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Ladri

di Biblioteche
Pubblicato nel 1905 dopo un travaglio creativo durato due anni, questo breve
romanzo-diario suscitò dapprima scandalo fra i benpensanti e nel mondo
letterario, per essere poi riconosciuto come un classico della letteratura svedese
moderna. Giorno dopo giorno il giovane medico Tyko Gabriel Glas annota i suoi
pensieri segreti, le sue inconfessabili opinioni a proposito di temi sconvenienti
quali la violenza sessuale, l’aborto, l’eutanasia, ma anche le conversazioni e le
passeggiate nelle chiare sere d’estate che fanno della sua città, Stoccolma, un
luogo intenso e magico. Un’affascinante signora in cerca di aiuto e un odioso,
ipocrita sacerdote vengono a turbare la sua vita e a trasformare il diario in un
romanzo giallo teso e avvincente, in cui nessun detective comparirà a riportare
ordine e a vendicare la legge offesa.
Con l’essenzialità e l’equilibrio di un maestro di stile, Söderberg traccia il
quadro di un’epoca di smarrimento, alla ricerca di norme di condotta fondate
sulla ragione e capaci di sconfiggere l’ansia che incute un cielo spopolato di dèi.
Hjalmar Söderberg nacque a Stoccolma nel 1869. Dopo aver abbandonato gli
studi universitari per dedicarsi esclusivamente alla letteratura, debuttò nel 1895
con il romanzo Smarrimenti (Lindau 2015), cui seguirono, fra gli altri, la
raccolta di novelle Il disegno a inchiostro e altri racconti (Lindau 2015), il
romanzo autobiografico La giovinezza di Martin Birck (1901), Il dottor Glas
(1905) e Il gioco serio (1912). Del 1906 è il suo dramma Gertrud, da cui il
regista danese C. Th. Dreyer trasse uno dei suoi film più celebri. Nel 1917 si
trasferì a Copenaghen dove rimase fino alla morte, avvenuta nel 1941.
Senza frontiere
In copertina: Eugene Fredrick Jansson, Hornsgatan, 1902

Titolo originale: Doktor Glas

© 2015 Edizioni Lindau


corso Re Umberto 37 – 10128 Torino

Prima edizione: ottobre 2015


ISBN 978-88-6708-455-5
Hjalmar Söderberg

IL DOTTOR GLAS
Traduzione e cura di Maria Cristina Lombardi
IL DOTTOR GLAS
AVVERTENZA
Il romanzo, edito per la prima volta nel 1905, ebbe una seconda edizione nel 1921 che Hjalmar Söderberg
corredò di note di commento. Ho ritenuto interessante tradurle e inserirle a piè di pagina fra quelle da me
ideate, contrassegnandole con le iniziali dell’autore e con la data dell’edizione in cui furono inserite: [Hj.
S., 1921]. M.C.L.
12 giugno

Non ho mai visto un’estate così. Caldo soffocante da metà maggio. Una fitta
nebbia di polvere assolutamente immobile incombe tutto il giorno su strade e
piazze.
Solo di sera, si torna un po’ a vivere. Ho appena fatto una passeggiata, come
faccio quasi tutti i giorni dopo le visite ai malati che ora, d’estate, non sono
molte. Da est arriva una corrente d’aria fresca e costante, la nebbia si solleva e se
ne va, veleggiando lentamente, per diventare, lontano a ovest, un lungo velo di
polvere rossa. Nessun rumore di carri ora, solo qualche carrozza e il tram che
suona. Per strada cammino lentamente; ogni tanto incontro un conoscente e mi
fermo a un angolo a parlare un po’. Ma perché devo sempre incontrare il pastore
Gregorius? Quando vedo quell’uomo, puntualmente, mi viene da pensare a un
aneddoto che ho udito una volta su Schopenhauer. Una sera, il burbero filosofo
siede in un angolo del suo caffè, da solo come sempre; si apre la porta ed entra
una persona dall’aspetto antipatico. Schopenhauer la osserva con il viso
contratto da disgusto e orrore; si alza di scatto e comincia a colpirla sulla testa
col bastone. Semplicemente a causa del suo aspetto.
Va bene, io non sono certo Schopenhauer; quando ho visto il prete venire da
lontano verso di me (eravamo sul ponte Vasa) mi sono fermato di botto e mi son
messo a guardare il panorama con le braccia appoggiate al parapetto. I grigi
edifici di Helgeandsholmen1 la cadente costruzione di legno, in stile nordico,
della vecchia sauna che si rispecchiava, spezzata, nell’acqua; i grandi vecchi
salici che tuffavano le foglie nella corrente. Speravo che il prete non mi avesse
visto e che non riconoscesse, da dietro, la mia schiena. Mi ero quasi già
dimenticato di lui quando, improvvisamente, me lo son visto accanto, con le
braccia sul parapetto come me e la testa inclinata: precisamente nello stesso
atteggiamento di quando, venti anni prima, nella chiesa di San Giacomo, seduto
nel banco di famiglia accanto alla mia povera mamma, vidi per la prima volta
quell’orrenda fisionomia spuntare sul pulpito come un fungo disgustoso e
attaccare col suo «Abba padre»2. La stessa grassa faccia grigio cenere; le stesse
basette giallastre, ora, forse, un po’ grigie; gli stessi sguardi inspiegabilmente
ripugnanti, dietro gli occhiali. Impossibile evitarlo: sono il suo medico ora, come
di molti altri, e lui viene da me, ogni tanto, per i suoi acciacchi. «Oh, buona sera,
signor pastore, come va?». «Non bene, non proprio bene; il cuore va male, batte
irregolarmente; a volte, di notte, mi sembra che si fermi». «Mi fa piacere – ho
pensato – è bene che tu muoia, vecchia canaglia; così eviterò di rivederti. Fra
l’altro hai una moglie giovane e bella a cui probabilmente rendi la vita un
supplizio e, quando morirai, lei si risposerà e si troverà un marito molto migliore
di te». Ma ad alta voce ho detto: «Ah, davvero, è così? Venite da me uno di
questi giorni, così vedremo cos’avete». Ma lui aveva molte altre cose da
raccontare: cose importanti. «È un caldo addirittura innaturale; ed è una
sciocchezza costruire un grande palazzo del parlamento su quell’isolotto là; e
mia moglie, fra l’altro, non sta proprio bene di salute».
Finalmente se n’è andato e io ho continuato per la mia strada. Sono entrato
nella città vecchia, su per lo Storkyrkobrinken3, e mi sono addentrato nei
vicoletti. Un crepuscolo afoso, nei sottili spazi fra le case, e bizzarre ombre sulle
pareti, ombre che non si vedono mai, giù nei nostri quartieri.
La signora Gregorius. Che strana visita mi fece qualche giorno fa! Venne
durante l’orario di ambulatorio: vidi esattamente quando arrivò e notai anche che
era arrivata assai per tempo; ma aspettò di essere l’ultima e fece entrare prima gli
altri che erano arrivati dopo di lei. Poi entrò, infine. Arrossì e cominciò a
balbettare. Finalmente riuscì a tirar fuori qualcosa su un suo mal di gola. Sì, del
resto andava meglio ora. «Torno domani – disse – ora ho molta fretta…».
Non è ancora tornata.
Sono uscito dai vicoli e sono andato giù verso lo Skeppsbron4. La luna era
alta sopra Skeppsholmen5 giallo limone nel blu. Ma tutto il mio stato d’animo
sereno e quieto era svanito: l’incontro con quel prete l’aveva distrutto. Che ci
debbano essere persone come lui al mondo! Chi non ricorda il vecchio problema
che tanto spesso viene discusso quando dei poveri diavoli stanno seduti insieme
al tavolino di un caffè: se tu potessi uccidere un mandarino cinese solo
premendo un bottone sulla parete, oppure, semplicemente, con la forza della
volontà, e poi ereditare le sue ricchezze – lo faresti? Non ho mai avuto voglia di
rispondere a questa domanda, forse perché non ho mai sentito veramente, con
dura amarezza, la miseria della povertà. Ma credo che, se potessi uccidere quel
prete premendo un bottone sulla parete, lo farei.
Quando sono tornato a casa, al calare della notte pallida e innaturale, il caldo
mi è sembrato di nuovo opprimente come in pieno giorno, ugualmente saturo di
angoscia; le rosse nuvole di polvere, che si stendevano a strati al di là delle
ciminiere delle fabbriche di Kungsholmen1, si erano fatte scure e assomigliavano
a disgrazie assopite. Andavo a lunghi passi verso casa, passando davanti alla
chiesa di Santa Clara, col cappello in mano perché il sudore mi stillava dalla
fronte. Nemmeno sotto i grandi alberi del cimitero faceva fresco; ma quasi su
ogni panchina c’era una coppietta che sussurrava e alcune donne erano sedute
sulle ginocchia dell’amico, a baciarsi con occhi inebriati.

Ora sono seduto vicino alla finestra aperta e scrivo questo, per chi? Non per
un amico o un’amica, e neppure per me stesso: perché non leggo oggi quel che
ho scritto ieri e non leggerò domani queste righe. Scrivo per muovere la mano; il
mio pensiero si muove da sé; scrivo per ammazzare un’ora insonne. Perché non
riesco a dormire? Eppure non ho commesso nessun delitto.

Quello che butto giù su queste pagine non è una confessione; a chi dovrei
confessarmi? Non racconto tutto di me stesso. Racconto solo quello che mi va di
raccontare; ma non dico niente che non sia vero. Non posso, però, tacere la
miseria della mia anima, se è misera.

Là fuori, l’immensa notte blu sovrasta gli alberi del cimitero. C’è silenzio in
città ora, tanto silenzio che i sospiri e i sussurri, dalle ombre là in fondo, arrivano
fin quassù; solo qualche volta viene rotto da una risata insolente. Ho la
sensazione che, in questo momento, nessuno al mondo sia più solo di me. Io,
Tyko Gabriel Glas, dottore in medicina, che talvolta aiuto gli altri, ma che mai
sono riuscito ad aiutare me stesso; io, che, a trentatré anni compiuti, non sono
mai stato vicino a una donna.

14 giugno

Che mestiere! Com’è che, fra tutti i rami di attività, ho scelto proprio quello
che meno mi si confaceva? Un medico deve essere o un filantropo o un
ambizioso. È vero, a quei tempi credevo di essere entrambe le cose.
Oggi è stata di nuovo qui una povera donna a implorarmi e a pregare,
piangendo, che l’aiutassi. La conosco da parecchi anni. Sposata con un piccolo
impiegato, 4000 corone l’anno o giù di lì, e tre bambini. I figli sono arrivati uno
dietro l’altro nei primi tre anni. Poi è riuscita a passare cinque o sei anni in pace,
ha riacquistato un po’ di salute, forza e gioventù e la famiglia ha avuto il tempo
di sistemarsi e risollevarsi dalle avversità. Naturalmente hanno giusto il pane per
sfamarsi, comunque tirano avanti, almeno sembra. Poi, tutt’a un tratto, ripiomba
su di loro la sfortuna.
Non riusciva quasi a parlare fra i singhiozzi.
Io le ho risposto, ovviamente, con le solite frasi imparate a memoria, che
recito sempre in simili casi: il mio dovere di medico e il rispetto per la vita
umana, anche la più fragile.
Sono stato serio e inflessibile. Così alla fine se n’è dovuta andare, abbattuta,
confusa e piena di vergogna.
Ho annotato il caso: era il diciottesimo della mia carriera, eppure non sono
un ginecologo!
Il primo non lo dimenticherò mai. Era una ragazza giovane, avrà avuto
ventidue anni; una giovane bellezza: alta, con i capelli scuri, forse un po’
volgare. Si vedeva subito che apparteneva a quella specie di cui la terra doveva
brulicare al tempo di Lutero, se davvero aveva ragione quando scriveva: «Per
una donna è altrettanto impossibile vivere senza un uomo quanto mordersi il
proprio naso». Denso sangue borghese. Il padre era un facoltoso commerciante e
io ero il loro medico di famiglia: per questo venne da me. Era fuori di sé
dall’agitazione, ma non sembrava molto timida.
«Salvatemi – pregò, – salvatemi!». Io risposi col solito «dovere di medico»
ecc. ecc., ma questo, chiaramente, lei non lo capiva. Le spiegai che la legge non
scherza in tali casi. La legge? Il suo volto assunse solo un’espressione
interrogativa. La consigliai di confidarsi con sua madre: lei avrebbe parlato col
padre e poi si sarebbero celebrate le nozze. «Oh, no! Il mio fidanzato non
possiede nulla e mio padre non mi perdonerebbe mai!». Non erano regolarmente
fidanzati; lei diceva «fidanzato» solo perché non riusciva a trovare un’altra
parola: «amante» è una parola da romanzi, che suona sconveniente in una
conversazione. «Mi salvi, non ha dunque nessuna pietà! Non so più cosa fare,
andrò a buttarmi nel Norrström1».
Cominciai a spazientirmi. Non mi ispirava neanche particolare compassione:
queste cose si aggiustano sempre, basta che ci siano i soldi. È solo l’orgoglio che
deve soffrire un po’. Lei singhiozzava, si soffiava il naso, parlava
concitatamente, alla fine si gettò sul pavimento, scalciando e urlando.
Ebbene, ovviamente andò a finire come avevo previsto; il padre, un villano
dai modi brutali, prima le dette un paio di schiaffi, poi, con rapidità
sorprendente, la fece sposare col suo complice e li spedì entrambi in viaggio di
nozze.
Casi come il suo non mi hanno mai preoccupato. Ma mi ha turbato la pallida
poveretta di oggi. Tanta sofferenza e miseria per un piacere così breve!
Il rispetto per la vita umana: cos’altro è, sulla mia bocca, se non bassa
ipocrisia? E cos’altro può essere per chi, talvolta, ha passato qualche momento
libero a pensare? Il mondo brulica di vite umane. E chi mai ha tenuto in minimo
conto vite umane estranee, sconosciute, mai viste, a eccezione forse di qualche
filantropo troppo scopertamente ridicolo? È dimostrato dai fatti. Tutti i governi e
i parlamentari del mondo lo dimostrano.
E il dovere: che eccellente paravento per rannicchiarvisi dietro ed esimersi
dal fare quello che si deve fare!
Ma nemmeno si può mettere tutto a repentaglio: posizione, reputazione,
futuro, per aiutare gente estranea che ci è indifferente. Contare sul loro silenzio
sarebbe assai infantile! Un’amica capita in analoghe difficoltà, poi si bisbiglia
una parola su dove si può trovare aiuto, e in poco tempo si è famosi. No, la cosa
migliore è attenersi al dovere anche se è una quinta dipinta, come i villaggi di
Potëmkin2. Ho solo paura di recitare la mia formula del «dovere» tanto spesso da
finire per crederci anch’io. Potëmkin ingannò solo la sua Imperatrice: quanto più
indegno è ingannare sé stessi.

Posizione, reputazione, futuro. Come se io non fossi, ogni giorno e ogni


momento, pronto a caricare questi bagagli a bordo della prima nave che arrivi
carica di un’azione.
Una vera azione.

15 giugno

Sono seduto di nuovo vicino alla finestra; la notte azzurra veglia là fuori, e,
sotto gli alberi, si sentono sussurri e fruscii.
Ho visto una coppia di sposi, stasera, durante la mia passeggiata. Lei l’ho
riconosciuta subito. Non sono passati poi tanti anni da quando ballava con me
alle feste, e non ho dimenticato che, ogni volta che la vedevo, mi donava una
notte insonne. Lei, però, non ne sapeva niente. Allora non era ancora una donna.
Era vergine. Era il sogno vivente: il sogno dell’uomo sulla donna.
Ora avanzava per la strada ben stretta al braccio del marito. In abiti più
costosi di prima, ma più ordinari, più borghesi: qualcosa di spento e di sciupato
nello sguardo e, al tempo stesso, una soddisfatta espressione da moglie, come se
stesse portando, davanti a sé, la sua pancia su un vassoio d’argentone.
No, non lo capisco. Perché deve essere così? Perché deve sempre andare a
finire così? Perché l’amore deve essere oro stregato che il giorno dopo si
trasforma in un mucchio di foglie appassite, o in sporcizia o in zuppa di malto?
Dal desiderio degli uomini per l’amore è germogliata tutta quella parte della
cultura che non è direttamente rivolta alla soddisfazione della fame, o alla difesa
contro i nemici. Il nostro senso estetico non ha nessun’altra fonte. Tutta l’arte,
tutta la poesia, tutta la musica vi si è dissetata. La più banale pittura storica
moderna, come le Madonne di Raffaello e le piccole operaie parigine di Steinlen,
L’angelo della morte, come Il cantico dei cantici e il Buch der Lieder, il Corale
e il valzer viennese, sì, ogni ornamento di gesso sulla casa ordinaria dove abito,
ogni figura sulla carta da parati, la forma di quel vaso di porcellana e il disegno
sulla mia sciarpa: tutto ciò che vuole decorare e abbellire, vi riesca o no, ha
origine da lì, anche se, a volte, per vie traverse molto lunghe. E non è affatto una
mia fantasia notturna: è stato dimostrato centinaia di volte.
Ma questa fonte non si chiama amore, si chiama: sogno d’amore.
E d’altro canto, tutto ciò che sta in rapporto con l’avverarsi del sogno, con la
soddisfazione del desiderio, e che ne è conseguenza, è, agli occhi del nostro
istinto più profondo, qualcosa di brutto e di indecente. Questo non lo si può
dimostrare, è solo una sensazione: la mia sensazione e in realtà, credo, quella di
tutti. La gente tratta sempre le storie d’amore degli altri come qualcosa di
volgare o di comico e, spesso, non fa la minima eccezione per le proprie. E poi
le conseguenze… Una donna gravida è una cosa orribile. Un neonato è
ripugnante. Un letto di morte desta raramente un’impressione tanto mostruosa
quanto un parto, questa spaventosa sinfonia di urla, sporcizia e sangue.
Ma, prima di tutto, l’atto stesso. Non dimenticherò mai quando, da bambino,
per la prima volta, sotto uno dei grandi castagni del giardino della scuola, sentii
un compagno spiegare «come si fa». Non volevo crederci; dovettero venire
parecchi altri ragazzi a confermarlo e a ridere della mia dabbenaggine; e io,
ancora, ci credevo a malapena; poi corsi via, del tutto fuori di me. Dunque anche
il babbo e la mamma avevano fatto a quel modo? E avrei dovuto fare così io
stesso, quando fossi diventato grande; non potevo evitarlo?
Avevo sempre nutrito un profondo disprezzo per i ragazzacci che avevano
l’abitudine di scrivere parolacce sulle pareti e sugli steccati. Ma in quel
momento era per me come se Dio stesso avesse scritto qualcosa di osceno
nell’azzurro cielo primaverile; e, in fondo, credo che quella sia stata la prima
volta in cui ho cominciato a chiedermi se davvero esisteva un dio.
Ancora oggi non mi sono del tutto ripreso da quello stupore. Perché la vita
della nostra razza deve essere conservata e il nostro desiderio acquietato proprio
mediante un organo che, parecchie volte al giorno, usiamo per lo scarico di
impurità? Perché non potrebbe accadere attraverso un atto in cui ci fossero
dignità e bellezza e, al tempo stesso, il più alto piacere dei sensi? Un atto che
potrebbe compiersi in chiesa, davanti agli occhi di tutti, come nel buio e nella
solitudine; o in un tempio di rose alla luce del sole, tra canti corali e danze
nuziali.

Non so per quanto tempo ho camminato su e giù per le stanze.


Ora fuori albeggia, la banderuola del campanile brilla, illuminata da est, e i
passeri affamati cinguettano forte.
Strano che sempre un brivido percorra l’aria, prima del sorgere del sole.

18 giugno

Oggi è stato un po’ più fresco; ho fatto una cavalcata, per la prima volta dopo
oltre un mese.
Che mattinata! Ieri sera sono andato a letto presto, e ho dormito tutta la notte,
senza mai svegliarmi. Non dormo mai senza sognare; ma, in particolare, i sogni
di stanotte erano eccezionalmente azzurri e sereni. Ho cavalcato fino ad Haga1,
intorno al Tempio dell’Eco, davanti al Koppartälten2. Rugiada e ragnatele su
tutti i cespugli e gli sterpi, e un forte mormorìo fra gli alberi. Deva era nella sua
forma più smagliante; la terra danzava sotto di noi, giovane e fresca, come la
domenica mattina della creazione. Sono giunto a una piccola osteria: la
conoscevo già, la scorsa primavera, durante le mie cavalcate mattutine, mi ci
fermavo spesso. Sono sceso da cavallo e, tutto d’un fiato, ho vuotato una
bottiglia di birra, poi ho preso per la vita la ragazza dagli occhi castani e le ho
fatto fare un giro, l’ho baciata sui capelli e sono ripartito a cavallo.
Proprio come nella ballata.

19 giugno

Allora, signora Gregorius! Era dunque questa, la faccenda! Un po’ insolita, è


vero.
Questa volta è venuta tardi: l’orario d’ambulatorio era già terminato e lei era
sola nella sala d’attesa.
È entrata nel mio studio, molto pallida, ha salutato rimanendo in piedi, in
mezzo alla stanza. Con un gesto le ho indicato la sedia, ma lei è rimasta dov’era.
«Vi ho mentito l’ultima volta – ha detto. – Non sono malata: sono
completamente sana. Era tutt’altra cosa ciò di cui volevo parlarvi, solo che l’altra
volta non sono riuscita a tirarla fuori».
Il carro di un birraio è passato per la strada facendo un gran frastuono; io
sono andato a chiudere la finestra e, nell’improvviso silenzio, ho sentito che
diceva, a voce bassa e decisa ma con un lieve tremito come se stesse per
piangere:
«Ho cominciato a provare una terribile ripugnanza nei confronti di mio
marito».
Io ero in piedi con la schiena contro la stufa. Ho chinato la testa per farle
capire che seguivo.
«Non come persona – ha continuato lei. – È sempre buono e gentile con me;
non mi ha mai detto una parola dura. Però mi ispira un ribrezzo tremendo».
Ha ripreso fiato con un respiro profondo.
«Non so come esprimermi – ha detto. – Quello che pensavo di chiedervi è
qualcosa di così insolito! E, forse, cozza del tutto contro ciò che voi ritenete
giusto. Non so proprio cosa pensiate voi, dottore, di queste faccende. Ma c’è
qualcosa in voi che mi ispira fiducia e non conosco nessun altro con cui mi
potrei confidare in queste circostanze, nessun altro al mondo che mi potrebbe
aiutare. Non potreste parlare con mio marito? Non potreste dirgli che soffro di
qualche malattia, un male al basso ventre, e che dovrebbe rinunciare ai suoi
diritti di marito, almeno per un po’ di tempo?».
Diritti. Mi sono passato una mano sulla fronte. Quando sento pronunciare
questa parola, a questo riguardo, non ci vedo più. Dio del cielo, cosa è accaduto
nel cervello degli uomini, quando hanno fatto diritti e doveri di queste cose?
Mi è sembrato subito ovvio che dovevo aiutarla, se mi era possibile. Ma non
ho trovato subito qualcosa da dire, volevo stare ancora a sentirla. È anche
probabile che la mia simpatia per lei si mescolasse a una dose di pura e semplice
curiosità.
«Scusate, signora Gregorius, – ho chiesto, – da quanto tempo siete sposata?».
«Da sei anni».
«E quelli che voi chiamate i diritti di vostro marito vi sono sempre stati
gravosi come adesso?».
Lei è leggermente arrossita.
«È sempre stato difficile, – ha detto. – Ma ora, negli ultimi tempi, mi è
diventato insopportabile. Non ne posso più; se andrà avanti così non so cosa ne
sarà di me».
«Ma – ho risposto io, – il pastore non è più tanto giovane. Mi meraviglia che,
alla sua età, possa darvi un così grande… fastidio. Quanti anni ha di preciso?».
«Cinquantasei, credo. No, forse ne ha cinquantasette. Ma ne dimostra di
più».
«Ma ditemi, signora Gregorius, non ne avete mai parlato con lui? Non gli
avete mai detto quanto vi tormenti, e non lo avete mai pregato, con le buone
maniere e con gentilezza, di risparmiarvelo?».
«Sì, una volta gliel’ho chiesto. Ma lui mi ha risposto con una predica. Ha
detto che non potevamo sapere se Dio avesse o no l’intenzione di regalarci un
figlio, anche se finora non ne abbiamo avuti, e che perciò sarebbe stato un
grande peccato se avessimo smesso di fare quel che Dio vuole che facciamo per
avere un bambino… e forse ha ragione. Ma è tanto difficile per me!».
Non sono riuscito a trattenere un sorriso. Che vecchio furfante matricolato!
Lei ha visto il mio sorriso e credo che lo abbia frainteso. È stata un attimo in
silenzio, come se stesse riflettendo, poi ha ricominciato a parlare con voce bassa
e tremante, mentre il rossore le saliva al volto, facendosi sempre più intenso.
«No, dovete sapere tutto, – ha detto. – Forse l’avrete già indovinato, voi
leggete dentro di me. Io vi chiedo di mentire per me, dunque devo essere almeno
sincera con voi. Giudicatemi come volete. Sono una moglie infedele.
Appartengo a un altro uomo. Ed è per questo che mi è diventato tremendamente
difficile».
Mentre diceva queste cose evitava il mio sguardo. Ma proprio allora io l’ho
vista veramente, per la prima volta. Solo allora ho visto che c’era una donna
nella mia stanza, una donna con il cuore traboccante di desiderio e di sofferenza,
un giovane fiore di donna circondato dal profumo dell’amore e pieno del rossore
della vergogna per il suo profumo tanto forte e potente.
Mi sono sentito impallidire.
Finalmente ha alzato gli occhi e ha incontrato il mio sguardo. Non so cosa
abbia creduto di leggervi, comunque non ce l’ha fatta più a reggersi in piedi e si
è accasciata su una sedia, scossa dai singulti del pianto. Forse credeva che io
avessi preso l’intera faccenda con leggerezza; forse anche che fossi duro e
indifferente e che a niente le fosse servito confidarsi a un estraneo.
Sono andato verso di lei, le ho preso la mano e gliel’ho accarezzata piano:
«Suvvia, non piangete, non piangete più ora! Voglio aiutarvi, ve lo assicuro».
«Grazie, grazie…».
Mi ha baciato la mano, bagnandola di lacrime. Ha avuto ancora un ultimo
violento singulto, poi si è illuminata con un sorriso fra il pianto.
Ho dovuto sorridere anch’io.
«Comunque siete stata sciocca a raccontare quell’ultima cosa, – ho detto. –
Non che dobbiate temere che io approfitti della vostra fiducia, ma cose come
queste le si deve serbare segrete! Sempre, senza eccezioni, e finché si può! E io
vi avrei sicuramente aiutata comunque!».
Lei ha risposto:
«Io volevo raccontarlo. Volevo che qualcuno che stimo tanto e che ammiro
lo sapesse e, al tempo stesso, non mi disprezzasse».
Poi è venuta fuori una lunga storia: una volta, circa un anno fa, aveva sentito
una conversazione fra me e suo marito, il pastore. Lui stava male e io ero là per
visitarlo. Parlando, eravamo entrati nell’argomento prostituzione. Lei si
ricordava tutto quello che avevo detto e me lo ha ripetuto, era qualcosa di molto
semplice e assai banale: anche queste povere ragazze sono esseri umani e
devono essere trattate come tali ecc. Ma lei non aveva mai sentito nessuno
parlare così, prima di allora. Da quel momento mi aveva ammirato ed era per
questo che ora aveva trovato il coraggio di confidarsi con me.
Io mi ero dimenticato tutto, completamente… «Quel che è nascosto nella
neve, vien fuori col disgelo»1.
Le ho promesso dunque di parlare a suo marito il giorno stesso e lei se n’è
andata. Ma aveva dimenticato i guanti e l’ombrellino. È tornata indietro a
prenderli ed è sparita di nuovo. Era raggiante e luminosa: vivace ed ebbra come
una bambina che ha ottenuto ciò che vuole e che si aspetta qualcosa di molto
divertente.
Ci sono andato nel pomeriggio. Lei lo aveva preparato: era tutto convenuto.
Ho avuto con lui una conversazione a quattr’occhi. Era ancora più grigio in viso
del solito.
«Sì, – ha cominciato – mia moglie mi ha già detto come stanno le cose. Non
so dirvi quanto mi dispiaccia per lei. Avevamo sperato e desiderato tanto
intensamente di avere un giorno un figlio! Ma sulle camere separate non sono
d’accordo: questo lo affermo e lo dico chiaro e tondo. È una cosa davvero
insolita nel nostro ambiente e darebbe solo adito a chiacchiere. E poi, io sono un
uomo anziano».
Ha tossito seccamente.
«Sì – ho detto. – Non dubito certo che voi non mettiate al primo posto la
salute di vostra moglie. E del resto ci sono davvero buone speranze di riportarla
in perfetta salute».
«Pregherò Dio per questo – ha risposto lui. – Ma quanto credete che ci
vorrà?».
«È difficile dirlo, ma sono sicuramente necessari sei mesi di assoluta
astinenza. Poi si vedrà…».
Il pastore ha sul viso un paio di macchie color marrone sporco: ora erano
diventate ancora più scure ed evidenti in contrasto con il pallore della sua pelle,
e gli occhi gli si erano come rimpiccioliti.

È già stato sposato in precedenza; una bella sfortuna che la sua prima moglie
sia morta! Nel suo studio è appeso un ritratto ingrandito di lei: un tipo di serva
«sensualmente pia», semplice e ossuta, non troppo diversa dalla buona Katharina
von Bora1.
Era certamente adatta a lui. Peccato che sia morta!

21 giugno
Chi è il fortunato? Me lo sono chiesto fin dall’altro ieri.
Curioso che l’abbia potuto sapere così presto e che sia appunto un giovane
che conosco, anche se solo superficialmente. È Klas Recke.
Sì, sì, è davvero un’altra cosa, in confronto al pastore Gregorius.
Li ho incontrati poco fa, durante la mia passeggiata serale. Me ne andavo
senza meta per le strade, nel tiepido crepuscolo rosa; pensavo a lei, a quella
fragile donna. Penso spesso a lei. Ho imboccato una strada deserta, un po’ fuori
mano – là li ho visti improvvisamente venire verso di me. Uscivano da un
portone. In fretta mi sono soffiato il naso per nascondere il mio viso. Comunque
non era necessario: lui mi riconosce a stento e lei non mi ha nemmeno visto,
accecata com’era dalla felicità.

22 giugno

Sono qui seduto a leggere la pagina che ho scritto ieri sera; la leggo e la
rileggo, e mi dico: così, vecchio mio, sei diventato un ruffiano?
Sciocchezze. L’ho liberata da una cosa terribile. Era per me qualcosa che
doveva essere fatto. Cosa faccia poi lei di sé stessa, è affar suo.

23 giugno

Notte di mezza estate. Notte azzurra e chiara. Fin dall’infanzia e


dall’adolescenza mi ricordo di te come della notte dell’anno più leggera,
inebriante e ariosa, perché ora sei così afosa e opprimente?
Sto seduto vicino alla finestra e penso alla mia vita, cerco di capire com’è
accaduto che abbia preso un sentiero così diverso da quello di tutti gli altri, così
lontano dalla strada maestra.
Fammi pensare.
Poco fa, mentre tornavo verso casa passando per il cimitero, ho visto di
nuovo una di quelle scene che le lettere aperte dei moralisti ai giornali
commentano dicendo che vanno al di là di ogni descrizione. È evidente che un
istinto che ha la capacità di indurre questa povera gente a destare lo sdegno
generale in un cimitero, deve essere incredibilmente forte e potente. Porta
uomini frivoli a ogni specie di follia; porta uomini onesti e sensati a sottoporsi,
per altri aspetti, a grandi privazioni e rinunce. E spinge le donne a vincere quel
senso di pudore, a svegliare e a rafforzare il quale tutta l’educazione delle
fanciulle, di generazione in generazione, è stata rivolta; le spinge a sopportare
tremende sofferenze fisiche e, spesso, a precipitare a capofitto nella miseria più
profonda.
Soltanto io non sono ancora stato spinto a niente. Com’è possibile?
I miei sensi si sono svegliati tardi, in un momento in cui la mia volontà era
ormai quella di un uomo. Da bambino ero molto ambizioso. Mi sono presto
abituato a dominarmi, a scindere ciò che rispecchiava le mie aspirazioni intime e
costanti dalla volontà contingente, dalle voglie del momento, e a prestare ascolto
solo a una voce disprezzando l’altra. Ho poi notato che questa è una cosa
abbastanza eccezionale nella gente, più rara forse del talento e della genialità, ho
come la sensazione di essere stato, in fondo, destinato a diventare una persona di
importanza non comune. Anche a scuola brillavo molto; sono sempre stato il più
giovane della classe: ho conseguito la licenza liceale a quindici anni e la laurea
in medicina a ventitré. Ma lì mi sono fermato. Non ho continuato a studiare per
specializzarmi, né ho scritto una tesi di dottorato. C’era gente disposta a
prestarmi soldi, qualsiasi cifra, quasi, ma io ero stanco. Non avevo nessuna
voglia di specializzarmi ulteriormente e volevo guadagnarmi il pane.
L’ambizione dello scolaro di prendere buoni voti era stata soddisfatta e si era
spenta e, cosa assai strana, non fu mai sostituita da un’ambizione da adulto.
Credo sia dipeso dal fatto che proprio allora cominciai a pensare. Prima non ne
avevo avuto il tempo.
Ma durante tutto quel periodo i miei istinti rimasero assopiti: vivevano
appena per risvegliare in me sogni e desideri vaghi come nelle fanciulle, non
forti e pressanti come negli altri giovani uomini. E se anche talvolta passavo la
notte sveglio, in preda ad ardenti fantasie, mi è sempre sembrato inconcepibile
poter trovare soddisfazione nelle donne con cui andavano i miei compagni,
donne che, a volte, essi mi avevano indicato per strada e che mi parevano
ripugnanti. Anche questo fece sì che la mia fantasia crescesse e si educasse da
sola, quasi senza nessun contatto con quella dei miei compagni. Ero sempre
tanto più giovane di loro! Da principio non capivo niente quando parlavano di
queste cose, e siccome non capivo niente mi ero abituato a non ascoltare. Così
rimasi «puro». Neppure col peccato dell’adolescenza feci mai conoscenza: quasi
non sapevo cosa fosse! Non avevo nessuna fede religiosa che mi trattenesse;
facevo però dei sogni sull’amore, oh, sogni bellissimi! Ed ero certo che un
giorno si sarebbero avverati. Non volevo vendere la mia primogenitura per un
piatto di lenticchie, non volevo sporcare il mio bianco berretto1!
I miei sogni sull’amore… una volta mi sembravano così vicini… tanto vicini
a divenire realtà! Notte di mezza estate, strana, pallida notte, mi risvegli sempre
quel ricordo, l’unico in realtà nella mia vita, l’unico che rimane quando tutto il
resto si ritrae, diventa polvere e scompare. Eppure, non accadde niente di
speciale! Ero in campagna, da mio zio, per la festa di mezza estate. C’era
gioventù, si ballava e ci si divertiva. Nella compagnia c’era una ragazza che
avevo già incontrato alcune volte, ai ricevimenti presso varie famiglie. Non
avevo pensato molto a lei prima di allora; ma quando la rividi là, mi venne in
mente all’improvviso cosa aveva detto di lei un mio amico, una volta, a una
festa: «Quella ragazza ti ha messo gli occhi addosso, ti ha guardato tutta la sera».
Quelle parole mi tornarono in mente allora e, benché non ne fossi del tutto
convinto, fecero sì che la guardassi più di quanto, forse, avrei fatto altrimenti e
notai anche che lei mi guardava ogni tanto. Non era forse tra le più belle, ma era
nel fiore dei vent’anni e portava una camicetta bianca leggera sul giovane seno.
Ballammo insieme alcune volte intorno all’albero di maggio2. Verso mezzanotte
ci incamminammo tutti verso la cima di un colle per guardare il panorama e
accendere un falò, con l’intenzione di restar lì fino al sorgere del sole. La strada
passava per il bosco, fra pini alti e diritti; camminavamo a coppie, e io ero
assieme a lei. Quando inciampò nella radice di un albero, nel buio del bosco, le
tesi una mano, e un brivido di gioia mi percorse tutto quando sentii la sua,
piccola, morbida, soda e calda nella mia; continuai a tenerla anche dopo, quando
la strada era diventata piana e facile. Di che cosa parlavamo? Non lo so,
nemmeno una parola si è impressa nella mia mente; ricordo solo che un
misterioso flusso di affetto, silenzioso e deciso, passava attraverso la sua voce e
attraverso tutte le sue parole, come se essere là a passeggiare nel bosco, mano
nella mano con me, fosse qualcosa che aveva da tempo sognato e sperato.
Arrivammo in cima al monte, altri giovani, giunti prima di noi, avevano acceso il
fuoco; ci sedemmo qua e là, a gruppi o a coppie. Sugli altri monti e colline
ardevano altri falò. Sopra di noi era sospeso l’immenso universo, chiaro e
azzurro; laggiù, in basso, stavano le baie, gli stretti e l’ampia insenatura,
profondi e lucidi come il ghiaccio. Per tutto questo tempo tenni la sua mano
nella mia, e credo anche che osassi accarezzarla piano. Gettandole un’occhiata
furtiva, vidi che le sue guance erano in fiamme nel pallore della notte e i suoi
occhi pieni di lacrime; ma non piangeva e il suo respiro era calmo e regolare.
Stavamo seduti in silenzio, eppure dentro di me sentivo una canzone, una
vecchia ballata che mi venne in mente non so come:
Una fiamma brucia, così chiara e potente,
come da mille corone è divampata,
è tempo di gettarmi nel fuoco ardente,
a danzar con la mia amata?

