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Premio Hugo 1963 con il romanzo La svastica sul sole, già edito

dall'SFBC, ne I simulacri Philip K. Dick si è impegnato ancora una


volta nell'elaborazione del tema che gli è più caro, quello della libertà
individuale.
I simulacri è un grande romanzo corale, una galleria di figure e di
tipi e di situazioni; un romanzo d'azione e di idee; di avventura e di
sottigliezze psicologiche.
Lo psichiatra cui, dopo la proibizione della terapia psicoanalitica,
viene concesso di praticare perché non guarisca un futuro paziente,
secondo le previsioni della polizia che possiede l'apparecchio per i
viaggi nel tempo; il celebre pianista Kongrosian, dotato di poteri psi,
capace di eseguire le più belle melodie classiche senza toccare la
tastiera; il giovane dilettante, ambizioso e malsicuro, il cui sogno è
giungere ad esibirsi alla Casa Bianca; la fulgida Prima Signora degli
Stati Uniti d'Europa e d'America, che incarna una figura di madre
amata-odiata da milioni di persone; Loony Luke, che a una
democrazia impoverita oppone la sua personale alternativa, offrendo
a tutti gli insoddisfatti la possibilità di emigrare su Marte e che sposta
come pedine su una scacchiera, continuamente, i parcheggi-mercati
delle sue astronavi per sfuggire alla National Police; Bertold Goltz,
capo di una misteriosa organizzazione che lotta per impedire la
modificazione della storia passata e la conseguente alterazione del
futuro; i simulacri, sostituti robotici degli esseri umani, usati come
strumenti-chiave in un rischioso gioco politico; i mutanti regressivi
delle giungle della California, simboli di un'umanità ritornata alla
preistoria: un mulinare incessante di figure e di fatti, in una vicenda
di lotte senza scrupoli e senza respiro.

Copertina di Herbert H. Pagani


PRESENTAZIONE

Tra gli autori di science fiction cui Philip K. Dick è stato più volte
paragonato o accomunato, ve ne sono tre i cui effettivi rapporti —
somiglianze e dissonanze — con Dick meritano di essere esaminati
più da vicino, sia per la loro importanza intrinseca nella storia della
science fiction, sia per l’effettiva influenza che esercitano o hanno
esercitato sull’opera del premio Hugo 1963: Robert Sheckley, Alfred
E. van Vogt e C.M. Kornbluth.
Il rapporto tra Sheckley e Dick è quello che appare a prima vista
più evidente: ma si tratta di un rapporto più appariscente che
sostanziale. Per quanto coetanei (c’è tra loro una differenza di pochi
mesi), per quanto accomunati dalla particolare passione per
l’ipotizzazione di società future, Sheckley e Dick sono su posizioni
ideologiche molto lontani l’uno dall’altro. E non tanto, si osservi,
perché le loro concezioni siano diverse (la difesa delle libertà umane
è elemento costante sia dell’opera di Dick sia di larga parte di quella
di Sheckley, benché in quest’ultimo tale difesa appaia più mediata),
quanto perché è profondamente diverso l’approach, lo spirito con cui
i due autori si accostano a problemi spesso simili. Se, in nome della
comune passione per la sf sociologica, si volesse codificare una
congenialità tra Sheckley e Dick, la prima osservazione che verrebbe
spontanea sarebbe questa: Dick è uno Sheckley incapace di sorridere.
La chiave della sua narrativa è sempre intensamente drammatica,
spesso tragica, qualche volta sarcastica: ma, forse perché più
intimamente convinto della bontà delle proprie tesi. Dick non
ammicca mai al lettore, non instaura mai quel rapporto di divertita
complicità che finisce per rendere accettabili o addirittura gradevoli
le «morali a rovescio», acri e urticanti, di tanta produzione di
Sheckley. Dick, meno accattivante e più convinto, è forse per questo
un autore che riesce meno istintivamente «simpatico» di Sheckley, al
cui spirito aristofanesco si perdonano lietamente ipotizzazioni
antiutopistiche a volte più tremende di quelle, agghiaccianti, del
Dick. Dove Sheckley getta manciate di invenzioni scintillanti, magari
non coordinate, per il gusto di divertirsi, di sorprendere il lettore,
Dick lavora pazientemente, moltiplicando minuziosi particolari delle
sue società-nadir dell’antiutopia, per renderle più credibili, per
convincere il suo pubblico.
Le obiezioni che si possono rivolgere a una ideale equazione tra
Dick e Sheckley restano in gran parte valide anche per quanto
riguarda un rapporto Dick-Kornbluth. Meno effervescente di
Sheckley, più acre ma pur sempre affezionato a quel suo particolare
tono satirico, Kornbluth è tuttavia più vicino a Dick di quanto non lo
sia Sheckley. La satira di Kornbluth è più spesso amara: come è
amara, invariabilmente, la satira di Dick. Basterebbe ricordare la
colossale beffa ordita dal protagonista di Redenzione immorale: viene
ordita non tanto per fare ridere quanto per fare riflettere, non è
possibile interpretarla come un divertissement, poiché è un gesto di
ribellione e una presa di coscienza, è meditata e consapevole. I
personaggi di Dick, privi della spensierata incoscienza di molti tra gli
eroi sheckleyani, che vivono alla giornata senza preoccuparsi
seriamente dell’avvenire, hanno spesso le ombrosità e i complessi
che siamo abituati a incontrare sia nelle opere di Kornbluth sia in
quelle realizzate in comune da Kornbluth e da Pohl.
L’analogia tra van Vogt e Dick è del pari notevole e, in generale,
superficiale. Molto spesso il protagonista (o il deuteragonista) di un
romanzo di Dick è, a modo suo, un superuomo come gli eroi
vanvogtiani: Allen Purcell, di Redenzione immorale, è l’unico uomo,
in un mondo di integrati, che possieda ancora la qualità del sarcasmo,
dell’humor: Jones è un uomo-psi, capace di prevedere il futuro; ed è
un uomo-psi anche Richard Kongrosian, l’uomo-chiave de I
simulacri, i cui poteri paranormali possono sconvolgere l’ordine
sociale e politico del mondo. Ma gli eroi supernormali di Dick hanno
in comune con gli eroi supernormali di van Vogt soltanto i poteri
eccezionali e l’incapacità di ridere, quella tesa, drammatica
concentrazione: gli eroi di Dick non dominano vittoriosamente i loro
poteri per farsene strumento di dominio sugli altri: quando tentano,
come Jones, sanno di essere destinati a fallire, e portano, nei loro
stessi dubbi e nella loro insicurezza, il seme del proprio fallimento, là
dove un eroe vanvogtiano, abiurata ogni attendibile debolezza
umana, punterebbe verso la immortalità e l’egemonia mondiale o
universale senza lasciarsi sfiorare da dubbi o crisi di coscienza.
Inoltre, per quanto possa apparire a prima vista assurdo, tra
Sheckley e van Vogt c’è una affinità fondamentale, un substrato
comune che manca completamente a Dick. Le società di van Vogt e
di Sheckley, per quanto distorte, per quanto assurde, sono società
stabili. Le vicende del protagonista di una storia di Sheckley
riguardano in fondo lui soltanto: la società non cambierà per la morte
di Frelaine o per la follia di Elwood Caswell. E le vicende degli eroi
vanvogtiani, spesso, non si concludono con una trasformazione
radicale di una società, ma soltanto con una sostituzione al vertice: a
una dittatura negativa si sostituisce quella che secondo van Vogt sarà
una dittatura «positiva», quella del «superman» in cui l’autore
invariabilmente si identifica. In Philip Dick, le società non sono mai
stabili: spesso sono democrazie malate, sull’orlo dello sfacelo, che si
reggono sul compromesso o sulla paura, più spesso su un sottile
condizionamento psicologico delle popolazioni. Il protagonista di
una vicenda di Dick, che pur essendo talvolta, tecnicamente
parlando, un superuomo, non è mai un eroe sovrumano, riesce
tuttavia a sovvertire l’ordinamento traballante dello status quo
lasciando aperte numerose possibilità di soluzione.
Spesso, a parte questa differenza di fondo, la strutturazione dei
romanzi di Dick ha notevole affinità con quella dei romanzi di van
Vogt: un caso addirittura esemplare è, appunto, I simulacri, un
romanzo che sembra scritto da un van Vogt più giovane e più
impegnato, meno librato nei cieli deliranti dell’onnipotenza e più
attento alla realtà umana. La frammentazione che nei romanzi di van
Vogt è spesso obbligata (come si sa, molti dei romanzi vanvogtiani
nascono dalla forzata fusione di racconti che non hanno nulla in
comune, neppure il protagonista o l’ambiente) in Dick è spontanea, è
quasi una necessità interiore, poiché, mentre il romanzo di van Vogt,
per quanto composito e per quanto ricco di personaggi collaterali e di
situazioni secondarie, è sempre il romanzo di un solo eroe, il
romanzo di Dick, anche quando è imperniato su un’unica figura, il
che non capita spesso, è quasi sempre una vicenda corale: è un
romanzo corale l’esemplare La svastica sul sole, è un romanzo corale
I simulacri, i cui personaggi si incontrano e si dividono, in un gioco
di reciproche influenze e di interdipendenze, trascinati nonostante i
loro tentativi di ribellione verso la problematica non-soluzione finale.
Scritto poco dopo La svastica sul sole, sotto l’influsso del felice
trauma del conseguimento del Premio Hugo, pur essendo
diversissimo nella costruzione e nell’ambientazione (al punto di
costituire un futuro alternato degli Stati Uniti sconfitti dall’Asse di
The man in the High Castle), The Simulacra ne ripete il fortunato
modulo narrativo, la struttura a episodi intersecantisi che consente
all’autore di spiegare una ricchezza di situazioni e di emozioni che
meglio di qualsiasi scrupolosa descrizione vale a rappresentare la sua
ipotetica società futura. E, se La svastica sul sole ha significato la
consacrazione di Phil Dick come uno dei maggiori autori
fantascientifici del momento, I simulacri costituisce una solida,
inequivocabile conferma delle sue straordinarie qualità.
r.r.
I.

Il memorandum interno, alla Electronic Musical Enterprise,


spaventò Nat Flieger, senza che riuscisse a spiegarsi il perché.
In fin dei conti, trattava un argomento che costituiva una grossa
occasione: il famoso pianista sovietico Richard Kongrosian, uno
psicocinetico che suonava Brahms e Schumann senza toccare
fisicamente la tastiera, era stato rintracciato: si trovava nella sua
residenza estiva di Jenner, in California. E, con un po’ di fortuna,
Kongrosian poteva divenire disponibile per una serie di registrazioni
della EME. Eppure…
Forse, rifletté Flieger, erano le foreste buie e umide dell’estrema
regione settentrionale della California a ispirargli ripugnanza; a lui
piacevano le zone asciutte del meridione, nei dintorni di Tijuana,
dove FEME aveva la sua sede centrale.
Ma secondo il memorandum, Kongrosian non avrebbe voluto
saperne di lasciare la sua residenza estiva. Si era chiuso in una specie
di semi-ritiro a causa di ignote ragioni familiari; si diceva fosse una
tragedia in cui era coinvolta sua moglie o forse suo figlio. Tutto
questo era accaduto anni addietro, faceva capire il memorandum.
Erano le nove del mattino.
Nat Flieger, immerso nei suoi pensieri, versò un po’ d’acqua in
una tazza e la somministrò al protoplasma vivo incorporato
nell’impianto di registrazione Ampek F-a2 che teneva nel suo ufficio.
Quell’essere proveniente da Ganimede non sentiva il dolore e non
aveva ancora protestato per essere stato trasformato in una parte di
un sistema elettronico… dal punto di vista neurologico era molto
primitivo, ma come ricevitore audio era senza rivali.
L’acqua sgocciolò attraverso le membrane dell’Ampek F-a2 e fu
lietamente assorbita. I condotti dell’essere vivente pulsarono. Potrei
portarti con me, pensò Flieger. L’F-a2 era portatile, e lui preferiva le
sue linee curve alle apparecchiature più recenti e sofisticate. Accese
un delicado, si avvicinò alla finestra e girò l’interruttore delle
tapparelle; la calda luce del sole messicano irruppe nella stanza e
Flieger batté le palpebre.
L’F-a2 entrò in una fase di frenetica attività, poi, utilizzando la
luce del sole e l’acqua, stimolò i propri processi metabolici. Per
abitudine Flieger lo osservò, ma la sua mente era ancora occupata dal
pensiero del memorandum.
Lo prese ancora una volta, lo strinse, e il memorandum gemette
immediatamente:
«… questa occasione costituisce una specie di sfida per la EME;
Nat, Kongrosian rifiuta di esibirsi in pubblico ma noi abbiamo un
contratto, ottenuto attraverso il nostro corrispondente di Berlino,
l’Art-Cor, e legalmente possiamo obbligare Kongrosian a registrare
per noi… per lo meno se riusciremo a bloccarlo per il tempo
sufficiente. Eh, Nat?»
«Sì,» disse Nat Flieger, con un distratto cenno del capo,
rispondendo alla voce di Leo Dondoldo.
Perché mai il celebre pianista sovietico aveva acquistato una
residenza estiva nella California settentrionale? Già questo gesto era
azzardato, considerato con sospetto dal governo centrale di Varsavia.
E se Kongrosian aveva imparato a sfidare gli ukase della suprema
autorità comunista, c’era da aspettarsi che si preoccupasse ben poco
di un eventuale scontro con l’EME. Kongrosian, ormai oltre la
sessantina, era un vero specialista, quando si trattava di ignorare le
ramificazioni legali della vita sociale contemporanea, tanto nei
territori comunisti quanto negli USEA. Come molti artisti,
Kongrosian viveva a modo suo, a mezza strada tra le due
potentissime realtà sociali.
Sarebbe stata necessaria una campagna massiccia. D pubblico
aveva la memoria corta, come tutti sanno; sarebbe stato necessario
ricordargli di prepotenza l’esistenza di Kongrosian e i suoi talenti
musicali e psi.
Ma l’ufficio pubblicità dell’EME era in grado di cavarsela
benissimo; dopo tutto, era riuscito a imporre tanti sconosciuti e
Kongrosian, benché vivesse momentaneamente nell’ombra, non era
affatto uno sconosciuto.
Solo, mi domando quale sia oggi la bravura di Kongrosian, rifletté
Nat Klieger.
Il memorandum stava cercando di informarlo anche a quel
proposito:
«… tutti sanno che fino a pochissimo tempo fa, Kongrosian ha
suonato nel corso di riunioni private,» dichiarò fervidamente il
memorandum. «Davanti a pezzi grossi, in Polonia e a Cuba e davanti
all’elite portoricana di New York. Un anno fa, a Birmingham, si è
esibito davanti a cinquanta milionari negri, per beneficenza; i fondi
così raccolti vennero devoluti per aiutare la colonizzazione lunare
afro-musulmana. Ho parlato con un paio di compositori moderni che
hanno assistito all’esibizione; mi hanno giurato che Kongrosian non
aveva perduto nulla delle sue qualità. Vediamo… è stato nel 2040.
Allora aveva cinquantadue anni. E naturalmente, è spesso alla Casa
Bianca, dove suona per Nicole e per quella nullità, der Alte.»
Faremo veramente bene a portare l’F-a2 a Jenner perché faccia
una registrazione sull’ossinastro, decise Nat Flieger. Perché può darsi
che questa sia la nostra ultima occasione; gli artisti psi come
Kongrosian hanno la reputazione di morire presto.
E rispose al memorandum:
«Ci penserò io, signor Dondoldo. Andrò a Jenner e cercherò di
negoziare con lui personalmente.» Quella era la sua decisione.
«Uii!» esultò il memorandum.
Nat Flieger provò per quell’oggetto un certo sentimento di
comprensione e di simpatia.

La macchina-cronista, ronzante, attivissima, persistente, domandò:


«È vero, dottor Egon Superb, che lei ha intenzione di entrare nel
suo ufficio, oggi?»
Sarebbe stato meglio se ci fosse stato il modo di tenere le
macchine-croniste fuori dalla propria casa, pensò il dottor Superb.
Ma non c’era.
«Sì,» disse. «Non appena avrò finito di fare colazione salirò sulla
mia ruota, andrò nel centro di San Francisco, mi fermerò in un
parcheggio e me ne andrò a piedi nel mio ufficio di Post Street, dove
praticherò come al solito la psicoterapia al primo paziente della
giornata. Nonostante la legge, la così detta Legge McPhearson.»
Sorseggiò il caffè.
«E lei ha l’appoggio…»
«L’AIPP ha sostenuto completamente la mia azione,» disse il
dottor Superb. Infatti, aveva parlato con il consiglio esecutivo
dell’Associazione Internazionale Psicoanalisti Praticanti soltanto
dieci minuti prima. «Non so perché hai scelto proprio me per
l’intervista. Ogni membro dell’AIPP sarà nel proprio ufficio, questa
mattina.»
E c’erano più di diecimila membri, sparsi in tutti gli USEA,
nell’America settentrionale e in Europa.
La macchina-cronista fece le fusa, accattivante:
«Chi è responsabile, secondo lei, per l’approvazione della Legge
McPhearson e per la ratifica apposta da der Alte?»
«Tu sai chi è il responsabile,» disse il dottor Superb. «E lo so
anch’io. Non l’esercito, né Nicole e neppure l’NP. È la grande società
farmaceutica, la paladina della morale, l’A.G. Chemie di Berlino.»
Tutti lo sapevano; non era una novità. La potentissima società
tedesca spadroneggiava nel mondo, imponendo la convinzione che la
sola cura per le malattie mentali fosse farmaceutica; c’era da
guadagnare una fortuna, in quel modo. E, per corollario, gli
psicoanalisti erano ciarlatani, paragonabili agli alchimisti e ai
guaritori. Non era come nei tempi andati, nel secolo scorso, quando
gli psicoanalisti avevano avuto una grande importanza. Il dottor
Superb sospirò.
«Lei prova angoscia,» disse in tono penetrante la macchina-
cronista, «nell’abbandonare la sua professione a causa di una
compulsione esterna? Eh?»
«Riferisci al tuo pubblico,» fece lentamente il dottor Superb, «che
noi intendiamo tirare avanti, legge o non legge. Possiamo essere utili
all’umanità, così come può essere utile la terapia farmaceutica. In
particolare, nei casi di distorsioni del carattere… quando c’è di
mezzo l’intera esistenza passata del paziente.»
Ormai aveva compreso che la macchina-cronista rappresentava
una delle maggiori reti televisive; un pubblico di circa cinquanta
milioni di persone assisteva a quel colloquio. All’improvviso, il
dottor Superb si sentì la lingua legata.
Dopo colazione uscì, si avvicinò alla sua ruota e trovò una
seconda macchina-cronista che era lì ad attenderlo.
«Signore e signori, questo è l’ultimo esemplare della razza degli
analisti della scuola viennese. Forse il già celebre psicoanalista dottor
Superb vorrà dirci qualche parola. Dottore?» La macchina rotolò
verso di lui, bloccandogli la strada. «Come si sente, signore?»
«Mi sento malissimo,» disse il dottor Superb. «E adesso, per
favore, togliti dai piedi.»
«Mentre si reca per l’ultima volta nel suo ufficio,» dichiarò la
macchina, scostandosi, «il dottor Superb ha l’aria di un condannato, e
insieme quella di un uomo segretamente orgoglioso nella certezza di
avere fatto il proprio dovere, secondo la sua opinione. Ma il tempo e
la marea hanno travolto gli uomini come il dottor Superb… e
soltanto il futuro potrà dire se questo è un bene. Come la pratica del
salasso, la psicoanalisi ha trionfato, poi è declinata, e adesso una
nuova terapia ha preso il suo posto.»
Il dottor Superb salì sulla sua ruota, si avviò sulla strada
secondaria e poi si immise nell’autobahn che portava a San
Francisco: si sentiva ancora malissimo, e aveva paura di ciò che
sapeva inevitabile: lo scontro con le autorità, che lo attendeva.
Non era più giovane. Era troppo grasso; fisicamente, era
impacciato, era già un uomo di mezza età, non più in grado di tenere
testa agli avvenimenti. Aveva già un accenno di calvizie, che lo
specchio nel bagno gli rivelava ogni mattina. Cinque anni prima
aveva divorziato dalla sua terza moglie, Livia, e non si era risposato.
La sua carriera era la sua vita, la sua famiglia. E adesso? Era
indubbio che, come aveva detto la macchina-cronista, oggi sarebbe
andato in ufficio per l’ultima volta. Cinquanta milioni di persone,
nell’America settentrionale e in Europa lo avrebbero visto, ma questo
sarebbe bastato a dargli una nuova vocazione, un nuovo scopo
trascendentale per sostituire l’antico? No, non sarebbe bastato.
Per rianimarsi alzò il ricevitore telefonico della ruota e formulò
una preghiera.
Quando ebbe parcheggiato la ruota e fu arrivato a piedi al suo
ufficio di Post Street, vi trovò un gruppetto di persone, un gruppo più
numeroso di macchine-croniste e alcuni agenti della polizia di San
Francisco in uniforme azzurra.
«’giorno,» disse impacciato il dottor Superb mentre saliva le scale,
con la chiave in mano. La folla si aprì per lasciarlo passare. Aprì la
porta, lasciando che il sole del mattino filtrasse nel lungo corridoio
ornato delle stampe di Paul Klee e di Kandinsky che lui e il dottor
Buckleman avevano appeso alle pareti sette anni prima, quando
avevano arredato insieme quell’edificio vecchiotto.
Una delle macchine-croniste dichiarò:
«Il momento cruciale, cari telespettatori, verrà quando giungerà il
primo paziente del dottor Superb.»
I poliziotti, in posizione di riposo, attendevano in silenzio.
Il dottor Superb si fermò sulla soglia, prima di entrare in ufficio, si
voltò a guardare gli altri e disse:
«Bella giornata, oggi, per essere in ottobre.»
Cercò di pensare qualche altra frase da dire, qualche frase eroica
che esprimesse la nobiltà dei suoi sentimenti e della sua posizione.
Ma non gli venne in mente nulla.
Forse, pensò, questo avveniva perché non c’era di mezzo nessun
sentimento nobile; stava facendo soltanto ciò che aveva fatto per
anni, cinque giorni alla settimana, e non occorreva un coraggio
speciale per compiere una volta di più un gesto abituale.
Naturalmente, avrebbe dovuto pagare con l’arresto quella sua
ostinazione. Il suo cervello lo sapeva, ma il suo corpo, il suo sistema
nervoso inferiore non lo sapevano. Somaticamente, continuava per la
sua strada.
Qualcuno, tra la folla, una donna, esclamò:
«Siamo con lei, dottore. Buona fortuna!» Parecchi gli sorrisero. Si
levò un fragile applauso. I poliziotti avevano l’aria scocciata. Il
dottor Superb chiuse la porta e proseguì.
Nell’anticamera, seduta alla scrivania, l’impiegata, Amanda
Conners, alzò la testa e disse: «Buongiorno, dottore.»
I suoi fulgidi capelli rossi splendevano, legati da un nastro, e dalla
camicetta di mohair, scollatissima, i suoi seni sporgevano
divinamente.
«’giorno,» disse il dottor Superb, lieto di vederla lì anche oggi, e
in una forma così splendida. Le porse il soprabito, che la ragazza
appese nell’armadio.
«Uhm, chi è il primo paziente?» E si accese un leggero sigaro
Florida.
Amanda consultò il registro.
«È il signor Rugge, dottore,» disse. «Alle nove. Lei avrà il tempo
di prendere una tazza di caffè. Lo preparo subito.»
E si diresse prontamente verso la macchina del caffè, nell’angolo
della stanza.
«Lei sa ciò che succederà qui fra poco,» disse il dottor Superb.
«Vero?»
«Oh, sì. Ma l’AIPP provvederà alla cauzione, no?» Amanda gli
portò la tazzina di carta, reggendola tra le dita tremanti.
«Temo che questo significhi la fine del suo lavoro.»
«Sì.» Amanda annuì. Non sorrideva più; i suoi grandi occhi si
erano rabbuiati. «Non riesco a capire perché der Alte non abbia
messo il veto a questa legge. Nicole era contraria, così ero sicura che
lui avrebbe rifiutato di ratificarla, all’ultimo momento. Mio Dio, il
governo dispone pure di quell’apparecchio per i viaggi nel tempo:
così possono andare nel futuro e vedere il male che provocherà tutto
questo… l’impoverimento della nostra società.»
«Forse hanno veramente guardato nel futuro,» rispose Superb. E,
pensò, non ci sarà nessun impoverimento.
La porta dell’ufficio si aprì. Apparve il primo paziente della
giornata, il signor Gordon Rugge, pallido per il nervosismo.
«Ah, è venuto,» disse il dottor Superb. Anzi, Rugge era in
anticipo.
«Quei bastardi,» disse Rugge. Era un uomo alto e magro, sui
trentacinque anni, ben vestito: era un agente di cambio che aveva gli
uffici in Montgomery Street.
Dietro Rugge apparvero due poliziotti in borghese. Fissarono lo
sguardo sul dottor Superb e attesero.
Le macchine-croniste tesero i ricevitori snodati, assorbendo
rapidamente i dati.
Per qualche attimo nessuno si mosse, nessuno parlò.
«Andiamo nel mio ufficio,» disse il dottor Superb al signor
Rugge. «E riprendiamo dove avevamo interrotto venerdì scorso.»
«Lei è in arresto,» disse immediatamente uno dei due poliziotti in
borghese. Si fece avanti e porse al dottor Superb un mandato. «Venga
con noi.»
Afferrò Superb per un braccio e lo spinse verso la porta: l’altro
poliziotto in borghese si scostò, in modo che Superb si trovasse in
mezzo a loro. Tutto questo venne compiuto con ordine, senza
confusione.
Il dottor Superb si rivolse al signor Rugge:
«Mi dispiace, Gordon. Evidentemente, non posso fare nulla per
continuare la sua terapia.»
«Quei porci vogliono farmi prendere le droghe,» disse
amaramente Rugge. «E sanno che le pillole mi fanno star male: sono
tossiche, per il mio sistema nervoso.»
«È interessante,» mormorò una delle macchine-croniste, rivolta al
suo pubblico televisivo, «osservare la lealtà del paziente dell’analista.
Eppure, perché non dovrebbe essere così? Quest’uomo ha riposto da
anni la sua fede nella psicoanalisi.»
«Da sei anni,» disse Rugge. «E continuerò così per altri sei, se è
necessario.»
Amanda Conners cominciò a piangere silenziosamente nel
fazzoletto.
Mentre il dottor Superb, scortato dagli agenti in borghese e in
uniforme della polizia di San Francisco, veniva condotto verso la
macchina, la folla gli tributò ancora una volta un fragile applauso di
incoraggiamento.
Ma in generale, osservò Superb, si trattava di persone anziane.
Superstiti degli anni in cui la psicoanalisi era rispettata; superstiti,
come lui, di un’altra epoca. Avrebbe desiderato che vi fossero anche
dei giovani.
Ma non c’erano.

Alla stazione di polizia, l’uomo magro dal pesante cappotto, che


fumava il sigaro filippino confezionato a mano, guardò dalla finestra
con gli occhi gelidi, consultò l’orologio, poi riprese a camminare
avanti e indietro, irrequieto.
Stava spegnendo il sigaro per accenderne un altro quando vide la
macchina della polizia.
Uscì, frettoloso, sul marciapiede mentre la polizia si accingeva a
far scendere l’arrestato.
«Dottore,» disse, «sono Wilder Pembroke. Vorrei parlarle un
momento.» Fece un cenno ai poliziotti che si scostarono, lasciando il
dottor Superb. «Entri. Mi hanno concesso l’uso di un ufficio al primo
piano. Non perderemo molto tempo.»
«Lei non fa parte della polizia cittadina,» osservò il dottor Superb,
scrutandolo. «O forse lei è un NP.» Adesso aveva assunto
un’espressione imbarazzata. «Sì, deve essere così.»
Pembroke lo condusse verso l’ascensore.
«Mi consideri soltanto una parte interessata,» disse. Abbassò la
voce, mentre incrociavano un gruppo di agenti. «A me interessa
vederla ritornare nel suo ufficio, a curare di nuovo i suoi pazienti.»
«E ha l’autorità di farlo?» chiese Superb.
«Credo di sì.» L’ascensore arrivò e i due vi entrarono. «Tuttavia
occorrerà un’ora, all’incirca, per ricondurla al suo ufficio. La prego,
cerchi di avere pazienza.»
Pembroke accese un altro sigaro. Non ne offrì a Superb.
«Posso chiederle… chi rappresenta, lei?»
«Gliel’ho già detto,» ribatté irritato Pembroke. «Lei deve
considerarmi soltanto una parte interessata, non capisce?»
Guardò risentito Superb, e nessuno dei due riprese a parlare fino a
che non furono giunti al primo piano.
«Mi dispiace essere così brusco,» disse Pembroke, mentre si
avviavano lungo il corridoio. «Ma sono molto preoccupato per il suo
arresto. Molto turbato.» Aprì la porta, e Superb entrò circospetto
nell’ufficio 209. «Naturalmente, io mi preoccupo facilmente. È il mio
lavoro, più o meno. Proprio come fa parte del suo lavoro non venire
mai coinvolto emotivamente.» Sorrise, ma il dottor Superb non
restituì il sorriso. Era troppo nervoso per poterlo fare, osservò
Pembroke. La reazione di Superb corrispondeva al profilo contenuto
nell’incartamento.
Sedettero uno di fronte all’altro, studiandosi cautamente.
Poi Pembroke disse:
«C’è un uomo che verrà a consultarla. Non da molto lontano;
diventerà il suo paziente. Mi capisce? Perciò vogliamo che lei sia là;
vogliamo che il suo ufficio sia aperto, perché lei possa riceverlo e
curarlo.»
Superb annuì, con il volto irrigidito.
«Capisco.»
«Il resto… gli altri che lei cura… non ci interessano. Sia che
peggiorino, che guariscano, che le paghino un patrimonio, che tirino
in lungo prima di saldare il conto… non ci interessa. Ci interessa
quell’individuo.»
«E quando l’avrò curato,» disse Superb, «allora mi farete chiudere
lo studio? Come fate con tutti gli altri psicoanalisti?»
«Ne riparleremo allora. Non adesso.»
«Chi è quell’uomo?»
«Non posso dirglielo,» rispose Pembroke.
«Desumo,» disse il dottor Superb dopo una pausa, «che lei abbia
usato l’apparecchio temporale di von Lessinger per studiare quali
saranno i risultati che conseguirò con quell’uomo.»
«Sì,» disse Pembroke.
«Quindi non ha dubbi. Io riuscirò a guarirlo.»
«Al contrario,» disse Pembroke. «Lei non potrà aiutarlo; è
esattamente per questo che abbiamo bisogno di lei. Se quell’uomo si
servirà della terapia chimica recupererà il suo equilibrio mentale. E
per noi è estremamente importante che rimanga ammalato. Così lei
può capire, dottore, che abbiamo bisogno della continuazione
dell’esistenza professionale di un ciarlatano, di uno psicoanalista
praticante.» Pembroke riaccese con cura il sigaro che si era spento.
«Perciò, ecco l’istruzione più importante: non respinga nessun
paziente nuovo. Ha capito? Per quanto sia pazzo… o meglio, per
quanto sia evidentemente sano di mente.»
Sorrise: l’imbarazzo del dottore lo divertiva.
II

Era tardi, ma la luce era ancora accesa nel grande palazzo Abramo
Lincoln, in quella sera del Giorno dei Morti; gli inquilini, tutti
seicento, dovevano presenziare alla riunione nella sala sotterranea.
Entravano in fila indiana, uomini, donne e bambini. Sulla porta,
Vince Strikerock, pratico e freddo, un ottimo, solido funzionario,
attivava i nuovi lettori di identità, controllandoli uno dopo l'altro per
assicurarsi che non entrasse qualcuno proveniente da un altro
palazzo.
Gli inquilini si sottoponevano di buon umore all'esame e tutto
procedeva rapidamente.
«Come mai questa novità, ehi, Vince?» chiese il vecchio Joe Purd,
il più vecchio inquilino del palazzo. Si era trasferito li con sua moglie
e i due figli quando l'edificio era stato inaugurato, nel maggio 1992.
Sua moglie era morta, ormai, i due figli erano cresciuti, si erano
sposati e avevano traslocato, ma Joe era rimasto.
«È a prova d'errore,» disse quietamente Vince. «Non è
semplicemente soggettivo.»
Fino a quel momento, nel suo lavoro di burocrate onorario, aveva
fatto entrare la gente basandosi soltanto sulla sua capacità di
riconoscerla. Ma in quel modo, aveva lasciato entrare un paio di tizi
del Robin Hill Manor, che avevano rovinato una riunione con le loro
domande e i loro commenti. Questo non sarebbe accaduto mai più;
Vince Strikerock lo aveva giurato a se stesso e ai suoi coinquilini. E
aveva fatto sul serio.
Mentre faceva passare le copie dell’ordine del giorno, la signora
Wells cantilenava, con un sorriso fisso:
«Il punto 3 A, spese per riparazioni del tetto, è stato spostato al
punto 4 A. Prenda nota, la prego.»
Gli inquilini prendevano gli ordini del giorno e poi si dividevano
in due fiumane, dirigendosi verso i lati opposti della sala: la fazione
liberale si sedeva a destra, i conservatori a sinistra, e ogni gruppo
ignorava vistosamente l’esistenza dell’altro.
Alcuni individui non ancora compromessi con una o con l’altra
fazione (i nuovi inquilini o gli eccentrici) sedevano in fondo, attenti e
silenziosi, mentre la sala era tutta un ronzio di piccoli conciliaboli. Il
tono, l’umore dei presenti era improntato alla tolleranza, ma gli
inquilini sapevano che quella sera vi sarebbe stato uno scontro. Era
presumibile che entrambe le fazioni si fossero preparate. Qua e là
documenti, petizioni, ritagli di giornali frusciavano, venivano letti e
scambiati, fatti passare avanti e indietro.
Sul palco, seduto al tavolo insieme ai quattro fiduciari del palazzo,
il presidente Donald Tishman si sentiva in preda alla nausea. Era un
uomo pacifico, che detestava quelle battaglie violente. Anche quando
si trovava seduto tra il pubblico le trovava insopportabili, e quella
sera avrebbe dovuto prendervi parte attivamente; il tempo e la sorte
avevano fatto sì che toccasse a lui la presidenza, come toccava di
volta in volta a tutti gli inquilini, e naturalmente gli era capitata la
presidenza proprio la serata in cui la discussione sulla scuola avrebbe
raggiunto la sua massima violenza.
La sala era ormai quasi piena. Patrick Doyle, che era in quel
periodo il pilota celeste del palazzo, e che aveva l’aria piuttosto
infelice nella lunga tunica bianca, alzò le mani per invocare silenzio.
«La preghiera iniziale,» disse, con voce rauca; si schiarì la voce e
tirò fuori un cartoncino. «Chiudete gli occhi e chinate il capo.»
Guardò Tishman e i fiduciari, e Tishman gli fece un cenno per
invitarlo a continuare.
«Padre celeste,» lesse Doyle, «noi, inquilini del palazzo comunale
Abramo Lincoln imploriamo la tua benedizione su questa assemblea.
Ehm, ti supplichiamo perché nella tua misericordia tu ci consenta di
raccogliere i fondi per le riparazioni al tetto, che ci sembrano
assolutamente necessarie. Ti chiediamo che i nostri malati guariscano
e che nell’esaminare le domande di coloro che desiderano venire a
vivere tra noi, noi mostriamo saggezza nella scelta. Chiediamo
inoltre che nessun estraneo entri qui a turbare le nostre esistenze
ordinate e osservanti e chiediamo in particolare che, se questo è il tuo
volere, Nicole Thibodeaux sia liberata dal mal di capo provocato
dalla sinusite, che le ha impedito di apparirci ultimamente in TV, e
che questi mal di capo non abbiano niente a che fare con quanto è
successo due anni fa, come noi tutti ricordiamo, quando
quell’inserviente lasciò cadere quel peso che la colpì alla testa e la
costrinse a rimanere all’ospedale per parecchi giorni. Comunque,
amen.»
«Amen,» rispose il pubblico.
Tishman si alzò e disse: «Adesso, prima di occuparci dell’ordine
del giorno, avremo qualche minuto di lieto trattenimento, durante i
quali mostreremo i nostri talenti. Per prima cosa, ecco a voi le tre
ragazze Fetersmoeller dell’appartamento numero 205. Danzeranno la
melodia “Costruirò una scala fino alle stelle”.»
Tornò a sedersi, e sul palcoscenico si presentarono tre ragazzette
bionde, che il pubblico già conosceva per le passate esibizioni.
Mentre le piccole Fetersmoeller, con i calzoncini a strisce e le
luccicanti giacchette argentee strascicavano i piedi, sorridendo, nei
loro passi di danza, la porta del corridoio si aprì ed apparve un
ritardatario, Edgar Stone.
Quella sera era in ritardo poiché aveva corretto le risposte del test
del suo vicino, Ian Duncan. La sua mente si soffermava ancora sul
test, e sulla magra figura che aveva fatto Ian Duncan… che lui
conosceva appena. Gli pareva ormai sicuro, prima ancora di avere
ultimato il controllo delle risposte, che Duncan avesse fatto
clamorosamente fiasco.
Sul palcoscenico le piccole Fetersmoeller cantavano con le loro
vocette stridule, e Stone si chiese perché mai era venuto lì.
Forse soltanto per evitare la multa, poiché era obbligatorio per gli
inquilini presenziare all’assemblea, quella sera. Quegli spettacoli
dilettantistici, organizzati così di frequente, non gli interessavano
affatto: ricordava i tempi andati, quando i televisori avevano portato
in tutte le case uno svago piacevole, ottimi spettacoli di
professionisti. Adesso, naturalmente, tutti i professionisti di valore
erano sotto contratto per la Casa Bianca, e la TV aveva smesso di
divertire il pubblico, si era dedicata a istruirlo.
Il signor Stone pensò alla beata età dell’oro, ormai perduta, ai
grandi film con attori comici della levatura di Jack Lemmon e di
Shirley MacLaine; poi tornò a guardare le sorelle Fetersmoeller e
gemette.
Vince Strikerock, che era sempre all’erta, lo sentì, e gli lanciò
un’occhiata severa.
Per lo meno, era riuscito a saltare la preghiera…
Presentò la carta d’identità alla nuova e costosa macchina di
Vince, che gli permise di passare, e si avviò lungo la corsia, verso un
posto vuoto.
Forse questa sera Nicole stava guardando proprio tutto questo?
C’era un talent-scout fra il pubblico? Non scorse alcuna faccia
ignota. Le piccole Fetersmoeller sprecavano il loro tempo.
Sedette, chiuse gli occhi e ascoltò, incapace di guardare. Non ce la
faranno mai, quelle, pensò. Non ce la faranno mai, né loro né i loro
ambiziosi genitori; non hanno talento, come tutti noi… L’Abramo
Lincoln ha dato un contributo ben misero al patrimonio culturale
degli USEA, nonostante la sua decisione strenua e testarda, e nessuno
potrà fare niente per cambiare questa situazione.
La posizione senza speranza delle piccole Fetersmoeller lo
indusse a ricordare ancora una volta il questionario che Ian Duncan,
tremante e pallidissimo, gli aveva messo tra le mani quella mattina.
Se Duncan avesse fallito, sarebbe stato anche peggio delle
Fetersmoeller, perché non avrebbe neppure continuato a vivere
all’Abramo Lincoln. Sarebbe scomparso, sarebbe ritornato alla sua
disprezzata posizione sociale di un tempo; probabilmente, a meno
che non fosse dotato di qualità particolari, si sarebbe ritrovato a
vivere in un dormitorio, a lavorare come manovale, come avevano
fatto tutti, prima dei vent’anni.
Naturalmente gli avrebbero rifuso il denaro che aveva speso per
l’appartamento, una grossa somma che rappresentava l’investimento
più grosso della vita di un uomo.
Da un certo punto di vista, Stone lo invidiava. Che cosa farei, io,
si chiese mentre se ne stava seduto a occhi chiusi, se avessi di nuovo
tutto quel denaro, un bel gruzzolo? Forse, pensò, emigrerei.
Comprerei una di quelle astronavi a buon prezzo che vendono
illegalmente…
Gli applausi lo scossero. Le ragazze avevano finito. Anche lui si
unì agli applausi. Sul podio, Tishman agitò le mani per chiedere
silenzio.
«Bene, amici. So che vi è piaciuto, ma abbiamo altro in serbo,
questa sera! E poi dobbiamo anche occuparci di affari; non
dimenticatelo.» E sorrise ai presenti.
Sì, pensò Stone. Gli affari. E si sentì innervosito, poiché era uno
dei radicali dell’Abramo Lincoln che volevano abolire le elementari
del palazzo e mandare i loro figli alle elementari pubbliche, dove si
sarebbero trovati a contatto con i bambini degli altri palazzi.
Quell’idea stava incontrando una accanita opposizione. Eppure,
nelle ultime settimane, aveva conquistato parecchi adepti. Forse
stavano entrando in un’epoca nuova, diversa. Comunque, sarebbe
stata una esperienza importantissima: i loro figli avrebbero scoperto
che gli abitanti degli altri palazzi non erano poi diversi da loro stessi.
Le barriere tra gli abitanti di tutti gli appartamenti sarebbero cadute e
una nuova comprensione si sarebbe stabilita…
Per lo meno, era così che la pensava Stone. Ma i conservatori la
pensavano diversamente. Era troppo presto, affermavano, per quella
integrazione. Vi sarebbero stati litigi e zuffe, quando i bambini
avessero discusso la supremazia di un palazzo o dell’altro. Con il
tempo, sarebbe stato possibile… ma adesso no, era troppo presto.

Rischiando la pesante multa, il piccolo signor Ian Duncan, grigio


e nervoso, non si recò all’assemblea e restò nel suo appartamento,
quella sera, studiando i testi ufficiali governativi sulla storia politica
degli Stati Uniti d’Europa e d’America. Sapeva di essere debole in
quella materia. Riusciva a capire appena i fattori economici, per non
parlare delle ideologie politiche che si erano alternate durante il
ventesimo secolo, contribuendo a determinare la situazione attuale.
Per esempio, l’ascesa del Partito Democratico-Repubblicano. Una
volta c’erano stati due partiti (o tre?) impegnati in inutili dissidi,
nella lotta per il potere, così come ora lottavano tra loro i palazzi.
I due — o tre — partiti si erano fusi, verso il 1985, poco prima
che la Germania entrasse a far parte degli USEA. Ora c’era soltanto
un partito, che reggeva una società stabile e pacifica; tutti, per legge,
vi appartenevano. Tutti pagavano le quote, assistevano alle riunioni e
votavano, ogni quattro anni, per eleggere un nuovo der Alte…
l’uomo che, secondo loro, Nicole avrebbe preferito.
Era piacevole sapere che il popolo aveva il potere di decidere chi
sarebbe diventato marito di Nicole, ogni quattro anni. In un certo
senso, questo dava il potere supremo all’elettorato, addirittura al di
sopra della stessa Nicole. Per esempio, l’ultimo prescelto, Rudolf
Kalbfleisch. Le relazioni tra der Alte e la Prima Signora erano
piuttosto fredde, e facevano pensare che lei non approvasse molto la
più recente scelta degli elettori. Ma, naturalmente, siccome era una
signora, non lo dava a vedere.
In quale periodo la posizione di Prima Signora aveva cominciato
ad assumere un’importanza superiore a quella di Presidente?
domandava il questionario. In altre parole, quando è divenuta
matriarcale la nostra società, si disse Ian Duncan.
Verso il 1990. So la risposta. Anche prima c’era stato qualche
prodromo… il cambiamento fu graduale. Di anno in anno der Alte
diventava sempre più oscuro, la Prima Signora diventava più celebre,
più amata dal pubblico. Era il pubblico che aveva causato quel
cambiamento. Sentiva forse la necessità di una madre, d’una moglie,
d’una amante, o forse di tutte e tre? Comunque, avevano ciò che
volevano: avevano Nicole, e Nicole era certamente tutte e tre queste
cose, e anche di più.
Nell’angolo del soggiorno il televisore disse taaaanggg, indicando
che stava per attivarsi.
Con un sospiro, Duncan chiuse i libri di testo e dedicò la sua
attenzione allo schermo. Un servizio speciale sulle attività della Casa
Bianca, pensò. Un’altra “visita” o magari una scrupolosa inchiesta
(approfondita e particolareggiata) circa un nuovo hobby o una nuova
passione di Nicole. Forse ha cominciato a fare collezione di tazze di
porcellana? Se è così, dovremo contemplare ogni maledetta tazzina.
Sullo schermo apparve il viso rotondo e pesante di Maxwell W.
Jamison, il segretario stampa della Casa Bianca.
«Buonasera, gente della nostra terra,» disse solennemente. «Vi
siete mai chiesti che cosa si prova nel discendere sul fondo
dell’oceano Pacifico? Nicole se lo è chiesto, e per rispondere alla
domanda ha riunito qui alla Casa Bianca tre dei maggiori oceanografi
del mondo. Questa sera li inviterà a raccontare la loro storia, e voi li
sentirete in una registrazione dal vivo, ripresa poco fa attraverso gli
impianti dell’Ufficio per gli Affari Pubblici della Rete Triadica
Unificata.»
E adesso andiamo alla Casa Bianca, si disse Duncan. Per lo meno,
attraverso una mediazione. Noi che non possiamo arrivare fin là, noi
che non possediamo qualità tali da interessare la Prima Signora
neppure per una serata: noi possiamo guardare oltre le mura della
Casa Bianca, attraverso la finestra, accuratamente regolata, del nostro
televisore.
Non aveva voglia di guardare il programma, quella sera, ma gli
parve più opportuno farlo. Alla fine poteva esserci un quiz a sorpresa.
E un buon punteggio in un quiz a sorpresa poteva controbilanciare il
pessimo punteggio che senza dubbio aveva ottenuto nel recente test
politico, che adesso il suo vicino, il signor Edgar Stone, stava
correggendo.
Sullo schermo apparvero i lineamenti bellissimi e sereni, la pelle
chiara e gli occhi scuri e intelligenti, il volto saggio e insieme
sbarazzino della donna che stava monopolizzando l’attenzione di
tutti, la donna che un’intera nazione, quasi un intero pianeta, seguiva
appassionatamente, ossessivamente.
Quando la vide, Ian Duncan si sentì gelare dalla paura. L’aveva
delusa; i suoi pessimi risultati le erano noti, in un modo o nell’altro, e
anche se lei non diceva nulla, c’era la delusione sul suo volto.
«Buonasera,» disse Nicole, con la sua voce sommessa e un po’
roca.
«È così,» mormorò Duncan. «Non ho una mente fatta per le
astrazioni; voglio dire, tutta questa filosofia politico-religiosa… per
me non ha senso. Non potrei limitarmi a concentrarmi sulla realtà
concreta? In questo momento dovrei essere a cuocere mattoni o a
fabbricare scarpe.»
Dovrei essere su Marte, pensò, alla frontiera. Qui sono inutile. A
trentacinque anni sono un fallito, e lei lo sa. Lasciami andare, Nicole,
pensò disperato. Non farmi più subire altri test, perché non ho la
minima possibilità di superarli. Anche questo programma sul fondo
dell’oceano: prima ancora che sia finito avrò dimenticato tutti i dati.
Io sono inutile, per il Partito Democratico-Repubblicano.
Poi pensò al suo vecchio amico Al. Al potrebbe aiutarmi. Al
lavorava per Loony Luke, in una delle sue Giungle delle Astronavi, e
vendeva le piccole navi di latta e di cartone che persino i falliti
potevano permettersi; navi che, con un po’ di fortuna, potevano
compiere il viaggio fino a Marte… sola andata, naturalmente. Al, si
disse, potrebbe procurarmi un’astronave efficiente.
Sullo schermo televisivo, Nicole stava dicendo:
«In realtà è un mondo affascinante, ricco di entità luminose che
superano di gran lunga, per varietà e spettacolarità, tutto ciò che è
stato scoperto su altri pianeti. Gli scienziati calcolano che vi siano
più specie di esseri viventi nell’oceano…»
Il viso di Nicole si dissolse, apparve una sequenza che mostrava
pesci grotteschi e innaturali.
Questo fa parte del programma propagandistico, pensò Duncan.
Un tentativo di distogliere il nostro pensiero da Marte e dall’idea di
fuggire lontano dal Partito… e da lei.
Sullo schermo, un pesce dagli occhi bulbosi lo fissò a bocca
aperta; nonostante tutto, attirò la sua attenzione.
Caspita, pensò Duncan, è un mondo ben strano, quello là sotto.
Nicole, pensò, mi hai messo in trappola. Se almeno io e Al
l’avessimo spuntata, adesso potremmo esibirci per te, e saremmo
felici. Mentre tu interroghi i famosi oceanografi, io e Al staremmo
suonando discretamente in sottofondo, forse una delle Invenzioni di
Bach.
Ian Duncan andò a un armadio, ne tolse un oggetto avvolto in un
pezzo di tessuto, lo alzò in piena luce. Avevamo tanta fede, ricordò.
Tolse teneramente dall’involucro l’anfora. Poi trasse un profondo
respiro, vi soffio un paio di note.
Duncan & Miller, il Duo di Anfore… erano stati lui e Al:
suonavano i loro arrangiamenti di Bach, Mozart e Stravinski. Ma il
talent-scout della Casa Bianca… che puzzone! Non aveva neppure
offerto loro la possibilità di una audizione imparziale. Niente da fare,
aveva detto. Jesse Pigg, il favoloso suonatore d’anfora dell’Alabama,
era arrivato prima alla Casa Bianca, svagando e deliziando i
componenti la famiglia Thibodeaux con la sua versione di “Derby
Ram” e “John Henry” e così via.
«Ma,» aveva protestato Ian Duncan, «questa è anfora classica.
Noi eseguiamo le sonate del defunto Beethoven.»
«Vi chiameremo,» aveva detto sbrigativamente il talent-scout, «se
Nicky mostrerà qualche interesse per questo genere.»
Nicky! Lui era rimasto stordito. Pensa, essere in intimità fino a
quel punto con la Prima Famiglia!
Lui e Al, mormorando impotenti, si erano ritirati dal palcoscenico
con le loro anfore, lasciando il posto al numero seguente, un gruppo
di cani in costume elisabettiano che imitavano i personaggi
dell’Amleto. Neppure i cani ce l’avevano fatta, ma era stata una
consolazione ben meschina.
«Mi hanno detto,» stava dichiarando Nicole, «che nelle profondità
oceaniche la luce è così scarsa che… be’, ecco, osservate questa
strana creatura.»
Sullo schermo televisivo passò nuotando un pesce che tendeva
davanti a sé una lanterna lucente.
Qualcuno bussò alla porta dell’appartamento, facendolo
sussultare.
Ian Duncan andò ad aprire. E si vide davanti il suo vicino, il
signor Stone, che aveva l’aria molto nervosa.
«Non era all’assemblea del Giorno dei Morti?» chiese Edgar
Stone. «E se controllano e se ne accorgono?» Teneva fra le mani il
questionario di Ian Duncan, già corretto.
«Mi dica come me la sono cavata,» disse Duncan. E si preparò a
ricevere la risposta attesa.
Stone entrò, chiuse la porta dietro di sé. Guardò il televisore, vide
Nicole seduta insieme agli oceanografi, ascoltò per un momento la
sua voce, poi disse bruscamente, con voce rauca:
«Se l’è cavata magnificamente.» E porse a Duncan il questionario.
«Ho superato la prova?» Duncan non riusciva a crederlo. Prese i
fogli, li esaminò incredulo. E poi comprese che cosa era accaduto.
Stone aveva fatto in modo che lui superasse la prova. Aveva
falsificato i risultati, probabilmente per semplici motivi umanitari.
Duncan alzò la testa: si guardarono, senza parlare. È terribile, pensò
Duncan. E adesso, che cosa farò? Quella reazione lo sbalordì, ma non
poteva fare a meno di provare ciò che provava.
Volevo fallire, si disse. Perché? Per andarmene di qui, per avere
un pretesto per rinunciare a tutto questo, al mio appartamento e al
mio lavoro, per mandare tutto al diavolo e via, andarmene. Emigrare,
senza portare con me nient’altro che la camicia che ho addosso, in un
catorcio che andrà a pezzi nel momento in cui si poserà sul deserto
marziano.
«Grazie,» disse cupo.
Stone replicò rapidamente.
«Un giorno o l’altro lei potrà fare lo stesso per me.»
«Oh, sì, e ne sarò felice,» disse Duncan.
Stone si affrettò a uscire, lasciandolo solo con il televisore,
l’anfora, il questionario corretto e i suoi pensieri.
III

Bisognava risalire all’anno 1994, l’anno in cui la Germania


Occidentale era entrata a far parte dell’Unione come cinquantesimo
Stato, per comprendere per quale motivo Vince Strikerock, cittadino
americano e abitante del palazzo Abramo Lincoln, stava ascoltando
der Alte alla televisione, mentre si faceva la barba, il mattino
seguente.
C’era qualcosa in quel der Alte, in quel Presidente Rudi
Kalbfleisch, che lo irritava sempre, e sarebbe stata una bellissima
cosa quando, fra due anni, Kalbfleisch sarebbe giunto al termine del
suo mandato e, secondo la legge, avrebbe dovuto ritirarsi. Era sempre
un gran giorno, una bellissima cosa, quando la legge giubilava uno di
quegli uomini. Vince pensava sempre che era il caso di festeggiare
l’avvenimento.
Eppure, pensava Vince, la cosa migliore era fare tutto il possibile,
finché il vecchio rimaneva in carica; perciò depose il rasoio e andò in
soggiorno, a regolare le manopole del televisore.
Regolò le manopole n, r e b, e rimase in attesa di un
miglioramento nel tono cantilenante del discorso-Ma non cambiò
nulla. Erano troppi, gli altri spettatori che avevano le proprie idee
circa quello che doveva essere il tenore del discorso del vecchio,
pensò Vince. Anzi, probabilmente in quello stesso palazzo c’erano
già abbastanza persone a controbilanciare la pressione che lui
cercava di esercitare sul vecchio attraverso il suo apparecchio.
Comunque, quella era la democrazia. Vince sospirò. Era quello
che la gente voleva: un governo ricettivo a ciò che diceva la gente.
Ritornò nella stanza da bagno e riprese a radersi.
«Ehi, Julie!» gridò alla moglie. «La colazione è pronta?» Non
sentiva provenire il minimo suono dalla cucina dell’appartamento.
Anzi, ora che ci pensava, non ricordava neppure di averla vista in
letto accanto a sé, mentre si era alzato quel mattino, ancora stordito.
All’improvviso ricordò.
La sera prima, dopo la festa del Giorno dei Morti, lui e Julie, dopo
un litigio particolarmente accanito, avevano divorziato, erano scesi
dal Commissario M e D del palazzo e avevano riempito i documenti
D: divorzio. Poi Julie aveva fatto le valige. E lui era rimasto solo
nell’appartamento… nessuno gli stava preparando la colazione, e a
meno che non si fosse dato da fare, avrebbe finito per saltarla
completamente.
Era un autentico trauma, perché quel matrimonio era durato sei
mesi interi, e lui si era ormai abituato a vedere Julie per casa, la
mattina. Lei sapeva come gli piacevano le uova (cotte con un po’ di
formaggio Munster dolce). Accidenti alla nuova legislazione sul
divorzio, che il vecchio Presidente Kalbfleisch aveva approvato!
Accidenti a Kalbfleisch in generale: ma perché il vecchio non tirava
le cuoia, uno di quei pomeriggi, durante uno dei suoi famosi
sonnellini di due ore?
Ma naturalmente, in quel caso, il suo posto sarebbe stato preso da
un altro der Alte. E anche la morte del vecchio non gli avrebbe
restituito Julie; quella faccenda era al di fuori della giurisdizione
della burocrazia.
Furibondo, si avvicinò al televisore e premette il pulsante s. Se un
numero sufficiente di cittadini lo premeva, il vecchio avrebbe smesso
di parlare… il pulsante “silenzio” significava la cessazione totale del
discorso. Vince attese, ma il discorso proseguì.
E poi si rese conto che era strano, un discorso a quell’ora del
mattino; erano soltanto le otto, in fin dei conti. Forse l’intera colonia
lunare era saltata, in una titanica esplosione dei suoi depositi di
carburante. Il vecchio avrebbe annunciato che era necessario
stringere la cinghia, per riassestare i programmi spaziali; c’era da
aspettarsi quelle calamità, e anche di peggio.
O forse, finalmente, erano stati stanati gli autentici avanzi di una
razza senziente su Marte? E non nel settore francese ma, come amava
dire der Alte, “nel nostro”. Bastardi prussiani, pensò Vince. Non
avremmo mai dovuto farvi entrare in quella che a me piace chiamare
“la nostra tenda”, la nostra unione federale, che avrebbe dovuto
venire limitata all’emisfero occidentale.
Ma il mondo era divenuto così piccolo! Quando si fonda una
colonia a distanza di milioni di miglia, su un’altra luna o su un altro
pianeta, le tremila miglia che separano New York da Berlino perdono
significato. E Dio sapeva se era quello che volevano i tedeschi, a
Berlino!
Vince sollevò il ricevitore e chiamò il direttore del palazzo.
«Mia moglie Julie… voglio dire, la mia ex moglie… ha preso un
altro appartamento, ieri sera?»
Se fosse riuscito a rintracciarla, forse avrebbe potuto fare
colazione con lei, e questo l’avrebbe rincuorato. Ascoltò, pieno di
speranza.
«No, signor Strikerock,» una pausa. «Secondo le nostre
registrazioni, non lo ha preso.»
Al diavolo, pensò Vince. E riattaccò.
Ma che cos’era il matrimonio, in fin dei conti? Un accordo per la
divisione delle proprietà e di ogni cosa… come il diritto di poter
discutere in quel momento il motivo per cui der Alte teneva un
discorso alle otto del mattino, il diritto di avere qualcuno che gli
preparava la colazione mentre lui si accingeva a recarsi al lavoro, alla
filiale di Detroit della Karp u. Sohnen Werke. Sì, il matrimonio
significava una combinazione grazie alla quale qualcuno poteva
ottenere che qualcun altro facesse ciò che non gli andava di fare
personalmente; per esempio cucinare. Adesso che era solo, avrebbe
dovuto mangiare nella caffetteria del palazzo; lo prevedeva, sulla
base delle sue passate esperienze: Mary, Jean, Laura, e adesso
Julie… Quattro matrimoni, e l’ultimo era stato il più breve. Stava
rotolando giù per la china. Forse, Dio non volesse, era un
omosessuale latente.
Sullo schermo televisivo, der Alte dichiarò:
«… e l’attività paramilitare ricorda l’Era della Barbarie e perciò
deve essere doppiamente rinnegata.»
L’Era della Barbarie… era l’eufemismo per indicare il periodo
nazista, verso la metà del secolo precedente; ormai erano passati
quasi cento anni, ma veniva ricordato ancora vividamente, anche se
in modo distorto.
Dunque der Alte era apparso alla televisione per denunciare i Figli
di Giobbe, l’ultima organizzazione di fanatici, di natura
semireligiosa, che imperversavano per le strade, proclamando la
necessità di una purificazione della vita razziale del paese, eccetera
eccetera… qualsiasi cosa proclamassero, insomma.
In altre parole, reclamavano una legislazione severa per escludere
dalla vita pubblica gli individui eccentrici… specialmente coloro che
erano nati negli anni del fallout radioattivo provocato dagli
esperimenti nucleari, in particolare, dalle esplosioni della Cina
popolare.
Julie sarebbe stata inclusa in quella categoria, pensò Vince, poiché
era sterile. Poiché non poteva generare figli, non avrebbe avuto il
diritto di votare… una connessione piuttosto neurotica, possibile da
un punto di vista logico soltanto nelle menti di una popolazione
centroeuropea come quella tedesca. La coda che dimena il cane, si
disse mentre si asciugava la faccia. Noi, nel Nord Amerika siamo il
cane; il Reich è la coda. Che vita! Forse dovrei emigrare, andare a
vivere sotto un cielo debole, convulso, giallo-pallido, dove persino le
cose con otto zampe e un pungiglione hanno il diritto di voto…
niente Figli di Giobbe, là. Non che tutti gli individui anormali fossero
tanto anormali; ma molti erano stati considerati idonei, e con buone
ragioni, per emigrare. Così, come se ne erano andati moltissimi
individui del tutto normali, semplicemente stufi dell’esistenza
sovraffollata e burocratica della Terra di quei tempi, tanto negli
USEA quanto nell’Impero Francese, nell’Asia popolare o nell’Africa
Libera… cioè Nera.
Andò in cucina, si preparò uova e pancetta.
E mentre la pancetta friggeva, diede da mangiare all’unico
animale domestico che gli era consentito tenere nel palazzo: George
III, la tartarughina verde. George III mangiava mosche secche
(venticinque per cento di proteine, più nutrienti del cibo per gli esseri
umani), carne trita e uova di formiche, una colazione che induceva
Vince Strikerock a meditare sull’assioma de gustibus non
disputandum est… non bisogna discutere i gusti della gente…
specialmente alle otto del mattino.
Soltanto cinque anni prima avrebbe potuto tenere un uccellino,
nell’Abramo Lincoln, ma adesso non era più permesso. Erano troppo
chiassosi. Norma S 205 del Regolamento del Palazzo: tu non
fischierai, non canterai, non cinguetterai e non trillerai. Una tartaruga
era muta… come una giraffa; ma le giraffe erano verboten, insieme
agli ex amici dell’uomo, i cani e i gatti, scomparsi fin dai tempi di
der Alte Frederich Hempel, che Vince ricordava appena. Quindi non
poteva trattarsi della virtù del mutismo; come gli capitava spesso,
Vince non riusciva a indovinare i moventi che avevano ispirato
quella disposizione alla burocrazia del Partito. Non riusciva a
sviscerarne i moventi, sinceramente, e in un certo senso ne era
contento. Questo dimostrava che lui faceva spiritualmente parte di
quel sistema.
Sullo schermo il volto avvizzito, allungato, quasi senile, era
scomparso; venne sostituito dalla musica, un evento puramente
udibile. Percy Grainger, una melodia che si chiamava “Handel on the
Strand”… banale per quanto era possibile esserlo… il poscritto più
appropriato per quanto era stato detto poco prima, rifletté Vince.
Sbatté bruscamente i tacchi, si mise sull’attenti, in una parodia della
rigidità militare dei tedeschi, con il mento alto, le braccia rigide,
mentre la melodia fluiva dall’altoparlante del televisore.
Vince Strikerock sull’attenti, davanti a quella musica per bambini,
che le autorità, i così detti G, consideravano adatta. Heil, si disse
Vince, e alzò il braccio nell’antico saluto nazista.
La musica proseguì.
Vince cercò un altro canale.
E sullo schermo apparve fuggevolmente un uomo dall’aria
infelice, in mezzo a una folla che pareva applaudirlo. L’uomo,
circondato dai poliziotti, salì su un veicolo.
Nello stesso tempo il telecronista dichiarò: «…e, come in
centinaia di altre città negli USEA, il dottor Jack Dowling, famoso
psichiatra della scuola viennese, qui a Bonn, viene arrestato mentre
protesta contro la ratifica della Legge McPhearson…»
Sullo schermo, il veicolo, che era una macchina della polizia,
sfrecciò via.
Che bellezza, pensò cupo Vince. È un segno dei tempi: una
legislazione più repressiva, dettata dalla paura. E a chi dovrò
chiedere aiuto, se la partenza di Julie mi causa un collasso mentale?
Potrebbe darsi che capitasse. Non ho mai consultato uno
psicoanalista. Non ne ho mai avuto bisogno in tutta la mia vita. Ma
questo… non mi è mai capitato niente del genere. Julie, pensò, dove
sei?
Ora sullo schermo televisivo la scena era cambiata: eppure
rimaneva la stessa. Vince Strikerock vide un’altra folla, un’altra
polizia, un altro psicoanalista che veniva condotto via: un altro
individuo che protestava e veniva arrestato.
«È interessante,» mormorò il televisore, «osservare la lealtà del
paziente di questo psicoanalista. Eppure, perché non dovrebbe essere
così? Quest’uomo, in fin dei conti, ha riposto la sua fede nella
psicoanalisi probabilmente da anni.»
E questo a che cosa l’ha portato? Si chiese Vince.
Julie, pensò, se sei con qualcuno, se sei con un uomo in questo
momento, ebbene… questo provocherà dei guai. O morirò, ucciso da
questa certezza, oppure te la farò pagare, a te a quell’individuo,
chiunque egli sia. Anche se… anzi, specialmente se è un mio amico.
Voglio riportarti qui, decise. Il mio rapporto con te è unico, non è
come il legame che ho avuto con Mary, con Jean e con Laura. Ti
amo, ecco. Mio Dio, pensò, sono innamorato! Proprio oggi, e alla
mia età! Incredibile. Se glielo avessi detto, se lei lo avesse saputo,
avrebbe riso da sganasciarsi. Julie era fatta così.
Dovrei andare da uno psicoanalista, pensò, perché mi sono ridotto
in questo stato, perché dipendo completamente, da un punto di vista
psicologico, da una creatura fredda ed egoista come Julie. Diavolo, è
innaturale. È… una follia.
Quel Jack Dowling, famoso psichiatra della scuola viennese di
Bonn, potrebbe guarirmi? Liberarmi? O magari l’altro uomo che ci
hanno mostrato, quel… ascoltò il telecronista, che continuava a
parlare mentre l’auto della polizia si allontanava… il dottor Egon
Superb. Gli era parso un uomo intelligente, simpatico, dotato del
balsamo della comprensione. Mi ascolti, Egon Superb, pensò Vince,
io sono nei guai. Il mio mondo è crollato questa mattina, quando mi
sono svegliato. Ho bisogno di una donna che probabilmente non
rivedrò mai più. Le droghe dell’A.G. Chemie non potranno
aiutarmi… a meno che non ne prenda una dose mortale…
Forse dovrei dare la sveglia a mio fratello Chic, e tutti e due
dovremmo iscriverci ai Figli di Giobbe, pensò bruscamente. Io e
Chic che giuriamo fedeltà a Bertold Goltz. Lo hanno fatto altri, altri
malcontenti, altri falliti che avevano fatto fiasco nella vita privata,
come me, o negli affari, o nell’ascesa sociale da B a G.
Chic e io, Figli di Giobbe, pensò vagamente Vince Strikerock.
Con una bizzarra uniforme addosso, mentre sfiliamo per la strada. E
la gente ride di noi, ci guarda male. Eppure crediamo… in che cosa?
Nella vittoria finale? In Goltz, che sembra una versione
cinematografica di un Rattenfänger, un cacciatore di topi? Quell’idea
gli ripugnava, lo impauriva.
Ma gli rimaneva fissa nella mente.

