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Wilbur Smith

COME IL MARE

Nick Berg è stato spodestato. Era presidente e azionista


di una grande compagnia di navigazione, tutti lo chiamavano
«il Principe d'Oro». Ora Duncan Alexander gli ha portato via
tutto: le navi, la moglie, il figlio. Gli rimane solo un
rimorchiatore oceanico: il Warlock. Quando ne assume il
comando, nel porto di Città del Capo, sa di avere di fronte a
sé una sfida per la vita. E
con lui lo sanno gli uomini della sua nave. Poi, dalle
distese gelide dell'Antartide arriva l'invocazione di soccorso
della Golden Adventurer, gioiello della flotta che Duncan gli
ha sottratto: è alla deriva con seicento persone a bordo. Nick
sa che è la grande occasione per rimontare la china.
Vale qualsiasi rischio. L'eroico salvataggio in una
tremenda burrasca tra i ghiacci gli restituisce tutto il suo
potere, gli regala l'amore di Samantha, dà inizio all'ultima
battaglia con Duncan che può concludersi solo con la
distruzione di uno dei due avversari. Così, nel mondo di
ghiaccio dell'Antartide, nel tuonare delle maree sudafricane,
nella tremenda tensione di una corte di giustizia inglese,
nell'imperversare di un uragano al largo della Florida, si
svolge la lotta senza quartiere di Nick contro le forze della
natura, contro il destino, contro gli intrighi dei potenti,
contro la minaccia di una catastrofe ecologica, contro chi gli
ha sottratto il figlio.
Al suo fianco c'è Samantha, la giovane donna che ha
ridato un senso alla sua vita.
Wilbur Smith

Come il mare

Titolo originale:
Hungry as the Sea

Traduzione di: Jimmy Boraschi

Copyright 1978 by Wilbur Smith


by arrangement with William Heinemann, Ltd., London
Longanesi & C., 1980
Edizione CDE spa - Milano
su licenza della Longanesi & C.

A mia moglie Danielle

Nicholas Berg scese dal tassì sul molo illuminato dai


riflettori e sostò a guardare il Warlock. Sollevato dalla
marea, galleggiava alto presso la banchina, cosicché le gru
che gli torreggiavano accanto non riuscivano a farlo apparire
piccolo.
Sebbene fosse stanco, confuso e indolenzito, Nicholas
sentì rinascere un senso d'orgoglio e di soddisfazione. Il
Warlock sembrava una nave da guerra, agile e spavalda, con
l'alta prua svasata e la linea snella che le permettevano di
affrontare qualsiasi mare.
Le sovrastrutture erano d'acciaio e di scintillante
cristallo corazzato, dietro il quale le luci di bordo brillavano
festose. Le alette della plancia, elegantemente ricurve,
offrivano riparo agli uomini che dovevano lavorare sul ponte
anche durante le burrasche e i fortunali.
La seconda plancia dominava l'ampio ponte di poppa.
Dal suo interno, un marinaio esperto poteva manovrare i
grandi argani e i verricelli, prendere e guidare le gomene con
i passacavi ad azione idraulica, portare in salvo una
piattaforma per ricerche petrolifere spazzata dalle onde o un
transatlantico in difficoltà.
Le torri gemelle che si ergevano nel cielo notturno,
dominando le altre strutture sostituivano il fumaiolo tozzo
dei rimorchiatori di vecchio tipo, e l'aspetto da nave da
guerra era completato dai cannoni antincendio sulle
piattaforme superiori, che potevano rovesciare
millecinquecento tonnellate di acqua all'ora su una nave in
fiamme. Dalle torri si potevano gettare passerelle di
abbordaggio e in mezzo a esse erano dipinti i cerchi
concentrici che contrassegnavano il minuscolo eliporto.
Tutta la struttura, dallo scafo ai ponti, era a prova di fuoco,
costruita per resistere nell'inferno di una petroliera in
fiamme o nel rogo di un mercantile.
Mentre si avviava verso la passerella, Nicholas Berg si
sentì un po' meno stanco e un po' meno triste, benché avesse
ancora il corpo indolenzito e le gambe rigide come quelle
d'un vecchio.
«Al diavolo», pensò. «L'ho costruita io. É bella e forte.»
Erano già le undici, ma l'equipaggio del Warlock lo
guardava da ogni possibile punto di osservazione. Perfino gli
ingrassatori erano saliti dalla sala macchine non appena si
era sparsa la voce, e adesso si aggiravano sul ponte di poppa
cercando di non farsi notare.
David Allen, il primo ufficiale, aveva mandato un
marinaio presso il cancello del porto, con una fotografia di
Nicholas Berg e una monetina per il telefono pubblico.
Adesso tutta la nave era sul chi vive.
David Allen si trovava con il direttore di macchina
nell'aletta vetrata della plancia anteriore. Entrambi videro la
figura solitaria che procedeva fra le ombre del molo con la
valigia.
«Eccolo.»
La voce di David esprimeva un timore reverenziale. La
zazzera di capelli schiariti dal sole gli dava l'aria di uno
studentello.
«Sembra un attore del cinema», sbuffò Vin Baker, il
direttore di macchina, tirandosi su i pantaloni con i gomiti
mentre gli occhiali gli scivolavano sul lungo naso. «Un
fottuto attore del cinema.»
«É stato il primo ufficiale di Jules Levoisin», osservò
David, pronunciando il nome con il massimo rispetto. «Ha
passato parecchio tempo sui rimorchiatori.»
«Sì, quindici anni fa.» Vinny Baker lasciò andare i
pantaloni per aggiustarsi gli occhiali. I pantaloni
cominciarono subito una lenta ma inesorabile discesa. «Da
allora è divenuto un damerino... e un armatore.»
«Già», convenne David Allen, con una smorfia al
pensiero di quelle due leggendarie creature, il comandante e
l'armatore, riunite in un mostro solo.
Un mostro che si accingeva a imboccare la passerella per
salire a bordo del Warlock.
«Be', scendi e va' a baciarlo sul di dietro», borbottò
Vinny, quindi lasciò la plancia.
Nelle viscere del rimorchiatore c'era la sala macchine, il
suo regno, dove né i comandanti né gli armatori potevano
disturbarlo. Baker vi si rintanò.
Rosso e ansante, David Allen giunse al boccaporto
d'ingresso. Il nuovo comandante era già arrivato a metà della
passerella. Mentre saliva a bordo, alzò la testa e guardò il
primo ufficiale.
Benché fosse di taglia appena superiore alla media,
Nicholas Berg sembrava un gigante. Aveva spalle possenti, e
i capelli corvini lasciavano scoperta una fronte priva di
rughe. Il viso era angoloso, il naso leggermente aquilino,
un'ombra di barba gli scuriva il mento pronunciato. Gli
occhi, profondamente infossati, erano cerchiati da aloni
bluastri. Pareva che fossero stati presi a pugni.
Ma David Allen fu colpito soprattutto dal pallore. Il viso
del comandante era esangue come se gli fosse stata recisa la
carotide. Era il pallore di una malattia mortale o di uno
sfinimento estremo, accentuato dal nero delle occhiaie. Non
era il leggendario Principe d'Oro della Christy Marine che
David si aspettava. Non era il viso che aveva visto sui
giornali e sulle riviste di tutto il mondo. Restò senza parole
per lo stupore, e Nicholas Berg si fermò, abbassando lo
sguardo su di lui.
«Allen?» chiese.
La voce era sommessa e incolore, senza il minimo
accento, ma con un timbro e una sonorità sorprendenti.
«Signorsì. Benvenuto a bordo, signore.»
Quando Nicholas Berg sorrise, ogni traccia di
stanchezza e di malattia scomparve dal suo viso. La mano
era liscia e fredda, ma la forza della stretta fece sussultare
Allen.
«Le mostro il suo alloggio, signore.»
Gli tolse di mano la valigia.
«So dov'è», replicò Nick Berg. «Questa nave l'ho
progettata io.»
Si fermò al centro del salotto privato del comandante,
sentendo il ponte inclinarsi sotto i piedi sebbene il Warlock
fosse ormeggiato al molo. Gli tremavano i muscoli delle
gambe.
«Com'è andato il funerale?» chiese Nick.
«É stato cremato, signore», rispose David. «Secondo la
sua volontà. Ho disposto che le ceneri vengano inviate a
Mary. Mary è sua moglie, signore», si affrettò a spiegare.
«Sì, lo so», disse Nick Berg. «L'ho vista prima di
lasciare Londra. Mac e io siamo stati compagni di bordo.»
«Me l'aveva detto. Se ne vantava sempre.»
«Avete portato via la sua roba?» chiese Nick, girando lo
sguardo per la cabina.
«Signorsì, l'abbiamo impaccata. Non c'è più niente qui.»
«Era un brav'uomo.» Nick barcollò ancora e guardò con
desiderio il divanetto. Ma si accostò all'oblò e fissò la
banchina. «Com'è successo?»
«Il mio rapporto...»
«Me lo dica!» ingiunse Nicholas Berg.

«Il cavo di rimorchio è saltato, signore. Lui era sul ponte


di poppa. Gli ha troncato la testa di netto.»
Nick tacque un momento, pensando alla succinta
descrizione della tragedia.
Aveva già visto un cavo spezzarsi sotto la tensione.
Quella volta aveva ucciso tre uomini.
«Capisco.»
Nick esitò. La stanchezza lo aveva illanguidito, e per un
attimo fu tentato di spiegare perché aveva assunto
personalmente il comando del Warlock, invece di mandare
un altro al posto di Mac.
Aveva bisogno di parlare con qualcuno, adesso che era
prostrato nella mente e nel fisico. Vacillò ancora, ma si
riprese e vinse la tentazione. In vita sua non aveva mai
pianto sulla spalla del prossimo.
«Capisco», ripeté. «La prego di scusarmi con gli
ufficiali. Ultimamente ho dormito poco e il volo da Londra è
stato massacrante, come al solito. Li vedrò domani mattina.
Dica al cuoco di portarmi qui la cena.»
Il cuoco era un omone con movenze da ballerino.
Indossava un grembiule candido e ostentava un teatrale
cappello a tubo. Nick Berg lo osservò mentre gli deponeva il
vassoio accanto al gomito. I capelli erano legati con cura in
una lucida coda di cavallo che gli cadeva sulla spalla destra,
lasciando scoperto l'orecchio sinistro, al cui lobo brillava un
piccolo orecchino di brillanti. Sollevò il tovagliolo dal
vassoio con una manaccia pelosa da gorilla, ma la voce era
melodiosa come quella di una fanciulla, e lunghe ciglia nere
gli ombreggiavano le guance.
«Una deliziosa minestrina e il pot-au-feu, una delle mie
specialità. Si leccherà le dita», aggiunse indietreggiando.
Guardò Nick Berg con le mani sui fianchi. «L'ho vista
mentre saliva a bordo e ho capito subito di cosa ha bisogno.»
Con un gesto da prestigiatore, cavò una bottiglietta di Pinch
Haig dalla tasca del grembiule. «Ne beva un goccetto
durante il pasto e poi fili subito a nanna, povero caro.»
Nessun uomo aveva mai chiamato Nicholas Berg «caro»
prima di allora, ma Nick aveva la lingua troppo torpida per
replicare. Guardò il cuoco lasciare il salotto in uno svolazzar
di grembiule e scintillio di orecchino, poi abbozzò un sorriso
e scrollò la testa.
«Accidenti, se ne ho bisogno», borbottò, andando a
cercare un bicchiere.
Lo riempì per tre quarti e sorseggiò il liquore mentre
tornava a sedersi sul divanetto. Sollevò il coperchio della
zuppiera. L'aroma che ne uscì gli fece venire l'acquolina in
bocca. Il cibo caldo e il whisky risucchiarono le sue ultime
energie. Nicholas Berg si tolse le scarpe ed entrò barcollando
nella cabina.
^
Si svegliò pieno di rabbia. Erano quindici giorni che non
si sentiva in collera, ciò che dava la misura del suo stato di
prostrazione.

Ma quando si fu sbarbato, lo specchio gli rimandò


l'immagine di un estraneo pallido e smunto. Le rughe che gli
contornavano la bocca erano troppo profonde. La luce che
penetrava dall'oblò gli cadde sulla tempia, e vide le striature
argentee fra i capelli neri. Si avvicinò allo specchio. Era la
prima volta che le notava; forse non aveva mai guardato
bene, o forse erano nuove.
«Quaranta», pensò. «In giugno avrò quarant'anni.»

Aveva sempre pensato che un uomo deve fare il colpo


grosso prima dei quaranta, altrimenti non lo fa più. Era la
sua regola. E lui era salito sulla cresta dell'onda prima dei
trent'anni, l'aveva cavalcata con spavalda sicurezza fino a
toccare il cielo, ma era scivolato prima dei quaranta per
ritrovarsi in un calderone ribollente di spuma bianca. Era un
uomo finito, dunque? Mentre si guardava allo specchio,
Nick sentì la rabbia che lo pervadeva cambiar forma,
divenire motivata e funzionale.
Andò nello sgabuzzino della doccia e lasciò che gli aghi
di acqua bollente gli pungessero il torace. Sotto la
stanchezza e lo sconforto sentì, per la prima volta da varie
settimane, la forza latente che temeva di avere perso. La
sentì affiorare e pensò nuovamente di essere un vero figlio
del mare: gli bastava calcare un ponte e respirare il salino.
Uscì dalla doccia e si asciugò in fretta. Finalmente si trovava
nel luogo giusto. Soltanto lì poteva riprendersi; aveva fatto
bene a non mandare un altro comandante al posto di Mac.
Doveva sostituirlo lui stesso.
Aveva sempre saputo che, per cavalcare la cresta
dell'onda, bisogna prima trovarsi nel luogo dove l'onda
comincia a incresparsi. E adesso si trovava in quel luogo, ne
era sicuro. Insieme con le forze, sentì rinascere in sé
l'eccitazione di un tempo, l'antico spirito ribelle. Si vestì in
fretta e salì sul ponte superiore, passando per la scaletta
privata del comandante.
Subito lo investì il vento, scompigliandogli i capelli,
buttandoglieli sul viso. Soffiava a forza cinque da sudest,
veniva dalla gran montagna con la cima piatta che dominava
la città e il porto. Nick alzò lo sguardo e vide la nube bianca
che i locali chiamano «tovaglia» avvilupparne la cima,
turbinando lungo i contrafforti di roccia grigia.
«Il Capo delle Tempeste», mormorò.
Perfino le acque riparate del porto danzavano e
s'impennavano in creste bianche che volavano via come
sbuffi di vapore.
La punta meridionale dell'Africa si protende in uno dei
mari più pericolosi del globo. Là due oceani si scontrano
davanti alle scogliere del Capo di Buona Speranza, per poi
andare a rompere sui bassifondi delle Agulhas.
Là, in un conflitto perenne, il vento si oppone alla
corrente. Là nasce l'onda anomala, quella che i marinai
chiamano «onda dei cent'anni» perché, secondo le
statistiche, si forma solamente una volta ogni secolo.
Ma sui banchi delle Agulhas è sempre in agguato,
aspetta solo la giusta combinazione di venti e di correnti,
aspetta che una sequenza di onde di riflusso la gonfi a trenta
metri d'altezza in una muraglia scoscesa come le pareti
rocciose della montagna stessa che le guarda.
Nick aveva letto le testimonianze dei marinai scampati
all'onda. A corto di parole, avevano descritto un immenso
buco nel mare che risucchiava le navi.
Quando il buco si chiudeva, la tremenda forza delle
acque le seppelliva completamente. Forse la Waratah Castle
era una delle navi cadute in quella voragine. Non si sarebbe
mai saputo con certezza: una grande nave, con
duecentoundici uomini di equipaggio era scomparsa in quei
mari senza lasciare traccia.
Eppure di là passa una delle rotte più battute del globo.
Una processione di petroliere giganti arranca faticosamente
davanti al Capo nell'interminabile spola fra il mondo
occidentale e il Golfo Persico. Nonostante la mole, le
superpetroliere sono forse i veicoli più vulnerabili mai
costruiti dall'uomo.
Giratosi, Nick ne vide una di là dalle acque, stracciate
dal vento, del molo Duncan. Ne lesse il nome sulla poppa
che si ergeva dal mare, alta come una casa di cinque piani.
Apparteneva alla Shell, dislocava 250.000 tonnellate a pieno
carico e, priva di zavorra, mostrava ora gran parte della sua
carena rugginosa. Era in corso di riparazione, mentre nella
rada di Table Bay altri due mostri aspettavano pazientemente
il loro turno di attraccare al molo-ospedale.

Così grande, pesante, vulnerabile... e preziosa.


Involontariamente Nick si passò la lingua sulle labbra. Tra
scafo e carico valeva almeno trenta milioni di dollari. Era
una montagna di quattrini galleggiante.
Ecco perché aveva dislocato il Warlock a Città del Capo,
all'estremità meridionale dell'Africa. Sentì crescere le forze e
l'impazienza.
E va bene, era scivolato dall'onda. Non la cavalcava più.
Si dibatteva nelle acque spumeggianti. Ma stava arrivando
un'altra onda, lo sapeva. Aveva appena cominciato a
incresparsi e lui aveva ancora le forze per prenderla, farsi
portare in alto e cavalcarla.
«L'ho già fatto e lo rifarò, maledizione», disse.
Poi scese nella mensa.
Quando fu entrato, per un lungo momento nessuno si
accorse della sua presenza. Gli ufficiali si scambiavano
commenti e congetture, e un brusio eccitato riempiva la sala.
Il direttore di macchina leggeva ad alta voce una vecchia
copia del Lloyd's List che teneva piegata sopra un piatto di
uova fritte. Chissà dove l'aveva trovata.
Gli occhiali gli erano scivolati sulla punta del naso,
cosicché doveva inclinare la testa all'indietro per guardare
attraverso le lenti. Il suo accento australiano vibrava come le
corde di una chitarra.
«'In una dichiarazione congiunta, il nuovo presidente e i
membri del consiglio di amministrazione hanno reso
omaggio a Nicholas Berg per i quindici anni di fedele
servizio nella Christy Marine.'»
I cinque ufficiali ascoltavano avidamente, ignorando la
colazione. A un tratto David Allen scorse la figura sulla
soglia.
«Signor comandante!» esclamò.
Balzò in piedi, strappò il giornale dalle mani di Vinny
Baker e lo gettò su una sedia.
«Mi permetta di presentarle gli ufficiali del Warlock.»
Imbarazzati, i cinque ufficiali strinsero frettolosamente
la mano al comandante e poi si concentrarono sulla
colazione senza più parlare. Nel silenzio di tomba, Nick
Berg prese posto a capotavola mentre David Allen si sedeva
sul giornale spiegazzato.
Il cameriere di bordo porse la lista delle vivande al
nuovo capitano e tornò quasi subito con un piatto di frutta
cotta.
«Veramente ho ordinato uova sode», osservò
gentilmente Nick.
Una figura candida emerse dalla cambusa, con il
cappello da cuoco sulle ventitré.
«La stitichezza è la maledizione del marinaio,
comandante. Io ho cura dei miei ufficiali. La frutta è
squisita, le farà bene. Le preparo subito le sue uova, caro, ma
prima mangi la frutta.»
Svanì facendo scintillare l'orecchino.
Nel silenzio atterrito, Nick fissò la porta della cambusa.

«É un cuoco eccezionale», balbettò infine David Allen


con il viso in fiamme, mentre il Lloyd's List gli scricchiolava
sotto il sedere. «Potrebbe trovare lavoro su qualsiasi nave di
linea, il nostro Angel.»
«Se dovesse lasciare il Warlock, metà degli uomini lo
seguirebbe», borbottò il direttore di macchina, tirandosi su i
pantaloni sotto il tavolo. «E io sarei con loro.»
«É quasi un medico», continuò David Allen, rivolto al
direttore di macchina.
«Cinque anni alla facoltà di medicina di Edimburgo»,
convenne gravemente il direttore.
«Ricordi come ha sistemato la gamba del terzo ufficiale?
Sì, è proprio comodo avere un medico a bordo.»
Nick prese il cucchiaio e assaggiò un boccone di frutta.
Gli ufficiali lo scrutarono mentre masticava. Nick prese
un'altra cucchiaiata.
«Deve sentire le sue marmellate, signore.» Per la prima
volta, David Allen si rivolgeva direttamente a Nick. «Roba
da Cordon Bleu.»
«Grazie per il consiglio», disse Nick. Il suo sorriso non
si estese alla bocca, ma gli raggrinzì leggermente gli angoli
degli occhi. «Però informate Angel che, se mi chiamerà
ancora 'caro', gli calcherò il suo ridicolo cappello fin sotto le
orecchie.»

Mentre gli altri ridevano di sollievo, Nick si rivolse a


David Allen e lo fece nuovamente arrossire chiedendogli:
«Credo che quella vecchia copia del List non le serva
più, signor Allen. Me la darebbe un momento?»
David si alzò con riluttanza e gli porse il giornale. Vi fu
un altro silenzio carico di tensione, mentre Nick Berg
sistemava le pagine spiegazzate e leggeva i vecchi titoli con
viso impassibile.
SPODESTATO IL PRINCIPE D'ORO DELLA
CHRISTY MARINE
Nicholas detestava quel soprannome. Il vecchio Arthur
Christy aveva il vezzo di battezzare tutte le sue navi con il
prefisso «Golden», d'oro; e dodici anni prima, quando Nick
aveva coronato la sua folgorante carriera diventando il
direttore della Christy Marine, un bello spirito gli aveva
appioppato quell'etichetta.
ALEXANDER NUOVO PRESIDENTE DEL
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DELLA CHRISTY
MARINE
Nicholas non aveva mai odiato nessuno così
intensamente. Avevano lottato come due tori per il dominio
sulla mandria, e la tattica di Duncan Alexander si era rivelata
vincente. Una volta Arthur Christy aveva detto: «Oggigiorno
la gente se ne infischia della lealtà e della correttezza. Conta
soltanto aver successo e farla franca». Gli intrighi di Duncan
avevano avuto successo e lui aveva trionfato.
Come direttore generale, Nicholas Berg ha trasformato
la Christy Marine da una flottiglia di piccolo cabotaggio in
una delle più grandi società di navigazione esistenti.
Dopo la morte di Arthur Christy, avvenuta nel 1968,
Nicholas Berg gli è succeduto come presidente, dando nuovo
impulso alla spettacolare espansione della compagnia.
Attualmente la Christy Marine possiede undici fra navi
mercantili e petroliere, per un totale di
duecentocinquantamila tonnellate di stazza lorda, mentre ha
in costruzione la petroliera gigante Golden Dawn che
dislocherà 1.000.000 di tonnellate. Sarà la più grande nave
mai varata.
Era, in sintesi, una vita di lavoro. Oltre un miliardo di
dollari di navi, progettate, finanziate e costruite quasi
completamente con l'energia, l'entusiasmo e la fede di
Nicholas Berg.
^
Nicholas Berg aveva sposato Chantelle Christy, figlia
unica di Arthur Christy. Nel settembre dell'anno scorso, i
coniugi hanno però divorziato e l'ex signora Berg ha
successivamente sposato Duncan Alexander, il nuovo
presidente della Christy Marine.
Nick sentì un vuoto allo stomaco, e gli balenò alla mente
la vivida immagine della donna. Non voleva più pensare a
lei, ma non riuscì a scacciare l'immagine. Era bella e fulgida
come una fiamma; e, come una fiamma, non si poteva
tenere. Quando fuggiva, portava via tutto. Avrebbe dovuto
odiarla.
Tutto, pensò ancora, la società, il lavoro di una vita e
loro figlio. Al pensiero del ragazzo, quasi gli riuscì di
odiarla. Il giornale gli tremò nella mano.
Si sentì osservato dai cinque uomini, e si accorse con
stupore di non aver tradito la minima emozione. Quando si
partecipa per quindici anni a una delle più grandi partite a
poker del mondo, l'impassibilità diventa una seconda natura.
In una dichiarazione congiunta, il nuovo presidente e i
membri del consiglio di amministrazione hanno reso
omaggio...
Duncan Alexander gli aveva pagato quel tributo per un
solo motivo. Voleva le centomila azioni della Christy Marine
in possesso di Nick Berg. Con quelle azioni non si poteva
certamente esercitare un controllo sulla società: Chantelle ne
possedeva un milione, e nel lascito di Arthur Christy ce n'era
un altro milione. Ma per quanto insignificante, la quota di
Nick gli permetteva di tenere un piede negli affari della
società. Nick aveva pagato ogni azione di tasca sua; nessuno
gli aveva mai regalato niente. Aveva approfittato di ogni
opzione nel suo contratto, per le opzioni aveva rinunciato a
stipendio e percentuali, e le centomila azioni erano giunte a
valere tre milioni di dollari: una magra ricompensa per la
fatica che aveva procurato sessanta milioni di dollari alla
famiglia Christy.
Duncan Alexander aveva impiegato quasi un anno per
mettere le mani sulle azioni. Lui e Nicholas avevano
patteggiato con gelido odio. Si erano odiati fin dal primo
giorno che Duncan era entrato nella sede della Christy in
Leadenhall Street. Era venuto come ultimo enfant prodige
del vecchio Arthur Christy: il mago della finanza, reduce dal
trionfo come direttore amministrativo dell'International
Electronics. L'odio era scoccato all'istante, profondo e
reciproco, come una reazione chimica repressa a stento.
Alla fine Duncan Alexander aveva vinto. Aveva
conquistato tutto meno quelle azioni, e aveva trattato con
forza irresistibile per ottenerle. Aveva trattato con pazienza e
perizia, sfibrando il suo uomo nel corso di lunghi mesi.
Aveva usato tutte le risorse della Christy Marine per
bloccare e sconfiggere Nicholas, costringendolo a cedere
terreno, fiaccandolo, obbligandolo infine ad accettare una
rischiosa transazione. In cambio delle azioni, Nick aveva
rilevato la branca sussidiaria della Christy Marine, la Christy
Tow and Salvage, capitale e debiti compresi. Si era sentito
come un pugile tartassato per quindici riprese che si
aggrappa disperatamente alle corde, con le gambe molli,
accecato dal sudore e dal sangue, incapace di vedere da
quale parte arriverà il prossimo pugno. Ma aveva resistito
abbastanza a lungo. Aveva ottenuto la Christy Tow and
Salvage. Se n'era andato con qualcosa che gli apparteneva
completamente.
Abbassò il giornale, e subito gli ufficiali si gettarono
sulla colazione con un gran tintinnare di posate.
«Manca un ufficiale», osservò Nick.
«Oh, è soltanto Trog, signore.»
«Trog?»
«Il marconista, signore. Si chiama Speirs, ma tutti lo
chiamano Troglodita.»
«Vorrei che tutti gli ufficiali fossero presenti.»
«Non esce mai dalla sua tana», spiegò Vinny Baker.
«Non importa», disse Nick. «Gli parlerò più tardi.»
Attesero, cinque giovani impazienti. Nemmeno Vin
Baker riusciva a dissimulare completamente il suo interesse
dietro gli occhiali e la spessa corteccia australiana.
«Vorrei spiegarvi la nuova organizzazione della società.
Il direttore di macchina è stato gentile a leggervi
quell'articolo. Si vede che qualcuno non è stato capace di
leggerselo da solo, un anno fa.»
Nessuno parlò, ma Vin Baker giocherellò con il
cucchiaio.
«Dunque, sapete che non ho più niente a che fare con la
Christy Marine. Ho rilevato la Christy Tow and Salvage.
Diventerà una società autonoma e indipendente. Anche il
nome sarà cambiato.» Nicholas aveva resistito alla vanità di
chiamarla 'Berg Tow and Salvage'. «Diventerà la 'Ocean Tow
and Salvage'.»
L'aveva pagata cara, forse troppo. Aveva rinunciato ai
suoi tre milioni di dollari in azioni Christy per Dio sa che
cosa. Ma era giunto al limite della resistenza.
«Abbiamo due rimorchiatori, il Golden Warlock e la sua
unità gemella che fra poco sarà pronta per i collaudi in mare,
il Golden Witch.»
Sapeva esattamente quanto la compagnia doveva ancora
pagare per i due rimorchiatori, aveva passato notti insonni
pensando alle cifre. Sulla carta, il valore netto della società
era di quattro milioni di dollari; e sulla carta, il suo affare
con Duncan Alexander gli aveva fruttato un utile di un
milione di dollari. Ma soltanto sulla carta, perché la società
aveva debiti per quasi quattro milioni di dollari in più del
suo valore. Se lui avesse interrotto il pagamento degli
interessi sui debiti per un solo mese... Scacciò subito il
pensiero, perché in un'asta pubblica la sua parte residua nella
società non avrebbe avuto alcun valore. Sarebbe stato
letteralmente spazzato via.
«Saranno cambiati anche i nomi dei rimorchiatori.
Diventeranno semplicemente Warlock e Sea Witch. D'ora in
poi, nella Ocean, 'Golden' sarà considerata una parolaccia.»

I cinque diedero in una risata liberatoria. Nick sorrise a


sua volta, poi tolse un sigaro dall'astuccio di coccodrillo e
l'accese mentre gli altri tornavano seri.
«Io comanderò questa nave finché il Sea Witch non sarà
pronto a navigare.
Non ci vorrà molto tempo, e allora ci sarà qualche
promozione.»
Mentre parlava, Nick toccò per superstizione il legno del
tavolo. Da varie settimane i lavoratori portuali minacciavano
uno sciopero. Il Sea Witch era quasi pronto, ma costava fior
d'interessi, e un ritardo avrebbe potuto risultare fatale.
«Ho un contratto per rimorchiare una piattaforma per
ricerche petrolifere.
Viene dall'Australia e va in Sud America. Ci darà tutto il
tempo di prendere confidenza con la nave. Siete uomini da
rimorchiatori. Quando arriverà il colpo grosso, lo capirete da
soli. Gli avvertimenti saranno superflui.»
Gli ufficiali si agitarono impazienti. Era bastata
un'allusione al denaro del premio per entusiasmarli.
«Capo?»
Nick guardò il direttore di macchina, e Vin Baker sbuffò
come se la domanda fosse un insulto.
«Pronto per il mare», rispose, cercando di aggiustarsi
simultaneamente i pantaloni e gli occhiali.
«Signor Allen?»
Nick guardò David. Non si era ancora abituato all'aria
fanciullesca del primo ufficiale. Sapeva che comandava
mercantili da dieci anni, che aveva poco più di trent'anni e
che lo aveva scelto MacDonald, perciò doveva essere un
buon elemento. Eppure il viso quasi imberbe sotto la zazzera
di arruffati capelli biondi e la facilità ad arrossire lo facevano
sembrare uno studente.
«Sto ancora aspettando del materiale, comandante»,
rispose David. «Oggi dovrebbero arrivare le candele, ma non
manca niente d'indispensabile. Possiamo salpare anche fra
un'ora, se è necessario.»
«Bene.» Nick si alzò. «Ispezionerò la nave alle nove in
punto. Nel frattempo fate sloggiare le signore.»
Durante la colazione, dagli alloggi dell'equipaggio era
venuto un cicaleccio di voci femminili punteggiato da
scrosci di risa.
Nick lasciò la mensa e Vin Baker alzò la voce perché lui
lo sentisse. Era una grottesca imitazione dell'accento in uso
nella Marina britannica.
«Alle nove in punto, ragazzi. E che tutto sia in ordine,
chiaro?»
Nick proseguì senza girarsi, con un lieve sorriso. Era
una vecchia usanza australiana: punzecchiare e punzecchiare
finché non succede qualcosa. Non c'era perfidia, era soltanto
un mezzo per conoscere il prossimo. Dopo una buona
scazzottatura, si restava definitivamente amici o nemici. Da
parecchio tempo Nick non si trovava a contatto con quegli
uomini rudi che odiavano i sotterfugi, e la novità gli riusciva
stimolante. Forse era la medicina che gli serviva: il mare e la
compagnia di veri uomini. Affrettò il passo, sentendosi
euforico alla prospettiva del confronto.
Salì la scaletta che conduceva in plancia, superando i
gradini tre per volta. A un tratto la porta di fronte al suo
alloggio fu socchiusa. Ne uscì un tanfo di pessimo sigaro e
una testa che avrebbe potuto appartenere a un rettile
preistorico, grigia, piena di rughe e solchi: sembrava la testa
di una tartaruga o di un'iguana, con gli stessi occhietti neri e
lucenti.
La porta era quella della cabina radio, che si trovava a
due passi dal salotto del comandante e comunicava
direttamente con la plancia.

Nonostante le apparenze, la testa era umana; e Nick


ricordò come Mac gli aveva descritto il radiotelegrafista.
«É il bastardo più asociale con cui abbia mai navigato,
ma è capace di ascoltare otto frequenze per volta, in chiaro e
in morse, anche mentre dorme.
É un figlio di puttana tetro come un funerale, ma
probabilmente è il miglior radiotelegrafista di tutta la
marina.»
«Comandante», disse Trog con una vocetta petulante.
«Comandante, ho un "a tutte le navi".»
Nick sentì caldo alla base della spina dorsale e un
formicolìo alla nuca.
Non basta trovarsi nel luogo giusto, quando la grande
onda s'increspa: bisogna anche saperla riconoscere fra
centinaia d'altre.

«Coordinate?» chiese seccamente, percorrendo il


corridoio verso la cabina radio.
«72° 16' sud e 32° 12' ovest.»
Ebbe un tuffo al cuore, mentre il calore gli risaliva lungo
la spina dorsale. Le alte latitudini, là nelle distese immense e
solitarie. Perfino nelle cifre c'era un che di sinistro. Cosa
faceva una nave, laggiù?
Era a sud ovest del Capo di Buona Speranza; ma molto,
molto a sud, oltre le isole Gough e Bouvet, nel mare di
Weddell.
Nick seguì Trog nella cabina radio. Benché il mattino
fosse ventoso e soleggiato, la cabina era scura come una
caverna, con le spesse tende verdi accostate sugli oblò; unica
sorgente di luce, i quadranti degli apparecchi, l'attrezzatura
più sofisticata che la ricchezza della Christy Marine aveva
potuto acquistare, centinaia di migliaia di dollari di magia
elettronica. Ma il tanfo di sigaro dominava su tutto.
Oltre la cabina radio c'era la cabina del marconista, con
la cuccetta sfatta e un vassoio di piatti sporchi sul
pavimento.
Trog balzò sul seggiolino girevole e scostò con il gomito
il bossolo di ottone che fungeva da portacenere, spargendo
sulla mensola fiocchi di cenere grigia e vari mozziconi di
sigaro ancora umidicci.
Simile a uno gnomo rugoso, trafficò con le manopole. Vi
fu una cacofonia di scariche statiche ed elettroniche, miste al
pigolìo del morse.
«La copia?» chiese Nick, e Trog gli porse un taccuino.
Nick vi diede una rapida scorsa.
«CTMZ. 0603 GMT. 72° 16' S. 32° 12' W. A tutte le navi
in grado di prestare assistenza, prego identificarsi. CTMZ.»
Non ebbe bisogno di consultare il manuale di
radiotelegrafia per riconoscere il nominativo CTMZ.
Con uno sforzo di volontà, ignorò la morsa che gli aveva
attanagliato il petto. Gli sembrava di aver già vissuto quel
momento. Era troppo bello. Ma si costrinse a diffidare del
suo istinto, a pensare con la testa e non con le viscere.
Sentì le voci degli ufficiali sulla plancia, voci sommesse
ma venate di tensione. Avevano già lasciato la saletta.
Cristo! pensò con ira. Come hanno fatto a saperlo? E
così presto?
Sembrava che la nave stessa gli si fosse svegliata sotto i
piedi e vibrasse d'impazienza.
La porta scivolò sulle guide scorrevoli e David Allen si
stagliò nel vano.

Aveva una copia del Registro dei Lloyd's.


«Comandante, CTMZ è il nominativo della Golden
Adventurer. Ventiduemila tonnellate, registrato a Bermuda
nel 1975. Società armatrice: Christy Marine.»
«Grazie, signor Allen», disse Nick.
Conosceva bene la nave. Ne aveva ordinato
personalmente la costruzione prima che il traffico dei grandi
transatlantici entrasse in crisi, e l'aveva adibita alla rotta
Europa-Australia.
Era costata ventidue milioni di dollari ed era una nave
stupenda, con sovrastrutture alte e slanciate. Il lusso dei
saloni la faceva rivaleggiare con la France o la United States,
ma si era rivelata uno dei pochi calcoli sbagliati di Nick.
Quando la gestione sulla rotta prevista si era rivelata
infruttuosa, sia a causa dei costi in ascesa che della minor
domanda, Nick aveva mutato la sua destinazione. Era così,
con la fantasia, la flessibilità e l'improvvisazione, che aveva
trasformato la Christy Marine in un colosso.
Aveva lanciato la moda delle crociere d'avventura, e
ribattezzato la nave Golden Adventurer. Ora portava ricchi
passeggeri negli angoli più esotici e selvaggi del globo, dalle
Galapagos all'Amazzonia, dalle isole del Pacifico
all'Antartide, alla ricerca di nuove emozioni.
Ai viaggi partecipavano come ospiti conferenzieri
esperti delle varie regioni che la nave doveva visitare, e i
passeggeri venivano portati a terra, a studiare i monoliti
dell'isola di Pasqua o a osservare l'accoppiamento degli
albatros nelle isole Falkland.
Probabilmente era uno dei pochi transatlantici ancora
redditizi, e adesso si trovava in difficoltà.

Nicholas si rivolse a Trog.


«Ha già trasmesso qualche messaggio, prima dell"a tutte
le navi"?»
«Trasmette da mezzanotte nel codice della società. C'è
stato un fitto scambio di comunicazioni. Per questo l'ho
curato.»
Alla luce fioca dei quadranti, l'ometto appariva
verdognolo con i denti neri. Sembrava sbucato da un film
dell'orrore.
«Ha registrato?» gli chiese Nick.
Trog avviò il registratore automatico, facendo ripetere
ogni messaggio che la nave in difficoltà aveva inviato o
ricevuto da mezzanotte in poi. I confusi messaggi in codice
si riversarono nella cabina, mentre la striscia di carta veniva
stampata con un ticchettio.
Se Duncan Alexander avesse cambiato il codice della
Christy Marine? si domandò Nick. Sarebbe stato un
procedimento logico. Nessun marinaio si sarebbe stupito. Se
si perde un uomo che conosce il codice, quest'ultimo va
modificato. Ma Duncan Alexander non era un marinaio. Era
un amministratore, un uomo d'affari. Pensava in termini di
cifre, non di acciaio e di acqua salata.
Se Duncan aveva cambiato il codice, non l'avrebbero
mai decifrato. Nemmeno con il Decca. Nick stesso aveva
ideato le basi del codice. Esprimeva l'alfabeto come una
funzione matematica fondata su una variabile di sei cifre,
cambiando il valore di ogni lettera in una progressione che
era impossibile identificare.
Nick lasciò l'oscurità pestilenziale della cabina radio,
portando con sé le striscioline di carta.

La plancia del Warlock scintillava di vetro e acciaio,


illuminata e funzionale come una sala operatoria.
Il quadro dei comandi occupava tutta la larghezza della
plancia, sotto le ampie finestre corazzate. Al posto della
tradizionale barra del timone c'era una leva di acciaio, che si
poteva manovrare anche a distanza per mezzo di un lungo
cavo, cosicché il timoniere poteva dirigere la nave da ogni
posizione.
I quadranti e le spie digitali ragguagliavano
istantaneamente il comandante sulle condizioni della nave:
velocità rispetto al fondo a poppa e a prua, velocità
attraverso l'acqua a poppa e a prua, direzione e forza del
vento; inoltre gli fornivano ogni informazione tecnica su
funzioni e disfunzioni.
Nick aveva costruito la nave con il denaro della Christy
Marine, senza badare a spese.
Il retro della plancia fungeva da sala nautica, e il tavolo
da carteggio la divideva in due parti. Contro le paratie erano
allineati gli scaffali che reggevano i 106 grossi volumi blu
del Portolano Mondiale e quasi altrettanti volumi di altre
pubblicazioni marittime. Sotto il tavolo c'erano i cassetti
multipli, ampi e piatti, contenenti le carte dell'Ammiragliato
che descrivevano ogni angolo di acqua navigabile del globo.
La batteria degli strumenti elettronici di navigazione era
collocata contro la parete di fondo. Sembrava una fila di
macchinette per il gioco d'azzardo in una sala di Las Vegas.
Nick commutò il Decca in computer: le spie
lampeggiarono, si spensero e si riaccesero rosse. Poi
introdusse il numero chiave di sei cifre, un numero che
variava secondo le fasi lunari e la data del messaggio. Il
computer lo assimilò all'istante, e Nick introdusse l'ultima
proporzione aritmetica a lui nota. Il Decca era pronto a
decodificare e Nick gli sottopose il blocco dei messaggi in
codice... aspettandosi che glielo restituisse con un borbottìo
di protesta. Duncan aveva sicuramente modificato il codice.
Guardò la strisciolina di carta.
A Christy centrale da comandante Adventurer. 2216
GMT. 72° 16' S. 32° 05' W.
Grave danno a mezzanave dritta causa ghiaccio
sommerso. Chiuse paratie principali. Generatori ausiliari
attivati durante ispezione danno. Passo.
Così Duncan non aveva modificato il codice. Nick prese
il portasigari di coccodrillo e accese il sottile cilindro nero
con mano ferma. Sentì l'impulso di gridare, ma invece aspirò
nei polmoni il fumo fragrante.
«Rilevamento effettuato», annunciò David alle sue
spalle.
Aveva già segnato la posizione sulla grande carta
dell'Antartico. La metamorfosi era completa: il primo
ufficiale era divenuto un professionista serio e competente.

Nick diede un'occhiata alla carta, vide la linea


frastagliata del ghiaccio sopra la posizione dell'Adventurer,
vide il continente antartico protendere verso la nave i suoi
spietati artigli di roccia e di ghiaccio.
Il Decca decodificò la risposta al messaggio:

A comandante Adventurer da Christy centrale. Ricevuto.


Passo.
Il messaggio successivo era stato inviato circa due ore
dopo, ma il computer lo decodificò e stampò quasi senza
interrompersi.

A Christy centrale da comandante Adventurer. 0005


GMT. 72° 18' S. 32° 05' W.
Acqua bloccata. Riavviati generatori principali. Nuova
rotta diretta verso Città del Capo. Velocità 8 nodi. Passo.

Dave Allen fece un rapido calcolo con le parallele e il


rapportatore.
«Mentre aveva le macchine ferme, è andato alla deriva
per trentaquattro miglia nautiche in direzione sud-sudest...
Là c'è un inferno di venti e di correnti», disse.
Gli altri ufficiali rimasero in silenzio. Sebbene nessuno
di loro osasse accostarsi al comandante presso il Decca,
avevano occupato in ordine di grado i migliori posti
d'osservazione e ora seguivano il dramma della grande nave
in difficoltà.
Il messaggio successivo scaturì quasi subito dal
computer, benché fosse stato trasmesso varie ore dopo.

A Christy centrale da comandante Adventurer. 0546


GMT. 72° 16' S. 32° 12' W.
Esplosione in zona allagata. Chiuse tutte paratie.
Imbarchiamo acqua. Chiedo autorizzazione trasmettere 'a
tutte le navi". Passo.

A comandante Adventurer da Christy centrale. 0547


GMT. Autorizzazione accordata. Divieto contrattare
rimorchio o recupero senza interpellare Christy centrale.
Dare conferma.

Duncan non aveva nemmeno aggiunto il solito «salvo in


caso di pericolo per vite umane».
Il motivo era evidente. La Christy Marine assicurava la
maggior parte delle sue navi con una delle sue consociate, la
London and European Insurance. Lo schema di
autoassicurazione era stato una trovata dello stesso Duncan
Alexander, poco dopo il suo arrivo alla Christy Marine. Nick
Berg si era opposto tenacemente al progetto e adesso, forse,
si sarebbe visto che aveva avuto ragione.
«Rispondiamo?» chiese David Allen con calma.
«Silenzio radio», rispose seccamente Nick.
Si mise a passeggiare avanti e indietro per la plancia. Il
rivestimento di sughero del ponte attutiva i suoi passi.
«É questa la mia onda?» si chiedeva.
La Golden Adventurer andava alla deriva fra i ghiacci
oltre duemila miglia a sud di Città del Capo, e per superare
una distanza simile il Warlock avrebbe impiegato cinque
giorni e cinque notti. Se decideva di andare, nel frattempo la
nave avrebbe potuto effettuare le riparazioni e ripartire con
le sue macchine. E anche se l'avaria si fosse protratta, c'era il
rischio che un altro rimorchiatore battesse il Warlock sul
tempo. Così, era il momento di fare l'appello.
Si fermò davanti alla cabina radio e disse a Trog:
«Apra la linea del telex e trasmetta un messaggio a Bach
Wackie alle Bermude: virgolette appello virgolette.»
Si girò, congratulandosi con se stesso per la sua
previdenza nell'installare il sistema ausiliario di telex via
satellite. Gli permetteva di comunicare con il suo agente alle
Bermude o con qualsiasi altra stazione telex senza che il
messaggio fosse trasmesso sulle frequenze aperte, venendo
magari captato da un concorrente o da un'altra parte
interessata. I suoi messaggi rimbalzavano nell'alta
stratosfera, dove nessuno poteva intercettarli.
Mentre aspettava, rifletté. Se fosse andato, avrebbe
dovuto abbandonare la piattaforma della Esso, e il denaro
che avrebbe incassato per il rimorchio era indispensabile al
suo bilancio. Senza le duecentoventimila sterline, non
avrebbe potuto far fronte al pagamento trimestrale degli
interessi, che scadeva fra sessanta giorni. A meno che, a
meno che... Fece un rapido calcolo mentale, ma il rischio gli
parve eccessivo, e poi i conti non tornavano. La Esso gli
serviva. Cristo, se gli serviva!
«Bach Wackie sta rispondendo», annunciò Trog,
sovrastando il ticchettìo del ricevitore telex.
Nick si girò di scatto.
Aveva scelto Bach Wackie come agente a causa della sua
nota efficienza.
Sbirciò l'orologio, calcolando che alle Bermude erano le
due del mattino; eppure la risposta alla sua domanda sulle
posizioni dei maggiori concorrenti era arrivata in pochi
minuti.
Per comandante Warlock da Bach Wackie ultime
posizioni riferite. John Ross in secca molo Durban. Woltema
Wolteread rimorchio Esso in stretto Torres per Alaska...
Così i due giganteschi rimorchiatori della Safmarine non
gli avrebbero dato noia. Metà della concorrenza più
pericolosa era fuori gioco.
Wittezee rimorchio Shell da Galveston per Mare del
Nord.
Graotezee fermo Brest...
Fuori anche i due olandesi. I nomi e le posizioni degli
altri grossi rimorchiatori, ognuno dei quali rappresentava
una minaccia per il Warlock, scaturirono rapidamente
dall'apparecchio. Nicholas mordicchiava il sigaro
socchiudendo gli occhi contro il fumo azzurrognolo, con un
crescente senso di sollievo man mano che i rapporti
situavano i concorrenti in acque lontane, da cui non
avrebbero potuto raggiungere la nave in difficoltà.
«La Mouette», Nick serrò i pugni quando il nome
comparve sul foglio, «La Mouette lasciato rimorchio
Brazgas Golfo San Jorge il 14, riferito in rotta Buenos
Aires».
Nick grugnì come se avesse ricevuto un colpo basso e si
scostò dall'apparecchio. Andò sull'aletta aperta della plancia.
Il vento gli fece svolazzare gli abiti e i capelli.
La Mouette, il gabbiano. Un nome ridicolo per quello
scafo nero e tozzo, dalle antiquate sovrastrutture e il
tradizionale fumaiolo singolo. Nick chiuse gli occhi e gli
parve di vederselo di fronte.
Non aveva dubbi; Jules Levoisin era già in rotta per il
sud a tutta forza, come un segugio sulla pista.
Jules aveva lasciato il rimorchio nell'Atlantico
meridionale tre giorni prima. Si era sicuramente rifornito a
Comodoro. Nick conosceva bene le abitudini di Jules: non
era contento se non aveva i serbatoi colmi.
Gettò via il mozzicone del sigaro, e il vento lo portò
lontano.
Sapeva che, un anno e mezzo prima, La Mouette era
stata raddobbata e munita di macchine nuove. Aveva letto un
breve articolo sul Lloyd's List, con un senso di nostalgia. Ma
nemmeno novemila cavalli potevano spingere quel tozzo
scafo a più di diciotto nodi, Nick ne era sicuro. Però, anche
se il Warlock era più veloce, La Mouette era più vicina
all'obiettivo di almeno mille miglia. Non c'era da stare
allegri. E se La Mouette, dopo aver lasciato il rimorchio, si
fosse diretta verso capo Horn, invece di risalire a nord
nell'Atlantico? Se le cose stavano così, e con la fortuna di
Jules Levoisin non c'era da dubitarne, allora La Mouette
aveva parecchio vantaggio.
«Chiunque, tranne Jules Levoisin», pensò. «Perché
proprio lui? E perché proprio adesso, Dio santo? Adesso che
sono così vulnerabile... fisicamente e finanziariamente? Oh,
accidenti, perché?»
Sentì che l'euforia e il benessere, da cui si era lasciato
illudere quel mattino, gli scivolavano di dosso lasciandolo
nudo e malato come prima.
«Non sono ancora pronto», pensò. Non si era mai detto
una cosa simile, in vita sua. Era sempre stato pronto per
tutto. Ma non adesso, in un momento così delicato.
All'improvviso fu pervaso dallo sgomento. Si sentiva
vuoto. In lui non c'era più nulla, né l'energia, né la fiducia,
né la determinazione.
L'amarezza per la sconfitta inflittagli da Duncan
Alexander, la disperazione per l'abbandono della donna che
amava, lo avevano schiantato. Sentì la paura trasformarsi in
panico: l'onda era arrivata, finalmente, ma lui non aveva la
forza di cavalcarla e gli sarebbe sfuggita.
L'istinto gli disse che era l'ultima onda, non ne sarebbero
arrivate altre.
O adesso o mai più. Ma non poteva rischiare, non
l'avrebbe mai spuntata contro Jules Levoisin, non poteva
sfidare il suo ex comandante. Non poteva rifiutare il sicuro
pagamento della Esso, non aveva il coraggio di rischiare
tutto in un colpo solo. Aveva appena perso un colpo grosso...
non poteva rischiare ancora.
Non era pronto, non aveva la forza.
Avrebbe voluto andare in cabina, stendersi sulla cuccetta
e dormire, dormire. Si sentì cedere le ginocchia sotto il peso
della disperazione, e desiderò l'oblio del sonno.
Tornò nell'aletta coperta della plancia, al riparo del
vento. Era finito, vinto, sconfitto. Mentre si avviava verso il
rifugio della sua cabina, passò accanto al quadro dei
comandi e si fermò involontariamente.
Gli ufficiali lo guardarono in un silenzio carico di
tensione.
Allungò la destra e toccò il telegrafo di macchina,
facendo scivolare l'indicatore dalla posizione di «fermo» a
quella di «pronto».
«Sala macchine», disse nel microfono una voce così
calma e incolore che non gli parve la sua. «Avviare le
macchine principali.»
Da una distanza immensa, vide i visi degli ufficiali
illuminarsi di perfida gioia. Sembravano pirati che
pregustano il bottino.
La strana voce continuò:
«Signor Allen, chieda alla capitaneria di porto
l'autorizzazione a salpare immediatamente. Timoniere, rotta
per l'ultima posizione conosciuta della Golden Adventurer.»
Con la coda dell'occhio, notò che David Allen sferrava
un allegro pugno sulla spalla del terzo ufficiale prima di
precipitarsi al radiotelefono.
Sentì l'improvviso bisogno di vomitare, ma rimase rigido
e immobile davanti al quadro dei comandi reprimendo
l'ondata di nausea che lo aveva assalito, mentre gli ufficiali
si disponevano ai posti di navigazione.
«Plancia, parla il direttore di macchina», gracidò una
voce metallica nell'altoparlante sopra la testa di Nick.
«Macchine principali in funzione.»

Tacque un momento, poi manifestò la sua esultanza con


la tipica espressione australiana: «Beauty!»
^
La prora svasata del Warlock era concepita per fendere i
marosi e in quelle acque, a una latitudine inferiore a quaranta
gradi, il rimorchiatore filava verso sud veloce, guizzante e
lustro come una lontra.
Non ostacolato da terre emerse, il ciclo delle grandi
depressioni atmosferiche imperversa liberamente in quei
mari, e le onde si gonfiano sino a divenire una successione
di montagne d'acqua.
Il Warlock le tagliava obliquamente, penetrando ogni
cresta con uno scoppio candido che s'innalzava a prua come
l'esplosione di un siluro. Verde e limpida, l'acqua si riversava
sul ponte spazzandolo da prua a poppa mentre il
rimorchiatore s'impennava per poi piombare a capofitto nella
valle che gli si era spalancata davanti. Allora le sue eliche
gemelle di bronzo emergevano dall'acqua ma la squassante
vibrazione veniva subito controllata dal sofisticato
meccanismo del passo variabile; poi il Warlock giungeva in
fondo alla valle e le eliche mordevano nuovamente l'acqua,
mentre i due diesel Mirrlees lo spingevano verso la parete
della prossima onda.
Ogni volta sembrava che non potesse rialzarsi in tempo
per affrontare la montagna d'acqua. Il mare era nero sotto il
cielo plumbeo. Nei Caraibi, Nick aveva visto molti uragani,
ma mai un'acqua così minacciosa. Brillava come la colata di
acciaio che si riversa dall'altoforno di una fonderia, e
raffreddandosi diventa di un nero iridescente.
Nelle profonde valli fra le creste non tirava il vento.
Piombavano in una quiete innaturale, in un silenzio pauroso,
che ingigantiva la minaccia dell'incombente parete d'acqua.
Nel cavo dell'onda, il Warlock sbandava e s'impennava,
arrampicandosi sulla parete in una salita che comprimeva le
viscere e piegava le ginocchia. Mentre il rimorchiatore saliva
il ponte s'inclinava all'indietro e una visione di nubi
tumultuose riempiva le finestre anteriori della plancia.

Il vento stracciava la cresta dell'onda davanti al Warlock


strappandone lembi di spuma e spiaccicandoli sui vetri
corazzati. Poi il Warlock affondava nell'onda l'affilato muso
di acciaio. Sussultava all'impatto, s'inclinava sulla cresta e
piombava in caduta libera per ripetere il ciclo.
Nick era incastrato nella poltroncina del comandante,
nell'angolo della plancia. Sotto le spallate del mare, oscillava
come un cammelliere e fumava i suoi sigari, girandosi
continuamente verso ovest quasi si aspettasse di vedere da
un momento all'altro lo sgraziato scafo nero della Mouette.
Ma distava ancora un migliaio di miglia, lo sapeva. Filava
lungo il lato opposto del triangolo che aveva per vertice il
piroscafo in difficoltà.
«Ammesso che stia arrivando», pensò Nick, ma si disse
che non c'erano dubbi.
La corsa della Mouette era frenetica come quella del
Warlock... e altrettanto silenziosa. Jules Levoisin aveva
insegnato a Nick il trucco del silenzio. Non usava la radio se
non aveva il piroscafo a portata di radar. Poi comunicava:
«Posso gettarvi un cavo fra due ore. Accettate il
contratto standard dei Lloyd's?»
Il comandante della nave in difficoltà, che già si credeva
abbandonato senza soccorsi, avrebbe accettato con
entusiasmo la promessa di salvataggio; e quando La Mouette
sarebbe comparsa all'orizzonte con le luci accese e le
bandiere al vento in una delle teatrali esibizioni che erano la
specialità di Jules, probabilmente il comandante avrebbe
accettato il contratto standard dei Lloyd's... una decisione
che sarebbe stata sicuramente rimpianta dagli armatori tra le
pareti fredde e austere della corte arbitrale.
Quando Nick aveva dato le direttive per il progetto del
Warlock, aveva preteso che fosse bello quanto funzionale. Il
comandante di una nave in difficoltà è quasi sempre in preda
all'agitazione. Nel dubbio fra due rimorchiatori, può
sceglierne uno in base al suo aspetto. Il Warlock era
bellissimo: perfino nell'oceano cupo e corrucciato, era
spavaldo come una nave da guerra. Il comandante della
Golden Adventurer doveva assolutamente vederlo, prima di
accordarsi con La Mouette.
Nick era troppo impaziente per starsene inattivo nella
poltroncina di tela.
Valutò la distanza della prossima onda e, con sei o sette
rapidi passi, attraversò la plancia approfittando della
momentanea stabilità del Warlock nel cavo dell'onda. Si
aggrappò alla ringhiera cromata che correva sopra il Decca.
Batté sulla tastiera il numero di codice che avrebbe
commutato la macchina in sistema elettronico di
navigazione, coordinando le trasmissioni che giungevano dai
satelliti in orbita sopra la terra. Per mezzo dei satelliti si
poteva determinare la posizione esatta del Warlock sulla
superficie del globo, con uno scarto massimo di venticinque
metri.
Nick immise la posizione della nave e il computer la
confrontò con il rilevamento che Nick aveva chiesto quattro
ore prima. Stampò rapidamente la distanza percorsa e la
velocità del rimorchiatore. Accigliato, Nick si girò a
guardare il timoniere.
Nella furibonda corsa sul mare, un uomo esperto poteva
tenere il Warlock sulla rotta meglio di qualsiasi
marchingegno elettronico. Un uomo poteva prevedere ogni
valle e ogni cresta, impedire alla nave di puggiare
mettendosi di traverso alle onde, per poi scalciare quando
saliva, sprecando tempo prezioso e allungando la rotta.
Nick osservò l'opera del timoniere, valutando le onde
che s'innalzavano davanti alla prora e controllando la rotta
sul ripetitore della bussola. In dieci minuti capì che non
c'erano sbandamenti: il Warlock procedeva diritto quanto
glielo permettevano le condizioni del mare.
La leva del telegrafo di macchina era tirata all'indietro
sulla massima velocità di sicurezza, la rotta era buona,
eppure il Warlock non guadagnava quei pochi nodi in più su
cui Nick aveva contato decidendo di gareggiare con La
Mouette.
Aveva contato su ventotto nodi contro i diciotto del
francese, ma non li aveva. Quando il Warlock salì sulla
cresta successiva, Nick guardò involontariamente verso
ovest. Attraverso i vetri solcati da rivoli d'acqua, in cui i
tergicristalli aprivano due semicerchi trasparenti, vide
soltanto una distesa di acqua nera. Non c'era traccia di navi.
Si accostò bruscamente al citofono.

«Sala macchine, confermate che siamo al massimo del


verde.»
«Massimo del verde, comandante.»
La voce indifferente del direttore di macchina sovrastò
lo scroscio dell'onda che si riversava a bordo.

Il «massimo del verde» era la velocità massima di


sicurezza raccomandata dai costruttori dei giganteschi diesel
Mirrlees, alla quale le macchine sviluppavano una potenza
assai superiore alla massima potenza economica, bruciando
carburante a una rapidità prodigiosa. Nick stava spingendo il
rimorchiatore alla massima velocità consentita senza
sconfinare nella zona
«rossa» di pericolo, oltre l'ottanta per cento della
potenza totale, che in una navigazione prolungata avrebbe
rovinato le macchine.
Nick tornò alla sua poltroncina e vi cadde di schianto.
Cavò il portasigari ma si fermò con l'accendino a mezz'aria.
Aveva la bocca arida e la lingua impastata. Da quando
avevano lasciato Città del Capo aveva fumato senza
interruzione durante ogni minuto di veglia, e Dio sapeva se
aveva dormito poco. Con un senso di ripugnanza, si passò la
lingua nella cavità della bocca, poi fissò davanti a sé,
chiedendosi come mai il Warlock andasse così adagio.
Si raddrizzò di scatto, considerando un'ipotesi che gli
accese un lampo d'ira negli occhi.
Scivolò dalla poltroncina, fece un cenno al terzo
ufficiale che era di turno e imboccò la porta in fondo alla
plancia, entrando nel suo salotto. Era una manovra diversiva:
non voleva che la sua visita sottocoperta fosse annunciata.
Uscì subito dal suo alloggio per imboccare la scaletta
che scendeva ai ponti inferiori.
La vista della sala macchine era impressionante perfino
per Nick, che aveva progettato il rimorchiatore e l'aveva
visto costruire. I due motori diesel Mirrlees occupavano
quasi tutta la caverna dipinta di bianco: c'era appena lo
spazio per passare in mezzo. Ognuno era lungo come quattro
Cadillac parcheggiate in fila, e infossato in un pozzo
profondo come quattro Cadillac accatastate una sull'altra.
I trentasei cilindri di ogni blocco erano coronati da una
foresta semovente di valvole e di bielle. Ciascuno era
un'enorme fabbrica di energia capace di sviluppare
undicimila cavalli vapore.
La consuetudine richiedeva che ogni visitatore,
compreso il comandante, annunciasse il suo arrivo nella sala
macchine al direttore. Ignorandola, Nick passò in silenzio
oltre le porte scorrevoli di vetro, lasciando l'odore di olio
bruciato della sala macchine per l'aria condizionata della sala
di controllo. Era moderna e scintillante come la plancia del
Warlock, completamente isolata da doppi vetri per escludere
il frastuono dei diesel. Il quadro dei comandi correva sotto le
finestre che davano sulla sala macchine, e tutti i dati sulle
condizioni del rimorchiatore comparivano in cifre rosse e
verdi alla semplice pressione del dito.
Vin Baker stava confabulando con un elettricista.
Entrambi erano inginocchiati davanti alle ante spalancate di
un armadio d'acciaio che conteneva un groviglio di cavi
colorati e di interruttori a transistor. Nick giunse al quadro
dei comandi prima che il direttore di macchina avesse
dipanato il suo lungo corpo e si fosse girato a fronteggiarlo.
Quando Nick era realmente furibondo, stringeva le
labbra in una linea sottile, e le sue sopracciglia nere
parevano congiungersi sopra gli occhi verdi.
«Mi ha raccontato una balla», accusò con una voce atona
che non tradiva la sua ira. «Mi sta dando appena il settanta
per cento della forza.»
«Per me è il massimo del verde», ribatté Vin Baker.
«Con un mare simile, non voglio forzare i motori all'ottanta
per cento; si scasserebbe tutto.» In quel momento la poppa
fu proiettata bruscamente verso l'alto, mentre il Warlock
scavalcava l'ennesima onda. La sala di controllo tremò per le
vibrazioni delle eliche che roteavano pazzamente nell'aria
prima di mordere ancora il mare. «Ha sentito? E vuole che
dia altra potenza?»
«Il rimorchiatore può sopportarla. É costruito apposta.»
«Storie. Nessuno può forzare le macchine a lungo, in
una burrasca così.»
«Voglio tutta forza», insisté Nick, additando il ripetitore
del telegrafo di macchina e la maniglia cromata, con cui il
direttore poteva annullare la quantità di potenza richiesta
dalla plancia. «Me la dia quando le pare...
purché lo faccia entro cinque secondi.»
«Esca dalla mia sala macchine. Vada a giocare sulla
plancia.»
«E va bene.» Nick annuì. «Lo farò io.»
Allungò la mano verso la leva.
«Giù le mani dalle mie macchine», strepitò Vin Baker,
raccogliendo una spranga di ferro dal ponte. «Se osa toccare
le mie macchine le spacco i denti, merluzzo surgelato di un
inglese.»
Nonostante la sua collera, Nick batté le palpebre.
L'insulto lo faceva ridere, se pensava alle emozioni e alle
passioni che ribollivano in lui.
Merluzzo surgelato, pensò. Mi vede così.
«Stupido cacatua ubriaco di Bundaberg», disse con
flemma afferrando la leva.
«Avrò l'ottanta per cento, a costo di farti la pelle.»
Vin Baker batté a sua volta le palpebre dietro gli
occhiali. Non si era aspettato un insulto. Lasciò cadere la
pesante spranga che rimbalzò sul ponte con fragore.
«Non mi serve», dichiarò. Si ficcò gli occhiali nella
tasca posteriore e si tirò su i calzoni. «Sarà più bello farla a
pezzi con le mani.»
Soltanto allora Nick notò la statura del capo
macchinista. Nelle sue braccia guizzavano muscoli sodi,
plasmati dal duro lavoro. I suoi pugni, quando li serrò, erano
grossi come mazze. Si mise in guardia come un pugile,
compensando il beccheggio della nave con agili flessioni
delle gambe.
Non appena Nicholas toccò la maniglia cromata, Baker
sferrò un fulmineo montante. Nick ebbe appena il tempo di
ritrarsi. Il pugno gli sfiorò il mento, graffiandogli la pelle
vicino all'occhio, e lui passò al contrattacco, sparando un
diretto sotto l'ascella di Baker. Colpì così forte che il cozzo
dei suoi stessi denti gli rintronò nella testa. Il direttore di
macchina sbuffò, ma replicò con un sinistro. Il pugno
nodoso rimbalzò sulla spalla e colse Nick sulla tempia.
Sebbene la botta fosse deviata, Nick ebbe l'impressione
che gli fosse piombata una porta in testa. Una coltre nera gli
calò sugli occhi. Cadde in avanti, aggrappandosi
all'avversario per reggersi in piedi. Cinse il corpo solido e
asciutto in una morsa mentre cercava di snebbiarsi la mente.
Sentì il direttore di macchina spostare il proprio peso e
fu stupito dalla sua forza. Dovette penare per trattenerlo. A
un tratto capì cosa sarebbe successo. Sulla fronte di Baker
c'erano piccoli lembi di tessuto cicatrizzato, seminascosti dai
capelli color sabbia, e le cicatrici, sicuramente dovute ad
altre zuffe, misero in guardia Nick.
Vin Baker indietreggiò, simile a un cobra che si appresti
all'attacco, poi chinò la testa e si slanciò avanti. Era il
classico cozzo, diretto alla faccia di Nick. Se ci fosse
arrivato, gli avrebbe spiaccicato il naso e spaccato i denti.
Ma Nick l'aveva previsto: abbassò la testa a sua volta,
cosicché i crani si scontrarono, con un rumore simile a
quello d'un grosso ramo che si spezzi.
L'impatto ruppe la presa di Nick, ed entrambi rotolarono
sul ponte instabile. Vin Baker ululava come un lupo ferito,
stringendosi il cranio fra le mani.
«Non vale, bastardo di un inglese», sbraitò.
Si appoggiò a uno degli armadi di acciaio allineati
contro la paratia di fronte. Atterriti, gli elettricisti si
tuffarono sotto il cruscotto dei comandi, abbandonando gli
attrezzi.
Vin Baker rimase immobile per un momento, come per
rimettere insieme il suo corpo allampanato. Poi, mentre il
Warlock rollava con violenza, sfruttò l'inclinazione per
caricare a testa bassa, risoluto a fracassare le costole
dell'avversario.
Nick si girò come un cow-boy alle prese con un vitello.
Cinse il collo di Vin Baker con un braccio e lo accompagnò
nella corsa, tenendogli giù la testa e accelerando mentre
attraversavano la sala di controllo in tutta la sua lunghezza.
Giunsero alla parete di vetri corazzati e la testa di Vin Baker
vi urtò per prima, con dietro il peso d'entrambi i loro corpi.
^
Il capo macchinista rinvenne alla puntura dell'ago che
Angel gli infilava in un lembo di carne viva sul cranio.
Rinvenne sferrando pugni come un ubriaco, ma il cuoco lo
tenne giù con l'enorme braccio peloso.
«Sta' calmo, caro.»
Ritirò l'ago dalla pelle sanguinante e annodò il punto.
«Dov'è? Dov'è il bastardo?» farfugliò il direttore di
macchina.
«É tutto finito, caruccio», lo informò gentilmente Angel.
«E sei fortunato che ti abbia colpito sulla testa... altrimenti ti
avrebbe fatto male.»
Gli diede un altro punto.
Il capo macchinista fece una smorfia, mentre Angel
tirava il filo e lo annodava.
«Ha cercato di scassarmi i motori. Gli ho dato una
lezione, a quel bastardo.»
«Lo hai fatto morire di paura», convenne Angel con
dolcezza. «Adesso bevici su un goccio e non muoverti. Resta
nella cuccetta per dodici ore. Più tardi verrò a rimboccarti le
coperte.»
«Io torno alle mie macchine», annunciò Vin Baker.
Vuotò il bicchierino di liquore e fischiò al bruciore
dell'alcool.
Angel lo lasciò per accostarsi al telefono. Parlò
rapidamente, mentre il capo macchinista scendeva dalla
cuccetta. Nick Berg entrò nella cabina e fece un cenno
d'assenso al cuoco.
«Grazie, Angel.»
Angel uscì dalla cabina e li lasciò a fronteggiarsi. Il capo
macchinista scoprì i denti e ringhiò all'indirizzo di Nick.
«Jules Levoisin avrà guadagnato almeno cinquecento
miglia su noialtri, mentre lei giocava a fare la prima donna»,
osservò Nick con calma.
La bocca di Vin Baker rimase aperta, sebbene non ne
uscisse più nessun suono.

«Ho costruito questa nave perché corra veloce anche con


il mare grosso. E
adesso lei sta cercando di farci perdere i soldi del
premio.»
Nick girò sui tacchi e risalì la scaletta verso la plancia.
Sprofondato nella poltroncina di tela, cominciò a tastarsi
delicatamente la bozza purpurea sulla fronte. Gli sembrava
di avere una fune strettamente annodata intorno alla testa.
Era tentato di andare in cabina a prendere un antidolorifico,
ma voleva essere presente quando sarebbe giunta la chiamata
di Baker.
Accese un altro sigaro. Sapeva di corda incatramata e
bruciata. Lo gettò nella vaschetta di sabbia e in quel
momento ronzò il citofono sopra la sua spalla.
«Plancia, qui sala macchine.»
«Mi dica, capo.»
«Adesso siamo all'ottanta per cento.»
Nick non rispose, ma sentì il cambiamento nelle
vibrazioni delle macchine e la spinta più poderosa dello
scafo.
«Nessuno mi aveva detto che siamo in gara con La
Mouette. Quel bastardo di un mangiarane non sarà il primo a
gettare il cavo», dichiarò fieramente Vin Baker. Poiché il
comandante rimase in silenzio, si sentì in dovere di
aggiungere qualcosa. «Scommetto una sterlina contro una
merda di canguro», lo sfidò, «che lei non sa che cos'è un
cacatua e che non ha mai assaggiato il rum Bundaberg.»
Nick si sorprese a sorridere, nonostante la feroce
emicrania.
«Be-au-ty!» disse, sillabando la parola e sforzandosi di
non scoppiare in una risata.
La voce di Dave Allen era contrita.
«Mi rincresce di svegliarla, signor comandante, ma la
Cold Adventurer sta trasmettendo.»
«Vengo», borbottò Nick, gettando le gambe fuori della
cuccetta.
Era piombato nel sonno senza sogni dello sfinimento,
ma in pochi secondi si snebbiò la mente. Era un'abitudine
acquisita durante innumerevoli turni di guardia.
Scacciò le ultime tracce di sonno stropicciandosi gli
occhi, e si sentì sotto le dita la barba ispida mentre si
dirigeva verso il bagno. In quaranta secondi si lavò il viso e
si pettinò i capelli arruffati, decidendo con rammarico che
non aveva il tempo di radersi.
Quando lasciò la cabina per andare in plancia, capì
subito che la velocità del vento era aumentata. Calcolò che
soffiava a forza sei, adesso: il rollìo del Warlock era più
violento e disordinato.
Oltre il tepore della plancia fiocamente illuminata, la
furia dell'acqua e dei venti faceva della notte un gelido
inferno ululante.
Trog era ingobbito sui suoi apparecchi, grigio, rugoso e
insonne. Quasi non si degnò di girarsi mentre porgeva a
Nick il foglietto con il messaggio.
«Comandante Golden Adventurer a Christy centrale»,
decodificò rapidamente il Decca, e Nick grugnì quando lesse
il rapporto sulla nuova posizione. Qualcosa era
drasticamente mutato nella situazione del piroscafo.
«Macchine principali ancora fuori uso. Corrente verso est
aumentata a sette nodi. Vento crescente forza sei da
nordovest. Pericolo di ghiacci. Su quale assistenza posso
contare?»

Nell'ultima frase c'era una nota di panico. Nick ne


comprese il motivo quando vide la nuova posizione della
nave sulla carta.
«Va diritto a terra», borbottò David, lavorando veloce
sulla carta.
«L'azione combinata del vento e della corrente lo spinge
verso terra.»
Sfiorò con la punta del dito i minacciosi promontori
frastagliati della Terra di Coats.
«É a ottanta miglia dalla costa, adesso. A questa velocità
di deriva s'incaglierà fra dieci ore.»
«Sempre che prima non vada a sbattere contro un
iceberg», osservò Nick. «A giudicare dall'ultimo messaggio
del comandante, pare che siano già arrivati fra i ghiacci.»
«Una prospettiva allegra», convenne David,
raddrizzandosi.
«Fra quanto tempo la raggiungeremo?» chiese Nick.
«Fra una quarantina di ore, comandante.» David esitò,
respingendo dalla fronte una ciocca di capelli biondo chiaro.
«Se potessimo mantenere questa velocità. Ma dovremo
ridurla, quando arriveremo ai ghiacci.»
Nick si diresse verso la sua poltroncina di tela. Sentiva il
bisogno di passeggiare avanti e indietro, di dar sfogo alle
energie represse. Ma con un mare simile, ogni movimento
risultava difficile e rischioso; così barcollò verso la
poltroncina e vi si sprofondò, gli occhi fissi nella notte nera.
Pensò alla drammatica situazione in cui si trovava il
comandante dell'Adventurer. La sua nave era in grave
pericolo, come le vite dell'equipaggio e dei passeggeri.
Quante vite? Nick si spremette la memoria e cominciò a
far calcoli. Fra equipaggio e ufficiali, il personale di bordo
della Golden Adventurer assommava a 235 effettivi; poiché
c'era posto per 375 passeggeri, in totale la nave poteva
portare oltre seicento persone.
«Be', signor comandante, in fin dei conti volevano
l'avventura.» Sembrava che David Allen gli avesse letto nel
pensiero. «Non si lamenteranno d'aver buttato via i soldi.»
Nick lo guardò annuendo.
«Devono esserci molte persone anziane. Una cabina per
quella crociera costa una fortuna, e di solito solamente gli
anziani sono così ricchi. Se la nave dovesse incagliarsi, ci
scapperebbe qualche morto.»
«Con tutto il rispetto, comandante.» David esitò,
arrossendo per la prima volta da quand'erano partiti. «Se il
capitano dell'Adventurer sapesse che i soccorsi sono in
arrivo, forse eviterebbe di commettere imprudenze.»
Nick rimase in silenzio. Il secondo aveva ragione,
naturalmente. Era crudele lasciare che quella gente si
credesse sola in mezzo ai terribili banchi di ghiaccio. Nel
panico, il capitano dell'Adventurer poteva prendere una
decisione avventata, mentre se avesse saputo che il soccorso
era vicino avrebbe agito con più prudenza.
«La temperatura esterna è di cinque gradi sotto zero.
Con il vento che soffia a trenta miglia all'ora, è una
combinazione micidiale. Se calano le scialuppe...»
La voce di Trog, dalla cabina radio, interruppe David.
«Gli armatori stanno rispondendo.»
Fu un lungo messaggio, quello che la Christy Marine
inviò al capitano.
Conteneva le stesse rassicurazioni pietose che il medico
dà a un malato di cancro, ma soltanto una frase colpì Nick.
«Facciamo il possibile per contattare rimorchiatori
operanti in Atlantico meridionale.»
David Allen lo guardava aspettando una decisione: la
decisione giusta, umana
- comunicare che erano a ottocento miglia e sarebbero
presto arrivati.
Nick balzò su dalla poltroncina e attraversò il ponte
inclinato fino all'aletta di dritta della plancia.
Aprì la porta e uscì nella burrasca. L'aria gelida gli
mozzò il fiato; boccheggiò come se stesse annegando. Si
sentì lacrimare gli occhi e la spuma gelata gli punse il viso
con milioni di aghi.
Inspirò con cautela, e le sue narici si dilatarono quando
fiutò il ghiaccio.
Era l'inconfondibile odore di muschio che aveva già
sentito nei mari dell'Artico. Sembrava l'odore di un
gigantesco mostro marino, e raggelava il marinaio fin
nell'anima.
Non poté resistere alla bufera per più di qualche
secondo, ma quando rientrò nella calda intimità della
plancia, la sua mente era tersa, i suoi pensieri scattanti.
«Signor Allen, davanti a noi c'è il ghiaccio.»
«Ho già ordinato i turni al radar, comandante.»
«Benissimo», disse Nick, «ma ridurremo la potenza al
cinquanta per cento».
Esitò un attimo, poi aggiunse: «E manterremo il silenzio
radio».
Era una decisione difficile, e Nick vide l'espressione
d'accusa negli occhi di David Allen prima di girarsi per
ordinare la riduzione di potenza. Sentì l'insolito impulso di
spiegargli il motivo. Non sapeva perché; forse gli occorreva
la comprensione del secondo. Capì all'istante che era un
sintomo della propria debolezza. Non aveva mai chiesto
comprensione a nessuno, e si costrinse a non chiederla
nemmeno adesso.
La sua decisione di mantenere il silenzio radio era
giustificata. Aveva a che fare con due ossi duri. Non poteva
concedere nulla a Jules Levoisin: lo avrebbe costretto ad
aprire i contatti radio per primo, quel vantaggio gli serviva.
L'altro duro era Duncan Alexander, un uomo astioso,
infido e vendicativo. Un tempo aveva tentato di distruggere
Nick... e forse c'era riuscito. Nick doveva essere prudente,
adesso, doveva scegliere con la massima cura il momento
d'aprire le trattative con la Christy Marine e con l'uomo che
lo aveva spodestato dalla presidenza. E al momento cruciale,
avrebbe dovuto disporre di tutte le sue energie. Non poteva
aprire i contatti se non si trovava in vantaggio.
Jules Levoisin doveva essere costretto a dichiararsi per
primo, decise Nick.
L'incertezza avrebbe tormentato il capitano della Golden
Adventurer un poco più a lungo. Nick si consolò dicendosi
che ogni improvviso peggioramento nella situazione della
nave, o la decisione del capitano di calare le scialuppe,
sarebbe stata annunciata sulle frequenze aperte, dandogli
modo d'intervenire.
Nick avrebbe voluto consigliare a Trog di curare
specialmente il canale 16
per la prima trasmissione della Mouette, ma si trattenne.
Non dava mai ordini superflui. La testa grigia e grinzosa
di Trog era avvolta in pestilenziali nubi di fumo, ma china
sulla massa di apparecchi elettronici. Il marconista stava
regolando una manopola con scrupolo quasi amoroso, i suoi
occhietti erano vivaci e attenti come quelli di una testuggine
marina.

Nick andò alla sua poltroncina e si sedette ad aspettare


che la breve notte estiva dell'Antartico volgesse al termine.
Fra i disturbi provocati dalla burrasca, lo schermo del
radar mostrava strani capi e promontori, isole sconosciute,
anomalie che non risultavano sulle carte dell'Ammiragliato.
Fra le masse estranee brillavano miriadi di altri piccoli
contatti, luminescenti come lucciole. Ognuno avrebbe potuto
essere l'eco rimandata da un transatlantico in difficoltà... ma
non lo era.
Mentre il Warlock procedeva cautamente in quel mare
incantato, l'alba, che non era mai stata lontana dall'orizzonte,
s'imporporò, traendo barbagli iridescenti dagli iceberg.
Davanti a loro, l'orizzonte era una crosta di ghiaccio.
Alcuni blocchi, non più grandi di una tavola da biliardo,
strisciavano sulla fiancata del Warlock e poi ballonzolavano
nella sua scia. Altri erano grandi come una casa, forme
bizzarre e fantastiche di candido ghiaccio traforato che
torreggiavano sopra il Warlock.
«Il ghiaccio bianco è ghiaccio morbido», mormorò Nick
a David Allen, ma si riprese subito.
Era un discorso superfluo, un invito alla familiarità, e
prima che Allen potesse rispondergli, Nick si girò verso il
ripetitore radar. Studiò per un minuto buono le immagini del
ghiaccio nello strumento, poi tornò a sedersi e fissò con
impazienza davanti a sé.
Il Warlock correva troppo, Nick lo sapeva; ma fidava
nella vigilanza dei suoi ufficiali di coperta perché la corsa
non risultasse fatale. Eppure la velocità non bastava a
placare la sua impazienza.
Un'altra linea di costa sovrastava l'orizzonte, una fila
ininterrotta di pareti che riflettevano il sole con lampi di
smeraldo e ametista, un tavolato di ghiaccio vagante largo
quaranta miglia e alto sessanta metri.
A mano a mano che si avvicinavano a quell'isola
massiccia eppure diafana, aumentava la bellezza dei suoi
colori. Le pareti erano squarciate da profonde insenature,
spaccate in crepacci dalle cupe profondità di zaffiro che
impallidivano in molteplici sfumature di verde.
«Dio mio, che meraviglia», mormorò David Allen, con il
tono reverente di un uomo inginocchiato in una cattedrale.
Dalle creste delle pareti di ghiaccio sprizzavano lampi
color rubino.
Sopravvento, il mare montava e s'infrangeva contro le
pareti, aggredendole con esplosioni di spuma bianca. Ma
l'iceberg era saldo e immobile come una roccia, nonostante
la furia delle onde.
«É un riparo formidabile», osservò David Allen. «Là
dietro si può navigare tranquillamente anche con il mare a
forza dodici.»
Sul lato sottovento, la montagna di ghiaccio proteggeva
dalla burrasca le acque, che verdi e docili lambivano le
misteriose pareti azzurre. Il Warlock si addentrò nella zona
di calma, passando nello spazio di pochi metri dalla furia del
mare alla tranquillità irreale di un laghetto alpino.
Approfittando della calma, Angel servì vassoi con vol-
au-vents croccanti e tazze di densa cioccolata. Fecero
colazione alle tre del mattino, ammirando la pallida luce del
sole e l'incredibile bellezza delle torri di ghiaccio. Gli
ufficiali più giovani gridarono e risero quando cinque orche
nere passarono così vicine che fu possibile scorgere,
attraverso l'acqua cristallina, i disegni bianchi ai lati della
testa e le grandi bocche sogghignanti.
I grossi mammiferi girarono intorno al rimorchiatore,
poi si tuffarono sotto lo scafo per emergere dall'altra parte,
fendendo l'acqua con le pinne dorsali mentre soffiavano con
gli sfiatatoi al sommo della testa. Scomparvero dopo avere
impestato il ponte con il fetore del loro alito. Il Warlock
proseguì al riparo del ghiaccio come un battello di gitanti
domenicali.
Nicholas Berg non partecipò all'allegria generale.
Sbocconcellò uno dei deliziosi vol-au-vents di Angel ripieni
di carne e sugo, ma non lo finì. Il suo stomaco era troppo
contratto. Si accorse di essere seccato dall'euforia dei suoi
ufficiali. L'ilarità lo offendeva, adesso che tutta la sua vita
era in precario equilibrio. Fu tentato di riprenderli con
un'osservazione brusca, sapendo di poterli annichilire
all'istante.
Ascoltò gli schiamazzi e si sentì tanto vecchio da poter
essere loro padre, nonostante la piccola differenza d'età. Lo
irritava che riuscissero a ridere quando la posta in gioco era
così alta: seicento vite umane, una grande nave, decine di
milioni di dollari, il suo futuro. Probabilmente non
avrebbero mai saputo che cosa significa giocarsi una vita di
lavoro a testa o croce; ma all'improvviso, inspiegabilmente,
li invidiò.
Non riuscì a comprendere il suo sentimento. Non capì
per quale motivo, di punto in bianco, desiderasse ridere con
loro, dividere il cameratismo del momento, sentirsi per un
breve istante libero dalla tensione. Erano quindici anni che
non si permetteva neanche una così piccola vacanza. Non
l'aveva mai voluta, del resto.
Scattò in piedi e la plancia si fece immediatamente
silenziosa. Tutti gli ufficiali si concentrarono sulle proprie
mansioni, nessuno lo guardò mentre attraversava lentamente
la plancia. Non aveva dovuto parlare, per raggelare
l'ambiente. Nick provò un senso di colpa. Era troppo facile,
troppo scontato.
Si riprese. Scacciò la debolezza, strinse i denti, chiamò a
raccolta tutte le sue risorse per affrontare l'impresa che lo
attendeva e si fermò davanti alla porta della cabina radio.
Trog alzò la testa dai suoi apparecchi e si scambiarono
un'occhiata d'intesa. Erano due uomini assorti nel loro
compito, senza tempo per le frivolezze.
Nick fece un cenno d'assenso e proseguì a passi
misurati; ma quando si fermò davanti alle finestre laterali
della plancia e guardò la stupenda parete di ghiaccio, fu
nuovamente assalito dal dubbio.
Quanto aveva sacrificato per conquistare ciò che
possedeva? A quante gioie aveva rinunciato per seguire la
strada della sfida? Quanta bellezza aveva trascurato nella sua
fretta, quanto amore, quanta amicizia? Pensò con una stretta
al cuore alla donna che era stata sua moglie, e che lo aveva
abbandonato portandosi via loro figlio. Perché se n'erano
andati? E che cosa gli avevano lasciato... dopo tutte le sue
fatiche?
Alle sue spalle, la radio gracchiò e ronzò mentre il fascio
d'onde invadeva il canale 16. Poi il ronzio si fece più forte,
mentre una voce umana giungeva attraverso l'etere.
«Mayday. Mayday. Mayday. Qui la Golden Adventurer.»
Nick si girò di scatto e corse nella cabina radio, mentre
la calma voce maschile dava le coordinate della nave.
«Siamo in imminente pericolo di urtare. Ci accingiamo
ad abbandonare la nave. Ci sono navi in grado di prestarci
assistenza? Ripeto, ci sono navi in grado di prestarci
assistenza?»
«Dio santo.» La voce di David Allen era roca per l'ansia.
«Sono in balia della corrente, stanno andando diritto contro
capo Alarm a nove nodi. Si trovano a sole cinquanta miglia
dalla costa e noi siamo ancora a duecentoventi miglia da
loro.»
«E La Mouette dov'è?» ringhiò Nick Berg. «Dove
diavolo è?»
«Dobbiamo aprire il contatto, comandante.» David Allen
alzò lo sguardo dalla carta. «Non possiamo lasciarli scendere
nelle scialuppe con questo tempo.
Sarebbe un omicidio.»
«Grazie, primo», disse pacatamente Nick. «Il suo
consiglio è sempre gradito.»
David avvampò, ma il suo rossore era di collera e non
d'imbarazzo.
Nonostante la tensione del momento, Nick se ne accorse
e corresse la propria opinione sul primo ufficiale. Aveva
fegato, oltre che cervello.
E aveva ragione, naturalmente. C'era soltanto una cosa
da considerare, adesso: la salvezza delle vite umane.
Nick guardò la cima della parete di ghiaccio e vide la
bassa nube che vi s'impigliava turbinando nel vento,
riversandosi oltre l'orlo come latte bollente che trabocchi da
un'enorme casseruola.
Doveva aprire il contatto. La Mouette aveva vinto la
gara del silenzio.
Fissò la nube e pensò al messaggio da inviare. Doveva
rassicurare il capitano, convincerlo a rimandare la decisione
di abbandonare la nave e a dare al Warlock il tempo di
avvicinarsi, forse anche di raggiungere la nave prima che
urtasse contro capo Alarm.
Il silenzio della plancia era accentuato dall'assenza del
vento. Tutti lo guardavano, ora, aspettando la sua decisione.
Nel silenzio, l'onda del canale 16 ronzò e pulsò.
All'improvviso una voce dal marcato accento francese si
riversò nella plancia. Una voce pastosa e vibrante che Nick
ricordava bene, anche dopo tanti anni.
«Capitano della Golden Adventurer, parla il comandante
del rimorchiatore La Mouette. Sto accorrendo in vostro aiuto
a tutta forza. Accettate il contratto standard dei Lloyd's
niente recupero, niente pagamento?»
Nick si sforzò di non tradire l'emozione, ma il cuore
prese a martellargli contro le costole. Jules Levoisin aveva
rotto il silenzio radio.
«Rilevi la posizione che ha riferito», disse con calma.
«Accidenti! É in vantaggio.» David Allen appariva
costernato, mentre segnava sulla carta la posizione riferita da
La Mouette. «Ci precede di cento miglia.»
«No.» Nick scosse la testa. «Racconta balle.»

«Come ha detto, signor comandante?»


«Mente. Come al solito.» Nick accese un sigaro, aspirò
qualche boccata e si rivolse al marconista. «Hanno
comunicato la rotta?»
Trog alzò lo sguardo dal radiogoniometro su cui rilevava
le trasmissioni de La Mouette.
«Ho soltanto una coordinata, ci manca il...»
Nick lo interruppe.
«Come punto, useremo la rotta più breve dal golfo San
Jorge.» Si rivolse ancora a David Allen. «Faccia il
rilevamento.»
«C'è una differenza di oltre trecento miglia marine.»
«Sì.» Nick annuì. «Quel vecchio pirata si guarda bene
dallo strombazzare la sua vera posizione a mezzo mondo.
Siamo noi in vantaggio, e filiamo a cinque nodi in più.
Getteremo il cavo alla Golden Adventurer prima ancora che
lui arrivi in contatto radar.»
«Adesso aprirà il contatto con Christy centrale,
comandante?»
«No, signor Allen.»
«Se non trattiamo subito, si accorderanno con La
Mouette.»
«Non credo», ribatté Nick.
Fu tentato di aggiungere: «Duncan Alexander non
accetterà il contratto standard dei Lloyd's, dal momento che
l'assicuratore è lui stesso e la sua nave sta ancora a galla. Si
batterà per il noleggio a giornata più la percentuale, ma Jules
Levoisin non accetterà queste condizioni. Terrà duro per il
colpo grosso. Non si accorderanno finché le due navi non
saranno a contatto visuale; ma allora io avrò già preso
l'Adventurer a rimorchio, e poi lotterò contro quel bastardo
nella corte arbitrale per il venticinque per cento del suo
valore...» Ma non lo disse.
«Avanti così, signor Allen», si limitò a dire, e lasciò la
plancia.
Entrò nel suo salotto e si addossò alla porta chiudendo
gli occhi. Era stata questione di secondi. Per poco non si era
dichiarato regalando quel vantaggio alla Mouette.
Venne dalla plancia la voce di David Allen.
«Hai visto? É fatto di pietra. Avrebbe lasciato che quei
poveretti scendessero nelle scialuppe. Scommetto che piscia
acqua ghiacciata.»
La voce arrivava attutita, ma Nick capì che all'ira si
mescolava il rispetto.
Tenne gli occhi chiusi per un momento, poi si scostò
dalla porta. Avrebbe voluto cominciare subito. La tensione
dell'attesa lo snervava.
«Dio mio, fa' che arriviamo in tempo.» Non sapeva se
pregava per le vite umane o per il premio di recupero.
^
Il capitano Basil Reilly, comandante della Golden
Adventurer, era un uomo alto, con una costituzione asciutta e
nervosa che prometteva ingenti riserve di energia. Nel viso
abbronzato, con macchie più scure dovute a una malattia
della pelle, i folti baffi erano argentei come la pelliccia di
una volpe delle nevi, gli occhi calmi e penetranti dentro a un
fine reticolo di rughe.
Si trovava nell'aletta sopravvento della plancia e
guardava le enormi onde nere avventarsi contro la sua nave
inerme. Le riceveva sulla fiancata, adesso.
A ogni mazzata, lo scafo rollava con un moto torpido. Le
onde si rovesciavano sopra le ringhiere, spazzando i ponti da
un capo all'altro, per poi defluire fuori bordo in una cascata
bianca che si rompeva in schiuma e pulviscolo.
Reilly si aggiustò il giubbotto salvagente,
accomodandosi la ruvida tela sulle spalle mentre controllava
la posizione per l'ennesima volta.
La Golden Adventurer aveva urtato il ghiaccio durante il
turno di guardia dalle otto a mezzanotte, tradizionalmente
riservato agli ufficiali più giovani. L'impatto era stato quasi
impercettibile, ma aveva ugualmente svegliato il capitano:
un lieve sussulto che lo aveva riempito di sgomento.
Il ghiaccio era un growler, il più pericoloso che si
potesse incontrare. É
facile evitare i grandi iceberg, che si ergono alti e solidi
a riflettere il fascio d'onde del radar. Ma il ghiaccio basso
che galleggia a fior d'acqua, con la grande mole quasi
completamente celata dalla turbolenza dei flutti, è insidioso
come una tigre in agguato.
Il growler si rivela soltanto nella profondità di un cavo
d'onda o nel vortice di un gorgo, come un gigantesco mostro
marino in attesa della preda.
Di notte può sfuggire all'occhio più esperto. Il moto
ondoso erode la massa del growler, trasformandolo in una
lama orizzontale che pesca però sott'acqua per settanta o
cento metri.
Con il terzo ufficiale di guardia, procedendo alla velocità
di appena dodici nodi, la Golden Adventurer aveva strisciato
contro uno di quei mostri; e sebbene quasi nessuno a bordo
si fosse accorto dell'urto, il ghiaccio aveva squarciato la nave
come un coltello che sventri un'aringa.
Era il classico danno del Titanic, una falla lunga tre
metri e mezzo, tre metri sotto la linea di galleggiamento.
L'acqua aveva invaso due compartimenti stagni, uno dei
quali era la sala macchine.
I compartimenti avevano contenuto facilmente l'acqua
fino al momento dell'esplosione seguita al corto circuito, e
da allora il capitano aveva lottato per tenere la nave a galla.
Passo per passo, battendosi strenuamente, aveva dovuto
cedere al mare. Tutte le pompe di sentina erano ancora in
funzione, ma il livello dell'acqua continuava a salire.
Tre giorni prima aveva fatto sloggiare i passeggeri dal
ponte principale e ordinato di chiudere ogni paratia stagna.
Adesso l'equipaggio e i passeggeri erano sistemati nei saloni
e nelle sale per fumatori, in condizioni di sovraffollamento e
di sudiciume, che avevano trasformato la lussuosa nave in
qualcosa di simile a una città assediata.
Gli ricordava le stazioni della metropolitana di Londra
trasformate in rifugi durante i bombardamenti. Non avrebbe
mai dimenticato la notte che vi aveva passato nel corso di
una licenza.
A bordo, ora, c'era la stessa atmosfera. La situazione
sanitaria era tragica. Quattordici gabinetti per seicento
persone, di cui molte afflitte dal mal di mare e dalla diarrea.
Non c'erano bagni né docce, e mancava la corrente elettrica
per scaldare l'acqua dei lavabi. I generatori d'emergenza
producevano appena l'energia sufficiente per azionare le
pompe, fornire un minimo d'illuminazione e alimentare gli
strumenti di comunicazione e di navigazione. Nella nave non
c'era riscaldamento e la temperatura esterna era scesa a venti
sotto zero.
Negli ampi saloni, il freddo era brutale. I passeggeri
erano infagottati nelle pellicce e nei giubbotti salvagente,
sotto cumuli di coperte. Per cucinare, venivano usati i
fornelletti a gas normalmente impiegati nelle escursioni a
terra. Non c'erano forni né griglie, e quasi tutto il cibo veniva
consumato direttamente dalle scatole, freddo e congelato.
Soltanto le zuppe e le bevande fumavano nell'aria gelida,
come il fiato della moltitudine disperata.
L'urto contro il ghiaccio aveva danneggiato gli impianti
di dissalazione, e la riserva d'acqua potabile si andava
esaurendo; perfino le bevande calde venivano razionate.
Di 360 passeggeri paganti, soltanto quarantotto avevano
meno di cinquant'anni, eppure il morale era
straordinariamente alto. Uomini e donne che, prima
dell'incidente, si lamentavano per un vestito non
perfettamente stirato o per un vino troppo freddo, ora
accettavano una tazza di brodo come se fosse un Chateau
Margaux d'annata; ridevano e chiacchieravano nel gelo,
mortificando con il loro coraggio i pochi che si sarebbero
lamentati. Erano un insolito campione d'umanità; uomini e
donne di elevata condizione sociale venuti in quel remoto
angolo del mondo in cerca di nuove esperienze, disposti
all'avventura, e perfino al pericolo, tanto che quel diversivo
«tutto compreso» era quasi il benvenuto.
Eppure, mentre vigilava in plancia, il comandante non si
illudeva sulla gravità della situazione. Attraverso il finestrino
gocciolante guardò una squadra di lavoro, diretta dal primo
ufficiale, affannarsi eroicamente a prua.
Quattro uomini con tute impermeabili di plastica gialla e
stivali, investiti dalle onde gelide, lavoravano con torpidi
movimenti di automi. Cercavano di filare un'ancora
galleggiante per tenere la nave con la prua rivolta contro le
onde, in modo da aumentarne la stabilità e forse rallentare la
deriva verso gli scogli della costa. Due volte, nei giorni
precedenti, le onde, il vento e il peso morto della nave
avevano strappato le ancore.
Tre ore prima, aveva richiamato i suoi ufficiali di
macchina da sottocoperta, dal momento che difficilmente
sarebbero riusciti a riparare le macchine principali e là sotto
il rischio era troppo grande. Si era arreso al mare e adesso si
accingeva a compiere l'ultimo passo: abbandonare la nave e
condurre seicento esseri umani dallo scafo ormai condannato
alle impervie sponde del capo Alarm, dove li attendevano
pericoli e stenti anche maggiori.
Capo Alarm è una delle poche lingue di roccia nera che
spuntano da sotto la bianca cappa antartica. Libero dal
ghiaccio, rintrona come un'incudine sotto il martellìo
perenne delle onde e del vento.
Il promontorio si allunga per quasi cinquanta miglia
nell'estremità orientale del mare di Weddell; nel punto più
largo misura quasi cinquanta miglia e termina in una
biforcazione che forma una baia piccola ma riparata.
Questa prende nome dall'esploratore polare Sir Ernest
Shackleton.
La baia di Shackleton, con le sue spiagge scoscese di
ciottoli neri e rossicci, ospita una folta colonia di pinguini.
Perciò la Golden Adventurer vi faceva regolarmente scalo.
In ogni crociera, la nave gettava l'ancora nelle acque calme
della baia, mentre i passeggeri sbarcavano per osservare e
fotografare l'accoppiamento degli uccelli e le formazioni
geologiche scolpite dagli elementi in forme fantastiche e
bizzarre.
Solo dieci giorni prima, la Golden Adventurer era
salpata dalla baia di Shackleton per addentrarsi nel mare di
Weddell. Il tempo era mite, con appena un po' di maretta e
un sole fulgido. Ora, in una burrasca forza sette, con quasi
venti gradi di meno e in balìa delle correnti, la nave veniva
ricacciata verso la spiaggia rocciosa.
Il capitano Reilly non aveva dubbi: sarebbero andati a
incagliarsi presso il capo Alarm; con un vento e un mare
simili non c'era modo di evitarlo. A meno che il
rimorchiatore francese non fosse arrivato prima.
La Mouette avrebbe già dovuto essere in contatto radar,
se la posizione riferita dal rimorchiatore era corretta. Una
ruga solcò la fronte bruna di Basil Reilly, mentre il suo
sguardo si rannuvolava.
«Un altro messaggio dalla direzione, signor
comandante.»
Il primo ufficiale gli era venuto accanto. Il giovane
sembrava un orsacchiotto, infagottato com'era in pesanti
maglioni di lana sotto il giaccone blu. Le severe disposizioni
di Basil Reilly riguardo all'abbigliamento erano state
abbandonate da un pezzo, e il loro fiato fumava nell'aria
gelida della plancia.
«Benissimo.» Reilly sbirciò il foglietto. «Lo ritrasmetta
al comandante del rimorchiatore.»
Dalla sua voce traspariva lo sdegno per quel
mercanteggiamento fra armatori e salvatori, mentre una
grande nave e seicento vite erano in pericolo nel mare.
Sapeva ciò che avrebbe fatto, se il rimorchiatore fosse
arrivato prima che la Golden Adventurer urtasse gli spuntoni
di roccia. Avrebbe trascurato gli ordini dell'armatore ed
esercitato i suoi diritti di comandante, accettando
immediatamente l'offerta di assistenza alle condizioni del
contratto standard dei Lloyd's.
«Ma che arrivi presto», mormorò fra sé. «Dio mio, fa'
che arrivi presto.»
Alzato il binocolo, perlustrò lentamente l'orizzonte
frastagliato dalle onde nere. Si fermò con un tuffo al cuore
vedendo ammiccare qualcosa di bianco; ma poi, con un
sospiro, capì che era soltanto il riflesso del sole sul
pinnacolo di un iceberg.
Abbassò il binocolo e andò sul lato sottovento della
plancia; il binocolo non gli occorreva più, adesso. Il capo
Alarm si profilava nero e minaccioso sotto il cielo grigio. Le
sue creste e le valli biancheggiavano di ghiaccio e neve
gelata. Il mare si avventava contro l'erta sponda e balzava in
esplosioni candide.
«Sedici miglia, signor comandante», disse il primo
ufficiale. «Sembra che la corrente ci spinga leggermente
verso nord.»
Rimasero entrambi in silenzio, mentre si bilanciavano
nel violento rollio del ponte.
Poi l'ufficiale domandò con amarezza:
«Dov'è quel maledetto mangiarane?»
Guardarono la notte antartica che cominciava ad
avvolgere la sponda sottovento in un sudario grigio e viola
chiazzato di bianco.
^
Era molto giovane, venticinque anni al massimo, e
nemmeno gli strati di pesanti indumenti con sopra un
giaccone da uomo riuscivano a dissimulare la snellezza del
suo corpo, l'eleganza delle membra affusolate, dei muscoli
tonificati dall'attività fisica.
Sopra il collo lungo e sottile la testa sembrava un
girasole dorato; i capelli, schiariti dal sole in striature color
platino, argento e rame, erano raccolti in una treccia grossa
come il polso di un uomo, fissata alla bell'e meglio al
sommo della testa; ma alcune ciocche le sfuggivano sulla
fronte solleticandole il naso. Lei gonfiò le guance e le soffiò
via.
Aveva le mani occupate da un pesante vassoio, e lo
porgeva bilanciandosi sul ponte come un'esperta
cavallerizza.
«Prenda, signora Goldberg», disse in tono suadente. «La
scalderà.»
«Sarà difficile, mia cara», borbottò la donna dai capelli
bianchi.
«Lo faccia per me, allora», insisté la ragazza.
«Va bene.» La donna prese una delle tazze e assaggiò il
liquido. «É buono», disse. Poi bisbigliò furtivamente:
«Samantha, è già arrivato il rimorchiatore?»
«Arriverà da un momento all'altro. Il capitano è un
affascinante francese, più o meno della sua età. Ha un
magnifico paio di baffi. Glielo presenterò appena possibile.»
La donna era una vedova sulla sessantina, grassoccia e
spaventata; ma sorrise e si raddrizzò un poco.
«Impertinente», disse.
«Appena ho finito», Samantha indicò il vassoio, «verrò a
sedermi con lei.
Giocheremo a scacchi, d'accordo?»
Samantha Silver sorrise rivelando una chiostra di denti
diritti e candidi che spiccavano nel viso abbronzato e
continuò il suo giro.
I passeggeri l'accoglievano con gioia, tanto gli uomini
che le donne, disputandosi le sue attenzioni, perché
Samantha era una delle rare creature che irradiano calore e
innocenza come un bimbo o un gattino. Lei rideva, celiava e
li stuzzicava, lasciandoli sorridenti e rincuorati ma nello
stesso tempo gelosi, a seguirla con lo sguardo. La maggior
parte la considerava un proprio possesso personale.
Reclamava il suo tempo e la sua presenza, ricorrendo a
domande e pretesti d'ogni genere per trattenerla.
«Poco fa c'era un albatros che ci seguiva, Sam.»
«Sì, l'ho visto dalla finestra della cambusa...»
«Era un albatros vagabondo, vero?»
«Oh, andiamo, signor Stewart! Lo sa benissimo. Era un
Diomedea melanophris, l'albatros dalle sopracciglia nere.
Anche lui porta fortuna. Tutti gli albatros portano fortuna... è
dimostrato scientificamente.»
Samantha aveva una laurea in biologia ed era una delle
guide specializzate della nave. Godeva di un congedo
dall'università di Miami, dove aveva una borsa di studio per
compiere ricerche di ecologia marina.
I passeggeri di trent'anni più anziani di lei la trattavano
come una figlia, ma alla minima difficoltà si rivolgevano a
lei come bambini, fidando nella sua forza. Per loro era una
via di mezzo fra la madre e il gattino di casa.
Il tanfo di umanità sudicia e di fumo era tremendo, ma
Samantha sentì uno slancio di affetto per i passeggeri. Si
comportavano bene, era orgogliosa di loro. «Bravi ragazzi»,
pensò.
Non le accadeva spesso di sentire affetto per una massa
di esseri umani. Più volte si era chiesta come una creatura
bella, nobile e importante come l'essere umano potesse, in
condizioni di massa, diventare così poco attraente.
Pensò alle moltitudini umane nelle città affollate. Odiava
gli zoo e le gabbie. Da bambina aveva pianto, vedendo un
orso che si gettava incessantemente contro le sbarre, reso
pazzo dalla prigionia. Le gabbie di cemento delle città
inducevano i loro prigionieri a comportamenti altrettanto
bizzarri. Lei riteneva che ogni creatura dovesse essere libera
di muoversi, vivere e respirare; eppure l'uomo, il predatore
per eccellenza, che aveva negato tale diritto a tante altre
creature, ora distruggeva se stesso, avvelenandosi e
imprigionandosi in una follia suicida.

Anche Samantha, nel profondo del cuore, aveva paura.


