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Uomini e no di Elio Vittorini è il più tempestivo dei libri della Resistenza.

Aveva cominciato a scriverlo lontano da Milano, mentre era coinvolto in certe attività cospirative. Era stato
segnalato alla polizia fascista e aveva dovuto nascondersi a Varese tra la primavera e l’autunno del ’44.

Il libro riflette più aspetti della letteratura anteguerra che di quella resistenziale, quella che nascerà per
opera della generazione degli scrittori nati negli anni ’20 che hanno partecipato alla Resistenza da ragazzi. È
un romanzo in cui si raccontano le storie dei partigiani di città, dei GAP, nella Milano nazifascista, e anche la
storia d’amore tra un uomo che da tanti anni ama una donna sposata che non può o non vuole del tutto
lasciare il proprio marito. Queste due vicende si incrociano.

È un romanzo ancora dell’anteguerra perché il personaggio del romanzo di Vittorini come tanti personaggi
della prima metà del ‘900, è un personaggio bloccato: nonostante si sia gettato in questa attività
cospirativa, si sia dedicato a una grande causa (e finirà per morire per questa grande causa), è un
personaggio pieno di dubbi che ha più di un aspetto con gli inetti di Svevo. Enne 2 è bloccato nel suo amore
per Berta e ad un certo punto trova nel sacrificio eroico per la causa un modo per uscire dalla sua incapacità
di risolvere davvero la sua storia d’amore.

Il romanzo sin dall’inizio ottenne più critiche che consensi, anche da parte degli amici. Uno dei suoi più
grandi amici era Romano Bilenchi (scrittore, giornalista), che aveva fatto la Resistenza a Firenze, alla lettura
del romanzo era rimasto molto deluso. Secondo lui Vittorini aveva cercato di fare qualcosa di nuovo ma
aveva fallito proprio negli aspetti che dovevano essere più innovativi, di rottura. Una delle critiche più dure
arriva anni dopo da Meneghello, anche lui partigiano, autore di uno dei più grandi romanzi resistenziali
ovvero I piccoli maestri. Secondo Meneghello Uomini e no non era soltanto un romanzo fallito o brutto, ma
soprattutto un libro falso.

L’elemento più vistoso dal punto di vista strutturale è il fatto che il romanzo si divide sostanzialmente in
due parti, non una prima e una seconda parte, ma in due parti alternate: il testo “normale”, potremmo dire
così, composto in tondo, che racconta da un punto di vista oggettivo gli eventi della lotta partigiana del
protagonista Enne 2 e del suo amore bloccato per Berta. Queste sezioni sono interrotte da altre sezioni in
corsivo, quindi che segnala un vero e proprio stacco, dove parla un’altra voce, che potrebbe essere la voce
dello stesso Vittorini, perché è qualcuno che dichiara di volere raccontare da tanto tempo la storia di Enne
2.

Il fatto che il romanzo sia organizzato su questa logica binaria ha un senso anche rispetto al titolo del libro –
uomini e no – una contrapposizione in qualche modo immediata, che, se vogliamo è messa in luce anche
dal nome del protagonista: non sappiamo come si chiama realmente, conosciamo solo il suo nome di
battaglia che è Enne 2. Ci si potrebbe chiedere perché non Enne 3, 4 o 5. La scelta del numero 2 dipende dal
fatto che tutto il romanzo è costruito attorno a questo senso di dualismo e di contrapposizione radicale.

Vittorini affronta da un punto di vista romanzesco il rapporto tra la dimensione privata e la dimensione
pubblica: l’individuo con le sue passioni, i suoi legami e le sue idiosincrasie anche e dall’altro lato il gettarsi
in un’esperienza collettiva, in un progetto di rigenerazione della società che nel caso dei partigiani voleva
dire mettersi a serio repentaglio.

