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Il dibattito sul green pass: un’altra occasione persa?

Il testo di Agamben e Cacciari


A fine Luglio i due filosofi Massimo Cacciari e Giorgio Agamben scrivono il testo “A proposito del
Green Pass”1, testo che ha provocato una discussione pubblica che, come al solito, ha avuto momenti
di confusione e di fraintendimento. I due nostri eroi non cominciano benissimo. Dicono infatti: “La
discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è
di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica.
Lo si sta affrontando, con il cosiddetto green pass, con inconsapevole leggerezza”. La domanda che
ci si pone leggendo è “Cosa si sta affrontando?”. Guardando al genere e al numero del pronome “lo”
si direbbe che si sta affrontando con il green pass il fatto gravissimo, ma se il fatto gravissimo è la
discriminazione, questa dovrebbe essere la conseguenza negativa del green pass e non il male che il
green pass dovrebbe affrontare, visto che il green pass è stato proposto per vedere come ripartire sia
pure in presenza del contagio, contagio reso meno pericoloso dai vaccini. Quindi quel “lo” forse è
stato messo con leggerezza e forse è stato messo apposta con leggerezza volendo cioè richiamare la
leggerezza con cui si sta affrontando il fatto gravissimo. Comunque transeat.
Si fa poi una considerazione generale e cioè “Ogni regime dispotico ha sempre operato attraverso
pratiche di discriminazione, all’inizio magari contenute e poi dilaganti”. Beh, noi abbiamo avuto un
iniziale lockdown abbastanza severo. Ipotizzando che sia stato discriminatorio e avendo compreso in
che senso (i lavoratori costretti comunque ad andare al lavoro erano i privilegiati, esercitando il diritto
di circolazione sia pure non del tutto libera, o i discriminati, dovendo rischiare andando al lavoro?),
è stato il lockdown la pratica discriminatoria contenuta mentre il green pass è già più dilagante?
Sembrerebbe il contrario. Stiamo dunque tornando (se la interpretiamo con questi parametri) ad essere
meno dispotici? Oppure dobbiamo dire che il lockdown era meno discriminatorio (riducendo la libertà
di circolazione a molte più persone) mentre il green pass lo è di più (dando agevolazioni ad alcuni e
non ad altri)? Dunque il lockdown è meno dispotico del green pass? Se proponessimo perciò a
Cacciari e Agamben di tornare al lockdown precedente essi sarebbero d’accordo? Da quello che
dicevano durante il lockdown sembrerebbe di no. Però a questo punto se sono contrari sia al lockdown
che al green pass ci chiariscano quale sia il verso di questa evoluzione politica e argomentino in tal
senso, perché tutto sommato, sembrerebbe che ci sia una maggiore libertà di circolazione (sembra
grazie ai vaccini) per tutti, chi più e chi meno. Comunque transeat.
Per rafforzare la loro tesi i nostri eroi non trovano di meglio che usare l’argomento (retoricamente
forte in questi decenni) per cui “Non a caso in Cina dichiarano di voler continuare con tracciamenti
e controlli anche al termine della pandemia. E varrà la pena ricordare il “passaporto interno” che
per ogni spostamento dovevano esibire alle autorità i cittadini dell’Unione Sovietica”. Qui, a parte
la fonte che andrebbe precisata e a parte l’analogia che trascura le differenze (per qual motivo il
tracciamenti nella Cina ora? Per qual motivo i passaporto interno nell’Urss di Stalin? Sappiamo quali
paesi abbiano la carta di identità così nota e ovvia per il cittadino italiano?) andrebbe precisato cosa
voglia dire “fine della pandemia” visto che il Covid diventerà più o meno endemico e sarà pericoloso
ancora a lungo2 e qualcuno (forse più ottimisticamente) precisa per quanto3. Agli autori però basta
aver evocato la Cina e l’Urss per sentirsi logicamente al sicuro e perciò bisogna portare pazienza.
Poi dicono: “Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso. Ciò non solo
rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa
evidenza scientifica”. Qui bisogna chiedersi se effettivamente il vaccino stia diventando quello che

1
Massimo Cacciari, Giorgio Agamben - A proposito del decreto sul "green pass" (iisf.it)
2
Covid, Harari: «Un virus endemico che resterà a lungo, rassegniamoci» | IlPolmone.it
3
Covid, quanto durerà e cosa aspettarsi: la previsione di Pregliasco | VirgilioNotizie
loro asseriscono e questo è un quesito più complesso perché andrebbe complessivamente analizzato
il ruolo dei governi e delle norme durante la pandemia ed il ruolo dell’opinione pubblica. L’esistenza
dei social rende molto più intenso il dibattito pubblico seppure per alcuni con meno costrutto (ma non
parleremo almeno direttamente di questo). Più controversa è la loro espressione “ma contrasterebbe
con la stessa evidenza scientifica” che essi chiariscono nel proseguo del testo.
Essi precisano “Nessuno invita a non vaccinarsi! Una cosa è sostenere l’utilità, comunque, del
vaccino, altra, completamente diversa, tacere del fatto che ci troviamo tuttora in una fase di
“sperimentazione di massa” e che su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico
è del tutto aperto”. Dunque Cacciari ed Agamben ci rassicurano di non essere no-vax e noi,
rassicurati, dovremo solo chiarire il senso dell’espressione “sperimentazione di massa” e se la
campagna vaccinale costituisca sperimentazione di massa.
E aggiungono “La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con
chiarezza: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono
vaccinate, anche di quelle che hanno scelto di non essere vaccinate»”. Qui il Parlamento Europeo
dice chiaramente che bisogna evitare la discriminazione di persone che non sono vaccinate (e siamo
sicuramente d’accordo) ma Cacciari e Agamben sembrano collegare questa conferma della loro
posizione alle loro perplessità sul vaccino tanto che dicono poi “E come potrebbe essere altrimenti?
Il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi: in Inghilterra su 117 nuovi decessi
50 avevano ricevuto la doppia dose. In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha
ricevuto. Le stesse case farmaceutiche hanno ufficialmente dichiarato che non è possibile prevedere
i danni a lungo periodo del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di genotossicità
e di cancerogenicità. “Nature” ha calcolato che sarà comunque fisiologico che un 15% della
popolazione non assuma il vaccino”. In realtà il Parlamento ha voluto tutelare la scelta di non
vaccinarsi, ma non è detto la abbia giustificata con queste argomentazioni. Argomentazioni che
analizzeremo dopo assieme alle eventuali obiezioni che sono state poste nel corso del dibattito
pubblico. L’impressione però è che il testo abbia elementi di confusione e di sovrapposizione retorica
di tesi e di argomenti. E non è una bellissima cosa per due filosofi. Soprattutto se questo periodo si
chiude con una domanda che non si sa a quale delle cose elencate (che sono di varia natura)
agganciarla “Dovremo dunque stare col pass fino a quando?”. Molto probabilmente si aggancia
all’affermazione di Nature ma non si sa se il 15% non sia una percentuale abbastanza bassa (gli autori
sembrano presupporre, senza giustificare, che non lo sia) e soprattutto la cosa evidenzia come l’ultimo
periodo ponga in congiunzione due argomenti del tutto diversi e cioè il problema della verifica di
eventuali conseguenze negative del vaccino e il problema della percentuale dei vaccinati (due
problemi che hanno a che fare con il tempo ma per ragioni del tutto diverse se li colleghiamo al green
pass), aumentando nel lettore l’impressione di pressappochismo, di caotico affastellamento di
ragioni.
Agamben e Cacciari concludono “Tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie.
Paradossalmente, quelli “abilitati” dal green pass più ancora dei non vaccinati (che una propaganda
di regime vorrebbe far passare per “nemici della scienza” e magari fautori di pratiche magiche), dal
momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e
da chi. Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella
nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza democratica non può accettare e contro
cui deve subito reagire”. E qui i due nostri eroi sembrano rispondere ad una delle obiezioni poste
prima, però aumentando il senso di confusione: se tutti sono discriminati rispetto a chi lo sono?
Dovremo dire che chi detiene il green pass ha maggiore libertà di circolazione ma è più controllato,
mentre chi non lo ha non può muoversi ma non è controllato. E quindi i due gruppi sarebbero entrambi
discriminati. Per la stessa ragione però sono entrambi privilegiati perché i primi sono controllati ma
possono muoversi mentre i secondi non possono muoversi ma non sono controllati. A ben vedere
questo rapporto analogicamente intercorre anche tra maggiorenni e minorenni, dove i primi possono
votare ma se compiono un reato vengono giudicati con più severità e viceversa. Quindi anche
quest’ultima descrizione non sembra essere rilevante ai fini di verificare se effettivamente il green
pass sia accettabile o meno dalla nostra coscienza democratica. A meno che giustamente non
suscitiamo il dubbio sui privilegi e le discriminazioni che hanno maggiorenni e minorenni tra loro. In
tal caso la discussione prenderà un altro corso che, per ragioni di tempo, non seguiremo.
Tuttavia, in mezzo a questa confusione, gli autori hanno posto un problema, forse più complessivo:
le norme utilizzate dalla sortita del Sars-Cov ad oggi che conseguenze possono avere per la cosiddetta
società liberale e per quelli che erano ritenuti diritti (come quello di circolazione) importanti per la
cittadinanza? Certo gli argomenti dei due filosofi sembrano confusi, non ben assortiti, ma c’è la
possibilità di articolarli meglio proponendo così dei quesiti che possono essere interessanti? La lettura
di articoli più neutrali come questo pubblicato sull’Internazionale4 non ci rendono perplessi sullo stato
dei diritti in Cina come altrove? Il fatto che la Cina sembri aver schiacciato il Covid a quale costo in
termini di diritti è stato conseguito? E’ il caso di fare una valutazione comparata sulle diverse strategie
portate avanti da diversi paesi contro il Covid e sui valori che le hanno ispirate? Sono queste le
domande iniziali che questa lettera avrebbe dovuto suscitare ma probabilmente le difficoltà collegate
a queste domande hanno costretto i vari interlocutori esistenti nello spazio pubblico a prendere le
mosse da questo testo in maniera diversa. Il che è giusto (è giusto criticare questo testo) ma alla lunga
non basta.

Fusaro e il potere tecno-sanitario


L’articolo di Fusaro5 di commento a quello analizzato sopra è, come al solito, caratterizzato da
tormentoni6 verbali che ne rendono la lettura piuttosto prevedibile. Tuttavia tra “derive autoritarie e
biototalitarie”, “potere tecnosanitario” “Controllo biopolitico integrale” qualche cosa la dice e cioè,
riportando quello che a suo dire è il pensiero di Agamben, “ciò che stiamo vivendo, lungi dall’essere
una emergenza sanitaria pro tempore, coincida con i laboratori di produzione dei nuovi
assetti politici sociali ed economici per l’avvenire”. E continua “La tesi di Agamben, in sintesi, è che
ci troviamo dinanzi a una epocale trasformazione di paradigma; trasformazione che fa leva sulla
emergenza mutata in nuova normalità e sulle misure di emergenza che tendono esse stesse a
capovolgersi in new normal. La narrazione medico-scientifica si pone in questa cornice come regime
di verità atto a giustificare la trasformazione sociale, politica ed economica in atto”. E infine
l’orgasmo finale che fa rilucere la green card come fosse il Santo Graal (o la sua versione oscura) e
cioè “Agamben meglio di ogni altro ha compreso come ci troviamo nel bel mezzo di
una riorganizzazione autoritaria e globale del modo della produzione capitalistica, o come egli ama
dire del “modo di governo delle cose e delle persone”. La tessera verde non è altro che il compimento
di questa deriva autoritaria, che discrimina chi non ce l’ha e trasforma chi ce l’ha in soggetto di
controllo biopolitico totale e potenzialmente totalitario. Come il distanziamento sociale, che del
nuovo modello di società rappresenta il principio organizzativo fondamentale, così la tessera verde
è destinata a rimanere come cifra duratura del nuovo capitalismo nel controllo biopolitico
integrale e della riduzione dei cittadini a sudditi sorvegliati e puniti”. Ora a parte la retorica del nuovo
paradigma (abbiamo un magazzino intero di nuovi paradigmi e di svolte epocali) in realtà questa tesi
(quella per cui l’emergenza sarà almeno in parte trasformata in normalità) può essere condivisa (anche
se in modo dubitativo e non categorico) anche da chi asserisce comunque l’opportunità del green

4
Le app di tracciamento che controllano la vita quotidiana in Cina - Sebastien Ricci - Internazionale
5
Sul green pass noto con favore il risveglio dello spirito critico della filosofia, perfino in Cacciari. Ecco perché - Il Fatto
Quotidiano
6
Tormentone - Wikipedia
pass. L’espressione ambigua che tenderebbe ad escludere questa possibilità è “emergenza sanitaria”
che può essere intesa sia come problema sanitario oggettivo sia come strategia di una istituzione (ad
es. lo Stato) in presenza o in assenza di un problema oggettivo (e Fusaro su questa ambiguità un po’
ci gioca tanto che non capiamo se quando nega “un emergenza sanitaria pro tempore” stia negando
l’emergenza sanitaria o il fatto che tale emergenza sia pro tempore). Quando Fusaro, riassumendo
Agamben, dice “ciò che stiamo vivendo, lungi dall’essere una emergenza sanitaria pro tempore,
coincide con i laboratori di produzione dei nuovi assetti politici sociali ed economici per l’avvenire”
contrappone due cose che possono tranquillamente inserire in uno stesso processo. E’ cioè possibile
che ci sia oggettivamente un’emergenza sanitaria che i poteri sfruttano per fare quello che Fusaro
descrive. E allora bisognerebbe valutare cosa convenga fare (a meno che l’emergenza sanitaria non
destinerà ineluttabilmente le Forze del Male alla vittoria ma su questa necessità Fusaro non argomenta
se non con i suoi paroloni composti). A questo proposito Fusaro sembra aver ragione quando dice “I
più continuano a richiamarsi al discorso medico-scientifico, accusando Agamben di non essere né
un medico né uno scienziato: costoro ancora non hanno capito che la questione, che pure si nasconde
dietro il discorso medico-scientifico, è anzitutto di ordine politico sociale ed economico” e tuttavia
la scienza ci aiuta ad individuare i presupposti di fatto (naturalmente in termini più di probabilità che
di certezza) che costituiscono parte del ragionamento che ci porta alle scelte che (come giustamente
Fusaro sottolinea) sono di ordine politico sociale ed economico (e senza contare il fatto che Agamben
pur se bastonato dagli scientisti prova sempre ad inserire nel suo ragionamento dati e titoli di giornali
a volte citati in maniera alquanto acritica). Infine Fusaro parla delle possibilità di riarruolare Cacciari
nelle Forze del Bene ma di questo a noi non importa proprio niente e quindi ci congediamo da lui.

Il rovesciamento della frittata di Paolo Flores d’Arcais


A rovesciare la frittata ci pensa Paolo Flores d’Arcais il titolo del cui articolo è “Ma quale dispotismo!
Il Green pass è libertà”7, titolo dal sapore un po’ situazionista (nel senso della deriva), ma l’articolo
contiene l’argomento sopra esemplificato per cui quelle che Cacciari e Agamben considerano
discriminazioni sono invece situazioni che si ritrovano spesso nel nostro ordinamento (e si fa
l’esempio della patente, del porto d’armi etc). Tuttavia dire (rovesciando la succitata frittata) che si
tratta di libertà sembra un po’ eccessivo (almeno qualcuno qualche impedimento lo subisce) e sarebbe
forse meglio che si tratta di quei limiti della libertà che consentono di non danneggiare altre persone
(in nome dunque del neminem laedere). Dobbiamo però essere pazienti anche perché Flores D’Arcais
ha scritto almeno sei libri con la parola “libertà” o “libertario” e quindi su questa parola non lo si
deve toccare.
Tuttavia poi il Flores d’Arcais un po’ sbraca. Ad esempio dice “La “libertà” di impestare il prossimo
non è ancora stata introdotta tra i diritti umani e civili inalienabili, riforma costituzionale che il tuo
testo solfeggia in filigrana, continua anzi a costituire una forma insopportabile non già di libertà ma
di violenza, prepotenza, sopruso. Le democrazie nascono impegnandosi a garantire l’endiadi “vita
e libertà” dei cittadini, ma che vita e che libertà sono garantite a cittadini costretti a rischiare, in
ogni luogo pubblico chiuso o all’aperto ma molto affollato, l’alito impestato di chi per privata
prepotenza non vuole prendere l’unica misura che abbatte tale rischio: il vaccino?” Probabilmente i
termini usati (due volte “impestare” o “impestato”) sono un omaggio ad un altro grande libertario, il
Camus8). Il limite di questa invettiva è di ridurre tutti quelli che non si vaccinano a dei prepotenti
quando questa scelta può avere tante giustificazioni che andrebbero prima esaminate.

7
Ma quale dispotismo! Il Green pass è libertà. Lettera aperta a Cacciari (micromega.net)
8
Camus, Albert, La peste, Bompiani, Milano, 2017
D’Arcais continua dicendo “Tenere a distanza chi non vuole vaccinarsi non ha perciò nulla di
discriminatorio, è una misura elementare minima di difesa della libertà (e vita) degli altri. Ai governi
(il nostro compreso) si può e deve imputare – semmai – di non averla difesa e non difenderla
abbastanza, questa comune libertà”. E qui forse d’Arcais è troppo benevolo con i vaccinati la cui
capacità di contagiare non sembra essere ancora nulla, tant’è che chi scrive, nella sua bella Napoli,
tiene a distanza a pari merito sia i non vaccinati che i vaccinati, i quali ultimi spesso, per godere del
loro status di invulnerabili cittadini modello, si tolgono la mascherina anche in pubblico, apostrofando
di scarso senso civico chi vuole costringerli a rimetterla. Chissà, forse la prepotenza e la stupidità
hanno una distribuzione meno manichea di quella ipotizzata dal nostro autore.
L’unico accordo con i propri interlocutori d’Arcais lo ha (sia pure polemizzando) nel giudizio
sull’Urss e la Cina ma queste sono campane di Chiesa ed è inutile tentare di opporsi. Lasciamo quindi
il libertario d’Arcais e andiamo altrove.

