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Come può l’uomo arrivare ad assoggettare gli altri esseri umani fino alla loro morte psichica o

fisica? come può in nome del suo benessere materiale sfruttare milioni di persone e ridurle in
condizioni di vita terribili? danneggiare l’ambiente che ci nutre e trattare gli animali come oggetti?

“La solitudine sembra la condizione inesorabile dell’essere umano. Per l’uomo comune, la
solitudine è l’espressione più immediata dei rapporti irreali che egli stabilisce con il mondo e con le
persone. Intorno a lui ci sono un numero di suoi simili: familiari, amici, capi, subordinati, eccetera e
tuttavia tra loro è solo. È stato addestrato per possedere, usare, competere, temere, mentire e
nascondersi, ma non per incontrare, comunicare e amare. E’ per questo che si trova sempre
solo in ogni caso (o casa). E’ circondato da una natura di mille forme e colori, con alberi e
animali di tutti i tipi, fiumi, mari, deserti, foreste e montagne. Un pianeta meraviglioso in cui
abitare e innumerevoli luci nel firmamento per imparare a sognare. E tutto questo non lo
tocca: continua a essere solo. Ha imparato che il mondo intorno a lui è fatto di un mucchio di cose,
più o meno inerti, messe lì per essere usate. Tutta la sua storia non sembra altro che lo sviluppo
sempre maggiore della sua capacità di usare e sfruttare sempre più la natura. Una tale visione
implica che l’uomo veda se stesso come separato dalla natura. Tanto nell’antica tradizione giudaico-
cristiana, come nelle più recenti teorie del marxismo, o nella visione economica del capitalismo, la
natura esiste solo per essere dominata e sfruttata. L’uomo è il possessore della terra e la sua
relazione con essa è soltanto di uso e sfruttamento. Se si rapporta così con l’essere che gli ha dato
corpo, vita, nutrimento, riparo e bellezza, non è strano che faccia lo stesso con tutto il resto,
compresi i suoi simili. Per questo il maschio occidentale è capace di “possedere” una donna ma non
di amarla.Tutto esemplifica la vocazione alla superbia, alla violenza e all’avarizia che caratterizzano
il modo di essere dei nostri tempi. Il risultato è la tendenza all’autodistruzione, che va dalla
depressione suicida, sempre più generalizzata nell’uomo di oggi, fino alla devastazione
dell’ambiente, che non è altro che il suicidio della razza umana. E tutto in mezzo a una terribile
solitudine.
L’incontro con le comunità indigene mi ha permesso di scoprire che esistono modi diversi di
rapportarsi alla terra e alla natura. Per un indio messicano la terra non è dell’uomo ma è l’uomo a
essere della terra… il sentimento di integrazione e non separazione che porta gli indigeni odierni ad
amare la terra come un essere vivo e cosciente, è lo stesso che condusse le civiltà dell’America
precolombiana a sviluppare una scienza e una tecnologia che potremmo ben chiamare ecologiche e
che permisero di creare – per esempio – grandi centri abitati senza un deterioramento sensibile
dell’ambiente”.-Victor sanches

Il male esiste in tutti noi e ci rende insensibili al dolore e di conseguenza indifferenti anche a quello
altrui. Da bambini, se questo non viene accolto dai nostri genitori, per cercare di renderlo più
sopportabile diminuiamo la nostra sensibilità, non vogliamo sentire; purtroppo questa decisione la
portiamo avanti anche da adulti. Nonostante sia presente in noi una prima e spontanea reazione sana
nei confronti del dolore altrui di empatia e comprensione, insieme ad essa è presente un’altra
reazione genericamente inconscia di difesa, insensibilità e indifferenza, che tendenzialmente viene
mascherata da un finto coinvolgimento, mentre non sentiamo veramente l’altro. Il nostro dolore
invece non lo accettiamo, vogliamo che vada via, il più presto possibile: c’è chi cerca di distrarsi,
chi combatte contro di esso piangendo e urlando (arrivando solamente a farlo diventare più grande),
chi non lo lascia minimamente trasparire, lo blocca e giudica al proprio interno. Inventiamo i modi
più creativi per dirgli “tu non devi esistere”, ma così facendo esso si ingrandisce e perpetuiamo il
conflitto per tutta la nostra vita. Non riusciamo a comprendere quello che diceva il Buddha:
bisogna accettare l’esistenza della sofferenza,1 la vita è difficile; se solo lasciassimo esprimere le
nostre emozioni, senza giudicarle, anche una profonda tristezza così come ci assale se ne andrebbe

