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Collana

Love self
È qui che volevo stare
Progetto grafico by © Le muse grafica
© giugno 2018 Butterfly Edizioni
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butterflyedizioni@yahoo.it





Monica Brizzi

È qui che volevo stare

Butterfly Edizioni
A norma della legge sul diritto d’autore e del codice civile è vietata la riproduzione di questo libro o parte di esso con qualsiasi mezzo,
elettronico, meccanico, per mezzo di fotocopie, microfilm, registrazioni o altro.


Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, avvenimenti e luoghi – tranne quelli da tutti riconoscibili – sono frutto
dell’immaginazione dell’autrice o sono usati in maniera fittizia.
Qualunque somiglianza con atti o persone reali, viventi o defunte, è del tutto casuale.
Indice


Dieci anni prima
1
2
3
4
Primo giorno
5
6
7
Secondo giorno
8
9
10
Terzo giorno
11
12
13
14
Quarto giorno
15
16
Quinto giorno
17
18
19
Sesto giorno
20
21
22
Settimo giorno
23
24
Un anno dopo
Ringraziamenti
Altre pubblicazioni























Se tu lo catturi, portalo legato e non averne pietà;
e se vedi che piange, non farti ingannare;
e se ride, trascinalo;
e se vuole baciarti, fuggi:
maligno è il suo bacio, le sue labbra sono veleno.

Mosco
Dieci anni prima

Mi muovevo tra la gente, cercavo uno spazio, uno spiraglio, ma il muro umano
che avevo davanti me lo impediva. I ragazzi si muovevano a un ritmo che
rimbombava lontano, a una musica che di lì a poco sarebbe esplosa nella sala.
Lungo la parete destra si era creata una specie di corridoio che permetteva di
attraversare la superficie e arrivare vicini alla meta.
Scelsi di passare da quella parte e con il cuore che mi gonfiava il petto mi
incamminai verso il palco.
Intravidi Lorenzo con un bicchiere di birra tra le mani, le mie amiche che
ridevano contro la parete, i miei compagni di classe. Mi sforzai di non
convogliare l’attenzione sul ragazzo che fino a qualche ora prima mi baciava nel
bagno della scuola, durante l’intervallo, e che in quel momento ci stava
provando con una del terzo anno.
Presi al volo il dolore e lo misi in un piccolo angolo. Avrei avuto tutta la notte
per pensarci, tutta la settimana per piangere. Ma non quella sera. Quella sera era
solo sua e non avrei permesso a niente di rovinarmela.
Aveva già suonato dal vivo ma io non lo avevo mai visto. Non avevo mai
sentito le note che si rompevano tra le sue mani, le bacchette colpire i piatti, il
piede che premeva sul pedale. Lo avevo immaginato milioni di volte.
I capelli che in leggere onde scendevano sulle spalle, le maniche della
maglietta arrotolate sulle braccia, le fossette che sempre più spesso spuntavano
nel suo viso.
Il palco, enorme e troppo alto, non era distante da quel punto. Ero arrivata
dove volevo arrivare e sgomitando contro tizi altissimi che si vessavano le
braccia a forza di spallate, al ritmo di una musica che non era ancora partita dagli
strumenti ma che si diffondeva dalle casse che mi superavano sia in altezza che
in larghezza, occupai un piccolo spazio e finalmente lo vidi.
Non feci caso al cantante, al chitarrista, al bassista. Non feci caso ai cavi, ai
microfoni, alla gente che passeggiava, alla sua batteria. Con lo sguardo corsi
veloce verso di lui e smisi di respirare. Si stava sistemando il polsino nero sul
braccio destro e non sollevava la testa, non alzava gli occhi, non pensava che io
ero lì davanti.
Nessuna musica, nessuna persona, nessun libro poteva essere meglio di ciò
che aveva catturato la mia attenzione. Non c’era niente di più bello della sua
figura, della sua mente, della sua voce.
I capelli castani con riflessi dorati erano tirati indietro da un cerchio nero che
gli liberava il viso. Il piercing al sopracciglio lo faceva sembrare più grande, più
maturo, più aggressivo di quanto non fosse.
Il cantante lo chiamò per dirgli qualcosa costringendolo ad alzare la testa e mi
permise di vedere i suoi occhi, due piccoli globi di luce che invece di seguire la
voce che li aveva interpellati si posarono su di me. Mi notò per caso, mentre
scandagliava la folla, mentre cercava il richiamo, e compromise l’ossigenazione
di tutta la sala.
Accennai un sorriso che lui ricambiò appena e mi lasciai inghiottire da noi, dal
nostro sguardo che annientava chiacchiere, suoni, parole, persone, respiri.
C’eravamo solo noi lì dentro.
Continuò a guardarmi anche mentre dava il tempo battendo le bacchette una
contro l’altra e mi guardò ogni volta che gli fu possibile, a ogni pausa, ogni
movimento, ogni nota che consumava la sua energia.
E io continuai a guardarlo mentre il mio amore per lui cresceva, nascosto agli
occhi dei più, nascosto agli occhi del pianeta, nascosto ai suoi occhi. Lo amai,
quella notte. E lo amai ogni singola notte della mia vita.
1

Fisso la valigia sconcertata, quasi fosse l’entrata per la tana del Bianconiglio, e
aspetto che i vestiti si infilino nel posto giusto senza che debba scegliere quale
portare. L’idea di andare in vacanza a dieci anni dalla fine della scuola mi
sembra assurda e faccio fatica ad accettare che ho detto di sì.
Mi gratto la punta del naso e continuo a squadrare la valigia nella speranza
che prima o poi qualcosa succeda ma, a parte il campanello che suona, nessun
altro fatto è degno di nota.
Una, due, tre volte. Risuona per tutto l’appartamento e fa quasi vibrare le
pareti.
Mi alzo dal letto e percorro il corridoio preparandomi alle chiacchiere che tra
cinque secondi esploderanno nel mio appartamento.
«Sì», dico al citofono.
«Sofiii! Sono io. Apri!», urla. La voce di Roberta è acuta come quella di un
neonato a cui non viene cambiato il pannolino da un paio d’ore e mi rendo conto
di contrarre tutta la faccia per lo sconquasso che crea in strada, nelle scale e nelle
mie orecchie.
È mattina presto e il palazzo, come la città, dorme ancora. Avere Roberta
intorno nelle prime ore dell’alba, o nelle ultime della notte, mi inquieta. Quando
entra ha una valigia per ogni mano, il beauty case incastrato sotto il gomito
destro, una busta sotto il sinistro e un paio di occhiali a specchio che coprono i
suoi occhi piccoli. «Sei pronta?», chiede.
«Non esattamente», rispondo, dopodiché inizio a solleticarmi l’orecchio.
«In che senso?»
Faccio una smorfia e dentro la mia testa una mini Sofia si fa largo tra gli
scatoloni delle scuse non ancora utilizzate.
“Sono tornata tardi e non ho fatto in tempo a fare la valigia”, non
funzionerebbe visto che sa benissimo che sono in casa da ieri sera a mezzanotte.
Potrei dirle che il cane del vicino è entrato in camera mia e si è mangiato tutti i
vestiti ma anche questa non filerebbe affatto.
Continuo a grattarmi senza che la piccola me scovi niente di allettante e mi
appoggio al muro.
«Non so cosa mettere in valigia», mento.
«Oh oh. Lo sapevo, sapevo che sarebbe successo».
Non so se ha capito qual è il vero problema e finge disinvoltura perché non ha
voglia di parlarne, o se io sono abbastanza brava da averla convinta che la
questione abbigliamento è davvero complessa.
Butta a terra l’armadio formato viaggio che si è portata dietro e tenta di
muoversi verso di me ma il campanello suona di nuovo e lei si avvicina al
citofono. «Ani?», urla. Mi chiedo quanto tempo impiegheranno quelli del piano
di sopra per presentarsi alla mia porta e chiedermi di cambiare amiche.
«Sì!», risponde l’altra dopo aver imprecato senza un motivo apparente.
«Sali», prosegue Roberta. Si volta verso di me, che cerco di nascondere il viso
tra i capelli e si mette le mani sui fianchi. Assomiglia tanto a sua madre ma non
credo che dirglielo la farebbe felice visto che pesa cento chili e che ha la barba.
«Sofi, che pensi di fare?»
Ha capito tutto, certo che ha capito tutto. Mi conosce da quindici anni e sa
benissimo cosa mi passa per la mente, sa benissimo cosa dice il mio viso e sa
benissimo qual è il problema.
«Niente», rispondo titubante.
Anita compare sulla porta masticando una gomma come se dovesse evitare in
tutti i modi di appiccicarsela ai denti. Capelli biondi, viso lungo e stretto, occhi
truccati di nero e cerchiati di blu a causa delle occhiaie. È probabile che non
dorma da un mese e mezzo e che vada avanti a bevande energetiche da due per
poter fare questa vacanza.
Devo fingere che vada tutto bene così entrambe saranno felici e faranno la
vacanza di cui parliamo da mesi e che le elettrizza come non capitava da anni.
Non devo fare l’egoista e devo solo preparare la valigia. Pensandoci bene, la sto
facendo troppo lunga. Sono anche andata dall’estetista due giorni fa, quindi è
evidente che ho voglia di partire. Magari non completamente evidente, ma lo è.
«Sofi, che hai intenzione di fare?», domanda la bionda masticante. Sono
sicura che lo sguardo che mi riserva sarebbe capace di disintegrarmi, quindi alzo
la testa e sorrido.
Roberta si dirige verso camera mia seguita da Anita che sembra essersi portata
dietro solo uno zaino da prima elementare per tutta la vacanza.
«Te la faccio io, ok? Poi non lamentarti se ci infilo cose troppo sexy»,
annuncia Roberta con la sua voce acuta. Acutissima.
«No», ribatto. Roberta ama gli abiti, specialmente se sono corti e a fiorellini,
quindi non è una buona idea lasciarle fare la valigia.
«Allora muoviti!»
«Ok, mi muovo, ma come faccio con il tatuaggio?», domando riferendomi alla
chiave che quattro anni fa mi sono fatta disegnare sotto l’orecchio.
«Ne abbiamo già parlato. Ti fai una treccia».
«Faccio schifo con la treccia».
«A sentire te fai schifo in tutti i modi quindi che ti importa?», grugnisce Anita
aprendo le ante del mio armadio.
Roberta alza gli occhi al cielo e mi porta davanti allo specchio mettendomi di
fronte a una ventinovenne piena, ma così piena di lentiggini da non riuscire a
capire di che colore sia la sua pelle, anche se, facendo attenzione, si nota che è
verde come il corpo di Hulk. Va bene, sto esagerando, è solo molto pallida. Ha
gli occhi di un colore indefinito, tra il verde, l’azzurro e il marrone che nella
carta di identità sono stati classificati come verdi per praticità, e i capelli mossi,
ispidi e rossi come una carota fresca di stagione. È piccolina, magrolina e molto,
molto insignificante e vorrei mettermi a urlare quando riconosco che sono io.
«Mettili così», dice portando la massa fuori controllo sul lato destro,
fissandola con una molletta e facendoci dentro una piccola treccia alla velocità
della luce. «Sembri una fatina!», esclama.
Una fatina di seconda mano comprata al mercato degli animaletti magici usati.
La guardo con disgusto e poi torno sull’immagine dello specchio. In questo
modo sono sicura che non si vedrà cosa mi sono fatta tracciare per l’eternità
sotto l’orecchio ma con la pettinatura che ha fatto mi sento un gallo ruspante.
Non dipende certo dall’acconciatura, creata in modo magistrale dalla mia amica
parrucchiera, ma da me e dalla mia poca… propensione alla bellezza.
«Adesso che il problema è risolto, puoi fare la valigia così andiamo a prendere
il treno?»
Faccio un’espressione schifata, una delle mie tante faccine, e infilo la testa
dentro l’armadio sperando che mi risucchi in un’altra dimensione e che mi
impedisca di prendere quel treno.
Se oggi facciamo questa vacanza è perché dieci anni fa, durante la gita
dell’ultimo anno, abbiamo deciso che ci saremmo ritrovati in quel preciso
giorno, in quel preciso luogo. Ricordo ancora la data come se me la fossi tatuata
insieme alla chiave, al piccolo gnomo e al pipistrello, risultato di un anno di fissa
per i romanzi gotici del 1800. Era il ventuno aprile e io e Michele avevamo fatto
sesso. Non era la prima volta per nessuno dei due. Per lui era, non so, la
centesima?, per me la seconda. Il primo con cui sono stata era uno di Geometri
che non mi ha più cercata e sul quale non ho mai nutrito nessun tipo di speranza
o sentimento diverso dal cancellarlo dalla memoria. Il secondo è stato lui,
Michele.
Mi viene da vomitare solo al pensiero, ciononostante mi inabisso in un
ricordo. La prima volta che lo vidi era il primo giorno di quarta ginnasio. Io ero
una palletta di pelo rossa con la faccia piena di lentiggini. Arrivai in classe da
sola, e in ritardo, perché molti dei miei compagni delle medie avevano preferito
lo Scientifico o Ragioneria, e mi misi nell’unico posto libero che era esattamente
in mezzo ad Anita e Roberta. Le due si conoscevano da anni ma erano acerrime
nemiche per colpa di un ragazzo che appena qualche giorno prima aveva tradito
Roberta con Anita. Io non sapevo nemmeno che fosse legale baciare qualcuno a
quattordici anni e mi limitavo a far sbaciucchiare Barbie e Ken, perciò rimasi
traumatizzata quando Roberta si voltò verso di me, mi spostò di forza contro la
spalliera della sedia, si rivolse ad Anita e disse: «Tu sei una puttana!».
Aveva i capelli corvini, lisci e lunghissimi e la pelle bianca e candida come
quella di una principessa. Anita, al contrario, era già pesantemente truccata,
aveva le occhiaie di uno scaricatore di porto e tanto per far capire che tipo era
alzò il dito medio con lo smalto sbeccato.
Io grattavo il naso e tentavo di capire perché quelle due giovani donne si
insultassero con tanta facilità.
«In che posto ti sei messa?», chiese una voce alle mie spalle. Quando mi
voltai, incrociai lo sguardo di un ragazzino dai capelli biondissimi con un
orecchino al naso e una maglietta più grande di lui. Mi sorrideva e io provai a
fare lo stesso tentando di non mostrare l’apparecchio.
«Ehi, ehi, ehi!», grida Anita e mi accorgo di essermi scollegata per qualche
secondo. Siamo davanti alla stazione e tutti, compreso il pensionato dall’altra
parte della strada che si fruga nel mento con la barba di tre giorni, aspettano che
io scenda dal taxi per andare a prendere il treno. L’orologio segna le sette e
quaranta e vorrei quasi che si fermasse, vorrei che una mano magica bloccasse le
lancette. O che le portasse indietro. O che le rompesse e le mangiasse. Per
poterlo fare la mano dovrebbe essere l’appendice di un corpo con una testa
gigantesca ma la mia mente potrebbe creare anche quella. L’importante è che io
possa tornare alla mia vita di tutti i giorni.
Mi trascino fuori dalla macchina ignorando il tassista che mi osserva come se
fossi un disgustoso ragno peloso e scendo nell’aria tiepida. In automatico la mia
mente torna indietro di dieci anni, quando…
«Allora, la fai finita di entrare in nuvolette cariche di tristi ricordi erotici?»,
chiede Anita mentre aiuta Roberta con le valigie. Dove pensa di metterle? E,
soprattutto, cosa ci ha infilato dentro? Stiamo fuori una settimana, solo una
settimana. Forse si è portata dietro una decina di piastre per capelli e un migliaio
di bigodini, giusto per fare la piega a tutta la Grecia.
«Eh?»
«Sofi, quando fai quella faccia significa che stai pensando a tutt’altro»,
risponde la mora.
«E probabilmente il tutt’altro, adesso, è Michele», completa la bionda nei suoi
shorts sfilacciati. Dato che ad aprile la maggior parte di noi aveva problemi a
prendere le ferie abbiamo posticipato la partenza ad agosto, scombinando quindi
parte della vacanza amarcord. Questo permette ad Anita di indossare delle cose
minuscole che la fanno sembrare ancora più alta e sottile. Se non la conoscessi
bene penserei che sta cercando di disintossicarsi ma so benissimo che la sua
magrezza e le occhiaie derivano dal fatto che lavora tutte le sere in un bar mentre
cerca di finire la scuola di specializzazione per biologi.
«Che faccia?»
«Quella di un castoro con i dentini di fuori e la bava. Quella di chi pensa alla
sua ghianda preferita, la magica ghianda».
«Michele sarebbe una magica ghianda?», domando senza trattenere un sorriso.
Anita ride di gusto e io caccio fuori i denti imitando il castoro al quale dovrei
assomigliare, poi faccio un respiro profondo e tento di tranquillizzare la mente.
Ormai ho scelto di fare questa assurda vacanza e non posso tornare indietro.
Devo solo farmi coraggio, essere forte, affrontare i miei ex compagni di classe e
innalzare delle mura giganti. Ora che ci penso dovrei munirmi anche di un
fossato pieno d’acqua e di coccodrilli perché non sono sicura che la
fortificazione a cui ho dato vita possa frenare quello che c’è stato tra me e
Michele, e soprattutto Michele stesso.

Viaggiare è un’idea diversa per ognuno. Per quello che mi riguarda, viaggiare è
un modo per evadere, per scoprire, per amalgamarsi. Viaggio da turista, senza
nessuna pretesa. Mi piace passeggiare, perdermi in scorci di cui non so niente,
farmi ammaliare da palazzi di cui ho letto la storia. Adoro ascoltare le guide
turistiche, soprattutto quelle che hanno voglia di fare il loro lavoro e che
smaniano dal desiderio di condividere con te i segreti di un luogo che
custodiscono. Mi piace prendermi del tempo per leggere la guida, magari seduta
su una panchina, dentro un parco, immersa negli odori e nei rumori del luogo,
parte integrante di qualcosa. Mi piace camminare senza una meta, inerpicarmi in
una stradina che non so dove porta, entrare in una chiesa e notare affreschi
nascosti da grandi altari rinascimentali.
I graffiti mi affascinano. Non sono di quelle che si fermano a fotografarli ma
non posso fare a meno di notarli, cercare di capirne il valore. Una volta qualcuno
mi ha detto che in Europa sono pieni di significati. Amore, politica, società.
Raccontano più storie di quelle che si potrebbe immaginare.
Sono sempre felice quando parto per un viaggio. Devo tenerlo a mente. Devo
tenerlo a mente mentre cerco di non pensare a Michele. Mentre mi convinco che
vale la pena di fare questa vacanza. Che viaggiare vince su tutto, anche su di lui.
2

Ci siamo da poco sedute sul treno, Roberta tira fuori un ventaglio nero dai
disegni orientali e lo muove davanti al viso arrossato. «Oddio, che caldo».
Lo scompartimento in cui siamo è sporco e ha uno strano odore. Quando ero
più piccola non facevo caso alla polvere sui sedili, alle macchie sul pavimento e
ai resti biologici incastrati in quella specie di secchio, ma adesso è tutto diverso.
Non ho il coraggio di appoggiare le mani sui braccioli quindi le tengo incastrate
tra le gambe e mi concentro sul ventaglio di Roberta.
Tento di ricordarmi qualcosa della Grecia ma faccio fatica. Sarà che negli
ultimi anni ho viaggiato in altri paesi, attraverso altre culture, e spesso le cose, a
distanza di tempo, si confondono. Spagna, Austria, Repubblica Ceca, Turchia,
Inghilterra. C’è sempre qualcosa che le differenzia le une dalle altre ma perdo i
contorni. Della Grecia ricordo l’emozione provata nel veder prendere vita il
mondo antico che studiavo ogni giorno. Ma è tutto confuso, assorbito dalla gita
stessa. Le cuffie in autobus, le risate scomposte, le dormite infinite, le notti
insonni. Ricordo vagamente una chiesa bizantina e il tipico segno della croce
ortodossa, la danza greca, l’occhio blu. Non ho ancora capito se l’origine sia
greca o turca ma lo vendono ovunque anche nell’Ellade. Prima di partire ho
guardato le foto per riportare alla mente qualcosa e ho sfogliato la guida che ho
comprato solo qualche giorno fa. Potrei maneggiarla talmente tanto da rischiare
di perdere delle pagine. Mi piace partire dalla storia, soffermarmi sulle abitudini,
scoprire posti che da sola non avrei visitato. So che molte delle cose che scoverò
non le vedremo ma non importa. È il mio modo di acclimatarmi, di immergermi
in una cultura che non è la mia. È un libro blu e giallo, piccolo. L’ho messo in
borsa ed è qui che lo terrò per tutta la settimana. Voglio essere pronta a estrarlo
per tuffarmi in qualunque momento dentro questa civiltà che tanto amo.
«Agosto», dice Anita allungando le braccia sopra la testa e mostrando tutta la
sua magrezza. «Non posso credere che siamo arrivate già ad agosto. Anche
quest’estate è volata e la prossima sarà quella dei maledettissimi trenta, cazzo».
«Non ti fai sfuggire nessuna occasione per ricordarcelo», protesta Roberta.
«Sembro l’unica a esserne consapevole».
«Ne siamo tutte consapevoli, solo che pensarci di continuo non cambierà le
cose», intervengo io.
«Ancora non li abbiamo compiuti e io ho già alle spalle un divorzio. Capisci
perché faccio volentieri a meno di ricordarmelo?», osserva Roberta mentre i
capelli lisci e sottili si muovono sul suo grazioso viso.
Anita apre la bocca e con l’indice e il medio prende la pallina di gomma tra i
suoi denti e la deposita nella specie di secchio. «E allora? Io non ho ancora finito
la carriera universitaria e vivo con mio fratello».
«E io continuo a essere uno gnomo, solo che adesso abito da sola e sono
finalmente riuscita a lasciarmi alle spalle un cretino», sentenzio sgranando gli
occhi e facendole ridere. Non aggiungo altro perché sanno benissimo chi sono e
qual è la mia storia. Mi sono diplomata con un voto normale, ho fatto la prima
università che mi è venuta in mente, o forse quella che mi permetteva di
accodarmi a persone che mi piacevano, ho trovato un lavoro il cui contratto, a
progetto, viene rinnovato di anno in anno e vivo nell’appartamento sfitto dei
miei genitori. Una storia semplice, simile a quella di tanti altri. L’unica cosa
degna di nota è che sono uno gnomo. Piccola, rossa, buffa. I miei compagni
ricorderanno di me quanto li facevo ridere, a volte senza volerlo, solo perché il
mio viso si scomponeva in buffe faccine e perché dicevo cose divertenti con la
faccia seria. Ancora oggi sono così, solo che ho diminuito la quantità di
espressioni che dispenso al mondo. C’è chi dice che sono nata a Gnomolandia e
che i miei genitori mi hanno adottata incontrandomi durante il loro viaggio di
nozze in Irlanda. In un bosco, sotto un albero, hanno visto questa creaturina, me,
e se la sono portata a casa, gli hanno dato un nome e l’hanno cresciuta come se
fosse un’umana. Tutte queste assurdità ce le ripetiamo da quando avevamo
quattordici anni, quindi nel tempo abbiamo aggiunto una quantità di particolari
che basterebbe per scrivere un libro.
«Ieri sera mi ha mandato un messaggio», dice all’improvviso Roberta.
«Fracchia?», chiediamo all’unisono io e Anita.
Fracchia è l’ex marito di Roberta. Abbiamo iniziato a chiamarlo in questo
modo perché quando si sono lasciati, dopo un mese dalle nozze, lei è rientrata in
casa e l’ha trovato a guardare Fracchia contro Dracula con un pacchetto di
fazzolettini semivuoto e palline di carta sparse qua e là. No, non voleva
rimettersi con lei ma discutere del suo televisore, il televisore che rivoleva. Un
uomo di grande, grandissimo spessore morale. Tre mesi dopo la fine del loro
matrimonio si era già messo con un’altra, una ragazza di ventuno anni con la
pelle foruncolosa e i capelli unticci. Nessuno è mai riuscito a spiegarsi cosa sia
passato nella mente di Alessandro, vero nome dell’uomo, a cui probabilmente il
cervello è stato ricodificato.
«Che ti ha detto?», chiedo.
«Che deve riprendersi un paio di album di figurine che aveva messo in
garage».
«A un anno di distanza dal divorzio?», domanda Anita.
Roberta, continuando a sventolare, annuisce. Io mi perdo un secondo nella
natura che scorre fuori dai finestrini, nel verde degli alberi, nelle venature gialle
e beige delle colline, e poi le chiedo: «Quelle che abbiamo sbriciolato nello
chalet in montagna?»
Anita esplode in una risata. «Le vendicatrici dello chalet. Tiè, Fracchia,
prenditi questa!», esulta.
Roberta ride, ride di gusto. Ha una risata calda e confortante, di quelle che si
sentono da lontano, che ti contagiano, di quelle che spazzano via il dolore.
Potente come la bora di Trieste, la risata di Roberta è una delle cose più belle che
io abbia mai sentito.
«E tu che gli hai detto?»
«Che non ho più niente di suo, ed è la verità. Penso che si renderà conto che,
se avessi avuto ancora qualcosa, l’avrei dato in beneficenza».
«O sbriciolato», specifica Anita. «Comunque, sta ancora con quel mostro?»
Non si riferisce alla brufolosa ragazzetta ma a una donna indubbiamente
bellissima ma dal carattere insopportabile. Ogni volta che apre bocca sembra che
a parlare sia un vichingo appena salpato per una versione tutta sua del Paese dei
Balocchi dove ad attenderlo ci sono solo donne e birra. Insomma, una tipa fine,
elegante e sobria. Mi stupisce quanto l’involucro esterno possa essere diverso da
ciò che c’è all’interno.
«No, si sono lasciati. Credo che abbia deciso di impollinare tutte le donne che
gli capitano sotto tiro».
«Carino Fracchia, un uomo adorabile», dico.
Dopo aver dispensato volgarità sul farabutto impollinatore, Roberta ci
racconta la trama del libro che sta leggendo, le caratteristiche del protagonista
maschile e la sua voglia di uscire con un ragazzo. Poi è il turno di Anita e delle
sue paturnie sul correttore che ha comprato e che come tutti gli altri su di lei non
funziona. Mentre le mie amiche continuano a smarrirsi in quelle chiacchiere, io
mi intreccio a un ricordo, un ricordo di Michele. È facile finire in questo mondo
parallelo, troppo facile, e mentre lo penso, mentre tento di ancorarmi alla realtà,
il mondo che ho davanti cambia forma e mi ritrovo a diversi anni fa.
I quadri uscirono in luglio ed era caldo quasi quanto adesso. Michele si fece
largo con le spalle mentre masticava il suo piercing e mi tirava per la mano.
Arrivati davanti ai risultati rischiammo di metterci a piangere. Lesse i nostri - 64
lui, 70 io - e scoppiò a ridere. Mi baciò davanti a tutti, meritandosi pure un
applauso. Quando mi rimise giù, alzò il dito medio e mi trascinò per le scale.
Corse come un pazzo fino al secondo piano, nel corridoio e nel bagno. Mi infilò
dentro quella piccola e insulsa stanza dove aveva fumato non so quante sigarette
e chiuse la porta a chiave.
Mi baciò, di nuovo, con la stessa energia, senza nemmeno guardarmi.
Appoggiò le mani sui miei fianchi, alzò la maglietta e salì fino ad arrivare al
reggiseno. Non capivo cosa cercasse visto che non c’era praticamente niente ma
non sembrava farci caso. Sbottonò i miei jeans e li tirò giù velocemente, poi si
calò i suoi. «Non mi va di tornare a casa», disse mentre appoggiava la mano
sulle mattonelle. «Vieni con me».
Michele sarebbe partito, sarebbe tornato dalla madre, originaria di Genova, e
poi sarebbe andato a studiare a Torino. Lasciare Arezzo per Torino, lasciare la
mia vita per lui: assurdo. Anche se lo avessi fatto, anche se avessi deciso di
passare sopra il piccolo particolare che mi impediva di allontanarmi dalla mia
città, le cose non sarebbero andate bene. Michele non riusciva a essermi fedele,
sempre che ci fosse bisogno di esserlo, e io non riuscivo ad amarlo come avrei
voluto. Io e Michele non funzionavamo, mai lo abbiamo fatto e mai lo avremmo
fatto. È un peccato averlo capito dopo tanto dolore.
Il rumore di un altro treno che sfila rapidamente accanto al nostro mi fa
riprendere contatto con la realtà. Guardo fuori dal finestrino tirando un sospiro di
sollievo. Quando giro la testa verso le mie amiche, Anita ha le cuffie e
assomiglia a una diciottenne se non fosse per le occhiaie troppo pronunciate che
negli anni sono aumentate. Roberta invece sta dormendo pesantemente e le cola
un po’ di saliva sul mento. Ci tiene alla sua eleganza e se sapesse cosa fa mentre
dorme, in un treno, in uno scompartimento dove potrebbe entrare da un
momento all’altro l’uomo della sua vita, ne morirebbe.
Muovo la lingua fingendo di vomitare e Anita scoppia a ridere.
«Forse è il caso che glielo diciamo, no?»
«Sì, direi di sì», risponde.
Faccio per muovermi e scrollarla quando la bionda mi prende il polso.
Osservo le dita magrissime avvolte intorno al mio osso e sposto lo sguardo su di
lei. Si è tolta le cuffie e mi fissa con gli occhi spalancati.
«Come stai? Voglio dire… per Michele», domanda.
«Cioè?»
«Ti scoccia tanto fare questa vacanza?»
Mi gratto il naso e sospiro. «Stare con lui tutta la settimana un po’ mi
disturba», spiego. Non ho mai molta voglia di parlare di Michele. A parte
quando esco con lui, mi lascio baciare o mi confondo dietro alle sue menzogne,
tendo a tenermi tutto dentro. Se ci penso troppo mi maledico e lo trovo
controproducente, a questo punto della vita. «Però sono contenta di essere qui»,
continuo e cambio argomento. «Tu come stai?»
«Non lo so», dichiara portandosi le mani al viso. «Sto facendo un gran
casino».
«È successo qualcosa di nuovo?»
«I soliti casini che faccio io, quindi no, niente di nuovo».
Sorrido. «Che hai combinato?»
Si prende qualche secondo per pensare. «Ti va se, quando torniamo, ci
facciamo una bella chiacchierata?»
«Mi va sempre di fare una chiacchierata», ribatto con il sorriso. «Possiamo
farla anche adesso».
«Meglio quando torniamo», risponde. Anita parla di ciò che vuole in
qualunque momento e con chiunque. Trovo strano che mi chieda di parlare e non
voglia farlo. È un tipo spumeggiante e divertente, tranne quando fa turni
impensabili al lavoro e torna a casa in mezzo alla notte per studiare. È una che fa
stupidaggini, tipo uscire con ragazzi da cui dovrebbe stare lontana o comprare
cose che non può permettersi, ma raramente si abbatte. L’espressione sul suo
viso, il velo di tristezza che le aderisce alla pelle, non sono da lei.
«Sei sicura di stare bene?»
«Sì, tutto ok, stupido gnomo dai capelli rossi», risponde con la sua voce
gracchiante. «Tu?»
Annuisco, sorrido e mi giro verso la moretta. Fingo ancora disgusto per la sua
saliva che fa bungee jumping dalla bocca e la sveglio.
«Stiamo arrivando».
Quando lo dico, inizio a sentirmi male.

3

Dopo un taxi, due treni e circa tre ore di viaggio arriviamo finalmente
all’aeroporto ed entriamo dentro il gate. So che questo sarà il momento più
difficile, quello in cui lo incontrerò dopo quattro anni. Non eravamo mai stati
lontani così a lungo.
All’inizio mi è mancato da morire. Sapere che non ci saremmo rivisti mai più
mi aveva fatto male, però era giusto. Non volevo correre dietro a un’utopia per il
resto della mia vita, perché noi eravamo solo quello, un’utopia, niente più. Ma
anche le utopie fanno male, e lo fanno ancora di più se stabilisci di crederci per
non affrontare la vera chimera. Una volta deciso che non avrei mai indossato
l’armatura di Bellerofonte e che non sarei mai salita su Pegaso, il cavallo alato,
non mi restava che buttarmi sull’utopia piuttosto che combattere il mostro dalla
testa di leone. Questo è il motivo per cui sono finita con Michele.
Quando qualche mese fa Claudia Mori, la secchiona di classe, mandò un’e-
mail per chiedere chi avrebbe partecipato a “Gita-dieci anni dopo”, in un primo
momento la tentazione fu quella di non rispondere. Fingere di non aver mai
ricevuto l’e-mail, preparare un fagotto alla Sampei e fare un Interrail da sola, mi
sembravano perfetti escamotage per non partecipare.

“Ave supercompagni,
come state? Stamattina mi sono svegliata con una voglia matta di vedervi!
Vi ricordate quando a Capo Sounion abbiamo buttato lì l’idea di tornare in
quello spettacolo di storia dopo dieci anni? Io me lo ricordo eccome! Eravamo
seduti intorno al tempio del grande Poseidone e io stavo anatematizzando Serse
per averlo distrutto quando abbiamo iniziato a parlarne.
Tra poco saranno dieci anni… che ne dite di partire?
Dài, dài, dài! Come ai vecchi tempi! Ancora una volta, un’ultima volta
insieme per ricordare la gita più bella del secolo.
Vi va?
Claudia Mori”.

No, chiaramente no. Non mi va. No. No. No.


Questo è ciò che pensai.
Mi piaceva la mia classe. Anche se eravamo troppe persone, troppo diverse,
era una bella classe. In qualche modo ci eravamo spalleggiati, ci eravamo
divertiti, eravamo cresciuti. Ma da quando tra me e Michele le cose hanno preso
la piega che hanno preso, da quando la nostra amicizia si è confusa diventando
qualcos’altro, la mia classe non è più stata la stessa perché io non ero più la
stessa.
È incredibile quanto tempo abbia perso a correre dietro a un noi che non aveva
mai avuto ragione di esistere.
Alla fine decisi per il sì. E me ne pentii non appena ricordai ciò che
significava quella vacanza: rivedere Michele. Ma era troppo tardi per cambiare
idea.
Michele doveva uscire dalla mia vita. Io dovevo smettere di fingere che tutto
quello che avevo sentito per lui fosse stato naturale. Avevo scelto di aggrapparmi
a lui, avevo scelto di donarmi a lui, avevo scelto lui, e lo avevo fatto per un
motivo, ma non avevo ottenuto i risultati che volevo. Stare con Michele mi
aveva fatto solo male ed era ora di finirla.
Ero convinta di ciò ma avevo paura di ricascarci di nuovo.

Camminiamo con decisione, anche se dovrei dire che Anita e Roberta lo fanno
perché io mi gratto la faccia e cerco una via di fuga, e arriviamo. Arriviamo. Oh
sì, arriviamo.
E Michele è la prima cosa che vedo. È più muscoloso dell’ultima volta e
probabilmente alla sua collezione di tatuaggi si è aggiunto qualcos’altro ma
cerco di non pensarci. Non che guardare il suo viso mi crei meno problemi.
Ha i capelli corti e biondi e sopracciglia chiarissime che incorniciano occhi
scuri e sottili. Se non sapessi che tipo è, potrei quasi definirlo serio e composto.
Se non ci fossero quelle linee nere tatuate sul collo e sul mento che scivolano
sotto la maglietta degli AC/DC.
No, d’accordo, non è possibile definirlo serio e composto.
I sentimenti che provo per lui da una vita vengono a galla, tutti, nell’arco di un
secondo e mi blocco in mezzo alle sedie. L’affetto, l’odio, il rancore, la simpatia,
l’odio, il rancore. Il rancore, l’odio. Ho già parlato di odio e rancore?
Come se niente fosse continuo a camminare, mi mostro interessata alle
mattonelle del pavimento, alla gente che chiacchiera, a ciò che c’è oltre le
finestre ma è lampante che voglio finire il prima possibile questa passerella.
Michele sorride ad Anita e Roberta che sono qualche passo avanti a me e si gira
nella mia direzione. Mi sistemo meglio la borsa sulla spalla e prima che possa
rendermene conto è arrivato.
Non so dove mettere le mani, né se devo dire qualcosa così decido di
fermarmi e stare zitta. Anche lui non si muove ma dura solo un istante perché
poi mi abbraccia. Non riesco ad avvolgere le braccia intorno al suo corpo, non
dopo l’ultima volta.
«Ehi», sussurra al mio orecchio. Il suo naso inspira il mio odore e lo sento tra i
miei capelli mentre muove le mani tentando di catturarmi. Mi sta avvolgendo
come una piovra, maledizione.
«Oh, oh! Potete anche evitare di fare un filmino porno dentro l’aeroporto,
no?», protesta Anita infilandomi un dito tra le costole. Sembra il preside in
persona, tanto è contrariata, il che equivale a dire il Male puro.
«Guarda chi c’è!», esclama Martinelli.
Martinelli.
Martinelli? Cosa ci fa Martinelli qui? Era il tipo più strano di tutta la scuola e
non era in classe nostra. Michele e io ci separiamo e a questo punto mi rendo
conto di quanta gente c’è intorno a me. Dovevamo essere sette e invece siamo
quindici e tra le varie persone c’è il professore di storia dell’arte che aveva
ventisette anni quando ci ha presi in terza liceo, la bidella con cui se la faceva,
Lorenzo, di Ragioneria, una tipa della seconda F e due della terza E. Dov’è la
mia classe? Che ci fanno queste persone con noi?
Arriccio la bocca trattenendo la voglia di vomitare alla vista delle due
pettegole della E e mi guardo intorno senza salutare nessuno.
No, no e poi no. Già andare in vacanza con lui è assurdo, figuriamoci portarmi
dietro tutta questa gente che ero riuscita a eliminare dalla mia vita. Michele mi fa
un sorriso enorme e io penso che forse solo per questo vale la pena, anche se poi
mi ricordo che l’ultima volta l’ho mollato io. Allungo la bocca in uno sorriso
molto poco sincero, mi incammino, saluto rapidamente tutti e il mio viso cambia
completamente espressione nel vedere Tommaso.
La mia chimera.
Provo una marea di emozioni, tutte insieme, e non so come classificarle, non
so come gestirle, non so come sedimentarle. L’unica che estrapolo dal groviglio
è che manca l’aria. Aria, ecco cos’è che mi ha sempre tolto. Averlo accanto crea
uno scompenso di ossigeno per il quale tutto il mio corpo si immobilizza.
No, non posso farcela. Non posso averli tutti e due intorno.
Sto per vomitare ma sarebbe terribile farlo qui. Qualcuno potrebbe lanciare
l’allarme contagio da fungo velenoso rovinando la vacanza a tutti. Già vedo il
servizio al telegiornale in cui in pieno stile L’esorcista vomito nel gate e
impedisco a centinaia di persone di fare il viaggio per il quale hanno risparmiato
per un anno. Il giornalista intervista una vacanziera che dice: «Era lì, tutta rossa.
Aveva i capelli rossi, la pelle rossa, ed era posseduta dal demonio!».
No, non è proprio il caso. Infilo in una sezione di me stessa le sensazioni
dirompenti che mi assalgono e sorrido. È un sorriso falso quanto le tette della
tipa della seconda F, ma è l’unica arma che ho per combattere questa strana
battaglia.
Fingere. L’unica soluzione è fingere.
Ok. Tommaso. Va tutto bene.
«Ehi, piccoletta», dice mentre lo abbraccio. Lo stringo forte e mi ricompongo
nascondendo da qualche parte quello che sento dentro, il disordine che mi si
abbatte contro e mi fa vibrare come una corda di violino. Faccio fatica a
respirare ma il mio cuore si sincronizza sul suo e la mia faccia si appoggia sul
suo petto.
Sono così sconvolta che potrei intonare l’inno greco senza ricordarne la
melodia ed è in questo modo che voglio trascorrere la vacanza. No, non
sconvolta, felice. Perché in realtà il fatto che ci sia Tommaso mi rende felice. Ci
sono poche, pochissime persone che riescono a rendermi felice, e una di queste è
Tommaso. Se proprio deve esserci qualcuno che non è della vecchia guardia
sono felice che sia lui. Eravamo in classe insieme alle medie e siamo rimasti
amici nonostante le strade diverse. È troppo alto, ha le sopracciglia troppo folte,
gli occhi troppo marroni ed è tutto troppo castano. E a me non piace
assolutamente. Zero, proprio.
Dove diavolo è l’aria?
«Ti sei alzata di qualche centimetro nelle ultime settimane?», domanda
sarcastico quando ci stacchiamo.
Faccio un respiro profondo e mi stabilizzo su Sofia-super-amicona.
«Un centimetro e mezzo», rispondo. «Si nota tanto?»
Scoppia a ridere e per un istante mi acceca.
«Che ci fai tu qui?», domando.
Scrolla la testa. «Non lo so nemmeno io», ridacchia. «Mi hanno invitato e
visto che i miei amici hanno deciso di andare in Norvegia ho scelto il sole».
Ho una voglia matta di dirgli che sono felice che ci sia ma mi trattengo perché
mi ricordo che siamo amici e che la nostra è davvero una bella amicizia.
Abbiamo riso, ci siamo aspettati all’uscita della scuola, abbiamo ascoltato la
musica, ci siamo baciati. Questo forse era meglio se non lo ricordavo.
Tommaso non era poi così diverso da Michele, almeno per ciò che riguardava
la musica. Sì, solo la musica, perché fisicamente e caratterialmente non avevano
niente a che fare l’uno con l’altro. Michele era il classico cattivo ragazzo pieno
di soldi, quello che nessuna mamma avrebbe voluto accanto alla figlia, quello
che si vantava con mezzo mondo dei suoi successi amorosi. Ascoltava musica
hard rock e si riempiva di tatuaggi, canne e ragazze solo per far irritare i suoi
genitori. Tommaso fino a sedici anni è stato un ragazzo normale. Poi non so bene
cosa sia successo, probabilmente si è alzato di trenta centimetri tutti insieme, si è
lasciato crescere i capelli, si è fatto un piercing al sopracciglio e uno al lobo, si è
dato al punk e ha iniziato a suonare la batteria in un gruppo. Era il classico
musicista strafottente che si è trasformato in un uomo altrettanto strafottente.
Studiavamo insieme in biblioteca, quando eravamo alle superiori, e ogni tanto
a casa sua quando facevamo l’università. Avevamo entrambi scelto Economia e
per qualche esame mi sono fatta aiutare da lui, soprattutto per quelli che avevano
a che fare con il diritto, dato che si era diplomato a Ragioneria. Insieme ci
eravamo imbottiti di caffè, avevamo parlato di ragazze, di Michele, del mondo,
della vita, dell’universo. Parlavamo un sacco e stavamo bene insieme. Troppo
bene. Maledettamente bene.
Forse è per questo che quando ci siamo baciati la seconda volta abbiamo
allentato la corda. O forse perché lui era fidanzato. Che poi quel bacio non me lo
ricordo nemmeno tanto bene. E non sono per niente bugiarda. È successo un
anno fa. Accidenti, solo un anno fa. Stavamo camminando su…
«Allora, la fai finita? Un tempo lo facevi solo prima di andare a dormire e
durante i film, possibile che adesso ti assenti anche quando la gente ti parla?»,
chiede Anita percorrendo il corridoio per entrare dentro l’aereo.
«Memoria corta, Ani. Lo faceva anche durante le lezioni, mentre prendevamo
il gelato e mentre preparava il caffè», precisa Roberta.
«Lo faccio mentre preparo il caffè», la correggo. Tanto vale riconoscere che
brutta persona sono.
Roberta ghigna mentre Anita mi guarda come se fossi uno gnomo ubriaco e io
mi riprometto di smettere di vagare con la fantasia. Devo stare con i piedi per
terra. Ho un problema da risolvere, forse due, e non li eliminerò pensando al
passato o immaginando assurde situazioni.
Dove accidenti è finito l’ossigeno?
4
Primo giorno