Il benaltrismo di Veneziani
Marcello Veneziani, intellettuale disorganico pur studiando Gramsci, prova (un po’ come ha fatto chi
scrive all’inizio) ad isolare la parte potabile del discorso di Cacciari e Agamben9. In primo luogo dice
giustamente che “il filosofo non ha l’autorevolezza scientifica del medico o del virologo nel loro
raggio specialistico di competenza: ma vede più lontano di lui, e vede il contesto; affronta il rapporto
tra l’umanità e i pericoli, la paura, la malattia, il rischio, l’alienazione. E affronta le ricadute delle
misure sanitarie sulle persone, sulla società, sulle libertà politiche, sui rapporti tra governati e
governati”. Ovviamente qualcuno potrà dire che non abbiamo bisogno di filosofi per questo, ma va
comunque evidenziato che c’è un livello di sintesi (in cui il sapere specialistico viene espresso con
forme più colloquiali) a cui deve partecipare l’opinione pubblica. Questo perché le cosiddette forme
più colloquiali (apparentemente più facili da maneggiare) nascondono numerose insidie (in cui
cascano spesso gli stessi scienziati come il dibattito pubblico di questi mesi ha ampiamente
evidenziato) e forse la specializzazione del filosofo dovrebbe essere proprio quella di coprire (con la
sua curiosità, con la sua tendenza ad elaborare collegando contenuti di diverse discipline) questa zona
grigia essenziale per la riproduzione del sapere e il suo ancoraggio alla politica. Per cui dire ai filosofi
di non occuparsi di virologia non ha propriamente senso proprio perché c’è un livello di elaborazione
collettiva in cui bisogna provare a dire il sugo di tutta la storia e chiunque ci provi fa (bene o male)
filosofia.
Forse Veneziani avrebbe voluto dire questo ma si è avvitato nel filosofese e ha detto: “Provate a
leggere la denuncia di Agamben e Cacciari al di là della questione vaccini, come una contesa tra
scienza e filosofia sul potere e l’umanità … Dall’altro verso, quanto pesa la loro riflessione sulla
religione e il sacro in rapporto alla vita e alla morte, al potere e a ciò che salva, il Katéchon e colui
che frena. La loro anomalia, semmai, è che pur restando nell’orizzonte del nichilismo, si occupano
di teologia, di mistica e di destino; ossia di questioni oggi evitate a priori. La premessa è non esaurire
la vita nella biopolitica, come pura conservazione e durata; ma pensare il suo limite inevitabile, la
morte, e la sua parabola necessaria, il declino; e l’inesausta ricerca di spiegare l’essere al mondo
oltre la mera difesa della vita come assoluto. Nella nostra epoca anche la religione sembra abdicare
alla salvezza davanti alla priorità della salute, baratta la vita eterna con la manutenzione temporale,
la resurrezione con la guarigione. La sopravvivenza ad ogni costo prevale sulle ragioni che rendono
la vita degna di essere vissuta e pensata… e l’umanità è ridotta alla sua sfera biologica e il pensiero
solo a una tecnica sanitaria per vivere, tutelarci ed espanderci”. Questo di Veneziani al di là
dell’eloquio e del Katechon è un assecondare (riferendosi ad Agamben) una tendenza forte all’interno
di questo tempo e cioè di privilegiare una non ben definita dignità della vita rispetto alla vita stessa

9
Agamben e Cacciari, se i filosofi dicono che non basta la salute (adhocnews.it)
nella sua materialità univoca (certamente più facile a distinguersi dal suo opposto). Chi scrive ritiene
che il diritto alla vita sia il principe dei diritti, in quanto la sua tutela garantisce l’esercizio di tutti gli
altri diritti. Ma non vale al momento dilungarsi su questo argomento. Piuttosto va detto che il
paradigma che Agamben forse vuole affermare ha senso quando riguarda la scelta che un individuo
fa sulla sua propria vita ma non quando si vuole imporre un criterio valido per tutti. Volendo
semplificare sarebbe il caso di invitare Agamben a pensare alla nuda vita sua, piuttosto che a quella
degli altri. Un aneddoto che forse rivela il crampo mentale, il tic di questo oggi discusso filosofo è
quello del suo collega francese Jean Luc Nancy che dice10, in una garbata ma tagliente polemica, “Ho
ricordato che Giorgio è un vecchio amico. Mi spiace tirare in ballo un ricordo personale, ma non mi
allontano, in fondo, da un registro di riflessione generale. Quasi trent’anni fa, i medici hanno
giudicato che dovessi sottopormi a un trapianto di cuore. Giorgio fu una delle poche persone che mi
consigliò di non ascoltarli. Se avessi seguito il suo consiglio probabilmente sarei morto ben presto.
Ci si può sbagliare. Giorgio resta uno spirito di una finezza e una gentilezza che si possono definire
– senza alcuna ironia – eccezionali”. Forse tendo ad aumentare la discriminazione ma, oltre il green
pass, dovremmo probabilmente mettere in circolazione anche la patente del povero Chiarchiaro11 (o
scomodare l’influenza che Stephen Norton, l’osservatore degli uccelli in Curtain: Poirot's Last Case
di Agatha Christie, esercita sugli altri personaggi del romanzo)12

La propaganda governativa secondo Zhok


Il filosofo Andrea Zhok pure critica la struttura dello scritto di Agamben e Cacciari oltre che
l’astrattezza con cui questi guardano ai diritti13. Infatti dice: “diffido sempre di quella tipologia di
argomenti, di cui Agamben è un esimio rappresentante, che volano alti, iperborei, su questioni di
principio, pensando di poter applicare principi generalissimi alla realtà concreta senza incardinarli
nella realtà. Questo tipo di argomenti ha un’elevata tendenza a creare una “isteria simbolica” (i cui
esiti troviamo ben rappresentati nelle odierne istanze del ‘politicamente corretto’). Non credo che
nessun argomento in generale che ipostatizzi “la libertà”, “la democrazia”, “i diritti umani”, ecc.
sia credibile se non si preoccupa dei dettagli dell’applicazione in contesto. Non esiste da nessuna
parte, per dire, la “libertà” in sé e per sé, disincarnata, da preservare da ogni offesa”. Sul fatto che
non esista una libertà astratta e disincarnata siamo d’accordo, ma il fatto che tu per entrare in locali
che prima frequentavi liberamente debba esibire la prova dell’avvenuta vaccinazione è qualcosa di
astratto? Zhok però continua nella sua linea di ragionamento e dice: “Il Green Pass non rappresenta
un problema per la sua natura intrinseca di limitazione sanitaria ad alcuni gruppi. Di principio
questo tipo di soluzioni possono essere accettabili, se la situazione lo richiede, nella misura in cui lo
richiede”. Dalle reazioni, non di Cacciari e Agamben, ma di molte persone si desume che il green
pass è un problema di limitazione della libertà. Il punto è che può essere una soluzione necessaria o
almeno opportuna e Zhok sembra affrontare il tema “se la situazione lo richiede”. Infatti egli dice:
“Il problema è qui rappresentato invece da un dissidio tra una situazione reale che non mostra
particolari criticità, nonostante la comparsa della variante delta, e una pressione propagandistica e
moralistica terrificante da parte dell’intero establishment, che si lancia in una predica battente sulla
doverosità di vaccinarsi-e-far-vaccinare chiunque e comunque”. Come prima ha sottovalutato i
problemi del green pass, Zhok qui sottovaluta il possibile andamento del contagio: in situazioni dove
il vaccino è stato molto più diffuso, il contagio sta correndo e c’è un numero discreto di morti (in

10
Eccezione virale | Jean-Luc Nancy (antinomie.it)
11
(108) LA PATENTE (TOTO' - PIRANDELLO) - YouTube
12
Forse non a caso Jean Luc Nancy è morto qualche giorno fa e immagino il buon Giorgio dire “Te l’avevo detto che era
inutile fare il trapianto” …
13
Andrea Zhok: Sulla lettera aperta di Cacciari e Agamben (sinistrainrete.info)
Gran Bretagna attorno ai 100 al giorno per una decina di giorni14), figurarsi a Settembre in un paese
dove le percentuali di vaccinati sono inferiori a quelle di UK e Israele. Ma Zhok un po’ ci rassicura e
un po’ci ammonisce (sulle nostre pretese). Infatti dice: “in una valutazione mirata della
proporzionalità dei mezzi ai fini ogni immagine bellica di “distruzione del virus”, ed ogni suggestione
irenica di “salvare ogni vita” dovevano essere lasciate da parte. Non saremo mai – allo stato delle
conoscenze - nelle condizioni di eradicare il virus a colpi di vaccinazione, e non saremo mai nelle
condizioni di salvare ogni vita, di ogni individuo”. Certo, non possiamo salvare tutte le vite, ma 100
morti al giorno per la stessa causa non sembrano ancora troppi? O dobbiamo accontentarci? Zhok
però ha ragione nel dire che “Questa “moralistic suasion”, proprio perché alimentata dal 100% dei
media e dal 90% della classe politica di governo, ha un impatto spaventoso sull’opinione pubblica.
Dopo aver costruito una categoria di soggetti non vaccinati (o magari vaccinati, ma dubbiosi) come
No Vax subumani, dopo averli dipinti come traditori della patria nello sforzo bellico contro il virus,
dopo aver etichettato i dubbiosi come portatori di morte, i frutti nell’opinione pubblica non tardano
ad essere raccolti. Questi toni di moralismo apocalittico sono alla base di una scarica di odio
virulento che si percepisce sui social media ogni giorno, dove trovi l’infermiera che minaccia di farla
pagare ai pazienti non vaccinati, il virologo che parla dei non vaccinati come sorci da cacciare, gli
auguri del medico agli stessi di avere un lutto in famiglia, e poi l'infinita serie scomposta di figuri
che augurano malattia e morte”. L’emergenza sussiste a nostro parere ancora, bisogna valutare quale
percentuale di vaccinati sia necessaria e sufficiente per evitare nuove ondate (tenendo presente il
problema dei possibili effetti collaterali), ma bisogna anche trovare il modo di farlo senza campagne
di odio e senza fare eccessiva pressione discriminante sui diritti. Nella misura in cui questo sia
possibile (e qui ci vuole la lucidità per capire quali sia il confine delle nostre possibilità, senza
eccessiva imprevidenza ma anche senza una immaginazione eccessivamente appiattita dal desiderio
di controllo)

Il benaltrismo di Ricci
Paolo Ricci, medico epidemiologo, esercita il suo benaltrismo15 non verso i critici di Cacciari e
Agamben, ma verso gli stessi autori. Egli in realtà fa delle considerazioni sull’intervento di Fusaro
che abbiamo già commentato ma indirettamente parla dei due filosofi così contestati. Ritenendo che
la premessa di Agamben sia “che la pandemia non abbia comportato l’entità dell’impatto
sanitario che i media asserviti al Sistema avrebbero invece enfatizzato a dismisura, contribuendo a
giustificare quell’emergenza sanitaria che avrebbe consentito di accantonare la democrazia,
provvisoriamente nella forma ma definitivamente nei fatti. L’Italia quindi assurta a laboratorio
sperimentale di una transizione autoritaria basata su di una immunità di gregge che si fa consenso
di gregge” Ricci ritiene di poter confutare la posizione di Agamben nella sua interezza. Egli però non
tiene conto del fatto che un progetto di transizione autoritaria potrebbe coesistere (approfittandone)
anche con una reale emergenza sanitaria e quindi uno dei timori di Agamben sarebbe giustificato
anche se si confutassero i suoi presupposti di fatto. Ricci comunque sulla sindrome del sospetto di
Agamben fa le seguenti considerazioni: “Nessuno nega certamente l’esistenza di conflitti
d’interesse tra Scienza, Economia e Politica che si dovrebbero combattere attraverso
l’intensificazione dei controlli pubblici su finanziamenti e autori delle ricerche, ovviamente senza
limite (o libertà) di privacy alcuno. Assumerli invece come vulnus sistematicamente intrinseco
all’istituzione internazionale che si erge a garanzia dei risultati della ricerca e delle scelte di sanità
pubblica che ne conseguono significa eliminare la possibilità stessa di ogni riferimento con cui

14
United Kingdom COVID: 6,524,581 Cases and 131,680 Deaths - Worldometer (worldometers.info)
15
Cari Fusaro e Agamben, perché non concentrarsi su una questione reale e di primaria importanza? - Il Fatto Quotidiano
accreditare la conoscenza. La conseguenza inevitabile sarebbe la facoltà di ciascuno di asserire ciò
che vuole senza oneri probatori verificabili, derubricando così in mera opinione la verità
relativa della Scienza, che costituisce laicamente l’accordo temporaneo della maggior parte dei
ricercatori. Il suggello è offerto dalla letteratura scientifica i cui contributi vengono validati con
la peer review, cioè la revisione critica e plurale condotta in reciproco anonimato da parte di
valutatori dotati di pari competenze degli autori valutati. Una differenza sostanziale dalla fede
religiosa, basata al contrario su assoluti immutabili ed indiscutibili, che invece Agamben non
intende apoditticamente concedere, facendo però assurgere la soggettività individuale “a giudice del
bene e del male”. Come Agamben tende a sfociare nel complottismo così anche Ricci però rischia di
presentarci una alternativa troppo secca. Non è in questione la verità scientifica che è il sedimento
storico della ricerca collettiva, ma ogni intervento pubblico della comunità degli scienziati e dei
singoli scienziati è criticabile perché non costituisce parte inamovibile di questo sedimento ma è
inevitabilmente condizionato dal contesto sociale e politico in cui si inserisce. In questo ambito
dunque può nascondersi la mistificazione ideologica ed in questo ambito si può esercitare la
riflessione critica ed interdisciplinare del filosofo. Ricci (evidenziando una contraddizione nel
sospetto sistematico di Agamben) osserva anche che: “Agamben sostiene che i divieti anti-Covid, che
riconoscono come fulcro il “distanziamento sociale”, di fatto hanno derubricato la vita a pura
espressione biologica, a “nuda vita” come lui scrive, allo scopo di esercitare un incontrastabile
dominio su singoli ridotti a meri simulacri di umanità. Ma se questo fosse stato il surrettizio scopo
sostenuto da una immotivata emergenza sanitaria, in un solo anno non si sarebbero realizzati
vaccini, attingendo peraltro ad una collaudata biotecnologia già disponibile, proprio per eliminare
alla radice l’esigenza difensiva del lockdown, e quindi la causa del distanziamento sociale, per
ritornare proprio all’agognata socialità, fatta di istruzione, cultura, condivisione e svago. Una
condizione che per altro sostiene, pur tra mille contraddizioni, l’economia dello stesso Sistema”.
Insomma i processi interni al modo di produzione capitalistico sono ben più complessi di quelli che
Agamben ipotizza in un reiterato tentativo di derubricazione. Ricci su questo specifico punto
conclude: “Quindi lockdown o vaccino (con richiami proporzionati alla durata
dell’immunità), tertium non datur, se non assecondare come gregge destinato al macello, invece che
all’immunità, il decorso naturale della pandemia, nella sola attesa della salvifica pioggia
manzoniana, con milioni di morti nel mondo e tempi ben più lunghi del passato – che non conosceva
di certo le interconnessioni della globalizzazione in grado di elevare all’ennesima potenza
l’estensione dei contagi e delle varianti del virus”. Anche qua l’alternativa è troppo secca, dal
momento che si possono immaginare situazioni intermedie in cui il ruolo dei vaccini (ma anche delle
terapie) progressivamente sostituisca quello delle chiusure senza che però il ruolo del vaccino sia
legato all’obbligo disciplinante dello Stato. La green card può essere vista come uno strumento di
una transizione non forzata a condizione che riesca a svolgere la sua funzione di argine, di mediazione
e di stimolo al tempo stesso. Il benaltrismo di Ricci sta nell’invito ai due filosofi a considerare invece
che “il punto che, a mio avviso dovrebbe diventare centrale in una discussione interdisciplinare sul
superamento della causa prima della pandemia e delle tante altre calamità innaturali che stanno
distruggendo il Pianeta, a partire dal cambiamento climatico e dal consumo di ogni sua risorsa
vitale. L’evidenza di questa deriva è talmente forte che anche lo stesso Sistema dà chiari segni di
intolleranza” e continua: “Modelli di società futura ecosostenibile non mancano. Il problema però è
di individuare la strada per arrivarci, o meglio le tappe che si devono compiere per realizzare
una transizione ecologica che non comporti danni collaterali insopportabili di natura sociale e che,
come documenta anche l’epidemiologia, si traducono poi quasi automaticamente in danni per la
salute”. E conclude “Non vale la pena cioè concentrare tutte le risorse intellettuali su questa
questione primaria per la sopravvivenza della nostra stessa specie?” Tutte considerazioni giuste, ma
proprio per questo forse i timori di Agamben su come si gestisce una transizione devono diventare
uno dei punti essenziali della riflessione collettiva.

Un buon articolo
E’ un giornalista del Verona sera (probabilmente il laureato in filosofia Davide Papetti) a fare un
articolo equilibrato16 su Cacciari ed Agamben, critico ma non privo di rispetto. Egli dice: “Più in
generale, la questione del «minimo teorico» avanzata da Paolo Giordano è interessante in quanto
costituisce un invito esplicito ad abbandonare quello che il fisico italiano definisce «il ragionamento
binario», da dentro o fuori, la logica del «funziona/non funziona», ovvero del «con i vaccini ci si
ammala/non ci si ammala», oppure i «vaccini bloccano/non bloccano la trasmissione». I dati però
che la tanto vituperata scienza prova a far valere dicono una cosa molto semplice quanto spiazzante
e cioè che «non è vero che i vaccini impediscono la trasmissione del virus e non è vero che non la
impediscono», bensì «la bloccano (come bloccano la malattia grave e i decessi) in una certa
percentuale». È a questa percentuale, vale a dire non al "tutto" o al "niente" ma a
questo qualcosa, che ciascun cittadino, la cui scelta sia eventualmente di vaccinarsi, decide dunque
di affidarsi”. Egli aggiunge: “L'impressione complessiva, leggendo tutti i contributi del filosofo
italiano (Agamben), è invece che quest'ultimo sia rimasto fermo alla nota stampa del CNR datata
febbraio 2020 (che minimizzava al momento la situazione). Il che è inevitabile condizioni e
comprometta anche la ricezione delle lucide e certo ficcanti sue analisi su democrazia, decretazione
d'urgenza, stato di eccezione, macchina antropologica, governamentalità dei corpi e società del
controllo”. E poi “l'epistemologo (Agamben si autodefinisce tale) per sostenere le sue tesi non ha in
realtà mai smesso di basarsi anche su dati scientifici, certo non promuovendo giudizi propri «sul
virus e la malattia», ma spesso assumendo quelli di altri, talvolta in modo implicito talaltra in modo
esplicito, a volte persino fraintendendoli (è il caso dei citato esempio inglese o di quello
israeliano), in ogni caso selezionandoli accuratamente per dare sostegno alle proprie affermazioni.
Tutto più o meno legittimo, naturalmente, ma non scevro da pericoli se poi si sferrano sentenziosi
paragoni politici altisonanti” Ancora: “Vi è del "vero" in tutto questo? Certamente in parte anche sì,
o perlomeno la non eludibile portata della questione sotto il profilo giuridico-politico è innegabile.
Tuttavia non si possono non evidenziare alcune distinzioni essenziali, ad esempio il fatto che l'essere
ebreo è una condizione data dalla nascita e non una scelta individuale come il sottoporsi alla
vaccinazione anti Covid. Quest'ultima, più nel dettaglio, non è poi nemmeno l'unica modalità per
ottenere il green pass: tralasciando i guariti, resta il tampone che, certo, dovrebbe però oggi essere
quantomeno gratuito e non solo reso più economico. Ma il vero tema è un altro, vale a dire: che fare
dinanzi alla pandemia? Perché, pur dando per assodato che lo strumento del green pass sia alquanto
fastidioso e problematico, sinora le altre alternative sperimentate non lo erano di meno: il lockdown
duro e puro e la gradazione cromatica delle restrizioni su base regionale con l'annessa chiusura
delle attività economiche sono triste storia recente” Qui mi pare giusto aggiungere qualcosa: il green
pass, che viene visto come sanzione per i non-vaccinati, forse è più una concessione ai vaccinati. C’è
differenza? Sì ed è data da quale sarebbe l’alternativa. E’ una sanzione per i non-vaccinati se
l’alternativa è la zona bianca. E’ una concessione ai vaccinati se l’alternativa è una maggiore chiusura
di fronte al diffondersi della variante Delta. Realisticamente nessuno può negare che è anche un modo
per aumentare la percentuale dei vaccinati, cambiando quelle che sono le conseguenze delle opzioni
in campo e dunque dando una spinta (più o meno gentile, più o meno sgarbata) agli esitanti e ai no-

16
L'invenzione di una democrazia: Cacciari, Agamben (e Fusaro), il green pass e il "minimo teorico" (veronasera.it)
vax di più tiepida adesione. Qualche risultato in questo senso è stato raggiunto a dimostrazione che
bastava negare il cinemino, il teatro e il ristorante al chiuso per scatenare un assalto alla diligenza17.
Papetti conclude dicendo: “Chi come Agamben non ha lesinato ultimamente
in lévinassiane escursioni attorno al volto dell'uomo, di cui la società Covid contemporanea
starebbe perdendo la memoria a causa dell'imposizione dell'uso delle mascherine, dovrebbe anche
aver il buon cuore di prestarsi ad un promettente vis-à-vis con chi della pandemia si porterà sempre
appresso i segni indelebili della morte. L'impressione, purtroppo, è invece che nella potenza
argomentativa del filosofo troppo spesso ci si concentri solo sugli effetti indiretti di Covid-19, vale a
dire i rischi anti-democratici annessi alla gestione politica della crisi sanitaria, sacrificando però
quelli diretti, ovvero i tanti morti e i malati che la pandemia continua a produrre”.
Prima di congedarci da lui voglio però aggiungere un particolare che evidenzia come, senza negare il
valore della scienza, dobbiamo però diffidare anche dello scienziato (che è un essere umano come
tutti e quindi fallibile a volta anche coscientemente). Papetti ha accennato alla nota stampa del CNR
a cui Agamben si era aggrappato inerzialmente. Ne ho parlato anche io18, evidenziando come il
Professor Maga in questa nota stampa aveva usato formule che lo mettevano al sicuro rispetto gli
eventi futuri (contrariamente ad Agamben che su quella nota ha scommesso anche i gioielli di
famiglia). Tuttavia con quella nota si è di fatto avallato una scelta del governo che più d’uno poi ha
ritenuto sbagliata e poco trasparente19 (oltre ad indurre all’errore il povero Agamben). Quindi il parere
dello scienziato va considerato come un momento importante, ma pur sempre un momento del
dibattito pubblico, da valutare sempre con senso critico (e ciò anche quando tale parere sta
apparentemente solo descrivendo uno stato di fatto dal momento che nel linguaggio storicamente
comune non si descrive mai in modo del tutto neutro uno stato di fatto).