Restammo così seduti a lungo. Uno dopo l’altro, gli altri si alzavano e se ne
andavano a casa; sentii anche qualcuno dire: «Ci sono delle grosse nuvole a
oriente; non potremo vedere sorgere il sole». Il gruppo si sfoltì sempre di più, ma
noi restammo lì e, alla fine, fummo soli. La guardai lungamente e lei sostenne il
mio sguardo. Allora le presi la testa fra le mie mani e la baciai: un bacio lieve e
innocente. Proprio in quel momento, qualcuno la chiamò; lei sussultò, si
divincolò e corse via, con passi leggeri attraverso il bosco.
Quando la raggiunsi era già in mezzo agli altri: potevo solo stringerle la
mano in silenzio, mentre lei stringeva la mia. Laggiù sul prato continuavano le
danze intorno al palo di San Giovanni: serve, garzoni e figli di signori, insieme,
com’è d’uso in quella sola notte dell’anno. La riportai nel vortice della danza, un
ballo selvaggio e inebriante. Era già pieno giorno ma l’atmosfera stregata della
notte di mezza estate era ancora nell’aria, tutta la terra danzava sotto di noi, e le
altre coppie ci vorticavano accanto, ora in alto, ora in basso: tutto andava su e
giù e ci girava intorno. Poi, finalmente, uscimmo dal turbine dei ballerini. Non
avevamo il coraggio di guardarci in faccia, ma ce ne andammo alla chetichella,
senza una parola, dietro una siepe di lillà. Lì la baciai di nuovo. Ma ora era
diverso: lei appoggiò la testa al mio braccio, chiuse gli occhi e la sua bocca
diventò un essere vivente sotto il mio bacio. Le strinsi un seno nella mano e
sentii la sua mano posarsi sulla mia: forse intendeva difendersi e togliermela; in
realtà se la premette più forte contro il seno. Col passare del tempo, il volto le si
illuminò, prima debolmente, poi più forte, alla fine fu come un violento riflesso
di fuoco. Aprì gli occhi, ma dovette richiuderli, accecata, e quando finalmente
smettemmo di baciarci, restammo guancia a guancia, attoniti, a fissare il sole che
spuntava fra i banchi di nuvole a oriente.

Da allora non l’ho vista più. Sono passati dieci anni, dieci anni proprio
stanotte, e ancor oggi sto male e mi sento impazzire, quando ci penso.
Non ci eravamo dati appuntamento per il giorno dopo, non ci avevamo
pensato. I suoi genitori abitavano lì vicino, e ci sembrava ovvio che ci saremmo
incontrati e che avremmo passato insieme il giorno dopo, tutti gli altri giorni,
tutta la vita. Ma il giorno seguente fu una giornata di pioggia, passò senza che io
la vedessi e la sera me ne dovetti tornare in città. Un paio di giorni dopo lessi sul
giornale che era morta. Annegata mentre faceva il bagno, lei e un’altra fanciulla.
Sì, sì, sono passati dieci anni da allora.
Dapprima soffrii molto. Ma devo essere una tempra proprio forte. Studiavo
come prima e superai gli esami di autunno. Però soffrivo, anche. Di notte me la
vedevo sempre davanti. Vedevo il bianco corpo di lei fra alghe e melma,
affiorare e scomparire nell’acqua. Gli occhi erano spalancati e spalancata era la
bocca che avevo baciata. Poi arrivava gente su una barca, con una draga. E la
draga affondava il suo artiglio nel seno di lei, in quello stesso seno di giovanetta
che la mia mano, poco prima, aveva accarezzato.
Dovette passare molto tempo prima che sentissi nuovamente di essere uomo
e mi accorgessi che c’erano altre donne sulla terra. Ma mi ero ormai temprato.
Avevo sentito, una volta, una scintilla di quella grande fiamma ed ero meno che
mai disposto ad accontentarmi di un amore fasullo. Gli altri siano pure meno
difficili a questo riguardo, sono fatti loro e io non so, veramente, se tutta la
questione abbia poi tanta importanza. Ma io sentivo che per me l’aveva. E
sarebbe, d’altro canto, davvero ingenuo credere che la volontà di un uomo non
sia capace di sistemare queste cosucce, se solo ce n’è la volontà. Caro Martin
Lutero, degno padre spirituale del pastore Gregorius, che gran peccatore della
carne devi essere stato, viste le sciocchezze che hai detto sull’argomento.
Comunque tu eri più sincero dei tuoi seguaci di oggi, e questo ti sarà sempre
riconosciuto.
Così passava un anno dopo l’altro e la vita mi scorreva via tra le mani.
Vedevo molte donne che riaccendevano in me il desiderio: ma proprio quelle
non mi notavano mai, era come se non esistessi per loro. Come mai? Credo di
capirlo ora. Una donna che ama ha, nel suo incedere, nella sua carnagione e in
tutto il suo essere, proprio quell’incantesimo che mi imprigiona. Sono sempre
state queste donne ad accendere il mio desiderio. Ma poiché amavano già altri
uomini, non mi vedevano neanche. Altre, invece, mi guardavano: io ero medico,
laureato in giovane età e introdotto in un buon giro di clienti; ero ritenuto, di
conseguenza, un eccellente partito e, naturalmente, divenni oggetto di un bel po’
di fastidioso corteggiamento. Ma era sempre fatica sprecata.
Sì, gli anni passavano e la vita scorreva via. Faccio il mio lavoro. Viene da
me gente con tutti i tipi di malattie, e io la curo meglio che posso. Alcuni
guariscono, altri muoiono, la maggior parte tira avanti con i suoi acciacchi. Io
non faccio miracoli, alcuni, che io non ho saputo aiutare, si sono rivolti a
guaritori e a noti ciarlatani, e sono guariti. Ma credo che mi si consideri un
medico coscienzioso e scrupoloso. Diventerò presto il tipico medico di famiglia:
quello dalla grande esperienza e dallo sguardo calmo che ispira fiducia. La gente
avrebbe forse meno fiducia in me, se sapesse come dormo male!
Notte di mezza estate, chiara notte azzurra, prima eri tanto leggera,
inebriante e ariosa, perché ora mi opprimi il cuore come un peso d’angoscia?

28 giugno

Durante la solita passeggiata serale, sono passato davanti al Grand Hotel.


C’era Klas Recke là, seduto a un tavolo sul marciapiede, solo, col suo whisky.
Ho fatto qualche altro passo, poi mi sono voltato e ho preso posto a un tavolo lì
vicino, per osservarlo. Lui non mi ha visto oppure non ha voluto vedermi. Lei gli
avrà certamente raccontato d’essere venuta da me e del felice risultato della sua
visita – lui mi sarà probabilmente grato per quest’ultima cosa; ma, forse, gli darà
un po’ fastidio sapere che qualcuno è stato messo a parte del segreto. Stava
immobile a guardare lontano sull’acqua, fumando un sigaro lunghissimo e
sottile.
È passato un ragazzo che vendeva giornali: ho comprato un «Aftonbladet»1
da usare come paravento, e l’ho guardato attentamente da sopra il bordo del
giornale. E, di nuovo, mi è passata per la mente la stessa idea di molti anni fa,
quando l’ho visto per la prima volta: perché quell’uomo ha proprio il viso che
avrei dovuto avere io? Vorrei avere all’incirca un aspetto così, se io stesso
potessi rifarmi. Io, a quel tempo soffrivo amaramente perché ero brutto come il
diavolo. Ora non me ne importa niente.
Raramente ho visto un uomo così bello. Occhi freddi grigio chiari, ma in una
cornice che li rende profondi e sognanti. Sopracciglia assolutamente dritte e
orizzontali che si allungano fino alle tempie, una fronte marmorea, capelli scuri e
folti. Ma nella metà inferiore del viso, di perfettamente bello ha solo la bocca;
per il resto alcune piccole bizzarrie: un naso irregolare, una carnagione scura,
come bruciata, in breve: tutto quel che serve a salvarlo da un tipo di bellezza
troppo perfetta che, nella maggior parte dei casi, diventa ridicola.
E com’è dentro? Non ne so quasi niente. So solo che passa per un buon
cervello, dal consueto punto di vista della carriera; e credo di ricordare di averlo
visto più spesso in compagnia dei suoi superiori del ministero nel quale lavora
che insieme ad amici della sua stessa età.
Cento pensieri mi affollavano la mente mentre lo guardavo stare là seduto,
immobile, con lo sguardo che vagava lontano; non muoveva neppure il
bicchiere, e il sigaro stava per spegnersi. Centinaia di vecchi sogni e fantasie si
risvegliavano mentre pensavo alla sua vita e la confrontavo con la mia. Spesso
mi sono detto: il desiderio è la delizia più grande del mondo ed è la sola cosa che
può abbellire un po’ questa misera vita. Ma l’appagamento del desiderio non
deve valer poi molto, visto che tutti quei consoli e consoli generali che, quanto a
questo, non si privano di niente, non hanno mai suscitato in me alcuna invidia.
Ma quando vedo un uomo come quello laggiù, provo un’amara invidia nel mio
intimo. Il problema che ha avvelenato la mia gioventù, e che mi opprime ancora
accompagnandomi nella mia vita di adulto, per lui si è risolto da solo. È vero, è
stato così anche per la maggior parte degli altri, ma la loro soluzione del
problema non mi fa invidia, anzi mi disgusta, se no si sarebbe risolto anche per
me molto tempo fa. Ma a lui l’amore delle donne si è sempre presentato come un
diritto naturale, e mai ha dovuto scegliere tra tenersi la fame o mangiar carne
marcia. E, quasi, non credo nemmeno che abbia avuto il tempo di pensare tanto:
non ha avuto il tempo di permettere alla riflessione di versare veleno nel suo
vino. È fortunato e io lo invidio.
E pensavo, con un brivido, anche a lei, a Helga Gregorius, vedevo nel
tramonto il suo sguardo ebbro di felicità. Sì, quei due si appartengono, si tratta di
selezione naturale. Gregorius: perché lei deve trascinarsi dietro quel nome e
quell’uomo per tutta la vita? È assurdo.
Cominciava a imbrunire; un bagliore rosso cadeva sulla facciata fuligginosa
del castello. La gente camminava sul marciapiede e io ascoltavo le loro voci:
erano magri yankees col loro slang indistinto, piccoli grassi commercianti ebrei
dall’accento nasale e comune gente borghese con i toni soddisfatti del sabato
sera nella voce. Qualcuno mi faceva un cenno di saluto e io gli rispondevo, altri
sollevavano il cappello per salutarmi e io sollevavo il mio. Alcuni conoscenti si
sono seduti al tavolo vicino: erano Martin Birck e Markel, e un terzo, che ho
incontrato qualche volta ma di cui ho dimenticato, o forse non ho mai saputo, il
nome (è calvo come un uovo e, avendolo visto fino a oggi solo in casa, non l’ho
riconosciuto se non dopo che si è tolto il cappello per salutarmi). Recke ha
accennato un saluto a Markel che lo conosce e, subito dopo, si è alzato per
andarsene. Quando è passato accanto al mio tavolino mi è parso che
improvvisamente mi riconoscesse e mi ha salutato con estrema cortesia ma con
un po’ di distacco. A Uppsala ci davamo del tu, ma questo l’ha dimenticato.
Appena fuori portata di voce, la compagnia seduta accanto a me ha
cominciato immediatamente a parlare di lui, e ho sentito il signore pelato
rivolgersi a Markel chiedendo:
«Ah, così tu conosci quel Recke! Si dice che sia un uomo del futuro, si dice
che sia un ambizioso…».
Markel: «Sì, ambizioso… Se lo chiamo ambizioso è solo davvero in nome
della nostra grande amicizia; se no sarebbe più corretto dire che è un arrivista.
L’ambizione è una cosa rara. Siamo abituati a chiamare ambiziosa una persona,
se questa vuole diventare ministro. Ministro: cosa significa? Entrate più esigue
di quelle d’un grossista, e un potere che basta appena ad aiutare i propri parenti,
molto meno a portare avanti le proprie idee, ammesso che ne abbia. Questo non
mi impedisce naturalmente di desiderare di diventare ministro io stesso: è pur
sempre un posto più vantaggioso di quello che ho attualmente. Solo, non si può
parlare in questo caso di ambizione. È qualcos’altro. Al tempo in cui ero
ambizioso feci un progetto, del resto molto ben ideato, per conquistare tutta la
terra e riorganizzare le varie situazioni in modo che tutto diventasse come
avrebbe dovuto essere; e quando, alla fine, tutto fosse andato tanto bene da
cominciare a diventare quasi noioso, allora mi sarei imbottito del denaro
necessario e me la sarei squagliata. Mi sarei nascosto in una grande metropoli e,
seduto in un angolo di un bar a bere assenzio, mi sarei divertito a guardare come
tutto quanto fosse in preda alla follia dopo il mio ritiro a vita privata…
Comunque ora Klas Recke mi piace perché è bello e perché ha il talento non
comune di rendersi la vita abbastanza piacevole in questa valle di lacrime».
Già, Markel è sempre lo stesso. Ora si occupa di politica per conto di un
grosso giornale e spesso, quando è un po’ su di giri, scrive articoli destinati a
essere letti seriamente e che, a volte, se lo meritano anche. Con la barba un po’
lunga e un po’ arruffato di mattina, ma sempre elegante di sera, e con un umore
che si accende contemporaneamente ai lampioni delle strade. Accanto a lui era
seduto Birck con occhi assenti, che indossava ora in piena estate un ampio
impermeabile e se lo stringeva addosso con un fare infreddolito.
Markel si è rivolto a me chiedendomi gentilmente se volevo sedermi in
quell’eletta cerchia di vecchi alcolizzati. L’ho ringraziato ma ho risposto che ero
sul punto di andarmene a casa. E ne avevo davvero l’intenzione ma, in fondo,
non avevo nessuna nostalgia delle mie stanze solitarie, così sono rimasto ancora
a lungo ad ascoltare la musica dello Strömparterren1 che, chiara e forte,
penetrava nel silenzio della sera; vedevo il castello rispecchiare le file delle sue
finestre, simili a occhi ciechi e fissi, nell’acqua che, non essendoci ora corrente,
era lucida e immobile come il laghetto di un bosco. E guardavo una stellina
azzurra che tremava sopra Rosenbad2. Ascoltavo anche la conversazione al
tavolo vicino. Parlavano di donne e d’amore, e la questione era: qual è il
presupposto più importante perché un uomo provi vero piacere con una donna.
Il signore calvo disse: «Che lei abbia sedici anni e sia magra, abbia i capelli
neri e il sangue caldo».
Markel, con un’espressione sognante: «Che sia grassa e tonda».
Birck: «Che mi voglia bene».

2 luglio

No, ora comincia a diventare davvero terribile. La signora Gregorius era di


nuovo nella mia stanza, stamattina verso le dieci. Aveva un aspetto distrutto ed
era pallida, gli occhi grandi fissi su di me. «Come va?» mi è venuto spontaneo
domandare. «Cos’è successo… è successo qualcosa?».
Lei ha risposto a bassa voce:
«Stanotte mi ha preso con la violenza, quasi con la violenza».
Io mi sono seduto sulla sedia presso la scrivania, giocherellando con carta e
penna, come se stessi per scrivere una ricetta. Lei si è accomodata in un angolo
del sofà. «Poverina» ho detto come parlando a me stesso. Non riuscivo a trovare
niente da dire.
Lei ha soggiunto:
«Sono fatta per essere calpestata».
Siamo rimasti un attimo in silenzio, poi lei ha cominciato a raccontare. Lui
l’aveva svegliata nel cuore della notte. Non era riuscito ad addormentarsi. Aveva
implorato, pregato e pianto. Diceva che era in pericolo la salvezza della sua
anima perché non sapeva quali gravi peccati avrebbe commesso se lei non lo
avesse accontentato. Era suo dovere farlo, e il dovere veniva prima della salute.
Dio li avrebbe aiutati, Dio l’avrebbe comunque guarita.
Sono rimasto senza parole per lo stupore.
«Allora è un ipocrita?» le ho chiesto.
«Non lo so. No, non credo. Ma si è abituato a usare Dio per tutto ciò che gli
fa più comodo. Lo fanno sempre, conosco tanti preti, io! Li odio. Ma lui non è
un ipocrita; al contrario, ha sempre dato per scontato che la sua religione fosse
quella giusta ed è piuttosto convinto che quelli che la ripudiano siano frodatori,
gente malvagia che mente di proposito per portare gli altri alla dannazione».
Parlava con calma, aveva soltanto un leggero tremito nella voce e ciò che
diceva, in certo modo, mi stupiva: non immaginavo che quel piccolo essere
pensasse e potesse giudicare un uomo, come quello di cui parlava, con tanta
chiarezza e distacco, nonostante dovesse provare per lui un odio mortale e un
profondo disgusto. Avvertivo quel disgusto e quell’odio nel fremito della sua
voce e in tutte le sue parole, e ha contagiato anche me, mentre lei finiva di
raccontare il fatto: lei avrebbe voluto alzarsi, vestirsi, uscire, camminare per
strada tutta la notte, fino alla mattina; ma lui la teneva stretta, era forte lui, e non
l’aveva lasciata andare…
Sentivo che mi riscaldavo, le mie tempie battevano. Ho sentito dentro di me
una voce così chiara che quasi ho avuto paura di pensare ad alta voce, una voce
che sussurrava fra i denti: «Attento a te, prete! Io ho promesso a questa piccola,
a questo fiorellino dai biondi capelli di seta, di proteggerla contro di te. Attento,
la tua vita è nelle mie mani, se voglio, io posso farti “beato” prima di quanto tu
lo desideri. Attento, prete, tu non mi conosci; la mia coscienza non ha nemmeno
la più vaga somiglianza con la tua, io sono il giudice di me stesso e faccio parte
di una specie di persone che tu neanche immagini esista!».
Sentiva veramente i miei pensieri segreti? Un rapido brivido mi ha scosso,
quando improvvisamente l’ho udita dire:
«Potrei uccidere quell’uomo».
«Cara signora Gregorius, – ho risposto sorridendo, – questo è naturalmente
un modo di dire: ma non si deve usare nemmeno come tale».
Stavo per dire: meno che mai come tale!
«Ma – ho proseguito quasi d’un fiato, – per passare a un altro argomento,
ditemi: com’è andata che voi vi siete sposata col pastore Gregorius? Costrizione
dei genitori o, forse, un po’ d’esaltazione religiosa?».
Si è scossa come rabbrividendo.
«No, niente di tutto questo – ha detto. – Successe in modo così strano; non fu
niente che possiate indovinare o capire da solo. Non sono stata, naturalmente,
mai innamorata di lui nemmeno un po’. Né ho mai provato l’entusiasmo, tipico
delle ragazze, per la figura del prete, per niente. Ma cercherò di raccontarvi e
spiegarvi tutto».
Si è stretta ancora di più nell’angolo del sofà e vi si è rannicchiata come una
bambina. E, con uno sguardo che mi ha oltrepassato perdendosi nel vuoto, ha
cominciato a parlare.
«Sono stata molto felice nella mia infanzia e durante l’adolescenza. Quel
tempo mi sembra una favola quando ci penso. Tutti mi amavano, io volevo bene
a tutti e da tutti mi aspettavo cose buone. Poi venne quell’età, voi sapete… ma
non portò nessun cambiamento, all’inizio: continuai a essere felicissima, sì, più
felice di prima… fino a vent’anni. Una ragazza ha anche la sua sensualità,
questo lo comprenderete; ma, nella prima giovinezza, questo la rende solo felice.
Almeno così era per me. Il sangue mi cantava nelle orecchie, e anch’io
cantavo… cantavo sempre quando mi occupavo delle faccende di casa, e
canticchiavo anche quando camminavo per la strada… Ed ero costantemente
innamorata. Ero cresciuta in una famiglia molto religiosa; comunque, io credevo
che non fosse poi un peccato tanto grave baciarsi… Così, quando mi innamoravo
di un giovane e lui mi baciava, io lo lasciavo fare. Sapevo, certo, che c’era
qualcos’altro, da cui ci si doveva guardare e che era un peccato terribile, ma mi
sembrava una cosa tanto nebulosa e lontana che non mi tentava. No,
assolutamente! Proprio non capivo come potesse tentare qualcuno: credevo solo
che fosse qualcosa a cui ci si doveva sottoporre quando si era sposati e si voleva
avere bambini, ma niente che potesse avere significato di per sé. Ma a vent’anni
mi innamorai perdutamente di un uomo. Era bello, buono e fine… almeno lo
credevo io e lo credo ancora, quando penso a lui. Sì, dev’essere così, senza
dubbio… Lui si sposò, poi, con una mia amica dei tempi dell’adolescenza, e so
che l’ha resa molto felice. C’incontrammo un’estate, in campagna. Ci baciammo.
Un giorno mi portò con sé nel bosco. Là cercò di sedurmi, e poco ci mancò che
ci riuscisse. Oh, se ci fosse riuscito, se non fossi corsi via. Come tutto sarebbe
stato diverso! Forse mi sarei sposata con lui… o, almeno, non mi sarei mai
sposata con quello che ora è mio marito. Forse avrei avuto dei bambini e una
famiglia, una vera famiglia; non avrei avuto bisogno allora di diventare una
moglie infedele. Invece divenni furiosa per la vergogna e lo spavento, mi
divincolai dalle sue braccia e corsi via a gambe levate.
Seguì un periodo tremendo. Non volevo più vederlo, non avevo il coraggio
di rivederlo. Lui mi mandava fiori e mi scriveva lettere su lettere, pregandomi di
perdonarlo. Ma lo ritenevo un mascalzone; alle lettere non rispondevo e i fiori li
gettavo fuori della finestra. Ma pensavo a lui, continuamente. E non pensavo più
solo ai baci, ora sapevo cos’era la tentazione. Era come se fosse avvenuto un
cambiamento in me, anche se non era successo niente e immaginavo che lo si
potesse vedere dal mio aspetto. Nessuno può capire quanto abbia sofferto. In
autunno, dopo che già eravamo tornati in città, un pomeriggio ero fuori a
passeggiare da sola all’imbrunire. Il vento fischiava intorno agli angoli delle case
e ogni tanto cadeva qualche goccia di pioggia. Entrai nella strada dove sapevo
che lui abitava e passai davanti alla sua casa. Mi fermai e vidi che la sua finestra
era illuminata, alla luce della lampada vidi la sua testa china su un libro. Ne fui
attirata come da una calamita e pensai che doveva essere bellissimo stare là
dentro, con lui. Mi infilai nel portone e salii le scale a metà, poi tornai indietro.
Se in quei giorni mi avesse scritto, gli avrei risposto. Ma lui si era stancato di
scrivere senza mai ricevere risposta; poi non ci siamo più incontrati per molti
anni, e allora tutto era talmente cambiato!
Vi ho certamente già detto che sono stata educata molto religiosamente. Mi
buttai anima e corpo nella religione e divenni allieva-infermiera, ma dovetti
smettere perché ero diventata cagionevole di salute; così tornai di nuovo a casa a
occuparmi, come prima, delle solite faccende domestiche, a sognare e a
struggermi, pregando Dio che mi liberasse dai miei sogni e dal mio desiderio.
Sentivo che quella situazione era insopportabile e che un cambiamento doveva
avvenire. Poi, un giorno, seppi da mio padre che il pastore Gregorius mi aveva
chiesta in moglie. Rimasi del tutto sbalordita: lui non si era mai avvicinato tanto
da farmi immaginare qualcosa. Da molto tempo ci frequentava, la mamma lo
ammirava e il babbo aveva un po’ paura di lui, credo. Andai in camera mia e
piansi. C’è sempre stato qualcosa, in lui, che mi ripugnava particolarmente, e
credo sia stato proprio quello che, alla fine, mi fece decidere a dire di sì.
Nessuno fece pressioni su di me per convincermi. Ma ero io a credere che quella
fosse la volontà di Dio. Mi avevano insegnato a pensare che la volontà di Dio
consistesse sempre in quello che, più di tutto, andava contro la nostra volontà.
Ancora la notte prima ero stata sveglia nel letto a pregare Dio perché mi
liberasse e mi donasse la pace. Allora pensai che avesse esaudito le mie
preghiere, a suo modo. Credevo di vedere la Sua volontà splendere chiara ai miei
occhi. Credevo che, al fianco di quell’uomo, il mio languore si sarebbe spento e i
miei desideri estinti, e che quello era il tipo di vita che Dio mi aveva predisposto.
Che lui, poi, fosse un uomo buono e onesto, ne ero sicura, dato che era un prete.
Ma le cose andarono diversamente.
Lui non riuscì a uccidere i miei sogni, riuscì solo a sporcarli. Invece, uccise
lentamente la mia fede. È l’unica cosa di cui posso ringraziarlo, perché non ne
ho alcuna nostalgia. Ora, quando ci penso, mi sembra che fosse solo una cosa
bizzarra. Tutto quello che si desiderava, tutto ciò cui era bello pensare, era
peccato. L’abbraccio di un uomo era peccato, se lo si desiderava e lo si voleva
veramente; ma se lo si trovava brutto e ripugnante, se pareva un flagello, una
tortura, qualcosa di nauseante, allora era peccato non volerlo! Dite, dottor Glas,
non è strano?».
Parlando si era riscaldata. Io ho annuito dietro gli occhiali:
«Sì, è abbastanza curioso».
«Oppure, dite, credete che il mio amore attuale sia peccato? Non è soltanto
felicità, forse è più angoscia, ma credete che sia peccato? Se è peccato, allora
tutto è peccato in me, perché non so trovare niente, in me stessa, che sia più
buono e più degno di quest’amore. Ma forse vi meraviglia il fatto che io stia qui
a parlare di questo con voi. Certo, ho un altro con cui parlare. Ma quando ci
vediamo il tempo vola via, e lui parla così poco con me… – è arrossita
improvvisamente – parla così poco con me di quello che mi sta più a cuore».
Stavo calmo e in silenzio, la testa appoggiata alla mano, e la osservavo
attraverso le palpebre socchiuse mentre sedeva nell’angolo del mio sofà, rossa
come un fiore sotto i fluenti capelli biondo oro. Madamigella guancia di velluto!
E pensavo: «Se solo potesse avere anche con me la sensazione che il tempo non
basti per parlare! Ora, quando ricomincia a parlare – ho pensato – vado da lei e
le chiudo la bocca con un bacio». Ma lei ora stava zitta. La porta era aperta a
metà sulla grande sala d’aspetto, e io ho sentito i passi della mia governante nel
corridoio.
Ho rotto il silenzio:
«Ma dite, signora Gregorius, avete mai pensato al divorzio? Eppure, non
siete legata a vostro marito da necessità economiche: vostro padre vi ha lasciato
un capitale, voi siete figlia unica e vostra madre è ancora viva e in buone
condizioni, non è vero?».
«Ah, dottor Glas, voi non lo conoscete! Il divorzio… un prete! Non lo
accetterebbe mai, mai, qualunque cosa facessi, qualunque cosa succedesse!
Piuttosto mi perdonerebbe sette volte e settanta volte sette, cercherebbe di
riabilitarmi, farebbe tutto il possibile… Sarebbe capace di pregare per me in
chiesa. No, sono fatta per essere calpestata!».
Mi sono alzato:
«Allora, cara signora Gregorius, cosa volete che faccia ora? Non vedo più
vie d’uscita!».
Lei ha scosso la testa perplessa.
«Non lo so. Non so più niente. Ma credo che lui venga qui da voi, oggi, per
via del cuore; ne parlava ieri. Non potreste dirgli di nuovo qualcosa?
Ovviamente senza fargli capire che io sono stata qui, oggi, e ve ne ho parlato».
«Sì… vedremo».
Se n’è andata.
Appena è uscita, ho preso un fascicolo di una rivista medica per distrarmi.
Ma non è servito a niente: me la vedevo continuamente davanti, la vedevo là,
rannicchiata nell’angolo del sofà, a raccontarmi del suo destino e di come è
capitata su una strada del tutto sbagliata, qui, nel mondo. Di chi era la colpa? Era
dell’uomo che la voleva sedurre nel bosco, quel giorno d’estate? Ahimè, quale
altro compito ha l’uomo, nei confronti della donna, se non quello di sedurla –
che questo accada in un bosco o nel letto nuziale –, e poi aiutarla e sostenerla in
tutto ciò che la seduzione comporta? Allora, di chi è stata la colpa, del prete? Lui
l’aveva solo chiesta in moglie, come miriadi di uomini hanno chiesto miriadi di
donne; e l’aveva chiesta, per giunta, con tutti i crismi, come si dice nel suo
linguaggio curioso; e lei aveva acconsentito, senza sapere o capire, solo per
disperazione e sotto l’influenza della confusione di idee in cui era cresciuta. Non
era sveglia quando si sposò con quell’uomo, lo fece nel sonno. Nei sogni
possono avvenire, spesso, le cose più bizzarre e sembrarci del tutto normali e
naturali – in sogno. Ma quando, da svegli, ci ricordiamo di ciò che abbiamo
sognato, pieni di stupore, scoppiamo a ridere oppure ci vengono i brividi. Ora lei
si è svegliata! E i genitori – che avrebbero dovuto sapere cos’è il matrimonio, e
che, ugualmente, dettero il loro consenso e, forse, erano addirittura entusiasti e si
sentivano lusingati – erano svegli? E il prete stesso: proprio non si accorgeva
dell’innaturalezza e dell’indecenza grossolana di ciò che stava facendo?
Non ho mai avuto, prima d’ora, la sensazione così nitida che la morale sia
una giostra che gira. Veramente lo sapevo già, ma avevo sempre creduto che i
tempi di rotazione dovessero essere secoli o ere – ora mi sembravano minuti e
secondi, tutto mi girava davanti agli occhi abbagliandomi e, come un filo
d’Arianna in mezzo alla danza infernale, ho sentito ancora una volta quella voce
dentro di me, la voce che sussurrava fra i denti: «Attento a te, prete!».