Amava e capiva il mare, ma conosceva la sua potenza
immane; sapeva che cosa li aspettava, là fuori nella burrasca.
Con uno sforzo di volontà, gettò indietro le spalle, atteggiò
le labbra a un sorriso radioso e prese il pesante vassoio.
In quel momento gli altoparlanti emisero un gracidio
preliminare poi riversarono la voce colta e misurata dal
comandante nella nave fattasi improvvisamente silenziosa.
«Signore e signori, parla il comandante. Mi rincresce
informarvi che non abbiamo ancora stabilito il contatto radar
con il rimorchiatore La Mouette.
Purtroppo ritengo necessario trasferire gli ospiti della
nave nelle zattere di salvataggio.»
Un sospiro si levò dai saloni affollati, udibile anche nella
burrasca.
Samantha vide uno dei suoi passeggeri preferiti attirare a
sé la moglie e appoggiarsi sulla spalla la testa grigia della
donna.
«Avete già fatto parecchie esercitazioni con le zattere di
salvataggio, conoscete i vostri posti e le squadre. Credo che
sia superfluo raccomandarvi di andare ordinatamente ai
vostri posti e di obbedire agli ordini degli ufficiali.»
Samantha depose il vassoio e corse accanto alla signora
Goldberg. La donna piangeva smarrita. Samantha le cinse le
spalle.
«Su, su», le bisbigliò. «Non si faccia veder piangere
dagli altri.»
«Resterà con me, Samantha?»
«Sicuro.» La fece alzare. «Andrà tutto bene, vedrà.
Pensi, quando tornerà a casa, che avventura avrà da
raccontare ai suoi nipotini.»
Il capitano Reilly ricapitolò le sue disposizioni per
lasciare la nave, riesaminandole una per una nella mente.
Ormai conosceva a memoria la lunga lista che aveva
compilato vari giorni prima, attingendo alla sua vasta
esperienza dell'Antartico e del mare.
La considerazione più importante era che nessuna
persona doveva cadere in mare e neppure bagnarsi durante il
trasferimento. Nelle acque gelide, un essere umano poteva
sopravvivere quattro minuti al massimo; anche se veniva
ripescato immediatamente, a meno che gli indumenti bagnati
venissero tolti e la vittima portata in luogo caldo. Con il
vento che soffiava a forza otto e la temperatura di venti gradi
sotto zero, il fattore gelo era allo stadio sette: in pratica
significava che pochi minuti di esposizione avrebbero
intirizzito un uomo fino alla morte, e che la stessa
sopravvivenza dipendeva dalle precauzioni adottate.
La seconda considerazione importante era il trauma
fisico dei passeggeri, quando avrebbero lasciato tepore e
comodità, sia pur relativi, della nave per i disagi di una
zattera di salvataggio nella burrasca antartica.
Erano stati istruiti e preparati psicologicamente. Un
ufficiale aveva controllato gli indumenti e l'attrezzatura
d'emergenza di ogni passeggero, tutti avevano ricevuto
tavolette di zucchero per combattere il freddo, e
l'assegnazione dei posti sulle zattere era stata calcolata con
cura per favorire l'equilibrio. Ogni zattera era comandata da
un membro esperto dell'equipaggio. Il comandante non
poteva fare di più, e ora pensò alle modalità del
trasferimento.
Le lance sarebbero state calate per prime. Erano sei, tre
su ogni lato della nave, ciascuna con l'equipaggio composto
da un ufficiale e cinque marinai.
Mentre l'ancora teneva controvento la prora della nave,
le lance sarebbero state sporte fuori bordo dalle gru
idrauliche, e i verricelli le avrebbero calate nel mare
temporaneamente placato dall'olio sparso dalle pompe di
prua.
Sebbene fossero provviste di ponte, motorizzate e
munite di radio, le lance non erano le imbarcazioni ideali per
affrontare la burrasca antartica. In poche ore, il freddo
avrebbe sfinito i loro occupanti. Per questo motivo, i
passeggeri non sarebbero saliti sulle lance. Sarebbero andati,
invece, sulle zattere di salvataggio gonfiabili, che non si
ribaltavano nemmeno nelle peggiori burrasche ed erano
protette da una doppia calotta d'isolamento.
Munite di razioni d'emergenza e di un faro di posizione a
batteria, avrebbero affrontato meglio le onde. Ciascuna
poteva contenere venti esseri umani, e il calore dei corpi
avrebbe reso l'interno abitabile, se non altro il tempo
necessario per rimorchiare le zattere fino a terra.

Le lance a motore erano semplicemente i pastori delle


zattere. Le avrebbero radunate e poi rimorchiate in fila
indiana fin tra le braccia protettrici della baia di Shackleton.
Nonostante le spaventose condizioni, il tragitto non
sarebbe durato più di dodici ore. Ogni lancia avrebbe
rimorchiato cinque zattere, e anche se le calotte delle zattere,
fungendo da vela, frenavano le lance a motore, non c'erano
difficoltà insormontabili. Il capitano Reilly sperava in una
velocità di rimorchio fra i tre e i quattro nodi.
Le lance erano stipate d'attrezzature, carburante e
provviste. Queste ultime avrebbero assicurato la
sopravvivenza ai passeggeri e all'equipaggio per un mese,
forse due a razioni ridotte; e una volta arrivati nelle acque
più calme della baia, le zattere sarebbero state trascinate a
riva, le calotte rinforzate con lastre di neve compressa e
trasformate in capanne simili a iglù per accogliere i
superstiti. Sarebbero rimasti per parecchio tempo nella baia
di Shackleton: anche se fosse arrivato il rimorchiatore
francese, non avrebbe potuto caricare a bordo seicento
persone. Qualcuno avrebbe dovuto restare in attesa di
un'altra nave.
Il capitano Reilly diede un'ultima occhiata alla terra. Era
vicinissima, ormai, e anche nell'oscurità della notte
incipiente i picchi di ghiaccio scintillavano come le zanne
d'un mostro.
«E va bene», disse al primo ufficiale con un cenno
d'assenso. «Cominciamo.»
L'ufficiale si accostò alle labbra la ricetrasmittente.
«Ponte. Qui plancia. Potete cominciare a spargere
l'olio.»
Dai lati della prora, le maniche di gomma spruzzarono
argentei ventagli di olio per diesel, simili alle ali d'un drago.
Il peso viscoso del liquido resistette alla furia del vento.
Cadde in una spessa coltre sulla superficie del mare,
illuminato dai riflettori.
Il mare si placò immediatamente. La superficie lacerata
dal vento si appiattì sotto il peso dell'olio, cosicché le onde
presero a passare grevi e maestose lungo la fiancata della
nave.
I due ufficiali in plancia sentirono la pigra risposta dello
scafo, appesantito dall'acqua imbarcata.
«Ammainare le lance», disse il capitano, e il primo
ufficiale comunicò pacatamente l'ordine per radio.
I bracci idraulici delle gru sollevarono le sei lance dalle
calastre e le sporsero dalla fiancata della nave, tenendole
sospese; poi, mentre la nave scendeva nel cavo dell'onda, la
cresta striata di olio passò a poche decine di centimetri dalle
loro chiglie. L'ufficiale di ogni lancia doveva valutare il
mare e manovrare il verricello per calare la lancia sul dorso
di un'onda appena passata; poi, istantaneamente, disinserire i
ganci automatici e staccarsi dalla minacciosa fiancata della
nave.
Alla luce dei riflettori, le piccole lance gialle brillavano,
lucide d'acqua, decorate da ghirlande di ghiaccio come
giocattoli di Natale. Anche i visi degli ufficiali brillavano,
imperlati di sudore per la tensione, mentre ciascuno cercava
di valutare il moto delle onde nere.
A un tratto lo spesso cavo di nylon che tratteneva
l'ancora galleggiante si spezzò con una detonazione simile a
uno sparo. Il cavo sibilò nell'aria, una frusta micidiale che
avrebbe tagliato un uomo in due. Fu come togliere la
cavezza a uno stallone selvaggio. La Golden Adventurer alzò
la prua di scatto, felice di sentirsi libera. Si mise di traverso
alle onde e fu immediatamente inchiodata in tale posizione,
con il lato di dritta sopravvento e le tre lance ancora
penzolanti.
Un'enorme onda prese lo slancio nel buio. Mentre si
avventava sulla nave, i cavi di una lancia si spezzarono e
l'imbarcazione cadde di schianto sull'acqua, con le piccole
eliche che giravano freneticamente, cercando di farla virare
per incontrare l'onda; ma i flutti la presero scagliandola
contro la fiancata della nave.
La lancia si spaccò come un cocomero maturo,
riversando le sue viscere.
Dalla plancia, gli ufficiali videro l'equipaggio trascinato
lontano, nel buio.
Le piccole lampade di posizione sui loro giubbotti di
salvataggio brillarono fiocamente come lucciole, poi
scomparvero nella burrasca.
La lancia davanti venne sbatacchiata contro la nave
come il battente di una porta. Il cavo anteriore si spezzò, e
l'imbarcazione penzolò con la poppa all'insù. Investita da
un'onda dopo l'altra, si fracassò contro lo scafo. Le grida
degli uomini giunsero fin sulla plancia, un patetico suono
portato dal vento. Si protrassero per vari minuti, mentre il
mare riduceva l'imbarcazione a un groviglio di rottami.
Anche la terza lancia andò a sbattere contro lo scafo. I suoi
ganci furono disinseriti ed essa cadde nell'acqua ribollente
da sette metri di altezza. Affondò completamente e poi
riaffiorò come il sughero giallo di una lenza dopo il lancio.
Imbarcando acqua dalle crepe e inclinandosi rapidamente, si
trascinò via nella notte ululante.
«Oh Dio mio», bisbigliò il capitano Reilly.
Alla luce cruda della plancia, il suo viso apparve
improvvisamente vecchio ed emaciato. Aveva perso metà
delle sue lance in una volta. Non pianse gli uomini presi dal
mare, ci sarebbe stato tempo più tardi. Adesso era la perdita
delle lance che lo sgomentava. Minacciava la vita di quasi
seicento persone.
«Le altre lance...» Il primo ufficiale aveva la voce
strozzata. «Le altre lance sono riuscite ad allontanarsi, signor
comandante.»
Al riparo dello scafo, protette dal vento e dal mare, le
altre tre lance erano scese piano sull'acqua per poi staccarsi
rapidamente. Ora incrociavano nella notte nera, con i
riflettori che frugavano il buio come lunghe dita bianche.
Una accostò per salvare l'equipaggio della lancia fracassata.
Poi i resti dello scafo furono lasciati affondare.
«Tre lance», sussurrò il capitano. «Per trenta zattere.»
Aveva pastori insufficienti per il suo gregge, eppure la
nave doveva essere abbandonata, perché anche nell'ululato
del vento si udivano le esplosioni tonanti delle onde che
s'infrangevano sulle scogliere.
«Calate le zattere», mormorò e poi, sottovoce: «Che Dio
abbia pietà di noi».

«Venga, numero 16», gridò Samantha. «Siamo qui,


numero 16.» Li radunò intorno a sé, i diciotto passeggeri che
dovevano salire sulla zattera a lei assegnata. «Ecco, adesso
ci siamo tutti. Non manca nessuno.»
Si accalcavano davanti alle grandi porte di mogano che
si aprivano sul ponte prodiero.
«Tenetevi pronti», ammonì. «Quando riceveremo
l'ordine dovremo muoverci in fretta.»
Con la fiancata esposta alle onde che spazzavano il
ponte e defluivano dal lato sottovento, era impossibile
scendere nelle zattere ballonzolanti con le reti da sbarco.
Le zattere erano state gonfiate sul ponte aperto. Ogni
gruppo di passeggeri veniva condotto alla sua zattera e fatto
entrare negli intervalli fra un'onda e l'altra, poi gli argani
calavano l'imbarcazione carica fuoribordo, deponendola
sulle acque più calme del lato sottovento. Una lancia la
prendeva subito a rimorchio e la conduceva al largo della
nave per formare il patetico convoglio.
«Adesso!» Il terzo ufficiale irruppe dalle porte di
mogano e le tenne aperte. «Presto!» gridò. «Tutti insieme.»
«Andiamo, gente!» gridò Samantha.
I passeggeri corsero goffamente sul ponte bagnato e
sdrucciolevole. Soltanto una trentina di passi li separavano
dalla zattera che li attendeva come un mostruoso rospo giallo
con le fauci spalancate, ma il vento era tagliente come una
scure e Samantha udì i loro gemiti. Alcuni di loro
barcollarono al gelo improvviso.
«Forza», esortò Samantha, spingendo i passeggeri che la
precedevano, mentre sorreggeva il corpo grassoccio della
signora Goldberg che a un tratto sembrava divenuta inerte
come un sacco di farina. «Non fermatevi.»
«Ti dò una mano», gridò il terzo ufficiale.
Prese l'altro braccio della signora Goldberg e fra tutt'e
due riuscirono a scaricarla nell'ingresso della zattera.
«Bravissima, tesoro», disse il giovanotto con un sorriso.
Il sorriso era virile e cattivante, il giovane si chiamava
Ken e aveva cinque anni più di lei. In altre circostanze
sarebbero presto diventati amanti, perché lui le faceva una
corte serrata da quando era salita a New York. Samantha non
era innamorata, ma Ken era riuscito ugualmente a turbarla, e
lei stava lentamente cedendo al suo fascino e alla propria
natura focosa. Ma adesso, con una stretta al cuore, capì che
forse quel momento non sarebbe mai venuto.
«Ti aiuto a portare gli altri.»
Alzò la voce per sovrastare l'urlo del vento.
«Entra», ribatté Ken, e la spinse bruscamente verso la
zattera.
Samantha entrò nella calca e si girò a guardare il ponte
vividamente illuminato che brillava sotto le lampade ad arco.
Ken era andato a soccorrere una donna che era scivolata.
L'anziana signora si dibatteva sul ponte viscido, mentre il
marito, curvo su di lei, cercava disperatamente di tirarla in
piedi.
Ken giunse presso la coppia e sollevò la donna senza
sforzo. Non c'era più nessuno sul ponte; i due uomini
sorressero la donna, barcollando per il rollio dello scafo
appesantito dall'acqua.
Samantha vide l'onda avventarsi sulla nave e gridò.
«Torna indietro, Ken! Torna, per amor del cielo!»
Ma il giovane sembrò non udirla. L'onda si riversò sul
ponte: superò la ringhiera sopravvento come un nero mostro
marino e proseguì la sua corsa silenziosa.
«Ken!» urlò Samantha.
Il terzo ufficiale si voltò un attimo prima che l'onda lo
investisse. La cresta era più alta di lui. I tre non poterono
giungere né alla zattera né alle porte di mogano. Samantha
udì lo strepito dell'argano e la zattera fu sollevata dal ponte
con un violento strattone. L'operatore non poteva rischiare
che l'onda investisse la fragile imbarcazione scagliandola
contro le sovrastrutture o squarciandole il ventre contro le
ringhiere della nave: l'involucro di plastica si sarebbe
lacerato e la zattera si sarebbe sgonfiata in un batter
d'occhio.
Samantha guardò in basso. Vide l'onda trascinare con sé
tre figure, separarle e disperderle. Per un attimo vide Ken
aggrappato alla ringhiera mentre l'acqua si riversava su di
lui, seppellendo la sua testa sotto una furiosa cascata bianca.
Ken scomparve, e quando la nave rollò torpidamente dalla
parte opposta, scrollandosi dall'acqua, il ponte era deserto.
Al successivo rollio della nave, l'operatore appollaiato
nella sua cabina di vetro sporse fuori bordo la zattera
penzolante e la calò con destrezza sulla superficie del mare,
dove una lancia incrociava pronta a rimorchiarla.
Samantha chiuse e serrò la copertura di plastica della
porta, poi si fece strada tra i passeggeri ammassati finché
non giunse presso la signora Goldberg.
«Piangi, cara?», chiese l'anziana signora con la voce
tremante, aggrappandosi a lei.
«No», rispose Samantha, cingendole le spalle con un
braccio. «No, non piango.»
Con la mano libera, si asciugò le lacrime di ghiaccio che
le rigavano le guance.
^
Trog si tolse la cuffia e guardò Nick attraverso una
pestilenziale nube di fumo.
«Il loro marconista ha inserito l'automatico. Trasmette
un segnale ininterrotto.»
Nick capì che cosa significava: avevano abbandonato la
Golden Adventurer.
Annuì, ma rimase in silenzio. Era venuto sulla soglia
della cabina radio dalla plancia. L'inquietudine che lo rodeva
non gli permetteva di restarsene inattivo per più di pochi
secondi. Cominciava ad afferrare la realtà del disastro. La
sorte gli era stata avversa, e lui aveva rischiato tutto nel
gioco. Era sicurissimo che la Golden Adventurer si sarebbe
incagliata e la burrasca l'avrebbe ridotta un cumulo di
rottami. Poteva aspettarsi un'indennità dalla Christy per
l'assistenza prestata alla Mouette nel trasporto dei superstiti a
Città del Capo, ma sarebbe stata una cifra di gran lunga
inferiore al compenso per il rimorchio Esso, che lui aveva
abbandonato per la disperata corsa verso sud.
Aveva giocato e perduto. Era un uomo finito.
Naturalmente sarebbe occorso qualche mese perché si
manifestassero gli effetti della sua follia, ma la restituzione
dei prestiti e il pagamento dei costi di costruzione per l'altro
rimorchiatore lo avrebbero gradualmente affondato.
«Possiamo ancora raggiungerlo prima che s'incagli»,
disse all'improvviso Dave Allen. Sulla plancia, nessuno
fiatò. «Vicino a riva dev'esserci un riflusso di correnti. Forse
lo terrà al largo abbastanza tempo perché noi...»
Gli mancò la voce. Nick lo guardò aggrottando la fronte.
«Arriveremo fra dieci ore. Se Reilly ha deciso di
abbandonare la nave, significa che erano vicinissimi a terra.
Reilly è un tipo in gamba.» Nick stesso gli aveva assegnato
il comando della Golden Adventurer. «Durante la guerra è
stato comandante di caccia nell'Atlantico settentrionale, il
più giovane della Marina. Poi è stato dieci anni con la P &
O, e quelli scelgono soltanto il meglio...»
S'interruppe bruscamente. Stava diventando troppo
loquace. Si accostò al radarscopio e lo regolò sul massimo
del raggio e dell'illuminazione prima di guardare
nell'oculare. C'erano parecchi disturbi, ma sull'estremo
margine meridionale dello schermo comparve il fermo
bagliore delle scogliere e dei picchi del capo Alarm. Con il
bel tempo, sarebbero occorse appena cinque ore di
navigazione ma adesso avevano lasciato il riparo del
colossale iceberg e procedevano a fatica nella notte
furibonda. Il Warlock avrebbe potuto filare più in fretta,
perché era costruito per il mare grosso, ma c'era sempre la
minaccia del ghiaccio e Nick doveva mantenere la velocità
di sicurezza: perciò sarebbero passate altre dieci ore prima
che giungessero in vista dell'Adventurer... sempre che fosse
ancora a galla.
Alle sue spalle, la voce di Trog gracidò eccitata.
«C'è un contatto; intensità uno, debole e intermittente.
Una delle lance sta comunicando con una ricetrasmittente a
pila.» Si premette la cuffia sulle orecchie e ascoltò. «Stanno
rimorchiando una fila di zattere di salvataggio con i
superstiti verso la baia di Shackleton. Ma hanno perso una
zattera», aggiunse. «Si è staccata dal convoglio e non hanno
abbastanza lance per cercarla. Chiedono alla Mouette di fare
una perlustrazione.»
«La Mouette ha risposto?»
Trog scosse la testa.
«Probabilmente è ancora troppo lontana per ricevere una
trasmissione così debole.»
«Benissimo.» Nick tornò in plancia. Non aveva ancora
rotto il silenzio radio e percepiva la disapprovazione degli
ufficiali, silenziosa ma quasi tangibile.
Sentì nuovamente il bisogno di un contatto umano, del
calore di una conversazione e di un incoraggiamento. Non
aveva la forza di reggere da solo il peso del fallimento.
Si fermò presso David Allen e disse:
«Ho studiato le istruzioni di navigazione
dell'Ammiragliato per il capo Alarm, David». Fingendo di
non notare che l'uso del nome di battesimo aveva fatto
arrossire d'imbarazzo il primo ufficiale, continuò: «La
sponda è molto ripida ed è esposta a occidente, in direzione
del maltempo. Ma ci sono spiagge di ciottoli e il barometro
sta salendo di nuovo».
«Sì, signor comandante», disse David con calore. «Ho
visto le carte.»
«Invece di sperare che una corrente di riflusso tenga la
nave al largo, le consiglio di pregare che vada ad arenarsi su
una di quelle spiagge e che la burrasca si calmi. C'è ancora la
possibilità che riusciamo a prenderla prima che si sfasci.»
«Dirò dieci Ave Maria, signore», disse David
sogghignando.
Era sorpreso per l'improvvisa gentilezza del
comandante.
«Ne dica altre dieci perché manteniamo il nostro
vantaggio sulla Mouette», consigliò Nick, e sorrise.
Era una delle prime volte che David Allen lo vedeva
sorridere, e fu stupito del cambiamento. I lineamenti del
comandante si illuminavano, il viso diventava
incredibilmente simpatico, David non aveva mai notato
come fossero verdi i suoi occhi e candidi i denti.
«Tenga la rotta», soggiunse Nick. «Mi chiami se ci sono
novità.»
E si voltò per andare verso la sua cabina.
«Signorsì», disse David Allen con un nuovo accento
nella voce.
^

Le luci strane e meravigliose dell'aurora boreale


tremolavano all'orizzonte in strisce di fuoco rosso e verde,
formando uno sfondo incongruo per l'agonia della grande
nave.
Il capitano Reilly guardò dagli oblò posteriori della
lancia di testa e vide la nave andare verso il suo destino. Non
gli era mai sembrata così bella.
Aveva amato molte navi, come se ognuna fosse una
creatura vivente, ma nessuna come la Golden Adventurer.
Sentiva una parte di se stesso morire con lei.
La vide cambiare movimento. Il mare sentiva la terra,
ora, l'erta sponda del capo Alarm; e la nave sembrava
spaventata dal nuovo assalto delle onde e del vento, quasi
presagisse il destino che l'attendeva.
Rollava di trenta gradi, mostrando il rosso bruno del
ventre. Più avanti si ergeva un promontorio, alte scogliere
nere che scendevano a picco nelle acque turbolente, e pareva
che la Golden Adventurer vi stesse andando contro diritta;
invece all'ultimo momento vi scivolò accanto, respinta dal
riflusso della corrente, evitando le scogliere e addentrandosi
nella profonda baia oltre il promontorio, che la celò alla vista
del capitano.
Reilly rimase davanti all'oblò per vari minuti, fissando le
onde; nella luce irreale, il suo viso era verdognolo e scavato
dal dolore.
Esalò un profondo sospiro e si girò, concentrandosi sul
compito di condurre il suo pietoso convoglio verso la
salvezza della baia di Shackleton.
Pareva che la sorte fosse divenuta più benigna,
concedendo loro una corrente favorevole che li trascinava
verso la costa. Le lance erano distanziate di tre miglia l'una
dall'altra, ciascuna con il suo convoglio di goffe zattere che
ballonzolavano nella scia. Il capitano Reilly si teneva in
contatto radio con ogni lancia; nonostante la morsa del gelo,
i passeggeri stavano bene e il progresso era più rapido del
previsto. Cominciò a sperare che sarebbero bastate tre o
quattro ore. Avevano già perso troppe vite, e non voleva
perderne altre prima dello sbarco.
Forse la sfortuna aveva smesso di perseguitarli, pensò
prendendo la piccola ricetrasmittente a onde corte. Forse il
rimorchiatore francese era finalmente giunto entro la portata
della radio. Cominciò a chiamarlo.
«La Mouette, mi sentite? Rispondete, La Mouette...»
La lancia era bassa sull'acqua, e la portata della piccola
radio assai ridotta nell'immensità del mare e del ghiaccio; ma
il capitano continuò a chiamare.

Si erano abituati al movimento del piroscafo


danneggiato, al suo maestoso rollio, regolare come un
gigantesco metronomo. Si erano abituati al freddo
nell'interno della grande nave, ai disagi provocati dal
sovraffollamento e dalla mancanza di servizi igienici.
Si erano fatti coraggio, cercando di prepararsi
psicologicamente ad affrontare altri pericoli e altre
privazioni, ma nessuno dei superstiti nella zattera di
salvataggio numero 16 aveva previsto nulla di simile.
Nemmeno Samantha, la più giovane, probabilmente la più
robusta e certamente la meglio preparata dal suo
addestramento, dalle sue conoscenze e dall'amore per il
mare, aveva immaginato che cosa significasse trovarsi su
una zattera.
Era buio pesto. Nemmeno il più fioco barlume filtrava
dalla calotta di protezione, dopo che l'ingresso era stato
serrato contro il mare e il vento.
Samantha capì subito che il buio avrebbe fiaccato il
morale e che, peggio ancora, avrebbe prodotto vertigini e
disorientamento. Così ordinò che due passeggeri per volta
accendessero le minuscole lampadine di localizzazione sui
loro giubbotti di salvataggio. Era soltanto un barlume, ma
sufficiente perché potessero vedersi in viso e trarre un poco
di conforto dalla vicinanza di altri esseri umani.
Poi li fece sedere in circolo lungo la parete della calotta,
con le gambe allungate verso il centro; sia per favorire la
stabilità della zattera, sia perché ciascuno avesse lo spazio
sufficiente per stendersi.
Dopo che il mare si era preso Ken, lei aveva assunto il
comando e gli altri si erano rimessi alla sua guida. Era uscita
attraverso l'apertura, affrontando la furia degli elementi, per
issare a bordo la fune di traino della lancia e assicurarla. Era
rientrata tremante e intirizzita, con il viso e le mani
intorpiditi dal gelo. Le era occorsa mezz'ora di massaggi per
ricuperare il senso del tatto. Per miracolo non era rimasta
assiderata.

Poi era cominciato il rimorchio, e il movimento della


zattera, già sfrenato, era divenuto un incubo di beccheggi e
rollii disordinati. Ogni capriccio del mare e del vento si
trasmetteva direttamente al circolo dei superstiti, e ogni volta
che la zattera deviava, la fune di rimorchio la richiamava con
un violento strattone. Le creste delle onde, sferzate dal vento
e gonfiate dai fondali bassi, erano alte sette od otto metri; la
zattera s'inerpicava su di esse per poi precipitare nel cavo
successivo. Non avendo una chiglia a darle stabilità laterale,
ruotava sul proprio asse finché la fune di rimorchio non la
faceva ruotare nel senso opposto. La signora Goldberg fu la
prima a vomitare, sporcando il fianco del giaccone di
Samantha.
La calotta era pressoché a tenuta pneumatica, a parte i
piccoli fori d'aerazione alla sommità; e subito il tanfo
dolciastro del vomito impestò la zattera. Nel giro di pochi
minuti, altri sei o sette passeggeri presero a vomitare.
Ma Samantha temeva soprattutto il freddo. Il freddo era
l'assassino.
Penetrava il doppio strato di plastica flessibile del ponte,
comunicandosi alle loro gambe e alle natiche. Penetrava la
calotta e congelava il vapore del fiato, congelava perfino il
vomito sugli indumenti e sul ponte.
«Cantate!» disse Samantha. «Su, cantate! Cominciamo
con Yankee Doodle.
Forza, signor Stewart. Batta le mani, le batta con il suo
vicino.»
Li stimolava senza sosta, per impedire che qualcuno
cadesse nello stato soporoso che non è vero sonno, ma una
catalessi provocata dal rapido abbassamento della
temperatura corporea. Strisciò fra i passeggeri,
costringendoli a restare svegli, cacciando nelle loro bocche
caramelle d'orzo tolte dalle razioni d'emergenza.
«Succhiate e cantate!» ordinò. Lo zucchero avrebbe
combattuto il freddo e il mal di mare. «Battete le mani. Non
state fermi, arriveremo presto.»
Quando non ebbero più la forza di cantare cominciò a
raccontare delle storie, se pronunciava la parola «cane» tutti
dovevano abbaiare e battere le mani, o fare chicchirichì
come il gallo, o ragliare come l'asino.
Samantha aveva la gola secca per il gran cantare e
parlare, si sentiva esausta e intirizzita. Avvertiva in sé i primi
sintomi dell'abulia e della catalessi, il preludio al crollo. Si
riscosse, rizzandosi a sedere.
«Cercherò di accendere il fornello, così potremo bere
qualcosa di caldo», annunciò vivacemente.
Le rispose soltanto qualche lieve movimento. Due o tre
persone furono colte da conati di vomito.
«Chi vuole una tazza di brodo...»
S'interruppe bruscamente. C'era un cambiamento. Le
occorse un lungo momento per capire di che cosa si trattava.
Il sibilo del vento si era smorzato e ora la zattera galleggiava
più liberamente, il suo saliscendi aveva un ritmo più
regolare, senza i tremendi strattoni della fune di rimorchio
che la richiamava.
Strisciò fino all'ingresso della zattera e disinserì i ganci
con le dita intorpidite dal gelo.
All'esterno, l'alba aveva striato il cielo di eteree
sfumature rosa e malva.
Sebbene il vento fosse caduto, riducendosi a un tenue
sussurro, le onde erano ancora gonfie, e da nera l'acqua si era
fatta verde bottiglia, come vetro fuso.
La fune di rimorchio si era spezzata all'anello di
giunzione, lasciando soltanto un mozzicone di plastica. La
numero 16 era l'ultima zattera della fila rimorchiata dalla
lancia numero tre, ma Samantha non vide traccia del
convoglio, sebbene si fosse aggrappata precariamente
all'orlo della zattera per scrutare sopra le creste delle onde.
Non c'era segno di lance, non si scorgevano nemmeno i
picchi incappucciati di neve di capo Alarm. Durante la notte
erano andati alla deriva nell'immensità solitaria del mare di
Weddell.
La disperazione le attanagliò i muscoli del ventre. Sentì
l'impulso di urlare la sua protesta contro la crudeltà del
destino, ma lo represse. Rimase fuori, respirando l'aria tersa
e ghiacciata con cautela perché non le congelasse i polmoni.
Scrutò le onde finché non le lacrimarono gli occhi per il
freddo e il vento. Finalmente il freddo la respinse
nell'interno fetido e buio della zattera. Si accasciò
stancamente fra i corpi supini, stringendosi sulla testa il
cappuccio del giaccone. Sapeva che di lì a poco avrebbero
cominciato a morire, e in un certo senso non le importava.
La sua disperazione era troppo grande. Cominciò a
sprofondare nella palude di sconforto che avviluppava gli
altri, mentre il gelo le risaliva lungo le braccia e le gambe.
Chiuse gli occhi; poi li riaprì con uno sforzo supremo.
«Non voglio morire», si disse con fermezza. «Mi rifiuto
di morire senza far niente.»
Si rizzò in ginocchio. Il peso della disperazione era tale
che le pareva d'aver addosso uno zaino pieno di piombo.
Strisciò fino alla cassetta che conteneva le razioni di
emergenza e le attrezzature.
Il segnalatore radio d'emergenza era impacchettato in
poliuretano. Le sue dita erano intorpidite dal freddo e
impacciate dai guanti, ma finalmente Samantha riuscì a
estrarlo. Non era più grande di un pacchetto di sigarette, e le
istruzioni erano stampate su un lato. Non ebbe bisogno di
leggerle. Girò l'interruttore e tornò a deporre l'apparecchio
nel suo incastro. Adesso, per quarantott'ore, o finché la
batteria non si fosse esaurita, avrebbe trasmesso un segnale
di localizzazione su 121,5 megahertz.
Era possibile, soltanto possibile, che il rimorchiatore
francese captasse quel debole fascio d'onde e ne rintracciasse
l'origine. Samantha smise di pensarci e si dedicò all'impresa
sovrumana di scaldare mezza tazza d'acqua sul fornelletto a
carburante solido, stando attenta a non scottarsi mentre lo
teneva in grembo per bilanciare il moto della zattera. Nel
frattempo cercò il coraggio e le parole per informare gli altri
della loro situazione.
^
La Golden Adventurer, abbandonata da ogni essere
umano, con le macchine fuori uso ma le luci del ponte
ancora accese, la barra bloccata e l'automatico inserito
perché trasmettesse un segnale ininterrotto, andava
velocemente alla deriva lungo gli scogli neri di capo Alarm.
La roccia era un tipo di formazione così dura che le
scogliere erano quasi verticali e, benché esposte al perenne
assalto del mare, recavano scarse tracce d'erosione. Avevano
ancora gli spigoli a piombo e le superfici liscie delle faglie
fratturate di netto.
Il mare le martellava incessantemente. L'impatto
lacerava l'aria come l'onda d'urto di un'esplosione, e il mare
s'impennava in una bianca furia contro la roccia, prima di
ritrarsi formando l'onda di riflusso.
Erano queste onde a tenere la Golden Adventurer al
largo della scogliera. La costa era così scoscesa che
affondava per ottanta metri; non c'erano fondali su cui una
nave potesse incagliarsi.
La scogliera faceva da paravento, e nell'immobilità
spettrale dell'aria la nave si avvicinò sempre più, sfiorandola
col suo rollio quando un'onda la investiva sulla fiancata. Una
volta giunse perfino a toccarla con la sovrastruttura, ma
l'onda di riflusso la respinse nuovamente. L'onda successiva
la spinse più vicino, e il suo rimbalzo più debole la scostò di
nuovo.
Un uomo, a questo punto, avrebbe potuto balzare da una
cengia della scogliera sul ponte.
La scogliera terminava in tre alti pilastri di serpentino,
leggiadri come le colonne di un tempio greco.
La Golden Adventurer toccò uno dei pilastri, urtandolo
lievemente con la poppa, un po' di vernice graffiata, qualche
ringhiera contorta; ma la nave passò.
Il lieve urto fu sufficiente a far ruotare la poppa, e la
Golden Adventurer puntò la prora verso l'ampia baia oltre le
scogliere.
Là il mare aveva eroso rocce più morbide e malleabili,
formando un'ampia spiaggia di ciottoli nero-purpurei,
ognuno grosso quanto una testa umana e arrotondato
dall'acqua come una palla di cannone.

Ogni volta che le onde scrosciavano sulla spiaggia, i


ciottoli cozzavano gli uni contro gli altri con fragore. Le
lastre di ghiaccio che riempivano la baia tintinnavano mentre
salivano e scendevano con il mare.
Lontano dalla scogliera, la Golden Adventurer era di
nuovo in balia del vento che, sebbene fosse calato, aveva
tuttavia la forza di sospingere la nave nella baia, con la prora
puntata verso la spiaggia.
A differenza della costa rocciosa, la baia digradava
dolcemente fino alla spiaggia, ciò che permetteva alle onde
di gonfiarsi in enormi gobbe. Non s'increspavano per
rompersi in spuma bianca, perché lo spesso strato di
ghiaccio le schiacciava con il suo peso, cosicché aiutavano il
vento a sospingere la nave verso la spiaggia con dolce
impeto.
L'Adventurer toccò il fondale con uno stridore di lamiere
ma la massa dei ciottoli si conformò subito alla chiglia,
cedendo gradualmente, mentre le onde e il vento spingevano
la nave sempre più avanti, finché non fu completamente
arenata; poi, mentre spuntava l'alba, il vento cadde del tutto
e anche le onde scemarono con il ritrarsi della marea.
L'Adventurer si stabilizzò definitivamente.
A mezzogiorno, era profondamente incagliata di prua
sulla spiaggia purpurea, inclinata a un angolo di dieci gradi.
Soltanto la parte poppiera galleggiava ancora, salendo e
scendendo come un'altalena sulle onde che continuavano a
sospingerla; ma la temperatura precipitava, congelando i
frammenti di ghiaccio circostanti in una solida coltre.
La nave si ergeva alta sulla spiaggia scintillante. Festoni
di brina decoravano le sue sovrastrutture, e lunghe stalattiti
simili a spade di ghiaccio pendevano dagli ombrinali e
dall'ancora.
I generatori di emergenza erano ancora in funzione.
Sebbene a bordo non vi fossero esseri umani, brillavano le
luci e la musica suonava in sordina nei saloni deserti.
A parte la falla nella fiancata, in cui il mare spumeggiava
e vorticava, non c'erano tracce esterne del danno. Sopra la
nave, le selvagge creste frastagliate del capo Alarm facevano
risaltare l'eleganza delle sue forme quasi a sottolineare la
ricchezza della preda: una succulenta prugna matura pronta
per essere colta.
Nella cabina radio, l'automatico continuava a trasmettere
un segnale ininterrotto che poteva essere captato nel raggio
di cinquecento miglia.
^
Due ore di sonno senza sogni, poi Nick Berg si svegliò
di soprassalto, sentendo che stava per succedere qualcosa
d'importante. Ma gli occorse una decina di secondi per
ricordarsi dov'era.
Si buttò dalla cuccetta e capì subito di non aver dormito
abbastanza. Gli sembrava di avere la testa imbottita di
cotone. Barcollò mentre si radeva sotto la doccia, cercando
di tenersi desto con l'acqua bollente.
Quando andò in plancia, Trog trafficava ancora con i
suoi apparecchi.
Sbirciò Nick con gli occhietti cisposi orlati di rosso; era
palese che non aveva dormito affatto. Nick si vergognò un
poco per la propria debolezza.
«Siamo ancora in vantaggio sulla Mouette», annunciò
Trog, girandosi verso il suo apparecchio. «Di un centinaio di
miglia, direi.»
Angel comparve in plancia con un gran vassoio. Come
fiutò l'aroma, Nick si sentì l'acquolina in bocca.
«Ho preparato una cosina speciale per la sua colazione,
comandante», disse Angel. «Si chiama 'Uova su ali
d'angelo'.»
«Ci sto», dichiarò Nick, poi si rivolse a Trog con la
bocca piena.
«L'Adventurer?»
«Manda ancora un segnale DF, ma è sempre nella stessa
posizione da tre ore.»
«Che cosa significa?» chiese Nick, deglutendo.
«Non si muove più.»
«Si è incagliata», borbottò Nick, dimenticandosi della
colazione. In quel momento David Allen irruppe nella
plancia, terminando di abbottonarsi il giaccone. Aveva gli
occhi gonfi e i capelli pettinati alla meglio, ancora ritti sulla
nuca per il contatto con il cuscino. Aveva sentito arrivare il
comandante.
«Dev'essere tutta intera se la radio trasmette ancora»,
osservò.
«Pare che le sue Ave Maria abbiano proprio funzionato,
David.»
Nick sfoderò uno dei suoi rari sorrisi e David diede una
manata sul lustro piano di mogano della tavola.
«Tocca legno e non sfidare il diavolo.»
Nick sentì la propria disperazione svanire con la
stanchezza. Assaporò un altro boccone mentre si accostava
alle finestre anteriori e guardava fuori.
Il mare si era appiattito, ma il debole sole color burro,
ancora basso sull'orizzonte, non irradiava alcun calore. Nick
sbirciò il termometro e lesse che la temperatura esterna era
di trenta gradi sotto zero.
A oltre 60° di latitudine sud, il tempo è così instabile, nel
vortice perenne delle depressioni atmosferiche, che una
burrasca può scatenarsi in pochi minuti e placarsi con
altrettanta rapidità. La norma è comunque il maltempo. Per
oltre cento giorni all'anno, il vento soffia con la violenza di
una bufera o di una tempesta. Le fotografie dell'Antartide
danno spesso una falsa impressione di giornate radiose con il
sole che trae barbagli dalla neve gelata e dagli iceberg. La
verità è che non si possono riprendere fotografie in una
tormenta o nell'«oscurità bianca».
Nick diffidava di quella calma, ma si scoprì a pregare
che durasse. Voleva aumentare la velocità; e già si accingeva
a correre il rischio, quando udì l'ufficiale della guardia
ordinare un brusco cambiamento di rotta.
Davanti a loro, Nick vide il vortice del ghiaccio
sommerso, simile a un mostro in agguato; e mentre il
Warlock virava per evitarlo, il ghiaccio affiorò. Era ghiaccio
nero, solcato da strisce di fango glaciale, orrendo e
minaccioso. Nick non diede l'ordine di aumentare la
velocità.
«Dovremmo avvistare capo Alarm entro un'ora», disse
David Allen. «Sempre che duri la visibilità.»
«Non durerà», ribatté Nick. «Fra poco troveremo la
nebbia.»
Indicò la superficie del mare, che cominciava a fumare,
esalando turbini e spirali di vapore marino con l'aumentare
della differenza fra la temperatura dell'aria e quella
dell'acqua.
«E in altre quattro ore, arriveremo alla Golden
Adventurer», stava dicendo David Allen con rinnovata
eccitazione. Diede un'altra manata sulla tavola di mogano.
«Con il suo permesso, comandante, scendo a controllare i
cavi e l'attrezzatura di rimorchio.»

Mentre l'aria intorno a loro s'ispessiva in una spettrale


nebbia bianca, riducendo la visibilità a poche centinaia di
metri, Nick passeggiò per la plancia come un leone in
gabbia, con le mani dietro la schiena e un sigaro fra i denti.
Si fermava ogni volta che Trog intercettava una trasmissione
della Christy, di Jules Levoisin o del capitano Reilly sulla
sua radio ad alta frequenza.
A mattino inoltrato, Reilly riferì che il suo lento
convoglio era arrivato nella baia di Shackleton senza altre
perdite. Approfittavano del bel tempo per accamparsi.
Terminò pregando La Mouette di esplorare la frequenza di
121,5
megahertz per individuare la zattera che si era dispersa
durante la notte. La Mouette non rispose.
«Non ascoltano l'alta frequenza», borbottò Trog.
Nick pensò agli sventurati naufraghi: con un freddo
simile, sarebbero morti prima di sera, a meno che la
temperatura non fosse salita bruscamente. Poi scacciò il
pensiero per concentrarsi sulle comunicazioni fra la Christy
e La Mouette.
Le due parti si erano scambiati i rispettivi termini di
contrattazione.
Quando la Golden Adventurer andava alla deriva nel
mare aperto, e per salvare la nave sarebbe bastato lanciarle
una sagola unita a un cavo messaggero, issare a bordo il
grosso cavo principale e infine prenderla a rimorchio, Jules
Levoisin aveva insistito per il contratto standard dei Lloyd's
«niente recupero, niente pagamento».
Dal momento che il «recupero» era praticamente sicuro,
il «pagamento»
sarebbe seguito automaticamente. L'entità della somma
sarebbe stata fissata dal comitato arbitrale dei Lloyd's, e
sarebbe consistita in una percentuale del valore recuperato.
La percentuale decisa dagli arbitri sarebbe dipesa dalle
difficoltà e dai rischi affrontati dai salvatori. Un salvatore
furbo, nella corte arbitrale, avrebbe dipinto un tal quadro di
rischi e di pericoli che la ricompensa sarebbe ammontata a
milioni di dollari.
La Christy aveva fatto il possibile per evitare un
contratto «niente recupero, niente pagamento». Aveva
cercato di strappare a Levoisin un contratto di noleggio
giornaliero più una piccola percentuale, dal momento che ciò
avrebbe limitato il costo totale dell'operazione, ma si era
scontrata con la cupidigia francese... fin quando era divenuto
evidente che la Golden Adventurer si era incagliata.
Allora le parti si erano invertite. Jules Levoisin, con una
nota di panico nella sua trasmissione, aveva immediatamente
ritirato la sua offerta del contratto standard dei Lloyd's.
Perché adesso il «recupero» non era affatto sicuro.
Sbatacchiata contro le scogliere di capo Alarm, l'Adventurer
poteva già essere un cumulo di rottami, e in tal caso non ci
sarebbe stato
«pagamento».
Ora Levoisin era ansioso di spuntare un contratto di
noleggio giornaliero, comprendente la corsa dal Sudamerica
e il trasporto dei superstiti alla civiltà. Offriva le sue
prestazioni per 10.000 dollari al giorno più una percentuale
del due e mezzo per cento sul valore recuperato della nave.
Erano condizioni oneste, perché Jules Levoisin aveva
rinunciato al miraggio dei milioni ed era tornato alla realtà.
Tuttavia la Christy, che prima aveva offerto una somma
principesca per il noleggio giornaliero, aveva subito ritirato
la proposta.
«Accettiamo il contratto standard dei Lloyd's compreso
il trasporto dei superstiti», dichiarò sul canale 16.
«Le condizioni sul posto sono cambiate», ribatté Jules
Levoisin, e Trog poté nuovamente rilevare la sua posizione.
«Stiamo aumentando il vantaggio», annunciò
soddisfatto, ammiccando con gli occhietti rossi mentre Nick
segnava sulla carta le nuove posizioni.
La plancia del Warlock era nuovamente affollata da tutti
gli ufficiali che avevano un pretesto per starvi. Indossavano
la tenuta di lavoro, pesanti completi blu, maglioni,
passamontagna e grossi stivali da marinaio.
Assistevano affascinati ai rilevamenti, discutendo
sottovoce fra di loro.
David Allen sopraggiunse con un fagotto d'indumenti.
«Le ho trovato una tenuta di lavoro, comandante. L'ho
presa in prestito dal capo macchinista. Avete più o meno la
stessa taglia.»
«Il capo lo sa?» domandò Nick.
«Non esattamente. L'ho presa dalla sua cabina...»
«Ben fatto, David», ridacchiò Nick. «Portala nel mio
salotto, per favore.»
Il giovanotto gli riusciva sempre più simpatico.
«Signor comandante», disse Trog all'improvviso. «Sto
ricevendo un'altra trasmissione. É appena d'intensità uno, su
121,5 megahertz.»
«Oh, merda!» David Allen si fermò sulla soglia del
salotto del comandante.
«Oh, merda!» ripeté con aria costernata. «É quella
maledetta zattera dispersa.»
«Rilevamento polare!» ordinò rabbiosamente Nick.
«280° a sinistra e 45° magnetico», rispose subito Trog, e
Nick si sentì avvampare di collera.
La zattera di salvataggio si trovava da qualche parte
sulla sinistra del Warlock, a ottanta gradi dalla sua rotta
verso la Golden Adventurer.
In plancia, la costernazione si manifestò in un'esplosione
di voci che Nick zittì con un'occhiata. Gli ufficiali tacquero,
gli occhi fissi sulla carta.
La posizione di ogni rimorchiatore era segnata con uno
spillo colorato, e a indicare la posizione della Golden
Adventurer c'era una bandierina rossa. Era così vicina,
adesso, e il loro vantaggio sulla Mouette così piccolo, che
uno degli ufficiali giovani non riuscì a contenersi.
«Se andiamo a cercare la zattera, serviremo l'Adventurer
su un piatto d'argento a quel maledetto mangiarane.»
Le parole sbloccarono gli ufficiali e tutti ripresero a
discutere, ma con minore animazione. Nick non alzò gli
occhi.
Rimase chino sulla carta, serrando convulsamente il
pugno fino ad avere le nocche bianche.
«Cristo, ormai saranno morti. Buttiamo via tutto per
qualche cadavere surgelato.»
«Non sappiamo quanto distano dalla nostra rotta. Quegli
apparecchi hanno una portata di centinaia di miglia.»
«La Mouette andrà a nozze.»
«Potremmo raccoglierli quando avremo preso a
rimorchio la Golden Adventurer.»
Raddrizzatosi, Nick si tolse il sigaro di bocca. Guardò
David Allen e parlò con voce incolore, senza alcun
mutamento di espressione.
«Signor Allen, la prego di rammentare ai suoi ufficiali
subalterni la prima regola del mare.»
David Allen rimase in silenzio per un momento, poi
mormorò:
«La salvezza della vita umana ha la precedenza su ogni
altra considerazione».
«Benissimo, signor Allen», disse Nick annuendo.
«Cambi la rotta per 80° a sinistra e la mantenga orientata sul
segnale di emergenza.»
Si girò, dirigendosi verso la sua cabina. Riuscì a
dominare la rabbia finché non fu solo; e allora sferrò un
pugno sul pannello sopra lo scrittoio.
In plancia, tutti rimasero immobili e silenziosi per
mezzo minuto buono. Poi il terzo ufficiale abbozzò una
protesta.
«Ma siamo così vicini!»
David Allen si riscosse e parlò irosamente al timoniere.
«Nuova rotta per 45° rilevamento magnetico.»
Mentre il Warlock virava, scaraventò tristemente la
bracciata d'indumenti sulla tavola delle carte e andò presso
Trog.
«Hai intercettato correzioni di rotta?» gli chiese.
«Vira per 50°», rispose Trog, poi ridacchiò cupamente.
«Prima hai detto che piscia acqua ghiacciata... e adesso
frigni perché risponde a un S.O.S.»
David Allen rimase in silenzio mentre il Warlock virava
nella nebbia. Ogni giro delle eliche lo allontanava dalla
preda, e le trionfanti trasmissioni della Mouette sembravano
sbeffeggiarli mentre il francese attraversava l'ultimo tratto di
mare che lo separava da capo Alarm, contrattando a tutto
spiano con la società armatrice di Londra.
La nebbia era così densa che si poteva tagliare a fette.
Dalla plancia del Warlock non si scorgeva nemmeno la
prora. Nick procedeva tastoni come un cieco in una stanza
sconosciuta, e intorno a lui si accalcavano i ghiacci.
Si trovavano nuovamente in una zona di enormi iceberg
piatti. Gli echi delle isole di ghiaccio ammiccavano verdi e
maligni sullo schermo del radar. A ogni respiro fiutavano il
terribile odore del ghiaccio. «Marconista?» chiese Nick con
voce tesa, senza distogliere gli occhi dalle turbinanti cortine
di nebbia a proravia.
«Ancora nessun contatto», rispose Trog, e Nick spostò il
peso da un piede all'altro.
La nebbia lo aveva ipnotizzato, e le vertigini gli
giocavano strani scherzi.
Per un attimo gli parve che la nave fosse coricata sul
fianco come un veicolo spaziale. Lottò contro l'allucinazione
e fissò risolutamente davanti a sé, attento ad avvistare
l'eventuale affiorare di un iceberg dalla nebbia davanti alla
prua.
«É quasi un'ora che non riceviamo niente», borbottò
David Allen.
«O la batteria del loro segnalatore si è scaricata, o hanno
urtato il ghiaccio e sono affondati...» disse il terzo ufficiale,
abbastanza forte perché Nick lo udisse.
«...Oppure il segnale è schermato da un iceberg», finì
Nick per lui.
La plancia rimase silenziosa per altri dieci minuti, a
parte le pacate richieste di cambiamento di rotta che
facevano procedere il Warlock a zig-zag fra gli iceberg
invisibili ma onnipresenti.
«E va bene.» Finalmente Nick prese la decisione.
«Dobbiamo pensare che la zattera è affondata e abbandonare
la ricerca.» Vi fu una scintilla di rinnovato interesse e di
entusiasmo. «Pilota, nuova rotta per la Golden Adventurer.
Aumentare la potenza al cinquanta per cento.»
«Possiamo ancora battere il mangiarane.» I giovani
ufficiali si aggrappavano a un filo di speranza. «Se La
Mouette ha incontrato ghiacci, potrebbe aver ridotto la
velocità...»
Augurarono tutta la scalogna del mondo alla Mouette e
al suo comandante.
Perfino la nave sotto i piedi di Nick parve tornata viva e
vibrante, mentre virava nella corsa disperata verso la preda.
«Bene, David», disse Nick con calma. «Una cosa è
sicura: non arriveremo all'Adventurer prima di Levoisin.
Così è venuto il momento di giocare il nostro asso...»
Fu interrotto dalla voce eccitata di Trog.
«Nuovo contatto su 121,5», gridava e la costernazione
piombò di nuovo sulla plancia.
«Cristo!» sbottò il terzo ufficiale. «Perché non crepano
senza romperci l'anima?»
«La trasmissione era schermata da quel grande iceberg a
nord», arguì Trog.
«Sono vicini, adesso. Non ci vorrà molto tempo.»
«Abbastanza per perdere la preda.»
L'iceberg era così grande che attorno a sé formava la
propria zona climatica, provocando correnti d'acqua e d'aria
sufficienti a rimuovere la nebbia.
La nebbia si aprì come il sipario d'un teatro, rivelando
una impressionante distesa di ghiaccio blu e verde con le
pareti solcate da strisce di fango glaciale. I pinnacoli
scomparivano negli strati superiori di nebbia come se
toccassero il cielo. Le onde avevano scavato maestosi archi
di ghiaccio e profonde caverne alla base della parete.
«Eccoli là!»
Nick tolse il binocolo dalla custodia di tela e mise a
fuoco i puntolini neri che spiccavano sullo sfondo del
ghiaccio luminescente.
«No», borbottò.
Quindici pinguini reali si accalcavano su un banco di
ghiaccio, grossi come uccelli neri alti quasi come un uomo;
perfino attraverso le lenti, avevano un aspetto umanoide.
Il Warlock passò vicino a essi. Spaventati, i pinguini si
stesero a pancia in giù scivolando sul banco con le corte ali,
e si tuffarono nelle acque sotto la parete di ghiaccio. Il banco
oscillò alle onde suscitate dal passaggio del Warlock.
Il Warlock procedette cautamente fra i densi banchi di
nebbia e gli improvvisi spazi d'aria limpida. Là, i miraggi e
le illusioni ottiche dell'aria antartica li fecero impazzire con
le loro beffe, trasformando le colonie di pinguini in branchi
di elefanti o in gruppi di uomini gesticolanti, collocando
sulla rotta del Warlock scogli e iceberg che sparivano al suo
avvicinarsi.
Il segnale d'emergenza che veniva dalla zattera svanì e
tacque, poi tornò a pigolare sonoramente nella plancia
silenziosa. Pochi secondi dopo tacque ancora.
«Che il diavolo se li porti», imprecò David fra sé, con le
guance rosse di stizza. «Dove si sono cacciati? Perché non
accendono un bengala o non sparano un razzo?»
Nessuno gli rispose, mentre un altro mostro bianco
avviluppava la nave soffocando ogni rumore.
«Proviamo a scrollarli con la sirena, comandante?»
chiese, quando il Warlock emerse nuovamente
all'abbagliante luce del sole.
Nick borbottò il suo permesso senza abbassare il
binocolo.
David afferrò la maniglia rossa della sirena da nebbia
sopra la sua testa.
Gli ululati cupi e rimbombanti, la caratteristica voce di
un rimorchiatore oceanico, risonarono nella nebbia e parvero
farla vibrare con il loro volume.
Le pareti degli iceberg ne rimandarono gli echi simili a
tuoni.

Samantha teneva in grembo il fornelletto a carburante


solido, usando il coperchio smontabile del contenitore a mo'
di vassoio. Stava scaldando mezzo litro d'acqua nel
pentolino di alluminio, mantenendolo accuratamente in
equilibrio nel disordinato sguazzare della zattera.
La fiamma blu del fornelletto rischiarò la caverna di
plastica, irradiando un debole alone di calore insufficiente a
conservare la vita. Avevano già cominciato a morire.
Gavin Stewart si teneva sul petto la testa di sua moglie.
Doveva essere morta da quasi due ore. Il suo corpo si era già
raffreddato, il suo viso era cereo e sereno.
Samantha non aveva il coraggio di guardarli.
Rannicchiata sul fornello, lasciò cadere un dado di manzo
nell'acqua, mescolandola lentamente e sbattendo le palpebre
per scacciare le lacrime di freddo. Sentiva rivoli di muco
acquoso gocciolarle dalle narici. Dovette fare uno sforzo per
alzare il braccio e asciugarsele con la manica. La
temperatura del brodo era appena superiore a quella
corporea, ma lei non sprecò tempo e combustibile per farlo
bollire.
Il pentolino di metallo passò lentamente da una mano
inguantata e intirizzita all'altra. Bevvero il liquido caldo e lo
passarono con riluttanza, sebbene qualcuno non avesse né la
forza né l'interesse per prenderlo.
«Su, signora Goldberg», sussurrò a fatica Samantha.
Aveva l'impressione che il freddo le avesse serrato la gola, e
l'aria mefitica nella calotta le faceva dolere la testa. «Su,
beva...»
Samantha sfiorò il viso della donna e s'interruppe. La
pelle sembrava diventata di gesso e andava raffreddandosi
rapidamente. Le occorse qualche minuto per riprendersi dal
colpo; poi, con delicatezza, calò sul viso dell'anziana signora
il cappuccio del giaccone. Nessun altro parve notarlo.
Erano tutti sprofondati in una specie di letargo.
«Ecco», sussurrò Samantha all'uomo accanto.
Gli ficcò il pentolino fra le mani, piegandogli le dita
rigide intorno al metallo per assicurarsi che non lo lasciasse
cadere. «Beva, prima che si raffreddi.»
L'aria intorno vibrò all'improvviso in un'esplosione di
suono, simile al muggito di un bue moribondo o al rugghio
delle palle di cannone nel cielo. Per un attimo Samantha
temette che i suoi sensi le avessero giocato una beffa atroce.
Soltanto quando il suono venne ancora, alzò la testa.
«Oh, Dio mio», sussurrò. «Sono arrivati. Andrà tutto
bene. Ci salveranno.»
Strisciò fino all'armadietto, goffa e rigida come una
vecchia. «Sono arrivati.

Va tutto bene, gente. Andrà tutto bene, vedrete»,


farfugliò, e accese la lampadina del suo giubbotto di
salvataggio. Il fioco barlume l'aiutò a trovare il pacco delle
torce al fosforo.
«Forza, ragazzi. Facciamoci sentire.» Cercò di
riscuoterli mentre armeggiava con i fermagli della calotta.
«Una bella ovazione», bisbigliò, ma erano tutti apatici e
inerti; e mentre si trascinava fuori nella gelida nebbia, le
lacrime che le rigavano le guance non erano soltanto di
freddo.
Alzò lo sguardo senza capire. Sembrava che dal cielo
intorno a lei piombassero immani cascate di ghiaccio,
cortine di ghiaccio verde, diafano e minaccioso. Le occorse
un momento per comprendere che la zattera era giunta
presso lo scosceso lato sottovento di un iceberg tabulare. Si
sentì piccola e insignificante sotto quella immensa, colossale
montagna di ghiaccio.
Per un tempo che le parve lunghissimo, rimase immobile
a guardare in alto.
Poi, di nuovo, il profondo muggito della sirena risuonò
nell'aria. Riempì i banchi di nebbia di un rumore solido che
percosse la parete di ghiaccio per frantumarsi in echi
rimbombanti che rimbalzarono da una parete all'altra,
riecheggiando nelle caverne e nei crepacci che spaccavano la
superficie del grande iceberg.
Samantha alzò una torcia al fosforo e le occorse tutta la
forza del suo braccio intirizzito per strappare la linguetta
d'accensione. La torcia crepitò ed esalò acre fumo bianco,
poi esplose nell'abbagliante fiamma scarlatta che in mare
significa «aiuto». Lei restò con il braccio alzato, simile a una
minuscola statua della libertà, scrutando i banchi di nebbia,
con gli occhi lacrimanti.
Il muggito della sirena rimbombò ancora nell'aria
lattiginosa, così vicino che scosse il corpo di Samantha come
una raffica di vento, poi proseguì per scontrarsi con la parete
di ghiaccio che incombeva su di lei.
L'azione del mare e del vento, e la naturale erosione
dovuta al mutare della temperatura, avevano scatenato forze
tremende entro la scintillante massa dell'iceberg. Queste
forze avevano trovato un punto debole, una faglia verticale
che correva come un colpo d'ascia dal tavolato piatto della
sommità per centocinquanta metri, fino al ventre muschioso
dell'iceberg.
Le onde sonore della sirena del Warlock trovarono una
risonanza nell'interno della montagna, che fece vibrare il
ghiaccio ai lati della faglia in due frequenze diverse.
Allora la faglia s'incrinò con un'esplosione crepitante di
ghiaccio compresso, e quindi si aprì. Cento milioni di
tonnellate di ghiaccio cominciarono a muoversi mentre si
staccavano dall'iceberg madre. Il blocco partorito
dall'iceberg era anch'esso una montagna, una lastra di
ghiaccio compatto grande due volte la cattedrale di San
Pietro... e mentre lottava per liberarsi, altre pressioni e altre
forze si scatenarono al suo interno, trovando faglie
secondarie e incrinature, cosicché il ghiaccio esplose dentro
il ghiaccio e la montagna si dilaniò come sventrata da
tonnellate di esplosivo ad alto potenziale.
L'aria stessa era piena di ghiaccio, alcuni pezzi grandi
quanto una locomotiva, altri piccoli, affilati e micidiali come
una spada d'acciaio.
Sotto la pioggia di frammenti, la piccola zattera di
plastica gialla ballonzolava indifesa.

«Là», gridò Nick. «A dritta.»


La torcia al fosforo aveva acceso i banchi di nebbia di un
vivido rosso ciliegia, proiettando grotteschi disegni di luce
sul ventre delle nubi. David Allen fece ululare la sirena per
l'ultima volta.
«Nuova rotta per 150°», ordinò Nick al timoniere, e il
Warlock virò docilmente, emergendo quasi subito dal banco
di nebbia in n'altra zona di aria limpida.
Mezzo miglio più in là, la zattera saltellava come un
grosso rospo giallo alla base di una verde parete di ghiaccio.
La sommità dell'iceberg si perdeva nella nebbia, e la
minuscola figura umana che stava eretta sulla zattera,
reggendo alta la torcia scarlatta, era un puntino insignificante
nell'immensa distesa di nebbia, di mare e di ghiaccio.
«Prepararsi a raccogliere i superstiti, David», disse Nick.
Il secondo corse via mentre Nick si avviava verso l'ala
della plancia, da dove poteva assistere al salvataggio.
A un tratto Nick si fermò, alzando la testa sbigottito. Per
un attimo credette di udire delle cannonate, poi il crepitio
esplosivo del suono divenne un urlo lacerante, simile al
gemito della fibra vivente quando una gigantesca sequoia
cade sotto la scure. Il volume del suono crebbe fino a
divenire un ruggito, l'inconfondibile ruggito di una
montagna che precipita.
«Dio santo!» sussurrò Nick, vedendo che la parete di
ghiaccio cominciava a cambiar forma.
Curvandosi lentamente in avanti, parve ripiegarsi su se
stessa. Cadeva sempre più in fretta, e le schegge di ghiaccio
formarono una densa nube, mentre la parete s'inclinava,
superava il punto di equilibrio e crollava suscitando enormi
onde verdi; onde che s'inseguirono sollevando alta la prora
del Warlock per poi farla precipitare nel cavo.
Dopo l'esclamazione di Nick, nessuno aveva più parlato.
Ciascuno si aggrappò all'appiglio più vicino per reggersi in
piedi, fissando con riverente timore lo straordinario
spettacolo di forza bruta. L'acqua ribolliva e biancheggiava.
I blocchi di ghiaccio frastagliato, alcuni grandi quanto
una villa, ballonzolavano sulla superficie rivoltandosi
lentamente e assestandosi mentre si urtavano a vicenda.
«Avvicinarsi», ordinò Nick «Avvicinarsi il più
possibile.»
La zattera gialla era scomparsa. Spuntoni di ghiaccio
avevano lacerato il suo fragile involucro e i blocchi
l'avevano sommersa nelle profondità marine.
«Più vicino», insisté Nick.
Se, per miracolo, qualcuno fosse scampato alla valanga,
nell'acqua gelida gli restavano solamente quattro minuti di
vita. Nick condusse il Warlock fra le masse di ghiaccio
ancora rotolanti, dove il rimorchiatore si aprì un varco con la
sua prora rompighiaccio.
Nick aprì le porte della plancia e uscì nell'aria gelida.
Ignorò il freddo, pervaso com'era dalla rabbia e dalla
delusione. Aveva pagato il prezzo più alto per effettuare quel
salvataggio, aveva rinunciato alla Golden Adventurer per le
vite di un pugno di sconosciuti; e adesso, all'ultimo
momento, il mare glieli aveva strappati. Il suo sacrificio era
risultato vano, e quel terribile spreco lo atterrì. Dato che non
poteva sfogarsi, si abbandonò all'ira e gridò al gruppetto di
Dave Allen sul ponte prodiero:
«Tenete gli occhi aperti. Voglio che quella gente...»
Qualcosa di rosso attirò la sua attenzione. Una vivida
chiazza purpurea, visibile attraverso l'acqua verde, che
diventava più nitida e più accesa man mano che veniva a
galla.
«Indietro a mezza forza», urlò.
Il Warlock si fermò di colpo, mentre le eliche gemelle
cambiavano passo e mordevano l'acqua, cominciando quasi
subito a tirarlo indietro.
Nel piccolo specchio d'acqua sgombra, l'oggetto rosso
affiorò in superficie.
Nick vide una testa incorniciata da un cappuccio rosso e
sostenuta dal giubbotto di salvataggio. La testa era
arrovesciata, rivelando un viso bianco come il ghiaccio che
lo circondava. Era il viso di un adolescente, liscio e imberbe,
di straordinaria bellezza.
«Prendetelo», gridò Nick.
Al suono della sua voce, gli occhi nel bel viso si
spalancarono. Nick notò che erano verdi, nel pallido ovale
incorniciato dal cappuccio scarlatto.
David Allen stava accorrendo con un salvagente e una
fune.
«Presto, maledizione.»
Il ragazzo era ancora vivo, e Nick lo voleva. In vita sua
non aveva mai desiderato nulla con tanta intensità. Voleva
almeno quella giovane vita in cambio di tutto ciò che aveva
perso. Vide che il ragazzo lo guardava.
«Presto, David», urlò di nuovo.
«Ecco!» gridò David, aggrappandosi alla ringhiera del
ponte.
Scagliò il salvagente. Lo scagliò con un'esperta torsione
del braccio che lo fece volare per quindici metri, fino alla
testa incappucciata che ballonzolava a fior d'acqua. Lo
lanciò con tanta precisione che il salvagente colpì la figura
sulla spalla e poi le cadde vicino, quasi dandole di gomito.
«Prendilo!» urlò Nick. «Aggrappati!»
Il viso si girò lentamente e il ragazzo protese dall'acqua
una mano inguantata. Ma il movimento era impacciato e
privo di coordinazione.
«Forza. Ce l'hai vicino», lo incoraggiò David.
«Prendilo!»
Il ragazzo era in acqua già da due minuti. Aveva perso il
controllo delle membra. Fece due tentativi, e con il secondo
giunse a toccare il salvagente ma non riuscì ad afferrarlo.
L'anello di sughero si allontanò lentamente.
«Maledetto idiota», tuonò Nick. «Prendilo!»
I grandi occhi verdi si volsero nuovamente a lui, lo
fissarono con la rassegnazione della sconfitta. Il braccio
rigido era ancora alzato, quasi in un gesto di addio.
Nick non si rese conto delle proprie azioni finché non si
fu tolto la giacca e le scarpe; poi capì che, se si fosse
soffermato a pensare, non l'avrebbe fatto.
Si tuffò in piedi, prendendo lo slancio per evitare la
ringhiera. E quando l'acqua si chiuse sopra la sua testa, la
sua prima reazione al freddo fu una terrorizzata incredulità.
Gli strinse il petto in una morsa che gli strizzò l'aria dai
polmoni, gli conficcò aghi lancinanti nella testa e lo accecò
di dolore quando riemerse. Il freddo penetrò i suoi leggeri
indumenti, gli schiacciò i testicoli, gli riempì lo stomaco di
nausea. Il midollo delle ossa gli doleva, e Nick stentò a
coordinare il movimento delle membra; ma nuotò verso la
figura galleggiante.
Erano appena quindici metri, ma dopo cinque metri
cominciò a temere di non farcela. Strinse i denti e lottò
contro il mare gelido come se fosse un nemico mortale; ma
con il calore del corpo, l'acqua gli risucchiava le forze.

Colpì la figura galleggiante con il braccio proteso, e solo


allora si accorse di averla raggiunta. Si avvinghiò
disperatamente al ragazzo, sbirciando verso il ponte del
Warlock.
David Allen aveva recuperato il salvagente. Ora lo
scagliò di nuovo. Il freddo aveva intorpidito Nick, al punto
che non riuscì a evitare il salvagente e questo lo colpì sulla
fronte. Ma non sentì dolore. Il viso, i piedi, le mani, erano
del tutto insensibili.
I secondi fuggivano, misurando la vita che restava a
entrambi. Nick lottò con la figura inerte, perdendo
progressivamente il controllo delle membra mentre cercava
d'infilare il salvagente intorno al corpo del ragazzo. Non
completò l'opera. Riuscì a farvi passare solamente la testa e
un braccio, poi capì di non poter fare altro.
«Tirate», urlò con un crescente senso di panico.
La sua voce gli parve remota, e gli risuonò stranamente
alle orecchie.
Si attorcigliò la fune intorno al braccio, perché non era
in grado di stringerla con le dita, e restò aggrappato con le
ultime forze mentre gli uomini li tiravano verso la nave.
Gli spuntoni di ghiaccio li graffiavano cercando
rabbiosamente di trattenerli, ma Nick strinse a sé il ragazzo
con il braccio libero.
«Tirate», sussurrò. «Oh, per amor del cielo, tirate!»
Finalmente cozzarono contro la fiancata d'acciaio del
Warlock e furono tratti dall'acqua. Le spire della fune gli
morsero la pelle bagnata dell'avambraccio, macchiandogli la
manica di sangue che l'acqua marina scolorì
istantaneamente. Non sentì dolore.
Sorresse il ragazzo con l'altro braccio, impedendogli di
scivolare dal salvagente. Non sentì le mani che lo
afferravano. Anche le sue gambe erano insensibili, e cadde a
faccia in giù, ma David lo sostenne prima che stramazzasse
sul ponte. Lo portarono nel caldo umido della cambusa di
Angel, strascicando le sue gambe sulla tolda.
«Tutto bene, comandante?» gli chiedeva continuamente
David.
Quando Nick cercò di rispondere, si accorse di avere le
mascelle bloccate dal gelo. Violenti brividi gli scuotevano il
corpo.
«Spogliateli», ordinò Angel.
Afferrato il ragazzo con le braccia muscolose, lo sollevò
senza sforzo e lo depose supino sulla tavola della cambusa.
Con un solo fendente del suo coltellaccio da macellaio,
lacerò il giaccone scarlatto dal collo all'inguine e lo strappò
via.
Nick trovò la voce. Era rauca e rotta dagli spasmi dei
muscoli intirizziti.
«Che cosa fa qui, David? Fili in plancia e metta la nave
in rotta per la Golden Adventurer», articolò a fatica.
Avrebbe voluto aggiungere qualcos'altro, ma fu colto da
un nuovo brivido, e comunque David Allen si era già
eclissato.
«Lei si rimetterà subito, comandante.» Angel non alzò
nemmeno lo sguardo mentre lacerava gli indumenti del
ragazzo, uno strato dopo l'altro. «É un vecchio lupo di
mare... ma qui abbiamo un perfetto caso d'ipotermia.»
Due marinai aiutarono Nick a togliersi gli indumenti
fradici. La stoffa scricchiolava a causa della sottile pellicola
di ghiaccio che si era già formata. Nick fece una smorfia di
dolore, mentre il sangue riprendeva a circolare nelle mani e
nei piedi semiassiderati.
«Bene», disse. Era nudo in mezzo alla cambusa e si
massaggiava con un asciugamano ruvido. «Fra poco starò
meglio di prima. Tornate pure ai vostri posti.»
Si accostò alla cucina economica vacillando come un
ubriaco e si crogiolò al calore irradiato dai fornelli. Si
massaggiò vigorosamente, ancora scosso dai brividi, con il
corpo chiazzato di viola dal freddo e i genitali contratti nel
folto cespuglio nero dell'inguine.
«Il caffè sta bollendo. Prenda una bevanda calda,
comandante», consigliò Angel, sbirciandolo.
Lo avvolse in un'occhiata di stima, apprezzando le spalle
ampie, i riccioli di peli bagnati che gli coprivano il torace, i
contorni dei muscoli che gli modellavano il ventre e i
fianchi.
«Ci metta parecchio zucchero... è l'ideale per scaldarsi»,
suggerì ancora, quindi si dedicò nuovamente al corpo steso
sulla tavola.
Angel aveva abbandonato ogni leziosaggine e lavorava
con la brusca efficienza di uomo che sa il fatto suo. A un
tratto si fermò e si ritrasse.
«Chi l'avrebbe mai detto! Non ha il pisellino!» esclamò
con un sospiro.
Nick si girò mentre Angel stendeva una pesante coperta
di lana sul corpo nudo e cominciava a massaggiarlo
vigorosamente.
«É meglio che lasci sole noi ragazze, comandante»,
disse Angel con un ineffabile sorriso e uno scintillio
dell'orecchino. A Nick restò impressa la visione di un
leggiadro corpo femminile, di un viso cereo e di una chioma
fradicia color rame e oro.
^
Nick Berg era avvolto in una coperta di lana grigia sopra
vari strati di pesanti maglioni. Calzava spessi calzettoni
norvegesi e stivaloni di gomma.
Teneva fra le mani una tazza di caffè quasi bollente, e
stava chino a fiutarne l'aroma. Era la terza tazza che beveva
in un'ora, ma i brividi continuavano a scuoterlo ogni pochi
minuti.
David Allen aveva spostato la poltroncina del
comandante, in modo che Nick potesse tenere d'occhio Trog
e comandare la nave nello stesso tempo. Sulla sinistra, Nick
vedeva profilarsi le scogliere brune del capo Alarm.
A un tratto il pigolio del morse pervase la plancia, un
lungo messaggio in codice che tutti ascoltarono con
attenzione; ma dovettero aspettare la traduzione di Trog.
«La Mouette ha raggiunto l'Adventurer.» Sembrò godere
delle loro facce mogie. «Ci ha battuto, ragazzi. Il dodici per
cento del calore ricuperato al suo equipaggio...»
«Voglio il messaggio parola per parola», lo interruppe
Nick.
Trog gli rivolse un sogghigno velenoso e si curvò sul
suo taccuino.

«'La Mouette a Christy centrale. Golden Adventurer


arenata, trattenuta da ghiaccio e deflusso marea. Apparenti
danni carena sotto linea galleggiamento.
Stop. Scafo allagato e aperto al mare. Stop. Contratto
standard Lloyd's assolutamente inaccettabile. Di capitale
importanza immediato inizio operazioni ricupero. Stop.
Tempo e mare in peggioramento. Mia ultima offerta
noleggio 8000 dollari al giorno più 2% valore ricuperato
valida fino alle 14,35 ora di Greenwich. Passo.'»

Nick accese un sigaro e decise che avrebbe conservato


gli altri per il futuro. Quel mattino aveva aperto la sua ultima
scatola. Si accigliò nella nube di fumo azzurrognolo e si
strinse la coperta sulle spalle.
Ora Jules Levoisin stava facendo il gioco duro. Stabiliva
le condizioni e dettava l'ultimatum. La politica del silenzio
di Nick cominciava a fruttare.
Jules doveva essere certissimo che il suo fosse l'unico
rimorchiatore nel raggio di duemila miglia, e puntava una
pistola di grosso calibro contro la testa della Christy.
Jules aveva visto le condizioni dello scafo
dell'Adventurer. Se fosse stato sicuro di ricuperarlo... No, se
appena ci fosse stato il cinquanta per cento di probabilità di
effettuare un buon recupero, Jules avrebbe preferito il
contratto dei Lloyd's.
Dunque Jules nutriva forti riserve sul successo; ed era il
più esperto fra tutti i comandanti di rimorchiatori.
L'operazione si presentava difficile, dunque. Probabilmente
la Golden Adventurer era prigioniera della spiaggia e del
ghiaccio come se fosse sprofondata nelle sabbie mobili, e La
Mouette poteva sviluppare soltanto novemila cavalli di
potenza. Bisognava alleggerire lo scafo, mettere in funzione
le pompe dell'Adventurer... Nick passò mentalmente in
rassegna i problemi e le soluzioni. Era una brutta gatta da
pelare, ma il Warlock possedeva ventiduemila cavalli di
potenza utile e parecchie altre risorse.
Sbirciò il suo Rolex Oyster e vide che Jules aveva
dettato un ultimatum di due ore.
«Marconista», disse con calma.
Gli ufficiali sulla plancia si sporsero per non perdere una
parola.
«Apra la linea telex diretta con Christy centrale, Londra,
e comunichi fra virgolette: Personale per Duncan Alexander
da Nicholas Berg comandante del Warlock. Stop. Sarò
presso Golden Adventurer fra un'ora e quaranta minuti.
Stop. Propongo ricupero secondo contratto standard dei
Lloyd's. Stop. Offerta chiusa alle 13,00 ora di Greenwich.»
Trog lo guardò sbigottito, sbattendo rapidamente le
palpebre orlate di rosso.
«Rilegga», gli ingiunse seccamente Nick.
Trog lesse con voce alta e un po' stridula. Quando ebbe
finito, attese con un'espressione canzonatoria, come
aspettandosi che Nick annullasse il messaggio.
«Lo spedisca», ordinò Nick alzandosi. «Signor Allen.»
Si rivolse a David.
«Voglio immediatamente lei e il direttore di macchina
nella mia cabina.»
Il brusio eccitato delle congetture cominciò prima che
Nick si fosse chiuso la porta alle spalle.

David bussò tre minuti dopo, e Nick alzò lo sguardo


dagli appunti che stava scrivendo.
«Che cosa dicono?» gli domandò. «Che sono
impazzito?»
«Sono soltanto dei ragazzi», rispose David con una
scrollata di spalle. «Non sanno niente.»
«Sanno un mucchio di cose, invece. E hanno ragione.
Sono pazzo a proporre il contratto dei Lloyd's senza
nemmeno aver visto la nave! Ma è la pazzia di chi si trova
con le spalle al muro. Sieda, David. Quando ho deciso di
lasciare Città del Capo... allora sì che ho commesso una
follia.» Nick non poteva più contenersi. Doveva dirlo,
doveva sfogarsi. «Ho rischiato tutta la baracca.
Quando ho abbandonato la piattaforma della Esso, ho
messo in gioco tutta la società, compresi il Warlock e il suo
gemello. La nostra sopravvivenza dipendeva dal pagamento
della Esso...»
«Capisco», mormorò David, rosso fino alla radice dei
capelli.
L'improvvisa confidenza di Nick Berg lo metteva in
imbarazzo.
«Adesso non rischio più niente. Se fallisco, se non riesco
a disincagliare la Golden Adventurer, non perderò niente che
non sia già perso.»
«Avremmo potuto proporre il noleggio giornaliero per
una cifra inferiore a quella della Mouette», osservò David.
«No. Duncan Alexander mi è nemico. Posso ottenere il
contratto soltanto se lo rendo così vantaggioso da non
lasciargli scelta. Se rifiuta la mia offerta del contratto dei
Lloyd's lo trascinerò davanti al comitato dei Lloyd's e agli
azionisti della Christy. Farò un cappio con le sue budella e
glielo metterò al collo. Sarà obbligato ad accordarsi con me.
Invece, se gli avessi proposto il noleggio giornaliero a due o
tremila dollari in meno...»
Nick s'interruppe e fece per prendere la scatola di sigari
sull'angolo dello scrittoio, ma ritrasse la mano e si girò,
udendo bussare pesantemente alla porta.
«Avanti!»
La tuta di Vin Baker era di un blu immacolato, ma la
benda che gli fasciava la testa era macchiata di grasso di
macchina. Aveva ricuperato la spavalderia che Nick gli
aveva fatto sputare sbatacchiandolo contro le vetrate della
sala macchine. «Gesù!» disse. «Ho sentito che sta dando i
numeri. Ho saputo che è saltato in mare... e quando l'hanno
ripescata, lei si è messo in mente di ricuperare con il
contratto dei Lloyd's un bombardiere che precipita in
picchiata su capo Alarm.»
«Le darei una spiegazione», dichiarò solennemente
Nick, «ma purtroppo non conosco abbastanza parolacce.» Il
direttore di macchina sogghignò, e Nick aggiunse subito:
«Non gioco con i miei gettoni, mi creda. Non ho più niente
da perdere».
«Questi si chiamano affari», convenne l'australiano, e
prese uno dei preziosi sigari di Nick.
«La sua parte del dodici e mezzo per cento del noleggio
giornaliero è noccioline e marmellata», continuò Nick.
«Verissimo», convenne Vin Baker, armeggiando con i
gomiti per tirarsi su i calzoni.
«Ma se disincagliamo la Golden Adventurer, se
riusciamo a tapparla e a pompar fuori l'acqua, e se riusciamo
a tenerla a galla per tremila miglia, ci saranno un paio di
milioncini... ciò che significa bistecca con patate.»
«Se ne intende, lei», grugnì Vin Baker. «Per essere un
inglese, comincia a farsi capire.»
Lo disse con riluttanza, come se nutrisse ancora qualche
dubbio.
«Adesso», continuò Nick, «voglio sapere i suoi piani per
rimettere in funzione le pompe della Golden Adventurer e
l'argano dell'ancora. Se la nave è sulla spiaggia, dovremo
tonneggiare e non abbiamo molto tempo».
«Tonneggiare» significa usare l'ancora di una nave e il
suo stesso argano per aiutare il rimorchiatore a
disincagliarla.

Vin Baker agitò pomposamente il sigaro.


«Non si preoccupi, ci penso io.»
In quel momento Trog fece capolino senza bussare.
«Ho un messaggio urgente e personale per lei,
comandante.»
Brandì il foglietto del telex come una scala reale di
picche.

Nick lo guardò un istante, poi lesse ad alta voce:

«'A comandante del Warlock da Christy centrale. Sua


offerta contratto standard dei Lloyd's "Niente ricupero,
niente pagamento" accettata. Stop. Da ora si consideri il
principale contraente per ricupero relitto Golden Adventurer.'
Chiuso.»

La dentatura di Nick biancheggiò in uno dei suoi rari e


irresistibili sorrisi.
«E così, signori, sembra che siamo ancora in affari... ma
Dio sa fino a quando.»

Il Warlock doppiò il promontorio, dove i tre pilastri neri


di serpentino si ergevano dal mare verde, appena corrugato
da onde basse che marciavano in file ordinate per andare a
lambire dolcemente le scogliere.
Doppiata la punta, giunsero improvvisamente in vista
dell'ampia baia ghiacciata. Lo scafo abbandonato della
Golden Adventurer era così maestoso, così alto, così bello
che nemmeno le selvagge montagne riuscivano a
immeschinirlo. Sembrava l'illustrazione di un libro di favole,
una leggiadra nave di ghiaccio scintillante al sole.
«É una bellezza», sussurrò il direttore di macchina.
Il suo commento esprimeva il dolore che tutti loro
sentivano per la grande nave ferita. Per ogni uomo sulla
plancia del Warlock, una nave era un essere vivente che
poteva ispirare amore e ammirazione; perfino le vecchie
bagnarole suscitavano un ruvido affetto. Ma la Golden
Adventurer era come una bella donna, una creatura rara e
speciale.
Per Nick Berg, il vincolo era ancora più forte. Quella
nave era figlia della sua ispirazione. L'aveva vista prender
forma sul tavolo da disegno dell'ingegnere navale, aveva
visto costruire la chiglia e fasciare il nudo scheletro con
lamiere d'acciaio, aveva visto la donna che un tempo era
stata sua moglie pronunciare la formula di rito e quindi
infrangere la bottiglia contro la prora, ridendo alla luce del
sole mentre lo champagne schizzava e spumeggiava.
Era la sua nave... E adesso, chi l'avrebbe mai detto, il
suo destino dipendeva da lei.
Distolse lo sguardo dalla Golden Adventurer e guardò
La Mouette che aspettava davanti alla baia, al margine del
ghiaccio. In contrasto con il piroscafo, era piccolo, tozzo e
sgraziato, simile a un lottatore con tutto il peso accentrato
nelle spalle. Una colonna di denso fumo nero saliva diritta
verso il cielo dal suo unico fumaiolo, e lo scafo pareva
dipinto dello stesso nero.
Attraverso il binocolo, Nick notò l'improvviso fermento
sul ponte alla vista del Warlock. Il promontorio doveva aver
schermato il radar della Mouette, e dato lo stretto silenzio
radio di Nick, era probabile che Jules Levoisin si accorgesse
soltanto ora della presenza del Warlock. Nick poté
immaginare la costernazione dei francesi, e vide con un
sogghigno che Jules Levoisin non si era nemmeno
preoccupato di gettare un cavo sulla Golden Adventurer.
Evidentemente si era sentito del tutto sicuro di sé, una
presenza incontrastata. Secondo la legge marittima, un cavo
agganciato a uno scafo conferisce certi diritti. Jules avrebbe
dovuto eseguire quella formalità.
«Chiamare La Mouette in chiaro», ordinò.
Prese il microfono, mentre Trog annuiva.
«Salut, Jules, ça va? Vecchio pancione di un pirata, non
ti hanno ancora preso e impiccato?» chiese gentilmente Nick
in francese.
Vi fu un silenzio lungo e incredulo sul canale 16, prima
che il pastoso accento francese rimbombasse
nell'altoparlante.
«L'ammiraglio James Bond, suppongo?» Jules ridacchiò,
ma in modo poco convincente. «La tua bagnarola è una
corazzata o un bordello galleggiante? Sei sempre stato un
ragazzo in gamba, Nicholas, ma come mai ci hai messo tanto
tempo? Dovevi arrivare prima, se volevi fregarmi.»
«Tre cose mi hai insegnato, mon brave: primo, non dare
niente per scontato; secondo, tenere il becco chiuso quando
si è in corsa per una preda; terzo, gettare un cavo appena si
arriva. Sei venuto meno alle tue regole, Jules.»
«Il cavo non significa niente. Sono arrivato.»
«Anch'io sono arrivato, vecchio mio. Ma la differenza è
che ho ricevuto l'incarico dalla Christy.»
«Tu rigoles! Stai scherzando!» Jules sembrava
sconvolto. «Non ho sentito niente!»
«Non scherzo affatto», disse Nick. «Le mie attrezzature
da 007 mi permettono di parlare in privato. Non ci credi?
Prova a chiamare Christy centrale... e nel frattempo toglimi
dai piedi quella specie di bidone. Ho da fare.» Nick rese il
microfono a Trog. «Registri ogni sua comunicazione»,
ordinò, poi parlò a David Allen. «Dobbiamo spaccare il
ghiaccio prima che stringa troppo la Golden Adventurer.
Metta alla barra il pilota più esperto.»
Nick sembrava diventato un altro. Non era più il tetro
misantropo che tentennava su ogni decisione, che subiva
ogni scacco con ira impotente.
«Quando si muove, fa scintille», pensò David Allen,
ascoltandolo mentre parlava al citofono della sala macchine.
«Voglio potenza da entrambe le macchine, direttore.
Dobbiamo spaccare il ghiaccio. Poi si metta la muta e
l'elmetto, andiamo a bordo della nave per dare un'occhiata
alle macchine.» Si rivolse di nuovo a David Allen. «Signor
Allen, si prepari a rilevare il comando.» Era un uomo
d'azione che gioisce per la fine dell'inattività. Sembrava un
pugile alla campana della prima ripresa.
«Dica ad Angel di servirci un pasto caldo. Con molto
zucchero.»
«Lo chiederò al cameriere di bordo», disse David. «In
questo momento Angel è occupato. Sta giocando alla
bambola con la ragazza che lei ha tirato su dall'acqua. Ci
manca solo che la porti a spasso in carrozzina...»
«Dica ad Angel che voglio mangiare. E bene», ringhiò
Nick, girandosi per studiare il ghiaccio che ostruiva la baia.
«Altrimenti scenderò in cambusa e lo prenderò a calci nel
sedere.»
«Probabilmente ne sarà felice», borbottò David.

Nick si voltò a guardarlo.


«Quante volte ha controllato l'attrezzatura di ricupero, da
quando abbiamo lasciato Città del Capo?»
«Quattro.»
«Faccia un altro controllo. Avviate i diesel ausiliari e
fateli girare per un po', poi lasciateli raffreddare e
imbracateli per il trasporto. Dovranno essere sull'Adventurer
entro domani a mezzogiorno.»
«Signorsì.»
Prima che David uscisse, Nick gli chiese:
«Qual è la pressione barometrica?»
«Non lo so...»
«Da adesso sino alla fine del ricupero, lei dovrà sapere
in ogni momento la pressione esatta. E mi informerà
immediatamente delle variazioni di un solo millibar.»
«La pressione è 1018», si affrettò a riferire David
consultando il barometro.
«Troppo alta», disse Nick. «E c'è troppa calma. Non può
durare. Tenga gli occhi bene aperti.»
«Signorsì.»
Trog gridò: «Christy centrale ha appena informato La
Mouette che noi siamo i contraenti principali, ma Levoisin
ha accettato il noleggio giornaliero per imbarcare un carico
di superstiti nella baia di Shackleton e portarlo a Città del
Capo. Adesso Levoisin vorrebbe parlarle ancora».
«Gli dica che sono occupatissimo.» Nick non distolse
l'attenzione dalla baia ostruita dal ghiaccio, poi cambiò idea.
«No, gli parlerò.» Prese il microfono.
«Jules?»
«Non sei stato leale, Nicholas. Hai tramato alle spalle di
un vecchio amico, di un uomo che ti ama come un fratello.»
«Sono molto occupato. Non hai altro da dirmi?»
«Temo che tu abbia commesso un errore, Nicholas. Sei
pazzo ad affrontare questo ricupero con il contratto dei
Lloyd's. La nave è imprigionata dal ghiaccio... e il tempo!
Non hai letto il bollettino dell'isola Gough? Ti sei preso una
brutta gatta da pelare, Nicholas. Da' retta a un vecchio
marinaio.»

«Jules, ho ventiduemila cavalli di potenza.»


«Ritengo ugualmente che tu abbia commesso uno
sbaglio, Nicholas. Ti scotterai le dita... e qualcos'altro.»
«Au revoir, Jules. Vieni a vedermi alla corte arbitrale.»
«Continuo a credere che il tuo sia un bordello, non un
rimorchiatore.
Mandaci un paio di bionde e una bottiglia di vino.»
«Ciao, Jules.»
«Buona fortuna, mon vieux.»
«Ehi, Jules... hai detto 'buona fortuna', ma significa
scalogna nera. Me l'hai insegnato tu.»
«Oui, lo so.»
«Allora buona fortuna anche a te, Jules.»
Per un minuto, Nick seguì con lo sguardo il
rimorchiatore in partenza.
Sculettava sulle onde, piccolo, grasso e insolente, in
tutto simile al suo comandante; eppure qualcosa nella sua
andatura rivelava l'abbattimento.

Nick sentì una punta di affetto per il piccolo francese.


Era stato un amico e un maestro. La sua esultanza fu
oscurata da un'ombra di rimorso.
Ma subito la scacciò. Era stata una competizione dura
ma leale, e Jules non aveva avuto scrupoli. Nick aveva
imparato da un pezzo che ogni concorrente è un nemico da
odiare e sconfiggere, e dopo sconfitto da disprezzare. Gli
scrupoli vanno banditi: fiaccano la determinazione.
Ma non riusciva a disprezzare Jules Levoisin. Il francese
sarebbe ricomparso, probabilmente soffiandogli il prossimo
lavoro sotto il naso, e comunque aveva stipulato un lucroso
contratto per raccogliere i superstiti nella baia di Shackleton.
Con il compenso avrebbe ricuperato il costo della lunga
corsa verso sud, e gli sarebbe avanzata una bella sommetta.
Il problema di Nick era molto più complesso. Scacciò di
mente Jules Levoisin, girandosi prima che il rimorchiatore
francese avesse doppiato il promontorio, e studiò la baia
ostruita dal ghiaccio con gli occhi socchiusi e un crescente
senso di apprensione. Jules aveva ragione, era proprio una
brutta gatta da pelare.
La marea che aveva spinto la Golden Adventurer sulla
spiaggia si era ritirata, lasciando la nave profondamente
arenata. Inoltre le onde avevano spostato lo scafo, cosicché il
piroscafo non formava un angolo retto con la spiaggia. Il
Warlock non avrebbe potuto tirarlo diritto in mare, avrebbe
dovuto trascinarlo per traverso. Nick lo vide con chiarezza,
ora che si stavano avvicinando.
Quando furono ancora più vicini, vide che il greve scafo
di acciaio, appesantito dall'acqua, era sprofondato nella
ghiaia cedevole.
Poi guardò il ghiaccio. Non erano lastroni piatti, bensì
grossi blocchi, frammenti di iceberg disgregati dalle
intemperie che il vento aveva soffiato nella baia come un
cane pastore che sospinga il gregge.
Il gelo aveva saldato i ghiacci in un'unica massa, che
come una mostruosa piovra, protendeva tentacoli scintillanti
verso la poppa dell'Adventurer.
Non si era ancora solidificata del tutto, e la prora del
Warlock era corazzata in previsione di simili eventualità, ma
Nick aveva troppa esperienza per sottovalutare la durezza
del ghiaccio. «Il ghiaccio bianco è ghiaccio morbido»,
diceva un vecchio adagio, ma nella massa c'erano gibbosità
verdi e striate ognuna delle quali avrebbe potuto sfondare lo
scafo del Warlock.
Sarebbe stata bella dover lanciare un S.O.S. a Jules
Levoisin.
Nick si volse con calma al timoniere.
«Cinque gradi a dritta... barra a mezzanave.»
Allineò il Warlock con una frattura nella banchisa. Era
essenziale affrontare il ghiaccio ad angolo retto per fenderlo
con il tagliamare. Un urto di striscio avrebbe fatto deviare la
prora, esponendo il vulnerabile scafo al ghiaccio affilato
come un rasoio.
«Sala macchine, tenersi pronti», avvisò.
Il Warlock navigò verso il ghiaccio alla velocità di dieci
nodi, e Nick previde al secondo il momento dell'impatto.
Quando furono a mezza lunghezza dalla banchisa, diede un
ordine tempestivo.
«Pari indietro mezza.»
Il Warlock rallentò, avvicinandosi al ghiaccio mentre
decelerava, con un ruggito stridente che parve squassare la
nave. La prora s'impennò sopra la banchisa. Con un
lacerante scricchiolio, enormi lastre di ghiaccio si rizzarono
in verticale per poi piombare fragorosamente.
«Pari indietro tutta.»
Le grandi eliche gemelle cambiarono passo e l'acqua
ribollì tra i frammenti di ghiaccio spezzato, allontanandoli,
mentre il Warlock retrocedeva nello specchio sgombro e
Nick lo rimetteva in linea.
«Avanti tutta pari.»
Il Warlock caricò come un ariete, rallentando all'ultimo
momento, e ancora i lastroni di ghiaccio si spezzarono
strisciando lungo la carena del rimorchiatore. Nick impresse
alla poppa un movimento verso dritta, poi verso sinistra,
servendosi destramente delle eliche gemelle per spazzar via i
frammenti di ghiaccio. Poi fece retrocedere il Warlock e lo
allineò di nuovo.
Cozzando e frantumando il Warlock s'inoltrò nella baia,
disegnando una ragnatela di crepe sulla superficie del
ghiaccio circostante.
David Allen irruppe in plancia con il fiato mozzo.
«Attrezzature controllate e pronte, comandante.»
«Rilevi il comando», disse Nick. «Ormai il ghiaccio è
spezzato... basta tenerlo in movimento.» Avrebbe voluto
avvisarlo che le grosse eliche a passo variabile erano la parte
più vulnerabile del Warlock, ma adesso si fidava pienamente
del suo secondo. Così si limitò ad aggiungere: «Io scendo a
mettermi la muta».
Vin Baker era nella sala a poppa. Aveva quasi finito di
mangiare e Angel incombeva su di lui; ma mentre Nick
scendeva la scaletta, il cuoco sollevò il tovagliolo da un altro
vassoio fumante.
«Squisito», disse Nick, sebbene stentasse a deglutire.
I nervi del suo stomaco erano troppo aggrovigliati.
Eppure il cibo è una delle migliori difese contro il freddo.
«Samantha desidera parlarle, comandante.»
«Samantha? E chi diavolo sarebbe?»
t «La ragazza. Vuole ringraziarla.»
«Usa il cervello, Angel. Non vedi che ho altro per la
testa?»
Nick stava già indossando la muta di gomma da
sommozzatore sopra una maglia di lana. Gli occorse l'aiuto
di un marinaio per infilarsela.
Mentre si allacciava il doppio gancio, aveva già
dimenticato la ragazza. Poi, sopra i calzettoni e gli stivali a
tenuta stagna, indossò un'altra muta di poliuretano. Lui e Vin
Baker sembravano una coppia di uomini Michelin. I marinai
li aiutarono a infilarsi gli elmetti muniti di microfoni radio
incorporati e valvole per l'aria.
«Tutto bene, capo?» chiese Nick.
La voce di Vin Baker gracchiò troppo forte negli
auricolari.
«Pronto per il ballo.»
Nick regolò il volume e si caricò sulle spalle l'apparato
di respirazione.
Non sarebbero scesi a più di dieci metri, così aveva
preferito usare l'ossigeno invece delle ingombranti bombole
di aria compressa.
«Andiamo», disse, e si diresse barcollando verso la
scaletta.
^
Lo Zodiac fu calato in mare con quattro uomini: i due
sommozzatori e due marinai adibiti al governo del
gommone. Vin Baker spinse da parte uno di loro e avviò
personalmente il motore fuoribordo.
«Forza, bellezza», ordinò, e il grosso Johnson Seahorse
rombò al primo strappo.

Procedettero cautamente fra i ghiacci in un canale


sgombro. I due marinai respingevano con un palo i
frammenti appuntiti che avrebbero lacerato il tessuto dello
Zodiac.
La voce di David Allen risuonò all'improvviso negli
auricolari di Nick.
«Comandante, parla il primo ufficiale. La pressione è
1021. Sembra che voglia sfondare il cielo.»
Si stavano preparando guai. Tutto ciò che sale, prima o
poi scende... e più la pressione saliva, più in basso sarebbe
caduta.
«Ha sentito l'ultimo bollettino dell'isola Gough?»
«Pressione caduta a 1005. Il vento soffia a trentacinque
nodi da 320°.»

«Benone», disse Nick. «Sta arrivando una burrasca in


piena regola.»
Attraverso la visiera del suo elmetto guardò il sole
pallido. Non sfolgorava abbastanza per ferire l'occhio, ed era
circondato da un'aureola dorata come le teste dei santi nei
dipinti medievali.
«Non possiamo avvicinarci di più, comandante», avvertì
Vin Baker, mettendo il motore in folle.
Lo Zodiac abbrivò dolcemente in una piccola pozza
nella banchisa, a cinquanta metri dalla poppa della Golden
Adventurer.
Una solida coltre di ghiaccio li separava dalla nave, e
Nick la studiò con cura. Non voleva far accostare il Warlock
prima di dare un'occhiata al fondale. Voleva sapere in quale
profondità avrebbe dovuto manovrare, se c'erano spuntoni
nascosti e rocce frastagliate che avrebbero lacerato la chiglia
del Warlock, oppure un fondale piatto.
Voleva sapere il grado di pendenza del fondo e se questo
offriva buona presa alle ancore ma, più di tutto, voleva
ispezionare i danni sotto la linea di galleggiamento della
Golden Adventurer.
«É pronto, capo?» domandò.
Vin Baker sogghignò dietro il visore.
«Ehi, mi sono ricordato una cosa... La mia mammina mi
ha raccomandato di non bagnarmi i piedi. Io torno a casa.»
Nick sapeva come doveva sentirsi. Fra loro e
l'Adventurer si stendeva una spessa coltre di ghiaccio:
dovevano immergersi e nuotarvi sotto. Chissà quali correnti
fluivano là sotto e com'erano le condizioni di visibilità. Un
uomo in difficoltà non poteva affiorare immediatamente,
sarebbe dovuto tornare verso l'acqua libera.
Con i muscoli del ventre contratti per qualcosa di simile
a un attacco di claustrofobia, Nick ispezionò rapidamente
l'attrezzatura d'immersione, aprì la valvola della bombola
d'ossigeno per gonfiare la sacca respiratoria, controllò la
bussola e il Rolex Oyster al suo polso e agganciò la fune
guida allo Zodiac: l'avrebbe seguita per tornare, come Teseo
nel labirinto del Minotauro.
«Andiamo», disse, e si tuffò di schiena.
Il freddo penetrò quasi all'istante i molteplici strati di
gomma, lana e poliuretano. Nick attese che il direttore di
macchina scendesse accanto a lui in una nube di vorticose
bollicine d'argento.
«Dio buono!» La voce di Baker era distorta dagli
auricolari. «Fa un freddo tale che si creperebbero i coglioni a
una statua di marmo.»
Srotolandosi la funicella alle spalle, Nick scese nel
caliginoso abisso verde, cercando il fondo. Finalmente lo
intravide: era formato di grossa rena e ciottoli. Sbirciò
l'indicatore di profondità - quasi undici metri - e nuotò verso
la spiaggia.
La luce che scendeva dall'alto, filtrata dal ghiaccio, era
verde e spettrale, e Nick si sentì preso da un irragionevole
panico. Cercò d'ignorarlo e di concentrarsi sul suo compito,
ma il panico covava, pronto a divampare.
Una forte corrente fluiva sotto il ghiaccio in direzione
contraria alla loro, rimuovendo i sedimenti e così riducendo
ulteriormente la visibilità.
A un tratto si videro davanti la carena della Golden
Adventurer. Le eliche gemelle brillavano come gigantesche
ali di bronzo nella penombra.
Giunsero a un metro dallo scafo e nuotarono lentamente
lungo di esso. Era come volare vicino alla parete di un alto
palazzo, una parete d'acciaio imbullonato... solo che questa
parete si muoveva.
La poppa della Golden Adventurer oscillava al flusso
della risacca, battendo sul fondale come un colossale
martello.
Nick capì che la nave si stava scavando una fossa in cui
si sarebbe incuneata sempre più a fondo. La sua impresa
diventava più ardua col passare delle ore. Si diede una spinta
con le pinne, superando Vin Baker. Sapeva con precisione
dove individuare il danno; Reilly l'aveva riferito a Christy
centrale in ogni particolare.
Pareva che una mostruosa scure avesse colpito
orizzontalmente lo scafo, praticandovi un taglio netto di
forma oblunga. Il metallo circostante era stato piegato
all'interno e la vernice scrostata, cosicché l'acciaio brillava
come se qualcuno lo avesse lucidato.
La falla era lunga cinque metri. Nel suo punto più
ampio, le labbra distavano circa un metro. La falla respirava
come una bocca, perché irrompendo nella breccia, la risacca
accresceva la pressione dell'acqua all'interno dello scafo; e
quando l'onda rifluiva, l'acqua compressa veniva espulsa
dalla pressione interna.
«É un buco netto», gracidò la voce di Vin Baker. «Ma
troppo lungo per riempirlo di cemento.»
Aveva ragione, Nick l'aveva visto subito. Il cemento
liquido non avrebbe tappato uno squarcio simile; e
comunque non c'era il tempo di usarlo, con la burrasca in
arrivo. Un'idea cominciava a formarsi nella sua mente.
«Vado dentro.»
Nick prese la decisione ad alta voce. Il direttore di
macchina rimase in incredulo silenzio per qualche secondo,
poi cercò di dissimulare l'apprensione dicendo:
«Guardi, amico, ogni volta che sono entrato in un buco
del genere mi sono trovato nei guai. Mi ricorda la mia prima
moglie...»
«Lei resti qui», l'interruppe Nick. «Se non torno fra
cinque minuti...»
«Vengo anch'io», replicò Vin Baker. «Voglio dare
un'occhiata alla sala macchine. Tanto vale che la veda
adesso.»
Nick preferì non discutere.
«Entro per primo», annunciò, dandogli un colpetto sulla
spalla. «Stia a vedere e poi faccia come me.»
Si scostò di un metro dallo squarcio, remigando con le
pinne per mantenersi in posizione.
Vide il turbine d'acqua irrompere nell'apertura e rifluire
in un'eruzione di bolle d'argento. Poi, mentre la bocca
iniziava un nuovo respiro, si slanciò avanti.
La corrente lo colse e Nick fu scagliato verso l'apertura.
Ebbe appena il tempo di abbassare la testa protetta
dall'elmetto e di incrociare le braccia sulla fragile sacca
respiratoria.
Uno spuntone d'acciaio gli graffiò una gamba. Non
provò dolore, ma quasi subito sentì l'acqua filtrare dallo
strappo nella muta. Il freddo lo bruciava come una lama
rovente, ma varcò la breccia e si trovò nelle tenebre dello
scafo, scagliato in mezzo a un groviglio di tubi d'acciaio. Si
aggrappò a qualcosa con una mano e brancolò per accendere
la lanterna subacquea appesa alla cintura.
«Tutto bene?»
La voce del direttore di macchina gli risuonò negli
auricolari.
«Benissimo.»
La lanterna di Vin Baker spandeva un chiarore spettrale
nelle acque nere.
«Sbrighiamoci», disse Nick. «Ho uno strappo nella
muta.»
Entrambi sapevano esattamente che cosa fare e dove
andare.
Vin Baker nuotò rapidamente verso i portelli a tenuta
stagna e controllò le guarnizioni. Lavorava nel buio, in una
sala macchine del tutto sconosciuta, ma trovò
immediatamente le pompe e ispezionò le valvole; poi emerse
in superficie, procedendo a tastoni fra gli enormi blocchi
delle macchine principali.
Nick lo aveva preceduto. La sala macchine era allagata
fin quasi al ponte superiore. La superficie era uno strato
maleodorante di olio e nafta, in cui fluttuava una massa
disordinata di oggetti per la maggior parte indefinibili, ma
nell'alone della lanterna, Nick distinse uno stivale di gomma
e un barattolo d'olio che gli galleggiavano vicino alla testa.
La spessa poltiglia saliva, scendeva e ondeggiava sotto la
spinta della corrente che irrompeva dalla falla.
Le lenti delle lanterne, sporche d'untume, proiettavano
ombre grottesche nei recessi cavernosi; ma Nick riuscì a
distinguere il ponte sovrastante e il buco nero del pozzo
d'aerazione. Ripulì il visore dell'elmetto, vide ciò che voleva
vedere e sentì il freddo risalirgli lungo la gamba. Chiese
bruscamente: «Ha finito, capo?»
«Sì, leviamoci di torno.»
Ci fu un momento di panico quando Nick temette di aver
perso la funicella che lo avrebbe guidato all'apertura; ma si
era solo attorcigliata attorno a un tubo. La liberò e scese con
il suo compagno verso la luce tenue che filtrava dallo
squarcio.
Scelse il momento con cura: l'uscita era ancora più
pericolosa dell'entrata.
Il ghiaccio aveva piegato il metallo verso l'interno, e le
protuberanze aguzze sembravano i petali di un girasole... o i
denti di un pescecane. Sfruttò il riflusso dell'acqua e fu
sparato fuori senza neppure sfiorare i margini dello squarcio.
Giratosi, remigò con le pinne per aspettare Vin Baker.
L'australiano giunse con il riflusso successivo, ma la
corrente lo aveva girato per traverso e urtò contro l'orlo
frastagliato della falla. L'ossigeno eruppe in una gorgogliante
nube di bollicine dalla sua sacca respiratoria squarciata
dall'acciaio. Per un momento, il direttore di macchina fu
celato dalla nube argentea del gas che doveva tenerlo in vita.
«Oh Dio, sono fregato», gridò, stringendo la sacca
vuota, mentre affondava nell'abisso verde a causa della
mutata spinta di galleggiamento: la sua cintura piombata era
stata appesantita per bilanciare il galleggiamento della sacca
respiratoria, e adesso lui scendeva come un aereo in
picchiata.
Nick afferrò la situazione in un lampo. La corrente
aveva preso Baker e lo trascinava verso lo scafo, lo
risucchiava sotto la chiglia martellante, dove ventiduemila
tonnellate di acciaio lo avrebbero schiacciato contro la
roccia.
Scese a capofitto, battendo disperatamente le pinne per
raggiungere il corpo che turbinava come una foglia al vento.
Vide per un attimo il viso di Baker, stravolto dal terrore e dai
primi spasmi di soffocamento, con l'elmetto già allagato
mentre la pressione spingeva l'acqua gelida attraverso la
valvola. Il microfono dell'australiano trasmise un ultimo urlo
e poi fu zittito dall'acqua.
«Si tolga la cintura», gridò Nick.
Baker non rispose. Non poteva sentire, la sua cuffia era
inservibile. Si dibatteva nella corrente, sprofondando verso
una morte brutale.
Nick riuscì ad afferrarlo e con tutte le sue forze tentò di
nuotare verso l'alto per rallentare la discesa; ma
continuarono ad affondare inesorabilmente. Nick cercò il
dispositivo di sgancio della cintura di Baker, ma la sua mano
era intorpidita dal freddo e impacciata dai guanti.
Urtò contro la grande carena con la spalla, e sentì che
venivano trascinati sotto, dove il movimento della chiglia
sollevava nubi di sedimenti simili a fumo. Avvinti in un
grottesco valzer, ruotarono su se stessi e Nick vide la chiglia
incombere su di loro come la lama di una smisurata
ghigliottina. Non era riuscito a sganciare il fermaglio
dell'australiano.
Aveva poche frazioni di secondo per giocare la sua
ultima carta. Sganciò il proprio fermaglio e la cintura
appesantita da quindici chili di piombo cadde dai suoi
fianchi; ma insieme cadde anche la funicella che li avrebbe
guidati allo Zodiac in attesa, perché era agganciata alla
cintura.
La brusca perdita di peso frenò la loro discesa, e
lottando con tutta la forza delle sue gambe Nick riuscì a
tenersi fuori dalla traiettoria della chiglia che piombava sul
fondo.
A tre metri da loro, l'acciaio percosse la pietra con un
tonfo che risuonò ai suoi timpani come un colpo di gong; ma
ormai stringeva saldamente l'australiano, e finalmente la sua
destra trovò il fermaglio della cintura.
Lo sganciò, e furono alleggeriti di altri quindici chili.
Cominciarono a salire lungo l'instabile scafo d'acciaio,
sempre più rapidamente man mano che l'ossigeno di Nick si
espandeva per il calo della pressione. Ma la loro situazione
era ancora disperata: salivano verso un tetto di solido
ghiaccio con velocità sufficiente a rompersi un osso o
spaccarsi il cranio.
Nick si vuotò i polmoni con una lunga espirazione e
nello stesso tempo aprì la valvola di sfogo della sacca,
disperdendo il prezioso gas nel tentativo di frenare la salita.
Ma urtarono contro il ghiaccio con una violenza che li
avrebbe storditi, se Nick non avesse attutito l'impatto con la
spalla e il braccio proteso. Rimasero là, inchiodati al
ghiaccio dalla spinta delle loro mute di gomma e del gas
restante nella sacca di Nick.
Con distaccato stupore, Nick vide che la parte inferiore
della banchisa non era levigata, ma si corrugava in vene e
protuberanze, in forme bizzarre simili a sculture astratte di
vetro verde. La sbirciò per un solo istante, perché accanto a
lui Baker stava annegando.