Dagli amici della conoscenza mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io
L’opposto speculare di Diego Fusaro in questa commedia degli equivoci è lo scrittore20 ed ingegnere
Pasquale Giannino, una delle nuove leve tra i pasdaran di Micromega e del sapere fondamentalista
laico (sembra un ossimoro ma forse non lo è).
Il suo articolo si chiama “La conoscenza e i suoi nemici”21 e comincia subito con l’elogio del succitato
imam del sapere fondamentalista laico e libertario (Paolo Flores d’Arcais) e poi continua sparato
contro le fake news e i loro sodali “Ho letto con molto interesse la lettera aperta di Paolo Flores
D’Arcais Ma quale dispotismo! Il Green pass è libertà. Lettera aperta a Massimo Cacciari. Gli
argomenti trattati sono quanto mai urgenti. Lo spirito illuminista di MicroMega, le battaglie condotte
in difesa di una cultura libera dai dogmatismi; di un approccio scientifico ai problemi; della laicità
dello Stato… ebbene, tutto ciò rende questa lettera, più che opportuna, necessaria. In verità, più che
una lettera aperta è un j’accuse, che non è rivolto ai filosofi Giorgio Agamben e Massimo Cacciari,
ma denuncia quel tipo di cultura che le loro esternazioni sulla pandemia rappresentano: quella
antiscientifica e autoreferenziale di certi ambienti accademici, che non aiuta i cittadini a difendersi
dalle fake news, ma ne favorisce la diffusione; che non li aiuta a orientarsi nella complessità del
presente. Purtroppo siamo inondati di fake news. Molti sprovveduti se le bevono, appena le trovano
in qualche sito web o nei social media, senza preoccuparsi minimamente di verificare le fonti. Ora, i
creduloni e gli imbecilli ci sono sempre stati, ma un tempo, come osservava Umberto Eco, tutt’al più
sproloquiavano al bar con gli amici e venivano presto zittiti. Oggi straparlano nei social network, si
sentono in dovere di affermare – con certezza matematica – cose prive di qualsiasi fondamento. Il

17
Green pass, scatta la corsa al vaccino (adnkronos.com)
18
Coronavirus. Cominciamo a capirci qualcosa | Contropiano
19
Il documento segreto sul Coronavirus. Le opposizioni: "Perché il governo lo ha tenuto nascosto?" - la Repubblica
20
New Writing Factory di Pasquale Giannino (nwfactory.it)
21
La conoscenza e i suoi nemici (micromega.net)
fatto è che non sempre sono innocui. Finché sentiamo dei pazzi sostenere che la Terra è piatta, non
subiamo alcun danno. Ci facciamo quattro risate e finisce lì. Ma se si diffonde la bufala che il Covid
è una semplice influenza; o che i vaccini sono un rimedio peggiore del male; o che ci sono alternative
all’immunità di popolazione per sconfiggere la pandemia … ebbene, in questi casi, se abbiamo
filosofi o intellettuali che si esprimono al riguardo – sostenendo teorie pseudoscientifiche o dottrine
infondate – allora i danni possono risultare gravissimi.” Ho riprodotto questa lunga citazione per
evidenziare come dell’articolo di Cacciari e Agamben all’autore non importa in realtà proprio niente.
Si tratta solo di un pretesto per fare una giaculatoria che non serve a nulla (visto che di sfoghi del
genere sul web ve ne sono a iosa). L’autore sentenzia “L’articolo di Agamben e Cacciari potrebbe
diventare il Manifesto dei no-vax” quando i due nostri eroi hanno testualmente detto che non sono
contro il vaccino ma vogliono che venga rispettata la scelta di chi non si vaccina. L’autore ovviamente
non crede loro e magari presume di vedere nel loro testo un senso che i due filosofi non colgono (nel
classico filone fondamentalista “chi non è con me è contro di me”). Poi dice: “Quale sarebbe lo
scenario che essi delineano? Né l’obbligo vaccinale né il green pass? I no-vax sarebbero liberi di
andarsene in giro per il paese, a innescare un’altra crescita esponenziale dei contagi? Viene da
chiedersi: i due illustri filosofi sanno che cos’è una funzione esponenziale?”. E subito viene in mente
“Che ne sai di un campo di grano?”22 del grande Lucio Battisti o “Hai mai letto Kundera?”23
dell’altrettanto grande Stefano Bollani che imitava Battiato. Qui l’ingegnere (che ricorda cosa sia una
funzione esponenziale) fa il maestrino con la bacchetta e cerca di dimostrare l’ignoranza scientifica
dei due filosofi: una sorta di bullismo intellettuale che diventa fine a se stesso, perché se anche non
si sa cosa sia una funzione esponenziale si può esporre comunque un argomento valido e bisogna
limitarsi ad analizzare gli argomenti esposti. Infine ratto conclude “Come giustamente osserva
Bertrand Russell, alla fine di quel capolavoro della divulgazione storica e filosofica che è Storia della
filosofia occidentale, nel campo filosofico un vero progresso non c’è stato. Con la nascita della
scienza moderna, nel Seicento, i risultati che abbiamo conseguito in ambito scientifico e tecnologico
hanno favorito un progresso di cui nessuna civiltà aveva mai potuto beneficiare: nel campo della
conoscenza; nella distribuzione della ricchezza e del benessere; nel miglioramento della qualità della
vita. Basterebbe pochissimo: che i filosofi, di tanto in tanto, si affacciassero dal recinto del proprio
ambito accademico e comunicassero con i loro colleghi matematici e scienziati. Invece non lo fanno.
E i risultati, ahimè, sono questi che vediamo”. A parte il fatto che si affida ad un filosofo nel momento
in cui questi dice che in filosofia non c’è stato vero progresso (e allora che lo stiamo a sentire a fare?),
Giannino, che vorrebbe che i filosofi dialogassero con gli scienziati, non pare sentire la necessità che
gli scienziati comunichino con i filosofi. Come si dice a Napoli, si fanno i conti del viaggio di andata
e non quelli del viaggio di ritorno.

Sole Sorrentino
Il giornalista de Il Sole 24 Ore Riccardo Sorrentino pure prende carta e calamaio per commentare
l’uscita di Cacciari ed Agamben24. L’inizio è un po’ esagerato (sulla scia di Flores d’Arcais e
Giannino): “Oggi il vaccino fa paura, anche più del Covid, e si rivendica non solo la libertà di
arrendersi alla paura, ma anche quella di contagiare altri e di intasare nuovamente gli ospedali
riducendo fortemente l’offerta di servizi sanitari. A tutti”. Non credo si rivendichino tutte queste
brutte libertà, piuttosto si pensa (magari a torto) che se i contagi aumentano non è solo colpa dei non

22
LUCIO BATTISTI - PENSIERI E PAROLE - YouTube
23
(120) Bollani imita Battiato - YouTube
24
Oltre i confini | I filosofi e il green pass: i salti logici di Agamben e Cacciari (ilsole24ore.com)
vaccinati. Sorrentino come altri evidenzia (e bene fa) il carattere iperbolico della argomentazioni dei
due filosofi (anche se bisogna ammettere che le limitazioni della libertà di circolazione sono tra quelle
più sentite dai cittadini soprattutto dopo mesi di almeno parziale lockdown). Egli sottolinea che
nessuno vuole costringere i cittadini a vaccinarsi (in realtà come vedremo molti vogliono questa
soluzione semplicistica). Sorrentino lamenta a ragione anche la mancanza di giustificazione di molte
delle asserzioni dei due filosofi e argomenta che coloro che non hanno il green pass non saranno
esclusi dalla vita sociale: “Coloro che si rifiutano di vaccinarsi, allora, “saranno esclusi dalla vita
sociale”. Non è vero. Alcune manifestazioni non virtuali della vita sociale diventano più costose, in
termini non semplicemente economici, vanno programmate. Improvvisare, fino a quando non finirà
la pandemia, non si può; programmare sì”. Anche sul carattere discriminante Sorrentino non è
d’accordo “Perché come è evidente che non si possono trattare in modo diverso situazioni eguali è
altrettanto evidente che non si possono trattare in modo eguale situazioni diverse” anche se ammette
che la discussione è delicata. Il giornalista argomenta pure che il tracciamento di molte nostre attività
non è una novità del green pass né del comportamento del regime cinese, anche se questo non è un
argomento decisivo (un interlocutore polemico potrebbe dire che a partire dal green pass si devono
combattere tutti o quasi i tentativi di tracciamento). Inoltre anche lui evidenzia (come Papetti) come
le morti di Covid siano del tutto ignorate dai due filosofi (forse più sensibili allo Spirito che alla
Carne) “Dall’altra parte c’è il Covid. C’è nella realtà, ma non c’è negli articoli di Agamben e di
Cacciari, che non ne parlano. Non una parola della tragedia che ha colpito il mondo, delle difficoltà
e delle sfide che ha posto a tutti. Strano”. Sorrentino poi dice “Così come non è vero – come dicono
i due filosofi – che si tacciano i problemi posti dai vaccini – tutti i vaccini e, ancor di più, tutti i
medicinali, hanno controindicazioni, effetti collaterali, pongono rischi – così è vero che l’utilità
dei vaccini, rispetto al problema che devono risolvere, è totalmente soverchiante”. Qui però non
siamo d’accordo: il fatto che tutti i medicinali comportano rischi è vero, ma la situazione non è la
stessa di cui stiamo parlando ora. La necessità di vaccinare la maggior parte della popolazione innesca
una differenza sostanziale (ma ci torneremo).

La ricostruzione un po’ grottesca di Giovanni Cominelli


Su Reset25 Giovanni Cominelli, dopo aver giustamente citato Silvio Garattini sul carattere
probabilistico e provvisorio ma comunque dirimente del sapere scientifico, cerca di spiegare la genesi
ideale ed ideologica dell’articolo di Agamben e Cacciari. Egli (ma in parte anche Costa) la vede nei
concetti di “dispositivo” e di “micropotere” di Michel Foucault il quale sarebbe ossessionato dal fatto
il potere (e la sua logica) si diffondano in ogni ganglio della società. Per Cominelli la base dell’idea
sta nella repressione freudiana (senza però contare che ad un certo punto Foucault rinnega la tesi
repressiva) ma proseguendo il suo articolo ad un certo punto si genera una insalatona dove entrano
Deleuze e Guattari, Adorno ed Horkheimer, Tronti e Negri, Maciste e i suoi compagni, Rocco e i suoi
fratelli26 e alla fine diventa difficile seguirlo. Questa insalata è propedeutica alla predica che egli fa
dicendo: “Alla fine, c’è sempre e incombe su di noi una Totalità socio-politico-epistemica da
spezzare. Negli anni ’70 con la forza di collettivi antagonisti fino all’uso della lotta armata, dagli
anni ’80 in avanti con la forza anarchica del “popolo” e dei singoli”. Cominelli vorrebbe mettere in
un'unica scia le BR e il popolo del vaffanculo, tanto che ad un certo punto ricorda pure le monetine
lanciate all’indirizzo del povero Craxi27. Preso dalla vertigine dell’elenco delle cose che si spiegano

25
POPOLO E INTELLETTUALI PRET-A-PORTER | Reset
26
(120) Totò contro maciste - il discorso all'esercito - YouTube
27
(120) 30 aprile 1993 Hotel Raphaël - Lancio di monetine su Bettino Craxi - YouTube
con un unico principio, l’autore dell’articolo ricomprende anche le fake news e probabilmente un
poco pure il grammofono28. Alla fine conciona: “Il popolo degli unici” ha bisogno di profezie,
denunce, invettive, sogni. Non di competenze, non di ricerca paziente, non di ascolto dei dati, non del
lavorio su ipotesi e risultati, men che meno di criteri di falsificazione. No, servono oracoli e profezie.
Profezie, intese non come previsione del futuro, ma come denuncia apocalittica, come oscura
minaccia, come testimonianza solitaria. Più è unica e originale e più è comunicativamente
efficace”. Peccato che il vortice profetico e tuttologico pervada chiunque abbia in regalo un
microfono, anche gli esperti in materie sanitarie spesso in perenne litigio tra loro29.

Gli argomenti della filosofia della politica


Il filosofo della politica Roberto Frega intende invece contestare le tesi politiche di Agamben e
Cacciari30: “La loro recente presa di posizione confonde in modo grave tutela della salute pubblica
e limitazione della libertà. Per almeno due ragioni. La prima è che il pass sanitario non costituisce
violazione della libertà in quanto la negatività al tampone costituisce condizione sufficiente per
l’accesso agli eventi e luoghi per i quali il pass è necessario. Chiunque non voglia vaccinarsi, può
dimostrare di non essere positivo al virus effettuando un tampone”. Questa situazione è però
contingente e già ad es. Zaia, il presidente della regione Veneto, vuole cambiare i termini della
questione non assicurando la gratuità dei tamponi e dunque rendendo l’esercizio del diritto più
difficile31 visto che il tampone va rinnovato ogni 48 ore. Argomento più valido è quello per cui “la
limitazione della libertà personale in vista del bene altrui è il principio fondativo e costitutivo del
liberalismo, e non del totalitarismo come capziosamente fanno intendere i due filosofi. Il liberalismo,
dottrina fondativa della cultura Europa delle libertà, si basa sul principio che la libertà di ciascuno
si esercita entro i limiti del rispetto dell’altrui libertà e incolumità”. Frega poi evidenzia una
contraddizione del ragionamento dei due filosofi e cioè: “Essi dicono: siccome il vaccino copre solo
nel 60% dei casi, allora non ha senso renderlo obbligatorio. Ma non è forse vero il contrario, che
proprio perché la copertura è parziale, più persone sono vaccinate minore è la probabilità di
contrarre e, soprattutto, di trasmettere il virus?”. Frega analizza un altro nodo del ragionamento di
Cacciari ed Agamben: “Cacciari e Agamben sembrano pensare che il green pass serva a proteggere
coloro ai quali esso è richiesto. In realtà è vero il contrario. È per proteggere gli altri, più fragili di
noi, che abbiamo l’obbligo morale di vaccinarci. Chi di noi non ha almeno un amico
immunodepresso, un parente che non può vaccinarsi a causa di altre patologie, oppure parenti e
amici vaccinati ma fragili? La vita di queste persone è esposta a grave rischio ogni volta che un
portatore di Covid, vaccinato o meno, entra in contatto con loro o con persone con cui loro
entreranno in contatto. Proprio perché la copertura vaccinale non è assoluta questo tipo di situazioni
deve essere limitato. Non possiamo illuderci che aver vaccinato le persone fragili abbia risolto il
problema. Oggi anziani fragili, malati, immunodepressi vivono nel terrore di entrare in contatto con
il virus a causa di un amico/conoscente/parente capace di trasmetterlo. Parente o amico magari a
sua volta vaccinato, ma che l’ha contratto da un conoscente che ha rifiutato di vaccinarsi”. Frega
cioè si pone anche il problema di chi non può vaccinarsi, ma forse non tiene conto che l’insieme di
queste persone potrebbe essere più esteso di quanto si pensi per cui è giusto che chi possa vaccinarsi
lo faccia, ma è necessario che si sappia con maggior certezza se ci si può vaccinare o meno. Le sue
conclusioni sono comunque molto lineari: “La coscienza democratica cui Agamben e Cacciari si

28
(120) Robertino - RICOMINCIO DA TRE (Massimo Troisi) - YouTube
29
(120) Coronavirus, gli scontri in tv tra virologi sulla pandemia - YouTube
30
Se Cacciari pensa come Agamben su vaccino e green pass | L'HuffPost (huffingtonpost.it)
31
Covid, Zaia: "Stop tamponi gratis, per molti erano una scappatoia per non vaccinarsi" (msn.com)
richiamano alla fine dell’articolo si esprime nelle pratiche di reale solidarietà con chi oggi è più
fragile ed esposto ai rischi sanitari, e non nell’egoistica tutela di una supposta libertà assoluta. Sin
dalle proprie origini moderne, il progetto della democrazia occidentale si è fondato su tre valori
costitutivi: libertà, eguaglianza, e fraternità. Dimenticare la seconda e la terza e accanirsi in
un’ideologica difesa della prima non rende giustizia a ciò che la democrazia ha significato e continua
a significare per i cittadini europei di oggi”.
In modo chiaro e diretto anche Paolo Ercolani32 prova a confutare le tesi “politiche” di Agamben e
Cacciari. Da un lato egli dice che bisogna distinguere tra diversi tipi di discriminazione dal momento
che alcune sono giustificabili, altre no. D’altro canto la libertà di non vaccinarsi deve
responsabilmente accettare le conseguenze di ciò che si fa soprattutto se impatta con la libertà (e i
diritti) di altre persone. Infine Ercolani giustamente dice: “Certo che i vaccini non sono infallibili, né
scontato il loro effetto distruttivo del virus né sicuro che non provocheranno reazioni a breve, medio
e lungo termine in alcune persone. È sempre stato così (si veda il vaccino per il vaiolo), lo è per ogni
sostanza (se si imponesse a tutta la popolazione mondiale di ingerire un limone intero, avremmo
sicuramente delle vittime, per reazione, per intolleranza, per allergia, per sporcizia del limone e Dio
solo sa per cos’altro). Fior di scienziati li hanno studiati, elaborati e testati, fino a che le istituzioni
internazionali ne hanno approvati alcuni, stabilendo che il rischio è comunque molto più contenuto
rispetto a lasciare campo aperto al virus”. L’importante, aggiungo io, è che, come non imponiamo a
tutti di mangiare un limone, non imponiamo manco a tutti di fare il vaccino altrimenti la situazione
cambierebbe alquanto (potremmo fare la fine del porco…con il limone).

Sindrome cinese
Giorgio Cremaschi33, ex dirigente della Fiom ed ex portavoce di Potere al Popolo, a sua volta ha
perfettamente ragione nell’evidenziare come i due filosofi (un po’ come il Gatto e la Volpe) hanno
cercato, prendendo la Cina di oggi e l’Urss di una volta come cattivi esempi, di fare della mera
captatio benevolentiae. Ed ha perfettamente ragione quando sugli scrupoli liberali di Cacciari nota:
“Massimo Cacciari è stato un accanito sostenitore di Renzi e del renzismo finché sembravano
vincenti. Per questo nel 2016 si schierò con la controriforma costituzionale che per molti, e per
fortuna anche per la maggioranza dell’elettorato, rappresentava una svolta autoritaria. Potenza
della lotta per la libertà, direbbe Benedetto Croce che votò la fiducia a Mussolini.” Ed ha ancora
ragione quando dice che per Draghi il green pass serve anche a non chiudere tutto un’altra volta (a
dimostrazione di come si può valutare diversamente un provvedimento a seconda dell’alternativa che
si immagina).
Francesco Piccioni invece, nel suo solito corposo articolo34, dice giustamente “Ragionare
politicamente e criticamente sulla gestione della pandemia da parte di tutti i governi occidentali
comporta infatti la necessità di pensare/dire cosa faremmo noi per risolvere il problema se avessimo
il potere di decidere. Come per ogni altro grande tema sociale, peraltro”. Egli però opera una
distinzione che ha dei presupposti che andrebbero approfonditi. Infatti dice: “Solo che qui si impone
una distinzione fondamentale: sui problemi sociali (redistribuzione della ricchezza, rapporti di
proprietà, scopi e qualità della produzione, ecc) ci si scontra con l’avversario di classe sulla base
dei rapporti di forza. E’ un rapporto a due – proletariato/borghesia, per semplificare molto. Mentre
in casi come le grandi epidemie lo scontro tra noi e il potere verte sulla capacità o meno di risolvere
un problema imprevisto, oggettivo, indifferente alle idee politiche e agli interessi sociali che travolge.

