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A cura di Gianni Montanari

SCIENCE FICTION BOOK CLUB


Volume 53
Philip Josè Farmer

UN AMORE
A SIDDO

Romanzo di fantascienza
Copyright 1961 by P.J. Farmer
Prima edizione S.F.B.C. 1966
Copyright 1° gennaio 1978 by Science Fiction Book Club — Piacenza
Titolo originale: The Lovers
Traduzione dall'inglese di Gianni Fabrizi

Proprietà riservata

STABILIMENTO GRAFICO EDITORIALE CELT - PIACENZA


INTERVISTA CON PHILIP J. FARMER
(a cura di Paul Walker)

Walker — Quando ho pensato “Che cosa dovrei chiedere per


prima cosa a P.J. Farmer?”, il tema “sesso e violenza” mi è subito
balzato nel cervello. Tu hai scritto su entrambi questi argomenti in
modo personale e davvero interessante, e ora sono curioso di
conoscere il tuo punto di vista in merito… sia come soggetti della
tua narrativa che della fantascienza in generale.

Farmer — Credo sia ormai un processo inevitabile quello di


collegare alla parola “sesso” il mio nome. E, forse, vale anche
l’opposto. La mia prima opera di sf, The Lovers, venne pubblicata
nel 1952 su Startling Stories, ed era un lavoro che non poteva far a
meno del sesso. La storia nasce, e si conclude anche, in quelle che
sono le abitudini sessuali del protagonista — un terrestre cresciuto in
seno ad una società rigida e non permissiva — e della sua casuale
compagna, un’umanoide mimetica. Mother, il mio terzo lavoro di sf
pubblicato, era la storia di un uomo che finisce prigioniero — felice e
soddisfatto — di una creatura che non è altro che un gigantesco utero
senziente, una specie di Grande Madre. Sono numerosi i racconti da
me pubblicati dopo il 1952 incentrati proprio sul problema del sesso
e della riproduzione di terrestri ed extraterrestri. Open to Me, My
Sister (diventato poi My Sister’s Brother), Father, Moth and Rust,
Strange Compulsion, Flesh e Night of Light sono proprio nati da
incentivi sessuali. Solitamente trattavano di qualche forma
particolare (perlomeno dal nostro punto di vista), di sesso, ma in ogni
caso nessuna di esse può essere considerata “pornografica” o “sexy”.
Tranne che in Flesh, sono descritti per lo più costumi e meccanismi
sessuali di creature intelligenti extraterrestri, o addirittura in qualche
caso di entità non-coscienti. Il tutto reso nel modo più asettico ed
accademico compatibile ad una narrazione in prosa, e cercando nel
contempo di rendere il racconto il più drammatico possibile. Non ho
mai esitato — e in effetti la cosa mi appassionava — ad addentrarmi
nei dettagli della complessa biologia degli extraterrestri. Anzi, forse
ho calcato un po’ troppo la mano in The Lovers. Del resto, però,
stavo scrivendo per un pubblico specializzato e sentivo che scrivendo
per una rivista di sf potevo addentrarmi nei dettagli sessuali e
genetici a mio piacere. Il mercato poteva sopportarlo. E così infatti è
stato, anche se alcuni lettori hanno avuto di che lamentarsi.
Se oggi dovessi riscrivere The Lovers, sposterei alcune
spiegazioni di carattere biologico in una appendice. Ma a questa
appendice aggiungerei anche nuovi dettagli nati da quelle obiezioni
che i cosiddetti scienziati hanno mosso dall’uscita del mio lavoro, e
anche alcuni diagrammi.
Rimane il fatto che le mie prime storie “sessuali” non sono affatto
quello che generalmente si intende per “racconti sexy”. Non c’è
nessuna descrizione dei rapporti di Hal Yarrow con Jeannette
Rastignac (l’umanoide mimetica) in The Lovers. Tutto è lasciato
all’immaginazione.
Se dovessi riscrivere questa storia, aggiungerei solo una scena sui
loro rapporti, ma unicamente per meglio evidenziare la sessualità
mutilata di Yarrow e come Jeannette riesca a superarla. E anche per
sottolineare il loro reciproco amore e la loro incapacità ad essere
totalmente onesti l’uno con l’altra.
È proprio questo il nocciolo di tutte le mie storie sessuali… e di
ogni mio lavoro: in questo voler mostrare l’impossibilità di essere
totalmente onesti, di riuscire a comunicare con gli altri senza riserve.
Nonostante non vi sia in esse alcuna descrizione esplicita di
rapporti sessuali, sia The Lovers, che Mother e Open to Me, My
Sister, disgustarono profondamente John Campbell e Horace Gold.
Entrambi non riuscivano ad accettare in The Lovers la presenza di
una sessualità extraterrestre e di una possibilità di riproduzione, e
riusciva loro sgradito anche la biomeccanica del fallo-larva di Open
to Me, My Sister, nonché l’uso di un coltello a mo’ di fallo per
mettere incinta la Madre in Mother (e per non parlare poi di Eddie
Fetts che mangia sua madre dopo che questa è stata vomitata a mo’ di
stufato dalla Grande Madre). Essi non riuscivano a tollerare l’idea di
un erotismo esotico e probabilmente credevano, e si sbagliavano in
questo, che anche la maggioranza dei loro lettori condividessero
quest’opinione. Furono proprio questi due bravi signori a regalarmi
la fama di scrittore di sesso. Potevo mandargli qualsiasi cosa in
visione, e loro avrebbero fiutato odor di “sesso” prima ancora di
aprire la busta. Ad ogni modo, non ebbero molto da annusare, anche
perché poi, capito come girava il vento, non mandai loro quasi più
nulla in visione.
Poi le cose cominciarono a cambiare. Nel 1959, Gold divenne
direttore della Galaxy-Beacon Books e lì la sf “sessuale” andava. È
significativo il fatto che fu proprio Gold a venire da me per
chiedermi di scrivere un romanzo per la Beacon. Gli avevo venduto
soltanto un racconto nel periodo compreso fra il 1952 e il 1959, The
God Business, pubblicato su Beyond nel marzo del 1954. Era una
specie di satira con molto “nudo” e tanta psicologia freudiana messa
in burletta; di sesso c’era poco o niente, e soltanto un puritano
rigorosissimo si sarebbe scandalizzato. Mi era stata accettata, unica
fra tutte le altre che mi erano tornate regolarmente indietro, soltanto
perché presentava qualche addentellato con una tematica razziale.
Horace pubblicava volentieri racconti che trattassero più o meno
direttamente della questione negra, ma non era certo preparato ad
acquistare racconti immersi fino al collo in quel groviglio paludoso
che sono i rapporti razziali in questo paese. Diceva che avrebbero
suscitato troppe reazioni, e che i suoi lettori (specialmente quelli del
Sud) non li avrebbero apprezzati.
E va bene. Mi rendevo conto dal loro comportamento di aver
sopravvalutato la flessibilità e la capacità di evoluzione dell’editoria
e dei lettori di SF. Quando mi ero messo a scrivere fantascienza,
avevo ingenuamente creduto che tutti i lettori del genere fossero ben
consapevoli della realtà antropologica e della falsità dei pregiudizi
razziali, proprio come lo ero io. Mi resi conto ben presto di quanto
mi fossi sbagliato… ma adesso sto un po’ uscendo dal seminato.
Dunque, riprendendo, Gold mi chiese di scrivere un romanzo per la
Beacon, dicendomi di essere stato spronato dagli editori ad infilare
delle scene erotiche in quasi tutti i romanzi.
Scrissi allora Flesh, e fu l’unico romanzo della serie a cui Gold
dovette togliere del “sesso”. Fra parentesi, oggi sembra un lavoro
all’acqua di rose e tutt’al più può far sorridere il lettore. Ma il sesso è
una componente fondamentale del romanzo: se Stagg non possedesse
quella sua pulsione artificialmente indotta ad accoppiarsi, unita ad
una capacità superumana per attuarla, allora non ci sarebbe neppure
la storia.
Anche così, quando anni dopo venne ripubblicato in edizione
rilegata, Joanna Russ puntualizzò in una recensione quanto il
romanzo fosse in certi punti. Forse aveva ragione. Forse avrei dovuto
riscrivere certi passi per meglio specificare… ma perché, poi?
L’importante non è l’atto in se stesso, ma tutti quei fattori che
confluiscono a provocare tale atto, e le conseguenze fisiche ed
emotive che ne derivano.
Inoltre Joanna Russ, nonostante dimostrasse solitamente un
notevole acume analitico, in questo caso non comprese il romanzo a
livello viscerale. La Russ è un’attivista del Women’s lib, ed io sono
sempre stato un fautore di tale movimento, ma ho notato che quando
si arriva al culto della grande dea, queste signore si mettono ad
esitare e finiscono per fraintendere tutta la faccenda. E non
chiedetemi il perché della cosa. Il concetto sfugge loro e i racconti
sulla Dea Bianca scivolano attraverso le loro teste altrimenti ben più
percettive. Naturalmente ci sono delle eccezioni…
Comunque, ormai sono catalogato come uno scrittore di “sesso”.
Eppure, fin dagli inizi, sono stato uno scrittore attento alle movenze
religiose: The Lovers, Moth and Rust, Father, Attitudes, Night of
Light, My Sister’s Brother, e anche quello che è stato il mio unico
romanzo non di sf, Fire and the Night, tutti questi miei lavori sono
imperniati tanto sulla religione quanto sul sesso. Nel mio secondo
lavoro pubblicato, Sail On! Sail On!, non c’è alcun riferimento al
sesso, ma unicamente l’uso di certi termini teologici per spiegare la
scintillazione e le onde radio. The Alley Man, invece, era impregnato
— oltre che di altri argomenti — del sesso dell’uomo di Neanderthal.
Ma c’era poi tutta la religione di quel nostro antenato… Anche
Flesh, che scrissi su invito di Gold, aveva uno sfondo religioso, come
del resto tutta la serie di Padre John Carmody. Perché allora sono uno
scrittore di “sesso” e non di “religione”?
Credo che la risposta stia nel fatto che molti scrittori di sf avevano
già scritto di religione, mentre io ero il primo a pubblicare un lavoro
a sfondo sessuale in fantascienza e l’unico a continuare a scrivere sul
tema. Inoltre, il sesso contenuto nelle mie storie era così potente da
imprimersi, più che sulla carta stampata, nella mente della maggior
parte dei lettori. Non importa che io abbia scritto di altri argomenti
con altrettanta intensità o frequenza. E non importa neppure che
molti altri abbiano scritto sul sesso. Ormai io sono lo scrittore
sessuale per eccellenza nel campo della sf.
Non riesco invece a capire perché tu accosti il mio nome al tema
della “violenza”. Non credo che le mie storie contengano molta
violenza… sicuramente, non a livelli fuori della norma. E sempre
mai più di quanto la narrazione stessa ne richieda. E certamente la
componente violenta nelle mie opere è molto inferiore, per esempio,
a quella di un Keith Laumer o di un Harlan Ellison.
Forse, tu accosti il mio nome al binomio sesso-violenza perché
normalmente nei miei racconti la violenza accompagna sempre il
sesso… Ma questo avviene a causa di quel modo malato con cui ci si
accosta sempre al sesso, e i miei racconti vogliono testimoniare di
questo stato patologico, di cosa esso comporti, e quindi di tutta quella
violenza, fisica o psichica, che impregna la nostra società.
Sesso e violenza sono temi cari alla letteratura e questo perché
chiunque, dalla nascita fino alla morte, sarà sempre pesantemente
coinvolto dal sesso e dalla violenza. Non puoi estraniarti totalmente
dagli altri, a meno di non volere fare l’eremita. E anche in questo
caso non hai risolto nulla. Avrai sempre da fare i conti con la tua
sessualità, e dovrai sempre preoccuparti della violenza ogni volta che
vedrai qualcosa comparire all’orizzonte.
Perché, allora, questi soggetti interessano me in modo particolare,
quando altri scrittori se ne servono? I primi libri di Heinlein erano
pieni di violenza, e i suoi ultimi rigurgitano di sesso. Sto cercando di
ricordarmi il nome di un solo scrittore di sf che non abbia usato
questi temi, anche se magari sono stati trattati per così dire
sottobanco… Ballard ha scritto poco — quasi niente — di sesso nelle
sue geometrie, ma la violenza è sempre presente nei suoi scritti, è un
fattore implicito dei suoi stessi panorami narrativi. Inoltre, nelle
opere più recenti di Ballard, è fondamentale la violenza degli scontri
automobilistici… e la violenza nelle sue storie non è altro che una
mascheratura del sesso, o per lo meno così credo. Specialmente gli
scontri automobilistici: l’auto non è altro che una vagina viaggiante e
al tempo stesso un membro minaccioso. Un uccello infortunistico, lo
si potrebbe anche chiamare… e lo scontro, è un’orgasmo in piena
regola. Eppure nessuno pensa al sesso e alla violenza (tranne me,
naturalmente) quando legge Ballard… per lo meno per quanto ne so
io.
E Lafferty, allora? Sembrerebbe uno scrittore sicuramente immune
dal virus del sesso e della violenza, ma è proprio così? Il suo stile è
così ambiguo e interessante, anche se ultimamente piuttosto confuso,
oppure dovrei dire così “oscuro”, che un’attenta analisi potrebbe ben
scoprire il binomio S&V sotto quella turbolenta superficie.
Personalmente non ho mai provato ad esaminare i suoi lavori da
questo punto di vista; me li sono sempre goduti, e perciò non posso
dire niente di più a tale proposito.
Ad ogni modo, qualche anno fa mi sono autonominato lo Scrittore
Sessuale per eccellenza. Nonostante sia ormai stato etichettato da
certa gente come uno scribacchino da strapazzo, spesso tento degli
esperimenti, e non solo per quanto concerne lo stile, la tecnica o il
contenuto dei miei lavori, ma cerco anche di spaziare in altri campi
che non siano la sf. Eppure, non ho mai scritto della cosiddetta
“pornografia”, nonostante certi pruriginosi lettori abbiano definito in
tal modo Flesh e Riders of the Purple Wage. Ho scritto racconti di
ogni tipo sempre all’interno della sf, poi mi sono occupato di scienza
vera e propria, di biologia, psicologia, sociologia, letteratura
fantastica, parodie, ecc. Ma nonostante abbia spesso urgenti e
inderogabili problemi di denaro, non ho mai scritto pornografia. E
questo è abbastanza insolito, perché molti altri scrittori di sf l’hanno
invece fatto. Saresti sorpreso, o forse neanche tanto, se ti dicessi
quanti grossi nomi della fantascienza hanno tirato avanti la baracca
con la pornografia… e di quella ‘pesante’, poi. Fra l’altro, scrivevano
sotto pseudonimo, e abbandonarono il genere non appena la sf poté
pagarli in maniera soddisfacente. Sono convinto che scrivere
pornografia, sia una faccenda piuttosto noiosa. Bisogna sempre
attenersi a una formula ben precisa che varia unicamente in funzione
del pubblico a cui i vari editori intendono rivolgersi. Pertanto, ogni
certo numero di pagine occorre infilare una scena con amplessi vari,
occorrono un certo numero di riferimenti ad attributi sessuali per
ogni capitolo, e così via. Naturalmente esistono anche dei tabù ben
precisi: per esempio, non bisogna mai offendere la sensibilità
religiosa dei lettori prendendo in giro Dio o il Cristianesimo. Oggi
come oggi, la pornografia ‘pesante’ è, o perlomeno era, il campo che
meno lascia spazio alla libertà di uno scrittore. Egli può sbizzarrirsi
nella descrizione di tutto quell’insieme di cose che di solito vengono
chiamate perversioni, ma per il resto le sue mani sono strettamente
legate. Perlomeno, è così che mi hanno spiegato la situazione.
Personalmente, quando mi stuzzicò l’idea di scrivere qualche
cosetta per la Essex House, non avevo letto niente di pornografico. A
meno che non si definiscano tali libri come l’Ulisse di Joyce o Il
Tropico del Capricorno di Miller, ma credo che solo un bigotto
semianalfabeta potrebbe chiamarli pornografici.
Così, quando mi misi al lavoro, non riuscii a tirar fuori altro che
qualche lavoretto satirico piuttosto eterogeneo. Fra parentesi, io
avevo sempre considerato i racconti sui vampiri o sui vari lupi
mannari — tutto il Gotico in genere, quindi — come un’accozzaglia
di storie piccanti più o meno disgustose, una specie di pornografia
del soprannaturale, per intenderci. E perché allora non portare alla
luce tutti quei moventi che se ne stavano così ben acquattati? In fin
dei conti, i grandi amanti della Società del Conte Dracula non erano
altro che una manica di bimbetti appena giunti alla soglia della
pubertà. Si trattava insomma di dare una bella ripassata a tutti quei
personaggi. Questa mi sembrava la norma, nel genere, anche se come
sempre c’erano le dovute eccezioni. Ero assolutamente convinto che
quando un quindicenne (ed è l’età “mentale” che conta, non quella
cronologica!) leggeva di questi vampiri che succhiavano avidamente
il sangue dal collo delle loro vittime, subito il loro subconscio
sostituiva le immagini del sangue e del collo con quelle di altri umori
ed organi. Forse sbaglio, non posso giurarlo… Potrebbero anche
esserci degli ottimi motivi religiosi per spiegare il perché di tanto
fanatismo dei lettori: le religioni comuni sono ormai rifiutate in
massa da questi bambini, che però ne cercano di nuove in altre
vecchie, quelle che accoglievano vampiri e lupi mannari.
Ma perché, mi chiesi allora, non mostrare Dracula per quello che
veramente è? E così, al posto dell’immancabile nebbia che sempre
sommerge ogni paesaggio gotico che si rispetti, ecco invece il più
attuale smog che toglie visibilità e polmoni ai protagonisti di questa
moderna storia: nacque in questo modo The Image of the Beast. E
così nella prima scena c’è un detective privato (facendo quindi anche
un po’ di ironia sui romanzi polizieschi) che perde l’emblema della
sua virilità fra gli acuminati denti d’acciaio di una vampira. E poi
avanti ancora…
In questo romanzo parlo esplicitamente di sesso, anche se poi in
effetti non sono riuscito a fare della vera e propria pornografia o a
eccitare la lussuria di nessuno, come ha detto un critico. (Questa
persona sembrava sapere un mucchio di cose sull’argomento, e in
effetti aveva anche scritto diverse cosette pornografiche negli anni
della sua gioventù).
Il direttore di questa nuova serie di libri porno, chiamata appunto
Essex House, era Brian Kirby, ed aveva chiesto ai suoi collaboratori
di trovargli qualcosa di buono per sollevare un po’ il livello letterario
della pornografia, naturalmente senza dimenticare il fattore dei
profitti. Progettare e scrivere qualcosa in questo modo era senza
dubbio più stimolante che con la pornografia “pesante”, ed inoltre
c’era la differenza che ora si cercava di fare un discorso psicologico
sui costumi sessuali degli Americani.
Scrissi Beast firmando col mio vero nome, perché non mi
vergognavo affatto del mio lavoro. Poi pubblicai A Feast Unknown,
un pastiche che vedeva Tarzan in lotta contro Doc Savage. Fra
parentesi, non potei usare i veri nomi dei due protagonisti, in quanto
protetti dai diritti d’autore. Avevo sempre pensato che questi due eroi
possedessero una carica sessuale di gran lunga superiore a quella che
Burroughs e Dent avevano mostrato esplicitamente. Perciò Tarzan,
vero prototipo dell’uomo primitivo, non possedeva un codice morale
bigotto come quello della civiltà occidentale. (Ho poi cambiato
opinione in proposito, e le ragioni di ciò sono esposte nel mio Tarzan
Alive).
Così ho raccontato la storia del “vero Tarzan” e del “vero Doc
Savage” — il tutto con molto humour — e devo dire che mi sono
proprio divertito. Non ho fatto altro, in fondo, che mostrare la faccia
nascosta delle loro personalità.
Nonostante abbia usato uno stile piuttosto felice, non mi sia
servito di formule prefabbricate e neppure abbia mantenuto la regola
di “x” numero di amplessi ogni “x” numero di pagine, questi libri
vennero inviati soprattutto alle librerie specializzate in generi porno.
Questo non solo limitò notevolmente le loro vendite, ma il fatto
stesso che questi romanzi possedessero una trama ben precisa, delle
psicologie di un certo peso e delle motivazioni logiche per le azioni
dei loro personaggi, li rese ostici agli abituali lettori di libri
pornografici.
Cominciai allora Blown, il seguito di The Image of the Beast;
anche questo doveva essere in chiave porno, sia pure secondo i
canoni della Essex House. Avevo anche un contratto per il Gotico,
una storia di spettri e sesso che intitolai Love Song. Finito anche
questo impegno, ne avevo ormai piene le tasche. Love Song fu un
fallimento; il tema “spettrale” sembrò esaurirsi per conto suo, e mi
spiacque soltanto di aver pubblicato quel lavoro col mio vero nome.
Ad ogni modo, non fu per me del tutto inutile l’aver scritto quel
genere di libri. Fu una specie di terapia: avevo davvero la necessità di
liberarmi da certi condizionamenti puritani che ancora mi trascinavo
dietro. O perlomeno, se proprio non riuscivo a liberarmene, di
metterli allo scoperto dove potevo guardarli bene in faccia,
ridimensionarli, e infine dargli una sistemazione più adeguata in un
libretto fatto su misura.
Ho realizzato anche dei buoni affari, in questo mercato del porno.
Ma questa è un’altra storia e non è detto che un giorno o l’altro non
decida di darla alle stampe.
Una cosa sola uscì chiara e definita da questa mia esperienza. Non
avevo nessuna voglia di mettermi a scrivere in maniera cruda ed
esplicita sui meccanismi degli amplessi sessuali umani. Desideravo
soltanto occuparmi della componente psicologica che conduceva a
quel particolare atto, che gli dava valore, e a tutte le conseguenze
emotive che ne derivavano. Questo è l’unico modo disponibile per
trattare il sesso terrestre. Se un uomo vuole sodomizzare una pecora,
non è importante come egli realizzi il suo desiderio, ma perché.
Descrivere i meccanismi sessuali degli extraterrestri è invece
pienamente giustificabile: in questo caso subentra lo spirito
scientifico e il gusto del meraviglioso.

W — Uno degli aspetti più interessanti, e anche più curiosi, della


tua produzione è la continua attenzione che mostri per la letteratura
in generale: Moby Dick, Doc Savage, Tarzan, ecc., lo dimostrano.
Anche altri scrittori contemporanei di sf sembrano mostrare la tua
stessa inclinazione: è il caso di Zelazny, Blish, Delany, e così via.
Questo mi fa venire in mente che tu possa essere più interessato alla
letteratura, che alla vita. È così? E se è così, quali sono i motivi che
ti spingono a considerare la letteratura in se stessa come un soggetto
adatto ad essere il centro della tua narrativa!

F — Permettimi di citarti un articolo di Leslie Fiedler comparso


nella pagina letteraria del Los Angeles Times del 23 aprile 1972.
Credo che fosse la recensione del mio Tarzan Alive, A Definitive
Biography of Lord Greystoke, ma è anche un’analisi molto accurata
della mia carriera, una specie di biografia condotta secondo i sacri
crismi freudiani del Dott. Fiedler.

“In questa ottica, credo sia appropriato definire l’imperialismo


culturale di Farmer come una pantagruelica bramosia di divorare
l’intero universo, passato, presente e futuro, per poi rivomitarlo.
“Farmer vorrebbe riuscire a mangiare e poi naturalmente a
rigurgitare se stesso, lo scribacchino ingegnoso che infarcisce i suoi
libri con le mediocri fantasie di ciò che è e potrebbe essere. E alla
fine riesce a conciliare, senza però darlo troppo a vedere, tutta una
serie di supereroi, mutanti e mostri vari, come se il personaggio
Philip Josè Farmer fosse tanto reale quanto la sua fantasia…
“Credo proprio che il sogno più intinto e segreto di Farmer sia
quello di inghiottire anche tutti i suoi lettori, o meglio di “tenerseli
vicini al cuore”, nel senso letterale della frase, con i suoi scherzi, le
sue burle e i suoi “dotti” trucchetti. Deve esserci, dopotutto, anche
una certa dose di appagamento nel nostro immaginarci, con tanto di
mogli, figli e beni terreni, mentre veniamo inghiottiti da quel suo
fantasioso mondo uterino, insieme con Alice e Tarzan, Kilgore Trout,
la Primula Rossa, Jack lo Squartatore e Samuel Clemens. Tutti
dentro, ma non prima di aver ringraziato, proprio come sto cercando
di fare io ora, per la bella festa concessaci.”

Poco prima, comunque, Fiedler dice: “Ma Tarzan, con tutta la sua
enciclopedica saggezza, rappresenta solo una piccola parte del ben
più vasto “sforzo” di Farmer (sforzo assurdo e splendido,
condannato al fallimento ma — nel momento stesso in cui è stato
concepito — già di per sé un successo) di racchiudere in un’unica
opera tutti quei libri della letteratura mondiale che lo hanno
interessato o colpito.
“A Farmer gli stilemi della fantascienza servono da
autorizzazione per costruire i suoi universi personali: le
connotazioni di questi mondi finiscono poi col richiedere l’intervento
di tante note a piè di pagina quanto la “Terra Desolata” di T.S.
Eliot: Dante’s Joy, Baudelaire, Ozagen (di nuovo Oz!)… Le sue terre
risultano poi popolate non soltanto da nuove creature, ma anche da
vecchie conoscenze della nostra realtà e della nostra cronaca: ci
sono Hiawatha, Alice nel Paese delle Meraviglie, Sir Richard
Burton, Ismaele (quello di Melville) e anche Hermann Goering.”

Fiedler, in fin dei conti, ha ragione, Io ho proprio fatto questo, e


ho intenzione di continuare ancora sulla stessa strada. Voglio
riscrivere tutte quelle vecchie storie che amavo tanto nella mia
fanciullezza e anche in gioventù. Ho cercato di completare questi
grandi personaggi, inserendoli per esempio in una famiglia, proprio
come era nella realtà. Ho fatto tutto questo per diverso tempo,
nonostante non mi rendessi conto del Grande Piano che andavo
preparando prima di essere illuminato dall’articolo di Fiedler.
Quello che però Fiedler non dice è che questa “rivisitazione” dei
beniamini della mia giovinezza non è fine a se stessa, ma cerca di
sgombrare il campo per permettermi poi di passare all’azione. Una
terapia, insomma. Dopo aver mangiato, digerito e restituito il tutto,
solo allora potrò dire di essere veramente pronto per una vera
“azione”.
Cosa sarà? Non lo so ancora con certezza. Ma se potrò vivere
abbastanza a lungo, allora forse potrò scrivere sul serio… Che cosa?
… Un vero classico? O un vero libro? Una verità?
Vorrei scrivere qualcosa di altrettanto valido di Moby Dick, dei
Fratelli Karamazov, dell’Huckleberry Finn, del Tropico del Cancro,
di Alice nel Paese delle Meraviglie. Forse non sarò capace di farlo
neppure dopo la mia chiarificazione preliminare… Forse rimarrò
sempre uno “scribacchino ingegnoso”, ma si diceva lo stesso anche
di Balzac e Dostoyevsky, ai loro tempi.
Intanto, non posso certo dirmi d’accordo con la tua affermazione
sulla mia pretesa “continua attenzione… per la letteratura in
generale.” O perlomeno sono d’accordo solo parzialmente. Ti sarai
senz’altro accorto che nessuno dei personaggi del Ciclo del Fiume
(To Your Scattered Bodies Go, The Faboulous Riverboat) è stato
tratto dalla letteratura. Si parla per lo più di persone veramente
esistite, gente in carne ed ossa: Burton, Alice Hargreaves, Goering,
Clemens, von Richthofen, Re Giovanni, Liver Eating Johnston, e
molti altri, sono tutti presi dalla storia. Alcuni sono addirittura
persone ancora viventi, anche se naturalmente nei miei romanzi
compaiono sotto falso nome. L’Helwood Hacking di The Faboulous
Riverboat è il nome inventato di un americano realmente esistente,
mentre il Pyotr che compare in Inside Outside, non è altri che
Dostoyevsky.
Se ho usato molti personaggi “narrativi” nei miei lavori, ne ho
usati molti di più che erano tratti dalla vita di tutti i giorni.
Perché mai dovrei trovare più stimolante la letteratura della vita
reale? La letteratura stessa è vita, perché è parte dell’esistenza, è fatta
da individui che vivono e agiscono. La letteratura non è soltanto carta
stampata: nasce dagli individui, viene trasformata in libro, per poi
ritornare a quegli stessi individui tramite la loro mente e influenzare
così i loro pensieri e le loro azioni. È solo una fase in un grande
cerchio… che sempre si ripete. Un uomo vive, poi scrive della
propria vita, altri uomini leggono i suoi scritti e le loro vite vengono
mutate da quegli scritti. Alcuni di loro verranno stimolati a scrivere a
loro volta, altri ancora leggeranno questi lavori, e così via.
Anche se tuttora sto scrivendo altri romanzi avventurosi, io
condivido pienamente la tesi di Henry Miller, che infatti dice a pag.
12 del suo Tropico del Capricorno (ed. americana):
“Perché c’è solo una grande avventura, ed è al didentro, verso
l’io, e per questo non contano né il tempo, né lo spazio, e nemmeno i
fatti.”
Questo è il tipo di avventura che cerco di affrontare, anche se in
maniera non diretta. L’immaginazione individuale, deformata dal
prisma della realtà.
W — Tu citi Moby Dick, I Fratelli Karamazov, Huckleberry Finn,
Tropico del Capricorno, Alice nel Paese delle Meraviglie, e
contemporaneamente anche uomini quali Burton, Goering, de
Bergerac, ecc. Con altrettanta semplicità tu parli di una letteratura
che nasce dalla vita, e sa poi sviluppare una “vitalità” propria dalla
quale scaturisce spontaneamente una nuova letteratura.
Parli anche del tuo tentativo di integrare i grandi personaggi
della letteratura in una famiglia, nonché delle tue più intime
esperienze personali… la faccenda del divorare, assimilare, rigettare
la letteratura per produrre un’azione effettivamente “reale”.
Sono proprio curioso di sapere cos’hanno in comune fra loro tutti
questi spunti e soprattutto come si conciliano con la tua
individualità. Incominciamo con i personaggi letterari…

F — Per prima cosa, tutti questi personaggi possiedono, a loro


modo, una certa poesia. Riescono a produrre dentro di me una
qualche vibrazione che altri, magari classici, non suscitano. Tutti
quanti hanno in comune la presenza di elementi fantastici, il
riferimento a mondi di sogno. Tutti quanti pongono delle domande.
Quelle domande finali per le quali non possediamo risposte
altrettanto finali. (Forse non avrei dovuto usare l’aggettivo finale.
Queste domande sembrano finali perché se potessero ricevere una
risposta, ci si renderebbe subito conto di quante altre domande
successive esse provocherebbero). Tutti i libri che ho citato sono
avventure di avventurieri che continuano a cercare risposte finali,
quasi fossero Cavalieri che continuano a cercare il Sacro Graal. Tutti,
tranne Huckleberry Finn, si interrogarono sul significato della realtà
e su cosa essa nasconda; Huckleberry Finn, invece, evidenzia il
terribile dilemma morale che ogni essere umano dovrebbe porsi:
come soddisfare le esigenze della propria individualità e del proprio
egoismo accanto a quelle degli altri che ci circondano, della società.

W — E che cos’hanno invece in comune i tuoi personaggi reali,


quelli sradicati dalla finzione narrativa?
F — Innanzitutto, tranne qualche eccezione, sono tutti degli Eroi.
Vissero nella vita reale, ma oltrepassando la contingenza della loro
vita. Il Burton della realtà violò le Città Sante, Harar e la Mecca, e
cercò le sorgenti del Nilo. De Bergerac, proprio come Burton, era un
grande spadaccino (uno dei suoi combattimenti, cosa strana ma vera,
successe realmente), ma le peripezie di questo francese, a differenza
di quelle di Burton, erano solo immaginarie. Tuttavia, i suoi
vagabondaggi furono ben più ambiziosi di quelli di Burton e non si
limitavano alla sola superficie terrestre: De Bergerac se ne andò fin
sulla luna e sul sole.
Alice Pleasance Liddell Hargreaves era quella ragazzina in carne
ed ossa che chiedeva petulante a Dodgson di raccontarle una storia in
quel famoso pomeriggio dorato, ed era una personcina straordinaria
per conto proprio. Mi sono innamorato di lei dopo aver visto una sua
fotografia in uno degli album di Lewis Carroll. Alice, nella sua
versione letteraria, attraversa lo specchio, e così io ho attraversato la
sua fotografia per incontrare la vera Alice. Mi piacque poi
immaginare la “vera“ Alice innamorata di Sir Richard Francis
Burton: sulla Terra, quei due non si erano mai incontrati, ma nel
Mondo del Fiume le cose sono diverse e si verificano dei
“mutamenti“ sui suoi abitanti. Alice non compare molto nel primo
libro del Ciclo del Fiume, ma la sua figura verrà meglio evidenziata
ed esaminata nel terzo volume, o almeno così spero. In effetti
considero il primo libro di questa serie come la messa a punto degli
strumenti dell’orchestra, il secondo come un preludio, ed il terzo
dovrà essere la sinfonia vera e propria.
Sam Clemens è un altro dei miei personaggi. Lessi le avventure di
Tom Sawyer e l’Huckleberry Finn intorno ai nove-dieci anni. A
quindici anni avevo già letto tutte le sue opere pubblicate e riletto
numerose volte i punti più salienti; a venticinque anni mi sono poi
letto tutte le biografie di Clemens. C’è qualcosa, dentro di me, che
viene messo in risonanza dalla personalità di Sam (sia come autore
che come uomo) e dalle sue opere più importanti. Questa risonanza
ed il fatto che la maggior parte dei miei eroi nascano dalla mia
infanzia e dalla mia gioventù, credo che possano spiegare il perché
abbia scelto proprio quei personaggi come protagonisti della mia
narrativa.
Io ragiono. Io nostalgizzo… Se mi è permesso il neologismo, e
credo di sì… Proprio questa risonanza è la causa prima di tutto. E
spesso, fatto curioso, si tratta di una risonanza per qualcosa che
manca dentro di me. So bene di essere un codardo, ma vorrei essere
coraggioso proprio come i miei personaggi. So anche di essere
spesso tardo e sciocco, eppure vorrei essere pronto ed intelligente
come loro.
Ma c’è anche risonanza con tutti quei dubbi e quelle domande che
agitano questi miei personaggi. Burton, De Bergerac e Clemens, con
il loro cinismo, il loro eterno interrogarsi sulle verità religiose, la loro
ansia di metafisica, la loro innata tristezza, il loro rifiuto della società
del tempo… anche se contemporaneamente avrebbero voluto poterla
accettare senza porsi neppure la questione. Ecco, proprio questi sono
gli uomini che viaggiano sulla mia stessa lunghezza d’onda.
Contemporaneamente, però, alcuni dei personaggi reali di cui mi
sono servito, ed altri che intendo utilizzare in seguito, sono uomini
che sembrano assolutamente sicuri di sé, che agiscono nel loro
contesto sociale senza preoccupazioni di sorta, proprio come pesci
immersi nel loro regno naturale. Sono di questo tipo gente come
William Marshal, il più grande condottiero medioevale, tutore di
principi e reggente d’Inghilterra, come Liver Eating Johnston,
cacciatore delle Rocky Mountains e Uccisore di Corvi. O anche
come Swazi, sul cui modello venne forgiato Umslopogaas, il grande
eroe nero di Haggard, protagonista di Nada the Lily e Allan
Quatermain. Anche questi furono due libri che lessi in gioventù e
che più tardi tornai più volte a rileggere. Umslopogaas e Galazi fanno
anche loro parte della cerchia dei miei sempiterni eroi, ed erano due
negri. Un altro dei miei eroi, Hiawatha, invece, era pellerossa. Mi
ricordo ancora quando giocavo in quel vasto appezzamento, ricco di
alberi, di vallette e di ripe scoscese, e di sottili alberi che noi
chiamavamo le Lance Indiane, ed era lì che giocavo a fare Tarzan e
John Carter di Marte e David Innes di Pellucidar, e anche i neri
Umslopogaas e Galazi, nonché i pellerossa Hiawatha e
Chingachgook. Chiedo venia per questa mia veloce digressione nel
mondo dell’infanzia, sempre che si debba considerarla solo una
digressione. Che mi divertissi ad impersonare quei ruoli fin da così
piccolo, e che mi ci calassi dentro con uno sforzo potente di
immaginazione, fin quasi ad identificarmi con i miei eroi, credo che
sia un particolare abbastanza importante per questa intervista. Questo
fatto può spiegare molte cose. Allora ero molto sensibile al fascino
dell’immortalità, e tutti gli eroi della mia infanzia erano appunto
immortali. Finché vivrò, essi vivranno dentro di me, anche se la forza
delle loro voci diventerà col tempo sempre meno forte…
Ad ogni modo, a questi personaggi reali sarà dedicato proprio il
terzo libro del Ciclo del Fiume. Persone come Marshal, Johnston, o
Umslopogaas, erano tutti uomini che a quei tempi sarei stato ben
felice di impersonare. Erano eroi, anche se spaventosamente
sanguinari, e adesso che conosco il vero aspetto del sangue, delle
budelle strappate, delle cervella fatte saltare, delle mascelle spezzate,
dei teschi frantumati, della pelle bruciata, io non provo alcun
desiderio di commettere un qualsivoglia atto violento. Tuttavia, quel
loro abito mentale, quel riuscire ad accettare passivamente le
strutture del mondo in cui erano nati e in cui cercavano di scavarsi un
posto, è una cosa che a volte invidio. Ma se potessi scegliere,
preferirei essere un nevrotico insoddisfatto e infelice, un Burton o un
Clemens, piuttosto che una persona senza problemi morali, quali un
Marshal o un Umslopogaas.
Perché mai ho scelto Goering per la parte di antieroe nel Ciclo del
Fiume? Prima di tutto, perché nella vita reale è stato effettivamente
un essere malvagio, un antieroe, ed è così che comincia la sua
esistenza anche nel Ciclo del Fiume, per diventare però poi un vero
eroe positivo. Le sue avventure più significanti sono quelle “interne”,
e una di esse riguarda la sua rigenerazione spirituale. Goering è stato
un famoso aviatore durante la prima Guerra Mondiale ed io ho
sempre ammirato i piloti di quel periodo. Egli possedeva un grande
coraggio fisico, a cui faceva da contrappunto un inferiore coraggio
morale. Era un opportunista, un uomo senza solidi principi, ma non
era certo corrotto come Hitler, e difatti intervenne per salvare alcuni
ebrei. Hitler credeva almeno in quello che faceva, ma per Goering si
trattava invece solo di un mezzo per farsi strada. Pur così
compromesso, così abbruttito e così fragile come si ridusse, egli
rimase sempre un essere umano. E gli esseri umani sono sempre in
grado di rigenerarsi, purché esista la ferma volontà di compiere
questo passaggio.
Goering, come del resto un altro mio personaggio di fantasia,
Padre John Carmody, è uno degli uomini più “dolenti“ che si possano
incontrare: eppure, come Carmody, egli si muove “verso l’alto”,
spinto dagli altri e in parte da sé stesso. Numerosi saranno i suoi
scivoloni all’indietro, ma alla fine… Staremo a vedere… Anche in
questo ciclo compare un accostamento psico-religioso, lo stesso che
pervade molti dei miei lavori. Ed anche con lo spregevole Goering,
io mi metto in risonanza. Lo sapevi che a ventun anni mi sono
“convertito“ ad un raduno della Chiesa Fondamentalista? Non è stato
per molto, però. La mia emotività aveva momentaneamente preso il
sopravvento, ma certo non riuscì per molto tempo a tener chiuso il
becco al mio intelletto. O forse la mia voglia di credere in qualcosa
era più debole del mio desiderio di non credere in nulla. E così tornai
a ricadere nell’errore, sprofondando sempre più da allora. Ma
l’universo può essere un cerchio, e tutte le strade possono essere
circolari.

W — Perché senti il bisogno di “integrare“ i tuoi personaggi


narrativi e quelli presi dalla realtà in una sola “famiglia”?

F — Innanzitutto, mostrare l’esistenza di certe parentele è una


specie di gioco. Un gioco intellettuale, certo, ma buona parte del
divertimento nella fantascienza è di tipo intellettuale. Le idee, con le
loro inaspettate concatenazioni, la rivelazione improvvisa che di esse
viene data dall’autore al lettore, tutto questo gioca un ruolo assai
importante nella fantascienza. “La sorpresa tramite il divertimento”,
si potrebbe dire.
Si leggono e si tornano a rileggere le storie dei personaggi che
amiamo, anche numerose volte. Ecco allora che subentra una specie
di relazione sessuale: il personaggio dell’autore si accoppia nella
nostra mente con le sue immagini speculari. Il prodotto di
quest’unione è figlio della mente dell’autore e di quella del lettore: e
questi lo alleva, lo educa, lo cresce. E così il mio Ismaele, il mio
Tarzan, la mia Tina T… non sono per niente i vostri.
Lo sai che Bradbury, da ragazzino, non potendo comprarsi tutti i
libri pubblicati da Burroughs su Barsoom, finì per scriverne uno lui?
In un certo senso, io ho fatto la stessa identica cosa. Anche se in
definitiva mi sono limitato a recitare certe continuazioni, e non a
scriverle. Io non ero un ragazzino esangue, debole, pallido, solitario
(e non mi sto con questo riferendo a Bradbury) costretto a sviluppare
in modo immaginifico la sua fantasia perché non aveva neanche un
amico con cui giocare. Ero un ragazzo robusto e vivace, così agile
nell’arrampicarmi sugli alberi, che i miei compagni delle scuole
medie mi avevano soprannominato “Tarzan”. Leggevo molto fin da
allora, sicuramente più dei miei compagni di gioco e anche più dei
miei amici più appartati… Finché c’era sole e tempo buono, me ne
stavo fuori con i miei compagni: la mia fantasia stimolava i miei
muscoli a svilupparsi, e mentre i miei muscoli andavano acquistando
vigore, lo stesso faceva la mia fantasia. Ma un giorno accadde che un
amico mi sfidasse a saltare da un certo ramo a un altro sul grande
sicomoro che stava nel giardino di Bob Smith. Ero un esperto nel
saltare dai rami, ma quel particolare salto non l’avevo mai tentato. E
così, proprio come Lucifero, caddi per troppo orgoglio. Mi lacerai
alcuni muscoli delle cosce e rimasi paralizzato per una mezz’ora fra
terribili dolori. Da quel giorno mi trasformai in un introverso.
Credo però che i germi di questo cambiamento fossero già dentro
di me. Una caduta non può certo cambiare la personalità di un
individuo, a meno che il trauma fisico agisca su un terreno già
preparato di una certa predisposizione psichica.
Ho parlato di questo episodio perché è determinante per il mio
sviluppo come scrittore. Continuai certo a dedicarmi all’atletica,
dopo che i muscoli si furono rimessi a posto, ma il mio cuore non era
più lì. Riuscii ad abbattere un paio di record mondiali su pista
durante le superiori, ma sempre soltanto durante gli allenamenti.
Durante le gare, anche se riuscivo a compiere un salto ottimo, venivo
regolarmente squalificato perché cominciavo a saltare sempre
qualche millimetro oltre il bordo della linea di battuta. Del resto, se
mi concentravo su quella maledetta riga, finivo per compiere un salto
piuttosto misero. E venivo poi regolarmente superato nei 400 piani
da ragazzi che il mio allenatore sosteneva che io avrei dovuto battere.
Non so ancora oggi cosa sia accaduto esattamente quella volta che
precipitai dall’altezza di dieci metri, andando a sbattere con la
schiena sul terreno sottostante. Fu allora comunque che smisi di
essere Tarzan nel fisico, per continuare però ad esserlo nella mente. E
poi, finii per abbandonare anche quello, diventando più grande. Non
mi sentivo più Tarzan, o Umslopogaas o Raffles, perché essi erano
diventati entità autonome: però, come tali continuarono ad esistere
nella mia mente. Ero diventato un osservatore, uno scudiero, la loro
spalla, Ismaele invece che Ahab, Malone invece di Challenger,
Watson invece di Holmes.
Per tutti quegli anni, il mio inconscio deve aver strenuamente
lottato per cercare di mettere un po’ d’ordine in tutto quel caos. La
mia mente rigurgitava di personaggi amati che sembravano non avere
legami di sorta fra loro, chiusi com’erano in una propria orbita
selvaggia e autonoma, ma un bel giorno il “vero” signore di quel
mondo, ovvero il sottoscritto, disse: “Che l’ordine sia”.
L’ordine impone l’esistenza di una genesi, di antenati, figli, figlie,
zie e cugini. Quando ero giovane, avevo molta dimestichezza con le
mitologie greche e nordiche e qualche tempo fa mi sono accorto che
la Regina Elisabetta d’Inghilterra poteva far risalire la propria
ascendenza fino al Grande Padre della vecchia Germania, Woden in
antico anglosassone e Odino in antico norvegese. Così, tramite i
primi re d’Inghilterra, Woden diventa il progenitore della Primula
Rossa, di Tarzan, di Phileas Fogg, di Richard Wentworth e di tutti gli
altri grandi investigatori/esploratori/superuomini messi insieme nella
genealogia di Tarzan Alive. Il perché di tutto questo verrà esposto
con dovizia di particolari nella mia prossima biografia di Doc
Savage. Questo status familiare, però, non è poi arbitrario al cento
per cento. Ho cercato di usare un metodo quasi scientifico per
fondare la mia genealogia, fornendo dove era possibile, prove
testuali. Il mio modo di procedere era del tipo in uso sulle pagine del
The Baker Street Journal. Baring-Gould, per esempio, nel suo
Sherlock Holmes of Baker Street afferma che Challenger era il cugino
di Holmes. Egli non porta nessuna prova testuale per la sua
affermazione. Ma io sono riuscito a dimostrare abilmente che il
vincolo di parentela fra questi due uomini non poteva essere diverso
da quello che lui aveva solo ipotizzato. Vi sono riuscito poiché la
madre di Tarzan era una Rutherford, e potrei così “dimostrare” che il
George T—, e quindi anche la Nina T—, di Trader Horn, erano
cugini di Tarzan per gli stessi identici motivi. E così via.

W — Fiedler accenna ad un tuo desiderio “di conciliare, senza


però darlo troppo a vedere, tutta una serie di supereroi, mutanti e
mostri vari, come se il personaggio Philip Josè Farmer fosse tanto
reale quanto la sua fantasia…”. Queste parole sembrerebbero
suggerire una rinuncia a sé stessi, una fuga dal proprio io, e non mi
sembra questa l’impressione che si ha leggendo i tuoi libri (semmai
la si prova leggendo le dolenti reinterpretazioni di Bradbury). Ma
non esiste questa “aura dolente” nei tuoi personaggi, non c’è nessun
alone magico o allucinatorio intorno a loro… i tuoi mondi sono
sempre estremamente reali, anche nel sogno, e in loro esiste una
componente assolutamente contemporanea. L’impressione che ho dei
tuoi personaggi è che siano in parte comici, in parte funzionali (nel
senso tecnico del termine), in parte archetipali e — nel complesso —
sempre estremamente satirici verso sé stessi e verso espressioni di un
modo personale ed individuale di intendere la vita.
F — Non credo che Fiedler volesse indicare con questa mia
partecipazione personale ad alcune opere una fuga dalla mia
individualità. Se vado in Brasile (e ci sono andato), questo non vuol
dire che sto scappando da me stesso. Semmai, starei scappando da
certe responsabilità accumulate dalla mia residenza negli U.S.A.
Nondimeno, continuerei ad essere Philip Josè Farmer, e non riuscirei
certo a sfuggire a questa situazione riparando a Peoria piuttosto che a
Rio de Janeiro. Ad ogni modo, il bello di questa partecipazione alle
mie storie sta nel fatto che così posso studiare diversi aspetti della
mia personalità. Nel ciclo dei Creatori di Universi, sono
indifferentemente Paul Janus Finnegan o Kickaha. So benissimo di
non essere affatto simile a Kickaha, ma lui è proprio come vorrei
essere io. E Peter Jairus Frigate del Ciclo del Fiume, il biografo per
eccellenza di Burton, è come me, anche se forse io non sono proprio
così cattivo. Anche il Rousseau che esce dalle Confessioni credo che
sia peggiore di quanto non fosse in realtà. Anche per quanto riguarda
Boygur in Lord Tyger, l’intuizione di Fiedler è molto acuta. Boygur è
una caricatura di me stesso come lo scienziato pazzo che cerca di
allevare il Tarzan che ha dentro di sé e deve sempre fare i conti con la
realtà che lo circonda. Il nome di Boygur, fra parentesi, è preso dal
Peer Gynt.
Credo comunque che il mettere sé stessi fra le figure di
quell’immaginario mondo che si è creato equivalga ad una specie di
firma: “Guardate tutti, l’ho fatto io!”. E questo è anche un modo
piuttosto astuto di padroneggiare quel mondo. Rembrandt si
dipingeva nelle sue tele, mezzo nascosto fra la folla dei suoi
personaggi. Cabell fece lo stesso in Poictesme, sotto le spoglie di
Horvendile. E anche Johnny Shawnessy, in Raintree Country, sotto il
duplice aspetto di J.W.S., il buon cittadino dalla solida posizione, e di
Johnny Shawnessy, l’uomo che non conosce freni, il cui volto è visto
sbirciare furtivo da dietro una colonna del Partenone, o dalle spalle di
Rembrandt in un quadro dello stesso Rembrandt, o ancora intravisto
brevemente durante la presa della Bastiglia. L’autore firma le sue
opere con sé stesso e si diverte a fare l’anonimo demiurgo del mondo
da lui stesso creato.
Mi sarebbe proprio piaciuto conoscere Burton, de Bergerac o
Clemens… qui non avevo avuto nessuna possibilità di farlo, e così ce
ne siamo andati tutti nel Mondo del Fiume. Ma non è filato tutto così
liscio, lo vedrai da te… Frigate trova in Burton parecchi particolari
irritanti e sgradevoli, e quei due non vogliono continuare a stare
assieme. È per questo che nel mondo del sogno entra il realismo, e
credo sia proprio per questo che tu trovi i miei mondi realistici, nel
senso che sono attuali.
Gli elementi satirici mi derivano invece da un’altra mia
caratteristica. Possiedo dentro di me uno strumento molto sensibile
per misurare la distanza fra ciò che un individuo vorrebbe essere, o
che dice di voler essere, e quello che in realtà egli è. È qualcosa di
innato, ne sono convinto, anche se i miei primi contatti con Swift e
Clemens mi hanno indubbiamente aiutato ad affinarlo. Nessun
bambino potrebbe leggerli così presto e così spesso come feci io,
senza recepirne qualcosa.
Per quanto riguarda gli “archetipi”, è qualcosa intorno a cui non
mi va troppo di pensare. In realtà, questo è un termine che vorrei non
aver mai sentito. Non conviene diventare troppo consci del proprio
inconscio. Lo scrittore deliberatamente psicologico viene raramente
ricompensato dei suoi sforzi. Sono invece gli scrittori che usano
inconsciamente tali archetipi, gente come Haggard e Dostoyevsky,
quelli che realmente riescono a mostrare qualcosa di valido nel
campo della psicologia. Jung lo ha dimostrato.
Judy Merril disse una volta che io avevo un filo diretto con
l’inconscio. Forse è proprio così. E se effettivamente le cose stanno
in questo modo, non ho nessuna intenzione di cercare gli schemi di
questo filo diretto, oppure i suoi circuiti. Potrei magari danneggiare
la linea, o cortocircuitarla. Interurbane continuano a squillare e io
non voglio che il mio nome venga tolto dall’elenco. Mi sono
spiegato?
Ad ogni modo, io amo i miei sogni. E a distanza di tempo, riesco
ad amare anche i miei incubi. Non invidio proprio tutta quella gente
che dice di non ricordare i sogni o che non ha mai provato paura per
un incubo. Ricordare soltanto la propria esistenza conscia significa
vivere solo a metà.

(Copyright by Paul Walker, settembre 1974)


Philip J. Farmer: biografia:

Philip José Farmer nasce il 26 gennaio 1918 a North Terre Haute


(Indiana), ma trascorre quasi tutta l’infanzia e la giovinezza a Peoria
(Illinois), dove risiede ancora oggi. Svolge diverse professioni — in
una birreria, in un’industria casearia e in un’acciaieria — e frequenta
la Bradley University, conseguendo nel 1950 un diploma in creative
writing. Debutta in fantascienza con il racconto lungo The Lovers nel
1952, e negli stessi anni completa la prima parte del ciclo del Fiume
(Riverworld), la cui pubblicazione dovrà essere rimandata di più di
una decina d’anni. Autore di numerosi romanzi e racconti, spesso
imperniati su tematiche religiose o sessuali, e vincitore di tre premi
Hugo; nel 1953, come autore più promettente, nel 1968, per il
racconto Riders of the Purple Wage, e nel 1972, per il romanzo To
Your Scattered Bodies Go.

Bibliografia italiana:

romanzi:

― The Green Odyssey, 1957 (Pianeta in via di sviluppo, Slan n. 2,


Libra 1970);
― A Woman A Day, noto anche come The Day of Timestop, 1960
(Gli anni del percursore, Galassia n. 94, CELT 1968);
― Inside Outside, 1964 (L’inferno a rovescio, Galassia n. 61,
CELT 1966);
― Tongues of the Moon, 1964 (Il tempo dell’esilio, Slan n. 19,
Libra 1974);
― Cache From Outer Space, 1962 (Il segreto del tempo, Saturno
n. 2, Libra 1977);
― Dare, 1965 (Una questione di razza, Galassia n. 132, CELT
1970);
― The Maker of Universes, 1965 (Ilabbricante di universi,
Galassia n. 74, CELT 1967; disponibile anche nell’ant. omonima che
riunisce i quattro romanzi del ciclo, Cosmo Oro n. 15, Ed. Nord
1974);
― The Gates of Creation, 1966 (cancelli dell’universo, Galassia
n. 157, CELT 1972; anche in Cosmo Oro n. 15);
― Night of Light, 1966 (Notte di luce, Galassia n. 125, CELT
1970; disponibile anche nell’ant. omonima che riunisce tutto il ciclo
di Padre Carmody, Cosmo Oro n. 22, Ed. Nord 1976);
― Flesh, 1968 (Il figlio del sole, Cosmo Argento n. 16, Ed. Nord
1972);
― A Private Cosmos, 1968 (Un universo tutto per noi, Galassia n.
103, CELT 1969; anche in Cosmo Oro n. 15);
― Feast Unknown, 1969 (Festa di morte, Fantalibro n. 11,
Ciscato 1975);
― Lord Tyger, 1970 (Lord Tyger, Delta n. 4, Sugar 1973);
― The Stone God Awakens, 1970 (Si sveglia il dio di pietra,
Futuro Biblioteca n. 16, Fanucci 1975);
― Image of the Beast, 1970 (L’immagine della bestia, Olympia
Press 1972);
― Behind the Walls of Terra, 1970 (senza titolo, nell’ant.
presentata in Cosmo Oro n. 15);
― Blown, 1971 (Nelle rovine della mente, Olympia Press 1973);
― To Your Scattered Bodies Go, 1971 (Il fiume della vita, Cosmo
Argento n. 8, Ed. Nord. 1971);
― The Fabulous Riverboat, 1971 (Alle sorgenti del fiume, Cosmo
Argento n. 20, Ed. Nord 1972);
― Time’s Last Gift, 1972 (L’ultimo dono del tempo, Slan n. 22,
Libra 1975);
― Traitor to the Living, 1973 (Primo contatto, Cosmo Argento n.
41, Ed. Nord 1975);
― Venus on the Half-Shell, 1975 (Venere sulla conchiglia, Urania
n. 693, Mondadori 1976; apparso sotto lo pseudonimo Kilgore
Trout);
― The Dark Design, 1977 (Il grande disegno, Cosmo Argento n.
76, Ed. Nord 1978: il terzo — e per ora finale — romanzo del ciclo
del Fiume);
― The Lavalite World, 1977 (imminente presso l’Editrice Nord; il
quinto volume del ciclo dei Creatori di Universi);

antologie:

― Strange Relations, 1960 (Relazioni aliene, Futuro Biblioteca n.