L'elmetto dell'australiano era allagato, il suo viso era


purpureo, la bocca contorta in un orribile ghigno; i suoi
movimenti già si facevano spasmodici e disordinati mentre
lottava per respirare.
Nick capì che la precipitazione li avrebbe uccisi
entrambi. Doveva agire in fretta ma razionalmente. Trattenne
Baker e aprì la valvola d'ossigeno, rigonfiando la propria
sacca. Con la destra, cominciò a svitare il tubo di
connessione dell'elmetto di Baker. Era un'operazione lenta,
troppo lenta. Gli serviva il senso del tatto, per un lavoro così
delicato.
Pensò: «Questo potrebbe costarmi la mano destra», e si
strappò lo spesso guanto con un gesto rabbioso. Ora poté
sentire... ma solo per pochi secondi, finché il freddo non gli
paralizzò le dita. Riuscì a svitare il tubo di connessione e
intanto si riempì i polmoni come mantici, iperventilandosi il
sangue con ossigeno puro fino a sentirsi leggero e stordito.
Dopo un ultimo respiro, svitò il proprio tubo di
connessione. L'acqua gelida fluì dalla valvola, ma Nick
piegò la testa per intrappolare l'ossigeno nella parte
superiore dell'elmetto tenendo il naso e gli occhi all'asciutto;
quindi avvitò il tubo all'elmetto di Baker, con le dita ormai
insensibili.
Si strinse il corpo di Baker al petto e diede sfogo
all'ultimo ossigeno della propria bomboletta. La pressione fu
appena sufficiente a espellere l'acqua dall'elmetto di Baker.
Uscì dalla valvola con un sibilo, e Nick scrutò attentamente
l'australiano, accostando il viso a pochi centimetri dal suo.
Il direttore di macchina tossiva, singhiozzava e ansimava
alla ventata di ossigeno, con gli occhi torbidi e gli occhiali di
sghembo, ma finalmente Nick sentì il suo torace sollevarsi e
abbassarsi. Baker stava respirando di nuovo,
«meglio di me», pensò Nick; e in quel momento si
accorse che, con la cintura piombata, aveva perso anche la
fune guida.
Ignorava dove fosse la sponda e da che parte nuotare per
giungere allo Zodiac. Era completamente smarrito. Cercò
disperatamente lo scafo della Golden Adventurer per
orientarsi, ma non riuscì a vederlo, perso com'era nella
caliginosa penombra verde, e sentì il primo spasmo dei
polmoni che chiedevano aria. La paura, fin allora latente,
divampò in terrore.
Fu quasi sopraffatto da un desiderio suicida di
percuotere con i pugni il tetto verde e gelido di quella tomba
subacquea, nel tentativo di aprirsi un varco con le mani
nude.
Poi, un attimo prima che il panico gli oscurasse
completamente la ragione, si ricordò della bussola che aveva
al polso. Ma ormai la sua mente era torpida, offuscata dalla
mancanza di ossigeno, e gli occorsero preziosi secondi per
stabilire la sua posizione relativamente allo Zodiac.
Mentre si chinava in avanti per consultare la bussola,
altra acqua marina irruppe nel suo elmetto, conficcandogli
aghi di gelo nelle guance e nella fronte, facendogli dolere i
denti. Inalò senza rendersene conto e si sentì subito
soffocare.
Senza lasciare Baker, unito a lui dal sottile cordone
ombelicale del manicotto di respirazione, Nick nuotò nella
direzione indicata dalla bussola.
Immediatamente i suoi polmoni cominciarono a
contrarsi in spasmi involontari, come quelli dei bimbi
appena venuti alla luce. Continuò a nuotare.
Alzando un poco la testa, vide che la coltre di ghiaccio si
muoveva lentamente sopra di lui; a volte, quando la corrente
li tratteneva, non si muoveva affatto, e Nick doveva ricorrere
a tutta la sua forza di volontà per continuare a nuotare. Poi la
corrente allentava la sua morsa e avanzavano di nuovo, ma
con lentezza esasperante.
Ebbe il tempo di notare, allora, la squisita bellezza del
tetto di ghiaccio, meravigliosamente cesellato e scolpito... e
a un tratto si rivide accanto a Chantelle, sotto la volta gotica
della cattedrale di Chartres, lo sguardo rivolto in alto con
deferente ammirazione. Il dolore nel suo petto si era placato,
non sentiva più il disperato bisogno di respirare; ma Nick
non riconosceva i sintomi del soffocamento, né riconosceva
le immagini che si formavano davanti ai suoi occhi come le
fantasie di una mente ormai moribonda per mancanza di
ossigeno.
Il viso di Chantelle era davanti a lui, con i capelli soffici,
leggeri e lucenti come le ali di una farfalla, i grandi occhi
scuri, le labbra tumide che promettevano amore.
«Ti ho amata», pensò. «Ti ho amata tanto.»

L'immagine cambiò. Rivisse la nascita di suo figlio, udì


il primo vagito mentre il corpicino penzolava dalla mano
inguantata, roseo e umido. Risentì lo stupore e la gioia di
quel momento.
«Un uomo che annega...» Finalmente Nick tornò al
presente. Capì di essere moribondo, ma il panico era passato,
come il freddo e il terrore. Trasognato, continuò a fluttuare
nella caligine verde. Si accorse che le sue gambe avevano
smesso di muoversi; giaceva rilassato, senza sentire né
respirare. Era Baker che lo sospingeva.
Nick sbirciò attraverso la visiera a pochi centimetri dai
suoi occhi e vide l'espressione risoluta sul viso di Baker.
L'australiano inalava ossigeno puro e riacquistava le forze a
ogni respiro, nuotando con determinazione.
«Beauty», sussurrò Nick.
L'acqua gli invase la gola, ma non sentì dolore.
Un'altra immagine si formò davanti a lui, uno yacht
Arrowhead con lo spinnaker rigonfio che filava agilmente
sul Mediterraneo indorato dal sole, e suo figlio alla barra,
con i riccioli biondi scompigliati dal vento, gli stessi occhi
neri e vellutati di sua madre nel visetto abbronzato.
«Non farlo andare sottovento, Pete», volle gridare
Nicholas a suo figlio, ma l'immagine svanì nel buio. Per un
attimo si credette svenuto, ma poi si accorse all'improvviso
che il fondo di gomma nera dello Zodiac era a pochi
centimetri dai suoi occhi, che mani brusche lo sollevavano e
gli toglievano l'elmetto. Non era una fantasia.
Appoggiato alla soffice murata dello Zodiac, sostenuto
dai due marinai, Nick inalò le prime boccate di aria
ghiacciata. Ma era troppo ricca per i suoi polmoni. Tossì e
vomitò debolmente sul davanti della muta.
^
Nick uscì dallo sgabuzzino della doccia. Il bagno era
pieno di vapore, e il suo corpo arrossato dall'acqua quasi
bollente. Si avvolse l'asciugamano intorno ai fianchi ed entrò
nella cabina.
Baker era sprofondato nella poltroncina ai piedi della
cuccetta.
Indossava una tuta pulita, i suoi capelli erano ritti in
ciocche bagnate intorno alla chiazza dove i punti di Angel
tenevano ancora unite le labbra della ferita. La montatura dei
suoi occhiali si era rotta in un punto, durante i tremendi
minuti sotto la poppa della Golden Adventurer, e lui l'aveva
riparata con nastro isolante.
Teneva due bicchieri in una mano e una bottiglia di
liquore marrone nell'altra. Versò due dosi abbondanti nei
bicchieri, mentre Nick sostava sulla soglia del bagno.
L'aroma dolce e pieno rievocava le piantagioni di canna da
zucchero nel Queensland settentrionale.
Baker porse un bicchiere a Nick e gli mostrò l'etichetta
gialla della bottiglia.
«Rum Bundaberg», annunciò. «Il migliore del mondo,
amico.»
Probabilmente non era mai stato così espansivo in vita
sua, pensò Nick, né mai più lo sarebbe stato.
Fiutò il liquore color miele; ne bevve una sorsata, se lo
rigirò in bocca, lo ingollò, rabbrividì come un cane che si
scrolli l'acqua di dosso, esalò un sospiro e convenne:
«É sempre il migliore».
E avendo detto quel che ci si aspettava da lui, porse il
bicchiere.
«Il primo ufficiale mi ha incaricato di riferirle un
messaggio», disse Baker, versando un'altra dose per
entrambi. «La pressione è salita a 1035 e adesso sta
scendendo come un dingo nella tana; è già calata a 1020. Fra
poco scoppierà l'inferno, c'è da scommetterci!»
Lo guardò sopra le lenti.
«Abbiamo sprecato quasi due ore, Beauty», disse Nick.
Baker sbatté le palpebre all'inusitato nomignolo, poi lo
accettò con un sogghigno.
«Come intende tappare lo scafo?»
«Ho già messo dieci uomini al lavoro. Stanno facendo
un paglietto.»
Baker sbatté di nuovo le palpebre, poi scrollò la testa
con aria scettica.
«Questa è roba da capitano Hornblower...»
«La Strega di Endor», convenne Nick. «Sicché sa
leggere?»

«Non ha abbastanza pressione per spingerlo dentro»,


obiettò Baker. «L'aria intrappolata nella sala macchine lo
soffierà via.»
«Farò passare un cavo di ferro per il pozzo di
ventilazione della sala macchine, poi lo farò uscire dalla
falla. Fisseremo il paglietto all'esterno dello scafo e il cavo
lo tratterrà al suo posto.»
Baker lo fissò per cinque secondi, assimilando l'idea. Il
paglietto si ottiene cucendo alla tela di una vela migliaia di
fiocchetti di filaccia di canapa, finché non sembra un enorme
zerbino. Quando viene premuto contro una falla, la pressione
lo schiaccia nell'apertura e l'acqua gonfia la massa fibrosa
fino a trasformarla in un tappo a tenuta stagna.
«Potrebbe funzionare.»
Beauty Baker non voleva sbilanciarsi.
Nick bevve d'un fiato anche la seconda dose di rum,
lasciò cadere l'asciugamano e prese i suoi indumenti dalla
cuccetta.
«Veda di dare energia all'Adventurer prima che arrivi la
burrasca», gli suggerì gentilmente.
Baker si srotolò dalla poltroncina, ficcandosi la bottiglia
di Bundaberg nella tasca posteriore dei calzoni.
«Stia a sentire, comandante», disse. «Tutte le
sciocchezze che ho detto sugli inglesi... be', non le prenda
alla lettera.»
«Non c'è pericolo», lo tranquillizzò Nick. «In effetti
sono nato e cresciuto in Inghilterra, ma mio padre è
americano. E così sono americano anch'io.»
«Cristo!» Beauty si tirò su i calzoni con aria disgustata.
«Se c'è qualcosa di peggio di un inglese è un maledetto
yankee.»
^
Avendo visto che il fondale della baia era liscio e senza
scogli, Nick manovrò la nave con audace e insieme delicata
perizia, sotto gli occhi ammirati di David Allen.
Spavaldo come un gallo da combattimento, il Warlock
attaccò la spessa banchisa lungo la sponda, frantumandola in
blocchi e lastre che spazzò via con le eliche. Così si creò lo
spazio per lavorare presso la poppa della Golden Adventurer.
La calma irreale del mare e dell'aria facilitava l'opera,
sebbene la perfida corrente che fluiva sotto la poppa
dell'Adventurer complicasse il trasferimento del grosso
alternatore.
Nick fece gettare due parabordi Yokohama sulla fiancata
del Warlock. I due palloni rigonfi attutirono il contatto
dell'acciaio contro l'acciaio quando Nick accostò al piroscafo
arenato, mantenendo il Warlock in posizione con delicate
correzioni di forza, barra e passo d'elica.
Beauty Baker e la sua squadra di lavoro, infagottati nel
pesante abbigliamento antartico, erano già nel cestello della
gru a cavalletto del Warlock, a venti metri sopra la plancia.
Quando Nick fece accostare il Warlock, calarono la
scaletta d'abbordaggio e vi si avviarono in fila indiana con
Beauty alla testa. Sembravano un branco di scimmie sul
ramo di un albero.
«Sono passati tutti», disse il terzo ufficiale a Nick, poi
aggiunse: «Il barometro è sceso ancora, signore. Siamo a
1005».
«Benissimo.»
Nick fece scostare delicatamente il Warlock dalla poppa
del piroscafo e lo mantenne alla distanza di quindici metri.
Soltanto allora alzò gli occhi al cielo. Il sole di mezzanotte
l'aveva tinto di un giallo sinistro, e il sole stesso era una
satanica palla rosso cupo sopra le guglie del capo Alarm.
Pareva che i ghiacci fossero bagnati di sangue.
«É stupendo.»
La ragazza gli era comparsa accanto. Con la testa gli
giungeva appena alla spalla, e nella luce rossastra la sua
grossa treccia rifulgeva come oro; la voce era bassa, un po'
velata dalla timidezza. Quando la ragazza alzò il viso, lui
vide che era giovanissima.
«Sono venuta a ringraziarla», disse la ragazza con
dolcezza. «É la prima occasione che ho.»
Indossava indumenti maschili troppo larghi, che la
facevano sembrare una bambina mascherata; sul viso senza
trucco la pelle era liscia come quella d'un frutto.
La sua espressione era grave; sotto gli occhi e agli angoli
della bocca erano visibili le tracce della sua terribile
esperienza; si sentiva che era ancora tesa e nervosa.
«Angel non mi ha lasciata venire prima», disse lei, e a
un tratto sorrise.

Era il sorriso spontaneo e innocente di una bimba che


non ha mai conosciuto il rifiuto. Nick fu turbato
dall'intensità del proprio desiderio fisico. Sentì il cuore
martellare furiosamente contro le costole.
Il turbamento si trasformò in collera, perché la ragazza
dimostrava non più di quattordici o quindici anni, doveva
avere all'incirca l'età di suo figlio, e Nick si vergognò di
quell'impulso perverso. Dai tempi di Chantelle, non aveva
più sentito un'attrazione così forte e immediata per una
donna. Al pensiero di Chantelle, le sue emozioni si
confusero in una ridda da cui emersero con chiarezza
soltanto il desiderio e l'ira.
Protesse la collera come un fiammifero in una giornata
ventosa; gli ridava forza. La forza di respingere il desiderio,
perché sapeva di essere ancora vulnerabile e non voleva
lasciarsi attirare su una rotta pericolosa da quella donna-
bambina. A un tratto si accorse di essersi avvicinato alla
ragazza e di averla fissata per parecchi secondi. Notò che lei
sosteneva impavidamente lo sguardo e che qualcosa
cominciava a muoversi nei suoi occhi, simile all'ombra di
una nube sulla superficie di un laghetto verde. Non poteva
affrontare il rischio di ciò che stava accadendo; e finalmente
si accorse che due ufficiali di coperta li guardavano con
palese curiosità. Sfogò la collera su di lei.
«Signorina», disse. «Lei ha la specialità di trovarsi al
posto sbagliato nel momento sbagliato.»
Il tono era ancor più gelido e distaccato di quanto
intendesse.
Prima di girarsi, vide l'incredulità della ragazza divenire
mortificazione.
I suoi occhi verdi si rannuvolarono un poco. Nick
s'irrigidì, fissando il castello di prua dove la squadra di Dave
Allen stava aprendo la cala.
La collera di Nick sbollì quasi subito, lasciando il posto
al rimorso. Capì di essersi inimicato la ragazza e desiderò
dirle qualche parola gentile per salvare la situazione, ma non
gli venne in mente nulla. Si portò il microfono alle labbra e
parlò a Baker con la radio ad alta frequenza.
«Come va, capo?»
Passò una decina di secondi. Nick sentiva la presenza
della ragazza accanto a lui.
«I generatori di emergenza sono bruciati. Ci vorranno
due giorni per rimetterli in funzione. Bisognerà portare qui
l'alternatore», rispose Beauty.
«Siamo pronti», disse Nick.
Chiamò David Allen sul ponte prodiero.
«Pronto, David?»
«Tutto a posto.»
Nick fece nuovamente accostare il Warlock alla poppa
del piroscafo, e finalmente si girò. Stranamente, adesso
voleva l'approvazione della ragazza.
Sorrise... ma lei era già andata via.
La voce di Nick era leggermente velata, quando disse al
primo ufficiale:
«Vediamo di sbrigarci, primo».
Il Warlock urtò la poppa dell'Adventurer, i grossi
parabordi Yokohama attutirono l'urto, il verricello di prua
prese a strepitare, i cavi cigolarono sulle pulegge e
l'alternatore pesante quattro tonnellate emerse oscillando dal
boccaporto. Era montato su un carrello perché fosse più
facile maneggiarlo. I serbatoi diesel erano colmi e il grande
motore già iniettato, pronto a partire.
Salì rapidamente, penzolando dal paranco. Nel momento
più critico, quando fu sporto oltre la prora del Warlock,
dodici uomini sincronizzarono i loro sforzi. Una perfida
onda sollevò il rimorchiatore e lo spinse per traverso, mentre
il fardello penzolante lo faceva inclinare; e l'alternatore
sarebbe andato a fracassarsi contro la fiancata d'acciaio della
nave, se Nick non avesse invertito la rotazione delle eliche
scostando bruscamente il Warlock.
Come l'onda fu passata, accostò di nuovo quasi a passo
zero, schiacciando leggermente i parabordo della prora
contro la fiancata dell'Adventurer.
«Ci sa fare, accidenti!» Dave Allen seguiva la manovra
di Nicholas. «É

ancora più bravo del vecchio Mac.»


Mackintosh, il precedente comandante del Warlock, non
aveva difettato di esperienza né di perizia; ma Nicholas Berg
manovrava la nave con il tocco sensibile e istintivo di un
artista del mare.
David Allen scacciò il pensiero e fece un segnale
all'operatore dell'argano.
La gran macchina penzolante calò sulla tolda del
piroscafo con la delicatezza di un gabbiano che si posa. La
squadra di Baker vi balzò subito accanto, sganciando il cavo
dell'argano per trascinare via la macchina sul suo carrello.
Il Warlock si ritirò, e quando la squadra di Baker fu
pronta, accostò ancora per scaricare un altro fardello...
stavolta una pompa centrifuga ad alta velocità che si sarebbe
aggiunta a quelle dell'Adventurer... se Baker fosse riuscito a
rimetterle in funzione. Uscì dalla cala di prua del Warlock,
seguita dieci minuti dopo dalla sua gemella.
«Pompe assicurate.»
Nella voce di Baker c'era una nota di trionfo, ma in quel
momento un'ombra passò sulla nave, come se un avvoltoio
le ruotasse sopra ad ali spiegate. Nick alzò lo sguardo,
notando con la coda dell'occhio che anche gli uomini sul
ponte prodiero guardavano in alto.
Era una nuvola solitaria. Non sembrava più grande di un
fazzoletto, veleggiava a quattro o cinquecento metri
d'altezza; ma per un attimo aveva oscurato il sole, prima di
proseguire verso le guglie del capo Alarm.
«Abbiamo ancora tante cose da fare», pensò Nick. Aprì
la porta della plancia e uscì sull'ala esterna. Non tirava un
alito di vento e il freddo pareva meno pungente, sebbene a
Nick bastasse un'occhiata al ghiaccio per capire che c'erano
ancora trenta gradi sotto zero. Non tirava vento, ma fra poco
si sarebbe scatenato il finimondo.
«Signor Allen», disse Nick al microfono. «Che cosa
state combinando laggiù?
Crede che siamo in crociera?»
La squadra di David Allen si precipitò a chiudere il
boccaporto anteriore, poi corse alle cale di poppa.
«Trasferisco il comando nella plancia di poppa»,
annunciò Nick ai suoi ufficiali di coperta.
Attraversò la zona intermedia ed entrò nella seconda
plancia, dove c'erano i duplicati di tutti gli apparecchi di
navigazione e di controllo: una caratteristica dei
rimorchiatori, in cui gran parte del lavoro si svolge sul ponte
di poppa.
Con le gru di poppa posarono le casse delle attrezzature
di ricupero sul ponte del transatlantico: altre otto tonnellate
di materiale furono caricate sulla Golden Adventurer. Poi il
Warlock si scostò e David Allen chiuse nuovamente i
boccaporti. Quando entrò in plancia, pestando i piedi e
dandosi manate sulle spalle, rosso e ansante per il freddo,
Nick gli disse subito:

«Rilevi il comando, signor Allen. Io vado a bordo


dell'Adventurer».
Non si sentiva di aspettare nell'incertezza mentre Baker
avviava l'alternatore e le pompe.
Le questioni meccaniche competevano a Baker, come
quelle marinare a Nick, ma l'opera poteva durare parecchie
ore, e Nick non voleva starsene con le mani in mano così a
lungo
Dall'alto della gru a cavalletto, Nick lasciò spaziare lo
sguardo sulle acque calme e minacciose. La mezzanotte era
passata da poco e il sole era un disco di metallo scarlatto,
seminascosto dalle montagne. Il mare aveva preso un cupo
color porpora e gli iceberg sprizzavano scintille rosso
sangue. Da quell'altezza, Nick vide che una serie regolare di
piccole onde si allargava sulla superficie delle acque, come
le increspature prodotte da un sasso lanciato in uno stagno.
Erano senza dubbio originate da una turbolenza lontana.
Sentì il movimento del Warlock che rollava sulla
maretta. Un'improvvisa raffica di vento gli sferzò il viso,
simile al colpo d'ala di un pipistrello.
La lucentezza metallica del mare fu solcata dall'unghia
del vento.
Si strinse sotto il mento il cappuccio del giaccone e
imboccò la passerella di abbordaggio, procedendo in
equilibrio sopra l'instabile castello di prua del Warlock.
Saltò sul ponte dell'Adventurer e salutò con un gesto la
plancia lontana del rimorchiatore.
^
«Ho cercato di avvisarti, carina», disse gentilmente
Angel, quando la ragazza entrò nel caldo umido della
cambusa. Aveva notato subito l'aria avvilita di Samantha. «Ti
ha trattata male, vero?»
«Non dire sciocchezze.» Lei alzò il mento con aria
spavalda, ma il suo sorriso fu troppo pronto e troppo
smagliante. «Posso aiutarti?»
«Sguscia le uova», rispose Angel.
Tornò a chinarsi su dieci chili di carne bovina, con le
maniche arrotolate fino ai gomiti sulle braccia pelose,
stringendo un coltellaccio nel pugno enorme.
Lavorarono in silenzio per una decina di minuti, prima
che Samantha tornasse sull'argomento.
«Volevo solamente ringraziarlo...»
«É un mostro.»
«Nemmeno per sogno», ribatté lei con calore. «Tutt'altro
che un mostro.»
«Allora è un bastardo egoista e senza cuore afflitto da
megalomania.»
«Come puoi parlare così?» Ora gli occhi di Samantha
sprizzavano scintille.
«Non è egoista. Si è tuffato in acqua per salvarmi...»
Vide il sorriso sulle labbra di Angel e la luce ironica che
gli brillava negli occhi. Tacque confusa e si rimise a
sgusciare uova, con le ciglia aggrottate.
«É abbastanza vecchio per essere tuo padre», la stuzzicò
Angel.
Adesso lei era arrabbiata sul serio. Una vampata di
rossore fece brillare le sue lentiggini come polvere d'oro.
«Dici un mucchio di stronzate, Angel.»
«Santo cielo, bambina, dove hai imparato quel
linguaggio?»

«Be', mi hai fatta uscire dai gangheri.» Ruppe un uovo


con tanta forza che il contenuto le schizzò sui calzoni. «Oh,
merda!» esclamò, fissandolo con aria di sfida.
Angel le gettò uno strofinaccio e ripresero a lavorare.
«Quanti anni ha?» gli domandò lei a un tratto.
«Centocinquanta?»
«Trentotto...» Angel rifletté un momento. «O
trentanove.»
«Perfetto», disse Samantha. «L'età ideale di una donna è
la metà degli anni di un uomo più sette.»
«Tu non ne hai ventisei, bella», le rammentò Angel.
«Li avrò fra due anni», replicò lei.
«Sei proprio cotta, eh? Ardi di desiderio?»
«Non dire sciocchezze, Angel. Si dà il caso che abbia un
debito di riconoscenza con lui... mi ha salvato la vita. Ma da
qui a volerci andare a letto!»
Scacciò l'idea con una sbuffata sdegnosa e una scrollata
di capo.
«Sono contento per te», disse Angel annuendo. «É un
tipo da non fidarsi. Ha certi occhi...»
«Ha dei bellissimi occhi!» ribatté lei, poi tacque
bruscamente, vide il suo sogghigno e si accasciò sul bancone
con un uovo spiaccicato in mano. «Oh, Angel, sei un bruto e
ti odio. Come hai il coraggio di prendermi in giro?»
Angel vide che stava per piangere. Parlò in tono vivace.
«Prima di tutto, dovresti sapere qualcosina su di lui...»
Le riepilogò la biografia di Nicholas Berg, arricchita
dalla sua vivida immaginazione e dal suo caustico
umorismo, insieme con un gusto quasi femminile per il
pettegolezzo. Samantha lo ascoltò avidamente, con
sporadiche esclamazioni di stupore.
«Se sua moglie è scappata con un altro, deve aver perso
la testa, non credi?» gli chiese infine.
«Ogni tanto bisogna pur cambiare, cocca.»
«É l'armatore della nave, allora? Non soltanto il
comandante?»
«Possiede la nave, la sua unità gemella e tutta la società.
Un tempo lo chiamavano il Principe d'Oro. É un tipo
ambizioso, non te ne sei accorta?»
«No.»
«Credo di sì, invece. Sei troppo donna per non notarlo. Il
successo e il potere sono gli afrodisiaci più potenti. Da che
mondo è mondo, il tintinnìo dell'oro scatena gli ormoni delle
ragazze.»
«Questo è ingiusto, Angel. Non sapevo niente di lui.
Non sapevo che fosse ricco e famoso. Il denaro non
m'interessa...»
«Oh, oh!» Angel scosse i riccioli, e l'orecchino scintillò.
Vide che la ragazza si stava arrabbiando di nuovo.
«D'accordo, bella, sto scherzando. Ma vuoi sapere che cosa
ti ha attratto in lui? La sua forza, la sua aria risoluta. Il fatto
che gli altri uomini gli obbediscano, lo seguano e lo temano.
Hai sentito il potere. E il potere è sempre accompagnato dal
successo.»
«Io non...»
«Sii onesta con te stessa, tesoro. Non c'entra il fatto che
ti abbia salvato la vita, non c'entrano i suoi begli occhi e
nemmeno il rigonfiamento nei suoi calzoni...»

«Adesso diventi volgare, Angel.»


«Sei giovane e bella, non è colpa tua. Sei come una
cerbiatta, tutta voglie e ritrosia, e hai appena individuato il
maschio della mandria. Non è colpa tua, cara. Sei
semplicemente una donna.»
«Che cosa dovrei fare, Angel'»
«Ci penseremo, tesoro, ma ascolta il mio consiglio: non
ronzargli intorno vestita come uno spaventapasseri, non
guardarlo come se fosse un dio. Guai se dovesse sbatterti
contro ogni volta che si gira.»
Samantha rifletté un momento.
«D'accordo, Angel. Ma non voglio nemmeno sfuggirlo
di proposito. Mi capisci, vero?»
^
Beauty Baker aveva preso il lavoro in pugno.
L'operazione procedeva più in fretta di quanto Nick avesse
osato sperare.
L'alternatore era stato spinto attraverso le doppie porte
fin nella sovrastruttura del ponte B, quindi assicurato a una
paratia d'acciaio e avvitato al ponte stesso.
«Non appena avrò l'energia, faremo un foro nel ponte e
lo caleremo», spiegò Baker a Nick.
«Ha già trovato i cavi della corrente?»
«Useremo una derivazione dalla scatola di raccordo
principale del ponte C. E
nella scatola di raccordo provvisoria sceglierò...»
«Ma ha trovato il circuito dell'argano anteriore e le
pompe?»
«Santo cielo, perché non pensa al suo battellino e non mi
lascia lavorare in pace?»
Sul ponte superiore, una delle squadre di Baker era già
all'opera con la fiamma ossidrica. Stava aprendo un accesso
al pozzo di ventilazione della sala macchine principale. La
fiamma sibilava minacciosamente e scintille rosse
sprizzavano dalla lamiera d'acciaio del fumaiolo, che serviva
semplicemente per dare alla Golden Adventurer la linea
tradizionale. Finalmente la fiamma ossidrica recise gli ultimi
centimetri di lamiera. La lastra cadde nella profonda
caverna, lasciando una breccia quadrata di due metri per due,
che dava direttamente accesso alla sala macchine allagata,
diciotto metri più in giù.
Nonostante il consiglio di Baker, Nick assunse il
comando della squadra intenta a guarnire i bozzelli in cui
avrebbero fatto scorrere il cavo del paglietto dalla falla nella
carena. Quando Nick sbirciò nuovamente il suo Rolex
Oyster, vide che era passata quasi un'ora. Il sole era
tramontato e il cielo verde, acceso dai fuochi dell'aurora
boreale, rendeva la notte magica e misteriosa.
«Va bene, capo, per adesso non possiamo fare altro.
Porti la sua squadra a prua.»
Gli uomini correvano sul ponte prodiero e il vento li
investì. Fu una raffica urlante che li fece barcollare in cerca
di appiglio; poi il vento si ruppe in una serie di raffiche
mentre Nick dirigeva le operazioni presso i due enormi
argani delle ancore. Il mare cominciava a martellare la
banchisa, facendola stridere e ringhiare.
Bisognava distendere le ancore gemelle dell'Adventurer;
due uomini assicurarono la maniglia di una pesante catena
alla cicala di ciascuna ancora.
Adesso il Warlock poteva portarle verso il mare aperto.
Quando le catene fossero giunte al massimo della tensione, il
Warlock avrebbe dato fondo alle due ancore: le patte
avrebbero immediatamente fatto presa, e così ancorata
l'Adventurer avrebbe resistito anche agli sforzi di un vento
forza dodici che avesse cercato di spingerla verso riva.
Poi, quando le macchine della nave fossero state rimesse
in funzione, gli argani delle ancore sarebbero stati usati per
tonneggiare, in modo che la Golden Adventurer si
disincagliasse con i suoi stessi mezzi. Nick faceva molto
conto sulla forza dei colossali argani in aggiunta alle
macchine del Warlock; da solo il Warlock forse non ce
l'avrebbe fatta, l'Adventurer era imprigionata troppo
saldamente.
Fu una fatica improba, perché avevano a che fare con
l'enorme peso delle catene d'acciaio e delle maniglie.
Soltanto la maniglia che univa la catena alla cicala
dell'ancora pesava centocinquanta chili, e sei uomini
lavoravano al paranco che la manovrava.
Quando ebbe finito, il vento soffiava a forza sei e
fischiava fra le sovrastrutture. Gli uomini erano stanchi,
irascibili e intirizziti.
Nick li condusse al riparo della sovrastruttura principale.
Gli pareva che i suoi stivali fossero fatti di piombo, e i suoi
polmoni bramavano il fumo di un buon sigaro. Pensò di
sfuggita che non dormiva da oltre cinquanta ore... ossia da
quando aveva salvato la ragazzina. Scacciò subito il
pensiero, perché lo distraeva dai suoi propositi. Mentre
entrava nel salone principale del piroscafo, gelido ma
protetto dal vento, cavò l'astuccio dei sigari.
Si fermò di colpo e batté le palpebre per lo stupore:
all'improvviso la nave si era illuminata sfarzosamente.
Brillavano tanto le luci dei ponti che le luci interne, cosicché
la Golden Adventurer fu pervasa da un'atmosfera festosa.
Nick udì la musica uscire dagli altoparlanti del ponte
superiore, mentre l'impianto di radiodiffusione tornava a
funzionare. Era la voce di Donna Summer, cristallina e
squillante, ma quanto mai incongrua in quel luogo e in
quelle circostanze.
«Abbiamo l'elettricità!»
Con un grido di gioia, Nick attraversò di corsa il ponte
B. Accanto all'alternatore ruggente, Beauty Baker sorrideva
trionfante.
«Che cosa gliene pare?» domandò.
Nick gli diede una manata sulla spalla.
«Complimenti, Beauty.»
Prese uno dei suoi preziosi sigari e lo ficcò fra le labbra
di Baker; poi fece scattare l'accendino. Entrambi fumarono
per una ventina di secondi in amichevole silenzio.
«Bene», disse infine Nick. «Le pompe e gli argani,
adesso.»
«Le due pompe portatili d'emergenza sono già pronte.
Fra poco controllerò le pompe principali della nave.»
«Così non resta che sistemare il paglietto nella falla.»
«Questo spetta a lei», ribatté Baker. «Stavolta in acqua
non ci vengo. Ho perfino smesso di fare il bagno.»
«Non ha notato che mi tengo sopravvento?» celiò Nick.
«Ma qualcuno deve pur scendere per far passare il cavo.»
«Perché non manda Angel'» chiese Baker con un
sogghigno. «Mi scusi, ma io ho da fare.» Fissò la punta del
sigaro. «Quando avremo disincagliato questo accidente,
spero che potrà permettersi dei sigari migliori.»
Sparì nelle viscere della nave, lasciando Nick con il solo
compito che lo preoccupava sul serio. Qualcuno doveva
scendere nella sala macchine. Poteva cercare un volontario,
naturalmente; ma un'altra delle sue regole era non chiedere
agli altri quello che si può fare da soli.
«Posso affidare a David il controllo dell'ancoraggio, ma
non incaricare qualcun altro di inserire il paglietto nella
falla.» Ora lo sapeva. Avrebbe dovuto affrontare di nuovo il
gelo, il buio e il pericolo della sala macchine allagata.
L'ancoraggio disposto da David teneva a meraviglia,
anche ora che il mare ingrossava sotto la spinta di un vento
sempre più gagliardo.
David si era dimostrato degno della fiducia di Nick,
portando al largo con perizia le ancore gemelle della Golden
Adventurer e quindi dando fondo con le catene tese,
all'angolazione migliore per far presa.
Baker aveva installato e controllato le due grandi
centrifughe e rimesso in funzione due pompe del piroscafo
che le paratie stagne avevano protetto dall'acqua. Adesso era
pronto ad avviare quel considerevole apparato di pompe.
Calcolava che, se Nick fosse riuscito a tappare la falla
nella carena, avrebbe svuotato lo scafo del piroscafo in meno
di quattro ore.
Nick aveva nuovamente indossato la muta d'immersione,
ma stavolta s'era munito di una bombola Drager; con le
sacche respiratorie a ossigeno aveva chiuso per sempre.
Prima di immergersi, sostò sul ponte con l'elmetto sotto
il braccio. Il vento strappava lembi di spuma dalle creste
delle onde; il cielo greve di tempestose nuvole grigie aveva
oscurato il sole nascente, celando le guglie del capo Alarm.
Era un'alba gelida e buia, che prometteva una giornata anche
peggiore.
Nick gettò un'occhiata al Warlock. David Allen lo teneva
abilmente in posizione. La squadra di Nick era pronta,
raggruppata intorno alla breccia appena praticata nel
fumaiolo dell'Adventurer. S'infilò l'elmetto e controllò la
radio, mentre i suoi aiutanti serravano i fermagli e
avvitavano i tubi per la respirazione.
«Warlock, mi sentite?»
La voce di Allen rispose immediatamente. Il primo
ufficiale confermò che erano pronti, poi aggiunse:
«Il barometro è precipitato, comandante. É a 996 e
scende ancora. Il vento soffia a forza sei con raffiche di forza
sette. Sembra che si stia scatenando una bufera».
«Grazie, David», scherzò Nick. «Sono notizie che
consolano il cuore.»
I marinai lo aiutarono a sedersi nella braga; lui controllò
per l'ultima volta l'attrezzatura d'immersione, poi fece cenno
che lo calassero.
L'interno della sala macchine non era più buio, perché
Baker aveva situato dei riflettori nel pozzo di ventilazione,
ma l'acqua era nera d'olio di macchina, e si agitava
furiosamente avanti e indietro come un mostro in preda al
panico che cerchi di fuggire dalla sua gabbia d'acciaio. Le
onde spinte dal vento s'infrangevano contro la fiancata della
Golden Adventurer e penetravano attraverso la falla,
formando nuove onde e correnti che balzavano a lambire le
paratie d'acciaio.
«Piano», disse Nick nel microfono. «Ferma!»

La sua discesa fu arrestata tre metri sopra la macchina


principale di dritta. Il moto ondoso la spazzava come se
fosse un banco corallino, coprendola completamente un
istante per rivelarla l'istante dopo.
L'impeto dell'acqua poteva scagliare un uomo contro la
macchina con tale forza da fracassargli le ossa.
«Fate scendere il bozzello principale», ordinò.
L'enorme bozzello d'acciaio emerse dall'ombra e
penzolò alla luce dei riflettori.
«Ferma.» Nick cominciò a mettere il bozzello in
posizione. «Ancora mezzo metro. Ferma!»
Immerso fino alla cintola nell'acqua turbolenta e oleosa,
lottò per inserire il perno e assicurare il bozzello a una delle
armature dello scafo. Ogni pochi minuti, un flusso d'acqua
più violento gli copriva la testa, costringendolo a cercare un
appiglio, finché l'acqua non calava di nuovo e la finestrella
dell'elmetto si schiariva abbastanza da permettergli di
lavorare.
Dopo quaranta minuti, dovette farsi tirar su e riposare.
Sedette il più vicino possibile all'alternatore in funzione,
crogiolandosi al calore emanato dalla macchina e bevendo il
caffè che Angel gli aveva portato nel thermos. Gli sembrava
di essere un pugile nell'intervallo fra una ripresa e l'altra: gli
doleva il corpo, i muscoli erano logorati dallo sforzo di
lottare contro la fetida emulsione di acqua e olio, i fianchi e
il petto erano contusi dagli urti contro gli spigoli dei
macchinari sommersi. Ma venti minuti dopo si alzò.
«Andiamo», disse, e si rimise l'elmetto.
La pausa gli aveva permesso di riflettere sui problemi
che lo aspettavano.
Ora gli parve di lavorare più in fretta, sebbene
nell'infernale caverna risonante avesse perso il senso del
tempo. Quando fu pronto a far uscire il cavo messaggero
dalla falla, non sapeva nemmeno se fosse giorno o notte.
«Mandatelo giù», ordinò nel microfono.
Il rotolo scese, oscillando e roteando sotto i riflettori al
movimento della nave, proiettando ombre grottesche nei
recessi della sala macchine. Il cavo era fatto di dacron
strettamente intrecciato, elastico e robusto in rapporto alla
sua sottigliezza e leggerezza. Un capo era assicurato al
ponte, e Nick lo passò con cura nei bozzelli, affinché potesse
scorrere liberamente.
Poi si agganciò il rotolo alla cintola, svolgendosi il cavo
sul fianco in modo che non s'impigliasse quando sarebbe
passato attraverso la falla.
Era esausto, e considerò l'idea d'interrompere il lavoro
per riposare ancora un poco; ma il movimento del mare e
dello scafo lo dissuase dal perdere tempo.
Fra un'ora l'operazione sarebbe stata impossibile;
bisognava andare subito.
Fece appello alle sue ultime riserve di energia... e si
stupì di trovarle, perché il gelo dell'acqua gli era penetrato
fin nell'anima, appannandogli i sensi e appesantendogli le
ossa.
Fuori doveva esser giorno, perché un po' di luce fluiva
dalla breccia nello scafo, una luce oscurata dalla fanghiglia
oleosa che copriva l'acqua.
Si aggrappò a una ringhiera della sala macchine, con la
testa a due metri dalla falla, respirando con il ritmo lento e
regolare del sommozzatore esperto, sballottato dal flusso e
riflusso nello scafo. Cercò d'individuare una qualsiasi regola
nell'azione dell'acqua, ma il movimento sembrava del tutto
casuale: una gorgogliante inspirazione era seguita da tre o
quattro deboli deflussi, poi da tre sbuffi così violenti che
avrebbero scagliato un uomo diritto contro il mortale bordo
frastagliato dello squarcio. Doveva affidarsi a un'onda di
media forza, abbastanza potente da portarlo con dolcezza
attraverso la falla, ma senza il pericoloso impeto delle onde
maggiori.
«Sono pronto, David», disse nell'elmetto. «Mi confermi
che il battello mi aspetta vicino allo scafo.»
«Siamo tutti pronti.»
La voce di David Allen era tesa.
«Vado», annunciò Nick.

Era arrivata la sua onda. Inutile indugiare ancora.


Controllò il rotolo agganciato alla cintura, assicurandosi
che il cavo scorresse senza intoppi. Vide che la falla
risucchiava acqua verde e chiara, piena di bollicine argentee,
piccoli brillanti che volarono presso la sua testa ad avvisarlo
della tremenda potenza dell'onda.
Il flusso rallentò fino a cessare, mentre lo scafo si
riempiva al massimo della capacità accumulando un'enorme
pressione di aria e di acqua; poi, con il ritirarsi dell'onda
esterna, iniziò bruscamente il deflusso e l'acqua intrappolata
ricominciò a uscire.
Nick allentò la presa sulla ringhiera e l'acqua lo trascinò
subito con sé.
In quella corsa turbinosa, nuotare era fuori questione,
Nick poté solamente tenere le braccia aderenti ai fianchi e le
gambe unite per affilare la propria sagoma, cercando di
dirigersi con le pinne.
La velocità a cui l'acqua lo trascinava lo riempì di
sgomento. Mentre veniva scagliato a capofitto verso la bocca
d'acciaio, sentiva la fune scorrergli contro la gamba e il
rotolo appeso alla sua cintola frullare vorticosamente, come
se un pesce gigantesco fosse uncinato all'altro capo.
La forza dell'accelerazione gli compresse le viscere, poi
un buffetto della corrente gli impresse un movimento
rotatorio e Nick si dibatté disperatamente per ritrovare
l'assetto. In quel momento urtò.
La violenza del colpo lo accecò per un istante. Aveva
urtato con le spalle, ed ebbe l'impressione che l'acciaio,
affilato come un rasoio, gli avesse mozzato il braccio
sinistro.
Poi si trovò a girare su se stesso, perdendo la nozione
dell'alto e del basso. Non sapeva nemmeno se era ancora
nell'interno della Golden Adventurer e il cavo di nylon gli si
stava avvolgendo intorno al petto e alla gola, intorno ai
preziosi tubi dell'aria, privandolo della sua riserva d'ossigeno
come un feto strangolato dal suo stesso cordone ombelicale.
Urtò nuovamente, stavolta con la parte posteriore della
testa, e soltanto l'elmetto gli impedì di spaccarsi il cranio.
Protese le braccia e sentì la ruvida calotta di ghiaccio.
Il terrore lo colse di nuovo, e Nick cacciò un grido nella
maschera; ma improvvisamente emerse alla luce e all'aria,
tra i frammenti di ghiaccio frantumato misti a blocchi più
grossi, uno dei quali lo aveva colpito.
Su di lui torreggiava la fiancata d'acciaio della nave, che
pareva sfiorare le nubi; e mentre armeggiava per districarsi
dal groviglio del cavo, capì due cose. La prima, che aveva
ancora tutt'e due le braccia attaccate al corpo, sane e
funzionanti, la seconda, che il battello del Warlock era a
sette metri da lui e stava venendo a raccoglierlo.
Il paglietto sembrava un gigantesco terrier accovacciato
sulla prua del battello. Era altrettanto irsuto e informe, del
medesimo colore marrone grigiastro.
Nick, con un giaccone polare indossato direttamente
sulla muta, si bilanciava sulla prua del battello che rollava e
beccheggiava nella maretta.
Blocchi di ghiaccio gli strisciavano contro, scheggiando
la vernice; ma lo scafo era d'acciaio, ampio e robusto. Il
timoniere sapeva il fatto suo, e pilotava destramente il
battello obbedendo alle segnalazioni di Nick. Lo fece
accostare alla poppa della Golden Adventurer.
Il sottile cavo bianco di dacron era l'unico collegamento
fisico con gli uomini sulla nave, il messaggero che avrebbe
portato il cavo più pesante; ma poteva venire reciso da
un'affilata lastra di ghiaccio o dai denti delle mascelle
d'acciaio che si spalancavano sotto la linea di
galleggiamento della nave.
Nick lo filava tra le mani intirizzite, pronto a sentire il
minimo strappo o sussulto che indicassero una rottura o un
impedimento.
Con opportune segnalazioni al timoniere, mantenne il
battello in posizione affinché il cavo corresse diritto nella
falla, quindi nei bozzelli che aveva sistemato con tanta fatica
nella sala macchine, e da là nel pozzo di aerazione, per
passare attraverso l'apertura quadrata nel fumaiolo e
finalmente avvolgersi intorno all'argano, accanto al quale
Baker osservava il ricupero del messaggero.
Il vento non dava requie, cosicché Nick dovette chinarsi
per proteggere la piccola ricetrasmittente. La voce di Baker
giunse nitida e sottile tra le raffiche sibilanti.
«Il cavo messaggero scorre liberamente.»
«Bene, ora srotoliamo l'altro», disse Nick.
Spesso come il dito indice di un uomo, il cavo d'acciaio
era un gioiello dell'industria scandinava. Nick controllò la
giunzione fra i due cavi; quello di dacron era abbastanza
robusto da reggere il peso dell'acciaio, ma la giunzione era il
punto debole.
Fece un cenno all'equipaggio e gli uomini lo lasciarono
scorrere oltre il bordo; il nero cavo d'acciaio cominciò a
svolgersi dal rullo.
Nick sentì lo strappo quando la giunzione colpì il
bozzello nella sala macchine. Il cuore prese a martellargli nel
petto. Se s'impigliava, era la fine: nessuno poteva penetrare
nuovamente nello scafo, il mare era troppo agitato.
Avrebbero perso l'ancoraggio e con esso la Golden
Adventurer, che sarebbe stata fracassata dalle onde.
«Dio mio, fa' che scorra», sussurrò Nick nell'ululato del
vento.
Il rullo si fermò, fece ancora mezzo giro e si bloccò. Da
qualche parte, il cavo si era impigliato. Nick segnalò al
timoniere di accostare un poco per cambiare l'angolazione
della fune.
Quando l'argano riprese a tirare, i suoi nervi vibrarono
come corde di violino. Gli parve di udire le fibre del dacron
gemere sotto la tensione.
«Fa' che scorra! Fa' che scorra!» pregò.
A un tratto vide che il rullo riprendeva a girare, mentre il
cavo si srotolava dolcemente e fluiva nel mare.

Con enorme sollievo, udì la voce trionfante di Baker


nella ricetrasmittente.
«Cavo assicurato.»

«Attenzione», disse Nick. «Adesso uniamo il cavo


principale.»
Lo snervante procedimento fu replicato, mentre il
massiccio cavo d'acciaio spesso cinque centimetri veniva
tirato dal più debole battistrada. Occorsero altri quaranta
preziosi minuti, con il vento e il mare sempre più
minacciosi, prima che Baker urlasse:
«Cavo principale assicurato. Siamo pronti a tirare il
paglietto!»
«Un momento», disse Nick. «Tendiamo noi il cavo. Voi
aspettate.»
Se il paglietto a prua si fosse impigliato nella murata del
battello, Baker avrebbe tirato anche l'imbarcazione
sommergendone la prua e riempiendola d'acqua.
Nick fece un segnale all'equipaggio e cinque uomini
vennero verso di lui, goffi e impacciati negli impermeabili
gialli e gli stivaloni da lavoro. Nick li fece disporre intorno
all'ispida catasta del paglietto, poi segnalò al timoniere di far
marcia indietro per scostare il battello dalla fiancata della
Golden Adventurer.
La massa di stoppa sussultò e oscillò mentre il grosso
cavo si tendeva. La spinsero per rovesciarla fuori bordo.
Pesava quasi cinque tonnellate, e sarebbe stato
impossibile scaricarla a braccia se non li avesse aiutati la
forza del battello in retro marcia.
Lentamente, fecero scivolare la massa e il battello
s'inclinò sotto lo spostamento del peso. Affondava di prua ed
era inclinato di venti gradi, il motore diesel urlava furibondo
e l'elica rotava freneticamente' cercando di sottrarre il
battello al suo ingombrante fardello.
Il paglietto scivolò ancora un poco e s'impuntò contro la
murata. Il battello imbarcò acqua che si raccolse sul fondo,
alta fino alla caviglia, mentre gli uomini si affannavano
intorno alla riluttante massa di fibra.
Un istinto provvidenziale indusse Nick a guardare il
mare. Il Warlock si trovava al margine della banchisa,
distante un quarto di miglio; e oltre il rimorchiatore, Nick
vide gonfiarsi una grande onda che alterava la linea
dell'orizzonte. Era solamente l'avanguardia delle onde che il
fortunale spingeva alle sue spalle, come cani
all'inseguimento della preda, ma bastò a sollevare
bruscamente la poppa del Warlock. L'acqua spumeggiò sulla
prua del rimorchiatore e rifluì dagli ombrinali.
Entro venticinque secondi, l'onda avrebbe investito il
battello inclinato.
L'avrebbe colto sulla fiancata mentre la prua era quasi
sommersa, ancorata dal paglietto e dal cavo. E se il battello
si fosse rovesciato, i cinque uomini dell'equipaggio
sarebbero morti in pochi minuti, impacciati dai pesanti
indumenti, intirizziti dalle acque verdi.
«Baker!» urlò Nick nel microfono. «Tirate, maledizione,
tirate!»
Quasi all'istante il cavo cominciò a scorrere, tirato dal
potente argano della Golden Adventurer. La tensione fece
affondare maggiormente il battello e l'acqua irruppe sopra la
murata.
Nick afferrò un remo e lo ficcò sotto il paglietto,
usandolo come leva. Vi si appoggiò con tutto il suo peso.
«Aiutami», gridò all'uomo più vicino.
Fece forza finché non gli si oscurò la vista, con i muscoli
tesi allo spasimo.
Il battello continuava a imbarcare acqua. Erano immersi
fin quasi al ginocchio, adesso, e l'onda si avventava verso di
loro in una corsa silenziosa e irresistibile, sollevando i
frammenti di ghiaccio e scagliandoli da parte come fuscelli.
A un tratto il paglietto si sbloccò e la montagna di
canapa scivolò in mare.
Il battellino balzò via, liberato dall'insopportabile
fardello, e Nick gesticolò freneticamente perché il timoniere
virasse.
Affrontarono l'onda con un balzo che li fece ruzzolare
sul fondo del battello allagato, quindi scivolarono oltre la
cresta.
Alle loro spalle, l'onda investì la poppa della Golden
Adventurer, impennandosi in un'esplosione d'acqua bianca e
furibonda che divenne subito spuma stracciata dal vento.
Il timoniere stava già dirigendo il battello fra i ghiacci,
verso il Warlock in attesa.
«Ferma», gli segnalò Nick. «Macchina indietro.»

Cominciò a sfilarsi il giaccone mentre tornava


barcollando a poppa.
Gridò in faccia al timoniere:
«Scendo a dare un'occhiata».
Vide un'espressione incredula, quasi implorante,
dipingersi sul viso dell'uomo: avrebbe voluto togliersi di lì al
più presto, rifugiarsi nella sicurezza del Warlock. Ma Nick si
rimise l'elmetto e inserì il tubo per la respirazione.
Il paglietto galleggiava presso la fiancata della nave,
sostenuto dall'aria rimasta intrappolata sotto la massa
fibrosa.
Nick nuotò fin là sotto, a sei metri dal vortice creato
dalla falla nello scafo.
Gli bastarono pochi secondi per assicurarsi che il cavo
era libero e benedisse silenziosamente Baker: fermando
tempestivamente l'argano, aveva lasciato il paglietto in
superficie. Adesso Nick poteva dirigere l'ultima fase
dell'operazione.
«Mi sembra tutto a posto», disse a Baker. «Ma tiratelo
giù piano. Cinque metri al minuto sull'argano.»
«Cinque metri», ripeté Baker.
Lentamente, il paglietto fu tirato sotto la superficie.
«Bene, tenetelo così.»
Era come comprimere del cotone in una ferita aperta e
sanguinante. La pressione dell'acqua schiacciò il paglietto
nella falla, mentre il cavo lo attirava dall'interno tenendolo
solidamente al suo posto. La ferita fu stagnata quasi
all'istante. Nick nuotò cautamente sopra la falla tappata.
Il terribile ciclo di risucchio e deflusso ad alta pressione
era cessato.
Intorno all'orlo del paglietto, Nick vide soltanto un lieve
movimento dell'acqua; ma le fibre della stoppa si sarebbero
gonfiate e in poche ore il tappo sarebbe divenuto ermetico.
«É fatta», annunciò Nick nel microfono. «Date al cavo
venti tonnellate di trazione e avviate le pompe. Bisogna
svuotare questo accidente.»
Il fatto che Nick definisse «accidente» una bella nave
dava la misura della sua stanchezza. Ma rimpianse subito di
averla chiamata così.

^
Aveva un bisogno disperato di sonno. Ogni muscolo
implorava una tregua, e nello specchio del bagno gli occhi
gli apparvero iniettati di sangue, irritati dalla salsedine, dal
vento e dal freddo. Gli aloni che li cerchiavano erano lividi
come ammaccature. Le spalle, il torace e le cosce erano
coperti di escoriazioni.
Le mani gli tremavano per lo sfinimento, e le gambe lo
reggevano a malapena quando si diresse verso la plancia del
Warlock.
«Congratulazioni, comandante», disse Dave Allen.
La sua ammirazione era palese.
«Come va il barometro, David?» chiese Nick, cercando
di celare la propria stanchezza.
«994 e continua a scendere, signore.»
Nick guardò la Golden Adventurer. Massiccia come un
molo, resisteva alle onde che la investivano in una
processione senza fine e si scrollava di dosso ogni
esplosione di spuma, profondamente arenata e appesantita
dall'acqua ancora nel suo ventre.
Le pompe di Baker stavano però funzionando a piena
forza riversando acqua dai giardinetti di dritta e di sinistra.
Sembrava che fossero state aperte le cateratte di una diga,
tant'era la pressione dell'acqua espulsa.
L'olio e la nafta misti allo scarico formavano una sottile
pellicola iridescente intorno alla nave, scurendo il ghiaccio e
i ciottoli. Il vento investiva i getti di scarico delle pompe e li
allargava in ventagli scintillanti, simili a enormi piume di
struzzo.
«Capo», chiese Nick nel microfono della
ricetrasmittente, «qual è la velocità di scarico?»
«Procediamo a tre milioni e mezzo di litri l'ora.»
«Mi chiami non appena l'assetto della nave sarà
cambiato», disse, poi osservò l'indicatore dell'anemometro
sopra il pannello di controllo. Adesso il vento soffiava a
forza otto, ma Nick dovette battere le palpebre doloranti per
leggere la scala.
«Signor Allen», disse con la voce roca, «passeranno
quattro ore prima che possiamo arrischiarci a disincagliare la
nave. Ma cominci agganciare il cavo di rimorchio principale,
così saremo pronti quando la nave sarà svuotata».
«Signorsì.»
«Usi il lanciasagole», consigliò Nick.
Cercò di pensare agli altri ordini che doveva impartire,
ma la gente rifiutava di obbedirgli.
«Si sente bene, comandante?» domandò David sollecito,
e Nick sentì immediatamente una punta d'irritazione.
Non aveva mai chiesto compassione in vita sua, e ritrovò
la voce immediatamente; ma non proferì le parole aspre che
gli erano salite alle labbra.
«Sa che cosa fare, signor Allen. Non le darò altri
consigli.» Si girò come un ubriaco verso il suo alloggio. «Mi
chiami quando ha finito, se Baker riferisce qualche
variazione nell'assetto, o se ci sono altre novità.»
Riuscì a entrare nella cabina un attimo prima che gli
cedessero le ginocchia. Lasciò cadere l'accappatoio mentre
crollava sulla cuccetta.

«A 60° di latitudine sud corre l'unica via marina che


circonda il globo non interrotta da terre emerse. L'ampia
cintura d'acqua passa a sud del capo Horn, dell'Australasia e
del capo di Buona Speranza, ed è tristemente celebre come
la zona più burrascosa del mondo. Là s'incontrano due
enormi masse d'aria, quella gelida dell'Antartide e la più
mite aria subtropicale, spinte l'una contro l'altra dalle forze
centrifughe provocate dalla rotazione della terra sul suo asse.
Il loro movimento è poi complicato dalla cosiddetta
accelerazione di Coriolis e quando si scontrano si
frantumano in turbini minori che conservano le loro
caratteristiche. Continuano a turbinare, giganteschi vortici di
aria, e man mano che avanzano acquistano forza e velocità.
Il sistema di alte pressioni che aveva portato l'illusoria
bonaccia sul capo Alarm aveva fatto balzare la pressione a
1035 millibar, mentre la depressione che lo seguiva a ruota
misurava al centro appena 985 millibar. Un contrasto così
violento significava che i venti lungo il gradiente delle
pressioni soffiavano con una forza spaventosa.
La depressione stessa aveva un diametro di quasi
centocinquanta miglia e un'altezza di diecimila metri.
Conteneva venti di velocità superiore a forza 12, ossia il
massimo della scala Beaufort, che soffiavano a oltre 200
chilometri all'ora, ruggendo sul mare furibondo, senza
trovare ostacoli sulla loro strada, a parte la barriera
frastagliata del capo Alarm.
Mentre Nicholas Berg, esausto, dormiva un sonno senza
sogni, e Beauty Baker curava le sue macchine, spremendole
al massimo della potenza per svuotare la Golden Adventurer,
la tempesta li investì.
^
Samantha bussò alla porta, e non ottenendo risposta
attese incerta, bilanciando il pesante vassoio contro il
movimento del Warlock che rollava all'ingresso della baia.
La sua incertezza non durò più di tre secondi, perché era
una ragazza abituata a decidere in fretta. Tentò la maniglia, e
visto che girava aprì lentamente la porta ed entrò nel salotto
del comandante.
«Ha ordinato da mangiare», pensò, per giustificare
l'intrusione. Si chiuse la porta alle spalle e girò lo sguardo
per il salotto deserto. Era arredato nello stile lussuoso dei
vecchi transatlantici White Star. I pannelli erano di
palissandro, le sedie e il divano di autentico cuoio di vitello,
lustri e borchiati, il ponte era coperto da una spessa moquette
verde.
Samantha depose il vassoio sulla tavola situata sotto gli
oblò di dritta e chiamò sottovoce il comandante. Non
ricevendo risposta, varcò la soglia della cabina.
Un accappatoio bianco giaceva a terra, e per un attimo
lei temette che il corpo steso sul letto fosse nudo; ma poi
vide che indossava un paio di pantaloncini di seta bianca.
«Capitano Berg», bisbigliò di nuovo, abbastanza piano
per non svegliarlo.

Con un gesto tipicamente femminile, raccolse


l'accappatoio, lo piegò e lo depose su una sedia. Così
facendo, si accostò alla cuccetta.
Con un moto d'apprensione, vide le escoriazioni che
spiccavano sulla pelle chiara; e l'apprensione divenne timore
quando notò che Nick giaceva scomposto come un cadavere,
con le gambe penzolanti dalla cuccetta, un braccio di
traverso sul petto, la testa oscillante al rollìo del Warlock.
Allungò la mano e gli sfiorò una guancia, respirando di
sollievo quando sentì il calore della carne. Al suo tocco, le
palpebre del comandante tremolarono.
Gli sollevò delicatamente le gambe ed egli rotolò su un
fianco, rivelando la profonda abrasione che gli solcava la
schiena e le spalle. Doveva essere medicata, pensò
Samantha; ma non ora, ora il comandante aveva bisogno
soprattutto di riposo.
Si ritrasse e per un lungo momento si abbandonò al
piacere di guardarlo. Il corpo era asciutto, con il ventre
piatto e i fianchi snelli. I muscoli delle braccia, non grossi
ma ben modellati, attestavano che il corpo era irrobustito
dall'esercizio fisico. Ma c'era anche pesantezza, specie
intorno al collo e alle spalle, e i capelli avevano le tipiche
striature della maturità.
Certo Nicholas Berg non era aggraziato come i ragazzi
che Samantha aveva conosciuto, ma appariva più possente
del più forte dei giovanotti che fino ad allora avevano
popolato il suo mondo. Pensò a uno di loro, che aveva
creduto di amare. Avevano passato due mesi a Tahiti nella
medesima spedizione di ricerca. Avevano praticato il surf,
danzato, bevuto, lavorato e dormito assieme per sessanta
giorni di fila; e nello stesso periodo si erano fidanzati,
avevano litigato e si erano lasciati. Stranamente, Samantha
non aveva sofferto per nulla... ma quel ragazzo aveva il più
bel corpo che lei avesse mai visto, abbronzato e scultoreo.
Ora, guardando la figura addormentata sulla cuccetta, capì
che nemmeno lui avrebbe potuto competere con il
comandante in forza e determinazione.
Non aveva mai conosciuto un uomo simile. Le incuteva
soggezione. Non solo a causa della leggenda che lo
circondava, non a causa delle imprese che Angel le aveva
raccontato, non solo per la forza fisica che aveva appena
dimostrato mentre tutto l'equipaggio del Warlock, e lei
insieme, ascoltava avidamente l'apparecchio ad alta
frequenza. Si chinò ancora su di lui e vide che, anche nel
riposo, la mascella esprimeva una incrollabile
determinazione. Le piccole rughe e i solchi che la vita aveva
scavato in quel viso, intorno agli occhi e agli angoli della
bocca, accentuavano l'effetto. Era il viso di un uomo che
detta le sue condizioni alla vita.
Lo voleva, Angel aveva ragione. Dio, se lo voleva!
Qualcuno sosteneva che l'amore a prima vista è impossibile.
Doveva essere pazzo.
Prese il piumino in fondo alla cuccetta, glielo stese sopra
e si chinò ancora una volta, scostandogli una ciocca di
capelli dalla fronte con un gesto materno.
Nick non si era destato mentre lei lo sollevava e lo
copriva, e ora invece quel leggerissimo tocco lo richiamò
alla soglia della coscienza. Si mosse ed esalò un sospiro, poi
bisbigliò con la voce velata:
«Chantelle, sei tu?»
Samantha si ritrasse di scatto, assalita dalla gelosia al
sentire il nome di un'altra donna. Gli girò le spalle e lo lasciò
ma quando fu nel salotto si fermò nuovamente.
Sul piano dello scrittoio erano sparsi alcuni oggetti
personali: una molletta d'oro che stringeva banconote di
varie nazioni, cinque sterline, cinquanta dollari americani,
vari marchi tedeschi e franchi francesi; inoltre c'erano un
Rolex Oyster d'oro, un accendino d'oro con un brillante
incastonato e un portacarte di cuoio. Descrivevano
chiaramente l'uomo che li possedeva.

Sentendosi una ladra, lei prese il portacarte e lo aprì.


Conteneva una dozzina di tessere infilate nelle loro
bustine di plastica: American Express, Diners, Bank
American, Carte Blanche, Hertz N. 1, Pan American VIP e
così via. Ma nella tasca opposta c'era una fotografia a colori.
Tre persone: un uomo, Nicholas, con un maglione a
coste, il viso abbronzato e i capelli scompigliati dal vento;
un ragazzetto vestito da yachtman con i capelli ricci e lo
sguardo troppo serio... e una donna. Una delle donne più
belle che Samantha avesse mai visto. Chiuse il portacarte,
tornò a deporlo sullo scrittoio e lasciò la cabina in silenzio.
^
David Allen fece suonare il citofono per tre minuti nella
cabina del capitano senza ricevere risposta, diede una
rabbiosa manata sulla tavola delle carte e guardò il mondo
esterno che sembrava impazzito.
Per quasi due ore il vento aveva soffiato da nordovest a
poco più di trenta nodi; e sebbene grosse onde si fossero
riversate nella baia, il Warlock le aveva affrontate con
disinvoltura, per quanto fosse collegato alla Golden
Adventurer dal cavo di rimorchio principale.
David aveva lanciato sulla poppa del piroscafo un cavo
messaggero, sparando la fune di nylon con un cannoncino
lanciasagole; gli uomini di Baker avevano ricuperato la fune,
tirando a bordo prima il cavo battistrada e finalmente il cavo
principale. Questo usciva da un occhio di cubia, sotto la
plancia di poppa, dalla quale David poteva controllare ogni
centimetro dello scorrimento ed eventualmente correggerlo
con lievi tocchi ai comandi.
Un uomo esperto poteva manovrare quel cavo come un
pescatore la lenza nelle acque di un torrente, filandolo,
ricuperandolo; oppure, in caso d'emergenza, poteva premere
il pulsante di trancio e spezzare all'istante la flessibile fibra
d'acciaio, abbandonando il rimorchio, e salvando il
rimorchiatore dal pericolo di essere tirato sott'acqua o
speronato dalla nave rimorchiata.
Era occorsa un'ora di lavoro, ma finalmente il cavo era
stato sistemato con un doppio cappio intorno alle bitte di
poppa, una sul giardinetto di dritta e l'altra su quello di
sinistra. Il cappio era a forma di Y e penzolava dalla poppa
per unirsi alla molla di nylon, spessa tre volte una coscia
umana e abbastanza elastica da assorbire uno strattone
improvviso che avrebbe spezzato il rigido cavo d'acciaio.
David Allen aveva portato il rimorchiatore a un
centinaio di metri dalla riva, mantenendo il cavo
sufficientemente teso perché non s'incurvasse fino a toccare
il fondo, dove poteva impigliarsi. Teneva la posizione con
lievi correzioni di passo e potenza delle eliche gemelle,
controllandola sui quadranti elettronici che gli indicavano la
velocità rispetto al fondo in ogni direzione, con
l'approssimazione di mezzo metro al minuto.
Mezz'ora prima, aveva ceduto all'impazienza: le
rabbiose raffiche di vento gli dicevano che la burrasca era
vicina. Aveva chiamato Baker per chiedergli come
progrediva il lavoro sul piroscafo. Era stato un errore.
«E mi rompi le scatole per farmi queste domande?
Quando sarò pronto te lo dirò io, non preoccuparti. Se ti
annoi va' a dare un bacetto ad Angel, ma lasciami in pace,
per amor del cielo.»
Baker stava lavorando con due uomini nella fetida
gabbia d'acciaio, situata nelle viscere della poppa, che
conteneva il dispositivo di comando del timone.

Il timone era bloccato a sinistra. Se non si fosse rimesso


in funzione il dispositivo di guida, la nave sarebbe stata
quasi ingovernabile durante l'operazione di rimorchio,
specialmente se fosse stata tirata in mare di poppa. Era
essenziale che la grande nave rispondesse alla barra, quando
il Warlock avrebbe tentato di disincagliarla.
Il vento cadde a forza quattro, una brezza sostenuta che
soffiò per venti minuti, il tempo necessario perché le creste
delle onde smettessero di biancheggiare. Poi, lentamente, la
direzione del vento mutò e la burrasca li investì senza altro
preavviso.
Venne ruggendo come una fiera affamata, sollevando la
superficie del mare in cortine di spuma. Pareva che un
enorme ferro rovente fosse stato immerso nelle acque.
Investì in pieno il Warlock. Il rimorchiatore fu scagliato in
alto con tale violenza che il cavo tirò la poppa sott'acqua.
David fu colto di sorpresa. Il Warlock si traversò
pericolosamente prima che egli potesse avviare l'elica di
sinistra e far ruotare in senso inverso quella di destra. Mentre
il rimorchiatore virava, chiamò il comandante con il
citofono, guardando incredulo il mondo che sembrava
dissolversi intorno a lui.
Il cicalino del citofono parve lontanissimo a Nick. Il
ronzio penetrò a fatica nella sua mente ubriaca di stanchezza.
Cercò di riscuotersi, ma gli sembrò che il suo corpo fosse
oppresso da un enorme peso e la sua mente torpida come un
rettile in letargo.
Il cicalino continuò a ronzare. Nick tentò di aprire gli
occhi, ma le palpebre non gli obbedirono. Poi, vagamente, si
accorse che il rimorchiatore era come scrollato da una mano
gigantesca; il frastuono che gli riempiva le orecchie non era
uno scherzo dei suoi sensi, ma il ruggito della tempesta sulle
sovrastrutture della nave.
Si puntellò su un gomito, sentendo fitte dolorose in tutto
il corpo. Non riuscì ad aprire gli occhi, ma brancolò in cerca
del ricevitore.
«Comandante sulla plancia di poppa!»
Qualcosa, nella voce di David Allen, lo indusse ad
alzarsi.
Quando entrò barcollando nella plancia, il primo
ufficiale si girò a guardarlo con gratitudine.
«Grazie al cielo è venuto, signore.»
Il vento sollevava e lacerava il mare, stracciando ogni
onda in una nebbia urlante di spuma bianca, mischiandola al
nevischio che fondeva l'aria sopra la baia.
Nick sbirciò il quadrante dell'anemometro e distolse
subito lo sguardo.
L'ago era incollato al massimo della scala. Non aveva
senso, non si poteva accettare un vento a 120 miglia all'ora,
l'apparecchio era stato sicuramente danneggiato dalle
raffiche iniziali e Nick rifiutò di prestarvi fede; altrimenti
avrebbe dovuto dichiararsi sconfitto, perché era impossibile
ricuperare un piroscafo con un vento di velocità superiore al
massimo della scala Beaufort.
Trattenuto dal cavo, il Warlock si rizzò sulla coda come
un delfino ammaestrato. La plancia divenne una parete
verticale e Nick, scaraventato in basso, andò a sbattere
contro il quadro dei comandi.
«Dobbiamo tranciare il cavo e mettere la prua al mare.»
La voce di David Allen suonò troppo forte e troppo
stridula, perfino nel tumulto della tempesta.
C'erano degli uomini a bordo della Golden Adventurer,
pensò Nick, Baker e sedici altri, ed era impossibile che le
ancore tenessero, in un finimondo simile.
Aggrappandosi alla ringhiera, Nick sbirciò fuori. La
schiuma, la neve e la pioggia gelata sferzavano il
rimorchiatore con la violenza di una scarica di doppietta
sparata a bruciapelo crepitando sui vetri corazzati della
plancia e accumulandosi in spessi strati che vanificavano gli
sforzi del tergicristallo.
A un migliaio di metri dal Warlock, lo scafo della nave si
distingueva appena, una chiazza più compatta nella furia
bianca e vorticosa.
«Baker?» chiese nel microfono. «Come vanno le cose, lì
da voi?»
«La nave sta girando, il vento l'ha presa. L'ancora di
dritta ara.» Mentre Nick assimilava le sue parole, Baker
aggiunse: «Non potrete imbarcarci sul rimorchiatore, in
questo inferno».
Era una pura e semplice constatazione. Baker accettava
il fatto che il suo destino e quello dei suoi sedici uomini era
inesorabilmente vincolato alla nave.
«Già», convenne Nick. «Non potremo.»
Il tentativo d'avvicinarsi alla nave si sarebbe risolto in un
sicuro disastro per tutti.
«Tagli il cavo e stia alla larga», consigliò Baker.
«Cercheremo di scendere a riva mentre la nave si sfascia
sugli scogli.» Poi, con una cupa risata: «Si ricordi di venire a
prenderci, quando la tempesta sarà finita... sempre che sia
rimasto qualcuno da raccogliere».
La rabbia di Nick sovrastò di colpo la stanchezza. Era
furibondo perché avevano rischiato inutilmente, perché
avrebbe perso la Golden Adventurer e probabilmente
diciassette uomini, di cui uno era diventato suo amico.
«É pronto ad avviare gli argani delle ancore?» domandò.
«Cercheremo di disincagliare quella maledetta nave.»
«Gesù!» esclamò Baker. «É ancora allagata...»
«Tenteremo lo stesso», replicò Nick con calma.
«Il timone è bloccato, non potremo governare. Ci
rimetterà anche il Warlock, e...»
Nicholas lo interruppe.
«Chiudi il becco, stupido tosapecore, e metti in moto gli
argani.»

Mentre parlava, la Golden Adventurer sparì, celata dai


turbini della tormenta.
«Sala macchine», disse Nick al primo ufficiale di
macchina. «Voglio il massimo della forza e mi dia il
controllo diretto delle macchine e del passo dell'elica.»
«Controllo trasferito in plancia, signore», confermò il
primo ufficiale di macchina.
Nick toccò le leve d'acciaio con dita sensibili come
quelle di un pianista.
La risposta del Warlock fu immediata. Il rimorchiatore
girò su se stesso, suscitando un'esplosione d'acqua verde che
si riversò sul ponte e scrosciò sulle sovrastrutture.
«Argani delle ancore pronti.»
Il tono di Baker era quasi noncurante.

«Restate pronti», disse Nick, e procedette lentamente


nell'inferno bianco.
Era impossibile orientarsi a occhio, il mondo esterno era
un'unica massa bianca e vorticosa, perfino la superficie del
mare era divenuta una serie di strisce bianche e serpeggianti.
La stessa forza di gravità, che avrebbe dovuto definire l'alto
e il basso, si confondeva nel beccheggio disordinato del
ponte.
Nick sentì che la sua mente esausta cominciava a tradirlo
sotto i primi attacchi di vertigine. Si concentrò subito sulla
bussola e sull'indicatore di rotta.
«David», ordinò, «prenda la barra».
Voleva che il timone fosse governato da un uomo svelto
e sveglio.
All'improvviso il Warlock beccheggiò con tale violenza
che Nick si ammaccò le costole urtando contro il cruscotto
dei comandi. Il Warlock sentiva il cavo. Si era arrestato
quasi di colpo.
«Dieci gradi a dritta», ordinò Nick a David, per puntare
la prora contro il vento. «Capo», disse nel microfono, con la
voce ancora rotta dal dolore al torace. «Avvii l'argano di
dritta a tutta forza.»
«Tutta forza a dritta.»
Nick mise l'elica a passo zero e poi aprì lentamente le
valvole a farfalla, scatenando ventiduemila cavalli di forza.
Trattenuto dalla sua coda, spinto dalla bufera, tormentato
dal mare e frustato dalle enormi eliche, il Warlock s'inferocì.
Scartò e sgroppò con furia, mentre ogni lamiera dello scafo
tremava sotto le vibrazioni delle eliche che rotavano
pazzamente nell'aria.
Nick dovette stringere le mascelle, perché le vibrazioni
minacciavano di spaccargli i denti. Quando sbirciò gli
indicatori di velocità vide che il viso di David Allen era
rigido e cereo come quello di un cadavere.
Il Warlock cedeva al vento, descrivendo un lento circolo
sulla sinistra all'estremità del cavo, spinto dalla bufera e
dalle macchine.
«Venti a dritta», ordinò seccamente Nick, correggendo la
virata.
Nonostante la sua espressione tesa, David Allen rispose
all'istante.
«Venti a dritta, signore.»
Nick vide la deriva laterale arrestarsi sull'indicatore di
velocità rispetto al fondo; poi, con un senso di esultanza,
vide l'indicatore della velocità d'avanzo illuminarsi di verde.
Le cifre sul quadrante elettronico mutavano rapidamente... Il
Warlock procedeva alla velocità di cinquanta metri al
minuto.
«La nave si muove», gridò Nick, e afferrò il microfono.
«Argani di dritta e di sinistra a tutta forza.»
«A tutta forza», rispose subito Baker.
Nick osservò il quadrante della velocità d'avanzo
rispetto al fondo: 50, 35, 20 metri al minuto. L'impeto
iniziale del Warlock si era esaurito, e Nick capì con un tuffo
al cuore che soltanto l'elasticità del cavo-molla di nylon
aveva fornito quei dati. La molla si era allungata al massimo.
Per due o tre secondi, il quadrante indicò velocità zero.
Il Warlock era immobile e il cavo teso in tutta la sua
lunghezza; poi, bruscamente, il quadrante s'illuminò di
rosso: andavano indietro, attirati da una forza superiore a
quella dei diesel e delle grandi eliche di bronzo: la forza
della molla che si ritirava. Il Warlock era trascinato verso la
sponda.

Per altri cinque minuti, Nick strinse febbrilmente le leve


di controllo, spingendole con tutte le sue forze, facendo
urlare le grandi macchine. Gli aghi dei quadranti balzarono
nei settori rossi con la scritta «non superare».
Lacrime di rabbia e di delusione gli bruciarono le
palpebre, mentre il rimorchiatore tremava, sussultava e
gemeva sotto di lui, trasmettendogli la sua sofferenza
attraverso le suole delle scarpe e le palme delle mani.
Il Warlock era trattenuto dal cavo e dalla sua stessa
energia, cosicché non poteva impennarsi per affrontare le
onde che sbucavano dal biancore ruggente.
Si avventavano sul rimorchiatore, accavallandosi una
sull'altra, schiacciando la prora con il loro peso.
«Per amor del cielo, comandante.» David Allen non
riuscì più a contenersi. I suoi occhi sembravano enormi nel
viso pallidissimo. «Così ci fa affondare.»
«Baker», disse Nick, ignorando il suo secondo. «Sta
guadagnando?»
«Gli argani non ricuperano», rispose Beauty. «La nave
non si sposta di un millimetro.»
Nick tirò indietro le leve di acciaio. Gli aghi ricaddero in
fondo ai quadranti e il Warlock, grato per il sollievo, si
scrollò l'acqua che l'aveva sommerso.
«Dovrà tranciare il cavo.» La voce senza corpo di Baker
era soffocata dall'urlo della tempesta. «Correremo il
rischio.»
Accanto a lui, David Allen allungò la mano verso la
scatoletta rossa che proteggeva il pulsante di trancio. Aprì la
scatoletta e guardò Nick con un'espressione di speranza,
quasi di supplica.
«Lasci stare!» ringhiò Nick, poi disse a Baker:
«Accorcio il cavo.
Preparatevi a tirare di nuovo, quando sarò in posizione».
David Allen lo fissò con la mano sospesa sul pulsante.
«Chiuda quel coperchio della malora!» gli ingiunse
Nick, e si dedicò ai controlli del cavo principale.
Spostò la leva verde sulla posizione di ricupero e sentì
vibrare il ponte mentre, nel deposito dei cavi, i grandi rulli
cominciavano ad avvolgersi ritirando il cavo incrostato di
ghiaccio.
Cedendo con riluttanza, simile a un cavallo selvaggio
trattenuto dalle redini, il Warlock fu tirato indietro dai suoi
stessi argani. Inorriditi, gli ufficiali videro emergere dalla
tormenta la gran mole coperta di ghiaccio della Golden
Adventurer.
Era così vicina che il cavo principale non s'incurvava più
sotto la superficie del mare, ma si tendeva diritto dalla poppa
del piroscafo al rullo del rimorchiatore sul giardinetto di
poppa.
«Finalmente possiamo vedere quel che facciamo», disse
cupamente Nick.
Ora capiva che il Warlock aveva sprecato gran parte
della potenza non esercitando una trazione diretta, in linea
con la chiglia della Golden Adventurer. Disorientato dalla
tormenta, aveva lasciato che il Warlock tirasse obliquamente.
Ora non sarebbe successo.
«Direttore», disse. «Tiri, tiri, tiri, a costo di spaccare gli
argani!»
Girò completamente le manopole delle valvole a farfalla,
scatenando tutta la potenza delle macchine.
Il Warlock balzò avanti, tendendo il cavo elastico. Nick
vide l'acqua sprizzare dalle fibre strizzate e congelarsi
all'istante in cristalli di ghiaccio.
«Non si muove, signore», gridò David accanto a lui.

«Gli argani non ricuperano», confermò quasi


simultaneamente Baker. «La nave è immobile come una
roccia!»
«C'è dentro ancora troppa acqua», disse David.
Nick si avventò verso di lui come se volesse stenderlo
sul ponte.
«Mi dia la barra», ingiunse, con la voce tremante d'ira e
di frustrazione.
Mentre le due eliche stracciavano il mare in spuma
bianca e le macchine ruggivano come belve ferite, Nick girò
la barra tutta a sinistra.
Il Warlock virò rabbiosamente e nel rollio l'acqua si
riversò a bordo.
Immediatamente Nick girò la barra tutta a dritta e il
rimorchiatore balzò di nuovo avanti, aggiungendo un'altra
tonnellata alla forza di trazione.
Il gemito della Golden Adventurer si udì perfino nel
tumulto della tempesta.
L'acciaio del suo scafo protestava per il peso dell'acqua
che conteneva, per l'intollerabile forza di trazione degli
argani e del cavo del Warlock.
Il gemito divenne un sibilo crepitante mentre i ciottoli
sul fondo cedevano e rotolavano sotto la chiglia.
«Cristo, sta scivolando!» urlò Baker.
Nick girò ancora la barra tutta a sinistra, facendo
precipitare il Warlock in un profondo ventre fra due onde;
poi una montagna d'acqua lo seppellì e Nick temette che non
potesse resistere all'assalto furibondo del mare. Verde e
viscida, l'acqua giunse al livello della sovrastruttura; il
rimorchiatore sussultò stancamente. Poi alzò la prora e si
scrollò l'acqua di dosso come un cagnolino, ridiventando
agile e leggero.
«Tira, tesoro, tira», lo scongiurò Nick.
Con un rombo, lo scafo della Golden Adventurer
cominciò a scivolare sul fondo.
«Gli argani ricuperano», esultò Baker.
Gli indicatori di velocità del Warlock passarono al verde,
mentre le cifre si succedevano in rapida progressione
elettronica. Il Warlock avanzava.
Tutti videro la poppa della Golden Adventurer oscillare
all'impatto con la montagna d'acqua che le esplodeva
intorno. La nave galleggiava, e per un momento Nick
l'ammirò commosso tornare alla vita: diveniva una creatura
animata, mentre si congiungeva con il mare e si alzava ad
accogliere le onde.
«Ce l'abbiamo fatta, Cristo, ce l'abbiamo fatta!» urlò
Baker.
Ma era troppo presto per cantare vittoria. Mentre la
Golden Adventurer scivolava e avanzava di poppa al
rimorchio del Warlock, il suo timone fece presa nell'acqua
ponendo la poppa di traverso al vento.
La nave girò, esponendo la massa della sua fiancata di
dritta alla violenza della tempesta. Era come un'enorme vela.
Il vento la spingeva verso il promontorio e i due pilastri di
roccia che si ergevano all'ingresso della baia.
Il primo istinto di Nick fu di trattenerla, di opporsi
direttamente all'impeto del vento. Mise il Warlock all'opera,
sperando che i diesel e le due ancore impedissero al
piroscafo di arenarsi nuovamente; ma il vento lo sospinse,
finché le ancore non furono strappate dal fondo. Il Warlock
venne trascinato di poppa verso le scogliere frastagliate del
promontorio.
«Salpi quelle ancore, direttore», gridò Nick nel
microfono. «Non possono tenere in questo inferno.»
^

Vent'anni prima, mentre nuotava al largo di una spiaggia


solitaria delle Seychelles, Nick era stato preso da una delle
correnti che fluiscono intorno ai promontori delle isole
oceaniche. La corrente lo aveva trascinato in mare aperto, e
in pochi minuti la terra era quasi scomparsa all'orizzonte.
Nick aveva lottato contro la corrente, nuotando direttamente
in senso opposto, e per poco tale scelta non gli era costata la
vita. Era già stremato quando aveva cominciato a riflettere; e
invece di opporsi, si era abbandonato alla corrente, nuotando
lentamente in senso obliquo, sfruttando l'impeto dell'acqua
invece di contrastarlo.
Aveva imparato la lezione: mentre guardava Baker
salpare le ancore gocciolanti, fece virare il Warlock in modo
che il vento non lo investisse più di prua, ma sul giardinetto
di poppa.
Ora il vento e le eliche del Warlock non tiravano più in
sensi opposti: la rotta del rimorchiatore formava con la
direzione del vento un angolo di due gradi, una rotta che, a
giudizio di Nick, l'avrebbe portato a sfiorare la più avanzata
delle sentinelle di roccia; tuttavia il timone bloccato teneva
la Golden Adventurer esposta al vento, contrastando il
Warlock che cercava di allontanarla obliquamente dalla
terra.
Era un problema di vettori di forza. Nick rifletté,
cercando di ridurlo in termini di fisica, mentre valutava
l'angolazione del rimorchio e la direzione del vento,
confrontandole con l'enorme resistenza offerta dal timone
bloccato, il timone che avrebbe condotto la nave a sfasciarsi
contro le scogliere.
Guardò avanti. Le scoscese pareti di roccia erano ancora
celate dalla tormenta, ma lo schermo del radar rivelava la
loro presenza. Spinti dalle macchine e dal vento, correvano
troppo; e se la Golden Adventurer avesse urtato gli scogli a
quella velocità, si sarebbe spaccata come un cocomero
fradicio scagliato contro un muro.
Passarono altri cinque minuti, prima che Nick fosse
sicuro di non farcela.
Il radar indicava che erano a sole due miglia dalle
scogliere. Avrebbero dovuto tirare la Golden Adventurer per
almeno mezzo miglio di traverso al vento, per allontanarla
definitivamente dalla terra. Non ci sarebbero riusciti.
Disperato, Nick aguzzò gli occhi nella tempesta,
aspettandosi di vedere da un momento all'altro le rocce nere
attraverso le cortine vorticose di neve e di spuma gelata. Con
la morte nel cuore, allungò la mano verso il pulsante di
trancio per liberare la Golden Adventurer e abbandonarla al
suo destino.
Intorno a lui, gli ufficiali erano tesi e silenziosi. Il
Warlock vibrava e sussultava, spinto dal mare e dalle
macchine; ma la terra continuava a risucchiarli.
«Guardi!» gridò all'improvviso David Allen.
Nick si girò di scatto, colpito dall'eccitazione del suo
tono.
Non capì subito che cos'era successo. Per un momento
vide solo che la sagoma della Golden Adventurer si era
leggermente defilata.
«Il timone», gridò ancora David Allen. «Lo hanno
sbloccato.»
Nick lo vide ruotare lentamente, mentre una grossa onda
sollevava la nave.
Quasi subito, sentì il Warlock alleggerito dallo sforzo e
virò di un altro punto nel vento. La Golden Adventurer
rispose più docilmente al rimorchio, mentre il suo timone
continuava a ruotare.

«Ho sbloccato il dispositivo di comando», annunciò


Baker.
«Timone a mezzanave», ordinò Nick.
«A mezzanave», ripeté Baker.
Adesso la nave veniva rimorchiata con la poppa in
avanti, quasi ad angolo retto con il vento.
I pilastri di roccia si stagliarono all'improvviso
nell'inferno bianco. Il mare li investiva con rombi tonanti.
«Cristo, se sono vicini», mormorò Dave Allen.
Si poteva sentire il ritorno del vento che rimbalzava
sulle pareti di roccia moderando la tremenda forza che li
spingeva: tanto da permettere loro di doppiare le tre rocce. E
finalmente si spalancarono davanti a loro tremila miglia di
mare aperto.
«Ce l'abbiamo fatta! Stavolta ce l'abbiamo proprio
fatta», disse Baker incredulo.
Nick regolò i comandi delle valvole a farfalla, prima che
scoppiassero.
«Con le ancore e tutto», osservò.
Era un punto d'onore ricuperare anche le ancore.
Riportavano la Golden Adventurer sana e salva con le ancore
e tutto.
«Capo», disse, «invece di starsene seduto sugli allori,
che cosa ne direbbe di riempire la nave di Tannerax?»
Il liquido anticorrosivo avrebbe risparmiato alle
macchine e a gran parte delle attrezzature più importanti i
danni della salsedine, accrescendo enormemente il valore
ricuperato.
«Non gliene scappa una, eh?» borbottò Baker.
«Aspetti a dirlo», ribatté Nick, sentendosi sciocco e
frivolo per la stanchezza e la gioia. Perfino la tempesta
sembrava meno violenta. «Adesso me ne vado a dormire per
dodici ore, e se qualcuno si azzarda a svegliarmi lo spello
vivo.»
Riagganciò il microfono e posò la mano sulla spalla di
David Allen, dicendogli:
«Si è comportato bene, come gli altri. Adesso rilevi il
comando, signor Allen. Abbia cura della nave».
Poi lasciò la plancia barcollando.
^
Passarono otto giorni prima che rivedessero la terra.
Affrontarono la tempesta nel mare aperto, e furono otto
giorni di lavoro massacrante. Per prima cosa agganciarono il
cavo di rimorchio alla prora della Golden Adventurer. Nella
burrasca, occorsero quasi ventiquattro ore e tre tentativi
prima che riuscissero a mettere controvento la prora del
piroscafo. Ora offriva meno resistenza, e il Warlock poteva
rimorchiarlo con comodo, ricorrendo a tutta la forza solo
quando passavano vicino a un iceberg ed era necessario
trascinar via la nave.
Tuttavia il disastro era sempre in agguato. Nick passò la
maggior parte del tempo in plancia, ossessionato dal timore
che il tappo nella falla non tenesse. Baker usò la riserva di
legname della nave per rinforzare la pezza provvisoria, ma
non poté mettere in opera lamiere d'acciaio con la Golden
Adventurer che rollava e beccheggiava sul mare infuriato; e
Nick non poté salire a bordo per dirigere i lavori.

Lentamente, il gran vortice di bassa pressione passò su


di loro. I venti cambiarono direzione e soffiarono verso
ovest, mentre l'epicentro si spostava verso l'Australasia... e
finalmente la tempesta finì.
Il Warlock poté aumentare la velocità di rimorchio.
Perfino fra le onde torreggianti che la tempesta aveva
lasciato dietro di sé, procedeva alla considerevole velocità di
quattro nodi.
Finalmente, un mattino soleggiato e ventoso, rimorchiò
la Golden Adventurer nelle acque tranquille della baia di
Shackleton. Sembrava un minuscolo cane guida al
guinzaglio di un gigante cieco.
Mentre le due navi si addentravano nelle acque calme
oltre il promontorio della baia, i superstiti scesero dal loro
accampamento fino alla sponda, allineandosi sulla ripida
spiaggia di ciottoli neri. Le loro ovazioni, unite alle grida di
benvenuto, furono portate dal vento fin sulla plancia del
Warlock.
Ancora prima che le ancore gemelle della nave
affondassero nell'acqua verde e limpida, la lancia del
comandante Reilly si dirigeva verso il Warlock; quando il
comandante salì a bordo, tutti videro nei suoi occhi gli stenti
e le difficoltà che aveva affrontato, il dolore per il comando
perduto e per le vite che non era riuscito a salvare. Ma
strinse con fermezza la mano a Nick.
«I miei ringraziamenti, signore. E congratulazioni!»
Aveva conosciuto Berg come presidente della Christy
Marine, e più di chiunque altro apprezzava la sua ultima
impresa.
«Sono lieto di rivederla», disse Nick. «La radio del
Warlock è a sua disposizione, se vuole comunicare con gli
armatori.»
Fece accostare subito il Warlock alla Golden Adventurer,
affinché si potessero issare lamiere d'acciaio dalla stiva del
rimorchiatore al ponte della nave. Passò un'ora prima che il
capitano emergesse dalla cabina radio.
«Beve qualcosa, capitano?»
Nick lo condusse nel proprio salotto e cominciò con
tatto a sottoporgli le molte piccole questioni che dovevano
essere definite. Era una situazione delicata, perché Reilly
non era più il comandante della sua nave: il comando era
passato a Nick, nella sua qualità di comandante del ricupero.
«Le cabine della Golden Adventurer sono ancora in
perfette condizioni. Credo che i suoi passeggeri si
troveranno molto meglio sulla nave, piuttosto che
nell'accampamento.»
Nick lo mise a suo agio, pur non mancando di
sottolineare la propria autorità. Reilly si dimostrò grato e
comprensivo.
In mezz'ora presero gli accordi per trasferire i superstiti
a bordo dell'Adventurer. Levoisin aveva potuto imbarcare
sul suo piccolo rimorchiatore soltanto centoventi passeggeri,
scelti fra i più vecchi e deboli. La Christy Marine stava
predisponendo un charter da Città del Capo alla baia di
Shackleton per raccogliere gli altri. Ora il charter era
superfluo, ma il suo costo sarebbe andato a ingrossare il
premio di ricupero chiesto da Nick.
«Non voglio rubarle altro tempo.» Reilly vuotò il
bicchiere e si alzò. «Avrà parecchio da fare.»
Occorsero ancora quattro giorni e quattro notti di lavoro.
Nick salì a bordo della Golden Adventurer e vide la
cavernosa sala macchine illuminata dal barbaglio blu delle
fiamme ossidriche, mentre Baker sistemava la placca
d'acciaio sulla falla e la saldava. Ma né lui né Nick furono
soddisfatti finché non ebbero rinforzato il rappezzo con
un'armatura di legname. Li attendeva un tratto d'oceano
tempestoso, e finché la Golden Adventurer non avesse dato
fondo alle ancore nella rada di Città del Capo, il ricupero era
incompleto.
Si sedettero spalla a spalla fra i macchinari unti di
grasso, nel tanfo acre degli anticorrosivi, e bevvero caffè
fumante corretto con rum Bundaberg.
«Ormeggeremo questa bellezza al molo Duncan... e lei
diventerà ricco sfondato», disse Nick.
«Sono già stato ricco, ma i quattrini non mi durano. Mi
sento sempre meglio quando li ho scialacquati.» Baker si
fece gorgogliare in gola il caffè al rum e aggiunse
maliziosamente: «Stia tranquillo, non perderà il miglior
direttore di macchina della marina».
Nick rise di gioia. Baker gli aveva letto nel pensiero.
Non voleva perdere quell'uomo.
Lasciatolo, Nick andò a controllare l'assetto del
transatlantico, studiandolo con cura e ricorrendo alla sua
recente esperienza per determinare i migliori punti di
trazione. Infine ordinò a David Allen di sollevare un poco la
prora della nave.
Quindi i serbatoi del Warlock furono colmati con una
riserva di nafta prelevata dai serbatoi della Golden
Adventurer, perché il rimorchiatore potesse affrontare il
lungo sforzo senza trovarsi a corto di carburante. Per tutto il
tempo, l'agenzia Bach Wackie continuò a mandare telex
dalle Bermude ritrasmettendo i messaggi fra gli assicuratori
marittimi e i Lloyd's, con i primi cauti sondaggi della Christy
Marine. Duncan Alexander cercava già di smussare gli
angoli, mirando a un accordo pacifico senza la spesa, così lui
diceva, per la corte arbitrale.
«Ditegli che lo spellerò vivo», rispose Nick con acre
soddisfazione.
«Ricordategli che, quand'ero presidente della Christy
Marine, gli ho sconsigliato di assicurarci con una
consociata... e adesso vedrà se avevo ragione.»
I giorni e le notti si confondevano, e l'illusione era
completata dallo squilibrio del tempo. Spesso Nick non
credeva né ai suoi sensi né all'orologio, quando lavorava per
diciotto ore di fila e il sole continuava a brillare, mentre
l'orologio gli diceva che erano le tre del mattino.
E, allo stesso modo, non gli sembrò vero quando gli
ufficiali, riuniti intorno alla tavola di mogano nel suo salotto,
riferirono che il lavoro era terminato: avevano ultimato le
riparazioni, il carico del carburante e l'imbarco dei
passeggeri. Il Warlock era pronto a rimorchiare la grande
nave in quel mare infido, migliaia di miglia a sud della punta
dell'Africa.
Nick fece circolare la sua scatola di sigari fra gli
ufficiali, e mentre il fumo azzurrognolo si spandeva nel
salotto, lasciò che per qualche minuto si crogiolassero nella
soddisfazione per l'opera compiuta.
«Ventiquattr'ore di riposo a tutta la compagnia»,
annunciò in uno slancio di generosità. «Cominceremo il
rimorchio alle otto di lunedì mattina. Spero in una velocità di
otto nodi... ventun giorni per Città del Capo, signori.»
Mentre gli altri cominciavano a uscire, David Allen
indugiò con aria imbarazzata.
«La saletta ufficiali sta organizzando una festicciola di
Natale per stasera, signor comandante. Gradiremmo averla
come ospite.»
Nella saletta l'accoglienza fu inequivocabilmente
calorosa. C'era perfino Trog. All'ingresso di Nick, tutti
balzarono in piedi applaudendo, ed era evidente che la
maggior parte aveva già alzato il gomito. David Allen fece
un discorso, leggendolo da un foglietto che cercava di
nascondere nel palmo della mano. Era un discorso pieno
d'iperboli, luoghi comuni e superlativi, e quando ebbe finito,
David parve sollevato.
Angel portò una torta preparata per l'occasione. Aveva la
forma della Golden Adventurer, un piccolo capolavoro di
scultura gastronomica, con le cifre «12½
%» che spiccavano in oro sullo scafo. Il significato di
quel 12½ % fece sorridere tutti gli ufficiali.
Poi esortarono Nick a parlare, e il suo discorso fu
rilassato e disinvolto.
In pochi secondi li fece gridare di gioia... gli bastò
menzionare la cifra che avrebbero incassato per il ricupero
della Golden Adventurer.
La ragazza era incastrata in un angolo, quasi nascosta in
un capannello di giovani ufficiali che cercavano di
avvicinarsi il più possibile senza soffocarla.
Rideva gaiamente, e la sua voce squillava fra gli scrosci
di risate maschili, cosicché Nick continuava suo malgrado a
sbirciarla.