32
Il green pass è discriminatorio? Provo a rispondere alle parole di Agamben e Cacciari - Il Fatto Quotidiano
33
Cacciari e Agamben: perfetti liberali e liberisti reazionari (micromega.net)
34
Il delirio sul green pass | Contropiano
E’ un rapporto a tre. Popoli, capitale e virus. Come per l’ambiente, peraltro…Nella “compagneria”
la confusione è grande, ci sembra, proprio in virtù del fatto che si continua a ragionare come se fosse
un rapporto a due (popolo e capitale/Stato) anche in questo caso”. Questa distinzione la si ottiene
appunto parlando di virus (e dando così l’idea di una oggettività indifferente alle idee politiche e agli
interessi sociali che travolge). In realtà però il problema è la pandemia (originata in parte dal virus,
ma che è qualcosa di collegato alle relazioni sociali e dunque non del tutto indifferente alle idee
politiche e agli interessi sociali che travolge). Infatti il virus non lo si annienterà, ma si cercherà di
sconfiggere la pandemia. Piccioni ammette sia che “a un rafforzamento/occultamento dei poteri
disciplinanti corrisponde un generale disciplinamento di massa, in ogni ambito della vita sociale.
Soprattutto in ambito politico e sindacale. Come in tutte le “emergenze” – vere o false, sociali o
belliche o sanitarie – il potere sfrutta paure e necessità di orientare le popolazioni per rafforzare i
propri strumenti di controllo. E’ persino banale doverlo ripetere. Così come che sono le
multinazionali a produrre i vaccini (ma anche le auto, gli smartphone, la benzina, i jeans, lo
shampoo, il cibo, ecc)” sia che “le misure di disciplinamento (lockdown, distanziamento, mascherine,
lavaggio mani, limitazioni alla circolazione delle persone, ecc) prese dai governi occidentali hanno
limitato molto parzialmente la diffusione in alcuni momenti, tenendo d’occhio il tasso di occupazione
dei letti di terapia intensiva negli ospedali, per evitare il collasso delle strutture sanitarie e il
tracimare di morti, panico, ecc, che avrebbero certificato l’incapacità dei governi di gestire la
situazione. Ma non hanno impedito la diffusione del virus”.
Poi però Piccioni sembra forzare: “Detto questo, si deve, o no, combattere il virus? E se sì, come?
Di fronte a questa domanda si aprono due strade. La prima, come detto, è negare che il virus esista,
considerare “tutto una manovra per fregarci” e via castellando complotti dietrologici, “piani
Kalergij”, “Bill Gates” e rumenta varia in stile no vax. L’altra strada NON E’ quella di “obbedire
passivamente al governo”, ma di indicare quale strategia – e quale sistema di misure sanitarie
– andrebbe adottata. Siamo comunisti, diavolo!… vogliamo cambiare il mondo e non sappiamo dire
come? E se si vuole fermare una pandemia – a questo punto della storia, quando il disastro è stato
già combinato dalle imprese e dai governi – non ci sono molte alternative: OBBLIGO VACCINALE
per tutti coloro che sono in condizione di poterlo ricevere. Un governo seriamente preoccupato di
salvaguardare i propri cittadini non avrebbe dubbi, imporrebbe l’obbligo. E si assumerebbe anche
quella in fondo piccola percentuale di impopolarità (quel 25% circa di scettici, incerti, dubbiosi, ecc)
pur di arrivare al risultato”. Già la prima alternativa sembra una caricatura (rendendo sin troppo
facile la scelta alla fine) mentre sulla seconda si passa dalla caricatura alla retorica antigovernativa
giusto per giungere all’esito voluto. Il punto è che le strade non sono due ma di più. Perché anche di
fronte all’oggettività rimangono molti i modi di definirla a seconda anche degli interessi che si
rappresentano e questi interessi non si sono ancora coagulati attorno a due poli, così come noi
comunisti speriamo per amor di chiarezza che vorremmo dialettica (ma che forse in questo caso è
positivista). Il punto dolente di questa semplificazione è l’espressione Obbligo vaccinale per tutti
coloro che sono in condizioni di poterlo ricevere, una espressione che oggi non ha molto senso perché
i due insiemi (quelli di coloro che sono in condizione e quelli di coloro che non sono in condizione)
non sono ben definiti per quel che riguarda gli elementi che appartengono ad essi. Non si tratta di
essere impopolari verso una piccola percentuale (il 25% piccola percentuale di oppositori rimanda
non tanto ad un consenso bulgaro quanto alla costipazione causata dalle uova bulgare di Totò35) ma
di essere attenti ai cosiddetti effetti collaterali del vaccino. Né si può delegare alla comunità scientifica
questa selezione perché essa non riesce ancora a farla (altrimenti i bugiardini dei medicinali non
comprenderebbero effetti collaterali ma solo controindicazioni) e soprattutto (leggendo
periodicamente i bugiardini di un medicinale) i progressi in questo senso sono molto lenti (nonostante

35
(20+) Watch | Facebook
o in assenza della buona volontà delle case farmaceutiche). Qualcuno potrebbe dire che, come noi
comunque prendiamo i medicinali nonostante i possibili effetti collaterali, possiamo anche prendere
i vaccini nonostante i rari effetti collaterali. Il fatto però è che siamo noi a decidere di prendere i
medicinali nonostante i rari effetti collaterali e nessuna legge ci costringe a farlo.
La Redazione di Contropiano (ma Piccioni ha diversi pseudonimi) rincara la dose e dice36: “In queste
condizioni, dunque, dobbiamo oggi rispondere alla domanda “i vaccini non hanno alternativa”?
Ed evidentemente non c’è. Non c’è a livello di massa, delle decine o centinaia di milioni di persone,
non dei “felici pochi” che possono cercare di adottare le alternative più diverse possedendo
conoscenze, informazioni, contatti adeguati allo scopo. Rischiando in proprio e facendo rischiare in
qualche misura anche la collettività. Perché una pandemia richiede una risposta universale, non
individuale. Siamo una società, non un insieme di individui, e fanculo alla Thatcher…” Senza
considerare che una cosa è che i vaccini non abbiano (al momento) alternativa, un'altra è l’obbligo
vaccinale, una cosa è una risposta collettiva ed un'altra è costringere i singoli a vaccinarsi, una cosa
è mandare retoricamente affanculo la Thatcher ed un'altra imitare il suo irriducibile decisionismo. E
continuano: “Siamo insomma davanti a un problema oggettivo grande come il pianeta, che non si
può affrontare con soluzioni fai-da-te”. Ma nemmeno con soluzioni semplicistiche e fortemente
oppressive (sinora l’obbligo vaccinale lo abbiamo imposto ai ragazzini che non hanno la capacità
giuridica per mandarci affanculo assieme alla Thatcher e lo abbiamo imposto ai soldati che devono
dire signorsì e a noi comunisti questo dovrebbe stare sui coglioni). E ancora: “Al momento, dunque,
bisognerebbe insistere sull’abolizione dei brevetti sui vaccini (tutti quelli già messi a punto e quelli
ancora in fase di studio o trial), per aumentarne la produzione fino ai livelli del bisogno di tutta
l’umanità. E se si pretende che siano prodotti gratis o quasi, sarebbe illogico non pretendere che
siano anche inoculati”. Fateci capire, il prodotto gratis deve essere per forza consumato? E per quale
fantascientifica ragione? Poi si ritorna sul tema dell’oggettività: “Ora a noi sembra che in questa
riduzione si finisca per dire una cosa vera, verissima, ma molto generale: che anche la pandemia è
colpa del capitalismo, sia per la sua genesi che per la sua gestione. Così come, indubbiamente, per
il cambiamento climatico, ecc. L’identica affermazione si può fare per qualsiasi altro problema che
affligge l’umanità nel XXI secolo. Fame, guerre, razzismo, ignoranza, maschilismo… l’elenco è
infinito. Detto questo, però, resta il fatto che tutti questi problemi sono oggettivi. Esistono per
colpa del capitalismo, ma vivono e si alimentano con dinamiche proprie”. E concludono, citando
Angelo Baracca: “Tradotto nel linguaggio più “politico-teorico” che stiamo usando: “puoi anche
eliminare le cause – ossia il capitalismo – ma ad es. il cambiamento climatico resta ed evolve secondo
leggi fisiche, chimiche, biologiche, ecc, al di fuori del controllo umano”. La strategia retorica qui è
quella di evocare l’oggettività, ma di ridurre la stessa alla propria versione dei fatti e soprattutto di
far dedurre logicamente da questa versione i provvedimenti che andrebbero presi. E quanto più rozza
è la soluzione, tanto più sarebbe rispettosa dei fatti nudi e crudi. Anche qui una sorta di retorica
addirittura un po’ da pioniere del vecchio West (forse ci sarà un analogo nella tundra siberiana). Dire
che si sta solo portando a conclusione la logica della scienza è anche una forma di retorica (in cui gli
stessi scienziati, instupiditi dalla sovraesposizione mediatica37, si illudono di legittimare) dal
momento che gli scienziati possono chiarire i presupposti di fatto della decisione politica ma non
suggerirla dal momento che anch’essi proietterebbero i desiderata dei loro ordini professionali, tesi
soprattutto ad alleggerire il forte carico di lavoro causato dall’epidemia.
Se si volesse invece davvero ed onestamente perseguire l’obbligo vaccinale (che dovrebbe riguardare
l’intera popolazione almeno una volta l’anno e che dunque comporterebbe un numero consistente in
assoluto di casi infausti susseguenti al vaccino) ci vorrebbero almeno due cose: in primo luogo un

36
L'abbaglio del green pass e altre quisquilie | Contropiano
37
Bassetti-Crisanti, polemica per una cravatta tra virologi in tv e sui social - CorrieredelVeneto.it
investimento nello studio degli effetti collaterali che consenta di isolare un sottoinsieme della
popolazione per la quale la probabilità di un caso infausto sia più consistente di quelle bassissime che
si fanno sull’intera popolazione di vaccinati. In questo modo gli effetti collaterali sarebbero inseriti
in un insieme di rapporti di causa ed effetto che consenta di riassumerli in controindicazioni. In
secondo luogo (nel mentre che aspettiamo che la scienza ci chiarisca le cause collaterali degli effetti
collaterali) lo Stato deve investire se stesso nell’obbligo vaccinale nel senso che agli eredi di coloro
che muoiono (per cause cardiovascolari o polmonari) ad un mese dall’assunzione del vaccino deve
essere corrisposta una bella somma (non eccessiva, a partire dal milioncino di euro in su) e ciò senza
che questi eredi debbano imbastire una vertenza legale e senza che debbano dimostrare una relazione
causale (visto che non ci riescono manco i migliori ricercatori). Il principio deve essere cioè quello
del post hoc e non del propter hoc. Se si vuole cioè costringere le persone a vaccinarsi lo Stato
(socialista o aspirante tale) deve scommettere una parte (piccola a leggere le rassicuranti statistiche38)
del proprio sedere. Il costo (vista sempre la poca significatività statistica) sarebbe sopportabile per le
casse dello Stato39 e, se non lo fosse, allora sarebbe il caso di rivedere il ruolo della statistica
all’interno della discussione politica, visto che la poca significatività statistica non sempre coincide
con la poca significatività erariale. Ci sarebbe una terza condizione e cioè il fatto che il settore
pubblico avochi a sé la produzione dei vaccini ma forse qualcuno potrebbe dire che al momento non
è possibile.
Volendo concludere, se da un lato dobbiamo criticare chi prende la Cina di oggi come cattivo
esempio, bisogna fare attenzione anche a prenderla come esempio da seguire (anche se la Cina,
avendo stroncato a quanto pare l’epidemia sul nascere, non ha stabilito un obbligo vaccinale), una
sorta di decisionismo illuminato a trazione scientifica (la distinzione fatta da Piccioni con l’accenno
ad una realtà oggettiva indifferente alle idee politiche e agli interessi sociali che travolge sembra
essere l’assist a questa sorta di illuminismo un po’ spiccio). Il successo cinese nella lotta con il Covid
ha delle ragioni specifiche (di carattere anche storico e culturale) che forse non sono facilmente
riproducibili nel nostro contesto. E pur accettando il metodo della pianificazione, i risultati di
quest’ultima possono essere strategie diverse a seconda della realtà in cui essa viene applicata e con
diverse transazioni tra libertà individuali ed esigenze collettive.

Cacciari e Agamben stanno Fuori oppure Altrove


Roberto Finelli e Tania Toffanin40 partono con il piede a tavoletta sull’acceleratore e dicono
addirittura che Cacciari e Agamben sono (niente poco di meno che) l’epifenomeno più vistoso e
accreditato dello Zeitgeist. Poi aggiungono: “Vogliamo provare brevemente a comprendere cosa ci
sia dietro una tale rivendicazione di libertà individuale, sottratta ad ogni condizionamento e
mediazione con la libertà collettiva, in un richiedere verosimilmente assai dimentico della definizione
data, ormai tempo addietro, da Franco Fortini, secondo cui “la mia libertà inizia, non dove finisce,
ma dove inizia la libertà dell’altro”. E dunque comprendere perché il nostro tempo, storico e
culturale, si sia connotato, sempre più, per una moltiplicazione e ipertrofia dei diritti individuali del
singolo, di contro ai diritti comuni e sociali”. Essi però non spiegano perché questa rivendicazione
di libertà individuale (tenendo presente però che Cacciari e Agamben parlano soprattutto di
discriminazione e di democrazia) sia sottratta ad ogni condizionamento e mediazione con la
cosiddetta libertà collettiva (ma sarebbe forse meglio parlare dei bisogni di tutti). Gli autori dicono

38
Farmacovigilanza sui vaccini anti-Covid: 128 segnalazioni ogni 100mila dosi (aboutpharma.com)
39
Ad oggi i decessi sono solo 498 e da essi potremmo scartare quelli non dovuti a cause vascolari o polmonari e quelli
avvenuti dopo un mese alla vaccinazione.
40
Roberto Finelli e Tania Toffanin: Sul privilegio (sinistrainrete.info)
giustamente che: “Con Cacciari poi egli (Agamben) ha sostenuto l’equivalenza della certificazione
verde (che ricordiamo essere altro rispetto ad una mera certificazione vaccinale poiché prevede
anche la negatività al test in assenza di vaccinazione e su questo è stata creata una confusione ad
hoc) con pratiche discriminatorie consolidate all’interno di Stati, come Cina e Unione Sovietica, che
hanno fatto del controllo della popolazione uno strumento organico di governo del territorio.
Boutade, tuttavia, che non solo richiama quelle rappresentazioni che sono frequentemente utilizzate
dalla destra conservatrice e liberale per osannare gli imperativi del mercato e invocare
l’arretramento dello Stato ma che con la pandemia pensiamo non abbia alcuna congruenza”. E
notano anche il carattere pretestuoso della critica di Cacciari alla decretazione d’urgenza (anche se si
illudono che tale pretestuosità sia rilevante per il contenuto della critica, la quale, sia pure tardiva ed
ipocrita, è comunque cogente).
Gli autori fanno bene ad evidenziare cose a cui Cacciari ed Agamben non si sono nemmeno presi la
briga di accennare: “Serve forse ricordare che il prolungamento delle restrizioni alla mobilità è stato
necessario a causa della rapida saturazione delle terapie intensive, prodotta da anni di mancati
investimenti in nome del contenimento della spesa pubblica. I numeri del sistema sanitario italiano
appartengono alla categoria dei fatti. E su questi serve muovere critiche incisive e circostanziate ed
un’azione rivendicativa. Finora a nostro avviso entrambe sono state ancora molto modeste e quindi
del tutto inadeguate a rivendicare quelle risposte ai bisogni fondamentali di tutti e tutte noi in fase
pandemica e fuori dalla pandemia. E’ fondamentale infatti avere contezza dello stato del sistema
sanitario, dall’organizzazione delle strutture ospedaliere, in primis della capienza e della dotazione
delle terapie intensive, ma anche della medicina di base, e comprendere come la malattia lo abbia
intaccato. Sono state investite nuove risorse nel sistema sanitario nazionale? Come sarà gestito in
futuro il rapporto tra Governo centrale e regioni, che non poco ha contribuito ad allentare la stretta
sulla diffusione pandemica? Quali e quante risorse sono state assegnate alla ricerca scientifica?
Quali e quante risorse alle retribuzioni del personale sanitario? Dobbiamo attendere un eventuale e
non auspicato altro evento pandemico per avere risposte a questi legittimi quesiti?!” E qui si svolge
la loro argomentazione centrale: “Il buon stato di salute del sistema sanitario è la precondizione per
allargare la sfera dei diritti e per ampliare quell’autodeterminazione alla quale Agamben e Cacciari
fanno continuamente riferimento ma in termini sostanziali non solo formali. L’autodeterminazione è
un bene cruciale. Essa però va esaminata sulla scorta delle condizioni oggettive che la promuovono
non, invece, analizzando solamente i dispositivi che la limitano. E qui veniamo al punto dolente.
C’è una questione che negli scritti di Agamben e Cacciari è continuamente e volutamente elusa. Chi
può esercitare il diritto di non sottostare al piano vaccinale e in quali condizioni può farlo?” Le
questioni poste da loro sono importante ed evidenziano (e fanno bene) come tutto non si riduca alle
questioni poste da Cacciari e Agamben, ma non intaccano il nucleo di intangibilità di un individuo
che non si vuole sottoporre (per ragioni che non sono riconducibili all’avversione del vaccino tout
court) ad un trattamento sanitario obbligatorio. Il riferimento al contesto, alle libertà collettive non ci
porta necessariamente a contraddire il diritto individuale a valutare se il vaccino sia la cosa migliore
per se stessi, soprattutto in un contesto in cui gli eventi infausti sono derubricati a coincidenze nella
maggior parte dei casi, in cui i pochi (ma solo in percentuale) colpiti dagli effetti collaterali e le loro
famiglie non hanno il minimo riconoscimento, la minima assistenza, il minimo ascolto. Il green pass
in questo ambito ha un senso perché limita la possibilità del non vaccinato di contagiare e di essere
contagiato ma non perché il non vaccinato si deve vaccinare senza se e senza ma. Dopo questi
argomenti degni di considerazione però, Finelli e Toffanin vogliono mettere insieme troppe cose e
scomodano l’eurocentrismo dicendo che “Il loro discorso rispecchia la schizzinosità di una classe
agiata abituata al benessere, assicurato da uno stato sociale che, nonostante i ripetuti attacchi, ha
garantito la copertura universalistica del diritto alla salute”. Il punto è che il fatto che questa
copertura universalistica sia stata garantita è quello che è in dubbio (e pare incongruente che anche
gli autori dell’articolo vi abbiano prima accennato) e lo è anche rispetto al vaccino (pervicacemente
nelle mani delle multinazionali, distribuito male, ora oggetto di una propaganda isterica ed ambigua).
Alla fine gli autori si scatenano in un bilancio esegetico delle filosofie di Agamben e Cacciari
(ricompreso erroneamente tra i neoparmenidei), filosofie di privilegiati che guarderebbero il mondo
dal Fuori e dall’Altrove. Nel frattempo invece i marxisti rischiano di farsi affascinare ancora dal
mestiere di secondino che, in quanto tale, non sta dentro ma nemmeno può considerarsi fuori. Una
posizione che vorrebbe essere dialettica ma che invece si ostina ad essere oppressiva in nome della
sempiterna morale provvisoria.

L’ira del filosofo della scienza


In modo poco atarassico interviene Giovanni Boniolo41 (che dall’epistemologia dello spazio e del
tempo è giunto all’etica della medicina) e fa una sorta di analisi passo passo dell’appello dei due
nostri eroi evidenziandone i non sequitur. L’elenco è lungo: scarsità di fonti, mancanza di chiarezza,
assenza di parti inferenziali, dati scelti ad hoc, generalizzazioni imprudenti. Boniolo conclude: “Noi
siamo cittadini cui non servono besser-wisser aforismatici, ma intellettuali che ci insegnino la bontà
del pensiero ben strutturato che si muove e avanza grazie al suo metodo storico: problemi, soluzioni
e loro giustificazioni razionali ben costruite. Siamo ormai adulti e non abbiamo bisogno di evocatori
senza inferenze né argomenti”
L’ira di Boniolo è comprensibile e chi scrive nell’analizzare il testo di Agamben e Cacciari ha
involontariamente (è l’uso comune del ragionamento?) riprodotto molte delle sue osservazioni.
Tuttavia quest’ira rischia di essere non quella di Achille ma la rabbia folle di Aiace che alla fine se la
prende con un armento di pecore42, Se utilizzassimo la griglia analitica così tagliente che ha infatti
usato Boniolo nemmeno la comunicazione divulgativa degli addetti ai lavori sfuggirebbe al massacro.
Esibita la geometrica potenza dell’analisi logica bisogna porsi il problema della più generale gestione
del dibattito pubblico che ha bisogno di libertà per potersi autocorreggere. Se Agamben e Cacciari si
astenessero dall’intervenire, nell’improbo tentativo di capire cosa sia un trial clinico (e qui Boniolo
pure è come il Battisti di “che ne sai di un campo di grano?” mentre avrebbe potuto argomentare sul
perché non siamo in una sperimentazione di massa piuttosto che mandare i nostri due eroi dietro la
lavagna), coloro che rimarrebbero sulla piazza sarebbero più precisi? L’analisi filosofica più che un
esame previo del diritto a proferire parola deve essere una parte qualificante del dibattito pubblico
sapendo che i primi a parlare sono sempre quelli che prendono più pernacchie degli altri. E tuttavia
questi primi sono necessari se si ha una moderata fiducia nel dibattito pubblico per quanto questo
dibattito possa essere caotico e in certi punti ridicolo. “Se mi sbaglio mi corriggerete” diceva un uomo
alquanto previdente43.

