo e
impazzisce per la suoneria. Ci sono cinquantadue sms di Luca, quindici
messaggi vocali in segreteria e ventitre messaggi di chiamate perse, e un sms
di Elena che dice di chiamarla appena ricevuto il messaggio.
Faccio subito il numero e risponde al secondo squillo.
“Vale, come stai?”
Il tono preoccupato.
“Diciamo che ho avuto giorni migliori.”
Cerco di sdrammatizzare il mio stato d’animo che in questo momento è
veramente a pezzi.
“Senti Vale…”
Sospiro.
“No, non c’è bisogno che tu dica niente, avevi ragione.”
Sento le lacrime pungermi gli occhi perché cercano di tornare in
superficie, ma riesco a ricacciarle dentro.
Un sospiro anche dall’altra parte della cornetta.
“Mi dispiace così tanto, eri così felice.”
“Già. Ma passerà e tornerò ad esserlo anche senza di lui.”
Un attimo di silenzio.
“Senti Vale…”
Altra pausa che inizia a mettere all’erta tutti i miei sensi.
“…non so se faccio bene a dirtelo…”
Il panico si impadronisce di me, che cos’altro può essere successo?
“…Luca ti ha aspettato all’uscita al solito posto, anche perché il tuo
motorino era ancora lì…”
Pausa.
“Elena che cosa è successo?”
Adesso sono davvero preoccupata e la mia voce mi tradisce.
“…quando mi sono avvicinata e gli ho detto che eri uscita prima perché
non ti sentivi bene, ha dato di matto. Ha aspettato Ginevra e ha inveito contro
di lei, gliene ha dette di tutti i colori, ad un certo punto ho temuto che le
mettesse le mani addosso. È uscito persino il preside che ha sentito tutto il
trambusto e ha minacciato di sospenderlo se non si fosse calmato…”
Mi porto le mani alla bocca, una sospensione può inficiare la sua carriera
scolastica in questo momento.
“…dovevi vederlo, sembrava un leone rabbioso chiuso in una gabbia
minuscola. Fortunatamente ad un certo punto è intervenuto Andrea ed è
riuscito a farlo allontanare. Poi però ha preso la moto ed è partito come un
razzo…credimi mi sono talmente preoccupata che nel pomeriggio ho chiamato
Andrea per sapere se Luca fosse tornato a casa tutto intero.”
Mi porto una mano sul cuore e il respiro mi si mozza.
“E…”
Riesco a dire con l’ultimo filo di voce che mi rimaneva in gola.
“Sì tutto apposto.”
Riprendo a respirare.
“Vale, non sono più tanto sicura di aver avuto ragione...”
Una doccia fredda, anzi gelata, quelle parole sono come una doccia gelata.
“Che vuoi dire?”
Il cuore inizia a martellarmi nel petto.
“Che quello è il comportamento di qualcuno profondamente innamorato e
ferito…”
Profondamente innamorato e ferito. Queste parole iniziano a rimbalzare da
una parte all’altra della mia testa come una pallina in un flipper. Anche questa
volta le lacrime minacciano di uscire e io le lascio andare.
“Non posso…non ce la faccio.”
“Vale mi dispiace.”
“Ho paura…”
Singhiozzo.
“Non mi fido più…”
Elena mi lascia sfogare senza intervenire, rimane in ascolto.
“…l’ha già fatto, capisci? Perché con me dovrebbe essere diverso?”
Silenzio.
“Che cosa ho io di diverso dalle altre?”
“Vale non sottovalutarti, tu sei migliore di chiunque altra…”
Mi viene da sorridere, ma è un sorriso spento, amaro.
“…se davvero è così, sono una sfida ancora maggiore…pensa la
soddisfazione quando mi lascerò andare e gli permetterò di fare quello che
vuole.”
Il mio tono è aspro, distaccato.
“E se invece ti amasse davvero?”
Il terrore mi assale.
“No Elena, non puoi dirmi queste cose proprio tu.”
“Lo so, ma credimi dovevi vederlo…”
Cerco di immaginarlo, ma non è la stessa cosa.
“Adesso non posso, non ci riesco.”
“Vale mi dispiace, non so che altro dire.”
“Domani non vengo a scuola, non mi va di vederlo.”
“Ok. Ci sentiamo domani. Cerca di dormire.”
“Ci proverò.”
Silenzio.
“Elena…”
“Sì”
“Grazie.”
“No, non dirmi grazie. Questa cosa in parte è anche colpa mia.”
E riattacca. Cancello tutti i messaggi di Luca senza leggerli e senza
ascoltarli, poi spengo il cellulare per paura che squilli di nuovo. Dopo quello
che mi ha detto Elena, la mia forza di volontà potrebbe vacillare in un
ipotetico confronto con lui. Infilo le cuffie e sparo a tutto volume la musica
strappalacrime di Claudio Baglioni. Chiudo gli occhi e cerco di metabolizzare
le parole di Elena, lasciando uscire tutte le lacrime che ancora avevo dentro.
Ad un tratto sento un braccio cingermi le spalle, spalanco gli occhi impaurita
da quel contatto improvviso e inaspettato, ma poi mi calmo subito realizzando
che è il braccio del mio mitico fratello. Si adagia vicino a me, mi sposto
leggermente per fargli spazio, mentre io trovo la posizione appoggiando la
testa sul suo petto. Lui mi abbraccia completamente e io mi lascio andare al
suo rassicurante calore. Dopo poco sprofondo in un sonno profondo e
ristoratore.
CAPITOLO SEI

La mattina seguente mi sveglio tardi, sono ancora vestita sopra le lenzuola


e la casa è immersa nel silenzio. Guardo l’ora. Le 11:30. Mi metto seduta e mi
stropiccio gli occhi. Mi lavo, mi cambio i vestiti e salgo in cucina a spizzicare
qualcosa, poi torno in camera e apro i libri. Mi immergo nel libro di
matematica e faccio i compiti per lunedì. Poi passo a scienze e riesco a
studiare concentrata. Sono talmente concentrata che quando suona il telefono
di casa faccio un salto sulla sedia. Mi alzo titubante indecisa se rispondere o
meno. Poi decido che non posso nascondermi in eterno, ma quando dall’altra
parte sento che c’è la voce rassicurante di mamma, tiro un sospiro di sollievo.
Chiacchieriamo per alcuni minuti, si informa sul mio stato d’animo, dice di
avermi lasciato il pranzo e si raccomanda di mangiare. Le dico che sto
studiando e che nel pomeriggio non ho intenzione di uscire, quindi
probabilmente le mie amiche verranno qui a casa. Ci salutiamo e io torno a
studiare. Ad un tratto un tuono rompe il silenzio, mi alzo e vado a guardare il
cielo dalla finestra, e vedo che è cupo, scuro, sorrido debolmente perché
rispecchia alla perfezione il mio stato d’animo, sospiro e chiudo gli occhi.
Compare immediatamente il suo viso sorridente e le lacrime che avevo finito
ieri ma che probabilmente nella notte si sono ricaricate ricominciano ad uscire
copiose. Appoggio la fronte alla finestra e mi lascio andare ad un pianto
disperato, che riesco a placare solo quando anche la finestra viene sferzata da
un violento temporale. Nel pomeriggio come previsto le mie preziose amiche
vengono a trovarmi e si portano dietro una scodella piena di gelato al
cioccolato, il nostro modo di tirarci su il morale nei momenti di difficoltà.
Tutte insieme riempiono la mia camera di gridolini e racconti, anche mio
fratello non è uscito, suppongo per tenermi d’occhio e ad un tratto fa capolino
dalla porta.
“Ehi biondo, ti va un po’ di gelato?”
Voce bassa e suadente. Mi giro ed Elena sta leccando il cucchiaino in
modo provocante e seducente. Rimango sbigottita e mi viene spontaneo tirarle
una gomitata.
“Ehi datti una calmata. È mio fratello!”
Tommy rimane lì a seguire i movimenti del cucchiaino, poi deglutisce.
“Ehm, no grazie!”
Con la coda tra le gambe batte in ritirata e sparisce. Alcuni secondi dopo
sento sbattere la porta della sua camera. Mi giro di nuovo verso Elena un po’
arrabbiata.
“Ehi ma che ti prende?”
Elena sorride, un sorriso di chi la sa lunga.
“Bèh, anche se è tuo fratello sempre un gran figo rimane.”
Alzo gli occhi al cielo e il pomeriggio riprende allegro e spensierato. Le
mie amiche se ne vanno all’ora di cena e quando tutte se ne sono andate mio
fratello riemerge dalla sua stanza. Prima di salire in cucina lo fermo.
“Che diavolo è successo prima?”
Si passa una mano tra i capelli, nervoso. Veramente strano, raramente si fa
vedere così.
“La tua amica mi fa paura quando si comporta così.”
Scoppio in una risata.
“Elena? Ma sei serio?”
E quando lo guardo qualcosa mi dice che non sta scherzando. Ritorno seria
anch’io.
“Davvero?”
Annuisce
“Ma l’hai vista bene?”
“Bè, si mi capita di guardarla tutti i giorni.”
Sto cercando di alleggerire la discussione. Tommy in risposta si appoggia
allo stipite della porta, incrocia le gambe alla caviglia e le braccia al petto.
Ha tutta l’aria di un discorso serio.
“Allora avrai notato che a volte sa essere sexy, provocante e irresistibile.”
Questa volta sono io ad essere a disagio, che cosa sta cercando di dirmi?
Che ha un debole per la mia migliore amica?
“Tommy, c’è qualcosa che dovrei sapere?”
“No, fino a che riuscirò a tenerle testa, non devi preoccuparti di niente.
Certo è che se continuerà a darmi del filo da torcere, non posso prometterti
niente.”
Rimango a bocca aperta, mentre lui si allontana con un sorriso sornione sul
viso. Questa poi? Mio fratello e la mia migliore amica, da non crederci.
La notte è agitata, Luca mi manca, in tutto, anche nelle piccole cose, i suoi
sorrisi, la sua allegria. In piena notte accendo il cellulare e trovo altri suoi
messaggi, vocali e scritti, che non cancello, ma che non ho il coraggio di
ascoltare, o di leggere, poi lo spengo e lo rimetto dentro il cassetto.
Anche la domenica si trascina lenta. La mattina cerco di studiare, quando
ad un tratto papà entra nella mia stanza.
“Vale c’è Luca fuori della porta.”
Il cuore salta un battito, il respiro si ferma in gola, e sento gli occhi
pizzicare.
“No papà, per favore, digli che sto dormendo o inventati qualche altra
scusa. Non ce la faccio.”
Papà mi viene vicino e mi accarezza i capelli.
“Sei sicura? Ha detto che non se ne andrà fino a che non sarà riuscito a
parlarti.”
Mi alzo spazientita.
“Non mi interessa, può stare lì fuori tutto il tempo che vuole, io non voglio
parlargli.”
“Va bene, vado a riferire.”
Lo abbraccio e mi sento sollevata.
“Vale?”
Alzo gli occhi perché anche papà è più alto di me.
“Sì?”
“E’ davvero così grave?”
Socchiudo un attimo gli occhi per ricacciare indietro le lacrime che stanno
cercando di uscire e quando li riapro cerco di tenere ferma e salda la voce.
“No, ancora non lo è. Sto solo mettendo le mani avanti per non soffrire
troppo in seguito.”
Mio padre sembra capire, mi abbraccia forte, poi esce dalla mia camera.
Cerco di fare dei respiri lunghi e regolari e il ritmo del battito del mio cuore
torna normale. Nel pomeriggio le mie amiche tornano a trovarmi, anche perché
fuori si è scatenato un temporale pazzesco, anche Tommy non è uscito e ronza
spesso intorno a noi. Noto delle occhiate furtive sia da parte di Elena che da
parte di mio fratello, e mi viene da sorridere sotto i baffi perché mi immagino
quei due insieme, sarebbe divertente ed eccitante allo stesso tempo. La sera
quando la mia camera è di nuovo vuota l’ansia per il ritorno a scuola sale in
modo smisurato. Come posso fare per evitare di incontrarlo? Non sarà una
cosa facile perché sono sicura che mi aspetterà al varco, è testardo e già oggi
ci ha provato, so per certo che lo farà ancora. Con questo pensiero fisso cerco
di addormentarmi, ma ci riesco solamente a notte inoltrata. La mattina
seguente continua il cattivo tempo così è Tommaso che mi accompagna a
scuola, e io mi sento sollevata, almeno finché che ci sarà lui Luca non tenterà
di avvicinarsi a me. La mia previsione è esatta e quando arriviamo a scuola
vedo Luca sotto il porticato della scuola che mi sta aspettando. Mio fratello
parcheggia la macchina e mi accompagna, Luca mi guarda ma non accenna
minimamente a fare un passo nella mia direzione. Noto con dispiacere che ha
lo sguardo spento, le occhiaie sotto gli occhi, come quelle di qualcuno che
sono giorni che non riesce a dormire. Il mio umore già nero sprofonda ancora
più in basso, entro in classe e saluto le mie amiche che come me non sono
tanto gioiose e allegre come tutte le altre mattine. Mi faccio interrogare in
scienze e il voto (otto) fa sì che la mattinata diventi un po’ meno deprimente.
Durante la ricreazione, come temevo Luca cerca di avvicinarsi, ma le mie
amiche riescono a bloccarlo prima che possa essere troppo vicino, anche se
adesso Elena si è addolcita e vorrebbe che avessi un confronto costruttivo con
lui.
Nei due giorni successivi Luca tenta di parlarmi, ma io riesco sempre a
svicolare e a non farmi avvicinare troppo, perché so che cederei all’istante se
me lo trovassi faccia a faccia. Mi manca, mi manca da morire e vedere i suoi
occhi così tristi e vuoti mi fa davvero tanto male, ma ho paura, troppa paura di
schiantarmi con tutto quello che lui era prima, o forse è ancora, di conoscere
me. Dal terzo giorno in poi, sembra aver gettato la spugna, sta a distanza di
sicurezza, ma il suo sguardo è sempre puntato verso di me, non mi perde mai
di vista e questo mi mette a disagio, mi sento come se gli negassi qualcosa, mi
fa sentire in colpa. I pomeriggi, complice anche il tempo che continua a
rovesciare sulla città secchiate d’acqua, esco di rado, me ne sto rintanata nella
mia accogliente e confortevole cameretta. Un giorno, che sembrava tranquillo,
ero intenta ad ascoltare la musica distesa a pancia in giù sul letto e stavo
disegnando su un album, quando entra mio padre. Mi tolgo pigramente le
cuffie dalle orecchie.
“Vale, c’è un ragazzo di sopra. Ha detto che vorrebbe parlare con te.”
Mi alzo di scatto, come se avessi preso la scossa, i miei sensi all’erta. Mio
padre intuisce sicuramente il mio stato d’animo perché sorride e si affretta a
specificare che non è Luca.
“Ha detto che si chiama Andrea. Capelli ricci biondi…”
Alzo gli occhi al cielo, so benissimo di chi stiamo parlando.
“Posso farlo scendere?”
Chiede titubante papà.
Annuisco e mentre mio padre sparisce in corridoio, mi siedo alla scrivania
e mi preparo mentalmente al match che mi aspetta. Dopo pochi minuti vedo
apparire il viso sorridente da canaglia del migliore amico di Luca.
“Ciao Vale.”
Mi saluta timido, hmmm, non promette niente di buono, Andrea timido, ma
quando mai? Mi metto sulla difensiva.
“Ciao Andrea.”
Gli faccio cenno di sedersi ai piedi del letto, in modo da essere uno di
fronte all’altra.
“Coma stai?”
Inclino la testa e lo guardo dritto negli occhi.
“Andiamo Andrea, possiamo saltare i convenevoli…”
Alzo un sopracciglio.
“…che cosa ti porta qui?”
Abbassa lo sguardo per guardarsi le mani che tiene unite in grembo, un
attimo dopo lo rialza.
“Perché mi preoccupo per te…”
Faccio una smorfia con la bocca.
“…o per il tuo amico?”
La mia voce risulta più dura di quello che vorrei. Si alza e mi viene vicino.
“Vale sul serio, non se lo merita.”
Mi alzo anch’io con un gesto di stizza.
“Non è più un affare mio.”
Si avvicina ancora di più.
“Invece sì che lo è, è tanto affare tuo, quanto suo. Non ho mai visto una
persona così testarda come te. Perché continui a torturare entrambi in questo
modo?”
Mi guarda e i suoi occhi sono limpidi, sinceri, seriamente preoccupati e
questo mi fa vacillare un attimo.
“Perché ho paura!”
Mi afferra delicatamente le braccia.
“Di che cosa hai così tanta paura?”
La sua voce è dolce, delicata.
“Di soffrire.”
Svicolo dal suo abbraccio e metto le mie mani esattamente dove un
secondo prima c’erano le sue
“Vale, credimi, non succederà.”
Sento le lacrime pungere gli occhi, sento che stanno arrivando, ma non
voglio farle uscire, quindi le ricaccio indietro. Tiro su con il naso.
“Come fai ad esserne così certo?”
Ho alzato un po’ la voce, ma non si fa intimorire e torna vicino.
“Perché non l’ho mai visto così. Lo conosco da una vita, siamo
praticamene cresciuti insieme e non l’ho mai visto andarci sotto così per
nessuna. Dovresti vederlo, sembra uno zombie. In questi giorni si sta
trascinando giorno dopo giorno in attesa di un tuo cenno, anche minimo. Viene
a scuola solo per vedere te, ma non studia, non c’è con la testa. Ha preso due
insufficienze gravi, salta gli allenamenti…”
Sospira e abbassa le spalle.
“…non lo riconosco più!”
Torna a sedersi sul letto e mi fa cenno di sedermi vicino a lui. Non so
perché ma ubbidisco, parlare con lui mi fa sentire bene, mi calma, mi rilassa.
Mi prende una mano e quel contatto mi infonde calore, sicurezza, certo non è
niente in confronto alle scintille e ai brividi che provo ogni volta che è Luca a
sfiorarmi. Mi giro verso di lui e mi regala un sorriso dolce e sincero,
contagioso.
“Vale non sto scherzando, fai in modo di darvi una possibilità.”
Scuoto la testa.
“Perché?”
“Perché lui è innamorato perso di te, ancora non riesce ad ammetterlo con
se stesso, non ha mai conosciuto questo sentimento, ma sono sicuro che in cuor
suo lo sa, ne è consapevole, altrimenti non starebbe così male.”
Lo sapevo, io c’ero già arrivata, ma sentirlo dire da qualcun altro mi fa
sentire più leggera.
“E che mi dici di Ginevra?”
Fa un versaccio con la bocca.
“Ginevra è sempre stata una calamita per lui, lo attirava a sé con il sesso,
ho sentito dire che è una che ci sa fare parecchio e questo lo ammaliava, ma
non c’è mai stato niente di più fra loro.”
Abbasso gli occhi e guardo per terra.
“Questo non mi fa stare meglio…”
Mi prende il mento con le dita e mi costringe a guardarlo di nuovo.
“Ascoltami. Non l’ha più degnata di uno sguardo da quel giorno. Potrebbe
benissimo essere tra le sue gambe a farsi consolare, invece continua a stare
dietro a te.”
“E se facessimo l’amore e non reggessi il confronto? Se non fossi
abbastanza per lui? Sai che potrebbe distruggermi.”
Il solo pensiero mi disgusta, i miei occhi si velano di lacrime e sento che
stavolta non riuscirò a fermarle.
Ne asciuga una delicatamente con il pollice accarezzandomi la guancia.
“Tu sei già il massimo per lui…”
Poi si sporge verso di me e mi abbraccia, io lo lascio fare beandomi di
quel calore. Poi si stacca.
“Ora devo proprio andare.”
Mi prende il viso tra le mani.
“Promettimi che penserai a tutto quello che ti ho detto.”
Sorrido debolmente e tiro su con il naso.
“Ok.”
“Bene!”
Si alza.
“Grazie.”
Dico con un filo di voce.
“Di niente.”
Fa un cenno di saluto con la mano e si avvia verso la porta, Io mi alzo.
“Andrea?”
Si gira verso di me.
“Sì?”
“Potresti diventare un ottimo avvocato.”
Mi regala un sorriso soddisfatto.
“Lo terrò a mente, non si sa mai nella vita.”
E se ne va, lasciandomi a pensare.

CAPITOLO SETTE

La mattina seguente, sabato, arrivo a scuola e sto ancora pensando alle


parole di Andrea, il tempo continua ad essere brutto, quindi mi ha
accompagnato Tommaso, ma non scende più a farmi da guardia del corpo.
Entro nel portone e trovo Luca appoggiato al muro che mi aspetta. Appena mi
vede, viene verso di me.
“Vale…”
Non lo lascio finire e tiro dritta, lui non si arrende e mi viene dietro. Mi
fermo prima di entrare in classe e lo guardo.
“Luca non ora.”
Vedo i suoi occhi illuminarsi appena come se si fosse acceso un filo di
speranza.
“Allora quando?”
La sua voce tradisce emozione.
“Non lo so, ho bisogno di tempo.”
“Va bene, tutto il tempo che vuoi.”
Mi giro e sto per entrare in classe.
“Vale?”
Mi pento del fatto che mi fermo e lo guardo, nel momento stesso in cui lo
faccio.
“Mi manchi.”
Lo guardo un secondo di troppo, poi scappo letteralmente da lui perché
quelle parole sono come un macigno in testa, qualcosa che fa tanto male.
Il resto della mattinata si trascina e anche a ricreazione rimango in classe
cercando di evitare qualsiasi contatto con lui. Il tempo continua ad essere
brutto e nel pomeriggio decido di rimanere a casa, con le altre abbiamo
pensato di andare a mangiare una pizza in centro per cena. Sono di sopra in
sala che sto guardando la televisione e mangiucchiando, quando qualcosa fuori
del cancello attira la mia attenzione. È Luca, fermo immobile a guardare verso
casa mia, senza ombrello, bagnato fradicio sotto il diluvio. Il cuore mi si
stringe e quel gesto che me lo mostra così vulnerabile fa crollare tutte le mie
difese. Mi infilo le scarpe e il giubbotto, prendo l’ombrello e corro verso di
lui. Ci guardiamo un attimo, lui è sorpreso ma guardingo, immagino che non
sappia che cosa aspettarsi.
“Vale…”
Prova a dire ma io gli metto il dito indice sulle labbra facendogli cenno di
non parlare, poi appoggio una mano sul giubbino bagnato all’altezza del torace
e ci appoggio il viso chiudendo gli occhi. Lui ha un attimo di esitazione poi mi
travolge in quel suo abbraccio che mi fa sempre sentire a casa, ed è proprio
così che mi sento, come se fossi partita per un lungo ed estenuante viaggio e
fossi appena rientrata in casa mia, così accogliente e protettiva. Sento che
sospira, respira nei miei capelli, e inizia a ridere, una risata liberatoria.
Anche a me viene da ridere, ma contemporaneamente sto piangendo, mi sento
proprio una stupida. Mi prende il viso tra le mani e inizia a baciare tutta la
scia delle lacrime sia in una guancia che nell’altra, poi cattura le mie labbra in
un bacio dolce e delicato, esitante come se avesse paura di un mio rifiuto. Mi
aggrappo al suo giubbino zuppo d’acqua con una mano e mi godo questa
sensazione di benessere che mi sta riscaldando anche se la temperatura esterna
è bassina. Quando si stacca non lascia il mio viso.
“Non hai idea di quanto tu mi sia mancata…”
Asciuga una mia lacrima con il pollice.
“Non farlo mai più…”
Mi abbraccia e stringe forte.
“Non lasciarmi mai più.”
La sua voce è rotta dall’emozione e capisco di aver preso la decisione
giusta, anche lui mi è mancato e stavo facendo del male ad entrambi cercando
di tenerlo lontano. È veramente fradicio, non so da quanto tempo fosse qui, ma
a giudicare dai suoi vestiti credo da abbastanza. Mi stacco dal suo abbraccio
e lo prendo per mano dirigendomi verso casa sua, deve cambiarsi, altrimenti
si prenderà un malanno. Mi asseconda, togliendomi però l’ombrello dalla
mano, perché lui è più alto e per cercare di coprire anche lui stavo assumendo
una posizione scomoda. Nel breve tragitto non parliamo, ma il suo viso è più
disteso, sorridente, sereno e questo mi fa stare bene. Entriamo in casa sua, che
è esattamente uguale alla mia, ma è più in stile moderno, nei toni del panna e
del marrone, calda, accogliente, familiare. Mi fa cenno di seguirlo di sotto in
camera sua e io ubbidisco, la casa è silenziosa, segno che siamo soli. Prende
dei vestiti puliti da un cassetto e sparisce in bagno. Io giro per la stanza a
curiosare, non ero mai stata qui e sono molto curiosa. Il letto è grande e anche
camera sua è arredata in stile moderno, prevale l’acciaio e il marrone scuro.
Alle pareti un sacco di sue fotografie, da bambino, con i trofei, con la sua
famiglia. Quando mi giro, lui è sulla soglia, con indosso solo un paio di jeans
a vita bassa, il torace nudo in bella mostra, che si tampona i capelli bagnati
con un asciugamano. Rimango a bocca aperta ammirando ogni centimetro di
pelle, dai bicipiti torniti, agli addominali scolpiti, scendendo ancora più giù,
dove i muscoli del basso ventre formano un V che scompare dentro i jeans. Da
adesso in poi questa sarà la visione che mi ossessionerà per tutta la vita, quel
vedo e non vedo che è molto più sexy, intrigante ed eccitante di un uomo
completamente nudo. Deglutisco sonoramente e inizio ad avere caldo, forse si
sono accesi i termosifoni? Mi tampono le guance con le mani e quando
incrocio il suo sguardo se la sta ridendo di gusto. Decido di avvicinarmi e
quando gli sono vicino appoggio le mani sulle spalle, poi inizio una discesa
lenta a palmo aperto verso le mani. Ho bisogno di sentirlo, di toccarlo. Lui mi
osserva, attento, il respiro accelerato. Quando arrivo alle sue mani intreccio
le nostre dita. Con una mossa repentina e inaspettata, le porta dietro alla mia
schiena, intrappolandomi, poi si avventa sulla mia bocca, baciandomi in modo
passionale. Sento le gambe di gelatina e mi sembra che il calore aumenti. Ad
un tratto si stacca da me e mi guarda, poi si gira e a passo spedito e deciso,
come se stesse scappando da qualcosa, si dirige verso l’armadio, lo apre e si
infila una maglietta e una felpa.
“Allora che programmi hai per oggi?”
Faccio spallucce.
“Per il resto del pomeriggio niente, stasera vado a cena con le altre.”
Storce la bocca.
“Ci siamo appena ritrovati e già mi abbandoni di nuovo?”
Si avvicina lentamente.
“Non fare la vittima, abbiamo tanto tempo da passare insieme.”
Mi accarezza una guancia.
“Me lo prometti?”
Annuisco, poi sospiro.
“Qualcuno mi ha detto che hai preso qualche insufficienza in questi giorni,
che ne dici di studiare un po’?”
Non sembra felice della cosa, ma mi asseconda.
“Ok.”
“Bene, prendi il libro e andiamo a casa mia.”
Inclina la testa.
“Sei Sicura?”
“Sì.”
Prende il libro e un giubbetto asciutto e ci dirigiamo insieme, abbracciati
verso casa mia. Il cuore mi batte forte, sono davvero felice, la paura di farmi
male c’è sempre, ma c’è anche la possibilità che questo non accada e io ho
intenzione di aggrapparmici con tutte le mie forze. Una volta arrivati a casa lo
porto in camera mia, mi tolgo le scarpe e mi siedo sul letto, con la schiena
appoggiata sulla sponda, poi battendo una mano gli faccio cenno di fare lo
stesso. Lui si guarda intorno, timoroso, poi mi asseconda e si siede accanto a
me. Mi sistemo nell’incavo dell’ascella, la testa appoggiata nella sua spalla e
mi godo il calore che emana il suo corpo, così vicino al mio. Piego le gambe e
ci appoggio il libro che mi ha passato prima di sedersi.
“Allora che cosa devi studiare?”
“Devo riprendere da pagina 144.”
Trovo la pagina e inizio a leggere. Stiamo studiando da un po’, quando mio
padre passa davanti alla mia camera e si ferma.
“Luca, felice di rivederti.”
Sento che Luca fa un salto e i suoi muscoli si irrigidiscono. Mi viene da
ridere, perché la voce di papà è gioviale.
“ Anche per me è un piacere rivederla.”
“State studiando?”
“Sì, qui c’è qualcuno che deve rimediare un brutto voto.”
Mio padre si porta una mano sotto il mento e inizia a grattarselo, poi
sorride.
“Bene, buon lavoro allora.”
Si sposta come per allontanarsi, poi sembra ripensarci.
“Cerca solo di non abusare della mia fiducia…”
Luca deglutisce visibilmente imbarazzato.
“Non lo farò…”
Risponde con un filo di voce. Io sogghigno perché ho capito che papà lo
sta facendo volutamente e ci scambiamo un sguardo d’intesa. Quando se ne va,
sento i suoi muscoli rilassarsi pian piano.
“Hai decisamente un fan.”
“Tu dici? Inizio a non esserne poi così sicuro…”
Passiamo il resto del pomeriggio a studiare, poi ad una certa ora lo caccio
via, mi devo preparare per la serata con le altre, che passa spensierata e
allegra. Mi sento finalmente rilassata e tranquilla. Luca ogni tanto mi manda
dei messaggi per sapere che cosa sto facendo e questo suo interessarsi, ed
essere presente anche se fisicamente non lo è, mi fa molto piacere.
Passano le settimane e siamo sempre più uniti, i nostri gruppi si sono
amalgamati bene, spesso i ragazzi escono con noi, e le mie amiche non
sembrano disdegnare la loro compagnia. Arriva la primavera e il bel tempo ci
permette anche di spingerci verso il mare, ci andiamo nei fine settimana o
anche nei pomeriggi più liberi. Aiutiamo i ragazzi a preparare l’esame di
stato, li aiutiamo a studiare, o semplicemente passeggiamo sul bagnasciuga. A
volte loro studiano e noi ne approfittiamo per stenderci sugli asciugamani e
chiacchierare tra di noi, o prendere la prima tintarella.
La scuola finisce e io sono soddisfatta della mia media dell’otto, in questo
momento non mi manca davvero niente, sono al colmo della felicità. Luca è
premuroso, dolce, presente, il miglior fidanzato di sempre. Io sono sempre più
innamorata. Il giorno dello scritto dell’esame si avvicina a grandi passi e io lo
aiuto a ripassare italiano, gli ultimi giorni studiamo a casa mia o a casa sua.
La mattina lo accompagno a scuola, gli auguro buona fortuna e lo aspetto
ansiosa fuori nel cortile, lui sembra tranquillo, io sono più agitata di lui. Certo
è che l’ho vissuto in prima persona, almeno quando toccherà a me saprò che
cosa aspettarmi. Le ore passano, cerco di ammazzare il tempo ascoltando la
musica, navigando in internet o chattando con le mie amiche che invece sono
tutte al mare. Sono ansiosa anche perché ho deciso che oggi sarà il mio grande
giorno, voglio fargli un regalo molto speciale, ho deciso che è arrivato il
momento di passare alla fase successiva del nostro rapporto. Stargli così
vicino in questi giorni senza toccarlo è stato una sofferenza. So che voglio di
più. Mi sento pronta.
I suoi compagni iniziano ad uscire, lui è uno degli ultimi. Quando mi vede,
mi viene incontro e mi abbraccia.
“Allora com’è andata?”
Fa spallucce.
“Penso bene. Ho fatto il tema di attualità.”
Gli prendo il viso tra le mani e lo bacio.
“Wow. A che cosa devo tutto questo slancio?”
Gli faccio la linguaccia.
“Così, mi andava.”
Sorride.
“Se l’esame ti fa questo effetto, spero non finisca mai.”
Mi guarda negli occhi.
“Andiamo a ripassare matematica?”
Gli chiedo titubante. Sbuffa.
“Dobbiamo proprio?”
Annuisco.
“Ok. Da me o da te?”
Faccio finta di pensarci, anche se so bene che cosa voglio.
“Da te.”
So che a casa sua non c’è nessuno, da me invece potrebbe arrivare mio
fratello e interrompere quello che ho una voglia pazzesca di fare. Prendiamo
la sua moto, adoro salirci sopra, mi piace il contatto fisico che si crea, io che
lo abbraccio da dietro, lui che ad ogni semaforo si ferma e mi accarezza una
gamba. Mi sembra così intimo.
Ci fermiamo a mangiare qualcosa in un chiosco, poi prendiamo la via di
casa. Scendiamo in camera sua e iniziamo a ripassare matematica.
“Ho sete, ti va di andare a prendermi qualcosa?”
Gli chiedo ad un tratto.
“Certo. Che cosa preferisci?”
Non ho sete, ho solo bisogno che si allontani un attimo. Faccio spallucce.
“Quello che hai. Andrà bene tutto.”
Mi guarda in modo strano.
“Ok. Torno tra un attimo.”
Si alza e se ne va. Appena scompare dalla mia vista mi tolgo la maglietta e
rimango in reggiseno e jeans, mi tolgo le scarpe e mi sdraio sul letto,
appoggiando i gomiti e aspetto che ritorni. Il cuore inizia a martellarmi sul
petto. Pochi minuti dopo compare sulla soglia e alla mia vista si blocca, il
bicchiere per poco non gli cade dalle mani, spalanca la bocca incredulo.
Rimane lì a guardarmi e io sento il calore aumentare, chiude la bocca e
deglutisce.
“Vale…”
“Vieni qui.”
Si avvicina cauto senza mai distogliere lo sguardo dai miei occhi. Il
respiro accelera sia per lui che per me. Sale sul letto e si fa spazio tra le mie
gambe, mi sovrasta, adesso sono io a deglutire, si avvicina sempre di più, mi
bacia, prima delicatamente poi in modo sempre più passionale. Gli prendo il
viso tra le mani e rompendo il mio equilibrio lo porto giù con me. Si stacca e
mi guarda.
“Vale, sei uno spettacolo, sei bella da togliere il respiro.”
Gli sorrido e cerco di tirarlo di nuovo a me. Lui oppone un po’ di
resistenza.
“Vale sei sicura?”
Annuisco.
“Non ho mai desiderato niente nella mia vita come desidero te in questo
momento.”
Sorride, poi torna serio.
“Vale io non ne ho bisogno, sono felice anche così. Non ho fretta, posso
aspettare ancora, abbiamo tutta la vita davanti.”
Le mie mani sono sulle sue spalle, lui mi accarezza le guance con le dita.
Sono felice che si preoccupi per me, ma io lo voglio, mi sento pronta. Faccio
scivolare le mani lungo i suoi fianchi, afferro il bordo della sua t-shirt e cerco
di tirarla su. Anche se titubante mi asseconda e finalmente rimane a torace
nudo come me e posso accarezzargli la pelle. Quel contatto è bellissimo, mi
provoca sensazioni forti e brividi in tutto il corpo.
“Luca, io voglio farlo. Ti voglio.”
Sospira, come se combattesse una guerra interiore, chiude gli occhi e
quando li riapre qualcosa è cambiato. Inizia a baciarmi, dalla bocca scende
verso il collo, cerco di soffocare i gemiti che nascono spontanei dalla mia
gola, ma non ci riesco. Chiudo gli occhi cercando di concentrarmi sulle
emozioni, ma è veramente difficile, sento le sue mani cercare il gancetto del
reggiseno e quando lo trovano, riesce a slacciarlo in un attimo, facendomi
rimanere nuda. Si alza e mi guarda.
“Mi stai facendo impazzire.”
Apro gli occhi e vedo che con le mani sta armeggiando con la lampo dei
miei jeans. Riesce ad aprirla e inizia a sfilarmeli delicatamente, lo agevolo
alzando il bacino e permettendo alla stoffa di scivolare verso le gambe. Mi
libera in un attimo da quegli indumenti scomodi e li lascia cadere per terra.
Indosso solo le mutandine di pizzo azzurre, ancora una volta mi guarda, come
se non credesse a quello che sta vedendo.
“Sei così bella.”
La sua voce calda è velluto sulla mia pelle. Si allontana un attimo ed esce
dalla stanza, io aspetto ansimante e curiosa. Quando torna ha un asciugamano
blu scuro, che piega meticolosamente e sistema sotto il mio fondoschiena,
mettendo l’asciugamano ne approfitta per sfilarmi le mutandine. Adesso sono
completamente nuda.
“Non saprei come giustificare una macchia sulle mie lenzuola.”
Si riferisce alla mia verginità, non ci avevo pensato, e questo stempera un
po’ la tensione che ho accumulato.
“Vale possiamo ancora fermarci.”
Scuoto forte la testa in segno di diniego.
Mi accarezza il viso. E torna ai piedi del letto. Si toglie i boxer e si infila
il preservativo, sale sul letto e si fa spazio tra le mie gambe, il materasso si
muove e io aspetto. Nel momento esatto in cui i nostri corpi diventano uno
solo, mi guarda con uno sguardo colmo d’amore.
“Vale…io ti amo.”
Quelle parole mi colpiscono come un treno in corsa, e mi accorgo che
anche lui ha gli occhi lucidi.
“Anch’io ti amo.”
Gli rispondo ridendo e piangendo.
E dopo esistiamo soltanto noi due.
CAPITOLO OTTO

È euforico, non sta più nella pelle. Ci siamo rivestiti, anche se riluttanti, ho
capito che adoro il contatto pelle contro pelle.
“Oggi credo di aver raggiunto finalmente le tre effe…”
Lo guardo mentre si sta infilando la maglietta, lui si accorge del mio
sguardo strano, mi viene vicino, mi abbraccia e mi sfiora le labbra con le sue.
“Sono l’uomo più Fottutamente Fortunato e Felice sulla faccia della terra.”
Sgrano gli occhi e inizio a ridere, questa non me la sarei mai aspettata.
La sua felicità è contagiosa, mi sento leggera, sto bene e quello che è
successo è stato favoloso, al di sopra di ogni mia aspettativa.
“Ma ti sei fumato qualcosa mentre ero in bagno?”
Ha un’espressione da presa in giro, continua ad abbracciarmi.
“Sì, sono drogato…”
Mi bacia ancora.
“…sono drogato di te.”
Mi abbraccia, mi solleva, mi travolge in un girotondo e sorride.
“Ti amo, ti amo, ti amo.”
Il cuore mi scoppia.
“Anch’io ti amo.”
I miei piedi toccano di nuovo terra, si calma giusto il tempo di darmi un
bacio, e con quel bacio riesce a trasmettermi tutto l’amore che prova per me.
Quando si stacca la sua espressione cambia, come se avesse avuto un’idea. Si
allontana e prende il cellulare, compone un numero e rimane in attesa.
“Marta?”
Marta? È il nome di mia madre, sgrano gli occhi, che cosa si è messo in
testa, la cosa mi preoccupa quindi rimango in ascolto.
“Sono Luca. Volevo chiederle il permesso di portare Valentina a cena fuori
stasera…”
Mi guarda speranzoso in attesa di una risposta.
“…volevo festeggiare…”
Mi porto una mano alla bocca terrorizzata, ma è impazzito?
“…il fatto che il primo scritto è andato bene…”
Mi guarda dritto negli occhi.
“…sì lo so che domani ho matematica, ma non si preoccupi, Vale mi ha
aiutato a studiare questo pomeriggio, mi sento pronto…”
Sorride.
“…no, non faremo tardi…”
Mi fa il segno di ok con la mano.
“Grazie, Marta.”
Riattacca e torna a baciarmi.
“Questo è un giorno speciale per me, voglio portarti a cena in un ristorante
carino e romantico in riva al mare.”
Mi sorride e mi stupisce. Ci prepariamo e usciamo con la moto, ci
impieghiamo un po’ ad arrivare, ma quando ci siamo mi accorgo che ne valeva
veramente la pena. È un posto molto carino, con i tavolini in legno azzurro, le
tovaglie bianche, le candele e i tavolini sono posizionati a ridosso della
spiaggia, molto romantico. Il cameriere ci fa accomodare e i coperti sono
posizionati uno di fronte all’altro. Luca ne sposta uno e lo mette vicino
all’altro, sposta la sedia e mi fa sedere, poi si siede anche lui. Respira forte e
mi sorride, sembra davvero tanto felice, ed è contagioso.
“Sai penso che questo dovremmo prenderlo come un giorno da festeggiare,
una sorta di anniversario…”
Bevo un sorso d’acqua.
“Anniversario di cosa?”
Beve anche lui e mi guarda incredulo.
“Come di cosa? Il giorno più bello della mia vita…”
Mi sfiora lievemente le labbra con le sue.
“…..per il momento…..”
Arriva il cameriere e ordiniamo un antipasto da dividere in due, un primo e
il fritto di pesce.
“Ahhh. Quindi ce ne saranno altri?”
Chiedo ridendo, voglio vedere che cosa mi risponde.
“Certo. Questo sarà solo il primo di una lunga serie.”
Molto sicuro il ragazzo, ma rimane ancora sul vago, invece io sono curiosa
e voglio sapere.
“Tipo?”
Alza un sopracciglio e cerca di diventare serio e devo dire che ci riesce.
“Il giorno del nostro matrimonio…”
Mi va di traverso il pezzo di pane che stavo spiluccando e inizio a tossire,
mi porge il bicchiere con l’acqua che accetto e vuoto in un modo poco
signorile.
“Sei serio?”
Riesco a chiedere dopo aver smesso di tossire. Mi accarezza una guancia,
gli occhi nei miei.
“Mai stato più serio in vita mia. Vale io ti amo. Davvero. Tanto. Non potrei
mai immaginare la mia vita con nessun’altra. Tu e soltanto tu sarai quella che
avrò l’onore di portare all’altare.”
I suoi occhi luccicano e sento ancora una volta le lacrime pungermi gli
occhi, sono commossa e felice, immensamente felice. Si avvicina e mi bacia e
io mi perdo in lui, in noi. Mi accarezza la mano e si sofferma sul braccialetto
che mi aveva regalato per il compleanno, il suo viso si illumina ancora.
“Facciamo così, fino a quando questo bracciale sarà qui sul tuo braccio io
saprò che tu sei mia…”
Lo bacia.
“…cioè, per sempre…”
Rido e annuisco. Il resto della serata passa magicamente, parliamo dei suoi
progetti, dell’università alla quale vuole iscriversi, a Milano, ma mi rassicura
dicendomi che la distanza non sarà un problema perché tornerà tutti i fine
settimana e io sto bene, mi sento bene in sua compagnia e mi godo appieno
questa sensazione di completezza che ho ogni volta che siamo insieme. È
sempre attento, dolce, mi bacia, cerca il contatto tenendomi la mano, e tante
volte mi ripete che mi ama. La notte dormo molto bene, la mattina lo
accompagno a scuola per la prova scritta di matematica, e come il giorno
precedente lo aspetto fuori. Quando esce ci fiondiamo a casa sua a fare
l’amore, in modo frenetico ed esaltante con il bisogno spasmodico di stare
insieme ed è magnifico, ancora meglio di ieri. Agli orali lui è uno degli ultimi,
quindi passiamo i giorni successivi a ripassare e a fare l’amore, i giorni più
intensi ed emozionanti della mia vita, ogni volta che mi sfiora, ogni volta che
mi guarda in modo intenso il mio corpo si accende e solo lui ha la chiave
giusta per placarlo. A fine luglio quando l’esame è finito e l’estate è ormai
decollata viene organizzata una festa in spiaggia dalle due quinte del liceo
proprio per festeggiare la fine dell’esame e dell’anno scolastico. Purtroppo
però questa magnifica festa coincide con il compleanno di mia nonna e io e
mio fratello siamo costretti a passare quel giorno con i miei a Viterbo. È una
ricorrenza a cui tengono parecchio. Mi dispiace lasciare Luca da solo, avrei
davvero voluto esserci, per lui, ma anche perché si dice che sia una cosa
epica, indescrivibile, indimenticabile.
La mattina dopo mi sveglio tardi, quando accendo il cellulare impazzisce
per la suoneria dei messaggi. Mi preoccupo e ne leggo un paio, sono delle mie
amiche, tutte e tre, che mi chiedono di chiamarle. Compongo il numero di
Elena che risponde subito
“Ehi che succede?”
La mia voce è allarmata, la sua un po’ impastata
“Vale…”
Un silenzio che mi fa preoccupare ancora di più.
“Elena che succede?”
“Vale non so come dirtelo…”
Trattengo il respiro.
“Dimmelo e basta.”
Un campanello d’allarme suona nella mia testa e qualcosa mi dice che
qualsiasi cosa voglia dirmi non mi piacerà per niente.
“Vale dovresti guardare il profilo di Ginevra.”
Ecco, mi sento soffocare. No, no, ti prego, tutto ma non quello. Deglutisco
sonoramente.
“Lo faccio subito.”
Chiudo bruscamente la comunicazione e sento le lacrime salire verso gli
occhi. Accedo ad internet, qui la connessione è lenta e ci mette un secolo,
intanto le lacrime iniziano ad uscire, perché immagino già quello che mi
aspetta. Finalmente accedo al social network e cerco il profilo di Ginevra.
Compare subito un selfie di lei e Luca nudi sul letto, coperti da un lenzuolo,
lei tra le sue braccia, mentre lui ad occhi chiusi sembra addormentato.
La didascalia sotto non lascia spazio a dubbi.
“In barba a tutti quelli che ci vogliono dividere, noi siamo ancora qui, uniti
più che mai. Grazie per la stupenda notte passata insieme. Luca ti amo.”
Porto le mani alla bocca, lascio cadere il telefono e la terra sembra aprirsi
in una voragine sotto ai miei piedi per inghiottirmi. Mi sembra di non riuscire
a respirare e cerco affannosamente di far entrare aria nei polmoni, che per un
momento assomigliano a macigni nel petto. Mi copro il viso con le mani ed
inizio a singhiozzare, tutto questo è un incubo dal quale voglio svegliarmi, ma
non posso, non mi è permesso. Sento indistinto il rumore del mio cuore che si
rompe in mille piccoli pezzettini, come se fosse un prezioso vaso di
porcellana appena caduto dalle mani di un bambino dispettoso. Poi qualcosa
scatta in me, una forza interiore che non credevo di avere. Mi alzo e vado in
bagno, mi sistemo, lavo la faccia energicamente per far scomparire ogni
traccia di lacrime, mi vesto e mi presento in cucina dove ci sono tutti. Saluto
tutti come sempre, con un falso sorriso sulle labbra, mentre dentro mi sento
morire. Nessuno all’infuori di mio fratello sembra accorgersi di niente.
Addento una mela.
“Mamma è ancora valida l’offerta di zia di trascorrere le vacanze estive a
Londra?”
Si girano tutti verso di me, mia mamma mi sorride, mio fratello mi guarda
storto.
“Certo, se ti va.”
Mastico un boccone.
“Bene, perché mi va.”
Mamma mi viene vicino e mi scruta, ma non mi farò cogliere in fallo, so
che posso farcela. Continuo a sorridere.
“Sei sicura?”
Continuo a fare finta di niente e la mia tattica sembra funzionare con tutti,
tranne che con mio fratello che continua a studiarmi guardandomi con due
fessure strette al posto degli occhi.
“Sì, ho proprio voglia di cambiare aria per un po’.”
“Va bene e quando vorresti partire?”
Faccio spallucce.
“Il prima possibile.”
La tranquillità di mamma sembra vacillare per un attimo, ma poi si
riprende.
“Ok. Allora stasera chiamerò tua zia e cerchiamo di organizzare tutto.”
“Bene. Vado fuori in giardino, quando apparecchiate chiamami che vi
aiuto.”
“Ok tesoro.”
Mi dirigo fuori con la mela da finire, mi siedo sul dondolo sotto il
porticato, porto le gambe al petto e mi lascio cullare, una leggera brezza
campagnola mi accarezza i capelli.
“Ehi…”
Mi giro e mio fratello è sulla soglia, braccia incrociate e sguardo vigile.
“Tutto bene?”
Addento ancora la mela e mi lascio il tempo per decidere se parlare con
lui o cercare di ingannarlo, ma mi rendo conto che è un osso duro e non
mollerà la presa tanto facilmente quindi tanto vale vuotare il sacco, riuscirà a
farmi parlare comunque.
“No.”
Si siede vicino a me.
“Che succede?”
Mi giro a guardarlo.
“Lo ha fatto di nuovo.”
Capisce che è una cosa seria e mi abbraccia attirandomi a sé.
“Chi ha fatto che cosa?”
Tiro su con il naso, ma non permetterò alle lacrime di uscire questa volta.
“Luca, ha passato la notte con Ginevra.”
Sento che si irrigidisce.
“Sei sicura?”
Annuisco.
“C’è un selfie davvero troppo esplicito sul profilo di lei, con tanto di
ringraziamento…che schifo.”
Sento che mi accarezza dolcemente un braccio.
“Che bastardo.”
“Già.”
“Che cosa pensi di fare adesso?”
Mi sposto una ciocca di capelli dal viso.
“Niente, me ne vado a Londra e cercherò di dimenticarlo.”
“Non pensi di affrontarlo?”
Mi alzo su e mi soffermo a guardarlo.
“Ma sei impazzito? E per cosa poi? Per sentire scuse su scuse?”
Mi guardo intorno, vedo i prati della campagna e respiro forte.
“No, non ha senso. È lei che vuole? Ed è lei che avrà.”
Tommy mi abbraccia di nuovo. Ho bisogno di quel contatto e di quel
calore.
“Vuoi che gli spezzi qualche ossicino?”
Il modo in cui lo dice e il modo in cui mi immagino che lo faccia mi fa
venire da ridere e mi ritrovo a ridere di gusto con il mio magnifico fratello.
“No, non si merita nessun tipo di considerazione da parte nostra. Luca da
oggi per me non esiste più.”
Lo ripeto come un mantra dentro la mia testa e alla fine quasi ci credo. Fa
male, fa davvero tanto male, è riuscito a piegarmi, ma non gli permetterò di
spezzarmi del tutto. Sono forte, passerà del tempo ma sono sicura di potercela
fare. Fa male soprattutto per tutte le belle parole spese alle quali ho creduto
ciecamente, è riuscito a manipolarmi e a raggiungere il suo scopo, ma non lo
farà più, non glielo permetterò. Mi sento una vera idiota per essere caduta
nella sua trappola, e dire che Ginevra mi aveva anche avvertito. Stupida io a
non averle creduto. Stupida. Innamorata. Rimaniamo così insieme in silenzio
ognuno assorto nei propri pensieri fino a che le altre donne di casa non mi
richiamano all’ordine, le aiuto nelle faccende di casa, mangiamo e nel tardo
pomeriggio riprendiamo la via di casa. Quando oltrepassiamo l’imponente
cancello condominiale una fitta mi trapassa il cuore da parte a parte perché
tutti i ricordi mi tornano in mente e sono bellissimi pieni di emozioni e
sensazioni che difficilmente riuscirò a provare di nuovo. Passando davanti a
casa sua, mi accorgo che la moto è parcheggiata nel cortile privato e i miei
occhi avidi la divorano, centimetro per centimetro, come a volere imprimere
ogni particolare di quel bolide nelle mia mente. La superiamo e finalmente
arriviamo a casa. Mi precipito in camera mia, dopo quello che ho scoperto ho
di nuovo spento il cellulare, quindi lo riaccendo e ancora la suoneria
impazzisce per l’arrivo di sms e notifiche di chiamate non risposte. Ne apro
alcuni, le mie amiche mi chiedono come sto, poi coraggiosamente ne leggo
alcuni suoi. “Piccola, dove 6?”, “Perché hai il cellulare spento?” “Vale sto
impazzendo, mi manchi” “Ho una voglia matta di vederti, mi sei mancata
immensamente ieri sera. Ti amo. Chiamami ti prego” Sì come no, mi viene
subito da pensare. Elimino tutti gli altri. Chiamo Elena e le espongo il mio
geniale piano di scappare a Londra per non rischiare di incontrarlo mai più,
lei non ne sembra entusiasta e le dispiace il fatto che non potrà passare il resto
dell’estate con me, ma mi capisce. Poi mi racconta della serata e del fatto di
averlo visto andare via in gruppo, un gruppo di cui faceva parte anche
Ginevra, un po’ malconcio, ovvero abbastanza alticcio, sorretto da Andrea e
Federico. Mi chiede se voglio che lei e le ragazze vengano a casa a farmi
compagnia, ma la ringrazio e le dico che ho voglia di stare da sola. Ci
salutiamo con la promessa di sentirci, chiudo la comunicazione, spengo il
cellulare e mi eclisso nella mia solitudine, uscendo in giardino e sdraiandomi
su uno dei comodi divani in rattan. Chiudo gli occhi e cerco di tenere a bada
la rabbia e la delusione che sento montare dentro di me, so che passerà, non so
quando, probabilmente ci vorranno settimane, mesi, forse anni, ma sono
fiduciosa che passerà.