Nel suo appartamento all’ultimo piano dell’Abramo Lincoln, Chic


Strikerock, un uomo magro e un po’ calvo, fratello maggiore di
Vince, si svegliò e guardò l’orologio, socchiudendo gli occhi, per
vedere se poteva restare a letto ancora un poco.
Ma era inutile. L’orologio segnava le otto e un quarto. Per fortuna
lo aveva svegliato una macchina dei giornali, che vendeva la sua
mercanzia davanti al palazzo, rumorosamente.
Poi Chic scoprì, con un trasalimento improvviso, che c’era
qualcuno in letto con lui; aprì completamente gli occhi, e si irrigidì
mentre esaminava la figura di qualcuno che… dalla massa di capelli
bruni comprese subito che si trattava di una giovane donna… una
giovane donna che gli era familiare… che sollievo… Ma era davvero
un sollievo?
Julie! Sua cognata, la moglie di suo fratello Vince! Santo cielo!
Chic si levò a sedere sul letto.
Vediamo un po’, disse a se stesso, rapidamente. Ieri sera… cosa è
successo, qui, dopo la serata del Giorno dei Morti? Julie è arrivata,
no?, disperata, con una valigia e due cappotti, e ha raccontato una
storia sconnessa che, ridotta all’osso, era né più né meno questo:
aveva rotto legalmente con Vince. Non aveva più rapporti con lui,
ufficialmente, ed era libera di andare e venire come voleva. Perciò
era lì.
Perché?
Questa parte, non riusciva a ricordarla. A lui Julie era sempre
piaciuta, ma… non bastava a spiegare tutto questo. Ciò che lei aveva
fatto riguardava il suo mondo interiore, segreto, il mondo dei valori e
degli atteggiamento di lei, non di lui… non qualsiasi cosa che fosse
obiettiva e reale.
Comunque, Julie era lì, ancora addormentata; era fisicamente
presente, ma era ritratta in se stessa, raggomitolata, come un
mollusco, e tanto valeva, poiché a lui tutto questo sembrava…
incestuoso, nonostante la legge fosse chiarissima su questo punto.
Per lui, Julie era una della famiglia. Non aveva mai alzato gli
occhi su di lei. Ma la sera prima, dopo qualche bicchierino… ecco;
lui non poteva più bere. O meglio, poteva bere, e quando lo faceva
subiva una rapida trasformazione e diventava avventuroso, ardito,
estroverso, invece di rimanere taciturno e introverso.
Ma adesso c’era una conseguenza. Guarda un po’ in che pasticcio
si era messo.
Eppure, nel suo intimo, non trovava serie obiezioni da fare. Per lui
era molto lusinghiero che Julie si fosse trasferita nel suo
appartamento.
Ma sarebbe stato imbarazzante, la prima volta che gli fosse
capitato di imbattersi in Vince che controllava l’identità degli
inquilini alla porta d’ingresso.
Perché Vince avrebbe desiderato discutere la faccenda su una base
profonda, significativa, con un grande spreco di termini intellettuali
per analizzare le motivazioni di quella realtà. Qual era stato il vero
scopo che aveva spinto Julie ad abbandonarlo e a trasferirsi lì?
Perché? Domande ontologiche, che Aristotele avrebbe apprezzato,
discussioni teleologiche collegate con ciò che un tempo avevano
definito “cause finali”. Vince non andava al passo con i tempi: questa
sua mentalità era antiquata, inutile.
Farò meglio a chiamare il mio principale, decise Chic, e a dirgli…
a chiedergli… se oggi posso arrivare più tardi. Dovrei sistemare
questa faccenda con Julie: che cosa ha intenzione di fare, e così via.
Per quanto tempo resterà qui, e se ha intenzione di contribuire alle
spese. Domande fondamentali, niente affatto filosofiche, di natura
pratica.
Preparò il caffè, in cucina, sedette a berlo. Era ancora in pigiama.
Si girò verso il telefono, fece il numero del suo principale, Maury
Frauenzimmer. Lo schermo divenne grigiochiaro, poi bianco, poi
nebuloso, mentre appariva la figura sfuocata di Maury. Maury si
stava facendo la barba. «Sì Chic?»
«Salve,» disse Chic: si accorse di averlo detto in un tono di
orgoglio. «Ho una donna qui con me, così arriverò in ritardo.»
Era una confidenza da uomo a uomo. Non aveva importanza
l’identità della donna: non era necessario discuterne. Maury non fece
domande. Il suo viso assunse un’espressione di ammirazione sincera
e involontaria; poi di disapprovazione. Ma l’ammirazione era apparsa
per prima! Chic sogghignò. La disapprovazione non lo preoccupava.
«Ti venga un accidente,» disse Maury. «Farai bene ad essere in
ufficio non più tardi delle nove.» Ma il suo tono diceva: «Vorrei
esserci io, al tuo posto. Ti invidio, accidenti a te!»
«Già,» rispose Chic. «Arriverò il più presto possibile.» Lanciò
uno sguardo verso la camera da letto, verso Julie. Lei si era levata a
sedere. Forse Maury poteva vederla, forse no, ma in ogni caso era
meglio concludere la conversazione. «Arrivederci, Maury, vecchio
mio,» disse Chic. E riattaccò.
«Chi era?» fece Julie, con voce assonnata. «Era Vince?»
«No. Il mio principale.» Chic mise sul fuoco l’acqua per il caffè.
«Ciao,» disse, ritornando in camera da letto e sedendosi sul letto
accanto a lei. «Come va?»
«Ho dimenticato il mio pettine,» disse Julie, pragmatica.
«Te ne comprerò uno al distributore dell’atrio.»
«Quella è robaccia di plastica.»
«Uhm,» disse lui. Sentiva di volerle bene, si sentiva sentimentale.
La situazione, lei a letto, lui seduto lì vicino, in pigiama… era una
situazione dolceamara, che gli ricordava il suo precedente
matrimonio di quattro mesi prima. «Ciao,» ripeté, battendole
affettuosamente una mano sulla gamba.
«Dio,» fece Julie. «Vorrei essere morta.» Non lo disse in tono di
accusa, come se la colpa fosse di lui; non lo disse neppure
appassionatamente. Era come se riprendesse la conversazione della
sera prima. «Che significa tutto questo, Chic?» chiese. «Io voglio
bene a Vince, ma lui è così tonto. Non diventerà mai veramente
adulto, non sarà mai capace di vivere. Continua a giocare, convinto
di incarnare la moderna vita sociale organizzata, convinto di essere
l’uomo dell’ordine, puro e semplice, mentre in realtà non lo è affatto.
Ma è giovane.»
Sospirò. Quel sospiro agghiacciò Chic, poiché era un sospiro
freddo, crudele, definitivo. Julie stava cancellando dalla sua vita un
altro essere umano, separandosi per sempre da Vince senza spreco di
sentimenti, come se avesse restituito un libro preso in prestito dalla
biblioteca del palazzo.
Santo cielo, pensò Chic, quell’uomo era tuo marito. Eri
innamorata di lui. Dormivi con lui, vivevi con lui, sapevi tutto di
lui… anzi, lo conoscevi meglio di quanto lo conosca io, eppure io lo
conosco da più tempo di te. In fondo, pensò, le donne sono dure.
Terribilmente dure.
«Devo, ehm, devo andare a lavorare,» disse Chic, nervosamente.
«Mi hai preparato il caffè, vero?»
«Oh, sì, sicuro.»
«E allora portamelo, ti dispiace, Chic?»
Lui andò a prendere il caffè, mentre Julie si vestiva.
«Questa mattina il vecchio Kalbfleisch ha tenuto il suo discorso?»
domandò Julie.
«Non lo so.» Non aveva pensato di accendere il televisore, benché
avesse visto sul giornale, la sera prima, che c’era in programma quel
discorso. Non gli importava un accidente di quello che aveva da dire
il vecchio.
«Devi proprio andare a lavorare?» Lei lo guardò fissamente, e
Chic vide, per la prima volta, che lei aveva gli occhi di uno splendido
colore naturale, un colore di pietra lucida, liscia e brillante, che aveva
bisogno della luce del giorno per spiccare. Aveva anche la mascella
strana, squadrata, e una bocca un po’ grande, che tendeva a piegarsi
all’ingiù, dalle labbra innaturalmente rosse e tumide, come una
maschera da tragedia, che distoglieva l’attenzione dai capelli, di un
colore piuttosto spento.
Julie aveva una bella figura, tornita e piacevole, e si vestiva bene:
cioè, stava splendidamente qualsiasi cosa indossasse. Sembrava che i
vestiti si adattassero su di lei, persino i vestiti di cotone, prodotti in
massa, che avrebbero messo in difficoltà qualsiasi altra donna.
Ora si era messa l’abito color oliva, con i bottoni neri e rotondi
che aveva indossato la sera precedente; un abito da poco prezzo,
eppure lei sembrava elegante. Non cera altra parola per definirla.
Aveva un portamento aristocratico, una struttura ossea maestosa, che
spiccava nella mascella, nel naso, nei denti bellissimi. Non era
tedesca, ma era nordica, forse svedese o danese. Chic pensò, mentre
la guardava, che era splendida. Senza dubbio non si sarebbe sciupata
con gli anni, si sarebbe conservata bene. Sembrava indistruttibile.
Non riusciva a immaginarla grassa, sciatta o svanita.
«Ho fame,» disse Julie.
«Vuoi dire che devo preparare la colazione?» Chic comprese
anche questo. Non c’era possibilità di dubbio.
«Ho finito di preparare la colazione per gli altri… per te o per
quello sciocco di tuo fratello,» disse Julie.
Chic provò di nuovo un brivido di paura.
Julie era troppo dura, e si mostrava tale troppo presto. La
conosceva, sapeva che era fatta così… ma non poteva cercare di
addolcirsi, almeno per un po’? Aveva intenzione di usare con lui i
toni che aveva usato con Vince nell’ultimo colloquio? Non doveva
esserci una specie di luna di miele?
Ho paura di essermi messo nei pasticci, pensò. Non sono in grado
di dominare questa situazione. Dio, forse lei se ne andrà; lo spero.
Era una speranza puerile, regressiva, non adulta e virile. Si rendeva
conto che un vero uomo non pensava mai in quel modo.
«Ti preparo la colazione,» disse, e andò in cucina.
Julie se ne stava davanti allo specchio della camera da letto, e si
pettinava i capelli.

Seccamente, con il suo solito tono sbrigativo, Garth McRae disse:


«Lo spenga.»
Il simulacro di Kalbfleisch si interruppe. Le braccia si tesero,
irrigidite nel gesto finale, il volto avvizzito assunse un’espressione
vacua. Il simulacro tacque e automaticamente anche le telecamere si
spensero, una dopo l’altra. Non avevano più nulla da trasmettere e i
tecnici che le manovravano, tutti G, lo sapevano. Si volsero a
guardare Garth McRae.
«Abbiamo inoltrato il nostro messaggio,» disse McRae ad Anton
Karp.
«Bene,» disse Karp. «Quel Bertold Goltz, quel Figlio di Giobbe,
mi innervosisce. Credo che il discorso di questa mattina disperderà
un po’ di questa mia legittima paura.» Guardò timidamente McRae,
chiedendo una conferma, come stavano facendo gli altri, i tecnici dei
simulacri della Karp Werke.
«Questo è soltanto il principio,» disse McRae.
«È vero,» convenne Karp. «Ma è un buon principio.» Si avvicinò
al simulacro di Kalbfleisch, gli toccò esitante la spalla, come se si
aspettasse che, toccandolo, riprendesse la sua attività. Ma il
simulacro restò inerte.
McRae rise.
«Vorrei,» disse Anton Karp, «che avesse nominato Adolfo Hitler;
ecco, che avesse paragonato direttamente i Figli di Giobbe ai nazisti,
paragonando Goltz a Hitler.»
«Ma,» ribatté McRae, «sarebbe stato inutile. Anche se sarebbe
stata la verità. Lei Karp, non è veramente un politico: che cosa le fa
pensare che “la verità” sia la cosa migliore, dal punto di vista
dell’effetto? Se vogliamo fermare Bertold Goltz non dobbiamo
identificarlo come un altro Hitler, perché il cinquantuno per cento
della popolazione locale sarebbe felicissima di avere un altro Hitler.»
Sorrise a Karp, che aveva l’aria preoccupata, tremula e apprensiva.
«Quello che voglio sapere,» disse Karp, «è questo: Kalbfleisch
sarà in grado di cavarsela con i Figli di Giobbe? Lei dispone
dell’apparecchio Lessinger: me lo dica.»
«No,» rispose McRae. «Non ci riuscirà.»
Karp lo fissò a bocca aperta.
«Ma,» proseguì McRae, «Kalbfleisch se ne andrà. Presto. Entro la
fine del mese prossimo.»
Non disse ciò che Karp voleva sapere, ciò che Anton e Felix Karp
e tutta la Karp Werke volevano sapere, per un riflesso istintivo,
perché quello era il loro pensiero dominante.
Saremo noi a costruire il prossimo simulacro? avrebbe voluto
domandare Karp, se avesse osato farlo: ma aveva paura di parlare.
McRae sapeva benissimo che Karp era un vigliacco. La sua integrità
era stata ormai svirilizzata da molto tempo, per potere funzionare
convenientemente nell’ambiente affaristico tedesco; la
svirilizzazione spirituale-morale era ormai un prerequisito
indispensabile per entrare a far parte della classe G.
Potrei dirglielo, pensò McRae. Potrei alleviare il suo dolore. Ma
perché? Non provava simpatia per Karp, che aveva costruito il
simulacro e adesso provvedeva alla manutenzione, lo faceva
funzionare come doveva funzionare… senza neppure una traccia di
esitazione. Sarebbe bastato un errore per tradire davanti ai B il
segreto, il Geheimnis, che distingueva l’élite, l’establishment, la
classe dirigente degli Stati Uniti d’Europa e d’America. Il possedere
uno o più segreti faceva di loro altrettanti Geheumnisträger, portatori
del segreto, anziché dei Befehlträger, semplici esecutori di ordini.
Ma per McRae, tutto quello era soltanto misticismo tedesco;
preferiva pensare alla realtà in termini semplici e pratici. La Karp u.
Sohnen Werke era in grado di fabbricare i simulacri; per esempio
aveva costruito Kalbfleisch, ed era stato un ottimo lavoro; e aveva
continuato a provvedere ottimamente alla manutenzione di der Alte
durante il suo regno.
Tuttavia, sarebbe stata un’altra ditta a costruire il prossimo
simulacro, e in modo altrettanto egregio; e tagliando gli attuali
legami economici con Karp, il governo avrebbe escluso la grande
società dalla partecipazione ai privilegi economici di cui godeva
attualmente… a scapito del governo.
La ditta che avrebbe costruito il prossimo simulacro per conto del
governo degli USEA sarebbe stata una piccola ditta, che le autorità
avrebbero potuto controllare.
Il nome che veniva spesso in mente a McRae era quello della
Frauenzimmer Associates, una piccolissima azienda di importanza
marginale, che sopravviveva appena nel campo della sim-co:
costruzione dei simulacri per la colonizzazione planetaria.
McRae non lo disse ad Anton Karp, ma intendeva iniziare le
trattative con Maurice Frauenzimmer, capo di quella ditta, da un
giorno all’altro. E questo avrebbe sorpreso lo stesso Frauenzimmer:
perché neppure lui ne sapeva qualcosa.
Karp guardò McRae e disse, pensieroso:
«Cosa crede che ne dirà Nicole?»
«Credo che sarà contenta,» disse sorridendo McRae. «Il vecchio
Rudi non le è mai stato simpatico.»
«Pensavo il contrario.» Karp assunse un’aria avvilita.
«La Prima Signora,» disse acido McRae, «non ha mai trovato
simpatico un der Alte. E perché dovrebbe? In fin dei conti… lei ha
ventitré anni e Kalbfleisch, secondo i nostri documenti, ne aveva
settantotto.»
Karp belò:
«Ma che cosa deve fare, insieme a lui? Niente! Soltanto apparire
in sua compagnia a qualche ricevimento, ogni tanto!»
«Credo che in generale Nicole detesti i vecchi, gli inutili, gli
esausti,» rispose McRae, senza pietà per Karp; vide che l’industriale
fremeva. «E questa è una buona descrizione stenografica del suo
prodotto,» aggiunse.
«Ma le indicazioni…»
«Avrebbe potuto renderlo un po’ più…» McRae cercò la parola
adatta, «affascinante.»
«Basta così,» disse Karp, arrossendo. Ormai aveva capito che
McRae si divertiva a tormentarlo, sapeva che voleva ricordargli una
cosa: per quanto grande e potente, la Karp u. Sohnen Werke era
soltanto dipendente del governo, sul quale non aveva la minima
influenza. E persino McRae, pur essendo soltanto un vicesegretario
di Stato, poteva assumere impunemente una posizione di quel genere.
«Se anche lei potesse ricominciare da capo,» mormorò McRae
con aria riflessiva, «come potrebbe cambiare la situazione?
Ricomincerebbe a servirsi dei prigionieri dei campi di
concentramento, come fece Krupp nel secolo ventesimo? Forse
potrebbe ottenere il permesso di usare l’apparecchio von Lessinger a
questo scopo… facendo morire i suoi dipendenti forzati in modo
anche più rapido di quanto morissero a Belsen-Belsen…»
Karp girò sui tacchi e se ne andò. Tremava.
Sogghignando, McRae accese un sigaro. Un sigaro americano,
non tedesco-olandese.
IV

Il tecnico-capo delle registrazioni dell’EME guardò sbalordito Nat


Flieger che portava verso l’elicottero l’Ampek F-a2.
«Hai intenzione di registrare con quello?» gemette Jim Planck.
«Mio Dio! l’F-a2 era già antiquato Tanno scorso!»
«Se tu non sei capace di farlo funzionare…»
«Certo che sono capace,» brontolò Planck. «Ho lavorato altre
volte con quei vermiciattoli; ma penso che…» Fece un gesto di
disperazione. «Immagino che con quella roba tu adoperi un
microfono antiquato, del tipo a carbonio.»
«Difficile,» disse Nat. Poi diede una pacca amichevole sulla spalla
di Planck. Lo conosceva da anni. «Non preoccuparti. Ce la caveremo
benissimo.»
«Senti,» disse Planck a bassa voce, guardandosi intorno. «È
proprio vero che verrà con noi anche la figlia di Leo?»
«Verissimo.»
«Molly Dondoldo provoca sempre una quantità di
complicazioni… capisci che cosa intendo? No, non lo capisci. Nat,
non so quali siano i tuoi rapporti con Molly in questi giorni, ma…»
«Tu pensa a registrare Richard Kongrosian,» ribatté seccamente
Nat.
«Sicuro, sicuro,» Planck scrollò le spalle. «Si tratta della tua vita,
del tuo lavoro e del tuo progetto, Nat. Io sono soltanto uno schiavo
dello stipendio, e devo fare quello che mi dici tu.» Si passò
nervosamente la mano tremante attraverso i capelli neri, lucenti e un
po’ radi. «Siamo pronti?»
Molly era già salita sull’elicottero; si era seduta e stava leggendo
un libro, ignorando i due compagni di viaggio. Indossava una
camicetta e un paio di calzoncini di cotone a colori vivaci, e Nat si
disse che quell’abbigliamento non era adatto alle foreste umide in cui
stavano per trasferirsi. Il clima era diversissimo; si chiese se Molly
era mai stata al nord. La regione Oregon-California settentrionale
aveva perduto gran parte della popolazione durante il guaio del 1980.
Era stata duramente colpita dai missili teleguidati cinesi, e poi le nubi
del fallout l’avevano coperta per il decennio seguente. Anzi, non si
erano ancora dissipate completamente. Ma i tecnici della NASA
avevano dichiarato che il livello della radioattività era ormai ridotto
entro i margini di sicurezza.
Una vegetazione lussureggiante, piante aggrovigliate, mutanti,
create dal fallout… la foresta aveva un aspetto quasi tropicale, ormai,
si disse Nat. E la pioggia non cessava quasi mai: prima del 1990 era
stata frequente, adesso era torrenziale.
«Pronti,» disse a Jim Planck.
Tenendo stretto fra i denti il sigaro Alta Camina che non aveva
ancora acceso, Planck disse:
«E allora andiamo, con il tuo caro vermiciattolo. A registrare il più
grande pianista senza mani del secolo. Ehi, senti questa storiella. Un
giorno Richard Kongrosian ha un incidente, a bordo di un trasporto
pubblico; lo trovano tra i rottami, conciato per le feste… e poi,
quando gli tolgono le fasciature… gli sono cresciute le mani.» Planck
ridacchiò. «E così non potrà suonare, mai più.»
Molly abbassò il libro e disse, gelida: «Durante questo volo dovrò
proprio subire queste battute di tipo B?»
Planck arrossì, si chinò a manovrare il suo registratore, lo
controllò automaticamente.
«Mi scusi, signorina Dondoldo,» disse. Ma non aveva l’aria di
essere pentito di ciò che aveva detto; pareva risentito, piuttosto.
«Metta in moto l’elicottero,» disse Molly. E riprese a leggere. Nat
vide che il libro era un testo proibito, del sociologo C. Wright Mills,
del ventesimo secolo. Molly Dondoldo, pensò, che non era una G più
di quanto lo fossero lui stesso e Planck, non si preoccupava di
leggere in pubblico un testo proibito per la loro classe. Sotto molti
aspetti era una donna straordinaria, pensò con ammirazione.
Si girò verso di lei.
«Non essere così dura, Molly.»
Molly non alzò neppure gli occhi, quando rispose.
«Odio le spiritosaggini B.»
L’elicottero si avviò. Guidandolo con mano esperta, Jim Planck lo
fece librare nell’aria. Puntarono verso nord, sorvolando l’autostrada
costiera e l’Imperial Valley, percorsa a perdita d’occhio dagli
interminabili canali.
«Sarà un bel volo,» disse Nat a Molly. «Ne sono sicuro.»
Molly mormorò:
«Non devi innaffiare il tuo vermiciattolo, o fare qualcosa d’altro?
Francamente, preferirei essere lasciata in pace, se non hai niente in
contrario.»
«Sai qualcosa della tragedia capitata a Kongrosian?» le domandò
Nat.
Lei tacque per un istante, poi rispose:
«C’entra per qualcosa il fallout degli ultimi anni del secolo scorso.
Credo che si sia trattato di suo figlio. Ma nessuno lo sa con certezza.
Non sono riuscita ad avere informazioni fondate, Nat. Però dicono
che suo figlio sia un mostro.»
Ancora una volta, Nat provò quel brivido di paura che aveva
avvertito all’idea di recarsi a far visita alla casa di Kongrosian.
«Non demoralizzarti,» disse Molly. «In fin dei conti, ci sono state
tante nascite anormali dopo il fallout degli anni Novanta. Non li vedi
circolare tranquillamente? Io sì. Anche se qualche volta preferirei
non vederli.» Chiuse il libro, piegando un angolo della pagina per
non perdere il segno. «È il prezzo che paghiamo per le nostre vite.
Mio Dio, Nat, tu riesci ad adattarti a quella cosa, a quel registratore
Ampek, che a me mette i brividi, vivo e luccicante come è! Forse la
deformazione del figlio di Kongrosian è dovuta alle facoltà
paranormali del padre; forse Kongrosian ne accusa se stesso, invece
del fallout. Prova a domandarglielo, quando arriveremo.»
«Domandarlo a lui!» fece eco Nat, allibito.
«Sicuro. Perché no?»
«Che razza di idea,» fece Nat. E, come gli era capitato spesso, in
passato, nei suoi rapporti con Molly, gli sembrò che fosse una donna
eccezionalmente dura e aggressiva, quasi mascolina; c’era qualcosa,
in lei, che lo irritava. E soprattutto, Molly era troppo intellettuale;
non possedeva il calore umano, emotivo di suo padre.
«Perché hai voluto venire con noi?» le domandò. Certamente, non
per sentir suonare Kongrosian, questo era evidente. Forse era per via
del figlio, il figlio anormale. Molly era capacissima di sentirsene
attratta. Provò un senso di repulsione, ma riuscì a nasconderlo; riuscì
persino a sorriderle.
«A me Kongrosian piace,» disse placida Molly. «Sarei lietissima
di conoscerlo personalmente e di sentirlo suonare.»
«Ma ti ho sentito dire,» fece Nat, «che in questo momento non c’è
mercato per le versioni psi di Brahms e Schumann.»
«Nat, non sei capace di separare la tua vita personale dagli
interessi dell’azienda? A me lo stile di Kongrosian piace, ma questo
non mi convince che si debba vendere bene. Sai, Nat, negli ultimi
anni siamo andati molto bene con tutti i sottotipi di musica popolare.
Voglio dire che artisti come Kongrosian, per quanto possano essere
bene accetti alla Casa Bianca, sono degli anacronismi, e noi
dobbiamo stare attenti a non andare in malora per causa loro.» Gli
sorrise, attendendo pigramente la sua reazione. «E ti dirò per quale
altra ragione ci tenevo a venire. Tu ed io potremo trascorrere molto
tempo insieme, tormentandoci reciprocamente. Tu ed io, soli, in
viaggio… potremmo alloggiare in un motel a Jenner. Ci avevi
pensato?»
Nat trasse un profondo respiro.
Il sorriso di Molly si fece più ampio. Era come se stesse ridendo
di lui, pensò. Molly sapeva manovrarlo, sapeva fargli fare ciò che lei
voleva: tutti e due lo sapevano benissimo, e questo la divertiva.
«Vuoi sposarmi?» gli domandò. «Le tue intenzioni sono onorevoli
secondo il vecchio significato tradizionale del secolo ventesimo?»
«E le tue, lo sono?» ribatté Nat.
Molly alzò le spalle.
«Forse mi piacciono i mostri. Tu mi piaci, Nat, tu e il tuo
registratore F-a2, con verme incorporato, che nutrisci e vizi come una
moglie o un cagnolino… o come l'una e l’altro.»
«Tratterei anche te allo stesso modo,» disse Nat. All’improvviso si
accorse che Jim Planck lo osservava, e si sforzò di guardare il
panorama. Quel colloquio imbarazzava Jim, evidentemente. Planck
era un tecnico, un uomo che lavorava con il corpo, un semplice B,
come lo aveva definito Molly… ma era un brav’uomo. E quel genere
di discorsi facevano una brutta impressione, su Jim.
E anche su di me, pensò Nat. La sola cui piacciono è Molly. E le
piacciono veramente, non è affettazione, la sua.
Era un pensiero agghiacciante.

L’autobahn stancava sempre Chic Strikerock, con quelle macchine


controllate da una centrale e le ruote che giravano in una processione
interminabile. Chiuso nella sua macchina personale, aveva
l’impressione di prendere parte a un rito di magia nera… come se lui
e gli altri utenti della strada avessero posto la propria vita nelle mani
di un potere che era meglio non discutere.
In realtà, era soltanto un raggio omeostatico che lo guidava,
tenendo sempre presente gli altri veicoli e le pareti della strada; ma
quell’idea non lo rallegrava. Se ne stava seduto in macchina e
leggeva l’edizione mattutina del New York Times. Dedicava la sua
attenzione al giornale anziché al traffico incessante che lo
circondava, e meditava su un articolo che si occupava di una nuova
scoperta di fossili unicellulari su Ganimede.
La civiltà antica, si disse Chic. Giù, un altro strato più sotto, in
procinto di venire dissepolta dalle scavatrici automatiche che operano
nel vuoto privo d’aria e quasi privo di peso delle lune del pianeta
gigantesco.
Ci derubano, stabilì. Il prossimo strato sarà costituito da giornali a
fumetti, contraccettivi e bottiglie vuote di Coca-Cola. Ma loro, le
autorità, non ce lo diranno. Chi ha voglia di scoprire che tutto il
sistema solare è sottoposto all’impero della Coca-Cola da due milioni
di anni?
Per lui era impossibile immaginare una civiltà, rappresentata da
qualsiasi forma di vita, che non comprendesse la Coca-Cola.
Altrimenti, come poteva venire definita “civiltà”?
Mi sto lasciando vincere dall’amarezza, si disse. A Maury non farà
piacere. Meglio vincerla, prima di arrivare a destinazione. È dannosa
per gli affari. E noi dobbiamo mandare avanti gli affari, come al
solito. Questa è la parola d’ordine, per oggi… se pure non lo è per
tutto il secolo.
In fin dei conti, è proprio questo che mi distingue da mio fratello:
la mia capacità di affrontare i fatti fondamentali senza perdermi nel
labirinto dei riti esteriori. Se Vince fosse in grado di farlo… allora
sarebbe me.
E probabilmente riuscirebbe a riavere sua moglie.
E Vince avrebbe fatto parte del progetto di Maury Frauenzimmer,
sottoposto da Maury allo stesso Sepp von Lessinger durante una
conferenza di ingegneri ersatz a New York, nel 2023, per utilizzare
gli esperimenti sui viaggi nel tempo di von Lessinger, allo scopo di
mandare uno psichiatra nel 1925, a guarire Hitler della sua paranoia.
Per la verità, von Lessinger aveva fatto qualche tentativo in quella
direzione, ma i G tenevano segreti quei risultati… naturalmente. I G
erano formidabili, quando si trattava di difendere la loro posizione di
privilegio, pensò Chic. E adesso von Lessinger era morto.
Qualcosa sfrigolò, alla sua destra.
Un annunciatore commerciale, fabbricato dalla Theodorus Nitz, la
ditta peggiore, si era attaccato alla sua macchina.
«Vattene!» l’avvertì.
Ma l’annunciatore commerciale, ormai saldamente aggrappato,
cominciò a strisciare, contrastato dal vento, verso la portiera. Fra
poco sarebbe entrato dalla fessura e avrebbe cominciato ad
arringarlo, nello stile scadente e raffazzonato, tipico della pubblicità
Nitz.
Quando fosse entrato, avrebbe potuto ucciderlo. Era vivo,
terribilmente mortale; le agenzie pubblicitarie, come la natura, ne
diffondevano a milioni.
L’annunciatore commerciale, grande quanto una mosca, cominciò
a ronzare il suo messaggio non appena fu riuscito a entrare.
«Ehi! Non vi siete mai chiesti: Scommetto che al ristorante gli
altri mi possono vedere? E non sapete che fare con questo grave
problema, specialmente…»
Chic lo schiacciò con il piede.

Il biglietto da visita disse a Nicole Thibodeaux che il primo


ministro di Israele era arrivato alla Casa Bianca e stava attendendo
nella sala delle camelie. Emil Stark, magro, alto, sapeva sempre
l’ultima storiella ebrea. «Un giorno Iddio incontra Gesù e Gesù ha
indosso…» o chissà come andava a finire. Non riusciva a ricordarlo;
aveva troppo sonno. Comunque, oggi era lei ad avere una storiella
divertente da raccontargli. La Commissione Wolff aveva inoltrato il
suo rapporto.
Poi, in vestaglia e pantofole, bevve il caffè, lesse il Times del
mattino, poi accantonò il giornale e prese il documento presentato
dalla Commissione Wolff.
Chi avevano scelto? Hermann Goering.
Sfogliò le pagine e si augurò di poter silurare il generale Wolff. I
pezzi grossi dell’esercito avevano scelto l’uomo sbagliato nell’Era
della Barbarie; lei lo sapeva benissimo, ma le autorità di Washington
avevano convenuto di seguire le raccomandazioni del generale Wolff,
senza capire che era un idiota. E questo dimostrava l’influenza che i
militari avevano anche in un settore puramente politico, in quei
giorni.
Chiamò Leonore, la sua segretaria:
«Dica a Emil Stark di accomodarsi.»
Era inutile temporeggiare. Probabilmente Stark sarebbe stato
soddisfatto. Come tanti altri, il primo ministro israeliano immaginava
senza dubbio che Goering fosse stato soltanto un pagliaccio. Nicole
rise, seccamente. Non avevano studiato i documenti del processo di
Norimberga, se lo credevano!
«Signora Thibodeaux,» disse Stark, entrando tutto sorridente.
«È Goering,» disse Nicole.
«Naturale.» Starle continuò a sorridere.
«Lei è uno sciocco!» esclamò Nicole. «È troppo furbo,
quell’uomo, per noi… non lo capisce? Se cerchiamo di concludere
accordi con lui…»
«Ma verso la fine della guerra, Goering non era molto in auge,»
obiettò cortesemente Starle, sedendosi di fronte a lei. «Era coinvolto
in una campagna militare che andava fallendo, mentre gli uomini
della Gestapo e coloro che erano più vicini a Hitler acquistavano
autorità, Bormann e Himmler ed Eichmann, le camicie nere. Goering
comprenderebbe… anzi, comprese, che cosa significava perdere la
parte militare della campagna del partito.»
Nicole tacque. Era irritata.
«Questo la preoccupa?» disse calmo Stark. «Lo so, è difficile
anche per me. Ma noi abbiamo una proposta piuttosto semplice da
rivolgere al Reichsmarschall, non è vero? Può essere formulata in
una sola frase, e lui la capirà.»
«Oh, sì,» convenne Nicole. «Goering capirà. Capirà anche questo:
se rifiuta, noi accetteremo anche qualcosa di meno, molto meno, e
infine…» Si interruppe. «Sì, questo mi preoccupa. Credo che von
Lessinger avesse ragione, nel suo riepilogo conclusivo: nessuno
dovrebbe avvicinarsi al Terzo Reich. Quando si tratta con gli
psicopatici si finisce per lasciarsi trascinare nel gorgo: si perde il
proprio equilibrio mentale.»
Stark ribatté, quietamente:
«Vi sono sei milioni di ebrei da salvare, signora Thibodeaux.»
Nicole sospirò.
«Sta bene,» disse. Lo fissò, incollerita, ma il premier israeliano
resse il suo sguardo. Non aveva paura di lei. Non aveva l’abitudine di
cedere davanti a nessuno. Aveva percorso una lunga strada per
giungere dove era giunto, e questo non sarebbe stato possibile se lui
fosse stato di tempra diversa. La sua posizione non gli consentiva di
essere un codardo. Israele era — ed era sempre stata — una piccola
nazione, stretta fra blocchi immani che da un momento all’altro
avrebbero potuto schiacciarla.
Stark riuscì persino a sorridere: o fu soltanto l’immaginazione di
Nicole? La sua ira crebbe. Si sentì impotente.
«Non è necessario definire immediatamente questa faccenda,»
disse Stark. «Sono sicuro che lei ha in mente altre cose, signora
Thibodeaux. Forse sta pensando al ricevimento di questa sera alla
Casa Bianca. Ho ricevuto un invito,» Stark si batté una mano sul
taschino, «certo lei lo sa. Ci verrà offerta una splendida parata di
grandi talenti, non è vero? Ma è sempre così.» La sua voce era un
mormorio sommesso e accattivante. «Posso fumare?» Si tolse dalla
tasca un piatto portasigari d’oro, ne prese un sigaro. «È la prima
volta che li provo. Sigari filippini, fatti con tabacco Isabella. Anzi,
fatti a mano.»
«Continui,» disse Nicole, imbronciata.
«Herr Kalbfleisch fuma?» si informò Stark.
«No,» rispose Nicole.
«E non apprezza neppure le sue serate musicali, non è vero? È un
brutto segno, secondo me. Ricordi Shakespeare, il Giulio Cesare.
“Diffido di lui perché non ama la musica”. Ricorda? “Non ama la
musica”. Forse questo si attaglia anche all’attuale der Alte?
Purtroppo, non ho mai avuto il piacere di incontrarlo. Comunque, è
un piacere trattare con lei, signora Thibodeaux, mi creda.» Gli occhi
di Emil Stark erano grigi, estremamente vivaci.
«Grazie,» gemette Nicole. Si augurò che quell’uomo se ne
andasse. Sentiva che era lui a dominare il colloquio e questo la
rendeva irrequieta.
«Sa,» continuò Stark, «è molto difficile per noi… per noi
israeliani… trattare con i tedeschi. Senza dubbio, avrei qualche
difficoltà se dovessi trattare con Herr Kalbfleisch.» Lanciò uno
sbuffo di fumo. L’odore fece arricciare il naso a Nicole, per il
disgusto. «Questo somiglia al primo der Alte, Herr Adenauer, o
almeno così mi risulta dalle registrazioni storiche che mi vennero
mostrate a scuola, quando ero ragazzo. È interessante osservare che
egli dominò la scena politica per un periodo molto più lungo della
durata di tutto il Terzo Reich… che avrebbe dovuto durare almeno
mille anni.»
«Sì,» disse lei, un po’ stordita.
«E forse, se agiremo attraverso il sistema di von Lessinger,
riusciremo a farlo durare veramente mille anni.» Adesso, gli occhi di
Stark erano obliqui.
«Lo crede? Eppure, lei è disposto a…»
«Io credo,» disse Emil Stark, «che se il Terzo Reich avrà le armi
che gli occorrono, sopravviverà alla propria vittoria non più di cinque
anni… probabilmente di meno. È condannato per la sua stessa natura.
Non c’è assolutamente un meccanismo, nel partito nazista, che possa
produrre un successore a der Führer. La Germania si frantumerà,
diverrà un’accozzaglia di piccoli stati turbolenti, come era prima di
Bismark. Il mio governo ne è convinto, signora Thibodeaux. Ricordi
le parole con cui Hess presentò Hitler a uno dei grandi comizi del
partito. “Hitler ist Deutschland”. Hitler è la Germania. Aveva
ragione. E dopo Hitler? Il diluvio. E Hitler lo sapeva. Anzi, esiste
addirittura la possibilità che Hitler abbia deliberatamente guidato il
suo popolo alla disfatta. Ma è una teoria psicoanalitica piuttosto
complessa. Personalmente, la considero troppo barocca.»
Nicole osservò, pensierosa:
«Se è possibile portare Hermann Goering fuori della sua epoca,
qui da noi, lei è disposto a incontrarlo e a prendere parte alla
discussione?»
«Sì,» disse Stark. «Anzi, insisto su questo.»
«Lei… insiste?» domandò Nicole. Stark annuì.
«Immagino,» disse Nicole, «che questo avvenga perché lei è
l’incarnazione dell’Ebraismo Mondiale o di qualche altra entità
mistica di questo genere.»
«Perché io sono un funzionario dello Stato di Israele,» rispose
Stark. «Anzi, perché ne sono il funzionario di grado più elevato.» Poi
tacque.
«È vero,» chiese Nicole, «che il suo paese sta per lanciare una
sonda su Marte?»
«Non una sonda,» disse Stark. «Un’astronave da trasporto.
Fonderemo lassù uno dei nostri kibbutz, un giorno o l’altro. Per così
dire, Marte è il nostro grande Neghev. Un giorno vi faremo crescere
gli aranci.»
«Un piccolo popolo fortunato,» disse Nicole, sottovoce.
«Prego?» Stark si portò la mano all’orecchio. Non aveva sentito.
«Voi siete fortunati. Avete delle aspirazioni. Noi, negli USE A,
abbiamo soltanto…» Rifletté per un istante. «Norme. Standard. Non
vorrei dire una battuta sciocca sui voli spaziali. Accidenti, Stark…
voi mi sconvolgete, e non so perché.»
«Dovrebbe visitare Israele,» disse Stark. «Le interesserebbe. Per
esempio…»
«Per esempio potrei convertirmi,» ribatté Nicole. «E cambiare il
mio nome in Rebecca. Mi ascolti, Stark: ormai abbiamo parlato
abbastanza. Non mi piace il Rapporto Wolff… mi pare troppo
rischiosa, l’idea di manomettere il passato su larga scala, anche se
questo significa salvare sei od otto o anche dieci milioni di esseri
umani innocenti. Pensi a ciò che accadde quando cercammo di
mandare degli attentatori per uccidere Adolfo Hitler all’inizio della
sua carriera. Qualcuno o qualcosa sventò ogni volta il nostro piano,
eppure tentammo ben sette volte! So… sono convinta che si trattava
di agenti venuti dal futuro, dal nostro tempo o da un’epoca ancora
più avanzata. Se noi possiamo servirci del sistema di von Lessinger,
possono farlo anche altri. La bomba nella birreria, la bomba
nell’aeroplano…»
«Ma questo tentativo,» disse Stark, «renderà felici i neonazisti.
Lei otterrà la loro collaborazione.»
«E questo dovrebbe attenuare le mie preoccupazioni?» disse
amaramente Nicole. «Lei dovrebbe capire meglio di ogni altro…»
Per qualche attimo Stark non disse nulla. Continuò a fumare il
sigaro filippino e a guardare Nicole, malinconicamente. Poi scrollò le
spalle.
«A questo punto, signora Thibodeaux, credo che mi inchinerò e
me ne andrò. Forse lei ha ragione. Vorrei riflettere su ciò che mi ha
detto e conferire con i membri del mio staff. La vedrò questa sera, al
concerto, qui alla Casa Bianca, allora. Suoneranno Bach o Handel?
Sono musicisti che ammiro moltissimo.»
«Questa sera avremo una serata tutta ebraica, in suo onore,»
rispose Nicole. «Mendelssohn, Mahler, Bloch, Copeland. Le va?»
Sorrise e Stark sorrise a sua volta.
«Potrei avere una copia del rapporto del generale Wolff?»
domandò Stark.
«No.» Nicole scosse il capo. «È Geheimnis… segretissimo.»
Stark sollevò un sopracciglio. Il suo sorriso si gelò.
«Non lo vedrà neppure Kalbfleisch,» aggiunse Nicole.
Non intendeva recedere dalla sua posizione, e senza dubbio Emil
lo capiva benissimo. In fin dei conti, quell’uomo era astuto per
professione. Andò a sedersi alla scrivania. Mentre aspettava che
Stark se ne andasse, esaminò un fascicolo di estratti che la sua
segretaria, Leonore, le aveva portato perché li esaminasse. Erano
noiosi… o no? Lesse ancora una volta il primo di quegli estratti, con
molta attenzione.
Il foglio l’informava che la talent-scout della Casa Bianca, Janet
Rainer, non era riuscita a ingaggiare per quella sera il grande e
neurotico pianista Richard Kongrosian perché l’artista aveva lasciato
all’improvviso la sua residenza estiva di Jenner per farsi ricoverare
spontaneamente in una casa di cura e per farsi sottoporre alla terapia
dell’elettrochoc. E nessuno doveva risaperlo.
Maledizione, si disse amaramente Nicole. Bene, questo liquida la
serata. Tanto varrebbe che andassi a letto subito dopo cena. Perché
Kongrosian era non soltanto il maggiore interprete di Brahms e di
Chopin, era anche un uomo eccentrico, dallo spirito vivace e
brillantissimo.
Emil Stark lanciò uno sbuffo di fumo dal sigaro, mentre
l’osservava incuriosito.
«Il nome di Richard Kongrosian le dice qualcosa?» domandò
Nicole, alzando gli occhi.
«Certo. Per certi musicisti romantici…»
«È malato. Di nuovo. Mentalmente. Per la centesima volta. Forse
lei non lo sapeva? Non lo aveva mai sentito dire?» Scostò il foglio da
sé, furiosamente; e il foglio scivolò sul pavimento. «Qualche volta
mi auguro che riesca finalmente a uccidersi o a morire di ulcera
perforata o di qualsiasi altra malattia. Questa settimana!»
«Kongrosian è un grande artista.» Stark annuì. «Comprendo la sua
preoccupazione. E in questi tempi caotici, con quei Figli di Giobbe
che manifestano per le strade, e tutta la volgarità e la mediocrità che
sembrano sul punto di imporsi…»
«Quelle creature,» disse quietamente Nicole, «non dureranno a
lungo. Quindi lei farebbe bene a preoccuparsi di qualcosa d’altro.»
«Crede di comprendere la situazione, vero? E di controllarla
saldamente.» Stark si concesse una smorfia.
«Bertold Goltz è B quanto è possibile esserlo. È un buffone. Un
pagliaccio.»
«Come Goering, magari?»
Nicole tacque. Ma gli occhi le scintillarono. Stark lesse quel
dubbio improvviso, fuggevole. E fece un’altra smorfia, questa volta
involontariamente. Una smorfia di preoccupazione.
Nicole rabbrividì.
V

Nel piccolo fabbricato in fondo alla Giungla delle Astronavi


Numero Tre, Al Miller se ne stava seduto con i piedi sulla scrivania;
fumava un sigaro Upmann e osservava i passanti, il marciapiede, la
gente e i negozi del centro di Reno, Nevada. Al di là del luccichio
delle astronavi nuove parcheggiate con le bandiere e i festoni, vide
una figura in attesa, che si nascondeva sotto la grande insegna
LOONY LUKE.
Al non fu il solo a vedere quella figura. Lungo il marciapiede
avanzavano un uomo e una donna, preceduti da un bambinetto
trotterellante. Il bambino, con una esclamazione, cominciò a
saltellare avanti e indietro, gesticolando eccitato.
«Ehi, papà, guarda! Sai che cos’è? Guarda, è il papoola!»
«Diavolo!» disse l’uomo con un sogghigno. «Lo è davvero.
Guarda, Marion, è una di quelle creature marziane, che si nasconde
sotto l’insegna. Cosa ne direste di andare a fare quattro chiacchere
con lui?» Si avviò in quella direzione, insieme al bambino. Ma la
donna proseguì per la sua strada, lungo il marciapiede.
«Vieni, mamma!» la chiamò il bambino.
Nel suo ufficio, Al Miller toccò leggermente i comandi del
meccanismo che teneva sotto la camicia. Il papoola uscì di sotto
l’insegna LOONY LUKE, e Al lo fece marciare sulle sei zampe
robuste verso il marciapiede, con il buffo berretto rotondo che gli
scivolava sopra una antenna, gli occhi che strabuzzavano mentre
metteva a fuoco la figura della donna. Quando il tropismo fu
stabilito, il papoola seguì la donna, con grande gioia del bambino e di
suo padre.
«Guarda, papà, sta seguendo la mamma! Ehi, mamma, voltati un
po’ e guarda!»
La donna si voltò, vide la creatura a forma di piatto, dal corpo
arancione e rise. Tutti vogliono bene ai papoola, si disse Al. Guarda
com’è buffo il papoola marziano. Parla, papoola; saluta questa
gentile signora che sta ridendo di te.
I pensieri del papoola, diretti alla donna, raggiunsero Al. La stava
salutando, le diceva che era lieto di conoscerla; l’adulò fino a che lei
tornò indietro, lungo il marciapiede, raggiungendo il figlio e il
marito. Adesso erano riuniti in gruppo, e ricevevano gli impulsi
mentali che emanavano dalla creatura marziana. Il papoola era
venuto sulla Terra senza piani ostili: era incapace di fare del male. Il
papoola amava i terrestri, come i terrestri amavano lui; e stava
dicendo proprio così, in quel momento… irradiava su di loro la
dolcezza, la calorosa ospitalità cui era avvezzo sul suo pianeta.
Che posto meraviglioso deve essere Marte, stavano pensando
senza dubbio l’uomo e la donna, mentre il papoola irradiava i suoi
ricordi e la sua affettuosità. Non è un mondo freddo e schizoide come
la società umana; nessuno spia gli altri, nessuno corregge gli
interminabili test di politica, nessuno va a presentare reclami alla
Commissione di Sicurezza del palazzo. Pensateci, stava dicendo loro
il papoola, mentre quelli se ne stavano inchiodati sul marciapiede,
incapaci di proseguire. Là siete padroni di voi stessi, liberi di
coltivare la terra della vostra fattoria, di credere in ciò che preferite,
di diventare veramente voi stessi. E pensate a voi stessi, che avete
persino paura di fermarvi ad ascoltare. Che avete paura di…
Con voce nervosa l’uomo disse a sua moglie:
«Faremmo meglio… ad andare.»
«Oh, no,» fece supplichevole il bambino. «Ecco, quante volte
capita di poter parlare a un papoola? Deve essere di quella giungla di
astronavi laggiù.» Il bambino indicò, e Al si sentì centrato dallo
sguardo acuto, osservatore dell’uomo.
«Naturalmente,» disse l’uomo. «L’hanno portato qui per vendere
astronavi. E in questo momento sta lavorando proprio noi, cerca di
convincerci.» L’incantesimo svanì dal suo volto. «È quel tale là
dentro che lo manovra.»
Ma, pensò il papoola, quello che vi dico è pur sempre vero. Anche
se si tratta di una pubblicità. Potreste andarci anche voi, su Marte. Tu
e la tua famiglia potreste vedere con i vostri occhi… se avete il
coraggio di liberarvi. Ne sei capace? Sei un vero uomo? E allora
compra un’astronave Loony Luke; comprala finché ne hai la
possibilità, perché sai che un giorno o l’altro, fra poco tempo,
magari, l’NP interverrà. E nessuno potrà più vendere astronavi. Non
vi saranno più brecce nel muro della società autoritaria, dalla quale
possono fuggire poche persone… i fortunati.
Manovrando i comandi, Al insistette. La forza della psiche del
papoola si accrebbe, assorbendo l’uomo, assumendo il controllo della
sua volontà. Devi comprare un’astronave, incalzò il papoola.
Pagamento rateale, assistenza garantita, molti modelli tra cui
scegliere. È il momento di firmare il contratto. Non indugiare.
L’uomo mosse un passo verso il parcheggio-mercato.
Presto, gli disse il papoola. Da un momento all’altro le autorità
potrebbero proibire questo commercio e la tua grande occasione
sfumerebbe per sempre.
«È… è così che lo manovrano,» disse l’uomo, a fatica.
«L’animale… Quell’animale incanta la gente. Ipnosi. Dobbiamo
andarcene.»
Ma non se ne andò. Era troppo tardi. Avrebbe comprato
un’astronave. E Al, nel suo ufficio, con il suo telecomando, lo stava
attirando verso l’ingresso.
Al si alzò tranquillamente. Era il momento di uscire, di concludere
il contratto. Tolse il contatto con il papoola, aprì la porta dell’ufficio
e uscì…
E vide una figura familiare che camminava tra le astronavi,
avviandosi verso di lui. Era il suo amico di un tempo, Ian Duncan.
Non lo vedeva da anni. Santo cielo! pensò Al. Che cosa vorrà? E
proprio in questo momento!
«Al!» lo chiamò Ian Duncan, gesticolando. «Posso parlare un
momento con te? Non sei troppo occupato, vero?»
Si avvicinò, pallido e sudato, si guardò intorno, con aria
impaurita. Si era sciupato parecchio, da quando Al l’aveva visto
l’ultima volta.
«Senti,» disse Al, irritato. Ma sapeva che ormai era troppo tardi. I
coniugi e il bambino si erano liberati dall’incantesimo e si stavano
allontanando rapidamente lungo il marciapiede.
«Non volevo… ehm… non volevo disturbarti,» mormorò Ian.
«Non mi disturbi,» disse Al, mentre guardava cupamente i tre
mancati clienti che si allontanavano. «Be’, cosa succede, Ian? Non
hai una gran bella cera! Sei ammalato? Vieni in ufficio.» Lo fece
entrare e chiuse la porta.
«Ho trovato la mia anfora,» disse Ian. «Ti ricordi quando
cercavamo di arrivare alla Casa Bianca? Al, dobbiamo fare un altro
tentativo. Ti giuro, non me la sento di continuare così. Non sopporto
di essere un fallito in quella che per noi era la cosa più importante
della nostra vita.» Si asciugò la fronte con il fazzoletto, ansimando.
Gli tremavano le mani.
«Io, non ho più la mia anfora,» disse alla fine Al.
«Devi averla. Ecco, potremmo registrare separatamente le nostre
parti sulla mia anfora e poi unirle su un solo nastro, e presentarlo alla
Casa Bianca. Questa sensazione di essere in trappola. Non so se
riuscirei a continuare a vivere. Devo riprendere a suonare. Se
cominciassimo a provare subito le Variazioni di Goldberg, fra due
mesi noi…»
Al l’interruppe.
«Abiti ancora là? All’Abramo Lincoln?»
Ian annuì.
«E continui a lavorare per quella ditta bavarese?» Non riuscì a
capire perché Ian Duncan fosse così sconvolto. «Diavolo, se succede
il peggio puoi sempre emigrare. È assurdo pensare di suonare ancora.
Sono anni che non suono: dall’ultima volta che ti ho visto. Aspetta un
momento.»
Premette i pulsanti del meccanismo che controllava il papoola; la
creatura reagì, cominciò a ritornare lentamente verso l’insegna.
«Credevo che fossero tutti morti,» disse Ian, quando la vide.
«Infatti,» disse Al.
«Ma quello là si muove e…»
«È finto,» disse Al. «È un simulacro, come quelle creature che
usano per colonizzare. Lo controllo io.» Mostrò il telecomando al
suo amico di un tempo. «Serve per fare entrare la gente. In verità, si
crede che Luke ne abbia uno vero, che è servito di modello per
questo. Nessuno lo sa con certezza, e la legge non può toccare Luke.
L’NP non può costringerlo a esibire quello vero, se pure ce l’ha.» Al
sedette e accese la pipa. «Prova a sbagliare i test politici,» disse a Ian.
«Perdi l’appartamento e fatti restituire quello che ti è costato.
Portami quel denaro e io ti procurerò una bella astronave che ti
porterà su Marte. Cosa ne dici?»
«Ho tentato di sbagliare il test,» disse Ian. «Ma non mi hanno
lasciato fare. Hanno corretto i risultati. Loro non vogliono che io me
ne vada. Non vogliono lasciarmi andare.»
«E chi sono loro?»
«L’uomo che abita vicino a me, all’Abramo Lincoln. Credo che si
chiami Edgar Stone. Lo ha fatto apposta. Ho visto la sua espressione.
Forse credeva di farmi un favore… non so.» Si guardò intorno. «Hai
un bell’ufficetto, qui. Dormi qui dentro, non è vero? E quando si
muove, ti muovi con lui.»
«Sì,» disse Al «Ci teniamo sempre pronti ad andarcene.» L’NP lo
aveva quasi pescato parecchie volte, anche se il deposito poteva
acquistare la velocità orbitale in sei minuti. Il papoola segnalava
l’approssimarsi dei poliziotti, ma non con un anticipo sufficiente a
consentire una fuga organizzata: di solito doveva fuggire in tutta
fretta, lasciando dietro di sé alcune astronavi.
«Hai su di loro un vantaggio molto ridotto,» mormorò Ian.
«Eppure questo non ti preoccupa. Credo che sia questione di
atteggiamento.»
«Se mi prendessero,» disse Al, «Luke mi tirerebbe fuori pagando
la cauzione.» Quindi, di che cosa doveva preoccuparsi? Il suo datore
di lavoro era un uomo potente. Il clan Thibodeaux limitava i suoi
attacchi contro di lui pubblicando sui settimanali popolari profondi
articoli contro la volgarità di Luke e la qualità scadente delle sue
astronavi.
«Ti invidio,» disse Ian. «Per la tua calma.»
«Nel tuo palazzo non c’è un pilota celeste? Va’ a parlare con lui.»
Ian ribatté amaramente:
«Non serve a niente. Adesso è di turno Patrick Doyle, che è
ridotto peggio di me. E Don Thisman, il nostro presidente, è anche
peggio. È ridotto a un fascio di nervi. Tutti quanti, nel palazzo, sono
in preda all’ansia. Forse è per via del mal di testa di Nicole...»
Al gli lanciò un’occhiata e capì che Ian stava parlando sul serio.
La Casa Bianca e tutto ciò che essa rappresentava erano troppo
importanti per lui: dominavano ancora la sua vita, come avveniva
anni prima, quando erano stati compagni d’armi, nel servizio
militare.
«Proprio perché sei tu,» disse quietamente Al, «tirerò fuori la mia
anfora e farò un po’ di esercizio. Faremo un altro tentativo.»
Ian Duncan lo guardò a bocca aperta. Era rimasto senza parola.
«Dico sul serio,» fece Al.
Ian sussurrò, riconoscente: «Dio ti benedica, Al.»
Malinconicamente, Al Miller sbuffò nella pipa.

