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STORIA DEL JAZZ – LEZIONE #1

Dobbiamo cominciare riavvolgendo il nastro e tornare a quell’epoca dello schiavismo per avere una idea chiara di quello
che è stato il forte imprinting che la memoria storica di questo fenomeno ha realizzato sulla fantasia creativa di alcuni
musicisti dei quali andremo ad occuparci.

Per fare questo ci viene incontro innanzitutto la definizione di schiavo che troviamo nel codice legislativo dello stato
della Columbia, ma che più o meno era condivisa da tutti i codici giuridici presenti nel XVIII secolo negli Stati Uniti
D’America, che più o meno tutti gli stati praticavano la schiavitù:

“essere umano privata per legge della propria libertà per tutta la vita e che fosse di proprietà di qualcuno”.

A questa definizione va aggiunto un altro dettaglio riguardo il codice degli schiavi in vigore nello stato della Virginia -
rinomata per le grandi piantagioni di tabacco (tanto che ne esiste una qualità omonima) e di cotone, il che giustificava il
massiccio ricorso di impiego di manodopera rappresentata dagli schiavi.

In detto codice si aggiungeva che veniva legalizzata la messa in schiavitù di qualunque soggetto straniero che non fosse di
religione cristiana; il discrimine diventata così ancora più cogente, in quanto era evidente che nel 1700 quando si andava
ad approvvigionarsi di schiavi nel grande continente africano (la tratta era particolarmente ricca e fiorente) trovare un
africano da mettere in schiavitù che fosse di religione cristiana era praticamente impossibile, e questo la dice lunga su quali
fossero gli artifici giuridico-legislativi che cercavano di dare una legittimità e una giustificazione anche etica oltre che
tecnico giuridica al fenomeno della schiavitù negli USA. Questo discrimine della religione cristiana era già stato trovato nel
Cinquecento e nel Seicento dal Vaticano e da numerosi rappresentanti della Chiesa Cattolica i quali nel giustificare proprio
il ricorso alla vendita degli schiavi che arricchiva molti negrieri sotto le corone di Spagna e Portogallo, paesi notoriamente
cattolicissimi, avevano trovato questa scusa, rinforzata dalla consapevolezza che in molti paesi in particolare dell’area sub-
sahariana, nella migliore delle ipotesi gli schiavi non dediti a culti animistici e tribali, erano schiavi islamizzati, che a
maggior ragione diventava stuzzichevole per i cristiani, considerate le conflittualità che nei secoli sono state tenute vive nel
rapporto tra Islam e Cristianesimo.

Il commercio degli schiavi proveniente dall’Africa aveva interessato abbastanza relativamente quell’area del nord America
che nei secoli sarebbe diventata gli Stati Uniti. Su circa 20 milioni di essere umani catturati in Africa fra il XVI e XIX
secolo furono circa 9 milioni non sopravvissero alla traversata. Solo un 4% venne destinato al nord America, mentre la
fetta più grossa, il 90%, fu deportata in parti uguali tra Brasile e Caraibi.

Questi dati, dal nostro punto di vista, vanno opportunamente interpretati: quel numero di schiavi in apparenza meno
significativo, rispetto ai grandi numeri dell’America Latina, una volta giunto in nord America fu sufficiente a generare la
nascita del jazz, il che ci induce a riflettere su come certi fenomeni siano conseguenza non tanto dei grandi numeri, quanto
anche delle condizioni economiche e politiche che caratterizzano un determinato contesto sociale.

Per intenderci ancora meglio, le ricerche musicologiche che l’ateneo del Salento ha svolto sotto la guida di un importante
studioso anche di jazz che è Gianfranco Salvatore (che ha collaborato anche con il Center of Black Music Research di
Chicago), hanno dimostrato come la presenza di schiavi africani nell’Europa del periodo barocco, abbia favorito la
diffusione di un genere di danza e di composizione che conosciamo con il nome di moresca, nel quale sopravvivono chiari
elementi africani. Però, al tempo stesso, per quanto possa sembrare strano, l’Europa del Cinque e Seicento era molto più
liberale dell’America del Sette e Ottocento. Sappiamo che gli schiavi neri battezzati potevano fare uso dei propri dialetti, e
che addirittura potevano recuperare i retaggi religiosi dell’Africa islamizzata, per non dire che la loro presenza era molto
più frequente nelle città che non nelle campagne. Tutti elementi che hanno evitato di andare a esercitare quella pressione
invece presente in America che ha favorito maggiormente la creazione di un contesto nel quale il “protojazz” ha
attecchito facilmente, mentre invece, benché schiavi neri fossero presenti anche nell’Europa del Cinque e Seicento, questa
maggiore facilità di integrazione ha fatto sì che non si avvertisse la necessità della creazione di un linguaggio comune. In
altre parole, l’elemento fondante che favorisce la nascita del jazz in una determinata area geografica e non in un’altra, è la
diaspora africana, quella forte operazione di pulizia della memoria etnica alla quale fu sottoposta la popolazione africano-
americana, e l’istintivo tentativo di far salve quelle che erano le proprie tradizioni con la conseguente creazione di quel
pidgin, ovvero di una nuova memoria collettiva come risultante di gruppi etnici diversi che provenivano dal continente
africano. Questo è stato il terreno che di fatto ha favorito la nascita del jazz.