1 L’accettazione della sofferenza è la prima delle quattro nobili verità enunciate dal Buddha dopo la sua
illuminazione.
abbastanza presto. La sofferenza esiste, ma buona parte di essa viene creata dal nostro negarne la
necessità. Bisogna cambiare il nostro atteggiamento nei suoi confronti: accogliendola la
trasformiamo, pur non potendola eliminare, ne diminuiamo intensità e durata. Ogni dolore ha un
grande insegnamento da darci.

Non sentire il dolore altrui rende capaci di compiere qualsiasi atrocità. Cosa rende simile il dirigente
della Whirlpool che licenzia migliaia di dipendenti in piena pandemia a uno stupratore omicida?
L’accostamento inizialmente sembrerebbe esagerato ma entrambi sono chiusi nel loro ego,
insensibili e privi della minima empatia. E vi dirò di più: l’uomo deforesta il pianeta per arricchirsi,
ruba le risorse ai popoli più poveri, sfrutta il lavoro minorile e lo fa in nome della felicità. Ma una
felicità egoistica, non etica o comunitaria, dettata da desideri futili che si susseguono lasciandoci
sempre amaramente inappagati, la cerchiamo dove in realtà non c’è, pur di ottenere quell’illusione
di appagamento arriviamo a non considerare il prezzo da pagare, i mezzi che utilizziamo, e la
sofferenza che possiamo arrecare agli altri; ciecamente inseguiamo il benessere materiale,
accumuliamo, mentre svuotiamo la nostra reale felicità interiore.
Abbiamo dentro di noi un senso di inappagamento perenne, che tentiamo costantemente di colmare,
sono i bisogni insoddisfatti che originano nella nostra infanzia: essere amati, riconosciuti per ciò
che siamo davvero, accolti, apprezzati… Se i nostri genitori non sono riusciti a soddisfare queste
esigenze, le continuiamo a pretendere. Nessuno e niente potrà appagarci, per uscire da questo
circolo vizioso dobbiamo riconoscere questi falsi bisogni, falsi perché sono ancorati al passato e
non dettati da una necessità attuale. Contengono un nucleo sano, come ad esempio il bisogno di
amore, ma di un amore totalitario, il quale non può essere soddisfatto da un altra persona, non
possiamo pretendere da un partner quell’amore che solamente un genitore può darci. Ad esempio:
una subpersonalità orale può farci credere che il desiderio sia legittimo, trovando magari nell’altro il
colpevole, è lui che non ci da abbastanza attenzioni. Sovrapponiamo al presente il conflitto passato
originato da quel bisogno insoddisfatto, mentre la soddisfazione di quel bisogno va ricercata
all’interno, comprendendo e accogliendo le parti piccole, riconoscendo i loro reali bisogni,
amandole, proprio come farebbe un buon genitore.
Siamo esseri frammentati, crediamo di essere una persona, ma in noi vive una moltitudine.
Incoerenti e ambigui, abbiamo pensieri, emozioni, desideri del tutto contrastanti tra loro, basta un
piccolo atto di osservazione interna per rendersi conto di questa realtà. «Le subpersonalità sono
parti complesse, come dice il loro nome, esse sono personalità minori, con una specifica
organizzazione, volontà, progettualità, le possiamo immaginare come organismi o sottosistemi,
dotati di una loro autonomia, che vivono all’interno di un sistema più grande.» Mauro Scardovelli
Il modello delle subpersonalità viene usato in PNL umanistica, la quale mette insieme vari altri
modelli: quello dei tipi junghiani,da cui poi è nato il più recente test della personalità Myers Briggs
Type Indicator ;della psicosintesi; dell’analisi transazionale, dell’enneagramma; della bioenergetica,
della gestalt. Tutte queste scuole individuano nell’uomo più parti e dei metodi per individuarle in
noi e farle maturare, perché da patologiche possono trasformarsi in sani stili di personalità. Nella
PNL umanitstica vengono individuati dieci tipi di subpersonalità, che attraverso molte ricerche si
sono individuate essere comuni nelle persone: il depresso,l’orale, il masochista, l’ossessivo, lo
schizoide, l’istrionico, il paranoide, il narcisista, il fobico e lo psicosomatico; le quali sono tutte
presenti in noi in diverse misure. Ogni subpersonalità contiene un veleno ma anche un antidoto, ad
esempio una subpersonalità narcisista in linea generale: è prepotente, si sente onnipotente, ha paura
del giudizio altrui e una totale mancanza di empatia. Attraverso un percorso di crescita e guarigione
delle proprie ferite, questa parte narcisistica può passare all’esatto opposto: dall’orgogio all’umiltà,
da una falsa autostima ostentata, a una sana e reale stima di se, dalla mancanza di empatia
attraversando il proprio dolore, può entrare in connessione e comprendere anche quello alrui.
Oppure una subpersonaità depressa tenderà ad usare la compiacenza per ottenere amore e
attenzione, ma non tutte le attenzioni che darà a l’altro sono false, c’è sempre un nucleo sano e in
parte i suoi sentimenti sono sinceri. La ferita nel depresso è la mancanza di amore e di cura che ha
ricevuto, e può passare anche essa all’opposto prendendosi cura degli altri e amando se stessa.
Queste due subpersonalità sono le più comuni, entrambe sono presenti in tutti noi perché hanno le
loro origini nella cultura occidentale. Per approfondire: Mauro scardovelli- Subpersonalità e
crescita dell’io