Matteo suda anche quando fa freddo, figuriamoci ad Atene dove ci sono


quaranta gradi. Ha sempre sudato tanto e non è mai riuscito a risolvere questo
immenso problema. È un ragazzo profumatissimo e molto carino, ma suda. Gli
sudano le mani, le braccia, la fronte, le labbra, addirittura le palpebre. Guardarlo
mentre si muove fuori dall’aeroporto mi provoca una strana sensazione che mi fa
storpiare la bocca.
Quando vedo Michele venire verso di me la rimetto nella sua posizione
originale e mi sforzo di controllare la faccia.
«È andato bene il volo?», domanda con la barbetta sfacciata che ricorda la
sfacciataggine di tutta la sua persona.
«Sì, bene», rispondo senza muovermi di un millimetro. Lui mi guarda e
sorride, io lo imito e poi mi gratto la testa. Se non lo facessi di continuo penserei
di essere allergica a lui. Ai suoi occhi neri. Alla sua pelle chiara, alla sua bocca
carnosa.
Scrollo la testa e mi muovo per andare da Roberta e Anita trovando la prima
intenta a sistemarsi i capelli e la seconda seduta sul suo zainetto da prima
elementare, stravaccata al punto da sembrare una senza dimora.
«Problemi?», domando accorgendomi che tutti sono immobili. Tommaso è
appoggiato a una colonna e guarda l’orizzonte, un pessimo orizzonte considerato
che siamo in mezzo al trambusto della città più caotica della Grecia e che da
questa prospettiva non si vede il Partenone.
«Aspettiamo il nostro pullman», risponde Martinelli. Ha tra le mani un
enorme fascicolo blu con una penna inserita di lato.
«Che roba è quella?», chiede Anita incuriosita.
«La nostra vacanza».
Sistema la gomma da masticare da qualche parte e chiede: «Cioè?»
«Ho tentato di riorganizzarla tale e quale a dieci anni fa».
«Martinelli, tu non c’eri dieci anni fa. Sei un cazzo di imbucato», interviene
Michele. Sta fumando una sigaretta che si è preparato mentre uscivamo
dall’aeroporto. Non che io lo abbia guardato, ovviamente. Mi è solo caduto
accidentalmente l’occhio sulla sua lingua che leccava la cartina per chiudere il
tubo al cui interno aveva messo una quantità di tabacco che sarebbe bastata a
tutto il gruppo.
«Anche Tommaso lo è ma a lui nessuno dice niente», osserva Martinelli.
«Perché Tommaso è figo», ribatte una della terza E. Credo si chiami Elisabetta
Terti, ha i capelli biondicci, gli occhi verdastri, assomiglia a uno spinacio e
istintivamente la odio.
Tommaso fa una risatina schifata e torna a fissare il niente. Amo il suo modo
di fare disinteressato, come si distacca dal mondo quando le cose che succedono
non lo stimolano. Gli faccio un sorriso, sperando che nel suo osservare lo smog
lo noti e quando mi accorgo che lo fa il mio sorriso diventa ancora più grande.
Lui ricambia e mi faccio prendere da questo divertente scambio tanto da
accorgermi appena della violenza con cui Mori si schianta contro Martinelli.
«Che fai con il mio programma?», domanda la piccola secchiona contrariata.
Credo fosse in bagno e dubito che abbia assistito alla scena in cui Martinelli si
vantava di aver organizzato la gita. Claudia Mori non è niente male, davvero. A
parte questo modo di fare che la fa assomigliare a un toro da corrida, è un tipo
simpatico e non si è mai tirata indietro quando c’era da aiutare qualcuno di noi.
Nemmeno Michele, che tutti odiavano. A scuola me la immaginavo spesso in
mezzo a un’arena intenta a soffiare aria dal naso e a scalzare la polvere da terra
per prepararsi all’attacco.
«Te l’avrei ridato, gli stavo solo dando un’occhiata», si giustifica Martinelli. È
magro, con gli occhi piccoli e scuri, e a suo modo è carino.
Tutto sommato non è cambiato assolutamente niente negli ultimi dieci anni.
Complice la Grecia, complice il ritrovarci tutti insieme, il caldo e l’attesa, stiamo
regredendo all’età di diciannove anni, quando facevamo un gran casino e non
riuscivamo a capire se fossimo carne o pesce. Però oggi le cose sono diverse, per
tutti, e noi non siamo più dei ragazzini. Scherziamo nello stesso modo, ridiamo
nello stesso modo, ma siamo ovattati, ordinati, trattenuti.
Mi guardo intorno, senza soffermarmi su Michele, saltando a piè pari le tizie
che qualcuno ha invitato non sapendo a cosa andava incontro, e finisco sul
Professor Bianchi che stringe forte la mano della bidella Santina. Santina è
sempre stata carina. Gli faceva il filo tutta la scuola, a partire dai piccoletti della
quarta ginnasio fino ad arrivare a quelli della terza liceo che volendo avrebbero
anche potuto provarci, se solo fossero riusciti a non approcciarla in latino. Non
so, erano tutti convinti che facesse più figo. Santina aveva ventiquattro anni
all’epoca, quindi adesso ne ha trentaquattro ed è più bella di prima, se possibile.
Ha una montagna di capelli castani che le scivolano sulla pelle scura, il prof. non
riesce a toglierle gli occhi di dosso e a quanto pare nemmeno Michele.
Scandagliando lo scenario lo trovo intento a fissarla come se avesse intenzione
di portarsela a letto dieci minuti dopo. Una piccola fitta mi fa contrarre la
mascella e mi costringe a grattarmi il collo e a deviare l’attenzione su Anita che
gli è proprio davanti.
«Eccolo!», urla Paolucci alzando le braccia al cielo, sentendosi come se
avesse fatto il rigore del secolo, seguito dal compare Giusti. Davanti ai nostri
occhi stanchi e accaldati appare il minibus da sedici posti che abbiamo prenotato
per tutta la settimana. Il nostro autista è un uomo sulla cinquantina con dei baffi
a punta talmente pronunciati che sono lì e lì per dire “Pedro, esto es Estathè!”,
ma per fortuna mi ricordo di essere in Grecia, e non in Spagna, e ascolto il suo
vero nome. Zenas, dice di chiamarsi in una lingua a metà tra l’inglese e il greco.
Stefano Giusti di greco ha sempre saputo poco, non più di quanto ne sapessi io,
ma evidentemente qualcosa in quella zucca semivuota è rimasto e se ne esce con
un kalòs kai agathòs che sciocca tutti, autista compreso.
«Sei proprio un coglione, Stefi! È greco antico! È come se ti parlassero in
latino!», abbaia Anita sistemandosi lo zainetto sulla spalla.
«Il concetto di unità di bellezza e valore morale nello stesso individuo
dovrebbe essere compreso da tutti, indipendentemente dalla lingua parlata», ci
ammonisce Marco Pitti.
Scuoto la testa perplessa e vedo che anche Tommaso fa la stessa cosa.
«Cosa sono venuto a fare?»
«La Norvegia era indubbiamente la scelta migliore».
«Norvegia, ragazze bionde, fiordi, ragazze bionde», elenca per ricordarsi cosa
si sta perdendo.
«Ti sei dimenticato le ragazze bionde», ripeto mentre lui prende la mia valigia.
«Non c’è bisogno Tommi, posso fare da sola».
Fa un sorriso enorme e lascia comparire quei denti bianchi quanto le nuvole
leggere che macchiano il cielo.
«Perché ridi?»
«Tommi. È carino quando mi chiami Tommi».
«Non lo faccio sempre?»
«No. Era almeno un anno che non lo facevi e anche prima succedeva
raramente», risponde mentre si accomoda in una delle poltroncine del minibus.
Sì, è vero, ho smesso di farlo quando ci siamo baciati. Perché quel bacio mi è
piaciuto, molto. Troppo. Terribilmente. Oddio, ogni volta che ci penso mi sento
male. Era dolce, caldo, passionale. Era sentito, ma tra me e Tommaso non
sarebbe dovuto cambiare niente quindi ho smesso di chiamarlo Tommi. Era
troppo intimo e lui probabilmente non voleva un’intimità del genere con me.
Anita e Roberta sono una fila dietro di noi per cui non mi resta che
accomodarmi accanto a lui. Prima di mettermi a sedere, però, faccio una
panoramica per vedere dove sono gli altri. Dov’è Michele. Si è seduto accanto
alla ragazza di seconda F, una certa Francesca Nonmeloricordo che è alta quanto
il Katun di Mirabilandia e ha una montagna di silicone nel petto.
Mi sfrego rapidamente il naso e finalmente mi siedo. Giro la testa verso
Tommaso e rimango quasi incastrata nei suoi occhi. È sempre stato così, non è
una novità. Non mi sono mai abituata alla sua pelle dorata, al bosco che
nascondono le sue iridi, alla mascolinità del suo viso e alle sfumature dei capelli.
Ho sempre cercato di guardarlo il meno possibile perché mi incatenava a sé con
l’intensità del suo sguardo. Non avevo bisogno di qualcun altro che mi
incatenasse con i suoi occhi del cavolo.
Lui mi fissa senza dire niente e io mi sento quasi in trappola.
«Allora ragazzi», dice Martinelli alzandosi in piedi. «La nostra visita partirà
da Atene, si svilupperà ad Atene e finirà ad Atene».
Mori gli lancia un foglio appallottolato centrandolo in piena faccia, facendogli
cadere gli occhiali da sole.
«Ehi, che palle! Allora vieni te, no? Vieni te a spiegare cosa faremo!», urla
Martinelli. Se non sbaglio si chiama Riccardo.
«Beh, è semplice, visto che Matteo mi ha costretto a prenotare tutta la
settimana ad Atene», dichiara Claudia.
«Cosa?», domandano insieme Paolucci e Giusti.
C’è troppa gente in questa gita. Mi confondono.
Matteo sbuffa e si asciuga il sudore dalla fronte.
«Sì, sì, staremo tutta la settimana qui ma con il minibus riusciremo a vedere
quasi tutto ciò che abbiamo visto in gita», replica in fretta cercando di
giustificarsi.
«Allora, che avete visto?», domanda Tommaso inclinandosi verso di me e
salvandomi dalla discussione che stava partendo dentro il pulmino per chi, come,
cosa e quando avesse il diritto di vedere cosa e dove. Qualcuno si stava
addirittura lamentando di non avere a disposizione una giornata al mare e sono
sicura che verrà rimproverato da qualcun altro perché dieci anni fa non siamo
andati al mare.
«Il classico, credo. Atene e il Partenone, Delfi, Olimpia, Micene, Epidauro e
Corinto», elenco senza nemmeno rendermi conto di quanto bene ricordassi quel
tour. No, non il tour, o almeno, non solo il tour. I baci. Le carezze. Il sesso.
Scuoto ancora la testa per scacciare quello che stava venendo fuori, uno dei
tanti ricordi che tento di tenere lontano per rimanere connessa al mondo. Gli
occhi di Tommaso sono un valido aiuto, anche se mi attirano tanto che ho paura
di finire in un altro mondo. Magari in un suo ricordo.
«Voi siete andati in Germania, giusto?», domando guardando Lorenzo, il suo
compagno di classe.
«Monaco, Norimberga e Berlino».
«Non le ho mai viste. Come sono?»
Inclina la testa di lato e mi guarda. «Belle, molto belle».
Lo devo incalzare come farebbe una mamma con il figlio alle elementari
quando chiede “tutto bene oggi a scuola?” «È la gita, com’è stata?»
Sposta le gambe e appoggia il braccio sul vetro.
«Un casino, come tutte le gite. Metti quaranta ragazzi di diciannove anni in
una qualunque parte del mondo e otterrai sempre la stessa cosa».
«Casino», ripeto sorridendo. «Non avevi una ragazza?», domando facendo
fatica a riacchiappare la lingua che è partita prima che potessi pensare a cosa
stavo per chiedere. Il motivo per cui il nostro bacio si è interrotto lì, al bacio, è
che lui era fidanzato. Non volevo un altro Michele intorno, un altro che passava
da un letto all’altro, e da una bocca all’altra, come se non succedesse niente. O
almeno questo è ciò che mi ripeto da allora.
Alza le sopracciglia e mi guarda stupito.
«Intendi adesso o in quel periodo?»
Esito e lui risponde prima che io possa spiegarmi. «L’ultima è quella di cui ti
ho parlato, quella con cui mi sono lasciato».
«Da quanto è finita?», continuo, e vorrei che i suoi occhi mi risucchiassero
davvero da qualche altra parte. Perché non riesco a smettere di fargli domande
indiscrete?
«Quasi un anno, ma lo sai già».
Socchiudo un occhio mentre tento di passare oltre. Devo passare oltre. Non
devo soffermarmi sul fatto che un anno fa ci siamo baciati. Non devo
ripetermelo ancora una volta, come ho fatto ogni giorno da quella stupida notte.
«E ai tempi della gita?», proseguo.
Si passa la lingua sulle labbra e mi guarda. «No, allora ero innamorato di una
che non ci stava», dice tutto d’un fiato come se mi stesse sfidando. Il suo
sguardo è un catalizzatore e mi accorgo che le tipe della E lo stanno mangiando
con gli occhi. Non mi stupirei se da un momento all’altro si spogliassero e gli
salissero sulle gambe per ghermirlo.
«Era in gita con te?»
«No, con uno che le piaceva», risponde facendo un lieve scatto con la testa.
«Hai finito con l’interrogatorio?» Mi fissa con sguardo truce e cambia ancora
posizione.
«Tu non c’entri qui dentro», dico. «Forse è meglio se vieni dal lato del
corridoio. Sei troppo alto per stare lì».
«Sì, forse hai ragione. Posso mettere un ginocchio fuori, in effetti, oppure mi
distendo e tu ti siedi sopra di me».
«Molto comodo», lo prendo in giro. Mi sistemo i capelli sul viso per
impedirgli di vedere le mie guance colorarsi di rosso.
«Ehi, vieni qui». Mi tira per la vita e mi appoggia contro il suo petto, poi con
il braccio mi avvolge fino ad arrivare dall’altra parte e sistema il mento sopra la
mia testa. Non c’è niente di strano in ciò che stiamo facendo, né di diverso nei
nostri movimenti, ma per me è sempre una stilettata di dolore e di desiderio. Per
fortuna Tommaso non si accorge di niente e, anche se lo fa, continua a
comportarsi come sempre. Siamo amici, amici nel modo giusto, amici che non
complicano le cose. Quantomeno io non complico le cose.
Sì, forse il bacio le complica ma non è cambiato molto. Ci siamo baciati e
siamo rimasti lì.
Eravamo in giro per la città e faceva freddo. Io ero dentro un giubbotto più
grande di me da cui spuntavano fuori il naso rosso da ubriacone e i capelli color
carota da irlandese. La solita fatina venuta male. Lui invece era…
«Allora, cari, siamo arrivati!», comunica Martinelli aprendo le braccia e
interrompendo bruscamente i miei ricordi. Pare abbia deciso di essere il cicerone
di turno e di romperci le scatole per il resto della vacanza.
5

Tommaso fa per prendere la mia valigia ma Michele si intromette.


«Faccio io, amico».
Capisco perché tutti lo odiavano, ha un modo di fare che può essere
veramente, veramente, veramente fastidioso. Sulla guancia di Tommaso compare
una fossetta per la forza con cui stringe i denti. Si sistema lo zaino sulle spalle e
ci lascia da soli.
Dove sono finiti gli altri? Vorrei urlare a tutti di tornare dov’erano e di
salvarmi dal mostro con gli occhi neri ma fingo che tutto sia normale.
«Non c’è bisogno, posso fare da sola». Mi allungo per prendere il mio
bagaglio e lui mi fissa.
«Certo che puoi fare da sola, volevo solo parlare con te. Ce li hai due minuti?»
«Siamo appena arrivati. Che dici se prima sistemo le valige?»
Mentre lui mi aspetta, potrei trovare una fatina più carina di me che riesce a
fare delle magie, potrei chiederle di mandarmi in Norvegia con Tommaso e di
tenermi lontano da questo adorabile uomo dagli occhi neri. Quanto è sexy,
maledizione.
«Ho bisogno di parlarti».
«Io non credo che tu abbia bisogno di parlarmi», osservo senza fare nessuna
faccina buffa. Se da una parte mi verrebbe naturale perché mi aiuterebbe a
gestire il silenzio che segue la mia affermazione, dall’altra so che gradirebbe,
visto che ha sempre amato il modo che ho di esprimermi con il viso. A volte
riesco a comunicare meglio con i movimenti del volto che con le parole, ma non
voglio dargli questa soddisfazione.
«E invece sì».
Mi preparo a fargli un discorsetto serio, di quelli in cui spieghi tutti i motivi
per cui non è il caso che due persone parlino, in cui precisi che rimanere
connessi al passato non fa bene a nessuno, ma non ne ho bisogno. Anita, come
una furia, allunga le sue zampe chilometriche appoggiandole sull’asfalto rovente
e viene da me.
«Sofi, entriamo dentro, su», mi esorta. Prendo la mia valigia e con un cenno
della mano mi allontano da lui.
«Sofia, dài!», esclama Michele, ed è a quel punto che Anita mi afferra per il
polso e mi trascina bloccandomi la circolazione. Ho voglia di scrollarmi la sua
mano che stringe come una morsa ma non mi va di discutere per cui tento di
divincolarmi senza fare scenate. Michele ci guarda stupito, quasi ferito, e non
posso credere che quell’espressione costernata sia rivolta a me. Abbiamo smesso
di frequentarci quattro anni fa, io l’ho mandato a quel paese e a parte qualche
raro messaggio non si è più fatto vivo e, cosa ancora più importante, non ha più
riprovato a costruire quel poco che avevamo messo su. Non ha senso che adesso
mi guardi come se fossi la donna della sua vita che gli sfugge dalle mani.
Cancello la sua immagine dalla mente e mi concentro su ciò che ho davanti,
su quello che è tangibile. L’hotel dove soggiorniamo non è paragonabile a quelli
deliziosi in cui dormivamo in gita. Quelli erano carini, romantici, ben
organizzati. Questo è bruttino ed è in mezzo alla città, ma pare che dietro ci sia
una piscina e che la vista da alcune finestre sia favolosa, quindi non dico niente,
soprattutto quando noto che Roberta mi sorride felice.
Sono qui anche per lei. Sono qui per vederla ridere, per farla allontanare dal
mondo crudele che le ha fatto male, da Fracchia che l’ha distrutta, dalla sua casa
che ogni secondo le ricorda cosa è successo. Un matrimonio lampo in cui aveva
raccolto tutto l’amore che pensava di poter dare a un uomo, lo stesso uomo che
dopo un mese dalle promesse di nozze le ha straziato l’anima. Gliel’ha spezzata
e noi abbiamo tentato di ricucirla, ma è una delle imprese più difficili.
Sì, sono qui anche per lei.
Sono qui per Anita, per tenerla lontana da tutti i problemi in cui si intreccia
come fili di un maglione lavorato ai ferri.
E sono qui per me, per scrivere la parola fine proprio dove tutto è iniziato, per
terminare una volta per tutte la brutta storia che io e Michele abbiamo scritto
insieme, una storia iniziata a quattro mani, proseguita a due e mai finita. Una
brutta storia che non merita altro che di essere conclusa e abbandonata all’oblio,
perché non è di storie come queste che ha bisogno il mondo.
«Oh, le chiavi». Matteo, con le mani sudaticce, richiama la mia attenzione
come fanno i pastori con le proprie pecore e mi passa un portachiavi marrone
dall’aria antica e sfumata.
«Ci troviamo qui tra un’ora!», comunica Claudia. Ha dei boccoli biondi
lunghi fino alle spalle, il naso piccolo e la bocca minuta e carnosa. È alta poco
più di me ma ha forme decisamente più abbondanti che hanno stregato
Martinelli, visto il modo in cui la guarda, come se fosse la sua musa ispiratrice.
Che abbia una cotta per lei? Spiegherebbe perché è finito qui.
Non ho molti ricordi legati a lui. Se mi sforzo lo vedo correre dietro ai
professori per i corridoi, in cerca di delucidazioni sul nove meno preso al
compito di fisica, lo ritrovo nella mia classe durante la ricreazione a
chiacchierare con Paolucci e Giusti, lo identifico all’autogestione come il tipo
che frequentava i corsi culturali, ma non credo di averci mai parlato, né di aver
passato in sua compagnia più di venti secondi.
«Trentotto, trentotto, trentotto», ripete Roberta mentre incediamo nel corridoio
dove si trova la nostra camera. Abbiamo dovuto aspettare dieci minuti perché
l’ascensore fosse libero e alla fine ce l’abbiamo fatta. Dietro di noi ci sono solo
Tommaso e Matteo, il resto è al piano di sopra. Non so perché Tommaso sia
finito con uno di classe mia invece che con Lorenzo, ma sono troppo impegnata
a guardare la maglietta che si muove sulla sua schiena per poter azionare il
cervello.
«La nostra è davanti a voi», dice il ragazzo sudaticcio. Sembra ancora più
sudato di prima eppure c’è l’aria condizionata e una brezza leggera che quasi
placa l’arsura. Prova a inserire la chiave magnetica ma gli sfugge di mano perché
trema come una foglia.
«Matteo, tutto ok?», domando avvicinandomi a lui.
«Sì sì, tutto bene», risponde. Tommaso raccoglie la scheda e gliela passa,
facendo finta di niente. Corruga un po’ gli occhi notando che il mio compagno di
classe è come una spugna appena ripescata dal mare e poi guarda me. Io faccio
cenno di no con la testa per fargli capire che non ho idea di quale sia il problema
e mi infilo in camera. Avrei voluto indagare di più, capire se ha avuto dei
problemi con il volo, se ha qualche linea di febbre, se ha bisogno di un’aspirina,
ma preferisco lasciare il compito a Tommaso. Tra uomini si capiscono meglio.
Una pacca sulla spalla e via, qualunque afflizione scompare per il millennio a
venire.
Anita è già nel letto, a braccia e gambe aperte. In quello matrimoniale,
chiaramente, dove anche Roberta si siede facendosi largo tra le ossa dell’amica
spaparanzata come un cane dopo una corsa.
«Immagino mi tocchi il letto singolo», dico sorridente. È un sorriso posticcio e
lo sanno benissimo perché ogni volta che andiamo da qualche parte si prendono
il matrimoniale e io rimango con il lettino triste e isolato. Questo per fortuna è
vicino al loro, accostato alla parete che si affaccia sulla strada dove è
parcheggiato il minibus.
«Panorama mozzafiato», strilla Roberta dal letto. La finestra si apre accanto al
mio letto e riesce a vedere cosa c’è fuori: cemento, qualche albero, smog e
ancora cemento. Lo avevo detto io che era molto diverso dagli hotel della gita.
«Chissà perché dobbiamo rimanere ad Atene tutta la settimana», prosegue.
«Strano, no? Matteo non è nemmeno il tipo che impone agli altri», osservo.
«No, per niente. Alle superiori diceva di sì a qualunque proposta», ricorda
Roberta. Matteo era il ragazzo semplice e dolce, l’amico di tutti e tutte, quello da
cui andavano le donne per avere consigli a proposito del sesso maschile. A
scuola se la cavava bene, un po’ meglio di me, soprattutto in greco e latino. Lui
di solito mi passava le versioni, io le prove di matematica e fisica e tutti, ma
veramente tutti, giravamo qualunque cosa a Michele.
Mi scollego dal passato, sciolgo l’acconciatura e inizio a spogliarmi.
«Mi faccio una doccia», annuncio.
«Io dopo di te», dice Roberta.
«Ragazze, vi dispiace se passo? Mi prendo questa giornata per poltrire e da
domani sarò come nuova», biascica Anita con la bocca ingolfata dalle lenzuola e
dalla gomma.
«Passi nel senso che non vuoi lavarti?», domando prendendola in giro e
Roberta sta al gioco. «Non voglio dormire nel letto con te se no…»
Anita la interrompe. «Basta, maledette streghe! Avete capito. Lasciatemi
dormire!», ci rimprovera ridendo.
Roberta solleva le sopracciglia perfettamente modellate e ride.
Apro la valigia e prendo lo struccante e il cotone dal beauty case per iniziare a
togliere matita e mascara. «Vado», dico quando ho finito. Agguanto
bagnoschiuma, shampoo e il salvatore delle chiome femminili, nonché
dell’umanità, comunemente chiamato balsamo, e mi preparo per la doccia. Il
bagno è abbastanza grande, anche se bruttino, e per fortuna c’è una piccola
finestra in alto che permetterà al vapore di uscire dalla stanza. Troppa umidità
rende i miei capelli simili a un gomitolo di lana infeltrito.
Quando ho finito sono felice che lo specchio sia appannato dal vapore perché
non mi va di vedere il tatuaggio. Ho fatto imprimere sulla pelle una piccola
chiave che avrebbe dovuto aprire un lucchetto, ma non quello che Michele ha
tatuato sul cuore. Non è mai stata la chiave di niente di suo. L’ho fatto credere a
tutti, ho preteso di crederlo io stessa nascondendo che quella fosse la chiave di
ciò che avrei voluto aprire, la chiave di un cuore chimerico che mi sarebbe
sempre rimasto ostile. Se lo avesse visto avrebbe potuto pensare che fossi ancora
legata a lui, che lo avessi fatto per lui. Non avrebbe mai capito che era la spada
che avrei voluto usare per combattere il mostro mitologico che da vent’anni mi
tormenta.
Sistemo meglio l’asciugamano nel vano tentativo di coprirmi di più e sento la
sua voce.
«Dov’è?», chiede. Quando è entrato?
«In bagno. No, Michi, dài, cazzo, no!», urla Anita ma lui è già dentro.
Non ho chiuso a chiave. È ovvio che non lo avessi fatto, visto che non mi
aspettavo di trovarmelo davanti. Sono seminuda e i suoi occhi mi puntano.
«Ehi, Sofi».
«Esci da lì, pervertito!», continua a urlare Anita da fuori. La sua mano batte a
ripetizione sulla porta che Michele ha appena chiuso, a doppia mandata, e temo
che possa sfondarla.
«Ani, calmati», dico rimanendo lontana da lui. «Che fai?», chiedo arrabbiata
guardandolo. Sento un brivido percorrermi ma riesco a cancellarlo perché che sia
dentro il bagno, con me, è davvero troppo.
«Ti ho già vista nuda», si giustifica.
Stringo le braccia al petto, come se potessi coprirmi di più.
«Sì ma era diverso. Michele, abbiamo trent’anni», proseguo turbata. «Come ti
è venuto in mente di entrare qui mentre mi facevo la doccia?»
«Dobbiamo parlare», va avanti indifferente. Non so se il suo atteggiamento
dipenda dall’educazione che ha ricevuto, dalla ricchezza in cui è cresciuto e dal
desiderio di contrariare i suoi, o dall’idea che siamo ancora adolescenti.
«Non qui. Esci».
«Quando hai finito possiamo parlare?»
«Quando ho finito ci troviamo giù con gli altri», rispondo tentando di non
concentrarmi sui suoi occhi. Sono neri e mi chiamano, quasi fossero delle sirene
e io il marinaio incapace di resistergli.
«Rimaniamo qui, così parliamo», dice con voce roca. Il sangue dal mio
cervello inizia a scendere precipitosamente verso il basso.
«No», replico scrollando la testa e ritrovando i neuroni. «Michi, no. Non ho
voglia di averti intorno», ammetto sincera. Michele fa un’espressione triste che
cambia dopo qualche istante quando i suoi occhi si posano sul mio collo.
Il collo.
Il tatuaggio.
Non faccio nemmeno in tempo a sentirmi in colpa per ciò che gli ho detto che
sono già entrata nel panico.
Maledizione.
«Cosa ti sei tatuata?»
E ora che faccio? «Niente», rispondo appoggiandoci una mano sopra.
Si avvicina e prova a spostarmi il polso, sempre lo stesso già martoriato da
Anita, ma io lo tengo premuto sulla pelle come se l’avessi attaccato con le
gomme da masticare della mia amica. Michele prova ancora un po’, io rimango
salda e provo rabbia, frustrazione, tristezza. Lui pensa di giocare e continua, non
capisce che per me non è un gioco e che voglio che se ne vada.
«Michele, smettila, maledizione!», sbotto togliendo finalmente la mano. A
quel punto Anita riprende a martellare la porta e a gridare come una pazza.
Nell’altra stanza sembra che abbiano fatto irruzione i soldati della Swat e il
pugno della bionda diventa ancora più forte. Ma non è il suo pugno, è quello di
Tommaso.
«Michele, apri questa cazzo di porta?», domanda perentorio. Non sta urlando
ma la sua voce è decisa e Michele pare riaversi.
«Una chiave, tutto questo casino per una semplice chiave», osserva stupito.
«Apri, Michele», dico e mi faccio piccola piccola. Sono mortificata. Non è
successo niente eppure mi sento svuotata, quasi avesse commesso chissà quale
atto. Ride mentre va alla porta, gira la chiave nella serratura ed esce fuori. Io mi
affaccio e trovo gli occhi di Tommaso davanti che mi guardano seri. Con un
braccio sta appoggiato allo stipite e sul suo viso c’è un’espressione strana che
non riesco a definire. Mi sento in colpa perché ho messo su tutto questo casino
senza che fosse successo niente. In fondo ha solo tentato di guardare quello che
nascondevo, uno sciocco tatuaggio su cui non si è fatto nessuna domanda.
«Non ho fatto niente, porca misera! Ho solo…», borbotta. Nessuno, però, sa
cosa stava per dire perché Anita gli dà un pugno in faccia e pone fine alle sue
chiacchiere. Roberta spalanca la bocca e osserva la scena scioccata mentre il
resto di noi rimane pietrificato.
«Io odio questo idiota», dichiara Anita una volta che lui è a terra con il labbro
sanguinante. Lei, con un sorriso da pazza sul viso, guarda prima Tommaso, poi
me e scrolla la mano. Michele è piegato su se stesso e io mi stringo forte nel
ridicolo asciugamano in cui mi sono fasciata. È troppo piccolo perché sia
destinato a un essere umano, è più probabile che lo abbiano fabbricato per un
Minion.
«Porca merda, Anita!», sbotta Michele.
«Ben ti sta! La devi lasciar stare, lo capisci che la devi lasciar stare?», urla.
«Te l’avevo detto l’ultima volta che, se le fossi andato intorno di nuovo, ti avrei
preso a pugni!».
Io sono tramortita e ancora più mortificata. Dovevo immaginare che prima o
poi sarebbe successo un disastro del genere perché ho sempre saputo quanto
Anita odiasse Michele, ma non pensavo che sarebbe arrivata a tanto.
«Fa’ vedere», dice Tommaso avvicinandosi a lui senza nascondere un sorriso
divertito.
«No, forse è meglio che vada al pronto soccorso», lo liquida l’altro con tono
duro, alzandosi. I suoi occhi si fermano un attimo sui miei e sento una strana
sensazione, una sensazione che mi spingerebbe a dirgli che lo accompagno io,
ma il pizzico che Anita mi dà sulle costole, e che mi fa fare un urletto da
cheerleader, mi fa cambiare idea.
«Ma vaffanculo», impreca prima di uscire dalla nostra camera.
Incapace di fare un qualunque tipo di atto funzionale mi giro verso la mia
amica. «Anita… che hai fatto?», domando nel mio mini asciugamano.
A questo punto anche Tommaso potrebbe aver visto tutto quello che nascondo
sotto.
«Cosa ho fatto io? Ti ricordi cosa ha fatto lui quattro anni fa? L’hai trovato a
letto con tua cugina, Sofi! Un’ora prima era a letto con te e un’ora dopo con tua
cugina. Il giorno prima con una biondina, il mese prima con una moretta, l’anno
prima con una prostituta o che so io! Sei stata tutta la vita a corrergli dietro, tutta
la vita come uno zerbino a star dietro a lui perdendo te. Ti sei persa in quel
coglione. Davvero è il caso che tu mi chieda cosa ho fatto?», domanda.
Le sue parole fanno male, sono come spilli che si infilano e strappano piccoli
brandelli.
«No, lo so. Ma non pensavo che lo prendessi a pugni», spiego.
«Io ho un gran bisogno di sfogarmi», confessa cercando di trattenere una
risata. Si passa una mano sulla fronte e si tira indietro i capelli. Ha le nocche
arrossate e la mano inizia a gonfiarsi.
«Tu hai bisogno di uno psicologo», interviene Roberta. Ha osservato tutta la
scena in silenzio e probabilmente si sta chiedendo perché la sua amica sia una
pazza scapestrata.
«Sì, lo so. Giuro che quando torniamo ci vado», afferma la bionda mettendosi
a sedere sul letto.
«Ani, a parte gli scherzi. Devi controllare la tua rabbia, non ti fa per niente
bene», continua Roberta. «E non solo perché rischi una denuncia».
Tommaso, che è rimasto fermo a braccia incrociate, ci guarda e scuote la testa.
«Se è tutto ok, io vado».
«Grazie, Tommi. Scusa», dico stringendomi addosso l’asciugamano.
«Adesso se lo stringe! Guarda che tutti hanno visto che sei completamente
depilata!», grida Anita.
Il sangue schizza in verticale e mi inonda il viso facendomi assomigliare a un
peperone. Tommaso sorride e mi guarda in modo strano, poi scoppia a ridere.
Divento ancora più rossa mentre con lo sguardo malizioso se ne va, lasciandomi
il suono della sua risata nella testa.
Come primo giorno non è niente male.
6

L’ascensore è di nuovo occupato per cui scendiamo a piedi. Roberta con il suo
vestitino a fiori è una favola, ha delle forme incredibili, forme che fanno girare
qualunque uomo, e le porta con una disinvoltura e un’eleganza difficili da
trovare.
«Perché quando ho Michele intorno succedono sempre cose strane?», chiedo.
Avrei preferito mordermi la lingua e non parlare ancora una volta di lui ma non
ce l’ho fatta. Per riuscirci dovrei trasformarmi in Godzilla e impiegare la stessa
forza che ha usato lui per distruggere New York.
«Quando intorno ci sono gli ex succedono sempre cose strane. E Michele non
aiuta per niente. Come gli è saltato in mente di entrare nel bagno?», domanda
sbalordita. «Non è normale».
Vorrei risponderle che il sentimento malato che ci ha legato per anni lo ha
convinto che tutto questo fosse regolare ma siamo già arrivate all’ingresso
principale e, visto che siamo in ritardo, rimango in silenzio e raggiungo gli altri.
Siamo pochissimi e la cosa mi stupisce fino a un certo punto, cioè per niente.
Senza che io possa far nulla per fermarla la mia testa si volta in direzione di
Tommaso. Ha le mani abbronzate dentro le tasche dei jeans e, quando mi vede,
fa un mezzo sorriso che stende tutte le donne che gli passano davanti. O almeno,
sono sicura che le stenderebbe se passassero da qui. Ha labbra dolci incorniciate
da due rughe di espressione appena visibili che dal naso scendono sul mento e un
castano disarmante sotto le sopracciglia. Per evitare di affogare nei suoi occhi
faccio per prendere il cellulare e rispondere al messaggio che mi ha mandato il
mio capo ma all’ultimo minuto mi fermo e scruto le persone che ho intorno.
Martinelli, Pitti, Paolucci, Giusti e Claudia Mori. Michele non c’è, e non è poi
così strano visto che sarà al Pronto soccorso. Vorrei chiedere a Zenas dove l’ha
portato, o agli altri se qualcuno l’ha visto, ma faccio la brava, prendo in mano il
telefono e dico a Simone che i faldoni che sta disperatamente cercando sono
dove sono sempre stati, e cioè nel suo ufficio, esattamente nella seconda mensola
da sinistra, proprio accanto alla pianta che gli ha regalato un cliente solo due
settimane fa.
«Ok, a questo punto direi che possiamo anche andare», fa il piccolo bulldog,
alias Claudia.
«Ma gli altri dove sono?», domanda Paolucci.
«Non verranno, no?», ribatte lei.
«Nemmeno Lorenzo?», chiedo voltandomi verso Tommaso.
«Non lo so, posso mandargli un messaggio però», risponde prendendo il
cellulare dalla tasca posteriore dei pantaloni.
«No, tanto lo sapevo che sarebbe andata così. Come fu in gita sarà anche
adesso, a gruppi, e Michele sarà il capo del secondo gruppo», precisa la
secchiona.
«Michele non sta tanto bene», annuncio, e me ne pento subito dopo. Non devo
giustificarlo con nessuno. Pugno o non pugno, Claudia ha ragione, sarà il
capitano del gruppo dei nullafacenti.
Lei mi fulmina con lo sguardo nello stesso modo in cui farebbe Anita e io mi
zittisco.
«Ok, andiamo», dico incamminandomi verso il furgone. Saluto Zenas, l’uomo
baffuto, con un sorriso gentile. Lui ricambia con un cenno della mano e un
kalispera. Mi sistemo nella fila in cui ero all’andata e mi aspetto che Roberta mi
segua ma si mette qualche posto dietro. «Robi, che fai laggiù?»
«Quello è il posto di Tommaso», dichiara.
Lui socchiude gli occhi guardando Roberta e rimane per un istante fermo nel
minivan. «Posso andare da un’altra parte».
«No, preferisco che tu le stia sempre addosso», insiste lei accompagnando le
sue parole con un occhiolino. Lui fa una risatina e io guardo impassibile la mia
amica sperando che capisca che farmi seguire come un segugio da Tommaso, pur
essendo un tentativo meno violento di quello di Anita di tenermi Michele
lontano, è altrettanto fastidioso. Almeno lei non mi ha maltrattato il polso. Ho
già un livido bluastro e sono sicura che nell’arco della serata andrà peggiorando.
«Stai bene, sì?», domanda Tommaso.
«Il minivan è praticamente vuoto e tu sei troppo lungo per stare in un solo
sedile».
«Stai bene?»
«Tommi, davvero, non devi ascoltare Roberta e Anita, mai».
Fa un respiro contrariato e serra i denti. «Stai bene?»
Avrei voglia di abbracciarlo, ora, mentre mi guarda serio, mentre mi chiede se
va tutto bene. Avrei voglia di appoggiare la testa sul suo petto e restare lì.
«Sì. È un vero stronzo ma non è cattivo», dico, poi mi correggo. «Non così
cattivo. Voglio dire che è una merda grande quanto tutta la Grecia ma… sto
bene». Mi sto arrampicando sugli specchi e sono quelli di un grattacielo troppo
alto. «Te l’ho detto tante volte, ho chiuso con lui».
Tommaso appoggia le mani sul sedile di fronte e si volta completamente verso
di me.
«Non ci credi?», domando notando la sua espressione.
«No, non molto», ammette sincero. «L’hai detto troppe volte, è difficile
pensare che questa sia vera».
Mi sistemo meglio a sedere e mi porto i capelli sul lato sinistro, formando un
cuscino su cui mi appoggio. «Michele è stato tanto per me e quando lo vedo non
posso dire di non provare niente ma non era amore quello che mi legava a lui.
L’amore non può essere così malato, così velenoso. Non per anni».
Alza le sopracciglia e sorride illuminandomi.
«Fa uno strano effetto sentirtelo dire».
«Lo so, lo fa anche a me, ma mi sono ridotta uno straccio per lui».
«Uno straccio stava meglio. Tu eri… non ho nemmeno le parole per dirlo.
Ogni volta che se ne andava eri spenta», dice con voce bassa. «Una piccoletta
senza luce», continua.
«La riportavi tu la luce», riconosco avvicinando la testa alla sua spalla.
«Ci provavo, ma non sempre funzionava».
«Funzionava sempre, Tommi, riuscivi sempre a riportare la luce», ribatto e mi
rendo conto di quanto è vero. L’unico capace di farmi tornare il sorriso era lui.
Lo faceva con qualche battuta, con un sorriso che dispensava con prudenza a
tutti ma che regalava a me senza nessuna avarizia.
«Chissà se riuscirò a risvegliarti anche in un altro modo», scherza.
So benissimo che mi sta prendendo in giro e che è un gioco che fa da sempre,
ciononostante un calore prepotente mi afferra da dentro e mi spiazza. Non mi è
estraneo e conosco gli effetti che ha, per questo lo devo fermare, lo devo fermare
prima che diventi qualcosa di più.
«Scemo», sghignazzo. Il mio viso si arrossa e mi copro con le mani.
«Oh, è diventata rossa», dice prendendosi gioco di me. «Hai trent’anni e
diventi rossa per una battutina così stupida?»
«Lo sai che arrossisco con facilità», replico con la bocca torta.
«È proprio per questo che le battute oscene con te vengono così bene», dice
scompigliandomi i capelli. Io gli do un pizzicotto sul braccio e poi mi appoggio
alla sua spalla. Ecco, questi siamo noi, quasi fratello e sorella. Certo, ho un
fratello che non mi assomiglia per niente e che scatena in me pensieri impuri ma
non ha molta importanza, no?
«Allora, che ne dite di una passeggiatina al Pireo e di una cenetta da qualche
parte?», propone Mori mentre il mio viso riprende la sua colorazione originale.
«Sono stato cento volte ad Atene ma il Pireo non l’ho mai visto», dichiara
Giusti, «eppure ne ho sempre sentito parlare, e non solo per l’Olympiakos»,
spiega guardando Paolucci che ride.
«Tu?», mi chiede Tommaso ignorando il resto del gruppo.
«No, nemmeno io, ma sono stata ad Atene una sola volta».
Ricordi nuovi, ecco cosa mi serve, penso mentre affondo ancora di più su
Tommaso. Ha le spalle larghe, le braccia definite ed è bello starci così
appiccicata. Forse dovrei alzarmi, spostarmi e tornare al mio posto perché tutta
questa vicinanza non può portare altro che guai, ma non ci riesco. Mi piace stare
qui, sentire il suo profumo, l’odore dei suoi vestiti. E poi, dopo quello che è
successo l’anno scorso, sono sicura che non ci sarà più niente tra noi, soprattutto
da parte sua, e se non sarà lui a fare la prima mossa io non muoverò un dito,
quindi rimanergli addosso non cambierà niente.
Zenas, in un italiano così poco italiano da sembrare portoghese, ci dice che
siamo arrivati e noi ci immergiamo nell’atmosfera portuale di cui tanto ho
sentito parlare. È il caos a fare da sovrano in queste strade trafficatissime, in cui i
rumori delle macchine si mischiano alle urla della gente, alle chiacchiere dei
greci e alle espressioni sbigottite dei turisti. No, non ero mai stata qui, ma è
sempre Grecia, e lo sento sulla pelle, sulle labbra, nella testa.
«Quanto mi piace questo paese», dico a Roberta e Tommaso mentre ci
infiliamo in una stradina secondaria.
Tommaso sembra perso nei suoi pensieri ma quando parla capisco che a suo
modo è connesso. «Ho sempre sentito parlare della Grecia ma è la prima volta
che ci metto piede», prosegue nella sua maglietta nera. Mi viene difficile
rivolgere l’attenzione a qualcosa che non sia lui. Il mare e le sue onde mi
attraggono ma non possono niente contro di lui.
«Bella è bella davvero. Non solo il mare e le isole, ma soprattutto le
meraviglie che nasconde, o che mostra al mondo», dice Roberta. «Cicerone ha
detto “ovunque si posi il piede, si incontra un ricordo del passato”», recita a
occhi chiusi. Era l’unica in tutta la classe, ma forse in tutta la storia, ad amare
Cicerone. Trovava la costruzione delle sue frasi semplice e a volte traduceva
senza nemmeno usare il dizionario.
«Sai che lei era un fenomeno a scuola?», chiedo rivolta a Tommaso.
«Mi sembra di ricordarlo».
«La più brava però era Anita, lei era una da otto in tutte le materie», osserva
Roberta.
«Anita? Sul serio?», domanda sbalordito.
«Sì, veramente. Anche adesso è un mostro, quando si tratta di studio»,
continuo io. Forse in greco e latino se la cavava meglio la mora, ma la bionda
svettava in tutto.
«Diciamo che è un mostro in ogni senso», dice Roberta.
Scoppiamo a ridere. «Dài, mi sento in colpa. Pensi che saremmo dovute
rimanere con lei?», chiedo solleticandomi il naso.
«No, Sofia, Anita deve imparare a gestire questa cosa da sola, come ho fatto
io, o tu».
«Peccato che a me diciate sempre cosa devo fare», replico un po’ infastidita.
Non riesco a togliermi dalla mente la mano di Anita che mi stritola il polso.
«Anche a lei lo diciamo sempre».
«Ok, ma tu hai detto a lui di starmi addosso», proseguo indicando Tommaso.
Non riesco a togliermi dalla mente nemmeno questo.
«Sì ma è uno scherzo. Tu ce la puoi fare da sola. Hai resistito quattro anni,
quindi Tommaso o non Tommaso te la caverai alla grande. Anita no, perché se
non va da qualcuno rischia di farsi ammanettare».
«Non le dispiacerebbe farsi ammanettare», scherzo e subito dopo divento
rossa. Tommaso alza un sopracciglio e mi guarda come se mi fossi trasformata
nella tanto agognata fatina.
Roberta si mette a ridere ma lui si gira da un’altra parte. È uno di quei
momenti in cui è nel suo mondo e osserva l’orizzonte, un cielo limpido e celeste
che degrada in mille sfumature verso gli abissi, diluendosi in un altro azzurro. Il
vestito di Roberta si muove con il venticello marino e una folata di mare mi
invade le narici.
Dopo aver girato in lungo e in largo per la zona andiamo a mangiare in un
ristorante per locali e quando rientriamo in hotel nessuno ha voglia di dormire.
Siamo stanchi, più per la vita di tutti i giorni che per il viaggio, ma siamo in
vacanza e quando Giusti domanda «Piscina?» nemmeno ci guardiamo negli
occhi e seguiamo le indicazioni che ci portano in una specie di pozza riempita
con valanghe di cloro e un goccino d’acqua. Date le dimensioni non mi stupirei
se fosse la vasca di Barbie Hawaii.
«Sarà pericoloso?», domando togliendomi le scarpe.
«Sì, assolutamente sì», risponde Roberta allungando troppo le vocali e
tritando le orecchie di tutti.
«È sempre così acuta?», chiede Martinelli.
«Adesso è migliorata, con gli anni», dico muovendo la mano dentro l’acqua.
«Quando l’ho conosciuta era terribile, del tipo “ti prego, non parlare, ti
pregooo”!»
Lei ridacchia e mi tira un po’ d’acqua.
«Martinelli, dicci, che ci fai qui? La tua classe è partita il giorno dopo, ci
siamo incontrati una sola volta in tutta la gita al cambio della guardia, come sei
finito con noi?», chiede Pitti. Ha una camicia a fiorellini attillata e dei pantaloni
skinny degni di un adolescente alla sua prima uscita in discoteca.
«L’ho invitato io», risponde Mori senza riuscire a nascondere l’imbarazzo.
«Cooosa?», domanda Roberta e temo che qualche vetro si stia rompendo.
«Sei tu che hai invitato tutti gli altri?», incalza Paolucci.
Si mangiucchia un’unghia. «No, io ho invitato solo lui».
«Ma le simpaticone della E perché sono qui?», faccio io tra il curioso e
l’infastidito mentre mi accorgo di guardare Tommaso. È seduto su una sedia ed
esamina e ascolta con il suo classico modo di fare disinteressato, come se tutto
quello che lo circonda non fosse importante.
«Giuro che non lo so. Io ho invitato solo voi e, quando mi avete risposto in
sette, ho girato il messaggio anche a lui».
«Io ho contattato il Prof. Bianchi», ammette Martinelli.
«Com’è che siete amici?», si incuriosisce Stefano Giusti.
«Ho fatto Beni Culturali all’università. Al primo anno l’ho ricontattato per
farmi dare qualche consiglio sugli esami e un po’ alla volta siamo entrati in
sintonia. È un bel tipo».
«E lui ha invitato Santina», dico.
«Che gnocca che è», asserisce Marco Paolucci.
Giusti e Martinelli ridono mentre Tommaso continua a rimanere sulle sue.
Sembra quasi un ragazzino misterioso adesso, con le mani intrecciate e i gomiti
appoggiati sulle cosce, se non fosse per la barba e la corporatura da uomo.
Smetto di ascoltare qualunque cosa dicano gli altri, metto la mano a barchetta
per raccogliere un po’ d’acqua e gliela tiro addosso. A questo punto mi guarda e i
suoi occhi mi fissano con un’intensità strana, quasi pungente.
Mi sorride e io lo ricambio. Abbasso la testa verso l’acqua e decido di alzarmi.
Mi appoggio sul bordo, sollevo le gambe e mi metto in piedi tornando con lo
sguardo su di lui. I suoi occhi su di me sono pieni e più che guardarmi mi
scrutano, mi studiano, cercano un modo per entrarmi dentro e abbattono le mie
difese. Il cuore batte più rapidamente e l’ossigeno diminuisce lasciandomi senza
aria e senza capacità di reagire. Non sento le voci dei miei amici, lo sciabordio
dell’acqua, i rumori della città. Sento solo il rumore che fanno i suoi occhi su di
me.
Almeno fino a quando Paolucci non urla nella nostra direzione.
«Ehi, che fate?»
Tommaso si schiarisce la voce e deglutisce. «Pensavo se era il caso di buttarla
in acqua». Allunga una mano verso di me e mi afferra il braccio, poi mi prende
in collo, mi solleva e mi carica sulla spalla.
Qualcuno deve aver improvvisamente sottratto ossigeno al mondo perché
fatico a respirare.
«Porti in giro il folletto?», chiede Giusti. Maledizione, quanto sono impiccioni
quei due!
«Io non sono un folletto, sono uno gnomo», gli ricordo mentre tutti
sghignazzano.
La cosa bella di fare una vacanza, che sia di un giorno, di una settimana o di
un mese, è che sei fuori dal sistema che conosci e le cose che nella vita di tutti i
giorni ti sembrano improbabili, improponibili, adolescenziali, appaiono naturali
e normali.
«Come cavolo fai a tenerla lì come se fosse una piuma?», domanda Martinelli.
«Sverrò tra dieci secondi, probabilmente», risponde lui allontanandosi dalle
luci e dal gruppo.
«Dài, non sono pesante», dico sulla sua schiena. Accidenti, quanto sto bene
appollaiata qui.
«Ok, adesso devi scendere folletto».
«Io sono uno gnomo», preciso mentre mi mette su un lettino. Rimango in
piedi, lui mi sta davanti e vorrei tanto riprendere da dove siamo stati interrotti,
dai nostri occhi che si cercavano, ma preferisco riportare la situazione a un
livello che conosco, per cui dico la prima inutile, stupida e ridicola cosa che mi
viene in mente. «Sono alta come te, adesso».
Sorride e mi tocca una mano. Non credo che volesse farlo davvero, forse gli è
sfuggita ma sento un gran caldo. Caldo, caldo, caldo.
I suoi occhi. A volte mi sembrano una selva illuminata dal sole, a volte
caramello puro, altre volte cioccolato con scaglie di pistacchio. Devo liberarmi
dal suo sguardo.
«Guarda», dico alzando la maglietta, continuando l’inutile, stupida e ridicola
cosa che ho iniziato e rendendola terribilmente imbarazzante.
Mi osserva e sul suo viso compare un sorrisetto. Con quell’espressione si
abbassa e si ferma all’altezza del mio fianco dove sette anni fa mi sono fatta
tatuare uno gnomo. Non siamo mai andati al mare o in piscina insieme, quindi
nessuno dei due ha idea di quali tatuaggi siano impressi sulla nostra pelle, né di
come siano fatti i nostri corpi, ma a questo non dovrei proprio pensare. Non
dovrei pensare alle sue spalle, alle sue braccia, al suo petto, alla sua pancia.
Ossigeno, maledizione!
Per qualche istante scruta il tatuaggio e non risponde e l’idea che sia così
interessato a qualcosa che ho su di me mi scombussola. «È… carino», dichiara
con voce roca. «Ma non ti assomiglia nemmeno un po’. Proprio per niente»,
sussurra tornando con il viso davanti al mio. Ho il respiro accelerato perché i
miei polmoni sono alla ricerca di aria e soffrono per la loro mancanza. Sistemo
la maglietta facendomi improvvisamente pudica. Ha questo modo di guardarmi,
questa profondità negli occhi. È disarmante.
«Uno gnomo, una chiave, e poi?», chiede in un bisbiglio.
«Un pipistrello», rispondo.
«Ah, già, quando ti eri fissata con Dracula».
L’ho letto cinque volte di seguito e non parlavo di altro, quindi non mi
stupisce troppo che si ricordi una cosa del genere. «E tu?»
«Due versi di una canzone qui», indica le costole tra il petto e il torace, «e le
bacchette della batteria, sulla caviglia».
«Che canzone?»
«Number one dei The Queers», risponde. I suoi occhi si spostano per qualche
istante in un’altra direzione.
«Forse me l’hai fatta sentire», replico. Non impiego nemmeno un secondo a
riportarla alla mente perché l’abbiamo ascoltata tante volte a cavallo della sua
Vespa, nella sua macchina con i finestrini aperti, a casa sua mentre sua madre ci
preparava il tè. Non ho mai dimenticato niente, ho solo scelto di confinarlo da
qualche parte, dentro di me, e di chiudercelo per non rischiare di farmi soffocare
dalle emozioni che mi faceva provare.
«Perché ti sei tatuata uno gnomo?»
«Perché mi avete preso in giro talmente tanto alle superiori che mi è sembrato
naturale. A ventitré anni mi hanno trascinata da un tatuatore e le due arpie mi
hanno costretta a decidere cosa farmi. Tra una battuta e l’altra è venuto fuori lo
gnomo e le ho ascoltate», racconto abbassando la testa. «E tu, perché quella
canzone?»
«Perché l’ho ascoltata per anni e mi piacevano le parole», risponde vago.
Quando rialzo la testa i suoi occhi mi si incollano addosso e sembrano volermi
dire qualcosa. Avrei voglia di passargli una mano tra i capelli, di appoggiare il
viso al suo, di annusare il suo profumo, ma so distinguere qual è il momento per
farlo e quale non. Il modo in cui ci guardiamo adesso è troppo diverso dal nostro
solito modo. È come se stessimo cercando di andare oltre, di forare la barriera
che ci protegge e che ci fa rimanere quelli che siamo. Se mi avvicino in questo
momento potrei fare un danno irrimediabile e, che lo voglia o meno, devo
rimanere dove sono.
I nostri occhi sostano fissi l’uno sull’altro fino a quando le voci dei nostri
amici si fanno più forti, corporee e il richiamo stridulo di Roberta ci riporta alla
realtà. «È ora di andare a dormire», dice, ma giuro che vorrei fare tutto tranne
quello.
Rimango a guardarlo sperando che sia lui a distogliere lo sguardo perché io
proprio non ce la faccio, ma i suoi occhi indugiano su di me e non capisco cosa
sta succedendo.
In verità so benissimo cosa sta succedendo, ma scombussola tutte le mie
certezze. È Tommaso, il mio Tommaso! È troppo alto, troppo castano, ha gli
occhi troppo penetranti e… mi stanno risucchiando.
7
Secondo giorno