Proprio come previsto. È venuto durante l’orario delle visite. Un’improvvisa


e segreta allegria mi è scattata dentro, come una molla, quando ho aperto la porta
e l’ho visto seduto là, nella sala d’aspetto. C’era una sola paziente prima di lui:
una vecchia signora che voleva soltanto farsi rinnovare una ricetta – poi è venuto
il suo turno. Si è accomodato le falde della giacca e ha preso posto, con fare
lento e dignitoso, nello stesso angolo del sofà dove sua moglie si era rannicchiata
alcune ore prima.
Ha cominciato, ovviamente, a dire una gran quantità di stupidaggini, come al
solito. È stata la questione dell’Eucarestia l’argomento con cui mi ha
intrattenuto. Il vizio cardiaco è arrivato solo tra parentesi, in una frase
secondaria, e io ho avuto l’impressione che, in realtà, fosse venuto per sentire la
mia opinione di medico circa la dannosità per la salute della Santa Eucarestia1 di
cui ora si parla tanto su tutti i giornali, tanto per non ripetere sempre la solita
storia del mostro marino. Io non ho seguito quel dibattito, ho visto appena
qualche articolo su quella faccenda, ogni tanto, su un giornale, e l’ho letto solo a
metà; ero perciò ben lungi dall’orientarmi in questa materia, ed è stato il pastore
a spiegarmi i termini della questione. Cosa si deve fare per prevenire il
trasmettersi di infezioni, durante la Comunione? Questo era il problema. Il
pastore si rammaricava molto che una simile questione fosse sorta; ma, una volta
che era stata sollevata, si doveva dare una risposta. Si potevano immaginare
parecchie soluzioni al problema. La più semplice sarebbe stata, forse, che ogni
chiesa fosse provvista di un certo numero di piccoli calici che il sacrestano
avrebbe potuto ripulire all’altare, dopo ogni turno: ma sarebbe venuto a costare
troppo; forse, sarebbe addirittura impossibile, per le parrocchie povere di
campagna, procurarsi un numero sufficiente di calici d’argento!
Incidentalmente ho notato che, in un tempo come il nostro, in cui l’interesse
religioso è in costante aumento e in cui ci si procurano montagne di coppe
d’argento per ogni gara ciclistica, non dovrebbe essere impossibile procurarsi dei
calici simili per uno scopo religioso. Del resto non ricordo proprio che, fra le
parole con cui venne istituita l’Eucarestia, ve ne fosse anche solo una
sull’argento; ma ho tenuto per me questa riflessione. «Si era anche pensato alla
possibilità – ha continuato il prete – che ogni comunicando si portasse il calice o
il bicchiere da casa. Ma che spettacolo ne risulterebbe, se il ricco venisse con
una coppa finemente intarsiata e il povero, forse, con un bicchiere da
acquavite?».
Da parte mia ho pensato che sarebbe stato abbastanza pittoresco, ma sono
stato zitto e l’ho lasciato andare avanti. Inoltre, uno dei preti dell’indirizzo
moderno e liberale aveva proposto di consumare il sangue del nostro Redentore
in capsule. Dapprima mi sono domandato se avevo capito bene: in capsule, come
l’olio di ricino? – Sì, in capsule, detto in breve. Infine, un cappellano di corte
aveva costruito un tipo del tutto nuovo di calice da Eucarestia; l’aveva fatto
brevettare e aveva fondato una società per azioni – il pastore me lo ha descritto
dettagliatamente: sembrava che, per costruirlo, ci si fosse ispirati ai bicchieri e
alle bottiglie dei prestigiatori. Ora, il pastore Gregorius è, per parte sua, un
ortodosso e non è per niente liberale, perciò queste novità gli sembrano tutte
quante pericolosissime; ma, certo, anche i bacilli sono pericolosi e allora cosa si
deve fare?
I bacilli: nella mia mente si è accesa una luce quando l’ho sentito
pronunciare questa parola. Ho riconosciuto molto nitidamente quel tono di voce:
mi sono ricordato di averlo già sentito parlare di bacilli e mi è stato subito chiaro
che lui soffre di quella malattia che si chiama «terrore dei bacilli». Era ovvio che
aveva un concetto mistico dei bacilli, al di fuori sia della religione che della sua
concezione etica del mondo. Ciò deriva dal fatto che essi sono molto recenti. La
sua religione è vecchia, ha quasi mille e novecento anni, e la sua concezione del
mondo risale almeno all’inizio del secolo: alla filosofia tedesca e alla caduta di
Napoleone. Ma i bacilli l’hanno raggiunto nella vecchiaia, del tutto alla
sprovvista. Solo in questi ultimissimi giorni hanno cominciato la loro spiacevole
attività nella sua immaginazione, e non gli è mai venuto in mente che, tutto
considerato, ci doveva essere una gran quantità di bacilli anche nel semplice
boccale d’argilla che fece il giro della tavola durante l’ultima cena al Getsemani.
Impossibile decidere se lui sia più pecora o volpe.
Gli ho voltato le spalle e l’ho lasciato parlare mentre sistemavo alcune cose
nel mio armadietto. L’ho pregato, nel frattempo, di togliersi giacca e panciotto e,
quanto al problema dell’Eucarestia, ho deciso senza lunga riflessione di essere
favorevole al metodo delle capsule.
«Ammetto – ho cominciato – che in un primo momento quest’idea è
sembrata un po’ ripugnante perfino a me, benché non possa farmi vanto di
un’intensa religiosità. Ma, a un più attento esame, tutte le esitazioni devono
essere messe da parte. L’essenziale, nella Santa Comunione, non è il pane e il
vino, e nemmeno l’argento, ma la fede; e la vera fede non può certo lasciarsi
influenzare da cose esteriori come coppe d’argento o capsule di gelatina…».
Mentre pronunciavo queste ultime parole ho appoggiato lo stetoscopio al suo
petto, pregandolo di stare in silenzio un attimo, e ho ascoltato. Non ho sentito
niente di strano: solo quella piccola irregolarità nei battiti cardiaci, molto
comune negli uomini anziani quando hanno l’abitudine di mangiare un po’ più
del necessario e di dormire, poi, arrotolati su un sofà. È possibile che un giorno
sopraggiunga un colpo apoplettico, non si sa mai; ma non è un fatto inevitabile,
né una minaccia particolarmente probabile.
Mi ero però deciso, una volta per tutte, a dare una grave importanza a questa
consultazione. Sono rimasto in ascolto molto più di quanto non fosse in realtà
necessario, ho spostato lo stetoscopio, ho bussato sul torace e mi sono messo, di
nuovo, in ascolto. Ho notato come soffriva, a starsene zitto e passivo: infatti è
abituato a parlare sempre, in chiesa, in compagnia, a casa sua; in questo è
decisamente dotato e, probabilmente, è stato proprio questo piccolo talento a
spingerlo, in un primo momento, verso il suo mestiere. Aveva un po’ paura della
mia visita: avrebbe certo preferito continuare un altro po’ con i bacilli della
Santa Eucarestia, per poi guardare di colpo l’orologio e slanciarsi verso la porta.
Ma ora l’avevo lì, nell’angolo del sofà, e non lo lasciavo andare. Ascoltavo in
silenzio. E quanto più stavo ad ascoltare tanto più irregolarmente batteva il suo
cuore.
«È grave?» ha chiesto alla fine.
Non ho risposto subito. Sono andato un po’ su e giù per la stanza.
Un piano stava fermentando dentro di me, un progetto di per sé molto
semplice, ma io non sono abituato alle commedie a intreccio, e perciò esitavo.
Esitavo anche perché il piano si basava completamente sulla sua stupidità e sulla
sua ignoranza, ed era davvero stupido a tal punto che io potessi osare? O il piano
era troppo grossolano e lui, forse, avrebbe potuto scoprirmi?
Ho interrotto il mio andirivieni e l’ho scrutato per qualche secondo col mio
sguardo professionale più acuto. Il suo volto grigiastro, grasso e flaccido, aveva
assunto un’espressione stupida e pia, ma non ho potuto afferrare il suo sguardo:
gli occhiali riflettevano solo la mia finestra, con le tendine e il ficus. Ho
comunque deciso di osare. «Sia pecora o volpe – ho pensato – una volpe è pur
sempre molto più stupida di un essere umano». In ogni caso, ci si poteva
divertire un po’ con lui a fare i ciarlatani, senza nessun rischio. A lui piacevano i
modi dei ciarlatani, si vedeva benissimo; il mio pensoso andirivieni sul
pavimento e il lungo silenzio dopo la sua domanda lo avevano già impressionato
e reso docile.
«Strano…» ho mormorato alla fine, come rivolto a me stesso.
E di nuovo mi sono avvicinato a lui con lo stetoscopio.
«Scusate, – ho aggiunto, – devo auscultare ancora per essere sicuro di non
sbagliarmi».
«Sì, – ho detto infine, – a giudicare da cosa sento oggi, non avete il cuore a
posto, signor pastore. Non credo, però, che sia così malandato ogni giorno.
Penso che abbia dei motivi speciali per funzionare così male oggi!».
Ha cercato in fretta e furia di trasformare il viso in un punto interrogativo,
ma non gli è riuscito bene. Ho visto subito che la sua cattiva coscienza mi aveva
capito. Ha atteggiato la bocca per cominciare a parlare, forse per chiedere cosa
intendessi dire, ma gli è mancato il coraggio e s’è limitato a tossire. Lui preferiva
sfuggire a una spiegazione più dettagliata, ma non io.
«Siamo sinceri fra noi, pastore Gregorius» ho cominciato. A queste parole ha
avuto un sussulto per lo spavento. «Non avrete certo dimenticato la
conversazione che avemmo un paio di settimane fa a proposito dello stato di
salute di vostra moglie. Non voglio fare domande indiscrete su come il pastore
ha mantenuto l’impegno assunto in quell’occasione. Voglio solo dire che, se
allora avessi saputo in quali condizioni era il vostro cuore, avrei potuto addurre
motivi ancora più seri per il consiglio che mi permisi di darvi. Per vostra moglie
è in gioco la salute, per un lasso di tempo più o meno lungo, ma per voi, può
facilmente essere in gioco la vita».
Aveva assunto un aspetto orrendo, mentre parlavo gli era venuto uno strano
colorito in viso; ma non era rosso: era solo verde e viola. Era così
tremendamente brutto a vedersi che ho dovuto voltarmi dall’altra parte. Sono
andato verso la finestra aperta per immagazzinare un po’ d’aria fresca nei
polmoni: ma era quasi più afoso fuori che dentro.
Ho continuato:
«La mia prescrizione è semplice e chiara: dormire in camere separate. Mi
ricordo che al pastore questo non piace, ma non ci si può far niente. Infatti non è
solo l’appagamento totale che, in questi casi, comporta un grave pericolo, ma è
importante anche evitare tutto ciò che può stimolare e attizzare il desiderio… Sì,
sì, so quello che volete dire: che siete un uomo anziano e, per giunta, un prete;
ma io sono un medico e posso arrogarmi il diritto di parlare apertamente con un
paziente. E non credo di essere troppo indiscreto se vi faccio osservare che la
costante vicinanza a una giovane donna, di notte per giunta, deve avere
all’incirca lo stesso effetto su un prete come su ogni altro uomo. Io ho studiato a
Uppsala e ho conosciuto molti teologi là: ecco, non ho avuto proprio
l’impressione che gli studi teologici fossero, più degli altri, adatti ad assicurare i
giovani corpi contro questo genere di incendi. E a proposito dell’età… già,
quanti anni avete?… cinquantasette anni: eh, è un’età critica! A quest’età il
desiderio è più o meno uguale a prima, ma l’appagamento ha brutte
conseguenze. Oh, è vero, ci sono diversi modi di guardare la vita e diversi modi
anche, di valutarla: se stessi parlando con un vecchio viveur sarei naturalmente
preparato alla risposta più logica dal suo punto di vista: “Me ne infischio, è
assurdo privarsi di ciò che dà valore alla vita, solo per conservare la vita”. Ma so
che un tal modo di ragionare è del tutto estraneo alla concezione che avete del
mondo voi, signor pastore. Il mio dovere di medico è, in questo caso, quello di
informarvi e di mettervi in guardia: è tutto quel che posso fare e sono anche
sicuro che è tutto il necessario, ora che siete a conoscenza della gravità della
cosa. Mi è difficile immaginare che sarebbe di vostro gusto morire di un colpo,
allo stesso modo del defunto re Federico I o, più recentemente, del signor Felix
Faure1…».
Ho evitato di guardarlo mentre parlavo. Ma quando ho finito ho visto che
aveva le mani sugli occhi e che le sue labbra si muovevano, allora ho indovinato,
più che udito: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome… non ci
indurre in tentazione, ma liberaci dal male…
Mi sono seduto alla scrivania e gli ho prescritto un po’ di digitale per il
cuore.
E ho aggiunto, porgendogli la ricetta:
«Inoltre, signor pastore, non vi fa bene nemmeno stare in città per tutta
questa calda estate. Un soggiorno di sei settimane in una località termale vi
farebbe molto bene: Porla o Ronneby2. In questo caso, però, dovreste
naturalmente spostarvi da solo».

5 luglio

Domenica d’estate. Afa e polvere dappertutto e solo povera gente in giro. E


la povera gente, purtroppo, è molto antipatica.
Verso le quattro sono salito su un vaporetto e sono andato verso
Djurgårdsbrunn3, con l’intenzione di cenare là. La mia governante era invitata a
un funerale e, dopo, avrebbe preso il caffè durante il rinfresco all’aperto4. Non le
era morto né un parente stretto né un amico, ma un funerale costituisce sempre
un gran divertimento per una donna del suo ceto, e io non ho avuto il cuore di
negarle la licenza. Perciò non potevo cenare a casa. Veramente, anch’io ero stato
invitato da alcuni conoscenti, in una villa nell’arcipelago; ma non ne avevo
nessuna voglia. Non amo molto né i conoscenti, né le ville, né l’arcipelago.
Soprattutto non mi piace l’arcipelago. Un paesaggio triturato come lo
spezzatino: piccoli isolotti, piccoli specchi d’acqua, piccole rocce e piccoli alberi
contorti. Un paesaggio povero e pallido, freddo nel colore, per lo più grigio e
azzurro, e tuttavia non abbastanza povero da possedere la grandiosità della
solitudine. Quando sento gente che decanta le bellezze naturali dell’arcipelago,
sospetto sempre che abbia tutt’altre cose per la mente e, a un’analisi più
approfondita, il sospetto si dimostra quasi sempre fondato. Uno pensa all’aria
fresca e ai bagni meravigliosi, un altro alla propria barca a vela, un terzo ai pesci
persici: e tutto questo va, per loro, sotto il titolo di «bellezze naturali». Giorni fa
parlavo con una ragazza che era rimasta incantata dall’arcipelago; venne però
fuori, nel corso della conversazione, che in realtà lei pensava ai tramonti e, forse,
anche a uno studente. Non si ricordava più che il sole tramonta dappertutto e che
lo studente è «mobile». Non credo di essere del tutto insensibile alle bellezze
naturali, ma devo andare più lontano allora: fino al Vättern5, o in Scania6,
oppure verso il mare aperto. Raramente ho il tempo di farlo e, nel raggio di
trenta o quaranta chilometri da Stoccolma, non ho mai incontrato un paesaggio
che potesse reggere il confronto con Stoccolma stessa: con Djurgården, Haga1, e
con l’angolo del marciapiede presso lo Strömmen, davanti al Grand Hotel. Per
questo resto in città durante la maggior parte dell’estate e dell’inverno. E ancor
più volentieri lo faccio perché ho il costante desiderio, tipico del sedentario, di
vedere gente intorno a me: estranei, si noti bene, che non conosco e con cui non
sono tenuto a parlare.
Dunque, sono arrivato al Djurgårdsbrunn e mi sono accomodato a un tavolo
presso la parete di vetro, nel padiglione basso. Il cameriere è accorso con il menu
del giorno e ha allargato, con discrezione, un tovagliolo pulito sui resti di salsa
d’arrosto di vitello e di senape Batty che un gruppo di precedenti avventori
aveva lasciato; e quando, un istante dopo, mi ha presentato la lista dei vini, ha
dimostrato con la breve domanda, buttata lì frettolosamente: «Chablis?», che la
sua memoria conteneva conoscenze dettagliate e vaste come quelle di tanti
professori. Io non sono un assiduo cliente di ristoranti, ma è vero che, quando
ogni tanto ceno fuori, non bevo quasi mai un vino diverso dallo Chablis. E lui
era vecchio del mestiere e conosceva i suoi polli. Aveva calmato gli entusiasmi
della giovinezza portando con abilità da giocoliere vassoi di punch da Berns;
poi, con il dignitoso contegno dell’età matura, aveva svolto compiti più
complicati: come cameriere di sala da Rydberg e all’Hamburger Börs2 e chissà
per colpa di quale rovescio di fortuna, ora, con un principio di calvizie e una
marsina un po’ più unta, faceva il suo mestiere in un posto più modesto! Gli anni
gli avevano dato l’aria di chi si sente a casa dovunque ci sia odore di cibo e si
stappino bottiglie. Mi ha fatto piacere vederlo, e ci siamo scambiati uno sguardo
di tacita intesa.
Mi sono guardato intorno, fra la gente. Al tavolo vicino era seduto quel
giovane simpatico da cui, di solito, compro i sigari, e si stava rimpinzando di
cibo insieme alla sua ragazza, una commessa piccola e graziosa con vispi occhi
di topo. Un po’ più in là, c’era un attore, con moglie e figli, che si asciugava la
bocca con dignità sacerdotale. E lontano, in un angolo, era seduto, da solo, un
vecchio eccentrico che io conosco di vista e vedo per la strada e nei caffè da
oltre vent’anni; stava dividendo la cena con il suo cane, vecchio e un po’ grigio
di pelo anche lui.
Intanto io avevo avuto il mio Chablis, e mi stavo godendo il gioco dei raggi
del sole nel liquido chiaro e leggero del mio bicchiere, quando ho sentito,
proprio accanto a me, una voce di donna che mi è sembrato di riconoscere. Ho
alzato lo sguardo. Erano i signori che stavano entrando in quel momento: un
signore, la moglie e un bambino di quattro o cinque anni, un bambino molto
bello ma agghindato in modo stupido e ridicolo, con una camicia di velluto
celeste e un colletto di pizzo. Era la signora che parlava e che mi sembrava di
riconoscere dalla voce: «Sediamoci là… no, non là… là ci batte il sole… no, da
lì non vediamo niente… dov’è il cameriere?».
All’improvviso l’ho riconosciuta. Era la giovane donna che, una volta, si era
contorta sul pavimento della mia stanza, fra le lacrime, implorando e pregando
perché l’aiutassi: perché la liberassi del bambino che aspettava. Poi si era
sposata con il garzone di bottega che tanto desiderava e aveva avuto il suo
bambino – un po’ troppo presto, ma ora non ha più importanza – ed ecco,
dunque, il corpus delicti, in camicia di velluto e colletto di pizzo. Allora, mia
cara signora, cosa ne dite ora… non ho avuto ragione? Lo scandalo: quello è
ormai passato, ma il vostro ragazzino ce l’avete ancora e averlo è una gioia per
voi…
Mi domando però se sia davvero quel bambino. No, non può essere! Il
ragazzino avrà quattro o cinque anni al massimo, e sono passati, come minimo,
sette o otto anni da quando successe quella storia: fu subito, proprio all’inizio
della mia carriera di medico. E allora, cosa ne può essere stato del primo
bambino? Forse è morto, in chissà quale circostanza! Beh, comunque nemmeno
questo ha importanza, pare che abbiano riparato il danno, dopo!
Del resto, a guardarli meglio, i due signori non mi piacciono poi molto. Lei è
ancora giovane e abbastanza bella, ma è ingrassata un po’ e le è venuta una
carnagione fin troppo colorita. Ho il sospetto che, di mattina, vada per le
pasticcerie a bere birra scura, a mangiar paste e a far pettegolezzi con le sue
amiche. E lui è un Don Giovanni da bottega. Se devo giudicarlo dall’aspetto e
dai modi, tutto mi fa pensare che sia infedele come un gallo. Inoltre hanno tutti e
due quel modo di sgridare il cameriere in anticipo per la trascuratezza che si
aspettano da lui: un atteggiamento che mi dà la nausea. Gentaglia, in una parola.
Ho risciacquato le mie impressioni contrastanti in un gran sorso di quel vino
aspro e leggero, e ho guardato fuori, attraverso la grande vetrata aperta. Là fuori
si stendeva il paesaggio, rigoglioso, tranquillo e caldo nel sole pomeridiano. Il
canale rispecchiava il verde delle sponde e il blu del cielo. Un paio di canoe, con
rematori in maglia a righe, sono scivolate silenziose e leggere sotto il ponte e
sono sparite; dei ciclisti hanno attraversato il ponte e si sono dispersi nelle
strade; e sull’erba, sotto i grandi alberi, la gente stava seduta a gruppetti, a
godersi l’ombra e la bella giornata. Sopra al mio tavolo, svolazzavano due
farfalle gialle.
E mentre stavo seduto così, affondando e facendo riposare lo sguardo là
fuori, nel verde intenso dell’estate, i miei pensieri sono scivolati in una
fantasticheria, con cui ogni tanto mi diverto. Ho un po’ di soldi da parte, un
diecimila corone o giù di lì, in buoni titoli. Fra cinque o sei anni all’incirca avrò
forse messo insieme abbastanza denaro da potermi costruire una casa in
campagna. Ma dove la costruirò? Deve essere vicina al mare. Sarà su una costa
aperta, senza isolotti, né scogli. Voglio un orizzonte libero e voglio sentire il
mare. E voglio il mare a occidente. Il sole deve tramontare da quella parte.
Ma c’è anche un’altra cosa, importante quanto il mare: una ricca vegetazione
e lo stormire delle foglie di grandi alberi. Niente pini né abeti. Beh, forse i pini
possono andare: ma che siano grandi, dritti e forti, quando, cioè, sono riusciti a
diventare quello a cui sono destinati; la sagoma frastagliata di un bosco d’abeti
che si staglia contro il cielo mi fa invece soffrire in un modo che non so
spiegare. E poi, a volte, piove in campagna come in città, e un bosco di abeti,
quando piove, mi deprime moltissimo e mi fa sentir male. No, dovrà essere un
paesaggio arcadico, dolcemente declinante verso la riva del mare, con gruppi di
alberi imponenti e rigogliosi che formeranno verdi arcate sulla mia testa.
Purtroppo la natura costiera non è così: è brulla e avara. Gli alberi diventano
nodosi, rimpiccioliscono e si contorcono per il vento del mare. Quella costa
ideale dove vorrei mettere le radici non riuscirò mai a vederla.
E poi, costruire una casa: anche questa è una storia lunga! Prima di tutto ci
vogliono un paio d’anni prima che sia pronta, ed è anche probabile che uno, nel
frattempo, muoia; poi ci vogliono altri due o tre anni prima che sia
completamente a posto, e dopo ne devono passare ancora una cinquantina prima
che diventi veramente accogliente…
Anche una moglie dovrebbe in realtà far parte di tutto il quadro. Ma non è
una cosa semplice. Mi è così difficile persino sopportare l’idea che qualcuno
possa guardarmi mentre dormo. Il sonno di un bambino è bello, anche quello di
una giovane donna, ma raramente quello di un uomo. Si dice che il sonno di un
eroe presso il fuoco del bivacco, con lo zaino per cuscino, sia bello a vedersi, ed
è possibile perché è molto stanco e dorme così bene! Ma che aspetto può avere il
mio viso, quando il pensiero è assopito? Quasi non vorrei vederlo nemmeno io,
anche se potessi! Tanto meno deve vederlo qualcun altro.
No, non c’è sogno di felicità che, alla fine, non si morda la coda.
Spesso mi chiedo anche quale tipo di ambiente naturale mi sceglierei, se non
avessi mai letto un libro, né avessi mai visto un’opera d’arte. Forse, non mi
verrebbe neanche in mente di scegliere in quel caso; può darsi che allora
l’arcipelago, con le sue piccole rocce, mi basterebbe. Tutte le mie idee e i sogni
sulla natura sono probabilmente costruiti su impressioni che ho ricevuto dalla
poesia e dall’arte. Dall’arte ho appreso il desiderio di vagare piacevolmente sui
prati in fiore degli antichi pittori fiorentini, di cullarmi sul mare di Omero e di
inginocchiarmi nel sacro boschetto di Böcklin. Ahimè, cosa potrebbero vedere,
del mondo, i miei poveri occhi lasciati a sé stessi, senza quelle centinaia o
migliaia di maestri e di amici che hanno scritto versi, pensato e visto anche per
noi! Spesso pensavo, nella mia gioventù: «Beato chi ha avuto la possibilità di
partecipare, chi ha saputo partecipare. Beato chi ha potuto dare qualcosa, almeno
una volta, e non soltanto ricevere». È così squallido trascinarsi da soli, con
un’anima sterile; non si sa cosa escogitare per sentirsi qualcosa, per significare
qualcosa e avere un po’ di stima di sé stessi. Probabilmente è una grande fortuna
che la maggior parte degli uomini sia tanto priva di pretese da questo punto di
vista. Io non ero così, e questo mi ha fatto soffrire a lungo, benché ritenga che il
peggio sia ormai passato. Poeta non potevo certo diventare! Non vedo niente che
altri non abbiano già visto, formato e plasmato. Conosco sia degli scrittori che
degli artisti: strani tipi, a parer mio. Non vogliono niente, oppure, quando
vogliono qualcosa, fanno il contrario. Sono fatti solo di occhi, di orecchie e di
mani. Ma io li invidio. Non nel senso di voler rinunciare alla mia volontà per le
loro visioni ma, in più, vorrei tanto avere i loro occhi e le loro orecchie. A volte,
quando vedo uno di loro stare seduto silenzioso e assente a guardare, assorto, nel
vuoto, penso dentro di me: «Forse, proprio in questo momento, vede qualcosa
che nessuno ha mai visto prima, e che entro breve tempo egli porterà molti altri a
vedere e, fra questi, ci sarò anch’io». Ciò che veramente non capisco è quello
che creano i più giovani fra loro, – o per lo meno, non ancora! – ma so e prevedo
che, se un giorno diverranno famosi e celebri, anch’io li capirò e li ammirerò. È
come con le novità della moda nel campo del vestiario, del mobilio e di tutto il
resto: sono solo le cose irrigidite e inaridite, quelle finite da tanto tempo che
riescono a resistere. E i poeti, allora: sono davvero loro che dettano le leggi del
tempo? Beh, lo sa Iddio! Non mi sembrano poi a questo livello. Penso, piuttosto,
che siano strumenti che il tempo suona, arpe eoliche in cui canta il vento. E io,
cosa sono? Neanche questo. Non ho occhi miei. Non riesco a guardare, solo con
i miei occhi, nemmeno il bicchiere di acquavite e i ravanelli su quel tavolo
laggiù: li guardo con gli occhi di Strindberg e penso a una cenetta che lui
consumò in gioventù allo Stallmästargården1. E quando i canottieri, poco fa,
sono scivolati veloci lungo il canale nelle loro maglie a righe, per un attimo m’è
sembrato che l’ombra di Maupassant li precedesse.
E ora, mentre sono seduto vicino alla mia finestra aperta a scrivere queste
righe, alla luce vacillante di una candela – perché mi ripugna toccare le lampade
a olio, e la mia governante dorme così bene, dopo il suo rinfresco al funerale,
che non ho cuore di svegliarla – ora, mentre la fiamma della candela guizza alla
corrente d’aria, e la mia ombra sulla carta da parati verde vacilla e trema come la
fiamma e vuole essere animata, ora penso ad Andersen e alla sua fiaba
dell’ombra, e mi sembra di essere io stesso un’ombra che vuole diventare uomo.
6 luglio, mattina

Devo annotare il sogno che ho fatto stanotte:


Stavo in piedi, al capezzale del pastore Gregorius ammalato. La parte
superiore del suo corpo era scoperta e io auscultavo il suo cuore. Il letto era nel
suo studio, in un angolo si trovava un armonium, e qualcuno lo stava suonando.
Non era un corale, a malapena una melodia. Solo informi passaggi tonali avanti
e indietro, somiglianti a una fuga. Una porta era aperta: mi rendeva inquieto, ma
non riuscivo a decidermi a chiuderla.
«È una cosa seria?» ha domandato il prete.
«No, – ho risposto io, – non è seria, ma è pericolosa».
Volevo dire che quello che avevo in mente era pericoloso per me stesso. E
nel sogno ho ritenuto di essermi espresso con profondità ed eleganza.
«Ma per sicurezza – ho aggiunto – possiamo mandare a prendere in farmacia
alcune capsule di Eucarestia».
«Devo essere operato?» ha chiesto il prete.
Ho annuito.
«Sembra necessario. Il vostro cuore, signor pastore, non va bene per niente, è
troppo vecchio. Dobbiamo asportarlo. È, fra l’altro, un’operazione assolutamente
priva di rischi: può essere eseguita con un normale tagliacarte».
Questa mi pareva una semplice verità scientifica, avevo giusto un tagliacarte
in mano.
«Mettiamo solo un fazzoletto sul viso».
Il prete ha emesso un forte gemito sotto il fazzoletto. Ma, invece di operarlo,
ho premuto, in tutta fretta, un bottone sulla parete.
Ho tolto il fazzoletto. Era morto. Gli ho sentito la mano: era gelida. Ho
guardato il mio orologio.
«È morto, come minimo da due ore» ho detto fra me e me.
La signora Gregorius si è alzata dall’armonium, dove era stata seduta a
suonare, ed è avanzata verso di me. Il suo sguardo mi è sembrato preoccupato e
triste; poi mi ha offerto un mazzo di fiori scuri. E solo allora ho visto che
sorrideva in modo equivoco e che era nuda.
Ho teso le braccia verso di lei e volevo attirarla a me, ma lei mi è sfuggita e
ho notato che, in quello stesso momento, Klas Recke stava sulla soglia.
«Dottor Glas, – ha detto – nella mia qualità di segretario straordinario vi
dichiaro in arresto!».
«È troppo tardi ormai, – gli ho risposto – non vedi niente?».
Ho indicato la finestra. Un rosso bagliore di fuoco entrava attraverso le due
finestre della stanza; improvvisamente s’è fatto chiaro come in pieno giorno, e
una voce di donna, che sembrava venire da un’altra stanza, si lamentava e
gemeva: «Brucia il mondo, brucia il mondo!».
Poi mi sono svegliato.
Il sole del mattino era nella mia camera: non avevo tirato le tendine ieri sera,
al mio rientro.
Strano. Negli ultimi giorni, non ho affatto pensato a quel brutto prete né alla
sua bella moglie. Non ho voluto pensare a loro.
E Gregorius è partito per Porla.

Non butto giù qui tutte le mie idee.


Raramente scrivo un pensiero la prima volta che mi viene in mente. Aspetto,
e vedo se ritorna.

7 luglio

Piove e io sto pensando a cose spiacevoli.


Perché ho detto di no ad Hans Fahlén, quella volta che è venuto da me, lo
scorso autunno, a pregarmi di prestargli cinquanta corone? È ben vero che lo
conoscevo assai poco. Ma si è tagliato la gola la settimana dopo.
E perché non ho imparato il greco, a scuola? Questo mi irrita a tal punto da
farmi sentir male. L’ho studiato per quattro anni. È stato forse perché mio padre
mi aveva costretto a sceglierlo al posto dell’inglese che io ho deciso di non
imparare niente? Come si può essere bestialmente stupidi! Ho imparato tutto il
resto, perfino quell’assurdità che veniva chiamata «logica». Ma ho studiato il
greco per quattro anni e non ne so una parola.
Nemmeno può essere stata colpa del mio insegnante, visto che poi è
diventato ministro.
Mi vien voglia di ritirar fuori i miei libri di scuola e di vedere se riesco a
imparare qualcosa ora, forse non è troppo tardi.

Mi domando cosa si provi quando si ha un delitto sulla coscienza.

Mi chiedo se Kristin avrà finito di preparare la cena fra poco…

Il vento imperversa fra gli alberi del cimitero, e una pioggia torrenziale
scroscia nella grondaia. Un povero diavolo, con una bottiglia in tasca, ha cercato
riparo sotto il tetto della chiesa, in un cantuccio vicino a un contrafforte. Sta
appoggiato al rosso muro della chiesa e il suo sguardo devoto e azzurro erra fra
le nuvole che vagano. L’acqua gocciola giù dai due magri alberi vicino alla
tomba di Bellman1. Di fronte all’angolo del cimitero si trova una casa
malfamata; una ragazza in sottoveste si avvicina pian piano a una finestra e
abbassa le tendine.
Ma giù fra le tombe, il curato della parrocchia, facendo attenzione, cammina
nel fango con ombrello e galosce e ora si infila nella porticina della sacrestia.

A proposito, perché il prete entra in chiesa sempre da una porta secondaria?

9 luglio

Piove ininterrottamente. Giorni come questi sono parenti di tutto il veleno


nascosto nella mia anima.
Poco fa, mentre tornavo a casa dopo le visite a domicilio, ho scambiato un
frettoloso saluto, a un angolo di strada, con un uomo che non amo incontrare.
Una volta mi ha offeso profondamente, con raffinatezza e in circostanze tali che
non vedo nessuna possibilità di fargliela pagare.
Questo non mi piace, mi rovina la salute.

Sono seduto alla scrivania, apro un cassetto dopo l’altro e guardo fra le carte
e i vecchi oggetti. Un piccolo ritaglio ingiallito di giornale mi cade tra le mani:
C’è un’altra vita dopo questa? del teologo dr. H. Cremer. Prezzo: 50 centesimi.
Le apparizioni di John Bunyan. Una rappresentazione della vita futura, della gloria del cielo e degli
orrori dell’inferno. Prezzo: 75 centesimi.
La forza intrinseca dell’uomo. La giusta via verso la gloria e la ricchezza di S. Smiles. Prezzo: 3 corone
e 50 centesimi. In elegante rilegatura, con incisioni in oro: 4 corone e 25 centesimi.

Perché ho conservato questo vecchio annuncio? Ricordo: l’ho ritagliato


quando avevo quattordici anni, l’anno in cui il capitale di mio padre è andato in
fumo. Ho risparmiato un po’ di spiccioli dalla mia paghetta e, alla fine, ho
comprato il libro di Smiles, però senza incisioni in oro.
Appena letto, l’ho subito rivenduto a un negozio di libri usati: era oltremodo
stupido.
Ma l’annuncio ce l’ho ancora. Ed è anche più prezioso.
Ecco, qui c’è una vecchia fotografia della casa di campagna che abbiamo
posseduto per alcuni anni. Si chiamava Mariebo, dal nome di mia madre.
La fotografia è ingiallita e sbiadita, e c’è una specie di nebbiolina che copre
la facciata bianca della casa e il bosco di abeti là dietro. Già, là era così davvero
nei giorni grigi e piovosi.
Non mi ci sono mai divertito un granché! D’estate prendevo sempre un sacco
di botte da mio padre. Ero certo un ragazzo difficile allora quando non avevo né
scuola né compiti da fare a casa.
Una volta le presi ingiustamente. È quasi uno dei miei ricordi d’infanzia più
belli. Fece male alla pelle, naturalmente, ma bene all’anima. Andai giù al lago,
dopo, c’era un vento quasi da uragano e la schiuma si levava in turbine fin sul
mio viso. Non so se, in seguito, sono stato mai più così piacevolmente inondato
da sentimenti tanto nobili. Perdonai mio padre: aveva un carattere talmente
collerico ed era anche molto preoccupato per i suoi affari.
Più difficile era perdonarlo tutte le volte che mi picchiava a ragione; non so
se l’ho perdonato veramente ancora oggi. Come quella volta che, nonostante la
più severa proibizione, mi ero di nuovo rosicchiato le unghie. Quanto mi
picchiò! Dopo, mi trascinai per ore sotto un diluvio di pioggia, in quel dannato
bosco di abeti, piangendo e imprecando.
In mio padre non regnava mai una calma vera e propria. Raramente era
felice, e quando non lo era non poteva nemmeno sopportare l’allegria degli altri.
Ma le feste gli piacevano: apparteneva alla schiera degli scialacquatori
malinconici. Era ricco e morì povero. Non so se sia stato proprio integerrimo: si
trovò in mezzo ad affari molto grossi. Quanto, da bambino, ho rimuginato sul
significato di certe parole dette per scherzo che, una volta, gli udii pronunciare
davanti a un suo socio in affari: «Sì, mio caro Gustavo, non è tanto facile essere
onesti, quando si guadagnano un sacco di soldi come noi…». Però era severo e
duro, con idee sul dovere perfettamente chiare e indiscutibili quando si trattava
degli altri. Per sé stessi si trovano sempre circostanze che scusano uno strappo
alla regola.
Ma la cosa peggiore di tutte era che ho sempre provato nei suoi confronti
un’acuta ripugnanza fisica. Quanto soffrivo da ragazzino, quando dovevo fare il
bagno con lui che voleva insegnarmi a nuotare! Sgusciavo dalle sue mani come
un’anguilla, mi sembrava di essere sempre sul punto di annegare e avevo terrore
del contatto con il suo corpo nudo quasi come della morte. Lui nemmeno si
immaginava lontanamente quanto quella ripugnanza puramente fisica rendesse
più acuto il mio dolore quando mi picchiava. E ancora molto tempo dopo, era
per me un supplizio se in viaggio o in altre occasioni, dovevo dormire nella
stessa camera con lui.
Eppure gli volevo bene! Forse, soprattutto, perché era tanto orgoglioso del
mio buon cervello. E poi anche perché si vestiva sempre con molta eleganza. Per
un certo tempo lo odiai anche: perché non era buono con mia madre. Ma in
seguito lei si ammalò e morì. Mi accorsi allora che lui la pianse più di quanto ne
fossi capace io, con i miei quindici anni, e allora non riuscii più a odiarlo.
Ora se ne sono andati tutti e due. Se ne sono andati tutti… tutti quelli che
s’aggiravano fra i mobili, nella casa della mia infanzia. Va bene, non proprio
tutti, a ogni modo tutti quelli di cui mi importava qualcosa. Mio fratello Ernst,
che era tanto forte quanto stupido e gentile: aiuto e protezione mia, in tutte le
spavalderie fra scolari… sparito. Se n’è andato in Australia e nessuno sa più se è
vivo o morto. E la mia bella cugina Alice, che stava pallida e impettita accanto al
pianoforte, a cantare con occhi da sonnambula e con la voce che splendeva e
ardeva. Cantava in maniera da farmi scuotere dai brividi di febbre, là, nel
cantuccio della grande veranda a vetri, dove stavo rannicchiato, cantava come
non sentirò cantare mai più; cosa ne è stato di lei? Sposata alla povertà: con un
insegnante di una piccola città di provincia – già vecchia, malata e logora.
Quando l’ho incontrata da sua madre, lo scorso luglio, sono scoppiato in un
pianto convulso; lei ne è stata contagiata e ci siamo messi tutt’e due a piangere…
E sua sorella Anna, dalle guance accese, che metteva nella danza la stessa febbre
che sua sorella metteva nel canto: fuggì da quella canaglia di suo marito con un
altro mascalzone che, poi, l’abbandonò. Ora vive del suo corpo a Chicago, si
dice. E il loro padre, il buon zio Ulrik, bello e spiritoso, a cui si diceva sempre
che io somigliassi, benché in brutto, fu trascinato nello stesso fallimento che
rovinò mio padre e morì come lui in una miseria a malapena mascherata. Che
peste fu mai quella che li ha strappati tutti in pochi anni, portandoli alla tomba
oppure a una misera esistenza da ombre viventi, tutti, tutti, anche la maggior
parte degli amici che un tempo riempivano le nostre stanze nei giorni di festa?
Dio solo lo sa! Ma tutto è finito.
E Mariebo si chiama ora Sofielund.