Davanti a Chic Strikerock, la fabbrica in cui lavorava si ingrandì,


assunse le sue proporzioni reali, ma ridotte. Aveva la forma di una
cappelliera, non era troppo grande, dipinta di verde chiaro,
abbastanza moderna, se non si guardava troppo per il sottile.
La Frauenzimmer Associates. Fra poco sarebbe stato nel suo
ufficio, a lavorare, a manovrare le veneziane della finestra nel
tentativo di escludere il fulgido sole del mattino. E anche a cercare di
manovrare Greta Trupe, l’anziana segretaria che dipendeva da lui e
da Maury.
Che bella vita, pensò Chic. Magari, da ieri, la ditta era finita nelle
mani di un curatore fallimentare. Non ne sarebbe stato sorpreso… e
neppure molto rattristato. Ma sarebbe stato terribile per Maury, e a
lui Maury era simpatico, nonostante i loro continui litigi. In fin dei
conti, una piccola azienda era molto simile a una famiglia. Si era tutti
quanti in stretto contatto, gli uni con gli altri. Era un sistema intimo
molto più complicato degli impersonali rapporti umani tra datori di
lavoro e dipendenti delle grandi aziende.
Francamente, lui preferiva così. Preferiva quella intimità. Per lui
c’era qualcosa di orribile nella distaccata, burocratica attività
interpersonale degli ambienti delle società potenti, le società
geheimlich. Il fatto che Maury fosse un piccolo industriale gli andava
a genio. Era come un frammento del ventesimo secolo che fosse
sopravvissuto.
Parcheggiò a mano la propria ruota accanto a quella vecchiotta di
Maury, scese e, con le mani in tasca, varcò l’ingresso che gli era
familiare.
Il piccolo ufficio, con i mucchi di posta mai aperta, le tazze da
caffè, le fatture gualcite, i calendari ornati dalle fotografie di belle
ragazze, aveva un odore polveroso, come se le sue finestre non
fossero mai state schiuse all’aria fresca e alla luce del sole. E, in
fondo alla stanza, vide quattro simulacri che occupavano quasi tutto
il posto disponibile: erano seduti in silenzio, in gruppo. Uno aveva
l’aspetto di un maschio adulto, l’altro era la sua compagna; poi
c’erano due bambini. Era la voce principale del catalogo della ditta:
era una famcina.
Il simulacro maschio si alzò e lo salutò cortesemente.
«Buongiorno, signor Strikerock.»
«Maury è arrivato?» Si guardò intorno.
«In un senso limitato, sì,» disse il simulacro. «È andato al bar in
fondo alla strada a prendere il caffè e la ciambella di tutte le
mattine.»
«Benissimo,» osservò Chic, e si tolse il cappotto. «Bene, siete tutti
pronti ad andare su Marte?» domandò ai simulacri. E appese il
cappotto.
«Sì, signor Strikerock,» rispose la femmina adulta, con un cenno
del capo. «E ne siamo contenti. Può contarci.» Gli sorrise, con l’aria
della buona vicina. «Sarà un sollievo lasciare la Terra e la sua
legislazione oppressiva. Stavamo ascoltando, sulla modulazione di
frequenza, le notizie sulla Legge McPhearson.»
«La consideriamo spaventosa,» disse il maschio adulto.
«Devo dichiararmi d’accordo con voi,» disse Chic. «Ma che cosa
possiamo farci?» Si guardò intorno per cercare la posta. Come
sempre, era sperduta in mezzo a quel caos.
«Si può emigrare,» osservò il simulacro maschio.
«Uhm,» fece distrattamente Chic. Aveva trovato un fascio inatteso
di fatture, dall’aria recente, spedite da ditte che fornivano loro le parti
da montare. Cominciò a dividerle, in preda a una sensazione di
malumore, quasi di terrore. Maury le aveva viste? Probabilmente sì.
Le aveva viste e poi le aveva immediatamente accantonate, fuori di
vista.
La Frauenzimmer Associates funzionava meglio se nessuno le
ricordava certe spiacevoli realtà. Come un neurotico regressivo, la
ditta doveva nascondere a se stessa certi aspetti della realtà, per poter
funzionare.
Non era una soluzione ideale, ma qual era l’alternativa? Essere
realisti avrebbe significato arrendersi, morire. L’illusione, di natura
infantile, era essenziale per la sopravvivenza della minuscola
azienda, o per lo meno così pareva a lui e a Maury. In ogni caso,
entrambi avevano adottato quell’atteggiamento. I loro simulacri —
quelli adulti — lo disapprovavano. La loro valutazione fredda e
logica della realtà costituiva un profondo contrasto con
l’atteggiamento dei loro padroni, e Chic si sentiva sempre un po’
nudo, un po’ imbarazzato davanti ai simulacri: sapeva che avrebbe
dovuto dare loro un esempio migliore.
«Se comprasse un’astronave ed emigrasse su Marte,» disse il
maschio adulto, «noi potremmo essere la sua famcina.»
«Non avrei bisogno d’una famiglia di vicini,» disse Chic, «se
emigrassi su Marte. Ci andrei per allontanarmi dalla gente.»
«Saremmo un’ottima famiglia di vicini,» disse la femmina.
«Sentite,» obiettò Chic, «non avete bisogno di predicarmi le
vostre virtù. Le conosco meglio di quanto le conosciate voi.» Ed era
vero. La loro presunzione, la loro premurosa sincerità lo divertivano,
e nello stesso tempo lo irritavano. Come vicini, i membri di quel
gruppo sarebbero stati una seccatura, pensò. Eppure, erano proprio
ciò che gli emigranti desideravano, ciò di cui avevano bisogno, in
quelle zone coloniali scarsamente popolate. Lo capiva benissimo. In
fin dei conti, era interesse della Frauenzimmer capire queste cose.
Quando un uomo emigrava, poteva comprarsi i vicini, comprare la
presenza simulata della vita, il suono e il movimento dell’attività
umana, o per lo meno un surrogato meccanico, per tenersi su di
morale in un ambiente dagli stimoli diversi o addirittura — Dio ne
guardi! — completamente privo di stimoli.
E, oltre a questa funzione psicologica primaria, c’era un vantaggio
secondario, di natura pratica. Il gruppo famcina di simulacri
coltivava il terreno, lo arava e lo seminava, l’irrigava, lo rendeva
fertile e altamente produttivo. E il raccolto andava al colono umano,
poiché il gruppo della famcina, parlando da un punto di vista legale,
occupava le porzioni periferiche dei suoi terreni. In realtà, la famcina
non era una famiglia di vicini, faceva parte dell’ambiente del suo
proprietario. La comunicazione con i suoi componenti era in realtà
un dialogo circolare con se stesso; la famcina, se funzionava
perfettamente, captava le speranze e i sogni nascosti del colono, e
glieli rendeva, particolareggiati, in maniera articolata. Era utile dal
punto di vista terapeutico, benché dal punto di vista culturale fosse
un tantino sterile.
Il maschio adulto disse rispettosamente:
«Ecco, sta arrivando il signor Frauenzimmer.»
Chic alzò gli occhi e vide la porta dell’ufficio aprirsi lentamente.
Apparve Maury, che reggeva con cura il caffè e la ciambella.
«Senti, amico,» disse Maury con voce rauca. Era un uomo basso,
rotondo, che sudava molto; sembrava un’immagine riflessa in uno
specchio deformante. Le sue gambe avevano un aspetto bizzarro,
come se riuscissero a malapena a sorreggerlo; vacillò un poco,
mentre avanzava. «Mi dispiace,» disse, «ma credo che dovrò
licenziarti.»
Chic lo guardò, con tanto d’occhi.
«Non posso più tirare avanti,» disse Maury. Tenendo stretto il
manico della tazza con le dita tozze e macchiate cercò un posto dove
posare il caffè e la ciambella, fra i documenti e i manuali sparsi sulla
scrivania.
«Che mi venga un colpo!» disse Chic. La sua stessa voce gli
suonava molto debole nelle orecchie.
«Sapevi che sarebbe finita così.» La voce di Maury era diventata
un gracidio. «Lo sapevamo tutti e due. Che altro posso fare? Sono
settimane che non riceviamo un ordine importante. Non me la prendo
con te. Cerca di capirlo. Guarda questo gruppo famcina che sta
oziando qui dentro. Oziando, ripeto.»
Maury tirò fuori un immenso fazzoletto di lino irlandese e si
asciugò la fronte.
«Mi dispiace, Chic.» E scrutò ansioso il suo dipendente.
Il simulacro maschio disse:
«È veramente una conversazione che addolora.»
«Anch’io la penso così,» aggiunse la sua compagna.
Maury lanciò loro un’occhiataccia, poi balbettò:
«È dura. Voglio dire, pensate agli affaracci vostri. Chi ha chiesto
la vostra opinione artificiale?»
«Lasciali stare,» mormorò Chic. Era stordito da quella notizia: da
un punto di vista emotivo era stato colto completamente di sorpresa,
nonostante i suoi presentimenti a livello intellettuale.
«Se il signor Strikerock se ne va,» dichiarò il maschio adulto, «ce
ne andremo con lui.»
Maury ringhiò acido, rivolto ai simulacri:
«Oh, al diavolo, siete soltanto un branco di manufatti, voi!
Piantatela, intanto che risolvo questa faccenda. Abbiamo già
abbastanza guai senza che vi immischiate anche voi.»
Sedette alla scrivania e aprì la Chronicle del mattino.
«È arrivata la fine del mondo! Non si tratta solo di noi; Chic, non
solo della Frauenzimmer Associates. Senti un po’ cosa dice il
giornale di questa mattina: “Il cadavere di Orley Short, addetto alla
manutenzione, è stato scoperto oggi sul fondo di una vasca profonda
sei piedi, piena di cioccolato che solidificava lentamente, nella St.
Louis Candy Company”.» Alzò il capo. «Hai capito? “Cioccolato che
solidificava lentamente” … ecco, come viviamo. Ti leggo il resto.
“Short, di anni 53, non era tornato a casa, ieri dopo il lavoro e…”»
«E va bene,» l’interruppe Chic. «Ho capito che cosa stai cercando
di dire. Questo è un caso dello stesso genere.»
«Esattamente. La situazione sfugge al potere individuale. E così
bisogna diventare fatalisti, rassegnati. Io sono rassegnato a vedere la
Frauenzimmer Associates chiudere i battenti per sempre.
Francamente, succederà presto.»
Lanciò uno sguardo di malumore verso i simulacri della famcina.
«Non so proprio perché vi abbiamo costruiti. Avremmo dovuto
mettere insieme una banda di fusti da strapazzo, con quel tanto di
classe necessario per interessare la borghesia. Senti un po’, Chic,
come finisce questa terribile notizia, sulla Chronicle. Ascoltate anche
voi simulacri. Vi darà un’idea del mondo in cui vi trovate. “Il
cognato, Antonio Costa, recatosi alla fabbrica di dolciumi, lo ha
scoperto alla profondità di tre piedi nella cioccolata, a quanto afferma
la polizia di St. Louis”.» Maury chiuse rabbiosamente il giornale.
«Voglio dire, come ve la cavereste con un avvenimento del genere
nel vostro Weltanschaung? È spaventoso. È qualcosa che ti scardina.
E la cosa più tremenda è che è spaventoso al punto di essere quasi
ridicolo.»
Vi fu un silenzio, poi il simulacro maschio, reagendo
indubbiamente a qualche sfumatura del subcosciente di Maury, disse:
«Non era certo il momento più adatto per varare una legge come
la McPhearson. Abbiamo bisogno di assistenza psichiatrica, da
qualsiasi parte ci venga offerta.»
«“Assistenza psichiatrica”,» ringhiò Maury. «Già, hai messo il
dito sulla piaga, signor Smith o signor Jones o come diavolo ti
abbiamo chiamato. Questo avrebbe potuto salvare la Frauenzimmer
Associates, non è vero? Un po’ di psicoanalisi a duecento dollari
all’ora per dieci anni… Non è quello il tempo che occorre, in
generale? Gesù!» Voltò le spalle ai simulacri, disgustato, mangiò la
ciambella.
Finalmente Chic domandò: «Mi darai una lettera di referenze?»
«Naturalmente,» disse Maury.
Forse dovrò andare a lavorare per la Karp und Sohnen, pensò
Chic. Suo fratello Vince, che era un impiegato G di quella immensa
società, avrebbe potuto farlo assumere. Era meglio che niente, meglio
che finire in mezzo ai disoccupati, l’ordine infimo della immensa
classe B, nomadi che vagavano sulla faccia della Terra, ormai troppo
poveri per emigrare.
O forse, ecco, avrebbe dovuto emigrare. Forse era venuto quel
momento: doveva affrontarlo con decisione. Una volta tanto, doveva
rinunciare alle sue ambizioni puerili che aveva cullato così a lungo.
Ma, e Julie? E lei? La moglie di suo fratello complicava
maledettamente le cose; per esempio, adesso era finanziariamente
responsabile, lui, nei confronti di quella donna? Avrebbe dovuto
discutere la cosa con Vince, affrontarlo faccia a faccia. In qualsiasi
caso. Gli interessasse o no trovare un impiego alla Karp u. Sohnen
Werke.
Sarebbe stato imbarazzante, a dir poco, abbordare Vince in quelle
circostanze. Quella storia con Julie era capitata nel momento meno
opportuno.
«Senti, Maury,» disse. «Non puoi buttarmi fuori proprio adesso.
Ho un problema da risolvere. Come ti ho detto per telefono, adesso
ho una donna che…»
«Sta bene.»
«C-come?»
Maury Frauenzimmer sospirò.
«Ho detto sta bene; ti terrò con me ancora un po’. Così affretterò
il fallimento della Frauenzimmer Associates. E con questo?» Alzò le
spalle. «Così geht das Leben: così va la vita.»
Uno dei due bambini-simulacri disse al maschio adulto:
«Non è un brav’uomo, papà?»
«Sì, Tommy,» rispose il maschio adulto, con un cenno del capo.
«Lo è, senza dubbio.» Batté la mano sulla spalla del bambino. Tutta
la famiglia aveva l’aria raggiante.
«Ti terrò con me fino a mercoledì prossimo,» decise Maury. «È
tutto quello che posso fare, ma forse ti servirà. Poi… non so. Non
posso prevedere niente, benché sia dotato di una certa precognizione,
come ho sempre detto. Voglio dire che in una certa misura ho sempre
avuto intuizioni valide del futuro. Ma in questo caso no, niente di
niente. Tutta la faccenda è maledettamente confusa, per quanto mi
riguarda.»
«Grazie, Maury,» disse Chic.
Brontolando, Maury Frauenzimmer riprese a leggere il giornale
del mattino.
«Forse prima di mercoledì succederà qualcosa di bello,» disse
Chic. «Qualche cosa che non ci aspettiamo.» Forse, come direttore
alle vendite, potrò procurare un grosso ordine, pensò.
«Magari,» disse Maury. Non sembrava molto convinto.
«Farò del mio meglio,» disse Chic.
«Sicuro,» convenne Maury. «Tenta, Chic; tenta pure.» La sua voce
era bassa, smorzata dalla rassegnazione.
VI

Per Richard Kongrosian la Legge McPhearson era una calamità,


poiché lo privava di colpo del grande sostegno della sua vita, il dottor
Egon Superb. Ormai, era abbandonato alla mercé della sua malattia,
che sarebbe durata quanto la sua vita e che aveva assunto un potere
enorme su di lui.
Era per questo che aveva lasciato Jenner e si era fatto ricoverare
volontariamente nell’Ospedale Neuropsichiatrico Franklin Aimes di
San Francisco, in un luogo che gli era profondamente familiare;
nell’ultimo decennio, vi era stato ricoverato molte volte.
Ma questa volta, probabilmente, non sarebbe riuscito ad
andarsene. Questa volta la sua malattia mentale era troppo
progredita.
Sapeva benissimo di essere un anancastico, una persona per cui la
realtà si era ridotta alle dimensioni della compulsione; tutto ciò che
faceva lo faceva per forza… non c’era nulla, in lui, di libero, di
spontaneo.
E, per peggiorare la situazione, si era lasciato inguaiare da un
annunciatore commerciale Nitz. Anzi, lo aveva ancora con sé; se lo
portava in giro, tenendolo in tasca.
Kongrosian tirò fuori l’annunciatore commerciale Theodorus Nitz
e lo attivò, ascoltò ancora una volta il suo messaggio maligno.
L’annunciatore commerciale squittì:
«In qualsiasi momento della giornata potete offendere gli altri, in
qualsiasi ora del giorno!»
Nella mente di Kongrosian apparve una scena colorata: un
bell’uomo bruno che si piegava verso una ragazza bionda, dai seni
prepotenti, in costume da bagno, e si accingeva a baciarla. Sul volto
della ragazza l’espressione rapita e sottomessa sparì di colpo, venne
sostituita dalla ripugnanza. E l’annunciatore commerciale strillò:
«Ecco! Quell’uomo non si era garantito contro una traspirazione
sgradevole, contro il cattivo odore! Capite?»
Sono io, si disse Kongrosian. Io puzzo. Per colpa
dell’annunciatore commerciale, aveva acquisito un odore ripugnante;
era stato contaminato dall’annunciatore, e non riusciva a sbarazzarsi
di quell’odore. Per settimane e settimane aveva tentato mille riti di
lavatura e di risciacquatura, senza approdare a nulla.
Quello era il guaio degli odori fobici: una volta acquisiti
permanevano, progredivano persino nella loro spaventosa potenza. In
quel momento non osava avvicinarsi a un altro essere umano: doveva
starsene a dieci piedi di distanza, perché gli altri non si accorgessero
dell’odore. Niente bionde dai seni prepotenti, per lui.
Eppure, nello stesso tempo, sapeva che quell’odore era
un’illusione, sapeva che non esisteva in realtà; era soltanto un’idea
ossessiva.
Ma quella certezza non gli era d’aiuto. Non sopportava di
avvicinarsi a meno di dieci piedi da un altro essere umano… di
qualsiasi genere. Avesse o no i seni prepotenti.
Per esempio, in quel preciso momento Janet Raimer, prima talent-
scout della Casa Bianca, lo stava cercando. Se l’avesse trovato, anche
in quella camera riservata del Franklin Aimes, avrebbe insistito per
vederlo, sarebbe riuscita ad avvicinarlo… e per lui il mondo sarebbe
crollato.
Era affezionato a Janet, una donna di mezza età, gaia e spiritosa.
Come avrebbe potuto permettere che Janet scoprisse il terribile fetore
trasmessogli dall’annunciatore commerciale?
Era una situazione impossibile, e Kongrosian se ne stava seduto
davanti alla tavola, in un angolo della stanza: apriva e chiudeva
meccanicamente i pugni, cercando di trovare una soluzione.
Poteva chiamarla telefonicamente, per esempio. Ma forse l’odore
poteva venire trasmesso lungo i cavi telefonici; lei se ne sarebbe
accorta in ogni caso.
Un telegramma? No, l’odore si sarebbe appiccicato anche al
telegramma, sarebbe giunto fino a Janet.
In pratica, il suo odore fobico poteva contaminare tutto il mondo.
Per lo meno, era teoricamente possibile.
Ma lui doveva pure avere qualche contatto con la gente. Per
esempio, voleva chiamare suo figlio Plautus nella loro casa di Jenner.
Per quanto ci si sforzasse, non era possibile abolire i rapporti
interpersonali, per quanto potesse essere desiderabile…
Forse la A.G. Chemie può aiutarmi, pensò. Potrebbero avere un
detergente sintetico ultrapotente in grado di cancellare, almeno per
qualche tempo, il mio odore fobico. Chi conosco, in quell’azienda,
che possa aiutarmi? Con chi posso mettermi in contatto? Si sforzò di
ricordare. Sull’elenco telefonico di Houston, Texas, alla voce
direttori di…
Kongrosian drappeggiò un asciugamano sullo schermo, con molta
cura.
«Pronto,» disse, standosene a una buona distanza
dall’apparecchio, nella speranza di non contaminarlo. Naturalmente,
era una speranza vana, ma doveva tentare.
«Qui è la Casa Bianca, Washington,» disse una voce che usciva
dall’apparecchio. «È Janet Raimer che ha chiamato. Parli pure,
signorina Raimer. Le dò la stanza del signor Kongrosian.»
«Salve, Richard,» disse Janet Raimer. «Che cosa ha messo sullo
schermo del telefono?»
Schiacciato contro la parete più lontana, mettendo tra sé e il
telefono la maggiore distanza possibile, Kongrosian disse:
«Non doveva cercarmi, Janet. Sa quanto sono ammalato. Sono in
uno stato compulsivo-ossessivo avanzato, il peggiore che abbia mai
vissuto. Ho forti dubbi circa la possibilità di suonare di nuovo in
pubblico. È troppo rischioso. Per esempio, credo che lei abbia visto
sul giornale di oggi la notizia di quell’operaio di quella fabbrica di
dolciumi, che è morto nella vasca di cioccolata. Sono stato io a
provocare la sua morte.»
«È stato lei? E come?»
«Psichicamente. Del tutto involontariamente, è certo. Sono
responsabile di tutti gli incidenti psicomotori che avvengono nel
mondo. Ecco perché mi sono fatto ricoverare qui all’ospedale per una
cura di elettrochoc. Credo che in questo tipo di cura, anche se è fuori
moda. A me le droghe non fanno niente. Quando si puzza come
puzzo io, Janet le droghe non…»
Janet Raimer lo interruppe.
«Non credo affatto che lei puzzi, Richard. La conosco da molti
anni e non riesco a immaginare proprio che lei puzzi, per lo meno m
tale misura da provocare la fine della sua splendida carriera.»
«La ringrazio per la sua lealtà,» disse cupo Kongrosian, «ma lei
non capisce. Non è un odore fisico. È un odore… simile a un’idea.
Un giorno o l’altro le spedirò un testo su questo argomento, magari
di Binswanger o di un altro psicologo esistenziale. Quelli capivano
veramente me e i miei problemi, benché vivessero più di cento anni
fa. Evidentemente, erano dotati di precognizione. La tragedia è
questa, però: benché Binswanger, Kuhn e Minkoski mi capissero,
non possono fare nulla per aiutarmi.»
«La Prima Signora si augura che lei guarisca rapidamente e
completamente,» disse Janet.
La futilità di quelle parole lo esasperò.
«Santo cielo… ma non capisce, Janet? Ormai io vivo in un mondo
di illusioni. Sono malato mentalmente quanto è possibile esserlo! È
incredibile che io riesca a comunicare con lei. È merito della forza
del mio ego se a questo punto non sono completamente autistico.
Chiunque altro lo sarebbe, nella mia situazione.» Provò un
fuggevole, comprensibile senso di orgoglio. «Sto affrontando un
problema interessante, questo dell’odore fobico. Evidentemente, è la
reazione causata da qualche serio disturbo, che disintegrerebbe la mia
comprensione dell’Umwelt, del Mitwel e dell’Eigenwelt. Ciò che
sono riuscito a fare…»
«Richard,» l’interruppe Janet Raimer, «mi dispiace per lei. Vorrei
poterla aiutare.» Sembrava sul punto di piangere: le tremava la voce.
«Oh, be’,» disse Kongrosian. «E chi ha bisogno di Umwelt,
Mitwelt ed Eigenwelt? Non se la prenda così, Janet. Non deve. Me la
caverò, come me la sono cavata altre volte.»
Ma non ne era convinto. Questa volta era diverso. Ed
evidentemente Janet l’aveva intuito.
«Comunque,» proseguì, «credo che nel frattempo lei dovrà
cercare altri artisti per i trattenimenti alla Casa Bianca. Dovrà
dimenticarsi di me e cercare su terreni completamente nuovi. A che
altro serve un talent-scout, del resto?»
«Già,» fece Janet.
Mio figlio, pensò Kongrosian. Forse potrebbe prendere il mio
posto. Ma era un pensiero bizzarro, morboso; lo respinse, inorridito
di averlo lasciato entrare nella propria mente. Dimostrava fino a
quale punto era ammalato. Come se qualcuno potesse prendere sul
serio gli sciagurati suoni quasi-musicali prodotti da Plautus… benché
forse, nel senso più ampio, potessero venir definiti etnici.
«La sua sparizione,» disse Janet Raimer, «è una tragedia. Come ha
appena detto, il mio compito consiste nel trovare qualcuno o
qualcosa che riempia questo vuoto… ma so che è impossibile.
Tenterò. Grazie, Richard. È stato molto gentile a parlare con me,
tenendo conto della situazione. Ora tolgo la comunicazione, la lascio
riposare.»
«Spero soltanto di non averla contaminata con il mio odore
fobico,» disse Kongrosian. E tolse la comunicazione.
Il mio ultimo legame con il mondo interpersonale, si disse. Forse
non parlerò mai più per telefono. Sento che il mio mondo continua a
contrarsi. Dio, quando finirà? Ma l’elettrochoc mi aiuterà: il processo
di contrazione si invertirà, o per lo meno verrà bloccato…
Chissà, forse dovrei cercare di rintracciare Egon Superb, si disse.
Nonostante la Legge McPhearson.
Inutile: Superb non esisteva più. La legge lo aveva cancellato,
almeno per quanto riguardava i suoi pazienti. Forse Egon Superb può
continuare a esistere come individuo, in essenza, ma la categoria
“psicoanalista” è stata sradicata, è come se non fosse esistita mai. Ma
ho bisogno di lui! Se potessi consultarlo ancora una volta…
maledetta l’A.G. Chemie e il suo enorme potere politico, la sua
sterminata influenza! Forse potrei riuscire a contaminare tutta quella
gente con il mio odore fobico…
Sì, li chiamerò, decise. Mi informerò sulla possibilità di ottenere il
superdetergente e nello stesso tempo li contaminerò. È quello che si
meritano.
Prese l’elenco telefonico, cercò il numero della filiale dell’A.G.
Chemie per la Zona della Baia, lo trovò, e formò il numero, per
psicocinesi.
Si pentiranno di avere imposto l’approvazione di quella legge, si
disse Kongrosian, mentre attendeva che gli passassero la
comunicazione.
«Voglio parlare con il capo del reparto psicochimico,» disse,
quando il centralino dell’A.G. Chemie rispose.
Alla fine, giunse fino a lui una voce maschile; l’asciugamano
buttato sullo schermo gli nascondeva quell’uomo, ma dalla voce lo si
poteva giudicare giovane, efficiente, professionale.
«Qui Stazione B. Parla Merrill Judd. Chi è lei e perché tiene
bloccato il video?» Lo psicochimico sembrava irritato.
«Lei non mi conosce, signor Judd,» disse Kongrosian. Poi pensò:
“Questo è il momento di contaminarli”. Si avvicinò all’apparecchio e
tolse l’asciugamano.
«Richard Kongrosian,» disse lo psicochimico, fissandolo. «Sì, la
conosco. Per lo meno, conosco la sua arte.» Era un uomo giovane,
dall’aria efficiente di chi non ammette sciocchezze: un individuo
schizoide e distaccato. «È un onore conoscerla, signore. Cosa posso
fare per lei?»
«Mi occorre un antidoto,» disse Kongrosian, «contro un
abominevole annunciatore commerciale della Theodorus Nitz. Sa,
quello che ripete: “Nei momenti di grande intimità con l’essere
amato, il pericolo di offenderlo diventa particolarmente più acuto” e
così via.» Gli ripugnava pensarci. L’odore sembrava farsi più
insopportabile quando vi pensava, se era possibile. E allora
desiderava un sincero rapporto umano; si sentiva violentemente
conscio del suo isolamento.
«Le faccio paura?» domandò.
Il funzionario della A.G. Chemie lo guardò con intensità saggia e
professionale.
«No, affatto. Naturalmente, ho sentito parlare dei suoi disturbi
endogeni psicosomatici, signor Kongrosian.»
«Bene,» fece secco Kongrosian, «mi permetta di dirle che sono
esogeni; è stato l’annunciatore commerciale della Nitz che li ha
provocati.»
Lo avviliva sapere che degli sconosciuti, anzi, no: che tutto il
mondo conosceva e discuteva la sua menomazione psicologica.
«Ma doveva esserci una predisposizione,» disse Judd, «perché
l’annunciatore della Nitz abbia potuto influenzarla.»
«Al contrario,» disse Kongrosian. «È la pura verità: e farò causa
all’agenzia Nitz, chiederò milioni di risarcimento… Sono
prontissimo a iniziare la lite. Ma questo non c’entra, per il momento.
Lei che cosa può fare, Judd? Ormai sente anche lei questo odore,
vero? Lo ammetta, poi potremo discutere le possibilità di una terapia.
Ero in cura presso uno psicoanalista, il dottor Egon Superb, ma
grazie alla A.G. Chemie è tutto finito, ormai.»
«Uhm,» disse Judd.
«Non sa dire altro? Senta, mi è impossibile lasciare questa stanza
d’ospedale. L’iniziativa deve venire da lei. È a lei che faccio appello.
La mia situazione è disperata. Se peggiora…»
«È una richiesta interessante,» disse Judd. «Dovrei riflettere un
poco, non posso dare una risposta immediata, signor Kongrosian. Da
quanto tempo ha avuto inizio questa contaminazione causata
dall’annunciatore della Nitz?»
«Da un mese, approssimativamente.»
«E prima?»
«Problemi vaghi. Ansie. Depressione. Ma finora ero riuscito a
dominarli. Ovviamente, sto lottando contro un insidioso processo
schizofrenico che logora gradualmente le mie facoltà, ne smussa
l’acutezza.» Si sentiva inferocito.
«Forse verrò io all’ospedale.»
«Ah,» disse Kongrosian, soddisfatto. Così sarò certo di
contaminarti, disse fra sé. E tu, porterai il contagio nella tua ditta, alla
maledetta società che è responsabile della cessazione dell’attività del
dottor Superb. «Venga, la prego,» disse a voce alta. «Sarei lietissimo
di consultarla a quattr’occhi. E tanto prima, tanto meglio. Ma
l’avverto: non assumo responsabilità per ciò che può succedere. Lei
deve assumersi il rischio…»
«Rischio? Me lo assumo, certo. Le andrebbe bene questo
pomeriggio? Ho un’ora libera. Mi dica in quale ospedale si trova, e
se è nella zona…»
Judd si affrettò a prendere una matita e un blocco di carta per gli
appunti.

Arrivarono a Jenner in orario. Nel pomeriggio avanzato si


posarono sull’eliporto alla periferia della città; c’era tutto il tempo di
arrivare per via di terra alla casa di Kongrosian, nascosta tra le
colline dei dintorni.
«Ehi, volete dire,» fece Molly, «che non possiamo atterrare là?
Dobbiamo…»
«Noleggiare una macchina,» disse Nat Flieger.
«Lo so,» disse Molly. «Ho letto ciò che scrivono. E c’è sempre un
tizio del posto che riferisce i pettegolezzi locali…» Chiuse il libro e
si alzò in piedi. «Bene, Nat, forse tu riuscirai a sapere dall’autista del
tassì quello che vuoi sapere. A proposito del museo degli orrori di
Kongrosian.»
«Signorina Dondoldo…» cominciò Jim Planck, con voce rauca.
Poi fece una smorfia. «Penso tutto il bene possibile di Leo, ma per
essere sincero…»
«Non può sopportare me?» chiese lei, alzando le sopracciglia.
«Ma perché? Vorrei proprio sapere perché, signor Planck.»
«Finitela,» disse Nat, mentre scaricava dall’elicottero il
registratore e lo posava sul suolo umido.
L’aria odorava di pioggia; era pesante, opprimente e Nat le si
ribellò istintivamente, reagendo alla sua innata insalubrità.
«Deve andare bene per gli asmatici,» disse, guardandosi intorno.
Naturalmente, Kongrosian non sarebbe venuto a prenderli. Toccava a
loro scoprire la sua casa… e lui stesso. Sarebbero stati fortunati, anzi,
se lui avesse accettato di riceverli. Nat se ne rendeva perfettamente
conto.
Molly scese un po’ imbarazzata dall’elicottero: calzava un paio di
sandali, infatti.
«Che odore strano,» disse. Trasse un profondo respiro e la sua
camicetta di cotone a colori vivaci si gonfiò. «Uhm, sa di
vegetazione che imputridisce.»
«Infatti,» disse Nat, mentre aiutava Jim Planck.
«Grazie,» mormorò Planck. «Credo che così vada bene, Nat. Per
quanto tempo dovremo restare qui?» Sembrava desiderasse risalire
sull’elicottero per ritornare indietro. Nat gli lesse sul viso un panico
inequivocabile. «Questa zona,» disse Planck, «mi fa sempre pensare
a quel libro per bambini. Sai a che cosa alludo.» La voce gli si fece
stridula. «Agli orchi.»
Un tassì si fece avanti per accoglierli, ma non era guidato da un
abitante del luogo. Era un’automobile vecchia di vent’anni, con un
sistema muto di auto-guida.
Caricarono a bordo l’attrezzatura per registrare e i bagagli
personali e il tassì si allontanò dall’eliporto, diretto verso la casa di
Richard Kongrosian: l’indirizzo consegnato alla macchina svolgeva
la stessa funzione del tropismo.
«Chissà,» disse Molly, guardando le case e i negozi antiquati del
paesetto, «chissà cosa fanno, qui, per passare il tempo.»
«Forse,» rispose Nat, «vanno all’eliporto a guardare i forestieri
che capitano qui, qualche volta.» Come noi, pensò, vedendo che gli
abitanti alzavano lo sguardo incuriositi, al loro passaggio.
Siamo noi il passatempo, pensò. Certo, non sembrava ve ne
fossero molti altri. Il paese aveva lo stesso aspetto che doveva avere
avuto prima del disastro del 1980. I negozi avevano vetrine di
cristallo e di plastica, incredibilmente malconce. Accanto a un
immenso supermarket antiquato e deserto, vide un parcheggio vuoto
per veicoli di superficie che non esistevano più.
Per un uomo di genio, pensò Nat, vivere qui deve essere una
forma di suicidio. Poteva essere stato soltanto un sottile desiderio di
autodistruzione a spingere Kongrosian a lasciare l’immenso,
laborioso agglomerato umano di Varsavia, uno dei centri più fulgidi
dell’attività umana, uno dei centri degli scambi mondiali, per venire
in quel paesetto in rovina, squallido e fradicio di pioggia.
O forse… era una forma di penitenza? Possibile? Per punirsi…
Dio solo sapeva di che cosa… forse della sorte del figlio anormale…
dato e non concesso che quanto aveva detto Molly fosse esatto.
Pensò alla storiella di Jim Planck: lo psicocinetico Richard
Kongrosian cui, in seguito a un incidente, crescevano le mani. Ma
Kongrosian aveva le mani: solo, non ne aveva bisogno per suonare.
Senza le mani poteva ottenere più sfumature di coloritura tonale,
ritmi e fraseggi più precisi. L’intera componente somatica era
superata: era la mente dell’artista che agiva direttamente sulla
tastiera.
La gente che cammina per queste strade in rovina sa chi vive qui?
si chiese Nat. Probabilmente no. Probabilmente Kongrosian stava
sulle sue, viveva con la sua famiglia e ignorava la comunità. Un
recluso… e chi non lo sarebbe, qui? E se gli abitanti di Jenner
sapessero la verità, sospetterebbero di Kongrosian, perché è un artista
e perché è uno psi… Era un doppio fardello da portare.
Senza dubbio, nei suoi rapporti con quella gente — quando
andava a fare acquisti nell’emporio — Kongrosian non si serviva
delle sue facoltà psicocinetiche e usava le mani come chiunque altro.
A meno che Kongrosian non possedesse più coraggio di quanto
gliene attribuiva Nat…
«Quando diventerò un artista di fama mondiale,» disse Jim
Planck, «la prima cosa che farò sarà andare a nascondermi in un
paesetto arretrato come questo.» La sua voce era carica di sarcasmo.
«Sarà la mia più grande soddisfazione.»
«Sì,» disse Nat. «Deve essere piacevole campare sul proprio
talento.» Parlò distrattamente: aveva visto davanti a sé una folla che
aveva attirato la sua attenzione.
Bandiere e uomini in uniforme… stava guardando, pensò, una
dimostrazione di estremisti, i così detti Figli di Giobbe, quei
neonazisti che sembravano essere spuntati un po’ dovunque, in quegli
ultimi tempi, persino lì, in quel paesetto della California
Settentrionale dimenticato da Dio.
Ma, in fondo, non era il posto più appropriato per i Figli di
Giobbe? Quella regione in decadenza odorava di sconfitta; li
abitavano coloro che erano falliti, i B che non avevano la minima
importanza nel sistema politico e sociale del paese.
Come i nazisti del passato, i Figli di Giobbe prosperavano sulla
delusione, sul risentimento dei diseredati. Sì, quei paesetti arretrati,
superati dai tempi, erano l’ideale terreno di cultura per movimenti di
quel genere. Quindi non avrebbe dovuto meravigliarsi di quello
spettacolo.
Ma qui non si trattava di tedeschi: qui si trattava di americani.
Era un pensiero preoccupante; perché non poteva liquidare i Figli
di Giobbe come un sintomo dell’immutabile mentalità tedesca; era
troppo semplice. La gente che stava marciando, in quel momento, era
la sua gente, erano i suoi compatrioti. Avrebbe potuto esserci anche
lui lì in mezzo: se avesse perduto il suo impiego alla EME, o se
avesse subito un’esperienza sociale umiliante e devastatrice…
«Guardateli un po’,» disse Molly.
«Li sto guardando,» rispose Nat.
«E stai pensando: “potrei esserci anch’io”. Vero? Francamente,
non credo che avresti il fegato di dimostrare pubblicamente a
sostegno delle tue convinzioni. Anzi, non credo neppure che tu abbia
qualche convinzione. Guarda! C’è Goltz.»
Aveva ragione. C’era Bertold Goltz, il Capo. Quell’uomo appariva
e scompariva in modo strano. Non era mai possibile predire dove
sarebbe spuntato, la prossima volta.
Forse Goltz si serviva del principio di von Lessinger. Si serviva
del viaggio nel tempo.
E questo avrebbe dato a Goltz, pensò Nat, un certo vantaggio su
tutti gli altri capi carismatici del passato, poiché l’uso del principio di
von Lessinger lo avrebbe reso più o meno eterno. Non poteva venire
ucciso in uno dei soliti modi. E questo poteva spiegare perché il
governo non era riuscito a schiacciare il suo movimento. Spesso si
era chiesto perché Nicole lo tollerava. Lo tollerava perché non poteva
fare altro.
Tecnicamente, Goltz poteva venire assassinato: ma un altro Goltz,
venuto da un tempo precedente, si sarebbe spostato nel futuro e lo
avrebbe sostituito. Goltz avrebbe tirato avanti, senza invecchiare,
senza camminare, e alla fine il suo movimento ne avrebbe tratto un
beneficio poiché avrebbe avuto un capo che non si sarebbe messo
sulla strada di Adolfo Hitler: non sarebbe stato colpito dalla paresi o
da altre malattie degenerative.
Jim Planck, assorbito da quello spettacolo, mormorò: «Bel figlio
di buona donna, no?» Anche lui sembrava impressionato.
Quell’uomo avrebbe potuto fare carriera nel cinema o nella
televisione, pensò Nat. Avrebbe potuto diventare un attore o un
presentatore, invece di essere ciò che era.
Goltz aveva della classe. Alto, rannuvolato in una specie di cupo
nervosismo… eppure, notò Nat, era un po’ troppo pesante. Goltz
dimostrava circa quarantacinque anni, non aveva più la snellezza e la
muscolosità della gioventù. Sudava, mentre marciava. Era
intensamente fisico: non c’era nulla di spettrale o di eterno in lui, non
c’era la minima spiritualità che controbilanciasse la sua ostinazione
animale.
I dimostranti si voltarono, si avviarono a testa bassa verso il tassì.
Il tassì si fermò.
Molly osservò, caustica: «Dispone perfino dell’obbedienza delle
macchine. Per lo meno, di quelle locali.» E rise, brevemente,
irrequieta.
«Sarà meglio che ci togliamo di mezzo», disse Jim Planck. «O ci
piomberanno addosso come formiche marziane.» Manovrò i comandi
del tassì automatico. «Accidenti a questo trabiccolo consunto. È
morto come un chiodo della porta.»
«Ucciso dal timore,» disse Molly.
Goltz era nella prima fila dei dimostranti. Avanzava al centro,
reggendo una bandiera fluente e multicolore. Quando li vide, Goltz
urlò qualcosa. Nat non riuscì a capire.
«Ci sta dicendo di toglierci di mezzo,» disse Molly. «Forse
faremmo meglio a lasciar perdere la registrazione di Kongrosian e ad
unirci a lui. Iscriverci al suo movimento. Cosa ne dici, Nat? Ecco la
tua grande occasione. Potrai sempre dire, a buon diritto, di essere
stato costretto.»
Molly aprì la portiera e saltò leggera sul marciapiede.
«Non ho intenzione di lasciarci la pelle per colpa di un circuito
avariato d’una macchina vecchia di vent’anni!»
«Heil, potente capo!» disse brevemente Jim Planck e balzò a terra
a sua volta, raggiungendo Molly, lontano dai dimostranti che
urlavano e gesticolavano rabbiosamente.
«Io resto qui,» disse Nat.
E rimase dov’era, circondato dalle apparecchiature per la
registrazione, la mano posata sul prezioso Ampek F-a2. Non aveva
intenzione di abbandonarlo, neppure per Bertold Goltz.
Goltz, che stava avanzando rapidamente, all’improvviso
sogghignò. Era un sogghigno di comprensione, come se Goltz,
nonostante la serietà delle sue intenzioni politiche, fosse ancora
capace di una sfumatura di empatia.
«Ha dei fastidi, eh?» gridò rivolto a Nat. Ora la prima fila dei
dimostranti, compreso il capo, aveva raggiunto la vecchia macchina
immobilizzata: la fila si divise, passò oltre, da entrambi i lati. Ma
Goltz si fermò.
Tirò fuori un fazzoletto rosso, gualcito, si asciugò la fronte e il
collo, lucidi di sudore.
«Mi dispiace di tagliarvi la strada,» disse Nat.
«Diamine,» disse Goltz. «La stavo aspettando.» Alzò gli occhi
scuri, luminosi e intelligenti. «Nat Flieger, capo della sezione Artisti
e Repertorio della EME di Tijuana. Venuto qui, in questa terra di rane
e di felci per registrare Richard Kongrosian… perché lei non sa che
Kongrosian non è a casa. È all’ospedale neuropsichiatrico Franklin
Aimes di San Francisco.»
«Santo cielo!» disse Nat, colto alla sprovvista.
«Perché non registra me, invece?» disse Goltz. Amabilmente.
«Che cosa?»
«Oh, potrei urlare o rantolare qualche frase storica. Per una
mezz’ora o giù di lì… quanto basta per riempire un piccolo disco.
Forse oggi o domani non si venderà molto, ma un giorno…» Goltz
strizzò l’occhio a Nat.
«No, grazie,» disse Nat.
«La sua creatura di Ganimede è troppo pura per ciò che io ho da
dire?» Adesso il suo sorriso era privo di calore. Sembrava fissato sui
lineamenti, a forza.
«Io sono ebreo, signor Goltz,» disse Nat. «È difficile, per me,
guardare con entusiasmo un neonazismo.»
Dopo una pausa, Goltz rispose:
«Anct’io sono ebreo, signor Flieger. O, più esattamente, un
israeliano. Lo controlli. Risulta dai documenti ufficiali. Qualsiasi
archivio di giornale o della televisione può confermarglielo.»
Nat lo fissò ad occhi sbarrati.
«Il nostro nemico, il suo e il mio,» disse Goltz, «è il sistema der
Alte. È quello, il vero erede del passato nazista. Ci pensi. Quel
sistema, e i grandi monopoli. A.G. Chemie, Karp und Sohnen
Werke… non lo sapeva? In che mondo ha vissuto, Flieger? Non ha
mai voluto ascoltare la verità?»
Dopo una pausa, Nat disse: «Ho ascoltato, certo. Ma non ne sono
molto convinto.»
«E allora le dirò una cosa,» fece Goltz. «Nicole e coloro che
stanno attorno a lei, alla nostra Mutter, intendono servirsi del
principio dei viaggi nel tempo di von Lessinger per mettersi in
contatto con il Terzo Reich, con Hermann Goering, per l’esattezza. E
lo faranno presto. Questo la sorprende?»
«Ho… ho sentito certe voci.» Nat scrollò le spalle.
«Lei non è un G,» disse Goltz. «Lei è come me, Flieger, come me
e come la mia gente. Lei è sempre escluso. Non dovremmo neppure
sentire le voci che corrono. Certe notizie non dovrebbero filtrare. Ma
noi B non lo sopporteremo… non è d’accordo? Portare Hermann il
Grassone dal passato al nostro tempo è troppo, non le pare?» Studiò
il volto di Nat, in attesa della sua reazione.
Alla fine, Nat disse: «Se è vero…»
«È vero, Flieger.» Goltz annuì.
«Questo farebbe apparire il suo movimento sotto una luce
completamente nuova.»
«Venga a trovarmi,» disse Goltz, «quando questa notizia diventerà
di dominio pubblico. Quando lei saprà con certezza che è vero.
Siamo d’accordo?»
Nat non rispose. Non incontrò lo sguardo buio e intenso di
quell’uomo.
«Arrivederci, Flieger,» disse Goltz.
Alzò la bandiera, che aveva appoggiato contro il tassì, e si avviò a
grandi passi lungo la strada per raggiungere gli altri dimostranti.
VII

Seduti nell’ufficio dell’Abramo Lincoln, Don Tishman e Patrick


Doyle studiavano la domanda appena presentata dal signor Ian
Duncan, del numero 304.
Ian Duncan desiderava apparire nello spettacolo bisettimanale del
palazzo, in una occasione in cui fosse stato presente un talent-scout
della Casa Bianca.
Era una richiesta normalissima, notò Tushman. Solo, Ian Duncan
chiedeva di fare il numero insieme a un altro individuo che non
abitava nell’Abramo Lincoln.
Doyle disse, meditabondo:
«È un suo vecchio compagno del servizio militare. Me lo ha detto,
una volta. Anni fa facevano insieme questo numero. Musica barocca
suonata con due anfore. Una novità.»
«In quale palazzo abita il suo compagno?» si informò Tishman.
L’accoglimento della domanda dipendeva dai rapporti che potevano
esistere tra l’Abramo Lincoln e l’altro palazzo.
«Nessuno. Vende astronavi per conto di quel tale Loony Luke…
sa bene. Quei minuscoli veicoli a poco prezzo che riescono appena
ad arrivare su Marte. E abita sul posto, a quanto mi risulta. Questi
parcheggi-mercato si spostano. È un’esistenza da nomadi. Sono
sicuro che lei ne ha sentito parlare.»
«Sì,» ammise Tishman. «Ed è completamente fuori questione.
Non possiamo ospitare quel numero sul nostro palcoscenico, se vi
prende parte un uomo del genere. Non c’è ragione perché Ian non
possa suonare la sua anfora; non mi sorprenderebbe, se fosse un buon
numero. Ma è contrario alla tradizione lasciare che vi partecipi un
estraneo. Il nostro palcoscenico è riservato ai nostri; è sempre stato
così e così sarà sempre. Quindi, è inutile discuterne.» E lanciò uno
sguardo critico al pilota celeste.
«È vero,» disse Doyle. «Ma uno di noi può invitare legalmente un
suo parente ad assistere agli spettacoli… quindi, perché dovrebbe
essere proibito invitare un compagno darmi? Questa faccenda è
molto importante per Ian. Credo si sia accorto anche lei che in questi
ultimi tempi è andato declinando. Non è un uomo molto intelligente.
Anzi, immagino che dovrebbe svolgere un lavoro manuale. Ma se
possiede un talento artistico, per esempio questa idea di suonare
l’anfora…»
Tishman esaminò i documenti: a uno degli spettacoli dell’Abramo
Lincoln avrebbe assistito il talent-scout numero uno, Janet Raimer.
Naturalmente, per quella serata sarebbero stati programmati i numeri
migliori… quindi Duncan & Miller e il loro barocco duo di anfore
avrebbe dovuto fare meraviglie per ottenere quel privilegio: e c’erano
parecchi numeri che gli erano probabilmente superiori, Tishman ne
era convinto. In fin dei conti, delle anfore… e neppure anfore
elettroniche!
«Sta bene,» disse a voce alta. «Sono d’accordo.»
«In questo mi dimostra il suo lato umano,» disse Doyle, con
un’espressione sentimentale che disgustò Tishman. «E credo che
apprezzeremo Bach e Vivaldi suonati da Duncan & Miller con le loro
inimitabili anfore.»
Tishman annuì, con un brivido.

Fu il vecchio Joe Purd, il più vecchio inquilino del palazzo, a


informare Vince Strikerock che sua moglie Julie (o, più esattamente,
la sua ex-moglie) era andata a vivere all’ultimo piano con Chic.
Mio fratello, si disse Vince, incredulo.
Era ormai sera inoltrata, quasi le undici: il coprifuoco era ormai
prossimo. Tuttavia, Vince si avviò subito verso un ascensore e un
attimo dopo stava salendo verso l’ultimo piano dell’Abramo Lincoln.
Lo ammazzerò, decise. Li ammazzerò tutti e due.
E probabilmente me la caverò, si disse, davanti a una giuria
composta da abitanti del palazzo scelti a caso, perché in fin dei conti
io sono il controllore ufficiale delle identità; tutti mi conoscono e mi
rispettano. Godo della loro fiducia. E che posizione ha Chic, qui
dentro? E poi lavoro per un’azienda veramente immensa, la Karp u.
Sohnen, mentre Chic lavora per una ditta microscopica sull’orlo del
fallimento. E tutti lo sanno. Sono fatti importanti. Bisogna valutarli,
tenerne conto. Sia che li si approvi o no.
E poi c’era il fatto, determinante, che Vince Strikerock era un G e
Chic non lo era: e questo sarebbe bastato, quasi sicuramente, a
procurargli l’assoluzione.
Quando fu arrivato alla porta dell’appartamento di Chic si fermò,
senza bussare. Restò lì, nel corridoio, incerto.
È spaventoso, si disse. Era veramente affezionato a suo fratello,
che lo aveva aiutato, nei primi anni. Forse Chic significava per lui
qualcosa di più di Julie? No. Non c’era niente e nessuno che fosse
più importante di Julie, per lui.
Alzò la mano, bussò.
La porta si aprì. Vince si trovò davanti Chic, in vestaglia azzurra,
con una rivista in mano. Sembrava un po’ più vecchio, un po’ più
stanco e più calvo e avvilito del solito.
«Adesso capisco perché non sei venuto a trovarmi per tirarmi su
di morale,» disse Vince, «durante questi ultimi giorni. Come potevi
farlo, visto che vivevi con Julie?»
«Vieni dentro,» disse Chic. E spalancò la porta. Guidò il fratello
nel piccolo soggiorno. «Immagino che tu intenda farmi passare dei
guai,» disse. «Come se non ne avessi già abbastanza. Quella
maledetta ditta per cui lavoro sta per chiudere…»
«E che me ne importa?» disse Vince, ansimando. «È quel che ti
meriti.» Si guardò intorno, cercando Julie, ma non la vide, non vide
neppure qualcosa che appartenesse a lei. Possibile che il vecchio Joe
Purd si sbagliasse?
Impossibile. Purd sapeva tutto quello che succedeva nel palazzo.
Viveva per spettegolare, quello. Era una autorità, in questioni del
genere.
«Ieri sera ho sentito qualcosa di interessante, nel notiziario,» disse
Chic, mentre si sedeva sul divano di fronte al fratello. «Il governo ha
deciso di fare un’eccezione, nell’applicazione della Legge
McPhearson. Uno psicoanalista che si chiama Egon…»
«Stammi a sentire,» intervenne Vince. «Dov’è lei?»
«Ho già abbastanza guai senza che tu mi aggredisca.» Chic lanciò
uno sguardo verso il fratello minore. «Te la farò comparire
schioccando le dita.»
Vince Strikerock quasi soffocò per la rabbia.
«Era uno scherzo,» mormorò legnosamente Chic. «Mi dispiace di
averlo detto. Non so perché mi è scappato. È uscita, per comprarsi
dei vestiti. Costa parecchio mantenerla, vero? Avresti dovuto
avvertirmi. Mettere un annuncio sul giornale murale del palazzo. Ma
ti voglio fare una proposta seria. Voglio che tu mi faccia entrare nella
Karp und Sohnen. Ci sto pensando da quando Julie è venuta qui. È
un patto, quello che ti propongo.»
«Niente patti.»
«E allora, niente Julie.»
Vince disse: «Che specie di lavoro vorresti, alla Karp und
Sohnen?»
«Un lavoro qualsiasi. Be’, qualsiasi… nel campo delle public
relations, vendite o promotion. Non nel ramo costruzione e
progettazione. Lo stesso tipo di lavoro che faccio per Maury
Frauenzimmer. Un lavoro che non sporchi le mani.»
Con voce tremante, Vince disse: «Ti procurerò un posto di
assistente spedizioniere.»
Chic scoppiò a ridere.
«Va benissimo. E io ti restituirò il piede sinistro di Julie.»
«Gesù!» Vince lo fissò, incapace di credere alle proprie orecchie.
«Sei un depravato o qualcosa di simile?»
«No, affatto. Ma sono in una brutta situazione, per quanto
riguarda la mia carriera. E l’unica moneta di scambio di cui dispongo
è la tua ex moglie. Che cosa dovrei fare? Sparire? All’inferno! Io mi
batto per continuare a vivere.» Chic appariva calmo, completamente
lucido.
«L’ami?» domandò Vince.
Per la prima volta, la compostezza sembrò abbandonare Chic.
«Cosa? Oh, sicuro, sono pazzo d’amore per lei… non te ne
accorgi? Come puoi farmi una simile domanda?» Il suo tono era
amaro, violento. «È per questo che intendo barattarla con un posto
alla Karp. Senti, Vince, è una donna fredda, ostile… pensa a se stessa
e a nessun altro. Per quel che riesco a capirne io, è venuta da me
soltanto per farti del male. Pensaci. Ti dirò io cosa dovremmo fare.
Abbiamo un brutto problema da risolvere, io e te, con Julie. Sta
rovinando le nostre vite. Lo ammetti? Credo che dovremmo
rivolgerci a un esperto. Francamente, è troppo, per me. Io non posso
risolverlo.»
«Che esperto?»
«Un esperto qualsiasi. Per esempio il consigliere matrimoniale del
palazzo. Oppure rivolgiamoci all’ultimo psicoanalista degli USEA,
quel dottor Egon Superb di cui hanno parlato alla televisione.
Andiamo da lui prima che chiudano anche il suo studio. Cosa ne
dici? Sai che ho ragione; tu ed io, da soli, non riusciremmo mai a
risolvere questa storia.» Poi soggiunse: «E per lo meno, ne usciremo
vivi, tutti e due.»
«Vacci tu.»
«Sta bene.» Chic annuì. «Ci andrò. Ma tu prometti di attenerti ai
suoi consigli?»
«All’inferno,» disse Vince. «Allora verrò anch’io. Credi che abbia
intenzione di fidarmi di quello che mi riferirai tu?»
La porta dell’appartamento si aprì. Vince si voltò.
Sulla soglia c’era Julie, con un pacco sotto il braccio.
«Torna più tardi,» le disse Chic. «Per piacere.» Si alzò, si avviò
verso di lei.
«Andremo a consultare uno psichiatra,» disse Vince a Julie. «È
tutto sistemato.» Poi aggiunse, rivolgendosi al fratello: «Tu e io ci
divideremo le spese. Non ho intenzione di accollarmi da solo la spesa
della parcella.»
«D’accordo,» disse Chic. Con fare impacciato — o almeno così
sembrò a Vince — baciò Julie sulla guancia, le batté la mano sulla
spalla. Poi disse a Vince: «Io voglio quel posto alla Karp und Sohnen
Werke, comunque vadano le cose. Capito?»
«Vedrò… vedrò che cosa posso fare,» disse Vince. Parlò in tono
burbero, risentito. Gli sembrava una richiesta troppo forte. Ma, in fin
dei conti, Chic era suo fratello. E la famiglia era una cosa importante.
Chic sollevò il ricevitore.
«Chiamo subito il dottor Superb.»
«A quest’ora?» chiese Julie.
«E allora domattina presto.» Chic depose riluttante il ricevitore.
«Sono ansioso di cominciare. Questa faccenda mi opprime, e ho altri
problemi più importanti.»
Lanciò un’occhiata a Julie. «Non intendevo offenderti.»
Julie si irrigidì.
«Io non ho promesso di andare da uno psichiatra né di accettare
ciò che mi dirà,» disse. «Se voglio restare con te…»
«Faremo ciò che ci dirà Superb,» l’informò Chic. «E se lui dice
che devi tornartene con Vince e tu non lo farai, mi procurerò un
mandato del tribunale per impedirti di entrare qui dentro. Dico sul
serio.»
Vince non aveva mai sentito suo fratello parlare con tanta durezza.
Ne fu sorpreso. Probabilmente era per via della Frauenzimmer
Associates che stava per chiudere. Il lavoro di Chic era tutta la sua
vita, in fin dei conti.
«Beviamo qualcosa,» disse Chic. E si diresse verso il mobile-bar
della cucina.

Nicole si rivolse alla sua talent-scout, Janet Raimer.