La guida dice che Acropoli significa “città che sta sopra”: sopra la città
metropolitana, sopra la città dei morti, sopra la cupola del mondo. Ogni volta che
la vedo, da qualunque angolazione, mi toglie il fiato. Il Partenone è una delle
cose più belle che siano mai state costruite e mentre ci avviciniamo al nucleo di
questo enorme microcosmo che è l’Acropoli mi sento strana.
Complice di questa stranezza è sicuramente l’aver dormito poco più di quattro
ore, tra il pensiero dello sguardo di Tommaso e le chiacchiere di Anita su ciò che
era successo il pomeriggio precedente. Sento un peso sul petto che non va da
nessuna parte, un groviglio sullo stomaco che non si scioglie in nessun modo. So
benissimo da cosa dipende ma non voglio ammetterlo, non posso ammetterlo
perché farebbe male. Così sorrido, scherzo, faccio battute, espressioni
simpatiche che rilassano tutti e mi concentro sul resto del gruppo e su ciò che
stiamo per vedere.
Michele ha il labbro gonfio ma non sembra esserci altro di ferito in lui,
nemmeno il suo ego. Credo che il pugno preso da Anita non gli abbia fatto né
caldo né freddo, per questo se la ride spensierato insieme a una delle tipe di terza
E, Simonetta Qualcosadinoioso. È assurdo che continui a chiamare la gente
inserendola all’interno di una sezione e di una classe, ma è così che la ricordo.
Questa mattina ci siamo, stranamente, tutti, e questo mi permette di notare che
quelli che non erano con noi ieri, tranne Michele e Anita, hanno la pelle
leggermente colorata. Come era prevedibile, sono andati in piscina a prendere il
sole.
Io e Tommaso siamo distanti l’uno dall’altro, quasi tra noi ci fosse lo stretto di
Corinto, e guardiamo dritti sulla strada. Non so cosa sia successo ieri sera ma da
come si comporta capisco che qualcosa non va. Sa essere distante, alle volte, in
modo doloroso. Si chiude in se stesso e lascia fuori chiunque ma spesso io sono
salva. Sono quella che fa entrare, quella che lo raggiunge, qualunque sia il posto
in cui si rinchiude, eppure questa volta rimango fuori anch’io.
Abbasso la testa nascondendomi sotto il cappello e lo chiamo sottovoce.
«Tommi».
Si gira. «Che fai lì sotto?»
«Sotto questo enorme cappello?», chiedo facendo la voce da dama
dell’Ottocento e mettendo in mostra il collo. Lui sorride e subito mi
tranquillizzo. A volte mi faccio troppe paranoie.
«Hai presente la mia pelle? Verdognola, pallida, piena di lentiggini?»
«Verdognola? Tu non hai la pelle verdognola».
«No? Beh, comunque, sotto il sole potrei trasformarmi in uno gnomo
geneticamente modificato».
«Una fatina no, eh?», domanda piegando la testa per mettere i suoi occhi
davanti ai miei, invadendo il mio spazio vitale con un sorriso incredibile. Sono
contenta di scoprire che, anche dopo ieri sera, posso raggiungerlo dovunque e
che posso mettere da parte la Sofia seria e adulta.
«Una fatina è carina, delicata e ha la pelle bianca, non verdognola», proseguo
sottovoce rimanendo al gioco. Fino a dieci minuti fa con gli altri parlavamo della
situazione economica greca e stemperare gli animi con battute su creature
mitologiche mi mette di buon umore.
«Ma senti», mi prende in giro.
«A parte gli scherzi, ho dovuto ricoprirmi di crema a schermo totale per
evitare il peggio», continuo seria. Lui mette un dito sul mio braccio e un brivido
parte dal mio indice, come una scossa attraversa la spalla e mira dritto al cuore.
Non va per niente bene.
«Come fai a essere già abbronzato?», chiedo fingendo di essere serena e che la
cosa che ha appena fatto non mi destabilizzi.
«Sono stato al mare quasi tutti i fine settimana», spiega. Normalmente non ha
la pelle così scura ma adesso è bronzeo e i muscoli delle sue braccia risaltano
con il colore che il sole gli ha regalato. «Tu come fai a essere tanto pallida?»
«Niente mare per tutta l’estate con rischio di modifica genetica per questa
vacanza», rispondo abbassando di nuovo la voce. «I miei volevano imbiancare
casa loro e gli ho dato una mano, quindi mi sono giocata un paio di week end».
«Vedremo di evitare una mutazione, penso che possiamo farcela», dice, anche
la sua voce è bassa. «Ma dimmi… perché parliamo sottovoce?»
«Perché non ci senta nessuno», rispondo nascondendomi dietro il cappello e
imitando i detective delle serie tv. Lui lo alza un po’, tanto per mettere i suoi
occhi davanti ai miei, e mi sciolgo. Lo stomaco si contrae imitato da tutti gli altri
organi. Cioè, tutta questa fatica per stare lontana da Michele e non diventare un
ghiacciolo lasciato in terrazza nell’ora di punta e poi mi succede questo con
Tommaso? Come posso salvarmi?
«D’accordo, allora, parliamo sottovoce. Vuoi farlo per tutto il giorno?»
«Non lo so, vediamo che succede», rispondo.
Scrolla la testa e sorride. Visto di profilo i suoi occhi sono piccoli e gli zigomi
alti nascondono il loro bellissimo colore, uno scrigno di luce che ho sempre
desiderato aprire, un tesoro che ho preferito lasciare in balia delle onde in un
oceano che non ho mai solcato.
Non so com’è andata esattamente, se la prima cosa che mi ha colpito è stato il
suo modo di ridere o il fatto che già a dodici anni mi ascoltasse. Forse sono stati
i giorni d’estate al parco, le chiacchiere del sabato dopo essere finiti in scuole
diverse. È stato lento e inesorabile, e quando a quindici anni mi sono accorta che
il ragazzo a cui tenevo tanto, l’amico che rimaneva un punto fermo, mi piaceva
anche fisicamente, è iniziato il dramma e sono finita tra le braccia di Michele.
Ho sempre saputo che nei giorni pari usciva con le bionde e nei giorni dispari
con le more, che non mi avrebbe mai amata e che io non avrei amato lui, che
tutto ciò che faceva era un grido per attirare l’attenzione dei suoi genitori, che
uscire con lui avrebbe finito per farmi male, ma sono andata avanti lo stesso. Ci
vedevamo tutti i giorni a scuola, in biblioteca per studiare, i sabati con gli amici
e tra le scure e le chiare trovò il modo di inserire anche una rossa. Un bacio, una
carezza, qualche parola, una notte insieme a Delfi ed ero finita nella sua morsa.
Come una mosca che cade nella tela del ragno, ero caduta nelle sue grinfie.

Da qui, da questo punto, il mondo ha tutta un’altra forma. Da qui, dall’alto di


questi anni di storia, di potenza, grandezza, miti, democrazia, risulta difficile
pensare che il paese in cui ci troviamo è stato massacrato da una crisi economica
devastante che l’ha messo a terra. Il bianco del marmo risplende sotto il sole e
sembra quasi volerti richiamare all’ordine, volerti ricordare che i tuoi piedi sono
addossati a qualcosa che non puoi provare a capire senza entrarci dentro
davvero. Le cariatidi, da sole, sembrano sussurrare alla gente la storia di questo
palazzo. Le colonne che hanno incastrato al loro interno la divinità per secoli
adesso imprigionano l’umanità con la loro bellezza. Osservo le rovine, giù in
basso, il verde degli alberi, il bianco della metropoli e, lontano, il mare. In
mezzo alla città moderna, sotto di noi, il tempio di Zeus disposto su uno spiazzo
enorme.
Ho il cuore che batte veloce mentre guardo, mentre ascolto Claudia Mori che
ne sa una più del diavolo e che ci riporta alla mente cose che sapevamo, che
abbiamo ascoltato, studiato, ma che abbiamo dimenticato. Specialmente io.
«Non mi ricordavo niente», dico sistemandomi il capello in testa. Un gruppo
di ragazzi mi passa vicino e uno mi fa l’occhiolino. Mi ritraggo un po’, facendo
un lieve salto, e guardo Tommaso.
«Ti ha fatto l’occhiolino mica ti ha calpestato», mi canzona con faccia seria.
Socchiudo gli occhi a fessura e mi metto le mani sui fianchi, poi muovo
l’indice come se stessi per dire qualcosa di molto importante, troppo importante,
che mi sfugge.
«Dicevi che non ti ricordavi niente».
Ah, ecco. «Già».
«Stai iniziando a diventare rossa», fa notare lui guardandomi le gambe.
«Aspetta di vedere in che condizioni sarò stasera».
Camminiamo tra le pietre insieme e rimaniamo in silenzio mentre ci
riavviciniamo agli altri.
«Il tipo che ti ha fatto l’occhiolino continua a guardarti». Alza il mento in
direzione del ragazzo che mi fissa e nei suoi occhi c’è… possibile che sia
fastidio? Quando è nervoso gli si formano delle buffe fossette sulle guance,
proprio come adesso.
«Forse devo dirgli che sono uno gnomo e che di notte mi trasformo in un
troll».
Scrolla la testa e mi guarda. «Per quanto andrai avanti con questa storia?
Comunque, se sei uno gnomo lo sei sempre, non è che puoi cambiare
personaggio a tuo piacimento», ridacchia.
«È colpa di Paolucci e Giusti, sono loro che mi traumatizzano». Da quando li
ho incontrati ieri mattina all’aeroporto fino a due minuti fa, non hanno perso
occasione di chiamarmi gnomo, folletto e pixie per ogni stupida comunicazione
da darmi.
«Continuo a pensare che tu sia una fatina ma non credo sia il caso di dirglielo.
Meglio non spargere la voce», precisa infilando le mani nelle tasche. Mi gratto
una gamba che sta prendendo il colore di un’arancia siciliana e lo guardo mentre
lui sorride sornione.
Martinelli ci fa cenno di raggiungerlo e in pochi secondi tutto il gruppo è
intorno a Claudia che, con i capelli raccolti in una piccola coda, assomiglia pure
lei a un folletto.
«Abbiamo ancora tempo, che ne dite di andare adesso al museo? Dopo pranzo
facciamo una passeggiatina alla Plaka, poi il Foro, l’Agorà…»
«Tanto per non morire di caldo», la interrompe Giusti.
«E comportarci da bravi turisti», lo aiuta Paolucci. Stefano Giusti e Marco
Paolucci sono come il gatto e la volpe, con l’unica differenza che non campano
di elemosina. E che non sono cattivi, anzi, tutto il contrario. Erano i teppisti della
classe, quelli che non potevano star fermi per più di dieci minuti, che avevano
sempre la battuta pronta e che facevano prendere note a tutti per il loro
irrefrenabile bisogno di scomporre la quiete. A scuola se la cavavano un po’
meglio di me, ma non troppo, e nonostante i guai che combinavano erano due
bravi ragazzi. Non bevevano, non fumavano, non erano delle carogne con le
ragazze e non abbandonavano nessuno nel momento del bisogno. Stefano ha i
capelli scuri e mossi e in questi dieci anni non sembra invecchiato più di tanto,
ma Marco inizia a essere stempiato e canuto e ha dei segni di espressione intorno
alla bocca che rendono impossibile non definirlo un trentenne. Se lo guardo
attentamente sembra un coetaneo del Professor Bianchi. Pensandoci bene, è un
coetaneo del Professor Bianchi.
Torno con lo sguardo su Claudia e noto che li sta fulminando con lo sguardo e
Martinelli la copia, così tutti ci zittiamo. «Stasera giretto in centro e poi il resto
di Atene ce lo vediamo l’ultimo giorno», prosegue convinta come se niente fosse
successo.
«Perché l’ultimo giorno?», domanda Elisabetta della E. Ogni tanto si gira a
guardare Tommaso e dal modo in cui lo osserva penso che potrebbe lanciarsi su
di lui da un momento all’altro. La odio.
«Perché a Capo Sounion ci siamo andati l’ultimo giorno, dieci anni fa, e così
faremo. Se non ti sta bene puoi anche fare un giro tutto tuo», risponde Claudia
acida. In questo momento vorrei farle una statua, iniziare un rito celebrativo in
onore della sua sapienza e osannarla per l’eternità.
«Ragazzi, scusate ma… qualcuno ha visto Matteo? Era qui venti minuti fa ma
è scomparso». Pitti richiama la nostra attenzione avvolto in un foulard di seta in
cui penso che si stia squagliando. Era un hipster quando gli hipster non
esistevano ancora, ma questo non rende il suo abbigliamento, e la sua enorme
barba, facili da comprendere, specialmente sotto il sole cocente di Atene, con
quaranta gradi che in mezzo al marmo sembrano sessanta.
Mi guardo intorno, cercando di mettere a fuoco il nostro sudaticcio amico, ma
non riesco a vedere altro che una marea di gente.
«Sarà andato a prendere qualcosa da bere», dice Lorenzo.
«È da ieri che appare e scompare», osserva Michele. Il cuore mi fa un piccolo
balzo ma lo controllo bene e mi concentro sulla folla che come un’onda assale
l’Acropoli. Non mi giro a guardarlo perché non so cosa potrebbe succedere,
inoltre non voglio dargli questa soddisfazione.
Claudia interviene. «Fermi, mi ha scritto un messaggio!» In una mano ha il
cellulare e l’altra è aperta a mezz’aria con il palmo rivolto verso di noi. «Dice
che ha visto un amico e che va a bere qualcosa con lui. Mah, vallo a capire»,
dice rimettendo il telefono nel marsupio.
«Ma che fa?», domanda Roberta in uno dei suoi tanti vestitini. Credo che
esistano poche donne a cui stanno bene come a lei e che non la facciano
sembrare mai fuori posto. «Tommaso, ne sai qualcosa?», chiede.
«No», risponde scuotendo la testa. Intuisco che qualcosa sa, glielo leggo negli
occhi, ma sono l’unica a notarlo e preferisco fingere che sia tutto normale.
Dopo essere andati al museo ed essere sopravvissuti all’enorme quantità di
materiale grazie alle simpatiche spiegazioni di Claudia e Martinelli che insieme
sono una squadra micidiale, mangiamo e continuiamo la nostra visita. Ho le
gambe indolenzite mentre mi muovo per la città e ringrazio di essere stata
lungimirante nell’aver messo le scarpe da ginnastica e non i sandali come la
maggior parte delle ragazze, Anita compresa. Hanno tutte le unghie
perfettamente smaltate e assomigliano a delle donne, a differenza mia che
sembro solo ed esclusivamente una turista, per giunta non italiana.
Vediamo i templi, l’anfiteatro, passeggiamo per Anafiotika, un quartiere che
pare completamente estraneo ad Atene. A bordo del minivan osservo le strade, il
traffico, la bandiera azzurra e bianca che sventola dai palazzi governativi e
percepisco, oggi come allora, la differenza tra la città antica e quella moderna.
Quando rientriamo in hotel siamo stanchi e appena parliamo. Ridiamo, sì,
ridiamo come matti riportando alla mente i ricordi di quella vacanza, le parole
dette, le sgridate prese dai professori che Bianchi si ricorda quasi quanto noi
nonostante da dieci anni gli passino davanti ragazzini che devono ancora capire
cosa fare della loro vita.
Ridiamo, ed è questo il motivo per cui sono qui. Perché voglio ridere, di
gusto, voglio stare bene, e devo ammettere che, fino a quando Michele mi sta
lontano, ridere è la cosa che mi riesce fare meglio.
8

Scappare dai ricordi, fuggire, correre e lasciarli alle spalle per sempre sarebbe un
ottimo modo per smettere di rimanere legata a lui. Lasciarlo definitivamente è
stato come ricevere il bacio del principe ed essere liberata dalla maledizione
della strega. Eppure i ricordi mi raggiungono, veloci, rapidi, spietati, mi
afferrano e mi riportano dove vogliono. Mentre l’acqua mi scorre sulla pelle e si
porta via la stanchezza e la polvere della giornata, la mia mente vaga e riporta
indietro qualcosa che avevo sepolto ben bene nelle profondità del mio essere.
Ma non è Michele. Non è lui che risale la corrente per emergere nell’aria. È
Tommaso.
Era una giornata di gennaio, fredda e buia come può essere l’inverno toscano.
Eravamo al terzo anno e ci trovavamo nel suo letto. Non so come ci eravamo
finiti, perché dalla sua scrivania eravamo passati lì, ma ci stavo bene e non avevo
intenzione di andare da nessuna parte.
Ai tempi aveva ancora i capelli corti e nessun piercing, e io avevo già capito
cosa sentivo per lui. Stavamo guardando un film quando il mio cellulare segnalò
l’arrivo di un messaggio. Era di Giulio, un amico in comune, uno dei tanti
ragazzi con cui ci scontravamo il sabato sera. Mi chiedeva cosa stessi facendo e
non mi sembrava proprio il caso di dirgli che ero da Tommaso, nel suo letto, con
le gambe intrecciate a quelle di lui e la sua mano tra i capelli.
«L’hai già baciato?», chiese con voce arrabbiata quando vide il nome sullo
schermo. Mi spostai appena un po’, tentando di allontanare alla sua vista il
cellulare. Quel suo lato, l’ira nelle parole, il distacco nello sguardo, erano parti
che ancora non conoscevo, aspetti che sarebbero emersi da lì a poco e che mi
avrebbero conquistata come ogni altra cosa.
Feci segno di no senza dire niente.
«Perché no?»
«Perché no», risposi velocemente.
«Ma gli piaci, no? Non fa altro che dire che gli piaci, che aspetta?»
«Me, credo», risposi imbarazzata.
«E tu che aspetti?», domandò ancora voltandosi verso di me.
«Di capire come si fa».
«Cosa?»
Quegli occhi erano già troppo belli, troppo profondi, troppo penetranti.
«Baciare», risposi grattandomi la testa come se fossi stata invasa dai pidocchi
seduta stante, costringendolo a spostarsi. «Non ho mai baciato nessuno», ammisi
diventando rossa come la trapunta del suo letto.
«Mai?»
«Mai».
Le fossette tagliarono il suo viso. «Hai paura?»
Annuii e mi immersi nei miei capelli. Ero imbarazzata e furiosa con me stessa
per avergli fatto una confidenza di quel tipo.
«Vuoi che… vuoi che ti faccia vedere come si fa?», chiese con voce
completamente diversa qualche secondo dopo. Se avesse cantato, avrei detto che
aveva preso una stecca.
Il mio cuore stava impazzendo. «Ti andrebbe sul serio?»
Il mio primo bacio a Tommaso. L’avevo desiderato tanto, agognato,
fantasticato. Ero convinta che non sarebbe mai successo ma nessuno mi vietava
di sognare. Nemmeno la prof. di greco che continuava a mettermi quattro mentre
io immaginavo di prendere otto e di ricevere la corona d’alloro per i servigi resi
a Euripide nella traduzione perfetta di una sua tragedia. Stava davvero per
succedere?
«Sì», rispose lui. Deglutì vistosamente e si sistemò a sedere. «Tu rilassati, va
bene?»
«Non devi farlo per forza. Lo so che non sono carina», dissi muovendo la
faccia in un’espressione contrita.
«Chi l’ha detto?»
«Io», ribattei arrabbiata.
«Zitta, ok? Rilassati e immagina di avere di fronte il ragazzo che ti piace».
Non c’era cosa più facile. Era lui il ragazzo che mi piaceva.
«È così che fai tu?»
«Più o meno».
Fu dolce, dolce come non credevo potesse esserlo. Non solo il bacio in sé, ma
Tommaso stesso. Si fece più vicino, il respiro pesante che sapeva di menta, gli
occhi che mi sprofondavano dentro. Io chiusi i miei, certa che se non l’avessi
guardato sarei riuscita a fingere che non stavo morendo, che quello che stava
succedendo non era la cosa più bella della mia vita.
Aspettò che io aprissi la bocca e fece entrare la lingua. La mia, rimasta
dormiente per anni, si risvegliò e provò a seguire la sua, a muoverla come faceva
lui. Sentii la testa che girava, il respiro che diventava pesante, il sangue che si
spostava da tutt’altra parte e accettai, senza nessuna possibilità di tornare
indietro, che Tommaso sarebbe stato l’unico ragazzo che avrei voluto baciare,
l’unico che avrei voluto toccare, l’unico che avrei voluto amare.
Trattenni le lacrime che riempirono i miei occhi, le ricacciai dentro, nel
profondo, sperando che trovassero uno spazio dove rivivere per sempre quel
momento senza tormentarmi.
Trascorremmo venti minuti a baciarci, ad abbracciarci, a stringerci, a
coccolarci. Fu la voce di sua madre che ci chiamava dalla cucina a interromperci.
«Ecco», disse schiarendosi la voce. Anche i suoi occhi erano lucidi e la pelle
del suo viso stranamente arrossata. «Più o meno è così che funziona», continuò
stringendo i denti. «Però senti… non farti infilare le mani dappertutto, ok?»
«Io… che?»
«Non farti toccare. Insomma, già il bacio è abbastanza».
I miei occhi si spalancarono un po’ mentre con la mano mi spostavo la cesta di
capelli dietro le spalle. «Tu quindi non tocchi le ragazze?»
«È diverso».
«Cosa?»
«Io sono io, tu sei tu», rispose come se fosse tutto chiaro e io non capissi delle
banalità.
«E quindi?»
«E quindi non farti infilare le mani ovunque. Puoi aspettare, no?»
«Sì, posso».
«Sofiii», grida il neonato che è in Roberta. Spalanco gli occhi di botto e mi
imbatto nel presente. «Datti una mossa, sono venti minuti che sei lì dentro! Stai
consumando tutta l’acqua di Atene!»
Anita scoppia in una risata sguaiata.
«Ho finito!», reagisco, chiudo l’acqua e mi avvolgo in un nuovo asciugamano.
È più grande, lungo e largo di quello che ho usato ieri e me lo accaparro per
prima. Il tovagliolo per i Minion lo lascio a una delle due, così imparano.
«Oh merda, Sofi, quanto sei rossa!», esclama Anita quando mi vede. Sistemo
il turbante che a stento mantiene i miei capelli, vado di fronte allo specchio e ciò
che vedo mi disturba. Ho davanti agli occhi il solito gnomo denutrito solo che è
rosso al punto da sembrare dipinto. La fronte è quasi del mio colore naturale
mentre il resto della faccia e del corpo sono terribilmente abbronzati. Assomiglio
al figlio anoressico del Gabibbo.
«Ditemi che non è vero, vi prego».
Anita si mette una mano davanti alla bocca nel tentativo di trattenere una
risata che evidentemente non vuole trattenere, mentre Roberta pare quasi
dispiaciuta per me.
«Perché?», domando senza smettere di guardarmi. Sbuffo e inizio a vestirmi e
Anita si butta sotto la doccia.
«Lasciati i capelli sciolti», dice Roberta mentre passo la matita nera intorno
agli occhi, cercando di dargli un certo tono. «Se li raccogli sembrerai ancora più
rossa, se li tieni giù sarà la prima cosa che si noterà di te. Hai dei capelli così
belli, Sofi, non capisco come tu faccia a non andarne fiera».
«Se è per questo ha anche delle lentiggini bellissime ma lei le odia
profondamente», prosegue Anita dal box.
Divento ancora più rossa a sentire i loro complimenti e per sdrammatizzare
faccio una faccina disgustata allo specchio. Non voglio ammettere che ho un
quantitativo industriale di efelidi che impedisce alla gente di capire che sono
lentiggini e che i capelli si arrotolano tra di loro dando l’impressione che io
abbia i rasta.
«Michele ti è più venuto intorno?», domanda Anita mentre tento di non
appiccicarmi il mascara sulle palpebre.
«Sì», confido, «oggi alla Plaka. Ero dentro un negozio ed è venuto a dirmi che
dobbiamo parlare».
Lei fa un grugnito degno di un orso di montagna. «E tu che gli hai detto?»
«Che non vedo cosa ci sia da dire ma che da qui alla fine della vacanza sono
sicura che ci riusciremo», rispondo.
«Vuoi davvero parlarci?», domanda Roberta.
Appoggio il mascara sul comodino e mi gratto il naso.
«Posso dirvi una cosa?»
«Vai», dice Roberta.
«Non me ne frega molto. No, davvero, ero convinta che sarebbe stato un
incubo e che averlo intorno mi avrebbe fatto male ma non è così. Quando lo
vedo penso a cosa eravamo, non a cosa siamo. Non so come fare a spiegarlo».
«C’entra il fatto che tu e Tommaso siete sempre attaccati?», chiede Anita
sgomitando contro la plastica in cui si è chiusa per lavarsi.
«Non siamo sempre attaccati!»
«Sì, lo siete», replica Roberta mentre si sistema il vestito arancione sulle
gambe. «Hai mai pensato a Tommaso in quel modo, voglio dire, dopo il vostro
bacio?»
Mi gratto con prepotenza un sopracciglio e con più delicatezza la punta del
naso. Mi piacerebbe essere sincera, dirle che ho pensato a Tommaso in quel
modo per tutta la vita, ma se lo ammetto, se pronuncio quelle parole a voce alta,
non tornerò più indietro.
«Non lo so».
Bugia.
«Ti piace?»
«Non lo so».
Bugia.
«Lui ti guarda in modo strano».
«Strano come?»
«Strano come chi pensa a quanto ti vuole baciare ma preferisce non farlo».
Lo sento il sangue che sale, che mi colora le guance, che mi scalda la pelle,
ma rimango impassibile. «Non credo che Tommaso voglia baciarmi», replico.
«Martinelli vuole farlo», interviene Anita.
«Vuole baciare Sofia?», domanda Roberta confusa.
«Ma no, Claudia. Le faceva il filo al liceo?», chiede dalla doccia.
«Non me lo ricordo», risponde Roberta.
«Io nemmeno», preciso.
«Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo. È tutto così leggero,
semplice. Da quanto tempo non parlavamo di stronzate come queste?», domanda
Anita con la sua solita finezza. «Da quanto tempo non ci comportavamo così?»
«Come se lunedì prossimo non dovessimo tornare al lavoro?», chiedo.
«Come se non avessimo quasi trent’anni?», sollecita Roberta. «Forse abbiamo
smesso di farlo troppo presto e ora che siamo qui viene fuori una gran voglia di
spensieratezza», prova a spiegare. «Niente lavoro, niente mutuo, niente Fracchia,
niente uomini assurdi che mirano solo a entrare nel mio vestito».
«Vogliono entrare nelle tue mutande, non solo nel tuo vestito», precisa Anita.
«Sì, anche. Tu non hai questa impressione?», chiede rivolgendosi a me.
Annuisco. «Mi sembra di aver lasciato a casa la me adulta e di essermi portata
dietro una Sofia più…»
«Giovane?», domanda Anita.
«No, solo meno seria. Trascorro le giornate a sistemare i faldoni del mio capo
ed esco con uomini più grandi di me che sono terribilmente noiosi. Qui, invece,
non devo risolvere i disastri di nessuno e non ci sono ragazzi pallosi, ma solo
ragazzi. Mi mancavano Giusti e Paolucci».
«Vero, anche a me! Sono sempre i soliti scemi!», urla Roberta portandosi i
capelli dietro le orecchie.
«E c’è Tommaso, che ti gira sempre intorno», osserva Anita.
«E che ti piace», prosegue Roberta.
«Non lo so», ribatto.
Bugia.
«Secondo me ha una cotta per te da sempre, altrimenti non si spiega perché è
venuto a prenderti a scuola per anni», suggerisce la bionda.
«Non credo», rispondo mesta.
«Sai», dice Roberta mettendosi le mani sui fianchi, «io credo che ci prendiate
in giro da sempre sia tu che lui, ma fingerò di non averlo detto».
«Cosa?», domando con il cuore che mi batte forte.
«Cosa, cosa?»
«Vi prendiamo in giro in che senso?»
«Potrebbe anche essere che si prendono in giro tra di loro, Robi», prosegue
Anita. «Potrebbe anche essere che non abbiano idea di cosa senta l’altro».
«Di che state cianciando?», chiedo furente.
«Ok, magari ne parliamo nei prossimi giorni, eh?», continua la mora dandomi
una pacca sulla spalla.
«Io… no», dico infilandomi le scarpette. Ho un paio di jeans scuri e una
maglietta ancora più scura che spero possano alterare il colore della pelle
facendolo sembrare meno eccessivo. Con la montagna di capelli che mi ritrovo e
il viso della stessa tonalità mi sento quasi un nano della Terra di Mezzo, e per
evitare di assomigliargli troppo decido di mettere anche un po’ di ombretto scuro
per dare l’impressione che sotto ci sia una ragazza.
«Tu no cosa?», chiede Anita uscendo dalla doccia.
Il problema è che non so cosa risponderle.
9

Sono le nove quando finalmente arriviamo ad Anafiotika. Zenas è stato così


gentile da prenotarci un tavolo qui e solo per questo si meriterebbe una mancia
da nababbo. Mi guardo intorno infilando le mani nelle tasche e perdendomi nei
suoni che questo magico quartiere mi regala. Ci è piaciuto tanto, oggi
pomeriggio, e abbiamo deciso di tornarci anche per cena, di passeggiare per le
deliziose strade picchiettate da edifici bianchi e azzurri.
Le ragazze della E sono favolose con la pelle abbronzata e il trucco perfetto e
lo stesso vale per Anita e Roberta. Io sono tutta dello stesso colore e per non
ricordarmelo evito di guardare il mio riflesso nelle vetrine e cerco di capire come
mi sento. Felice e tranquilla perché sono con le mie amiche, lontana dalla
monotonia del lavoro, dalla solitudine del mio appartamento, dalle uscite con
ragazzi che vogliono solo ciò che a me non va di dargli. Ma sono anche confusa,
con un peso sul petto che fatica ad andare da qualche parte e che diventa ancora
più opprimente al pensiero che la causa non è Michele. È un fardello che
aumenta di vigore quando una piccola, ancora più minuta Sofia sfiora con il
pensiero la vera ragione del nodo che si attorciglia con maggiore perizia. Soffio
forte l’aria dalle narici e spero che tutto torni normale ma ho paura che questa
vacanza sarà tutto fuorché normale.
Il ristorante dove mangiamo è delizioso, noi siamo rilassati e l’Ouzo e la birra
passano di bicchiere in bicchiere, e di esofago in esofago, come acqua. Il sapore
di anice del distillato alcolico si sposa bene con gli stuzzichini di polpo, zucchine
e molluschi. Nessuno di noi è un gran bevitore, tranne Michele, forse, ma è
probabile che con gli anni anche lui si sia ammansito, però la serata e il fatto che
nessuno di noi debba guidare fa sì che tutti ci abbandoniamo. Io sono così poco
avvezza agli alcolici che dopo due mini porzioni di Ouzo e mezzo bicchiere di
birra sono già su di giri.
Michele ogni tanto mi guarda ma io riesco a non concentrarmi su di lui e non
è difficile perché gli occhi di Tommaso mi attirano come un magnete. Ride e
scherza con gli altri, Lorenzo è quasi piegato in due dal ridere per una battuta
che ha fatto. Mi sento una stupida mentre lo guardo, mentre mi perdo nel suo
viso e nel suo sorriso, mentre sogno qualcosa che non voglio sognare e che sono
sicura non essere ciò che desidera lui.
Se c’è una parola che descrive Tommaso è sicuramente questa: castano. Ha i
capelli castani con riflessi dorati, corti e ondulati, increspati dalla cera. Le sue
sopracciglia riprendono il tono dei capelli ma sono più strutturate. La pelle
abbronzata è simile al miele. I suoi occhi sono marroni, due castagne chiare che
accolgono tutti i colori del bosco e lo so che sono occhi normalissimi, che non
hanno nulla di particolare, eppure a me sembra che non abbiano niente a che fare
con quelli di tutti gli altri. In questo momento capisco cosa provò Stendhal nella
sua visita alla Basilica di Santa Croce di Firenze.
Sto combattendo contro Michele e la mia stupida mente trova rifugio in un
altro uomo, un uomo che ho sempre desiderato e che ho temuto di non poter
avere mai. Che orribile persona sono. Vedo un bicchierino semipieno di Ouzo,
mi guardo intorno circospetta, lo osservo di nuovo e poi lesta come Lupin in una
delle sue tante rapine lo butto giù tutto d’un sorso. Al che inizio a vedere doppio.
Quando ci alziamo dal tavolo mi rendo conto di avere messo il muso e di stare
un po’ in disparte. A mia discolpa posso dire che l’alcool che ho in corpo mi
trasforma in un essere triste e depresso che, tra l’altro, percepisce un rimescolio
preoccupante nello stomaco. Ho la sensazione di avere un acquario sotto le
costole.
Non sento cosa dicono gli altri riguardo al luogo e all’ora dell’appuntamento.
Lentamente mi allontano dal gruppo perché ho bisogno di stare sola. Che cosa
mi prende? Intendo dire, oltre alla Mythos che mi fa ondeggiare per le strade
come se fossi la piuma di un gabbiano appena riemerso dal mare. Tommaso è un
amico, non posso guardarlo così e non posso volerlo in quel senso perché lui non
mi vedrà mai in quel modo. Mai. Non l’ha mai fatto, probabilmente nemmeno
quando mi ha baciata un anno fa.
Uh, un gabbiano.
No, no, Sofi, torna con i piedi per terra. Non è un gabbiano, è un marsupio
abbandonato accanto a un cassonetto e non puoi toccarlo, mi dico mentre
avanza. Non è un gabbiano, non è un gabbiano. Una mano mi stringe.
Non è un gabbiano.
«Ehi piccoletta, che fai da sola?»
Non c’è nessun altro al mondo che mi chiama così. Un sospiro mi sfugge tra
le labbra quando alzo gli occhi e mi trovo davanti Tommaso. Ha un paio di jeans
rotti sul ginocchio e una maglietta scura da cui spunta un corpo delineato e
abbronzato. Inclina la testa per guardarmi meglio e io mi gratto istintivamente le
gambe.
Gabbiano, Tommaso. Gabbiano, Tommaso.
«Se ti gratti così tanto le gambe non cresci più», dice. Deve essere ubriaco al
punto giusto pure lui. È più che evidente che non sapeva cosa dire e che ha
sputato fuori la prima assurdità che gli è passata per la mente.
Chissà se vede comparire il pellicano che inizia a chiacchierare con il
gabbiano.
«Non cresco più comunque», rispondo arricciando le sopracciglia.
«Ed è un problema?»
«Sono piccola», spiego. Eppure sembra proprio un gabbiano, e quello accanto
un pellicano…
«Sai come si dice, no? Nella botte piccola ci sta il vino buono».
«Ma io non sono piena di vino», ribatto. Sono colma di birra, e quello che non
riempie la birra lo riempie l’Ouzo, ma non possiamo essere così fiscali.
«Che hai? Non dirmi che è di nuovo colpa di quel coglione perché vado a
prenderlo a pugni».
«No», rispondo scuotendo la testa. «Niente a che fare con lui», dico e tento di
sorridergli. Perché fluttua?
«Allora che c’è?»
«Ma non ti annoia starmi intorno quando sono così?»
«No. Di solito quando stai con me ridi, quindi è questione di aspettare, giusto
il tempo di farti tornare il sorriso».
Non sorrido mai quando bevo, nemmeno se i gabbiani mi vengono incontro
sorridendo. Sorride? Il gabbiano sorride!
Scuoto la testa e lo guardo. «Perché lo fai?»
Sorride anche lui. «Perché tu fai ridere me, quindi siamo pari».
«Hai visto come sono rossa?», domando sfregandomi la testa. Gira in modo
strano, gira e gira ancora.
Lui scoppia a ridere e poi si passa la lingua sulle labbra.
«Sì, ho visto. La crema non è servita a molto».
Continuo a sfregarmi e sbuffo.
«Sai che vestita così sembri una ragazzina?», chiede.
«Ah. Pensavo che non mettendo i pantaloncini corti non sarei sembrata
piccola».
Si incammina e io lo seguo. «Ti scoccia sembrare più piccola?»
«Un po’. Non sarebbe male avere un corpo più formoso», dico.
Tommaso infila le mani dentro le tasche e non risponde, così capisco che sì,
quello che ho detto è verissimo e che è arrivato il momento di cambiare
argomento prima di scoppiare a piangere.
«Ho bevuto troppo. Vedo gabbiani al posto di marsupi e divento triste».
«Sofi, ti ho appena detto che non cresci più perché ti gratti le gambe. Sono
ubriaco quanto te».
Annuisco con troppa violenza e il mondo per qualche istante si ribalta.
«Com’è che sei finito in camera con Matteo?», domando una volta tornata
stabile.
«Me l’ha chiesto lui. Mi ha detto che voleva avere in camera uno che non
avrebbe fatto nessun casino e soprattutto nessuna domanda». Sorride e i suoi
occhi con lui. So che sono appena uscita da un campo minato e che se dico
quello che penso mi ci infilerò di nuovo, ma non posso evitarlo. E poi non sono
io a parlare. Dentro di me c’è così tanto Ouzo da aver assunto le forme di un
piccolo ateniese dell’epoca di Pericle.
«Ma che occhi hai, Tommi?», gli chiedo dimenticando ogni convenzione
terrestre. Continuiamo a muoverci in questo quartiere scordato dalla modernità,
siamo vicini come se il mondo si fosse ristretto e posso sentire il calore che
viene dalla sua pelle.
«In senso positivo o negativo?»
«Sono fenomenali. Io ho questi cosi enormi color cacca. Facciamo cambio?»,
domando per non focalizzarmi troppo sul marrone che mi risucchia.
«Color cacca?», chiede stupito.
«Cacca, sì. Ti viene in mente altro?»
«Sì, verde bosco», risponde con finto disinteresse. Spero tanto che sia finto.
«Il verde bosco è acceso. I miei sono verde vomito».
Ride e io con lui, ma quando sento le sue dita sulle mie mi si ferma il respiro e
il sorriso diventa un’espressione di puro panico. Mi tira verso di sé e mi porta a
sedere su uno scalino, lontano dagli occhi della gente. «Secondo me sono verde
bosco», continua. «E stasera, rossa come sei, risaltano ancora di più», sussurra.
La mia bocca si apre e forma un tondo perfetto, un tondo che non riesco a
riempire con l’aria. È serio, serio come riesce a diventare solo quando pensa ad
altro, quando la sua mente si assenta dal mondo, e mi scruta per qualche istante.
Il suo indice percorre, dolcemente, i contorni della mia bocca e non so cosa mi
passa per la testa, non lo so, ma io la socchiudo e ce lo incastro dentro, poi gli do
un lieve bacio.
Lui deglutisce e lascia il dito lì, io chiudo gli occhi e mi chiedo cosa dovrei
fare. Quando li riapro continua a guardarmi e gli do un altro bacio.
«La birra sta facendo effetto», mormora.
«Sì». Una mano che esce dal mio corpo, ma che non è assolutamente guidata
dalla mia mente, si appoggia sul suo braccio e scorre avanti e indietro. Tutto
quello che faccio non è gestito da me, o dalla mia razionalità, ma dalla birra, o
dal piccolo ateniese, ne sono sicura, altrimenti non potrei spiegare perché mi
avvicino tanto a lui, al punto da avere la bocca a pochi centimetri dal suo collo.
E non potrei nemmeno spiegare perché gli deposito un bacio sotto la mandibola,
e poi sulla vena del collo e poi – maledizione, cosa sto facendo? – perché gliela
lecco.
Un ringhio esce dalla sua gola e mi vibra sulla lingua. Le sue mani si
appoggiano sui miei fianchi e mi adagia sulle sue gambe. Con le dita si intrufola
tra i miei capelli e con la lingua fa la stessa identica cosa che ho fatto io, ma
quando la fai lui perdo qualunque contatto con l’universo. Mi esce un gemito e
sento che si irrigidisce senza smettere di passarmi la bocca sul collo, sulla
mascella e di darmi baci che mi tolgono il respiro. Le mie dita iniziano a
muoversi sul suo torace, si muovono sul suo petto e mi viene naturale sistemarmi
meglio a sedere su di lui e guardarlo negli occhi. Ansimiamo, uno davanti
all’altro, nemmeno ci fossimo baciati.
«Tommi, non so che mi è preso», sussurro a occhi appena aperti. Con la mano
continua a massaggiarmi la nuca e mi rendo conto di pregare che non smetta di
farlo.
«Non lo so nemmeno io», mormora con la bocca rasente alla mia.
Sto per baciarlo, sono terribilmente vicina a dargli un bacio quando Pitti ci
compare alle spalle. «Stiamo aspettando solo voi».