La via di mezzo di Vincenzo Costa


Vincenzo Costa, studioso di fenomenologia, ha un punto di vista intermedio sulla questione44. Da un
lato critica in Agamben l’applicazione sistematica del concetto di dispositivo e dice: “Ovunque

41
Agamben e Cacciari sul green pass. Tu chiamale se vuoi "argomentazioni" | Scienza in rete
42
Aiace Telamonio - Wikipedia
43
(120) “Se mi sbaglio mi corriggerete”, la rivoluzione pacifica di Giovanni Paolo II - YouTube
44

https://www.facebook.com/vincenzo.costa.79025/posts/406229581026360?__cft__[0]=AZVbTAdtLZF7JfHBGGstzXQ
a3IHiCKszubvux6EPsNxTXLFnO4LX7kRhYMktlOGzkM8seLuNaJiPV7-
MkFGBvORIbB6BMRrnOSLbDLKdheQu53wZwseXH2cjYf8W_q9MgmA&__tn__=%2CO%2CP-R
Agamben vede dispositivi disciplinari, e così si priva della possibilità di distinguere cose diverse,
cioè tutela della salute da dittatura sanitaria, e chiaramente il lockdown prima e il vaccino dopo
verranno visti come dispositivi disciplinari, per così dire a priori”. Prima, sempre a proposito del
concetto di dispositivo aveva detto: “tutto diventa “dispositivo di potere”, che mira a controllare i
corpi, il tempo etc. A questo punto il potere è dappertutto, non esistono più questioni di razionalità,
perché la razionalità stessa diventa un sistema disciplinare. E la mia critica è, molto semplicemente
e rozzamente: che cosa NON è un dispositivo disciplinare? Perché la formazione, l’alfabetizzazione,
la crescita culturale del popolo invece di essere strumento di progresso diviene a questo punto
“dispositivo disciplinare”. In realtà è possibile applicare anche a manetta il concetto di dispositivo
disciplinare senza però mettere in questione tutte le pratiche esistenti a condizione che si applichino
nella analisi anche altri criteri e si consideri la realtà sociale un intreccio dell’applicazione di più
concetti, in modo che a regolare il giudizio non ve ne sia soltanto uno e di modo che si possa ad es.
criticare l’istituzione scolastica senza trascurarne gli aspetti progressivi. Quindi va bene Foucault ma
integrato con altri pensatori.
D’altro canto Costa critica l’applicazione dogmatica e fideistica della scienza (senza che ci si renda
conto degli interessi che girano intorno ad essa), applicazione che andrebbe contro le esigenze della
democrazia. Egli infatti dice: “Ora il complottismo è una brutta bestia, ma bisogna farne di strada
per diventare così coglioni da considerare la scienza del tutto priva di rapporto con il potere e con
il profitto. Bisogna seppellire almeno un secolo di ricerca scientifica sociologica, mandare in soffitta
Habermas, la sociologica dalla conoscenza, il nesso tra conoscenza e interesse. Tutte analisi fallibili,
per carità, ma che ci hanno insegnato uno spirito critico verso la scienza. Spirito critico che non
rifiuta la scienza, ma anzi la protegge e ne tutela la legittimazione”. E aggiunge: “Ma allora, se tutto
deve essere deciso dai competenti, la democrazia a che cosa serve? Che cosa rimane della
democrazia? Oltre che di calcio, c’è qualcosa di cui l’opinione pubblica può discutere? Che senso
ha per voi la sfera pubblica e l'opinione pubblica, che si vede espropriata di ogni terreno di
discussione?” E ancora: “Peraltro, esiste un’ampia letteratura, a partire da Max Weber sino allo
Habermas della teoria dell’agire comunicativo, che ha ipotizzato che la scienza può indicarci quali
mezzi usare per raggiungere un certo scopo. MA NON Può INDICARE QUALI SCOPI SIA
DESIDERABILE PERSEGUIRE. Questo significa che accanto alla razionalità scientifica
(strumentale, usando un vecchio linguaggio) vi è una razionalità comunicativa, che ha strutture e
risorse razionali differenti”. Questo atteggiamento per Costa indica un rischio di passare dalla
democrazia alla tecnocrazia (si parla anche di totalitarismo ma forse è meglio evitare tale radicale
esito dell’analisi). A parere di chi scrive in realtà la critica di Costa si può conciliare con la forma
attuale di democrazia in quanto si potrebbe dire che la scienza fornisce i presupposti di fatto (e questi
andrebbero conosciuti bene per poterla contestare) che servono per la scelta democratica che viene
fatta agganciando i presupposti di fatto ai diversi fini che la comunità democratica si pone. Il punto è
che invece bisogna contestare la sostanziale equivalenza tra il contenuto del sapere scientifico e ciò
che invece gli esperti portano nel dibattito pubblico (proprio per le ambiguità e la sfumature del
cosiddetto linguaggio naturale). Le domande e le contestazioni che l’opinione pubblica fa alla scienza
possono, se ben gestite, portare ad un miglioramento della comunicazione scientifica e
complessivamente alla discussione pubblica. I filosofi possono collaborare a questa gestione
malgrado alcuni svarioni.
Costa infine fa una proposta di un modo filosofico di affrontate le questioni del rischio ricollegandosi
da un lato al sociologo Ulrick Beck e dall’altro al principio “responsabilità” di Hans Jonas. Dice
Costa: “Mettiamo che, con tutta probabilità, i vaccini siano innocui, non producano danni futuri.
Tuttavia, può accadere che li producano. Anticipazione del rischio significa: se (dico "se") il 10%
della popolazione sviluppasse problemi (cardiaci, tumori), quale sistema sanitario al mondo
potrebbe essere in grado di gestire una cosa simile? Che cosa significherebbe? Questa è
l’anticipazione della catastrofe, questo è il principio responsabilità. Chi si salverebbe? Chi verrebbe
curato? E chi non lo sarebbe? Emerge un problema di classe, di differenze di ricchezza. Mettiamo
che il danno tocchi il 5% degli attuali adolescenti, con una malattia invalidante. Quale sistema
sanitario e previdenziale potrebbe sostenere un costo simile? In che mondo ci troveremmo a vivere?
Chi vivrebbe e chi morirebbe? Abbiamo, nel caso questi problemi si presentassero, gli strumenti per
gestire questa situazione?” Credo che questa proposta si possa collegare al problema della
pianificazione socio-economica sollevato ad es. da Luciano Vasapollo45.

La replica di Cacciari alle iniziali polemiche


Cacciari fa poi una riflessione sulla Stampa46 dove precisa la sua posizione e risponde alle prime
critiche. Egli inizia dicendo: “Viviamo da oltre un ventennio in uno stato di eccezione che, di volta in
volta, con motivazioni diverse, che possono apparire anche ciascuna fondata e ragionevole,
condiziona, indebolisce, limita libertà e diritti fondamentali”. Ed è bello che lo dica ma lui dov’era?
A fare il leghista moderato47 (e questo non da pochi mesi48)? A dire ai no-Tav di rispettare le decisioni
prese “democraticamente”49? A criticare il reddito minimo50? Ad appoggiare Draghi51? Ad
appoggiare Mario Monti52?
Poi l’ex sindaco di Venezia pone alcune domande che esigono degli approfondimenti:
1. Non dovrebbe un cittadino leggere e sottoscrivere prima della vaccinazione l’informativa
dello stesso ministero della Salute?
2. Che cosa ne pensa la Scienza del documento integrale Pfizer in cui si dice apertamente che
non è possibile prevedere gli effetti del vaccino a lunga distanza, poiché non si sono potute
rispettare le procedure previste (solo 12 mesi di sperimentazione a fronte degli anni che sono
serviti per quello delle normali influenze)?
3. Risponde alla realtà o no che i test per stabilire genotossicità e cangerotossicità dei vaccini
in uso termineranno solo nell’ottobre del ’22? La fonte è European Medicine – ma potrebbe
trattarsi di no-vax mascherati…
4. È vero o no che mentre lo stesso ministero della Sanità ha dichiarato che la somministrazione
del vaccino è subordinata a condizioni e in via provvisoria, nessun protocollo è ancora
stabilito per quanto riguarda soggetti immunodepressi o con gravi forme di
allergia? Astrazeneca ha detto che su queste questioni pubblicherà una relazione finale nel
marzo del ’24.
5. Vero o falso che sono aumentati in modo estremamente significativo i casi di miocarditi
precoci in giovani che hanno ricevuto il vaccino? O mente il Center for disease control?
6. Che in Israele e in Gran Bretagna molti dei decessi nell’ultimo periodo sono di persone che
avevano già ricevuto la doppia dose è una fake news?
Cacciari poi pone domande pure ai giureconsulti:
“È legittima l’imposizione, poiché di imposizione si tratta senza dubbio, di un trattamento sanitario,
e nella fattispecie di un trattamento sanitario che presenta le zone d’ombra, i dubbi, i problemi che
ho succintamente ricordato?

45
Vasapollo, Luciano, Il tocororo e l’uragano, Zambon, 2011
46
Green Pass: perché dico no alla logica del sorvegliare e punire - La Stampa
47
Cacciari elogia il "radicamento sociale" della Lega. E finisce sulla pagina di Salvini (nextquotidiano.it)
48
Cacciari: “Stop alla finanza centralizzata” (ilsussidiario.net)
49
NO TAV/ Cacciari: non la condivido, ma dobbiamo accettare tutti la decisione dello Stato (ilsussidiario.net)
50
Cacciari contro Madia: "Reddito minimo? Puttanata" - ilGiornale.it
51
Draghi al Governo, Cacciari: "Questa è la fine della vecchia politica" - Il Giornale d'Italia (ilgiornaleditalia.it)
52
Monti-Bis, Cacciari rompe gli indugi: «Caro professore la prego, si candidi» - Il Sole 24 ORE
Esistono molte altre malattie infettive – si prevede il green-pass anche per morbillo, scarlattina,
tosse cattiva?
Conseguentemente, la norma che impedisce di salire su un treno con la febbre varrà da qui
all’eternità?
Dichiareremo fuori legge l’aver febbre, non importa se per aver contratto la peste o per una
indigestione?
Metteremo nella carta d’identità le nostre condizioni di salute? Che ne pensa la Scienza del Diritto?”
Qui le domande sono più criticabili. Ad es. il green pass non è un trattamento sanitario e non impone
un trattamento sanitario. La seconda domanda è retorica e le seguenti discendono dalla risposta
affermativa a questa domanda retorica a cui non si può dare invece che una risposta negativa dal
momento che le altre malattie di cui parla Cacciari non hanno messo in difficoltà tutti i governi del
mondo come ha fatto il Covid.
Nonostante ciò, il secondo intervento di Cacciari rilancia in modo più preciso la questione.

La risposta di Sorrentino alla replica di Cacciari


Sorrentino53 apprezza il maggiore impegno di Cacciari e tuttavia gli attribuisce una visione astorica
in quando considera una stato di eccezione come perdurante da decenni senza distinguere tra diverse
fasi storiche: “L’aspetto più interessante qui, però, è l’uso del singolare. Cacciari parla di uno stato
di eccezione che dura da venti anni. È una scelta che, immediatamente, fa della pandemia una parte,
forse neanche un episodio, di uno “stato” (e qui viene in evidenza la staticità del concetto: la storia
tende a scomparire, per esempio, anche nella concezione del politico di Schmitt). L’obiezione è
semplice: nella storia degli ultimi venti anni, caratterizzati da numerosi punti di svolta – ma quale
periodo storico significativo, per quanto breve, non ha punti di svolta? – nulla assume l’importanza,
la tragicità e la pervasività, fin nelle esistenze dei singoli individui, dell’epidemia. Non le Torri
gemelle, non la Grande crisi finanziarie (e ancor meno la crisi fiscale di Eurolandia) e tantomeno
la globalizzazione. Anzi proprio questo esempio solleva una domanda cruciale: può mai un
fenomeno di lunga durata assumere la natura di uno stato di eccezione? Può la volontà politica, la
decisione, renderlo tale?” Questa critica va bene per le versioni complottiste e post-strutturaliste di
tale teoria, ma abbandonando la categoria di “stato di eccezione” si può evidenziare con molto più
rigore che siamo in una serie di decenni in cui le condizioni del mondo del lavoro stanno arretrando
per quanto riguarda le proprie rivendicazioni e che ciò provoca anche un pericoloso assottigliamento
del Welfare State. Sorrentino aggiunge: “Aver fatto della pandemia una parte di un fenomeno più
ampio fa sospettare che Cacciari abbia confuso piani diversi. Uno è una patologia della politica
italiana, l’incapacità di guardare lontano, di avere una strategia di lungo periodo (tracciata a
grandi linee, ma adattata poi alla situazione concreta). Questo problema, grave, non ha però alcun
nesso con il green pass: la Francia, che ha una pubblica amministrazione (e una cultura politica) in
grado di disegnare grandi strategie ha adottato il green pass prima dell’Italia. La confusione, la
contraddittorietà, l’inefficacia degli interventi politici sono invece legati all’estrema novità
dell’epidemia e al problema, non nuovo, che ha fatto emergere con grande chiarezza: il difficile
rapporto tra il “sapere della scienza” (a volte si parla di tecnocrazia), in questo caso oltretutto
molto incerto e in rapida evoluzione, e la decisione democratica. Tutta la discussione sul green pass
parla di quel rapporto”. Anche qui Sorrentino ha gioco facile ad evidenziare la visione provinciale
di Cacciari, priva di una visione complessiva ed internazionalista del mondo sociale e politico e
tuttavia una visione d’insieme del processo denunciato da Cacciari è possibile averla anche a livello
internazionale perché l’arretramento della classe lavoratrice ha interessato tutto il primo mondo e

53
Oltre i confini | Il green pass e il «pensiero abissale» di Massimo Cacciari (ilsole24ore.com)
parte dei paesi in via di sviluppo e ciò ha impattato sulla capacità dei sistemi sanitari di affrontare la
crisi del Covid al meglio mettendo in affanno i governi di tutti i paesi.
Sorrentino poi ammette che il green pass sollevi problemi di tracciamenti e di controllo ma dice: “Il
vero aspetto nuovo del green pass – ma Cacciari curiosamente nonne parla – sta nel fatto che il
controllo del possesso del green pass non è svolto dalle forze “di polizia”, ma dal gestore del bar,
del ristorante, della sala di concerto. Tecnicamente non c’è nulla di diverso dal controllo dello
scontrino al bancone del bar o del biglietto all’ingresso della mostra, che però sono titoli di credito
privati. Il green pass introduce davvero il controllo di (alcuni) cittadini su (alcuni) cittadini, e
l’obbligo sui primi di comminare una conseguenza penalizzante, quasi una sanzione. È un aspetto
che va sicuramente esaminato, da un punto di vista politico e giuridico, ma non dice nulla sul vero
tema sollevato da Cacciari. Un “semplice” obbligo di vaccinazione, sanzionato dallo
Stato, eviterebbe queste conseguenze (e sarebbe probabilmente meno efficace), ma non
scioglierebbe le perplessità di Cacciari”. Sorrentino è forse consapevole, ma non lo dice, del fatto
che il green pass sia un limitare la libertà dei cittadini sia nella forma del tracciamento sia per le
norme che presuppone, mentre il vaccino obbligatorio costituisce una limitazione di libertà molto
più forte in quanto più che impedirti di fare una cosa (lasciandoti libero di fare altro), ti impone di
fare una cosa, non lasciandoti alternative.
Il giornalista continua dicendo che il green pass non è discriminante perché la discriminazione si ha
quando si trattano in maniera diversa situazioni uguali, ma non quando si tratta in maniera diversa
situazioni diverse. Il punto è che per Cacciari le situazioni non sono tanto diverse da motivare
trattamenti così diversi. Al tempo stesso però Cacciari si illude che di fronte alla variante Delta
l’uguaglianza di trattamento non si risolva in un altro piccolo lockdown, ma trovi compimento nel
liberi tutti.
Sorrentino poi dice “a conseguenza dell’incertezza, secondo Cacciari, è che deve essere consentita
la libera scelta. L’incertezza, scrive, “significa che deve essere una scelta libera, e una scelta è
libera solo quando è consapevole. Siamo liberi solo quando decidiamo in base a dati precisi e
calcolando razionalmente costi e benefici per noi e per gli altri”. Questo è ovviamente il passaggio
chiave del discorso del filosofo veneziano. Può portare, in un mondo che è ontologicamente o almeno
epistemologicamente probabilistico, a conseguenze abissali, radicali – come l’anarchismo filosofico
(che non so fino a che punto sia la posizione di Cacciari)”. Cacciari in realtà qui non parla più del
green pass, ma della libertà di vaccinarsi e l’incertezza riguarda lo stato di salute dopo il vaccino.
Questa libertà il green pass non la mette in questione, ma valuta diversamente (ai fini della pubblica
utilità) le implicazioni delle due scelte per cui premia uno (o sanziona l’altro) e con il
premio/sanzione dà un incentivo per una sola delle due scelte. Quindi forse Cacciari esagera. Anche
Sorrentino esagera però: il passaggio dall’incertezza all’anarchia non riguarda tutto. Dipende da che
tipo di norma stiamo prendendo in considerazione. L’obbligo di vaccinazione riguarda il proprio
corpo (e la propria vita), altre norme no.
Dopo aver lamentato che in Italia l’economia sia valutata come ideologica (e qui potremmo sorridere
alla sua finta ingenuità) il giornalista de Il Sole 24 Ore afferma: “Anche nel momento in cui Cacciari
si appella al diritto – anzi al Diritto o addirittura alla Scienza del Diritto – per risolvere però un
problema diverso. “È legittima l’imposizione, perché di imposizione si tratta senza dubbio, di un
trattamento sanitario che presenta le zone d’ombra, i dubbi, i problemi che ho succintamente
ricordato?”, scrive. È una frase che si presta a due obiezioni. La prima. Il green pass non è
l’imposizione di un trattamento sanitario, e si è spiegato perché: lo incentiva, è probabilmente un
caso di nudging giuridico (senza contare – dettaglio non irrilevante in altri contesti – che le leggi
possono imporre una sanzione e nulla più). La seconda: è una domanda che si può capovolgere: “È
giusto non sottoporre a vaccinazione obbligatoria tutti i cittadini, come avviene per tante altre
malattie, quando la probabilità di mettere in pericolo la salute pubblica e il benessere complessivo
è così elevata”. Perché, da qualunque parte si guardino le cose i rischi e le incertezze (anche sugli
effetti di lungo periodo) del Covid sono di gran lunga superiori di quelli dei vaccini”. Qui Sorrentino
sbaglia, perché dal momento che il vaccino non scongiura il contagio (anche se si potrebbe dire che
i vaccinati trasmettono il contagio a bassa carica virale ma anche in questo caso quelli che vanno più
tutelati sono i non-vaccinati), una vaccinazione obbligatoria non servirebbe tanto a non contagiare
quanto a tutelare maggiormente proprio chi viene contagiato. Per cui il green pass o lo stesso obbligo
vaccinale sono strumenti per tutelare chi verrebbe sanzionato in caso di trasgressione della norma
(uno che riuscisse ad es. a stazionare senza green pass in un cinema). E qui a maggior ragione vale
il principio che è il potenziale tutelato a valutare di cosa abbia più paura, se della malattia per cui ci
si sta vaccinando o dei potenziali effetti collaterali del vaccino. Questo perché i sentimenti e le
emozioni che ci conducono ad una scelta non sempre si sovrappongono conformemente a quello che
è il calcolo delle probabilità (anche perché il calcolo di probabilità non ci dà certezze), per cui non
puoi imporre ad un cittadino un obbligo il cui adempimento può ad es. causare angoscia. Però puoi
ragionevolmente imporre a chi ha paura di vaccinarsi che segua uno stile di vita più vicino a quello
del lockdown che non a quello precedente la pandemia. Il green pass può essere in questo senso uno
strumento utile.
Infine Sorrentino commenta un’altra affermazione di Cacciari: “Quando subiremo qualsiasi
provvedimento o norma senza chiederne la ragione e senza considerarne le possibili conseguenze,
la democrazia si ridurrà alla più vuota delle forme a un fantasma ideale”, conclude il filosofo. È
vero. Cacciari non si è accorto forse che, del green pass, si discute – animatamente, e giustamente
– a tutti i livelli e in diversi paesi del mondo: tra i medici, tra i giuristi, tra i cittadini comuni, sui
giornali, nelle piazze…” Se ne discute anche per merito di Cacciari e Agamben. Di questo Sorrentino
se ne è accorto?