Indossava un vestitino verde, aderente, Nick si chiese


dove l'avesse trovato, finché non ricordò che le cabine della
Golden Adventurer erano intatte. Quel mattino aveva notato
la ragazza presso David Allen, a poppa del battello ausiliario
che tornava dal piroscafo, con una grossa valigia ai suoi
piedi. Era andata a prendere le sue cose e a rigor di logica
avrebbe dovuto rimanere a bordo del transatlantico, ma Nick
fu contento che fosse venuta.
Finì il suo discorsetto, dopo aver citato ogni ufficiale per
nome senza risparmiare elogi a nessuno. David Allen gli
ficcò un bicchiere di whisky in una mano e una gran fetta di
torta nell'altra, poi lo lasciò frettolosamente per infilarsi nella
ressa che circondava la ragazza. Gli altri ufficiali si
scostarono con riluttanza, cedendo al suo grado, e Nick si
trovò praticamente abbandonato.
Osservò con indulgenza l'aperta competizione per i
favori della ragazza.
Era la più piccola di tutti, e Nick vedeva soltanto i suoi
magnifici capelli striati dal sole, che sotto la lampada
scintillavano come oro quando lei annuiva o rideva.
David Allen le stava a fianco, arrossendo ogni volta che
lei gli rivolgeva la parola, offrendole di continuo torta e
liquore. Nick si accorse che la propria indulgenza andava
trasformandosi in irritazione.
Lo irritava la presenza del quarto ufficiale;
evidentemente aveva ricevuto l'incarico di intrattenerlo, ma
la responsabilità gli aveva mozzato la lingua.
Lo irritavano le buffonate degli ufficiali. Nella loro
competizione per i favori della ragazza sembravano un
branco di foche ammaestrate.
La ressa intorno a lei si aprì per un istante e Nick ne
ebbe una fugace visione. Il verde del vestito si accordava
mirabilmente al verde degli occhi.
I denti erano candidi, e quando rideva, la lingua era
rosea come quella di un gattino. Non era la ragazzina che gli
era sembrata tempo addietro; con il rossetto sulle labbra e il
filo di perle al collo, appariva ancora giovanissima, ventuno
o ventidue anni al massimo, ma tuttavia adulta.
Lei guardò in fondo al quadrato e i loro occhi
s'incontrarono. Lo fissò con le labbra ancora increspate dal
sorriso. Fu uno sguardo grave, enigmatico, e Nick si scoprì a
rammaricarsi per averla maltrattata. Abbassò gli occhi e notò
che, sotto il vestitino aderente, il suo corpo era snello e
sinuoso, con una grazia agile da atleta. Ricordò vividamente
di averla vista nuda per pochi secondi.
Sebbene il vestito fosse accollato, vide che i suoi seni
erano sodi e sviluppati: nessun indumento intimo li
sosteneva. La giovane carne risaltava come se fosse nuda.
La sua impudicizia lo rese furibondo. Anche se tutte le
ragazze di Londra o di New York circolavano senza
reggiseno, lo irritava che lei facesse altrettanto. La guardò
negli occhi. Nel suo sguardo brillava una luce diversa,
adesso... di sfida? O forse Nick vedeva il riflesso della
propria collera? Non riuscì a capirlo. Lei reclinò
leggermente la testa sulla spalla. Era un invito... o no? Nick
aveva avuto a che fare con innumerevoli donne, ma quella
ragazza gli infondeva un senso d'incertezza. Solo perché era
giovanissima, oppure c'erano altri motivi? Brancolava nel
buio, e la sensazione non gli piaceva affatto.
David Allen sopraggiunse con l'ennesima fetta di torta,
interponendosi fra di loro. Nick si trovò a fissare la schiena
del primo ufficiale e udì nuovamente la risata argentina della
ragazza. Ma stavolta ebbe l'impressione che lei volesse
provocarlo. Disse al giovane ufficiale che gli stava accanto:
«Preghi il signor Allen di riservarmi un minuto del suo
tempo».
Con visibile sollievo, l'ufficiale andò a chiamarlo.
«Grazie per l'ospitalità, signor Allen», disse Nick,
quando Allen fu arrivato.
«Se ne va così presto, signor comandante?»
Nick colse una sfumatura di piacere nel tono costernato
del primo ufficiale.
^
Sedette allo scrittoio del salotto e cercò di concentrarsi.
Finalmente aveva l'occasione di sbrigare le sue pratiche. Ma
i rumori della festa lo distraevano e Nick si scoprì a tendere
l'orecchio per udire le risate della ragazza, mentre avrebbe
dovuto stendere la relazione da affidare ai suoi avvocati di
Londra, affinché la sottoponessero agli arbitri dei Lloyd's.
Era un documento d'importanza vitale, la base delle sue
richieste agli assicuratori della Golden Adventurer. Eppure
non riusciva a concentrarsi.
Scostò la sedia e si mise a passeggiare avanti e indietro.
A un tratto si fermò, udendo le allegre grida della ragazza.
Le parole erano inintelligibili, ma il tono inequivocabile.
Stavano ballando, oppure giocando a un gioco chiassoso che
provocava continui tonfi e scrosci di risa.
Nick riprese a passeggiare, e a un tratto si sentì solo. Il
pensiero lo bloccò di colpo. Era una novità inquietante, per
un lupo solitario come lui.
Prima di allora, la solitudine non gli era mai pesata, ma
adesso sentiva il bisogno di spartire il suo trionfo con
qualcuno. Accostatosi a un oblò, guardò la Golden
Adventurer alla fonda nella rada. La nave sfolgorava di luci,
aveva un aspetto gaio e festoso.
Lo avevano detronizzato, privato delle sue conquiste, di
sua moglie e di suo figlio... eppure gli erano bastati pochi
mesi per risalire al vertice.
Con il ricupero della Golden Adventurer, aveva risolto i
problemi della Ocean Salvage, trasformandola in una solida
azienda. Finalmente era tornato in corsa, aveva uno scopo e i
mezzi per ottenerlo. Ma non gliene importava più nulla.
Perché? Considerò l'idea di tornare nella saletta, e fece una
smorfia pensando alla costernazione dei suoi ufficiali per la
raggelante intrusione del comandante.
Si distolse dall'oblò; versò due dita di whisky in un
bicchiere, accese un sigaro e si accasciò nella poltrona. Il
whisky sapeva di dentifricio e il sigaro era amaro. Prima di
andare in plancia, lasciò il bicchiere sullo scrittoio e spense
il sigaro nel portacenere.
La lampada notturna sembrava ancora più fioca, dopo la
vivida illuminazione della cabina. Nick non notò subito
Graham, il terzo ufficiale, finché i suoi occhi non si furono
abituati alla penombra rossastra.
«Buona sera, signor Graham.»
Si accostò al tavolo da carteggio e controllò il giornale
di bordo. Graham gironzolava come un'anima in pena, e
Nick cercò qualcosa da dire.
«Andrebbe volentieri alla festa?» chiese infine.
«Signorsì.»
Come inizio di una conversazione, non era molto
promettente. Benché poco prima avesse patito la solitudine,
Nick desiderò essere nuovamente solo.
«Lasci a me il resto del suo turno di guardia. Vada a
divertirsi con gli altri.»
Il terzo ufficiale lo fissò a bocca aperta.
«Vada, prima che cambi idea», lo esortò Nick.
«Grazie per la sua gentilezza, signore», disse Graham
mentre usciva di corsa.
La festicciola era degenerata in una lotta senza
esclusione di colpi per attirare l'attenzione di Samantha.
David Allen, con un paralume in testa e la mano infilata
sotto il bavero come Napoleone, era ritto sul banco del bar e
declamava il discorso di Enrico Quinto prima della battaglia
di Agincourt, scivolando sui passaggi che aveva dimenticato
con un «bla-bla». All'ingresso di Tim Graham, tuttavia,
ridiventò all'istante il comandante in seconda. Si tolse il
paralume e disse gelido:
«Se non sbaglio, signor Graham, lei è l'ufficiale di
guardia. In questo momento il suo posto è in plancia...»
«É venuto il vecchio e si è offerto di sostituirmi», replicò
Tim Graham.
«Santo cielo!» David si rimise in testa il paralume e
versò un'abbondante dose di gin al terzo ufficiale. «Il
vecchio bastardo dev'essersi rammollito all'improvviso.»
Beauty Baker, che penzolava dal soffitto come una
bertuccia, rimise i piedi sul ponte, mosse qualche passo
incerto, si tirò su i calzoni e annunciò minacciosamente:
«Se qualcuno osa dare del bastardo al vecchio bastardo,
gli faccio sputare i denti». Fissò gli altri ufficiali con aria
bellicosa, poi il suo sguardo cadde su Samantha e si
raddolcì. «Questa non conta, Sammy!» disse.
«Oh, no», convenne Samantha. «Puoi ricominciare.»
Beauty tornò al punto di partenza della corsa a ostacoli,
tracannò una sorsata di rum, si aggiustò gli occhiali con il
pollice e si sputò sulle palme.
«Uno, due, tre... via!» disse Samantha, avviando il
cronometro.

Beauty Baker si aggrappò al soffitto con un balzo e fece


il giro della saletta senza toccare il ponte, incitato dalla
compagnia.
«Sei secondi e otto decimi!» Samantha arrestò il
cronometro mentre Baker concludeva il giro sul banco del
bar. «Nuovo record mondiale.»
«Un gin per il campione del mondo!»
«Adesso tocca a me, Sammy. Controlla il tempo!»
Sembravano scolaretti. «Ehi, Sammy, guardami!»
Dopo una decina di minuti, lei porse il cronometro a Tim
Graham. Essendo arrivato per ultimo, era l'unico ancora
lucido.
«Torno fra poco», mentì.
Prese un piatto con una fetta di torta e uscì prima che gli
altri se ne rendessero conto.
^
Nick Berg stava lavorando al tavolo da carteggio. Era
così assorto che non si accorse di lei per vari secondi. La
luce fioca dell'unica lampada accentuava la forza dei suoi
lineamenti. Il naso era leggermente aquilino, come quello di
un indiano o di un beduino, la luce spiovente faceva risaltare
le rughe agli angoli della bocca e intorno agli occhi.
Concentrato sulle carte, Nick teneva leggermente socchiusa
la bocca, di solito stretta in una linea severa. Samantha notò
che le sue labbra erano carnose senza essere flaccide, con un
che di sensibile, di voluttuoso, che non aveva mai notato
prima.
Rimase incantata a guardarlo, finché Nick alzò gli occhi
all'improvviso e colse la sua espressione rapita.
Samantha cercò di non arrossire, ma le tremò un poco la
voce.
«Mi scusi se la disturbo. Ho portato una fetta di torta per
Timmy Graham.»
«Graham? L'ho mandato alla festa. Non è con voialtri?»
«Oh, non ho fatto caso. Credevo che fosse qui.»
Restò con il piatto in mano, senza accennare a
andarsene. Per un lungo momento, nessuno dei due parlò.
«Facciamo metà per uno», propose lui.
Samantha si avvicinò al tavolo da carteggio.
«Le devo delle scuse», disse Nick, e si rese conto di
parlare con asprezza.
Odiava chiedere scusa, e lei se ne accorse.
«Avevo scelto un momento inopportuno», mormorò,
staccando un pezzetto di torta. «Ma adesso mi sembra un
momento migliore. Grazie ancora. Mi rincresce per il
disturbo che le ho dato. Adesso so che per un pelo non le
sono costata la Golden Adventurer.»
Si girarono a guardare la nave attraverso i grandi vetri.
«É bella, vero?» chiese Nick.
La sua voce si era raddolcita.
«Sì, è bella», convenne Samantha, e a un tratto si
sentirono straordinariamente vicini nell'alone rossastro della
lampada notturna.
Nick cominciò a parlare, dapprima imbarazzato; ma lei
lo esortò a continuare, e notò con gioia che si rilassava.
Soltanto allora cominciò a parlare liberamente anche lei.
Nick fu stupito e un po' sconcertato dalla sua maturità.
Si era aspettato le esitazioni, le risatine, l'incoerenza e
l'egocentrismo di un'adolescente, ma si era sbagliato; e
all'improvviso la differenza d'età non ebbe più importanza.
Erano vicini nella notte, del tutto ignari del tempo.
Parlarono del mare, perché si erano scoperti entrambi
creature marine.

Dal ponte sottostante, veniva la voce stonata di Vin


Baker che guidava il coro degli ufficiali:
«La classe lavoratrice può baciarmi il culo
Finalmente ho avuto il mio dodici per cento!»
Più tardi, Tim Graham comparve sulla soglia e disse
tutto d'un fiato:
«Signor comandante, è sparita la dottoressa Silver. Non
è nella sua cabina e l'abbiamo cercata per...» Finalmente la
vide seduta nella poltroncina del capitano, e la sua
apprensione divenne imbarazzo. «Oh, capisco. Non
sapevamo che... insomma, non immaginavamo... Mi scusi,
comandante. Buona notte.»
Scappò via dalla plancia.
«Dottoressa?» chiese Nick.
«Già», rispose lei con un sorriso, e gli parlò
dell'università, illustrandogli il suo programma di ricerche e i
progetti che avrebbe voluto realizzare.
Nicholas ascoltò in silenzio. Come tutti gli uomini
abituati alla competizione e al successo, ammirava
l'ambizione e le conquiste.
Si rese conto che nessun abisso li separava, come aveva
invece temuto: e quando il turno di guardia ebbe termine,
guardò l'orologio con rammarico.
L'ufficiale di guardia per il turno successivo ruppe
l'incanto, privandoli del pretesto per restare insieme.
«Buona notte, capitano Berg», augurò lei.
«Buona notte, dottoressa Silver», disse Nick con
riluttanza.
Fino a quella sera, aveva ignorato perfino il suo nome.
Adesso voleva scoprire parecchie altre cose, ma Samantha
aveva già lasciato la plancia.
Quando rientrò in cabina, Nick si sentì ancora più solo.
Il giorno dopo, mentre assicuravano il cavo di rimorchio
alla Golden Adventurer, controllando l'assetto e la tenuta
della nave in previsione del lungo viaggio, Nick pensò
continuamente a lei. La sera, diversamente dal solito, scese a
cenare nella saletta invece di farsi portare il vassoio in
cabina: quando vide la ragazza circondata da un nugolo di
giovanotti, fu assalito da una bruciante gelosia. Per due
volte, durante il pasto, represse gli aspri rimbrotti che gli
erano saliti alle labbra e che avrebbero mortificato lo
sfortunato destinatario.
Nick non prese la frutta e bevve il caffè nel suo salotto.
Avrebbe gradito la compagnia di Baker, ma l'australiano
curava le macchine della Golden Adventurer. Nonostante la
tensione e le fatiche della giornata, la cuccetta non lo tentava
per nulla. Sbirciò l'orologio nel pannello sopra lo scrittoio e
vide che erano le otto passate.
D'impulso, andò in plancia e Tim Graham balzò in piedi
rosso come un peperone. Si era seduto nella poltroncina
privata del comandante, una libertà che poteva costargli
come minimo una severa reprimenda; ma Nick fece finta di
niente e si aggirò lentamente per la plancia, controllando la
tensione del cavo di rimorchio, la potenza delle macchine
del Warlock, le luci di posizione di entrambe le navi e
l'ultima nota sul libro di bordo.
«Signor Graham», disse infine, e il giovanotto s'irrigidì
sull'attenti come un condannato davanti al plotone
d'esecuzione, «lasci a me il suo turno di guardia. Vada pure a
cenare».
Il terzo ufficiale rimase così sconcertato che gli occorse
una buona dose di gin per rivelare agli altri la sua fortuna.
Samantha non alzò gli occhi dalla scacchiera, ma mise
un invitante alfiere davanti alla regina; e quando David se lo
prese con un mugolio di gioia, lei liberò la torre dichiarando:
«Matto in tre mosse, David».
«Un'altra partita, Sam, dammi la rivincita», la scongiurò
David.
Ma Samantha scosse la testa e lasciò la saletta.
Nicholas sentì il suo profumo. Era una fragranza non
troppo sofisticata ma esuberante, perfettamente in carattere
con lei. Si girò, e soltanto allora ebbe il coraggio di
confessarsi che aveva esonerato il terzo ufficiale dal turno
con il preciso scopo di attirare Samantha sulla plancia.
«Ci sono delle balene, più avanti», le disse, rivolgendole
un sorriso.
«Speravo che sarebbe venuta.»
«Dove? Dove sono?» chiese lei con genuino interesse.
Videro lo zampillo: una piuma dorata al sole notturno
che rosseggiava basso sull'orizzonte.
«Baluenoptera musculus!» esclamò Samantha.
«Le credo senz'altro, dottoressa, ma per me è ancora una
balena azzurra.»
Nick continuava a sorridere, e per un attimo lei parve
contrita.
«Mi scusi, non volevo impressionarla con la mia
scienza.» Fissò il mare gonfio e ostile mentre la balena
soffiava un'altra colonna di spuma. «Una», mormorò. «Una
sola.» L'eccitazione svanì dalla sua voce. «Ne sono rimaste
così poche... forse è l'ultima che vediamo.»
«Non riescono nemmeno a incontrarsi nell'immensità
dell'oceano per riprodursi.»
Anche il sorriso di Nick era svanito. Parlarono
nuovamente del mare, del loro dolore per le interferenze
dell'uomo nell'equilibrio naturale.
«Quando il governo comunista del Mozambico è
subentrato ai colonialisti portoghesi, ha lasciato che i russi
mandassero delle draghe... non dei pescherecci, delle draghe.
I russi hanno dragato i fondali dove vive il gamberetto del
Mozambico. Hanno pescato mille tonnellate di gamberi e
rovinato i fondali per sempre. In sei mesi hanno condannato
una specie all'estinzione.»
Il tono di Samantha era indignato. «Due mesi fa, gli
australiani hanno catturato un peschereccio giapponese nelle
loro acque territoriali. Nei frigoriferi c'era la carne di
centoventimila conchiglie che l'equipaggio aveva divelto
dalla barriera corallina. La popolazione di un banco non
supera le ventimila conchiglie. Questo significa che in una
sola spedizione hanno spogliato addirittura sei banchi
corallini...»
«Sono i giapponesi che hanno inventato la 'lunga fune'»,
disse Nick. «Una lunghissima fune galleggiante, munita di
ami speciali e tesa attraverso le rotte dei tonni e dei
pescispada. Spazzano via i branchi man mano che avanzano.
Li distruggono fino all'ultimo pesce.»
«Non si può ridurre una popolazione animale oltre un
certo limite.» Samantha sembrava invecchiata, quando alzò
il viso a guardare Nick. «Guardi che cos'hanno fatto alle
balene.»
Si rivolsero alla finestra, sperando di rivedere l'innocuo
mostro condannato all'estinzione.
«Tutta colpa dei russi e dei giapponesi», disse Nick.
«Non hanno firmato il trattato per la conservazione delle
balene finché non sono quasi scomparse e la caccia è
diventata poco rimunerativa. Allora hanno firmato, quando
sono rimaste soltanto due o tremila balene azzurre in tutti i
mari.»
«Adesso daranno la caccia alla balena Fin, alla Sei e alla
Minke finché non si saranno estinte.»
Mentre guardavano l'irreale notte illuminata, cercando
invano la scintilla della vita nell'immensità del mare, Nick
alzò il braccio senza riflettere.
Stava per cingerle le spalle in un gesto protettivo, ma si
trattenne un attimo prima di toccarla. Samantha dovette
sentire il movimento e si accostò un poco, ma Nick abbassò
il braccio e andò a chinarsi sullo schermo del radar. Soltanto
allora Samantha capì quanto aveva desiderato che lui la
toccasse; ma per tutta la sera Nick evitò di andarle
nuovamente vicino.
La sera seguente, Samantha rifiutò gli inviti degli
ufficiali e dopo cena attese nella propria cabina, lasciando la
porta socchiusa. Udì Tim Graham uscire dalla plancia e
scendere la scaletta di corsa, esonerato ancora una volta dal
suo turno. Come entrò nella saletta, Samantha sgusciò dalla
cabina e corse in plancia.
Un attimo dopo gli era accanto, e Nick fu stupito
dall'intensità della propria gioia. Si sorrisero
maliziosamente, come scolaretti che abbiano combinato una
marachella.
Poco prima che finisse il turno, passarono davanti a un
grande iceberg piatto. Samantha indicò la linea scura che
correva intorno al ghiaccio come l'anello di sudiciume in una
vasca.
«Paraffina», disse, «e idrocarburi non degradati».
«Macché», ribatté lui. «É soltanto una striatura del
ghiaccio.»
«É petrolio grezzo», insisté Samantha. «L'ho analizzato.
É uno dei motivi che mi hanno spinta a farmi assumere come
guida sulla Golden Adventurer.
Volevo studiare questi mari.»
«Ma siamo duemila miglia a sud dalla rotta seguita dalle
petroliere.»
«La spiaggia della baia di Shackleton è piena di
paraffina e di grezzo. A capo Alarm abbiamo trovato dei
pinguini tutti coperti di petrolio, morti o moribondi. Si sono
imbattuti in una chiazza di petrolio a meno di cinquanta
miglia dalla spiaggia.»
«Non riesco a credere che...» cominciò Nick, ma lei lo
interruppe.
«É sempre così!» esclamò. «Nessuno ci crede. La gente
tira diritto, come quando vede un incidente sull'autostrada.»

«É vero», ammise Nick con riluttanza. «Sono poche le


persone che si preoccupano.»
«Qualche pinguino morto, qualche grumo di catrame che
si appiccica ai piedi sulla spiaggia. Sembrano cose da poco,
ma la realtà è spaventosa. Milioni di tonnellate di idrocarburi
velenosi si dissolvono nel mare. Uccidono lentamente ma
inesorabilmente. Questa è la realtà, Nicholas!»
Era la prima volta che lo chiamava per nome, ed
entrambi se ne resero conto.
Tacquero di nuovo, guardando il grande iceberg. Il sole
lo tingeva di rosa e ametista, ma i colori eterei erano
sfregiati dalla striscia di sozzura velenosa.
«Il mondo ha bisogno del petrolio, e noi marinai
dobbiamo trasportarlo», osservò infine Nick.

«Sicuro. Ma non a questo prezzo, non mirando


solamente al profitto. Non con l'avidità ottusa che l'uomo ha
già dimostrato uccidendo le balene. Non a costo di
trasformare il mare in una fogna.»
«Ci sono parecchi armatori senza scrupoli...» convenne
lui.
Samantha lo interruppe con ira.
«Bandiere ombra, navi senza controllo, prive delle più
elementari misure di sicurezza, munite di una caldaia sola...»
Snocciolò le accuse, e Nick rimase in silenzio. «Poi hanno
abolito la linea di galleggiamento invernale per le petroliere
che doppiano il capo di Buona Speranza, in modo che
possano trasportare cinquantamila tonnellate in più.
D'inverno i banchi delle Agulhas sono il mare più pericoloso
del mondo, e ci mandano le petroliere sovraccariche.»
«É stata una decisione criminale», convenne Nick.
«Ma lei era presidente della Christy Marine. Aveva un
rappresentante nella commissione di controllo.»
Capì subito d'aver commesso un errore. L'espressione di
Nick divenne improvvisamente fosca. Samantha fu presa dal
panico. Aveva dimenticato che uomo fosse Nicholas Berg.
Nick le voltò le spalle e fece lentamente il giro della
plancia, controllando con cura i manometri e gli strumenti.
Poi si fermò nell'ala opposta e accese un sigaro. Samantha
avrebbe voluto tentare la riconciliazione, ma capì d'istinto
che sarebbe stato un altro errore. Nick era il tipo d'uomo che
disprezza il compromesso.
Finalmente le tornò accanto. La brace del sigaro gli
rischiarava il viso, e Samantha vide che la sua ira era
sbollita.
«La Christy Marine mi sembra un altro mondo, adesso»,
mormorò, e lei sentì il dolore delle ferite ancora aperte. «Mi
scusi. Quando l'ha nominata, mi ha preso alla sprovvista.
Non sapevo che conoscesse la mia storia.»
«Tutti la conoscono, a bordo.»
«Sicuro», annuì lui. Prima di continuare, aspirò
profondamente dal sigaro.
«Quando dirigevo la Christy Marine, ho insistito perché
su ciascuna delle nostre navi fossero adottate tutte le misure
di sicurezza. Ci siamo opposti all'abolizione della linea di
galleggiamento invernale, e nessuna delle mie navi ha mai
doppiato il capo di Buona Speranza carica fino alla linea di
galleggiamento estiva. Ogni nave della Christy Marine è
stata progettata e costruita con le tecniche più avanzate,
come quel transatlantico», indicò la Golden Adventurer, «o
questo rimorchiatore», e batté il piede sul ponte.
«Anche la Golden Dawn?» chiese Samantha sottovoce,
temendo nuovamente la sua collera.
Nick annuì.
«La Golden Dawn», mormorò. «Un nome pretenzioso,
non le pare? Ma io pensavo a quella petroliera come a
un'alba d'oro, quando l'ho concepita. La prima petroliera da
un milione di tonnellate, provvista di ogni artificio tecnico e
di ogni misura di sicurezza che l'uomo abbia inventato fino a
oggi. Dai gorgogliatori di lavaggio inerti alle tasche
articolate e indipendenti, munita di quattro caldaie come i
transatlantici White Star... doveva essere veramente l'alba
d'oro nel trasporto del greggio.
«Ma non sono più il presidente della Christy Marine e la
Golden Dawn non dipende più da me, né per il progetto, né
per la costruzione.» La sua voce era incolore, e alla luce
fioca le sue orbite parevano cave come quelle di un teschio.
«E nemmeno per quanto riguarda la gestione.»
Il loro dialogo aveva preso una brutta piega: Samantha
non voleva discutere con lui e meno che mai rattristarlo. Ma
capì con rammarico di avergli risuscitato ricordi dolorosi.
L'istinto le disse che era giunto il momento di andarsene.
«Buona notte, dottoressa Silver», la salutò freddamente
Nick, quando Samantha dichiarò di sentirsi stanca e
assonnata.
«Mi chiamo Sam», replicò lei, desiderando poterlo
confortare in qualche modo. «O Samantha, se preferisce.»
«Lo preferisco», disse Nick senza sorridere. «Buona
notte, Samantha.»
Lei era furibonda con se stessa e con lui, perché il loro
accordo si era incrinato. Ribatté d'impulso:
«Non le sembra di essere un po' antiquato?»
Poi lasciò in fretta la plancia.
La sera seguente, decise di non andare da Nick. Si
vergognava di averlo offeso, di aver sottolineato così
brutalmente la loro differenza d'età. Nick ne era già
abbastanza consapevole, senza che gli venisse ricordato. Lei
aveva fatto del male a entrambi, e non si sentiva di rivederlo.
Mentre faceva la doccia nella cabina degli ospiti, udì
Tim Graham scendere la scaletta dall'altra parte della paratia.
Capì che Nicholas lo aveva esonerato dal turno.
«Non salgo», si ripromise con fermezza. Indugiò ad
asciugarsi, a darsi il talco e a spazzolarsi. Poi, ancora nuda e
arrossata dall'acqua calda, si stese sulla cuccetta.
Lesse per mezz'ora un libro western che le aveva
prestato Baker, ma stentava a concentrarsi, perché la sua
mente vagava altrove. Finalmente, con uno sbuffo di stizza,
respinse le coperte e cominciò a vestirsi.
La gioia e il sollievo di Nick, quando lei comparve sulla
soglia della plancia, furono evidenti. E il suo sorriso fu per
Samantha la più principesca delle accoglienze. A un tratto fu
felice d'essere venuta. Quella sera avrebbe cercato di non
mettere il piede in fallo.
Gli chiese in che cosa consisteva il contratto standard
dei Lloyd's, e assimilò rapidamente le sue spiegazioni.
«Se considerano i rischi e le difficoltà del ricupero»,
osservò infine, «può pretendere una cifra enorme».
«Chiederò il venti per cento del valore dello scafo...»
«Quanto vale la Golden Adventurer?»
Nick glielo disse. Samantha tacque un momento,
eseguendo un rapido calcolo mentale.
«Sono sei milioni di dollari», bisbigliò, sgranando gli
occhi.
«Centesimo più, centesimo meno», convenne lui.
«Ma è impossibile trovare tanti soldi!»
Samantha si girò a guardare il piroscafo.
«Duncan Alexander dirà la stessa cosa.»
«Ma», replicò Samantha, scrollando la testa, «che cosa
se ne farà di una somma simile?»
«Chiederò sei milioni, ma non li avrò. Al massimo me
ne daranno tre o quattro.»
«É sempre una cifra enorme. Nessuno potrebbe spendere
tanti quattrini.»

«Sono già spesi. Mi basteranno appena per pagare i


debiti, varare l'altro rimorchiatore e mandare avanti la Ocean
Salvage per qualche mese.»
«Ha debiti per tre o quattro milioni di dollari?» Lo
guardò sbigottita. «Io non riuscirei a dormire, passerei la
notte a rigirarmi...»
«Il denaro non è solo da spendere», le spiegò Nick. «C'è
un limite al cibo che si può mangiare o ai vestiti che si
possono indossare. Il denaro è un gioco. Il gioco più
emozionante del mondo.»
Samantha lo ascoltò attentamente, perché quella sera
Nick era allegro e impaziente di realizzare i suoi grandiosi
progetti; e perché si confidava con lei.
«Sa che cosa faremo? Verremo qui con due rimorchiatori
e prenderemo un iceberg.»
Lei scoppiò a ridere. «Sta scherzando!»

«Niente affatto», le assicurò Nick, ridendo a sua volta.


«Attaccheremo i cavi a un grande iceberg. Forse ci vorrà una
settimana per trascinarlo a velocità di rimorchio... ma una
volta avviato, niente lo potrà fermare. Lo porteremo nei
'quaranta ruggenti" e ci dirigeremo verso est, come i vecchi
velieri in rotta per l'Australia.»
N.D.t. (Zone tempestose dell'Atlantico piene di correnti,
fra il 40° e il 50° parallelo di latitudine sud (N.d.
Accostandosi al tavolo, prese una grande carta
dell'oceano Indiano e le fece segno di avvicinarsi.
«Allora dice sul serio.» Samantha smise di ridere e lo
fissò. «Non mi prende in giro, vero?»
Nick, continuando a sorridere, tracciò la rotta con un
dito.
«Poi andremo a nord, per sfruttare la corrente
dell'Australia occidentale, e lasceremo che il flusso ci porti a
nord in un grande arco, finché troveremo il primo monsone
orientale e la corrente nordequatoriale.» Descrisse l'arco, e
lei lo guardò in viso. Pur essendo vicinissimi, non si
toccavano; ma Samantha si sentiva turbata dalla sua voce,
come se Nick la sfiorasse con le dita.
«Attraverseremo l'oceano Indiano fino alla costa
orientale dell'Africa, spinti dalla corrente, e arriveremo
giusto in tempo per sfruttare il primo monsone
sudoccidentale... che ci spingerà diritto nel Golfo Persico.»
Si raddrizzò con un sorriso. «Cento miliardi di tonnellate
d'acqua dolce in uno degli angoli più aridi e più ricchi del
mondo.»
«Ma... ma...» Lei scrollò la testa. «L'iceberg si
scioglierà!»
«Lo cospargeremo di poliuretano rifrangente con un
elicottero, per attenuare l'effetto del sole. E lo ormeggeremo
a un molo speciale, dove raffredderà il suo stesso ambiente.
Sicuro, si scioglierà, ma impiegherà almeno un paio d'anni.
E allora andremo a prenderne un altro. Sarà come
accalappiare i cavalli selvaggi.»
«Come farete a dirigerlo?» obiettò lei. «Gli iceberg sono
enormi.»
«I miei due rimorchiatori sviluppano una forza di
quarantaquattromila cavalli. Potremmo trascinare anche
l'Everest, se volessimo.»
«Sì, ma quando sarete arrivati al Golfo Persico?»
«Lo sezioneremo in blocchi maneggevoli con un raggio
laser, e li metteremo in un bacino di fusione con una gru.»
Samantha rifletté un momento.

«Potrebbe funzionare», convenne.


«Sicuro», ribadì Nick. «Ho già venduto l'idea all'Arabia
Saudita. Stanno costruendo il molo e le dighe. L'acqua dolce
verrà a costare cento volte meno di quella ottenuta con i
condensatori nucleari, e non ci sarà il pericolo di
contaminazioni radioattive.»
Samantha era affascinata dai progetti di Nick, e Nick da
quelli di Samantha.
Mentre parlavano, durante i lunghi turni di guardia della
notte, si sentivano sempre più vicini.
Sebbene entrambi gioissero della compagnia reciproca,
non riuscirono a superare il confine fra l'amicizia e la vera
intimità. Lei percepiva istintivamente il riserbo di Nick: era
un uomo che aveva le sue regole e detestava i compromessi.
Non faceva nulla se non era profondamente convinto, e non
gli interessava una relazione sessuale passeggera.
Ultimamente aveva patito gravi delusioni; ora si stava
riprendendo, ma temeva di scottarsi ancora. C'era tempo, si
disse Samantha, tempo in abbondanza. Ma il Warlock
procedeva speditamente verso nordest, rimorchiando la sua
preda per i
«ruggenti quaranta». I famigerati venti si dimostravano
benigni e il rimorchiatore sviluppava i sei nodi che Nick
aveva sperato.
A bordo del Warlock, gli ufficiali cominciarono a
guardare Samantha con rispetto. Tutti sapevano del rituale
che si replicava durante il turno di guardia dalle otto a
mezzanotte.
«Quel maledetto ladro di turni», brontolò Tim Graham.
«Ringrazi il cielo che non ho sentito la sua osservazione,
signor Graham», disse gelidamente David Allen.
Ma anche lui era irritato con Nicholas Berg. Era una
competizione sleale, e tutti si tenevano a distanza dalla
ragazza. Nessuno osava sfidare il capo della mandria.

^
Il tempo volava, e Samantha cercava di non pensarci.
Perfino quando David Allen le mostrò il profilo del
continente africano sullo schermo del radar, finse che la
meta fosse ancora lontana. Prima o poi sarebbe accaduto
qualcosa.
Durante il lungo viaggio dalla baia di Shackleton, aveva
calato una fitta rete dalla poppa del Warlock, raccogliendo
un'incredibile varietà di piccoli molluschi, di plancton e di
altre microscopiche forme di vita marina. In cambio dei suoi
servigi come assistente di cucina e cameriera, Angel le aveva
concesso con riluttanza un angolo della cambusa, e lei vi
passava varie ore al giorno, classificando i
suoi campioni.
Stava lavorando in cambusa quando arrivò l'elicottero e
si posò sul Warlock.
Alzò lo sguardo, udendo il rotore che rallentava i giri per
l'atterraggio sull'eliporto del Warlock. Fu tentata di salire in
coperta come gli altri, ma stava colorando un vetrino del
microscopio e quasi si irritò per quell'intrusione nella sua
piccola isola di felicità. Continuò l'operazione, ma ora il suo
entusiasmo era svanito. Quando udì il rombo dell'elicottero
che decollava dal ponte, inclinò la testa sulla spalla, pervasa
dall'inquietudine.
Angel scese dal ponte asciugandosi le mani nel
grembiule e si fermò sulla soglia.
«Non mi avevi detto che doveva partire, cara.»

«Cosa?» domandò Samantha alzando gli occhi


sconcertata.
«Il tuo fidanzato, tesoro. Con i calzini, lo spazzolino da
denti e tutto.»
Le lanciò un'occhiata penetrante. «Non dirmi che non ti
ha dato nemmeno un bacetto d'addio.»
Lei lasciò cadere il vetrino nella vaschetta di acciaio
inossidabile, corse sul ponte, si aggrappò alla ringhiera e
guardò il goffo apparecchio giallo.
Volava basso sul mare verde stracciato dal vento. Era
ancora abbastanza vicino perché si potesse distinguere il
nome della compagnia, «COURT», sulla fusoliera, ma svanì
rapidamente verso il profilo azzurrognolo delle montagne.
Nick Berg era seduto fra i due piloti del grosso Sikorsky
S. 58T e guardava la mole piatta della Gran Tavola. La cima
era coperta da una spessa coltre di nubi candide che il vento
faceva turbinare.
Da trecentocinquanta metri di altezza, poteva vedere
cinque grosse petroliere che arrancavano caparbiamente.
Sembravano estranee al loro elemento; non erano costruite
per armonizzarsi con il mare, ma per contrastare ogni
movimento delle acque. Benché il mare fosse calmo, le loro
prue tozze erano ornate da enormi baffi di spuma. Nick ne
vide una beccheggiare all'improvviso, sollevando una
colonna d'acqua alta come il suo albero di trinchetto. In una
tempesta sarebbe stata greve e inerte come un molo, le onde
l'avrebbero spazzata senza pietà. Sembrava impossibile che
esistessero navi simili, pensò Nick, voltandosi a guardare
indietro.
Il Warlock era ancora in vista. Benché fosse lontano e
rimpicciolito dalla mole del rimorchio, la sua linea agile lo
riempì di orgoglio. Ma nello stesso tempo sentì una fitta di
rimorso. Gli parve di vedere due occhioni verdi e una
chioma dorata.
Il suo rimorso era acuito dal pensiero di essersi
comportato da vigliacco.
Aveva lasciato il Warlock senza salutare la ragazza, e
sapeva benissimo perché Aveva temuto di sembrarle sciocco.
Fece una smorfia, ricordando le parole di Samantha: «Non le
sembra di essere un po' antiquato?».
C'era qualcosa di ripugnante in un uomo di mezza età
che concupiva la carne giovane; e lui adesso, probabilmente,
doveva considerarsi un uomo di mezza età: fra sei mesi
avrebbe avuto quarant'anni, non si aspettava di superare gli
ottanta, dunque era giunto a metà strada.
Aveva sempre disprezzato gli ometti grigi, rugosi e quasi
calvi, con grossi sigari, seduti in ristoranti di lusso in
compagnia di ragazze che fingevano di pendere dalle loro
labbra, mentre in realtà sbirciavano i giovanotti.
Con tutto questo era stato un vigliacco. Nel corso delle
settimane erano diventati amici, e certamente Samantha non
si era accorta di averlo turbato durante le lunghe veglie in
plancia. Lei non ne aveva colpa. Non l'aveva incoraggiato in
alcun modo, forse non lo considerava nemmeno un sostituto
del padre, ma semplicemente una persona con cui passare il
tempo nei momenti liberi. A bordo del Warlock era stata
gentile e cordiale con tutti, dal primo ufficiale al cuoco.
Nick avrebbe potuto stringerle la mano, ringraziandola
per la compagnia, ma aveva temuto di commettere qualche
sciocchezza.
Fece un'altra smorfia, immaginando l'aria inorridita di
Samantha mentre le farfugliava una goffa dichiarazione, le
proponeva di prolungare il loro rapporto o di passare a
un'intimità maggiore. Immaginò la sua delusione per la
scoperta che, dietro la facciata dell'uomo maturo, lui non era
altro che un vecchio libidinoso come quelli che sfogliavano
furtivamente le riviste nei porno-shop.
«Lasciamo perdere», aveva deciso. Anche se si sentiva
più in forma adesso che a venticinque anni, per la dottoressa
Samantha Silver era un vecchio.
Probabilmente non si era nemmeno accorta che lui aveva
lasciato la nave, al massimo si sarebbe un po' irritata per la
sua maleducazione, ma fra una settimana avrebbe
dimenticato anche il suo nome. Quanto a lui, lo attendevano
giornate campali. L'immagine del giovane corpo, della
chioma dorata, sarebbe sbiadita fino a divenire la favola che
era in realtà.
Si girò di nuovo e guardò risolutamente avanti.
Bisognava sempre guardare avanti e lasciarsi i rimpianti alle
spalle.
Volarono sopra la Falsa Baia e sopra lo stretto istmo
della penisola del Capo che si protendeva dalla montagna
incappucciata di nubi, passando in dieci minuti dall'oceano
Atlantico all'oceano Indiano.
Quando l'elicottero scese all'eliporto vicino alla Baia
della Tavola Nick vide la folla. Sembrava uno stormo di
avvoltoi in procinto di spolpare la carcassa di un leone.
Mentre saltava a terra, chinando istintivamente la testa
sotto le pale ancora rotanti, la folla si slanciò verso di lui,
ignorando gli sforzi del segnalatore per tenere sgombra
l'area. Era guidata da un omaccione calvo e rubizzo con le
braccia pelose.
«Sono Larry Fry, signor Berg», bofonchiò. «Si ricorda di
me?»
«Salve, Larry.»
Era il direttore locale della Bach Wackie. l'agenzia che
rappresentava Nick.
«Vuole fare qualche dichiarazione alla stampa?»
I giornalisti si accalcavano intorno a Nick, subissandolo
di domande, spingendosi a vicenda, facendo lampeggiare i
flash.
Nick sentì insorgere l'ira, ma la dominò.
«E va bene, signore e signori.» Alzò le braccia ed esibì
lo smagliante sorriso che teneva in serbo per quelle
occasioni. Facevano un lavoraccio ingrato, si disse. Era duro
sopportare ogni giorno la compagnia degli uomini di
successo, stare sempre a caccia di notizie piccanti, per poi
ritrovarsi con l'ulcera e la cirrosi epatica. «Siate leali con me
e io lo sarò con voi.»
Per un attimo pensò che sarebbe stato peggio se lo
avessero ignorato.
«Dove mi ha prenotato la stanza?» chiese a Larry Fry,
poi tornò a volgersi verso i giornalisti. «Fra due ore sarò nel
mio appartamento all'Hotel Mount Nelson. Siete invitati e ci
sarà whisky per tutti.»
I giornalisti risero e arrischiarono qualche domanda, ma
dovettero accettare il compromesso. Se non altro avevano
scattato le fotografie.
Mentre percorrevano il viale fiancheggiato da palme
verso l'albergo vecchiotto e civettuolo, che sorgeva in mezzo
a cinque acri di parco, Nick fu assalito dai ricordi; ma li
scacciò per ascoltare l'elenco di appuntamenti e di questioni
urgenti che Larry Fry gli stava leggendo. La metamorfosi
dell'omone era straordinaria. Quando Nick era venuto a
prendere il comando del Warlock, Fry gli aveva concesso
appena dieci minuti e aveva mandato un sostituto a
completare le pratiche.
A quell'epoca Nick portava un marchio d'infamia, era un
uomo in fase discendente, da sfuggire come un lebbroso.
Larry Fry gli aveva riservato allora soltanto la cortesia
dovuta al comandante di una piccola nave; adesso lo trattava
come un'altezza reale in visita. Era tutto ossequioso, quasi
servile.
«Abbiamo noleggiato un 707 della South African
Airways per portare a Londra i passeggeri della Golden
Adventurer. Di là raggiungeranno le loro destinazioni con
voli commerciali.»

«E per l'ormeggio della Golden Adventurer?»


«La capitaneria deve mandare un ispettore a esaminare
la nave prima di accettarla nel porto.»
«Ha preso gli accordi?» domandò bruscamente Nick.
Il ricupero non poteva considerarsi completo finché il
transatlantico non veniva consegnato ufficialmente alla
compagnia incaricata di effettuare le riparazioni.
«L'ispettore è già partito», lo tranquillizzò Larry Fry.
«Sapremo la decisione prima di sera.»
«Gli assicuratori hanno già scelto un'impresa per le
riparazioni?»
«Andranno alle buste.»
Il direttore dell'albergo accolse Nick sul portico
d'ingresso.
«É un piacere rivederla, signor Berg.» Rinunciò alle
pratiche di registrazione. «Ci penseremo quando il signor
Berg si sarà sistemato.» Poi disse a Nick: «Le abbiamo
riservato lo stesso appartamento».
Nick abbozzò una protesta, ma gli stavano già aprendo
la porta del salotto.
Se la stanza avesse mancato di gusto o di carattere, il
ricordo non sarebbe stato così vivido. Ma, a differenza delle
stanze di plastica e similpelle negli alberghi costruiti dalle
grandi compagnie, questa era arredata con suppellettili
antiche, quadri a olio e fiori. I ricordi erano freschi come i
fiori, ma non altrettanto gradevoli.
Appena furono entrati, squillò il telefono e Larry Fry
alzò il ricevitore, mentre Nick esitava in mezzo alla stanza.
Erano passati due anni dall'ultima volta che l'aveva vista, ma
gli sembravano due giorni, tanto la ricordava bene.
«La capitaneria ha accettato la Golden Adventurer nel
porto», annunciò Larry Fry con un sorriso di trionfo, alzando
i pollici in segno di vittoria.
Nick annuì. Soltanto adesso poteva rilassarsi, dopo
settimane di fatiche estenuanti. Andò nella camera da letto.
Era decorata con una tappezzeria a fiorellini come le tende.
Dal grande letto matrimoniale, ricordò Nick, lo sguardo
poteva spaziare sul parco. Ricordava Chantelle seduta sotto
il baldacchino, con uno scialletto trasparente sulle spalle
candide, che mangiava un crostino spalmato di marmellata e
poi si leccava le dita con la piccola lingua rosea.
Era venuto a negoziare il trasporto di carbone
sudafricano e di minerale ferroso dalle baie di Richards e di
Saldanha al Giappone, e aveva insistito perché Chantelle lo
accompagnasse. Forse presagiva di doverla perdere presto.
«Ma l'Africa è un posto primitivo, Nick. C'è una quantità
di bestiacce che mordono», aveva obiettato lei.
Ma alla fine aveva acconsentito, regalandogli quattro
giorni di felicità perfetta. Erano stati gli ultimi, perché,
sebbene non lo sospettasse ancora, Nick divideva già il letto
e il corpo di Chantelle con Duncan Alexander. In tredici anni
di matrimonio, non si era mai stancato del suo corpo
vellutato.
Anzi, aveva goduto del suo lento e voluttuoso fiorire
nella femminilità matura, illudendosi che appartenesse solo a
lui.
Chantelle era una di quelle poche donne che diventano
più belle con il passare degli anni. Nick era sempre stato
orgoglioso di entrare in una stanza piena di famose bellezze
e vederle scomparire al confronto di sua moglie. A un tratto,
senza motivo, immaginò Samantha accanto a Chantelle. La
grazia giovanile della ragazza sarebbe parsa goffaggine
vicino alla raffinatezza di Chantelle, il suo comportamento
sarebbe parso impacciato, di fronte alla gelida sicurezza di
lei. Un adorabile coniglietto accanto a una pantera.
«Signor Berg, Londra è in linea», lo chiamò Larry Fry
dal salotto, interrompendo il corso dei suoi pensieri.
Nick alzò il ricevitore con sollievo. «Guarda sempre
avanti», si impose. Ma prima di parlare, pensò ancora alle
due donne e si chiese se la chioma dorata di Samantha
sarebbe sbiadita vicino ai lucenti capelli corvini di Chantelle,
se la giovane carnagione avrebbe conservato la sua
trasparenza alabastrina...
«Pronto, parla Berg», disse al telefono.
«Buon giorno, signor Berg. Vuole parlare con il signor
Duncan Alexander della Christy Marine?»
Nick rimase in silenzio per un lungo momento. Nel
silenzio, udì tonfi di porte nell'altra stanza e un crescente
brusio, mentre i giornalisti si radunavano presso l'armadietto
dei liquori.
«É ancora in linea, signor Berg?»
«Sì», rispose seccamente. «Me lo passi.»
«Caro Nicholas, come va?» La voce era carezzevole e
melliflua, con l'accento di Eton e di Oxford, un accento
prezioso, inimitabile.
Non era affettata né indolente, pareva una lama d'acciaio
inguainata nel velluto. Ma Nick aveva già visto quella lama
snudata. «É impossibile tenerti con le spalle a terra, a quanto
pare.»
«Ma tu ci hai provato, Duncan», replicò Nick. «Non
avere rimpianti. Hai fatto il possibile.»
«Non preoccuparti, Nicholas. La vita è troppo breve per
le recriminazioni. É
cominciata una nuova mano, ripartiamo alla pari.»
Ridacchiò. «Accetta almeno i miei complimenti.»
«Accettati», disse Nick. «Che cosa volevi dirmi?»
«La Golden Adventurer è già ormeggiata al molo?»
«Ha avuto il permesso di entrare nel porto. Sarà
ormeggiata entro ventiquattr'ore... e tu prepara il libretto
degli assegni.»
«Spero che non sarà necessario ricorrere ai Lloyd's.
Abbiamo già litigato abbastanza. Cerchiamo di risolvere la
questione in famiglia, Nicholas.»
«Quale famiglia?»
«La Christy Marine, no? Tu, Chantelle, il vecchio Arthur
Christy... e Peter.»
Era un colpo basso. Nick cominciò a tremare come se
avesse la febbre e strinse convulsamente il ricevitore. La
menzione di suo figlio lo aveva sconvolto.
«Non appartengo più alla famiglia.»
«Ne farai sempre parte, invece. É il bene più grande che
hai. E tuo figlio...»
Nick lo interruppe bruscamente. La sua voce era aspra.

«Tu e Chantelle mi avete reso un estraneo. Adesso


trattami come tale.»
«Nicholas...»
«Come principale contraente per il ricupero della Golden
Adventurer, la Ocean Salvage attende un'offerta.»
«Nicholas...»
«Fa' un'offerta.»
«Così, sui due piedi?»
«Aspetto.»
«E va bene. Il consiglio di amministrazione ha studiato a
fondo l'operazione di ricupero. Sono autorizzato a saldare
immediatamente il conto con settecentocinquantamila
dollari.»
Il tono di Nick non mutò.
«Abbiamo fissato un'udienza ai Lloyd's per il 27 del
mese venturo.»
«Nicholas, entro certi limiti l'offerta è trattabile...»
«Parli arabo», lo interruppe Nick. «Le nostre posizioni
sono agli antipodi.
Perdiamo tempo e basta.»
«Nicholas, so quello che senti per la Christy Marine.
Come sai, la compagnia è autoassicurata...»
«Adesso mi fai perdere tempo sul serio.»
«Non ci sono altre parti in causa. Nicholas, non c'è una
grossa società di assicurazione. É la Christy Marine che...»
Nick lo chiamò nuovamente per nome, sebbene gli
scottasse la lingua.
«Mi spezzi il cuore, Duncan. Ci vediamo il 27 del mese
venturo alla corte arbitrale.»
Riagganciò il ricevitore, andò davanti allo specchio, si
ravviò i capelli e si ricompose. Aveva i lineamenti contratti e
gli occhi lampeggianti.
Tuttavia, quando entrò nel salotto dell'appartamento, era
rilassato, affabile e sorridente.
«Bene, signore e signori. Sono tutto vostro.»
Una giornalista bionda, giovane e carina, ma con lo
sguardo prematuramente invecchiato, lo osservò bevendo un
altro sorso di whisky. Poi mormorò con la voce velata:

«Ne sono lieta, tesoro».


^
La Golden Adventurer, ormeggiata alla banchina del
porto di Città del Capo, aspettava il suo turno per entrare nel
bacino di carenaggio.
La Globe Engineering, la compagnia incaricata delle
riparazioni, aveva già firmato il contratto, rilevando la nave
dal primo ufficiale del Warlock. Ma David Allen la
considerava ancora una sua creatura.
Dalla plancia del Warlock, poteva spaziare sul porto e
vedere le candide sovrastrutture brillare al sole d'estate. La
ricordò incrostata di neve e investita dalla tormenta e dalla
furia del mare, rollare sulle immense onde dell'Antartico. Si
gonfiò di orgoglio. Affondò le mani nelle tasche e sibilò
sommessamente, guardando la nave con un sorriso.
La testa grinzosa di Trog fece capolino dalla cabina
radio.
«C'è una chiamata per te da terra», annunciò.
David prese il microfono.
«David?»

«Signorsì.»
Si erse sul busto, riconoscendo la voce di Nick Berg.
«Sei pronto a salpare?»
David sussultò, poi sbirciò l'orologio sulla paratia.
«Abbiamo consegnato il rimorchio un'ora e dieci minuti
fa.»
«Sì, lo so. Quando potrai salpare?»
David fu tentato di rispondere «anche subito», per poi
barare sul tempo. Ma qualcosa gli impedì di mentire a
Nicholas Berg.
«Fra dodici ore», rispose.
«É una piattaforma per ricerche petrolifere, va da Rio al
mare del Nord. Una piattaforma semisommergibile.»
«Signorsì.» David rifletté rapidamente. Per fortuna non
aveva ancora lasciato sbarcare l'equipaggio. Aveva disposto
la franchigia per la una.
Poteva farcela. «Quando verrà a bordo, signore?»
«Io non vengo», rispose Nick. «Sei il nuovo
comandante. Partirò per Londra con il volo delle cinque. Ti
risparmio le raccomandazioni. Il rimorchiatore è tuo,
David.»
«Grazie, signore», balbettò David, arrossendo fino alla
radice dei capelli.
«La Bach Wackie ti comunicherà per telex i particolari
del rimorchio.
Definiremo il tuo contratto in seguito. All'alba di domani
farai rotta per Rio al massimo della velocità economica.»
«Signorsì.»
«Ti ho osservato, David.» Il tono di Nicholas si fece
confidenziale, affabile. «Sei un bravo marinaio. Non
scordartelo.»
«Grazie, signor Berg.»
^
Samantha aveva aiutato per metà del pomeriggio a far
scendere i passeggeri dalla Golden Adventurer e imbarcarli
sui pullman che li avrebbero distribuiti in vari alberghi
cittadini, in attesa del volo charter per Londra.
Aveva salutato con rammarico i suoi numerosi amici,
ricordando quelli che non erano tornati dal capo Alarm: Ken,
che sarebbe divenuto suo amante, e i passeggeri della fatale
zattera numero 16, affidati a lei.
Quando l'ultimo pullman fu partito, con i passeggeri che
salutavano Samantha per l'ultima volta, «Abbi cura di te,
cara!», «Vieni a trovarci, hai capito?», si sentì abbandonata e
derelitta come la nave. Fissò a lungo l'alta fiancata della
nave, osservando i danni prodotti dalle onde e dal ghiaccio.
Infine si avviò stancamente lungo il ciglio del bacino,
ignorando i fischi d'ammirazione e le proposte dei marinai.
Il Warlock le parve accogliente come una casa, ardito e
spavaldo. A un tratto Samantha ricordò che Nick non era più
a bordo e la sua tristezza aumentò.
«Finalmente.» Tim Graham le venne incontro sulla
passerella. «Per fortuna sei tornata. Non sapevo dove
mettere la tua roba.»
«Come sarebbe a dire?» chiese Samantha. «Mi sbattete
fuori?»
«A meno che tu non voglia accompagnarci a Rio.»
Rifletté un momento, poi sorrise. «Non sarebbe una cattiva
idea, no? Il carnevale di Rio, io e te...»

«Non contarci troppo, Timothy», lo interruppe lei.


«Perché Rio?»
«Il comandante...»
«Il capitano Berg?»
«No, David Allen. É il nuovo comandante.»
L'interesse di Samantha svanì.
«Quando partite?»
«A mezzanotte.»
«Vado a far fagotto, allora.»
Lo lasciò sul cassero. Angel la investì mentre passava
davanti alla cambusa.
«Dove ti eri cacciata?» Sembrava agitato, continuava a
gettarsi indietro i capelli. «Ero fuori di me, tesoro.»
«Che cosa c'è, Angel'»
«Forse è troppo tardi.»
«Che cosa c'è?» Percepì la sua ansia. «Dimmelo.»
«Lui è ancora in città.»
«Chi?»
Ma aveva capito benissimo. Soltanto una persona aveva
il potere di eccitarli tanto.
«Non fare l'ingenua, carina. Il tuo cascamorto.» Lei
detestava che Angel si riferisse così a Nick, ma stavolta non
lo interruppe. «Non si tratterrà a lungo. Il suo aereo decolla
alle cinque. Va a Johannesburg e là prende la coincidenza per
Londra.»
Samantha lo fissò.
«Be', che cosa aspetti?» gemette Angel. «Sono quasi le
quattro. Ci vuole mezz'ora per arrivare all'aeroporto.»
Lei non si mosse.
«Ma Angel», disse, torcendosi le mani, «che cosa farò,
quando sarò arrivata?»
Esasperato, Angel scrollò la testa con uno scintillio di
diamanti.
«Santo cielo, carina.» Sospirò. «Da ragazzo avevo due
porcellini d'India.
Nemmeno loro crescevano. Forse erano ritardati o
qualcosa del genere. Le ho provate tutte, anche gli ormoni,
ma sono morti lo stesso. Non hanno mai consumato il loro
amore.»
«Non scherzare, Angel.»
«Potresti tenerlo fermo mentre gli faccio un'iniezione di
ormoni.»
«Ti odio, Angel.»
Nonostante la sua ansia, non poté reprimere una risata.
«Tesoro, il mese scorso hai cercato ogni sera di
infiammarlo con la tua vocetta argentina. Risultato: zero.»
«Lo so, Angel. Lo so.»
«Mi sembra, dolcezza, che sia ora di finirla con le
chiacchiere. Prova a infiammarlo con la tua scatoletta
magica.»
«Sì, nell'atrio dell'aeroporto?» Intrecciò le mani
deliziata, poi assunse un atteggiamento lascivo. «Sono
Sam... prendimi!»
«Sbrigati, piccola, c'è un tassì sulla banchina. Aspetta da
un'ora e il tassametro corre.»
^
Nell'aeroporto Malan di Città del Capo non c'è la sala
d'aspetto di prima classe, così Nick si sedette fra le madri
esauste con i marmocchi frignanti, i turisti carichi di
souvenir come cammelli e gli uomini d'affari dai faccioni
rubicondi; ma era solo in mezzo alla folla. Con inconscia
deferenza, la gente gli fece un po' di spazio e lui si mise la
valigetta diplomatica sulle ginocchia a mo' di scrittoio.
A un tratto pensò alla straordinaria fortuna arrisagli negli
ultimi quaranta giorni, da quando lui aveva riconosciuto la
sua onda ma aveva temuto di non poterla cavalcare.
Un'ombra gli passò davanti agli occhi, e una ruga gli
solcò la fronte quando ricordò lo sforzo che gli era costata la
decisione di ricuperare la Golden Adventurer. Rabbrividì al
pensiero di quello che sarebbe successo se non fosse andato.
Avrebbe perso la sua onda, e non ne sarebbero arrivate altre.
Scrollò la testa, scacciando il ricordo della paura. Aveva
preso la sua onda, la cavalcava con sicurezza. Adesso il
destino era fin troppo generoso: il rimorchio della
piattaforma per il Warlock, da Rio al giacimento Bravo
Sierra, al largo della Norvegia; e subito dopo un altro
rimorchio dal Mare del Nord attraverso il canale di Suez,
fino al nuovo giacimento dell'Australia meridionale. Il
Warlock ne avrebbe avuto per almeno sei mesi. E non
bastava: lo sciopero della Construction Navale Atlantique
era stato scongiurato e il nuovo rimorchiatore sarebbe stato
consegnato con due mesi di anticipo. A mezzanotte gli aveva
telefonato la Bach Wackie, informandolo che anche il
Kuwait e il Qatar stavano considerando l'idea di ricavare
acqua dolce dagli iceberg, con l'intenzione di realizzare il
progetto al più presto. Avrebbe dovuto costruirsi altri due
rimorchiatori, se voleva partecipare.
«Non mi resta che vincere al totocalcio», pensò. A un
tratto alzò gli occhi e sussultò come se avesse ricevuto un
pugno nel plesso solare.
Lei era sulla soglia dell'atrio. Il vento le aveva
scompigliato i capelli e alcuni riccioli d'oro le sfuggivano
dalla crocchia, carezzandole le guance.
Era affannata come se avesse corso e si comprimeva il
petto con le dita spalancate fra i seni. Era guardinga,
timorosa, incerta. La sua agitazione era così palese che Nick
depose la valigetta e balzò in piedi.
Lei lo vide subito e si illuminò di gioia. Nick esitò,
stupito, mentre Samantha gli correva incontro.
Urtò un grasso turista facendolo barcollare. Una pioggia
di pacchi e di sculture indigene cadde sul pavimento.
Il turista sbuffò con ira, ma come le diede un'occhiata, la
sua espressione si raddolcì.
«Mi scusi!»
Samantha si chinò a raccogliere un pacco, glielo ficcò
fra le braccia, gli rivolse un luminoso sorriso e si allontanò,
seguita dal suo sguardo indulgente.
Ma adesso era tornata padrona di sé. Rallentò il passo e
procedette con la sua tipica andatura ancheggiante. Il suo
sorriso era un po' meno incerto, mentre si scostava le ciocche
d'oro dal viso.
«Credo di aver sentito la tua mancanza.»
Si fermò davanti a lui.
«É successo qualcosa?» le chiese Nick, allarmato dal
suo comportamento.
«Oh, no», si affrettò a tranquillizzarlo lei. «Niente di
speciale.»
All'improvviso ridivenne timida e impacciata. «Ho solo
sentito la tua mancanza», aggiunse sommessamente.
Distolse lo sguardo. «Non mi hai nemmeno salutata.»
«Mi è sembrato meglio.»
Ora gli occhi di Samantha lo scrutarono in viso,
scintillando di fuoco verde.
«Perché?» gli chiese.
Nick non riuscì a trovare una risposta.
«Non volevo...»
Come poteva dirglielo, senza rivelare ciò che li avrebbe
imbarazzati entrambi?
Gli altoparlanti dell'aerostazione cominciarono a
gracidare.
«La South African Airways annuncia la partenza
dell'aerobus per Johannesburg, volo 235. I passeggeri sono
pregati di portarsi all'uscita numero 2.»
Il tempo stringeva. «Sono Sam... prendimi, ti prego!»
pensò, reprimendo l'impulso di ridacchiare. Disse invece:
«Nicholas, domani sarai a Londra. In pieno inverno».
«É un pensiero confortante», convenne lui, e per la
prima volta sorrise.
Il suo sorriso le fece piegare le ginocchia.
«Domani, o al massimo dopodomani, farò il surf al capo
St Francis», soggiunse Samantha.
Ne avevano già parlato, durante le loro veglie incantate.
Nick le aveva detto d'aver praticato il surf sulla spiaggia di
Waikiki, molto prima che lo sport diventasse di moda. Era
una delle loro esperienze in comune, una parte del loro
amore per il mare, che li faceva sentire ancora più vicini.
«Divertiti», le augurò lui.
Il capo St Francis si trova settecentocinquanta chilometri
a nord di Città del Capo. É uno degli innumerevoli
promontori in diecimila chilometri di splendida costa, ma
unico al mondo. I giovani e gli aspiranti tali vi si recano in
pellegrinaggio per cavalcare le lunghe onde. Vengono dalle
Hawaii e dalla California, da Tahiti e dal Queensland, perché
da nessun'altra parte si trovano onde simili.
Al cancello d'uscita, la coda si stava accorciando. Nick
si chinò a raccogliere la valigetta, e lei gli posò una mano sul
braccio.
Era la prima volta che lo toccava apposta, e Nick ne fu
profondamente turbato. Tutte le emozioni che aveva cercato
di negare lo assalirono all'improvviso, centuplicate. Soffriva
per lei. Soffriva di desiderio e di passione.
«Vieni con me, Nicholas», bisbigliò Samantha.
Lui non poté rispondere, aveva un nodo alla gola. Si
limitò a fissarla. La hostess presso il cancello stava già
sbirciando intorno, alla ricerca dei passeggeri mancanti.
Doveva convincerlo. Gli strinse ansiosamente il braccio,
stupita dalla compattezza dei muscoli.
«Nicholas, voglio che tu mi accompagni.»
Una vampata di rossore le salì al viso, facendo brillare le
sue lentiggini come polvere d'oro e a un tratto, come per
magia, lei si ritrovò tra le sue braccia. Cercò di seppellirsi
nella sua stretta, respirando il suo odore maschio. Fu stupita
dalla morbidezza della sua bocca, dalla durezza della barba
che gli copriva il mento e le guance. Gli si avvinghiò
mormorando più che parole, suoni dolci e inarticolati.
«Passeggero Berg. Il passeggero Berg è pregato di
presentarsi al cancello d'uscita», disse l'altoparlante.
«Mi chiamano», disse Nick.
«Possono mettersi in coda», sussurrò lei sulle sue labbra.
^
Il sole si addiceva a Samantha. Lo indossava come un
mantello tessuto per lei. Lo portava sui capelli scintillanti
come gemme, lo usava per dipingersi tutta d'ambra e di
miele, lo rifletteva in lentiggini d'oro sul naso e sulle guance.
Si muoveva al sole con grazia, scalza sulla sabbia
bianca, ostentando sfrontatamente i fianchi e le natiche sotto
il triangolino verde del bikini.
Si stendeva al sole come una gattina assonnata, offrendo
il viso e il ventre all'astro fiammeggiante. Sembrava che
facesse le fusa.
Correva al sole lungo la battigia, leggera come un
alcione in volo, e lui le correva accanto per miglia. Erano
soli in un mondo di mare verde, di sole e di cieli sconfinati.
La spiaggia si stendeva a perdita d'occhio, bianca e liscia
come le nevi dell'Antartide, senza tracce di vita umana, e lei
rideva alla luce del sole, tenendolo per mano mentre
correvano insieme.
Scoprirono una profonda pozza fra gli scogli in un luogo
lontano e segreto.
La luce riverberata dall'acqua le danzò sul corpo, mentre
si toglieva i due pezzi del bikini, si scioglieva i capelli e
scendeva nella pozza, girandosi a guardarlo. La chioma le
spioveva fin quasi ai fianchi, folta e fluente, le ammantava le
spalle lasciando intravedere i capezzoli. I suoi seni,
risparmiati dal sole, erano bianchi e rosa, così opulenti che
lui si stupì di averla considerata una bambina. Quando notò
la direzione del suo sguardo, lei gettò indietro le spalle e
rise.
Tornò a girarsi verso la pozza, mostrando le natiche
candide e rotonde.
Mentre si chinava per tuffarsi, un ciuffetto di riccioli
dorati fece capolino nel punto dove la profonda fessura fra le
natiche si biforcava nelle cosce abbronzate.
Nell'acqua cristallina, il suo corpo era caldo come il
pane appena sfornato, freddo e caldo a un tempo. Quando
Nick glielo disse, lei gli intrecciò le mani dietro al collo.
«Sono Sam, il ghiaccio bollente. Mangiami!» rise.
Le goccioline scintillavano sulle sue ciglia come
brillanti.
Erano soli anche in mezzo alla gente, per loro non
esisteva nessun altro.
Fra le persone venute da tutto il mondo per cavalcare le
lunghe onde del capo St Francis, ce n'erano parecchie che
Samantha aveva conosciuto in Florida e in California, in
Australia e nelle Hawaii, dove l'avevano condotta i suoi
viaggi di studio e il suo amore per la vita marina.
«Ehi, Sam!» gridavano, abbandonando le tavole per il
surf sulla sabbia e correndole dietro.
Erano giovanotti alti, muscolosi e cotti dal sole. Lei
abbozzava un sorrisetto vago, stringendo più forte la mano
di Nick, e rispondeva distrattamente alle loro chiacchiere,
cogliendo il primo pretesto per svignarsela.
«Chi era?»
«É strano ma non ricordo. Non so dove e quando l'ho
conosciuto.»
Ed era vero. Riusciva a concentrarsi soltanto su Nick.
Gli altri lo capivano e li lasciavano subito soli.
Nick non prendeva il sole da un anno. Il suo corpo era
color avorio antico, in contrasto con i folti peli neri che gli
coprivano il ventre e il petto.
Alla fine del primo giorno di sole, l'avorio si era mutato
in rosso cupo.
«Ti sei scottato», osservò lei.
Ma il mattino dopo, il suo corpo e le membra erano
divenuti bruni come il mogano. Lei scostò le lenzuola con
meraviglia, sfiorandolo con la punta delle dita.
«Sono fortunato. Ho una pellaccia da bufalo»,
commentò lui.
Divenne ogni giorno più scuro, finché non fu bronzeo
come un indiano d'America. Gli zigomi pronunciati
accentuavano la somiglianza.
«Devi avere sangue indiano», gli disse lei, carezzandogli
il naso con la punta del dito.
«Conosco solo due generazioni della mia famiglia»,
replicò Nick sorridendo.
«Preferisco non risalire oltre.»
Samantha si sedette sopra di lui e cominciò a esplorarlo.
Gli sfiorò la bocca e i lobi delle orecchie, gli carezzò le
sopracciglia, il piccolo neo sulla guancia, le labbra, con
gridolini di stupore a ogni scoperta.
Lo toccava anche a passeggio, gli strisciava l'anca contro
la gamba. Sulla spiaggia, si sedeva fra le sue ginocchia e gli
si appoggiava al petto. Pareva che volesse continuamente
assicurarsi della sua presenza.
Mentre aspettavano le onde, seduti a cavalcioni delle
loro tavole, gli sfiorava la spalla, bilanciandosi sull'asse
come una cavallerizza. Erano spiritualmente vicini, isolati
dai trenta o quaranta appassionati di surf in attesa delle onde
lungo il litorale.
La sponda era una lontana striscia verde scuro sopra
l'acqua azzurra, le montagne erano sagome azzurrognole che
si confondevano con l'azzurro del cielo, dove veleggiavano
maestosi cumuli bianchi.
«É il posto più bello del mondo», disse lei, accostando la
tavola per toccargli la coscia con il ginocchio.
«Perché ci sei tu», osservò lui.
L'acqua saliva e scendeva, sembrava che respirasse
come una creatura vivente. Le onde scivolavano pigre verso
la spiaggia.
Tradito dall'impazienza, un novellino avrebbe preso
l'onda sbagliata, inginocchiandosi sulla tavola e remando
con le mani, per poi rizzarsi goffamente in piedi e perdere
l'equilibrio quando l'onda lo abbandonava, fra i lazzi degli
altri surfisti.
Finalmente venne il fatidico grido:
«Tre onde!»
Le tavole furono rapidamente messe in posizione. I
surfisti si distanziarono fra di loro, ridendo e stuzzicandosi a
vicenda mentre le onde si profilavano all'orizzonte, lontane
ancora quattro miglia ma ben visibili.
Filando a cinquanta miglia all'ora, sarebbero arrivate in
cinque minuti, e nel frattempo Samantha eseguì i preparativi
di rito. Dapprima si tirò su le mutandine del bikini che erano
scivolate un poco, scoprendo l'inizio del solco fra le natiche.
Poi strinse il reggipetto, sistemando i seni nelle coppe.
Sorrise a Nick.
«Che cos'hai da guardare?»
«Hai ragione, rischio l'infarto.»
Infine prese due forcine e le tenne in bocca mentre
annodava più strettamente la sua treccia, lasciandola
penzolare sulla schiena. Si appuntò sopra le orecchie le
ciocche sfuggenti.
«Tutto a posto?» le gridò lui.
Samantha chiese:
«Prendiamo la terza?»
La terza onda era di solito la più grossa. Lasciarono
passare la prima e caddero nel cavo. Metà degli altri surfisti
la prese. Le loro teste spuntavano sopra la cresta, e la terra
era celata dalla parete d'acqua.
Venne la seconda onda, più grossa e più potente. La
maggior parte dei surfisti rimasti si lasciò portare, due o tre
vacillarono sulla ripida parete, persero le tavole e furono
trascinati sott'acqua quando le funicelle legate alle caviglie si
tesero.
«Andiamo!» esultò Samantha.
Venne la terza onda, verde e ripida. Nella parete d'acqua
trasparente nuotavano quattro delfini. Si dirigevano con le
code piatte e sembrava che ridessero di felicità.
«Oh, guarda!» gridò Samantha. «Guarda, Nicholas!»
L'onda torreggiò su di loro, e remarono freneticamente
con le mani. Per un attimo temettero che l'onda li
abbandonasse, ma a un tratto le tavole divennero vive e
cominciarono a filare inclinate verso il basso, sibilando
sull'acqua.
Entrambi si erano rizzati e ridevano al sole,
bilanciandosi sulle tavole. La cresta li sollevò in alto, videro
la distesa della spiaggia tre miglia più avanti, le file degli
altri surfisti sulle due onde gemelle che erano passate poco
prima.
Un delfino giocò con loro sulla cresta. Si tuffò sotto le
tavole e si coricò sul fianco per sogghignare a Samantha.
Chinatasi, lei allungò una mano per carezzarlo, perse
l'equilibrio e per poco non cadde mentre il delfino le
sogghignava maliziosamente e si tuffava per riemergere
dall'altra parte a pancia in su.
Ora, alla loro destra, l'onda sentiva la terra e cominciava
a piegarsi su se stessa. La cresta si curvò in avanti, rimase
graziosamente inarcata per un lungo momento, poi crollò
lentamente.
«A sinistra», gridò Nick.
Fecero girare le tavole e danzarono sulle prue tozze,
flettendo le ginocchia per governare lo scafo in corsa.
Fendettero obliquamente la parete verde dell'onda, inseguiti
dalla cresta ricurva.
Adesso, alla loro sinistra, l'acqua formava una parete
verticale.
Sbirciandola, Samantha vide il delfino che le nuotava
accanto, dimenando vigorosamente la grande coda. La
maestosità e la forza dell'onda la sgomentarono.
«Nicholas!» strillò.
L'onda si curvò sopra la sua testa, coprendo il cielo,
oscurando la luce del sole. Ora filavano in una galleria
d'acqua ruggente. Le pareti erano lisce come vetro, la luce
era verde e magica come in una profonda caverna
sottomarina. Più avanti, alla fine della galleria c'era
un'apertura perfettamente rotonda, mentre alle loro spalle la
galleria crollava in uno scroscio tonante d'acqua bianca.
Benché fosse atterrita, Samantha non era mai stata così
felice.

Nick le gridò:
«Dobbiamo uscire prima del crollo».
La sua voce quasi si perse nel ruggito dell'acqua, ma lei
si spostò docilmente sulla punta della tavola, piegando le
dita dei piedi sull'orlo.
Per un lungo momento mantennero la distanza, poi,
lentamente cominciarono a guadagnare. Finalmente
schizzarono attraverso l'imboccatura della galleria e si
ritrovarono alla luce del sole. Samantha rise pazzamente, in
reazione al recente terrore.
Oltrepassarono il bassofondo e l'onda si stabilizzò,
lasciandosi dietro un merletto di spuma bianca.
«A destra!» gridò lei, per restare nella parte più potente
dell'onda.
Fecero girare le tavole e tornarono indietro, fendendo la
parete scoscesa.
Con il ventre e le cosce bagnati dagli spruzzi, Samantha
si equilibrava a braccia allargate, imitando
inconsapevolmente i movimenti di una danzatrice balinese.
Il delfino le nuotava accanto come un cagnolino.
Finalmente l'onda sentì la spiaggia e impazzì. Ricadde
su se stessa con un boato, mordendo furiosamente la sabbia.
Nick e Samantha abbandonarono l'onda, scivolarono dietro
la cresta e caddero presso le tavole, ridendo e ansando per
l'eccitazione, la paura e la gioia.
Samantha era una creatura marina e aveva un debole per
i frutti di mare.
Spezzava le gambe dei crostacei e ne succhiava
rumorosamente il midollo, con la bocca sporca di salsa,
senza distogliere gli occhi da Nick.
Al lume di candela, ingoiava le enormi ostriche Knysna
e poi leccava il succo rimasto nei gusci.
«Parli con la bocca piena.»
«Ho troppe cose da dirti», ribatteva lei.
Samantha rideva. Sapeva ridere in un'incredibile varietà
di modi, dalla risatina sonnacchiosa del mattino, quando si
svegliava e trovava Nick accanto a sé, alla risata selvaggia in
cui prorompeva sulla cresta di un'onda in corsa.
E amava. Nonostante il visetto innocente e gli occhi
ingenui, usava le mani e la bocca con una perizia maliziosa
che sconcertava Nick.
«E pensare che volevo partire alla chetichella perché
temevo di traviarti.»
Scrollò la testa, ancora incredulo.
«Ho scritto una tesi sull'argomento», replicò gaiamente
lei, arricciandogli con l'indice i peli del petto umidi di
sudore. «Ma questa era soltanto una dimostrazione. Adesso
passiamo al trattamento completo.»
Il corpo di Nick era per lei una continua fonte di
scoperte. Lo toccava e lo esaminava centimetro per
centimetro, prorompendo in gridolini di stupore, senz'ombra
d'imbarazzo. Si prendeva la sua mano in grembo e la
studiava, seguendo i solchi del palmo con la punta
dell'indice.
«Conoscerai una bellissima bionda, avrai quindici figli e
vivrai centocinquant'anni.»
Gli sfiorò con la punta della lingua le piccole rughe
intorno agli occhi e agli angoli della bocca, lasciandogli
fresche tracce di saliva sulla pelle.
«Ho sempre voluto un vero uomo tutto per me.»
Poi quando l'esame si fece più intimo e Nick protestò, lei
gli disse severamente:

«Sta' fermo. É una questione privata fra me e lui».


E più tardi:
«Santo cielo! É veleno!»
«Veleno?» chiese Nick offeso nella sua virilità.
«Sì», sospirò lei. «Mi ha appena uccisa!»
Quindi si offrì al suo tocco e al suo esame. Guidò le sue
mani, esibendosi con entusiasmo.
«Guarda, tocca, è tuo... tutto tuo.» Voleva la sua
approvazione, non riusciva a dargli abbastanza per
soddisfare il proprio desiderio di dare. «Lo vuoi, Nicholas?
Ti piace? Vuoi qualcos'altro, Nicholas? Che cosa posso
darti?»
Quando le disse com'era bella, quando le disse come la
desiderava, quando toccò e ammirò i doni che gli offriva, lei
s'illuminò, si stese e fece le fusa come una grande gatta
dorata. Nick non fu stupito di apprendere che il suo segno
zodiacale era il Leone.
Samantha era amabile alle prime luci dell'alba. Tenera e
assonnata, tutta sussurri e risatine sommesse.
Era amabile alla luce del sole, stesa come una stella
marina al riverbero rovente delle dune di sabbia. La sabbia le
ammantava il corpo come cristalli di zucchero. Guardavano
estasiati i gabbiani che ruotavano sopra di loro con le ali
immobili.
Era amabile nell'acqua verde e fresca. Le loro teste
danzavano oltre la prima linea dei frangenti quando Nick
toccava appena il fondo sabbioso con la punta dei piedi e lei
gli si avvinghiava ridendo di gioia.
Ed era amabile di notte, con i capelli spazzolati con cura
e sparsi su di lui, lucenti e fragranti, simili a un baldacchino
d'oro. Gli s'inginocchiava a fianco con venerazione quasi
religiosa.
Ma, più di tutto, Samantha era giovane, vibrante e piena
di vita.
Per mezzo suo, Nick risentì le emozioni che aveva
creduto spente dal cinismo e dal pragmatismo della vita.
Partecipò al suo stupore fanciullesco per le piccole
meraviglie della natura, il volo di un gabbiano, la presenza
di un delfino, la scoperta della conchiglia di un nautilo sulla
sabbia bianca, con la rara creatura ancora viva nelle volute
dell'interno.
Partecipò alla sua indignazione quando anche quelle
spiagge remote e solitarie furono contaminate dal petrolio.
Le petroliere avevano sciacquato le cisterne nella corrente
delle Agulhas e i grumi di greggio si appiccicavano alle
piante dei piedi, chiazzavano gli scogli, insozzavano le
carcasse dei pinguini che trovavano sulla battigia.
Samantha era la vita stessa. Bastava toccarla e udirla
ridere per sentirsi ringiovaniti. Camminarle accanto
significava sentirsi forti e vitali.
Abbastanza forti per le lunghe giornate al mare e al sole,
abbastanza forti per danzare buona parte della notte alla
musica assordante, e poi abbastanza forti per prenderla in
braccio quando vacillava e portarla nel bungalow sulla
spiaggia come una bimba assonnata.
«Oh, Nicholas, Nicholas... sono così felice che vorrei
piangere.»
^
Un giorno arrivò Larry Fry. Era indignato, paonazzo e
furibondo come un marito tradito.
«Quindici giorni», tuonò. «Londra, Bermude e St.
Nazaire mi hanno fatto impazzire per quindici giorni!»
Sventolò i foglietti dei telex. «Nessuno sapeva dove si fosse
cacciato. Era semplicemente sparito.» Ordinò un gin tonic al
barista e si accasciò stancamente sullo sgabello accanto a
Nick. «Se vuole saperlo, signor Berg, a momenti lei mi
costava il posto. La gente cominciava a sospettare che
l'avessi assassinata e avessi nascosto il suo cadavere. Ho
dovuto assumere un investigatore privato per controllare i
registri di tutti gli alberghi sudafricani.»
Bevve una lunga sorsata di gin.
In quel momento Samantha entrò nel bar. Indossava un
ampio vestito verde come i suoi occhi e un rispettoso
silenzio scese nella sala mentre gli avventori la guardavano.
Larry Fry la fissò a bocca aperta, dimenticando la sua
indignazione. Il suo cranio luccicante s'imperlò di
goccioline.
«Dio buono», borbottò. «Ecco l'antidoto per il mal di
fegato.»
La sua ammirazione divenne costernazione quando lei si
accostò a Nick, gli posò una mano sulla spalla e lo baciò a
lungo sulla bocca.
Un sospiro collettivo si levò dalla sala, e Larry Fry scolò
il suo gin d'un fiato.
^
«Dobbiamo partire», decise Samantha. «Non possiamo
restare qui, Nicholas, altrimenti sciuperemo tutto. É stato
bellissimo, ma adesso dobbiamo partire.»
Nick la capì. Anche lei aveva l'istinto di andare sempre
avanti. Nel giro di un'ora, prese a nolo un bimotore
Beechcraft Baron. Vi salirono nella piccola spianata vicino
all'albergo e scesero all'aeroporto Jan Smuts di Johannesburg
un'ora prima che il volo UTA partisse per Parigi.
«Finora ho sempre viaggiato nel retrobottega», disse
Samantha, girando lo sguardo per la cabina di prima classe.
«É vero che qui si può mangiare e bere gratis finché si
vuole?»
«Sì», rispose Nick. Si affrettò ad aggiungere: «Ma non
considerarla una sfida».
Ormai conosceva l'appetito di Samantha.
Passarono la notte al George V di Parigi e il mattino
dopo presero il volo TAT per Nantes, l'aeroporto più vicino a
St. Nazaire. Jules Levoisin li accolse all'aeroporto Chateau
Bougon.
«Nicholas!» esclamò giovialmente. Si alzò in punta di
piedi a baciarlo sulle guance, avvolgendolo in una nube
fragrante d'acqua di Colonia e brillantina.
«Sei un pirata, Nicholas, mi hai fregato la nave sotto il
naso. Ti odio.» Si scostò. «Te l'avevo detto di lasciarla stare,
no?»
«Sicuro, Jules, sicuro.»
«E allora perché mi hai menato per il naso?» chiese,
arricciandosi i baffi.
Indossava un costoso abito di cachemire e portava una
cravatta Yves St.
Laurent. Jules era sempre un damerino, a terra.
«Ti offrirò una colazione alla Rotisserie, Jules», gli
promise Nick.

«Ti perdono», disse lui.


La Rotisserie era uno dei suoi ristoranti preferiti. In quel
momento si accorse che Nick non era solo.
Indietreggiò e contemplò a lungo Samantha. Sembrava
che gli garrissero intorno i tricolori mentre una banda
suonava la Marsigliese. Se la galanteria è lo sport nazionale
francese, Jules Levoisin ne era un campione.

Si chinò a baciarle la mano, punzecchiandola con i


baffoni neri. Poi disse a Nicholas:
«É troppo bella per te, mon petit. Te la vorrei rubare».
«Come hai fatto con la Golden Adventurer?» chiese
serafico Nick.
Nel parcheggio c'era la vecchia Citroen di Jules, lustra e
piena di ninnoli penzolanti. Aiutò Samantha a sedersi sul
sedile anteriore come se la macchina fosse una Rolls
Camargue.
«É simpatico», bisbigliò Samantha, mentre Jules faceva
il giro per salire dall'altra parte.
Non poteva concentrarsi nello stesso tempo sulla strada
e su Samantha, così si concentrò solamente su di lei, pur
guidando alla velocità massima. Ogni tanto si voltava per
gridare «cochon!» a un altro automobilista o per mostrare il
pugno con l'indice alzato.
«Il suo trisavolo ha partecipato alla carica della
cavalleria napoleonica a Quattre Bras», spiegò Nick. «Jules
è un uomo senza paura.»
«La Rotisserie le piacerà», disse Jules a Samantha. «Ci
mangio solamente quando un riccone ha un favore da
chiedermi.»
«Chi ti ha detto che voglio un favore?» chiese Nick dal
sedile posteriore, aggrappandosi alla maniglia della portiera.
«Tre telegrammi, una telefonata dalle Bermude e un'altra
da Johannesburg.»
Jules ridacchiò, strizzando l'occhio a Samantha. «E
dovrei credere che Nicholas Berg voglia solamente parlarmi
dei vecchi tempi? Dovrei credere che sentiva la nostalgia del
suo vecchio amico e maestro? Di un uomo che lo ha trattato
come un figlio e che lui ha sfacciatamente imbrogliato?»
Attraversò il ponte sulla Loira e s'ingolfò nel traffico di
Nantes. Riuscì miracolosamente a trovare un varco.
In place Briand, aiutò Samantha a scendere dalla
Citroen. Quando si furono seduti nel ristorante, gonfiò le
guance e sbuffò mentre Nick discuteva la lista dei vini con il
sommelier. Ma annuì con riluttante approvazione quando si
accordarono per un Chablis Moutonne e un Chambertin
Clos-de-Bèze, poi si dedicò con lo stesso gusto al cibo, al
vino e a Samantha.
«Se una donna è fatta per la vita e per l'amore, si vede da
come mangia.»
Samantha gli rivolse uno sguardo lascivo sopra la trota,
e Nick si aspettò di sentirlo cantare come un gallo.
Soltanto quando fu servito il cognac ed entrambi ebbero
acceso i sigari, Jules gli domandò:
«Adesso sono di buon umore, Nicholas. Spara».
«Ho bisogno di un comandante per il mio nuovo
rimorchiatore», disse Nick.
Jules celò il viso dietro una cortina di fumo
azzurrognolo. La loro schermaglia continuò per tutta la
strada da Nantes a St. Nazaire.
«Le navi che costruisci non sono rimorchiatori,
Nicholas. Sono giocattoli, bordelli galleggianti. Con tutti
quei marchingegni...»
«Quei marchingegni, Jules, mi hanno permesso di
accordarmi con la Christy Marine a tua insaputa.»
Jules sbuffò, borbottando fra sé:
«Ventiduemila cavalli, c'est ridicule! É potenza
sprecata...»
«Mi sono serviti tutti, quando ho disincagliato la Golden
Adventurer dal capo Alarm.»
«Non ricordarmi quel vergognoso episodio, Nicholas.»
Si rivolse a Samantha.
«Ho fame, ma petite, e nel prossimo villaggio c'è una
patisserie.» Si baciò la punta delle dita con un sospiro. «I
nostri dolci la faranno impazzire.»

«Mi metta alla prova», lo invitò Samantha.


Jules aveva trovato un'anima gemella.
«Eliche a passo variabile... puah!» commentò,
masticando una pasta.
Aveva i baffi sporchi di crema.
«Posso fare venticinque nodi, poi ingranare la
retromarcia e fermare il Warlock quasi di colpo.»
Jules cambiò tattica e attaccò da un'altra direzione.
«Non troverai mai abbastanza lavoro, per due
rimorchiatori così costosi.»
«Fra poco me ne serviranno quattro», ribatté Nick.
«Andremo a prendere iceberg.» Jules smise di masticare e
ascoltò per dieci minuti. «Un vantaggio del mio piano è che i
miei rimorchiatori opereranno sulle rotte delle petroliere, le
rotte più battute di tutti i mari.»
«Nicholas», disse Jules, scrollando la testa con
ammirazione, «ti muovi troppo in fretta per me. Sono
vecchio, all'antica...»
«Lei non è vecchio», replicò Samantha. «É nel pieno
della maturità.»
Jules allargò teatralmente le braccia.
«Una bella ragazza che adula i capelli grigi.» Guardò
Nick. «Non illudiamoci troppo.»
^
Il mattino dopo nevicava. La neve fioccava rada e
leggera mentre si recavano a St. Nazaire da La Baule, un
villaggio costiero venticinque chilometri più a nord sulla
costa dell'Atlantico.
Jules aveva un appartamentino a La Baule. Era una
sistemazione conveniente, perché La Mouette, il suo
rimorchiatore, apparteneva a una compagnia bretone e St.
Nazaire era il suo porto di base. In venticinque minuti di
macchina giunsero agli eleganti archi del ponte sospeso che
attraversa l'estuario della Loira a St. Nazaire.
Jules guidò la Citroen nelle viuzze della zona portuale
sotto il ponte, dove si trovavano i cantieri della Construction
Navale Atlantique, uno dei tre colossi europei nell'industria
delle costruzioni navali.
Gli scali di alaggio per le navi più grandi, le gru e le
officine si trovavano sulla sponda del fiume, ma i cantieri
delle navi più piccole erano nel porto interno.
Jules parcheggiò la Citroen presso il cancello del porto
interno e andarono da Charles Gras, che li aspettava nel suo
ufficio prospiciente il bacino.
«Sono lieto di rivederti, Nicholas.»
Gras, uno degli ingegneri più importanti dell'Atlantique,
era alto, un po'
ingobbito, assai pallido, con la capigliatura nera e
ribelle. Aveva i tipici lineamenti affilati dei parigini, e gli
occhi vivaci contrastavano con la sua espressione
malinconica. Conosceva Nick da anni.
Quando fu presentato a Samantha, parlò in un inglese
dall'accento marcato.
Ma tornò al francese quando chiese a Nick:
«Vuoi vedere subito la tua nave, n'est-ce pas?»
Il Sea Witch si ergeva sulle armature. Sebbene fosse il
gemello del Warlock, con la carena allo scoperto sembrava
alto il doppio. La sovrastruttura era ancora incompleta e la
vernice antiruggine gli conferiva un aspetto tetro, ma era
impossibile non restare colpiti dalla bellezza funzionale e
simmetrica della sua linea.

Jules sbuffò borbottando «bordello», fece qualche


osservazione riguardo all'«ammiraglio Berg e la sua
corazzata», ma non poté celare il brillìo dei suoi occhi
quando salì sulla plancia, o quando ascoltò le spiegazioni di
Charles Gras sulle attrezzature elettroniche e sugli altri
strumenti che avrebbero reso la nave veloce, efficiente e
manovrabile.
Nick capì che doveva lasciare soli i due esperti, in modo
che potessero convincersi a vicenda. Sebbene si vedessero
per la prima volta, era chiaro che s'intendevano
perfettamente.
«Vieni.»
Prese Samantha per un braccio e la condusse in coperta
passando fra i ponteggi e i gruppi di operai al lavoro.
Non nevicava più, ma un vento pungente soffiava
dall'Atlantico. Trovarono un angolo riparato e Samantha si
strinse a Nick, rannicchiandosi fra le sue braccia.
Dall'alto del Sea Witch si dominava la foresta di gru e le
officine che si stendevano fino alla sponda del fiume, dove
venivano impostate le chiglie delle grandi navi.
«Ti ho parlato della Golden Dawn», disse Nick.
«Eccola.»
Samantha non capì subito che stava guardando una nave.

«Dio mio», bisbigliò. «Com'è grande.»


«É la più grande del mondo», convenne lui.
La struttura di acciaio era lunga più di duemila metri, e
lo scafo alto come un edificio di cinque piani, sovrastato
dalla torretta di navigazione che si ergeva per un'altra
trentina di metri.
Samantha scrollò la testa.
«Incredibile. Sembra una città! E dovrebbe galleggiare?»
«É soltanto lo scafo principale. Le cisterne sono state
costruite in Giappone. L'ultima volta che ne ho sentito
parlare, erano rimorchiate verso il Golfo Persico.» Guardò la
nave, socchiudendo gli occhi contro il vento gelido.
«Dovevo essere uscito di senno», mormorò, «per
concepire un mostro del genere».
Ma nel suo tono c'era una sfumatura di orgoglio.
«É immensa. Supera ogni immaginazione», osservò lei,
incoraggiandolo a parlare. «Quant'è grande, precisamente?»
«Non è un unico blocco», le spiegò Nick. «Nessun porto
al mondo potrebbe ospitare un colosso del genere. Non
potrebbe avvicinarsi agli Stati Uniti, per esempio. I fondali
sono troppo bassi.»
«E allora?»
Samantha amava ascoltarlo, amava sentire la forza delle
sue convinzioni.
«Quelli che vedi sono la piattaforma di carico, gli
alloggi e la sala macchine.» La strinse a sé. «A questa
struttura saranno attaccate quattro cisterne, ciascuna capace
di contenere duecentocinquantamila tonnellate di greggio.
Ogni cisterna è grossa quasi come le più grandi petroliere
attualmente in esercizio.»
Quando si sedettero per fare colazione, le stava ancora
spiegando il concetto. Charles Gras e Jules Levoisin
pendevano dalle sue labbra.
«Uno scafo rigido di tali dimensioni non potrebbe
resistere ai marosi.» Le diede l'esempio con l'ampolliera
dell'olio e dell'aceto.
Ma quattro cisterne snodate possono muoversi
indipendentemente l'una dall'altra. Così assorbono l'impatto
delle onde. É il principio fondamentale di una nave. Lo scafo
deve cavalcare le onde, non contrastarle.» Charles Gras
annuì gravemente. «Le cisterne sono attaccate sotto lo scafo
principale come remore al corpo di uno squalo. Non usano i
loro sistemi di propulsione. É lo scafo principale, con le sue
caldaie multiple e le quattro eliche, che le porta attraverso gli
oceani.» Spinse l'ampolliera sulla tavola e tutti lo guardarono
affascinati. «Quando arriva nelle acque continentali, davanti
al porto di scarico, lo scafo principale getta le ancore,
quaranta o cinquanta, anche cento miglia al largo. Una o due
cisterne si staccano e superano le ultime miglia con i loro
mezzi. Ovviamente l'operazione dovrà essere effettuata in
condizioni meteorologiche ottimali. Poi le cisterne vuote,
opportunamente zavorrate, tornano ad agganciarsi allo scafo
principale.»
Mentre parlava, Nicholas tolse la saliera dall'ampolliera
e la spinse vicino al piatto di Samantha. I due francesi
rimasero in silenzio, guardando la saliera d'argento, ma
Samantha osservò il viso di Nick. Era magro, bello e
abbronzato, esprimeva una vitalità prorompente. Samantha
fu orgogliosa di lui, orgogliosa della sua personalità che
incatenava l'attenzione degli altri, orgogliosa della sua
fantasia e del suo coraggio, indispensabili per concepire un
progetto di tale portata. Anche se il progetto non dipendeva
più da lui, era pur sempre una sua creazione.
Nick riprese a parlare.
«Per la nostra civiltà, il petrolio è come una droga. Guai
se le venisse a mancare. La crisi di astinenza sarebbe
spaventosa. Visto che ci è indispensabile, pompiamolo dalla
terra e trasportiamolo con ogni precauzione per proteggerci
dagli effetti collaterali...»
«Nicholas», lo interruppe bruscamente Charles Gras,
«quando hai visto per l'ultima volta i disegni della Golden
Dawn?»
Nick esitò, colto alla sprovvista. Finalmente rispose:
«Ho lasciato la Christy Marine più di un anno fa».
Al ricordo di quei giorni, il suo sguardo si rannuvolò.
«Un anno fa non avevamo ancora firmato il contratto per
la costruzione della Golden Dawn.» Charles Gras rigirò il
calice di vino fra le dita. «La nave che hai descritto è molto
diversa da quella che stiamo costruendo.»
«In che senso, Charles?»
Nick si oscurò in viso.
«Il concetto è lo stesso. La nave madre e le quattro
cisterne. Ma...»
Scrollò le spalle. «Sarà meglio che lo veda tu stesso.
Quando avremo finito di mangiare.»
«D'accord», approvò Jules Levoisin. «Purché possiamo
gustarci in santa pace questo delizioso pranzetto.» Diede di
gomito a Nicholas. «Se mangi così arrabbiato, mon vieux, ti
verrà l'ulcera.»
Vista dal basso, la Golden Dawn sfiorava il cielo come
una montagna d'acciaio. Gli uomini che lavoravano ad
altezza vertiginosa sulle impalcature parevano insetti.
Mentre Samantha li guardava, una piccola nube grigia,
soffiata dal vento verso il bacino della Loira, passò sulla
nave celando per un momento la plancia.
«Tocca le nuvole», disse Nick, e si rivolse a Charles
Gras chiedendo con orgoglio: «Non è bella? É proprio la
nave che ho progettato...»
«Vieni, Nicholas.»
Il gruppetto passò attraverso la confusione del cantiere.
Lo strepito delle gru, il rombo dei carrelli elevatori, il
crepitio elettrico delle enormi saldatrici, uniti ai tuoni delle
macchine ribaditrici, formavano una cacofonia assordante.
Lo scafo era avvolto da una foresta quasi impenetrabile di
ponteggi e di carrucole. L'acciaio e il cemento brillavano di
umidità ed erano incrostati di ghiaccio.
Dovettero camminare a lungo nel cantiere affollato.
Occorsero quasi venti minuti solo per girare intorno alla
poppa. A un tratto Nick si fermò bruscamente e Samantha
andò a sbattergli contro. Sarebbe caduta sul cemento gelato
se Nick non l'avesse sorretta mentre osservava l'immensa
poppa.
Sporgeva sopra di loro, simile alla volta di una
cattedrale. Nick arrovesciò la testa e le strinse il braccio con
tanta forza che lei protestò. Ma lui non le prestò attenzione.
Continuò a guardare.
«Sì», annuì Charles Gras. I capelli neri gli ricaddero
sulla fronte. «Qui il tuo progetto ha subito una modifica.»
L'elica era di bronzo, a sei pale, ciascuna bella e
simmetrica come un'ala di farfalla, ma così gigantesca che il
paragone era ridicolo. Nemmeno la mole della Golden Dawn
riusciva a rimpicciolire l'elica. Ogni pala era più lunga e più
larga dell'ala di un jumbo jet, una ciclopica scultura di
metallo lucente.
«Una», mormorò Nick. «Una sola.»
«Sì», confermò Charles Gras. «Non quattro eliche, ma
una. E a passo invariabile, Nicholas.»
Entrarono nel montacarichi in silenzio e salirono fino al
ponte principale lungo la fiancata dello scafo. Sebbene il
vento li tormentasse crudelmente nella gabbia aperta, il loro
silenzio non era dovuto al freddo.
La sala macchine era un antro rimbombante illuminato
dai riflettori. Dalla passerella d'acciaio lo sguardo spaziava
sulla caldaia e sui condensatori, venti metri più in basso.
Nick rimase in contemplazione per quasi cinque minuti.
Non fece domande, non espresse giudizi. Alla fine si rivolse
a Charles Gras e annuì seccamente.
«Va bene. Ho visto abbastanza», disse.
L'ingegnere li condusse all'ascensore. Salirono ancora.
Sembrava di trovarsi in un moderno palazzo di uffici:
l'ascensore scintillava di acciaio cromato, i corridoi erano
tappezzati di moquette. Charles Gras li condusse attraverso
la plancia, fino all'alloggio del comandante. Aprì la porta di
mogano scolpito con una chiave attaccata alla catena
dell'orologio.
Jules Levoisin girò lo sguardo nell'appartamento e
scrollò la testa con ammirazione.
«Questa sì che è una cabina», commentò. «Nicholas,
dovresti arredare così anche il salotto del comandante sul
Sea Witch.»
Nick non sorrise, si accostò alla finestra e guardò il
ponte della petroliera, che si stendeva fino alla prua tozza.
Guardò con le mani dietro la schiena, le gambe divaricate, le
mascelle contratte. Nessuno parlò mentre Charles Gras
apriva l'armadietto dei liquori e versava il cognac nei
panciuti bicchieri di cristallo. Porse un bicchiere a Nick, che
si scostò dalla finestra.

«Grazie, Charles. Ho proprio bisogno di un goccio.»


Sorseggiò il cognac e lo tenne in bocca mentre
osservava la lussuosa cabina.
Occupava quasi metà della plancia, ed era così grande
che avrebbe potuto ospitare un ricevimento diplomatico.
Duncan Alexander aveva commissionato l'opera a un buon
arredatore, e senza la vista dalle finestre, ci si sarebbe creduti
in un elegante appartamento della Fifth Avenue a New York
o in un attico sulla collina di Montecarlo.
Nick attraversò lentamente lo spesso tappeto verde
decorato con le lettere C
e m incatenate, le iniziali della Christy Marine, e si
fermò davanti al Degas in mostra sopra il caminetto di
marmo.
Ricordò la gioia di Chantelle per l'acquisto del quadro.
Rappresentava un balletto, il soggetto preferito di Degas. Le
membra delicate e i lievi tutù delle ballerine sembravano
quasi luminescenti. Chantelle non si era mai stancata di
ammirarlo nel corso degli anni, e Nick si stupì che l'avesse
prestato a una nave della compagnia, dove chiunque avrebbe
potuto rubarlo.
Valeva duecentocinquantamila sterline.
Lo guardò da vicino e soltanto allora notò che si trattava
di una copia.
Scrollò la testa.
«I proprietari sono stati avvertiti che la salsedine
avrebbe potuto danneggiare l'originale», disse Charles Gras,
allargando le braccia in un gesto di scusa. «Poche persone
sono in grado di notare la differenza.»
Era tipico di Duncan Alexander, pensò Nick con ira.
L'idea era certamente sua. Riteneva di poter sempre gabbare
il prossimo.
Tutti sapevano che Chantelle possedeva il quadro, perciò
nessuno avrebbe dubitato della sua autenticità. Questo
doveva essere stato il ragionamento di Duncan Alexander.
Non poteva essere un'idea di Chantelle. Non aveva mai
tollerato le copie o le imitazioni. Il fatto che Alexander
l'avesse convinta ad attuare quel meschino artificio era
un'altra prova del potere che esercitava su di lei.
Nick accennò alla copia con il bicchiere e parlò a
Charles Gras.
«É un inganno», disse reprimendo a stento la collera,
«ma è innocuo».
Quindi, con un ampio gesto che abbracciava tutta la
nave, continuò: «Ma questa frode è colossale». Tacque un
momento per dominarsi e riprese in tono più calmo: «É un
gioco d'azzardo immorale e pericoloso. Alexander ha
stravolto tutto il progetto. Un'elica invece di quattro. Non si
può manovrare con sicurezza uno scafo simile in condizioni
d'emergenza, non si ha spinta sufficiente per evitare una
collisione, per tenere la nave al largo da una sponda
sottovento, per affrontare le burrasche». S'interruppe.
Quando parlò di nuovo, la sua voce era più bassa e vibrante.
«Questa nave non può essere azionata da una caldaia sola. É
contro ogni legge morale e naturale. Il mio progetto
prevedeva otto caldaie e otto condensatori, il numero fissato
per i vecchi transatlantici della White Star e della Cunard
Lines. Ma Duncan Alexander ha fatto installare una caldaia
sola. Manca il dispositivo di sicurezza, il sistema sussidiario.
Basterebbe un po' d'acqua marina nella sala macchine per
bloccare la nave.» Tacque bruscamente, folgorato da un
nuovo timore. «Charles», chiese con asprezza, «Alexander
ha modificato anche il progetto delle cisterne? Non ci ha
messo lo zampino? Dimmi, vecchio mio, hanno ancora le
loro eliche, non è vero?»
Charles Gras accennò a versargli ancora un po' di
Courvoisier. Al rifiuto di Nick, disse:
«Prendi, Nicholas. Fra poco ne avrai bisogno». Mentre
gli versava il cognac, spiegò: «É stato modificato anche il
progetto delle cisterne». Inspirò a fondo e disse tutto d'un
fiato: «Non hanno più le loro unità di propulsione. Adesso
non sono altro che chiatte inerti. Per manovrarle occorrono
dei rimorchiatori».
Nick lo fissò con le labbra strette.
«No. Non ci credo. Nemmeno Duncan può...»
«Duncan Alexander ha risparmiato quarantadue milioni
di dollari ridisegnando la Golden Dawn, munendola di una
sola elica e di una sola caldaia.» Charles Gras scrollò
nuovamente le spalle. «E quarantadue milioni di dollari non
sono uno scherzo.»

^
Il sole invernale penetrava le nubi, ravvivando con la sua
luce pallida il verde dei campi presso il Tamigi.
Confusi in una fila di genitori infreddoliti, Samantha e
Nick guardavano il mucchio di ragazzi in lotta, con i loro
maglioncini colorati: neroazzurri quelli di Eton, bianconeri
quelli di St Paul. Ma i colori erano quasi scomparsi sotto il
fango.
«Che cosa fanno?» chiese Samantha, stringendosi il
bavero del cappotto sulle orecchie.
«Si chiama mischia», le spiegò Nick. «Serve per
decidere quale squadra lancerà la palla per prima.»
«Non c'è un sistema più semplice?»
A un tratto il mucchio si mosse e la viscida palla ovale
volò in una lunga parabola. Fu acchiappata da un ragazzo
con i colori di Eton, che spiccò immediatamente la corsa.
«É Peter, vero?» gridò Samantha.
«Forza, Peter!» ruggì Nick.
Il ragazzo corse a testa alta, stringendosi la palla al petto.
Corse veloce, a lunghe falcate, evitò un gruppo di avversari
e piegò verso la linea di meta, nel tentativo di arrivare
all'angolo prima che un ragazzone assai più robusto di lui lo
intercettasse.
Samantha cominciò a saltellare, gridando come
un'ossessa. Non capiva niente della partita, ma la sua
eccitazione contagiò Nicholas.
I due corridori convergevano a una velocità che li
avrebbe portati simultaneamente sulla linea bianca, proprio
davanti a Nick e Samantha.
Nick vide i lineamenti contratti di suo figlio e capì che
era impegnato al massimo. Sentì un empito di orgoglio
mentre guardava il ragazzo correre disperatamente con i
muscoli del collo tesi e i denti scoperti nello sforzo.
Sin dall'infanzia, Peter Berg aveva affrontato ogni
compito con tutte le sue energie. Come suo nonno, il vecchio
Arthur Christy, e come suo padre, era un vincente nato. Nick
lo capì d'istinto, guardandolo correre. Aveva ereditato
l'intelligenza, la bellezza e il carisma, ma soprattutto
l'incoercibile volontà di riuscire in qualsiasi cosa facesse, la
capacità di concentrare ogni sua risorsa sullo scopo. Era un
ragazzo in gamba, più che in gamba.
Con uno sforzo supremo, Peter Berg aveva guadagnato
un passo sul suo robusto avversario, e ora si curvava con la
palla fra le mani, tendendo le braccia per deporre la palla
oltre la linea e segnare la meta.
Era a tre metri da Nick, a un secondo dal successo, ma il
ragazzo di St Paul si tuffò urtandolo brutalmente sul petto.
Lo scaraventò fuori del terreno di gioco, mentre la palla
rotolava lontano. Peter cadde sulle ginocchia, fece una
capriola e rimase bocconi sull'erba bagnata.
«Meta!»
Samantha continuava a saltellare.
«No», disse Nick. «Niente meta.»
Peter Berg si rialzò. Aveva una guancia striata di fango e
le ginocchia sbucciate.
Non si guardò le ferite. Ignorò la mano tesagli dal
ragazzo di St Paul e tornò nel campo zoppicando. Sfuggì lo
sguardo di suo padre, e le lacrime che gli velavano gli occhi
non erano di dolore, ma d'umiliazione e di rabbia. Suo figlio
gli assomigliava, pensò Nick. Anche per lui la coscienza del
fallimento era più penosa di qualsiasi dolore fisico.
Dopo la fine della partita, Peter venne da Nick e gli
strinse solennemente la mano. Era chiazzato di sangue e
fango.
«Sono felice che sia venuto, signore», disse. «Ma avrei
preferito che ci vedesse vincere.»
Nick avrebbe voluto dire: «Non importa, Peter, è
solamente un gioco». Ma non lo disse. Per Peter Berg era
una questione importante. Così gli presentò Samantha.
Peter le strinse solennemente la mano e la chiamò
«signora». Ma quando lei disse: «Ciao, Pete. Una partita
fantastica, meritavi di batterli», il ragazzo sorrise. Il suo
sorriso repentino e irresistibile le ricordò tanto quello di
Nick, che lei sentì un colpo al cuore. Non appena Peter fu
andato a fare la doccia e a cambiarsi, strinse il braccio di
Nick.
«É un gran bel ragazzo, ma ti chiama sempre 'signore'?»
«Sono tre mesi che non lo vedo. Ci occorre un po' di
tempo per rilassarci.»
«Tre mesi sono lunghi.»
«Lo hanno stabilito gli avvocati. Il diritto di visita.
L'interesse del ragazzo non coincide con quello dei genitori.
Oggi ho avuto un permesso speciale da Chantelle, ma devo
riportarglielo alle cinque. Non alle cinque e mezzo, alle
cinque.»
Andarono a prendere il tè da Cockpit e Peter stupì di
nuovo Samantha aiutandola compitamente a sedersi. Mentre
aspettavano di essere serviti, Nick e Peter cominciarono a
conversare. Erano imbarazzati entrambi.
«Tua madre mi ha mandato una copia della tua pagella,
Peter. Mi congratulo con te.»
«Speravo di far meglio. Sono appena il quarto nella
graduatoria.»
Samantha pativa per loro. Peter Berg aveva dodici anni.
Lei avrebbe voluto che gettasse le braccia al collo di Nick,
che gli dicesse: «Ti voglio bene, papà». Il suo affetto era
evidente, anche sotto i modi compassati che la scuola gli
aveva inculcato. Brillava nei suoi occhi castani, ombreggiati
da folte ciglia nere, e illuminava il suo volto dalle guance
morbide e lisce come quelle di una fanciulla.
Sentì il bisogno di aiutarli, e d'impulso cominciò a
raccontare il ricupero della Golden Adventurer,
sottolineando con enfasi l'opera del comandante del
Warlock, senza dimenticare il salvataggio di Samantha
Silver dalle acque ghiacciate dell'Antartico.
Peter ascoltò con gli occhi spalancati. Ogni tanto
chiedeva: «É vero, papà?»
Quando il racconto fu finito, rimase in silenzio per un
lungo momento.
Finalmente annunciò:
«Quando sarò grande, comanderò un rimorchiatore
anch'io».
Poi mostrò a Samantha come spalmare correttamente la
marmellata di fragole sui dolci da tè. Mentre mangiavano di
gusto, divennero rapidamente amici e Nick si unì ai loro
discorsi con maggior disinvoltura. Ringraziò Samantha con
un sorriso e le strinse la mano sotto la tavola.
Ma alla fine venne l'ora di andare.
«Senti, Peter, se dobbiamo essere a Lynwood per le
cinque...»
Il ragazzo si fece subito serio.
«Non potresti telefonare alla mamma, papà? Forse mi
lascerà passare il fine settimana a Londra con te.»
«Ho già provato.» Nick scosse la testa. «Non
servirebbe.»
Peter si alzò, celando i suoi sentimenti sotto
un'espressione rassegnata.
Dal sedile posteriore della Mercedes coupé di Nick, il
ragazzo sporgeva la testa fra i due sedili anteriori. Si
sentivano vicinissimi e ridevano come vecchi amici.
Era quasi buio, quando Nick svoltò nel viale di
Lynwood. Sbirciò il quadrante luminoso dell'orologio.
«Ce l'abbiamo fatta.»
Il viale correva con larghe svolte fra i boschi della
collina verso una grande villa di campagna neoclassica con
tutte le finestre illuminate.
Ogni volta che si recava là, Nick era assalito da un senso
di vuoto. Un tempo era stata la sua casa. I ricordi lo
tormentarono mentre parcheggiava la macchina sotto le
colonne bianche del portico.
«Ho finito il modello dello Spitfire che mi hai mandato
per Natale, papà.»
Peter cercava disperatamente di guadagnare tempo.
«Vuoi venire a vederlo?»
«Temo che...» cominciò Nick.
Peter lo interruppe.
«Non preoccuparti, zio Duncan non c'è. Venerdì sera
resta a Londra fino a tardi. La sua Rolls non è ancora nel
garage.» Aggiunse, con un tono che gli spezzò il cuore: «Per
favore. Non ti vedrò più fino a Pasqua».
«Vai», disse Samantha a Nick. «Ti aspetto qui.»
Peter si rivolse a lei.
«Vieni anche tu, Sam. Ti prego.»
Samantha bruciava di curiosità. Voleva vedere la casa,
conoscere meglio il passato di Nick. Notando la sua
esitazione, scese d'impulso dalla Mercedes.