«Ma dove li hai pescati?» chiese. Indicò i cantanti folcloristici che
tormentavano le chitarre elettriche e intonavano una melodia nasale
in direzione del microfono piazzato al centro della sala delle camelie.
«Sono veramente spaventosi.» Si sentiva completamente scoraggiata.
Pratica e distaccata, Janet rispose con vivacità.
«Li ho pescati nel palazzo Oak Farms di Cleveland, nell’Ohio.»
«Be’, rimandali indietro,» disse Nicole, e fece un cenno a
Maxwell Jamison, che sedeva, inerte e massiccio, in fondo alla
grande sala.
Jamison si alzò immediatamente, si stiracchiò, si diresse verso i
cantanti e il loro microfono. I cantanti lo guardarono. I loro volti
espressero apprensione, la loro cantilena cominciò ad affievolirsi.
«Non voglio offendervi,» disse Nicole ai cantanti, «ma credo che
per questa sera abbiamo già ascoltato abbastanza musica popolare.
Scusatemi.» Rivolse loro uno dei suoi sorrisi radiosi; quelli sorrisero
di rimando, pallidamente. Erano finiti. E lo sapevano.
Tornate al vostro Oak Farms, pensò Nicole. Quello è il vostro
posto.
Un paggio della Casa Bianca si avvicinò alla sua poltrona.
«Signora Thibodeaux,» sussurrò, «il vicesegretario di Stato Garth
McRae la sta aspettando nella sala del Giglio. Dice di avere un
appuntamento con lei.»
«Oh, sì,» disse Nicole. «Grazie. Gli faccia servire un caffè o
qualcosa da bere e gli dica che lo raggiungerò tra poco.»
Il paggio si allontanò.
«Janet,» disse Nicole, «voglio che tu mi faccia ascoltare il nastro
su cui hai registrato la tua conversazione con Kongrosian. Voglio
vedere io stessa fino a che punto è malato. Con gli ipocondriaci, non
si può mai essere sicuri.»
«Devi capire che non c’è la parte video,» disse Janet. «Kongrosian
aveva buttato un asciugamano…»
«Sì, capisco.» Nicole era irritata. «Ma lo conosco abbastanza bene
per capirlo dalla sua voce. Quando soffre veramente, la sua voce ha
quel tono introverso e reticente. Se prova compassione per se stesso,
allora diventa loquace.» Si alzò, e subito anche i suoi ospiti si
alzarono. Non erano molti, quella sera. Era tardi, quasi mezzanotte, e
il programma non era molto nutrito. Non era certamente una delle
serate migliori.
«Senti,» disse maliziosamente Janet Raimer. «Se non so trovare di
meglio dei Moonrakers…» Indicò i cantanti, che stavano
raccogliendo avviliti i loro strumenti. «Allora ti organizzerò un
programma composto completamente dei migliori annunciatori
pubblicitari della Ted Nitz.» Sorrise, mostrando i denti d’acciaio
inossidabile. Nicole rabbrividì. Qualche volta Janet era troppo
professionista e troppo spiritosa. Troppo divertente… e si
identificava con il suo importantissimo lavoro. Janet era sempre
sicura di sé, e questo infastidiva Nicole, qualche volta. Non c’era
modo di colpire Janet Raimer. Non c’era da stupirsi se ogni aspetto
della vita era diventato una specie di gioco, per Janet.
Sul podio, un altro complesso aveva sostituito i cantanti spacciati.
Nicole esaminò il programma. Questo era il Quartetto d’Archi
Moderno di Las Vegas. Fra un attimo, nonostante il loro titolo
altisonante, avrebbero suonato un’opera di Haydn.
Forse è meglio andare a parlare con Garth, decise Nicole. Haydn
le pareva un po’ troppo allegro, con tutti i problemi che le toccava di
affrontare. Un po’ troppo ornamentale, non abbastanza sostanzioso.
Quando avremo qui Goering, pensò, potremo convocare una
banda di ottoni, per suonare marce militari bavaresi. Devo ricordarmi
di dirlo a Janet. O forse dovremmo fare eseguire musiche di Wagner.
I nazisti non andavano pazzi per Wagner? Sì, ne era sicura. Aveva
studiato molti testi storici sul periodo del Terzo Reich. Il dottor
Goebbels, nei suoi diari, aveva parlato del senso di reverenza che gli
alti funzionari nazisti avevano provato durante una rappresentazione
dell’Aneto. O forse era stato per I Maestri Cantori.
Potremmo far suonare alla banda arrangiamenti dei temi del
Parsifal, decise con un brivido segreto di divertimento. A tempo di
marcia, naturalmente. Una versione adatta per gli Ubermenschen del
Terzo Reich.
Entro ventiquattro ore, i tecnici del von Lessinger avrebbero
completato i condotti per il 1944. Era strano, ma forse l’indomani a
quell’ora Hermann Goering sarebbe stato lì, in quell’epoca, strappato
al proprio tempo dal più abile dei negoziatori della Casa Bianca, il
piccolo, anziano, magrissimo maggior Tucker Behrans. In pratica,
era un der Alte lui stesso: solo che il maggiore Behrans era vivo,
autentico, non un semplice simulacro. Per lo meno, a lei non
risultava che lo fosse. Anche se qualche volta lo sembrava, anche se
qualche volta a lei pareva di vivere in un ambiente composto
interamente di creature artificiali prodotte dai grandi monopoli, in
particolare della A.G. Chemie che cospirava con la Karp u. Sohnen
Werke. La loro resa alla realtà ersatz… era troppo, per lei. In tutti
quegli anni, lei aveva cominciato ad averne paura.
«Ho un appuntamento,» disse a Janet. «Scusami.»
Si alzò, lasciò la sala delle camelie. Due uomini dell’NP la
seguirono mentre si avviava lungo il corridoio, verso la Sala del
Giglio in cui l’attendeva Garth McRae.
Garth era in compagnia di un altro uomo che Nicole riconobbe,
dall’uniforme, per un alto funzionario della polizia. Non Io
conosceva. Evidentemente era arrivato in compagnia di Garth; i due
si stavano consultando a bassa voce, senza notare la sua comparsa.
«Ha informato la Karp und Sohnen?» domandò a Garth.
I due uomini balzarono immediatamente in piedi, attenti e
rispettosi.
«Oh, sì, signora Thibodeaux,» rispose Garth. «Per lo meno,»
aggiunse prontamente, «ho informato Anton Karp che il simulacro di
Rudi Kalbfleisch verrà disattivato presto. Non… non l’ho informato
che il prossimo simulacro verrà procurato attraverso altri canali.»
«E perché non glielo ha detto?» domandò Nicole.
Garth lanciò un’occhiata al suo compagno.
«Signora Thibodeaux, questo è Wilder Pembroke, nuovo
commissario della N.P. Mi ha informato che la Karp und Sohnen ha
tenuto una riunione segreta dei dirigenti: hanno discusso la
possibilità che il contratto per il prossimo der Alte venga stipulato
con qualche altra ditta,» spiegò Garth. «Naturalmente la NP ha i suoi
informatori nella Karp…»
Nicole si rivolse al funzionario:
«Che cosa farà la Karp?»
«La Werke renderà pubblico il fatto che i der Alte sono artificiali,
e che l’ultimo der Alte veramente vivo fu al potere cinquantanni fa.»
Pembroke si schiarì rumorosamente la gola; pareva singolarmente
imbarazzato. «È una violazione patente della legge, certo. Questa
conoscenza costituisce un segreto di stato, e non può essere divulgata
davanti ai B. Tanto Anton Karp che suo padre Felix ne sono
perfettamente al corrente. Hanno discusso gli aspetti legali della
situazione nel corso della conferenza. Sanno che sarebbero
immediatamente passibili di imputazione… loro e tutti gli altri
funzionari della Werke.»
«Eppure lo farebbero,» disse Nicole, e pensò: Quindi avevamo
ragione; quei Karp sono già troppo forti. Hanno già troppa
autonomia. E non si arrenderanno senza lottare.
«Gli alti funzionari dei circoli monopolistici sono particolarmente
testardi,» disse Pembroke. «Sono gli ultimi prussiani autentici, forse.
Il ministro della Giustizia ha chiesto che lei lo consulti prima di
procedere in questa faccenda; sarà lieto di spiegarle quale sarà la
linea che lo Stato assumerà nella causa contro la Werke, ed è ansioso
di discutere con lei i punti più importanti. Comunque, il ministro
della Giustizia è pronto a intervenire in qualsiasi momento. Non
appena verrà avvertito. Comunque…» Pembroke le lanciò
un’occhiata obliqua. «È un problema; da tutti i dati che mi sono
giunti, mi risulta che il sistema monopolistico, nel suo complesso, sia
semplicemente troppo enorme, troppo solido per essere abbattuto.
Invece di una azione diretta, sarebbe meglio trovare un
compromesso. Mi sembra una soluzione molto desiderabile. E più
conveniente.»
«Questo spetta a me deciderlo,» disse Nicole.
Garth McRae e Pembroke annuirono all’unisono.
«Ne discuterò con Maxwell Jamison,» disse Nicole, alla fine.
«Max avrà un’idea relativamente chiara dell’impressione che
potrebbe destare nei B, nel pubblico non informato, la rivelazione sul
contò di der Alte. Non riesco a immaginare come potrebbero reagire.
Si ribellerebbero? Lo troverebbero divertente? Personalmente, lo
trovo divertente. Sono certa che mi sembrerebbe divertente anche se
fossi una semplice impiegata di un monopolio o del governo. Non
siete d’accordo?»
Nessuno dei due uomini sorrise. Rimasero entrambi tesi e cupi.
«Secondo me, se posso dirlo,» fece Pembroke, «questa rivelazione
rovescerà l’intera struttura della nostra società.»
«Ma è divertente,» insistette Nicole. «Non è vero? Rudi è un
fantoccio, una creazione ersatz dei monopoli, eppure è il più alto
funzionario degli USEA. Quella gente ha votato per lui, e per der
Alte prima di lui, e così via, da cinquant’anni… mi dispiace, ma è
buffo. Non è possibile vedere diversamente la situazione.»
Nicole stava ridendo, adesso; l’idea di non conoscere quel
Geheimnis, quel segreto di stato, e di scoprirlo all’improvviso era
troppo, per lei.
«Credo che farò ciò che era stato deciso,» disse a Garth. «Sì,
ormai non cambierò idea. Si metta in contatto con la Karp Werke
domani mattina. Parli direttamente con Anton e Felix. Dica loro, fra
l’altro, che li arresteremo immediatamente se tenteranno di tradirci
agli occhi dei B. Dica loro che l’NP è pronta a piombar loro
addosso.»
«Sì, signora Thibodeaux,» disse cupo Garth.
«E non se la prenda così,» disse Nicole. «Se i Karp riveleranno il
Geheimnis, sopravviveremo egualmente… Credo che lei si inganni;
non significherà la fine dell’attuale status quo.»
«Signora Thibodeaux,» disse Garth, «se i Karp diffondono questa
notizia, in qualsiasi modo reagiscano i B, non potrà mai più esserci
un altro der Alte. E, parlando da un punto di vista legale, lei possiede
la sua autorità soltanto perché ne è la moglie. È difficile ricordarlo,
perché…» Garth esitò.
«Lo dica,» lo invitò Nicole.
«Perché tutti sanno benissimo, B e G, che lei è l’autorità assoluta
del nostro sistema. Ed è essenziale far perdurare il mito secondo il
quale, almeno indirettamente, le deriva questa autorità dal voto del
popolo.»
Vi fu un silenzio.
Finalmente Pembroke disse:
«Forse l’NP dovrebbe arrestare i Karp prima che riescano a
diffondere il loro libro bianco. In questo modo, li isoleremmo dagli
organi di comunicazione.»
«Anche se fossero in arresto,» disse Nicole, «i Karp riuscirebbero
ad avere accesso almeno a uno dei mezzi di informazione. È meglio
affrontare questa verità.»
«Ma, se fossero in arresto, la loro reputazione…»
«L’unica soluzione,» disse pensosa Nicole, quasi fra sé, «sarebbe
assassinare i funzionari della Werke che hanno assistito a quella
riunione. In altre parole, tutti i G dell’azienda, quanti sono. Anche se
fossero centinaia.» In altre parole, si disse, una “purga”. Di quelle
che vengono compiute soltanto in un periodo di rivoluzione.
Quell’idea le ripugnava.
«Nacht und Nebel,» mormorò Pembroke.
«Come?» chiese Nicole.
«La definizione nazista per gli invisibili agenti del governo,
specializzati in assassinii.» Fronteggiò Nicole con calma. «Notte e
nebbia. Erano gli Einsatzgruppen. Mostri. Naturalmente la nostra
polizia, l’NP, non ha un’organizzazione del genere. Mi dispiace.
Dovrà servirsi dei militari. Non di noi.»
«Stavo scherzando,» disse Nicole.
I due uomini la scrutarono.
«Non vi sono più purghe, nei nostri tempi,» disse Nicole. «Non ve
ne sono più state dopo la Terza Guerra Mondiale. Lo sapete. Siamo
troppo moderni, troppo civili, ormai, per i massacri.»
Pembroke corrugò la fronte, torcendo le labbra. «Signora
Thibodeaux,» disse, «quando i nostri tecnici del von Lessinger
Institute porteranno Goering nella nostra epoca, forse lei potrà
prendere accordi perché venga condotto qui anche un Einsatzgruppe.
Potrebbe assumersi la responsabilità di sistemare i Karp e poi
ritornare nell’Era della Barbarie.»
Nicole lo fissò, a bocca aperta.
«Sto parlando sul serio,» disse Pembroke, balbettando lievemente.
«Certo sarebbe meglio, per noi, almeno, che permettere ai Karp di
diffondere l’informazione di cui sono in possesso. Quella è
l’alternativa peggiore.»
«Io sono d’accordo,» disse Garth McRae.
«Ma è pazzesco,» disse Nicole.
«Davvero?» ritorse Garth McRae. «Grazie al principio von
Lessinger possiamo procurarci sicari bene addestrati e, come lei ha
giustamente osservato, nella nostra epoca non esistono professionisti
di quel genere. Non credo che questo significherebbe l’assassinio di
centinaia di individui. Penso che ci si potrebbe limitare al consiglio
di amministrazione, ai vicepresidenti della Werke. Non più di otto
uomini, probabilmente.»
«E poi,» osservò premuroso Pembroke, «questi otto uomini, questi
dirigenti della Karp, sono criminali de facto. Si sono deliberatamente
riuniti per cospirare contro il governo legale. Sono sullo stesso piano
dei Figli di Giobbe. Di quel Bertold Goltz. Anche se tutte le sere
mettono il cravattino nero a farfalla e bevono vini d’annata e non
fanno fracasso per le strade.»
«Potrei dire,» fece asciutta Nicole, «che tutti noi siamo criminali
de facto. Perché questo governo, come mi avete fatto osservare, è
fondato su una frode. E su una frode di prim’ordine.»
«Ma è il governo legale,» disse Garth. «Frode o no. E la così detta
“frode” è ispirata dagli interessi superiori del popolo. Non lo stiamo
facendo per sfruttare qualcuno, come fa invece il sistema
monopolistico. Non ci stiamo ingrassando a spese altrui!»
Per lo meno, pensò Nicole, è ciò che diciamo a noi stessi.
Pembroke disse rispettosamente:
«Ho parlato adesso con il ministro della Giustizia e so che cosa
pensa del crescente potere dei monopoli. Epstein è convinto che sia
necessario infrangerlo. È di importanza essenziale!»
«Forse,» disse Nicole, «tutti voi avete troppo rispetto per i
monopoli. Io non ne ho. E… forse dovremmo aspettare un giorno o
due, fino a quando avremo Hermann Goering con noi e potremo
chiedergli la sua opinione.»
Adesso toccò ai due uomini guardarla a bocca spalancata.
«Non dico sul serio,» dichiarò Nicole. O forse diceva veramente
sul serio? Neppure lei lo sapeva. «In fin dei conti,» aggiunse, «fu
Goering a fondare la Gestapo!»
«Questo non potrei mai approvarlo,» disse Pembroke,
altezzosamente.
«Ma lei non fa la politica,» ribatté Nicole. «Tecnicamente, è Rudi
a farla. Cioè, la faccio io. Io posso costringerla ad agire per conto
mio, in questa faccenda. E lei mi obbedirebbe… a meno che,
naturalmente, non preferisse unirsi ai Figli di Giobbe e a marciare
avanti e indietro per le strade, cantando e scagliando sassi.»
Garth McRae e Pembroke avevano l’aria imbarazzata. E
profondamente avvilita.
«Non abbiate paura,» disse Nicole. «Sapete qual è la vera base del
potere politico? Non i cannoni o i soldati, ma labilità di far fare agli
altri ciò che voi volete. Con qualsiasi mezzo che risulti appropriato.
Io so di poter spingere l’NP a fare ciò che voglio… nonostante ciò
che voi pensate. Posso indurre Hermann Goering a fare ciò che
voglio. Non sarà Goering a decidere. Sarò io.»
«Spero,» disse alla fine Pembroke, «che lei abbia ragione, che le
riesca di manovrare Goering. Ammetto che, su un piano puramente
soggettivo, io ho paura, ho paura di questo esperimento con il
passato. Può darsi che lei apra involontariamente una diga. Goering
non è un pagliaccio.»
«Lo so benissimo,» ribatté Nicole. «E non pretenda di darmi
consigli, signor Pembroke. Non spetta a lei farlo.»
Pembroke arrossì, tacque per un attimo, poi disse, con voce
sommessa:
«Mi scusi. Ora, se lei non ha nulla in contrario, signora
Thibodeaux, vorrei discutere un’altra questione. Riguarda l’unico
psicoanalista praticante degli USEA, il dottor Egon Superb. La
spiegazione dei motivi che hanno indotto l’NP a consentirgli di…»
«Non voglio sentirne parlare,» disse Nicole. «Voglio soltanto che
lei faccia il suo dovere. Come lei deve sapere certamente, non ho mai
approvato la Legge McPhearson, tanto per cominciare. Quindi sarà
molto difficile che io trovi da ridire quando non viene applicata in
tutto rigore.»
«Il paziente in questione…»
«La prego,» disse lei, seccamente.
Pembroke alzò le spalle e obbedi, impassibile.
VIII.

Quando entrarono nell’auditorio dell’Abramo Lincoln, Ian


Duncan vide, accodata ad Al Miller, la forma piatta e sgambettante
del piccolo papoola marziano. Si fermò, di colpo.
«Hai intenzione di portartelo dentro?»
«Non capisci?» ribatté Al. «Non dobbiamo vincere?»
Vi fu una pausa. Poi Ian disse: «Ma non in questo modo.»
Certo, capiva benissimo. Il papoola avrebbe suggestionato il
pubblico come suggestionava i passanti. Avrebbe esercitato sugli
spettatori la sua influenza extrasensoriale, ottenendo una decisione
favorevole. Questa è l’etica di un venditore di astronavi, pensò Ian.
Per Al, la cosa pareva perfettamente normale: se non potevano
vincere grazie alla loro arte, avrebbero vinto grazie al papoola.
«Su,» disse Al, con un gesto, «non metterti contro te stesso. Ci
serviamo soltanto d’una piccola tecnica subliminale, un onesto
metodo per indirizzare la pubblica opinione. Avanti, siamo franchi:
sono anni che non suoniamo più da professionisti.»
Toccò i comandi che portava alla cintura e il papoola accelerò
l’andatura per raggiungerli. Al toccò di nuovo i comandi…
E nella mente di Ian si insinuò un pensiero accattivante: Perché
no? Lo fanno tutti…
Dichiarò, a fatica: «Liberami da quella cosa, Al.»
Al scrollò le spalle.
E il pensiero che si era insinuato nella mente di Ian, svanì,
gradualmente. Eppure, ne rimase un residuo. Non era più sicuro delle
sue convinzioni.
«Questo è niente, paragonato a ciò che possono fare i macchinari
di cui dispone Nicole,» osservò Al, notando la sua espressione. «Un
papoola qua e uno là, e quello strumento di persuasione su scala
planetaria in cui Nicole ha trasformato la TV… quello è il vero
pericolo, Ian. Il papoola è molto rozzo: tu ti accorgi di venire
lavorato. Ma quando ascolti Nicole… La pressione è così sottile e
così totale…»
«Non so,» ribatté Ian. «Ma so che se non la spunteremo, se non
arriveremo a suonare alla Casa Bianca, la vita non vale più la pena di
essere vissuta, per me. Io la penso così. E la mia fissazione,
accidenti.»
Aprì la porta, e Al entrò nell’auditorio, reggendo l’anfora per il
manico. Ian lo seguì; pochi attimi dopo erano sul palcoscenico, di
fronte alla platea parzialmente piena.
«Tu l’hai mai vista?» domandò Al.
«La vedo sempre.»
«Voglio dire in realtà. In persona.»
«No, naturalmente,» rispose Ian. Per quello era importante
spuntarla, arrivare alla Casa Bianca. l’avrebbero vista veramente, non
attraverso la televisione. Non sarebbe più stata una fantasia…
sarebbe stato vero.
«Io l’ho vista, una volta,» disse Al. «Avevo appena fatto atterrare
la Giungla delle Astronavi Numero Tre, in una grande strada del
centro di Shreveport, nella Louisiana. Era mattina presto, verso le
otto. Ho visto arrivare delle macchine che sembravano della National
Police… stavo per ripartire. Ma non era la polizia. Era un corteo che
scortava Nicole, diretta a inaugurare un nuovo palazzo, il più grande
costruito fino a quel momento.»
«Sì,» disse Ian. «Il Paul Bunyan.» Ogni anno la squadra di calcio
dell’Abramo Lincoln giocava un incontro con la squadra del Paul
Bunyan… e perdeva sempre. Il Paul Bunyan aveva più di diecimila
inquilini, tutti appartenenti alla categoria amministrativa; era un
palazzo molto esclusivo, abitato da donne e da uomini sul punto di
diventare G. E pretendeva quote mensili incredibilmente alte.
«Avresti dovuto vederla,» disse pensieroso Al mentre sedeva,
davanti al pubblico, con l’anfora sulle ginocchia. «Sai, si pensa
sempre che nella vita reale non siano… cioè, che lei non sia attraente
come appare in televisione. Voglio dire, controllano così
completamente le immagini… sotto tanti aspetti, la televisione è un
prodotto sintetico. Ma, Ian, lei era molto più bella che in TV. La TV
non può rendere la vitalità, lo splendore, i colori delicati della sua
carnagione. La luminosità dei suoi capelli.» Scosse il capo, e toccò
con il piede il papoola: si era nascosto sotto la sua sedia. «Sai che
cosa ho provato, quando l’ho vista? Be’, sono diventato scontento.
Vivevo bene; Luke mi paga un ottimo stipendio. E mi piace trattare
con la gente. Mi piace far funzionare il papoola; è un lavoro che
richiede una certa abilità artistica, per così dire. Ma dopo aver visto
Nicole Thibodeaux, non sono più stato capace di accettare me stesso
e la mia vita.» Lanciò un’occhiata a Ian. «Credo che sia proprio
questo, che tu provi quando la vedi alla TV.»
Ian annuì. Cominciava a innervosirsi. Fra pochi minuti sarebbe
toccato a lui. Era venuto il momento.
«Ecco perché ho accettato di tirar fuori l’anfora e di tentare ancora
una volta,» continuò Al. Vide che Ian stringeva convulsamente
l’anfora e chiese: «Devo usare il papoola o no? Tocca a te decidere.»
Alzò un sopracciglio con fare ironico, ma il suo volto esprimeva
comprensione.
«Usalo,» disse Ian.
«Sta bene,» disse Al. Si infilò la mano nell’interno della giacca.
Toccò con calma i comandi.
Il papoola uscì di sotto la sedia, agitando le antenne, strabuzzando
gli occhi.
Il pubblico divenne attento, di colpo; gli spettatori si tesero in
avanti per vedere. Qualcuno ridacchiò.
«Guardai» esclamò un uomo, eccitato. «È il papoola!»
Una donna si alzò per vedere meglio, e Ian si disse: tutti vogliono
bene al papoola. Vinceremo, anche se non sappiamo suonare. E poi?
Incontrare Nicole ci renderà ancora più infelici di quanto già lo
siamo? È questo che ricaveremo dalla nostra prodezza, una
insoddisfazione enorme, disperata? Un desiderio che non potrà mai
venire soddisfatto?
Ormai era troppo tardi per tirarsi indietro. Le porte dell’auditorio
si erano chiuse e Don Tishman si stava alzando, invitava il pubblico a
fare silenzio.
«Bene, gente,» disse nel microfono che portava all’occhiello.
«Ora avremo una piccola esibizione di talenti, per il divertimento di
tutti. Come vedete nel vostro programma, il primo numero è un
ottimo duo, Duncan & Miller e le loro Anfore Classiche in una
fantasia di motivi di Bach e di Handel che dovrebbero mettervi una
gran voglia di ballare.» Rivolse un sorriso a Ian e ad Al, come se
volesse chiedere loro: «Vi piace la mia presentazione?»
Al non gli badò: manovrò i comandi e guardò pensieroso il
pubblico. Poi prese l’anfora, gettò uno sguardo a Ian e batté il piede.
La fantasia doveva aprirsi con la Piccola Fuga in Sol minore: Al
cominciò a soffiare nell’anfora, dando l’avvio a quel tema vivace.
«Bum, bum, bum. Bum-bum-bum-bum bum bum de bum, DE
bum, DE bum, de de-de bum…» Le guance gli si gonfiarono,
arrossandosi, mentre soffiava.
Il papoola vagabondò sul palcoscenico, poi, con una serie di
movimenti dinoccolati e impacciati, si calò nella prima fila di
poltrone. Aveva cominciato il suo lavoro.
Al ammiccò a Ian.

«Ce un certo signor Strikerock che vuole vederla, dottore. Il


signor Charles Strikerock.»
Amanda Conners sbirciò nell’ufficio del dottor Superb; era stanca
per la mole di lavoro che le era toccata in quegli ultimi giorni, ma
lavorava coscienziosamente. Superb lo sapeva. Come uno
psicopompo, Amanda faceva da mediatrice tra gli dei e l’uomo; o
meglio, in questo caso, tra lo psicoanalista e i semplici esseri umani.
Esseri umani malati.
«Va bene.»
Superb si alzò per accogliere il nuovo paziente, e pensò: Sarà
questo? Sono qui soltanto per curare quest’uomo… o meglio, per
non riuscire a curarlo?
Si era rivolto la stessa domanda ogni volta che si era presentato un
nuovo paziente.
Quella incessante necessità di speculare lo aveva stancato. I suoi
pensieri, dopo l’approvazione della Legge McPhearson, erano
diventati ossessivi. Giravano in cerchio, senza approdare mai a nulla.
Un uomo alto, occhialuto, piuttosto calvo, dall’aria preoccupata,
entrò nell’ufficio, con la mano tesa.
«Desidero ringraziarla per avermi accettato così prontamente,
dottore.» Si strinsero la mano. «Lei deve avere una tremenda quantità
di lavoro, in questi giorni.» Chic Strikerock sedette davanti alla
scrivania.
«In un certo senso,» mormorò Superb. Ma, come gli aveva detto
Pembroke, non poteva rifiutare i nuovi pazienti; era a quella
condizione che poteva tenere aperto il suo studio. «Lei ha la mia
stessa aria,» disse a Chic Strikerock. «Come se fosse in trappola.
Immagino che tutti si aspettino di incontrare difficoltà nella vita, ma
dovrebbe esserci un limite.»
«Per essere sincero,» disse Chic Strikerock, «io sono pronto a
rinunciare a tutto, al mio lavoro e alla mia amante…» Fece una
pausa, torcendo le labbra. «E ad iscrivermi a quei maledetti Figli di
Giobbe.» Lanciò un’occhiata angosciosa al dottor Superb. «Ecco
tutto.»
«Capisco,» disse Superb, con un cenno del capo. «Ma lei si sente
costretto a farlo? Si tratta veramente di una scelta?»
«No. Devo farlo… perché sono con le spalle al muro.» Chic
Strikerock intrecciò le dita tremanti. «La mia vita sociale, la mia
carriera…»
Il telefono sulla scrivania di Superb ammiccò due, tre volte. Una
telefonata urgente che Amanda desiderava inoltrargli.
«Mi scusi un attimo, signor Strikerock.» Il dottor Superb alzò il
ricevitore. E, sullo schermo, si formò la faccia grottescamente
alterata di Richard Kongrosian, a bocca aperta, come se l’artista
stesse annegando. «Si trova ancora al Franklin Aimes?» chiese
immediatamente lo psicoanalista.
«Sì.» La voce di Kongrosian uscì dal ricevitore audio a portata
minima. Il paziente, Strikerock, non poteva sentire. Giocherellava
con un fiammifero, aggobbito, evidentemente risentito per
l’interruzione. «Ho saputo adesso dalla televisione che lei ha ancora
lo studio aperto. Dottore, mi sta capitando qualcosa di tremendo. Sto
diventando invisibile. Nessuno riesce a vedermi. Possono sentire
soltanto il mio odore… fra poco non sarò altro che un odore
ripugnante!»
Gesù, pensò il dottor Superb.
«Lei riesce a vedermi?» chiese Kongrosian, timidamente. «Sul
suo schermo?»
«Sì, la vedo benissimo,» rispose Superb.
«Sbalorditivo.» Kongrosian sembrava abbastanza sollevato.
«Allora per lo meno gli apparecchi elettronici da ripresa riescono a
cogliere la mia immagine. Forse potrò cavarmela in questo modo. Lei
che cosa ne pensa? Ha mai avuto casi come questo, in passato? La
scienza della psicopatologia si è mai imbattuta in qualcosa del
genere? La mia malattia ha un nome?»
«Certo, ha un nome,» pensò il dottor Superb. Una crisi estrema
del senso di identità. Si sta presentando una psicosi dichiarata: la
struttura compulsiva-ossessiva si sta sbriciolando.
«Verrò questo pomeriggio al Franklin Aimes,» promise a
Kongrosian.
«No, no,» protestò Kongrosian, con gli occhi che gli schizzavano
dalle orbite, freneticamente. «Non posso permetterlo. Anzi, non
dovrei neppure parlarle per telefono. È troppo pericoloso. Le scriverò
una lettera. Addio.»
«Aspetti,» fece recisamente Superb.
L’immagine rimase sullo schermo. Per lo meno temporaneamente.
Ma Superb sapeva che Kongrosian non avrebbe atteso a lungo.
L’impulso di fuggire era troppo forte.
«Ho qui un paziente,» disse Superb. «Per il momento posso fare
ben poco. E se…»
«Lei mi odia,» l’interruppe Kongrosian. «Tutti mi odiano. Santo
cielo, io devo essere invisibile! È l’unico modo in cui posso
proteggere la mia vita!»
«Direi che ci sono certi vantaggi, nell’invisibilità,» disse Superb,
ignorando ciò che gli andava dicendo Kongrosian. «Specialmente se
si vuole diventare un ficcanaso dagli istinti pruriginosi o un
delinquente…»
«Un delinquente di che genere?» Era riuscito a catturare
l’attenzione di Kongrosian.
«Ne parlerò quando ci vedremo,» disse Superb. «Credo che
dovremmo tenere segreta questa faccenda, per quanto è umanamente
possibile. È una situazione troppo eccezionale, troppo preziosa. Non
è d’accordo su questo punto?»
«Non… non avevo considerato la cosa sotto questo aspetto.»
«Provi a farlo.»
«Lei mi invidia, vero, dottore?»
«Infinitamente,» disse Superb. «Essendo uno psicoanalista,
anch’io ho curiosità pruriginose.»
«Interessante.» Kongrosian appariva molto più calmo, adesso.
«Per esempio, adesso che ci penso, posso andarmene da questo
maledetto ospedale quando mi pare e mi piace. Posso vagare a mio
piacere. Ma c’è il puzzo. No, lei sta dimenticando il puzzo, dottore.
Mi tradirebbe. Capisco e apprezzo ciò che lei sta cercando di fare, ma
non ha tenuto conto di tutti i fatti.» Kongrosian riuscì a sorridere, un
breve sorriso incerto. «Credo che la cosa migliore sia rimettermi al
ministro della Giustizia, Buck Epstein… altrimenti, ritornare
nell’Unione Sovietica. Forse l’Istituto Pavlov mi aiuterà. Sì. Dovrei
ritentare. Già una volta ho provato, lei lo sa.»
Poi sopraggiunse un altro pensiero.
«Ma non possono curarmi, se non riescono a vedermi. Che razza
di pasticcio, Superb. Accidenti!»
Forse la cosa migliore che potrebbe fare, pensò il dottor Superb,
sarebbe ciò che ha intenzione di fare questo Strikerock. Unirsi a
Bertold Goltz e ai suoi famigerati Figli di Giobbe.
«Sa, dottore,» proseguì Kongrosian, «qualche volta credo che la
base del mio problema psichiatrico sia… che sono inconsciamente
innamorato di Nicole. Cosa ne pensa? È un’idea che mi è appena
venuta, ed è chiarissima! Il tabù dell’incesto o la barriera psicologica
o quello che è, è stato annientato dalla direzione assunta dalla mia
libido, poiché, naturalmente, Nicole è una figura materna. È così?»
Il dottor Superb sospirò.
Davanti a lui Chic Strikerock giocherellava avvilito con il
fiammifero, sempre più imbarazzato.
Quella conversazione telefonica doveva venire interrotta.
Immediatamente…
Ma, anche ne fosse andata della sua vita, il dottor Superb non
sarebbe riuscito a trovare il sistema per farlo.
È questo il mio fallimento? si chiese, in silenzio. È questo ciò che
ha previsto Pembroke, il capo dell’NP, servendosi del principio di
von Lessinger?
Quell’uomo, Charles Strikerock; lo sto imbrogliando, in un certo
senso, lo sto derubando, con questa conversazione telefonica. È qui
davanti a me e lo faccio aspettare. E non posso far nulla per porvi
rimedio.
«Nicole,» stava dicendo rapidamente Kongrosian, «è l’ultima vera
donna della nostra società. Io la conosco, dottore. L’ho incontrata
innumerevoli volte, grazie alla mia illustre carriera. Quindi so quello
che mi dico, non le pare? E…»
Il dottor Superb riappese il ricevitore.
«Ha riattaccato!» disse Chic Strikerock, sbalordito. Aveva smesso
di giocherellare con il fiammifero. «Ma è stato giusto fare così?» Poi
alzò le spalle. «In fondo, sono affari suoi, non miei.» E gettò via il
fiammifero.
«Quell’uomo,» disse Superb, «è affetto da un’illusione che lo
soverchia. Crede che Nicole Thibodeaux sia reale. Mentre, in realtà,
è l’oggetto più sintetico del nostro milieu.»
Sconvolto e scandalizzato, Chic Strikerock batté le palpebre.
«C-cosa intende dire?» Si alzò a mezzo, balbettando, poi si lasciò
ricadere fiaccamente sulla sedia. «Lei tira a indovinare. Sta cercando
di sondare la mia mente nel poco tempo che abbiamo a disposizione.
Comunque, io ho un problema concreto, non illusivo come
quell’uomo, chiunque egli sia.
«Vivo con la moglie di mio fratello, e uso la presenza di quella
donna per ricattarlo. Lo sto costringendo a trovarmi un impiego alla
Karp und Sohnen. Per lo meno, questo è il problema, in superficie.
Ma c’è una ragione diversa, più profonda. Ho paura di Julie, della
moglie o ex moglie di mio fratello. E so perché. Per via di Nicole.
Forse somiglio all’uomo che le stava telefonando; solo, io non sono
innamorato di Nicole… ho terrore di lei, ed è per questo che ho paura
di Julie, anzi, di tutte le donne. Le pare che abbia senso, dottore?»
«L’immagine della Madre Cattiva,» disse Superb. «Potentissima e
cosmica.»
«Nicole può dominare perché ci sono molti uomini deboli come
me,» disse Chic. «È per questo che abbiamo una società
matriarcale… io sono come un bambino di sei anni.»
«Non è l’unico. E se ne rende conto. In realtà, è una neurosi
nazionale. La falla psicologica dei nostri tempi.»
Chic Strikerock disse, lentamente, deliberatamente:
«Se mi unissi a Bertold Goltz e ai Figli di Giobbe potrei diventare
un vero uomo.»
«C’è qualche altra cosa che lei potrebbe fare, se vuole liberarsi
dell’immagine materna, di Nicole. Emigrare. Su Marte. Compri uno
di quei macinini, una di quelle astronavi di Loony Luke, la prima
volta che una delle sue giungle peripatetiche le atterrerà abbastanza
vicino perché lei possa salirvi a bordo.»
Con una strana espressione, Chic Strikerock rispose, incespicando
un po’:
«Mio Dio. Non ci avevo mai pensato seriamente. Mi sembrava…
assurdo. Irragionevole. Un gesto neurotico, che veniva compiuto
soltanto per disperazione.»
«Comunque, sarebbe sempre meglio che diventare uno dei seguaci
di Goltz.»
«E Julie?»
Superb alzò le spalle.
«La porti con sé. È in gamba, a letto?»
«Per favore!»
«Mi scusi.»
Chic Strikerock disse: «Chissà com’è, quel Loony Luke.»
«Un autentico bastardo, a quanto ho sentito dire.»
«Forse va benissimo. Forse è proprio questo ciò che voglio. Ciò di
cui ho bisogno.»
Il dottor Superb disse: «Ormai si è fatto tardi, per oggi. Spero di
esserle stato d’aiuto, almeno un poco. La prossima volta…»
«Mi è stato d’aiuto. Mi ha suggerito un’ottima idea. O meglio, ha
ratificato un’ottima idea che era dentro di me. Forse emigrerò su
Marte. Diavolo, perché dovrei aspettare che Maury Frauenzimmer mi
licenzi? Me ne andrò subito a cercare una delle giungle d’astronavi di
Loony Luke. E se Julie vuole venire con me, benissimo; e se no, va
benissimo egualmente. È in gamba, in letto, dottore, ma non è unica.
Non è così eccezionale che non possa sostituirla. Quindi…» Chic
Strikerock si alzò dalla sua poltrona. «Forse non ci vedremo più,
dottore.»
Tese la mano e lo psicoanalista gliela strinse.
«Mi mandi una cartolina, quando sarà arrivato su Marte,» disse il
dottor Superb.
Strikerock annuì.
«Certo. Prevede che avrà ancora il suo studio a questo indirizzo?»
«Non so,» disse Superb. Forse, pensò, lei è il mio ultimo paziente.
Più ci penso, più sono sicuro che lei era l’uomo che aspettavo. Ma
soltanto con il tempo potrò esserne certo.
Si avviarono insieme verso la porta dell’ufficio.
«Comunque,» disse Chic Strikerock, «non sono scombinato come
quel tale con cui lei ha parlato al telefono. Chi era? Mi sembra di
averlo già visto altre volte, o almeno una sua fotografia. Forse in
televisione. Sì, ecco. È un artista. Sa, quando lei gli stava parlando,
provavo una specie di affinità per quell’uomo. Come se lottassimo
tutti e due insieme, come se fossimo entrambi in un grosso guaio e
cercassimo di uscirne, in qualsiasi modo.»
«Uhm,» disse il dottor Superb, e aprì la porta.
«Lei non mi dirà chi era quell’uomo. L’etica professionale non
glielo consente. Capisco. Bene, gli auguro buona fortuna,
sinceramente, chiunque egli sia.»
«Ne ha bisogno, infatti,» disse Superb. «Chiunque egli sia. A
questo punto, infatti…»

Molly Dondoldo disse, caustica:


«Che cosa si prova, Nat, quando si parla con il grand’uomo in
persona? Perché, naturalmente, siamo tutti d’accordo su questo
punto: Bertold Goltz è il grand’uomo dei nostri tempi.»
Nat Flieger alzò le spalle.
Il tassì aveva lasciato Jenner e stava salendo un lungo pendio,
sempre più lentamente, addentrandosi in quella che sembrava la
foresta della pioggia, una enorme mesa umida simile a un resto del
periodo giurassico. Una giungla per dinosauri, pensò Nat. Non per gli
esseri umani.
«Credo che Goltz abbia acquistato un nuovo discepolo,» disse Jim
Planck, strizzando l’occhio a Molly. E sogghignò all’indirizzo di Nat.
La pioggia, fine e leggera, aveva cominciato a cadere,
silenziosamente. I tergicristalli del tassì si misero in moto, con un
ritmo pulsante irregolare ed esasperante.
La macchina lasciò la strada principale — che per lo meno era
lastricata — e prese una strada secondaria, di pietra rossa; avanzò
sussultando, sobbalzando e vacillando. Nel suo interno, gli
ingranaggi della marcia stridettero adattandosi alle nuove condizioni
del percorso.
Nat aveva l’impressione che il tassì non si stesse comportando nel
più soddisfacente dei modi. Aveva la sensazione che stesse per
fermarsi da un momento all’altro, rinunciando al suo compito.
«Sai che cosa immagino di vedere, da queste parti?» disse Molly,
alzando lo sguardo verso il fogliame folto, ai due lati della strada
stretta, ascendente. «Mi immagino che quando gireremo alla
prossima curva troveremo una giungla delle astronavi di Loony
Luke, parcheggiata lì, ad aspettarci.»
«Ad aspettare noi?» chiese Jim Planck. «E perché dovrebbe
aspettare proprio noi?»
«Perché,» disse Molly, «perché mi pare che siamo ormai cotti a
puntino.»
Ma, dopo la prima curva della strada, c’era un edificio. Nat lo
guardò, chiedendosi cosa poteva mai essere. Vecchio, squallido,
dall’aria abbandonata… all’improvviso, si rese conto che stava
guardando un distributore di benzina. Rimasto lì, dai tempi in cui le
macchine avevano motori a scoppio. Rimase allibito.
«Un’antichità!» disse Molly. «Un rudere! È bizzarro. Forse
dovremmo fermarci a guardarlo. È un monumento storico, come un
antico fortino o una fabbrica di laterizi. Per favore, Nat, ferma questo
maledettissimo tassì.»
Nat premette alcuni pulsanti sul cruscotto e il tassì gemendo in un
tormento di frizioni e di ingranaggi mal progettati, si fermò davanti
al distributore.
Jim Planck aprì cautamente la portiera e scese. Aveva con sé una
piccola macchina fotografica giapponese e l’aprì, socchiudendo gli
occhi per valutare la luce fioca, velata dalla nebbia. La pioggia lieve
gli copriva il volto d’una pellicola lucente; l’acqua sgocciolava dalle
lenti degli occhiali. Se li tolse, li infilò nella tasca della giacca.
«Scatterò un paio di fotografie,» annunciò, rivolgendosi a Molly e
a Nat.
Molly disse a Nat, con voce sommessa:
«C’è qualcuno, là dentro. Non muoverti, non dire niente. Ci sta
osservando.»
Nat scese dalla macchina, attraversò la strada di pietra rossa,
dirigendosi verso il distributore. Vide l’uomo che stava nell’interno
alzarsi, muoversi per venirgli incontro. La porta del piccolo edificio
si spalancò.
Un uomo curvo, con la mandibola immensa, deforme, i denti
sporgenti, gli stava di fronte. Fece un gesto e cominciò a parlare.
«Cosa dice?» chiese Jim a Nat, spaventato.
L’uomo, che era piuttosto anziano, brontolò: «Hig, Hig, hig.» O
almeno, così pareva a Nat.
Stava cercando di dirgli qualcosa, e non riusciva. E continuava nel
suo tentativo. E Nat, finalmente, credette di avere capito le sue
parole: si sforzò di comprendere, con una mano attorno all’orecchio,
mentre il vecchio dalla mandibola enorme continuava a mormorare,
ansioso, gesticolando.
«Vuole sapere,» disse Molly a Nat, «se gli abbiamo portato la
posta.»
«Deve essere un’abitudine, da queste parti,» disse Jim. «Le
macchine che percorrono questa strada portano la posta dalla città.»
Poi disse, rivolto al vecchio: «Ci dispiace, non lo sapevamo. Non
abbiamo la sua posta.»
L’uomo annuì, tacque; sembrava rassegnato. Aveva compreso
perfettamente.
«Stiamo cercando Richard Kongrosian,» disse Nat al vecchio.
«Siamo sulla strada giusta?»
Il vecchio gli lanciò un’occhiata obliqua.
«Avete della verdura?»
«Verdura?» esclamò Nat.
«Mi piacciono le verdure.» Il vecchio gli ammiccò, gli tese la
mano, in attesa, speranzoso.
«Mi dispiace,» disse Nat, sconcertato. Si girò verso Molly e Jim.
«Verdura?» disse. «Riuscite a capirlo? È proprio questo che ha detto,
non è vero?»
Il vecchio mormorò: «Non posso mangiare carne. Aspettate.» Si
frugò nella tasca della giacca e ne tirò fuori un cartoncino stampato,
lo passò a Nat.
Il cartoncino, sporco e sciupato, era a malapena leggibile. Nat lo
sollevò alla luce, socchiudendo gli occhi per distinguere le parole che
vi erano stampate.

DATEMI DA MANGIARE E VI DIRÒ TUTTO CIÒ CHE VOLETE


SAPERE
A CURA DELL’ASSOCIAZIONE DEI CHUPPER.

«Io sono un chupper,» disse il vecchio, e riprese il cartoncino, se


lo rimise in tasca.
«Andiamocene di qui,» disse Molly a Nat, quietamente.
Una razza contaminata dalle radiazioni, pensò Nat. I chupper della
California settentrionale. Quella era la loro culla. Si chiese quanti
fossero. Dieci? Mille? Ed era lì che Richard Kongrosian aveva deciso
di vivere.
Ma forse Kongrosian aveva ragione. Erano esseri umani,
nonostante la loro deformità. Ricevevano posta, probabilmente
svolgevano piccoli lavori, forse vivevano dell’assistenza pubblica, se
non erano in grado di lavorare. Non davano fastidio a nessuno e
senza dubbio erano innocui. Si vergognò un poco della sua reazione:
… quell’avversione iniziale, istintiva.
Si rivolse al vecchio chupper:
«Vuole una moneta?» E gli mostrò un pezzo di platino, da cinque
dollari.
Il chupper l’accettò, con un cenno del capo.
«Grazie.»
«Kongrosian abita lungo questa strada?» chiese di nuovo Nat.
Il chupper tese un braccio, indicando.
«Benissimo,» fece Jim Planck. «Andiamo. È la direzione giusta.»
Lanciò uno sguardo di esortazione a Nat e a Molly. «Su, avanti,
andiamo.»
Risalirono in tassì, tutti e tre. Nat lo rimise in moto. Passarono
oltre al distributore e al vecchio chupper, che restò immobile, senza
espressione, guardandoli mentre si allontanavano, come se fosse
ritornato inerte, spento come un simulacro, una semplice macchina.
«Uffa!» disse Molly, respirando a fatica. «Ma chi diavolo era, quel
tipo?»
«Puoi star certa che ne vedrai altri,» disse laconicamente Nat.
«Dio del cielo,» fece Molly. «Kongrosian deve essere proprio
matto come dicono, se vive qui. Non abiterei in questa palude per
tutto loro del mondo. Vorrei non esserci mai venuta. Registriamolo
allo studio, va bene? Ho una voglia matta di tornarmene indietro.»
Il tassì procedette, passando sotto le liane pendule, e poi,
all’improvviso, si trovarono davanti ai resti di una città.
Una serie di edifici di legno semiputrefatti, con le scritte sbiadite e
le finestre rotte… eppure, non erano abbandonati.
Qua e là, lungo i marciapiedi spezzati dalle erbacce, Nat vide della
gente. O meglio, pensò, dei chupper.
Erano cinque o sei, che camminavano, diretti verso le loro
faccende, qualsiasi potessero essere. Dio solo sapeva che cosa si
poteva fare, in un posto come quello. Non c’erano telefoni, non c’era
neppure la posta…
Forse, pensò, a Kongrosian questo posto è sembrato pacifico. Non
c’era altro suono che quello prodotto dalla pioggia simile a nebbia.
Forse, quando ci si abituava… ma non credeva che gli sarebbe stato
possibile abituarsi. La decadenza era troppo accentuata. L’assenza di
qualcosa di nuovo era totale, assoluta. Potevano essere chupper
quanto volevano, pensò, ma avrebbero dovuto sforzarsi, avrebbero
dovuto cercare di mantenere il loro abitato in condizioni più decenti.
Così era spaventoso.
Come Molly, si augurò a sua volta di non essere mai venuto in
quel luogo.
«Io ci penserei sopra parecchio,» disse a voce alta, «prima di
venire a seppellirmi da queste parti. Ma se ci si riesce… allora si
accetta gli aspetti più difficili della vita.»
«E cioè?» chiese Jim.
«La supremazia del passato,» disse Nat. In quella zona, il passato
dominava completamente, interamente. Il loro passato collettivo: la
guerra che aveva preceduto l’era attuale, e le sue conseguenze. I
mutamenti ecologici nella vita di ognuno. Quello era un museo, ma
un museo vivo. C’era movimento, ma una specie di circolo vizioso…
Chiuse gli occhi. Mi domando, pensò, se sono nati altri chupper.
Deve essere una recessione genetica. Lo so. O meglio, pensò, lo
temo. È un capriccio della natura, che dovrebbe essere passeggero…
eppure continua.
Sono sopravvissuti. E questo vale per l’ambiente, per il processo
evolutivo. È questo che lo determina, dal trilobite in avanti. Si sentì
nauseato.
E poi pensò: Io ho già visto quella deformità. Nelle figure. Nella
ricostruzioni. Le ricostruzioni, le ipotesi, erano ottime,
evidentemente. Forse erano state corrette grazie all’apparecchio di
von Lessinger. Corpi curvi, mandibole massicce, incapacità di
mangiare la carne per mancanza di incisivi, grande difficoltà nel
parlare.
«Molly,» disse ad alta voce, «tu sai che cosa sono, questi
chupper?»
Lei annuì.
«Neanderthal,» disse Jim Planck. «Non sono mostri prodotti dalle
radiazioni. Sono il risultato di un processo involutivo.»
Il tassì avanzò, attraverso la città dei chupper, cercando
ciecamente, meccanicamente, la casa del famosissimo pianista
Richard Kongrosian.
IX

L’annunciatore commerciale della Theodorus Nitz squittì:


«In presenza di estranei vi sentite come se non esisteste affatto?
Gli estranei sembrano non notarvi, come se foste invisibili?
Sull’autobus o su un’astronave vi guardate attorno, qualche volta, e
scoprite che nessuno, assolutamente nessuno, vi riconosce, nessuno
si interessa di voi, e magari…»
Con il fucile caricato ad anidride carbonica, Maury Frauenzimmer
prese la mira accuratamente e sparò contro l’annunciatore Nitz, che
se ne stava aggrappato a una parete dell’ufficio. Vi si era insinuato
durante la notte, e quella mattina lo aveva accolto con la sua arringa
stucchevole.
L’annunciatore commerciale, fracassato, cadde sul pavimento.
Maury lo schiacciò con tutto il suo peso massiccio, poi rimise il
fucile nella rastrelliera.
«La posta,» disse Chic Strikerock. «Dov’è la posta di oggi?» Da
quando era arrivato, aveva continuato a frugare l’ufficio.
Maury sorseggiò rumorosamente il caffè e disse: «Guarda sopra lo
schedario. Sotto lo straccio che adoperiamo per spolverare la tastiera
della macchina da scrivere.»
E addentò la ciambella coperta di zucchero. Vedeva che Chic si
comportava in un modo abbastanza bizzarro, e non riusciva a
spiegarsene il motivo.
All’improvviso, Chic sbottò:
«Maury, ho qui qualcosa che ti ho scritto.»
Gettò sulla scrivania un foglio di carta piegato.
Maury sapeva di che si trattava; non aveva bisogno di esaminarlo.
«Mi dimetto,» disse Chic. Era molto pallido.
«No, ti prego,» disse Maury. «Vedrai, le cose possono cambiare.
Potrò tenere in piedi la ditta.» Non aprì la lettera. La lasciò dove
l’aveva buttata Chic. «E se ti dimettessi di qui, dove vorresti
andare?» domandò.
«Voglio emigrare su Marte.»
Il citofono sulla scrivania ronzò, e la segretaria, Greta Trupe,
disse: «Signor Frauenzimmer, c’è un certo signor Garth McRae che
vuole parlarle. Ci sono parecchi altri signori, con lui.»
Chissà chi sono, si disse Maury. «Aspettino,» disse a Greta. «Sono
in riunione con il signor Strikerock.»
«No, no, occupati pure degli affari,» disse Chic. «Me ne vado. Ti
lascio la lettera di dimissioni sulla scrivania. Augurami buona
fortuna.»
«Buona fortuna.»
Maury si sentiva depresso, ammalato. Fissò la scrivania, fino a
che la porta si aprì e si chiuse. Chic se ne era andato. Che razza di
modo per cominciare la giornata, pensò Maury. Prese la lettera,
l’aprì, vi gettò un’occhiata, tornò a ripiegarla.
Poi premette un pulsante del citofono e disse: «Signorina Trupe,
faccia entrare… quel signore che ha detto. McRae, o quello che è. E
il suo seguito.»
«Sì, signor Frauenzimmer.»
La porta dell’anticamera si aprì e Maury si alzò per accogliere
quelli che riconobbe immediatamente per funzionari governativi.
Due indossavano l’abito grigio della National Police, e il capo del
gruppetto, evidentemente McRae, aveva il portamento di un altissimo
funzionario dell’esecutivo. In altre parole, un G altolocato. Si alzò in
piedi, goffamente, tese la mano e disse:
«Signori, in che cosa posso servirli?» McRae gli strinse la mano.
«Lei è Frauenzimmer?»
«Infatti,» rispose Maury. Si sentiva il cuore affaticato, aveva
qualche difficoltà nel respirare. Erano venuti per farlo chiudere?
Come avevano fatto chiudere gli psichiatri della scuola viennese?
«Che cosa ho fatto?» domandò. E sentì la propria voce fremere di
apprensione. Un guaio dopo l’altro, quel giorno.
McRae sorrise.
«Niente, fino ad ora. Siamo qui per iniziare le trattative, per
affidare un ordine alla sua ditta. Tuttavia, questo sottintende la
comunicazione di informazioni a livello G. Posso strappare il suo
citofono?»
«C-come?» disse Maury, stordito.
McRae fece un cenno agli uomini dell’NP e si scostò. I poliziotti
avanzarono e resero rapidamente inoperante il citofono. Poi
esaminarono le pareti e i mobili, ogni centimetro quadrato della
stanza, tutta l’attrezzatura; finalmente fecero cenno a McRae di
proseguire.
«Bene,» disse McRae. «Frauenzimmer, abbiamo con noi un
elenco dei requisiti di un simulacro che vorremmo far costruire.
Ecco.» Mostrò una busta sigillata. «Guardi. Noi aspetteremo.»
Maury aprì la busta, ne studiò il contenuto.
«È in grado di farlo?» chiese alla fine McRae.
Maury alzò la testa. «Ma queste sono istruzioni per la costruzione
di un der Alte!» esclamò.
«Precisamente.» McRae annuì.
Allora è così, pensò Maury. È questa l’informazione a livello G.
Adesso io sono un G. È accaduto in un attimo. Ormai sono nel
grande gioco. Peccato che Chic se ne sia andato. Povero Chic, come
ha calcolato male i tempi… che sfortuna per lui. Se fosse rimasto per
altri cinque minuti…
«Ed è così da cinquantanni,» disse McRae.
Lo stavano prendendo a bordo. Facevano di lui una parte
dell’ingranaggio del potere.
«Santo cielo,» disse Maury. «Non l’avevo mai immaginato,
guardandolo alla televisione, quando teneva i suoi discorsi. E dire
che qui costruisco cose dello stesso genere.» Era ancora stravolto.
«La Karp faceva un ottimo lavoro,» disse McRae. «Specialmente
con il modello attuale, Rudi Kalbfleisch. Ci stavamo chiedendo se lei
poteva averlo intuito.»
«No, mai,» disse Maury. «Neppure una volta.» Non se ne sarebbe
accorto neppure in un milione di anni.
«Lei sarebbe in grado di farlo? Di costruirlo?»
«Sicuro.» Maury annuì. «E quando comincerà?»
«Immediatamente.»
«Bene. Si rende conto, naturalmente, che all’inizio sarà necessario
tenere qui agenti della NP, per assicurare la conservazione del
segreto.»
«Certo,» mormorò Maury. «Quando è necessario è necessario. Oh,
mi scusi un momento.»
Girò attorno al gruppo, si avviò verso la porta, la varcò, uscì in
anticamera, stupito che lo lasciassero andare.
«Signorina Trupe, ha visto da che parte è andato il signor
Strikerock?» domandò.
«Se ne è appena andato, signor Frauenzimmer. Verso l’autobahn.
Credo sia tornato all’Abramo Lincoln.»
Poveraccio, pensò Maury. Scosse il capo. La jella di Chic
Strikerock! Ormai cominciava a sentirsi sollevato. Questo cambia
tutto, pensò. Sono di nuovo in affari. Sono fornitore della real casa…
o meglio, della Casa Bianca. È la stessa cosa, in fondo. Sì, è la stessa
cosa!
Ritornò nel suo ufficio, dove lo aspettavano McRae e gli altri. Lo
squadrarono piuttosto severamente.
«Mi scusino,» disse lui. «Stavo cercando il mio direttore alle
vendite. Volevo fermarlo, per via di questa faccenda. Non
accetteremo più nuovi ordini per un po’, per potere essere liberi di
concentrarci su questo.» Esitò. «In quanto al costo…»
«Firmeremo un contratto,» disse Garth McRae. «Le pagheremo
una cifra che coprirà i costi, più un quaranta per cento di guadagno.
Abbiamo comprato Rudi Kalbfleisch per una somma totale netta di
un miliardo di dollari USEA, più naturalmente il costo della
manutenzione perpetua e per le riparazioni.»
«Oh, già,» convenne Maury. «Guai se si guastasse nel mezzo di
un discorso.» Cercò di ridere, ma si accorse che non vi riusciva.
«Cosa ne dice, approssimativamente? Fra un miliardo e un
miliardo e mezzo.»
Maury rispose con voce spessa: «Uhm, splendido.»
Gli pareva che la testa fosse sul punto di staccarglisi dalle spalle e
di rotolare sul pavimento.
McRae lo scrutò.
«La sua è una piccola ditta, Frauenzimmer,» disse. «Lo sappiamo
benissimo, lei ed io. Non si monti la testa. Questo non la trasformerà
in un grande complesso, come la Karp und Sohnen Werke. Ma le
assicurerà l’esistenza. Ovviamente, siamo disposti a sostenerla,
finanziariamente parlando, fin che sarà necessario. Abbiamo
controllato con cura i suoi libri contabili… questo la stupisce?
Sappiamo che da mesi lei è in passivo.»
«È vero,» disse Maury.
«Ma il suo lavoro è buono,» continuò Garth McRae. «Abbiamo
esaminato minutamente i suoi simulacri, qui e sulla Luna e su Marte,
dove sono in funzione. Lei dimostra una autentica abilità artigianale,
superiore a quella della Karp Werke, direi. Naturalmente, è per
questo che oggi siamo qui da lei, invece di essere con Anton e il
vecchio Felix.»
«È quello che mi stavo chiedendo,» disse Maury. Dunque, era per
quello che il governo aveva deciso, questa volta, di concludere un
contratto con lui, non con Karp. E pensò: è stata la Karp a costruire
tutti i simulacri der Alte fino ad ora? Una domanda acuta. Se era
così… che mutamento radicale di politica governativa! Ma era
meglio non formularla, quella domanda.
«Prenda un sigaro,» disse Garth McRae, offrendogli un Optimo
admiral. «Dolcissimo. Puro tabacco di Florida.»
«Grazie,» disse Maury, riconoscente. Prese con dita incerte il
grande sigaro dalle sfumature verdi. Lui e McRae accesero,
guardandosi l’un l’altro, in un silenzio improvvisamente sereno e
sicuro.