3, Fanucci 1973; contiene i racconti: Mother, 1953; Son, 1954;
Daughter, 1954; Father, 1955; My Sister’s Brother, 1959);
― The Alley God, 1962 (Un dio del passato, Futuro Pocket n. 2,
Fanucci 1972; contiene i racconti: The Captain’s Daughter, 1953;
The God Business, 1954; The Alley Man, 1959);
― Notte di luce, Cosmo Oro n. 22, Ed. Nord 1976; contiene il
romanzo Night of Light e i racconti: Attitudes, 1953; Father, 1955; A
Few Miles, 1960; Prometheus, 1961);

racconti:

― Sail On! Sail On!, 1952 (La via delle Indie, Urania n. 348,
Mondadori 1964);
― They Twinkled Like Jewels, 1952 (Splendenti come gioielli,
Gamma n. 12, Ed. dello Scorpione 1966);
― Rastignac the Devil, 1954 (Rastignac il diavolo, SFBC n. 26,
CELT 1966; anche in Gamma n. 4, Ed. Gamma 1966);
― Totem and Taboo, 1954 (Totem e tabù, Gamma n. 6, Ed.
Gamma 1966);
― The Celestial Blueprint, 1954 (Copia conforme, ant.
Paradosso per tredici, Ed. dello Scorpione 1966; anche nell’ant. Il
pianeta Hellzapoppin, Ed. dello Scorpione 1967);
― Attitudes, 1959 (Il frate e il giocatore, Nova n. 25, Libra 1974);
― Prometheus, 1961 (Prometeo, Nova n. 18, Libra 1972);
― How Deep the Groves, 1963 (Le radici dell’ira, Gamma n. 26,
Ed. dello Scorpione 1968);
― The Blasphemers, 1964 (I bestemmiatori, Urania n. 392,
Mondadori 1965);
― The King of the Beasts, 1964 (Il re degli animali, Urania n.
364, Mondadori 1964);
― A Bowl Bigger Than Earth, 1967 (Mordi il prossimo tuo,
Urania n. 482, Mondadori 1968);
― The Shadow of Space, 1967 (L’ombra dello spazio, Urania n.
505, Mondadori 1969);
― The Jungle Rot Kid on the Nod, 1968 (Il dannato figlio della
giungla impasticcato, Galassia n. 211, CELT 1976).
1.

“Una via d’uscita.” Hal Yarrow sentì qualcuno bisbigliare quelle


parole, da una distanza immensa. “Deve esserci una via d’uscita.”
Si svegliò con un sussulto, e si rese conto che era stato lui stesso a
pronunciare quelle parole. E per giunta, ciò che aveva detto mentre
emergeva dal sogno non aveva alcun rapporto con ciò che aveva
sognato. Le sue parole assonnate e il sogno erano due entità
completamente separate.
Ma che cosa aveva inteso dire, bisbigliando quelle parole? E dove
si trovava? Aveva viaggiato realmente nel tempo, o aveva vissuto un
sogno soggettivo? Era stato così vivido che gli rendeva difficile
ritornare alla realtà del mondo.
Gli bastò lanciare un’occhiata all’uomo che gli era seduto accanto
per schiarirsi le idee. Era nella diligenza diretta a Sigmen City,
nell’anno 550 B.S. (3050 d.C. secondo il vecchio computo, gli
suggerì la sua mente di studioso). Non era più, come nel viaggio nel
tempo (?) o nel sogno (?) su un pianeta estraneo, lontano molti anni
luce e molti secoli. E non si trovava più faccia a faccia con il glorioso
Isaac Sigmen, il Precursore, reale sia il suo nome.
L’uomo che gli sedeva accanto gli lanciò un’occhiata di straforo.
Era un individuo magro, dagli zigomi alti, i capelli neri e lisci, gli
occhi scuri dal taglio lievemente mongolico. Indossava l’uniforme
celeste della classe dei tecnici e portava sul petto, a sinistra, un
emblema di alluminio che lo indicava come un appartenente alla
categoria più elevata. Probabilmente era un tecnico elettronico con
un diploma conseguito in una delle migliori facoltà del campo.
L’uomo si schiarì la gola, poi parlò in americano.
“Mille volte perdono, abba. So che non dovrei parlarle senza il
suo permesso. Ma quando si è svegliato, mi ha detto qualcosa. E,
poiché si trova qui dentro, ha accettato di essere temporaneamente un
mio eguale. In ogni caso, muoio dalla voglia di rivolgerle una
domanda. Non per niente mi chiamano Sam il Ficcanaso.”
Poi rise nervosamente e aggiunse:
“Non ho potuto fare a meno di sentire ciò che lei ha detto alla
stewardess, quando le ha contestato il diritto di sedere qui. Ho sentito
male, o lei le ha veramente detto di essere un porco?”
Hal sorrise.
“No, non un porco. Io sono un sorco. È la sigla di Specialista in
Ogni Ramo Conoscenze Ortodosse. Ma non si è sbagliato di molto,
però. In campo professionale, un sorco non gode di un prestigio
molto superiore a quello di un porco.”
Sospirò e ripensò alle umiliazioni che aveva dovuto subire perché
aveva deciso di non diventare uno specialista di un campo ristretto.
Guardò fuori dal finestrino, perché non desiderava incoraggiare il suo
compagno di viaggio a parlargli ancora. Vide una luce fulgida che si
innalzava, in lontananza: senza dubbio era un’astronave militare che
entrava nell’atmosfera. Le poche astronavi civili scendevano in modo
molto più lento e molto meno vistoso.
Dalla quota di sessantamila metri, guardò giù, verso la curva del
continente nordamericano. Era tutto un fulgore di luce dove, qua e là,
si stendevano piccole fasce di oscurità, e qualche rara fascia più
ampia. Doveva trattarsi di catene montuose o di distese d’acqua sulle
quali l’uomo non era ancora riuscito a creare quartieri residenziali e
industrie.
La grande città.
Megalopoli.
E pensare… soltanto trecento anni prima, su tutto il continente la
popolazione non superava i due milioni. Fra cinquant’anni — a meno
che succedesse qualcosa di catastrofico, come una guerra tra
l’Unione Haijac e le Repubbliche di Israele — la popolazione
dell’America settentrionale sarebbe stata di quattordici miliardi…
forse anche quindici miliardi di abitanti!
L’unica zona nella quale era deliberatamente vietato abitare era la
Riserva della Baia di Hudson. Hal aveva lasciato quella riserva da un
quarto d’ora soltanto, eppure si sentiva male al pensiero che non
avrebbe potuto ritornarvi per molto tempo ancora.
Sospirò di nuovo. La Riserva della Baia di Hudson. Migliaia di
alberi, montagne, grandi laghi azzurri, uccelli, volpi, conigli, persino
gatti selvatici, a quanto affermavano le guardie forestali. Ma erano
così pochi che in meno di dieci anni sarebbero finiti sull’elenco degli
animali estinti.
Nella Riserva Hal era riuscito a respirare, a sentirsi libero da
costrizioni. Libero. Qualche volta si era sentito solitario e inquieto.
Ma aveva appena cominciato a superare quelle sensazioni, quando le
sue ricerche tra i venti abitanti di lingua francese della Riviera si
erano concluse.
L’uomo che gli era seduto accanto si agitò come se cercasse il
coraggio di parlare nuovamente. Dopo qualche nervoso colpo di
tosse preliminare, disse:
“Sigmen mi aiuti, spero di non averla offesa. Ma mi stavo
chiedendo…”
Hal Yarrow si senti offeso perché quell’uomo era troppo
presuntuoso. Poi ricordò ciò che aveva detto il Precursore.
Tutti gli uomini sono fratelli, anche se alcuni sono più favoriti dal
padre.
E non era colpa di quell’uomo se la cabina di prima classe era
ormai piena di persone che avevano maggiori diritti di precedenza, e
se Hal era stato costretto a scegliere tra il partire con la diligenza
successiva e il prendere posto lì, tra individui di categoria inferiore.
“Per me è shib.” disse Yarrow. E si spiegò.
L’uomo disse: “Ah!” come se si sentisse sollevato.
“Allora, non le dispiace se le faccio un’altra domanda? Non per
niente mi chiamano Sam il Ficcanaso, l’ho già detto. Ah! Ah!”
“No, non mi dispiace,” rispose Hai Yarrow. “Un sorco, benché sia
specialista in ogni ramo della conoscenza ortodossa, non si occupa di
tutte le scienze. Deve limitarsi a una disciplina in particolare, ma
cerca di comprenderne meglio che può tutti i vari rami specializzati.
Per esempio, io sono un sorco in linguistica. Invece di limitarmi a
uno dei molti campi della linguistica, ho una buona conoscenza
generale di quella scienza. Questo mi consente di effettuare un lavoro
di correlazione e di scoprire certe cose, in una specialità, che
potrebbero interessare un uomo di un’altra specialità, per poi
segnalargliele. Altrimenti lo specialista, che non ha il tempo di
leggere le centinaia e centinaia di riviste scientifiche del suo campo,
potrebbe lasciarsi sfuggire qualcosa che potrebbe essergli di aiuto.
“E tutti gli studi professionali hanno dei sorci che fanno questo
lavoro. Per la verità, sono fortunato, poiché mi occupo di questa
particolare scienza. Se, per esempio, fossi un sorco in medicina,
finirei travolto e sopraffatto. Dovrei lavorare insieme a un gruppo di
altri sorci. E anche così, non potrei essere un sorco autentico. Dovrei
limitarmi a un solo ramo della scienza medica. Il numero delle
pubblicazioni in ogni specialità della medicina — o dell’elettronica o
della fisica o di quasi tutte le altre scienze — è cosi immenso che né
un uomo né un gruppo di uomini sarebbe in grado di conoscere
l’intera disciplina.
“Per fortuna, mi sono sempre interessato di linguistica. In un certo
senso, questo mi favorisce. Ho persino il tempo di compiere qualche
piccola ricerca per conto mio, e di accrescere così l’enorme valanga
dei trattati.
“Tuttavia,” aggiunse, “queste ricerche mi costano parte del tempo
che dovrei dedicare al sonno. Devo lavorare dieci o più ore al giorno
per la gloria e il bene della Stiesa.”
Quest’ultima affermazione doveva assicurare che quell’individuo,
se era un uzzita o un dipendente degli uzziti, non andasse a riferire
che Hal Yarrow frodava la Stiesa. Secondo Hal, non era probabile
che quell’uomo fosse qualcosa di diverso da ciò che sembrava, ma
preferiva non correre rischi.
Una lampada rossa lampeggiò sulla paratia, sopra l’ingresso della
cabina, e una voce registrata ordinò ai passeggeri di allacciare le
cinture di sicurezza. Dieci secondi più tardi, la diligenza cominciò a
decelerare. Un minuto dopo, il veicolo picchiò, seccamente, e
cominciò a scendere alla velocità di mille metri al minuto… così,
almeno, avevano detto ad Hal.
Ora che erano più vicini al suolo, Hal poteva vedere che Sigmen
City (chiamata Montreal fino a dieci anni prima, quando la capitale
dell’Unione Haijac era stata trasferita lì da Rek, nell’Islanda) non era
un singolo bagliore luminoso. Qua e là era possibile distinguere
qualche macchia scura — probabilmente erano giardini pubblici — e
il sottile, tortuoso nastro nero che la costeggiava era il Fiume del
Profeta: un tempo, si era chiamato San Lorenzo. I palis di Sigmen
City si levavano fino a cinquecento metri dal suolo: ciascuno
ospitava almeno centomila individui, e ve n’erano trecento, così
grandi, nell’area della città vera e propria.
Nel centro della metropoli c’era una piazza, occupata da alberi e
da palazzi governativi, tutti inferiori ai cinquanta piani. Era
l’università di Sigmen City, dove Hal Yarrow lavorava.
Ma Hal viveva in un pali poco lontano, e fu in quella direzione
che si diresse, salendo su una corsia mobile, quando fu sceso dalla
diligenza.
Poi, notò qualcosa che non aveva mai avvertito —
consapevolmente, almeno — in tutta la sua vita, prima di effettuare
quel viaggio di ricerche nella Riserva della Baia di Hudson. Era la
folla, quella massa di umanità che gli mulinava attorno, fitta,
irrequieta, odorosa.
E tutti quegli esseri si premevano contro di lui senza sapere chi
fosse: era soltanto un altro corpo, un altro uomo senza volto, un
breve ostacolo al loro movimento.
“Grande Sigmen!” mormorò. “Dovevo essere sordo, cieco e muto!
Non avevo capito che li odio!”
E, immediatamente, si sentì imporporare per la vergogna e per una
violenta sensazione di colpa. Guardò i volti di coloro che lo
circondavano, come se potessero leggergli in faccia il suo odio, la
sua colpa e la sua contrizione.
Ma non capivano. Non potevano capire. Per loro, era soltanto un
altro uomo, che andava trattato con qualche rispetto se lo
incontravano personalmente, poiché era un professionista. Ma non in
quel caso, non sulla strada mobile che portava quel torrente di carne
umana. Era soltanto un altro fascio di sangue e di ossa tenuto insieme
da tessuti connettivi e ricoperto di pelle. Era uno di loro, e perciò era
un nulla.
Scosso da quella rivelazione improvvisa, Hal scese dalla corsia
mobile.
Voleva allontanarsi da loro, perché sentiva di dovere loro delle
scuse. Nello stesso tempo, aveva voglia di picchiarli.
A pochi passi dalla strada mobile, sopra di lui, c’era il Pali N. 30,
la Residenza dei Membri dell’Università. Vi entrò, ma non si sentì
meglio, benché il senso di responsabilità verso coloro che
viaggiavano sulla strada mobile lo avesse abbandonato. Non c’era
motivo di discutere il suo soggiorno tra gli indigeni di lingua
francese della Riserva, si accorse che in realtà non aveva voglia di
parlare con nessuno. Non ora. Forse domani. Ma non ora.
Hal Yarrow attese accanto alla porta dell’ascensore, mentre il
custode controllava gli aspiranti passeggeri per stabilire a chi
spettasse la precedenza. Quando le porte dell’ascensore si aprirono, il
custode rese ad Hal la sua chiave.
“Prima lei, abba” gli disse.
“Sigmen sia benedetto,” rispose Hal. Entrò nell’ascensore e si
appoggiò alla parete, accanto alla porta, mentre gli altri venivano
identificati e schierati secondo il rango.
L’attesa non fu lunga, perché il custode faceva da molti anni quel
lavoro e conosceva di vista quasi tutti, ormai. Tuttavia, doveva
eseguire le formalità necessarie. Ogni tanto, uno dei residenti veniva
promosso o retrocesso. Se il custode avesse commesso l’errore di
non riconoscere quel cambiamento di posizione sociale, sarebbe stato
denunciato. Il fatto che occupasse quel posto da molti anni indicava
che conosceva bene il suo lavoro.
Quaranta persone si stiparono nella cabina; il custode agitò le
nacchere. La porta si chiuse e l’ascensore saettò rapidissimo, così
veloce da piegare le ginocchia ai passeggeri. Continuò ad accelerare,
poiché era un ascensore espresso. Al trentesimo piano, la cabina si
fermò automaticamente, e la porta si aprì. Nessuno uscì: il
meccanismo ottico se ne accorse, chiuse la porta e la corsa riprese.
Vi furono altre tre fermate, e nessuno scese. Poi, uscì quasi la
metà dei passeggeri. Hal trasse un profondo respiro perché, se per le
strade e al piano terreno si era sentito oppresso dalla vicinanza degli
altri, nell’ascensore si sentiva addirittura schiacciato.
Altri dieci piani, un tragitto compiuto sempre in silenzio; uomini e
donne sembravano assorti nell’ascolto della voce del trasmettitore di
verità che scendeva dall’altoparlante nel soffitto. Poi la porta si aprì,
al piano di Hal.
I corridoi erano larghi cinque metri, e c’era abbastanza spazio, a
quell’ora. Non si vedeva nessuno, e Hal ne fu lieto. Se si fosse
rifiutato di fermarsi a chiacchierare per qualche minuto con i suoi
vicini, sarebbe stato considerato eccentrico. E questo avrebbe potuto
provocare delle chiacchiere, e le chiacchiere significavano guai: per
lo meno, una spiegazione di fronte al gapt del suo piano. Una
conversazione, una predica, e solo il Precursore sapeva che altro.
Percorse un centinaio di metri. Poi, quando vide la porta del suo
puka, si fermò.
Il cuore aveva cominciato a martellargli all’improvviso, le mani
gli tremavano. Aveva voglia di girare sui tacchi e di scendere di
nuovo con l’ascensore.
E questo, si disse, era un comportamento irreale. Non dovevo
provare quel sentimento.
E poi, Mary non sarebbe rientrata se non tra un quarto d’ora.
Spalancò la porta (al piano dei professionisti non c’erano
serrature, naturalmente) ed entrò. Le pareti cominciarono a
illuminarsi e dopo dieci secondi splendevano in tutto il loro fulgore.
Nello stesso istante, il tridi si accese, sulla parete di fronte, e le voci
degli attori risuonarono, tonanti.
Yarrow sussultò.
“Grande Sigmen!” mormorò sottovoce. Avanzò in fretta e spense
l’apparecchio. Sapeva che Mary l’aveva lasciato attivato, pronto ad
accendersi non appena lui fosse entrato. Sapeva di averle detto tante
volte che questo lo faceva sussultare, e si meravigliò che lei lo avesse
dimenticato. E questo significava che lei lo faceva apposta,
consciamente o inconsciamente.
Alzò le spalle e si disse che in avvenire non ne avrebbe più
parlato. Se Mary si fosse convinta che non gli dava più fastidio,
sarebbe stata capacissima di ricordarsi di spegnerlo.
Oppure, Mary avrebbe potuto intuire la vera ragione che lo aveva
spinto a tacere della sua dimenticanza. E forse avrebbe continuato,
nella speranza che alla fine lui si sarebbe irritato, avrebbe perduto la
calma, avrebbe urlato e inveito contro di lei.
E, ancora una volta, lei avrebbe segnato un punto a proprio favore,
perché avrebbe rifiutato di ribattere, lo avrebbe fatto infuriare con il
suo silenzio e con la sua aria da martire, lo avrebbe esasperato anche
di più.
Poi, naturalmente, Mary avrebbe dovuto fare il suo dovere, per
quanto le fosse doloroso. Alla fine del mese, avrebbe fatto rapporto al
gapt dell’isolato. E questo avrebbe significato una croce nera in più
sul Punteggio dei Meriti di Hal Yarrow, il quale sarebbe stato
obbligato a compiere sforzi eroici per cancellarla. E quegli sforzi, se
li avesse compiuti (e cominciava ad esserne stanco) avrebbero
comportato la perdita di tempo prezioso che intendeva dedicare a
progetti più degni… se pure osava definirli così anche davanti a se
stesso.
E se lui avesse protestato accusandola di impedirgli di fare
progressi nella sua professione, di guadagnare più denaro, di
trasferirsi in un puka più grande, allora avrebbe dovuto ascoltare la
voce triste di Mary, chiedergli se pretendeva davvero che lei
commettesse un atto irreale. Voleva chiederle di non dire la verità, di
mentire per omissione o per alterazione? Senza dubbio non poteva
pretendere una cosa simile, perché in questo caso tutti e due si
sarebbero trovati in un pericolo molto grave. Non avrebbero mai
veduto il volto glorioso del Precursore… e così via: e lui non sarebbe
stato in grado di ribattere.
Eppure, Mary gli chiedeva sempre perché non l’amava. E, quando
lui rispondeva che l’amava, lei continuava a sostenere che non era
vero. Hal le chiedeva se lo riteneva un bugiardo. Non lo era, e se lei
lo considerava tale, lui avrebbe dovuto farle rapporto al gapt
dell’isolato.
A questo punto, illogicamente, lei si metteva a piangere e diceva
di essere certa che lui non l’amava. Se l’avesse amata, non si sarebbe
mai sognato di fare rapporto al gapt contro di lei.
Quando Hal ribatteva che però lei considerava shib fare rapporto
contro di lui, per tutta risposta Mary spargeva lacrime ancora più
copiose.
Ecco che cosa sarebbe successo… se lui avesse continuato a
cadere nella trappola. Ma giurò a se stesso che questa volta non vi
sarebbe caduto.
Hal Yarrow attraversò il soggiorno di cinque metri per due e
mezzo, abbassò il fornello retrattile che era sospeso alla parete, quasi
all’altezza del soffitto, regolò il quadrante, poi ritornò in soggiorno.
Si tolse la giacca, l’appallottolò e la cacciò sotto una poltrona.
Sapeva che Mary avrebbe potuto trovarla e lo avrebbe rimproverato,
ma non gli importava. In quel momento era troppo stanco per alzare
le braccia verso il soffitto e abbassare un attaccapanni.
Dalla cucina venne un suono basso e tintinnante. La cena era
pronta.
Hal decise di occuparsi della corrispondenza dopo aver mangiato.
Entrò nell’innominabile per lavarsi la faccia e le mani.
Automaticamente, mormorò la preghiera dell’abluzione:
“Possa io mondarmi dall’irrealtà con la stessa facilità con cui
l’acqua lava il sudiciume, e così piaccia a Sigmen.”
Dopo essersi lavato, premette il pulsante accanto al ritratto di
Sigmen, sopra il lavabo. Per un secondo, la faccia del Precursore lo
fissò: era un volto lungo e magro, con un ciuffo di capelli rossi,
grandi orecchie a sventola, sopracciglia folte color paglia che si
univano sopra l’immenso naso aquilino dalle narici dilatate, gli occhi
celesti, la lunga barba arancione, le labbra sottili come il filo di un
coltello. Poi quella faccia cominciò a sbiadire, a svanire.
Passò un altro secondo, e il Precursore scomparve, fu sostituito da
uno specchio.
Hal era autorizzato a guardarsi nello specchio soltanto il tempo
necessario per assicurarsi di avere il viso pulito e i capelli in ordine.
Non c’era nulla che gli impedisse di specchiarsi più a lungo di quanto
gli fosse concesso, ma non aveva mai trasgredito la regola. Aveva
molti difetti, ma non era vanitoso. O per lo meno, era ciò che si
diceva sempre.
Eppure, questa volta indugiò un po’ troppo a lungo. E vide le
spalle ampie di un uomo alto, un uomo sulla trentina. I suoi capelli
erano rossi come quelli del Precursore: ma più scuri, quasi di un
colore bronzeo. Aveva la fronte alta e spaziosa, le sopracciglia brune,
gli occhi di un grigio cupo, il naso diritto e ben proporzionato; il
labbro superiore era un po’ troppo lungo, la bocca era carnosa, il
mento appena un poco prominente.
Hal premette di nuovo il pulsante. La lucentezza argentea dello
specchio si oscurò, si infranse, si frantumò in strisce lucenti. Poi si
oscurò di nuovo e tornò a formare l’immagine di Sigmen. Per una
frazione di secondo, Hal vide la propria immagine sovrapporsi a
quella del Precursore, poi i suoi lineamenti scomparvero, vennero
assorbiti da quelli di Sigmen, e lo specchio sparì.
Hal uscì dall’innominabile e andò in cucina. Si affrettò a chiudere
la porta a chiave (la porta della cucina e quella dell’innominabile
erano le sole che si potevano chiudere a chiave) perché non voleva
essere sorpreso da Mary mentre mangiava.
Aprì lo sportello del forno, ne tolse la scatola riscaldata, la posò su
una tavola che tirò giù dalla parete, rimandò il fornello verso il
soffitto.
Poi aprì la scatola e mangiò. Lasciò cadere il recipiente di plastica
nel condotto di recupero che si apriva nel muro, e ritornò
nell’innominabile per lavarsi le mani.
E mentre si lavava, sentì Mary che lo chiamava per nome.
2.

Hal esitò per un istante, prima di rispondere, senza sapere il


perché. Poi rispose. “Sono qui, Mary.”
“Oh!” esclamò Mary. “Naturalmente, immaginavo che ti avrei
trovato lì dentro, se fossi stato in casa. Dove avresti potuto essere,
altrimenti? Lui rientrò nel soggiorno, senza sorridere.
“Devi sempre essere così sarcastica, anche dopo una mia assenza
così lunga?”
Mary era alta: Hal la superava soltanto di mezza testa. I capelli, di
un biondo pallido, erano tirati indietro e raccolti in un nodo pesante,
sulla nuca. Aveva gli occhi celesti, lineamenti regolari e minuti, un
po’ guastati dalle labbra troppo sottili. La camicia informe, dal collo
alto, e l’ampia gonna lunga fino a terra impedivano a un osservatore
di stabilire se aveva o no una bella figura. Neppure Hal lo sapeva.
“Non facevo del sarcasmo, Hal,” rispose Mary. “Era
un’osservazione realistica, ecco tutto. Dove potevi essere, altrimenti?
Tu dovevi rispondermi soltanto ‘sì’. E immaginavo di trovarti lì
dentro,” e indicò la porta dell’innominabile, “al mio ritorno a casa.
Sembra che tu passi tutto il tuo tempo lì dentro o nei tuoi studi. Come
se cercassi di nasconderti da me.”
“Bel ritorno a casa,” disse Hal.
“Non mi hai neppure dato un bacio,” disse Mary.
“Ah sì,” rispose lui. “È il mio dovere. L’avevo dimenticato.”
“Non dovrebbe essere un dovere,” ribatté lei. “Dovrebbe essere
una gioia.”
“È difficile provare gioia nel baciare labbra che ringhiano,” ribatté
Hal.
Con sua sorpresa, invece di replicare irosamente, Mary cominciò a
piangere. E Hal provò un’improvvisa vergogna.
“Scusami,” disse. “Ma devi ammettere che non eri dell’umore
migliore, quando sei entrata.”
Le andò accanto, cercò di prenderla tra le braccia, ma lei si scostò.
Ma Hal le baciò un angolo della bocca, mentre lei si girava.
“Non voglio che tu mi baci perché ti faccio pena o perché è tuo
dovere,” disse Mary. “Voglio che tu lo faccia perché mi ami.”
“Ma io ti amo,” disse Hal, per la millesima volta, gli parve, da
quando si erano sposati. Ma quelle parole non sembravano
convincenti neppure a lui. Eppure — si disse — l’amava. Doveva
amarla.
“Bel modo di dimostrarmelo,” protestò Mary.
“Dimentichiamo tutto quello che è successo e ricominciamo
daccapo,” rispose Hal. “Così.”
Fece per baciarla, ma lei indietreggiò.
“Che cosa ti prende?” chiese Hal.
“Non mi hai dato un bacio di saluto,” rispose lei. “Non devi
diventare sensuale. Non è né il tempo né il luogo.” Hal alzò le
braccia al cielo.
“E chi diventa sensuale? Volevo comportarmi come se tu fossi
appena entrata. È peggio dare un bacio più del prescritto, o è peggio
litigare? Il guaio è, Mary, che tu prendi tutto alla lettera. Non sai che
lo stesso Precursore non ha mai preteso che i suoi precetti venissero
presi alla lettera? Egli stesso affermò che qualche volta le circostanze
imponevano delle modifiche!”
“Sì, e disse anche che dovevamo guardarci dal razionalizzare per
allontanarci dalle sue leggi. Prima dobbiamo consultare un gapt per
discutere la realtà del nostro comportamento.”
“Oh, naturalmente!” rispose Hal. “Telefonerò al nostro buon
angelo custode pro-tempero e gli chiederò se mi è lecito darti un altro
bacio!”
“È la cosa migliore,” disse lei.
“Grande Sigmen!” urlò Hal. “Non so se devo ridere o piangere!
Non ti capisco! Non ti capirò mai!”
“Rivolgi una preghiera a Sigmen,” disse Mary. “Chiedigli di
concederti realtà. Poi, tutto sarà più semplice.”
“Prega tu,” ribatté Hal. “Bisogna essere in due, per litigare. E tu
ne sei responsabile quanto me.”
“Ne parleremo più tardi, quando sarai meno collerico. Devo
lavarmi e mangiare.”
“Non preoccuparti per me,” rispose Hal. “Avrò da fare fino all’ora
di andare a letto. Devo mettermi al corrente delle novità, prima di
presentarmi a Olvegssen.”
“E scommetto che ne sei contentissimo,” fece Mary. “Speravo di
fare una bella chiacchierata con te. In fin dei conti, non mi hai ancora
detto una parola sul tuo viaggio nella Riserva.”
Hal non rispose.
“È inutile che tu ti morda le labbra!” esclamò lei.
Hal staccò un ritratto di Sigmen dalla parete e lo distese su una
sedia. Poi abbassò il proiettore a ingrandimento, vi inserì la lettera e
regolò i comandi. Mise i paraocchi, si infilò l’auricolare
nell’orecchio e sedette sulla poltrona, sogghignando.
Probabilmente, Mary aveva visto quel sogghigno, e certo si stava
chiedendo che cosa l’avesse causato; ma non ne parlò. Se lo avesse
domandato a Hal, non avrebbe ottenuto risposta. Lui non poteva dirle
che lo divertiva sedersi sul ritratto del Precursore. Lei si sarebbe
scandalizzata, o avrebbe finto di scandalizzarsi: non sapeva mai con
certezza quale fosse la sua reazione. In ogni caso, Mary non era
dotata di spirito; e lui non intendeva dirle nulla che avrebbe potuto
rovinare il Punteggio di Merito.
Hal premette il pulsante che attivava il proiettore, poi si appoggiò
alla spalliera, ma senza rilassarsi. Immediatamente, sulla parete di
fronte a lui apparve il film ingrandito. Mary, che non aveva i
paraocchi, vedeva soltanto un muro vuoto. Nello stesso istante, Hal
sentì la voce registrata sul film.
Per prima cosa, come avveniva sempre per le lettere ufficiali,
apparve sul muro la faccia del Precursore.
“Lode a Isaac Sigmen,” disse la voce, “in cui è la realtà e da cui
discende su tutti la verità! Benedica egli i suoi seguaci e confonda i
suoi nemici, i discepoli dell’unshib Retrocursore!”
Poi vi fu una pausa nel discorso e un’interruzione della
proiezione, perché colui che guardava avesse il tempo di elevare a
sua volta una preghiera. Poi sulla parete lampeggiò una parola —
woggle — e la voce continuò:
“Devoto credente Hal Yarrow:
“Ecco la prima di un elenco di parole apparse recentemente nel
linguaggio dei popoli di lingua americana dell’Unione. Questa
parola, woggle, ha avuto origine nel Dipartimento della Polinesia e si
è diffusa radialmente tra tutti i popoli di lingua americana dei
dipartimenti del Nord America, dell’Australia, del Giappone e della
Cina. Stranamente, non è ancora comparsa nel Dipartimento del Sud
America, che come lei senza dubbio sa, è contiguo al Nord America.”
Hal Yarrow sorrise: le affermazioni di quel genere tendevano a
esasperarlo. Quando avrebbero capito, gli autori di quelle lettere, che
lui era non soltanto un uomo eminentemente istruito, ma un uomo
dotato di una cultura molto vasta? In quel caso particolare, persino i
semi-illetterati delle classi inferiori avrebbero dovuto sapere dove si
trovava il Sud America, perché il Precursore aveva nominato più
volte quel continente nel suo Talmud Occidentale e nel suo Il Mondo
e il Tempo reale. Era vero, tuttavia, che gli insegnanti dei non
professionisti forse non avevano mai pensato di indicare ai loro
allievi l’ubicazione del Sud America… dato e non concesso che la
conoscessero essi stessi.
“La parola woggle,” continuò la voce, “è stata segnalata per la
prima volta nell’isola di Tahiti. Quest’isola si trova al centro del
Dipartimento della Polinesia ed è abitata dai discendenti degli
australiani, che la colonizzarono dopo la Guerra Apocalittica.
Attualmente, Tahiti costituisce una base militare per astronavi.
“A quanto pare, woggle, si è diffusa da lì, ma il suo uso è rimasto
limitato soprattutto ai non professionisti. L’eccezione è costituita dal
personale spaziale professionista. Pensiamo che vi sia un nesso tra
l’apparizione della parola e il fatto che gli spaziali siano stati i primi
a usarla… per quello che ne sappiamo noi.
“I trasmettitori di verità hanno chiesto il permesso di usare questa
parola nelle trasmissioni, ma il permesso è stato loro negato in attesa
dei risultati di ulteriori studi.
“La parola, per quanto è possibile stabilire attualmente, è usata
come aggettivo, come nome e come verbo. Ha un significato
fondamentalmente spregiativo, simile ma non equivalente alle parole,
linguisticamente accettabili, sudicio e jellato. Inoltre, contiene il
significato di qualcosa di strano, di extraterrestre, in una parola, di
irreale.
“Lei ha pertanto l’ordine di fare indagini sulla parola woggle,
secondo il Piano N. ST-LIN-476, a meno che lei abbia già ricevuto
un ordine con diritto di precedenza. In ogni caso, dovrà rispondere
alla presente entro e non oltre il 12 Fertilità 550 B.S.”
Hal lesse la lettera fino in fondo. Per fortuna, le altre tre parole
avevano una priorità inferiore. Non era obbligato a fare l’impossibile,
e cioè ad indagare su tutte e quattro contemporaneamente.
Ma avrebbe dovuto partire il mattino dopo essersi presentato a
Olvegssen. E questo significava che non poteva neppure disfare il
suo bagaglio, e doveva indossare ancora per alcuni giorni gli abiti
che portava in quel momento; forse non avrebbe avuto neppure il
tempo di farli pulire.
Non che non volesse partire. Ma era stanco, e desiderava riposare,
prima di intraprendere quel nuovo viaggio.
Che razza di riposo, si disse, togliendosi i paraocchi e fissando
Mary.
Mary si stava alzando in quel momento dalla poltrona, dopo aver
spento il tridi. E si stava chinando per aprire un cassetto. Hal vide
che ne toglieva gli indumenti notturni. E, come gli era capitato molte
volte, Hal avvertì un senso di nausea.
Mary si voltò e vide la sua espressione.
“Che c’è?” chiese.
“Niente.”
Lei attraversò la stanza, bastavano pochi passi per attraversarla, e
questo gli fece pensare all’ampiezza illimitata della Riserva. Gli
porse un fascio sgualcito di indumenti e disse: “Non credo che Olaf li
abbia fatti pulire. Ma non è colpa sua. Il deionizzatore non funziona.
Ha lasciato un biglietto, per dire che aveva chiamato un tecnico. Ma
tu sai quanto tempo occorre, per queste cose.”
“Lo aggiusterò io, appena avrò tempo,” rispose Hal. E fiutò gli
indumenti. “Grande Sigmen! Da quanto tempo è fuori uso il
deionizzatore?”
“Da quando sei partito,” rispose Mary.
“Quanto suda quell’uomo!” esclamò Hal. “Deve vivere in uno
stato di terrore perpetuo. Non mi meraviglio. Il vecchio Olvegssen
terrorizza anche me.”
Mary arrossì.
“Ho pregato tanto perché tu non imprecassi,” disse. “Quando
smetterai questa abitudine irreale? Non sai…”
“Sì,” l’interruppe lui, bruscamente. “So benissimo che quando
nomino invano il nome del Precursore, ritardo l’Attimo in cui il
Tempo si fermerà. E con questo?”
Mary indietreggiò, sgomentata dalla violenza della sua voce e
dalla smorfia che gli alterava le labbra.
“E con questo?” ripeté incredula. “Hal, non dirai sul serio!”
“No, naturalmente non dico sul serio!” ribatté lui, respirando
pesantemente. “Naturalmente! Come potrei? Ma mi esaspera sentirmi
rinfacciare continuamente i miei torti.”
“Fu lo stesso Precursore a dirci che dobbiamo sempre ricordare al
nostro fratello le sue irrealtà.”
“Non sono tuo fratello. Sono tuo marito,” disse Hal. “Benché
molte volte, come ora, io mi auguri di non esserlo affatto.”
Mary abbandonò la sua espressione timorata e severa, gli occhi le
si riempirono di lacrime; la bocca e il mento le tremavano.
“Per amor di Sigmen!” esclamò Hal “Non piangere.”
“E come potrei non piangere?” singhiozzò lei. “Quando mio
marito, che è la mia carne e il mio sangue, ed è unito a me dalla
Stiesa Reale, continua ad accumulare abusi sul mio capo? E io non
ho fatto nulla per meritarlo!”
“Nulla… tranne denunciarmi al gapt tutte le volte che ne hai
l’occasione,” rispose lui. Le voltò le spalle e abbassò il letto.
“Immagino che anche i lenzuoli avranno il puzzo di Olaf e di
quella grassona di sua moglie,” disse Hal.
Prese un lenzuolo, lo fiutò. “Puah!” disse. Strappò le altre
lenzuola e le gettò sul pavimento. Poi vi gettò anche gli indumenti
notturni.
“Al D! Dormirò vestito. E dici di essere una moglie? Perché non
hai portato la nostra roba dai vicini e non l’hai pulita?”
“Sai benissimo perché,” ribatté Mary. “Non abbiamo il denaro per
ripagarli dell’uso del loro pulitore. Se avessi un Punteggio di Merito
migliore, potremmo permettercelo.”
“E come posso ottenere un Punteggio di Merito migliore, se tu
corri dal gapt non appena io commetto una minuscola
indiscrezione?”
“Non è colpa mia!” esclamò lei, indignata. “Che sigmenita sarei,
se mentissi al buon abba e gli dicessi che tu sei degno di un
Punteggio di Merito superiore? Non sarei più capace di vivere,
sapendo di essere stata così spaventosamente irreale, e sapendo che il
Precursore mi vede. Quando sono con il gapt, sento gli occhi
invisibili di Isaac Sigmen fissi su di me… leggono ogni mio
pensiero. Non potrei mai mentire! E tu dovresti vergognarti di quello
che dici!”
“Va al D!” scattò Hal. Ed entrò nell’innominabile.
Si tolse gli abiti ed entrò sotto la doccia, per i trenta secondi che
gli erano concessi. Poi si fermò davanti al soffiatore, fino a che fu
asciutto.
Poi cominciò a spazzolarsi energicamente i denti, come se
cercasse di cancellare le parole terribili che aveva pronunciato. Come
al solito, cominciava a vergognarsi di ciò che aveva detto. E
cominciava ad avere paura che Mary lo dicesse al gapt. E in questo
caso, poteva darsi che lo multassero. In questo caso il suo bilancio,
già instabile, avrebbe subito un tracollo. Si sarebbe trovato più
indebitato che mai… e al momento della prossima promozione, lo
avrebbero scartato.
Si rivesti, in preda a questi pensieri, e uscì dallo stanzino. Mary gli
passò accanto, entrando nell’innominabile. Sembrò sorpresa di
vederlo vestito. Poi si fermò.
“Oh, questa poi!” esclamò. “Hai gettato le lenzuola e tutto sul
pavimento! Hal, non puoi averlo fatto sul serio!”
“Sì, ho fatto sul serio,” ribatté lui. “Non ho intenzione di dormire
nel sudore di Olaf.”
“Ti prego, Hal,” disse lei. “Ti prego, non usare quella parola. Sai
che non sopporto la volgarità.”
“Perdono,” fece Hal, “avresti preferito la parola islandese o quella
ebraica? In tutte le lingue, quella parola indica la stessa vile
escrezione umana: il sudore!”
Mary si tappò le orecchie con le mani, corse nell’innominabile, e
chiuse la porta con violenza.
Hal si buttò sul materasso sottile e si coprì gli occhi con il braccio,
per non essere disturbato dalla luce.
Cinque minuti dopo, senti la porta aprirsi. Aveva bisogno di essere
oliata, ma avrebbe dovuto aspettare fino a che il loro bilancio e
quello di Olaf Marconis avrebbero potuto consentire l’acquisto del
lubrificante. E se il suo Punteggio di Merito fosse sceso, i Marconis
avrebbero potuto chiedere di trasferirsi in un altro appartamento. Se
l’avessero trovato… allora lui e Mary sarebbero stati costretti a
coabitare con una coppia ancora più discutibile, probabilmente
appena promossa da una classe professionale inferiore.
Oh, Sigmen! pensò. Perché non riesco ad accontentarmi di ciò che
è, perché non riesco ad accettare, la realtà. Perché deve esserci in me
tanto del Retrocursore? Dimmelo, dimmelo tu!
Ma fu la voce di Mary, quella che udì, mentre lei si sdraiava
accanto sul letto.
“Hal, non vorrai fare una cosa tanto unshib, vero?”
“Unshib?” domandò lui, benché sapesse che cosa intendeva sua
moglie.
“Non vorrai dormire vestito!”
“E perché no?”
“Hal!" esclamò lei. "Sai benissimo perché.”
“No, non lo so,” rispose Hal. Si scostò il braccio dagli occhi e
fissò lo sguardo nell’oscurità totale. Mary aveva spento la luce prima
di mettersi a letto, come era prescritto.
Forse il corpo di Mary avrebbe potuto splendere candido nella
luce della lampada o della luna, pensò Hal. Eppure, io non l’ho mai
visto, non l’ho mai vista neppure semisvestita. Non ho mai visto il
corpo di una donna, a parte quella fotografia che mi mostrò
quell’uomo, a Berlino. E io, dopo un’occhiata famelica e insieme
inorridita, scappai a tutta velocità. Forse gli uzziti scopriranno
quell’uomo, prima o poi, e gli faranno ciò che fanno a coloro che
pervertiscono così orribilmente la realtà.
Così orribilmente… eppure, poteva vedere quella immagine come
se l’avesse avuta davanti agli occhi in quel momento, nella luce di
Berlino. E poteva vedere l’uomo che aveva cercato di vendergliela,
un bel giovane alto, dai capelli biondi e dalle spalle ampie, che
parlava la varietà berlinese della lingua islandese.
Quel corpo bianco, splendente…
Mary era rimasta in silenzio per parecchi minuti, ma lui poteva
sentirne il respiro. Poi…
“Hal, non ti sembra di avere già fatto abbastanza, dopo il tuo
ritorno? Devi proprio obbligarmi a raccontare tutto al gapt?”
“E che ho fatto, ancora?” domandò lui, rabbiosamente! Ma
sorrise, perché era deciso a costringerla a parlare chiaro, a chiedere
ciò che voleva. Non lo avrebbe mai fatto, naturalmente, ma Hal
voleva vedere fino a che punto sarebbe riuscito a spingerla.
“Non hai fatto niente, ecco!” sussurrò Mary.
“Che cosa intendi dire?”
“Lo sai benissimo,” fu la risposta, in tono d’accusa. “No, non lo
so.”
“La notte prima che partissi per la Riserva, dicesti che eri troppo
stanco. Non era una scusa reale, ma non ne ho mai parlato al gapt,
perché avevi compiuto il tuo dovere settimanale. Ma adesso sei stato
lontano due settimane e…”
“Dovere settimanale!” esclamò Hal, con forza, puntellandosi su
un gomito. “Dovere settimanale! È così che lo consideri?”
“Ma Hal!” ribatté lei, con una sfumatura di sorpresa. “Come
dovrei considerarlo?”
Hal gemette, si ridistese e fissò di nuovo l’oscurità.
“A che serve?” disse. “Perché dovremmo farlo? Siamo sposati da
nove anni, non abbiamo avuto figli; non ne avremo mai. Ho persino
presentato una petizione di divorzio. Perciò, perché dovremmo
continuare a recitare come una coppia di robot in tridi?”
Mary trattenne il respiro, e Hal poté facilmente immaginare la sua
espressione di orrore.
Dopo un attimo che parve ingigantirsi del suo sbigottimento, lei
disse:
“Dobbiamo farlo perché dobbiamo farlo. Che altro potremmo…
Senza dubbio, non vorrai propormi di…”
“No, no,” si affrettò a rispondere Hal, pensando a quello che
sarebbe accaduto se lei lo avesse riferito al gapt. Poteva cavarsela
impunemente per quanto riguardava molte cose, ma se lei avesse
accennato che suo marito rifiutava di obbedire all’ordine esplicito del
Precursore… Non osava neppure pensarci. Per lo meno, ora godeva
di un notevole prestigio, come insegnante universitario, e disponeva
di un buon puka, e poteva progredire. Ma se…
“No, naturalmente,” disse, “so che dobbiamo tentare di avere dei
figli, anche se sembriamo condannati a non averne.”
“I medici dicono che non abbiamo nessuna imperfezione fisica,”
disse Mary, per la millesima volta. “Quindi, uno di noi deve avere
pensieri contrari alla realtà, deve negare con il suo corpo il vero
futuro. E so che non posso essere certo io. Non è possibile!”
“L’io tenebroso nasconde gran parte dell’io fulgido” rispose Hal,
citando il Talmud Occidentale. “Il Retrocursore che è in noi ci
ostacola, e noi non lo sappiamo.”
Benché Mary continuasse a snocciolare citazioni, nulla la
esasperava come sentire Hal fare altrettanto. Ma ora, invece di
lanciarsi in una tirata, gridò:
“Hal, ho paura! Ti rendi conto che fra un anno il nostro termine
scadrà? Che dovremo presentarci agli uzziti per un altro esame? E, se
non lo supereremo, se scopriremo che uno di noi sta negando il
futuro ai nostri figli… sai bene che cosa succederà!”
Per la prima volta, in tutta la sera, Hal provò un brivido di
comprensione per lei. Conosceva bene il terrore che la faceva
tremare nel letto.
Ma non poteva confessarle che lo conosceva, perché lei sarebbe
crollata completamente, come aveva fatto molte volte, in passato. Lui
sarebbe stato obbligato a trascorrere la notte cercando di ricomporla.
“Non credo che sia il caso di preoccuparsi tanto,” rispose. “In fin
dei conti, siamo professionisti rispettati e molto utili. Non credo che
siano disposti a sprecare la nostra intelligenza, le nostre capacità
mandandoci all’I. Credo che ci concederanno una proroga, se non
rimarrai incinta prima del termine. Hanno l’autorità per farlo, e i
precedenti non mancano. Lo stesso Precursore ha detto che ogni caso
deve essere considerato nel suo contesto, non giudicato secondo una
regola assoluta. E noi…”
“Quando mai un caso viene giudicato nel suo contesto?” ribatté
Mary con voce stridula. “Quando? Sai benissimo che viene sempre
applicata la regola assoluta!”
“No, non lo so affatto,” rispose lui, cercando di calmarla. “Come
puoi essere tanto ingenua? Se credi a ciò che dicono i diffusori di
verità, sì. Ma ho sentito dire certe cose, sul conto della gerarchia. So
che le parentele, le amicizie, il prestigio, la ricchezza o l’utilità alla
Stiesa possono servire per ottenere una mitigazione delle regole.”
Mary si levò di scatto a sedere sul letto.
“Vorresti farmi credere che gli urieliti si lasciano corrompere?”
disse, in tono scandalizzato.
“Non direi mai una cosa simile,” rispose Hal. “E giuro sulla mano
perduta di Sigmen che non intendevo minimamente alludere a una
simile abominevole irrealtà. No, sto solo dicendo che qualche volta
l’essere utile alla Stiesa può servire a conseguire una mitigazione
delle regole, o la possibilità di rientrare.”
“Conosci qualcuno che possa aiutarci?” disse Mary, ed Hal
sorrise, nel buio. Mary si era scandalizzata per la sua franchezza, ma
era una donna pratica e non avrebbe esitato a servirsi di qualsiasi
mezzo per uscire da quella situazione pericolosa.
Vi fu un silenzio che durò qualche minuto. Mary respirava
pesantemente, come un animale in trappola.
Finalmente, Hal parlò.
“Non conosco nessuna persona influente, eccetto Olvegssen. E
Olvegssen fa spesso osservazioni sul mio Punteggio di Merito, per
quanto elogi il mio lavoro.”
“Vedi!” esclamò Mary. “Il tuo Punteggio di Merito! Se almeno
facessi uno sforzo, Hal…”
“Se almeno tu non fossi così ansiosa di rovinarmi,” ribatté lui,
amaramente.
“Hal, non posso farne a meno, se tu ti abbandoni così facilmente
all’irrealtà! Non mi piace farlo, ma è il mio dovere! E commetti un
passo falso rimproverandomi per questo. Un altro segno nero…”
“Che tu ti sentirai obbligata a riferire al gapt. Sì, lo so. Non
ricominciamo a discuterne per la decimillesima volta.”
“Sei stato tu a cominciare,” protestò lei, in tono virtuoso.
“Sembra che non abbiamo altri argomenti da discutere,” ribatté
Hal.
Lei boccheggiò, poi disse:
“Ma non è sempre stato così.”
“No. Durante il nostro primo anno di matrimonio non era così,
infatti. Ma poi…”
“E di chi è la colpa?” gridò Mary.
“Ecco una domanda intelligente. Ma non credo che sia il caso di
approfondire. Potrebbe essere pericoloso.”
“Che cosa vuoi dire?”
“Preferisco lasciar perdere,” disse Hal. Era stupito di ciò che
aveva detto. Che cosa intendeva? Non lo sapeva: non aveva parlato
con il suo intelletto, ma con tutto il suo essere. Anche questa volta,
era stato il Retrocursore a spingerlo?
“Dormiamo,” disse, “Il domani cambia il volto della realtà.”
“Ma prima…” disse lei.
“Prima che cosa?” ripeté Hal, stancamente.
“Non fare lo shib con me,” disse Mary. “È proprio per questo che
abbiamo cominciato a discutere. Tu stai cercando di… di eludere il
tuo dovere.
“Il mio dovere,” fece Hal. “Naturalmente. È shib farlo.”
“Non parlare così,” disse Mary. “Non voglio che tu lo faccia
soltanto perché è il tuo dovere. Voglio che tu lo faccia perché mi ami,
come ti è stato ordinato di fare. E perché vuoi amarmi.”
“Mi è stato ordinato di amare tutta l’umanità,” disse Hal. “Ma mi
risulta che mi è espressamente proibito compiere il mio dovere se
non con mia moglie.”
Mary ne fu così scandalizzata che non riuscì a rispondere, e gli
voltò le spalle.
Ma Hal, sapendo che lo faceva non solo per compiere il proprio
dovere, ma anche per punire lei e se stesso, la prese fra le braccia. A
partire da quel momento, dopo che lui ebbe pronunciato la frase
ufficiale iniziale, tutto fu ritualizzato.
Questa volta, a differenza di molte altre volte nel passato, tutto fu
compiuto passo per passo, parole e gesti, come era prescritto ‘dal
Precursore nel Talmud Occidentale. Con una sola eccezione: Hal
indossava ancora i suoi abiti. Ma aveva deciso che avrebbe potuto
venir perdonato, poiché era lo spirito e non la lettera, ciò che
contava; e che differenza faceva, se lui indossava gli abiti anziché gli
ingombranti indumenti notturni? Mary, anche se se ne era ricordata,
non aveva detto niente in proposito.
3.