«D'accordo, Pete. Andiamo.»


Nick dovette seguirli su per l'ampia scalinata, fino al
portone. Si sentiva in balia degli eventi. Non era abituato a
una sensazione simile.
Quando fu entrata nell'atrio, Samantha si guardò intorno
con il fiato mozzo.
La casa era superba: non c'erano altre parole per
descriverla. Lo scalone, di marmo bianco con una balaustra
di marmo, saliva fino al terzo piano. Su ogni lato dell'atrio,
grandi porte a vetri si aprivano sui saloni di ricevimento.
Ma Samantha non ebbe il tempo di notare i particolari,
perché Peter la prese per mano e la condusse sulle scale di
corsa, mentre Nick li seguiva più lentamente nella stanza del
ragazzo.

Lo Spitfire occupava il posto d'onore, su una mensola


sopra il letto di Peter. Il ragazzo lo prese e lo mostrò con
orgoglio. Nick e Samantha lo esaminarono con la debita
ammirazione. Alle loro lodi, Peter s'illuminò di gioia.
Quando scesero, erano tristi per l'imminente
separazione. A un tratto si fermarono in mezzo all'atrio,
udendo una voce che veniva dal salotto a sinistra.
«Peter, caro.»
Una donna si stagliava sulla soglia. Era ancora più bella
di quanto Samantha la ricordasse in fotografia.
Peter andò docilmente da lei.
«Buona sera, mamma.»
La donna si chinò su di lui, gli prese il viso fra le mani e
lo baciò teneramente. Poi si raddrizzò tenendoselo al fianco,
quasi a ribadire i suoi diritti sul ragazzo.
«Nicholas», disse, inclinando il capo sulla spalla, «ti
trovo bene. Sei abbronzato e in gran forma».
Chantelle Alexander era poco più alta di suo figlio, ma
la sua presenza radiosa sembrava riempire tutta la casa. I
suoi capelli erano neri, vaporosi e lucenti. Aveva ereditato la
carnagione candida e i grandi occhi neri della bella
aristocratica persiana che il vecchio Arthur Christy aveva
sposato per la sua ricchezza e amato con passione.
Era leggiadra. I suoi piedini spuntavano da sotto l'orlo di
una lunga gonna di seta verde cupo, e la delicata manina che
stringeva quella di Peter era ornata da uno smeraldo grosso
come una nocciola.
Girò la testa sul collo aggraziato. Quando guardò
Samantha, i suoi occhi assunsero il taglio lievemente obliquo
di una moderna Nefertiti.
Le due donne si studiarono per un breve momento. Con
la testa fieramente eretta, Samantha scrutò gli occhi neri e
liquidi. Si capirono all'istante. Fra di loro scoccò come una
scintilla, poi Chantelle sorrise e l'impossibile accadde:
divenne ancora più bella.
«Posso presentarti la dottoressa Silver?» cominciò Nick,
ma Peter tirò la mano di sua madre.
«Ho mostrato il mio modellino a Sam. É una biologa
marina, insegna all'università di Miami...»
«Non ancora, Pete», lo corresse Samantha. «Ma dammi
tempo.»
«Buona sera, dottoressa Silver. Ha fatto una conquista, a
quanto pare.»
Chantelle lasciò in sospeso l'ambigua osservazione e si
rivolse a Nick. «Ti aspettavo, Nicholas. Sono contenta di
poterti parlare.» Sbirciò nuovamente Samantha. «Vuole
scusarci per qualche minuto, dottoressa Silver? É una
questione importante. Peter sarà felice di farle compagnia.
Come biologa, troverà senza dubbio interessanti i suoi
porcellini d'India.»
Impartì gli ordini con tanta grazia, con tanta classe, che
Peter prese Samantha per mano e la condusse via senza
obiettare.
A Lynwood si usava discutere le questioni importanti
nella biblioteca.
Chantelle precedette Nick e si accostò subito allo
scaffale girevole che celava l'armadietto dei liquori, quindi
cominciò a mescergli un drink. Lui ebbe l'impulso di
fermarla. Il rituale gli evocava troppi ricordi, ma invece
rimase a guardare in silenzio i movimenti delicati e precisi
delle sue mani che versavano la giusta dose di Chivas Regal
nel bicchiere di cristallo, aggiungendo la soda e un cubetto
di ghiaccio.

«Che ragazza carina, Nicholas.»

Lui non rispose. Sullo scrittoio Luigi Quattordici c'era


una fotografia di Duncan Alexander e Chantelle in una
cornice d'argento. Nick distolse lo sguardo, poi andò davanti
al caminetto, dando il dorso al fuoco come aveva fatto così
spesso. Chantelle gli portò il bicchiere e restò vicina a lui
guardandolo. La sua fragranza lo colmò di nostalgia. Le
aveva comprato Calèche un mattino di primavera a Parigi.
Scacciò il ricordo a fatica.
«Di che cosa volevi parlarmi? Di Peter?»
«No. Peter l'ha presa meglio di quanto sperassimo.
Detesta ancora Duncan, ma...» Si scostò con una scrollata di
spalle. Nick aveva dimenticato com'era snella la sua vita.
Avrebbe potuto ancora stringerla nelle mani. «Non so come
dirtelo, Nicholas. Si tratta della Christy Marine. Mi serve il
consiglio di una persona fidata.»
«Ti fidi di me?»
«É strano, vero? Eppure mi fido ciecamente.» Gli tornò
accanto. Era vicinissima, ora, e il suo profumo lo stordiva.
Nick sorseggiò il whisky per distrarsi. «Non ho il diritto di
chiedertelo, Nicholas, ma so che non rifiuterai.»
Lo stava stregando. Nick sentiva l'incantesimo calare su
di lui come una rete.
«Sono sempre stato un debole, lo sai.»
Lei gli sfiorò il braccio.
«Non essere amaro, Nicholas, ti prego.»
Lo guardò negli occhi.
«Come posso aiutarti?» chiese Nick.
Il tocco di Chantelle lo turbava. Lei se ne accorse e per
un attimo gli strinse il braccio più forte. Poi ritrasse la mano
e sbirciò l'orologino d'oro bianco che portava al polso.
«Duncan arriverà fra poco, e devo farti un lungo
discorso. Non potremmo vederci a Londra la settimana
ventura?»
«Chantelle», cominciò lui.
«Ti prego, Nicky.»
Nicky, soltanto lei lo chiamava così. Era troppo
familiare, troppo intimo.
«Quando?»
«Martedì mattina devi vedere Duncan per discutere
l'arbitrato della Golden Adventurer.»
«sì.»
«Vuoi chiamarmi a Eaton Square, quando avrai finito?
Aspetterò vicino al telefono.»
«Chantelle...»
«Non posso rivolgermi a nessun altro, Nicky.»
Non era mai riuscito a dirle di no, pensò con amarezza.
Anche per questo, forse, l'aveva persa.
^
Il motore della Mercedes era silenzioso. Si udiva
soltanto il sibilo dell'aria che scorreva lungo la carrozzeria.
«Accidenti a questi sedili. Non vanno bene per fare
l'amore». disse Samantha.

«Fra un'ora saremo a casa.»


«Non resisto più», bisbigliò Samantha con la voce
velata. «Voglio starti più vicino.»
Rimasero in silenzio, mentre s'ingolfavano nel traffico di
Hammersmith.
«Peter è formidabile. Se avessi dieci anni, darei in
cambio tutte le mie bambole.»
«Ho idea che lui darebbe in cambio il suo Spitfire.»
«Quanto manca?»
«Ancora mezz'ora.»
«Mi sento minacciata, Nicholas.» La sua voce era venata
di panico. «Ho un brutto presentimento.»
«Sciocchezze.»
«É stato troppo bello... per troppo tempo.»
^
James Teacher era il socio anziano dello studio Salmon,
Peters e Teacher, gli avvocati cui Nick aveva affidato la
tutela della Ocean Salvage. Nella City era considerato uno
dei massimi esperti di diritto marittimo, e aveva fama di
essere un mastino. Calvo e rubicondo, era così piccolo che i
suoi piedi non toccavano nemmeno il fondo della Bentley.
Lui e Nick avevano discusso nei minimi dettagli dove
sarebbe avvenuto l'incontro preliminare con la Christy
Marine. Alla fine avevano deciso di andare alla montagna,
ma James Teacher aveva insistito per usare la sua Bentley
color cioccolata, invece di prendere un tassì.
«Qui si tratta di salmone affumicato, signor Berg, non di
noccioline.»
La sede della Christy era un vecchio edificio annerito
dallo smog in Leadenhall Street, il cuore dell'industria
marittima britannica. Quasi di fronte sorgeva Trafalgar
House, e un centinaio di metri più in là c'erano i Lloyd's di
Londra. Il portiere attraversò il marciapiede per far scendere
Nick dalla macchina.
«É un piacere rivederla, signor Berg.»
«Ciao, Alfred. Hai avuto cura della bottega?»
«Certamente, signore.»
Il tassì con i due soci di James Teacher e le loro borse
rigonfie si fermò dietro alla Bentley. Il gruppetto si riunì sul
marciapiede, davanti all'ingresso della Christy. I tre avvocati
si aggiustarono le bombette e mossero risolutamente
all'attacco.
Nell'atrio, il portiere li affidò a un impiegato in attesa
dietro a una scrivania.
«Buongiorno, signor Berg. Ha un aspetto magnifico,
signore.»
Salirono lentamente in un vecchio ascensore. Nick non
si era mai risolto a sostituirlo con uno dei rapidi ascensori
moderni. L'impiegato li fece scendere all'ultimo piano.
«Prego, signori, seguitemi.»
Entrarono in un'anticamera comunicante con la sala di
riunione. Era una stanza grande, con le pareti coperte da
pannelli di legno. Sulla parete di fondo campeggiava il
ritratto del vecchio Arthur Christy, con la mascella sporgente
e i penetranti occhi neri sotto le sopracciglia bianche e
cespugliose. Il fuoco ardeva nel caminetto, e sulla tavola
centrale c'erano caraffe di sherry e di madera, un'usanza del
vecchio. Ma James Teacher e Nick rifiutarono seccamente.
Aspettarono in silenzio, presso la porta dell'ufficio del
presidente.
Passarono esattamente quattro minuti prima che la porta
fosse spalancata e comparisse Duncan Alexander.
Saettò lo sguardo per la sala e lo soffermò subito su
Nick. Si fissarono a lungo senza parlare.
Gli avvocati presso Nick indietreggiarono e gli uomini
alle spalle di Duncan attesero, senza entrare nell'anticamera.
Ma si bevvero la scena: nei giorni a venire, tutta la City
avrebbe parlato dell'incontro.
Duncan Alexander era un uomo di avvenenza
eccezionale, assai alto, almeno cinque centimetri più di
Nick, ma snello come un ballerino. E del ballerino aveva
anche la coordinazione dei movimenti. Il viso era sottile, con
il mento prominente e un reticolo di rughe intorno agli occhi
e agli angoli della bocca. I capelli folti, di un biondo
metallico, sebbene discretamente lunghi sopra le orecchie,
erano così curati che ogni ciocca sembrava scolpita.
Aveva la pelle liscia e abbronzata, o dalla lampada a
quarzo o dalle vacanze in montagna a Gstaad, dove
Chantelle aveva uno chalet. Quando sorrise, esibì una
chiostra di denti smaglianti, ma gli occhi rimasero gelidi
come quelli di un cecchino in agguato.
«Nicholas», disse, senza avanzare né tendere la mano.
«Duncan», disse Nick con calma, senza ricambiare il
sorriso.
Duncan Alexander si aggiustò i risvolti della giacca. Il
suo abito, di lana finissima, aveva un taglio perfetto, con
qualche tocco frivolo: gli spacchi laterali della giacca, i
doppi risvolti delle tasche e il gilet di velluto color prugna.
Sfiorò i bottoni del panciotto con la punta delle dita, un altro
gesto nervoso: erano i soli segni della sua inquietudine.
Nick continuò a fissarlo, cercando di inquadrarlo
spassionatamente. E ora, per la prima volta, intuì com'erano
andate le cose. Duncan Alexander aveva il fascino del
leopardo. Era comprensibile che le donne perdessero la testa
per lui, specialmente le donne ricche e annoiate, alla ricerca
del brivido e dell'avventura. Duncan aveva eseguito la sua
danza del cobra e Chantelle l'aveva guardato come un
uccello ipnotizzato, finché era caduta dal ramo; o almeno,
così, riteneva Nick. Era divenuto più saggio, adesso. Più
saggio e più cinico.
«Prima di cominciare», disse, dominando la collera,
«vorrei parlarti cinque minuti in privato».
«Ma certo.» Duncan mosse la testa e i suoi tirapiedi si
ritirarono precipitosamente, sgombrando la soglia dell'ufficio
presidenziale.
«Accomodati.»
Si fece da parte per lasciarlo entrare. L'arredamento era
stato rinnovato completamente, e Nick batté le palpebre per
lo stupore: tappeti bianchi, mobili di cristallo e acciaio
cromato, quadri astratti alle pareti. Il soffitto era abbassato
da una grata, e una serie di faretti orientabili proiettava
disegni di luce sulle pareti e sul soffitto. Non era un
miglioramento, pensò Nick.
«La settimana scorsa sono stato a St. Nazaire.»
Si girò a fronteggiare Duncan Alexander che stava
chiudendo la porta.

«Lo so.»
«Ho visto la Golden Dawn.»
Duncan Alexander aprì un portasigarette d'oro e lo offrì
a Nick, e quando questi rifiutò con un cenno, prese una
sigaretta per sé Erano sigarette speciali, fabbricate su
ordinazione.
«Charles Gras ha abusato della sua autorità», disse
Duncan. «La Golden Dawn non è aperta ai visitatori.»
«Non mi stupisco. Evidentemente ti vergogni della
trappola mortale che stai costruendo.»
«Invece tu mi stupisci, Nicholas.» Duncan sorrise di
nuovo. «L'hai progettata tu.»
«Sai benissimo che non è vero. Hai preso l'idea e l'hai
modificata. Duncan, non puoi mandare quel...» cercò la
parola, «quel mostro in mare con una sola unità di
propulsione e una sola elica. É troppo rischioso».
«Te lo dico solamente perché un tempo lavoravi qui»,
Duncan abbracciò la stanza con un gesto, «e perché voglio
farti notare i difetti del tuo progetto.
L'idea non era male, ma hai sciupato tutto con quelle
aggiunte assurde. Cinque unità di propulsione indipendenti e
una foresta di caldaie. Era antieconomico, Nicholas».
«I conti tornavano.»
«I costi di costruzione sono aumentati, da quando hai
lasciato la Christy Marine. Ho dovuto correggere il
progetto.»
«Dovevi lasciar perdere tutto quanto, se non potevi
affrontare la spesa.»
«Oh, no, Nicholas. Ho fatto qualche modifica.
Ricupererò il capitale in un anno, in barba alla crisi. E nei
suoi cinque anni di vita, la petroliera frutterà duecento
milioni di dollari.»
«La nave che ho progettato io sarebbe durata trent'anni»
replicò Nick.
«Sarebbe stata l'orgoglio della flotta.»
«L'orgoglio è un lusso troppo caro. Non costruiamo più
dinastie, dobbiamo semplicemente vendere il trasporto del
greggio.» Il tono di Duncan era paternalistico. Strascicava il
suo impeccabile accento, mettendo in risalto la loro
differenza d'origine. «I miei obiettivi sono cinque anni di
durata e duecento milioni di profitto, poi venderemo lo scafo
ai greci o ai giapponesi.
Ho già previsto tutto.»
«Sei sempre stato un artista del prendi-e-scappa»,
convenne Nick. «Ma in questo caso il lusso non c'entra. Le
navi non sono frutta e verdura. Il mare non è la bancarella di
un mercato.»
«Non sono d'accordo. Il principio è lo stesso: c'è il
venditore e l'acquirente.»
«Le navi sono creature viventi. Il mare è il campo di
battaglia degli elementi.»
«Andiamo, Nicholas, non crederai a queste fantasie
romantiche.» Duncan cavò un orologio d'oro dalla tasca del
panciotto e lo aprì per leggere il quadrante. Era un'altra delle
sue affettazioni. Nick ne fu irritato. «Qui fuori ci aspettano
dei signori, se non sbaglio. Il loro tempo costa caro.»
«Metti in pericolo la vita dei marinai.»
«Sono pagati profumatamente.»
«Metti in pericolo anche la vita del mare. Dovunque
vada, la Golden Dawn sarà un potenziale...»
«Per amor del cielo, Nicholas. Per duecento milioni di
dollari vale ben la pena di correre qualche rischio.»
«E va bene.» Nick annuì. «Lasciamo perdere le
bazzecole come la vita umana e parliamo della cosa più
importante: i quattrini.»
Duncan scrollò la testa aristocratica con un sospiro,
sorridendogli come se fosse un bambino recalcitrante.
«Ho già considerato questo aspetto. In ogni particolare.»
«Non avrai la qualifica A1 da parte dei Lloyd's. Non
potrai assicurare quella nave, a meno che non l'assicuri tu
stesso, come hai fatto con la Golden Adventurer. Se ti
sembra una buona idea, aspetta che io abbia incassato i miei
diritti di ricupero.»
Il sorriso di Duncan Alexander divenne una smorfia, e le
sue guance avvamparono sotto l'abbronzatura.
«Non mi serve la qualifica dei Lloyd's. Se la volessi,
l'avrei sicuramente, ma mi sono già accordato con
assicuratori europei e orientali.»
«Anche contro il pericolo d'inquinamento? Se quella
sacca di greggio si sfascia davanti all'Europa o all'America,
ti chiederanno almeno mezzo miliardo di dollari. Chi è
disposto a coprire un rischio simile?»
«La Golden Dawn è registrata in Venezuela e non ha
un'unità gemella che le autorità possano sequestrare, come
hanno fatto con la Torrey Canyon. A chi manderanno il
conto? A una compagnia sudamericana defunta? No,
Nicholas, la Christy Marine non sborserà un centesimo per
l'inquinamento.»
«Non riesco a crederci, anche se ti conosco.» Nick lo
fissò. «Stai parlando come se niente fosse della possibilità...
anzi, della probabilità che un milione di tonnellate di greggio
finisca in mare.»
«La tua indignazione è commovente. Sul serio.
Comunque, Nicholas, ti ricordo che questa faccenda riguarda
la famiglia e la compagnia. Tu non appartieni più né alla
famiglia né alla compagnia.»
«Mi sono sempre opposto, quando facevi il furbo», disse
Nick. «Ho cercato d'insegnarti che, a lungo andare, la
furbizia non paga.»
«Tu mi hai insegnato?» Per la prima volta, Duncan lo
stuzzicò apertamente.
«Che cosa credi di potermi insegnare, in fatto di navi, di
denaro o», strascicò le ultime parole, «di donne?»
Nick ebbe l'impulso di buttarglisi addosso, ma si
contenne e rilassò i pugni. Il sangue gli pulsava nelle
orecchie.
«Ti combatterò», disse con calma. «Ti combatterò da
adesso fino alla conferenza marittima. E anche in seguito.»
Lo decise in quel momento. Prima non ne aveva
realmente avuto intenzione.
«La conferenza marittima impiega almeno cinque anni
per giudicare uno dei suoi membri. Nel frattempo la Golden
Dawn sarà venduta a una compagnia giapponese o di Hong
Kong e la Christy Marine avrà già incassato duecento
milioni di dollari.»
«Ti farò proibire l'accesso ai porti.»
«Da chi? dai governi assetati di petrolio, con l'appoggio
delle 'sette sorelle'?» Duncan scoppiò a ridere, poi riprese la
sua maschera urbana. «Stai farneticando di nuovo. Ci siamo
già scontrati una dozzina di volte, Nicholas, e sono ancora in
piedi. Perché le tue minacce dovrebbero spaventarmi?»
Date le premesse, non c'era alcuna speranza che
l'incontro nella sala di riunione potesse risolversi in una
conciliazione. L'ostilità fra i due primi attori sembrava far
crepitare l'atmosfera. Pareva che sul palcoscenico ci fossero
soltanto loro.
Si sedettero l'uno di fronte all'altro, separati dalla lucida
superficie della tavola di palissandro, fissandosi negli occhi.
Il loro sorriso sembrava il ringhio di due lupi in procinto di
sbranarsi.
Con uno sforzo, Nick represse la collera e cercò di
riflettere.
Doveva assolutamente rilassarsi, perché il suo intuito
potesse captare le fugaci impressioni, gli impercettibili indizi
dei pensieri e dei progetti che si celavano dietro la bella
maschera di Duncan Alexander.
In mezz'ora si convinse che il suo avversario non era
stimolato soltanto dalla rivalità personale e dall'antagonismo.
La sua controfferta era ridicolmente bassa. Evidentemente
non intendeva conciliare. Duncan Alexander voleva andare
in corte arbitrale, eppure aveva tutto da perdere. Era chiaro
che le pretese di Nick erano giuste e addirittura moderate.
Nick si sarebbe accontentato di quattro milioni, nonostante
la sua collera. Forse la corte arbitrale gliene avrebbe
riconosciuti sei, ma fra ritardi e spese legali un milione
sarebbe sfumato e perciò Nick preferiva concordare.
Duncan Alexander offriva solamente due milioni e
mezzo. Era un'offerta ridicola: Duncan non faceva sul serio,
non cercava di giungere a un accordo.
Non voleva scendere a patti, rischiava grosso e Nick non
capiva perché. Tutti sanno che non bisogna mai andare in
causa, se si può evitarlo. Era una regola che Nick recava
scritta nella sua mente a lettere di fuoco; le cause servono
soltanto a ingrassare gli avvocati.
Perché Duncan s'impuntava? Qual era il suo gioco? Nick
scacciò la tentazione di alzarsi e lasciare la stanza con un
commento disgustato. Accese un sigaro e si sporse avanti,
fissando Duncan negli occhi, cercando di sondarlo, di
punzecchiarlo, di trovare il suo punto debole. Intanto
continuò a riflettere.
Che cosa poteva ricavare Duncan rifiutando l'accordo?
Perché non provava con un'offerta magari bassa ma più
realistica? A che gioco giocava?
A un tratto ebbe una folgorazione. Ricordò il misterioso
appello di Chantelle, e capì ogni cosa. Duncan Alexander
voleva guadagnare tempo. Tutto qui. Gli serviva tempo.
«E va bene.» Finalmente soddisfatto, Nick si appoggiò
allo schienale foderato di cuoio e socchiuse gli occhi. «Le
nostre posizioni sono troppo lontane. C'è soltanto un terreno
d'incontro, la sala riservata dei Lloyd's.
L'udienza è fissata per il 27. Sei d'accordo almeno sulla
data?»
«Certamente.» Anche Duncan si appoggiò allo schienale
e Nick vide lo scintillio dei suoi occhi, la piccola contrazione
delle mascelle, l'irrigidirsi delle lunghe dita da pianista sulla
carta assorbente.
«Certamente», ripeté Duncan, e si alzò, lasciando
intendere che la riunione era finita.
Mentiva superbamente. Se Nick non l'avesse saputo, gli
sarebbero sfuggiti quegli impercettibili indizi.
Nell'antiquato ascensore, James Teacher si fregò le mani
paffute.
«Lo conceremo per le feste!»
Nick lo guardò di traverso. Che si vincesse, si perdesse o
si pareggiasse, James Teacher avrebbe comunque riscosso il
suo onorario. Il rifiuto di Duncan Alexander l'aveva
quadruplicato. C'era qualcosa di quasi osceno nella gioia del
piccolo avvocato.
«Cercheranno di giocarci», disse accigliato Nick, e
James Teacher si fece serio. «Entro mezzogiorno di domani
la Christy Marine chiederà che l'udienza sia rimandata»,
continuò Nick. «Ci vorrà il Warlock a tutta forza per
trascinarli davanti alla corte arbitrale.»
«Sì, ha ragione», convenne James Teacher. «Alexander
mi lascia perplesso. Mi è sembrato che...»
«Non la pago per essere perplesso.» La voce di Nick era
sommessa ma dura.
«La pago perché lo capisca e lo prevenga. Lo voglio alla
corte arbitrale il 27
e lei ce lo porti, signor Teacher.»
La minaccia rimase sospesa nell'aria. In un attimo,
l'esultanza di James Teacher dette luogo a una profonda
apprensione.
^
Nel salotto della casa di Eaton Square i colori
predominanti erano il bianco e l'oro pallido, la cornice ideale
per lo squisito capolavoro che conteneva, l'originale del
quadro di Degas, la cui copia era appesa sulla Golden Dawn.
Era il pezzo forte della stanza: sapientemente illuminato da
faretti nascosti, brillava come una pietra preziosa. Perfino le
rose e i garofani sul pianoforte a coda color avorio erano
bianchi. I pallidi boccioli contribuivano a far risaltare il
quadro.
A parte il Degas, l'unica chiazza vivida nella stanza era il
vestito di Chantelle: come le donne orientali, lei aveva il
dono di poter portare vestiti sgargianti senza apparire
volgare. Indossava un modello di Pucci che accentuava la
sua bellezza, e quando si alzò dall'ampio divano bianco per
accoglierlo, Nick fu pervaso da un senso di calore, come se
avesse ingerito un potente afrodisiaco.
«Caro Nicky. Sapevo di poter contare su di te.» Lo prese
per mano e lo guardò, poi lo condusse al divano e si sedette
accanto a lui. Piegò sotto di sé le gambe che brillarono come
avorio scolpito prima che le coprisse con la gonna. Quindi
prese la teiera di porcellana. «Te all'arancia», disse
sorridendo. «Né zucchero né limone.»
Nick non poté fare a meno di ricambiare il sorriso.
«Non l'hai dimenticato.»
«Sei proprio in gran forma», disse Chantelle,
osservandolo senz'ombra d'imbarazzo. «Il giugno scorso,
quando sei venuto a Lynwood per il compleanno di Peter,
ero molto preoccupata per te. Mi sembravi terribilmente
stanco e sciupato. Ma adesso», concluse, inclinando la testa
con aria critica, «ti trovo benissimo».
Ora, pensò lui, avrebbe dovuto dirle che era bella come
sempre. Poi avrebbero cominciato a parlare di Peter e degli
amici comuni.
«Che cosa volevi?» le chiese invece.
Lo sguardo di lei si offuscò.
«Sei così distante, Nicholas, così...» esitò, cercando la
parola adatta.
«Così distaccato.»
«Recentemente un tale mi ha definito un merluzzo
congelato», convenne Nick.
Lei scosse la testa.
«Non lo sei affatto. Ma se soltanto...»
«Son le tre frasi più pericolose», egli la interruppe. «'Sei
sempre', 'non sei mai, e 'se soltanto'. Chantelle, sono venuto
per aiutarti a risolvere un problema. Si può sapere qual è?»
Lei balzò in piedi. Nick riconobbe subito l'ira negli
scintillanti occhi neri e nei rapidi passi che la portarono
davanti alla mensola del caminetto.
Guardò il Degas con i piccoli pugni serrati.
«Ci vai a letto, con quella ragazzina?» gli chiese.
Adesso l'ira traspariva dalla sua voce.
Nick si alzò a sua volta.
«Arrivederci, Chantelle.»
Giratasi, lei gli corse vicino e gli si appese al braccio.
«Scusami, Nicholas, non so che cosa mi abbia preso.
Non andartene, ti prego.» Lui cercò di respingerla. «Ti
prego, Nicholas, non ti ho mai pregato.
Non andartene.»
Ancora furibondo, Nick tornò a sedersi sul divano.
Rimasero in silenzio per un lungo momento, mentre lei si
ricomponeva.
«Ho sbagliato tutto. Non volevo.»
«Va bene, veniamo al sodo.»
«Nicholas», cominciò Chantelle, «tu e papà avete creato
la Christy Marine. É
più tua che sua. Il periodo più fulgido sono stati gli
ultimi dieci anni, quando eri presidente. Le fantastiche
conquiste di quegli anni...»
Nick fece un gesto impaziente, ma lei continuò con
dolcezza.
«Hai passato gran parte della tua vita nella Christy
Marine. Le sei affezionato.»
«Adesso mi interessano solamente due cose», ribatté
seccamente lui. «La Ocean Salvage e Nicholas Berg.»
«Sappiamo tutt'e due che non è vero», bisbigliò
Chantelle. «Tu sei un uomo speciale.» Sospirò. «L'ho capito
troppo tardi. Credevo che la forza e la nobiltà d'animo
fossero qualità comuni.» Scrollò le spalle. «Certa gente
impara nel modo più duro.»
Sorrise timidamente.
Nick tacque un momento, rimuginando le parole di
Chantelle. Poi disse:
«Se mi vedi così, spiegami perché sei preoccupata».
«Nicholas, alla Christy Marine sta succedendo qualcosa
di terribile. Ma non riesco a vederci chiaro.» Distolse il viso
per un attimo, poi tornò a guardarlo. I suoi occhi mutarono
forma e colore, parvero più grandi e più mesti. «Come posso
spiegarti? É difficile esprimere dei dubbi, dei timori vaghi.»
S'interruppe, morsicandosi il labbro. «Nicholas, ho dato le
mie azioni a Duncan e l'ho delegato a rappresentarmi con
diritto di voto.»
Nick s'irrigidì. Cambiò posizione sul divano e la fissò
incredulo. Chantelle annuì.
«É stata una pazzia, lo so. Una pazzia di quei giorni
pazzi, un anno fa. Ero disposta a tutto per accontentarlo.»
Nick ebbe la sensazione che dovesse ancora dirgli
qualcosa. Chantelle si alzò, guardò per un momento dalla
finestra e finalmente tornò da lui.
«Vuoi un drink?»
Nick sbirciò l'orologio.
«Ho poco tempo. Continua.»
«In questi giorni, Duncan rincasa sempre tardi.» Prese la
caraffa sul vassoio d'argento e versò il whisky voltandogli le
spalle. La sua voce era così sommessa, ora, che Nick la
udiva appena. «Un anno fa ho dato le dimissioni da
esecutrice del lascito.»
Nick non parlò. Il lascito del vecchio Arthur Christy era
la spina dorsale della Christy Marine. Un milione di azioni
con diritto di voto amministrate da tre esecutori: un
banchiere, un notaio e un membro della famiglia.
Chantelle si girò e gli porse il bicchiere.
«Hai capito o no?»
Lui annuì. Sorseggiò il liquore e chiese:
«E gli altri esecutori? Sono ancora Pickstone dei Lloyd's
e Rollo?»
Lei scosse la testa, morsicandosi nuovamente il labbro.
«No, i Lloyd's non c'entrano più. C'è Cyril Forbes.»
«Chi è?»
«Il direttore generale della London and European Bank.»
«Ma è la banca di Duncan», protestò Nick.
«É regolarmente registrata.»
«E Rollo?»
«Rollo ha avuto un infarto sei mesi fa. Si è dimesso e
Duncan lo ha sostituito con un uomo più giovane. Non lo
conosci.»
«Santo cielo, tre uomini e ognuno di loro è Duncan
Alexander. Per più di un anno avrà carta bianca con la
Christy Marine, Chantelle. Niente potrà ostacolarlo.»
«Lo so», sussurrò lei. «É stata una pazzia. Ora sai tutto.»
«É la più antica pazzia del mondo.»
Nick la compativa, ora. Solo adesso capiva che
Chantelle era stata vittima di una costrizione, di forze che
non poteva dominare.
«Ho paura, Nicholas. Ho paura di affrontare le
conseguenze. Nel mio intimo so di aver commesso un errore
spaventoso, ma ho paura della verità.»
«E va bene, dimmi il resto.»
«Non c'è altro.»
«Se menti, non posso aiutarti», le fece osservare lui.
«Ho cercato di seguire la ristrutturazione della
compagnia. É tutto così complicato, Nicholas. La London
and European è la nuova società finanziaria, e... e...» Le
mancò la voce. «Mi sembra di girare in circolo. Non posso
fare troppe domande.»
«Perché?» chiese Nick.
«Non conosci Duncan.»
«Comincio a conoscerlo», replicò cupamente lui. «Hai
tutto il diritto di chiedere e di ottenere risposta, Chantelle.»
«Ti do un altro drink.»
Balzò in piedi con un movimento fluido.
«Non ho ancora finito questo.»
«Il ghiaccio si è sciolto. So che non ti piace.»
Prese il bicchiere e versò il liquore diluito in una boccia,
tornò a riempirlo e glielo porse.
«E va bene», disse Nick. «Allora?»
A un tratto Chantelle si mise a piangere. Gli sorrideva
tristemente e piangeva, senza gemiti né singhiozzi. Le
lacrime sgorgavano dai suoi occhioni neri, si staccavano
dalle lunghe ciglia arcuate e rotolavano sulle guance. Ma
continuava a sorridere.
«La pazzia è finita, Nicholas. Non è durata molto, ma è
stata un olocausto.»
«Duncan rincasa tardi, adesso», disse Nick.
«Sì, rincasa tardi. Alle nove o alle dieci.»
Nick cavò il fazzoletto dal taschino interno e glielo
porse.
«Grazie.»
Chantelle si asciugò le lacrime, sorridendogli con
dolcezza.
«Che cosa posso fare, Nicholas?»
«Convoca un gruppo di revisori», cominciò Nick, ma lei
scosse la testa.
«Non conosci Duncan», ripeté.
«Non può impedirtelo.»
«Può fare tutto», ribatté lei. «Ho paura, Nicholas, una
paura terribile. Non solo per me, ma anche per Peter.»
Nick si rizzò di scatto.
«Peter. Temi che possa fargli del male, vuoi dire?»
«Non lo so, Nicholas. Sono così sola e confusa. Mi fido
soltanto di te.»
Lui non riuscì più a restare seduto. Si alzò e cominciò a
passeggiare per la stanza con la fronte corrugata, fissando il
bicchiere.
«Va bene», disse infine. «Cercherò di aiutarti. Prima di
tutto dovrò scoprire se i tuoi timori sono fondati.»
«Come farai?»
«É meglio che tu non lo sappia.»
Vuotò il bicchiere. Lei si alzò, allarmata.
«Non te ne vai, vero?»
«Abbiamo parlato abbastanza. Quando e se avrò
scoperto qualcosa, te lo farò sapere.»
«Aspetto di sentirti, allora.»
Nell'atrio, mandò via la cameriera indiana con un cenno
della testa e tolse lei stessa il cappotto di Nick dall'armadio.
«Vuoi che ti faccia accompagnare in macchina? Sono le
cinque, non troverai un tassì.»
«Vado a piedi», rispose lui.
«Nicholas, non so come ringraziarti. Avevo dimenticato
come mi sento sicura e protetta, con te.» Gli era vicinissima,
con la testa leggermente arrovesciata. Le sue labbra erano
tumide e lucenti. Nick capì che doveva lasciarla subito.
«Adesso andrà tutto bene, non ne dubito.» Gli posò la mano
affusolata sul risvolto, aggiustandogli il cappotto con
sollecitudine. Si passò la lingua sulle labbra. «Siamo stati
degli sciocchi, Nicholas. Ci siamo complicati la vita, mentre
era così facile essere felici.»
«Spesso si riconosce la felicità solo dopo averla persa.»
«Mi rincresce, Nicholas. É la prima volta che te lo dico.
Questa è la giornata delle prime volte, vero? Mi rincresce
sinceramente per averti fatto soffrire. Vorrei che potessimo
cancellare il passato con un colpo di spugna e ricominciare
da capo.»
«Purtroppo è impossibile.» Con uno sforzo di volontà,
Nick ruppe l'incantesimo e si scostò da lei. Ancora un
momento e si sarebbe chinato a baciare le seducenti labbra
rosse. «Se scopro qualcosa, ti telefonerò», disse.
Camminò a lunghe falcate, con le guance arrossate dal
freddo. Ma l'immagine di Chantelle lo seguiva, scaldandogli
il sangue.
Capì che non poteva accendere e spegnere l'amore a suo
piacere.
«Non le pare di essere un po' antiquato?» Ricordò le
parole di Samantha.

Aveva ragione. Era bloccato dalla costanza dei suoi


affetti. Ora stava infrangendo una delle sue regole: invece di
guardare avanti, si voltava indietro.
Aveva amato Chantelle Christy con tutto se stesso e
aveva dedicato quasi metà della sua vita alla Christy Marine.
Non poteva ignorarlo. Era prigioniero della sua coscienza.
A un tratto si trovò di fronte al Museo di Storia Naturale
di Kensington, in Cromwell Road, e si diresse in fretta verso
l'entrata. Ma erano già le sei meno un quarto, il portone era
chiuso. Comunque Samantha non si trovava certamente nelle
sale pubbliche, bensì nei sotterranei del grande edificio. In
pochi giorni si era fatta parecchi amici fra i dipendenti del
museo. Nick sentì una fitta di gelosia al pensiero che
Samantha fosse con altri esseri umani, che si divertisse in
loro compagnia. Probabilmente si era dimenticata di lui.
All'improvviso rammentò che un momento prima
spasimava al ricordo di un'altra donna. Soltanto allora capì
che era possibile amare due donne, in due modi diversi,
nello stesso tempo.
Turbato, dilaniato dagli amori in conflitto, girò le spalle
al portone sbarrato del museo.
^
L'appartamento di Nick si trovava al quinto piano di un
edificio restaurato in Queen's Gate.
Sembrava un accampamento di zingari. Non aveva
appeso i quadri alle pareti né sistemato i libri sugli scaffali. I
quadri erano accatastati presso una parete dell'atrio, i libri
ammonticchiati qua e là nel soggiorno. Il tappeto era ancora
arrotolato in un angolo, due sedie stavano davanti al
televisore e le altre due accostate alla tavola.
Era un posto per mangiare e dormire, provvisto solo
dello stretto necessario per vivere. In due anni, vi aveva
dormito al massimo una sessantina di notti, poche delle quali
consecutive. Era una casa impersonale, senza ricordi, senza
calore.
Si versò un po' di whisky e portò il bicchiere in camera,
mentre si allentava la cravatta e cominciava a sfilarsi la
giacca. Là era diverso, perché dappertutto si notavano i segni
della presenza di Samantha. Sebbene quel mattino avesse
rifatto il letto prima di uscire, vi aveva lasciato accanto un
paio di scarpe. I suoi semplici monili erano sparsi sul
comodino, accanto a un libro aperto a faccia in giù, con il
dorso in imminente pericolo di spezzarsi. Le ante spalancate
dell'armadio rivelavano gli abiti di Nick stipati in un angolo
per lasciare spazio ai vestiti e maglioni di Samantha. In
bagno erano stese due paia di collant trasparenti. Il suo talco
era sparso sul pavimento e il suo profumo aleggiava per tutta
la casa.
Nick sentiva acutamente la sua mancanza. Quando la
porta d'ingresso fu spalancata e lei arrivò come una folata di
vento, con i capelli scarmigliati e le guance rosse, gridando
«Nicholas, sono io!», le corse incontro e le balzò addosso.
«Ehi!» protestò lei in un bisbiglio velato. «Come sei
irruente.»
Crollarono sul letto avvinghiati l'uno all'altra, travolti
dall'intensità del bisogno reciproco.

Più tardi non accesero la luce, benché la stanza fosse


ormai buia. Il soffitto rifletteva il fioco chiarore dei lampioni
che filtrava fra le tende.
«Che cosa ti ha preso?» chiese Samantha,
rannicchiandosi contro di lui. «Non che mi lamenti, sia
chiaro.»
«Ho avuto una giornata infernale. Ti volevo.»
«Hai visto Duncan Alexander?»
«Sì.»
«Vi siete accordati?»
«Macché. Eravamo agli antipodi.»
«Muoio di fame», dichiarò lei. «Mi viene sempre fame,
quando facciamo l'amore.»
Nick si vestì e andò a comprare due pizze nel ristorante
italiano all'angolo. Mangiarono a letto, sorseggiando Chianti
nei bicchieri da whisky.
Quando ebbero finito, Samantha disse con un sospiro:
«Devo tornare a casa, Nick».
«Non puoi andartene», si oppose subito lui.
«Devo. C'è il lavoro, fra l'altro.»
«Ma», obiettò Nick, atterrito all'idea di perderla, «ma
non puoi partire prima dell'udienza.»
«Perché?»
«Mi andrebbe tutto storto. Sei il mio portafortuna.»
«Un portafortuna?» Fece una smorfia. «Non servo ad
altro?»
«Servi a un mucchio di cose. Vuoi che te ne dimostri
una?»
«Oh, sì.»
Un'ora dopo Nick scese a comprare altre pizze.

«Devi restare fino al 27», disse con la bocca piena.


«Ma Nicholas, caro, non so come...»
«Telefona, di' che è morta tua zia, che stai per sposarti.»
«Anche se ci sposassimo, non cambierebbe niente.
Tengo troppo al mio lavoro, lo sai.»
«Sì, lo so, ma che cosa sono due giorni in più?»
«E va bene. Domani chiamerò Tom Parker.» Gli sorrise.
«Non fare quella faccia. Non vado in capo al mondo, solo
dall'altra parte dell'Atlantico.
Saremo come vicini di casa.»
«Chiamalo subito. É ora di colazione, in Florida.»
Parlò per venti minuti, in tono garbato e suadente. Poco
per volta, i terrificanti ruggiti all'altro capo del filo divennero
borbottii rassegnati.
«Un giorno o l'altro mi metterai nei pasticci, Nicholas
Berg», gli disse Samantha tra il serio e il faceto, mentre
riagganciava.
«É proprio quello che voglio», replicò Nick, e lei lo
colpì con il cuscino.
Il mattino dopo, il telefono squillò alle nove e due
minuti mentre facevano il bagno insieme. Nick andò a
rispondere sbuffando, nudo e gocciolante.
«Signor Berg?» La voce di James Teacher era formale.
«Aveva ragione. Ieri pomeriggio la Christy Marine ha
chiesto un rinvio dell'udienza.»
«Di quanto?» chiese Nick.
«Novanta giorni.»
«Bastardi», grugnì Nick. «Con quale scusa?»
«Vogliono tempo per preparare la relazione.»

«Li blocchi», ordinò Nick.


«Alle undici ho appuntamento con il segretario.
Chiederò un'immediata udienza preliminare per confermare
la data fissata.»
«Mi porti Duncan davanti agli arbitri», ingiunse Nick.
«Lo porteremo.»
Samantha lo accolse nella vasca ritirando le ginocchia
sotto il mento. Aveva i capelli appuntati, ma alcune ciocche
madide le ricadevano sul collo e sulle guance. Era rosea e
vellutata come una bimba.
«Stia attento dove mette i piedi, signore», lo ammonì.
Nick si rilassò. Samantha riusciva sempre a calmarlo.
«Se riesci a staccarti per un paio d'ore dal microscopio e
dai tuoi campioni puzzolenti di pesce marcio, ti porto a
colazione al 'Les A'.»
«Les Ambassadeurs? Ne ho sentito parlare! Ci andrei
anche con le gambe amputate.»
«Non sarà necessario. Ma dovrai affascinare una tribù di
sceicchi. Sembra che impazziscano per le bionde.»
«Vuoi vendermi a un harem? Ho sempre sognato di
portare i calzoni trasparenti.»
«Agli arabi non vendo te, vendo gli iceberg. Be', verrò a
prenderti all'una in punto davanti al museo.»
Samantha uscì ridendo e sbatacchiando le porte. Nick si
piazzò al telefono.
«Vorrei parlare con sir Richard. Sono Nicholas Berg.»
Sir Richard era un dirigente dei Lloyd's e un vecchio
amico di Nick.
Poi telefonò a Charles Gras. Il Sea Witch sarebbe stato
ultimato entro la data prevista.
«Scusami se ti ho fatto avere delle grane con
Alexander.»
«Ça ne fait rien, Nicholas. Buona fortuna all'udienza.
Leggerò il resoconto sul Lloyd's List.»
Nick si sentì sollevato. Charles Gras aveva rischiato il
posto per mostrargli la Golden Dawn.
Poi parlò per quasi mezz'ora con Bernard Wackie della
Bach Wackie alle Bermude. Il Warlock aveva mandato un
telex due ore prima. Stava effettuando una buona traversata
con la piattaforma petrolifera a rimorchio, l'avrebbe lasciata
a Bravo II alla data prevista e avrebbe preso subito l'altro
rimorchio.
«David Allen è un bravo ragazzo», disse Bernard a Nick.
«Ma sei riuscito ad assumere Levoisin per il Sea Witch?»
«Jules fa la prima donna, non ha ancora accettato; ma
verrà.»
«Avrai una squadra coi fiocchi, allora. Quando sarà
pronto il Sea Witch?»

«Alla fine di marzo.»


«Prima te lo danno, meglio è. Ho già contratti per tenere
occupati i due rimorchiatori finché non matura il progetto
degli iceberg.»
«Oggi sono a colazione con gli sceicchi.»
«Lo so. Molto interessante. Ho un buon presentimento.
Il progetto è grandioso, ma gli arabi la sanno lunga. Con il
loro sorrisetto enigmatico...
Quando ci vediamo?»
«Dopo che avrò trascinato Duncan Alexander davanti
alla corte arbitrale.
Alla fine del mese, spero.»

«Dobbiamo discutere di parecchie cose, Nicholas.»


Nick fumò il primo sigaro della giornata, poi chiamò
Montecarlo. La chiamata gli sarebbe costata almeno
cinquemila dollari, forse settemilacinquecento. Ma ne valeva
la pena, si disse, sollevando il ricevitore e parlando con una
segretaria a Montecarlo.
Mentre aspettava la comunicazione, pensò che la sua
vita si era complicata di nuovo. Fra poco la Bach Wackie
non gli sarebbe più bastata. Avrebbe dovuto aprire una filiale
della Ocean Salvage a Londra, con uffici, segretarie,
schedari, libri contabili. Poi una succursale a New York e
un'altra nell'Arabia Saudita, replicando il ciclo.
All'improvviso pensò a Samantha, alla felicità libera e
serena, alla vita senza problemi e fardelli. Finalmente ebbe
la comunicazione e sentì la voce sottile, acuta, quasi
femminea.
«Signor Berg, sono Claud Lazarus.»
Niente convenevoli, niente saluti. Nick lo immaginò
seduto alla scrivania nell'appartamento sopra il porto. Il
grande cranio calvo, il viso bianco e infantile, il naso troppo
piccolo per sostenere gli occhiali spessi; gli occhi distorti e
rimpiccioliti dalle lenti, il corpiciattolo striminzito, con le
spalle sfuggenti e la schiena ingobbita.
«Signor Lazarus, potrebbe condurre un'indagine per mio
conto?»
Era un eufemismo per definire lo spionaggio industriale
e commerciale.
L'organizzazione di Claud Lazarus non conosceva
frontiere. Protendeva i suoi delicati tentacoli in tutto il
mondo.
«Certamente», rispose la vocina.
«Vorrei conoscere la struttura finanziaria,
l'organizzazione direttiva, i nomi dei delegati e dei
rappresentati e le correlazioni fra tutti gli elementi della
Christy Marine e della London European Insurance and
Banking, con particolare riferimento a ogni cambiamento di
struttura negli ultimi quattordici mesi. Mi ha seguito?»
«Ho registrato tutto, signor Berg.»
«Bene. Poi voglio conoscere il paese di registrazione e
gli assicuratori di tutte le navi di loro proprietà.»
«Continui.»
«Voglio una stima accurata dei capitali della London and
European Insurance in relazione alla sua solvibilità
potenziale.»
«C'è altro?»
«M'interessa in particolare la petroliera Golden Dawn,
attualmente in costruzione nei cantieri della Construction
Navale Atlantique a St. Nazaire.
Voglio sapere se è già stata noleggiata o prenotata per il
trasporto di greggio da qualche compagnia. E in caso
affermativo, per quali rotte e a quali tariffe.»
«Sì?» squittì Lazarus.
«La rapidità è essenziale. E anche la discrezione, come
sempre.»
«Non occorre dirlo, signor Berg.»
«Quando avrà le informazioni, si metta in contatto con la
Bach Wackie alle Bermude.»
«Le farò sapere qualcosa.»
«Grazie, signor Lazarus.»
«Buon giorno, signor Berg.»
Era un sollievo non doversi fingere amico di un
individuo che gli procurava informazioni importanti ma che
in un certo senso gli ispirava ripugnanza, pensò Nick. Ed era
confortante pensare che, per quel lavoro, aveva il miglior
specialista del mondo.
Sbirciò l'orologio. Era ora di colazione, e si sentì
improvvisamente euforico all'idea di rivedere Samantha.
^
Lime Street è una viuzza fiancheggiata da alti edifici che
sbuca in Leadenhall Street. Pochi metri prima dell'angolo,
sulla sinistra, c'è la sede dei Lloyd's di Londra.
Nick scese dalla Bentley di James Teacher e prese
Samantha a braccetto.
Sostò un momento con riverenza.
Come marinaio, rispettava e stimava l'istituzione. Non
che l'edificio fosse particolarmente antico o venerabile. Non
restava più nulla di quello che in origine era stato un caffè, a
parte alcune tradizioni: l'annunciatore che intona i nomi
degli agenti di cambio come l'offertorio nel tempio di una
religione esotica, i séparé in cui gli assicuratori trattano i
loro affari, il nome e l'uniforme dei commessi, i «camerieri»,
con i bottoni d'ottone e le mostrine rosse sul colletto. Ma
quello che là si custodiva era soprattutto una tradizione di
ansia: ansia per la sorte delle navi e degli uomini che
lavorano in mare.
Più tardi, forse, Nick avrebbe condotto Samantha a
visitare le sale di Nelson, per mostrarle la collezione di
oggetti appartenuti al più grande marinaio inglese: il piatto,
le lettere, le onorificenze. L'avrebbe sicuramente invitata a
colazione nella sala da pranzo, dove una tavola era riservata
ai capitani marittimi in visita.
Ma per il momento pensava ad altro. Era venuto per
ascoltare il verdetto sul suo futuro: fra poche ore avrebbe
saputo a quale altezza l'aveva portato l'onda della fortuna.
«Vieni», disse a Samantha.
Salirono la breve scalinata ed entrarono nell'atrio, dove
furono accolti da un commesso.
«Oggi la riunione avverrà nella sala del comitato,
signore.»
Le prime relazioni di entrambe le parti erano già state
udite in uno degli uffici più piccoli, le cui porte si aprono
sulla galleria sopra il salone.
Tuttavia, data la natura straordinaria del ricorso, il
comitato dei Lloyd's aveva preso una decisione eccezionale:
riunire la corte arbitrale in un ambiente più consono
all'occasione.
Salirono in silenzio, troppo tesi per parlare. Il
«cameriere» li condusse lungo l'ampio corridoio, oltre
l'ufficio del presidente, fino all'imponente sala progettata da
Adams per Bowood House, la residenza di campagna del
marchese di Lansdowne. Il salone era stato smontato pezzo
per pezzo, dal pavimento al soffitto, dal caminetto agli
stucchi, trasportato a Londra e ricostruito con tale
meticolosità che, quando Lord Lansdowne l'aveva visto,
aveva scoperto che le assi del pavimento scricchiolavano
esattamente come prima.
I due arbitri erano già seduti alla lunga tavola, sotto i tre
enormi lampadari. Entrambi erano capitani di lungo corso,
scelti per la loro esperienza e la loro conoscenza del mare. I
loro visi erano cotti dal sole e dalla salsedine. Confabularono
sottovoce, ignorando le file di visi attenti sulle sedie di
fronte, finché le lancette dell'antico orologio sopra la
mensola del caminetto giunsero allo zenit. Allora il
presidente della corte guardò il cameriere, che chiuse la
doppia porta e vi rimase davanti sull'attenti.
«Questa corte arbitrale è stata formata dal comitato dei
Lloyd's, che l'ha autorizzata ad accogliere le deposizioni nel
contenzioso fra la società di navigazione Christy Marine e la
Ocean Salvage, ricuperi e rimorchi. La corte ha riscontrato i
seguenti elementi comuni fra le due parti:
«Primo, fra le due parti esiste un accordo stipulato
secondo le modalità del contratto standard dei Lloyd's
'Niente ricupero, niente pagamento' per il ricupero del
transatlantico Golden Adventurer, di ventiduemila tonnellate
di stazza lorda, registrato a Southampton.
«Secondo, mentre il comandante della Golden
Adventurer si trovava in rotta verso sudovest, durante la
notte del 16 dicembre a, oppure vicino a, 72° 16'
sud e 32° 16' ovest...»
Il presidente ricapitolò i fatti, senza accentuarne gli
aspetti drammatici e coloriti. Li espose aridamente,
riuscendo a far sembrare noiosi il dramma della Golden
Adventurer e gli sforzi disperati dei suoi salvatori. In effetti,
durante l'esposizione, il suo collega parve cadere in una
specie di catalessi.
Aveva gli occhi chiusi e la testa ciondoloni; non russava,
ma le sue labbra vibravano a ogni respiro.
Occorse quasi un'ora, con sporadiche consultazioni del
giornale di bordo della nave, prima che il presidente avesse
finito. Allora si buttò indietro sulla sedia e infilò i pollici
nella cintura. La sua espressione divenne risoluta, e mentre
girava lo sguardo per la sala affollata, il suo collega si
mosse, aprì gli occhi, cavò un fazzoletto e si soffiò
rumorosamente il naso.
L'interesse del pubblico si ridestò. Tutti capirono che era
giunto il momento del verdetto. Duncan Alexander e
Nicholas Berg si guardarono per la prima volta sopra le teste
degli avvocati e degli accompagnatori. Rimasero impassibili
senza sorridere né accigliarsi, ma fra di loro passò come una
corrente di odio. Continuarono a fissarsi finché il presidente
non parlò di nuovo.
«Considerati i fatti, la corte ritiene che i salvatori
abbiano effettuato un valido ricupero della nave. Perciò
hanno diritto a un compenso adeguato al servizio reso ai
proprietari e agli assicuratori.»
Nick sentì le dita di Samantha cercare le sue. Le prese la
mano: era piccola, fredda e asciutta. Vi intrecciò le dita e se
la premette sulla coscia.
«Dovendo valutare l'opera dei salvatori, la corte ha
considerato in particolare le condizioni esistenti sul luogo.
Dalle testimonianze risulta che il lavoro si è svolto in
condizioni proibitive, con temperature di trenta gradi sotto
zero, venti superiori alla forza dodici della scala Beaufort e
formazioni di ghiaccio. Abbiamo poi considerato che la nave
Golden Adventurer era priva di comando. Che era stata
abbandonata dai passeggeri, dall'equipaggio e dal
comandante. Era incagliata in una costa aspra e remota.
«Abbiamo inoltre notato che i salvatori hanno intrapreso
un viaggio di parecchie migliaia di miglia senza alcuna
garanzia di compenso, soltanto per trovarsi in grado di
offrire assistenza qualora si fosse dimostrato necessario.»

Nick sbirciò Duncan Alexander. Pareva calmissimo,


nemmeno fosse all'ippodromo di Ascot. Indossava un abito
grigio ferro che su di lui sembrava sgargiante.
Duncan girò la testa aristocratica e guardò nuovamente
Nick. Stavolta Nick notò lo scintillìo furibondo dei suoi
occhi. Poi Duncan tornò a guardare il presidente,
appoggiando il mento sulle dita del pugno destro.
«Finalmente abbiamo considerato il trasporto dei
superstiti dal luogo dell'incidente al porto più vicino, Città
del Capo, nella Repubblica sudafricana.»
La ricapitolazione del presidente era chiaramente a
favore della Ocean Salvage. Segno pericoloso: spesso un
giudice in procinto di pronunciare un verdetto sfavorevole
cominciava a costruire una solida argomentazione a favore
del perdente, per poi smantellarla da cima a fondo.
Nick s'irrigidì. Con meno di tre milioni di dollari non
sarebbe riuscito a mandare avanti la Ocean Salvage. Tre
milioni erano il minimo indispensabile per tenere a galla il
Warlock e per varare il Sea Witch. Mentre pensava ai suoi
impegni, sentì uno spasimo allo stomaco. Anche con tre
milioni, sarebbe stato alla mercé degli sceicchi, senza
margine di manovra, obbligato ad accettare qualsiasi
condizione gli avessero imposto. Sarebbe rimasto in
ginocchio.
Strinse la mano di Samantha, e lei gli si strusciò contro
la spalla.
Quattro milioni di dollari gli avrebbero dato la
possibilità di lottare, un piccolo margine di scelta. La lotta
sarebbe stata dura, senza dubbio; eppure si sarebbe
accontentato di quattro, se Duncan Alexander glieli avesse
offerti.
Forse Duncan era stato saggio, in fin dei conti. Forse
sarebbe riuscito a vedere Nick con le spalle a terra.
«Tre.» Nick pensò intensamente alla cifra. «Ne voglio
tre, almeno tre.»
«La corte ha considerato i rapporti della Globe
Engineering, la compagnia incaricata di riparare e
raddobbare la Golden Adventurer, insieme con i rapporti dei
due periti indipendenti, nominati separatamente dai
proprietari e dai salvatori, sulle condizioni della nave.
Abbiamo anche beneficiato del giudizio di un capo ispettore
dei Lloyd's di Londra. Da tali rapporti risulta che la nave ha
subito solamente lievi danni. Le attrezzature sono tutte
indenni, i salvatori hanno ricuperato anche le ancore
principali e le catene...»
Era strano come questo particolare potesse colpire una
corte arbitrale. «Con le ancore e tutto», pensò
orgogliosamente Nick.
«Le pronte misure anticorrosive adottate dai salvatori
hanno ridotto al minimo i danni riportati dalle macchine
principali e dalle attrezzature ausiliarie...»
Continuò per un pezzo. Perché non veniva al sodo?
«Non ce la faccio più», pensò Nick.
«Ascoltata l'opinione dei periti, la corte riconosce che il
valore della Golden Adventurer, così com'è stata consegnata
alla compagnia incaricata delle riparazioni a Città del Capo,
è di ventisei milioni di dollari statunitensi o di quindici
milioni e trecentomila sterline. Considerate le premesse,
riteniamo che ai salvatori spetti un compenso pari al venti
per cento del valore residuo dello scafo...»

Per alcuni secondi Nick dubitò delle sue orecchie, poi


avvampò d'eccitazione.
«In aggiunta, è stato calcolato anche il valore del
trasporto dei superstiti...»
Erano sei, sei milioni di dollari! Nick aveva vinto,
volava libero come un albatro sull'oceano. Si girò a guardare
Duncan e sorrise. Non si era mai sentito così forte ed
esuberante in vita sua. Si sentiva un colosso immortale, e al
suo fianco c'era un corpo vibrante che gli prometteva l'eterna
giovinezza.
Duncan Alexander scrollò la testa e parlò brevemente al
suo legale. Non guardò Nick. Sebbene fosse imperlato di
sudore, il suo viso pareva una maschera di cera.
^
«Forse fra pochi giorni avresti cominciato a trovarmi
noiosa, oppure a uno di noi due sarebbe venuta una
sincope.» Samantha sorrise. Fu un sorriso mesto e stentato,
non il solito sorriso smagliante. «Preferisco lasciare mentre
sono in vantaggio.»
Erano seduti nella sala d'aspetto della Pan American,
all'aeroporto di Heathrow.
Nick era sconvolto e angosciato. Gli sembrava che il suo
fluido vitale fosse in procinto di abbandonarlo, mentre la
guardava sapendo che fra pochi minuti sarebbe partita.
«Samantha», disse. «Resta con me.»
«Nicholas», bisbigliò lei, «devo andare, caro. Non sarà
per molto, ma devo».
«Perché?» chiese lui.
«Perché è la mia vita.»
«Vorrei essere io la tua vita.»
Lei gli carezzò una guancia e replicò:
«Ho un'idea migliore. Lascia perdere il Warlock e il Sea
Witch, dimentica i tuoi iceberg e vieni con me».
«Non posso, lo sai.»
«Sì, lo so», convenne lei. «E infatti non te lo chiedo. Ma
Nicholas, amore, nemmeno io posso rinunciare alla mia
vita.»
«E allora sposami», disse lui.
«Perché, Nicholas?»
«Così non perderò il mio portafortuna. Così dovrai
obbedirmi, una buona volta.»
Lei diede in una risatina e gli si rannicchiò contro.
«Non siamo più nell'Ottocento, mio caro. C'è un solo
motivo valido per sposarsi, Nicholas: avere dei figli. Vuoi
darmi un figlio?»
«Anche subito.»
«Perché io resti a scaldare i poppatoi e a lavare i
pannolini mentre tu te ne vai a zonzo sul mare? Sarebbe già
tanto se ci vedessimo una volta al mese.»
Scosse la testa. «Un giorno faremo un bambino insieme,
ma non adesso. Abbiamo troppo da fare, troppa vita da
vivere.»
«Cristo.» Anche Nick scosse la testa. «Non mi va di
saperti libera. Alla prima occasione ti prendi un bel fusto di
venticinque anni, e...»
«Mi hai insegnato ad apprezzare il vino d'annata», rise
lei. «Vieni appena puoi, Nicholas. Quando avrai finito il tuo
lavoro vieni in Florida e vedrai la mia vita.»
Arrivò la hostess. Era una bella ragazza sorridente con
l'uniforme azzurra della Pan American.
«Dottoressa Silver? Hanno appena chiamato il volo
432.»
Si alzarono e si guardarono, imbarazzati come estranei.
«Vieni presto», disse lei. Si alzò in punta di piedi e gli
gettò le braccia al collo. «Vieni appena puoi.»
^
1 La proposta di James Teacher aveva suscitato le
proteste di Nick. «Non ho la minima intenzione di parlargli,
signor Teacher. L'unica cosa che voglio da Duncan
Alexander è un assegno di sei milioni di dollari,
possibilmente di una banca conosciuta. E lo voglio entro il
dieci del mese venturo.»
L'avvocato lo aveva blandito e allettato.
«Ma pensi al piacere di vedere la sua faccia. Si prenda
una soddisfazione, signor Berg, si goda la vittoria.»
«Macché piacere. L'unica faccia che non voglio vedere è
proprio la sua.»
Ma alla fine aveva acconsentito, a patto che l'incontro
avvenisse in un luogo di sua scelta. Tanto per ricordare a
Duncan chi teneva il coltello per il manico.
L'ufficio di James Teacher si trovava in un pittoresco
edificio nel Villaggio del Tribunale, coperto d'edera e
circondato da praticelli intersecati da vialetti che univano i
vari isolati del quartiere. Il complesso, grondante di storia e
di tradizioni, era totalmente privo di comodità moderne. La
sua austerità era calcolata ad arte per infondere fiducia ai
clienti.
L'ufficio di Teacher si trovava al terzo piano. Non c'era
ascensore, le scale erano anguste e ripide. Duncan Alexander
arrivò rosso e trafelato.
L'impiegato di Teacher lo squadrò impassibilmente dalla
guardiola.
«Il signor...?» chiese, portandosi una mano all'orecchio.
Era un uomo vecchio, grigio e pittoresco come l'edificio.
Indossava un liso abito nero con il colletto duro e la cravatta
nera.
«Il signor...?»
Duncan Alexander si fece ancora più rosso. Non era
abituato a dover ripetere il suo nome.
«Ha un appuntamento, signore?» domandò glacialmente
l'impiegato, e consultò laboriosamente la sua agenda prima
di ammettere Duncan Alexander nella spartana sala d'attesa.
Nick lo fece aspettare esattamente otto minuti, il doppio
di quanto lui aveva aspettato nella sala di riunione della
Christy Marine. Rimase accanto al caminetto, senza
ricambiare il sorriso che Duncan gli rivolse entrando.
James Teacher era seduto alla sua scrivania sotto la
finestra, lontano dalla linea della contesa come un arbitro di
tennis a Wimbledon. Duncan Alexander lo guardò di
sfuggita.
«Congratulazioni, Nicholas.» Scrollò la testa leonina e il
suo sorriso divenne mesto. «La tua vittoria passerà agli
annali. Sul serio.»
«Grazie, Duncan. Comunque ti avviso che oggi sono
molto occupato. Posso darti appena dieci minuti.» Sbirciò
l'orologio. «Per fortuna abbiamo un solo argomento da
trattare. Entro il dieci del mese venturo, puoi scegliere fra un
deposito sul conto della Ocean Salvage alle Bermude o un
assegno circolare per posta aerea raccomandata alla Bach
Wackie.»

Duncan fece un ironico gesto di protesta.


«Sta' tranquillo, Nicholas. Avrai il tuo compenso entro i
termini fissati dalla corte.»
«Bene», disse Nick, senza sorridere. «Spero di non
doverti citare per insolvenza.»
«Vorrei ricordarti una cosa che ha detto il vecchio Arthur
Christy.»
«Ah, sicuro, nostro suocero», disse Nick.

Duncan finse di non sentire. Continuò senza scomporsi.


«Ha detto: 'Con Berg e Alexander ho formato una coppia di
assi'.»
«Negli ultimi tempi era mezzo rimbambito.»
Nick non aveva ancora sorriso.
«Però aveva ragione. Abbiamo fatto grandi cose. Santo
cielo, Nicholas, pensa se avessimo lavorato come amici,
invece che come avversari. Tu sei il miglior marinaio in
circolazione, e io...»
«La tua stima mi commuove, Duncan. Davvero.»
«Mi hai obbligato ad aprire gli occhi, Nicholas. L'avevi
detto, del resto. E
io sono il tipo che impara sbagliando. La mia specialità è
trasformare i disastri in trionfi.»
«Perché non ci provi adesso?» lo sfidò Nick. «Trasforma
sei milioni di dollari in uno sciame di farfalle.»
«Potresti tornare nella Christy Marine con sei milioni di
dollari e la Ocean Salvage. Saremmo soci alla pari.»
Nonostante il suo stupore, Nick non batté ciglio. Ma
rifletté febbrilmente per precedere Duncan.
«Nessuno potrebbe fermarci. La Christy Marine
diventerebbe la padrona dei mari, ci espanderemmo nel
campo della ricerca petrolifera e dei container.»
Il fascino di Duncan era immenso, quasi irresistibile, il
suo entusiasmo traboccava, la sua luce sembrava rischiarare
la stanza. Nick lo studiò attentamente. A ogni secondo,
imparava qualcosa di nuovo su di lui.
«Santo cielo, Nicholas, tu sei l'uomo che può concepire
un colosso come la Golden Dawn o ricuperare un
transatlantico in una tempesta antartica, io sono l'uomo che
può alzare due miliardi di dollari schioccando le dita.
Saremmo inarrestabili, non avremmo limiti.» Tacque un
momento e scrutò Nick, studiando l'effetto delle sue parole.
Nick accese un sigaro, continuando a osservarlo da dietro la
cortina di fumo azzurrognolo. «Capisco quello che pensi»,
riprese Duncan in tono confidenziale. «Sei a corto di fondi,
hai bisogno dei sei milioni per tenere a galla la Ocean
Salvage. La Christy Marine salderà i debiti della Ocean
Salvage, è sottinteso. L'importante è che siamo insieme,
come voleva il vecchio Arthur Christy. Berg e Alexander.»
Nick si tolse il sigaro di bocca e ne fissò la punta. Poi
guardò nuovamente Duncan Alexander.
«Dimmi, Duncan», chiese con calma, «visto che ti
piacciono le ammucchiate, anche le nostre donne vanno nel
calderone?»
Duncan strinse le labbra e corrugò la fronte.
«Nicholas», cominciò.
Nick lo zittì con un gesto.
«É vero, ho urgente bisogno di sei milioni di dollari. Me
ne servono tre per la Ocean Salvage e tre per impedirti di
varare il mostro che hai costruito.

Anche se non ci riuscirò, li userò ugualmente per


contrastarti. Se non vedo i soldi, il mattino del giorno undici
alle nove e dieci ti appiopperò un ordine di pignoramento. Ti
avevo detto che avrei combattuto te e la Golden Dawn.
L'avvertimento è ancora valido.»
«Come sei meschino», disse Duncan. «Non credevo che
fossi così fanatico.»
«Evidentemente non mi conosci abbastanza, Duncan.
Ma imparerai a conoscermi, per la miseria. A tue spese.»
^
Poiché Nick aveva rifiutato di rivederla nella casa di
Eaton Square, Chantelle aveva scelto il ristorante San
Lorenzo in Beauchamp Place. Nick preferiva incontrarla in
pubblico, ma nemmeno il San Lorenzo si rivelò una scelta
felice.
Gli ricordava i vecchi tempi. A mezzogiorno di
domenica, quand'erano a Londra, mangiavano sempre al San
Lorenzo. Era un rituale di famiglia.
Chantelle, Peter e Nick si sedevano invariabilmente al
tavolino d'angolo. Ora Mara li fece accomodare al medesimo
tavolo.
«Ossobuco alla milanese?» chiese Chantelle,
sbirciandolo sopra l'orlo del menù.
Nick prendeva sempre l'ossobuco e Peter le lasagne.
Faceva parte del rito.
«Preferisco la sogliola.» Nick si rivolse alla cameriera.
«E da bere, bianco della casa.»

Di solito bevevano Sancerre. Ordinando la caraffa,


aveva deliberatamente trasgredito al rituale.
«É buonissimo.» Chantelle ne prese un sorso e depose il
bicchiere. «Ieri sera ho parlato con Peter. É in infermeria con
l'influenza, ma oggi si alzerà.
Mi ha detto di salutarti.»
«Grazie.» Parlò con imbarazzo, sentendosi osservato
dagli altri avventori.
Qualcuno li aveva riconosciuti. Lo scandalo si sarebbe
diffuso per Londra in un baleno. «Vorrei portare Peter alle
Bermude, durante le vacanze di Pasqua», dichiarò.
«Mi mancherà. É così caro.»
Nicholas attese che fosse servito il secondo, poi le chiese
a bruciapelo:
«Di che cosa volevi parlarmi?»
Chantelle si sporse verso di lui. Il suo profumo era
leggero, penetrante ed evocativo.
«Hai scoperto qualcosa, Nicholas?»
«No», pensò lui. «Niente che t'interessi.»
Era proprio persiana, nel suo gusto per i segreti e gli
intrighi.
«Non ho scoperto niente», rispose. «Altrimenti ti avrei
telefonato.» La scrutò negli occhi. «Ma non è per questo che
volevi vedermi.»
Lei sorrise e distolse lo sguardo.
«É vero», ammise.
I suoi seni erano straordinari. Sembravano piccoli, ma in
realtà erano troppo grandi per il suo corpo snello. L'illusione
era creata dalle loro proporzioni perfette. Chantelle
indossava una blusa di seta leggera e scollata che rivelava il
profondo solco fra di essi. Nick li conosceva troppo bene, e
ora si sorprese a fissarli.
A un tratto lei alzò gli occhi e colse la direzione del suo
sguardo. Sporse le labbra e se le umettò con la punta della
lingua.
Nick ebbe un senso di vertigine. Riconosceva quei segni,
annunciavano la sua eccitazione, e lui sentì immediatamente
la risposta del proprio corpo.
«Perché, allora?»
Non si accorse che la sua voce era un po' roca, ma lei sì,
e ne capì subito la ragione. Allungò la mano sulla tavola, gli
prese il polso, lo sentì battere precipitosamente.
«Duncan vuole che tu torni nella Christy Marine», disse.
«Lo voglio anch'io.»
«Ti ha mandata Duncan, vero?» Lei annuì, e Nick
chiese: «Perché mi rivuole?
Avete fatto il diavolo a quattro per sbarazzarvi di me».
Ritrasse delicatamente la mano.
«Non lo so. Dice che ha bisogno della tua esperienza.»
Scrollò le spalle e i seni ondeggiarono sotto la seta. Nick
sentì aumentare la propria tensione. Gli confondeva le idee.
«Non è il vero motivo, ne sono sicura. Però ti vuole.»
«Ti ha chiesto lui di dirmelo?»
«No, naturalmente.» Giocherellò con il gambo del
bicchiere. «L'ho fatto di mia iniziativa.»
«Perché mi vuole, secondo te?»
«Ci sono due ipotesi, che io sappia.» A volte lo stupiva
per la sua razionalità quasi mascolina, e tuttavia aveva
commesso un errore madornale.
Mentre l'ascoltava, Nick si chiese nuovamente come
poteva aver ceduto il controllo della Christy Marine a
Duncan Alexander; poi ricordò che, sull'onda della passione,
Chantelle era capace di tutto. «La prima è che si tratti di un
piano per non pagarti i sei milioni di dollari.»
«Sì», annuì Nick. «E la seconda?»
«Nella City corrono strane voci su di te e sulla Ocean
Salvage. Si dice che tu abbia in mano qualcosa di grosso. Un
affare che riguarda l'Arabia Saudita.
Forse Duncan vuole partecipare.»
Nick la guardò incredulo: il progetto degli iceberg era
una questione fra lui e gli sceicchi. Ma poi ricordò che anche
altri ne erano informati: Bernard Wackie alle Bermude,
Samantha Silver, James Teacher. Evidentemente qualcuno
aveva parlato.
«E tu? Quali sono i tuoi motivi?»
«Ne ho due, Nicholas», rispose lei. «Rivoglio il
controllo sulla compagnia.
Rivoglio le mie azioni e il diritto di voto, rivoglio il mio
posto nel lascito. Ero pazza, quando ho delegato Duncan a
rappresentarmi. Adesso rivoglio tutto, e tu devi aiutarmi.»
Nick sorrise amaramente.
«Vorresti assoldare un pistolero, insomma. Come nei
film western. Io e Duncan in una via deserta con le mani
sospese sulle fondine.» Fece una risatina, ma intanto rifletté.
Mentiva? Impossibile dirlo, era troppo misteriosa e
imperscrutabile. Vide le lacrime brillare sulle sue ciglia e
ridiventò serio. Erano lacrime sincere o facevano parte di
una commedia? «Hai detto che hai due motivi», aggiunse
con dolcezza.
Lei non rispose subito, ma Nick vide la sua agitazione, il
rapido sussultare dei seni sotto la seta. Poi Chantelle inspirò
a fondo e parlò così piano che lui la udì appena.

«Rivoglio te. Ecco l'altro motivo, Nicholas.» Nick la


fissò sbigottito, e lei continuò. «É stato un momento di
follia. Non sapevo quel che facevo. Ma adesso la pazzia è
finita. Dio mio, non saprai mai come mi sei mancato, come
ho sofferto.» S'interruppe e agitò una mano. «Mi farò
perdonare, Nicholas, te lo giuro. Peter e io abbiamo bisogno
di te. Un bisogno disperato.»
Nick esitò a rispondere. Lo aveva colto alla sprovvista, e
adesso gli sembrava che la sua vita venisse nuovamente
mischiata come un mazzo di carte.
«La nostra è una strada senza ritorno, Chantelle.
Possiamo solamente andare avanti.»
«Ottengo sempre quello che voglio, Nicholas, lo sai», lo
ammonì lei.
«Stavolta non l'avrai, Chantelle.»
Scosse la testa, ma sapeva che la lotta sarebbe stata dura.
^
Duncan Alexander si sprofondò nel soffice sedile della
Rolls e chiamò al radiotelefono il suo ufficio in Leadenhall
Street.
«Siete riusciti a trovare Kurt Streicher?» chiese.
«Mi rincresce, signor Alexander. Il suo ufficio non è
riuscito a rintracciarlo. É andato in Africa per un safari. Non
sanno quando tornerà a Ginevra.»
«Grazie, Myrtle.»
Sorrise senza allegria. A un tratto Streicher si era rivelato
un appassionato sportivo. La settimana scorsa era andato a
sciare, questa settimana era in Africa a caccia di elefanti,
forse la settimana ventura avrebbe scelto il polo nord, per
cacciare l'orso bianco. E la settimana ventura sarebbe stato
troppo tardi, comunque.
Streicher non era il solo. Da quando gli era stato
ingiunto di pagare il compenso per il ricupero della Golden
Adventurer molti finanzieri suoi amici erano diventati
elusivi, si dileguavano tenendosi stretto il libretto degli
assegni.
«Oggi non torno in ufficio», disse alla segretaria. «Mi
mandi le pratiche in sospeso a Eaton Square. Lavorerò
stanotte. Può venire un'ora prima, domani?»
«Certamente, signor Alexander.»
Riagganciò il microfono e guardò dal finestrino. La
Rolls stava oltrepassando Regent Park, diretta verso St
John's Wood. Era la terza volta in sei mesi che percorreva
quella strada, e a un tratto sentì di nuovo la fitta rovente
sotto le costole. Si raddrizzò sul sedile, ma il dolore non
diminuì.
Con un sospiro, aprì l'armadietto dei liquori, mise un
cucchiaino di polvere in un bicchiere e vi versò sopra un po'
di soda.
Guardò con disgusto la pozione torbida, poi la bevve
d'un fiato.
Gli lasciò un gusto di menta sulla lingua, ma l'effetto fu
istantaneo. Il dolore si calmò e lui fece un ruttino.
Non gli occorreva un medico per capire che si trattava di
un'ulcera duodenale, o forse di parecchie ulcere. Doveva
essercene una tribù intera.
Sorrise e si ravviò con cura la chioma fluente,
guardandosi nello specchietto.
Il suo viso non tradiva la tensione, ne era sicuro; la
facciata era intatta, senza crepe. Aveva sempre avuto il
coraggio e la forza di affrontare le conseguenze delle sue
decisioni. Ma stavolta era difficile. Non aveva mai penato
tanto.

Chiuse gli occhi per un attimo e vide la Golden Dawn


circondata dalle impalcature. Si ergeva come una montagna.
La visione lo rincuorò, gli infuse nuove energie.
Lo consideravano soltanto un uomo d'affari, un topo
d'ufficio. Non c'era salsedine nel suo sangue né acciaio nella
sua tempra, così si diceva di lui nella City. Quando aveva
estromesso Berg dalla Christy Marine, lo avevano schivato e
spiato, aspettando che mostrasse le sue risorse. Lo avevano
costretto a vivere alle spalle della Christy Marine, a divorarsi
come un cammello nel deserto.
«Bastardi», pensò senza rancore. Anche lui si sarebbe
comportato così, al loro posto. Avevano osservato le due
regole che anche Duncan conosceva e rispettava. E in base
alle stesse regole, se avesse rivelato una tempra d'acciaio, lo
avrebbero compensato generosamente. Lo stavano mettendo
alla prova. Mancava così poco, ormai. Solamente due mesi,
ma quei sessanta giorni gli sembravano lunghi e terrificanti
come l'anno passato.
L'incaglio della Golden Adventurer era stato un disastro.
Il valore dello scafo faceva parte delle garanzie sulle quali
aveva ottenuto i prestiti. Il denaro che procurava con le sue
crociere di lusso era investito nel bilancio, perché la Christy
Marine potesse tirare avanti fino al varo della Golden Dawn.
Adesso la situazione era drasticamente mutata. Il
rubinetto dei quattrini si era bloccato e lui doveva trovare sei
milioni di dollari in contanti entro il dieci del mese. Era già
il sei, e il tempo gli sfuggiva fra le dita.
Se solo fosse riuscito a fermare Berg... Fu pervaso da
un'ondata d'odio.
Doveva guadagnar tempo. La finta proposta di
associazione lo avrebbe tenuto a bada per un po', ma lui
l'aveva rifiutata sdegnosamente. Duncan era costretto a
chiedere l'elemosina nel tentativo di rimediare i quattrini. Ma
Kurt Streicher non era l'unico a schivarlo. Era strano come la
gente fiutasse la vulnerabilità o la debolezza del prossimo.
Del resto anche lui aveva lo stesso dono, sapeva benissimo
di che si trattava. Era come recasse le piaghe della lebbra sul
viso e sulle membra.
Al confronto della posta in gioco, il prestito di sei
milioni per due mesi era una miseria. Si vergognava a
chiederlo. Fu nuovamente assalito dalla tensione e dal
bruciore allo stomaco. Si costrinse a rilassarsi e guardò dal
finestrino, vedendo che la Rolls aveva svoltato nel vicolo di
caseggiati popolari; ammonticchiati uno sull'altro, gli
appartamenti gli sembravano stie per polli.
Gettò indietro le spalle e si guardò nello specchio,
esercitando il suo sorriso. Erano solo sei milioni, e per soli
due mesi, si ripeté mentre la Rolls si fermava davanti a un
edificio.
L'autista venne ad aprirgli la portiera e gli porse la borsa
di cinghiale.
Duncan annuì.
«Grazie, Edward. Tornerò presto.»
Prese la borsa e attraversò il marciapiede a lunghe
falcate, con il busto eretto e il cappotto sulle spalle.
L'uomo che gli aprì la porta sembrava alto la metà di lui,
nonostante il cappello nero che portava calcato sulle
orecchie.
«Shalom, shalom, signor Alexander.» La sua barba folta
copriva il colletto bianco inamidato e la cravatta bianca, la
tenuta di rigore per gli ebrei ortodossi. «La sua visita è un
onore, anche se mi ha lasciato per ultimo.»
I suoi occhi neri brillarono di malizia.

«Perché lei ha un cuore di pietra e acqua ghiacciata al


posto del sangue», disse Duncan.
L'uomo rise come se avesse ricevuto un complimento.
«Venga», disse, prendendo Duncan per un braccio.
«Venga, le offro il tè.
Intanto parleremo.»
Guidò Duncan nell'angusto corridoio. Erano giunti a
metà, quando si scontrarono con due ragazzini che correvano
nella direzione opposta. Sulle testoline ricciolute portavano
lo zuccotto.
«Ah, monellacci», disse l'uomo.
Si chinò ad abbracciarli, poi li spedì via con un
affettuoso sculaccione.
Senza smettere di sorridere, scuotendo le treccioline che
penzolavano dalle sue tempie, spinse Duncan in una
cameretta ingombra di suppellettili, adibita a ufficio. Contro
una parete c'era una vecchia scrivania, e contro la parete
opposta un divano imbottito su cui erano ammonticchiati
registri e schedari.
L'ebreo li spinse da parte, facendo posto a Duncan.
«Si accomodi», lo invitò, scostandosi mentre una
donnetta portava il vassoio del tè. «Ho letto il verdetto della
corte arbitrale sul Lloyd's List», disse quando furono soli.
«Nicholas Berg è un uomo straordinario. Un tipo pieno di
risorse.»
S'interruppe, notando l'improvviso rossore di Duncan e
lo scintillio irato dei suoi occhi.
Duncan represse a stento la collera. Non sopportava di
sentir lodare Nicholas Berg; ne aveva abbastanza di paragoni
e di osservazioni maligne. Ebbe l'impulso di alzarsi e
lasciare la stanzetta, ma non poteva permettersi di farlo. E
non poteva nemmeno parlare, era troppo furioso. Rimasero
in silenzio per un pezzo.
Fu l'ebreo a parlare, finalmente.
«Quanto?»
Duncan esitò a dirgli la cifra. Era strettamente connessa
alla causa della sua ira.
«Oh, non molto. E per poco tempo, solo sessanta
giorni.»
«Quanto?»
«Sei milioni», rispose Duncan. «Dollari.»
«Sei milioni di dollari non sono una somma enorme,
quando la si possiede. Ma se mancano, sono una fortuna.» Si
carezzò la barba nera. «E sessanta giorni possono essere
un'eternità.»
«Ho un contratto di noleggio per la Golden Dawn»,
disse Duncan. «Per dieci anni.» Slacciò le fibbie d'oro della
borsa di cinghiale e ne tolse un fascio di fotocopie. «É già
firmato e controfirmato, come vede.»
«Dieci anni» chiese l'uomo, guardando le carte nella
mano di Duncan.
«Dieci anni, a dieci centesimi per tonnellata al miglio,
con un minimo annuo garantito di 75.000 miglia.»
L'ebreo smise di carezzarsi la barba.
«La Golden Dawn può trasportare un milione di
tonnellate, ciò che assicura un minimo di settantacinque
milioni di dollari all'anno.» Celò a fatica la sua deferenza e
riprese a carezzarsi delicatamente la barba. «Chi è il
noleggiatore?»
Le sue sopracciglia sembravano due punti interrogativi
neri.

«L'Orient Amex», rispose Duncan, porgendogli le


fotocopie.
«Il giacimento di El Barras.» L'uomo lesse rapidamente.
«Lei è proprio in gamba, signor Alexander. Non ne ho mai
dubitato.» Continuò a leggere in silenzio, scrollando
lentamente la testa e facendo oscillare le treccioline.
«Il giacimento di El Barras.» Piegò i fogli e guardò
Duncan. «Credo che la Christy Marine abbia trovato il
degno successore di Nicholas Berg. Forse le scarpe sono
ancora troppo piccole, fra poco cominceranno ad andarle
strette, signor Alexander.»
Cambiò posizione sulla sedia, riflettendo, e Duncan lo
osservò con un mezzo sorriso per dissimulare la sua ansia.
«Come la mettiamo con gli ecologisti, signor Alexander?
Le autorità americane e il presidente Carter sono molto
sensibili ai pericoli per l'ambiente.» «Già, i fanatici», disse
Duncan. «Non potranno far niente, ci sono troppi capitali in
ballo. L'Orient Amex ha investito quasi due miliardi nelle
nuove raffinerie di Galveston. Altri tre colossi del petrolio
partecipano al progetto. Al diavolo gli ecologisti. Noi
trasporteremo lo stesso il greggio.» Il suo tono era risoluto.
«La posta è troppo alta, l'opposizione troppo debole. Le
cassandre e i sentimentali hanno rotto le scatole a tutti.»
Fece un gesto sprezzante.
«La gente si è abituata a un po' di petrolio sulla spiaggia,
a un po' di smog nell'aria, a qualche pesce di meno nel mare
e a qualche uccello di meno nel cielo. Non farà drammi.»
L'ebreo annuì. «Sì», disse. «Lei è un tipo in gamba. Il
mondo ha bisogno di uomini come lei.»
«La cosa più importante è il procedimento di pirolisi del
cadmio che scinde le molecole di carbonio del greggio e
porta la resa del carbonio al 90 per cento invece dell'attuale
40 per cento. Il 90 per cento di resa, doppio profitto, doppia
efficienza...»
«E doppio pericolo.»
L'uomo sogghignò sotto la barba.
«Anche fare il bagno è pericoloso. Si può scivolare e
spaccarsi il cranio. E
nessuno ha investito due miliardi di dollari per fare il
bagno.»
«Concentrato in cento parti per un milione, il cadmio è
più velenoso del cianuro e dell'arsenico. Il greggio di El
Barras contiene duemila parti di cadmio per un milione.»
«Ecco perché vale tanto», disse Duncan.
«L'arricchimento artificiale del greggio con il cadmio
renderebbe antieconomico il processo di pirolisi. Ma
abbiamo trasformato un giacimento petrolifero che pareva
irrimediabilmente contaminato in una delle esperienze più
brillanti nel campo della raffinazione.»
«Spero che non abbia sottovalutato le opposizioni al
trasporto di...»
Duncan lo interruppe seccamente.
«Non faremo pubblicità. Il carico e lo scarico del
greggio avverranno con discrezione, nessuno noterà la
differenza. La Golden Dawn sarà una delle tante
superpetroliere che attraversano i mari. Nulla lascerà capire
che trasporta petrolio al cadmio.»
«Se la notizia trapelasse?»
Duncan scrollò le spalle.

«Ormai il mondo è vaccinato. Accetta tutto, dal DDT al


Concorde. La gente se ne fotte. Qualunque cosa succeda,
trasporteremo il petrolio di El Barras.
Nessuno è abbastanza forte per impedircelo.» Radunò le
carte e aggiunse a bassa voce: «Mi servono sei milioni di
dollari per sessanta giorni. Entro domani a mezzogiorno».
«Lei è un tipo in gamba», ripeté l'uomo. «Ma si è già
esposto troppo. Mio fratello e io abbiamo già investito
parecchio denaro nel suo coraggio. In parole povere, signor
Alexander, la Christy Marine ha esaurito le sue garanzie.
Anche la Golden Dawn è impegnata fino all'ultimo bullone.
Il contratto di nolo con l'Orient Amex non cambia niente.»
Duncan cavò dalla borsa un fascio di carte contenuto in
una cartelletta marrone. L'ebreo inarcò un sopracciglio con
aria interrogativa.
«Il mio patrimonio personale», spiegò Duncan.
L'uomo lesse rapidamente la lista dattiloscritta.
«Sono valori sulla carta, signor Alexander. Il valore reale
è la metà della stima. Non ci sono garanzie sufficienti per sei
milioni di dollari.» Rese la cartelletta a Duncan. «Serviranno
come inizio, ma ci occorre altro.»
«Per esempio?»
«Azioni, signor Alexander, le azioni della Christy
Marine. Se dobbiamo dividere i rischi, dobbiamo anche
dividere i profitti.»
«Vuole anche la mia anima?» domandò Duncan con la
voce roca.
L'ebreo rise. «Un pezzettino, magari», disse
amabilmente.
^
Due ore dopo, Duncan si accasciò stancamente sul sedile
della Rolls.
Gli tremavano i muscoli delle cosce come se avesse
corso a lungo, e un nervo nell'angolo dell'occhio continuava
a contrarsi. Aveva puntato tutto: la Christy Marine, i suoi
beni, perfino la sua anima. Era tutto in gioco, adesso.
«A Eaton Square, signore?» chiese l'autista.
«No», rispose Duncan. Sapeva quel che gli occorreva
per allentare la tensione. Gli occorreva subito, senza indugio,
come la polvere al gusto di menta. «Al Senator Club in Frith
Street.»
Si stese bocconi sul tavolo per i massaggi nel piccolo
scomparto riparato da una tenda verde. Il suo corpo snello
era coperto soltanto dall'asciugamano. La ragazza gli
massaggiò la schiena con le dita esperte, trovando i nodi di
tensione e sciogliendoli.
«Massaggio morbido, signore?» gli chiese.
«Sì», rispose lui.
Si rotolò sul dorso. La ragazza gli tolse l'asciugamano
dai fianchi.
Era una bella ragazza bionda con una tunichetta verde e
il distintivo del club, una foglia di quercia dorata, sul
taschino. I suoi modi erano spicci e impersonali.
«Vuole qualche extra, signore?»
Il suo tono era neutro. Cominciò automaticamente a
sbottonarsi la tunica.
«No», disse Duncan. «Niente extra.»
Chiuse gli occhi, abbandonandosi al tocco sapiente delle
sue dita.
Pensò a Chantelle con un'ombra di rimorso. Ma in quei
giorni non si sentiva di affrontare la sua impetuosa passione
persiana. Gli mancavano le forze, era stanco e depresso,
voleva soltanto un rapido sollievo. Ma fra due mesi sarebbe
stato diverso. Avrebbe avuto l'energia per prendere il mondo
in mano e scrollarlo come un giocattolo.
La sua mente era separata dal corpo e strane immagini
gli danzavano davanti agli occhi chiusi. Era passato
parecchio tempo dall'ultima volta che aveva fatto l'amore
con Chantelle. Si chiese che cos'avrebbe detto la gente, se lo
avesse saputo.
«Nicholas Berg ha lasciato un posto vuoto nel suo letto»,
avrebbe commentato.
«Al diavolo», pensò Duncan. Ma era troppo spossato per
sentirsi veramente in collera. «Al diavolo.» Si abbandonò al
lampo abbacinante che gli esplose sotto le palpebre e alla
buia pace che seguì.
^
Sprofondato nella vecchia poltrona di cuoio, una delle
poche concessioni di James Teacher alla comodità, Nick
fissava i quadretti dozzinali appesi alla parete attraverso una
sottile cortina di fumo. Teacher avrebbe potuto permettersi
un Gauguin o un Turner, ma l'esibizionismo era bandito dal
Villaggio del Tribunale. I potenziali clienti si sarebbero
spaventati pensando all'importo della parcella.
James Teacher depose il ricevitore e si alzò. La sua
statura aumentò di poco.
«Be', credo che il nostro pollo non possa più scappare»,
annunciò allegramente, e cominciò a contare le notizie sulla
punta delle dita. «Il messo della corte suprema sudafricana
notificherà il pignoramento della Golden Adventurer a
mezzogiorno di domani, ora locale. Il nostro corrispondente
francese farà altrettanto con la Golden Dawn.»
Parlò per tre minuti. Mentre lo ascoltava, Nick dovette
riconoscere che si era guadagnato la maggior parte delle sue
salatissime parcelle.
«Ecco tutto, signor Berg. Se il suo sospetto è fondato...»
«Non è un sospetto, signor Teacher. É una certezza.
Duncan Alexander ha l'acqua alla gola. Ha girato come un
pazzo per tutta la City a batter cassa.
Santo cielo, mi ha perfino proposto di diventare suo
socio. No, signor Teacher, non è un sospetto. La Christy
Marine non può pagare.»
«Non capisco, sei milioni sono un'inezia», replicò James
Teacher. «Almeno per la Christy Marine. É una delle società
di navigazione più ricche.»
«Lo era un anno fa», disse Nick. «Ma da allora
Alexander ha sempre avuto carta bianca. Non è una società
pubblica. É lui che amministra le azioni.»
Aspirò una boccata di fumo. «Mi servirò degli elementi
in mio possesso per promuovere un'indagine capillare sugli
affari della compagnia. Voglio vedere Alexander al
microscopio.»
Teacher ridacchiò e alzò il ricevitore al primo squillo.
«Teacher», disse, continuando a ridacchiare. Poi rise
fragorosamente, annuendo. «Sì.» Tacque un momento,
quindi ripeté: «Sì».
Riagganciò. Quando si rivolse a Nick, il suo viso paffuto
era rosso d'ilarità.
«Devo darle una delusione, signor Berg.» Sghignazzò.
«Un'ora fa è stato effettuato un deposito alle Bermude a
credito della Ocean Salvage da parte della Christy Marine.»
«Quanto?»
«Fino all'ultimo centesimo, signor Berg. Sei milioni e
rotti di dollari in valuta corrente degli Stati Uniti
d'America.»
Nick lo fissò, combattuto fra due emozioni: il sollievo
per l'incasso e la delusione per la vitalità dimostrata da
Duncan Alexander. L'occasione di farlo a pezzi era sfumata.
«Ha ricuperato in fretta», osservò Teacher. «Non bisogna
sottovalutare gli uomini come Duncan Alexander.»
«No, certamente», convenne Nick, pensando che anche
lui era risalito a galla più di una volta, e sempre a caro
prezzo. «Per cortesia, il suo impiegato potrebbe chiedere alla
British Airways a che ora parte il primo aereo per le
Bermude?»
«Va alle Bermude? Allora le rincrescerebbe firmare la
mia parcella e consegnarla direttamente alla Bach Wackie?»
chiese delicatamente Teacher.
Bernard Wackie aspettava Nick presso il cancello della
dogana. Era alto, segaligno e abbronzato. Indossava una
camicia aperta sul collo e pantaloni di cotone.
«Sono felice di vederti, Nicholas.» La sua stretta di
mano fu forte e cordiale. Aveva meno di sessant'anni e più di
quaranta, era impossibile definire la sua età con
approssimazione maggiore. «Ti porto subito in ufficio,
dobbiamo parlare di una quantità di cose. Non c'è tempo da
perdere.»
Prese Nick per un braccio e lo condusse sul piazzale
arroventato dal sole, fino all'aria condizionata della Rolls.
La macchina era troppo grossa per le stradicciole
tortuose dell'isola. Per legge, alle Bermude, una famiglia può
possedere una sola automobile; ma Bernard abusava del suo
diritto.
Gli uomini come lui, dinamici e brillanti, non si
sentivano di vivere in Inghilterra e assoggettarsi alle tasse.
«É difficile essere vincitori, in una società che gratifica i
perdenti», aveva detto a Nick, e quindi aveva trasferito la
sua azienda in un paradiso senza tasse.
Per un uomo normale sarebbe stato un suicidio, ma
Bernard si era installato all'ultimo piano del palazzo della
Bank of Bermuda, con una magnifica vista sul porto di
Hamilton, attrezzandosi con una sala di operazioni marittime
e un impianto radio che avrebbe fatto invidia a un comando
della NATO.
Da lassù offriva un servizio così efficiente, così
scrupoloso, così personalizzato che non soltanto aveva
conservato i suoi vecchi clienti, ma ne aveva conquistati di
nuovi.
«Niente tasse, Nicholas», disse sorridendo. «E guarda
che vista.» I pittoreschi edifici di Hamilton sembravano una
distesa di canditi color fragola e panna, prugna e limone.
Oltre la baia, i cedri si ergevano al sole e gli yacht
spiegavano vele multicolori sulle acque verdi. «D'inverno
Londra è un po' diversa, eh?»
«La temperatura è la stessa», ribatté Nick, sbirciando i
condizionatori.
«Io ho il sangue caldo», spiegò Bernard.
Quando la sua segretaria, alta e nubile, venne a portare i
fascicoli della Ocean Salvage, si concentrò in religioso
silenzio sui suoi seni turgidi. Si muovevano come due
palloncini pieni di gas, sfidando la legge di gravità.
Mentre deponeva i fascicoli sulla scrivania di Bernard, la
ragazza rivolse a Nick un sorriso smagliante. Poi uscì
dimenando le natiche strizzate nella gonna.
«Sa anche scrivere a macchina», assicurò Bernard con
un sospiro, e scrollò la testa come se volesse snebbiarsi le
idee. Aprì la prima cartelletta.
«Bene», cominciò. «Il deposito della Christy Marine...»
Il denaro era arrivato appena in tempo. La data
dell'ultimo pagamento trimestrale per il Sea Witch era
scaduta da quarantotto ore, e la Atlantique cominciava a
preoccuparsi.
«Figlio di puttana», disse Bernard. «Non crederai che sia
facile spendere sei milioni di dollari.»
«Non ho nemmeno bisogno di provare», replicò Nick.
«Si spendono da soli.»
Poi, accigliandosi: «E questo che cos'è?».
«Hanno tirato in ballo di nuovo la clausola della
svalutazione, un altro tre e mezzo per cento.»
I costruttori del Sea Witch avevano inserito una clausola
che agganciava il prezzo convenuto all'indice del costo
dell'acciaio e della mano d'opera.
Avevano scongiurato lo sciopero del cantiere cedendo
alle richieste del sindacato, e adesso Nick doveva sborsare.
Le cifre erano salate. La clausola era come un cancro, gli
succhiava i soldi e le forze.
Lavorarono per tutto il pomeriggio, pagando, pagando e
pagando ancora. I rifornimenti e gli altri costi d'esercizio del
Warlock, il saldo dei debiti della Ocean Salvage, le parcelle
degli avvocati e quelle degli agenti assottigliarono
notevolmente i sei milioni. Uno dei pochi pagamenti che
fecero piacere a Nick fu il 12 e mezzo per cento del
compenso per il ricupero all'equipaggio del Warlock. La
parte di David Allen sfiorava i trentamila dollari. Beauty
Baker ne avrebbe incassati venticinquemila, accompagnati
da un biglietto di Nick: «Si beva un Bundaberg alla mia
salute!».
«Abbiamo finito?» chiese qualche ora dopo.
«Non basta?»
«Sicuro.» Gli girava la testa, a furia di far calcoli. «Che
altro c'è?»
«Buone notizie.» Bernard prese la seconda cartelletta.
«Forse abbiamo fatto la pace con la Esso. Ti odiano, hanno
minacciato di non servirsi mai più dei tuoi rimorchiatori, ma
non ti hanno citato in giudizio.»
Nick era venuto meno al contratto quando aveva
piantato la piattaforma petrolifera della Esso per andare a
ricuperare la Golden Adventurer. Da allora era vissuto sotto
la spada di Damocle di un'azione giudiziaria, ma adesso la
minaccia sembrava scongiurata. Bernard Wackie valeva ogni
centesimo delle sue parcelle.
«Bene. E poi?»
Continuarono per altre sei ore, aggiunte a quelle del
lungo volo attraverso l'Atlantico.
«Ti senti bene?» chiese Bernard alla fine.
Nick annuì, benché gli paresse di avere due uova sode al
posto degli occhi.
«Vuoi mangiare un boccone?» domandò Bernard. Nick
scosse la testa.
«Preferisci bere? Hai bisogno di un goccio, prima della
prossima notizia.»
«Scotch», disse Nick.
La segretaria portò il vassoio e versò il liquore in un'altra
pausa di rispettoso silenzio.
«Non le serve altro, signor Wackie?»
«Per adesso no, bellezza.» Bernard la guardò uscire, poi
alzò il bicchiere in un brindisi. «Al Principe d'Oro!» Vide
Nick accigliarsi e aggiunse subito:

«No, Nicholas, non sto scherzando. Hai sfondato di


nuovo. Gli sceicchi si preparano a farti un'offerta. Vogliono
rilevare tutta la baracca, debiti compresi. Naturalmente
vogliono che tu continui a gestirla, almeno per un paio
d'anni, così potrai addestrare i loro uomini. Con uno
stipendio da nababbo».
Nick lo guardò.
«Quanto?»
«Duecentomila bigliettoni più il due per cento del
profitto.»
«Non parlavo dello stipendio», disse Nick. «Quanto
offrono per la compagnia?»
«Sono arabi. La prima offerta serve soltanto a muovere
le acque.»
«Quanto?» ripeté Nick con impazienza.
«Hanno delicatamente accennato a cinque milioni di
dollari.»
«A che cifra potranno arrivare, secondo te?»
«Sette, sette e mezzo. Otto, forse.»
Attraverso il velo della stanchezza, Nick vide
l'immagine di una nuova vita, una vita simile a quella che gli
aveva prospettato Samantha. Una vita semplice, felice e
spensierata.
«Otto milioni netti?»
La voce di Nick era roca. Si strofinò gli occhi brucianti.
«Forse solo sette», rispose Bernard. «Ma cercheremo di
spuntarne otto.»
«Vorrei ancora un goccio», disse Nick.
«Ottima idea», convenne Bernard.
Suonò il campanello per chiamare la segretaria, con un
brillio d'impazienza negli occhi.
^
Samantha si era annodata i capelli in due lunghe trecce
che cadevano sulla schiena. I pantaloncini attillati lasciavano
scoperte le sue lunghe gambe, rivelando il bianco delle
natiche a ogni passo. Calzava un paio di sandaletti e si era
alzata gli occhiali da sole sulla fronte.
«Temevo che non saresti venuto», disse mentre Nick
varcava il cancello della dogana al Miami International.
Nick lasciò cadere la valigia e l'abbracciò. Aveva
dimenticato la fragranza dei suoi capelli.
Lei tremava come un cucciolo. Nick udì un piccolo
singhiozzo e si accorse che stava piangendo.
«Ehi!» Le sollevò il mento e vide che aveva gli occhi
pieni di lacrime.
Samantha tirò su col naso. «Qual è il guaio, piccola?»
«Sono troppo felice», rispose lei.
Nick invidiò la sua capacità di vivere a fior di pelle. In
quel momento, poter piangere di gioia gli sembrò la più
grande delle conquiste umane. La baciò e sentì il sapore
salino delle lacrime. Si accorse con stupore di avere un nodo
alla gola.
«L'hai fatto tu?» domandò Nick.
Fendettero la folla dell'aeroporto, ignorandola. Uscirono
al sole della Florida, e lei lo condusse verso la macchina
continuando a cingerlo con entrambe le braccia.
«Santo cielo!» esclamò Nick, fermandosi davanti alla
Chevy. La carrozzeria era stata completamente riverniciata.
«Che roba è?»

«É un capolavoro», rise lei. «Non ti piace?»