10 luglio

Alla scrivania.
Mi è venuto in mente di premere sulla molla che fa aprire il cassettino
segreto. So bene quello che c’è dentro: solo una scatolina rotonda con delle
pillole. Non le voglio tenere nel mio armadietto dei medicinali: potrebbero
venire scambiate, una volta o l’altra, e non sarebbe bene. Le ho preparate io
stesso, parecchi anni fa, e contengono un po’ di cianuro. Quando le ho preparate,
non avevo intenzioni suicide: ma ritenevo che un uomo saggio dovesse sempre
tenersi pronto.
Se si mette un po’ di cianuro in un bicchiere di vino, o in qualcosa di simile,
segue istantaneamente la morte: il bicchiere cade di mano, giù sul pavimento, ed
è chiaro per tutti che si è di fronte a un suicidio. Questo non è sempre un bene.
Se invece si prende una delle mie pillole e ci si beve sopra un bicchiere d’acqua,
ci vogliono alcuni minuti prima che la pillola abbia il tempo di sciogliersi e di
fare effetto; si può tranquillamente riporre il bicchiere sul vassoio e sedersi su
una comoda poltrona davanti al fuoco, accendersi un sigaro e aprire
l’«Aftonbladet». All’improvviso ci si accascia. Il medico constata un infarto. Se
si fa l’autopsia, naturalmente, il veleno viene scoperto. Ma quando non
sussistono né sospetti, né circostanze particolarmente interessanti dal punto di
vista medico, non viene fatta nessuna autopsia. E non si può dire che tali
circostanze esistano, se a uno viene un colpo mentre legge l’«Aftonbladet»
fumando il sigaro del dopocena.
Dà però una sensazione di tranquillità sapere che queste piccole biglie
infarinate, simili a pallini di piombo, stanno lì ad aspettare il giorno in cui
potranno servire. In loro c’è una forza latente, cattiva e malefica di per sé, fin
dalle origini nemica capitale dell’uomo e di tutto il mondo vivente: la si libera
solo quando essa diventa l’unica liberatrice, ardentemente bramata, in grado di
salvarci da una forza peggiore.
A cosa pensavo principalmente, mentre mi preparavo queste palline nere?
Un suicidio per un amore infelice non sono mai riuscito nemmeno a
immaginarmelo. Piuttosto, allora, per povertà. La povertà è tremenda. Fra tutte le
cosiddette disgrazie esteriori, è quella che agisce più profondamente sull’animo.
Ma non sembra essermi vicina: io stesso mi annovero tra i più favoriti dalla
sorte, e le scienze sociali mi mettono nella categoria dei ricchi. Quello cui prima
di tutto pensavo era, probabilmente, una malattia. Una malattia lunga, incurabile,
disgustosa. Ne ho viste tante, io… Cancro, lupus, cecità, paralisi… Quanti
infelici ho visto, a cui avrei dato senza la minima esitazione una di queste pillole
se in me, come in tanta altra gente perbene, non fosse più imperiosa la voce
dell’interesse personale e del rispetto della polizia, di quella della pietà. E
invece, quanto materiale umano, disperatamente e irrimediabilmente rovinato,
ho ufficialmente accettato di conservare! E nemmeno mi sono vergognato di
riceverne la parcella!
Ma si usa far così. Si è sempre saggi a conformarsi all’uso; e nelle cose che
non ci toccano nel profondo del nostro essere, forse, facciamo anche bene, a
conformarci. E perché poi dovrei fare di me un martire, in nome di un’opinione
che prima o poi sarà condivisa da tutti i popoli civilizzati, ma che oggi è
considerata ancora un reato?
Deve venire, e verrà quel giorno in cui il diritto di morire sarà riconosciuto
come un diritto dell’uomo, di gran lunga più importante e più inalienabile di
quello di mettere un pezzo di carta in un’urna elettorale. E quando il tempo sarà
maturo, ogni malato senza speranza di guarigione – e anche ogni «delinquente»
– avrà diritto all’aiuto del medico, se vorrà liberarsi.
C’era qualcosa di bello e di grande nella coppa che gli ateniesi fecero
porgere a Socrate dal medico, quando ritennero che la sua vita fosse pericolosa
per lo stato. La nostra epoca, ammesso che lo avesse giudicato allo stesso modo,
lo avrebbe trascinato su un volgare patibolo e lo avrebbe macellato con una
scure.

Buona notte a te, forza malefica! Dormi tranquilla nella tua scatolina tonda.
Dormi, fino a quando non avrò bisogno di te; per quanto dipenderà da me, non ti
sveglierò prima del tempo. Oggi piove, ma domani, forse, splenderà il sole. E
solo se nascerà quel giorno in cui la luce stessa del sole mi sembrerà infetta e
malata, sveglierò te per poter dormire io.

11 luglio

Alla scrivania, un giorno tutto grigio.


In uno dei cassetti piccoli ho trovato, poco fa, un pezzetto di carta su cui
erano scritte alcune parole con la mia calligrafia – così com’era alcuni anni fa: la
calligrafia di una persona si evolve infatti di continuo, varia un pochino ogni
anno, forse in modo impercettibile anche per sé stessi, ma ugualmente
ineluttabile e sicuro, al pari del volto, del portamento, dei movimenti e
dell’anima.
C’era scritto:
«Niente sminuisce e fa cadere in basso un essere umano quanto la
consapevolezza di non essere amato».
Quando l’ho scritto? È una mia riflessione oppure una citazione che ho
annotato?
Non ricordo.

Gli ambiziosi, io li capisco. Mi basta soltanto starmene seduto in un angolo,


all’Opera, e ascoltare la marcia dell’incoronazione de Il profeta, per provare un
ardente desiderio, anche se, a dir la verità, assai fugace, di divenire padrone degli
uomini e di farmi incoronare in un’antica cattedrale.
Ma deve avvenire mentre sono vivo; il resto, per me, sia pure silenzio! Non
ho mai capito quelli che perseguono l’immortalità del nome. La memoria
dell’umanità è difettosa e ingiusta, e i nostri benefattori più antichi e più grandi li
abbiamo dimenticati. Chi ha inventato il carro? Pascal inventò la carriola1, e
Fulton la locomotiva, ma chi ha inventato il carro? Chi ha inventato la ruota?
Non lo sa nessuno. In compenso la storia ha conservato il nome del cocchiere del
re Serse: Patiramfe, figlio di Otane. Egli guidava il carro del grande re. E quel
babbeo che dette fuoco al tempio di Diana a Efeso perché gli uomini non
dimenticassero il suo nome, raggiunse in tutto e per tutto il suo scopo, e ora sta
nel Brockhaus2.

Si vuole essere amati; in mancanza di questo, ammirati; in mancanza di


questo, temuti; in mancanza di questo, detestati e disprezzati. Si vuol suscitare
negli uomini un sentimento di qualche tipo. L’anima rabbrividisce dinanzi al
vuoto e vuole avere contatti a qualunque costo.

13 luglio

Sto passando giorni grigi e momenti neri. Non sono felice. Eppure non
conosco nessuno con cui vorrei cambiarmi; mi si stringe il cuore solo all’idea di
poter diventare questo o quell’altro fra quelli che conosco. No, non vorrei essere
nessun altro.
Durante la mia prima giovinezza ho sofferto molto del fatto di non essere
bello, e nella mia smania bruciante di essere bello ero convinto di essere un
mostro di bruttezza. Ora so di avere un aspetto, più o meno, come quello della
maggior parte della gente. Certo, nemmeno questo mi rende felice.
Non mi piaccio particolarmente né fuori, né dentro. Ma non vorrei essere
nessun altro.

14 luglio

Sole benedetto, che puoi arrivare quaggiù fino a noi, giù fino alle tombe
sotto gli alberi…
Sì, così era proprio un momento fa; ora è buio. Torno dalla mia passeggiata
serale. La città era come immersa in un bagno di rose, e, sopra le colline a sud,
riposavano leggere nebbie rosate.
Per un po’ sono rimasto seduto, da solo, a un tavolo sul marciapiede davanti
al Grand Hotel, a bere un po’ di gassosa al limone; poi, è passata la signorina
Mertens. Mi sono alzato per salutarla e lei, con mia sorpresa, si è fermata: mi ha
teso la mano e, prima di proseguire, mi ha detto qualcosa sulla malattia di sua
madre e sulla splendida sera. Mentre parlava è arrossita un po’, come se sentisse
che quel che faceva era insolito e poteva essere frainteso.
In ogni caso, io non l’ho frainteso. Ho già avuto tante volte modo di vedere
quel suo atteggiamento dolce, cortese e libero da ogni etichetta, che lei ha quasi
con tutti e che mi ha sempre affascinato.
Comunque… com’era raggiante! Ama qualcuno?
La sua famiglia è una delle tante che subirono le conseguenze della rovina di
mio padre. In questi ultimi anni, la vecchia moglie del colonnello è stata un po’
cagionevole di salute e, così, ricorre spesso a me. Io non ho mai voluto essere
pagato, e loro si rendono conto del perché.

La signorina va anche a cavallo; in questi ultimi tempi, ogni tanto, l’ho


incontrata durante le mie cavalcate mattutine, l’ultima volta è stato ieri. Con un
allegro «buongiorno» mi ha superato cavalcando spedita, poi l’ho vista rallentare
a una curva della strada: ha preso ad andare al passo e ha continuato per un
lungo tratto, a briglie allentate, come se stesse sognando… Ma io ho mantenuto
il mio ritmo di corsa costante, e in questo modo ci siamo affiancati per un
attimo, un paio di volte.

Non è esatto dire che sia bella; ha qualcosa però che è legato, in modo tutto
particolare, a quello che è stato per molti anni – e, si può dire, fino a ora – il mio
sogno sulla donna. Cose come queste non si possono spiegare. Una volta –
saranno ormai passati due o tre anni – con molta fatica feci in modo di farmi
invitare da una famiglia che sapevo che lei frequentava, solo per incontrarla.
Infatti ci venne ma, quella volta, mi notò appena e scambiammo soltanto poche
parole.
E ora… lei la riconosco benissimo: è la stessa di allora. È me stesso che non
riconosco più.
17 luglio

No, a volte mi sembra proprio che il volto della vita abbia un aspetto troppo
indegno.
Sono or ora tornato a casa, dopo una visita notturna. Sono stato svegliato
dallo squillare del telefono: mi è stato dato un nome, un indirizzo – vicinissimo –
e un accenno di quel che si trattava: un bambino si era all’improvviso
gravemente ammalato – con tutta probabilità di difterite – in casa del grossista
tal dei tali.
Circondato da sciami di gente ubriaca e da prostitute che mi tiravano per la
giacca, mi sono affrettato per le strade. Era al quarto piano di un palazzo, in una
strada laterale. Il nome che avevo udito per telefono e che ora leggevo sulla
porta non mi suonava nuovo, anche se non riuscivo a ricordarmi dove l’avessi
sentito. Sono stato ricevuto dalla padrona, in liseuse e sottogonna, – era la
signora del Djurgårdsbrunn, la stessa che conobbi in quell’occasione, tanti anni
addietro. «Ah, quel bel ragazzino, dunque!…» ho pensato. Attraverso
un’angusta sala da pranzo e un salotto di gusto ridicolo, illuminato per
l’occasione da una lampada da cucina unta, posta all’angolo di una consolle,
sono stato condotto fino alla camera da letto, che evidentemente, serviva a tutta
la famiglia. Il marito però non l’ho visto, non era in casa. «È il nostro figlio più
grande che sta male», ha spiegato la signora. Mi ha guidato fino a un lettino. Lì
non stava disteso il bambino bello. Ce n’era un altro: un mostro. Enormi
mascelle da scimmia, cranio compresso, piccoli occhi cattivi e senza
espressione. Un deficiente: era lampante al primo colpo d’occhio.
Ah… era il primogenito, dunque! Era lui che lei portava sotto il cuore, quella
volta! Da quel seme di vita mi implorava in ginocchio di liberarla! E io le risposi
col «dovere»! Vita, io non ti capisco proprio!
E ora la morte ha finalmente intenzione di aver pietà di lui e di loro,
portandolo via da quella vita in cui, in realtà, non avrebbe mai dovuto metter
piede. Ma non le è permesso! Loro nient’altro desiderano di più che liberarsi di
lui, non può essere che così, ma nella loro profonda vigliaccheria mandano
ugualmente a chiamare me, il medico, perché cacci via la morte, buona e
misericordiosa, e tenga il mostro in vita. E io, con altrettanta vigliaccheria,
faccio «il mio dovere» – ora come allora.
Tutte queste cose non mi sono venute in mente subito, là, in quella stanza
estranea, dove stavo in piedi, ancora mezzo addormentato, al capezzale del
malato. Facevo solo il mio mestiere, senza pensare a niente e mi sono trattenuto
quanto è stato necessario, ho fatto quello che doveva esser fatto e me ne sono poi
andato. Nell’ingresso mi sono imbattuto nel marito e padre che era rientrato in
quel momento, un po’ brillo.

E il ragazzo-scimmia vivrà – forse ancora per molti anni.


Quella ributtante faccia animalesca mi perseguita perfino qui, nella mia
stanza, con quegli occhi cattivi e vuoti, in cui posso leggere e ricostruire tutta la
storia.
Gli sono venuti, appunto, gli occhi con cui il mondo guardava sua madre,
quando era incinta di lui. E con gli stessi occhi il mondo fece guardare anche a
lei ciò che aveva fatto.
Eccone ora il frutto – guardate che bel frutto!
Il padre dai modi brutali che la picchiava; la madre, con la testa piena di
quello che avrebbero detto parenti e amici; i domestici che la guardavano di
sottecchi e sogghignavano, rallegrandosi nell’intimo di avere una evidente
conferma del fatto che i «superiori» non erano superiori agli «inferiori»; zie e zii
con i volti irrigiditi da un’indignazione e una moralità del tutto idiote; il prete
che, alle «nozze della vergogna», fece un discorso breve e stringato, ed era, forse
un po’ a ragione, un tantino imbarazzato mentre, nelle veci di nostro Signore, li
esortava a fare ciò che qui – era lampante – era già stato fatto: tutti hanno
aggiunto la loro paglietta al mucchio, tutti loro hanno avuto una piccola parte in
ciò che accadde. Non mancò nemmeno il medico – e il medico ero io.
Avrei potuto aiutarla quella volta, quando, al culmine della sofferenza e della
disperazione, s’era messa a strisciare in ginocchio in questa stanza. Invece le
risposi col «dovere», a cui non credevo nemmeno io.
Però non potevo certo sapere, e neppure immaginare…
Il suo caso era infatti uno di quelli su cui non avevo dubbi. Se anche non
credevo al «dovere» – non ritenevo, insomma, che esso fosse, come si spacciava,
quella legge vincolante che regnava al di sopra di tutto il resto – mi pareva però
del tutto evidente che, in questo caso, fosse giusto e saggio far ciò che gli altri
chiamano il dovere. E lo feci senza esitare.
Vita, proprio non ti capisco.

«Quando un bambino nasce deforme, lo si affoga». (Seneca)

Ogni deficiente ricoverato al Sant’Eugenia1, viene a costare di


mantenimento, in un anno, più di quanto un operaio giovane e sano abbia per
reddito.
24 luglio

Il caldo africano è ritornato. Per tutto il pomeriggio incombe sulla città come
un fumo di polvere d’oro nella bonaccia opprimente, e solo al tramonto l’aria
diventa più fresca, procurando un po’ di sollievo.
Quasi ogni sera mi siedo per un po’ ai tavolini davanti al Grand Hotel a
succhiare, da una sottile cannuccia, una leggera bibita al limone. Amo il
momento in cui i lampioni cominciano a brillare sulla curva lungo lo Strömmen:
è l’ora più bella della mia giornata. Sono quasi sempre solo, al tavolo; ieri però
ero là in compagnia di Birck e di Markel.
«Ringrazio Dio – ha detto Markel – perché hanno finalmente ricominciato ad
accendere i lampioni. Non riconosco me stesso in questo buio di notte estiva
senza lampioni, in cui siamo andati in giro tutto questo tempo. Pur sapendo che
questa misura è stata adottata esclusivamente per ragioni di risparmio – un
motivo, quindi, degno del massimo rispetto – ha comunque un che di sgradevole,
come se fosse stata presa per soddisfare i gusti dei turisti. “La terra del sole di
mezzanotte”… Che schifo!».
«Già, – ha detto Birk, – ci si potrebbe almeno accontentare di tenere i
lampioni spenti due o tre notti, verso metà estate, quando veramente c’è quasi
sempre chiaro. In campagna, il crepuscolo della notte estiva è realmente una
magia, ma questo non è il suo posto. Le luci accese sono tipiche della città. Non
ho mai più sentito la felicità e l’orgoglio di abitare in città così intensamente
come quando, da bambino, tornando dalla campagna una sera d’autunno, vidi lo
scintillìo delle luci intorno alle banchine. Ora, – pensai, – quei disgraziati laggiù
in campagna devono restare chiusi nelle loro casette di legno, oppure
camminano arrancando nel buio, in mezzo al fango.
Ma è anche vero – ha soggiunto, – che in campagna si ha un cielo stellato del
tutto diverso da qui. Qui, le stelle hanno la peggio nella concorrenza con i
lampioni a gas. Ed è un peccato».
«Le stelle, – ha detto Markel, – non ce la fanno a far luce sul nostro
peregrinare notturno. È triste vedere fino a che punto abbiano perduto ogni
importanza pratica. Prima regolavano tutta la nostra vita; e aprendo un comune
almanacco da quattro soldi si potrebbe pensare che lo facciano ancora. Sarebbe
difficile trovare esempio più calzante della tenacia delle tradizioni: il libro
popolare più diffuso che ci sia è pieno di informazioni minuziosissime su cose
che non importano più a nessuno. Tutti questi segni astronomici, che il più
povero dei contadini, duecento anni fa, capiva approssimativamente e studiava
con diligenza e zelo perché credeva che tutta la sua prosperità dipendesse da
loro, sono oggi sconosciuti e incomprensibili per tanta gente istruita. Se
l’Accademia delle Scienze avesse senso dell’umorismo, si potrebbe divertire a
mescolare tra loro, nel calendario, il Cancro, il Leone e la Vergine come biglietti
della lotteria in un cappello: il grande pubblico non si accorgerebbe di niente. Il
cielo stellato è decaduto a un ruolo puramente decorativo».
Ha bevuto un sorso del suo grogg e ha continuato:
«No, le stelle non possono più rallegrarsi della stessa popolarità che, prima,
godevano nel mondo. Fino a quando l’uomo ha creduto che il proprio destino
dipendesse da loro erano temute, ma anche amate e venerate; da bambini, poi, ci
piacevano tanto a tutti, al pensiero che fossero delle belle candeline che Dio
accendeva la sera per farci piacere, e credevamo fosse a noi che esse facevano
l’occhiolino! Ora invece che sappiamo un po’ di più sul loro conto, sono per noi
soltanto un avvertimento costante, tormentoso e sfacciato, della futilità della
nostra esistenza. Per esempio, uno cammina di notte per la Drottninggatan1 e gli
vengono in mente idee grandiose, meravigliose, tali da far epoca, idee che uno
sente che mai nessuno al mondo prima ha avuto la capacità e il coraggio di
pensare. Anche se un’annosa esperienza sta in agguato nel profondo del nostro
inconscio e sussurra che, senza il minimo dubbio, il giorno dopo avremo
dimenticato queste idee o non vedremo più quel che c’è in esse di grandioso e di
tanto determinante – non importa: questo non basta lo stesso a diminuire la
nostra felicità nell’ebbrezza dei pensieri. Ma è sufficiente guardare per caso in
alto e vedere una piccola stella, immobile fra un paio di comignoli di latta,
brillare e farci l’occhiolino, per capire che si possono dimenticare anche subito.
Oppure si cammina guardando in basso, nel rigagnolo, e ci si chiede se in realtà
si fa bene a distruggersi a forza di bere, o se forse si potrebbe trovare qualcosa di
meglio con cui riempire il tempo. Poi, improvvisamente, ci si ferma – come mi è
accaduto l’altra notte – e si fissa un puntino scintillante nel rigagnolo. Dopo un
attimo di riflessione ci si rende conto che è una stella che si specchia – era, detto
tra parentesi, Deneb nel Cigno. E subito ci appare chiaro come tutta la questione
sia tanto insignificante da apparire ridicola».
«Beh, – mi sono permesso di intervenire io, – a dir la verità, questo lo si
potrebbe definire il considerare l’ubriachezza dal punto di vista dell’eternità. Ma
un simile modo di pensare ci è assai poco naturale in stato di sobrietà e, in ogni
caso, non si adatta a un uso quotidiano. Se alla stella Deneb venisse l’idea di
osservare sé stessa sub specie aeternitatis, si troverebbe forse troppo
insignificante per ritenere che valga la pena di far fatica a brillare ancora. E
tuttavia rimane là, fedele al proprio posto da lungo tempo e si specchia sia negli
oceani di pianeti sconosciuti, dei quali essa è probabilmente il sole, sia, qualche
volta, in un rigagnolo della piccola e scura terra. Segui l’esempio, caro amico!
Sì, intendo dire in linea di massima, in generale, e non solo per quel che riguarda
il rigagnolo».
«Markel – ha replicato Birck, – sopravvaluta molto la portata del suo
pensiero, se crede di poter in complesso giudicare il più piccolo e leggero dei
suoi grogg dal punto di vista dell’eternità. È al di sopra delle sue capacità, non
ne uscirebbe vivo. Mi sembra di aver letto da qualche parte che quel punto di
vista è riservato esclusivamente a nostro signore. E forse è per questo che ha
cessato di esistere. La ricetta era troppo forte perfino per lui».
Markel taceva. Aveva un’aria seria e malinconica. Almeno così sembrava a
quanto potevo vedere del suo volto, là nell’oscurità, sotto il grande tendone a
righe rosse; e quando ha sfregato un fiammifero per riaccendere il suo sigaro che
si era spento, mi sono accorto che era invecchiato. «Morirà fra i quaranta e i
cinquant’anni» ho pensato fra me. Del resto, è un bel pezzo al di là dei quaranta.
All’improvviso Birck, che era seduto in una posizione da cui poteva vedere
oltre il marciapiede, in direzione del centro della città, ha detto:
«Ecco laggiù la signora Gregorius, la moglie di quel prete schifoso! Dio sa
come ha fatto a prendersi una cotta per lui! Quando si vedono quei due insieme,
ci si deve voltare dall’altra parte: si ha l’impressione di doverlo fare per semplice
delicatezza verso di lei».
«C’è anche il prete?» ho chiesto.
«No, è sola…».
Giusto! Il prete era ancora a Porla.
«Secondo me ha l’aspetto di una Dalila bionda» ha detto Birck.
Markel: «Speriamo che comprenda bene qual è il suo compito nella vita e
metta delle corna enormi sul nazir1 del Signore».
Birck: «Ci credo poco. Lei è sicuramente religiosa, se no quel matrimonio
sarebbe inspiegabile!».
Markel: «Secondo il mio modesto parere, sarebbe inspiegabile il contrario:
che avesse ancora una briciola di senso religioso dopo un discreto periodo di
matrimonio col pastore Gregorius… e, del resto, è assolutamente impossibile che
sia più religiosa di Madame de Maintenon2. La vera fede è un aiuto inestimabile
in tutte le circostanze della vita e non ha mai bloccato il traffico».
Ci siamo azzittiti di colpo quando lei è passata dirigendosi verso il Museo e
Skeppsholmen. Indossava un semplice vestito nero. Non camminava né troppo
lentamente né troppo in fretta, e non guardava né a destra né a sinistra.
Già, quel suo modo di camminare… Ho dovuto involontariamente chiudere
gli occhi quando è passata. Camminava come se andasse incontro al suo destino.
Teneva la testa un po’ abbassata, cosicché una piccola parte del collo splendeva,
bianca, sotto la nuca coperta dai capelli biondi. Sorrideva? Non lo so. Ma io ho
cominciato improvvisamente a pensare al mio sogno dell’altra notte. Non le ho
mai visto, nella realtà, quel modo di sorridere che aveva in quel sogno orrendo, e
non voglio vederglielo mai.
Quando ho alzato di nuovo lo sguardo, ho visto passare Klas Recke, che
andava nella stessa direzione. Passando, ha fatto un cenno di saluto a Birck e a
Markel, e forse anche a me: era un po’ sul vago. Markel gli ha fatto gesto di
sedersi con noi, ma lui ha proseguito fingendo di non notarlo. Seguiva le tracce
di lei. E mi è sembrato di vedere una mano vigorosa che li teneva legati entrambi
a un unico filo invisibile e li spingeva verso lo stesso posto. Mi sono chiesto:
«Dove porta quella via per lei e per lui?». Oh, ma cosa c’entro io? La strada che
lei sta percorrendo, l’avrebbe presa anche senza il mio aiuto. Io ho solo tolto di
mezzo un po’ dello sporco più disgustoso per i suoi piedini. Tuttavia la sua
strada è sicuramente faticosa, non può essere altrimenti. Il mondo non è buono
con coloro che amano. E si finisce sempre in mezzo alle tenebre: è così per loro
e per noi tutti.
«È difficile rintracciare Recke in questi ultimi tempi – ha detto Markel. –
Sono sicuro che quel mascalzone sta combinando qualcosa di speciale. Ho
sentito dire che fa la corte a una ragazzina piena di soldi. Sì, sì, doveva andare a
finire così prima o poi: ha più debiti lui di un successore al trono! È nelle mani
degli usurai».
«E tu, come lo sai?» ho chiesto io, forse un po’ troppo irritato, senza motivo.
«Non lo so affatto, – ha risposto lui con insolenza, – ma lo capisco. Gli animi
bassi hanno l’abitudine di giudicare un uomo dalla sua situazione finanziaria. Io
percorro la via inversa e giudico la situazione finanziaria dall’uomo. È più
logico, e io conosco Recke».
«Ora basta bere whisky, Markel!» ha detto Birck.
Markel si è versato un altro whisky per sé e uno per Birck, che stava fissando
nel vuoto con la faccia di chi non vede niente. Io non avevo quasi toccato il mio
grogg e Markel lo stava osservando con uno sguardo preoccupatissimo e pieno
di disapprovazione.
Birck si è rivolto improvvisamente a me:
«Dimmi una cosa, – mi ha chiesto, – aspiri alla felicità?».
«Suppongo di sì – ho risposto. – Non conosco nessun’altra definizione della
felicità se non quella secondo cui essa è la sintesi di ciò che ognuno, nella
propria situazione, ritiene desiderabile. Così è ovvio che si aspiri alla felicità».
Birck: «Certamente. Se la metti così, è ovvio. E la tua risposta mi ricorda per
la centesima volta che tutta la filosofia vive e si alimenta esclusivamente di
ambiguità linguistiche. Contro la volgare frittata della felicità, uno mette la sua
torta della salvezza e l’altro la sua “opera”; ed entrambi negano qualsiasi
rapporto con qualunque aspirazione alla felicità. È un dono invidiabile poter
ingannare sé stessi con le parole in questo modo. Si ha sempre il desiderio di
vedere sé stessi e la propria aspirazione in una luce ideale. E la felicità più
profonda sta forse, in fin dei conti, nell’illusione di non aspirare alla felicità».
Markel: «L’uomo non brama la felicità, ma la voluttà. “È possibile –
dicevano i cirenaici – che ci siano uomini che non cercano il piacere dei sensi,
ma la ragione di questo sta nel fatto che la loro intelligenza è contorta e la loro
capacità di giudizio rovinata”. Quando i filosofi dicono che l’uomo aspira alla
felicità o alla salvezza, o alla propria “opera”, pensano in realtà solo a sé stessi, o
comunque a persone adulte con un certo grado di istruzione. Per Hallström1
racconta, in una delle sue novelle2, come da piccolo avesse l’abitudine di recitare
ogni sera: “Lyktan kommer, lyktan går, den Gud älskar lyktan får”1.
Evidentemente a quella tenera età non sapeva il significato della parola “felicità”
e perciò sostituiva, senza rendersene conto, la parola sconosciuta e
incomprensibile con una di facile comprensione e arcinota. Ma le cellule del
nostro corpo, al pari dei bambini piccoli, ben poco sanno di “felicità”, di
“salvezza” o di “opera”. E sono loro a decidere le nostre aspirazioni. Tutto ciò
che sulla terra si chiama vita organica rifugge il dolore e cerca il piacere. I
filosofi pensano solo alle loro aspirazioni coscienti, alle loro aspirazioni volute,
che vuol dire: le aspirazioni immaginate. Ma la parte inconscia del nostro essere
è mille volte più grande e più potente di quella cosciente, ed è quella a
decidere».
Birck: «Tutto quello che dici non fa che convincermi ancor più che avevo
ragione a dire che la lingua deve essere rifatta da capo, se si vuole che l’uomo
possa far discorsi filosofici con qualche risultato».
Markel: «Per carità! Tienti la tua felicità, io mi prendo il piacere dei sensi.
Salute! Ma se anche accetto il tuo linguaggio, non per questo diventa vero che
tutti aspirano alla felicità. Ci sono uomini che difettano di ogni predisposizione
alla felicità e che l’avvertono con penosa e inesorabile chiarezza. Tali uomini
non aspirano alla felicità ma, semmai, cercano di dare un po’ di forma e di stile
alla propria infelicità».
E di colpo, inaspettatamente, ha aggiunto:
«Glas è uno di questi».
Quest’ultima affermazione mi ha stupito tanto che sono rimasto senza parole.
Fino a quando non l’ho sentito fare il mio nome, credevo stesse parlando di sé. E
lo credo tuttora; e penso che proprio per nasconderlo abbia preso di mira me. È
caduto allora un silenzio imbarazzante. Io ho guardato, lontano, lo scintillìo dello
Strömmen. I banchi di nuvole sopra Rosenbad si aprivano rotti dalla chiara luce
della luna e un pallido argento cadeva sulle colonne della facciata del vecchio
palazzo dei Bonde2. Lontano sul Mälaren3, una nuvola color ciclamino
veleggiava lentamente da sola, isolata dalle altre.

25 luglio

Helga Gregorius: me la vedo continuamente davanti. La vedo come la vidi


nel sogno: nuda, nell’atto di porgermi un mazzo di fiori scuri. Forse rossi, a ogni
modo molto scuri. Già, il rosso diventa sempre tanto scuro al crepuscolo.
Non c’è notte che non vada a letto senza desiderare che lei ritorni da me in
sogno.
Ma il lavorìo della mia fantasia ha pian piano cacciato via quel sorriso
equivoco, e ora non lo vedo più.

Vorrei tanto che finalmente quel prete ritornasse! Così lei, di sicuro,
verrebbe di nuovo qui. Voglio vederla e sentire la sua voce. La voglio qui, da
me.

26 luglio

Il prete: anche la sua faccia mi perseguita – mi perseguita proprio con


quell’espressione che assunse durante il nostro ultimo incontro, quando portai il
discorso sulle faccende sessuali. Come posso descrivere quell’espressione? È
l’espressione di uno che sta annusando qualcosa di marcio e che, sotto sotto,
trova questo odore buono.

2 agosto

C’è il chiaro di luna. Tutte le mie finestre sono aperte. Nello studio il lume è
acceso; l’ho messo sul piano del secrétaire perché stia al riparo dal vento
notturno che, mormorando debolmente, gonfia la tendina come fosse una vela.
Vado su e giù per la stanza, ogni tanto mi fermo al secrétaire e butto giù una
riga. Sono stato a lungo in piedi a una finestra della sala, a guardar fuori e ad
ascoltare tutti gli strani rumori della notte. Ma stanotte c’è silenzio, laggiù, sotto
gli alberi scuri. C’è soltanto una donna, sola, seduta su una panchina; è tanto che
sta là. E splende la luna.
Quando sono tornato a casa, a ora di cena, c’era un libro sulla mia scrivania.
E mentre lo aprivo, ne è caduto un biglietto da visita: Eva Mertens.
Ricordo che lei mi ha parlato di questo libro l’altro giorno e che io le ho
detto, così en passant, che mi avrebbe fatto piacere leggerlo. L’ho detto per
cortesia, per non apparire sprezzante verso una cosa che a lei interessava. Poi
non ci ho più pensato.
Lei, invece, ci ha pensato!
Ora, sono proprio tanto stupido se credo che lei si sia un po’ invaghita di me?
Io vedo che è innamorata. Ma se ama un altro, come può avere tanto interesse
anche per me?
Ha due occhi azzurri, chiari e sinceri, e folti capelli castani. Il naso è
irregolare. La bocca… la bocca non me la ricordo. Ah, sì! È rossa e abbastanza
grande; ma non l’ho ben presente. Si conosce veramente solo la bocca che si è
baciata, o che si è desiderato tanto di baciare… Io so una bocca che conosco…
Sto a guardare il semplice e impeccabile biglietto da visita con il nome
scritto in pallidi caratteri litografici. Ma io vedo più in là di quel nome. C’è un
tipo di scrittura che diventa visibile solo sotto l’influsso di un forte calore. Il
calore non so se ce l’ho, ma leggo tuttavia quell’invisibile scrittura: «Baciami, sii
il mio uomo, dammi dei figli, aiutami ad amare. Desidero tanto poter amare!».
«Qui ci sono molte giovani fanciulle che ancora nessun uomo ha toccato, e
cui non giova dormire sole. A loro ci vuole un buon marito».
Più o meno così parlò Zarathustra. Il vero Zarathustra, quello antico, non
quello con la frusta1.
Sono un «uomo buono» io? Potrei diventare il suo «buon marito»?
Mi domando che immagine si possa essere fatta di me. Non mi conosce. Nel
suo cervello leggero, che contiene solo teneri pensieri d’affetto per quelli che le
stanno vicino e, forse, anche un po’ di cianfrusaglie, si è formata un’immagine
che ha qualche tratto esteriore di me, ma che non sono io, e in quell’immagine
ha trovato piacere, sembra. Dio solo sa perché, forse principalmente perché non
sono sposato. Ma se mi conoscesse, se per esempio le capitasse di leggere quel
che scrivo su questi fogli la sera, sì, credo che allora, presa da un istintivo
turbamento, si allontanerebbe dalle strade che percorro io. Penso che l’abisso tra
le nostre anime sia un po’ troppo grande. Oppure, chissà. Se ci si unisce in
matrimonio, può darsi che sia invece una fortuna che l’abisso sia così grande –
se fosse più piccolo, potrebbe venirmi la tentazione di far di tutto per colmarlo, e
non andrebbe mai a finir bene. La donna alla quale posso rivelarmi non esiste! E
tuttavia: vivere al suo fianco e mai metterla a parte di ciò che io sono veramente
e che è davvero mio: ci si può comportare così con una donna? Lasciarla
abbracciare un altro, facendole credere che sia io: si può agir così?
Ah, certo che si può! In realtà si fa sempre così; e si sa così poco l’uno
dell’altro. Si abbraccia un’ombra e si ama un sogno. E, del resto, cosa so io di
lei?
Però sono solo, e la luna splende, e desidero una donna. Sarei tentato di
andare alla finestra e chiamarla quassù, quella che siede là, da sola, sulla
panchina, aspettando qualcuno che non viene. Ho del porto, dell’acquavite, birra,
cose buone da mangiare e un letto rifatto. Sarebbe proprio il paradiso per lei.

Ripenso alle parole di Markel riguardo a me e alla felicità l’altra sera. Sarei
davvero tentato di sposarmi e di essere felice come una Pasqua, solo per fargli
rabbia.

3 agosto

Già, la luna. Eccola di nuovo.