CAPITOLO NOVE

La sera mamma mi informa che la zia mi aspetta e che sta cercando di


trovarmi un volo. I due giorni successivi li passo a casa, non so che cosa
succede fuori da queste quattro mura e non mi interessa neanche saperlo, non
ho più acceso il cellulare e mi faccio negare quando Luca chiama al fisso o
quando come la volta precedente si presenta a casa. Quella sera mamma mi
dice che zia ha trovato un volo e che riuscirò a partire da lì a due giorni,
questo mi rincuora parecchio e mi fa stare meglio, così inizio ad organizzare
la valigia, ho il biglietto aperto e ho tutta l’intenzione di sfruttare al massimo
la vacanza cercando di rientrare quando lui sarà sulla via di Milano. Il giorno
successivo esco con mamma nel pomeriggio inoltrato per prendere le ultime
cose che mi servono, non mi diverto come al solito e mamma si accorge del
mio umore, ma non mi chiede niente perché so che Tommy la tiene aggiornata.
La sera finisco di fare la valigia e la chiudo, pronta per questa nuova
avventura, che da una parte mi elettrizza e dall’altra invece mi rattrista
parecchio perché lui mi manca tanto. Non riesco a dormire granché ma non mi
preoccupo, il volo mi distenderà i nervi e mi rilasserà, poi ci penserà zia a
coccolarmi a dovere.
Arriviamo in aeroporto con la mia valigia carica di speranze, mi hanno
accompagnato tutti, per un saluto come si deve. Faccio il check in e mi dirigo
nella sala d’aspetto, mi siedo e aspetto sfogliando una rivista. Ad un tratto
sento la sedia accanto alla mia che si muove, alzo lo sguardo e incontro un
paio di occhi scuri, vispi, accesi, sorridenti. Un ragazzo mi sta fissando
incuriosito. Al primo impatto sono infastidita perché non ho alcuna voglia di
attaccare bottone con uno sconosciuto, meno che mai di sesso maschile, ma
poi mi guardo intorno e mi accorgo che siamo gli unici under venti presenti in
sala d’attesa. Mi rivolge un sorriso.
“Hi, my name is Jamie.”
Tipico accento inglese e anche il fisico e il colore chiaro della carnagione
tradiscono origini inglesi. Gli sorrido anch’io.
“Hi, my name is Valentina.”
Il mio accento è tipicamente romano. Infatti il ragazzo inizia a ridere.
“Scusami, ti ho scambiato per una mia connazionale.”
Sono colpita perché parla correttamente l’italiano.
“Figurati, potrebbe essere un complimento.”
Inclina la testa.
“Credimi, lo è!”
E’ simpatico e il suo sorriso e il suo viso sono aperti, sinceri, infondono
fiducia e sicurezza, una ventata d’aria fresca. Iniziamo a parlare, perché
ovviamente il volo è in ritardo e mi racconta di essere stato un anno a Firenze
perché aveva seguito una ragazza che invece pochi giorni fa lo aveva lasciato.
Quindi aveva deciso di rientrare a casa perché qui in Italia non aveva più
niente a trattenerlo. Se la cosa non fosse stata tragica, sarebbe risultata persino
comica. Allora gli racconto anch’io della mia disavventura con Luca, lui mi
capisce e ad un tratto mi prende una mano e la stringe con la sua, un gesto
spontaneo, ingenuo e senza malizia che non trovo invadente, ma confortante.
Mi guarda negli occhi e mi ascolta, poi l’altoparlante annuncia il nostro volo,
ci alziamo insieme, mano nella mano e quel sincronismo ci fa sorridere.
Scioglie la presa e mi chiede se può portarmi la borsa che sembra pesante. Io
lo ringrazio ma non accetto. Mentre ci incamminiamo insieme verso il gate, ho
come la strana sensazione che qualcuno mi stia osservando, sento degli occhi
familiari puntati sul mio corpo, un brivido mi percorre lungo la schiena, il
cuore accelera. Perché il suo sguardo ha sempre avuto questo effetto su di me,
i suoi occhi sono sempre stati come il freddo dell’inverno, che non ti avvisa
quando arriva, che non fa rumore, ma che fa tremare. Mi fermo un attimo e mi
giro a guardare oltre le spalle, ma non vedo niente e nessuno di mia
conoscenza dall’altra parte della parete di vetro. Mi scrollo quella sensazione
di dosso e quando sono dentro l’aereo scopro di essere vicina di posto di
Jamie.
Quella diventa l’estate più incredibile che abbia mai vissuto. Londra è
magnifica se vista con gli occhi di chi ci abita e la conosce a menadito. Jamie
è sempre con me, mi fa da cicerone, mi porta nei locali più belli, in quelli che
i turisti ignorano, mi presenta ai suoi amici e mi fa divertire, con lui ritrovo il
sorriso e la spensieratezza che dovrebbero contraddistinguere la mia età.
Anche zia come sempre è adorabile, mi coccola e mi vizia. L’unica cosa che
mi manca sono le mie amiche, se fossero qui con me sarebbe tutto davvero
perfetto, anche se siamo in contatto continuo, non chiedo mai di Luca e loro
non ne fanno parola. I giorni passano veloci, trovo il tempo anche per studiare,
ma quella è l’ultima preoccupazione perché sono brava e diligente. Jamie si
impegna anche come tutor insegnandomi dei trucchetti per capire meglio la
sua lingua. Si avvicina il momento di rientrare e Jamie un pomeriggio di sole
mi chiede di fare una passeggiata con lui al Tower Bridge. Io accetto per
godermi gli ultimi indimenticabili momenti di questa bellissima vacanza.
Passeggiamo e lui mi prende la mano, lo lascio fare perché è un contattato
sentito, poi si ferma su una panchina e mi invita a sedermi vicino a lui.
“Vale, questa è stata l’estate più bella che io abbia mai passato.”
Gli sorrido.
“Lo sai non avrei mai creduto di dirlo, ma è lo è stata anche per me.”
Mi scosta una ciocca di capelli dal viso e ne approfitta per accarezzarmi
una guancia e indugiare nel contatto.
“Vale tu mi piaci.”
Sovrappongo la mia mano sulla sua e ci strofino la guancia.
“Jamie anche tu mi piaci, ma non in quel senso.”
Tolgo la sua mano dalla guancia, ma continuo a tenerla nella mia.
“Devo ringraziarti perché se non fosse stato per te, questa sarebbe stata
un’estate veramente schifosa.”
Mi sorride, ma non sembra felice.
“Dimmi la verità. Posso nutrire qualche speranza?”
“Non voglio darti false speranze. Sei un ragazzo meraviglioso, ma in
questo momento sono troppo ferita per rimettermi in gioco.”
Questa volta sono io ad accarezzargli una guancia e fa quello che ho
appena fatto io, ovvero prende la mia mano e ci strofina la guancia, poi però
chiude gli occhi e in quel momento non resisto, avvicino le mie labbra alle sue
in un bacio delicato. Nessuno dei due dischiude la bocca e quello rimane un
dolcissimo bacio a stampo, poi gli butto le braccia al collo e lo abbraccio, per
ringraziarlo di tutta la pazienza e la costanza che ha avuto con me.
Rientro a casa appena un paio di giorni prima che inizi la scuola, giusto il
tempo di organizzare le ultime cose, rivedere le mie amiche ed essere
aggiornata sugli ultimi eventi. Non è cambiato poi molto, l’unica cosa è che
trovo Tommy sfuggente, come se mi nascondesse qualcosa. Una sera lo aspetto
al varco in camera sua e lo costringo a raccontarmi che cosa succede.
“Ho una ragazza.”
Mi confessa messo alle strette. Vorrei buttargli le braccia al collo, in uno
slancio di estrema felicità.
“E chi è? La conosco?”
Con lo sguardo mi fugge di nuovo, inizia a vagare per la stanza, come se
non la conoscesse e le sue guance si colorano di rosso. Alt fermi tutti, mio
fratello che arrossisce? Hmmm la cosa si fa interessante. Gli vado sotto gli
occhi costringendolo a guardarmi.
“Tommy?”
Annuisce con la testa.
“Elena.”
Sussurra, tanto che mi sembra di aver capito male. Sono sbigottita e la mia
reazione è quella di una sonora risata.
“Tu ed Elena? La mia Elena?”
Alza le spalle.
“Ti giuro che fa strano anche a me, ma è capitato. Un giorno ci siamo
incontrati per caso e ci siamo messi a chiacchierare di te e di Luca. Era
bellissima, aveva un paio di short di jeans strinzimiti, una canottierina verde
che le faceva risaltare il colore degli occhi e un paio di zeppe che la facevano
sembrare più grande. Flirtava con me e alla fine non ho resistito e l’ho
baciata, lì in mezzo al corso, pensavo che mi desse uno schiaffo e invece mi
ha buttato le braccia al collo, ricambiando il bacio.”
Si stringe nelle spalle quasi vergognandosi.
“Da quel momento non ci siamo più lasciati. È incredibile, un tornado, così
vivace e allegra.”
“Tommy è una cosa seria?”
Annuisce.
“Da parte mia penso proprio di sì…credo di aver letteralmente perso la
testa per lei.”
Si passa una mano tra i capelli in pieno imbarazzo. Gli getto le braccia al
collo.
“Sono davvero felice per voi, ma sono arrabbiata perché quell’ignorante
della mia migliore amica mi ha tenuto all’oscuro di una cosa così importante
per entrambi.”
Mio fratello mi abbraccia forte.
“Non arrabbiarti con lei, avevamo deciso che sarei stato io a parlartene.”
Lo guardo dritto negli occhi e sorrido, mi fa tenerezza perché conosco
molto bene Elena e so che non avrà vita facile.
“Ok.”
La scuola ricomincia e io non ho più visto né avuto notizie di Luca, sono
sollevata da questa cosa così riuscirò a dimenticarlo più rapidamente anche se
ancora la ferita sanguina e fa tanto male. Le mie amiche riescono a distrarmi e
a evitare che io ci pensi troppo. Nei week-end cerco di evitare i locali che
frequentavamo insieme perché non so mai se torna da Milano o ormai la sua
vita e là e non ha motivo di tornare, magari è felice con Ginevra o ha trovato
una nostra sostituta. I mesi passano e per il ponte dell’otto dicembre Jamie mi
viene a trovare, siamo rimasti in contatto, sempre, costantemente, e non lo
ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto passare una bella estate, serena e
spensierata. Decidiamo di andare in un locale, con noi ci sono anche mio
fratello ed Elena che ormai sono inseparabili e cotti l’uno dell’altra. È una
bella e piacevole serata, la compagnia è gradevole e Jamie mi aggiorna di
tutto quello che è successo in mia assenza a Londra. In quel momento mi sta
tenendo la mano e siamo talmente tanto vicini che i nostri visi si sfiorano, ma
è inevitabile per riuscire a parlare al di sopra di questa musica assordante,
Tommy ha accompagnato Elena al bagno, così siamo soli. Sto ridendo di un
episodio capitato al suo più caro amico, quando un brivido mi percorre la
schiena, mi irrigidisco e la risata mi si smorza all’istante, il cuore inizia a
battermi all’impazzata. Mi giro e incontro un paio di occhi del colore del
ghiaccio che mi stanno fissando, poi rimpallano da me a Jamie e si soffermano
sulle nostre mani unite sopra il tavolo, tornano sui miei occhi e diventano due
fessure ostili. Il cuore si ferma e anche Jamie si volta a cercare l’oggetto della
mia attenzione, quando lo trova capisce la situazione e stringe ancora di più la
mia mano, come a volermi infondere coraggio e forza, si avvicina al mio
orecchio chiedendomi se è il mio ex ragazzo. Gli rispondo di sì senza mai
distogliere lo sguardo da quella creatura così bella e allo stesso tempo così
astiosa, che non riconosco, che non si avvicina neanche lontanamente a quel
ragazzo dolce e premuroso che era con me solo pochi mesi fa. Sono divisa in
due, da una parte vorrei alzarmi, andargli incontro e prenderlo a schiaffi, per
cercare di alleviare almeno un po’ tutto il dolore che provo ancora, soprattutto
adesso che ce l’ho davanti, dall’altra vorrei perdermi in quelle labbra così
invitanti e peccaminose che ricordo bene su ogni centimetro del mio corpo.
Ma ho capito che ho bisogno di un confronto e nel momento esatto in cui le
mie gambe stanno per fare leva e mettersi in posizione eretta, ecco che
compare Ginevra in tutta la sua bellezza sconcia perché indossa uno
striminzito e succinto abito che è come se fosse una seconda pelle che non
lascia spazio all’immaginazione mettendo invece in mostra tutte le curve
formose che l’hanno sempre contraddistinta. Lui continua a non rompere il
contatto visivo con me, mentre lei gli sussurra qualcosa nell’orecchio e deve
essere qualcosa di particolare perché vedo uno strano luccichio nei suoi occhi
nell’attimo prima che si giri verso di lei, che le afferri la folta chioma scura,
costringendola a piegare la testa e si avventi sulle sue labbra infilandole la
lingua in bocca. Tutto questo è come un proiettile dritto al cuore e distolgo
subito lo sguardo, Jamie che ha assistito anche lui allo spettacolo mi si
avvicina e mi abbraccia.
“Vuoi andare via?”
Faccio segno di no con la testa, tiro un attimo su con il naso ricacciando
indietro le lacrime e rialzo la testa. Non gli permetterò di farmi ancora del
male. Elena e Tommy ritornano al tavolo e Jamie li mette al corrente di quello
che è appena successo e la serata riprende, un po’ meno spensierata ma
sempre gradevole. Quella è stata l’unica e ultima volta che l’ho incontrato…
fino ad oggi.

Esattamente dieci anni dopo - febbraio

CAPITOLO DIECI

Eccolo qui davanti a me in tutta la sua disarmante bellezza, sì perché è


ancora bellissimo, i capelli sono folti e dal taglio ben curato, gli occhi di
quell’azzurro intenso sono ancora vivi, accesi, il corpo ancora tonico e
muscoloso, sotto il completo che sembra essergli stato cucito addosso per
quanto gli sta bene. Non sembra essere passato un anno e questo un po’ mi fa
rabbia, avrei preferito trovarlo ingrassato, calvo, con gli occhiali, privo di
quel suo fascino innato e spontaneo. Vedo che anche lui mi sta scrutando, i
suoi occhi percorrono tutta la lunghezza del mio corpo come una scansione
laser e quando tornano verso l’alto si soffermano in un punto che non riesco ad
individuare e tornano ad essere due fessure, che scompaiono quando Roberto
si fa avanti per stringergli la mano. Iniziano a conversare tranquillamente.
“Valentina.”
Il sangue mi si gela, Roberto mi sta chiamando per presentarmi i nostri
nuovi superiori.
“Unisciti a noi.”
Deglutisco, mi stampo un bel sorriso sulle labbra e mi avvicino lentamente,
non sapendo bene come dovermi comportare. Devo fare finta di non
conoscerlo o devo fare finta di essere contenta di vederlo? Fortunatamente
almeno in quello ci penso Luca. Si fa avanti per primo offrendomi la mano.
“Valentina è un piacere rivederti.”
Prendo la mano e la stringo in una stretta forte e decisa, ma qualcosa mi
blocca, la scossa che parte dal contatto e che si irradia rapidamente e
violentemente per tutto il corpo, che mi è tanto familiare e che mi fa vacillare
per un attimo. Ritraggo velocemente la mano e mi sforzo di sorridere. La sua
voce è affabile, delicata.
“Quindi vi conoscete?”
Chiede Roberto curioso.
“Sì”
Rispondiamo all’unisono. Luca sorride.
“Sì, frequentavamo lo stesso liceo e siamo stati vicini di casa.”
Il tono di voce enfatizza leggermente l’ultima parola, come a voler alludere
a qualcosa e io so benissimo di che cosa si tratta.
“Bene, quindi potresti raccontarmi degli aneddoti sulla sua vita da
giovane…ho sentito dire che era parecchio impegnato a rincorrere le
ragazze.”
Mi dice il ragazzo accanto a lui. Poco più grande di Luca, un paio d’anni
forse, capelli corti e occhi castani, viso affabile e dai lineamenti marcati,
anche lui notevole, mi chiedo se i canoni di bellezza siano essenziali per
essere assunti in questo team. Indossa anche lui un completo grigio, una
camicia bianca e una cravatta grigio perla. Mi tende la mano.
“Comunque io sono Lorenzo.”
Stringo anche la sua mano in una presa decisa come a voler rimarcare che
non sono una femminuccia, ma una donna forte e caparbia.
“Piacere Valentina.”
Sorrido.
“E comunque mi dispiace doverti deludere, ma ci siamo incrociati solo
alcuni mesi durante il suo ultimo anno, quindi non saprei che cosa dire
riguardo alle sue conquiste amorose. Sai il gossip non mi ha mai interessato
più di tanto, preferivo studiare all’epoca.”
E faccio una smorfia.
“Quindi eri una secchiona?”
Mi chiede in tono scherzoso il mio capo. Faccio spallucce.
“Diciamo che avevo ben chiari degli obiettivi che per me erano
fondamentali…”
Mi scosto una ciocca di capelli con fare civettuolo.
“…questo non vuol dire che non mi sia divertita durante gli anni del liceo,
anch’io mi sono tolta delle gran belle soddisfazioni.”
E punto il mio sguardo verso Luca, che si porta una mano fra i capelli
sembrando leggermente a disagio.
“Vedrete che sarà un’ottima collaboratrice, lei è la migliore.”
Roberto stempera l’atmosfera e mi abbraccia. A quelle parole sfodero il
mio sorriso migliore.
“Grazie Roberto sei sempre troppo buono.”
“Possiamo iniziare quando volete.”
Giro il viso e vedo Diego pronto con il proiettore.
“Perfetto iniziamo allora.”
Roberto fa accomodare tutti e io mi posiziono nel lato corto del grande
tavolo da riunioni, in piedi, vicino al muro, mi liscio la gonna ed entro nella
modalità professionale. Inizio la presentazione, la mia voce sicura, e anche se
sento i suoi occhi puntati su di me, risulta tutto chiaro e preciso. Quando ho
finito sono tutti entusiasti, ricevo un sacco di complimenti, dai miei
collaboratori ma anche da Lorenzo che si è alzato ed è venuto a stringermi di
nuovo la mano sempre seguito da Luca.
“Sei stata perfetta.”
Mi dice contento, poi si rivolge a Luca.
“Questa ragazza ti darà del filo da torcere.”
Per un attimo mi manca il respiro, questa frase non mi piace per niente, che
cosa significa? Sembra che Lorenzo intuisca la mia perplessità perché si
affretta ad aggiungere: “Io purtroppo devo tornare a Milano e seguire un
lavoro che mi sta dando parecchi problemi, ma lascerò un valido sostituto…”
E dà una pacca sulle spalle di Luca.
“…che vi aiuterà e vi consiglierà per il meglio.”
Deglutisco, non mi aspettavo questa cosa, pensavo che non sarebbe
cambiato niente, pensavo che avrebbero seguito tutto da Milano e che
avremmo fatto il lavoro in piena autonomia, come sempre. Cerco di risultare
contenta, spero di riuscirci.
“Bene.”
Ma Luca mi conosce bene e un ghigno di soddisfazione compare sul suo
viso.

CAPITOLO UNDICI

Torno nel mio ufficio e chiudo la porta alle mie spalle, mi lascio cadere
sulla poltrona della scrivania e mi massaggio la cima del naso con due dita,
sento che sta per scoppiarmi uno dei miei mal di testa memorabili. Questa
giornata si sta rivelando più impegnativa del previsto. Rimango un attimo
così, respiro forte, accendo il computer e riprendo il file del progetto a cui
stavo lavorando. Ad un tratto sento bussare e i miei nervi già tesi si tirano
ancora di più, ho come l’impressione che questa diventerà una costante delle
mie prossime giornate.
“Avanti.”
Dico con voce rassegnata. Fa capolino dalla porta la faccia sorridente di
Sara che si spegne all’istante appena mi vede.
“Ehi tutto bene?”
Riprendo a guardare il monitor del computer per non far trapelare l’enorme
sollievo che invece provo dentro di me.
“Sento che sta per scoppiarmi uno dei miei mal di testa migliori.”
La mia voce tradisce la sofferenza che sto provando.
“Vuoi che ti porti una camomilla?”
La guardo con gratitudine.
“Magari.”
Sparisce dalla porta e ritorna poco dopo con una mug calda e fumante. Me
la porge e tiro fuori dal cassetto della scrivania la mia magica pillolina che di
solito risolve tutto in poco tempo, bevo e ingoio avida sperando che allevi
presto il dolore. Sara si posiziona di fianco a me e inizia a guardare il
monitor, è un progetto che stiamo seguendo insieme, la campagna pubblicitaria
per una marca di bigiotteria famosa che sta per lanciare sul mercato una nuova
linea di gioielli per l’estate. Siamo concentrate sui cambiamenti che stiamo
discutendo e apportando insieme, quando bussano di nuovo. Guardo con
terrore la porta perché so che questa volta non ho scampo.
“Avanti.”
Ed eccolo di nuovo, che entra nel mio spazio vitale e quotidiano seguito da
Lorenzo. I suoi occhi si guardano intorno, curiosi e indagatori, poi trovano i
miei, mi sorride e io cerco di ricambiare, ma non è facile. Si ferma appena
oltre la porta, mentre Lorenzo si fa avanti.
“Sono venuto a salutarvi. Devo tornare assolutamente a Milano stasera.”
Io e Sara ci alziamo e gli andiamo incontro a salutarlo.
“Tanto ci sentiamo domani.”
Finiti i convenevoli i due se ne vanno lasciandoci di nuovo al lavoro. Il
pomeriggio risulta molto proficuo, io e Sara ci siamo impegnate parecchio e
sono soddisfatta del lavoro, oltretutto questo è ancora supervisionato da
Roberto e sono tranquilla, di solito abbiamo idee molto affini. Spengo il
computer, Sara è già andata via, io volevo perfezionare alcuni punti, prendo la
borsa e il cappotto ed esco dall’ufficio. C’è silenzio, spesso sono una delle
ultime ad uscire, percorro il corridoio diretta all’ascensore.
“Valentina.”
La sua voce tuona nel silenzio, mi blocco all’istante e mi raggiunge a
grandi passi con facilità, si accorge subito della mia rigidità.
“Scusa non volevo spaventarti.”
Mi giro nella sua direzione e gli sorrido, quando vedo il suo viso disteso e
rilassato il mio sorriso diventa spontaneo e sincero, devo abbattere questo
muro perché so che altrimenti non sarà facile lavorare insieme.
“No, non mi hai spaventato, solo che non me lo aspettavo. Spesso sono una
delle ultime ad uscire.”
Alza un sopracciglio.
“Stacanovista anche nel lavoro eh? Certe cose non cambiano mai allora.”
Spingo il pulsante dell’ascensore.
“Già.”
Restiamo un attimo in silenzio.
“E tuo marito non si lamenta mai?”
Questa domanda mi colpisce e mi giro a guardarlo in modo interrogativo.
“E che cosa ti fa credere che io sia sposata?”
Chiedo un po’ piccata. Il suono dell’arrivo dell’ascensore ci interrompe
per un attimo, entriamo dentro e ci posizioniamo entrambi con le spalle alla
parete, vicini. Prende un respiro poi si gira verso di me, afferra la mia mano
sinistra con le sue e me ne mostra il dorso.
“Questo anello.”
Il suo tocco è delicato, ma la scossa elettrica si fa sentire di nuovo e mi
mozza il respiro. Cerco di togliere la mano, ma lui aumenta la presa non
lasciandomi scampo.
“Io…emm…noi…non siamo ancora sposati.”
Un sorriso di soddisfazione gli nasce sul volto coinvolgendo anche gli
occhi.
“Ma ci sposeremo il prossimo anno, abbiamo già fissato la data e fermato
la chiesa e il ristorante.”
Mi affretto a dire con voce ferma, come a voler smorzare tutti i suoi
entusiasmi. L’ascensore arriva all’entrata e le porte si aprono, la mia mano
ancora nelle sue. Un guizzo gli passa negli occhi, lentamente si porta la mia
mano vicino alla bocca e la sfiora con le labbra in un bacio impercettibile che
però riesce a far vibrare tutto il mio corpo.
“C’è ancora tempo allora!”
La sua voce calda e sensuale mi arriva fin nel profondo toccando tutte le
mie corde. Poi lascia andare la mia mano, si gira e si allontana. Mi ci vuole un
attimo per riprendermi e per cercare di capire quello che è appena successo, è
come se un tornado si fosse appena abbattuto su di me e avesse spazzato via
tutte le mie certezze, le mie sicurezze. Esco dall’edificio e cerco di far entrare
quanta più aria possibile nei polmoni, fuori è buio, siamo ancora in inverno e
una sferzata di aria fredda mi colpisce di sorpresa facendomi rabbrividire. Mi
stringo nel cappotto e mi incammino verso la fermata della metro. Arrivo a
casa e Mattia è già arrivato, sono talmente felice di vederlo che quando lo
trovo mi butto tra le sue braccia. Rimane sorpreso da questo mio slancio,
adoro le effusioni e le coccole, ma non mi era mai capitato di comportarmi
così.
“Ehi amore che succede?”
Mi stacco giusto il tempo di togliermi il cappotto, poi torno tra le sue
braccia che questa volta mi accolgono senza esitazione.
“È stata una giornata impegnativa!”
Mi trascina con sé e si siede sul divano facendomi sedere sulle sue gambe,
mi scosta una ciocca di capelli dal viso.
“Il nuovo capo?”
Gli metto le braccia al collo.
“No, lui non mi è sembrato tanto male. E’ già ripartito per Milano. È il suo
vice il problema.”
Cerco di fare l’indifferente.
“Sai lo conosco, ha frequentato il mio stesso liceo ed era mio vicino di
casa.”
Mattia mi sorride.
“Meglio, sarà più facile lavorare a stretto contatto con lui.”
Quella frase mi dà la sensazione di soffocamento, non avevo pensato a
questo scenario. Faccio spallucce.
“Non lo so, era uno molto pieno di sé, egocentrico e arrogante. A prima
vista non mi sembra sia cambiato molto da allora!”
Mi accarezza i capelli e mi bacia dolcemente la bocca.
“Sei una donna forte, sicura di te e testarda. Saprai tenergli testa. Penso
che avrà vita difficile allora.”
E scoppia in una risata sincera e di pancia.
“Comunque ricordati sempre che sei la migliore nel tuo lavoro. Se questa
azienda diventerà difficile da gestire per te con i nuovi superiori ne troverai
un’altra che saprà soddisfarti di più.”
Adesso è il mio turno di passare la mano sui suoi folti capelli setosi e ben
curati.
“Hmmm, non è giusto, tu sei di parte.”
Mi guarda, gli occhi pieni di amore e stima.
“Hmmm tu dici?”
Strofina il naso sul mio collo facendomi venire i brividi. Ometto di dirgli
che è quello che ha preso il mio cuore e lo ha ridotto a brandelli, che mi ha
piegato, mi ha ferito profondamente, che è per colpa sua se sono diventata
diffidente nei confronti del genere maschile e sempre per colpa sua proprio lui
ha dovuto sudare sette camicie perché mi lasciassi di nuovo andare e mi
concedessi un’altra opportunità di essere felice.
“Vieni andiamo a mangiare, ho una fame da lupi.”
Mi alzo di scatto e gli tendo la mano. Non è molto felice di interrompere
quello che stava iniziando. Quando è in piedi di fronte a me gli getto le
braccia al collo.
“Grazie per essere la persona meravigliosa che sei.”
Mi cinge la vita.
“Ehi tu sei il mio unico e grande amore. Ci sarò sempre per te.”
Lo bacio con il cuore gonfio di amore e felicità.
“Ti amo.”
Gli dico quando ci stacchiamo.
“Ti amo anch’io.”
“Vieni facciamo presto. Sbaglio o questa mattina ti avevo promesso
qualcosa? Ho un’idea piccante per il dolce, che ne dici?”
Lo guardo ammiccante e maliziosa.
“Hmmm, adoro quando sei così sfacciata.”
CAPITOLO DODICI

La mattina mi sveglio di buon umore, fare sesso con Mattia è appagante e


liberatorio e dormire tra le sue braccia cancella sempre tutte le mie
insicurezze e paranoie. Purtroppo stamattina è già uscito, aveva un
appuntamento molto presto, mi piace fare colazione insieme a lui, è la parte
della giornata che preferisco. Pazienza la farò al bar. Mi metto davanti
all’armadio aperto per scegliere che cosa mettermi, ci penso un attimo
picchiettando il dito indice sulle labbra. Prendo un tubino nero, manica a tre
quarti, scollato a V, provocante, sexy ma castigato. Lego i capelli in una coda
bassa e morbida, un paio di orecchini a pendente che mi incorniciano il viso,
un filo di trucco, le mie preziose louboutin nere di vernice con il tacco dodici
e sono pronta. Infilo il cappotto e via alla fermata dell’autobus. Arrivo al bar
di fianco all’ufficio in netto anticipo, mi concedo un cappuccino e una brioche
seduta in un tavolino ad angolo un po’ appartato. Mi sto gustando la mia
colazione assaporando lentamente ogni boccone quando una voce mi
interrompe.
“Che cosa darei per essere quella brioche in questo preciso istante.”
Ovviamente il boccone mi va di traverso e inizio a tossire, mi affretto a
bere un po’ del cappuccino per cercare di trovare sollievo. Dopo un attimo ci
riesco. Il proprietario di quella fastidiosa voce si fa avanti con un sorriso
sornione. Lo guardo male, se avessi super poteri lo fulminerei con lo sguardo,
purtroppo non li ho.
“Buongiorno.”
“Lo era, prima che arrivassi tu.”
Mi squadra anche se riesce ad arrivare solo fino alla vita, visto che sono
seduta e il tavolino mi copre.
“Hmmm. Non mi sembra tu stia bevendo una limonata. A che cosa devo
tutta questa acidità di prima mattina?”
Prendo un sorso del cappuccino e colgo l’occasione per squadrarlo a mia
volta. È bellissimo, il viso disteso, gli occhi limpidi e sorridenti, un accenno
di barba, i capelli neri ben pettinati, un cappotto scuro che nasconde un
completo grigio. Distolgo lo sguardo, devo ammettere che non mi lascia
indifferente.
“Magari sei tu che riesci a far uscire il meglio di me.”
Gli faccio l’occhiolino. Continua a sorridermi.
“Hmmm. Felice di suscitarti una qualsiasi forma di reazione. È
l’indifferenza che non sopporterei”
Finisco il mio cappuccino e mi pulisco le labbra con il tovagliolo. Noto
che segue i miei movimenti con lo sguardo.
“Poverino, il tuo Ego ne risentirebbe?”
Guardo l’orologio, è ora di andare in ufficio. Mi alzo prendo la borsa e
faccio qualche passo verso di lui, mi lascia passare con fare galante. Sento
che appoggia una mano sulla mia vita e questa cosa mi provoca un brivido
lungo tutta la schiena, nonostante tra di noi ci sia la stoffa spessa del mio
cappotto. Le persone davanti a me si fermano e così sono costretta a fare la
stessa cosa, sento che si avvicina e sento il suo respiro caldo vicino
all’orecchio.
“Comunque sei uno schianto stamattina.”
La sua voce bassa, quasi un sussurro è deleteria per me, mi sembra di
avere le gambe di gelatina. Inizio a respirare cercando di incamerare aria, ma
facendolo il più discretamente possibile, morirei se sapesse che ancora ha
questo potere sul mio corpo, fortuna che il cervello invece funziona
benissimo. Fortunatamente la fila riprende a muoversi e mi ritrovo in un attimo
in strada, sollevata che quel contatto si sia interrotto. Percorriamo i pochi
metri per arrivare all’ufficio vicini ma in silenzio. Anche in ascensore non
scambiamo una parola, sarà anche il fatto che è pieno. Quando arriviamo al
nostro piano e usciamo dall’ascensore si volta verso di me.
“Buon lavoro.”
Mi dice ancora sorridendomi e facendomi l’occhiolino, poi si dirige a
grandi passi verso il suo ufficio, entra e si chiude la porta alle spalle.
Io lo imito e mi rifugio nel mio ufficio, poco dopo mi raggiunge Sara e
cerchiamo di chiudere il progetto che stiamo seguendo. Luca non si fa vedere
per il resto della giornata e dei giorni successivi. Rimane chiuso nel suo
ufficio a studiare i bilanci e i numeri. Io finisco il lavoro nei tempi stabiliti, lo
sottopongo a Roberto che ne rimane entusiasta. Prima di farlo vedere al
cliente dobbiamo farlo visionare anche a Luca. Sono nervosa non so che cosa
aspettarmi, ma sono ottimista, lo reputo uno dei miei migliori lavori. Busso
alla sua porta e attendo che mi risponda, quando lo fa entro fiera e decisa con
in mano il bozzetto. Anche oggi indosso un abito scollato davanti, gonna
morbida e svolazzante di un color prugna e le mie inseparabili louboutin.
Vedo i suoi occhi scrutarmi e farsi piccoli, qualcosa mi dice che non è di buon
umore. Lui ha le maniche della camicia bianca arrotolate e la cravatta azzurra
allentata che lascia intravedere un po’ di pelle, notevole e dannatamente sexy.
Mi faccio forza e lo raggiungo a passo spedito. Lui si appoggia in modo
rilassato allo schienale, appoggia i gomiti sui braccioli e incrocia le mani
sotto il mento.
“Volevo farti vedere il bozzetto del lavoro. Lo abbiamo finito e dobbiamo
indire una riunione con il cliente per presentarglielo. Roberto ne è entusiasta.”
Glielo passo, lui lo prende e lo appoggia sulla scrivania, lo sfoglia senza
dire niente, allora mi piego un po’ e cerco di spiegargli quello che
intendevamo rappresentare. Quando ha finito, si appoggia di nuovo allo
schienale, e mi guarda, ma sembra non vedermi, come fosse assorto nei suoi
pensieri.
“Non è ottimo ma direi che può andare.”
Quelle parole mi colpiscono come un treno in corsa, mi sento punta sul
vivo, come si permette di dire una cosa del genere?
“Può andare?”
La mia voce dura e ferma.
“Sì.”
Riprendo tutto il materiale e me ne vado picchettando sonoramente i tacchi
sul pavimento, vorrei sbattere la porta ma mi trattengo. Percorro il corridoio a
grandi passi e mi chiudo dentro il mio ufficio, chiamo Sara, Diego e Roberto.
Quando arrivano mi alzo dalla poltrona e faccio il giro della scrivania, mi ci
appoggio e stringo le mani sul bordo. Vedendo la mia espressione si
preoccupano.
“Sapete che cosa ha detto quell’idiota?”
Alzo la voce e indico la porta, non mi sono mai sentita tanto umiliata in
vita mia, no forse non è vero, mi ci sono già sentita e sempre per causa sua
quando ho aperto il profilo di Ginevra e ho visto quella foto di loro due
insieme. Questo mi fa salire ancora di più la rabbia che ho dentro. Roberto mi
viene vicino e mi appoggia le mani nelle braccia.
“Calmati ora. Mi fai spavento, non ti ho mai vista così.”
“Ha detto che non è ottimo, ma può andare…”
Mi prendo la testa tra le mani.
“Ma vi rendete conto? Può andare…”
Sara e Diego non aprono bocca sono sbigottiti almeno quanto me..
“Ma chi si crede di essere?”
Avrei voglia di tornare di là e dargli un pugno su quel faccino da finto
angelo che ha. Roberto torna vicino e cerca di calmarmi.
“Dai Valentina non fare così, calmati adesso.”
Lo guardo e i suoi occhi sembrano supplicarmi. Allora cerco di riprendere
il controllo e ritorno a respirare in modo normale, sento i nervi distendersi a
poco a poco. Poi bussano alla porta. E mi irrigidisco di nuovo perché so chi
c’è al di là della porta visto che tutti gli altri sono qui. Infatti l’istante dopo
entra fiero, in posizione perfettamente eretta, a testa alta. Ci guarda tutti,
visibilmente sorpreso di trovarci qui riuniti.
“Era stata indetta una riunione e me ne sono dimenticato?”
La domanda è rivolta a me, tono sarcastico e mentre mi guarda alza un
sopracciglio. Faccio segno di no con la testa.
“Allora che significa?”
Bene ci siamo, sono pronta allo scontro, perché ho la netta sensazione che
è proprio così che finirà questa giornata.
“Gli ho chiesto io di venire qui nel mio ufficio.”
Sorride.
“Bene.”
Non distoglie mai lo sguardo dal mio e sul suo viso compare un ghigno
ostile.
“Signori potreste lasciarci soli?”
Il tono duro che non ammette repliche, ubbidiscono tutti senza reclamare e
l’attimo dopo siamo soli, l’aria si fa improvvisamente pesante, e c’è una
strana elettricità nella stanza. Faccio il giro della scrivania e mi lascio cadere
sulla poltrona, lui segue i miei movimenti, percepisco i suoi occhi sulla mia
schiena, li ho sempre sentiti, ogni volta, indistintamente. Rimane in piedi
braccia conserte, gambe leggermente divaricate, uno sguardo di sfida.
“Ho sentito la tua voce prima.”
“E allora?”
Rispondo spavalda, mi sento forte. Si piega verso di me e appoggia le
mani sulla scrivania, i suoi occhi sono freddi, se potessero lancerebbero stille
di ghiaccio.
“Mi vuoi spiegare che cosa significa tutto questo?”
“Avevo bisogno di confrontarmi con i miei collaboratori.”
Appoggio la schiena allo schienale, vorrei dare l’impressione di essere
estremamente rilassata, i gomiti ai braccioli, unisco le mani e me le appoggio
in grembo.
“Riguardo a che cosa?”
“Riguardo al mio lavoro.”
Ritrova la posizione eretta.
“Sono io il tuo superiore adesso…è a me che devi rendere conto del “tuo
lavoro.””
E mentre lo dice mima con le dita le virgolette. Mi alzo di scatto, ora
siamo uno di fronte all’altra, la scrivania a dividerci.
“Me lo ricordo fin troppo bene.”
Grugnisco.
“Ah bene. Perché a me non è sembrato proprio.”
Ci guardiamo in cagnesco, ancora una volta suscita in me una innata
violenza che non mi è mai appartenuta.
“Ascoltami bene perché non lo ripeterò un’altra volta. Qualsiasi problema
tu abbia, da adesso in poi, è con me che ne devi parlare.”
Rimango in silenzio a fissarlo, il respiro di rabbia accelerato, mi sembra
di essere un toro che ha visto rosso ed è pronto alla carica, stringo i pugni
talmente forte che le nocche diventano bianche e mi fanno male.
“Il concetto ti è entrato in quella tua graziosa testolina?”
“Forte e chiaro.”
Sibilo a denti stretti. Sorride, un sorriso di estrema soddisfazione che fa
aumentare ancora di più la mia rabbia.
“Bene. C’è altro che ritieni opportuno che io debba sapere?”
Faccio segno di no con la testa, non ho voglia di spendere altre parole, non
ne vale la pena. Si liscia la cravatta che aveva riannodato stretta, si volta ed
esce. Mi lascio cadere di nuovo sulla poltrona, appoggio le braccia sulla
scrivania e ci appoggio la testa spossata e svuotata da questo confronto aspro
e mi chiedo se da ora in avanti sarà sempre così.
Il mio rammarico più grande è che mi rendo conto dell’immenso potere che
ha ancora di farmi così male e di ferirmi fin nel profondo, anche solo con le
parole.
Quando ho finito di commiserarmi, cerco di mettere a punto le ultime cose,
in modo da presentare il lavoro al cliente in modo perfetto, almeno dal mio
punto di vista. Guardo l’orologio e mi accorgo che sono solo le quattro e
mezzo del pomeriggio, sono stanca, demotivata e sento il mal di testa
avanzare, ho proprio voglia di tornarmene a casa. Mi dirigo verso l’ufficio di
Luca, mi stampo un bel sorriso sul viso e busso alla porta, un attimo dopo la
sua voce mi dà il permesso di entrare. Afferro la maniglia un po’ titubante, non
ho idea di come lo troverò, respiro forte, mi faccio coraggio ed entro. I suoi
occhi intercettano subito i miei, ha allentato di nuovo la cravatta e le maniche
della camicia sono arrotolate poco sotto il gomito, lo sguardo spento, sembra
stanco e provato anche lui. Tenta di sorridere, ma non gli riesce molto bene, si
appoggia allo schienale, le mani sulla tastiera del computer.
“Che cosa posso fare per te?”
Anche la voce tradisce il suo stato d’animo, non è sicura come lo era poco
fa. Non mi avvicino, rimango sulla soglia, mi scruta guardingo.
“Ho messo a punto la presentazione e…”
Fa un cenno di assenso con il capo.
“…vorrei andare via prima.”
Mi guarda dritto negli occhi, sembra pensarci, come se stesse combattendo
una guerra interiore.
“Va bene.”
“Grazie. Ci vediamo domani allora.”
Mi giro e sto per afferrare la maniglia.
“Vale…”
Il tono mesto e rassegnato mi colpisce in pieno, e il mio nomignolo
pronunciato così dalla sua voce è una ferita che si riapre. Non mi giro, non ce
la faccio, ma mi blocco incapace di un qualsiasi movimento anche minimo.
“…è solo lavoro!”
No, non è solo lavoro e lui ne è pienamente consapevole. Non so che cosa
si sia messo in testa, perché mi tratti in questo modo, come se dovesse farmi
espiare qualche colpa che ho commesso. So solo che non mi fa stare bene, che
fa male. Sento le lacrime salirmi agli occhi, e questo basta a farmi ritrovare la
forza, mai e poi mai gli darò la soddisfazione di farmi vedere debole e fragile
da lui, quindi faccio leva sulla maniglia ed esco dalla sua stanza, mi dirigo a
grandi passi verso il mio ufficio, prendo la borsa, il cappotto e a passo
spedito vado verso l’ascensore. Ancora una volta sento i suoi occhi puntati
sulla mia schiena, spingo il pulsante dell’ascensore e prego che arrivi in
fretta, un paio di lacrime scappano al mio controllo e scendono sulle guance,
l’ascensore arriva subito e per mia fortuna è vuoto, non sopporterei che
qualcuno mi vedesse in questo stato, meno che meno qui al lavoro. Entro senza
girarmi, appena le porte si chiudono asciugo stizzita le lacrime e appoggio la
fronte sulla parete fredda, il contrasto del freddo mi dà una scossa e sollievo
per un attimo. Quando sono fuori dal palazzo respiro a pieni polmoni, poi
inizio a camminare, lentamente, osservando la frenesia e la velocità che mi
circondano e che probabilmente mi appartengono in altri momenti, ma non
oggi, oggi ho deciso di prenderla con tranquillità, devo cercare di placare
quest’ansia e questo nervosismo che si sono impadroniti di me. Passeggio
verso la fermata dell’autobus guardando le vetrine, cose che di solito scorrono
veloci davanti ai miei occhi, a cui non faccio mai caso. Esco dalla
metropolitana e mi fermo in una gelateria a prendere una vaschetta di gelato al
cioccolato, una delle cose che mi è rimasta dalla mia adolescenza, un tiramisù
naturale. Arrivo a casa, mi spoglio e infilo una tuta da ginnastica, lego i
capelli in una coda alta e mi siedo sul divano a guardare la tv. Dopo circa
un’ora Mattia entra in casa.
CAPITOLO TREDICI