Poi, mentre giaceva disteso sul dorso, e fissava lo sguardo


nell’oscurità, Hal rifletté, come aveva già fatto tante volte.
Che cos’era che gli si insinuava nell’addome come una spessa
lamina d’acciaio e sembrava separargli il torso dai fianchi? In
principio, si era eccitato. Sapeva che doveva essere così, perché
sentiva il cuore battergli più rapido, e il respiro farglisi più faticoso.
Eppure, non riusciva a provare nulla, assolutamente nulla.
E quando veniva il momento — il momento che il Precursore
chiamava di generazione della potenzialità, il compimento e
l’attualizzazione della realtà — Hal provava soltanto una reazione
meccanica. Il suo corpo compiva una funzione prescritta, ma lui non
provava l’estasi che il Precursore aveva descritto in modo tanto
vivido. Si insinuava in lui una zona di insensibilità, un’area di gelo,
una lamina di acciaio. Non sentiva nulla, eccetto i sussulti del suo
corpo, come se un ago elettrico gli stimolasse i nervi e nello stesso
tempo glieli intorpidisse.
E non era giusto, si disse. O lo era? Era possibile che il Precursore
sbagliasse? In fondo, il Precursore era stato un uomo superiore al
resto dell’umanità. Forse, era stato abbastanza dotato per provare
quelle reazioni squisite e non aveva compreso che il resto
dell’umanità non condivideva la sua fortuna.
Ma no, non poteva essere, se era vero — e di questo era assurdo
dubitare — che il Precursore era stato in grado di leggere nella mente
di ogni uomo.
E allora, il difetto era in Hal: Hal era l’unico essere imperfetto, tra
tutti i discepoli della Stiesa Reale.
Ma era l’unico? Non aveva mai discusso con nessuno ciò che
provava. Era impensabile… non fattibile. Era osceno, irrealistico. I
suoi insegnanti non gli avevano mai detto di non discuterne; non era
necessario che glielo dicessero, perché Hal lo sapeva già.
Eppure, il Precursore aveva descritto quali avrebbero dovuto
essere le sue reazioni.
Ma lo aveva fatto in un modo tanto diretto?
Quando Hal considerava quella parte del Talmud Occidentale che
poteva venire letta soltanto dalle coppie di fidanzati e di sposi, si
rendeva conto che il Precursore, in realtà, non aveva descritto uno
stato fisico.
Il suo linguaggio era poetico (Hal sapeva che cosa significava la
parola “poetico”, perché, come linguista, aveva accesso ad opere
letterarie proibite agli altri), metaforico, addirittura metafisico. Era
composto di termini che, analizzati, mostravano una scarsa adesione
alla realtà.
Perdonami, Precursore, pensò Hal. Volevo dire che le tue parole
non sono una descrizione scientifica dei processi elettrochimici del
sistema nervoso umano. Naturalmente, si riferiscono a un piano più
alto, perché la realtà si esprime su diversi piani di fenomeni.
Surrealistici, realistici, pseudorealistici, surrealistici,
superrealistici, retrorealistici.
Non è il momento di dedicarmi alla teologia, pensò, non voglio
che la mia mente si metta a vorticare anche questa notte, pensando a
problemi insolubili, senza risposta. Il Precursore sapeva, ma io non
so.
Sapeva soltanto di non essere più sintonizzato con l’andamento
del mondo: non lo era mai stato, forse non lo sarebbe stato mai.
Vacillava sull’orlo dell’irrealtà in ogni attimo di consapevolezza… il
Retrocursore lo avrebbe afferrato, sarebbe caduto nelle mani
malvagie del fratello del Precursore…
Hal Yarrow si svegliò all’improvviso, quando la sveglia del
mattino risuonò nell’appartamento.
Per un attimo rimase confuso: il mondo del suo sogno si
mescolava ancora con il mondo reale.
Scese dal letto e si voltò a guardare Mary. Come sempre, lei
continuava a dormire quando suonava la prima sveglia, per quanto
fosse forte, perché non era per lei. Fra un quarto d’ora, il secondo
squillo di buccina trasmesso dal tridi l’avrebbe destata. E lui doveva
essere già pronto; vestito, sbarbato, sul punto di uscire.
Poi Mary avrebbe avuto un quarto d’ora per prepararsi a sua volta:
dieci minuti dopo, Olaf Marconis e sua moglie sarebbero rientrati dal
lavoro e si sarebbero preparati a dormire e a vivere in quel piccolo
mondo, fino al ritorno degli Yarrow.
Hal si sbrigò più in fretta del solito perché aveva dormito vestito.
Si lavò la faccia e le mani, si spalmò la crema antibarba sul viso, poi
asportò i peli caduti (un giorno, se fosse entrato a far parte della
gerarchia, avrebbe potuto farsi crescere la barba, come Sigmen), poi
si pettinò e uscì dall’innominabile.
Cacciò nella borsa da viaggio le lettere ricevute la sera precedente
e si avviò verso la porta.
Poi, spinto da un sentimento inatteso e impossibile da analizzare,
si voltò, ritornò accanto al letto e si chinò a baciare Mary. Lei non si
svegliò, e Hal provò una sensazione fuggevole di dispiacere, perché
lei non si era accorta del suo gesto.
Non lo aveva fatto per dovere. Era stato un impulso che saliva
dalle profondità buie del suo intimo, dove pure doveva esservi la
luce. Perché lo aveva fatto?
Quella notte, aveva creduto di odiarla.
Ma ora… Mary non poteva fare a meno di essere ciò che era. Ma
non era che una scusa, naturalmente. Ogni individuo era responsabile
del proprio destino, era responsabile di ciò che gli accadeva, nel bene
e nel male.
Hal rettificò il suo pensiero.
Lui e Mary erano la causa della propria infelicità. Ma non lo
facevano consciamente. Il loro io splendente non voleva che il loro
amore venisse distrutto; era il loro io tenebroso — l’orribile
Retrocursore in agguato dentro di loro — che provocava tutto questo.
Poi, mentre Hal era già sulla porta, vide Mary che apriva gli occhi
e lo guardava, piuttosto confusa. E, invece di tornare indietro per
darle un altro bacio, si affrettò a uscire nel corridoio. Era in preda al
panico: temeva che lei lo richiamasse e ricominciasse una delle solite
scene snervanti.
Solo più tardi si rese conto di non avere avuto la possibilità di dire
a Mary che quella mattina stessa avrebbe dovuto partire per Thaiti.
Oh, bene. Questo gli avrebbe risparmiato un’altra scenata.
Il corridoio era affollato di uomini che andavano al lavoro. Come
Hal, indossavano gli ampi abiti scozzesi dei professionisti. Molti
portavano i colori verde e scarlatto dei professori universitari.
Hal, naturalmente, rivolse la parola a tutti.
“Buon futuro a te, Ericssen!”
“Sigmen ti sorrida, Yarrow!”
“Hai avuto un sogno splendente, Chang?”
“Shib, Yarrow! Ispirato dalla verità stessa.”
“Shalom, Kazimuru.”
“Sigmen ti sorrida, Yarrow!”
Poi Hal si fermò davanti alla porta dell’ascensore, mentre un
guardiano, che la mattina prestava servizio a quel piano a causa
dell’affollamento, stabiliva l’ordine di precedenza.
Uscito dal grattacielo, Hal salì su una serie di strade mobili, di
velocità sempre crescente, fino a che si trovò sulla espressovia, che
era quella centrale. Si sentiva schiacciato dai suoi compagni di
viaggio, uomini e donne, ma era a suo agio, poiché appartenevano
alla sua classe.
Il suo tragitto durò dieci minuti: poi cominciò a farsi largo tra la
folla, passando da una corsia all’altra. Cinque minuti più tardi, salì
sul marciapiede e si avviò verso l’enorme ingresso del Pali n. 16
dell’Università di Sigmen City.
Quando fu entrato dovette aspettare, benché non molto a lungo,
fino a che il custode lo fece salire nell’ascensore. Poi salì al
trentesimo piano. Di solito quando usciva da quell’ascensore, si
recava direttamente nel suo ufficio per impartire la prima lezione
della giornata, un corso per laureandi che veniva trasmesso per tridi.
Ma quel giorno si avviò verso l’ufficio del decano.
Lungo la strada, poiché moriva dalla voglia di fumare una
sigaretta e sapeva che non poteva fumare in presenza di Olvegssen, si
fermò per accenderne una. Si trovava davanti alla porta di una classe
elementare di linguistica, e poteva captare qualche frase della lezione
di Keoni Jerahmeel Rasmussen.
“Puka e pali erano, in origine, parole usate dagli abitanti primitivi,
polinesiani delle isole Hawai. Il popolo di lingua inglese che più tardi
colonizzò le isole adottò molti termini del linguaggio hawaiano:
puka, che significa buca, galleria, o grotta, e pali, che significa picco,
divennero molto popolari.
“Quando gli hawaiani-americani ripopolarono il Nord America
dopo la Guerra Apocalittica, queste due parole venivano ancora usate
nel loro significato originario. Ma, circa cinquant’anni fa,
cambiarono significato. Puka venne applicato ai piccoli appartamenti
concessi alle classi inferiori, evidentemente in senso spregiativo. Più
tardi, il termine si diffuse anche tra le classi superiori. Tuttavia, se si
è gerarchi, si vive in un appartamento; se si appartiene a una classe
inferiore alla gerarchia, si vive in un puka.
“Pali, che significa picco, venne applicato ai grattacieli e a tutti gli
edifici più grandi. A differenza di puka, conserva ancora il suo
significato originario.”
Hal finì la sigaretta, la gettò in un portacenere e si diresse verso
l’ufficio del decano. Vi trovò il dottor Bob Kafziel Olvegssen seduto
dietro la scrivania.
Olvegssen, che era superiore in grado, parlò naturalmente per
primo. Aveva un lieve accento islandese.
“Aloha, Yarrow. E che cosa fa qui?”
“Shalam, abba. La prego di scusarmi se mi sono presentato a lei
senza un invito. Ma dovevo sistemare parecchie cose, prima di
partire.” Olvegssen, un uomo di mezza età, dai capelli grigi, corrugò
la fronte. “Partire?”
Hal prese la lettera dalla valigia e gliela porse.
“Potrà leggerla più tardi, naturalmente. Ma posso farle risparmiare
un po’ del suo tempo prezioso dicendole che è un altro ordine di
indagine linguistica.”
“Ma se è appena tornato!” esclamò Olvegssen. “Come possono
pretendere che io mandi avanti questa facoltà in modo efficiente e
per la gloria della Stiesa, se continuano a portarmi via i collaboratori
per mandarli a caccia di parole?”
“Senza dubbio, lei non intende criticare gli urieliti,” disse Hal, con
una sfumatura di malizia. Non provava simpatia per il suo superiore,
per quanto si sforzasse di scacciare quel modo di pensare irrealistico.
“Eh! Naturalmente no! Sono incapace di fare una cosa simile, e
questa sua supposizione mi offende!”
“Mi perdoni, abba,” disse Hal. “Non mi sognerei mai di pensare
una cosa simile.”
“Quando deve partire?” chiese Olvegssen.
“Con la prima diligenza. Che, mi pare, parte tra un’ora.”
“E quando ritornerà?”
“Soltanto Sigmen lo sa. Quando la mia indagine e il mio rapporto
saranno terminati.”
“Si presenti a me non appena ritornerà.”
“Le chiedo ancora perdono, ma non potrò. Sarò molto in ritardo,
allora, per quanto riguarda il mio Punteggio di Merito, e sarò
obbligato a chiarire la situazione, prima di potermi dedicare ad altro.
E questo potrà richiedere parecchie ore.”
Olvegssen fece una smorfia.
“Già, il suo Punteggio di Merito. L’ultimo non era molto buono,
Yarrow. Spero che il prossimo mostri qualche miglioramento.
Altrimenti…”
All’improvviso, Hal si sentì invaso da una sensazione di calore e
si accorse che gli tremavano le gambe.
“Sì, abba?”
La sua voce gli risuonò alle orecchie debole e distante. Olvegssen
intrecciò le mani e lo guardò.
“Per quanto mi dispiaccia, sarei costretto ad agire. Non posso
avere alle mie dipendenze un uomo con un Punteggio di Merito
molto basso. Temo che dovrò…”
Vi fu un lungo silenzio.
Hal sentì il sudore scendergli dalle ascelle, sentì le gocce che si
formavano sulla fronte e sul labbro superiore. Sapeva che Olvegssen
lo teneva deliberatamente sulle spine, e non voleva chiedergli nulla.
Non voleva dare a quel gimel dai capelli grigi la soddisfazione di
sentirlo parlare. Ma non osava neppure mostrarsi disinteressato alla
cosa. E, se non avesse detto nulla… sapeva che Olvegssen avrebbe
sorriso e lo avrebbe congedato.
“Che cosa, abba?” disse, cercando di rafforzare la propria voce.
“Temo che non potrei permettermi di ricorrere all’espediente di
retrocederla all’insegnamento in una scuola secondaria. Sarebbe un
gesto di misericordia. Ma nel suo caso, usare misericordia
significherebbe soltanto aumentare l’irrealtà. E non potrei tollerarlo.
No…”
Hai imprecò contro se stesso, perché non riusciva a frenare il
tremito che lo pervadeva.
“Sì, abba?”
“Temo che dovrei chiedere agli uzziti di occuparsi del suo caso.”
“No!” esclamò Hal, a voce alta.
“Sì,” ribatté Olvegssen; continuava a parlare dietro il riparo delle
mani intrecciate. “Mi addolorerebbe molto il farlo, ma sarebbe
unshib non farlo. Soltanto cercando il loro aiuto io potrei sognare nel
modo più corretto.”
Disgiunse le mani, girò sulla sedia, mostrandosi a Hal di profilo, e
disse:
“Comunque, non c’è ragione di credere che io debba prendere un
simile provvedimento, vero? Dopotutto, lei, e lei solo, è responsabile
di ciò che le accade. Perciò, non deve rimproverare altri che se
stesso.”
“Questo ci ha rivelato il Precursore,” rispose Hal. “Farò in modo
che lei non debba provare questo dolore, abba. Farò in modo che il
mio gapt non debba assegnarmi un basso Punteggio di Merito.”
“Benissimo,” disse Olvegssen, come se non lo credesse affatto.
“Non la tratterrò per esaminare la lettera, perché senza dubbio ne
troverò una copia nella posta di oggi. Aloha, figlio mio, e buoni
sogni.”
“Possa sempre vedere la realtà, abba” disse Hal; e se ne andò. Era
stordito dal terrore al punto di essere quasi incapace di rendersi conto
di ciò che faceva. Si diresse automaticamente allo spazioporto, sbrigò
le pratiche per ottenere la precedenza. La sua mente rifiutava ancora
di funzionare con chiarezza, quando salì a bordo della diligenza.

Mezz’ora dopo scese allo spazioporto di Los Angeles e andò alla


biglietteria per confermare la prenotazione per il volo diretto a Thaiti.
E, mentre faceva la fila, si sentì battere una mano sulla spalla.
Sussultò, poi si voltò per chiedere scusa alla persona che stava
dietro di lui.
E sentì che il cuore gli cominciava a martellare come se volesse
sfuggirgli dal petto.
L’uomo era tozzo, panciuto, robusto, e indossava un’uniforme
nera, piuttosto ampia. Sul capo portava un cappello nero, lucente,
alto e conico dalla tesa molto stretta, e sul petto aveva l’immagine
argentea dell’angelo Uzza.
Si chinò per esaminare i numeri ebraici sulla parte inferiore del
piede alato che Hal portava sul petto. Poi guardò il foglio che Hal
teneva in mano.
“Tu sei Hal Yarrow, shib” disse l’uzzita. “Vieni con me.”
Più tardi, Hal pensò che l’aspetto più strano dell’intera faccenda
era che lui non si era sentito terrorizzato. Non che non avesse paura.
Ma la paura era rincantucciata in fondo alla sua mente, mentre lui era
impegnato a considerare la situazione, a studiare il modo di uscirne.
La confusione che l’aveva invaso durante il suo colloquio con
Olvegssen e che poi era perdurata così a lungo, sembrava ormai
dissolta. Hal rimase freddo e vigile, riprese la facoltà di pensare
rapidamente. Il mondo era limpido e puro, attorno a lui.
Forse questo avveniva perché la minaccia di Olvegssen era stata
distante e indefinita, mentre essere arrestato dagli uzziti significava la
certezza di un pericolo immediato.
Venne condotto a una piccola macchina che attendeva accanto alla
biglietteria. Gli fu ordinato di salire a bordo. Anche l’uzzita che era
con lui salì, e regolò i comandi per la destinazione voluta. La
macchina si levò verticalmente per circa cinquecento metri, poi
saettò via, facendo ululare la sirena.
Benché Hal non avesse voglia di scherzare, non poté fare a meno
di pensare che i poliziotti non erano cambiati affatto, negli ultimi
mille anni. Anche se non c’era di mezzo un caso di emergenza, i
tutori della legge dovevano fare tutto il baccano possibile.
Due minuti dopo, la macchina entrò attraverso un portello, al
ventesimo piano di un palazzo. L’uzzita, che dopo la conversazione
iniziale non aveva più parlato con Hal, gli fece segno di scendere.
Neppure Hal aveva detto nulla, perché sapeva che sarebbe stato
inutile.
Salirono una rampa, poi percorsero parecchi corridoi pieni di
gente frettolosa e indaffarata. Hal cercò di imparare a memoria il
percorso: gli sarebbe stato utile, se fosse riuscito a fuggire. Sapeva
che era ridicolo fuggire, sapeva che non sarebbe riuscito. E poi, non
aveva ancora motivo di credere che la situazione in cui si trovava non
avesse altra soluzione che la fuga.
O, per lo meno, era ciò che sperava.
Finalmente l’uzzita si fermò davanti a una porta sulla quale non
c’era alcuna scritta. L’indicò con il pollice, ed Hal vi entrò,
precedendolo.
Si trovò in un’anticamera: dietro la scrivania era seduta una
segretaria.
“Angel Patterson a rapporto,” disse l’uzzita. “Questo è Hal
Yarrow, professionista LIN-56327.”
La segretaria trasmise l’informazione attraverso il citofono: dalla
parete uscì una voce che ordinò ai due uomini di entrare.
La segretaria premette un pulsante, e la porta si aprì.
Hal entrò, precedendo anche questa volta l’uzzita.
Si trovò in una stanza molto grande: più grande della sua aula o di
tutto il suo puka di Sigmen City. In fondo c’era una scrivania
immensa, sagomata a forma di mezzaluna; e dietro quella scrivania
sedeva un uomo.
Fu la vista di quell’uomo che mandò in frantumi la compostezza
di Hal. Si era aspettato di trovarsi davanti a un gapt di alto rango, a
un uomo vestito di nero, con un cappello a cono sulla testa.
Ma quell’uomo non era un uzzita. Indossava una fluente tunica
purpurea, con un cappuccio sul capo. Sul petto aveva una grande L
ebraica dorata, la lamech. E aveva la barba.
Quell’uomo apparteneva alla classe più elevata: era un urielita.
Hal ne aveva visti soltanto una dozzina, in tutta la sua vita: e soltanto
una volta ne aveva veduto uno in carne e ossa.
Grande Sigmen, pensò, che cosa ho fatto? Sono spacciato,
spacciato!
L’urielita era molto alto: superava Hal quasi di tutta la testa.
Aveva un volto allungato, zigomi sporgenti, naso sottile e incurvato,
labbra sottili, occhi celesti.
Alle spalle di Hal, l’uzzita disse, a voce bassissima:
“Fermati, Yarrow! Mettiti sull’attenti! Fa tutto ciò che ti dice il
Sandalphon Macneff, senza esitare e senza mosse false!”
Hal, che non avrebbe mai pensato di disobbedire, annuì.
Macneff lo guardò per un minuto almeno, accarezzandosi la barba
bruna e ispida.
Poi, dopo averlo fatto sudare e tremare, Macneff gli rivolse
finalmente la parola. La sua voce era sorprendentemente profonda,
per un uomo dal collo così sottile.
“Yarrow, ti piacerebbe lasciare questa vita?”
4.

Più tardi, Hal ringraziò Sigmen perché non aveva seguito il suo
impulso istintivo.
Invece di lasciarsi paralizzare dal terrore, aveva pensato di girare
di scatto su se stesso e di aggredire l’uzzita. Per quanto il poliziotto
non fosse armato, in apparenza, senza dubbio doveva nascondere una
pistola sotto la giubba. Se Hal fosse riuscito a metterlo fuori
combattimento e a impadronirsi dell’arma, forse avrebbe potuto
prendere Macneff come ostaggio. E, usandolo come uno scudo,
avrebbe potuto fuggire.
Dove?
Non ne aveva la minima idea. In Israele o nella Federazione
Malese? Erano due paesi lontanissimi, anche se la distanza significa
ben poco… purché fosse riuscito a rubare o a requisire una nave.
Anche se fosse riuscito, aveva ben poca speranza di superare le
postazioni antimissili. A meno che gli riuscisse di ingannare i militari
del servizio antiaereo: e non conosceva a sufficienza i codici né le
abitudini militari per poter fare una cosa simile.
E, mentre pensava a quella possibilità, sentì l’impulso spegnersi
dentro di lui. Sarebbe stato più intelligente aspettare di conoscere
qual era l’accusa che gli veniva rivolta. Forse avrebbe potuto
dimostrare la propria innocenza.
Le labbra sottili di Macneff si piegarono lievemente in un sorriso
che Hal avrebbe imparato a conoscere bene. “Così va bene, Yarrow,”
disse l’urielita.
Hal non capi se gli era stata offerta la possibilità di parlare, ma ne
approfittò in ogni caso, per non offendere l’urielita. “Che cosa va
bene, Sandalphon?”
“Che tu sia diventato rosso, anziché pallido. Io so leggere nelle
personalità, Yarrow. Sono in grado di leggere nell’animo di un uomo
pochi secondi dopo averlo conosciuto. E ho visto che tu non stavi per
svenire dal terrore, come avrebbero fatto molti, udendo le prime
parole che ti ho rivolto. No, tu ti sei imporporato del sangue ardente
dell’aggressività. Tu eri pronto a negare, a discutere, a batterti contro
ciò che io avrei potuto dirti.
“Ora, qualcuno penserebbe che questa non è una reazione
favorevole, che il tuo atteggiamento è stato la dimostrazione di un
modo di pensare errato, di una tendenza verso l’irrealtà.
“Ma io ti domando: Che cos’è l’irrealtà? Fu la domanda
formulata dal malvagio fratello del Precursore, nel Grande Dibattito.
La risposta è la stessa: soltanto l’uomo reale può riconoscerla.
“Io sono reale, altrimenti non sarei un Sandalphon. Shib.”
Hal, che cercava di trattenersi dall’ansimare, annuì.
Stava pensando che Macneff non era in grado di leggere
nell’animo altrui come credeva, perché non aveva detto di avere
intuito la sua prima, impulsiva decisione di ricorrere alla violenza.
O forse Macneff lo sapeva, ed era così saggio da perdonarlo?
“Quando ti ho chiesto se ti sarebbe piaciuto lasciare questa vita,”
disse il Sandalphon, “non volevo affermare che tu eri candidato
all’I.”
Aggrottò la fronte, prima di proseguire:
“Tuttavia il tuo Punteggio di Merito induce a pensare che, se
continui su questo piano, potresti diventarlo molto presto. Tuttavia,
sono certo che, se ti offrirai volontario per ciò che ti propongo, molto
presto ti metterai sulla retta via. Sarai a contatto continuo con molti
uomini shib. Non potrai sfuggire alla loro influenza. La realtà
genera la realtà. Così ha detto Sigmen.
“Tuttavia, forse sto precipitando un po’ troppo le cose. In primo
luogo, devi giurare su questo libro,” e mostrò una copia del Talmud
Occidentale, “che nulla di ciò che diremo in questo ufficio verrà
divulgato ad alcun essere vivente, in nessuna circostanza. Tu dovrai
morire o subire qualsiasi tortura, piuttosto che tradire la Stiesa.”
Hal posò la mano sinistra sul libro (Sigmen usava la sinistra,
poiché aveva perduto la destra) e giurò per il Precursore e per tutti i
livelli della realtà che le sue labbra erano sigillate per sempre. Se così
non fosse stato, rinunciava per sempre alla speranza di vedere il
Precursore faccia a faccia e di avere un giorno un proprio Universo
da governare.
E mentre giurava, si sentiva colpevole, perché aveva pensato di
aggredire un uzzita e di usare la forza contro un Sandalphon. Come
aveva potuto cedere così all’improvviso al suo io tenebroso? Macneff
era il rappresentante vivente di Sigmen, mentre Sigmen viaggiava
attraverso il tempo e lo spazio, preparando il futuro per i suoi
discepoli. Rifiutare di obbedire a Macneff significava colpire in viso
il Precursore, e questo era un atto così terribile che non osava
neppure pensarci.
Macneff posò di nuovo il libro sulla scrivania, e disse:
“Per prima cosa, devo dirti che l’ordine di indagare a Tahiti sulla
parola woggle è stato un errore. Probabilmente è accaduto perché
certi dipartimenti degli uzziti non lavorano con la stretta
collaborazione che sarebbe necessaria. Si sta cercando la causa
dell’errore, e verranno prese misure efficienti per impedire che non
se ne verifichino altri.”
L’uzzita che stava alle spalle di Hal sospirò, e Hal comprese di
non essere il solo, in quella stanza, a provare paura.
“Un membro della gerarchia ha notato, mentre stava esaminando i
suoi rapporti, che tu avevi chiesto il permesso di fare un viaggio a
Thaiti. Sapendo che quell’isola è considerata importantissima per la
nostra sicurezza, ha cominciato le indagini. E così siamo riusciti a
intercettarti. E, dopo avere esaminato i tuoi incartamenti, ho concluso
che potresti essere tu l’uomo di cui abbiamo bisogno per ricoprire un
certo incarico, a bordo della nave.”
Macneff aveva lasciato la scrivania, e stava camminando avanti e
indietro, con le mani intrecciate dietro la schiena, il corpo chinato in
avanti. Hal vide che Macneff aveva una carnagione pallidissima: lo
stesso colore della zanna di elefante che Hal aveva visto, una volta,
nel Museo degli Animali Estinti. Il cappuccio purpureo che gli
copriva il capo dava risalto a quel pallore.
“Ti verrà chiesto di offrirti come volontario,” disse Macneff,
“perché a bordo vogliamo soltanto gli uomini più devoti. Tuttavia,
spero che ti unisca a noi, perché mi turberebbe lasciare sulla Terra un
civile che conoscesse l’esistenza e la destinazione della Gabriel. Non
dubito della tua lealtà, ma le spie israeliane sono molto abili, e
potrebbero indurti a rivelare ciò che sai. Potrebbero rapirti e servirsi
di droghe per farti parlare. Quegli israeliani sono accaniti seguaci del
Retrocursore.”
Hal si chiese perché l’uso delle droghe, da parte degli israeliani
fosse così irrealistico, e così shib da parte dell’Unione Haijac, ma
smise di pensarci non appena udì le altre parole di Macneff.
“Cento anni or sono, la prima astronave interstellare dell’Unione
lasciò la Terra per l’Alfa Centauri. Verso la stessa epoca, partì anche
un’astronave israeliana. Entrambe ritornarono dopo vent’anni e
riferirono di non aver scoperto pianeti abitabili. Una seconda
spedizione haijac ritornò dopo dieci anni, e una seconda nave
israeliana dodici anni più tardi. Nessuna era riuscita a trovare una
stella i cui pianeti potessero venire colonizzati dagli esseri umani.”
“Non lo sapevo,” mormorò Hal Yarrow.
“Entrambi i governi seppero nascondere molto bene questo
segreto alle rispettive popolazioni, benché non riuscissero a
nasconderselo a vicenda,” disse Macneff. “Gli israeliani, a quanto ci
risulta, non hanno più mandato navi interstellari nello spazio, dopo la
seconda spedizione. La spesa da sostenere è astronomica, e l’impresa
richiede molto tempo. Ma noi lanciammo un terzo vascello spaziale,
molto più piccolo e più veloce dei primi due. Negli ultimi cento anni,
abbiamo imparato molte cose sul volto interstellare; e questo è
quanto posso dirti.
“Ma la terza nave ritornò parecchi anni fa e portò la notizia…”
“Che era stato trovato un pianeta su cui gli esseri umani possono
vivere, un pianeta già abitato da esseri senzienti!” disse Hal,
dimenticando, nel suo entusiasmo, di non essere stato invitato a
parlare.
Macneff si fermò di colpo e fissò su Hal i suoi occhi celesti.
“E come lo sai?” chiese, seccamente.
“Mi perdoni, Sandalphon,” disse Hal. “Ma era inevitabile! Forse
che il Precursore non aveva predetto, nel suo libro Il Tempo e la
Linea del Mondo, che sarebbe stato trovato un pianeta di questo tipo?
Mi pare che sia a pagina cinquecentosettantatré!”
Macneff sorrise.
“Sono lieto che le lezioni sulle Scritture abbiano lasciato
un’impressione così profonda su di te.”
E come poteva essere altrimenti? pensò Hal. E poi, non è soltanto
un’impressione. Ho ancora sul dorso le cicatrici lasciate dalle frustate
di Pornsen, il mio gapt, quando non avevo imparato bene la lezione.
Era molto abile nell’imprimere qualcosa nella mente altrui, quel
Porse. Era? È! Mentre gli anni passavano e io venivo promosso,
veniva promosso anche lui, e sempre dov’ero io. Era il mio gapt
all’asilo. Era il gapt del mio dormitorio, quando frequentavo
l’università e pensavo di essermi liberato di lui. E adesso è il gapt del
mio isolato. La responsabilità è sua, se il mio Punteggio di Merito è
così basso.
E poi, rapidissima, venne la repulsione, la protesta. No, non è lui,
perché io, ed io soltanto, sono responsabile di tutto ciò che mi
accade. Se ottengo un Punteggio di Merito basso, lo ottengo perché
io lo voglio, o perché lo vuole il mio io tenebroso. Se muoio, muoio
perché ho voluto così. Perciò perdonami, Sigmen, per questi pensieri
contrari alla realtà!
“La prego ancora di perdonarmi, Sandalphon,” disse Hal. “Ma la
spedizione ha trovato qualche traccia della presenza del Precursore
su quel pianeta? O addirittura, anche se è forse desiderare troppo, ha
trovato il Precursore stesso?”
“No,” disse Macneff. “Ma questo non significa che tali tracce non
esistano. La spedizione aveva ricevuto l’ordine di compiere una
rapida ricognizione delle condizioni del pianeta e di fare ritorno alla
Terra. Non posso dirti ora la distanza in anni-luce, o il nome di
questa stella, benché tu possa vederla a occhio nudo, la notte, in
questo emisfero. Se ti offri come volontario, saprai quale sarà la tua
destinazione, dopo la partenza della nave. E la nave partirà molto
presto.”
“E c’è bisogno di un linguista?” chiese Hal.
“La nave è immensa,” rispose Macneff, “ma il numero dei militari
e degli specialisti che portiamo con noi non consente di ospitarvi più
di un linguista. Abbiamo preso in considerazione il campo dei
professionisti, purché lamechiani e al di sopra di ogni sospetto.
Sfortunatamente…”
Hal attese. Macneff riprese a camminare avanti e indietro,
corrugando la fronte. Poi aggiunse:
“Sfortunatamente, esiste soltanto un linguista lamechiano, ed è
troppo vecchio per prendere parte a questa spedizione. Perciò…”
“Chiedo mille volte perdono,” disse Hal. “Ma mi è venuta in
mente una cosa. Io sono sposato.”
“Non è un problema,” rispose Macneff. “A bordo della Gabriel
non ci sono donne. E, se un uomo è sposato, otterrà automaticamente
il divorzio.”
Hal boccheggiò.
“Il divorzio?”
Macneff alzò le mani in un gesto di scusa.
“Naturalmente questo ti inorridisce,” dichiarò. “Ma basandoci
sulla lettura del Talmud Occidentale, noi urieliti crediamo che il
Precursore, sapendo che si sarebbe verificata questa situazione, abbia
stabilito l’istituto del divorzio. È inevitabile, in questo caso, perché la
coppia verrebbe divisa per almeno quarantanni, diciamo.
Naturalmente il Precursore nascose questa disposizione con un
linguaggio oscuro. Nella sua grande e gloriosa saggezza, sapeva che i
nostri nemici, gli israeliani, non dovevano essere in grado di capire
ciò che noi avremmo progettato.”
“Mi offro come volontario,” disse Hal. “E la prego di dirmi di più,
Sandalphon.”
Sei mesi più tardi, Hal Yarrow si trovava nella cupola-osservatorio
della Gabriel e guardava il globo terrestre rimpicciolire, alto sul suo
capo. Era notte, su quell’emisfero, ma le luci sfolgoravano dalle
megalopoli dell’Australia, del Giappone, della Cina, del Sud-est
asiatico, dell’India e della Siberia. Hal, il linguista, vedeva quei
dischi scintillanti, quelle collane di luci in termini delle lingue che si
parlavano in quei luoghi.
L’Australia, le Filippine, il Giappone e la Cina settentrionale
erano abitati dai membri dell’Unione Haijac che parlavano
americano.
La Cina meridionale, tutto il Sud-est asiatico, l’India meridionale
e Ceylon, tutti gli Stati della Federazione malese, insomma,
parlavano bazaar.
La Siberia parlava islandese.
La sua mente fece rapidamente il giro del globo: immaginò
l’Africa, che usava lo swahili a sud del Mar del Sahara. I paesi
mediterranei, l’Asia minore, l’India settentrionale, e il Tibet
parlavano ebraico.
Nell’Europa meridionale, tra le Repubbliche Israeliane e i popoli
di lingua islandese del Nord Europa, si stendeva una striscia di terra,
sottile ma molto lunga, chiamata Marca. Era una terra di nessuno,
disputata dall’Unione Haijac e dalla Repubblica Israeliana, ed era
una causa potenziale di guerra da quasi duecento anni, ormai.
Nessuna delle due potenze era disposta a rinunciare alle sue
pretese, ma nessuna osava compiere una mossa che potesse condurre
a una seconda Guerra Apocalittica. Perciò, a tutti i fini pratici, la
Marca era una nazione indipendente, e ormai aveva un suo governo
organizzato, che nessuno riconosceva al di là dei confini. I suoi
cittadini parlavano tutte le lingue superstiti del mondo, più una
nuova, chiamata lingo, un dialetto composito il cui vocabolario
derivava dalle altre sei e la cui sintassi era così semplice che poteva
essere contenuta in una pagina e mezza.
Hal immaginò il resto della Terra: l’Islanda, la Groenlandia, le
isole Caraibiche, e la metà orientale del Sud America. Qui la
popolazione parlava l’islandese, perché l’Islanda aveva preceduto gli
hawaiani-americani occupati a colonizzare nuovamente il Nord
America e la metà occidentale del Sud America, dopo la Guerra
Apocalittica.
Poi c’era il Nord America, dove tutti parlavano americano, tranne
i venti discendenti dei franco-canadesi che vivevano nella Riva della
Baia di Hudson.
Hal sapeva che quando quell’emisfero ruotava nella zona
d’ombra, Sigmen City splendeva nello spazio. E, in quel fulgore di
luce, c’era il suo appartamento.
Tuttavia, Mary non avrebbe abitato lì ancora per molto, perché
qualche giorno dopo la sua partenza sarebbe stata informata che suo
marito era morto in un incidente mentre era in volo verso Thaiti.
Hal era sicuro che lei avrebbe pianto di nascosto, perché lo amava,
in quel suo modo frigido, anche se in pubblico si sarebbe sempre
mostrata con gli occhi asciutti. I suoi amici e i suoi colleghi le
avrebbero dimostrato la massima comprensione, non perché aveva
perduto il marito, ma perché era stata sposata con un uomo che aveva
pensato in modo irrealistico.
Gli incidenti non esistevano. In un modo o nell’altro, tutti gli altri
passeggeri (che ufficialmente erano morti, in quella complessa rete di
menzogne predisposta per spiegare la scomparsa dell’equipaggio
della Gabriel) avevano convenuto contemporaneamente di morire. E
perciò, essendo in uno stato di disgrazia, non sarebbero stati cremati,
e le loro ceneri non sarebbero state gettate al vento nel corso di una
pubblica cerimonia. No, i pesci potevano mangiare i loro cadaveri:
alla Stiesa non importava affatto.
Hal provava compassione per Mary, e faticava a ricacciare le
lagrime che gli gonfiavano gli occhi, mentre stava in mezzo alla
folla, nella cupola-osservatorio.
Sì, disse fra sé, quello era il sistema migliore.
Lui e Mary non sarebbero più stati costretti a tormentarsi a
vicenda: la loro tortura reciproca era finita.
Mary era libera di risposarsi, senza sapere che la Stiesa le aveva
concesso segretamente il divorzio; era convinta che fosse stata la
morte a sciogliere il suo matrimonio.
Avrebbe avuto a disposizione un anno per decidere, per scegliersi
un compagno nell’elenco presentatole dal gapt. Forse, i blocchi
psicologici che le avevano impedito di concepire un figlio di Hal non
esistevano più.
Forse.
Hal ne dubitava. Mary era frigida quanto lui. Chiunque fosse il
candidato al matrimonio propostole dal gapt…
Il gapt. Pornsen. Hal non avrebbe più dovuto vedere quel volto
grasso, non avrebbe più dovuto ascoltare quella insopportabile voce
lagnosa…
“Hal Yarrow!” disse quella voce lagnosa.
E, lentamente, Hal Yarrow si voltò: si sentiva raggelato e insieme
invaso da un fuoco scottante.
E lì, davanti a lui, c’era quell’uomo tozzo, dalle guance flosce, che
lo guardava con un sorriso obliquo.
“Mio diletto pupillo, mio perenne tormento,” disse la voce
lagnosa. “Non immaginavo che anche tu prendessi parte a questo
viaggio glorioso. Ma avrei dovuto saperlo! Sembriamo legati
dall’affetto reciproco. Deve averlo previsto lo stesso Sigmen. Amore
a te, mio pupillo.”
“Sigmen le conceda il suo amore, mio custode,” disse Hal,
semisoffocato. “È meraviglioso rivedere la sua venerata persona.
Pensavo che non ci saremmo incontrati mai più.”
5.

La Gabriel puntò verso la sua destinazione, e sotto la spinta


dell’accelerazione a una gravità, cominciò ad avvicinarsi alla sua
velocità definitiva, il 99,1 per cento della velocità della luce.
Tutto il personale, a parte quei pochi che dovevano provvedere a
governare la nave, entrò nel reparto ibernazione, dove sarebbe
rimasto, in uno stato di animazione sospesa, per parecchi anni.
Qualche tempo dopo, una volta effettuato il controllo di tutte le
apparecchiature automatiche, anche l’equipaggio avrebbe raggiunto
gli altri.
Avrebbero dormito, mentre i meccanismi della Gabriel portavano
l’accelerazione a un punto che sarebbe stato insostenibile per quanti
non fossero stati sottoposti all’ibernazione. Poi, una volta raggiunta
la velocità desiderata, gli apparecchi automatici avrebbero spento il
motore, e la nave spaziale, silenziosa ma non deserta, si sarebbe
precipitata verso la stella che rappresentava la sua destinazione.
Molti anni più tardi, il contatore a fotoni nella prua della nave
avrebbe stabilito che la stella era ormai abbastanza vicina da
determinare la decelerazione. Anche in questo caso, si sarebbe resa
necessaria l’applicazione di una forza che sarebbe stata insostenibile
per dei corpi non protetti dall’ibernazione. Poi, dopo avere rallentato
considerevolmente la velocità della nave, il motore si sarebbe
regolato su una decelerazione di una gravità. E l’equipaggio sarebbe
uscito automaticamente dall’animazione sospesa. Poi, quegli uomini
avrebbero provveduto a ridestare gli altri passeggeri. E, nei sei mesi
che ancora rimanevano, prima di giungere a destinazione, sarebbe
stato possibile compiere tutti i preparativi necessari.
Hal Yarrow fu tra gli ultimi a sottoporsi all’ibernazione e tra i
primi ad uscirne. Doveva studiare le registrazioni della lingua della
nazione più importante di Ozagen, Siddo.
Fin dal principio, si trovò di fronte a un compito molto difficile.
La spedizione che aveva scoperto Ozagen era riuscita a correlare
duemila parole siddo con altrettante parole americane. La descrizione
della sintassi siddo era molto schematica. E, come scoprì Hal, in
molti casi era evidentemente erronea.
Quella scoperta gli causò una grande agitazione. Il suo compito
consisteva nel redigere e insegnare a tutto il personale della Gabriel
la lingua di Ozagen. Eppure, se si fosse servito dei pochi mezzi a sua
disposizione, avrebbe impartito ai suoi allievi un insegnamento
errato. E per giunta, anche in questo modo l’impresa sarebbe stata
molto difficile.
In primo luogo, gli organi fonetici degli indigeni ozageni
differivano in modo abbastanza notevole da quelli dei terrestri; i
suoni emessi da tali organi erano quindi dissimili.
Era vero che era possibile pronunciarli in modo approssimativo,
ma gli ozageni avrebbero compreso quelle approssimazioni?
Un altro ostacolo era rappresentato dalla costruzione
grammaticale del siddo. Bastava considerare le coniugazioni, il
sistema dei tempi. Invece di coniugare un verbo o di usare una
particella separata per indicare il passato o il futuro, il siddo usava
una parola completamente diversa.
Per esempio, l’infinito maschile inanimato
dabhumaksanigalu’ahai, che significa vivere, diventa, all’imperfetto,
ksu’u’ peli’afo, e, al futuro, mai'teipa.
Lo stesso uso di una parola completamente diversa veniva
applicato a tutti gli altri tempi. Inoltre, il siddo non aveva soltanto i
tre normali generi terrestri, maschile, femminile e neutro: aveva
anche il genere inanimato e quello spirituale. Per fortuna, i generi si
declinavano, benché questo fosse piuttosto difficile per chiunque non
fosse nato a Siddo. Il sistema per indicare il genere cambiava
secondo i tempi.
Tutte le altre parti del discorso, nomi, pronomi, aggettivi, avverbi
e congiunzioni erano sottoposti alle stesse regole dei verbi. Per
rendere ancora più confuso l’uso della lingua, le diverse classi sociali
usavano spesso parole diverse per esprimere lo stesso significato.
La scrittura siddo poteva venire paragonata soltanto a quella
dell’antico giapponese. Non esisteva alfabeto; c’erano invece
ideogrammi, linee la cui lunghezza, forma e angolazione avevano
significati diversi. I segni che accompagnavano ciascun ideogramma
indicavano l’esatta declinazione del genere.
Hal, nell’intimità del suo minuscolo studio, imprecò. Perché mai
doveva essere proprio Siddo, la nazione dominante di Ozagen? I
siddo occupavano uno dei due continenti del pianeta: nell’emisfero
opposto, la massa continentale era frazionata tra venti nazioni
diverse. Ogni nazione parlava una lingua diversa dal siddo quanto il
siddo era diverso dall’islandese o dallo swahili. Una di queste lingue,
in epoca non molto recente, aveva realizzato un alfabeto fonetico;
probabilmente, con l’andare del tempo quell’alfabeto avrebbe
sostituito i difficili ideogrammi usati dai siddo. Inoltre, era una lingua
relativamente facile, per i terrestri.
Ma la spedizione haijac che aveva esplorato Ozagen aveva deciso
di usare Siddo come punto di contatto, perché Siddo sembrava la
nazione più vasta e più potente. Anche se il capo della spedizione, in
seguito, si era reso conto del suo errore, non aveva voluto saperne di
riconoscerlo.
Perciò Hal imprecò, e si accanì sul suo lavoro. Studiò
all’oscilloscopio le onde sonore del siddo, e cercò di analizzare i
movimenti muscolari che i terrestri avrebbero dovuto compiere per
emettere suoni che si avvicinassero ai tipici suoni del siddo.
Cominciò a redigere un dizionario siddo-americano, che — nelle
sue intenzioni — avrebbe dovuto consentire agli haijac di formulare
semplici frasi. E si dedicò al suo dovere personale, che consisteva
nell’imparare correntemente quella lingua. Ma sarebbe stato possibile
riuscirvi soltanto vivendo tra gli indigeni per molti anni.
Purtroppo, se i piani fossero stati realizzati, tutti gli ozageni
sarebbero morti molto prima.
Hal lavorò per sei mesi, per molto tempo dopo che tutti gli altri,
eccetto l’equipaggio ridotto all’essenziale, erano entrati in
ibernazione. Ciò che lo irritava soprattutto era la presenza di Pornsen.
Il gapt avrebbe potuto entrare in ibernazione, ma aveva preferito
rimanere sveglio per sorvegliare Hal, per correggere un suo eventuale
comportamento irreale.
L’unico particolare piacevole era che Hal non era obbligato a
parlare con Pornsen, se non ne aveva voglia, poiché poteva addurre
come scusa l’urgenza del suo lavoro.
Ma dopo poco tempo si stancò e del lavoro e della solitudine.
Pornsen era l’essere umano più disponibile, quando si trattava di
scambiare qualche parola, perciò Hal gli parlava.

Hal Yarrow fu anche uno tra i primi a uscire dall’ibernazione


artificiale. Erano passati quarantanni, gli dissero. Intellettualmente,
accettò quell’affermazione. Ma non riuscì mai a credervi. Non si era
verificato il minimo cambiamento fisico, in lui, e neppure nei suoi
compagni di viaggio. E l’unico cambiamento, all’esterno, era
costituito dallo splendore più vivo della stella che rappresentava la
loro destinazione.
Alla fine, quella stella divenne il corpo celeste più fulgido
dell’universo. Poi, divennero visibili anche i pianeti che le giravano
attorno.
Ozagen, che era il quarto pianeta, incombeva ormai su di loro.
Aveva all’incirca la grandezza della Terra, e visto da lontano, aveva
anche lo stesso aspetto.
La Gabriel entrò in orbita, dopo settimane e settimane passate a
trasmettere dati al calcolatore. Per quattordici giorni, la nave spaziale
ruotò attorno al pianeta, mentre venivano effettuate osservazioni,
dalla stessa Gabriel e dalle scialuppe che scendevano nell’atmosfera
e persino sul suolo.
Come aveva scoperto la prima spedizione, Ozagen aveva soltanto
due grandi masse continentali, divise da migliaia di miglia di oceano.
Il continente su cui avevano intenzione di sbarcare era stato scoperto
dagli indigeni soltanto settecento anni prima. L’avevano trovato
occupato da esseri senzienti straordinariamente simili agli umani, che
erano stati spazzati via in sei secoli di guerra.
Finalmente, Macneff ordinò al comandante di fare atterrare la
Gabriel.
Lentamente, usando quantitativi enormi di carburante a causa
della sua massa immane, la Gabriel penetrò nell’atmosfera e scese
verso Siddo, la capitale, che sorgeva sulla costa orientale.
L’astronave scese delicatamente come un fiocco di neve verso la
distesa aperta di un parco proprio nel cuore della città.
Ma era un parco? In realtà, tutta la città lo era: gli alberi erano così
abbondanti che, vista dall’alto, Siddo sembrava ospitare soltanto
pochi abitanti, non i duecentocinquantamila che erano stati calcolati.
C’erano molti palazzi, alcuni dei quali erano alti fino a dieci piani,
ma erano così lontani l’uno dall’altro che non davano l’impressione
di costituire un aggregato. Le strade erano molto ampie, coperte da
un’erba così robusta che poteva sopportare pesi enormi. Soltanto
vista dal porto, Siddo somigliava a una città terrestre. Lì gli edifici si
affollavano fitti, e le acque dei bacini brulicavano di velieri e di
vapori a ruota.
La Gabriel scese, mentre la folla che si era raccolta a curiosare
correva verso il limitare del grande prato. La sua mole colossale si
posò sull’erba e cominciò a sprofondare impercettibilmente nel
terreno.
Il Sandalphon Macneff ordinò di aprire il portello principale. E,
seguito da Hal Yarrow, che doveva aiutarlo in caso di difficoltà
mentre pronunciava il suo discorso diretto alla delegazione venuta a
riceverli, Macneff uscì nell’atmosfera del primo pianeta abitabile
scoperto dai terrestri.
Come Colombo, pensò Hal. E la storia si ripeterà?
Dal giorno dell’atterraggio, l’astronave Gabriel rimase nel parco.
Dall’alba al tramonto, il personale della Gabriel si avventurava fra
gli ozageni — o woggle, come li chiamavano sprezzantemente i
terrestri — cercando di imparare la loro lingua, le usanze, la storia, la
biologia, e altre cose.
Le altre cose, che incuriosivano molto i terrestri, erano le
tecnologie ozagene. Logicamente, non c’era nulla da temere. A
quanto poteva stabilire Hal, i wog non erano molto più progrediti di
quanto lo fossero stati gli umani terrestri all’inizio del ventesimo
secolo dell’era volgare. Ma era necessario assicurarsi che non ci
fosse null’altro. E se i wog nascondevano armi potentissime, se si
preparavano a cogliere di sorpresa i visitatori?
Non era il caso di preoccuparsi dell’esistenza di missili a testata
atomica, naturalmente. Ozagen — questo era chiarissimo — non era
in grado di costruirli. Ma i wog sembravano molto progrediti nelle
scienze biologiche, che potevano diventare temibili quanto le armi
termonucleari. Inoltre, benché le malattie di Ozagen non si
propagassero ai terrestri, costituivano pur sempre una minaccia
mortale. Ciò che poteva essere soltanto un lieve disturbo per un
ozageno, dopo un millennio di immunità acquisita, poteva significare
una morte rapida per un terrestre.
Perciò era stato impartito l’ordine di agire lentamente e con
cautela. Bisognava scoprire il più possibile. Raccogliere dati,
confrontarli, interpretarli. Prima di iniziare l’Operazione
Ozagenocidio, era necessario assicurarsi che fosse impossibile una
rappresaglia.
E così, quattro mesi dopo l’apparizione della Gabriel su Siddo,
due terrestri dall’atteggiamento amichevole si misero in viaggio
insieme a due woggle dall’atteggiamento altrettanto amichevole. Si
recavano ad esplorare le rovine di una città costruita duemila anni
prima da una razza di umanoidi ora estinti. Erano ispirati da un sogno
sognato sul pianeta Terra, quarantaquattro anni prima e a una
distanza di quarantadue anni-luce.
Viaggiavano su un veicolo che appariva fantastico agli esseri
umani…
6.

Il motore tossi, e il veicolo sussultò.