Nel minivan non ci consideriamo. Siamo sconvolti da quello che è appena
successo e non riusciamo a guardarci negli occhi. Questo è Tommaso, penso
mentre l’occhio mi cade sulla sua mano. Il mio Tommaso, il mio amico
Tommaso, quello che mi ha baciata e che poi ha fatto finta che non fosse
successo niente, quello che conosco da una vita, quello che mi è sempre
sembrato irraggiungibile.
Cosa sto combinando? E soprattutto, perché? Ora che non ci sono gabbiani e
pellicani la consapevolezza di ciò che è successo mi aggredisce. Alla fine sono
io che ho dato inizio ai giochi e l’ho fatto rendendomene appena conto. La
tristezza che mi conteneva come un guscio si è disintegrata con la sua voce, con
il tocco della sua mano. È questo che intendo quando dico che accende. Accende
la luce che io spengo, che le leggi divine tolgono all’umanità. Accende una
fiammella e illumina ciò che mi sta intorno. Illumina me.
Durante il viaggio evito di scontrarmi con i suoi occhi e prego che Pitti non
dica niente a nessuno. Non è un gran chiacchierone e sono sicura di potermi
fidare di lui ma l’idea che tutti sappiano cosa è successo, che Michele sappia
cosa è successo, mi fa venire la nausea.
Arriviamo sotto l’hotel, aspetto che gli altri salgano e trattengo Tommaso per
la mano. Continuo a fare tutto tranne soffermarmi sul suo viso anche se so che
tra poco dovrò tirar fuori la mia maturità e affrontarlo.
Anita e Roberta mi guardano mentre salgono e io faccio loro un cenno perché
capiscano che le raggiungerò. Adesso devo sistemare la brutta situazione in cui
mi sono infilata.
«Tommi, mi dispiace. Non volevo fare…»
«Cosa? Non hai fatto niente», reagisce. I segni intorno alla sua bocca sono più
evidenti e capisco che i suoi denti si stanno scontrando.
«Io…»
«Hai fatto quello che ho fatto io, piccoletta. Stai tranquilla, va tutto bene».
Sposto il peso da una gamba all’altra e per la prima volta dal contatto mi
scontro con gli splendidi occhi castani. Mi guardano dolcemente e mi scaldano,
scaldano l’inverno che ho dentro il cuore da troppo tempo, sciolgono i ghiacciai
che le tempeste hanno innalzato e i mari creato.
Zenas ci fa un cenno con la mano e riparte, lasciandoci immersi nel rumore
della città che vibra sotto la calura estiva.
«Lo so che non sono il tuo tipo», butto fuori rapidamente. Sto cercando di
mordermi la lingua, di staccarla affinché smetta di fare di testa sua, ma non ci
riesco. Forse essere Godzilla non basta, devo trasformarmi in un mostro ancora
più potente. Un tirannosauro potrebbe essere la soluzione definitiva.
I suoi occhi fanno una cosa strana, si socchiudono rapidamente e le fossette
sul viso si fanno più pesanti. «Non dire cose che non sai, folletto». La sua voce è
dura ma cerca di sorridere e rilassa i muscoli del viso.
«Sono uno gnomo». Contraggo il viso e fingo di avere un’espressione
rabbiosa.
«Niente male, uno gnomo e un… orco?», domanda titubante.
Mi metto a ridere e la tensione che sento dentro cala, ma dura pochissimo. Ho
una gran voglia di riprendere da dove ci siamo interrotti e quando la sua bocca si
appoggia sulla mia fronte il desiderio di lui aumenta.
«Dài, andiamo a dormire», dice. Mi abbraccia e mi stringe forte tra le braccia
e credo sia la prima volta da quando lo conosco che mi gusto ogni singolo
centimetro della sua pelle senza costringermi a immaginare che sia quella di un
drago di Komodo.
«Scotti, Sofi».
Non sai quanto, vorrei dirgli, ma chiudo gli occhi e cerco di raffreddarmi.
«E fai scottare me», sussurra al mio orecchio.
Occhi e bocca si aprono all’improvviso e un campanellino mi suona
all’orecchio. Un campanellino? Sto davvero diventando una fatina. No, si tratta
solo dell’Ouzo e del piccolo ateniese che parla di filosofia con un branco di
gabbiani e pellicani che suonano un qualche strumento a corda.
«Che ci sta succedendo?», domando con il cuore che batte forte.
«Forse dobbiamo solo dormire, che dici? Dormiamoci sopra e vediamo
domani. Senza birra sono sicuro che funzioneremo meglio».
Certo, come no.
10
Terzo giorno

Non posso dormire. Provo a chiudere gli occhi ma loro si riaprono e mi ritrovo
davanti quelli caldi e profondi di Tommaso. Sento ancora l’energia che ho
provato mentre ci coccolavamo, mentre le sue mani mi toccavano i capelli,
mentre mi diceva che lo facevo scottare.
Salto sul letto e accendo la luce. «Ragazze, dormite?»
«No», bofonchia Anita.
Soffio un paio di volte e prima che possano svegliarsi del tutto butto fuori una
mezza verità. «Tommaso è… bello, no?»
Una mezza verità sfocata e imbellettata. Tommaso è bello, ma non è solo
bello. È tutto. È il mio Tommaso.
Anita scoppia a ridere e Roberta si alza togliendo la mascherina con cui dorme
tutte le notti.
«È bello», continuo. Ho sempre cercato di non dirglielo. Di non dirlo a loro, a
mia madre, a me stessa. Ogni volta che ci pensavo mi convincevo che non lo
pensavo davvero e tutto andava bene. Non so perché non ci riesco più, perché da
quando siamo arrivati in questo paese la mia forza di volontà e il mio modo di
approcciarmi al mondo siano così precari.
«Per te tutti sono belli, anche il cesso è bello. Hai una strana visione delle
cose», precisa Anita.
«Sì, è vero, ma Tommaso è bello sul serio», proseguo. Non posso credere che
lo sto dicendo a voce alta.
Roberta sbadiglia. «E siete amici da tutta la vita».
«E gli piaci», dice Anita.
«Quanto fa caldo! Ma perché fa così caldo?» Salto di nuovo sul letto e
arrotolo le coperte.
«Perché tu sei accaldata per altro, tesoro!», urla la bionda.
«Piano, Ani, è l’una! Ci buttano fuori», protesta Roberta richiamandoci
all’ordine. Lo vedo dal modo in cui sorride che questa situazione la diverte da
morire. Ci riporta indietro nel tempo, quando potevamo parlare di ragazzi e baci
in mezzo alla notte senza pensare che il giorno dopo la sveglia sarebbe suonata
alle sei e mezzo.
«Ok, che è successo?»
«Niente. Cioè, forse è successo qualcosa. Voglio dire…»
«Adolescente, esci da questo corpo!» Anita sale sul letto e artiglia la mano,
sul suo viso compare un’espressione contrita che la fa sembrare seduta sulla
tazza. È uno spettacolo vederla così carica e sorridente. Il buonumore e la gioia
di vivere in questi giorni le sono rimasti lontani come ex fumatori dalle sigarette.
«Stai per fare la cacca?», domando.
«Dài, scema! Smetti di parlare come una ragazzina che non trova le parole e
dicci cosa hai combinato».
Abbasso la testa e stringo forte gli occhi. «Gli ho leccato il collo e gli sono
salita sopra», confesso rapidamente.
«Cosaaa?», grida Roberta dimenticando tutto il suo buon senso.
«Lui mi ha preso di peso e mi ha messo a sedere sulle sue gambe e poi ci
siamo leccati. Maledizione, detto così fa schifo!»
«Non si dice maledizione, si dice cazzo!», mi corregge Anita.
«Ok, cazzo. Detto così fa schifo ma vi giuro che è stata la cosa più dolce che
mi sia mai successa».
Ormai siamo sveglie e potremmo andare avanti tutta la notte. Potremmo
invitare in camera nostra il quartiere intero, trasformare le lenzuola in vestiti e
dare un Toga party in stile college americano.
Roberta sorride. «Quando vi siete baciati l’anno scorso com’è stato?»
«Così, più o meno».
Bello, bellissimo, ma non voglio dirlo, e non voglio neanche pensarlo, eppure
mi perdo nel ricordo. Faceva un freddo terribile. Forse fu l’offuscamento polare
che spinse Tommaso a superare la sciarpa e a raggiungere le mie labbra. Fu un
bacio lungo, di quelli che ti succhiano l’anima per farla volteggiare nell’etere
perché la felicità è troppa e il corpo non è abbastanza. Durò un tempo infinito,
persi la cognizione del…
«Torna qui, gnomo malefico!», mi riprende Anita.
«Ok, è stato un bacio favoloso», rispondo tornando con i piedi per terra, «ma
ora, insomma, nemmeno ci siamo baciati eppure mi sembra di impazzire».
Allora sentii lo stesso desiderio, la stessa energia, lo stesso calore, ma avevo
una forza di volontà solida come una roccia. Peccato che adesso sia stata erosa
dal vento greco e dai tre frappè che ho preso nell’arco della giornata. È
interessante che il frappè in questo paese sia solo al caffè. È composto da caffè
istantaneo, acqua, zucchero, ghiaccio e, volendo, latte. Io lo prendo sempre con
il latte. Si beve in bicchieroni di plastica con il coperchio e si sorseggia tramite la
cannuccia. Veramente niente male.
«Hai voglia di lui?», domanda Roberta distraendomi. Come ho fatto a pensare
al frappè adesso?
Mi copro il viso con la coperta e il mio cellulare vibra.
«Chi è?», domanda Anita.
Prendo il telefono dal comodino e leggo il nome di Tommaso. Alzo gli occhi
sulle mie amiche e giro lo schermo affinché vedano il mittente.
«Dài, leggilo!», esclama felice Roberta.
Clicco sull’icona verde e si apre la foto di uno gnomo.
“Tanto per essere chiari, questo è quello che vedi tu”.
Continua a digitare e non rispondo alle due arpie che cercano di estorcermi
informazioni nemmeno fossero agenti segreti della Cia che interrogano un evaso.
Mi arriva un’altra foto e questa volta è quella di una fatina. È dolcissima, ha i
capelli rossi come i miei ma lisci, raccolti da una parte, con dei fiori bianchi
incastrati in mezzo. Ha la pelle bianca come l’avorio e sembra una bambola.
“Questo è quello che vedo io”.
Rimango a bocca aperta, incapace di fare e dire qualunque cosa, e inizio a
diventare rossa. Anche le mie dita dei piedi si imbarazzano.
Anita salta sul letto e acchiappa il mio cellulare. «No! Non posso crederci!»
«Fa vedere», dice Roberta. «Sofiii!», esclama poi.
Arrotolo i capelli in una crocchia che si smonta l’istante dopo e deglutisco.
«Ridatemi il cellulare e fatemi leggere», sollecito, poi mi gratto il petto con
troppa violenza. Mi ricordo improvvisamente che ho la pelle scottata dal sole e
che basta niente per irritarla, me ne accorgo quando il fastidio ha già raggiunto
l’apice ma sono troppo presa per dargli importanza.
Riprendo il cellulare e leggo quello che mi ha scritto per una, due, tre volte.
«E adesso?»
«Devi rispondergli. Perché tu vuoi rispondergli, vero?», domanda Roberta
sistemandosi nella sua camicia da notte di seta.
«Sì, ma che gli dico?», chiedo mentre rileggo ancora quello che ha scritto.
Quattro, cinque, sei volte. Ho trent’anni, maledizione, non dovrei farmi dire da
loro cosa rispondere!
Anita suggerisce di scrivergli grazie, Roberta di fargli un complimento, Anita
ribatte incitandomi a dire qualcosa di sexy, Roberta la riprende raccomandandosi
di non esagerare. Io me ne frego di tutto ciò che propongono e inizio
mandandogli un’emoticon con le guance rossissime, poi cerco la foto di un orco
e gliela invio.
“Tu sei molto più carino di questo tizio, ma lo sai già”.
Quando ho finito di digitare butto il cellulare sul pavimento.
«Gli hai scritto?», chiede Anita.
«Faccina imbarazzata, foto di un orco. Poi gli ho detto che è molto più carino
di quel coso ma che lo sa».
«Wow», esclama Roberta. «Riesci sempre a fare il contrario di quello che ti
diciamo, eh?»
Mi stuzzico il naso rapidamente, fisso il cellulare e poi guardo le mie amiche.
«Che gioco sto facendo?»
«Il tuo gioco, la tua vita. Goditela, sei in vacanza. Se anche non dovesse
essere come vuoi, che te ne frega?», suggerisce Anita.
No, niente. Non farebbe per niente male e mi riprenderei in un secondo.
Sarebbe facile come scalare l’Etna durante un’eruzione, come raggiungere le
profondità della Terra con una Vespa 50 Special o come giungere in Brasile a
nuoto. Nessun dolore, nessuna disperazione, nessuna perdita.
«Non vorrai mica dirmi che per Tommaso senti qualcosa di diverso rispetto a
tutti gli altri con cui sei stata?», domanda Roberta.
«Tutti», bofonchio. «Non sono stata con così tanti uomini».
«Non intendevo che sono tanti, stupido gnomo, non cambiare argomento. È
diverso?»
Contraggo la faccia fingendo di mettermi a piangere e mi butto di testa sul
cuscino. Sì, è diverso, certo che è diverso, lo è sempre stato. Tommaso è
Tommaso, e il mio stomaco si è sempre contratto, il mio cuore ha gridato, la mia
testa ha parlato. Il mio corpo ha provato in ogni modo possibile a dirmi cosa
significava Tommaso ma io ho scelto di non ascoltarlo.
Ho capito cosa sentivo per lui a quindici anni. Non sapevo nemmeno cosa
fosse l’amore, quanti significati nascondesse quella parola, eppure avevo capito.
Capire. Si può davvero capire cosa ti succede quando sei triste se lui non c’è,
quando lo cerchi tra la folla, quando il suo odore ti assale pure se non è presente?
Capire perché il cuore batte forte, perché la sua voce popola i tuoi sogni, le sue
parole riempiono le tue notti. Capire. Come se si potesse capire quanto male fa
non poterlo avere. Guardarlo. Immaginarlo. Desiderarlo. E non averlo mai.
Si può, e da allora non è mai cambiato niente.
Il telefono vibra e rischio di mettermi a piangere sul serio.
“Sentirlo da te fa tutto un altro effetto. Buonanotte, piccoletta”.
Mi sento morire.
11

Mi sveglio pensando a lui. Al modo in cui sorride, alle linee che si creano
intorno alla sua bocca, alle sue battute, a come mi prende in giro per l’altezza.
Penso alle sue braccia che mi stringono, alle chiacchiere sopra la sua Vespa,
alle risate dopo un esame, alle sue idee sul mondo. Rivoluzionario fino all’osso
da ragazzino, impetuoso quando qualcuno entrava nei suoi spazi. Distaccato
dall’umanità pur rimanendo connesso. Mi sveglio con la sua voce nelle orecchie,
il suo sguardo negli occhi, le sue parole nella mente. Mi sveglio con lui che
bussa alle porte del mio cuore.
Ieri sera, dopo aver continuato a parlare per altri venti minuti e aver deciso
che non rispondergli sarebbe stata una buona idea, abbiamo spento la luce e ci
siamo addormentate. Io ho finto di farlo e sono stata così brava che dovrebbero
nominarmi per gli Oscar e assegnarmene pure uno, ma non c’è bisogno che lo
faccia presente alle mie amiche.
Scendiamo di sotto per fare colazione prestissimo e insieme ad alcuni del
nostro gruppo che non riescono ad aprire gli occhi tanto sono tormentati dal post
sbornia ci sono delle coppie di turisti che probabilmente sono in piedi dal 1987.
Tommaso non è ancora arrivato e sto per tirare un sospiro di sollievo quando
vedo venire verso di me Michele. Contraggo la faccia e penso che se continuano
di questo passo la vacanza mi consumerà completamente. Anita mi si mette
davanti con foga e rischia di fondersi con il mio corpo dando vita a un incrocio
tra una modella e un uovo.
«Sofi, buongiorno», dice il biondino con voce suadente. I tatuaggi che gli
spuntano dalla maglietta sono neri e prepotenti e ho paura che si avvinghino
intorno a me come tentacoli. Sposto lo sguardo sui suoi occhi scuri, occhi che mi
chiamano. Non rispondo, ma loro non smettono di invocare il mio nome.
«Ciao», lo saluto.
«Dovrei davvero parlarti», continua.
«Adesso?», domando mentre Anita soffia nemmeno fosse un bue.
«Ani, ti sposti?», domanda Michele guardandola intensamente. È uno sguardo
profondo e forte, uno sguardo che potrebbe annullare tutto quello che c’è intorno
a noi. Michele non ha mai guardato nessuna ragazza in questo modo, tranne me.
Pensandoci bene non sono nemmeno sicura che lo abbia fatto con me. Mi
domando da quando tra loro ci sia questo rapporto di odio e amore ma non mi do
nessuna risposta. L’unica cosa che devo fare adesso è tenerlo lontano.
«No, stronzetto, scordatelo. Lasciala stare», replica lei. Io mando gli occhi al
cielo, faccio un sorriso forzato e vado verso il tavolo dove una distesa di dolci e
pane mi attende. Fanculo a Michele, ad Anita e ai turisti, io ho una fame
terribile. Ieri sera ho mandato giù qualche forchettata di insalata greca, per
pranzo avevo mangiato la stessa cosa e lo stato di agitazione in cui mi sono
trovata durante la notte mi ha fatto bruciare miliardi di calorie. Devo
assolutamente mangiare.
Riempio il piatto con tutto quello che mi viene in mente e non faccio caso ad
Anita che battibecca con Michele per tenermelo lontano. Porto alle labbra la mia
tazza di caffè americano e immagino che sia un meraviglioso macchiato con
tanto di cuoricino disegnato sopra. Chiudo gli occhi e deglutisco ma l’illusione si
scontra con la realtà, e la realtà è che preferisco bere un caffè greco piuttosto che
un americano. Non riesco proprio a farmelo piacere. Ne mando giù un altro
sorso e alzo la testa. Tommaso è appena entrato. La barba castana sul suo mento
si è fatta più fitta, i capelli sono arruffati e ne evidenziano la personalità. Con
disinvoltura e uno sguardo strafottente che lo rende ciò che è attraversa lo spazio
che ci separa e viene a sedere accanto a me. Appoggia il gomito sul tavolo e mi
guarda in quel suo modo, quello che toglie l’ossigeno e satura l’aria di sostanze
difficili da respirare.
«Ti piace il caffè americano?», domanda prendendomi la tazza dalle mani.
«Non è un granché», continua sorridendo. Sembra che ieri sera sia lontano, un
contorno sfocato, una stella coperta dalle nuvole.
«Lo so», rispondo. Tutta la mia fame è scomparsa, e anche Roberta. Come ha
fatto a dileguarsi?
«Già», prosegue. Posa la tazza e addenta uno dei dolcetti che mi sono messa
nel piatto. «Tu non mangi? Dovresti».
«Ti sembro denutrita?», chiedo seria.
Alza gli occhi al cielo. «Chiudi quel becco da gnomo e mangia», dice
portandomi alle labbra un pezzo di dolce. All’improvviso le emozioni di ieri mi
tornano in mente e divento rossa quanto la tovaglia che ricopre il tavolo. Se
fosse successo un mese fa, o anche tre giorni prima, il rossore sarebbe
scomparso nel giro di poco e mi sarei rilassata pensando che era la nostra
normalità, ma dopo ieri, e l’altro ieri, è la missione più impossibile di tutte le
missioni impossibili. Vorrei proprio vedere come se la caverebbe Tom Cruise.
«Mi farai pentire di essere venuto qui, sai?», chiede mentre con la bocca
aperta aspetta che io dia un morso a quello che mi porge.
«Perché?», domando passandomi la lingua sulle labbra.
«Perché se continui così è un casino», dice chiudendo gli occhi. Io spalanco i
miei e mi guardo intorno per vedere se c’è qualcuno che ci osserva ma nessuno
ci presta attenzione.
Tutta la nostra naturalezza sembra scomparsa. Lo so che c’è, da qualche parte,
e che lui non si sta comportando in modo tanto diverso dal solito. A parte la voce
roca. E le carezze. E i messaggi. E il modo in cui mi guarda.
Mi sforzo di fermare la mente e do un morso al dolce che tiene tra le mani
evitando di toccargli le dita, poi, prima che possa farlo di nuovo, prendo il piatto
e inizio a mangiare. Continuiamo così, senza dire niente, guardandoci di tanto in
tanto e sorridendoci sotto i baffi. Quando mi alzo per andare nella mia stanza i
suoi occhi si soffermano per qualche istante su di me. Scuote la testa e sorride.
Non gli chiedo cosa pensa né mi soffermo per vedere cosa succede. Vado veloce
verso l’ascensore, pregando che non salga e allo stesso tempo che salga. Lo
spero così tanto che aspetto qualche secondo prima di premere il numero due.
Entro in camera grattandomi la testa in modo scomposto e filo al bagno per
lavarmi i denti. Roberta fa capolino dalla porta e mi guarda.
«Quanto pensi che ci metterete a finire a letto insieme?»
«Io non sci boglio finire a letto inscieme», rispondo con lo spazzolino in
bocca.
«Ah no?», chiede.
Faccio di no con la testa e sgrano gli occhi. «Maledizione, quanto mi piace»,
mormoro dopo aver sputato l’acqua. L’ho detto. L’ho ammesso. Ho confessato a
voce alta ciò che mi porto dentro da vent’anni. Sono definitivamente finita.
«Oh merda!», esclama Anita entrando in bagno e facendo ondeggiare la coda
di cavallo.
«Ti piace davvero?», domanda Roberta. «Lo conosci da quanto, tutta la vita?
E ti accorgi adesso che ti piace?»
Ma certo che no! Lo so da sempre, però fino a quando non si è trasformato in
un vasetto di crema alla nocciola dalle dimensioni giganti che mi chiama e mi
lecca me la sono cavata alla grande. Cosa gli è preso?
«Perché?», piagnucolo.
«Ok, calmati, fare tutta questa pantomima non ti servirà a niente», continua la
moretta. «Che ti prende? Quando si tratta di uomini sei la più tosta!», afferma la
bionda.
«Perché non me ne frega niente», riconosco, ed è la verità più pura, cristallina,
la verità che puoi trovare solo in un ruscello di montagna dove scorre l’acqua di
un ghiacciaio. Se esco con un uomo non mi agito, non mi chiedo dove andremo,
non mi preoccupo dell’abbigliamento. Spero solo che mi faccia ridere, che non
sia pazzo e che non voglia portarmi a letto al primo appuntamento. Non è come
con Tommaso. Con lui sarà un massacro e io non riuscirò a riprendermi. Per
Tommaso potrebbe essere un gioco, questo, e se non esco dalla partita finirò per
essere uno straccio degno dei peggiori pavimenti dei bar del mondo.
Mi sciacquo la bocca e sbuffo cercando di buttare fuori il troppo che ho
dentro, le paure, le ansie, il dolore, le paranoie che porto con me ovunque, ma è
difficile. Sembra che questa vacanza abbia davvero tirato fuori la piccola Sofia e
più cerco di ricacciarla dentro più lei punta i piedi per uscire. Punta i piedi, mi
sputa sulle scarpe, mi fa il dito medio, mi prende a pugni. È l’adolescente che
non sono mai stata e che vuole prendersi la sua rivincita.

Oggi è il turno del Peloponneso, una penisola ricca di luoghi magici che ci
lasciano a bocca aperta. Vediamo Corinto e il suo canale e ci emozioniamo come
bambini quando una nave, trainata da una barca più piccola, lo attraversa. Lo
strapiombo rende il colore dell’acqua scuro, quasi nero. La guida dice che il
primo a pensare alla possibilità di un canale per collegare il golfo al Mar Egeo fu
Nerone, ma che venne tracciato solo nel 1983.
Per i pochi secondi in cui Tommaso va a fare due battute con gli altri ragazzi
sono completamente presa da ciò che leggo. Poi lui torna e tutto riprende. Non
facciamo che contemplarci, sorridere, toccarci. Parliamo. Parliamo di
stupidaggini e poi ci facciamo avvinghiare dalla vita, dalla sua serietà, dai suoi
problemi, apriamo uno spiraglio verso la routine di tutti i giorni e discutiamo
dell’esistenza che, come sempre, suona il campanello nei momenti meno
opportuni. Ma non è un campanello quello che trilla nella mia borsa. È il
cellulare. Sono costretta ad allontanare la mano da Tommaso e a frugare nella
sacca per pescarlo. Sfioro lo schermo con l’indice e compare il nome di Simone.
Che vuole ora?
«Simo, ciao».
«Sofia! Tu non puoi farmi questo!», esclama con il fiatone. «Non puoi
andartene in ferie!»
Appoggio la testa sul sedile, seccata, e sistemo il cappello.
«Simone, tecnicamente non sono in ferie. Il contratto che mi hai fatto non
prevede ferie. Non mi stai pagando, te lo ricordi? Contratto a progetto e tutta
quella roba lì».
«Non puoi abbandonarmi», continua. È probabile che non abbia sentito una
parola di ciò che ho detto. Da quanto boccheggia credo che sia nel pieno di un
attacco d’ansia.
«Che succede?»
«Quella Tania non ha idea di come fare il tuo lavoro!»
«Si chiama Tiziana e sa benissimo come fare il suo lavoro».
Tommaso non ha smesso di fissarmi per un istante. Ruota il bacino sul sedile e
vi si appoggia di spalle per poter stare girato verso di me. È evidente che sta
scomodo ma non sembra farci molto caso.
«Tatiuscia non sa dove sono i faldoni!» Il mio capo ha una malattia per i
faldoni. I suoi problemi di ansia sono tutti correlati ai faldoni. Da quando ha
smesso di prendere l’ansiolitico mi scrive messaggi anche in mezzo alla notte
per sapere dove sono. Dovrebbe andare da uno psicologo ma lo ammette solo
quando è in piena crisi, come adesso. Nel momento in cui torna l’uomo tutto
d’un pezzo che vuole essere, ride in faccia a chiunque glielo proponga e si
sistema la giacca.
«Tiziana, si chiama Tiziana. Di quali faldoni parli?»
Tommaso fa un sorrisetto e mi toglie il cappello.
Simone spiega cosa sta cercando e faccio una fatica incredibile ad ascoltarlo.
Il ragazzo castano davanti a me gioca con i miei capelli e mi confonde. Prende
un piccolo ciuffo e lo tira delicatamente, lo lascia cadere, ne prende un altro,
ripete il gesto e va avanti per tutta la telefonata.
Dopo aver spiegato all’ansiogeno dov’è il materiale che cerca, ovviamente
posizionato nel solito luogo, lo prego di fidarsi di Tiziana, che adesso è
addirittura diventata Taspiana, e lo saluto sperando che nei prossimi giorni
riuscirà a cavarsela senza di me. Chiudo il telefono sbuffando e Tommaso tira il
ciuffo un po’ più forte per attirare la mia attenzione, come se ne avesse bisogno.
Non so nemmeno dove stiamo andando tanto sono presa dai suoi occhi.
«Crisi evitata?»
«Crisi evitata», rispondo sorridendo. «Starà facendo vedere i sorci verdi alla
povera Tiziana».
«Di solito lo fa con te, che ti importa di lei?»
«Io lavoro per lui da tre anni, lei da due mesi. Ci vuole un po’ di tempo per
abituarsi a Simone. Non tutti sono fortunati come te», replico riferendomi al suo
lavoro. Come grafico freelance non deve rendere conto a nessuno delle sue
scelte, tranne ai suoi clienti. Non che sia meglio, ma almeno non ha un capo che
perde la testa alla sola idea di non sapere dove sono i documenti che si trovano
sempre nello stesso posto, da anni.
Ridacchia e tira ancora. «Ti faccio male?»
«No».
Tira ancora e ride, ride e tira ancora. «A che punto siamo, secondo te?»
«Non so, forse stiamo per arrivare».
«Fa niente, ho voglia di abbracciarti lo stesso», dice. Sfila le dita dai miei
capelli e mi stringe contro la sua spalla. Appoggio le mie mani su di lui e chiudo
gli occhi.
«Che hai fatto al polso?», domanda.
Guardo la mia mano e la macchia scura che dalla base del pollice si sviluppa
sul braccio. È un alone leggero ma i suoi occhi attenti non lo perdono.
«Anita e Michele hanno prese consistenti», rispondo sorridendo ma da come
si irrigidisce capisco che per lui non è altrettanto divertente.
«Che vuol dire?»
«Tommi, ti ricordi di quella volta in terza media, quella in cui hai premuto
l’indice sulla mia pelle per vedere dopo quanto sarebbe uscito il livido? Ti
ricordi che dopo due minuti ti sei annoiato e hai detto che non c’era niente? Ti
ricordi che…»
«La sera era nero come se ti avessi disegnato un cerchio sulla mano con un
pennarello».
«Esatto. Anita mi ha semplicemente tirato prendendomi per il polso».
«Carina», dice in tono ironico. «E lui?» Mi sposta i capelli dal viso e si
avvicina a me.
«Ha cercato di spostare la mano dal tatuaggio», spiego.
«Che coglione», prosegue scuotendo la testa.
«Non è stato Michele, è stata Anita. Ma non è nemmeno colpa sua. È la mia
pelle che è delicata».
Parliamo sottovoce, intorno a noi sono tutti impegnati a ridere e a
chiacchierare quindi nessuno ci sente.
«Perché non volevi che lo vedesse? Il tatuaggio, intendo».
«Perché avrebbe potuto pensare che riguardava lui, ma non è così».
«No?»
«No».
Spero che non mi chieda altro ma non sembra intenzionato a fermarsi.
«Perché avrebbe dovuto pensarlo?»
«Perché, tanto per cominciare, è egocentrico. E poi perché ha qualcosa di
simile anche lui».
«Una chiave?»
«Non proprio».
Due piccoli fossi si delineano sul suo viso e per distogliere l’attenzione dal
tatuaggio, e soprattutto da Michele, gli do un delicato morso sul braccio. Ha la
pelle che sa di buono, un sapore che ricorda tutti i meravigliosi dolcetti greci. E
io non ho assolutamente voglia di baciarla.
Niente.
Nessuna. Voglia. Di. Baciarla.
Aiuto.
12

A Epidauro proviamo, uno per uno, a parlare dal fondo del teatro godendoci la
perfetta acustica, poi ci facciamo strada tra la folla di Micene.
L’ingresso è assolato e sotto il disco di luce che fa sudare, i due leoni sulla
porta ci permettono di entrare e di passeggiare tra le rovine di un antico passato.
Martinelli racconta che questi animali probabilmente erano il simbolo della
casata reale micenea. Ci spostiamo verso la Tomba di Agamennone, o Tesoro di
Atreo. Il corridoio lungo e largo conduce a un enorme quadrato nero. L’oscurità
si dipana ed ecco la porta. L’interno è circolare, vuoto. La sensazione di potenza
che sprigiona dal suo fulcro è incredibile.
Infine Olimpia, dove dieci anni fa corremmo come se stessimo partecipando
alle Olimpiadi. Paolucci e Giusti fanno una battuta dietro l’altra, Pitti cerca di
tenere il silenzio mentre Claudia e Martinelli ci spiegano quello che vediamo
riempiendo le nostre menti con informazioni di cui pensiamo di aver bisogno.
Michele un paio di volte si avvicina a me ma Anita è veloce e riesce a
placcarlo ogni volta, come un perfetto giocatore di rugby dai capelli troppo
biondi. La tipa della E gira intorno a Tommaso come gli orsi fanno con il miele
ma lui non la guarda. È evidentemente disinteressato e se fossi in lei mi
rintanerei sotto la gonna della mamma ma Elisabetta non sembra farci molto
caso, non fino a quando lui, per la quinta volta, la liquida e viene da me. È me
che i suoi occhi cercano, anche mentre decido di lasciare che l’orso provi a
marcare il territorio. Avrei voglia di trasformarmi in un enorme mostro per
mangiarla ma non mi va di sporcarmi le fauci e preferisco riempire lo stomaco
con altro.
«Vado a comprarmi un Milko», avverto quando vedo uno strano negozio
turistico che vende di tutto, compreso il mio latte al cioccolato preferito.
«Donati, ancora con quel Milko?», domanda Bianchi.
«Prof, davvero te lo ricordi?», chiedo togliendomi il capello. Il sole è stato
oscurato da una nuvola grande a forma di bottiglia e io posso finalmente far
prendere aria alla massa irregolare color carota.
«Credo di aver sognato te che dicevi “Milko, Milko!” ogni cinque minuti per
anni. Non mi è più ricapitato, sai?», chiede ridendo, poi si gira verso Santina e le
racconta della mia passione. In questi giorni, tra una chiacchiera con Tommaso,
un’occhiata ai suoi occhi e una panoramica sulla Grecia, ho avuto modo di
conoscerli meglio. Ho avuto modo di ricordare che il Prof. Bianchi si chiama
Francesco, che è simpatico e che siamo quasi coetanei, ma non riesco proprio a
smettere di chiamarlo con il suo titolo. È una fortuna che sia riuscita a smettere
di dargli del Lei.
«Sai, Prof., che a tutti quelli che vengono in Grecia chiedo di portarmene un
po’?»
«Veramente?»
Annuisco e sorrido. «Arrivo!», grido mentre mi incammino all’interno del
negozio. Rimango di sasso quando alla cassa trovo Michele con una bottiglia
marrone come la mia.
«Ti piace sempre», dice. Le sue labbra carnose sorridono e i suoi occhi
diventano sottilissimi.
Mi gratto il naso e annuisco. Non ho molta voglia di parlare, adesso. Non con
lui, almeno. La persona con cui ho voglia di parlare è alta almeno dieci
centimetri in più, ha gli occhi che ricordano le foreste inglesi, i capelli del colore
delle castagne in autunno e trascorre con me il tempo che ruba alla vacanza, cioè
la maggior parte della giornata. Eppure avere Michele qui davanti risveglia
qualcosa, mi muove dentro un sentimento sopito che a suo modo lotta per venire
fuori. Forse è l’odio. O il rancore. Probabilmente entrambi.
Per fortuna è il suo turno di pagare e sto per rilassarmi quando in inglese dice
al commesso di mettere nel conto anche il mio. Sento ogni centimetro di pelle
cambiare colore.
«No, Michi, faccio da sola».
«Eddai, che sarà mai!» Mi fa l’occhiolino, sorride e mette il resto dentro il
borsello.
«Non è che, se fai così, ho più voglia di parlarti».
«Peccato, speravo di raggirarti come sempre».
Afferra una ciocca dei miei capelli e la stira. Improvvisamente penso a
Tommaso che prende un piccolo ciuffo, lo tira delicatamente e lo lascia cadere e
indietreggio in modo da mettere in chiaro che non deve toccarmi, mai più. Non
voglio Michele.
«Smettila di fare cose... come questa. Falla finita, Michi».
Il suo volto si fa serio. «Senti, lo so che l’ultima volta che ci siamo visti è
stato orribile. Posso assicurarti che lo è stato anche per me», dice. La volta in cui
lo beccai a letto con mia cugina Sara, nella casa dei miei genitori, in campagna,
dove tutta la famiglia era riunita per la comunione della figlia di un’amica, dove
tutti presero parte al mio dramma interiore senza che io volessi. Se non fosse
stato per quella stupida di Sara che si muoveva da un tavolo all’altro
singhiozzando e ripetendo: «Non lo sapevo, non lo sapevo!», nessuno avrebbe
mai scoperto niente. Cosa non sapesse è ignoto a tutti, perché non diceva altro
che quello, ma la voce si sparse comunque. Quando Michele si rivestì non alzai
la voce, non piansi, non lo accusai. Gli chiesi solo di andarsene e di non farsi
vedere mai più. Glielo ripetei una, due, tre volte, e alla fine riuscii a convincerlo.
Tornai in giardino con un finto sorriso dipinto in faccia e il diniego assoluto tra
le labbra ma non servì. Tutti sapevano cosa era successo, tutti vedevano il dolore
che mi strisciava addosso.
«Immagino», replico sarcastica. Lui non sa che la notte dopo non chiusi
occhio e che mi venne la febbre. E preferisco che non lo sappia.
«Sono stato male anch’io, cosa credi? Mi sei mancata da morire», dichiara e
mi apre un vuoto sul petto. Non gli rispondo, non saprei cosa dire. Preferisco
esaminare il mio Milko e aspettare che tutto finisca per poterlo bere. Ho un
assoluto bisogno di cioccolata.
«Dobbiamo parlare».
«Contaci».
Se lo può scordare. Alzo la testa e mi volto verso la porta.
Tommaso è seduto proprio lì davanti. È quasi disteso su una panchina, con le
mani nelle tasche. Capisco che è turbato, lo capisco da come i denti superiori si
scontrano con quelli inferiori facendogli comparire sul viso le strane fossette.
Devo andare da lui.
Guardo Michele e senza salutarlo me ne vado. Non mi interessa cosa pensa,
né cosa voglia dirmi. Non sono i suoi pensieri che mi premono, né le sue parole
che necessito. Apro il mio Milko e senza dire niente mi muovo per andare da
Tommaso. «Ti va?», domando alzando la bottiglia.
Per un istante non risponde, mi fissa in silenzio, scruta i miei occhi, il mio
viso, si sposta sul mio corpo e io ho paura che si sia rifugiato in un universo
lontano. «Sai, vestita così credo che potresti farti offrire da bere da tutti i turisti
della Grecia», prosegue fingendo di non aver sentito.
Ho dei pantaloncini di jeans corti, ma non tanto da essere scambiata per
un’adolescente, e una maglietta grigia abbastanza larga. «Ciò che dici non ha
senso», scherzo tentando di calmare il rossore della pelle. Mi ha visto parlare
con Michele e non gli è piaciuto, solo in questo modo posso giustificare la sua
frase.
«Dici?», chiede sprezzante.
«Sono quella vestita in modo più banale», ribatto.
«Perché tu sei uno gnomo, giusto?», continua. Ha la voce dura. Prova a
mascherare quello che c’è dietro con un sorriso ma è tirato, forzato. Odia che
Michele mi venga intorno perché mi fa stare male. È sempre stato protettivo.
«Verdognolo e piccolo», continuo seriamente.
«E lui che cos’è?», chiede.
«Un cretino», rispondo.
«Un vero coglione», ribatte lui. Cambia posizione e appoggia i gomiti sulle
gambe. Alza la testa e le fossette sono ancora più tracciate.
«Dài, Tommi, non pensare a Michele. Me ne sono liberata».
«Sicura?»
Quanta rabbia nasconde questa domanda.
«Non confondere ciò che voglio io con ciò che vuole lui».
Respira profondamente. Le fossette compaiono e scompaiono a ritmo con i
denti che digrignano senza far rumore, l’aria esce ed entra dal suo corpo con
forza e io rimango in silenzio. So benissimo che quando fa così non c’è niente
che io possa dire, o fare, per tranquillizzarlo. Rischierei solo di farlo arrabbiare
di più, quindi sto ferma e faccio la linguaccia.
Un sospiro gli esce dalla bocca e un sorriso compare sul suo viso. Scuote la
testa e si alza per venirmi incontro. Sorride, adesso, e io lo ricambio con la
speranza che l’argomento Michele sia esaurito. Se solo smettesse di venirmi
intorno…
Il gruppo si è disseminato per il sito archeologico di Olimpia e siccome
abbiamo un po’ di tempo e siamo sfiniti, bivacchiamo a destra e a manca come
mucche allo sbaraglio.
«Allora, che è la strana cosa che vuoi bere?»
«La strana cosa che voglio bere? Tu non hai idea di quanta bontà si nasconda
in questa confezione di plastica», dico socchiudendo gli occhi e pregustando il
sapore che tra poco riempirà le mie papille gustative. Sto per riaprirli quando la
sua ombra mi sovrasta e il suo pollice mi massaggia la guancia. Lo fa un paio di
volte e poi ritira la mano.
«Non so perché l’ho fatto», ammette respirando rumorosamente.
Prima che io possa dire qualunque cosa i nostri compagni di viaggio
riemergono dalla boscaglia.
«Scusami». Si passa la mano davanti alla bocca.
«Non scusarti», sussurro nascondendo il viso tra i capelli.
«Perché hai sempre qualcuno intorno?», mi domanda con voce triste.
«Io non ho sempre qualcuno intorno».
Soffia prepotentemente aria fuori dai polmoni e mi prende la mano, mi
trascina dietro un albero e lo fa di nuovo. Apre il palmo sul mio collo e il suo
dito va dalla mia bocca alla mandibola. La mia mano, la solita mano che non so
da dove provenga, lo tira per la maglietta verso di me. Appoggia la fronte sulla
mia e i nostri nasi si toccano.
«Questo non va bene», sussurra, roco.
Spalanco gli occhi e mi distacco. «Scusa».
La sua mano non smette di muoversi sul mio viso.
«Forse dovremmo smettere di scusarci».
Maledizione, maledizione, maledizione!
Non capisco. Non capisco perché siamo riusciti a non andare oltre fino a
qualche giorno fa e adesso siamo qui a lottare per non cedere alla tentazione di
baciarci, di stringerci, di viverci.
«Dici che è per questo che non abbiamo mai fatto una vacanza insieme?»,
chiedo dopo una lunga esitazione.
Con il naso massaggia la punta del mio ondeggiando da destra verso sinistra.
«In vacanza allenti la tensione, lasci a casa la normalità».
«E trasformi un’amicizia in altro».
«Ha senso», mormora.
«Ha senso», ripeto. Le sue dita si posano sulla mia gamba e iniziano a
massaggiarmi la coscia. Spalanco gli occhi e ritrovo il calore dei suoi.
«Ci siamo tutti?», urla Roberta.
Le sue grida ci riportano bruscamente alla realtà ricordandoci dove siamo, ma
soprattutto con chi siamo. Lascia andare la mano e mi deposita un leggero bacio
sulle labbra.
Il mio cuore sta tremando. Non so nemmeno se è possibile. Non sapevo
nemmeno che il cuore potesse tremare. Eppure è lì che traballa.
13

Una volta saliti nel nostro piccolo autobus le risate si spengono e la maggior
parte della gente si abbandona al sonno nella speranza di ritrovare l’energia per
la serata in discoteca. Stando ai ricordi di Claudia dieci anni fa siamo andati a
ballare il giorno prima di partire ma il locale in cui ci recheremo stasera il
mercoledì fa una serata speciale, adatta a ragazzi sopra i venticinque anni, quindi
abbiamo scelto di andarci oggi.
Chiudo gli occhi per ripercorrere con la mente ciò che è successo qualche
istante fa ma la mano di Tommaso che si muove sulla mia mi costringe a
girarmi. È un tocco quasi impercettibile, un richiamo a cui rispondo come le
rondini alla primavera.
«Hai intenzione di farmelo sentire o no?», domanda sottovoce. Ha le gambe
troppo lunghe per il pulmino e adesso che sta seduto in modo rilassato si nota
ancora di più.
«Oh certo. Scusa, mi ero dimenticata», dico sorridendo. Apro la bottiglia e
gliela passo, poi lo guardo e mi viene da ridere perché ha la bocca marrone di
cioccolata.
«Cioccolata liquida», mormora.
«No, testone. È latte al cioccolato ed è il più buono dell’universo», sussurro
riprendendomelo. Lo porto subito alla bocca e me lo gusto come farebbe un
bambino con l’uovo di Pasqua. Vorrei parlargli di due sere fa, di ieri sera, di
dieci minuti fa ma c’è troppa gente intorno a noi e, anche se quasi tutti dormono,
Michele compreso, non ho voglia di far sapere i fatti nostri per cui richiudo la
bottiglia e mi volto verso di lui.
«Hai sonno?», domanda.
«Non ho dormito molto ieri notte», confesso.
«Ah no? Perché?», chiede in modo sexy e canzonatorio facendomi perdere il
contatto con i pensieri. Io rido di botto, senza controllarmi, e rischio di svegliare
tutti.
Tommaso ha un’espressione felice sul viso. «Ti va sempre di appoggiarti a
me?», domanda con voce bassa. Mi si scuote qualcosa dentro.
«Sì, sempre», rispondo. Il mio respiro non è molto naturale mentre mi accosto
alla sua spalla e nemmeno il suo corpo sembra rilassato come è di solito.
Sono tentata di chiedergli cosa ci sta succedendo ma mi rendo conto che non
voglio che finisca. Sto dando vita a occasioni uniche, complicate e ho paura che
da un momento all’altro mi dica che sto giocando da sola, che sto immaginando
tutto e che voleva solo divertirsi un po’, senza impegno.
Non posso pensare a me e lui insieme. Cioè, posso, certo che posso, avrei
sempre voluto poterlo fare, ma non ci riesco. Fa male, un male che non so
spiegare, che non riesco a controllare. Fa male solo pensarci. Farlo,
abbandonarmi a lui in quel modo, sarebbe troppo.