Gli basta uno sguardo per capire che qualcosa non va, dopo quattro anni
che stiamo insieme mi conosce anche meglio di quanto io conosca me stessa.
Appoggia la valigetta vicino alla porta e si avvicina a me sfilandosi piano il
cappotto scuro per appoggiarlo nel divano, ha una pashmina legata intorno al
collo e il completo grigio che gli conferisce un’aria un po’ dandy. Guarda la
vaschetta vuota del gelato, che in realtà non mi ha dato il sollievo che stavo
cercando, appoggiata sul coffe table di cristallo davanti a me e fa una smorfia
con la bocca.
“Hmmm, gelato? Deve essere una cosa seria!”
Si siede vicino a me e mi circonda con le braccia.
“Da quanto tempo sei a casa?”
Faccio spallucce lasciandomi coccolare, era proprio questo che stavo
cercando e di cui avevo infinitamente bisogno. Il suo calore.
“Da un’oretta.”
Mi bacia la testa, poi mi lascia andare alzandosi, una sensazione di
abbandono mi coglie inaspettata.
“Ho un’idea che ti aiuterà a rilassarti.”
Mi porge la mano che io prendo senza esitazione. Si dirige in bagno e
quando è davanti alla nostra vasca, che è talmente grande che potrebbe
contenere almeno quattro persone comode, apre il rubinetto dell’acqua calda.
“Che ne dici di un bagno caldo accompagnato da qualche massaggio
rilassante?”
Gli butto le braccia al collo e lo travolgo con un bacio.
“Dico che è un’idea fantastica.”
Esce dal bagno per togliersi il completo, io aspetto che l’acqua raggiunga
un livello accettabile, mi spoglio ed entro. Non devo aspettare molto per
vederlo tornare, indossa solo i boxer ed è bellissimo, ogni volta mi colpisce
come se fosse la prima volta. Gli faccio posto, si toglie i boxer e si sistema
dietro di me, mi accoglie tra le sue braccia e appoggio la schiena sul suo
petto, butto il bagnoschiuma nell’acqua e in un attimo la vasca si riempie di
schiuma. Mi accarezza delicatamente e dolcemente, passa la spugna sulle mie
braccia, in mezzo ai seni, sul ventre ma non c’è malizia nei suoi gesti, mi sta
solo coccolando.
“Allora ti va di raccontarmi che cosa è successo?”
La sua voce è dolce, rassicurante.
Gli racconto per filo e per segno il confronto aspro che ho avuto con Luca,
la rabbia che ho provato, la delusione per il suo commento riguardo a quel
lavoro che invece io reputavo uno dei migliori. E lui mi ascolta senza
interrompere, senza replicare. Quando ho finito mi sento più leggera, come se
mi avesse aiutato a far uscire parte del nervoso e dell’ansia che avevo
accumulato.
“Non lo conosco, ma credo che questo Luca sia un vero idiota.”
“Già, lo credo anch’io, spero solo che non continui a mettermi i bastoni fra
le ruote, se no non so come andrà a finire.”
Continua a passare la spugna sul mio corpo, lentamente.
“Finirà che perderà un validissimo elemento del suo team e se ne
accorgerà quando sarà troppo tardi.”
Con una mano prende il mio mento e mi costringe a guardarlo.
“Sul serio, odio vederti così. Mi prometti che se la situazione si farà
insostenibile cercherai altrove? Faranno a gara per averti!”
Gli accarezzo una guancia e gli stampo dei piccoli baci sul collo
miagolando sommessamente come fossi un cucciolo.
“Vale…”
Mi fermo e lo guardo dritto negli occhi.
“Te lo prometto.”
Un sorriso che coinvolge anche gli occhi si stampa sul suo bellissimo
viso.
“Adesso puoi anche riprendere da dove ti ho interrotto.”
Mi giro con tutto il corpo e lo bacio, sento che qualcosa si risveglia nel
suo basso ventre. Senza staccare la bocca mi alzo e mi metto a cavalcioni su
di lui che mi afferra il fondoschiena e stringe con entrambe le mani, gemendo
sulla mia bocca. Conduco il gioco in modo frenetico e veloce, divorandolo di
baci, ho bisogno di arrivare presto al culmine per liberarmi del tutto dal
nervosismo e dell’ansia. Infatti quando raggiungo la vetta si dissolvono come
fossero neve al sole. Un attimo dopo anche lui mi segue ansimando e
soffocando il mio nome in una sorta di grugnito. Crollo sul suo petto
addossandoci le mani unite, palmi aperti a coprire quanta più pelle mi è
possibile e appoggiandoci sopra il viso. Rimango così accoccolata su di lui,
che mi accarezza la schiena e mi bacia la testa.
“Va meglio?”
“Decisamente meglio.”
Dico senza muovermi da quella posizione, vorrei poter dormire così, con
l’acqua calda che mi lambisce il corpo, al sicuro tra le sue braccia. Una
sensazione di completezza si insinua dentro di me, è così che voglio che sia la
mia vita da adesso in avanti, con un uomo meraviglioso al mio fianco che mi
ami più di ogni altra cosa al mondo e che si prenda cura di me. Per un attimo
l’insicurezza si impadronisce di me e mi attanaglia la gola, ho paura che tutto
questo un giorno possa scivolarmi dalle mani.
“Dimmi che rimarremo così per sempre.”
Mi accarezza i capelli e sento che sorride.
“Bèh mi piacerebbe, ma l’acqua a lungo andare non fa bene alla pelle…”
Alzo il capo e lo fulmino con lo sguardo, capisce al volo che non è il caso
di scherzare, mi prende il viso tra le sue mani e mi guarda fisso negli occhi. Il
colore è talmente limpido e sincero che mi fa pensare ai campi di grano in
primavera sferzati dal vento.
“Amore mio, tu sei l’unico punto fermo della mia vita, potrà cambiare tutto
intorno a noi, ma non questo, non quello che abbiamo costruito insieme, quello
non cambierà mai.”
Il mio cuore si gonfia di felicità, talmente tanto che ho paura possa
esplodere.
“Ti amo Mattia. Ti amo tanto.”
Mi sfiora delicatamente le labbra con le sue.
“Anch’io ti amo tanto Vale.”
Mi guarda ancora un attimo.
“Adesso però è meglio uscire di qui o ci ammaleremo…anche se, ad
essere sincero, non mi dispiacerebbe rimanere a letto con te per qualche
giorno…”
Alza un sopracciglio, un sorriso sornione e birichino. Mi sposto
svogliatamente da lui, mugugnando delle proteste incomprensibili che escono
spontanee dalla mia bocca, e lo lascio scivolare fuori dal mio corpo. Si alza
per primo, allunga una mano, afferra il mio accappatoio e me lo mette sulle
spalle tamponando la pelle bagnata. Quando sono sufficientemente asciutta
prende il suo accappatoio e se lo infila, poi mi prende in braccio e ci fa uscire
entrambi dalla vasca.
“Hai fame?”
Mi dice guardandomi attraverso lo specchio.
“Da morire…”
Poi mi ricordo di non essere passata a fare la spesa, quindi faccio il
labbretto.
“…ma mi sono dimenticata di passare a prendere la cena…”
Mi abbraccia da dietro e mi bacia il collo.
“Non preoccuparti, ci penso io.”
Ci asciughiamo insieme e ci vestiamo insieme, entrambi indossiamo delle
tute da ginnastica, il nostro abbigliamento casalingo preferito. Ad un tratto mi
fermo a guardarlo, lui se ne accorge, si guarda a sua volta.
“C’è qualcosa che non va?”
Faccio segno di no con la testa.
“Stavo solo ammirando quanto sei bello, sexy ed estremamente virile in
quella tuta…”
Sorride felice.
“…sai a volte penso di non meritarti…”
Le sue gambe lunghe e snelle compiono pochi passi nella mia direzione e
me lo ritrovo davanti, ancora una volta il mio viso tra le sue mani.
“Non dirlo neanche per scherzo, sono io che non ti merito e sono onorato
che una donna bellissima, intelligente, simpatica, solare e dannatamente sexy
come solo tu sai essere abbia scelto me. Farò di tutto per renderti felice ogni
giorno e non ti deluderò mai.”
Gli stringo la vita e lo attiro a me.
“Lo so, amore mio, lo so.”
Mi bacia, scioglie l’abbraccio, si infila il piumino ed esce a prendere la
cena. Io intanto preparo la tavola e un quarto d’ora dopo ritorna con due piatti
fumanti di pasta alla siciliana, patate arrosto e alcune fette di un rotolo di
carne ripieno. Mangiamo chiacchierando piacevolmente, mi racconta della sua
giornata al lavoro e delle sue perplessità riguardo ad un collega. Io lo ascolto
con interesse, è sempre bello sentirlo parlare del suo lavoro, è così
appassionato e coinvolgente. Spazzolo tutta la mia parte di cibo, la
performance in vasca mi ha rilassato i nervi, ma mi ha anche svuotato la
pancia. Non sto mai attenta quando mangio, non sono una di quelle donne che
al ristorante ordinano solo insalata per non fare brutta figura, io sono di
appetito e non me ne vergogno e ho anche la grande fortuna di non mettere su
un etto di tutto quello che mando giù nello stomaco. Quando abbiamo finito mi
aiuta a sparecchiare.
“Ti va una serata cinema?”
Mi chiede.
“Certo che mi va.”
“Ok. Allora vado a preparare.”
Mi dà un bacio sulla fronte e si dirige in sala, sento che accende il
televisore e lo stereo, quando ho finito di sistemare lo raggiungo sedendomi
sul divano.
“Che cosa vuoi vedere? Un film di azione, un film d’amore? Oppure un
film impegnato?”
All’ultima parola spalanco gli occhi.
“Per carità, no un film impegnato no, non lo reggerei. Un film d’azione
andrà benissimo.”
Si accomoda vicino a me e manda il play con il telecomando. Scoppia a
ridere.
“Ah perché invece un film d’azione lo reggi?”
Gli do un lieve colpo su di un braccio, che non sente nemmeno tanto sono
tosti e sodi i suoi muscoli. La nostra serata cinema consiste in noi due
accoccolati sul divano, di solito io avvinghiata a polipo su di lui, che perdo
sempre la fine dei film perché puntualmente mi addormento, e lui che mi porta
di peso in camera da letto quando il film è finito. Questa sera invece contro
ogni previsione riesco a rimanere vigile fino alla fine, quindi vado in camera
sulle mie gambe. Ci addormentiamo come sempre abbracciati e la tensione
della giornata è svanita e sembra solo un lontano ricordo.
La mattina seguente mi sento carica, facciamo colazione insieme, ma poi
esce per primo, io mi infilo un paio di pantaloni a palazzo neri, una camicetta
di seta bianca e una giacca corta nera, una pashmina intorno al collo, il
cappotto e le mie inseparabili scarpe con il tacco. Arrivo in ufficio e
nell’atrio, vedo la sua figura che si staglia sulle altre mentre aspetta
l’ascensore. È di spalle e ho modo di osservarlo un attimo, ma veramente un
attimo perché subito dopo si gira e i nostri occhi si incrociano. Non so se ha
riconosciuto il mio passo, con i tacchi rumorosi sul marmo o se come me sente
il mio sguardo su di lui, so solo che mi regala un sorriso vivace e disarmante.
Gli vado vicino e aspetto l’ascensore, con la coda dell’occhio vedo che mi sta
ancora osservando.
“Noto con piacere che siamo più rilassati stamattina.”
Faccio un cenno affermativo con il capo.
“Decisamente.”
Sorrido continuando a guardare davanti a me e sento un po’ di calore farsi
strada nelle guance mentre le immagini della vasca tornano fresche e vivide
nella mia mente. L’ascensore arriva ed entriamo seguiti da altre persone, la
cabina si riempie e noi ci ritroviamo attaccati alla parete in fondo e vicini, le
nostre braccia che si sfiorano. Qualcuno spinge il pulsante e l’ascensore parte.
“Avrei bisogno anch’io di rilassarmi, hai dei suggerimenti da darmi?”
La sua voce calda, bassa e inaspettata nel mio orecchio, provoca un
sussulto in me e mi fa girare di scatto, così che ci ritroviamo vicini, quasi a
sfiorarci, da un’angolazione sbagliata potrebbe addirittura sembrare che ci
stiamo baciando. Appena mi accorgo dell’errore giro di nuovo il viso, quel
quasi contatto mi ha turbato e ha fatto salire la temperatura della cabina di
almeno dieci gradi, un improvviso calore si impadronisce di me.
“Un bagno caldo e una persona stupenda a farti compagnia.”
Mi pento subito delle parole che sono uscite veloci come proiettili dalla
mia bocca, sono cose estremamente personali e io sono una persona riservata.
Continuo a guardare davanti a me, ma percepisco i suoi movimenti, torna in
posizione eretta e anche lui rivolge lo sguardo davanti a sé. L’ascensore fa più
fermate e la cabina a poco a poco si svuota, i nostri uffici sono ai piani alti,
quindi ad un tratto rimaniamo soli, nessuno parla e sono interminabili secondi
di imbarazzo. Finalmente raggiunge il nostro piano e quando le porte si aprono
Luca esce velocemente quasi avesse un appuntamento importante e fosse in un
pauroso ritardo. Non mi saluta, non mi rivolge uno sguardo e si rifugia a passo
spedito nel suo ufficio, sbattendo addirittura la porta. Sara, che si trovava nel
corridoio, mi guarda in modo interrogativo, faccio spallucce perché non ho la
più pallida idea di che cosa possa essere successo. Entro nel mio ufficio e mi
metto a lavorare. Quando ho finito con la messa a punto definitiva del lavoro,
decido di andare da Luca. Mi armo di coraggio e busso alla porta rimasta
sigillata per tutto il tempo. La sua voce si fa sentire, respiro forte ed entro. I
suoi occhi mi accolgono subito e sono di nuovo ostili, sbuffo mentalmente
perché immagino che non sarà una conversazione piacevole. Si appoggia allo
schienale, le mani sulla tastiera, la giacca sull’appendiabiti, le maniche
arrotolate e la cravatta allentata.
“Come posso esserti utile?”
La sua voce fredda, distaccata, decisamente di pessimo umore. Mi
avvicino titubante.
“Volevo discutere con te la linea da seguire con il cliente per la
presentazione del progetto finito.”
Continua a fissarmi e mi fa sentire un po’ a disagio.
“Come siete abituati a fare qui?”
“Di solito organizziamo una riunione.”
Si porta le mani unite sotto il mento e si accarezza le labbra con gli indici.
“Sì, va bene.”
“Ottimo.”
Rispondo con un tono leggero cercando di stemperare la tensione.
“Per quando la fissiamo?”
“Hai finito il lavoro?”
Faccio segno di sì con la testa e mi sistemo alla sua sinistra con i bozzetti,
glieli lascio scivolare davanti e aspetto che li guardi. Li sfoglia rapidamente.
“Bene.”
Mi passa i bozzetti e si mette a guardare la sua agenda.
“Allora lunedì, martedì e mercoledì della prossima settimana saremo a
Parigi, quindi direi giovedì o venerdì.”
Mi irrigidisco.
“Che cosa intendi per saremo a Parigi?”
Non voglio sentire la risposta perché già me lo immagino.
“Mi ha chiamato Lorenzo poco fa e mi ha detto che uno stilista emergente
francese ha chiesto alla nostra azienda di curargli l’immagine. Vuole un logo e
una prima pubblicità per il suo marchio, quindi io e te dobbiamo raggiungerlo
e sentire quali sono le sue richieste e le sue esigenze.”
Rimango in silenzio a cercare di metabolizzare a fondo le sue parole e il
loro significato, l’unica cosa che mi rimane è il fatto che io e lui saremo da
soli a Parigi e la cosa mi preoccupa seriamente. Lui se ne accorge.
“Qualche problema con le trasferte?”
Faccio segno di no con la testa.
“Bene, allora puoi organizzare la riunione. Io intanto preparo il contratto.”
Capisco che mi sta liquidando, quindi raccolgo le mie cose e torno nel mio
ufficio. Il resto della mattinata passa lento e pieno di pensieri.

CAPITOLO QUATTORDICI

Verso l’ora di pranzo sento bussare alla porta e distrattamente dico avanti.
Mi sarei potuta immaginare chiunque ma non lei, Elena.
“Heilà.”
La sua voce è allegra e frizzante, i suoi occhi brillano e mi sembra di
intravedere una luce di positività intorno a lei. Una ventata d’aria fresca che
forse in questo momento non può farmi che bene. Mi alzo e le vado incontro.
“E tu che ci fai qui?”
Mi mostra una busta di carta con un logo cinese.
“Non devi mangiare?”
Le sorrido, in effetti forse il mio stomaco iniziava a brontolare, ma ero
troppo presa dai miei pensieri per accorgemene.
“Sì, credo di sì.”
La guardo e vedo che indossa un cappottino corto e sfiancato di colore
rosso, una gonna nera si intravede da sotto il cappotto e ha degli stivali neri
che arrivano fino al ginocchio. I capelli sono sciolti e le scendono fino alle
spalle, bellissima e modaiola come sempre. Ci spostiamo sulla scrivania, che
diventa un tavolino di fortuna quando tolgo il computer, lei si siede sulla mia
poltrona, io mi siedo sopra la scrivania. Ho tolto la giacca per stare più
comoda e riesco a rilassarmi un po’.
“Allora, come mai da queste parti?”
Prende una scatolina e inizia ad aprirla.
“Mi ha chiamato Mattia stamattina.”
Alzo un sopracciglio in modo interrogativo, sono sorpresa.
“Perché ti avrebbe chiamato?”
Si ferma e mi guarda in modo serio.
“Perché è preoccupato per te.”
Stavo per portarmi un boccone di cibo alla bocca, ma lo rimetto dentro il
contenitore, sento che mi sta passando l’appetito.
“Perché dovrebbe esserlo, va tutto alla grande tra di noi.”
Anche Elena non tocca più cibo.
“Mi ha raccontato di come ti ha trovata ieri quando è tornato a casa. Mi ha
anche detto che gli sembri più insicura e fragile. Ha paura che questo
cambiamento al vertice sia troppo stressante per te e che tu non regga.”
Poi mi guarda in un modo in cui non mi aveva mai guardato.
“Vale che cosa sta succedendo?”
Mi conosce e sa quello che è successo tanti anni fa, quanto l’ho amato e
quanto mi ha ferito.
“Che cosa hai detto a Mattia?”
Chiedo preoccupata.
“Io non gli ho detto niente, ma non è stupido, ci arriverà da solo.”
Mi alzo e inizio a camminare avanti e indietro davanti alla scrivania.
“Non sta succedendo niente, ma a volte è dura tenergli testa. Lo conosci e
sai quanto sa essere bastardo quando ci si mette. Vederlo tutte i giorni mi
destabilizza e fino ad ora non mi ha reso la vita facile.”
Elena mi viene vicino, lo sguardo e la voce che trasudano preoccupazione.
“Cerca altro allora, non puoi farti trattare così un’altra volta.”
“Lo so, ma ho dato la vita per questa azienda, ho contribuito anch’io a
renderla quello che è, e soprattutto non voglio dargliela vinta di nuovo. So che
posso farcela, devo solo tenere duro.”
Un colpo alla porta ci fa sussultare entrambe, parli del diavolo e spuntano
le corna. Mi giro verso la porta.
“Avanti.”
Entra e quando posa i suoi occhi sulla mia ospite per un attimo vacilla, ma
è solo un attimo. Percorre i pochi passi in modo altezzoso, fiero e sinuoso,
come se avesse delle ancelle immaginarie che gli reggono il mantello. Quando
si avvicina a noi la stanza mi sembra improvvisamente piccola, il suo ego è
veramente smisurato e inizia a mancarmi l’aria. Il suo viso si prodiga in uno
dei suoi sorrisi più smaglianti, devo dire che si è impegnato parecchio.
“Guarda guarda chi abbiamo qui. Deve essere una cosa davvero seria se
hai schierato in campo l’artiglieria pesante…”
Ovviamente era una battuta per Elena che però non si fa impressionare e
ricambia il sorriso.
“…è sempre un piacere vederti.”
Affabile, gentile, un vero signore. In questo momento mi viene in mente
dottor Jekyll e mister Hyde. Le porge la mano che lei accetta con grazia, ma
non si limita a stringerla, si prodiga in un baciamano senza mai staccare gli
occhi dai suoi. Pensa di impressionarla? Ci vuole ben altro con lei, forse la
sua memoria inizia a fare cilecca.
“Perché non mi sento di dire la stessa cosa di te?”
Ed eccola che esce allo scoperto, tagliente e diretta come sempre, adesso
sorrido anch’io, fiera della mia più cara amica. Lui in risposta si porta una
mano al cuore con fare teatrale e il viso assume una finta smorfia sofferente.
“Così mi ferisci nel profondo.”
Ma dura poco.
“Sei uno schianto, non sembra esserti passato un anno.”
La sua vera natura non riesce a nascondersi per troppo tempo, ma con lei
non attacca neanche questo.
“Grazie, i complimenti sono sempre bene accetti…”
Un attimo di pausa ad effetto.
“…ma ricordati che ti tengo d’occhio.”
E con le mani mima le due dita che formano una V e partono dai suoi occhi
per rivolgersi nella sua direzione. È quasi comica. Finalmente Luca rivolge a
me le sue attenzioni e mi porge un foglio, una prenotazione dei biglietti aerei.
“Questo è l’orario di partenza e arrivo dei nostri voli. Io devo rientrare a
Milano stasera per svolgere delle commissioni, quindi domani sarò in sede
centrale. Ci vediamo lunedì direttamente in aeroporto.”
Sono sollevata da quello che mi ha detto, domani sarà finalmente un giorno
normale, uno di quelli pre-Luca, un giorno di tregua. Sospiro forte e lui mi
guarda in modo interrogativo.
“È stato un vero piacere Elena. Spero di rivederti presto.”
Elena sorride, ma non replica. Lui fa una sorta di inchino, si gira e se ne
va.
Sospiro di nuovo.
“Ma l’hai visto?”
Il mio tono tende al disperato.
“Già, notevole come sempre.”
Elena mi viene vicino e mi prende le mani tra le sue.
“Vale promettimi che starai attenta. Ti ha già spezzato il cuore una volta,
non puoi permettergli di farti ancora del male.”
Mi passo le mani fra i capelli.
“Lo so bene. Il destino ha pensato che avessi bisogno di un promemoria
giornaliero, per questo me lo ha mandato al lavoro.”
Rido, ma è una risata amara.
“E poi non preoccuparti, devo solo abituarmi all’idea di averlo intorno
ogni giorno, una volta fatto il callo in questa situazione, tornerà tutto alla
normalità. Senza dimenticare che tutte le sere torno da un uomo meraviglioso
che ho scoperto, tra le altre cose, essere il mio calmante naturale. Tra le sue
braccia tutte le preoccupazioni e le ansie spariscono.”
Elena mi guarda finalmente rilassata e tranquilla.
“Sono immensamente felice di questo. Mattia è un ragazzo eccezionale e
follemente innamorato, basta vedere come ti guarda ogni volta.”
“Già.”
Ci abbracciamo e ridiamo complici, Elena guarda l’orologio.
“Ora devo proprio andare, la mia pausa pranzo è terminata.”
Mi guarda ancora.
“Mi raccomando, occhi aperti.”
Mi metto sull’attenti, mano sulla fronte.
“Tranquilla.”
Scoppiamo a ridere poi Elena sparisce. Finisco di spiluccare qualcosa dai
contenitori di carta, poi metto via tutto e riprendo a lavorare. Faccio varie
telefonate, fra cui quella al cliente, fisso la riunione per il venerdì successivo,
tenendo conto di eventuali intoppi dell’ultimo minuto. Bussano di nuovo alla
porta e di nuovo è Luca. Questa volta non entra, rimane sullo stipite.
“Io vado. Ci vediamo lunedì.”
Faccio un cenno con la testa, non sembra essere intenzionato ad andarsene
perché indugia per qualche minuto. La sua espressione è cambiata, non è più
arrabbiato come stamattina, sembra più triste, avvilito.
“Buon week-end.”
Lo guardo negli occhi, ma non riesco a decifrarli, sono un mistero.
“Grazie. Anche a te.”
Quell’espressione mi lascia qualcosa dentro, un senso di vuoto. E mi
domando che cosa può essergli successo e quando. Comunque non è una cosa
che mi riguarda. La sera quando torno a casa decido che devo parlare con
Mattia. Arrivo a casa e lui è già lì, intento a cucinare uno dei suoi deliziosi
manicaretti. Succede spesso, se lui arriva prima di me, si cimenta nella cena,
adora cucinare e devo dire che gli riesce molto bene. Lo abbraccio da dietro
“Ciao amore”
Gira il viso e tenta di baciarmi, ma la posizione è un po’ scomoda e ci
riesce parzialmente.
“Ciao amore mio.”
Mi stacco da lui e mi sistemo al suo fianco con la schiena appoggiata al
piano della cucina.
“Oggi è passata a trovarmi Elena.”
A quelle parole smette di fare quello che stava facendo, spegne i fuochi, si
mette di fronte a me e mi prende il viso tra le mani.
“Scusa, non dovevo chiamarla.”
Gli accarezzo le mani con le mie.
“No, non preoccuparti, è tutto a posto. Mi ha fatto bene vederla e parlare
con lei, avrei dovuto pensarci io.”
Mi accarezza le guance con i pollici, lo sguardo colmo di amore per me.
“È che sono preoccupato per te. Capisco che c’è qualcosa che ti fa stare in
ansia e non ho idea di che cosa sia.”
Adesso che faccio? Sputo il rospo o rimango sul vago? Scelgo la seconda
opzione. Prendo fiato.
“Sì questo cambio al vertice non mi fa stare tranquilla. Ho già sperimentato
che abbiamo due modi diversi di valutazione e di lavoro.”
Gli rubo un lieve bacio.
“So che i prossimi mesi non saranno facili, come sono sempre stati.”
Cerco di sorridere.
“Ma ho te a farmi scivolare via tutte le ansie e le preoccupazioni dal
corpo.”
Questa volta è lui a sorridere prima di darmi un bacio, uno di quelli veri,
che mi annebbiano la mente.
“Scusami. Prometto che la prossima volta parlerò io con te, come hai
appena fatto tu con me e non manderò un ambasciatore.”
Questa frase mi fa sentire anche più in colpa, devo dirgli di Luca, perché
so che prima o poi lo scoprirà da solo, come ha predetto Elena. Non oggi
però, non stasera, ho in mente altro che una discussione senza senso, su un
passato molto lontano. Voglio vivere e godermi il mio presente con lui. Poi
devo dirgli di Parigi.
“Ho un regalo per te.”
Spalanco gli occhi, adoro i regali e soprattutto le sorprese così senza un
motivo.
“Guarda nella mia tasca posteriore.”
Frugo nel suo fondoschiena e trovo un pezzo di carta, lo apro velocemente,
non sono brava a gestire la calma in queste situazioni.
“Una prenotazione per un centro benessere in Umbria?”
Mi guarda felice e annuisce.
“Partiamo domani sera e torniamo domenica.”
Vorrei urlare di felicità, sa sempre di che cosa ho bisogno, mi limito ad
abbracciarlo visto che ha in mano un mestolo sporco di sugo. So che più tardi
saprò ringraziarlo come si deve. Ho già in mente un paio di cosette che potrei
fargli.
“È proprio quello di cui avevo bisogno, visto che lunedì devo andare a
Parigi per un nuovo lavoro. Così arriverò carica e li stenderò tutti.”
Mi guarda orgoglioso.
“Amore ma è fantastico.”
Mangiamo e parliamo tanto, riesco anche ad esporgli le mie perplessità per
questa trasferta, il nervosismo per questo nuovo progetto e lui mi ascolta, mi
supporta e mi sopporta. A letto quella sera mentre stiamo facendo l’amore
capisco ancora di più che lui è l’uomo della mia vita, la mia anima gemella e
fino a che avrò lui al mio fianco tutto andrà bene.
Il giorno dopo passa lento e mi sembra che non finisca mai, Luca non si fa
sentire neanche al telefono e mi fa strano, ormai mi sono abituata alle sue
battute, a come mi punzecchia, a come mi fa innervosire. Torno a casa e metto
velocemente alcuni cambi in una sacca, Mattia ha già preparato tutto e mi
aspetta in macchina. Il viaggio dura un paio d’ore o poco più, è molto
piacevole perché ancora parliamo, lui è rilassato e questo mi rende davvero
molto felice. Quando arriviamo a destinazione, rimango a bocca aperta, questa
volta Mattia si è superato. Il posto è meraviglioso, un antico casale, con
davanti una piscina, arroccato su una collina che sovrasta il lago Trasimeno,
la vista da qui è spettacolare. Tutto intorno solo verde. Respiro a pieni
polmoni quest’aria salubre che a Roma purtroppo manca. Ci portano nella
nostra stanza e anche lì rimango senza parole: bellissima, in stile antico, i muri
di pietra, il letto in ferro battuto, mobili in legno scuro, calda e molto
accogliente. Nel bagno una jacuzzi molto simile alla nostra, solo leggermente
più piccola. Mi porto le mani alla bocca incredula, Mattia è raggiante per la
mia reazione. Quando rimaniamo da soli gli butto le braccia al collo.
“Grazie.”
Mi accarezza delicatamente la schiena.
“Per te solo il meglio amore mio.”
Passiamo il week-end a coccolarci, a parlare e fare del sesso spettacolare.
Usciamo per fare un paio di massaggi e per respirare un po’ d’aria buona
passeggiando nei pressi del casale. Facciamo anche una gita a Perugia che è
vicina e ci divertiamo a fare shopping. Ci concediamo le colazioni fuori
all’aperto in un tavolino di ferro battuto bianco in dotazione alla nostra
camera, anche perché il bel tempo è dalla nostra, le cene invece le
consumiamo in camera. La domenica ripartiamo subito dopo pranzo, con
nostro immenso dispiacere, questi viaggi mi regalano sempre dei bellissimi
ricordi e tornare nella realtà non è mai troppo facile, ma devo considerare il
fatto di cambiare la valigia e studiare alcune cose riguardo al mio cliente.
Mattia prepara la cena mentre io guardo il computer. La sera ci coccoliamo
per la nostra serata cinema, scegliendo uno smielato film d’amore. La mattina
dopo Mattia mi accompagna in ufficio, l’aereo è alle undici, volevo
approfittarne per ricontrollare alcune cose. Mi aggrappo e lo bacio, non
voglio lasciarlo andare.
“Ehi, tranquilla, sono solo un paio di giorni. Sarò ancora qui quando
tornerai.”
Già è vero.
“Mi mancherai.”
Lo sguardo luminoso.
“Anche tu mi mancherai.”
Gli accarezzo il viso.
“Ti amo.”
“Anch’io ti amo…tanto.”
E mi sorride.

CAPITOLO QUINDICI
Arrivo in anticipo in aeroporto, faccio il check-in e mi dirigo al gate. Mi
accomodo su una poltroncina e mi metto in attesa a sfogliare una rivista. Sono
talmente presa dai miei pensieri che non mi accorgo dell’arrivo di Luca, sento
solo la poltroncina accanto a me oscillare, sotto il peso di una persona.
“Hmmm deve essere davvero interessante quella lettura.”
Faccio un salto e lui ride.
“Scusa non volevo spaventarti, ma eri troppo invitante.”
Poi però il sorriso sulle sue labbra si spegne velocemente e cala il silenzio
tra di noi. Accende un ipad e si mette a controllare alcune cose. Lo osservo in
silenzio, non sono abituata a questo suo lato taciturno e pensieroso,
apparentemente è tutto normale, i suoi occhi sono vigili e di un azzurro
intenso, i suoi capelli sono ben pettinati, i lineamenti del viso sono distesi, ma
percepisco che qualcosa non va. Mi rassegno e continuo a sfogliare una rivista
scema piena di gossip e cavolate. Chiamano il nostro volo e ci mettiamo in
coda, entriamo e l’unico momento in cui mi rivolge la parola è per sapere se
preferisco il posto vicino al finestrino oppure no, poi una volta sistemati si
inabissa di nuovo nei suoi pensieri. Una volta decollati mi infilo le cuffie del
cellulare e chiudo gli occhi concentrandomi sulla musica, gli aerei non sono
tra i mezzi di trasporto che preferisco e sono sempre un po’ agitata quando
sono quassù. Mattia fa di tutto per distrarmi, e ci riesce sempre, ma lui ora non
è qui con me. Comunque il volo fortunatamente scorre veloce e tranquillo.
Atterriamo in perfetto orario e la giornata è abbastanza calda e soleggiata,
saliamo sull’autobus che ci porta al terminal e una volta arrivati ci fermiamo
in un bar a mangiare qualcosa. Luca è sempre distaccato e silenzioso, da una
parte è meglio, forse i miei nervi rimarranno distesi, dall’altra non so come
comportarmi con questa nuova versione di lui. Prendiamo un taxi e arriviamo
in albergo che si trova vicino all’Operà, quindi abbastanza in centro. Andiamo
alla reception e ci registriamo, le nostre camere sono adiacenti. La mia
camera è semplice, molto pulita, essenziale. Appoggio la valigia all’entrata e
mi butto a peso sul letto, mando un veloce messaggio a Mattia dicendogli che
sono arrivata e che il viaggio è andato bene, poi mi infilo nella doccia. Mi
vesto con abiti casual, jeans aderenti, camicia celeste, maglioncino grigio e i
miei inseparabili tacchi. Busso alla camera di Luca apre e richiude subito
dopo ed è così che mi accorgo che indossa solo un paio di jeans. È una
visione per i miei occhi, non riesco a distogliere lo sguardo dai suoi muscoli,
mi rendo conto che gli sto facendo una radiografia completa e
particolareggiata, ma non riesco a smettere.
“Noto con piacere che lo spettacolo è di tuo gradimento.”
Deglutisco e forse riesco a riprendere in minima parte il controllo di me
stessa e delle mie facoltà mentali. Lui se la gode, lo capisco dal sorriso di
soddisfazione che gli contraddistingue il viso.
“Volevo solo sapere se eri pronto.”
Bene, sono riuscita a mettere insieme una frase di senso compiuto.
“Come puoi notare ho ancora una decina di minuti, mi aspetti qui?”
Mi guardo intorno e noto che la stanza è perfettamente uguale alla mia,
quindi non ho una via di distrazione.
“Ehm no, ti aspetto di là, devo prendere le ultime cose.”
E senza aspettare la sua risposta fuggo, nel vero senso della parola, dalla
sua stanza. Quando sono in corridoio respiro forte e appoggio le mani sulle
ginocchia piegandomi leggermente, ho il battito del cuore e il respiro come di
chi ha appena corso una maratona. Mi viene da chiedermi che diavolo sia
appena accaduto lì dentro. Comunque quando mi sono calmata entro in camera
e mi siedo sul letto ad aspettare. Come aveva detto, esattamente dieci minuti
dopo bussa alla mia porta, e anche completamente vestito è davvero notevole.
“Allora dove vuoi andare a cena?”
Mi chiede un po’ più rilassato.
“Non so.”
Mi sorride.
“Facciamo così, usciamo, ci guardiamo intorno e scegliamo il ristorante
che ci piace di più.”
“Mi sembra un’ottima idea.”
Sorride di nuovo, forse sta tornando in sé e la cosa mi preoccupa un po’,
perché poi dovrò tenere a bada lui e la sua linguaccia. Usciamo dall’albergo e
l’aria si è un po’ rinfrescata rispetto al nostro arrivo, oggi pomeriggio.
Fortunatamente indosso un piumino leggero che mi riscalda, e mi accorgo che
anche lui è vestito casual sportivo. Passeggiamo sempre in silenzio, ma è un
silenzio rilassato, percepisco che è più rilassato rispetto a questa mattina,
quantomeno quando mi guarda sorride. Alla fine scegliamo un bistrot molto
caratteristico con i tavolini fuori nel marciapiede e le sedie in vimini.
Ordiniamo una tagliata da dividere in due, insalata e patate fritte,
accompagnati da una bottiglia di vino rosso. Al centro del tavolino c’è una
candela che crea una danza di ombre e luci sul suo volto, e mio malgrado devo
ammettere che l’atmosfera è molto romantica, ma cerco di non dargli troppo
peso, e mi ripeto che siamo qui per lavoro.
“Allora che hai combinato in questi anni?”
E’ lui a rompere il ghiaccio mentre aspettiamo che ci servano. Faccio
spallucce.
“Niente di particolare. Mi sono impegnata nello studio e mi sono laureata
con il massimo dei voti.”
Ne vado particolarmente fiera, ero una delle migliori del mio corso, mi
sono impegnata ma ne è valsa la pena. Mi sorride.
“Non avevo dubbi, eri una secchiona anche al liceo.”
“Non ero una secchiona…”
Rispondo in tono stizzito.
“…mi applicavo e mi riusciva bene.”
Continua a sorridere e mi piace questa atmosfera rilassata che si sta
creando, e mi sto lentamente ricredendo riguardo a lui, forse non è poi lo
stronzo che vuole far credere di essere.
“Sono stata assunta subito in questa ditta e siamo cresciute insieme. Mi
piace pensare di aver contribuito a renderla quella che è diventata.”
Alza un sopracciglio.
“Non credi sia un tantino presuntuoso da parte tua?”
Il cameriere ci interrompe un attimo portandoci le nostre ordinazioni. Ci
serviamo e iniziamo a mangiare, quando ho finito di masticare il mio boccone
e bevuto un po’ di vino riprendo il discorso.
“Potrà sembrare presuntuoso, ma penso di essere brava nel mio lavoro,
forse non la migliore, ma penso di esserci vicina, altrimenti non sarei qui. Non
credi?”
Mi guarda dritto negli occhi.
“Sì, penso che tu abbia ragione.”
Dopo altri bocconi Luca riprende con le domande.
“Quindi tu ed Elena siete ancora grandi amiche?”
Sorseggio un po’ di vino che è buonissimo, ma devo andarci piano perché
non lo reggo molto.
“Sì. Siamo tutte rimaste grandi amiche, anche con Ludovica e Beatrice. Ci
sentiamo quasi tutti i giorni e una volta alla settimana ci dedichiamo una nostra
serata, così per fare il punto della situazione.”
Mi regala uno sguardo malizioso e si passa il dito indice sul labbro
inferiore.
“Hmmm. Interessante.”
Improvvisamente sento che il vino sta facendo effetto, uno strano calore
sale fino alle guance.
“Elena è molto più di un’amica…lei è diventata mia cognata.”
Cerco di attirare la sua attenzione sul discorso e credo di esserci riuscita,
perché lo sguardo di stupore e di incredulità che gli si disegna in viso, si
cancella in un attimo.
“Non mi stai prendendo in giro vero?”
Tono allegro e scherzoso accompagnati da una risata di pancia che mi
permette di riprendere il controllo e di rilassarmi. Passare una serata in sua
compagnia è come vivere sulle montagne russe, con tutte le emozioni che
scatena in me. Faccio segno di no con la testa.
“Stanno insieme da dieci anni e sono sposati da due.”
Vedo qualcosa passare nei suoi occhi, ma non capisco bene che cosa possa
essere stato, perché è un attimo, anzi forse sono prevenuta e penso quindi di
essermi sbagliata. Finiamo di mangiare, insiste per pagare il conto con la
scusa di metterlo sul conto spese e riprendiamo a passeggiare verso l’albergo.
Ad un tratto si ferma e mi prende la mano. Quel contatto inaspettato mi
provoca una scarica elettrica che percorre tutta la spina dorsale. Mi guarda e
vedo i suoi occhi spenti e tristi, lo stesso sguardo di dieci anni fa, quando lo
avevo lasciato per paura di soffrire. Mi sento come un cerbiatto che sta
attraversando la strada e ha appena visto i fari della macchina che lo investirà,
sono consapevole del fatto che se vuole può abbattere con un soffio il muro
che ho eretto nei suoi confronti e che credevo di mattoni e che invece si sta
rivelando di paglia come nella favola dei tre porcellini.
“Vale…”
Mi dice con un filo di voce, il tono mesto e sofferente che non prelude a
niente di buono. Non fa in tempo a continuare che il mio cellulare si mette a
squillare e dalla suoneria so già di chi si tratta. Tiro un sospiro di sollievo e
mi allontano di qualche passo.
“Ciao amore.”
Mi travolge una voce allegra.
“Ciao.”
Rispondo cauta.
“Allora come va?”
“Tutto bene, hai ricevuto il mio messaggio?”
“Sì scusa non ho potuto risponderti, ero incasinato.”
“Figurati, volevo solo farti sapere che il volo era andato bene.”
“Mi fa piacere, non è che il tuo accompagnatore ti ha tenuto la mano per
darti coraggio?”
Mi giro e lo guardo, è rimasto immobile, non si è mosso di un centimetro,
il suo sguardo su di me.
“No tranquillo, aveva altro da fare.”
“Bene.”
“Che fai stasera?”
“Esco con i ragazzi.”
“Mi fa piacere, mi raccomando comportati bene.”
“Certo amore mio, sono un bravo ragazzo, dovresti saperlo.”
Non riesco a trattenere un sorriso.
“Sì amore lo so.”
“Bene, divertiti…ma non troppo!”
Adesso rido.
“La stessa cosa vale anche per te!”
“Hmmm. Adoro quando fai la gelosa.”
“Ora ti lascio. Buona serata e salutami gli altri.”
“Lo farò.”
“Ciao.”
“Ti amo.”
Guardo Luca e mi sembra sufficientemente lontano da non sentire.
“Anch’io ti amo.”
Chiudo la comunicazione e mi avvicino guardinga, lui invece non mi
guarda.
“Andiamo?”
Il suo tono di voce è di nuovo piatto e distaccato. Come faccio a stargli
dietro? Dire che è lunatico è come fargli un complimento. Rimango un attimo
interdetta, poi invece sono sollevata da questo suo cambio di umore, la piega
che stava prendendo l’inizio del suo discorso non era delle migliori.
Percorriamo il breve tratto che ci separa dall’albergo completamente in
silenzio, anche quando siamo in ascensore, mi ignora continuando a guardare
davanti a sé. Parla solo un attimo per augurarmi la buona notte e sparisce in
camera sua. Entro in camera mia e accendo la televisione, e mi fermo a
riflettere che è stata proprio una serata strana.