La notizia, affissa sul giornale murale dell’Abramo Lincoln,


annunciava che Duncan & Miller erano stati scelti dal talent-scout
per esibirsi alla Casa Bianca.
Edgar Stone rimase allibito. Lesse e rilesse l’annuncio, cercando
di indovinare chi poteva aver fatto quello scherzo; come poteva
esserci riuscito, quell’ometto nervoso e pavido?
C’è stato un imbroglio, si disse Stone. Come io l’ho promosso, sul
test politico… Ha trovato qualcun altro che ha falsificato i risultati in
suo favore.
Aveva ascoltato il duo di anfore. Aveva assistito a quel
programma, e Duncan & Miller, Anfore Classiche, non erano poi così
formidabili. Erano bravi, d’accordo… ma aveva l’intuizione che vi
fosse di mezzo qualcosa d’altro.
Provò, nel suo intimo, una sensazione di collera, un risentimento
per avere falsato i risultati del test di Duncan. Sono stato io ad
avviarlo sulla strada del successo, pensò. Sono stato io a salvarlo. E
adesso se ne va alla Casa Bianca, lontano di qui.
Nessuna meraviglia che Ian Duncan avesse ottenuto risultati così
meschini nel questionario politico. Era occupatissimo a esercitarsi
con la sua anfora, evidentemente. Duncan non aveva tempo per i
luoghi comuni della realtà, con i quali doveva fare i conti il resto
dell’umanità.
Deve essere straordinario, essere un artista, pensò amaramente
Stone. Sei esente da tutte le regole, da tutte le responsabilità: fai
soltanto ciò che ti piace.
E mi ha fatto fare la figura dello stupido, si disse Stone.
Si avviò a grandi passi veloci lungo il corridoio del primo piano,
arrivò all’ufficio del pilota celeste del palazzo. Suonò il campanello e
la porta si aprì, mostrandogli il pilota celeste al lavoro, dietro la
scrivania, il volto raggrinzito per la stanchezza.
«Ehm, padre,» disse Stone. «Vorrei confessarmi. Può dedicarmi
un paio di minuti? Ho molta fretta… voglio dire, ho fretta di
confessare i miei peccati.»
Patrick Doyle si strofinò la fronte e annuì.
«Però,» disse. «Chissà cosa succede. Finora, oggi ho avuto qui
dieci inquilini, che sono venuti a usare il confessionatore. Avanti,
faccia pure.» Indicò stancamente l’alcova che si apriva nell’ufficio.
«Si sieda e si colleghi. Io ascolterò mentre riempio questi moduli
4/10 arrivati da Berlino.»
Saturo di virtuosa indignazione, con le mani tremanti, Edgar Stone
si applicò sul capo gli elettrodi del confessionatore, poi prese il
microfono e cominciò a parlare. Le bobine della macchina presero a
girare lentamente.
«Mosso da un malinteso senso di pietà,» disse, «ho violato uno dei
regolamenti del palazzo. Ma non sono tanto preoccupato per questo
atto in sé stesso quanto per i moventi che lo hanno determinato.
L’atto da me compiuto è soltanto una esplicazione di un
atteggiamento errato nei confronti dei miei coinquilini. Questo
individuo, il mio vicino Ian Duncan, ha ottenuto un pessimo risultato
nel recente test politico, e io ho pensato che sarebbe stato allontanato
dall’Abramo Lincoln. Mi sono identificato con lui perché
subconsciamente mi considero un fallito, sia come inquilino di
questo palazzo sia come uomo. Così, ho falsificato i risultati, per fare
si che venisse promosso. Ovviamente, Ian Duncan dovrà essere
sottoposto a un nuovo test di politica, e quello che io ho corretto
dovrà essere considerato nullo.»
Lanciò uno sguardo obliquo al pilota celeste, ma quello non reagì.
E questo sistemerà Ian Duncan e la sua Anfora Classica, si disse
Stone.
Il confessionatore aveva ormai esaminato la sua confessione: fece
cadere una scheda, e Doyle si alzò per prenderla. Dopo averla
esaminata a lungo, attentamente, alzò lo sguardo.
«Signor Stone,» disse, «qui è espresso il parere che questa
confessione non è affatto una confessione. Che cosa aveva in mente,
in realtà? Avanti, ricominci daccapo; non ha sondato abbastanza in
profondità, e non ha detto la verità. Le consiglio di cominciare
confessando di avere deliberatamente e consciamente falsificato la
confessione.»
«Oh, no!» disse Stone; o meglio, cercò di dirlo; ma la voce gli si
era smorzata, soffocata dallo sbigottimento.
«Forse potrei discuterne con lei, non ufficialmente, signore. Ho
falsificato il punteggio di Ian Duncan, questo è certo. Ma, forse, le
ragioni per cui l’ho fatto…»
Doyle l’interruppe.
«Non è per caso geloso di Duncan, adesso? Per il suo successo,
perché andrà alla Casa Bianca?»
Vi fu un silenzio.
«È… è possibile,» gracchiò Stone. «Ma non cambia il fatto che
Ian Duncan, in linea di diritto, non potrebbe più vivere qui. Dovrebbe
essere allontanato, qualsiasi siano stati i motivi che mi hanno spinto
a… Controlli il Codice dei Palazzi Comunali. So che c’è un
paragrafo che si occupa di casi del genere.»
«Ma lei non può uscire di qui senza confessarsi,» insistette il
pilota celeste. «Deve spiegarsi con la macchina. Lei sta cercando di
ottenere l’allontanamento di un vicino per soddisfare le sue necessità
psicologiche ed emotive. Lo confessi, e dopo potremo discutere il
paragrafo del Codice che riguarda il caso di Duncan.»
Stone gemette, si applicò ancora una volta al capo il complicato
sistema di elettrodi.
«Sta bene,» gracidò. «Odio Ian Duncan perché ha doti artistiche
che io non ho. Sono disposto a farmi esaminare da una giuria
composta di dodici inquilini per stabilire quale è la punizione per il
mio peccato. Ma insisto: Duncan deve essere sottoposto a un altro
test di politica! Su questo non sono disposto a cedere… Non ha il
diritto di abitare qui tra noi. È ingiusto!»
«Per lo meno, adesso è sincero,» disse Doyle.
«A me piace la musica,» disse Stone. «Il loro numero, l’altra sera,
mi è piaciuto. Ma devo comportarmi nel modo che ritengo più
confacente al pubblico interesse.»
Gli parve che il confessionatore sbuffasse per deriderlo, quando
emise una seconda scheda. Ma forse, era soltanto uno scherzo della
sua immaginazione.
«Lei sta scavando un po’ più profondamente,» disse Doyle,
leggendo il cartoncino. «Guardi qui.» Lo passò a Stone, cupamente.
«La sua mente è un groviglio di motivazioni confuse, ambivalenti.
Quando si è confessato l’ultima volta?»
Arrossendo, Stone mormorò:
«Credo… l’agosto scorso. Allora il pilota celeste era Pepe Jones.
Sì, doveva essere agosto.»
In realtà, era stato all’inizio di luglio.
«Ci sarà molto da lavorare, con lei,» disse Doyle, accendendo un
cigarillo e appoggiandosi alla spalliera della sedia.

Avevano deciso, dopo molte discussioni accanite, che il loro


numero iniziale nel programma che avrebbero eseguito alla Casa
Bianca doveva essere la Ciaccona in re, di Bach. Ad Al era sempre
piaciuta, nonostante le difficoltà che comportava.
Ma a Ian bastava pensare alla Ciaccona per sentirsi nervoso. Ora
che tutto era deciso, si augurava ancora che avessero scelto la Quinta
Suite per Violoncello. Ma ormai era troppo tardi. Al aveva inoltrato il
programma al segretario artistico della Casa Bianca, Harold Slezak.
«Non preoccuparti, per amor del cielo!» disse Al. «In questo
pezzo, tu sei la seconda anfora. Ti dispiace farmi da seconda
anfora?»
«No,» disse Ian. Anzi, era un sollievo. Al aveva la parte molto più
difficile.
All’esterno del perimetro della Giungla di Astronavi Numero Tre,
il papoola si muoveva, zigzagando sul sul marciapiede, quasi
scivolando, alla ricerca di un possibile acquirente.
Quel giorno, il parcheggio era atterrato nel quartiere collinoso di
Oakland, California, tra le strade ventilate, riparate dagli alberi della
più bella zona residenziale. Di fronte al parcheggio-mercato, Ian
vedeva il Joe Louis, un palazzo dalla forma bizzarra, ma
assolutamente notevole, di mille appartamenti, occupato per lo più da
negri benestanti. Il palazzo, nel sole del mattino, era tutto lindo, ben
curato. Una guardia, con distintivo e pistola, stava sorvegliando
l’ingresso, e rimandando tutti coloro che volevano entrare pur non
abitando lì.
«Slezak deve dare ancora il benestare,» gli ricordò Al. «Forse
Nicole non vorrà ascoltare la Ciaccona. Ha gusti molto particolari,
che cambiano continuamente.»
Ian vide mentalmente Nicole, semisdraiata sul letto enorme, nella
vestaglia rosea e vaporosa, il vassoio della colazione lì accanto,
mentre esaminava i programmi che le venivano presentati per
l’approvazione.
Ha già sentito parlare di noi, pensò. Adesso sa che esistiamo. In
questo caso, esistiamo realmente. Come un bambino che ha bisogno
di sapere che sua madre guarda ciò che lui sta facendo, noi siamo
posti in essere, siamo convalidati consensualmente dallo sguardo di
Nicole.
E quando distoglie lo sguardo da noi, pensò, che cosa succede?
Che ne sarà di noi, dopo? Ci disintegriamo, sprofondiamo di nuovo
nell’oblio? Ritorniamo, pensò, a trasformarci in atomi disordinati e
informi. Torniamo da dove siamo venuti: nel mondo del non-essere.
Il mondo in cui abbiamo trascorso tutta la nostra esistenza, fino a
questo momento.
«E poi,» disse Al, «può chiederci qualcosa d’altro. Può chiederci
un pezzo che le è particolarmente caro. Mi sono informato, e pare
che qualche volta chieda di ascoltare “Il contadino felice”, di
Schumann. Lo hai presente? Faremmo meglio a prepararlo, nel caso
che ce lo chieda.» Ne soffiò qualche battuta nella sua anfora,
pensosamente.
«Non posso farlo,» disse Ian, all’improvviso. «Non posso
continuare. Significa troppo per me. Qualcosa andrà male; non le
piaceremo, ci butteranno fuori. E non potremo mai dimenticarlo.»
«Senti,» cominciò Al, «io ho il papoola. E questo ci consente…»
Al si interruppe, di colpo.
Un uomo alto, anziano, dalle spalle curve, che indossava un
costoso abito grigio di fibra naturale stava avanzando lungo il
marciapiede.
«Mio Dio, Luke in persona!» disse Al. Sembrava impaurito. «L’ho
visto soltanto due volte in vita mia. Deve essere successo qualcosa,
senza dubbio.»
«Meglio richiamare il papoola.» Il papoola aveva cominciato ad
avviarsi verso Loony Luke.
Con un’espressione sbigottita dipinta sul viso, Al disse: «Non ci
riesco.» Manovrò disperatamente i comandi della cintura. «Non
reagisce!»
Il papoola raggiunse Luke, e Luke si chinò, lo raccolse, e proseguì
il suo cammino verso il parcheggio-mercato, tenendo il papoola sotto
il braccio.
«Ha preso il sopravvento su di me,» disse Al. E guardò Ian,
stordito.
La porta dell’ufficio si aprì ed entrò Loony Luke.
«Abbiamo saputo che lei adopera il papoola per ragioni sue, fuori
dall’orario di lavoro,» disse ad Al, con voce bassa e irritata.
«L’avevamo avvertito di non farlo. Il papoola appartiene alla ditta,
non al dipendente.»
«Su, la prego, Luke…» disse Al.
«Dovrei licenziarla,» disse Luke. «Ma lei è un buon venditore,
quindi la terrò. Però dovrà arrangiarsi senza aiuti.» Strinse più forte il
papoola, fece per uscire. «Il mio tempo è prezioso. Devo andare.»
Poi vide l’anfora di Al. «Ma quello non è uno strumento musicale.
Serve per tenerci il whiskey.»
«Senta, Luke,» disse Al, «è tutta pubblicità. Suonare per Nicole
significa che la rete di parcheggi-mercato acquisterà prestigio.
Capisce?»
«Non so che farmene del prestigio,» disse Luke, fermandosi sulla
porta. «Così, non voglio fare il fornitore di Nicole Thibodeaux.
Diriga pure la sua società come le aggrada, e io dirigerò le mie
giungle nel modo che preferisco. Lei mi lascia in pace e io lascio in
pace lei; per me è la soluzione ideale. Non mi guasti tutto. Dica a
Slezak che non può presentarsi, e lasci perdere. Nessun uomo adulto,
in possesso delle sue facoltà mentali, in ogni caso, si metterebbe a
soffiare dentro una bottiglia vuota.»
«È qui che si sbaglia,» disse Al. «Si può trovare l’arte nelle cose
più profane della vita quotidiana, in queste anfore, per esempio.»
Luke si pulì i denti con uno stuzzicadenti d’argento.
«Ma adesso non avrà più un papoola che provvede ad addolcire la
Prima Famiglia. Ci pensi sopra. Crede davvero di riuscire a farcela,
senza il papoola?» E sogghignò.
Vi fu una pausa. Poi Al disse a Ian:
«Ha ragione lui. È stato il papoola, che ci ha fatti riuscire. Ma…
diavolo, tireremo avanti egualmente.»
«Lei ha del fegato,» disse Luke. «Ma niente buon senso.
Comunque, devo ammirarla. Capisco perché lei è uno dei migliori
venditori dell’organizzazione; non si arrende mai. Prenda pure il
papoola, la sera in cui si esibirà alla Casa Bianca, e poi me lo
restituisca la mattina dopo.»
Lanciò ad Al l'esserino rotondo e soffice. Al l’afferrò, se lo strinse
contro il petto.
«Forse sarebbe davvero una buona pubblicità per le giungle,»
disse Luke, meditabondo. «Ma so una cosa. Non siamo simpatici a
Nicole. Troppa gente le è sfuggita dalle mani, per causa nostra.
Siamo una falla, nell’organizzazione di mammina, e mammina lo
sa.» Sogghignò di nuovo, mostrando i denti doro.
«Grazie, Luke,» disse Al.
«Ma ci penserò io, ad azionare il papoola,» disse Luke. «Per
telecomando. In fin dei conti, sono più esperto di lei. Li ho costruiti
io.»
«Certo,» disse Al. «Tanto, avrò le mani occupate per suonare.»
«Già,» disse Luke. «Avrà bisogno di tutte e due le mani, per
quella bottiglia.»
Qualcosa, nel tono di Luke, mise in imbarazzo Ian Duncan. Che
cosa intende fare? si chiese. Ma in ogni caso, lui e il suo amico Al
Miller non avevano scelta: era necessario che il papoola lavorasse per
loro. E senza dubbio, Luke era in grado di manovrarlo perfettamente:
aveva dimostrato la sua superiorità su Luke, e, come aveva appena
detto, in ogni caso Al avrebbe avuto da fare con l’anfora. Eppure,
eppure…
«Loony Luke,» disse Ian, «ha mai incontrato Nicole?» Fu un
pensiero improvviso da parte sua, un’intuizione.
«Certo,» disse Luke, con fermezza. «Anni fa. Avevo delle
marionette. Io e mio padre andavamo in giro, mettevamo in scena
spettacoli di marionette. E alla fine, recitammo alla Casa Bianca.»
«E che cosa successe?» chiese Ian.
Dopo una pausa, Luke disse: «Lei… non si interessò di noi. Disse
che le nostre marionette erano indecenti.»
È per questo che tu la odii, pensò Ian. Non l’hai mai perdonata.
«E lo erano davvero?» domandò a Luke.
«No,» rispose Luke. «Certo, uno dei numeri era uno spogliarello.
Avevamo marionette che sembravano ballerine delle folies. Ma
nessuno aveva mai fatto obiezioni, prima. Mio padre se la prese
parecchio, ma io no.» Il suo volto era impassibile.
«E Nicole era già la Prima Signora, a quei tempi?» chiese Al.
«Oh, sì,» rispose Luke. «È in carica ormai da settantatré anni. Non
lo sapeva?»
«Non è possibile,» dissero Al e Ian, quasi nello stesso istante.
«Invece è così,» disse Luke. «In realtà è vecchissima, ormai. Deve
esserlo. Una nonna. Ma ha ancora un bellissimo aspetto, credo. Lo
saprete con certezza quando la vedrete.»
Stordito, Ian disse: «In televisione…»
«Oh, già,» ammise Luke. «In televisione dimostra una ventina
d’anni. Ma consultate i libri di storia… a parte il fatto che
naturalmente sono vietati a tutti, tranne che ai G. Voglio dire, i veri
libri di testo. Non quelli che ti danno da studiare per i test di politica.
Basta leggerne uno per poter fare i calcoli da soli. Lì ci sono tutti i
fatti. Lì sepolti.»
I fatti, pensò Ian, non significano niente quando puoi vedere con i
tuoi occhi che lei è giovane, come sempre. E noi lo vediamo tutti i
giorni.
Luke, tu menti, pensò. Lo sappiamo. Lo sappiamo tutti. Il mio
amico Al l’ha vista. Al me lo avrebbe detto, se fosse veramente così.
Tu la odii. Ecco perché.
Voltò le spalle a Luke, sconvolto; non voleva più aver nulla a che
fare con quell’uomo. In carica da settantatré anni… Nicole avrebbe
dovuto avere circa novant’anni, ormai.
Rabbrividì a quel pensiero; lo escluse dalla sua mente. O, per lo
meno, tentò di farlo.
«Buona fortuna, ragazzi,» disse Luke, masticando il suo
stuzzicadenti.

Peccato, pensò Al Miller, che il governo se la sia presa con quegli


psicoanalisti. Lanciò un’occhiata al suo amico Ian Duncan. Perché
sei conciato male, amico, pensò Al. Ma, per la verità, ce n’era
rimasto uno. Lo aveva sentito dire alla televisione. Un certo dottor
Superb o qualcosa di simile.
«Ian,» disse, «hai bisogno di aiuto. Non sarai in grado di suonare
per Nicole, ridotto in quello stato.»
«Me la caverò benissimo,» rispose seccamente Ian.
«Sei mai stato da uno psichiatra?» disse Al.
«Un paio di volte. Molto tempo fa.»
«Credi che siano meglio della terapia chimica?»
«Qualsiasi cosa è meglio della terapia chimica.»
Se è l’unico psicoanalista che pratica ancora in tutti gli USEA,
pensò Al, deve essere oberato di lavoro. Probabilmente non potrà
accettare nuovi pazienti.
Comunque, per scrupolo, controllò sull’elenco, sollevò il
ricevitore e fece il numero.
«Chi stai chiamando?» chiese Ian, insospettito.
«Il dottor Superb. L’ultimo degli…»
«Lo so. Per chi? Per te? Per me?»
«Forse per tutti e due,» disse Al.
«Ma soprattutto per me.»
Al non rispose. Una figura di giovane donna, dai seni alti,
bellissimi, si era formata sullo schermo. La voce della ragazza gli
sussurrò all’orecchio: «Qui, studio del dottor Superb.»
«Il dottore accetta ancora nuovi pazienti?» chiese Al, studiando
minuziosamente la sua immagine.
«Sì, certo,» disse la ragazza, con voce ferma e vigorosa.
«Splendido!» disse Al, compiaciuto e sorpreso. «Io e il mio socio
vorremmo venire, quando è possibile. E, tanto prima, tanto meglio.»
Le diede il suo numero e quello di Ian.
«Andrebbe bene venerdì, alle nove e mezzo del mattino?» chiese
la ragazza.
«D’accordo,» disse Al. «Grazie mille, ragazza mia… Signorina.»
Riattaccò, con violenza. «Ci siamo!» disse a Ian. «Adesso possiamo
scaricare i nostri guai su qualcuno che è qualificato a darci assistenza
professionale. Ehi, a proposito dell’immagine materna… hai visto
quella ragazza? Perché…»
«Tu vai pure,» disse Ian. «Io non ci vengo.»
Al ribatté, serenamente:
«Se non ci vai, non suonerò l’anfora alla Casa Bianca. Quindi,
farai meglio ad andare.» Ian lo fissò.
«Non scherzo,» disse Al. Vi fu un silenzio lungo, imbarazzato.
«Andrò,» disse alla fine Ian. «Ma una volta sola. Non ci tornerò
più, dopo questo venerdì.»
«Dovrà decidere il dottore.»
«Senti,» disse Ian. «Se Nicole Thibodeaux ha novant’anni, non c’è
psicoterapia che possa aiutarmi.»
«Sei innamorato di lei a questo punto? Di una donna che non hai
mai visto? È schizofrenico. Perché tu sei innamorato di…» Al fece
un gesto. «Di un’illusione. Di qualcosa di sintetico, di irreale.»
«Che cosa è irreale e che cosa è reale? Per me, lei è più reale di
qualsiasi altra cosa al mondo; persino più reale di te. E più di me, più
della mia vita.»
«Santo cielo,» disse Al. Era impressionato. «Bene, per lo meno, tu
hai qualcosa per cui vivere.»
«Giusto,» disse Ian, e annuì.
«Vedremo cosa dirà Superb, venerdì,» disse Al. «Gli chiederemo
fino a che punto è un fenomeno schizofrenico… se lo è.» Alzò le
spalle. «Forse mi sbaglio. Forse non lo è affatto.»
Forse siamo io e Luke i pazzi, pensò. Per lui, ad esempio, Luke
era molto più reale, era un fattore molto più influente di Nicole
Thibodeaux. Ma lui, lui aveva visto Nicole Thibodeaux in persona, e
Ian non l’aveva mai vista. E questo costituiva tutta la differenza,
benché non sapesse veramente perché doveva essere così.
Prese la sua anfora e ricominciò a provare, ancora una volta. E,
dopo una pausa, Ian Duncan lo imitò, si unì a lui. Soffiarono insieme
nelle anfore, con impegno.
X

Il maggiore, magro, minuscolo, molto eretto, annunciò:


«Frau Thibodeaux, questo è il Reichsmarschall, Herr Hermann
Goering.»
L’uomo corpulento, che indossava un’incredibile accappatoio
bianco simile a una toga e teneva con un guinzaglio di cuoio un
cucciolo di leone, avanzò di un passo e disse, in tedesco:
«Sono lieto di conoscerla, signora Thibodeaux.»
«Reichsmarschall,» disse Nicole, «lei sa dove si trova, in questo
momento?»
«Sì,» disse Goering. Poi, rivolto al leoncino, severamente: «Sei
ruhig, Marsi.» Giocherellò con lui, per calmarlo.
Bertold Goltz stava osservando tutto questo. Era avanzato
leggermente nel tempo, servendosi del suo apparecchio von
Lessinger; aveva perduto la pazienza, aspettando che Nicole
disponesse il transfer di Goering. Ma adesso era venuto il momento:
o meglio, sarebbe venuto fra parecchie ore.
Era facile, possedendo l’apparecchio di von Lessinger, penetrare
nella Casa Bianca nonostante le guardie dell’NP: Goltz si era limitato
a ritornare indietro nel tempo, prima che la Casa Bianca esistesse, e
poi era ritornato nel futuro. Lo aveva già fatto parecchie altre volte, e
lo avrebbe fatto ancora; lo sapeva perché si era imbattuto nel suo io
futuro, proprio mentre stava compiendo quell’atto. Non solo poteva
osservare liberamente Nicole, ma poteva osservare anche se stesso,
nel passato e nel futuro… nel futuro, per lo meno, in termini di
possibilità. Di potenzialità, piuttosto che di attualità. La sua visuale
gli consentiva di esaminare anche i forse.
Magnifico, pensò Goltz. Nicole e Goering. Al Reichsmarschall,
prelevato prima dal 1941 e poi dal 1944, sarebbe stata mostrata la
Germania in rovina del 1945; la fine del nazismo… Avrebbe visto se
stesso sul banco degli imputati, a Norimberga, e alla fine, avrebbe
visto il proprio suicidio, compiuto con un veleno contenuto in una
supposta rettale. Questo avrebbe esercitato una certa influenza su di
lui, per dir poco.
E non sarebbe stato difficile concludere un patto: i nazisti, anche
in situazioni normali, erano espertissimi in quanto a patti.
Qualche arma miracolosa del futuro, apparsa alla fine della
seconda guerra mondiale, e l’Età della Barbarie sarebbe durata, non
tredici anni, ma, come aveva giurato Hitler, un millennio. Un raggio
della morte, il laser, le bombe all’idrogeno della potenza di cento
megatoni… avrebbero aiutato in misura considerevole le forze
armate del Terzo Reich.
Oltre, naturalmente, alle A-l e alle A-2, o, come le avevano
chiamate gli Alleati, le V-l e le V-2. Adesso i nazisti avrebbero avuto
una A-3, una A-4 e così via, se fosse stato necessario, senza limiti.
Goltz corrugò la fronte. Perché altre possibilità, vaghe e confuse,
si estendevano, parallele, nelle tenebre quasi occulte che li
circondavano.
Di che cosa consistevano questi futuri meno probabili? Erano tutti
pericolosi, eppure erano certamente migliori di quello già chiaro,
della pista aperta dalle armi miracolose…
«Ehi,» esclamò un NP della Casa Bianca, notando all’improvviso
Goltz, che se ne stava, parzialmente nascosto, nell’angolo della Sala
dell’Orchidea. La guardia impugnò immediatamente la pistola e
prese la mira.
Il colloquio tra Nicole Thibodeaux, Goering e i quattro consiglieri
militari ebbe bruscamente termine. Tutti si girarono verso Goltz e
l’agente dell’NP.
«Frau,» disse Goltz, in una parodia del saluto di Goering. Si fece
avanti, tranquillamente: tanto, aveva già previsto tutto grazie al suo
apparecchio von Lessinger. «Lei sa chi sono, vero? Lo spettro che si
presenta al banchetto.» Ridacchiò.
Ma, naturalmente, anche la Casa Bianca possedeva un
apparecchio von Lessinger: avevano previsto quella scena, come
l’aveva prevista lui. Quell’istante aveva in sé un elemento di fatalità.
Non poteva essere evitato, non c’erano sentieri alternati che si
diramassero… non che Goltz ne desiderasse l’esistenza. Molto tempo
prima, aveva scoperto che non c’era un futuro, per lui,
nell’anonimato.
«Un’altra volta, Goltz,» disse Nicole, in tono di disgusto.
«No, adesso,» disse Goltz, avanzando verso di lei.
L’agente dell’NP la guardò, in attesa di istruzioni: aveva l’aria
molto confusa.
Nicole gli accennò di starsene tranquillo, con un gesto irritato.
«E questo chi è?» chiese il Reichsmarschall, squadrando Goltz.
«Soltanto un povero ebreo,» rispose Goltz. «Non come Emil
Stark, che però non vedo qui, Nicole, nonostante la promessa che lei
gli aveva fatto. Ci sono molti poveri ebrei, Reichsmarschall. Nel suo
tempo e nel nostro. Io non possiedo nulla di valore economico o
culturale che lei possa confiscarmi; né opere d’arte, né Geld. Mi
dispiace.» Sedette al tavolo della conferenza, si versò un bicchiere
d’acqua ghiacciata dalla caraffa. «Il suo cuccioletto, Marsi, è
pericoloso? Ja oder nein?»
«No,» disse Goering, accarezzando il leoncino. Si era seduto, e
aveva posato la bestiola sul tavolo davanti a sé; quella si era
acciambellata obbediente, con gli occhi semichiusi.
«La mia presenza,» disse Goltz, «la mia presenza ebrea, è
indesiderata. Mi domando perché Emil Stark non è qui. Perché,
Nicole?» La fissò. «Temeva di offendere il Reichsmarschall?
Strano… in fondo, Himmler ha trattato con gli ebrei, in Ungheria,
attraverso Eichmann. E c’è un generale ebreo nella Luftwaffe del
Reichsmarschall, un certo generale Milch. È vero, Herr
Reichsmarschall?» Si girò verso Goering.
Un po’ piccato, Goering rispose: «Non saprei se Milch è ebreo. È
un uomo in gamba… è quanto posso dire di lui.»
«Vede,» disse Bertold Goltz a Nicole, «Herr Goering è abituato a
trattare con gli Juden. Giusto, Herr Goering? Non è necessario che
lei mi risponda: sono cose che ho osservato personalmente.»
Goering lo fissò, acido.
«Ora, in quanto a questo patto…» cominciò Goltz.
«Bertold,» l’interruppe rabbiosamente Nicole, «se ne vada
immediatamente! Ho lasciato che i suoi fanatici impazzassero a loro
piacere per le strade… ma li farò rastrellare se lei si permette di
intervenire in questa faccenda. Lei sa qual è il mio obiettivo. E lei
dovrebbe approvarmi, più di chiunque altro!»
«Ma non l’approvo,» disse Goltz.
Uno dei consiglieri militari insorse.
«E perché no?»
«Perché,» rispose Goltz, «quando i nazisti avranno vinto la
Seconda Guerra Mondiale grazie al vostro aiuto, massacreranno
egualmente gli ebrei. E non soltanto quelli dell’Europa e della Russia
Bianca, ma anche in Inghilterra e negli Stati Uniti e nell’America
Latina.» Parlò con calma. Infatti, l’aveva visto con i suoi occhi,
aveva esplorato parecchi di quei terribili futuri alternati, con il suo
von Lessinger. «Si ricordi che l’obiettivo della guerra, per i nazisti,
era lo sterminio dell’Ebraismo Mondiale. Non era semplicemente un
atto secondario della loro politica.»
Vi fu silenzio.
Nicole si rivolse all’agente dell’NP. «Avanti!»
L’agente dell’NP puntò la pistola e sparò contro Goltz.
Con una perfetta scelta di tempo, Goltz si mise in contatto con
l’effetto von Lessinger che lo circondava, nell’istante preciso in cui
l’arma veniva puntata contro di lui.
La scena, con i suoi personaggi, si confuse, si dissolse. Rimase
nella medesima stanza, la Sala delle Orchidee, ma le persone erano
scomparse. Era rimasto solo, eppure era al centro di un vortice di
spettri elusivi del futuro, evocati dall’apparecchio.
Vide, in processione disordinata, lo psicocinetico Richard
Kongrosian invischiato in situazioni bizzarre, prima con i suoi riti di
pulizia, e poi con Wilder Pembroke; il commissario dell’NP aveva
fatto qualcosa, ma Goltz non riusciva a capire che cosa. E poi vide se
stesso: dapprima aveva un’autorità immensa e poi, bruscamente,
inspiegabilmente, era morto.
Anche Nicole passò entro il raggio della sua visuale, alterata in
modi nuovi, diversi, che non riusciva a comprendere. Sembrava che
la morte esistesse ovunque, nel futuro, in agguato. Che cosa
significava? Una epidemia di allucinazioni?
Il crollo della certezza appariva collegato direttamente a Richard
Kongrosian. Era un effetto del suo potere psicocinetico, una
distorsione del tessuto del futuro prodotto dal talento parapsicologico
di quell’uomo.
Se Kongrosian sapesse, pensò Goltz. Una potenza di quel
genere… che è un mistero persino per chi la possiede. Kongrosian,
invischiato nel labirinto della sua malattia mentale, virtualmente
incapace di funzionare eppure capace di imporsi agli altri,
Kongrosian che incombe, gigantesco, sul panorama del futuro, dei
giorni che ci attendono.
Se soltanto riuscisse a comprendere questo, pensò Goltz.
Quell’uomo che è — che diventerà, anzi — l’enigma cardinale per
tutti noi… Allora conoscerei il segreto. Il futuro non consisterebbe
più di ombre imperfette, mescolate in bizzarre configurazioni che la
ragione normale — la mia, per lo meno — non potrà mai riuscire a
districare.

Nella sua stanza nell’Ospedale Neuropsichiatrico Franklin Aimes,


Richard Kongrosian dichiarò, a voce alta:
«Ora sono totalmente invisibile.» Tese la mano e il braccio, non
vide nulla. «Ecco,» aggiunse. E non udì neppure la propria voce.
Anche quella era divenuta impercettibile. «E adesso, che cosa dovrei
fare?» chiese alle quattro pareti della sua camera.
Non vi fu risposta.
Kongrosian era completamente solo; non poteva avere più alcun
contatto con le altre vite.
Devo andarmene di qui, decise. Devo cercare aiuto-Nessuno mi
aiuta, qui; non sono stati capaci di bloccare il progresso della mia
malattia…
Ritornerò a Jenner. A vedere mio figlio.
Era inutile cercare il dottor Superb o qualsiasi altro medico,
avesse o no la propensione per i rimedi chimici. Era finita per
sempre, la sua ricerca della terapia.
E adesso… adesso c’era un nuovo periodo. In che cosa
consisteva? Non lo sapeva ancora. Ma con il tempo lo avrebbe
saputo. Purché riuscisse a sopravvivere. E come poteva riuscirvi se, a
tutti gli effetti, lui era già morto?
Ecco, si disse. Io sono morto. Eppure sono ancora vivo. Era un
mistero. Un mistero che non riusciva a comprendere.
Forse, pensò, ciò che devo cercare, allora… forse è la rinascita.
Senza sforzo — in fin dei conti, nessuno poteva vederlo — uscì
dalla sua stanza, percorse il corridoio, dirigendosi verso le scale; le
discese, uscì dall’ingresso secondario del Franklin Aimes.
Poi, si trovò sul marciapiede di una strada sconosciuta, in un
quartiere collinoso di San Francisco, circondato da immensi palazzi,
molti dei quali erano anteriori alla Terza Guerra Mondiale.
Evitando di mettere i piedi sulle crepe della pavimentazione di
cemento, riuscì a cancellare, per il momento, la pista di odore
ripugnante che altrimenti avrebbe lasciato dietro di sé.
Probabilmente sto migliorando, decise. Per lo meno, ho trovato un
rituale di purificazione che riesce a equilibrare temporaneamente il
mio odore fobico.
E, a parte il fatto che era ancora invisibile…
Come potrò suonare il piano, in questo modo? si chiese.
Naturalmente, questo significa la fine della mia carriera.
E poi, all’improvviso, si ricordò di Merrill Judd, il chimico
dell’A.G. Chemie. Judd avrebbe dovuto aiutarmi, si disse; ma ne ero
completamente dimenticato, per l’eccitazione di essere diventato
invisibile.
Potrei andare all’A.G. Chemie con un tassì.
Chiamò un tassì automatico che passava, ma quello non riuscì a
vederlo. Lo guardò passare oltre, deluso. Credevo di essere ancora
visibile per gli strumenti elettronici, si disse. Ma evidentemente,
questo non è più vero.
Potrei arrivare a piedi fino alla filiale dell’A.G. Chemie? si
domandò.
Immagino che non mi resti altro da fare. Perché, naturalmente,
non potrei salire su un normale trasporto pubblico. Non sarebbe
bello, nei confronti degli altri.
Ho un bel problema da sottoporre a Judd, pensò. Non soltanto
deve eliminare il mio odore fobico, quell’uomo, ma deve rendermi di
nuovo visibile.
La mente di Kongrosian fu invasa dallo scoraggiamento. Non
possono riuscirci, intuì. È troppo. È un’impresa disperata. Dovrò
continuare i miei tentativi di rinascere. Quando vedrò Judd glielo
chiederò, gli chiederò che cosa può fare per me, in questo senso,
l’A.G. Chemie. In fin dei conti, dopo la Karp sono il complesso
economico più potente di tutti gli USEA. Dovrei ritornare
nell’Unione Sovietica per trovare un complesso ancora più colossale.
L’A.G. Chemie era così orgogliosa della sua terapia chimica;
vediamo un po’ se hanno una droga capace di facilitare la rinascita.
Continuava a camminare, meditando, mentre evitava di posare i
piedi sulle crepe della pavimentazione stradale, e all’improvviso si
accorse che c’era qualcosa, davanti a lui, sul suo cammino.
Era un animale, a forma di piatto, arancione, chiazzato di nero,
con le antenne che ondeggiavano. E, nello stesso istante, un pensiero
prese forma nel suo cervello.
«Rinascita… sì, una nuova vita. Ricominciare daccapo, su un altro
mondo.»
Marte!
Kongrosian si fermò; disse: «Hai ragione.» C’era un papoola, sul
marciapiede, davanti a lui. Si guardò intorno e vide una giungla di
astronavi parcheggiate non molto lontano. Le astronavi lucenti
scintillavano nella luce del sole.
E là, al centro del parcheggio-mercato, in un minuscolo edificio
sedeva il gerente. Kongrosian si avviò verso di lui, passo passo. Il
papoola lo seguì, e mentre lo seguiva continuava a comunicare con
lui.
«Lascia perdere l’A.G. Chemie… quelli non possono fare niente
per te.»
È giusto, pensò Kongrosian. È troppo tardi, ormai. Se Judd avesse
trovato subito una soluzione sarebbe stato diverso, ma ormai…
ormai…
E poi si accorse di qualcosa.
Il papoola riusciva a vederlo.
O, per lo meno, riusciva a sentire la sua presenza grazie a qualche
particolare organo di percezione, in una dimensione o nell’altra. E…
e non reagiva affatto al suo odore disgustoso.
«No, affatto,» gli stava dicendo il papoola. «Per me, hai un odore
meraviglioso. Non ho nulla di che lamentarmi, nei tuoi confronti,
assolutamente nulla.»
Kongrosian si fermò.
«Sarebbe così, su Marte?» chiese. «Potrebbero vedermi… o
almeno percepire la mia presenza… e non li offenderei con il mio
orribile odore?»
«Su Marte non vi sono annunciatori commerciali della Theodorus
Nitz,» disse il pensiero del papoola, prendendo forma nella sua mente
ansiosa. «Là perderai gradualmente la tua contaminazione. In
quell’ambiente vergine, pulito. Entra nell’ufficio, Kongrosian, e parla
con il signor Miller. È ansioso di servirti. Esiste appositamente per
servirti.»
«Sì,» disse Kongrosian, e aprì la porta dell’ufficio. Davanti a lui
c’era un altro cliente in attesa. Il venditore stava compilando il
modulo di un contratto. Il cliente era alto, magro, un po’ calvo, e
sembrava imbarazzato e irrequieto. Lanciò uno sguardo a Kongrosian
e poi si scostò di un passo.
L’odore l’aveva offeso.
«Mi scusi,» mormorò umilmente Kongrosian.
«Ora, signor Strikerock,» stava dicendo il venditore al cliente, «se
vuole firmare qui…» Girò il modulo e tese una penna.
Con uno spasmo di attività muscolare, il cliente firmò, poi,
indietreggiò, tremando visibilmente per la tensione.
«È un grande momento,» disse a Kongrosian. «Quando ci si
decide a farlo. Io non avevo mai avuto il coraggio di farlo da solo,
ma il mio psichiatra me lo ha suggerito. Ha detto che per me era
l’alternativa migliore.»
«Chi è il suo psichiatra?» domandò Kongrosian, subito
interessato.
«Ce n’è uno soltanto, in questi tempi. Il dottor Egon Superb.»
«È anche il mio,» esclamò Kongrosian. «Un uomo in gamba. Gli
ho parlato poco fa.»
Il cliente studiò con aria assorta il volto di Kongrosian. Poi disse,
lentamente, quasi a fatica:
«Era lei, quello che ha telefonato. Lei ha chiamato il dottor
Superb. Ero nel suo ufficio.»
Il venditore di astronavi intervenne.
«Signor Strikerock, se vuole uscire con me, le darò tutte le
istruzioni necessarie, per maggiore sicurezza. E lei potrà scegliere
l’astronave che preferisce.»
Poi si rivolse a Kongrosian.
«Fra un momento potrò servirla. La prego, sia gentile, abbia
pazienza un attimo.»
Kongrosian balbettò: «L-lei… può vedermi?»
«Io posso vedere tutti,» disse il venditore. «Purché abbia
abbastanza tempo.» E uscì dall’ufficio, seguito da Strikerock.
«Calmati,» disse il papoola, nella mente di Kongrosian. Era
rimasto in ufficio, evidentemente, per tenergli compagnia. «Va tutto
per il meglio. Il signor Miller si occuperà di te, fra poco.» Cantilenò,
quasi cullandolo. «Va tutttttto bbbbbbene,» intonò.
All’improvviso il cliente, Strikerock, rientro nell’ufficio.
«Ora ricordo chi è lei,» disse a Kongrosian. «Lei è il famoso
pianista che suona sempre per Nicole alla Casa Bianca. Lei è Richard
Kongrosian.»
«Sì,» ammise Kongrosian, lieto di essere stato riconosciuto. Ma,
per non correre rischi, si allontanò prudentemente da Strikerock, per
non offenderlo con il suo odore. «Mi stupisce,» disse, «che lei possa
vedermi. Da pochissimo tempo sono diventato invisibile… è proprio
di questo che ho parlato al telefono con Egon Superb. Adesso, sto
cercando la rinascita. Ecco perché intendo emigrare. Qui sulla Terra,
ovviamente, non vi sono speranze per me.»
«So che cosa prova,» disse Strikerock, annuendo. «Io ho appena
lasciato il mio impiego; non ho legami con nessuno, qui, non ne ho
più, né con mio fratello né con…» Fece una pausa, oscurandosi in
viso. «Con nessuno. Me ne vado via da solo, da solo.»
«Senta,» disse Kongrosian, d’impulso. «Perché non emigriamo
insieme. O forse… forse il mio odore fobico la disturba troppo?»
Strikerock non pareva avere capito ciò che lui aveva inteso dire.
«Emigrare insieme? Vuol dire metterci in società per mandare
avanti un appezzamento di terreno?»
«Io ho molto denaro,» disse Kongrosian. «L’ho guadagnato con i
miei concerti. Posso provvedere io al finanziamento per tutti e due.»
Il denaro, senza dubbio, era il pensiero minore, per lui. E forse
avrebbe potuto anche aiutare quello Strikerock, che in fin dei conti
aveva appena lasciato il suo lavoro.
«Forse potremmo cavarne qualcosa,» disse Strikerock, pensieroso,
annuendo lentamente. «Su Marte ci si sentirà maledettamente soli.
Forse non avremo altri vicini che i simulacri. E ne ho già visti
abbastanza per non volerne più vedere per tutta la mia vita.»
Il venditore, Miller, ritornò in ufficio. Aveva un’espressione un po’
turbata.
«Abbiamo bisogno di un’astronave sola, per tutti e due,» gli disse
Strikerock. «Io e Kongrosian emigriamo insieme, come soci.»
Miller alzò filosoficamente le spalle.
«Allora vi mostrerò un modello un po’ più grande. Un modello per
famiglie.» Tenne aperta la porta e Kongrosian e Chic Strikerock
uscirono nel parcheggio-mercato. «Vi conoscete?» domandò Miller.
«Ci siamo conosciuti adesso,» spiegò Strikerock. «Ma abbiamo
tutti e due lo stesso problema. Siamo invisibili, qui sulla Terra. Per
così dire.»
«Esatto,» intervenne Kongrosian. «Io sono diventato
completamente invisibile all’occhio umano. È chiaro che per me è
venuto il momento di emigrare.»
«Sì, in questo caso direi proprio di sì,» convenne Miller, un po’
acido.

L’uomo al telefono disse: «Sono Merrill Judd, dell’A.G. Chemie.


Mi dispiace disturbarla…»
«Dica pure,» fece Janet Raimer, sedendosi dietro la piccola,
ordinatissima scrivania. Fece un cenno alla segretaria, che chiuse
immediatamente la porta dell’ufficio, escludendo i suoni che
provenivano dall’esterno, dai corridoi della Casa Bianca. «Lei
afferma che si tratta di Richard Kongrosian.»
«Esatto.» Sullo schermo, l’immagine minuscola di Judd annuì.
«Ed è per questo che mi sono messo in contatto con lei: perché tra
Kongrosian e la Casa Bianca vi sono legami molto stretti. Ho pensato
che le sarebbe interessato saperlo. Circa mezz’ora fa, ho cercato di
far visita a Kongrosian, all’Ospedale Neuropsichiatrico Franklin
Aimes di San Francisco. Era scomparso. Il personale non è riuscito a
rintracciarlo.»
«Capisco,» disse Janet Raimer. «È molto ammalato. A giudicare
da quanto mi ha detto…»
«Sì,» disse Janet. «È molto ammalato. Ha altre informazioni da
comunicarmi? Se non ne ha, vorrei occuparmi immediatamente di
questa faccenda.»
Lo psicochimico dell’A.G. Chemie non aveva altre informazioni.
Riattaccò, e Janet chiamò su una linea interna. Fece parecchi numeri
corrispondenti ad altrettanti uffici della Casa Bianca, fino a che riuscì
a trovare il suo superiore nominale, Harold Slezak.
«Kongrosian ha lasciato l’ospedale ed è sparito. Dio sa dove può
essere andato. Forse è tornato a Jenner… naturalmente, dovremo
controllare. Francamente, credo che sarebbe meglio chiamare in
causa l’NP. Kongrosian ha un’importanza vitale, per noi.»
«“Vitale”,» fece eco Slezak, arricciando il naso. «Be’, diciamo
piuttosto che ci piace. E preferiremmo non dover fare a meno di lui.
Otterrò l’autorizzazione di Nicole a chiamare in causa la polizia.
Credo che tu abbia valutato esattamente la situazione.»
Senza aggiungere altro, Slezak riattaccò. Janet depose a sua volta
il ricevitore.
Quasi subito, uno dell’NP si precipitò nel suo ufficio, con un
taccuino in mano. Wilder Pembroke (l’aveva incontrato molte volte
quando lui rivestiva cariche meno importanti) sedette davanti a lei e
cominciò a prendere appunti.
«Ho già controllato con il Franklin Aimes,» disse il commissario
dell’NP, guardandola pensieroso. «Sembra che Kongrosian abbia
chiamato telefonicamente il dottor Egon Superb… lei sa chi è:
l’unico psicoanalista praticante che è rimasto. Poi, se ne è andato,
subito dopo. Per quanto le risulta, Kongrosian frequentava Superb?»
«Sì, naturalmente,» disse Janet. «Da un po’ di tempo.»
«Dove pensa che possa essere andato?»
«Be’, se escludiamo Jenner…»
«Non c’è. Abbiamo già mandato qualcuno sul posto.»
«E allora non lo so. Provi a chiederlo a Superb.»
«È quello che stiamo facendo,» disse Pembroke. Janet rise.
«Forse si è fatto seguace di Bertold Goltz.»
Il commissario, per nulla divertito, con il volto piatto e
impenetrabile, ribatté:
«Controlleremo anche questo, naturalmente. E c’è sempre la
possibilità che abbia trovato uno di quei parcheggi-mercato di Loony
Luke, una di quelle giungle d’astronavi che compaiono e scompaiono
durante la notte. Sembra che appariscano sempre nel momento
opportuno e nel posto più adatto. Dio sa come ci riescono… ma è
proprio così. Tra tutte le possibilità…» Pembroke stava parlando
quasi a se stesso; pareva estremamente agitato. «Per quanto mi
riguarda, tra tutte le possibilità, questa è la peggiore.»
«Kongrosian non andrebbe mai su Marte,» disse Janet. «Lassù
non c’è mercato per la sua arte. Non hanno bisogno di pianisti. E
sotto la sua scorza di artista eccentrico, Richard è furbo. Se ne
renderebbe perfettamente conto.»
«Forse ha deciso di rinunciare a suonare,» disse Pembroke. «Per
fare qualcosa di meglio.»
«Chissà che razza di agricoltore potrebbe diventare uno
psicocinetico!»
«Forse,» disse Pembroke, «è precisamente ciò che si chiede
Kongrosian in questo momento.»
«Ma… penso che vorrebbe portare con sé sua moglie e suo figlio,
se se ne andasse.»
«Forse no. Forse è proprio questo il punto. Lei ha visto il
bambino? Suo figlio? Lei sa cos’è la zona di Jenner e che cosa è
successo, non è vero?»
«Sì,» disse lei, a fatica.
«E allora comprende benissimo.»
Tacquero, entrambi.

Ian Duncan si stava sedendo proprio in quell’istante nella comoda


poltrona di pelle di fronte al dottor Egon Superb quando la squadra di
agenti dell’NP fece irruzione nell’ufficio.
«Dovrà rimandare la sua cura a più tardi,» disse il comandante
della squadra NP, un giovane dal mento aguzzo, mentre mostrava
sbrigativamente le credenziali al dottor Superb. «Richard Kongrosian
è sparito dal Franklin Aimes, e stiamo cercando di rintracciarlo. Si è
messo in contatto con lei?»
«Dopo aver lasciato l’ospedale, no,» disse il dottor Superb. «Mi
ha telefonato prima, mentre era ancora…»
«Questo lo sappiamo.» L’agente dell’NP fissò Superb. «Crede
possibile che Kongrosian si sia unito ai Figli di Giobbe?»
«No, affatto,» ribatté immediatamente Superb.
«Sta bene.» L’agente dell’NP prese nota. «Secondo lei, c’è la
possibilità che abbia abbordato l’organizzazione di Loony Luke? Che
sia emigrato, o che stia tentando di emigrare con una di quelle
astronavi?»
Vi fu una lunga pausa. Poi il dottor Superb disse:
«Credo che le possibilità siano fortissime. Quell’uomo ha bisogno
di isolamento… lo cerca continuamente.»
Il comandante della squadra dell’NP chiuse il taccuino, si girò
verso i suoi uomini e disse:
«Basta così. Bisognerà chiudere i parcheggi-mercato.» Poi
annunciò, nel telecomunicatore portatile: «Il dottor Superb ritiene
che possa tentare di emigrare, non che si sia unito ai Figli di Giobbe.
Mi pare che sia il caso di credergli, il dottore mi sembra molto
sicuro. Controllate immediatamente la zona di San Francisco, vedete
un po’ se da quelle parti è comparso un parcheggio-mercato. Grazie.»
Tolse la comunicazione, poi disse al dottor Superb: «La ringraziamo
per il suo aiuto. Se si mettesse in contatto con lei, ci avverta.»
Posò un biglietto sulla scrivania del dottor Superb.
«Non… non trattatelo duramente,» disse Superb. «Se lo troverete.
È veramente molto ammalato.»
L’agente dell’NP lo fissò, sorrise lievemente, poi l’intera squadra
lasciò l’ufficio. La porta si chiuse alle loro spalle. Duncan e Superb
rimasero di nuovo soli.
Con voce strana e rauca, Ian Duncan disse: «Dovrò venire a
consultarla un’altra volta, dottore.» Si alzò in piedi, vacillando un
poco. «Arrivederci.»
«Cos’è successo?» domandò il dottor Superb, alzandosi a sua
volta.
«Devo andare.» Ian Duncan si lanciò verso la porta, riuscì ad
aprirla, scomparve. La parta sbatté.
Strano, pensò il dottor Superb. Quell’uomo — Duncan, no? —
non ha avuto neppure la possibilità di cominciare a discutere con me
del suo problema. Perché la comparsa degli agenti dell’NP lo ha
tanto sconvolto?
Rifletté, ma non riuscì a trovare una risposta. Tornò a sedersi e
suonò perché Amanda Conners facesse entrare il prossimo paziente.
l’anticamera era piena, e gli uomini (e anche molte donne)
guardavano di sottecchi Amanda, seguendo ogni suo movimento.
«Sì, dottore,» risuonò la dolce voce di Amanda, rincuorando un
po’ Superb.

Non appena ebbe lasciato lo studio del medico, Ian Duncan


cominciò a cercare freneticamente un tassì automatico. Al era lì, a
San Francisco. Lo sapeva. Al gli aveva dato una copia del
programma dei movimenti della Giungla Numero Tre. La polizia
avrebbe preso Al. E sarebbe stata la fine di Duncan & Miller, Duo di
Anfora Classica.
Un tassì automatico moderno, elegante, gli gridò: «Posso servirla,
amico?»
«Sì,» rispose Ian Duncan, boccheggiando, e si accinse ad
attraversare la fiumana di traffico per raggiungerlo.
Questo mi offre una possibilità, si disse mentre il tassì automatico
sfrecciava verso la destinazione che lui gli aveva indicato. Ma i
poliziotti arriveranno prima di me. O forse no? La polizia doveva
rastrellare virtualmente l’intera città, un isolato dopo l’altro. Mentre
lui conosceva l’ubicazione esatta della Giungla Numero Tre, e vi si
stava dirigendo. Quindi, forse, aveva una possibilità… una possibilità
piuttosto esigua.
Se ti prendono, Al, pensò, è la fine anche per me. Non posso
continuare da solo. Diventerò un seguace di Goltz, oppure morirò.
Sarà qualcosa di spaventoso, in ogni caso. E non importerà molto ciò
che mi capiterà.
Il tassì automatico correva attraverso la città, diretto verso la
Giungla di Astronavi Numero Tre.
XI

Nat Flieger si chiese, oziosamente, se i chupper avevano una


musica popolare. Nella sua imparzialità, TEME era sempre
interessata a cose del genere.
Ma non era quello il loro compito; davanti a loro sorgeva la casa
di Richard Kongrosian, un edificio di legno a due piani, verde chiaro,
nel cui cortile cresceva incredibilmente, una vecchia palma marrone,
sbrindellata e mal tenuta.
Ma Goltz aveva detto…
«Siamo arrivati,» mormorò Molly.
Il vecchio tassì automatico rallentò, emise un rumore gracidante e
indeciso, poi si disattivò. Si fermò, e vi fu silenzio.
Nat ascoltò il vento che frusciava tra gli alberi, in lontananza,
ascoltò il ritmo fievole della pioggia nebbiosa che cadeva ovunque,
sul tassì e sul fogliame, sulla vecchia, malconcia casa di legno, con il
portico coperto di carta catramata, le numerose finestrelle quadrate…
molte delle quali erano rotte.
Jim Planck accese un corona.
«Nessun segno di vita,» disse.
Era vero. Dunque, evidentemente Goltz aveva detto la verità.
«Secondo me,» disse alla fine Molly, «ci siamo cacciati in una
impresa molto difficile.» Aprì la portiera del tassì automatico e balzò
a terra, un po’ a fatica. Sotto i suoi piedi, il terreno umido sprofondò,
con qualche spruzzo. Molly torse la bocca.
«I chupper,» disse Nat. «Possiamo sempre registrare la musica dei
chupper. Se ne hanno una.»
Scese a sua volta; si fermò accanto a Molly ed entrambi fissarono
la vecchia casa, senza parlare.
Era una scena malinconica: su questo non c’era dubbio. Con le
mani sprofondate nelle tasche, Nat si avviò verso la casa. Si avviò
lungo un sentiero ghiaiato fra vecchi cespugli di camelie e di fucsie.
Alla fine, Molly si decise a seguirlo. Jim Planck, invece, restò a
bordo del tassì.
«Avanti, facciamola finita in fretta e poi andiamocene di qui,»
disse Molly e rabbrividì. Aveva un freddo terribile, nella camicetta e
nei calzoncini di cotone colorato.
Nat la cinse con un braccio.
«E perché?» domandò lei.
«Nessuna ragione particolare. All’improvviso, ho sentito di esserti
affezionato. Mi sentirei affezionato a qualsiasi cosa, in questo
momento… a qualsiasi cosa che non fosse umida e viscida.»
L’abbracciò, per un attimo. «Non ti senti un po’ meglio, così?»
«No,» rispose Molly. «O forse sì, non lo so.» La sua voce aveva
un tono irritato. «Avanti, sali sul portico, per l’amor del cielo, e
bussa!» Si strappò dal suo abbraccio, all’improvviso, lo spinse
avanti.
Nat salì i malfermi gradini di legno, fu sul portico, e suonò il
campanello.
«Mi sento male,» disse Molly. «Perché?»
«È l’umidità.» A Nat sembrava opprimente, insopportabile. Quasi
non riusciva a respirare. Si chiese quali conseguenze avrebbe avuto
quel clima sulla creatura ganimedea del suo registratore: a quella
piaceva l’umidità, e forse lì si sarebbe trovata magnificamente. Forse
l’Ampek F-2a poteva vivere da solo, lì, poteva sopravvivere per un
tempo indefinito, in quella foresta piovosa. Questo ambiente, pensò
Nat, ci è più estraneo di quanto potrebbe esserlo Marte. Era un
pensiero bizzarro. Marte e Tijuana… più vicini di Jenner e Tijuana.
Parlando da un punto di vista ecologico, naturalmente.
La porta si aprì.
Apparve una donna che indossava un abito giallo chiaro; restò lì, a
bloccare l’ingresso, a guardarlo quietamente, con gli occhi castani
sereni ma stranamente vigili.
«La signora Kongrosian?» chiese Nat.
Beth Kongrosian era piuttosto bella. Aveva i capelli castano
chiaro, lunghi, legati all’indietro con un nastro. Dimostrava
all’incirca una trentina danni. Era snella, aveva un bel portamento.
Nat si accorse di osservarla con interesse e rispetto.
«Lei è della casa discografica?» La sua voce era bassa, incolore,
priva di intensità. «Il signor Dondoldo ha telefonato, mi ha avvertito
che stavate per arrivare. È un vero peccato. Potete accomodarvi, se
volete, ma Richard non c’è.» E spalancò la porta. «Richard è
all’ospedale, a San Francisco.»
Cielo, pensò lui. Che lurida jella. Si girò verso Molly, si
scambiarono un’occhiata, in silenzio.
«Prego, accomodatevi,» disse Beth Kongrosian. «Vi preparerò del
caffè, o qualcosa da mangiare, prima che ripartiate. È un viaggio
molto lungo.»
«Va’ ad avvertire Jim,» disse Nat a Molly. «Vorrei prendere in
parola la signora Kongrosian. Gradirei veramente una tazza di caffè.»
Molly girò sui tacchi, ridiscese i gradini.
«Lei ha l’aria stanca,» disse Beth Kongrosian. «È il signor Flieger,
vero? Ho segnato il suo nome; me lo ha dato il signor Dondoldo. So
che Richard sarebbe stato lieto di fare una registrazione per la sua
casa, se fosse stato qui. Ecco perché è un vero peccato.» Lo guidò nel
soggiorno. Era una stanza buia e fredda, piena di mobili di vimini:
ma per lo meno, era asciutta. «Beve qualcosa?» disse la donna. «Le
andrebbe un gin and tonic? Oppure un po’ di Scotch. Vuole uno
Scotch on the rocks?»
«Solo caffè, grazie,» disse Nat. Guardò una fotografia appesa a
una parete: mostrava una scena familiare. Un uomo che faceva
dondolare su un’altalena metallica un bambino. «È suo figlio?»
domandò. Ma la donna se ne era andata.
Guardò meglio. Il bambino della fotografia aveva la mascella dei
chupper.
Dietro di lui, comparvero Molly e Jim Planck. Li chiamò con un
cenno; esaminarono insieme la foto.
«Musica,» disse Nat. «Chissà se hanno una loro musica.»
«Non possono cantare,» disse Molly. «Come potrebbero cantare
se non riescono quasi a parlare?» Si allontanò della fotografia e si
fermò, a braccia conserte. Guardò la palma nel cortile, al di là della
finestra del soggiorno. «Che brutto albero.» Si girò verso Nat. «Non
sembra anche a te?»
«Credo,» disse Nat, «che al mondo ci sia posto per qualsiasi forma
di vita.»
«Sono d’accordo,» disse quietamente Jim Planck.
Beth Kongrosian rientrò nel soggiorno, disse a Molly e a Jim
Planck: «Che cosa preferite? Caffè? Qualcosa da bere? Volete
mangiare qualcosa?»
I due si consultarono.

Nel suo ufficio, nel palazzo dell’amministrazione della Karp u.