Decidiamo di cenare rapidamente con un pita gyros e una Mythos in una delle
strade vicino all’hotel e verso le dieci e mezzo torniamo in camera per
sistemarci. Quando preparavo la valigia, prima di partire, Roberta ci ha ficcato
dentro tre vestiti, due dei quali abbastanza semplici da essere tra i miei preferiti.
Uno, però, è talmente fuori dalle mie corde che sono tentata di lanciarlo oltre la
finestra e di trasformarlo nel tappeto di Aladdin per salirci sopra e girare per il
mondo in cerca di qualcosa di più adatto.
«Dài, mettilo», mi carica. Lei ha un abitino verde smeraldo che le fascia
meravigliosamente il corpo, Anita uno bianco in stile figlia dei fiori ed entrambe
sono fenomenali. Io mi faccio coraggio ed entro dentro il mio, un pizzo nero
ricamato senza maniche e un po’ troppo corto. Vorrei infilarmi anche i leggings
ma quando lo propongo Anita mi guarda male e dato che ho paura che possa
farmi un occhio nero, demordo. Tanto per sentirmi più coperta lascio i capelli
sciolti e permetto a Roberta di domarli nel tentativo di renderli lisci.
Le mie amiche mi scrutano come se da bruco brutto e peloso mi fossi
trasformata in una farfalla colorata e svolazzante e io mi sento sotto
osservazione.
«Li farai impazzire», dice Roberta.
«Chi?», domanda Anita.
«Tutti», risponde l’altra mettendosi le mani sui fianchi.
«Tu devi farne impazzire solo uno, l’altro deve stare dove sta», si raccomanda
la bionda aggressiva.
Faccio un’espressione buffa che le fa ridere come se fossi un pagliaccio e loro
dei bambini sprovveduti che non hanno mai visto IT, e scendiamo. Quando
arrivo giù sento gli occhi di tutti addosso. Non credo di averli davvero, anche
perché le altre ragazze sono vestite in modo esemplare e potrebbero far
resuscitare un morto, ma la sensazione che provo è forte e non riesco a smettere
di pensarci. Per fortuna sono al sicuro nei miei adorati stivali, eppure non
bastano, soprattutto perché Tommaso mi guarda. Il cuore trema e batte, mi
rimbomba nella cassa toracica. Il mio stomaco si apre e si chiude mentre metto
un piede davanti all’altro per raggiungere il resto del gruppo. Dopo qualche
istante Tommaso sorride, gli occhi gli si illuminano e caricano di luce l’androne
in cui ci troviamo. Non c’è bisogno di nessuno specchio per sapere che sorrido
nello stesso modo e che i miei occhi dal colore indefinito si illuminano per
riflesso.
Faccio per andargli incontro ma Michele mi passa davanti, quasi mi viene
addosso, senza nemmeno notarmi. Per un istante sento uno strano dolore, quello
di chi è abituato a ricevere uno sguardo che invece non trova. Mi passo la mano
tra i capelli e quando alzo la testa noto che Matteo mi sta osservando in modo
strano.
«C’era tutto questo anche alle superiori?», domanda.
Io divento rossa e scoppio a ridere, lui si avvicina e mi abbraccia. Stranamente
non è sudato e stare tra le sue braccia è carino, mi riporta ai vecchi tempi,
quando…
«Scherzo, Sofia! Stai benissimo, e non credo che sarò l’unico a pensarlo
stasera».
«Grazie», rispondo. «Finalmente stiamo un po’ insieme», dico mentre mi
avvicino al minibus. Tommaso è già entrato e ha la testa rivolta verso il vetro.
Maledizione, ha bella anche la nuca, con i capelli più corti rispetto al sopra, i
riflessi dorati resi ancora più aurei dal sole degli ultimi giorni.
«Già», fa Matteo e si disperde dentro il pulmino. È troppo piccolo perché lui
riesca a scappare davvero ma credo che abbia trovato un portale magico che lo
conduce in un baleno da un’altra parte perché quando entro non riesco a vederlo.
Matteo è uno di quei ragazzi che sta bene in compagnia e mi sembra strano che
in questi giorni scompaia e riappaia senza che ci sia qualcosa dietro.
Vado al mio posto e mi siedo. Appoggio le mani sulle gambe per coprire il più
possibile ma non ho nessuna possibilità di riuscita. Fingo di guardare dritto
davanti a me e con la coda dell’occhio punto Tommaso. Sento i suoi occhi su di
me, il suo sguardo sulla pelle e tenere il cuore nel busto non è un’impresa
semplice perché dà l’impressione di voler balzare fuori per saltargli alla gola.
Facciamo tutto il viaggio con gli occhi dell’altro che cercano e catturano quello
che il resto del mondo non vede.
Zenas ci porta al locale e dopo aver fatto una fila discretamente lunga
riusciamo a entrare in uno spazio non troppo grande dai tratti rudi, pieno di gente
dai venticinque anni in su, quasi tutti, evidentemente, turisti.
Balliamo un po’ insieme, poi a gruppetti, soprattutto io e Roberta, e quando
sono stanca di muovermi in mezzo alla pista e di farmi guardare da un gruppo di
ragazzi vado al bancone del bar. Mi siedo, non provo nemmeno a coprire le
gambe perché l’abito che indosso è troppo corto anche solo per provarci, e
ordino una birra che mi viene servita in un bicchiere. Delle ragazze nordiche si
avvicinano a me e non posso fare a meno di notare che sono perfette. Alte,
magre al punto giusto, con capelli leggeri come seta e occhi chiari come il mare.
La birra mi scivola in gola troppo velocemente. Come se l’universo avesse
deciso di farmi vedere quanta bella fauna femminile c’è in giro, mi ritrovo con
tre iberiche che chiacchierano rapidamente, che ondeggiano i loro sederi e che
mostrano le tette stratosferiche che hanno al posto del petto. Il bicchiere che ho
tra le mani è stato prosciugato dalla mia tristezza, anche se credo che sia la birra
a tirar fuori la tristezza. Tra un anno compirò trent’anni e ormai dovrei aver
capito che quando bevo appiattisco il mio lato divertente.
Oh, ci sono delle formiche sul bancone. No, no, non sono formiche, sono
briciole appiccicate all’appiccicaticcio del bancone. Forse ci rovesciano sopra il
miele. Uh, molliche di miele. O formiche di miele?
«A cosa pensi?», chiede Tommaso comparendomi di fronte. Non mi aspettavo
di trovarmelo davanti, così, all’improvviso. Non devo avere un’espressione
molto intelligente. Il miele, le formiche e le briciole, per non parlare della birra,
hanno conquistato la mia sobrietà.
«A niente», rispondo portandomi il bicchiere alle labbra. È vuoto ma sono
sicura che c’è rimasta una goccia, da qualche parte, per cui piego la testa e con la
lingua cerco di raggiungere il poco liquido sul vetro. Quando mi volto, Tommaso
si sta passando la lingua sui denti, quelli in fondo, come si chiamano? I denti
dell’intelligenza? No, no, quelli dell’indipendenza. O della crescita?
«A cosa pensi?», ripete.
Mi gratto il naso. «Alle ragazze. A quanto sono belle queste dietro di me». Poi
al miele, alle formiche e alle molliche. Molliche di formiche mielose. Miele
formicato in briciole.
Tommaso.
Le sue labbra si aprono e vedo la lingua appoggiata su una delle punte bianche
e perlacee che ha dentro la bocca. «E tu?»
Non rispondo. Deglutisco e abbasso la testa ma non rispondo. Sono troppo
triste per non dire qualcosa di… troppo triste. E anche di intelligente.
«Ok, seguimi», dice serio.
«Cosa?», domando. «E dove?»
«Vieni con me», prosegue. Stacco il braccio dal miele bricioloso, scendo dallo
sgabello evitando per un pelo di portarmelo dietro e prendo la mano che mi
porge, poi lo rincorro in mezzo alla pista e mi faccio trascinare nel bagno dei
maschi. Il contatto con la sua pelle cancella briciole, miele e formiche
lasciandomi con un unico pensiero: Tommaso.
Entriamo e mi piazza davanti allo specchio.
«Non posso stare qui dentro», farfuglio.
«Sì, puoi. Il primo che si avvicina prende un pugno nel naso, quindi puoi».
«Tu non prenderesti a pugni uno sconosciuto», dico contraendo la fronte.
«Prederesti a pugni uno sconosciuto?», domando girandomi verso di lui.
«Per te? Lo farei eccome», risponde. «Adesso, guarda lo specchio e dimmi. Si
può sapere chi cazzo ti ha detto che non sei bella?»
Il mio stomaco si apre e si chiude di nuovo, l’aria si rarefà e io mi sento in
difficoltà. «Nessuno».
«Cristo, Sofi, guardati».
Sentirgli pronunciare il mio nome mi fa sudare.
«Guardati», ripete, poi mi spinge davanti allo specchio e si sistema dietro di
me. Un brivido caldo mi corre lungo la schiena quando il suo petto preme sulla
mia testa, quando le sue mani sfiorano le mie mentre ci osservo in questo bagno
che puzza del vomito di un oplita greco che ha riversato il vino bevuto durante
una copia venuta male di un simposio.
«Guardati», ripete.
Non ci riesco. I suoi occhi, quei maledetti boschi selvaggi, mi risucchiano. Mi
fa male guardarlo ma non guardarlo mi farebbe ancora più male. Ha i capelli
increspati, l’orecchino nero al lobo e le linee intorno alla bocca che toglierebbero
il senno a chiunque.
«Ti prego, Sofi», mi implora con voce dolce, sussurrandomi la sua richiesta
all’orecchio. Potrei cadere a terra. Non riesco a mantenere salde le gambe. Non
riesco a tenere il respiro fermo. Non riesco a tenere gli occhi aperti.
«Apri gli occhi e guardati, ti prego».
Vorrei baciarlo, non vorrei altro che baciarlo. Penso di aprire gli occhi, girarmi
verso di lui, infilarlo dentro uno di questi bagni dove come minimo miliardi di
batteri stanno combattendo per raggiungere le loro prede, chiudere la porta e
baciarlo. Sentire il suo respiro dentro la bocca, le sue mani sui fianchi.
Maledizione, come lo voglio.
«Sofi», mi richiama. La sua voce è troppo melodica adesso. È come una
musica antica che coccola il cuore, che scalda l’anima. È come una luce che
splende, accende e illumina qualunque cosa. Illumina me.
Faccio un respiro profondo e mi decido ad aprirli. Non lo guardo. Se lo facessi
non potrei fingere che tutto vada bene, che non mi faccia nessun effetto, eppure è
difficile, perché su di me lo sento premere, sento che il suo corpo non è
totalmente indifferente. Per niente indifferente. E non riesco a crederci.
Mi convinco che è talmente ubriaco che bacerebbe anche una scopa e osservo
lo gnomo nello specchio. La luce intermittente mi rende ancora più strana.
«Guarda come sei», dice serio fissandomi.
Ma ho già smesso di osservare me perché c’è di meglio da guardare.
Tommaso è bello. E io lo voglio. Lo voglio troppo, da tanto tempo, lo voglio con
dolore e amore. Lo voglio. Lo amo.
Merda.
Provo a scuotere la testa per cancellare le due paroline ma quel pensiero, quel
concetto, quella verità si è insinuata nelle crepe e ha iniziato la ricostruzione.
Riempie i buchi, intonaca le pareti e rimette su ciò che per quasi vent’anni ho
tentato di distruggere.
Merda.
«Sofi, smetti di guardarmi così». Fa davvero uno strano effetto sentirgli
pronunciare il mio nome tante volte. Di solito mi chiama “piccoletta”, non Sofi.
Dentro la sua bocca appare diverso, più pieno, più bello.
«Scusa», dico spostando lo sguardo da un’altra parte. È a questo punto che mi
gratto il collo e lo scuoto con forza, tanto per non sembrare una pazza in pieno
delirio.
«Esco un attimo, scusa». Mi allontano da lui, apro la porta e mi lancio nel
locale pieno di gente sudaticcia e su di giri. Cammino rapida evitando il centro,
dove sono gli altri, ed esco fuori.
Mi sfrego ripetutamente il petto e cammino lungo la strada senza sapere dove
andare, cosa pensare. Perché so bene cosa penso ma non voglio accettarlo. Al
contrario, desidero che venga cancellato, tento di asportarlo con tutta me stessa e
sto per sfregarmi di nuovo, tanto per dare più enfasi al mio desiderio, ma sono
costretta a bloccarmi.
«Ehi», mi richiama. È dietro di me e procede velocemente.
«Scusa, Tommi, non volevo guardarti in modo strano».
«Però lo hai fatto», dice toccandomi una spalla. Mi giro. Non so perché lo
faccio, è una pessima, pessimissima, ultra pessima idea.
«Nemmeno io. E se lo fai è un casino».
La mia mano destra si precipita sul braccio sinistro e mi gratto. «Rientra».
«No», reagisce muovendo la testa per farmi capire quanto sia deciso.
Gratto anche l’altro. «Adesso vengo anch’io».
Respira e alza il viso per studiare il cielo, sopra i palazzi, oltre la città, dove le
stelle brillano e osservano le strane storie che si sviluppano in mezzo al cemento.
«Il problema è che voglio stare dove stai tu», prosegue riportando gli occhi sui
miei. Non deve essere facile per lui osservare il mondo da quella prospettiva,
osservare la mia prospettiva, piccola e limitata. Io non riesco a vedere il mondo
che vede lui. Ma non è questo che mi turba. Mi turba ciò che ha detto. “Il
problema è che voglio stare dove stai tu”. Si annulla tutto, rimango a bocca
aperta, perdo l’ossigeno e mi gira la testa. Gira tutto, non riesco a tenerlo fermo.
«Già, è questo il problema. Non riesco a smettere di pensare che ho voglia di
baciarti. E se mi guardi come mi guardavi prima non ce la faccio. Ti bacio».
Le mie guance diventano rosse come due rose.
«Merda, Sofi. Come sei».
«Come?», domando. Ma non voglio sapere come sono. La risposta potrebbe
non piacermi e io non sono il tipo da chiedere come sono. La mia richiesta aveva
come unico scopo la ripetizione delle sue parole. Non sono sicura di averle
capite, non sono sicura di cosa voleva dire.
Fa un sospiro profondo e mi prende per mano. Le sue dita attraggono le mie e
poi si intrecciano legandomi a lui. Io sobbalzo e mi fermo.
«Non posso rimanere qui, da solo, con te».
«Allora rientra», lo incoraggio sperando che non si muova da dov’è. Non
voglio che si muova, che lasci la mia mano, che rimetta l’ossigeno dov’era.
Voglio che il tempo si fermi e che lui continui a pensare di aver voglia di
baciarmi.
«Non posso rientrare senza di te».
«Tommi, che dici?», chiedo con la voce strana. Il cuore sussulta, traballa,
vacilla.
«Sono ubriaco. Ho voglia di baciarti e basta. Non farmi domande difficili».
Vorrei grattarmi il naso ma non ci riesco. «Non voglio rientrare adesso,
lasciami due minuti», dico.
Ride, ride e di botto mi si avvicina. Infila una mano tra i miei capelli, abbassa
la testa e preme la bocca sulla mia. Un sospiro enorme mi sfugge e il cuore mi
batte forte, forte, forte, forte.
«Chiedimi di smettere», mormora sulla mia bocca. «Chiedimi di fermarmi.
Chiedimi di non toccarti, di non annusare il tuo profumo, di non volerti così
tanto. Chiedimelo».
Io continuo a respirare su di lui, dentro di lui, contro di lui, respiro e non dico
niente. Perché lo voglio terribilmente. Ho bisogno della sua aria, di respirare il
suo ossigeno.
«Sofi», sussurra. Le sue labbra si chiudono dolcemente sulle mie. «Cristo»,
mormora prima che la sua lingua entri e una scossa elettrica mi travolga.
È impetuoso, mobilitante, appassionante, seducente. È un bacio lento e
profondo che sento fluire dentro, che mi fa fremere, che mi scuote, che mi
annienta.
Ha un sapore unico, il sapore della vita, del desiderio, dell’amore. Questo
bacio sa di amore. La sua mano mi scorre sulla pancia e riesco a sentire il calore
che mi trasmette. Il suo corpo si appoggia su di me e posso percepire il desiderio
che lo guida. Ci abbandoniamo a questo bacio, l’uno nell’altra. È così bello che
vorrei piangere, così inaspettato che mi fa male il cuore.
È troppo. Tutto questo è troppo, per me.
Eppure è ciò che ho sempre desiderato.
«Oh oh oh, grande Tommi!», urla Anita e il tutto crolla. Apro gli occhi e la
vedo davanti a noi con il pugno al cielo. «Grande!», ripete.
Tommaso si allontana appena ma la sua mano è sempre stretta nella mia.
Sembra che non abbia intenzione di lasciarmela mentre ci passano tutti davanti,
mentre sul viso di Michele si disegna un’espressione difficile da definire.
Tommaso affonda il suo viso nei miei capelli e respira. Respira, respira. Come
fa a trovare l’aria?
Ho il suo sapore sulle labbra e mi inebria, mi stordisce, mi piace. Mi piace
tanto. Mi passo la mano sulla bocca e la stringo per imprigionarci dentro quello
che è appena successo, poi alzo lo sguardo su di lui. Ha un sorriso delizioso e mi
guarda come se volesse dire qualcosa e non ci riuscisse.
«Dobbiamo andare?», domando. Lui fa un sorriso ancora più grande e mi
sposta i capelli dietro l’orecchio. Sentire la sua mano che mi sfiora mi manda in
visibilio e quando le sue labbra si appoggiano con delicatezza su di me mi coglie
impreparata.
«Temo di sì», risponde poi. «Odio queste persone, lo sai? Sono sempre in
mezzo».
14
Quarto giorno

Siamo ancora mano nella mano e non penso nemmeno per un istante a come
Michele potrebbe vivere il momento. Sono troppo presa da me, da noi, per
rendermene conto. Le dita sono intrecciate, i polsi vicini, i cuori battono
all’unisono come da sempre, sempre, succede, e il suo sorriso strafottente non
può mascherare niente di ciò che si è scatenato. È difficile credere a questo, a me
e Tommaso, a noi. È difficile crederlo, eppure è davanti ai nostri occhi, una luce
che emaniamo come lucciole in mezzo alla notte.
In ascensore continuiamo a stare vicini e una volta arrivati davanti alle camere
ci fermiamo. Matteo ci dà la buonanotte con un gran sorriso e Roberta trascina
dentro Anita ponendo fine alla montagna di battute che ci sta riversando
addosso.
«Matteo non ha mai dormito in hotel. Doveva farlo proprio stanotte…»,
borbotta Tommaso.
«Che stiamo facendo?», domando. Chiederlo potrebbe significare infrangere
tutto, corrompere il disegno divino, ma come spesso succede la mia lingua ha
agito prima ancora che potessi controllarla.
«Non lo so, piccoletta. Vuoi che la finiamo qui?»
Un pugno. È come prendere un pugno nello stomaco e accogliere il dolore in
piedi, senza piegarsi, senza alleviarlo. Muovo la testa da destra verso sinistra per
tre volte e sul suo viso si apre un sorriso felice. «Tu?»
«No», dice sorridendo. «Ma stiamo incasinando tutto».
«Lo so», replico. Mi tira a sé per il vestito e mi accosta al suo petto. «Non ti
voglio perdere», dico e lui si stacca leggermente. Solleva il mio viso e mi fissa
intensamente. Il castano dei suoi occhi sfuma nel giallo, nel verde, nel nero e mi
fa perdere la ragione.
«Non ci perderemo. Non esiste, qualunque cosa succeda».
«Promettimelo», dico.
«Te lo prometto», ribatte serio. Porta le mani sulla mia schiena e una delle due
sale fino ad arrivare alla mia pelle nuda. Con l’indice e il pollice mi sfiora le
spalle, la nuca, il retro dell’orecchio, poi scende davanti, sul collo, lentamente,
come se avesse tutta la vita davanti per farlo. Scende sul mio décolleté e percorre
lo scollo del vestito.
Stiamo di nuovo ansimando quando la sua bocca prende la mia e la annienta
con il bacio più passionale che un uomo mi abbia mai dato. Lento e veloce, forte
e morbido, dolce e aggressivo. Michele non bacia così.
Nessun uomo bacia così.
Quando ci stacchiamo siamo senza fiato.
«Cosa mi fai?», domanda mentre io lo contemplo adorante. Già, cosa gli
faccio?
«Cosa fai tu a me», sussurro. «Io non avevo idea che tu…»
Mi mette l’indice davanti alla bocca. «Non avevi idea che volessi baciarti di
nuovo? O che ti pensassi in questo modo?»
«Non ne avevo idea», ripeto.
Sposta il dito e mi bacia ancora, ma questa volta è un bacio casto, a stampo,
lungo e delicato, delicato al punto da non riconoscere l’uomo che mi ha stravolto
qualche secondo fa colmandomi di ossigeno. Le mie braccia si avvinghiano al
suo bacino e lui mi accoglie stringendo le sue intorno al corpo. Piccola come
sono, potrebbe fare il giro due volte.
I suoi baci sulla testa, il suo cuore che batte contro il mio orecchio, il suo
odore delizioso.
Mi perdo.

Dopo esserci dati la buonanotte per dieci volte di seguito, baciandoci e


abbracciandoci a ogni saluto, riusciamo a rientrare nelle nostre camere.
Sono confusa da quello che è successo e non riesco a respirare in modo
normale. Il tremolio, i brividi, il battito del cuore accelerato, lo stomaco
contratto. La sua voce, i suoi baci, le sue parole. Noi. Non posso più fingere. Il
sentimento che provo non si può cancellare con una passata di gomma, non è
una scritta fatta a matita ma un’incisione marchiata con inchiostro indelebile e
non sarà di certo chiudendo gli occhi che farò scomparire tutto.
Le arpie accendono la luce al primo passo che faccio e, rotolate a letto con i
vestiti della serata, il trucco che cola e la bava da sonnolenza, mi esaminano
come se fossi Babbo Natale.
«Allora?», domanda Anita.
«Sto impazzendo», piagnucolo muovendomi verso il mio letto.
«Vi siete baciati!», grida cercando di trattenere la voce.
Mi graffio ripetutamente la nuca e annuisco.
«E com’è stato?», chiede Roberta.
Continuo a graffiarmi e poi mi sposto sul davanti irritando il petto.
«Una meraviglia», confesso mentre mi sento strana. È come se fossi in un
altro pianeta e lo stomaco vi fluttuasse dentro alla ricerca di vita aliena.
Mi porto le mani sul viso e le chiudo a pugno trattenendo il suo sapore, le
parole non dette, il desiderio di continuare a baciarlo, di sentire le sue braccia
intorno al mio corpo. Non è mai stato tanto bello un abbraccio, nemmeno quello
con Michele, l’ultimo, quello che…
«Gnomottola, torna qui!» Anita mi lancia contro il suo cuscino e lo evito
spostandomi all’ultimo minuto.
«Sono fregata», dico togliendomi gli stivali e accartocciandomi sul letto come
se fossi una busta di carta usata.
«Perché?»
«Perché Tommaso mi piace, mi piace tanto, e noi siamo amici. Devo
ricordarvi com’è finita con l’altro che mi piaceva?» L’altro che mi piaceva e
basta. L’altro che non amavo. L’altro, quello che non è Tommaso e che non lo è
mai stato.
«Quello che ti ha rovinato la vita, intendi?», chiede Anita.
«Sì, lui». Chiudo gli occhi ed è come se tutte le mie lentiggini si unissero e
prendessero forma, si trasformassero in un mostro rosso e tondo e mi
mangiassero.
«Ma Tommaso non è Michele e tu sei un’altra persona rispetto a quando tutto
è iniziato», suggerisce Roberta.
Mi passo le dita sotto gli occhi immaginando lo spessore delle mie occhiaie e
scrollo la testa. «Ma non vi stancate di star dietro a tutte le mie cavolate?»
Anita sbuffa e Roberta si alza per prendere la camicia da notte nera.
«Ti rendi conto che per la maggior parte del tempo sei tu che ascolti noi? I
tuoi problemi vengono fuori solo quando si parla di Michele, e di lui, dalla fine
delle superiori, si parla all’incirca due settimane all’anno. Per il resto siamo noi
che ti telefoniamo per i nostri casini, che abbiamo bisogno delle tue faccine per
ridere».
«Sei così convinta di essere brutta, antipatica e noiosa da non renderti mai
conto di quanto vali», continua Anita. «Se per due settimane all’anno la tua vita
diventa un palcoscenico, dov’è il problema? Siamo sempre noi a rubarti la
scena».
Roberta annuisce. «Quando Fracchia è… diventato Fracchia, dove pensi che
sarei finita senza le tue facce buffe? I pop corn davanti alla tv, lo shopping
selvaggio». Si toglie il vestito ed entra dentro la seta del suo pigiama. «Devi
smettere di sentirti sempre uno scalino sotto gli altri. Sei speciale, e l’unico che
non l’ha mai capito è Michele», dichiara.
«Ora, smetti di farti paranoie e raccontaci!», esclama Anita.
Roberta va in bagno a prendere spazzolino e dentifricio e io faccio un breve
riassunto della serata con il cuore che batte forte e che mi fa inciampare nelle
parole che uso.
«Che cariniii!», grida il neonato che alberga dentro la moretta dopo essersi
sciacquato la bocca.
Anita, ancora vestita, decide che è finalmente arrivato il momento di togliersi
gli stivali. «Credi che sia una cosa così, tanto per?», chiede.
«No», rispondo muovendo la testa. Mi sfioro il naso rapidamente e nemmeno
riesco a vedere il mio dito. Una cosa così, tanto per? Siamo matti? Sono pazza di
lui!
«Uhhh! Quindi ti piace di brutto?»
Fingo di scoppiare a piangere e mi copro con i capelli. «Che devo fare?»
«Niente, non devi fare proprio niente».
«Non voglio incasinare tutto, non voglio… non posso perdere Tommaso».
Mentre le parole mi escono dalla bocca realizzo quanto sia stato presente nella
mia vita. C’era, come un faro nella notte, la notte che ha invaso la luce che
credevo di avere nella vita e che invece era solo una lampadina che non
funzionava.
Imitando Anita, mi infilo a letto senza cambiarmi e lascio che la mia mente
faccia quello che deve fare. Se mi concentro sul presente penso a lui, al bacio
meraviglioso che mi ha dato, agli abbracci che ci siamo scambiati, alla sua risata,
al suo finto disinteresse. Penso che ho voglia di averlo con me e combatto con il
desiderio di scrivergli un messaggio per dirgli che non mi va di dormire da sola.
Se lascio che il passato torni a galla il ricordo che affiora non è quello di
Michele, ma il suo, quello di una giornata di dicembre di sette anni fa, quando ci
incontrammo per strada mentre il freddo infuriava. Si era laureato da poco e
aveva iniziato a fare un corso di grafica pubblicitaria mentre io avrei continuato
con Economia. Avevo un cappello di lana gigantesco, una sciarpa che mi
lasciava scoperti solo gli occhi e un giubbotto degno di uno sciatore
professionista eppure lui mi riconobbe, mi venne incontro e io lo abbracciai,
come faccio sempre. Non ho mai abbracciato nessuno quanto Tommaso.
«Piccoletta, sei un bozzolo di lana, lo sai?»
Abbassai la sciarpa sotto il mento per rispondere e sputacchiai qualche filo
che mi era rimasto incastrato tra le labbra. «Lo so», risposi. «Tu invece sembri a
tuo agio in questo gelo».
Aveva i capelli un po’ più corti di come li portava alle superiori, quando gli
arrivavano quasi alle spalle. I ciuffi scomposti gli scendevano sugli occhi che
sorridevano anche se il resto del viso era serio.
«Sto congelando ma ho lasciato la sciarpa a casa e non avevo voglia di tornare
a prenderla».
«E come farai tutto il giorno?»
«Congelerò», rispose tranquillo.
Cercai la punta della mia e iniziai a srotolarla.
«Che fai?», domandò.
«Non puoi stare senza sciarpa!»
«Nemmeno tu», rispose.
«Ma io ho tutti questi capelli e sono talmente lunghi che posso usarli per fare
qualunque cosa, sciarpa compresa», spiegai allungando la sfera di lana che
avevo creato tra le mani. «È anche nera, per niente femminile», proseguii mentre
lui mi guardava stupito. «Dài, Tommi, mi fai sentire una scema se non la
prendi».
Il suo viso si aprì in un bel sorriso. Allungò la mano e la mise. «Ha un buon
profumo», disse alzando un sopracciglio. «È il tuo odore o ci hai passato sopra
qualche saponetta per cancellare le tue tracce?»
«Si chiama ammorbidente e serve a profumare e ammorbidire», spiegai io
trasformandomi in una maestrina.
«Ma non mi dire, ammorbidisce sul serio?»
Risi, di gusto. Stavo per chiedergli se aveva voglia di prendere un caffè con
me ma il suo cellulare squillò. Andai via con il sorriso sulle labbra e una gran
voglia di scrivergli un messaggio. La stessa voglia che ho adesso.
No, adesso è decisamente più forte. E non è semplice voglia di scrivergli un
messaggio.
15

Dormire: tentativo fallito. Mi sforzo ma ogni volta che chiudo gli occhi rivedo i
secondi trascorsi insieme. Penso alla sua lingua nella mia bocca, alle sue parole
nelle mie orecchie, alla sua mano sulla mia pancia. È una tortura e non posso più
rimanere qui. Non posso neanche andare da lui perché Matteo è in camera e non
credo che sarebbe il caso di entrare da loro, infilarmi nel letto di Tommaso e
unirmi biblicamente a lui davanti al mio compagno di classe. C’è un limite a
tutto.
Rifletto sulla possibilità di mandargli un messaggio per chiedergli di
raggiungermi in piscina ma non voglio stargli addosso. Non voglio dimenticare
che ciò che ci sta accadendo potrebbe anche essere solo un gioco per lui.
Senza far troppo rumore mi infilo gli stivali, prendo cellulare e chiavi ed esco.
Spero che respirare l’aria fresca mi aiuti a calmare l’agitazione che mi scuote
dentro.
Non prendo l’ascensore, preferisco le scale. Mi aspetto di trovarmi davanti il
receptionist ma questo hotel è troppo strampalato per averne uno alle cinque del
mattino. Mi dirigo verso la porta secondaria. Non ho bisogno di inserire la
chiave perché è già aperta e sbuco in piscina. Inspiro l’odore della notte, un
odore di fresco, di bucato appena steso e senza spostarmi scruto il cielo. Non
sono mai riuscita a spiegarmi come i Pan di stelle possano raccogliere la
bellezza della volta celeste dentro un biscotto, eppure è così. Forse è la mia
visione distorta del mondo per cui se una cosa mi piace è perfetta per tutti.
Adoro le stelline di zucchero incastonate in quella porzione di universo. Adoro
le pietre di pura luce che lampeggiano nella notte, che schiariscono l’oscurità e
rendono le tenebre dolci e romantiche. Vorrei che ci fosse Tommaso con me.
Vorrei che mi prendesse in giro perché paragono l’universo ai biscotti al
cioccolato, vorrei che si portasse la mia testa sul petto, che sussurrasse: “Tutto
bene, piccoletta?”.
Dimentico i miei buoni propositi sul non stargli addosso ed estraggo il
cellulare dalla tasca pronta a scrivergli un messaggio ma un rumore sinistro attira
la mia attenzione. Viene da destra ed è lì che mi rivolgo, è lì che vedo un
biondino dagli occhi scuri che mi fissa.
«Non riesci a dormire?», chiede Michele. Prende la bottiglia che gli è
scivolata di mano e la porta in alto, come se gradisse fare un brindisi.
Il cielo mi crolla addosso e nessun Pan di stelle rende la caduta più dolce.
«Che ci fai qui?», replico senza rispondere.
«Non dormo, quindi cazzeggio», prosegue. «Tu?»
«Torno a dormire». Mi giro, allungo la mano per aprire la porta ma la sua voce
mi trattiene.
«No, no, ferma». Si alza di scatto e con l’andatura traballante mi si avvicina.
L’odore di nicotina arriva fin qui. È troppo forte per dipendere da una sola
sigaretta. Forse ha svuotato due o tre milioni di confezioni di tabacco nella vasca
e ci si è immerso dentro. Non so perché dovrebbe averlo fatto ma non mi do
tanta pena per spiegarmelo.
«Non ho voglia di parlare», preciso.
«Cosa vorresti fare?» La voce provocante che crede di avere non è altro che il
sussurro di un cavernicolo che ha appena scoperto come usare la clava. Non
resisto alla tentazione e lascio che sul viso mi compaia un’espressione di totale
disgusto.
«Dài, scherzavo!» recupera. «Possiamo parlare di qualcosa che non sia quello
che voglio dirti».
«Oppure possiamo andare a dormire». Mi gratto il collo e mi domando perché
non sono rimasta in camera. Sarebbe stato meglio rotolarsi da un lato all’altro
del letto trasformando le lenzuola in una mongolfiera piuttosto che ritrovarmi
con Michele in piena notte.
«Nessuno dei due ha sonno, però».
«A me è tornato», dico girandomi ancora una volta verso la porta. Lui allunga
un braccio e mi stringe il polso.
«La volete smettere con questo polso? Come se non sapeste che basta un
minimo tocco per farmi venire un livido!», mi lamento scrollandomelo di dosso.
«Scusa», ribatte subito. Alza le mani in aria. «Dài, Sofi, non andare via. Mi
manchi».
Voglio vomitare. Voglio vomitargli addosso mentre mi graffio il naso con fare
indifferente.
«Michele…»
«Mi manchi», ripete. «L’abbiamo fatto qui, io e te».
«Eravamo a Delfi, veramente», stupido biondino, vorrei aggiungere.
«Sì, ma qui, in Grecia. E tu eri dolcissima, mi guardavi come se potessi
salvarti, ma lo sapevamo tutti e due che non era possibile».
Il cuore perde un battito. «Di che parli?»
«Dài, Sofi, davvero me lo chiedi? Pensi che io sia così scemo?»
Mi sfrego l’orecchio e lo studio preoccupata. Non riesco a credere che stia
parlando di Tommaso. Non può averlo capito.
«Non era con me che volevi essere. Stavi ancora pensando all’altro, al primo.
Come si chiamava?» Si mette a sedere su un lettino e agita la testa. «Non sono
così scemo».
«A chi avrei dovuto pensare?» Per qualche istante tremo. Mi tremano le
gambe, mi trema la pancia, mi tremano le mani.
«Come si chiamava il primo con cui sei stata?»
«Maurizio», rispondo contraendo il viso. È stato il primo ragazzo con cui ho
trascorso la notte, ma ritengo che sia meglio dire con cui ho trascorso venti
minuti, quindici dei quali a cercare il preservativo nei suoi jeans.
Forse dovrei fargli sapere che è completamente fuori strada, chiedergli come
gli è venuto in mente, confermare che sì, è così scemo, ma ho solo voglia di
tornare in camera a pensare a Tommaso e non ho intenzione di prolungare questa
infruttifera conversazione.
«Lo so che pensavi a lui. Sei venuta a letto con me solo per smettere di
pensare a lui».
Una montagna di vomito su Michele, come sarebbe? Un lago. Un’esplosione
vulcanica. La terraformazione di un pianeta.
«Tu non sai di cosa parli», osservo.
È serio, contrito, quasi addolorato. «Smettila. Non puoi dare solo la colpa a
me. Io non ti ho mai amato ma nemmeno tu».
Non è certo una novità eppure fa male lo stesso. Non ce lo eravamo mai detti.
Nemmeno il contrario, per carità, ma “non ti ho mai amato” scava una trincea
nell’anima che duole nonostante il tempo, nonostante gli anni, nonostante il
sentimento sia reciproco.
Mi appoggio alla parete dell’hotel. Voglio scappare da qui. Correre lontano,
fuggire dai suoi occhi neri, allontanarmi da ciò che sono stata. Oppure vomitargli
addosso.
Ha bevuto, lo capisco dal modo in cui si muove, dal suono della sua voce,
dall’intenzionalità delle sue parole. Michele non dà spazio ai sentimenti quando
è sobrio.
«Non prendermi in giro, Sofi. Siamo stati un gioco l’uno per l’altro, solo un
gioco», prosegue tristemente.
«Per me non eri un gioco». Non lo amavo, no, e l’amore, l’amore inteso come
eros, non ha mezze tinte. Non è amicizia, non è affetto fraterno, non è
spiritualità. L’eros è un principio divino che fa muovere verso qualcosa e il mio
qualcosa non è mai stato lui.
No, a Michele non ho mai dato il mio cuore ma il mio non era un gioco. Il
sentimento malandato che mi ha legata a lui per anni non era un gioco e non
intendo stare ad ascoltarlo mentre cerca di convincere anche me per non sentirsi
in colpa.
«Ma non…»
«Basta, Michi», lo interrompo. Mi incammino e sono già alla porta nel
momento in cui parla di nuovo.
«Stai bene con Tommaso».
«Cosa?»
«Tu e Tommaso, state bene. Non fanno altro che dirlo tutti. Io non lo so se è
vero ma immagino che, se lo dicono tutti, sia vero».
Non abbiamo mai parlato di altri. Sapevamo che c’erano, mille donne per lui e
qualche uomo per me, ma non abbiamo mai discusso prima di tutte quelle che si
è portato a letto, Sara compresa. Per questo adesso non so cosa devo fare.
Vomitargli addosso continua a essere l’opzione più interessante ma dovrei
tornare indietro e non ho voglia.
Decido di salutarlo e tornare in camera però non faccio in tempo. Lui è più
veloce. Nell’istante in cui giro la testa si accende una sigaretta e parla.
«Per quel che vale, mi dispiace. Mi dispiace per il male che ti ho fatto, se ti ho
illusa, se ti ho tradita. Mi dispiace sul serio. Sono stato uno stronzo con te. Non
so come hai fatto a starmi dietro. Mi dispiace, cazzo». Sembra che abbia recitato
un copione, tanto è stato veloce.
Per la prima volta da quando ci conosciamo non è il mio viso a esprimere ciò
che penso e sento, ma la mia voce. Nessuna faccina, nessuna espressione buffa,
addolorata, ferita. Solo parole.
«Dispiace anche a me».
Non penso ci sia altro da dire. Se rimanessi qui finirei per vomitargli addosso
qualcosa. Forse non il Pita gyros, né la Mythos, ma il dolore, la rabbia, il
risentimento. Per questo impugno la maniglia e spingo, immettendomi nella
semioscurità dell’hotel.
Mi nascondo in un angolo e schiaccio le spalle contro il muro. Devo fermarmi
un attimo prima di continuare a camminare, devo smaltire ciò che ho sentito.
Non aveva mai detto scusa, mi dispiace, perdonami. Aveva sempre trovato il
modo di giustificare il suo comportamento senza andare oltre.
Impiego qualche secondo a capire cosa è successo. Dopo dieci anni dall’inizio
di tutto ho la sensazione che l’incantesimo che avevo spezzato lasciandolo sia
definitivamente svanito. Ne era rimasto ancora un po’ nell’aria, la nube appena
percettibile di un maleficio che faticava a scomparire, fino a ora. Ma adesso è
finita. Finita per sempre.
Sofia e Michele non esistono più, non insieme. Esisto io, esiste la piccola me
che tira pugni per ottenere ciò che vuole, esiste un mini ateniese che mi spinge
tra le braccia dell’uomo che fa palpitare il mio cuore, ma non esiste più la Sofia
di Michele.
Se avessi saputo che sarebbe bastato un “mi dispiace” l’avrei implorato di
dirmelo anni fa.
Mi porto le mani sui capelli e sorrido, finalmente libera. Mi stacco dal muro,
sorridente, e mi blocco all’improvviso accorgendomi che davanti a me, seduto
sulle scale, c’è un uomo. Mi sfrego il naso e penso a cosa fare, se gridare “al
lupo, al lupo” svegliando tutti, tornare da Michele e fargli presente la situazione
o procedere indifferente e tornare in camera.
«Gnomo?» È una voce maschile.
Faccio un saltello sul posto e stringo le labbra. «Stefano?», ribatto. Ma quanta
gente sveglia c’è stanotte? Mi pare chiaro che non ci faccia bene bere né andare
a ballare.
«Sì. Ti ho fatto paura?»
Faccio una risatina isterica e lo raggiungo. Tra le mani tiene una scatolina
bianca con un fiocco rosso sopra e sembra più vecchio di dieci anni rispetto a
qualche ora fa. Preferisco rimanere in piedi e appoggiarmi alla colonna piuttosto
che mettermi a sedere perché continuo a indossare il vestito troppo corto e anche
se sono sicura che non gli interessano le mie gambe non voglio rischiare.
«Non riesco a dormire», annuncia.
«Siamo in diversi stasera».
Ha la faccia strana, assomiglia a un cane da tartufo.
«Tu mi sposeresti?», chiede dopo una lunga esitazione.
Sgrano gli occhi e spalanco la bocca. Non ci siamo proprio. Ci deve essere
qualcosa nell’aria o forse avevano introdotto delle strane sostanze dentro la
carne che ci hanno servito per cena. Le guance mi si colorano di rosso ma per
fortuna lui non se ne accorge. «Eh?»
Si mette a ridere. «Sono fidanzato, sai? Ho una ragazza».
Che sia ubriaco anche lui? Sì, probabilmente lo è.
«E sono innamorato di lei», prosegue.
«Sei fidanzato?» Giusti fidanzato. Giusti fidanzato. Davvero?
«Sì».
«Perché non l’hai portata con noi?»
«Perché due settimane fa mi ha lasciato», risponde muovendo la testa dall’alto
verso il basso.
Non è ubriaco. È solo innamorato. E l’amore, si sa, fa fare cose assurde.
«Maledizione, mi dispiace».
«Mi ha lasciato perché ha detto che sono un ragazzino. Che sto dietro al
Fantacalcio, che continuo a girare la testa quando passa una bella ragazza, che
non mi voglio sposare.
«È vero che non ti vuoi sposare?»
«Non è che non voglio sposarmi. Ho paura e basta».
«Paura di cosa?», chiedo. Sta andando troppo velocemente. È notte fonda, ho
appena chiuso con Michele e faccio fatica ad ascoltarlo perché sto sognando
Tommaso.
«Di come cambierà la mia vita».
Affondo la testa nei miei capelli e appoggio un piede sopra l’altro.
«Se penso che l’ho persa mi uccido», aggiunge poco dopo.
Giusti innamorato. Non riesco a crederci.
«È un anello, quello che hai tra le mani?»
Annuisce.
«Fa’ vedere», continuo.
Apre la scatolina con la mano che trema e al centro compare un cerchio sottile
color argento al cui apice c’è un diamante. «È bellissimo! L’hai comprato qui?»
«Sì. Ma me la faccio sotto».
«Per cosa? Perché la vita va avanti e tu vuoi rimanere fermo?»
«Per te è diverso?»
Sorrido. «Tra un anno compirò trent’anni e sono terrorizzata. Non penso che
sia diverso».
Sorride anche lui e chiude la scatolina. «Sì?»
«Crescere spaventa tutti», insisto. Quanto è vero. «Sabato, quando torniamo,
va’ da lei e chiedile di sposarti. Se la ami, se è con lei che vuoi stare, non
lasciartela scappare».
Lo dico a voce alta, lo dico fingendo di parlare a lui, ma sono parole che
dovrei rivolgere a me stessa. È con lui che voglio stare. Ho quasi trent’anni e da
poco meno di venti amo Tommaso. Lo amo di un amore incondizionato, di un
amore tormentato, di un amore profondo. Lo amo quando non parla, quando
ride, quando mi abbraccia. Lo amo quando posso guardarlo, lo amo quando non
lo vedo e lo sogno. Lo amo. Lo amo con tutto l’amore che posso dargli. Che
aspetto a dirglielo?
«Dici?», si assicura costringendomi ad aprire gli occhi.
«Dico», rispondo. «Come farai con Paolucci?»
Ride e si alza in piedi. «Lo sa. Sono due settimane che mi dice che sono
un’idiota perché me la lascio scappare».
Rido con lui.
«Ho paura di sposarmi e non so nemmeno il perché. E poi ho paura di averla
persa. E se sabato, quando glielo chiedo, mi dice di no?»
E se Tommaso, quando glielo dico, mi dice che gli dispiace ma che per lui non
è lo stesso?
Scuoto la testa e chiudo gli occhi. «Non lo so. Però perché dovrebbe? Ti ha
lasciato perché ti ama e vuole di più da te, non perché vuole un altro».
«Lo spero». Accarezza la scatolina e la passa da una mano all’altra. «Perché
sei in piedi? Voglio dire, io rischio di aver perso la donna della mia vita ma tu?»
Corrugo il naso, la bocca e la fronte. Non so come rispondere alla domanda
che mi ha appena posto e la faccina mi aiuta a tergiversare.
«Tu e Michele non state più insieme, vero?»
«No».
«E tu e Tommaso?»
Io e Tommaso? Io lo amo, ma non so se lui ricambia. Non so nemmeno che
cosa sta succedendo questa settimana. Non so se il fatto che io abbia leccato il
suo collo gli abbia fatto pensare che poteva lasciarsi andare. Non so se il bacio
che mi ha dato è frutto di un desiderio mai esaudito o se è stato il caso. Il caso.
Come se la passione che c’era dentro potesse essere classificata nell’archivio
“caso”. Non so cosa vuole Tommaso ma non penso che ricambi ciò che sento,
però preferisco non pensarci perché la cosa mi sbilancia e mi fa stare male, mi fa
venir voglia di urlare, piangere e scappare, quindi preferisco non rispondere alla
tua domanda. Ti dispiace?
Avrei dovuto dire questo. Invece mi strofino il collo e lo saluto.
«Vado a dormire, Stefano. Ci vediamo domani».