È evidente che in taluni circostante le condizioni repressive creano delle reazioni opposte e contrarie. Se volessimo
allontanarci dall’ambito afroamericano per affacciarci al contesto jazzistico europeo, ci accorgeremmo di come una nazione
come l’Unione Sovietica, nella quale il jazz ha avuto una vita sempre abbastanza difficile almeno fino alla caduta del Muro
di Berlino (ovvero all’avvento della società capitalistica) non guardava di buon occhio determinate espressioni musicali che
utilizzavano elementi riconducibili alla cultura americana, benché afroamericana; ciononostante molti jazzisti degli anni 50-
60-70 in Russia, hanno preferito lavorare su materiali popolari della loro terra, ovvero una versione di jazz molto connessa
la folklore sovietico, come escamotage per essere lasciati in pace dal regime quando ancora esisteva l’Unione delle
Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Lo stato della Louisiana divenne uno dei punti di approdo per gli africani al seguito dei propri padroni in seguito alla
rivolta haitiana del 1804, e poi in seguito alla cacciata dei francesi da Cuba dopo l’occupazione della Spagna da parte di
Napoleone. La capitale New Orleans venne fondata nel 1718 da Jean Baptiste Le Moyne de Bienville, in un primo
momento battezzata con nome di Nouvelle Orleans in omaggio al trono di Francia, ed era poco più di una colonia penale;
fondatori e fondatrici era ben lungi dall’essere degli stinchi di santo, molti di loro avevano seri problemi con la giustizia e
una moralità non molto solida. Lo stesso stato prendeva il nome come ulteriore omaggio al Re Luigi XV.

Le vicende economiche di questo stato ci aiutano a capire le origini di una sua particolare multiculturalità. In seguito alla
morte di Luigi XV a inizio Settecento, la Francia si era trovata in situazioni finanziare decisamente catastrofiche, aveva
emesso tramite la Banca Reale della cartamoneta garantita con l’oro e l’argento che si sosteneva fossero presenti in
grandissima quantità nelle ricche miniere lungo il corso del fiume Mississipi. Questa emissione di cartamoneta si rivelò una
colossale bolla finanziaria, in quanto i banchieri avevano inventato di sana pianta che esistessero queste miniere, e quelle
che esistevano non erano così ricche come si era fatto credere. Per evitare la bancarotta dello stato, nel 1763 la Francia fu
costretta a onorare i suoi debiti vendendo la Lousiana alla Spagna. Questo periodo della dominazione spagnola aveva
coinciso con una nuova vita per la città e per l’intero stato, apparentemente abbastanza contraddittoria con quello che
accadeva in Spagna dove invece vigeva un rispetto delle regole religiose che finiva per determinare un senso della morale
abbastanza oppressivo. Tanto era cattolica e bacchettona la Spagna in madrepatria, quanto vivace questa colonia nella
quale furono portate anche una serie di innovazioni urbanistiche; infatti, lo scheletro della città di New Orleans cominciò a
prendere corpo durante l’epoca della dominazione spagnola che portò una serie di strutture amministrative più moderne.
Ovvero, nel grande regno di Spagna (che si sosteneva anche con un grande dominio del mare, in competizione con
l’Inghilterra) c’era una struttura amministrativa replicata nelle colonie anche dell’America Latina, e che aveva portato
l’istituzione della moderna anagrafe, non seguita altrove con altrettanta pignoleria e precisione. Inoltre, con il suo affaccio
sul golfo del Messico, la città era dirimpettaia di tante colonie spagnole come Cuba che aveva favorito una serie di scambi
culturali che avrebbero costituito una fortuna commerciale trasformandola in un porto di primaria importanza e quindi
ricchissimo.