Mi ricordo di tante lune. La più antica che ricordo è quella che stava dietro il
vetro della finestra, nelle sere d’inverno della mia prima infanzia. Stava sempre
sopra un tetto bianco. Una volta mia madre lesse ad alta voce, a noi ragazzi, Lo
gnomo di Viktor Rydberg; allora la riconobbi subito. Ma non aveva ancora
nessuna delle qualità che acquisì poi; non era né dolce e sentimentale né fredda e
terribile. Era solo grande e lucida. Faceva parte della finestra, e la finestra faceva
parte della stanza. Abitava da noi.
Poi, dopo che si furono accorti che ero dotato di sensibilità musicale e mi
ebbero fatto prendere lezioni di pianoforte, quando fui in grado di poter
strimpellare un po’ Chopin, la luna divenne nuova per me. Ricordo che una
notte, avevo allora circa dodici anni, rimasi a lungo sveglio nel letto senza
riuscire a dormire perché avevo nella testa il Notturno n. 12 di Chopin e c’era il
chiaro di luna. Ero in campagna, eravamo arrivati da poco e non c’erano ancora
le tende nella stanza dove dormivo io. La luce della luna scorreva in un grande
flusso bianco dentro la stanza, sul letto, e sulla spalliera. Io stavo seduto sul letto
e cantavo. Dovevo cantare quella meravigliosa melodia senza parole, non me ne
potevo staccare. Diventò tutt’uno con il chiaro della luna, e in entrambe le cose
c’era la promessa di un prodigio che un giorno mi sarebbe accaduto, non so che,
una dannata felicità o un’infelicità che valeva più di tutta la felicità della terra,
qualcosa di ardente, di soave e grandi che mi aspettava. E io continuai a cantare
finché mio padre venne alla porta e mi urlò di dormire.
Era la luna di Chopin. Era la stessa luna che poi tremò e arse sull’acqua nelle
sere d’agosto, quando Alice cantava. Io l’amavo.
Poi mi ricordo la mia luna di Uppsala. Non ho mai visto una luna con un
volto freddo e distaccato come quello. Uppsala ha un clima completamente
diverso da Stoccolma, un clima continentale con aria più asciutta e limpida. Una
notte d’inverno, passeggiavo con un compagno più grande di me sulle strade
bianche di neve con le case grigie e le ombre nere. Parlavamo di filosofia. Con i
miei diciassette anni, avevo ben poca fede in Dio; ma mi opponevo fermamente
al darwinismo: con quello mi sembrava che tutto diventasse assurdo, stupido e
meschino. Passammo sotto una volta nera, salimmo alcuni scalini e ci trovammo
vicini alle mura del duomo. Con le sue impalcature assomigliava allo scheletro
di qualche enorme animale primitivo. Il mio amico parlava con me della
parentela che ci lega ai nostri fratelli animali; parlava, spiegava e gridava, con
una voce stridula e incolta che echeggiava fra le mura e aveva uno spiccato
accento dialettale. Io replicavo solo sporadicamente; ma pensavo dentro di me:
«Tu hai torto ma io, per ora, ho letto e pensato troppo poco per poterti
contraddire. Ma aspetta… aspetta solo un anno, e io verrò con te in questo stesso
posto, al chiaro di luna come ora, e ti dimostrerò quanto avevi torto e quanto eri
stupido. Perché ciò che dici non può, a nessuna condizione può essere vero; se è
vero, allora non ci voglio più stare: con un mondo così non ho niente a che
spartire». Ma il mio compagno parlava e gesticolava stringendo in mano un
piccolo opuscolo tedesco che lo aveva provvisto dei suoi argomenti.
Improvvisamente si fermò in mezzo al chiaro di luna, aprì il libro in un punto
dove c’erano alcune illustrazioni e me lo porse. La luna splendeva così chiara
che si poteva vedere ciò che esse rappresentavano e leggere le didascalie. Erano
le figure di tre crani, abbastanza somiglianti fra loro: i teschi di un orango, di un
negro australiano e di Immanuel Kant. Con ribrezzo gettai il libro lontano da me.
Il mio compagno si arrabbiò e mi si scagliò contro, ci azzuffammo e ci
picchiammo al chiaro di luna, ma lui era più forte e riuscì a mettermi sotto di sé
e a lavarmi il viso con la neve, alla vecchia maniera degli scolari.
Passò un anno e ne passarono parecchi; ma non mi sono mai sentito in grado
di convincerlo; ho pensato che dovevo lasciar perdere questo proposito. E
nonostante non abbia mai ben capito cos’abbia io a che spartire con questo
mondo, tuttavia ci sono rimasto.
E ho visto molte lune dopo quella. Una luna dolce e sentimentale fra le
betulle ai bordi di un lago… la luna che corre fra le nebbie sul mare… la luna in
fuga fra le nuvole a brandelli dell’autunno… la luna dell’amore che brillava sulle
finestre del giardino di Gretchen e sul balcone di Giulietta… Una ragazza non
più giovane, che si sarebbe sposata volentieri, mi disse una volta che non poteva
fare a meno di piangere quando vedeva la luna splendere su una casetta nel
bosco… La luna è lussuriosa e bramosa, dice un poeta. Un altro cerca di inserire
una tendenza etico-religiosa nei raggi della luna e li paragona a fili tessuti dai
cari defunti in una rete per imprigionarvi un’anima smarrita… La luna è, per il
giovane, la promessa di tutto ciò che di prodigioso l’aspetta; per l’anziano, il
segno che la promessa non è stata mantenuta, un ricordo di tutto ciò che si è
spezzato ed è andato in frantumi…
E cos’è il chiaro di luna?
La luce del sole di seconda mano – indebolita, falsificata.

La luna che ora fa capolino dietro al campanile ha un viso infelice: come se i


suoi lineamenti fossero sfigurati, decomposti, corrosi da una sofferenza senza
nome. Poverina, perché te ne stai lì? Sei condannata come una falsaria. Hai
contraffatto la luce del sole?
A dire il vero non è un crimine da poco! Potessi solo esser sicuro di non
commetterne mai uno simile!

7 agosto

Luce!
… Mi sono sollevato sul letto e ho acceso la luce sul comodino. Sudavo
freddo, i capelli incollati alla fronte… Cosa avevo sognato?
Ancora lo stesso sogno! Che uccidevo il prete. Che lui doveva morire, perché
puzzava già di cadavere, ed era mio compito, in quanto medico, farlo… Era per
me difficile e sgradevole; era una cosa che mai mi era capitata prima, durante la
mia carriera: desideravo consultare un collega, non volevo prendermi da solo la
responsabilità di una faccenda così grave… Ma la signora Gregorius stava nuda
in un angolo, lontano, nella semioscurità, e cercava di farsi schermo con una
piccola veletta nera. E quando mi aveva udito pronunciare la parola «collega», i
suoi occhi avevano assunto un’espressione così terrorizzata e disperata che io
avevo capito che la cosa si doveva fare subito altrimenti – in un modo che io non
riuscivo a capire – lei sarebbe stata perduta; e dovevo agire da solo, così che
nessuno venisse mai a saperlo. Allora lo avevo fatto con la testa voltata dall’altra
parte. Com’era andata? Non lo so. So soltanto che mi ero tappato il naso, avevo
voltato la testa e mi ero detto: «Ora è fatta, dunque! Adesso non puzza più».
Volevo spiegare alla signora Gregorius che era un caso assai raro e strano: la
maggior parte della gente puzza solo dopo morta e, allora, viene sepolta; ma se
uno puzza già da vivo, deve essere ucciso, all’attuale livello della ricerca
scientifica, non c’è altra via d’uscita… Ma la signora Gregorius era sparita, c’era
solo un grande vuoto intorno a me, in cui tutto sembrava farsi da parte e
sfuggirmi… Il buio si era schiarito in una luce lunare grigio cenere… E io stavo
seduto sul letto completamente sveglio ad ascoltare la mia voce…
Mi sono alzato, mi sono vestito alla meglio e ho acceso la luce in tutte le
stanze. Sono andato su e giù, con la regolarità di un orologio, per non so quanto
tempo. Alla fine mi sono fermato davanti alla specchiera del salotto e ho preso a
fissare la mia persona pallida e sconvolta, come se si trattasse di un estraneo. Ma
per paura di cedere all’improvviso impulso di fare a pezzi il vecchio specchio
che ha visto la mia infanzia e quasi tutta la mia vita, e anche molto di quanto
accadde prima che io ci fossi, mi sono allontanato e affacciato a una finestra. Ora
non c’era più il chiaro di luna, pioveva, e la pioggia mi sferzava il viso. Era
bello.
«I sogni passano come le correnti»1. … Ti conosco, antica saggezza dei
proverbi. La maggior parte di ciò che si sogna, in realtà, non vale un pensiero:
schegge staccate da ciò che si è vissuto, spesso dalla parte più stupida e che più
ci è indifferente, che la coscienza non ha ritenuto degna di prendere in
considerazione ma che, tuttavia, vive la sua vita spettrale per sé stessa, in
qualche sgabuzzino del cervello. Ma ci sono anche altri sogni. Mi ricordo che
una volta, da ragazzo, stetti tutto un pomeriggio a lambiccarmi su un problema
di geometria e che dovetti andare a letto senza averlo risolto: durante il sonno il
cervello continuò a lavorare da sé e, in sogno, mi dette la soluzione. Ed era
giusta. Ci sono anche sogni che sono bolle che si staccano dal profondo dell’io.
Se ci penso bene: molte volte un sogno mi ha insegnato qualcosa su me stesso.
Spesso il sogno mi ha svelato desideri che io non volevo desiderare, passioni di
cui niente volevo sapere alla luce del giorno. Quei desideri e quelle passioni li
valutavo e li verificavo poi durante il giorno. Ma raramente sopportavano la luce
e, per lo più, li ricacciavo laggiù, nelle profondità oscure cui appartenevano. Nei
sogni della notte, poi, potevano ancora tornare, ma io li riconoscevo e li
schernivo anche in sogno, finché essi rinunciavano a tutte le pretese di sollevarsi
e di vivere nella realtà e alla luce.
Ma questa è un’altra cosa. E io voglio sapere cos’è; voglio valutare e
verificare. È uno degli istinti fondamentali del mio essere il non sopportare che
qualcosa in me stesso rimanga in penombra, solo parzialmente illuminato dalla
coscienza, quando è in mio potere di prenderlo ed esporlo alla luce per vedere di
cosa si tratta.
Dunque, pensiamoci su:
Una donna è venuta da me, disperata, e io ho promesso di aiutarla. Aiutarla,
già… cosa significava o cosa avrebbe significato, nessuno di noi se ne era fatto
un’idea allora. Quel che lei mi chiedeva era così semplice e facile! Non mi
costava né fatica né dubbi: il tutto semmai mi divertiva! Io rendevo un servizio
delicato a una donna giovane e bella giocando, al tempo stesso, un brutto tiro a
quel prete schifoso, e nel mio umore malinconico, grigio e pesante,
quell’episodio è entrato brillando come una scintilla rosa proveniente da un
mondo a me chiuso… E per lei significava felicità e vita – dal suo punto di vista,
che poi è diventato anche il mio. Perciò ho promesso di aiutarla e l’ho fatto – ho
fatto quello che allora si doveva fare.
Ma poi il tutto ha assunto pian piano un altro aspetto, e questa volta, prima di
proseguire, devo vedere fino in fondo alla faccenda.
Ho promesso di aiutarla, ma non mi piace fare le cose a metà. E ora lo so, ed
è tanto che l’ho capito: l’unico vero aiuto che le si può dare è renderla libera.
Fra un paio di giorni il prete sarà di ritorno e ricomincerà la vecchia storia.
Ormai lo conosco. Ma non è solo questo: alla fine lei avrebbe dovuto vedere di
venirne fuori da sola, nonostante ciò sia difficile e la possa ridurre a uno straccio.
Ma c’è qualcosa che mi dice con sicurezza, come se fosse già accaduto, che lei
porterà presto un bambino sotto il suo cuore. Così, a vedere da come ora è
innamorata, non sembra probabile che cerchi di evitarlo. E forse non lo vuole
nemmeno. E allora: se questo accade… Quando questo accadrà – cosa…? Allora
il prete deve sparire. Assolutamente.
È vero, se questo avviene può darsi anche che lei venga da me a pregarmi di
«aiutarla» con lo stesso tipo di aiuto per cui tante, invano, mi hanno implorato –
e se lo fa, già, la dovrò accontentare allora, perché non so come potrò
contrariarla in qualcosa. Ma in questo caso avrei nausea dell’intera faccenda, e la
storia si chiuderebbe, per quanto mi concerne.
Ma io sento, sento e so che non andrà in questo modo.
Lei non è uguale alle altre, non mi pregherà mai di darle quell’aiuto.
E allora il prete deve scomparire.
In qualunque modo la metta, non vedo altra soluzione. Cercare di condurlo
alla ragione? Fargli capire che non ha più nessun diritto di insudiciare la vita di
lei e che deve renderle la sua libertà? È impensabile. Lei è sua moglie, lui è suo
marito. Tutto gli dà ragione contro di lei: il mondo, dio, la sua coscienza.
L’amore, naturalmente, è per lui la stessa cosa che era per Lutero: un bisogno
naturale che il suo dio, una volta per tutte, gli ha dato il permesso di soddisfare
proprio con quella donna. Il fatto che lei accolga il desiderio di lui con freddezza
e disgusto non potrà fargli mai dubitare, nemmeno per un attimo, di quel suo
«diritto». Del resto, forse, si immagina che lei, in questi momenti, provi in
segreto le stesse sue sensazioni, e trova perfettamente regolare che una donna
cristiana, per giunta la moglie di un prete, non voglia ammettere una cosa simile
nemmeno a sé stessa. Perfino per quel che lo riguarda, non gli piace poi tanto
chiamare quella cosa piacere: preferisce chiamarlo «dovere» oppure «volontà di
Dio»… No, finiamola con uno così! Deve scomparire, via!
Come stava la faccenda? Io cercavo disperatamente un’azione, elemosinavo
un’azione. È questa dunque l’azione, la mia azione? Quella che deve essere
compiuta, quella che io solo vedo che dev’essere compiuta, e che nessuno,
eccetto me, può e ha il coraggio di compiere?
Si potrebbe dire che ha un aspetto un po’ strano. Ma questa non è una
ragione, né contro né a favore. La «grandezza», la «bellezza» in un’azione è la
luce riflessa del suo effetto sul pubblico. Ma dato che è mia modesta intenzione
di tener tutto quel che si chiama «pubblico» fuori da questa faccenda, quel punto
di vista non verrà preso in considerazione. Ho a che fare solo con me stesso.
Voglio esaminare le giunture della mia azione; voglio vedere che aspetto ha,
dentro.
Innanzitutto: È dunque veramente sul serio che voglio uccidere il prete?
«Voglio», già, che cosa significa? La volontà di un uomo non è un’unità; è la
sintesi di cento impulsi contrastanti. Una sintesi è una finzione; la volontà è una
finzione. Ma noi abbiamo bisogno di finzioni, e nessuna finzione ci è più
necessaria della volontà. Dunque, vuoi?
Voglio e non voglio.
Sento voci contrastanti. Le devo sottoporre a un interrogatorio; devo sapere
perché una dice «voglio», e l’altra «non voglio».
Prima tu, che dici «voglio» – perché vuoi? Rispondi!
«Io voglio agire. La vita è azione. Quando vedo qualcosa che mi indigna,
voglio intervenire. Non intervengo ogni volta che vedo una mosca in una
ragnatela, perché il mondo dei ragni e delle mosche non è il mio, e so che ci si
deve limitare, e poi a me non piacciono le mosche. Ma se vedo nella rete un
bell’insettuccio dalle ali luccicanti d’oro, allora la strappo e uccido il ragno, se
occorre, perché non credo che sia vietato uccidere i ragni. Cammino nel bosco,
sento urlare “aiuto”, corro in direzione del grido e trovo un uomo che sta per
violentare una donna. Faccio ovviamente quello che posso per liberarla e, se è
necessario, uccido l’uomo. La legge non me ne dà il diritto. La legge mi dà
diritto di uccidere un altro solo per legittima difesa; e con legittima difesa la
legge intende solo difesa in caso di estremo pericolo per la propria vita. La legge
non mi permette di uccidere qualcuno per salvare mio padre o mio figlio o il mio
migliore amico, e nemmeno per proteggere la mia amata da maltrattamenti e da
violenza carnale. La legge è ridicola, detto in breve, e nessun uomo onesto lascia
che il proprio modo di agire venga da essa determinato».
«Ma la legge non scritta? La morale?…».
«Caro amico, la morale si trova, lo sai bene quanto me, allo stato fluido. Ha
subìto notevoli cambiamenti perfino negli istanti fugaci che noi due abbiamo
vissuto nel mondo. La morale è quel famoso cerchio di gesso intorno alla
gallina: ne è legato chi ci crede. La morale è l’opinione degli altri su quello che è
giusto. Ma qui si tratta della mia opinione! È vero, in un gran numero di casi,
forse nella maggior parte e in quelli più frequenti, la mia opinione su quello che
è giusto si accorda abbastanza bene con quella degli altri, con la morale; e in
molti altri casi trovo che la divergenza fra me e la morale non valga i rischi che
una deviazione può comportare, e per questo mi sottometto. In questo modo la
morale diventa per me, consapevolmente, quello che in pratica è per ognuno,
anche se non tutti se ne rendono conto: non una legge stretta e vincolante su
tutto, ma un modus vivendi utilizzabile nella vita di tutti i giorni, nello stato di
guerra permanente fra l’io e il mondo. So e riconosco che la morale corrente,
così come la legge borghese nei suoi grandi, principali tratti comuni, esprime
un’idea del diritto che è frutto dell’esperienza di tempi lunghissimi, ereditata di
generazione in generazione, lentamente cresciuta e modificatasi, un’esperienza
che concerne le condizioni stesse della convivenza tra gli uomini. Lo so che, in
linea di massima, queste leggi debbono essere più o meno rispettate da tutti se la
vita deve essere vissuta proprio qui sulla terra, da esseri come noi, esseri
impensabili in ogni altra cornice se non in quella dell’organizzazione sociale, e
nutriti di tutti i suoi mutevoli diritti, biblioteche e musei, polizia e acquedotti,
illuminazione stradale, pulizia notturna, cambi della guardia, prediche, corpo di
ballo dell’Opera ecc. Ma so anche che gli uomini che valgono qualche cosa non
hanno mai preso queste leggi con pedanteria. La morale è uno degli utensili
domestici, non una divinità. Deve essere adoperata, non deve dominare. E deve
essere adoperata con buon senso, con un granellino di sale. È saggio far proprie
le usanze di dove ci si reca; è sciocco farlo con convinzione. Io sono un
viandante nel mondo, guardo le usanze degli uomini e scelgo ciò che mi serve. E
morale viene da mores, costumi; si basa interamente sul costume, sull’usanza;
non ha nessun altro fondamento. E non hai bisogno di insegnarmi che io,
uccidendo quel prete, commetto un’azione che contrasta con l’uso comune. La
morale… tu scherzi!».
«Io ammetto di aver posto la domanda più per la forma che per altro. Credo
che ci capiamo per quanto riguarda la morale. Ma non per questo ti mollo! Il
problema era fin dall’inizio, essenzialmente, non tanto se tu possa o no osare di
fare la cosa in questione, anche se è in contrasto con l’uso e con la morale,
quanto il motivo per cui tu lo vuoi fare. Tu hai risposto con l’esempio del bruto
che oltraggia una donna nel bosco. Che paragone! Da un lato un rozzo criminale,
dall’altro un vecchio prete integro e rispettabile!».
«Già, il paragone zoppica un po’. Trattava di una donna sconosciuta e di un
uomo sconosciuto e di un rapporto che fra loro era solo di scarsa conoscenza.
Non è sicuro che la donna sconosciuta valga tanto da uccidere per lei un uomo.
Non è sicuro neanche che sia giusto uccidere un uomo sconosciuto che incontra
una giovane donna in mezzo al bosco e viene improvvisamente invasato e
soggiogato da Pan. Non è infine sicuro che esista un pericolo tale da rendere
necessario un intervento. La ragazza grida perché ha paura e perché sente male,
ma non è detto che il danno si debba misurare sull’urlo. Può accadere che i due
diventino buoni amici prima di separarsi. In campagna molti matrimoni sono
cominciati con la violenza carnale e non sono andati peggio di altri; e il
rapimento della donna era, un tempo, la normale forma per il fidanzamento e per
il matrimonio. Se dunque nell’esempio che ho scelto uccido l’uomo per liberare
la donna (un modo di agire che, credo, sarebbe approvato da un gran numero di
gente benpensante, eccetto i giuristi, e che dinanzi a una giuria francese o
americana mi frutterebbe un’assoluzione con formula piena e un applauso del
pubblico) agisco chiaramente d’impulso, senza deliberazione, e commetto forse
una grande sciocchezza. Ma il nostro affare è tutt’altra cosa. Qui non si tratta di
un caso sporadico di violenza carnale, ma di un rapporto pericoloso che consiste
essenzialmente in una violenza carnale continuata e perpetuata. Qui non si tratta
di un uomo sconosciuto di valore sconosciuto, ma di uno che conosci anche
troppo bene: il pastore Gregorius. E qui si tratta di aiutare e salvare non una
donna sconosciuta, ma il tuo amore segreto…».
«No, zitto, basta, sta’ zitto!…».
«Può un uomo lasciare che colei che ama venga oltraggiata, sporcata e
calpestata davanti ai propri occhi?».
«Sta’ zitto! Lei ama un altro. È una questione sua, non mia!».
«Tu sai di amarla. Dunque è questione tua».
«Sta’ zitto… io sono medico. E tu vorresti che io procurassi la morte, di
nascosto, a un vecchio che viene da me per cercare aiuto?».
«Tu sei medico. Quante volte hai pronunciato questa frase fatta: il mio
dovere di medico! Eccotelo qui ora: ritengo che sia chiaro. Il tuo dovere di
medico è aiutare chi può e deve essere aiutato, tagliare via la carne putrida che
rovina quella fresca! Certamente non c’è nessun onore da raccogliere: non puoi
farlo sapere a nessuno, se no ti mettono dentro a Långholmen1 o a
Konradsberg2».
Mi ricordo ora che un soffio di vento, improvvisamente, ha poi afferrato la
tenda e l’ha spinta contro il lume; ha preso fuoco all’estremità del bordo, ma io
ho soffocato subito la piccola fiamma blu nella mia mano e ho chiuso la finestra.
Ho fatto tutto questo automaticamente, quasi senza accorgermene. La pioggia
sferzava il vetro della finestra. Le fiammelle delle lampade ardevano rigide e
ferme. Su una di esse era posata una piccola farfalla notturna, screziata di grigio.
Fissavo le rigide fiamme dei lumi e la mia mente quasi si perdeva. Credo di
essere sprofondato in una sorta di torpore. Forse ho dormito un po’. Ma
improvvisamente ho sussultato, come in seguito a un colpo violento, e mi sono
ricordato di tutto: la questione che doveva essere risolta, la decisione che doveva
essere presa prima di poter dormire.

«Dunque, tu che non vuoi, perché non vuoi?».


«Ho paura. Prima di tutto, di essere scoperto e “punito”. Io non sottovaluto la
tua prudenza e la tua saggezza, e sono convinto che tu riesca a organizzare tutto
in modo che vada bene. Lo ritengo probabile. Ma il rischio c’è comunque. Il
caso… non si sa mai ciò che può accadere».
«Si deve pur rischiare qualcosa a questo mondo. Tu volevi un’azione. Hai
dimenticato quello che hai scritto qui, sul diario, non molte settimane fa, quando
non sapevamo ancora niente di tutto ciò che è sopraggiunto dopo! Posizione,
reputazione, futuro: tutto questo eri pronto a imbarcare sulla prima nave che
fosse arrivata carica di un’azione… L’hai dimenticato? Devo mostrarti il
foglio?».
«No. Non l’ho dimenticato. Ma non era vero. Era una fanfaronata. Sento che
è diverso, ora che vedo la nave arrivare. Puoi ben pensare che non mi ero
immaginato un simile, maledetto vascello fantasma! Era una fanfaronata! Era
una menzogna! Non c’è nessuno che ci sente; posso essere franco. La mia vita è
vuota e misera e non vi vedo alcun senso, tuttavia sono saldamente attaccato a
essa, mi piace camminare alla luce del sole e guardare la gente, e non voglio
avere niente da nascondere e di cui avere paura, lasciami in pace!».
«Pace, no! Non ci sarebbe lo stesso nessuna pace. Vuoi che guardi annegare
colei che amo in una pozzanghera fangosa, quando posso aiutarla con una sola
azione coraggiosa e sollecita? Ci sarà pace, allora? Potrò mai avere pace, se le
volto le spalle e vado fuori alla luce del sole a guardare la gente? Ci sarebbe
pace?».
«Ho paura. Non tanto di venire scoperto; ho sempre le mie pillole e posso
tirarmi fuori dal gioco, se cominciasse a puzzare di bruciato. Ma ho paura di me
stesso. Cosa so io di me stesso? Ho paura di entrare in qualcosa che mi leghi, mi
imbrigli e non mi lasci più. Quello che tu vuoi da me non incontra ostacoli nelle
mie convinzioni; è un’azione che mi piacerebbe in un altro, ammettendo che
sapessi quello che so. Ma non si addice a me. Si scontra con le mie tendenze,
abitudini, istinti, con tutto quello che essenzialmente io sono. Io non sono fatto
per cose come queste. Ci sono migliaia di uomini validi ed eccellenti che
uccidono un uomo con la stessa facilità con cui uccidono una mosca, perché non
lo può fare uno di loro? Ho paura dei rimorsi di coscienza; e i rimorsi di
coscienza vengono quando si vuole contraddire la propria natura! “Stare buono”
significa conoscere i propri limiti: io voglio “stare buono”. Gli uomini agiscono
giornalmente con la massima facilità e il massimo piacere contro le proprie
convinzioni più sincere e fondate, e le loro coscienze si sentono come pesci
nell’acqua; prova però ad agire contro la tua più intima struttura, sentirai allora
come grida la tua coscienza! Sentirai che baccano! Tu dici che ho elemosinato e
pregato per un’azione. È impossibile, non è vero, ci deve essere un malinteso. È
inconcepibile che io possa aver nutrito un desiderio così folle. Io sono nato
spettatore, voglio starmene comodamente seduto in un palco a guardare la gente
uccidersi in scena ma io non vi ho niente da spartire, voglio starmene fuori,
lasciami in pace!».
«Vigliacco! Tu sei un vigliacco!».
«Ho paura. Questo è davvero un incubo. Cos’ho a che fare con questa gente
e con i loro sporchi affari? Il prete mi ripugna tanto da farmi paura… Non voglio
contaminare il mio destino con il suo. E poi, cosa so di lui? Quello che mi
ripugna non è “lui”, lui stesso, ma l’impressione che mi ha fatto. Ha sicuramente
incontrato centinaia, migliaia di persone senza provocare in loro l’effetto che ha
su di me. L’immagine che ha impresso nella mia anima non può essere
cancellata solo perché lui scompare, ancora meno se lui scompare a causa mia.
Lui, già da vivo, mi ha ossessionato più di quanto io sia disposto a tollerare,
chissà cosa può escogitare da morto? Io conosco queste cose, ho letto di
Raskol’nikov, ho letto Thérèse Raquin. Non credo ai fantasmi, ma non voglio
fare in modo da poterci credere. Cos’ho a che fare con tutto questo? Voglio
partire. Voglio vedere boschi, montagne e fiumi. Voglio passeggiare sotto grandi
alberi verdi, con un libretto finemente rilegato in tasca, e avere in mente pensieri
belli, delicati, buoni, tranquilli, pensieri che possano essere detti ad alta voce, e
per cui si possa venire lodato. Lasciami stare, lasciami partire, domani…».
«Vigliacco!…».

Le lampade bruciavano con fiamme di un colore rosso sporco contro la luce


grigia dell’alba. La farfalla notturna giaceva sulla scrivania, le ali bruciacchiate.
Mi sono gettato sul letto.

8 agosto

Sono andato a cavallo e ho fatto un bagno, ho ricevuto i miei pazienti e ho


fatto le visite domiciliari come al solito. E scende di nuovo la sera. Sono stanco.
Il campanile di mattoni si innalza così rosso nel sole della sera! Il verde delle
chiome degli alberi è proprio adesso tanto rigoglioso e intenso, e l’azzurro là
dietro è così profondo! È sabato sera; dei bambini poveri giocano a campana giù
sul sentiero di sabbia. A una finestra aperta c’è un uomo in maniche di camicia
che suona il flauto. Suona l’intermezzo della Cavalleria rusticana. È strano il
potere contagioso delle melodie. Appena dieci anni fa, questa melodia si sollevò
dal caos e si insinuò in un povero musicista italiano, forse una sera al tramonto,
una sera come questa, forse. Fecondò la sua anima, generò altre melodie e altri
ritmi e, di colpo, insieme a loro, lo rese celebre in tutto il mondo, gli regalò una
nuova vita con nuove gioie e dolori, e un patrimonio da dissipare giocando a
Montecarlo. E quella melodia si diffonde in tutto il mondo come un’improvvisa
epidemia e compie la sua azione fatale nel bene e nel male: colora le guance di
rosso e fa brillare gli occhi, viene ammirata e amata da un numero incalcolabile
di persone e in altre, spesso proprio in quelle che prima l’amavano, desta noia e
disgusto. Risuona ostinatamente e senza pietà nelle orecchie di chi non riesce a
prender sonno la notte, stuzzica l’uomo d’affari che, nel letto, si affligge perché
le azioni che ha venduto la settimana prima sono salite, assilla e tormenta il
pensatore che vuole raccogliere il suo pensiero per formulare una nuova legge,
oppure fa giri di danza nel vuoto del cervello di un idiota. E mentre l’uomo che
l’ha creata, forse, è torturato ed è stufo di essa più di chiunque altro, essa
continua, sera dopo sera, a strappare al pubblico rimbombanti scrosci d’applausi
in tutti i locali, e quell’uomo laggiù la suona con trasporto sul suo flauto.

9 agosto

Volere è saper scegliere. Oh, perché dev’essere tanto difficile scegliere?


Saper scegliere è saper rinunciare. Oh, perché dev’essere tanto difficile
rinunciare!
Un principino doveva fare una gita; gli fu chiesto: «Volete andare a cavallo o
in barca?». Lui rispose allora: «Io voglio andare a cavallo e in barca».
Tutto vogliamo avere, tutto vogliamo essere. Vogliamo la gioia dell’assoluta
felicità e il baratro della sofferenza più profonda. Vogliamo il pathos dell’azione
e la calma di chi sta a guardare. Vogliamo la quiete del deserto e il chiasso del
foro. Al tempo stesso vogliamo essere il pensiero del solitario e la voce del
popolo, la melodia e l’accompagnamento. Contemporaneamente! Come può
essere possibile?
«Io voglio andare a cavallo e in barca».
10 agosto

Un orologio senza lancette ha qualcosa di liscio e vuoto che ricorda il volto


di un morto. Ne sto appunto osservando uno simile. Del resto non è un orologio,
è solo una cassa vuota con un bel quadrante antico. L’ho vista poco fa nella
vetrina dell’orologiaio gobbo, giù nel vicolo, mentre tornavo a casa nel torrido
crepuscolo giallo… un crepuscolo strano: così mi sono immaginato la fine di un
giorno nel deserto… Sono entrato dall’orologiaio, che una volta mi ha fatto una
riparazione, e ho chiesto che tipo di orologio era mai quello, che non aveva
lancette. Lui ha sorriso con civetteria da gobbo e mi ha mostrato l’antica, bella
cassa d’argento: un lavoro di fine cesello; aveva comprato l’orologio all’asta, ma
il meccanismo era logorato e inutilizzabile, così pensava di inserirne uno nuovo.
Ho comprato la cassa così com’era.
Ho intenzione di metterci dentro alcune delle mie pillole e di portarlo nel
taschino del panciotto, come pendant per l’orologio. È solo una nuova variante
dell’idea di Demostene del veleno nella penna1. Non c’è niente di nuovo sotto il
sole!

Ora scende la notte; una stella fa l’occhiolino attraverso il verde intreccio del
grande castagno. Sento che dormirò bene stanotte, c’è freschezza e tranquillità
nella mia testa. Tuttavia mi è difficile staccarmi dall’albero e dalla stella.
La notte. Una parola così bella! La notte è più vecchia del giorno, dicevano
gli antichi galli. Credevano che il breve giorno mortale fosse nato da
un’immensa notte.
La grande notte senza fine.
Allora, anche questo è un modo di dire… Cos’è la notte, cos’è quello che noi
chiamiamo notte? È la sottile ombra conica del nostro minuscolo pianeta. Un
piccolo birillo appuntito di oscurità in mezzo a un mare di luce. E questo mare di
luce, cos’è? Una scintilla nello spazio. Il cerchietto luminoso intorno a una
piccola stella: il sole.
Ah, che peste è mai quella che si è impadronita degli uomini e che di tutto fa
loro chiedere: «Cos’è?». Che flagello è quello che li ha cacciati a frustate al di
fuori della cerchia degli altri esseri fratelli che strisciano, camminano, corrono, si
arrampicano e volano sulla terra: fuori a guardare il proprio mondo, la propria
vita dall’alto, dall’esterno, con occhi freddi e distaccati e a trovarla meschina e di
nessun valore? Dove porta questo? Come finirà? Mi ritorna in mente la
lamentosa voce di donna che ho udito nel mio sogno e me la sento ancora nelle
orecchie, la voce di una vecchia in lacrime: «Il mondo brucia! Il mondo
brucia!».
Tu devi guardare il tuo mondo dal tuo punto di vista, e non da un punto di
vista immaginato, fuori nell’universo; devi modestamente misurare con la tua
misura, secondo il tuo stato e le tue condizioni, lo stato e le condizioni dell’uomo
abitante della terra. Allora la terra è abbastanza grande e la vita un fatto
importante, e la notte immensa e profonda.

12 agosto

Come splende stupendo il sole, stasera, sulla banderuola a forma di gallo del
campanile!
Amo quell’animale bello e intelligente che gira sempre secondo il vento. È
per me un costante richiamo a quel gallo che, in una certa occasione, cantò tre
volte, e un simbolo geniale della Santa Chiesa che vive rinnegando il suo
maestro.
Il pastore della parrocchia passeggia lentamente su e giù per il cimitero nella
bella sera d’estate, appoggiandosi al braccio di un collega più giovane. La mia
finestra è aperta, ed è tutto così inquieto che qualche parola di ciò che stanno
dicendo arriva fin quassù. Parlano dell’imminente elezione alla carica di Primo
Pastore, e ho sentito il parroco fare il nome di Gregorius. Ha pronunciato questo
nome senza nessun entusiasmo e non proprio con una spiccata simpatia.
Gregorius appartiene a quella categoria di preti che hanno sempre avuto dalla
loro parte la comunità e, di conseguenza, i colleghi contro. Dal tono ho sentito
che il parroco ha fatto il suo nome senza dargli molta importanza e che non
riteneva avesse serie speranze.
Ed è anche il mio parere. Non credo che abbia delle speranze. Mi
sorprenderebbe molto se diventasse Primo Pastore…

Oggi è il 12 agosto; è partito per Porla il 4 o il 5 luglio e doveva rimanerci


sei settimane. Dunque, non passeranno molti giorni e l’avremo di nuovo qui,
vispo e sano dopo il suo soggiorno termale.