16
Quinto giorno

Mi sveglio con il sorriso di Tommaso che mi aleggia davanti e una sensazione di


mancanza che mi fa boccheggiare. Mi manca l’aria. Ce n’è tanta qui dentro e
Anita e Roberta sembrano non avere nessun problema a respirare eppure io non
ci riesco. La cerco, la raccolgo ma non è mai abbastanza perché non è l’aria che
mi manca, ma lui.
Scendiamo a fare colazione prestissimo perché abbiamo tante cose da vedere e
cerchiamo di ottimizzare il tempo. Mi immetto nella sala e spero di vederlo da
qualche parte, spero che entri mentre io sbocconcello il pane con la marmellata,
mentre sorseggio questo caffè americano che mi porta a chiedere come possa
essere chiamato caffè, ma lui non arriva. Martinelli e Mori approdano insieme e
danno l’impressione di aver trovato un’intimità strana, quella tra persone troppo
intelligenti. In questi casi non sai quanto vadano in profondità, quanto la sintonia
che noti dipenda dalla mente, dal cuore o dal corpo. Vorrei tanto sapere a che
punto sono arrivati e mi riprometto di fare una chiacchierata con Claudia.
Roberta mi fa cenno di salire e con lo stomaco vuoto e borbottante sistemo la
sedia e abbandono il tavolo. Non ho mangiato praticamente niente e ho fame, ma
sono certa che il cibo non avrebbe risolto il problema.
Usciamo dall’ascensore e giriamo verso sinistra, verso la nostra camera, ed è a
questo punto che lo vedo. È davanti alla porta con le mani incrociate sulla
schiena e appoggiate contro lo stipite. È a questo punto che l’aria torna, tutta
insieme, permettendo al mio corpo di ossigenare di nuovo.
«Mitico Tommi», dice Anita quando lo vede.
Lui si sposta per permetterle di aprire la porta e si infila le mani nei jeans.
«Buongiorno», ci saluta.
La mia mano va immediatamente alla nuca e inizio a grattarmi. Non mi
grattavo così tanto dalle superiori e questo la dice lunga sulla mia condizione.
«Hai già fatto colazione?», chiedo.
Lui annuisce senza rispondere e mi sorride.
«Mi lavo i denti e arrivo». Vorrei entrare in camera e fare quello che ho detto
ma mi rimane difficile perché mi è mancato tanto durante la notte e ho bisogno
di ricaricarmi, di registrare ogni sua piccola parte per poter sopravvivere ai
prossimi tre minuti lontana da lui.
Mi fa un sorriso ciclopico e mi scalda. Io scrollo la testa ed entro, a malapena
sento Roberta e Anita che si prendono gioco di me perché sono troppo
impegnata a rendermi il più carina possibile. Mi lavo i denti, ripasso la matita
nera intorno agli occhi e rifletto qualche istante sulla possibilità di mettere il
fard, ricordandomi, per fortuna, che anche oggi diventerò rossa come il cappello
di un folletto e che non ho bisogno di rendermi ancora più ridicola.
Gli compaio davanti con un sorriso che lui ricambia, poi mi dà un bacio sulla
fronte e mi prende per mano. Scendiamo in questo modo, con le dita intrecciate,
con gli occhi di tutti puntati addosso e la sensazione di camminare sulle nuvole.
Sono estremamente felice, ma la felicità che provo è contrastata dall’idea che
Michele sia nei dintorni e dal fatto che i miei compagni di avventura potrebbero
pensare che io sia una poco di buono. Prima con Michele, adesso con Tommaso.
Nessuno di loro sa che per Michele ho provato un affetto forte e dirompente che
mi ha impedito di avvicinarmi a qualunque altro ragazzo. Nessuno di loro sa che
Tommaso è l’amore, l’amore che celo nel profondo, l’unico che mi fa sentire
bene, che riempie i miei sonni di ricordi e sogni, che mi fa battere il cuore, che
mi stravolge. È questo che sono oggi, stravolta, e ho tanta voglia di dirglielo ma
non mi va di farlo nel minivan con gli occhi di tutti che ci scrutano e le orecchie
del mondo che ci ascoltano.
Non che ci sia tanta gente. In effetti le ragazze della E e la tipa della F non si
vedono da nessuna parte. Lo ammetto, non mi interessa molto. In questo
momento non desidero altro che affondare il viso nella spalla di Tommaso o
appoggiare la testa sotto il suo mento.

Il centro del mondo, secondo gli antichi greci, era Delfi. In mezzo alle
montagne, nel niente. Sotto il sole cocente. Una targa sotto una roccia ricorda il
luogo in cui la Sibilla entrava in trance. Michele dice che «sniffava droghe
sconosciute». È qui che la Pizia rispondeva alle grandi e piccole curiosità umane
ed è qui, sulla Strada Sacra lastricata, che Roberta si accovaccia fingendo di
essere sotto qualche effetto stupefacente per rispondere alle domande più
assurde, a partire da quella di Matteo che, serio e composto, chiede: «Smetterò
mai di sudare così tanto?»
La gente intorno ci studia come se fossimo completamente andati ma noi,
dopo la pennichella fatta durante il viaggio, siamo carichi e abbiamo voglia di
scherzare, giocare e scoprire questa terra che parla di storia e mito a ogni passo.
Il tempio di Apollo, nella sua maestosità, il teatro, le spiegazioni di Claudia, le
precisazioni di Martinelli. La ricostruzione grafica della città, all’interno del
museo e il plastico bianco le rendono onore. L’Auriga e altri pezzi rari lo fanno
sembrare completo. In lontananza, fuori, il lago si fa spazio fra le pendici
montuose ma la sua vista non riesce ad alleviare il caldo.
È il tempo di un respiro. Non penso a me e Michele, qui, che per il tempo che
impiegherei a respirare. Non rimugino sui nostri corpi impacciati che per la
prima volta hanno fatto la loro conoscenza. Nessun ricordo mi assale. Il tempo di
un respiro, il respiro che riempie Tommaso, che riporta a lui, che ci conduce
lontano da qui e che ci porta verso le Meteore.
«È l’unica cosa che non abbiamo fatto in gita che abbiamo deciso di inserire
in questa nuova vacanza», spiega Martinelli.
«Abbiamo?», chiede Matteo. Quando c’è è una vera forza.
Mori fa una linguaccia e Riccardo sorride felice.
«Cosa c’è precisamente tra voi due?», domanda Anita.
«Niente!», risponde lei dando una gomitata al ragazzo che le siede di fianco.
«Ahi, che fai?», domanda stupito.
«Non c’è proprio niente, diglielo», ripete il bulldog.
«Niente, per l’amor del cielo, ci tengo al mio corpo!», dice lui e subito gli
arriva un’altra gomitata.
«Sentiamo, tra voi invece?», chiede Claudia rivolta a me e Tommaso.
Io divento rossa e Tommaso si mette a ridere, si volta verso di me e mi dà un
bacio sulla fronte.
Parte un ululato generale con applauso a seguire e io divento ancora più rossa,
così mi rintano sotto il suo braccio e lo ascolto ridacchiare sopra di me. Mi
stringe forte e mi dà un altro bacio sulla testa. «Tutto bene, piccoletta?»
Mi alzo, sicura che gli altri siano tornati al loro posto, e lo guardo negli occhi.
«Tutto bene, Tommi. Tu?»
«Benissimo», risponde continuando a sorridermi. Non ce la faccio più, mi
trattengo da troppo tempo e mi sento male se non lo faccio, per questo me ne
frego di tutto e tutti e gli deposito un bacio sulle labbra. Nessuno dei due le
schiude anche se è chiaro che entrambi abbiamo una voglia incredibile di farlo.
Ci stringiamo per tutto il viaggio, sorridiamo come ragazzini e finalmente
Zenas ci porta alle Meteore. Davanti ai miei occhi si apre uno degli scenari più
belli che abbia mai visto. Non avevo idea che al mondo potesse esistere qualcosa
di tanto speciale, diverso, magico. Delle enormi rocce emergono dalla terra e si
innalzano nel blu del cielo, nella cima del globo. Irregolari, con sfumature di
grigio, marrone e nero sembrano state depositate da un dio in modo casuale per
ricordare all’umanità il loro potere: creare dal niente meraviglie. Anche se so
benissimo che sono il risultato del mare che combatteva contro l’argilla, non
posso fare a meno di pensare che ci sia lo zampino di uno dei figli di Zeus.
Tommaso guarda dritto davanti a sé, colpito quanto me dallo spettacolo che
questa terra ci regala.
«In mezzo all’aria», dico.
«Cosa?»
«È questo che significa in greco meteora. In mezzo all’aria. O almeno credo».
Mi avvicino a lui e mi stringo al suo corpo pensando che questa gita non mi
regala solo la visione di una natura instabile e potente, ma anche il ragazzo più
bello e dolce che potessi incontrare nella vita.
Socchiudo gli occhi, respiro l’aria della Tessaglia e tento di non domandarmi
che cosa sta succedendo. Sotto, mentre ci spostiamo tra queste immense rocce,
in mezzo alla vegetazione della montagna, ci sono dei ristorantini che fanno
carne alla griglia. Mangiamo sotto una cupola di piante rampicanti, tipo giardino.
Bistecche, spiedini enormi, lukanika, la salsiccia greca. Completiamo il lauto
pranzo con il caffè bollito. È diverso dal nostro, più forte e deciso, dalla
consistenza farinosa perché viene servito in una tazzina insieme alla polvere.
Preparato nel briki, il pentolino tradizionale, è amaro, anche se ho scelto la
versione più dolce. Tommaso ha invece preferito quella classica, senza zucchero.
Durante la preparazione, ci spiega il ristoratore, va lasciato depositare e una
volta versato nella tazzina non va mescolato e va bevuto lentamente. Lo
preferisco, senza dubbio, a quello americano.
Una volta finito di mangiare ci incamminiamo per visitare i monasteri in
sentieri strani, lunghi e sospesi che fanno venire i brividi. Ci copriamo con delle
stoffe che ci vengono consegnate dai monaci per permetterci l’accesso e ridiamo
senza far rumore per non disturbare la quiete di questo posto che si è fermato nel
tempo. Quando torniamo da Zenas siamo stravolti dalla bellezza che ci ha
regalato il suo paese e non riusciamo quasi a parlare.
In realtà basta la vista di una ragazza dai capelli neri per far girare la testa a
Paolucci e Giusti che insieme, contro ogni legge del corteggiamento, si
avvicinano alla tipa approcciandola in greco antico. Non riusciamo a capire cosa
le dicono ma udiamo forte e chiaro la sua risposta quando in inglese li manda a
quel paese.
«Zenas, non sono tanto disponibili le greche!», urla Paolucci.
Giusti mi fa l’occhiolino e io gli sorrido. Nessuno sa che non gli interessa
affatto quanto sia disponibile la greca perché il suo cuore pulsa per un’italiana a
cui chiederà di sposarlo.
«Se tu smettessi di parlargli in una lingua che non gli appartiene più, magari
sarebbe diverso», dice Claudia.
«E se invece di provarci insieme fosse solo uno dei due a farsi avanti, avreste
sicuramente più possibilità», continua Martinelli.
«E poi, gìgnōske kairòn!», conclude Pitti.
«Che?», domanda Lorenzo, completamente a digiuno di greco.
«Riconosci il momento giusto», spiega lui.
«Ti riferisci al fatto che non è il momento migliore per correre dietro a una
ragazza che è qui per lavoro?», chiede Roberta. «Sono d’accordo, Pitti. Alle
volte riservi grandi sorprese», dice lei muovendo il ventaglio davanti al viso.
«Grazie, Robi, detto da te è veramente un bel complimento».
Il Prof. Bianchi, con Santina alla mano, ci raggiunge, seguito da Michele e
Anita che erano rimasti indietro. Lei mastica la gomma nel suo solito modo
delicato e lui si fuma una sigaretta che ha la forma di un altoparlante.
È bello come mi disinteressi a ciò che potrebbe pensare Michele della mia
mano che stringe forte quella di Tommaso. Non l’ho lasciata un secondo e non
ho intenzione di farlo. Combatto da tutto il giorno contro la voglia di baciarlo, di
sentire le sue meravigliose labbra sulle mie, e quando scopro che la sua
attenzione è rivolta alle mie gambe, o che gli occhi gli cadono sul mio décolleté
– vuoto, ma non sembra rendersene conto – il desiderio aumenta. Siamo riusciti
a scambiarci un bacio nascondendoci dietro un albero, certi che oltre Apollo
nessun altro ci avrebbe visti, ma è stato così veloce che invece di saziarci ha
aumentato la nostra fame.
«Ok ragazzi, salutiamo questo spettacolo e ripartiamo!», comunica Claudia
dando uno spintone a Paolucci prima di entrare nel minivan.

Ci accomodiamo ai nostri posti e mi perdo negli occhi di Tommaso. La sua mano


cerca la mia.
I segni di espressione ai lati della bocca lo fanno apparire più uomo, le
sopracciglia scomposte più selvaggio. Mi sono obbligata per un tempo
immemore a non soffermarmi sulle particolarità del suo viso ma, da quando le
cose sono cambiate, non posso farne a meno.
«Ti voglio», mormoro. Se avessi pensato un secondo di più non avrei mai
detto una cosa del genere, e soprattutto non lo avrei fatto in un pullman pieno di
sileni, quei brutti esseri animaleschi che assimilo alle facce dei miei compagni di
viaggio, ma la lingua è stata più veloce del resto e non posso che abbassare la
testa mentre divento rossa.
Lui sospira e chiude gli occhi. Quando li riapre sono talmente luminosi da
sbalordirmi.
«Hai idea di che effetto mi faccia sentirtelo dire?», sussurra. Con il viso mi
entra tra i capelli e la sua bocca mi solletica l’orecchio mandandomi in visibilio.
«Hai idea di cosa mi fai?»
Il mio petto si alza e si abbassa rapidamente fino a quando le sue dita non
entrano sotto la mia maglietta scorrendomi lente e leggere sulla pelle. Sgrano gli
occhi e mi sento morire.
Mi contempla, mi scruta e con la mano continua a muoversi sotto i miei vestiti
annullando ogni pensiero razionale che la mente potrebbe creare. È
meraviglioso. Tommaso, i suoi occhi, le sue dita. Il modo in cui ci guardiamo,
questi giorni insieme, le nostre risate.
«Che mi sfai facendo, Tommi?», gli chiedo appoggiando la testa sul suo collo.
Le mie labbra si aprono per baciarlo, tracciare tanti piccoli abbracci sulla sua
pelle calda e vibrante. Mi toglie la mano dalla pancia e mi cinge, si stringe a me
e rimaniamo in silenzio per tutto il viaggio. Cullata dalle sue grandi braccia,
indifferente alle occhiate degli altri, mi abbandono sul suo corpo e vivo ogni
singolo istante. Non c’è nessun ricordo, solo noi e questo.
17

Metto un vestito corto e largo con le maniche a tre quarti. È abbastanza accollato
ma è reso più sbarazzino da una mezzaluna trasparente che si apre sul petto. Il
colore preponderante è il nero, anche perché con la chioma rossa che mi ritrovo
non potrei permettermi altri colori. Roberta prende due ciuffi dei miei capelli,
uno per ogni lato, li intreccia e li appunta dietro in modo da liberarmi il viso che
finalmente ha preso una tonalità abbronzata. Sempre verde, ma un verde
abbronzato.
«Ragazze, rimango qui stasera, ok? Sono sfinita!», annuncia Anita in uno
strano borbottio. Ha le occhiaie solcate come quando siamo partite e mi fa uno
strano effetto perché tra autobus e letto credo che abbia dormito più ore che in
tutta la sua vita.
«Sicura, Ani?», domanda Roberta.
«Tu non ce la racconti giusta», dico. Lei si fa improvvisamente tesa e dal
modo in cui reagisce capisco che ho ragione.
«Ma che dici, gnomo?»
«Che hai? Dài, sputa il rospo», la incalzo.
Si appoggia la mano sul viso. «Niente. Sono solo stanca, troppo stanca. Devo
ancora recuperare».
«Fingeremo che sia così fino a quando deciderai di renderci partecipi»,
replico.
Roberta insiste ancora e prova a estorcerle qualche informazione ma è chiaro
che Anita non ci dirà niente, per cui, in qualche modo, ci convinciamo a lasciarla
da sola.
«Che cosa sta combinando, secondo te?», insiste in ascensore.
«Non ne ho idea ma qualcosa c’è».
«Se tu non avessi detto niente non ci avrei mai pensato. Credevo
semplicemente che fosse stanca».
«Ha dormito tantissimo, molto più di noi. Il primo giorno non è venuta e in
autobus appena toccava la poltrona dormiva. Me lo hai detto tu!», reagisco.
«Sì, è vero, ma era sfinita quando siamo partite».
«Vero, e infatti se lei non si fosse irrigidita», dico facendo la sua imitazione,
«avrei pensato di aver detto una cavolata. Ma non è così», concludo.
Arriviamo davanti alla porta e lì ci sono Martinelli, Claudia e Tommaso. Mi
accoglie con un mezzo sorriso, fa una panoramica del mio abbigliamento e poi
sorride in modo completo, offrendomi un dono inestimabile che vorrei poter
mettere sotto l’albero di Natale già da adesso.
Discutiamo su come trascorrere il resto della serata e prendiamo tempo in
attesa che qualcun altro ci raggiunga. Siamo tutti abbastanza sicuri che il resto
del gruppo non si unirà a noi ma aspettare qualche minuto in più non costa
niente.
Le chiacchiere vengono interrotte all’improvviso da Martinelli.
«C’è Matteo. Ma dove va?», chiede costringendomi a guardare nella sua
direzione. Il nostro amico sudaticcio, probabilmente uscito dalla porta che
conduce alla piscina, si muove in modo circospetto e si allontana dal palazzo. Si
volta nella nostra direzione ma non ci vede perché siamo nascosti dietro delle
colonne, tuttavia noi vediamo benissimo lui che estrae una chiave dalla tasca e
che va ad aprire un’automobile arancione.
«Una macchina?», chiede Roberta. «Che fa?»
Se si fosse comportato in modo normale nei giorni precedenti, se fosse venuto
sempre con noi e avesse sudato solo per il caldo, nessuno si sarebbe allarmato.
Ci saremmo limitati a chiamarlo e a chiedergli cosa stava combinando. Il suo
atteggiamento, però, non invita di certo a farlo.
«Aspettiamo qualcun altro?», domanda Tommaso.
«Non credo proprio», risponde il bulldog.
«Allora sfruttiamo Zenas e seguiamolo», propone Martinelli.
«Stavo pensando la stessa cosa», dice Roberta.
«Idem», fa Claudia.
Sul viso mi compare una faccina dispiaciuta e titubante insieme che non viene
degnata di molta attenzione perché Matteo si sposta velocemente ed è lui la
priorità.
«Sta partendo, via, adesso!», ci incalza Martinelli.
Nonostante il mio disappunto andiamo da Zenas e gli spieghiamo cosa
vogliamo fare. Lui sale in macchina stupito, ed è ancora più stupito quando
Roberta grida: «Segua quella macchina!», rompendo il muro del suono e i nostri
timpani. «Scusate, ho sempre voluto farlo!», spiega.
Zenas parte ed è bravo a seguire le tracce di Matteo senza farsi vedere, temo
quasi che sia un ex agente segreto. Provo a immaginare l’ometto baffuto che ho
di fronte mentre si lancia da un elicottero per atterrare su un treno in corsa ma il
mio viso risponde per me contorcendosi. Tutti quei peli svolazzanti. Quei baffoni
tremanti.
«Non staremo esagerando?», domando.
«Io sono seriamente preoccupata. È tutta la settimana che appare e scompare e
le sue scuse sono ridicole», dice Roberta.
«Ha una macchina, Sofi!», precisa Claudia.
Mi gratto il naso e sento gli occhi di Tommaso che mi scrutano.
Probabilmente è indifferente a ciò che sta succedendo o solo infastidito per
essere obbligato a seguirci in questa avventura.
«Tu odi tutto questo, vero?», domando.
«Mi faccio molto volentieri gli affari miei, ma Matteo è strano quindi ci sta.
Dovrebbe aspettarselo».
Annuisco e mi tocco i capelli.
«Sembri davvero una fatina con queste treccine», dice sfiorandomi la testa. Io
sorrido ancora di più e mi appoggio a lui.
Il traffico a quest’ora è meno intenso ma è comunque difficile stare dietro alla
macchina del nostro amico, beccare gli stessi semafori verdi e tenere la sua
velocità. Zenas ha delle capacità innate, o maturate durante anni e anni nei
servizi segreti greci perché il caos della città è davvero spaventoso.
«Ohi, fermo!», urla Martinelli quando la macchina di Matteo rallenta.
Parcheggia in un buco microscopico tra altre auto e scende rapidamente, quasi
correndo. Siamo in un quartiere periferico di Atene e non saprei come tornarci,
né come andarmene ma la situazione riguardo a Matteo ci è sfuggita di mano
quindi cancello dalla mente tutti i pensieri, compresa la sua faccia sorridente
quando la prof. di matematica gli dava otto, e scendo insieme agli altri.
«Zenas, vai pure, torniamo con un taxi!», dice Martinelli.
Claudia lo fulmina e si gira verso il nostro autista. «Ti prego, non ascoltarlo!
Ti chiamo quando abbiamo fatto!»
Zenas sorride sotto le enormi vibrisse e ci saluta, tuttavia Claudia non se ne
accorge perché è troppo impegnata a sgridare Martinelli ricordandogli che
abbiamo pagato l’autista per un servizio che copre tutto il giorno e tutte le
esigenze.
«Dov’è finito?», domanda Roberta. Sono quasi le nove, i negozi sono chiusi e
noi non sappiamo dove andare. La mano di Tommaso mi fa sentire protetta e
placa la mia preoccupazione ma arriva fino a un certo punto. E se fossimo andati
oltre? Stiamo inseguendo un nostro amico, ci stiamo infilando nella sua vita
privata.
E se qualcosa non andasse? Se Matteo avesse qualche problema e noi non
facessimo niente sarebbe ancora peggio.
Martinelli borbotta qualcosa a Claudia che cerca di dare ordine alle sue parole.
Sono sicura che molleremmo se davanti ai nostri occhi non comparisse un
ristorante. Non è per turisti, sembra frequentato da gente del luogo, come tutto il
quartiere d’altronde, ed è lì che vediamo Matteo. È sotto la veranda, in un tavolo
occupato solo da un bambino che scrive qualcosa in un libro. Accanto a loro c’è
una ragazza sulla trentina con i capelli scuri e la pelle olivastra.
«Chi è quella?» È Claudia che parla.
«E chi è quel bambino?», si interroga Roberta.
«Perché è con loro?», chiede Martinelli.
Tommaso è evidentemente infastidito dalla curiosità e dalle domande, alle
quali non risponde. «Abbiamo visto che sta bene, possiamo anche andarcene»,
osserva.
«Sì ma perché tutta questa segretezza?», continua Claudia.
Matteo ride e tocca la testa del piccolo che lo guarda adorante. Ha gli occhi
scuri ed è sudato, sudato come… Aspetto un minuto prima di rendere i miei
amici partecipi dell’idea che mi è venuta. Non è possibile. Eppure ha l’età giusta.
Più lo guardo e più me ne convinco. Più lo guardo e più mi do della pazza.
«Ragazzi, ditemi che sto delirando».
Troveranno una spiegazione plausibile o un’evidenza che negherà la mia
inammissibile intuizione.
«Che c’è, Sofi?»
«È uguale a Matteo. Suda anche come Matteo».
E sarebbe un buon motivo per assentarsi di continuo.
«Ma dài, non vorrai mica dire…», fa Martinelli, ma rimane a bocca aperta
perché più osserviamo quel bambino più è palese che è suo. Stessi capelli, stessa
bocca, stessi occhi. Una fotocopia in miniatura.
«Matteo ha un figlio!», grida Roberta. Siamo abbastanza lontani ma la sua
voce è come una sirena in mezzo alla notte, si sente anche se c’è un temporale.
Matteo si gira verso di noi e nei suoi occhi per un istante leggo il panico, poi la
rassegnazione.
Roberta ha la mano davanti alla bocca e ripete: «Scusate» senza sosta, ma è
troppo tardi perché lui ci raggiunge. «Ciao», dice imbarazzato.
Noi siamo più imbarazzati di lui. «Ciao», salutiamo in coro come un gruppo
di dodicenni beccato in flagrante durante il saccheggio della biscottiera della
nonna. O delle riviste del fratello più grande.
«Scusa, Matteo», esordisce Tommaso scrollando la testa. È evidentemente
dispiaciuto.
Un silenzio opprimente si distende nell’aria fino a quando Claudia non decide
di romperlo. «Eravamo preoccupati per te e ti abbiamo seguito», ammette.
Non è che ci sia tanto da dire. La frittata è fatta, il dado è tratto. Comunque lo
si voglia esprimere, non si può tornare indietro.
«Vorrei dire che siete delle merde curiose ma sono contento che siate qui, non
ne posso più di inventare stronzate. Tranquillo, Tommaso, so che non sei tu ad
aver guidato la missione». Gli dà una pacca sulla spalla che viene ricambiata da
un sorriso. C’è una bella sintonia tra loro, quasi quanto quella con Lorenzo.
«Lui è…?», domando senza finire.
Matteo annuisce e sorride. «Mio figlio», dice, «una meraviglia», aggiunge
fiero. La felicità trasuda da tutti i suoi pori insieme al resto. «Si vede così
tanto?»
«Porca miseria! È uguale!», esclama Martinelli.
«Quindi è da lui che sei venuto tutta la settimana?», chiede Roberta.
Si passa la mano sulla nuca. «Sì. Volevo dirvelo ma prima avevo bisogno di
vederlo con i miei occhi e di accettare che quello che lei mi aveva detto era
vero».
«Da quanto lo sai?», chiede Claudia.
«Un mese, circa. Ci siamo conosciuti in Grecia, la sera che siamo andati in
discoteca. Vi ricordate che sono rientrato tardi e che mi sono preso una strigliata
da tutti perché ho fatto un casino tremendo nel corridoio?», domanda.
Io, Claudia e Roberta ridiamo al pensiero. Nessuno di noi dormiva, anche se
erano le cinque passate. Chiusi nelle camere, a gruppi di dieci, chiacchieravamo
e ridevamo sfruttando al massimo gli ultimi giorni di gita. Ricordo Michele che
sogghignava tirando i capelli di Anita, Roberta con le sopracciglia folte e unite e
poi un rumore terribile, come di sedie trascinate a terra da un uomo incatenato a
una roccia millenaria. Spaventati, ci lanciammo fuori e in mezzo al corridoio
trovammo Matteo, a terra, che si lamentava dondolandosi sulle ginocchia. Era…
«Ehi, torna qui!» Roberta mi dà un pizzicotto e io intuisco di essere l’unica a
essersi assentata perdendosi nel passato.
«Sono rientrato tardi perché ero con lei», continua Matteo voltandosi verso la
ragazza dai capelli scuri. «È stata la notte più bella della mia vita», ammette
sorridendo. «Ci siamo scambiati il numero di telefono e da dieci anni non
abbiamo mai smesso di parlare. Sono anche tornato qui, l’anno dopo, in vacanza
con i miei amici ma non mi ha mai detto niente. Un mese fa, quando le ho
spiegato che sarei venuto di nuovo, mi ha telefonato e mi ha detto che ero…
padre di un bambino di nome Anthimos».
I miei occhi, già più grandi della media, si arrotondano e ingrandiscono al
suono delle sue parole.
Dieci anni. Ha aspettato dieci anni a dirgli che aveva un figlio, lo ha cresciuto
da sola scegliendo arbitrariamente di non condividere tale notizia, tale gioia, tale
vita con il padre. È nella testa di ognuno di noi l’idea che gli abbia giocato un
brutto tiro, ma rimane lì, nelle teste. Per Matteo deve essere già abbastanza
difficile questa situazione senza che qualcuno insinui in lui più dubbi, più
rancore, più rabbia. Anche se di rabbia, nel suo viso, non ce n’è l’ombra.
«Scusaci», dice Claudia.
«No, è bello poterlo finalmente dire a qualcuno», ci tranquillizza. Ci parla dei
giorni che hanno passato insieme, di come suo figlio sia bravo in matematica, di
quanto sudi, proprio come lui. Noi ascoltiamo e lasciamo le domande nel
dimenticatoio, confinandole nel posto più lontano possibile del nostro io. Matteo
non ha bisogno di questo, adesso.
«Vi va di conoscerlo?», domanda.
«Certo che sì!», esclamo.
Lui ci fa cenno di seguirlo e quando arriviamo al tavolo ci presenta la sua
ragazza, Eleni, e il piccolo. È incredibile quanto sia perfetto. Da vicino è un mix
di entrambi in ogni tratto del viso, nei movimenti del corpo. Mi fa pena vederlo
sudare come il padre ma se crescerà tranquillo e sereno come Matteo sono sicura
che non sarà un problema.
Passiamo il resto della serata con loro, chiacchierando in italiano e inglese,
ascoltando i racconti di Anthimos senza capire una parola, stupendoci degli
sguardi che si lanciano i suoi genitori a distanza di anni dal concepimento. Eros,
sei tu? Sei tu, forza della generazione, giovinetto alato, che con le tue frecce
mieti vittime in ogni dove? Adesso capisco perché tra me e Tommaso le cose
hanno preso questa piega. Sei tu, piccola divinità, sei tu che mi spingi tra le
braccia del mio Psiche. “Maligno è il suo bacio, e le sue labbra sono veleno”,
dice una voce dentro la mia testa. Eros, un ricordo, una lettura, una versione.
Non so da dove viene, a chi è appartenuta. So solo che è per quel bacio avverso
che il mio cuore si è animato per Tommaso, che è per una freccia scagliata dalle
dolci e calde mani di quello che Saffo definisce dolce-amaro che sono qui, che
Matteo è qui, che Martinelli e Claudia sono qui.
«Che pensi di fare?», domanda Roberta quando il piccolo va ad aiutare la
madre in cucina. È la cameriera del ristorante ed è di casa, qui.
«Non lo so, ma cambia tutto, cazzo. Avere un figlio cambia ogni cosa», dice.
«Io e lei, non so nemmeno cosa c’è tra di noi, ma qualunque cosa sia ha dato la
vita a quello spettacolo di bambino. Dovrà pur valere qualcosa, no?»
Gli occhi mi si riempiono di lacrime che trattengo a forza. Mi gratto il petto,
tra le clavicole, tra i muscoli, tra le parti di vita che mi compongono e soffio
sugli occhi. Tommaso abbassa appena la testa per guardarmi e mi sorride
dolcemente. «Non hai un lavoro fisso, giusto?», domanda poi rivolgendosi al
mio compagno di classe.
«Lavoricchio quando trovo qualcosa. Non posso farli venire in Italia perché
tra i due quello messo meglio economicamente è lei».
«Non devi decidere adesso, però», lo rincuora Roberta.
«No, ma se penso che tra due giorni tornerò in Italia e sarò lontano da loro mi
sento male».
Eleni torna e con occhi dolci si rivolge a Matteo in inglese chiedendogli se ha
sempre voglia di passare la serata con loro. Matteo ripete: «Certo» cento volte e
non c’è bisogno che ci dica niente perché noi siamo già pronti ad andare via e a
lasciarlo alla sua nuova realtà. Paghiamo, lo salutiamo, scherziamo con il
sudaticcio in miniatura e aspettiamo che Zenas ci raggiunga.
L’Ellade non smette mai, mai di stupirmi.
18

Rientriamo in hotel in silenzio, concentrati sulla verità scoperta, sul futuro che si
prospetta, sull’età che avanza. Abbiamo chiuso nell’armadio la parte adulta di
noi ma Matteo e suo figlio ci costringono a riflettere sui vestiti che ci abbiamo
messo dentro, sul modo in cui abbiamo diviso i colori, sul sistema usato per
suddividere i capi in base alle stagioni.
Scendiamo dal minivan vagamente turbati. Trent’anni. Abbiamo quasi
trent’anni. Nessuno di noi l’hai dimenticato ma sono giorni che non ci pensiamo
e questa sera non abbiamo potuto fare altrimenti.
Tommaso mi stringe forte la mano nel suo modo intenso di fare tutto ciò che
gli interessa e nel suo viso si mischiano stupore, meraviglia, dedizione. Mi
stringe come se avesse paura che possa scappargli da un momento all’altro.
Peccato che io non riesca a fidarmi di ciò che penso, né dell’angioletto dai folti
capelli dorati che ha scagliato una freccia tormentando tutta la mia vita.
«Vieni da me», mormora tra i miei capelli prima di entrare nell’ascensore. Il
respiro si blocca da qualche parte, potrei azzardare un punto a caso, tipo, che so,
nel naso. Lo sento sorridere sul mio collo, sento le sue dita che solleticano la mia
pancia e dimentico di parlare.
Percorriamo il corridoio insieme a Roberta e al momento di entrare in camera,
nel momento in cui io mi faccio trascinare da Tommaso verso la sua stanza, è lui
che dice ciò che avrei dovuto dire io.
«Non aspettatela».
Toglie la chiave dalla porta, si gira di spalle e apre portandosi dietro me che
non fiato. Roberta alza le sopracciglia e sorride, io non emetto un suono.
Mi gratto il collo con l’indice con più forza del normale e già immagino
l’eritema di dimensioni planetarie che si formerà sulla mia pelle ma non mi
fermo.
«È per colpa mia che ti stai distruggendo in questo modo?», chiede
preoccupato quando mi vede.
Lascio cadere la mano e spalanco gli occhi. «No, scusa».
Le fossette sul suo viso prendono forma, i suoi denti strisciano l’uno contro
l’altro.
«È che», mi interrompo per schiarire la voce, «hai detto di non aspettarmi».
Ed è tutta la vita che tengo lontana l’immagine di noi, perché se avessi pensato
anche solo una volta ai nostri corpi insieme, ai nostri respiri in sincrono come i
nostri cuori, mi sarei persa per sempre.
«Ho fatto una cazzata? Ti scoccia che pensino che potrebbe succedere
qualcosa? Non deve succedere niente», dice con voce dolce.
«Ma io voglio che succeda qualcosa», confesso. «E ho paura», continuo.
Raschio il palato con la lingua pur di grattarmi.
«Sono io, sono Tommaso. Sono quello che in prima media ti comprava il
panino con il prosciutto prima che finisse, quello che ti portava a scuola in
Vespa, quello che…»
«Mi ha baciata. Tre volte».
«Non sembrava ti dispiacesse».
«Non mi dispiaceva infatti. Ma tu non sei solo il mio amico».
«Il tuo amico», ripete sprezzante. Scrolla la testa e va verso la finestra per
aprirla. È ferito e io non voglio che lo sia ma se vado avanti, se dico qualcosa di
più, finirò per confessare tutto.
Ti amo. Sarebbe semplice, facile, veloce. Ma in quel ti amo c’è tanto, troppo.
Ci sono io e le mie insicurezze, c’è lui e la sua strafottenza, ci siamo noi insieme.
E poi le menzogne, i sussurri, i baci. La vita, l’assenza, il tentativo di tenerlo
lontano, la paura di non essere ricambiata. Per quale motivo dovrei dirglielo?
Rovinerei del tutto la nostra amicizia. Però non vuole essere chiamato amico. E
poi è tutta la settimana che si comporta in modo diverso…
«Ti prego, non arrabbiarti. Vorrei dirti tante cose e non so da dove iniziare
e…»
«Che vuoi, Sofi?», domanda.
Due lettere, un significato. Una consonante, una vocale, un significato. Una
sillaba, un significato. «Te».
Il suo viso passa dalla rabbia alla gioia e sorride di un sorriso caldo, un sorriso
che prende e dà luce e inonda la stanza mascherando per qualche istante la notte
che avanza e che incalza fuori dall’involucro in cui ci troviamo.
«Vieni qui», dice dolcemente.
Io deglutisco e lo raggiungo, prendo la mano che mi porge e mi lascio
condurre nel balcone, in mezzo all’oscurità. Per la prima volta dall’inizio della
vacanza non concentrarmi sul suo viso è facilissimo perché le tenebre non
potrebbero essere più belle. L’Acropoli si arrampica sulla collina e supporta il
peso del cielo concedendo uno spettacolo di rara bellezza. Il marmo dorato si
distingue imperioso e ruba appena un po’ di luminosità alla luna che, alta e
circolare, occupa con poco più della sua metà una porzione di cielo stellato.
«Tu hai questa vista e non l’hai detto a nessuno?»
Si appoggia alla ringhiera. «Non è una cosa che puoi condividere con tutti».
«E quindi l’hai condivisa solo con Matteo?»
Sorride e intreccia le mani. «Se devo essere sincero, è dall’inizio della
settimana che ho voglia di fartela vedere».
Si volta e mi perdo di nuovo nella luce dei suoi occhi. Allontana le braccia dal
corrimano e vi si appoggia di schiena.
Do uno sguardo alle colonne e con un respiro profondo mi alzo e gli vado
davanti. Quello che voglio dire è facile ma non ho nessun allenamento. Nessuno
degli uomini con cui sono uscita ha mai tirato fuori da me le emozioni che provo
adesso.
«Prendi le mie parole come vengono, d’accordo?»
Scrolla la testa ma non gli do il tempo di dire niente.
«Sai, Tommi, io… insomma, io vorrei…»
«Che stai farfugliando?»
«Mi piacerebbe tanto che tu mi baciassi», mormoro passandomi la lingua sulle
labbra. Punto gli occhi su di lui anche se vorrei guardare da tutt’altra parte e
aspetto, aspetto che succeda qualcosa. Dovrà pur succedere qualcosa. Sono
preoccupata e felice, terrorizzata e gioiosa, spaventata e desiderosa. Lo desidero
e non so in che modo dirglielo. Deve succedere qualcosa.
Sulle sue guance si formano le fossette. È nervoso, ha smesso di sorridere.
Temo di aver fatto l’errore più grande della mia vita e combatto con la voglia di
piangere. Poi fa qualcosa. Allunga un braccio verso di me, prende una ciocca dei
miei capelli e me la sposta sulle spalle, dopodiché fa la stessa cosa dall’altro lato.
Fissa i miei occhi, la mia bocca. La mia paura irrazionale mi fa pensare che
potrebbe dire di no e inizio a cercare una scusa per uscire dalla situazione
ridicola in cui mi sono messa. Potrei far finta che era uno scherzo, scoppiargli a
ridere in faccia e muovere la mano davanti al viso come fanno sempre le attrici
nei film. Potrei anche mettermi a urlare e fargli credere di essere posseduta da un
demone quindicenne che deve dare il suo primo bacio a un vampiro. Continuo a
frugare nella mente alla ricerca della giustificazione perfetta trattenendo le
lacrime che premono sulle palpebre quando appoggia le mani sui miei fianchi e
mi attira a sé.
«Ehi, piangi?», chiede preoccupato.
«Sto impazzendo», dico mentre una lacrima mi scende sulla guancia. «Mi stai
facendo impazzire, Tommi», ammetto.
«Tu mi hai già fatto impazzire», mormora. «Adesso mi stai uccidendo». Le
sue mani si muovono sulla mia schiena, i suoi occhi mi fissano intensamente e
ho paura che possano inghiottirmi.
Il mondo intorno a noi viene risucchiato dal mio respiro e poi risputato fuori al
contatto della sua mano che mi entra tra i capelli e mi accarezza la nuca. Le sue
labbra si muovono di nuovo, ci passa la lingua sopra, poi avvicina il viso al mio.
Lo sento respirare rapidamente e la voglia di sentire il suo sapore mi travolge.
Un secondo, un attimo di vita prima che la sua bocca tocchi la mia. Inizia come
un bacio dolce e lento ma il desiderio è potente e la pressione delle nostre labbra
aumenta, il movimento delle nostre lingue si fa più importante, la ricerca
dell’altro straziante.
Con mani delicate torna sui miei fianchi ma basta poco perché diventino
torride e forti e mi attirino a sé con decisione. La sua mano destra si stacca e mi
sfiora le braccia nude, poi scende sulla schiena e si stringe ancora di più a me.
«Tu non hai idea di quello che mi fai», dice staccando per un secondo la bocca
dalla mia. Apro appena gli occhi. Lui mi alza il mento con l’indice e stabilizza i
suoi sui miei.
Presa dal momento, lascio che sia il mio corpo a guidarmi. Con le mani entro
sotto la sua maglietta, scorro sui muscoli del suo addome, continuo a salire e
quando arrivo al petto gliela tolgo.
Lui fa un sospiro profondo e riprende a baciarmi appoggiando il suo
meraviglioso corpo su di me. Muove una gamba e io intuisco che vuole entrare,
mi sposto al suo ritmo sperando di non cadere a terra e mi concentro su quello
che sto facendo.
Siamo davanti al letto, le sue mani scendono e mi accarezzano le gambe. Con
le dita sale sotto il mio vestito, sfiorandomi.
Lo bacio di nuovo e lui approfitta del momento per far scendere la cerniera,
poi fa scorrere le mani su di me per togliermelo. Ho il respiro accelerato e le
labbra gonfie, il petto che si muove e il cuore che esplode e non voglio altro che
questo.
I suoi occhi sui miei sono potenti, presenti, magnifici. Mi accarezza con lo
sguardo. «Quanto sei bella», dice facendo scorrere una mano sul mio petto.
«Cristo, quanto sei bella. Ti ho immaginata un sacco di volte», mormora con
voce roca, «ma non ero preparato a questo».
Bella. Me l’hanno detto in tanti ma non ci ho mai creduto prima di oggi.
Nessuno mi ha mai baciata come ha fatto lui. Nessuno mi ha mai guardata
come mi sta guardando in questo momento.
Dimentico chi sono. Dimentico di avere il corpo coperto di lentiggini e di
portare appena una seconda. Dimentico ogni cosa e lo bacio. Prego con tutto il
cuore che le sensazioni travolgenti che provo mentre lo spoglio siano le stesse
che sente lui. Prego che i baci che ci scambiamo siano potenti per lui quanto per
me. E prego che il sentimento che mi vive dentro sia ricambiato. Prego mentre i
nostri corpi si confondono, si cercano e si trovano davanti agli occhi opachi, ma
attenti, di Pallade Atena.
19
Sesto giorno

Seduta nel letto, con il lenzuolo tirato fin sopra la testa, il cuscino davanti al
petto, la bocca appoggiata sopra. Le rare volte che lo sposto per respirare sento il
bisogno impellente di riportarlo dov’era.
Tommaso dorme e io lo fisso ancora incapace di accettare e digerire quello
che è successo stanotte. Non so in quale momento, se tra la prima volta e la
seconda, o tra la seconda e le coccole infinite, si è messo i boxer. Sicuramente
prima delle coccole, perché se lo avesse fatto tra la prima e la seconda se li
sarebbe ritolti e io non ricordo di averlo visto vestito. Ora mi godo ogni
centimetro del suo corpo. Ha la testa appoggiata sul braccio, è composto e
sembra non dormire. Il viso è girato verso di me e ho modo di sezionare ogni
singola ruga, ogni piccolo segno della sua bellissima pelle. Le sopracciglia
castane, i capelli scompigliati, la barba che gli è cresciuta negli ultimi giorni. Il
muscolo del suo braccio è teso e lo stesso quelli dell’addome. Sono tentata di
toccarlo e di percorrere con il dito le infossature che si creano su di lui ma sono
troppo impegnata ad annusare il cotone.
Sono troppo impegnata a ripercorrere ogni singolo istante della notte trascorsa
insieme. I suoi baci, le sue parole, il suo corpo dentro di me. Non avevo mai
voluto nessuno come ho voluto stanotte Tommaso, né l’ho mai detto a nessuno,
prima di lui.
«Stai dentro di me. Non uscire da me, ti prego».
«Se fosse per me ti rimarrei dentro per sempre».
“Se fosse per me ti rimarrei dentro per sempre”. “Se fosse per me ti rimarrei
dentro per sempre”.
Mordo il cuscino e trattengo le lacrime.
«Come fai ad avere tutte queste lentiggini?»
«Non lo so», ho risposto sotto di lui. Ha iniziato baciando quelle del naso,
sotto la bocca, sul seno, sulle gambe.
«Sono troppe», ho continuato.
«Perché io possa baciarle una per una, sì. Ma non fa niente, le posso prendere
a gruppi».
Mi sono messa a ridere e lui ha fatto lo stesso risalendo sulla pancia. La sua
lingua è arrivata alle mie labbra e le nostre bocche hanno ripreso a baciarsi.
Stringo ancora più forte il cuscino.
«Aspetta a dormire, aspetta, piccoletta».
«Non dormo, Tommi».
«Non far dormire nemmeno me, non permettere che mi addormenti».
«Perché?»
«Perché ho bisogno di stringerti. Ho bisogno di stare dentro di te. Ho bisogno
di te. Non farmi dormire».
Ma non ho resistito. Quando le sue braccia mi hanno stretto e le sue palpebre
si sono abbassate non sono riuscita a svegliarlo. Ho fatto vincere il desiderio di
osservarlo dormire.
Mordo il cuscino e i suoi occhi si aprono. Si affacciano sul giorno affaticati,
stremati, ma curiosi e… felici. Quando mi vedono si illuminano, come un sole
estivo alto in cielo. Sorridono e poi sorride lui. La sua mano viene subito verso
di me e mi accarezza la guancia.
«Buongiorno, piccoletta», dice con la voce di chi si è appena svegliato.
«Buongiorno, Tommi», balbetto mentre mangio il guanciale.
Si appoggia sui gomiti usando muscoli che io non credo di aver mai
sviluppato, e di cui non conosco il nome, e si avvicina.
«Stai bene?», domanda preoccupato.
«Mai stata meglio», ammetto mentre il cotone mi si infila tra i denti.
«Perché hai permesso che mi addormentassi? Non erano questi i patti».
«Scusa».
«Dobbiamo rimediare. Adesso».
Mi regala un sorriso enorme e mi tira verso di sé. Mi abbraccia, mi bacia, mi
coccola.
È qui che volevo stare. Qui e da nessun’altra parte.