La risposta di Simone Gozzano alla replica di Cacciari


Il filosofo della mente Simone Gozzano prende parola con un post su Facebook54 (come Vincenzo
Costa) e dice (a proposito del primo articolo di Cacciari e Agamben): “La loro analisi del piano
politico è sbagliata perché l'adeguarsi a una prassi (farsi un vaccino è una prassi, anche se di breve
attuazione) è ortogonale a quale sistema di governo si sceglie. L'obbligo della cintura di sicurezza
è tale che se non lo adotti vieni sanzionato, e guidare è un esercizio della propria libertà strumentale.
La cintura, di per sé, può causare gravi danni (danni all’intestino), ma il suo non uso ne genera di
peggiori. Come il vaccinarsi o meno rispetto al Covid. Quindi, il green pass, evidenza della
vaccinazione, non segnala l’andare verso un sistema dittatoriale non più quanto lo faccia l’uso a
seguito dell’obbligo della cintura di sicurezza.” Il punto però è che i due filosofi stanno criticando il
green pass non il farsi il vaccino per cui il fatto che puoi scegliere di vaccinarti quale che sia il
governo non implica che non puoi quale che sia il governo entrare in un bar al chiuso se non dimostri
di esserti vaccinato esibendo il green pass. C’è bisogno di un argomentazione aggiuntiva. E anche
l’analogia con la cintura vale più per il vaccino obbligatorio che non per il green pass. Ed anche in
questo caso ci sono rilevanti differenze. La cintura ad es. è entrata nell’uso perché è più facile
trasgredire all’obbligo di indossarla sempre quando si è in auto (a Napoli è una sorta di opzione). Il
green pass ha più analogie con la patente. Ma l’acquisizione di quest’ultima non comporta rischi
specifici (per quanto statisticamente bassi) mentre invece il green pass presuppone l’assunzione del

54

https://www.facebook.com/simone.gozzano/posts/10158599300293089?__cft__[0]=AZVmJ_pvidxwzWND68o51GvK
_HcFh55KLaN4F5BD9fWGmnQ3ODbPc1zzJORnnQV4Dl-
SdjKQCn2AaoD74sxpOxwCuSttfYk_YnX39BN3ZOa1lc_MtbK88-
7se7_p9JSveflQAsAUAqqFDB5pxabP_d0A79DIPeggpG97ClfDrutGdw&__tn__=%2CO%2CP-y-R
vaccino. Diciamo che il green pass ha un inconveniente che mette insieme due aspetti: esso
rappresenta lo scambio tra la piena libertà di circolazione e l’assunzione di un vaccino che può essere
pericolosa (per quanto a livello statisticamente basso) e dunque in tale contesto o la propria libertà
di circolazione è ridotta rispetto ad altri o si è obbligati ad assumersi un rischio (per quanto basso).
Su questo l’analogia con la patente è relativa nel senso che non si tratta del mezzo con cui si circola
(e che se non lo si sa guidare si traduce in un rischio) ma dei luoghi dove puoi circolare (in quanto il
rischio si incarna nel proprio corpo deambulante in spazi chiusi) e quindi la limitazione di libertà
riguarda pure la modalità minimale del tuo movimento (quella dei quattro passi a piedi) e dunque è
maggiormente avvertita. Ovviamente il problema della posizione di Agamben e Cacciari sta proprio
nel negare l’eccezionalità della situazione. E credo si debba lavorare più su questo aspetto.
Gozzano aggiunge: “Su La Stampa Cacciari articola il suo pensiero relativo al piano politico
sostenendo che è giusto vaccinarsi solo se la scelta è libera, ed è tale solo "quando decidiamo in
base a dati precisi e calcolando razionalmente costi e benefici per noi e per gli altri." Ma questo è
proprio quello che hanno fatto i decisori politici I dati precisi sono i dati che tutti abbiamo a
disposizione (e ritorniamo al punto di prima: Agamben e Cacciari hanno fonti migliori ignote agli
altri?), e il calcolo razionale - probabilistico, nella fattispecie - dice che è meglio vaccinare il più
ampio numero di persone affinché l’intero processo abbia efficacia”. Qui si cela una insidia. Cosa
vuol dire “il maggior numero di persone”? E il calcolo razionale di costi (quali?) e benefici (quali?)
è quello che ha come finalità solo che l’intero processo abbia efficacia? O si propone di raggiungere
diversi obiettivi nello stesso tempo? Nonostante la vittoria sulla pandemia sia l’obiettivo più
importante in questo periodo non sarà mai l’unico obiettivo e gli altri obiettivi possono risultare un
vincolo per esso, per cui “il maggior numero di persone” si deve intendere sempre a certe condizioni.
Gozzano invece cerca subito di passare all’incasso e conclude: “Come ottenere questo risultato se la
coscienza non sorge da sé? Ossia, se le persone non sanno farlo quel calcolo razionale, che
facciamo, ci arrendiamo? Credo che qui si giochi l’inefficacia della posizione di Agamben e
Cacciari: spostano il problema un po’ più in là e non toccano il cuore della faccenda green pass. E
il cuore è: il certificato verde è la dimostrazione che si è deciso di condividere lo sforzo sociale figlio
del “calcolo razionale”. Non sei obbligato, ma se non sai fare i calcoli, ne paghi le conseguenze”.
A parte, come abbiamo visto, che questo finale non è la conseguenza delle premesse, andrebbe
valutato (nel caso remoto il ragionamento fosse lineare) in che modo chi non sa fare il calcolo
razionale ne paga le conseguenze. Ciò perché, anche se non sanno fare il calcolo razionale, costoro
sono portatori di diritti. E quindi niente va da sé, ma anche questo deve essere discusso con
attenzione. Con questo non intendo dire che non sono per il certificato verde, ma è necessario stabilire
questo certificato verde da quale ragionamento deve essere accompagnato, perché è questo
ragionamento che ne deve supportare la gestione (nascita, vita e fine del provvedimento).

La risposta di Viola alla replica di Cacciari


L’immunologa Antonella Viola in un articolo sulla Stampa55 pure interviene e dice: “Il green pass,
durante una pandemia che è costata ben oltre i quattro milioni di vite umane – di cui 128 mila in
Italia - e che ha causato dolore e difficoltà a tutti i livelli della società, non rappresenta uno
strumento punitivo ma protettivo; serve a tutelare la salute pubblica e a restituire libertà e lavoro a
quelle persone che hanno dovuto rinunciarvi a causa del coronavirus”. Poi continua: “In questi mesi
abbiamo dovuto affrontare due gravi emergenze dal punto di vista sanitario: i decessi e lo stress
degli ospedali. Nessuno potrà dimenticare la fila di bare di Bergamo o le immagini di medici e
infermieri esausti e traumatizzati” A quelli che dicono che i filosofi non possono parlare del Covid,
si può tranquillamente ribaltare la situazione dicendo che da più di un anno i virologi vanno oltre il

55
Antonella Viola sui vaccini: "Questi farmaci tutelano noi e l'economia" - La Stampa
confine della loro specializzazione e parlano di società, economia e tante altre cose. Ci aspetteremmo
che, precisi come sono a stabilire confini, vi ci si attenessero anche loro ma è speranza inutile. Ci
rendiamo conto che questo richiamo alla specializzazione del lavoro è solo un espediente retorico.
In realtà nella discussione pubblica tutti parlano di tutto e tutti devono parlare di tutto, perché questa
è la discussione pubblica, il luogo dove i saperi si mescolano e viene elaborato qualcosa di
completamente nuovo (potremmo dire che in questo modo, imperfettamente quanto si vuole, si
costituisce il punto di vista dell’universale).
Poi, finalmente si parla di vaccini: “I vaccini funzionano tutti e contro tutte le varianti che sono
finora emerse, nel senso che proteggono dalla malattia grave e, quindi, dalla morte. Questo non
significa che non sia possibile ammalarsi gravemente e persino morire, se si è vaccinati, perché
nessun farmaco funziona nel 100% dei casi. Ma la probabilità è molto bassa, decisamente più bassa
rispetto a chi vaccinato non è”. Viola continua dicendo (con molta faccia tosta visto che lei parla di
tutto) che “Cacciari deve parlare di filosofia, non può entrare nel merito della sicurezza e della
qualità dei vaccini”. Poi dice: “I vaccini non sono stati sviluppati in modo frettoloso ma con urgenza;
e non è la stessa cosa [...] Nessuna tappa del processo di validazione del prodotto è stata saltata” e
ancora: “Se quindi è lecito non essere d’accordo con la misura del green pass sulla base del proprio
concetto di libertà individuale, non è tuttavia utile dar voce a pensieri antiscientifici”. Il fatto che
qualcosa venga fatto sulla spinta dell’urgenza non implica né che vengano fatti frettolosamente né
che non vengano fatti frettolosamente. L’unico argomento in questo caso è l’asserzione che nessuna
tappa del processo di validazione del prodotto sia stata saltata. Ma nemmeno questo è un argomento
decisivo. Può ben essere che almeno una tappa sia stata condotta frettolosamente e questo potrebbe
compromettere il processo di validazione. Infine almeno in modo esplicito Cacciari e Agamben non
hanno dato voce a pensieri antiscientifici anche se è possibile abbiano proferito enunciati falsi e Viola
in questo senso ha accennato alla questione della diversa probabilità di esito infausto del Covid tra
vaccinati e non-vaccinati. Ma tutto sommato questo lo avrebbe potuto dire anche un non addetto ai
lavori.

La risposta di Bucci alla replica di Cacciari


Più articolata è la risposta56 del biologo Enrico Bucci. L’esordio non è dei più incoraggianti in quanto
anche Bucci pretende di rivelare cosa Cacciari ed Agamben veramente vogliono dire (sulla scia di
Ronald Laing nella poesia “Mi ami?57”) giusto per assimilarli ai no-vax e giusto per evidenziare che
la costrizione al vaccino la possono avversare solo i no-vax: “in realtà esprimono anche una serie di
argomenti, sotto la forma retorica di domanda, che sono tipicamente utilizzati dalla galassia di chi
si oppone al vaccino per giustificare le proprie scelte. Domande, cioè, che sottintendono dubbi tali
da rendere legittima la scelta di non vaccinarsi, al pari di quella di vaccinarsi; e, per converso,
rendono illegittima ogni forma di coercizione al vaccino, cui è assimilata anche la richiesta
del green pass”. Bucci continua con questa dietrologia considerando già risolti i dilemmi che pone
Cacciari sul giornale “La Stampa”: “Domande che, come accennavo in precedenza, assomigliano
agli artifici retorici dei No vax, volti a dimostrare l’esistenza di dubbi che non sussistono, nel senso
che si tratta di questioni già risolte, le quali però si finge che siano ancora aperte”.
Bucci poi critica il fatto che la domanda “Non dovrebbe un cittadino leggere e sottoscrivere prima
della vaccinazione l’informativa dello stesso ministero della Salute?” sia rivolta alla scienza. Però
poi prova a rispondere. Allora due sono le cose: o è rivolta alla scienza o pure lui piscia fuori del
vaso, ma di questo non ci dovremmo meravigliare più (anche se io in questa sede porto un po’ il
conto). E la risposta è: “Al sottoscritto, come a tutti coloro che si sono presentati per la

56
Caro Cacciari, si può chiedere “alla Scienza” ma si devono accettare le sue risposte | Il Foglio
57
Mi ami? di R.D.Laing: una selezione « Miscellanea pseudo-random (wordpress.com)
vaccinazione, è stata presentata la documentazione necessaria per poter prestare il proprio
consenso informato; documentazione differente per ogni tipo di vaccino e aggiornata a mano a mano
che nuove informazioni divenivano disponibili. Già la modulistica in questione conteneva
informazioni di significato non accessibile a tutti, per esempio la composizione del vaccino
utilizzato; e per questo presso ogni hub vaccinale era possibile porre domande o formulare richieste
di chiarimento con i medici presenti; questo per non parlare dell’opera dei medici di base, che si
sono prestati alla campagna vaccinale e hanno fornito informazioni personalizzate ai propri
pazienti. Mai i cittadini hanno conosciuto con così grande dettaglio, aggiornamento e meticolosità
la natura di ciò che si iniettavano; dunque trovo l’obiezione fuori luogo.” Anche qua Bucci mostra
la corda perché parla di obiezione quando si tratta di una domanda (ma evidentemente lui sa le carte
dove devono andare). Poi alla domanda se il vaccinando debba sottoscrivere l’informativa del
ministero della Salute, Bucci risponde, con tono burocratico, che a coloro che si devono vaccinare
“è stata presentata la documentazione necessaria”, senza tener conto che questa documentazione
dovrebbe essere quella sufficiente per prestare il proprio consenso informato ovvero la domanda è se
non ci dovesse essere nella documentazione anche l’informativa del Ministero della Salute, ma ad
un biologo che si veste da burocrate cosa vogliamo domandare? Bucci fa poi l’elenco di quante cose
stanno scritte (egli addirittura asserisce che ci sono addirittura parti della documentazione che
l’avente diritto non capirà e lo asserisce quasi fosse un pregio o il frutto di enorme sforzo) e di quanti
medici e dottori stanno ad assistere chi si deve vaccinare (sicuro che i medici di base, terrorizzati dal
virus e dalle responsabilità diano una informazione completa e calibrata?), ma la domanda era
un’altra e pazienza (non riguardava la medicina e su questo Bucci ha ragione). Il punto era infatti se
chi si debba vaccinare non debba leggere il testo di un soggetto giuridico a cui fare riferimento nel
caso avvenga qualcosa di giuridicamente rilevante dopo la vaccinazione.
Soddisfatto della sua prima risposta, Bucci analizza la seconda e già parte di nuovo la dietrologia:
“La seconda domanda è un tipico cavallo di battaglia degli antivaccinisti, che è usato per instillare
paura”. Poi dice: “Mi piacerebbe innanzitutto verificare le fonti di questa affermazione, ma
assumiamo che sia vera, e che davvero da qualche parte Pfizer abbia scritto una cosa del genere
“apertamente”. La fonte è questa58, ripresa da questa59 e poi da altri giornali italiani (su di essa ci
torniamo anche per evidenziare quanta paraculaggine ci sia in queste pratiche delle aziende
farmaceutiche). Bucci, non contento del suo sospetto, subito fa una premessa giusto per bacchettare
Cacciari: “Intanto, per il vaccino influenzale che inoculiamo ogni anno non vi è affatto un periodo
di anni di sperimentazione clinica, visto che ogni anno si cambia vaccino a causa della variazione
di quelli che si ritengono saranno i ceppi prevalenti nell’inverno”. Anche qui si gioca sull’equivoco:
Cacciari ha detto “degli anni che sono serviti per quello delle normali influenze” e non “degli anni
che servono per quello delle normali influenze” e dunque si è riferito alla prima volta in cui è stato
prodotto il vaccino per l’influenza (analogamente alla prima volta in cui è stato prodotto il vaccino
per il Covid) e non alle volte in cui il vaccino viene adattato anno per anno alle mutazioni che
interessano il virus influenzale. In altro sito (apparentemente autorevole60) si dice: “Generalmente lo
sviluppo di un vaccino è un processo lungo, che necessita dai sette ai dieci anni…”. E’ presumibile
pensare che Cacciari avesse come termine di paragone questa informazione per cui Bucci si accanisce
contro un falso bersaglio.
Poi Bucci argomenta: “In secondo luogo, come ho già scritto più volte, quello di “lunga distanza” è
un concetto relativo: quanto sarebbe la “distanza” temporale che si vorrebbe, per essere convinti?
E perché proprio quella? In ogni caso, sappia Cacciari che i tempi di sviluppo e di somministrazione

58
Vaccinazione AntiCOVID - Modulo di Consenso (1).pdf (affaritaliani.it)
59
Vaccino Covid, modulo consenso: non è possibile prevedere danni lunga distanza - Affaritaliani.it
60
Sviluppo, valutazione e approvazione dei vaccini contro COVID-19 (iss.it)
di massa di alcuni vaccini sono stati anche più ristretti del caso attuale; e anche se in quelle
occasioni ci fu già chi prospettò potenziali e indefiniti “effetti a lungo termine”, questi non sono stati
osservati. Il problema comunque è che la richiesta di “escludere effetti a lungo termine” è
semplicemente impossibile da soddisfare, ed è pertanto usata dagli oppositori di qualunque sviluppo
tecnologico nella forma di un malinteso principio di precauzione; non si può rispondere a questa
richiesta, così come non si può provare l’inesistenza o l’esistenza di un dio. Il ragionamento è
diverso: di fronte a un pericolo concreto, che si manifesta nel presente, si raggiunge il massimo di
sicurezza che sperimentazioni su decine di migliaia di persone per alcuni mesi possono garantire, e
poi, in presenza di morti e malati di virus, si procede con il vaccino. In alternativa, cosa avrebbe
detto il filosofo Cacciari, se al propagarsi del virus e all’impilarsi dei morti, le aziende
farmaceutiche avessero tenuti chiusi i depositi, attendendo qualche anno per maggior sicurezza di
non arrecare danno? Sarebbe stato etico veder morire le persone, avendo a disposizione i dati che
si avevano quando è iniziata la campagna vaccinale?” Qua siamo al paradosso: a convincersi sembra
debba essere solo Cacciari assieme ai no-vax, mentre a convincersi dovrebbe essere in primo luogo
il ricercatore della materia che deve produrre enunciati veri attinenti questo tema, ma Bucci
rappresenta questo ricercatore quasi come uno di bocca buona. Per quanto riguarda una
determinazione più precisa dei tempi si potrebbe richiedere un periodo analogo alla latenza massima
di un enfisema polmonare o a quello della produzione di effetti rilevanti per il fegato o il cervello di
una sindrome di Wilson (si tratta di decenni in entrambi i casi). Saremmo troppo esigenti?
A Bucci conviene però più ricorrere di nuovo alla dietrologia e dire: “Il problema comunque è che
la richiesta di “escludere effetti a lungo termine” è semplicemente impossibile da soddisfare, ed è
pertanto usata dagli oppositori di qualunque sviluppo tecnologico nella forma di un malinteso
principio di precauzione; non si può rispondere a questa richiesta, così come non si può provare
l’inesistenza o l’esistenza di un dio”. Il fatto però che diversi moduli di consenso informato precisino
se al momento si possono fare previsioni a lungo termine rende la questione posta da Cacciari del
tutto appropriata (altrimenti non si sarebbero presi la briga di precisare) e questa affermazione di
Bucci assolutamente trascurabile. Quanto al malinteso principio di precauzione, si ricordi che il
tempo di latenza delle patologie da amianto può variare da 15 a 45 anni ed in questo caso, a dispetto
di Bucci, l’espressione “effetti a lungo termine” è perfettamente calzante.
Bucci conclude “Il ragionamento è diverso: di fronte a un pericolo concreto, che si manifesta nel
presente, si raggiunge il massimo di sicurezza che sperimentazioni su decine di migliaia di persone
per alcuni mesi possono garantire, e poi, in presenza di morti e malati di virus, si procede con il
vaccino. In alternativa, cosa avrebbe detto il filosofo Cacciari, se al propagarsi del virus e
all’impilarsi dei morti, le aziende farmaceutiche avessero tenuti chiusi i depositi, attendendo qualche
anno per maggior sicurezza di non arrecare danno? Sarebbe stato etico veder morire le persone,
avendo a disposizione i dati che si avevano quando è iniziata la campagna vaccinale?” Il punto è
che Cacciari sta sollevando i dubbi sul vaccino non per bloccarne l’assunzione, ma per giustificare
la scelta di alcuni di non vaccinarsi e quindi l’argomento di Bucci anche in questo caso sbaglia
bersaglio. Pazienza.
Prima di passare alla sintesi conclusiva di Bucci va analizzata l’espressione usata nei moduli di
consenso informato. Tale espressione è “non è possibile al momento prevedere danni a lunga
distanza”, enunciato dinanzi al quale un Bucci qualsiasi potrebbe obiettare che non si tratta di quello
che pensa Cacciari ma di un enunciato rassicurante, equivalente a “non si prevedono al momento
danni a lunga distanza”. In realtà si tratta di un enunciato ambiguo e paraculo equivalente di fatto a
“Non sappiamo se ci saranno danni a lunga distanza”. Lungi però dal dire, come fa Bucci, che
parlare di “danni a lungo termine” non abbia quasi senso, la paraculata implicitamente
all’espressione (alla domanda) un senso lo attribuisce. E’ vero che nel lungo periodo saremo tutti
morti, ma ci saranno gli eredi che con qualcuno se la devono prendere per la morte del caro zio…
Bucci dunque conclude: “Le domande sue e dei No vax, caro Cacciari, e il fatto che possano esistere
dubbi, non significano affatto che non esistano risposte, e che tali dubbi non siano già stati affrontati
dalla comunità scientifica e dagli enti regolatori; bisogna però avere la pazienza e l’umiltà –
quell’umiltà con cui lei asserisce di voler chiedere “alla Scienza” – di accettare le risposte, non
come verità rivelata, ma come la più probabile tesi fra quelle possibili. I dati potranno certo
cambiare alcuni particolari o anche molto di ciò che oggi ci sembra di sapere; ma, per procedere
in scienza e coscienza, ci si basa sulla scienza che si ha al momento, e sulla coscienza di doversi
proteggere da un virus che circola oggi, non che arriverà fra due anni. Chiedo quindi infine “alla
Filosofia”: è vero o non è vero che Talete, mentre studiava gli astri e guardava in alto, cadde in un
pozzo?”. Bucci non sembra rendersi conto che l’analisi del linguaggio fatta dalla filosofia impone al
filosofo di accettare la risposta ad una domanda con un’altra domanda. E’ il miglior segno di rispetto
che il filosofo può fare allo scienziato e lo scienziato ne dovrebbe essere contento. Quanto
all’aneddoto di Talete Bucci come al solito si è fermato dove gli conveniva. La storia ha un continuo
in cui Talete, indispettito dalla considerazione che si aveva della filosofia, dimostra che il filosofo,
se vuole, sa guardare bene anche a terra61.