L’ozageno seduto nel posto di destra, sul sedile posteriore, si
sporse e gridò qualcosa.
Hal Yarrow girò la testa e urlò: “Che c’è?”
Poi lo ripeté in siddo: “Abhudai'akhu?”
Fobo, che era seduto dietro Hal, appoggiò la bocca contro
l’orecchio del terrestre. Tradusse ciò che aveva detto Zugu, anche se
il suo americano aveva un suono strano, con quelle sfumature trillanti
e quelle approssimazioni vibrate.
“Zugu dice e sottolinea che tu dovresti tirare quella piccola leva
alla tua destra. Darà più alcool… al carburatore.”
Le antenne che sporgevano dalla calotta di Fobo solleticarono le
orecchie di Hal. Hal pronunciò una parola-frase che consisteva di
trenta sillabe. Il suo significato era, all’incirca, “ti ringrazio”.
Consisteva, inizialmente, del verbo usato nella prima persona
singolare maschile animata del presente. Annessa al verbo c’era una
sillaba per indicare libertà da ogni obbligo da parte tanto di colui che
parlava quanto di colui che ascoltava, il pronome della prima
persona, un’altra sillaba per indicare che colui che parlava
riconosceva l’ascoltatore come singolare maschile animata a due
sillabe che, in quell’ordine, classificavano l’intera situazione attuale
come semiumorista. Se la sequenza fosse stata invertita, avrebbe
indicato che la situazione era grave.
“Che cosa hai detto?” urlò Fobo, e Hal alzò le spalle. Si rese conto
all’improvviso di avere dimenticato un’interruzione, la cui mancanza
cambiava il significato della frase o la rendeva completamente
insignificante. In ogni caso, non aveva né la voglia né il tempo di
ripeterla.
Si limitò a manovrare la leva nel modo indicato da Fobo. E, per
farlo, fu obbligato a sporgersi davanti al gapt, che era seduto alla sua
destra.
“Mille volte perdono!” gridò Hal.
Pornsen non guardò Yarrow. Teneva le mani sulle ginocchia,
strette convulsamente; le nocche erano bianche. Come il suo pupillo,
stava vivendo per la prima volta l’esperienza di un viaggio su un
veicolo dal motore a combustione interna. A differenza di Hal, era
spaventato da quel frastuono, dal fumo, dai sussulti e dai tonfi, e
dall’idea di viaggiare su un veicolo controllato a mano.
Hal sogghignò.
Era affezionato a quel veicolo bizzarro, che gli ricordava le
illustrazioni viste sui libri di storia: le illustrazioni delle automobili
terrestri durante il secondo decennio del ventesimo secolo. Gli dava
un brivido sapersi capace di far girare il rigido volante e sentire il
veicolo massiccio che obbediva ai suoi muscoli. Le esplosioni dei
quattro cilindri e il puzzo dell’alcool bruciato lo eccitavano. E in
quanto ai sussulti e agli scossoni, ebbene, lo divertivano. Era molto
romantico… come prendere il mare a bordo di un veliero… una cosa
che desiderava fare, prima di lasciare Ozagen.
E poi, benché non volesse ammetterlo, tutto ciò che spaventava
Pornsen gli dava piacere.
Ma il suo piacere finì presto.
I cilindri sobbalzarono, poi sputacchiarono. Il veicolo sussultò, si
fermò ondeggiando. I due woggle balzarono giù dalla macchina, che
era priva di portiere, e alzarono il cofano. Hal li segui. Pornsen restò
seduto. Si tolse dalla tasca dell’uniforme un pacchetto di Serafini
Misericordiosi (se gli angeli fumavano, dovevano preferire la marca
Serafini Misericordiosi) e ne accese una. Le mani gli tremavano.
Hal notò che era la quarta sigaretta che Pornsen aveva fumato,
quel giorno, dopo la preghiera del mattino. Se non fosse stato più
attento, Pornsen avrebbe superato la quota concessa a un gapt di
prima classe. E questo significava che, la prima volta che Hal si fosse
messo in un guaio, avrebbe potuto chiedere l’aiuto del gapt
ricordandogli che…
No!
Era un pensiero troppo vergognoso. Assolutamente irreale,
appartenente soltanto a uno pseudofuturo. Lui amava il gapt quanto il
gapt amava lui, e non avrebbe mai dovuto fare progetti così
antisigmeniani.
Eppure, pensò, a giudicare dalle difficoltà in cui si era trovato fino
a quel momento, un po’ d’aiuto da parte di Pornsen gli sarebbe stato
prezioso.
Hal scosse il capo per liberarsi di quei pensieri e si curvò sul
motore per osservare il modo con cui Zugu vi stava lavorando. Zugu
sembrava sapere ciò che faceva. Ed era logico, poiché era l’inventore
e il costruttore dell’unico veicolo di Ozagen mosso da un motore a
combustione interna… per quanto ne sapevano i terrestri, per lo
meno.
Zugu usò una chiave per svitare un tubo lungo e stretto da una
specie di scatola rotonda, di vetro. Hal ricordò che quel motore era
alimentato per mezzo della gravità. Il combustibile passava dal
serbatoio nella scatola di vetro, che era una camera di sedimento. Di
lì, passava nel tubo d’alimentazione, che a sua volta lo riversava nel
carburante.
Pornsen esclamò, con voce dura:
“Mio amato figlio, dovremo restarcene qui fermi tutto il giorno?”
Benché portasse la maschera e i paraocchi che gli ozageni gli
avevano dato come parabrezza, le sue labbra serrate erano già
abbastanza espressive. Era evidente che, se la situazione non fosse
migliorata, il gapt avrebbe presentato un rapporto sfavorevole sul
conto del suo pupillo.
Il gapt aveva deciso di aspettare due giorni, fino a quando avrebbe
potuto ottenere una scialuppa. In questo caso, il viaggio fino alle
rovine sarebbe stato compiuto in un quarto d’ora e sarebbe stato un
volo comodo e silenzioso attraverso l’atmosfera. Ma Hal aveva
sostenuto che viaggiando per via di terra avrebbe potuto raccogliere
dati preziosi su quella zona coperta di fitte foreste, molto meglio di
quanto avrebbe potuto farlo dall’alto. Il fatto che i superiori si
fossero dichiarati d’accordo era servito ad esasperare Pornsen. Infatti,
dove andava il suo pupillo, doveva andare anche lui.
Perciò Pornsen aveva ostentato un’aria imbronciata durante tutto
il giorno, mentre il giovane terrestre, istruito da Zugu, guidava il
trabiccolo lungo le strade che attraversavano la foresta. Pornsen
aveva parlato una volta sola, per ricordare a Hal che la vita umana
era sacra e per ordinargli di rallentare.
“Mi perdoni, mio amato guardiano,” aveva risposto Hal. E aveva
allentato la pressione del piede sull’acceleratore. Ma, dopo un poco,
aveva ricominciato a schiacciare il pedale. E avevano ricominciato a
sfrecciare, ruggendo e sussultando, giù per la rozza strada di terra
battuta.
Zugu svitò le due estremità del tubo, se ne infilò una nella bocca a
forma di V, e soffiò. Ma dall’altra estremità non uscì nulla. Zugu
chiuse i grandi occhi azzurri e gonfiò di nuovo le guance. Non
accadde nulla: solo, il suo volto verde pallido diventò di un colore
oliva scuro, poi batté il tubo di rame sul cofano e tornò a soffiare con
lo stesso risultato.
Fobo frugò in una grossa borsa di pelle che portava appesa a una
cintura sul ventre prominente, e ne estrasse, tenendolo tra il pollice e
l’indice, un minuscolo insetto azzurro: lo spinse delicatamente entro
una estremità del tubo.
Passarono cinque secondi, e un piccolo insetto rosso uscì correndo
dall’estremità opposta, inseguito dall’insetto azzurro che apriva e
chiudeva le mandibole, famelicamente. Fobo si affrettò a recuperare
la sua bestiola e a rimetterla nella borsa. Zugu schiacciò sotto il
sandalo l’insetto rosso.
“Guarda!” disse Fobo. “Un divoratore d’alcool. Vive nel serbatoio
del carburante e se ne imbeve, gratis, senza essere molestato da
alcuno. E ne estrae gli idrati di carbonio. Nuota sui mari aurei
dell’alcool. Che vita! Ma ogni tanto diviene un po’ troppo
avventuroso, passa nella camera di sedimento, divora il filtro e
scende nel tubo di alimentazione. Guarda! Zugu sta già sostituendo il
filtro. Fra un attimo potremo rimetterci in viaggio.”
L’alito di Fobo aveva un odore bizzarro, nauseante. Hal si chiese
se il wog aveva bevuto del liquore. Non aveva mai sentito
quell’odore nell’alito di chicchessia, prima di quel momento, perciò
non aveva esperienze cui riferirsi. Ma bastava quel sospetto per
innervosire Hal. Se il gapt avesse capito che sul sedile posteriore
c’era una bottiglia che cambiava continuamente di mano, non
avrebbe permesso a Hal di allontanarsi da lui neppure per un istante.
I wog risalirono a bordo.
“Andiamo, partiamo!” disse Fobo.
“Un momento,” disse Pornsen a Hal, sottovoce. “Credo che sia
meglio lasciar guidare Zugu.”
“Se lei chiederà a quel wog di guidare, gli farà capire che non si
fida di me, di un suo compatriota terrestre,” disse Hal. “Non vorrà
indurlo a pensare che secondo lei un wog è superiore a un essere
umano, non è vero?”
Pornsen tossì, come se faticasse a inghiottire le parole di Hal, poi
sputacchiò:
“No, no, naturalmente! Sigmen non voglia! Ma lo dicevo per il
tuo bene. Pensavo che fossi stanco, dopo aver guidato per tutto il
giorno questo veicolo primitivo e pericoloso.”
“Grazie per l’amore che mi dimostra,” disse Hal. Poi sogghignò e
aggiunse: “È consolante sapere che lei è sempre al mio fianco, pronto
ad allontanarmi dai pericoli degli pseudofuturi.”
“Ho giurato sul Talmud Occidentale di guidarti per tutta questa
vita,” rispose Pornsen.
Raffreddato da quel riferimento al libro sacro, Hal rimise in moto
la macchina. In principio guidò lentamente, per accontentare il gapt.
Ma, dopo cinque minuti, schiacciò il piede sull’acceleratore e gli
alberi cominciarono a passargli accanto saettando.
Gettò un’occhiata di straforo a Pornsen. La schiena irrigidita del
gapt e i suoi denti serrati mostravano che stava pensando di nuovo al
rapporto che avrebbe presentato al capo uzzita, non appena fosse
ritornato all’astronave. Sembrava abbastanza furibondo per chiedere
che il suo pupillo fosse sottoposto al ‘Metro.
Hal Yarrow respirò profondamente il vento che gli batteva contro
la maschera.
Al D Pornsen! Al D il ‘Metro! Il sangue gli ribolliva nelle vene.
L’aria di quel pianeta non era l’aria viziata della Terra. I suoi polmoni
l’aspiravano beatamente, come due mantici. In quel momento, si
sentiva capace di schioccare le dita sotto il naso dell’arci-uzzita in
persona.
“Attento!” strillò Pornsen.
Con la coda dell’occhio, Hal intravvide il grosso animale, simile a
un’antilope, che balzava dalla foresta sulla strada, davanti alla
macchina. Nello stesso istante, girò il volante per fare sterzare il
veicolo ed evitare lo scontro, e il veicolo scivolò sulla terra battuta,
fece un violento testa-coda. E Hal non era abbastanza esperto nella
guida per sapere che avrebbe dovuto girare le ruote nella direzione in
cui la macchina stava scivolando, per poterla raddrizzare.
La sua ignoranza fu fatale soltanto per la bestia, che andò a
sbattere contro il fianco destro della macchina. Le lunghe corna si
impigliarono nella giubba di Pornsen, e lacerarono la manica destra.
La macchina, frenata dalla massa imponente dell’antilope, si
raddrizzò. Ma procedette su una linea retta che portava fuori strada,
su per una scarpata di terriccio. Quando ebbe raggiunto la sommità
della scarpata, balzò nell’aria e atterrò con una quadruplice
esplosione di pneumatici.
Ma neppure quell’urto la fermò. Davanti a Hal si parò un grosso
cespuglio. Si aggrappò al volante, sterzò, ma era troppo tardi.
Batté con il petto contro il volante, quasi come se tentasse di
spingerlo contro il cruscotto. Fobo gli piombò contro la schiena,
aumentando la pressione. Entrambi lanciarono un grido, quindi il
wog si staccò.
Poi vi fu silenzio, rotto soltanto da un sibilo. Una colonna di
vapore che saliva dal radiatore schiantato si disperdeva tra i rami che
stringevano il viso di Hal in un ruvido abbraccio di corteccia.
Hal Yarrow spalancò gli occhi e, attraverso il vapore, fissò un paio
di grandi occhi scuri.
Scosse il capo. Occhi? E braccia simili a rami? O rami simili a
braccia?
Per un attimo pensò di essere tra le braccia di una ninfa dagli
occhi scuri. O si chiamavano driadi? Non poteva chiederlo a nessuno.
Nessuno doveva conoscere l’esistenza di quelle creature. Ninfa e
driade erano parole che erano state espunte da tutti i libri, compresa
l’edizione Hack di Milton Reale e Riveduto. Soltanto perché era un
linguista, Hal aveva avuto la possibilità di leggere il Paradiso
Perduto nell’edizione non purgata, e così aveva scoperto la mitologia
classica greca.
I pensieri gli lampeggiavano nella mente come luci sul pannello
dei comandi di un’astronave. Qualche volta le ninfe si trasformavano
in alberi per sfuggire ai persecutori. Era forse una delle favolose
donne della foresta che lo stava guardando con i grandi occhi
splendidi, attraverso le ciglia più lunghe che lui avesse mai visto?
Chiuse gli occhi e si domandò se quella visione era provocata da
una ferita al capo; e, in questo caso, se era una allucinazione
permanente. Valeva la pena di conservare allucinazioni come quella.
E non gli importava se erano o no conformi alla realtà.
Aprì gli occhi. L’allucinazione era scomparsa.
Era quell’antilope che mi guardava, pensò. È riuscita a salvarsi,
dopotutto. E corsa attorno al cespuglio e si è voltata a guardare.
Occhi d’antilope. E il mio io tenebroso ha formato la testa attorno a
quegli occhi, i lunghi capelli neri, il sottile collo candido, i seni
turgidi… No! È irreale! È stata la mia mente malata, stordita dal
colpo, che si è aperta per un attimo ad accogliere ciò che ribolliva in
me durante tutto quel tempo trascorso a bordo della nave, senza
vedere una donna, neppure in effige…
Poi dimenticò quegli occhi. Si sentiva soffocare. Un odore pesante
e stomachevole aleggiava sulla macchina. L’incidente doveva aver
spaventato molto i wog: altrimenti, non avrebbero allentato i muscoli
circolari che controllavano la ghiandola odorifera. Quest’organo, una
vescica situata sulla schiena, era stata usata dagli antenati degli
ozageni come una poderosa arma di difesa, molto simile a quella
della puzzola americana. Ormai era un organo quasi atrofizzato, e
serviva soltanto per allentare un’estrema tensione nervosa. La sua
funzionalità era estremamente efficace, ma il suo uso presentava
notevoli problemi. Gli psichiatri wog, per esempio, dovevano tenere
aperte le finestre, durante le sedute terapeutiche; oppure portavano
maschere antigas.
Keoki Amiel Pornsen, con l’aiuto di Zugu, uscì dal cespuglio nel
quale era stato scaraventato. La grossa pancia, il colore azzurro
dell’uniforme e le ali d’angelo di nailon bianco, cucite sul dorso della
giubba, lo facevano assomigliare a un grosso insetto.
Si alzò, si tolse la maschera-parabrezza, mostrando il volto
esangue. Passò le dita tremanti sulla clessidra e la spada incrociate
che costituivano l’emblema dell’Unione Haijac, e finalmente trovò la
tasca che stava cercando. Ne staccò gli orli magnetici e ne estrasse un
pacchetto di Serafini Misericordiosi. Quando ebbe la sigaretta tra le
labbra, non riuscì ad accenderla, perché le mani gli tremavano.
Hal accostò il proprio accendino alla punta della sigaretta di
Pornsen. La sua mano era ferma e salda.
Trentun anni di disciplina ricacciarono il sogghigno che stava per
spuntargli sulle labbra.
Pornsen non lo respinse. Un secondo più tardi, un tremito attorno
alle labbra rivelò che egli aveva capito di aver perduto gran parte del
suo vantaggio su Yarrow. Aveva capito che non poteva permettere a
un uomo di rendergli un servizio — per quanto trascurabile — e poi
usare la sferza su di lui.
Tuttavia, cominciò in tono ufficiale:
“Hal Shamshiel Yarrow…”
“Shib, abba. Ascolto e obbedisco,” rispose Hal, in tono altrettanto
formale.
“Come spieghi questo incidente?”
Hal fu sorpreso. La voce di Pornsen era molto più blanda di
quanto avesse previsto. Ma non si rilassò, perché sospettava che
Pornsen cercasse di coglierlo di sorpresa e di attaccarlo quando meno
se lo aspettava.
“Io… o meglio, il Retrocursore che è in me… si è staccato dalla
realtà. Io… o meglio, il mio io tenebroso, è precipitato
deliberatamente in uno pseudofuturo.”
“Oh, davvero?” fece Pornsen, con calma, ma con una sfumatura di
sarcasmo. “Dici che è stato il tuo io tenebroso, il Retrocursore che è
in te? È quello che hai sempre detto, da quando hai imparato a
parlare. Perché devi dare sempre la colpa a qualcun altro? Eppure
sai… dovresti saperlo, perché sono stato costretto a frustarti molte
volte!… che tu sei l’unico responsabile. Quando ti fu insegnato che
era il tuo io tenebroso a provocare gli allontanamenti dalla realtà, ti
fu insegnato inoltre che il Retrocursore non può causare nulla di
nulla… a meno che tu, tu, con il tuo vero io, Hal Yarrow, non
collaborassi pienamente.”
“Questo è shib quanto la mano sinistra del Precursore,” rispose
Hal. “Ma, mio amato gapt, lei ha dimenticato una cosa, nella sua
piccola lezione.”
Ora nella sua voce c’era un sarcasmo non dissimile da quello di
Pornsen.
E Pornsen, con voce stridula: “Che cosa vuoi dire?”
“Voglio dire,” ribatté Hal, trionfalmente, “che anche lei è stato
coinvolto nell’incidente! Perciò, anche lei ne è la causa, quanto me!”
Pornsen lo guardò con un paio d’occhi sbarrati.
“Ma… ma…” disse, gemendo. “Eri tu che guidavi!”
“Non c’è nessuna differenza, secondo ciò che lei mi ha sempre
insegnato!” disse Hal sogghignando soddisfatto. “Lei ha accettato di
prendere parte all’incidente. Se non fosse stato d’accordo, non
avremmo investito l’antilope.”
Pornsen smise di aspirare il fumo della sigaretta. La mano gli
tremava. Yarrow sorvegliava con lo sguardo l’altra mano che
pendeva lungo il fianco del gapt e torceva le sette strisce di cuoio
della frusta che portava infilata alla cintura.
“Tu hai sempre mostrato segni di orgoglio e di indipendenza
deplorevoli,” disse Pornsen. “E questo comportamento non è
conforme alla struttura dell’universo così come è stata rivelata
all’umanità dal Precursore, reale sia il suo nome.
“Ho mandato all’I due dozzine di uomini e di donne… che il
Precursore li perdoni! Non mi ha fatto piacere, perché li amavo con
tutto il mio cuore e con tutto il mio io. Ho pianto, quando li ho
denunciati alla superiore gerarchia, perché sono un uomo dal cuore
tenero. Ma era mio dovere di gapt stare in guardia contro le orribili
malattie della personalità che potrebbero diffondersi e contagiare i
seguaci di Sigmen. Non si deve tollerare l’irrealtà. L’io è troppo
debole e prezioso per essere assoggettato alle tentazioni.
“Sono il tuo gapt fino da quando sei nato. Sei sempre stato
disubbidiente. Ma potevi essere amato nella sottomissione e nella
contrizione. Tu hai sentito molte volte il mio amore.”
Yarrow si sentì prudere la schiena. Guardò la mano del gapt
stringersi attorno all’impugnatura dell’amore che portava infilato alla
cintura.
“Tuttavia, solo quando hai compiuto i diciotto anni ti sei
veramente allontanato dal futuro reale e hai mostrato la tua passione
per gli pseudofuturi. Questo è avvenuto quando hai deciso di
diventare un sorco, anziché uno specialista. Ti avevo avvertito che,
come sorco, non avresti fatto molta strada, nella nostra società. Ma tu
hai voluto insistere. E poiché abbiamo bisogno anche di chi è sorco,
e poiché io dovevo obbedire ai miei superiori, ti ho permesso di
diventarlo.
“E questo fu già abbastanza unshib. Ma quando ti scelsi la donna
più adatta per diventare tua moglie — come era mio dovere e mio
diritto, perché chi può conoscere, meglio del tuo gapt, qual è il tipo
di donna più adatto a te? — compresi quanto eri orgoglioso e irreale.
Discutesti, protestasti, cercasti di scavalcarmi e resistesti per un anno,
prima di acconsentire a sposarla. In quell’anno di comportamento
irreale, costasti alla Stiesa un individuo…”
Il volto di Hal impallidì, rivelando sette sottili segni rossi che si
irradiavano dall’angolo sinistro della bocca, attraverso la guancia,
fino all’orecchio.
“Non sono costato nulla alla Stiesa!” ringhiò Hal. “Mary ed io
siamo stati sposati nove anni, ma non abbiamo avuto figli. Gli esami
hanno dimostrato che nessuno di noi era fisicamente sterile. Quindi,
uno di noi non aveva pensieri fertili… o forse, questo era vero per
entrambi. Ho presentato una petizione di divorzio, pur sapendo che
avrei potuto finire all’I. Perché lei non ha insistito sul nostro
divorzio, come era suo dovere, invece di insabbiare la mia
petizione?”
Pornsen continuava a lanciare sbuffi di fumo con aria abbastanza
disinvolta, ma abbassò una spalla, come se qualcosa stesse scavando
nel suo intimo. Yarrow se ne accorse e capi che aveva costretto il suo
gapt a mettersi sulla difensiva.
“Quando ho saputo che eri a bordo della Gabriel” riprese
Pornsen, “mi sono reso subito conto che non prendevi parte alla
spedizione perché spinto dal desiderio di servire la Stiesa. E ho
pensato subito che avessi accettato per un’altra ragione. Ora sono
shib, shib fino all’osso, che la vera ragione era il tuo desiderio
perverso di allontanarti da tua moglie. E poiché la sterilità, l’adulterio
e il volo interstellare sono i soli motivi legali di un divorzio, e poiché
l’adulterio conduce diritto all’I, tu hai scelto l’unica via d’uscita.
Entrando a far parte dell’equipaggio della Gabriel sei legalmente
morto.”
“Non mi parli di cose legali!” urlò Hal. Tremava per il furore e,
nello stesso tempo, si malediceva perché era incapace di nascondere i
suoi sentimenti. “Sa benissimo che non si è comportato nel modo
prescritto a un gapt quando ha insabbiato la mia richiesta. Doveva
accettare…”
“Ah, lo immaginavo!” esclamò Pornsen. Sorrise, lanciò un altro
sbuffo di fumo e aggiunse: “Ho respinto la tua petizione perché la
consideravo irreale. Vedi, avevo fatto un sogno, un sogno molto
vivido, nel quale avevo visto Mary generare un figlio tuo, allo
scadere del secondo anno. Non era un falso sogno: aveva i segni
distintivi di una rivelazione inviata dal Precursore. Dopo quel sogno,
io sapevo che il tuo desiderio di divorziare era il desiderio di uno
pseudo-futuro. Sapevo che il vero futuro era nelle mie mani, e
soltanto guidando la tua condotta avrei potuto compierlo. Ho
trascritto questo sogno il giorno dopo averlo fatto, una settimana
dopo avere respinto la tua petizione, e…”
“E lei ha dimostrato di essere stato tradito da un sogno inviato dal
Retrocursore… Non era una rivelazione inviata dal Precursore!” urlò
di nuovo Hal. “Pornsen, ho intenzione di riferirlo alle autorità! Lei ha
rivelato la sua colpa con la sua stessa bocca!”
Pornsen impallidì; spalancò le labbra, e la sigaretta cadde a terra;
le mascelle gli tremavano per la paura.
“Che… che cosa stai dicendo?”
“E come avrebbe potuto, mia moglie, avere un figlio mio, allo
scadere del secondo anno, se io non sarei stato sulla Terra per
generarlo? Perciò, quello che lei ora ha detto di avere sognato non
può diventare un futuro reale! Perciò, si è lasciato ingannare dal
Retrocursore. E sa benissimo che cosa significa! Che lei è un
candidato per l’I!”
Il gapt si irrigidì. Raddrizzò la spalla sinistra, che aveva
involontariamente abbassato. La sua destra volò sull’impugnatura
della frusta, si chiuse attorno alla croce ansata, la strappò dalla
cintura. La sfera sibilò nell’aria, a pochi centimetri dalla faccia di
Hal.
“La vedi?” strillò Pornsen. “Sette flagelli! Uno per ciascuna delle
Sette Irrealtà Mortali! Tu l’hai già assaggiata, e l’assaggerai di
nuovo!”“Silenzio!” gli intimò duramente Hal. Pornsen spalancò di
nuovo la bocca.
“Come, come osi?” esclamò, in tono lagnoso. “Io, il tuo amato
gapt, sono…”
“Le ho detto di fare silenzio!” ripeté Hal, con minore violenza ma
con lo stesso mordente. “Sono stufo della sua lagna. Sono stufo da
annida sempre.”
E, mentre parlava, seguiva con lo sguardo Fobo che si stava
avviando verso di loro. Alle spalle di Fobo, l’antilope giaceva al
suolo, morta.
L’antilope è morta. Pensavo che fosse riuscita a salvarsi. Quegli
occhi che mi guardavano attraverso le fronde. Occhi d’antilope? Ma
se l’antilope è morta, a chi appartenevano gli occhi che ho visto?
La’ voce di Pornsen lo richiamò alla realtà.
“Credo, figlio mio, che tu ed io abbiamo parlato spinti dalla
collera, non dall’intenzione premeditata di fare del male.
Perdoniamoci l’un l’altro, e non diremo nulla agli uzziti, quando
ritorneremo alla nave.”
“Per me è shib, se lo è per lei,” rispose Hal.
Lo sorprese vedere gli occhi di Pornsen gonfiarsi di lacrime. E fu
ancora più sorpreso, addirittura scandalizzato, quando Pornsen cercò
di mettergli un braccio sulle spalle.
“Ah, ragazzo mio, se sapessi quanto ti amavo, quanto mi
addolorava essere costretto a punirti!”
“Mi sembra piuttosto incredibile,” rispose Hal, e si allontanò dal
gapt, muovendo verso Fobo.
Anche Fobo aveva gli occhi immensi e rotondi colmi di lacrime.
Ma quelle lacrime avevano un’altra causa. Stava piangendo per la
sorte dell’antilope e per l’impressione provocata in lui dall’incidente.
Tuttavia, ad ogni passo che muoveva in direzione di Hal, la sua
espressione si faceva meno tormentata, e le lacrime si asciugavano.
Stava tracciando un segno circolare, sopra il proprio capo, con
l’indice destro.
Hal sapeva che si trattava di un segno religioso che i wog usavano
in molte situazioni. In quel momento, si sarebbe detto che Fobo lo
tracciasse per alleggerire la propria tensione. Poi, all’improvviso,
sorrise dell’orribile sorriso a V dei wog. E ritornò di buon umore. Per
quanto fosse ipersensibile, il suo sistema nervoso era molto volubile:
si caricava e si scaricava con estrema facilità.
Fobo si fermò davanti ai due terrestri.
“C’è stato uno scontro di personalità, signori?” chiese. “Un
disaccordo, una discussione, una disputa?”
“No,” rispose Hal. “Eravamo un po’ scossi, ecco tutto. Dimmi,
dovremo camminare a lungo prima di raggiungere le rovine della
città umanoide? La tua macchina è inservibile. Di’ a Zugu che mi
dispiace.”
“Non tormentarti il cranio… la mente. Zugu era già pronto a
costruire un veicolo nuovo e migliore. Per quanto riguarda la
camminata, sarà piacevole e stimolante. Manca soltanto un…
chilometro? O pressappoco.”
Hal gettò la maschera e i paraocchi dentro la macchina, dove gli
ozageni avevano già messo i loro. Raccolse la valigia dallo
scompartimento dietro al sedile posteriore. E vi lasciò la valigia del
gapt. Non senza una lieve sensazione di colpevolezza, perché sapeva
che, come pupillo di Pornsen, avrebbe dovuto offrirsi di portarla.
“Vada all’I,” mormorò.
Poi si rivolse a Fobo.
“Non hai paura che rubino le maschere e i paraocchi?”
“Prego?” disse Fobo, ansioso di imparare una parola nuova. “Cosa
significa «rubino»?”
“Rubare significa prendere di nascosto un oggetto che appartiene
a un altro, senza chiedergli permesso, e con l’intenzione di tenerlo
per sé. È un reato, perseguibile per legge.”
“Un reato?”
Hal rinunciò a spiegarsi e si incamminò a passo rapido lungo la
strada.
Alle sue spalle, il gapt, irritato perché era stato respinto e perché il
suo pupillo aveva infranto l’etichetta rifiutandosi di portargli la
valigia, gridò:
“Non essere troppo presuntuoso… sorco!”
Hal non si voltò; continuò a camminare. La risposta rabbiosa che
aveva formulato sottovoce si disperse. Con la coda dell’occhio,
aveva intravisto un lampo di pelle bianca in mezzo alle fronde verdi.
Fu soltanto un lampo, che scomparve con la stessa rapidità con cui
era apparso. E non poteva essere certo di non avere visto l’ala
candida di un uccello. Sì, invece, poteva esserne certo. Su Ozagen
non esistevano uccelli.
7.

Soo Yarrow, Soo Yarrow, Wuhfvayfvoo, soo Yarrow.


Hal si svegliò.
Per un attimo, non riuscì a capire dove si trovava. Poi, quando fu
quasi completamente desto, ricordò di essersi addormentato in una
delle stanze marmoree fra le rovine della città umanoide.
La luce della luna, più vivida di quella che si scorgeva sulla Terra,
filtrava attraverso la porta e splendeva su una figura minuscola
appesa a testa in giù all’architrave. Poi scintillò per un attimo su un
insetto che passava a volo sotto quella figura. Qualcosa di lungo e di
sottile saettò verso il basso, catturò l’insetto e lo trascinò verso una
bocca spalancata.
La lucertola ottenuta in prestito dai custodi delle rovine era
bravissima nell’eliminare gli insetti importuni.
Hal girò il capo, guardò la finestra aperta poco sopra di lui. Anche
lì, c’era una lucertola occupata a tenere sgombra la stanza dalle
zanzare.
Gli era parso che la voce provenisse da oltre quel rettangolo
stretto, inondato dalla luna. Tese l’orecchio, quasi per costringere il
silenzio a rivelargli di nuovo quella voce.
Ma il silenzio perdurò.
Poi Hal sussultò e si girò di scatto, quando udì levarsi alle sue
spalle un soffio e un suono stridente. Sulla soglia c’era un essere
delle dimensioni di un procione.
Era uno dei semi-insetti, così detti insetti polmonati, che si
aggiravano nella foresta durante la notte. Rappresentava un grado di
evoluzione degli artropodi che non era mai stato raggiunto sulla
Terra. A differenza dei suoi cugini terrestri, non si riforniva di
ossigeno soltanto attraverso la trachea o i canali respiratori. Un paio
di sacche estensibili, come quelle delle rane, si gonfiavano e si
sgonfiavano dietro la sua bocca. Erano quelle sacche che
producevano quel suono simile a un soffio.
Benché l’insetto polmonato avesse una forma non dissimile da
quella di una mantide religiosa, Hal non si allarmò. Fobo gli aveva
detto che non era pericoloso per l’uomo.
Un suono acuto, simile allo squillo di una sveglia, riempi la stanza
all’improvviso.
Pornsen si levò a sedere di scatto sulla branda appoggiata alla
parete. Vide l’insetto, e urlò. L’animale corse via. Il rumore, che si
era levato dal meccanismo che Pornsen aveva allacciato al polso,
cessò di colpo.
Pornsen tornò a sdraiarsi.
“È la sesta volta che questi insetti mi svegliano,” gemette.
“Spenga il segnalatore,” disse Hal.
“Perché tu possa uscire di nascosto dalla stanza e spargere il tuo
seme al suolo,” rispose Pornsen.
“Non ha il diritto di accusarmi di una condotta così irreale,” disse
Hal. Parlava meccanicamente, senza incollerirsi. Stava pensando alla
voce.
“Il Precursore stesso ha detto che nessuno è immune da colpe,”
brontolò Pornsen. Sospirò, poi mormorò, mentre si riaddormentava:
“Chissà se quella diceria è vera… forse il Precursore è su questo
pianeta… ci osserva… ha predetto… aah…”
Hal sedette sulla branda e sorvegliò Pornsen fino a che questi
cominciò a russare. Si sentiva le palpebre pesanti. Senza dubbio,
aveva sognato quella voce sommessa che parlava in una lingua… una
lingua che non era né terrestre né ozageno. Doveva averla sognata,
perché era una voce umana, e lui e il gapt erano gli unici esemplari di
homo sapiens in un raggio di duecento miglia.
Era stata una voce di donna.
Precursore! Sentire ancora una voce di donna!
Non era Mary. Non desiderava risentire la sua voce, non voleva
neppure sentire parlare di lei. Era l’unica donna che lui aveva…
osava dirlo a se stesso… l’unica donna che aveva avuto. Era stata
una prova tormentosa, umiliante, disgustosa. Ma non aveva mai
cancellato il desiderio… era contento che il Precursore non fosse lì a
leggergli nella mente… il desiderio di incontrare un’altra donna che
potesse dargli l’estasi che non conosceva… il Precursore lo
aiutasse… e ciò che aveva provato con Mary era stato soltanto
un’ombra pallida e incolore, a paragone di ciò che attendeva…
“Soo Yarrow, Wuhfvayfvoo. Sa mfa, zh’net tastinak. R’gateh wa
f'net.”
Lentamente, Hal si alzò dalla branda. Si sentiva il collo avvolto in
un gelo.
Il sussurro veniva davvero dalla finestra. Guardò in quella
direzione. Il contorno di una testa di donna si inclinò nel solido
rettangolo di luce lunare che era la finestra. E il rettangolo solido
diventò una cascata. Il chiaro di luna fluiva sulle spalle bianche. Il
candore di un dito si posò sul segno nero di una bocca.
“Poo wamoo tu baw choo. È ooteh. Seelahs. Fvooneh. Fvit.
Seelfpleh.”
Stordito, ma obbediente come se fosse saturo di ipnolipno, Hal si
diresse verso la porta. Tuttavia, non era stordito al punto di non
guardare Pornsen, per assicurarsi che stesse ancora dormendo beato e
tranquillo come un ghiro.
Per un secondo, i suoi riflessi furono sul punto di sopraffarlo, di
costringerlo a svegliare il gapt. Ma ritirò la mano che stava per
toccare Pornsen.
Doveva correre quel rischio. La paura e l’implorazione nella voce
di quella donna gli dicevano che era disperata, che aveva bisogno di
lui. Ed era evidente che lei non voleva che svegliasse Pornsen.
E cosa avrebbe detto Pornsen, se avesse saputo che c’era una
donna, lì fuori?
Una donna? E come poteva esserci una donna, lì?
Le sue parole avevano fatto scattare nell’animo di Hal un ricordo
familiare. Provava la vaga, fuggevole sensazione di conoscere quella
lingua. Ma non la conosceva.
Si fermò. Ma che cosa gli era venuto in mente? Se Pornsen si
fosse svegliato, se avesse guardato verso la sua branda, per
assicurarsi che il suo pupillo fosse ancora lì…
Ritornò indietro, spinse la valigia sotto il lenzuolo procuratogli dal
custode. Arrotolò la giacca e la mise accanto alla valigia, in modo
che sporgesse in parte dal lenzuolo e posasse sul guanciale. Se
Pornsen aveva molto sonno, avrebbe potuto scambiare quella massa
scura per la testa di Hal, e la massa coperta dal lenzuolo per il resto
del suo corpo.
Silenziosamente, a piedi nudi, Hal si avviò di nuovo verso la
porta.
Ma prima di averla raggiunta, si fermò. C’era un cilindro grande
quanto una scatoletta di cibo, lì, a montare di guardia. Se un oggetto
più grande di un topo si fosse avvicinato a meno di cinquanta
centimetri dal campo irradiato dal cilindro, avrebbe provocato la
trasmissione di un segnale che sarebbe stato captato dal segnalatore
allacciato al polso di Pornsen.
Il segnalatore avrebbe cominciato a squillare, come aveva fatto
quando era entrato l’insetto polmonato, e avrebbe destato Pornsen dal
suo sonno.
Il segnalatore non aveva soltanto lo scopo di evitare l’ingresso
degli intrusi: doveva garantire che Hal non lasciasse la stanza senza
che il gapt se ne accorgesse.
Poiché in quelle rovine non c’erano impianti igienici, l’unico
pretesto che Hal poteva addurre era quello di uscire per un bisogno
corporale. E il gapt l’avrebbe seguito per assicurarsi che non cercasse
di fare qualcosa d’altro.
Hal raccolse uno scacciamosche. Aveva un manico lungo quasi un
metro, di legno flessibile. La sua massa non era sufficiente a far
scattare il segnale. Con la mano che gli tremava, spinse
delicatamente da parte il cilindro con l’estremità del manico. Doveva
badare a non rovesciarlo, perché inclinandolo avrebbe fatto scattare il
segnale d’allarme.
Per fortuna, il pavimento marmoreo era stato ripulito dei detriti
che si erano accumulati nel corso dei secoli. Il marmo era liscio,
lucidato dal passaggio di molte generazioni.
Hal uscì e rimise a posto il cilindro. Poi, con il cuore che gli
batteva per la tensione procurata dalla manomissione del segnale
d’allarme e dal pensiero di incontrarsi con la donna sconosciuta, girò
attorno all’edificio.
La donna si era allontanata dalla finestra, si era riparata all’ombra
della statua di una dea inginocchiata, a una quarantina di metri di
distanza.
Hal si avviò verso di lei, poi capì perché si era nascosta. Fobo
stava venendo da quella parte. Hal affrettò il passo. Voleva bloccare
il wog prima che scoprisse la ragazza, e prima che si fosse avvicinato
tanto da rischiare di destare Pornsen con il suono della sua voce.
“Shalom, aloha, buoni sogni, Sigmen ti ami,” disse Fobo. “Mi
sembri nervoso. È per via dell’incidente di questa mattina?”
“Non riesco a dormire, ecco tutto. E volevo ammirare queste
rovine al chiaro di luna.”
“Grandiose, magnifiche, bizzarre e un poco tristi,” rispose Fobo.
“Io penso a questo popolo, alle molte generazioni che si sono
avvicendate, qui, che sono nate, hanno giocato, riso, pianto, sofferto,
generato… e che sono morte. Tutti, tutti sono morti, sono ritornati
polvere. Ah, questo pensiero mi fa salire le lacrime agli occhi e mi
porta un presentimento del mio stesso destino.”
Fobo trasse un fazzoletto dalla borsa che portava appesa alla
cintura e si soffiò il naso.
Hal lo guardò. Sotto molti aspetti, era così umano, quel mostro,
quell’indigeno di Ozagen.
Ozagen. Un nome strano, che aveva una storia. E qual era la
storia? Lo scopritore del pianeta, quando aveva visto gli indigeni per
la prima volta, aveva esclamato: “Oz againi”: Ancora Oz.
Era naturale. Gli aborigeni somigliavano al professor Wogglebug
di Frank Baum. Avevano corpi piuttosto arrotondati, e gli arti
magrissimi, in proporzione. Le loro bocche avevano la forma di due
grandi V cave, una situata dentro l’altra. Le labbra erano turgide e
lobate. In realtà, un wogglebug aveva quattro labbra: ogni tratto delle
due V era separato dall’altro da una profonda incisione. Un tempo, in
un’antichissima fase dell’evoluzione, quelle labbra erano state
braccia modificate. Adesso erano arti rudimentali, simili ad
autentiche parti labiali, e così funzionali che nessuno avrebbe saputo
indovinarne l’origine. Quando le grandi bocche a forma di V si
aprivano in una risata, i terrestri ne rimanevano sbalorditi, quasi
sconvolti. Non avevano denti, ma lamine cornee. Dal palato pendeva
una piega di pelle, che un tempo era stata l’epifaringe, e che adesso
era una specie di lingua superiore atrofizzata. Era quell’organo che
produceva il trillo sommesso che caratterizzava quasi tutti i suoni
della lingua ozagena, e rendeva tanto difficile agli esseri umani il
riprodurli.
I wog avevano una pelle priva di pigmenti come la carnagione
pallida di Hal. Ma, mentre questi aveva un’epidermide bianco-rosata,
i wog l’avevano di un verde chiarissimo. Era il rame, non il ferro,
che portava l’ossigeno ai globuli del loro sangue.
Fobo si era tolto la calotta con le due antenne artificiali, che
indicava la sua appartenenza al clan delle Cavallette. Ma in questo
modo, somigliava ancora di più al professor Wogglebus, con quella
fascia di calvizie sulla parte anteriore del capo e quel ciuffo biondo, a
forma di cavatappi, che si levava rigido dalla nuca. E il naso
ridicolmente lungo, che spuntava in linea retta dalla sua faccia,
rafforzava quella somiglianza. Nascoste nelle cartilagini del naso
c’erano due antenne, gli organi dell’odorato.
Il terrestre che li aveva visti per primo aveva avuto tutte le ragioni
di pronunciare quella frase… se pure l’aveva pronunciata. Ma era
molto dubbio che lo avesse fatto.
In primo luogo, infatti, nella lingua locale la parola Ozagen
significava Terra Madre. In secondo luogo, anche se lo scopritore del
pianeta che aveva preso parte alla prima spedizione aveva
effettivamente provato quell’impressione, non l’avrebbe certo
espressa a voce alta.
I libri di Oz erano proibiti nell’Unione Haijac: e quell’uomo non
avrebbe avuto la possibilità di leggerli, a meno che avesse corso il
rischio di acquistarli da un contrabbandiere di libri. E questo era
possibile. Altrimenti, come avrebbe potuto parlarne, lo spaziale che
aveva raccontato quell’aneddoto a Hal? L’uomo che aveva dato
origine a quella storia doveva infischiarsene, evidentemente, della
possibilità che le autorità scoprissero che lui aveva letto dei libri
condannati. Gli spaziali erano famosi - o famigerati - per il loro
sprezzo del pericolo e per la condotta poco ortodossa, che li portava a
ignorare spesso i precetti della Stiesa, quando non si trovavano sulla
Terra.
Hal si accorse che Fobo gli stava parlando.
“…quella parola sorco, che ti ha detto Pornsen, quando era così
incollerito e furioso. Che cosa significa?”
“Significa,” rispose Hal, “una persona che non è specialista in una
scienza, ma ha una conoscenza abbastanza vasta per quanto riguarda
tutte le scienze. In effetti, io sono un ufficiale di collegamento tra i
vari scienziati e i funzionari del governo. È compito mio riassumere e
integrare i vari rapporti scientifici e poi presentarli alla gerarchia.”
E lanciò uno sguardo alla statua.
La donna non si vedeva più.
“La scienza,” continuò Hal, “è divenuta talmente specializzata da
rendere molto difficili le comunicazioni addirittura tra gli scienziati
di uno stesso campo. Ogni scienziato ha una profonda conoscenza
verticale del suo ramo limitato, ma non ha una grande conoscenza
orizzontale. Più se ne intende della sua specializzazione, e meno è al
corrente di ciò che stanno facendo altri, nei rami collaterali. Non ha il
tempo di leggere neppure una piccola parte della massa enorme di
articoli scientifici. Siamo arrivati al punto che, di due medici
specializzati nelle malattie del naso, il primo è in grado di curare
soltanto la narice sinistra, e l’altro la narice destra.”
Fobo alzò le mani, inorridito.
“Ma in questo modo la scienza non potrà più progredire! Tu stai
esagerando, senza dubbio!”
“Per quanto riguarda i due dottori, sì,” disse Hal, e riuscì persino a
sorridere. “Ma non ho esagerato molto. Ed è vero che la scienza non
avanza più in progressione geometrica, come avveniva un tempo.
Allo scienziata manca il tempo, e le comunicazioni sono troppo
scarse. Non può essere aiutato nelle proprie ricerche da una scoperta
effettuata in un altro campo, perché non ne sentirà mai parlare.”
Hal scorse una testa sporgersi per un attimo dietro il basamento
della statua e poi ritrarsi immediatamente. E cominciò a sudare.
Fobo interrogò Hal a proposito della religione del Precursore. Hal
parlò il meno possibile e ignorò volutamente alcune domande, per
quanto ciò lo imbarazzasse.
Il wog era soltanto ed esclusivamente logico, e la logica era una
luce che Hal non aveva mai acceso su quanto gli era stato insegnato
dagli urieliti.
Finalmente, dichiarò: “Posso dirti soltanto che è assolutamente
vero questo: molti uomini possono viaggiare soggettivamente nel
tempo, ma soltanto il Precursore, il suo discepolo malvagio, il
Retrocursore, e la moglie del Retrocursore possono viaggiare nel
tempo oggettivamente. So che è vero perché il Precursore predisse
ciò che sarebbe avvenuto nel futuro, e tutte le sue predizioni si sono
avverate.”
“Tutte le predizioni?”
“Ecco, tutte, tranne una. Ma poi si scoprì che si trattava di una
predizione irreale, uno pseudofuturo che il Retrocursore era riuscito
in un modo o nell’altro a introdurre nel Talmud Occidentale.”
“E come fate a sapere che le predizioni non ancora realizzate non
sono, a loro volta, false interpolazioni?”
“Ecco… non lo sappiamo. Possiamo saperlo soltanto quando
giunge il momento in cui dovrebbero realizzarsi. E allora…” Fobo
sorrise.
“E allora capite che quella particolare predizione è stata scritta e
interpolata dal Retrocursore.”
“Naturalmente. Ma gli urieliti lavoravano ormai da molti anni per
perfezionare un metodo che, secondo le loro affermazioni, dimostrerà
se gli eventi futuri sono falsi o veri. Quando lasciammo la Terra, era
ormai imminente la scoperta di un metodo infallibile. Naturalmente,
non potremo conoscerlo fino a quando non saremo ritornati sulla
Terra.”
“Mi accorgo che questa conversazione ti innervosisce,” disse
Fobo. “Sarà meglio che la continuiamo un’altra volta. Dimmi, cosa te
ne pare delle rovine?”
“Molto interessanti. Naturalmente, provo un interesse personale
per questo popolo estinto, perché era un popolo di mammiferi, e
quindi simile a quello terrestre. Ma non riesco a immaginare come
mai un popolo che un tempo popolava questo continente immenso
abbia potuto estinguersi completamente. Se fossero stati simili a noi,
sarebbero riusciti a sopravvivere. Se non fossero arrivati a
sconfiggervi, per lo meno sarebbero riusciti a tenervi lontani da
questo continente.”
“Può darsi che ve ne sia ancora qualcuno, nella giungla o nei
boschi. Ma, per quanto ne sappiamo, morirono tutti nella guerra che
combatterono contro di noi. Noi vincemmo perché eravamo uniti. E
quelli guerreggiavano tra loro anche quando si battevano contro di
noi. Rivolgemmo loro molte proposte di pace, ma vennero tutte
respinte. Fummo costretti a spazzarli via. Erano una razza molto
decadente, turbolenta, avida e perniciosa.”
Del tutto umana, pensò Hal Yarrow. Ma si riservò il giudizio
sull’esattezza della versione di Fobo. Sono i conquistatori che
scrivono i libri di storia.
“Un’altra volta, ti parlerò della loro decadenza e della loro
caduta,” disse Fobo. “Sotto molti aspetti, è una storia fantastica. Ma
adesso credo che me ne andrò a letto.”
“Io non riesco a dormire. Se non ti dispiace, me ne andrò in giro a
curiosare. Queste rovine sono così belle.”
“Mi ricordano una poesia del nostro grande bardo, Shamero. Se
riuscissi a ricordarla, e se sapessi tradurla decentemente in
americano, te la reciterei.”
Le labbra a V di Fobo si atteggiarono a uno sbadiglio.
“Credo che andrò a letto, mi ritirerò, mi getterò tra le braccia di
Morfeo. Ma prima vorrei dirti una cosa: hai qualche arma, qualche
arma da fuoco, intendo, per difenderti contro le creature che vagano
nella notte in cerca di preda?”
“Ho il permesso di portare un coltello infilato nella guaina dello
stivale,” disse Hal.
Febo insinuò una mano sotto la cappa e ne tolse una pistola. La
porse a Hal, dicendo:
“Ecco! Spero che non dovrai usarla, ma non si sa mai. Viviamo in
un selvaggio mondo di predoni, amico mio. Specialmente qui, in
campagna.”
Hal guardò incuriosito Tarma, simile a quelle che aveva già visto a
Siddo. Era molto rozza, paragonata alle piccole armi automatiche che
erano a bordo della Gabriel, ma possedeva il fascino delle armi
sconosciute. E, per giunta, somigliava moltissimo alle prime pistole
d’acciaio della Terra.
La canna esagonale era lunga poco meno di tre decimetri: era più
o meno una calibro .50. Un tamburo conteneva cinque cartucce di
ottone, caricate di polvere da sparo, proiettili di piombo, e capsule a
percussione, probabilmente piene di fulminato di mercurio.
Particolare abbastanza strano, la pistola non aveva grilletto: una
robusta molla mandava il cane contro la cartuccia, quando il dito del
tiratore lasciava andare il cane.
Hal avrebbe voluto esaminare il meccanismo che faceva girare il
tamburo quando il cane veniva alzato di nuovo. Ma non voleva
trattenere Fobo più del necessario.
Comunque, non poté fare a meno di chiedergli perché su Siddo
non avevano adottato il grilletto.
Fobo si mostrò sorpreso, a quella domanda. Quando ebbe
ascoltato la spiegazione di Hal, batté i grandi occhi rotondi (uno
spettacolo bizzarro e quasi indisponente, perché era la palpebra
inferiore che si muoveva, non quella superiore), e disse:
“Non ci avevo mai pensato! Mi sembra un sistema molto più
efficiente e meno faticoso per il tiratore, non è così?”
“Mi sembra evidente,” rispose Hal, “ma io sono un terrestre e
penso da terrestre. Ho notato il fatto, abbastanza sorprendente, che
voi ozageni non pensate sempre come noi.”
Restituì l’arma a Fobo.
“Mi dispiace di non poterla accettare,” disse, “ma mi è proibito
portare armi da fuoco.”
Fobo lo guardò perplesso; ma evidentemente non ritenne fosse il
caso di chiedergli il perché. O forse era troppo stanco per farlo.
“Benissimo,” disse invece. “Shalom, aloha, buoni sogni, che
Sigmen ti visiti.”
“Shalom anche a te,” rispose Hal. Guardò il wog sparire
nell’ombra, e provò una strana sensazione di calore per quella
creatura. Nonostante il suo aspetto assurdo e disumano, Fobo gli era
simpatico.
Hal si girò e si avviò verso la statua della Gran Madre. Quando
arrivò nell’ombra che ne avvolgeva il basamento, vide la donna
scivolare nell’oscurità di un mucchio di macerie alto quanto una casa
a tre piani.
Quando Hal vi arrivò, vide che la donna era già molto lontana, si
era fermata e stava appoggiata contro un monolito. Più oltre si
stendeva il lago, nero e argenteo nella luce della luna.
Hal si avviò verso di lei: era a cinque metri di distanza, quando la
donna parlò con voce bassa e gutturale.
“Baw sfa, soo Yarrow.”
“Baw sfa,” fece eco lui, intuendo che doveva trattarsi di un saluto
nella sua lingua.
“Bwa sfa” ripeté lei; e poi, traducendo la frase perché lui la
capisse, disse, in siddo: “Abh, umaigeitsi'i.”
Il che significava, approssimativamente: “Buona sera.” Hal
boccheggiò.
8.

Certo! Adesso capiva perché le parole gli erano parse vagamente


familiari, perché il ritmo del suo eloquio gli ricordava in modo così
netto un’esperienza non troppo lontano. C’era qualcosa, in quelle
parole, che ridestava il ricordo delle sue ricerche nella minuscola
comunità degli ultimi individui di lingua francese che vivevano nella
Riserva della Baia di Hudson.
Bwa sfa. Bwa sfa era bon soir.
Benché la lingua di quella donna fosse, da un punto di vista
linguistico, una forma molto decadente, non poteva nascondere la
propria origine.
Bwa sfa. E le altre parole che aveva sentito attraverso la finestra.
Wuhfvayfvoo. Doveva essere levez-vous. L’equivalente francese di
“alzatevi”.
Soo Yarrow. Poteva essere, anzi, doveva essere monsieur Yarrow.
Caduta la m iniziale, il dittongo francese eu trasformato in qualcosa
che assomigliava al suono u dell’americano. Doveva essere così.
E c’erano altri cambiamenti, in quel francese degenerato.
L’evoluzione delle aspirate. L’abbandono dei suoni nasali. Un
cambiamento delle vocali. La k, davanti a una vocale, era stata
sostituita da una sospensione. La d era diventata t: la l, w; la f era
passata a un suono intermedio tra v e f. La w trasformata in f. E poi?
Doveva esserci anche una trasformazione nel significato di alcune
parole, e dovevano esserci parole nuove che evidentemente
sostituivano quelle antiche.
Eppure, nonostante le diversità, era una lingua sottilmente gallica.
“Bwa sfa” ripeté Hal.
E subito pensò che quel saluto era inadeguato. Li c’erano due
esseri umani che si incontravano a più di quaranta anni-luce dalla
Terra: un uomo che non aveva visto una donna per tutto un anno
soggettivo, una donna che evidentemente si nascondeva, in preda a
una grande paura: forse l’unica donna rimasta su quel pianeta. E lui
poteva dirle soltanto: “Buona sera.”
Le venne più vicino. E arrossì, in una vampata di imbarazzo. Per
poco non girò su se stesso e fuggì.
La pelle candida di lei era coperta soltanto da due sottili fasce di
tessuto nero, una allacciata attraverso il seno, l’altra avvolta attorno
ai fianchi. Era uno spettacolo che Hal non aveva mai visto in vita
sua, tranne in quella fotografia proibita.
Poi dimenticò quasi immediatamente il suo imbarazzo, quando
vide che la donna portava il rossetto sulle labbra.
Boccheggiò e provò una scossa elettrica di paura. Le labbra della
donna erano scarlatte quanto quelle della moglie del Retrocursore,
orribilmente malvagia.
Si costrinse a dominare quel tremito. Doveva pensare
razionalmente. Quella donna non poteva essere Anna Changer,
venuta dal lontano passato su quel pianeta per sedurlo, per
distoglierlo dalla religione reale. Se fosse stata Anna Changer, non
avrebbe parlato quel francese degradato. E non sarebbe apparsa a un
uomo insignificante come Hal. Sarebbe apparsa al capo urielita, a
Macneff.
La sua mente esaminò rapidamente il problema del rossetto, ne
considerò l’altro aspetto. I cosmetici erano scomparsi con la venuta
del Precursore. Nessuna donna osava… be’, non era esatto… i
cosmetici erano banditi soltanto nell’Unione Haijac. Le donne
israeliane, malesi e bantu portavano il belletto. Ma tutti sapevano che
razza di donne erano, quelle.
Un altro passo, e fu abbastanza vicino per accorgersi che quel
colore scarlatto era naturale, non artificiale. E provò un sollievo
immenso. Quella donna non poteva essere la moglie del
Retrocursore. Non poteva essere neppure terrestre di nascita. Doveva
essere una umanoide di Ozagen. Gli affreschi sulle pareti delle rovine
effigiavano donne dalle labbra rosse, e Fobo gli aveva detto che
erano dotate di una pigmentazione accesa.
La risposta a una domanda portò un’altra domanda. Perché quella
donna parlava una lingua terrestre, o meglio, una lingua derivata da
una terrestre? Così com’era, Hal ne era sicuro, quella lingua non
esisteva sulla Terra.
Un attimo dopo aveva già dimenticato tutte quelle domande. Lei
gli si aggrappò, e lui la prese fra le braccia, cercando goffamente di
consolarla. La donna piangeva e parlava così in fretta che, benché le
sue parole derivassero dal francese, Hal riusciva a comprenderne
soltanto una ogni tanto.
Hal le chiese di parlare più lentamente e di ripetere ciò che aveva
già detto. La donna si interruppe, inclinò lievemente il capo verso
sinistra, poi si ributtò indietro i capelli. Era, Hal lo avrebbe scoperto
in seguito, un gesto che lei faceva spesso, quando stava riflettendo.
Lei cominciò a ripetere, lentamente. Ma, mentre proseguiva,
ricominciò a parlare più rapidamente, e le sue labbra piene si
muovevano come due creature rosse, indipendenti da lei, cariche di
una loro vita e di un loro scopo.
Hal le fissò, affascinato.
Poi si vergognò e distolse lo sguardo, cercò di fissarla nei grandi
occhi scuri, non riuscì a incontrarli, e guardò nel vuoto.
Lei gli raccontò la sua storia, in modo sconnesso, con molte
ripetizioni, ritornando spesso a eventi anteriori. Hal non riuscì a
capire molte delle sue parole, e dovette dedurne il significato dal
resto.
Ma riuscì a capire che la donna si chiamava Jeannette Rastignac.
Veniva da un pianoro tra le montagne tropicali di quel continente. Lei
e le sue tre sorelle erano, per quanto ne sapeva lei, le uniche
superstiti della sua razza. Era stata catturata da una spedizione di wog
ed era stata portata a Siddo. Qualche tempo prima era fuggita e si era
nascosta tra le rovine e nella foresta che le circondava. Aveva paura
delle creature terribili che vagavano nella foresta, la notte. Si nutriva
di frutti selvatici e di bacche e del cibo che riusciva a rubare nelle
fattorie dei wog. Aveva visto Hal investire l’antilope con il veicolo.
Sì, era stata lei a guardarlo con gli occhi che a Hal erano sembrati gli
occhi dell’antilope.
“E come mai sapevi il mio nome?” chiese Hal.
“Vi ho seguiti, vi ho sentiti parlare. Non riuscivo a capire ciò che
dicevi. Ma, dopo un po’, ti ho sentito rispondere al nome di Hal
Yarrow. Ma l’avere scoperto il tuo nome non significava nulla. Ciò
che mi ha sorpreso è stato il fatto che tu e l’altro uomo somigliavate a
mio padre, e perciò dovevate essere creature umane. Eppure, poiché
non parlavate la lingua di mio padre, non potevate provenire dallo
stesso pianeta.
“E poi mi sono detta: ‘È naturale!’. Una volta mio padre mi disse
che il suo popolo era giunto su Wuhbopfey da un altro pianeta.
Quindi, era un problema di logica. Tu dovevi venire da là, dal mondo
che ha dato origine agli esseri umani.”
“Non riesco a capire,” disse Hai. “Gli antenati di tuo padre
giunsero su questo pianeta, Ozagen? Ma… ma non esiste una
documentazione che lo provi! Fobo mi ha detto…”
“No, no, tu non capisci, sì! Mio padre, Jean-Jacques Rastignac,
era nato su un altro pianeta. E da lì venne su questo. I suoi antenati
erano arrivati su quel pianeta, che gira attorno a una stella lontana,
dopo essere partiti da una stella ancora più lontana.”
“Oh, allora dovevano essere coloni della Terra. Ma non esiste
traccia di questi avvenimenti. Per lo meno, io non ne ho mai saputo
nulla. Certo, dovevano essere francesi. Ma se questo è vero,
lasciarono la Terra e raggiunsero l'altro sistema più di duecento anni
or sono. E non potevano essere franco-canadesi, perché ne erano
rimasti pochissimi, dopo la Guerra Apocalittica. Dovevano essere
francesi d'Europa. Ma gli ultimi europei di lingua francese morirono
due secoli e mezzo fa. Quindi…”
“È complicato, nespfa? So soltanto ciò che mi disse mio padre.
Disse che lui e altri, venuti da Wuhbopfey, scoprirono Ozagen
durante un viaggio esplorativo. Atterrarono su questo continente, i
suoi compagni vennero uccisi, lui trovò mia madre…”
“Tua madre? Di male in peggio,” disse Hal, con un gemito.
“Era un'indigena. Il suo popolo era sempre vissuto qui. E aveva
costruito questa città. E…”
“E tuo padre era un terrestre? Tu sei nata dalla sua unione con
un'umanoide di Ozagen? Impossibile! I cromosomi di tuo padre e
quelli di tua madre non avrebbero mai potuto integrarsi!”
“Non mi interessano questi cromosomi!” disse Jeannette, con voce
tremula. “Mi vedi qui davanti a te, no? Io esisto, no? Mio padre
giacque con mia madre, ed eccomi qui. Nega la mia esistenza, se ne
sei capace.”
“Non volevo… voglio dire… mi sembrava…” disse Hal. Si
interruppe e la guardò. Non sapeva che cosa dire.
All'improvviso, lei cominciò a singhiozzare. Strinse più forte le
braccia che la cingevano, gli posò le mani sulla schiena. Erano mani
morbide e lisce; e i seni di lei gli premettero contro le costole.
“Salvami,” disse lei, con voce rotta, “non sopporto più questa vita.
Devi portarmi con te. Devi salvarmi.”
Yarrow rifletté, rapidamente. Doveva ritornare nella stanza tra le
rovine, prima che Pornsen si svegliasse. E non avrebbe potuto
incontrarsi con lei l’indomani, perché al mattino una scialuppa partita
dall’astronave sarebbe venuta a prelevare i due haijac. In quei pochi
minuti che gli rimanevano, Hal doveva spiegarle ciò che aveva
intenzione di fare.
All’improvviso, si accorse di avere formulato un piano: era
germinato da un’altra idea che da molto tempo portava sepolta nella
sua mente. Il seme di quell’idea era già presente in lui prima ancora
che l’astronave lasciasse la Terra. Ma non aveva mai avuto il
coraggio di realizzarla.
Ora era comparsa quella ragazza, ed era ciò che gli occorreva per
dargli coraggio, per indurlo ad avviarsi lungo una strada che non
consentiva di ritornare indietro.
“Jeannette,” disse, rabbiosamente, “ascoltami! Dovrai aspettare
qui, tutte le notti. Dovrai essere qui, per quanto possano essere
terribili le creature che popolano l’oscurità. Non posso dirti quando
potrò ottenere una scialuppa per volare fin qui. Ma entro le prossime
tre settimane, credo. Se non sarò ancora venuto, allora, tu continua ad
aspettare. Continua ad aspettare! Io verrò! E quando verrò, tu sarai
salva. Salva per qualche tempo, per lo meno. Puoi farlo? Puoi
nasconderti qui? E aspettarmi?”
Lei annuì e rispose: “Fi”
9.