Da un punto di vista squisitamente antropologico, gli spagnoli perseguivano una politica schiavistica diversa da quella dei
francesi; sin dal 1526, Carlo V aveva proibito che fossero importati gli schiavi dall’area del cosiddetto Senegambia perché
la riteneva una area popolata da un’etnia poco addomesticabile e anzi incline alla ribellione. Gli spagnoli prediligevano
l’area geografica del Congo/Angola e attingevano i loro schiavi andando a razziare l’etnia Bantu, che, a differenza di
quella Bambara preferita dai francesi, prediligeva la danza e le percussioni e un po’ meno gli strumenti a corde.

La presenza di schiavi dell’area Congo la troviamo massiccia tanto in Louisiana quanto a L’Havana di Cuba, a conferma del
fatto di quanto sia stata significativa del linguaggio musicale tanto afroamericano quanto afrocubano. Infatti, durante il
periodo spagnolo New Orleans veniva ricordata come città danzante, proprio per il gran numero di sale da ballo pubbliche
e private che ospitava, tant’è che è in questa città, e non in Argentina, che compare la parola tango per la prima volta,
quando in una ordinanza del 1786, che doveva disciplinare l’ordine pubblico in queste notti fin troppo vivaci e rumorose, il
governatore della città parlava di “tangos o baie de negros” per definire i luoghi nei quali i neri si riunivano per fare musica
e baldoria. Per avere un’idea più precisa delle proporzioni, nel 1791 la popolazione di New Orleans era costituita da
bianchi e neri in parti uguali.

Un altro sincretismo da ricordare è quello che riguarda la cultura dei neri provenienti da Haiti ai quali si deve l’approdo in
Louisiana e a New Orleans dei cosiddetti riti voodoo. Haiti, che anticamente aveva il nome di Saint Domengue, doveva la
propria ricchezza alle piantagioni di canna da zucchero, che avevano richiesto una delle più alte concentrazioni di schiavi
che giungevano da tutte le zone dell’Africa. Siamo in una fase nella quale i francesi non applicano quella feroce rimozione
di ogni memoria del passato tribale delle radici che avverrà invece sotto la dominazione inglese e poi degli ex coloni
diventati americani che saranno molto più feroci. Haiti era diventato un crocevia fondamentale, un luogo in cui le diverse
culture musicali e religiose dell’Africa avevano avuto modo di incontrarsi e fondersi tra di loro. Non è un caso che proprio
ad Haiti troviamo le prime testimonianze di uno strumento come il banjo.

Nel 1791 avviene qualcosa in inatteso: una rivolta degli schiavi che, stanchi di subire le angherie dei padroni francesi, che li
tenevano nelle piantagioni in condizioni inumane portandoli alla morte, si trasforma in una vera e propria rivoluzione che
fino al 1804 porta alla proclamazione di una repubblica autonoma (la prima di soli neri, tra l’altro ex schiavi) che costringe
molto coloni francesi, alcuni con al seguito i più fedeli degli schiavi che non volevano abbandonare i propri padroni, a
fuggire dall’isola e a trovare rifugio a Santiago de Cuba dove si vengono ad allacciare ulteriori rapporti di contaminazione
con altre storie afro caraibiche.

Nel 1801 la Louisiana, a seguito dell’invasione della Spagna da parte delle truppe napoleoniche torna di fatto francese; ma i
cubani e i discendenti dei coloni spagnoli trasferitisi a Cuba cominciarono a non vedere più di buon occhio quei francesi
che pure avevano accolto quando riparavano da Haiti e fanno capire loro che avrebbero fatto bene ad andarsene perché
non più graditi. Il posto più vicino che i francesi potevano raggiungere da Cuba era New Orleans, dove si ricongiungono a
questo presunto pezzo di madrepatria all’estero che crea ulteriori punti di contatto tra linguaggi culture e tradizioni. Anche
molti schiavi liberi di Haiti non integratisi a Cuba, vanno a mettere radici in Louisiana.

Ma qual è il motivo del trasferimento dei neri da Haiti a Cuba e poi anche in Louisiana? Come spesso accade quando
monta la rabbia delle parti basse della società che scendono in piazza e prendono le armi per fare le rivoluzioni, i ribelli
haitiani avevano visto le piantagioni di canna da zucchero come luogo di morte e avevano ben pensato di distruggerle
senza rendersi conto che così facendo stavano annientando la prima fonte di ricchezza dell’isola mettendosi nelle
condizioni di faticare a trovare sostentamento. Di conseguenza, essendosi l’isola impoverita, i neri che si erano illusi di aver
trovato la libertà, per fame, erano stati costretti ad affrontare il mare e a cercare fortuna altrove. E poiché in quegli anni la
Louisiana cominciava a investire massivamente nelle piantagioni di cotone che sarebbero diventate uno dei principali
motivi di ricchezza dello stato, in molti sapevano che lì, sia pure in condizioni disagevoli, avrebbero trovato lavoro.