CAPITOLO SEDICI

La mattina suona la sveglia del telefono, ho dormito davvero bene e mi


sento rilassata, mi infilo dentro la doccia e mi preparo, ho optato per il mio
completo con la gonna nero, lascio i capelli sciolti e mi trucco leggermente.
Esco dalla camera e trovo Luca ad aspettarmi in corridoio. Mi si avvicina
sorridente, mi dà un lieve bacio su una guancia.
“Sei bellissima.”
Lo guardo stupita.
“Grazie.”
Lo guardo e anche lui non è da meno nel suo completo grigio, camicia
bianca e cravatta argento. Scendiamo di sotto a fare colazione.
“Allora sei pronta per questa sfida?”
Sorseggio il mio cappuccino e da sopra la tazza gli faccio l’occhiolino.
“Sono nata pronta.”
La sonora risata che mi regala è contagiosa ed è un piacere sentirlo così
tranquillo. Finiamo la colazione e prendiamo un taxi che ci porta nell’atelier
di questo stilista. Non sono mai stata in un atelier e quando entro non riesco a
distogliere lo sguardo da tutto quello che mi circonda, è tutto così surreale e
magico, mi sembra di essere entrata in una dimensione parallela. Le persone
attorno a me sono in fibrillazione, corrono da una parte all’altra di questo
immenso e infinito stanzone che ha alle pareti un numero imprecisato di vestiti
appesi in un altrettanti stand. Luca non mi lascia un attimo e mi segue come se
fossimo gemelli siamesi. Una ragazza elegante, bionda con uno chignon
perfetto e una gonna sobria e di colore chiaro ci viene incontro e ci dice di
seguirla, in un perfetto francese, che Luca capisce e traduce per me che invece
non capisco proprio. Quando passa tutti la guardano con una sorta di
riverenza, e questo mi fa intuire che sia molto importante qui dentro. Dopo
aver percorso tutto lo stanzone nella sua lunghezza, finalmente arriviamo in
una stanza piccola e accogliente con un tavolo e delle sedie, una finestra che
prende tutta la parete lunga. Suppongo sia la sala riunioni. Ci fa accomodare e
ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa e ci informa che il signor Dubois
arriverà a momenti. Prendo posto alla destra della poltrona di testa e Luca si
siede accanto a me, ne approfittiamo per controllare un’altra volta il contratto
e tutte le scartoffie. Dopo poco la porta dietro di noi si apre di scatto
facendoci fare un salto sulla sedia. Mi giro e la persona che viene a sedersi di
fianco a me è davvero singolare. Un ragazzo di una decina d’anni più grande
di noi, alto, capelli arruffati, folti e neri, occhi scuri e rimarcati dal mascara e
dalla matita nera. Indossa un giubbotto di pelle nero con le borchie, una t-shirt
con un grande teschio raffigurato sul davanti, un paio di pantaloni neri
sgualciti e un paio di anfibi sempre neri. Ha degli orecchini e un piercing su
un sopracciglio, non mi stupirei se sfoggiasse anche vari tatuaggi, ma quello
che mi stupisce è che più che uno stilista, così conciato assomiglia di più ad
una famosa rock star. Ci alziamo e gli porgiamo la mano presentandoci, la
stretta che scambia con Luca è veloce e decisa, quando prende la mia invece
si sofferma a guardarmi e non lascia la presa, anzi mi regala un baciamano da
perfetto gentiluomo.
“Il est un plaisir de vous rencontrer”
Il tono di voce suadente e basso. Percepisco che Luca si irrigidisce e
osserva la mia mano nella sua con ostilità, riesco a rifilargli un piccolo calcio
nello stinco, e in risposta un piccolo e soffocato urlo di dolore gli esce dalla
bocca. Quando Dubois capisce che non parlo francese si prodiga in un italiano
quasi perfetto.
“Signorina mi permetta di dirle che è veramente bellissima.”
Arrossisco visibilmente.
“La ringrazio.”
Cerco di togliere la mano e finalmente me lo permette, ma continua a
fissarmi con uno sguardo che mi mette un po’ a disagio.
“Per carità, il mio nome è Francis e vorrei che lo usassi.”
“Va bene.”
Riesco a sedermi, il mio ginocchio sfiora quello di Luca ed è molto teso.
Prevedo che sarà una lunga giornata estenuante, perché dovrò tenerne a bada
due anziché uno solo. Apro la cartellina con i documenti e il blocco per
prendere appunti.
“Hai mai sfilato?”
Mi blocco di colpo e lo guardo, ma è serio?
“N-no.”
Mi squadra dalla testa ai piedi per quello che gli è possibile, visto che
sono seduta.
“Scusami ma sei proprio quello di cui ho bisogno, saresti la mia modella
di punta perfetta.”
Si avvicina e mi sfiora una guancia con la mano, sento Luca pronto a
scattare verso di me e gli appoggio la mano sul ginocchio sotto il tavolo per
redarguirlo, fortunatamente mi capisce e si blocca.
“Sei di una virginale innocenza, sei totalmente incontaminata da questo
mondo.”
“Ci credo, non ha mai fatto la modella, non è il suo lavoro!”
La voce di Luca arriva forte e tagliente come un coltello affilato. Stringo la
mano, che non aveva mai lasciato la sua gamba, più forte che posso.
“Tutto questo mi lusinga davvero tanto, purtroppo il mio collega ha
ragione, non ho mai sfilato, non è il mio lavoro e non saprei da che parte
iniziare, senza contare che non mi sentirei a mio agio su di una passerella.
Quindi ti ringrazio, ma mi vedo costretta a rifiutare la tua gentile offerta.”
Francis mi guarda un po’ deluso, poi infila due dita dentro una minuscola
tasca e ne tira fuori un biglietto da visita in modo plateale, come se fossimo al
cospetto di un mago famoso in tutto il mondo. Me lo porge e io lo accetto
senza tentennamenti
“Se cambi idea, basta una telefonata. Mi hai appena spezzato il cuore.”
“È quello che le riesce meglio.”
Il mio sorriso si spegne nel momento stesso in cui quella frase sommessa e
la risata altrettanto soffocata che ne fa seguito mi arrivano all’orecchio.
Cerco di rimanere impassibile a quel commento di Luca, ma non è facile.
Scuoto la testa come a voler scacciare qualcosa e riprendo il controllo.
“Grazie. Ora vorrei svolgere il mio vero lavoro, quello per cui sono
arrivata fino a qui.”
Francis non mi toglie mai lo sguardo di dosso, direi che la cosa è davvero
un po’ inquietante, ma quando entro nella modalità professionale tutto passa in
secondo piano. Faccio domande mirate a capire quello che vorrebbe da noi,
lui risponde affabile e si spiega chiaramente. Dopo quelle che mi sembrano
lunghe ed estenuanti ore, penso di avere tutto quello che mi serve per svolgere
al meglio il mio lavoro. Ci salutiamo, Francis ripete il baciamano e saluta
velocemente Luca che risulta nervoso e intrattabile. Prima di congedarsi, ci
invita a cena per una festa in un locale chic agli Champs Elysèe. Rimaniamo
un attimo interdetti, poi accettiamo anche se controvoglia, almeno da parte
mia. Quando entriamo in taxi non riesco più a trattenermi e lo aggredisco
verbalmente.
“Si può sapere che diavolo ti prende?”
Si passa una mano tra i capelli esasperato.
“Ma non l’hai visto che pallone gonfiato?”
Sogghigno acida.
“Senti da che pulpito.”
Si gira e mi fulmina con lo sguardo.
“Vorresti paragonarmi a quello lì?”
Scuoto la testa stancamente.
“No…”
Respiro forte e riesco a calmarmi un po’, mi giro verso di lui per parlargli
viso a viso.
“….e capisco le tue intenzioni, ma credimi quando ti dico che so tenere a
bada i tipi come lui…”
Lascio la frase in sospeso perché vorrei aggiungere altro, ma mi trattengo.
Piega la testa e mi guarda storto, anche il tono della sua voce si è
ammorbidito.
“Sì lo so, ma non sopportavo il modo in cui ti guardava.”
Questa frase mi colpisce particolarmente, invece lui sembra averla
pronunciata nel modo più normale possibile. Riporto lo sguardo davanti a me
e appoggio la schiena sul sedile della macchina. Inaspettatamente mi prende la
mano, quando mi giro i suoi occhi sono limpidi e incatenano i miei.
“Che cosa vuoi fare adesso?”
Non riesco a distogliere lo sguardo, anche se lo vorrei tanto.
“Vorrei andare in albergo a buttare giù una relazione sulla riunione di
oggi.”
Solleva la mia mano e se la porta alla bocca, sfiorandola
impercettibilmente con le labbra, un brivido mi arriva dritto al cuore.
“Io avrei un’idea migliore. Andiamo in albergo, ci cambiamo, e andiamo a
fare un po’ i turisti.”
Guarda l’orologio. La riunione è durata più di quello che avevamo
previsto.
“Abbiamo solo un paio d’ore prima della cena.”
Sono soggiogata dai suoi modi di fare, dalla sua voce, dal suo sguardo e so
che tutto questo sarà la mia rovina.
“N-non credo sia una buona idea!”
Alza un sopracciglio, la mia mano sempre vicina alle sue labbra.
“Andiamo…di che cosa hai paura?”
“Di che cosa dovrei avere paura?”
Dico con voce stridula. La mia mano finalmente torna sul sedile, ma
continua a tenerla nella sua, anzi la stretta aumenta forse per paura che io la
tolga.
“Appunto, quindi dov’è il problema?”
E’ stata una giornata impegnativa e non ho proprio la voglia e la forza di
mettermi a discutere. Soprattutto con lui. La mia bocca emette un lungo
sospiro.
“Ok. Hai vinto.”
La sua bocca si incurva in un sorriso spontaneo di soddisfazione. Abbasso
lo sguardo e vedo la mia mano ancora nella sua e sento il calore che si irradia
in tutto il mio corpo, ma non ha niente a che fare con la malizia o con il sesso
e questo mi spaventa ancora di più perché riconosco il calore di casa, quel
calore che mi è tanto familiare e che scopro essere ancora impresso nella mia
mente come se fosse un tatuaggio indelebile e che provavo ogni volta che ero
tra le sue braccia. Giro la testa verso il finestrino e provo a non pensarci.
Fortunatamente il tragitto non dura molto e appena Luca si distrae per pagare
il tassista, io ne approfitto per riprendere possesso della mia mano e sfilarla
da quel contatto, anzi esco velocemente dalla macchina, come se ci fosse un
pericolo imminente, e mi dirigo alla reception a chiedere la chiave della
stanza. Pochi minuti dopo Luca mi raggiunge, lo aspetto all’ascensore. Cerco
di guardare avanti, ma sento i suoi occhi su di me e ignorarli non è per niente
facile. Finalmente l’ascensore arriva ed entriamo, il tragitto è breve e veloce e
in pochi attimi siamo davanti alle nostre rispettive camere.
“Ci vediamo fra una mezz’ora.”
Mi dice sorridendo. Io non rispondo ma annuisco con il capo. Ho il tempo
per una doccia veloce e il cambio dell’abito. Ho portato il tubino nero
scollato e decido di indossarlo. Riesco a truccarmi leggermente e a sistemare
i capelli e appena ho finito bussano alla porta. Mi infilo le scarpe e vado ad
aprire. Lo spettacolo che ho davanti è veramente notevole, Luca in total black
è da togliere il fiato perché i suoi occhi così azzurri risaltano ancora di più.
Scannerizza con lo sguardo la mia figura da capo a piedi e anche se è un
vestito che ha già visto sembra di suo gradimento, perché quando torna sui
miei occhi il sorriso che gli incornicia il viso coinvolge anche i suoi di occhi
e io capisco che sarà una serata davvero difficile.
“Sei uno schianto.”
Faccio un cenno con il capo come per ringraziarlo.
“Anche tu stai bene.”
Mi fa un occhiolino.
“Dovevo essere alla tua altezza.”
Mi porge il braccio.
“Andiamo?”
“Prendo la borsa.”
Gli giro le spalle e, con l’occasione di non essere vista, sospiro.
CAPITOLO DICIASSETTE

Il taxi era già in strada che ci stava aspettando. Saliamo e nessuno dei due
parla, ma il tassista parte ed è deciso e sicuro sulla strada da prendere e
questo mi rende un po’ nervosa.
“Dove andiamo?”
Chiedo girandomi verso di lui che non ha mai smesso di guardarmi. Prende
di nuovo la mia mano nella sua e intreccia le nostre dita. Sorride sornione, i
suoi occhi brillano.
“È una sorpresa. Devi solo avere un po’ di pazienza.”
“Non mi piacciono le sorprese.”
Dico con una voce esageratamente stizzita, molto simile a quella di una
bambina che sta facendo i capricci.
“Sei mai stata a Parigi?”
Faccio segno di no con la testa. Il suo sorriso si allarga ancora di più per
quanto può essere possibile. Direi che se la sta godendo, io invece sono
diffidente.
“Lo immaginavo…o forse lo speravo! C’è un posto che devi assolutamente
vedere allora.”
Il tragitto dura poco e in un attimo ci troviamo proprio sotto la Torre Eiffel.
Luca scende per primo e fa il giro della macchina per venire ad aprire il mio
sportello e porgermi la mano che io ci metto un po’ ad accettare perché non mi
piace proprio la piega che la serata sta prendendo. L’aria è abbastanza calda,
siamo in primavera inoltrata e anche se Parigi è più a nord rispetto a Roma
oggi la temperatura è mite. Mi guardo intorno e vedo tanta gente in fila a
formare una coda interminabile sotto ad un pilone della base. Mi viene da
sorridere, forse non aveva calcolato questo contrattempo e mi sento al sicuro.
Anche lui si guarda intorno e, con mio grande disappunto, non sembra farsi
scoraggiare dalla coda.
“Vieni.”
La sua mano sempre nella mia a trascinarmi con sé, passando al lato della
coda. Un ragazzo ci viene incontro.
“Monsier Fabbri?”
“Oui”
“S’il vous plait suivez-mou.”
Il ragazzo ci fa strada e noi lo seguiamo diligenti e in silenzio. Si ferma
davanti all’ascensore e quando questo arriva ci fa cenno di entrare e non fa
salire nessuno oltre noi. Luca lo ringrazia e gli stringe la mano e noto che nella
stretta gli passa alcune banconote, ne ho viste almeno un paio di colore verde.
Rimango interdetta e in silenzio mi godo la salita che piano piano svela la
grandezza di questa città che adoro e che stranamente sento mia. Arriviamo
all’ultimo piano dove c’è il bar. Un altro ragazzo ci viene incontro e ci fa
accomodare in un tavolo. Mi guardo intorno, il bar è piccolo e prende tutto un
lato, è aperto, non ci sono muri, è tutto a vista, negli altri tre lati ci sono tutti
tavolini piccoli. Il posto è raccolto e l’atmosfera molto romantica, luci soffuse
sulla tonalità del blu. La cosa mi fa sentire un po’ a disagio e inizio a
chiedermi che cosa ci faccio qui con Luca, e mentre mi guardo intorno lo sento
ordinare dello champagne. Il cameriere si allontana e ritorna velocemente con
due calici e degli stuzzichini. Il nostro tavolo è un po’ appartato e proprio
davanti alla vetrata. Mi alzo e vado vicino al vetro per guardare meglio il
panorama.
“È da togliere il respiro.”
Pensavo di non aver pronunciato quelle parole, di averle solo pensate, ma
Luca è dietro di me, appoggia una mano sulla mia pancia, palmo aperto e mi
attira verso di sé in modo che la mia schiena sia appoggiata al suo petto. Lo
sento sospirare e un fuoco acceso e ardente si irradia dalla sua mano per tutto
il mio corpo.
“Tu sei da togliere il respiro. Perfino questa città impallidisce davanti alla
tua bellezza.”
Le sue sono parole sussurrate nel mio orecchio destro. Mi giro ed è un
gravissimo errore perché i nostri visi sono a pochi centimetri di distanza, lo
vedo sporgersi verso di me e prontamente mi allontano, riuscendo a svicolare
dal suo abbraccio. Quando sono ad una distanza di sicurezza e il respiro torna
regolare riesco a parlare.
“Perché siamo qui?”
Mi guarda stupito.
“Perché ho bisogno di parlare con te!”
Incrocio le braccia davanti al petto come a voler alzare un muro di difesa
tra di noi.
“Parliamo tutti i giorni.”
La mia voce è forse un po’ dura, ma lui non sembra recepirlo.
“Voglio parlare di noi.”
Lo guardo dritto negli occhi e spero che il mio sguardo risulti
sufficientemente astioso e ostile, perché al momento è quello che provo nei
suoi confronti.
“Non esiste nessun noi.”
Sibilo a bassa voce tra i denti. Non risponde e si limita ad alzare un
sopracciglio in segno di sfida, fa un passo verso di me e io non riesco a
reagire. Mi accarezza una guancia e quel gesto mi desta, sposto il viso
interrompendo quel contatto, poi sospiro esasperata.
“Che cosa vuoi da me?”
Fa un altro passo verso di me e mi prende le braccia con le mani, il suo
sguardo è dolce e la sua voce delicata
“Voglio un’altra possibilità!”
Tutta la rabbia, la frustrazione e la delusione sepolte in un angolo del mio
corpo per dieci anni si fanno strada dentro di me.
“Tu. Vuoi. Che. Cosa?”
Scandisco bene le parole e ho involontariamente alzato la voce e vedo il
barista che si gira verso di noi e ci redarguisce con lo sguardo. Anche la voce
di Luca diventa dura e anche se più bassa di tonalità, mi arriva dritta.
“Hai capito benissimo.”
Mi sembra di vivere un incubo, come osa solo pensare una cosa del
genere? Il cuore inizia a martellarmi nel petto, sembra che anche lui si stia
ribellando.
“Spero tu stia scherzando.”
La mia voce è un grugnito basso e gutturale, una voce che non mi
appartiene. Ancora quel sorrisino e il sopracciglio alzato.
“Ti sembra che stia scherzando?”
No, in effetti non ha per niente l’aria di uno che sta scherzando. Mi guardo
intorno in cerca di telecamere, sono finita su quella trasmissione di scherzi?
Ma poi devo arrendermi alla realtà e quando realizzo che ha davvero la faccia
tosta di chiedere una cosa simile, la mia mano parte in piena autonomia e gli
molla un ceffone su una guancia. Lui sgrana gli occhi sorpreso e si porta una
mano sulla guancia colpita. Sono sorpresa almeno quanto lui, non mi era mai
capitato di fare una cosa del genere, non avevo mai alzato le mani su nessun
essere vivente in questa terra, ma ho capito che lui riesce a far uscire un lato
violento del mio carattere. Lo stesso cameriere che ci aveva redarguito poco
prima, fa il giro del bancone, ci viene vicino e inizia a parlare a bassa voce
con Luca che ascolta e fa cenno di no con la testa, poi anche lui dice qualcosa
e il cameriere se ne va, non molto contento. Respiro forte perché sto
letteralmente vedendo rosso, se possibile soffierei dal naso come un toro che
ha visto il drappo rosso sventolato dal torero ed è pronto alla carica. Faccio
un passo verso di lui, i miei occhi si chiudono a formare una fessura e la mia
voce diventa un sibilo.
“Tu non hai la più pallida idea di che cosa abbia passato per colpa tua,
altrimenti non mi chiederesti una cosa del genere. Ero distrutta, devastasta, mi
sembrava che qualcosa o qualcuno non la smettesse di infierire su di me,
nemmeno dopo avermi ridotto in mille pezzi. Hai mandato all’aria tutte le mie
speranze e i miei sogni di adolescente in una sola notte.”
Faccio una pausa e penso che dopo tanti anni forse siamo arrivati alla resa
dei conti. Decido di vuotare il sacco, siamo in ballo e allora balliamo.
Il suo viso si fa serio, incrocia le braccia al petto, alza un sopracciglio e
sul suo viso compare di nuovo quel sorrisino che assomiglia di più ad un
ghigno. La sua voce non mi dà il tempo di continuare.
“Hai fatto la descrizione esatta e dettagliata di come mi sono sentito
quando sei sparita, un’altra volta, senza una spiegazione. Solo che io ho
provato anche altri sentimenti, quali delusione e tradimento. E forse proprio
quelli mi hanno aiutato a riprendermi, ad alzare la testa, a farmene una
ragione, a rimettere insieme i cocci.”
Delusione e tradimento? Certo che ha una bella faccia tosta.
“Sai quanto ci ho messo io invece? Ci ho messo sei anni per riprendermi,
per dare di nuovo fiducia alla tua categoria. Ho incontrato Mattia ad una festa
una sera e ci ha impiegato due anni per abbattere il muro che avevo alzato per
colpa tua.”
Fa una risata sarcastica portando la testa indietro e quando appena un
attimo dopo ritrova la posizione i suoi occhi catturano i miei e capisco che
quello sguardo non mi abbandonerà tanto presto.
“Per colpa mia? Sei tu che sei sparita la mattina dopo la festa in spiaggia.
So solo che un momento eri con me e l’attimo dopo non c’eri più.”
Sbuffo esasperata.
“Ti sei mai chiesto perché?”
Quello che mi dice e il modo in cui lo fa mi colpisce come un treno a tutta
velocità.
“Ogni santissimo giorno. Ma tu ti sei fatta negare e io non ho avuto modo di
sapere.”
“Poi quella mattina Andrea mi ha avvisato che eri in aeroporto e stavi
partendo per Londra. Non volevo lasciarti andare così senza una spiegazione,
perché sapevo che se l’avessi fatto ti avrei persa definitivamente ed era una
cosa che non accettavo. Mi sono precipitato da te, ho corso come un pazzo in
moto, ho rischiato un paio di incidenti, me tu eri più importante di tutto il resto
e pregavo che il tuo aereo fosse in ritardo, per riuscire a vederti. Poi quando
sono arrivato lì e ti ho visto dalla parete di vetro, ho capito tutto, era tutto
chiaro finalmente…”
Mi porto una mano alla bocca per impedire a qualsiasi suono di uscirne,
mai mi sarei aspettata una confessione del genere.
“…tu eri mano nella mano di quel lord inglese…”
Faccio un altro passo verso di lui, la sua postura non è cambiata di una
virgola, sempre in difesa.
“E che cosa hai pensato?”
Ho paura di fare questa domanda, ma ormai che è iniziato, voglio arrivare
alla fine, voglio sapere.
“Che lo avessi preferito a me, che mi lasciassi per stare con lui, anche se
avevo tante domande in sospeso, ma l’orgoglio e la delusione non mi hanno
permesso di avvicinarti…dove lo avevi conosciuto, perché te ne andassi con
lui senza parlarne con me…e più di tutto la domanda che mi ha tormentato è
stata in che cosa avessi sbagliato…”
Questa volta è lui a fare un sospiro esasperato e finalmente le mani si
muovono e si portano entrambe sulla testa a voler sistemare una pettinatura già
perfetta così, la sua voce si abbassa, come anche i suoi occhi.
“…pensavo fossi felice con me…”
Poi riporta lo sguardo su di me.
“…evidentemente mi sbagliavo.”
Bene ora è il mio turno di chiarire le cose.
“Quindi tu hai pensato che io ti lasciassi per Jamie?”
La mia voce risulta incredula, come anche il mio stato d’animo. Non
risponde ma fa segno di sì con la testa. Dalla mia bocca esce un suono simile
ad una risata sgangherata.
“Come hai potuto pensare una cosa così di me?”
“Ho creduto a quello che ho visto con i miei occhi.”
Sospiro e mi giro verso la vetrata, guardo fuori, ma non vedo il panorama,
sto aprendo uno dei cassetti della mia memoria e sto tornando indietro nel
tempo, mi abbraccio come a volermi proteggere, perché mi accorgo che
ancora fa male, ci sono delle ferite aperte e sanguinanti. La mia voce calma.
“La mattina successiva alla festa in spiaggia, quando ho acceso il cellulare
ha iniziato a suonare come un dannato, ero piena di messaggi e di avvisi di
chiamate perse…”
“C’erano anche le mie…”
Mi interrompe e io di risposta annuisco, poi riprendo il racconto.
“…ma ce n’erano alcune davvero preoccupate, ed erano di Elena…”
Sento le lacrime pizzicarmi gli occhi, ma mi rifiuto di farmi vedere da lui
così indifesa, quindi deglutisco e le ricaccio indietro, mi giro a guardarlo e
vedo che è molto attento e preso dalle mie parole, riporto lo sguardo verso la
vetrata.
“…quindi l’ho chiamata subito e lei mi ha detto di dare un’occhiata al
profilo del social di Ginevra…”
Mi giro a guardarlo per cercare un qualcosa, che ne so un cenno di
cedimento, di una colpa, ma non vedo niente.
“…quando ho visto la foto che aveva postato solo un paio d’ore prima e il
relativo commento, mi è sembrato come se si fosse aperta una voragine sotto i
miei piedi e la terra stesse per inghiottirmi…il mondo mi è crollato addosso.”
Gira tutto il corpo verso di me e mi prende le braccia con le mani, la sua
espressione diventa preoccupata, forse inizia a realizzare che avevo visto
quello che aveva fatto.
“Che foto aveva postato?”
Sento l’amaro in bocca e capisco solo adesso che pensarci ancora mi
brucia, che forse non l’ho ancora superato.
“Un selfie di voi due nudi su un letto, abbracciati e il commento diceva che
a discapito di tutto e tutti eravate ancora insieme e ti ringraziava perché avevi
passato la notte con lei…”
Spalanca gli occhi.
“E quindi tu hai pensato che ti avessi tradito con lei la notte della festa?”
“Non era abbastanza evidente?”
Stacca le sue mani dalle mie braccia, se le porta entrambe sulla testa, ma
questa volta, dopo aver accarezzato i capelli, scendono anche sul viso e al
loro passaggio lo deformano in una smorfia paurosa.
“…e non hai pensato di parlarne con me prima di sparire?”
“No, non avrebbe avuto senso, avresti accampato mille bugie, e magari
saresti stato talmente convincente che ci avrei anche creduto…”
Fa alcuni passi davanti a me una mano sul fianco e l’altra sulla nuca.
“…hai mollato senza combattere, hai rinunciato a noi…”
Sbotto, ma mi contengo, ho capito che se continuiamo a dare spettacolo ci
sbatteranno fuori, anche se non capisco il francese penso che il filo del
discorso con il cameriere fosse quello.
“Io non ho rinunciato a niente, sei stato tu che lo hai fatto nel momento
stesso in cui ti sei infilato nel suo letto.”
Mi rivolge uno sguardo duro e diretto.
“Io. Non. Sono. Andato. A. Letto. Con. Ginevra.”
La sua voce forte e decisa inizia a farmi vacillare, ma forse è proprio
questo il motivo per cui non l’ho affrontato quando tutto questo è successo.
“Puoi chiederlo ad Andrea. È vero quella notte mi ero ubriacato e
parecchio anche, perché mi mancavi tu. Ho un vuoto da quando sono andato
via dalla festa a quando mi sono svegliato a casa di Andrea…”
“Ecco vedi? Come fai ad essere sicuro di non averlo fatto?”
“Andrea mi ha detto di aver vegliato su di me per tutta la notte perché era
preoccupato e aveva paura che mi sentissi male davvero, non avevo mai
bevuto così tanto.”
Un sospetto si insinua dentro di me, e se fosse la verità?
“E chi mi dice che tu e lui non eravate d’accordo?”
Devo provarle tutte, devo cercare di soffocare il brivido di paura che sta
crescendo dentro di me.
“Perché non mi avrebbe mai coperto in una cosa così squallida contro di
te, ti voleva bene davvero. Andrea è una persona estremamente sincera e leale
con le persone a cui tiene.”
È vero, mi viene in mente il giorno che era venuto a parlare con me, la
prima volta che lo avevo lasciato.
“Cazzo Vale…ti avevo detto di parlare con me? Perché non mi hai
affrontato il giorno dopo e non mi hai chiesto spiegazioni?...”
Ancora una volta si passa una mano tra i capelli, il suo viso è sconvolto,
incredulo.
“Lo sai che ci saremmo risparmiati tanta sofferenza se solo tu l’avessi
fatto?”
Non riesco a rispondere, la sensatezza del discorso mi sta divorando. Una
sensazione strana inizia ad insinuarsi dentro di me.
“Quel giorno in aeroporto, ti ho sentito, ho sentito i tuoi occhi su di me, mi
sono girata, ma non ti ho visto.”
“Mi sono nascosto dietro ad un signore abbastanza grosso appena ho capito
che ti saresti girata nella mia direzione. Dopo averti visto con quel tipo, non
volevo risultare anche patetico.”
Torna davanti a me, a pochi centimetri. Mi prende il viso tra le mani con un
tocco delicato e dolce, il colore dei suoi occhi diventa di un azzurro intenso e
profondo.
“Anch’io ti sento Vale. Sei sempre qui e anche qui…”
Si tocca una tempia e poi si indica il petto, nel punto esatto dove è
collocato il cuore.
“…ogni maledetto giorno da quando ho varcato la soglia di quella sala
riunioni. Ti ho odiato tanto, per tanto tempo, ma ho capito che esiste un
sottilissimo filo che divide l’odio dall’amore. Sono entrambi sentimenti forti e
potenti.”
Prendo i suoi polsi tra le mani e faccio segno di no con la testa.
“I-io non posso. È troppo tardi”
Cerco di liberarmi dalla sua presa, ma lui non me lo permette e continua a
tenere gli occhi fissi nei miei.
“No, non dirlo, non è troppo tardi. Abbiamo ancora tempo.”
Questa volta le lacrime cercano di uscire e un paio fuggono alla mia
volontà raggiungendo i suoi pollici che sono nelle mie guance.
“No. Io sto per sposarmi.”
Sorride, un sorriso di speranza.
“Hai detto la parola giusta, STAI per sposarti, ancora non lo sei.”
Abbassa la bocca sulle mie guance e cattura le lacrime che sono riuscite a
scendere, tra le sue labbra. Chiudo gli occhi e mi cullo in quel tocco così
innocente ma così sensuale che mi fa sciogliere e rabbrividire. Riapro gli
occhi giusto un attimo prima che le sue labbra cerchino di toccare le mie e in
quel momento di sua distrazione riesco a divincolarmi dalle sue mani. Vorrei
urlargli contro, ma siamo in pubblico e non sarebbe una bella scena. Mi
guarda sorpreso e cerco di trasmettergli, attraverso i miei occhi, tutto il
risentimento e il disprezzo che provo per lui in questo momento.
“Non ci provare mai più!
Sibilo a denti stretti.
“Perché? Che cosa c’è di tanto sbagliato?”
Ha il coraggio di chiedermi in tono serafico e innocente, il bastardo. Non
posso e non voglio, perché so che il mio muro crollerebbe miseramente e lui
rientrerebbe prepotentemente nella mia vita e sarebbe tutto molto sbagliato.
Respiro, prendo tutto il coraggio che riesco a trovare dentro di me.
“Perché io sono andata avanti, mi sono lasciata il passato alle spalle e sto
per sposare una persona meravigliosa che amo più di ogni altra cosa al
mondo…”
A queste parole il suo sguardo diventa freddo, duro, distante, ma non
replica, non mi interrompe perché sa che non ho ancora finito.
“…e tu devi fartene una ragione. E’ finita. Abbiamo già avuto la nostra
occasione e l’abbiamo sprecata!”
Rimane un attimo in silenzio a soppesare quello che ho appena detto e a
guardarmi in cagnesco.
“Quindi è questo che vuoi?”
Non rispondo, ma faccio un segno deciso di assenso con la testa.
“Bene.”
Il suo tono è aspro ma deciso. Rimane ancora un attimo, fermo in piedi
davanti a me, i suoi occhi nei miei, poi si gira di scatto, con passo deciso si
dirige verso il nostro tavolo, afferra il suo flute di champagne e lo scola tutto
d’un fiato. Quando ha finito afferra anche il mio e fa la stessa cosa. Poi torna
da me.
“Qui abbiamo finito, possiamo anche andare.”
Passa oltre e si dirige verso l’ascensore. Io raccolgo mestamente la borsa e
lo seguo. La discesa e il tragitto verso il ristorante in taxi è totalmente
silenzioso. Ha il viso tirato, la mascella serrata e i suoi occhi sono cupi.
Sospiro e penso che si preannuncia proprio una bella serata.

CAPITOLO DICIOTTO
Arriviamo al ristorante e vedo Francis, vicino ad un lungo tavolo
apparecchiato, che sta parlando con due ragazze altissime e magrissime, a
prima vista due modelle. Ci avviciniamo e quando si accorgono della nostra
presenza gli occhi delle due ragazze si soffermano sulla figura maschile al mio
fianco. Francis fa le dovute presentazioni e la modella dai lunghi capelli
corvini di nome Isabelle sembra apprezzare in modo particolare la presenza
del mio accompagnatore. Il cameriere ci serve dei flute di champagne; per
fortuna il mio soggiorno in questa bellissima città sta per finire, altrimenti
potrebbe venirmi la nausea per questa bevanda così piena di bollicine.
Isabelle si è trasformata in un nanosecondo in una sorta di felino che ha messo
gli occhi sulla sua preda, leccandosi i baffi e iniziando un gioco neanche tanto
velato di seduzione nei riguardi di Luca, che non disdegna affatto le attenzioni
della bellissima modella, da me ribattezzata gatta morta. Arrivano anche gli
altri e alla fine i quindici posti a tavola vengono tutti occupati. Francis siede a
capo tavola, mi fa accomodare alla sua destra e Luca si ritrova di fronte a me,
spostato di un paio di posti, con accanto un’Isabelle più sfrontata che mai.
Francis è un ospite amabile, gentile e coinvolgente. Mi racconta della sua vita,
dei suoi genitori e di come abbia avuto l’ispirazione per buttarsi nel mondo
della moda. Lo ascolto, ma non perdo mai di vista quello che accade al di là
del tavolo. Luca è sempre marcato stretto da quella piovra che adesso sta
anche allungando le mani, toccando con disinvoltura il suo braccio e ride di
improbabili battute che lui le sta facendo. Sento il mal di stomaco aumentare
sempre di più, vorrei alzarmi in piedi e intimare a quella gatta morta di tenere
giù le mani dal mio accompagnatore, ma per fortuna mi trattengo perché non
ho alcun diritto di fare una cosa del genere dal momento che io e Luca siamo
solo colleghi e niente di più. Allora perché provo questi sentimenti che tanto
si avvicinano alla gelosia? È un sentimento che non ho mai provato nei
confronti di Mattia, forse perché lui non me ne ha dato mai motivo, cerco di
rassicurarmi , ma so che me la sto solo raccontando e quello che è successo
poco fa in quel bar non mi ha lasciato indifferente e ha risvegliato in me
sentimenti ormai sopiti. Quando lei gli accarezza una guancia, non ci vedo più
e mi alzo di scatto. Tutti gli occhi del tavolo si puntano su di me, perché per
poco la mia sedia non cade all’indietro.
“Vogliate scusarmi, volevo solo andare alla toilette”
Vedo Luca piegare la testa e sfoderare uno dei suoi sorrisi soddisfatti.
Francis mi indica una porta oltre il bar del ristorante e mi ci dirigo a passo
spedito e testa alta. Entro dentro e non faccio neanche caso all’arredamento,
cammino verso il lavandino e mi rinfresco il viso, poi me lo tampono un po’
con della morbidissima carta profumata e quando mi riprendo del tutto ho
modo di osservare lo spazio intorno a me attraverso lo specchio. È tutto molto
bello, nei toni del nero e del bianco, tutto molto pulito e splendente. Prendo la
borsa, che avevo appoggiato nell’enorme lavello e cerco il cellulare, appena
lo trovo compongo il numero dell’unica persona che vorrei avere al mio
fianco proprio in questo momento. Risponde al secondo squillo, la voce
tradisce la felicità.
“Ciao amore.”
La mia invece risulta più cupa.
“Ciao amore.”
Appena mi sente il suo tono cambia e diventa preoccupato.
“Che succede?”
Cerco di farmi forza.
“Niente, amore va tutto bene.”
Un attimo di silenzio.
“Vale, mi stai facendo preoccupare. Dimmi che cosa c’è che non va.”
Ho sbagliato, non dovevo chiamarlo, adesso sarà preoccupato per me, che
sono in preda alla confusione.
“Amore, no davvero va tutto bene. È solo che mi manchi. Questa città è
così bella e romantica che vorrei che tu fossi qui con me.”
Ancora un attimo di silenzio.
“Sicura che sia solo questo?”
Annuisco guardandomi allo specchio e quello che vedo non mi piace per
niente. Mi sembra di essere stata catapultata indietro nel tempo a dieci anni
prima quando ero una ragazza ingenua, creta tra le mani della persona
sbagliata che ha saputo plasmarmi a suo piacimento per poi buttarmi via
quando si era stancato del gioco diventato vecchio e noioso. Non sono più
così, mi dico, sono una donna forte, determinata, caparbia. Respiro forte e
ritrovo tutta la sicurezza e la forza che in questi anni mi hanno portata ad
essere quella che sono diventata e di cui vado molto fiera.
“Si amore scusa. Ho solo avuto un attimo di debolezza.”
Lo sento sospirare di sollievo.
“Amore se vuoi salgo in macchina e ti raggiungo. Posso essere lì da te
domattina.”
Guardo l’ora, sono le 21:30.
“Davvero faresti questo per me?”
Chiedo sorpresa. Dall’altro capo del telefono percepisco il suo sorriso.
“Farei qualsiasi cosa per te amore mio.”
Mi tocco il petto con una mano e sento le lacrime salirmi agli occhi, sono
lacrime di immensa felicità.
“Domattina ho l’aereo e sarò di ritorno a metà mattinata, sarebbe una vera
follia.”
“Una follia che farei senza esitare un attimo.”
Sento la porta del bagno aprirsi ma non faccio caso alla persona che entra
perché i miei occhi sono bassi, a seguire il mio dito che gioca con il bordo
intarsiato del lavello.
“Mattia, ti amo così tanto.”
Dico sorridendo. Poi alzo lo sguardo sullo specchio e rimango di pietra
quando incontro un paio di occhi azzurri.
“Anch’io ti amo Vale.”
Rimaniamo a guardarci attraverso lo specchio.
“Adesso devo andare, i miei ospiti si staranno chiedendo che fine abbia
fatto. Ci vediamo domani.”
“Non vedo l’ora.”
“Io le conterò!”
Chiudo la comunicazione e continuiamo a guardarci tramite lo specchio
fino a che lui non fa alcuni passi verso di me e sento il suo corpo aderire alla
mia schiena. Mi giro di scatto, gli appoggio le mani sul petto e spingo forte
per farlo allontanare. Sono riuscita a coglierlo di sorpresa, altrimenti non si
sarebbe mosso di un millimetro, barcolla all’indietro.
“Hai sbagliato porta.”
Ritrova l’equilibrio.
“Sono esattamente nel posto in cui devo essere.”
Mi sfida con la voce e con lo sguardo. Fa un passo nella mia direzione e
tutto in lui si addolcisce, mi accarezza una guancia.
“Ero preoccupato per te. Eri pallida quando ti sei alzata dal tavolo e non
tornavi più. Volevo accertarmi che stessi bene.”
“Sto bene grazie. Avevo solo bisogno di rinfrescarmi il viso.”
Ci guardiamo, poi una ragazza entra nella toilette e guarda storto prima lui,
poi me. Senza dire niente usciamo e torniamo al tavolo. Per mia fortuna la
cena non si dilunga ancora per molto tempo e Isabelle continua la sua missione
di seduzione nei confronti di Luca, che un po’ la asseconda e un po’ se la tira.
Ci congediamo dagli altri salutando in modo professionale Francis e
promettendogli di tenerlo aggiornato tramite mail degli stati di avanzamento
del lavoro che ci ha commissionato. Gli altri invece ci salutano in modo
caloroso come se fossimo amici di vecchia data. Sto salutando un ragazzo che
era alla mia destra, quando con la coda dell’occhio vedo Isabelle abbracciata
a Luca, con un sorriso che le va da orecchio ad orecchio, come se fosse una
bambina nel paese dei balocchi soddisfatta di quel contatto che immagino
aspettasse da tutta la sera. Vedo che gli bacia una guancia e gli sussurra
qualcosa all’orecchio. Poi lo guarda con fare ammiccante e con aria complice,
come se stessero cospirando per la salvezza del mondo e senza che lui se ne
accorga gli infila un bigliettino nella tasca sinistra della giacca. Quando tutto
il teatrino finisce, lui si gira verso di me e mi raggiunge raggiante e
soddisfatto.
“Pronta?”
Faccio segno di si con la testa.
“Bene.”
Appoggia la mano sulla mia schiena e insieme guadagniamo l’uscita.
Quando sono fuori, mi fermo un attimo e respiro a pieni polmoni quest’aria
frasca.
“Ehi, tutto bene?”
“Sì, ora sì!”
Dico più a me stessa che a lui. Alza una mano e un taxi si ferma subito.

Guardo fuori dal finestrino la città che passa, sono stanca, moralmente
svuotata e spossata, ho un gran bisogno di una doccia e di una sana dormita
per ricaricarmi.
“Serata interessante.”
Anche se siamo un po’ distanti percepisco la sua presenza così
ingombrante e imponente. Faccio una smorfia di disgusto e mi odio per i
sentimenti che sto provando in questo momento, mi giro a guardarlo e glielo
dico.
“Guarda nella tasca sinistra della giacca.”
Alza un sopracciglio e con la mano rovista dentro la tasca, fino a che non
lo trova.
“E questo cos’è?”
Chiede curioso. Lo tira fuori e lo gira tra le dita. È un elegante biglietto da
visita, arzigogolato, una semplice scritta da una parte, un nome e un numero di
telefono, mentre dall’altra parte in bella grafia ci sono alcune frasi scritte a
penna. Il taxi è arrivato al nostro albergo, scendiamo e ci dirigiamo verso la
hall, lui esita un attimo per leggere e quando mi raggiunge all’ascensore un
sorriso soddisfatto che gli incornicia il bel volto.
“Bèh, almeno è intraprendente!”
La mia bocca emette un suono strozzato.
“C’è scritto che è stata molto contenta di avermi conosciuto e che le
dispiace sapermi in una camera d’albergo tutto solo e che se voglio
compagnia posso chiamarla a qualsiasi ora.”
Come se lo volessi sapere! Poi se lo rigira ancora una volta tra le dita e lo
rimette in tasca. Arriva il nostro ascensore ed entriamo.
“Non ho intenzione di chiamarla, se è questo che ti preoccupa.”
Dice tranquillo. Mi giro e lo fulmino con lo sguardo.
“Quello che fai non è affare mio.”
Si gratta il mento con una mano.
“Perché mi sembra di sentire una punta di gelosia nella tua voce?”
Incrocio le braccia al petto stizzita e appoggio la schiena alla parete della
cabina, pregando tra me e me che questa giornata abbia fine il più presto
possibile. Ma lui non sembra essere dello stesso parere perché si para davanti
a me in tutta la sua stazza e mole appoggiando entrambe le mani, una per parte,
accanto alla mia testa. In un attimo mi ritrovo imprigionata in un angolo
dell’ascensore, i nostri corpi pericolosamente vicini.
“Perché vuoi vedere solo quello che ti fa comodo?”
Ringhia. Continuo a non rispondere alle sue provocazioni e lo sfido con lo
sguardo.
“Se solo ti soffermassi un attimo a guardare oltre, capiresti che non sono
come pensi.”
Il suo tono è esasperato.
“Che cosa ne sai tu di quello che penso io?”
Tagliente fino al midollo.
“So quello che vedo attraverso i tuoi comportamenti e quello che sento
dalle tue parole.”
Sospira.
“Pensi che mi basti una bella faccina e qualche moina per desiderare
qualcuno? Non ti pare un po’ riduttivo?”
L’ascensore raggiunge il piano e le porte si aprono, ma lui non accenna al
minimo movimento e io sono letteralmente bloccata dal suo corpo. Siamo
pesanti quindi penso che anche l’ascensore rimarrà bloccato al nostro piano.
“Non è quello che hai sempre fatto? Anche con Ginevra?”
Alza gli occhi al cielo e si passa una mano fra i capelli.
“Cristo Santo Vale, avevo diciotto anni. Tutti i ragazzi di quell’età hanno
gli ormoni in subbuglio.”
Mi guarda fisso negli occhi, il tono diventa dolce e basso.
“Una donna deve prendermi anche di testa per desiderarla. Non mi basta
l’apparenza, voglio anche la sostanza.”
Non replico e aspetto respirando forte. Il cuore martella nel mio petto.
“Non è lei che voglio nel mio letto stanotte.”
Mi accarezza una guancia e ho paura di quello che dirà perché so che non
lo reggerò, che mi farà male, che devasterà il mio mondo con la forza di un
uragano.
“È te che voglio Vale. Ma non solo per un bisogno fisico. Perché voglio
amarti nel modo in cui meriti di essere amata, con il corpo, con l’anima ma
soprattutto con il cuore. E voglio che tu faccia lo stesso con me. Voglio il
pacchetto completo.”
Lascia che la frase rimbalzi tra le pareti della cabina e io mi sento morire.
Sta mandando all’aria tutte le mie certezze, i miei punti fermi e lo odio per
questo, ma forse ha ragione lui. C’è un filo sottilissimo che divide questi due
sentimenti. E forse anch’io lo amo, con la stessa intensità, la sua stessa
passione. Forse non ho mai smesso di amarlo, mai. Probabilmente se fossi in
me mi butterei su quelle splendide labbra così piene e carnose e magari non
arriverei alla camera, ma mi farei prendere qui dentro. Ma c’è Mattia nella
mia vita che non merita di essere trattato così, non merita una cosa così
meschina come un tradimento. È una persona stupenda, leale, che merita tutto
il mio rispetto e la mia sincerità, quindi in questo momento è a lui che devo
pensare. Vorrei scappare, ma non posso, non ce la faccio. Allora faccio
l’unica cosa che mi sento di fare in questo momento.
“Io. Amo. Mattia. Fattene. Una. Ragione.”
Dico. Voce ferma e decisa.
Gli do una spinta con tutta la forza che ho, e lui si lascia spostare. Esco
dall’ascensore e mi dirigo verso la mia camera, a passo spedito, senza
voltarmi indietro neanche una volta. L’unica cosa che sento, prima di
chiudermi la porta alle spalle, è una sua sonora risata.