Sohnen Werke, Filiale di Detroit, Vince Strikerock ricevette una
telefonata di sua moglie… o meglio dalla sua ex moglie Julie.
Adesso era ritornata Julia Applequist, come quando lui l’aveva
incontrata per la prima volta.
Julie era incantevole, ma preoccupata, disperata.
«Vince,» disse, «quel tuo maledettissimo fratello… è scomparso.»
Lo guardò con gli occhi spalancati, supplichevoli. «Non so che cosa
fare.»
Lui rispose con voce decisa, per calmarla.
«E dov’è andato, Julie?»
«Credo…» Le parole le si strozzarono in gola. «Vince, mi ha
lasciata per emigrare. Mi ha proposto di emigrare e io non ho voluto
saperne; so che adesso partirà… da solo. Era decisissimo. Adesso me
ne rendo conto. Ma non l’avevo preso sul serio, quando ne abbiamo
discusso.» Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Alle spalle di Vince apparve il suo diretto superiore.
«Herr Anton Karp vuole parlarle. Ufficio quattro. Al più presto
possibile.» E guardò severamente lo schermo: aveva capito
benissimo che si trattava di una telefonata personale.
«Julie,» disse impacciato Vince, «devo andare, adesso.»
«Sta bene,» disse lei, annuendo. «Ma fa’ qualcosa per me.
Trovami Chic. Ti dispiace? Non ti chiederò nient’altro, mai più. Te lo
prometto. Ma lui deve tornare.»
Sapevo che non sareste andati avanti, voi due, pensò Vince. E
provò una specie di soddisfazione feroce. Peccato, mia cara, pensò. È
dura, eh? Hai commesso un errore. Lo conosco Chic, e so che le
donne come te lo impietriscono. Tu l’hai spaventato fino a
costringerlo a fuggire, e lui non si fermerà, non si volterà neppure,
adesso che si è messo in moto. Perché il suo è un viaggio di sola
andata.
«Farò tutto quello che posso,» disse, a voce alta.
«Grazie, Vince,» mormorò lei, tra le lagrime. «Anche se non ti
amo più, io…»
«Arrivederci,» disse lui. E riattaccò.
Un attimo dopo, stava salendo in ascensore all’Ufficio Quattro.
Non appena entrò, Anton Karp gli disse: «Herr Strikerock, so che
suo fratello lavora alle dipendenze di una ditta da quattro soldi, una
certa Frauenzimmer Associates. È esatto?» Il viso pesante,
malinconico di Karp era alterato dalla tensione.
«Sì,» disse Vince, lentamente, cautamente. «Ma…»
Esitò. Ovviamente, se Chic emigrava, abbandonava il suo
impiego: non poteva continuare a svolgere il suo lavoro su Marte.
Che diavolo vuole Karp? Era meglio stare sul sicuro, e non dire nulla
che non fosse necessario.
«Però, ehm…»
«Può farla entrare in quella ditta?» domandò Karp. Vince batté le
palpebre.
«V-vuol dire nello stabilimento? Come visitatore? O forse vuol
dire...» Sentiva l’apprensione crescere nel suo intimo, mentre i freddi
occhi azzurri dell’industriale tedesco lo fissavano, penetranti. «Non
riesco a capire, Herr Karp,» mormorò.
«Oggi,» disse Karp, in tono vivace e duro, «il governo ha affidato
il contratto del simulacro a Herr Frauenzimmer. Abbiamo studiato la
situazione e la nostra reazione è dettata dalle circostanze. In
conseguenza di questo ordine, la Frauenzimmer si amplierà; verranno
assunti nuovi dipendenti. Io voglio che lei, attraverso suo fratello,
vada a lavorare per quella ditta, al più presto possibile.
Preferibilmente oggi stesso.»
Vince lo guardò ad occhi sbarrati.
«Che c’è?» chiese Karp.
«Sono… molto sorpreso,» riuscì a dire Vince.
«Non appena Frauenzimmer l’avrà assunto, mi informi
direttamente. Non parli con altri che con me.» Karp camminò avanti
e indietro, sul tappeto del grande ufficio, grattandosi vigorosamente
il naso. «Poi le diremo che cosa dovrà fare. Per il momento non c’è
altro, Herr Strikerock.»
«Avrà importanza quello che farò là?» chiese fiaccamente Vince.
«Voglio dire, avrà importanza quello che dovrà essere il mio lavoro,
in quella ditta?»
«No,» disse Karp.
Vince lasciò l’ufficio. La porta si chiuse immediatamente alle sue
spalle. Restò lì, in mezzo al corridoio, cercando di coordinare i suoi
pensieri disordinati, disorganizzati.
Mio Dio, pensò. Vogliono che io mi metta a sabotare il lavoro
della Frauenzimmer. Lo so. Sabotaggio o spionaggio industriale; una
cosa o l’altra. In ogni caso, qualcosa di illegale, qualcosa che attirerà
l’NP addosso a me… a me, non ai Karp.
E proprio la ditta di mio fratello, si disse.
Si sentiva intrappolato, impotente. Potevano fargli fare tutto ciò
che volevano. Bastava che i Karp alzassero un dito…
E io cederò, si disse.
Ritornò in ufficio, sedette tremante alla scrivania, dopo aver
chiuso la porta. Accese un sigaro di surrogato di tabacco, e continuò
a riflettere. Si accorse di avere le mani intorpidite.
Devo andarmene di qui, decise. Non voglio diventare un
meschino, piccolo sicario della Karp Werke… questo mi
ucciderebbe. Spense il sigaro. E dove posso andare? si chiese. Dove?
Ho bisogno di aiuto. E chi può darmelo?
C’era quel dottore. Quello psichiatra che lui e Chic avevano
deciso di consultare.
Sollevò il ricevitore e chiamò la centralinista della Karp.
«Mi chiami il dottor Egon Superb,» le disse. «L’unico
psicoanalista che è rimasto.»
Poi rimase seduto dietro la scrivania, avvilito, con il ricevitore
appoggiato all’orecchio. E attese.

Ho troppe cose da fare, pensò Nicole Thibodeaux. Sto tentando di


condurre negoziati delicati e complessi con Hermann Goering, ho
dato istruzioni a Garth McRae perché affidi il contratto per il nuovo
der Alte a una piccola ditta e non alla Karp, devo decidere cosa fare
se mai verrà rintracciato Richard Kongrosian, c’è la Legge
McPhearson e quell’ultimo psicoanalista, il dottor Superb, e adesso
c’è anche questo.
La decisione precipitosa dell’NP (presa senza neppure cercare di
consultarmi, senza avvertirmi in anticipo) di piombare sui parcheggi-
mercati di Loony Luke.
Studiò irrequieta l’ordine della polizia che era stato diffuso a tutte
le unità dell’NP in tutti gli USEA. È contro il nostro interesse, stabilì.
Non posso permettermi di attaccare Luke perché non riuscirò a
prenderlo.
E poi… faremo la figura di una società totalitaria. Una società che
continua a esistere soltanto reggendosi su enormi organizzazioni
militari e poliziesche.
Nicole alzò lo sguardo verso Wilder Pembroke.
«Non avete ancora trovato quel parcheggio-mercato?» domandò.
«Quello di San Francisco, dove lei immagina — immagina soltanto
— che si trovi Richard?»
«No. Non lo abbiamo ancora trovato.» Pembroke si asciugò
nervosamente la fronte. Era evidente che subiva una fortissima
tensione. «Se ne avessimo avuto il tempo, naturalmente mi sarei
consultato con lei. Ma se quello riesce a partire per Marte…»
«Meglio perdere Richard, che fare una mossa avventata e
prematura nei confronti di Luke!» Nicole provava un grande rispetto
per Luke. Lo conosceva da molto tempo, conosceva bene la sua
attività. Lo aveva visto sfuggire senza difficoltà alle polizie cittadine.
«Ho un rapporto molto interessante dalla Karp Werke.» Ora
Pembroke stava cercando disperatamente di cambiare argomento.
«Hanno deciso di penetrare nell’organizzazione Frauenzimmer
per…»
«Ce ne occuperemo più tardi.» Nicole fece una smorfia. «Lei sa
benissimo di aver commesso uno sbaglio. In fondo, a me piacciono
queste giungle di astronavi. Sono divertenti. Ma lei, naturalmente,
non riesce a capirlo. Ha una mentalità da poliziotto, lei. Chiami
l’unità di San Francisco e dia ordine di sgomberare il parcheggio-
mercato, se lo avessero trovato. Li richiami e si dimentichi di questa
faccenda. Quando arriverà il momento di agire contro Luke, sarò io
a dirglielo.»
«Ma Harold Slezak era d’accordo…»
«Slezak non è autorizzato a stabilire una politica. Mi meraviglio
che lei non abbia chiesto addirittura l’approvazione di Rudi
Kalbfleisch! Sarebbe stato degno di voi dell’NP. Lei non mi va a
genio… davvero. Mi sembra un insipiente.» Lo fissò fino a che
l’uomo non sembrò rattrappirsi sotto il suo sguardo. «Ebbene?»
chiese. «Dica qualcosa.»
Pembroke ribatté, dignitosamente:
«Non hanno trovato il parcheggio-mercato, quindi non è successo
nulla di male.» E attivò il suo telecomunicatore. «Lasciate perdere i
parcheggi-mercati,» disse. In quel momento non aveva l’aria molto
imponente. Sudava. «Lasciate perdere questa maledetta faccenda. Sì,
esatto.» Spense il telecomunicatore e alzò la testa, per affrontare
Nicole.
«Dovrei destituirla,» disse Nicole.
«C’è altro, signora Thibodeaux?» La voce di Pembroke era rigida,
legnosa.
«No. Sparisca.»
Pembroke se ne andò, a passi rigidi e misurati.
Nicole consultò l’orologio e vide che erano le otto. Che cosa
avevano in programma per quella sera?
Fra poco sarebbe apparsa in televisione per un’altra Visita alla
Casa Bianca, la settantacinquesima dell’anno. Janet aveva preparato
qualcosa, e in questo caso, Slezak era riuscito a organizzare tutto in
modo adeguato?
Probabilmente no.
Si recò nell’ufficio ordinatissimo di Janet Raimer. «Hai qualcosa
di spettacoloso in programma?» le domandò.
Janet sfogliò gli appunti, in fretta. Poi corrugò la fronte e rispose:
«Un numero veramente sbalorditivo, secondo me… un numero di
anfore. Classiche. Duncan & Miller. Li ho sentiti all’Abramo Lincoln
e sono veramente fantastici.» E sorrise, speranzosamente.
Nicole gemette.
«Sono veramente straordinari.» La voce di Janet era divenuta
insistente. «È un autentico divertimento. Vorrei proprio che lo
sentissi. È in programma per questa sera, o per domani. Non so con
certezza quale data abbia fissato Slezak.»
«Le anfore!» disse Nicole. «Siamo passati da Richard Kongrosian
alle anfore! Comincio a credere che tanto varrebbe dare partita vinta
a Bertold Goltz. E comincio a pensare che per lo meno, nell’Era della
Barbarie avevano una Kirsten Flagstad!»
«Forse le cose andranno meglio quando entrerà in carica il
prossimo der Alte,» disse Janet.
Nicole la fissò.
«E come fai a saperlo?» domandò.
«Tutti ne parlano, qui alla Casa Bianca. Comunque,» fece Janet,
piccata, «io sono G.»
«Meraviglioso,» disse Nicole, sarcastica. «Allora devi proprio
vivere un’esistenza meravigliosa.»
«Posso chiederti come sarà il nuovo der Alte?»
«Vecchio,» disse Nicole. Vecchio e stanco, pensò fra sé. Un
individuo esausto, impettito e formale, pieno di discorsi moralizzanti;
un vero leader capace di incutere l’obbedienza nelle masse B. Capace
di mandare avanti ancora per un po’ questo sistema scricchiolante. E,
secondo i tecnici del von Lessinger, sarà l’ultimo der Alte. Molto
probabilmente, almeno. E non sanno con certezza perché. Sembra
che ci resti una possibilità, ma è molto ridotta. Il tempo e le forze
dialettiche della storia, sono dalla parte di… dalla parte del peggiore.
Di quel volgare individuo, Bertold Goltz.
Comunque, il futuro non era fissato, e c’era sempre posto per
l’inaspettato, per l’improbabile; chiunque avesse mai maneggiato un
apparecchio von Lessinger lo sapeva… il viaggio nel tempo era
tuttora un’arte, non una scienza esatta.
«E si chiamerà,» disse Nicole, «Dieter Hogben.»
Janet ridacchiò.
«Oh, no, no! Dieter Hogben… o forse è Hogbein? Che cosa stai
cercando di fare?»
«Sarà un tipo molto dignitoso,» disse impettita Nicole.
Udì un rumore inatteso, alle sue spalle. Si voltò e si trovò di fronte
Wilder Pembroke, il capo dell’NP. Aveva l’aria agitata ma
soddisfatta.
«Signora Thibodeaux, abbiamo preso Richard Kongrosian. Come
aveva predetto il dottor Superb, era in una giungla di astronavi e si
preparava a partire per Marte. Dobbiamo portarlo alla Casa Bianca?
La squadra di San Francisco attende istruzioni. Sono ancora nel
parcheggio-mercato.»
«Ci andrò io,» decise Nicole, d’impulso. E gli chiederò, si disse,
di rinunciare all’idea di emigrare. Volontariamente. So come posso
persuaderlo… non sarà necessario fare ricorso alla forza bruta.
«Sostiene di essere invisibile,» disse Pembroke, mentre seguiva
Nicole per i corridoi della Casa Bianca, verso l’eliporto sistemato sul
tetto. «Comunque, i miei uomini dicono che è perfettamente visibile,
per loro.»
«Un’altra delle sue illusioni,» disse Nicole «Dovremmo essere in
grado di mettere a posto tutto, comunque. Gli dirò che è visibile, e
basterà.»
«E l’odore…»
«Oh, all’inferno,» disse Nicole. «Sono stanca dei suoi malanni.
Sono stanca di vederlo crogiolarsi nelle sue ossessioni ipocondriache.
Ho intenzione di esercitare su di lui la pressione di tutto il potere e la
maestà e l’autorità dello stato, di dirgli, a bruciapelo, che dovrà
rinunciare a tutte le sue malattie immaginarie.»
«Chissà come reagirà,» mormorò Pembroke.
«Positivamente, certo,» disse Nicole. «Non avrà altra scelta.
Questo è il fatto. Non ho intenzione di chiederglielo. Ho intenzioni di
dirglielo, e basta.»
Pembroke le lanciò un’occhiata obliqua.
«Abbiamo tollerato anche troppo a lungo questo stato di cose,»
scattò Nicole. «Odore o no, invisibilità o no, Kongrosian è un
dipendente della Casa Bianca. E deve presentarsi in orario, per
suonare o per fare ciò che deve fare. Non può squagliarsela per
rifugiarsi su Marte o al Franklin Aimes o a Jenner o altrove!»
«Sì, signora,» disse Pembroke, tutto preso nei suoi pensieri
involuti.

Quando Ian Duncan arrivò alla Giungla delle Astronavi Numero


Tre, nel centro di San Francisco, si accorse che era già troppo tardi
per avvertire Al.
L’NP era già arrivata. Vide le macchine della polizia, e gli agenti
della National Police, nelle loro uniformi grige, che brillavano nel
parcheggio-mercato.
«Fammi scendere qui,» ordinò al tassì automatico. Era a un isolato
dal parcheggio. Abbastanza vicino.
Pagò il tassì e lo rimandò. Poi si avviò cautamente, a piedi. Un
gruppetto di passanti incuriositi, che non avevano altro da fare, si era
raccolto in quel punto. Duncan si mescolò a loro, guardando gli
uomini dell’NP, e fingendo di non sapere quale fosse il motivo della
loro presenza.
«Cosa succede?» gli chiese un uomo. «Pensavo che non avessero
davvero l’intenzione di chiudere le giungle delle astronavi, per il
momento. Pensavo…»
«Deve essere un cambiamento di polgo,» disse la donna che stava
alla sinistra di Ian.
«Polgo?» fece eco l’uomo, perplesso.
«Un termine G,» disse altezzosa la donna. «Vuol dire politica
governativa.»
«Oh,» fece l’uomo. E annuì, sottomesso.
«Adesso lei conosce un termine G,» gli disse Ian.
«Proprio.» L’uomo si impettì. «Davvero.»
«Anch’io conoscevo un termine G, una volta,» disse Ian. In quel
momento riuscì a scorgere Al, nell’ufficio, seduto di fronte a due
agenti dell’NP.
E c’era un altro uomo, con Al; anzi, altri due. Uno, stabilì Ian, era
Richard Kongrosian. L’altro… lo riconobbe. Era un inquilino
dell’Abramo Lincoln, il signor Chic Strikerock, che abitava
all’ultimo piano. Ian lo aveva visto parecchie volte alle riunioni e
nella cafeteria. Suo fratello Vince era il controllore dei documenti
d’identità, in quel periodo.
«Il termine che conoscevo io,» mormorò, «era tuttuto.»
«E cosa significa tuttuto?» domandò l’uomo.
«Tutto è perduto,» rispose Ian.
Quel termine definiva perfettamente la situazione. Era chiaro: Al
era in arresto, anzi lo erano anche Kongrosian e Strikerock, ma di
quelli a Ian non importava affatto… Stava pensando a Duncan &
Miller, Anfore Classiche; al futuro che si era schiuso davanti a loro
quando Al aveva deciso di riprendere a suonare; il futuro che adesso
si chiudeva definitivamente in faccia a loro. Avrei dovuto
aspettarmelo, si disse Ian. Poco prima che entriamo alla Casa Bianca,
l’NP interviene e arresta Al, e mette fine a tutto. È la sfortuna che mi
ha perseguitato per tutta la vita.
Se hanno preso Al, decise, tanto varrebbe che avessero preso
addirittura anche me.
Facendosi largo nel gruppo dei curiosi, Ian entrò nel parcheggio-
mercato, si avvicinò a un agente dell’NP.
«Se ne vada,» disse l’agente, facendogli un cenno.
«Mi arresti,» rispose Ian. «Ci sono dentro anch’io.»
L’agente lo squadrò, severo.
«Le ho detto di andarsene.»
Ian Duncan gli sferrò un calcio all’inguine. l’agente bestemmiò, si
frugò nella giacca, impugnò la pistola.
«Maledizione, è in arresto!» Era diventato verde.
«Cosa succede?» domandò un altro NP, di grado più elevato,
avvicinandosi.
«Questo delinquente mi ha dato un calcio all’inguine,» disse
l’agente, tenendo la pistola puntata contro Ian Duncan e cercando di
nascondere la propria sofferenza.
«Lei è in arresto,» disse l’altro NP, quello di grado più alto,
rivolgendosi a Ian.
«Lo so,» dispose Ian, con un cenno del capo. «È quello che
volevo. Ma alla fine la tirannia cadrà.»
«Quale tirannia, delinquente?» disse il secondo NP. «È evidente
che sta dando i numeri, lei. Ma si raffredderà, quando sarà finito in
prigione.».
Dall’ufficio al centro del parcheggio-mercato uscì Al: si avvicinò,
malinconicamente.
«E tu che cosa fai, qui?» chiese a Ian. Non sembrava affatto
contento di vederlo.
«Voglio stare con te e con Kongrosian e con Chic Strikerock,»
rispose Ian. «Non voglio restare solo. Ormai, non è mi è rimasto più
niente, al mondo.»
Al aprì la bocca, fece per dire qualcosa.
In quel preciso momento una nave governativa, un veicolo
lucente, giallo e argento, apparve nel cielo e cominciò le manovre per
l’atterraggio, con un baccano tremendo. Gli uomini dell’NP si
affrettarono ad allontanare tutti i presenti. Ian fu spinto via, insieme
ad Al, in un angolo del parcheggio, sotto la cupa sorveglianza del
primo agente dell’NP, che si era buscato il calcio all’inguine.
L’astronave atterrò, e ne scese una giovane donna.
Era Nicole Thibodeaux. Ed era bellissima… snella e bellissima.
Luke si era ingannato, o aveva mentito. Ian la guardò a bocca aperta.
Al suo fianco, Al emise un grugnito di sorpresa e disse, sottovoce:
«Cosa? Che mi venga un colpo! Che cosa ci fa qui, lei?»
Accompagnata da un NP di rango evidentemente altissimo, Nicole
attraversò il parcheggio, diretta verso l’ufficio. Salì in fretta i gradini,
entrò e si avvicino a Richard Kongrosian.
«È lui, che le interessa,» disse Al sottovoce a Ian Duncan. «Il
pianista. Ecco perché è successo tutto questo.» Si tolse dalla tasca
una pipa algerina e una borsa di tabacco Sail. «Posso fumare?»
chiese all’agente dell’NP.
«No,» rispose quello.
Al rimise in tasca la pipa e il tabacco.
«Pensa,» disse, in tono perplesso, «lei che viene qui, alla Giungla
delle Astronavi Numero Tre… non me lo sarei mai immaginato.»
Poi afferrò improvvisamente Ian per le spalle, stringendo con
violenza.
«Andrò da lei e mi presenterò,» decise.
Prima che l’agente dell’NP potesse dire qualcosa, Al si avviò, al
trotto. Avanzò tra le astronavi e in un secondo era già scomparso.
L’agente bestemmiò, impotente, urtò Ian con la pistola.
Un attimo dopo Al ricomparve, sulla porta del piccolo edificio nel
quale Nicole stava parlando con Richard Kongrosian.
Al aprì la porta ed entrò.

Quando Al aprì la porta dell’ufficio, Richard Kongrosian stava


dicendo:
«Ma non posso suonare per te. Puzzo troppo! Mi sei troppo
vicina… ti prego, Nicole, cara, stai indietro, per amor del cielo!»
Kongrosian si scostò da Nicole, alzò lo sguardo e vide Al; in tono
supplichevole gli disse: «Ma perché ha perduto tanto tempo a
mostrarci come si manovra quell’astronave? Perché non potevamo
partire immediatamente?»
«Mi dispiace,» disse Al. Poi, rivolto a Nicole: «Sono Al Miller.
Sono il gerente di questo parcheggio-mercato.» E le tese la mano. Lei
ignorò quel gesto, ma lo guardò in faccia. «Signora Thibodeaux,»
proseguì Al, «lasci andare quest’uomo. Non lo fermi. Ha il diritto di
emigrare, se vuole. Non trasformi gli esseri umani in altrettanti
schiavi.»
Non riuscì a trovare altro da dire: lo disse, poi tacque. Si sentiva il
cuore stranamente affaticato. Luke si era sbagliato, e come! Era
bella, bella quanto era possibile immaginare: ora che la vedeva
bene… ecco, era la conferma di tutto ciò che aveva intravisto quella
volta, in distanza.
«Non è affar suo,» gli rispose Nicole.
«È affar mio, invece,» ribatté Al. «E in un senso letterale.
Quest’uomo è un mio cliente.»
In quel momento, Chic Strikerock ritrovò la voce.
«Signora Thibodeaux, è un onore, un onore incredibile, essere…»
La voce gli tremò. Deglutì a vuoto, tremando. E non riuscì a
continuare. Indietreggiò da lei, gelato, in silenzio, come se fosse stato
disattivato. Al provò una sensazione di disgusto.
«Sono malato,» si lagnò Kongrosian.
«Porti Richard con noi,» disse Nicole all’alto funzionario dell’NP
che le stava accanto. «Ritorniamo alla Casa Bianca.» Poi si rivolse ad
Al. «Il suo parcheggio-mercato può restare aperto. Non ci interessa
l’organizzazione di cui fa parte. Un’altra volta, forse…» Lo scrutò,
senza malizia, e, come aveva detto, senza interesse.
«Si tolga di mezzo,» disse il funzionario dell’NP ad Al. «Noi ce ne
andiamo.» Gli passò davanti, tenendo Kongrosian per un braccio,
con un’espressione dura e decisa.
Nicole li seguì, a una distanza di qualche passo, le mani affondate
nelle tasche della pelliccia di leopardo. Sembrava pensierosa,
taciturna. Chiusa nei suoi pensieri spiacevoli.
«Sono malato,» mormorò ancora una volta Kongrosian.
Al si rivolse a Nicole: «Posso avere un suo autografo?» Fu un
impulso, un capriccio del suo subcosciente. Assurdo e rutile.
«Che cosa?» Lei lo guardò, sbalordita. Poi mostrò i denti candidi e
regolari in una risata. «Mio Dio!» disse. Uscì dall’ufficio, seguendo
il funzionario dell’NP e Richard Kongrosian, Al restò solo con Chic
Strikerock, il quale stava ancora cercando le parole per tentare di
esprimersi.
«A quanto pare, non mi ha concesso l’autografo,» disse Al a
Strikerock.
«Cosa… cosa ne pensa di Nicole?» barbette Strikerock.
«È incantevole,» rispose Al.
«Sì,» disse Strikerock. «È incredibile. Non avrei mai immaginato
di vederla davvero, sa, di vederla in carne e ossa. È una specie di
miracolo, non le pare?»
Andò alla finestra per seguire con lo sguardo Nicole, mentre si
dirigeva verso la nave, insieme al pezzo grosso dell’NP e a
Kongrosian.
«Sarebbe maledettamente facile,» disse Al, «innamorarsi di quella
donna.» Anche lui seguì con lo sguardo la sua partenza. Lo fecero
tutti, compresi gli uomini dell’NP. Fin troppo facile, pensò. E… lui
l’avrebbe rivista. Lui e Ian avrebbero suonato le anfore davanti a lei.
Era cambiato qualcosa? No. Nicole aveva detto esplicitamente che
nessuno era in arresto; aveva revocato gli ordini della NP. Lui era
liberissimo di tenere aperto il parcheggio-mercato, gli NP se ne
sarebbero andati.
Al accese la pipa.
Ian Duncan lo raggiunse.
«Ebbene, Al, Nicole ti è costata la vendita di una astronave.» Per
ordine della Prima Signora, l’NP l’aveva lasciato andare. Era libero
anche lui.
«La prenderà il signor Strikerock,» disse Al. «Non è vero, signor
Strikerock?»
Ci fu una pausa. Poi Chic Strikerock disse:
«No. Ho cambiato idea.»
«Il potere di quella donna…» disse Al. Imprecò, con forza,
esplicitamente. Scatologicamente.
«Comunque grazie,» disse Chic Strikerock. «Forse verrò un’altra
volta, per quella faccenda.»
«Lei è uno sciocco,» disse Al, «se lascia che quella donna
l’impaurisca al punto di impedirle di emigrare.»
«Forse è vero,» convenne Chic, con un cenno del capo.
Era inutile cercare di ragionare con lui. Al lo capiva benissimo. E
lo capiva anche Ian. Nicole aveva operato un’altra conversione, e non
era neppure lì per godere della sua vittoria: anzi, non le interessava
neppure.
«Torna al suo lavoro, eh?» disse Al.
«Esatto.» Strikerock annuì. «Ritorno al solito lavoro.»
«Non ce la farà mai più a ritornare qui,» disse Al. «Questa è
indiscutibilmente l’ultima occasione che le si offre per liberarsi di
tutto questo.»
«Forse sì,» disse Chic Strikerock, annuendo, imbronciato. Ma non
si scompose.
«Buona fortuna,» disse Al, in tono mordente. E gli strinse la
mano.
«Grazie,» rispose Chic Strikerock, senza neppure l’ombra di un
sorriso.
«Perché?» gli chiese Al. «Saprebbe spiegarmi perché quella
donna ha potuto esercitare una simile influenza su di lei?»
«No, non saprei spiegarlo,» rispose Strikerock. «È soltanto una
sensazione. Non sono capace di pensarci sopra. Non è una situazione
logica.»
Ian Duncan si rivolse ad Al: «E anche tu provi la stessa
sensazione. Ti ho tenuto d’occhio, sai. Ho visto l’espressione della
tua faccia.»
«E sta bene!» scattò Al, irritato. «E con questo?» Si allontanò
dagli altri due e se ne stette in disparte, fumando la pipa e guardando,
dalla finestra del suo ufficio, le astronavi allineate là fuori.

Chissà se Maury mi riassumerà, si chiese Chic Strikerock. Forse è


troppo tardi. Forse sono stato troppo bravo a bruciare i ponti dietro di
me.
Si fermò in una cabina pubblica e fece il numero di Maury
Frauenzimmer, alla fabbrica. Con un respiro tremulo e profondo,
restò ad attendere, con il ricevitore appoggiato contro l’orecchio.
«Chic!» urlò Maury Frauenzimmer, non appena apparve la sua
immagine. Era raggiante, espansivo; sembrava persino più giovane,
acceso da una gioia radiosa e trionfale che Chic non aveva mai scorto
sul suo viso. «Ragazzo mio, sono così contento che tu mi abbia
chiamato, finalmente! Torna qui subito, e…»
«Che cosa è successo?» domandò Chic. «Che cosa sta bollendo in
pentola, Maury?»
«Non posso dirtelo. Abbiamo ricevuto un grosso ordine, è tutto
quello che posso dirti per telefono. Sto assumendo gente a destra e a
manca. Ho bisogno che tu ritorni. Ho bisogno di tutti. Chic, è ciò che
abbiamo aspettato per tutti questi stramaledetti anni.» Maury
sembrava sul punto di scoppiare in lacrime. «Fra quanto tempo puoi
essere qui?»
Sbalordito, Chic rispose: «Fra pochissimo, credo.»
«Un’altra cosa,» disse Maury. «È venuto qui tuo fratello Vince.
Cercava di te. Vuole un posto. La Karp l’ha licenziato, o lui si è
dimesso o qualche cosa del genere… comunque, ti sta cercando
dappertutto. Vuole venire a lavorare qui, insieme a te, E gli ho
risposto che se tu lo avessi raccomandato…»
«Oh, sicuro,» fece distrattamente Chic. «Vince è un tecnico ersatz
di prima classe. Senti, Maury, che razza di ordine è mai quello che
hai ricevuto?»
Un’espressione riservata apparve sul viso di Maury.
«Te lo dirò non appena verrai qui. Non mi hai capito? Perciò,
sbrigati!»
«Stavo per emigrare,» disse Chic.
«Emigrare, puah, emigrare! Adesso non ne hai più bisogno. Siamo
sistemati a vita, puoi credermi sulla parola… tu, io, tuo fratello, tutti
quanti! Ci vediamo.» Maury interruppe bruscamente la
comunicazione. Lo schermo si spense.
Deve trattarsi di un contratto governativo, si disse Chic. E, di
qualsiasi cosa si tratti, è stata la Karp a perderlo. Ecco perché Vince è
rimasto senza lavoro. Ed ecco perché Vince vuole lavorare per
Maury. Perché lui sa.
Adesso siamo una ditta G, si disse Chic, esultante. Finalmente,
finalmente ce l’abbiamo fatta!
Dio sia ringraziato, pensò, perché non sono emigrato. Mi sono
tirato indietro proprio all’ultimo momento, appena in tempo.
Finalmente la fortuna è dalla mia parte, pensò.
Senza dubbio, quello era il giorno migliore, il giorno più decisivo
della sua vita. Un giorno che non avrebbe più dimenticato, per tutto il
resto della sua esistenza. Come Maury Frauenzimmer, si sentì
all’improvviso completamente, assolutamente felice.
Più tardi, avrebbe ripensato a quel giorno…
Ma in quel momento non lo sapeva.
In fin dei conti, non aveva accesso all’apparecchio di von
Lessinger…
XII

Chic Strikerock si appoggiò alla spalliera della sedia e disse, in


tono espansivo:
«Non so proprio, Vince. Forse potrò trovarti un posto da Maury,
forse no.» La situazione lo divertiva moltissimo.
Erano in macchina insieme, lui e Vince, sull’autobahn, diretti
verso la Frauenzimmer Associates. Il loro veicolo, privato ma
controllato dalla centrale, procedeva a tutta velocità, guidato in modo
esperto. Non avevano nulla di cui preoccuparsi, per quanto
riguardava il traffico: restava loro tutto il tempo per pensieri molto
più importanti.
«Ma state assumendo gente a destra e a sinistra,» gli fece
osservare Vince.
«Sì, ma non sono io, il padrone,» disse Chic.
«Fa’ quello che puoi,» disse Vince. «D’accordo? Te ne sarei
infinitamente grato. Dopotutto, la Karp andrà in rovina, ormai. È
evidente.» Aveva un’espressione avvilita, miserabile, che Chic non
aveva mai visto, prima. «Naturalmente, qualsiasi cosa tu dica, per me
va benissimo,» mormorò. «Non voglio che tu finisca per avere fastidi
per causa mia.»
Chic rifletté.
«Credo che potremmo sistemare anche quella faccenda di Julie,»
disse. «Mi sembra venuto il momento.»
Suo fratello alzò la testa di scatto. Lo fissò, ad occhi sbarrati, con
il viso alterato.
«Che cosa intendi dire?»
«Diciamo che è una specie di patto,» ribatté Chic.
Dopo una lunga pausa, Vince disse, rigido: «Capisco.»
«Perché non posso tenerla con me, per un po’?» disse Chic.
«Ma…» Vince rabbrividì. «Voglio dire, eri stato proprio tu a
dirmi…»
«Al massimo ho detto che mi rende nervoso. Ma adesso mi sento
molto più sicuro, dal punto di vista psicologico. In fin dei conti, ero
sull’orlo del licenziamento. Ma tutto è cambiato. Faccio parte di una
società in ascesa, in espansione. E questo lo sappiamo bene, tutti e
due. Ormai sono arrivato, e questo è di una importanza estrema.
Adesso credo di essere in grado di maneggiare Julie nel modo più
appropriato. E poi, dovrei avere una moglie. Serve, sai, per
migliorare la posizione sociale.»
«Vorresti… vorresti dire che hai intenzione di sposarla…
regolarmente?»
Chic annuì.
«Sta bene,» disse Vince, dopo un po’. «Tienila. Francamente, non
me ne importa un accidente. Sono affari tuoi. Purché mi faccia
entrare nella ditta di Maury Frauenzimmer. Questo è la sola cosa che
mi importa.»
Strano, pensò Chic. Non aveva mai saputo che suo fratello fosse
così interessato alla propria carriera, con l’esclusione di qualsiasi
altra considerazione. Ne prese mentalmente nota. Forse significava
qualcosa.
«Posso offrire molto a Frauenzimmer,» disse Vince. «Per esempio,
si dà il caso che io sappia il nome del nuovo der Alte. Ho raccolto
qualche informazione alla Karp, prima di andarmene. Ti interessa
saperlo?»
«Che cosa?» disse Chic. «Il nuovo che cosa?»
«Il nuovo der Alte. O non hai ancora capito che il tuo principale
ha soffiato alla Karp proprio quel contratto?»
Chic alzò le spalle.
«Certo che lo so. Stavo soltanto pensando ad altro.» Ma le
orecchie gli ronzavano per il trauma improvviso. «Ascolta,» riuscì a
dire. «Non mi importa un accidente se si chiamerà Adolfo Hitler o
van Beethoven.»
Der Alte. Dunque era un simulacro. Faceva bene, saperlo. Quel
mondo, la Terra, era un posto meraviglioso, per viverci, finalmente. E
lui aveva intenzione di sfruttare fino in fondo la situazione. Adesso
che era veramente un G.
«Si chiamerà Dieter Hogben,» disse Vince.
«Sono certo che Maury lo sa benissimo,» disse Chic, in tono
noncurante. Ma nel suo intimo era ancora sconvolto. Completamente.
Suo fratello si piegò, accese la radio della macchina.
«Hanno già dato qualche notizia in proposito.»
«Non credo che la diano così presto,» obiettò Chic.
«Zitto!» Suo fratello alzò il volume. Captò un notiziario. Quindi
tutti, negli USEA, lo stavano ascoltando, in quel momento. Chic si
sentì lievemente deluso.
«… un leggero attacco cardiaco, di cui i medici hanno dato
notizia, si è verificato verso le tre di questa mattina, e ha dato origine
al diffuso timore che Herr Kalbfleisch possa morire prima della
scadenza del suo mandato. Le condizioni del cuore di der Alte e del
suo sistema circolatorio sono oggetto di numerose ipotesi, e questo
inatteso attacco cardiaco si è verificato proprio nel momento in
cui…» La radio continuò la sua cantilena. Vince e Chic si
scambiarono un’occhiata; poi, all’improvviso, scoppiarono a ridere.
Una risata saputa, di intima complicità.
«Non durerà a lungo,» disse Chic. Il vecchio stava per andarsene.
Era stato fatto il primo di una serie di annunci pubblici. Il
processo seguiva un corso regolare, facilmente prevedibile. All’inizio
un leggero, iniziale attacco cardiaco, che in un primo momento
poteva essere scambiato per indigestione. Sarebbe stato un colpo per
tutti, ma nello stesso tempo li preparava, li abituava all’idea. Era
necessario lavorarsi i B in quel modo: era una tradizione. E
funzionava tranquillamente, con efficienza. Come era sempre
successo tutte le altre volte.
È tutto sistemato, si disse Chic. L’eliminazione di der Alte,
l’assegnazione di Julie, la ditta per la quale io e mio fratello stiamo
lavorando… non vi sono questioni aperte, fastidiose, non concluse.
Eppure…
E se lui fosse emigrato? Dove sarebbe stato, in quel momento?
Che cosa sarebbe stata la sua vita? Lui e Richard Kongrosian…
coloni in un mondo lontano. Ma era inutile pensarci, ormai poiché
aveva rifiutato quella soluzione. Non era emigrato; ormai il momento
della scelta era passato. Accantonò quel pensiero e tornò ad occuparsi
delle questioni più attuali.
«Troverai molte differenze, nel lavorare per una piccola ditta,»
disse a Vince, «invece che per un monopolio. L’anonimità, la
burocrazia impersonale…»
«Zitto!» l’interruppe Vince. «Ecco un altro bollettino.» E tornò ad
alzare il volume della radio.
«… funzioni, a causa della sua malattia, sono state assunte dal
Vicepresidente, ed è stato fatto capire che fra breve verranno
annunciate speciali elezioni. Nel frattempo, le condizioni del dottor
Rudi Kalbfleisch…»
«A quanto pare, non ci lasceranno molto tempo,» disse Vince,
corrugando innervosito la fronte e mordendosi il labbro inferiore.
«Possiamo farcela,» disse Chic. Non era preoccupato. Maury
avrebbe trovato il modo di risolvere tutto. Il suo principale l’avrebbe
spuntata, ora che gli era stata offerta la grande possibilità.
Non era più possibile fallire, adesso che il colpo di fortuna era
arrivato; non era più possibile. Per nessuno di loro. Dio, guai se
avesse cominciato a pensarci! Ne avrebbe fatto una vera e propria
malattia!

Seduto nella grande poltrona azzurra, il Reichsmarschall meditava


sulle proposte di Nicole.
Nicole sorseggiava del té freddo e attendeva in silenzio, seduta
nella poltrona Direttorio, autentica, in fondo alla Sala del Loto della
Casa Bianca.
«Ciò che lei chiede,» disse alla fine Goering, «è addirittura il
ripudio, da parte nostra, dei giuramenti di fedeltà ad Adolfo Hitler.
Forse lei non comprende il Führer Prinzip, il Principio del Capo?
Forse riuscirò a spiegarglielo. Per esempio, provi a immaginare una
nave in cui…»
«Non voglio una spiegazione,» insorse Nicole. «Voglio una
decisione. O forse lei non può decidere? Ha perduto questa
capacità?»
«Ma se facessimo ciò che ci chiede,» ribatté Goering, «non
saremmo migliori dei congiurati dell’attentato di luglio. Infatti, anche
noi dovremmo fare esplodere una bomba, esattamente come hanno
fatto o come faranno quelli… a seconda dei punti di vista.» Si passò
una mano sulla fronte, fiaccamente. «È singolarmente difficile, per
me. Perché c’è tanta urgenza?»
«Perché io voglio sistemare questa faccenda,» disse Nicole.
Goering sospirò.
«Sa, il nostro errore più grave, nella Germania nazista, è stato il
non avere incanalato adeguatamente le qualità potenziali delle donne.
Le abbiamo relegate in cucina e in camera da letto. Non le abbiamo
veramente utilizzate nello sforzo bellico, nell’amministrazione, nella
produzione o nell’apparato del Partito. Ora che osservo lei, posso
capire che abbiamo commesso un errore veramente spaventoso.»
«Se lei non avrà preso una decisione entro sei ore,» disse Nicole,
«la farò ricondurre dai tecnici del von Lessinger nell’Era della
Barbarie e tutti gli accordi che avremmo potuto concludere…» Fece
un gesto rapido, tagliente, che Goering osservò con apprensione.
«Tutto finito.»
«Ma io non ho l’autorità…» comincio Goering.
«Mi ascolti,» Nicole si tese verso di lui. «È meglio che lei decida.
Che cosa ha pensato, quali sensazioni le sono passate per la mente,
quando ha visto quel grosso cadavere sfigurato in quella cella di
Norimberga? Può scegliere: quello, o assumersi l’autorità di
negoziare con me.» Si appoggiò alla spalliera della poltrona e riprese
a sorseggiare il suo té.
«Io…» disse Goering con voce rauca, «ci penserò sopra. Nelle
prossime ore. La ringrazio per avermi concesso ancora un po’ di
tempo. Personalmente, non ho nulla contro gli ebrei. Sarei quindi
dispostissimo a…»
«E allora lo faccia.»
Nicole si alzò. Il Reichsmarschall restò sprofondato nella
poltrona, meditabondo; non si era accorto che lei si era alzata. Nicole
uscì dalla sala, lasciandolo solo.
Che individuo meschino e spregevole, pensò. Svirilizzato dalla
distribuzione del potere del Terzo Reich; incapace di agire da solo,
come individuo indipendente… Non c’è da stupirsi che abbiano
perso la guerra. E pensare che durante la Prima Guerra Mondiale è
stato un asso coraggioso e valoroso, un membro della squadriglia di
Richtofen; guidava uno di quei piccoli, fragili apparecchi di legno e
di filo di ferro. È difficile credere che si tratti dello stesso uomo…
Da una finestra della Casa Bianca vide la folla che si stringeva
davanti ai cancelli. I curiosi che si erano raccolti lì perché Rudi era
“ammalato”. Per un attimo, Nicole sorrise. La folla davanti ai
cancelli… a vegliare. D’ora innanzi sarebbe rimasta lì, giorno e
notte, come se aspettasse la distribuzione dei biglietti per i
Campionati del Mondo, fino alla “morte” di Kalbfleisch. E poi si
sarebbe dispersa, in silenzio.
Il cielo soltanto sapeva perché accorrevano. Non avevano niente
altro da fare? Se lo era chiesto molte altre volte, in occasioni simili.
Erano sempre le stesse persone? Una domanda interessante.
Girò un angolo di un corridoio… e si trovò faccia a faccia con
Bertold Goltz.
«Sono accorso non appena ho saputo la notizia,» disse pigramente
Goltz. «Dunque, il vecchio ha terminato il suo compito e adesso sta
per essere liquidato. Non è durato molto, questo. E Herr Hogben lo
sostituirà; una creazione mitica, inesistente, con un certo fascino.
Sono stato alla Frauenzimmer Werke; stanno andando a gonfie vele,
là.»
«E che cosa vuole, adesso?» domandò Nicole.
Goltz alzò le spalle.
«Fare conversazione, forse. Mi piace sempre chiaccherare con lei,
Nicole. Ma questa volta ho uno scopo ben preciso. Metterla in
guardia. La Karp und Sohnen ha già insinuato un suo agente nella
Frauenzimmer Werke.»
«Lo so,» disse Nicole. «E non chiami “Werke” la ditta
Frauenzimmer. È troppo piccola.»
«Un monopolio può anche essere piccolo. L’importante è che sia
un monopolio. Non c’è concorrenza… La Frauenzimmer ha tutto.
Ora, Nicole, lei farebbe meglio ad ascoltarmi. È bene che lei ordini ai
suoi tecnici del von Lessinger di prevedere gli eventi per quanto
riguarda i dipendenti della Frauenzimmer. Per i prossimi due mesi o
giù di lì, almeno. Credo che sarebbe una sorpresa per lei. Karp non
ha intenzione di arrendersi tanto facilmente. Avrebbe dovuto
capirlo.»
«Noi teniamo la situazione in…»
«No, non la tenete affatto in pugno,» ribatté Goltz. «Non avete in
pugno un bel niente. Guardi nel futuro e vedrà. Sta diventando troppo
compiaciuta di se stessa, come un grosso gatto.» La vide toccare il
pulsante dell’emergenza che portava alla gola e sorrise. «L’allarme,
Nicky? Per me? Be’, credo che me ne andrò. Fra parentesi:
congratulazioni per essere riuscita a fermare Kongrosian prima che
emigrasse. È stato uno splendido colpo di mano, quello.
Comunque… lei non lo sa ancora, ma l’avere accalappiato
Kongrosian ha dato l’avvio a una serie di conseguenze maggiori di
quanto prevedesse. La prego, si serva del suo von Lessinger. È
incomparabilmente prezioso, in situazioni come queste.»
Due agenti dell’NP, in uniforme grigia, apparvero in fondo al
corridoio. Nicole fece loro un cenno, bruscamente, e quelli si
affrettarono ad estrarre le pistole.
Goltz svanì, sbadigliando.
«Se ne è andato,» disse Nicole agli agenti dell’NP, in tono di
accusa. Naturalmente, Goltz se ne era andato; lei se lo aspettava. Ma
per lo meno, l’apparizione degli agenti aveva posto fine alla
conversazione, l’aveva liberata della sua presenza.
Dovremmo ritornare indietro, pensò Nicole, ai tempi dell’infanzia
di Goltz, e ucciderlo allora. Ma Goltz li aveva battuti sul tempo. Era
risalito fino alla propria nascita, e poi, in avanti, attraverso l’infanzia.
Sorvegliando se stesso, istruendo se stesso, vezzeggiando se stesso
bambino. Attraverso il principio di von Lessinger, Bertold Goltz era
diventato, in effetti, il padre di se stesso. Era il suo compagno fedele,
il suo Aristotele, per i primi quindici anni della sua vita; e per questa
ragione era impossibile cogliere di sorpresa il Goltz bambino e
giovinetto.
La sorpresa. Era l’elemento che von Lessinger aveva quasi
completamente bandito dalla politica. Adesso, tutto era una
concatenazione di cause e di effetti. Per lo meno, era ciò che lei
sperava.
«Signora Thibodeaux,» disse uno degli agenti dell’NP, in tono
rispettoso, «c’è un tale dell’A.G. Chemie che vorrebbe parlarle. Un
certo Merril Judd. Lo abbiamo fatto salire.»
«Oh, sì,» disse Nicole, con un cenno del capo. Aveva un
appuntamento con lui. Judd aveva qualche nuova idea sui possibili
modi di guarire Richard Kongrosian. Lo psicochimico si era
presentato alla Casa Bianca non appena aveva saputo che Kongrosian
era stato rintracciato.
«Grazie,» disse, e si avviò verso la Sala del Papavero di
California, dove avrebbe dovuto incontrarsi con Judd.
Accidenti a quei Karp, Anton e Felix, pensò, mentre percorreva il
corridoio, seguita dai due agenti dell’NP. E se tentassero di sabotare
il Progetto Dieter Hogben… forse Goltz ha ragione: forse dobbiamo
agire contro di loro! Ma erano troppi forti. E troppo abili. I Karp,
padre e figlio, erano vecchie volpi, in quel gioco, ancora più di lei.
Chissà cosa intendeva esattamente Goltz, pensò. Quando ha detto
che abbiamo dato l’avvio a una serie di conseguenze maggiori di
quanto prevedessimo, quando ci siamo impossessati di Richard
Kongrosian. C’entrava forse Loony Luke? Eccone un altro, della
stessa risma dei Karp e di Goltz. Un altro pirata nichilista, che
pensava soltanto a ingrassarsi a spese dello Stato.
Era diventato tutto così complicato, e c’era ancora da concludere
quelle tormentose trattative con Goering, soprattutto.
Il Reichsmarschall non poteva decidere, e non avrebbe deciso, non
avrebbe mai concluso, e la sua indecisione fermava gli ingranaggi,
teneva vincolata la sua attenzione, e questo sarebbe costato forse
troppo caro. Se Goering non si fosse deciso quella notte stessa…
Sarebbe ritornato nel suo tempo per le otto di quella sera, come gli
aveva annunciato lei. Coinvolto in una guerra terribile che sarebbe
stata comunque perduta e che gli sarebbe costata la vita… e lui ne
sarebbe stato consapevole, ormai.
Ci penserò io perché Goering abbia la sorte che si merita, pensò,
rabbiosamente. E anche Goltz e i Karp. Tutti, compreso Loony Luke.
Ma bisogna agire con prudenza, con ordine. Per il momento, lei
aveva un problema più urgente. Quello di Kongrosian.
Entrò in fretta nella Sala del Papavero Californiano e salutò lo
psicochimico della A.G. Chemie, Merril Judd.

Ian Duncan fece un sogno terribile.


Una donna vecchia e orribile dalle mani rugose e verdastre lo
scuoteva, gemendo, chiedendogli di fare qualcosa… e lui non capiva
che cosa, poiché la voce, le parole di quella donna erano confuse,
indistinte, ringoiate dalla sua bocca dai denti spezzati, perdute nel
filo di saliva che le scendeva sul mento. Lottò per liberarsi, per
ridestarsi dal sonno, per sfuggirle…
«Santo cielo!» La voce irritata di Al filtrò fino attraverso gli strati
della semi-incoscienza. «Svegliati! Dobbiamo muoverci. Dobbiamo
essere alla Casa Bianca entro tre ore.»
Nicole, pensò Ian mentre si levava a sedere, stordito. Era di lei che
stavo sognando; vecchia e avvizzita, con i seni aridi e rugosi, ma
sempre lei.
«Va bene,» brontolò, alzandosi in piedi a fatica. «Ti giuro che non
volevo addormentarmi. E mi è costato caro. Ho fatto un sogno
orribile. Ho sognato Nicole, Al. Senti… e se fosse davvero vecchia,
nonostante ciò che abbiamo visto? E se fosse un trucco, un’illusione.
Intendo dire…»
«Dovremo suonare,» disse Al. «Suonare le nostre anfore.»
«Ma io non potrei sopravvivere,» disse Ian. «La mia capacità di
adattamento è troppo precaria. Sta diventando un incubo. Luke
controlla il papoola e forse Nicole è vecchia… a che serve andare
avanti? Non possiamo accontentarci di vederla sullo schermo
televisivo? Per me basta, ormai. È quello che io voglio, la sua
immagine. Non ti pare che vada bene così?»
«No,» disse ostinatamente Al. «Dobbiamo andare fino in fondo.
Ricordati, puoi sempre emigrare su Marte. Abbiamo il mezzo a
portata di mano.»
Il parcheggio-mercato si era già levato in aria, stava già
dirigendosi verso la Costa Orientale e Washington.
Quando atterrarono, Harold Slezak, un ometto rotondo e gioviale,
li accolse con calore. Strinse loro la mano, mettendoli a loro agio
mentre si avviavano verso l’ingresso di servizio della Casa Bianca.
«Il vostro programma è ambizioso,» gorgogliò, «ma se siete
all’altezza, ne sarò lietissimo, ne saremo lietissimi… la Prima
Famiglia, voglio dire, e in particolare la Prima Signora, che è
entusiasta di ogni forma d’arte originale. Secondo i vostri dati
biografici voi due avete compiuto studi accurati dei dischi primitivi,
dall’inizio del secolo ventesimo, dal 1920, dei complessi di anfore
sopravvissuti alla Guerra Civile degli Stati Uniti, quindi siete
anforisti autentici, a parte il fatto che naturalmente suonate musica
classica, non popolare.»
«Sì, signore,» rispose Al.
«Però potreste metterci in mezzo un pezzo popolare?» domandò
Slezak mentre passavano davanti alle guardie dell’NP all’ingresso di
servizio ed entravano nel lungo tranquillo corridoio sulle cui pareti, a
intervalli, erano accese candele artificiali. «Per esempio,
suggeriremmo Rockaby My Sarah Jane…»
«Sì, l’abbiamo,» disse seccamente Al. Sul suo viso apparve
un’espressione di ripugnanza che però svanì immediatamente.
«Magnifico,» disse Slezak sospingendo amabilmente i due davanti
a sé. «Ora, posso chiedere che cos’è questa bestiola?» Sbirciò il
papoola con scarsissimo entusiasmo. «È viva?»
«È il nostro totem,» disse Al.
«Vuol dire un portafortuna? Una mascotte?»
«Esattamente,» disse Al. «Ci serve per allentare la tensione.» E
accarezzò la testa del papoola. «E prende parte al nostro numero;
danza mentre noi suoniamo. Sa, come una scimmia.»
«Bene, che mi venga un colpo,» disse Slezak, di nuovo acceso di
entusiasmo. «Adesso capisco. Nicole sarà contentissima, e lei
piacciono le bestiole morbide.» E aprì una porta davanti a loro.
E lei era là seduta.
Come aveva potuto, Luke, prendere un simile abbaglio? pensò Ian
Duncan.
Era ancora più splendida di quando fosse apparsa loro al
parcheggio-mercato, ed era molto più distinta della sua immagine
televisiva. Quella era la differenza cardinale, la favolosa autenticità
del suo aspetto, la sua realtà al cospetto dei sensi. E i sensi erano in
grado di captare quella differenza.
Se ne stava là seduta, con addosso un paio di calzoni di cotone
azzurro chiaro, un paio di mocassini ai piedi, e una camicetta bianca,
abbottonata senza cura, attraverso la quale Ian riusciva a vedere la
sua pelle morbida e abbronzata… o credeva di riuscire a vederla.
Come era disinvolta, pensò Ian. Senza pretensione, senza vanagloria.
I capelli tagliati corti, che mostravano il collo e le orecchie
bellissime.
E, pensò, è così incredibilmente giovane. Non dimostrava neppure
vent’anni. Si chiese se, per un miracolo, Nicole poteva ricordarsi di
lui. O di Al.
«Nicole,» disse Slezak «ecco i suonatori di anfora classica.»
Lei alzò lo sguardo, obliquamente. Smise di leggere The Times.
Sorrise.
«Buonasera,» disse. «Avete pranzato? Potremmo offrirvi pancetta
canadese e caffè come spuntino, se volete.»
Stranamente, sembrava che la voce non uscisse da lei: si
materializzava dalla parte superiore della stanza, quasi dal soffitto.
Ian alzò lo sguardo e vide una serie di altoparlanti. Comprese, con un
trasalimento, che Nicole era separata da loro da una barriera di vetro
o di plastica, una misura di sicurezza per proteggerla. Si sentì deluso,
ma si rendeva conto che era necessario. Se mai le fosse capitato
qualcosa…
«Abbiamo già mangiato, signora Thibodeaux,» rispose Al.
«Grazie.» Anche lui stava guardando in direzione degli altoparlanti.
Abbiamo già mangiato la signora Thibodeaux, pensò pazzamente
Ian. Ma non è vero il contrario? Non è lei che divora noi, standosene
lì seduta con addosso quei calzoni di cotone azzurro e quella
camicetta? Un pensiero assurdo…
«Guardi,» disse Nicole a Harold Slezak, «hanno con loro uno di
quei piccoli papoola… sarà divertente, no?» Poi, rivolta ad Al:
«Possiamo vederlo? Lo lasci venire qui.» Fece un segnale, e la
barriera trasparente cominciò a sollevarsi.
Al depose il papoola, che corse verso Nicole, passando sotto la
barriera di sicurezza. Spiccò un salto, e Nicole lo prese tra le mani
sicure e forti, lo guardò attentamente, come se potesse vedere nel suo
interno.
«Diamine,» disse. «Non è vero. È soltanto un giocattolo.»
«Non ne sono sopravvissuti,» spiegò Al. «A quanto ne sappiamo
noi. Ma questo è un modello autentico, basato sui resti fossili trovati
su Marte.» E fece un passo verso di lei…
La barriera si abbassò bruscamente. Al, separato dal papoola,
rimase immobile a guardare, a bocca aperta, instupidito e sconvolto.
Poi, quasi per un riflesso istintivo, toccò i comandi che portava alla
cintura.
Il papoola scivolò dalle mani di Nicole e balzò goffamente sul
pavimento. Nicole lanciò un grido di stupore. Gli occhi le
scintillarono.
«Ne vuole uno, Nicky?» le chiese Harold Slezak. «Senza dubbio,
potremmo procurargliene uno, anzi parecchi.»
«E che cosa sa fare?» chiese Nicole.
«Balla, signora,» gorgogliò Slezak. «Balla quando loro suonano.
Ha il ritmo nelle ossa… giusto, signor Duncan? Forse adesso
dovreste suonare qualcosa, un pezzo molto breve, per mostrarlo alla
signora Thibodeaux.» E si stropicciò vigorosamente le grosse mani,
facendo cenni a Ian e ad Al.
«S-sicuro,» disse Al. Si guardarono in faccia, lui e Al. «Uh,
potremmo suonare quella cosetta di Schubert, quell’arrangiamento
della Trota. Va bene, Ian, preparati.» Aprì la custodia dell’anfora,
prese lo strumento, lo tenne fra le mani, impacciato. Ian lo imitò.
«Qui Al Miller, alla prima anfora,» disse Al. «E accanto a me il mio
compagno, Ian Duncan, alla seconda anfora. Un concerto dei più
grandi autori classici, cominciando con un po’ di Schubert.»
Bump bump-bump BUMP-BUMP buump bump, babump-bump
bup-bup-bup-bup-bupppp… All’improvviso, Nicole disse:
«Adesso ricordo dove vi ho già visti. Specialmente lei, signor
Miller.»
I due abbassarono le anfore, attesero, in preda a un senso di
apprensione.
«In quella giungla di astronavi,» disse Nicole. «Quando sono
andata a prendere Richard. Lei mi ha rivolto la parola. Mi ha chiesto
di lasciare in pace Richard.»
«Sì,» ammise Al.
«Credeva che non la riconoscessi?» chiese Nicole. «Per l’amor del
cielo!»
«Lei vede tanta gente…» rispose Al.
«Ma ho un’ottima memoria,» ribatté Nicole. «Anche quando si
tratta di qualcuno non molto importante. Avreste dovuto aspettare
ancora un po’, prima di venire qui… o forse, per voi non ha
importanza.»
«Ha importanza,» disse Al. «Molta importanza.»
Lei lo studiò, a lungo.
«I musicisti sono individui strani,» disse finalmente, a voce alta.
«Non pensano come l’altra gente, ho notato. Vivono in un loro
mondo personale, fantastico, come Richard. Lui è il peggiore. Ma è
anche il migliore, il più formidabile di tutti i musicisti della Casa
Bianca. Forse è inevitabile che sia così. Non so, non ho una teoria
scientifica in proposito. Qualcuno dovrebbe compiere uno studio
scientifico definitivo sull’argomento, e sistemare la questione una
volta per tutte. Bene, continuate pure con il vostro numero.»
«Va bene,» disse Al, lanciando una rapida occhiata a Ian.
«Non mi hai riferito di averglielo detto,» fece Ian.
«Le hai chiesto di lasciare in pace Kongrosian… non me lo hai
mai riferito.»
«Credevo che lo sapessi. Credevo che fossi lì, quando l’ho detto.»
Al scrollò le spalle. «E, comunque, non credevo che lei mi
ricordasse.» Anzi, gli sembrava ancora impossibile. Il suo volto era
un labirinto di incredulità.
Ripresero a suonare.
Bump bump-bum BUMP-BUMP buuump bump…
Nicole fece udire un risolino.
Abbiamo fallito, pensò Ian. Dio, è capitato il peggio: ci siamo resi
ridicoli. Smise di suonare. Al proseguì, con le guance gonfie e
arrossate per lo sforzo. Sembrava non vedesse che Nicole aveva
alzato la mano per nascondere la sua risata, per nascondere che
rideva di loro e dei loro sforzi. Al continuò a suonare, da solo, fino
alla fine del pezzo; poi abbassò a sua volta l’anfora.
«Il papoola,» disse Nicole, con tutta la calma che le fu possibile.
«Non ha ballato. Non ha mosso neppure un passo… perché?» E
riprese a ridere, incapace di frenarsi.
Al rispose, irrigidito: «Io… io non posso più controllarlo, ormai.
Adesso è sotto il telecomando.» Poi, rivolto a Ian. «È Luke che lo
controlla.» Si girò verso il papoola, gli disse a voce alta: «Su, deciditi
a ballare.»
«Oh, ma è proprio meraviglioso,» disse Nicole. «Guarda,»
esclamò, rivolgendosi a una donna che le si era avvicinata in quel
momento; era Janet Raimer… Ian la riconobbe. «Bisogna pregarlo,
perché balli. Balla, qualsiasi sia il tuo nome, piccolo papoola di
Marte, o meglio piccola imitazione del papoola di Marte.»
Toccò il papoola con la punta del mocassino, cercando di
scuoterlo, di indurlo a muoversi.
«Su, piccola graziosa antica creatura sintetica, tutta fatta di fili.
Per piacere.» E la sospinse più forte.
Il papoola le balzò contro. E la morse.
Nicole urlò. Uno scoppio secco risuonò alle sue spalle e il papoola
si dissolse in un pulviscolo vorticante. Un agente dell’NP si fece
avanti, con il fucile in pugno, guardando intento Nicole, poi il
pulviscolo. Il suo volto era calmo, ma le mani e il fucile tremavano.
Al cominciò a imprecare contro sé stesso, cantilenando le parole,
ripetendole continuamente, incessantemente, sempre le stesse tre o
quattro parole.
«Luke,» disse poi, a Ian. «È stato Luke. Per vendetta. Per noi è la
fine.» Improvvisamente sembrava vecchio, esausto, sciupato. Quasi
per un riflesso, cominciò a riporre l’anfora nella custodia, compiendo
meccanicamente i gesti, uno dopo l’altro.
«Siete in arresto,» disse un altro agente dell’NP, comparendo alle
loro spalle e tenendoli sotto la mira del suo fucile.
«Sicuro,» disse Al, indifferente, ciondolando il capo, vacuamente.
«Noi non c’entriamo per niente, così ci arrestate.»
Nicole si alzò in piedi con l’aiuto di Janet Raimer, si diresse
lentamente verso Al e Ian. Quando fu arrivata alla barriera
trasparente si fermò.
«Mi ha morsicata perché ho riso?» disse, con voce tranquilla.
Slezak si asciugava la fronte. Non disse nulla: si limitò a fissarli,
senza vederli realmente.
«Mi dispiace,» disse Nicole. «L’ho irritato, non è vero? È un
peccato. Avremmo apprezzato il vostro numero. Questa sera, dopo il
pranzo.»
«È stato Luke,» le disse Al.
«Luke.» Nicole lo studiò. «Sì, è esatto; è il suo datore di lavoro.»
Poi, rivolta a Janet Raimer: «Credo che sarebbe meglio fare arrestare
anche lui. Non ti pare?»
«Come vuoi,» rispose Janet Raimer, pallida e spaventata.
«Questo numero delle anfore…» disse Nicole. «Era soltanto una
copertura per un’azione ostile nei nostri confronti, non è vero? Un
crimine contro lo stato. Dovremo riformulare l’intera filosofia di
invitare qui gli artisti… forse è stato un errore fin dal principio. In
questo modo si offre un facile accesso a chiunque abbia intenzioni
ostili nei nostri riguardi. Mi dispiace.»
Aveva assunto un’espressione triste, adesso; incrociò le braccia e
si dondolò avanti e indietro, perduta nei suoi pensieri.
«Mi creda, Nicole…» cominciò Al.
Introspettivamente, quasi a se stessa, Nicole disse: «Non sono
Nicole. Non mi chiamo così. Nicole Thibodeaux è morta da armi. Io
sono Kate Rupert, la quarta che ha preso il suo posto. Sono soltanto
un’attrice che somiglia alla vera Nicole quel tanto necessario per
svolgere questa funzione. E qualche volta, quando capita qualcosa
del genere, vorrei non essere ciò che sono. Io non ho una vera
autorità, in senso assoluto. C’è un consiglio che mi governa… non
vedo mai quella gente. Sono individui che non provano il minimo
interesse per me, così come io non ne provo per loro. Quindi siamo
pari.»
Vi fu una pausa. Poi Al disse:
«Quanti… quanti attentati sono stati compiuti contro la sua vita?»
«Sei o sette,» rispose lei. «Non ricordo esattamente. Tutti per
ragioni psicologiche. Complessi di Edipo non risolti o altre cose
altrettanto bizzarre. Non me ne importa, in realtà.» Poi si girò verso
gli agenti dell’NP. Ormai, ne erano arrivate alcune squadre. Indicò Al
e Ian, poi disse: «Mi sembra che non si rendano conto di ciò che è
successo. Forse sono innocenti.» Poi a Harold Slezak e a Janet
Raimer: «È necessario eliminarli? Non vedo perché non potreste
limitarvi a neutralizzare una parte delle cellule-memoria dei loro
cervelli… per poi lasciarli liberi. Non andrebbe bene?»
Slezak lanciò un’occhiata a Janet Raimer. Poi scrollò le spalle.
«Se vuole così.»
«Sì,» disse Nicole. «Preferirei così. Renderebbe più facile il mio
lavoro. Portateli al Centro Medico di Bethesda e poi lasciateli liberi.
E adesso continuiamo: diamo udienza agli altri artisti.»
Un agente dell’NP sospinse Ian con la canna della pistola. «Da
questa parte.»
«Va bene,» riuscì a mormorare Ian, stringendo l’anfora. Ma che
cos’è successo? si chiese. Non capisco. Questa donna non è
veramente Nicole, e quello che è peggio, Nicole non esiste; è soltanto
l’immagine televisiva, l’illusione creata dai mezzi di comunicazione,
e dietro quell’immagine, dietro di lei, c’è una fazione che comanda.
Una specie di organizzazione…
Ma chi è quella gente? Come si è impadronita del potere? E da
quanto tempo lo detiene? Lo sapremo mai? Fin qui, ci siamo arrivati:
ci sembra di sapere quasi ciò che accade, in realtà. La realtà dietro
l’illusione, i segreti che ci sono stati negati per tutta la vita. Non
possono dirci il resto? Non può esserci ancora dell’altro. E che
importanza avrebbe, ormai?
«Addio,» gli stava dicendo Al.
«C-cosa?» domandò lui, inorridito. «Perché mi hai detto addio? Ci
lasceranno liberi, non è vero?»
«Non ci ricorderemo più uno dell’altro,» rispose Al. «Puoi
credermi sulla parola. Non ci permetteranno di conservare questi
ricordi. Quindi…» Tese la mano. «Quindi addio, Ian. Siamo riusciti
ad arrivare alla Casa Bianca, no? Non ricorderai neppure questo, però
è vero; ce l’abbiamo fatta.» E sorrise, un sorriso contorto.
«Muovetevi,» disse loro l’agente dell’NP.
Stringendo ancora le loro anfore inutili, Al Miller e Ian Duncan
percorsero passo a passo il corridoio, in direzione dell’uscita,
dell’ambulanza nera che lì attendeva.