Uomini e no racconta una delle due resistenze che sono state combattute in Italia. La maggior parte
dell’attività partigiana è stata compiuta sulle montagne e sulle colline da ragazzi che avevano abbandonato
le grandi città. Accanto a questa Resistenza di montagna c’è stata un’altra resistenza, non meno importante
da un punto di vista logistico e anche militare, che è stata la resistenza cittadina, impegnata anche nella
stampa di materiali propagandistici.
LO STILE ORACOLARE Entrambi i capitoletti descrivono i morti di largo Augusto
attraverso gli occhi dei compagni di Enne 2: Gracco, Orazio, Metastasio, Scipione e
Mambrino. Queste pagine sono un buon esempio dello stile lirico e oracolare di Vittorini,
ovvero della sua tendenza a declinare la prosa in poesia, soprattutto attraverso le figure di
ripetizione. Nel secondo capoverso del primo capitoletto, per esempio, la parola «morti» è
ripetuta quattro volte all’interno di una sequenza sintattica di tipo elencatorio: «vedeva
i morti  al sole su un marciapiede, i morti all’ombra su un altro marciapiede, poi i morti sul
corso, i morti sotto il monumento». Un narratore tradizionale segue di solito un principio di
economia, e cioè non ripete più e più volte le medesime parole. Nelle sue descrizioni,
invece, Vittorini ricorre spesso a questo artificio: infondendo un ritmo da cantilena, da
litania al testo, le ripetizioni e le interrogazioni anaforiche (Perché?, «E perché, loro?»,
«Perché lei?») esprimono con grande efficacia l’angoscia di Gracco e degli altri spettatori
di fronte alla carneficina e alla sua mancanza di significato.
REALTÀ O SURREALTÀ Anche i dettagli realistici acquistano una sfumatura surreale.
Quando per esempio descrive il cadavere della donna, il narratore osserva che il suo
vestito «aperto lungo il ventre e le cosce, dal seno alle ginocchia [...] lasciava vedere il
reggicalze rosa, sporco di vecchio sudore»; ma a questa osservazione crudamente
realistica Vittorini ne affianca subito un’altra che sembra alludere a un mondo fantastico (o
horror), nel quale i cadaveri possono “crescere dopo la morte”. Lo stesso si può dire a
proposito del cadavere della bambina, la cui testa era «recisa nel collo dalla scarica dei
mitragliatori e i suoi capelli stavano nel sangue raggrumati». Questa notazione
violentemente realistica è preceduta, però, da un’osservazione di segno opposto, anche
questa surreale e perturbante: nell’osservare la «faccia adulta» della bambina, il narratore
ha l’impressione che «nel breve tempo che l’avevano presa e messa al muro avesse di
colpo fatta la strada che la separava dall’essere adulta».
UNA VISIONE MANICHEA DELLA STORIA Quanto abbiamo appena osservato affiora
ancora più chiaramente nel modo in cui viene sviluppato il tema dell’opposizione tra
“uomini” e “non uomini”. Alla fragilità della vittima si contrappone la crudeltà dei
nazifascisti, che rappresentano la negazione stessa dell’umanità. Tale opposizione viene
proiettata al di fuori della storia, viene cioè resa assoluta e universale. Spogliato delle sue
pseudomotivazioni ideologiche, il nazifascista diventa infatti il lupo: «Chi aveva colpito
voleva essere il lupo, far paura all’uomo». Con una semplificazione che sarebbe
inammissibile in un saggio storiografico, ma che si giustifica invece in un’opera di poesia
come Uomini e no, la Resistenza contro il nazifascismo viene dunque rappresentata come
la lotta del Bene contro il Male.
“UOMINI” E “NON UOMINI” In altre pagine del romanzo la dicotomia tra “uomini” e “non
uomini” viene messa in discussione, o quantomeno resa problematica. In uno degli ultimi
capitoli il narratore si domanda infatti: «Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos’è? Non è
uomo?». La questione è molto più complessa di quanto possa apparire a un’osservazione
superficiale: Hitler non è un uomo come noi? E dunque: non siamo noi uomini come lui? Il
nemico non è, almeno in parte, dentro di noi? Quando nell’edizione francese il libro
apparve con il titolo Les hommes et les autres (Gli uomini e gli altri), Vittorini obiettò al
traduttore che «il titolo Uomini e no  significa esattamente che noi, gli uomini, possiamo
anche essere “non uomini”».
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