CAPITOLO DICIANNOVE

La notte passa da schifo. Non riesco a chiudere occhio e se mi appisolo


sogno di corpi sudati, aggrovigliati e soddisfatti, sogno una bocca che esplora
ogni centimetro del mio corpo e delle mani che lo accarezzano delicatamente.
Ma non è Mattia il protagonista dei miei pensieri e questo mi sconvolge
ancora di più. Quando finalmente l’alba fa capolino dalle finestre, mi alzo e
inizio a radunare i vestiti per preparare la valigia. Faccio una doccia, mi vesto
sportiva con jeans e maglietta e scendo a fare colazione. Speravo di non
vedere Luca tanto presto, invece è già al nostro tavolo, con un cappuccino e
una brioche davanti a sé e il giornale tra le mani. Sembra riposato, io invece
ho un aspetto orribile, già controllato nello specchio che purtroppo non mente
mai. Appena mi siedo davanti a lui abbassa il giornale e mi scruta.
“Hmmmm, stai da schifo stamattina!”
Vedo che sogghigna il bastardo. Gli faccio una smorfia con la bocca in
segno di ringraziamento. Appoggia il giornale sul tavolo, si avvicina con fare
cospiratorio e abbassa il tono di voce per non farsi sentire dai tavoli vicini.
“Sei comunque uno schianto!”
Si rilassa appoggiando il corpo sullo schienale della sedia.
“Hai tenuto fede alla promessa fatta al tuo fidanzato. Hai contato le ore
stanotte?”
Sta cercando di provocarmi e ci sta riuscendo. Mai stuzzicare una persona
di pessimo umore per aver passato la notte in bianco. Adesso sono io che mi
sporgo verso di lui.
“Adesso smettila.”
“Lo farò quando lo farai anche tu.”
Addento la mia brioche e bevo un generoso sorso del mio cappuccino, ho
un disperato bisogno di caffeina per sostenere un certo tipo di conversazione.
“Ascoltami bene…”
Sbatte le mani sul tavolo e mi fa fare un salto.
“No. Adesso sei tu che mi ascolti. Sono una persona testarda e ottengo
sempre quello che voglio. Sempre. Ieri sera ti ho lasciato stare perché era
giusto così. Ma lo so, so che anche se mi dicevi di no, ogni fibra del tuo corpo
mi implorava di prenderti. Quindi perché non fai un favore a tutti e la smetti di
opporti all’evidenza?”
Assimilo le sue parole e ancora una volta mi viene voglia di prenderlo a
schiaffi, riesce sempre a far uscire il mio lato peggiore, quello violento.
Alzo una mano verso di lui, ma è più veloce di me e prontamente cattura il
mio polso. Sorride.
“Troppo lenta stavolta.”
“Sei uno stronzo!”
Lascia andare la presa sul mio polso e si rilassa sulla sedia, lo sguardo
sempre incollato al mio.
“Può darsi.”
Bevo un altro sorso del mio cappuccino e sento la caffeina entrare
lentamente in circolo dandomi vigore e carica per affrontare questa nuova
giornata che ha tutti i presupposti per risultare molto pesante. Finisco la
brioche e mi alzo, ne ho abbastanza.
“Vado a finire di preparare la valigia. Ci vediamo tra mezz’ora nella hall.”
Mi sto avviando verso l’uscita della sala colazioni, ma ci ripenso perché
ha davvero messo alla prova la mia pazienza e merita una replica. Quindi
faccio dietrofront e torno al tavolino. È ancora seduto serafico. Appoggio i
palmi sul tavolino e mi sporgo verso di lui. Tono secco e asciutto, sguardo
assassino.
“Sai che c’è? Devi smetterla di pensare che il mondo ruoti solo intorno a
te, perché non è così. Sei un idiota egocentrico.”
Mi guarda e non sembra essersela presa per le mie parole, anzi un sorriso
compare su quella faccia che adesso prenderei volentieri a schiaffi e che mi fa
imbestialire sempre di più. Incrocia le braccia al petto e alza un sopracciglio.
“Lo sai che sei ancora più sexy quando ti arrabbi? Non vedo l’ora di
riuscire ad acchiapparti perché immagino i fuochi d’artificio.”
Alzo gli occhi al cielo perché adesso ha veramente toccato il fondo.
“Vai all’inferno”
Mi afferra un polso e si sporge verso di me, la sua bocca vicino al mio
orecchio.
“Ci sono già…credimi.”
Detto questo si alza e se ne va come se niente fosse. Torno in camera più
incazzata di prima, finisco di mettere le cose in valigia e scendo nella hall. Lui
è già pronto che mi aspetta, prendiamo un taxi e il tragitto è abbastanza lungo,
quindi per evitare di continuare discorsi inutili e senza senso mi infilo le
cuffie del cellulare e ascolto la musica. Lui deve aver intuito che non voglio
avere nessun tipo di conversazione perché non prova nemmeno ad aprire la
bocca. Arriviamo all’aeroporto e facciamo il check-in ed è l’unico momento
in cui mi tolgo le cuffie, per parlare con la ragazza dell’imbarco. Espletata
tutta l’operazione sto per rimettere le cuffie quando la sua voce mi arriva forte
e chiara.
“Stai facendo una fatica inutile, non riuscirai a scappare in eterno.”
Decido che non merita neanche un fiato, quindi faccio finta di non aver
sentito e mi infilo di nuovo le cuffie. Ci dirigiamo nella sala d’aspetto, ma non
ci rimaniamo molto visto che fortunatamente il nostro volo è in perfetto orario.
Non tolgo mai le cuffie, neanche quando ci imbarchiamo, e quando siamo in
volo dedico la mia attenzione alle nuvole e al panorama, una volta sola mi
giro verso di lui e mi accorgo che sta sonnecchiando. Chiudo gli occhi anch’io
e riesco ad appisolarmi, vengo svegliata da Luca quando stiamo atterrando.
Questa è stata l’unica volta in cui sono riuscita a rilassarmi veramente e a
dormire durante un volo, di solito sono sempre molto agitata e nervosa.
Scendiamo e decido che ne ho abbastanza delle cuffie, quindi le tolgo, guardo
l’orologio e leggo che sono le 11:30 del mattino, l’ufficio ci aspetta.
Nonostante il pisolino, sono stanca, sto accusando la nottata insonne e ho
voglia di casa mia, ma so che sarà un’utopia, almeno non prima di questa sera.
Ci stiamo dirigendo verso l’uscita per andare a prendere un taxi, quando i
miei occhi incontrano altri occhi a me molto familiari e in questo momento
molto graditi, una vera ancora di salvezza. È Mattia, ed è fermo a qualche
passo da me, non esito neanche un attimo a buttargli le braccia al collo e a
baciarlo. Ha un sapore buono, un sapore rassicurante, il sapore di casa. Non
sono mai stata così contenta di vederlo come in questo momento e tra le sue
braccia ho la certezza che è tutto apposto, che tutto gira per il verso giusto.
Non so quanto tempo sia passato, ma ad un tratto sento un colpo di tosse alle
mie spalle, mi ero completamente dimenticata di essere in compagnia. Con
riluttanza mi stacco dalle sue labbra e dal suo abbraccio e mi ricompongo, ma
non prima di avergli detto ciao in tono dolce e complice. Luca ha una faccia
funerea, i due uomini si stringono la mano e percepisco che si studiano. Mattia
non è sulla difensiva e non cerca di prevalere sull’altro, non fa alcun gesto che
dia la sensazione di marcare il territorio, al contrario è rilassato e sicuro di sé
e questa è una delle sue qualità che me lo fanno apprezzare. Continua a tenere
un braccio sulla mia vita, quando i convenevoli sono finiti ci dirigiamo verso
l’uscita.
“Come mai questa piacevole sorpresa?”
Anche Luca è al mio fianco.
“Ieri sera quando mi hai chiamato ho sentito che avevi il morale a terra,
quindi ho pensato che ti avrebbe fatto piacere.”
I suoi occhi luccicano.
“Hai fatto bene, mi fa molto piacere, mi sei mancato così tanto.”
Mattia ci fa strada verso la sua macchina e quando arriviamo apre il
portabagagli e ci infila i nostri trolley. Luca si sistema nel sedile posteriore e
prima che entriamo in macchina travolgo Mattia con un altro bacio. In questo
momento ne ho un bisogno disperato, ho bisogno di scrollare vie tutte le
parole e i gesti di Luca, tutte quelle cose che per una frazione di secondo mi
hanno destabilizzato, ma che adesso nel momento in cui sono fra le sue braccia
sembrano già lontane anni luce. Entriamo e il tragitto è abbastanza lungo e mi
dà la possibilità di raccontargli delle mie giornate parigine, omettendo i
particolari delle serate. Luca è in silenzio e digita frenetico qualcosa nel
cellulare, riesco ad osservarlo attraverso lo specchietto retrovisore. Quando
arriviamo sotto lo studio, Luca saluta educatamente e ringrazia del passaggio,
ma esce velocemente dall’auto. Io mi soffermo a baciarlo ancora.
“Ti ho preparato una sorpresa stasera.”
Le mie braccia gli cingono il collo, i nostri visi a pochi centimetri.
“Hmmm, allora non vedo l’ora di tornare a casa.”
Mattia si sporge oltre le mie spalle.
“Ora vai, non fare aspettare il tuo capo.”
“Già.”
Dico in tono rassegnato, non ho proprio voglia di scendere da questa
macchina, anzi vorrei che partisse e mi portasse a casa e vorrei che ci
perdessimo l’uno nell’altra. Ma sono consapevole che non si può. Quindi
scendo anch’io lasciando il mio trolley nel bagagliaio e prendendo solo la
ventiquattrore. Ci dirigiamo verso l’ascensore in silenzio e solo quando siamo
dentro da soli Luca ritrova il dono della parola. Sbuffa.
“Quella scenetta patetica era per me vero?”
Giro la faccia nella sua direzione inorridita. I suoi occhi lanciano stilettate
di ghiaccio.
“Tutta fatica sprecata, se pensi che due moine e due smancerie mi
convincano a desistere, vuol dire che non mi conosci abbastanza.”
“Sei un vero idiota.”
Cambia posizione e si mette di fronte a me, devo alzare il viso per
guardarlo negli occhi.
“Può darsi che tu abbia ragione e che io sia davvero un idiota. Ma sono
l’idiota dal quale TU tornerai. Lo so io…e lo sai anche tu!”
Poi alza il sopracciglio come a volermi intimare di smentirlo, nel
frattempo le porte dell’ascensore si aprono. Senza aggiungere altro si volta e
esce, lasciandomi lì come un automa bloccato, rotto, incapace di muoversi.
“Buon proseguimento di giornata.”
Lo sento dire quando è già nel corridoio. Quando le mie gambe ritrovano
la motricità, mi trascino letteralmente nel mio studio e mi lascio cadere nella
poltrona della scrivania, mi prendo il viso tra le mani e mi domando quando e
se questo incubo avrà mai fine.
CAPITOLO VENTI

Quando riprendo possesso delle mie facoltà mentali faccio l’unica cosa
che posso fare, prendo il cellulare e mando un sms ad Elena, il testo è
semplice : “SOS cioccolato domani a pranzo”. Non devo aspettare molto,
qualche secondo dopo arriva la risposta “Ci sono”. Faccio un profondo
respiro liberatorio e Sara entra nel mio ufficio. Le faccio un resoconto
dettagliato della riunione e le mostro i miei appunti e gli schizzi che sono
riuscita a fare mentre Francis mi spiegava le sue idee. Buttiamo giù un paio di
concetti e ci focalizziamo su quelli. Sara è perspicace e molto ricettiva,
capisce al volo le mie esigenze e viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda. Per
il momento sono molto soddisfatta del risultato, ma c’è ancora tanto da
elaborare e sviluppare, senza contare che devo farne partecipe Luca perché
ora è lui il mio superiore e questa è la cosa che mi preoccupa di più, ma
adesso non voglio pensarci, c’è tempo. Mi va l’occhio sull’orologio e vedo
che è finalmente arrivata l’ora di andare a casa. Congedo la mia preziosa e
insostituibile aiutante, raccolgo le mie poche cose e mi dirigo verso
l’ascensore, butto lo sguardo verso l’ufficio di Luca e sembra deserto, non c’è
traccia di lui da nessuna parte; poco male mi dico, almeno mi risparmio la
fatica di salutarlo. Arrivo a casa e Mattia mi ha preparato la sorpresa, ha
apparecchiato la tavola come se dovessimo festeggiare qualche evento, in
modo impeccabile, la tovaglia azzurra e sopra il ranner panna, il servizio di
porcellana bianca, le posate d’argento, i bicchieri di cristallo, e una rosa
rossa a gambo lungo sopra il mio coperto. Sono senza parole, le mie mani
coprono la bocca per lo stupore e rimango lì in piedi ad osservare la scena
cercando di registrare ogni particolare nella mia mente. Lui arriva dalla
camera da letto, un paio di jeans scuri e una maglietta grigia che gli fascia il
corpo come se fosse una seconda pelle, l’espressione felice. Mi viene
incontro sorridendomi.
“Bentornata amore mio.”
Mi abbraccia e mi viene da piangere, chiedendomi se merito davvero tutto
questo. Mi accarezza la testa, poi avvicina le labbra al mio orecchio.
“Mi sei mancata così tanto in questi giorni.”
Sussurra e appena finisce di parlare gli afferro il viso con entrambe le
mani e lo travolgo con un bacio. Quando si stacca la sua espressione è ancora
più felice, sempre che la cosa sia possibile.
“Suppongo che anche tu abbia sentito la mia mancanza.”
“Non ne hai idea.”
Mi fa accomodare al mio posto scostandomi la sedia, mi dice di rilassarmi
perché ha pensato a tutto lui e sparisce in cucina. Torna con un antipasto di
pesce e si accomoda vicino a me. Iniziamo a parlare e mi domanda del mio
viaggio. Gli racconto per filo e per segno tutto quello che è successo. Gli dico
solo che Luca è una persona dal carattere forte e testarda e che per questo ho
qualche perplessità sulla riuscita della nostra collaborazione. Finiamo
l’antipasto, Mattia non mi fa fare niente, sparecchia e quando torna dalla
cucina, porta una padellata di paccheri allo scoglio in bianco che sistema in
mezzo al tavolo e che divide nei piatti. Addento il primo boccone di pasta,
sublime, da leccarsi letteralmente i baffi.
“Credo di aver preso una decisione durante il volo di ritorno.”
Ho tutta la sua attenzione.
“Non sarà facile lavorare con Luca, quindi credo che porterò a termine
questo progetto, perché se va come spero che vada, potrà darmi molta
visibilità nel mio campo, poi rassegnerò le dimissioni.”
Mi prende una mano nella sua e la stringe forte.
“Io ti appoggerò sempre, e se pensi che questa sia la decisione giusta, per
te, per noi, io sono d’accordo.”
Prende la mia mano e se la porta alla bocca per baciarla, io mi sporgo e lo
precedo, baciandogli le labbra.
“Non ti merito Mattia, sei una persona eccezionale.”
Mi guarda serio.
“Non dirlo neanche.”
E l’atmosfera si fa più leggera. Mi sento meglio, più serena ora che ho
trovato la soluzione giusta, devo solo tener duro per qualche mese e alla
scadenza di questo contratto sarò libera di andare per la mia strada
dimenticandomi una volta per tutte Luca. Finiamo la pasta, chiacchierando
delle sue giornate e delle sue serate. Mi racconta dei ragazzi e della loro
serata insieme. Porta a tavola gli spiedini di pesce e io sto per scoppiare, ma
li mangio perché ha reso questa serata perfetta. Il dessert ovviamente viene
consumato in camera da letto e io sono felice di perdermi in lui. La mattina
seguente, tutto sembra essere tornato alla normalità, mi sento rilassata e pronta
per affrontare questa nuova giornata nel verso giusto. Arrivo presto in ufficio,
Mattia aveva un appuntamento più tardi così mi ha accompagnato, passo
davanti all’ufficio di Luca e lo sento sbraitare con qualcuno a voce alta, non
capisco le parole, e non voglio neanche sapere, cammino oltre a passo spedito
e mi chiudo nel mio ufficio. Una mezz’ora più tardi arriva Sara e riprendiamo
da dove avevamo lasciato ieri. Buttiamo giù un altro paio di nozioni, in modo
da avere più progetti da sottoporre a Luca e sviluppiamo anche quelli. Ad un
tratto sento bussare e quando la porta si apre Elena entra con una busta
inconfondibile tra le mani. Ero talmente presa dal lavoro che non mi ero
accorta che fosse già ora di pranzo. Sara ci saluta e si chiude la porta alle
spalle, lasciandoci sole.
“Allora perché questa emergenza?”
La faccio accomodare nella sedia di fronte alla scrivania e mi siedo di
fianco a lei. Tira fuori un paio di panini al petto di tacchino e insalata e me ne
porge uno.
“Sono tornata ieri da Parigi.”
Annuisce e addenta il panino.
“Lo sapevo. Tommaso ha parlato con Mattia.”
“Ero con Luca…”
Si ferma con la bocca piena, mi verrebbe quasi da ridere se non dovessi
raccontarle quello che è successo.
“…e…”
“Mi ha portato al bar della Torre Eiffel.”
Finisce di masticare e inghiotte il boccone.
“Lo conosco, mi ci ha portato tuo fratello per un anniversario. È un posto
molto romantico. Perché ti avrebbe portato lì?”
“Perché mi ha chiesto un’altra occasione, vuole tornare con me!”
Elena strabuzza gli occhi incredula.
“Che faccia tosta. Dopo tutto quello che hai passato per colpa di quel
demente.”
Appoggio il mio panino sulla scrivania, improvvisamente ho perso
l’appetito.
“In realtà è stato tutto un malinteso.”
“Che cosa?”
“Abbiamo parlato e mi ha assicurato che non è andato a letto con Ginevra
quell’estate.”
“E tu gli credi?”
“Sì purtroppo gli credo. Mi ha anche detto di essersi arreso perché mi ha
visto all’aeroporto con Jamie e ha pensato che fossi io ad averlo tradito e ad
essere scappata con lui.”
Elena si alza, si porta una mano sulla fronte e inizia a camminare avanti e
indietro.
“Tutto questo non ha senso.”
“Credimi vorrei che non fosse così, invece purtroppo ce l’ha un senso. Ci
ho pensato e ripensato e tutti i tasselli sono andati al loro posto.”
Si ferma e mi guarda.
“Adesso che intendi fare?”
Mi alzo e le vado vicino.
“Sarà difficile stargli accanto. E’ una calamita per me. Ho passato l’ultima
notte a Parigi completamente sveglia a pensare. Ho capito di amarlo ancora,
anzi forse non ho mai smesso. Ma ho una paura folle di soffrire ancora per
colpa sua e poi io ho Mattia accanto che è una persona speciale e non farò
niente che possa farlo soffrire.”
Elena mi abbraccia e stringe forte.
“O tesoro. È un gran casino!”
“Sì lo è. Ma ho trovato una soluzione. Porterò a termine questo progetto,
poi rassegnerò le dimissioni.”
“Dici sul serio? E’ soprattutto grazie a te se questa ditta è diventata quello
che è.”
“Sì lo so. Ma troverò altro. Sarà una nuova ed eccitante sfida.”
Mi accarezza una guancia e mi guarda in modo dolce, come solo lei sa
fare.
“Ma tu?”
“Io starò bene. Mattia si prenderà cura di me, fra poco meno di un anno
saremo sposati e tutto si sistemerà.”
“Va bene. Ma sappi che io ci sono, per qualsiasi cosa.”
“Lo so, Elena. Sei la cognata migliore che io possa desiderare.”
Guarda l’orologio.
“Ora devo rientrare in ufficio. Ci sentiamo domani.”
Esce dal mio ufficio e io riesco a mangiare il panino. In fondo alla busta
trovo una coppetta di gelato al cioccolato con la panna e me la gusto rilassata
nella mia poltrona. Quando finisco di sistemare la scrivania Sara entra seguita
da Diego e tutti e due parlottano allegri.
“Sai che cosa può essere successo al capo?”
Questa domanda mi fa allarmare.
“No. Perché me lo chiedete?”
“Perché è da questa mattina che è intrattabile e se la prende con tutti.”
I due se la ridono.
“Se sapessi che è pressoché impossibile direi che ha bisogno di farsi una
bella scopata…”
Dice la voce insolente e biforcuta di Diego.
“Naaaa. Non credo sia questo il suo problema. Figurati, avrà uno stuolo di
donne pronte a sacrificarsi per questo.”
Replica Sara, questa cosa mi mette a disagio, ma faccio finta di niente.
“Qualunque sia il suo problema, non ci riguarda. Sara, vogliamo rimetterci
al lavoro?”
Dico in tono professionale, forse anche troppo. I due si guardano perplessi
e Diego esce dalla stanza. Ci rimettiamo al lavoro e anche il pomeriggio passa
a mio avviso in modo produttivo e soddisfacente.
Sono piena di idee perché questo progetto mi esalta veramente, ho voglia
di farlo bene e di mostrare a tutti, soprattutto a Luca, quello di cui sono
capace. Anche nei giorni seguenti mi impegno nel lavoro, l’aria in ufficio è
molto tesa, Luca è sempre più scontroso ogni giorno che passa, ma
fortunatamente non tutti i giorni lo incrocio o ho modo di interagire con lui,
quindi sono riuscita a trovare un mio equilibrio che mi permette di andare
avanti senza farmi grossi problemi. Sono passate già quasi tre settimane
dall’inizio del progetto e decido di mostrare al mio capo il mio lavoro, di
sentire che cosa ne pensa, se crede che sia il caso di continuare a svilupparlo
o di cambiare strada. Mi faccio coraggio e busso alla sua porta. So già che
oggi non è una gran giornata per lui, l’ho incrociato in corridoio e ho avuto
modo di constatare che il suo umore era più nero del solito. Infatti la voce che
mi invita ad entrare non è delle più amichevoli. È seduto alla sua scrivania,
indossa una camicia leggera con le maniche arrotolate, l’estate è alle porte e
la temperatura si sta alzando di giorno in giorno. Il colletto è slacciato e la
cravatta è allentata. I capelli sono particolarmente spettinati, segno evidente
che sono stati maltrattati con mani nervose e poco attente negli ultimi minuti.
Mi guarda e i suoi occhi sono glaciali. Respiro e mi preparo allo scontro.
“Dimmi.”
Mi avvicino cauta, faccio lentamente il giro della scrivania e mi fermo al
suo fianco. Dispongo le tavole davanti a lui e, per chinarmi e sistemarle,
sfioro inavvertitamente il suo braccio, che ritrae velocemente come se fosse
stato colpito da una scossa da mille volt.
“Volevo sapere che cosa ne pensavi.”
Le prende in mano una dopo l’altra e le studia attentamente, vedo i suoi
occhi vagare su ogni particolare. Dopo un po’ di tempo le posa delicatamente
sulla scrivania, appoggia i gomiti sui braccioli e incrocia le mani davanti alla
bocca, accarezzandosi le labbra con gli indici uniti insieme. Aspetta ancora
qualche secondo, poi gira la poltrona verso di me.
“Tutto qui?”
Ecco, lo sapevo, me lo immaginavo, non dovevo aspettarmi niente di
diverso. Respiro forte e chiedo al mio mantra di stare calmo. Incrocio le
braccia al petto, erigo un muro e sono pronta allo scontro.
“Che intendi dire con tutto qui?”
Nel suo viso compare un sorrisetto di sfida.
“Esattamente quello che ho detto.”
Mi giro verso le tavole.
“Vuoi dire che non sono abbastanza?”
Si alza di scatto, me lo trovo di fronte, la sua mole e la sua stazza mi
sovrastano. Annuisce.
“Mi chiedo se questo sia il meglio che sai fare.”
Mi giro dandogli la schiena e inizio a raccogliere le tavole. Lui si sposta e
mi lascia ampio spazio di manovra, quando ho finito mi giro di nuovo verso di
lui e lo vedo appoggiato alla libreria, braccia conserte e gambe accavallate
all’altezza delle caviglie, che mi scruta, come un falco attento farebbe con la
sua preda.
“Ho altre idee.”
Sorride.
“Bene, aspetto di visionarle allora.”
Prendo la via della porta ed esco senza voltarmi. Quando sono fuori la
rabbia inizia a montarmi dentro e mi dirigo a passo spedito nel mio ufficio,
apro la porta e me la sbatto con un gran tonfo alle spalle. Mi lascio cadere
sulla poltrona, sparpaglio tutte le tavole davanti a me e mi metto ad osservarle
attentamente. Le prendo una ad una sulle mani e le guardo attentamente
trovandole quantomeno buone, sia dal punto di vista grafico che cromatico.
Immaginavo che sarebbe stata dura e che non sarebbe stata una passeggiata.
Qualche istante dopo Sara entra e capisce all’istante il risultato della
supervisione di Luca solo guardandomi.
“È andata così male?”
Sospiro.
“Mi ha chiesto se sia il meglio che sappiamo fare.”
Si avvicina e anche lei si mette a guardare di nuovo le tavole.
“Non mi sembrano poi così male.”
Storco la bocca.
“Neanche a me.”
Sbuffo e mi alzo in piedi. Senza dire niente mi dirigo di nuovo verso
l’ufficio di Luca. Quando sono davanti alla sua porta chiusa, ho un attimo di
esitazione che però svanisce immediatamente, quindi apro la porta senza
chiedere il permesso. Lui è ancora lì nella stessa posizione in cui l’ho trovato
pochi minuti fa. Appena realizza e mette a fuoco la mia immagine stringe gli
occhi; diventano due fessure, ancora una volta ostili.
“Possiamo parlare?”
Non risponde, si limita a mettersi comodo nella poltrona, appoggiando i
gomiti sui braccioli e unendo le mani sotto il mento. Non mi siedo, passo oltre
e mi appoggio alla scrivania mettendomi di fianco a lui. È costretto a far fare
alla poltrona mezzo giro, così da avermi quasi di fronte.
“Ho bisogno di una tregua.”
Dico mestamente, risponde con un sorriso.
“Non ce la faccio a lavorare con questo clima così astioso, non ci sono
abituata ed è pesante. Non possiamo trovare un compromesso fino alla fine di
questo progetto?”
Continua a guardarmi in silenzio per qualche istante, poi finalmente parla,
il tono di voce calmo e rilassato.
“Hai bisogno di una tregua?”
Annuisco. Con uno scatto repentino mi è addosso, non ho neanche avuto il
tempo per capire che si stava muovendo e mi ha intrappolato tra il suo corpo e
la scrivania. Mi cinge la vita con un braccio e mi attira a sé, il suo corpo
premuto sul mio, l’altra mano è sul mio viso e lo tiene ben saldo, ma non è una
stretta che fa male, è solo decisa, determinata.
“Io ho bisogno di te.”
Sussurra piano, non mi fa male, non mi fa paura, e il mio corpo traditore
reagisce al suo. Riesco a mettere entrambe la mani sul suo torace e tento di
fare pressione per crearmi un po’ di spazio vitale, ma la sua presa è forte.
“Dimmi che non mi vuoi.”
Abbasso lo sguardo e aumento la pressione della spinta
“Luca smettila.”
La mia voce è ferma e decisa ma sembra non scalfirlo neanche un po’. I
miei occhi tornano nei suoi, che sono di un blu scuro, il colore del mare
agitato.
“E no, non te la caverai così. Avanti dimmelo.”
E il terrore si impossessa di me. Ma non è di lui che ho paura, ma di me
stessa, perché so che se riuscirà a baciarmi la mia forza di volontà finirà.
“Io amo Mattia.”
Riesco a dire con un filo di voce e abbassando lo sguardo sulle mie mani.
Fa una cosa veramente inaspettata che mi fa vacillare. Il tono della sua voce
diventa dolce, una carezza sulla mia pelle, una supplica che fa incrinare le
fondamenta del mio muro come se ci fosse stata una lieve scossa di terremoto,
fugace ma molto intensa.
“Vale ho bisogno che tu mi guardi negli occhi, mentre me lo dici. Ti
prego.”
Alzo lo sguardo e i suoi occhi catturano i miei. Ci leggo tristezza e
delusione e il mio cuore si stringe, forte, quasi a togliermi il respiro. Ma non
ce la faccio, non riesco a ripetere quelle semplici parole. Lo capisce e un
lieve sorriso di speranza si accende sul suo viso. Toglie la mano che teneva il
mio viso e in un attimo è sulla mia testa a travolgermi con un abbraccio. Lo
sento inspirare forte sopra la mia testa e con la mano mi accarezza i capelli.
“Abbracciarti è una sensazione indescrivibile.”
Ed è vero, anche per me è la stessa cosa. Sento il suo cuore battere forte e
so che anche il mio ha il suo stesso ritmo, battono all’unisono. E questo mi
spaventa a morte, ho la consapevolezza che l’impeto delle acque della mia
diga stanno incrinando lentamente il muro di cemento che le contiene. So che
questo è l’inizio della mia fine.
“Tante donne sono entrate nella mia vita, troppe forse. Qualcuna è riuscita
anche a resistere più delle altre. Ma nessuna è arrivata qui.”
Copre la mia mano con la sua, quella che è appoggiata sul suo petto
all’altezza esatta del suo cuore.
“Mi sono sempre illuso, ma quando ti ho rivisto nella sala riunioni ho
avuto la conferma dei miei sospetti. Ti amo Valentina. Ti ho sempre amato,
non ho mai smesso di farlo. Questo è sempre stato solo tuo.”
Aumenta la pressione della sua mano sulla mia, come se volesse farla
entrare dentro il suo torace e farmelo toccare. Poi rimane in silenzio,
aspettando una mia replica, ma non so che cosa dire e gli occhi iniziano a
pizzicarmi.
“Se davvero mi ami così tanto, devi fare una cosa per me.”
La mia voce è un flebile suono. Mi accarezza la testa e poi ci posa un
bacio. Alzo lo sguardo e mi sento morire, i suoi occhi sono pieni di speranza,
una speranza che sto per distruggere.
“Devi lasciarmi andare.”
Il suo corpo a contatto con il mio si irrigidisce all’istante, appena l’ultima
sillaba lascia le mie labbra.
“È questo che vuoi davvero?”
Il suo sguardo è duro, ma attento, indagatore, come a voler cercare una
falla nel mio scafo. Scioglie il mio abbraccio e nonostante la temperatura
esterna sia intorno ai ventisei gradi, sento improvvisamente freddo, tanto
freddo da indurmi ad abbracciarmi.
“Perché?”
Bella domanda. Perché? Forse perché non mi fido di lui fino in fondo?
Perché ho paura di soffrire ancora? Perché so che se mi lascerò travolgere da
questi sentimenti, poi non riuscirò più a farne a meno? Perché se dovesse
finire di nuovo ne uscirei a pezzi? Perché con lui posso toccare il Paradiso,
ma posso trovarmi in un attimo all’Inferno? Lo guardo e in quel preciso istante
decido, decido di mettere il mio cuore in cassaforte, di approdare in un porto
sicuro, cioè tra le braccia di Mattia. Respiro forte.
“Perché tra meno di un anno mi sposo. Mi sposo con una persona che amo
e che mi ama.”
Scuote la testa deciso, “No Vale, non ti lascerò scappare di nuovo. Se solo
avessi avuto la minima percezione del malinteso, non lo avrei fatto neanche
dieci anni fa. Non ti avrei permesso di salire su quell’aereo. Non posso
cambiare il passato, ma posso decidere per il presente…”
Il tono della sua voce si è alzato di un’ottava, è furente. Mi guarda fisso
negli occhi, i suoi sono due pezzi di ghiaccio.
“…e io ti voglio…adesso e per sempre.”
Questa ultima frase la pronuncia con calma, scandendo bene le parole, in
modo che mi entrino bene dentro, il tono è tornato normale. Il mio cuore
impazzisce, faccio alcuni passi per allontanarmi e sento le lacrime raggiungere
gli occhi. Faccio segno di no con la testa.
“Io appartengo a Mattia.”
Un sorriso sprezzante gli incornicia il viso.
“Ne sei davvero così sicura?”
“Sì”
Si avvicina di qualche passo, il dito indice puntato verso di me, la faccia
scura e sofferente.
“Non ti permetterò di vivere nell’illusione che non sia cambiato niente, che
io non sia ricomparso dal passato e ti abbia ritrovata.”
Ormai non ho più il controllo sulle mie lacrime che sgorgano copiose dai
miei occhi, cerco di asciugarle con gesti stizziti, ma è tutto inutile sono più
veloci e più intense.
“Ti consegnerò le mie dimissioni quando il progetto sarà finito, così
ognuno di noi potrà tornare alla sua vita.”
Mi guarda per un attimo, in silenzio, immobile, poi si passa una mano fra i
capelli con esasperazione. Una risata gli esce dalla bocca, ma è una risata
amara.
“E questo sarebbe il tuo geniale piano?”
Annuisco perché le parole sono bloccate in gola.

CAPITOLO VENTUNO

Dopo quell’ultima mia frase mi ha quasi sbattuto fuori dal suo ufficio,
adducendo come scusa di dover lavorare e di aver già perso fin troppo tempo.
Adesso sono in metropolitana seduta, mi sento svuotata, sconfitta, stanca.
Questi nostri confronti sono davvero estenuanti, troppo, davvero troppo
estenuanti. Il pensiero di andare a casa e vedere il mio uomo non mi aiuta,
infatti quando arrivo a casa e Mattia si accorge subito della mia aria abbattuta
e mi stringe in un abbraccio, non mi è di conforto come è sempre stato, non mi
fa sentire meglio, non mi fa sentire sollevata, non mi dà la certezza che tutto si
sistemerà e questo mi fa stare ancora più male se possibile.
“Ha bocciato un altro mio progetto.”
Dico con voce sommessa mentre sono tra le sue braccia. Sento i muscoli di
Mattia irrigidirsi.
“Ti sta proprio rendendo la vita difficile l’idiota.”
“Non sai quanto.” Ma queste parole non escono dalla mia bocca,
rimbalzano da una parte all’altra della mia testa, imprigionate dentro la mia
mente. Sospiro forte. Mi accorgo della tavola apparecchiata e un conato di
amaro partito dallo stomaco cerca di raggiungere la mia bocca. Riesco a
ricacciarlo da dove è venuto. Alzo gli occhi e incontro quelli di Mattia.
“Scusa ma non ho fame, voglio solo stendermi a letto.”
Mi passa una mano tra i capelli, lo sguardo dolce e premuroso.
“Non ti preoccupare. Vai pure. Qui penso a tutto io.”
Mi alzo in punta di piedi per raggiungere le sue labbra e sfiorarle per un
bacio delicato con le mie.
“Grazie.”
Sussurro sulla sua bocca prima di allontanare del tutto la mia. Vado in
bagno e quello che vedo allo specchio non mi piace per niente. Vedo la mia
immagine, ma è come se la vedessi da un’altra prospettiva, come se quel
corpo non mi appartenesse più. Vedo l’immagine forte e nitida di una persona
sconfitta. Ancora una volta. E anche la sensazione che pervade la mia anima è
quella. E la rinnego, perché io non sono più così. Proprio lui mi ha reso così
forte quando ha spezzato il mio cuore, allo stesso modo proprio lui ha
l’immenso potere di annientarmi solo con le parole. E odio questa sensazione
di insicurezza e instabilità, questo turbinio di sentimenti, ma non riesco ad
odiare lui. No. Non ci riesco, anche se lo vorrei con tutta me stessa, sarebbe
tutto più semplice. Appoggio le mani sul lavandino e abbasso lo sguardo. Il
mio corpo è scosso da singhiozzi, lacrime escono dai miei occhi, copiose,
inarrestabili, perché lo so, so che lo amo. Tanto. Da allora, da sempre, non ho
mai smesso. Ma ho paura, una paura fottuta di rivivere tutto quanto, il dolore,
la sofferenza e se allora sono riuscita a rialzarmi, questa volta non ce la farò.
Non mi fido. Non riesco a fidarmi di lui. Non mi fido dei suoi gesti, delle sue
parole. Dieci anni fa ero giovane, avevo l’incoscienza, avevo la possibilità di
riscrivere la mia storia, la mia vita, di scegliere quale fosse la strada giusta
per me. Adesso non più. La mia strada è già imboccata ed è troppo tardi per
fare inversione a U e scegliere di tornare a prendere l’uscita precedente.
Adesso la mia vita scivolerebbe tra le mie mani come un pugno di sabbia. E
non me lo posso permettere. Apro il rubinetto, prendo una generosa manciata
d’acqua tra le mani e ci immergo il viso. Un fugace e veloce sollievo mi
accarezza la pelle. Esco dal bagno e con gesti lenti e meccanici mi spoglio, mi
infilo la camicia da notte e mi metto a letto. Mi rannicchio in posizione fetale
e mi copro completamente con il lenzuolo. Poi lascio sfogare tutta la mia
frustrazione, con le lacrime, con un pianto accorato. Quando ho finalmente
finito la riserva di lacrime sono esausta e vuota, nel vero senso della parola.
Chiudo gli occhi e un attimo prima di assopirmi, sento una paio di calde e
confortanti braccia stringersi intorno al mio corpo, e un calore confortante
irradiarsi dentro di me. Mi lascio cullare, grata di quella vicinanza e mi
addormento. Ma la notte è agitata, strani sogni popolano la mia mente. Mi
sembra di boccheggiare, di non riuscire a prendere il respiro, di soffocare. Mi
sveglio in preda al panico e madida di sudore è Mattia e lì, vicino a me,
vigile, sveglio, che mi tiene d’occhio. Ha un asciugamano in una mano e una
camicia da notte pulita nell’altra. Mi prende tra le sue braccia e mi
raccomanda di stare tranquilla, di calmarmi, e con la sua voce dolce mi
assicura che tutto andrà bene, mentre tampona la mia pelle delicatamente con
l’asciugamano. Quando il ritmo del mio respiro torna regolare, il mio corpo è
completamente asciutto. Si scosta da me per un attimo, giusto il tempo di
sfilarmi la camicia da notte fradicia e infilarmi quella pulita. Poi mi prende di
nuovo tra le sue braccia facendo aderire il suo corpo con il mio e ci fa
stendere entrambi. In quel contatto rassicurante riesco a riprendere sonno e a
finire la nottata dormendo profondamente. Quando riapro gli occhi è già
giorno. Il posto accanto al mio è vuoto. Guardo la sveglia. Segna le sette. Non
mi sembra di averla sentita suonare. Faccio per mettere un piede a terra e la
porta della camera si apre. Mattia vestito con una tuta regge un vassoio che
contiene due cappuccini fumanti e un paio di brioches. Lo guardo
meravigliata.
“Non avevi un appuntamento presto stamattina?”
Sento la mia voce impastata, non ancora normale, quindi penso che anche il
mio aspetto deve essere pessimo.
Si avvicina al letto e appoggia il vassoio al centro. Mi prende le gambe e
le riporta sul letto, poi fa il giro e si siede a gambe incrociate dalla sua parte.
Mi sorride e prende un pezzo di brioches e prima di infilarsela in bocca dice:
“L’ho spostato.”
Ieri sera ho saltato la cena, quindi il mio stomaco brontola. Prendo la mia
brioches e capisco che deve essere uscito presto per andare a prendere la
colazione al bar qui sotto.
“Perché?”
Inghiotte il suo boccone poi prende un sorso del cappuccino, sulle labbra
gli rimane un po’ di schiuma. È troppo invitante, quindi mi sporgo verso di lui
e appoggio le mie labbra sulle sue, poi passo la punta della lingua sul suo
labbro superiore, rubando quella prelibatezza. Lo sento mugolare. E quando
mi allontano un sorriso si fa strada sul suo bellissimo viso.
“Perché non mi andava di uscire senza vedere come stavi. E perché ti
voglio accompagnare in ufficio.”
Faccio un conto mentale, se mi accompagna lui ho più tempo e poi posso
arrivare anche in ritardo, oggi non mi interessa, oggi ho solo bisogno di
certezze, oggi, adesso, ho bisogno di Mattia. Un guizzo malizioso passa nei
miei occhi e lui lo capta al volo.
“Quanto tempo abbiamo?”
La mia voce roca risuona nella stanza.
“Tutto quello che vuoi.”
Prendo il vassoio e lo sposto sul comodino. Lo raggiungo dalla sua parte
del letto camminando carponi, gli do una leggera spinta e cade sulla schiena.
Ne approfitto e gli sono sopra, muove un braccio a coprirsi gli occhi e ride di
cuore fino a che non lo travolgo con un bacio, che si rivela come la miccia
perfetta per innescare un’esplosione, di cui avevo un disperato bisogno.

Sto meglio, sto decisamente meglio. Il sesso mi ha ricaricato, rassicurato,


rilassato. Devo ancora vestirmi, Mattia invece si sta annodando la cravatta
azzurra sulla camicia bianca ed è bellissimo, raggiante oserei dire. Ha un
sorriso che gli passa da parte a parte, i capelli corti sono in ordine, tanto che
avrei voglia di passarci una mano e spettinarglieli tutti. Lo guardo e mi sento
felice. Controvoglia inizio a prepararmi, decido di indossare un paio di
pantaloni blu di cotone aderenti e una camicia scollata azzurra. Quando infilo
le mie decolté con il tacco sono pronta. Arrivo in ufficio con mezz’ora di
ritardo. Mattia mi accompagna fino alla porta. Sta per andare via quando vedo
con la coda dell’occhio la porta dell’ufficio di Luca aprirsi e la sua figura fare
capolino. Afferro la cravatta del mio uomo, lo attiro a me e lo travolgo
un’altra volta con un bacio.
“Quando hai finito avrei bisogno di parlarti.”
Una voce tonante e sprezzante mi arriva alle orecchie poco prima di sentire
una porta sbattere forte. Il mio ego esulta e canta vittoria, ho voglia di
esasperarlo, di spingerlo al limite e di passargli sopra come un caterpillar. La
parte perfida di me sta uscendo allo scoperto. Mi stacco dal mio uomo che
sogghigna soddisfatto.
“Penso che sia una pessima giornata per lui.”
Dico e vorrei ridere forte, ma mi trattengo. Mattia se ne va. Io raccolgo
tutto il mio coraggio e la mia determinazione e busso alla sua porta, ed entro
senza aspettare risposta. Come sempre è seduto dietro la scrivania, maniche
della camicia arrotolate e cravatta allentata. Mi squadra dalla testa ai piedi.
Mi avvicino e mi lascio cadere sulla sedia davanti alla scrivania.
“Di che cosa volevi parlarmi?”
Un attimo di silenzio in cui mi sembra di sentire girare gli ingranaggi del
suo cervello.
“Sei in ritardo stamattina.”
Faccio spallucce.
“Ti diverti vero?”
Quel tono, glaciale, fa spegnere all’istante il mio entusiasmo. Non replico
e aspetto.
“Voglio vedere la tua prossima idea per il progetto, è inutile sprecare
tempo a svilupparlo se è sbagliato sin dalla partenza.”
Annuisco.
“Bene, puoi andare.”
Non muovo un muscolo così mi guarda e alza un sopracciglio.
“C’è altro che devi dirmi?”
Faccio segno di no con la testa.
“Allora vai.”
Mi alzo e mi dirigo alla porta. Chiamo Sara, Diego e anche Matilde, ho
bisogno di più idee e pareri possibili. Passiamo i dieci giorni successivi a
snocciolare idee dalla mattina presto alla sera tardi, diventiamo degli
instancabili stacanovisti del lavoro, non ho alcuna intenzione di farmi trovare
impreparata. Ci penso anche di notte e spesso mi alzo e faccio alcuni schizzi
su dei fogli volanti, Mattia è molto paziente, mi lascia spazio, mi lascia
respirare e mi sostiene. La mattina del decimo giorno io e il mio team
decidiamo che è ora di far visionare a Luca il nostro lavoro in modo da poter
iniziare a sviluppare il progetto giusto; il tempo inizia a scarseggiare, siamo
un po’ in ritardo sulla tabella di marcia. Diego prepara la sala riunioni, io
faccio un bel respiro e busso alla porta dell’ufficio di Luca. Sono un po’
agitata e molto nervosa, sia perché è tanto che non lo vedo, non avendolo
incrociato molto in questi ultimi giorni perché i miei orari erano assurdi, sia
perché voglio sapere che cosa ne pensa del nostro lavoro. Inaspettatamente è
lui ad aprire la porta del suo ufficio, quindi me lo ritrovo a pochi centimetri
da me. Ho un sussulto perché mi ha colto di sorpresa, davvero non me lo
aspettavo. Il suo viso è serio, inespressivo e anche così accigliato è di una
bellezza disarmante. Il mio cuore salta un battito e per una frazione di secondo
perdo anche il respiro. È sempre impeccabile, nonostante sia scoppiata ormai
l’estate e la temperatura sia molto alta. È vero che i nostri uffici sono dotati di
aria condizionata ma in questo momento con lui qui davanti, così vicino che
mi scruta con il colore degli occhi più scuri del solito, sento delle goccioline
di sudore percorrermi la schiena.
“Come posso aiutarti?”
La sua voce è cupa e mi si secca la lingua. Cerco di ricompormi e di non
farlo accorgere del disagio che provo in questo preciso momento.
“Vorremmo farti visionare quelle idee, se hai tempo.”
Alza un sopracciglio, guarda l’orologio e riporta gli occhi nei miei.
“Sì. Dammi solo un paio di minuti, devo finire di scrivere un mail.”
Annuisco.
“Ti aspettiamo in sala riunioni.”
Mi giro e senza voltarmi mi dirigo fiera e altezzosa verso la sala e i miei
collaboratori. Due minuti dopo Luca fa il suo ingresso, lo faccio accomodare
di fronte a me alla mia sinistra, all’inizio del lato lungo del tavolo, Sara e
Matilde sono dall’altra e Diego è un po’ più distante per via del computer. Io
sono in piedi davanti allo schermo. Quando partono le slide entro in modalità
professionale e inizio a spiegare dettagliatamente le nostre idee. Luca è molto
attento e in silenzio osserva quello che viene proiettato. Quando la mia
presentazione è finita, incrocia le mani davanti alla bocca e inizia ad
accarezzarsi le labbra con gli indici uniti. Trattengo il respiro in attesa del
verdetto. Stacca lo sguardo dallo schermo e alza i suoi occhi nei miei.
“No, non ci siamo.”
A quelle parole sento tutte le mie energie e le mie forze abbandonarmi,
scendere verso il basso e sento salire la rabbia. Serro i pugni e fisso ad uno
ad uno sconsolata gli altri che ricambiano con sguardi misti di incredulità e
stupore.
“Sara, Diego, Matilde ci lasciate da soli un attimo?”
La mia voce esce dalla mia bocca più dura e seria di quello che avrei
voluto. Gli altri si guardano con aria interrogativa e senza farmelo ripetere
ancora escono in fila indiana dalla stanza chiudendosi la porta alle spalle. Un
silenzio surreale cala su di noi fino a quando non sbotto sbattendo entrambe le
mani sul tavolo. Quello che mi fa più rabbia è che lui non fa una piega, i suoi
occhi fissi su di me.
“Sei un ipocrita, prepotente e presuntuoso…”
Con una mano indico lo schermo, l’altra ancora bloccata, palmo aperto sul
tavolo, il corpo proteso verso di lui con fare minaccioso.
“…sai benissimo che almeno uno di quei progetti è valido…”
Riporto anche l’altra mano sul tavolo, sbattendola di nuovo cercando di
fare più rumore possibile e smaltendo così tutta la rabbia e la frustrazione che
si sono fatti strada dentro di me.
“…si può sapere che razza di problema hai?”
Quello che succede dopo accade tutto in un secondo, non realizzo che si è
alzato come se fosse quel protagonista di quella serie tv flash, che mi ha
imprigionato tra il suo corpo e il tavolo, che ha una mano su una mia guancia e
l’altra sul mio fianco, che mi guarda con occhi pieni di desiderio.
“Sei tu il mio problema…”
E un secondo dopo, le sue labbra sono sulle mie, delicate, esitanti. E come
in un dejavù, mi ritrovo in quel vicolo di via Condotti, dieci anni fa e quando
ancora come allora la sua lingua sfiora il mio labbro inferiore, schiudo la
bocca e la lascio entrare. Il mio corpo è pervaso da brividi e tutte le
sensazioni che mi faceva provare e che avevo relegato in uno dei cassetti
della mia memoria riaffiorano con prepotenza e mi travolgono come un
uragano. Porto le mani sulla sua nuca e cerco di attirarlo di più a me, mentre
un suono gutturale simile ad un gemito di piacere e soddisfazione si fa strada
dentro di me. Sento che mi solleva delicatamente e mi ritrovo seduta sul
tavolo, lui si posiziona tra le mie gambe. La mano che era sul fianco si sposta
sulla schiena e mi attira ancora di più verso di lui, in un abbraccio che non
lascia spazio neanche ad un minimo spillo tra di noi. Indosso una leggera
gonna di cotone, quindi quando le nostre parti basse si avvicinano sento
indistintamente ed inequivocabilmente l’effetto che dopo così tanti anni ho
ancora su di lui. La mano che era sulla mia guancia si sposta invece nei miei
capelli, afferrandoli in una coda bassa e costringendomi a piegare la testa
indietro. Il bacio si fa più esigente, più intimo e più travolgente e io contro
ogni mia aspettativa mi lascio andare, mi lascio travolgere e sconvolgere.
Solo quando la mano che era sulla mia schiena inizia a vagare e a cercare il
contatto con la mia pelle sotto la camicia leggera che indosso, nella mia testa
si accende un lampeggiante di un rosso acceso che urla il nome di Mattia ad
ogni giro che compie. Allora spalanco gli occhi e mi stacco in modo brusco da
quel contatto. Luca sgrana gli occhi e mi guarda con la testa piegata da un lato,
riesco a dargli una spinta e a liberarmi anche dell’abbraccio. Adesso siamo in
piedi, uno di fronte all’altro. Il torace che fa su e giù in modo irregolare. Un
sorriso di soddisfazione e di vittoria si insinua sulle sue labbra così
peccaminose e quello mi mette definitivamente ko. Mi sento uno schifo, sento
le lacrime salirmi agli occhi e reagisco mollandogli uno schiaffo. L’ultima
cosa che vedo con lucidità, prima che le lacrime offuschino definitivamente la
mia vista è quella di lui con lo sguardo incredulo che si massaggia il viso
dove la mia mano lo ha appena colpito. Mi giro e cerco di raggiungere la
porta, ma lui è più veloce e con una mano mi afferra un polso. Riesco a
guardare la sua mano, poi salgo ai suoi occhi.
“Non ti chiederò scusa per questo. Lo volevi tanto quanto lo volevo io.”
Quello che mi fa più male è che ha ragione, ha ragione da vendere. Lo
volevo e adesso so che niente sarà più come prima, che tutto questo è l’inizio
della mia fine. Con uno strattone forte mi fa girare e sono di nuovo tra le sue
braccia, il suo corpo che preme sul mio. Non riesco a guardarlo, quindi fisso
il suo torace che fa su e giù in un respiro regolare, calmo.
“Tu sei mia.”
Quelle parole mi danno la spinta necessaria per guardarlo negli occhi.
Senza mai distogliere lo sguardo dal mio e senza dire niente alza il mio polso
destro e mi mostra il braccialetto, quello di Tiffany che mi aveva regalato
dieci anni fa.
“Ricordi?”
Alza un sopracciglio con aria di sfida. Io scuoto la testa. Il bracciale è
rimasto sempre lì, non l’ho mai più tolto, è un gioiello piccolo, leggero, ma
non ho mai più pensato al significato che gli avevamo dato.
“Tu sei pazzo.”
Sorride ancora e annuisce con la testa.
“Sì. Sono pazzo di te, ma anche tu lo sei. L’ho sentito poco fa e lo sento
anche adesso. Tu mi vuoi.”
E mi lascia andare. Non replico, non dico niente e mi allontano da lui.
Esco dalla stanza e asciugandomi le lacrime vado nel mio ufficio. Come un
automa prendo la borsa ed esco. Voglio uscire da qui, mi manca l’aria, sono
sopraffatta da tutte le emozioni e sensazioni appena provate. Voglio andare a
casa, devo andare a casa. Prendo l’ascensore ed esco dall’edificio. Quando
sono fuori alzo la testa verso il cielo e cerco di respirare il più possibile, ma
il caldo me lo impedisce. Prendo il cellulare dalla borsa e faccio quello che
avrei dovuto fare un po’ di tempo fa, spingo il primo tasto delle chiamate
veloci.
Risponde al secondo squillo con una voce vivace e allegra, quella che mi
riserva ogni volta che lo chiamo. Il mio cuore si accartoccia sotto quel peso, il
peso di un macigno. Gli chiedo semplicemente di vederci a casa.