Due settimane più tardi, Yarrow volò dall’astronave Gabriel fino


alle rovine. La sua scialuppa affusolata scintillava nella luce della
grande luna, mentre volava sopra il palazzo di marmo candido e
scendeva lentamente.
La città era immobile e bianca: grandi cubi ed esagoni e cilindri e
piramidi e statue di pietra, giacevano tutto intorno, come giocattoli
abbandonati da un gigante bambino che si era addormentato per
sempre.
Hal uscì dalla scialuppa, si guardò attorno, poi si avviò verso
un’arcata enorme. La luce della sua lampada tascabile sondava
l’oscurità: la sua voce echeggiava tra il tetto e le pareti lontane.
“Jeannette! Sah mfa. Fo tami, Hal Yarrow. Jeannette! Ou eh tu!
Sono io. Il tuo amico. Dove sei?”
Scese la scalinata, larga una cinquantina di metri, che conduceva
alle cripte dei re. Il raggio della sua lampada rimbalzò su e giù per i
gradini e all’improvviso inquadrò la figura bianca e nera della
ragazza.
“Hal!” gridò lei, alzando il viso. “Sia ringraziata la Grande Madre
di Pietra! Ho atteso qui tutte le notti! Ma sapevo che saresti venuto!”
Le lacrime le tremolavano sulle lunghe ciglia; la bocca scarlatta
fremeva, come se Jeannette cercasse di soffocare i singhiozzi. Hal
provò il desiderio di prenderla fra le braccia per confortarla, ma era
già terribile dover guardare una donna svestita. Abbracciarla era
addirittura impensabile. Tuttavia, era proprio questo che lui stava
pensando di fare.
Un attimo dopo, come se indovinasse la causa della sua paralisi,
lei gli si accostò e gli posò la testa sul petto, incurvò le spalle come
se cercasse di seppellirsi in lui. Hal si accorse che le sue braccia si
muovevano per allacciarla. I muscoli gli si irrigidirono, il sangue gli
balzò nelle vene.
La lasciò andare, di scatto, e distolse lo sguardo.
“Parleremo più tardi. Non abbiamo tempo da perdere. Vieni.”
Lei lo segui in silenzio, fino a quando giunsero alla scialuppa. Poi,
davanti al portello, esitò. Con un gesto impaziente, Hal le accennò di
salire e di sedere accanto a lui.
“Penserai che sono una codarda,” disse Jeannette. “Ma non sono
mai salita a bordo di una macchina volante. Lasciare la terra…”
Hal la fissò, sbalordito.
Era quasi impossibile, per lui, capire l’atteggiamento di una
persona che non era affatto abituata al volo. “Sali!” le gridò.
Lei salì, obbediente, e sedette al posto del secondo pilota. Ma non
riusci a smettere di tremare, né di guardare con gli immensi occhi
scuri gli strumenti che le stavano davanti.
Hal consultò l’orologio.
“Dieci minuti per raggiungere il mio appartamento in città. Un
minuto per farti scendere. Mezzo minuto per ritornare alla scialuppa.
Un quarto d’ora per fare rapporto sulla mia attività spionistica tra i
wog. Trenta secondi per ritornare al mio appartamento. Neppure
mezz’ora, complessivamente. Niente male.”
E rise.
“Avrei dovuto venire due giorni fa, ma ho dovuto aspettare che
tutte le scialuppe automatiche fossero in servizio. Poi, ho fatto finta
di avere fretta, di avere dimenticato certi appunti, di dover tornare a
prenderli nel mio appartamento. E mi sono fatto prestare una delle
scialuppe a comandi manuali che vengono usate per le esplorazioni
fuori città. Non avrei mai ottenuto il permesso del responsabile, se
non lo avessi convinto con questa.”
E si toccò un grande distintivo d’oro che portava fissato sul petto,
a sinistra. Era una L ebraica.
“Questo indica che io sono uno degli Eletti. Ho superato il
‘Metro.” Jeannette, che sembrava avere dimenticato il proprio
terrore, lo stava guardando in viso, nel riflesso della luce emanata dal
cruscotto. Lanciò un breve grido.
“Hal Yarrow! Che cosa ti hanno fatto?”E gli sfiorò il volto con le
dita.
Gli occhi erano cinti da cerchi purpurei; le guance incavate; una
lunga spellatura gli attraversava la fronte; e i sette segni della frustata
spiccavano contro la pelle chiara.
“Tutti dicevano che ero un pazzo a tentarlo,” disse Hal. “Ho
messo la testa nelle fauci del leone. E il leone non me l’ha staccata.
Anzi, sono stato io che gli ho morsicato la lingua.”
“Che cosa vuoi dire?”
“Ascolta. Non ti è sembrato strano che Pornsen non fosse con me,
questa sera, alitandomi sul collo il suo respiro santimonioso? No?
Bene, tu non ci conosci. C’era un solo modo per ottenere il permesso
di lasciare la mia cabina a bordo della nave e di ottenere un
appartamento a Siddo. E senza avere un gapt che vivesse con me, per
sorvegliare tutti i miei gesti. E senza essere costretto a lasciarti nella
foresta… e questo non potevo farlo.”
Lei gli passò un dito sulla ruga che gli scendeva dal naso
all’angolo della bocca. In circostanze normali, Hal si sarebbe
scostato per sfuggire a quel contatto, perché detestava un contatto del
genere con chicchessia. Ma questa volta non si tirò indietro.
“Hal,” disse lei, sottovoce. “Maw sheh.”
Lui provò una dolce sensazione di calore. Mio caro. Ebbene,
perché no?
Per scacciare la vertigine che gli dava il tocco delle dita di lei
prosegui: “C’era una sola cosa da fare. Presentarmi volontario per il
‘Metro.”
“Wuh Met? es’ ase’asah?”
“È la sola cosa che può liberarti dalla compagnia costante di un
gapt. Quando l’hai superato, sei puro, al di sopra di ogni sospetto…
teoricamente, per lo meno.
“La mia petizione ha colto di sorpresa la gerarchia. Quelli non si
sarebbero mai aspettati che uno scienziato — tanto meno io — si
offrisse volontario. Gli urieliti e gli uzziti devono sottoporvisi se
vogliono avere la speranza di progredire nella gerarchia…”
“Gli urieliti? Gli uzziti?”
“Per usare una terminologia antica, i preti e i poliziotti. Il
Precursore adottò questi termini, che sono nomi di angeli, per uso
religiosogovernativo, prendendoli dal Talmud. Capisci?”
“No!”
“Capirai più tardi. Comunque, soltanto i più zelanti chiedono di
affrontare il ‘Metro. È vero che sono in molti a farlo, ma soltanto
perché vi sono costretti. Gli urieliti erano molto pessimisti sulle mie
possibilità di superare la prova, ma la legge li obbligava a lasciarmi
tentare. E poi, si annoiavano, e volevano divertirsi… in quel loro
modo sadico.”
Hal fece una smorfia, a quel ricordo.
“Il giorno dopo, mi hanno avvertito di presentarmi al laboratorio
psicologico alle ore ventitré, Tempo della Nave… Sono andato nella
mia cabina — Pornsen non c’era — ho aperto la mia cassetta, e ne ho
tolto una boccetta con l’etichetta ‘Cibo del Profeta’. Avrebbe dovuto
contenere una polvere a base di peyotl. È una droga che un tempo
veniva usata dagli stregoni amerindi.”
“Kfe?”
“Ascolta. Riuscirai a capire almeno le cose più importanti. Il Cibo
del Profeta viene ingerito da tutti durante il Periodo di Purificazione.
Sono due giorni durante i quali ti chiudi in una cella, digiuni, preghi,
vieni flagellato da fruste elettriche, e hai delle visioni indotte dalla
fame e dal Cibo del Profeta. E viaggi soggettivamente nel tempo.”
“Kfe?”
“Non continuare a chiedermi “Che?”Non ho il tempo di spiegarti
la dunnologia… A me sono occorsi dieci anni di studio per capirla e
per capire la sua matematica. E avevo molte domande da fare… ma
non le ho mai fatte. Avrebbero creduto che dubitassi.
“Comunque la mia boccetta non conteneva il Cibo del Profeta.
Conteneva un surrogato, che avevo preparato in segreto, prima che
l’astronave abbandonasse la Terra. Quella polvere era la ragione per
la quale ho osato affrontare il ‘Metro. E per questo non ero atterrito
come avrei dovuto essere… per quanto fossi abbastanza spaventato.
Credimi.”
“Ti credo. E sei stato coraggioso. Hal vinto la tua paura.”
Hal si sentì arrossire. Era la prima volta in vita sua che riceveva
un complimento.
“Un mese prima che la spedizione partisse alla volta di Ozagen,
avevo notato, in una delle tante riviste scientifiche delle quali devo
preparare una rassegna, l’annuncio dell’avvenuta sintesi di una certa
droga. Era efficacissima nel distruggere il virus del così detto
“eczema” marziano. Quello che mi interessò fu una nota in calce
all’articolo. Era scritta in caratteri piccolissimi, e in lingua ebraica; e
questo dimostrava che il biochimico ne aveva compreso
l’importanza.”
“Pookfe?”
“Perché? Bene, immagino che fosse in ebraico per impedire ai
profani di capire. Se un segreto del genere diventasse di dominio
pubblico…
“La nota osservava brevemente che si era scoperto come un uomo
sofferente di ‘eczema’ era temporaneamente immune all’ipno-lipno.
E che gli urieliti dovevano accertarsi, durante le prove con il ‘Metro,
che il soggetto fosse sano.”
“Faccio molta fatica a capirti,” disse Jeannette.
“Parlerò più adagio. L’ipno-lipno è il così detto ‘siero della verità’
di uso più comune. Io capii immediatamente le implicazioni di quella
nota. L’articolo cominciava spiegando che l’eczema marziano era
stato indotto artificialmente su un soggetto, per scopi sperimentali.
Non veniva citata la droga di cui ci si era serviti, ma non mi occorse
molto tempo per scoprirne la formula in altre riviste. E io pensai che
se l’eczema naturale rendeva un uomo immune all’ipno-lipno, perché
mai quello artificiale non poteva ottenere lo stesso effetto?
“Detto e fatto. Preparai una cultura, inserii una bobina di domande
sulla mia vita personale in uno psicotester, mi iniettai la droga che
provoca l’eczema, mi iniettai il siero della verità, e giurai che sarei
riuscito a mentire al tester. E riuscii a mentire, benché fossi pieno di
ipno-lipno!”
“Sei stato molto astuto,” mormorò lei.
Jeannette gli strinse i bicipiti, e Hal li gonfiò. Era un gesto
vanitoso, ma voleva che lei lo giudicasse molto forte.
“Sciocchezze!” esclamò. “Anche un cieco avrebbe capito che cosa
doveva fare. Anzi, non sarei sorpreso se gli uzziti avessero arrestato
quel chimico e avessero imposto l’uso di un altro siero della verità.
Ma, anche se lo hanno fatto, lo hanno fatto troppo tardi. La nostra
astronave parti prima che si sapesse qualcosa in proposito.
“Comunque, il primo giorno del ‘Metro non è stato preoccupante.
Ho fatto un esame di dodici ore, scritto e orale, sul serialismo. Voglio
dire, le teorie di Dunne sul tempo e gli ampliamenti apportati da
Sigmen. Avevo superato la stessa prova molte altre volte. E facile,
per quanto noiosa.
“Il giorno seguente mi sono alzato presto, ho fatto il bagno e ho
mangiato quello che avrebbe dovuto essere il Cibo del Profeta. Senza
aver fatto colazione, sono entrato nella Cella della Purificazione. E
sono rimasto lì dentro, per due giorni, sdraiato su una branda. Ogni
tanto bevevo un sorso d’acqua, o un poco della falsa droga. Ogni
tanto, premevo il pulsante che metteva in moto la frusta meccanica.
Più sono numerose le flagellazioni, capisci, e più alto è il tuo credito.
“Non ho avuto visioni. Però mi è venuto l’eczema. Ma non mi
sono preoccupato. Se qualcuno si fosse insospettito, avrei potuto
spiegare che ero allergico al Cibo del Profeta. Certuni lo sono.”
Guardò in basso, verso la foresta raggelata nella luce lunare, nella
quale spiccava, ogni tanto, il chiarore quadrato o esagonale
proveniente da una fattoria. E davanti a lui c’era l’alta catena di
colline che nascondeva Siddo.
“Così,” continuò, parlando inconsciamente più in fretta, ora che le
colline erano più vicine, “al termine della mia purificazione mi sono
alzato, mi sono rivestito, e ho mangiato la cena cerimoniale di
locuste e di miele.”
“Oh!”
“Le locuste non sono cattive, se ti abitui a mangiarle fin
dall’infanzia.”
“Le locuste sono deliziose,” rispose Jeannette. “Io le ho mangiate
molte volte. È la combinazione con il miele che mi stomaca.” Hal
alzò le spalle.
“Ora spegnerò le luci della cabina. Sdraiati sul pavimento. E
indossa quella cappa e quella maschera notturna. Così potrai passare
per un wog.”
Lei scivolò giù dal sedile, obbediente. Prima di spegnere le luci,
Hal la guardò. Jeannette si stava chinando, per raccogliere la cappa e
Hal non poté non vedere perfettamente i suoi seni superbi. I
capezzoli erano scarlatti come le sue labbra.
Girò il capo di scatto, ma quell’immagine gli rimase nella mente.
Si sentiva profondamente eccitato. La vergogna, lo sapeva, sarebbe
venuta più tardi.
Continuò, a disagio:
“Poi è entrato il gerarca. Macneff il Sandalphon. Quindi, dopo di
lui, i teologi e gli specialisti di dunnologia, i parallelisti psiconeurali,
gli intervenzionisti, i substratisti, i cronentropisti, gli
pseudotemporalisti, i cosmosservisti.
“Io ero seduto su una sedia. Mi hanno applicato dei fili su tutto il
corpo, mi hanno infilato degli aghi nelle braccia e nella schiena. Poi
mi hanno iniettato l’ipno-lipno. E hanno spento le luci, hanno
recitato le preghiere, hanno cantato capitoli del Talmud Occidentale e
delle Scritture Rivedute. Poi, nel soffitto si è acceso un riflettore
puntato sull’Elohimetro.”
“As’ase’asah?”
“Elohim è la parola ebraica che significa Dio. Un metro è… ecco,
uno di quelli.” E indicò i misuratori del cruscotto. “L’Elohimetro è
rotondo ed enorme, e il suo ago, lungo quanto il suo braccio, punta
dall’alto in basso. La circonferenza del quadrante è contrassegnata da
lettere ebraiche che dovrebbero significare qualcosa, per coloro che
conducono l’esame. Molte persone non sanno che cosa indica
quell’ago. Ma io sono un sorco. Ho accesso ai libri che descrivono la
prova.”
“Quindi conoscevi le risposte, nespfa!”
“Fi. Naturalmente, questo non vuol dir nulla, perché l’ipno-lipno
porta alla luce la verità, la realtà… a meno che, naturalmente, tu non
soffra di eczema marziano, naturale o artificiale.”
La sua risata improvvisa divenne un latrato amaro.
“Sotto l’effetto della droga, Jeannette, tutte le cose sudice che hai
fatto e pensato, tutti i dubbi sulla realtà delle dottrine del Precursore,
tutti gli odi che provi per i tuoi superiori… salgono dal livello più
profondo della tua mente, come un sapone lasciato libero sul fondo
di una vasca da bagno.
“Viene tutto a galla, viscido e vistoso, coperto di strati di
sudiciume.
“Ma io me ne stavo seduto lì e guardavo l’ago… è come guardare
la faccia di Dio, Jeannette… non riuscii a sopportarne la vista,
capisci? E ho mentito. Oh, non ho esagerato. Non ho finto di essere
incredibilmente puro e fedele. Ho confessato alcune irrealtà
trascurabili.
“E allora l’ago scattava indietro, di pochissimi segni. Ma, quando
si trattava delle questioni più importanti, ho risposto come se ne
andasse della mia vita… Ed era così, infatti.
“E ho parlato dei miei sogni… dei miei viaggi nel tempo
soggettivo.”
“Subjectif?”
“Fi. Tutti viaggiano nel tempo, soggettivamente. Ma il Precursore
è l’unico uomo, se si eccettua il suo primo discepolo e sua moglie e
alcuni dei profeti, che abbia viaggiato obiettivamente.
“Comunque, i miei sogni erano autentiche bellezze… parlando da
un punto di vista architettonico. La mia ultima, suprema creazione —
o menzogna — è stata un sogno in cui il Precursore stesso appariva
su Ozagen e parlava al Sandalphon Macneff. Questo avvenimento
dovrebbe realizzarsi fra un anno.”
“Oh, Hal!” mormorò Jeannette. “Perché hai detto loro una cosa
simile?”
“Perché, ma sheh, adesso la spedizione non lascerà Ozagen prima
che sia trascorso un anno. Non rinuncerebbero per nulla al mondo
alla possibilità di vedere Sigmen in carne e ossa, durante il suo
spostamento lungo il fiume del tempo. Non possono andarsene, senza
fargli fare la figura del bugiardo. E senza farla fare a me. Quindi,
capisci, quella menzogna colossale ci garantisce che avremo almeno
un anno da trascorrere insieme…”
“E poi?”
“E poi escogiteremo qualcosa d’altro.”
La voce gutturale di Jeannette mormorò, nell’oscurità:
“E tu sei disposto a fare tutto questo per me…”
Hal non rispose. Era troppo occupato a mantenere la scialuppa a
una quota di poco superiore ai tetti della città. Passarono
lampeggiando sotto di lui gruppi di edifici, separati da estensioni
boscose. Volava così rapido che per poco non superò senza
accorgersene la casa di Fobo, simile a un castello.
Era alta tre piani, e aveva un aspetto medioevale, con le torri
merlate, le figure grottesche di belve e di insetti di pietra che
sogghignavano dalle nicchie: distava almeno cento metri dall’edificio
più vicino. I wog costruivano città in cui non era certo lo spazio a
scarseggiare.
Jeannette mise la maschera notturna dal naso appuntito; il portello
della scialuppa si aprì.
Attraversarono correndo il marciapiede ed entrarono nell’edificio.
Dall’atrio, salirono rapidamente la scala fino al secondo piano; poi
dovettero fermarsi, mentre Hal cercava la chiave. Aveva fatto fare la
serratura da un fabbro wog e l’aveva fatta installare da un carpentiere
wog. Non si era fidato del carpentiere della nave, perché c’era il
rischio che fabbricasse un duplicato della chiave.
Trovò finalmente la chiave, ma faticò a inserirla nella serratura.
Stava ormai ansimando, quando riuscì ad aprire la porta. Spinse
dentro Jeannette, che si era tolta la maschera.
“Aspetta, Hal!” disse lei, appoggiandosi contro il suo petto. “Non
hai dimenticato qualcosa?”
“Oh, Precursore! Che cosa? È qualcosa di grave?”
“No. Ho pensato soltanto…” Sorrise e abbassò le palpebre. “Ho
pensato a un’usanza terrestre… Gli uomini portano in braccio le loro
spose, quando varcano la soglia della loro casa. Me lo disse mio
padre.”
Hal spalancò la bocca. Sposa! Non c’era dubbio, Jeannette dava
per scontate molte cose!
Non poteva perdere tempo a discutere. Senza dire una parola,
sollevò Jeannette tra le braccia e la portò nell’appartamento. Poi la
depose e disse:
“Tornerò il più presto possibile. Se qualcuno bussa o cerca di
entrare, nasconditi nell’armadio di cui ti ho parlato. Non fare rumore
e non uscire se non sei sicura che sono proprio io.”
All’improvviso, lei gli gettò le braccia al collo e lo baciò.
“Maw sheh, maw gwah, maw fooh”
Stava andando molto in fretta. Hal non disse nulla, non le rese
neppure il bacio. Intuiva vagamente che quelle parole, applicate a lui,
erano un po’ ridicole. Se sapeva tradurre esattamente quel francese
degenerato, Jeannette gli aveva detto che lui era il suo caro, il suo
uomo grande e forte.
Si girò e chiuse la porta; ma non la chiuse tanto in fretta da non
vedere il riflesso della luce del corridoio che splendeva su un volto
candido circondato dall’alone nero del cappuccio. Una bocca
scarlatta macchiava quel candore.
Hal rabbrividì. Aveva il presentimento che Jeannette non sarebbe
stata la frigida compagna tanto ammirata ufficialmente dalla Stiesa.
10.

Hal tornò a casa dalla Gabriel con un’ora di ritardo, perché il


Sandalphon gli chiese altri particolari del sogno profetico che
riguardava Sigmen.
Poi, Hal dovette dettare il suo rapporto giornaliero sulle
operazioni di spionaggio. Infine, ordinò a un marinaio di ricondurlo
con la scialuppa al suo appartamento.
E, mentre si stava avviando verso la rampa di lancio, incontrò
Pornsen.
“Shalom, abba” disse Hal.
Poi sorrise e si soffregò le nocche delle dita contro la lamech del
distintivo.
La spalla sinistra del gapt, che era sempre più bassa dell’altra, era
più curva che mai, come una bandiera sul punto di abbassarsi per
proclamare la resa. Se c’era qualche colpo di frusta da dare, sarebbe
stato Yarrow a impartirlo.
Hal gonfiò il petto e si accinse a proseguire, ma Pornsen gli disse:
“Aspetta un minuto, figliolo. Stai ritornando in città?”“Shib.”
“Shib. Ritornerò con te. Ho un appartamento nello stesso palazzo.
Al terzo piano, proprio accanto a quello di Fobo.”
Hal aprì la bocca per protestare, poi la richiuse. Ora toccava a
Pornsen sorridere; girò sui tacchi e si avviò. Hal lo segui, stringendo
le labbra. Possibile che il gapt lo avesse pedinato e avesse visto il suo
incontro con Jeannette? No. Se lo avesse fatto, avrebbe fatto arrestare
immediatamente Hal.
Il gapt aveva una caratteristica tipica: una mente piccina. Sapeva
che la sua presenza avrebbe irritato Hal, che vivere nello stesso
palazzo avrebbe avvelenato la gioia che Hal provava nel sentirsi
libero da ogni sorveglianza.
Sottovoce, Hal citò il vecchio proverbio: “Quando un gapt
azzanna una preda, non la molla più.”
Il marinaio stava aspettando accanto alla scialuppa. Salirono a
bordo e si lanciarono silenziosamente nella notte.
Quando fu arrivato al palazzo, Hal varcò la porta d’ingresso
precedendo Pornsen, e provò una fuggevole soddisfazione
nell’infrangere l’etichetta e nell’esprimere il suo disprezzo per
quell’uomo.
Poi, prima di aprire la porta del suo appartamento, si fermò. Il
gapt gli passò alle spalle, senza dir nulla. Colpito da un pensiero
diabolico, Hal esclamò: “Abba.”
Pornsen si voltò.
“Che cosa?”
“Le dispiacerebbe ispezionare il mio appartamento per vedere se
vi nascondo una donna?”
L’ometto si imporporò. Chiuse gli occhi e vacillò, stordito dal
furore. Quando riaprì gli occhi, urlò:
“Yarrow! Se ho mai visto una persona irreale, quella sei tu! Non
mi importa quale sia il tuo posto nella gerarchia! Ritengo che tu…
che tu non sia shib! Sei cambiato! Una volta eri così umile, così
obbediente. E adesso sei arrogante.”
Con voce dapprima controllata, e che tuttavia si faceva via via più
acuta, Hal rispose:
“Pochissimo tempo fa lei sosteneva che ero sempre stato un
ribelle fin dalla nascita. E adesso, improvvisamente, sembra che io
sia un esempio di comportamento splendido, un individuo che la
Stiesa può additare con orgoglio… e mi perdoni questa frase fatta.
Secondo me, mi sono sempre comportato bene. Secondo me, lei è
sempre stato un essere malizioso, maligno e meschino, un foruncolo
sulla faccia della Stiesa… e sarebbe bene schiacciare quel foruncolo
fino a farlo scoppiare!”
Hal smise di urlare perché faticava a respirare. Il cuore gli
martellava, le orecchie gli rombavano, la vista gli si affievoliva.
Pornsen indietreggiò, alzando le mani davanti a sé, in un gesto
inorridito.
“Hal Yarrow! Hal Yarrow! Controllati! Precursore, quanto devi
odiarmi! E per tutti questi anni ho creduto che tu mi amassi, ho
creduto di essere il tuo amato gapt, come tu eri il mio amato pupillo.
Ma tu mi odiavi. Perché?”
Il rombo nelle orecchie di Hal svanì. E i suoi occhi cominciarono
a vedere le cose più chiaramente. “Dice sul serio?” domandò.
“Certo! Tutto ciò che ti facevo, era per il tuo bene; quando ti
punivo, il cuore mi si spezzava. Ma me lo imponevo ricordando a me
stesso che era per il tuo bene.”
Hal cominciò a ridere. E continuò a ridere mentre Pornsen correva
lungo il passaggio e spariva nel suo appartamento, dopo essersi
voltato a guardarlo, pallidissimo, una volta soltanto.
Debole e tremante, Hal si appoggiò alla porta. Questa era la cosa
più inaspettata. Era stato assolutamente certo che Pornsen lo odiasse
come un mostro innaturale e che provasse un’amara soddisfazione
quando lo umiliava e lo frustava.
Hal scosse il capo. Senza dubbio, il gapt si era spaventato e aveva
cercato di giustificarsi.
Aprì la porta ed entrò.
Gli vorticava nella mente il pensiero che il coraggio di parlare in
quel modo a Pornsen gli era venuto da Jeannette. Senza di lei, non
era nulla, era un coniglio risentito ma spaventato. Poche ore trascorse
con lei lo avevano reso capace di sopraffare molti anni di rigorosa
disciplina.
Accese la luce dell’ingresso. Guardò oltre la porta della sala da
pranzo, e vide la porta chiusa della cucina. Ne proveniva un
acciottolio di stoviglie. Hal fiutò l’aria.
C’era odore di bistecca!
Il piacere fu sostituito da una lieve irritazione. Le aveva detto di
nascondersi fino al suo ritorno. E se fosse entrato un wog o un uzzita,
al suo posto?
Quando la porta della cucina si spalancò, i cardini stridettero.
Jeannette gli voltava la schiena. Al primo suono di protesta del ferro
non oliato, si girò di scatto. Lasciò cadere la spatola, e si portò la
destra alla bocca.
Le parole risentite che gli erano salite alle labbra si dissolsero. Se
l’avesse rimproverata, in quel momento, lei sarebbe scoppiata in
lacrime, creando una situazione imbarazzante.
“Maw chool Mi hai fatto paura!”
Hal emise un grugnito e le passò accanto, per alzare i coperchi
delle pentole.
“Vedi,” disse Jeannette, con voce tremante, come se avesse intuito
la sua collera e cercasse di difendersi, “ho vissuto una vita così
orribile… sempre in preda alla paura di essere presa, che tutto mi
spaventa. Stavo per fuggire.”
“Quei wog mi hanno imbrogliato,” fece acido Hal, “credevo che
fossero tanto miti e gentili, e adesso scopro che ti hanno tenuta
prigioniera per due anni.”
Lei lo guardò di straforo, con i grandi occhi scuri. Aveva ripreso
colore, e le sue labbra scarlatte sorridevano.
“Oh, non erano cattivi. Erano veramente gentili. Mi hanno dato
tutto ciò che volevo, eccetto la libertà. Avevano paura che riuscissi a
raggiungere le mie sorelle.”
“E che cosa gli importava?”
“Oh, pensavano che nella giungla fossero rimasti alcuni maschi
della mia razza, e che io potessi avere dei figli. Temono che la mia
razza ritorni forte e numerosa, e riprenda a combatterli. Non amano
la guerra.”
“Sono esseri strani,” disse Hal. “Ma non possiamo pretendere di
capire coloro che non conoscono la realtà del Precursore. E poi, sono
più vicini agli insetti che all’uomo.”
“Essere un uomo non significa necessariamente essere migliore,”
disse Jeannette con una sfumatura di asprezza.
“Tutte le creature di Dio hanno un loro posto nell’universo,”
rispose Hal. “Ma il posto dell’uomo è in qualsiasi luogo e in qualsiasi
tempo. Egli può occupare qualsiasi posizione nello spazio e può
viaggiare in tutte le direzioni del tempo. E se deve spodestare una
creatura per conquistare quel luogo o quel tempo, ha il diritto di
farlo.”
“Stai citando il Precursore?”
“Naturalmente.”
“Forse ha ragione. Ma che cos’è l’uomo? L’uomo è un essere
senziente. Un wog è un essere senziente. Perciò, un wog è un uomo.
Nespfa?”
“Shib osib, non discutiamo. Perché non mangiamo?”“Non stavo
discutendo.”
Jeannette sorrise.
“Preparerò la tavola. E vedrai se so cucinare! Non ci saranno
discussioni, a questo proposito.”
Quando la tavola fu apparecchiata, sedettero tutti e due. Hal
giunse le mani, le posò sulla tavola, chinò il capo e pregò.
“Isaac Sigmen, Precursore dell’Uomo, reale sia il tuo nome; noi ti
ringraziamo per avere reso certo questo presente benedetto, che un
tempo era un futuro incerto. Ti ringraziamo per questo cibo, che tu
hai attualizzato dalla potenzialità. Noi speriamo e sappiamo che
sconfiggerai il Retrocursore, fermerai i suoi perversi tentativi di
alterare il passato e di modificare così il presente. Fa’ che questo
universo sia solido e reale, e ometti la fluidità del tempo. Questi
esseri raccolti attorno a questa tavola ti ringraziano. Così sia.”
Disgiunse le mani e guardò Jeannette. Lei lo stava fissando, con
gli occhi spalancati.
Hal si lasciò trascinare dall’impulso.
“Puoi pregare anche tu, se vuoi.”
“Non considererai irreale la mia preghiera?”
Lui esitò, prima di rispondere.
“Sì. Non so perché te l’ho detto. Certo, non l’avrei detto a un
israeliano o a un bantu. Non mangerei alla stessa tavola con uno di
loro. Ma tu… tu sei speciale… forse perché non sei classificata. Io…
io non so.”
“Grazie,” rispose lei.
Descrisse un triangolo nell’aria con il medio della mano destra.
Alzò gli occhi verso il cielo e disse: “Ti ringraziamo, Grande
Madre.”
Hal si trattenne dal dimostrare il bizzarro sentimento che gli dava
l’ascoltare la preghiera di un’infedele. Aprì il cassetto della tavola e
ne tolse due oggetti. Ne porse uno a Jeannette e si mise in testa
l’altro. Era un cappello a larga tesa, dal quale pendeva un lungo velo
che gli copriva la testa.
“Mettilo anche tu,” disse a Jeannette. “Perché?”
“Perché in questo modo non dovremo guardarci l’un l’altro,
mentre mangiamo, naturalmente,” disse lui, con impazienza. “C’è
abbastanza spazio tra il velo e la faccia perché tu possa maneggiare la
forchetta e il coltello.”
“Ma perché?”
“Te l’ho già detto. Perché così non dovremo vederci mentre
mangiamo.”
“Vedermi mangiare ti farebbe schifo?” domandò Jeannette, con
una voce che diventava via via più acuta.
“Naturalmente.”
“Naturalmente? Perché naturalmente?”
“Perché… mangiare è così… ehm… non so… animalesco,
diciamo.”
“E il tuo popolo ha sempre fatto così? E forse i tuoi simili hanno
cominciato quando hanno scoperto di essere degli animali?”
“Prima della venuta del Precursore, mangiavano a volto nudo e
senza vergogna. Ma vivevano in uno stato di ignoranza.”
“Gli israeliani e i bantu si nascondono la faccia, quando
mangiano?”
“No!”
Jeannette si alzò.
“Non posso mangiare con questa cosa sulla faccia. Mi
vergognerei.”
“Ma… ma io devo portare il mio cappello da pranzo,” ribatté Hal,
con voce malferma. “Altrimenti non riuscirei a tenere giù il cibo.”
Lei pronunciò una frase in una lingua che Hal non conosceva. Ma
bastava il suo tono, per esprimere uno sbalordimento doloroso.
“Scusami,” disse Hal. “Ma è così. E così deve essere.”
Lentamente, lei tornò a sedersi. E si mise il cappello.
“Benissimo, Hal. Ma credo che dovremo parlarne, più tardi. Mi dà
l’impressione di essere isolata da te. Non esiste più la vicinanza, in
questo modo, la partecipazione alle buone cose che la vita ci ha
dato.”
“Ti prego di non fare rumore, mentre mangi,” disse lui. “E, se devi
parlare, prima inghiotti il boccone. Io ho girato la faccia, quando un
wog si è messo a mangiare davanti a me, ma non ho potuto chiudere
le orecchie.”
“Non voglio farti schifo,” disse lei. “Una domanda, però. Come
fate a tenere buoni i vostri figli, quando mangiano?”
“Non mangiano mai con gli adulti. O meglio, gli unici adulti alle
loro tavole sono i gapt. E i gapt insegnano loro come devono
comportarsi.”
“Oh!”
Il pasto si svolse in silenzio, a parte il tintinnio inevitabile delle
posate sui piatti. Quando Hal ebbe finito, si tolse il cappello.
“Ah, Jeannette, sei una cuoca rara. Il pranzo era così buono che mi
sento quasi colpevole per averne goduto tanto. La minestra era la
migliore che io abbia mai gustato. Il pane era delizioso. L’insalata era
superba. La bistecca era perfetta.”
Jeannette si era già tolta il cappello. Aveva appena toccato cibo.
Ma sorrise.
“Le mie zie mi hanno educato bene. Tra la mia gente, alle
femmine si insegna, fin dall’infanzia, tutto ciò che farà piacere a un
uomo. Tutto.”
Lui rise nervosamente e, per nascondere il proprio disagio, accese
una sigaretta.
Jeannette gli chiese se poteva provare a fumarne una anche lei.
“Poiché sto bruciando, tanto vale che fumi,” disse, con un
risolino.
Hal non era certo di capire ciò che lei aveva inteso dire, ma rise
per dimostrarle che non era irritato con lei per la discussione a
proposito dei cappelli da pranzo.
Jeannette accese la sigaretta, aspirò tossi, e corse all’acquaio per
prendere un bicchiere d’acqua. Tornò indietro con gli occhi che le
lacrimavano, ma riprese subito la sigaretta e riprovò. Dopo pochi
minuti, stava fumando come una veterana.
“Hai poteri imitativi addirittura stupefacenti,” disse Hal. “Ti ho
vista copiare i miei movimenti, ti ho sentito imitare il mio modo di
parlare. Sai che pronunci l’americano bene quanto me?”
“Mostrami o dimmi una cosa una volta soltanto, e non dovrai
insegnarmela più,” rispose Jeannette, “ma non pretendo di possedere
un’intelligenza superiore. Come hai detto tu stesso, ho un istinto
imitativo. Non che non sia capace di pensare in modo indipendente,
ogni tanto.”
Cominciò a chiacchierare, gaiamente, leggermente, della sua vita
con suo padre, le sorelle e le zie. Il suo buonumore sembrava sincero;
non stava parlando solo per nascondere la depressione causatale
dall’incidente durante il pasto.
Jeannette sollevava le sopracciglia, quando rideva. Erano
affascinanti, quasi a forma di parentesi. Una sottile linea nera partiva
dalla radice del naso, si piegava ad angolo retto, si incurvava
lievemente al di sopra delle orbite, e poi formava una specie di
piccolissimo uncino alle estremità.
Hal le chiese se la forma delle sopracciglia era una caratteristica
della razza cui apparteneva sua madre. Lei rise e rispose che l’aveva
ereditata dal padre terrestre.
La sua risata era sommessa, musicale. Non dava ai nervi a Hal,
come invece gli aveva dato ai nervi la risata della sua ex moglie. Si
lasciava cullare, si sentiva a suo agio. E quando pensava come
avrebbe potuto andare a finire quella situazione e il suo spirito
vacillava, veniva recuperato a un umore migliore da qualche frase
divertente pronunciata da Jeannette. Pareva che lei fosse in grado di
prevedere con esattezza ciò di cui lui aveva bisogno per smorzare un
attimo di tetraggine o per esaltare un attimo di gaiezza.
Dopo un’ora, Hal si alzò per andare in cucina. Mentre passava
accanto a Jeannette, le passò impulsivamente le dita tra i folti capelli
neri e ondulati.
Lei alzò il viso e chiuse gli occhi, come se aspettasse di venire
baciata. Ma, inspiegabilmente Hal non riuscì a baciarla. Lo
desiderava, ma non si sentiva capace di fare la prima mossa.
“Ora bisognerà lavare i piatti,” disse. “Sarebbe rischioso, se un
visitatore inatteso vedesse una tavola apparecchiata per due. E
dovremo stare in guardia anche per quanto riguarda un’altra cosa.
Nascondi le sigarette e cambia spesso l’aria delle stanze. Ora che ho
superato il ‘Metro, dovrei aver rinunciato a tutte le piccole irrealtà
come il fumo.”
Anche se Jeannette fu delusa, non lo dimostrò. Cominciò subito a
sparecchiare. Hal fumava, e pensava come avrebbe potuto procurarsi
il tabacco. A Jeannette piaceva tanto fumare che lui non tollerava
l’idea di lasciarla priva di sigarette. Un membro dell’equipaggio, con
il quale Hal era in buoni rapporti, non fumava e vendeva invece la
sua razione ai compagni. Forse avrebbe potuto servirsi di un wog
come mediatore: il wog poteva acquistare le sigarette dal marinaio e
poi passarle a Hal. Fobo poteva farlo… ma era necessario condurre
con molta prudenza quella transazione… forse non valeva la pena di
correre quel rischio…
Hal sospirò. Avere accanto Jeannette era meraviglioso, ma
cominciava a complicare la sua vita. Infatti, lui stava già meditando
di commettere un’azione criminale, come se fosse la cosa più
naturale del mondo.
Jeannette era ritta davanti a lui, le mani sui fianchi, gli occhi
splendenti.
“E ora, Hal, maw namoo; se avessimo qualcosa da bere… sarebbe
una serata meravigliosa.” Lui si alzò.
“Mi dispiace. Dimenticavo che tu non puoi sapere come si prepara
il caffè.”
“No. No. Stavo pensando al liquore. All’alcool, non al caffè.”
“Alcool? Grande Sigmen, ragazza mia, ma noi non beviamo! È la
cosa più disgustosa che…”
Si interruppe. Jeannette sembrava ferita, un po’ offesa. Hal si
dominò. Dopotutto, non ne aveva colpa lei. Apparteneva a una civiltà
diversa. Parlando da un punto di vista rigoroso, non era neppure
completamente umana.
“Mi dispiace,” disse, “è una questione religiosa. Bere alcool è
proibito.”
Gli occhi le si riempirono di lacrime, le spalle cominciarono a
tremarle. Nascose il volto tra le mani e prese a singhiozzare. “Non
capisci. Devo avere dell’alcool. Devo…”
“Ma perché?”
Lei parlò, senza abbassare le mani dal volto.
“Perché durante la mia prigionia, avevo ben poche cose che mi
consolassero. I miei catturatori mi davano del liquore; mi aiutava a
far passare il tempo e mi faceva dimenticare la nostalgia. E prima che
me ne fossi resa conto… ero ormai diventata alcolizzata.”
Hal strinse i pugni e ringhiò:
“Questi luridi figli di… di insetti!”
“Quindi, tu capisci, devo bere qualcosa. Mi sentirei meglio, per
adesso. E più tardi, più tardi, forse, cercherò di vincermi. So che ci
riuscirò, se tu mi aiuterai.”
Hal fece un gesto impotente.
“Ma… ma dove posso procurarmi del liquore?”Lo stomaco gli si
rivoltava all’idea di trafficare in alcool. Ma, se Jeannette ne aveva
bisogno, lui avrebbe fatto del suo meglio per procurarglielo.
“Forse Fobo potrebbe dartene un po’,” disse lei, prontamente.
“Ma Fobo era uno dei tuoi catturatori! Non sospetterebbe
qualcosa, se andassi a chiedergli dell’alcool?”
“Crederà che sia per te.”
“D’accordo,” disse Hal, piuttosto irritato, e nello stesso tempo
pentito della propria irritazione. “Ma non mi piace che qualcuno mi
ritenga capace di bere. Anche se quel qualcuno è un wog.”
Jeannette gli venne accanto, sembrò fluire contro di lui. Hal sentì
la dolce pressione delle sue labbra, mentre il corpo di lei sembrava
volesse annullarsi nel suo. La tenne stretta per un istante, poi staccò
le labbra.
“È proprio necessario che io ti lasci, adesso?” sussurrò. “Non
potresti fare a meno del liquore? Soltanto per questa notte? Domani
te lo procurerò.”
La voce di lei si spezzò.
“Oh, maw namoo, vorrei tanto che fosse possibile. Ma non posso.
Semplicemente non posso. Credimi…”
“Ti credo.”
Hal la lasciò, passò nell’anticamera, tolse dall’armadio un
mantello, un cappuccio e una maschera notturna. Teneva la testa
china, le spalle piegate. Questo avrebbe guastato tutto. Non sarebbe
riuscito ad avvicinarsi a Jeannette, se lei avesse avuto l’alito fetido di
alcool. E probabilmente lei si sarebbe chiesta perché era così freddo,
e lui non avrebbe avuto il coraggio di spiegarle quale ripugnanza gli
ispirasse, perché dicendoglielo l’avrebbe ferita. E, per peggiorare le
cose, lei si sarebbe sentita ferita in ogni caso, se lui non avesse dato
spiegazioni. Prima che se ne andasse, Jeannette tornò a baciarlo sulle
labbra ormai raggelate.
“Presto! Ti aspetterò.”
“Sì.”
11.