La risposta di Silvio Garattini alla replica di Cacciari


Anche Silvio Garattini tenta di rispondere alle domande di Cacciari e alla prima domanda, giudicata
da Bucci una obiezione fuori luogo, risponde: “Certamente. Purtroppo con la vaccinazione abbiamo
perso una opportunità per raccogliere molte informazioni”. E aggiunge: “Ad esempio un modulo per
raccogliere gli effetti collaterali avrebbe potuto darci la possibilità di distinguere ciò che è dovuto
al vaccino rispetto a ciò che avviene spontaneamente”. Su questo ritengo che tale compito sia
tutt’altro che facile in quanto il punto è quello di unificare diversi effetti collaterali in una teoria
comprensiva che ci permetta di conoscere meglio gli effetti diretti e indiretti del vaccino e di
scongiurare una serie di decessi che allo stato attuale delle conoscenza vengono derubricati come
accidentali (come mere coincidenze).
Sulla seconda domanda di Cacciari, Garattini incorre negli stessi malintesi di Bucci (risponde come
se Cacciari criticasse il vaccino e non il green pass, confonde il vaccino elaborato una prima volta e
gli adattamenti alle mutazioni annuali del virus). Sulla terza domanda di Cacciari (genotossicità e
cancerotossicità), Garattini (sempre differentemente dall’arroganza di Bucci) dice: “È vero, infatti
l’autorizzazione dei vaccini è condizionata e vale per tre anni”. Ma aggiunge: “Va detto che anche
per molti farmaci questi studi arrivano in un secondo tempo”. Forse avrebbe fatto meglio a stare zitto.
Sulla quarta domanda di Cacciari (soggetti immunodepressi o allergici) Garattini dice “L’allergia non
è una controindicazione a meno che non riguardi prodotti presenti nei vaccini. Soggetti che
dichiarano allergia vengono trattenuti per almeno un’ora e naturalmente sono disponibili i farmaci
necessari per contrastare eventuali shock anafilattico” L’espressione è poco chiara. Spero vivamente
che i soggetti che dichiarano allergia e vengono trattenuti un’ora non siano quelli che sono allergici
a prodotti presenti nel vaccino, perché sarebbe la barbarie. Per quanto riguarda la quinta domanda di
Cacciari, Garattini, oltre ad evidenziare che le miocarditi da vaccino sono rare e raramente mortali e
che il 94% dei vaccinati in ospedale in Israele era affetto da gravi malattie, ammette che i vaccini non
proteggono al 100% soprattutto con la variante Delta (oggi la più diffusa). Infine sul fatto che la
decisione di vaccinarsi deve essere libera Garattini è d’accordo per quanto giustamente sottolinei che
la libertà di ognuno termina quando inizia la libertà dell’altro e quindi ci voglia responsabilità.

61
Aneddoto dei frantoi di Talete - Wikipedia
Sorrentino vuole mettere la filosofia in lockdown
Non contento dei primi due articoli, il giornalista del Sole 24 Ore, ne presenta un terzo62 e con questo
vuole restaurare una sorta di Tribunale kantiano della ragione e stabilire i limiti della filosofia
all’epoca del virus. Egli esordisce così: “Gli errori si pagano. Soprattutto se si persevera in essi molto
a lungo. I filosofi italiani rivendicano il diritto di discutere di covid e di vaccini, con risultati spesso
deludenti In un senso specifico: le loro argomentazioni sono spesso debolissime. Persino il richiamo
di Cacciari sul possibile abuso dello “stato di emergenza”, che si basa su argomentazioni tutte
giuridiche, sembra un po’ vacillare: non perché il problema non esista, anzi, ma perché le tesi non
appaiono ben fondate. Non accade, insomma – come dovrebbe, di fronte a un pensiero fondamentale
– di essere costretti a dire: ecco, questo è un punto, un ragionamento che va tenuto in considerazione,
anche quando si propone una tesi diversa, o opposta”. Sono d’accordo con Sorrentino: le
argomentazioni non erano molto forti. Però è guardando l’intero dibattito che si respira un misto di
pretesa e di delusione. Tranne rari casi di equilibrio e/o di rigore, ci sono state prevalentemente
rivendicazioni di parrocchia
Sorrentino continua: “A sorprendere è soprattutto il desiderio, un po’ velleitario, se si guarda agli
esiti, di affrontare discipline non filosofiche – la scienza, il diritto – con gli strumenti della filosofia.
Dimenticando che il pensiero filosofico si occupa d’altro. Filosofia, scienza, diritto sono discipline
anche metodologicamente autonome, nessuna può rivendicare un primato – anche se non ci sono
compartimenti stagni tra esse – sulle altre: questo è il punto fondamentale”. In realtà la filosofia è
stata spesso tesa ad occuparsi di tutto, tanto che Hegel scrisse una Enciclopedia delle Scienze
filosofiche in Compendio in cui tentava di individuare la specifica dialettica dei concetti basilari di
tutte le scienze (dalla fisica alla storia, al diritto). E la filosofia ha spesso rivendicato un primato
rispetto alle altre discipline. Personalmente io non parlerei di primato, ma parlerei di posizione
mediana, una posizione che costringe il filosofo ad interessarsi, se non di tutto, almeno di molte cose
(fr. 35) anche se già Eraclito diceva che sapere molte cose non bastava (fr.40). Il filosofo agisce
laddove il sapere, che si specializza sempre più, si fa patrimonio complessivo dell’umanità. E là il
filosofo deve esercitare la sua attitudine critica (e come abbiamo visto Agamben e Cacciari non
l’hanno fatto bene).
Sorrentino scomoda addirittura Don Benedetto Croce e dice: “Benedetto Croce – l’odiatissimo e
quindi mal compreso filosofo abruzzese – aveva spiegato bene con la sua logica dei distinti (che
qualcuno si ostina a chiamare “la filosofia delle quattro parole”) che non bisogna confondere i
piani: l’averlo ignorato è l’errore che oggi i filosofi pagano”. In realtà logica, etica, estetica ed
economia (i distinti) non sono scienze come fisica, diritto ma sono i momenti della filosofia che è
tutt’uno con la storia e il filosofo si deve occupare in quanto tale sia di logica, sia di etica, sia di
economia, sia di estetica. La filosofia è il movimento che attraversa tutti i distinti.
Sorrentino mettendo Croce davanti alle cose di cui deve parlare un po’ si incarta: “Si pensa
comunemente che Croce abbia sottovalutato la scienza. Non è così: ha solo difeso l’autonomia della
filosofia (cercando, si può dire alla luce degli eventi contemporanei, di farle fare grame figure) di
fronte agli assalti del neopositivismo. Ha parlato, è vero, di “pseudoconcetti”, quando pensava più
precisamente ai modelli scientifici (soprattutto economici): purtroppo il gusto per la polemica ha
creato, per molti filosofi, molte incomprensioni, e lui amava molto la polemica”. Ad un certo punto
non si capisce né cosa sta dicendo né chi sta parlando (se lui o Croce): “Per Croce la scienza era
sapere pratico, come il diritto e la politica. La filosofia no: era sapere teoretico e storico insieme. Il
nesso tra scienza e conoscenza, nel senso pieno della parola, è e resta sicuramente problematico, nel
pensiero crociano. Soprattutto se si interpretano i “distinti” come divisi da frontiere rigide,

62
https://riccardosorrentino.blog.ilsole24ore.com/2021/08/06/covid-perche-la-filosofia-non-puo-parlarne/
insuperabili come esistono nel mondo reale (ma non nel linguaggio e nel pensiero). I concetti (gli
schemi, nel linguaggio più asettico della Logica di Croce) della scienza possono in realtà diventare
concetti filosofici, e alimentare la filosofia stessa. Un esempio è la visione probabilistica del mondo,
l’incertezza misurabile o radicale che ci circonda, che la scienza sta un po’ imponendo: in questo
caso, a un certo punto, la scienza fa “un salto” – assolutamente legittimo – verso la filosofia (che
poi se ne occupino scienziati e filosofi è relativamente irrilevante, purché siano ‘competenti’)” Lui
vorrebbe dire che i concetti della scienza assumono una pregnanza filosofica ad un certo punto,
dimenticando che molti concetti scientifici erano una volta patrimonio della filosofia e dunque
l’intreccio c’è sempre stato.
Sorrentino continua: “Non esiste un discorso filosofico, teoretico, sul virus, sull’epidemia, sul green
pass, sull’obbligo vaccinale e sulle loro conseguenze pratiche: è un discorso scientifico o giuridico
mascherato; oppure scade in chiacchiera. Sbaglia allora chi ritiene che questi discorsi siano da
riservare ai filosofi (tesi sostenuta da uno studioso che si considera… crociano). Sono da riservare
ai competenti: a chi ha studiato approfonditamente questi temi e sa usare i metodi delle discipline in
gioco).” Qui il giornalista toppa: ogni volta che uno scienziato riflette sui concetti che usa si trova nel
livello filosofico di elaborazione e dunque c’è un livello filosofico in cui si parla di covid ed è il
livello in cui si cerca di fare sintesi di tutti i discorsi scientifici, etici, simbolici che sul covid vengono
praticati. Il movimento può essere in entrambe le direzione: lo scienziato riflettendo sui termini usati
può tentare delle congetture filosofiche, il filosofo approfondendo la materia specialistica può trovare
ulteriore materiale per le sue elaborazioni.
Ancora “Il filosofo che vuole discutere di vaccini, deve “trasformarsi” (studiando) in un immunologo,
colui che vuole parlare di epidemia, deve essere un epidemiologo (e sapere tanta statistica), colui
che vuole parlare del green pass, in un giurista esperto di diritto costituzionale (e di diritti umani);
e deve dimostrare di essere all’altezza dei migliori. Altrimenti si pronunciano parole vuote: si
nominano cose e pensieri senza “pensarli” davvero. Oppure si esprimono preferenze personali, come
fa ogni cittadino indipendentemente dalla propria competenza; e ricoprirle di un linguaggio ‘alto’
potrebbe essere un’operazione non corretta, nel senso di malriuscita”. Certo bisogna approfondire,
ma non come quelli che hanno studiato anni (sarebbe impossibile). In realtà il filosofo ben strutturato
già in una prima fase di approfondimento può aiutare lo scienziato a mettere in ordine (dal punto di
vista delle implicazioni e del senso di ciò che viene percepito e detto) le sue conoscenze. Basti vedere
a questo proposito come sono spesso privi di profondità, logicamente incoerenti, linguisticamente
mal espressi gli interventi degli addetti ai lavori sulla scena pubblica (probabilmente solo negli ultimi
anni le sentenze giudiziarie hanno smesso di far ridere la persone di buona istruzione che le leggono).
Nel caso di Cacciari (che stava già messo male di suo) gli hanno attribuito ad es. opinioni che non
aveva ed hanno confutato queste opinioni. Insomma il quadro non è dei più felici.
Sorrentino poi dice: “Esiste invece un discorso filosofico sui concetti che la recente epidemia ha reso
rilevanti. Non è necessario, per capirlo, adottare la visione crociana dei concetti – comunque da
rivalutare – ultrarappresentantivi e omnirappresentativi, che sembrano molto vicini ai Superconcetti
di cui parlava Ludwig Wittgenstein: si tende oggi ad avere una visione più creativa, più ampia dei
concetti. Si pensi a Gilles Deleuze e Félix Guattari (per i quali sembra sorgere però il problema del
criterio di validità del loro discorso): Deleuze usava concetti matematici o musicali, per sviluppare
però un discorso tutto filosofico (e matematici e musicologi, giustamente, non si ritrovano in essi:
ma anche Rousseau disegna la sua volonté générale come un integrale, senza voler dire nulla
sull’analisi matematica)”. Dopo cioè aver parlato di salti logici nei precedenti articoli, Sorrentino si
affida a Deleuze e Guattari (per la serie “l’asino è cornuto e allora ripiego sul bue …). Il finale
crociano è un altro momento di pensieri in libertà: “Distinguere è fondamentale, e l’odiata filosofia
di Croce – che negli ultimi anni rifiutò anche di considerarsi idealista, passo fondamentale ma non
apprezzato come sarebbe stato necessario – è un buon punto di partenza (e non è necessario che sia
niente di più). Il filosofo abruzzese non amava la scienza ma ha avuto alcune importanti intuizioni su
essa. A cominciare dall’idea dell’economia come matematica applicata, oggi sempre più vera, che
anima anche l’altra “distinzione” costantemente respinta con sdegno (anche recentemente), ma che
in realtà è fondamentale e che rappresenta l’insuperato (e poco discusso) contributo italiano alla
teoria del liberalismo: quella tra liberalismo e liberismo, che dopo qualche decennio è diventata la
distinzione tra una concezione della vita, individuale e collettiva, e un approccio scientifico (e quindi
non dottrinale, ma pragmatico, concreto) all’economia e alla politica economica. C’è molto da
riscoprire…” L’economia come matematica applicata a me pare una tesi che non ha né capo né coda
(il fatto che ci sia molta matematica in una disciplina non ne fa un caso di matematica applicata perché
in questo secondo caso l’elemento di realtà verrebbe meno e poi bisognerebbe spiegare a che cosa si
applicherebbe questa matematica, all’economia? Allora ricominciamo daccapo?) e il fatto che il
liberismo sia un approccio scientifico farebbe sorridere più di un grande economista.
Insomma il tribunale della ragione non regge granché al giudizio

Facciamo il punto (sempre provvisorio)


Qual è il succo di tutta la storia? Penso ci sia parecchia carne a cuocere sia sui vaccini, sia sulla green
card, sia sui rapporti tra filosofia e scienza. Ma andiamo con ordine.
Effettivamente la provocazione di Cacciari e Agamben è dal punto di vista logico un mezzo pasticcio.
Boniolo meglio di tutti ha elencato tutta una serie di difetti dell’elaborato, ma anche alcuni filosofi
politici hanno evidenziato il carattere semplicistico dei ragionamenti esibiti dai nostri eroi. Tuttavia
non tutte le critiche sono state calzanti (alcuni hanno voluto parlare di antiscientificità ma si tratta di
una manovra pietosa) e soprattutto la conseguenza non è mortificante per la filosofia
complessivamente intesa, nemmeno se restringessimo la cosa alla sola filosofia continentale.
Tuttavia dobbiamo capire perché spesso in Italia (ma anche in Francia a leggere il vecchio testo di
Sokal e Bricmont63) il rapporto tra filosofia e scienze è così tormentato. La mia personale ipotesi è
che la parte della filosofia italiana più legata all’Idealismo tedesco e italiano sia stata letteralmente
negli ultimi decenni avvolta nell’ovatta mass-mediatica il che ha generato divismi oracolari ed una
incapacità di confrontarsi davvero con altre tradizioni filosofiche. Il lavoro della Franca D’Agostini64,
nonostante la divisione tra analitici e continentali possa essere considerata riduttiva (ed in parte la
stessa autrice la ha aggiornata65), aveva avuto il merito di descrivere almeno uno dei tanti problemi
culturali sussistenti in Europa ma l’invito implicito ad intensificare i rapporti tra le due aree non è
stato recepito. Allo snobismo un po’ da vecchio regime della filosofia continentale è succeduta una
vena polemica da parte della filosofia analitica, la quale però rischia di avallare un nuovo
conformismo, troppo rispettoso della divisione del lavoro e a volte ambiguo sul tema dell’autonomia
della filosofia dalle scienze (se il programma neopositivista è fallito non altrettanto lo è
l’impostazione naturalistica di tipo quineano66). In Francia la situazione è diversa in quanto i filosofi
di tipo continentale hanno un protagonismo molto più aggressivo e socialmente coinvolto (malgrado
i testi siano ancora più ingarbugliati di quelli italiani) per essere in soggezione dei cultori della
filosofia analitica anche se quest’ultima, per quanto riguarda le cattedre detenute, è stata in questi
ultimi decenni in fase di forte espansione67.