Quest’ultimo giorno è dedicato, ancora una volta, ad Atene e ai suoi dintorni.


Decidiamo di non prendere niente in hotel preferendo la classica colazione greca
in stile street food. Frappè ghiacciato e ciambella di pane con sesamo venduta in
bancarelle lungo le strade.
Durante la mattina ci muoviamo per Monastiraki, torniamo alla Plaka per fare
qualche acquisto e compriamo oggetti inutili che sanno di Grecia. Il mio bottino
di guerra consiste in: una sciarpa dai colori improponibili, un Milko, una
maglietta con l’incipit dell’Odissea, un paio di orecchini dalla forma strampalata
che non metterò mai e due piccole ampolline nere nel classico stile souvenir che
urlano “sì, sì, sono un turista!” e che sono destinate ai miei genitori. Ognuno di
questi primitivi acquisti viene inframezzato da domande sulla notte in cui ho
finalmente affrontato la mia chimera.
«Ci vuoi raccontare qualcosa?»
Sistemo il capello, allargo le falde e mi oscuro dal mondo, specialmente da
Anita che non mi dà tregua.
«Qualcosina?», rilancia Roberta. «Quante volte l’avete fatto?» Credo
l’abbiano sentita anche da Larissa. No, probabilmente oltre. Azzarderei un San
Pietroburgo. «Quanto avete dormito, un quarto d’ora?», continua ridendo.
Baci, carezze, parole. La notte. Dormire era un per di più alquanto inutile.
Anita mi afferra per il polso, per l’ennesima volta, e mi blocca.
«Allora, ci dici qualcosa o no?»
«Anita, mollami il braccio. Ti sei accorta che da lunedì a oggi ha avuto tutte le
sfumature possibili del viola?», chiedo infastidita. Non ho la forza di
arrabbiarmi, sono ancora stordita dal combattimento con il mostro dalla testa a
forma di serpente. O era la coda? Sono confusa.
«E pure tutte le sfumature di grigio!», replica. La gomma da masticare piroetta
nella sua bocca come una ruota panoramica.
È inutile, non posso mascherare in nessun modo le mille colorazioni rossastre
che tingono la mia pelle.
Roberta mi si piazza davanti e oscura il sole. «Hai le stelle negli occhi, hai
presente? Tutto il creato è nei tuoi occhi. Se non hai voglia di parlare va bene,
ma non credere che non si veda quanto sei pazza di lui».
L’intero creato in occhi insoliti dalle tonalità più strane. Tommaso ha plasmato
l’intero universo dentro di me.
«Per quale motivo pensi che non riesca a parlarne?», chiedo grattandomi il
gomito. La oltrepasso e mi confondo tra la gente, tra i turisti che saccheggiano la
zona. Mi guardo indietro un paio di volte per essere certa di averle seminate e
quando credo di esserci finalmente riuscita tiro un sospiro di sollievo. Estraggo il
Milko dalla borsa e lo sorseggio. La soddisfazione che mi dà è pari a quella che
prova un fumatore alla prima boccata di sigaretta. Lo chiudo e lo rimetto in
borsa, poi passeggio per il mercato di Atene e spero di trovare Tommaso da
qualche parte. Entro in uno strano bazar che vende oggetti di difficile
collocazione e la persona che mi attende all’interno non è lui, ma Roberta.
Quando deve dissolversi è veloce come la polvere, quando non voglio essere
trovata è arguta come Sherlock Holmes.
Braccia incrociate, sorriso infastidito sulle labbra, occhi socchiusi.
«Che stai combinando?»
«Io? Niente. Che sta combinando Anita, piuttosto».
Per evitare domande su me e Tommaso ho riversato sulla bionda masticante
un’infinità di interrogativi, frecciate e pensieri affinché si confidasse con noi, ma
non sono riuscita nel mio intento. È palese che qualcosa la turbi ma continua a
ripetere che ce ne parlerà quando torneremo a casa e che la prossima settimana
dovremmo prendere un caffè insieme a casa mia. Poi nei suoi occhi cala un
sipario di nuvole e cambia argomento tornando su me e Tommaso. A ripetizione.
«Sì, ma anche tu non sei da meno. Perché scappi?»
«Non scappo».
«Scappi».
«Non scappo da voi. Scappo dalle vostre domande».
«Sì, ma perché?»
«Perché prima di dirlo a voi cosa sento dovrei dirlo a lui. È da quando ho
undici anni che dovrei dirlo a lui», confesso.
«Quindi sapevi cosa provavi?», chiede con voce stranamente bassa. Il
proprietario del negozio di carabattole ci osserva, scuro in volto. Dato che
nessuna delle due ha intenzione di comprare qualcosa qui dentro lo salutiamo e
usciamo, invadendo le già caotiche strade.
«Lo sapevo», ammetto. «Ora devo solo trovare il coraggio di dirglielo».
«Hai paura che non sia ricambiato?»
Cedo. Mi faccio trascinare in un bar e le racconto tutto. Della sua foto chiusa
nel portafoglio, piegata su stessa fino a diventare delle dimensioni di un
francobollo, delle sue canzoni che mi facevano da ninnananna prima di andare a
dormire, delle lacrime versate quando ho scoperto che la sua prima volta non era
stata con me, dell’angoscia provata all’idea che potessimo perderci. Del bisogno
di buttare via la foto, di non ascoltare più la sua musica, del desiderio di
dimenticare il nostro primo bacio, della necessità di perderci. In mezz’ora
riassumo la luce e l’ombra che Tommaso dispensa a suo piacimento nelle mie
giornate. Quando c’è, il sole, quando non c’è, l’oscurità, un’oscurità che forse
sarebbe anche stata preferibile all’assurdo legame che ci ha uniti, se non fosse
che ci ha portati a questo punto.
Roberta ha gli occhi spalancati. Sono luminosi, curiosi, energici.
«Senti, Tommaso è scorbutico con tutte, tranne che con te. Tommaso non
abbraccia la gente, eppure ogni volta che ti vede, cosa fa? Ti abbraccia, ti stringe
e se ne frega di cosa fanno le persone intorno a voi. Tommaso pende dalle tue
labbra da quando avevate undici anni».
«Come fai a saperlo? Non eri in classe con noi», replico.
«Sofi, si vede. Non c’è bisogno di essere stati con voi passo dopo passo. Basta
pensare a cosa è successo un anno fa. Vi siete baciati».
«E poi è finita lì».
«Ehi, gnomo, sei stata tu a chiedergli di non farlo più, te lo ricordi?»
Gioco con il cucchiaio e la polvere di caffè rimasta nella tazzina e mi sembra
di vederci dentro le sue fossette.
«Tu, tu gli hai chiesto di non baciarti più». Il ventaglio si muove davanti al
suo viso con movimento ritmico e costante. «Senti, Sofi, ascoltami bene. Ci sono
persone che si mettono insieme e costruiscono qualcosa senza mai riuscire a
raggiungere l’altro. Guarda me e Fracchia. Ci abbiamo provato, ci siamo amati,
ma non ci siamo mai raggiunti. Non c’era abbastanza sintonia, abbastanza
affinità. E poi ci sono quelli come te e Tommaso, quelli che si raggiungono
ancor prima di iniziare. Vi siete trovati quando eravate bambini e avete sempre
fatto lo stesso cammino perché siete incastrati in modo perfetto. Giuro, in tutta la
mia vita non ho mai visto nessuno incastrarsi così bene come voi. Il tuo viso
sembra fatto apposta per stare sotto il suo mento. Chi perderebbe una cosa del
genere? Sinceramente, mi meraviglio che non ve ne siate accorti prima. Avete
percorso la stessa strada convincendovi che fosse diversa ma non lo era. E voi ci
siete dentro insieme da tutta la vita».






20

Prima di consacrare il pomeriggio ad altre scoperte decidiamo di fare un salto in


piscina. Non si sa come ma appena arriviamo ai lettini tutto il gruppo ci compare
davanti come uno sciame di locuste che invade un deserto, possibilmente
asciutto e soleggiato. Noi, però, preferiamo di gran lunga l’acqua. L’unica cosa
che ci accomuna con lo zampettoso insetto è la potenza migratoria.
Le ragazze che ho intorno, tranne Claudia e Anita, hanno forme prorompenti,
niente a che vedere con quelle delle locuste, per cui io allungo i tempi all’infinito
prima di rimanere con il mio costumino nero, le mie poche forme e il miliardo di
lentiggini che mi ricopre.
Neanche a farlo apposta dall’altra parte della piscina ci sono Tommaso e
Michele. Il secondo si è già tolto i vestiti e mostra il corpo scolpito nascosto dai
mille tatuaggi, il primo fa luce e io fatico a concentrarmi su altro. Ha un costume
scuro e solo due tatuaggi intaccano la sua perfezione. Non posso credere di aver
passato la notte con lui. Non posso credere di averlo amato, di averlo sentito, di
averlo desiderato per tutta la vita. Non posso credere che stia guardando me, in
quel modo, quando Roberta, che è al mio fianco, è come una pin-up.
Finalmente in costume finisco di stendere la crema schermo totale sulle
gambe nel tentativo, spero non vano, di non assomigliare a un mandarino.
Tommaso mi raggiunge e con un cenno della testa mi invita a entrare in acqua.
«Ti butti?», domando.
«È un po’ stretta e bassa per me», risponde.
«Io sono lo gnomo del villaggio, non dovrebbe essere un problema».
«Ah no?», chiede. Non mi dà il tempo di rispondere. Mi spinge dolcemente in
acqua e io cado come un sacco di patate. Mi immagino dall’alto, una medusa
rossa che si muove come se fosse un transatlantico quando invece è così piccola
che non dovrebbe spostare nemmeno un millimetro di acqua. Riemergo e
Tommaso mi è già accanto, con l’acqua tra i capelli e delle perle tra le ciglia
scure. Gli faccio un sorriso caldo e gli vado incontro. Appoggia le spalle sul
bordo e allarga le braccia per prendermi e ci ritroviamo uno addosso all’altro
dimenticandoci, in pochi istanti, dove siamo.
«Forse è meglio se stiamo più lontani», dico sentendo il suo corpo rispondere
a contatto con il mio.
Fa una risata gutturale e annuisce. «Potremmo tornarci stasera, da soli»,
propone.
Percepisco il rossore salire dalle punte dei piedi e tingermi anche le ciglia.
Come se fosse possibile. Se qualcuno avesse dubbi sul colore naturale dei miei
capelli gli basterebbe guardarmi le sopracciglia, ma se non si fidasse nemmeno
di quelle le ciglia color carota lo convincerebbero definitivamente che sono rossa
fino al midollo.
«Ma quanto diventi rossa, piccoletta?», domanda rimanendo in tema.
«Troppo», rispondo.
«Su di te niente è mai troppo, soprattutto se si tratta di me. Anzi, io su di te
non sono mai troppo. Solo io, però», assicura in tono lascivo. Caccio fuori la
lingua per evitare di inzupparmi nell’imbarazzo e lui ride ancora.
Michele è appena uscito dall’acqua e con una palla in mano domanda:
«Partitone?»
Le locuste si muovono intorno a lui come se si fosse trasformato in un santone
in procinto di diffondere la verità sull’universo. Piego la bocca di lato per non
vomitare e mi accorgo che qualcosa non va. Gli occhi di Tommaso non si sono
spostati di un millimetro da me fino a questo momento, il momento in cui il suo
sguardo si ferma sul petto di Michele.
Oh no. No. No. Il tatuaggio. Il piccolo lucchetto che ha sul petto, sopra il
cuore.
No. No.
Il suo viso muta completamente e da giocoso diventa tirato, scioccato, deluso.
«La chiave», dice. «Ecco perché hai questa chiave», prosegue spostandomi i
capelli.
«Non era destinata a lui».
Merda.
«Non prendermi in giro», mi ammonisce.
Merda.
«Tommaso, ti giuro, non era destinata a lui».
Era destinata a te. Vedere il lucchetto sul corpo di Michele mi ha fatto pensare
a quale cuore volessi aprire e il giorno dopo aver chiuso con lui sono andata da
un tatuatore perché disegnasse sulla mia pelle la chiave per il tuo, di cuore.
Sarebbe semplice dirglielo, perché non ci riesco? Mi fermo davanti al suo viso,
alla rabbia che gli percorre le mascelle, alla delusione che si riflette nei suoi
occhi.
Fa uno movimento della testa e si allontana da me.
«Tommi», lo chiamo. Dentro di me si apre qualcosa: una voragine. La potenza
con cui mi annienta è pari a quella di un tornado. «Tommi», ripeto.
Lui si volta e scuote la testa, dicendo più di quanto potrebbero fare mille
parole.
È uno di quei momenti in cui non so decidermi a fare niente. Rimanere
immobile, attendere che l’universo riposizioni le stelle affinché le galassie
ritrovino l’equilibrio sconquassato da una stupidaggine umana. Fare un passo,
dire qualcosa, sbloccare la catastrofe per evitare che arrivi il peggio. Io non lo so
cosa si deve fare in questi casi. E lui non ha nessun diritto di snobbarmi come se
avessi rovinato tutto. Non c’era niente da rovinare, non c’è niente da rovinare.
Probabilmente la prossima settimana farà finta che ciò che c’è stato in questi
giorni non sia mai successo. Come ha fatto con il bacio, cancellando dal suo viso
e dalla sua vita il contatto tra le nostre labbra, l’aria che fibrillava intorno a noi,
la luna che si illuminava per rincorrerci.
In acqua, vicino al bordo, affondo nel crepaccio che si è dischiuso nel mio
petto. O forse nel cuore. È un dolore fisico, niente a che vedere con la mente. Un
dolore che il corpo non può sopportare. Scava, scava, scava e buca.
Perché ho questo tremendo vuoto? Non è giusto. Non ha il diritto di tenermi il
muso. Mi ha baciata, mi ha portata a letto, cosa vuole da me? Per tutta la vita
non mi ha mai guardata come una donna. Vedeva un’amica, una piccoletta con
cui ridere, con cui fare quello che non poteva fare con le ragazze con le quali
provava a costruire una storia. E se Michele mi faceva male mi consolava. Non
mi girava le spalle. Non si strusciava addosso alle altre solo per farmi stare male.
O forse sì. Maledizione, non lo so! Non ho idea di cosa fare.
Mi aiuto con le mani e mi arrampico sul bordo. Spingo con le braccia, con le
gambe, con la pancia e salgo, esco dall’acqua e cerco l’aria. Nessuno fa caso a
me, sono impegnati a giocare e posso rintanarmi in un angolino, ripiegarmi su
me stessa e lasciare che l’abisso diventi più grande.
Mi siedo a terra e lo osservo. Lancia la palla, la prende, si butta, riemerge. La
tipa della E non gli stacca gli occhi di dosso ora che sono fuori gioco. Lui si
volta nella mia direzione e con le dita le sfiora il braccio. Lei gli dà una pacca sul
petto, lui fissa me e le stringe la mano.
Porto le dita sulla bocca per evitare che un gemito mi esca dalle labbra.
Eccola, la rabbia di Tommaso. È il suo gioco, lo conosco bene. Se sente dolore lo
fa riprovare con lo stesso vigore.
Elisabetta si accorge degli sguardi che lui mi riserva. Non so se capisce o no,
non so se si fa qualche domanda o prende tutto per com’è, ma non si ferma. Ride
come se fosse davanti a una fotocamera e lo tocca di continuo.
Le fossette di Tommaso non scompaiono neanche quando gioisce.
Mi sta distruggendo e io affogo nel vuoto che ha creato.

È il primo pomeriggio quando decidiamo di tornare in camera e di prepararci
per il resto della giornata. Siamo rimasti in pochi, qui, sempre gli stessi. Pitti e la
sua barba, Paolucci e Giusti che si preparano per il Fantacalcio della nuova
stagione calcistica, Martinelli che parla con Tommaso, Claudia che prende il
sole, Roberta che mi guarda intuendo che qualcosa non va.
Non riesco a fare nessuna faccina, nessuna battuta. A malapena respiro e mi
sento una stupida. Non riesco a capacitarmi di quello che sento, della sconfitta
che provo, del dolore. Eppure c’è e la sua forza non fa che ricordarmi perché si
trova lì. È per questo che mentre saliamo mi avvicino. Perché devo dirgli cosa
mi tengo dentro. Devo dirgli che è la mia chimera. Devo dirgli cosa provo. Se
non mi vorrà, se mi dirà che per lui sono solo un’amica, non importa. Devo
liberarmi di questo peso che non ha portato a niente.
«Possiamo parlare?», domando con voce fioca. Non so cosa sia successo alle
mie corde vocali ma è evidente che soffrono quanto me.
«Sì», risponde serio.
Arriviamo davanti alla nostra porta e sto per dire a Roberta che la raggiungerò
più tardi ma lei urla. Maledizione, come urla. Temo abbia rotto i timpani di tutti i
greci di Atene e dintorni. Salto su me stessa impaurita dal suo strillo ma non
posso fare a meno di imitarla. Grido, un grido corto, spezzato, un grido freddo.
Davanti ai miei occhi c’è Anita, nuda, sopra Michele.
«Oh merda!», esclama.
Io sgrano gli occhi e rimango a bocca aperta.
«Che cazzo fai, Anita?», domanda Roberta scioccata.
«Oh merda», ripete e si mette a piangere.
Michele mi guarda come un cucciolo smarrito e gradirei rifilargli un calcio in
mezzo alle gambe e mandarlo nell’Ade a sguazzare per l’eternità nell’Averno.
Mi accontenterei anche del Pronto soccorso. Dove probabilmente non è mai
andato. In pochi istanti ripercorro i giorni trascorsi e rivedo Anita e Michele
insieme che parlano e discutono, la paura di Anita all’idea che lui mi si
avvicinasse, la rabbia che la assaliva ogni volta che si parlava di lui.
«È tutta la settimana che provo a dirtelo», confessa Michele.
«Volevi parlare con me per dirmi che te la facevi con una delle mie migliori
amiche?», domando sfregandomi un braccio. Ci metto troppa forza, troppa
violenza e qualcosa si rompe. La mia pelle si lacera mentre continuo a sfregare.
«Sofi, scusami!», dice Anita. È completamente immersa nelle lacrime, con il
lenzuolo che cerca di coprirle il corpo magro e i singulti che la scuotono come se
ci fosse qualcuno a muoverla dietro.
Sono costretta a smettere di grattarmi perché devo portarmi le mani al petto,
devo premere forte contro il torace affinché la sconfitta che sento dentro non
esca. Sconfitta, non dolore. Non mancanza. Non perdita. Sconfitta, tradimento.
Ma non il tradimento di Michele.
È con le mani premute sopra le costole che arriva la consapevolezza. Non mi
importa di Michele. Non mi interessa se è a letto con un’altra, se per tutta la vita
mi ha tradita, se non ha mai pensato a me in modo diverso da come mi ha
trattata.
No, non è di Michele che mi importa, ma di Anita, la mia Anita, la mia amica,
che se la fa con il ragazzo che mi ha trascinata per anni e non me l’ha mai detto.
Non c’è nient’altro. Solo raccapriccio. Non c’è dolore. Il dolore era quello di
qualche minuto fa, quello che ho provato pensando di aver ferito Tommaso.
Quello provato all’idea di perderlo.
Glielo voglio dire, glielo devo dire, ma quando mi giro il vuoto riprende a
invadermi lo stomaco girando come una trottola per trascinare tutto il corpo lì
dentro. Tommaso è andato via.
Va sempre tutto per il verso giusto, non c’è che dire. Ci manca solo che mi
rida in faccia quando gli dirò cosa provo e sono apposto.
«Devo andare», dico a Roberta. «Non permettergli di venirmi a parlare. A
nessuno dei due».
Annuisce e mi sorride dolcemente, con un’espressione che si dona a chi
rischia di perdere tutto.
Chiudo la porta e inizio a bussare forte a quella di Tommaso.
«Apri, Tommi. Ti prego, apri», dico con il fiato corto. L’aria, maledizione,
manca di nuovo l’aria. Ce n’è tanta eppure io non la trovo, l’ossigeno si perde e
mi sento male.
«Ti prego, apri questa porta. Per favore», dico ancora una volta.
Se non arriva ossigeno svengo. Forse è per questo che sento le gambe
diventare leggere e il corpo seguirle fino a toccare terra. Batto forte il gomito
non martoriato dai graffi contro il legno e la testa si scontra con lo stipite. Credo
di essermi tagliata ma non importa perché non trovo l’aria. Aria, aria, ti prego,
aria.
«Tommi, per favore. Ho bisogno di respirare», dico e capisco. Capisco che
Tommaso non mi ha mai tolto l’aria. Tommaso era la mia aria, il mio ossigeno,
solo che era troppo per me e io non riuscivo a farlo entrare, non riuscivo a farlo
scendere. È adesso che mi manca l’ossigeno, è ora che manca, ora che lui non mi
vuole, ora che lui pensa che io voglia Michele.
«Eri il mio ossigeno», mormoro con la fronte sulla porta. Nell’altra stanza
Roberta urla come un ossesso, Anita piange, Michele ribatte con parole che non
hanno alcun senso. Nella stanza di Tommaso non si muove una mosca.
È in questo modo che trascorsi la notte dopo il nostro secondo bacio. Dopo
aver sentito il suo sapore, provato quanto amore potesse darmi. Sono rimasta in
apnea per vent’anni e ho respirato davvero solo due volte nella vita. Con lui.
Prima di questa settimana. Questa settimana ho bevuto aria, ho capito che potevo
saziarmi e alla fine sono tornata in apnea.
«Cosa dovevo fare? Dirti che senza di te non respiravo? Cosa devo fare
adesso?»
La sua bocca sapeva di menta e tabacco. Nessuno dei due fumava eppure
avevamo chiesto una sigaretta a un passante e l’avevamo aspirata, passata da
mano a mano, da bocca a bocca. Era freddo e nessun essere umano sarebbe
rimasto tutta la sera in centro, a passeggiare contro il muro gelido della notte.
Noi l’avevamo fatto. Eravamo rimasti da soli, avevamo scelto di non seguire gli
altri in un bar e l’unica soluzione che avevamo trovato per sopportare il freddo,
oltre a camminare rapidamente, era stata quella di nasconderci al vento. Celare i
nostri corpi alle raffiche inclementi sotto un arco di vita costituito da mattoni che
resistevano al tempo.
«Potremmo andare in macchina. Accendiamo il riscaldamento e parliamo lì».
«Potremmo anche andare a casa. Sono le due», replicai.
«Vuoi andare a casa?»
«No», risposi sorridendo. Odore di ghiaccio, di acqua, di vento.
«Nemmeno se vengo con te?», chiese malizioso.
Odore di Tommaso.
«Ma smettila!», risposi diventando rossa.
Fece un sospiro profondo e poi rovesciò nell’aria il gelo che aveva nei
polmoni. Avrei voluto riscaldarlo con il mio respiro ma l’aveva sottratto e mi
lasciava alla sua ricerca. Non sorrise, lui. Rimase serio e nei suoi occhi
comparve una luce singolare, uniforme, sfolgorante. Si condensò nel suo
sguardo e si diffuse sotto il piccolo arco che ci proteggeva dalla corrente. Un
istante, due, tre.
Odore di noi.
Si abbassò, inclinò il viso e mi baciò. A occhi aperti, spalancati, lo fissai senza
emettere un suono e quando mi guardò continuai a farlo. Tornò con la bocca
sulla mia, perse la delicatezza del primo contatto e superò il fossato che con
tanta fatica avevo eretto.
«Tommi, fermo, aspetta», dissi. Smettere di bere dalla sua bocca, di respirare
dai suoi polmoni. Smettere di sentire il suo odore, il nostro odore. Smettere.
Come riuscii a farlo?
«Non dirmi che non ti va… ti prego», implorò.
Aria, dammi l’aria. Saziami di aria.
«E la tua ragazza?», chiesi.
Due buchi profondi si plasmarono sotto i suoi zigomi. «Fammi parlare con lei.
Domani le dirò tutto».
Baratro, profondo, frastagliato, buio. Nessun odore. Nessun noi.
«Non farmi questo», protestai. «Non farmi quello che mi fa lui ogni giorno.
Non dirmi bugie. Non buttarti tra le mie braccia solo perché non sai che fare».
«Cristo, Sofi, pensi davvero che sia così?»
«Io non lo so com’è. So quello che mi fa lui da dieci anni e non mi piace».
Mi tirai il cappuccio sui capelli e strinsi forte gli occhi. Non avrei pianto. Non
avrei versato una lacrima davanti a lui. Mi sarei distrutta poi, nel buio del mio
torace dove il rosso del cuore si sarebbe trasformato in un nero opaco.
«Non paragonarmi a lui», sbottò. «Non ho niente a che fare con quel
coglione».
«Eppure stai facendo la stessa cosa», dissi. Non ebbi il coraggio di mostrargli
il mio volto perché sarei affogata nella luce dei suoi occhi e non avrei potuto dire
di no.
«Dimmelo che non ti va», aggiunse con rabbia. «Girati verso di me e dimmi
che non mi vuoi. Non ti nascondere dietro una stronzata come questa».
Ti amo. Sarebbe stato facile, anche allora. Due semplici parole e la verità
sarebbe venuta a galla. Ma non avrebbe trovato un mare limpido e pulito, una
spiaggia calda e confortante. Avrebbe trovato un oceano in tempesta e ciottoli di
dolore e alghe tentacolari. Sì, Tommaso, ti voglio. Ti amo.
Un baratro da cui non si risale.
«Non farlo mai più», dissi. «Non baciarmi mai più».
Eppure l’ha fatto.
«L’avevi promesso», sussurro ora contro la porta. «L’avevi promesso», ripeto
a voce più alta.
21

Eros, tu e le tue piccole ali. Veleno, veleno puro mi hai passato con un bacio, una
carezza diurna di cui non mi sono accorta e le tue dita hanno avvelenato il mio
corpo, un abbraccio notturno che ha intossicato il mio cuore. Come cazzo ti è
venuto in mente di scagliarmi contro una freccia?
Ok, scusa, scusa. Sto esagerando. Niente parolacce. Niente imprecazioni.
Niente odio.
Se fosse stata Atena? O Afrodite? Ha acceso il desiderio e… no, non Afrodite.
Era, Era e la sua gelosia. Uno di loro, uno dei tanti, mi ha scelto come vittima.
Potrebbe essere successo il primo giorno di scuola, a undici anni, o in terza
media durante gli esami. Potrebbero avermi condannata in quarta ginnasio per le
vacanze di Natale, o in quinta, prima di sognare a occhi aperti la sua mano che
cingeva la mia. Vittima di un capriccio divino, addossata a una porta, distesa sul
pavimento, sento la tossina che mi scorre dentro. Mi ha contaminata. È entrata
dalle labbra a contatto con le labbra? O è stato davvero un dardo? La sua punta
avvelenata ha trafitto la mia anima e ci ha riversato dentro il sentimento che
l’umanità insegue, ignara delle strade che percorre, delle vene che sceglie, delle
direzioni che agogna. Perché deve fare così male? Perché cazzo deve fare così
male?
«Perché?»
Un passo, due, tre.
La porta si apre e io cado. Mi ritrovo con il viso sulla moquette e la bocca che
si muove in cerca d’aria.
Tommaso ha le sopracciglia aggrottate e capisco che è indeciso su ciò che
deve fare. Venirmi a raccogliere a terra e chiedermi come sto o rimanere la statua
di ghiaccio che è adesso e lanciarmi contro palle di neve.
«Che fai in terra?»
«Cerco l’aria», rispondo con voce malferma.
È ancora a petto nudo e il suo addome si solleva e si abbassa freneticamente.
Si muove e va a chiudere la porta mentre io mi alzo in piedi.
«Cosa sei venuta a fare?»
«Tommi, io…»
Non mi lascia il tempo. «Non ce la faccio. Mi dispiace. Quando torneremo
fingerò che sia tutto normale, che non sia successo niente, ma ora non ce la
faccio».
Sto per dire qualcosa ma lui mi interrompe di nuovo. «Sai perché sono venuto
qui? O perché ho smesso di essere il ragazzino tranquillo che ero alle medie? Sai
perché cerco di starti il più lontano possibile?» Fa una domanda dietro l’altra
mentre si muove dentro la stanza percorrendola a grandi falcate. Non l’ho mai
visto così agitato.
«Lo sai?», domanda ancora. Le fossette sono profonde come strapiombi e
posso quasi sentire il rumore che provocano i suoi denti scontrandosi.
«Per te. Ogni cazzo di cosa che ho fatto nella mia vita è stata per te. Ma tu eri
impegnata a stare con quel cretino, a corrergli dietro, e non ti sei mai accorta di
niente».
Sgrano gli occhi. «Per me?», chiedo.
Apre le braccia e le lascia ricadere sulle gambe. «Per te, perché sono
innamorato di te. Perché ogni volta che bacio una ragazza penso a te, perché
ogni volta che ci vado a letto spero che ci sia tu con me».
Cammina ancora e io rimango immobile. Prende il cellulare e con le dita cerca
qualcosa. Quando preme la stanza si riempie di un’armonia che conosco. «A chi
pensi che l’abbia dedicata?», domanda.
Mi gira la testa. L’aria entra ed esce con fatica, un rantolo tra le note. Number
One dei The Queers si diffonde tra le pareti e le sue parole si imprimono dentro
di me.
Sentirla mi uccide.
«Avrei voluto dirtelo ogni volta ma mi sentivo un idiota. Mi sono fatto questo
tatuaggio alla fine della scuola sperando che ci saremmo persi di vista e mi
sarebbe passata, ma tu hai deciso di fare l’università con me».
All I ever do is think of you. Parole scolpite per l’eternità sulla sua pelle, sulle
sue costole. Otto parole incise sotto il braccio. Parole che parlano di me. La
verità mi compare davanti come un fuoco d’artificio in una serata estiva.
Appoggia il cellulare sul comodino e scuote la testa.
«Che coglione, eh? Tutta la vita a correrti dietro e siamo al punto di partenza.
Speravo che questi giorni insieme avessero cambiato le cose, che tu avessi
iniziato a vedermi in modo diverso, e invece non è cambiato niente».
«Tu sei innamorato di me?»
«Sì», risponde con faccia schifata.
Devo appoggiarmi alla parete per non cadere a terra. «Come è possibile?»
«Cosa? Vuoi davvero che ti dica come e quando è iniziato tutto? O perché
sento quello che sento?»
«No, voglio sapere come è possibile che tu, tu, sia innamorato di me»,
rispondo. Gli occhi mi si gonfiano di lacrime che lascio scendere, una a una.
Lui, incredulo, si passa la lingua sulle labbra. Deglutisco un paio di volte non
sapendo da dove iniziare poi cerco di raccontargli tutto, tutto quello che c’è da
quasi vent’anni, quello che ho tenuto nascosto a chiunque, a partire da me stessa.
Le notti insonni pensando a lui, il suo nome inciso sul muro della mia camera
sotto la foto di noi due al parco, le bacchette che gli ho comprato a Parigi e che
non gli ho mai dato, il libro di diritto intriso del suo odore che non gli ho mai
restituito.
«Ti ricordi la festa di quinta superiore, quella prima della maturità?»
Annuisce.
«Sono andata a letto con Michele quella sera e l’ho fatto perché tu stavi
baciando una moretta che pareva una bambola. Mi sei passato davanti tenendola
per mano e sembravi felice, soddisfatto. Quando ti ho rivisto eravate appoggiati
a un muro e vi baciavate. Ha fatto così male che ho cercato Michele per riempire
il vuoto che tu avevi lasciato. Lasci sempre un vuoto, Tommi. Io provo a
riempirlo in qualche modo ma non ci riesco».
Per tutto il tempo mi guarda a bocca aperta e occhi spalancati. Il suo petto si
muove sempre più veloce, le lettere sulla sua pelle barcollano. «Che stai
dicendo?», domanda con voce bassa quando pronuncio le ultime parole.
«Non è mai esistito nessun altro oltre te. Era a te che pensavo prima di
addormentarmi, quando mi svegliavo, durante le interrogazioni, mentre uscivo
con altre persone».
«Ti piacevo?»
«No, non sto dicendo che mi piacevi. Sto dicendo che ti amavo». Passo i
palmi sugli occhi per togliere le lacrime ma ne scendono altre e non sono
abbastanza veloce. «Ti amo, Tommi. Ho sempre voluto te, sempre, ma credevo
che tu non vedessi niente in me. Michele vedeva qualcosa in ogni donna e lo ha
fatto anche con me. Mi sono lasciata trasportare da lui, dalla nostra storia, dai
suoi tradimenti, ma non c’era niente di vero. Mi sono fatta distruggere da un
amore che non esisteva. E quando poco fa l’ho trovato con Anita non mi è
importato niente e volevo dirtelo. Volevo dirti la verità ma tu eri…» Non posso
completare la frase perché scoppio a piangere e prendo a grattarmi ovunque con
una foga mai vista.
«Piccoletta, ti fai male, ferma, ferma», dice avvicinandosi.
«Ti amo, Tommi, Dio, quanto ti amo».
Sconcertato, mi prende le braccia e se le appoggia sulle spalle, poi mi solleva
da terra. «Avvolgi le gambe intorno a me», dice. «Stringimi forte, per favore.
Stringimi». Con le braccia mi circonda e mi preme contro il suo petto. Muove un
passo dietro l’altro e si siede sul letto con me avvinghiata al suo corpo.
«Da quanto?», chiede.
«Da sempre».
«Mi stai dicendo che è tutta la vita che ci giriamo intorno?»
«Pensavo di non piacerti», rispondo tra le lacrime.
«E io pensavo di non interessarti». Sorride e mi sposta un ciuffo di capelli
dietro l’orecchio. Il cloro ci si è aggrappato come Tarzan a una liana e non deve
essere piacevole toccarli ma lui sembra estasiato.
«Sei davvero innamorata di me?»
Piango. Piango. Vorrei rispondere ma piango.
«Probabilmente dalla prima media», bofonchio tra le lacrime. Incrocio le
gambe sulla sua schiena e aderisco a lui.
La bocca sulla mia pelle, le braccia strette intorno a me.
«Non smettere mai di stringermi. Promettimelo», dice.
Mi si ferma il cuore. Si ferma e poi riprende a battere con veemenza mentre
l’aria mi si intrufola nel naso e nella bocca riempiendomi di ossigeno. Tutto
quello che mi è mancato finora.
«Te lo prometto. Mai».
22
Settimo giorno

Faccio la doccia rapidamente, poi mi vesto e mi trucco. Dopo aver raccolto i


capelli in una crocchia e aver rimpicciolito i fanali che mi ritrovo al posto degli
occhi con la matita nera, metto una maglietta scura in cui entro dieci volte e un
paio di jeans corti.
Quando apro la porta del bagno la luce mi colpisce e non riesco a smettere di
sorridere come una stupida. Tommaso. Tommaso è mio. Non posso crederci. Mi
domando se sono finita in un sogno.
Con estrema fatica sono riuscita a convincerlo che fare la doccia insieme non
sarebbe stata una buona idea. Avendo… perso quarantacinque minuti senza
l’ausilio di parole per far capire all’altro quanto amore avessimo da dargli, ho
optato per interrompere la nostra… donazione per riprenderla durante la notte.
Dal modo in cui mi guarda adesso pare ancora più scontento di prima.
«Perché pretendi che due giorni mi bastino?»
«Non lo pretendo», rispondo ghignando. «Ho solo detto che avrai tutta la
notte».
«Oh piccoletta», dice alzando un sopracciglio, «ho bisogno di tutta la vita.
Cosa pensi che me ne faccia di una sola notte?»
Le mie guance si colorano e scommetterei cinquanta euro sul fatto che lo
fanno pure i miei talloni. Ride e in due passi mi è addosso. Mi bacia. Mi
travolge. Mi fa impazzire il cuore.
«Devi fare la doccia».
«Dammi una mano».
«Smettila!», lo esorto. Con la lingua fa delle buffe cose sul mio collo. Buffe
e… no, devo allontanarmi prima che mi faccia cambiare idea.
«Tommi, doccia, adesso».
Mette il broncio e mi abbraccia. La mia testa sembra fatta apposta per stare
sotto il suo mento.