Abbiamo dimenticato come si ama, perdendo troppo presto i nostri occhi innocenti e luminosi di
bambino, relegando quella luminosità in un angolo remoto e distaccato da noi stessi, in seguito alle
ferite che abbiamo subito. Parte di quell’energia positiva originaria è diventata distruttiva, carica di
odio e aggressività, in parte verso noi stessi e in parte verso gli altri. Questa parte in psicologia
viene chiamata l’ombra, o il sé inferiore,2 e dato che ci porta a sentirci non desiderabili e amabili,
abbiamo paura di essere abbandonati, così copriamo questa parte con una maschera, separandoci
dagli altri, da ciò che c’è di vero in noi, e dalla nostra negatività. Ma quell’energia continua a
distruggere la nostra vita e quella degli altri, in modi più sottili e meno evidenti: la nostra maschera
si impegna con ipocrisia a essere proprio il contrario di ciò che più teme di essere, copre la
negatività che abita in noi nei modi più creativi, arrivando a farla dimenticare anche a noi stessi.
Blocca la nostra rabbia, la nostra tristezza, e le sostituisce con compiacenza, controllo, rinuncia,
seduzione o ritiro. E così nel conflitto tra la maschera e l’ombra si bruciano tutte le energie che
potremmo impiegare per realizzare pienamente noi stessi.

«La corazza del corpo rende inaccessibili le sensazioni organiche fondamentali, e con esse l'autentica
sensazione di benessere. Il senso del proprio corpo é smarrito, e con esso é perduta la naturale fiducia in
se stessi: essi sono regolarmente rimpiazzi dall'inganno, da ostentazione di apparenze e da falso
orgoglio.
La perdita della naturale autopercezione scinde la persona, in tutta l'ampiezza della sua apertura, in due
entità opposte e contraddittorie: il corpo qui é incompatibile con l'anima o lo spirito là. La «funzione del
cervello», l’«intelletto», viene separata dal resto dell'organismo; quest'ultimo viene «posto in subordine»
come l'«emozione» e l' «irrazionale». Quel che é deplorevole in tutto ciò é il fatto che, entro il contesto
dell'esistenza dell'uomo rivestito di armatura, tutto é logico e corretto». -Wilhelm Reich, La funzione
dell’orgasmo, Milano, Il saggiatore, 2000

Abbiamo perso la naturale capacità di amare, percepire il corpo e di conseguenza le emozioni, come
diceva Wilhelm Reich3,le malattie mentali sono una conseguenza di questa perdita. L’ego riveste la
nostra vera natura e ne blocca l’espressione, sviluppiamo quindi con il mondo esterno un falso
contatto sostitutivo, la corazza caratteriale, che ha sul piano somatico il suo corrispettivo nelle
tensioni e rigidità muscolari croniche, formatesi come difesa, perché fin da bambini ci è stato
insegnato a non esprimere liberamente le emozioni. Per bloccarne l’espressione ci siamo irrigiditi
ed estraniati dal corpo, in cui è racchiusa la memoria di tutte le ferite subite che vengono espresse,
oltre che nelle tensioni anche nella postura, nel peso, nel respiro, che in tutti è superficiale, toracico
e veloce. Il tipo di respiro che si ha di fronte a un pericolo imminente, viviamo in questo stato di