CAPITOLO VENTIDUE

Arrivo a casa e l’unica cosa che sento di fare è abbracciare il cuscino,


quello che ieri sera era dietro la schiena di Mattia mentre guardavamo il film,
per la nostra serata cinema. Mi guardo intorno e mi chiedo per quanto tempo
avrò l’opportunità di continuare a guardare tutto questo. Le lacrime continuano
ad uscire e mi sento male al solo pensiero di quello che sto per fare. Ma devo,
non posso più aspettare, non dopo aver di nuovo assaggiato le sue labbra,
quelle labbra così piene, esperte, che sanno fare magie. Una mezz’oretta più
tardi entra Mattia tutto trafelato, una maschera di preoccupazione in volto, che
se possibile mi fa sentire ancora peggio. Si siede vicino a me e quando
realizza quanto sono sconvolta, mi prende tra le sue braccia e aspetta
pazientemente che mi sia sfogata. Quando non ho più lacrime da far uscire
inizio il mio racconto, partendo proprio da dieci anni fa, dall’inizio. Non
tralascio niente, lo riempio di tutti i particolari e mano a mano che il racconto
va avanti sento il corpo di Mattia irrigidirsi e l’abbraccio sciogliersi piano
piano fino a che non si stacca del tutto e riesce a guardarmi in viso. Gli
racconto di Parigi e del nostro ritorno. Il suo viso diventa serio e
l’espressione cambia, da preoccupato si fa arrabbiato, diffidente. Arrivo fino
ad oggi, tralasciando al momento il bacio. Mattia mi guarda, guardingo,
distaccato, interrogativo.
“Avevo capito che qualcosa stava cambiando, eri scostante, lunatica…”
Si alza e inizia a camminare davanti a me, si passa una mano tra i capelli.
“…ma davo la colpa al fatto che quell’idiota ti mettesse sempre i bastoni
tra le ruote e pensavo che tutto sarebbe tornato alla normalità una volta che
avessi consegnato il progetto e le dimissioni…”
Mi guarda e quello che vedo mi fa male, come un pugnale conficcato al
centro del cuore.
“…che illuso!”
Scuote la testa come a volersi commiserare. Non lo posso sopportare, era
proprio questo che volevo evitare, mi alzo e cerco di toccargli un braccio
come per alleviare questa sua sofferenza, una sofferenza che sono proprio io
ad infliggergli. Non me lo permette e con un gesto cattivo allontana la mia
mano. So che me lo merito, ma fa un male cane. Mi risiedo.
“Perché me lo dici ora? Che cosa è cambiato?”
Mi guarda e una smorfia di terrore si insinua nel suo bel viso, si porta
entrambe le mani sulla testa e poi le fa scivolare lentamente verso il basso
sulle guance.
“Ti sei fatta sbattere in ufficio?”
Mi alzo e un no deciso con un tono di voce più alto del dovuto esce dalla
mia bocca.
“Come fai a pensare questa cosa di me? Non lo avrei mai fatto, non ti avrei
mai fatto una cosa del genere”
Lui sembra pensarci un attimo.
“E allora cosa? Che cosa è successo?”
Il mio tentennamento lo sprona.
“Avanti, me lo devi. Almeno questo!”
Lo guardo, i suoi occhi sono vuoti, stanchi, non mi rivolgono più amore e
questo mi provoca una fitta lancinante al petto, all’altezza esatta del cuore.
“Mattia io ti amo…”
Mi interrompe con uno sbuffo di derisione e alza un sopracciglio in segno
di disapprovazione. Deglutisco e raccolgo le forze per continuare il mio
discorso.
“…e sono stata molto felice con te. Credevo in noi, e soprattutto credevo
in te…”
Alza le mani esasperato.
“E allora perché?”
Abbasso gli occhi.
“Perché lui è tornato. Non so spiegarti il vero motivo, devi credermi, ma
lui è stato il mio primo grande amore.”
Rialzo gli occhi e li fisso nei suoi.
“L’ho amato tanto, forse più di quello che si sarebbe meritato. Ho
accantonato quel sentimento e ho incontrato te, che sei una persona stupenda e
ho amato tanto anche te. Se lui non fosse tornato non avrei avuto alcun dubbio
su di noi, sarei stata la tua sposa felice per tutto il resto della mia vita.”
Fa un sospiro forte di rassegnazione. Mi avvicino cauta e lui mi lascia fare,
sempre guardingo e diffidente, ma lascia passare uno spiraglio.
“Ma oggi mi ha baciato e il muro che avevo eretto per proteggermi da lui è
crollato miseramente. Non posso fare finta che non sia accaduto, per te che
meriti di essere trattato con rispetto, e per me stessa.”
Riesco ad arrivare al suo braccio e lo accarezzo.
“Mi dispiace.”
Abbassa la testa, sconfitto.
“Dispiace anche a me.”
Rialza gli occhi e sono pieni di delusione, tristezza, rammarico e vorrei
urlare, prendermi a pugni, farmi davvero tanto male, perché sono consapevole
di essere io a fargli questo. Gli occhi mi si riempiono di lacrime, si stacca da
me, da quel lieve contatto che ero riuscita a stabilire tra noi due e il cuore mi
si spezza. È la fine. Sposta lo sguardo altrove, non importa dove sia, la cosa
brutta è che non è su di me, non riesce nemmeno a guardarmi e non lo
sopporto.
“Prenditi tutto il tempo che vuoi per radunare le tue cose e andartene.
Fammi sapere quando sei fuori. Metterò in vendita questa casa, non voglio più
entrarci, non voglio più avere niente a che fare con tutto ciò che ti riguarda.”
La sua voce forte e cattiva mi fa girare le budella nello stomaco, non si era
mai rivolto a me in questo tono e mi viene da vomitare. Mi porto una mano
alla bocca per ricacciare indietro quel sapore così amaro. Si gira e il suo
sguardo è carico d’odio e di disprezzo. È giusto che sia così. Me lo merito, mi
merito tutto quello che verrà, da adesso in avanti. Allungo una mano verso di
lui.
“Mattia.”
La mia voce è quasi un sussurro sommesso.
Guarda la mia mano, guarda me, scuote la testa, mi gira le spalle e si dirige
verso la porta. Poco dopo sento un tonfo e capisco che è uscito da casa e dalla
mia vita. Mi accascio sul divano e lascio sfogare ancora una volta la mia
disperazione, non immaginavo di avere così tante lacrime da versare. Non so
quanto tempo passa, ma quando riesco a calmarmi prendo il telefono in mano
e faccio un’altra telefonata. L’unica cosa che riesco a dire quando Elena
risponde dall’altra parte è che Mattia se ne è andato. Non dice niente e
riattacca. Dopo dieci minuti sento suonare alla porta, mi alzo e con l’ultimo
briciolo di forze che ho in corpo riesco a trascinarmi lì e ad aprirla. Non c’è
Elena, ma l’unico uomo che non cambierà mai nella mia vita, mio fratello.
Non dice niente e mi travolge in un abbraccio pieno di calore e amore, quello
di cui avevo bisogno in questo momento. Mi prende in braccio e mi porta sul
divano, si siede e mi sistema sulle sue gambe, abbracciandomi e cullandomi
come se fossi una bambina piccola. Non mi lascia andare, stringendomi forte
fino a che non mi calmo e il respiro e il battito cardiaco tornano regolari. Mi
accarezza la testa e sento che i suoi muscoli si rilassano. Si sposta per
guardarmi e mi fa un sorriso incoraggiante.
“Va meglio?”
Mi chiede con un filo di voce. Faccio segno di sì con la testa, ma subito
dopo faccio segno di no. Torna ad abbracciarmi, poi poco dopo si alza e mi
dice di aspettarlo lì. Ubbidisco e vedo che si dirige verso quella che fino a
pochi minuti fa era la nostra camera, sento il rumore di cassetti e ante che
vengono aperti e poi richiusi e dopo quella che mi pare essere un’eternità, ma
che in realtà si tratta di una manciata di minuti, ricompare con un borsone
pieno, suppongo di vestiti. Mi fa alzare dal divano e mi accompagna alla
porta, prende la borsa e le chiavi e ci fa uscire entrambi richiudendo a chiave
la porta dietro di lui. Mi faccio guidare senza chiedere nè protestare e in pochi
minuti mi trovo a casa sua e di Elena. Mi porta nella camera degli ospiti e mi
fa stendere sul letto.
“Aspettami un attimo, devo sbrigare una cosa e torno da te.”
Faccio segno di sì con la testa e mi raggomitolo su me stessa, appoggio la
testa sul cuscino e chiudo gli occhi, forse nella speranza che quando li riaprirò
sarà tutto passato. Credo di essermi assopita dalla stanchezza perché li riapro
di scatto quando sento il materasso cambiare forma vicino a me e due braccia
forti e possenti cingermi il corpo.
“Non devi lavorare?”
“La mia sorellina in crisi è più importante di qualsiasi altra cosa.”
Mi accoccolo ancora di più e un impercettibile sorriso cerca di farsi strada
nel mio viso.
“Elena dov’è?”
Sorride.
“Visto che io sono occupato con te, qualcuno deve darsi da fare per
guadagnarsi il cibo.”
Se non stessi così male mi verrebbe veramente da ridere. Gli accarezzo le
braccia.
“Grazie.”
“Figurati.”
Rimaniamo così e poco dopo passo dalle braccia di mio fratello a quelle
di Morfeo. Quando mi sveglio fuori è buio pesto. Sono sola, guardo l’ora e mi
accorgo che mancano pochi minuti a mezzanotte. La porta si apre
delicatamente e la testa bionda di Tommaso fa capolino. Mi guarda e mi regala
un grande sorriso.
“Come va?”
Cerco di sorridere anch’io.
“Meglio grazie.”
Si avvicina al letto.
“Hai fame? Vuoi mangiare qualcosa?”
Faccio segno di no con la testa, ho lo stomaco completamente chiuso e non
mi entrerebbe nemmeno la capocchia di uno spillo.
“Elena?”
“Ha cercato di aspettarti, ma è crollata anche lei. Ha avuto una giornata
pesante al lavoro.”
Mio fratello si siede nel letto e mi accarezza una guancia.
“Dai, aspetto che ti metti il pigiama e ti infili a letto.”
Faccio come mi dice. Mi alzo, rovisto nella borsa che ha preparato e mi
accorgo che non manca niente. Ha pensato a tutto, biancheria, cose da bagno e
vestiti per il cambio, mio fratello ha mille risorse, Elena è davvero fortunata,
poi mi viene da pensare che lo ero anch’io con Mattia. Guardo la mano e mi
accorgo che ancora porto il suo anello. Lo sfilo riluttante, ma non posso più
portarlo, non adesso. Lo porgo a Tommaso.
“Puoi farglielo avere?”
Tommy lo prende senza esitare e lo infila nella tasca dei suoi jeans.
“Certo. Ci penso io.”
Mi dirigo in bagno e dopo che mi sono cambiata ritorno in camera.
Tommaso non si è mosso di un centimetro. Mi fa mettere sotto il lenzuolo e si
stende di nuovo vicino a me. Sono grata di quel contatto, ma il suo posto non è
qui con me, c’è sua moglie di là ed è giusto che la raggiunga.
“Non dovresti andare da Elena?”
Sbuffa dolcemente.
“Sono anni che dormo con lei appiccicata come un polipo, quando mi
ricapita di coccolarmi un po’ la mia sorellina preferita?”
Gli do un leggero schiaffo sul braccio.
“Certo che sono la tua sorellina preferita. Sono l’unica che hai!”
Puntualizzo con un tono finto offeso. Ride, una risata sana.
“Già non ci avevo pensato!”
Continua a ridere e mi sa tanto di presa in giro. Mi giro verso di lui fino a
trovarci faccia a faccia. La sua espressione e i suoi occhi non sono cambiati
nel corso degli anni, sembra sempre una simpatica canaglia, anche se so che è
una canaglia follemente innamorata della sua bellissima e vivace moglie. Gli
accarezzo una guancia.
“Grazie.”
Mi sorride, poi però torna stranamente serio.
“Adesso che farai?”
Faccio spallucce.
“Non lo so. Provo a parlare con Luca?”
“Lo ami?”
Mi tornano le lacrime, sorrido e piango perché ho preso consapevolezza di
questa cosa e sono stata finalmente sincera anche con me stessa. Sì lo amo,
l’ho sempre amato, avevo solo relegato questo sentimento in un angolo del
mio cuore per la lontananza che ci ha separato in questi anni.
“Sì”
“Allora lo devi fare.”
Mi asciuga gli angoli degli occhi con il pollice.
“Vieni qui.”
Mi stringe a sé e io lo lascio fare. Chiudo gli occhi e mi riaddormento.
Quando li riapro è giorno pieno. La casa è in totale silenzio, guardo l’orologio
che indica le undici passate. Mi alzo di scatto e guardandomi intorno trovo un
biglietto con la calligrafia di Tommy.
“Ho avvisato Sara che oggi non saresti andata al lavoro perché non ti
sentivi bene. Puoi rimanere da noi tutto il tempo che vuoi. Se vuoi posso
andare io a prenderti le cose rimaste a casa di Mattia. Ne parliamo stasera.
Baci.”
Faccio un respiro profondo. Prendo il telefono e compongo il numero
dell’ufficio, un’improvvisa voglia di sentire la sua voce si impadronisce di
me, anche se tremo perché non so davvero da dove potrei iniziare. La prendo
alla larga e faccio il numero dell’interno di Sara. Risponde quasi subito.
“Ehi capo come stai?”
“Così. Ho un po’ di mal di testa.”
“Deve esserci un’epidemia allora.”
“Perché?”
“Anche il grande capo oggi non si è presentato dicendo di non sentirsi
bene.”
Un moto di delusione mi attraversa il corpo.
“Niente di grave spero.”
“Non saprei. Ha mandato una mail. Ah e poi ha detto che si scusa per
quello che è successo ieri…”
Un brivido mi attraversa la schiena. Come si scusa? Che significa? Si
scusa per avermi baciato?
“…e che possiamo sviluppare il secondo e il terzo bozzetto cercando di
unirli. Secondo lui può funzionare. Riguardandoli li trovava perfetti”
Rimango un attimo in silenzio cercando di elaborare quello che mi ha
appena detto Sara.
“Ehi capo ci sei?”
“S-si. Ci sono.”
“Allora che ne pensi?”
“Penso che sono d’accordo. Domani si comincia allora.”
“Ok. Allora a domani.”
“Sì a domani.”
Chiudo la comunicazione e guardo il cellulare combattuta se chiamarlo o
no. Mi lascio cadere sul letto e decido che posso aspettare fino a domani. Ho
un turbinio di pensieri, sono felice ma anche terrorizzata. Tutte quelle
sensazioni e quelle emozioni che mi ha fatto provare con un bacio tornano forti
dentro di me e sospiro. Che cosa gli dirò domani? Mille scenari affollano la
mia mente e hanno tutti come soggetto lui che mi prende tra le sue braccia e mi
bacia di nuovo, ripetendomi che mi ama alla follia. E il mio corpo è scosso da
brividi di aspettativa. In un attimo di lucidità mi ricompongo e penso che tutto
può aspettare un giorno, visto che abbiamo aspettato dieci anni. Fuori è una
bella giornata e penso che posso uscire a fare due passi. Mi vesto ed esco.
Prendo la metro per il centro e passeggio sedendomi poi sulle scalinate di
Trinità dei Monti. Ripercorro con la mente tutti i pomeriggi passati con le mie
amiche proprio su queste scale, tutti i pettegolezzi fatti, tutti i sospiri spesi per
i ragazzi che non ci guardavano e mi rendo conto di quanta strada abbiamo
percorso insieme, di quanto siamo cambiate. Poi mi dirigo nel nostro vicolo e
mi avvicino cauta, come se fossi una madre in procinto di beccare la proprio
figlia a sbaciucchiarsi con un bel ragazzo dagli occhi del colore del mare.
Resto un attimo a guardare quel muro che mi ha sorretto quando pensavo di
svenire lì tra le sue braccia, mentre le sue labbra erano premute sulle mie.
Sorrido leggera e felice. Sì felice e nonostante lo fossi anche con Mattia tutto
questo è completamente diverso, mi sembra giusto, come se tutti i tasselli del
puzzle fossero esattamente dove dovrebbero essere. Guardo le vetrine, faccio
un po’ di spesa e torno a casa di Tommaso. Preparo una cena speciale per
ringraziare mio fratello e sua moglie. Appena entra in casa Elena mi travolge
con un abbraccio che farebbe sbiancare un boa constrictor. Ceniamo e vedo
gli occhi di mio fratello più distesi, il peggio è passato anche se dentro mi
sento ancora uno schifo, soprattutto per quello che ho fatto a Mattia, ma non
potevo più trascinare questa cosa solo per paura di ferirlo, non era giusto per
lui nè per me. Si merita una persona che lo ami incondizionatamente senza se e
senza ma, che gli dia tutta se stessa al cento per cento. Dopo cena
sparecchiamo, Tommaso mi bacia una guancia e si congeda dicendo di essere
stanco, ma so che lo fa per lasciarci sole. Lo ringrazio con un sorriso che
ricambia. Io e Elena ci sediamo sul divano.
“Allora che cosa pensi di fare?”
Faccio spallucce sorseggiando un bicchiere di prosecco.
“Spero di riuscire a parlare con lui domani.”
Elena si porta una ciocca di capelli dietro l’orecchio, il suo viso è
luminoso.
“Che cosa gli dirai?”
“Non lo so, improvviserò sul momento.”
Un nodo di nervosismo mi attanaglia la gola e tanti dubbi si insinuano
dentro di me, ma cerco di nasconderli. Elena allunga un braccio e ne sfiora
uno mio.
“Vedrai che andrà tutto bene.”
“Lo spero.”
Rimaniamo a chiacchierare per un’altra ora, ridendo e ripensando a tanti
aneddoti di quel periodo di dieci anni fa in un’atmosfera rilassata e serena,
poi ce ne andiamo a letto.
CAPITOLO VENTITRE

La notte passa agitata e quasi insonne, nervosa e felice al pensiero di


rivederlo, di toccarlo, e, se sono fortunata come spero, anche di abbracciarlo.
La mattina esco presto, tanto è inutile rimanere a casa ancora. Faccio
colazione al bar vicino all’ufficio e quando ho finito faccio un bel respiro,
raccolgo tutto il mio coraggio e mi preparo a questa nuova giornata. Entro
molto presto, ancora l’ufficio è quasi deserto, pochi colleghi stacanovisti sono
rintanati nelle loro stanze, passo davanti alla porta di Luca e speranzosa la
apro, ma lui non c’è, non è ancora arrivato. Quindi vado nel mio ufficio
lasciando la porta aperta in modo da avere la visuale del corridoio e riuscire
a vederlo quando arriverà. Accendo il computer e riguardo le slide dei
progetti, trovando i file dei due progetti che Luca ha indicato. Li guardo e mi
accorgo che sono davvero perfetti e l’idea di svilupparli insieme è veramente
geniale. Inizio a lavorare, buttando sempre un occhio al corridoio. Una
mezz’ora più tardi arriva Sara, carica e positiva come sempre.
“Ehi capo, tutto bene?”
Rallento un attimo e sposto la mia attenzione su di lei.
“Sì, bene. Era solo un pesante mal di testa.”
Mi sorride.
“Bene. Che stai facendo?”
Si avvicina alla scrivania e si posiziona sul mio lato destro, indirizzando
lo sguardo sul monitor.
“Sto cercando di far combinare i due progetti.”
Mi giro verso di lei.
“Sai credo che svilupparli insieme sia proprio un’idea azzeccata.”
“Sì lo credo anch’io. Ieri pomeriggio ho avuto modo di studiarli bene.
Penso che il grande capo sappia proprio il fatto suo. Peccato che sia sempre
così nero e scontroso, se ridesse di più penso che farebbe una strage di cuori.”
Quell’affermazione mi provoca un po’ di disagio, è vero Sara ha detto la
verità, se fosse più rilassato e ben disposto non avrebbe sempre quell’aria da
arrogante e cadrebbero tutte ai suoi piedi, ma questo non mi fa stare bene, anzi
riesce ad agitarmi ancora di più, sempre che sia una cosa possibile. Scaccio
dalla mente questo pensiero, adesso devo concentrarmi sul lavoro, avrò modo
e tempo per sciogliere tutti i miei dubbi. Sara si posiziona su una sedia e
iniziamo a lavorare sul serio. Passano le ore e noi siamo completamente
assorbite dai nostri pensieri, dalle nostre idee. Non dimentico mai però di
guardare il corridoio ogni volta che una figura si staglia davanti alla mia porta
e ogni volta il mio cuore salta un battito. Di Luca però nemmeno l’ombra per
tutto il giorno.
Torno a casa di mio fratello un po’ abbattuta e un po’ meno ottimista.
Appena varco la soglia di casa si accorgono subito del mio umore un po’
triste. Elena mi viene incontro e mi abbraccia forte.
“Com’è andata con Luca?”
Faccio spallucce.
“Non è andata perché non si è fatto vedere per tutto il giorno.”
Mi accarezza i capelli come farebbe una mamma premurosa.
“O tesoro mi dispiace.”
Faccio una smorfia con la bocca, ma lei non può vederla.
“Già, anche a me.”
Scioglie l’abbraccio e mi guarda con quei suoi occhioni verdi che in
questo momento sembrano pieni di speranza e positività.
“Dai non ci pensare, magari non sta bene. Lo vedrai domani.”
Alzo lo sguardo e vedo Tommaso che è in cucina e che sta
apparecchiando. Mi sembra particolarmente serio. Mi avvicino e gli prendo le
posate di mano.
“Tommy tutto bene?”
Guarda Elena e lei le fa un leggero segno di assenso con il capo.
“Ho incontrato Mattia oggi.”
Un nodo improvviso mi attanaglia lo stomaco.
“Come sta?”
Sospira.
“Non bene. È arrabbiato e ferito”
“Mi dispiace davvero tanto.”
“Lo so sorellina, ma non potevi continuare se non era quello che volevi.”
Mi accarezza una guancia.
“Vedrai gli passerà.”
Finiamo di apparecchiare e mangiamo chiacchierando. Il clima è
abbastanza disteso anche se un tarlo si è insinuato in me per quello che
riguarda la questione Luca. Non capisco perché non si sia presentato al lavoro
e mi chiedo che cosa possa essergli successo. Quando finiamo di cenare aiuto
a riordinare e fuggo nella mia stanza, il cellulare ben stretto nella mano e una
voglia pazzesca di comporre il suo numero. Alla fine desisto e decido di
aspettare. Il giorno successivo passa come il precedente, di Luca nessuna
traccia come anche i successivi cinque giorni. Al settimo non resisto più e
faccio il suo numero di cellulare che purtroppo risulta staccato. Allora faccio
quello della sede centrale di Milano. Una ragazza che dalla voce non
dovrebbe avere più di vent’anni risponde al secondo squillo. Dopo le
presentazioni di rito chiedo di parlare con Luca. Lei mi risponde che non è in
sede, ma che se voglio può passarmi Lorenzo. La ringrazio e chiedo di
passarmelo. Dopo quattro squilli che a me sono sembrati venti risponde la
voce gentile del mio capo.
“Ciao Valentina.”
Deglutisco.
“Ciao Lorenzo. Come va?”
Cerco di prenderla alla larga, non voglio sembrare frettolosa, voce calma e
decisa.
“Bene, impegnato ma bene. Lì come va?”
“Ti chiamavo proprio perché ho un piccolo problema, niente di grave, ma
avrei bisogno del parere di Luca e non lo trovo. Sai dove può essere?”
Un attimo di silenzio che non mi piace per niente. si schiarisce la voce.
“Sì. È a New York. Ha dovuto raggiungere la moglie. Mi ha detto che
aveva un problema di salute.”
BUM. La bomba mi è esplosa tra le mani. La moglie. Il sangue defluisce
dal cervello e si riversa tutto in fondo ai piedi. Se non fossi comodamente
seduta sulla mia sedia penso che sarei caduta per terra stecchita. Stacco il
telefono dall’orecchio e lo guardo come se fosse un oggetto sconosciuto. Poi
sento la voce di Lorenzo ovviamente lontana. Non capisco quello che dice.
Quindi in un attimo di lucidità riavvicino la cornetta e ascolto.
“…posso esserti utile io in qualche modo?”
Il nodo alla gola che si sta stringendo ogni secondo di più mi permette di
dire solo alcune parole velocemente
“No, no niente di grave. Ci pensiamo noi. Grazie.”
Non saluto, non aspetto la risposta e riattacco. Ecco, il mio mondo è
crollato di nuovo, esattamente come dieci anni fa. Solo che questa volta mi
sento davvero morire. Mi accascio sulla sedia e penso che questa volta non ce
la farò a rialzarmi. Che il dolore che sento è troppo intenso e acuto e che fa
tanto male. Non riesco nemmeno a piangere, è come se fossi finita in un
universo parallelo dove il corpo è un’entità privo di materia, perché non sento
più niente. Chiudo gli occhi e quando li riapro, un tempo indefinito dopo,
percepisco di essere sdraiata e vedo Sara, Diego e Matilde sopra di me che
mi guardano preoccupati. Vedo che parlano, ma non sento le loro voci, poi,
qualche istante dopo vedo anche il viso preoccupato di mio fratello fare
capolino sopra di loro. Allora chiamo a raccolta tutte le mie forze e riesco a
tenere gli occhi bene aperti. Sento qualcuno che mi tocca un polso, e capisco
che sto lentamente riprendendo la sensibilità del corpo.
Apro la bocca.
“Che cosa è successo?”
Riesco a dire lentamente e con un filo di voce. I miei colleghi si aprono a
ventaglio e lasciano passare mio fratello che si avvicina.
“Sei svenuta.”
Mi sento debole ma cerco di tirarmi su. Tommaso fa leva sulle mie spalle
impedendomi di muovermi.
“Non credo sia una buona idea. Rimani giù. Sei ancora molto pallida.”
Sbatto le palpebre perché tenere gli occhi aperti mi costa fatica, vorrei
richiuderli e lasciarmi andare. Sento dei leggeri schiaffetti sulle guance.
“No, no non fare scherzi! Vale guardami.”
È la voce di Tommy e anche se è autoritaria so che è molto preoccupato.
“Chiamate un’ambulanza.”
Quella parola non mi piace per niente e ho una fifa terribile di ospedali,
medici e soprattutto di aghi, quindi quella è la parola magica per farmi
ritrovare un briciolo di lucidità. Faccio segno di no con la testa.
“No Tommy. Sto bene.”
Le parole sono sbiascicate ma il senso è chiaro. Mi guarda con occhi
carichi di apprensione, sento che mi accarezza la testa.
“Va bene, ma dopo vieni in ospedale con me.”
Ci penso un attimo e poi annuisco sempre con la testa. Tommaso è vice
direttore del reparto di chirurgia Bambino Gesù. Una carriera brillante e
velocissima, si è laureato a pieni voti ed è entrato subito in ospedale come
tirocinante. Si è distinto per le capacità e non se lo sono lasciati sfuggire.
“Sara, trovami una coca-cola.”
Sara ubbidisce senza farselo ripetere una seconda volta. Io ricomincio a
sentire le forze farsi largo nel mio corpo e in questo momento tenere gli occhi
aperti non mi costa più tanta fatica. Quando Sara ritorna con la bibita in mano,
Tommaso mette una mano sotto il mio collo, in modo da aiutarmi a stare un po’
più alzata, poi mi avvicina la bottiglietta alle labbra.
“Bevi un po’. Piano.”
Lascio scivolare un piccolo sorso della bibita dentro la bocca e la
sensazione è piacevole perché è dolce ed è freddissima. Appoggia la
bottiglietta per terra e prende di nuovo il mio polso tra le dita, guarda
l’orologio e so che sta controllando il battito, gliel’ho visto fare un milione di
volte. Vedo passare un lieve e impercettibile segno di sollievo nei suoi occhi.
“Meglio?”
Chiedo e la mia voce è più sicura anche se ancora bassa come tono.
Annuisce e finalmente vedo comparire un sorriso sul suo viso. Mi porge di
nuovo la bibita e ne prendo un altro piccolo sorso.
“Aiutami a sedermi.”
“Non so se sia una buona idea.”
“Mi sento meglio, fammi mettere seduta.”
Mio fratello mi guarda e capisce che è una causa persa, sa quanto sono
testarda quando mi ci metto. Sospirando mi prende un braccio, dall’altra parte
c’è Diego. Mi sollevano delicatamente e mi adagiano sul divano. Quando sono
seduta, per un attimo tutta la stanza gira intorno a me, chiudo gli occhi e
quando li riapro la stanza ha ritrovato il suo giusto equilibrio. Bevo ancora un
sorso, sento il sangue ritrovare la giusta via e mi sento meglio ogni minuto che
passa.
“Stai riprendendo colore.”
Bevo ancora.
“Sto meglio.”
Tommaso tiene ancora il mio polso tra le sue dita.
“Aspettiamo ancora un po’, poi andiamo in ospedale.”
Lo guardo con occhi supplichevoli.
“È proprio necessario?”
Sorride.
“Sì è proprio necessario. Poi me lo hai promesso.”
Riesco a sorridere anch’io.
“In quel momento potevo prometterti di tutto.”
Vedo che si sta rilassando, la preoccupazione sta svanendo lentamente.
“Ho sprecato un’occasione allora?”
E scoppia in una risata serena.
Aspettiamo una ventina di minuti. Ho recuperato del tutto le forze, mi sento
bene e questa storia dell’ospedale non mi piace per niente, ma decido di
assecondare mio fratello. L’ho visto particolarmente preoccupato e voglio che
stia tranquillo, quando saremo soli gli spiegherò che cosa è successo e capirà.
Dico agli altri che possono tornare al lavoro, che è passato tutto, qualsiasi
cosa sia stata. In un attimo il mio ufficio si svuota. Tranquillizzo Sara, che
invece è rimasta vicino a me, e le dico che questa sera le farò sapere il
risultato degli esami. Tommy mi sorregge, ma so che posso camminare con le
mie gambe, che il mio equilibrio è di nuovo stabile. Raccolgo tutte le mie cose
e usciamo dall’ufficio, la macchina di mio fratello è parcheggiata nella via
dietro il palazzo. Mi aiuta a salire e si mette al volante, io scivolo in una
posizione comoda sul sedile di pelle della sua bellissima auto sportiva.
“Mi hai fatto spaventare. Puoi dirmi che cosa è successo?”
Mi giro a guardarlo e gli appoggio una mano sul braccio disteso a tenere
ben saldo il volante.
“Lo so. Mi dispiace.”
Per un attimo mi rivolge il suo sguardo, poi torna a guardare la strada in
silenzio. Ed è un silenzio che mi esorta a parlare.
“Luca non si è presentato neanche oggi, così ho provato a chiamarlo al
cellulare che però è staccato.”
Deglutisco e sento che le lacrime stanno tornando e anche il dolore fitto e
acuto già provato. Mi porto una mano al petto all’altezza del cuore.
“Allora ho provato in sede centrale, ma non è nemmeno lì. La segretaria mi
ha passato Lorenzo e con una scusa gli ho detto che avevo urgenza di parlare
con Luca…”
Giro lo sguardo verso il finestrino.
“…e mi ha detto che è a New York…”
Mi giro verso mio fratello che mi sta guardando perché siamo fermi ad un
semaforo.
“…dalla moglie…”
Mi prendo il viso tra le mani e lascio scendere le lacrime che fino a quel
momento avevo trattenuto.
“…è sposato. Capisci? È sposato…”
Vedo le nocche delle mani di Tommaso che diventano bianche mentre
stringono in una morsa assassina il volante.
“Ma che cazzo gli dice il cervello? O ma questa volta non gliela faccio
passare liscia. Questa volta se la vedrà con me. Se lo becco gli cambio i
connotati.”
Tiro su con il naso.
“Sembrava tanto sincero, mi ama, mi ha sempre amato, non ha mai
smesso…e io ci sono caduta ancora una volta. Che stupida che sono.”
Riporto lo sguardo verso il finestrino, ma non vedo niente di quello che mi
passa davanti. Sento una mano di Tommy accarezzarmi una gamba.
“Ehi, non dire così. È lui l’idiota che si diverte a farti soffrire.”
Continuo a guardare fuori.
“Dovevo stare attenta, dovevo continuare a non fidarmi di lui, dovevo
ascoltare quella vocina che mi diceva che non poteva essere cambiato.”
La discussione finisce lì. Mi dispiace perché so che mio fratello è
veramente molto arrabbiato e non vorrei che andasse in cerca di guai, che
questa volta alzi veramente le mani su Luca per difendere me. Ma è una cosa a
cui adesso non voglio pensare. Arriviamo in ospedale, Tommaso parcheggia
ed entriamo. Ci dirigiamo al banco delle accettazioni e vedo l’infermiera
prodigarsi in un sorriso così smagliante che se non fa attenzione potrebbe
storcersi i muscoli del viso. È giovane e molto carina, capelli rossi e occhi
azzurri, alta e snella. Ma vedo anche che mio fratello è molto professionale,
non la tratta con particolare galanteria, rimane freddo ed educato. Svolti i
convenevoli di rito, Tommy mi fa accomodare su un lettino e mi fa stendere,
l’infermiera ci raggiunge poco dopo.
“Vale devo farti una domanda.”
Sembra a disagio.
“Potresti essere incinta?”
Ci penso un attimo ma no, sono sicura che non può essere.
“No, ne sono quasi sicura.”
“Va bene. Comunque per sicurezza facciamo emocromo completo,
controlliamo la ferritina e anche beta hCg”
L’infermiera annuisce e prepara una siringa, poi mi fissa il laccio
emostatico sul braccio. Stringo il pugno e guardo da un’altra parte che non sia
il mio braccio, aspetto ma sento come un solletico. Devo dire che è la prima
volta che mi capita, questa ragazza ha proprio il tocco d’oro. Penso che la
prossima volta che dovrò fare il prelievo verrò qui e mi farò toccare solo da
lei. Mi giro e le sorrido grata. Poi è la volta della pressione, controlla e
scrive tutto su una cartella. È molto professionale e veloce, questa tipa mi
piace davvero, se mio fratello non fosse sposato farei sicuramente il tifo per
lei.
“Porto il campione di sotto in laboratorio.”
Dice e finalmente sento la sua voce che ha un timbro piacevole, dolce. Mi
sorride ed esce lasciandomi sola in una stanza enorme, fredda e asettica come
deve essere quella di un pronto soccorso. Mi rilasso sul lettino e i miei occhi
vagano per la stanza, per poco tempo però perché ad un tratto vengo scossa
dal suono del mio cellulare. Mi alzo con cautela, non vorrei svenire di nuovo,
guardo il display e non riconosco il numero.
“Pronto.”
“Ciao Vale. Ho trovato la tua chiamata. Mi cercavi?”
Il mio cuore salta un battito. Mi passo una mano sulla fronte.
“Sì. No. Cioè avevo un problema con una bozza ma abbiamo risolto.”
Un attimo di silenzio.
“Vale tutto bene? Hai una voce strana.”
La porta della stanza si apre e l’infermiera ritorna seguita da mio fratello.
“Sì. Sì. Tutto bene.”
“L’esito del prelievo sarà pronto fra un paio d’ore.”
La voce della ragazza è forte e sicura, ho la certezza che anche Luca
l’abbia sentita. Infatti la sua replica arriva poco dopo.
“Vale dove sei?”
Il tono è preoccupato e la sua voce tentenna.
“Io-io sto bene. Scusami ma devo andare.”
E senza aspettare chiudo la comunicazione.
“Era lui?”
Chiede mio fratello. Annuisco con la testa.
“Vieni ti porto a casa.”
“Non ce n’é bisogno, mi sento meglio, davvero e tu devi lavorare.
Prenderò un taxi.”