13 agosto

Come va fatto? È tanto che lo so. Il caso ha creato, quasi da sé, la soluzione
del problema: le mie pillole al cianuro, che una volta ho preparato senza pensare
ad altri che a me stesso, ora possono ovviamente essermi utili.
Una cosa è evidente: non è bene fargliele prendere a casa sua. Deve
succedere da me. Non sarà piacevole, ma non vedo altre vie d’uscita e voglio
porre fine a tutto questo. Se prende una pillola a casa sua su mia prescrizione e,
subito dopo, crepa, c’è da temere che la polizia stabilisca un legame fra questi
due fatti. Per giunta, colei che voglio salvare potrebbe venir facilmente
sospettata, immischiata e sporcata di fango per tutta la vita, forse condannata per
omicidio…
Naturalmente non deve accadere niente che possa insospettire la polizia.
Nessuno deve sapere che il prete ha preso una pillola: deve morire di una morte
assolutamente naturale, di infarto. Nemmeno lei si deve immaginare qualcosa di
diverso. Il fatto che lui muoia da me è certamente un po’ fatale per la mia
reputazione di medico e procurerà ai miei amici materiale per battute di bassa
lega, ma non importa.
Lui un giorno viene da me a parlare del suo cuore o di qualche altra
stupidaggine, e desidera venga constatato un miglioramento in seguito alle cure
termali. Nessuno può sentire di cosa parliamo: fra la stanza d’attesa e il mio
ambulatorio c’è un grande salone vuoto. Gli batto sul petto e ausculto; dichiaro
che è sorprendentemente migliorato ma che, a ogni modo, c’è una cosa che mi
rende un tantinello inquieto… Tiro fuori le mie pillole, spiego che è un nuovo
medicinale contro certe malattie cardiache (un nome posso anche inventarlo) e lo
consiglio di prenderne una subito. Lo invito a bere un bicchiere di Porto per
mandarla giù. Beve vino? Ma certo, l’ho sentito prendere a giustificazione le
nozze di Cana… Avrà un vinello buono. Il porto di Grönstedt. Me lo vedo già
davanti: dapprima centellina il vino un po’ a fior di labbra, poi mette la pillola
sulla lingua, vuota il bicchiere e la manda giù. Gli occhiali specchiano la finestra
e il ficus, celando il suo sguardo… Io mi volto dall’altra parte, vado alla finestra
e guardo fuori verso il cimitero; resto lì in piedi a tamburellare con le dita sul
vetro… Lui dice qualcosa, ad esempio che il vino era buono, ma si ferma a metà
della frase… odo un tonfo… lui giace disteso sul pavimento…
Ma, e se non vuole prendere la pillola? Oh, la prenderà come fosse una
ghiottoneria: ha un debole per le medicine… Ma se? Beh, allora non ci posso far
niente, sia quel che sia; non posso ammazzarlo con una scure!
… Lui è sdraiato sul pavimento. Raccolgo e metto via la scatola delle pillole,
la bottiglia di vino e il bicchiere. Suono per chiamare Kristin: il pastore sta male,
un improvviso svenimento, passerà subito… Gli tasto il polso, gli sento il cuore:
«È infarto, – dico alla fine – è morto».
Telefono a un collega. Già… a chi? Fammi pensare. Quello non va: scrisse
un trattato, sette anni fa, che io recensii un po’ scetticamente su una rivista
medica. Quello: troppo intelligente. Quello, o quello, o anche quello: sono in
viaggio. Lui, sì, lui andrà benissimo. O anche quello o, eventualmente,
quell’altro ancora.
Mi presento alla porta della sala d’attesa, pallido probabilmente al punto
giusto, e spiego a voce bassa e con perfetta padronanza di me che è accaduto un
fatto che mi costringe a interrompere le visite, per oggi.
Il collega arriva, io cerco di spiegare ciò che è successo: il pastore da tempo
soffriva gravemente di cuore. Lui mi esprime gentilmente tutta la sua
comprensione per la deprecabile sfortuna che il decesso sia avvenuto proprio su
da me, e prepara, su mia richiesta, l’attestato di morte… No, non darò del vino al
prete; se lo può rovesciare addosso, o dall’odore si può sentire che ha bevuto e
può diventare un pasticcio giustificarlo… si dovrà accontentare di un bicchier
d’acqua. Del resto sono del parere che il vino faccia male.
E se si arrivasse all’autopsia? Beh, allora me la posso prendere io, una
pillola. È un’illusione credere che ci si possa impegnare in un’impresa di questo
tipo senza alcun rischio: lo sapevo fin dall’inizio. Sono preparato al peggio.
In realtà, certo, la situazione esige che sia io stesso a richiedere l’autopsia.
Difficilmente si può supporre che lo faccia qualcun altro… già, del resto, non si
sa… Io dico al mio collega che ho intenzione di richiedere l’autopsia; lui
risponde, probabilmente, che è obiettivamente inutile, visto che la causa del
decesso è evidente, ma che può essere bene per un fatto di forma… Poi lascerò
cadere la domanda. Comunque ecco, in ogni caso, una lacuna nel mio piano. Ci
penserò un po’ più approfonditamente.
Del resto non si possono organizzare tutti i dettagli in anticipo; qualcosa
viene sempre cambiata dal caso: un po’ bisogna pure contare sulla propria
capacità di improvvisazione.
Un altro fatto… per tutti i diavoli! Che idiota che sono! Non ho soltanto da
pensare a me stesso. Ammettiamo che si arrivi all’autopsia, che io prenda una
pillola, sparisca attraverso il mio stesso trabocchetto e faccia compagnia a
Gregorius durante il viaggio al di là dello Stige: che spiegazione si troverà mai
allo strano delitto? La gente è così curiosa! E quando i morti si saranno portati
con sé i loro segreti non si cercherà, allora, la spiegazione da qualcuno che è
vivo… da lei? La trascineranno in tribunale, la interrogheranno, la
tormenteranno… Subito fiuteranno che lei ha un amante; che lei debba aver
desiderato la morte del prete e l’abbia attesa con ansia, si darà quasi per scontato.
Lei non avrà nemmeno voglia di negarlo. Mi si oscura la vista… E sarei io
quello che ti ha fatto questo, piccolo fiore di donna, il più soave di tutti!
Mi lambicco il cervello fino a farmi venire i capelli bianchi.
Ma forse… forse ho un’idea, però. Se vedo che si deve necessariamente
arrivare all’autopsia, posso far mostra, per tempo, di alcuni chiari segni di pazzia
prima di prendere la mia pillola. E, meglio ancora – l’una non esclude l’altra
buona idea –: scrivo un documento e lo metto ben in vista sulla scrivania, qui
nello studio dove morirò: un foglio di carta pieno di stupidaggini, indicanti
mania di persecuzione, fantasticherie religiose e così via: «Il prete mi ha
perseguitato per lunghi anni; mi ha avvelenato l’anima, perciò, io gli ho
avvelenato il corpo; ho agito per legittima difesa ecc.». Qualche versetto della
Bibbia ce lo si può sempre infilare, ce n’è sempre uno adatto. In questo modo
viene fatta luce sull’accaduto: l’assassino era pazzo – è una spiegazione
sufficiente, non si ha bisogno di trovarne un’altra, io riceverò cristiana sepoltura
e Kristin avrà la conferma di ciò che in silenzio ha sempre sospettato… beh, non
proprio sempre in silenzio. Mi ha detto centinaia di volte che sono matto. Lei
potrà confermarlo con la sua testimonianza, se sarà necessario.

14 agosto

Vorrei avere un amico con cui confidarmi. Un amico a cui chiedere


consiglio. Ma non ne ho, e se ne avessi uno… ci sono comunque dei limiti alle
pretese che si possono avere sui propri amici.
Certo, io sono sempre stato un po’ solo. Ho portato con me la mia solitudine
nel brulichio degli uomini, come la chiocciola la sua casa. Per alcuni la
solitudine non è una circostanza in cui si sono venuti a trovare, ma una loro
caratteristica. E per questo, probabilmente, quest’azione aumenterà la mia
solitudine, comunque vada a finire, bene o male… per me «il castigo» sarà in
ogni caso la prigione a vita in cella di isolamento.

17 agosto

Buffone! Nullità! Cretino!


Ah, a che cosa serve inveire? Niente si può contro i propri nervi e il proprio
stomaco!
L’orario di ambulatorio era terminato da un pezzo, l’ultimo paziente se n’era
andato da poco; io stavo alla finestra della sala e non pensavo a niente.
All’improvviso ho visto Gregorius attraversare il cimitero e venire dritto verso il
mio portone. Allora tutto si è fatto grigio e confuso ai miei occhi. Non lo
aspettavo, non sapevo fosse tornato. Ho sentito che mi venivano le vertigini, il
capogiro, la nausea: tutti i sintomi del mal di mare. Avevo in testa un solo
pensiero: Non ora, non ora! Un’altra volta, non ora! Lui è per le scale, è davanti
alla porta, cosa devo fare… Via, da Kristin: se qualcuno mi cerca dite che sono
uscito… Ho capito, dai suoi occhi spalancati e dalla sua bocca aperta, che
dovevo avere un aspetto strano. Mi sono precipitato di corsa in camera e ho
chiuso la porta a chiave. Appena in tempo a raggiungere il lavabo: dove ho
vomitato.

Dunque la mia paura aveva ragione? Non ne sono capace!


Perché era proprio ora che avrebbe dovuto accadere. Chi vuole agire deve
saper cogliere l’occasione. Nessuno sa se si ripresenterà. Io non ne sono capace!

21 agosto

Oggi l’ho vista e le ho parlato.


Stavo facendo due passi a Skeppsholmen, nel pomeriggio. Appena sono
giunto al di là del ponte ho incontrato Recke; veniva giù dall’altura dove sorge la
chiesa. Camminava lentamente guardando in terra, con il labbro inferiore che
sporgeva in fuori, facendo schizzar via dei sassolini col bastone, e non aveva
proprio l’aria di essere contento del mondo. Non credevo che mi avrebbe visto,
ma proprio quando ci siamo incrociati, ha alzato gli occhi e mi ha fatto un cenno
di saluto ostentatamente cordiale e allegro, con un fulmineo cambiamento di
tutta l’espressione del viso. Ho continuato per la mia strada, ma dopo qualche
passo mi sono fermato: lei sicuramente non è lontana da qui, ho pensato, forse è
ancora in cima al poggio. Avevano qualcosa da dirsi e hanno fissato un
appuntamento lassù: lì, raramente arriva qualcuno; e lei lo ha fatto scendere per
primo, per non essere vista insieme a lui. Mi sono seduto sulla panchina che gira
intorno al tronco del grande pioppo balsamifero e ho aspettato. Credo che quello
sia l’albero più grande di Stoccolma. Molte sere di primavera, sono stato seduto
sotto quest’albero, da bambino, assieme a mia madre. Mio padre non veniva
mai: non gli piaceva uscire a passeggiare insieme a noi.
… No, lei non arrivava. Credevo di vederla venire giù dall’altura; ma forse
era scesa per un’altra via, oppure non era mai stata là.
Sono salito lassù, comunque, per una via più lunga, passando davanti alla
chiesa: allora l’ho vista che sedeva, rannicchiata, su un gradino davanti al
portone della chiesa, china in avanti col mento sulla mano. Fissava il sole sul
punto di tramontare. Perciò non mi ha visto subito.
Già la prima volta che la vidi, mi colpì il fatto che era diversa da tutte le
altre. Non assomiglia né a una dama del bel mondo né a una signora del ceto
medio né a una donna del popolo. Semmai più a una di queste ultime,
specialmente ora, lì, in quella posizione, seduta sui gradini della chiesa con i
capelli biondi sciolti e liberi al sole; infatti si era tolta il cappello e l’aveva
posato accanto a sé. Ma una donna di un popolo primordiale o che non è mai
esistito, dove nessuna divisione in classi è ancora iniziata, e dove il «popolo»
non è ancora diventato proletariato. La figlia di una stirpe libera.
All’improvviso, ho visto che stava piangendo. Senza singhiozzi, solo con
lacrime. Piangeva come chi ha pianto tanto e quasi non si rende conto che sta
piangendo.
Volevo girarmi e andarmene, ma in quello stesso istante mi sono accorto che
mi aveva visto. L’ho salutata con una certa riservatezza e con l’intenzione di
proseguire. Ma lei si è alzata subito da quel gradino basso, con grazia e
leggerezza come se si alzasse da una sedia; mi è venuta incontro e mi ha teso la
mano. Si è asciugata in fretta le lacrime e si è messa il cappello, tirandosi la
veletta grigia sul viso.
Rimanemmo un attimo in silenzio.
«È bello quassù stasera» ho detto io alla fine.
«Sì, – ha aggiunto lei – è una bella sera. È stata una bella estate. Ora, presto,
sarà finita. Gli alberi ingialliscono già… Guardate, una rondine!».
Una rondine solitaria ci è passata davanti velocissima, tanto vicina che ho
sentito un soffio fresco sulle palpebre; ha fatto una curva repentina, che
all’occhio è apparsa un angolo acuto come una saetta, e si è dileguata nel blu.
«Il caldo è venuto presto, quest’anno – ha detto lei. – Di solito, in questi casi
si ha anche un autunno precoce».
«Come sta il pastore?» ho domandato.
«Oh, bene grazie – ha risposto. – È tornato da Porla due giorni fa».
«Ed è un po’ migliorato di salute?».
Ha voltato appena un po’ la testa dall’altra parte e ha socchiuso gli occhi al
sole.
«Non dal mio punto di vista» ha risposto a bassa voce.
Capivo. Era proprio come avevo pensato. Beh, non era nemmeno difficile da
indovinare…
Una vecchia stava spazzando le foglie appassite. Si stava avvicinando
sempre più a noi, così ci siamo allontanati lentamente spostandoci verso la cima.
Io camminavo pensando al prete. Prima lo avevo spaventato con la salute di sua
moglie, e questo era servito due settimane appena; allora gli avevo fatto paura
con la sua salute e con la pallida morte, e questo era servito per sei. Ed era
servito per un tempo così lungo solo perché era stato separato da lei. Comincio a
credere che Markel e i suoi cirenaici abbiano ragione: gente non si preoccupa
della felicità, cerca il piacere dei sensi. Cerca il piacere dei sensi anche contro il
proprio interesse, contro le proprie convinzioni e la propria fede, contro la
propria felicità… E la giovane donna che camminava al mio fianco, con la
schiena tanto diritta e altera, ma con la nuca e tutto il biondo intreccio di seta
chini sotto il peso delle sue preoccupazioni… aveva fatto esattamente lo stesso:
aveva cercato il piacere e non si era curata della felicità. E ora, per la prima
volta, mi ha colpito il fatto che era assolutamente la stessa identica condotta a
riempirmi di disgusto nel vecchio prete e di infinita tenerezza nella giovane
donna, sì, una specie di rispettosa venerazione, come in presenza della divinità.
Il sole ardeva più debolmente ora, attraverso lo spesso cerchio di vapore che
avvolgeva la città.
«Ditemi, signora Gregorius… permettete che vi domandi una cosa?».
«Sì, certamente».
«L’uomo che voi amate, non so assolutamente chi sia, cosa dice di questo, e
di tutta la faccenda? Cosa ha intenzione di fare? Come desidera che si mettano le
cose? Perché, certo, non può essere soddisfatto di come stanno ora…?».
È rimasta a lungo in silenzio. Io ho cominciato a pensare di averle fatto una
domanda stupida e che lei non volesse rispondermi.
«Lui vuole che fuggiamo insieme» ha detto finalmente.
Io sono rimasto di stucco.
«E può anche farlo? – ho chiesto io. – Intendo dire: è un uomo libero, agiato,
indipendente da impieghi o mestieri, un uomo, cioè, che può fare quel che
vuole?».
«No, altrimenti lo avremmo già fatto da molto tempo. Lui ha tutto il suo
avvenire qui. Ma vorrebbe aprirsi una nuova strada in un paese straniero,
lontano. Forse in America».
Dentro di me, non ho potuto fare a meno di sorridere. Klas Recke e
l’America! Ma sono raggelato quando ho pensato a lei. Ho pensato: esattamente
con quelle stesse qualità che qui gli servono per stare a galla, lui, laggiù, andrà a
fondo. E che ne sarà di lei, allora…
Ho domandato:
«E voi… voi lo volete?».
Ha scosso la testa. Aveva gli occhi pieni di lacrime.
«Ho voglia di morire» ha detto.
Il sole annegava, a poco a poco, nella nebbia grigia. Un vento gelido
sussurrava tra gli alberi.
«Non voglio rovinare la sua vita. Né diventare un peso per lui. Perché
dovrebbe partire? Lo farebbe solo per me. Lui ha tutta la sua vita qui, la sua
posizione, il suo futuro, gli amici, tutto».
Non ho saputo replicare niente, lei aveva fin troppo ragione. E pensavo a
Recke. Tutto il progetto mi pareva così strano da parte sua! Non mi sarei mai
aspettato una cosa simile da lui!
«E ditemi, signora Gregorius, posso essere vostro amico, voi mi considerate
tale, non è vero? Non vi dispiace che io parli con voi di queste cose?».
Lei mi ha sorriso fra le lacrime e la veletta – sì, sorrideva!
«Vi voglio molto bene – ha detto. – Avete fatto per me quel che nessun altro
avrebbe potuto o voluto fare. Potete parlare con me di tutto ciò che volete. Mi
piace tanto sentirvi parlare!».
«È tanto che lui… il vostro amico… è tanto che lui lo vuole: che partiate
insieme? È tanto che ve ne ha parlato?».
«Mai, prima di stasera. Ci siamo incontrati quassù, poco prima che voi
arrivaste. Non me ne hai mai parlato prima d’ora. Non credo quasi che ci abbia
nemmeno mai pensato, prima».
Ho cominciato a capire… Le ho chiesto:
«Allora dev’essere capitato qualcosa di speciale, proprio ora… visto che è
arrivato a pensarlo? Qualcosa di allarmante…?».
Lei ha chinato la testa:
«Forse».
La vecchia con la scopa stava di nuovo spazzando le sue foglie, proprio
addosso a noi, così siamo tornati lentamente verso la chiesa, in silenzio. Ci
siamo fermati presso la scalinata, dove prima ci eravamo incontrati. Era stanca:
si è seduta ancora sul gradino, appoggiando il mento alla mano, con lo sguardo
lontano, nel crepuscolo che diventava grigio.
Siamo rimasti a lungo in silenzio. Intorno a noi tutto taceva, ma sopra di noi
il vento sussurrava in tono più acuto di prima fra le fronde degli alberi, e non
c’era più alcun tepore nell’aria.
Un brivido l’ha scossa.
«Voglio morire – ha detto. – Morirei tanto volentieri. Sento che ho avuto la
mia parte per intero, ho avuto tutto quello che mi spetta. Non potrò mai essere
più felice di quanto lo sono stata in queste settimane. Raramente è trascorso un
giorno in cui non abbia pianto; però sono stata felice. Non mi pento di niente, ma
voglio morire. Eppure è tanto difficile! Penso che il suicidio sia una brutta cosa,
specialmente per una donna. Ho un tale orrore di ogni tipo di violenza sulla
natura. E nemmeno voglio procurargli un dolore!».
Io stavo zitto e la lasciavo parlare. Ha socchiuso gli occhi fino a renderli
sottilissimi.
«Sì, il suicidio è una brutta cosa. Ma vivere può essere ancora più brutto. È
tremendo che, molto spesso, si abbia soltanto la possibilità di scegliere fra il
peggio e il meno peggio. Poter morire!
Io non ho paura della morte. Nemmeno se credessi che dopo la morte ci
fosse qualcosa, ne avrei paura. Non ho fatto niente, né in bene né in male, che
avrei potuto fare diversamente; ho fatto quello che ho dovuto fare, nelle piccole
come nelle grandi cose. Vi ricordate che una volta vi parlai del mio amore di
gioventù e che mi pentivo di non essermi concessa a lui? Ora non me ne pento
più. Non mi pento di niente, nemmeno del mio matrimonio. Niente avrebbe
potuto andare diversamente da com’è andato.
Ma non credo che esista qualcosa dopo la morte. Da bambina mi
immaginavo sempre l’anima come un uccellino. In una Storia del mondo
illustrata, che mio padre possedeva, vidi che anche gli egizi la rappresentavano
come un uccello. Ma un uccello non vola più in alto del limite fino a cui si
estende l’aria, e l’aria non arriva lontano. Appartiene alla terra anch’esso. A
scuola avevamo un insegnante di scienze naturali che ci spiegava che niente, di
ciò che esiste sulla terra, può abbandonarla».
«Ho paura che si sbagliasse» sono intervenuto io.
«È probabile. Ma io abbandonai comunque la mia fede nell’uccellino e
l’anima divenne per me qualcosa di più vago. Alcuni anni fa leggevo tutto quel
che mi capitava fra le mani riguardo alla religione e cose simili: sia a favore che
contro. Questo mi ha aiutato a chiarirmi le idee su molte cose, ma non sono
ugualmente riuscita a sapere quel che volevo. Ci sono uomini chi scrivono in
maniera veramente eccellente e io credo che possano dimostrare qualunque cosa.
Sono sempre stata dell’opinione che avesse ragione chi scriveva meglio e con
più eleganza. Avevo una vera adorazione per Viktor Rydberg1. Ma sentivo e
comprendevo che, sulla vita e sulla morte, nessuno sapeva niente.
Ma – e nell’oscurità un colore caldo le è affluito alle guance – ma negli
ultimi tempi ho saputo di me stessa più cose che in tutta la mia vita. Ho imparato
a conoscere il mio corpo. Ho imparato a sentire e capire che il mio corpo sono
io. Non c’è gioia né dolore né vita che non sia vissuta attraverso di esso. Eppure,
il mio corpo sa che deve morire. Lo sente, come può sentirlo un animale. Perciò
ora so che, per me, non c’è niente oltre la morte».
Si era fatto buio. Il rumore della città ci arrivava più forte ora, nell’oscurità, e
i lampioni cominciavano ad accendersi laggiù, in file serpeggianti lungo
banchine e ponti.
«Sì, – ho detto – il vostro corpo sa che un giorno dovrà morire. Ma non vuole
morire; vuole vivere. Non vuole morire prima di essere consumato e appesantito
dagli anni. Corroso dalla sofferenza e bruciato dal desiderio. Solo allora, vorrà
morire. Voi credete di voler morire perché tutto vi sembra ora così difficile. In
realtà non lo volete: so che non potete volerlo. Lasciate che il tempo passi!
Prendete la vita come viene! Tutto può cambiare. Siete forte e sana: potete
diventare ancora più forte; voi appartenete a quel genere di persone che sa
crescere e rinnovarsi».
Un brivido ha percorso la sua figura. Si è alzata:
«È tardi, devo andare a casa. Non possiamo scendere da qui insieme: non
sarebbe bene che qualcuno ci vedesse. Prendete quella strada, e io passerò
dall’altra parte. Buona notte!».
Mi ha teso la mano. Io le ho detto:
«Vorrei tanto baciarvi sulla guancia. Posso?».
Si è alzata la veletta, porgendomi la guancia. Gliel’ho baciata.
Poi ha detto:
«Voglio baciarvi la fronte. È bella».
Il vento mi ha scompigliato le ciocche di capelli, che si vanno diradando,
quando mi sono scoperto la testa. Lei l’ha presa fra le sue mani calde e morbide
e mi ha baciato in fronte… solennemente, come fosse una cerimonia.

22 agosto

Che mattina! Una leggera sensazione d’autunno nell’aria trasparente come


vetro. E immobile.
Ho incontrato la signorina Mertens durante la mia cavalcata mattutina e,
passandole accanto in corsa, ho scambiato allegramente alcune parole con lei.
Mi piacciono i suoi occhi. Credo siano più profondi di quanto non si noti a prima
vista. E anche i capelli… Ma poi non c’è più granché sulla lista dei pregi. Beh,
sì, ha decisamente anche un buon carattere.
Ho cavalcato in giro per Djurgården e ho pensato tutto il tempo alla donna
che stava seduta sulla scalinata, lassù presso la chiesa, guardando il sole e
piangendo, e che desiderava morire. E davvero, se non arriva un aiuto, se non
accade nulla, se non succede quello a cui io penso, tutti i tentativi di consolarla
con le parole non saranno che chiacchiere ridicole; lo sentivo io stesso mentre le
parlavo. Avrà ragione allora, cento volte ragione a cercare la morte. Lei non può
partire né restare. Partire… con Klas Recke? Diventare per lui un peso e una
palla al piede? Approvo pienamente che non lo voglia. Si rovinerebbero
entrambi. Lui, qui, ha il vento in poppa – si dice –, con un piede nel suo
ministero e l’altro nel mondo dell’alta finanza; ho sentito gente che lo chiamava
un uomo del futuro, e se anche ha dei debiti, non va peggio a lui che a molti altri
«uomini del futuro», prima che si consolidi la loro posizione. Lui ha esattamente
quella giusta dose di talento che, di solito, aiuta l’uomo che la possiede a
sfondare – naturalmente nell’ambiente giusto: non è una forza della natura!
«Aprirsi una nuova strada»… no, non è la parte adatta a lui. E lei non può
neanche continuare la sua vecchia vita! Una prigioniera in terra nemica. Partorire
il suo bambino sotto il tetto che le è estraneo, essere costretta a fingere e a
mentirgli, e a vedere la sua ripugnante gioia di padre – forse annacquata da
sospetti che lui non oserà esprimere, ma che userà per avvelenarle ulteriormente
la vita… No, lei non può assolutamente andare avanti così; se tenta questa
strada, finirà in una catastrofe… Deve essere libera. Deve essere padrona di
disporre di sé stessa e di suo figlio. Allora tutto per lei si aggiusterà; solo allora
la vita le sembrerà possibile e bella da vivere. Ho giurato sulla mia anima: lei
sarà libera.
Ero terribilmente teso, poco fa, mentre facevo ambulatorio. Credevo che
sarebbe venuto oggi, mi pareva di sentirlo epidermicamente… Non è venuto, ma
va bene lo stesso; in qualunque momento venga, non mi troverà impreparato.
Quello che è accaduto giovedì scorso non si ripeterà.
Ora vado a cena fuori. Vorrei tanto incontrare Markel, così lo potrei invitare
all’Hasselbacken1. Ho voglia di chiacchierare, bere vino e vedere gente.
Kristin ha già preparato la cena e andrà su tutte le furie, ma non ha nessuna
importanza.

(Più tardi)
È finita; è fatto. L’ho fatto.
È successo in modo così strano… In che modo curioso il caso ha organizzato
tutto! Potrei essere quasi tentato di credere alla provvidenza.
Mi sento vuoto e leggero come un uovo svuotato. Poco fa, quando, entrando
dalla porta della sala, mi sono visto nello specchio, sono rimasto di stucco
dinanzi all’espressione del mio viso: qualcosa di veramente vuoto, di piatto,
qualcosa… non so cosa, che mi ha fatto pensare all’orologio senza lancette che
porto nel taschino. E mi sono dovuto chiedere: «Quello che hai fatto oggi era
dunque tutto il tuo contenuto, non c’è rimasto niente ora, là dentro?».
Sciocchezze. È una sensazione che passerà. Ho la testa un po’ stanca. Posso
anche averne il diritto.
Sono le sette e mezzo; il sole è tramontato da poco. Erano le quattro e un
quarto quando sono uscito. Tre ore, quindi… Tre ore e qualche minuto.
… Dunque, sono uscito per cenare; ho tagliato per il cimitero, poi sono
passato dal vicolo; mi sono fermato un attimo davanti alla vetrina
dell’orologiaio, ricevendo dall’uomo che stava là dentro un saluto sorridente e
gobbo che ho ricambiato. Ricordo di aver fatto questa considerazione: ogni volta
che vedo un gobbo, mi sento anch’io, per simpatia, un po’ gobbo. Probabilmente
un riflesso condizionato della compassione, appresa fin dall’infanzia, per la
disgrazia… Sono arrivato nella Drottninggatan; sono entrato nei magazzini
Avana e ho comperato un paio di buoni e robusti Uppman1. Ho girato l’angolo
della Fredsgatan e, arrivato in piazza Gustav Adolf, ho gettato uno sguardo
attraverso la vetrina di Rydberg2, pensando che forse Markel poteva essere là col
suo assenzio, come ha l’abitudine di fare; ma c’era solo Birck con un bicchiere
di limonata. È una lagna, lui! E non avevo nessuna voglia di pranzarci a
quattr’occhi!… Davanti alla sede del giornale ho comprato un «Aftonbladet» e
me lo sono infilato in tasca. «Forse c’è qualcosa di nuovo sull’affare Dreyfus»,
ho pensato… Ma ho camminato tutto il tempo chiedendomi come avrei potuto
rintracciare Markel. Telefonargli al giornale, non valeva la pena: non c’è mai a
quell’ora; e mentre pensavo così sono entrato da un tabaccaio e ho telefonato. Se
n’era andato da poco… In piazza Jakob ho visto da lontano il pastore Gregorius
venire verso di me. Mi ero già preparato a salutarlo, quando, di colpo, ho
scoperto che non era lui. E nemmeno v’era alcuna somiglianza degna di nota.
«Beh – ho pensato – allora vuol dire che lo incontrerò presto».
Poiché, secondo una credenza popolare comunemente diffusa che vagamente
ricordavo e che la mia esperienza ha confermato in qualche occasione, un errore
nel riconoscere una persona sarebbe una specie di presagio. Mi sono ricordato
perfino di aver letto, in una rivista pseudo-scientifica «per ricerche psichiche» la
storia di un uomo che, dopo un simile «presagio», svoltò di colpo in una strada
laterale per evitare un incontro spiacevole e arrivò dritto fra le braccia di quel
tale che voleva evitare… Ma a queste stupidaggini io non credevo e i miei
pensieri hanno continuato, sempre in silenzio, il loro tentativo di catturare
Markel. Mi è venuto in mente che, un paio di volte, a quell’ora del giorno,
l’avevo incontrato al chiosco delle bibite, in piazza; ci sono andato.
Naturalmente non c’era; comunque mi sono seduto su una panca, sotto i grandi
alberi vicino al muro del cimitero, per bere un bicchiere di acqua minerale e dare
un’occhiata al mio «Aftonbladet». L’avevo appena spiegato e avevo fissato lo
sguardo sul titolo in grassetto: L’affare Dreyfus – quando ho sentito nella ghiaia
pesanti passi scricchiolanti, ed ecco che il pastore Gregorius stava davanti a me.
«Oh, il dottore! Buongiorno! Permettete che mi sieda? Pensavo di bere un
bicchierino di acqua minerale prima di cena. Non può certo essere pericoloso per
il cuore?».
«Beh, l’acido carbonico non fa certo bene, – ho risposto io – ma un
bicchierino ogni tanto non può far gran danno. Come va, dopo il soggiorno alle
terme?».
«Molto bene. Credo che mi abbia fatto davvero bene. Dottore, vi ho cercato
alcuni giorni fa, credo fosse giovedì, ma sono arrivato troppo tardi. Eravate
uscito».
Ho risposto che, di norma, mi si può trovare anche una mezz’ora dopo la fine
dell’orario di ambulatorio, ma che quel giorno, purtroppo, ero stato costretto a
uscire un po’ prima del solito. L’ho pregato di venire l’indomani. Lui non sapeva
se avrebbe avuto tempo, ma avrebbe fatto del suo meglio per venire.
«È bello a Porla» ha detto.
(È molto brutto a Porla. Ma Gregorius è abituato, in quanto abitante di città,
a trovar sempre bella «la campagna», qualsiasi aspetto essa abbia. Inoltre aveva
pagato e voleva assolutamente che i suoi soldi fossero stati investiti bene. Per
questo l’aveva trova bella.)
«Sì, – ho risposto io – è abbastanza bello a Porla. Sebbene meno bello che
nella maggior parte degli altri posti».
«Ronneby è forse più bella, – ha ammesso – ma è un viaggio così lungo e
costoso!».
Una ragazzotta ha servito l’acqua in due piccole bottiglie da un quarto.
Improvvisamente ho avuto un’ispirazione. Visto che deve a ogni modo
accadere – perché non qui? Perché non ora? Mi sono guardato intorno. Giusto in
quel momento non c’era nessuno vicino a noi. Lontano, a un tavolo, sedevano tre
anziani signori, uno dei quali era un vecchio capitano di cavalleria in pensione
che conoscevo; ma parlavano fra loro ad alta voce, raccontandosi storie e
ridendo, e non potevano sentire ciò che dicevamo noi, né vedere quel che
facevamo. Una bambina piccola e sporca, coi piedi nudi, si è avvicinata a noi
senza far rumore e ci ha offerto dei fiori; noi abbiamo scosso la testa e lei è
sparita, in silenzio com’era venuta. Dinanzi a noi si stendeva il piano ghiaioso
del piazzale, quasi vuoto nel tardo pomeriggio. Ogni tanto un passante,
dall’angolo della chiesa, tagliava giù verso il viale. Un tiepido sole di tarda
estate indorava la vecchia facciata gialla del Teatro Drammatico in mezzo ai
tigli. Sul marciapiede, il direttore stava parlando col regista. La distanza li
riduceva a delle miniature, il cui gioco di linee solo un occhio che li conosceva
da prima era in grado di afferrare e interpretare. Il regista era riconoscibile dal
suo fez rosso, che nel sole diventava una minuscola scintilla, il direttore da quei
delicati movimenti delle mani che sembravano dire: «Beh, per carità, ogni cosa
ha due facce». Ero convinto che stava dicendo qualcosa di simile; ho visto la
leggera alzata di spalle e mi è sembrato di udire il tono della voce. E io ho
applicato quelle parole a me e ai fatti miei. Sì, ogni cosa ha due facce. Ma non si
può mai stare con gli occhi bene aperti su tutt’e due, se ne deve pur scegliere una
alla fine! E io avevo fatto molto tempo prima la mia scelta.
Ho tirato fuori dal taschino del panciotto quella cassa da orologio con le
pillole; ho preso una pillola tra il pollice e l’indice, mi sono voltato un po’ di lato
e ho finto di ingerirla. Poi, ho bevuto un sorso dal mio bicchier d’acqua, come
per mandarla giù. Il pastore si è subito interessato:
«Prendete delle medicine, dottore, o mi sbaglio?» ha detto.
«Sì, – ho risposto io, – abbiamo dei cuori malandati un po’ tutti. Neanche il
mio è come dovrebbe essere. Dipende dal fatto che fumo troppo. Se soltanto
potessi smettere di fumare, non avrei bisogno di questa robaccia. Questo è un
farmaco abbastanza nuovo: ho visto che è molto raccomandato dalle riviste
mediche tedesche, ma volevo provarlo su me stesso, prima di prescriverlo ai
miei clienti. Ora è più di un mese che lo prendo e l’ho trovato eccellente. Si
prende una pillola un po’ prima di cena; impedisce “la febbre da stomaco pieno”,
quell’agitazione e quelle palpitazioni subito dopo i pasti. Permettete?».
Gli ho offerto la scatola col coperchio aperto e rigirato all’indietro, così non
poteva vedere che era un quadrante d’orologio; questo avrebbe potuto dare adito
a domande e ciance inutili.
«Vi ringrazio» mi ha detto.
«Ve le posso prescrivere con una ricetta, domani» ho aggiunto.
Ha preso una pillola senza ulteriori domande e l’ha inghiottita con un sorso
d’acqua. Mi è sembrato che il cuore mi si fermasse. Fissavo dritto davanti a me.
La piazza era vuota e arida come un deserto. Un poliziotto dall’aspetto
imponente è passato lento davanti a noi, si è fermato, ha fatto schizzar via con le
dita un granellino di polvere dal suo lungo cappotto ben spazzolato e ha
continuato la sua ronda. Il sole splendeva sempre tiepido e giallo sul muro del
Teatro Drammatico. Il direttore, ora, stava facendo un gesto che usava
raramente, il gesto degli ebrei con le palme all’insù, il gesto dell’uomo d’affari
che significa: volto il palmo verso l’esterno, non nascondo niente, metto le carte
in tavola. E il fez rosso ha annuito due volte.
«Questo chiosco è vecchio – ha detto il pastore. – È probabilmente il più
vecchio di Stoccolma».
«Sì, – ho risposto senza girare la testa, – è vecchio».
La chiesa di San Giacomo ha suonato le quattro e tre quarti. Ho tirato fuori
meccanicamente il mio orologio per vedere se andava bene, ma la mia mano era
impacciata e tremava tanto che l’orologio è caduto a terra, e il vetro si è rotto.
Mentre mi chinavo a raccoglierlo, ho visto che c’era una pillola per terra: era
quella che poco prima avevo finto di prendere. L’ho schiacciata col piede. In
quel momento ho udito cadere, sul vassoio, il bicchiere d’acqua del pastore. Non
volevo guardare in quella direzione, ma ho visto il suo braccio cadere
pesantemente e la testa chinarglisi sul petto e quegli occhi sbarrati senza vita.