2 Viene chiamata ombra nell’analisi junghiana e sé inferiore nella corenergetica. Jung la descrive così : «La figura
dell'Ombra personifica tutto ciò che il soggetto non riconosce e che pur tuttavia, in maniera diretta o indiretta,
instancabilmente lo perseguita: per esempio tratti del carattere poco apprezzabili o altre tendenze incompatibili» la
definisce come un archetipo presente nell’inconscio,collettivo, che rimuoviamo dalla nostra coscienza e il cui
ricongiungimento alla personalità è essenziale . Mentre nella corenergetica Eva Pierrakos ne descrive anche alcuni
tratti comuni :”il sé inferiore non consiste solamente dei difetti e delle debolezze che variano a seconda delle
persone, ma anche di tratti generali presenti in tutti: è pigro ed ignorante, detesta cambiare e conquistare se stesso,
ha una volontà molto forte, che non sempre mostra, vuole che le cose vadano a modo suo, e non vuole pagare il
prezzo per ottenere ciò che desidera. E’ molto orgoglioso, egoista e dimostra sempre una grande vanità personale.
3 Psicoanalista allievo di Sigmund Freud
stress perenne, non lasciamo scendere il respiro nell’addome, non facendolo scorrere lentamente
rilassando tutti i nostri muscoli, coinvolgendo il diaframma che massaggia tutti gli organi interni,
favorendo la digestione.
Le tensioni ci rendono incapaci di provare un vero orgasmo totale, di amare e unirci realmente a un
altro essere umano dissolvendo il nostro ego. Il sesso oggi è troppo spesso nulla più che una
masturbazione a due, condita da fantasie che estraniano dal rapporto reale, da paure, ansie, da
movimenti meccanici e non naturali volti a mostrare con esibizionismo le nostra bravura, non c’è
reale ascolto dell’altro. C’è un eccessivo consumo di pornografia, un altro prodotto da consumare,
in qualsiasi momento, senza bisogno di un’altra persona reale, ma ipnotizzati dall’immagine di uno
schermo. L’eccessiva libertà sessuale che viviamo non è meglio della repressione che l’ha
preceduta, perché è solo un’ostentazione di una sessualità morta priva di amore. L’educazione in
questo ambito è ancora un tabù, ai giovani non viene detto nulla, al massimo viene spiegata la
funzione riproduttiva. Con il libero accesso a internet in età sempre più precoce, nella maggioranza
dei casi il primo approccio informativo con la sessualità è la pornografia, la quale ne dà una visione
completamente distorta.

L’energia di espansione e amore che avevamo da bambini si è trasformata in parte in energia


distruttiva. Perché?
«Tutti quanti siamo esseri umani perfetti, deformati dalla famiglia, dalla cultura e dalla società.»
Roberto Assagioli

Anche nei casi in cui la famiglia non ha fallito, lo ha fatto la scuola o l’ambiente di lavoro,
condizionando la deviazione dall’energia originaria di amore. Il nostro cuore si è chiuso, non
sentiamo più la sua voce, che desidera più di ogni altra cosa delle relazioni armoniche con tutto ciò
che ci circonda, è sepolta sotto strati spessi di tristezza, rabbia e paura. Quando viviamo in queste
emozioni diveniamo piccoli ed egoisti, assoggettabili e controllabili, prepotenti e aggressivi.