Era verniciata in tutti i colori dell'arcobaleno, con scene
di fantastici paesaggi terrestri e marini.
«L'hai fatto tu?» domandò Nick.
Inforcati gli occhiali da sole, guardò i gabbiani, le palme
e i fiori.
«Non è brutto», si difese lei. «Mi sentivo triste, senza di
te. Volevo un po' di colore nella mia vita.»
Una scena rappresentava una grande onda ricurva con
due figure umane che sciavano sulla parete verde,
accompagnate da un delfino. Nick guardò meglio e nella
figura maschile riconobbe se stesso. I lineamenti erano resi
con scrupolo amoroso, e lui sembrava un incrocio fra
Superman e Clark Gable.
«L'ho dipinto a memoria», dichiarò lei con orgoglio.
«Formidabile», commentò Nick. «Ma io sono più bello e
più muscoloso.»
Dovette ammettere che il talento non le mancava,
nonostante i colori pazzi e lo stile romantico. «Non posso
girare su questa macchina. Pensa se mi vedesse uno dei miei
creditori!»
«Metta la sua mente in libertà, signore. Ha appena
comprato un biglietto per un viaggio nel paese della
fantasia.» Prima di avviare il motore, lo fissò gravemente
con i grandi occhi verdi. «Per quanto tempo, Nicholas? Per
quanto tempo staremo insieme, stavolta?»
«Dieci giorni», rispose lui. «Purtroppo devo tornare a
Londra il 25. Ho un affare in ballo, un colpo grosso sul serio.
Te ne parlerò.»
«No.» Si turò le orecchie. «Non voglio sapere niente.
Non ancora.»
Guidò la Chevy a rotta di collo, ricambiando gli omaggi
degli altri automobilisti con sorrisi e scrollate di trecce.
Quando lasciarono l'autostrada 95 e parcheggiarono
davanti a un supermercato, Nick inarcò un sopracciglio.
«Cibo», spiegò lei. Scoccandogli un'occhiata maliziosa,
aggiunse: «Ho il presentimento che fra un po' avremo fame».
Prese alcune bistecche, varie scatolette e una fiaschetta
di vino californiano. Non gli permise di pagare.
«In questa città sei mio ospite.»
Pagò il conto e caricò le provviste in macchina.
Imboccarono la strada rialzata che attraversava le paludi in
direzione di Virginia Key.
«Laggiù c'è il dipartimento marino dell'università di
Miami. Sulla punta del molo c'è il mio laboratorio, vicino a
quella barca bianca. Lo vedi?»
I bassi edifici erano riuniti in un angolo dell'isola, fra
l'acquario e i pontili del porticciolo.
«Non ci fermiamo?» domandò Nick.
«Scherzi? Non mi occorre un'attrezzatura scientifica, per
l'esperimento che voglio fare.»
Senza rallentare, la Chevy attraversò il lungo ponte fra
Virginia Key e Key Biscayne. Cinque chilometri dopo,
Samantha svoltò bruscamente in una stradicciola che
serpeggiava in una foresta tropicale di palme e banane, fino
a una casetta di legno poco distante dal mare.

«Abito vicino al mio elemento», spiegò, salendo i


gradini del portico con una bracciata di provviste.
«É tua?» chiese Nick.

Stentava a distinguere i tetti dei grandi edifici


condominiali che sorgevano nei pressi. Erano quasi nascosti
dalle palme.
«Me l'ha lasciata mio padre. L'ha comprata quando sono
nata», spiegò Samantha con orgoglio. «Il terreno è tutto
mio.»
Erano poche centinaia di metri, ma Nick ne intuì subito
il valore. Tutti volevano vivere vicino al mare, e i palazzi
assediavano il terreno.
«Vale almeno un milione di dollari.»
«Non ha prezzo», replicò lei con fermezza. «L'ho detto
anche a quei farabutti di agenti immobiliari. Me l'ha lasciato
mio padre e non è in vendita.» Spalancò la porta con un
colpo d'anca. «Non startene lì impalato, Nicholas», lo
implorò. «Abbiamo solamente dieci giorni.»
Nick la seguì in cucina. Lei scaricò il suo fardello
nell'acquaio e si girò.
«Benvenuto nella mia casa, Nicholas.» Gli cinse i
fianchi, gli sfilò la camicia dai calzoni e gli carezzò la
schiena. «Non immagini come sono felice di averti qui.
Vieni, ti mostro la casa. Questo è il soggiorno.»
L'arredamento era spartano, con tappeti indiani e
terraglie. I pantaloncini di Samantha volarono in mezzo alla
stanza, seguiti dalla camicia di Nick.
«Sorpresa! Questa è la camera da letto.»
Lo prese per mano e lo trascinò nella stanzetta. Le
finestre davano sulla spiaggia. La brezza marina gonfiava le
tende e il lontano scroscio della risacca sembrava il respiro
di un gigante addormentato.
Il letto era troppo grande per la cameretta. Aveva una
testata antica, di ottone, e il materasso rigonfio. Il copriletto
era fatto di pezze multicolori cucite insieme.
«Non resistevo più, senza di te», disse Samantha. «Sei
arrivato appena in tempo, come il settimo cavalleria.»
Nick si attorcigliò intorno al polso le sue trecce dorate e
la tirò delicatamente verso di sé.
Di colpo la sua vita ridivenne semplice e serena. Di
colpo si sentì ancora giovane e spensierato. I sotterfugi, le
menzogne, l'ipocrisia non esistevano in quel piccolo
universo racchiuso in una casetta di legno in riva al mare,
con il grande letto d'ottone che cigolava e sferragliava. La
felicità era un miracolo di nome Samantha Silver.
^
Il laboratorio di Samantha era una stanza quadrata
costruita su palafitte.
Il lieve ronzio delle pompe elettriche si mischiava al
sussurro delle onde sottostanti e al gorgoglìo degli acquari.
«Questo è il mio regno», disse. «E questi sono i miei
soggetti.»
C'era quasi un centinaio di acquari, sovrastati da una
confusione di boccette e cavi elettrici.
Nick si accostò all'acquario più vicino e guardò
nell'interno. Vide solamente una grossa conchiglia con le
valve aperte. Il roseo mollusco tremolava filtrando l'acqua
marina. A ogni valva erano uniti sottili fili di rame.
Samantha gli venne accanto, e lui le chiese:
«Che cos'è?»
Lei fece scattare un interruttore. Il rullo cilindrico sopra
l'acquario cominciò a girare lentamente, mentre un ago
tracciava una linea irregolare sulla carta che lo copriva.
Samantha disse:
«Lo spiamo».

«Sei un membro della CIA», celiò lui.


Lei rise.
«É il battito del suo cuore. Gli faccio passare un impulso
elettrico attraverso il cuore, un cuoricino grande appena un
millimetro. Ma le contrazioni alterano la resistenza e fanno
muovere l'ago.» Studiò il grafico per un momento. «Questo
soggetto è una Spisula solidissima in ottima salute.»
«E che cosa c'è d'interessante, nel suo cuore?»
«É lo strumento più preciso e meno costoso che abbiamo
scoperto finora per misurare l'inquinamento del mare. O
meglio», si corresse senza falsa modestia,
«che io ho scoperto». Lo prese per mano e lo condusse
lungo la fila di acquari. «Sono sensibili, incredibilmente
sensibili, alle contaminazioni dell'ambiente. Le loro
pulsazioni cardiache riflettono quasi subito ogni elemento
estraneo, chimico o organico che sia, anche in
concentrazioni così basse che occorrerebbe uno specialista
con uno spettroscopio per individuarle.»
Nick sentì crescere il suo interesse, mentre Samantha
preparava alcuni campioni di elementi inquinanti sul
bancone del laboratorio.
«Ecco qua», disse, mostrandogli una provetta. «Carboni
aromatici, gli elementi più velenosi del petrolio greggio.»
Indicò un'altra provetta. «Là c'è mercurio in proporzione di
cento parti per un milione. Non hai mai visto le fotografie
dei vegetali umani? E dei bambini giapponesi di Kiojo con
la carne che si stacca dalle ossa? Effetto del mercurio. Bella
roba.»
Prese un'altra provetta. «PCB, un sottoprodotto
dell'industria chimica, il fiume Hudson ne è pieno. E questi
sono tetraidrofurano, cicloesano, metilbenzene, tutti
sottoprodotti dell'industria, ma non lasciarti ingannare dai
loro bei nomi. Un giorno ci perseguiteranno sui titoli dei
giornali come THF o CMB. Un giorno ci saranno altri
vegetali umani e bambini focomelici.»
Sfiorò le provette. «Arsenico, il vecchio veleno di
Agatha Christie. E qui c'è il bastardo più micidiale di tutti, il
cadmio. Un solfuro che non si degrada facilmente. In cento
parti per un milione è letale come la bomba atomica.»
Sotto gli occhi di Nick, portò il vassoio di provette
vicino agli acquari e avviò gli elettrocardiografi. Ciascuno
cominciò a registrare le pulsazioni cardiache di un mollusco
sano, una curva e due culmini.
«Adesso sta' a vedere», disse lei. Lasciò gocciolare le
soluzioni avvelenate negli acquari, una soluzione diversa per
ciascuno. «Queste concentrazioni sono così basse che gli
animali non si accorgono della differenza. Continuano a
nutrirsi e a respirare, ma intanto si avvelenano.»
Samantha non sembrava più lei. Era divenuta una gelida
professionista. Il camice bianco che aveva indossato sopra la
camicetta contribuiva ad alterare la sua immagine. Mentre
passeggiava avanti e indietro lungo la fila di acquari, pareva
invecchiata di vent'anni.
«Ecco», disse con cupa soddisfazione, mentre l'ago su
un rullo registrava un lieve battito doppio al primo culmine e
si appiattiva sensibilmente al secondo. «Tipica reazione al
carbonio aromatico.»
Le pulsazioni irregolari si replicarono sul rullo che
girava lentamente.
Samantha passò all'acquario successivo.
«Vedi la pulsazione nella curva, vedi l'accelerazione
delle contrazioni cardiache? Questo è cadmio in dieci parti
per un milione.

In cento parti, uccide ogni forma di vita marina, in


cinquecento uccide lentamente l'uomo, in settecento parti lo
fulmina.»
Con crescente interesse, Nick aiutò Samantha a
registrare gli esperimenti e a controllare la concentrazione
dei veleni negli acquari. Aumentarono gradualmente la dose
di ogni sostanza. Gli aghi registrarono impassibilmente il
progressivo disagio dei molluschi e le ultime convulsioni
prima della morte.
Il tono di Nick tradiva l'orrore e la ripugnanza.
«É macabro.»
«Sì.» Samantha si scostò dagli acquari. «La morte è
sempre macabra. Ma questi organismi hanno un sistema
nervoso rudimentale, non sentono dolore come noi.»
Rabbrividì leggermente e continuò. «Ma immagina un intero
oceano avvelenato come questi acquari, immagina l'agonia
di decine di milioni di uccelli marini, dei mammiferi, delle
foche, dei delfini e delle balene. Pensa alla sorte dell'uomo.»
Si tolse il camice. «Ho fame», annunciò. Poi, sbirciando il
lucernario sul soffitto: «Non c'è da stupirsi! É già buio!».
Mentre riordinavano il laboratorio, gli disse:
«In cinque ore abbiamo controllato centocinquanta
campioni di acqua contaminata e abbiamo ottenuto
indicazioni precise su quasi cinquanta sostanze pericolose.
La spesa è stata inferiore a mezzo dollaro per campione».
Spense le luci. «Lo stesso esame fatto con uno spettroscopio
a gas sarebbe costato diecimila dollari. E avrebbe richiesto
l'opera di un gruppo di specialisti per quindici giorni.»
«Un'idea geniale», convenne Nick. «Hai intelligenza da
vendere.»
Samantha lo fermò davanti alla Chevy psichedelica,
guardandolo contrita alla luce del lampione.
«Ti rincresce se stasera usciamo, Nicholas?»
«Come sarebbe a dire?» chiese lui, insospettito.
«I ragazzi hanno organizzato una scorpacciata di
gamberi. Poi dormiranno sul battello e domani mattina
usciranno a marcare il pesce. Ma non è necessario che
andiamo anche noi. Potremmo restare a casa e comprarci
qualche bistecca.»
Ma Nick capì che moriva dalla voglia di andare.
Era lungo diciotto metri, un vecchio peschereccio con la
timoneria a prua come la garitta di una sentinella. Benché
fosse stato riverniciato da poco, appariva ugualmente
antiquato.
Era ormeggiato al molo dell'università. Quando salirono
a bordo, udirono le voci e le risate che salivano dal ponte
inferiore.
«Tricky Dicky.» Nick lesse il nome sulla poppa
sgraziata.
«Gli vogliamo bene», disse Samantha, conducendolo
sulla passerella stretta e traballante. «Appartiene
all'università. É uno dei nostri quattro battelli per la ricerca.
Gli altri sono fior di barche lunghe settanta metri, ma il
Dicky è il nostro battellino per le crociere a breve raggio. E
anche il ritrovo del dipartimento.»
La cabina principale era arredata austeramente, con una
lunga tavola circondata da panche, ma era affollata come una
discoteca di ragazzi e ragazze in jeans e camiciotto. Era
impossibile distinguere i sessi dall'abbigliamento e dalla
lunghezza dei capelli schiariti dal sole.
L'aria sapeva di gamberi alla griglia e burro fuso. Sulla
tavola c'erano grosse caraffe di vino californiano.
«Ehi!» gridò Samantha sovrastando il baccano. «Questo
è Nicholas.»
Il gruppo si fece un po' più silenzioso e i giovani
guardarono l'intruso con vaga ostilità. Nick li guardò a sua
volta, comprendendo che, nonostante l'abbigliamento
informale, le capigliature arruffate e la profusione di barbe,
erano un gruppo d'élite. Avevano l'aria intelligente e gli
occhi vivaci.
Ognuno appariva orgoglioso e sicuro di sé.
A capotavola era seduta una figura imponente, l'uomo
più anziano della compagnia. Doveva avere all'incirca l'età
di Nick, perché i suoi capelli erano striati d'argento, il suo
viso cotto dal sole e dalle intemperie.
«Ciao, Nick», tuonò. «Non fingerò di non conoscerti.
Sam ci ha rotto per...»
«Basta così, Tom Parker», lo interruppe bruscamente
Samantha.
Una risatina corse lungo la tavola. La tensione si era
allentata, e qualcuno cominciò a salutarlo.
«Ciao, Nick, io sono Sally-Anne.» Una graziosa ragazza
con gli occhi azzurri dietro gli occhiali dalla montatura
sottile gli mise in mano un bicchierone di vino. «Siamo a
corto di bicchieri. Dovrai fare a metà con Sam.»
Si spostò sulla panca, facendogli un po' di spazio.
Samantha gli si sedette sulle ginocchia. Il vino era rosso e
aspro, ma Samantha sorseggiò la sua parte come se fosse un
Chateau Lafitte del '53 e sussurrò all'orecchio di Nick:
«Tom è professore al dipartimento di biologia. É un vero
tesoro. Dopo di te, è il mio uomo preferito».
Una donna emerse dalla cambusa con un gran piatto di
gamberi e una terrina di burro fuso. Quando depose il piatto
in mezzo alla tavola, i giovani esplosero in un'ovazione e
cominciarono ad abbuffarsi senza complimenti.
La donna era alta e magra, con i capelli neri annodati in
due trecce e i calzoni attillati. Ma era maggiore delle altre. Si
fermò vicino a Tom Parker e gli cinse le spalle con un gesto
affettuoso.
«É Antoinette, sua moglie.»
La donna udì il suo nome e sorrise. Osservò Nick con i
dolci occhi neri e fece un cenno d'approvazione a Samantha
prima di tornare nella cambusa.
Il cibo non smorzò la conversazione, che saltava da un
argomento all'altro, ora seria, ora scherzosa, mentre le dita
unte di burro squartavano i gamberetti e lasciavano impronte
sui bicchieri di vino.
Ogni volta che qualcuno parlava, Samantha bisbigliava a
Nick il suo nome e le credenziali.

«Hank Petersen, sta facendo una ricerca sul tonno


azzurro. Studia la riproduzione e le rotte migratorie. Domani
sarà lui a dirigere l'operazione di marcatura.»
«Quella è Michelle Rand, ce l'ha prestata l'università di
California. Si occupa di delfini e balene.»
A un tratto si misero a parlare indignati del comandante
di una petroliera che la settimana precedente aveva
sciacquato le cisterne nello stretto della Florida, lasciando
una chiazza oleosa lunga trenta miglia nella corrente del
Golfo. Lo aveva fatto di notte, cambiando rotta non appena
era arrivato nell'Atlantico.
«Gli abbiamo preso le impronte digitali.» Tom Parker
sembrava un orso infuriato. «Lo teniamo in pugno, non può
sfuggirci.»
Nick capì che si riferiva all'analisi dei residui di petrolio
mediante la spettroscopia a gas. I campioni sarebbero
risultati identici a quelli prelevati dalla guardia costiera. La
prova era sufficiente per promuovere una causa davanti a
una corte internazionale.
«Ma il problema sarà trascinare quel figlio di puttana in
giudizio», continuò Tom Parker. «Era cinquanta miglia al
largo delle acque territoriali, quando la guardia costiera lo ha
beccato. Ed è registrato in Liberia.»
«Nel pacchetto di proposte che ho presentato all'ultima
conferenza marittima, abbiamo cercato di prevedere anche
casi del genere.»
Nick si unì alla conversazione per la prima volta. Parlò
delle difficoltà di legiferare su scala internazionale, di
scoprire e assicurare alla giustizia i trasgressori. Poi elencò
quello che era stato fatto, quello che si stava facendo e
finalmente quello che secondo lui si sarebbe dovuto fare per
proteggere i mari.
Parlò con calma, in termini asciutti e concisi. Con un
empito di orgoglio, Samantha notò ancora come ascoltava la
gente quando Nicholas Berg parlava.
Appena tacque, tutti lo bersagliarono di domande acute e
tendenziose. Nick rispose nello stesso modo, con prontezza e
precisione, forte della sua perfetta conoscenza
dell'argomento. Vide che l'atteggiamento del gruppo si
modificava, sbocciava il rispetto, le file si aprivano per
accoglierlo: aveva pronunciato la parola d'ordine e lo
riconoscevano come uno dei loro, un membro dell'élite.
A capotavola, Tom Parker annuiva gravemente,
cingendo la vi-ta snella di Antoinette che giocherellava con
una ciocca dei suoi capelli.
^
Tom Parker trovò il pesce quaranta miglia al largo, dove
l'azzurra corrente del Golfo fluiva rapida verso nord. I
gabbiani piombavano in picchiata dalla massa di nembo-
cumuli forieri di tempesta che oscurava l'orizzonte. Visti da
lontano, erano puntolini luccicanti che suscitavano
minuscole esplosioni di spuma bianca all'impatto con
l'acqua. S'immergevano profondamente e riaffioravano pochi
secondi dopo, allungando il collo per ingoiare un altro pesce,
poi spiccavano il volo, salendo a spirale per riprendere la
caccia. Ce n'erano centinaia. Turbinavano e cadevano come
fiocchi di neve.
«Acciughe», grugnì Tom Parker. Vedevano la turbolenza
dell'acqua sotto lo stormo, dove il pesce si agitava
terrorizzato. «Forse ci sono dei tambarelli, più sotto.»
«No», ribatté Nick. «Dei tonni azzurri.»
«Sei sicuro?»
Tom sogghignò con aria di sfida.
«A giudicare da come danno la caccia ai pesciolini, sono
tonni azzurri», ripeté Nick.
«Cinque dollari?» chiese Tom girando la barra.
Il motore diesel del Tricky Dicky strepitava al massimo
dei giri.
«Accettato», disse Nick.
In quel momento videro un pesce balzare fuori
dell'acqua. Era un siluro luccicante, lungo quanto un braccio.
S'innalzò per due metri, si girò in volo e ricadde in acqua
con un tonfo udibile anche nello strepito del diesel.
«Tonni azzurri», confermò Nick. «Un banco di tonni
azzurri. Valgono venti sterline l'uno.»
«Cinque dollari», brontolò Tom disgustato. «Figlio di
puttana, mi hai fregato.» Assestò sulla spalla di Nick un
pugno scherzoso che gli fece sbattere i denti, poi si voltò
verso la finestra aperta della timoneria e tuonò: «Bene,
ragazzi, sono tonni azzurri».
Corsero a prendere le funi e le lenze con grida eccitate.
La questione riguardava Hank: era l'esperto del tonno
azzurro, ne conosceva alla perfezione le abitudini sessuali, le
rotte migratorie e il ciclo alimentare. Ma quando si trattava
di pescarlo, pensò Nick, non valeva una cicca.
Nemmeno Tom Parker era un pescatore. Pilotò il Tricky
Dicky diritto in mezzo al banco, mettendo in fuga pesci e
uccelli. Ma per puro caso, un giovane a prua prese un pesce
all'amo, e dopo parecchi sforzi, incitato dai compagni, issò
sopra la murata un piccolo tonno azzurro. Si dibatteva sulla
tolda, sbatacchiando la coda sulle assi, inseguito da una
banda urlante di scienziati che scivolavano nella sua
mucillagine urtandosi a vicenda. Finalmente riuscirono a
incastrarlo contro la ringhiera. I primi tre tentativi di
applicargli la targhetta di plastica andarono a vuoto.
Frustrato dall'insuccesso, Hank cominciò a brandire
forsennatamente la marcatrice. Per poco non marcò il sedere
di Samantha, che cercava di prendere il pesce fra le braccia.
«Lo fate spesso?» chiese Nick con calma.
«É la prima volta, con questa squadra», confessò Tom
Parker imbarazzato.
«Speravo che non si capisse.»
La banda trionfante stava ributtando il pesce in mare,
con l'uncino della targhetta di plastica confitto
pericolosamente vicino agli organi vitali. Se non l'avesse
ucciso quello, probabilmente il povero tonno sarebbe morto
comunque: aveva battuto la testa sulla tolda e gli sprizzava
sangue dalle branchie. Galleggiò a pancia in su nella
corrente, mentre Samantha gridava:
«Nuota, pesce, nuota!»
«Vi rincresce se proviamo a modo mio?» domandò Nick.
Tom gli cedette il comando senza esitare.
Nick scelse quattro giovani fra i più robusti e coordinati.
Mostrò rapidamente come maneggiare le lenze e come
gettare l'esca piumata giapponese, ricuperandola con un
movimento dal basso in alto che portava la lenza a
depositarsi fra i piedi. Poi assegnò a ogni giovane un posto
lungo la ringhiera di dritta, con il secondo membro di ogni
squadra pronto con la marcatrice e Hank Petersen sul tetto
della timoneria per registrare i pesci marcati e i numeri delle
targhette.
Un'ora dopo trovarono un altro banco. Nick lo aggirò,
accostando a velocità moderata, aiutando i tonni a
sospingere in superficie le acciughe spaventate.
Poi bloccò la barra del Tricky Dicky tutta a dritta,
lasciando che il battello descrivesse calmi circoli intorno al
banco, e corse sul ponte.
Le acciughe intrappolate e circondate affiorarono in
superficie e l'acqua ribollì di lampi argentei. Sotto di loro
nuotavano i tonni affamati.
Nick fece lavorare i suoi pescatori con ritmo regolare e
sostenuto.
Gettavano le lenze nella schiuma, i tonni abboccavano
quasi subito all'amo piumato. Allora, con la tecnica appena
appresa, le ricuperavano in fretta e senza sforzo, issavano il
pesce, se lo ficcavano sotto l'ascella sinistra e lo stringevano
saldamente per quanto si dibattesse. Nick insegnò loro a
togliere l'amo dal palato senza danneggiare le vulnerabili
branchie, a tenere il pesce con delicata fermezza mentre
l'assistente piantava l'uncino della targhetta nello spesso
muscolo dietro la pinna dorsale. Quando venivano rigettati
in mare, i pesci quasi non risentivano del trauma.
Riprendevano subito a pascersi di acciughe.
Ogni targhetta di plastica era numerata e recava scritta in
cinque lingue la richiesta di spedirla all'università di Miami
con la data e il luogo della cattura. Così si sarebbero potuti
ricostruire i movimenti del banco nella sua
circumnavigazione attuale del globo. Dalle loro acque di
riproduzione, nel Mar dei Caraibi, i tonni seguivano la
corrente del Golfo verso nordest attraverso l'Atlantico, poi
piegavano a sud girando intorno al capo di Buona Speranza,
con sporadiche escursioni nel Mediterraneo, per quanto
l'inquinamento di quel mare soffocato stesse mutando le loro
abitudini. Dal capo di Buona Speranza, procedevano a est
verso l'Australia e risalivano nel Pacifico, sfidando le lenze
multiple giapponesi e i tonnari californiani. Quindi
piegavano nuovamente a sud, attraversavano le acque
tempestose del capo Horn e tornavano nel Mar dei Caraibi a
riprodursi.
Al tramonto, mentre il Dicky tornava a casa, si sedettero
sul tetto della timoneria a bere birra e chiacchierare. Nick li
osservò senza dare nell'occhio, pensando che possedevano
parecchie qualità: erano intelligenti, schietti e dediti alla loro
causa.
Tom Parker accartocciò una lattina di birra nell'enorme
pugno, quasi fosse stata un bicchierino di cartone. Ne prese
altre due dalla cassetta e ne lanciò una a Nick. Pareva che il
gesto avesse un significato speciale. Prima di bere, Nick
abbozzò un brindisi con la lattina.
Stanca e felice, Samantha gli si stringeva contro la
spalla. Il sole tramontava in un tripudio di fiamme purpuree.
Nick pensò oziosamente che gli sarebbe piaciuto passare il
resto della sua vita con gente simile.
^
L'ufficio di Tom Parker era pieno di scaffali con boccette
di campioni e pubblicazioni scientifiche.
Tom Parker era seduto nella poltroncina girevole, con le
caviglie incrociate in mezzo alla scrivania.
«Mi sono permesso d'indagare sul tuo conto, Nick. Ho
avuto un bel coraggio, vero? Ti faccio le mie scuse.»
«É stato interessante?» gli chiese Nick.
«Non è stato difficile. Hai lasciato una pista come un...»
Tom cercò un paragone efficace. «Come un orso in una
fattoria. Accidenti, Nick, hai un curriculum di tutto rispetto.»
«Mi sono dato da fare», convenne Nick.
«Birra?»
Tom si accostò a un frigorifero nell'angolo che recava
l'etichetta:
«Campioni zoologici. NON APRIRE».
«Per me è troppo presto.»
«Non è mai troppo presto», ribatté Tom. Aprì una lattina
di birra. «Sì, ti sei dato da fare. É strano, ma certi individui
sono sempre al centro degli avvenimenti.» Nick rimase in
silenzio, e Tom continuò. «Qui ci serve un uomo che sappia
fare. Di pensatori ne abbiamo fin troppi. Manca un elemento
capace di trasformare il pensiero in azione.» Tom bevve un
po' di birra e si leccò via la schiuma dai baffi. «So quello che
hai fatto. Ti ho sentito parlare, ti ho visto agire, ma
soprattutto so che hai passione. Ti ho osservato, Nick. Hai
una profonda passione, come noi.»
«Si direbbe che tu mi stia offrendo un lavoro, Tom.»
«Non voglio menare il can per l'aia, Nick. Sì, ti sto
offrendo un lavoro.»
Agitò la grossa mano. «Al diavolo, so che sei
occupatissimo, ma vorrei proporti una cattedra universitaria
aggiunta. Vorremmo un po' del tuo tempo quando ci sarà da
trattare a Washington. Vorremmo rivolgerci a te quando
avremo bisogno di un tipo in gamba che sostenga la nostra
causa, quando ci serviranno le conoscenze giuste. Ci occorre
una persona nota e stimata che ci schiuda le porte, una
persona che conosca il mare, la gente che lo usa e che ne
abusa.
«Ci occorre un uomo d'affari che conosca gli aspetti
economici del commercio marittimo, che sappia chi
costruisce e gestisce le petroliere, che conosca le necessità
energetiche del genere umano, ma nello stesso tempo sia
consapevole del pericolo di trasformare gli oceani in deserti
d'acqua.» Tom si lubrificò la gola con una sorsata di birra e
attese la reazione di Nick. Non ricevendo alcun cenno
d'incoraggiamento, continuò in tono suadente. «Noialtri
siamo specialisti, forse i nostri orizzonti sono un po' limitati.
Ci considerano dei sentimentali, dei fanatici, dei profeti di
sventura, degli hippies intellettuali. Ci serve un uomo con un
piede nel sistema. Per la miseria, Nicholas, se tu parli con
una Commissione del Congresso, si riscuoteranno dalla loro
catalessi senile e ti ascolteranno.» Nick rimase in silenzio.
Disperato, Tom aggiunse: «Che cosa possiamo offrirti in
cambio? Il denaro non ti manca, lo so. E del resto potremmo
darti appena dodicimila dollari all'anno. Ma avresti il titolo
di professore aggiunto, un bel titolo. Potremmo cominciare
così. In seguito diventeresti docente di ruolo, con una
cattedra di oceanologia applicata o qualcosa del genere. Non
abbiamo altro da offrirti, Nick, a parte la gratificante
consapevolezza di compiere una missione dura e
necessaria».
Tacque di nuovo, a corto di parole. Scrollò tristemente il
testone.
«Non t'interessa, vero?» chiese.
Nick si riscosse.
«Quando posso cominciare?» domandò. Mentre un largo
sorriso illuminava il volto di Tom, tese la mano. «Berrei
volentieri una birra, adesso.»
^
L'acqua era fresca e tonificante. Nick e Samantha si
spinsero al largo, finché la terra quasi scomparve
nell'oscurità incipiente. Poi tornarono indietro, nuotando
affiancati. La spiaggia era deserta. Nel loro stato d'animo, le
luci dell'edificio più vicino non erano più importune delle
stelle; il lieve suono di musica e risate non dava più fastidio
delle strida dei gabbiani.
Era il momento giusto per dirglielo. E Nick le riferì tutto
in ogni particolare, cominciando dall'offerta degli sceicchi di
rilevare la Ocean Salvage.
«Accetterai?» chiese lei. «Accetterai, non è vero?»
«Per sette milioni di dollari?» domandò lui. «Una cifra
enorme, te ne rendi conto?»
«Non riesco nemmeno a concepirla», disse Samantha.
«Ma che cosa farai, se vendi? Non ti vedo a giocare a
bowling o a golf per il resto della vita.»
«Vorrebbero che dirigessi la Ocean Salvage per altri due
anni. Poi mi è stato offerto un incarico a tempo ridotto. Così
non resterò con le mani in mano quando avrò finito.»
«Quale incarico?»
«Professore aggiunto all'università di Miami.»
Lei lo costrinse a girarsi e lo scrutò in viso.
«Stai scherzando!» lo accusò.
«Sarebbe solamente un inizio», ribadì Nick. «Entro due
anni, quando avrò lasciato la Ocean Salvage, forse avrò una
cattedra di oceanologia applicata.»
«Non è vero!» esclamò Samantha.
Lo prese per le braccia, scrollandolo con forza
sorprendente.
«Tom vuole che mi occupi degli aspetti pratici della
ricerca ambientale.
Dovrò dar filo da torcere ai legislatori e al congresso
marittimo. Sarò una specie di pistolero al soldo degli
ecologisti.»
«Oh, Nicholas, Nicholas!»
«Dio santo!» disse lui. «Stai piangendo di nuovo.»
«É più forte di me.» Era tra le sue braccia, ancora
fredda, bagnata e incrostata di sabbia. Si avvinghiò a lui,
tremando di gioia. «Lo sai che cosa significa, Nicholas? Lo
sai, non è vero? No, non capisco».
«Prova a dirmelo», la invitò Nick. «Che cosa significa?»
«Significa che in futuro faremo ogni cosa insieme, non
solo l'amore e le scorpacciate. Tutto, il lavoro e lo svago. E
vivremo insieme, come un uomo e una donna che si
rispettino!»
Pareva incredula.
«La prospettiva non mi dispiace affatto», mormorò lui
con dolcezza, e le sollevò il mento.
Fecero la doccia, accalcandosi nello sgabuzzino
fumante, poi si stesero sul letto. La risacca del mare faceva
da sottofondo ai loro piani e ai loro sogni.
Ogni volta che uno di loro cominciava ad assopirsi,
all'altro veniva in mente qualcosa d'importante e lo svegliava
per dirglielo.
«Martedì dovrò essere a Londra.»
«Non rovinare tutto», mormorò lei con voce assonnata.
«Il sette aprile vareremo il Sea Witch.»
«Non t'ascolto», bisbigliò lei. «Sto turandomi le
orecchie.»
«Vuoi essere la madrina? Infrangere la bottiglia di
champagne e benedirlo?»
«Continuo a non sentirti.»
«Jules ne sarebbe felice.»
«Nicholas, non posso passare la vita a far la spola
attraverso l'Atlantico, nemmeno per te. Troppo lavoro.»
«Ci sarà anche Peter. Lo inviterò per tentarti.»

«Questo è un colpo basso», protestò lei.


«Verrai, allora?»
«Lo sai che verrò, canaglia. Non mancherei per tutto
l'oro del mondo.» Gli si strinse vicino e lo baciò su un
orecchio. «Sono molto onorata.»
«Sei come il Sea Witch, una strega del mare.»
«E tu sei uno stregone, come il Warlock.»
«La strega del mare e lo stregone», ridacchiò lui.
«Insieme faremo miracoli.»
«Forse sono indiscreta, ma visto che siamo svegli ed è
appena l'una del mattino, ti sarei grata mi facessi uno dei
tuoi piccoli miracoli.»
«Con molto piacere», disse Nick.
^
Nick era in anticipo, se ne accorse quando guardò
l'orologio uscendo dal consolato americano. Così attraversò
lentamente place de la Concorde, nonostante la pioggerella
che gli imperlava di goccioline le spalle dell'impermeabile.
Lazarus era già arrivato sul luogo dell'appuntamento,
sotto una delle statue vicino al quartier generale della marina
francese, nell'angolo della piazza.
Era infagottato contro il freddo. Indossava un cappotto
blu con una sciarpa sulla gola, e si era calato sugli occhi il
cappello blu per celare il cranio calvo.
«Cerchiamo un posto caldo», propose Nick, senza
salutarlo.
«No», ribatté Lazarus, guardandolo attraverso le spesse
lenti degli occhiali. «Camminiamo.»
Lo precedette nel sottopassaggio del lungofiume, fin
sulla banchina della Senna. Quindi si avviò in direzione del
Petit Palais.
Con un tempaccio simile, la banchina era deserta.
Camminarono in silenzio per tre o quattrocento metri,
mentre Lazarus cercava di adattare i suoi passetti alla falcata
di Nick. Era come accompagnare a passeggio Toulouse-
Lautrec, pensò Nick sorridendo fra sé. Finalmente Lazarus
cominciò a parlare, sbirciando continuamente indietro.
Quando due barbuti studenti algerini li superarono, attese
che fossero lontani prima di proseguire.
«Non ho relazioni scritte, lo sa?» chiese.
«Ho un registratore in tasca», disse Nick.
«Benissimo, ne ha il diritto.»
«Grazie», mormorò seccamente Nick.
Lazarus fece una pausa. Quando riprese a parlare, la sua
voce aveva un timbro diverso, monocorde. Sembrava un
automa.
Dapprima gli elencò i movimenti azionari nelle trentatré
compagnie che formavano il complesso della Christy
Marine, ogni movimento degli ultimi diciotto mesi.
Li elencò con sicurezza, quasi stesse leggendo i registri
delle compagnie. E
doveva essere riuscito a sfogliarli, per possedere dati
così precisi.
Conosceva la data, il numero delle azioni, il cedente e il
cessionario, perfino la cessione delle azioni della Ocean
Salvage a Nick e la sua relativa cessione delle azioni della
Christy Marine. Tutto ciò confermava la credibilità delle
informazioni successive. Fu un'impressionante
dimostrazione di memoria e di arte investigativa, ma Nick
non ne afferrò subito il senso.
Capì soltanto che qualcuno stava alzando una cortina
fumogena.
Lazarus si fermò all'angolo fra gli Champs Elysées e rue
de la Boetie. Nick notò che aveva il naso arrossato dal
freddo e il respiro affannoso.
Probabilmente era asmatico, pensò. Quasi a
confermarlo, l'ometto cavò di tasca una scatoletta d'argento e
si mise in bocca una compressa rosa. Poi condusse Nick
nell'atrio di un cinematografo e acquistò due biglietti.
Era un film porno, la versione francese di Gola
Profonda, dal titolo Gorge Profonde. La pellicola era
graffiata, il doppiaggio privo di sincronia. Il locale era
semivuoto, così non ebbero difficoltà a trovare due posti
isolati in fondo alla platea.
Lazarus fissò lo schermo, attaccando la seconda parte
del suo rapporto. Era un resoconto particolareggiato di ogni
movimento finanziario nel consorzio della Christy Marine, e
Nick fu nuovamente stupito per l'abilità dell'investigatore.

Parlò della concentrazione di enormi capitali, incanalati


in flussi regolari da un maestro della finanza. Le operazioni
recavano chiaramente l'impronta di Duncan Alexander. Ma a
un tratto il flusso di denaro era divenuto incostante e
capriccioso, c'erano piccoli ammanchi e discordanze che
disturbarono Nick come note stonate. Lazarus concluse
questa parte del rapporto con un breve riassunto della
situazione economica del gruppo alla data di quattro giorni
prima, e Nick capì di non essersi sbagliato: Duncan aveva
condotto la società sul ciglio di un baratro.
Rimase seduto con le mani in tasca sul logoro sedile di
velluto, guardando le incredibili gesta della signorina
Lovelace senza realmente vederla. Lazarus tolse di tasca una
bomboletta di aerosol e si spruzzò in gola la sottile
nebbiolina. Gli giovò immediatamente.
«Assicuratori delle navi di proprietà della Christy
Marine.»
Ricominciò a elencare nomi, cifre e date. Finalmente
Nick riuscì a raccapezzarsi. Duncan usava la sua compagnia
sussidiaria, la London and European Insurance and Banking,
per assicurare i rischi delle navi, poi le riassicurava sul
mercato: così scaricava parte del rischio, ma ne sopportava
la maggior percentuale. Era il principio di autoassicurazione
che Nick aveva combattuto con tanto vigore, e che si era
ritorto contro Duncan con il ricupero della Golden
Adventurer.
L'ultima nave della litania di Lazarus fu la Golden
Dawn. Quando udì il nome, Nick si agitò sul sedile e capì
subito che stava accadendo qualcosa di strano.
«La Christy Marine non l'ha fatta ispezionare dai
Lloyd's.» Nick lo sapeva.
«Ma è stata classificata come nave di prima categoria
dagli ispettori continentali.»
Era la qualifica più facile da ottenere, e perciò meno
valida della prestigiosa «A1» dai Lloyd's.
Lazarus continuò, abbassando la voce perché un nuovo
spettatore si era seduto due file più avanti.
«E l'assicurazione è stata fatta all'esterno dei Lloyd's.» Il
rischio era sostenuto dalla London and European Insurance.
Duncan si riassicurava, pensò cupamente Nick, ma non era
tutto. «Altre assicurazioni sono state sottoscritte da...»
Lazarus elencò le compagnie che sostenevano parte del
rischio. Ma la situazione non era chiara. A Nick sarebbe
occorso un accurato esame delle cifre per capire le manovre
di Duncan, quanto era autentica assicurazione e quanto fumo
negli occhi per convincere i finanziatori che il rischio era
completamente coperto e il loro investimento protetto.
I nomi di alcuni riassicuratori gli erano familiari.
Risultavano già nell'elenco dei cessionari che avevano
rilevato le azioni della Christy Marine.
Duncan si assicura con il capitale?» si chiese Nick. Si
assicurava a prezzi disperati. Doveva mettersi al riparo,
naturalmente, altrimenti le finanziarie, le banche e le
istituzioni che avevano fatto prestiti alla Christy Marine per
costruire la mostruosa petroliera si sarebbero rivoltate contro
Duncan. I suoi azionisti avrebbero fatto il diavolo a quattro.
No, Duncan Alexander abbisognava di una copertura, sia
pure soltanto sulla carta, senza sostanza.
Era un circolo vizioso, un serpente che si mangiava la
coda.
Ma la pista era stata cancellata con cura. Una squadra di
investigatori avrebbe impiegato anni a scoprire l'inghippo.
Se Nick lo fiutava, era perché conosceva perfettamente la
Christy Marine. Dapprima aveva creduto che il miglior
modo per fermare Duncan Alexander fosse mettere una
pulce nell'orecchio ai suoi creditori, i finanziatori della
Golden Dawn. Ma non bastava. Mancavano le prove, si
trattava soltanto di illazioni e sospetti. Nel tempo necessario
per fare luce sulla vicenda, la Golden Dawn sarebbe stata in
mare con un milione di tonnellate di greggio. Duncan
avrebbe incassato i profitti per poi venderla a una
fantomatica compagnia greca o cinese, come del resto aveva
dichiarato. Non sarebbe stato semplice fermare Duncan
Alexander.
Anche se i creditori fossero stati informati della
traballante assicurazione della Golden Dawn, forse si erano
già sbilanciati troppo. Avrebbero accettato i rischi,
scaricandoli dove potevano, accontentandosi di stringere
ulteriormente la corda finanziaria al collo di Duncan
Alexander. No, così non poteva fermarlo. Duncan doveva
essere obbligato a rimodificare lo scafo della superpetroliera,
obbligato a renderla un rischio moralmente accettabile,
obbligato ad accettare le misure di sicurezza che Nick aveva
previsto per la nave.
Lazarus concluse la parte assicurativa del suo rapporto.
Tacque bruscamente, proprio mentre la signorina Lovelace si
accingeva a tentare l'impossibile.
Nick lo seguì con sollievo fuori, nel freddo della sera
parigina. Respirarono le esalazioni della città formicolante di
macchine, mentre Lazarus lo conduceva attraverso l'Ottavo
Arrondissement, elencandogli i particolari sui noli delle navi
della Christy Marine, i noleggiatori, le tariffe, la durata dei
contratti. Nick ne riconobbe la maggior parte. Era stato lui
stesso a negoziare o a rinnovare i contratti. Fidava nel
registratore che teneva in tasca, ascoltando distrattamente
mentre rifletteva su ciò che aveva appena appreso dallo
straordinario omino. E così, quando venne la notizia, non ne
afferrò subito il significato.
«Il 10 gennaio, la Christy Marine ha stipulato con
l'Orient Amex un contratto di trasporto per la Golden Dawn.
La tariffa è dieci centesimi americani per tonnellata al
miglio, con un minimo annuale garantito di 75.000
miglia marine.»
Nick colse subito la parola magica, Golden Dawn, e poi
assimilò il resto. Il prezzo, dieci centesimi per tonnellata al
miglio, ecco che cosa non quadrava.
Era un prezzo alto, ridicolmente alto nel mercato
corrente. Poi il nome, Orient Amex. Che cosa gli
rammentava?
Si fermò di botto, e un pedone andò a sbattergli contro.
Nick lo scostò distrattamente e continuò a riflettere,
sforzandosi di ricordare. Anche Lazarus si era fermato, e
aspettava pazientemente. Nick gli posò una mano sulla
spalla.
«Vorrei bere un goccio.»
Lo portò in una birreria fumosa e lo fece sedere a un
tavolino presso la finestra.
Lazarus ordinò affettatamente dell'acqua minerale e la
sorseggiò con aria virtuosa, mentre Nick aggiungeva la soda
al whisky.
«Orient Amex», disse, non appena il cameriere se ne fu
andato. «Me ne parli.»
«Non riguarda il mio incarico», protestò Lazarus.
«Mi metta tutto in conto», lo invitò Nick.
Lazarus esitò un momento, inserendo la nuova bobina
nel computer della sua mente. Poi cominciò a parlare.
«L'Orient Amex è una compagnia registrata negli Stati
Uniti, con un capitale di venticinque milioni di azioni
attualmente quotate dieci dollari l'una», recitò. «La
compagnia sta effettuando ricerche petrolifere in terraferma
nell'Australia occidentale e in Etiopia, e in mare nelle acque
territoriali della Norvegia e del Cile. Ha costruito una
raffineria a Galveston, nel Texas, per attuare il nuovo
procedimento di pirolisi atomica, già sperimentato nella sua
raffineria principale, nella stessa località. La raffineria
entrerà in funzione nel giugno di quest'anno, e sarà
pienamente produttiva nel giro di cinque anni.»
A Nick era tutto vagamente familiare: i nomi, il processo
di sottoporre a pirolisi le molecole ad alto contenuto di
carbonio, di poco valore, separando gli atomi di carbonio e
riunendoli in molecole volatili a basso contenuto di
carbonio, di alto valore.
«La compagnia possiede pozzi produttivi nel Texas e al
largo di Santa Barbara, in Nigeria, e ha riserve di greggio nel
giacimento di El Barras, nel Kuwait, che saranno utilizzate
dalla nuova raffineria a Galveston.»
«Santo cielo.» Nick lo fissò. «Il giacimento di El Barras.
É contaminato dal cadmio, è stato condannato da...»
«Il giacimento di El Barras è ricco di cadmio, l'elemento
necessario per il nuovo processo.»
«Qual è la percentuale di cadmio?» chiese Nick.
«Nell'area occidentale del giacimento di El Barras ne
sono state riscontrate duemila parti per un milione.
Nell'anticlinale nord ed est ne sono state riscontrate
quarantaduemila parti per un milione», riferì Lazarus. «I
greggi americani e nigeriani verranno miscelati con il
greggio di El Barras durante il nuovo processo di pirolisi. Si
prevede che il rendimento dei volatili del carbonio
aumenterà dal 40 all'85 per cento. Il greggio così trattato sarà
da cinque a otto volte più redditizio, e la durata delle riserve
petrolifere mondiali sarà allungata di dieci o quindici anni.»
Mentre ascoltava, Nick rivide con chiarezza l'ago nel
laboratorio di Samantha che registrava gli ultimi spasimi di
un mollusco avvelenato dal cadmio. Lazarus continuò,
impassibile.
«Durante il processo di pirolisi, il solfuro di cadmio
verrà ridotto al suo puro stato metallico, non tossico, e sarà
un prezioso sottoprodotto che ridurrà il costo della
raffinazione.»
Nick scrollò la testa incredulo e rifletté ad alta voce.
«Duncan lo farà. Spedirà un milione di tonnellate per
volta nel suo mostro di latta, attraverso due oceani. Duncan
farà quello che nessun armatore ha mai osato fare:
trasporterà il petrolio al cadmio di El Barras!»

^
Dalle finestre del suo appartamento al Ritz, Nick poteva
vedere la colonna nel centro di place Vendome, con il
bassorilievo a spirale, ottenuto dalla fusione dei cannoni
russi e austriaci, che commemora le vittorie di Napoleone
contro quei paesi. Mentre osservava la colonna e aspettava la
linea, calcolò rapidamente che sulla costa orientale degli
Stati Uniti erano le tre del mattino. L'avrebbe trovata a casa,
se non altro. Poi sorrise fra sé. Se non era a casa, preferiva
non saperne il motivo.
Il telefono squillò. Alzò il ricevitore senza distogliersi
dalla finestra.
Udì un borbottio confuso e chiese: «Chi parla?».
«Sono Sam Silver. Che ora è? Chi è? Santo cielo, sono
le tre del mattino.
Che cosa vuole?»
«Di' al tuo amico di mettersi i calzoni e filare a casa.»
«Nick!» Vi fu uno strillo di gioia, seguito da un tonfo
che lo fece sussultare. «Oh, accidenti, ho rovesciato il
comodino. Ci sei ancora, Nick?
Di' qualcosa, per amor del cielo!»
«Ti amo.»
«Ripetilo, ti prego. Dove sei?»
«A Parigi. Ti amo.»
«Oh.» La sua voce si fece triste. «Mi sembravi così
vicino.» Tornò allegra.
«Anch'io ti amo. E lui come sta?»
«É in cassa integrazione.»
«Che roba è?»
«Il sussidio per i disoccupati.» Cercò il corrispondente
americano.
«Significa che per il momento non lavora.»
«Formidabile. Tienilo così. Ti ho detto che ti amo, l'hai
dimenticato?»
«Svegliati. Apri le orecchie. Ho una domanda da farti.»
«Sono sveglia... be', quasi.»
«Samantha, che cosa succederebbe se qualcuno
rovesciasse un milione di tonnellate di greggio arabo con
quarantamila parti di solfuro di cadmio nella corrente del
Golfo, diciamo trenta miglia marine al largo di Key West?»
«Ti sembra una domanda da farsi, alle tre del mattino?»
«Che cosa succederebbe?» insisté lui.
«Il greggio agirebbe come veicolo di trasporto.»
Nonostante il sonno, Samantha cercò di figurarsi la scena.
«Si spanderebbe sulla superficie con uno spessore di circa
mezzo centimetro, formando una chiazza lunga qualche
migliaio di miglia e larga quattro o cinquecento. E
continuerebbe a muoversi.»
«Con quali conseguenze?»
«Ucciderebbe la maggior parte della vita marina alle
Bahamas e sulla costa orientale degli Stati Uniti. Anzi,
spazzerebbe via ogni forma di vita marina, compresi i
capodogli, le zone di riproduzione del tonno e le anguille
d'acqua dolce. E contaminerebbe...» Ormai era
completamente sveglia e le tremava la voce per l'orrore. «Sei
macabro, Nicholas. É un quadro terrificante, specialmente
alle tre del mattino.»
«La vita umana?» chiese lui.
«Sì, ci sarebbero moltissimi morti», rispose Samantha.
«Come solfuro, verrebbe assorbito immediatamente. E in
una concentrazione simile sarebbe velenoso al semplice
contatto. Avvelenerebbe i pescatori, i villeggianti, chiunque
cammini su una spiaggia contaminata.» Cominciò ad
afferrare l'enormità della catastrofe. «Decimerebbe la
popolazione costiera. Centinaia di migliaia di esseri umani,
Nicholas. E se fosse portato dalla corrente del Golfo,
avvelenerebbe i Banchi di Terranova, l'Islanda, il Mare del
Nord, le zone di pesca del merluzzo. Ucciderebbe tutti,
uomini, pesci, uccelli e mammiferi. Poi la coda della
corrente del Golfo gira intorno alle isole britanniche e
all'Europa settentrionale... Ma perché me lo chiedi,
Nicholas? É
uno scherzo?»
«La Christy Marine ha firmato un contratto decennale
per portare un milione di tonnellate di greggio per volta dal
giacimento di El Barras alla raffineria dell'Orient Amex a
Galveston. Il greggio di El Barras ha una componente di
solfuro di cadmio fra le duemila e le quarantamila parti per
milione.»
Lei sussurrò indignata:
«Un milione di tonnellate! É una specie di genocidio,
Nicholas. Non c'è mai stato un carico così letale in tutta la
storia del trasporto marittimo».
«Fra poche settimane la Golden Dawn sarà varata a St.
Nazaire, e allora sarà gettato il seme della catastrofe.»
«La rotta dal Golfo Persico passa davanti al capo di
Buona Speranza.»
«Uno dei mari più infidi del mondo. La tana dell'onda
dei cent'anni», convenne Nick.
«Poi attraversa l'Atlantico meridionale...»
«E s'infila nella strettoia della corrente del Golfo, fra
Key West e Cuba, il Triangolo della Morte, la culla degli
uragani.»
«Devi impedirlo, Nicholas», disse lei con calma. «A
qualunque costo.»
«Non sarà facile, ma tenterò. Conosco una dozzina di
strade da questa parte dell'Atlantico, ma tu dovrai darti da
fare dalla tua parte», disse Nick.
«Avverti Tom Parker, Samantha. Tiralo giù dal letto, se è
il caso. Deve dare la notizia a Washington e a tutti i mezzi
d'informazione, la televisione, la radio e la stampa. Bisogna
provocare la Orient Amex, sfidarla a fare una dichiarazione.»
Samantha capì al volo che cosa intendeva Nick.
«Faremo picchettare dai Green Peacers la raffineria della
Orient Amex, che tratta il petrolio al cadmio. Metteremo
all'opera tutti i gruppi ecologici della regione. Faremo un
baccano d'inferno», gli promise.
«Bene», disse lui. «Fa' tutto quanto, ma non dimenticarti
di venire qui per il varo del Sea Witch.» Sogghignò. «Ho già
organizzato il servizio dei pasti in camera con un camion
ribaltabile.»
Nick passò il resto della giornata al telefono. Si fece
servire la colazione in camera, mentre scorreva la lista che
aveva compilato ascoltando la registrazione del rapporto di
Lazarus.
La lista cominciava con coloro che sembravano aver
prestato capitali alla Christy Marine per la costruzione della
Golden Dawn, poi continuava con i sottoscrittori delle
assicurazioni sullo scafo e contro i rischi d'inquinamento.
Durante le telefonate, Nick si limitò a riassumere
brevemente i fatti, senza addentrarsi in particolari: non
voleva dare a Duncan Alexander l'opportunità di alzare una
cortina fumogena di cause per diffamazione. Comunque
parlò con i pezzi grossi. Era in rapporti confidenziali quasi
con tutti, e fece capire che conosceva i loro rapporti con la
Christy Marine e che avrebbero fatto meglio a riconsiderare
l'accordo, specie per quanto riguardava l'assicurazione della
Golden Dawn e il suo contratto di trasporto con la Orient
Amex.

Negli intervalli fra le telefonate, o mentre un dirigente


veniva rintracciato dalla segretaria, Nick fissava place
Vendome e rifletteva sui motivi che lo inducevano ad agire.
Era facile, per un uomo, attribuirsi gli scopi più nobili. Il
mare gli aveva dato una vita meravigliosa, la fama e la
ricchezza. Adesso era venuto il momento di pagare il debito,
doveva usare parte della sua ricchezza per proteggere il
mare. Era bello pensarlo, ma sotto la superficie Nick vedeva
agitarsi ombre inquietanti, simili agli squali e ai barracuda
negli abissi.
C'era l'orgoglio. La Golden Dawn era una sua creazione,
l'apice di una vita di lavoro, la corona d'alloro della sua
carriera. Ma gliel'avevano sottratta, modificata, e il
fallimento della nave avrebbe recato la firma di Nick. Il
mondo avrebbe ricordato che era lui l'autore del grandioso
progetto.
Poi c'era l'odio. Duncan Alexander gli aveva rubato sua
moglie e suo figlio, gli aveva tolto quella che allora era la
sua vita. Duncan Alexander era un nemico spietato e senza
scrupoli: secondo le regole di Nick, andava combattuto
altrettanto spietatamente.
Si versò un'altra tazza di caffè e accese un sigaro.
Mentre meditava, si chiese:
«Se un altro uomo volesse trasportare il greggio di El
Barras con un altra nave, mi comporterei nello stesso
modo?»
Inutile perdersi in «se». Il nemico era Duncan
Alexander.
Alzò il ricevitore e compose il numero della casa di
Eaton Square. Non aveva bisogno di consultare l'agenda per
ricordarlo.
«La signora Chantelle Alexander, per favore.»
«Mi rincresce, signore. La signora Alexander è a Cap
Ferrat.»
«Ah, già», borbottò lui. «Grazie.»
«Vuole il numero?»
«No, grazie, ce l'ho.»
Aveva perso il senso del tempo. Telefonò di nuovo, e
stavolta chiamò la costa del Mediterraneo.
«Casa della signora Alexander. Sono suo figlio Peter
Berg.»
Nick sentì la consueta emozione. Gli fece bruciare le
guance pizzicare gli occhi.
«Ciao, Peter, come va?»
La sua voce gli suonò artefatta, ampollosa.
«Papà!» esclamò il ragazzo con gioia. «Come stai, papà?
Hai ricevuto le mie lettere?»
«No. Dove le hai mandate?»
«A casa tua, in Queens Gate.»
«É quasi un mese che non passo da casa», pensò Nick.
«Ho ricevuto le tue cartoline, papà. Una dalle Bermude e
una dalla Florida.
Ti ho scritto per dirti che...»
Seguì un elenco di trionfi e disastri scolastici.
«Formidabile, Peter. Sono fiero di te.»
Gli parve di vedere il viso di suo figlio, ed ebbe una
stretta al cuore.
Avrebbe voluto potergli dedicare più tempo.
«Fantastico, Peter.»
Il ragazzo cercava di dirgli tutto nello stesso tempo,
saltava da un argomento all'altro. Finalmente venne
l'inevitabile domanda:
«Quando posso venire da te, papà?»
«Dovrò mettermi d'accordo con tua madre, Peter. Ma
verrai presto, te lo prometto.» Cambiamo discorso, pensò
disperatamente. «Come va l'Apache? Hai già fatto qualche
regata?»
«Oh, sì. La mamma mi ha lasciato comprare delle vele
nuove, rosse e gialle.
Ieri ho fatto una gara.» L'Apache non era arrivata prima,
ma Nick ebbe l'impressione che la colpa non fosse tanto del
comandante quanto dei capricci del vento, delle scorrettezze
degli altri concorrenti e del direttore di gara che aveva
minacciato di squalificare l'Apache perché era partita in
anticipo.
«Ma domenica farò un'altra regata», continuò Peter.
«Dov'è la mamma, Peter?»
«Nella rimessa delle barche.»
«Puoi passarle la linea? Devo parlarle, Peter.»
«Va bene.» Il ragazzo celò quasi perfettamente il suo
disappunto. «Ehi, papà, mi prometti che ci vediamo presto?»
«Promesso.»
«Ciao.»
Nick udì un «clic» e un ronzio. Poi, all'improvviso, la
voce di lei. Era melodiosa e serena come sempre.
«C'est Chantelle Alexander qui parle.»
«C'est Nicholas ici.»
«Oh, caro, che bello sentire la tua voce. Come stai?»
«Sei sola?»
«No, ho degli amici a colazione. C'è anche la Contessa
con il suo nuovo amico del cuore, nientedimeno che un
torero!»
La «Contessa» era un ricco omosessuale che faceva
parte della corte di Chantelle. A Nick parve di vedere la
scena sulla grande terrazza, celata alle scogliere soprastanti
dai pini e dalla rimessa per le barche con le torrette e le
tegole color ruggine. Un'allegra compagnia doveva essere
riunita sotto gli ombrelloni colorati.
«Sono arrivati Pierre e Mimi da Cannes. Passeranno la
giornata qui.» Pierre era il figlio del maggior industriale
aeronautico europeo. «E Robert...»
Sotto la terrazza c'era il molo privato e un grazioso
porticciolo. I visitatori dovevano avere ormeggiato là i loro
yacht. Nick udiva le risate e il tintinnio dei bicchieri. Troncò
bruscamente l'elenco degli ospiti.
«C'è Duncan?»
«No, è ancora a Londra. Verrà la settimana ventura.»
«Ho delle novità da riferirti. Puoi venire a Parigi?»
«É impossibile, Nicky.» Era strano come il
vezzeggiativo non stridesse, in bocca a lei. «Domani devo
andare a Montecarlo. Aiuto Grace a organizzare il suo ballo
di beneficenza.»
«É importante, Chantelle.»
«E poi c'è Peter, non voglio lasciarlo. Non potresti
venire tu? C'è un volo diretto domani alle nove. Mi
sbarazzerò degli ospiti, così potremo parlare
tranquillamente.»
Nick rifletté un istante, poi disse:
«E va bene. Prenotami un appartamento al Negresco.»

«Non dire sciocchezze, Nicky. Qui ci sono tredici


bellissime stanze da letto, siamo tutt'e due persone civili e
Peter muore dalla voglia di vederti.»
^
Quando Nick scese all'aeroporto di Nizza, la Costa
Azzurra lo accolse con il suo splendore primaverile. Peter lo
aspettava al cancello della dogana, saltellando e
sbracciandosi come un matto. Ma quando Nick varcò il
cancello, si ricompose e gli strinse formalmente la mano.
«Sono felice di vederti, papà.»
«Giurerei che sei cresciuto di dieci centimetri», disse
Nick, e si chinò impulsivamente ad abbracciarlo. Rimasero
avvinti per un momento, e fu Peter che si staccò per primo.
Erano entrambi imbarazzati per quello slancio. Ma poi Nick
cinse deliberatamente le spalle del ragazzo con un braccio.
«Dov'è la macchina?»
Mentre attraversavano l'atrio, continuò a cingergli le
spalle. Man mano che si abituava all'insolita affettuosità di
suo padre, Peter gli si stringeva contro. Sembrava scoppiare
di orgoglio.
Nick si chiese come mai, ora, riusciva a comportarsi in
modo così naturale con le persone che amava. La risposta
era ovvia: merito di Samantha Silver.
Gli aveva insegnato ad abbandonarsi.
«Lasciati andare, Nick.» Gli parve quasi di udire la sua
voce.
L'autista era nuovo, un tipo silenzioso e discreto.
C'erano soltanto loro due sul sedile posteriore della Rolls,
che attraversava Nizza, diretta verso la strada costiera.
«La mamma è andata a Montecarlo. Tornerà per cena.»
«Sì, me l'ha detto. Abbiamo tutta la giornata per noi.»
Nick sorrise, mentre l'autista apriva il cancello elettrico e la
Rolls passava fra le colonne bianche all'ingresso della
proprietà. «Che cosa facciamo?»
Nuotarono, giocarono a tennis e bordeggiarono fino a
Mentone con l'Apache, la barca a vela di Peter. Poi
tornarono indietro, con lo spinnaker gonfio e gli spruzzi di
schiuma sul viso. Risero e chiacchierarono per tutto il
giorno.
Mentre si cambiava per cena, Nick si scoprì malinconico
per la troppa felicità: era una felicità transitoria, sarebbe
finita presto. Non riusciva a scrollarsi la tristezza di dosso.
Indossò un maglioncino a collo alto, una giacca blu a doppio
petto e scese nel soggiorno.
Peter lo aveva preceduto, impaziente come un bimbo il
mattino di Natale, con i capelli ancora bagnati dalla doccia,
il viso rosso di sole e di gioia.
«Ti preparo un drink, papà?» chiese speranzoso,
accostandosi al vassoio dei liquori.
«Lasciane un po' nella bottiglia», gli raccomandò Nick.
Non voleva negargli il piacere di comportarsi da adulto,
ma aveva imparato a diffidare delle dosi smisurate che Peter
mesceva per malintesa generosità.
Sorseggiò il drink, sussultò e aggiunse un po' di soda.
«Buonissimo», disse.
Peter si gonfiò d'orgoglio, e in quel momento Chantelle
comparve sullo scalone che scendeva nella stanza.
Nick non poté fare a meno di ammirarla. Possibile che
fosse diventata ancora più bella dal loro ultimo incontro?
Oppure si era vestita e truccata con cura particolare?
Indossava un fluttuante vestito di seta color avorio.
Mentre attraversava il soggiorno, passò controluce davanti
alla finestra aperta e il riverbero sanguigno del sole al
tramonto penetrò il leggero indumento, rivelando per un
attimo la sagoma delle sue gambe. Quando gli fu vicina,
Nick notò che il vestito era ornato di ricami di seta, avorio
sull'avorio. I seni risaltavano leggermente, gli stupendi seni
che lui ricordava così bene, lasciando indovinare i bottoncini
rosa dei capezzoli. Distolse subito lo sguardo, e lei sorrise.
«Nicky», disse. «Mi rincresce di averti lasciato solo.»
«Peter e io ce la siamo spassata», replicò lui.
Aveva accentuato il taglio e la grandezza degli occhi, la
forma degli zigomi e del mento; ma con tale maestria che
non sembrava truccata. I suoi capelli erano un'aureola
vaporosa, il sole aveva tinto di miele la pelle nuda delle
spalle e delle braccia.
Nick aveva scordato come poteva essere dolce e serena.
La splendida villa nella pineta, che dominava il mare e le
luci della costa, era la sua cornice ideale. Chantelle irradiava
luce e gaiezza nella vasta stanza. Aveva in comune con Peter
un malizioso senso dell'umorismo, e tutti e tre risero insieme
come una volta. Nell'atmosfera familiare, Nick non riusciva
a serbarle rancore per il tradimento, così celiarono e
chiacchierarono spensieratamente. Più tardi andarono in sala
da pranzo e si sedettero a tavola, come in passato, ed ebbero
l'impressione di essere tornati ai vecchi tempi.
Chantelle aggirò con tatto ogni possibile causa
d'imbarazzo. Trattò Nick come un ospite d'onore, non come
il padrone di casa. Invece assegnò tale ruolo a Peter.
«Peter, caro, vorresti tagliare il pollo?»
Il ragazzo si mise all'opera con entusiasmo, ma alla fine
il pollo sembrò uscito da una trebbiatrice. Chantelle servì il
cibo e il vino, pollo alla creola e Chablis. Quanto alla
musica, la scelse Peter.
«Musica per l'ulcera», disse sottovoce Nick a Chantelle.
Peter cercò di restare con loro il più a lungo possibile,
ma dovette rassegnarsi quando Nick disse:
«Va' a letto, ti accompagno».
Si lavò i denti con vigore impressionante. Avrebbe
continuato fino a mezzanotte se suo padre non avesse
protestato. Quando fu sotto le coltri, Nick si chinò su di lui e
il ragazzo gli cinse il collo.
«Sono tanto felice», gli bisbigliò sulla guancia. Lo baciò
con forza, poi chiese: «Non sarebbe bello se continuasse così
per sempre? Se tu non dovessi più partire?».
^
Al posto della musica pop, Chantelle aveva messo un
disco di Liszt. Quando Nick tornò nel soggiorno, lei stava
versando il cognac nei bicchieri.
«Si è calmato?» gli chiese, poi si rispose da sola: «É
esausto, anche se non vuole ammetterlo».
Gli diede il cognac e uscì sul terrazzo. Nick la seguì e si
affacciarono al parapetto. L'aria era tersa e pungente.
«Guarda che meraviglia», mormorò lei. La luna
tracciava un ampio sentiero d'argento sulla superficie del
mare. «L'ho sempre considerato la strada dei miei sogni.»
«Duncan», disse Nick. «Parliamo di Duncan
Alexander.»
Lei rabbrividì leggermente e incrociò le braccia sul seno.
«Che cosa vuoi sapere?»
«A che titolo gli hai dato il controllo delle tue azioni?»
«Come agente. Il mio agente personale.»
«Con pieni poteri?» Chantelle annuì e lui le chiese:
«Non hai una scappatoia? In quali circostanze potresti
rivendicare il controllo?».
«In caso di scioglimento del matrimonio», rispose lei,
poi scosse la testa.
«Ma credo che il giudice non considererebbe valido un
simile contratto di cessione, se volessi impugnarlo. É
anacronistico. Posso chiedere anche subito che l'incarico di
Duncan venga revocato.»
«Sì, forse hai ragione», convenne Nick. «Ma ci vorrebbe
più di un anno, a meno che tu non possa provare la sua
malafede. Dovresti dimostrare che ha tradito la tua fiducia.»
«Posso provarlo, Nicky?» Ora chiedeva il suo aiuto, lo
guardava con ansia.
«Ha tradito la mia fiducia?»
«Non lo so ancora», rispose cautamente Nick.
Chantelle lo interruppe con enfasi.
«Sono stata una sciocca, vero?» Nick rimase in silenzio,
e lei continuò con voce tremante: «So che non potrai mai
perdonarmi per quello che ho fatto, Nicholas. Ma credimi, ti
scongiuro: lo rimpiango amaramente».
«É tutto finito, Chantelle. Non serve guardare indietro.»
«Nessun uomo al mondo si comporterebbe come te,
Nicholas. Nessuno ripagherebbe l'inganno e il tradimento
con l'aiuto e il conforto. Tenevo a dirtelo.»
Gli era vicinissima, e nel fresco della sera lui sentiva il
calore della sua pelle.
«Comincia a far freddo», disse bruscamente. Presala per
un braccio, la condusse nel soggiorno, lontano dalla
pericolosa oscurità della terrazza.
«Dobbiamo ancora discutere di parecchie cose.»
Passeggiò avanti e indietro sullo spesso tappeto verde,
dalla finestra del terrazzo alla statua senza testa di un atleta
greco, situata presso la porta.
Intanto le riferì le informazioni che aveva appreso da
Lazarus.
Seduta sul divano, lei lo ascoltava con gli occhi
spalancati, girando la testa per seguire i suoi movimenti.
Nick non ebbe bisogno di spiegarle la situazione in
termini semplificati.
Era la figlia di Arthur Christy. Capì al volo quando lui le
riferì i suoi sospetti: che Duncan Alexander avesse
autoassicurato lo scafo della Golden Dawn, che per
riassicurarlo sul mercato avesse usato le azioni della Christy,
azioni che probabilmente aveva già impegnato per finanziare
la costruzione della nave.
Ricostruì il castello delle macchinazioni di Duncan
Alexander, e lei capì subito che poggiava su fondamenta di
argilla.
«Ne sei sicuro?» bisbigliò alla fine.
Il suo viso era divenuto esangue.
Nick scosse la testa.
«Ho ricostruito il tirannosauro partendo da un osso»,
confessò. «Forse la bestia vera è un po' diversa, ma senza
dubbio è grossa e pericolosa.»
«Duncan può distruggere la Christy Marine», sussurrò
Chantelle.
«Completamente!» Girò lo sguardo sui tesori della
stanza, i simboli della sua vita. «Ha rischiato tutto quello che
appartiene a me e a Peter.»
Nick rimase in silenzio. Si fermò davanti a lei e capì che
aveva afferrato l'enormità del disastro incombente.
Vide la sua indignazione divenire confusione, paura e
finalmente terrore.
L'aveva già vista atterrita, ma ora, di fronte alla
prospettiva di venire spogliata dalla corazza che l'aveva
sempre protetta, sembrava un animaletto smarrito. Chantelle
rabbrividì di nuovo.
«C'è la possibilità che Duncan perda tutto, Nicholas?
Non ci sono speranze?»
Voleva essere rassicurata, ma lui poteva soltanto
compatirla. Era la prima volta che gli faceva pena, da
quando la conosceva.
«Che cosa posso fare, Nicholas?» lo implorò. «Aiutami,
ti scongiuro. Oh, Dio mio, che cosa posso fare?»
«Puoi impedire a Duncan di varare la Golden Dawn
finché non siano stati modificati lo scafo e la propulsione,
finché non sia stata ispezionata e assicurata. E finché tu non
abbia ripreso il controllo della Christy Marine.»
Il suo tono era gentile. «Per oggi basta così, Chantelle.
Abbiamo già parlato troppo. Stasera hai saputo che cosa
potrebbe accadere, domani parleremo di come impedirlo.
Hai un Valium?»
Lei scosse la testa.
«Non ho mai cercato di sfuggire alla realtà con i
tranquillanti.» Era vero, Nick lo sapeva. Il coraggio non le
mancava. «Fino a quando ti fermi?»
«Ho prenotato un posto sull'aereo delle undici. Devo
essere a Londra entro domani sera. Avremo tempo domani
mattina.»
^
L'appartamento degli ospiti dava sul balcone al primo
piano che correva lungo la facciata dell'edificio, di fronte al
mare e al porticciolo privato.
Le cinque camere si aprivano tutte sul balcone: la villa
era stata costruita cinquant'anni prima, quando il pericolo di
furti e di sequestri non era così grande.
Nick decise che il mattino dopo ne avrebbe parlato a
Chantelle. La vittima più probabilmente di un rapimento
sarebbe stato Peter, e lui inorridiva al pensiero che suo figlio
potesse cadere in mano ai banditi. La ricchezza e il successo
hanno un prezzo, oggigiorno; il profumo del denaro attira le
iene e gli avvoltoi. Peter doveva esser più protetto.
Nel salotto dell'appartamento c'era un semplice
armadietto di liquori nascosto dietro una specchiera, nulla di
pacchiano e borghese come un bar privato. Sul tavolino del
televisore, erano ammonticchiati i quotidiani inglesi,
francesi e tedeschi. France Soir, Times, Allgemeine Zeitung,
e perfino l'edizione su carta velina del New York Times.
Nick aprì il Times e scorse rapidamente il listino di
borsa. Le azioni della Christy Marine erano quotate 5
sterline e 32 pence, 15 pence più della quotazione di ieri. Il
mercato non aveva ancora fiutato gli intrighi.
Si tolse il maglioncino. Sebbene avesse fatto il bagno tre
ore prima, si sentiva sudaticcio per la tensione. Il bagno era
stato riarredato con pannelli di onice verde e rubinetti d'oro a
forma di delfino. Bastava sfiorarli perché dalle loro bocche
sgorgasse l'acqua fumante. Non c'era nulla di volgare in
tanto lusso, perché il gusto infallibile di Chantelle vi aveva
conferito un tocco di opulenza orientale.

Fece la doccia, aprendo i rubinetti al massimo perché


l'acqua bollente sciogliesse la sua stanchezza. Nell'armadio
riscaldato c'era una mezza dozzina di accappatoi di spugna.
Ne indossò uno e andò in camera, stringendoselo sui fianchi.
Nella sua valigetta c'era la bozza del contratto per la vendita
della Ocean Salvage agli sceicchi. James Teacher e la sua
squadra di giovani avvocati l'avevano letta, preparandogli
uno spesso fascio di appunti. Nick doveva leggerli prima
dell'indomani sera, quando li avrebbe incontrati a Londra.
Prese i fogli e li portò nel salotto. Scorse il primo e
lasciò il fascio sul tavolino per versarsi una piccola dose di
whisky con parecchia soda, poi si sprofondò con il bicchiere
nella poltrona di cuoio, prese i fogli e cominciò a leggere.
Sentì il suo profumo prima ancora di vederla. Il cuore gli
martellò nel petto e i fogli gli frusciarono in mano.
Alzò lentamente la testa. Era venuta in silenzio, a piedi
nudi. Si era tolta i gioielli e sciolta la chioma sulle spalle.
Sembrava più giovane, più vulnerabile. Indossava una
camicia da notte con le maniche e il collo orlati di pizzo.
Avanzò lentamente verso la poltrona, incerta e timorosa, con
gli occhi spaventati. Quando Nick si alzò, lei si fermò con
una mano sulla gola.
«Nicholas», sussurrò. «Ho paura. Mi sento sola.» Mosse
un altro passo e lo vide stringere le labbra. Si fermò subito.
«Ti prego», lo implorò sommessamente. «Non mandarmi
via, Nicky. Non stasera. Non mi sento di stare sola. Ti
prego.»
Lui sapeva che sarebbe finita così, anche se per tutta la
sera aveva cercato di non pensarci. E adesso si sentiva
smarrito. Gli sembrava d'aver perso la volontà, di essere
ipnotizzato. La sua corazza si fuse alla fiamma della bellezza
di Chantelle, della passione che lei sapeva suscitare a
comando. I suoi pensieri divennero incoerenti e confusi.
Chantelle se ne accorse e riprese ad avanzare. Non
commise l'errore di parlare, mentre gli appoggiava il viso sul
petto che l'accappatoio lasciava scoperto. Dilatò le narici al
sentore maschio della sua pelle.
Nick resisteva ancora. S'irrigidì con le braccia lungo i
fianchi. Oh, lei lo conosceva bene. Era difficile indurlo ad
agire contro i suoi ferrei principi; difficile, ma non
impossibile. Anche lui era fatto di carne, ed era l'unico uomo
che fosse mai riuscito a soddisfarla. Conosceva le difese che
Nick aveva eretto intorno a sé, l'intensità delle sue passioni,
la forza con cui le reprimeva; ma sapeva come aggirare le
difese, sapeva che cosa fare e che cosa dire. E ora, mentre
cominciava, scoprì che infrangere le sue resistenze la
eccitava. Si costrinse a non avanzare troppo in fretta, a non
respirare troppo affannosamente, a sostenere la parte della
bambina spaventata. Doveva stimolare la sua gentilezza, la
sua cavalleria, altrimenti l'avrebbe respinta.
Dio, come le bruciava il corpo. Era tutta uno spasimo di
desiderio, i suoi seni erano divenuti così sensibili che non
sopportavano la costrizione della seta e del merletto.
«Oh, Nicky, ti prego. Un momento solo. Abbracciami.
Non ce la faccio più a star sola. Un momento solo, ti prego.»
Lo sentì alzare le braccia, toccarle le spalle, e fu travolta
dal desiderio.

Le sfuggì un gemito soffocato e sentì subito la sua


reazione. Aveva calcolato perfettamente il tempo, il suo
istinto femminile non l'aveva tradita. Le dita di Nick, prima
gentili e delicate, ora le artigliavano la carne.
Nick inarcò involontariamente la schiena e lei lo sentì
irrigidirsi.
Riconobbe la forza, la forza deliziosa e sconvolgente che
lei poteva ancora scatenare. E finalmente, con gioia e una
punta di panico, sentì la spinta poderosa dei suoi fianchi. Le
parve di essere scrollata da una mano gigantesca.
Gridò di nuovo, stavolta forte. Ora poteva sfogare gli
istinti repressi così a lungo. Non aveva più bisogno di
dominarli.
Sapeva esattamente come condurlo oltre le frontiere
della ragione. Le dita di Nick lacerarono freneticamente il
merletto sulla sua gola, mentre lei cercava di liberare i seni
turgidi. Gridò per la terza volta e gli slacciò la cintura
dell'accappatoio, rivelando il suo corpo muscoloso.
«Oh, Dio, sei così forte e virile. Oh, Dio mio, come mi
sei mancato.»
Per la raffinatezza e le sfumature dell'amore ci sarebbe
stato tempo più tardi. Ora il suo bisogno era troppo
impellente. Doveva appagarlo subito, altrimenti sarebbe
morta di desiderio.
^
Nick emerse dal sonno con un vago senso di rimorso.
Poco prima di giungere alla soglia della coscienza, ebbe una
vivida immagine mentale e rivisse un momento del lontano
passato. Aveva trovato un tritone presso il versante oceanico
della barriera corallina, oltre la laguna Anse Baudoin
dell'isola Praslin. Era grosso come una noce di cocco, e Nick
si ritrovò a scrutare le misteriose profondità madreperlacee
della conchiglia.
Poi, bruscamente, l'immagine cambiò. L'apertura della
conchiglia si allargò, prese la forma di una bocca spalancata,
e lui vide le fauci di una orribile creatura marina orlate di
denti triangolari. Lanciò un grido e si svegliò di soprassalto,
puntellandosi sul gomito. La sua pelle odorava ancora del
profumo di lei misto al suo stesso sudore, ma accanto a lui
non c'era nessuno, sebbene il letto fosse ancora caldo.
Un raggio di sole filtrava fra le tende. Sembrava una
spada, una spada d'oro. Gli ricordò Samantha Silver. La
rivide indossare la luce del sole come un mantello, a piedi
nudi sulla sabbia.
Scese dal letto e andò in bagno. Gli dolevano gli occhi
per il sonno e il rimorso. Mentre lasciava scorrere l'acqua nel
lavabo, si guardò allo specchio appannato dal vapore. Aveva
gli occhi cerchiati e la pelle tesa sulle ossa.
«Bastardo», sussurrò al viso nello specchio. «Maledetto
bastardo.»
Lo aspettavano per far colazione, sotto gli ombrelloni
colorati della terrazza. Peter era ancora nello stato d'animo
della sera prima e gli corse incontro.
«Papà, ehi, papà!»

Lo prese per mano e lo condusse a tavola.


Chantelle indossava una lunga vestaglia e aveva i capelli
sciolti, così soffici che ondeggiavano come seta al più lieve
alito di vento. Era certamente un calcolo, Chantelle non
faceva niente per caso. La sua eleganza e la chioma sciolta
servivano a creare un'impressione di intimità domestica.
Nick si sorprese a resistere con tutte le sue forze.
Peter sentì il suo cambiamento d'umore e lo guardò
addolorato, quindi cominciò a mangiare in silenzio.
Nick rifiutò di toccar cibo, prese soltanto una tazza di
caffè e accese un sigaro senza chiedere il permesso a
Chantelle, sapendo di irritarla. Attese che Peter avesse finito
di mangiare, poi disse:
«Vorrei parlare con tua madre, Peter».
Il ragazzo si alzò docilmente.
«Ci rivedremo, prima che tu parta?»
«Sì.» Nick ebbe una stretta al cuore. «Certamente.»
«E andremo ancora in barca?»
«Oggi non c'è tempo, ragazzo mio. Mi rincresce.»
«Bene.»
Peter attraversò lentamente la terrazza. A un tratto spiccò
la corsa, scese i gradini due per volta e sparì oltre la rimessa
delle barche, nella pineta.
«Ha bisogno di te», disse Chantelle sottovoce.
«Dovevi pensarci due anni fa.»
Lei gli versò dell'altro caffè.
«Siamo stati sciocchi. No, non sciocchi, egoisti. Io ho
avuto il mio Duncan e tu quella ragazzina americana.»
«Non farmi arrabbiare», l'ammonì lui. «Ne hai già
combinate abbastanza.»
«Vedi, Nicholas, il fatto è che ti amo. Ti ho sempre
amato, fin da quand'ero una goffa scolaretta.» Non lo era mai
stata, ma Nick lasciò correre. «Fin dalla prima volta che ti ho
visto sulla plancia del Golden Eagle, l'ardito comandante...»
«Dobbiamo parlare della Golden Dawn e della Christy
Marine, Chantelle.»
«No, Nicholas. Siamo fatti uno per l'altra. Papà lo ha
capito subito, e anche noi lo abbiamo capito. Per un
momento ne ho dubitato, è vero. Ma è stato un momento di
follia.»
«Basta, Chantelle.»
«Duncan è stato uno stupido errore, un'avventuretta da
niente.»
«É qui che ti sbagli. Ha cambiato tutto. Non sarà mai più
come prima. E
poi...»
«E poi che cosa? Continua, Nicky.»
«E poi mi sto costruendo un'altra vita. Con una persona
molto diversa da te.»
«Santo cielo, Nicky, stai scherzando.» Scoppiò a ridere,
sinceramente divertita. «Potrebbe essere tua figlia. É la
sindrome dei quarant'anni, il complesso della Lolita.» Lo
vide oscurarsi in viso e capì di avere esagerato.
Si affrettò a rimediare. «Scusami, Nicky. Non avrei
dovuto dirlo.» Tacque un momento, poi continuò. «Sì, è
graziosa, deve avere un buon carattere. A Peter è molto
simpatica.» Liquidò Samantha in tono condiscendente, come
se fosse un capriccio passeggero di Nick. «Ti capisco,
Nicholas, sul serio. Ma quando vorrai, quando sentirai
venuto il momento, Peter, la Christy Marine e io siamo
pronti ad accoglierti. Questo è il tuo mondo, Nick.» Fece un
ampio gesto. «É
il tuo mondo, non potrai mai lasciarlo.»
«Ti sbagli, Chantelle.»
«No.» Scosse la testa. «Mi sbaglio di rado, e stavolta
non mi sbaglio. La notte scorsa ne ho avuto la prova. Ma ora
parliamo della Golden Dawn e della Christy Marine.»
^
Chantelle Alexander alzò il viso al cielo e guardò volare
il grande uccello d'argento. Saliva rapidamente, scintillando
al sole e lasciando due strisce di fumo scuro mentre i motori
ruggivano al massimo della potenza. Il vento ne portava il
rombo fino a Cap Ferrat.
Accanto a Chantelle, alto quasi come lei, anche Peter
guardava. Lei gli prese il braccio.

«Si è fermato pochissimo», osservò Peter, mentre l'aereo


virava.
«Tornerà presto e resterà con noi», gli promise
Chantelle, poi gli domandò:
«Dove ti eri cacciato, Peter? Ti abbiamo cercato
dappertutto, prima che papà partisse».
«Ero nella pineta», rispose lui evasivamente.
Aveva udito i loro richiami, ma si era rifugiato nel suo
nascondiglio segreto, la grotta dei contrabbandieri nella
scogliera. Sarebbe morto, piuttosto che farsi vedere in
lacrime da Nicholas Berg.
«Non sarebbe bello se ogni cosa tornasse come una
volta?» chiese Chantelle con dolcezza. Il ragazzo si mosse,
senza distogliere gli occhi dall'aereo.
«Soltanto noi tre?»
«Senza zio Duncan?» chiese Peter incredulo. L'aereo
rifletté un ultimo bagliore e scomparve in un banco di
cumuli. «Senza zio Duncan?» ripeté. «Ma è impossibile.»
«No, caro, se tu mi aiuti.» Prese il suo viso fra le mani.
«E mi aiuterai, vero?» gli chiese.
Peter annuì con forza. Lei si chinò a baciarlo
teneramente sulla fronte.
«Sei il mio ometto», sussurrò.
^
«Il signor Alexander è occupato. Devo riferirgli
qualcosa?»
«Sono la signora Alexander. Dica a mio marito che è
urgente.»
«Oh, la prego di scusarmi, signora Alexander.» Il tono
della segretaria si fece subito ossequioso. «Non avevo
riconosciuto la sua voce. La linea è disturbata. Le passo
subito il signor Alexander.»
Chantelle attese, guardando con impazienza dalla
finestra. A metà mattina il tempo era cambiato. Ora soffiava
un vento gelido e la pioggia tamburellava sui vetri.
«Chantelle, mia cara.» La voce carezzevole e vibrante
che un tempo l'aveva affascinata. «É la mia chiamata?»
«No, ti ho chiamato io, Duncan. Ho urgente bisogno di
parlarti.»
«Bene», disse lui. «Anch'io volevo parlarti. Gli
avvenimenti incalzano. É
necessario che tu venga martedì prossimo a St. Nazaire.
Non ci vedremo a Cap Ferrat.»
«Duncan...»
Lui la interruppe. Il suo tono era sicuro e fiducioso. Da
oltre un anno non lo sentiva così esuberante.
«Sono riuscito a risparmiare quasi un mese sui tempi di
costruzione della Golden Dawn.»
«Ascoltami, Duncan.»
«La vareremo martedì. Purtroppo sarà una cerimonia
alla buona, con un preavviso così breve.» Il suo orgoglio
infastidì Chantelle. Non aveva alcuna voglia di ascoltarlo.
«Ho disposto che le cisterne siano portate direttamente nel
Golfo Persico dai cantieri giapponesi, con quattro
rimorchiatori americani. Varerò lo scafo qui, con gli operai
ancora a bordo. Finiranno l'opera in mare, durante la
navigazione per il capo di Buona Speranza. Così la nave
potrà imbarcare le cisterne e il carico a El Barras.
Risparmieremo quasi sette milioni e mezzo di...»
«Duncan!» ripeté Chantelle.
Stavolta fu colpito dal suo tono.
«Che cosa c'è?»
«Non posso aspettare fino a martedì. Voglio vederti
subito.»
«É impossibile», rise lui. «Devi aver pazienza per cinque
giorni.»
«Sono troppi.»
«Dimmelo subito, allora», la esortò. «Di che si tratta?»
«E va bene», disse seccamente Chantelle. «Dato che
insisti. Voglio il divorzio, Duncan. E rivoglio il controllo
delle mie azioni della Christy Marine.»
Seguì un lungo silenzio, rotto soltanto dai disturbi della
linea. Chantelle attese.
«É una decisione un po' improvvisa.»
La voce di Duncan era divenuta atona e incolore.
«Sappiamo tutt'e due che non lo è», replicò lei.

«Non hai un motivo valido.» Sembrava inquieto, ora.


«Non è facile ottenere il divorzio, Chantelle.»
«Vuoi un motivo, Duncan?» chiese lei. «Se non vieni
entro domani a mezzogiorno, manderò a Leadenhall Street i
miei revisori dei conti e sarai citato in tribunale per...»
Non ebbe bisogno di continuare. Duncan la interruppe
con una nota di panico nella voce. Era la prima volta che lei
lo sentiva spaventato. Disse:
«Hai ragione. É meglio che ne parliamo subito». Tacque
di nuovo per ricomporsi. Aggiunse in tono più calmo:
«Posso noleggiare un Falcon ed essere a Nizza prima di
mezzogiorno. D'accordo?»
«Manderò la macchina a prenderti», disse lei, e
interruppe la comunicazione premendo la forcella con un
dito.
La tenne giù per un istante, poi alzò il dito.
«Voglio fare una chiamata internazionale», disse nel suo
fluente francese, quando la centralinista rispose. «Non
conosco il numero. Vorrei parlare personalmente con la
dottoressa Samantha Silver all'università di Miami.»
«Dovrà aspettare più di due ore, madame.»
«J'attendrai», disse lei, e riagganciò.
^
La Bank of the East si trova in Curzon Street, quasi di
fronte al White Elephant Club. Ha una stretta facciata di
bronzo, marmo e vetro. Nick era là con i suoi avvocati dalle
dieci del mattino e stava imparando per esperienza diretta
l'antico rituale arabo della contrattazione.
Stava vendendo la Ocean Salvage e in più due anni del
suo futuro lavoro.
Cominciava a dubitare che sette milioni di dollari
fossero un prezzo adeguato, anche se erano ancora lontani
dall'accordo. Le parole correvano liberamente, le cifre
danzavano in una ridda quasi irreale. L'unica costante era la
figura del principe, seduto sul basso divano. Indossava un
impeccabile completo europeo, ma portava il copricapo di
cotone bianco fermato sulla testa da un cordoncino dorato,
che incorniciava i suoi bei lineamenti bronzei.
Alle sue spalle si agitava un mutevole sfondo di figure
servili e bisbiglianti. Quando Nick aveva l'impressione che
un punto fosse stato definitivamente stabilito, un'altra Rolls-
Royce rosa o gialla con targa araba depositava tre o quattro
nuovi arabi davanti all'ingresso. Costoro si precipitavano a
baciare il principe sulla fronte, sulla radice del naso e sul
dorso della mano quindi la sommessa discussione
ricominciava e i nuovi venuti riprendevano dal punto in cui
si trovavano un'ora prima.
James Teacher non dimostrava la minima impazienza.
Sorrideva, annuiva e si conformava al rituale come un vero
arabo sorseggiando il caffè nelle minuscole tazzine e
aspettando che gli interminabili bisbigli fossero tradotti in
inglese. Quindi faceva la relativa controproposta.
«Va tutto a gonfie vele, signor Berg», assicurò a Nick.
«Ancora qualche giorno e avremo finito.»
Nick aveva il mal di testa per il caffè troppo forte e il
fumo di tabacco turco, cosicché stentava a concentrarsi.
Oltre a tutto era in pensiero per Samantha. Da quattro giorni
non riusciva a comunicare con lei. Alla fine dovette uscire
un momento. Si scusò con il principe e andò nell'atrio, al
banco delle informazioni. La ragazza disse:
«Mi rincresce, signore. I numeri non rispondono».
«É impossibile», ribatté Nick.
Uno era il numero della casetta di Samantha a Key
Biscayne, l'altro il suo numero privato del laboratorio.
La ragazza scosse la testa.
«Ho provato ogni ora.»
«Può spedire un telegramma?»
«Certamente, signore.»
Gli diede un modulo e lui vergò il testo.
«Chiamami urgentemente con addebito al destinatario
a...» Scrisse i numeri del suo appartamento a Queens Gate e
dello studio di James Teacher, poi rifletté con la penna a
mezz'aria, cercando le parole per esprimere la sua ansia. Ma
non riuscì a trovarle.
«Ti i amo», scrisse.

Da quando Nick le aveva telefonato nella notte,


informandola del trasporto di petrolio al cadmio, Samantha
Silver si era trovata presa in un vortice di eventi.
Dopo una serie di incontri con i capi dei Green-Peacers e
degli altri gruppi ecologici, per pubblicizzare e contrastare la
nuova minaccia agli oceani, lei e Tom Parker erano andati a
Washington per parlare con il vicedirettore del Dipartimento
della Conservazione Ambientale e con due giovani senatori
che guidavano il movimento ,ecologico', ma i loro sforzi
avevano cozzato contro il formidabile baluardo degli
interessi petroliferi. Perfino le organizzazioni di solito più
sensibili all'argomento andavano con i piedi di piombo,
quando si trattava di condannare la nuova tecnica di
piroscissione del carbonio. Come aveva detto un giovane
senatore democratico: «Non si può sparare a zero contro una
tecnologia che accrescerà la resa del petrolio del cinquanta
per cento».
«Non ce l'abbiamo con la tecnologia», aveva ribattuto
Samantha, esacerbata dalla stanchezza e dalla delusione.
«Vogliamo impedire che il petrolio al cadmio venga
trasportato in modo irresponsabile per rotte estremamente
delicate.»
Ma quando aveva illustrato lo scenario della possibile
catastrofe, dipingendo gli effetti provocati da un milione di
tonnellate di greggio velenoso nell'Atlantico, aveva visto
l'incredulità negli occhi del senatore, il sorriso
condiscendente del savio al cospetto di un demente.
«0h, cielo, possibile che il buon senso sia una merce così
difficile da vendere?» si era lamentata.
Lei e Tom avevano incontrato i capi dei Green-Peacers
al nord e all'ovest.
Avevano ricevuto consigli e promesse di appoggio. La
sezione californiana aveva consigliato l'intervento fisico
come estrema risorsa. Alcuni suoi membri si erano già
interposti con piccole barche fra le baleniere russe e le
balene nel Golfo di California. L'operazione era riuscita.
A Galveston incontrarono i giovani texani che avrebbero
picchettato la raffineria dell'Orient Amex non appena
sarebbe giunta la notizia che la superpetroliera era entrata
nel Golfo del Messico.
Ma non riuscirono a provocare un confronto con l'Orient
Amex. La grande compagnia petrolifera ignorò ogni invito a
controbattere le accuse alla radio o alla televisione ed eluse
le domande della stampa. Samantha scoprì che era difficile
suscitare l'interesse intorno a una discussione a senso unico.
Organizzarono una trasmissione presso una stazione
televisiva texana; ma dato che mancava il pepe della
polemica, il produttore ridusse il tempo di Samantha a
quarantacinque secondi e poi cercò d'invitarla a cena.
La crisi energetica, le petroliere e l'inquinamento erano
argomenti tediosi.
Nessuno aveva sentito nominare l'inquinamento da
cadmio, il capo di Buona Speranza si trovava agli antipodi,
un milione di tonnellate era una cifra inimmaginabile, e tutta
la faccenda si risolveva in una gran noia.
La stampa smise di occuparsene.
«Dobbiamo far uscire allo scoperto i pezzi grossi
dell'Orient Amex», ringhiò Tom Parker furibondo, «e
prenderli a calci nel sedere. Ma i nostri unici alleati sono i
Green-Pescers.»
Tornarono all'aeroporto di Miami, esausti e delusi ma
non ancora sconfitti.
«Abbiamo appena cominciato la battaglia», borbottò
cupamente Samantha, mentre guidava la sua macchina
sgargiante nel traffico cittadino.
Ebbe soltanto poche ore per darsi una rinfrescata e
riposarsi. Poi dovette rivestirsi e tornare di corsa
all'aeroporto a ricevere un ospite australiano.
Questi aveva già passato la dogana e si guardava intorno
nell'atrio con aria smarrita.
«Salve, sono Sam Silver», lo salutò scacciando la
stanchezza e sfoderando il suo smagliante sorriso.
Si chiamava Dennis O'Connor ed era un'autorità nel suo
campo. Svolgeva un lavoro affascinante sulla popolazione
animale della barriera corallina nelle acque dell'Australia
orientale. Veniva da lontano per vedere lei e i suoi
esperimenti.
«Non la credevo così giovane.»
Samantha aveva firmato la corrispondenza come «dr.
Silver», e lui reagì nel solito modo. Ma lei era troppo stanca
e furibonda per lasciar correre.
«E sono una donna. Non si aspettava nemmeno questo,
vero?» disse. «Una povera donnicciola. Ma scommetto che
fra i suoi migliori amici ha delle donne.»
Era australiano fino al midollo. Le sorrise, le strinse la
mano e disse:
«Non ci crederà mai, ma lei mi piace così com'è».
Era alto e snello, abbronzato, con una spruzzata
d'argento sulle tempie.
Fecero amicizia in pochi minuti, e lui ammirò l'opera di
Samantha.
O'Connor aveva portato con sé, in un contenitore
ossigenato, cinquemila campioni vivi di E. digitalis, la
comune lumaca marina australiana, perché fossero inclusi
negli esperimenti di Samantha. Aveva scelto questo
animaletto per la sua abbondanza e la sua importanza
nell'ecologia delle acque costiere australiane. Entrambi erano
assorti nell'applicare le tecniche di Samantha alla nuova
creatura, quando la sua assistente fece capolino e gridò:
«Ehi, Sam, c'è una chiamata per te».
Lei rispose:
«Fatti dire cosa vogliono. Se hanno fortuna, li
richiamerò».
«É internazionale e personale!»
Il cuore di Samantha cominciò a martellare. Dimenticò
all'istante le lumache marine.
Quando alzò il ricevitore, era senza fiato per l'emozione.
Si premette una mano sul cuore, come per rallentare i battiti.
«La dottoressa Silver?»
«Sì! Sono io.»
«Resti in linea, prego», disse la centralinista.
Samantha udì un «clic» e un ronzio.
«Nicholas!» esultò. «Nicholas, caro, sei tu?»
«No.» La voce era serena e limpida come se
l'interlocutrice fosse accanto a lei. Era stranamente familiare,
e Samantha fu assalita da un'inspiegabile inquietudine.
«Sono Chantelle Alexander, la madre di Peter. Ci siamo viste
un momento.»
«Sì.»
La voce di Samantha era fioca e ancora ansante.
«Ho pensato di dirglielo personalmente, prima che lei lo
apprenda da altre fonti. Io e Nicholas abbiamo deciso di
risposarci.»
Samantha si accasciò sullo sgabello dell'ufficio.
«É ancora in linea?» chiese Chantelle dopo un momento.
«Non ci credo», sussurrò Samantha.
«Mi rincresce», disse affabilmente Chantelle. «Ma vede,
c'è Peter, e ci siamo riscoperti. In realtà non abbiamo mai
smesso di amarci.»
«Nicholas non...»
Le mancò la voce e non poté continuare.
«Deve comprenderlo e perdonarlo, cara», spiegò
Chantelle. «Dopo il divorzio si è sentito molto solo. Sono
sicura che non intendeva approfittare di lei.»
«Ma, ma... avevamo deciso di...»
«Lo so. Non è facile per nessuno, mi creda. Per il nostro
bene...»
«Avevamo deciso di vivere insieme.» Samantha scosse
la testa e una ciocca le ricadde sul viso. Se la scostò dagli
occhi. «Non ci credo. Perché non me l'ha detto lui? Lo
crederò solo quando me l'avrà detto.»
La voce di Chantelle era gentile e compassionevole.
«Non volevo addolorarla, mia cara, ma mi costringe a
dirle che Nicholas ha passato la notte scorsa nella mia casa,
nel mio letto, fra le mie braccia. Nel suo vero mondo.»

Seduta sullo sgabello rotondo, Samantha Silver ebbe


l'impressione che la sua giovinezza le scivolasse di dosso
come la pelle di un rettile. Rimase fuori del tempo, dilaniata
da tutte le sofferenze che le altre donne avevano patito prima
di lei. Si sentì vecchia, saggia e disincantata. Alzò le dita a
sfiorarsi la guancia e si stupì che non fosse avvizzita.
«Ho già preso accordi per divorziare dal mio attuale
marito, e Nicholas tornerà a capo della Christy Marine.»
Era vero, Samantha lo capì. Non aveva più dubbi.
Riagganciò lentamente e fissò la parete nuda dello
scomparto. Non pianse. Le pareva che non sarebbe mai più
riuscita a piangere e a ridere.

^
Chantelle Alexander osservò suo marito, cercando di
vederlo spassionatamente. Non le fu difficile, adesso che la
fiamma si era spenta.
Era un bell'uomo, alto e slanciato, con la fluente chioma
biondo rame. I polsi che spuntavano dai polsini bianchi della
camicia erano coperti di peluria rossiccia, e lei sapeva bene
che il suo petto era coperto di riccioli dorati. Gli uomini
glabri non l'avevano mai attirata.
«Posso fumare?» le chiese.
Lei assentì. La sua voce l'aveva attratta subito. Era
profonda e sonora, con l'accento coltivato, le vocali
arrotondate e le consonanti pigramente strascicate. Le
avevano insegnato ad apprezzare la voce e la raffinatezza;
eppure, sotto la «classe» della facciata, c'era un'eccitante
vena di perversità. Traspariva dal suo sorriso lupesco, dallo
scintillio dei suoi occhi d'acciaio.
Accese la sigaretta con l'accendino d'oro che lei gli
aveva regalato: il suo primo dono, la notte che erano
diventati amanti. Il ricordo era ancora vivido, e lei si mosse
inquieta sulla sedia. Sì, la sua follia era giustificata, più che
giustificata; e anche adesso che era finita, non se ne sarebbe
pentita mai.
In quel periodo della sua vita non era stata capace di
negarsi. La grande passione illecita, l'ultimo sprazzo di
gioventù, lo spensierato autunno che precede la mezza età.
Un'altra donna si sarebbe accontentata di sordidi
brancicamenti in anonime stanze d'albergo, ma non
Chantelle Christy. Lei plasmava il mondo a suo capriccio,
prendeva quel che voleva. L'aveva detto anche a Nicholas.
Molto tempo prima, suo padre le aveva insegnato che le
uniche regole di Chantelle Christy erano quelle che lei stessa
si imponeva.
Era stato meraviglioso. Rabbrividì un poco al ricordo
della sensualità di quei giorni, ma adesso era finito tutto. Nei
mesi passati aveva paragonato i due uomini. La sua non era
una decisione superficiale.
Aveva visto Nicholas risorgere dalle ceneri. Aveva
risalito la china senza l'aiuto di nessuno, armato soltanto di
forza e di determinazione. La forza e il potere l'avevano
sempre impressionata, ma nel corso degli anni si era abituata
a Nicholas. La familiarità aveva reso insipido il loro
rapporto. Ma ora, grazie al suo interludio con Duncan, lo
vedeva con occhi nuovi. Nicholas aveva tutto il fascino di un
nuovo amante, con in più le doti derivate dalla lunga
intimità. Duncan Alexander rappresentava una parentesi. Il
futuro era Nicholas Berg.
Tuttavia non avrebbe mai rimpianto l'interludio. L'aveva
ringiovanita. E non avrebbe rimpianto nemmeno l'avventura
di Nicholas con la ragazzina americana.
In seguito, avrebbe aggiunto un pizzico di eccitante
perversione alla loro vita sessuale. Sentì un brivido correrle
lungo le cosce, mentre la sua carne fremeva segretamente.
Duncan le aveva insegnato parecchie cose, giochi d'amore
bizzarri e proibiti. Ma purtroppo fidava soltanto nei giochi, e
nessuno di essi l'aveva soddisfatta. Fece una smorfia
disgustata. Forse era questo che aveva spento la fiamma.
No, Duncan Alexander non era riuscito a reggere alla
sua sessualità primitiva e selvaggia; soltanto un uomo c'era
riuscito. Duncan era servito a uno scopo, ma adesso il loro
rapporto non aveva più ragione di essere. Forse si sarebbe
trascinato ancora per qualche tempo, sennonché ora Duncan
Alexander aveva messo a repentaglio la Christy Marine. Lei
non aveva previsto una simile eventualità. La Christy Marine
era una parte della sua vita, immensa e immutabile come il
cielo, e adesso il cielo veniva scosso dalle fondamenta.
Notò il disagio di Duncan. Continuava ad agitarsi sulla
poltrona, ad accavallare e riaccavallare le gambe; rigirava la
sigaretta fra le dita, fissando la spirale di fumo azzurrognolo
per evitare gli occhi neri di lei.
Chantelle lo guardava, ma vedeva un altro uomo. Ora,
con uno sforzo, si concentrò su di lui.
«Grazie per essere venuto subito», disse.
«Mi è sembrata una questione urgente.»
Sorrise per la prima volta. Fu un sorriso smagliante e
formale, ma nei suoi occhi grigi si leggeva la paura, le sue
mascelle contratte tradivano la tensione.

Guardandolo attentamente, come non faceva da mesi, lei


vide quant'era smagrito. Le lunghe dita erano ossute e
irrequiete. Nuove rughe, più dure, contornavano la sua
bocca, gli solcavano la fronte; agli angoli degli occhi, la
pelle si era increspata in centinaia di grinze che
l'abbronzatura celava a un'osservazione distratta. Duncan la
esaminò a sua volta.
«Da quello che mi hai detto ieri...»
Lo interruppe con un gesto.
«C'è tempo. Volevo semplicemente farti capire la gravità
della situazione.
Per il momento, m'interessa sapere che cosa hai fatto
delle mie azioni e di quelle del lascito.»
Le mani di lui s'irrigidirono.
«Che cosa significa?»
«Voglio mandare dei revisori di mia nomina a...»
Lui scrollò le spalle.
«É un'operazione lunga, Chantelle. E temo di non essere
pronto a lasciare il controllo.»
Era freddo e noncurante, ora. La sua paura era svanita.
Lei sentì un'ombra di sollievo. Forse la terribile storia
che le aveva raccontato Nicholas era falsa, forse il pericolo
era solamente immaginario. La Christy Marine era così
grande, così invulnerabile.
«Non subito, comunque», riprese Duncan. «Dovrai
dimostrarmi che agisci nel miglior interesse, della
compagnia e del lascito.»
«Non devo dimostrare niente a nessuno», ribatté
seccamente lei.
«Stavolta sì. Mi hai nominato...»

«Nessun giudice riterrebbe valido il nostro accordo.»