Era notte, e Ian Duncan si trovò all’angolo d’una strada deserta.


Era gelato e tremante. Batté le palpebre nella luce abbagliante del
marciapiede.
Che cosa ci sto facendo, qui? si chiese, sbalordito. Guardò
l’orologio che portava al polso. Erano le otto. Dovrei essere alla
riunione del Giorno dei Morti, no? pensò, vagamente. Non posso
mancare anche a questa riunione, si disse. Due in fila… mi darebbero
una multa terribile. Sarebbe una rovina, da un punto di vista
economico.
Si avviò.
Il palazzo che gli era familiare, l’Abramo Lincoln, con tutte le sue
torri e le sue finestre, si stendeva davanti a lui. Non era lontano. Si
affrettò, respirando profondamente, cercando di mantenere
un’andatura regolare. Doveva essere già finita, la riunione, pensò. Le
luci del grande auditorio centrale erano spente. Maledizione,
mormorò disperato.
«La riunione del Giorno dei Morti è già finita?» disse al portiere,
mentre entrava nell’atrio e porgeva la carta di identità al lettore
ufficiale.
«Lei si è confuso, signor Duncan,» disse Vince Strikerock. «Era
ieri sera. Oggi è venerdì.»
Deve essere successo qualcosa, si disse Ian. Ma non disse nulla: si
limitò a fare un cenno del capo e ad accelerare il passo in direzione
dell’ascensore.
Quando uscì dall’ascensore, al suo piano, una porta si aprì e una
figura furtiva lo chiamò con un gesto.
«Ehi, Duncan!»
Era un inquilino del palazzo, un certo Corley, che lui conosceva
appena. Poiché un incontro come quello poteva essere disastroso, Ian
lo avvicinò con cautela.
«Che c’è?»
«Ho sentito dire,» fece Corley, con una voce carica di paura, «che
il suo ultimo test di politica… c’era qualche irregolarità. Domattina
la sveglieranno alle cinque o alle sei e le faranno un quiz a sorpresa.»
Si guardò intorno. «Studi la fine del decennio 1980 e in particolare i
movimenti religioso-collettivistici. Capisce?»
«Sicuro,» disse Ian, con gratitudine. «E grazie mille. Forse un
giorno potrò ricambiare il…» Si interruppe, poiché Corley era
tornato frettolosamente nel proprio appartamento e aveva già chiuso
la porta. Ian era di nuovo solo.
Certo, era molto gentile da parte sua, pensò mentre riprendeva a
camminare. Probabilmente mi ha salvato, mi ha evitato di venir
buttato fuori di qui, per sempre.
Quando arrivò nel suo appartamento, si sistemò, circondandosi di
tutti i libri di testo sulla storia politica degli Stati Uniti. Studierò tutta
la notte, decise. Perché devo superare quel quiz. Non ho altra scelta.
Per tenersi sveglio, accese la televisione. E subito la presenza
calda, familiare della Prima Signora cominciò a fluire, a permeare la
stanza.
«… e nel nostro programma di questa sera,» stava dicendo Nicole,
«avremo un quartetto di sassofoni che suonerà temi delle opere di
Wagner, in particolare della mia opera preferita, Die Meistersinger.
Credo che tutti noi apprezzeremo questa esperienza, che ci darà una
nuova ricchezza spirituale. E poi, ho preso accordi per condurre di
nuovo dinanzi a noi uno dei vostri beniamini, il famoso violoncellista
Henri LeClerc, in un programma di Jerome Kern e di Cole Porter.»
Nicole sorrise e Ian Duncan le restituì il sorriso, dietro la sua
trincea di libri di testo.
Chissà che cosa si prova quando si suona alla Casa Bianca, si
disse. Quando ci si esibisce davanti alla Prima Signora. Peccato che
io non abbia mai imparato a suonare uno strumento musicale
qualsiasi. Non so recitare, non so scrivere poesie, non so ballare né
cantare… niente. Quindi, che speranze posso avere? Ma se fossi
uscito da una famiglia di musicisti, se avessi avuto un padre e una
madre che mi avessero insegnato…
Scarabocchiò, avvilito, qualche appunto sull’ascesa del partito
cristiano-fascista in Francia, nel 1975. E poi, attratto come sempre
dal televisore, depose la penna e girò la sedia per guardare lo
schermo.
Nicole stava mostrando in quel momento una piastrella di Delft
che aveva trovato, spiegò, in un negozietto di Schweinfort, in
Germania. Aveva colori chiari, incantevoli…
Ian Duncan osservò, affascinato, mentre le dita forti e sottili di
Nicole accarezzavano la superficie lucente della piastrella smaltata.
«Guardatela,» stava mormorando Nicole, con la sua voce
sommessa. «Non vi piacerebbe avere una piastrella come questa?
Non è meravigliosa?»
«Sì,» disse Ian Duncan.
«Quanti di voi vorrebbero vedere una piastrella come questa, un
giorno o l’altro?» chiese Nicole. «Alzate la mano.»
Ian alzò la mano, speranzoso.
«Oh, moltissimi!» disse Nicole, con quel suo sorriso intimo,
radioso. «Bene, forse più tardi faremo un altro giro della Casa
Bianca. Vi piacerebbe?»
Ian sobbalzò nella sua sedia.
«Sì, sì, mi piacerebbe!»
Sullo schermo televisivo, Nicole stava sorridendo proprio a lui,
sembrava. Quindi le restituì il sorriso. E poi, con riluttanza, mentre
cominciava a sentirsi oppresso da un grande peso, tornò a rivolgersi
ai suoi volumi. Ritornava alla dura realtà della sua interminabile
esistenza quotidiana.
Qualcosa urtò contro la finestra, e una voce sottile lo chiamò.
«Ian Duncan, presto! Non ho molto tempo!» Ian Duncan girò su
se stesso, di scatto, e vide contro l’oscurità della notte una sagoma
che galleggiava nell’aria, una struttura a forma di uovo librata là
fuori. Nell’interno di quella macchina, un uomo gli rivolse un gesto
energico, mentre continuava a chiamarlo. L’uovo emetteva un lieve
borbottio; i suoi razzi erano al minimo, quando l’uomo aprì con un
calcio il portello e si affacciò.
Mi stanno già piombando addosso con il loro quiz? si chiese Ian
Duncan. Si alzò, disperato, impotente. Così presto… ma io non sono
ancora pronto!
Rabbiosamente, l’uomo nel veicolo fece roteare i razzi fino a che
il loro flusso costante di fuoco bianco incontrò la superficie del
palazzo. La stanza tremò e frammenti di intonaco caddero dal
soffitto. La finestra si schiantò, quando il calore dei razzi l’investi. E
attraverso il varco l’uomo gridò ancora una volta, cercando di attirare
l’attenzione affievolita di Ian Duncan.
«Ehi, Duncan! Presto; Ho già prelevato il suo amico. Lui è già in
viaggio con un’altra nave!»
Quell’uomo era anziano, indossava un abito di fibra naturale,
azzurro, a righe, costosissimo, lievemente antiquato. Si calò con
destrezza dal veicolo a forma di uovo e balzò in mezzo alla stanza.
«Dobbiamo muoverci subito, se vogliamo farcela! Non si ricorda
di me, vero? Neppure Al se ne ricorda.»
Ian Duncan lo fissò, sbalordito, chiedendosi chi era quell’uomo e
chi era Al.
«Gli psicologi di mammina hanno fatto un lavoro eccellente,»
ansimò lo sconosciuto. «Quel Centro Medico di Bethesda… deve
essere proprio un bel posto.» Si avvicinò a Ian, lo afferrò per la
spalla. «Gli agenti dell’NP stanno chiudendo tutte le giungle di
astronavi. Devo rifugiarmi su Marte, e la porto con me. Cerchi di
riprendersi. Io sono Loony Luke… adesso lei non mi ricorda, ma
quando saremo tutti su Marte e avrà ritrovato il suo amico Al
ricorderà tutto. Andiamo.»
Luke lo spinse verso la breccia aperta nella parete della stanza,
verso l’apertura che fino a poco prima era stata una finestra, verso il
veicolo… era un’astronave, pensò Ian.
«Sta bene,» disse Ian, chiedendosi che cosa avrebbe dovuto
portare con sé. Che cosa gli sarebbe stato utile, su Marte? Lo
spazzolino da denti, il pigiama, un cappotto pesante? Si guardò
attorno freneticamente, guardando la stanza, in un’ultima ispezione.
In lontananza, ulularono le sirene della polizia.
Luke risalì sull’astronave, e Ian lo seguì, stringendo la mano
dell’altro. E scoprì con sorpresa che sul pavimento dell’astronave
brulicavano creature di un vivo color arancio; agitarono le antenne
verso di lui, quando si distese in mezzo a loro.
Erano papoola, ricordò. O qualcosa di simile.
Vedrai, ti rimetterai perfettamente, stavano pensando i papoola
all’unisono. Non preoccuparti; Loony Luke ti ha portato via in
tempo, appena in tempo. Calmati.
«Sì,» disse Ian. Si appoggiò contro la fiancata dell’astronave e si
rilassò, mentre il veicolo sfrecciava verso l’alto, nella notte vuota,
verso il nuovo pianeta che lo attendeva.
XIII

«Vorrei andarmene dalla Casa Bianca,» disse risentito Richard


Kongrosian agli agenti dell’NP che lo sorvegliavano. Si sentiva
irritato, pieno di apprensioni. Se ne stava il più lontano possibile dal
commissario Pembroke. Sapeva bene che era Pembroke, quello che
dava gli ordini.
«Il signor Judd, psicochimico dell’A.G. Chemie,» disse Wilder
Pembroke, «sarà qui da un momento all’altro. Perciò la prego di
avere pazienza, signor Kongrosian.» La sua voce era calma, ma non
suadente; c’era una certa durezza che irritava ancora di più
Kongrosian.
«È intollerabile,» disse Kongrosian. «Lei che mi sorveglia in
questo modo, che controlla tutto ciò che faccio. Non posso tollerare
di essere osservato. Ho la paranoia sensitiva, non vuol proprio
capirlo?»
Bussarono alla porta della stanza.
«C’è il signor Judd per il signor Kongrosian,» esclamò un
inserviente della Casa Bianca.
Pembroke aprì la porta, e lasciò passare Merrill Judd, che entrò a
passo vivace, con una borsa in mano.
«Signor Kongrosian, sono lieto di conoscerla di persona,
finalmente.»
«Salve, Judd,» mormorò Kongrosian. Era irritato per tutto ciò che
stava accadendo attorno a lui.
«Ho con me alcune medicine nuovissime, sperimentali,»
l’informò Judd aprendo la borsa e frugandovi. «Il cloruro di
imipramina… due volte al giorno, cinquanta milligrammi ogni
compressa. Sono le compresse color arancio. Le compresse marroni
sono del nostro nuovo ossido di metabiretinato, cento milligrammi
per…»
«Veleno,» l’interruppe Kongrosian.
«Prego?» Judd si portò la mano all’orecchio, allarmato.
«Non voglio prenderli. Tutto questo fa parte di un minuzioso
complotto per uccidermi.» Nella mente di Kongrosian non esistevano
dubbi. Lo aveva intuito non appena Judd era arrivato con la borsa che
recava la sigla ufficiale dell’A.G. Chemie.
«No, affatto,» disse Judd, lanciando un’occhiata acuta a
Pembroke. «Glielo assicuro. Stiamo cercando di aiutarla. Aiutarla è il
nostro dovere, signore.»
«Ed è per questo che mi ha rapito?» chiese Kongrosian.
«Io non l’ho affatto rapita,» disse cautamente Judd. «Ora, in
quanto a…»
«Siete tutti d’accordo,» disse Kongrosian. E sapeva perché. Si era
preparato per quel momento. Chiamò a raccolta tutte le sue facoltà
psicocinetiche, alzò entrambe le braccia e concentrò tutta la sua
attenzione verso lo psicochimico Merrill Judd.
Lo psicochimico si sollevò dal suolo, dondolò a mezz’aria,
stringendo ancora la borsa. Guardò Kongrosian e Pembroke, a bocca
aperta. Cercò di parlare, con gli occhi che gli schizzavano dalle
orbite, e poi Kongrosian lo spinse verso la porta chiusa. La porta, di
legno cavo, volò in schegge quando Judd l’urtò e l’attraversò.
L’uomo scomparve alla vista di Kongrosian. Soltanto Pembroke e i
suoi agenti dell’NP rimasero con lui nella stanza.
Wilder Pembroke si schiarì la gola, poi disse, con voce rauca:
«Forse… forse dovremmo vedere se è ferito gravemente.» E,
mentre si avviava verso la porta sfasciata, aggiunse, voltandosi
indietro: «Immagino che quelli dell’A.G. Chemie rimarranno
sconvolti. Per dir poco.»
«Al diavolo l’A.G. Chemie,» disse Kongrosian. «Voglio il mio
medico, non mi fido di quelli che mi porta qui lei. Come faccio a
sapere che quello fosse veramente dell’A.G. Chemie? Probabilmente,
era un impostore.»
«In ogni caso,» disse Pembroke, «non ha più di che preoccuparsi
di lui.» Aprì ciò che rimaneva della porta di legno, con un gesto
impacciato.
«Ma era veramente dell’A.G. Chemie?» chiese Kongrosian,
seguendolo nel corridoio.
«Gli ha parlato al telefono lei stesso; perché è stato lei a
immischiarlo in questa faccenda.» Pembroke era incollerito e agitato,
ora, mentre cercava qualche traccia di Judd nel corridoio. «Dov’è?»
chiese. «Che cosa ha fatto di quell’uomo, Kongrosian?»
Kongrosian rispose, con qualche riluttanza.
«L’ho trasportato da basso, nella lavanderia sotterranea. Ed è
illeso.»
«Lei sa che cos’è il principio di von Lessinger?» gli chiese
Pembroke, guardandolo nervosamente.
«Certo.»
«Come alto funzionario dell’NP,» disse Pembroke, «io ho accesso
all’apparecchio von Lessinger. Le piacerebbe sapere chi sarà la
seconda persona cui lei farà subire questo trattamento, grazie alle sue
facoltà psicocinetiche?»
«No,» disse Kongrosian.
«Se lo sapesse, sarebbe un vantaggio, per lei. Perché forse
vorrebbe frenarsi, e cercherebbe di farlo. Si tratterà di una manovra
di cui avrà da pentirsi.»
«Chi è quella persona?» chiese Kongrosian.
«Nicole,» rispose Pembroke. «E adesso mi dica una cosa, per
favore. Sulla base di quale teoria, fino ad ora, lei si è astenuto
dall’usare politicamente i suoi poteri psicocinetici?»
«Politicamente?» fece eco Kongrosian. Non riusciva a capire in
che modo avesse usato “politicamente” il proprio potere.
«La politica,» spiegò Pembroke, «se mi è permesso ricordarglielo,
è l’arte di far fare agli altri ciò che noi vogliamo, magari con la forza,
se è necessario. La sua applicazione della psicocinetica è stata
abbastanza insolita nella sua immediatezza… tuttavia, è stata un atto
politico.»
«Ho sempre pensato,» rispose Kongrosian, «che era ingiusto
servirmene nei confronti della gente.»
«Però adesso…»
«Adesso,» ribatté Kongrosian, «la situazione è diversa. Io sono
prigioniero. Tutti sono contro di me. Lei è contro di me, per esempio.
Può darsi che io mi trovi costretto a usare i miei poteri anche nei suoi
confronti.»
«No, per favore!» disse Pembroke, con un sorriso un po’ acido.
«Io sono soltanto un dipendente stipendiato del governo, e mi limito
a fare il mio mestiere.»
«Lei è ben di più,» disse Kongrosian. «Mi piacerebbe sapere in
che modo userò le mie facoltà contro Nicole.» Non riusciva a
immaginare se stesso nell’atto di fare una cosa simile. Provava una
soggezione troppo forte, nei confronti di Nicole. Una reverenza
troppo grande.
«Perché non stiamo a vedere ciò che succederà?» chiese
Pembroke.
«Mi sembra così strano,» disse Kongrosian, «che lei si sia preso il
disturbo di usare l’apparecchio von Lessinger soltanto per scoprire
che cosa farò. In fin dei conti, io non conto niente, sono un reietto, un
rifiuto dell’umanità. Un fenomeno da baraccone, che non avrebbe
mai dovuto nascere.»
«È la sua malattia che la fa parlare così,» replicò Pembroke. «E in
fondo, lei se ne rende perfettamente conto.»
«Ma deve pure ammetterlo,» insistette Kongrosian, «è insolito che
qualcuno usi l’apparecchio von Lessinger nel modo in cui l’ha usato
lei! Perché lo ha fatto? Qual è il vero movente che l’ha spinto a
farlo?»
«Il mio compito è proteggere Nicole. Evidentemente, poiché
presto lei agirà contro Nicole…»
«Sono certo che questa è una menzogna,» l’interruppe
Kongrosian. «Non sarei mai capace di fare una cosa simile. Contro
Nicole!»
Wilder Pembroke sollevò un sopracciglio. Poi si girò, premette il
pulsante di chiamata dell’ascensore, per scendere alla ricerca dello
psicochimico dell’A.G. Chemie.
«Che cosa sta macchinando?» domandò Kongrosian. Lui diffidava
degli uomini dell’NP, aveva sempre diffidato di loro, avrebbe
diffidato sempre, e in particolare da quando gli agenti erano piombati
sul parcheggio-mercato delle astronavi e l’avevano sequestrato.
E quell’uomo, Pembroke, gli ispirava un’ostilità, anche più forte,
benché non capisse il perché.
«Faccio soltanto il mio dovere,» ripeté Pembroke.
Eppure, per qualche ragione che consciamente non comprendeva,
Kongrosian non riusciva a credergli.
«Come può sperare di guarire, adesso?» gli chiese Pembroke,
quando le porte dell’ascensore si aprirono. «Ha liquidato l’uomo
dell’A.G. Chemie…» Salì nell’ascensore, facendo segno a
Kongrosian di seguirlo.
«Il mio dottore. Egon Superb. Lui può guarirmi, nonostante tutto.»
«Vuole vederlo? Potrei dare ordine…»
«Si!» esclamò ansioso Kongrosian. «Al più presto possibile. Lui è
l’unica persona, in tutto l’universo, che non si sia schierata contro di
me.»
«Potrei accompagnarla da lui personalmente,» disse Pembroke,
con un’espressione pensierosa sul volto piatto e duro. «Se la ritenessi
una buona idea… e non ne sono perfettamente sicuro, in questa
situazione.»
«Se lei non mi conduce da Superb,» disse Kongrosian, «mi servirò
delle mie facoltà per scaraventarla nel fiume Potomac.»
Pembroke alzò le spalle.
«Potrebbe farlo, senza dubbio. Ma secondo l’apparecchio von
Lessinger, con tutta probabilità lei non farà una cosa simile. Quindi,
sono disposto a correre il rischio.»
«Non credo che il principio di von Lessinger sia perfettamente
valido per quanto riguarda noi psi,» fece irritato Kongrosian, mentre
entrava nell’ascensore. «Per lo meno, è quanto ho sentito dire. Noi
costituiamo dei fattori acausali.» Pembroke era un uomo con cui era
difficile trattare… era un uomo forte, che non gli andava a genio. E
di cui non si fidava.
Forse è soltanto perché ha la mentalità del poliziotto, pensò,
mentre scendevano.
O forse si tratta di ben altro.
Nicole, pensò. Sai benissimo che non sarei mai capace di fare una
cosa simile a te. È completamente fuori questione… tutto il mio
mondo crollerebbe. E sarebbe come fare del male a mia madre o a
mia sorella, a qualcuno che mi è sacro. Devo tenere a freno le mie
facoltà psicocinetiche quando mi troverò in presenza di Nicole.
D’accordo?
Mentre l’ascensore scendeva, attese, fervidamente, la risposta
celeste.
«Fra le altre cose,» disse Pembroke, infrangendo all’improvviso i
suoi pensieri. «Il suo odore. Mi sembra che sia scomparso.»
«Scomparso!» E poi il significato delle parole dell’NP lo colpì.
«Vuol dire che lei riusciva ad avvertire il mio odore fobico? Ma è
impossibile! Non può…» Si interruppe, confuso. «E adesso mi dice
che è scomparso.» Non riusciva a capire.
Pembroke lo fissò.
«Lo avrei certamente notato, qui, chiuso insieme a lei in questo
ascensore. Naturalmente, può anche darsi che ricompaia. E in questo
caso, glielo farò sapere.»
«Grazie,» disse Kongrosian. E pensò: in un modo o nell’altro,
quest’uomo mi sta giocando. Costantemente. È una psicologo
formidabile… o, secondo la sua stessa definizione, è un formidabile
maestro di politica.
«Sigaretta?» Pembroke gli porse il pacchetto.
Kongrosian fece un balzo indietro, inorridito.
«No. È illegale… troppo pericoloso. Non oserei mai fumare una
sigaretta.»
«Pericolo, sempre pericolo,» ribatté Pembroke, accendendo.»
Giusto? Viviamo in un mondo che è costantemente pericoloso.
Bisogna stare sempre in guardia. Ciò che le occorre, Kongrosian, è
una guardia del corpo. Una squadra di agenti scelti dell’NP,
rigorosamente addestrati, che stiano sempre con lei.» E aggiunse:
«Altrimenti…»
«Altrimenti, secondo lei, non ho molte possibilità di
sopravvivere.»
Pembroke annuì.
«Pochissime, Kongrosian. E glielo dico sulla base di ciò che ho
scoperto grazie all’apparecchio von Lessinger.»
Poi su di loro calò il silenzio.
L’ascensore si fermò. Le porte si aprirono. Erano all’ultimo piano
sotterraneo della Casa Bianca. Kongrosian e Pembroke uscirono nel
corridoio…
Li stava aspettando un uomo che entrambi riconobbero.
«Voglio che lei mi ascolti, Kongrosian,» disse Bertold Goltz al
pianista.
Rapidamente, in una frazione di secondo, il commissario dell’NP
estrasse la pistola. Prese di mira Goltz e sparò.
Ma Goltz era già scomparso.
Un foglio di carta piegato giaceva sul pavimento, proprio in quel
punto. Goltz l’aveva lasciato cadere apposta. Kongrosian si chinò,
allungò la mano per prenderlo.
«Non lo tocchi!» ordinò seccamente Pembroke. Era troppo tardi.
Kongrosian l’aveva preso, lo stava già aprendo. C’era scritto:

Pembroke la sta conducendo alla morte.

«Interessante,» disse Kongrosian. Passò il foglio al commissario


dell’NP. Pembroke aveva riposto la pistola. Prese il foglio, lo studiò,
con il volto stravolto per il furore.
Alle loro spalle, Goltz disse:
«Pembroke stava aspettando da mesi che lei venisse sequestrato
qui, alla Casa Bianca. E adesso non c’è più tempo da perdere.»
Pembroke girò su se stesso, afferrò la pistola, l’impugnò e fece
fuoco. Ancora una volta, sogghignando sprezzante, Goltz scomparve.
Non lo prenderai mai, pensò Kongrosian. Non ci riuscirai, finché lui
avrà a disposizione l’apparecchio von Lessinger.
Non c’era tempo da perdere per che cosa? Cosa stava per
succedere? Sembrava che Goltz lo sapesse, e probabilmente lo
sapeva anche Pembroke: tutti e due avevano a disposizione
quell’apparecchio…
E io che c’entro? si chiese.
Io… e le mie facoltà, che ho giurato di controllare. Tutto questo
significa forse che io sto per usarle?
Non riusciva a intuire se era proprio di questo che si trattava. E
probabilmente, lui poteva fare ben poco…

Nat Flieger sentì dei bambini che giocavano, fuori dalla casa.
Cantavano una strana cantilena, un ritmo che non gli era familiare.
Eppure si era sempre occupato di musica. Per quanto si sforzasse,
non riusciva a distinguere le parole. Erano stranamente confuse,
mescolate insieme.
«Le dispiace se guardo?» chiese a Beth Kongrosian, alzandosi
dalla scricchiolante poltrona di vimini.
Beth Kongrosian impallidì.
«Io… preferirei di no. La prego, non guardi i bambini. La prego!»
Nat disse, gentilmente: «Noi facciamo parte d una società
discografica, signora Kongrosian. E tutto ciò che è musica ci
interessa.» L’impulso di avvicinarsi alla finestra era troppo forte. A
torto o a ragione, aveva l’istinto nel sangue… e l’istinto aveva la
precedenza sulla civiltà e sulla cortesia, su qualsiasi altra cosa.
Guardò fuori, e vide i bambini, seduti in cerchio. Ed erano tutti
chupper. Si chiese quale di loro era Plautus Kongrosian. A lui,
sembravano tutti eguali. Forse era quel bambino che indossava i
calzoncini gialli e una maglietta…
Fece un cenno di richiamo a Molly e a Jim; e i due lo raggiunsero
davanti alla finestra.
Cinque bambini Neanderthal, pensò Nat. Prelevati dal tempo; una
sequenza del passato enucleata e inserita qui, nella nostra epoca, nel
presente, perché noi dell’EME possiamo ascoltare e registrare.
Chissà che genere di copertina preparerebbe il nostro ufficio grafico,
per un disco di questo genere. Chiuse gli occhi, poiché non voleva
più vedere quella scena.
Ma lo faremo, pensò. Perché siamo venuti qui per ottenere
qualcosa. Non possiamo — o per lo meno non vogliamo —
tornarcene indietro a mani vuote. E… questo è importante. Bisogna
occuparsene professionalmente. Forse è ancora più importante di
Richard Kongrosian, per quanto lui sia formidabile. Non possiamo
prenderci il lusso di dare ascolto alle nostre delicate sensibilità.
«Jim,» disse alla fine, «prendi l’Ampek F-a2. Subito. Prima che
smettano.»
«Non vi permetterò di registrare,» disse Beth Kongrosian.
«Perché?» le disse Nat. «Siamo abituati a farlo, nelle esecuzioni di
musiche popolari colte sul vivo. Ci sono state molte cause, e la casa
discografica ha sempre vinto.»
E seguì Jim Planck, per preparare la registrazione. «Signor
Flieger, ma lei ha capito che cosa sono?» gli gridò dietro la signora
Kongrosian.
«Sì,» disse lui. E proseguì.
Montarono l’Ampek F-a2. L’organismo vivente pulsava
sonnacchioso, agitando gli pseudopodi come se avesse fame.
L’umidità non gli aveva dato fastidio; al massimo sembrava più
torpido.
Beth Kongrosian apparve al loro fianco, composta, il volto
irrigidito dalla disperazione. Disse, a voce bassa: «Ascoltatemi, vi
prego. Questa sera, ci sarà una delle loro riunioni. Gli adulti. Nella
loro sede, nei boschi, qui vicino, sulla strada di pietra rossa che
appartiene a loro, alla loro organizzazione. Balleranno e canteranno.
Proprio quello che vi interessa. Molto più di quanto potete trovare
qui, con questi bambini. Vi prego: aspettate, registrate quella
riunione, piuttosto.»
«Registreremo tutte e due,» disse Nat. E fece segno a Jim di
portare l’Ampek F-a2 verso il cerchio dei bambini.
«Rimanete a dormire qui, questa sera,» disse Beth Kongrosian,
inseguendolo. «Sul tardi, verso le due del mattino, cantano
meravigliosamente… è difficile capire le parole, ma…» Gli afferrò il
braccio. «Richard ed io abbiamo cercato di distoglierne nostro figlio.
I bambini, poiché sono ancora troppo piccoli, non partecipano
realmente… non potrete ottenere la musica autentica, da loro.
Quando vedrete gli adulti…» Si interruppe, poi concluse, avvilita:
«Allora potrete capire che cosa intendo.»
Nat si girò verso Jim Planck, esitante. Jim annuì.
«D’accordo,» disse Nat alla signora Kongrosian. «Se ci porterà da
loro, dove si riuniscono. E se ci aiuterà a entrare.»
«Sì,» disse lei. «Lo prometto. Grazie, signor Flieger.»
Mi sento colpevole, si disse Nat. Ma a voce alta dichiarò: «Sta
bene. E lei…» La sensazione di colpa lo sopraffece. «Diamine, non è
necessario che lei ci ospiti. Andremo a Jenner.»
«Io ne sarai lieta,» disse Beth Kongrosian. «Mi sento molto sola.
Ho bisogno di compagnia, quando Richard è lontano. Voi non sapete
che cosa significa avere qui gente venuta da… dal di fuori, almeno
per un po’.»
I bambini, notando la presenza degli adulti, si separarono,
timidamente: guardarono Nat e Jim e Molly ad occhi spalancati.
Probabilmente, non sarebbe stato possibile registrarli dal vivo, pensò
Nat. Quindi lui non aveva perduto nulla, accettando quel patto.
«Questo la spaventa?» gli chiese Beth Kongrosian.
Nat alzò le spalle.
«No! No, affatto.»
«Il governo lo sa,» disse lei. «Molti etnologi sono venuti qui, e
Dio sa quanti altri sono stati mandati qui per compiere indagini. Tutti
dicono che questo dimostra una cosa: nei tempi preistorici, durante il
periodo che precedette la comparsa dell’uomo di Cro Magnon…» Si
interruppe, disperata.
«… avvennero unioni miste,» finì Nat. «Come dimostrano gli
scheletri trovati nelle grotte di Israele.»
«Sì.» Beth Kongrosian annuì. «Probabilmente, tutte le così dette
sottorazze. Le razze che non sopravvissero. Furono assorbite
dall’Homo sapiens.»
«Io farei un’altra ipotesi,» rispose Nat. «A me sembrerebbe più
probabile che le così dette sottorazze fossero mutazioni: esistettero
per un breve periodo e poi si estinsero, perché non sapevano
adattarsi. Forse anche a quei tempi c’era il problema delle
radiazioni.»
«Non sono d’accordo,» disse Beth Kongrosian. «E le ricerche
compiute per mezzo degli apparecchi von Lessinger sembrano darmi
ragione. Secondo la sua ipotesi, sarebbero semplicemente…
anormali. Ma io credo che fossero razze vere e proprie… Io credo
che si siano evolute separatamente dal primate originale, il
Proconsul. E alla fine si unirono, quando l’Homo sapiens emigrò nei
loro territori di caccia.»
«Potrei avere un’altra tazza di caffè?» chiese Molly. «Ho freddo.»
E rabbrividì. «Questa umidità mi distrugge.»
«Rientriamo in casa,» disse Beth Kongrosian. «Sì, voi non siete
abituati a questo clima, lo capisco. Ricordo quello che ho passato, nei
primi tempi, quando ci trasferimmo qui.»
«Plautus non è nato qui,» disse Nat.
«No,» rispose lei. «Siamo venuti qui per lui.»
«Ma il governo non avrebbe potuto prendersi cura di lui?»
domandò Nat. «Hanno scuole speciali per i superstiti dalle
radiazioni.» Evitò di usare il termine esatto: avrebbe dovuto dire i
mostri delle radiazioni.
«Pensammo che qui sarebbe stato più felice,» spiegò Beth
Kongrosian. «In maggioranza i chupper, come si definiscono loro
stessi, si trovano qui. Sono venuti qui da tutte le parti del mondo, in
questi due decenni.»
Raggiunsero la casa calda e asciutta.
«È veramente un bellissimo bambino,» disse Molly. «Molto
simpatico… e ha l’aria molto sensibile, nonostante…» Non riuscì a
proseguire.
«La mascella e l’andatura si accentuano più tardi,» disse la
signora Kongrosian. «Comincia verso il tredicesimo anno.» Andò in
cucina, fece scaldare l’acqua per il caffè.
È strano, ciò che riporteremo da questo viaggio, pensò Nat
Flieger. Qualcosa di molto diverso da ciò che noi e Leo ci
aspettavamo.
E pensò: Chissà se si venderà.

La voce dolce, purissima di Amanda Conners uscì dal citofono,


facendo sussultare il dottor Egon Superb, che esaminava il
programma degli appuntamenti per il giorno seguente.
«C’è un tale che vuole vederla, dottore. Un certo signor Wilder
Pembroke.»
Wilder Pembroke! Il dottor Superb si irrigidì, depose il registro
degli appuntamenti con un gesto istintivo.
Che cosa voleva, questa volta, l’alto funzionario dell’NP? Provò
un senso immediato di allarme, e disse nel citofono: «Un attimo solo,
prego.»
È venuto per farmi chiudere? si chiese. Allora devo avere ricevuto
quel paziente, senza accorgermene. Il paziente a causa del quale mi
hanno permesso di continuare ad esistere. Il paziente che dovevo
curare. O meglio, non curare. L’uomo che doveva rappresentare il
mio fallimento.
Mentre rifletteva, la fronte gli si imperlò di sudore. E così la mia
carriera finisce, come sono finite quelle di tutti gli altri psicoanalisti
degli USEA. E adesso, che cosa farò? Alcuni dei suoi colleghi erano
fuggiti nei paesi comunisti, ma senza dubbio non se la passavano
meglio, da quelle parti. Parecchi erano emigrati sulla Luna e su
Marte. E alcuni (o meglio, un numero rilevante) avevano fatto
domanda per farsi assumere dall’A.G. Chemie, l’organizzazione che
era stata la prima responsabile dei provvedimenti presi contro di loro.
Lui era troppo giovane per ritirarsi e troppo vecchio per imparare
un’altra professione. Pensò, amaramente: Così, in pratica, non posso
far nulla. Non posso continuare e non posso smettere. È un classico
dilemma senza soluzione, come quelli in cui si invischiano così
spesso i miei pazienti. Adesso provava una maggiore pietà, per loro,
per le loro esistenze trasformate in caos.
Chiamò Amanda.
«Faccia entrare il commissario Pembroke.»
L’uomo dell’NP, dagli occhi duri e dalla voce sommessa, entrò
lentamente nell’ufficio, sedette di fronte al dottor Superb. Indossava
abiti borghesi.
«Che pezzo di figliola si tiene in anticamera,» disse Pembroke, e
si leccò le labbra. «Mi chiedo che ne sarà di lei. Forse noi
potremmo…»
«Che cosa vuole?» domandò Superb.
«Una risposta a una domanda.» Pembroke si appoggiò alla
spalliera, si tolse dalla tasca un portasigarette d’oro, un pezzo
d’antiquariato del secolo precedente, accese una sigaretta con un
accendino d’oro, che era a sua volta un prezioso oggetto antico.
Soffiò uno sbuffo di fumo e accavallò le gambe. E disse: «Il suo
paziente, Richard Kongrosian, ha scoperto di poter reagire.»
«Contro chi?»
«Contro i suoi oppressori. Noi, naturalmente. E chiunque gli
compaia davanti. Ecco quello che voglio sapere. Io voglio lavorare
con Richard Kongrosian, ma devo proteggermi da lui. Francamente,
ho paura di lui, ormai, ho più paura di lui, dottore, che di chiunque
altro al mondo. E so perché… mi sono servito dell’apparecchio von
Lessinger e so di che cosa sto parlando. Qual è la chiave della sua
mente? Come posso sistemare le cose in modo che Kongrosian
sia…» Pembroke cercò affannosamente la parola; poi fece,
gesticolando: «Fidato. Lei mi capisce. Ovviamente, non voglio che
quello mi prenda e mi scaraventi sei piedi sottoterra, la prima volta
che avremo una leggera divergenza di vedute.» Era pallidissimo, e
stava seduto con una rigidità pronta a sbriciolarsi.
Dopo una pausa, il dottor Superb disse: «Adesso so chi è il
paziente che aspettavo. Lei mi ha mentito, quando ha detto che avrei
fallito. Io non devo fallire affatto. Anzi, sono indispensabile. E il mio
paziente è sanissimo.»
Pembroke lo fissò con uno sguardo penetrante, ma non disse
nulla.
«II paziente è lei. E lei lo sapeva benissimo. Mi ha messo su una
falsa pista, fin dal principio.»
Dopo qualche istante, Pembroke annuì.
«E questo non è un affare di stato,» proseguì Superb. «È un’idea
sua, un suo progetto. Non ha nulla a che vedere con Nicole.» Non
direttamente, almeno, pensò.
«Stia attento,» disse Pembroke. Prese la sua pistola d’ordinanza e
se la depose sulle ginocchia, vi tenne sopra la mano.
«Non posso dirle in che modo io controllo Kongrosian. Non lo
controllo affatto. E lei lo ha visto.»
«Ma lei deve sapere,» insistette Pembroke, «se c’è qualcuno al
mondo che può saperlo, è lei… potrò lavorare con lui? Almeno
questo deve saperlo.» Fissò Superb, con gli occhi limpidi, senza
battere le palpebre.
«Bisogna che lei mi dica perché vuole saperlo.»
Pembroke impugnò la pistola e la puntò direttamente contro il
dottor Superb.
«Mi dica che cosa prova Kongrosian nei confronti di Nicole,»
disse.
«Per lui, Nicole è la figura della Magna Mater. Come lo è per tutti
noi.»
«Magna Mater?» Pembroke si sporse in avanti, infervorato. «Che
cosa significa?»
«La Gran Madre primordiale.»
«Quindi, in altre parole, la idoleggia. Per lui è come una dea, non
una donna mortale. Come reagirebbe…» Pembroke esitò.
«Supponiamo che Kongrosian diventi all’improvviso un G, un vero
G, in possesso del segreto governativo più gelosamente custodito
della storia. E venga a sapere che Nicole è morta da molti anni, e che
questa così detta Nicole è soltanto un’attrice. Una ragazza che si
chiama Kate Rupert.»
Superb si sentì ronzare le orecchie. Studiò Pembroke, e comprese
una cosa: la comprese al di là di ogni possibile dubbio. Alla fine di
quel colloquio, Pembroke lo avrebbe ucciso.
«Perché,» disse Pembroke, «questa è la pura verità.» Poi ripose di
nuovo la pistola nella fondina. «In questo caso, Kongrosian non
proverebbe più reverenza per Nicole, vero? Sarebbe disposto a
collaborare con me?»
Vi fu una pausa. Poi Superb disse: «Sì. Sarebbe disposto. Senza
alcun dubbio.»
Pembroke si rilassò notevolmente. Smise di tremare e un po’ di
colore riapparve sul suo volto magro e piatto.
«Bene. E spero che lei mi stia dicendo la verità, dottore, perché se
non fosse così, io ritornerò qui, a qualsiasi costo e qualsiasi cosa
accada, e l’ucciderò?» Si alzò in piedi, di scatto. «Addio.»
Superb chiese: «E io… io resto senza lavoro?»
«Naturalmente. E perché no?» Pembroke sorrise, tranquillamente.
«Lei non è utile a nessuno. E lo sa bene, dottore. La sua ora è ormai
suonata. Un divertente gioco di parole, se pensa alla durata delle
visite dei suoi pazienti…»
«E se io andassi in giro a riferire ciò che lei mi ha appena detto?»
«Oh, lo faccia! Faciliterebbe di molto il mio compito. Vede,
dottore, io ho intenzione di rendere pubblico questo particolare
Geheimnis. Di comunicarlo ai B. E, contemporaneamente, la Karp
und Sohnen provvederà a rivelare l’altro.»
«Quale altro?»
«Dovrà aspettare, per saperlo,» disse Pembroke. «Fino a che
Anton e Felix Karp saranno pronti.» Aprì la porta dell’ufficio. «Ci
rivedremo presto, dottore. Grazie per il suo aiuto.»
La porta si chiuse alle sue spalle.
Ho appreso, si disse il dottor Superb, il segreto supremo dello
Stato. Adesso sono sul gradino più alto della società G.
E non ha importanza. Perché non posso utilizzare in alcun modo
questa informazione come uno strumento per salvare la mia carriera.
E questo è ciò che conta. Per quanto mi riguarda, la mia carriera è la
sola che abbia importanza. La mia carriera e niente altro. Niente
altro, maledizione!
Si sentì invaso da un odio soverchiante, perverso, violentissimo
nei confronti di Pembroke. Se potessi ucciderlo, pensò Superb, lo
farei. Immediatamente. Lo seguirei e…
«Dottore,» si levò la voce di Amanda dal citofono. «Il signor
Pembroke dice che dobbiamo chiudere.» La voce tremò. «È vero?
Credevo che le avrebbero permesso di continuare ancora per un bel
pezzo!»
«Pembroke ha ragione,» ammise Superb. «È finita. Farà bene a
telefonare ai miei pazienti, a tutti quelli con cui ho appuntamento, e
ad avvertirli.»
«Sì, dottore.» Amanda chiuse la comunicazione.
Sia maledetto quell’uomo, si disse Superb. E io non posso fare
nulla, Nulla.
Il citofono tornò a ronzare. Amanda disse, esitante: «E ha detto
anche un’altra cosa. Non volevo riferirlo a lei… ma si trattava di me.
Sapevo che lei se ne sarebbe risentito.»
«Che cosa ha detto?»
«Ha detto… che forse avrebbe potuto utilizzare me. Non ha detto
in che modo, ma secondo me…» Tacque per un istante. «Mi sono
sentita nauseata. Più di quanto mi fossi mai sentita in vita mia.
Chiunque mi guardasse o mi parlasse. Qualsiasi cosa mi dicessero.
Questa volta era… diverso.»
Il dottor Superb si alzò, si avviò verso la porta dell’ufficio, l’aprì.
Pembroke se ne era andato, naturalmente. Vide soltanto Amanda
Conners, nell’anticamera, seduta dietro la scrivania. Si stava
asciugando gli occhi con un tissue. Superb si diresse verso l’uscita,
aprì la porta, scese le scale.
Aprì il portabagagli della sua ruota, che era parcheggiata lì
davanti, prese una pesante manovella. Poi, impugnando quell’arma
improvvisata, si avviò lungo il marciapiede. La sbarra di ferro era
fredda e scivolosa, sotto le sue dita, mentre lui cercava con lo
sguardo il commissario Pembroke.
In distanza, scorse una figura rattrappita. Alterazione di
prospettiva, osservò il dottor Superb. Me lo fa sembrare piccino. Ma
non lo è. Il dottor Superb puntò verso l’NP, alzando la manovella.
La figura di Pembroke si ingigantì.
Pembroke non lo aveva notato; non lo vide avvicinarsi. Immobile,
insieme a un gruppo di passanti, Pembroke stava fissando i titoli
esibiti da una macchina-da-notizie ambulante.
I titoli erano immensi, neri e malauguranti. Quando si avvicinò, il
dottor Superb li vide, distinse le parole. Rallentò l’andatura, abbassò
la manovella, si fermò accanto agli altri.
«Karp rivela il grande segreto del governo!» urlò la macchina-da-
notizie a tutti coloro che si trovavano nelle vicinanze. «Der Alte è un
simulacro! Ne stanno costruendo uno nuovo!»
La macchina-da-notizie cominciò a spostarsi, in cerca di altri
clienti. Lì nessuno comprava. Erano rimasti tutti immobili,
agghiacciati. Per il dottor Superb era una specie di incubo. Chiuse gli
occhi, e pensò: «Non riesco a crederlo. È terribilmente difficile
accettare questa realtà!»
«Un dipendente della Karp ruba i piani completi del prossimo
simulacro di der Alte!» La macchina-da-notizie, che ormai si era
allontanata di mezzo isolato, continuava a strillare, e le sue parole
echeggiavano. «E rende pubblici i piani!»
Per tutti questi anni, pensò Superb. Abbiamo venerato un
fantoccio. Un essere inerte, privo di vita.
Aprì gli occhi e vide Wilder Pembroke, grottescamente piegato,
teso ad ascoltare le grida della macchina-da-notizie. Mosse qualche
passo per seguirla, come se ne fosse ipnotizzato.
Mentre si allontanava, Pembroke tornò a rimpicciolire, come
prima. Devo seguirlo, si disse Superb. Devo vederlo a grandezza
naturale, devo vederlo di nuovo reale, così potrò fargli ciò che devo
fargli. L’impugnatura della manovella divenne scivolosa, così umida
di sudore che non riusciva a tenerla stretta.
«Pembroke,» gridò.
La figura si fermò, con un sorriso vuoto.
«Così, adesso lei conosce entrambi i segreti. Lei possiede una
informazione unica, Superb.» Pembroke tornò verso di lui. «Ho
qualche consiglio da darle. Le consiglio di chiamare una macchina-
cronista e di riferirle ciò che sa. Ha paura?»
Superb riuscì a ribattere: «È… è troppo, tutto insieme. Devo
pensare.» Ascoltò confuso lo strepito della macchina-da-notizie, che
si udiva ancora, in lontananza.
«Ma lo dirà,» esclamò Pembroke. Senza smettere di sorridere,
impugnò la pistola d’ordinanza e la puntò alla tempia di Superb.
«Glielo ordino, dottore.» Si mosse lentamente, lungo il marciapiede,
verso lo psicoanalista. «Non abbiamo tempo da perdere, poiché la
Karp und Sohnen ha fatto la sua mossa. Questo è il momento,
dottore, l’Augenblick… come dicono i nostri amici tedeschi. Non è
d’accordo?»
«Chiamerò… chiamerò una macchina-cronista,» disse Superb.
«Non riveli da quale fonte l’ha saputo, dottore. Rientrerò con lei.»
Pembroke costrinse Superb a risalire i gradini del palazzo, fino
alla porta del suo ufficio.
«Dica soltanto che uno dei suoi pazienti, un G, le ha fatto questa
rivelazione in via confidenziale, ma lei ritiene che sia troppo
importante per tenerla nascosta.»
«Sta bene,» fece Superb, annuendo.
«E non si preoccupi dell’effetto psicologico che questa rivelazione
avrà sul paese,» disse Pembroke. «Sulle masse di B. Credo che
potranno sopportarla benissimo, una volta superato il trauma iniziale.
Ci sarà una reazione, naturalmente; prevedo che demolirà l’attuale
sistema di governo. Non le pare? Secondo me, non ci saranno più
altri der Alte, non ci saranno altre false Nicole, non vi saranno più
divisioni tra G e B. Perché saremo tutti G. Esatto?»
«Sì,» disse Superb, mentre si avviavano, passo passo, attraverso
l’anticamera, passando davanti ad Amanda Conners che fissò il suo
principale e Pembroke, incapace di proferire parola.
«Quello che mi preoccupa,» mormorò Pembroke, quasi fra sé, «è
la reazione di Bertold Goltz. Tutto il resto sembra a posto, ma non
riesco a vedere chiaro, per quanto riguarda quel fattore.»
Superb si fermò, si rivolse ad Amanda.
«Mi chiami la macchina-cronista del New York Times, subito, per
favore.»
Amanda sollevò il ricevitore, e fece il numero, stordita.

Cinereo in volto, Maury Frauenzimmer deglutì, rumorosamente,


depose il giornale e mormorò a Chic:
«Sai chi ha fatto passare la notizia?» Aveva la pelle corrugata e
floscia, come se fosse sul punto di morire. «Io…»
«È stato tuo fratello, Vince. Che tu avevi appena fatto assumere. E
che veniva dalla Karp. Bene, questa è la fine, per noi. Vince agiva
per conto di Karp… non lo hanno mai licenziato… lo hanno
mandato da noi.» Maury appallottolò il giornale, con entrambe le
mani. «Dio, se almeno tu fossi emigrato. Se tu te ne fossi andato, lui
non sarebbe mai riuscito a entrare qui. Io non lo avrei mai assunto,
senza la tua approvazione.» Alzò gli occhi ardenti di panico e fissò
Chic. «Perché non ho lasciato che te ne andassi?»
Davanti alla fabbrica della Frauenzimmer Associates una
macchina-da-notizie strillò: «…segreto del governo. Der Alte è un
simulacro! Ne stanno costruendo uno nuovo!» E poi ricominciò,
controllata meccanicamente dai suoi circuiti centrali.
«Distruggila!» gracchiò Maury, rivolto a Chic. «Quella… quella
macchina là fuori. Mandala via, in nome del cielo!»
«Non se ne va,» disse Chic, con voce spessa. «Ho tentato. Non
appena l’ho sentita.»
Si guardarono in faccia, Chic Strikerock e il suo principale Maury
Frauenzimmer, incapaci di parlare. Comunque, non cera nulla da
dire. Era la fine, per loro. La fine del loro lavoro.
E forse anche delle loro vite.
Poi, Maury disse: «Quei parcheggi-mercati di Loony Luke. Quelle
giungle di astronavi. Il governo le ha fatte chiudere tutte, non è
vero?»
«Perché?» chiese Chic.
«Perché voglio emigrare,» rispose Maury. «Devo andarmene di
qui. E anche tu.»
«Le hanno chiuse,» rispose Chic.
«Tu sai a che cosa stiamo assistendo?» chiese Maury.
«È un colpo di stato. Una congiura contro il governo degli USEA,
organizzata da qualcuno… o da parecchia gente. E da gente che è
all’interno dell’apparato, non da estranei come Goltz. E collaborano
con i monopoli, con la Karp, che è la più grande di tutti. Hanno
molto potere. Non è una sommossa di strada. Non è una comune
rivolta.» Si asciugò il volto arrossato, fradicio di sudore. «Mi sento
male. Dannazione, ci hanno trascinati in questo guaio, tutti e due. Gli
agenti dell’NP arriveranno qui da un momento all’altro.»
«Ma devono sapere che noi non avevamo intenzione…»
«Quelli non sanno niente. In questo momento, staranno arrestando
tutti, a destra e a sinistra.»
In distanza, ululò una sirena. Maury ascoltò, ad occhi sbarrati.
XIV