Hal Yarrow bussò leggermente alla porta dell’appartamento di


Fobo, che era accanto al suo.
La porta non si aprì immediatamente. Non c’era da meravigliarsi.
C’era tanto rumore, là dentro. Hal bussò più forte, benché si sentisse
riluttante: non voleva attirare l’attenzione di Pornsen. Il gapt abitava
nell’appartamento di fronte a quello di Fobo, e avrebbe potuto aprire
la porta per vedere che cosa stava succedendo. E quella non era la
sera più adatta perché Pornsen lo vedesse mentre andava a far visita
all’empatico.
Benché Hal avesse il diritto di entrare nella casa di un wog senza
essere accompagnato da un gapt, si sentiva inquieto a causa di
Jeannette. Non era da escludersi che il gapt entrasse nel puka di Hal,
mentre lui era assente, per fare un po’ di spionaggio non ufficiale. E,
se lo avesse fatto, Pornsen avrebbe avuto Hal in pugno. E sarebbe
stata la fine.
Ma Hal si consolò pensando che Pornsen non era affatto un tipo
coraggioso. Se si fosse preso la libertà di entrare nell’appartamento
di Hal, avrebbe dovuto correre anche il rischio di venire scoperto. E
Hal, che ormai era un lamechiano, aveva abbastanza influenza per far
si che Pornsen cadesse in disgrazia e venisse destituito… avrebbe
potuto persino fare di lui un candidato per l’I.
In ogni caso, prima di andarsene, Hal aveva detto a Jeannette di
nascondersi nell’armadio a doppio fondo che si era fatto costruire da
un carpentiere wog. La porta del minuscolo cubicolo si confondeva
con il fondo dell’armadio al punto che sarebbe stato necessario un
esame molto scrupoloso per scoprire il segreto.
Hal bussò di nuovo alla porta, con forza, con impazienza. Questa
volta, la porta si spalancò. Abasa, la moglie di Fobo gli sorrise.
“Hal Yarrow!” esclamò, e prosegui, in siddo: “Benvenuto! Perché
non sei entrato senza bussare?”
Hal ne fu scandalizzato.
“Ma non potevo fare una cosa simile!” disse.
“E perché no?”
“Perché noi non lo facciamo.”
Abasa alzò le spalle, ma era troppo educata per fare qualsiasi
commento.
“Bene, accomodati,” disse, senza smettere di sorridere. “Non ti
mordo!”
Hal entrò e si chiuse la porta alle spalle, non prima di aver
lanciato un’occhiata verso la porta dell’appartamento di Pornsen. Era
chiusa.
Nell’interno, le grida di dodici bambini wog che stavano giocando
echeggiavano tra le pareti di una stanza grande come un campo da
pallacanestro. Abasa condusse Hal verso l’estremità opposta della
stanza, dove cominciava un corridoio. Passarono davanti a una tavola
alla quale erano sedute tre wog, evidentemente amiche di Abasa.
Erano occupate a ricamare, e intanto chiacchieravano tra loro e
sorseggiavano il contenuto degli alti bicchieri. Hal non riuscì a capire
le poche parole che udì; le femmine wog, quando parlavano tra loro,
usavano un vocabolario riservato al loro sesso. Ma quell’usanza, a
quanto aveva capito Hal, si stava estinguendo rapidamente, a causa
dell’incremento dell’urbanizzazione. Le figlie di Abasa non avevano
imparato la lingua femminile.
Abasa condusse Hal in fondo al corridoio, aprì una porta e
annunciò:
“Fobo, caro! C’è qui Hal Yarrow, il Senza-Naso.”
Sentendosi descrivere in quel modo, Hal sorrise. Quando aveva
udito quell’espressione per la prima volta, si era offeso. Ma aveva
imparato che tra i wog non era una frase offensiva. E lo stesso Fobo
non si sarebbe mai fatto un riguardo di usarla in presenza di Hal.
Fobo venne sulla porta. Indossava soltanto una fascia scarlatta. E
Hal non poté fare a meno di pensare, per la centesima volta, quanto
era strano il torso degli ozageni, con il petto senza capezzoli e la
bizzarra forma delle scapole, attaccate alla spina ventrale.
“Sii il benvenuto, Hal,” disse Fobo in siddo. Poi passò
all’americano. “Shalom. Quale lieta occasione ti conduce qui?
Siediti. Ti offrirei qualcosa da bere, ma sono appena rimasto in
secco.”
Hal non pensava che la delusione gli si leggesse in faccia, ma
Fobo doveva averla intuita comunque.
“C’è qualcosa che non va?” domandò.
Hal decise di non perdere tempo.
“Sì. Dove posso procurarmi una bottiglia di liquore?”
“Hai bisogno di liquore? Shib. Ti accompagnerò io. La taverna più
vicina è una gargotta di infimo ordine; ti offrirà la possibilità di
vedere da vicino un aspetto della società di Siddo che senza dubbio
conosci pochissimo.”
Il wog entrò nel ripostiglio e ne uscì con le braccia cariche di
indumenti.
Si allacciò attorno al ventre un’ampia cintura di cuoio, poi vi
appese un fodero che conteneva un fioretto piuttosto corto. Poi vi
infilò una pistola. Si allacciò sulle spalle un lungo manto verde
ornato di volantini neri, si mise in capo una calotta verdescura con
due antenne artificiali; quel copricapo era il simbolo del Clan delle
Cavallette. Un tempo, sarebbe stato molto importante, per un wog di
quel clan, portarlo sempre, quando usciva di casa. Ma ormai, il
sistema dei clan era degenerato al punto che rappresentava soltanto
una funzione sociale secondaria, benché avesse ancora una notevole
importanza politica.
“Ho bisogno di qualcosa da bere, di una bevanda alcolica,” disse
Fobo. “Vedi, nella mia qualità di empatologo professionista, mi
imbatto in molti casi che finiscono per fiaccare i nervi. Curo tanti
neurotici e tanti psicotici! Devo mettermi nei loro panni, sentire le
loro emozioni come le sentono loro stessi. Poi esco dai loro panni ed
esamino obiettivamente i loro problemi. Servendomi di questa,” e si
indicò la testa, “e di questo,” e si indicò il naso, “divento prima loro,
poi ritorno me stesso, e qualche volta li metto in grado di guarire.”
Hal sapeva che, quando Fobo si indicava il naso, voleva dire che
le due antenne estremamente sensibili nell’interno della proboscide
erano in grado di individuare il tipo e il flusso delle emozioni dei
suoi pazienti. L’odore del sudore di un wog era più significativo
dell’espressione della sua faccia.
Fobo guidò Hal lungo il corridoio, fino alla grande sala: disse ad
Abasa dove stava andando e le strofinò dolcemente il naso contro il
naso.
Poi Fobo porse a Hal una maschera, che aveva la forma del viso di
un wog, e ne mise una a sua volta. Hal non chiese a che cosa
servisse. Sapeva che tutti i siddo avevano l’abitudine di portare
maschere notturne. Avevano uno scopo molto funzionale, perché
difendevano dalle morsicature degli insetti. Fobo spiegò quale fosse
la loro funzione sociale.
“Noi siddo delle classi superiori non ci togliamo le maschere,
quando andiamo a… com’è l’espressione americana?”
“A battere i bassifondi?” disse Hal. “Quando una persona di classe
superiore si reca in un locale di classe inferiore per divertimento?”
“Battere i bassifondi,” disse Fobo. “Di solito, non tengo la
maschera quando entro in un locale di bassa categoria, perché ci vado
per divertirmi insieme a quella gente, non per ridere di loro. Ma
questa sera, poiché tu sei un… arrossisco a dirlo, un Senza Naso,
credo che staremo più tranquilli se terrai la maschera.”
Quando furono usciti sulla strada, Hal domandò:
“Perché hai preso la spada e la pistola?”
“Oh, non vi sono grandi pericoli in questo… come si dice?…
cantuccio di bosco? Ma è meglio essere prudenti. Ricordi quello che
ti ho detto quando eravamo tra le rovine? Gli insetti del mio pianeta
si sono evoluti e specializzati molto più degli insetti del tuo mondo, a
quanto tu mi hai raccontato. Conosci i parassiti che infestano i
formicai? Le blatte che sembrano formiche e che derubano le
formiche grazie alla loro somiglianza? Le formiche pigmee e le altre
creature che vivono nelle pareti dei formicai e rubano le uova e le
larve? Anche noi abbiamo creature di questo genere… ma
preferiscono rubare noi. Creature che si nascondono nelle fogne o
nelle cantine o negli alberi cavi o nelle buche del terreno, e la notte si
aggirano per la città. È per questo che non permettiamo ai nostri figli
di uscire, quando scende l’oscurità. Le nostre strade sono bene
illuminate e ben sorvegliate, ma spesso sono separate dalle distese
boscose…”
Stavano attraversando un parco, lungo un sentiero illuminato da
altissimi lampioni a gas. Siddo era ancora nella fase di transizione tra
le forme più antiche di illuminazione e l’elettricità; non era insolito
vedere una strada illuminata da lampade elettriche, e la strada
seguente illuminata da lampioni a gas.
Quando uscì dal parco su una strada molto ampia, Hal vide altre
caratteristiche tipiche della civiltà di Ozagen, il vecchio e il nuovo
fianco a fianco. Carrozze trainate da animali dalle zampe munite di
zoccoli, e veicoli a vapore. Gli animali e le macchine viaggiavano su
una strada coperta di erba corta e dura, resistentissima, che non si
consumava sotto l’attrito continuo del traffico.
E gli edifici erano così lontani l’uno dall’altro che era difficile
convincersi di trovarsi nel cuore di una metropoli. Peccato, pensò
Hal. I wog avevano Lebensraum più che sufficiente, ora. Ma
l’incremento demografico rendeva inevitabile il sorgere di nuovi
edifici, che avrebbero fatalmente occupato quegli spazi disponibili.
Un giorno, Ozagen sarebbe stata affollata quanto la Terra.
Poi si corresse. Affollata, certo, ma non di wogglebug. Se la
Gabriel avesse compiuto la sua missione, gli esseri umani
dell’Unione Haijac avrebbero sostituito gli indigeni.
Provò una trafittura di dolore a quel pensiero: e si disse —
irrealisticamente, certo — che quell’evento sarebbe stato
orribilmente ingiusto. Che diritto avevano, degli esseri di un altro
pianeta, di venire qui e di assassinare tutti gli abitanti?
Era giusto, poiché così aveva detto il Precursore.
“Ah, ci siamo,” disse Fobo.
Indicò un edificio davanti a loro. Era alto tre piani, aveva una
forma abbastanza simile a quella di uno ziggurat, e arcate che
scendevano dai piani superiori fino al suolo. Sugli archi c’erano dei
gradini, che consentivano il passaggio degli inquilini dei piani
superiori. Come molti altri vecchi edifici di Siddo, non aveva scale
interne. Gli inquilini salivano direttamente dalla strada fino ai
rispettivi appartamenti.
Comunque, per quanto l’edificio fosse antico, la taverna esibiva
una grande insegna elettrica, sfolgorante.
“La Valle Felice di Duroku,” disse Fobo, traducendola.
Il bar era nella cantina. Hal rabbrividì quando si sentì avvolgere
dal l’odore urtante del liquore che saliva dai gradini, ma seguì il wog.
Quando fu sulla soglia, si fermò.
Il forte odore dell’alcool si mescolava alle note chiassose di una
musica sconosciuta e a una conversazione ancora più chiassosa. I
wog si affollavano attorno alle tavole esagonali e si chinavano sopra i
boccali di peltro, urlando per farsi sentire. Qualcuno agitò
disordinatamente le mani e un boccale finì per terra, rumorosamente.
Una cameriera arrivò di corsa, con uno straccio, per asciugare la
macchia. Quando si chinò, un wog-glebug molto grasso, verde in
viso e gioviale, la sculacciò. I suoi compagni di tavolata scoppiarono
a ridere, spalancando le bocche a V. Anche la cameriera rise, e rivolse
al grassone una frase che doveva essere spiritosa, perché gli
avventori seduti ai tavoli vicini sghignazzarono.
Sul palco in fondo alla sala un’orchestrina di cinque elementi
suonava note rapide e bizzarre. Hal vide tre strumenti che
somigliavano a quelli terrestri: un’arpa, una tromba e un tamburo.
Ma il quarto orchestrale non produceva personalmente la musica:
ogni tanto pungolava con un lungo stecco una creatura ingabbiata,
simile a una locusta e grande quanto un coniglio. Quando veniva
sollecitato in quel modo, l’insetto si strofinava le ali contro le zampe
posteriori ed emetteva quattro trilli acuti seguiti da uno stridio lungo
e irritante.
Il quinto suonatore manovrava un mantice collegato a una sacca e
a tre tubi corti e stretti, dai quali usciva un sottile pigolìo.
“Non credere che questa specie di baccano sia tutta la nostra
musica,” disse Fobo. “È robetta popolare. Ti porterò a un concerto
sinfonico, uno di questi giorni, e sentirai che cos’è la nostra vera
musica.”
Il wog condusse Hal a uno dei cubicoli, protetti dai tendaggi, che
si allineavano lungo i muri del locale. Sedettero. Una cameriera si
avvicinò. Il sudore le scendeva dalla fronte lungo il naso tubolare.
“Tieni la maschera fino a quando ci avrà portato da bere,” disse
Fobo. “Poi potremo chiudere le tende.”
La cameriera disse qualcosa nella lingua dei wog. Fobo ripeté in
americano, per cortesia verso Hal.
“Birra, vino o succodiblatta. In quanto a me, non voglio saperne
dei primi due. È roba per le donne e i bambini.”
Hal non voleva perdere faccia. Rispose, con una spavalderia che
era ben lungi dal provare:
“L’ultimo, naturalmente.”
Fobo alzò due dita. La cameriera ritornò quasi subito, portando
due grossi boccali. Il wog chinò il naso nel vapore del liquido e
respirò profondamente. Chiuse gli occhi estasiato, alzò il boccale e
bevve, a lungo. Quando depose il bicchiere, ruttò sonoramente e
schioccò le labbra.
“È buono quando viene su come quando va giù!” esclamò.
Hal si sentì nauseato. Aveva buscato troppe frustate, da bambino,
perché aveva ruttato.
“Ma, Hal,” osservò Fobo, “tu non bevi!”
Yarrow rispose, debolmente: “Damif'no” che era l’equivalente
siddo di “Spero che non faccia male”, e bevve.
Il fuoco gli scese lungo la gola come la lava giù per le pendici di
un vulcano. E, come un vulcano, Hal eruttò. Tossi e gemette, il
liquore gli schizzò dalla bocca; gli occhi gli si chiusero, spremendo
grosse lacrime.
“Ottimo, non è vero?” chiese Fobo, con calma.
“Sì, ottimo,” gracchiò Yarrow: gli pareva che la gola avrebbe
portato per sempre le cicatrici. Benché avesse sputato quasi tutto il
liquido, un po’ doveva essergli sceso nell’intestino e nelle gambe,
perché sentì una marea di calore salire dal basso, come attirata da una
luna invisibile che gli girasse dentro il capo: una luna gigantesca che
si gonfiava e premeva contro le pareti interne del suo cranio.
“Bevine ancora un po’.”
Hal riuscì meglio al secondo tentativo; in apparenza, per lo meno,
perché non tossi e non sputacchiò. Ma nel suo interno le cose
andarono diversamente. Gli intestini si rattrappirono; era sicuro che
avrebbe fatto una figuraccia. Dopo un paio di profonde boccate
d’aria, pensò che sarebbe riuscito a tenere giù il liquido. Poi ruttò. La
lava gli risalì a metà della gola prima che gli riuscisse di ricacciarla
indietro.
“Scusami,” disse, arrossendo.
“Perché?” chiese Fobo.
Hal pensò che quella era la battuta più buffa che avesse mai udito.
Rise forte e sorseggiò il contenuto del boccale. Se fosse riuscito a
vuotarlo in fretta e se poi ne avesse comprato una bottiglia per
Jeannette, avrebbe potuto rientrare.
Quando il boccale fu vuoto per metà, Hal sentì la voce di Fobo,
fioca e lontana come se gli giungesse attraverso una lunga galleria
sotterranea, chiedergli se desiderava vedere dove veniva preparato
l’alcool.
“Shib” disse Hal.
Si alzò, ma dovette puntellarsi al tavolo con una mano, per
reggersi. Il wog gli disse di mettere di nuovo la maschera.
“I terrestri diventano facilmente oggetto di curiosità. Non vorrai
perdere tutta la sera rispondendo alle domande altrui. O bevendo ciò
che potrebbero imporci di bere.”
Si fecero largo tra la folla rumorosa, fino a una stanzetta del
retrobottega. Poi Fobo fece un gesto ed esclamò: “Guarda! Ecco il
kesarubu!”
Hal guardò. Se le sue inibizioni non fossero state spazzate via in
parte dal liquore, avrebbe provato una repulsione insormontabile. Ma
adesso provava soltanto curiosità.
L’essere che stava seduto su una seggiola accanto alla tavola
poteva venire scambiato per un wog, a prima vista. Aveva il ciuffo
biondo, la calvizie, il naso, la bocca a forma di V dei wog. E aveva il
corpo rotondo e la pancia enorme di molti ozageni.
Ma quando Hal lo guardò meglio, nella luce viva della lampadina
appesa al soffitto, vide che la creatura aveva il corpo inguainato in
una corazza di chitina dura, di un colore verde pallido. E, benché
indossasse un lungo manto, aveva le braccia e le gambe nude: non
erano coperte di pelle liscia, ma erano cerchiate, segmentate, coperte
da sezioni dell’armatura, come tubi di stufa.
Fobo parlò a quell’essere. Yarrow comprese alcune delle sue
parole e riuscì a intuire le altre.
“Ducko, questo è il signor Yarrow. Saluta il signor Yarrow,
Ducko.”
I grandi occhi azzurri guardarono Hal. Non c’era nulla che li
distinguesse dagli occhi di un wog, eppure sembravano inumani,
completamente degni di un artropodo. “Salute, signor Yarrow,” disse
Ducko, con voce pappagallesca.
“Di’ al signor Yarrow che è una bella serata.”
“È una bella serata, signor Yarrow.”
“Digli che Ducko è lieto di vederlo.”
“Ducko è lieto di vederti.”
“E di servirlo.”
“E di servirti.”
“Mostra al signor Yarrow come fai a produrre il succodiblatta.”
Un wog che era ritto accanto alla tavola consultò l’orologio, poi
parlò rapidamente in ozageno. Fobo tradusse.
“Dice che Ducko ha mangiato mezz’ora fa. Dovrebbe essere
pronto. Queste creature mangiano un pasto molto abbondante ogni
mezz’ora, poi… guarda!”
Duroku depose sulla tavola una grossa ciotola di terracotta. Ducko
si chinò, fino a che un tubo lungo pochi centimetri, che gli sporgeva
dal petto, si appoggiò sopra l’orlo della ciotola. Probabilmente quel
tubo era una apertura tracheale modificata, pensò Hal.
Un liquido cristallino zampillò dal tubo nella ciotola, la riempi
fino all’orlo. Duroku prese la ciotola e la portò via. Dalla cucina uscì
un ozageno con un piatto che, come Hal seppe più tardi, era pieno di
spaghetti molto zuccherati. Il wog posò il piatto e Ducko cominciò a
mangiare, servendosi di un grosso cucchiaio.
Il cervello di Hal non riusciva a funzionare speditamente, ma
comunque cominciò a comprendere ciò che era successo. Si guardò
intorno, freneticamente, cercando un posto dove vomitare.
Fobo gli cacciò un bicchiere sotto il naso. Poiché non sapeva che
altro fare, Hal ne bevve un po’. Con suo grande stupore, quel liquido
fiammeggiante gli rimise a posto lo stomaco: o forse bruciò la marea
che stava salendo.
“Esattamente,” rispose Fobo, alla domanda semisoffocata di Hal.
“Quelle creature costituiscono un esempio superbo di mimesi
parassitica. Benché siano insetti, ci somigliano fornendoci una
bevanda a buon mercato. Hai notato il suo ventre enorme, stilb! È lì
dentro che producono così rapidamente l’alcool e lo rigurgitano con
tanta facilità. Semplice e naturale, vero? Duroku ne ha altri due che
lavorano per lui, ma questa è la loro serata di libertà, e senza dubbio
sono finiti in qualche taverna dei dintorni, a ubriacarsi. La vacanza
del marinaio…”
Hal esplose.
“Non possiamo comprare una bottiglia e andarcene? Mi sento
male. Deve essere l’aria viziata. O qualcosa d’altro.”
“Qualcosa d’altro, probabilmente,” mormorò Fobo.
Mandò una cameriera a prendere due bottiglie. Mentre
l’aspettavano, videro entrare un wog piuttosto basso, che indossava
la cappa e la maschera.
Il nuovo venuto si fermò sulla porta, a gambe larghe: il naso
tubolare della maschera puntava in tutte le direzioni, come il
periscopio di un sommergibile in cerca di preda.
Hal boccheggiò. “Pornsen!” disse. “Vedo la sua uniforme sotto la
cappa!”
“Shib” rispose Fobo, “quella spalla più bassa dell’altra e quegli
stivali neri lo tradiscono. Chi crede di ingannare?”Hal si guardò
attorno, disperatamente. “Devo uscire di qui, presto!”
La cameriera ritornò con le bottiglie. Fobo la pagò e diede una
bottiglia a Hal che l’infilò automaticamente in una delle tasche
interne della cappa.
Il gapt li vide, ma non li riconobbe. Yarrow aveva la maschera,
mentre Fobo doveva sembrare, agli occhi di Pornsen, esattamente
simile a tutti gli altri wog. Metodico come sempre, Pornsen aveva
evidentemente deciso di compiere una ricerca accurata. Rialzò la
spalla cadente e cominciò ad aprire le tende degli scomparti allineati
lungo la parete. Quando trovava un wog mascherato, sollevava quella
grottesca copertura e lo guardava in faccia.
Fobo ridacchiò e disse, in americano:
“Non gli andrà bene per molto. Cosa crede che siamo, noi siddo?
Un branco di topi?”
E ciò che aveva previsto accadde.
Un robusto wog si levò di scatto quando Pornsen tese la mano per
togliergli la maschera e strappò invece la maschera del gapt.
Sorpreso nel vedere quei lineamenti non ozageni, il wog lo fissò per
un secondo.
Poi lanciò un grido, esclamò qualcosa e sferrò un pugno sul naso
del terrestre.
E all’improvviso si scatenò il finimondo.
Pornsen indietreggiò vacillando, andò a sbattere contro un tavolo,
lo rovesciò, sparpagliando per terra i boccali, e cadde. Due wog gli
balzarono addosso. Un terzo wog ne colpì un quarto. Il quarto restituì
il pugno. Duroku, che impugnava un corto randello, arrivò di corsa e
cominciò a picchiare sulle gambe e sulla schiena dei clienti che
prendevano parte alla zuffa. Qualcuno gli buttò in faccia del
succodiblatta.
E, in quel momento, Fobo girò un interruttore e fece precipitare
tutta la taverna nell’oscurità.
Hal restò immobile, sbalordito. Una mano afferrò la sua.
“Seguimi!”
La mano lo trascinò via. Hal si girò, si lasciò guidare,
incespicando, verso l’uscita posteriore… o almeno, così pareva.
Ma molti altri avevano avuto la stessa idea. Hal venne travolto,
calpestato. La mano di Fobo si staccò dalla sua.
Yarrow gridò per chiamare il wog, ma la risposta — se pure c’era
stata una risposta — venne sommersa dal coro di “Scappa! Togliti di
dosso, stupido figlio di un insetto! Grande Larva, siamo incastrati
contro la porta!”.
Alcune secche esplosioni si aggiunsero al frastuono. Un fetore
terribile soffocò Hal, mentre i wog, in preda alla tensione nervosa,
espellevano il gas delle loro ghiandole odorifere.
Boccheggiando, Hal si fece largo con la forza verso la porta.
Pochi secondi più tardi la sua lotta frenetica gli assicurò la libertà.
Usci su una specie di vicolo. E cominciò a correre con tutte le sue
forze. Non sapeva dove stava andando. Il suo unico pensiero era
mettere la maggiore distanza possibile tra sé e Pornsen.
Le lampade ad arco, alla sommità degli alti pali di ferro, gli
passarono accanto, lampeggiando. Corse via, quasi sfiorando gli
edifici con la spalla. Voleva restare nell’ombra dei balconi aggettati.
Dopo un istante rallentò, di fronte a un passaggio molto stretto. Gli
bastò un’occhiata per accertarsi che non era un vicolo cieco.
Corse, disperatamente, fino a che arrivò di fronte a un grande
bidone quadrato, che a giudicare dall’odore doveva venire usato per
contenere la spazzatura.
Si acquattò dietro il bidone e cercò di riprendere fiato. Alla fine, i
suoi polmoni riacquistarono l’equilibrio; non era più costretto ad
inalare l’aria singultando. E riuscì ad ascoltare senza che il cuore gli
pulsasse nelle orecchie.
Nessuno lo inseguiva. Dopo un poco, decise che avrebbe potuto
alzarsi senza pericolo. Si tastò la bottiglia nella tasca della cappa.
Miracolosamente, non si era rotta.
Jeannette avrebbe avuto il suo liquore. Che avventura aveva da
raccontarle! Dopo tutto ciò che aveva fatto per lei, avrebbe avuto
diritto a una giusta ricompensa…
Rabbrividì a quel pensiero e si avviò ad andatura sostenuta lungo
il vicolo. Non sapeva dove si trovava, ma aveva in tasca una pianta
della città: era stata stampata a bordo dell’astronave e indicava i
nomi delle strade in ozageno, con accanto la traduzione americana e
islandese. Doveva soltanto consultare le targhe delle strade appese ai
lampioni, orientarsi con la pianta e fare ritorno a casa.
In quanto a Pornsen… bene, non aveva prove contro di lui, e non
lo avrebbe accusato fino a quando avesse potuto procurarsene. La
lamech d’oro di Hal lo poneva al di sopra di ogni sospetto.
Pornsen…
12.

Pornsen!
Aveva appena mormorato quel nome, quando lo vide, in carne e
ossa. Udì lo scalpiccio degli stivali pesanti dietro di lui. Si girò: una
figura bassa, avvolta nel mantello, stava scendendo il vicolo. Il
chiarore di un lampione faceva spiccare la spalla curva, splendeva
sugli stivali di pelle nera. E non aveva la maschera.
“Yarrow!” strillò il gapt, trionfalmente. “È inutile che tu fugga! Ti
ho visto nella taverna. Non riuscirai a salvarti, ormai!”
Avanzò, scalpicciando, fino alla figura rigida del suo pupillo.
“Hai bevuto! So che hai bevuto!”
“Davvero?’’ gracchiò Hal. “E che altro?”
“Non è abbastanza?” esclamò il gapt. “O nascondi qualcosa nel
tuo appartamento? Forse si! Forse hai la casa piena di bottiglie.
Andiamo! Torniamo al tuo appartamento. Lo frugheremo e vedremo
che cosa troveremo. Non mi sorprenderebbe trovare le prove del tuo
modo irreale di pensare.”
Hal curvò le spalle e strinse i pugni, ma non disse nulla. Quando il
gapt gli ordinò di precederlo verso la casa di Fobo, obbedi senza
mostrare il minimo segno di resistenza. Come prigioniero e
carceriere, marciarono dal vicolo sulla strada.
Tuttavia Yarrow guastò un po’ il quadro, perché vacillò e fu
costretto ad appoggiarsi al muro per riacquistare l’equilibrio.
Pornsen sghignazzò.
“Sorco ubriacone! Mi hai fatto venire nausea.” Hal tese il braccio.
“Non è l’unico ad avere la nausea. Guardi quel tale.”
Non era veramente interessato, ma sperava disperatamente che
qualsiasi cosa avesse detto o fatto, per quanto trascurabile, avrebbe
potuto procrastinare il momento definitivo e fatale in cui sarebbero
entrati nell’appartamento. Stava indicando un grosso wog,
evidentemente ubriaco, che si aggrappava a un lampione per non
cadere. Avrebbe potuto essere l’immagine di un ubriacone del
diciannovesimo o del ventesimo secolo, completo di cappello a
cilindro, mantello e lampione.
E, di tanto in tanto, quella creatura gemeva come se soffrisse
atrocemente.
“Faremmo meglio a fermarci e a vedere se è ferito.” disse Hal.
Doveva dire qualcosa: qualunque cosa, pur di attardare Pornsen.
Prima che il suo aguzzino potesse protestare, si avvicinò al wog. Gli
posò una mano sul braccio libero — l’altro era stretto al lampione —
e gli parlò, in siddo.
“Possiamo esserti d’aiuto?”
Il grosso wog aveva a sua volta l’aria di essere appena uscito dalla
zuffa. La sua cappa, stracciata sul dorso, era macchiata di sangue
verde, disseccato. Nascondeva la faccia a Hal, e il terrestre faticava a
capire ciò che andava borbottando.
Pornsen tirò Hal per il braccio.
“Andiamo, Yarrow. Si rimetterà subito! E che importanza ha se
c’è un insetto che sta male?”
“Shib” disse Hal, con voce incolore. Lasciò ricadere la mano e
fece Per avviarsi. Pornsen, che era dietro di lui, mosse un altro
passo… e poi andò a sbattere contro Hal, quando questi si fermò, di
colpo.
“Perché ti sei fermato, Yarrow?”La voce del gapt aveva assunto,
all’improvviso, una sfumatura di apprensione.
E poi quella stessa voce lanciò un lungo urlo di dolore.
Hal si girò di scatto… e vide, in un’orribile concretezza, ciò che
gli era saettato nella mente e lo aveva costretto a fermarsi di colpo.
Quando aveva posato la mano sul braccio del wog aveva sentito
non la pelle calda, ma la chitina dura e fredda. Per qualche secondo,
il significato di quel particolare non era riuscito a raggiungere il suo
cervello. Poi l’aveva raggiunto, e lui aveva ricordato la
conversazione con Fobo, mentre si dirigeva verso la taverna, aveva
ricordato perché Fobo portava la spada.
E si era girato di scatto, ma troppo tardi, per mettere in guardia
Pornsen.
Ora il gapt si premeva le mani sugli occhi e urlava. La grossa cosa
che si era appoggiata fino a quell’istante al lampione stava
avanzando verso Hal. Il suo corpo sembrava ingigantire ad ogni
passo. La sacca pettorale si gonfiò, fino ad assumere l’aspetto di un
pallone grigio e palpitante; poi una specie di sibilo lamentoso ne
accompagnò lo sgonfiamento.
L’orribile faccia da insetto, con le due braccia atrofizzate che si
agitavano ai lati della bocca e la proboscide a forma di imbuto, era
puntata contro di lui. E Hal, poco prima, aveva scambiato quella
proboscide per un naso di wog.
Ma in realtà, quell’essere doveva avere respirato attraverso la
trachea, attraverso le due fenditure poste sotto gli occhi enormi.
Normalmente, il suo respiro doveva uscire rumorosamente da quelle
fenditure, ma la creatura lo aveva certamente trattenuto per non
mettere in guardia le sue vittime.
Hal lanciò un grido di spavento.
Nello stesso istante, afferrò la cappa e l’alzò per ripararsi il volto.
Forse la maschera lo avrebbe salvato, ma non aveva intenzione di
correre rischi.
Qualcosa gli bruciò il dorso della mano. Lanciò un grido di
dolore, ma spiccò un balzo in avanti. Prima che l’essere riuscisse ad
aspirare ancora un po’ d’aria per gonfiare di nuovo il sacco pettorale
ed espellere l’acido attraverso l’imbuto, Hal si precipitò a testa bassa
contro il suo ventre.
L’essere emise un gemito, e cadde riverso; rimase al suolo, disteso
sul dorso, agitando disperatamente le gambe e le braccia come un
gigantesco insetto velenoso… quale era, infatti. Poi, mentre si
riprendeva dal colpo e rotolava cercando di rimettersi in piedi, Hal
scalciò, con tutte le sue forze.
E la scarpa di cuoio affondò nella sottile corazza chitinosa con
uno spicinio.
Hal ritrasse il piede: dalla ferita uscì del sangue, scuro nella luce
del lampione. Hal sferrò un altro calcio, contro quella lacerazione.
L’essere urlò, cercò di trascinarsi via, a quattro zampe. Il terrestre
gli balzò addosso, a pie pari, l’inchiodò sul cemento. Premette il
tacco contro il collo esile e schiacciò, con tutta l’energia dei muscoli
della gamba.
Il collo si spezzò, e l’essere rimase immobile. La mascella
inferiore si spalancò, scoprendo due file di minuscoli denti
acutissimi. Le braccia rudimentali attorno alla bocca si agitarono
debolmente per qualche istante, poi ricaddero.
Hal avverti una terribile oppressione al petto. Non riusciva a
respirare. Le viscere gli si torcevano, minacciavano di risalirgli su
per la gola. Poi vi riuscirono, e Hal si piegò per vomitare.
E all’improvviso, si sentì ritornato sobrio. Pornsen aveva smesso
di gridare. Giaceva rannicchiato sul fianco nel fossatello che
costeggiava la strada.
Hal lo girò e rabbrividì, quando lo vide. Gli occhi erano bruciati,
le labbra erano coperte di grosse vesciche grigie. La lingua, che
sporgeva dalla bocca, era gonfia, enorme. Evidentemente, Pornsen
aveva trangugiato parte del veleno.
Hal si rialzò e si allontanò. Una pattuglia di wog avrebbe trovato il
corpo del gapt e l’avrebbe riconsegnato ai terrestri. E poi, ci pensasse
pure la gerarchia a ricostruire i fatti!
Pornsen era morto, e Yarrow ammise finalmente, di fronte a se
stesso, ciò che non aveva mai osato ammettere prima di quel
momento. Aveva odiato Pornsen. Ed era felice che fosse morto. E se
Pornsen aveva sofferto atrocemente, che importava? La sua
sofferenza era stata breve, ma le sofferenze e le umiliazioni che
aveva inflitto a Hal erano durate quasi per trent’anni.
Un rumore, dietro di lui, lo costrinse a voltarsi di scatto. “Fobo?”
chiamò.
Vi fu un gemito, seguito da qualche parola, resa confusa dalla
sofferenza.
“Pornsen? Non puoi… tu sei… tu sei morto.” Ma Pornsen era
vivo. Si stava rialzando, e vacillava. Tese le mani davanti a sé come
per farsi strada a tentoni, mosse qualche passo debolissimo.
Per un istante, Hal fu così atterrito che pensò di fuggire. Ma si
costrinse a restare lì, inchiodato al suolo, a pensare razionalmente.
Se i wog avessero trovato Pornsen, l’avrebbero portato ai medici
della Gabriel. E i medici avrebbero dato a Pornsen nuovi occhi
prelevandoli dalla banca degli organi di ricambio, gli avrebbero
iniettato sostanze rigenerative. E fra due settimane, la lingua di
Pornsen sarebbe ricresciuta. E lui avrebbe parlato. Precursore, come
avrebbe parlato!
Due settimane? No, subito! Non c’era nulla che potesse impedire
a Pornsen di scrivere.
Pornsen gemeva per la sofferenza fisica, Hal per la sofferenza
mentale.
Gli restava una sola cosa da fare.
Si avvicinò a Pornsen e lo prese per mano. Il gapt rabbrividì,
disse qualcosa di inintelligibile. “Sono Hal,” disse Yarrow.
Pornsen tese la mano libera, si tolse dalla tasca un taccuino e una
penna. Hal gli lasciò l’altra mano. Pornsen scrisse su una pagina poi
gli tese il taccuino.
La luce della luna era abbastanza limpida per consentirgli di
leggere. Le parole erano scarabocchiate; ma, anche cieco, Pornsen
era in grado di scrivere in modo leggibile.
“Portami alla Gabriel figliolo. Ti giuro sul Precursore che non
dirò nulla a nessuno del liquore. Ti sarò grato in eterno. Ma non
lasciarmi qui nel mio dolore in balia dei mostri. Io ti amo.”
Hal gli batté una mano sulla spalla.
“Prendimi per mano,” disse, “ti condurrò io.”
Nello stesso istante, sentì un rumore che proveniva da una certa
distanza, sulla strada. Un gruppo di wog si stava dirigendo verso di
lui.
Condusse Pornsen nel parco vicino, tra gli alberi e i cespugli.
Dopo aver percorso un centinaio di metri, arrivarono a un gruppo
d’alberi molto folto.
Hal si fermò.
Dal folto del boschetto gli giunsero suoni sconosciuti… ticchettii
e ansiti.
Guardò oltre un albero e vide la causa di quel rumore. La luce
fulgida della luna cadeva sul corpo di un wog: o meglio, su ciò che
ne rimaneva. La metà superiore era stata spogliata della carne. E
attorno al cadavere, sopra il cadavere, c’erano numerosi insetti di un
bianco argenteo. Somigliavano alle formiche, ma erano alti una
trentina di centimetri. Il ticchettio proveniva dalle loro mandibole che
lavoravano sul cadavere. L’ansito proveniva dalle sacche polmonari
che si gonfiavano e si sgonfiavano nel respiro.
Hal aveva creduto di essersi nascosto, ma gli insetti dovevano
essersi accorti della sua presenza. Scomparvero all’improvviso
nell’ombra degli alberi, sul lato opposto del boschetto.
Esitò, poi decise che doveva trattarsi di insetti-becchini, che non
avrebbero infastidito una persona viva e in buona salute.
Probabilmente, il wog era un ubriaco che era svenuto o si era
addormentato ed era stato ucciso dalle formiche.
Guidò Pornsen accanto al cadavere, e lo esaminò. Fino a quel
momento gli uomini della Gabriel non avevano avuto la possibilità
di osservare l’anatomia dei wog. Avevano presentato alle autorità di
Ozagen numerose richieste per potere esaminare i cadaveri, ma ne
avevano ricevuto dei rifiuti. I rifiuti non erano stati giustificati. Si
trattava di semplici dichiarazioni: i cadaveri non erano disponibili.
Comunque, avevano consegnato campioni di sangue wog ai biologi
umani. E, poiché era questo che volevano, gli haijac non avevano
tentato di impadronirsi di cadaveri wog.
Hal si chinò, incuriosito, sulla parte di scheletro messa a nudo
dalle formiche, perché era la prima volta che aveva la possibilità di
osservare la struttura ossea degli indigeni. La colonna spinale del
wog era situata nella parte anteriore del torso; si alzava dal bacino, di
forma umana, in una curva che sembrava l’immagine speculare della
spina dorsale dell’uomo. Tuttavia, due sacche dell’intestino erano
disposte ai lati della spina, davanti al bacino, e formavano uno
stomaco con una cavità centrale. Lo stomaco di un wog vivo
nascondeva quella depressione, perché la pelle vi aderiva
strettamente.
C’era da aspettarsi una simile struttura interna in un essere che si
era evoluto da antenati simili a quelli degli insetti.
Centinaia di milioni d’anni prima, gli antenati dei wog erano
preartropodi simili a vermi e per nulla specializzati. Ma l’evoluzione
aveva deciso di trasformare quel verme in un essere senziente. E,
rendendosi conto dei limiti dei veri artropodi, l’evoluzione aveva
separato gli antenati del wog dalla grande schiera degli artropodi.
Mentre i crostacei, gli aracnidi e gli insetti avevano sviluppato un
esoscheletro e molte zampe, l’antenato dei wog non li aveva imitati.
Aveva rifiutato di indurire la sua pelle delicata in una corazza
chitinosa. Si era invece costruito uno scheletro interno. Ma il suo
sistema nervoso centrale era tuttora ventrale, e non era riuscito a
spostare la colonna vertebrale anteriore. E il resto dello scheletro si
era adattato di conseguenza. Gli organi interni di un wog erano
inconfondibilmente diversi da quelli di un mammifero: ma, se la
forma era diversa, la funzione era simile.
Hal avrebbe voluto continuare la sua osservazione, ma aveva
qualcosa da fare.
Qualcosa che detestava fare.
Pornsen scrisse qualcosa sul taccuino e lo tese a Hal.
“Figlio soffro terribilmente. Ti prego non esitare riportami alla
nave. Non ti tradirò. Ho mai infranto una delle mie promesse? Io ti
amo.”
Hal pensò: L’unica promessa che mi hai fatto è stata quella di
frustarmi.
Guardò le ombre tra gli alberi. I corpi pallidi delle formiche erano
simili a una foresta di funghi. Stavano aspettando che lui se ne
andasse.
Pornsen mormorò qualcosa e sedette sull’erba, chinando il capo.
“Perché devo fare una cosa simile?” mormorò Hal.
E pensò: Non è necessario. Jeannette ed io potremmo affidarci alla
misericordia dei wog. Potremmo rivolgerci a Fobo. I wog potrebbero
nasconderci. Ma lo farebbero? Se potessi essere sicuro. Ma non
posso. Potrebbero consegnarci agli uzziti.
“È inutile esitare,” mormorò. Poi gemette.
“Perché devo farlo? Perché non è morto poco fa?”
E sguainò il lungo coltello, che portava infilato nello stivale.
In quel momento, Pornsen alzò la testa e guardò verso il cielo con
gli occhi coperti di cicatrici. La sua mano cercò quella di Hal. La
spettrale caricatura di un sorriso si formò su quelle labbra ustionate.
Hal alzò il coltello fino a che la punta si trovò a una ventina di
centimetri dalla gola di Pornsen.
“Jeannette, lo faccio per te!” disse Hal a voce alta.
Ma la punta del coltello non si mosse; e, pochi secondi dopo, si
riabbassò.
“Non posso,” disse Hal. “Non posso.”
Sì, doveva fare qualcosa, qualcosa che impedisse a Pornsen di
denunciarlo, o che mettesse lui e Jeannette in grado di sfuggire a quel
pericolo.
E poi, doveva fare in modo che Pornsen ricevesse le cure mediche
adeguate. Le sofferenze di quell’uomo lo facevano star male, lo
facevano rabbrividire. Se avesse potuto uccidere Pornsen, avrebbe
posto fine a quelle sofferenze. Ma non poteva ucciderlo.
Mormorando con le labbra ustionate, Pornsen avanzò di qualche
passo: teneva le mani davanti a sé, a livello del petto, e le faceva
roteare, mentre cercava Hal.
Hal si scostò. Stava riflettendo, disperatamente. Poteva fare una
cosa soltanto. Doveva andare a prendere Jeannette e fuggire. Il suo
primo pensiero, chiamare un wog perché portasse Pornsen alla nave,
fu accantonato. Pornsen avrebbe dovuto continuare a soffrire, per
qualche tempo, e cercare di alleviare la sofferenza del gapt sarebbe
stato un tradimento nei confronti di Jeannette… e di se stesso.
Pornsen era avanzato lentamente, esplorando l’aria con le mani,
strascicando i piedi sull’erba per non incespicare contro un ostacolo
inatteso.
Poi, il suo piede toccò le ossa dell’indigeno. Si fermò, si chinò a
toccarle. Quando le sue mani si chiusero attorno alle costole e al
bacino, Pornsen rimase immobile, raggelato, atterrito.
Rimase così per parecchi secondi, poi cominciò a tastare lo
scheletro: le sue dita toccarono il cranio, lo palparono, palparono tutti
i frammenti di carne che vi aderivano ancora.
Poi, di colpo, atterrito, forse consapevole che ciò che aveva
divorato le carni del wog poteva essere lì vicino, Pornsen si raddrizzò
e corse via, a testa bassa.
Un grido soffocato gli uscì dalla gola, mentre attraversava
precipitosamente la radura. Ma quell’ululato altissimo si interruppe
di colpo. Pornsen era andato a sbattere contro un tronco d’albero ed
era caduto riverso.
Prima che potesse rialzarsi, fu sopraffatto da un’orda ansimante e
ticchettante di creature bianche come funghi.
Hal non pensò neppure che il suo comportamento non era
razionale. Lanciò un grido e corse verso le formiche. Quando fu a
metà della radura, Hal vide quegli esseri sparire nell’ombra: ma non
si allontanarono al punto di impedirgli di scorgere la loro massa
bianca.
Hal raggiunse Pornsen, si inginocchiò e lo esaminò.
In quei pochi istanti, le formiche avevano lacerato gli abiti
dell’uomo, gli avevano addentato le carni in molti punti.
I suoi occhi fissavano il cielo: la vena jugulare era stata recisa.
Gemendo, Hal si alzò e si allontanò in fretta dal boschetto. Dietro
di lui si levò un fruscio e un ansito, mentre le formiche uscivano dal
riparo degli alberi. Hal non si voltò a guardare.
E, quando entrò nell’alone di luce del lampione, la pressione che
lo assillava esplose. Le guance gli si inondarono di lacrime, le spalle
gli tremarono per i singhiozzi, mentre le viscere parevano andare in
pezzi.
Non sapeva se era il dolore o se era U suo odio che trovava
finalmente il modo di esprimersi, perché la causa di quell’odio non
era più in grado di vendicarsi. Forse era odio e dolore insieme. E,
qualunque fosse il sentimento che lo aveva aggredito, stava
esercitando sul suo corpo l’effetto di un tossico: il suo corpo, infatti,
lo espelleva. Ma, nello stesso tempo, gli dava l’impressione di bollire
vivo.
Comunque, stava trasudando da lui. Benché si sentisse sul punto
di morire, quando arrivò a casa, si era ormai liberato di quel veleno.
La stanchezza gli appesantiva le braccia e le gambe, e riuscì a
malapena a trovare l’energia di salire la scalinata che portava
all’ingresso principale del palazzo.
E, nello stesso tempo, si sentiva il cuore leggero e forte: gli
batteva serenamente, senza costrizioni, come se la mano immaginaria
che lo serrava avesse all’improvviso allentato la sua stretta.
13.

Uno spettro altissimo, avvolto in un sudario celeste, stava


aspettando il terrestre in quella falsa alba.
Era Fobo, l’empatico, ritto sotto l’arcata esagonale che conduceva
nell’interno dell’edificio. Ributtò indietro il cappuccio e mostrò il
viso: aveva una graffiatura su una guancia e un cerchio nero attorno
all’occhio destro.
Fobo ridacchiò.
“Un figlio di un insetto mi ha strappato la maschera e mi ha
conciato per le feste,” disse, “ma è stato divertente. Fa bene sfogarsi,
di tanto in tanto. E tu, come te la sei cavata? Avevo paura che ti
avessero beccato i poliziotti. In circostanze normali, non me ne sarei
preoccupato, ma so che i tuoi colleghi, quelli a bordo della nave,
arriccerebbero il naso davanti a certe attività.”
Hal sorrise, debolmente.
“Arricciare il naso è un’espressione troppo blanda.”
Si chiese come mai Fobo sapeva quella che sarebbe stata la
reazione della gerarchia. Che cosa sapevano, i wog, sul conto dei
terrestri? Avevano intuito quale era il gioco degli haijac e si
preparavano a reagire adeguatamente? E, in questo caso, in che modo
potevano farlo? La loro tecnologia, a quanto ne sapeva Hal, era malto
più arretrata di quella terrestre. Certo, sembrava che i wog
conoscessero certe funzioni psichiche molto meglio dei terrestri, ma
questo era comprensibile. La Stiesa aveva decretato, ormai da molto
tempo, che la psicologia era ormai giunta alla perfezione, e quindi
era inutile compiere ulteriori ricerche. La conseguenza era stata la
completa paralisi delle scienze psichiche.
Hal alzò mentalmente le spalle. Era troppo stanco per pensare a
certe cose. Voleva soltanto andare a letto.
“Ti racconterò più tardi quello che è successo,” disse.
“Posso indovinarlo,” rispose Fobo. “La tua mano. Lascia che ti
curi quell’ustione. Il veleno dei “vivinotte” è molto doloroso.”
Come un bambino, Hal si lasciò condurre nell’appartamento del
wog, si lasciò applicare una pomata rinfrescante.
“Adesso è shib” disse Fobo. “Va’ a letto. Domani mi racconterai
tutto.”
Hal lo ringraziò e discese al suo piano. Faticò a inserire la chiave,
e vi riuscì soltanto dopo aver proferito il nome di Sigmen invano.
Quando ebbe chiuso a chiave la porta dietro di sé, chiamò
Jeannette. Doveva essersi nascosta nell’armadio a doppio fondo della
camera da letto, perché Hal sentì sbattere due sportelli.
Un attimo dopo, Jeannette gli corse incontro, gli gettò le braccia al
collo.
“Oh, maw num, maw numi Che cos’è successo? Ero così
preoccupata! Stavo per mettermi a urlare, al pensiero che la notte
passava e tu non ritornavi!”
Benché gli dispiacesse di averla addolorata, Hal non poté
nascondere a se stesso una sfumatura di piacere, perché Jeannette si
interessava a lui al punto di preoccuparsi tanto. Forse Mary si
sarebbe mostrata comprensiva, al suo postò, ma avrebbe considerato
suo dovere reprimere i propri sentimenti e gli avrebbe fatto una
predica, rimproverandogli i pensieri irreali che lo avevano spinto a
farsi del male.
“C’è stata una rissa,” spiegò Hal. Aveva deciso di non dire nulla
del gapt né del “vivinotte”. Più tardi, quando la tensione si fosse
allentata, avrebbe potuto parlarne.
Jeannette gli slacciò il manto e il cappuccio e gli tolse la
maschera, li appese nell’armadio dell’anticamera. Hal si lasciò
cadere in una poltrona e chiuse gli occhi.
Un attimo dopo li riaprì, quando sentì il suono di un liquido
versato in un bicchiere. Jeannette era ritta davanti a lui e stava
riempiendo un grosso bicchiere con il contenuto della bottiglia.
L’odore del succodiblatta gli rivoltò lo stomaco, e l’immagine di
quella bella ragazza che stava per bere quel liquido nauseante gli fece
girare il capo.
Lei lo fissò. Le parentesi delicate delle sue sopracciglia si
sollevarono. “Kyetil?”
“Niente,” gemette lui. “Sto benissimo.”
Lei posò il bicchiere, lo prese per mano, lo condusse in camera da
letto. Poi lo fece sedere, dolcemente, gli premette le mani sulle spalle
fino a che lui si sdraiò, poi gli tolse le scarpe.
Hal non si oppose. Jeannette gli slacciò la camicia e gli accarezzò
i capelli.
“Sei sicuro di stare bene?”
“Shib. Potrei sfidare il mondo con una mano legata dietro la
schiena. “Bene.”
Il letto scricchiolò quando Jeannette si alzò e uscì dalla stanza.
Hal scivolò lentamente nel sonno, ma il ritorno di lei lo ridestò. Aprì
di nuovo gli occhi. Jeannette era ritta, con un bicchiere in mano.
“Ne vuoi un sorso, Hal?” domandò.
“Grande Sigmen, ma non capisci?” latrò Hal. Il furore lo invase: si
levò a sedere, di scatto. “Perché credi che io stia male? Non riesco a
sopportare quella roba! Non sopporto di vedere che tu la beva! Mi fa
schifo. Tu mi fai schifo. Sei una stupida!”
Jeannette spalancò gli occhi. Il sangue le defluì dal volto, lasciò il
pigmento delle sue labbra come una luna cremisi in un lago bianco.
La mano le tremava tanto che il liquore traboccò.
“Ma… ma…” boccheggiò. “Mi pareva che avessi detto di sentirti
bene. Pensavo che stessi bene. Pensavo che volessi venire a letto con
me.”
Yarrow gemette. Chiuse gli occhi e tornò a distendersi. Era inutile
fare del sarcasmo con Jeannette: lei si ostinava a prendere tutto alla
lettera. Sarebbe stato necessario rieducarla. Se non fosse stato così
sfinito, lui si sarebbe scandalizzato a quella proposta così aperta…
così simile a quella della Donna Scarlatta nel Talmud Occidentale,
quando aveva tentato di sedurre il Precursore.
Ma non riusciva neppure a scandalizzarsi. E poi, in fondo alla sua
coscienza una voce gli diceva che Jeannette si era limitata a tradurre
in parole esplicite ciò che lui aveva avuto intenzione di fare, da
quando l’aveva vista. Ma sentire quelle parole!
Il rumore del vetro infranto disperse i suoi pensieri. Balzò di
nuovo a sedere.
Jeannette era là, con il viso sconvolto, le belle labbra rosse che
tremavano, le lagrime che le scorrevano sulle guance. La sua mano
era vuota. Sulla parete c’era una grande macchia umida, che
sgocciolava ancora, e spiegava che cosa era successo al bicchiere.
“Credevo che mi amassi!” urlò lei.
Lui si limitò a fissarla con gli occhi sbarrati, incapace di formulare
una risposta. Lei girò su se stessa e se ne andò. Hal la sentì arrivare
nell’anticamera e cominciare a singhiozzare. Incapace di sopportare
quel suono, Hal balzò dal letto e la segui. Quelle stanze dovevano
essere isolate acusticamente, ma non si poteva mai sapere. E se
qualcuno l’avesse sentita singhiozzare?
E, comunque, Jeannette stava provocando un grave turbamento,
nel suo intimo, ed era necessario chiarire le cose… Quando entrò
nell’anticamera, vide che Jeannette aveva l’aria distrutta. Rimase
davanti a lei per qualche attimo, in silenzio: voleva dirle qualcosa e
non vi riusciva, perché non era mai stato costretto a risolvere un
simile problema. Le donne haijac non piangevano: o, se lo facevano,
piangevano quando erano sole.
Le sedette accanto, le posò una mano sulle spalle morbide.
“Jeannette.”
Lei si girò di scatto, gli posò la testa sul petto.
“Credevo…” disse, fra i singhiozzi, “credevo che non mi amassi.
E non potevo sopportarlo. Dopo tutto quello che ho passato!”
“Ecco, Jeannette, io non ti… voglio dire… non ero…”
Si interruppe. Non aveva intenzione di dirle che l’amava. Non lo
aveva mai detto a nessuna donna, neppure a Mary. E nessuna donna
glielo aveva mai detto. E adesso quella donna di un pianeta lontano,
umana soltanto a metà, era convinta che lui le appartenesse, corpo e
anima.
Cominciò a parlarle sottovoce. Le parole gli venivano facili,
perché stava citando la Lezione Morale AT-16.
“…Tutti gli esseri che hanno un cuore giusto sono fratelli…
L’uomo e la donna sono fratello e sorella… L’amore è ovunque… ma
l’amore… dovrebbe esistere su un piano più alto… l’uomo e la
donna dovrebbero odiare l’atto bestiale, come qualcosa che la Grande
Mente, l’Osservatore Cosmico, non ha ancora eliminato
nell’evoluzione umana… Verrà il tempo in cui i figli nasceranno in
un altro modo. Nel frattempo, dobbiamo riconoscere il sesso come
superato, e necessario soltanto per una ragione: i figli…”
Slap! Hal si sentì girare la testa, e miriadi di puntini di fuoco
rotearono nell’oscurità davanti ai suoi occhi.
Gli occorse un istante prima di capire che Jeannette era balzata in
piedi e l’aveva schiaffeggiato. La vide ritta davanti a lui, con gli
occhi socchiusi, ridotti a due fessure, la bocca aperta, contratta in un
sogghigno.
Poi Jeannette girò su se stessa e corse in camera da letto. Hal si
alzò e la segui. Lei era distesa sul letto, e singhiozzava. “Jeannette,
non capisci…”
“Fva tuh!”
Quando Hal comprese, arrossì. Poi si infuriò. L’afferrò per le
spalle e la girò, la costrinse a guardarlo in faccia.
Poi, all’improvviso disse: “Ma io ti amo, Jeannette. Ti amo.”
Quelle parole avevano un suono strano. Il concetto di amore,
come lei lo intendeva, gli era estraneo… era rozzo, forse, se poteva
esprimersi in quel modo. Avrebbe dovuto venire perfezionato. Ma
sarebbe riuscito a perfezionarlo, lo sapeva. Aveva tra le braccia una
creatura la cui stessa natura, il cui stesso istinto, la cui educazione
stessa erano tesi verso l’amore.
Hal aveva creduto di essersi liberato da ogni angoscia, quella
notte, ma ora, mentre dimenticava la decisione di non raccontare a
Jeannette ciò che era accaduto, e mentre raccontava, passo per passo,
quella notte terribile, le lagrime gli scendevano copiose lungo le
guance. Trent’anni erano un pozzo profondo: occorse molto tempo
per esaurire tutte le lacrime che lo colmavano.
Anche Jeannette pianse, disse che le dispiaceva di essersi
arrabbiata con lui. Promise di non farlo mai più. Hal disse che aveva
già dimenticato tutto. Si baciarono, tornarono a baciarsi finché, come
due bambini che abbiano sfogato nel pianto la loro frustrazione e la
loro furia, si addormentarono, dolcemente.
14.

Alle nove in punto, Tempo della Nave, Yarrow salì a bordo della
Gabriel: aveva nelle narici il profumo della rugiada mattutina sulle
distese erbose.
Poiché aveva a disposizione soltanto poco tempo, prima che
avesse inizio la conferenza, si recò subito da Turnboy, lo storico
sorco.
Con aria fintamente distratta, gli chiese se sapeva qualcosa di una
migrazione spaziale, della fuga di un gruppo di coloni francesi dopo
la Guerra Apocalittica. Turnboy fu lieto di mostrare tutta la sua
conoscenza. Sì, i superstiti della nazione gallica si erano raccolti
nella regione della Loira dopo la Guerra Apocalittica e avevano
formato un nucleo di quella che avrebbe potuto diventare una Nuova
Francia.
Ma le colonie fondate dall’Islanda nella parte settentrionale del
paese e da Israele nella parte meridionale, sviluppandosi molto
rapidamente, avevano circondato la Loira. La Nuova Francia si era
trovata stretta in una morsa economica e religiosa. I discepoli di
Sigmen avevano invaso il territorio cattolico con ondate di
missionari. Le tariffe altissime strangolavano il commercio del
piccolo stato.
E alla fine, un gruppo di francesi, temendo che il loro stato, la loro
lingua, la loro religione venissero assorbiti con o senza violenza,
erano partiti a bordo di sei astronavi per trovare un’altra Gallia che
ruotasse attorno a una stella lontana.
Nessuno sapeva dove fossero sbarcati.
Hal ringraziò Turnboy e si recò nella sala delle conferenze. Parlò
con molta gente: metà dei presenti, come lui, avevano lineamenti
vagamente mongolici. Erano i discendenti di lingua inglese dei
superstiti hawaiani e australiani della grande guerra che aveva
decimato la Francia. I loro antenati avevano ripopolato l’Australia, le
due Americhe, il Giappone e la Cina.
Quasi metà dell’equipaggio parlava islandese. I loro antenati
erano partiti da quell’isola squallida per spargersi nell’Europa
settentrionale, nella Siberia e nella Manciuria.
Circa un sedicesimo dell’equipaggio aveva il georgiano come
lingua-madre. I loro antenati erano discesi dalle montagne del
Caucaso e si erano stanziati nelle pianure spopolate della Russia
meridionale, della Bulgaria, dell’Iran settentrionale e
dell’Afganistan.
La conferenza fu memorabile.
Per prima cosa, Hal venne fatto passare dal ventesimo seggio alla
sinistra dell’arci-urielita al sesto seggio alla sua destra, poiché ora
aveva la lamech sul petto.
In secondo luogo, la morte di Pornsen non creò difficoltà. Il gapt
venne considerato caduto in guerra. Tutti quanti erano stati messi in
guardia contro i “vivinotte” e gli altri esseri che spesso si aggiravano
per Siddo dopo il crepuscolo. Tuttavia, nessuno propose di rinunciare
allo spionaggio notturno.
Macneff ordinò a Hal, quale figlio spirituale del gapt defunto, di
organizzare il funerale, che si sarebbe svolto il giorno seguente. Poi
abbassò un’immensa mappa che era arrotolata sulla parete. La mappa
era la rappresentazione della Terra, quale sarebbe stata data agli
ozageni.
Era un ottimo esempio della sottigliezza tipica degli haijac, del
loro modo di pensare a scatole cinesi.
In realtà, era una carta geopolitica dei due emisferi terrestri: era
esatta, per quanto riguardava gli stati bantu e malesi. Ma la posizione
delle nazioni Israeliane e Haijac era stata invertita. La leggenda sotto
la pianta indicava che il verde era il colore degli Stati del Precursore
e il giallo quello degli stati ebraici. Ma la porzione verde era un
cerchio attorno al Mediterraneo, e un’ampia fascia che copriva
l’Arabia, la metà inferiore dell’Asia minore e l’India settentrionale.
In altre parole, se per un caso inconcepibile gli ozageni fossero
riusciti a catturare la Gabriel e a costruire altre navi dello stesso tipo
e avessero usato i dati di navigazione registrati a bordo per trovare il
Sole, avrebbero aggredito in ogni caso un’altra nazione.
Senza dubbio, non si sarebbero presi il disturbo di entrare in
contatto diretto con i popoli della Terra, perché avrebbero preferito
sfruttare l’elemento sorpresa.
E così, gli israeliani non avrebbero mai avuto la possibilità di
rivelare la verità, prima che le bombe cominciassero a cadere. E
l’Unione Haijac, messa in guardia, avrebbe lanciato contro gli
invasori la sua flotta spaziale.
“Tuttavia,” disse Macneff, “Non credo che lo pseudo-futuro da me
ipotizzato possa mai diventare una realtà. No, a meno che il
Retrocursore non sia molto più potente di quanto io creda.
Naturalmente, si potrebbe anche pensare che questa possibilità sia la
migliore. Quale forma migliore potrebbe assumere il futuro, se non
portare alla distruzione dei nostri nemici israeliani ad opera di questi
esseri?
“Ma, come tutti sapete, la nostra nave è ben difesa contro ogni
possibile attacco, diretto o furtivo. I nostri radar e i nostri segnalatori
a infrarossi sono continuamente in funzione. Le nostre armi sono
pronte. I wog ci sono inferiori in quanto a tecnologia; non possono
sferrare attacchi che noi non siamo in grado di annullare.
“Tuttavia, se il Retrocursore ispirasse loro un’astuzia sovrumana e
se riuscissero a penetrare nella nave, non avrebbero egualmente
partita vinta. Se i wog arrivassero a un certo punto, nell’interno della
Gabriel, uno degli ufficiali di turno sul ponte premerebbe un
pulsante. Questo cancellerebbe tutti i dati sulla navigazione custoditi
nei banchi-memoria: i wog non riuscirebbero mai a localizzare il
sole.
“E se i wog — Sigmen non voglia — dovessero raggiungere il
ponte, l’ufficiale di turno premerebbe un altro pulsante.”
Macneff si interruppe e guardò coloro che stavano seduti attorno
al tavolo della conferenza. Molti erano impalliditi, perché sapevano
ciò che stava per dire.
“Una bomba all’idrogeno distruggerà questa nave. E annienterà la
città di Siddo. Ma, cosa ancora più importante, farà esplodere dieci
bombe al cobalto. Le radiazioni delle bombe al cobalto
distruggerebbero quasi completamente ogni forma di vita su Ozagen:
per lo meno, scomparirebbe ogni forma di vita senziente. E così,
quando arriverà la prossima spedizione, non troverà alcuna
resistenza. E noi saremo onorati per sempre agli occhi del Precursore
e della Stiesa.
“Naturalmente, tutti noi preferiremmo che questo non avvenisse.
Non soltanto per ragioni personali, ma perché occorrerebbero secoli,
forse un millennio, prima che la vegetazione torni a coprire Ozagen,
prima che si possa colonizzare il pianeta.
“Ciononostante, vi ricordo questa possibilità. E vorrei poterne
avvertire i siddo, che così non oserebbero attaccarci. Ma, se lo
facessimo, rovineremmo le nostre attuali relazioni con loro, che sono
apparentemente ottime, e potremmo rendere necessaria la
realizzazione anticipata dell’Operazione Ozagenocidio.”
Dopo la conferenza, Hal diede gli ordini per il funerale.
Poi, altri doveri lo tennero impegnato fino a sera, prima che
potesse ritornare a casa.
Quando Hal si chiuse la porta alle spalle, sentì scorrere l’acqua
della doccia. Appese la cappa nell’armadio; e l’acqua smise di
scorrere. Mentre si avviava verso la camera da letto, Jeannette uscì
dal bagno. Si stava asciugando i capelli con un grande asciugamano,
ed era nuda.
“Baw yoof Hal” disse, ed entrò nella camera da letto, senza dare
molto peso alla propria nudità.
Hal le restituì il saluto, con un filo di voce. Si voltò, ritornò in
anticamera. Si rendeva conto che la sua timidezza era sciocca e, nello
stesso tempo, si sentiva vagamente perverso, irreale, perché il cuore
gli batteva, il respiro gli si faceva più pesante, e calde dita fluide gli
si insinuavano nel sangue.
Jeannette ricomparve, vestita di un abito verdechiaro che lui le
aveva comprato e che lei aveva ritoccato per adattarlo alla sua figura.
Portava i capelli neri raccolti sul capo, in un nodo di Psiche. Lo baciò
e gli chiese se voleva venire in cucina, mentre lei cucinava. Hal
rispose che andava bene.
Jeannette cominciò a preparare gli spaghetti, e Hal la pregò di
raccontargli la storia della sua vita. Una volta incominciato, non le fu
difficile continuare.
“…e così il popolo di mio padre trovò un pianeta simile alla Terra
e si sistemò lì. Era un pianeta molto bello: per questo lo chiamarono
Wuhbowpfey, il bel paese.
“Secondo mio padre, si arrivò a circa trenta milioni di abitanti, su
un solo continente. Mio padre non si accontentò di vivere l’esistenza
dei suoi antenati… arare il suolo, fare il bottegaio e allevare molti
figli. Così, lui e altri giovani come lui presero l’ultima astronave
rimasta delle sei che erano giunte su quel pianeta, e partirono, diretti
verso le stelle. Arrivarono su Ozagen. E precipitarono. Non c’è da
meravigliarsene. L’astronave era così antica!”
“Già, il sistema antiquato a raggi ionici. Il relitto esiste
ancora?”“Fi. È vicino al luogo in cui vivono le mie sorelle, le mie
zie e le mie cugine.”
“Tua madre è morta?”Jeannette esitò, poi annuì.
“Sì. Morì nel dare alla luce me e le mie sorelle. Mio padre morì
più tardi. O meglio, crediamo che sia morto. Andò a caccia e non
ritornò mai più.”
Hal corrugò la fronte.
“Mi hai detto che tua madre e le tue zie erano le ultime superstiti
degli esseri umani autoctoni di Ozagen. E una volta mi hai detto che
Rastignac fu il solo terrestre che uscì vivo dal relitto. Naturalmente
era il marito di tua madre… e per quanto sembri incredibile, la loro
unione, l’unione di un terrestre con una extraterrestre, è stata
feconda! E questo basterebbe per fare svenire i miei colleghi. È
completamente contrario ai principi della scienza, il fatto che i loro
cromosomi abbiano potuto integrarsi! Ma… voglio dire, anche le
sorelle di tua madre hanno avuto delle figlie. Se l’ultimo maschio
umano di Ozagen morì molti anni prima che Rastignac arrivasse sul
pianeta… chi era il loro padre?”
“Mio padre, Jean Rastignac. Era il marito di mia madre e delle
mie tre zie. Tutte dicevano che era un amante superbo, molto esperto
e molto virile.”
“Oh!” esclamò Hal.
La seguì con lo sguardo in silenzio, fino a quando non ebbe
preparato gli spaghetti e l’insalata. Poi riuscì a riacquistare in parte
una chiara prospettiva.
In fondo, quel francese non era molto peggiore di lui. Forse era
addirittura migliore. Ridacchiò. Com’era facile condannare qualcun
altro per avere ceduto alla tentazione… fino a quando tu stesso non ti
trovavi nella stessa situazione. Si chiese che cosa avrebbe fatto
Pornsen, se Jeannette si fosse rivolta a lui.
“…e così mi fu facile fuggire ai wog,” stava dicendo Jeannette.
“Non mi sorvegliavano strettamente, e avevano finito di esaminarmi.
Maw tyuhì Quegli esami! Domande e ancora domande! Quel Fobo
mi faceva domande di ogni genere. Voleva scoprire il mio grado di
intelligenza, la mia personalità, eccetera. Mi esaminava servendosi di
macchine di ogni genere. Lui e i suoi colleghi mi hanno rovesciata
come un guanto, alla lettera. Hanno fotografato l’interno del mio
corpo: mi hanno mostrato il mio scheletro, i miei organi… tutto,
insomma. Dicevano che era molto interessante. Pensa! Mi
esaminavano come nessuna donna era mai stata esaminata… e per
loro ero soltanto interessante! Proprio!”
“Be’,” rise Hal. “Non puoi pretendere che vedano una femmina
mammifera con gli occhi di un mammifero maschio… cioè…”
Lei lo guardò, maliziosamente.
“E io sono un mammifero?”
“Evidentemente, inconfondibilmente, indiscutibilmente ed
entusiasticamente.”
“Meriti un bacio, per questa risposta.”
Si chinò su di lui, gli poggiò la bocca contro la bocca. Hal si
irrigidì, reagi come aveva sempre fatto quando la sua ex moglie si
offriva di baciarlo. Ma Jeannette doveva averlo previsto, perché gli
disse:
“Tu sei un uomo, non una colonna di pietra. E io sono una donna
che ti ama. Restituiscimi il bacio, non limitarti ad accettarlo.”
“Oh, non così,” mormorò, subito dopo, “baciami. Non cercare di
inchiodare le tue labbra sulle mie. Devi fonderle, unirle alle mie.
Così.”
Jeannette fece vibrare la punta della lingua contro la lingua di Hal.
Poi si ritrasse, sorridendo, con gli occhi semichiusi, le labbra rosse e
umide. Hal tremava, respirava a fatica.
“La tua gente crede che la lingua serva soltanto per parlare? Crede
che ciò che ho fatto sia perverso, irreale?”
“Non lo so. Nessuno discute mai di queste cose.”
“Ti è piaciuto, lo so. Eppure è la stessa bocca con la quale mangio.
Quella che devo nascondere dietro un velo quando ti siedo di fronte,
a tavola.”
“Non mettere il cappello!” proruppe Hal. “Ci ho pensato sopra.
Non c’è una ragione razionale che ci costringa a velarci quando
mangiamo. L’unica ragione è… che ci hanno insegnato che è
disgustoso. Il cane di Pavlov salivava, quando sentiva il campanello;
e io provo nausea quando vedo del cibo entrare in una bocca
scoperta.”
“Mangiamo. Poi berremo e parleremo di noi. E poi faremo quello
che ci piacerà fare.”
Hal stava imparando in fretta. Non arrossì neppure.
15.