«Può darsi, Chantelle. Ma perché vuoi portare tutto
quanto in tribunale? In un momento simile?»
«Non ho paura, Duncan.» Balzò agilmente in piedi, con
le lunghe gambe inguainate negli ampi calzoni di seta nera.
Una catenella d'oro accentuava la snellezza della sua vita.
«Non ho paura di niente, lo sai.» Gli puntò contro l'indice.
«Sei tu che dovresti aver paura.»
«Di che cosa mi accusi, precisamente?»
Lei glielo disse. Parlò delle ipoteche gravanti sul lascito,
del trasferimento delle azioni, dell'emissione di nuove azioni
già ipotecate all'interno delle compagnie associate.
Riassunse i dati sull'assicurazione della Golden Dawn che
Nicholas aveva scoperto.
«Quando i revisori avranno finito, Duncan caro, non
soltanto il tribunale mi ridarà il controllo della Christy
Marine, ma probabilmente ti condannerà a cinque anni di
galera. In queste faccende sono piuttosto severi.»
Duncan sorrise. Aveva il coraggio di sorridere! Lei
avvampò d'ira.
«Osi ridermi in faccia», sibilò. «Te la farò pagare.»
«No.» Lui scosse la testa. «Non farai un bel niente.»
«Vorresti negare che...» cominciò.
Duncan la interruppe con un gesto.
«Non nego niente, amore mio. Al contrario, sono
disposto ad ammettere questo e altro.» Gettò la sigaretta
nelle acque del porticciolo. Mentre lei lo fissava ammutolita,
lasciò che il silenzio facesse il suo effetto, come un attore
consumato. Intanto tolse un'altra sigaretta dall'astuccio d'oro
e l'accese.
«So che da un po' di tempo qualcuno ficca il naso nei
miei affari e in quelli della compagnia.» Esalò una nube
azzurrognola e inarcò ironicamente un sopracciglio. «Ho
scoperto subito che la pista parte da un omino di Montecarlo
che vive di spionaggio industriale e finanziario. Lazarus è un
asso, nel suo campo. Anch'io sono ricorso alle sue
prestazioni, sono io che l'ho presentato a Nicholas Berg.»
Ridacchiò, scrollando la testa con indulgenza. «Si fanno
certe sciocchezze, a volte. Ho capito subito ogni cosa. Berg e
Lazarus. Sono io che ho guidato le loro scoperte. Ho fatto in
modo che Lazarus trovasse solamente un quarto delle
risposte.» Si sporse avanti, e a un tratto la sua voce divenne
tagliente. «Vedi, Chantelle, anch'io sono un asso. Non
potranno mai scoprire tutto.»
«Non neghi, allora.»
Chantelle si accorse di balbettare e si detestò. Lui fece
un gesto sprezzante.
«Taci e ascoltami, sciocchina. Ti dirò fino a che punto
sei coinvolta. Ti spiegherò perché non manderai i revisori,
perché non mi liquiderai e perché farai esattamente quello
che ti dico.»
Tacque un momento e la fissò negli occhi. Lei distolse lo
sguardo. Era confusa e smarrita, per una volta in balia degli
eventi. Duncan annuì soddisfatto.
«Benissimo. Ascolta, adesso. Ho investito ogni sostanza
della Christy Marine nella Golden Dawn.»
Chantelle ebbe un capogiro e si sentì ronzare le orecchie.
Indietreggiò, andando a urtare il parapetto. Si accasciò sulla
poltroncina.
«Di che cosa stai parlando?» bisbigliò.
Lui le riferì tutto, a partire dall'inizio. Dall'impostazione
della chiglia della Golden Dawn, all'epoca in cui c'era una
grande richiesta di petroliere.
«I miei calcoli erano fondati sulla richiesta e sui costi di
costruzione di due anni fa.»
Ma poi la crisi energetica e la caduta della domanda,
insieme con l'inflazione, avevano raddoppiato i costi di
costruzione. Duncan aveva risposto modificando il progetto
della gigantesca petroliera: aveva ridotto le quattro unità di
propulsione a una sola, aveva ridotto del venti per cento le
strutture di rinforzo dello scafo, aveva eliminato le
complesse misure di sicurezza previste da Nick. Aveva
tagliato troppo, e così si era giocato la qualifica A1 dei
Lloyd's ossia l'approvazione della venerabile istituzione.
Senza la copertura del mercato facente capo ai Lloyd's,
aveva dovuto assicurarsi altrove per soddisfare i suoi
finanziatori. I premi erano proibitivi. Aveva dovuto
impegnare le azioni della Christy Marine, le azioni del
lascito. Poi la spirale dei costi di costruzione lo aveva
sopraffatto di nuovo. Gli occorreva denaro, altro denaro. Lo
aveva preso dove l'aveva trovato, al tasso d'interesse che gli
era stato chiesto. E aveva dato in pegno altre azioni della
Christy.
Ma l'assicurazione si era rivelata insufficiente a coprire
l'enorme aumento del costo della superpetroliera.
«Quando ci si mette la sfortuna...» Si strinse nelle spalle
e continuò. «Ho dovuto impegnare altre azioni. Tutte. É tutto
in gioco, Chantelle, ogni pezzo di carta, perfino le azioni che
abbiamo ricuperato dal tuo Nicholas. E non basta. Ho dovuto
cercar copertura tramite compagnie di paglia, una copertura
fasulla. E poi», Duncan sorrise di nuovo, calmo e rilassato,
«e poi è successo il disastro, quando la Golden Adventurer
ha urtato il ghiaccio e ho dovuto trovare sei milioni di dollari
per pagare i diritti di ricupero. É stata l'ultima goccia. Ho
messo in gioco tutto quanto. Il lascito, la Christy Marine».
«Ti distruggerò», sussurrò lei. «Ti schiaccerò. Lo giuro
su Dio.»
«Ma non capisci?» Scrollò la testa con rammarico, quasi
si trovasse davanti a una bambina un po' ottusa. «Non puoi
schiacciarmi senza schiacciare la Christy Marine e te stessa.
Ci sei dentro anche tu, Chantelle, molto più di me. I tuoi
beni, il tuo denaro, questa casa, lo smeraldo che hai al dito, il
futuro del tuo marmocchio sono investiti nella Golden
Dawn.»
«No.»
Chiuse gli occhi. Il suo viso era divenuto esangue.
«Purtroppo sì, invece», replicò lui. «Non l'avevo
previsto. Miravo a un profitto di duecento milioni di dollari,
ma purtroppo siamo rimasti vittime delle circostanze.»
Tacquero entrambi. Chantelle si sentiva vacillare,
sopraffatta dall'enormità della minaccia.
«Se chiami i tuoi cani, i tuoi revisori, avranno parecchio
da fare.» Rise di nuovo. «Siamo nella merda fino al collo. E
i miei finanziatori tireranno i remi in barca, la Golden Dawn
non sarà mai varata. Non è completamente assicurata, te l'ho
detto. É tutto appeso a un filo, Chantelle. Se il varo della
Golden Dawn viene ritardato di un mese, o anche di una
settimana, sarà il disastro totale.»
«Sto per vomitare», mormorò Chantelle.

«Rimediamo subito.»

Duncan balzò in piedi e le andò davanti. Le allentò due


violenti ceffoni con il palmo e il dorso della mano,
sballottandole la testa e imprimendole sulle guance il segno
delle dita. Era la prima volta che un uomo la schiaffeggiava,
ma lei non ebbe la forza di protestare. Si limitò a fissarlo.
«Ricomponiti», le sibilò. Afferratala per le spalle, la
scrollò con violenza. «Ascolta. Ti ho prospettato le
eventualità peggiori. Adesso ti dirò le migliori. Se stiamo
insieme, se non mi metti i bastoni fra le ruote, farò per te il
colpo finanziario del secolo. Con un solo viaggio della
Golden Dawn saremo a cavallo. Un solo viaggio, poche
settimane, e avrò raddoppiato la tua fortuna.» Lei lo fissò,
sconvolta e smarrita. «Ho firmato un contratto di noleggio
con l'Orient Amex che ci toglierà dai guai con un solo
viaggio.
Quando la Golden Dawn avrà calato le ancore al largo di
Galveston e scaricato le sue cisterne, potrò venderla ad
almeno una dozzina di acquirenti.»
Indietreggiò, aggiustandosi la giacca. «La gente
ricorderà il mio nome. In futuro, quando si parlerà di
petroliere, si parlerà di Duncan Alexander.»
«Ti odio», disse lei. «Sapessi come ti odio...»
«Oh, non ha importanza.» Fece un gesto evasivo.
«Quando questa storia sarà finita, potrò permettermi di
andarmene e tu potrai permetterti di lasciarmi andare. Non
un momento prima.»
«Quanto ricaverai, se ogni cosa andrà per il verso
giusto?» chiese Chantelle.
Si era ripresa. La sua voce non tremava più.
«Parecchio. Una somma enorme, ma il mio vero
guadagno saranno la fama e il successo. Sarò io a fissare il
mio prezzo.»
«E finalmente potrai reggere il confronto con Nicholas
Berg. É questo il tuo traguardo, vero?» Lo vide accigliarsi e
infierì, bramosa di offendere e distruggere. «Ma io e te
sappiamo la verità. La Golden Dawn è un'idea di Nicholas.
Lui non si sarebbe mai abbassato all'inganno e alla frode.»
«Mia cara Chantelle...»
«Non sarai mai un uomo come Nicholas.»
«Va' all'inferno!»
L'ira li sopraffece all'improvviso. Chantelle cominciò a
gridare.
«Sei un bugiardo e un truffatore. Ti dai un mucchio di
arie, ma hai l'animo del rubagalline. Sei meschino e
vanitoso.»
«Ho sempre battuto Nicholas Berg.»
«Storie. Sono io che l'ho battuto per te.»
«E io ti ho preso.»
«Sì, per un momento», lo schernì lei. «Solo per un
momentino, Duncan caro.
Ma quando lui mi ha voluta, mi ha ripresa subito.»
«Che cosa vuoi dire?» chiese lui.
«L'altra notte Nicholas era qui. Mi ha amata in un modo
che tu non ti sogni nemmeno. Torno da lui e dirò a tutti
perché.»
«Puttana.»
«É così forte, Duncan. É forte, mentre tu sei un debole.»
«E tu sei una gran puttana.» Accennò a girarsi, poi si
fermò. «Trovati martedì a St. Nazaire.»
Lei capì che era offeso. Finalmente era riuscita a
penetrare la sua corteccia e a toccarlo sul vivo.
«Mi ha amata quattro volte in una notte. É stato divino,
Duncan. Tu non ci sei mai riuscito.»
«Martedì dovrai essere a St. Nazaire per sorridere ai
creditori.»
«Anche se ti va bene con la Golden Dawn, entro sei
mesi Nicholas sarà al tuo posto.»
«Ma fino ad allora dovrai obbedirmi.»
Duncan cominciò ad allontanarsi, dominandosi a stento.
«Sarai tu il perdente, Duncan Alexander», lei gli urlò
dietro con la voce stridula di rabbia. «Ci penserò io, te lo
giuro.»
Lui s'impose di non affrettare il passo e attraversò la
terrazza con le spalle erette, inseguito dalle sue contumelie.
«Torna nel fango, torna nelle fogne dove ti ho trovato»,
gridò Chantelle.
Duncan salì la scalinata e finalmente si portò fuori tiro.
Ora poteva affrettarsi, ma si accorse che gli tremavano le
gambe. Respirava con affanno, aveva le viscere
aggrovigliate per l'ira e la gelosia.
«Quel bastardo», borbottò. «Quel bastardo di Berg.»
^
«Tom? Tom Parker?»
«Sì. Chi parla?»
La voce era chiara e forte, benché li separasse l'oceano
Atlantico.
«Sono Nicholas, Nicholas Berg.»
«Come stai, Nick?» tuonò il vocione con genuino
piacere. «Sono felice di sentirti. Ho cercato di mettermi in
contatto con te. Ho buone notizie.
Ottime.»
Nick si sentì allargare il cuore.
«Samantha?»
«No, accidenti», rise Tom. «Il lavoro. Il tuo lavoro. Ieri
ne ho parlato al consiglio superiore dell'università. Ho
dovuto penare, te l'assicuro, ma alla fine hanno approvato.
Sei dei nostri, Nick. Non è formidabile?»
«Magnifico, Tom.»
«Sei nella facoltà di biologia come aggiunto. É appena
l'inizio, Nicholas.
Entro la fine dell'anno avrai una cattedra, vedrai.»
«Ne sono felice.»
«Cristo, non si direbbe», ruggì Tom. «Si può sapere che
cos'hai, ragazzo?»
«Tom, che cosa diavolo è successo a Samantha?»
Percepì il suo cambiamento d'umore. Il silenzio durò un
istante di troppo, poi Tom parlò con franchezza.
«É partita per un viaggio di studio nelle Keys. Non te
l'ha detto?»
«Nelle Keys?» Nick alzò la voce, costernato e
furibondo. «Ma accidenti, Tom, avrebbe dovuto essere in
Francia. Mi ha promesso di venire per il varo della mia
nuova nave. É una settimana che cerco di telefonarle.»
«É partita domenica», disse Tom.
«A che gioco sta giocando?»
«Te lo chiederà lei, un momento o l'altro.»
«Che cosa vuoi dire, Tom?»
«Be', prima di partire è venuta qui e ha fatto un
piantarello con Antoinette, mia moglie. Antoinette fa la
mamma a tutte le donne in crisi nel raggio di cento
chilometri.»
Stavolta fu Nick a restare in silenzio, pervaso da un
senso di gelo.
«Ma perché?» domandò infine, costernato.
«Dio buono, Nick, vuoi che sappia i particolari della sua
vita sentimentale?»
«Posso parlare con Antoinette?»
«Non c'è, è andata a Orlando per un congresso. Tornerà
alla fine della settimana.»
Cadde di nuovo il silenzio.
«Respirare nel microfono ti costerà un patrimonio,
Nicholas. Sei tu che paghi la telefonata.»
«Cosa le ha preso, a quella ragazza?»
Ma lo sapeva benissimo. Il rimorso continuava a
tormentarlo.
«Ascolta, Nick. Un consiglio da amico. Vieni al più
presto. Bisogna che le parli. Sempre che tu voglia,
naturalmente.»
«Sicuro che voglio», disse Nick. «Ma fra due giorni
devo varare un rimorchiatore. Ho i collaudi in mare e una
riunione a Londra.»
Il tono di Tom era asciutto.
«Tutti abbiamo i nostri impegni.»
«Tom, verrò appena posso.»
«Va bene.»
«Se la vedi, diglielo.»
«Glielo dirò.»
«Grazie, Tom.»
«Il rettore vuole conoscerti, Nicholas. Vieni al più
presto.»
«Promesso.»
Nick depose il ricevitore e guardò dalla finestra
dell'ufficio. La vista del porto interno era quasi
completamente celata dalla mole del rimorchiatore. Si
ergeva alto sulle armature, con lo scafo già verniciato di
bianco. Sull'ampia prua era scritto il nome Sea Witch, e più
sotto il porto di registrazione:
«Bermude».
Era bello, stupendo, ma Nick non lo vedeva nemmeno.
Aveva un senso di vuoto, la gelida premonizione di un
disastro. Solo adesso, di fronte alla prospettiva di perderla,
capiva quant'era importante per lui quella deliziosa ragazza
bionda, quanta parte aveva nei suoi progetti per il futuro.
Samantha non poteva aver saputo di quell'unica notte di
debolezza, del tradimento che gli dava ancora fitte di
rimorso. Doveva esserci un altro motivo. Serrò il pugno e lo
pestò sul davanzale della finestra. Si sbucciò le nocche, ma
non sentì dolore: soltanto la rabbia per essere trattenuto a St.
Nazaire, inchiodato dagli impegni, mentre avrebbe
voluto inseguire la sua felicità.
L'altoparlante sopra la sua testa gracidò all'improvviso.
«Monsieur Berg. Monsieur Berg è atteso in plancia.»
Contento del diversivo, Nick corse fuori al sole di
primavera. Vide Jules Levoisin sull'ala della plancia, una
figura tondeggiante che si stagliava contro il cielo; sembrava
un galletto bellicoso. Stava davanti all'ingegnere elettronico
responsabile del sistema di comunicazione del Sea Witch, e i
suoi
«Sacré bleu», «Merde» e «Imbécile» erano chiaramente
udibili nel frastuono del cantiere.
Nick affrettò il passo, vedendo che l'ingegnere
cominciava a sbracciarsi mentre le sue grida si univano alle
imprecazioni del nuovo comandante del Sea Witch. Era già
la terza volta che Jules Levoisin si spazientiva, quel giorno,
e non erano ancora le dodici. Man mano che si avvicinava
l'ora del varo, il piccolo francese diventava più nervoso:
sembrava una prima ballerina che attenda l'alzarsi del
sipario. Se Nick non fosse arrivato in plancia al più presto,
avrebbe avuto bisogno di un nuovo comandante o di un
nuovo ingegnere elettronico.
Dieci minuti dopo, Nick aveva ficcato un sigaro in bocca
a entrambi.
L'atmosfera era ancora tesa ma non più esplosiva. Nick
prese l'ingegnere a braccetto, cinse le spalle di Jules
Levoisin e li condusse nell'ala coperta della plancia.
Le installazioni erano complete, e Jules Levoisin doveva
approvare l'attrezzatura speciale. Era un negoziato laborioso
come il trattato di Versailles.
«Ho autorizzato io stesso la modifica del trasformatore
MK IV», spiegò pazientemente Nick. «Sul Warlock abbiamo
avuto dei problemi con questa unità.
Avrei dovuto dirtelo, Jules.»
«Già», convenne stizzosamente il piccolo comandante.
«Ma sei stato abile a scoprire il cambiamento», lo blandì
Nick.
Jules gonfiò il petto e rigirò il sigaro fra le labbra.
«Sarò vecchio, ma conosco tutte le diavolerie moderne.»
Si tolse il sigaro di bocca e soffiò un perfetto anello di
fumo.
Come Dio volle, Nick li lasciò a conversare
amabilmente presso la schiera di sofisticati apparecchi in
fondo alla plancia. Proprio allora l'altoparlante lo chiamò in
ufficio.
«Che cosa c'è?» chiese entrando.
«É una donna», rispose il caposquadra, indicando il
telefono sulla scrivania sotto la finestra.
«Samantha», pensò Nick, e alzò il ricevitore.
«Nicky.»
Come udì la voce, fu assalito da un senso di colpa.
«Dove sei, Chantelle?»
«A La Baule.» La graziosa cittadina sulla costa atlantica
era per Chantelle Alexander una cornice migliore del porto
squallido e rumoroso. «Ho preso alloggio al Castille. Avevo
dimenticato che è un albergo terribile.» Vi avevano
soggiornato molto tempo prima, in un'altra vita. «Ma la
cucina è ancora buona, Nicholas. Vieni a far colazione con
me. Devo parlarti.»
«Non posso muovermi.»
Non voleva cadere di nuovo nel trabocchetto.
«É importante. Devo vederti.» Nick udì la sua voce
velata, immaginò il battito sensuale delle sue ciglia. «Per
un'ora, un'ora soltanto. Non dirmi che non puoi liberarti per
un'ora.» Nick senti la tentazione, il rimescolio alla base del
ventre. La odiò per il potere che riusciva ancora a esercitare
su di lui.
«Vieni qui, se è importante», disse bruscamente.
Lei sospirò.

«D'accordo, Nicholas. Dove ci vediamo?»


^
La Rolls era parcheggiata davanti al cancello del porto.
Nick attraversò la strada e vi salì, mentre l'autista teneva
spalancata la portiera.
Chantelle alzò il viso. I suoi capelli erano neri e lucenti
come una massa di seta, le labbra rosse, umide e socchiuse.
Nick ignorò l'invito e la baciò leggermente sulla guancia, poi
si sedette nell'angolo opposto.
Lei fece una smorfietta e lo guardò con aria divertita.
«Come siamo casti, Nick.»
Nick premette un bottone e il vetro divisorio salì
silenziosamente fra loro e l'autista.
«Hai mandato i revisori?» le chiese.
«Mi sembri stanco, caro. Stanco e nervoso.»
«L'hai data vinta a Duncan?» insisté lui. «I lavori sulla
Golden Dawn continuano. I riflettori la illuminano tutta la
notte e nel cantiere si dice che sarà varata domani a
mezzogiorno, con quasi un mese di anticipo. Che cos'è
successo, Chantelle?»
«A Mindin c'è un piccolo bistrot, subito dopo il ponte...»
«Insomma, Chantelle, non ho tempo di andare a spasso.»
Ma la Rolls stava già scivolando per le viuzze del porto,
fra gli alti edifici dei magazzini.
«Solo cinque minuti. La specialità locale è l'aragosta
armoricaine, da non confondersi con l'aragosta américaine.
La preparano con salsa alla panna, è superba», cicalò lei
gaiamente.
La Rolls emerse sul lungomare. Nel piccolo specchio
d'acqua del porto spuntavano le gobbe sgraziate delle
rimesse per i sottomarini nazisti. Le loro armature di
cemento erano così spesse che avevano resistito alle bombe
della RAF e agli sforzi dei demolitori nel corso degli anni.
«Peter mi ha pregato di salutarti. É entrato nella squadra
junior di rubgy.
Sono così orgogliosa.»
Rassegnato, Nick ficcò le mani in tasca e si appoggiò al
soffice schienale di cuoio.
«Ne sono felice», disse.
Rimasero in silenzio, mentre l'autista fermava la Rolls
alla barriera, pagava il pedaggio e poi accelerava sulla rampa
del ponte di St. Nazaire. La grande campata del ponte si
inarcava maestosamente, cento metri sopra la Loira. In quel
tratto, il fiume era largo quasi cinque chilometri, e dal punto
più alto del ponte lo sguardo spaziava sui moli e sui
magazzini del porto.
Lungo la sponda del gran fiume limaccioso era in
costruzione una mezza dozzina di navi, una foresta di
impalcature d'acciaio, di gru e di scafi incompleti, ma tutti
scomparivano di fronte alla mole della Golden Dawn. Senza
le sue cisterne, sembrava sventrata. Pareva impossibile che
una struttura del genere potesse galleggiare. Dio, se era
brutta, pensò Nick.
«Stanno ancora lavorando, là», disse.
Una gru si muoveva lungo la nave. In una cinquantina di
punti brillavano le vivide fiamme azzurre delle saldatrici
autogene, mentre sullo scafo strisciavano minuscole figure
umane. Sulla colossale nave sembravano formiche.
«Stanno ancora lavorando», ripeté come un'accusa.
«La vita è difficile, Nicholas...»
«Hai parlato a Duncan?»
«... tranne che per gli uomini come te.»

«Non gli hai parlato, allora?» chiese con ira.


«Per te è facile essere forte. Per questo mi hai
affascinata.»
Per poco Nick non scoppiò a ridere. Come poteva
parlare di forza, dopo tutte le prove di debolezza che le
aveva dato?
«Hai detto a Duncan di mostrare le sue carte?» insisté.
Lei sorrise.

«Aspettiamo di avere il nostro vinello.»


«Adesso», ribatté lui. «Dimmelo adesso, Chantelle. Non
ho tempo per i tuoi giochetti.»
«Sì, gli ho parlato», disse lei. «L'ho fatto venire a Cap
Ferrat e l'ho accusato... di quello che tu sospetti.»
«Ha negato? Se ha negato, ho delle altre prove.»
«No, Nicholas. Non ha negato niente. Mi ha detto che
conosco soltanto una parte dei fatti.» D'improvviso alzò la
voce e proruppe in un torrente di parole indignate. La sua
calma si era dissolta al ricordo. «Ha giocato con la mia
fortuna, Nicholas. Ha rischiato la mia quota della Christy
Marine, la quota del lascito. Mi ha riso in faccia, quando me
l'ha detto. Si è vantato del suo tradimento.»
«Lo teniamo in pugno, ormai.» Nick si era raddrizzato
sul sedile. La sua voce era cupamente soddisfatta.
«Fermeremo la Golden Dawn così.» Pestò il pugno nel
palmo dell'altra mano. «Lo trascineremo in tribunale.»
All'improvviso tacque e la guardò. Chantelle scuoteva
lentamente la testa. I suoi occhi s'inumidirono, divennero più
grandi e lucenti. Una lacrima brillò sulle folte ciglia nere
come una goccia di rugiada.
La Rolls si era fermata davanti al piccolo bistrot. Si
trovava sul lungofiume, dirimpetto ai cantieri navali
sull'altra sponda. A ovest il fiume sfociava nel mare, e a est
l'elegante arco del ponte si profilava nel cielo azzurro di
primavera.
L'autista aprì la portiera e Chantelle scese con grazia. A
Nick non restò che seguirla.
L'oste venne dalla cucina e si dedicò subito a Chantelle.
La fece accomodare vicino alla finestra e discusse con lei la
lista delle vivande.
«Muscadet, Nicholas?»
Era sempre stata straordinariamente lesta a riprendersi. I
suoi occhi erano asciutti, adesso. Gli sorrideva sopra l'orlo
del bicchiere, bella, gaia, brillante. Il sole che filtrava dalla
finestra danzava sul vino biondo e sui suoi capelli neri.
«A noi, Nicholas caro. Siamo gli ultimi dei grandi.»
Era un brindisi dei vecchi tempi, dell'altra vita, e Nick ne
fu irritato. Ma bevve in silenzio, quindi depose il bicchiere.
«Chantelle, quando e come intendi fermare Duncan?»
«Non rovinare la nostra colazione, caro.»
«Fra trenta secondi mi arrabbio.»
Lei lo studiò un momento e capì che era vero.
«E va bene», acconsentì con riluttanza.
«Quando lo fermerai?»
«Non lo fermerò.»
Lui la fissò incredulo.

«Che cos'hai detto?» chiese con calma.


«Farò tutto quello che posso per aiutarlo a varare e a
gestire la Golden Dawn.»
«Ma non capisci, Chantelle. Vuoi rischiare che un
milione di tonnellate di veleno...»
«Non essere ingenuo, Nick. Conserva i discorsi eroici
per i giornali. Per quanto mi riguarda, Duncan può anche
versare un milione di tonnellate di cadmio nella riserva
d'acqua di Londra. Basta che tolga dai guai me e il lascito.»
«C'è ancora tempo per modificare la Golden Dawn.»
«No, non c'è. Cerca di capire, tesoro. Duncan ci ha
sbilanciati troppo.
Basterebbero pochi giorni di ritardo per farci affondare.
Ha prosciugato le casse, Nicky. Non c'è denaro per le
modifiche, non c'è tempo per niente, tranne che per varare la
Golden Dawn.»
«Una soluzione si può sempre trovare.»
«Sì. E l'unica soluzione è riempire le cisterne della
Golden Dawn di greggio.»
«Ti ha spaventata con...»
«Sicuro», convenne lei. «Ho paura. Non ho mai avuto
tanta paura, Nicky. Sto rischiando di perdere tutto, sono
terrorizzata.» Rabbrividì. «Se succedesse, mi ucciderei.»
«Cercherò ugualmente di fermare Duncan.»
«No, Nicky, lascia perdere. Te lo chiedo per amor mio,
per amore di Peter.
Stiamo parlando della sua eredità. Lascia che la Golden
Dawn faccia un viaggio, un solo viaggio e sarò salva.»
«A costo di mettere in pericolo un oceano e Dio sa
quante vite umane?»
«Non urlare, Nicky, la gente ci guarda.»
«Che guardi pure. Voglio fermare quel mostro.»
«No, Nicholas. Senza di me hai le mani legate.»
«Lo dici tu.»
«Caro, ti prometto che venderemo la Golden Dawn dopo
il primo viaggio.
Allora saremo salvi e potrò liberarmi di Duncan.
Torneremo insieme, Nicky, io e te. É questione di
settimane.»
Nick stentò a dominare la collera. Strinse i pugni sulla
tovaglia e parlò con voce gelida. «Un'ultima domanda,
Chantelle. Quando hai telefonato a Samantha Silver?»
Lei parve perplessa per un momento, come se cercasse
di dare un volto al nome.
«Ah, sì, Samantha, la tua amichetta. Perché avrei dovuto
telefonarle?» A un tratto cambiò espressione. «Oh, Nicky,
non crederai che abbia fatto una cosa simile? Non crederai
che abbia parlato in giro di quella meravigliosa...» I suoi
occhi luccicarono di nuovo. Gli carezzò il dorso della mano.
«Non giudicarmi male. Non sono così meschina. Non ho
bisogno di ricorrere a mezzucci del genere, per ottenere
quello che voglio. Non ho bisogno di far soffrire inutilmente
il prossimo.»
«Già», convenne pacatamente Nick. «Al massimo
ammazzi un milione di persone e avveleni un mare.»
Respinse la sedia.
«Siediti, Nicky. Mangia la tua aragosta.»

«Mi è passata la fame.» Tolse due banconote da cento


franchi dal portafoglio e le depose accanto al piatto.
«Ti proibisco di andartene», sibilò lei con ira. «Mi stai
umiliando, Nicholas.»
«Ti rimanderò la macchina», disse Nick, e uscì alla luce
del sole.
Si accorse di tremare, di avere le mascelle serrate con
tale forza che gli dolevano i denti.
^
Durante la notte, il vento aveva cambiato direzione. La
mattina era freddo, e nel cielo s'inseguivano bassi nuvoloni
grigi forieri di pioggia. Nick alzò il bavero per proteggersi
dal vento, mentre le falde del cappotto gli svolazzavano
intorno alle gambe. Si trovava nel punto più alto del ponte di
St. Nazaire.
Altre migliaia di persone sfidavano il vento, schierate in
due o tre file lungo la campata settentrionale. Il traffico si era
arrestato e sei o sette gendarmi cercavano di riavviarlo a
suon di fischietto. Si udiva la musica di una banda, più o
meno forte secondo i capricci del vento, e Nick vedeva
anche a occhio nudo i festoni di bandierine colorate che
sventolavano sull'alta poppa della Golden Dawn.
Guardò l'orologio: mancavano pochi minuti a
mezzogiorno. Un elicottero strepitava sotto la pancia grigia
delle nubi, librandosi sui cantieri della Construction Navale
Atlantique.
Nick alzò il binocolo e sentì il freddo degli oculari
contro la pelle.
Attraverso le lenti, riuscì quasi a distinguere le singole
figure nel gruppo sulla piccola tribuna sotto la poppa della
petroliera.
La piattaforma era decorata con il tricolore francese e
con la bandiera inglese. A un tratto la banda tacque e i
suonatori deposero gli strumenti.
«É il momento del discorso», mormorò Nick.
Vide Duncan Alexander. Un fugace raggio di sole gli
accese la testa biondo-rossa, mentre alzava lo sguardo sulla
poppa torreggiante della Golden Dawn.
La sagoma di Duncan quasi celava la figuretta
femminile al suo fianco.
Chantelle indossava un vestito verde malachite, il suo
colore preferito.
Intorno a lei fremeva un'attività confusa: sei o sette
signori l'assistevano nella cerimonia cui aveva partecipato
così spesso. Chantelle aveva tenuto a battesimo quasi tutte le
navi della Christy Marine, la prima volta a quattordici anni,
accanto a suo padre Arthur Christy. Era una tradizione della
compagnia.
Nick strizzò le palpebre, credendo per un attimo che la
vista lo ingannasse.
Sembrava che la terra avesse cambiato forma e si stesse
muovendo.
Poi vide che l'immenso scafo della Golden Dawn aveva
cominciato a scivolare.
La banda attaccò la Marsigliese. Le note marziali
giunsero attutite dal vento e dalla distanza, mentre la Golden
Dawn acquistava velocità.
Era uno spettacolo straordinario e commovente. Suo
malgrado, Nick si sentì accapponare la pelle e rizzare i
capelli sulla nuca. Era un marinaio, e assisteva al battesimo
della più grande nave mai costruita.
Benché grottesca e mostruosa, era una parte di lui. Non
importava che gli altri avessero alterato il grandioso
progetto; il disegno originale era suo, e si scoprì a reggere il
binocolo con le mani tremanti.

Guardò gli enormi puntelli staccarsi dalla massa


scivolante, controllandone la discesa. I cavi d'acciaio
saltavano e guizzavano tutt'intorno, e finalmente la poppa
della Golden Dawn entrò in mare.
L'acqua limacciosa dell'estuario le si spalancò davanti,
squarciata dall'immane peso e dalla velocità irresistibile. Lo
scafo s'immerse, suscitando cavalloni crestati di bianco che
si allargarono nel canale per infrangersi sulle sponde con un
ruggito cupo che giunse fino a Nick.
La folla schierata sul ponte esplose in un'ovazione.
Accanto a lui, una madre alzò il suo bambino a guardare.
Entrambi gridavano di gioia.
Mentre la prua della Golden Dawn era ancora sullo
scivolo del cantiere, la poppa si era già addentrata nel fiume
per quasi un miglio. Costretta verso il basso dalla prua
sollevata, doveva ormai sfiorare la fanghiglia del fondo,
poiché l'onda si rompeva all'altezza dei giardinetti.
Dio, se era grande! Nick scrollò la testa con meraviglia.
Che nave sarebbe stata, se avesse potuto costruirla come
voleva. Che magnifica ispirazione!
Ora la prua lasciò gli scivoli e l'acqua le esplose intorno,
lambendola in vortici spumeggianti.
La poppa cominciò a sollevarsi, guadagnando velocità in
seguito alla sua stessa spinta di galleggiamento, e balzò su
come una balena che affiori per sfiatare. L'acqua si riversò
dalle fiancate, scrosciando fra le strutture d'acciaio dei ponti,
ribollendo nelle aperture cavernose che avrebbero alloggiato
le cisterne.
Si fermò di colpo, trattenuta dalle centinaia di cavi che le
impedivano di abbrivare nel fiume.
Lottò contro le pastoie come se, avendo sentito l'acqua,
fosse impaziente di correre. Rollò e beccheggiò
maestosamente, mentre la folla sul ponte continuava ad
acclamarla. Poi, lentamente, si stabilizzò e galleggiò
tranquilla. Sembrava colmare la Loira da una sponda all'altra
ed ergersi alta come le campate del ponte.
I quattro rimorchiatori del porto accorsero per aiutarla a
girare la sua formidabile mole e a puntare la prora verso il
mare aperto.
Avanzarono e indietreggiarono, lavorando in perfetta
sincronia, e poco per volta fecero girare la Golden Dawn. Il
suo moto laterale creò un'immensa distesa di acque agitate
nell'estuario. Poi, a un tratto, vi fu un ribollire sotto la poppa
e Nick vide il lampo bronzeo dell'unica elica che girava
lentamente sott'acqua. Girò sempre più in fretta, e Nick
fremette di commozione vedendo la nave sbocciare alla vita.
L'acqua s'increspò intorno alla prua e la petroliera cominciò
impercettibilmente a muoversi, trascinando il suo peso
immane mentre rispondeva al timone, finalmente sotto
governo.
I rimorchiatori si ritrassero rispettosamente. Quando
ebbe puntato la prua verso il mare aperto, la nave procedette
con più determinazione.
Sbuffi di vapore sprizzarono alti dalle sirene dei
rimorchiatori, e poco dopo il muggito rimbombante del loro
saluto fece rintronare il cielo.
La folla si era dispersa e Nick rimase solo al vento che
soffiava sul ponte.
Guardò le torrette d'acciaio della Golden Dawn
confondersi con la caligine grigia dell'orizzonte. La vide
virare, immettersi sulla lunga rotta che l'avrebbe portata
seimila miglia a sud, fino al capo di Buona Speranza.
Quando tornò al Sea Witch, erano le sei passate e
l'ufficio del cantiere era deserto. Si lasciò andare su una
sedia e accese un sigaro, mentre sfogliava rapidamente la sua
agenda. Trovato quel che cercava, compose il prefisso
telefonico di Londra e quindi il numero.
«Sunday Times, buona sera. Desidera?»
«C'è il signor Herbstein?» chiese Nick.
«Attenda, prego.»
Mentre aspettava, Nick diede un'occhiata all'agenda
cercando un altro possibile interlocutore, nel caso assai
probabile che il giornalista stesse scalando l'Himalaya o
visitando un campo di addestramento per guerriglieri
nell'Africa centrale. Ma pochi secondi dopo udì la sua voce.
«Denis», disse, «sono Nicholas Berg, come stai? Ho una
storia sensazionale per te».
^
Nick cercava di sopportare stoicamente l'oltraggio, ma lo
spesso strato di cerone gli ostruiva i pori. Si agitò nella
poltrona con impazienza.
«Stia fermo, signore», disse stizzosamente la truccatrice.
Sulla panca in fondo allo stanzino c'era una fila di
malcapitati in attesa della sua opera. Uno di loro era Duncan
Alexander. Colse lo sguardo di Nick nello specchio e inarcò
un sopracciglio in un saluto ironico.
Nella poltrona accanto sedeva il presentatore del
programma televisivo «Oggi e domani», alto e azzimato, con
capelli ondulati, un garofano all'occhiello, modi
camerateschi e un'aria ostentatamente imparziale.
«Le ho assegnato il primo intervento. Se sarà
interessante, le darò quattro minuti e quaranta secondi,
altrimenti la interromperò dopo due.»
Denis Herbstein aveva scritto un articolo molto
professionale, nonostante il poco tempo a disposizione. Vi
aveva inserito interviste con i rappresentanti dei Lloyd's di
Londra, delle compagnie petrolifere, dei gruppi ecologici in
Inghilterra e in America, e perfino con la guardia costiera
degli Stati Uniti.
«Cerchi di essere sintetico e incisivo», consigliò il
presentatore. «Non divaghi.»
Voleva la sensazione, rivelazioni raccapriccianti o
straordinarie, non cifre e particolari. L'articolo del Sunday
Times aveva messo in agitazione tanto l'Orient Amex che la
Christy Marine. Non avevano potuto ignorare la sfida,
perché un deputato laburista ai Comuni aveva presentato
un'interrogazione, e un minaccioso malumore serpeggiava
nei quadri della guardia costiera americana.
Il caso aveva suscitato tanto scalpore da destare
l'interesse di «Oggi e domani». I responsabili del programma
avevano invitato le parti, e sia la Christy Marine che l'Orient
Amex avevano mandato in campo i loro uomini migliori.
Duncan Alexander, con tutto il suo carisma, avrebbe parlato
per la Christy Marine, mentre l'Orient Amex aveva scelto un
suo dirigente che assomigliava a Gary Cooper. Con la faccia
onesta e angolosa e le tempie spruzzate d'argento, era il tipo
che chiunque avrebbe voluto come pilota del suo aereo o
custode dei suoi risparmi.
La truccatrice spolverò di cipria il viso di Nick.
«La inviterò a parlare per primo. Parli di quella roba...
come si chiama, cadmio?»
Il presentatore controllò il testo.
Nick annuì. Non poteva rispondere, perché stava
subendo l'estremo oltraggio.
La ragazza gli dipingeva le labbra.
Lo studio televisivo era vasto come un hangar, con il
pavimento percorso da un intrico di cavi neri e il soffitto
perduto nel buio; ma nel piccolo guscio del palcoscenico era
stata creata un'illusione d'intimità, sotto gli obiettivi delle
grosse telecamere mobili.
Nelle poltroncine a forma di guscio d'uovo era
impossibile stendersi o sedere diritti, e l'implacabile bagliore
bianco dei riflettori faceva friggere lo spesso strato di cerone
sulla pelle di Nick. Duncan, seduto di fronte a lui, sembrava
un danzatore giapponese, con la faccia troppo bianca per la
sua chioma color rame; ma era una magra consolazione.
Un aiutoregista in jeans e camiciotto agganciò il piccolo
microfono al risvolto della giacca di Nick, sussurrandogli:
«Fagliela veder brutta, amico».

Qualcun altro, nell'oscurità dietro i riflettori, proclamò


solennemente:
«Quattro, tre, due, uno... siete in onda!»
Sulla telecamera al centro si accese la spia rossa.
«Benvenuti a 'Oggi e domani'.» La voce del presentatore
divenne improvvisamente melliflua e confidenziale. «La
settimana scorsa, nel cantiere navale francese di St. Nazaire,
è stata varata la più grande nave del mondo...»
Riassunse i fatti in una dozzina di frasi. Sui monitor
dietro le telecamere, Nick vide comparire una ripresa del
varo della Golden Dawn. Ricordò l'elicottero che si librava
sul cantiere, e rimase così affascinato dalla vista aerea
dell'enorme nave, che fu colto di sorpresa quando le
telecamere lo inquadrarono. Si vide sussultare sul monitor,
mentre il presentatore tracciava brevemente il suo
curriculum e poi concludeva:
«Il signor Berg ha qualcosa da dire sulla nave».
«Nella sua versione attuale, non può trasportare in
condizioni di sicurezza nemmeno il normale petrolio
greggio», disse Nick. «E invece trasporterà del greggio
contaminato da solfuro di cadmio, una delle sostanze più
tossiche della natura.»
«Qualcuno condivide i suoi dubbi riguardo alla
sicurezza della petroliera, signor Berg?»
«Non ha la qualifica A1 degli ispettori dei Lloyd's di
Londra», rispose Nick.
«Ora ci parli del carico che porterà, il cosiddetto greggio
al cadmio.»
Nick sapeva di avere appena quindici secondi per dare
un quadro dell'oceano Atlantico ridotto a un deserto sterile e
contaminato. Il tempo era troppo breve, e Duncan intervenne
due volte, spezzando abilmente il filo della logica di Nick.
Prima che avesse finito, il presentatore guardò l'orologio e lo
interruppe.
«Grazie, signor Berg. Il signor Kemp è un condirettore
della compagnia petrolifera.»
«La mia compagnia, l'Orient Amex, ha stanziato l'anno
scorso due milioni di dollari per lo studio scientifico dei
problemi ecologici mondiali. Posso dirvi, amici, che noi
dell'Orient Amex siamo perfettamente consapevoli dei
problemi della tecnologia moderna...»
A sentir lui, sembrava che la compagnia petrolifera fosse
una benefattrice dell'umanità.
«Il profitto netto della sua compagnia, l'anno scorso, è
stato di quattrocentoventicinque milioni di dollari», lo
interruppe Nick. «Significa che ha stanziato lo zero virgola
quarantasette per cento per la ricerca ecologica, il tutto
detraibile dalle tasse. Congratulazioni, signor Kemp.»
L'uomo assunse un'espressione addolorata e continuò:
«Noi dell'Orient Amex», calcò sul nome della
compagnia, «lavoriamo per migliorare la vita di tutti i
popoli. Ma ci rendiamo conto che è impossibile spostare
indietro l'orologio di un secolo. Non possiamo lasciarci
accecare dai sogni romantici degli ecologisti dilettanti, dagli
scienziati della domenica e dalle Cassandre che...»
«Che hanno previsto il disastro della Torrey Canyon»,
suggerì ironicamente Nick.
L'uomo della compagnia represse un brivido e proseguì
la sua tirata
«... che vorrebbero farci abbandonare le ricerche sul
rivoluzionario procedimento di piroscissione del cadmio, che
potrebbe aumentare di oltre il quaranta per cento la resa dei
carburanti fossili e prolungare di oltre vent'anni la durata
delle riserve petrolifere mondiali.»
Il presentatore guardò nuovamente l'orologio, interruppe
il dirigente a metà di una frase e centrò la sua attenzione su
Duncan Alexander.
«Signor Alexander, la sua superpetroliera trasporterà il
petrolio al cadmio.
Che cosa risponde al signor Berg?»
Duncan fece un sorrisetto furbesco.
«Quando il signor Berg era al mio posto, a capo della
Christy Marine, la Golden Dawn era l'idea migliore del
mondo. Da quando è stato licenziato, è diventata
improvvisamente la peggiore.»
Tutti risero, perfino un cameraman dietro i riflettori.
Nick avvampò di collera.
«La Golden Dawn ha la qualifica A1 dei Lloyd's?»
chiese il presentatore.
«La Christy Marine non ha richiesto la qualifica dei
Lloyd's. Ci siamo assicurati presso altri mercati.»
Nonostante la sua ira, Nick dovette ammettere che
Duncan ci sapeva fare. La sua mente sembrava argento vivo.
«La sua nave è sicura, signor Alexander?»
Duncan girò la testa e guardò Nick, seduto di fronte a
lui.
«Ha tutta la sicurezza che i migliori architetti e ingegneri
navali del mondo hanno potuto darle.» Tacque un momento.
Ora nei suoi occhi brillava una luce malevola. «É così sicura
che ho deciso di mettere fine a questa assurda polemica
mostrando la mia fiducia personale.»
«E come avverrà la sua dimostrazione di fiducia, signor
Alexander?» chiese il presentatore.
Aveva fiutato il sensazionale, e si sporse avanti con
interesse.
«Nel viaggio inaugurale della Golden Dawn, quando la
nave tornerà dal Golfo Persico caricata del greggio di El
Barras, io e la mia famiglia, mia moglie e il mio figliastro,
saremo a bordo per le ultime seimila miglia: da Città del
Capo, sul capo di Buona Speranza, a Galveston nel Golfo
del Messico.» Mentre Nick lo guardava a bocca aperta,
aggiunse: «Sono convinto che la Golden Dawn possa
navigare in perfetta sicurezza».
«Grazie.» Il presentatore sapeva riconoscere una buona
chiusura. «Grazie, signor Alexander. Mi ha convinto, e ha
certamente convinto anche gran parte del pubblico. Ora ci
colleghiamo via satellite con Washington, dove...»
Come la spia rossa si spense sulla telecamera, Nick
balzò in piedi e affrontò Duncan Alexander. Era furibondo
per essersi lasciato surclassare dalla sua abilità istrionica e
ansioso per il rischio che avrebbe corso Peter sulla Golden
Dawn.
«Ti proibisco di portare Peter su quella trappola
mortale», disse seccamente.
«É una decisione di sua madre», ribatté Duncan. «Come
figlia di Arthur Christy, ha deciso di dare alla compagnia
tutto il suo appoggio.»
Calcò sulla parola «tutto».
«Non vi permetterò di mettere in pericolo la vita di mio
figlio per una bravata pubblicitaria».
«Oh, cercherai d'impedirlo, non ne dubito.» Duncan
annuì e sorrise. «Ma farai un buco nell'acqua, come quando
hai cercato di fermare la Golden Dawn».
Girò le spalle a Nick e parlò al dirigente dell'Orient
Amex «Abbiamo fatto faville», disse. «Non le pare?»
^
James Teacher diede una dimostrazione pratica di come
poteva esigere le parcelle più alte di Londra e avere
ugualmente una quantità di clienti. In meno di settantadue
ore fece pervenire al magistrato competente l'istanza di Nick,
dove si diffidava Chantelle Alexander, a portare il figlio nato
dal loro precedente matrimonio, Peter Nicholas Berg, dell'età
di dodici anni, nel viaggio da Città del Capo,
Unione Sudafricana, a Galveston, Texas, a bordo della
petroliera Golden Dawn e a permettere al ragazzo
d'intraprendere altri viaggi a bordo di detta nave.
Il giudice ascoltò l'istanza durante una sospensione del
processo a un giovane impiegato postale accusato di
violenza carnale plurima.
Ancora in toga e parrucca, appena reduce dall'udienza
pubblica, il magistrato lesse rapidamente le dichiarazioni
scritte delle due parti, ascoltò la breve allocuzione di James
Teacher e la confutazione del suo avversario, quindi si
rivolse a Chantelle.
«Signora Alexander.» Il suo cipiglio si attenuò un poco,
quando vide la leggiadra creatura contegnosamente seduta
davanti alla scrivania. «Lei ama suo figlio?»
«Lo amo più di me stessa.»
Chantelle lo guardò fermamente con i grandi occhi neri.
«É contenta di condurlo con sé in questo viaggio?»
«Sono figlia di un marinaio. Se ci fosse pericolo, lo
capirei subito. Sono felice di andare e di portare mio figlio.»

Il giudice annuì e guardò per un momento le carte sulla


scrivania.
«Se non erro, signor Teacher, la custodia del ragazzo è
stata affidata alla madre.»
«Sì, signor giudice. Ma il padre è il tutore.»
«Lo so, grazie», replicò il giudice acidamente. Tacque di
nuovo, poi continuò in tono pacato: «Qui ci stiamo
occupando esclusivamente del benessere e della sicurezza
del ragazzo. Il viaggio dovrebbe aver luogo durante le
vacanze estive, e quindi la frequenza scolastica non sarà
compromessa. D'altra parte non mi sembra che l'istante
abbia giustificato i suoi dubbi riguardo alla sicurezza della
nave su cui avverrà il viaggio. Pare che sia una nave
moderna e sofisticata. Accogliere l'istanza significherebbe,
secondo me, porre un'irragionevole limitazione alla madre
del ragazzo.» Si girò sulla poltroncina per fronteggiare Nick
e James Teacher. «Mi rincresce, ma non ho sufficienti motivi
per accogliere la vostra istanza.»
Sul sedile posteriore della Bentley di James Teacher, il
piccolo avvocato mormorò in tono di scusa:
«Il giudice aveva ragione, signor Berg. Al suo posto
avrei fatto lo stesso.
Queste dispute domestiche sono sempre...»
Nick non gli diede retta.
«Che cosa succederebbe se prendessi Peter e lo portassi
alle Bermude o negli Stati Uniti?»
«Rapimento!» La voce di James Teacher salì di
un'ottava. Prese Nick per un braccio, palesemente allarmato.
«Non ci pensi nemmeno, la prego. Al suo ritorno, troverebbe
la polizia ad aspettarla. Dio mio!» Si agitò sul sedile.
«Non voglio pensare alle conseguenze. A parte il fatto
che lei finirebbe diritto in galera, la sua ex moglie potrebbe
proibirle di rivedere il ragazzo, potrebbe toglierle la tutela.
Se lo facesse, signor Berg, perderebbe il ragazzo. Se ne
guardi bene!» Gli diede un colpetto sul braccio. «Si
metterebbe nelle loro mani.»
Poi, con sollievo, dedicò la sua attenzione alla valigetta
che teneva sulle ginocchia.
«Vogliamo rileggere l'ultima bozza del contratto di
vendita?» chiese. «Il tempo stringe.»
Senza aspettare la risposta, cominciò a leggere il
preambolo del contratto che avrebbe trasferito attivi e
passivi della Ocean Salvage and Towage ai direttori della
Bank of the East, quali delegati per parti anonime.
Nick si rannicchiò nell'angolo opposto del sedile e
guardò meditabondo dal finestrino, mentre la Bentley
lasciava lo Strand, girava intorno a Trafalgar Square con i
suoi voli di piccioni e gruppi di turisti, quindi svoltava in
Pall Mall e accelerava lungo il viale che conduceva a
Buckingham Palace.
«Guadagni tempo», disse a un tratto Nick.
Teacher s'interruppe a metà di una frase e lo guardò
incredulo.
«Come ha detto?»
«Cerchi di temporeggiare con gli sceicchi.»
«Santo cielo.» James Teacher era scandalizzato. «Ho
impiegato quasi un mese, quattro settimane di fatica per
portarli alla firma.» Gli tremò la voce al ricordo dei
negoziati estenuanti. «Ho scritto ogni riga del contratto col
mio sangue.»
«Voglio il controllo dei miei rimorchiatori. Voglio essere
libero di agire.»
«Signor Berg, sono in ballo sette milioni di dollari.»
«É in ballo mio figlio», replicò Nick con calma. «Può
prendere tempo, allora?»
«Sì, posso, se proprio ci tiene.» James Teacher chiuse
stancamente la valigetta. «Quanto?»
«Un mese e mezzo. Abbastanza perché la Golden Dawn
finisca il suo viaggio inaugurale, in un modo o nell'altro.»
«Si rende conto che l'affare potrebbe andare a monte,
vero?»
«sì.»
«Si rende conto che non ci sono altri acquirenti?»
«sì.»

Rimasero in silenzio finché non scesero davanti alla


banca in Curzon Street.
«Ha proprio deciso?» chiese Teacher sottovoce.
«Faccia come le dico», rispose Nick.
Il portiere spalancò la porta per farli entrare.
^
Come Nick uscì dall'aereo al sole radioso, sentì subito
l'influenza rilassante delle Bermude. Ad accoglierlo c'era la
formosa segretaria di Bernard Wackie, con un leggero
vestitino di cotone e il suo sorriso smagliante.
«Il signor Wackie l'aspetta in ufficio, signor Berg.»
«Sei impazzito, Nicholas?» lo investì Bernard. «Jimmy
Teacher mi ha detto che hai dato una pedata nel sedere agli
arabi. Dimmi che non è vero, ti prego.»
«Oh, andiamo, Bernard.» Nick scrollò la testa e gli batté
sulla spalla. «La tua commissione sarebbe stata un
miserabile zero milioni virgola sette, comunque.»
«Allora, l'hai fatto!» gemette Bernard, cercando di
liberare la mano dalla stretta di Nick. «Hai buttato tutto
all'aria.»
«Gli sceicchi ci hanno fatto dannare per più di un mese,
Bernie caro. Adesso li ripago della stessa moneta, e vuoi
saperlo? Ne saranno contenti. Finalmente il principe si
dimostrerà interessato. Finalmente parleremo la stessa
lingua.
Fra un mese e mezzo li avremo ancora fra i piedi, non
preoccuparti.»
«Ma perché? Non capisco. Spiegami perché lo hai
fatto.»
«Andiamo nella sala nautica e ti spiegherò tutto.»
Nella sala nautica, Nick studiò la mappa degli oceani per
cinque minuti senza parlare.
«Qual è l'ultima posizione del Sea Witch? La traversata
procede bene?»
Il disco verde di plastica con il numero del rimorchiatore
era situato in mezzo all'Atlantico.
«Ha comunicato due ore fa», annuì Bernie. Poi chiese
con interesse professionale: «Come sono andati i collaudi in
mare?»
«C'erano le solite magagne, ecco perché sono rimasto
tanto tempo a St.
Nazaire. Ma l'abbiamo messo a posto e Jules se n'è
innamorato.»
«É un ottimo comandante.»
Ma Nick aveva già spostato altrove la sua attenzione.
«Il Warlock è ancora a Mauritius», osservò seccamente.
«Ho dovuto spedire una nuova armatura per il
generatore principale. Proprio in capo al mondo, doveva
guastarsi.»
«Quando sarà pronto?»
«Domani a mezzogiorno, Allen l'ha promesso. Vuoi
chiedergli la conferma per telex?»
«Più tardi.» Nick inumidì la punta del sigaro, senza
distogliere gli occhi dalla mappa. Calcolò le distanze, le
correnti e le velocità. «La Golden Dawn?»
chiese, e accese il sigaro mentre aspettava la risposta di
Bernard.
«Venti giorni fa le sue cisterne sono arrivate al nuovo
deposito della Orient Amex a El Barras.» Bernie prese la
bacchetta e indicò l'ansa superiore del Golfo Persico.
«Hanno caricato il greggio e aspettano l'arrivo della Golden
Dawn.»
Per un momento Nick pensò alla difficoltà di
rimorchiare le quattro gigantesche cisterne dal Giappone al
Golfo Persico. Poi ascoltò Bernard.
«La Golden Dawn è arrivata giovedì scorso Secondo il
mio agente a El Barras, si è accoppiata con le cisterne e ha
invertito la rotta in meno di tre ore.»
Bernie fece scivolare la punta della bacchetta verso sud,
lungo la costa del continente africano. «Da allora non ho più
ricevuto rapporti, ma dato che sviluppa ventidue nodi,
dovrebbe trovarsi al largo del Mozambico. Fra pochi giorni
dovrebbe doppiare il capo di Buona Speranza. Allora
riceverà un rapporto. Imbarcherà della posta, quando passerà
davanti a Città del Capo.»
«E anche dei passeggeri», disse cupamente Nick.
Sapeva che Peter e Chantelle erano già a Città del Capo.
Aveva telefonato a Peter la sera prima. Il ragazzo non stava
più nella pelle alla prospettiva del viaggio sulla
superpetroliera.
«Sarà fantastico, papà», aveva detto tutto eccitato.
«Andremo sulla nave in elicottero.»
Bernard Wackie cambiò argomento. Prese un fascio di
messaggi telex e li sfogliò rapidamente.
«Ho confermato il contratto di sosta per il Sea Witch.»
Nick annuì. Era il contratto per Jules Levoisin. Avrebbe
dovuto tenere il nuovo rimorchiatore presso tre piattaforme
per ricerche petrolifere nella Baia della Florida, l'ansa di
fondali bassi formata dalle Keys e dalle paludi delle
Everglades. «É
assurdo usare un rimorchiatore oceanico con
ventiduemila cavalli di potenza come balia di una
piattaforma petrolifera.» Bernard depose la cartelletta e
diede sfogo alla sua irritazione. «Jules non sopporterà di
starsene là a fare la bambinaia. Finirà per ammutinarsi, e
comunque ci rimetterai un mucchio di soldi. Il noleggio
giornaliero non basterà a coprire le spese.»
«Il Sea Witch resterà esattamente dove voglio io», disse
Nick, e si concentrò nuovamente sull'isoletta in mezzo
all'oceano Indiano. «Il Warlock, adesso.»
«Bene, il Warlock.» Bernard prese un'altra cartelletta.
«Ho fatto un'offerta per un rimorchio d'altomare.»
«Annullala», disse Nick. «Appena Allen avrà riparato il
generatore, voglio che faccia rotta al massimo del verde per
Città del Capo.»
«Per Città del Capo... al massimo del verde?» Bernard lo
fissò. «Cristo, Nicholas. Perché?»
«Non riuscirà a raggiungere la Golden Dawn prima che
doppi il Capo, ma voglio che la segua.»
«Sei impazzito, Nicholas? Lo sai quanto ti verrà a
costare?»
«Se la Golden Dawn dovesse trovarsi in difficoltà, il
Warlock sarà a un giorno o due di navigazione. Di' ad Allen
che dovrà essere la sua ombra fino a Galveston.»
«Hai perso il senso delle proporzioni, Nicholas. Quella
nave è diventata la tua ossessione, santo cielo!»
«Dato che il Warlock è più veloce, potrà raggiungerla
prima che entri nel...»
«Ascoltami, Nicholas. Cerchiamo di ragionare. Quante
probabilità ci sono che la Golden Dawn abbia un incidente
durante il viaggio inaugurale? Una su cento, al massimo.
Non è così?»

«Più o meno», convenne Nick. «Una su cento.»


«E allora quanto ti costerà tener fermo un rimorchiatore
oceanico per millecinquecento miserabili dollari al giorno? E
mandarne un altro per mezzo mondo al massimo del verde?»
Bernard corrugò la fronte. «Ti costerà
duecentocinquantamila dollari, se consideri il mancato
guadagno dei due rimorchiatori. Al minimo. Insomma, non
hai più rispetto per il denaro?»
«Adesso capisci perché devo temporeggiare con gli
sceicchi», disse Nick sorridendo. «Non posso investire il
loro denaro in una probabilità su cento.
Ma i quattrini non sono ancora i loro, sono i miei. Il Sea
Witch e il Warlock sono miei, non loro. Peter non è loro
figlio, è mio figlio.»
«Non stai scherzando, allora», disse Bernard incredulo.
«Stai proprio parlando sul serio.»
«Sicuro», confermò Nick. «Spedisci un telex a David
Allen e chiedigli fra quanto tempo potrà arrivare a Città del
Capo.»
^
Samantha Silver si era avvolta un asciugamano intorno
alla testa a mo' di turbante. I suoi capelli erano ancora
bagnati per lo shampoo. Portava un asciugamano avvolto
sotto le ascelle come una specie di sarong. Era arrossata
dall'acqua calda, profumava di sapone e di talco.
Dopo il lungo viaggio di studio, le erano occorsi due o
tre bagni per togliersi l'odore delle mangrovie dalla pelle e il
fango delle Everglades da sotto le unghie.
Versò il composto in padella, facendo sfrigolare l'olio.
Intanto gridò:
«Quante frittelle riesci a mangiare?»
Lui emerse dal bagno con un asciugamano umido
intorno ai fianchi. Si fermò sulla soglia sorridendo.
«Quante ne farai?» le chiese.
Era abbronzato come lei. I capelli gli spiovevano sul
viso, schiariti dal sole e bagnati dalla doccia.
Si erano affiatati subito sul lavoro, e lui le aveva
insegnato parecchie cose. Poco per volta era sbocciata
l'intimità. Samantha si era rivolta a lui in cerca di conforto, e
anche per ripicca verso Nick. Ma adesso, se si voltava
dall'altra parte, non riusciva nemmeno a ricordare i
lineamenti del collega.
Stentava perfino a ricordare il suo nome... Dennis,
naturalmente, il dottor Dennis O'Connor.
Si sentiva isolata, come se una lastra di vetro la
separasse dal mondo.
Lavorava e si svagava, mangiava e dormiva, rideva e
faceva l'amore, ma era tutta una commedia.
Dennis la guardava dalla soglia con aria perplessa.
Pareva consapevole di non poterla aiutare.
Samantha si girò di scatto.
«Saranno pronte fra due minuti», disse.
Lui andò in camera a vestirsi.
Lei mise le frittelle su un piatto e versò dell'altro
composto nell'olio.
Squillò il telefono. Si pulì le dita con una leccatina e
alzò il ricevitore con la mano libera.
«Sam Silver», disse.
«Finalmente. Ero fuori di me. Che cosa ti è successo,
cara?»

Samantha si sentì piegare le ginocchia. Dovette sedersi


sullo sgabello.
«Mi senti, Samantha?»
Lei aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono.
«Dimmi che cosa sta succedendo.»
Le parve di vedere il suo viso, ne ricordava ogni
particolare. I limpidi occhi verdi, le folte sopracciglia, la
forma degli zigomi e del mento. Il suono della sua voce la
fece rabbrividire.
«Samantha...»
«Come sta tua moglie, Nicholas?» chiese
sommessamente.
Lui non parlò. Samantha si premette il ricevitore contro
l'orecchio con entrambe le mani. Il silenzio durò solo pochi
secondi, ma fu abbastanza lungo.
Qualche volta, nel corso degli ultimi quindici giorni,
aveva cercato di convincersi che non era vero, che quella
donna aveva mentito per ferirla. Ma adesso capì di non
essersi sbagliata, il silenzio equivaleva a una confessione.
Attese la fatale menzogna.
«Può servire se ti dico che ti amo?» le chiese dolcemente
Nick.
Samantha non poté rispondere. Nonostante le sua
amarezza, sentiva un immenso sollievo. Nicholas non aveva
mentito. In quel momento non le importava altro.
Non aveva mentito. Ma la verità era troppo dolorosa.
Cominciò a rabbrividire.
«Vengo da te», disse lui nel silenzio.
«Non ci sarò», sussurrò lei.
Aveva un nodo alla gola. Non aveva pianto, prima, si era
tenuta tutto dentro. Ma ora le sfuggì il primo singhiozzo, e
sbatté il ricevitore sulla forcella.
Rimase seduta, scossa dai singulti. Le lacrime le
rigavano le guance e stillavano dal mento.
Dennis entrò in cucina ficcandosi la camicia nei calzoni,
con i capelli appena pettinati.
«Chi era?» le chiese allegramente. Si fermò di colpo.
«Che cosa c'è tesoro?»
Avanzò ancora. «Su, non fare così.»
«Non toccarmi, ti prego», mormorò Samantha con la
voce roca. Lui si fermò di nuovo, incerto. «É finito il latte»,
disse lei senza voltarsi. «Vorresti andare a prenderlo?»
Quando Dennis tornò, si era vestita, rinfrescata il viso e
coperta i capelli con un foulard. Cominciarono a mangiare le
frittelle ormai fredde. Finalmente lei ruppe il silenzio.
«Dennis, dobbiamo parlare...»
«No», ribatté lui sorridendo. «Va tutto bene, Sam. Non
dirmi niente. Sarei dovuto partire comunque.»
«Grazie», mormorò Samantha.
«Era Nicholas, vero?»
Lei rimpianse di avergliene parlato. Ma al momento
aveva dovuto confidarsi con qualcuno.
Annuì. Dennis disse con ira:

«Gli darei un pugno sul muso, a quel bastardo».


«Abbiamo la stessa idea, a quanto pare», mormorò lei,
abbozzando un sorriso.
Ma non fu un sorriso convincente, e morì quasi subito.
«Sam, voglio solo dirti che per me non è stata una
semplice avventura.»

«Lo so.» Gli carezzò impulsivamente una mano. «Grazie


per la comprensione.
Ti rincresce se non ne parliamo più?»
^
Peter si era divincolato nella cintura di sicurezza, per
poter schiacciare il viso sull'oblò del grosso elicottero
Sikorsky.
La notte era nera come la pece.
Dall'altra parte della cabina, il motorista si stagliava nel
vano della porta aperta sul vuoto, con la tuta arancione
svolazzante al vento. Si girò a sorridere al ragazzo, poi fece
un gesto circolare con la mano e puntò il pollice in basso.
Era impossibile parlare nel sibilo del vento e nel rombo
pulsante del rotore.
L'elicottero virò dolcemente e Peter fremette
d'eccitazione quando la grande nave giunse in vista.
Sfolgorava di luci. I piani illuminati del castello di
poppa si ergevano uno sull'altro fino all'altezza del Sikorsky,
e il ponte era contornato da file di lampade schermate.
Sembrava una città. Si stendeva fino all'orizzonte e
torreggiava fino al cielo.
L'elicottero calò verso il circolo bianco che
contrassegnava l'eliporto.
Guidato dai cenni del motorista, il pilota regolò
espertamente la discesa sul movimento della superpetroliera
(ventidue nodi al massimo della velocità economica: Peter
aveva studiato avidamente le cifre), e del ponte che rollava
maestosamente sotto la spinta dei cavalloni del Capo.
Il pilota tenne l'elicottero sospeso, valutando
l'avvicinamento contro il vento da nordest, e da venti metri
Peter notò che il ponte era quasi allo stesso livello del mare,
poiché la nave affondava sotto il peso del carico.
Ogni pochi secondi, un'onda si riversava a bordo e si
allargava come una macchia di latte, bianca e spumosa sotto
le luci del ponte, prima di rifluire fuori bordo.
Arrogante e incrollabile grazie alla sua enorme mole, la
Golden Dawn non corteggiava il mare come le altre navi. La
sua grande prua schiacciava le onde, infrangendole o
respingendole.
Peter bazzicava le navi fin da quando aveva imparato a
camminare; anche lui era una creatura marina. Ma sebbene
avesse l'occhio fino, era ancora inesperto. Non colse il
movimento dell'immenso ponte.
Il movimento non sfuggì invece a Duncan Alexander,
seduto accanto a lui sull'elicottero. Vide lo scafo contorcersi
e serpeggiare, così impercettibilmente che batté le palpebre e
guardò di nuovo. Da prua a poppa, la nave era lunga un
miglio e mezzo. In sostanza consisteva di quattro cisterne
tenute insieme da un flessibile ponte d'acciaio, il tutto spinto
dalla possente unità di propulsione a poppa. Ogni cisterna
tendeva a muoversi per proprio conto, cosicché il ponte si
contorceva durante il rollio; ricevendo le onde sulla fiancata,
la nave si fletteva come un lungo arco. Le creste delle onde
distavano fra loro un quarto di miglio. Quattro onde per
volta investivano lo scafo della Golden Dawn: le loro creste
spingevano in su, i loro ventri attiravano in giù l'enorme
peso morto del carico. L'acciaio elastico gemeva e cedeva
allo scontro con le forze contrastanti.
Nessuno scafo è completamente rigido, e l'elasticità era
prevista nel progetto originale della superpetroliera. Ma il
disegno era stato modificato.
Duncan Alexander aveva risparmiato quasi duemila
tonnellate d'acciaio riducendo l'armatura del pilastro centrale
che teneva unite le quattro cisterne, e aveva eliminato anche
il doppio fasciame delle cisterne stesse.
Gli architetti della Golden Dawn avevano rifiutato di
assottigliarla oltre i limiti di sicurezza, così aveva assunto
degli architetti giapponesi per correggere i disegni. Costoro
avevano dichiarato che lo scafo era sicuro, pur osservando
rispettosamente che nessuno aveva mai trasportato un
milione di tonnellate di greggio in una volta.
L'elicottero scese ancora e urtò delicatamente il ponte,
che era rivestito di vernice isolante per impedire che
scoccassero scintille.
La squadra della nave accorse sollecita, piegandosi sotto
le pale rotanti. I bagagli contenuti nella rete sotto la fusoliera
furono portati via, mani robuste deposero Peter sul ponte. Il
ragazzo ammiccò al bagliore delle lampade e arricciò il naso
sentendo il tipico odore della petroliera. Ogni cosa ne è
impregnata, a bordo: il cibo, le suppellettili, i vestiti
dell'equipaggio, perfino la cute e i capelli.
É l'odore acre delle esalazioni che salgono dalle cisterne.
L'ossigeno e il gas di petrolio sono esplosivi solo se
combinati in una determinata proporzione: troppo ossigeno
impoverisce la miscela, troppo gas di petrolio la rende
sovraccarica. In entrambi i casi la miscela è inesplosiva e
incombustibile.
Chantelle Alexander fu successivamente deposta dalla
cabina dell'elicottero.
Con un giaccone verde scuro e un foulard di Jean Patou
sui capelli, portò un immediato tocco di eleganza nello
squallido scenario di acciaio e macchinari.
Due ufficiali della nave le si affiancarono
premurosamente e la condussero verso il castello
torreggiante, lontano dal vento e dal ruggito dell'elicottero.
Duncan Alexander scese sul ponte per ultimo e strinse
subito la mano al primo ufficiale.
«Le porto i saluti del capitano Randle, signore», disse
costui. «Si scusa di non poter lasciare la plancia, dato che
stiamo navigando nel canale costiero.»
«Capisco.»
Duncan scoccò il suo smagliante sorriso. La grande nave
pescava quasi venti braccia a pieno carico, e si era avvicinata
il più possibile alla costa montuosa del capo di Buona
Speranza, tristemente famoso per i venti e le correnti.
Chantelle Christy non doveva sopportare i disagi
dell'elicottero un istante più del necessario; e così la Golden
Dawn aveva imboccato il canale interno di acque profonde,
pericolosamente vicino agli scogli dell'isola Robben che si
trova davanti alla baia della Tavola.
Ancora prima che l'elicottero decollasse per virare verso
la lontana luminescenza di Città del Capo sotto la tenebrosa
montagna quadrata, la petroliera puntò la prua a ovest.
Duncan immaginò il sollievo del capitano Randle, che
finalmente poteva ordinare di far rotta per le profondità
dell'Atlantico aperto.
Sorrise di nuovo e cercò di prendere per mano Peter
Berg.
«Vieni, ragazzo mio.»
«Sì, signore.»
Peter sfuggì la mano e il sorriso, e trattenendo la sua
impazienza infantile andò avanti a passi misurati. Duncan
Alexander strinse i denti, furibondo per quell'ennesimo
rifiuto del marmocchio di Berg.
Non era riuscito a conquistarlo, per quanto all'inizio
avesse fatto il possibile. Ma ora si calmò pensando che, per
mezzo del ragazzo, aveva dato uno schiaffo morale a Berg,
spuntandogli simultaneamente gli artigli. Berg si sarebbe
talmente preoccupato per quel moccioso che non avrebbe
pensato ad altro.
Duncan seguì Chantelle e Peter lungo gli scintillanti
corridoi di acciaio cromato e plastica del castello poppiero.
Sembrava di trovarsi fra pareti e pavimenti, piuttosto che fra
ponti e paratie.
Pareva di essere in un palazzo moderno; l'ascensore che
li portò rapidamente cinque piani più in alto, fino alla
plancia, contribuì a darne l'impressione.
Visto dalla plancia, il mare sembrava un elemento
estraneo. Le luci del ponte erano state spente dopo il decollo
dell'elicottero, e il buio della notte, insieme con i doppi vetri
delle finestre, accentuava la sensazione di pace e
d'isolamento. Le luci di posizione a prua erano remote come
le stelle e il movimento dell'immenso scafo si percepiva
appena.
Era stato Duncan Alexander a scegliere il comandante. Il
comando dell'ammiraglia della Christy Marine avrebbe
dovuto essere assegnato a Basil Reilly, il comandante più
anziano della flotta, ma Reilly era un uomo di Berg, e
Duncan aveva sfruttato il disastro della Golden Adventurer
per indurre il vecchio marinaio a ritirarsi.
Randle era un po' giovane per una responsabilità simile.
Aveva superato da poco la trentina, ma le sue credenziali
erano impeccabili e si era diplomato con lode alla scuola
delle petroliere in Francia. Là gli allievi venivano addestrati
a manovrare i giganti del mare in laghi artificiali con porti
ricostruiti in scala ridotta, usando modelli lunghi qualche
decina di metri che avevano tutte le caratteristiche delle navi
vere.
Da quando Duncan gli aveva assegnato il comando,
Randle era divenuto un fervente alleato. Quando i giornalisti
lo avevano intervistato, stimolati da Nicholas Berg, aveva
difeso a spada tratta il disegno e la costruzione della nave.
Era fedele, ciò che per Duncan compensava la giovinezza e
l'inesperienza.
Andò incontro agli importanti visitatori non appena
giunsero nella plancia scintillante. Era un uomo tozzo, con il
collo taurino, e la mascella sporgente esprimeva una
caparbia determinazione. La sua accoglienza fu calorosa e
servile in giusta misura, e Duncan notò con approvazione
che trattava rispettosamente perfino il ragazzo. Randle era
abbastanza sveglio per capire che un giorno Peter sarebbe
stato il capo della Christy Marine. Duncan apprezzava la
diplomazia e la previdenza, ma Randle non era del tutto
pronto ad affrontare Peter Berg.
«Posso vedere la sala macchine, comandante?»
«Subito?»
«Sì.» La domanda era superflua, per Peter. «Se non le
rincresce, signore», si affrettò ad aggiungere.
La realtà era oggi, il domani si perdeva nelle nebbie del
futuro. Voleva vederla subito.
«Be'...» Il comandante capì che la richiesta andava presa
sul serio, quel ragazzo non si lasciava intimidire facilmente.
«Durante la notte inseriamo il controllo automatico. In sala
macchine non c'è nessuno, e non sarebbe gentile svegliare il
direttore, non ti pare? Ha avuto una giornata dura.»
«Già, credo anch'io.»
Deluso ma convinto, Peter annuì.
«Ma sarà certamente felice di averti come suo ospite
domattina subito dopo colazione.»
Il direttore di macchina era uno scozzese con tre figli a
Glasgow, il minore suppergiù dell'età di Peter. Si dimostrò
addirittura entusiasta. In ventiquattr'ore Peter divenne il
beniamino della nave, con la tuta blu della compagnia
adattata alla sua taglia e il suo nome, PETER BERG,
ricamato sulla schiena dal cameriere indiano. Portava il
casco giallo di plastica sulle ventitré, come il direttore, e
dalla tasca posteriore gli spuntava lo straccio con cui si era
pulito le mani dopo aver aiutato un fuochista a lavare i filtri
della nafta: il lavoro più sudicio a bordo, e di gran lunga il
più divertente.
Sebbene Peter avesse un debole per la sala macchine,
con il suo ruvido cameratismo, le interminabili riserve di
panini, di cioccolata, di grasso e di olio che davano subito a
un uomo l'aspetto del professionista, non trascurava il resto
della nave.
Ogni mattina accompagnava il primo ufficiale
nell'ispezione. Percorrevano la Golden Dawn da prua a
poppa, esaminando ogni cisterna, ogni valvola e ognuna
delle pesanti grappe idrauliche che tenevano le cisterne unite
allo scafo principale. Ma soprattutto controllavano i
manometri dei compartimenti, che fornivano ogni dato sulle
miscele di gas contenute negli spazi d'aria sotto il ponte.
Per mantenere le esalazioni in condizioni di sicurezza,
ossia sovraccariche, la Golden Dawn fidava nel sistema
«inerte». Il fumo di scarico delle macchine veniva aspirato,
filtrato e gorgogliato, al fine di toglierne i corrosivi elementi
sulfurei; quindi, allo stato di diossido e monossido di
carbonio quasi puro, veniva immesso negli spazi d'aria delle
cisterne. Le esalazioni degli elementi volatili del greggio si
combinavano con le esalazioni dello scarico, formando un
gas sovraccarico, povero di ossigeno e inesplosivo.
Tuttavia sarebbe bastata una fessura in una delle
centinaia di valvole e di giunzioni perché l'aria penetrasse
nelle cisterne. Vari sistemi di controllo prevenivano una
simile eventualità: andavano dalla costante sorveglianza
elettronica di ogni cisterna all'ispezione fisica, cui ora
assisteva Peter.
Di solito Peter lasciava la squadra del primo ufficiale
quando arrivavano al castello di poppa; allora scendeva nella
sala di controllo centrale delle pompe, presidiata da due
uomini.
Da là si poteva controllare e sorvegliare le cisterne,
riempirle e vuotarle, regolare il flusso di gas inerte; si poteva
trasferire il greggio da una cisterna all'altra mediante le
gigantesche pompe centrifughe per bilanciare l'assetto della
nave durante lo scarico parziale, o quando una o più cisterne
venivano staccate e rimorchiate a riva per lo scarico.
Nella sala delle pompe c'era una mostra che affascinava
Peter. Era un armadio con file di flaconi dal coperchio a vite,
ciascuno contenente campioni di greggio prelevati durante il
carico. Poiché tutte le quattro cisterne della Golden Dawn
erano state riempite nel medesimo luogo, con greggio dello
stesso giacimento, ogni flacone recava la medesima
etichetta.
GREGGIO Di EL BARRAS

CISTERNA «C»
AD ALTA PERCENTUALE Di CADMIO
Peter amava prendere i flaconi e guardarli controluce. Si
era aspettato che il petrolio greggio fosse denso e torbido,
invece era fluido come il sangue umano. Quando agitava il
flacone, il liquido si spandeva sul vetro e appariva rosso
scuro.
«Certi greggi sono neri, altri gialli e quelli nigeriani sono
verdi», gli disse il capo delle pompe. «Non ne avevo mai
visto uno rosso.»
«Dev'essere il cadmio», osservò Peter.
«Probabile», convenne gravemente il capo.
Tutti, a bordo, avevano imparato subito a non trattarlo
come un bambino: Peter Berg voleva essere considerato uno
di loro.
A mattino inoltrato, Peter cominciava a sentire appetito e
faceva una puntatina in cambusa, dov'era accolto come un
sovrano in visita. In pochi giorni, imparò a orientarsi nel
dedalo di corridoi quasi sempre deserti. Nelle grandi
petroliere si può vagare per ore senza incontrare nessuno.
Data l'immensa mole e i piccoli equipaggi, l'unico posto
costantemente abitato è la plancia, all'ultimo piano del
castello di poppa.
E Peter faceva regolarmente tappa in plancia.
«Buon giorno, 'Rimorchiatore'», gli diceva l'ufficiale di
guardia.
Peter era stato soprannominato così un mattino a
colazione, quando aveva dichiarato:
«Le petroliere sono formidabili, ma io voglio fare il
comandante di rimorchiatori, come mio padre».
A volte, in plancia, veniva disinserito il pilota
automatico, in modo che Peter potesse sostituire per un po' il
timoniere; oppure aiutava gli ufficiali di coperta a fare un
rilevamento solare per controllare l'efficienza del sistema di
navigazione Decca. Finalmente, dopo aver chiacchierato per
qualche minuto con il capitano Randle, era pronto a
riprendere servizio nella sala macchine, il suo vero posto.
«Ti stavamo aspettando, 'Rimorchiatore'», lo salutava il
direttore. «Mettiti la tuta, si scende nella galleria dell'albero
motore.»
L'unico momento sgradevole della giornata era quando
sua madre pretendeva che si ripulisse dal grasso e dall'olio,
si agghindasse come un damerino e facesse da cameriere
durante il cocktail nel lussuoso salotto dell'armatore.
Soltanto allora Chantelle Alexander fraternizzava con gli
ufficiali. Era un rito artefatto e noioso, di cui Peter pativa più
di tutti; ma per il resto del tempo riusciva a evitare le
opprimenti restrizioni che gli imponeva la madre e l'odiata
presenza di Duncan Alexander, il suo patrigno.
Ma sentiva la nuova tensione fra sua madre e Duncan
Alexander. Di notte li udiva discutere e tendeva l'orecchio
per distinguere le parole. Una volta, sentendo che sua madre
gridava, scese dalla cuccetta e bussò alla loro porta.
Gli aprì Duncan Alexander. Indossava una vestaglia di
seta ed era paonazzo di collera.
«Torna subito a letto.»
«Voglio vedere mia madre», aveva replicato Peter.
«Hai bisogno di una buona sculacciata», era esploso
Duncan. «Obbedisci.»
«Voglio vedere mia madre.»
Peter non si era mosso. Chantelle era venuta in camicia
da notte e l'aveva abbracciato.
«Non preoccuparti, caro. Sto benissimo.»
Ma aveva gli occhi rossi di pianto. In seguito, Peter non
aveva più udito discussioni notturne.
Chantelle restava quasi sempre nel suo alloggio. Si
faceva servire i pasti in cabina e mangiava in silenzio, seduta
presso la finestra panoramica. Si animava soltanto all'ora del
cocktail, quando sosteneva la parte della moglie
dell'armatore con gli ufficiali; e usciva solamente il
pomeriggio per nuotare nella piscina, che per l'occasione
veniva preclusa agli ufficiali e all'equipaggio.
Duncan Alexander, invece, sembrava una belva in
gabbia. Passeggiava in coperta, elaborando lunghi messaggi
che venivano spediti per telex nel codice della compagnia a
Christy centrale, in Leadenhall Street.
Poi usciva sull'ala aperta della plancia e fissava
l'orizzonte a nord, aspettando la risposta all'ultimo telex,
irritato per dover guidare gli affari della compagnia da
lontano, assillato dai dubbi, dall'impazienza e dalla paura.
Sembrava che volesse far accelerare l'immenso scafo
con la forza della sua volontà.
^
Nell'angolo nordoccidentale del bacino caraibico c'è una
zona d'acqua tiepida e poco profonda, compresa fra
l'arcipelago delle Grandi Antille, le isole di Cuba e di
Hispaniola e la penisola dello Yucatán, che si protende
dall'America centrale. É una zona di fondali bassi e di aria
tropicale, soffocata da masse di terra che arrostiscono al sole
rovente dei tropici. Il clima è mitigato dai benigni alisei,
venti così costanti nella forza e nella direzione che, nel corso
dei secoli, i marinai hanno affidato la vita e la fortuna alle
loro ali balsamiche.
Ma il vento è traditore. Senza preavviso, e senza
apparente ragione, cade a volte per un paio d'ore, più
raramente per giorni e settimane.
A sudest di tale zona, la Golden Dawn navigava
lentamente nella bonaccia afosa, poco a nord dell'equatore,
correggendo spesso la rotta per mantenere l'itinerario
circolare che l'avrebbe tenuta lontana dalle isole del Mar dei
Caraibi.
I canali e i pericolosi passaggi fra le isole non si
addicevano a una nave con la mole, il pescaggio e la
manovrabilità limitata della Golden Dawn.
Doveva portarsi parecchio sopra il Tropico del Cancro; a
sud della Gran Bermuda avrebbe virato a ovest per entrare
nelle acque più ampie e sicure dello Stretto di Florida, sopra
le Grandi Bahamas. Su questa rotta, avrebbe attraversato
solo poche miglia di acque basse e anguste, prima di sbucare
nel mare aperto del Golfo del Messico.
Mentre procedeva verso nord, fuori della zona di calma
equatoriale, avrebbe dovuto trovare le fresche brezze degli
alisei; invece non le trovò. Giorno dopo giorno, la bonaccia
persisteva e l'afa gravava sulla nave. Non che ciò
compromettesse la traversata, ma il comandante disse a
Duncan Alexander:
«Ancora un giorno di bonaccia, a quanto pare».
Poiché non ricevette risposta dall'aggrondato presidente,
si ritirò con discrezione, lasciando Duncan solo sull'ala
aperta della plancia.
Tuttavia la calma non era limitata alla zona. Si stendeva
verso ovest in una cintura rovente attraverso le migliaia di
isolette e il bacino d'acqua poco profonda che
racchiudevano.
L'afa opprimeva il mare, e il sole dardeggiava sulle
masse di terra circostanti. Scaldandosi, l'aria risucchiava
vapore acqueo. Una bolla cominciò a gonfiarsi: il primo
movimento dell'aria da parecchi giorni. Non era grossa,
aveva un diametro di appena cento miglia; ma mentre si
alzava, la rotazione della superficie terrestre la fece girare
come una trottola. Le telecamere del satellite meteorologico,
centinaia di miglia più in alto, registrarono una piccola
spirale bianca, simile a un fiorellino di zucchero candito su
una torta nuziale.
La fotografia fu diramata per vari canali, finché giunse
sulla scrivania del direttore del servizio prevenzione uragani,
presso l'ufficio meteorologico di Miami, nella Florida
meridionale.
«Sembra maturo», grugnì al suo assistente, riconoscendo
le condizioni favorevoli per un uragano tropicale.
«Chiederemo all'aeronautica di dare un'occhiata.»
Volando a quindicimila metri, il pilota del B52 dell'US
Air Force vide la cupola dell'uragano a duecento miglia di
distanza. In sole sei ore, si era dilatata enormemente.
Man mano che l'aria calda veniva spinta verso l'alto, il
freddo della troposfera condensava il vapore acqueo in dense
nubi argentee che salivano turbinando. La cupola di aria
torbida e turbolenta era già più alta dell'aereo.
Sotto si era formato un relativo vuoto, e l'aria circostante
cercava di muoversi per riempirlo. Ma era spinta in senso
antiorario intorno al centro dalle misteriose forze della
rotazione terrestre. Costretta a compiere il percorso più
lungo, la massa d'aria continuava ad accelerare e tutto il
sistema diventava di ora in ora più instabile, rotando
all'impazzata e creando ripidi gradienti di pressione.
La nube alla sommità dell'enorme cupola si trovava a
una temperatura di trenta gradi sotto zero. Le gocce di
pioggia, divenute cristalli di ghiaccio, furono soffiate via
dalle correnti superiori. Leggiadri riccioli di cirri nel cielo
blu annunciavano la tempesta a centinaia di miglia.
Il B52 dell'US Air Force incontrò la prima turbolenza a
centocinquanta miglia dall'occhio dell'uragano. Parve che un
predone invisibile avesse afferrato la carlinga scuotendola
con violenza. Di colpo, l'aereo si trovò innalzato di
millecinquecento metri.
«Violenta turbolenza», riferì il pilota. «Vento verticale
alla velocità di oltre trecento miglia.»
Il direttore dell'ufficio meteorologico di Miami prese il
telefono e chiamò il programmatore del computer al piano di
sopra.
«Chiedi a Charlie un nome di codice per l'uragano.»
Un momento dopo il programmatore lo richiamò.
«Charlie dice di chiamare quella puttana 'Lorna'.»
Seicento miglia a sudovest di Miami, la tempesta
cominciò ad avanzare, dapprima lentamente, ma acquistando
forza e turbinando a velocità spaventosa.
Adesso la sua cupola si trovava a diciottomila metri
d'altezza e continuava a salire. Nel centro l'uragano era
aperto come un fiore. L'occhio di calma s'innalzava in una
galleria verticale. Le pareti di nubi giungevano alla sommità
della cupola, ora a ventimila metri dalla superficie del mare
in burrasca.
L'uragano si mosse sempre più in fretta verso est, in
direzione contraria a quella dei gentili alisei. Turbinando e
ruggendo, divorandosi sulla sua strada, la furia di nome
«Lorna» si lanciò per il Mar dei Caraibi.
Nick Berg si girò a guardare l'impressionante profilo di
Miami Beach. Il fronte degli alberghi si snodava lungo la
curva della spiaggia. Alle loro spalle, la città si stendeva in
un groviglio di quartieri e di svincoli autostradali.
L'aereo della Eastern Airlines proveniente dalle
Bermude virò verso il suo scalo base, cominciando a
scendere su Biscayne Bay e sulla spiaggia.
Nick era tormentato dall'ansia e dall'incertezza. Si
sentiva in colpa per due motivi. Primo, perché aveva
abbandonato il suo posto in un momento molto delicato.
I due rimorchiatori della Ocean Salvage si trovavano da
qualche parte nell'Atlantico. Il Warlock attraversava
l'Atlantico a tutta forza nel disperato tentativo di raggiungere
la Golden Dawn, mentre Jules Levoisin, sul Sea Witch, era
diretto verso la costa orientale americana per far
rifornimento prima di condurre il rimorchiatore presso il
giacimento petrolifero nel Golfo del Messico. Da un
momento all'altro, i comandanti di entrambi i rimorchiatori
potevano aver bisogno di istruzioni urgenti.
Poi c'era la Golden Dawn. Aveva doppiato il capo di
Buona Speranza quasi venti giorni prima. Da allora
nemmeno Bernard Wackie era riuscito a rilevare la sua
posizione. Non risultava che altre navi l'avessero avvistata, e
doveva aver comunicato con Christy centrale per telex via
satellite, dato che manteneva un rigoroso silenzio radio. Ma
si stava sicuramente avvicinando al tratto più critico della
sua rotta, quando avrebbe virato a ovest per accostarsi al
continente nordamericano e allo Stretto di Florida. Peter
Berg era a bordo di quel mostro, e Nick sentì una fitta di
rimorso. Il suo posto era al quartier generale, nella sala di
controllo della Bach Wackie, all'ultimo piano del palazzo
della Bank of Bermuda, a Hamilton. Il suo posto era là, dove
avrebbe potuto seguire gli sviluppi della situazione e
impartire immediatamente gli ordini per coordinare i suoi
rimorchiatori.
Ma aveva disertato. Benché si fosse accordato con
Bernard Wackie per mantenere i contatti, gli sarebbero
occorse ore, forse giorni, per tornare alle Bermude in caso
d'emergenza.
Ma c'era anche Samantha. L'istinto gli suggeriva di
vederla subito. Ogni ora, ogni giorno di ritardo avrebbe
potuto alienargliela irreparabilmente.
La coscienza gli rimordeva per il tradimento.
Inutilmente continuava a ripetersi che non le aveva parlato di
matrimonio, che quella notte di debolezza con Chantelle gli
era stata praticamente imposta, che chiunque altro si sarebbe
comportato come lui, che in definitiva l'episodio si era
rivelato una catarsi, uno sfogo che l'aveva liberato di
Chantelle per sempre.
Samantha lo considerava un tradimento, e lui sapeva
d'aver sciupato tutto.
Gli rimordeva la coscienza, non tanto per l'atto in sé, un
insignificante rapporto sessuale senza amore, ma per il
tradimento e le sue conseguenze.
Adesso si dibatteva nell'incertezza. Non sapeva quanto
aveva distrutto e quanto era rimasto per la ricostruzione.
Sapeva soltanto d'aver bisogno di lei, un bisogno disperato.
Samantha era ancora la promessa dell'eterna giovinezza,
della nuova vita. Se amare significa aver bisogno, Nick
amava Samantha Silver con tutto se stesso.
Gli aveva detto che lui non l'avrebbe trovata, al suo
arrivo. Sperò che avesse mentito. La prospettiva di non
trovarla era intollerabile.
Aveva soltanto una valigetta ventiquattr'ore come
bagaglio a mano, così non perse tempo alla dogana. Mentre
si dirigeva verso la fila di cabine telefoniche, guardò
l'orologio. Erano le sei passate. Samantha doveva essere già
rientrata.
Aveva composto le prime quattro cifre del numero,
quando si fermò.
«Perché diavolo le telefono?» si chiese. «Per dirle che
sono qui, in modo che possa squagliarsela?»
Un innamorato timido è sconfitto in partenza.
Riagganciò il ricevitore e andò al banco dell'Hertz, presso
l'uscita dell'aerostazione.
«Qual è la macchina più piccola che avete?» chiese.
«Una Cougar», rispose la graziosa biondina con
l'uniforme gialla.
«Piccolo», in America, è un termine relativo. Era già
tanto che non gli avessero dato un carro armato Sherman.
La Chevy variopinta era nella rimessa sotto le fronde del
fico. Nick parcheggiò la Cougar a ridosso del suo paraurti.
Adesso Samantha non poteva più scappare, a meno che non
sfondasse la parete della rimessa. Ed era capacissima di
farlo, pensò Nick con un cupo sorriso. Bussò alla porta della
cucina ed entrò senza aspettare risposta. Sulla tavola c'era il
bricco del caffè. Nick lo toccò al suo passaggio: ancora
caldo.
- Andò nel soggiorno e chiamò:
«Samantha!»
La porta della camera era socchiusa. La spalancò. Un
vestitino leggero e alcuni capi di biancheria erano sparsi sul
letto.
La casetta era deserta. Nick scese i gradini del portico e
andò sulla spiaggia. La marea aveva lisciato la sabbia, e
sulla superficie spiccavano solamente le impronte di lei.
Aveva lasciato l'asciugamano sopra la linea dell'alta marea, e
per scorgerla Nick dovette schermarsi gli occhi contro il
riverbero rosso del sole al tramonto.
Si era spinta cinquecento metri al largo.
Si sedette sulla sabbia asciutta presso l'asciugamano,
accese un sigaro e attese.
Attese, mentre il sole tramontava in un tripudio di
fiamme. Nick perse di vista la testa galleggiante nel mare
ormai viola. Era lontana quasi un chilometro, adesso, ma lui
non aveva fretta. Era quasi buio quando emerse
all'improvviso dalla risacca, venne a riva e attraversò la
spiaggia strizzandosi la treccia sulla spalla.
Con un balzo al cuore, Nick gettò via il sigaro e si alzò.
Lei si fermò di colpo e rimase immobile, fissando incerta la
sagoma scura. Era giovane, snella e leggiadra.
«Che cosa vuoi?» balbettò.
«Te», rispose lui.
«Perché? Vuoi metter su un harem?»

La voce era dura. Nick non vedeva l'espressione dei suoi


occhi, ma notò che stava fieramente eretta.
Mosse avanti, l'abbracciò e la sentì rigida. Cercò di
baciarla, ma le sue labbra erano fredde e ostili.
«Sam, non so come dirtelo. Ho le idee confuse, ma so
che ti amo, che senza di te la mia vita sarebbe triste e vuota.»
Lei non si rilassò. Le sue braccia penzolavano
rigidamente lungo i fianchi, il suo corpo era freddo, teso e
gocciolante.
«Vorrei essere perfetto, Samantha, ma non lo sono. Ho
una sola certezza: non posso stare senza di te.»
«Non potrei sopportarlo di nuovo. Impazzirei»,
mormorò lei con la voce strangolata.
«Ho bisogno di te. Ne sono sicuro», insisté Nick.
«Cerca di esserlo, canaglia. Fammene un'altra e ti
ritroverai a mani vuote.
Tronco tutto e addio per sempre.» Poi si avvinghiò a lui.
«Oh, Nicholas, come ti ho odiato, come mi sei mancato... e
come ti ho aspettato!»
Le sue labbra erano morbide, sapeva di mare.
Lui la prese in braccio e la portò verso casa. Non si
fidava a parlare.
Temeva di rompere l'incanto.
^
«Era ora che telefonassi, Nicholas.» La voce di Bernard
Wackie era tesa, tradiva la sua agitazione. «Quando vieni?»
«Che cos'è successo?»
«É cominciato il ballo. Hai fiuto, ragazzo mio, devo
riconoscerlo. L'avevi previsto.»
«Vuoi spiegarti, Bernie?» lo esortò seccamente Nick.
«Questa telefonata passa attraverso tre centralini», lo
ammonì Bernie. «Vuoi che ti spifferi ogni cosa dall'a alla
zeta? Non sai che il tuo è un gioco duro? La concorrenza
non dorme. Le teste di formaggio ne hanno uno a portata di
mano.» Probabilmente il Wittezee o uno degli altri grossi
rimorchiatori olandesi, rifletté subito Nick. «Potrebbero
lanciare un cavo fra due giorni. E
anche i mangiagomma sono ben piazzati. McCormick ne
ha uno nell'Hudson.»
«Bene.» Nick lo privò del gusto di riferirgli l'ubicazione
dei concorrenti.
«Domani mattina alle sette c'è un volo diretto. Se non ce
la faccio, prenderò la coincidenza della British Airways a
Nassau a mezzogiorno. Vieni a prendermi», gli ordinò.
«Hai fatto male a squagliartela», disse Bernard Wackie,
dimostrando uno straordinario senno del poi.
Nick tagliò corto posando il ricevitore sulla forcella.
Samantha era seduta in mezzo al letto. Era nuda, ma si
abbracciava le ginocchia raccolte sul petto. Sotto la chioma
scarmigliata, aveva l'espressione di una bimba smarrita.
«Mi lasci di nuovo», mormorò. «Sei appena arrivato e
adesso parti. Oh, Nicholas, amarti è troppo faticoso. Ho
paura di non essere abbastanza forte.»
Si avvinghiò a lui, seppellendo il viso nel suo petto
villoso.
«Devo assolutamente andare. Credo che sia la Golden
Dawn», disse Nick.
Samantha ascoltò in silenzio il resoconto della
telefonata. Cominciò a fargli domande soltanto alla fine.
Parlottarono fin dopo mezzanotte, abbracciati nel grande
letto d'ottone.
Lei insisté per preparargli la colazione, sebbene morisse
di sonno e fuori fosse ancora buio. Accese la radio perché la
musica la tenesse sveglia.

«Buon giorno, amici mattinieri, questa è la W.W.O.K.,


con un'altra bella giornata per voi. Ventisei gradi previsti a
Fort Lauderdale e sulla costa, e ventotto nell'entroterra con il
dieci per cento di probabilità di pioggia.

Abbiamo anche un rapporto sull'uragano 'Lorna'. Si


sposta verso sud, in direzione delle Piccole Antille. Potete
stare tranquilli, amici. Rilassatevi e ascoltate Elton John...»
«Mi piace Elton John», disse Samantha con la voce
impastata di sonno. «E a te?»
«Chi è?» chiese Nick.
«Visto? Ho capito subito che sei la mia anima gemella.
Mi hai dato il bacio del buon giorno? Non ricordo più.»
«Vieni qui», le ordinò lui. «Questo non lo
dimenticherai.»
Più tardi Samantha disse:
«Perderai l'aereo, Nicholas».
«No, se salto la colazione.»
«Tanto si è raffreddata.» Era quasi sveglia, adesso. Gli
diede l'ultimo bacio attraverso il finestrino aperto della
Cougar. «Hai un'ora di tempo, puoi farcela.»
Nick avviò il motore, ma lei non si staccò dal finestrino.
«Un giorno vivremo insieme, Nicholas? Sempre
insieme, come abbiamo progettato? Faremo le nostre cose, a
modo nostro?»
«Te lo prometto.»
«Corri», disse lei.
Nick avviò la Cougar sul vialetto sabbioso senza
voltarsi.
^
Erano in otto nell'ufficio di Tom Parker. Sebbene vi
fosse posto a sedere solo per tre, gli altri si erano accomodati
sugli scaffali dei campioni biologici e sulle pile di libri lungo
le pareti.
Samantha era seduta su un angolo della scrivania di
Tom, con le lunghe gambe penzoloni, e rispondeva al
bombardamento di domande.
«Come fai a sapere che passerà per lo Stretto di
Florida?»
«É molto probabile. Non può passare fra le isole, è
troppo grossa e pesante.» Le risposte di Samantha erano
fulminee. «Nicholas è pronto a giurarlo.»
«Sono d'accordo», grugnì Tom.
«Lo Stretto di Florida è largo cento miglia...»
«So dove vuoi arrivare.» Samantha sorrise e si rivolse a
una delle ragazze.
«Ti risponderà Sally-Anne.»
«Come sapete, mio fratello lavora nella guardia costiera.
Tutte le navi che passano per lo stretto devono dichiararsi a
Fort Lauderdale», spiegò. «E la pattuglia aerea della guardia
ha la base alla Grande Bahama. Saremo informati non
appena entrerà nello stretto. La guardia costiera terrà gli
occhi aperti.»
Discussero per altri dieci minuti, poi Tom Parker li zittì
con una manata sulla scrivania.
«Se ho ben capito», disse, «proponete che la sezione
locale di Green-Peace intercetti e ostacoli la petroliera con il
greggio al cadmio prima che entri nelle acque territoriali
americane. É così?»
«Precisamente», rispose Samantha, guardandosi intorno
in cerca di appoggio.

Tutti annuirono, dichiarandosi d'accordo.


«Dove vogliamo arrivare? Siamo veramente convinti di
poter impedire che il greggio tossico venga consegnato alla
raffineria di Galveston? Definiamo i nostri obiettivi», insisté
Tom.
«I cattivi trionfano solo quando i buoni se ne stanno con
le mani in mano.
Ma noi ci diamo da fare.»
«Sciocchezze, Sam», sbuffò Tom. «Lascia perdere la
retorica, non serve a niente. Ti screditi prima ancora di
cominciare.»
«D'accordo.» Samantha sorrise. «Stiamo dando
pubblicità ai pericoli e alla nostra opposizione.»
«Bene», approvò Tom. «Così mi piace. Quali sono i
nostri obiettivi?»
Discussero per altri venti minuti, poi Tom Parker prese
nuovamente la parola.
«Ma come facciamo ad andare nello stretto per
affrontare la nave? A nuoto?»
Perfino Samantha parve imbarazzata, ora. Si guardò
intorno, ma gli altri si fissavano le unghie o guardavano
dalla finestra.
«Be'», cominciò timidamente, «pensavamo di...»

«Continua», la incoraggiò Tom. «Non crederai di usare


le imbarcazioni dell'università, spero. In questo paese la
legge proibisce di prendere le navi degli altri. La chiamano
pirateria.»
«A dire il vero...»
Samantha scrollò tristemente le spalle.
«Come membro anziano e stimato della facoltà, non mi
renderò complice di un atto criminale.»
Tutti guardarono Samantha. Era la loro guida, ma per
una volta si trovava chiaramente in difficoltà.
«D'altra parte, se una squadra di ricercatori fa regolare
richiesta attraverso i canali appropriati, sarò lieto di
autorizzare una spedizione di studio nello stretto fino alla
Grande Bahama a bordo del Dicky.»
«Sei un tesoro, Tom», disse Samantha.
«Bel modo di rivolgerti al tuo professore», brontolò
scherzosamente Tom, aggrottando la fronte.
^
«Sono arrivati da Heathrow ieri pomeriggio, con le
British Airways. Sono in tre, ecco la lista dei nomi.»
Bernard Wackie gettò un taccuino sulla scrivania e Nick
lesse rapidamente.
«Charles Gras, lo conosco, è capo ingegnere alla
Construction Navale Atlantique», spiegò.
«Sì», confermò Bernard. «Ha dichiarato i suoi dati
all'ufficio immigrazione.»
«Non sono informazioni riservate?»
Bernard sogghignò.
«Ho orecchie dappertutto, io.» Poi tornò serio. «Bene. I
tre ingegneri avevano una valigetta ciascuno e una cassa
pesante trecentocinquanta chili con la scritta 'macchinario
industriale'.»
«Continua», lo esortò Nick.
«Un elicottero Sikorsky S61N li aspettava sulla pista
dell'aeroporto. Era stato noleggiato dalla Christy Marine con
sede a Londra in Leadenhall Street.
I tre ingegneri sono saliti in gran fretta con la cassa e
l'elicottero è decollato per il sud.»
«Il pilota ha lasciato il piano di volo?»
«Sicuro. Volo di servizio, rotta per 196° magnetico.
Destinazione da riferirsi.»
«Qual è il raggio del 61N? Cinquecento miglia
nautiche?»
«Bravo», si complimentò Bernard.
«Cinquecentotrentatré, per essere precisi, ma questo modello
ha serbatoi di grande capienza, può farne
settecentocinquanta. Comunque è un viaggio a senso unico.
L'elicottero non è ancora tornato alle Bermude.»
«Può rifornirsi a bordo della nave, oppure restarci fino
alla destinazione finale», osservò Nick. «Che cos'altro sai?»
«Come, non ti basta?» Bernard parve sorpreso. «Non sei
ancora soddisfatto?»
«Non hai spiato le comunicazioni fra la torre di controllo
alle Bermude, l'elicottero e la nave?»
«No.» Bernard scosse la testa. «Mi hanno tagliato
fuori.» Fece un viso avvilito. «Può succedere a tutti.»
«Risparmiami i particolari. Puoi chiedere alla torre di
controllo a che ora l'elicottero ha chiuso il piano di volo?»
«Santo cielo, Nicholas, cerca di ragionare. É già un reato
ascoltare sulle frequenze dell'aviazione, figuriamoci far
domande.»
Nick balzò in piedi e andò presso la mappa. La studiò
meditabondo, appoggiandosi sui pugni.
«Secondo te che cosa significa tutto questo, Nicholas?»
Bernard gli andò a fianco.
«Significa che una nave di proprietà della Christy
Marine ha chiesto alla sede centrale d'inviare al più presto
pezzi di ricambio e tecnici specializzati, senza badare a
spese. Non hai pensato alla tariffa aerea di una cassa di
trecentocinquanta chili?» Raddrizzatosi, Nick estrasse il suo
portasigari di coccodrillo. «Significa che la nave è in avaria
o in imminente pericolo di avaria in una zona a sudest delle
Bermude, nel raggio di quattrocentocinquanta miglia.
Probabilmente meno ancora, altrimenti avrebbe fatto venire
un elicottero dalle Bahamas. É improbabile che abbiano
impiegato il Sikorsky al limite dell'autonomia.»
«Giusto», convenne Bernard.
Nick accese un sigaro e rimasero in silenzio un
momento.
«Un ago in un pagliaio», commentò Bernard.
«Lascia che me ne occupi io», borbottò Nick, senza
distogliere gli occhi dalla mappa.
«Sei pagato per questo», convenne amabilmente
Bernard. «É la Golden Dawn, vero?»
«La Christy Marine ha altre navi, nella zona?»
«No, che io sappia.»
«Allora perché mi fai domande idiote?»
«Non arrabbiarti, Nick.»
«Scusami.» Nick gli toccò il braccio. «Mio figlio è su
quella trappola.»
Aspirò una boccata dal sigaro, la tenne un momento, poi
la esalò lentamente.
Quando parlò di nuovo, la sua voce era calma e
professionale. «Condizioni del tempo?»
«Vento da 60° di quindici nodi. Tre ottavi di
stratocumuli a milletrecento metri. Previsioni a lunga
scadenza, nessuna variazione.»
«Ancora gli alisei», approvò Nick. «Grazie a Dio.»
«É stato annunciato un uragano, come sai. Ma a
giudicare dal suo itinerario, si scatenerà in mare mille miglia
a sud della Grande Bahama.»
«Bene.» Nick annuì di nuovo. «Chiedi al Warlock e al
Sea Witch di riferire posizioni, rotta, velocità e condizioni
del carburante.»
Venti minuti dopo, Bernard gli porse due telex.
«Il Warlock ha fatto una bella corsa», mormorò Nick,
mentre la posizione del rimorchiatore veniva riportata sulla
mappa.
«Ha attraversato l'equatore tre giorni fa», disse Bernard.
«E il Sea Witch arriverà a Charleston domani sera»,
osservò Nick. «C'è qualche concorrente in vantaggio?»
Bernard scosse la testa.
«McCormick ha un rimorchiatore a New York e il
Wittecee è a metà strada per Rotterdam.»
«Siamo ben piazzati», decise Nick, confrontando le
velocità e le distanze dei rimorchiatori. «Sull'isola c'è un
altro elicottero disponibile? Vorrei andare sul Warlock.»
«No.» Bernard scosse la testa. «Il 61N è l'unico di stanza
alle Bermude.»
«Puoi combinare un rifornimento per il Warlock? Un
rifornimento immediato, qui a Hamilton.»
«Avrà i serbatoi pieni un'ora dopo il suo arrivo.»
Nick rifletté un momento, poi decise.
«Manda un telex a David Allen sul Warlock: A
COMANDANTE WARLOCK DA BERG
URGENTE E IMMEDIATO NUOVA VELOCITA
MASSIMO DEL VERDE NUOVA ROTTA DIRETTA
HAMILTON BERMUDE RIFERIRE ORA ARRIVO
PREVISTA FINE.»
«Ti metti in gara, allora?» chiese Bernard. «Con i due
rimorchiatori?»
«Sì», rispose Nick. «Gioco tutte le mie carte.»
^
La Golden Dawn sguazzava con il peso morto di un
milione di tonnellate di greggio. Il suo era il movimento di
uno scafo allagato. Lungo la fiancata esposta alle onde, i
ponti affioravano appena. I flutti s'infrangevano contro i
parapetti di dritta. Ogni tanto una cresta si riversava sulla
tolda allargandosi in un reticolo di spuma bianca.
Andava alla deriva da quattro giorni.
La bronzina principale dell'unica elica aveva cominciato
a surriscaldarsi quarantott'ore dopo il passaggio
dell'equatore, e il direttore di macchina aveva chiesto
l'arresto per ispezionarla ed effettuare eventuali riparazioni.
Duncan Alexander aveva proibito di fermare le
macchine, opponendosi al parere del comandante e del
direttore. Concesse solamente una riduzione di velocità.
Ordinò al direttore di scovare il guasto e di ripararlo. In
quattro ore, il direttore trovò la guarnizione incrinata nella
pompa che lubrificava la bronzina; ma la navigazione,
benché a velocità ridotta, aveva danneggiato gravemente la
bronzina principale, e ora le vibrazioni scuotevano perfino il
massiccio scafo della Golden Dawn.