CAPITOLO VENTIQUATTRO

Arrivo a casa di mio fratello e il cellulare squilla di nuovo. Lo stesso


numero di prima. Lui.
“Pronto.”
Rispondo con tono esasperato e un po’ seccato.
“Ho chiamato in ufficio e mi hanno detto che sei svenuta e che tuo fratello
ti ha portato in ospedale. Come stai?”
Il suo tono è veramente preoccupato e per un attimo penso di
ammorbidirmi, ma poi mi ricordo dov’è e soprattutto con chi.
“Non avrebbero dovuto dirtelo. Non è stato niente di grave. Sto bene
adesso grazie.”
“Sei ancora in ospedale?”
“No sono a casa.”
“Già è qualcosa.”
“Senti ti ringrazio della telefonata, ma sto bene, davvero. Ora devo proprio
andare. Ci vediamo.”
Vorrei riattaccare come ho fatto poco fa, invece non so perché aspetto. Che
cosa non lo so.
“Rientro lunedì.”
“A lunedì allora.”
E questa volta chiudo la comunicazione. Mi stendo sul divano e accendo la
tv, faccio zapping perché niente cattura la mia attenzione. Più tardi ricevo la
telefonata di mio fratello con gli esiti degli esami. Viene fuori che ho avuto un
semplice calo di pressione forse dovuto ad un forte stress. Elena rientra a casa
tutta trafelata, mi abbraccia e si accomoda vicino a me. Le racconto tutto e lei
mi ascolta con attenzione.
“È proprio un idiota. Questa volta ci penso io.”
Per la prima volta in tutta la giornata mi viene da ridere, una risata sincera,
di pancia. Elena invece alla mia reazione rimane interdetta.
“Devi metterti in coda. C’è già qualcuno che vuole cambiargli i connotati.”
Mi guarda un attimo e quando capisce scoppia a ridere anche lei.
“Certo che siete una coppia perfetta.”
Mi rivolge uno sguardo malizioso.
“Io l’ho sempre saputo. È tuo fratello che ci ha messo un po’.”
E ride di nuovo.
“Sì ma adesso ne è convinto anche lui.”
Alza un sopracciglio e mi guarda in modo interrogativo.
“C’è qualcosa che dovrei sapere?”
Mi alzo e vado in cucina a prendere una bibita, quando torno Elena
continua a guardarmi.
“Bèh ho visto una bellissima e giovane infermiera fargli gli occhi dolci
oggi …”
Uno strano grugnito le esce dalle labbra, io sorrido sotto i baffi.
“…si ma non hai niente da temere, lui non se ne è nemmeno accorto. Non
l’ha proprio guardata!”
“Meglio per lui, altrimenti lo eviro!”
E scoppiamo a ridere entrambe.
Il week end passa tranquillo. Sabato sera Elena e Tommaso mi portano a
cena in un nuovo ristorante che ha aperto da poco sul lungo Tevere. Un locale
elegante, raffinato, frequentato da bella gente, e la serata risulta piacevole e
rilassante. Per quella sera almeno mi dimentico di Luca. La domenica andiamo
a pranzo dai miei e racconto loro la rottura con Mattia. Ne sono molto
dispiaciuti, anche a loro piaceva tanto, ma d'altronde a chi non piaceva
Mattia? Era davvero perfetto. Ometto ovviamente di raccontare la causa
scatenante della rottura. Ossia la presenza di Luca. Nel pomeriggio Tommaso
torna a casa di Mattia e prende il resto delle mie cose. La sera, visto che
Tommaso è di turno, Elena organizza una serata fra donne e anche questa si
rivela piacevole e spensierata.
Lunedì mattina arrivo presto in ufficio nervosa, perché so che oggi me lo
ritroverò davanti, e combattiva. Vado nel mio ufficio e scrivo la lettera di
dimissioni con effetto immediato. La stampo, la infilo in una busta, ci scrivo il
destinatario e la porto nell’ufficio di Luca. Fortunatamente non è ancora
arrivato quindi l’appoggio sopra la scrivania in bella vista. Torno nel mio
ufficio e mi preparo al mio ultimo giorno di lavoro lì. Non ho detto niente a
nessuno di questa mia decisione, l’ho maturata stanotte, quando non riuscivo
proprio a prendere sonno. Con una sensazione di leggerezza accedo al file del
progetto di Dubois e mi metto a lavorare. Bussano alla porta e io faccio un
salto tanto ero concentrata. Alzo gli occhi e me lo ritrovo davanti. Bello.
Bellissimo. Da togliere il fiato. I suoi occhi attenti mi scrutano mentre si
avvicina lentamente.
“Come stai?”
La sua voce è dolce. Deglutisco.
“Bene. Grazie.”
Si sistema alla mia destra e si appoggia alla scrivania. Si passa una mano
tra i capelli. E’ nervoso anche lui, lo capisco dal modo in cui muove la mano.
“Mi sono preoccupato. Davvero.”
Chiamo a raccolta tutte le mie forze.
“Bèh come vedi sto bene. Ti sei preoccupato per niente.”
Continua a guardarmi.
“Che cosa è successo?”
Vedo che tentenna con la mano a mezz’aria come se volesse toccarmi ma
non trovasse il coraggio. Meglio così, non ho proprio bisogno di queste cose
da parte sua ora.
“Ho solo avuto un calo di pressione. Sarà stato il caldo!”
I suoi occhi continuano a scrutarmi e percorrono tutto il mio corpo.
“Hai qualcosa di diverso stamattina, ma non riesco a capire che cosa.”
Mi guardo e non sono d’accordo.
“No non mi sembra. Sono sempre io.”
“Sì bèh…”
“Senti devo finire questa cosa. Posso tornare a lavorare?”
Sto perdendo la pazienza e non mi va di averlo qui così vicino. Non è
convinto, ma mi asseconda.
“Va bene. Se hai bisogno sono nel mio ufficio.”
Riporto l’attenzione al monitor e senza guardarlo lo congedo. Dopo alcuni
minuti di silenzio totale, la tempesta perfetta si abbatte su di me.
“VALENTINA…”
Tuona una voce definita e familiare. E dire che la mia porta è chiusa e il
messaggio mi è arrivato forte e chiaro.
“…NEL MIO UFFICIO. IMMEDIATAMENTE.”
Sorrido tra me e me e mi preparo alla guerra, perché il tono di voce non
lascia spazio a dubbi, sarà un massacro. Apro la porta e mi affaccio in
corridoio. Tutte le altre teste sono rivolte nella mia direzione. Forse mi sento
un po’ piccola in questo momento, ma so che ce la posso fare, anzi ce la devo
fare. Entro nel suo ufficio ed è in piedi dietro la scrivania, il viso furente,
livido di rabbia. Spero che il suo cuore sia sano perché rischia davvero tanto
se non si calma. Rimango in piedi vicino alla porta.
“Entra e chiudi la porta.”
Il tono di voce si è notevolmente abbassato, ma non il timbro che è ancora
molto ostile. Faccio come mi dice e mi avvicino alla scrivania di un passo,
meglio tenere una distanza di sicurezza. Nella mano ha un foglio e lo
brandisce nell’aria con disprezzo. Suppongo siano le mie dimissioni.
“E questa che cazzo significa?”
Respiro forte, bene che il duello abbia inizio.
“Se sei ancora in possesso del dono della lettura, credo tu lo sappia
benissimo che cosa è quella…”
Alzo un sopracciglio e incrocio le braccia al petto in segno di sfida.
“…o non sono stata abbastanza chiara?”
Getta il foglio sopra la scrivania.
“Ooooooh sei stata molto chiara. Ma questi non erano i programmi.”
“I programmi sono fatti per essere cambiati.”
Adesso è il suo turno di incrociare le braccia al petto.
“Che cosa c’è? Il tuo uomo ha paura di perderti?”
Io sbuffo, mentre lui continua a scrutarmi con gli occhi come un falco, in
cerca di qualcosa e mi accorgo del preciso istante in cui la trova. I suoi occhi
si spalancano e la bocca rimane un attimo aperta. Fa il giro della scrivania e
con pochi passi si avvicina.
“Aspetta un attimo…”
Prende la mia mano sinistra nella sua e la gira sul dorso. Neanche a dirlo a
quel semplice contatto il mio corpo è percorso da un brivido. Guarda la mano
poi sale con i suoi occhi a inchiodare i miei. Ci vedo un lieve lumino di
speranza.
“…che fine ha fatto il tuo anello?”
I muscoli del suo viso si distendono e la rabbia si trasforma in
qualcos’altro che al momento non riesco a decifrare. Cerco di togliere la
mano, ma appena si accorge delle mie intenzioni stringe la presa. La sua
vicinanza è troppo, mi sembra di non riuscire a respirare. Abbasso lo sguardo.
“L’ho lasciato.”
Quando torno su con lo sguardo il bastardo sta sorridendo.
“Perché?”
Il suo tono è diventato affabile, dolce, calmo e anche il suo sguardo è pieno
di tenerezza.
“Perché ho capito che non potevo più stare con lui…”
Riesco a togliere la mano dalla sua e stringo le braccia al petto, cerco un
punto da guardare in questa stanza, qualsiasi punto che sia lontano da ogni
parte di lui.
“Perché?”
Ripete.
“Perché non sarò mai in grado di amarlo quanto lui ama me.”
Riporto il mio sguardo nei suoi occhi.
“Perché?”
Continua a ripetere. Mi passo una mano tra i capelli, quest’uomo sa come
portare qualcuno all’esasperazione. Lo guardo storto.
“Che cosa vuoi sentirti dire?”
“Semplicemente quello che stai cercando con tutta te stessa di
nascondermi.”
Fa qualche passo indietro e si appoggia nella scrivania, gambe e braccia
incrociate. Un sorriso di trionfo sul viso.
“Anche se lo dicessi, dimmi che senso avrebbe?”
I suoi occhi si illuminano.
“Per me ne avrebbe. Credimi. Avanti dimmelo.”
Decido di cambiare tattica.
“So dove sei stato in questi giorni.”
Vedo il suo corpo irrigidirsi e capisco di aver fatto centro. Mi viene da
sorridere, ma non ne sono per niente felice.
“Che cosa sai?”
Allarga le gambe e si tira su in piedi, le braccia sempre incrociate al petto.
L’espressione del viso torna seria
“So quel tanto che basta.”
Faccio un passo nella sua direzione. Sguardo assassino.
“So. Che. Eri. Con. Tua MOGLIE!”
Rimane in silenzio e spinta da una innata forza interiore continuo.
“Se pensi che farò l’amante o che mi metterò in mezzo ad un matrimonio,
allora non mi conosci abbastanza. Io non sono quel tipo di persona. Non l’ho
mai fatto e non inizierò di sicuro adesso, neanche per te!”
Tutto mi sarei aspettata tranne quello che invece fa. Scoppia in una risata,
inaspettata, una risata spontanea, sincera, che mi lascia senza parole.
“Certo che gli equivoci nella nostra relazione non mancano mai”
Rimango basita. Equivoci? Nostra relazione? Ma che diavolo sta
dicendo?
“Quindi tu hai pensato che fossi con mia moglie?”
Annuisco.
“E’ quello che mi ha detto Lorenzo, perché visto che eri sparito senza dire
niente, ho chiamato lui per avere tue notizie. E lui mi ha detto che eri a New
York da tua moglie che non stava bene.”
“Giusto.”
Sto veramente perdendo la pazienza.
“Allora sei sposato o no?”
Sorride.
“Si e no.”
“Non è una risposta. Sei sposato o no?”
Ritorna ad appoggiarsi alla scrivania e mi tende una mano.
“Te lo dico se vieni qui e mi abbracci.”
Ma è fuori di testa? Non ci penso proprio. Faccio segno di no con la testa.
Un no deciso. Si arrende e lascia cadere pesantemente il braccio lungo il suo
corpo.
“Va bene. Ma tu adesso mi ascolti. Attentamente.”
Annuisco con la testa.
“Il quarto anno di università è stato piuttosto pesante per me. Mi sono
accorto che stavo perdendo la bussola, che il mio treno stava deragliando dai
binari. Allora ho deciso di prendermi un anno sabbatico e sono andato negli
Stati Uniti. Ho fatto un sacco di lavori, tutti molto umili, volevo vedere e
provare come viveva la gente, conoscere le varie culture, le diverse usanze.
Ho fatto anche il cuoco in una di quelle tavole calde che si incontrano nelle
strade. Lì ho incontrato Jenny. Una ragazza molto dolce, tranquilla, un porto
sicuro. Mi ha colpito, un po’ mi ricordava te, in tanti aspetti, in tanti modi di
fare. Abbiamo iniziato a frequentarci, lei andava ancora all’università, ma
sapeva benissimo quello che voleva e quel qualcosa in quel momento ero io.
Stavamo insieme da un paio di mesi, quando abbiamo deciso di fare una
vacanza a Las Vegas. Una sera, mentre eravamo lì, mi ha chiesto di sposarla e
io senza pensarci troppo ho accettato. Non abbiamo pensato a niente, al futuro,
al fatto che io dovessi tornare in Italia e finire i miei di studi, al fatto che lei
dovesse finire i suoi. Ci siamo fatti trascinare dal momento e l’abbiamo fatto.
Ci siamo sposati. Sono passati un altro paio di mesi e andava tutto bene, ma
poi mio padre mi ha richiamato all’ordine e lì abbiamo capito entrambi che
non poteva funzionare, che io sarei stato infelice se fossi rimasto là e lei lo
sarebbe stata se mi avesse seguito qui. Così abbiamo deciso di comune
accordo di divorziare, senza risentimento e senza rimpianti. È stato bello.
Punto. Quindi sono sposato? NO. Ci siamo sposati a Las Vegas e il
matrimonio non è mai stato trascritto in Italia, quindi per la legge italiana io
sono celibe a tutti gli effetti.”
Ci penso su e il racconto ha un senso. Ma la domanda è: posso fidarmi di
lui?
“Perché eri là a New York da lei?”
“Perché c’è ancora tanta stima e tanto affetto. Adesso è un pezzo grosso di
una multinazionale americana che si occupa di software. È sposata e ha due
bellissimi bambini, un maschio di tre anni, Jason e una principessa di un anno,
Carolin. Aveva bisogno di un parere maschile e mi ha chiamato.”
“Non poteva chiedere all’attuale marito?”
Fa spallucce.
“Sono volato là con un amico avvocato. Hanno fatto una lunga
chiacchierata che è durata tutta la mattinata. Nel frattempo io mi sono
spupazzato i suoi bambini. Sono adorabili e mi considerano uno zio Italiano.
Buffo no?”
Inizio a camminare avanti e indietro pensando a quello che mi ha detto. Mi
fermo e lo guardo.
“Quindi fammi capire. Lei ti ha chiamato, dicendo che aveva bisogno di te
e tu sei volato a New York?”
Annuisce.
“Sei ancora innamorato di lei?”
Alza gli occhi al cielo.
“Ma mi ascolti quando ti parlo? Ho detto che ero preso da lei
probabilmente perché mi ricordava te. Ti ho anche detto qualche giorno fa che
nessuna è entrata nel mio cuore come hai fatto tu, che il mio cuore è stato solo
e sempre tuo.”
Allunga un braccio nella mia direzione.
“Dammi la mano.”
Sono titubante ma acconsento e gli porgo una mano. Lui la prende e se
l’appoggia al petto, la posiziona nel punto dove c’è il cuore e la copre con la
sua. Sento il battito del suo cuore che sta facendo gli straordinari.
“Lo senti?”
Annuisco, ammutolita dalla sua dolcezza e dalla nostra vicinanza.
“Batte così per te, perché sei qui vicino a me e perché forse riusciremo
finalmente a sbrogliare il bandolo di questa incredibile matassa.”
Porta la mano libera sulla mia guancia e inizia a muoverla in una carezza
lenta.
“Adesso ripartiamo dall’inizio. Perché pensi di non poter amare Mattia
tanto quanto lui ama te?”
Lo guardo negli occhi.
“Perché dopo che mi hai baciato ho avuto la certezza che niente sarebbe
più stato come prima. Che non avrei potuto più fingere né con lui né con me
stessa.”
Sposta la mano e la porta verso la mia nuca. Guarda i miei occhi e poi
scende verso le mie labbra.
“Quindi?”
Ormai rapita dai suoi gesti e completamente in balia degli ormoni cerco di
accorciare la distanza tra la mia bocca e la sua. Ma la sua mano che è dietro la
mia nuca blocca la mia discesa.
“Quanto siamo precipitose, signorina. Prima voglio sentire le paroline
magiche. Finora ho parlato solo io. Adesso è il tuo turno.”
Esasperata e spazientita grugnisco, nel vero senso della parola.
“Che cosa vuoi sentirti dire?”
Siamo vicini, tanto vicini, troppo vicino ed è una situazione veramente
frustrante. La mano che era sopra la mia sul suo petto si sposta su un mio
fianco e mi attira a sé, così che i nostri corpi aderiscono alla perfezione. Di
bene in meglio.
“Ah ah. Non posso darti suggerimenti. Improvvisa.”
Si avvicina e strofina le labbra sulla mia mascella, facendo vibrare tutto il
mio corpo. Chiudo gli occhi per concentrarmi sulle sensazioni che mi sta
facendo provare. Continua la lenta tortura scendendo verso il collo.
“Sto aspettando.”
“Ti voglio.”
Riesco a dire con un suono strozzato in gola. Si ferma e quell’assenza mi fa
aprire gli occhi. Mi sta guardando.
“Ripeti?”
Libero entrambe le mani e gli afferro il viso, questo gioco mi ha stancato,
non posso più aspettare.
“Luca ti voglio.”
E incollo le nostre labbra. Ha un secondo di esitazione, ma è solo un
secondo perché poi da passivo diventa molto attivo. Ormai la miccia è stata
innescata e so che non mi fermerò fino a che il mio corpo non esploderà in
mille pezzi. Mi stacco ansimante e mi dirigo verso la porta.
“Dove stai andando?”
Tuona la sua voce. Senza rispondere chiudo la porta a chiave.
“Non vorrei dare spettacolo.”
Poi aggiro la scrivania e afferro la cornetta del telefono. Senza dire niente
gliela passo. Lui capisce e spinge il tasto dell’interno della sua segretaria.
“Laura, non mi passi nessuna telefonata. Sono in riunione con la signorina
Marini e non voglio essere disturbato.”
Ascolta un attimo poi riaggancia.
“Che intenzioni hai?”
Gli vado vicino, con una mossa repentina mi alza e mi ritrovo seduta sulla
scrivania. Si fa largo tra le mie gambe. Perfetto. Gli cingo il collo con le mani
e lo attiro in un bacio carico di desiderio.
“Ti odio perché fai uscire fuori il mio lato animalesco.”
Mugugna.
“Hmmm. A me piace questo tuo lato che tieni nascosto e che riservi solo a
me…”
Scende dalle labbra verso il collo, lasciando una scia di baci roventi sulla
mia pelle già sensibile.
“…e se questo è il modo in cui esprimi il tuo odio nei miei confronti, spero
che mi odierai spesso.”
Gli slaccio la camicia, ho bisogno di accarezzare la sua pelle, quando ci
riesco lo libero in un attimo di quella stoffa così fastidiosa e al momento
inutile. Mi fermo un secondo per ammirare il suo corpo, ed è bellissimo, più
di quello che mi ricordavo. Gli passo il dito indice al centro del torace e
scendo alla ricerca della cinta dei pantaloni.
“Sai, non mi era mai passato per la mente di fare sesso in ufficio. Riesci
proprio a scatenare il mio lato peggiore.”
Afferra il mio fondoschiena e lo tira verso di sé, così che sento l’effetto
che ho su di lui. Ringrazio mentalmente di aver indossato un leggero vestito di
maglina di cotone con una gonna larga, perché così avrà un accesso facile.
“C’è sempre una prima volta per tutto.”
Sposta una spallina del vestito e percorre il perimetro della mia spalla con
la bocca, non so per quanto resisterò ancora. Lo voglio, voglio sentirlo a
fondo.
“Ti voglio.”
Si ferma.
“Che cosa vuoi?”
La voce roca e bassa.
“Te. Adesso. Dentro di me.”
Sorride.
“Va bene. Ma stasera vieni a casa con me. Dobbiamo recuperare dieci
anni. Ti sfinirò fino allo svenimento.”
Il programma mi piace, ma decido di fare la preziosa.
“Ma dobbiamo recuperarli tutti stanotte?”
Scoppia in una risata.
“Non credo ce la faremo, ma da qualche parte dovremo pure iniziare.”
Gli sbottono i pantaloni e glieli sfilo insieme ai boxer liberando la sua
erezione. Apro le gambe e aspetto. Lui raccoglie il portafoglio e ne tira fuori
un profilattico.
“So che non ti piace usarli, ma in questo momento siamo costretti a farlo.”
Mentre parla se lo infila e un secondo dopo è finalmente dentro di me. Io
smetto di respirare. È una sensazione indescrivibile di beatitudine e forza.
“Quanto mi sei mancata.”
Mi aggrappo al suo collo e lo avvinghio con le gambe, poi mi impossesso
della sua bocca. Lui spinge, ancora di più, ancora più a fondo e io sono in
estasi, persa in un vortice di sensazioni ed emozioni.
Quando allento la presa e ritorna libero di muoversi, prende il mio viso tra
le mani e mi guarda, uno sguardo intenso e profondo, capace di far tremare
l’intero universo.
“Ti amo Vale.”
Il mondo si ferma un attimo. Esistiamo solo io e lui e i contorni diventano
indefiniti, frastagliati tanto sono potenti le emozioni che sto provando. Mi
sembra di essere una bomba pronta ad esplodere in qualsiasi momento.
“Ti amo Luca. Ti ho sempre amato, non ho mai smesso di farlo.”
Un bacio carico di passione e sentimento suggella queste nostre
dichiarazioni. Comincia a muoversi, io appoggio le mani sulla scrivania,
inarco la schiena, chiudo gli occhi e butto la testa indietro. La sua mano
cattura la mia nuca e solleva la mia testa riportandola dritta.
“Voglio che mi guardi Vale, voglio che ti concentri su di me.”
Il suo tono è autoritario, quindi ubbidisco arrendevole e fisso i miei occhi
nei suoi.
“Voglio che tu sappia che sei con me in questo momento.”
A quelle parole il cuore mi si stringe. L’ho sempre immaginato forte, sicuro
e invincibile come una specie di supereroe. Invece anche lui è umano e ha le
sue debolezze. Mostrarmi questo suo lato insicuro me lo fa vedere sotto
un’altra luce. E se possibile me lo fa amare ancora di più. Lo blocco in modo
che mi ascolti bene e che capisca quello che sto per dirgli.
“Sono qui. Sono qui con te. Non vorrei essere da nessun’altra parte.”
Sfioro delicatamente le sue labbra con le mie e lui riprende a muoversi.
Pian piano sento arrivare quella sensazione, quel calore che nasce dal basso
ventre e si espande per tutti i muscoli del corpo, so che non resisterò ancora
per molto, è tutto troppo intenso. Inizio ad ansimare, il respiro si fa irregolare,
i muscoli si tendono ogni secondo sempre di più e so che sto per esplodere.
Un altro paio di affondi e ci sono, arrivano i fuochi d’artificio. Mi tappa la
bocca con un bacio e catturando i miei gemiti nella sua mi segue ansimando
sommessamente. I nostri corpi sono scossi da fremiti e tremori incontrollati.
Afferra il mio fondoschiena e in un ultimo affondo inaspettato mi incatena al
suo corpo. Se pensa che io scappi, non ha davvero capito, non ho nessuna
intenzione di farlo.
Poco a poco i nostri respiri tornano normali, i nostri corpi sono ancora
avvinghiati.
“Ho di nuovo raggiunto le tre F.”
Il suo viso è raggiante quasi quanto quello di un atleta che ha appena vinto
la medaglia d’oro alle Olimpiadi. Credo che anche il mio sia così. Non riesco
a smettere di sorridere e i muscoli del viso iniziano a farmi male. Rimaniamo
qualche istante fermi, uniti, il mio cuore che ancora non vuole rallentare. Poi
la mia parte razionale, quella che fino ad oggi aveva il controllo totale della
mia mente, ha la meglio perché sa che prima del piacere c’è sempre il dovere.
Cerco di spostarmi, ma lui continua a tenermi stretta.
“Ancora un bacio. Poi prometto di lasciarti andare.”
Glielo concedo, poi come promesso mi fa scendere dalla scrivania. Cerco
di sistemarmi alla meglio per uscire da qui quantomeno presentabile. Non
vorrei dare adito a pettegolezzi, che prima o poi sarà inevitabile, salteranno
fuori, ma preferirei che quel giorno non fosse oggi ma il più tardi possibile.
Mi sistemo i capelli con le mani.
“Non ne hai bisogno. Sei bellissima.”
La sua voce calda alle mie spalle. Mi giro e gli faccio la linguaccia.
“Sto cercando di tenere a freno le malelingue, almeno per oggi.”
Mi liscio il vestito e penso di essere sufficientemente in ordine.
“Va bene. Vado nel mio ufficio.”
Mi dirigo verso la porta.
“Stasera vieni a casa con me allora!”
Non è una domanda. Mi giro e lo guardo. La camicia fuori dei pantaloni e
con i primi tre bottoni ancora sbottonati, i capelli spettinati. Dannatamente
sexy. Se qualcuno lo vedesse in questo preciso istante farebbe subito tana, ce
l’ha scritto in faccia che ha appena finito di fare sesso. Al pensiero, il sangue
confluisce in faccia e sento le guance bruciare di calore. Lui la prende a
ridere.
“Perché sei arrossita?”
“Perché se non ti sistemi un po’ tutto l’ufficio capirà nel giro di un
nanosecondo, quello che è appena successo qui dentro fra di noi.”
Si passa una mano tra i capelli pettinandoli alla meglio, si infila la camicia
nei pantaloni.
“Meglio?”
“Decisamente.”
Afferro la chiave e sto per girarla.
“Ah ah. Signorina Marini, non ha risposto alla mia provocazione.”
Sospiro.
“Mi sono trasferita da mio fratello da quando ho rotto con Mattia. Devo
avvisarlo e non credo farà i salti di gioia, non nutre grande simpatia per te,
soprattutto dopo gli ultimi avvenimenti, anche se sono stati malintesi.”
Si avvicina e mi accarezza una guancia.
“Vuoi che gli spieghiamo insieme quello che è successo?”
Faccio segno di no.
“No. Ce la posso fare. Facciamo così, prendo un taxi e ti raggiungo dopo
cena.”
“Va bene.”
Prima di uscire dal suo ufficio pretende un altro dolcissimo bacio
innocente, che gli concedo volentieri.
CAPITOLO VENTICINQUE

Ritorno nel mio ufficio fluttuando, con uno spiccato senso di leggerezza in
corpo e felice, immensamente felice. Incredibile il risvolto che ha avuto
questa mattinata. Cerco di riprendere il controllo per lavorare, anche se non è
facile, perché il ricordo di quello che è appena successo è ancora vivo nella
mia mente. Dopo poco Sara mi raggiunge e si posiziona al mio fianco.
“Com’è andato lo scontro con il grande capo?”
Chiede. Già, mi ero dimenticata dell’urlo cavernicolo che mi aveva rivolto
prima che accadesse il misfatto.
“Piuttosto bene direi.”
E mentre ci penso, cerco di non far affiorare dei particolari che in questo
momento sarebbero davvero fuori luogo, soprattutto perché potrei arrossire e
svelare la natura della mia relazione con Luca. Mi giro a guardarla.
“Sai. L’aria qui era diventata irrespirabile e pesante e avevo deciso di
gettare la spugna. Quindi stamattina appena arrivata ho scritto una lettera di
dimissioni con effetto immediato e l’ho lasciata sulla scrivania del grande
capo.”
Sara sbarra gli occhi inorridita.
“Tu hai fatto cosa?”
Agito le mani.
“L’urlo era perché aveva appena letto la lettera.”
Incrocia le braccia al petto e mi guarda in maniera truce.
“Tranquilla. È tutto chiarito. Siamo riusciti a raggiungere un compromesso.
Vedrai, da oggi il clima sarà più disteso.”
Continua a guardarmi male.
“Non provare mai più a farmi uno scherzo del genere…poi senza dirmelo!”
“Hai ragione, ho sbagliato.”
Mi getta le braccia al collo.
“Non saprei come fare senza di te qui in questa giungla.”
Ricambio l’abbraccio grata di quelle parole.
“Dai non pensiamoci più. Le mie dimissioni non sono state accettate e sono
state strappate, quindi sono costretta a rimanere. Forza mettiamoci al lavoro.”
Sara fa una smorfia con la bocca.
“Bèh qualcosa di buono sa farla anche lui, allora!”
E scoppiamo in una sana risata che cancella definitivamente tutte le
tensioni. Ci buttiamo a capo fitto nel lavoro e le ore passano veloci e a mio
parere molto produttive. Un paio di volte vengo convocata nell’ufficio di Luca
con delle scuse solo perché vuole rubarmi dei baci che ovviamente non faccio
fatica a concedergli. La sera esco dall’ufficio un po’ preoccupata perché so
che mi aspetta uno scoglio molto duro, il confronto con mio fratello. Arrivo a
casa loro e sono già tornati entrambi, effettivamente mi accorgo di essermi
dilungata al lavoro un po’ più del dovuto.
“Ciao.”
Tommy mi viene incontro e mi regala un leggero bacio sulla guancia.
“Come stai?”
Appoggio la valigetta vicino all’entrata.
“Bene. Grazie.”
Anche Elena viene a salutarmi. Mi rivolge uno sguardo strano, non c’è
niente da fare, noi donne abbiamo una marcia in più, so che ha già capito. Le
sorrido. Con la coda dell’occhio vedo che la tavola è apparecchiata.
“Hai visto Luca?”
Mi chiede mio fratello. Annuisco.
“Che ti ha detto il demente?”
Faccio spallucce. Mio fratello non perde un colpo, dritto al sodo come
sempre.
“Ne parliamo dopo, adesso ho una fame.”
Mi guardano entrambi con aria interrogativa, ma non replicano e ci
dirigiamo in cucina. La cena scorre tranquilla e i temi delle conversazioni
sono neutri. Finiamo di cenare e sistemiamo tutti e tre insieme la cucina. Ad un
certo punto prendo coraggio. Inutile tergiversare ancora.
“Stamattina ho rassegnato le mie dimissioni con effetto immediato.”
Si fermano e mi guardano in attesa che continui il racconto. E così faccio.
Li metto al corrente della reazione di Luca, dell’urlo che mi ha rivolto e
arrivo al nocciolo del discorso parlando loro del suo matrimonio americano.
Mi ascoltano attenti senza perdersi nemmeno una parola. Quando ho finito
quella parte del racconto, con un tempismo che non sarebbe stato così perfetto
neanche se fosse stato calcolato al secondo, suonano alla porta. Vado io ad
aprire, mentre loro due rimangono in cucina, e mi trovo davanti Luca.
“Non ce la facevo a pensarti ad affrontare tuo fratello da sola. Voglio
esserci anch’io. In fondo sono io il problema.”
Quelle parole mi riempiono il cuore e lo abbraccio.
“Mi sei mancata.”
E sfiora le mie labbra con le sue.
“Forza. Andiamo.”
Chiudo la porta e andiamo insieme in cucina. La postura di mio fratello
cambia nel momento stesso in cui posa i suoi occhi sul nuovo arrivato.
“E lui che cazzo ci fa qui?”
Grugnisce con tono sprezzante.
“Tommy lasciami spiegare.”
Vedo che mio fratello serra i pugni. Se ne accorge anche Elena che gli si
avvicina e lo marca stretto.
“Che cosa c’è da spiegare ancora?”
Si passa una mano tra i capelli.
“Non mi dire che ti sei fatta abbindolare di nuovo?”
“Tommy per favore, fammi parlare.”
Guarda me, poi lui. Non replica e capisco che è un chiaro segno che ho il
permesso di continuare. Ma Luca ha altri programmi perché mi precede.
“No sono io che devo parlare. Tutto questo è solo colpa mia.”
La prefazione di Luca lascia indifferente mio fratello che continua a
guardarlo in modo ostile.
“È stato tutto un grosso equivoco. Vale vi ha spiegato il malinteso del mio
matrimonio?”
Annuiscono entrambi. Luca mi rivolge uno sguardo pieno di amore che mi
riscalda. Poi torna a guardare loro
“Bene. Amo tua sorella profondamente. L’ho sempre amata. La amo dalla
prima volta che i miei occhi si sono posati su di lei. Non ho mai smesso. E
anche se in questi dieci anni ci siamo persi di vista, c’è sempre stata solo lei.
L’ho capito nel momento stesso in cui è ricomparsa nella mia vita e le sono
immensamente grato per avermi concesso una seconda opportunità. Ti giuro su
tutto quello che ho di più caro che non la sprecherò, perché ho la
consapevolezza che non ne avrò un’altra.”
Il viso di mio fratello rimane teso come una corda di violino, come tutto il
resto del corpo.
“Io l’ho vista solo piangere per te. Dieci anni fa. E ieri che addirittura si è
sentita male per colpa tua. Dimmi, come faccio a credere a queste belle
parole?”
“Hai ragione. Anch’io farei fatica. Ma ti prego dammi il beneficio del
dubbio e ti farò vedere che la mia priorità è renderla felice in ogni istante
della sua vita da qui in avanti.”
“Dieci anni fa l’hai quasi distrutta, ma è riuscita a rialzarsi. Tu non c’eri,
non hai visto la fatica che ha fatto. Avrei dovuto spaccarti la faccia allora.”
Il testosterone inizia a riempire la stanza. Luca sorride.
“Sai l’ironia di questa cosa? Vorrei che tu l’avessi fatto. Così avrei capito
la natura del malinteso e sarei volato a Londra a riprendermela.”
Mi guarda.
“Non avremmo perso tutto questo tempo e magari adesso saremmo già
sposati, proprio come voi.”
Vedo Elena accarezzare un braccio di Tommaso. Lui le rivolge lo sguardo,
non hanno bisogno di parole, i loro occhi sono in comunicazione costante.
Scuote la testa.
“Voi donne siete troppo sentimentali. Dovete usare di più la testa.”
Il tono della sua voce è mesto, arrendevole. Elena gli posa un lieve bacio
su una guancia.
“L’hai guardata bene?”
Tommaso sembra sorpreso da quella domanda.
“Appena è entrata in casa mi sono accorta che era diversa. Che era
raggiante. Che era felice. Voi uomini è questo che vi perdete razionalizzando
tutto. È vero. Noi ci lasciamo trasportare dal cuore, ma la maggior parte delle
volte abbiamo ragione.”
Continuano a scambiarsi una comunicazione non verbale di cui solo loro
conoscono l’alfabeto.
“Guardala. Guardala attentamente.”
Tommy ubbidisce e si gira a guardarmi.
“Sei felice?”
Annuisco. Capisco che si è arreso. Poi guarda Luca.
“Dieci anni fa ti avevo fatto una promessa che poi non ho mantenuto.
Adesso non hai più scuse o scappatoie. Ricordati che ti tengo d’occhio.”
“Dieci anni fa ti avevo detto che ti avrei lasciato fare di me quello che
volevi. Da allora non è cambiato niente, lo ripeto anche oggi, ma vedrai che
non ce ne sarà bisogno.”
Lo sguardo di Tommaso rimane duro.
“Sarà meglio per te!”
Mio fratello si sposta e capisco che sta per uscire dalla stanza. Lo fermo
prendendolo per un braccio appena mi passa vicino.
“Grazie. Per tutto!”
Mi accarezza una guancia.
“Ti voglio bene sorellina.”
“Anch’io ti voglio bene.”
Poi alza lo sguardo e incontra quello di Luca.
“Trattala bene.”
Luca gli porge la mano, ma Tommy non l’accetta, anzi si gira, passa oltre e
si dirige in camera.
“Lo farò.”
Risponde Luca un attimo prima che mio fratello sparisca dalla nostra
visuale.
“Sarà meglio che vada da lui.”
Elena si avvicina e mi abbraccia.
“Vedrai gli passerà. Ha solo bisogno di tempo.”
Sospiro perché questa situazione è davvero pesante per me. Le due figure
maschili che amo di più al mondo sono in conflitto e io ci sono in mezzo.
“Ti conviene tenere bene a mente tutto quello che ti ha detto, e ricordati che
la stessa cosa vale anche per me. Anch’io ti tengo d’occhio.”
E anche Elena sparisce in camera chiudendosi la porta alle sue spalle.
Rimango un attimo in silenzio e immobile intenta a metabolizzare tutto quello
che è appena successo, fino a che le braccia di Luca mi cingono la vita e mi
attirano a sé. La mia schiena attaccata al suo torace. Lo sento respirare
pesantemente sopra la mia testa.
“Dai non è andata poi così male.”
“Tu dici?”
Mi fa girare in modo da trovarci uno di fronte all’altro, le sue mani
scivolano sui miei fianchi.
“Vai a prendere la tua roba. Ti porto a casa mia.”
Annuisco. Mi dirigo in quella che è la mia camera provvisoria e preparo la
stessa sacca che mio fratello aveva preparato quel pomeriggio a casa di
Mattia.
Esco da casa senza salutare, la porta della camera da letto di Tommaso ed
Elena è sigillata e non sento nessun rumore provenire dall’interno. Sapendo
che mio fratello non è d’accordo me ne vado con un peso sul cuore, ma so che
è la cosa giusta da fare. E’ quella cosa che rende me felice, immensamente
felice, quindi non può essere sbagliata. Salgo in macchina e resto in silenzio
assorta nei miei pensieri. Quando la macchina si ferma ad un semaforo Luca
mi prende la mano.
“Vuoi che ti riporti indietro?”
La sua voce è dolce, rassicurante.
“No.”
Mi sorride. La mano che era stretta nella mia si sposta dietro la mia nuca e
con un gesto delicato mi attira a sé per baciarmi.
“Bene.”
Il semaforo diventa verde e Luca riavvia la macchina. In una mezz’oretta
arriviamo al residence dove ha preso in affitto un bilocale. Quando entro
rimango piacevolmente colpita. È molto accogliente. L’arredamento ha toni
caldi, sul panna e marrone. Mi ricorda molto la sua stanza, quella di quando
viveva dai suoi genitori. Entrando c’è il salottino con un bel divano e una
parete attrezzata che contiene il televisore, rigorosamente a schermo piatto e
di dimensioni enormi. A sinistra un angolo cottura e nella parete in fondo, di
fronte alla cucina, c’è un bagno. A destra della porta di entrata ci sono delle
scale che portano su un soppalco in cui si vede il letto matrimoniale. È tutto
molto in ordine, tutto molto funzionale. Notevole da guardare.
“L’hai arredata tu o l’hai trovata così?”
“L’ho arredata io, poco alla volta. Ti piace?”
Annuisco.
“Hai buon gusto.”
Sorride soddisfatto.
“Sì credo anch’io…”
Mi guarda sornione.
“…e non direi solo in fatto di mobili. Vieni qui.”
Mi tira per una mano e mi abbraccia.
“Sai c’è una stanza che muoio dalla voglia di farti vedere. Direi che è la
mia preferita.”
Mi viene da ridere.
“Fammi indovinare…”
Mi batto il dito indice sulle labbra.
“…scommetto che si trova di sopra.”
Mi bacia sul collo.
“Hmmm. Come hai fatto ad indovinare?”
La voce roca e suadente e il mio corpo vibra.
“Sei abbastanza prevedibile, signor Fabbri.”
Mi conduce di sopra e quella notte esplodono un parecchi di fuochi
d’artificio. Ad un tratto perdo il conto, fino a che non mi sento sfinita, proprio
come mi aveva promesso. Mi lascia riposare solo a notte fonda. Non che mi
lamenti, non ne ho mai abbastanza di lui, della sua bocca, delle sue carezze e
ogni volta è sempre migliore della precedente.
La mattina mi sveglio e sono sola. Cerco una sua maglietta da dentro un
cassetto e me la infilo. Scendo le scale e non c’è traccia di lui nemmeno in
cucina o in bagno. Qualche istante dopo la porta si apre ed entra vestito in tuta
con il cappuccio calato a coprirgli la testa. Sexy. Da. Morire. Quando si
accorge della mia presenza mi sorride e i suoi occhi si illuminano. Mi scruta
da capo a piedi.
“Buon giorno piccola.”
Mi viene vicino e mi bacia. Mi accorgo solo adesso che in una mano ha
una bustina bianca e nell’altra due bicchieri di carta che fumano. Si dirige in
cucina e appoggia tutto su un ripiano. Lo seguo senza fare rumore, sono a piedi
nudi. Ringrazio che per terra c’è il parquet.
“Come stai?”
Lo abbraccio da dietro.
“Un po’ indolenzita.”
Mi sporgo e afferro un bicchiere.
“Attenta che è bollente.”
Prendo anche la busta, la apro e ne tiro fuori una brioches. Mi siedo su una
sedia del piccolo tavolo che c’è in un angolo del salottino. Porto le gambe al
petto, la sua maglietta è ampia, ma non tanto da nascondere le mie grazie in
quella particolare posizione, visto poi che sono nuda sotto. Prende una sedia e
l’avvicina alla mia.
“Sei andato a correre?”
Addenta la brioches e annuisce.
“Ci vai tutte le mattine?”
Prende un generoso sorso di cappuccino.
“Sì c’è un parco bellissimo a pochi metri da qui.”
Addento la mia brioches.
“Magari una mattina vengo con te.”
“No, meglio di no!”
Una marea di scenari si fanno strada nella mia mente. Tutte con lui come
protagonista e tante altre donne.
“Perché no?”
Chiedo. Mi guarda, alza un sopracciglio e sfodera la sua migliore aria
birichina.
“Perché tu la mattina devi dormire per riprendere le forze che perderai
durante la notte. Io invece devo correre per smaltire quelle in eccesso.”
Rimango basita dal discorso, ma mi rendo conto che non fa una piega.
Addenta l’ultimo pezzo di brioches.
“Va bene. Vado a fare la doccia.”
Finisco la mia colazione e lo seguo perché quello è il modo migliore per
iniziare la giornata.
Le settimane che seguono sono frenetiche. In ufficio si accorgono tutti che
il clima è più disteso, che il grande capo è una persona affabile e alla mano,
che sa scherzare e stare in compagnia, ma non sono arrivati ancora a capire il
perché di questo cambiamento. Riusciamo ad essere molto discreti. Ogni tanto
ci scappa una sveltina, risultato o naturale conseguenza di un suo bacio più
appassionato o di una sua carezza più audace. La sera usciamo sempre per
ultimi, con la scusa del progetto di Dubois, la mattina non arriviamo mai
insieme, di solito io entro per prima e lui arriva una mezz’ora dopo di me.
Dopo quella sera non sono più uscita da casa di Luca, mi sono praticamente
trasferita da lui. Ed è una cosa bellissima. Sono felice, davvero tanto felice. È
stato naturale, non programmato. L’unica nota stonata in tutto questo è mio
fratello che è sempre guardingo e non si fida ancora di Luca. Si tiene a debita
distanza anche se io riesco a chiamarlo molto spesso. So che ho Elena dalla
mia parte e che lo sta lavorando ai fianchi e di questo le sarò sempre
infinitamente grata. Il lavoro procede molto bene e io sono particolarmente
soddisfatta del risultato. Il termine di consegna si avvicina a grandi passi e io
e Sara siamo immerse totalmente nel lavoro. Arriva la settimana precedente la
consegna e metto a punto gli ultimi dettagli. La supervisione del progetto a
Dubois è solo una pro forma perché è stato sempre aggiornato tramite mail
mano a mano che il progetto prendeva forma e anche lui era pienamente
soddisfatto. Busso alla porta dell’ufficio di Luca. La sua voce ha preso ormai
un nuovo tono, sempre gioviale ed affabile. Entro e lo trovo intento ad
osservare il monitor del computer come se lì ci fossero tutte le risposte per la
salvezza del mondo intero. Appena mi vede il suo viso si illumina, si alza e mi
viene incontro, mi abbraccia e mi ruba un bacio, che io sono felicissima di
ricambiare.
“Allora che mi dici?”
“Secondo me ci siamo. Se vuoi fra mezz’ora la sala riunioni è libera, così
puoi dirmi che cosa ne pensi.”
Guarda l’orologio.
“Sì, penso si possa fare. Devo inviare un paio di mail.”
Mi regala un altro piccolo bacio.
“Bene, vado a far preparare le slide.”
Esco dal suo ufficio e vado da Diego. Gli do le ultime direttive e mezz’ora
dopo siamo tutti pronti nella sala riunioni.
Faccio partire la presentazione e Luca segue attento tutto il lavoro. Quando
finiamo vedo che unisce le mani e se le porta al mento, e rimane così fermo a
pensare. La cosa mi preoccupa, un attimo dopo si gira verso di me e il mio
team e sorride soddisfatto.
“Eccellente. Davvero un ottimo lavoro. Complimenti.”
Tiro un sospiro di sollievo. Stasera me la paga. Si alza e stringe la mano a
Diego, Sara e infine a Matilde. Prende la mia mano ma non la stringe, la usa
per attirarmi a sé e abbracciarmi.
“Bene visto che siamo tutti qui riuniti colgo l’occasione per ufficializzare
la nostra relazione. Se non ci eravate arrivati, io e Vale stiamo insieme.”
E mi bacia, un piccolo fugace bacio a stampo. Rimango interdetta, stupita.
Non credevo ritenesse importante far sapere a tutti quello che stiamo facendo.
Sara mi guarda con l’aria di chi la sa lunga, Diego e Martina sembrano
indifferenti alla cosa. Scioglie l’abbraccio e si allontana da me.
“Vale, dopo vieni nel mio ufficio che organizziamo la riunione a Parigi
con Dubois. Ragazzi.”
Si congeda ed esce dalla sala. Sara mi viene vicino.
“Hmmm. Così tu e il capo, eh?”
Mi sorride maliziosa. Annuisco perché sono ancora stordita.
“Voglio tutti i particolari…anche quelli piccanti...”
E scoppia in una sonora risata. Diego e Matilde sono i primi ad uscire
dalla sala, io raccolgo e sistemo le ultime cose e raggiungo l’ufficio di Luca.
Quando entro è al telefono e dalle parole che sento credo sia al telefono con
Parigi. Mi fa cenno di sedermi e io ubbidisco. Aspetto alcuni minuti e chiude
la conversazione.
“Bene. Dubois ci aspetta lunedì della prossima settimana. Prepara una
slide del logo, gliela inviamo tramite mail. Comunque mi ha già detto che è
molto soddisfatto del lavoro, il nostro viaggio a Parigi è solo un pro forma,
anche se mi ha detto che deve parlarci di una cosa importante.”
Lo ascolto e annuisco. Si alza, fa il giro della scrivania e si siede vicino a
me.
“Ehi, tutto bene?”
Mi prende le mani.
“Sì, sono solo un po’ sorpresa per quello che hai fatto di là in sala
riunioni.”
Mi guarda serio.
“Volevi continuare a tenere segreta la nostra relazione?”
Sembra contrariato.
“Non siamo più alle medie che dobbiamo nascondere il fidanzatino a
papà!”
“No, certo che no.”
“Allora dov’è il problema?”
“Non c’è nessun problema è solo che non me lo aspettavo.”
Mi guarda interrogativo.
“A meno che tu, non sia così sicura di noi.”
Si passa una mano tra i capelli. Quando ha finito gli accarezzo una guancia.
“Io ti amo, davvero tanto. È solo che mi hai colto di sorpresa. Non credevo
fosse così importante per te.”
Si sporge verso di me e mi bacia.
“È molto importante per me. Se potessi lo farei sapere al mondo intero che
tu sei mia.”
Mi guarda dritto negli occhi e io mi sciolgo.
“Anzi non credi sia ora di farlo sapere anche ai tuoi genitori?”
Caspita, questa proprio non me l’aspettavo. Ho evitato volutamente i miei
genitori in questi ultimi giorni perché sapevo che se mi avessero vista
avrebbero capito all’istante il perché della mia rottura con Mattia. Ma se per
lui è così importante posso accontentarlo.
“Facciamo così. Li chiami e gli dici che domenica andiamo a pranzo.”
Penso che oggi è giovedì e domenica è fra tre giorni. Devo metterli al
corrente del perché della presenza di Luca. Non posso presentarmi domenica
e dire “sorpresa, guardate con chi sono di nuovo fidanzata?”
“Va bene. Domani pomeriggio dopo il lavoro passerò a casa loro.”
“Vuoi che ti accompagni?”
“No. Ce la posso fare.”
Un altro bacio e torno nel mio ufficio dove mi aspetta una Sara avida di
particolari. Le racconto tutto dall’inizio e quando ho finito ha gli occhi a
cuoricino e sospira.
“Che storia romantica.”
“Sì bèh. Rimettiamoci al lavoro.”
Cerco di tagliare corto, ma lei vuole l’ultima parola.
“Comunque qualsiasi cosa tu gli stia facendo, non smettere perché è
finalmente un piacere lavorare in questo clima così disteso e sereno.”
Ed è una cosa che penso anch’io. Il giorno successivo come previsto passo
a casa dei miei che sono un po’ sorpresi di quella visita inaspettata, visto poi
che era un po’ che non mi facevo vedere. All’inizio sono preoccupati, ma
quando, titubante, gli racconto di Luca sono sollevati e sinceramente felici per
me. Mi appoggiano e mi fanno sapere che qualunque decisione io prenda loro
saranno con me, soprattutto se questo può rendermi felice come mi vedono in
questo momento. Torno a casa di Luca più sollevata e gli dico che lo aspettano
domenica a braccia aperte e che sono contenti di rivederlo. Sta andando tutto
per il verso giusto e sono seriamente preoccupata per questo perché ho paura
che si scateni una bufera da un momento all’altro. Il giorno successivo ci
serve per finire di mettere a punto il lavoro e passa veloce e produttivo. La
domenica andiamo a pranzo dai miei e anche quella è una giornata leggera e
piacevole. Luca viene accolto veramente a braccia aperte, paga però il prezzo
che i miei vogliono conoscere la sua vita degli ultimi dieci anni. E lui
racconta tranquillo tutto quello che ha fatto, perfino del suo anno sabbatico
americano. Mi accorgo che è un grande oratore, è carismatico, è affascinante e
appassionato quando parla delle cose che gli interessano, tutti pendono
letteralmente dalle sue labbra. Ci sono anche Tommaso ed Elena e percepisco
che mio fratello si è un po’ ammorbidito nei confronti di Luca. Certo di strada
da fare ce n'è ancora tanta, ma se questo è l’inizio siamo a buon punto e
possiamo ritenerci ottimisti. Ce ne andiamo a pomeriggio inoltrato. Passiamo
un attimo in ufficio per gli ultimi dettagli prima della partenza di lunedì. Poi a
casa preparo due trolley. La mattina seguente il nostro volo parte alle sette,
così la sveglia è all’alba, più o meno. Abbiamo deciso per questo orario in
modo da andare direttamente in atelier da Dubois per la riunione. In aereo
sono stranamente rilassata, non so se sia l’effetto della vicinanza di Luca, ma
non ho più paura di stare qui dentro, sospesa per aria. Atterriamo con qualche
minuto di anticipo e Luca decide di passare in albergo a lasciare i nostri
bagagli e a darci una rinfrescata. Non faccio caso alla destinazione che Luca
dice al tassista, sono un po’ assonnata, non sono abituata alle alzatacce, so
solo che dopo una quarantina di minuti ci fermiamo a Place Vendome. Tra me
e me penso che abbia fatto una piccola deviazione per ritirare qualcosa, fino a
quando non scende seguito dall’autista che prende i nostri trolley dal
bagagliaio. Apre il mio sportello e tende una mano nella mia direzione.
“Tu non scendi?”
Perplessa ubbidisco accettando la sua mano che stringe forte. Quando sono
in piedi di fianco al taxi alzo lo sguardo e mi ritrovo davanti al Ritz. Credo
che la mascella mi sia caduta per lo stupore. Alzo gli occhi percorrendo tutta
la facciata, imponente, con lo sguardo e rimango estasiata da tanto splendore.
Luca mi cinge le spalle con un braccio.
“Respira piccola!”
Mi giro verso di lui e sta sorridendo felice.
“Il Ritz? Ma sei impazzito?”
Riesco a biascicare visto che ho la lingua impastata e la salivazione a zero.
“Li vale tutti. Se non altro per la tua espressione sorpresa, dovevi proprio
vederti…”
Si para davanti a me e mi abbraccia con tutto il corpo.
“…e poi per te, da oggi in poi solo il meglio.”
Mi lascio cullare dal suo abbraccio, anche perché non mi sono ancora del
tutto ripresa dalla piacevole sorpresa. Lascia passare alcuni istanti poi si
stacca da me e mi prende per mano trascinandomi dentro. Anche la hall è
maestosa, imponente, mi fa sentire in un certo senso in soggezione, però è una
sensazione piacevole. Non la smetto più di stare con il naso all’insù studiando
ogni minimo particolare, dai lampadari di cristallo agli affreschi. Poi abbasso
lo sguardo e vedo divanetti e specchi e sono soggiogata da tanto sfarzo, ma
non è un arredamento opprimente, è elegante, anche se il colore che prevale è
l’oro. Luca registra entrambi e scopro che ha prenotato una suite. Altra
sorpresa. Lo guardo e continua a sorridere beato. Il concierge ci accompagna
e quando apre la porta della nostra camera rimango davvero senza parole. La
suite risulta più sobria della hall, i colori sono sul panna e oro. All’entrata ci
sono dei divanetti e un tavolo, molti arazzi e specchi. La curiosità ha la meglio
e mi dirigo in camera ancora prima che il ragazzo se ne sia andato. Credo di
non aver mai visto niente del genere. Il letto è enorme, pieno di cuscini con un
drappeggio altissimo dietro la testata di legno. Alla destra del letto c’è il
camino, sopra ci sono dei candelabri e uno specchio. Davanti al letto c’è un
divano lungo ad un posto. Alla sinistra del letto c’è una toeletta. Varie
poltrone completano l’arredamento. Giro su me stessa per imprimere ogni
piccolo dettaglio nella mia mente. Quando mi fermo mi accorgo che Luca mi
sta osservando appoggiato allo stipite della porta con le braccia e le gambe
incrociate.
“È tutto così…bello!”
Si stacca dallo stipite, e mi viene vicino, mi prende per le mani e mi attira
a sé. Mi abbraccia e appoggia il mento sopra la mia testa.
“No. Tu sei bella…”
Mette un dito sotto il mio mento e mi costringe a guardarlo negli occhi. Il
suo sguardo è profondo, penetrante.
“…tutto questo…”
E fa roteare il dito.
“…in confronto a te impallidisce!”
Non so mai come replicare quando mi fa questi complimenti, quindi faccio
l’unica cosa che so che lo fa impazzire. Lo bacio. Come previsto mugugna
qualcosa e mi travolge con un bacio pieno di passione. Dopo un po’ si stacca e
cerca di respirare.
“Va bene. Dubois ci sta aspettando. Abbiamo tutta la notte per testare la
solidità di questo letto!”
Cerco di non ridere, ma sono troppo felice, sia perché ho la piena
consapevolezza dell’effetto che ho su di lui, sia perché al momento, qui in
questo luogo da sogno mi sembra di vivere una favola e di essere
improvvisamente diventata una principessa. Ci rinfreschiamo e scendiamo di
nuovo alla ricerca di un taxi che fortunatamente arriva dopo poco.