Non appena fu informata della situazione, Nicole Thibodeaux


diede ordine che il Reichsmarschall Hermann Goering venisse
ucciso.
Era necessario. Probabilmente, la cricca rivoluzionaria aveva
qualche legame con lui. In ogni caso, lei non poteva correre rischi.
La posta in gioco era troppo alta.
In un cortile nascosto della Casa Bianca, un plotone di soldati
della vicina base militare eseguì l’ordine. Nicole ascoltò,
distrattamente il suono fievole, appena udibile dei loro fucili a laser,
e pensò che la morte di quell’uomo, in fondo, dimostrava il ben
scarso potere che egli aveva avuto nel Terzo Reich. Perché la sua
morte non provocò alcuna alterazione del presente. Quell’evento non
provocò il minimo mutamento. Era un commento eloquente alla
struttura governativa della Germania nazista.
Poi, Nicole chiamò il commissario dell’NP, Wilder Pembroke.
«Voglio un rapporto,» l’informò, «sugli appoggi di cui godono i
Karp. È evidente che non si sarebbero arrischiati a tanto se non
avessero saputo di potere contare sugli alleati.» Fissò l’alto
funzionario dell’NP con intensità deliberata, calcolata rigorosamente.
«Che posizione ha assunto la National Police?»
Wilder Pembroke rispose con calma: «Siamo pronti a tenere testa
ai congiurati.» Non sembrava affatto turbato. Anzi, pensò Nicole,
sembrava sicuro di sé anche più del solito. «Per l’esattezza, abbiamo
cominciato a rastrellarli. I dipendenti e i dirigenti della Karp e il
personale della Frauenzimmer. E tutti coloro che sono coinvolti in
questa faccenda. Stiamo lavorando su questo aspetto della situazione,
servendoci dell’apparecchiatura von Lessinger.»
«E perché mai non eravate preparati a tutto, grazie al principio di
von Lessinger?» chiese con voce tagliente Nicole.
«Per la verità, questa situazione era stata prevista. Ma soltanto
come una trascurabile possibilità. Una contro un milione… nei
possibili futuri alternati. Non ci è mai accaduto…»
«Lei è destituito,» disse Nicole. «Mi mandi qui il suo stato
maggiore. Sceglierò il nuovo commissario dell’NP.»
Pembroke arrossì, incredulo, balbettò: «Ma in ogni momento ce
sempre una serie di alternative pericolose, così completamente
sfavorevoli che se noi…»
«Ma lei lo sapeva,» disse Nicole. «Sapeva che stavano
attaccandomi. Quando quell’esserino, quell’animale marziano mi ha
morsicato… lei avrebbe dovuto capirlo. Da quel momento lei
avrebbe dovuto aspettarsi un attacco in massa, poiché quello era il
principio.»
«Dobbiamo… dobbiamo prendere Luke?»
«Non potete prendere Luke. Luke è su Marte. Se ne sono andati
via tutti, compresi quei due che erano venuti qui, alla Casa Bianca.
Luke è andato a prelevarli, prima di partire.» E buttò a Pembroke il
rapporto. «Comunque, lei non avrebbe più l’autorità per farlo.»
Vi fu un silenzio teso, sgradevole.
«Quando quella creatura mi ha morso,» disse Nicole, «ho capito
che stavano cominciando le difficoltà.»
Ma sotto un certo aspetto, era stato un bene che l’avesse morsa.
L’aveva messa in guardia. Adesso, non si sarebbe lasciata cogliere di
sorpresa… era pronta, molto prima che chiunque altro, che qualsiasi
altra cosa potesse morderla di nuovo. Metaforicamente o alla lettera.
«La prego, signora Thibodeaux…» cominciò Pembroke.
«No,» disse lei. «La smetta di piagnucolare. Lei è liquidato. È
tutto.» C’è qualcosa, in te, che mi costringe a diffidare, pensò. Forse
perché hai permesso che quel papoola mi aggredisse. Quello è stato
l’inizio del tuo declino, la fine della tua carriera. Da quel momento,
io ho sospettato di te.
E, pensò, per me è stata quasi la fine.
La porta dell’ufficio si aprì e apparve Richard Kongrosian,
raggiante.
«Nicole, da quando ho trasferito quello psicochimico della A.G.
Chemie nella lavanderia, sono diventato completamente visibile. È un
miracolo.»
«È splendido, Richard,» disse Nicole. «Però, adesso ho un
colloquio riservato. Torna più tardi.»
In quel momento Kongrosian notò Pembroke. La sua espressione
cambiò di colpo. Ostilità… Nicole si chiese perché. Ostilità… e
paura.
«Richard,» disse Nicole all’improvviso, «ti piacerebbe diventare il
nuovo commissario dell’NP? Quest’uomo…» E indicò Wilder
Pembroke. «Quest’uomo è stato destituito.»
«Stai scherzando,» disse Kongrosian.
«Sì,» disse Nicole. «In un certo senso, per lo meno. Ma in un certo
altro… no.» Aveva bisogno di Richard… ma come? Come poteva
servirsi di lui e delle sue facoltà? In quel momento non riusciva a
comprenderlo.
Pembroke disse, impettito: «Signora Thibodeaux, se lei dovesse
cambiare idea…»
«Non la cambierò,» ribatté lei.
«In ogni caso,» proseguì Pembroke con un tono di voce misurato
e calcolato, «sarò lieto di riprendere il mio incarico e di servirla.» Poi
lasciò la stanza.
Kongrosian disse immediatamente a Nicole: «Farà qualcosa,
quell’individuo. Non so che cosa. Puoi sapere forse chi ti è fedele, in
un momento come questo? Personalmente, non mi fido di lui. Credo
che faccia parte di questa cospirazione mondiale organizzata contro
di me.» E aggiunse, in fretta: «Anche contro di te, naturalmente. Ce
l’hanno anche con te. Non è vero?»
«Sì, Richard,» Nicole sospirò.
Davanti alla Casa Bianca una macchina-da-notizie urlò. Nicole la
sentì diffondere i particolari sul conto di Dieter Hogben. La
macchina sapeva tutto. E sfruttava quella notizia, abbondantemente.
Sospirò di nuovo. Il consiglio… quelle figure misteriose,
malauguranti che dirigevano ogni sua mossa, erano senza dubbio
all’erta, ora, erano state ridestate dal loro sonno. Si chiese che cosa
avrebbero fatto. Possedevano una grande saggezza. Collettivamente,
erano vecchissimi. Erano freddi, silenziosi come serpenti, ma
vivissimi. Attivissimi, sempre nascosti alla vista di tutti. Loro non
comparivano mai alla televisione, non avevano mai presentato le
visite alla Casa Bianca.
In quel momento si augurò di poter essere al loro posto.
Poi, all’improvviso, si accorse che era accaduto qualcosa di più
grave. La macchina-da-notizie stava reclamizzando qualcosa sul suo
conto. Non sul conto del futuro der Alte, Dieter Hogben… Era l’altro
segreto!
La macchina-da-notizie (Nicole si avvicinò alla finestra per
sentire meglio) stava dicendo che… Tese l’orecchio.
«Nicole è morta!» strillò la macchina. «Molti anni fa! Al suo
posto c’è l’attrice Kate Rupert! L’intero apparato governativo è una
impostura, secondo…» Poi la macchina proseguì. Nicole non riuscì
più a distinguerne le parole, per quanto si sforzasse.
Con il volto contratto dalla confusione e dall’imbarazzo, Richard
Kongrosian domandò: «Che… che cosa ha detto, Nicole? Stava
dicendo che tu sei morta.»
«Ti sembro morta?» ribatté lei, seccamente.
«Ma ha detto che un’attrice ha preso il tuo posto.» Kongrosian la
fissò, meditabondo, con un’espressione stordita sul volto. «Sei
soltanto un’attrice, Nicole? Una truffatrice, come der Alte?»
Continuò a fissarla: sembrava sul punto di scoppiare in lacrime di
stupore e di disperazione.
«È soltanto una delle tante notizie scandalistiche dei giornali,»
disse con fermezza Nicole. Ma si sentiva agghiacciata. Stordita da
una paura oscura, somatica. Ormai si sapeva tutto. Qualche G
altolocato, qualcuno che godeva dell’intimità della Casa Bianca
anche più dei Karp, aveva tradito quell’ultimo, grande segreto.
Ormai, non c’era più nulla da nascondere. E non c’era più nessuna
distinzione tra il numero sterminato dei Bei pochissimi, privilegiati
G.
Qualcuno bussò alla porta. Garth McRae entrò, senza attendere
risposta, tetro e sconvolto. Aveva una copia del New York Times.
«Quello psicoanalista, Egon Superb, ha informato una macchina-
cronista,» disse a Nicole. «Non riesco a immaginare come abbia
saputo… non è in condizioni di ottenere informazioni di prima mano
sul suo conto. È chiaro che qualcuno deve avere tradito
deliberatamente il segreto.» Studiò il giornale, muovendo le labbra.
«Un paziente. Un paziente G si è confidato con lui, e per ragioni che
forse non conosceremo mai, lui le ha rivelate al giornale.»
«Immagino,» disse Nicole, «che sia inutile arrestarlo, ormai.
Vorrei scoprire chi si è servito di lui. È questo che mi interessa.»
Senza dubbio, era un desiderio vano, destinato a venire deluso.
Probabilmente Egon Superb non avrebbe mai detto la verità; avrebbe
preteso che si trattasse di un segreto professionale, una rivelazione
riservata e sacrosanta. Avrebbe sostenuto di non volere mettere a
repentaglio la vita del suo paziente.
«Neppure Bertold Goltz lo sapeva!» disse McRae. «Anche se
circola qui dentro a suo capriccio.»
«E adesso,» disse Nicole, «ci sentiremo chiedere nuove elezioni
generali.» E non sarebbe stata lei, a venire eletta, dopo quella
rivelazione. Si chiese se Epstein, il ministro della Giustizia, avrebbe
ritenuto doveroso procedere contro di lei. Poteva contare
sull’esercito, ma la Corte Suprema? La Corte Suprema avrebbe
potuto sentenziare che lei non era legalmente al potere. Anzi, forse lo
stava sentenziando in quel preciso momento.
Ormai, il Consiglio avrebbe dovuto uscire allo scoperto. Avrebbe
dovuto riconoscere, pubblicamente, di possedere la vera, la sola
autorità di governo.
E il Consiglio non era mai stato eletto da nessuno. Era
completamente paralegale.
Goltz avrebbe potuto affermare di avere diritto al potere quanto lo
aveva il Consiglio. E sarebbe stata la verità.
Forse ne aveva anche più diritto. Perché Goltz e i Figli di Giobbe
avevano un vasto seguito popolare.
Nicole si augurò, all’improvviso, di conoscere meglio il
Consiglio. Conoscere chi ne faceva parte, e quali erano le idee e gli
scopi di quella gente. Per la verità, non li aveva mai neppure visti.
Lei aveva sempre trattato indirettamente con quegli individui,
attraverso complicate schermature.
«Credo che farò meglio a presentarmi in televisione,» disse a
Garth McRae, «e a rivolgere un appello alla nazione. Se mi
vedranno, forse non prenderanno sul serio la notizia.» Forse il potere
della sua presenza, l’antico potere magico della sua apparizione,
avrebbe avuto la meglio. In fin dei conti, il pubblico era abituato a
vederla. Tutti credevano in lei, dopo decenni di condizionamento. Il
vecchio sistema del bastone e della carota, santificato dalla
tradizione, avrebbe potuto funzionare ancora, per lo meno in misura
limitata. Per lo meno parzialmente.
Crederanno, decise, se vogliono credere. Anche se la notizia viene
strombazzata da tutte quelle macchine. Quelle fredde, impersonali
dispensatrici di “verità”. Di realtà assoluta, spoglia di ogni
soggettività umana.
«Non lascerò nulla di intentato,» disse a Garth McRae.
Richard Kongrosian aveva continuato a fissarla, ad occhi sbarrati.
Sembrava incapace di distogliere lo sguardo da lei. E ora disse, con
voce rauca: «Non lo credo, Nicole. Tu sei reale, non è vero? Io posso
vederti, quindi devi essere reale!» E rimase lì a bocca aperta,
miserevolmente.
«Sono reale,» disse lei, triste. Milioni di persone si trovavano
nella situazione di Kongrosian, e cercavano disperatamente di
serbare intatta, inalterata l’immagine di lei. Eppure… era sufficiente?
Quanti individui, come Kongrosian, potevano infrangere il
principio della realtà? Credere in qualcosa che sapevano essere
un’illusione?
Ben pochi individui, in fin dei conti, erano malati come Richard
Kongrosian.
Per rimanere al potere, avrebbe dovuto governare una nazione di
malati mentali. E quell’idea non l’affascinava troppo.
La porta si aprì e apparve Janet Raimer, minuscola, rugosa,
sbrigativa.
«Nicole, per favore, vieni con me.» La sua voce era fievole e
asciutta. Ma autoritaria.
Nicole si alzò. Il Consiglio la voleva. E, secondo il solito, agiva
attraverso Janet Raimer, il suo portavoce.
«Va bene,» disse Nicole. Poi si rivolse a Kongrosian e a Garth
McRae: «Mi dispiace. Dovete scusarmi. Garth, voglio che lei assuma
temporaneamente la carica di commissario dell’NP. Wilder Pembroke
è stato destituito… L’ho liquidato poco fa, prima che lei entrasse. Di
lei mi fido.» Passò loro davanti, e seguì Janet Raimer fuori
dall’ufficio, lungo il corridoio. Janet camminava a passo affrettato e
Nicole dovette correre per reggere a quell’andatura.
Kongrosian agitò disperato le braccia e le gridò: «Se tu non esisti,
io diventerò di nuovo invisibile… o qualcosa di peggio!»
Nicole proseguì.
«Ho paura di quello che potrei farei» urlò Kongrosian. «Non
voglio che succeda!» Avanzò di qualche passo nel corridoio.
«Aiutami, ti prego! Prima che sia troppo tardi!»
Lei non poteva far nulla. Non si voltò neppure a guardarlo.
Janet la guidò verso un ascensore.
«Questa volta ci aspettano due piani più sotto,» disse. «Si sono
riuniti, tutti e nove. Poiché la situazione è gravissima, questa volta ti
parleranno faccia a faccia.»
L’ascensore scese, lentamente.
Nicole uscì, seguendo Janet, in quello che nel secolo precedente
era stato il rifugio antiatomico della Casa Bianca. Le luci si accesero
e lei vide, seduti a una lunga tavola di quercia, sei uomini e tre
donne. Tranne uno, le erano tutti sconosciuti: visi completamente
ignoti. Ma al centro riconobbe, incredula, un uomo che conosceva. A
giudicare dal posto in cui stava seduto, doveva essere il presidente
del Consiglio. E il suo portamento era un poco più imponente, un
poco più deciso di quello degli altri.
Quell’uomo era Bertold Goltz.
«Lei,» disse Nicole. «L’arruffapopolo. Non lo avrei mai pensato.»
Si sentì debole e spaventata. Sedette di fronte ai nove membri del
Consiglio, su una semplice sedia di legno.
Goltz la fissò, corrugando la fronte.
«Ma sapeva bene che io avevo accesso all’apparecchio von
Lessinger. E l’attrezzatura dei viaggi temporali costituisce un
monopolio del governo. Quindi era ovvio che dovevo avere qualche
contatto a livello altissimo. Comunque, ormai non importa. Abbiamo
questioni più urgenti da discutere.»
«Io torno di sopra,» disse Janet Raimer.
«Grazie,» rispose Goltz, con un cenno del capo. Poi, rivolto a
Nicole, malinconicamente: «Lei è una donna giovane e inetta, Kate.
Comunque, cercheremo di tirare avanti con ciò che abbiamo in mano.
L’apparecchio von Lessinger mostra soltanto un futuro alternato,
completamente distinto, in cui il commissario Pembroke governa
come dittatore assoluto. Questo ci induce a pensare che Wilder
Pembroke abbia preso parte al tentativo di rivoluzione messo in atto
dai Karp. Credo che lei avrebbe dovuto farlo arrestare e fucilare,
immediatamente.»
«Ha perduto il posto,» disse Nicole. «Non più di dieci minuti fa,
io l’ho destituito.»
«E lo ha lasciato andare?» chiese una delle donne che facevano
parte del Consiglio.
«Sì,» ammise riluttante Nicole.
«Quindi,» disse Goltz, «ora probabilmente è troppo tardi per
arrestarlo. Comunque, continuiamo. Nicole, la sua prima mossa
dovrà essere contro i due monopoli, la Karp e l’A.G. Chemie. Anton
e Felix Karp sono particolarmente pericolosi. Abbiamo visto parecchi
futuri alternati in cui riescono a sbarazzarsi di lei e a impadronirsi del
potere… per un decennio almeno. Dobbiamo impedirlo, e non
importa ciò che faremo o non faremo.»
«D’accordo,» disse Nicole, annuendo. Le sembrava un’ottima
idea. Avrebbe agito contro i Karp anche senza bisogno
dell’intervento del Consiglio.
«Si direbbe,» fece Goltz, «che lei sia convinta di non avere
bisogno dei nostri suggerimenti. Ma ne ha bisogno, e come. Ora le
diremo come potrà salvarsi la vita, fisicamente, alla lettera… e come
potrà salvare anche la sua posizione. Senza di noi, lei è spacciata. Mi
creda. Ci siamo serviti dell’apparecchio von Lessinger e lo sappiamo
bene.»
«È… è che non mi posso abituare all’idea che lei…» disse Nicole
a Bertold Goltz.
«Ma sono sempre stato io,» rispose l’uomo. «Anche se lei non lo
sapeva. Non è cambiato nulla, in realtà. Lei lo ha scoperto, ed è tutto.
Non ha molta importanza, in questo momento, Kate. Ora, vuole
salvarsi? Vuole accettare le nostre istruzioni? O vuole finire contro
un muro e venir giustiziata per ordine dei Karp e di Wilder
Pembroke?» Il suo tono era durissimo.
«Naturalmente sono disposta a collaborare,» disse Nicole.
«Bene,» Goltz annuì e guardò i suoi colleghi. «Il primo ordine che
impartirà, attraverso Rudi Kalbfleisch, sarà la nazionalizzazione della
Karp und Sohnen Werke. Tutti gli impianti della Karp diventeranno
automaticamente proprietà del governo degli USEA. Dia ordine
all’esercito di occupare le varie filiali della Karp. Ci si dovrà servire
di unità armate, possibilmente di mezzi corazzati pesanti. E bisogna
provvedere subito, meglio ancora se prima di sera.»
«Sta bene,» disse Nicole.
«Tre o quattro generali dell’esercito dovranno recarsi nella sede
principale della Karp, a Berlino. E dovranno provvedere
personalmente all’arresto della famiglia Karp. Faccia trasferire i
Karp alla più vicina base militare, li faccia processare da un tribunale
militare e li faccia giustiziare immediatamente. Prima di sera. In
quanto a Pembroke, credo che sarebbe meglio farlo assassinare da un
commando dei Figli di Giobbe. In questa faccenda è meglio non
immischiare i militari.» Il tono di Goltz cambiò. «Perché
quell’espressione, Kate?»
«Ho un orribile mal di testa,» disse Nicole. «E non mi chiami
Kate. Finché sono al potere, lei dovrebbe continuare a chiamarmi
Nicole.»
«Tutto questo l’affligge, non è vero?»
«Sì,» rispose lei. «Non voglio assassinare nessuno, neppure
Pembroke e i Karp. È stato anche troppo dover fare uccidere il
Reichsmarschall… Non ho fatto assassinare quei due suonatori
d’anfora che hanno portato il papoola nella Casa Bianca perché
potesse mordermi… quei due emissari di Loony Luke. Ho lasciato
che emigrassero su Marte.»
«Ma non è possibile risolvere la situazione, in questo modo.»
«Evidentemente no,» convenne Nicole.
Alle spalle di Nicole, la porta del rifugio si aprì. Lei si voltò, certa
di vedere Janet Raimer.
Sulla soglia, con la pistola in pugno, c’era Wilder Pembroke,
circondato da un gruppo di agenti dell’NP.
«Siete tutti in arresto,» disse. «Tutti.»
Goltz balzò in piedi, si infilò la mano nell’interno della giacca.
Con un solo colpo, Pembroke lo uccise. Goltz cadde all’indietro,
aggrappandosi alla poltrona; la poltrona si rovesciò, e Goltz crollò
disteso, dietro la tavola di quercia.
Nessuno si mosse.
Pembroke si rivolse a Nicole: «Venga di sopra. Dovrà apparire
alla televisione. Immediatamente.» E le puntò contro la canna della
pistola. «Presto! La trasmissione comincerà tra pochi minuti.» Si
tolse dalla tasca un foglio di carta ripiegato. «Ecco ciò che dovrà
dire.» E aggiunse, con una smorfia: «Lei si dimette dal suo incarico,
o meglio dal suo così detto incarico. E ammette che le due notizie
sono vere, quella relativa a der Alte e quella che riguarda lei.»
«E in favore di chi abdico?» chiese Nicole. Sentì la propria voce
fievole, ma non supplichevole. E ne fu contenta.
«A un comitato d’emergenza, composto dagli alti funzionari della
polizia,» disse Pembroke. «Che provvederà alle future elezioni
generali. E poi, naturalmente, il comitato si dimetterà.»
Storditi, gli otto membri superstiti del Consiglio si mossero per
seguire Nicole.
«No,» disse Pembroke. «Voi rimarrete qui. Tutti.» Era
pallidissimo. «Con la polizia.»
«Sa che cosa intende fare quell’uomo, non è vero?» disse uno dei
membri del Consiglio a Nicole. «Ha dato ordine di ucciderci.» Le sue
parole si udirono appena.
«Ma lei non può far niente per salvarvi,» disse Pembroke,
puntando di nuovo la pistola contro Nicole.
«Avevamo previsto tutto questo con l’apparecchio di von
Lessinger,» disse una donna che faceva parte del Consiglio. «Ma non
potevamo credere che succedesse realmente. Bertold lo escludeva.
Troppo improbabile. Credevamo che queste cose non accadessero
più.»
Nicole entrò nell’ascensore, insieme a Pembroke. Salirono
insieme al piano terreno.
«Non li uccida,» disse Nicole. «La prego.»
Pembroke consultò il suo orologio.
«Ormai sono tutti morti,» disse.
Le porte dell’ascensore si schiusero.
«Andiamo direttamente nel suo ufficio,» stabilì Pembroke. «E da
lì, lei parlerà alla televisione. È interessante, non è vero, che i
membri del Consiglio non abbiano preso sul serio la possibilità che
io li liquidassi prima che loro liquidassero me? Erano così convinti
del loro potere assoluto da credere che io mi lasciassi annientare
senza reagire, come una pecora. Probabilmente, non si erano neppure
presi il disturbo di prevedere questi ultimi istanti. Avrebbero dovuto
sapere che avevo buone probabilità di impadronirmi del potere, ma è
chiaro che non hanno seguito gli sviluppi della situazione e non
hanno scoperto in che modo vi sarei riuscito.»
«Non riesco a credere che abbiano potuto essere tanto sciocchi,»
disse Nicole. «Nonostante ciò che hanno detto, nonostante ciò che lei
dice. Con l’apparecchio di von Lessinger a disposizione…» Le
pareva impossibile che Bertold Goltz e gli altri si fossero lasciati
uccidere in quel modo. Sarebbe stato logico che si fossero messi al
sicuro.
«Avevano paura,» disse Pembroke. «E chi ha paura perde la
capacità di pensare.»
Erano giunti davanti all’ufficio di Nicole.
Sul pavimento, davanti alla porta, giaceva una figura inerte. Era
Janet Raimer.
«Ci siamo trovati costretti ad agire così,» disse Pembroke. «O
meglio… siamo sinceri, abbiamo voluto agire così. Siamo sinceri,
finalmente. No, non era necessario. Ma liquidare la signorina Raimer
è stata una soddisfazione personale, per me.» Pembroke scavalcò il
cadavere di Janet e aprì la porta dell’ufficio di Nicole.
E nell’ufficio c’era Richard Kongrosian.
«Mi sta succedendo qualcosa di terribile!» gemette Kongrosian,
non appena scorse i due. «Non sono più in grado di tenere distinto
me stesso dal mio ambiente. Mi capite? È spaventoso!» Venne verso
di loro, tremando. Roteava gli occhi, in preda a una paura abietta e il
sudore gli imperlava il collo, la fronte e le mani. «Mi potete capire?»
«Ne parleremo più tardi,» gli disse Pembroke, nervosamente.
Nicole vide di nuovo quella smorfia involontaria. Poi Pembroke le
disse: «Per prima cosa, legga il foglio che le ho dato. Subito.»
Consultò ancora una volta il suo orologio. «I tecnici della televisione
dovrebbero essere già pronti.»
«Li ho mandati via io,» disse Kongrosian. «Complicavano le cose.
Ecco… vedete quella scrivania? Adesso io ne sono parte, ed è parte
di me. Guardate, ve lo mostrerò.»
Fissò intensamente la scrivania, agitando la bocca. E un vaso di
rose si sollevò dal piano della scrivania, si mosse nell’aria verso di
lui. Sotto il loro sguardo, il vaso passò nel petto di Kongrosian e
scomparve.
«Adesso è dentro di me,» gemette il pianista. «L’ho assorbito.
Adesso è me. E…» indicò la scrivania. «Io sono lì!»
Nel punto in cui era stato il vaso, Nicole vide formarsi, in densità,
massa e colore, un complicato groviglio di materia organica, di rossi
vasi sanguigni, d’una porzione d’un sistema endocrino. Una parte
dell’anatomia interna di Kongrosian. Forse, pensò, la milza e il
sistema circolatorio che la faceva funzionare. Qualsiasi cosa fosse,
quell’organo pulsava regolarmente, era vivo e attivo. Com’è
complicato, pensò. Non riusciva a distoglierne lo sguardo, e persino
Wilder Pembroke lo guardava fissamente.
«Mi sto rovesciando!» gemette Kongrosian. «Fra poco, se
continua così, io avvolgerò l’intero universo e tutto ciò che
comprende, e le sole cose che resteranno al di fuori di me saranno i
miei organi interni… e allora, probabilmente, morirò!»
«Senta, Kongrosian,» disse Pembroke, con voce rauca. Puntò la
pistola contro il pianista. «Perché ha mandato via quelli della
televisione? Ho bisogno di loro. Nicole deve parlare alla nazione.
Vada a richiamarli.» E fece un gesto con la mano che stringeva
l’arma. «Oppure chiami un dipendente della Casa Bianca che…»
Si interruppe, di colpo. La pistola gli era sfuggita dalle mani.
«Aiuto!» ululò Kongrosian. «Sta diventando me!»
La pistola scomparve entro il corpo di Kongrosian.
E in mano a Pembroke apparve una massa rosea e spugnosa di
tessuto polmonare. La lasciò cadere, immediatamente, e Kongrosian
lanciò un urlo di dolore.
Nicole chiuse gli occhi.
«Richard,» gemette, rauca. «Finiscila. Riprendi il controllo di te
stesso.»
«Sì,» disse Kongrosian, con una risatina impotente. «Posso
riprendere il controllo di me stesso, raccogliere me stesso, i miei
organi, le mie parti vitali sparse attorno a me sul pavimento. Forse
riuscirò a cacciarle tutte dentro di me, in un modo o nell’altro.»
Nicole riaprì gli occhi.
«Puoi mandarmi lontano di qui, subito? Molto lontano, Richard.
Ti prego!»
«Non posso più respirare,» ansimò Kongrosian. «Pembroke aveva
in mano una parte del mio apparato respiratorio e lo ha lasciato
cadere. Non gliene importava… mi ha lasciato cadere.» Fece un
gesto in direzione del capo dell’NP…
Sommessamente, con il viso privo del colore e della animazione
della vita, Pembroke disse: «Ha bloccato qualcosa dentro di me. Un
organo essenziale.»
«Giustissimo!» urlò Kongrosian. «Ho bloccato il… Ma non glielo
dirò.» Puntò un dito contro Pembroke, sarcasticamente. «Dirò
soltanto questo: lei vivrà ancora per… diciamo, per quattro ore.» E
rise. «Che cosa ne dice?»
«Non può salvarmi?» riuscì a dire Pembroke. I suoi lineamenti
erano ormai alterati dalla sofferenza.
«Se voglio,» disse Kongrosian. «Ma non voglio, perché non ne ho
il tempo. Devo rimettermi insieme.» Fece una smorfia,
concentrandosi. «Sono troppo occupato ad allontanare tutti i corpi
estranei che sono entrati in me,» spiegò a Pembroke e a Nicole. «E
voglio ritornare me stesso. Voglio recuperare i miei organi.» Fissò
severamente la massa rosea, spugnosa di tessuto polmonare. «Tu sei
me,» disse. «Tu sei parte del mondo-io, non del non-io. Capisci?»
«Ti prego, mandami lontano di qui,» gli disse Nicole.
«Va bene, va bene,» dichiarò irritato Kongrosian. «Dove vuoi
andare? In un’altra città? Su Marte? Chi sa fino a che distanza posso
spostarti… io non lo so. Come ha detto Pembroke, non ho imparato a
usare politicamente le mie facoltà, neppure dopo tutti questi anni.
Ma, comunque, ormai sono in politica.» E ridacchiò, felice. «E
Berlino? Posso trasferirti a Berlino, ne sono sicuro.»
«Come vuoi,» rispose Nicole.
«So dove ti manderò,» esclamò all’improvviso Kongrosian. «So
dove sarai al sicuro, Nicky. Capisci, io voglio che tu sia al sicuro.
Credo in te, so che esisti. Qualsiasi cosa dicano quelle maledette
macchine. Voglio dire, loro mentono. Lo so. Stanno cercando di
distruggere la mia fiducia in te; si sono messe d’accordo, e ripetono
tutte la stessa cosa.» E aggiunse, come spiegazione: «Ti mando a
casa mia, a Jenner, in California. Potrai stare lì con mia moglie e mio
figlio. Pembroke non potrà raggiungerti perché sarà morto. Ho
chiuso un altro organo, dentro di lui, in questo momento… e
quest’organo è ancora più vitale dell’altro. Non sopravviverà per più
di sei minuti.»
«Richard,» disse Nicole, «lascialo…»
E tacque, perché erano scomparsi. Pembroke, Kongrosian, il suo
ufficio alla Casa Bianca, tutto era scomparso in un lampo e lei si
trovava in una foresta tetra e piovosa. La nebbia sgocciolava dalle
foglie lucide. Sotto i suoi piedi il suolo era soffice, impregnato di
umidità. Non c’era nessuno, intorno. La foresta satura di umidità era
completamente silenziosa. Era sola.
Si incamminò. Si sentiva irrigidita e vecchia. Muoversi era uno
sforzo terribile. Le pareva di essere da un milione di anni in quel
silenzio, sotto quella pioggia. Era come se fosse lì da sempre.
Più avanti, attraverso le liane e il groviglio degli arbusti, vide la
sagoma duna casa di legno, malconcia, non verniciata. Vi si diresse, a
braccia conserte, rabbrividendo per il freddo.
Quando scostò l’ultimo ramo vide, fermo di fronte a lei, un tassì
automatico vecchissimo, al centro del vialetto che portava alla casa.
Nicole aprì la portiera della macchina e ordinò: «Portami nella
città più vicina.»
Il meccanismo del tassì non ebbe la minima reazione. Restò
inerte, come se fosse moribondo.
«Non mi senti?» disse ancora lei, a voce alta.
Da lontano, giunse fino a lei una voce di donna.
«Mi dispiace, signorina. Questo tassì è degli inviati della casa
discografica. Non può rispondere perché è ancora alle loro
dipendenze.»
«Oh,» disse Nicole, e si raddrizzò, chiuse la portiera. «Lei è la
moglie di Richard Kongrosian?»
«Sì,» disse la donna, scendendo i gradini della casa. «E lei…» Poi
batté le palpebre. «Ma lei è Nicole Thibodeaux!»
«Lo ero,» rispose Nicole. «Posso entrare a bere qualcosa di caldo?
Non mi sento bene.»
«Certo,» disse Beth Kongrosian. «Prego. È venuta a cercare
Richard? Non è qui. L’ultima volta che ho avuto sue notizie era in un
ospedale neuropsichiatrico a San Francisco, al Franklin Aimes. Lei sa
dov’è?»
«Sì,» rispose Nicole. «Ma adesso Richard non è più là. No, non è
lui che sto cercando.» Seguì Beth Kongrosian su per i gradini.
«Quelli della casa discografica sono qui da tre giorni,» disse la
signora Kongrosian. «Continuano a registrare. Cominciò a credere
che non se ne andranno mai. Sono simpatici, sono contenta di averli
qui. Hanno dormito qui, la notte. Erano venuti per registrare qualche
esecuzione di mio marito, per via di un vecchio contratto con l’Art-
Cor, ma, come ho detto, lui non c’è.» E aprì la porta.
«La ringrazio dell’ospitalità,» disse Nicole. La casa era calda e
asciutta, un vero sollievo, dopo la terribile umidità della foresta. Il
fuoco ardeva nel caminetto, e Nicole vi si accostò.
«Ho sentito cose stranissime, alla televisione,» disse la signora
Kongrosian. «Qualcosa sul conto di der Alte, e anche sul suo conto.
Non sono riuscita a capirci niente. Dicevano che lei… be’, che lei
non esiste. Sa di che cosa sto parlando? Che cos’è questa storia?»
«Ho paura di non saperlo,» disse Nicole, mentre si riscaldava.
La signora Kongrosian disse: «Andrò a preparare il caffè. Loro…
il signor Flieger e gli altri dell’EME… dovrebbero rientrare fra poco.
Per il pranzo. Lei è sola? Non l’ha accompagnata nessuno?»
Sembrava sbalordita.
«Sono sola,» disse Nicole. Si chiese se Wilder Pembroke era già
morto. Si augurò che lo fosse, per la propria salvezza. «Suo marito,»
disse, «è stato magnifico. Gli devo moltissimo.» Gli devo la mia vita,
pensò.
«Anche lui la tiene in grande considerazione,» disse la signora
Kongrosian.
«Posso rimanere qui?» chiese improvvisamente Nicole.
«Naturalmente. Finché vuole.»
«Grazie,» rispose Nicole. Si sentì un po’ meglio. Forse non
ritornerò mai più, pensò. In fin dei conti, perché dovrei tornare? Janet
è morta, Bertold Goltz è morto, persino il Reichsmarschall Goering è
morto, e anche Wilder Pembroke… ormai è morto anche lui. E tutto
il Consiglio, tutte le figure misteriose che avevano diretto ogni sua
azione. Presumendo, naturalmente, che gli agenti nell’NP avessero
eseguito l’ordine di Pembroke… e l’avevano fatto, senza dubbio.
E, pensò, io non posso più governare. Le macchine-da-notizie,
nella loro azione cieca, meccanica, efficiente, hanno fatto si che
governare mi diventasse impossibile. Quelle macchine e i Karp. E
così, pensò, adesso è il turno dei Karp. Per un po’, saranno loro a
detenere il potere. Fino a che saranno spodestati a loro volta, come
me.
Non posso neppure emigrare su Marte, pensò. Per lo meno, non
posso andarci con un’astronave personale. Sono stata io stessa a
precludermi questa via di scampo. Ma ci sono altri mezzi. Le grandi
navi commerciali, le navi del governo. Navi velocissime che
appartengono all’esercito; forse potrei requisirne una. Potrei agire per
mezzo di Rudi, anche se è sul letto di morte. Legalmente, l’esercito
gli ha giurato fedeltà; e deve fare ciò che lui ordina.
«Un po’ di caffè? Si sente bene? Lo vuole?» La signora
Kongrosian l’osservò, attentamente.
«Sì,» disse Nicole. «Certo che lo voglio, grazie.» Seguì Beth
Kongrosian nella cucina della grande, vecchia casa.
Fuori, la pioggia cadeva fitta, adesso. Nicole rabbrividì, cercò di
non guardare. La pioggia le faceva paura. Era come un cattivo
augurio. Come un preannuncio di un fato terribile.
«Di che cosa ha paura?» le chiese all’improvviso Beth
Kongrosian, con voce acuta.
«Non so,» confessò Nicole.
«Ho visto spesso Richard fare come lei. Deve essere questo clima.
È così avvilente, così monotono. Ma, a giudicare dalle descrizioni,
non avrei mai creduto che lei potesse… ridursi così. Richard diceva
sempre che lei era così coraggiosa. Così piena di forza.»
«Mi dispiace di averla delusa.»
La signora Kongrosian le batté una mano sul braccio.
«Non mi ha delusa affatto. Mi è molto simpatica. Sono sicura che
è il clima, a deprimerla.»
«Forse sì,» rispose Nicole. Ma lei sapeva che non era così. Era
ben altro che la pioggia…
XV

L’agente dell’NP aveva gli occhi severi; era un uomo di mezza


età, estremamente professionale.
«Siete in arresto, tutti e due,» disse a Maury Frauenzimmer e a
Chic Strikerock. «Venite con me.»
«Hai visto?» disse Maury a Chic, in tono d’accusa. «Te l’avevo
detto! Quei bastardi ci hanno rovinati. Siamo spacciati. Gli stracci
che vanno all’aria.»
Insieme a Maury, Chic lasciò il piccolo ufficio della
Frauenzimmer Associates che gli era così familiare. L’agente dell’NP
li seguiva. I due avanzarono in silenzio, verso la macchina della
polizia.
«Un paio d’ore fa,» sbottò all’improvviso Maury, «avevamo tutto.
E adesso, per colpa di tuo fratello, guarda che cosa abbiamo. Nulla.»
Chic non rispose. Non c’era niente da rispondere.
«Ti ammazzerò, Chic,» disse Maury, mentre la macchina della
polizia si avviava verso l’autobahn. «Così, mi aiuti Iddio!»
«Ce la caveremo,» rispose Chic. «Ci siamo trovati nei guai altre
volte. E ce la siamo sempre cavata, in un modo o nell’altro.»
«Se tu fossi emigrato,» disse Maury.
Anch’io lo vorrei, pensò Chic. In questo momento io e Richard
Kongrosian saremmo… dove? Nello spazio, diretti verso la nostra
fattoria, verso una nuova vita.
E invece… questo. Si domandò dove poteva essere Kongrosian, in
quel momento. Se la stava passando altrettanto male? Era poco
probabile.
«La prossima volta che deciderai di lasciare la ditta…» cominciò
Maury.
«Benissimo!» ribatté ferocemente Chic. «Lasciamo perdere. Cosa
possiamo fare, adesso?» Vorrei tanto mettere le mani su mio fratello
Vince, pensò. E poi su Anton e sul vecchio Felix Karp.
L’agente dell’NP che gli stava seduto accanto disse
improvvisamente all’autista: «Ehi, guarda, Sid. Un blocco stradale.»
La macchina della polizia rallentò. Chic sbirciò fuori e vide un
porta-armi mobile dell’esercito: e, sul veicolo, un grande cannone
puntato verso le file di macchine e di ruote ferme davanti alla
barricata che bloccava le otto corsie.
L’agente dell’NP che sedeva accanto a Chic estrasse la pistola.
L’autista lo imitò.
«Che cosa succede?» domandò Chic, mentre il cuore gli batteva
forte, dolorosamente.
I due agenti non risposero. Il loro sguardo era inchiodato
sull’unità dell’esercito che bloccava l’autobahn. Una grande tensione
si era impadronita di loro, Chic poteva quasi percepirla. Permeava
l’interno della macchina.
In quel momento, mentre la macchina della polizia avanzava
lentamente fin quasi a toccare il veicolo che la precedeva, un
annunciatore commerciale della Theodorus Nitz si infilò nel
finestrino aperto.
«Vi sembra che la gente sia capace di vedere attraverso i vostri
vestiti?» squitti come un pipistrello, correndo a nascondersi sotto il
sedile anteriore. «Avete l’impressione, quando vi trovate in pubblico,
di avere i calzoni slacciati e di…»
L’annunciatore tacque quando l’autista lo centrò con la pistola.
«Odio questi maledetti arnesi,» sputò, con avversione.
Al rumore dello sparo, la macchina venne immediatamente
circondata da un drappello di soldati, tutti armati fino ai denti.
«Giù le armi!» ordinò il sergente che comandava il drappello.
I due agenti lasciarono cadere le pistole, riluttanti. Un soldato
spalancò la portiera della macchina. I due agenti scesero, cautamente,
alzando le braccia.
«Contro chi stavate sparando?» domandò il sergente. «Contro di
noi, per caso?»
«Contro un annunciatore commerciale della Nitz,» rispose uno
degli agenti, con voce tremante. «Guardi dentro la macchina, sotto il
sedile. Non sparavamo contro di voi… parola!»
«Ha detto la verità,» osservò finalmente un soldato, dopo aver
frugato la macchina. «Sotto il sedile c’è un annunciatore
commerciale della Nitz, morto.»
Il sergente rifletté, poi prese una decisione.
«Potete proseguire. Ma lasciate qui le armi.» E aggiunse: «Anche
i vostri prigionieri. D’ora innanzi, prenderete gli ordini dal Quartier
Generale dell’esercito, non dalla polizia.»
I due agenti saltarono prontamente in macchina, sbatterono le
portiere e si allontanarono a tutta velocità, attraverso l’apertura della
barricata. Chic e Maury li seguirono con lo sguardo.
«Che cosa succede?» chiese Chic.
«Siete liberi,» l’informò il sergente. «Tornate a casa vostra e
chiudetevi dentro. Non prendete parte a quello che sta succedendo
per le strade. Qualunque cosa accada.» Poi il drappello di soldati si
allontanò, lasciando soli Chic e Maury.
«Una rivolta,» disse Maury, a bocca aperta. «Una rivolta
dell’esercito.»
«O della polizia,» ribatté Chic e rifletté rapidamente. «Adesso
dovremo chiedere un passaggio fino in città.» Non aveva fatto
l’autostop fin da quando era ragazzo; gli pareva strano doverlo fare
di nuovo ora, da adulto. Era quasi… piacevole. Si avviò lungo la fila
di macchine ferme, sporgendo il pollice. Il vento gli soffiava sul
volto: aveva odore di terra e d’acqua e di grandi città. Ne inalò una
profonda boccata.
«Ehi, aspettami!» gridò Maury, inseguendolo.
In cielo, a nord, si formò all’improvviso una nuvola grigia,
immensa, a forma di fungo. E un rombo scosse la terra, facendo
sussultare Chic.
Si schermò gli occhi con la mano, guardò. Che cosa era successo?
Un’esplosione, forse una piccola atomica tattica. Respirò l’odore
della cenere e comprese.
Un soldato gli passò accanto; si voltò per dire: «È la sede locale
della Karp und Sohnen Werke.» Rivolse un sogghigno a Chic e passò
oltre, in fretta.
Maury disse, sottovoce:
«L’hanno fatta saltare. L’esercito ha fatto saltare la Karp.»
«Proprio così,» rispose Chic, stordito. E sporse di nuovo il pollice,
istintivamente, chiedendo un passaggio.
In alto, due razzi dell’esercito sfrecciarono all’inseguimento di
una nave dell’NP. Chic li seguì con gli occhi fino a che non
scomparvero.
È una guerra in grande stile, si disse, intimorito.
«Chissà se faranno saltare in aria anche noi,» disse Maury.
«Voglio dire la fabbrica. La Frauenzimmer Associates.»
«Siamo troppo piccoli,» obiettò Chic.
«Già, credo proprio che tu abbia ragione,» disse Maury,
speranzoso.
È un bene essere piccoli, pensò Chic, in tempi come questi. E
tanto più si è piccoli, tanto meglio è. Fino a scomparire.
Una macchina si fermò davanti a loro. Si avviarono in quella
direzione.
«Dove state andando, amici?» domandò il guidatore, un uomo
grassoccio, dai capelli rossi.
«Qualsiasi posto va bene, per noi,» disse Maury. «Pur di
allontanarci da questo pasticcio.»
«Proprio,» convenne l’uomo dai capelli rossi, e rimise in moto la
macchina. «Sono proprio d’accordo con lei.» Era una vecchia
macchina fuorimoda, ma abbastanza efficiente. Chic Strikerock si
appoggiò alla spalliera del sedile.
Al suo fianco, Maury Frauenzimmer lo imitò, evidentemente
sollevato.
«Credo che stiano liquidando i monopoli,» disse l’uomo dai
capelli rossi mentre avanzava lentamente, seguendo la macchina che
lo precedeva attraverso la stretta apertura della barricata.
«Sicuro,» disse Maury.
«Finalmente,» disse l’uomo dai capelli rossi. «Giusto,» disse Chic
Strikerock. «Le dò perfettamente ragione.»
La macchina accelerò.

Nel grande, vecchio edificio di legno, pieno di polvere e di echi, i


chupper si muovevano, parlando tra loro, bevendo Coca-Cola.
Qualcuno ballava. Era quella danza che interessava Nat Flieger;
puntò l’Ampek F-a2 portatile in quella direzione.
«Le danze no,» disse Jim Planck. «I canti, sì. Aspetta fino a che
ricominceranno a cantare. Se pensi che lo si possa insignire del nome
di canto.»
«I suoni delle loro danze sono ritmici,» ribatté Nat. «Credo che
dovremmo cercare di registrare anche quello.»
«Tecnicamente, il capo di questa spedizione sei tu,» ammise Jim.
«Ma io ho una buona esperienza, in fatto di registrazioni e ti dico che
è inutile. Finirà sul nastro, d’accordo, o meglio in quel tuo
vermiciattolo. Ma non significherà niente. Niente del tutto.» E
guardò spietato Nat.
Ma io ho intenzione di tentare, in ogni caso, si disse Nat.
«Stanno così piegati,» disse Molly, accanto a lui. «Tutti quanti… e
sono così bassi. Quasi tutti sono più bassi di me.»
«Hanno perduto,» disse Jim, con una malinconica alzata di spalle.
«Ricordi? Quando è stato? Duecentomila anni fa? Trecentomila? In
ogni caso, è stato tanto tempo fa. Non credo che sopravviveranno a
lungo, anche questa volta. Non mi sembrano in grado di spuntarla.
Mi sembrano… oppressi da un peso.»
Era vero, pensò Nat. I chupper… i Neanderthal, sembravano
oppressi da un peso, da un compito impossibile, quello di
sopravvivere. Jim aveva ragione: non erano attrezzati per quel loro
compito. Miti, piccoli, curvi, con l’aria di scusarsi sempre, timidi,
sussurranti, si trascinavano lungo il sentiero della loro esistenza,
avvicinandosi sempre di più alla fine ad ogni attimo che passava.
Perciò facciamo bene a registrare finché lo possiamo, decise Nat.
Perché probabilmente non dureranno un pezzo. O… o forse mi
inganno?
Un chupper, un maschio adulto che indossava una camicia
scozzese e un paio di calzoni grigio-chiaro da lavoro, urtò
involontariamente Nat e mormorò inarticolate parole di scusa.
«Oh, non è niente,» lo rassicurò Nat. Provò il desiderio di mettere
alla prova la sua teoria, di cercare di rallegrare un po’ quell’essere
fallito, quella forma di vita retrograda. «Posso offrirle una birra?»
disse al chupper. «D’accordo?» Sapeva che c’era una specie di bar in
fondo all’edificio, a quella grande sala di ricreazione che sembrava
una proprietà collettiva dei chupper.
Il chupper lo guardò, poi mormorò un «no, grazie.»
«Perché no?» chiese Nat.
«Perché…» Il chupper sembrò incapace di sostenere lo sguardo di
Nat; fissò il pavimento, strinse i pugni e li riaprì, in una specie di
contrazione spasmodica. «Non posso,» riuscì a dire, finalmente. Ma
non se ne andò. Restò lì; di fronte a Nat, con gli occhi al suolo,
facendo smorfie. Probabilmente era spaventato, pensò Nat.
Imbarazzato e spaventato e confuso.
Jim Planck chiese al chupper, strascicando le parole: «Ehi, non sa
cantare qualche bella canzone chupper? Noi la registreremmo.» E
ammiccò a Nat.
«Lasciatelo in pace,» disse Molly. «Vedete bene che non può
cantare. Non può fare niente. È chiaro.» Si allontanò, incollerita con
tutti e due. Il chupper la seguì con lo sguardo, indifferente, a bocca
aperta. Aveva gli occhi opachi.
Esiste qualcosa, si chiese Nat, che possa fare brillare quegli occhi
opachi? Perché i chupper vogliono sopravvivere, se la vita significa
così poco, per loro? Poi pensò, all’improvviso: Forse stanno
aspettando. Stanno aspettando qualcosa che non è ancora accaduto,
ma che loro sanno — o sperano — che accadrà presto. Questo
spiegherebbe il loro comportamento… la loro vuotaggine.
«Lascialo in pace,» disse Nat a Jim Planck. «Molly ha ragione.»
Mise la mano sulla spalla di Jim, ma quello si scostò.
«Io credo che siano in grado di fare molto di pili di quanto sembri
a prima vista,» disse Jim. «È come se segnassero il passo, come se si
tenessero in serbo. Senza far nulla. Diavolo, mi piacerebbe vederli
impegnarsi veramente a fare qualcosa.»
«Anche a me,» disse Nat. «Ma non riusciremo mai a impegnarli.»
In un angolo della stanza un televisore tuonava, e un gruppo di
chupper, maschi e femmine, si erano raggruppati attorno
all’apparecchio e osservavano, inerti. La televisione, notò Nat, stava
trasmettendo notizie importanti. Vi dedicò la sua attenzione: era
successo qualcosa…
«Hai sentito che cosa sta dicendo il telecronista?» gli disse Jim
all’orecchio. «Mio Dio, sta parlando di guerra!»
Si fecero largo tra la piccola folla dei chupper, per avvicinarsi al
televisore. Molly era già lì e ascoltava, assorta.
«Una rivoluzione,» disse impietrita a Nat, nel ruggito tonante che
emanava dall’audio del televisore. «La Karp…» Il suo viso
esprimeva incredulità. «La Karp e l’A.G. Chemie hanno cercato di
impadronirsi del potere, insieme alla National Police.»
Lo schermo del televisore mostrava delle rovine fumanti,
praticamente disintegrate, i resti degli edifici, uno stabilimento
industriale immenso che era stato cancellato dalla faccia della Terra.
Per Nat, era irriconoscibile.
«È la filiale della Karp, a Detroit,» riuscì a dire Molly a Nat, al di
sopra del frastuono. «I militari l’hanno liquidata. Ti giuro, è quello
che ha appena detto l’annunciatore.»
Jim Planck osservò impassibile lo schermo.
«Chi sta vincendo?» domandò.
«Nessuno, per il momento,» disse Molly. «Non lo so. State a
sentire quello che dicono. È appena cominciato.»
I chupper erano diventati silenziosi. Ascoltavano e guardavano. Il
fonografo che aveva suonato fino a quel momento, taceva a sua
volta. I chupper si erano raccolti quasi tutti attorno all’apparecchio,
assorti e attenti, per assistere alle scene dei combattimenti tra le forze
armate degli USEA e gli uomini usciti dalle caserme della National
Police, sostenuti dal sistema monopolistico.
«… in California, stava dicendo l’annunciatore,» la Divisione
della Costa Occidentale dell’NP si è arresa senza colpo ferire alla
Sesta Armata, agli ordini del generale Hoheit. Tuttavia, nel
Nevada…» Lo schermo mostrò una via del centro di Reno: l’esercito
aveva frettolosamente eretto una barricata, e i cecchini della polizia
stavano sparando dalle finestre degli edifici circostanti. «In ultima
analisi,» disse l’annunciatore, «il fatto che le forze armate possiedano
virtualmente il monopolio delle armi atomiche sembrerebbe
assicurare loro la vittoria. Ma, per il momento, possiamo soltanto…»
Il telecronista proseguì, eccitato, mentre in tutti gli USEA le
macchine-croniste vagavano nelle aree del conflitto, raccogliendo
dati.
«Sarà una lotta molto lunga,» disse improvvisamente Jim Planck a
Nat. Era avvilito e stanco. «Credo che siamo maledettamente
fortunati a trovarci qui, lontano dai guai,» mormorò, quasi fra sé. «È
il momento migliore per starsene rintanati.»
Lo schermo mostrava uno scontro tra una pattuglia della polizia e
un’unità dell’esercito. Sparavano gli uni contro gli altri, correndo al
coperto, mentre i colpi si sgranavano dalle loro piccole armi
automatiche. Un soldato crollò bocconi; poi toccò a un agente
dell’NP.
A fianco di Nat, un chupper che ascoltava intento, urtò un altro
chupper che gli stava accanto. I due si sorrisero. Un sorriso d’intesa,
carico di significati. Nat lo vide, si accorse che gli occhi di tutti i
chupper avevano cominciato a brillare di un piacere segreto.
Che cosa succede, qui? si chiese Nat.
Accanto a lui, Jim Planck mormorò, sottovoce: «Nat, mio Dio, è
questo che stavano aspettando.»
Dunque è così, pensò Nat con un brivido di paura. Quella
vuotaggine, quell’indifferenza erano scomparse. I chupper erano
vigili, attenti, mentre osservavano le immagini lampeggianti sullo
schermo, mentre ascoltavano le parole eccitate dell’annunciatore.
Che cosa significa, per loro, tutto questo? si chiese Nat mentre
studiava i loro volti ansiosi. Significava, stabilì, che hanno
finalmente un’occasione. Questa potrebbe essere la loro grande
occasione.
Ci stiamo distruggendo l’un l’altro sotto i loro occhi. E… forse
così lasceremo un po’ di posto per loro, un posto in cui inserirsi. Non
più rinchiusi qui, in questa specie di minuscola isola, ma liberi di
andarsene per il mondo. Dovunque.
Scambiandosi sogghigni d’intesa, i chupper continuarono ad
osservare, avidamente. E ad ascoltare.
La paura di Nat si fece più intensa.

L’uomo grassoccio dai capelli rossi che aveva dato un passaggio a


Chic e a Maury disse: «Io mi fermo qui, amici. Dovete scendere.»
Rallentò, fermò la macchina accanto al marciapiede. Erano in città,
adesso, lontano dall’autobahn. Da ogni parte, uomini e donne
correvano, in preda al panico, cercando un riparo. Una macchina
della polizia, con il parabrezza fracassato, avanzò cautamente. Gli
uomini che erano a bordo erano armati fino ai denti.
«Meglio mettersi al coperto,» suggerì l’uomo dai capelli rossi.
Maury e Chic scesero dalla macchina, cautamente.
«Casa mia,» disse Chic. «L’Abramo Lincoln. È qui vicino.
Possiamo arrivarvi a piedi. Andiamo.» Fece segno a Maury di
muoversi; si unirono alla folla spaventata e confusa che fuggiva. Che
pasticcio, si disse Chic. Chissà come andrà a finire. Chissà se la
nostra società, il nostro modo di vivere, sopravviverà a tutto questo.
«Mi fa male lo stomaco,» gemette Maury, trascinandosi a fianco
di Chic, ansando, con il volto grigio per la stanchezza. «Io… non ci
sono abituato.»
Raggiunsero l’Abramo Lincoln. Era indenne. Sulla porta c’era il
solito sorvegliante, armato di pistola, ritto accanto a Vince
Strikerock, il lettore ufficiale dei documenti di identità. Vince stava
controllando tutti coloro che entravano, indaffaratissimo.
«Ciao, Vince,» disse Chic, quando, insieme a Maury, gli arrivò
davanti.
Suo fratello sussultò, alzò la testa: si guardarono in silenzio.
Finalmente Vince disse: «Salve, Chic. Sono contento di vederti
vivo.»
«Possiamo entrare?» domandò Chic.
«Certo,» disse Vince. Poi distolse lo sguardo. Fece un cenno al
guardiano e disse a Chic: «Vai pure. Sono proprio contento che quelli
dell’NP non siano riusciti a prenderti.» Non guardò neppure una
volta Maury Frauenzimmer: fece finta che Maury non ci fosse.
«E io?» chiese Maury.
Vince rispose con voce soffocata.
«Può… può entrare anche lei. Come ospite di Chic.»
Dietro di loro, l’uomo che li seguiva nella fila incalzò, irritato:
«Ehi, presto, per piacerei Non si è al sicuro, là fuori.» E urtò Chic,
sospingendolo.
Chic e Maury entrarono nell’Abramo Lincoln. Un momento dopo,
stavano salendo in ascensore verso l’appartamento di Chic, all’ultimo
piano.
«Vorrei sapere che cosa ci ha guadagnato,» disse pensieroso
Maury. «Tuo fratello, voglio dire.»
«Niente,» fece conciso Chic. «La Karp è sparita. E lui e molti altri
come lui sono finiti, ormai.»
«Noi compresi,» disse Maury. «Non siamo in una situazione
molto migliore. Naturalmente, molto dipende da chi sarà il
vincitore.»
«Non ha importanza chi vincerà,» disse Chic. Almeno, a lui
pareva così. La distruzione, la grande catastrofe nazionale,
incombeva ancora su di loro. Quello era l’aspetto più terribile della
guerra civile: comunque andasse, andava sempre male. Era sempre
una catastrofe. E per tutti.
Quando raggiunsero l’appartamento di Chic, trovarono la porta
aperta. Cautamente, Chic la spinse. E sbirciò nell’interno.
C’era Julie.
«Chic!» esclamò lei, muovendo un passo o due verso di lui.
Accanto a Julie c’erano due grandi valige. «Mi stavo preparando. Ho
sistemato tutto perché tu ed io possiamo emigrare. Ho i biglietti. E
non chiedermi come ho fatto perché non te lo dirò.» Era pallida in
viso, ma composta. Si era abbigliata con cura e aveva un aspetto
veramente splendido, pensò Chic. Vide Maury. «E lui chi è?» chiese,
balbettando.
«Il mio principale,» rispose Chic.
«Ho soltanto due biglietti,» fece Julie, esitante.
«Va benissimo,» rispose Maury. La guardò sorridendo, per
rassicurarla. «Io devo rimanere sulla Terra. Ho una azienda
importante cui badare.» Poi, rivolto a Chic: «Credo che abbia avuto
un’ottima idea. Dunque, questa è la ragazza di cui mi avevi parlato al
telefono. La ragione per cui sei arrivato tardi al lavoro, quella
mattina.» Batté la mano sulla spalla di Chic, giovialmente. «Hai tutte
le fortune, vecchio mio. Hai dimostrato di essere ancora giovane…
abbastanza giovane, per lo meno. Ti invidio.»
«La nostra nave,» disse Julie, «parte fra quarantacinque minuti.
Stavo pregando il cielo che tu arrivassi. Ti ho cercato in ufficio…»
«Ci avevano prelevato gli agenti dell’NP,» le disse Chic.
«Lo spazioporto è in mano all’esercito,» disse Julie. «I militari
sovraintendono alle partenze e agli arrivi delle navi spaziali. Così, se
riusciamo ad arrivare allo spazioporto, siamo a posto.» E aggiunse:
«Ho preso tutto il tuo denaro e il mio per comprare i biglietti. Mi
sono costati un patrimonio. E, adesso che hanno fatto chiudere quelle
giungle delle astronavi…»
«Voi due fareste meglio a sbrigarvi,» disse Maury. «Io resterò qui
nel vostro appartamento, se non avete niente in contrario. Mi pare
che sia un posto ragionevolmente sicuro, tutto considerato.» Si
sedette fiaccamente sul divano, riuscì ad accavallare le gambe, tirò
fuori un sigaro Dutch Master e l’accese.
«Forse ti rivedrò, un giorno o l’altro,» gli disse Chic, imbarazzato.
Non sapeva come accomiatarsi da lui, come andarsene.
«Forse,» grugnì Maury. «Comunque, scrivimi qualcosa, da
Marte.» Prese una rivista dal tavolino e la sfogliò, dedicandovi tutta
la sua attenzione.
«E cosa faremo su Marte, per campare?» chiese Chic a Julie.
«Coltiveremo la terra? O tu hai pensato a qualcosa d’altro?»
«Coltiveremo la terra,» disse Julie. «Ci faremo assegnare un buon
appezzamento e cominceremo a irrigarlo. Ho dei parenti, lassù. Ci
aiuteranno a cominciare.»
Julie sollevò una delle valige. Chic gliela tolse dalle mani, poi
prese anche l’altra.
«Arrivederci,» disse Maury, con voce sforzata, volutamente
superficiale. «Vi auguro di aver fortuna, su quel pianeta rosso, pieno
di polvere.»
«Buona fortuna anche a te,» disse Chic. Chissà chi avrà più
bisogno di fortuna, pensò: tu qui, sulla Terra, o noi due lassù, su
Marte.
«Magari vi manderò un paio di simulacri,» disse Maury. «Per
tenervi compagnia. Quando tutta questa storia sarà finita.» E,
lanciando sbuffi di fumo dal suo sigaro, li guardò uscire.

La musica fragorosa era ricominciata, e alcuni dei chupper


aggobbiti, dalla mascella massiccia, avevano ripreso a ballare,
strascicando i piedi.
Nat Flieger volse le spalle al televisore.
«Credo che abbiamo già registrato abbastanza sull’Ampek,» disse
a Molly. «Possiamo ritornarcene a casa di Kongrosian. Finalmente
abbiamo finito.»
Molly ribatté, malinconica: «Forse abbiamo finito per sempre,
Nat. Sai, anche se siamo stati la razza dominante per qualche decina
di migliaia di anni, questo non ci garantisce che…»
«Lo so,» rispose Nat. «Anch’io ho visto le loro facce.» La
ricondusse dove avevano lasciato l’Ampek F-a2. Jim Planck li seguì.
Si fermarono, tutti e tre, accanto al registratore portatile.
«Ebbene?» domandò Nat. «Dobbiamo ritornare? È veramente
finita?»
«È finita,» disse Jim Planck, con un cenno del capo.
«Ma io credo,» disse Molly, «che dovremmo rimanere qui, nella
zona di Jenner, fino a che dureranno i combattimenti. Non sarebbe
consigliabile tentare di tornare in volo a Tijuana, in questo momento.
Se Beth Kongrosian è disposta a tenerci qui, resteremo. A casa sua.»
«Giusto,» disse Nat. Era completamente d’accordo con lei.
Jim Planck disse, brevemente: «Guardate. C’è una donna che sta
venendo verso di noi. Non è una chupper ma… ecco, sapete, è come
siamo noi.»
La donna era giovane e snella; aveva i capelli tagliati corti,
indossava un paio di calzoni di cotone azzurro, una camicetta bianca
e un paio di mocassini. E si faceva strada tra i gruppi di chupper.
Io la conosco, si disse Nat. L’ho vista un milione di volte. La
conosceva, eppure non la conosceva: era tremendamente strano.
Così graziosa, pensò. Bella in un modo quasi innaturale e
grottesco. Quante donne conosco, io, che siano tanto belle? Nessuna.
Nessuno, nel nostro mondo, nelle nostre vite, è così affascinante,
tranne…
Tranne Nicole Thibodeaux.
«È lei il signor Flieger?» esclamò la donna, avvicinandosi a lui e
guardandolo in faccia. Era piccola, scoprì Nat. Nelle trasmissioni
televisive, non gli era sembrata così. Aveva sempre pensato che
Nicole Thibodeaux fosse alta, imponente, quasi minacciosa. Era un
vero colpo scoprire che era diversa. Non riusciva a capire
esattamente…
«Sì,» rispose.
«Richard Kongrosian mi ha mandato qui,» disse Nicole. «E io
voglio tornare al mio posto. Lei può condurmi fuori di qui con il suo
tassì automatico?»
«Sicuro,» rispose Nat, con un cenno del capo. «Come desidera.»
Nessuno dei chupper le badò. Pareva che non sapessero chi era, o
che non se ne interessassero. Ma Jim Planck e Molly la guardarono a
bocca aperta, con incredulità muta e timorosa.
«Quando partite?» domandò Nicole.
«Ecco,» rispose Nat. «Noi abbiamo intenzione di restare. Per via
dei combattimenti. Abbiamo pensato che qui è più sicuro.»
«No,» insistette subito Nicole. «Dovete tornare indietro. Dovete
fare il vostro dovere. Volete che siano loro a vincere?»
«Non so neppure di che cosa sta parlando,» rispose Nat. «Non
riesco neppure a capire che cosa succede, quali saranno i risultati e
chi sta combattendo. Lei lo sa? Forse è in grado di dirmelo.»
Però ne dubito, pensò. Non credo che riusciresti a darmi una
spiegazione sensata… a me o a chiunque altro. Perché, ecco, non è
affatto una faccenda sensata.
«Che cosa chiede, per riportarmi indietro o per lo meno per
condurmi fuori di qui?» chiese Nicole.
«Niente,» disse Nat, scrollando le spalle. All’improvviso, prese
una decisione. Ormai ci vedeva chiaro. «Perché non la porterò via di
qui. Mi dispiace. Dovremo aspettare che sia finita. Non so come
Kongrosian sia riuscito a mandarla qui, ma probabilmente aveva
ragione. Forse questo è il posto migliore, per lei e per noi. E lo sarà
ancora per parecchio tempo.» E le sorrise. Nicole non restituì il
sorriso.
«Accidenti a lei,» disse Nicole.
Nat continuò a sorridere.
«Per favore,» disse Nicole. «Mi aiuti. Aveva deciso di aiutarmi.
Aveva cominciato a farlo…»
Con voce un po’ rauca, Jim Planck disse: «Forse la sta aiutando,
signora Thibodeaux. Proprio in questo modo, trattenendola qui.»
«Anch’io sono convinta che Nat abbia ragione,» disse Molly.
«Sono sicura che sarebbe pericoloso, per lei, ritornare alla Casa
Bianca in un momento come questo.»
Nicole li guardò rabbiosamente, tutti e tre. Poi sospirò, rassegnata.
«Che razza di posto, per rimanerci bloccati. Accidenti anche a
Richard Kongrosian. È tutta colpa sua, in fondo. Chi sono quegli
esseri?» Indicò la fila dei chupper adulti, e piccoli neo-chupper
allineati lungo le pareti della grande stanza polverosa.
«Non lo so con certezza,» rispose Nat. «Nostri parenti, potremmo
dire. La nostra progenie, forse.»
«Progenitori,» lo corresse Jim Planck.
«Il tempo ci dirà che cosa sono,» osservò Nat.
Nicole accese un cigarillo e disse, energicamente: «Non mi
piacciono. Mi sentirò molto meglio quando torneremo a casa di
Kongrosian. Mi fanno sentire orribilmente a disagio.»
«Lo credo,» disse Nat. Anche lui provava la stessa reazione.
Attorno a loro, i chupper danzavano la loro danza monotona,
senza prestare attenzione ai quattro esseri umani.
«Credo, comunque,» disse pensieroso Jim Planck, «che dovremo
abituarci alla loro presenza.»