Quando le coccole, i baci e l’amore che ci hanno costretti a rotolarci nel letto
uno sopra l’altro ci hanno permesso di tornare con i piedi per terra, con il
telefono di Tommaso ho scritto un messaggio a Roberta per chiederle se poteva
portarmi le mie cose. Non avevo voglia di tornare nella mia camera e di vedere
Anita. So che dovrò farlo, che dovrò affrontarla, ma non mi va. Non ho ancora
capito come reagirò, non sono pronta a perdonarla eppure non me la sento
nemmeno di odiarla. Lei e Roberta sono le amiche migliori che potessi avere
nella vita. Abbiamo condiviso gioie e dolori, scelte e pentimenti, pianti e sorrisi
e siamo arrivate alle soglie dei trent’anni insieme. È difficile accettare che una di
loro mi abbia tradito in questo modo. Non mi interessa Michele né quello che c’è
tra loro. Spero che possa essere la donna giusta per lui e che possa finalmente
fermarsi rendendo Anita felice. Quello che mi interessa è che lei non mi abbia
detto niente.
Roberta, come me, non ne sapeva nulla e vorrei parlare almeno con lei,
sfogarmi, ma non voglio coinvolgere Tommaso in tutto questo. Atene mi ha dato
una nuova prospettiva e non intendo distruggerla con i lapilli ancora
incandescenti della precedente.
Sto per prendere il telefono e rispondere a un messaggio di Simone, di nuovo
in crisi per la presunta scomparsa di un faldone, ma qualcuno bussa alla porta.
Dalla forza che mette nei colpi non può essere altro che Anita.
«Sofi, possiamo parlare?»
Vorrei dirle di no, affacciarmi sul balcone e pregare Atena di venire in mio
soccorso ma mi comporto da adulta e mi alzo in piedi.
«Tommi, esco un attimo», lo avverto accostandomi alla porta del bagno.
«Va tutto bene?»
«Sì, penso di sì. Ci vediamo tra un po’», dico prima di prendere coraggio e
aprire.
Ha gli occhi gonfi, rossi e le occhiaie pronunciate come se gliele avessero
truccate e continua a piangere. Faccio un passo avanti e chiudo la porta alle mie
spalle, poi mi metto a sedere in terra.
«Mi dispiace così tanto», dice scivolando sulla parete in modo meno
scomposto del mio. «Non sapevo come fare a dirtelo».
Lascio passare qualche minuto ma non ho molta scelta.
«Quando è iniziata?»
Si prende un attimo di tempo e inizia il racconto.
«Un mese e mezzo fa. Ci siamo trovati in un bar, avevamo bevuto. Lui mi ha
detto che tu non lo volevi più, che avevate chiuso definitivamente e io gli ho
fatto presente che sapevo tutto e che era giusto così. Poi, sai com’è fatto
Michele. Due battute, due carezze, senza nemmeno capire cosa facevo mi sono
ritrovata nella sua macchina».
«Sai che ci ha portato tutta la Liguria, mezzo Piemonte e tre quarti della
Toscana, lì dentro?»
Le scappa una risatina nervosa e annuisce. «Sì. Il giorno dopo mi sono sentita
malissimo e volevo dirtelo ma lui mi ha implorato di non farlo. Poi non lo so che
è successo. Ci siamo sentiti, ci siamo rivisti e ho perso la testa per lui. Ma ti
giuro che è finita».
«Non deve finire», dico di getto.
«Cosa?»
Difficile spiegare ciò che penso. «Io adesso ti detesto un po’ ma non perché
sei andata con Michele. Ti detesto perché non mi hai detto la verità. Insomma,
che ti è venuto in mente? Sono io, maledizione!» Mi strofino il naso e proseguo
senza darle il tempo di rispondere. «Non ce l’ho con te per essere stata con lui
ma per non avermelo detto. Quando ti ho visto con Michele non ho sentito niente
perché io e lui non siamo mai stati niente. Era un gioco che facevamo, come
Nascondino quando sei piccolo. Uno dei due contava e l’altro si nascondeva, e
quando ci trovavamo facevamo festa».
«Non voglio perderti». Scoppia a piangere e mi viene da consolarla.
«Perché non me l’hai detto?»
«Pensavo…»
«Come ti è venuto in mente di portarlo nella nostra camera? Potevamo entrare
da un momento all’altro!»
«Gliel’ho detto ma non mi ha ascoltato».
«Da quando in qua ascolta qualcuno? La cosa che mi stupisce è che tu abbia
ascoltato lui. Ti sei innamorata per caso?»
Il pianto le impedisce di rispondere. Si è innamorata davvero di quella merda
atomica.
«Ani, per noi sarà un casino ma lo sarà molto di più per te perché Michele è
un vero stronzo».
«Lo so».
Le passo le mani sui capelli, tento di calmare il tremolio del pianto, di
trasmetterle l’affetto che nutro e che è nascosto da qualche parte dietro l’odio.
Anita e Michele. Suonano bene vicini e funzionano anche dal vivo. Sono una
di quelle coppie che non stonano, che ti sembrano fatte per essere fotografate e
non solo perché sono belli. C’è sempre stata una strana sintonia, una buona
chimica. E se il problema di Michele non fossero tutte le donne? E se Anita
potesse essere la chiave di quello stupido tatuaggio?
«Potrebbe anche innamorarsi di te», dico dopo un po’. «Magari aveva solo
bisogno di trovare la donna giusta».
«Non è possibile», borbotta tra le lacrime.
«Mai dire mai», commento accarezzandole i capelli.
«Mi odi?»
«Sì, un po’. Un po’ parecchio», preciso.
«Scusa».
«Sei innamorata di lui?», rilancio.
«Credo di sì. Cazzo, sono una persona di merda». Sbatte il pugno contro il
pavimento per due volte di seguito, poi mi si avvinghia come una piovra.
«Odiami».
«Lo sto facendo, Ani, non preoccuparti. Penso che ti odierò per un sacco di
tempo, tranquilla».
«Scusa», ripete. Sento la sua saliva addosso e contraggo tutta la faccia
imitando il desiderio di vomitare, ma non lo faccio. Non vomito e non le riverso
addosso niente. La ascolto mentre mi racconta come sono andate le cose. La
ascolto mentre mi dice cosa l’ha colpita, come si è fatta incastrare da lui. La
ascolto mentre mi racconta un Michele a me sconosciuto, mentre il tempo passa
e l’affetto torna a far capolino.
«Si è fatto tardi gnomo, devi andare», dice.
«Tu non vieni?»
«No».
«Vuoi stare con Michele?»
«Nooo, non voglio rovinarti la vacanza!», risponde sconcertata.
«Ti odio, Ani, ma tutto questo casino non mi impedirà di godermi la vacanza,
te lo posso assicurare».
«Tommaso?»
«Devi stargli lontana un chilometro!»
Si scosta da me e mi scruta. Assomiglia a uno zombie e ho paura che da un
momento all’altro inizi a mangiarmi.
«Non farei mai una cosa così. Tra te e Michele era finita, ti giuro che se ci
fosse stato ancora qualcosa non avrei mai fatto niente».
Mi massaggio il braccio dove sono comparsi dei segni rossi.
«Che hai fatto? Sei tutta rossa, come se ti fossi…»
«Grattata per ore? Sì, più o meno è quello che è successo, ma l’ho fatto per
qualche minuto, solo che ci ho messo dentro rabbia e dolore e ho fatto un
casino», rispondo.
«Scusami», ripete.
«Non mi sono grattata per colpa tua».
L’elastico che mi stringe i capelli sembra comprimermi anche il cervello per
cui decido di toglierlo. La massa incontrollata si scioglie sulle mie spalle e cerco
di dargli una forma senza ottenere niente. Sbuffo e penso di andare a farmi dare
una sistematina da Roberta ma Tommaso apre la porta con un sorriso che
stenderebbe chiunque, Era compresa, e Zeus non potrebbe fare assolutamente
nulla se non interrogarsi su chi abbia potuto generare tanta bellezza.
«Ani, scendiamo, dài», dico.
«Tu mi odi».
«Sì, ma ti odierò anche se rimarrai in hotel e non avrebbe senso. Non puoi
perderti Capo Sounion, nemmeno se sei una schifezza di amica», continuo
rendendo la mia voce simpatica.
Si alza, appena sta in piedi.
«Roberta?»
«È scesa quando sono venuta da te», sussurra.
«Bagnati un po’ il viso e smetti di piangere».
«Non ci riesco», confessa, e io non riesco a non abbracciarla. Mi lancio verso
di lei e la stringo forte sorreggendola tra le mie braccia. Sono troppo piccola,
troppo bassa e troppo magra per riuscire a tenerla su. «Va tutto bene, ok?
Troveremo il modo di… far finta di niente. Adesso godiamoci questa vacanza e
andiamo a lavarci il viso».
Tommaso capisce e apre la porta della sua camera dove trascino Anita. L’aiuto
mentre si bagna il volto e poi le metto un po’ di fard sulle guance per farla
sembrare un essere umano, dopodiché me la trascino dietro come se fosse una
moto d’acqua e io uno yacht.
Sono già arrivati tutti e ci aspettano. Nessuno sbuffa per il nostro ritardo.
Sembrano felici e rilassati, come se fosse normale attendere due amiche che
hanno litigato e il figlio di una divinità minore.
Michele è seduto sullo scalino del marciapiede e accanto a lui c’è Roberta.
Quando vede me e Anita non perde tempo. In un battibaleno è vicino a noi e la
stringe. Lei cerca di allontanarlo ma vedere lui preoccupato e interessato alle sue
condizioni, osservare come le accarezza i capelli, notare quanto tenga a lei mi
apre gli occhi. Abbiamo giocato tanto insieme con carte sporche e bari infiniti.
La prima a barare sono stata io, facendo credere a lui, agli altri e a me stessa che
quello che sentivo era vero.
«Sofi, mi dispiace», dice.
Anita cerca di allontanarlo e lui la accontenta ma si vede che sta male, che non
poterla aiutare e sostenere lo turba.
«Allora, andiamo?», domanda Claudia.
«Perché non le regaliamo un megafono?», chiede Paolucci.
«No, ti prego!», risponde il Prof. Bianchi.
«Alloraaa!», urla Roberta. Pitti socchiude gli occhi e tenta di non farsi
esplodere il cervello. La voce della mia amica gli massacra le orecchie.
Le ragazze della E entrano nel minivan e tutti le seguono, compreso
Tommaso. Mi fa un cenno della testa e poi inizia a salire.
«Michi», richiamo la sua attenzione. Non ho idea di cosa dirgli. Chissà perché
l’ho chiamato.
Lui si gira e mi raggiunge.
«Spero che tu non faccia a lei quello che hai fatto a me e che lei non faccia a
te quello che ti ho fatto io», ammetto infilandomi le mani nelle tasche posteriori
dei jeans. Niente male per essere parole venute fuori senza intenzionalità.
«Di che parli?»
«Dello storia ridicola che ci siamo portati dietro. E di lui», rispondo
muovendo la testa verso il minivan. Mi viene naturale sorridere e portare la
mano sul naso per sfregarmelo, e veloce, senza aspettare una sua domanda, una
richiesta di spiegazioni, senza interessarmi a cosa potrebbe pensare, salgo su e
raggiungo l’unico uomo che abbia mai voluto al mio fianco.

Dieci anni fa a Capo Sounion ci siamo persi dietro al sole che tramontava e ci
siamo abbandonati alla vita. Non c’è altro modo per descrivere come siano stati
belli quei momenti, quanto abbiano cambiato le nostre prospettive. Non su chi
saremmo diventati, su come saremmo riusciti a superare la maturità, su come
avremmo affrontato la prossima avventura sentimentale. Le nostre prospettive
sull’esistenza, quanto contasse esserci, quanto fosse spettacolare vivere
quell’unico momento. E adesso che siamo qui, sulla punta di questa terra, la
sensazione è la stessa. Il promontorio su cui si erge il tempio di Poseidone si
affaccia sul Mar Egeo, su un’isoletta che si chiama Kea e sull’isola di Egina.
Dieci anni fa il tramonto tingeva di rosso il cielo. Chiunque avrebbe potuto
fare battute sui miei capelli e la mia pelle e sono sicura che se non fossimo stati
davanti a quello spettacolo mi avrebbero massacrata, ma nessuno ha parlato. Per
minuti, interi minuti, siamo restati con il fiato sospeso incapaci di esprimere
quanto fossimo fortunati a vedere una magia di quel tipo.
Ora, da adulti, non cambia molto. Il tramonto non c’è ma l’azzurro del cielo
ha un sacco di sfumature, a volte sembra cangiare sul bianco altre sul rosa. Ci
aspettavamo di trovare molta più gente ma tanti sono in spiaggia, quindi alla fine
ci siamo noi e il mondo. Noi e la Grecia. Ma soprattutto, noi e Poseidone.
«Dieci anni, cazzo. Sono passati dieci anni», dice Michele.
Claudia alza la testa. «Stiamo diventando vecchi?»
«Stiamo diventando grandi», risponde Lorenzo mentre Paolucci e Giusti
tirano fuori un libro. È rovinato, pieno di scritte e con le pagine piegate, ma
impiego un solo istante a riconoscerlo.
«L’Iliade!», esclamo.
«Sì», risponde Giusti. «Ce l’avevamo anche allora».
«Sììì!», grida Roberta. Lo fa talmente forte che temo il risveglio di Poseidone.
Scruto il mare alla ricerca di scompiglio marino ma per fortuna non trovo niente.
«Avevamo preso una pagina a caso, ci avevamo messo dentro tutte le nostre
firme, poi l’abbiamo staccata e buttata in mare».
«Tanto per non essere i soliti cialtroni italiani!», dice Martinelli.
«La tua classe faceva schifo, Martinelli. Dillo che ti sarebbe piaciuto venire
con noi!», lo canzona Paolucci.
Ondeggia la testa. «Non era poi tanto male…»
«Ma non era come la nostra! Poco importa», riprende Giusti. «Sono passati
dieci anni, stiamo diventando grandi ma questo non significa che non possiamo
farlo di nuovo. Quindi, uno per uno, vi preghiamo di scrivere qualcosa e di
firmare».
«Per favore, onorate ancora una volta il grande Poseidone e rendete grazie a
Zeus», conclude l’amico.
«Per cosa?», chiede Pitti schifato.
«Per aver originato la Grecia, permettendo a noi, oggi, di godere delle sue
immense bellezze».
«E dell’Olympiakos, che non è niente male», prosegue Paolucci.
«E per averci rovinato con tutte quelle versioni di greco», interviene Michele.
«Vogliamo parlare dei compiti sui verbi di greco? Ho ancora problemi a capire
cosa fosse l’aoristo», riprende Giusti.
«È un tempo, per la miseria! Ve l’avrò detto cento volte che è un tempo!»,
spiega Pitti.
Giusti lo guarda come se al posto del suo compagno di classe ci fosse un’idra
in procinto di partorire. Sta per dire qualcosa ma cambia idea vedendo che il suo
compare sfoglia il libro. Apre una pagina a caso e legge le prime due righe in
greco però fa così tanta fatica che Martinelli e Mori si mettono le mani nei
capelli scioccati.
Lui scrolla la testa infastidito e legge ciò che la sua penna nera inizia a
scrivere. «Grecia, agosto 2016, Stefano Giusti», poi passa il libro a Paolucci che
si firma e aggiunge qualche altra cavolata. Roberta, Claudia, Martinelli, le
ragazze della E e tutto il resto del gruppo firmano, compresi Michele e Anita che
mi guardano come se dovessi dargli il permesso. Quando arriva a me prendo un
po’ di tempo per leggere cosa hanno scritto gli altri, compresa la parola “scusa”
di Anita che ha quasi bucato la pagina.
Mi gratto il naso e metto il libro sulle gambe di Tommaso.
«Ci devo pensare».
I raggi del sole si proiettano sui suoi occhi e me li fanno confondere con il
paesaggio. Due boschi che richiamano la luce del pianeta. “La mia piccoletta”,
scrive, condensando una vita in tre parole, poi si firma. Gli prendo il libro di
mano e senza pensare vergo “Il mio Tommi”, raccogliendo in tre lemmi
un’esistenza, “Sofia”. Mi fermo con la penna in mano qualche secondo e
aggiungo “Matteo”, affiancandogli il disegno di un ciuccio.
«Finito!», annuncio. «E adesso?»
«Strappa la pagina», mi dice Paolucci.
«E gettala in mare», completa Giusti.
«Poi fatti arrestare», aggiunge Pitti.
Paolucci lo guarda malissimo. «Oh, Pitti, sai che c’è, la getti tu!»
«Ma figuriamoci!»
Eppure ho deciso che sarà lui a lanciarla. Oggi voglio che faccia qualcosa di
assurdo per i suoi canoni. Certo, costringerlo a tagliarsi la barba sarebbe
sicuramente il massimo dell’anti convenzionalità per lui ma non voglio farlo
soffrire così tanto. Strappo il foglio, faccio una pallina e gliela tiro.
«Gnomo, che fai?» Si alza e si allontana come se gli avessi gettato tra le mani
un agglomerato di sterco.
Io faccio una delle mie faccine che fa ridere tutti, lui compreso, e forse è
grazie a me che si rilassa. Vede l’espressione buffa sul mio viso e si china per
raccogliere la sostanza di questa vacanza. Nomi, parole, messaggi condivisi e
abbandonati al dio del mare.
C’è qualcosa di tutti noi lì dentro. C’è il passato, quello che non torna, c’è il
presente che stiamo vivendo e che ci fa sentire bene e poi c’è il futuro, i trenta
che si avvicinano, la vita che va avanti. Dobbiamo crescere, crescere ancora, e
che siamo pronti o meno non abbiamo alternative.
Ci guarda, uno per uno, prende un po’ di slancio e il suo braccio si allunga per
inviare il nostro messaggio a Poseidone. Siamo qui, adesso.
23

Sono gli ultimi momenti di questa stramba gita. Non quella di ragazzini curiosi e
diffidenti, preoccupati dal compito di greco, sconvolti dalla scoperta che i
genitori fanno ancora sesso, ansiosi di iniziare l’università. È la gita di ragazzi e
ragazze che stanno per diventare uomini e donne che dovranno combattere non
contro, ma a fianco del mondo. Abbiamo lottato e questa settimana è stato un
campo di battaglia non indifferente. Anita e Michele, io e Tommaso, Matteo e la
sua famiglia, poi Martinelli e Claudia che sono palesemente presi l’uno dall’altra
al punto da battibeccare quanto una coppia di nonni che ha trascorso insieme
tutta la vita.
«Il cambio della guardia non poteva mancare», dice lui con gli occhi rivolti al
piccolo bulldog. Non so se la sta immaginando nuda o se la pensa mentre recita a
memoria l’Odissea ma sembra completamente stregato.
Siamo in Piazza Sintagma, davanti al Parlamento greco, e le guardie iniziano
il loro speciale balletto incantandoci sotto la luna.
Tommaso è alle mie spalle e mi abbraccia da dietro, facendomi sentire
protetta. Intreccio le dita alle sue e chiudo gli occhi per godermi la perfezione di
questo momento. Non esiste niente di così perfetto come noi, ora, qui.
Matteo, sudato come se avesse corso la maratona di New York, ci raggiunge
poco prima che gli Evzones terminino.
«Il figliol prodigo!», grida Martinelli.
«Ogni tanto ti si vede!» Paolucci lo accoglie con una pacca sulla spalla,
pentendosene il secondo dopo. Matteo è in una delle sue crisi di sudore e
toccarlo equivale a infilare la mano in un lavandino traboccante acqua.
«Sì, ogni tanto», risponde lui e si volta verso di noi. Aggrotta la fronte e poi
sorride. «Vi siete ufficialmente messi insieme?»
Io divento rossa come il capello delle guardie e sento Tommaso ridere tra i
miei capelli. «Sì», risponde.
«Cavolo, l’ho sempre saputo che sarebbe successo. Da quando venivi a
prenderla sotto scuola. Vedi che ho fatto bene a invitarti?»
Faccio un piccolo saltello pestando il piede di Tommaso e sono pronta a fare
mille domande a proposito di ciò che ha detto il padre sudaticcio ma lui
raggiunge Pitti, Paolucci e Giusti.
Ecco perché Tommaso è qui. Sento il viso aprirsi in un grande sorriso e avrei
voglia di correre da Matteo per ringraziarlo, per fargli capire quanto la sua idea
sia stata provvidenziale ma non voglio disturbarlo mentre raggiunge il gatto e la
volpe. Un giorno lo farò, gli dirò quanto gli sia grata per la sua intuizione ma
non oggi. Oggi rido guardando i miei compagni di classe. Sono così diversi che
messi vicini assomigliano agli attori de I Soliti sospetti, anzi, forse sono pure
peggio. Non so come fanno, da dove partono, come ci arrivano, ma l’argomento
bidet diventa centrale. Tommaso se la ride di gusto mentre loro tentano di
spiegarsi come il mondo riesca ad andare in un bagno in cui non è possibile
lavarsi le chiappe dopo essersi liberati dal peso maggiore. Discutono dei
tentativi, mal riusciti, di farsi il bidet nella doccia senza doverla fare di nuovo
per intero. Immagino la scena di loro che entrano di sedere dentro il box e che,
sospesi, tentano di lavarsi. È quello che abbiamo fatto anche noi ragazze ma con
loro come protagonisti fa tutto un altro effetto.
È in questo modo che li voglio ricordare. Paolucci e la sua aria da uomo
adulto, Matteo che si approccia alla vita da padre, Giusti che vuole sposare la
donna che ama. Li voglio ricordare mentre parlano di cacca e di bidet. Li voglio
ricordare mentre il mondo si ferma per imprimere nel suo moto rotatorio questo
momento.

«Lo senti quello che mi fai?», chiede premendo il bacino su di me. «Se avessi un
altro modo per fartelo capire, giuro che lo userei».
«Il tatuaggio», sussurro felice.
«Mi sembra così poco», dice affondando il viso nei miei capelli.
«Le parole», continuo sempre più felice.
«Ti amo, ti amo, ti amo», ripete e sorride. Con la bocca semina tanti piccoli
baci dal collo fino alle anche soffermandosi sul tatuaggio. «Perché uno gnomo?
Chi è che ha iniziato a chiamarti gnomo?»
«Tommi, hai presente con chi siamo in gita? Prova, di’ un paio di nomi a
caso».
«Giusti? Paolucci?»
«Non mi ricordo chi dei due ha cominciato. Folletto, gnomo, pixie», elenco.
«Sono state Anita e Roberta a decretare come vincitore lo gnomo».
«Ma perché nessuno ha mai pensato a una fatina?»
Rido e mi divincolo. «Perché piccoletta?», domando.
«Perché gli altri crescevano e tu continuavi a essere minuta, deliziosa, una
piccoletta da dieci e lode».
«Molto piccoletta».
«Molto dieci e lode», precisa tornando con il viso sul mio. «Dimmelo di
nuovo. Dimmi di nuovo tutto».
Mentre la notte ci cullava e i nostri corpi si scoprivano, abbiamo permesso ai
ricordi di farsi avanti e abbiamo iniziato a raccontarci i segreti che avevamo
seppellito.
«Cosa? Che la mattina mi svegliavo con i tuoi occhi davanti? Che quando
suonavi mi batteva forte il cuore e speravo che le ragazze che pogavano al ritmo
della vostra musica venissero spazzate via da un uragano? Oppure che sentivo
sulle mani l’odore della tua pelle?»
Ride e mi fa il solletico con il naso. «Del diario».
«Quando torniamo te lo faccio vedere», propongo. «Il tuo nome è ogni tre o
quattro pagine, piccolo, in un angolo. Tommi, Tommaso, T., Tommi, Tommaso,
T.», confermo.
«E poi?»
«E poi ti dico una cosa che non ti ho detto».
«Che mi ami me lo hai detto, che sono bello pure, che non puoi vivere senza
di me anche», prosegue soddisfatto.
«Tommi, so che non ti va ma… ti prego, guarda il tatuaggio».
Si ferma con la testa sulla mia pancia, rigido. «Sofi, no».
«Tommi, ti prego. Guarda il tatuaggio, guardalo bene».
Si solleva sulle braccia, rimane con il viso sul mio e sposta i capelli per
considerare il collo. «È una chiave, la vedo», osserva stizzito.
«La vedi ma non la guardi. Guardala».
Giro la testa perché la sua attenzione venga catturata dal disegno e prego che
trovi ciò che fino a qualche giorno fa speravo non scorgesse mai.
«Cos…? Sofi, è una T questa? C’è una T in mezzo alla chiave?»
Il petto gonfio, gli occhi lucidi, non posso parlare.
«Perché c’è una T nel tuo tatuaggio?»
«Perché non l’ho fatto pensando a Michele. L’ho fatto pensando a te. Mi sono
sempre chiesta perché avesse quel lucchetto sul cuore e pensavo che se lo fosse
fatto pensando a una donna. Forse era per sua madre. In fondo tutto quello che
ha fatto, lo ha fatto per lei. Scappare di casa in seconda superiore, venire a vivere
ad Arezzo, prolungare l’agonia all’università. Cercava di attirare la sua
attenzione. Credo che lei sia l’unica donna che amerà mai davvero». Forse anche
Anita, ma non è il momento per dirlo. Porto gli occhi davanti ai suoi e continuo:
«Lui voleva aprire il cuore di sua madre e io volevo aprire il tuo». Una lacrima
fa capolino. «Nessuno avrebbe mai saputo, solo io. Avevo deciso che avrei
chiuso con tutti e due ma con te non sarebbe stato facile quanto con lui. Ho
pensato che la chiave avrebbe potuto trattenere tutto il mio amore per te senza
che nessuno lo sapesse».
«L’hai fatto per me?», domanda. I suoi gomiti appoggiati sul cuscino mi fanno
da scudo contro il mondo, contro la notte, contro la brezza che entra dalla
finestra.
«Era te che volevo. È qui che volevo stare, tra le tue braccia».
Immersa nel suo odore, stretta tra la sua strafottenza e i suoi abbracci, sospesa
sulla nuvola d’amore che mi faceva volteggiare nei sogni.
«Piccoletta, come abbiamo fatto a nascondere tutto questo per vent’anni?»
«Non lo so».
«Quante cose pensi che dovremmo ancora scoprire?»
«Devo raccontarti dell’università, delle vacanze, dei libri che ho letto. Sai che
i personaggi maschili avevano tutti il tuo viso?»
Ride portando la testa indietro. «È la mia chiave? Mi piace. È mia», ripete. Dà
un bacio sotto il mio orecchio prima di tornare a esaminarla. «È una T», dice
stupito.
«Tommi, era tua. È sempre stata tua, come tutto il resto. Io sono sempre stata
tua».
«Mia. Suona bene».
Con le braccia lo stringo e sospiro, il suo petto si distende sopra di me.
«Ho bisogno che me lo dica anche il tuo corpo quanto sei mia», osserva con
voce provocante.
«Non l’ho mai fatto più di due volte nella stessa notte. È già la terza»,
confesso. Il viso diventa dello stesso colore della sua lingua.
«Dobbiamo recuperare, abbiamo troppi arretrati».
«È la tua norma?», chiedo in un sussurro preoccupato. Fa’ che non lo sia, fa’
che non lo sia.
Solleva il bacino e le fossette fanno capolino. «La mia norma è pensare a te
mentre lo faccio con un’altra. Che te ne pare? A me non un granché. Di solito
alla seconda sono già stufo», spiega con il viso tirato.
«Davvero pensavi a me?»
«Ogni volta».
«E mi stai dicendo che il sesso non era un granché?»
«Il sesso è sempre un granché, ma paragonato a quello con te? Cristo, no. Non
è niente. Niente. Capisci quello che dico? Niente».
Mi gratterei, se le mie mani non fossero impegnate a stringerlo a me.
«Maledizione, Tommi, non ho mai respirato così bene come oggi».
«Abituati», dice e poi lascia che io beva ossigeno dalla sua bocca. Per tutta la
notte. Per tutta la vita.
24

Non ho voglia di partire. Con la valigia pronta e la mano sulla maniglia della
porta socchiudo gli occhi. Ho intenzione di portarmi dentro questa settimana per
il resto della mia vita. Voglio ricordare le risate dei miei amici, le battute da
quindicenni, la leggerezza che ci ha accompagnati.
Non ci avevo mai pensato tanto come adesso: la scuola mi manca. Mi manca
la spensieratezza con cui affrontavo la giornata, le chiacchiere in autobus prima
di entrare a scuola. Salivamo sulla corriera ancora addormentati. Alcuni di noi
dovevano finire di vestirsi, altri facevano colazione mentre si accomodavano a
sedere. C’era chi ti salutava senza aprire gli occhi, chi ripassava per
l’interrogazione. Un incrocio tra un rave party e una comune, solo senza droghe.
Mi mancano le ore seduta sui banchi a punzecchiare Roberta e Anita. Mi
mancano addirittura i bigliettini che ci mandavano io e Michele. Mi manca la
professoressa di greco e latino che mi guardava con compassione sicura che non
avrei mai raggiunto il risultato che mi ero prefissata. Anche il preside, che con
aria contrita ci consegnava le pagelle tentando di non piangere per i quattro nelle
sue materie preferite. Mi manca l’odore dei libri, delle matite appena appuntate.
Le serate a ripetere prima di un’interrogazione, le notti trascorse a studiare storia
con la macchinetta del caffè sempre sui fornelli. Non avrei mai pensato di dirlo
ma… mi mancano gli esami di maturità. Mi manca Roberta che passeggia nel
giardino di casa dei miei genitori ripetendo la sua tesina, Anita distesa sui libri
con le occhiaie sempre più profonde. Michele. Mi manca anche Michele, ma non
quello che mi ha portata a letto. Mi manca il suo modo di essere sfacciato con gli
insegnanti, le risate per le battute che faceva durante le lezioni, l’odore delle sue
sigarette. La nostalgia gioca brutti scherzi.
Ed è strano che mi manchi anche Tommaso. Mi mancano i suoi messaggi in
mezzo alla notte per sapere a che punto ero con lo studio, mi manca il suo modo
di pestare il pedale mentre suonava la batteria. Il modo in cui si distaccava dal
mondo, quello per cui combatteva contro il mondo, la sua voglia di rimanere
fuori dagli affari della gente, il suo desiderio di essere sempre presente per gli
affari che riguardavano me.
Chiudere questa porta, la porta che nasconde il luogo dove abbiamo trascorso
la notte, dove abbiamo confessato anni e anni di sentimenti taciuti, dove
abbiamo iniziato a vivere la nostra Grecia. Ho creato ricordi nuovi, memorie che
si accomoderanno con determinazione sulle precedenti, che ne prenderanno il
posto e che finiranno per confondersi le une con le altre.
Ripenso alla prima sera, ai suoi occhi sul mio tatuaggio, ripenso a…
«In che universo ti sei persa?»
La sua voce cela una risata di scherno. Mi conosce abbastanza bene da sapere
che mi sono infiltrata in una memoria per cui evito di mentire.
«Pensavo alla scuola. Mi manca. E mentre pensavo alla scuola pensavo a noi,
a te, e mi sei mancato pure tu. Mi è mancato il mio Tommi dai capelli lunghi, dai
piercing, dallo sguardo scontroso».
«Ero un po’ una merda, lo so».
«Non con me».
«No, non con te». Perché quando sorride il mondo si inonda di luce?
«Hai preso tutto?»
«Penso di sì». Faccio mente locale. Vestiti, caricabatteria, trucchi. Piastra.
Piastra? L’avevo portata? Ricordo di aver pensato che Roberta sarebbe stata la
mia piastra vivente e che non avevo bisogno di altro.
«Non so se avevo preso anche la piastra», rispondo.
«Non sai se l’hai presa quando siamo partiti o non sai se l’hai messa in valigia
adesso?»
«Entrambe».
Mi guarda trattenendo a stento una risata.
«Non credo che tu l’abbia portata».
Ok, posso capire di cosa parla. I miei capelli sono arrotolati tra di loro come
corde accavallate una sull’altra. Se li avessi mescolati con uova e farina
sarebbero più ordinati. Ne prendo una ciocca, o una manciata, o una porzione, e
li guardo stralunata. Cosa gli è successo stanotte?
Sciocca domanda. So benissimo cosa gli è successo. E so altrettanto bene che
stamattina eravamo in ritardo e ho dovuto farli asciugare all’aria aperta. È solo
che sono così… impastati. Rasta. Aggrovigliati. Disgustosi.
Ma lui non sembra farci caso. Mi fa il suo spettacolare sorriso strafottente e io
resetto tutto ciò che ha a che vedere con i capelli, con la Grecia e con la camera.
«Andiamo», mi esorta. «Andiamo a casa». Dal modo in cui mi guarda capisco
che in quella parola c’è più di quanto voglia dire.

La Grecia ha un sapore diverso da quello del resto del mondo. E un odore.
Qualcuno, tempo fa, mi ha detto che non è la Grecia a essere diversa ma il mio
modo di approcciarmi a lei. Aver studiato le sue antiche vestigia, la sua arcaica
lingua, ha fatto sì che le costruissi un altarino di devozione che la rende la mia
seconda casa. Eppure sono stata qui solo due volte in tutta la vita. Ho perso la
mia capacità di leggerne l’alfabeto e forse non l’ho mai avuta. I quattro che
fioccavano alle versioni ne sono la dimostrazione. Ho perso il ricordo delle
battaglie, delle guerre. Gli scontri tra Sparta e Atene sono una memoria lontana.
Ah, già. Ci ho perso pure la verginità.
Ma la Grecia è Grecia. Lo è Atene con il suo caos e le sue contraddizioni. Lo
è il Peloponneso, i micenei, il miele. Sa tutto un po’ di miele, qui. Annuso l’aria
e posso percepirne l’aroma sotto l’odore di smog e antichità.
La mia guida, piccola e gialla, è consumata. L’ho girata e rigirata tra le mani a
lungo e le pagine sono accartocciate, la copertina usurata. La vecchia signora che
mi guarda dalla foto, con il fazzoletto bianco intorno alla testa, sembra dirmi
“torna da me. Qui hai trovato l’amore”. Vorrei correggerla è dirle che l’amore
l’ho trovato in Italia ma che è stato il suo paese a buttarmi tra le sue braccia.
Dovrei ringraziarla. Abbracciarla. Ho una gran voglia di abbracciare questa
signora che guarda il mondo da un quadratino.
Il minivan si muove tra le strade. Oggi Zenas non fischietta come ha fatto nei
giorni precedenti. Sembra quasi che dirci addio, o arrivederci, gli sia difficile.
Quando ci saluta i suoi baffoni da Pedro tremano. I suoi occhi neri ci riversano
addosso tutta l’ospitalità greca.
Per tutta la settimana Paolucci e Giusti hanno riempito i silenzi degli
spostamenti con battute sulla mia origine. Paragoni tra me e tutte le altre creature
magiche di piccole dimensioni, congetture a proposito della mia venuta in Italia.
Un giorno mi hanno addirittura lanciato un po’ d’acqua addosso convinti che mi
sarebbe cresciuta una piantina dalla mano. Non ho idea di cosa riempia la loro
mente, a parte il calcio e le donne. Ma oggi non dicono niente. Ho come la
sensazione che anche la mia storia e tutte le fantasie sul personaggio che hanno
creato resteranno qui, in quel pezzo di carta abbandonato a Poseidone.
Pitti legge un quotidiano dal suo smartphone e con l’indice e il pollice fruga
all’interno della sua barba alla ricerca di qualche forma di vita alternativa,
Michele tiene tra le mani un giornale internazionale ma non sembra molto
concentrato su ciò che legge.
La sua attenzione è rivolta ad Anita. Le accarezza i capelli, le appoggia la
fronte sulla guancia. Per un istante dubito di riuscire a trattenere l’irrefrenabile
bisogno di vomitare accanto a Zenas.
Me li vedo, tutti in piedi che gridano, imprecano, indicano la chiazza sotto le
poltroncine e mi guardando chiedendosi se sono posseduta da un qualche
demone con problemi digestivi. Ma non succede niente perché in fondo non mi
interessa.
Grecia. Estate. Profumo di mare, di fiori secchi, di erbe aromatiche. Profumo
di Tommaso.
Vagabondaggi, chiacchiere, cibo.
Divinità. Me ne ricordo la metà e di alcune confondo il nome latino con quello
greco. Di altre quasi ignoro i poteri o l’origine. Tutto sommato quel quattro forse
forse me lo meritavo.
Ma lui non me lo dimentico. Il bambinetto contro cui ho inveito. Il bel
giovane che ho implorato. La forza che muove tutto. Eros. È a lui che mi rivolgo
adesso. Perché credevo che l’amore inteso come ciò che proviene da te non
avesse sfumature, ma mi sbagliavo. Ciò che sento per Tommaso è un misto di te,
un misto di agape e di philìa.
C’è il desiderio, c’è l’amore incondizionato, c’è l’amicizia. C’è tutto, in un
solo uomo. Quando hai lanciato quella freccia, vent’anni fa, sapevi cosa sarebbe
successo? Avevi la vaga idea di quanto ci saremmo rincorsi senza trovarci?
Avevi una vaga idea di quanto cazz… ops. Di nuovo. Scusa.
Qualunque fosse il tuo pensiero, è qui che mi ha portato. A questo momento.
A queste parole.
«S’agapò», dico a Tommaso. «Significa ti amo in greco», spiego.
Sorride. «Antico o moderno?»
«Moderno».
«E in quello antico?»
«Penso che sia uguale ma non me lo ricordo perché ero un disastro. Perché?»
«Non lo so, ma mi stai trasformando in un confetto rosa, romantico e
appiccicoso. Penso di aver bisogno di stravaccarmi su un divano con una birra in
mano e una folla di uomini puzzolenti che grida qualcosa contro un arbitro.
Parolacce, sconcezze, roba così».
«Tipo?»
«Qualcuno che rutta, qualcun altro che si gratta. Magari due o tre che
commentano la fidanzata del portiere, giusto per far riemergere il maschio alfa
che è in me».
«Mi sembra comprensibile», ammetto sorridendo. Mi appoggio sulla sua
spalla e lascio che mi abbracci.
«Tutto questo perché s’agapò, piccoletta. S’agapò molto. Troppo».

Un anno dopo

Rientro a casa dopo una giornata delirante. Simone ha finalmente deciso di


andare da un’analista. Il problema è che segue una strana filosofia che gli
impone di farci spostare i faldoni una volta a settimana per costringerlo a fare i
conti con la realtà. Secondo me più che un terapeuta il tipo da cui va è un
burlone ma non ho intenzione di dirglielo.
Oggi era il mio turno di traslocare i documenti da una mensola all’altra.
Potrebbe sembrare un’impresa semplice ma non lo è affatto, soprattutto se è
venerdì, se la settimana appena trascorsa è stata sfiancante e se hai solo dieci
minuti di tempo a disposizione prima che l’ansiogeno rientri.
Ho fatto la strada di ritorno a piedi e sono sudata, appiccicosa e polverosa.
Infilo la chiave dentro la porta agognando il divano ed entro senza prestare
attenzione a niente. Arriva tutto dopo qualche istante. La canzone dei The
Queers che inonda la sala, Tommaso che mi aspetta terrorizzato con le spalle al
muro, una scatolina al centro della stanza.
Tommaso non è mai terrorizzato. Viviamo insieme da otto mesi e non l’ho mai
visto terrorizzato. Arrabbiato, infastidito, stanco, irritato. Non terrorizzato.
«Tommi, che c’è?»
Deglutisce e le fossette si incuneano sulle sue guance.
«Tommi?»
«Potresti, potresti… Lascia perdere, faccio io».
Appoggio la borsa a terra e gli vado incontro. Una parte di me, la parte
positiva e donna urla “anello!”, “proposta!”, “matrimonio!”. L’altra, quella
paranoica e stanca, “problema!”, “ragazza più bella che lo aspetta nella camera
da letto!”, “scatolina con l’alluce del mio capo che è stato rapito negli ultimi
quarantacinque minuti a causa di un faldone scomparso!”.
Lui si china per prendere il pacchettino nero al centro della stanza e mi si
ferma davanti.
«Quando non c’eri era più semplice».
«Cosa?»
«Mi ero preparato tutto un discorso ma ora che sei qui non me lo ricordo più.
Aspetta», dice. Prende il cellulare e ferma la canzone che era partita a
ripetizione.
«Sofi. Piccoletta. Tu sei…», scuote appena la testa e le fossette si riformano.
Io non resisto alla tentazione e come sempre, come ogni volta che è arrabbiato o
stanco, appoggio lì i miei indici e li muovo in cerchio per rilassarlo. Questo
finalmente lo fa sorridere. Mi prende le mani tra le sue, ci appoggia un dolce
bacio e mi abbraccia.
«Ti prego, dimmi di sì».
“Potresti farmi la domanda?” penso di dire. Invece mi esce un «‘esti ‘anda?»
Vorrei grattarmi tutta. La testa, la faccia, le braccia, le gambe.
«Vuoi sposarmi?» Piazza i suoi splendidi occhi in linea con i miei e continua.
«Perché io lo voglio da morire».
L’aria si è di nuovo fermata da qualche parte, probabilmente intorno alla
bocca.
«Ti amo, piccoletta. Amo svegliarmi ogni giorno al tuo fianco, amo vederti
tornare a casa accaldata, infreddolita, sorridente. Amo sentire la tua voce che mi
chiama, amo guardare il tuo tatuaggio. Amo il suono che fa il tuo respiro quando
ti stringo. Amo il modo in cui la tua testa si appoggia sul mio collo. E voglio
amarlo per il resto della mia vita. Vuoi sposarmi?»
Un’onda anomala sommerge le mie iridi e scivola sulle mie guance. Sposare
Tommaso. Giurare di averlo per sempre al mio fianco. Viverlo ogni giorno.
Quante volte l’ho sognato?
«’I». Dico rapidamente. «Sì», ripeto decisa. «Tommi, sì», piagnucolo.
Ride e si rilassa. Io invece mi butto a terra e piango. I capelli mi si
appiccicano alla faccia, come se non bastasse il fatto che si sono attaccati al
sudore e alla polvere dei faldoni, e devo sembrare una schifezza di dimensioni
ridotte.
«Piccoletta, che fai?», chiede ridendo. Si butta a terra con me e ride. Mi
abbraccia e ride. Mi passa la scatolina e ride. Io continuo a piangere senza aprirla
e lui ride. Come fa a ridere? Sono una palletta rossa moccicosa.
«Senti, posso anche fare tutto da solo ma puoi assicurarmi che il tuo è un
pianto di felicità?»
Faccio segno di sì con la testa e lui, appagato, apre il pacchettino. All’interno
c’è un meraviglioso anello in oro nero con una piccola pietra nera intrecciata al
centro.
«So che il nero è strano ma… tu ti lamenti sempre perché tutti gli altri colori,
compreso il bianco, ti fanno sembrare ancora più rossa e così ho scelto uno
zaffiro nero».
Dato che non riesco a parlare, e nemmeno a grattarmi, con delicatezza mi
prende la mano sinistra e lo infila. È perfetto, sembra fatto apposta per me.
Riprendo a piangere e mi butto tra le sue braccia, lo sommergo di lacrime e baci,
lo accarezzo, lo stringo. Finiamo distesi a terra. Ci muoviamo uno sopra l’altro,
ci spogliamo, ci stringiamo, ci incastriamo.
«Ti amo», riesco a dire. Vorrei aggiungere che amo il colore dei suoi capelli,
amo guardare il suo tatuaggio. Amo il suono della sua voce, il modo in cui
dorme. Amo quando scherza con i suoi amici e quando coccola me. Amo il
modo in cui la mia testa si appoggia sul suo collo. Voglio amarlo per il resto
della mia vita. E vorrei anche dire che dovremmo ringraziare la Grecia e
costruire un altarino in onore di qualche divinità ma non lo faccio. Perché i suoi
occhi mi risucchiano e tutto il resto scompare.
Ringraziamenti

C’è un momento per scrivere, un momento per emozionarsi e un momento per


ringraziare. Questo, però, li racchiude tutti. Cercherò di essere il più sobria
possibile.
Senza la classe delle superiori di mio marito e il desiderio di tornare in gita a
dieci anni dalla fine della scuola, non mi sarebbe mai venuta l’idea di scrivere un
libro come questo. I primi da ringraziare siete voi.
Alessandra (Sybil del blog Sognando tra le righe) e Sabrina, le prime lettrici
di È qui che volevo stare. Ci avete creduto sin dall’inizio, lo avete amato, mi
avete ascoltata quando ero piena di dubbi, mi avete aiutata a scegliere la strada
migliore. Grazie mi sembra poco, ma ho appena detto che farò dei
ringraziamenti sobri, dunque spero che basti.
Sapete cosa siete per me.
Grazie alle mie lettrici beta, Francesca e Elena, che oltre ad aver sezionato il
libro mi hanno riempito di messaggi confortanti volti a caricarmi. Il fatto che
siate sempre pronte a leggere quello che scrivo, e a perdere ore intere a
chiacchierare dei miei personaggi, è meraviglioso.
Grazie a mio marito Davide per aver scelto la canzone perfetta per Tommaso e
Sofia. E grazie per tutto il resto.
Ai miei genitori che ci credono sempre, ai miei amici che mi spalleggiano, a
tutte le blogger che segnalano e recensiscono ciò che scrivo, agli amici del blog
che mi seguono ma soprattutto a voi che mi leggete dico: grazie. Grazie. Grazie.
Immaginate coriandoli a forma di cuore che vi scivolano sulle spalle. Qualche
cioccolatino. E un tè freddo sorseggiato sotto un porticato in una serata estiva. È
così che voglio ringraziarvi.
Altre pubblicazioni:



Deborah Fedele, Dimmi che resterai
Alexandra Maio, Amore a seconda (s)vista
Antonella Valletta, Prova a guardare col cuore
Mia H., Maledetta voglia di averti
Antonella Maggio, Profumo d'amore a New York
Angela Castiello, Le tue mani mi parlano d'amore
Vanessa Vescera, 24 ore a Parigi per averti
Argeta Brozi, Al di là di te
Bianca Rita Cataldi, Waiting Room
Rujada Atzori, The secret – una scommessa d'amore
Massimiliano Bellezza, Quando cala il buio
Margaret Privitera, Amarti è il mio destino
Antonella Maggio, Manchi solo tu
Rujada Atzori, L'amore nei tuoi occhi
Antonella Maggio, Questo nostro dolce Natale
Giovanni Novara, Note d'amore
Francesca Prandina, Come vento ribelle
Massimiliano Bellezza, Anima dannata
Antonella Maggio, Sfida d'amore a San Valentino
Valeria Leone, Love is... on air
Eleonora Mandese, In fuorigioco per te
Angela Castiello, Il mio raggio di sole
Rujada Atzori, Una sorpresa per te (in ogni tuo respiro)
Sadie Jane Baldwin, Tutto in otto giorni
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Elena Lombardi, Sorpresi dal destino
Irene Milani, Ho provato a dimenticarti
Angela Castiello, Uno scatto per sempre
Rujada Atzori, Dolci malintesi
Antonella Maggio, Non sai che ti amo
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Flavia Principe, Un amore di Natale
Alessia D'Oria, L'ultimo bacio
Arianna Di Giorgio, Vorrei che fossi felice
Sadie Jane Baldwin, I love my boss
Rujada Atzori, Non innamorarti di una cam girl
Antonella Maggio, Stocaxxo che ti amo
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Sonia Picci, Verità sussurrate
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