È ridicolo: questa è la terza volta, da quando sono rientrato, che mi alzo per
assicurarmi che la porta sia ben chiusa. Che ho da temere? Niente. Nemmeno la
più piccola cosa. Ho fatto tutto con grazia e delicatezza, checché se ne possa dire
per il resto. Anche il caso mi ha aiutato. E stata una fortuna aver visto la pillola
in terra e averla calpestata. Se non mi fosse caduto l’orologio, probabilmente non
l’avrei vista. È stata davvero una fortuna che mi sia caduto l’orologio…
Il prete è morto d’infarto, l’ho scritto io stesso sull’attestato di morte.
Camminando si era accaldato e gli era venuto l’affanno nell’opprimente calura
estiva, così ha bevuto un grosso bicchier d’acqua minerale con troppa foga e
senza farla svanire. Ho dato questa spiegazione all’imponente poliziotto che si
era voltato ed era tornato indietro, alla piccola cameriera spaventata e ad alcuni
curiosi che si erano raccolti sul posto. Io avevo consigliato al pastore di lasciar
svanire un po’ l’acqua prima di berla; ma lui aveva sete e non mi aveva voluto
prestare ascolto.
«Sì, – ha detto il poliziotto – ho appunto visto con quanta foga e con che sete
quell’anziano signore beveva la sua acqua, mentre passavo poco fa, e ho
pensato: “Questo non gli fa certo bene…”». Fra i passanti che si sono fermati
c’era un giovane prete che conosceva il morto. Si è incaricato di avvertire col
massimo tatto la signora Gregorius.
Io non ho niente da temere. Allora perché controllo continuamente la porta?
Perché ho sempre la sensazione che l’immensa pressione atmosferica fatta dalle
opinioni degli altri, dei vivi, dei morti, e di quelli ancora non nati, sia compatta
là fuori e minacci di sfondare la porta, di schiacciarmi, di polverizzarmi… Perciò
controllo la serratura.

… Quando, finalmente, sono riuscito a venir via di lì, sono salito su un tram,
il primo che è passato. Mi ha portato lontano, fuori, a Kungsholmen. Ho
proseguito a piedi, giù fino a Tranebergsbro. Abbiamo abitato là un’estate,
quando avevo quattro o cinque anni. Là ho pescato il mio primo piccolo pesce
persico con uno spillo incurvato. Mi ricordavo esattamente il punto dove mi ero
appostato. Anche oggi sono stato lì a lungo a respirare quel ben noto odore di
acqua stagnante e di catrame asciugato dal sole. Ora come allora, guizzanti
pesciolini fuggivano qua e là nell’acqua. Mi è venuto in mente come li avevo
guardati pieno di avidità, quella volta, e come avevo ardentemente desiderato di
poterli acchiappare. E quando finalmente mi era riuscito e un pesciolino persico
piccolo piccolo, lungo appena tre pollici, aveva preso a dibattersi dall’amo,
averlo urlato come un pazzo dalla gioia ed ero corso dritto a casa dalla mamma,
col pesciolino che sussultava e tremava nella mia mano serrata a pugno… Io
volevo che lo mangiassimo a cena, ma la mamma lo dette al gatto. E fu anche
divertente. Vederlo giocare col pesce e poi sentire le lische scricchiolare sotto i
suoi denti da predatore…
Sulla via del ritorno, sono entrato al Piperska Muren1 per cenare. Non
credevo di incontrare dei conoscenti, invece c’erano due medici che mi hanno
fatto cenno di sedermi con loro. Ho bevuto solo un bicchiere di birra e me ne
sono andato.

Dove posso mettere questi fogli? Finora avevo l’abitudine di metterli nel
cassetto segreto della scrivania: ma non va bene. Un occhio appena un po’
esperto vede subito che in un mobile antico come questo ci deve essere un
cassetto segreto, e facilmente lo scopre. Se, nonostante tutto, accadesse qualcosa,
qualcosa che non è stato possibile prevedere, e a qualcuno venisse l’idea di fare
una perquisizione qui, questi fogli si troverebbero subito. Ma allora cosa devo
fare? Ecco: ho una gran quantità di scatole a forma di libro sulla libreria, scatole
piene di appunti scientifici e altre vecchie carte, disposte con cura con le
etichette sui dorsi. Li posso infilare fra gli appunti di ginecologia. E li posso
inserire tra le pagine di diario più vecchie; anche in passato ho tenuto un diario:
mai per un arco di tempo abbastanza lungo né con regolarità, ma soltanto a
periodi… Del resto, per ora, probabilmente non ha importanza. Ho sempre il
tempo di bruciarle, se ce ne fosse bisogno.

È fatto, sono libero. Ora voglio scrollarmi tutto questo di dosso, ora voglio
pensare ad altro.
Già… a che cosa?
Sono stanco e vuoto. Mi sento completamente vuoto. Come una bolla che io
abbia punto.
Ho fame, ecco tutto. Kristin dovrà riscaldarmi la cena e portarmela.

23 agosto

Ha piovuto e tirato vento tutta la notte. La prima bufera d’autunno. Ero


sveglio e ho sentito due rami che stridevano l’uno contro l’altro sul grande
castagno davanti alla finestra. Ricordo di essermi alzato e di essere andato a
sedermi vicino alla finestra: ho visto brandelli di nuvole che si rincorrevano. Il
riflesso dei lampioni a gas gettava su di essi un bagliore fiammeggiante di un
color rosso mattone sporco. Mi sembrava che la guglia del campanile si piegasse
nella bufera. Le nuvole assumevano varie forme: si sono trasformate in una
caccia selvaggia di sporchi diavoli rossi che suonavano il corno, fischiavano e
urlavano strappandosi l’un altro gli stracci dai corpi e compiendo ogni sorta di
oscenità. E mentre stavo seduto lì, sono scoppiato improvvisamente a ridere:
ridevo della bufera. Mi è successo come a quell’ebreo, quando cadde un fulmine
proprio mentre stava mangiando una cotoletta di maiale: credette che fosse per
quel pezzo di carne. Io pensavo a me e ai fatti miei, così ho creduto che il
temporale pensasse alla stessa cosa. Alla fine mi sono addormentato sulla sedia.
Un brivido di freddo mi ha svegliato, sono andato a letto ma non ho più preso
sonno. E così, finalmente, un altro giorno è arrivato.

È mattina ora: tutto è grigio e quieto; ma piove e piove. Ho un terribile


raffreddore e ho già inzuppato tre fazzoletti.
Quando ho aperto il giornale, bevendo il mio primo caffè mattutino, ho letto
che il pastore Gregorius era morto. Così all’improvviso, di infarto… al chiosco
delle bibite nel Kungsträdgården… Uno dei nostri medici più noti, che per caso
si trovava in sua compagnia, ha potuto soltanto constatarne la morte… Il defunto
era uno dei predicatori più ammirati e più ascoltati della capitale… Una
personalità simpatica e un cuore grande… cinquantotto anni… rimpianto dalla
moglie, nata Waller, e dall’anziana madre.
Ahimè, tutti dobbiamo percorrere questa strada! E lui aveva da tempo il
cuore malato.
Così, dunque, aveva una vecchia madre… Questo non lo sapevo. Deve
essere spaventosamente vecchia.

… C’è proprio qualcosa di tetro e spiacevole in questa stanza, specialmente


in giorni di pioggia come questo. Tutto qui è antico, scuro e un po’ tarlato. Ma io
non mi trovo bene con i mobili nuovi. In ogni caso, credo che dovrò procurarmi
delle tendine nuove per la finestra; queste sono troppo scure e pesanti e non
fanno entrare la luce. Una è anche un po’ bruciata in un angolo, da quella notte
della scorsa estate in cui la fiamma del lume ebbe un guizzo ed essa prese fuoco.
«Quella notte della scorsa estate»… Fammi pensare; quanto tempo può
essere passato… due settimane. E a me sembra che sia passata un’eternità da
allora!
Chi poteva immaginare che avesse una madre ancora in vita…

Quanti anni avrebbe ora mia madre, se fosse ancora viva? Oh, non poi così
tanti. Appena sessant’anni.
Avrebbe i capelli bianchi. Forse farebbe un po’ di fatica a camminare in
salita o a salire le scale. Gli occhi azzurri, che erano più chiari di quelli di tutti
gli altri, adesso sarebbero ancora più chiari per l’età e sorriderebbero con bontà
sotto i capelli bianchi. Si rallegrerebbe di come mi sono andate le cose, ma tanto
più si addolorerebbe per mio fratello Ernst che è in Australia e non scrive mai.
Da Ernst non ebbe che dispiaceri e preoccupazioni. Perciò era il suo preferito…
Ma chissà, forse lui sarebbe cambiato se lei avesse potuto vivere più a lungo.
Morì troppo presto, mia madre.
Ma è un bene che sia morta.

(Più tardi)
Poco fa, quando sono rientrato, al tramonto, mi sono fermato come impietrito
sulla soglia della sala. Sul tavolo davanti allo specchio, c’era un mazzo di fiori
scuri in un vaso di vetro. Era il crepuscolo. Riempivano la stanza del loro
profumo intenso.
Eran rose. Rose rosse, scure. Un paio erano quasi nere.
Io sono rimasto immobile al centro della grande stanza silenziosa e
crepuscolare, e quasi non avevo il coraggio di muovermi e nemmeno di
respirare. Mi sembrava di essere in un sogno. I fiori vicini allo specchio… erano
proprio i fiori cupi del mio sogno!
Per un attimo ho avuto paura. Ho pensato: «Questa è un’allucinazione,
comincio a cadere a pezzi, si va verso la fine». Non osavo avvicinarmi a
prendere i fiori in mano per paura di afferrare aria vuota. Sono entrato nel mio
studio. Sulla scrivania c’era una lettera. L’ho aperta con dita tremanti al pensiero
che potesse avere una qualche relazione con i fiori, ma era un invito a pranzo.
L’ho letto e ho scritto, su un biglietto da visita, una parola in risposta: «Vengo».
Poi sono ritornato in sala: i fiori c’erano ancora. Ho suonato a Kristin; volevo
chiederle chi aveva portato i fiori. Ma nessuno ha risposto al mio scampanellare:
Kristin era uscita. Non c’era nessuno nell’appartamento, oltre a me.
La mia vita comincia a confondersi con i miei sogni. Non riesco più a tener
separati vita e sogno. Conosco questo fenomeno, ho letto grossi libri su
quest’argomento: è l’inizio della fine. Ma, una volta o l’altra, la fine deve pur
venire, e io non temo niente. La mia vita diventa sempre più sogno. E, forse, non
è mai stata nient’altro. Forse ho sognato tutto il tempo, ho sognato che sono un
medico, che mi chiamo Glas, e che c’era un prete che si chiamava Gregorius. E
io, in qualsiasi momento, posso svegliarmi spazzino, o vescovo, o scolaro, o
cane… che ne so…
Oh, sciocchezze! Quando sogni e presagi cominciano ad avverarsi, e non è
questione né di serve, né di vecchiette, ma di individui di uno stadio
d’organizzazione più evoluto, allora la psichiatria dice che questo è il segno di
un inizio di disorganizzazione mentale. Ma come si spiega? Si spiega così: che,
nella maggior parte dei casi, non si sono mai sognate le cose che «si avverano»;
ci sembra di aver sognato, oppure di aver vissuto fin nei minimi dettagli, la
stessa cosa un’altra volta, precedentemente. Ma il mio sogno dei fiori scuri, io
l’ho annotato! E i fiori stessi non sono un’allucinazione: stanno lì, profumano e
sono vivi, e qualcuno è venuto a portarli qui!
Ma chi? C’è solo una persona a cui potrei pensare. Dunque, lei avrebbe
capito? Capito, approvato e mandato questi fiori come un segno di
ringraziamento? È follia! È impossibile! Una cosa del genere non succede, non
può succedere. Ci sono dei limiti a quel che una donna deve capire! Se è così,
allora non ci capisco più niente, allora non voglio più stare al gioco!
Però sono dei bei fiori. Devo metterli sulla mia scrivania? No. Che stiano
dove sono! Non voglio toccarli. Ne ho paura. Ho paura!

24 agosto

Il mio raffreddore è diventato addirittura una lieve influenza. Ho chiuso la


porta ai miei pazienti per non contagiarli, e non esco. Ho mandato un biglietto di
scuse per non poter accettare l’invito dei Rubin. Non riesco a far niente,
nemmeno a leggere. Poco fa ho fatto un solitario con un vecchio mazzo di carte
che ho ereditato da mio padre. Credo ci sia una dozzina di vecchi mazzi di carte
nel cassetto dell’incantevole tavolo da gioco di mogano, un mobile che da solo
potrebbe portarmi alla rovina, se provassi il minimo piacere nel gioco. Il piano è
rivestito di panno verde, quando lo si apre, e ha agli angoli delle cavità ovali per
le fiches, e gli intarsi più raffinati.
Sì, molto altro non mi ha lasciato in eredità, il mio buon padre!
Pioggia, sempre pioggia… E non piove acqua, ma fango! L’atmosfera non è
più grigia, è marrone. E quando la pioggia, di tanto in tanto, diminuisce un po’,
l’aria si schiarisce diventando giallastra.
Sulle carte del solitario, sul mio tavolo, giacciono i petali di una rosa
sfogliata. Non so perché mi sono messo a sfogliarle i petali. Forse perché mi è
venuto in mente di come, una volta, noi bambini avevamo l’abitudine di pestare i
petali di rosa in un mortaio e di arrotolarli in palline dure che infilavamo con lo
spago e regalavamo alla mamma, come collane per il suo compleanno. Avevano
un odore così buono, quelle palline! Ma dopo qualche giorno appassivano come
uvetta e venivano gettate via.
Le rose… già, ecco un’altra bella storia. La prima cosa che ho visto quando
sono entrato in sala stamattina è stato un biglietto da visita, che era sulla consolle
dello specchio, vicino al vaso con i fiori: Eva Mertens. Ancora in questo istante
non capisco come abbia fatto a non vederlo ieri. E come, nel più remoto angolo
dell’inferno, può essere saltato in mente a quella dolce e buona fanciulla di
mandare dei fiori a me, indegno peccatore? La ragione più profonda posso
certamente, sforzando la mia perspicacia e vincendo la mia modestia,
indovinarla; ma il motivo? Il pretesto? Per quanto mi possa lambiccare il
cervello non riesco ad arrivare a una spiegazione diversa da questa: lei ha letto o
ha sentito parlare di come, per caso, io mi sia trovato presente al doloroso
decesso; lei presume che io sia rimasto profondamente scosso, e per questo ha
voluto mandarmi questa dimostrazione della sua simpatia. Ha agito subito,
d’impulso, come le è congeniale. C’è un cuore generoso in quella ragazza…
E se mi lasciassi amare da lei? Sono così solo! L’inverno scorso avevo un
gatto striato di grigio, ma è fuggito con la primavera. Ma lo ricordo ora, mentre
il bagliore del primo fuoco d’autunno danza sul tappeto fiammeggiante di rosso:
proprio lì, davanti alla stufa, aveva l’abitudine di stare sdraiato a fare le fusa. Mi
sforzavo invano di conquistare il suo affetto. Lui leccava il mio latte e si
riscaldava al mio fuoco, ma il suo cuore rimaneva freddo. Che ne è stato di te,
Murre? Avevi delle brutte inclinazioni. Ho paura che tu sia caduto in basso, se
ancora vai errando su questa terra. Stanotte ho sentito un gatto urlare nel
cimitero, e mi è sembrato proprio di riconoscere la tua voce.

Chi ha detto: «La vita è breve, ma le ore sono lunghe»? Avrebbe dovuto
essere un matematico come Pascal, ma fu probabilmente Fénelon. Peccato che
non sia stato io.

Perché avevo sete di un’azione? Forse, più che altro, per porre rimedio alla
noia. «L’ennui commun à toute créature bien née», secondo la regina Margherita
di Navarra. Ma è passato tanto tempo da quando era privilegio di «creature di
nobile lignaggio». A giudicare da me stesso e da altri che conosco, si direbbe che
con il progressivo incivilimento e benessere si stia diffondendo anche tra la
plebe.
L’azione mi è arrivata come una strana grossa nuvola: ha scaricato un
fulmine ed è passata. E la noia è rimasta.
Ma è anche un maledetto tempo da influenze. In giorni come questi mi
sembra che un odore di vecchi cadaveri si alzi dal cimitero e penetri attraverso
pareti e finestre. La pioggia gocciola sul davanzale. È come se gocciolasse sul
mio cervello per scavarci un buco. C’è qualcosa che non va nel mio cervello.
Non so se funziona troppo bene o troppo male, a ogni modo non è come
dovrebbe essere. In cambio, almeno, so di avere il cuore al posto giusto.
Gocce… gocce… gocce. Perché quei due alberi, presso la tomba di Bellman,
sono così spogli e miseri? Credo siano malati. Forse intossicati dai gas. Lui
dovrebbe dormire sotto grandi alberi mormoranti, il vecchio Karl Mikael.
Dormire, già… potremo dormire? Veramente? Chi potrebbe saperlo… Mi
vengono in mente due versi di una famosa poesia:
L’ombre d’un vieux poète erre dans la gouttière
avec la triste voix d’un fantôme frileux.

«L’ombra di un vecchio poeta erra nella grondaia con la triste voce di un


fantasma intirizzito». È una fortuna per Baudelaire aver potuto evitare di sentire
come suona in svedese. Tutto sommato, la nostra è una dannata lingua. Le parole
si pestano i piedi a vicenda e si azzuffano in un rigagnolo. E tutto diventa così
nudo e crudo. Niente mezzitoni, né sottili allusioni e morbidi passaggi. Una
lingua che sembra creata apposta a uso dell’inestirpabile abitudine della
plebaglia di sputare la verità a destra e a sinistra.
Fa sempre più buio: l’oscurità di dicembre già in agosto. I neri petali di rosa
si sono già sgualciti. Ma le carte sul mio tavolo risplendono di colori sfolgoranti
e ridenti in mezzo a tutto questo grigio, come per ricordare che una volta furono
inventate per dissipare la malinconia di un principe malato e pazzo. Ma sono
terrorizzato al solo pensiero della fatica di riunirle, di rigirare quelle rovesciate e
mischiarle per un nuovo solitario; posso soltanto guardarle e ascoltare come «il
fante di cuori e la donna di picche sussurrano sinistramente del loro amore
defunto» come dice lo stesso sonetto.
Le beau valet de cœur et la dame de pique
causent sinistrement de leurs amours défunts.1

Potrebbe venirmi voglia di andar su in quella vecchia e sporca stamberga, là


di fronte, a bere birra scura con le ragazze. Fumare una pipa acida, fare una
partita con la padrona e darle buoni consigli per i suoi reumatismi. È stata qui la
settimana scorsa a lamentarsi dei suoi dolori, grassa e florida. Portava una
massiccia spilla d’oro sotto il doppio mento e ha pagato in contanti, con un
biglietto da cinque corone. Sarebbe lusingata se contraccambiassi la visita.
Hanno suonato alla porta. Ora Kristin va ad aprire… Chi può essere? Ho
avvertito che oggi non ricevo… Un investigatore… che finge di essere malato, si
presenta in veste di paziente… Entra pure, amico mio, mi occuperò io di te…
Kristin ha aperto un pochino la porta e mi ha gettato sul tavolo una lettera dai
bordi neri. L’invito ad assistere alla cerimonia funebre…

La mia azione, già… «Se il signore vuole questa storia in versi epici, costa
otto scellini…»2.

25 agosto

Ho visto in sogno personaggi della mia gioventù. Ho visto quella che, tanto
tempo fa, baciai in una notte di mezza estate, quando ero giovane e non avevo
ucciso nessuno. Ho visto anche altre giovani ragazze che facevano parte, a quel
tempo, della nostra cerchia: una che si preparava alla prima comunione l’anno in
cui io divenni studente universitario, e che voleva sempre parlare con me di
religione; un’altra, che era più grande di me e stava volentieri a sussurrare in mia
compagnia, al crepuscolo, dietro una siepe di gelsomini nel nostro giardino. E
un’altra che mi sfotteva, ma che si arrabbiò e andò su tutte le furie, scoppiando
poi in un pianto convulso, quando, una volta, fui io a sfotterla… Si muovevano
pallide in un pallido crepuscolo, i loro occhi erano spalancati e impauriti, e si
sono fatte dei cenni l’un l’altra quando mi sono avvicinato. Volevo parlare con
loro, ma si sono voltate dall’altra parte e non mi hanno risposto. Nel sogno ho
pensato: è del tutto naturale, non mi riconoscono, tanto sono cambiato! Ma al
tempo stesso ho capito che mi ingannavo e che loro mi avevano riconosciuto
molto bene.
Quando mi sono svegliato, sono scoppiato a piangere.

28 agosto

Oggi ha avuto luogo la cerimonia funebre, nella chiesa di San Giacomo.


Ci sono andato: volevo vederla. Volevo vedere se riuscivo a catturare una
scintilla dalle stelle dei suoi occhi, attraverso la veletta. Ma lei stava
profondamente china sotto il velo nero, e non ha sollevato le palpebre.
L’officiante ha esordito con le parole del Siracide: «Dalla mattina alla sera
molte cose possono mutare, e il Signore può cambiare tutto in un attimo». Passa
per uno attaccato alle cose terrene. Ed è vero che ho visto spesso il suo lucido
cranio risplendere nelle platee dei teatri, e le sue mani bianche applaudire
discretamente. È però un illustre oratore spirituale, ed egli stesso era chiaramente
preso dalle antiche parole che, per lunghissime generazioni, sono state
pronunciate in occasione di morti improvvise e di tombe scavate frettolosamente
e che, in modo tanto sconvolgente, esprimono il terrore degli esseri umani sotto
la mano sconosciuta che getta la sua ombra sul loro mondo e misteriosamente
manda loro il giorno, la notte, la vita e la morte. «A noi non sono date
l’immutabilità e l’eternità – ha detto il prete – non ci sarebbe utile né possibile, e
neanche sopportabile. La legge della trasformazione non è solo la legge della
morte: è, prima di tutto, la legge della vita. E nondimeno, ogni volta, restiamo
ugualmente sorpresi e un brivido di paura ci afferra di fronte alla trasformazione,
quando la vediamo compiersi così all’improvviso e in modo tanto diverso da
come ce l’eravamo aspettata… Non dovrebbe essere così, fratelli! Dovremmo
pensare: il Signore sapeva che il frutto era maturo, anche se a noi così non
sembrava, e l’ha fatto cadere nella sua mano»… Ho sentito che gli occhi mi si
inumidivano e ho nascosto la mia commozione nel cappello. In quel momento
ho quasi dimenticato quel che sapevo sul motivo per cui il frutto era maturato e
caduto così in fretta… O meglio: sentivo che in fondo, a questo proposito, non
sapevo niente più di qualsiasi altro. Sapevo appena qualcosina sui motivi e le
circostanze più immediate, ma dietro di essi la lunga catena delle cause si
perdeva nelle tenebre. La mia «azione» mi sembrava un anello di una catena,
l’onda di un movimento; una catena e un movimento che avevano avuto origine
assai prima del mio pensiero, molto prima del giorno in cui mio padre, per la
prima volta, aveva guardato mia madre con desiderio. Io sentivo la legge della
necessità: l’avvertivo in modo puramente fisico, come un brivido che mi
arrivava fino al midollo. Non mi sentivo in colpa. Non ci sono colpe. Il brivido
che ho avvertito era lo stesso che, talvolta, mi può venire provocato da una
musica grandiosa e imponente o da pensieri solitari e luminosi.
Non ero più stato in chiesa da tantissimi anni. Mi ricordavo che, da ragazzo,
verso i quattordici-quindici anni, ero stato seduto su quelle stesse panche
stringendo i denti, fuori di me per la collera contro quel grasso furfante travestito
all’altare; e fra me e me avevo calcolato che quel ciarlatano sarebbe durato altri
venti, trent’anni al massimo. Una volta, durante una predica lunga e noiosa, presi
la decisione di farmi prete anch’io. Mi sembrava che i preti che avevo visto e
udito fossero degli inetti nel loro lavoro, e che io avrei potuto fare tutto molto
meglio di loro. Sarei salito in alto, io, sarei diventato vescovo, arcivescovo! E
quando fossi diventato arcivescovo… allora sì, che si sarebbero potute ascoltare
prediche divertenti! Allora sì che sarebbe accorsa gente nella cattedrale di
Uppsala! Ma prima ancora che il prete facesse in tempo a dire «amen», la mia
storia era già finita: a scuola avevo un caro amico con cui parlavo di tutto; ero
innamorato di una ragazza; e poi, avevo mia madre. Per diventare vescovo avrei
dovuto mentire e fingere anche con loro, ed era impossibile: qualcuno con cui
poter essere sincero lo si deve pur avere!… Dio mio, quel tempo, il tempo
dell’innocenza… È curioso immaginare sé stessi nel passato, in un’atmosfera e
in un ordine di idee di anni trascorsi ormai da tanto. In questo modo si avverte lo
scorrere del tempo, la legge della trasformazione, come ha detto il prete
(espressione che, del resto, ha preso da qualche dramma di Ibsen)1. È come
vedere una vecchia fotografia di sé stessi. E pensavo ancora: «Quanto tempo mi
resta per errare alla cieca in questo mondo di misteri, di sogni e fenomeni
indecifrabili? Forse vent’anni, forse più… Chi sarò io, fra vent’anni…? Se a
sedici anni, con una magia, avessi potuto vedere la mia vita così com’è ora, cosa
avrei provato?… Chi sarò io fra vent’anni, fra dieci? Dunque, cosa penso della
mia vita di oggi? In questi giorni ho vagato in attesa delle Erinni. Non sono
venute. Non credo ce ne siano. Ma chissà… Forse non hanno affatto fretta. Forse
ritengono di avere tempo in abbondanza. Chissà cosa faranno di me, con gli
anni… chi sarò fra dieci anni?».
Così i miei pensieri svolazzavano come farfalle variopinte, mentre la
cerimonia volgeva verso la fine. Le porte della chiesa si sono aperte; la gente si è
accalcata all’uscita nel frastuono delle campane; sotto il portico la bara
ondeggiava e beccheggiava come una nave, e un fresco vento autunnale mi
sferzava il viso. Fuori il cielo era striato di grigio e il sole pallido e debole. Mi
sono sentito io stesso un po’ grigiastro, debole e pallido, come si diventa stando
a lungo pigiati in chiesa, soprattutto quando c’è un funerale o una comunione.
Sono andato ai bagni pubblici della Malmtorgsgatan a fare una sauna finlandese.
Non appena mi sono spogliato e sono entrato nella sauna, ho udito una voce
a me ben nota:
«Qui c’è caldo e si sta bene, come in una piccola succursale dell’inferno.
Stina! Un’insaponata fra tre minuti!».
Era Markel. Era appollaiato su una tavola proprio sotto il soffitto, e
nascondeva parzialmente le sue ossa scarnite dietro un «Aftonbladet» nuovo.
«Non mi guardare, – ha detto quando mi ha visto – i preti e i giornalisti non
devono esser visti nudi dice il predicatore».
Mi sono arrotolato un asciugamano bagnato intorno alla testa e mi sono
sdraiato su una panca.
«A proposito di preti, – ha continuato lui – il pastore Gregorius è stato
sepolto oggi? Sei stato in chiesa, forse?».
«Sì, vengo proprio di lì».
«Quando è arrivato l’avviso del decesso, ero di servizio al giornale. L’uomo
che è venuto con la notizia aveva imbastito una storia sensazionale,
mescolandovi il tuo nome. Mi pareva inutile. So che a te la pubblicità non
interessa. Così l’ho rifatta di sana pianta, abbreviandola drasticamente. Come
sai, il nostro giornale rappresenta l’opinione illuminata e non fa tanto rumore per
un prete cui viene un colpo. Ma qualche bella parola la si doveva pur dire! E
questo m’ha sempre dato un po’ fastidio… “Simpatico” è venuto da sé, ma non
bastava. Così mi è venuto in mente che lui, molto probabilmente, aveva un cuore
grosso, o qualcosa del genere, visto che è morto di un colpo, e così ho avuto
pronta la qualità: una personalità simpatica e dal cuore grande».
«Caro amico, – gli ho detto – tu hai un bel compito nella vita!».
«Sì, e tu non devi riderne! – ha risposto lui. – Ti dirò una cosa: ci sono tre
categorie di uomini – pensatori, giornalisti e bestie. In realtà annovero, in
segreto, fra i giornalisti la maggior parte di quelli che sono chiamati pensatori e
poeti; e la maggior parte dei giornalisti fa parte delle bestie. Ma questo è un altro
discorso! Il compito dei pensatori è quello di trovare la verità. Ma c’è un segreto
nella verità che, stranamente, è assai poco noto, anche se, io credo, dovrebbe
essere evidente. È questo: che la verità è come il sole, il suo valore per noi
dipende esclusivamente dalla giusta distanza. Se ai pensatori fosse permesso di
fare come vogliono loro, dirigerebbero il nostro globo dritto nel sole e ci
ridurrebbero in cenere. Non c’è da stupirsi se la loro attività, ogni tanto, rende le
bestie così inquiete da gridare: “Spegnete il sole! Spegnete il sole! Per tutti i
diavoli, spegnetelo!”. Noi giornalisti abbiamo il compito di salvaguardare la
giusta e salutare distanza dalla verità. Un giornalista veramente in gamba – non
ce ne sono molti! – capisce col pensatore e sente con le bestie. È compito nostro
proteggere i pensatori dal furore delle bestie, e le bestie dalle dosi troppo forti di
verità. Ma ammetto volentieri che quest’ultimo compito è quello più facile e
quello che meglio assolviamo quotidianamente; e ammetto anche che, a questo
fine, un aiuto prezioso ci giunge da un gran numero di falsi pensatori e di bestie
abbastanza sensate…».
«Caro Markel, – gli ho risposto – tu dici parole sagge, e malgrado io abbia
un vago sospetto che tu non mi annoveri né fra i pensatori né fra i giornalisti,
bensì nella terza categoria, sarebbe per me un vero piacere cenare con te. Quel
giorno sfortunato in cui poi incontrai il prete, al chiosco delle bibite ero corso in
cercai di te dappertutto proprio con questa intenzione. Puoi prenderti una
vacanza oggi? Così ce ne andiamo all’Hasselbacken…?».
«Eccellente idea! – ha risposto Markel. – Un’idea che da sola ti pone tra i
ranghi dei pensatori. Ci sono pensatori che hanno la finezza di nascondersi fra le
bestie. È il tipo più raffinato di tutti e io ti ho sempre annoverato tra questi. A
che ora? Bene, alle sei: è perfetto».
Sono tornato a casa per liberarmi dei pantaloni neri e del foulard bianco. A
casa mi aspettava una piacevole sorpresa: il mio nuovo vestito grigio scuro, che
avevo ordinato la settimana scorsa, era pronto ed era arrivato. C’era anche un
panciotto blu a pallini bianchi. È difficile trovare un completo più adatto per una
cena all’Hasselbacken, in una bella giornata di tarda estate. Ma ero un po’
preoccupato per come sarebbe comparso Markel. Perché lui è del tutto
imprevedibile da questo punto di vista: un giorno può esser travestito da
diplomatico e il giorno dopo da accattone. Lui conosce tutti ed è abituato a
muoversi in pubblico come se fosse a casa sua. La mia preoccupazione non
dipendeva né dalla vanità, né dalla paura della gente: io sono conosciuto, ho la
mia posizione e posso pranzare all’Hasselbacken con uno spazzino, se ciò mi
diverte e per quanto riguarda Markel mi sento sempre onorato dalla sua
compagnia, senza pensare ai suoi vestiti. Ma ferisce il mio senso estetico vedere
un vestito trascurato a un tavolo apparecchiato finemente, in un ristorante
elegante. Ha la capacità di togliermi metà del piacere. Esistono dei pezzi grossi
che amano sottolineare la loro importanza girando vestiti da straccivendoli:
questo è indecente!
Avevo dato appuntamento a Markel all’orologio di Tornberg. Mi sentivo
libero e leggero, ringiovanito e rinnovato: come guarito da una malattia. L’aria
fresca dell’autunno mi sembrava insaporita dal profumo degli anni della
gioventù. Forse dipendeva dalla sigaretta che stavo fumando. Avevo rintracciato
una marca di sigarette che, in passato, mi piacevano moltissimo, ma che non
fumavo più da tanti anni… Ho trovato Markel di umore frizzante, con un foulard
che sembrava una pelle di serpente verde e squamosa, agghindato così di tutto
punto che il re Salomone, in tutta la sua magnificenza, sarebbe stato di gran
lunga meno chic di lui. Siamo saliti su una carrozza, il vetturino ha salutato con
la frusta, l’ha fatta schioccare per incitare sé stesso e il cavallo ed è partito.
Avevo pregato Markel di prenotare per telefono un tavolo per noi, vicino al
parapetto della veranda: in quel locale, infatti, lui è più influente di me. Abbiamo
ingannato il tempo con acquavite, un paio di sardine e alcune olive salate mentre
ci facevamo il menu: potage à la chasseur, filetti di sogliola, quaglie, frutta.
Chablis; Mumm extra secco; Manzanilla.
«Non sei venuto poi dai Rubin, giovedì scorso? – ha chiesto Markel. – La
padrona ha sentito molto la tua mancanza. Dice che hai un modo così simpatico
di star zitto!».
«Avevo il raffreddore. Mi è stato proprio impossibile. Sono rimasto in casa a
fare solitari tutta la mattina e all’ora di pranzo sono andato a letto. Che gente
c’era?».
«Un vero serraglio! C’era anche Birck. È riuscito a liberarsi dal suo verme
solitario. Rubin ha raccontato com’è andata: un po’ di tempo fa, Birck ha preso
la solenne decisione di mandare al diavolo il suo ministero per dedicarsi
esclusivamente alla letteratura. E quando il verme solitario ha avuto sentore della
faccenda, anche quella saggia bestia ha preso le sue decisioni e si è recata
altrove».
«Allora, pensa sul serio di attuare il suo proposito? Intendo Birck?».
«No. Si accontenta del risultato già raggiunto, e resterà alla dogana. E adesso
vuol far credere che si trattava solo di uno stratagemma…».
Mi è sembrato di veder spuntare a un tavolo, in lontananza, la faccia di Klas
Recke. Era davvero lui. Era in partie carrée con un altro signore e due dame.
Non conoscevo nessuno di loro.
«Chi sono quelli laggiù, seduti con Recke?» ho chiesto a Markel.
Lui si è voltato, ma non riusciva a vedere né Recke né la sua compagnia. Il
mormorìo intorno a noi faceva a gara con l’orchestra che aveva intonato la
marcia Boulanger. Markel si è rabbuiato. È un appassionato sostenitore di
Dreyfus, e ha visto in questo numero musicale una dimostrazione anti-Dreyfus,
organizzata da qualche brigata di tenenti.
«Klas Recke? – ha proseguito. – Non lo vedo. Ma è sicuramente in giro a
burlarsi dei suoi futuri parenti. Arriverà presto in porto, penso. Una ragazza
piena di soldi ha messo gli occhi, fra l’altro molto belli, su di lui. Ma, a proposito
di occhi belli, al pranzo dai Rubin avevo come vicina di tavolo una certa
signorina Mertens. Una fanciulla simpatica, addirittura incantevole. Non ve
l’avevo mai incontrata, precedentemente. Non ricordo come è successo, ma per
caso mi è capitato di fare il tuo nome, e appena lei si è resa conto che tu e io
eravamo buoni amici, non ha fatto che parlare di te, tutto il tempo, e mi ha
chiesto tante cose a cui non sapevo rispondere… Poi, improvvisamente, si è
zittita di colpo ed è arrossita fino alla radice dei capelli. Non riesco a trovare
altra spiegazione, se non che sia innamorata di te».
«Tu sei un po’ troppo affrettato nelle tue conclusioni!» ho obiettato.
Ma pensavo a quel che aveva detto di Recke. Non sapevo cosa dovevo
credere: Markel dice tante cose che poi non sono vere! Lui ha questa debolezza.
E io non volevo far domande. Ma lui parlava, senza un attimo di tregua, della
signorina Mertens, e parlava con tale fervore che mi sono sentito autorizzato a
dire per scherzo:
«Sei tu a essere evidentemente innamorato di lei, ti si vede la fiamma
attraverso il panciotto! Prenditela, caro Markel, io non sarò un rivale pericoloso!
Mi puoi soppiantare facilmente!».
Lui ha scosso la testa. Era serio e pallido.
«Io sono fuori gioco» ha risposto.
Io non ho detto niente, ed è caduto il silenzio. Il cameriere ha servito lo
champagne con la solennità di un sacerdote in un tempio. La musica ha attaccato
il preludio del Lohengrin. Le nuvole del giorno ormai finito si erano allontanate
e si erano stratificate in strisce rosee all’orizzonte; ma in alto lo spazio si era
fatto più azzurro, fino a diventare di un blu profondo e infinito, blu come quella
meravigliosa musica blu. Io l’ascoltavo e dimenticavo me stesso. I pensieri degli
ultimi tempi, le elucubrazioni e l’azione che ne è risultata, mi sembravano
scorrere lontano lontano, nel blu, come qualcosa di già svanito e già irreale,
qualcosa di separato e di staccato che mai più mi avrebbe fatto preoccupare.
Sentivo che mai più sarei arrivato a volere o a poter fare una cosa simile. Allora
era stato un errore? Eppure avevo agito come meglio avevo creduto. Aveva
soppesato ed esaminato la questione, i suoi pro e contro. Ero andato fino in
fondo alla faccenda. Era stato un errore? Non aveva importanza. Proprio in quel
momento l’orchestra ha attaccato il misterioso tema: «Non devi far domande!».
E in quella mistica serie di note e in quelle quattro parole mi è sembrato di
leggere l’improvvisa rivelazione di un’antichissima e occulta sapienza. «Non
devi far domande!». Non toccare il fondo delle cose: perché allora sei tu che
tocchi il fondo! Non cercare la verità: non la troverai e perderai te stesso. «Non
devi far domande!». La quantità di verità che ti serve, ti viene regalata: è
mescolata all’illusione e alla menzogna, ma è così per il tuo bene: pura, ti
brucerebbe le viscere. Non cercare di ripulire la tua anima dalla menzogna: sarà
seguita da tante altre cose cui non avevi pensato, e tu perderesti te stesso e ciò
che ti è caro. «Non devi far domande!».
«Quando si vuole ottenere dal Parlamento una sovvenzione per l’Opera, – ha
detto Markel– si deve infilare loro in testa che la musica ha un “potere
nobilitante”. Ho scritto anch’io qualche sciocchezza simile, in un articolo di
fondo l’anno scorso. Del resto è una specie di verità, benché sia espressa in una
versione comprensibile ai nostri legislatori. In lingua originale sarebbe: la
musica stimola e fortifica; accresce e dà conferme. Conferma il pio nel suo
candore, il guerriero nel suo coraggio, il dissoluto nei suoi vizi. Il vescovo
Ambrogio proibì i passaggi cromatici nella musica sacra perché, secondo la sua
esperienza personale, risvegliavano fantasie impudiche. Nel 1730 ci fu un
pastore ad Halle, che vide nella musica di Händel una chiara conferma della
Confessione di Augusta. Io ho il libro. E un buon wagneriano costruisce
un’intera concezione della vita su un motivo del Parsifal».
Eravamo al caffè. Ho offerto a Markel il mio astuccio dei sigari. Ne ha preso
uno e l’ha osservato attentamente.
«Questo sigaro ha un’aria seria – ha detto. – È decisamente a posto. Invece io
ero inquieto per la questione dei sigari. Come medico sai bene che i buoni sigari
sono anche i più dannosi. Perciò ero in ansia, temendo che tu mi dessi una
dannata schifezza».
«Caro amico, – ho risposto – dal punto di vista della salute, tutto questo
pranzo è un insulto al buon senso. E per quanto concerne il sigaro, quello
appartiene alla corrente esoterica nell’industria del tabacco. Si rivolge agli
eletti».
La gente intorno a noi era diminuita; le luci elettriche si accesero e fuori
cominciava a far notte.
«Ah sì, – ha detto Markel – all’improvviso, ora vedo Recke! Lo vedo nello
specchio. Ed è giustappunto in compagnia della signora che supponevo. Gli altri
che sono con lui non li conosco».
«Bene, e lei chi è?».
«La signorina Lewinson, figlia dell’agente di borsa che morì l’anno scorso…
Possiederà un mezzo milione».
«E tu credi che lui pensi di sposarsi per denaro…?».
«Per carità, no di certo! Klas Recke è un uomo perbene! Puoi star tranquillo
che si preoccuperà, prima, di innamorarsi appassionatamente di lei, e poi si
sposerà per amore. E lo farà così bene che i soldi saranno per lui quasi una
sorpresa!».
«La conosci?».
«L’ho incontrata un paio di volte. È molto bella. Ha solo l’osso nasale un po’
troppo affilato, come l’intelligenza, del resto. Una giovane signora che, con
incorruttibile equità pronuncia sentenze su Spencer e Nietzsche, e dice: “In
questo e quell’altro punto ha ragione l’uno; ma a questo proposito è l’altro che
ha colto nel segno”, mi desta una certa inquietudine, ma non del tipo giusto…
Cos’è che stavi dicendo?».
Io non avevo detto niente. Ero assorto nei miei pensieri, e le mie labbra,
forse, si erano mosse mentre pensavo: forse, senza accorgermene, avevo
mormorato qualcosa fra me e me… Me la vedevo davanti: quella che è sempre
nella mia mente. La vedevo andare su e giù per una strada deserta, al crepuscolo,
aspettando qualcuno che non veniva. E ho mormorato: «Cara, questo è affar tuo.
Questo devi superarlo da sola. In questo, non ti posso aiutare, e anche se potessi
non vorrei. Devi essere forte». E poi ho pensato: «È bene che tu ora sia libera e
padrona di te stessa. Così supererai questa prova più facilmente».
«No, Glas, così non va bene, – ha detto Markel preoccupato. – Per quanto
tempo pensi che staremo seduti qui senza un goccio di whisky?».
Ho suonato al cameriere e ho ordinato del whisky e un paio di coperte perché
cominciava a far freddo. Recke ha lasciato la sua compagnia ed è passato davanti
al nostro tavolo senza vederci. Non vedeva niente. Aveva l’andatura diritta
dell’uomo che ha preso tenacemente di mira un traguardo. Una sedia gli
intralciava un po’ il cammino, lui non l’ha vista e l’ha urtata, rovesciandola.
Intorno a noi si era fatto il vuoto. L’autunno sussurrava tra gli alberi. Il
crepuscolo si faceva grigio e uniforme. Drappeggiati nelle nostre coperte come
in rossi mantelli, siamo rimasti a lungo seduti a parlare, sia di faccende terra
terra, che di argomenti elevati; e Markel ha detto cose troppo vere per poter
essere fissate su un pezzo di carta e che ho dimenticato.