Anche quando vediamo questa componente distruttiva, è difficilissimo cambiarla, perché questa
energia negativa viene dalla stessa corrente vitale originaria positiva. Il male e il bene non sono due
concetti così separati come tendiamo a considerarli, ma sono anzi strettamente interconnessi e si
sovrappongono. L’energia negativa del male viene da una deviazione dell’energia positiva del bene,
causata del nostro legare inconsciamente il principio del piacere al principio del dolore per renderlo
più sopportabile. Proviamo quindi piacere nel dolore e siamo attaccati ad esso, desideriamo
inconsciamente la negatività e così la manifestiamo nella vita, altrimenti sarebbe facile separarsi da
tutto il dolore nevrotico e innecessario, una volta che si è consapevoli della sua esistenza. Questa
combinazione dei principi avviene sia in modo passivo che attivo: cioè sia il piacere di subire il
dolore, che quello di procurarlo. Ad esempio: un bambino che da piccolo ha subito una ferita da
abbandono continuerà a riprodurre questo conflitto, ovviamente non consapevolmente. Da una parte
può desiderare realmente essere amato e accettato, ma non riuscirà mai veramente e totalmente ad
abbandonarsi e fidarsi dell’altro, così la sua stessa paura lo può portare a creare le condizioni per le
quali possa essere abbandonato davvero, ricreando il conflitto e il dolore. Questa è vera e propria
disfunzione nella percezione e orientazione del piacere, la quale genera agli estremi il masochismo
e il sadismo. Bisogna rendere cosciente questo conflitto per liberarsene, e riorientare il piacere. I
sensi di colpa e vergogna nascondono tutto questo, forse solo nel caso in cui ci vendichiamo siamo
minimamente coscienti del piacere che abbiamo nel procurare dolore. Analizzandoci attentamente
possiamo vedere questa realtà, non continuiamo a cercare fuori il colpevole delle nostre
disgrazie,sono gli altri, la sfortuna, dio, il lavoro...mentre perpetuiamo i conflitti del passato, come
un automa, sovrapponendo al presente un eterno copione.
È però fondamentale comprendere che non siamo solo l’ombra, la maschera, le parti piccole e ferite.
Sotto questa moltitudine, c’è una parte più saggia con tutte le sue qualità che continuano seppure
flebilmente a trasparire. Trasformando il male ci ricongiungiamo a essa, non siamo solo i nostri
difetti, né l’ego, abbiamo la possibilità di essere molto di più. Questa trasformazione viene descritta
da sempre, in modi diversi, ma tra di loro sempre simili: da Jung viene chiamata individuazione, in
psicosintesi autorealizzazione ecc... ma già nell’alchimia allegoricamente si parlava di trasformare i
metalli pesanti in oro.
Siamo così persi a percepire ciò che accade intorno da dimenticare il mondo interiore:
non ci ricordiamo di noi stessi. Guarda le tue mani, prova a percepire il corpo, la mente, le
emozioni, a sentirti presente in questo esatto momento. Chiudi gli occhi, prova a sentire la vita che
entra in te con ogni inspirazione ed esce con ogni espirazione. Arriveranno i pensieri, le sensazioni,
le emozioni. Se dolcemente lascerai andare via ogni cosa così come appare, comprenderai che sotto
tutte queste parti mutevoli c’è una pace, una beatitudine, un amore infinito, una parte che osserva in
silenzio, sotto tutti i confusi pensieri che scorrono veloci come un treno. Se esplorerai quella parte
di te, comprenderai che è infinita, l’anima non può essere spiegata con le parole ma diviene
comprensibile facendone esperienza. Solo connettendo il nostro io all’anima, possiamo sciogliere i
conflitti, guidare le nostre parti piccole attraverso un percorso di crescita.

«Milioni di persone non si analizzano mai. Mentalmente esse sono prodotti meccanici della fabbrica
del loro ambiente, che si preoccupano di colazione, pranzo e cena, che lavorano e dormono e vanno
di qua e di là per divertirsi. Queste persone non sanno che cosa cercano e perché, né perché non
riescono mai a realizzare felicità completa e soddisfazione duratura. Sfuggendo all’autoanalisi, le
persone continuano ad essere robot condizionati dal loro ambiente. La vera autoanalisi è la vera arte
del progresso. Ognuno dovrebbe imparare ad analizzarsi spassionatamente. Annotate i vostri
pensieri e le vostre aspirazioni giorno per giorno. Scoprite ciò che realmente siete – non quello che
immaginate essere! - se volete diventare ciò che dovreste essere. La maggior parte delle persone
non cambia perché non vede i propri difetti.» Yogananda Paramahansa, L’eterna ricerca
dell’uomo, Roma, Astrolabio-Ubaldini, 1980