63
Sokal, Alan, Bricmont, Jean, Imposture intellettuali, Garzanti, Milano, 1999
64
D’Agostini, Franca, Analitici e Continentali, Raffaello Cortina, Milano, 1996
65
Analitici e continentali: un progetto fallito? | Bollettino Filosofico (unina.it)
66
Epistemologia naturalizzata di Willard Van Orman Quine Analisi per un testo classico dell'epistemologia analitica -
Scuolafilosofica
67
La filosofia si sporca le mani | Doppiozero
Ci sono poi dei limiti che i filosofi devono porsi nel dibattito pubblico? A mio parere no. Tutto
dipende da come, individualmente o in gruppo, abbiano potenziato le categorie filosofiche e quanto
abbiano approfondito le nozioni scientifiche che consentano loro di dare un contributo rilevante in
senso positivo. In linea di principio però ci deve essere cautela, approfondimento ma nessuna
autocensura pubblica. Alcuni dicono che nel dibattito pubblico bisogna rispettare rigorosamente la
divisione del lavoro per cui a parlare dei contenuti di una scienza devono essere solo gli scienziati.
Proprio su questo non sono d’accordo. Questo perché altro è la sedimentazione storica del sapere
scientifico, altro è quello che dice uno scienziato in tempo reale. Altro è il contenuto degli articoli
specialistici, altro è quello che dice lo scienziato nel dibattito pubblico. Altro son i gerghi specialistici,
altro il linguaggio stoicamente comune che dovrebbe essere almeno idealmente il filosofo a regolare.
Le cosiddette forme più colloquiali del linguaggio cosiddetto naturale (apparentemente più facili da
maneggiare) nascondono numerose insidie (in cui cascano spesso gli stessi scienziati come il dibattito
pubblico di questi mesi ha ampiamente evidenziato) e forse la specializzazione del filosofo dovrebbe
essere proprio quella di coprire (con la sua curiosità, con la sua tendenza ad elaborare collegando
contenuti di diverse discipline) questa zona grigia essenziale per la riproduzione del sapere e il suo
ancoraggio alla politica. Per cui dire ai filosofi di non occuparsi di virologia non ha propriamente
senso proprio perché c’è un livello di elaborazione collettiva in cui bisogna provare a dire il sugo di
tutta la storia e chiunque ci provi fa (bene o male) filosofia. Per questi motivi nel dibattito pubblico
il sapere dello scienziato non lo si deve presupporre, ma questo sapere sarà la risultante del dibattito
stesso che deve essere assolutamente libero. Quindi il parere dello scienziato va considerato come un
momento importante, ma pur sempre un momento del dibattito pubblico, da valutare sempre con
senso critico (e ciò anche quando tale parere stia apparentemente solo descrivendo uno stato di fatto
dal momento che nel linguaggio storicamente comune non si descrive mai in modo del tutto neutro
uno stato di fatto). Se la comunità scientifica ne è capace sarà essa a sbrogliare i nodi che si
costituiranno durante il dibattito. Però tale comunità si deve confrontare senza che quelli che non
sono scienziati si debbano autocensurare. Alcuni a tal proposito ipotizzano che tale libertà di dibattito
porterebbe alla confusione che sarebbe pericolosa soprattutto in un periodo di emergenza come
questo. E’ un’ipotesi sbagliata, inutile e pericolosa essa stessa. Se si approvasse un simile punto di
vista le paure di Agamben e Cacciari sarebbero vieppiù legittimate. Si deve invece approfittare di
queste situazione per aumentare il livello del dibattito pubblico attraverso il confronto tra una pluralità
di punti di vista (in cui chi ha più filo da tessere tessa). Soprattutto in virtù del fatto che concretamente
gli scienziati in questa tornata non si sono comportati meglio dei filosofi quanto a compattezza
interna, al travalicamento delle loro competenze, a coerenza e sensatezza dei loro discorsi etc. E
questo perché in realtà nel dibattito pubblico, che deve necessariamente sintetizzare i contributi delle
diverse discipline specialistiche, tutti inevitabilmente si trovano ad interloquire su tutto. Così deve
essere (il richiamo alle competenza a questo livello diventa solo un espediente retorico da usare, come
il vestito buono, nei giorni festivi e da rinnegare nei giorni feriali). La filosofia è stata spesso tesa ad
occuparsi di tutto, tanto che Hegel scrisse una Enciclopedia delle Scienze filosofiche in Compendio
in cui tentava di individuare la specifica dialettica dei concetti basilari di tutte le scienze (dalla fisica
alla storia, al diritto). E la filosofia ha spesso rivendicato un primato rispetto alle altre discipline.
Personalmente io non parlerei di primato, ma parlerei di posizione mediana, una posizione che
costringe il filosofo ad interessarsi, se non di tutto, almeno di molte cose. Il filosofo agisce laddove il
sapere, che si specializza nel suo sviluppo sempre più, si fa patrimonio complessivo dell’umanità.
Ogni volta che uno scienziato riflette sui concetti che usa si trova nel livello filosofico di elaborazione
e dunque c’è un livello filosofico in cui si parla di Covid ed è il livello in cui si cerca di fare sintesi
di tutti i discorsi scientifici, etici, simbolici che sul Covid vengono praticati. Il movimento può essere
in entrambe le direzioni: lo scienziato riflettendo sui termini usati può tentare delle congetture
filosofiche, il filosofo approfondendo la materia specialistica può trovare ulteriore materiale per le
sue elaborazioni. In tale contesto la soluzione dei problemi la si trova perciò andando nella direzione
opposta a quella a cui il rigido rispetto della divisione del lavoro ci vorrebbe condannare. Questo non
è un tentativo utopico di superare la divisione del lavoro, ma solo un avvertimento sulle conseguenze
negative per la democrazia di una subordinazione della discussione pubblica alla divisione del lavoro.
Quest’ultima è un male necessario, ma non è necessario diffondere tale male là dove non serve.
Sarebbe come andare in vacanza portandosi la casa sulle spalle. Diceva un detto dell’antico Egitto:
“Un buon discorso è più nascosto di un prezioso smeraldo, eppure lo possiamo udire da una schiava
alla macina”. Sarebbe un peccato farsi riprendere da popoli che accettavano la schiavitù.
Questo per quanto riguarda il metodo. Passiamo ora al merito.
Ci sono due temi a questo proposito. Il primo è se il green pass sia pericoloso per i diritti e la
democrazia. Il secondo è quali siano gli argomenti a favore del green pass e se sia preferibile
all’obbligo vaccinale.
Per quanto riguarda il primo tema è stato evidenziato come gli argomenti di Cacciari e Agamben non
sono conclusivi in quanto un trattamento diverso per due insiemi di cittadini non necessariamente è
un trattamento discriminatorio. Tuttavia è comprensibile che questi provvedimenti vengano
monitorati perché non sfocino in comportamenti discriminatori nell’applicazione della norma stessa.
Inoltre il green pass può essere il segno verso un peggioramento delle istituzioni liberali dal momento
che ad essere ortogonale ai diversi tipi di regime è la possibilità di vaccinarsi o meno, ma non il green
pass. Quest’ultimo non è la mera evidenza della vaccinazione ma è uno strumento per potere
esercitare diritti che dovrebbero essere di solito riservati a tutti. Perciò è importante monitorare che il
green pass sia in rapporto con una emergenza reale, altrimenti il pericolo paventato da Cacciari e
Agamben diventa più probabile. Infine il green pass non è tanto analogo alla cintura automobilistica
(quest’ultima è più analoga al vaccino) quanto alla patente di guida e anche in questo caso l’analogia
non è completa per due motivi: il primo è che l’acquisizione della patente non comporta rischi
specifici (per quanto statisticamente bassi) mentre invece il green pass presuppone l’assunzione del
vaccino. Esso rappresenta lo scambio tra la piena libertà di circolazione e l’assunzione di un vaccino
che può essere pericoloso (per quanto a livello statisticamente basso) e dunque o la propria libertà si
riduce rispetto ad altri o si è obbligati ad assumersi un rischio (per quanto basso). Il secondo motivo
è che la patente ti consente di circolare con un certo mezzo (artificiale e più veloce ma che può essere
pericoloso per terzi), mentre senza puoi sempre circolare ma con i mezzi naturali (a piedi). Nel caso
del green pass a poter essere pericoloso è il tuo stesso corpo che dunque non può stazionare o circolare
in luoghi chiusi. La limitazione non riguarda lo strumento ma i posti dove puoi andare e quindi la
restrizione per il diritto di circolazione è più significativa.
Al tempo stesso si è argomentato che per ipotizzare che lo Stato stia approfittando dell’emergenza
per introdurre norme che vanno contro i diritti fondamentali non si deve presupporre che l’emergenza
sanitaria sia falsa (questo possiamo dire che sia escluso anche con l’aiuto della scienza medica) o
esagerata (questo dipende maggiormente da una discussione sui valori interessati dai processi in
corso). Ciò implica che in questo caso ci troviamo di fronte ad un conflitto tragico tra valori condivisi
dalla comunità umana e che c’è bisogno di una serie di compromessi che si articolino nello sviluppo
degli eventi. Il lockdown e il greenpass (che possono essere più o meno criticati) sono frutto di questi
compromessi. Ovviamente il green pass, essendo il frutto di un compromesso, non è una
manifestazione di libertà, ma un momento in cui si media tra diritti di diverse persone (principio del
neminem laedere). La sua valutazione può cambiare a seconda dello scenario che si ritiene più
probabile in mancanza di esso per cui può risultare un impedimento o una agevolazione. Se
l’alternativa più plausibile è il liberi tutti allora il green pass è una sorta di sanzione per chi non si è
vaccinato. Se l’alternativa più plausibile è la zona gialla (oppure oltre) allora il green pass è una
agevolazione per chi si è vaccinato.
La questione del green pass dunque è più politica che scientifica anche se la scienza chiarisce i
presupposti di fatto la cui conoscenza consente le scelte necessarie alla luce delle finalità che la società
si pone (es. tutelare la salute e/o permettere la libera circolazione delle persone).
Per quel che riguarda invece il secondo tema, il green pass ha essenzialmente tre scopi (elencati in
modo casuale): il primo è di tutelare i non-vaccinati che, interagendo in locali chiusi, possono
contagiarsi tra loro ed andare incontro, essendo non vaccinati, alle complicazioni a volte mortali del
Covid. Il secondo è di dare un incentivo a vaccinarsi al fine di poter mangiare in un ristorante al
chiuso, ballare in una discoteca, fare palestra, ascoltare una conferenza o delle musica da camera,
guardare un cinema o una rappresentazione teatrale. Infine il terzo obiettivo è di riaprire nei limiti del
possibile anche nel mezzo della diffusione di una variante più contagiosa e dunque di gratificare
almeno quelli che si sono vaccinati i quali si presuppone possano interagire tra loro al chiuso, essendo
più resistenti sia al contagio che alle complicazioni mortali del Covid.
In questo senso la scienza ci ha chiarito che, per quanto i vaccinati possono contagiare ed essere
contagiati e possano persino morire di Covid, la probabilità che questi eventi si verifichino è molto
più bassa che non nel caso dei non vaccinati. Questo è un argomento sia per un distinto esercizio del
diritto di circolazione tra vaccinati e non, sia per l’opportunità di vaccinarsi, anche dal momento che
la probabilità di effetti collaterali mortali dei vaccini è molto più bassa che non quella di essere
contagiato e morire di Covid se non vaccinati.

La deriva dell’obbligo vaccinale


Altro però è un ipotetico obbligo di vaccinazione. Questo perché in primo luogo tale provvedimento
imporrebbe ad un soggetto di diritto un trattamento sanitario obbligatorio e questo sarebbe possibile
solo se non sono possibili altre strategie meno compromettenti dal punto di vista etico. Quest’obbligo
vaccinale generalizzato oggi pare perseguito dal solo Turkmenistan mentre in altre nazioni al
massimo l’obbligo è ristretto ad alcune categorie professionali o anagrafiche68. Al tempo stesso69
l’Italia è nell’istante in cui scrivo ottava per numero totale di morti, diciassettesima per numero di
morti in relazione alla popolazione, cinquantasettesima per numero di contagi in relazione alla
popolazione e nessuna delle nazioni che la precede in queste tristi classifiche ha sinora adottato un
provvedimento così drastico. Sarebbe il caso che prima di imporre una sorta di trattamento sanitario
obbligatorio si verifichi il fallimento di strategie di intervento più rispettose della libertà degli
interessati.
In secondo luogo noi scontiamo una lacuna informativa per quanto riguarda i cosiddetti effetti
collaterali del vaccino. La possibilità di prevenzione è talmente ridotta che di recente i medici di base
hanno denunciato (rovesciando sugli utenti, considerati generalmente no-vax, una responsabilità che
è delle aziende farmaceutiche) la richiesta da parte di molti pazienti di analisi che allo stato attuale
della conoscenze sarebbero del tutto inutili per prevedere con un grado decente di probabilità se si
possa essere vittima di effetti collaterali successivi all’assunzione del vaccino70. Questo non consente
di separare con sicurezza chi il vaccino lo può fare da quelli che non lo possono fare. Al tempo stesso
non consente, al verificarsi di un caso infausto, di determinare con certezza se l’assunzione del
vaccino abbia avuto un ruolo causale nel verificarsi dell’evento. Anche qui potremmo parlare di
probabilità, ovvero alcune morti si potrebbero probabilisticamente più facilmente escludere da quelle
che sono legate causalmente al vaccino, altre meno. E tuttavia non v’è certezza in nessun caso, dal
momento che quale che sia la patologia da cui è affetto uno che assuma un vaccino, non si può

68
Vaccino Covid obbligatorio, come funziona negli altri Paesi? La mappa dell’obbligo vaccinale- Corriere.it
69
COVID Live Update: 210,797,726 Cases and 4,416,228 Deaths from the Coronavirus - Worldometer
(worldometers.info)
70
Vaccino Covid, medici: "Da no vax pressioni per esami con obiettivo esenzione" (adnkronos.com)
escludere che l’assunzione del vaccino non abbia accelerato il decorso del morbo preesistente o non
ne abbia aggravato le conseguenze (e l’accelerazione di una morte è omicidio anche se nel caso
dell’eutanasia il consenso del morente potrebbe svolgere la funzione di liberatoria).
A questo proposito sempre su Contropiano, un documentato articolo di Aldo Romaro71 dice: “Ed è in
base a questo processo che alla fine Aifa dichiara che su 498 segnalazioni di decessi, quelli che
effettivamente hanno una correlazione verificata con il vaccino sono solo 7” Qui Romaro si
genuflette verso il dato di Aifa, quando la stessa Redazione di Contropiano aveva anni prima
accreditato i dubbi sulla neutralità di questa istituzione72 come a dire scientia amica sed magis …
(magis?) In realtà anche le autopsie e le verifiche che si fanno, costrette da una denuncia all’autorità
giudiziaria (e dunque di molto minori dei casi dubbi), non danno la certezza della mancanza di una
relazione causale dal momento che chi fa l’autopsia appartiene sia allo stesso ordinamento statuale
che al momento è tutto impegnato nella promozione del vaccino sia allo stesso ordinamento
professionale che al momento è tutto impegnato nella promozione del vaccino. Per avere maggiore
certezza in questo campo ogni autopsia, ogni referto dovrebbe essere sottoposta a discussione
pubblica, a partire da cosa si intende per relazione causale. E non possiamo derubricare questo nostro
atteggiamento ad una sorta di pregiudizio antiscientifico perché se dovessimo del tutto fidarci della
scienza che fa capolino nelle inchieste giudiziarie, dovremmo anche convenire su molte sentenze (nel
campo ad esempio delle malattie professionali) che invece abbiamo volentieri contestato. Dubitare
del complotto (vista la roboante propaganda in atto) è una manifestazione in questo caso di buon
senso.
Alcuni dicono a tal proposito che la vaccinazione obbligatoria già esiste ma questo non è un
argomento per il fatto che sia opportuna dal punto vista etico-politico. Per quel che riguarda inoltre
le vaccinazioni obbligatorie per i bambini all’inizio della scolarizzazione, ci troviamo di fronte a
persone a cui non viene attribuita la potestà di decidere da sole su questi temi (e non viene attribuita
la capacità di agire più in generale) ed inoltre sono impossibilitati da soli a poter svolgere un tipo di
vita primariamente volto ad escludere il contagio (visto che devono condividere, per volontà di chi
decide per loro, spazi angusti con decine di altri bambini). Ciò rende le due situazioni non analoghe
in misura da rendere rilevante questo argomento ai fini della discussione.
C’è anche chi asserisce che il calcolo razionale dice che è meglio vaccinare il maggior numero di
persone e dunque in questo senso l’obbligo vaccinale raggiungerebbe direttamente questo obiettivo.
Il punto è che l’espressione “il maggior numero di persone” non ha un senso ben definito. Lo avrebbe
(inteso relativamente alla popolazione) se la vittoria sulla pandemia fosse l’unico obiettivo che la
società dovrebbe proporsi in questo periodo. Ma per quanto questo obiettivo sia importante e vitale
non sarà mai l’unico obiettivo che si pone la società in questo periodo. All’interno di una logica
sistemica la società si pone sempre più di un obiettivo e deve elaborare strategie che permettano di
conseguire tale risultato plurimo. Il calcolo razionale deve dunque essere rielaborato in modo da
permettere questo arbitraggio. E l’espressione “il maggior numero di persone” non si considera solo
relativamente alla popolazione, ma anche a certe condizioni date che rispecchiano il risultato della
discussione democratica e dell’arbitraggio tra i diversi obiettivi che la società si pone. All’interno di
questo arbitraggio c’è anche la possibilità che la decisione di vaccinarsi debba essere presa senza
costrizioni. Per questa ragione tale libertà non è esclusa dal calcolo razionale ma deve essere un
costituente di questo calcolo e va sacrificata solo se ci si trovi di fronte ad una situazione disperata
(assieme ad altre misure che sono le condizioni di accettabilità di tale provvedimento e di cui
parleremo tra poco)

71
Vaccini, green pass e fake news | Contropiano
72
Speculazioni sui farmaci. L'Aifa finisce sotto tiro | Contropiano
Alcuni addirittura ritengono l’espressione “danni a lungo termine” (riferita al vaccino) non abbia
molto senso in quanto non è possibile sapere quali siano le conseguenze di lungo periodo
dell’assunzione di un farmaco, di un vaccino o di un qualsiasi altro prodotto che venga in tutto o in
parte assimilato dal corpo umano. Tuttavia il fatto che la previsione non sia attualmente possibile non
consente di dire che l’espressione in oggetto sia poco sensata dal momento che ad es. il tempo di
latenza delle patologie da amianto può variare da 15 a 45 anni ed in questo caso l’espressione “danni
a lungo termine” è perfettamente calzante.
Altri dicono che, essendo del tutto irrazionale preferire di non vaccinarsi (data la succitata differenza
di probabilità tra gli effetti collaterali mortali del vaccino e la morte per Covid), coloro i quali non
danno il loro assenso al ragionamento più plausibile dal punto di vista logico (passando così da una
piccola incertezza all’impossibilità anarchica di decidere) devono essere considerati responsabili di
tale mancanza di volontà di adesione e quindi in qualche modo costretti al vaccino. A parte l’esito
quasi robespierriano di tale logica (e bisognerebbe vedere se questi novelli giacobini siano
conseguenti in modo sistematico ai loro assunti), il punto è che non sempre il comportamento umano
è conseguente a ragionamenti di tipo logico. Nel caso in oggetto la valutazione emotiva può non
sovrapporsi in maniera completa alla distribuzione di probabilità e ciò per tante ragioni. In primo
luogo ha una rilevanza quello che è in gioco (altro è una piccola probabilità di perdere 10 euro, altro
è una piccola probabilità di morire) ma ancora più importante è il ruolo delle nostre azioni nel
cambiare la distribuzione di probabilità. Quest’ultima è intesa dalla scienza come una risultante
(ipotetica) delle nostre azioni, ma per noi questa impostazione mortifica la rilevanza di queste ultime
e tendiamo a considerare la distribuzione di probabilità come una situazione che precede il nostro
agire e tale dunque da poter essere cambiata. Questa credenza (o illusione cognitiva) influenza la
scelta tra vaccino e non in quanto nel caso del vaccino noi andiamo incontro alla piccola probabilità
di morire per un effetto collaterale mentre nel caso non ci vacciniamo noi contiamo sempre di
comportarci in modo di ridurre la probabilità di contagiarci. Quindi paradossalmente fin quando non
veniamo contagiati ci angoscia maggiormente il vaccino che non il rimanere scoperti di fronte al
contagio. In chi si vaccina invece gioca un ruolo (oltre che il ragionamento) il conformarsi
all’opinione pubblica (e questo vale per chi ha accettato il lockdown e adesso accetta il vaccino), il
principio di autorità (per quanto riguarda gli scienziati), il desiderio di uscire fuori dal lockdown (che
vale soprattutto per chi non ha accettato il lockdown ma proprio per questo si vaccina risolutamente).
Anche tra chi si rifiuta di vaccinarsi c’è chi ha più paura degli effetti collaterali (e dunque tende ad
avere comunque comportamenti prudenti) e chi invece vede il vaccino come una imposizione (e
dunque il suo comportamento rimane trasgressivo verso le norme prudenziali). In questa articolata
situazione è più opportuno affidare alla libertà dei singoli il compito di attribuire agli eventi, oltre che
una probabilità, una rilevanza di tipo emotivo che sia decisiva per la scelta. L’obbligo vaccinale
invece sarebbe controproducente e vieppiù visto come un segno di oppressione dello Stato unificando
gli eccessivamente prudenti e gli eccessivamente ribelli (che invece al momento non sono tra loro
solidali). Allo stato attuale meglio una politica di incentivi e disincentivi e dunque meglio tentare con
il green pass.
L’obbligo vaccinale generalizzato potrebbe invece avere un altro senso in presenza di tre condizioni.
La prima è che lo Stato avochi a sé la produzione dei vaccini impedendo alle multinazionali
farmaceutiche di subordinare la politica vaccinale ai propri interessi economici. In caso contrario si
potrebbe sempre pensare che qualsiasi governo che introduca l’obbligo vaccinale generalizzato sia
condizionato politicamente (peggio del governo Draghi) da queste multinazionali.
La seconda è che ci sia un congruo investimento nello studio degli effetti collaterali del vaccino di
modo che si possa chiarire l’origine di questi fenomeni ed isolare un sottoinsieme di persone per le
quali il rischio correlato al vaccino sia più consistente di quello (molto basso) calcolato in rapporto
all’intera platea dei vaccinati. Attualmente non si può delegare alla comunità scientifica la selezione
tra chi può fare il vaccino e chi non può farlo perché essa non ha potuto ancora definire dei criteri
oggettivi ed efficaci di distinzione (altrimenti i bugiardini dei medicinali non sarebbero pieni di effetti
collaterali ma avrebbero solo controindicazioni) e soprattutto (leggendo periodicamente i bugiardini
di un medicinale) i progressi in questo senso sono molto lenti (nonostante o in assenza della buona
volontà delle case farmaceutiche). Alcuni dicono che noi con i farmaci ci assumiamo rischi che
inspiegabilmente con i vaccini non ci vogliamo assumere. Il punto è che i farmaci vengono assunti
selettivamente per curare e dunque riguardano in un determinato intervallo di tempo un numero più
limitato di casi infausti ed inoltre a nessuno verrebbe in mente di obbligare nessuno. Nessuno deve
prendersi obbligatoriamente l’olio di ricino (o no?). Nel caso del vaccino il destinatario è l’intera
popolazione e dunque in assoluto i casi infausti in un dato intervallo di tempo sono di più. Sinora
sono stati circa 500 decessi (quelli segnalati) mentre circa 10.000 sono stati i casi gravi73. Una
situazione dunque che non possiamo considerare assimilabile a quella dei farmaci. Questo soprattutto
se imponi l’obbligo.
La terza (essenziale se volessimo trascurare i primi due) è che nel caso di morti per cause
cardiovascolari o allergiche (ad es, per edema polmonare) ad un mese dall’assunzione del vaccino ci
sia da parte dello Stato un congruo risarcimento per la famiglia del deceduto (senza che questa debba
iniziare una vertenza legale in cui debba dimostrare una relazione causale, visto che per i motivi di
cui sopra ciò sarebbe impossibile di fatto anche per i ricercatori). In questo modo lo Stato
scommetterebbe sui vaccini e sull’irrilevanza statistica dei casi infausti e il consenso nei confronti del
provvedimento si rafforzerebbe. Questo perché lo Stato scommetterebbe insieme con chi assume il
vaccino. Altrimenti sono tutte chiacchiere e distintivo. Non puoi imporre un obbligo e fregartene del
resto. Non puoi imporre un rischio e non assumertelo di riflesso. Chi scrive ha dei lontani parenti (tra
loro nonna, padre, madre e figli) che hanno fatto tutti il vaccino. La madre ha avuto tutta la notte
successiva al vaccino 39 di febbre e la mattina il marito l’ha trovata morta nel letto. Il vaccino non è
obbligatorio e al marito resta solo il rammarico. Ma se il vaccino fosse stato obbligatorio che gli
avrebbe detto l’autorità sanitaria? Che non esiste prova di una relazione causale tra l’assunzione del
vaccino e il decesso (come gli hanno biascicato al telefono gli addetti del 118 a cui nella disperazione
si era rivolto)? Sarebbe più onesto pisciargli direttamente in mano. E scusate il francesismo.
Perciò solo queste tre condizioni taciterebbero le polemiche sul vaccino in maniera quasi definitiva e
darebbero motivi per vaccinarsi anche a quelli che adesso sono dubbiosi, oltre che rassicurare
complessivamente tutta la platea di quelli che dovrebbero ricevere il vaccino.

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untitled (aifa.gov.it)