Dopo il pranzo, Jeannette diluì con l’acqua una caraffa di


succodiblatta, vi aggiunse un liquido purpureo che dava alla bevanda
il profumo dei grappoli d’uva, e vi gettò dei germogli di una pianta
color arancio. Versata in un bicchiere pieno di cubetti di ghiaccio, era
una bevanda fresca, che aveva anche il sapore, non soltanto il
profumo, dei grappoli d’uva. E Hal non si sentì affatto nauseato.
“Perché hai scelto me e non Pornsen?” domandò.
Jeannette gli sedette sulle ginocchia, gli cinse il collo con un
braccio, posò l’altro sulla tavola, reggendo il bicchiere.
“Oh, tu eri così bello, e lui così brutto! E poi, sentivo di potermi
fidare di te. Sapevo che dovevo essere prudente. Mio padre mi aveva
parlato dei terrestri. Mi aveva detto che non ci si poteva fidare di
loro.”
“È vero Ma tu devi avere una speciale intuizione, Jeannette. Se
avessi le antenne, direi che hai captato le emanazioni nervose. Su,
lasciami vedere!”Le passò le dita tra i capelli, ma lei scostò il capo,
ridendo.
Hal rise con lei, le posò una mano sulla spalla, le accarezzò la
pelle morbida.
“Probabilmente, ero l’unica persona a bordo della nave che non ti
avrebbe tradito. Ma adesso sono nei guai. Vedi, la tua presenza qui ha
scatenato il Retrocursore. Mi mette in un grave pericolo… ma è un
pericolo che non vorrei evitare per nulla al mondo.
“Comunque, ciò che mi hai detto a proposito degli apparecchi
radiografici mi preoccupa. Fino ad ora, non ne abbiamo visto
neppure uno. I wog li nascondono, forse? E, in questo caso, perché?
Sappiamo che conoscono l’elettricità, e che sono teoricamente capaci
di inventare apparecchi radiografici. Forse li nascondono soltanto
perché sono indicativi di una tecnologia evoluta.
“Ma questo non mi sembra logico. E, in fin dei conti, non
sappiamo molto della civiltà siddo. Siamo qui da poco tempo: non
abbiamo abbastanza uomini per intensificare le indagini.
“Forse sono troppo sospettoso. È più probabile. Comunque,
Macneff dovrebbe venire informato. Ma non posso dirgli come l’ho
scoperto: e non oserei neppure mentire a proposito dell’origine della
mia informazione.
“Mi trovo davanti ai due corni di un dilemma.”
“Un dilemma? È una bestia che non ho mai sentito nominare,
prima d’ora.”
Hal l’abbracciò e disse: “Spero che tu non debba conoscerla mai.”
“Ascolta,” disse lei, guardandolo ansiosa con gli splendidi occhi
scuri, “perché dirlo a Macneff? Se i siddo aggredissero gli Haijac, e li
vincessero… che importanza avrebbe? Non potremmo ritornare alla
mia terra nativa e stabilirci lì?”
Hal si scandalizzò.
“Ma sono i miei compatrioti! Sono… siamo sigmeniti. Non potrei
tradirli!”
“Ma li tradisci anche ora, tenendomi qui,” rispose gravemente
Jeannette.
“Lo so,” rispose Hal, lentamente. “Ma non è un tradimento
capitale, non è vero tradimento. Che danno procuro loro, anche se ti
tengo qui?”
“Non mi preoccupo affatto di ciò che tu puoi fare a loro,” disse
lei. “Mi preoccupo di quello che potresti fare a te stesso.”
“A me stesso! Non mi sono mai comportato meglio, nei confronti
di me stesso!”
Lei rise, felice, lo baciò lievemente sulle labbra. Ma Hal corrugò
la fronte.
“Jeannette,” disse, “è una faccenda seria. Prima o poi, dovremo
trovare una soluzione definitiva. Voglio dire, dovremo trovarci un
nascondiglio. Poi, quando tutto sarà finito, potremo uscirne. E
avremo per lo meno ottant'anni tutti per noi… e ci basteranno. Perché
ottant'anni è il tempo che dovrà passare prima che la Gabriel ritorni
sulla Terra e prima che le navi dei coloni giungano fin qui. Saremo
come Adamo ed Eva: noi due soltanto, e le bestie.”
“Che cosa vuoi dire?” chiese lei, spalancando gli occhi.
“Ecco che cosa voglio dire: i nostri specialisti lavorano giorno e
notte sui campioni di sangue dei wog. Sperano di realizzare un
semivirus artificiale che attacchi il rame dei globuli verdi del loro
sangue e cambi le proprietà elettroforiche delle cellule.”
“Ama?”
“Cercherò di spiegarmi meglio, anche se sarò costretto a servirmi
di un miscuglio di americano, di francese e di siddo. Fu una forma di
questo semivirus artificiale che uccise quasi tutta la popolazione
della Terra durante la Guerra Apocalittica. Non mi diffonderò sui
motivi storici che causarono l’epidemia; basti dire che il virus venne
disseminato segretamente, dall’esterno dell’atmosfera terrestre,
mediante le astronavi dei coloni marziani. I discendenti dei terrestri
stabilitisi su Marte, che si consideravano marziani autentici, ed erano
guidati da Sigfried Russ, l’uomo più malvagio che sia mai esistito. O
almeno, così dicono i libri di storia.”
“Non capisco di che cosa stai parlando,” rispose Jeannette. Era
molto seria in viso, e lo fissava con quei suoi occhi scuri.
“Ora capirai,” disse Hal. “Le quattro navi marziane, fingendo di
essere vascelli mercantili entrati in orbita prima di atterrare,
lanciarono miliardi e miliardi di virus. Grumi invisibili di molecole
di proteina che scesero attraverso l’atmosfera, si diffusero in tutto il
mondo e lo coprirono di una tenue nebbia. Queste molecole, una
volta penetrate attraverso la pelle di un essere umano, si fissavano
all’emoglobina dei globuli rossi e davano loro una carica positiva. E
questa carica spingeva un’estremità della cellula di emoglobina a
legarsi con l’estremità opposta. E la molecola si cristallizzava. In
questo modo, i globuli, che hanno una forma arrotondata,
assumevano la forma di una scimitarra, e provocavano un’anemia
artificiale.
“L’anemia artificiale era molto più rapida e molto più efficace
dell’anemia naturale, perché colpiva tutti i globuli sanguigni, non
soltanto una piccola percentuale. Le cellule si disgregavano.
L’ossigeno non veniva più convogliato attraverso l’organismo
umano, e il corpo moriva.
“E per quasi tutta l’umanità, Jeannette, fu la fine. Quasi tutti gli
abitanti umani di un intero pianeta morirono per mancanza di
ossigeno.”
“Credo di avere capito quasi tutto ciò che mi hai detto,” fece
Jeannette, “ma non morirono tutti, vero?”
“No! I governi della Terra scoprirono che cosa stava accadendo.
Lanciarono dei missili contro Marte; e quei missili, costruiti per
provocare terremoti artificiali, distrussero quasi tutte le colonie
sotterranee marziane.
“Sulla terra, sopravvisse all’incirca un milione di persone su ogni
continente. E vi furono alcune zone in cui quasi tutta la popolazione
rimase indenne. Perché?
“Non lo sappiamo con esattezza. Ma forse i venti favorevoli
allontanarono i virus, li fecero cadere nel terreno. E, dopo un certo
periodo trascorso senza potersi stabilire entro un corpo umano, il
virus moriva.
“In ogni caso, le isole Hawai e l’Islanda conservarono tutta la loro
popolazione e un governo organizzato. Anche Israele rimase indenne,
come se la mano di Dio l’avesse protetto durante la caduta dei virus
mortali. E furono risparmiate anche l’Australia meridionale e le
montagne del Caucaso.
“In seguito, questi gruppi etnici si espansero, ripopolarono il
mondo e assorbirono i superstiti delle zone da loro occupate. Nelle
giungle dell’Africa e nella penisola malese, i superstiti erano così
numerosi che poterono azzardarsi a uscire dai loro confini. Poi
tornarono a stabilirsi sui loro territori, prima che i coloni delle isole e
dell’Australia se ne impadronissero.
“E ciò che accadde alla Terra accadrà anche su questo pianeta.
Quando verrà impartito l’ordine, dalla Gabriel partiranno dei missili,
missili pieni dello stesso carico mortale. Ma i virus saranno capaci di
fissarsi nelle cellule degli ozageni.
“E i missili voleranno e voleranno e lasceranno cadere la loro
invisibile pioggia di morte. E… dovunque… i crani…”
“Taci!”Jeannette gli posò un dito sulle labbra tremanti. “Non so
che cosa tu voglia dire quando parli di proteine e di molecole e di
quelle… di quelle cariche elettrofrenetiche! Ma so che, mentre
parlavi, la tua paura cresceva. La tua voce si è fatta più acuta, e i tuoi
occhi si sono fatti più grandi.
“Qualcuno ti ha spaventato, in passato. No! Non interrompermi.
Ti hanno spaventato, e tu sei riuscito a nascondere la tua paura,
perché sei un uomo. Ma hanno fatto un lavoro così efficiente che non
sei riuscito a vincerla.
“Ebbene…” Gli accostò le labbra morbide all’orecchio e sussurrò:
“Io spazzerò via la tua paura. Ti condurrò fuori da questa valle di
spavento. No. Non protestare! So che ti sentì ferito nel tuo ego, al
pensiero che una donna capisca la tua paura. Ma non penso male di
te. Anzi, ti ammiro perché sei riuscito a dominarla, in parte. So
quanto coraggio ti è occorso per affrontare il ‘Metro. So che lo fai
fatto per me. Ne sono orgogliosa. Ti amo per questo. E so quanto
coraggio ti è occorso per portarmi qui, quando il minimo errore
basterebbe per portarti alla morte. So che cosa significa tutto questo.
Saperlo è mio dovere, è il mio istinto e la mia natura.
“Su! Bevi con me. Non siamo fuori da queste mure, dove
dovremmo preoccuparci e avere paura. Siamo qui dentro. Lontani da
tutti, tranne che da noi stessi. Bevi. E amami. Io ti amerò, Hal, e non
vedremo il mondo esterno, non ne sentiremo la mancanza. Per il
momento. Dimentica tutto, fra le mie braccia.”
Si baciarono e si strinsero e si dissero le parole che gli amanti si
sono sempre detti.
Tra un bacio e l’altro, Jeannette versò ancora di quel liquore
purpureo, e lo bevvero. Hal non faticò a inghiottirlo. Si accorse che
non era stato il pensiero di bere dell’alcool, a nausearlo: era stato
soltanto l’odore. Quando il suo naso si lasciava ingannare, si lasciava
ingannare anche il suo stomaco. E ogni sorso gli rendeva più facile
inghiottire il successivo.
Vuotò tre bicchieri, poi si alzò, sollevò Jeannette tra le braccia e la
portò nella camera da letto.
Lei gli baciava il collo, e Hal aveva l’impressione che una carica
elettrica si trasmettesse dalle labbra di lei alla sua pelle, fino al
cervello, e poi giù giù, fino al cuore, fino allo stomaco, fino alle
piante dei piedi che, stranamente, erano diventati di ghiaccio. Certo,
tenerla fra le braccia non gli metteva addosso la voglia di fuggire,
come quando doveva compiere il suo dovere verso Mary e verso la
Stiesa.
Eppure, anche in quell’estasi, c’era in lui un nucleo di rifiuto. Era
minuscolo ma esisteva, buio al centro delle fiamme. Non riusciva a
dimenticare completamente se stesso, e dubitava, chiedendosi se
sarebbe rimasto paralizzato come gli era capitato talvolta, quando si
era disteso sul letto, al buio, e aveva teso le mani verso Mary.
E c’era anche il seme nero del panico, gettato dal dubbio. Se si
fosse lasciato paralizzare, si sarebbe ucciso. Sarebbe stato finito, per
sempre.
Eppure, si disse, non doveva accadere, non poteva accadere…
proprio ora, mentre la teneva fra le braccia e la baciava.
La depose sul letto, poi spense la lampada appesa al soffitto. Ma
Jeannette accese la lampada più piccola, sopra il letto.
“Perché?” chiese Hal, ritto ai piedi del letto: il panico cresceva, in
lui, e la passione si spegneva. E nello stesso tempo si chiese come
mai Jeannette era riuscita a spogliarsi così rapidamente, senza che lui
se ne accorgesse.
Lei gli sorrise.
“Ricordi quello che mi hai detto l’altro giorno? Quella frase
stupenda: Dio disse: Sia fatta la luce.”
“Non ne abbiamo bisogno,” rispose Hal.
“Io sì. Io devo vederti, in ogni istante. L’oscurità cancellerebbe
metà del piacere. Voglio vederti, mentre mi ami.”
Alzò le braccia per regolare la lampada, e i suoi seni si
sollevarono, in quel movimento; Hal ne provò una specie di trafittura
dolorosa.
“Ecco. Ora posso vederti in faccia. Specialmente nel momento in
cui capirò veramente che tu mi ami.”
Allungò un piede e gli sfiorò il ginocchio. Pelle contro pelle…
quel contatto lo attirava come se lo stesse attirando verso il suo
destino.
Hal si inginocchiò sul letto, e lei ritirò un poco la gamba, tenendo
sempre il piede contro il ginocchio di lui, come se vi si fosse
radicato.
“Hal, Hal,” mormorò Jeannette. “Che cosa ti hanno fatto? Che
cosa hanno fatto a tutti gli altri? So, da quello che tu mi hai detto, che
sono tutti come te. Che cosa hanno fatto? Hanno sostituito l’odio
all’amore, anche se lo chiamano amore. Hanno fatto di tutti voi degli
uomini per metà, pronti soltanto a rivolgersi contro il nemico. E siete
diventati guerrieri terribili perché siete tanto timidi in amore.”
“Non è vero,” protestò Hal. “Non è vero.”
“Io ti capisco, invece. È vero.”
Jeannette scostò il piede.
“Vieni più vicino,” gli disse. E quando lui si fece più vicino,
sempre inginocchiato, tese le braccia e se lo strinse al seno. “Posa qui
la tua bocca. Ritorna bambino. E io ti educherò in modo da farti
dimenticare il tuo odio… perché tu conosca soltanto l’amore. Perché
tu possa diventare un uomo.”
“Jeannette, Jeannette,” mormorò Hal, con voce rauca. Tese la
mano per spegnere la lampada e disse: “La luce, no.” Ma lei gli
afferrò la mano. “Sì, la luce.” Poi lo lasciò.
“Sta bene, Hal. Spegni la luce. Per un poco. Se devi tornare
nell’oscurità, se devi tornare indietro nel tempo. E poi rinascerai…
per un poco. E allora, accenderemo la luce.”
“No! Lasciala accesa!” scattò Hal. “Non sono nel grembo di mia
madre! Non voglio ritornarvi. Non ne ho bisogno. E ti conquisterò
come un esercito conquista una città.”
“Non devi essere un soldato, Hal, ma un amante. Devi amarmi,
non violentarmi. Non puoi conquistarmi, perché io ti conquisterò.”
Lo strinse dolcemente tra le braccia, lo tenne avvinto, Hal si sentì
percorso da una scossa elettrica, paragonabile a quella che aveva
provato quando lei l’aveva baciato sul collo: ma era simile soltanto
come sensazione, non come intensità.
Le nascose il volto contro la spalla, ma lei gli posò le mani sul
petto e, con forza sorprendente, glielo sollevò.
“No. Devo vederti in faccia. Perché voglio vederti perduto in me.”
E Jeannette tenne gli occhi aperti, come se cercasse di imprimersi
per sempre nella mente il volto del suo amante.
Hal non ne fu sconcertato, perché non avrebbe fatto caso neppure
all’arci-urelita, se fosse venuto a bussare alla porta. Ma, senza
pensarci, notò che le pupille degli occhi di lei si erano contratte fino a
divenire minuscole, come due punte di spillo.
16.

Nell’Unione Haijac, gli alcoolizzati non venivano guariti:


venivano spediti all’I. Quindi non erano state realizzate terapie
chimiche o psichiche.
Hal, il cui desiderio di eliminare quella debolezza di Jeannette era
frustrato da questo fatto, andò a chiedere il rimedio proprio al popolo
che le aveva causato la malattia. Ma finse che la cura fosse per lui.
“Su Ozagen tutti si ubriacano,” rispose Fobo, “ma non è una cosa
grave. I nostri alcoolizzati, che sono pochissimi, vengono riportati
alla normalità attraverso cure empatiche, naturalmente con l’aiuto
della medicina. Perché non vuoi che ti empatizzi?”
“Mi dispiace. Il mio governo lo proibisce.”
Si era servito dello stesso pretesto per non invitare il wog nel suo
appartamento.
“Hal un governo specializzato in proibizioni,” disse Fobo, e si
lanciò in una delle sue lunghe risate ululanti. Quando si fu
ricomposto, aggiunse: “Anche bere liquori ti è proibito, ma non è
bastato a trattenerti. Be’, è impossibile cercare di spiegare certe
assurdità. Ma, parlando seriamente, ho quello che fa per te. Si chiama
Dolcesplendore. Noi lo versiamo nella razione quotidiana di liquore,
aumentando lentamente la percentuale di Dolcesplendore e
diminuendo l’alcool. Dopo due o tre settimane, il paziente beve un
liquido che è per il novantasei per cento Dolcesplendore. Il gusto è
identico, ed è difficile che il paziente sospetti qualcosa. Una cura
continua libera il malato dalla sua schiavitù dell’alcool. C’è soltanto
uno svantaggio.”
Fobo fece una pausa, poi aggiunse: “Il paziente si è assuefatto al
Dolcesplendore!”
Si batté la mano sulla coscia, scosse il capo fino a fare vibrare il
lungo naso cartilaginoso, e rise fino a che gli occhi gli si riempirono
di lacrime.
Quando riuscì a frenare le sue risate e si fu asciugato gli occhi con
un fazzoletto che aveva la forma di una stella marina, osservò:
“In realtà, il Dolcesplendore, consente al paziente di scaricare la
tensione che lo ha spinto a bere. Allora è possibile enfatizzarlo e
nello stesso tempo staccarlo poco a poco dallo stimolante. Poiché
non ho la possibilità di farti bere il Dolcesplendore di nascosto, ne
deduco che tu ci tieni veramente a guarire. Quando sarai pronto per
la terapia, fammelo sapere.”
Hal portò la bottiglia nel suo appartamento. Ogni giorno, ne
versava un po’ del contenuto nel succodiblatta che acquistava per
Jeannette. E sperava di essere uno psicologo abbastanza discreto per
poterla guarire, quando il Dolcesplendore avrebbe fatto il suo effetto.
Benché se ne rendesse conto, anche lui veniva “curato” da Fobo.
Le sue conversazioni quasi quotidiane con l’empatista gli instillavano
dubbi sulla religione e sulla scienza degli haijac.
Fobo lesse le biografie di Isaac Sigmen e le Opere: la Pre-Torah,
il Talmud Occidentale, le Scritture Rivedute, I fondamenti del
serialismo, Tempo e teologia, L’io e la linea del mondo. Seduto
serenamente a tavola con un bicchiere di succodiblatta in una mano,
il wog sfidava la matematica dei dunnologi. Hal provava una verità;
Fobo la smantellava. Gli faceva osservare che quella matematica era
basata soprattutto su falsi assunti; che il ragionamento di Dunne e di
Sigmen era puntellato da troppe false analogie, metafore e
interpretazioni forzate. Bastava togliere i puntelli, e l’intera struttura
precipitava.
“Inoltre,” diceva Fobo, “concedimi e permettimi di additarti
un’altra delle tante contraddizioni caratteristiche della vostra
teologia. Voi sigmeniti credete che ogni persona sia responsabile di
tutto ciò che le capita, che se succede qualcosa si debba accusare
soltanto noi stessi. Se tu, Hal Yarrow, incespichi su un giocattolo
lasciato in giro da un bambino spensierato — un bambino felice,
senza responsabilità! — e ti sbucci un gomito, lo fai perché in realtà
volevi farti del male. Se rimani gravemente ferito in un “incidente“,
non è stato un incidente: sei stato tu che hai accondisceso ad
attualizzare una potenzialità. Altrimenti, avresti concordato con il tuo
io di non lasciarti coinvolgere nell’incidente, e avresti attualizzato un
futuro diverso.
“Se commetti un reato, sei tu che vuoi commetterlo. Se ti
prendono, non avviene perché sei stato stupido nel commettere quel
reato o perché gli uzziti sono più abili o perché le circostanze ti
hanno fatto cadere nelle loro mani. No, questo avviene perché tu
volevi farti prendere: in un modo o nell’altro, tu controllavi le
circostanze.
“Se muori, muori perché vuoi morire, non perché qualcuno ti ha
puntato contro una pistola e ha premuto il grilletto. Muori perché
volevi intercettare quella pallottola; eri d’accordo con il tuo uccisore.
“Naturalmente questa filosofia, questa fede, è molto shib per la
Stiesa perché solleva da ogni responsabilità i suoi funzionari, se
debbono punirti o giustiziarti o tormentarti ingiustamente o prendersi
libertà incivili ai tuoi danni. È evidente che se tu non volessi venir
punito o giustiziato o tormentato o trattato in modo ingiusto, tu non
lo permetteresti.
“Naturalmente, se non concordi con la Stiesa o cerchi di sfidarla,
lo fai perché cerchi di realizzare uno pseudofuturo condannato dalla
Stiesa. Tu, l’individuo, non puoi vincere.
“Eppure ascoltami bene: tu credi anche di essere dotato di un
totale libero arbitrio, della capacità di determinare il futuro. Ma il
futuro è stato determinato perché Sigmen ha viaggiato nel tempo e lo
ha organizzato a modo suo. Il fratello di Sigmen, Jude Changer, può
alterare temporaneamente il futuro e il passato, ma alla fine Sigmen
ristabilirà l’equilibrio. Permettimi di farti una domanda: come puoi
determinare il futuro, quando il futuro è stato determinato e previsto
da Sigmen? Può essere esatta una di queste due affermazioni… ma
non entrambe.”
“Ecco.” diceva Hal, con il viso infuocato, il petto oppresso da un
peso enorme, le mani che gli tremavano. “Anch’io ho pensato la
stessa domanda.”
“E l’hai rivolta a qualcuno?”
“No,” rispondeva Hal, che si sentiva ormai in trappola. “Eravamo
autorizzati a fare domande, naturalmente, ai nostri insegnanti. Ma
questa domanda non figurava sull’elenco.”
“Vuoi dirmi che c’erano delle domande già preparate e che dovevi
limitarti a quelle?”
“Certo, e perché no?” scattava irritato Hal. “Quelle domande
erano state preparate per il nostro bene. La Stiesa sapeva, grazie alla
sua lunga esperienza, quali domande avrebbero fatto gli studenti,
perciò le ha elencate, per i meno intelligenti.”
“I meno intelligenti è la definizione esatta,” diceva Fobo. “E
immagino che le domande che non figuravano sull’elenco fossero
considerate troppo pericolose, suscettibili di provocare pensieri
irreali?”
Hal annuiva, avvilito.
Fobo continuava quella sua implacabile dissezione. E la cosa
peggiore era ciò che diceva subito dopo, perché le sue parole erano
un attacco personale contro la stessa sacrosanta persona di Sigmen.
Fobo diceva che le biografie e gli scritti teologici del Precursore lo
rivelavano, agli occhi di un lettore obiettivo, come un uomo
misogino e sessualmente frigido, con un complesso messianico e
tendenze paranoiche e schizofreniche che di tanto in tanto
prorompevano dalla sua gelida corazza sotto forma di frenesie e di
fantasie religiose-scientifiche.
“Altri uomini,” diceva Fobo, “devono avere impresso la propria
personalità e le proprie idee sui loro tempi. Ma Sigmen aveva un
vantaggio sui grandi condottieri spirituali che lo avevano preceduto.
Grazie ai sieri di ringiovanimento della Terra, visse abbastanza a
lungo, non soltanto per fondare una società a modo suo, ma per
consolidarla e per eliminarne le debolezze. Morì soltanto dopo che il
cemento della sua struttura sociale si era solidificato.”
“Ma il Precursore non è morto!” protestava Yarrow. “Viaggia nel
tempo. È ancora con noi, viaggia attraverso i campi del presente, e
vola qua e là, ora nel passato, ora nel futuro. Sempre, dovunque la
sua presenza sia necessaria.”
“Ah, sì,” sorrideva Fobo. “È per questa ragione che hai voluto
vedere le rovine, no? Per controllare un affresco, il quale poteva
lasciare supporre che gli umani di Ozagen avevano ricevuto, un
tempo, la visita di un uomo venuto da un’altra stella. Tu pensavi che
forse era il Precursore, no?”
“E lo credo ancora,” ribatteva Hal. “Ma il mio rapporto ha
dimostrato che, sebbene quell’uomo somigliasse in un certo senso a
Sigmen, le prove non erano conclusive. Può darsi che il Precursore
abbia visitato questo pianeta un migliaio d’anni fa, come può darsi di
no.”
“Ma sia come sia, sostengo che le tue tesi sono assurde. Affermi
che le sue profezie si sono avverate. E io ti dico che, in primo luogo
erano formulate in modo ambiguo. In secondo luogo, se si sono
realizzate, questo è accaduto perché il vostro potentissimo stato-
chiesa — da voi definito concisamente Stiesa — ha fatto sforzi
strenui per realizzarle.
“Inoltre, questa vostra società piramidale, questa
amministrazione-angelo-custode… dove ogni venticinque famiglie
c’è un gapt che sovrintende ai particolari più minuziosi e più intimi,
dove ogni venticinque gapt c’è un gapt sovrintendente, dove per ogni
cinquanta gapt sovrintendenti c’è un gapt supervisore e così via…
questa società è fondata sulla paura, sull’ignoranza e sulla
repressione.”
Scosso, incollerito, scandalizzato, Hal — a questo punto — si
alzava per andarsene. Fobo lo richiamava e gli chiedeva di
smantellare le sue affermazioni. Hal si abbandonava a una crisi di
collera. Qualche volta, quando aveva finito, veniva invitato a sedersi
e a continuare la discussione. Qualche volta era Fobo a perdere la
calma; e allora gridavano, si scambiavano insulti; due volte fecero
persino a pugni; Hal ci guadagnò un pugno sul naso e Fobo un
occhio nero. Poi il wog, piangendo, abbracciava Hal e gli chiedeva
perdono, e allora si sedevano e riprendevano a bere, fino a che i loro
nervi si calmavano.
Hal sapeva che non avrebbe dovuto ascoltare Fobo, non avrebbe
dovuto lasciarsi trascinare in una situazione nella quale era obbligato
ad ascoltare quegli irrealismi.
Ma non riusciva a starne lontano. E, benché odiasse Fobo per ciò
che diceva, traeva da quella amicizia una strana soddisfazione. Non
riusciva a staccarsi da quell’essere la cui lingua tagliava e bruciava
molto più dolorosamente di quanto avesse mai fatto la frusta di
Pornsen.
Hal raccontava a Jeannette quegli incidenti. Lei lo incoraggiava a
riferirglieli minutamente, fino a che lui si era liberato dalla tensione,
dall’angoscia, dall’odio e dal dubbio. Poi, c’era sempre l’amore, un
amore che Hal non avrebbe mai creduto possibile. Per la prima volta,
capiva che l’uomo e la donna potevano diventare una sola carne. Sua
moglie e lui erano sempre rimasti estranei l’un l’altro, ma Jeannette
sapeva come attirarlo entro il proprio cerchio, conosceva la chimica
che poteva mescolare la sostanza di lui alla sua sostanza.
Ma c’erano sempre la luce e il liquore. Però non gli davano più
fastidio. Senza saperlo, Jeannette stava ormai bevendo un liquido
costituito quasi interamente di Dolcesplendore. E Hal si era abituato
alla luce accesa sopra il letto. Era una delle manie di Jeannette. Non
era provocata dalla paura del buio, perché voleva che la lampada
restasse accesa soltanto quando facevano all’amore.
Hal non riusciva a capire. Forse Jeannette voleva imprimere la sua
immagine nella memoria, per averla sempre con sé se avesse dovuto
perderlo. E quindi, tenesse pure la luce accesa.
E, in quel chiarore, Hal esplorava il corpo di lei con un interesse
che era in parte sessuale e in parte antropologico. Le piccole diversità
tra Jeannette e le donne terrestri lo sbalordivano e lo estasiavano.
C’era una minuscola appendice di epidermide, sul suo palato, che
poteva essere il rudimento di qualche organo la cui funzione era stata
scartata, ormai da molto tempo, nel corso dell’evoluzione. Jeannette
aveva ventotto denti: i denti del giudizio mancavano. Questa poteva
essere una caratteristica della razza di sua madre: e poteva anche non
esserlo.
Inoltre, Hal sospettava che lei avesse un altro fascio di muscoli
pettorali, o per lo meno, muscoli pettorali straordinariamente
sviluppati. I suoi seni formosi erano saldissimi, alti e lievemente
rivolti verso l’alto: l’ideale della bellezza femminile ritratto tanto di
frequente dagli scultori e dai pittori di tutte le epoche e così raro a
trovarsi in natura.
Non era piacevole soltanto guardarla: era piacevole stare in sua
compagnia. Almeno una volta la settimana, lei lo riceveva
indossando un abito nuovo. Le piaceva cucire; dalle stoffe che Hal le
regalava, ricavava camicette, gonne e abiti interi. E quando cambiava
abito, cambiava anche pettinatura. Era sempre nuova e sempre bella,
e Hal comprese per la prima volta che una cosa bella era una gioia: se
non una gioia eterna, per lo meno una gioia che poteva essere
duratura.
Le sue facoltà imitative erano un altro motivo di gioia per Hal. Era
passata dal suo francese all’americano quasi da un giorno all’altro.
Dopo una settimana, lo parlava più correttamente di lui, e in modo
più espressivo. E conosceva perfettamente anche il siddo: perciò Hal
decise che il modo migliore per impararlo era farsi leggere da lei dei
libri wog.
Hal si sdraiava sul divano, mentre lei prendeva posto su una
poltrona. L’accento e la pronuncia di Jeannette, così perfetti, gli
erano di grande aiuto. E in quel modo risparmiava del tempo, perché
non era obbligato a cercare sul vocabolario ogni parola nuova: ci
pensava Jeannette a tradurla.
A Jeannette piaceva leggere per lui, ma si stancava dei libri aridi e
tecnici che Hal le portava. E poi, benché conoscesse perfettamente il
siddo colloquiale, non conosceva molti termini scientifici. E Hal,
quando la vedeva incespicare o esitare, lasciava che interrompesse la
lettura. Per esempio, non riuscì mai a finire la monumentale opera di
We’enai: Ascesa e declino dell’uomo su Ozagen.
Quella sera, Jeannette cominciò, come al solito, con un piglio
abbastanza coraggioso. La sua voce sommessa e gutturale cercava di
aggiungere un certo interesse a ciò che i suoi occhi leggevano. Finì il
primo capitolo che descriveva la formazione del pianeta e le origini
della vita.
Durante il secondo capitolo, cominciò a sbadigliare apertamente e
a guardare Hal, ma egli chiuse gli occhi e finse di non accorgersene.
E così Jeannette lesse la storia dell’ascesa dei wog, da un pre-
artropodo che aveva cambiato idea e aveva deciso di diventare un
cordato. We’enai scherzava pesantemente su ciò che era accaduto ai
wog dopo quel giorno fatale, e poi, nel terzo capitolo, cominciava a
narrare la storia dell’evoluzione dei mammiferi sul grande continente
di Ozagen, evoluzione che era culminata nell’uomo.
Jeannette lesse:
“Ma l’uomo, come noi, aveva i suoi parassiti mimetici. Uno di
questi era una specie diversa della così detta blatta delle taverne.
Come il suo corrispondente, non poteva ingannare una persona
intelligente, ma il suo dono, la capacità di produrre l’alcool, la
rendeva accettabile all’uomo. Anche questo parassita accompagnò il
suo ospite fino dai tempi primitivi, divenne parte integrante della sua
civiltà e, alla fine, fu una delle cause principali del declino
dell’uomo.
“La scomparsa dell’umanità dalla faccia di Ozagen non è dovuta
soltanto alla blatta delle taverne. È possibile controllare questa
creatura. Come molte altre cose, è possibile abusarne o distorcerne la
funzione fino al punto di trasformarla in una minaccia.
“E fu precisamente ciò che fece l’uomo.
“Bisognava osservare che, nell’abusare di questo insetto, l’uomo
disponeva di un alleato. Un altro parassita, di una specie
notevolmente diversa; un parassita che, in un certo senso, era nostro
cugino.
“C’era una cosa, tuttavia, che lo distingueva da noi e dall’uomo, e
da tutti gli animali di questo pianeta, con la sola eccezione di poche
specie inferiori. Fino dai tempi a cui risalgono i primi fossili, era
infatti completamente…”
Jeannette depose il libro.
“Non conosco la parola che segue. Hal, devo proprio leggere
questa roba? È tanto noiosa.”
“No. Lascia stare. Leggimi uno di quei fumetti che piacciono
tanto a te e ai marinai della Gabriel.”
Lei sorrise — e fu uno spettacolo splendido — poi cominciò a
leggere la 1037a puntata del 56° libro di Le avventure di Leff
Magnus, Diletto Discepolo del Precursore, quando incontrò l’Orrore
venuto da Arcturus.
Hal ascoltò i suoi sforzi di tradurre l’americano nel wog dialettale,
fino a quando si stancò della banalità del fumetto e la attirò a sé.
Come sempre, la luce rimase accesa.
Eppure tra loro c’erano incomprensioni, divergenze, conflitti.
Jeannette non era né una marionetta né una schiava. Quando
qualcosa che Hal diceva o faceva non le andava a genio, non esitava
a farglielo osservare. E, se lui rispondeva con sarcasmo o con
violenza, rischiava di sentirsi aggredire con parole energiche e
risentite.
Poco tempo dopo aver nascosto Jeannette nel suo puka Hal tornò a
casa, dopo una lunga giornata di lavoro trascorsa a bordo della nave,
con la faccia ispida.
Dopo averlo baciato, Jeannette lo guardò male.
“Mi dà fastidio. Sembri una lima. Vado a prenderti la crema, e ti
toglierò io quella peluria dalla faccia.”
“No!” rispose lui.
“Perché no?” ribatté Jeannette, avviandosi verso l’innominabile.
“Mi piace fare queste cose, per te. E mi piace soprattutto darmi da
fare perché tu abbia un bell’aspetto.”
Ritornò reggendo il vasetto del depilatore.
“Adesso siedi, e ci penserò io. Potrai pensare a quanto ti amo
mentre ti toglierò dalla faccia quegli orribili peli.”
“Non capisci, Jeannette. Non posso radermi. Adesso sono un
lamechiano, e i lamechiani devono portare la barba.”
Lei si fermò di colpo.
“Devi!” chiese. “Vuoi dire che questa è la legge, e che saresti un
criminale se non lo facessi?”
“No, non esattamente,” rispose lui. “Neppure il Precursore ne
parla, e non è mai stata approvata una legge che lo rendesse
obbligatorio. Ma… questa è l’usanza. Ed è un segno d’onore, perché
soltanto un uomo degno di portare una lamech è autorizzato a farsi
crescere la barba.”
“E cosa accadrebbe se un non lamechiano se la facesse crescere?”
“Non lo so,” rispose Hal, con voce dalla quale trapelava
l’irritazione. “Non è mai successo. Nessuno penserebbe di farsi
crescere la barba se non fosse qualificato a farlo. È… è una di quelle
cose che si accettano per scontate. Una cosa alla quale soltanto un
estraneo potrebbe pensare.”
“Ma una barba è così brutta,” disse lei. “E mi graffia il viso.
Preferirei baciare un mucchio di molle del letto.”
“E allora,” fece Hal, incollerito, “dovrai imparare a baciare le
molle del letto o dovrai imparare a rinunciare ai baci. Perché io devo
farmi crescere la barba!”
“Ascoltami,” disse lei, avvicinandoglisi. “Non devi farlo! A che
serve essere un lamechiano se non sei più libero di prima, se devi
fare quello che gli altri pretendono da te? Perché non puoi ignorare
questa usanza?”
Hal cominciò a sentirsi in preda al futuro e al panico. Panico,
perché avrebbe potuto allontanarla da sé, indurla ad andarsene, e
perché sapeva che se le avesse ceduto sarebbe stato guardato con
sospetto dai lamechiani della Gabriel.
Di conseguenza, l’accusò di essere una stupida. Lei replicò con
altrettanto calore e altrettanta durezza. Litigarono; passò quasi metà
della notte prima che lei facesse il primo passo verso la
riconciliazione. E poi, venne l’alba prima che avessero finito di
dimostrarsi l’un l’altra che si amavano.
Alla mattina, Hal si rase. Per tre giorni, a bordo della Gabriel non
successe nulla, nessuno fece osservazioni, e Hal attribuì
all’immaginazione le strane occhiate che vedeva… o credeva di
vedere. Alla fine, cominciò a pensare che nessuno se ne era accorto:
o forse, erano tutti così indaffarati che non si prendevano il disturbo
di fare commenti. Cominciò persino a chiedersi se era possibile
liberarsi impunemente di altre seccature collegate alla sua posizione
di lamechiano.
Poi, al mattino del quarto giorno, fu chiamato nell’ufficio di
Macneff.
Trovò il Sandalphon seduto dietro la scrivania e occupato ad
accarezzarsi la barba. Macneff lo fissò a lungo, con i suoi occhi
celesti, prima di rispondere al suo saluto.
“Forse, Yarrow,” disse, “sei stato troppo occupato nelle tue
ricerche tra i wog per pensare ad altre cose. È vero che viviamo in un
ambiente anormale, qui, e che concentriamo tutti i nostri pensieri sul
giorno in cui daremo l’avvio al nostro progetto.
“Devi sapere, senza dubbio, che come lamechiano tu hai non
soltanto dei privilegi ma anche delle responsabilità.”
“Shib, abba.”
Macneff si girò di scatto verso Hal, gli puntò contro un dito lungo
e ossuto.
“E allora, perché non ti fai crescere la barba?” chiese, con forza,
guardandolo corrucciato.
Hal si sentì gelare, come gli era accaduto tante volte, quando era
bambino e il suo gapt, Pornsen, faceva la stessa manovra. E provò la
stessa confusione mentale. “Io… io…”
“Non dobbiamo limitarci a lottare per conseguire la lamech:
dobbiamo sforzarci di continuare ad esserne degni. La purezza,
soltanto la purezza ci permetterà di riuscire: lo sforzo inesausto per
raggiungere la purezza!”
“Domando perdono, abba,” disse Hal, con voce tremante. “Ma io
compio sforzi inesausti per raggiungere la purezza.”
Osò guardare il Sandalphon negli occhi, mentre pronunciava
quelle parole, anche se non capiva da dove attingeva il coraggio.
Mentire in modo così oltraggioso, lui che viveva nell’irrealtà,
mentire in presenza del grande, del puro Sandalphon!
“Comunque,” continuò Hal, “non sapevo che radermi avesse a che
vedere con la mia purezza. Non c’è nulla, nel Talmud Occidentale o
negli altri libri del Precursore, a proposito della realtà o dell’irrealtà
della barba.”
“Pretendi di insegnarmi ciò che c’è nelle Scritture?” urlò Macneff.
“No, naturalmente no. Ma ciò che ho detto è vero, non è forse
così?”Macneff riprese a camminare.
“Dobbiamo essere puri, dobbiamo essere puri,” disse. “E basta il
minimo accenno di pseudofuturo, il minimo allontanamento dalla
realtà per insozzarci. Sì, è vero, Sigmen non ha detto mai nulla a
questo proposito. Ma da molto tempo ormai è universalmente
riconosciuto che soltanto i puri sono degni di emulare il Precursore
facendosi crescere la barba. Perciò, per essere puri, dobbiamo anche
avere un aspetto puro.”
“Sono completamente d’accordo con lei,” disse Hal. Cominciava
a trovare dentro di sé un coraggio, una fermezza nuova.
All’improvviso aveva pensato che si sentiva così scosso perché stava
reagendo al cospetto di Macneff come aveva sempre reagito davanti
a Pornsen. Ma Pornsen era morto, sconfitto, e le sue ceneri erano
state gettate al vento. Ed era stato lui stesso, Hal, che le aveva sparse,
dopo la cerimonia.
“In circostanze ordinarie, mi sarei fatto crescere la barba,” disse.
“Ma io vivo in mezzo ai wog, adesso, per svolgere un’attività di
spionaggio più efficiente, oltre che per condurre le mie ricerche. E ho
scoperto che i wog considerano la barba un’abominazione: lei sa
bene che i wog non hanno barba. Non capiscono perché ce la
facciamo crescere, se disponiamo dei mezzi per asportarla. E si
sentono impacciati e disgustati alla presenza di un uomo barbuto.
Non posso conquistare la loro fiducia, se mi faccio crescere la barba.
“Comunque, intendo farmela crescere nel momento in cui il
progetto avrà inizio.”
“Uhm,” disse Macneff. “Può darsi che tu abbia ragione. In fin dei
conti, queste sono circostanze insolite. Ma perché non me lo avevi
detto?”
“Lei è così occupato, dal mattino alla sera, che non volevo
disturbarla,” disse Hal. Si stava chiedendo se Macneff si sarebbe
preso il disturbo di controllare la veridicità della sua affermazione.
Perché i wog non avevano mai detto nulla, per quanto riguardava la
barba. Aveva inventato quella scusa ricordando di avere letto su un
libro delle reazioni iniziali degli amerindi di fronte alle barbe degli
uomini bianchi.
Macneff lo congedò, dopo aver insistito sull’importanza di
mantenersi puri.
E Hal, tremando per la reazione, ritornò a casa. Bevve qualcosa
per calmarsi, poi bevve ancora per prepararsi a cenare con Jeannette.
Aveva scoperto che se beveva abbastanza riusciva a superare il
disgusto che gli ispirava il vedere il cibo che entrava in una bocca
scoperta.
In un certo senso, quel rimedio non fu molto opportuno, perché gli
impedì di proseguire le sue ricerche linguistiche. Cominciò a
rimanere in arretrato con i suoi, rapporti.
Ma, d’altra parte, lui e Jeannette erano felici.
17.

Un giorno, ritornando a casa dal mercato con una grossa cassetta


di viveri, Yarrow disse:
“Hal veramente divorato le nostre provviste, in questi ultimi
tempi. Per caso, non starai mangiando per due. O magari per tre?”
Jeannette impallidì.
“Maw chool Sai quello che stai dicendo?”Hal posò la cassetta
sulla tavola e l’afferrò per le spalle. “Shib. Certo che lo so. Jeannette,
ci sto pensando da molto tempo, ma non ho mai detto niente. Non
volevo preoccuparti. Dimmi, sei…?”Lei lo guardò diritto negli occhi,
ma stava tremando. “Oh, no. È impossibile!”
“E perché dovrebbe essere impossibile? Non abbiamo usato
contraccettivi.”
“Fi. Ma io so — e non chiedermi come lo so — che non può
essere. Ma non devi mai dire una cosa del genere. Neppure per
scherzo. Non lo sopporto.”
Hal l’attirò a sé.
“Perché non puoi? Perché sai che non potrai mai aver
figli?”Jeannette annuì, scuotendo i capelli folti, lievemente
profumati. “Lo so. E non chiedermi perché lo so.” Hal la scostò un
poco da sé.
“Ascolta, Jeannette. Te lo dirò io che cosa ti turba. Tu ed io
apparteniamo a due specie diverse. Ma questo era vero anche per tuo
padre e per tua madre. Eppure ebbero dei figli. Comunque, forse sai
che l’asino e la cavalla possono avere dei figli, ma la mula è sterile. Il
leone e la tigre possono avere figli, ma questi sono sterili. Non è
così? Tu hai paura di essere una mula!”
Lei gli poggiò la testa sul petto, e le sue lacrime gli caddero sulla
camicia.
“Cerchiamo di essere realistici, tesoro,” disse Hal. “Forse sei
sterile. E con questo? Il Precursore sa se la nostra situazione non è
già abbastanza difficile anche senza la complicazione rappresentata
da un figlio. Sarebbe una fortuna se tu fossi sterile… ehm… ecco, io
ho te e tu hai me, non è così? E a me basta avere te.”
Hal non poté trattenersi dal riflettere, mentre le asciugava le
lacrime e la baciava e l’aiutava a riporre le provviste nel frigorifero.
La quantità di cibo e di latte che Jeannette consumava erano
superiori al normale: specialmente il latte. Ma la sua figura superba
non mostrava il minimo cambiamento. E non poteva mangiare tanto
senza risentirne. Passò un mese. Hal l’osservava attentamente.
Jeannette mangiava quantitativi enormi di cibo. E non succedeva
nulla.
Yarrow attribuì quel fenomeno alla propria ignoranza circa il
metabolismo di lei.
Passò un altro mese. Hal stava uscendo dalla biblioteca della nave
quanto Turnboy, lo storico sorco, lo fermò.
“Si dice che i tecnici siano finalmente riusciti a ottenere la
molecola che attacca la globulina,” disse lo storico. “Credo che
questa volta sia una voce fondata. Hanno convocato una conferenza,
per le quindici.”
“Shib.” Hal riuscì a nascondere la propria disperazione.
Quando la riunione finì, alle sedici e trenta, Hal era affranto. Si
stava già producendo il virus. In una settimana, ve ne sarebbe stato
un quantitativo sufficiente per riempire i disseminatori di sei missili.
Il piano stabiliva di spargere il virus per uccidere gli abitanti della
città di Siddo. I missili avrebbero volato in spirali il cui raggio si
sarebbe via via allargato, fino a coprire un territorio vastissimo. E
poi, quando i missili sarebbero ritornati per fare di nuovo il pieno e
sarebbero ripartiti, tutti i wog del pianeta sarebbero morti…
Quando ritornò a casa, trovò Jeannette a letto: i suoi capelli
formavano un’aureola nera sul cuscino. Lei gli sorrise debolmente.
Hal dimenticò il proprio malumore, in un brivido di
preoccupazione. “Che succede, Jeannette?”
Le posò una mano sulla fronte. La pelle era arida, scottante.
“Non so. Sono due settimane che non mi sento bene, ma non mi
sono mai lamentata. Pensavo che sarebbe passata. Ma oggi stavo così
male che ho dovuto tornare a letto subito dopo colazione.”
“Ti guariremo, vedrai.”
Lo disse in tono fiducioso. Ma si sentiva perduto. Se Jeannette
aveva contratto una malattia grave, non avrebbe potuto assicurarle né
medici, né medicine.
Jeannette rimase a letto anche i giorni seguenti. La sua
temperatura fluttuava da 37,5 gradi alla mattina a 37,8 la sera. Hal la
curava come poteva. Le metteva sul capo asciugamani bagnati e
borse di ghiaccio e le dava dell’aspirina. Jeannette aveva smesso di
mangiare tutto quel cibo: voleva soltanto da bere. Chiedeva sempre
del latte. Rifiutava persino il succodiblatta e le sigarette.
La malattia di Jeannette era già abbastanza grave, ma i suoi silenzi
rendevano frenetico Hal. Da quando la conosceva, l’aveva sempre
sentita chiacchierare gaiamente. Era capace di tacere, ma in un
silenzio attento e interessato. Adesso lo lasciava parlare e, quando lui
smetteva, lei non colmava il silenzio con domande né commenti.
Per scuoterla un po’, le parlò del suo progetto di impadronirsi di
una scialuppa e di ricondurla nella giungla in cui era nata. Una luce si
accese in quegli occhi divenuti opachi. Si levò persino a sedere
quando lui le spiegò davanti una pianta del continente. Jeannette
indicò la zona dove aveva vissuto, poi descrisse la catena montuosa
che si levava dalla giungla tropicale, e l’altopiano dove le sue zie e le
sue sorelle vivevano tra le rovine di un’antica metropoli.
Hal sedette davanti al tavolino esagonale ai piedi del letto e
calcolò le coordinate. Ogni tanto alzava lo sguardo.
Jeannette era distesa su un fianco; la spalla candida e delicata
spuntava dalla camicia da notte e i suoi occhi erano immensi
nell’ombra che li cerchiava.
“Devo soltanto rubare una piccola chiave,” disse Hal. “Vedi,
l’indicatore di una scialuppa viene portato a zero prima di ogni
partenza dal campo. La scialuppa percorre cinquanta chilometri, e
viene guidata a mano. Ma, quando il nastro indicatore ha superato i
cinquanta chilometri, la scialuppa si ferma automaticamente ed
emette un segnale. Questo serve per prevenire le fughe. Comunque, è
possibile aprire il congegno automatico e interrompere il segnale.
Basta una piccola chiave. Io posso procurarmela. Non devi
preoccuparti.”
“Devi amarmi molto.”
“Sei veramente shib!”
Si alzò e la baciò. La bocca di lei, un tempo così morbida e
rugiadosa, era arida e dura. Sembrava che la pelle si stesse
trasformando in una sostanza cornea.
Hal ritornò ai suoi calcoli. Un’ora più tardi, un sospiro di
Jeannette gli fece alzare gli occhi. Aveva gli occhi chiusi, le labbra
semiaperte. E il suo viso era madido di sudore.
Hal sperò che la febbre fosse caduta. No. Il termometro segnava
38 gradi.
Jeannette disse qualcosa. Hal si chinò. “Cosa?”
Lei stava mormorando in una lingua sconosciuta, la lingua del
popolo di sua madre. Stava delirando.
Hal imprecò. Doveva fare qualcosa. A qualsiasi costo. Corse in
bagno, prese da una boccetta una compressa di dieci grani, tornò e
sollevò Jeannette. Riuscì, faticosamente, a farle inghiottire la pillola
con un bicchiere d’acqua.
Chiuse a chiave la porta della camera da letto, indossò cappuccio
e manto e si diresse verso la più vicina farmacia wog. Acquistò degli
aghi ipodermici, tre siringhe, e un po’ di anticoagulante.
Quando fu rientrato nell’appartamento, cercò di infilare l’ago
nella vena del braccio di Jeannette. La punta non penetrò se non al
quarto tentativo.
Lei non aprì gli occhi, non mosse neppure il braccio.
Quando le prime gocce di liquido fluirono nella siringa, sospirò di
sollievo. Senza saperlo, aveva continuato a mordersi le labbra e a
trattenere il respiro. All’improvviso, capì che durante quell’ultimo
mese aveva cercato di reprimere un sospetto orribile. Ora si rendeva
conto che si era trattato di un sospetto ridicolo.
Il sangue di Jeannette era rosso.
Cercò di svegliarla: aveva bisogno di un campione di urina. Lei
torse la bocca, pronunciando bizzarre sillabe, poi ricadde nel
sonno… o nel coma, Hal non capiva.
Nell’angoscia della disperazione, la schiaffeggiò, continuò a
schiaffeggiarla, sperando di riuscire a destarla. E ricominciò a
imprecare, per ché all’improvviso comprese che avrebbe dovuto
prelevare il campione prima di darle la medicina. Che stupido era
stato! Non riusciva a pensare con lucidità; era troppo agitato, per la
malattia di Jeannette e per ciò che doveva fare a bordo della nave.
Preparò un po’ di caffè fortissimo e riuscì a fargliene inghiottire
una parte. Il resto le gocciolò lungo il mento e macchiò la camicia da
notte.
Forse fu la caffeina, forse fu la sua voce disperata, comunque
Jeannette aprì gli occhi per guardarlo, mentre lui le diceva ciò che
doveva fare e dove doveva andare. Quando ebbe prelevato l’urina in
un barattolo sterilizzato, avvolse le siringhe e il barattolo in un
fazzoletto e le mise nella tasca del manto.
Aveva chiamato la Gabriel, attraverso il telefono da polso, perché
gli mandassero una scialuppa. Udi il suono di un claxon. Lanciò
un’altra occhiata a Jeannette, chiuse a chiave la porta della camera da
letto e scese le scale correndo.
La scialuppa era ferma accanto al marciapiede. Salì, sedette, e
premette il pulsante di avviamento. La scialuppa si levò a una quota
di trecento metri, poi saettò, descrivendo un angolo di undici gradi,
verso il parco dove era l’astronave.
La sezione medica era deserta; c’era soltanto un inserviente, che
lasciò cadere il giornale a fumetti e balzò in piedi.
“Calma,” disse Hal. “Voglio soltanto servirmi del laboratorio. E
non voglio perdere tempo con moduli in duplice o triplice copia. È
una questione personale, capisci?”
Hal si era tolto il manto, perché l'inserviente potesse vedere la
fulgida lamech dorata.
“Shib,” grugni l’inserviente.
Hal gli diede due sigarette.
“Oh, grazie!”L’inserviente ne accese una, sedette, e riprese a
leggere Il Precursore e Dalila nella Malvagia Città di Gaza.
Yarrow andò in quella parte del laboratorio dove l’inserviente non
avrebbe potuto vederlo, e cominciò a regolare i quadranti. Inserì i
campioni e sedette. Pochi secondi dopo balzò in piedi e cominciò a
camminare nervosamente avanti e indietro. Il cubo gigantesco del
Laboratorio Tecnico faceva le fusa come un gatto contento, mentre
digeriva il suo strano cibo.
Mezz’ora più tardi emise un rombo, poi si accese una luce verde,
analisi completata.
Hal premette un pulsante. Come una lingua che sputasse da una
bocca metallica, uscì una striscia di carta. Hal lesse. L’urina era
normale. Nessuna infezione. Anche il numero del globuli rossi era
normale, e così pure il pH.
Hal non aveva avuto la certezza che l’occhio avrebbe riconosciuto
i globuli del sangue di Jeannette. Tuttavia, era molto probabile che
somigliassero a quelli di una terrestre. E perché no? L’evoluzione,
anche su pianeti separati da anni-luce, seguiva sentieri paralleli; il
disco biconcavo è la forma più efficiente per trasportare il
quantitativo massimo di ossigeno.
La macchina ticchettò. Un ormone sconosciuto! Simile per
struttura molecolare all’ormone paratiroidale, cui spettava soprattutto
il compito di controllare il metabolismo del calcio.
Che cosa significava? Forse quella sostanza misteriosa, nel sangue
di Jeannette, era la causa della sua misteriosa malattia?
Altri ticchettii. Il contenuto di calcio del sangue era di 40
milligrammi per cento.
Strano. Una percentuale così anormalmente elevata doveva
significare che la soglia renale era stata superata, e che parte del
calcio eccessivo avrebbe dovuto riversarsi nell’urina. E dove finiva,
invece?
Il Laboratorio Tecnico fece lampeggiare una luce rossa: finito.
Hal prese dallo scaffale un testo di ematologia e lo aprì alla
sezione Ca. Quando smise di leggere, raddrizzò le spalle. C’era una
nuova speranza? Forse. Si sarebbe detto che Jeannette fosse affetta
da una forma di ipercalcemia: si manifestava in molte malattie che
andavano dal rachitismo alla steomalacia, all’artrite cronica
ipertrofica. Qualsiasi fosse la malattia di cui soffriva, derivava da una
disfunzione delle ghiandole para-tiroidi.
Poi Hal passò alla Macchina della Farmacologia. Premette tre
pulsanti, formò un numero, attese per due minuti, poi aprì uno
sportellino. Ne scivolò fuori un vassoio. Sul vassoio c’era una
custodia di plastica in cui stavano un ago ipodermico e una fiala che
conteneva trenta centimetri cubici di un fluido celeste. Era il siero di
Jesper.
Hal indossò il manto, infilò il pacchetto nella tasca interna, e uscì.
L’inserviente non alzò la testa.
Poi, Hal si recò nell’armeria. Presentò al magazziniere un ordine,
in triplice copia, per un’automatica da un millimetro e una serie di
cento cartucce esplosive. Il magazziniere si limitò a dare un’occhiata
alla firma contraffatta (anche lui era messo in soggezione dalla
lamech), e aprì la porta. Hal prese la pistola, che poteva nascondere
senza fatica nel palmo della mano, e l’infilò nella tasca dei calzoni.
Nella sala delle chiavi, due corridoi più in là, ripeté il suo crimine.
O meglio, tentò di ripeterlo.
Mort, l’ufficiale di turno, guardò le carte, esitò e disse:
“Mi dispiace. Ho l’ordine di sottoporre tutte le richieste al capo
uzzita. Ma potrò farlo soltanto fra un’ora. È in conferenza con l’arci-
urielita.”
Hal riprese i fogli.
“Non importa. Posso aspettare. Ritornerò domattina.”
Mentre ritornava a casa, decise quello che avrebbe fatto. Dopo
avere iniettato a Jeannette il siero di Jesper, l’avrebbe portata sulla
scialuppa. Avrebbe dovuto strappare i pannelli sotto il cruscotto,
staccare due fili, collegarne uno a un altro conduttore. In questo
modo, avrebbe eliminato la limitazione di cinquanta miglia.
Purtroppo, avrebbe anche fatto scattare il segnale d’allarme a bordo
della Gabriel Si augurò di poter guidare la scialuppa portandola
prima a una quota altissima, per poi tuffarsi dietro la catena di colline
a occidente di Siddo. Le colline avrebbero impedito l’avvistamento
radar. Avrebbe innestato il pilota automatico per il tempo necessario
a smantellare la scatola segnaletica grazie al quale la Gabriel avrebbe
potuto rintracciarlo.
Poi, poteva sperare di essere al sicuro fino all’alba. E allora si
sarebbe immerso nel lago o nel fiume più vicino fino al tramonto.
Durante la notte, sarebbe ripartito e si sarebbe lanciato verso i tropici.
Se il suo radar avesse mostrato qualche traccia degli inseguitori,
avrebbe potuto tuffarsi in una qualsiasi distesa d’acqua. Per fortuna,
la Gabriel non era attrezzata con apparecchi sonar.
Lasciò la scialuppa accanto alla casa, salì le scale correndo. Ai
primi due tentativi, non riuscì a infilare la chiave. Sbatté la porta
senza neppure curarsi di chiuderla di nuovo.
“Jeannette!” urlò. All’improvviso, temette che lei si fosse alzata,
nel delirio, e fosse riuscita ad aprire le porte, ad andarsene…
Gli rispose un gemito sommesso. Hal aprì la porta della camera da
letto. Jeannette era distesa sul letto, con gli occhi spalancati.
“Jeannette! Ti senti meglio?”
“No! Peggio. Molto peggio.”
“Non ti preoccupare, piccola. Ho qui una medicina che ti ridarà la
vita. Fra un paio d’ore ti metterai a sedere sul letto e reclamerai una
bistecca. E non vorrai neppure toccare quel latte. Berrai il tuo
Dolcesplendore a galloni interi. E allora…”
Hal si interruppe, quando vide la sua espressione. Era una
maschera marmorea di angoscia, come le maschere grottesche e
distorte delle tragedie greche.
“Oh, no… no!” gemette lei. “Che cosa hai detto?
Dolcesplendore?”La voce divenne più acuta. “È quello che mi davi?”
“Shib, Jeannette. Calmati. Ti piaceva. Che importa? L’importante
è che tu…”
“Oh, Hal, Hal! Che cosa hai fatto?”
Il volto doloroso di lei lo straziò. Era inondato di lacrime: se una
pietra poteva piangere…
Hal si girò di scatto, si precipitò in cucina, aprì l’astuccio di
plastica, ne tolse il contenuto, inserì l’ago nella fiala. Poi ritornò in
camera da letto. Jeannette non disse nulla quando le piantò l’ago
nella vena. Per un attimo, Hal temette che l’ago si spezzasse: le pelle
era diventata dura, quasi fragile.
“Questa roba guarisce i terrestri in un batter d’occhio,” disse, con
un tono forzatamente scherzoso.
“Oh, Hal, vieni qui. È troppo tardi, ormai.”
Hal ritirò l’ago, strofinò un po’ d’alcool sulla piccola ferita, la
coprì con un tampone. Poi si inginocchiò accanto al letto e la baciò.
Le labbra di Jeannette erano coriacee.
“Hal, mi ami?”
“Non mi crederai mai, dunque? Quante volte debbo ripeterlo?”“E
non avrà importanza ciò che scoprirai sul mio conto?”“So già tutto di
te.”