I nostri occhi hanno dimenticato cosa vuol dire meravigliarsi della bellezza di ciò che ci circonda,
ora morti e passivi si perdono a scorrere uno schermo; ho visto una madre parlare al telefono e con
indifferenza ignorare le urla e il pianto supplicante del suo bambino, ho visto amici seduti ai tavoli
parlare al telefono con altre persone e non tra di loro, ho visto ovunque occhi spenti e spaventati
non vedere più la vita.
Il nostro cuore stretto in una morsa dalle emozioni negative non riesce più a sentire e ad accogliere
l’altro ma solo a giudicarlo e a condannarlo; ho visto le masse ipnotizzate dalla paura inculcata dai
mass media cercare con odio i colpevoli di questa “pandemia” prima nei giovani irresponsabili che
fanno la movida, poi in quelli che vanno in giro senza mascherina, quelli che manifestano ecc… il
virus è stato amplificato dal coronavirus ha un nome, si chiama paura, anche lui ha fatto molte
vittime: Un infermiera si è buttata in un fiume perché non ce la faceva più, durante il lockdown in
Italia ogni 2 giorni è stata ammazzata una donna, un barista si è impiccato nel suo bar,i casi di
suicidio da marzo a settembre sono 71 e i tentativi di togliersi la vita 46.
La nostra mente divaga senza concentrazione da un pensiero all’altro, sconnessa da tutto il resto, e
si identifica e combatte per affermare le idee in cui crede, competendo e distruggendo le idee degli
altri anziché arricchirsi con esse; ho visto persone augurare la morte e le peggiori sofferenze a
persone che difendevano idee diverse dalle loro, etichettarli e giudicarli, fino a coprirli e a non
vederli più, rendendoli parole morte.
il nostro corpo irrigidito non lascia più fluire la vita, va sempre di fretta, e noi identificati nei nostri
pensieri lo lasciamo muovere come un automa privo di vita, senza la nostra minima partecipazione
cosciente, il nostro corpo che chiede il contatto con l’altro ora ne viene sempre più privato, e ho
visto asili far giocare bambini in dei riquadri separati tra di loro, persone morire in ospedale senza
poter vedere i propri familiari.
le nostre orecchie non sanno più ascoltare, perché non sappiamo più guardare davvero negli occhi
dell’altro, non sappiamo rispecchiarci nelle sue emozioni, siamo troppo impegnati a pensare a cosa
rispondere per affermare il vuoto del nostro io che ha bisogno di continue rassicurazioni per
reggersi in piedi, e ho visto ovunque le persone non capirsi e non aprirsi davvero, ma scambiarsi
solo reciproche immagini false di sé. Il mondo esteriore che viviamo oggi è l’espressione dei
conflitti che abbiamo dentro.

Ho visto noi umanità profondamente malata divenire sempre più disumani,ed è quando siamo
alienati nel nostro ego, nelle nostre parti piccole, che possiamo essere governati, perché se non ci
governiamo veniamo governati, perché non possiamo cambiare il male esistente negli altri, ma
possiamo trasformare e governare quello che esiste in noi, per poter cambiare radicalmente
l’ambiente che ci circonda e che ha prodotto questa nevrosi di massa.

Un singolo individuo non può nulla, se non cercare di unire sempre più persone per poter infine
produrre un significativo cambiamento nelle condizioni di vita che ci circondano e avvelenano, non
permettendo alla nostra vera natura di potersi esprimere e sviluppare pienamente, e se anche voi
guardando quest’umanità volete fare qualcosa unitevi a noi.

«Cerco ciò che sono, cerco di essere ciò che sono. Sono abituato a pensare al corpo, da una parte,
e allo spirito o all'energia, dall'altra. Ma nulla esiste separatamente: nella vita c'è unità. Desidero
viverla e la cerco attraverso un movimento di ritorno a me stesso. Dico che esiste una vita interiore
e una esteriore. Lo dico perché mi sento diviso, come se esistessi separato dalla vita. Ma c'è
un'unica grande vita. Non posso sentirmi separato da essa, al di fuori di essa, e al tempo stesso
conoscerla, devo sentirmi parte di questa vita. Ma non basta desiderarlo o cercarne un'intensa
sensazione. Posso entrare nell'esperienza solo se prima sono giunto a un'unità al mio interno, solo
se sono diventato un tutto.» Jeanne de Salzmann, La realtà dell’essere, Roma, Astrolabio-Ubaldini,
2001