«Devo smontare la pompa, altrimenti fonderemo la


bronzina», disse il direttore a Duncan Alexander. «E allora
dovrà fermare le macchine, e non solo per un paio d'ore. Ci
vogliono due giorni per sostituire una bronzina.»
Il direttore era pallido e teso. Conosceva la reputazione
di Alexander.
Sapeva che toglieva di mezzo chiunque lo contrastasse,
e anche in seguito lo perseguitava senza pietà. Il direttore
aveva paura, ma nello stesso tempo era preoccupato per la
nave.
Duncan Alexander cambiò tattica.
«Qual è la causa del guasto alla pompa? Perché non se
n'è accorto subito?
Evidentemente non è stato attento.»
Punto sul vivo, il direttore si spazientì.
«Se su questa nave ci fosse una pompa di riserva,
avremmo potuto inserire l'impianto sussidiario e provvedere
alla manutenzione con comodo.»
Duncan Alexander divenne paonazzo e si girò.
Ordinando di modificare il progetto della Golden Dawn,
aveva eliminato la maggior parte delle attrezzature
sussidiarie per risparmiare sui costi.
«Quanto tempo le occorre?»
Si fermò in mezzo alla cabina e guardò il direttore.
«Quattro ore», rispose subito lo scozzese.
«Le do quattro ore esatte», disse minacciosamente
Duncan. «Se non mi ripara il guasto in tempo, se ne
pentirà.»
Mentre l'ingegnere fermava le macchine, smontava,
riparava e rimontava la pompa di lubrificazione, Duncan
rimase in plancia con il comandante.
«Stiamo perdendo tempo, troppo tempo», disse.
«Dovremo ricuperarlo.»
«Bisognerà superare la massima velocità economica», lo
avvisò il capitano Randle.
«Capitano Randle, il carico vale 85 dollari alla
tonnellata. Abbiamo a bordo un milione di tonnellate. Esigo
che il tempo sia ricuperato», disse seccamente Duncan.
«Abbiamo un appuntamento al largo di Galveston. Questa
nave, questo sistema di trasporto del greggio sono alla prova
e lei lo sa benissimo. Voglio essere puntuale a qualsiasi
costo.»
«Va bene, signor Alexander», cedette Randle.
«Cercheremo di ricuperare.»
Tre ore e mezzo dopo, il direttore di macchina salì in
plancia.
«Be'?» lo aggredì Duncan, appena lo vide uscire
dall'ascensore.
«La pompa è riparata, ma...»
«Ma che cosa?»
«Ho un brutto presentimento. L'abbiamo forzata troppo.
Temo che la bronzina sia danneggiata. Non mi fiderei a farla
funzionare oltre il cinquanta per cento della potenza, finché
non l'avremo smontata ed esaminata.»
«Volevo ordinare 25 nodi», disse Randle imbarazzato.
«Io non lo farei.»
Il direttore scosse lugubremente la testa.
«Il suo posto è nella sala macchine», tagliò corto
Duncan.
Fece segno a Randle di riprendere la navigazione e andò
come sempre sull'ala aperta della plancia. Guardò l'acqua
ribollire oltre la gran poppa rotonda e poi placarsi in una
lunga scia bianca che ben presto giunse all'orizzonte.
Restò là fin dopo il tramonto, e quando scese Chantelle
lo stava aspettando.
Si alzò dal divano sotto le finestre anteriori del salotto.
«Siamo ripartiti.»
«Sì», disse lui. «Andrà tutto bene.»
Quella sera alle nove fu inserito il controllo automatico
delle macchine.

Gli addetti alle macchine andarono a cenare e quindi si


coricarono, tutti meno il direttore, che si attardò per un paio
d'ore, scrollando la testa e borbottando, accanto al massiccio
complesso della bronzina nella lunga galleria dell'albero di
propulsione. Ogni tanto tastava la calotta di protezione, per
sentire il calore e le vibrazioni che l'avrebbero avvisato di un
danno alla struttura.
Alle undici sputò sull'albero rotante, grosso come un
tronco di quercia, che brillava sotto le luci bianche della
galleria, e se ne andò.
Nella sala di controllo, si accertò per l'ennesima volta
che tutti i sistemi della nave fossero efficienti, che i circuiti
funzionassero e si replicassero sul grande pannello di
controllo. Quindi entrò nell'ascensore e salì.
Trentacinque minuti dopo, un minuscolo transistor sul
pannello saltò come un tappo di champagne, con uno sbuffo
di fumo grigio. La sala di controllo era deserta, nessuno se
ne accorse. Il sistema non aveva duplicato, non c'era un
impianto di emergenza che entrasse automaticamente in
azione. Così, quando la temperatura della bronzina salì di
nuovo, nessun impulso giunse al sistema d'allarme, le
macchine non furono bloccate automaticamente.
L'enorme albero motore continuò a girare mentre la
bronzina surriscaldata stringeva nella sua morsa il metallo
ruvido, già danneggiato dalla frizione precedente. Una sottile
striscia di metallo si staccò dalla superficie dell'albero
arricciandosi come un nastro d'argento e fu trattenuta dalla
bronzina. L'impianto divenne incandescente, mentre la
vernice antiossidante che proteggeva le parti esterne della
bronzina cominciava a ribollire e ad annerirsi. Ma la forza
immane delle macchine costringeva l'albero a girare.
L'olio che restava fra la superficie rovente dell'albero e i
semigusci della bronzina si assottigliò istantaneamente al
calore, poi giunse alla temperatura di combustione ed
esplose in una vampa, riversandosi in rivoli fiammeggianti
sulla calotta della bronzina principale, incendiando la
vernice. La galleria dell'albero si riempì di fumo chimico, e
soltanto allora i rivelatori d'incendio entrarono in funzione.
L'allarme fu ripetuto sulla plancia e nelle cabine del
comandante, del primo ufficiale e del direttore di macchina.
Ma le grandi macchine funzionavano ancora al settanta
per cento della potenza e l'albero continuava a girare nella
bronzina disintegrata, fondendo il metallo già ammorbidito
dal calore, deformandosi e torcendosi sotto la pressione.
Il direttore di macchina arrivò per primo al pannello
centrale della sala di controllo. Senza chiedere istruzioni alla
plancia bloccò immediatamente ogni impianto.
La squadra guidata dal primo ufficiale domò le fiamme
in un'ora. Usarono diossido di carbonio per soffocare il
fuoco dell'olio e della vernice, perché l'acqua sul metallo
incandescente avrebbe aggravato le deformazioni prodotte
dal calore.
La calotta della bronzina principale era ancora così calda
quando il direttore di macchina cominciò ad aprirla, che
scorticò i suoi spessi guanti di cuoio e amianto.
I semigusci della bronzina si erano disintegrati, l'albero
era solcato e butterato. Il direttore sapeva che era impossibile
distinguere a occhio un'eventuale distorsione. Tuttavia anche
una deformazione di un decimillimetro sarebbe stata
pericolosa.
Mentre lavorava, imprecava sottovoce, lanciando una
sequela di oscenità nel tono di una nenia. Maledisse i
costruttori della pompa di lubrificazione, gli uomini che
l'avevano installata e collaudata, la guarnizione danneggiata
e la mancanza di un impianto ausiliario; ma soprattutto
maledisse l'ostinazione e il caratteraccio del presidente della
Christy Marine, la cui imprevidenza aveva ridotto quella
bella macchina a un groviglio di metallo contorto e fumante.
Era mattino inoltrato, quando il direttore estrasse i
semigusci di ricambio dalle casse che gli erano state portate
dal magazzino; ma quando si accinsero a montarli, si
accorsero che le casse recavano diciture errate. I semigusci
che contenevano erano obsoleti, non del tipo decimale, ed
erano di cinque millimetri troppo piccoli per l'albero motore
della Golden Dawn. La minuscola differenza li rendeva
completamente inservibili.
Soltanto allora Duncan Alexander perse il suo ferreo
autocontrollo. In plancia inveì, per venti minuti, senza
sognarsi di cercare una soluzione.
Strapazzò Randle e il direttore di macchina con ogni
genere di contumelie. La sua sfuriata ebbe l'effetto di
paralizzare gli ufficiali della Golden Dawn, che lo
guardavano pallidi e silenziosi.
Peter Berg aveva sentito il trambusto ed era venuto a
vedere. L'ira del suo patrigno lo affascinava. Non aveva mai
visto uno spettacolo simile. A un certo punto ebbe
l'impressione che gli occhi di Duncan Alexander
schizzassero fuori delle orbite.
Finalmente Duncan smise di sbraitare e si ravviò i
capelli. Due ciocche gli sprizzavano ai lati della testa come
un paio di corna. Ansava ancora, ma era tornato padrone di
sé.
«Be', lei che cosa propone?» chiese a Randle.
Nel silenzio generale, si udì la vocetta di Peter Berg.
«Puoi farti mandare dei semigusci dalle Bermude, è
soltanto a trecento miglia. Abbiamo controllato stamattina.»
«Che cosa fai qui?» Duncan si girò di scatto. «Torna da
tua madre.»
Spaventato, Peter se la diede a gambe. Quando ebbe
lasciato la plancia, il direttore parlò.
«Potremmo far spedire i pezzi di ricambio da Londra
alle Bermude...»
«Dev'esserci una nave», intervenne subito Randle.
«Oppure potremmo farceli portare da un aereo...»
«O da un elicottero...»
«Chiamate Christy centrale via telex», ordinò Duncan
Alexander.
^
Era bello sentirsi ancora un ponte sotto i piedi, pensò
Nick con gioia. Gli pareva di rinascere.
«Sono un figlio del mare», disse sorridendo. «E continuo
a dimenticarlo.»
Si voltò a guardare il basso profilo della Gran Bermuda,
il lontano porto di Hamilton e le casette multicolori fra i
cedri. Poi tornò a studiare le carte di navigazione spiegate
sul tavolo.
Il Warlock procedeva ancora con cautela. Sebbene il
canale fosse ampio e delimitato da gavitelli, i banchi
corallini ai lati erano aguzzi e insidiosi.
David Allen era occupato a guidare il Warlock nel mare
aperto. Quando ebbero superato la linea delle 100 braccia,
diede l'ordine all'ufficiale di coperta:
«Avanti tutta alle nove». Quindi corse da Nick. «Non ho
avuto il tempo di darle il benvenuto a bordo, signore.»
«Grazie, David. Sono contento di essere qui.» Lo guardò
e sorrise. «Faccia rotta per 240° magnetici e aumenti la
potenza dell'80 per cento.»
David trasmise l'ordine al timoniere, poi guardò Nick
imbarazzato, arrossendo sotto l'abbronzatura.
«Signor Berg, gli ufficiali mi fanno impazzire. Mi
tormentano da quando abbiamo lasciato il capo di Buona
Speranza. Questo è un lavoro o una crociera?»
Nick scoppiò a ridere. Sentiva l'eccitazione della caccia
e la vicinanza della preda. Adesso che aveva il Warlock sotto
i piedi, era più tranquillo sul conto di Peter. In caso
d'emergenza, sarebbe potuto accorrere subito. Si sentiva
euforico.
«Siamo a caccia, David», disse. «Non è ancora sicuro,
ma...» Esitò un momento, poi decise. «Mi porti Beauty
Baker in cabina e dica a Angel di mandarmi un bricco di
caffè con una montagna di panini, non ho ancora fatto
colazione. Mentre mangiamo, vi spiegherò tutto.»
Beauty Baker accettò uno dei sigari di Nick.
«Ancora 'sta robaccia», commentò fiutando il sigaro da
quattro dollari, ma ammiccò dietro le lenti. Poi, incapace di
contenersi, sogghignò. «Il comandante mi ha detto che
siamo in caccia. É vero?»
«Adesso vi spiego.»
Nick cominciò a illustrare la situazione, pensando con
indulgenza: «Sto diventando vecchio e sentimentale, non ho
mai parlato tanto».
Entrambi lo ascoltarono in silenzio. Quando ebbe finito,
lo bombardarono di domande come si era aspettato.
«Sembrerebbe l'armatura di un generatore», borbottò
Beauty Baker, riflettendo sul contenuto della cassa che era
stata portata sulla Golden Dawn.
«Non credo che la Golden Dawn abbia ricambi per ogni
pezzo.»
Mentre Baker ponderava sugli aspetti meccanici della
situazione, David Allen si concentrò sui problemi della
navigazione.
«Qual è l'autonomia dell'elicottero? É già tornato alla
base? Con il suo pescaggio, la nave preferirà passare per lo
Stretto di Florida. Ci converrebbe far rotta per Matanilla
Reef, all'imboccatura dello stretto.»
Fu bussato perentoriamente alla porta della cabina degli
ospiti, e fece capolino la testa grinzosa di Trog. Sbirciò Nick
ma non lo salutò.

«Comandante, Miami ha diffuso un nuovo allarme


d'uragano. 'Lorna' si dirige verso nord. Si prevede una rotta a
nord-nordovest alla velocità di venti nodi.»
Chiuse la porta. I tre si fissarono in silenzio.
Finalmente Nick parlò.
«I disastri non sono mai provocati da un errore solo»,
disse. «Occorre sempre una serie di errori concomitanti,
magari non gravi. Ma se ci si mette la scalogna...» Tacque un
momento, poi mormorò: «E la scalogna potrebbe essere
l'uragano 'Lorna'».
Alzatosi, passeggiò per la piccola cabina degli ospiti. Si
sentiva in gamba e rimpiangeva lo spazioso alloggio del
comandante, ora occupato da David Allen. Guardò
nuovamente Beauty Baker e David, e a un tratto capì che
volevano il disastro. Gli parvero due lupi con il sentore della
preda nelle narici.
Sentì insorgere l'ira. Auguravano il disastro a suo figlio.
«C'è una cosa che non vi ho detto», sbottò. «Mio figlio è
sulla Golden Dawn.»
^
L'immensa tempesta turbinante battezzata «Lorna» si era
ormai dilatata al massimo. La sua cresta si ergeva ad
altitudini eccelse, cosicché una splendida criniera di
ghiaccioli si protendeva per trecento miglia, soffiata dalle
correnti della troposfera superiore.
Ora aveva un diametro di centocinquanta miglia e al suo
interno si scatenavano forze di potenza incalcolabile.
I venti che vorticavano intorno al centro risucchiavano
l'acqua del mare portandola con sé a oltre centocinquanta
miglia all'ora, e provocando precipitazioni che nulla avevano
in comune con la pioggia. L'acqua colmava i densi banchi di
nuvole, non c'era più confine fra il mare e l'aria.
Pareva che la follia si nutrisse di se stessa. Come un
mostro cieco e infuriato, l'uragano vagò negli angusti confini
dei Caraibi, dilaniando gli alberi, le case e perfino la terra
delle isole che trovava sulla sua strada.
Ma c'erano forze che governavano ciò che sembrava
incontrollabile, che determinavano ciò che sembrava
casuale. Mentre turbinava sul globo rotante, l'uragano
soggiaceva alla legge principale dell'inerzia giroscopica: la
sua direzione nello spazio sarebbe rimasta costante finché
un'altra forza non fosse intervenuta.
Obbedendo alla legge naturale, la perturbazione si
spostò verso est a velocità e altitudine costanti, finché il
lembo settentrionale investì la lunga teoria di isole che forma
le grandi Antille.
Subito entrò in gioco un'altra legge giroscopica, la legge
della precessione. Quando una forza deviante agisce sull'orlo
di un giroscopio rotante, il giroscopio non si allontana da
tale forza, ma si muove direttamente verso di essa.
L'uragano «Lorna» sentì la terra e, come un toro furioso
alla vista della cappa, mutò direzione e la caricò,
attraversando Haiti in un'orgia di distruzione e terrore. Poi,
superato lo Stretto del Vento, sboccò nel mare aperto.
Continuava a turbinare e a procedere. Ora, appena
trecento miglia più avanti, oltre le scogliere e i bassifondi
battezzati «Banchi degli Uragani» a causa delle migliaia di
tempeste che avevano seguito lo stesso itinerario, c'erano le
acque più profonde dello Stretto di Florida e la costa degli
Stati Uniti d,America.
A venti miglia all'ora, la massa di venti impazziti e di
nubi turbinanti rotolò verso nordovest.
Duncan Alexander stava sotto il falso Degas appeso nel
salotto dell'armatore. Si bilanciava disinvoltamente sui
talloni con le mani allacciate dietro la schiena, ma aveva la
fronte aggrondata e gli occhi pesti.
Sul lungo divano e sulle poltroncine Luigi Quattordici
presso il caminetto erano seduti gli ufficiali superiori della
Golden Dawn: il comandante, il primo ufficiale e il direttore
di macchina; e nella poltrona di cuoio dall'altra parte
dell'ampia cabina era seduto Charles Gras, l'ingegnere
dell'Atlantique. Pareva che avesse scelto quel posto per
tenere le distanze dall'armatore e dagli ufficiali della
superpetroliera in avaria.

Ora parlò con il suo accento marcato, lasciandosi


sfuggire qualche parola in francese che Duncan si affrettava
a tradurre. I quattro uomini lo ascoltarono attentamente,
senza mai distogliere lo sguardo dall'affilato viso parigino e
dagli occhietti vivaci.
«Entro mezzogiorno, i miei uomini avranno
completamente rimontato la bronzina principale. Ho
esaminato e controllato l'albero motore. Non ho trovato
danni strutturali, ma non significa che non ce ne siano. Nel
migliore dei casi, le riparazioni devono considerarsi
provvisorie.» Fece una pausa.
Mentre gli altri aspettavano, si rivolse al capitano
Randle. «Le consiglio di far eseguire una riparazione
adeguata nel porto più vicino. Nel frattempo proceda a
velocità minima, così potrà governare meglio la nave.»
Palesemente imbarazzato, Randle si agitò sulla
poltroncina e sbirciò Duncan.
Il francese colse l'occhiata e la voce s'indurì un poco.
«Se l'albero motore si è deformato, una velocità
eccessiva lo danneggerebbe irreparabilmente. Desidero
ribadirlo.»
Duncan intervenne con fare conciliante.
«Siamo a pieno carico e peschiamo venti braccia. Sulla
costa orientale americana non ci sono porti idonei, ammesso
che ci autorizzino a entrare nelle acque territoriali con le
macchine guaste. Gli americani non ci vedranno di buon
occhio. L'ancoraggio più sicuro è nella rada di Galveston,
sulla costa texana del Golfo del Messico. E soltanto dopo
che i rimorchiatori avranno portato le nostre cisterne oltre il
limite delle cento braccia.»
Il primo ufficiale della petroliera era giovanissimo,
dimostrava meno di trent'anni; ma fino ad allora si era
comportato egregiamente in ogni situazione d'emergenza.
Aveva il viso quadrato e l'occhio fiero, era stato il primo a
entrare nella galleria dell'albero piena di fumo.
«Con tutto il rispetto, signore», cominciò, e tutti si
girarono a guardarlo,
«Miami ha diffuso un nuovo allarme d'uragano che
comprende lo stretto e la Florida meridionale. La nostra rotta
ci porterebbe diritti sul percorso dell'uragano.»
«Anche a quindici nodi, attraverseremo lo stretto ed
entreremo nel golfo con ventiquattr'ore di anticipo», ribatté
Duncan, guardando Randle per la conferma.
«Alla velocità attuale della tempesta, sì», convenne
gravemente Randle. «Ma se le condizioni cambiassero...»
Il primo ufficiale insisté.
«Ancora con tutto il rispetto, signore. L'ancoraggio più
sicuro è al riparo della Gran Bermuda...»
«Ma lei lo sa quanto vale il carico?» sbottò Duncan.
«Macché, non sa niente, lei. Be', glielo dirò io. Vale
ottantacinque milioni di dollari. Gli interessi ammontano a
venticinquemila dollari al giorno.» La sua voce salì di tono,
si fece stridula. «E la Gran Bermuda non è attrezzata per
effettuare riparazioni così complesse.»
La porta dell'alloggio privato fu spalancata
silenziosamente e Chantelle Alexander entrò nella cabina.
Non portava gioielli, indossava una semplice blusa color
madreperla e una gonna di lana, ma si era truccata
leggermente gli occhi e la sua carnagione era dorata dal sole.
Gli uomini la guardarono ammirati e lei se ne accorse
mentre andava al fianco di Duncan.

«É necessario che la nave proceda direttamente per


Galveston», disse con calma.
«Chantelle...» cominciò Duncan, ma lei lo zittì con un
gesto.
«Non ammetto obiezioni sulla rotta e sulla
destinazione.»
Charles Gras guardò il capitano Randle, aspettandosi che
facesse valere l'autorità conferitagli dalla legge. Poiché il
giovane comandante non aprì bocca, il francese sorrise
ironicamente e scrollò le spalle.
«Allora io e i miei due assistenti lasceremo la nave non
appena avremo ultimato la riparazione provvisoria.»
Calcò sulla parola «provvisoria».
Duncan annuì.
«Se riprenderemo la navigazione quando avete previsto,
domani mattina all'alba l'elicottero potrà raggiungere la costa
della Florida. Bisogna considerare che è a corto di
carburante.»

Nel frattempo Chantelle non aveva distolto gli occhi


dagli ufficiali della Golden Dawn. Ora continuò senza alzare
la voce:
«Sono disposta ad accettare le dimissioni di ogni
ufficiale che voglia partire con l'elicottero».
Duncan aprì la bocca per protestare contro l'ingerenza,
ma lei lo guardò a testa alta. Qualcosa, nella sua espressione,
gli ricordò il vecchio Arthur Christy. Vide la stessa fermezza,
la stessa caparbietà. Strano che non se ne fosse accorto
prima.
«Forse non l'ho mai osservata», pensò. Chantelle capì
che si era arreso e fissò gli ufficiali della Golden Dawn.
Uno per uno, gli uomini abbassarono gli occhi. Randle
fu il primo ad alzarsi.
«Se vuole scusarmi, signora Alexander, devo disporre
per la ripresa della navigazione.»
Charles Gras indugiò a guardarla e sorrise di nuovo,
come solo un francese può sorridere a una bella donna.
«Magnifique!» mormorò.
La salutò galantemente e lasciò il salotto.
Quando rimase sola con Duncan, Chantelle non si curò
di celare il suo disprezzo.
«Quando avrai fifa di nuovo, fammelo sapere.»
«Chantelle...»
«Sei tu che hai cacciato me e la Christy Marine in questo
guaio. Adesso devi tirarcene fuori, a costo di lasciarci la
pelle.» Strinse le labbra, con uno scintillio d'odio negli
occhi... «E non sarebbe un male», aggiunse sommessamente.
^
Il pilota del Beechcraft Baron mise le eliche al passo
minimo e virò planando verso la straordinaria nave che
emergeva dalle brume mattutine esalate dalle isole.
La caligine celava a ovest il basso profilo della Florida.
Perfino l'acqua verde e gli scogli dei Banchi delle Bahamas
erano offuscati dai vapori, e parzialmente celati dalle
formazioni di stratocumuli a milleduecento metri d'altezza.

Il pilota del Baron alzò di venti gradi i deflettori per dare


all'aereo un assetto inclinato, ciò che avrebbe migliorato la
visuale, e continuò a planare attraverso la nube. Dopo un
ultimo sbuffo grigio sul finestrino, si ritrovarono alla luce
del sole.
«Che cosa vedi?» chiese al secondo pilota.
«É un colosso.» Il secondo pilota cercò di tener fermo il
binocolo. «Non riesco a leggere il nome.»
L'immensa prua sollevava una montagna d'acqua
ribollente e i ponti verdi si stendevano a perdita d'occhio,
prima d'innalzarsi nel castello di poppa.
«Accidenti.» Il pilota scrollò la testa. «Sembra la
fabbrica dei missili a Cape Kennedy.»
«Già», convenne il secondo pilota. Tozza e sgraziata, la
plancia della nave sembrava una replica in scala ridotta
dell'enorme edificio. «La chiamo sul canale 16.»
Abbassò il binocolo e si accostò il microfono alle labbra,
facendone scattare l'interruttore.
«Petroliera diretta a sud, parla la guardia costiera
November Charlie Uno Cinque Nove sopra di voi. Mi
sentite?»
Seguì l'attesa prevista. Quelle grosse bastarde non
avevano una guardia efficiente nemmeno in acque ristrette e
piene di traffico. Il secondo pilota fremette in silenzio.
«Guardia costiera Uno Cinque Nove, qui è la Golden
Dawn. Vi riceviamo male.
Passiamo al canale 22.»
A duecento miglia di distanza, Trog fece cadere il
bossolo che fungeva da portacenere, spargendo mozziconi di
sigaro sul ponte, nella fretta di passare al canale 22 come
aveva detto il marconista della Golden Dawn. Nello stesso
tempo mise in funzione il registratore e il radiogoniometro.
Più in alto, sulla torretta del Warlock, la grossa antenna
circolare del radiogoniometro girò lentamente, orientandosi
sulla trasmissione che perveniva dall'etere, e ripeté il
rilevamento relativo sul quadrante dell'apparecchio sul
banco di Trog.
«Buon giorno, Golden Dawn», disse la cadenzata voce
meridionale del secondo pilota. «Vorrei conoscere il vostro
porto di registrazione e la vostra nota di carico.»
«Questa nave è registrata in Venezuela.»
Trog regolò destramente la sintonia, annotò il
rilevamento sul taccuino, strappò il foglietto e schizzò nella
plancia del Warlock. «La Golden Dawn trasmette in chiaro»,
gracidò con maligna allegria.
«Chiama il comandante», disse l'ufficiale di coperta.
Esitò, poi aggiunse:
«E prega il signor Berg di venire in plancia».
La conversazione fra la guardia costiera e la
superpetroliera era ancora in corso, quando Nick irruppe
nella cabina radio allacciandosi la vestaglia.
«Grazie per la gentile collaborazione, signore.» Il
navigatore della guardia costiera non risparmiava la sua
cortesia del Sud, sapendo che la nave era fuori delle acque
territoriali statunitensi e ufficialmente oltre la giurisdizione
del suo governo. «Gradirei conoscere la vostra destinazione
finale.»
«Siamo in rotta per Galveston, dove consegneremo tutto
il carico.»
«Grazie ancora, signore. Avete ricevuto l'allarme
d'uragano?»
«Sì.»
David Allen comparve sulla soglia. Era rosso e teso.
«Deve aver ripreso la navigazione», disse. Nick fu
irritato dalla sua aria delusa. «É già entrata nel canale.»
«Metta questa nave in rotta per lo stretto e si avvicini il
più possibile alla Golden Dawn», disse seccamente e Nick.
David Allen batté le palpebre e corse in plancia,
ordinando il cambiamento di rotta e l'aumento di velocità.
Nell'altoparlante della radio, il guardacoste insisteva
educatamente. «É
informato, signore, che nell'ultimo allarme è previsto il
passaggio dell'uragano sul principale canale navigabile alle
dodici di domani, ora locale?»
«Sì.»
Le risposte della Golden Dawn erano divenute
laconiche.
«Mi perdoni, signore, ma considerando il suo carico e le
condizioni del tempo, vorrei sapere a che ora suppone di
arrivare al traverso del faro del banco delle Dry Tortugas. E
anche quando prevede di lasciare il canale e virare a nord,
lasciando la probabile rotta dell'uragano.»
«Un momento.» Seguì un breve ronzio di fondo, mentre
il marconista consultava l'ufficiale di coperta. Poi la Golden
Dawn comunicò di nuovo.
«L'ora prevista per l'arrivo al banco delle Dry Tortugas è
l'1,30 di domani.»
Vi fu una lunga pausa, mentre il guardacoste consultava
il suo quartier generale in una frequenza chiusa. Poi:
«Sono stato pregato di farvi notare con rispettosa
fermezza che una violenta perturbazione precede il nucleo
dell'uragano e che la vostra rotta attuale per il banco delle
Dry Tortugas vi lascia uno scarso margine di sicurezza,
signore».
«Grazie, guardia costiera Uno Cinque Nove. La vostra
trasmissione sarà registrata sul giornale di bordo della nave.
Questa è la Golden Dawn, passo e chiudo.»
La riluttanza del guardacoste era palese. Avrebbe
chiaramente voluto ordinare alla petroliera d'invertire la
rotta.
«Seguiremo attentamente la vostra navigazione, Golden
Dawn. Buon viaggio, qui è la guardia costiera Uno Cinque
Nove, passo e chiudo.»
Charles Gras aveva il suo basco blu in una mano e la
valigia nell'altra.
Corse piegato in due, cercando istintivamente di sfuggire
al rombo pulsante dell'elicottero.
Gettò la valigia nella fusoliera, esitò un momento, si girò
e tornò dal direttore di macchina della nave, al margine del
cerchio bianco che contrassegnava l'eliporto sul ponte verde
della Golden Dawn.
Prese il direttore per un braccio e gli gridò all'orecchio:

«Ricordi, amico mio, la tratti come una bambina, come


una verginella. Se dovete aumentare la velocità, lo faccia
con delicatezza, molta delicatezza».
Il direttore annuì. I suoi radi capelli grigi svolazzavano
al vento delle pale.
«Buona fortuna», gridò il francese. «Bonne chance!» Gli
diede una manata sulla spalla. «Spero che non ne abbiate
bisogno!»

Tornò indietro e salì sul Sikorsky. Il suo viso comparve


in un oblò. Fece un gesto di saluto, poi la gran macchina si
alzò lentamente, si librò un istante e virò bassa sull'acqua,
dirigendosi nel suo tipico assetto inclinato verso la terra
ancora invisibile.
^
La dottoressa Samantha Silver, con gli stivaloni
impermeabili e le maniche arrotolate fino ai gomiti,
barcollava per il peso dei due secchi pieni di conchiglie
mentre saliva le scale posteriori del laboratorio.
«Sam!» gridò Sally-Anne, dall'altra parte del lungo
corridoio.
«Stavamo per lasciarti qui!»
«Che cosa c'è?»
Sam depose i secchi, schizzando acqua marina sui
gradini.
«Ha telefonato Johnny. La pattuglia antinquinamento ha
parlato un'ora fa con la Golden Dawn. É nello stretto,
quando l'hanno avvistata era all'altezza della scogliera di
Matanilla. Se non facciamo presto, passerà davanti a
Biscayne Key prima ancora che partiamo.»
«Vengo.» Sam riprese i pesanti secchi e corse
goffamente. «Ci vediamo sul molo. Hai telefonato alla
televisione?»
«Stanno arrivando», gridò Sally-Anne mentre usciva.
«Sbrigati, Sam!»
^
L'ufficiale di coperta della Golden Dawn si fermò presso
lo schermo del radar, lo sbirciò distrattamente e subito si
chinò a guardare con attenzione.
Rilevò la posizione di un puntolino fosforescente che
spiccava con chiarezza nelle dieci miglia di portata del
fascio.
Borbottò qualcosa, si raddrizzò e andò nella parte
anteriore della plancia, di dove perlustrò con il binocolo il
mare verde e lacerato dal vento davanti alla prua della
petroliera.
«Un peschereccio», disse al timoniere. «Si muove.»
Aveva visto un minuscolo baffo di spuma biancheggiare
presso la prua.
«É in mezzo al canale navigabile, ormai devono averci
visto, stanno virando per incrociarci a dritta.» Abbassò il
binocolo, lasciandoselo penzolare sul petto. «0h, grazie.»
Prese la tazza di cioccolata offertagli dal cameriere di
bordo sorseggiò la bevanda di gusto, tornando a concentrarsi
sulle carte nautiche.
Un ufficiale subalterno emerse dalla cabina radio sul
retro della plancia.
«Ancora zero a zero», annunciò. «Ormai siamo alla fine
del secondo tempo.»
Cominciarono a discutere animatamente della partita di
coppa del mondo che si giocava in notturna allo stadio di
Wembley.
«Se pareggiamo, la Francia sarà...»
Un urlo eccitato venne dalla cabina radio. L'ufficiale
subalterno corse sulla soglia e si girò con un sogghigno.
«L'Inghilterra ha segnato!»
L'ufficiale di coperta ridacchiò.
«Così il conto è chiuso.»
Si fece subito serio e tornò ai suoi doveri. Ma quando
guardò lo schermo del radar, sussultò per lo stupore.
«Che cosa diavolo stanno combinando?» disse
irosamente, e si precipitò a perlustrare il mare con il
binocolo.
Il peschereccio aveva continuato a virare e adesso
puntava su di loro.
«Che il diavolo se li porti. Diamogli una scrollata.»
Afferrò la maniglia della sirena per la nebbia e lasciò
partire tre ululati che risuonarono lugubremente sull'acqua
verde dello stretto. Gli ufficiali corsero a guardare dalle
finestre anteriori della plancia.
«Dormono, quelli là.»
L'ufficiale di coperta pensò di chiamare in plancia il
comandante. Non voleva assumersi la responsabilità di
manovrare la nave in così poco spazio.

Anche a velocità ridotta, la Golden Dawn avrebbe


impiegato mezz'ora per fermarsi, percorrendo nel frattempo
varie miglia; e una virata in qualsiasi direzione avrebbe
coperto un arco di parecchie miglia prima che la nave
cambiasse la rotta per 90°. Poi c'era l'effetto del vento contro
la superficie del castello di poppa e l'azione contraria della
corrente del Golfo che sboccava con impeto dallo stretto.
All'idea di manovrare la nave, l'ufficiale sentì un principio di
panico; ma il peschereccio era in rotta di collisione, la
distanza scemava rapidamente. Si accinse a premere il
bottone del citofono che collegava la plancia con l'alloggio
del comandante al ponte inferiore, ma proprio allora il
capitano Randle giunse dalla scala privata della sua cabina.
«Che cosa c'è?» chiese. «Perché avete suonato la
sirena?»
Il sollievo dell'ufficiale era evidente. Randle si attaccò
alla maniglia della sirena.
«Cristo, sono impazziti?»
«Il ponte brulica di gente», esclamò un ufficiale, senza
abbassare il binocolo. «Pare che ci siano anche degli
operatori cinematografici.»
Randle valutò ansiosamente la distanza. Il peschereccio
era già troppo vicino perché la Golden Dawn potesse
fermarsi in tempo.
«Meno male», disse qualcuno. «Stanno virando.»
«Hanno spiegato uno striscione. Riuscite a leggerlo?»
«Si mettono in panna», gridò a un tratto l'ufficiale di
coperta. «Si mettono in panna proprio davanti a noi.»
Samantha Silver non si era aspettata che la petroliera
fosse così gigantesca. Vista di fronte, la sua prora sembrava
stendersi da un estremo all'altro dell'orizzonte, e sollevava
un'onda che si inarcava spumeggiando come le lunghe
ondate del surfing a capo St Francis. Oltre la prua, la torre
della plancia si ergeva alta come un grattacielo di Miami
Beach. Non le piaceva per niente trovarsi sulla rotta di una
simile valanga d'acciaio.
«Credi che ci abbiano visto?» chiese Sally-Anne.
Notando che anche la ragazza era a disagio, Samantha si
fece coraggio.
«Sicuro», rispose forte, in modo che la sentissero tutti.
«Perciò hanno suonato la sirena. Ci toglieremo di mezzo
all'ultimo momento.»
«Non rallentano», osservò Hank Petersen, il timoniere,
con voce strozzata.
Samantha si rammaricò che Tom Parker non fosse a
bordo. Ma aveva dovuto tornare a Washington, e loro
avevano condotto il Dicky in mare con un equipaggio
raccogliticcio, senza nemmeno l'autorizzazione scritta di
Tom Parker. «Che cosa facciamo, Sam?»
Tutti la guardavano.
«Non faranno in tempo a fermare quel colosso», osservò
Sally-Anne. «Ma li costringeremo a rallentare.»
«I ragazzi della TV stanno riprendendo?» chiese
Samantha, per rimandare il momento della decisione. «Sali a
vedere, Sally-Anne.» Poi, agli altri:
«Preparate lo striscione, glielo sventoleremo sotto il
naso».

«Ascolta, Sam.» Il viso abbronzato di Hank Petersen era


teso. Il suo campo erano i tonni, e fin allora aveva pilotato il
battello soltanto in acque calme e sgombre. «Non mi va,
siamo troppo vicini. Quell'affare potrebbe maciullarci senza
nemmeno sentire l'urto. Voglio virare subito.» Con un
ululato improvviso, la sirena della petroliera coprì la sua
voce. «Cristo, Sam, ti sembra il caso di scherzare, con un
mostro simile?»
«Non preoccuparti, ci toglieremo di mezzo all'ultimo
momento.
Va bene!» decise Samantha. «Vira di 90° a sinistra,
Hank. Gli mostreremo lo striscione. Salgo a dare una mano.»
Il vento faceva svolazzare il leggero striscione di tela,
mentre cercavano di stenderlo sulla fiancata della tuga. Il
peschereccio rollava con violenza e il regista della TV
gridava confuse istruzioni dal tetto della timoneria.
Samantha avrebbe voluto che vi fosse una persona in
grado di comandare, una persona come Nicholas Berg. Lo
striscione cercava di avvilupparsi intorno alla sua testa.
Il Dicky stava virando rapidamente. Samantha diede
un'occhiata alla petroliera e la paura le mozzò il fiato. Era
gigantesca e vicinissima. Troppo vicina, dovette
riconoscerlo.
Finalmente riuscì a legare la funicella dello striscione
alla ringhiera di poppa, ma la tela si era attorcigliata,
cosicché si poteva leggere una sola parola dello slogan:
«AVVELENATORI». Era rozzamente dipinta a lettere
scarlatte, seguite da un teschio con tanto di ossa incrociate.
Samantha attraversò il ponte in un balzo e lottò contro la
tela svolazzante. Sopra di lei, il regista gridava come un
ossesso. Due ragazzi cercarono di aiutarla, mentre Sally-
Anne si sbracciava all'indirizzo della petroliera, strillando:
«Tornate indietro! Tornate indietro! Non avvelenate il
nostro mare!»
La situazione degenerava. Il Dicky puntò la prua
controvento e beccheggiò violentemente, un giovane perse
l'equilibrio e rovinò addosso a Samantha. In quel momento
lei sentì il cambiamento nelle pulsazioni delle macchine.
Il diesel del Tricky Dicky aveva ruggito furioso, mentre
Hank lo forzava al massimo dei giri per sottrarre il
peschereccio alla minaccia della montagna d'acciaio.
Lo strepito del tubo di scappamento, che saliva
verticalmente presso la tuga, era stato assordante, ma ora
morì, e all'improvviso si udì solo il sibilo del vento.
Tutti tacquero e s'irrigidirono, fissando la Golden Dawn
che si avvicinava senza rallentare.,
Samantha fu la prima a riscuotersi. Corse nella
timoneria.
Hank Petersen era inginocchiato presso la paratia e
armeggiava con il tubo che conteneva i cavi di raccordo con
la sala macchine, nel ponte inferiore.
«Perché ti sei fermato?» gridò Samantha.
Lui alzò lo sguardo. Sembrava ferito a morte.
«Il collegamento della valvola a farfalla», rispose. «Si è
rotto di nuovo.»
«Puoi ripararlo?»
La domanda suonò beffarda. La Golden Dawn distava
meno di un miglio e si avventava verso di loro. Silenziosa,
minacciosa, inarrestabile.
Randle rimase rigido per dieci secondi, stringendo
convulsamente la sbarra sotto le finestre della plancia.
Il suo volto era pallido e teso, mentre guardava la poppa
del peschereccio sperando di rivedere la schiuma dell'elica.
Sapeva che la sua nave non poteva virare né fermarsi in
tempo per evitare la collisione. Il peschereccio doveva
avviare subito le macchine e virare a dritta a tutta forza.
«Che il diavolo se li porti», pensò con rabbia. Era colpa
loro. Lui aveva dalla sua parte la legge e le consuetudini
marinare. La collisione avrebbe lasciato indenne la Golden
Dawn, al massimo avrebbe scheggiato un po' di vernice dalla
prua. Se l'erano voluta.
Non aveva dubbi sul motivo della folle bravata. C'erano
state abbastanza polemiche, prima che la Golden Dawn fosse
varata. Aveva letto le critiche e aveva visto gli ecologi alla
televisione. Lo striscione con le parole scarlatte e il ridicolo
teschio parlava chiaro: era un battello di pazzoidi che
volevano impedire alla Golden Dawn di entrare nelle acque
americane.
Fu assalito dall'ira. I fanatici lo rendevano furioso. A
sentir loro, le petroliere avrebbero dovuto scomparire. E
adesso minacciavano la sua carriera.
Aveva già la responsabilità di condurre la nave fuori
dello stretto prima che si scatenasse l'uragano. Ogni secondo
era prezioso... ed erano arrivati quei maledetti piantagrane.
Avrebbe mantenuto volentieri la rotta e la velocità per colarli
a picco. Lo sfidavano a farlo. Se lo meritavano, per la
miseria.
Ma era un marinaio, e rispettava la vita umana. Il suo
istinto gli imponeva di fare un tentativo per evitare la
collisione per disperato che fosse. Un ufficiale lo strappò alle
sue riflessioni.
«Guardi, ci sono delle donne a bordo!»
Era abbastanza. Senza curarsi di verificare, Randle
ordinò seccamente al timoniere:
«Barra tutta a sinistra!»
In due falcate giunse al telegrafo di macchina e tirò la
leva sulla posizione «indietro tutta», facendo tintinnare la
campanella.
Percepì quasi subito il cambiamento delle pulsazioni
attraverso le suole delle scarpe, mentre le grandi macchine
sette ponti più in basso ruggivano all'improvviso sotto la
potenza di emergenza, e la rotazione dell'elica veniva
bruscamente invertita.
Randle guardò avanti. Per quasi cinque minuti la prua
rimase puntata nella stessa direzione senza rispondere alla
barra. L'inerzia di un milione di tonnellate di greggio, il
profondo pescaggio dello scafo, le forze combinate del vento
e della corrente la tennero sulla rotta. Sebbene l'unica elica
mordesse l'acqua in senso inverso, al massimo dei giri, la
petroliera non rallentò.
Randle tenne la mano sul telegrafo di macchina,
stringendo convulsamente la maniglia cromata quasi
sperasse di fermare la corsa della petroliera.
«Vira!» sussurrò alla nave.
Guardò il peschereccio che rollava sulla rotta della
Golden Dawn. Notò che alcune figure lungo la ringhiera
gesticolavano freneticamente, che lo striscione con l'accusa
scarlatta si era staccato a un'estremità e ora sventolava sulle
teste dell'equipaggio come una bandiera.
«Vira», ripeté.

Vide la prima risposta dello scafo. L'angolo fra la prua e


il peschereccio stava mutando. Dapprima la variazione fu
quasi impercettibile, ma aumentò rapidamente. Un'occhiata
al quadro dei comandi gli disse che la velocità della nave era
diminuita.
«Vira, maledizione, vira.»
Fra poco il peschereccio sarebbe sparito alla vista sotto
la prua della Golden Dawn.
Ormai Randle aveva invertito la rotazione dell'elica da
quasi sette minuti, e a un tratto sentì un cambiamento nella
Golden Dawn. Non aveva mai sentito niente di simile.
Una vibrazione squassante scaturì dalle viscere della
nave. L'immenso scafo cominciò a sussultare con violenza,
ma Randle non allentò la stretta sul telegrafo di macchina. Il
peschereccio era vicinissimo.
All'improvviso, come per incanto, le vibrazioni del
ponte cessarono. Lo scafo abbrivò dolcemente fra le onde,
senza più la spinta delle macchine. Per un marinaio era una
sensazione più inquietante della vibrazione che l'aveva
preceduta. Simultaneamente vi fu un'eruzione di luci rosse
sul quadro comandi principale, accompagnata dallo stridore
assordante dell'allarme acustico.
Soltanto allora il capitano Randle spostò la leva del
telegrafo di macchina sulla posizione di «fermo». Fissò il
mare, mentre il peschereccio spariva alla vista, celato dalla
prua un miglio più avanti.
Un ufficiale fece tacere l'allarme acustico.
Nell'improvviso silenzio, tutti gli ufficiali s'irrigidirono
aspettando l'impatto della collisione.
Il direttore di macchina della Golden Dawn passeggiava
lentamente accanto al quadro dei comandi delle macchine,
senza mai distogliere gli occhi dalle spie elettroniche che
fornivano ogni dato sulle funzioni meccaniche ed elettriche
della nave.
Quando giunse davanti al pannello d'allarme, si fermò
accigliandosi. Il guasto di un transistor, un oggetto del valore
di pochi dollari, era stato la causa del danno alle sue amate
macchine. Si chinò a schiacciare il pulsante del «controllo»
per mettere alla prova i circuiti d'allarme. Era troppo tardi, lo
sapeva. Stava coccolando la nave, mentre le macchine e
l'albero motore erano sicuramente danneggiati, e soltanto la
velocità ridotta impediva che il danno si manifestasse. Ma
più a sud c'era un uragano. Forse, entro breve tempo, le
macchine avrebbero dovuto affrontare una situazione
d'emergenza.
Gli venivano i brividi a pensarci. Frugò nella tasca
posteriore, cavò una scatoletta di mentini e se ne ficcò
qualcuno in bocca, succhiando rumorosamente mentre
riprendeva a passeggiare.
I fuochisti e gli ingrassatori lo guardavano furtivamente.
Quando il vecchio aveva le paturnie, era meglio non farsi
notare.
«Dickson!» disse a un tratto il direttore. «Mettiti il
casco. Torniamo nella galleria dell'albero.»
L'ingrassatore sospirò, guardò rassegnato un suo collega
e si mise il casco.
Lui e il direttore erano scesi nella galleria un'ora prima.
Non aveva nessuna voglia di replicare l'esperienza.
Richiuse lo sportello a tenuta stagna della galleria,
inserendo i ganci sotto lo sguardo gelido del direttore. Poi
entrambi si chinarono nell'imboccatura per infilarsi nella
galleria illuminata.

L'albero rotante nella fossa produceva un ronzio stridulo


che faceva vibrare la galleria d'acciaio come la cassa
armonica di un violino. Stranamente, il rumore era più forte
a velocità ridotta. All'ingrassatore sembrava di essere sotto il
trapano di un dentista.
Ma il direttore pareva immune. Si fermò presso la
bronzina principale per quasi dieci minuti, tastandola per
sentire il calore e le vibrazioni; aggrondato, succhiava i suoi
mentini e scrollava cupamente la testa.
Finalmente procedettero nella galleria.
Quando giunse alla guarnizione principale, il direttore si
accosciò all'improvviso e la scrutò attentamente,
schiacciando i mentini fra i denti e corrugando la fronte.
Un rivoletto d'acqua marina filtrava dalla guarnizione e
colava nelle sentine. Il direttore la toccò col dito. Qualcosa si
era mosso, qualche equilibrio era compromesso, la
guarnizione non era più a tenuta stagna. Il piccolo sintomo,
pochi decilitri d'acqua marina, poteva essere il primo avviso
di un grave danno.
Il direttore si chinò poi a osservare l'albero rotante.
Chiuse un occhio e inclinò la testa, cercando nuovamente di
decidere se la lieve deformazione dell'albero motore fosse
reale o immaginaria.
A un tratto l'albero si bloccò. La decelerazione fu così
brusca che la forza torcente si comunicò al suo alveo. Le
pareti metalliche gemettero e scricchiolarono sotto la
tensione.
Il direttore si ritrasse di scatto e quasi subito l'albero
riprese a rotare, ma stavolta in senso inverso. Il ronzio
divenne rapidamente un urlo stridulo.
Dalla plancia avevano scatenato la potenza d'emergenza.
Era una pazzia, una pazzia suicida.
Afferrò l'ingrassatore per le spalle e gli gridò
all'orecchio:
«Torna in sala controllo, chiedi che cosa combinano in
plancia».
L'ingrassatore risalì la galleria. Gli occorsero dieci
minuti per arrivare in fondo al lungo passaggio, aprire il
portello a tenuta stagna e giungere nella sala controllo; e ne
impiegò altrettanti per tornare.
Il direttore considerò l'idea di seguirlo, ma non si sentiva
di lasciare l'albero. Chinò di nuovo la testa per osservarlo in
prospettiva, e stavolta vide con chiarezza che tremolava.
Non era uno scherzo della sua fantasia: c'era un accenno di
movimento. Si turò le orecchie per non essere assordato
dall'urlo dell'albero rotante, ma colse una nota nuova, lo
stridore del metallo contro il metallo. Vide accentuarsi il
tremolio dell'albero, vide sussultare i macchinari mentre il
ponte cominciava a vibrargli sotto i piedi.
«Dio mio! Qui scassano tutto!» gridò balzando in piedi.
Ora il ponte oscillava e sgroppava. Si avviò lungo
l'albero, ma la galleria tremava con tale violenza che dovette
aggrapparsi alla paratia per non cadere.
Annaspò come un ubriaco, sballottato dagli scossoni.
Più avanti vide la calotta della bronzina torcersi e
sussultare. Le vibrazioni gli risalivano lungo la spina dorsale
facendogli battere i denti.
Inorridito, vide l'enorme albero saltellare nel suo alveo,
mentre la bronzina si staccava dai supporti.
«Fermate le macchine!» urlò. «Per amor del cielo,
fermate le macchine!»
La sua voce si perse fra i gemiti e le urla del metallo
torturato, dei macchinari che si dilaniavano con frenesia
suicida.
La bronzina esplose e l'albero balzò contro la paratia,
squarciando l'acciaio come se fosse carta.

L'albero cominciò a serpeggiare e a contorcersi. Il


direttore si rannicchiò contro la paratia, turandosi le orecchie
per proteggersi dal frastuono intollerabile.
Una scheggia della bronzina lo colpì in faccia,
squarciandogli il labbro superiore, maciullandogli il naso e
strappandogli i denti anteriori.
Barcollò in avanti e l'albero impazzito lo afferrò come
una belva furiosa, lo fece a pezzi, lo schiacciò nel suo alveo
e lo spiaccicò sulle pareti.
L'albero motore si spezzò come un fuscello nel punto
dov'era stato arroventato e indebolito. Non più bilanciato, il
peso dell'elica strappò via il mozzicone attraverso la
guarnizione di poppa.

Il mare irruppe nell'apertura, allagando in un attimo la


galleria e investendo il portello a tenuta stagna. L'enorme
elica di bronzo, con attaccato il mozzicone dell'albero
motore, il tutto pesante centocinquanta tonnellate, cadde a
piombo per quattrocento braccia e si seppellì nel fango molle
del fondale.
Finalmente libera dalla tortura nel suo ventre, la Golden
Dawn si fece silenziosa. Procedette d'abbrivo, con i ponti
immobili, perdendo lentamente velocità mentre l'acqua
frenava il suo scafo.
Per un terribile momento, Samantha fu sopraffatta dal
rimorso. Si sentiva responsabile d'aver condotto quella gente
in un pericolo mortale. Guardò la Golden Dawn oltre la
murata del battello.
La petroliera si avvicinava senza rallentare. Forse aveva
virato di qualche grado, perché la prua non era più puntata
direttamente su di loro, ma la velocità era costante.
Maledisse la propria inesperienza, la propria incapacità.
Cercò di riflettere, di riscuotersi dall'annichilimento.
«Giubbotti di salvataggio!» pensò. Gridò a Sally-Anne,
sul ponte:
«I giubbotti di salvataggio sono nell'armadio dietro la
tuga».
Tutti i visi si girarono verso di lei, improvvisamente
sconvolti. Fino ad allora era stata una bravata, il vecchio
gioco di sfidare gli speculatori, di provocare il sistema. Ma a
un tratto il gioco era divenuto un rischio mortale.
«Presto!» gridò Samantha.
Tutti corsero a poppa.
«Rifletti!» Samantha scrollò la testa per snebbiarsi le
idee. «Rifletti!» si impose. Ora udiva la petroliera, il fremito
dell'acqua sotto lo scafo, lo scroscio dell'onda di prua che si
piegava.
Il collegamento della valvola a farfalla del Dicky si era
già rotto un anno prima, mentre navigavano al largo di Key
West. Si era roto fra la plancia e le macchine. Samantha
aveva osservato Tom Parker trafficare con le macchine,
reggendogli la lanterna per rischiarare l'angusto locale. Non
ricordava bene che cos'aveva fatto; le pareva che avesse
controllato a mano i giri delle macchine, toccando qualcosa
su un lato del blocco motore, sotto la grossa coppa del filtro
dell'aria.
Scese precipitosamente in macchina. Il diesel era in
funzione, ma non generava abbastanza potenza per muovere
il peschereccio.
Scivolò sul ponte viscido di grasso e cadde. Mentre si
rialzava, sfiorò il tubo di scarico rovente e gridò di dolore.
Girò intorno al blocco e brancolò sotto il filtro dell'aria,
spingendo e tirando tutto quel che toccava. Trovò una molla
a spirale e s'inginocchiò per esaminarla.
Cercò di non pensare all'enorme scafo d'acciaio che
incombeva sul peschereccio, mentre lei era intrappolata nel
piccolo locale della macchina che puzzava di grasso, di
scarichi e di sentina. Cercò di non pensare che non aveva il
giubbotto di salvataggio, che la petroliera poteva schiacciare
il Dicky come una scatoletta di fiammiferi.
Scoprì che la molla era unita a una leva in posizione
verticale. Abbassò la leva contro la pressione della molla e il
diesel cominciò istantaneamente a ruggire. Colta di sorpresa,
Samantha abbandonò la leva. Il pulsare del diesel morì in un
borbottio pigro e lei sprecò secondi preziosi per riafferrare la
leva e abbassarla di nuovo. Il motore ruggì, e Samantha si
accorse che il battello acquistava velocità. Cominciò a
pregare.
Non udiva le parole, nel baccano delle macchine. Non
era sicura che avessero senso, ma tenne aperta la valvola a
farfalla e pregò.
Non sentì le grida sul ponte superiore. Ignorava a che
distanza fosse la Golden Dawn, ignorava se Hank Petersen
fosse ancora nella timoneria per togliere il peschereccio dalla
rotta della petroliera. Tenne aperta la valvola e continuò a
pregare.
All'improvviso il peschereccio sussultò sotto un urto
squassante, seguito dallo scricchiolio del legname fracassato
e dal rollio pazzo dello scafo che cedeva all'impatto.
Samantha fu scagliata contro l'acciaio rovente delle
macchine, batté la fronte e fu accecata da un lampo. Cadde
all'indietro stordita dalla botta, e giacque rannicchiata sul
ponte.
Non seppe per quanto tempo rimase priva di sensi, ma
dovette passare solamente qualche secondo. Uno spruzzo
d'acqua gelida la richiamò alla coscienza. Si rizzò in
ginocchio.
Alla luce dell'unica lampadina, vide l'acqua infiltrarsi fra
le travi della paratia accanto a lei.
I suoi indumenti erano fradici, l'acqua salata le
appannava la vista, le sembrava d'avere il cranio spaccato e
sentiva un dolore lancinante fra gli occhi.
Capì confusamente che il diesel girava a vuoto, che il
ponte era allagato mentre il peschereccio rollava
sfrenatamente in balia di una violentissima turbolenza.
Temette che la petroliera lo avesse schiacciato sott'acqua.
Poi capì che era stata l'onda del gigantesco scafo a
sballottarli. Ma galleggiavano ancora.
Cominciò a strisciare sul ponte inclinato. Sapeva
dov'erano le pompe di sentina, Tom lo aveva insegnato a
tutti. Era il momento di usarle.
Hank Petersen fece capolino dalla timoneria, agitando le
braccia per assestarsi il giubbotto di salvataggio. Non sapeva
se gettarsi in mare e allontanarsi a nuoto dalla rotta della
petroliera o restare a bordo e correre il rischio della
collisione imminente.
Intorno a lui, gli altri si dibattevano nella stessa
incertezza. Si accalcavano in silenzio contro la ringhiera,
fissando la montagna d'acciaio che celava metà del cielo.
Solo l'operatore della televisione, un maniaco sprezzante del
pericolo, era rimasto sul tetto della timoneria e continuava a
riprendere imperterrito. Le sue esclamazioni di giubilo e il
ronzio della cinepresa si mischiavano allo scroscio dell'onda
di prua della Golden Dawn.
Era alta cinque metri e si allargava come un incendio
nella prateria.
Il tubo di scarico sopra la testa di Hank diede in un
ruggito rauco e poi riprese a borbottare. Hank alzò lo
sguardo senza capire. Ora ruggiva di nuovo e il ponte
vibrava sotto i suoi piedi. Da poppa venne il gorgoglio
dell'acqua agitata dall'elica. Il Dicky si riscosse dal suo
letargo e alzò la prua contro la corrente del Golfo.
Hank rimase paralizzato per un attimo, poi balzò nella
timoneria e girò la barra in una brusca virata. Guardò
dall'oblò laterale.
Adesso la prua della Golden Dawn riempiva tutta la
visuale, ma il peschereccio sgusciava via mentre la prua
della petroliera piegava maestosamente nella direzione
opposta.
Ancora pochi secondi e sarebbero stati in salvo. Ma
l'onda di prua li investì e Hank fu scagliato in fondo alla
timoneria. Sentì qualcosa schiantarsi nel petto e subito dopo
udì un crepitio di legno fracassato, come se due navi
cozzassero fra di loro. Fu sballottato dall'altra parte e ruzzolò
sul ponte annaspando.
Cercò di rialzarsi, ma il pazzo rollio del peschereccio lo
fece cadere di nuovo. Vi fu un altro urto squassante, mentre
il peschereccio strisciava contro la fiancata della petroliera e
poi se ne scostava ballonzolando come un tappo di sughero.
Finalmente riuscì a rimettersi in piedi. Si piegò in due,
comprimendosi le costole rotte, e sbirciò attraverso l'oblò
della timoneria.
Mezzo miglio più oltre, la petroliera cedeva pigramente
al vento. Sotto la poppa non c'era la schiuma dell'elica. Hank
andò barcollando sulla soglia e guardò. La coperta era
ancora allagata, ma l'acqua defluiva dagli ombrinali.
La ringhiera era maciullata, vari tratti penzolavano fuori
bordo, il fasciame era scheggiato e sconnesso.
Samantha emerse alle sue spalle dalla botola della sala
macchine. Aveva una contusione purpurea in mezzo alla
fronte, era fradicia e sporca di grasso.
Quando si scostò i capelli dal viso, Hank vide l'ustione
rossa sul dorso della sua mano.
«Stai bene, Sam?»
«Imbarchiamo acqua», disse lei. «Non so fino a quando
basterà la pompa.»
«Hai riparato le macchine?» domandò Hank.
Samantha annuì. «Ho tenuto aperta la valvola a farfalla»,
rispose. Poi, accalorandosi: «Giuro che laggiù non ci torno.
Che scenda qualcun altro, il mio turno l'ho fatto».
«Ci penso io», disse Hank. «Tu prendi la barra. Prima
torniamo a Key Biscayne, meglio è.»
Samantha guardò la mole della Golden Dawn che si
allontanava. «Dio mio!»
Scrollò la testa, ancora incredula. «Dio mio! Siamo stati
fortunati!»
^
«Quando il cielo si fa a pecorelle ammaina le vele che
arrivan le procelle»
Nick Berg recitò fra sé la vecchia filastrocca dei marinai,
mentre guardava in su schermandosi gli occhi.
La nube era leggiadra come un merletto. Alta nella
cappa azzurra del cielo, si allargava rapidamente in volute
sfumate. I contorni cangiavano e si dilatavano a vista
d'occhio, rivelando la tremenda forza del vento. La nube si
trovava ad almeno diecimila metri d'altezza, l'aria sottostante
era tersa e serena; ma a ovest si addensavano nembocumuli
rigonfi, scaturiti dalla massa ancora invisibile della Florida.
Navigavano da sei ore nella corrente del Golfo: si
distingueva nettamente dal resto del mare a causa delle onde
brevi e ravvicinate, del particolare brillio dell'acqua. Si
riscaldava nel bacino caraibico aumentando di volume, poi
attraversava il Golfo del Messico, assorbendo altro calore e
gonfiandosi sino a formare una collinetta d'acqua che
correva per lo Stretto di Florida; quindi piegava a nordest in
un ampio ventaglio che mitigava il clima dell'Europa,
riscaldando le zone di pesca dell'Atlantico settentrionale.
Da qualche parte, davanti alla prua del Warlock, la
Golden Dawn arrancava verso sud, lottando contro la
corrente che riduceva la sua velocità di ottanta miglia al
giorno. Puntava diritto verso uno degli uragani più funesti
che si fossero mai scatenati.
Nick rifletté nuovamente sulla psicologia dell'uomo che
correva un rischio simile, un uomo che puntava tutto in una
sola giocata. Poteva comprenderlo, anche lui si era trovato
con l'acqua alla gola; ma lo odiava. Duncan Alexander
rischiava la vita di suo figlio, rischiava la vita di un oceano e
di milioni di persone. Duncan Alexander puntava gettoni che
non gli appartenevano.
Nick aveva un solo desiderio: raggiungere la Golden
Dawn e portar via suo figlio. L'avrebbe fatto, a costo di
abbordare la petroliera come un pirata.
Nell'alloggio del comandante c'era un armadio chiuso e
sigillato con le armi: due doppiette automatiche con pallini
calibro 12 e sei pistole Walther PK 38.
Il Warlock era attrezzato per ogni emergenza, compresi
la pirateria e l'ammutinamento a bordo di una nave durante
le operazioni di ricupero. Nick era pronto a condurre una
squadra armata sulla Golden Dawn e a subirne le
conseguenze.
Il Warlock filava nella maretta della corrente del Golfo,
fra alti spruzzi di spuma; ma per Nick era troppo lento. Si
girò con impazienza e cominciò a passeggiare per la plancia.
David Allen lo guardò. Il suo viso fanciullesco era
accigliato.
«Il vento è calato un poco. Adesso soffia verso ovest»,
disse.
Nick ricordò un'altra strofa della filastrocca:
«Quando il vento contro sole tira stai attento che poi si
rigira»
Ma non la recitò. Disse invece:
«Stiamo entrando nelle propaggini di 'Lorna'. Quando
saremo vicini al centro, il vento soffierà nella direzione
opposta».
Andò nella cabina radio e Trog alzò gli occhi. Nick non
ebbe bisogno di chiederglielo, Trog scosse la testa. Dopo la
lunga conversazione con la guardia costiera, avvenuta di
primo mattino, la Golden Dawn non aveva più comunicato.
Nick si accostò al radarscopio e studiò lo schermo per
alcuni minuti; la rotta, di solito assai battuta, era stranamente
deserta. Qualche barca attraversava il canale principale,
forse erano pescherecci o yacht che correvano a ripararsi
dall'uragano incombente.
Gli abitanti delle isole e della costa della Florida stavano
sicuramente mettendo in atto le misure d'emergenza contro
l'assalto dell'uragano. Da quando le innumerevoli isolette
che formano le Florida Keys erano state collegate con
l'autostrada, più di trecentomila persone si erano stabilite là,
trasformando le isole vergini in un termitaio. Se l'uragano le
avesse investite, i danni materiali e le perdite umane
sarebbero stati incalcolabili: probabilmente era il luogo più
vulnerabile di tutta la costa. Nick cercò di figurarsi che cosa
sarebbe successo se un milione di tonnellate di greggio
tossico avesse contaminato il litorale già devastato
dall'uragano. La fantasia rifiutò di obbedirgli. Lasciato il
radar, andò nella parte anteriore della plancia e scrutò
l'orizzonte dello stretto: pareva celare ogni orrore
immaginabile.
La porta della cabina radio era spalancata e nella plancia
regnava il silenzio, così tutti udirono chiaramente. Colsero
ogni sibilo del respiro, mentre il marconista taceva tra una
frase e l'altra. La lieve distorsione della sintonia non alterò
l'ansia del suo tono.
«Mayday! Mayday! Mayday! Qui è la petroliera Golden
Dawn. La nostra posizione è 79° 50' ovest e 25° 43' nord.»
Prima ancora d'arrivare al tavolo da carteggio, Nick capì
che era cento miglia più avanti. Ne ebbe la conferma non
appena si chinò sul tavolo.
«Abbiamo perso l'elica in seguito alla rottura dell'albero
motore. Andiamo alla deriva.»
Nick girò la testa di scatto. Non poteva concepire una
situazione più pericolosa, per una nave così grande, E Peter
era a bordo.
«Qui è la Golden Dawn. Chiamiamo la guardia costiera
degli Stati Uniti, o qualsiasi nave in grado di offrire
assistenza...»
Nick giunse nella cabina radio in tre falcate, e qui Trog
gli porse immediatamente il microfono.
«Golden Dawn, qui è il rimorchiatore Warlock. Fra
quattro ore sarò in grado di prestarvi assistenza.» Al diavolo
la consegna del silenzio. C'era suo figlio, là. «Dite ad
Alexander che offro il contratto standard dei Lloyd's.
Esigo che sia accettato immediatamente.»
Gettò il microfono e irruppe in plancia come una furia.
Prese David Allen per un braccio e gli parlò con voce rauca.
«Rotta d'intercettamento al massimo della potenza»,
ordinò. «Dica a Beauty Baker di aprire tutti i rubinetti.»
Lasciò il braccio di David e tornò nella cabina radio. «Mandi
un telex a Jules Levoisin sul Sea Witch. Voglio sapere
quanto tempo impiegherà per raggiungere la Golden Dawn
alla massima velocità possibile.»
Si chiese se i due rimorchiatori sarebbero riusciti a
controllare la mole inerte della Golden Dawn nel vento
dell'uragano.
Jules rispose quasi subito. Aveva fatto rifornimento a
Charleston e lasciato il porto quasi sei ore prima. Filava a
tutta forza, adesso, e dichiarò che avrebbe raggiunto la
Golden Dawn alle dodici del giorno seguente. Secondo il
bollettino meteorologico che avevano appena ricevuto da
Miami, pensò Nick, l'uragano «Lorna» avrebbe attraversato
lo stretto proprio a quell'ora. Si rivolse a David Allen.
«David, che io sappia non ci sono precedenti. Ma dato
che mio figlio è a bordo della Golden Dawn, devo assumere
il comando della nave. Solo per adesso, naturalmente.»
«Sarò onorato di essere ancora il suo primo ufficiale,
signore», disse David.

Nick capì che era sincero.


«Se faremo un buon ricupero, avrà la parte del
comandante», gli promise, e lo ringraziò sfiorandogli il
braccio. «Vuole predisporre ogni cosa per lanciare un cavo
alla petroliera?» David si girò per lasciare la plancia, ma
Nick lo fermò. «Fra poco troveremo un vento da incubo. Lo
tenga a mente.»
«Telex», gracidò Trog. «La Golden Dawn risponde.»
Nick andò nella cabina radio e lesse il messaggio mentre
veniva stampato.
OFFERTA CONTRATTO DI NOLEGGIO
GIORNALIERO
PER RIMORCHIARE QUESTA NAVE DA
POSIZIONE ATTUALE

A BAIA DI GALVESTON

«Bastardo!» ringhiò Nick. «Si permette il lusso di


mercanteggiare, con un uragano in vista e mio figlio a
bordo.» Pestò con ira il pugno sulla palma della mano. «E va
bene!» disse seccamente. «Se vuole il gioco duro, l'avrà! Mi
chiami il direttore della guardia costiera al quartier generale
di Fort Lauderdale. Lo chiami sulla frequenza d'emergenza
della guardia costiera. Gli parlerò in chiaro.»
Trog stabilì il contatto con maligna soddisfazione.
«Colonnello Ramsden», disse Nick. «Qui parla il
comandante del Warlock. Il mio rimorchiatore è l'unico che
possa raggiungere la Golden Dawn prima del passaggio di
'Lorna', e probabilmente l'unico in tutta la costa orientale che
sviluppi 22.000 cavalli. Se il comandante della Golden
Dawn non accetta il contratto standard dei Lloyd's entro
un'ora, farò rotta per l'ancoraggio più vicino perché non
voglio mettere inutilmente a repentaglio la mia nave e
l'equipaggio. E voi avrete un milione di tonnellate di greggio
tossico nelle acque territoriali in condizioni d'uragano.»
Il direttore della guardia costiera parlò con la voce
profonda e misurata di un uomo abituato a esercitare
l'autorità.
«Restate in linea, Warlock. Mi metto in contatto con la
Golden Dawn sul canale 16.»
Nick fece segno a Trog di alzare il volume sul canale 16.
Ascoltarono Ramsden parlare direttamente con Duncan
Alexander.
«Se la sua nave entrerà nelle acque territoriali degli Stati
Uniti senza governo o senza un rimorchiatore in grado di
governarla, sarò costretto a sequestrare la nave e a fare i
passi necessari per impedire l'inquinamento delle nostre
acque. L'avviso che tali passi potranno comprendere anche la
distruzione del carico.»
Dieci minuti dopo, Trog copiò un telex personale per
Nicholas Berg da Duncan Alexander. Accettava il contratto
standard dei Lloyd's e gli chiedeva di prendere a rimorchio
la Golden Dawn al più presto.
«Prevedo che fra due ore entreremo nelle acque
territoriali americane, oltre il limite delle 100 braccia»,
concludeva il messaggio.
Mentre Nick leggeva il telex, ritto sull'ala esterna della
plancia del Warlock, il vento gli fece improvvisamente
svolazzare il foglio fra le mani, incollandogli la camicia al
petto. Alzato lo sguardo, vide che adesso il vento soffiava
verso est e cominciava ad artigliare le creste delle onde. Il
sole al tramonto era un globo di sangue fra i cirri che ora
coprivano il cielo da un orizzonte all'altro.
Nick aveva fatto tutto il possibile. Il Warlock filava al
massimo della potenza, l'equipaggio si preparava a lanciare
il cavo alla petroliera. Non restava che attendere, ed era la
parte più snervante.
L'oscurità calò in fretta, ma all'ultima luce Nick scorse
una massa nera e montagnosa all'orizzonte occidentale. La
fissò affascinato, finché la notte misericordiosa celò il volto
terribile di «Lorna».
Il vento sconvolgeva la corrente del Golfo, suscitando
una ridda di onde confuse. Non era costante, soffiava in
raffiche tempestose, e la pioggia sferzava rabbiosamente le
finestre della plancia.
La notte era buia come la pece, non brillava una sola
stella. Il Warlock beccheggiava e scalciava sulle onde
invisibili.
«Il barometro sale», annunciò a un tratto David Allen.
«É saltato su di tre millibar. Adesso indica 1005.»
«La saccatura», disse cupamente Nick. Era una tipica
formazione d'uragano, la stretta cintura di pressione più alta
che delimitava la fascia esterna del gran vortice di aria
tormentata. «Ci stiamo entrando.»
Mentre parlava, le tenebre si squarciarono
all'improvviso, il cielo si fece di brace e il mare si tinse di
rosso. Pareva che fosse stata aperta una fornace.
Sulla plancia del Warlock, nessuno fiatò. Alzarono il
viso con timore riverenziale e guardarono il cielo.
Le nubi si accavallavano basse, riverberando la sinistra
vampa rossa. La luce scemò lentamente e cambiò colore,
divenne verdastra e fosforescente come la carne putrida.
Nick fu il primo a parlare.
«Il Faro del Diavolo», mormorò.
Volle darne una spiegazione razionale, per esorcizzare il
terrore superstizioso che si era impadronito di loro. Erano
semplicemente i raggi del sole sotto l'orizzonte occidentale
che illuminavano il tetto di nubi della tempesta, venendo
riflessi in basso attraverso le nubi più rade della depressione.
Ma non riuscì a trovare le parole adatte per sminuire il
fenomeno. Era una leggenda dei marinai: il fuoco maligno
che guidava una nave condannata al suo destino.
La luce spettrale svanì lentamente, lasciando la notte più
buia e più paurosa di prima.
«David», disse Nick, per distrarre gli ufficiali, «siamo
già arrivati a contatto radar?»
Il primo ufficiale si riscosse e andò al radarscopio.
«Lo schermo è molto confuso», rispose, in tono ancora
sgomento.
Nick gli andò a fianco.
Il fascio rotante rivelava una massa vorticosa di disturbi
marini e gli strani echi prodotti dalla tempesta in arrivo. I
contorni della Florida e delle Bahamas erano fermi e chiari.
Ricordarono a Nick che c'era poco spazio in cui manovrare i
suoi rimorchiatori e la loro mostruosa preda.
Poi, nella confusione di disturbi, il suo occhio esperto
colse un segnale più definito al limite estremo della portata
dell'apparecchio. Lo osservò per sei o sette giri del fascio.
Comparve ogni volta con maggior chiarezza.

«Contatto radar», annunciò. «Avvisare la Golden Dawn


che siamo in contatto a sessantacinque miglia nautiche. Li
prenderemo a rimorchio prima di mezzanotte.» Aggiunse
sottovoce le tradizionali precisazioni del marinaio:
«Dio volendo e tempo permettendo».
Le luci sulla plancia del Warlock erano state attenuate
perché fosse più facile avvistare la Golden Dawn. Quattro
ufficiali scrutavano il buio in direzione della petroliera.
Sullo schermo del radar, la sua immagine era ferma e
nitida entro l'anello delle due miglia, ma dalla plancia era
invisibile.
Nelle due ore trascorse dal primo contatto, il barometro
si era impennato brevemente durante l'attraversamento della
saccatura, per poi precipitare: da 1005 era caduto a 990 e
continuava a scendere, mentre il vento soffiava verso est con
un urlo sempre più stridulo. La pioggia riduceva la visibilità
a poche centinaia di metri: nemmeno i due riflettori del
Warlock, situati venticinque metri sopra la coperta, alla
sommità della torre antincendio, riuscivano a perforare le
solide cortine di pioggia.
Nick brancolava nella nebbia d'acqua come un cieco,
regolando la potenza e il passo dell'elica per avvicinarsi
cautamente alla Golden Dawn. Il suo tono calmo e
impersonale, mentre impartiva gli ordini al timoniere,
contrastava con il suo pallore e con l'espressione vigile degli
occhi.
Un'altra raffica investì bruscamente il Warlock. Con un
urlo isterico, fece sbandare il grosso rimorchiatore lacerando
le cortine di pioggia, e per un attimo Nick scorse la Golden
Dawn.
Era proprio dove si aspettava che fosse, ma l'alta
struttura della plancia fungeva da vela e la nave scarrocciava
velocemente.
Tutte le luci di coperta e degli oblò erano accese; sulla
testa dell'albero brillavano i due fanali rossi che segnalavano
una nave alla deriva. Un'onda sospinta dal vento si riversò
sulla coperta, spandendosi in un ventaglio di spuma fumante
e la nave parve uno scoglio sommerso.
«Pari avanti mezza», disse Nick al timoniere. «Accostare
a dritta.»
Il Warlock si avvicinò rapidamente alla petroliera. Era
visibile, adesso; anche quando si richiusero le cortine di
pioggia, si poteva distinguere la sagoma spettrale della nave
e il brillio delle luci.
David Allen la guardava con impazienza. Senza
distogliere gli occhi dal colosso alla deriva Nick gli chiese:
«Profondità?»
«Centosessanta braccia e diminuisce.»
Stavano uscendo dal canale principale e si avvicinavano
ai bassifondi della costa.
«La rimorchierò di poppa», annunciò Nick.
David ne capì subito il motivo. Era impossibile
assicurare un cavo alla prora spazzata da onde alte quattro o
cinque metri.
«Vado a prua», cominciò David, ma Nick lo interruppe.

«No, David, resti qui. Io salgo a bordo della Golden


Dawn.»
«Ma signore...»
David avrebbe voluto dirgli che bisognava lanciare il
cavo senza indugio: la sponda sottovento era troppo vicina.
«É la nostra ultima opportunità d'imbarcare passeggeri,
prima che c'investa l'uragano vero e proprio», replicò Nick.
David capì che era inutile protestare. Nick Berg voleva
prendere suo figlio.
Dalla plancia della Golden Dawn si vedeva chiaramente
il ponte del rimorchiatore.
Peter Berg stava accanto a sua madre, alto quasi come
lei. Indossava il giubbotto di salvataggio e portava un
berrettino calcato sulle orecchie.
«Andrà tutto bene», disse a Chantelle. «É arrivato papà.
Possiamo stare tranquilli.»
Rollando e beccheggiando, il Warlock accostò alla
fiancata sottovento della petroliera. La pioggia lo avvolgeva
come un denso fumo bianco. Ogni tanto la sua prora
affondava e una verde valanga d'acqua marina si riversava
sul ponte.
In confronto al movimento sfrenato del rimorchiatore, la
Golden Dawn sguazzava pesantemente, gravata da un
milione di tonnellate di petrolio greggio. Le onde la
investivano con furia sempre maggiore, quasi fossero irritate
dalla sua indifferenza. Il Warlock continuò ad accostare.
Duncan Alexander emerse dalla cabina radio in fondo
alla plancia. Si bilanciava con disinvoltura nel greve rollio
della Golden Dawn, ma era stravolto e paonazzo di collera.
«Berg vuole salire a bordo», esplose. «Spreca tempo
prezioso. Gli ho detto che deve rimorchiarci subito in acque
più profonde.»
Peter Berg lo interruppe indicando il Warlock.
«Guarda!» gridò.
Fino ad allora, la notte e la tempesta avevano celato gli
uomini sulla torretta anteriore del Warlock. Indossavano
impermeabili luccicanti di pioggia e giubbotti di salvataggio.
Stavano calando la passerella d'abbordaggio.
«C'è papà!» gridò Peter. «Eccolo là, davanti a tutti!»
Al limite estremo di un rollio, la passerella del Warlock
toccò l'orlo del cassero della petroliera, tre metri sopra la
coperta inondata. La figura in testa corse agilmente sulla
passerella, rimase per un attimo in equilibrio sopra le acque
ruggenti e poi superò con un balzo lo spazio aperto. Si
aggrappò alla battagliola e si issò a bordo della Golden
Dawn.
Il rimorchiatore si scostò all'istante, portandosi a una
cinquantina di metri dalla fiancata di dritta della petroliera.
Fu quasi celato dalle cortine di pioggia, ma tenne saldamente
la posizione, benché il vento e il mare si adoperassero per
separare le due navi.
La manovra fu eseguita con tale maestria che una
persona inesperta non ne avrebbe mai potuto capire la
difficoltà.
«Papà sta tendendo una cima», disse Peter con orgoglio.
Chantelle abbassò lo sguardo e vide che due marinai
assicuravano al cassero un cavo bianco di nailon. Poi una
braga di tela venne fatta scorrere con l'argano dalla torre
antincendio del rimorchiatore.
Le porte dell'ascensore si aprirono ronzando e Nick Berg
entrò nella plancia della petroliera. L'acqua stillava copiosa
dal suo impermeabile, formando pozze ai suoi piedi.
«Papà!»
Peter gli corse incontro e Nick si chinò ad abbracciarlo.
Poi si raddrizzò, cingendogli le spalle. Affrontò Chantelle e
Duncan Alexander.
«Non illudetevi», disse con calma, «non ho molte
speranze di salvare la nave. Così porto via chiunque non
debba restare a bordo per manovrarla».
«Come sarebbe a dire?» gridò Duncan Alexander. «Hai
ventiduemila cavalli di potenza. Puoi benissimo...»

«C'è un uragano in arrivo», lo interruppe freddamente


Nick, volgendosi a guardare la notte tumultuante. «Questo è
solo l'inizio.» Si rivolse a Randle.
«Quanti uomini vuole tenere a bordo?»
Randle rifletté un momento.
«Resteremo io, un timoniere e cinque marinai per
manovrare i cavi di rimorchio e governare la nave.» Fece
una pausa, poi aggiunse: «E il personale delle pompe per
tenere il carico sotto controllo».
«Lei farà il timoniere e io mi occuperò delle pompe. Mi
serviranno solo tre uomini. Mi procuri dei volontari», decise
Nick. «Faccia trasbordare tutti gli altri.»
«Ma signore...» protestò Randle.
«Capitano Randle, le ricordo che nella mia qualità di
comandante del ricupero, la mia autorità prevale sulla sua.»
Nick non attese la risposta.
«Chantelle», disse, «porta Peter sul cassero. Voi andrete
per primi».
«Insomma, Berg.» Duncan non riuscì più a contenersi.
«Che cosa aspetti a lanciare il cavo di rimorchio? La nave è
in pericolo.»
«Scendi con gli altri», replicò seccamente Nick. «Alle
procedure ci penso io.»
«Dagli retta, caro.» Chantelle sorrise sarcasticamente a
suo marito. «Hai perso. In questo momento Nicholas è
l'unico vincitore.»
«Chiudi il becco, accidenti a te», sibilò Duncan.
«Scendete sul cassero, ho detto.»
La voce di Nick rintronò come uno sparo.
«Io resto qui», annunciò bruscamente Duncan. «Ho
preso un impegno. Ho detto che sarei rimasto a bordo per
tutto il viaggio e ci rimarrò, maledizione.»
Nick lo osservò per un lungo momento, poi sorrise
cupamente.
«Non sei un codardo», disse con riluttanza. «Tutto, ma
non un codardo. Resta pure, forse un uomo in più ci verrà
utile.» Poi, a Peter: «Vieni, ragazzo mio».
Lo condusse verso l'ascensore.
Presso la battagliola di dritta, Nick abbracciò il ragazzo
e lo tenne stretto a sé, mentre il vento urlava sopra di loro.
«Ti voglio bene, papà.»
«Anch'io, Peter. Non so dirti quanto. Ma devi andare,
adesso.»
Raddrizzatosi, imbragò il ragazzo, indietreggiò e agitò il
braccio destro.
La squadra al verricello del Warlock obbedì, e un attimo
dopo la braga ondeggiava nel vuoto fra le due navi; il cavo
di nailon sembrava tenue e delicato come il filo di una
ragnatela.
Le due navi rollavano e beccheggiavano, facendo
tendere e allentare il cavo.
A tratti la braga rasentava la superficie del mare e le
onde si protendevano a sfiorarla con i gelidi artigli verdi, a
tratti la fune si tendeva minacciando di spezzarsi e di lasciar
cadere il ragazzo. Ma finalmente giunse sul rimorchiatore e
quattro paia di mani robuste lo trassero al sicuro. Peter fece
un gesto di saluto a Nick e fu condotto via. La braga vuota
venne rimandata indietro.
Soltanto allora Nick si accorse che Chantelle gli
stringeva il braccio. Si voltò a guardarla. Le sue ciglia erano
imperlate di pioggia, il suo viso solcato da rivoletti d'acqua.
Infagottata nell'impermeabile e nel giubbotto di salvataggio,
sembrava una bimba. Era bella come sempre, ma i suoi
occhi erano sgomenti.
«Ho sempre avuto bisogno di te, Nicholas», disse
fiocamente.
«Ma mai come adesso.» Il vento si portava via la sua
vita, e lei aveva paura. «Mi restate solamente tu e questa
nave.»
«No. Solo la nave», ribatté bruscamente lui.
Si accorse con stupore che l'incantesimo era spezzato. Il
suo punto debole, che Chantelle aveva sempre colpito senza
fallo, era adesso corazzato contro di lei. Con un improvviso
senso di sollievo, capì di essere finalmente libero.
Era tutto finito. Là, nella tempesta, si sentiva libero e
leggero.
Anche lei se ne accorse. La paura nei suoi occhi divenne
terrore.
«Nicholas, non puoi abbandonarmi in un momento
simile. Oh, Nick, che cosa sarà di me, senza di te e senza la
Christy Marine?»
«Non lo so», rispose lui. Afferrò la braga non appena
giunse sopra la battagliola della Golden Dawn. Sollevò
Chantelle senza sforzo, come aveva sollevato suo figlio, e la
depose sul sedile di tela. «E per essere sincero, non mi
interessa», aggiunse.
Indietreggiò e diede il segnale. La braga fu attirata nel
vuoto e oscillò al vento come un pendolo. Chantelle gli gridò
qualcosa, ma Nick si stava già dirigendo verso poppa, dove
lo aspettavano i tre volontari.

Capì subito che erano uomini forti e competenti.


Controllò rapidamente la loro attrezzatura, dagli spessi
guanti di cuoio alle gaffe per manovrare il cavo.
«Bene», disse. «Useremo la teleferica della braga per
tirare a bordo un cavo messaggero. Ma prima la nave dovrà
essere sgombrata.»
Poiché gli uomini non erano pratici del lavoro e il tempo
peggiorava rapidamente, occorse quasi un'ora perché il cavo
principale del Warlock fosse assicurato alle bitte poppiere
della Golden Dawn con il suo gran cappio di nailon. Ma per
Nick il tempo era volato, e sussultò di stupore quando
guardò l'orologio. Ormai il vento doveva averli spinti vicino
alla costa. Entrò nel castello di poppa, lasciando un rivolo
d'acqua marina lungo il corridoio che portava agli ascensori.
In plancia, il capitano Randle manovrava cupamente la
barra. Come vide Nick, Duncan Alexander disse in tono
d'accusa:
«Ci hai quasi portato in secca».
A Nick bastò un'occhiata al manometro di profondità per
averne la conferma.
Sotto la chiglia c'erano solamente trentotto braccia
d'acqua, e la Golden Dawn pescava venti braccia. La bufera
li aveva sospinti a velocità prodigiosa.
Erano quasi in secca, Nick doveva ammetterlo, ma non
tradì la minima ansia mentre si accostava a Randle e
prendeva il microfono.
«David», disse con calma, «pronto a rimorchiarci?»
«Signorsì», rispose la voce di David Allen
dall'altoparlante.
«Giriamo il timone tutto a sinistra per aiutarvi a virare
controvento», disse Nick, quindi fece un cenno a Randle.
«Tutta a sinistra.»
«Quaranta gradi a sinistra», riferì Randle.
Sentirono il lieve sussulto quando il cavo di rimorchio si
tese. Il Warlock iniziò con prudenza a far virare l'enorme
nave contro le raffiche sempre più impetuose, per
rimorchiarla di poppa nelle acque profonde del canale, dove
avrebbe potuto affrontare l'uragano in condizioni migliori.
Ormai era evidente che la Golden Dawn si trovava
sull'itinerario di «Lorna», e l'uragano si scatenò su di loro
con tutta la sua furia. Il sole sorse sul mondo sano e
razionale, ma là non vi fu alba, poiché il cielo e l'orizzonte
erano scomparsi. Imperavano la pazzia, il vento e l'acqua,
mischiati in un unico elemento.
Un'ora prima, un'ora che sembrava un'eternità, il vento
aveva strappato via l'anemometro e gli altri apparecchi
meteorologici dalla sommità della plancia.
Nick non poteva più valutare la forza e la direzione delle
raffiche.
Fuori, oltre le finestre della plancia, il vento lacerava la
superficie del mare, sollevando spesse cortine d'acqua salata
che sferzavano la plancia in una nebbia rugghiante,
riducendo la visibilità ai soli vetri delle finestre.
La coperta della petroliera era sparita nell'emulsione
turbinosa d'acqua e vento, non si scorgeva nemmeno la
battagliola della plancia esterna a due metri dalle finestre.
Ogni sovrastruttura gemeva, scoppiettava e vibrava sotto
l'assalto del vento, le paratie d'alluminio si gonfiavano e si
torcevano, il ponte stesso si fletteva sotto il peso della
tempesta.
Una sinistra luce plumbea filtrava fra i vortici d'acqua e
aria. Ogni pochi secondi, gli impulsi elettrici generati
dall'immensa montagna d'aria turbinante esplodevano in
scoppi di tuono e folgori abbaglianti.
Il Warlock era invisibile. Le scariche elettriche e la
turbolenza della tempesta avevano ridotto la portata del radar
a poche miglia, e l'apparecchio era pressoché inutilizzabile.
Le scariche impedivano il contatto radio con il
rimorchiatore. Giungeva soltanto qualche parola smozzicata
di David Allen.
Imprigionato nella gabbia gemente e vibrante della
plancia, accecato e assordato dalle forze scatenate della
natura, Nick era impotente. Tutti loro erano in balia
dell'uragano.
Randle aveva bloccato la barra della superpetroliera a
mezzanave. Adesso era curvo sul tavolo da carteggio con
Duncan e tre marinai. Dovevano aggrapparsi per non cadere,
e i loro visi parevano scolpiti nel gesso.
Ma Nick si muoveva senza sosta per la plancia. Dalle
finestre posteriori, dove cercava invano di scorgere il cavo di
rimorchio e la sagoma del rimorchiatore, si portava nella
parte anteriore, aggrappandosi alla sbarra che correva lungo
la paratia, e studiava le file di spie luminose sul quadro
comandi, che rivelavano ogni funzione della nave e la
situazione delle cisterne.
Non c'erano perdite di petrolio e la natura del gas inerte
era costante in ogni cisterna: quindi erano ancora intatte.
Nick aveva voluto rimorchiare la petroliera di poppa, fra
l'altro, perché la torre della plancia affrontasse l'urto più
violento del vento e del mare, offrendo una relativa
protezione alle vulnerabili cisterne.
Ma avrebbe voluto vedere il ponte, fosse anche per un
solo istante. Non si sentiva tranquillo. Poteva esserci qualche
disfunzione negli strumenti di controllo delle pompe, la
tempesta poteva aver danneggiato una cisterna; e in tal caso
un'emorragia velenosa si sarebbe riversata dalle viscere della
Golden Dawn nel mare. Purtroppo il ponte era celato dalla
tempesta, e Nick si chinò sul radarscopio. Immagini spettrali
baluginavano e danzavano sullo schermo.

Nemmeno l'immagine del Warlock era costante: la


distanza sembrava aumentata come se si fosse spezzato il
cavo di rimorchio. Si raddrizzò bilanciandosi sui piedi, e
capì dal movimento del ponte che la Golden Dawn era
ancora a rimorchio. Lo sentiva dalla sua resistenza al vento e
alle onde.
Ma era impossibile determinare la loro posizione. Il
sistema di navigazione via satellite era completamente
oscurato, le onde radio erano distorte dalle scariche
elettriche, e le stesse scariche oscuravano i radiofari sulla
costa americana.
Le uniche indicazioni erano il solcometro della nave, che
dava a Nick la velocità della nave attraverso l'acqua e la
velocità sopra il fondo, e lo scandaglio elettronico che
misurava la profondità dell'acqua sotto la chiglia.
Per le prime due ore di rimorchio, il Warlock aveva
potuto tirare la nave verso il canale a tre nodi e mezzo.
L'acqua era divenuta sempre più profonda, finché avevano
avuto centocinquanta braccia sotto di loro.
Ma la velocità del vento era aumentata, la sovrastruttura
della Golden Dawn aveva agito da vela e la tempesta aveva
preso il sopravvento. Adesso, nonostante tutta la potenza
delle grandi eliche gemelle del Warlock, il rimorchiatore e la
petroliera venivano risospinti verso il limite delle cento
braccia e la costa americana.
«Dov'è il Sea Witch?» si chiese Nick con ansia, fissando
gli indicatori.
Andavano verso riva alla velocità di due nodi e il fondo
saliva rapidamente.
Il Sea Witch avrebbe potuto essere la carta decisiva, se
fosse riuscito a raggiungerli nell'uragano e a trovarli nella
furia degli elementi.
Nick tornò barcollando nella cabina radio e si aggrappò
alla paratia con una mano mentre faceva scattare
l'interruttore del microfono.
«Sea Witch, Sea Witch, qui è la Golden Dawn, Sea
Witch, rispondete.»
Rimase in ascolto, curvo sull'apparecchio, cercando di
escludere il crepitio delle scariche. Gli parve di udire una
voce umana, un sussurro appena udibile nei disturbi. Chiamò
ancora, ascoltò, chiamò di nuovo. Udì di nuovo la voce, ma
era così confusa che non afferrò una parola.
Sopra la sua testa vi fu uno stridore lacerante di metallo
straziato. Nick lasciò il microfono e andò in plancia. Vi fu un
altro tonfo assordante e tutti alzarono gli occhi sul soffitto
della plancia. Sussultava e si insellava.
Udirono un nuovo tonfo, poi, con fragore un groviglio di
metallo, fili e cavi rovinò sull'orlo anteriore della plancia e
sbatacchiò al vento.
Nick capì quasi subito di che cosa si trattava.
«L'antenna del radar!» gridò.
Riconobbe il disco ovale, penzolante da un groviglio di
cavi. Poi il vento ghermì la massa e la portò via. Scomparve
all'istante nelle cortine turbinanti della tempesta.
Nick si accostò al radarscopio in due falcate. Gli bastò
un'occhiata. Lo schermo era diventato nero. Avevano perso i
loro occhi, e, incredibilmente, la furia della tempesta
aumentò. Infieriva contro la plancia, sgomentando gli
uomini nell'interno.
A un tratto Duncan gridò qualcosa a Nick, indicandogli
il quadrante principale del quadro comandi. Nick, che era
ancora curvo sul radarscopio, si rizzò a fatica e guardò. La
velocità sopra il fondo era aumentata drasticamente. Adesso
sfiorava gli otto nodi, e la profondità era di novantadue
braccia.
Nick fu assalito dalla disperazione. Anche il movimento
della nave era cambiato, Nick la sentiva in pericolo. La
raffica che aveva strappato l'antenna del radar aveva
prodotto altri danni. Sapeva qual era il danno, gli veniva da
vomitare al solo pensiero; ma doveva accertarsene. Si avviò
verso le porte dell'ascensore, aggrappandosi alla ringhiera.
Gli uomini dall'altra parte della plancia lo guardavano
attentamente, ma nel clamore della tempesta Nick non
poteva farsi udire nemmeno a sei metri.
Un marinaio intuì improvvisamente le sue intenzioni.
Lasciò il tavolo da carteggio e si diresse verso Nick
strisciando lungo la paratia.
«Bravo ragazzo!»
Nick gli afferrò un braccio per sorreggerlo e insieme
entrarono barcollando nell'ascensore, mentre la Golden
Dawn rollava pesantemente e il ponte s'inclinava sotto i loro
piedi.
Durante la discesa, furono sballottati nello spazio
angusto; e perfino nelle viscere della nave, dovettero gridare
per udirsi.
«Il cavo di rimorchio», urlò Nick nell'orecchio
dell'uomo. «Dobbiamo ispezionare il cavo.»
Usciti dall'ascensore, andarono verso poppa lungo il
corridoio centrale.
Quando giunsero alla doppia porta, Nick cercò di aprire
la porta interna, ma la pressione del vento la teneva chiusa.
«Aiutami», gridò al marinaio.
Vi si addossarono con tutto il loro peso. Come schiusero
la porta di uno spiraglio, la pressione si allentò di colpo. Il
vento s'impadronì delle spesse porte di mogano, le scardinò
e le portò via come due carte da gioco. Nick e il marinaio
rimasero allo scoperto sulla soglia.
Il vento li ghermì scagliandoli sulla tolda, soffocandoli
con un diluvio d'acqua gelida e tagliente.
Nick ruzzolò sulla coperta e andò a sbattere contro la
battagliola di poppa con tale forza che temette di essersi
fracassato le costole. Il vento lo tenne inchiodato là,
accecandolo e soffocandolo con l'acqua salata.
Giacque contro la battagliola, del tutto impotente. Nel
tumulto della tempesta, udì le grida fioche del marinaio. Il
suono gli infuse nuove energie, e si mise faticosamente in
ginocchio aggrappandosi alla ringhiera per resistere al vento.
L'uomo continuava a gridare. Nick strisciò avanti sulle
mani e sulle ginocchia. Era impossibile stare in piedi, con un
vento simile, e Nick riusciva a procedere solamente carponi.
Due metri più avanti, al limite estremo della sua visuale,
la battagliola era stata lacerata. Una lunga sezione penzolava
sulla fiancata della nave, e il marinaio vi era appeso. Spinto
dal vento, doveva aver sfondato la ringhiera. Adesso
penzolava con un braccio infilzato in uno spunzone, mentre
l'altro, disarticolato dalla spalla, oscillava in un saluto folle
sotto le sferzate delle raffiche. Quando alzò la testa, Nick
vide che la sua bocca era maciullata. Pareva che avesse
masticato delle more. Il succo arrossava i mozziconi dei suoi
denti fracassati.
Nick si stese sul ventre e allungò una mano ma in quel
momento una raffica più violenta afferrò la battagliola
danneggiata con l'uomo ancora appeso e la strappò via.
Sparirono all'istante nell'oscurità bianca della tempesta, e
Nick si sentì sospinto verso l'orlo. Si aggrappò
disperatamente alla sezione superstite della ringhiera. Si
accorse che cominciava a cedere.
Rizzatosi in ginocchio, si scostò dalla breccia fatale e
fronteggiò la tempesta. Il vento lo investì in faccia,
accecandolo e soffocandolo. Strisciò a tentoni, finché il suo
braccio proteso toccò il metallo gelido della bitta poppiera di
sinistra. La cinse con entrambe le braccia, scosso da conati
di vomito e convulsi di tosse, perché il vento gli aveva
cacciato acqua salata nel naso, nella bocca e nella gola.
Ancora accecato, cercò l'acciaio del cavo principale di
rimorchio. Lo trovò e fu pervaso da un immenso sollievo.
Il cavo era assicurato. Aveva rinforzato il cappio con una
dozzina di funi di nailon, e teneva ancora. Strisciò avanti
lungo il cavo e capì subito che il suo sollievo era stato
prematuro. Non era teso, e quando giunse sull'orlo del ponte,
scoprì che penzolava. Non si allungava nel buio, verso il
Warlock che avrebbe dovuto frenarli come una grande
ancora.
Capì che le sue peggiori previsioni si erano avverate. La
tempesta era troppo violenta. Aveva spezzato il cavo
d'acciaio come un filo di cotone e la Golden Dawn era
abbandonata a se stessa, senza governo. Il vento la spingeva
implacabilmente verso terra.
Nick fu assalito dallo sconforto. Giacque sulla tolda,
chiuse gli occhi e si aggrappò debolmente al cavo spezzato.
Il vento cercava di scaraventarlo fuori bordo, gli gonfiava
l'impermeabile e gli artigliava il viso. Sarebbe stato così
facile aprire il pugno e lasciarsi andare. Gli occorse tutta la
sua volontà per resistere all'impulso.
Strisciò faticosamente indietro, varcò la soglia dilaniata
ed entrò nel corridoio nel castello poppiero, ma il vento lo
seguì. Ruggiva nel corridoio, spingendovi torrenti di pioggia
e di acqua salata che allagavano il ponte, costringendo Nick
ad aggrapparsi come un ubriaco.
Dopo la furia della tempesta, l'ascensore gli parve
silenzioso e tranquillo come una chiesa. Si guardò nello
specchio sulla parete: gli occhi erano arrossati dal sale e dal
vento, le labbra scorticate e contuse. Si toccò il viso: il naso
e le labbra erano divenuti completamente insensibili.
Le porte scorrevoli dell'ascensore si aprirono e Nick
entrò nella plancia.
Gli uomini, ancora intorno al tavolo di carteggio, si
voltarono a guardarlo.
Nick si accostò al tavolo e vi si aggrappò. Gli altri
rimasero in silenzio, fissandolo in viso.
«Ho perso un uomo», annunciò. La sua voce era
arrochita dal sale e dalla stanchezza. «É caduto in mare. Il
vento lo ha preso.»
Nessuno si mosse, nessuno parlò. Nick tossì, i polmoni
gli dolevano per l'acqua che aveva respirato. Quando il
convulso fu passato, disse: «Il cavo di rimorchio si è
spezzato. Siamo alla deriva. Il Warlock non potrà riprenderci
a rimorchio. In questo inferno è impossibile».
Tutti si voltarono verso le finestre, verso l'impenetrabile
biancore acceso dai bagliori dei lampi.
Nick ruppe l'incanto che li aveva paralizzati. Si accostò
all'armadietto dei segnali, sopra il tavolo da carteggio, e ne
tolse una scatola di torce. Ruppe i sigilli e rovesciò le torce
sulla tavola. I cilindri di cartone impermeabile sembravano
candelotti di dinamite. Una volta strappata la linguetta di
accensione a un'estremità, avrebbero sprizzato fiamme
scarlatte anche sott'acqua.
Nick si ficcò una mezza dozzina di torce nelle tasche
interne dell'impermeabile.
«Ascoltate», dovette gridare, benché fossero a meno di
un metro, «entro due ore ci incaglieremo. La nave comincerà
a sfasciarsi subito dopo l'urto».
Tacque un momento e studiò le loro espressioni.
Sembrava che Duncan non avesse capito. Aveva preso una
manciata di torce e fissava Nick con aria interrogativa. «Vi
darò l'ordine: non appena giungeremo al limite delle venti
braccia e la chiglia toccherà il fondo, voi vi porterete presso
la ringhiera.
Cercheremo di calare una zattera. C'è il caso che il vento
vi spinga fino a riva.»
Fece un'altra pausa. Era evidente che Randle e i due
marinai non contavano su una simile possibilità.
«Vi darò venti minuti per allontanarvi. Nel frattempo le
cisterne cominceranno a perdere.» Non voleva sembrare
melodrammatico, e cercò di esprimersi con semplicità.
«Quando si sfascerà la prima cisterna, incendierò il petrolio
con una torcia.»
«Cristo!» L'imprecazione di Randle si perse nel tumulto
della tempesta. Alzò la voce. «Un milione di tonnellate di
greggio. Salterà in aria tutto quanto.»
«Sempre meglio che versare un milione di tonnellate
nella corrente del Golfo», replicò stancamente Nick.
«Moriremo tutti. Un milione di tonnellate...
Esploderanno come una bomba atomica.» Randle era
divenuto pallidissimo e tremava. «Non può farlo!»
«Ha un'alternativa da propormi?» chiese Nick.
Lasciato il tavolo, andò nella cabina radio. Gli uomini lo
seguirono con lo sguardo. Duncan guardò le torce che teneva
in mano e se le mise nella tasca della giacca.
Nella cabina radio, Nick parlò con calma nel microfono.
«Sea Witch, rispondete. Qui è la Golden Dawn.»
Gli risposero solamente le scariche.
«Rispondete, Sea Witch», ripeté Nick con gelida
disperazione. «Qui è la Golden Dawn. Mi sentite?»
Il vento investì la nave, ruggendo come un mostro. La
petroliera gemette e sussultò sotto l'urto.
«Rispondete, Warlock.»
Randle andò presso le finestre anteriori e, aggrappandosi
alla sbarra, si curvò sui quadranti che rivelavano le
condizioni del carico. Controllava se c'erano danni alle
cisterne.
«Riflette ancora, se non altro.» Nick lo guardò. Sopra la
testa di Randle, lo scandaglio indicava sessantotto braccia.
Randle si raddrizzò lentamente, cominciò a girarsi e il
vento colpì di nuovo.
Nick sentì la botta nello stomaco. Era una massa solida
come una valanga.
Con un fragore assordante, la finestra anteriore della
plancia esplose verso l'interno.
Una nube di schegge di vetro investì il capitano Randle,
che si trovava davanti alla finestra. Inorridito, Nick lo vide
quasi decapitato da una ghigliottina di vetro volante. Randle
si accasciò sul ponte, e il suo sangue divenne subito rosa nel
torrente d'acqua che il vento soffiava nell'apertura.
Le carte e i libri furono strappati dagli scaffali.
Svolazzarono come uccelli in gabbia mentre il vento
infuriava nei ristretti confini di vetro e acciaio.
Nick si avvicinò al corpo del capitano, proteggendosi il
viso con il braccio. Non c'era più niente da fare. Lasciò
Randle sul ponte e gridò agli altri: S
«State lontani dalle finestre».
Li radunò in fondo alla plancia, presso il Decca e gli
strumenti di navigazione. Si strinsero gli uni agli altri, come
per trarre conforto dalla vicinanza reciproca. Ma il vento non
dava requie. Irrompeva dalla finestra infranta e imperversava
nella plancia, stracciando i loro indumenti e impregnando
l'aria di nebbia acquosa. In breve l'acqua sul ponte giunse
alle caviglie. Ondeggiava e sciabordava al rollio della
petroliera.
Il corpo di Randle slittava avanti e indietro nell'acqua e
nel rollio. A un tratto Nick lasciò la precaria sicurezza della
paratia posteriore, afferrò il cadavere, lo trascinò nella
cabina radio e lo stese sulla cuccetta del marconista. Il
sangue macchiò il lenzuolo. Nick ne piegò un lembo s