27 agosto

Ancora un giorno che se n’è andato, è di nuovo notte e io sono seduto


accanto alla finestra.
Tu che sei sola, cara!
Lo sai già? Soffri? Fissi la notte con occhi insonni? Ti giri nel letto in preda
all’angoscia?
Piangi? Oppure non hai più lacrime?
Ma forse lui la ingannerà fino all’ultimo. È pieno di riguardi. Terrà conto del
fatto che lei è in lutto per la morte del marito. Non le avrà fatto capire niente. Lei
dorme su due guanciali e non sa nulla.

Cara, devi essere forte quando sopraggiungerà. Devi superare questa prova.
Vedrai che la vita ha ancora molto da darti.
Devi essere forte.

4 settembre

I giorni vanno e vengono, e ognuno è uguale agli altri.


E l’immoralità è ancora in voga, posso notare. Oggi, tanto per cambiare, è
venuto un uomo a chiedermi di togliere dagli impicci la sua fidanzata. Ha parlato
di vecchi ricordi e del rettore Snuffe nel Ladugårdslandet.
Sono stato inflessibile. Gli ho recitato il mio «giuramento di Ippocrate». Gli
ha fatto impressione al punto che mi ha offerto duecento corone in contanti e una
cambiale della stessa somma, oltre a un’incrollabile amicizia per tutta la vita. Era
quasi commovente: aveva l’aspetto di uno che vive in ristrettezze.
L’ho messo alla porta.

7 settembre

Dalle tenebre alle tenebre.


Vita, non ti capisco. Talvolta ho una specie di vertigine spirituale che
sussurra, ammonisce e bisbiglia che mi sono smarrito. L’ho provata, appunto,
poco fa. Allora ho tirato fuori il protocollo del mio processo: i fogli di diario su
cui ho sottoposto a interrogatorio entrambe le voci della mia coscienza: quella
che voleva e quella che non voleva. Li ho letti e riletti: non sono riuscito a
stabilire nient’altro se non che la voce a cui ho, alla fine, obbedito era quella con
il giusto timbro, mentre l’altra era vuota. Forse era la più saggia, ma se l’avessi
ascoltata avrei perso l’ultima briciola di stima di me stesso.
E tuttavia… tuttavia…
Ho cominciato a sognare il prete. Era da prevedersi; ed è appunto questo che
mi sorprende. Avevo pensato che a me non sarebbe capitato, proprio perché
l’avevo previsto.

Capisco che al re Erode non piacessero i profeti che andavano in giro a


resuscitare i morti. Per il resto li teneva in gran considerazione, ma questo ramo
della loro attività lo disapprovava…

Vita, non ti capisco. Non dico, però, che sia colpa tua. Ritengo più probabile
che io sia un cattivo figlio, piuttosto che tu una madre indegna.
E infine ho avuto quasi una specie di intuizione: forse non si deve capire la
vita. Tutta questa storia di spiegare e di capire, tutta questa caccia alla verità è
forse una strada sbagliata.
Noi benediciamo il sole, perché viviamo esattamente alla distanza
necessaria. Alcuni milioni di miglia più vicino o più lontano e verremmo
inceneriti oppure geleremmo. E se fosse così anche per la verità?
L’antico mito finlandese dice: «Colui che vede il volto di Dio, deve morire».
Ed Edipo. Sciolse l’enigma della Sfinge e divenne il più misero tra gli
uomini.
Non risolvete indovinelli! Non fate domande! Non pensate! Il pensiero è un
acido che corrode. All’inizio pensi che distrugga soltanto quel che è marcio e
malato e che deve essere tolto. Ma il pensiero non la pensa così: distrugge alla
cieca. Comincia con la preda che tu gli getti più volentieri e con più gioia: ma
non credere che possa saziarlo! Non smetterà fin quando non avrà rosicchiato
l’ultima cosa che ti è cara.
Forse non avrei dovuto pensare tanto; avrei piuttosto dovuto continuare i
miei studi. «Le scienze sono utili perché impediscono agli uomini di pensare». È
uno scienziato che l’ha detto. Forse avrei anche dovuto vivere la mia vita, come
si usa dire, oppure «sfarfallare», come si usa anche dire. Avrei dovuto sciare,
giocare a calcio e vivere sano e allegro con donne e amici. Avrei dovuto
sposarmi e mettere al mondo dei bambini: mi sarei dovuto creare dei doveri.
Sarebbe stato per me un sostegno e un freno. Forse è stato anche stupido non
buttarsi nella politica e non presentarsi ai comizi elettorali. Anche la patria esige
qualcosa da noi. Beh, forse sono ancora in tempo…

Primo comandamento: non devi capire troppo.


Ma colui che capisce quel comandamento, ha… già capito troppo.
Sto delirando: è un circolo chiuso per me.
Dalle tenebre alle tenebre.

9 settembre
9 settembre

Non la vedo mai.


Spesso faccio due passi per Skeppsholmen, solo perché è stato là che ho
parlato con lei l’ultima volta. Stasera sono stato sull’altura, vicino alla chiesa, e
ho visto tramontare il sole. Mi ha colpito la bellezza di Stoccolma. Non ci ho
mai pensato molto, prima. È scritto ogni giorno sui giornali che Stoccolma è
bella, ed è per questo che non ci si fa caso.

20 settembre

Alla cena della signora P., oggi, si parlava dell’imminente fidanzamento di


Recke, come di un fatto ormai risaputo.
… Divento sempre più insopportabile, in compagnia. Mi dimentico di
rispondere quando mi si rivolge la parola. Spesso non sento. Mi chiedo se il mio
udito non cominci a indebolirsi…
E poi quelle maschere! Vanno tutti quanti in giro con la maschera. Per
giunta, è il loro merito più grande. Non li vorrei vedere, senza. Sì, nemmeno io
vorrei mostrarmi senza! Non a loro!
A chi, allora?
Me ne sono andato il prima possibile. Camminavo e avevo freddo mentre
tornavo a casa; le notti fredde sono arrivate tutto d’un colpo. Credo che sarà un
inverno freddo.
Camminavo pensando a lei. Mi veniva in mente la prima volta che era venuta
da me, a chiedermi aiuto. Come si era improvvisamente confidata, svelando il
suo segreto senza che ce ne fosse affatto bisogno! Come le bruciavano le guance,
quella volta! Ricordo che dissi: «Queste son cose da tener segrete!». E lei: «Io
volevo dirle. Volevo che voi sapeste chi sono io». E se io andassi da lei con la
mia angoscia, come lei venne da me? Andare da lei e dirle: «Non ce la faccio più
a essere il solo a sapere chi sono io, a portare una maschera, sempre, con tutti! A
una persona devo svelarmi; una persona deve sapere chi sono…».
Ah, diventeremmo soltanto pazzi, tutti e due!

Ho girovagato qua e là. Sono arrivato alla casa dove vive lei. C’era luce a
una delle due finestre. La tenda non era abbassata, non ce n’era bisogno: ci sono
grandi terreni senza case, con depositi di legna ed edifici del genere, sulla strada,
dall’altra parte; nessuno può vedere dentro. Nemmeno io ho visto niente:
nessuna figura scura, nessun braccio o mano che si muovesse, solo la luce gialla
della lampada sulla tendina di mussola. Ho pensato: Cosa farà, adesso? In cosa
sarà occupata? Sta leggendo un libro oppure sta pensando, la testa fra le mani, o
si pettina con cura i capelli per la notte… Oh, se fossi là, se potessi essere là da
lei… Essere là, sdraiato, a guardarla e ad aspettare, mentre si pettina i capelli
davanti allo specchio e, lentamente, si spoglia… Ma non come un inizio, una
prima volta, ma come un momento dei tanti di una buona abitudine che dura da
tempo. «Tutto quel che ha un inizio, ha anche una fine». Questo non avrebbe
dovuto avere né inizio né fine.
Non so quanto tempo sono rimasto là, immobile come una statua. Un cielo di
nuvole simili a onde, debolmente illuminato dal chiaro di luna, si muoveva
lentamente sopra di me come un paesaggio remoto. Avevo freddo. La strada era
deserta. Ho visto una passeggiatrice notturna farsi avanti dal buio e avvicinarsi.
Mi aveva quasi superato quando si è fermata, si è voltata e mi ha guardato con
occhi affamati. Io ho scosso la testa: allora se n’è andata scomparendo nel buio.
Improvvisamente ho sentito il rumore di una chiave nella serratura del
portone: si è aperto, e una figura scura è scivolata fuori… Era davvero lei… che
esce nel cuore della notte, e senza avere spento la sua lampada…? Cos’è questo?
Credevo che il cuore mi si fermasse. Volevo vedere dove andava. L’ho seguita
lentamente.
È arrivata solo fino alla buca delle lettere all’angolo; vi ha lasciato cadere
una lettera e, subito, si è affrettata a rientrare. Ho visto il suo viso sotto un
lampione: era pallido come un lenzuolo.
Non so se mi ha visto.

Non sarà mai mia; mai. Mai ho fatto arrossire le sue guance, e non sono stato
io a renderle bianche come il gesso, ora. E non attraverserà mai la strada,
correndo con l’angoscia nel cuore, di notte, con una lettera per me.
A me la vita è scorsa via tra le mani!

7 ottobre

L’autunno imperversa sui miei alberi. Il castagno, fuori della finestra, è già
nudo e nero. Le nuvole viaggiano in pesanti banchi sopra i tetti e io non vedo
mai il sole.
Mi sono fatto le tende nuove nello studio: tutte bianche. Quando mi sono
svegliato, stamattina, lì per lì, ho creduto che avesse nevicato: c’era esattamente
la stessa luce, nella stanza, di quando cade la prima neve. Mi sembrava di sentire
l’odore della neve appena caduta.
E presto verrà, la neve. La si sente nell’aria.
Sarà la benvenuta. Che venga! Che cada pure.

1 Piccola isola del centro di Stoccolma.


2
Dal Vangelo secondo Marco (14,36).
3 Uno degli stretti vicoli della città vecchia (Gamla stan).
4 Viale lungomare, vicino al castello reale.
5 Una delle isole su cui sorge Stoccolma.
1 Quartiere della zona centrale di Stoccolma.
1 Parte dello Strömmen, davanti al teatro dell’Opera di Stoccolma. È detto Strömmen il tratto d’acqua in cui

le acque dolci del lago Mälaren si congiungono con quelle salate del mar Baltico.
2
Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, uomo politico russo (1739-1791). Divenuto il favorito della zarina
Caterina II, governò per anni la Russia meridionale. Una volta, durante una visita della sua imperatrice alla
regione governata da lui, fece disporre lungo il percorso della sovrana, delle quinte dipinte raffiguranti
scene di prosperità e benessere, per nascondere la reale miseria di quei luoghi.
1 Parco della residenza reale che sorge a Solna, nella periferia a nord di Stoccolma.
2 Edificio costruito a forma di tenda romana.
1 Proverbio svedese.
1 La moglie di Martin Lutero [Hj. S., 1921].
1 Cappello che gli studenti svedesi portano dopo aver conseguito la licenza di maturità liceale.
2 Palo ornato di fiori e ghirlande che viene innalzato in Svezia in occasione della festa di mezza estate, la
notte di San Giovanni.
1 Giornale quotidiano di Stoccolma che rappresentava l’opinione liberale.
1 Giardino sull’isoletta di Helgeandsholmen, davanti al palazzo reale.
2 Quartiere del centro di Stoccolma.
1 Verso la fine degli anni ’90 sorse un dibattito sulla stampa circa la dannosità per la salute della Santa
Comunione. Furono avanzate da vari preti le proposte che il pastore Gregorius descrive (in Idun, se ben
ricordo) [Hj. S., 1921].
1 Uomo politico francese (Parigi, 1841 - ivi, 1899). Morì improvvisamente di aneurisma cerebrale il 16
febbraio 1899, durante il suo quarto anno di incarico a presidente della repubblica.
2 Località termali della Svezia meridionale.
3 Famoso ristorante, nella zona nord di Stoccolma.
4 L’autore si riferisce all’usanza svedese di servire, dopo la celebrazione di un funerale, cibi e bevande a
coloro che vi hanno preso parte.
5 Grande lago della Svezia meridionale.
6 Regione della Svezia meridionale.
1 Famosi parchi di Stoccolma.
2 Famosi ristoranti di Stoccolma.
1 Famoso ristorante vicino al parco di Haga, a Stoccolma.
1 Karl Mikael Bellman (1740-1795). Poeta svedese che espresse il suo carattere allegro e spensierato nella

sua gioiosa poesia e, soprattutto, nei suoi canti in onore del vino, divenuti subito popolarissimi.
1 L’informazione sembra strana e io non ricordo più dove l’ho letta. L’idea della carriola (combinazione di
leva e ruota) dovrebbe risalire a una data ben più antica [Hj. S., 1921].
2 Enciclopedia le cui due prime edizioni furono curate dal tedesco Friedrich Arnold Brockhaus (1772-
1823). L’iniziativa si inseriva nel clima di rinascita nazionale della Germania nella prima metà dell’800.
1 Ospedale psichiatrico.
1 Una delle strade principali del centro di Stoccolma.
1 Colui che ha fatto voto di «nazireato», che si astiene da qualcosa: nel caso di Sansone, il voto consisteva
nel non farsi mai recidere la chioma.
2 Françoise de Maintenon, marchesa d’Aubigné. Gentildonna francese (1635-1719), segretamente sposata a

Luigi XIV, re di Francia. Con la sua religiosità impresse nella brillante e frivola corte francese un’austerità
inconsueta. Si disse che aveva ispirato al re la revoca dell’Editto di Nantes, ma pare che in realtà non vi
avesse nessuna parte.
1
Per Hallström: poeta e scrittore svedese (Stoccolma, 1866 – ivi, 1960). Autore di numerose raccolte di
poesie, racconti, romanzi e opere teatrali.
2 La novella è Göken [Il cuculo], appartenente alla raccolta Thanatos, pubblicata nel 1900.
1 Gioco di parole intraducibile in italiano che si basa sulla somiglianza, in svedese, fra la parola lyktan
(lampada) e la parola lyckan (felicità). Per Hallström, nella sua novella, racconta come, da bambino,
sostituisse per sbaglio alla parola «felicità», la parola «lampada», dicendo: «La lampada viene, la lampada
va, colui che Dio ama la lampada ha».
2 Il palazzo fu demolito nel 1898.
3 Il lago sulle cui rive sorge Stoccolma.
1 Riferimento a Also sprach Zarathustra (Così parlò Zarathustra, 1885) di F. Nietzsche, in cui Zarathustra
dice: «Vai a donne? Non dimenticare la frusta!».
1 Proverbio svedese.
1 Carcere di Stoccolma.
2 Ospedale psichiatrico.
1 Secondo Plutarco, Demostene per non cadere in mano nemica si tolse la vita mediante un veleno che

portava da tempo racchiuso nello stilo.


1
Scrittore svedese (1828-1895), autore di numerosi romanzi, racconti e di due raccolte di poesie. Nel 1877
fu nominato membro dell’Accademia Svedese. Grandissima è stata, nel mondo letterario del suo Paese,
l’influenza della sua posizione idealistica che lo portava a celebrare tutto ciò che è «nobile e bello» in uno
stile chiaro e quanto più possibile perfetto dal punto di vista formale.
1 Famoso ristorante nei dintorni di Stoccolma.
1 Marca di sigari.
2 Famoso ristorante di Stoccolma.
1 Famoso ristorante di Stoccolma.
1 Citazione tratta dalla prima delle quattro poesie che s’intitolano Spleen appartenenti a I fiori del male di
Charles Baudelaire [Hj. S, 1921].
2 Da Barselstuen [La stanza della puerpera] di Ludvig Holberg [Hj. S., 1921].
1 L’espressione ricorre nel dramma di Ibsen del 1894 Il piccolo Eyolf in riferimento all’affievolirsi della

virilità nell’uomo che invecchia.


Una nota

di Maria Cristina Lombardi

È lecito uccidere il marito della donna che si ama, che per giunta è il parroco
di famiglia e uno dei più assidui pazienti del proprio ambulatorio? Questo è
l’interrogativo che consuma il dottor Glas, protagonista dell’omonimo romanzo-
diario di Hjalmar Söderberg, che uscì a Stoccolma nel 1905, suscitando sdegno e
proteste negli ambienti colti della città. Autorevoli critici condannarono l’opera,
identificandone l’autore con il personaggio, incoraggiati dalla forma diaristica e
preoccupati per l’influenza negativa che «la mente diabolica di Glas e, quindi,
quella del suo creatore» avrebbero potuto esercitare sul pubblico. Durante la
stesura, che richiese quasi due anni, di quest’opera breve ma sofferta, lo scrittore
era pienamente consapevole di toccare temi scottanti come l’eticità
dell’assassinio e la denuncia della violenza sessuale all’interno del matrimonio.
Ma, dati i termini di problematicità in cui erano presentati nel romanzo, esaltati
da una mente malata, Hjalmar Söderberg non si aspettava una reazione troppo
violenta. Era anzi soddisfatto di avere creato un’opera «al tempo stesso raccolta
di pensieri e romanzo», come scriverà nella prefazione alla seconda edizione del
libro, nel 1921. Si era servito della forma narrativa ideale per l’estrema libertà
che la caratterizzava, aperta all’aneddoto e alla confessione, dove l’intimità tra
autore e lettore era favorita dallo stesso grado di incertezza con cui entrambi
vivevano gli avvenimenti, essendo inseriti simultaneamente nell’azione. Le
intenzioni sperimentali di Söderberg si erano concretizzate in uno strano
personaggio, introverso, nevrotico, su cui gradualmente lo scrittore fa luce
mediante confessioni, ricordi e sogni, unica dimensione in cui si manifesta il
desiderio sessuale, invitando a una lettura di tipo freudiano che li ricomponga
come tessere di un mosaico.
Tyko Gabriel Glas, giovane medico, professionalmente affermato, conduce
una vita arida e priva di affetti, assistito soltanto dalla governante, consumandosi
in struggenti sogni d’amore. Invaghitosi dell’avvenente moglie di un suo
paziente, l’anziano pastore Gregorius, detestato da Gabriel fin dall’infanzia, Glas
ritiene le circostanze propizie per un’azione che apporti un mutamento alla sua
esistenza monotona e incolore, sopprimendo quell’odioso personaggio che
ricorda, seppur in forma ironica, il terribile vescovo bergmaniano di Fanny e
Alexander. Il diario si snoda così fra angosce, senso di impotenza, desiderio di
morte e macchinosi piani per l’attuazione del delitto, di cui la sorte curiosamente
sembrerà beffarsi. Particolari informazioni, sparse fra le pagine del diario,
indicano nell’eccessiva vicinanza alla madre, nella cui figura Glas ha idealizzato
la donna, e nel rifiuto del padre durante l’infanzia, le cause delle sue difficili
relazioni con l’altro sesso. Si fanno anche accenni frammentari a certe affinità
fra la figura paterna e il pastore Gregorius, entrambi severi e inflessibili con gli
altri, ma sempre indulgenti verso sé stessi. Il violento conflitto interiore che
scoppia nel giovane medico pare così affondare le radici negli oscuri meandri
della sua psiche – fra istinti di cui Gregorius e sua moglie sembrano essere
essenzialmente proiezioni – alimentandosi di riflessioni su teorie filosofiche e
personaggi letterari intrecciate a situazioni contingenti. In una sorta di
nietzscheana proclamazione dell’immoralità della morale e di ansia
schopenhaueriana di elevarsi a una forma di conoscenza superumana, Glas, che
esplicitamente menziona Raskol’nikov, è per un momento un’opaca imitazione
del personaggio dostoevskijano, desideroso di elevarsi al di sopra dei valori
precostituiti, tentando di innalzare la propria verità universale. L’assassinio
rappresenta per Glas una forma di catarsi, è l’azione che dovrebbe riscattare la
sua esistenza, dilaniata dall’invidia per chi sa afferrare la vita, mista a un certo
aristocratico compiacimento della propria diversità. Ma il suo fallimento si
preavverte nella raffinata ironia dell’elegante linguaggio söderberghiano che
conferisce al personaggio un ruolo di pseudo-superuomo, immagine degradata,
in evidente rapporto dialogico, del mistico eroe di Delitto e castigo. L’azione
non produrrà alcun mutamento nella sua vita e inevitabile sarà la condanna di
Glas a vittima degli inesorabili meccanismi che, come ferree leggi, governano la
sua personalità. Amaramente consapevole del vuoto di valori e della fittizia
copertura estetica che arte e letteratura rappresentano, proclamando la negatività
dell’indagine razionale con le parole del Lohengrin di Wagner, Glas sprofonderà
sempre di più nel mare di amorfa banalità dove niente è essenziale, caro a tanta
letteratura mitteleuropea. Il torpore che lo paralizza si materializza nel romanzo
nell’atmosfera opprimente e afosa che soffoca la città. La Stoccolma di fine
secolo rivive qui una vita propria: le strade, le piazze, i caffè, assieme agli
elementi atmosferici, divengono palpitanti simboli degli stati emotivi di Glas, nel
chiaroscuro di un linguaggio smorzato, talvolta scosso da toni angosciati.
L’universo poetico di Söderberg sembra a tratti sciogliersi in vaghe impressioni,
in immagini riconducibili a realtà geografiche, secondo i princìpi dell’Art
poetique verlainiana. Altrove, l’autore ci offre un paysage d’âme, pura
materializzazione della vita psichica priva di corrispondenze con realtà
topografiche, in violente esplosioni di angoscia che richiamano la pittura di
Edvard Munch.
Da Il dottor Glas sono stati tratti due film, diretti rispettivamente da Rune
Carlsten nel 1942 e da Maj Zetterling nel 1967, che poggiano, in parte, le loro
strutture sugli elementi del romanzo riconducibili al racconto giallo: le trame
delittuose ordite dal protagonista, il suo muoversi frammentario seguendo
moventi avvolti nell’oscurità, motivazioni istintive e razionalizzazioni, su cui si
proietta l’ombra della psicanalisi. Ma nel racconto poliziesco vigono
generalmente un’etica e una metafisica antiche: la consapevolezza dei greci
dell’inevitabilità del destino che l’uomo stesso si è creato per negligenza, scelta
o ignoranza. Nell’universo armonico del racconto giallo, ordinato dalla
rassicurante logica del detective, il colpevole non resta impunito. Glas,
inutilmente, dopo l’assassinio, auspica la venuta di un detective che castighi il
delitto, ponendo fine al caos della sua esistenza. Nessun investigatore comparirà
a scongiurare l’incalzante paura della follia, e il crescente clima di terrore
sconfinerà in una dimensione di quiete mortale. L’orologio rotto, nei racconti
gialli frequentemente rinvenuto sul corpo del cadavere, fermo sull’ora del
delitto, compare anche qui; ma è quello dell’assassino ad andare in frantumi, non
quello della vittima. È l’ultimo sottile filo che ancora teneva Glas legato al
mondo esterno a spezzarsi definitivamente: il vetro dell’orologio, in svedese
glas, è palese allusione al nome del personaggio, di cui si suggella la morte
spirituale.
Quando scriveva Il dottor Glas, Hjalmar Söderberg aveva già alle spalle una
consolidata carriera di giornalista e critico presso quotidiani e riviste della
capitale svedese. Nato a Stoccolma nel 1869 da una famiglia piccolo-borghese,
studente brillante al ginnasio, abbandonò l’università per dedicarsi all’attività
letteraria. Il consenso, che si raccoglieva attorno alle sue iniziative giornalistiche,
si estese alle sperimentazioni di vari generi di racconto: aneddoti satirici, brevi
composizioni riconducibili al poema in prosa baudelairiano, novelle alla
Maupassant, macabri racconti fantastici alla Poe, prima pubblicati su riviste e
quotidiani, in seguito raccolti in volume nel 1898, con il titolo di Historietter (Il
disegno a inchiostro e altri racconti). Ma fin dal romanzo del suo debutto,
Smarrimenti (Förvillelser, 1895) – il cui protagonista, un giovane flâneur,
vanitoso e superficiale, dopo aver sedotto una fanciulla della buona società
stoccolmese, l’abbandona declinando ogni responsabilità –, si venne a creare
attorno a Söderberg un clima di diffidente avversione che si espresse in
polemiche e censure di natura esclusivamente moralista. Nemmeno La
giovinezza di Martin Brick (Martin Bricks ungdom, 1901) fu immune da
diffidenze e pregiudizi che ritenevano insensata passività il pessimismo
dell’amletico protagonista del romanzo, che narra l’evoluzione spirituale di
Martin dall’infanzia alla sua prima maturità. Dopo l’amara delusione che seguì
all’insuccesso di Il dottor Glas, Söderberg soggiornò sempre più spesso a
Copenaghen, dove si stabilì definitivamente nel 1917. Aveva lavorato alla
stesura del romanzo-diario in tristi circostanze di ordine economico e familiare:
il grave esaurimento della moglie Märta, dalla quale aveva avuto tre figli, e la
fine della tempestosa relazione con Maria von Platen, cui sarà ispirato il
personaggio di Gertrud, la protagonista dell’omonimo dramma, scritto nel 1906
a Copenaghen, di cui Carl Th. Dreyer curerà una versione cinematografica nel
1968. Nel 1912 uscì il suo ultimo romanzo Il gioco serio (Den allvarsamma
leken), un’inquietante storia d’amore dove lo scrittore riprende il tema
dell’inconciliabilità di passione e sentimento già affrontato in Gertrud, cui seguì,
nello stesso anno, Aftonstjärnan [La stella della sera], un dramma sul potere del
danaro in un mondo corrotto dove non c’è spazio per gli uomini giusti. A
Copenaghen scrisse ancora un dramma, Ödestimmen [L’ora del destino] 1922,
dove l’autore sembra presentire lo scoppio della seconda guerra mondiale.
Seguirono novelle, raccolte di pensieri, saggi e aforismi. Frattanto la sua attività
si andava concentrando sempre di più su studi di storia religiosa che dettero
origine a tre romanzi, Jahve eld [Il fuoco di Jahvè ] 1918, Jesus Barabbas [Gesù
Barabba] 1928, Den Förvandlade Messias [Il Messia trasformato] 1932, tentativi
di demistificare alcuni miti religiosi su basi storico-scientifiche. A Copenaghen
Hjalmar Söderberg trascorse una vita relativamente tranquilla accanto alla
seconda moglie, la danese Emilie Voss, dalla quale ebbe una figlia. Nonostante
rimanesse fedele al suo proposito di esilio volontario per l’ostilità mostratagli in
patria – ulteriormente rafforzato dall’ambigua posizione assunta dalla Svezia nei
confronti del nazismo, durante la seconda guerra mondiale – lo scrittore non
cessò mai di sentirsi cittadino di Stoccolma, l’amato teatro-personaggio delle sue
opere, e di soffrire di una struggente nostalgia. La sua straordinaria capacità di
presentire i dolorosi avvenimenti che avrebbero sconvolto l’Europa e
l’eccezionale intuizione di temi che saranno centrali nel grande romanzo del
’900 gli valsero un lungo isolamento letterario in patria, infranto solo
recentemente, durante gli anni ’60, da critici di valore come Gunnar Brandell e
Reidar Ekner. Il progressivo monadizzarsi della coscienza e i motivi legati alla
sfera dell’inconscio, gli stessi che si ritrovano nel Tonio Kröger di Mann e negli
inetti sveviani, sono affrontati da Söderberg assieme al crollo del mondo
oggettivo e al conseguente svuotamento di senso delle cose, preannunciati da
Von Hofmannsthal nella Lettera di Lord Chandos e dalle prime novelle di
Musil. La geniale sintesi di tematiche proprie di una tradizione che non ha le sue
radici nel Settentrione europeo, e di una malinconica sensibilità nordica che,
filtrandole, le rielabora, costituisce l’intima essenza di questo romanzo e della
produzione söderberghiana in genere. È il segreto del suo valore innovativo,
disconosciuto da miopi giudizi e fraintendimenti che afflissero lo scrittore fino
alla morte, avvenuta a Copenaghen nel 1941, avvolto in una cortina di solitudine
ed estraneità, efficacemente espresse in uno dei suoi «pensieri»: «Io non ho città
né fissa dimora, e l’inquietudine del mio cuore mi sospinge qua e là come una
foglia al vento».
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Il dottor Glas

Una nota di Maria Cristina Lombardi