“No! Non puoi. Oh, Grande Madre, se te lo avessi detto! Forse mi


avresti amato lo stesso. Forse…”
“Jeannette! Che c’è?”
Lei aveva chiuso le palpebre. Il suo corpo si contrasse in uno
spasmo. Quando quel tremito violento passò, lei sussurrò qualcosa,
con le labbra irrigidite. Hal chinò il capo, per udirla.
“Che cosa hai detto? Jeannette! Parla!”
La scosse. La febbre doveva essere caduta, perché la spalla di lei
era fredda. E dura.
Le parole le uscirono dalle labbra, sommesse, confuse.
“Portami dalle mie zie e dalle mie sorelle. Loro sanno che cosa
fare. Non per me… ma per…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Hal, mi amerai sempre…”
“Sì, sì. Lo sai! E ho da fare cose molto più importanti che parlare
di questo, adesso.”
Se anche Jeannette lo udì, non ne diede alcun segno. Aveva
reclinato il capo. Le palpebre e la bocca erano chiuse, le mani distese
lungo i fianchi, con le palme rivolte verso l’alto. I seni erano
immobili. Se anche Jeannette respirava ancora, il respiro non era
abbastanza profondo per sollevarle il petto.
18.

Hal bussò furiosamente alla porta di Fobo, fino a quando si aprì.


La moglie dell’empatista disse: “Hal, mi hai fatto paura!”“Dov’è
Fobo?”
“È a una riunione dell’università.”
“Devo vederlo immediatamente.”
Abasa gli gridò: “Se è una cosa importante, va’ pure! Tanto, quelle
riunioni lo annoiano!”
Hal scese i gradini a tre per volta, si lanciò verso l’università, che
era vicina. Gli pareva di avere i polmoni in fiamme. Non rallentò il
passo: salì precipitosamente i gradini del palazzo
dell’amministrazione c piombò nella sala delle riunioni.
Quando cercò di parlare, fu costretto a interrompersi e a respirare
ansimando.
Fobo balzò in piedi.
“Che succede?”
“Devi… devi venire… con me… È questione … di vita… o di
morte!”“Scusatemi, signori,” disse Fobo.
I dieci wog annuirono e continuarono la discussione. L’empatico
prese il manto e la calotta con le antenne artificiali e fece strada a
Hal. “Di che si tratta?”
“Ascolta. Devo fidarmi di te. So che non puoi promettermi nulla.
Ma credo che tu non mi consegnerai alla mia gente. Tu sei una
persona reale, Fobo”.
“Veniamo al dunque, amico mio.”
“Ascolta. Voi wog siete progrediti quanto noi in fatto di
endocrinologia. E tu hai un altro vantaggio. Conosci bene Jeannette,
dentro e fuori. Sei stato tu che l’hai esaminata.”
“Jeannette? Oh, Jeannette Rastignac! La lalitha.”
“Sì. L’ho nascosta nel mio appartamento.”
“Lo so.”
“Lo… lo sai! E come?”
“Lasciamo andare.” Il wog posò una mano sulla spalla di Hal. “È
successo qualcosa di grave, altrimenti non saresti venuto da me.”
Quando Hal ebbe finito di spiegargli tutto, erano già arrivati a
casa. Fobo si fermò sulla porta.
“Tanto vale che te lo dica. I tuoi compatrioti sanno che stai
combinando qualcosa. Durante le ultime due settimane, un uomo ha
vissuto in quel palazzo, in fondo alla strada, e ha continuato a spiarti.
Si chiama Hunah Pukui.”
“Un uzzita!”
“Sì. Abita in una stanza a pianterreno, che dà sulla strada. Ha le
finestre buie, ma probabilmente ti sta osservando, in questo
momento.”
“Non ci pensare!” ringhiò Yarrow.
Fobo lo segui nell’appartamento. Toccò la fronte di Jeannette e
cercò di alzarle le palpebre per guardarle gli occhi. Ma le palpebre
non si sollevarono.
“Uhm! La calcificazione dello strato esterno dell’epidermide è
molto avanzata.”
Con una mano tolse il lenzuolo, con l’altra afferrò la camicia da
notte all’altezza della scollatura e strappò il tessuto sottile, che si aprì
e cadde da parte. Jeannette era nuda, silenziosa e pallida e bellissima
come il capolavoro di uno scultore.
Il suo amante lanciò un grido, per quel gesto che gli pareva una
violazione. Ma non disse nulla, perché capiva che Fobo si
comportava da medico. In ogni caso, il wog non avrebbe provato il
minimo interesse sessuale.
Restò a guardare, sbalordito. Fobo batté la punta delle dita sul
ventre piatto di Jeannette, poi vi appoggiò l’orecchio. Quando si
rialzò, scosse il capo.
“Non voglio ingannarti, Hal. Faremo del nostro meglio, ma forse
non basterà. Bisognerà portarla da un chirurgo. Se possiamo
asportare le uova prima che si schiudano, con l’aiuto del siero che le
hai iniettato, potremo invertire l’effetto e salvarla.”
“Le uova?”
“Ti spiegherò più tardi. Coprila. Io andrò di sopra, per telefonare
al dottor Kuto.”
Yarrow avvolse Jeannette in una coperta; poi la spostò, per
coprirla meglio. Era rigida come un manichino. Hal le coprì la faccia.
Quell’espressione impietrita era insopportabile.
Il suo telefono da polso squillò. Automaticamente, allungò l’altra
mano per girare il pulsante, e la ritrasse appena in tempo. Il telefono
continuò a squillare, insistente. Dopo qualche secondo di sofferenza,
Hal decise che, se non avesse risposto, avrebbe ingigantito i sospetti.
“Yarrow!”
“Shib!”
“A rapporto dall’arci-urielita. Ha quindici minuti di tempo.”
“Shib.”
Fobo ritornò.
“Che cosa hai intenzione di fare?” domandò. Hal strinse i denti.
“Tu prendila per le spalle, io la prenderò per i piedi. Irrigidita
com’è, non avremo bisogno di una barella.”
Mentre la portavano giù per le scale, Hal disse:
“Puoi nasconderci, dopo l’operazione, Fobo? Ormai non potremo
più servirci della scialuppa.”
“Non preoccuparti,” rispose il wog, enigmaticamente. “I terrestri
avranno ben altro da fare che inseguirvi.”
Occorsero sessanta secondi per portare Jeannette a bordo della
scialuppa, raggiungere l’ospedale e scaricarla.
“Posiamola a terra un momento,” disse Hal. “Devo regolare la
scialuppa, innestare l’automatico e rimandarla alla Gabriel In questo
modo, per lo meno, non sapranno dove sono.”
“No! Lasciala qui. Dopo ti servirà.”
“Dopo che cosa?”
“Ti spiegherò più tardi. Ah, ecco Kuto.”
Nella sala d’aspetto, Hal camminò avanti e indietro, fumando a
catena una quantità di Serafini Misericordiosi. Fobo era seduto su
una poltrona e si soffregava la testa calva e il folto ciuffo di peluria
dorata.
“Tutto questo avrebbe potuto venire evitato,” disse, a disagio. “Se
avessi saputo che la lalitha viveva con te. Avrei dovuto indovinare
perché volevi il Dolcesplendore. Comunque, soltanto due giorni or
sono ho scoperto che era nel tuo appartamento. Ed ero troppo
occupato con l’Operazione Terrestri per pensare molto a lei.”
“Operazione Terrestri?” chiese Hal. “Che cos’è?”
Le labbra a forma di V si aprirono in un sorriso che rivelò la
lamina cornea.
“Non posso dirtelo, ora, perché i tuoi colleghi della Gabriel
potrebbero venirlo a sapere da te. Comunque, posso dirti senza
pericolo che noi siamo al corrente del vostro piano per diffondere la
molecola mortale antiglobulina nella nostra atmosfera.”
“Un tempo, sarei inorridito, nel sentirmi dire questo,” fece Hal.
“Ma ormai, non ha più importanza.”
“Non vuoi sapere come l’abbiamo scoperto?”
“Sì… credo di sì,” rispose Hal, stordito.
“In primo luogo, voi terrestri commetteste un errore facendoci
leggere i vostri libri di storia. E, quando ci chiedeste campioni di
sangue, destaste i nostri sospetti.”
Fobo si picchiettò l’estremità del naso lunghissimo.
“Naturalmente, non sappiamo leggere il pensiero. Ma, nascoste
sotto questa carne, abbiamo due antenne. Sono molto sensibili.
L’evoluzione non ha smussato il nostro odorato, come invece è
accaduto ai terrestri. Queste antenne ci consentono di osservare,
attraverso l’odore, i cambiamenti più lievi del metabolismo altrui.
Quando uno dei vostri emissari ci chiese di donare qualche campione
di sangue per le vostre ricerche, noi fiutammo… come dire?
un’emanazione furtiva. Ci insospettimmo, e vi demmo il sangue. Ma
era quello di un animale da cortile, che utilizza il rame nei suoi
globuli. Noi wog usiamo il magnesio come elemento portatore di
ossigeno, nelle cellule del nostro sangue.”
“Il vostro virus è inutile!”
“Naturalmente. Certo, con il tempo, imparando a leggere la nostra
scrittura e consultando i nostri libri di testo, avreste scoperto la
verità. Ma io spero e credo che sarà troppo tardi.
“Naturalmente, abbiamo imparato la vostra lingua e la vostra
scrittura prima che voi imparaste le nostre. Così, dopo aver letto i
vostri libri di storia, abbiamo sommato due più due e abbiamo capito
perché volevate il nostro sangue.”
“E come hai scoperto che Jeannette viveva con me?” chiese Hal.
“E posso vederla?”
“Mi dispiace. Devo rispondere no alla tua seconda domanda,”
disse Fobo. “In quanto alla prima, soltanto due giorni fa siamo
riusciti a realizzare un apparecchio d’ascolto abbastanza sensibile per
giustificarne l’installazione nel tuo appartamento. Come tu sai, siamo
molto più progrediti di voi, sotto certi punti di vista.”
“Io frugavo il puka tutti i giorni, e con cura,” disse Hal. “Poi,
quando ho scoperto in quale fase si trovava la vostra elettronica, ho
smesso.”
“E nel frattempo, i nostri scienziati si sono dati da fare,” disse
Fobo. “La visita dei terrestri ci ha indotto a intensificare le ricerche
in molti campi.”
Entrò un’infermiera.
“Telefono, dottore,” disse.
Fobo uscì.
Yarrow ricominciò a camminare avanti e indietro e fumò un’altra
sigaretta. Fobo ritornò dopo un minuto.
“Stiamo per ricevere visite,” annunciò. “Uno dei miei colleghi,
che sta sorvegliando la nave, mi ha avvertito che Macneff e due
uzziti sono partiti a bordo di una scialuppa. Ormai dovrebbero
arrivare all’ospedale da un momento all’altro.”
Yarrow si fermò di colpo, spalancò la bocca.
“Qui? E come l’hanno scoperto?”
“Immagino che dispongano di mezzi che non ti hanno rivelato di
possedere. Non aver paura.”
Hal rimase immobile. La sigaretta dimenticata continuò a bruciare
fino a che gli scottò le dita. La lasciò cadere e la calpestò.
Lungo il corridoio risuonò il rumore di passi.
Entrarono tre uomini. Uno era uno spettro alto e magro…
Macneff, l’arci-urielita. Gli altri erano bassi, robusti, vestiti di nero.
Le loro mani carnose, vuote, erano contratte, pronte ad affondare
nelle tasche. I loro occhi coperti da palpebre pesanti puntarono su
Fobo, poi su Hal.
Macneff avanzò verso il sorco. I suoi occhi celesti scintillavano
minacciosamente; la bocca senza labbra era contratta nel ghigno di
un teschio.
“Innominabile degenerato!” urlò.
Il suo braccio scattò, e la frusta, strappata dalla cintura, sibilò
nell’aria. Sul volto pallido apparvero sottili segni rossi che lasciarono
sgocciolare un po’ di sangue.
“Sarai ricondotto sulla Terra in catene, e verrai esibito come un
esempio del peggior tradimento, della peggiore perversione… e…
e…”
Non riuscì a trovare le parole: la bava gli sgocciolava dalla bocca.
“Tu… tu hai superato l’Elohimetro, tu che dovresti essere così
puro… hai concupito e posseduto un insetto!”
“Che cosa?”
“Sì. Una cosa inferiore a una bestia dei campi! Ciò cui neppure
Mose pensò quando proibì l’unione tra l’uomo e la bestia, ciò che
neppure il Precursore poté indovinare quando riconfermò la legge e
stabilì la pena suprema… tu l’hai fatto! Tu, Hal Yarrow, il puro, il
portatore della lamech!”
Fobo si alzò e disse, con voce profonda:
“Potrei suggerire che non hai specificato esattamente la
classificazione zoologica? Non si tratta della classe degli insetti, ma
della classe dei chordata pseudoartropoda… o qualcosa di simile.”
“Che cosa!” ripeté Hal. Non riusciva a pensare.
“Taci,” grugnì il wog. “Lascia parlare me.”
Si girò di scatto verso Macneff.
“Allora sai tutto di lei?”
“Sei shib, se affermi che la conosco! Yarrow credeva di cavarsela
impunemente. Ma, per quanto siano astuti gli irrealisti, si tradiscono
sempre. Nel suo caso, si è tradito quando ha chiesto a Turnboy
notizie dei francesi che lasciarono la Terra; Turnboy, che è animato
da grande zelo verso la Stiesa, ha riferito la conversazione. Il suo
rapporto è rimasto per molto tempo in mezzo alle mie carte. Quando
l’ho trovato, l’ho consegnato agli psicologi. E questi mi hanno detto
che la domanda del sorco era una deviazione rispetto allo schema di
comportamento che ci si doveva aspettare da lui; assolutamente
irrilevante, a meno che non fosse collegata a qualcosa che non
sapevamo.
“Inoltre, il suo rifiuto di farsi crescere la barba era sufficiente a
destare i nostri sospetti. Gli abbiamo messo un uomo alle costole. E
quell’uomo ha visto Yarrow acquistare viveri in quantità doppia del
normale. E poi, quando voi wog avete preso da noi l’abitudine di
fumare e avete imparato a confezionare le sigarette, Yarrow ha
cominciato ad acquistare il tabacco da voi. La conclusione era ovvia.
Aveva una femmina nel suo appartamento.
“Non potevamo pensare che fosse una femmina wog, perché in
questo caso non si sarebbe nascosta. Perciò, doveva essere umana.
Ma non era possibile che fosse venuta su Ozagen dalla Terra. Era
impossibile che lui l’avesse nascosta a bordo della Gabriel Doveva
essere venuta qui con un’altra nave, o doveva essere una discendente
di un popolo che era giunto fin qui.
“È stata la conversazione di Yarrow con Turnboy che ci ha fornito
il bandolo della matassa. Evidentemente, i francesi erano atterrati
qui, e lei era una loro discendente. Non sapevamo come l’avesse
trovata il sorco. Non aveva importanza. Ma lo scopriremo.”
“Scoprirete anche qualche altra cosa,” disse Fobo, in tono calmo.
“E come avete saputo che non era umana?”
Yarrow mormorò: “Devo sedermi.”
19.

Vacillò, si avviò verso la parete e cadde su una poltrona. Uno


degli uzziti fece per avvicinarsi. Macneff lo fermò con un gesto e
disse:
“Turnboy ha letto la storia dell’uomo di Ozagen. Ha trovato tanti
riferimenti alle lalithe che era inevitabile sospettare che la ragazza
fosse appunto una di loro.
“La settimana scorsa uno dei medici wog, mentre parlava con
Turnboy, ha detto di avere esaminato una lalitha. Più tardi, ha
aggiunto, lei era scappata. Non è stato difficile, per noi, indovinare
dove si nascondeva!”
“Ragazzo mio,” disse Fobo, rivolgendosi a Hal, “non hai letto il
libro di We’enai?”
Hal scosse il capo.
“Avevamo cominciato, ma Jeannette mi ha indotto a smettere.”
“E senza dubbio ha fatto in modo che tu pensassi ad altro… a cose
più piacevoli. Perché no? Quello è lo scopo della loro vita.
“Hal, ti spiegherò tutto. Le lalithe sono l’esempio più elevato di
parassitismo mimetico che si conosca. Inoltre, sono uniche, tra gli
esseri senzienti. Sono uniche in quanto sono tutte femmine.
“Se avessi letto il libro di We’enai, avresti scoperto come
dall’esame dei fossili risulta che, quando l’uomo di Ozagen era
ancora una creatura insettìvora simile a un apale, aveva nel suo
gruppo familiare non soltanto le proprie femmine, ma anche le
femmine di un’altra razza. Questi animali avevano un aspetto e
probabilmente anche un puzzo tanto simile a quello delle femmine
del prehomo apale, che potevano vivere ed accoppiarsi con lui.
Sembravano mammiferi, ma la dissezione avrebbe dimostrato
inequivocabilmente la loro discendenza dagli pseudoartropodi.
“È ragionevole supporre che queste antenate delle lalithe fossero
parassiti dell’uomo prima ancora che questo raggiungesse lo stadio di
apale. Può darsi che lo abbiano incontrato quando l’uomo uscì per la
prima volta dal mare. Bisessuali in origine, divennero tutte femmine.
E adattarono la loro forma, attraverso un processo evolutivo
sconosciuto, a quella del pesce polmonato. Più tardi, a quella
dell’anfibio. E poi a quella del rettile e del mammifero primitivo. E
così via.
“Sappiamo soltanto che la lalitha è stato l’esperimento di
parassitismo e di evoluzione parallela più sbalorditivo che la natura
abbia mai compiuto. Mentre l’uomo compiva la sua metamorfosi
verso forme superiori, la lalitha gli teneva dietro. Erano tutte
femmine, ricordalo, e avevano bisogno del maschio di un’altra razza
per la continuazione della specie.
“È sbalorditivo il modo con cui si integrarono nelle società
preumane, durante la fase pitecantropoide e neandertaliana. Soltanto
quando si sviluppò l'homo sapiens cominciarono i loro guai. Alcune
famiglie e alcune tribù le accettavano; altre le uccidevano. Perciò
fecero ricorso all’artificio, e si camuffarono da donne umane. Non
era difficile… a meno che non rimanessero incinte.
“E in questo caso morivano.”
Hal gemette, si coprì il volto con le mani.
“È doloroso ma reale, come direbbe il nostro amico Macneff,”
disse Fobo. “Naturalmente… questa situazione richiedeva l’esistenza
di una sorellanza segreta. Nelle società in cui la lalitha era obbligata
a camuffarsi, quando rimaneva incinta era costretta ad andarsene. E
moriva in un nascondiglio, fra le sue simili che si sarebbero prese
cura delle ninfe…” Hal rabbrividì, a quelle parole, “fino a quando
queste fossero state in grado di introdursi in una cultura umana. O di
venire introdotte come trovatelle.
“C’era tutta una amplissima tradizione di leggende tribali, sul loro
conto… favole e miti le hanno spesso tra i loro personaggi, principali
o secondari. Erano considerate come streghe, come demoni o peggio.
“Con l’introduzione dell’alcool, nelle epoche primitive, le cose
andarono meglio per le lalithe. L’alcool le rendeva sterili. E nello
stesso tempo, esclusi gli incidenti, le malattie o l’assassinio, le
rendeva immortali.”
Hal abbassò le mani.
“Vuoi… vuoi dire che Jeannette avrebbe potuto vivere… per
sempre? Che io le sono costato… l’immortalità?”
“Avrebbe potuto vivere molte migliaia di anni. Sappiamo che
alcune vi sono riuscite. E, cosa ancora più importante, non subivano
alcuna degenerazione fisica, e rimanevano sempre all’età fisiologica
di venticinque anni. Lascia che ti spieghi tutto. Con calma. Parte di
quello che devo dirti ti addolorerà. Ma devo dirtelo.
“La longevità delle lalithe le fece adorare come dee. Qualche
volta, vivevano così a lungo da sopravvivere alla caduta di potenti
nazioni che erano piccole tribù quando la lalitha era entrata a farne
parte. Naturalmente, le lalithe divennero le depositarie della
saggezza, della ricchezza e del potere. Vennero fondate religioni in
cui le lalithe erano le dee immortali, e i re e i sacerdoti effimeri erano
i loro amanti.
“Alcune culture misero fuori legge le lalithe. Ma queste
spingevano le nazioni da loro dominate a conquistare i paesi che le
avevano respinte, o si infiltravano segretamente e alla fine
governavano per interposta persona. Poiché erano bellissime,
diventavano le mogli o le amanti degli uomini più influenti.
Gareggiavano con le femmine umane e le battevano al loro stesso
gioco, a mani basse. Nella lalitha, la natura ha forgiato la femmina
perfetta.
“E così, acquistarono il dominio sui loro amanti. Ma non su loro
stesse. Benché all’inizio appartenessero a una società segreta, ben
presto si divisero. Cominciarono a identificarsi con le nazioni che
dominavano e ad usare i loro paesi l’uno contro l’altro. Inoltre, la
loro longevità rendeva impazienti le lalithe più giovani. Risultato:
attentati, assassinii, lotta per il potere, e così via.
“E poi, la loro influenza era troppo stabilizzatrice, da un punto di
vista tecnologico. Cercavano di mantenere lo status quo in ogni
aspetto della civiltà, e di conseguenza tutte le culture umane
tendevano ad eliminare tutte le idee nuove e progressive… e gli
uomini che le propugnavano.
“Quando noi wog attraversammo finalmente il grande oceano che
separava il nostro continente dal loro, trovammo metà delle loro città
in rovina. Eppure, benché indeboliti, gli uomini ci combatterono, ci
combatterono ferocemente. Le lalithe li esortavano a farlo, perché
vedevano in noi la loro fine. Non potevano influenzarci come
influenzavano gli uomini. E avevano ragione. Morirono insieme ai
loro uomini. Ma, naturalmente, non proviamo la minima animosità
verso le poche superstiti. Non possono farci alcun male.”
Un’infermiera wog uscì dalla sala operatoria e disse qualcosa
all’empatico, sottovoce.
Macneff si avvicinò, tentò di ascoltare. Ma l’infermiera parlava
ozageno, che Macneff non comprendeva; perciò riprese a camminare
avanti e indietro.
Hal si chiese perché mai non l’avessero trascinato via, perché
l’arci-urielita avesse atteso di ascoltare le parole di Fobo. Poi, in un
lampo, Hal intuì che Macneff voleva che lui sentisse tutto sul conto
di Jeannette, e comprendesse la enormità del suo misfatto.
L’infermiera rientrò in sala operatoria. L’arci-urielita disse, a voce
alta:
“La bestia dei campi non è ancora morta?”
Hal si scosse, come se fosse stato colpito, quando udì la parola
“morta”. Ma Fobo ignorò le parole di Macneff, e parlò a Hal.
“Le tue larv… voglio dire, le tue figlie, sono state rimosse. Sono
in un’incubatrice. Stanno…” Ed esitò. “Stanno mangiando…
vivranno.”
Hal comprese, dal suo tono, che era inutile chiedere notizie della
madre. Dagli occhi azzurri e rotondi di Fobo scesero due grosse
lacrime.
“Non potrai comprendere ciò che è successo, Hal, se non
comprendi il metodo di riproduzione delle lalithe, che è
assolutamente unico. La lalitha ha bisogno di tre cose, per riprodursi.
Una di queste deve precedere le altre due. Il primo evento consiste
nel venire infettata all’età della pubertà da un’altra lalitha. Questa
infezione è necessaria per trasmettere i geni.”
“I geni?” disse Hal. Anche nella sua prostrazione, riusciva a
provare interesse e sbalordimento in ciò che Fobo gli stava dicendo.
“Sì. Poiché le lalithe non ricevono i geni dal maschio umano,
devono scambiarsi tra loro i caratteri ereditari. Eppure… devono
usare l’uomo come mezzo.
“Permettimi di spiegarmi meglio. Una lalitha adulta ha tre così
dette serie di geni. Due sono i duplicati dei cromosomi ereditari. “La
terza, te la spiegherò fra un attimo.
“L’utero di una lalitha contiene ovuli i cui geni sono duplicati nei
corpi di minuscoli vibrioni che si formano nelle gigantesche
ghiandole salivari della bocca. Questi vibrioni, od ovuli salivari,
vengono liberati continuamente dalle lalithe adulte.
“La lalitha adulta trasmette i geni per mezzo di queste creature
invisibili: si infettano reciprocamente, come se i portatori
dell’ereditarietà fossero malattie. Non possono sfuggirvi. Basta uno
starnuto, un bacio, una stretta di mano.
“Tuttavia la lalitha nella fase della preadolescenza sembra
possedere un’immunità naturale all’infezione.
“Una volta infettata, la lalitha adulta produce anticorpi che
impediscono la ricezione degli ovuli salivari di un’altra lalitha.
“Nel frattempo, i primi vibrioni ai quali è stata esposta procedono
nella corrente sanguigna, scendono fino a quando arrivano nell’utero
dell’ospite.
“Lì, l’ovulo salivare si unisce con l’ovulo uterino. La fusione
produce uno zigote. A questo punto, la fecondazione è sospesa.
Certo, esistono tutti i dati genetici necessari per produrre un’altra
lalitha. Tutti… tranne i geni dei lineamenti del volto della nascitura.
Questi dati verranno forniti dal maschio umano che amerà la lalitha.
Prima, tuttavia, sono necessari altri due eventi.
“Questi eventi devono verificarsi simultaneamente. Uno è
l’eccitazione attraverso l’orgasmo. L’altro è la stimolazione dei nervi
fotocinetici. Non possono verificarsi separatamente. E questi due
eventi non possono verificarsi se non è avvenuta l’infezione. A
quanto sembra, la fusione dei due ovuli produce un cambiamento
chimico nella lalitha, che la rende capace di orgasmo e che sviluppa
completamente i nervi fotocinetici.”
Fobo si interruppe e piegò la testa, come se stesse in ascolto. Hal,
che conosceva abbastanza bene i wog per sapere che cosa
significavano le loro espressioni facciali, capì che Fobo stava
attendendo che accadesse qualcosa di importante. Di molto
importante. E, qualsiasi cosa fosse, riguardava i terrestri.
All’improvviso rabbrividì, nella consapevolezza di essere dalla
parte dei wog! Non era più un terrestre: per lo meno, non era più uno
haijac.
“Sei abbastanza confuso?” chiese Fobo.
“Abbastanza,” rispose. “Per esempio, non ho mai sentito parlare
di nervi fotocinetici.”
“I nervi fotocinetici sono una caratteristica esclusiva delle lalithe.
Partono dalla retina dell’occhio, insieme ai nervi ottici, e giungono al
cervello. Ma i nervi psicocinetici scendono la colonna spinale e
l’abbandonano alla base per entrare nell’utero. L’utero non somiglia
a quello di una femmina umana. Non è possibile neppure un
paragone. Si potrebbe dire che l’utero della lalitha è in realtà la
camera oscura dell’utero. È lì che si sviluppa biologicamente la
fotografia della faccia del padre. E, per così dire, si stampa sui volti
delle figlie.
“Tutto questo avviene per mezzo dei fotogeni. Che costituiscono
la terza serie di cui ti ho parlato. Vedi, durante il rapporto sessuale,
nel momento dell’orgasmo, nel nervo avviene un cambiamento
elettrochimico, o una serie di cambiamenti. Il volto del maschio
viene fotografato per mezzo della luce di cui la lalitha ha bisogno
durante i suoi rapporti sessuali. Un riflesso le rende impossibile
chiudere gli occhi, in quel momento. E se si coprisse gli occhi con un
braccio, perderebbe immediatamente l’orgasmo.
“Devi avere notato durante i tuoi rapporti con lei, perché sono
sicuro che lei voleva che tu tenessi gli occhi aperti, che le sue pupille
si contraevano fino a diventare minuscole, come punte di spillo.
Quella contrazione era un riflesso involontario che restringeva il suo
campo di visione al tuo volto. Perché? Perché in questo modo i nervi
fotocinetici ricevevano i dati soltanto dal tuo viso. In questo modo,
l’informazione relativa al colore dei tuoi capelli veniva trasmessa alla
serie dei fotogeni. Non sappiamo in che modo i nervi fotocinetici
trasmettano questi dati. Fatto sta che li trasmettono.
“Tu hai i capelli fulvi. In un modo o nell’altro, questa
informazione viene impressa nella serie di geni. E la serie respinge
tutti gli altri geni che controllano gli altri colori dei capelli. Il gene
“fulvo” viene duplicato e si unisce alla struttura genetica dello zigote.
Lo stesso avviene per tutti gli altri geni che stabiliscono gli altri
lineamenti del futuro volto. La forma del naso, modificata in modo
da diventare femminile, viene scelta attraverso l’esatta combinazione
dei geni della serie. Poi questa combinazione viene duplicata, e i
duplicati vengono incorporati nello zigote.”
“Hai sentito?” urlò Macneff con voce trionfante. “Hai generato
delle larve! Mostri di un’unione empia e irreale! Figlie insetti! E
avranno la tua faccia, come testimonianza di questa ripugnante
carnalità…”
“Naturalmente, non me ne intendo molto dei lineamenti umani,”
interruppe Fobo. “Ma questo giovane uomo mi sembra vigoroso e
molto bello. Voglio dire naturalmente da un punto di vista umano, tu
mi capisci.”
E si girò verso Hal.
“Ora sai perché Jeannette voleva la luce. E perché fingeva di
essere alcoolizzata.
“Finché beveva una dose sufficiente di liquore prima
dell’accoppiamento, i nervi fotocinetici, che sono molto suscettibili
all’alcool, restavano anestetizzati. In questo modo, c’era l’orgasmo,
ma non la fecondazione. Non le sarebbe venuta la morte dalla vita
dentro in lei. E quando tu hai diluito il succodiblatta con il
Dolcesplendore… senza sapere, naturalmente…”
Macneff scoppiò in una risata stridula.
“Che ironia! E stato detto giustamente che il salario dell’irrealtà è
la morte!”
20.

Fobo parlò, a voce alta.


“Avanti, Hal. Piangi pure, se vuoi. Ti sentirai meglio. Non puoi,
eh? Vorrei che riuscissi a piangere.
“Benissimo, continuerò. La lalitha, per quanto sembri umana, non
può sfuggire alla sua ereditarietà di artropodo. Le ninfe che si
sviluppano dalle larve potrebbero venire facilmente scambiate per
neonate umane, ma soffriresti se vedessi le larve stesse. Per quanto
non siano più brutte di un embrione umano di cinque mesi. Ai miei
occhi, per lo meno.
“È un peccato che la madre lalitha debba morire. Centinaia di
milioni di anni fa, quando una pseudoartropoda primitiva stava per
fare schiudere le uova nel suo grembo, nel suo corpo si liberò un
ormone che le calcificò la pelle e la trasformò in un utero-tomba. E
divenne un guscio. Le sue larve divorarono gli organi e le ossa, che si
erano ammorbidite per la perdita del calcio. Quando le larve ebbero
adempiuto la loro funzione, che è quella di mangiare e di crescere,
entrarono in letargo e diventarono ninfe. Poi ruppero il guscio nel
punto più debole, nel ventre.
“Questo punto debole è l’ombelico. E l’unico che non si calcifica
con l’epidermide, ma rimane morbido. Quando le ninfe sono pronte a
uscire, la carne dell’ombelico si è putrefatta. La sua dissoluzione
produce una sostanza chimica che decalcifica un’area comprendente
quasi tutto l’addome. Le ninfe, benché siano deboli come neonati
umani e molto più piccole, sono spinte dall’istinto a colpire e a
infrangere quella copertura fragile e sottile.”
“Devi capire, Hal, che l’ombelico è funzionale e insieme
mimetico. Poiché le larve non sono collegate alla madre da un
cordone ombelicale, non potrebbero avere ombelico. Ma hanno
un’escrescenza che lo simula.”
“I seni delle lalithe adulte hanno a loro volta due funzioni. Come
quelli della femmina umana, sono organi sessuali e riproduttivi. Non
secernono latte, naturalmente, ma sono ghiandole. Quando le larve
sono pronte a uscire dalle uova, i seni funzionano come due
generatori potentissimi dell’ormone che provoca l’indurimento della
pelle.”
“Nulla va sprecato, vedi… è l’economia della natura. Ciò che
consente alla lalitha di sopravvivere in una società umana provoca
anche il processo che la porta alla morte.”
“Posso capire la necessità dei fotogeni nello stadio umanoide
dell’evoluzione,” disse Hal. “Ma quando le lalithe erano nello stadio
animale, perché dovevano riprodurre le caratteristiche del volto del
padre? Non c’è molta differenza tra il muso di un animale maschio e
quello di un animale femmina della stessa specie.”
“Non so,” disse Fobo. “Forse le lalithe preumane non si servivano
dei nervi fotocinetici. Forse, quei nervi costituiscono un adattamento
evolutivo di una struttura che aveva una funzione diversa. O può
essere una funzione residua. C’è qualche prova che tende a indicare
come la fotocinesi fu il mezzo del quale le lalithe si servirono per
modificare il loro corpo, per imitare i cambiamenti del corpo umano,
durante la sua evoluzione. Sembra ragionevole supporre che le lalithe
avessero bisogno di un simile meccanismo biologico. Se non ci
fossero entrati i nervi fotocinetici, avrebbe dovuto entrarci qualche
altro organo. È una disgrazia che proprio quando eravamo finalmente
abbastanza progrediti per studiare scientificamente le lalithe, non vi
fossero più soggetti disponibili. Trovare Jeannette fu un’autentica
fortuna. Scoprimmo in lei molti organi la cui funzione rimane per noi
un mistero. Avremmo bisogno di molte della sua specie per effettuare
ricerche fruttuose.”
“Un’altra domanda,” disse Hal. “E se una lalitha avesse più di un
amante? La figlia di chi avrebbe i lineamenti?”
“Se una lalitha venisse violentata da un gruppo di uomini, non
proverebbe orgasmo perché le emozioni negative del disgusto e della
paura glielo impedirebbero. Se avesse più di un amante — e se non
bevesse alcool — genererebbe delle figlie i cui lineamenti sarebbero
quelli del primo amante. Quando si fosse unita al secondo amante —
anche se immediatamente dopo il primo — la fecondazione completa
sarebbe ormai già iniziata.”
Fobo scosse il capo, avvilito.
“È triste, ma non è cambiato nulla, in tutte queste ere. Le madri
devono dare la vita per le figlie. Eppure la Natura, per una specie di
compensazione, ha dato loro un dono. Come i rettili, che, a quanto si
dice, non smettono di crescere finché vivono, la lalitha non morirà
fino a quando non rimarrà incinta. E così…”
Hal balzò in piedi e gridò:
“Finiscila!”
“Mi dispiace,” disse Fobo, sommessamente. “Sto soltanto
cercando di farti capire perché Jeannette credeva di non poterti dire
ciò che era in realtà. Deve averti amato, Hal; possedeva i tre fattori
che costituiscono l’amore: una passione sincera, un affetto profondo
e la sensazione di essere una sola carne con te, maschio e femmina,
inseparabili e uniti. So che la pensava così, perché noi empatici
possiamo metterci nel sistema nervoso degli altri e pensare e sentire
come loro.”
“Sì, Jeannette doveva sentirsi amareggiata nel suo amore. La
convinzione che tu l’avresti abbandonata inorridito, se avessi
scoperto che apparteneva a un ramo completamente estraneo al regno
animale, separato da millenni di evoluzione, e a cui era negato il vero
coronamento del matrimonio, i figli… Quella convinzione deve
avere amareggiato anche i suoi istanti più felici…”
“Noi Io l’avrei amata comunque! Sarebbe stato un colpo. Ma
l’avrei superato. Lei era umana. Oh, era più umana di qualsiasi donna
che io abbia mai conosciuto!”
Macneff emise un suono come se stesse per vomitare. Quando si
fu ripreso, ululò:
“Creatura dell’abisso! Come puoi sopportare te stesso, ora che sai
con quale sudicio mostro hai giaciuto! Perché non ti strappi gli occhi,
che hanno visto quella vile sozzura! Perché non ti mordi le labbra,
che hanno baciato quella bocca d’insetto! Perché non ti tagli le mani,
che hanno toccato con orribile bramosia quell’imitazione di un
corpo! Perché non ti strappi dalle radici quegli organi di carnale…”
Fobo parlò, interrompendo quell’uragano di collera.
“Macneff! Macneff!”
La testa magra girò di scatto verso l’empatico. Spalancò gli occhi,
contrasse le labbra in un sorriso assurdamente ampio: un sorriso di
furore assoluto.
“Cosa? Cosa?” mormorò, come se si destasse in quel momento dal
sonno.
“Macneff, conosco bene il tuo tipo. Sei sicuro di non avere covato
l’intenzione di prendere viva la lalitha e di servirtene per appagare i
tuoi desideri sensuali? Il tuo furore e il tuo disgusto non sono dettati
dalla delusione, dalla frustrazione dei tuoi desideri? In fin dei conti,
non hai avuto una donna ormai da un anno e…"
Il Sandalphon spalancò la bocca. Il rossore gli coprì il volto,
divenne purpureo. Poi quel colore violento svanì, fu sostituito da un
pallore cadaverico.
Poi Macneff lanciò un grido che sembrava quello di un gufo.
“Basta! Uzziti, portate via questo… questo essere che si dice
uomo… portatelo alla scialuppa!”
I due uomini vestiti di nero si mossero per prendere il sorco di
fronte e alle spalle. Quel modo di avvicinarsi era dettato
dall’addestramento, non dalla prudenza. Dopo avere arrestato
innumerevoli individui, per anni e anni, avevano imparato a non
aspettarsi la minima resistenza. Gli arrestati rimanevano sempre
fermi, storditi e spaventati, davanti ai rappresentanti della Stiesa.
Ora, nonostante le circostanze insolite, e benché sapessero che Hal
aveva una pistola, non videro in lui nulla di diverso.
Hal era fermo, con la testa china, le spalle aggobbite, le braccia
penzolanti: la figura tipica dell’arrestato.
Ma, un secondo dopo, era diventato una tigre scatenata.
L’agente che gli stava davanti vacillò, con il sangue che gli usciva
dalla bocca e sgocciolava sulla giacca nera. Quando andò a sbattere
contro la parete, sputò i denti.
Nel frattempo, Yarrow era girato su se stesso e aveva sparato un
pugno nel grosso ventre molle dell’uomo che stava dietro di lui.
L’uzzita lanciò un gemito, si piegò. In quel momento, Hal alzò un
ginocchio di scatto, lo colpi al mento. Si udi il rumore dell’osso che
si spezzava e l’agente crollò sul pavimento.
“Attenti!” urlò Macneff. "Ha una pistola!”
L’uzzita appoggiato al muro infilò la mano nella giacca, cercando
l’arma chiusa nella fondina appesa all’ascella. E nello stesso istante
un pesante fermacarte di bronzo, scagliato da Fobo, lo colpi alla
tempia. L’uzzita si afflosciò.
Macneff urlò: “Tu stai resistendo, Yarrow! Stai resistendo
all’arresto!”
“Sei maledettamente shib!” gridò Hal. “Sto proprio resistendo!”
E si scagliò a testa bassa contro il Sandalphon.
Macneff cercò di colpirlo con la frusta. Le sette strisce di cuoio si
avvolsero attorno al viso di Hal, che tuttavia piombò sulla figura
vestita di porpora e la rovesciò sul pavimento.
Macneff crollò in ginocchio; Hal, anch’egli in ginocchio, lo
afferrò per la gola e strinse.
Il volto di Macneff diventò cianotico; afferrò Hal per i polsi, cercò
di respingerlo. Ma Hal strinse più forte.
“Non… puoi… far… questo!” disse Macneff, ansimando. “Non
puoi… impossi…”
“Posso! Posso farlo!” gridò Hal “Ho sempre desiderato farlo,
Pornsen! Cioè… Macneff!”
In quel momento il pavimento tremò, le finestre tintinnarono. E
quasi immediatamente un boato tremendo investi le finestre Il vetro
volò in pezzi. Hal fu scaraventato a terra.
Fuori, la notte diventò giorno. Poi ritornò notte.
Hal si alzò in piedi. Macneff giaceva sul pavimento, e si tastava il
collo con le mani.
“Che cos’era?” chiese Hal a Fobo.
Fobo si avvicinò alla finestra infranta e guardò fuori. Sanguinava
da un taglio al collo, ma pareva non se ne accorgesse.
“È quello che stavo aspettando,” disse Fobo. E si girò verso Hal.
“Non avevamo ragione di sospettare di voi terrestri, all’inizio. Ma
poiché siamo realisti — se mi perdoni un termine che credo ti faccia
ormai schifo — abbiamo preso delle misure, nell’eventualità che voi
non foste amichevoli come ci apparivate. Dal momento in cui la
Gabriel è atterrata, abbiamo scavato sotto di essa. Soltanto pochi
giorni fa siamo riusciti a riempire definitivamente quell’immensa
cavità sotto la Gabriel con la polvere da sparo. Credimi, abbiamo
respirato tutti di sollievo, quando abbiamo finito, perché avevamo
temuto che i nostri scavi venissero notati, o che la volta della cavità
cedesse sotto il peso della nave.”
“L’avete fatta saltare?” disse Hal, stordito. La situazione
precipitava troppo rapidamente, per lui.
“Ne dubito. Anche con tutte le tonnellate di esplosivo che
abbiamo usato, non potevamo sperare di danneggiare seriamente una
nave solida quanto la Gabriel. Per la verità, non volevamo
danneggiarla, perché desideriamo studiarla.
“Ma i nostri calcoli hanno dimostrato che le onde d’urto,
ripercuotendosi attraverso i piani metallici della nave, avrebbero
ucciso tutti gli uomini che si trovavano a bordo.”
Hal andò alla finestra e guardò fuori. Contro il cielo illuminato
dalla luna si levava una colonna di fumo: presto, quel fumo avrebbe
coperto tutta la città.
“Farai bene a mandare subito a bordo i tuoi,” disse Hal. “Se
l’esplosione ha fatto soltanto perdere i sensi agli ufficiali di turno sul
ponte, e se quelli riprendono conoscenza prima che voi li
raggiungiate, premeranno un pulsante che farà esplodere una bomba
all’idrogeno e dieci bombe al cobalto. Se non sai che cosa sono, te lo
dirò io. Sono ordigni radioattivi così mortali che ucciderebbero tutti
gli abitanti del pianeta.” Fobo impallidì, poi cercò di sorridere.
“Immagino che i nostri saranno saliti a bordo, ormai,” disse. “Ma
telefonerò, per essere sicuro.”
Rimase assente parecchi minuti, poi ritornò. Ora non doveva più
fare uno sforzo per sorridere.
“Tutti coloro che erano a bordo della Gabriel sono morti sul
colpo,” disse. “Per lo meno, gli ufficiali che si trovavano sul ponte
sono morti. Ho detto al comandante della squadra che ha occupato la
nave di non toccare nessuno dei meccanismi del pannello dei
controlli.”
“Voi wog pensate a tutto, non è vero?” disse Hal.
Fobo alzò le spalle.
“Siamo un popolo pacifico. Ma, a differenza di voi terrestri, siamo
veramente realisti. Se dobbiamo agire contro i vermi, facciamo del
nostro meglio per sterminarli. Su questo pianeta popolato di insetti,
abbiamo avuto una lunga storia di battaglie contro gli assassini.”
Guardò Macneff che era a quattro zampe, con gli occhi vitrei, e
scrollava il capo come un orso ferito.
“Non includo te tra i vermi, Hal,” disse Fobo. “Tu sei libero di
andare dove vuoi, di fare ciò che vuoi.”
Hal sedette su una poltrona. E disse, con voce velata
dall’angoscia:
“Credo di avere desiderato proprio questo, per tutta la mia vita. La
libertà di andare dove volevo, di fare ciò che volevo. Ma ora, che
cosa mi rimane? Non ho nessuno…”
“Invece hai molto, Hal,” disse Fobo. Le lacrime gli scorrevano
lungo il naso.
“Hai le tue figlie da curare, da amare. Fra poco tempo, potranno
uscire dall’incubatrice… hanno superato molto bene la rimozione
prematura. E saranno bambine bellissime. E saranno tue, quanto
potrebbe esserlo qualsiasi figlio umano.”
“Dopotutto, ti somigliano… naturalmente con un aspetto
femminile modificato. I loro geni sono i tuoi. Che differenza c’è se i
geni agiscono per via cellulare o fotonica?”
“E non resterai senza donne. Dimentichi che Jeannette ha delle
sorelle e delle zie. Tutte giovani e belle. Sono sicuro che riusciremo a
trovarle.”
Hal si nascose la faccia tra le mani.
“Grazie, Fobo,” disse, “non ci penso neppure.”
“Ora no,” disse Fobo, sommessamente, “ma il tuo dolore si
attenuerà; e penserai di nuovo che la vita merita di essere vissuta.”
Qualcuno entrò nella stanza. Hal alzò gli occhi e vide
un’infermiera.
“Dottor Fobo, stiamo portando via il corpo. L’uomo vuole vederlo
per l’ultima volta?”
Hal scosse il capo. Fobo gli si avvicinò e gli posò una mano sulla
spalla.
“Ti senti male," disse. “Infermiera, hai qui i sali?”
“No!” disse Hal. “Non ne ho bisogno.”
Due infermiere portarono fuori una barella su ruote. Sopra il
guscio era drappeggiato un lenzuolo bianco. Di sotto il lenzuolo, i
capelli neri ricadevano sul cuscino.
Hal non si alzò. Rimase accasciato sulla poltrona e gemette:
“Jeannette! Jeannette! Se mi avessi amato abbastanza per dirmelo…”

Philip J. Farmer
STAMPATO IN ITALIA - PRENTED IN ITALY
STABILIMENTO TIPOGRAFICO EDITORIALE LA TRIBUNA - PIACENZA
SCIENCE FICTION BOOK CLUB
PUBBLICAZIONE PERIODICA BIMESTRALE
ISCRITTA AL N. 168 DEL REG. TREB. PIACENZA IN DATA 6.8.1963
SPEDIZIONE IN ABBONAM. POSTALE TR EDITORIALE
DIRETTORE RESPONSABILE: C VITALI