CAPITOLO VENTISEI

Arriviamo all’atelier di Dubois in perfetto orario e come apro la porta


vengo investita da una strana frenesia. Sembra che tutti siano in ritardo,
corrono tutti in non meglio precisati luoghi, affannati alla ricerca di chi sa che
cosa. Mi guardo intorno curiosa, sembra che il motto di oggi sia “sorpresa”.
Conoscendo ormai la collocazione della sala riunioni ci dirigiamo indisturbati
in fondo allo stanzone, sembra che nessuno faccia proprio caso a noi. Apro la
porta e Francis è già dentro, in piedi insieme a quella che suppongo essere la
sua segretaria personale. Davanti a lui sparpagliati sul tavolo ci sono dei
bozzetti di abiti. Riesco a sbirciarne alcuni prima che Francis si accorga di
noi, e uno in particolare cattura la mia attenzione. È un bellissimo abito lungo
fino ai piedi, completamente plissettato, di colore blu tendente all’elettrico,
con scollo americano, con una profonda scollatura sul davanti. Sotto il seno ha
un’elegante striscia di luccicanti cristalli che gli dona lucentezza. Non avevo
mai visto i vestiti nella loro fase embrionale ed è veramente affascinante.
Francis ci saluta come al solito, velocemente Luca e con un lungo e sensuale
baciamano a me. Svolti i convenevoli di rito prendo in mano la situazione e mi
siedo alla sua sinistra, faccio accomodare Luca alla mia destra, ho già capito
che non ha gradito particolarmente il saluto che ho appena ricevuto.
“Allora signor Dubois, che cosa ne pensa del nostro lavoro?”
Chiedo e ricevo subito un’occhiata abbastanza eloquente.
“Ah, ah. Non ci davamo del tu?”
E mi rivolge un sorriso provocante. Sento Luca cercare di trattenersi dallo
sbottare, così gli appoggio una mano su un ginocchio per intimarlo a tenere la
calma. Sospiro e riformulo la domanda.
“Francis, che cosa ne pensi del nostro lavoro?”
Mi sorride soddisfatto per aver vinto questa sorta di battaglia.
“Direi che è eccellente…”
E lascia la frase in sospeso. Inizio a preoccuparmi, i ma non portano mai
niente di buono. Deglutisco e mi butto.
“Ma?”
Fa un cenno con la mano.
“…non vi ho fatto venire qui per discutere di questo. Il lavoro è perfetto,
avete centrato appieno le mie richieste e sono molto soddisfatto. Ma lo
accetterò solo ad una condizione.”
Sto iniziando ad innervosirmi e percepisco che Luca sta facendo
altrettanto.
“…e sarebbe?”
Mi guarda, anzi mi trapassa con lo sguardo e per un attimo mi sento
veramente a disagio.
“Che tu accetti di sfilare per la mia collezione.”
Sgancia la bomba così come se niente fosse, come se fosse la cosa più
naturale di questo mondo. Rimango veramente basita da questa richiesta, non
me lo aspettavo proprio. Luca si alza e dalla foga la sedia cade.
“È inammissibile. È fuori discussione.”
La voce dura, piena d’ira e direi di gelosia. Mi giro e lo fulmino con gli
occhi, spero che capisca il mio linguaggio visivo che gli intima di calmarsi.
Sposta i suoi occhi nei miei e quantomeno capisce che deve rimettersi seduto.
Afferra la sedia e si risiede, rigido e vigile. Incrocio le mani davanti a me e
con calma inizio a parlare.
“Francis tu capirai che non si può fare!”
Parlo come se parlassi ad un bambino piccolo. Lui sorride.
“Perché?”
“Perché non ho esperienza, potrei cadere e rendere ridicola me e la tua
collezione.”
Appoggia una mano su un mio polso.
“È proprio questo che ti rende così affascinante.”
La sua voce è bassa e sensuale. Se sapessi che è impossibile direi che ci
stia provando con me. Sospiro.
“E se ti dicessi che non mi sentirei a mio agio?”
Stringe più forte.
“Non ti piacciono le sfide?”
Ecco la parola magica. Quella che mi fa sempre decidere.
“Io adoro le sfide.”
Sorride sornione, sa di avermi in pugno.
“Quindi è deciso”
“Aspetta un attimo!”
La voce di Luca irrompe in questa nostra diatriba. Mi volto a guardarlo. I
suoi occhi lanciano dardi infuocati e sono rivolti a me.
“Non dovremmo prima parlarne?...in privato?”
“Prima che tu prenda una decisione definitiva vorrei però mostrarti i due
modelli che ho creato pensando a te.”
Continua imperterrito Francis. Mi guarda, lo sguardo intrigante, come
quello di un gatto che ha appena visto un uccellino e sta per fare il balzo per
mangiarselo in un solo boccone. Come per magia e come se avesse origliato
ascoltando tutta la conversazione, la porta si apre e compare la sua segretaria.
Tra le mani ha due tavole, me le posiziona delicatamente davanti e appare il
bozzetto del vestito blu che avevo visto prima. Rimango a bocca aperta e i
miei occhi vagano su ogni centimetro di quel disegno. Visto da vicino è una
cosa meravigliosa, ha il perfetto mix di sensualità e castità, di provocante e
pudico. Non credo ai miei occhi. Voglio questo vestito, voglio indossarlo e
sentire come ci si sente con quella stoffa morbida che ti accarezza la pelle.
Alzo lo sguardo e incontro quello di Francis, mi sento come in un incontro di
pugilato, ma lui è del tutto consapevole di avermi messo all’angolo e sta
aspettando il momento di sferrare il colpo di grazia. E non devo tardare molto
per ricevere il ko definitivo, mi arriva come un pugno assestato a regola
d’arte, dritto allo stomaco nel momento stesso in cui alza il primo bozzetto e
mi svela il secondo disegno. Uno stupendo vestito da sposa, un po’ romantico
un po’ rock, decisamente quello che mi sarei aspettata da lui, provocante visto
che davanti la gonna è corta e ampia, dietro invece arriva ai piedi. Il corpetto
è stretto con le spalle scoperte, taglio dritto sopra il seno, molto lavorato con
dei disegni di fiori, ma dai colori tenui, delicati. Nel disegno gli accessori
sono dei lunghi guanti dello stesso colore panna del vestito e la modella del
disegno ha i capelli acconciati e legati sotto un velo. Mi porto le mani alla
bocca incredula.
“Bene, vi lascio discutere. Quando avrete deciso mi trovate di là.”
Si alza e fa la sua uscita scenica.
“No, no e no. Non se ne parla proprio.”
La voce di Luca forte e chiara non tarda a farsi sentire. Io dal canto mio
fatico un attimo a riprendermi da tutto questo. Lui si alza e inizia a camminare
avanti e indietro, passandosi una mano nervosa tra i capelli, scompigliandoli
in quel suo modo dannatamente sexy. Mi alzo e lo raggiungo, riesco a
prendergli le mani e in quel momento i suoi occhi incontrano i miei.
“Non starai prendendo sul serio l’idea di sfilare in passerella?”
E’ arrabbiato, lo capisco dal tono di voce. Chiamo a raccolta tutta la calma
di cui sono capace, se la prenderò alla larga, so che posso vincere questa
battaglia.
“Che cosa ti preoccupa di preciso?”
Continua a maltrattarsi i capelli, tanto che per un attimo mi viene la voglia
di afferrargli la mano di nuovo e tenerla stretta per evitargli ulteriori
movimenti. Finalmente si ferma e si appoggia sul tavolo. Incrocia le braccia al
petto, poi con un moto di stizza allunga un braccio in direzione della porta.
“Ma l’hai sentito quel pallone gonfiato?...Prima che tu prenda una
decisione definitiva vorrei mostrarti i due modelli che ho creato pensando a
te…”
Imita scimmiottando in maniera esagerata la voce di Francis e incrocia di
nuovo le braccia al petto. Poi abbassa la testa. Gli vado vicino e gli metto le
braccia al collo. Lui sorpreso da quel contatto inaspettato alza di scatto la
testa e io ne approfitto subito per stampargli un bel bacio sulle labbra. Sento
di aver fatto la mossa giusta, perché un lieve sorriso si palesa sul suo
bellissimo viso.
“Riformulo la domanda. Vuoi dirmi che cosa ti preoccupa di preciso?”
Sospira.
“L’idea che tutti posino i loro occhi su di te.”
Gli sorrido perché amo da morire questo suo lato così vulnerabile che sta
mostrando sempre più spesso da qualche tempo a questa parte.
“Non hai niente da temere. Lascia che guardino. Lo hai detto tu non molto
tempo fa mi sembra.”
“Che cosa?”
Gli accarezzo una guancia con un il dorso della mano, in un gesto delicato.
“Che sono tua.”
Sospira di nuovo.
“Per Dubois sono solo un corpo, come sarò per tutti gli altri.”
Finalmente scioglie l’intreccio delle sue braccia e unisce le mani dietro la
mia schiena abbracciandomi e stringendomi a se. Appoggia la fronte sulla mia
spalla.
“E ti pare niente?…”
Il tono di voce di chi si sta rassegnando.
“…questa cosa non mi fa sentire meglio!”
Gli accarezzo la nuca e intreccio le mie dita tra i suoi capelli.
“Tutto questo, tu, Parigi, il Ritz, quegli abiti stupendi, sono una favola…la
mia favola! Ti prego fammela vivere.”
Alza la testa e mi guarda, lo sguardo triste, di chi sa che non ha argomenti
validi per replicare.
“La gelosia mi ucciderà lentamente, come un tarlo consuma un pezzo di
legno…”
Mi viene da ridere ma mi trattengo perché ha l’espressione da cane
bastonato che è davvero comica.
“Lo farò solo se tu sei d’accordo!”
Sembra non sentire le mie parole perché va avanti con la sua litania.
“…soffrirò come un cane che è stato abbandonato in un canile…”
Gli prendo il viso fra le mani e sorrido. Gli bacio dolcemente le labbra.
“Dai, smettila. Sì o no?”
Mi guarda e vedo nei suoi occhi passare qualcosa, qualcosa che non riesco
a decifrare, ma è solo un attimo, così credo di averlo immaginato. Il suo viso
si rianima come per magia, stringe ancora di più il suo abbraccio, tanto che
penso voglia fare fondere i nostri corpi e annuisce. Poi mi bacia, un bacio
appassionato, preludio di qualcosa di più profondo. E ho bene in mente cosa
possa essere. Quando si stacca è di nuovo lui.
“Siamo d’accordo allora?”
Annuisce.
“La facciamo questa cosa?”
Annuisce ancora. Sciolgo l’abbraccio, riguardo con aria sognante i bozzetti
dei vestiti e mi dirigo seguita da Luca verso l’atelier. L’atmosfera continua ad
essere frenetica, le persone non hanno smesso di correre da una parte all’altra
del lungo stanzone. Ci mettiamo un po’ per trovare Francis, che è in un angolo
con un ragazzo che ha in mano un capo e glielo sta mostrando, la discussione è
animata. Appena si accorge di noi lo congeda con un gesto della mano.
“Ci dispiace avervi interrotto!”
Fa ancora una volta il gesto con la mano.
“Bazzecole. Dimmi allora, hai preso una decisione?”
Lascio passare un attimo, voglio tenerlo un po’ sulle spine. Lui attende
impaziente, lo capisco dal modo in cui respira.
“Accetto.”
E gli tendo la mano. Vedo che riprende a respirare in modo normale, come
se fino ad ora fosse stato in apnea. Sorride soddisfatto e vincitore, afferra la
mia mano, la stringe, ma poi mi attira verso di sé per stringermi in un
abbraccio. Sento Luca grugnire parole incomprensibili.
“Vedrai non te ne pentirai.”
Mi ricompongo e ritorno in modalità professionale.
“Resta il fatto che non ho un minimo di esperienza. Come farò a sfilare
senza rischiare di cadere?”
Francis scoppia in una risata.
“Perché pensi che tutte queste oche lo sappiano fare meglio? So
riconoscere una persona che ha del talento innato, che ha la determinazione
per arrivare a fare quello che si è messo in testa di fare. E credimi te lo si
legge in faccia.”
Mi sembra un complimento e lo prendo come tale.
“Ad ogni modo la sfilata è tra un mese. Ci vediamo qui tra tre settimane. Ti
farò affiancare dalla migliore e le dirò di insegnarti i suoi trucchetti.”
“Va bene.”
Si sta per congedare, quando ci ripensa.
“Per il lavoro, vi farò avere un metà della cifra pattuita fra un paio di
giorni. L’altra metà dopo la sfilata.”
Mi viene da ridere.
“Vuoi essere sicuro che ne sia valsa la pena?”
Mi rivolge uno sguardo intenso e scuote la testa.
“So già che ne vale la pena, non avrei insistito tanto altrimenti. È solo per
una nostra questione burocratica interna.”
Annuisco. Quest’uomo a volte mi lascia senza parole e con me non è facile.
“Ah! Un’altra cosa. Stasera vi aspetto nello stesso ristorante dell’altra
volta. Dobbiamo festeggiare!”
E mi stringe la mano in segno di saluto.
“Veramente noi…”
Cerco di replicare, avevo veramente altri progetti, volevo godermi un po’
questa città con Luca visto che l’altra volta non ero stata libera di farlo. Ma
Francis è una persona determinata che non accetta un no come risposta,
infatti….
“Niente ma. Ci vediamo più tardi.”
Detto questo se ne va, sempre con quel suo fare teatrale. Questa è davvero
l’unica nota stonata della giornata, non ho alcuna voglia di passare la serata
con loro. Già mi immaginavo in qualche locale romantico con il mio uomo. Mi
giro verso di lui con un’aria triste, ma lui no, non è per niente dispiaciuto di
questa cosa.
“Dai andiamo.”
Mi prende per mano e mi porta fuori, ferma un taxi e saliamo a bordo.
Incrocio le braccia contrariata da questa cosa. Mi viene vicino e mi bacia su
una guancia.
“Dai non mettere il broncio, vedrai che questa serata finirà nel migliore dei
modi.”
Mi giro e sta sorridendo felice.
“Sì bèh, se lo dici tu?”
Ne approfitta per baciarmi le labbra.
“Sì lo dico io.”
Afferma deciso. I suoi occhi sono luminosi, vivi. Arriviamo in albergo, io
mi butto sul letto esausta, lui invece si spoglia e quando me ne accorgo gli
vado vicino per aiutarlo. Lui sorride, ma poi guarda l’orologio.
“Vado a fare una doccia.”
Mi dice sbrigativo.
“Non vuoi che ti faccia compagnia?”
Gli rispondo maliziosa. Alza un sopracciglio.
“Piccola non ora. Abbiamo tutta la notte per noi. Ora devo fare una cosa
importante.”
Sgrano gli occhi.
“Più importante di me?”
Si avvicina e mi prende il mento con la mano.
“Niente sarà mai più importante di te. Ora però devo fare una cosa
comunque importante. Abbiamo un paio d’ore prima della cena e voglio che
sia tutto perfetto. Adesso vado a fare la doccia, mi vesto e devo fare una
commissione. Ti aspetto alla Torre Eiffel. Voglio godermi quel posto come non
siamo riusciti a fare l’altra volta.”
Detto questo mi bacia con passione e a me non resta che mugugnare in
segno di disapprovazione. Si infila in bagno e mentre lui è sotto la doccia
bussano alla porta. Vado ad aprire e un fattorino tiene in mano una grossa
scatola rettangolare. Sto morendo dalla curiosità, ma cerco di trattenermi e
poso la scatola sul letto, mi siedo lì vicino e aspetto che Luca esca dal bagno.
Quando lo fa e posa i suoi occhi su di me che sono lì seduta composta in
attesa, una sana risata gli esce dalla bocca.
“Sei veramente comica, lo sai?”
Io faccio una smorfia con la bocca e incrocio le braccia al petto.
“Sono felice che tu ti stia divertendo, peccato che non posso dire la stessa
cosa di me! Vuoi dirmi che cosa sta succedendo?”
Si tampona i capelli bagnati con un asciugamano, mentre un altro legato in
vita gli copre la parte bassa del corpo. Tutta quella pelle in vista mi distrae
per un attimo. Mi viene vicino e mi sfiora le labbra con le sue.
“C’è un regalo per te lì dentro.”
I miei occhi si illuminano, adoro i regali e lui ovviamente lo sa. Batto le
mani felice.
“Davvero?”
Annuisce. Sto per allungare le mani verso il pacco, quando lui mi ferma.
“Senti facciamo così. Io mi vesto ed esco. Puoi aprirlo appena sono
uscito.”
Mi prende le mani e mi bacia, con un bacio lento e languido. Ne approfitto
per afferragli i polsi e gemere di piacere.
“Fatti bella per me stasera. So che sarà impossibile, perché tu sei stupenda
così come sei, ma ti prometto che ne varrà la pena!”
Si allontana da me e va verso l’armadio. Io continuo a seguirlo con lo
sguardo in ogni suo movimento. Ci mette poco a vestirsi e opta di nuovo per il
total black e devo dire che sono contenta perché guardarlo così vestito è una
gioia per gli occhi. Prima di uscire torna vicino a me.
“Allora hai una quarantina di minuti per prepararti. Ce la farai?”
Mi domanda in tono scherzoso. Io annuisco.
“Una limousine ti aspetterà qui sotto e ti porterà alla Torre. Io ti aspetto lì
sotto, poi saliremo insieme. Va bene?”
“Sì capito.”
Gli sorrido felice. Mi prende la mano e mi fa alzare dal letto, poi mi attira
a lui e mi abbraccia.
“Ti amo piccola.”
Alzo lo sguardo.
“Ti amo anch’io.”
Mi dà un fugace bacio e si allontana uscendo dalla stanza.
CAPITOLO VENTISETTE

Appena richiude la porta dietro di sé, io mi butto sul regalo, non posso
resistere ancora. Quando lo apro rimango senza fiato. Lo prendo tra le mani e
lo tiro fuori. È un bellissimo abito nero corto, monospalla con una piccola
rousce, che segue il contorno del bordo del vestito, tono su tono, impreziosita
da pietre luccicanti dello stesso colore, che danno luce. Dentro la scatola c’è
una stola di sofficissima lana. Dopo l’attimo di smarrimento decido che devo
essere perfetta, quindi chiamo la reception e chiedo se sanno indirizzarmi ad
una parrucchiera. Il concierge mi dice che hanno una ragazza molto brava e
che me la manderà nel giro di pochi minuti. Infatti poco dopo bussano alla
porta e una giovane e sorridente ragazza si presenta. È molto professionale e
veloce e nel giro di venti minuti ho una bellissima acconciatura fatta da una
treccia che inizia dalla parte sinistra, gira dietro la nuca e scende nella parte
destra del capo. Le chiedo se può truccarmi e senza farselo ripetere una
seconda volta prende una valigetta e inizia a lavorare sui miei occhi. Quando
ha finito il risultato è strepitoso. Il trucco è molto naturale e mette in risalto i
miei occhi più di quello che so fare io. Mi sento davvero bellissima. Le
chiedo un ultimo favore, quello di aiutarmi ad indossare il vestito. Quando il
look è completo mi osservo allo specchio e sono raggiante, Luca non poteva
scegliere un abito più adatto per farmi sentire così bene, bella e sexy. Sono
talmente felice che mi verrebbe da piangere se non sapessi che posso rovinare
tutta la fatica di questa bravissima ragazza, che dal canto suo non la smette di
farmi i complimenti. Quando la ragazza esce mi infilo le mie inseparabili
Louboutin nere tacco dodici e sono pronta. Come promesso la limousine mi
aspetta fuori dell’albergo e in pochi minuti mi porta a destinazione. Sono
eccitata all’idea di vedere che cosa pensa del mio look Luca, sono curiosa di
vedere la sua espressione. Una mano si tende verso di me per aiutarmi a
uscire dalla macchina, penso sia quella dell’autista, ma rimango sorpresa nel
trovarmi Luca davanti, quando riesco a mettermi in piedi fuori della
macchina. Lui mi scruta e io colgo l’occasione per sorridere.
“Wow.”
Riesce a dire dopo aver percorso tutto il mio corpo con lo sguardo.
“Sei…sei…bellissima!”
“Grazie.”
Rispondo ammiccante. Dietro le sue spalle qualcuno dà un colpo di tosse
per attirare la nostra attenzione. Luca sembra ridestarsi.
“Oh, ah sì”
Mi prende per mano.
“Vieni dobbiamo andare.”
Seguiamo lo stesso ragazzo dell’altra volta che ci fa salire da soli in
ascensore. Quando esco dall’ascensore, noto subito che non c’è nessun altro al
bar, che siamo soli e che solo un tavolo appartato in fondo alla sala è
apparecchiato. Luca mi fa accomodare e il cameriere arriva subito con dello
champagne e ci riempie i calici. Quando siamo di nuovo da soli Luca mi
guarda in modo intenso.
“Sei incredibile. Io stavo scherzando quando ti ho chiesto di farti bella,
perché tu lo sei già, ma così…wow…non ho parole!”
Bevo un sorso del liquido ambrato.
“Bèh. Gran parte del risultato è merito tuo. Sei tu che hai scelto il vestito,
io ho solo chiamato una parrucchiera che mi aiutasse nei dettagli.”
Sorride soddisfatto.
“Io direi che è merito del bellissimo soggetto, un vestito è solo un
abbellimento del corpo che c’è sotto.”
Si allunga sul tavolino e mi prende una mano stringendola delicatamente.
“Grazie.”
La mia voce è un sussurro, sono troppo emozionata, le parole mi muoiono
in gola, tutto questo è un sogno. Si alza e mi invita a fare altrettanto, lo seguo
senza indugio. Si avvicina alla vetrata e mi abbraccia da dietro, il suo torace
contro la mia schiena. Socchiudo appena gli occhi per assaporare questo
momento di intensa dolcezza e inspiro forte il suo profumo che mi avvolge.
Appoggio le mie mani sopra le sue che sono unite sul mio grembo.
“Ti amo piccola.”
Sussurra nel mio orecchio e un calore si diffonde in tutto il mio corpo. Mi
lascio cullare dal suo abbraccio.
“Ti amo anch’io.”
Delicatamente mi fa girare e ci ritroviamo faccia a faccia. Fa un grosso
respiro come se volesse incamerare più aria possibile nei polmoni.
“Sai ho pensato tanto a questi ultimi mesi e mi sono reso conto che non
devono essere stati facili neanche per te.”
“Già”
Mi accarezza una guancia.
“Scusami per tutto quello che hai dovuto passare per causa mia.”
Ricambio la carezza.
“Non ci pensare. Ormai è acqua passata. Siamo qui adesso e siamo
insieme.”
Mi sorride, un sorriso dolce che mi riempie di gioia e felicità e mi fa
capire che tutto questo è giusto. Appoggia leggermente le labbra sulle mie.
“Ho capito anche altro però…”
Il suo sguardo si fa più intenso.
“…ho capito che non mi basta più!”
Dice serio e la mia sicurezza vacilla. Che cosa significa? Mi prende il viso
tra le mani, con delicatezza.
“Ho capito che non potrò più fare a meno di te, che ho bisogno di te, come
ho bisogno dell’aria per respirare. Ho capito che tu sei la cosa più importante
che ho e che non voglio rischiare di perderti mai più…”
Si ferma un momento per darmi il tempo di metabolizzare le sue frasi. Il
mio cuore inizia a battere all’impazzata dentro la cassa toracica, le palpebre
iniziano a sbattere veloci per cercare di frenare in qualche modo il fiume di
lacrime che minacciano di uscire e nel frattempo lui scivola ai miei piedi e si
inginocchia davanti a me. Vivendo quella scena il respiro si ferma in gola. Lui
si piega e tira fuori una scatolina, quella magica. Mi porto le mani alla bocca,
no non ci posso credere, non sta succedendo davvero!
“Valentina ti amo con tutto me stesso e ho l’assoluta certezza che non potrò
mai amare nessun’altra come amo te. Ti prego, sposami!”
Deglutisco e calde lacrime di immensa felicità rigano il mio volto. Non
riesco a parlare, tanto sono emozionata. Non avendo risposta apre la scatolina
e il più scintillante anello che abbia mai visto fa la sua comparsa. Adesso
sono davvero senza fiato. L’anello è il Tiffany Embrice, un diamante rotondo
da due carati e mezzo, con pavè di brillanti intorno e ai lati della montatura.
“Dimmi di si.”
Io non riesco ancora ad articolare una frase di senso compiuto quindi
annuisco.
Il suo viso si illumina.
“Lo prendo per un si?”
Annuisco ancora e non riesco a fermare le lacrime.
Continua a rimanere in ginocchio e prende l’anello tra le sue dita.
“È…è bellissimo…”
Lui mi guarda e prende la mia mano sinistra, prima di infilarlo nel mio
anulare riprende a parlare.
“Sono dell’idea che niente potrà mai eguagliare la tua di bellezza…”
Me lo infila e si ferma a guardarlo.
“Brillerà perché userà la tua luce come riflesso.”
Mentre parla inizia ad alzarsi lentamente, guardandomi dritto negli occhi
con uno sguardo pieno d’amore e di desiderio e finita l’ultima sillaba unisce
le sue labbra alle mie. Quando si stacca non posso fare altro che dirgli quanto
lo amo e ringraziarlo di questa che è veramente la mia favola.
“Balla con me.”
Dice ad un tratto con voce dolce. Fa un cenno del capo al barista e nel
locale iniziano a diffondersi le note della canzone di Edith Piaf “La vie en
rose”. Mi lascio guidare e iniziamo a muoverci lentamente. Mi cinge la vita
con una mano tenendomi stretta a sé, mentre l’altra la stringe vicino al suo
cuore. Mi guarda, in modo diverso, in un modo in cui non mi aveva mai
guardato, più intenso, più profondo. Quando le note della canzone si spengono
piano piano, mi prende per mano e mi riporta al nostro tavolo. Si siede e mi fa
sedere sopra di sé abbracciandomi.
“Grazie.”
Scuoto la testa decisa.
“Sono io che devo ringraziare te.”
Mi sfiora le labbra con il dito indice.
“Grazie per avermi dato un’altra opportunità.”
Prende i nostri calici e ma ne passa uno. Li facciamo tintinnare tra di loro e
beviamo un sorso.
“Ti amo piccola e non smetterò mai di dirtelo o di dimostrartelo.”
Finisce di bere il suo calice e io faccio altrettanto.

CAPITOLO VENTOTTO

Arriviamo al ristorante senza nessuna voglia da parte di entrambi. Avevo


pensato di chiamare Francis e inscenare un improvviso mal di testa, ma Luca
mi ha detto che anche se non ne avevamo voglia dovevamo comunque farlo,
perché si tratta principalmente di lavoro. E ha ragione. Entro per prima e la
prima persona che vedo è quella gatta morta di Isabelle. Bene, si prospetta
proprio una serata tranquilla. Grugnisco sonoramente anche perché appena lei
si accorge del mio accompagnatore un sorriso che prende tutto il viso da
orecchio ad orecchio si fa strada nella sua faccia. Prima che riesca ad
avvicinarsi, mi fermo e costringo Luca a fare la stessa cosa, mi giro nella sua
direzione, gli butto le braccia al collo e gli stampo un bacio profondo e
appassionato sulla bocca. Quando mi stacco il viso di Luca è radioso.
“A che cosa devo tanto ardore?”
Con aria un po’ colpevole gli sussurro.
“Sto marcando il territorio. Ho appena visto Isabelle e credimi era più che
felice di vederti.”
Scoppia a ridere in una sana risata di pancia. Mi accarezza una guancia.
“Piccola non hai bisogno di marcare il territorio. I miei occhi sono solo
per te. Comunque sono felice che tu lo abbia fatto.”
Detto questo è lui questa volta a regalarmi un bacio appassionato. Quando
ci stacchiamo, cerco Isabelle con gli occhi, ma è stranamente sparita. Un
sorriso soddisfatto nasce spontaneo sul mio viso. Beccati questo!
Quando anche tutti gli altri sono arrivati possiamo sederci e iniziare la
cena. Tutto sommato anche questa serata risulta piacevole, Francis è a
capotavola, io alla sua destra e questa volta ho preteso che il mio uomo
sedesse vicino a me e distante da Isabelle. Torniamo tardi in albergo ma
riusciamo comunque a finire questa giornata carica di emozioni con fuochi
d’artificio particolarmente spettacolari e appaganti. Rientriamo in Italia e la
sera stessa organizzo una cena con i miei e mio fratello per farli partecipi del
nostro fidanzamento. Sono tutti entusiasti e felici per noi, tutti tranne mio
fratello che ancora nutre forti dubbi riguardo alle intenzioni di Luca. Le
settimane successive sono più rilassate, anche al lavoro, perché il progetto
Dubois è finito. Lorenzo da Milano ci passa un altro progetto, una campagna
pubblicitaria per una nuova marca di Jeans di uno stilista Italiano. Arriva il
momento di tornare a Parigi per la sfilata e il mio nervosismo aumenta in
maniera esponenziale. Un sacco di dubbi si insinuano dentro di me e quasi mi
pento di aver accettato questa idea così folle. Idea che mi sembra ancora più
folle nel momento in cui metto di nuovo piede nell’atelier di Dubois e scopro
che la modella che mi farà da tutor è proprio Isabelle. Come mi è venuto in
mente di cimentarmi in questa impresa? Comunque dopo un iniziale attimo di
smarrimento, scopro invece che non è poi così male. Isabelle risulta affabile,
comprensiva e molto professionale. Scopro che la sua corazza e il suo
carattere così scostante sono dovuti principalmente ad una profonda
insicurezza e allo smisurato bisogno di piacere a tutti. Sa di essere bellissima,
ma giustamente vorrebbe che le persone non si soffermassero solo all’aspetto
esteriore, ma che cercassero di conoscerla per quello che è realmente. E
penso che abbia ragione. Comunque mi aiuta e mi sostiene in modo sincero e
non posso chiedere di meglio. Arriva la sera della sfilata e il mio nervosismo
raggiunge livelli mai toccati prima. C’è eccitazione nell’aria, frenesia e tanta
emozione. È una sensazione indescrivibile, che ti travolge e ti sconvolge. Tutti
sono agitati, corrono da tutte le parti, solo le modelle sono apparentemente
tranquille. Le osservo dalla sedia in cui sono seduta e ognuna è impegnata in
qualcosa, chi al telefono, chi al trucco, chi dal parrucchiere, ma sono calme e
rilassate, o almeno così sembrano. Francis mi si avvicina e mi guarda
attraverso lo specchio, Luca è in giro da qualche parte.
“Allora sei pronta angelo mio?”
Annuisco.
“Sono solo un po’ agitata.”
Mi regala un sorriso radioso e mi tocca una spalla.
“Non devi, vedrai che quando sarai là fuori, ti verrà naturale.”
Gli tocco la mano con la mia e gli sorrido a mia volta.
“Grazie.”
“Bene ora vado a controllare che sia tutto a posto.”
Mi rivolge un ultimo sorriso e poi si allontana. Poco dopo compare Luca in
tutta la sua bellezza. Devo dire che sono gelosa, lui qui dietro le quinte con
delle modelle stupende che girano mezze nude, forse dovevo pensare bene a
quello che facevo. Si avvicina e si china a darmi un leggero bacio sulle
labbra, sono già truccata.
“Allora come va?”
“Sono un po’ agitata.”
Mi sfiora la guancia con una mano.
“Stai tranquilla, vedrai che li stenderai.”
E mi sorride, un sorriso carico di amore. Il mio cuore si scalda
immediatamente.
“Tu piuttosto che farai mentre io sarò là fuori?”
Gli dico incrociando le braccia al petto.
“Ti guarderò. Perché che altro dovrei fare?”
Mi chiede con aria curiosa. Sciolgo le braccia e faccio un movimento con
le mani.
“Non so. Ci sono un sacco di modelle che ti scrutano con attenzione.”
Sorride.
“Non ci avevo fatto caso, ma ora che me lo fai notare in effetti…”
Alza il viso e si mette a guardare la stanza. Gli prendo il viso tra le mani e
lo costringo a riportare lo sguardo su di me.
“Non ci provare!”
Lo redarguisco. Scoppia a ridere di cuore.
“Piccola, sono felice che tu sia gelosa, ma ti assicuro che non ne hai
motivo.”
Uno schiocco di mani cattura la mia attenzione. È Francis in piedi.
“Ragazze ci siamo, tra tre minuti iniziamo. Forza.”
Vedo le prime tre ragazze posizionarsi al suo fianco pronte, bellissime, con
abiti stupendi. Mi alzo e una sarta mi passa il mio abito azzurro, mi aiuta ad
indossarlo e lo sistema con le mani. Alzo lo sguardo e incontro gli occhi di
Luca attraverso lo specchio. La sua espressione è indecifrabile.
“Wow!”
Respira forte.
“Sei, sei…uno schianto.”
Capisco che vorrebbe avvicinarsi, ma non lo fa perché gli è stato
categoricamente vietato. Si passa una mano tra i capelli.
“Sono geloso. Sì, sono decisamente troppo geloso!”
Mi viene da sorridere.
“Bene, così siamo pari.”
E sogghigno soddisfatta. Lui fa una smorfia con la bocca
“Direi che non è la stessa cosa.”
Un altro schiocco di mani mette fine alla nostra discussione. È ancora
Francis.
“Vale….Fra poco tocca a te. Sei pronta?”
Faccio segno con il pollice alzato che ci sono. Lui mi sorride e mi fa un
cenno con il capo.
“Vado di là.”
Dice Luca e si allontana, non prima di avermi guardato un’altra volta. Mi
avvicino a Francis e sbircio attraverso la tenda. Lui appoggia una mano sulla
mia schiena come a volermi infondere coraggio.
“Dai tocca a te!”
Respiro forte, chiamo a raccolta tutte le mie forze, assumo una posizione
eretta e decisa e mi butto. Esco e la luce mi abbaglia. Cammino dritta, decisa,
fiera, e i flash mi travolgono. È una sensazione bellissima, mi sento forte e
sicura come non mi sono mai sentita in tutta la mia vita. Sento che in questo
momento ho tutto il mondo ai miei piedi, è una scarica di adrenalina
fortissima. Eseguo alla perfezione i passi e i volteggi che mi ha insegnato
Isabelle, arrivo fino in fondo alla passerella, mi volto e torno indietro, poi lo
faccio di nuovo. Quando torno nel backstage inizio a tremare e a respirare in
modo irregolare, sto smaltendo la tensione. Francis è lì a complimentarsi con
me.
“Sei stata perfetta. E sono impazziti tutti per te.”
Riesco a sorridere. Poco dopo arriva anche Luca che mi accoglie tra le sue
braccia. Sente i miei brividi e mi stringe ancora più forte. Quando mi sono
calmata, mi prende il viso tra le mani e mi guarda intensamente.
“Devo dirti una cosa.”
Mi prende e mi porta in un punto un po’ più appartato, anche se il caos
regna ovunque. Mi fa sedere e si inginocchia davanti a me. Io rimango
interdetta e confusa. Mi prende le mani tra le sue.
“Ascoltami. Ho pensato una cosa, ma voglio che tu mi dica sinceramente se
sei d’accordo o no. Il prossimo abito che indosserai sarà quello da sposa e
sarò io ad accompagnarti là fuori.”
Mi porto le mani alla bocca incredula.
“Sul serio?”
Mi guarda e anche i suoi occhi sorridono.
“Sì”
Sta un attimo in silenzio come se cercasse le parole giuste da dire. Poi
prende una scatolina dalla tasca e me la mostra. Quando la apre rimango
letteralmente senza parole. All’interno ci sono due fedi.
“C’è il sindaco di Parigi di là in sala. Ho chiesto a Francis e lui è
d’accordo. Se vuoi facciamo la passerella e al ritorno il sindaco ci raggiunge
e ci sposa.”
Non credo alle mie orecchie, il cuore questa volta sta rischiando di
scoppiare sul serio. Lacrime di felicità cercano di farsi strada ma le ricaccio
indietro perché non si è mai vista una sposa con il trucco colato. Sorrido, ma è
un sorriso isterico. Troppe emozioni, troppe e tutte insieme. Cerco aria per
riempire i polmoni.
“La tua favola.”
Mi dice dolcemente. Poi rimette le mani in tasca e ne tira fuori due fogli
lunghi e stretti. Me li mette tra le mani e quando li apro trovo due biglietti
aerei per la Polinesia data di partenza tra due giorni. Non ho davvero parole.
“Hai pensato a tutto.”
Riesco a dire. Annuisce.
“Ma lo facciamo solo se tu sei d’accordo.”
Gli butto le braccia al collo e lo stritolo letteralmente in un abbraccio.
“Come potrei dire di no?”
Appena finisco di pronunciare quelle parole vedo con la coda dell’occhio
delle persone avvicinarsi a noi. Alzo lo sguardo e ancora una volta il respiro
mi muore in gola. Andando avanti di questo passo potrei morire soffocata. Ci
sono tutti, mamma, papà, Tommy, Elena e perfino Ludovica e Beatrice. Guardo
Luca al colmo della felicità.
“Non sarebbe stato un matrimonio vero senza tutti loro.”
Lo abbraccio di nuovo.
“Ti amo signor, Fabbri.”
Gli sussurro.
“Ti amo anch’io futura signora Fabbri.”
Poi si stacca quel tanto che basta per guardarmi negli occhi.
“Comunque quando torniamo voglio sposarti in chiesa. So che è importante
per te e lo è anche per me.”
Riluttante mi stacco da lui e veniamo travolti dalla felicità di tutti. Questa
volta anche Tommy si congratula con Luca e capisco che l’ascia di guerra è
stata finalmente seppellita. La sarta mi riporta alla realtà avvicinandosi con il
mio bellissimo abito da sposa. Luca si dilegua per andare a prepararsi. Vengo
portata in un camerino e mia madre ed Elena entrano insieme a me, mi aiutano
a spogliarmi dell’abito azzurro e mi aiutano ad infilare l’altro. Quando sono
vestita e mi guardano scoppiano entrambe in un pianto pieno di emozione.
Vorrei guardarmi allo specchio ma ho paura di non reggere quindi evito di
farlo. Mia madre esce un attimo lasciandomi da sola con Elena.
“Sei bellissima.”
Le sorrido.
“Grazie.”
Mi aiuta a mettere i guanti.
“C’è una cosa che devo dirti.”
Non mi guarda e continua ad armeggiare con i miei guanti. Poi alza lo
sguardo e i suoi occhi sono colmi di lacrime. Mi sorride.
“Ho appena saputo che diventerai zia.”
Ecco ora ho la certezza che non mi manca davvero niente. La mia vita è
perfetta. Ci abbracciamo e lei piange, io vorrei fare altrettanto, ma so che non
posso, non ci sarebbe tempo per risistemare il trucco. Rido, rido, non riesco a
smettere. Veniamo interrotte da qualcuno che bussa alla porta. È Francis che
mi dice che devo sfilare. Elena mi confida che ancora nessuno sa di questa
cosa, solo mio fratello ovviamente e che pensavano di dirlo questa sera a
cena, se io ero d’accordo. Ridendo le dico che ai miei verrà un colpo con tutte
queste sorprese insieme. Ci abbracciamo ancora, poi seguo Francis. Quando
vedo Luca vestito in smoking per poco non ho un mancamento. È bellissimo,
troppo, e ancora non mi capacito del fatto che sia mio. Mi guarda ed è
raggiante. Mi porge il braccio, poi mi bacia delicatamente la guancia.
“Sei uno schianto.”
Mi sussurra. Io lo guardo.
“Pronta?”
Annuisco. Poi Francis ci fa cenno di andare e ci avviamo insieme, fianco a
fianco nella passerella. Un’ovazione di applausi e di flash ci accompagna per
tutta la lunghezza della passerella, in fondo ci dividiamo un attimo ed eseguito
il volteggio mi porge di nuovo il braccio che io prendo senza esitare.
Torniamo indietro e lo facciamo un’altra volta. Quando torniamo al punto di
partenza il sindaco ci aspetta. L’inaspettato colpo di scena viene preso
benissimo da tutti e un silenzio surreale scende sulla sfilata. Quando il sindaco
ci dichiara marito e moglie tutta la sala esplode in un assordante applauso e io
finalmente posso far scorrere il fiume di lacrime che avevo trattenuto finora.
Francis è entusiasta di tutto e per ringraziarmi oltre al cospicuo compenso in
denaro mi regala il vestito blu. Lo indosso dopo che la sfilata è davvero finita,
separandomi a malincuore dal mio vestito da sposa. Finiamo la serata nello
stesso ristorante dove siamo andati le altre volte con Francis.
EPILOGO

Due anni e mezzo dopo

“Tesoro prendi quel vassoio per favore?”


“Sì mamma.”
Prendo il vassoio e lo porto fuori in giardino. È una calda domenica di
metà ottobre e siamo tutti a pranzo dai miei. Papà e Tommaso sono addetti al
barbecue, Elena è seduta in una poltrona e Luca intrattiene la nostra piccola e
splendida nipotina Asia di un anno e mezzo. Lascio il vassoio sul tavolo e
torno in cucina ad aiutare mamma. Prima di rientrare però mi soffermo ad
osservare la scena dal piccolo terrazzino della sala. E penso. Ripenso al
viaggio di nozze in Polinesia che è stato fantastico e perfetto, al di sopra di
ogni aspettativa. Sono state tre settimane magiche, da sogno. Al ritorno
abbiamo anche fatto una piccola sosta a New York, così ho potuto conoscere
Jenny. Mi è piaciuta subito e ci siamo trovate in sintonia. Luca aveva ragione,
mi somiglia parecchio nel modo di porsi, nel modo di pensare. E siamo
diventate amiche, ci sentiamo regolarmente su skype e lo scorso anno è anche
venuta trovarci con il marito e i figli. Ripenso al nostro matrimonio in chiesa,
celebrato un mese dopo il nostro ritorno. Luca aveva prenotato una piccola e
intima chiesetta in campagna a pochi chilometri dalla città. Non ho indossato
lo stesso vestito, questa volta era lungo e semplice, di colore panna. È stato
tutto come lo avevo sognato da bambina. Il nostro matrimonio mediatico ha
fatto tanto parlare e siamo diventati famosi. Il giorno successivo tutti i giornali
ne parlavano, la sfilata di Francis ha avuto un enorme successo e ne abbiamo
guadagnato tutti, lui con la collezione e noi in notorietà che ha portato molto
lavoro per la nostra azienda. Sì nostra, perché Luca l’ha rilevata e ora siamo
soci. Abbiamo tenuto il mio team Sara, Diego e Matilde e siamo cresciuti
parecchio. Il lavoro va a gonfie vele e mi regala non poche soddisfazioni. Due
volte l’anno continuo a sfilare per Francis, mi piace, mi diverto, ormai sono
diventata una “professionista”. Poi c’è il lato piacevole perché ogni notte
dopo aver sfilato il sesso con Luca è selvaggio e impetuoso, come se avesse
bisogno di rivendicare il suo possesso su di me. Non potrei chiedere di
meglio. Abbiamo comprato casa, qui nel residence, si sono liberate due
villette e noi e Tommaso siamo tornati qui. Si sta bene, perché sei fuori dal
caos del centro ma per arrivarci ci vuole poco tempo. Una risata sonora mi
riporta al presente. Luca è per terra sull’erba e Asia gli è sopra e lo sta
braccando facendogli il solletico, non lo sopporta quindi si sta dimenando. È
bravo con i bambini, li adora e loro adorano lui. Questa è l’unica nota stonata
nella mia vita perché lui mi ha chiesto più di una volta un figlio, ma io sono
terrorizzata all’idea, ho paura di non esserne all’altezza. Il mio senso di colpa
poi è aumentato ancora di più perché alcuni giorni fa abbiamo saputo che
Elena è di nuovo in dolce attesa. In quel momento i suoi occhi si posano sui
miei e lo vedo cambiare espressione. Prende le piccole manine di Asia nelle
sue.
“Ehi perché non giochi un attimo con la palla? Zio deve fare una cosa, poi
torna subito a giocare con te.”
Asia annuisce, lui la prende e l’appoggia per terra. Mi viene vicino senza
mai staccare gli occhi dai miei. Mi prende il viso tra le mani e mi guarda
dolcemente.
“Ehi piccola tutto bene?”
Il suo contatto mi riscalda sempre.
“Sì”
“Sei sicura?”
Mi prende per la vita e senza il minimo sforzo mi fa sedere sul balzolo del
terrazzino, poi si posiziona tra le mie gambe. Vedo il suo sguardo apprensivo
e profondamente innamorato che mi entra dentro fino nel profondo dell’anima.
E improvvisamente tutto mi è chiaro. Sorrido
“Ti amo Luca.”
Il suo viso si rilassa.
“Anch’io ti amo piccola.”
Avvicina le sue labbra alle mie e mi bacia, un bacio intenso. Quando ci
stacchiamo gli cingo il collo con le braccia.
“Ho pensato una cosa guardandoti giocare con Asia.”
Il suo sorriso si allarga e i suoi occhi assumono un’aria furba.
“Sì? Che cosa hai pensato?”
Passo la lingua sul labbro inferiore e lui è distratto dal mio movimento.
“Ho pensato che forse potremmo aprire il cantiere…”
Riporta il suo sguardo nei miei occhi.
“Dici sul serio?”
La sua felicità è palpabile e ho la certezza di aver preso la decisione
giusta, che andrà tutto bene.
Annuisco e lui mi travolge in un abbraccio. I suoi occhi si inumidiscono
per l’emozione e il mio cuore si riempie di felicità, perché so di essere io a
l’artefice di quell’emozione.
“Piccola, ti amo così tanto.”
E riempie il mio viso di piccoli e delicati baci. Io lo abbraccio e ho la
certezza che la mia vita da adesso in avanti sarà veramente completa.

RINGRAZIAMENTI

Prima di tutto mi sento in dovere di ringraziare una persona veramente


speciale: Patrisha Mar che con la sua dolcezza, la sua gentilezza, mi ha
guidato in questo mondo, a me del tutto sconosciuto. Voglio ringraziarla perché
ha avuto la pazienza di indirizzarmi passo dopo passo su come muovermi, che
cosa fare. Mi ha ascoltato e ha risposto a tutte le domande che le ho rivolto.
Devo ringraziare mio fratello, perché mi ha supportato in questo mio folle
progetto, senza il suo appoggio tutto questo non sarebbe stato possibile.
Ringrazio Fabio, che ha letto il libro e ha fatto le dovute correzioni, un editor
improvvisato, una piacevole scoperta. Ultimi, ma non per grado di importanza,
ringrazio voi lettori perché se leggete queste righe vuol dire che mi avete dato
fiducia regalandomi un grande sogno e rendendomi immensamente felice.
Davvero. GRAZIE DI CUORE.
INDICE

P. 4 Prologo
9 Capitolo uno
16 Capitolo due
23 Capitolo tre
29 Capitolo quattro
46 Capitolo cinque
58 Capitolo sei
67 Capitolo sette
78 Capitolo otto
88 Capitolo nove
96 Capitolo dieci
100 Capitolo undici
106 Capitolo dodici
115 Capitolo tredici
125 Capitolo quattordici
135 Capitolo quindici
142 Capitolo sedici
150 Capitolo diciassette
162 Capitolo diciotto
171 Capitolo diciannove
178 Capitolo venti
191 Capitolo ventuno
202 Capitolo ventidue
213 Capitolo ventitre
224 Capitolo ventiquattro
241 Capitolo venticinque
259 Capitolo ventisei
270 Capitolo ventisette
276 Capitolo ventotto
285 Epilogo