Infine, in seguito a una serie di vicende diplomatiche, la Louisiana divenne americana nel 1803 per un banale motivo: i
sogni imperiali europei di Napoleone richiedevano un continuo reperimento di risorse finanziarie per le costosissime
campagne militari. Dopo una lunga trattativa, lo stato fu venduto al presidente americano Thomas Jefferson che la comprò
per 27 milioni di dollari, una grande cifra che però, rispetto alla estensione dello stato, rappresentava un affare.

Tornando alla schiavitù, c’è un altro aspetto storicamente rilevante che va ricordato. In quanto istituto giuridicamente
tutelato presente nei codici legislativi di più stati, la schiavitù esisteva nel nord America ben prima che nascessero gli Stati
Uniti, quando il nord America era ancora una colonia britannica. Il primo carico di schiavi giunse in Virginia nel 1619 quasi
incidentalmente, si trattava di una nave che approdò lì quasi per sbaglio; trovandosi a bordo un carico di schiavi, i negrieri
pensarono bene di provare a venderli ai coloni che ne fecero acquisto, venendo pian piano a svilupparsi questo fiorente
commercio con il nord America. Negli stati del sud, la schiavitù sarebbe stata praticata formalmente/legalmente fino al
1865, ovvero per circa 250 anni, quando termina la guerra di secessione che aveva visto contrapporsi gli stati del sud (a
favore dello schiavismo, rappresentati in parlamento dai democratici) e gli stati del nord (che volevano abolire lo
schiavismo, rappresentati dai repubblicani ). È paradossale notare come oggi gli schieramenti si siano capovolti: l’America
più fastidiosamente bianca e razzista si riconosce nel partito repubblicano, mentre quella più progressista e almeno in
apparenza più aperta all’idea della integrazione, si riconosce nel partito democratico.

Alla guerra si arrivò perché il voto dei rappresentati del congresso degli Stati Uniti d’America nell’Ottocento era legato
fondamentalmente al numero dei seggi calcolati non in base al numero degli elettori, ma in base al numero della
popolazione. Ad esempio, negli stati del sud gli schiavi non avevano diritto di voto, ma venivano computati per teste
quando bisognava stabilire il numero di deputati che ogni singolo stato poteva esprimere. Di conseguenza, la presenza
degli schiavi dava diritto a più deputati degli stati del nord, e ogni volta che si cercava di proporre una legge che abolisse la
schiavitù, gli stati del sud avevano sempre la maggioranza di voti per bloccarla. Questo porto a una serie di conflitti
talmente feroci che sfociarono nella guerra di secessione. Con la fine della guerra di secessione nel 1865 la schiavitù viene
abolita dal XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Da notare che, le colonie spagnole avevano
abolito la schiavitù nel 1769, circa cento anni prima della “progredita” America.
Il tema della schiavitù è stato affrontato diverse volte anche al cinema; un film che lo ha rappresentato in maniera molto
efficace ponendo l’accento su una pagina di storia sconosciuta in Europa e che gli americani tendono a dimenticare, è
Dodici Anni Schiavo, diretto dal regista afrobritannico Steve McQueen. Si tratta di un film crudo e realistico, diretto e
suggestivo, ma soprattutto privo di una certa retorica e di un certo buonismo che invece si coglie sempre nei film
americani, come in Amistad di Steven Spielberg in cui emergono i toni del fumettone retorico; in Dodici Anni Schiavo,
forse la diversa nazionalità del regista fa la differenza. Questo film racconta la storia vera di un falegname violinista
afroamericano di Saratoga, Solomon Northup (1808-1863), nato libero nel nord degli Stati Uniti che però dal 1841 si
ritrovò in Louisiana a fare lo schiavo per ben dodici anni. La storia che questo film racconta ci aiuta a capirne lo sfondo
storico.

Lo schiavismo era sempre stato al centro di dibattiti e controversie politiche, tuttavia trovava la sua ragion d’essere e la sua
regolamentazione nella Costituzione ratificata nel 1787 e che in un suo articolo proibiva categoricamente l’approvazione di
qualunque emendamento che potesse modificare la tratta degli schiavi, divieto valido però fino al 1808. Molti stati del
versante settentrionale, in quell’area del midwest, ovvero del centro-settentrione, avevano messo la schiavitù al band già
intorno al 1820, ed erano diventati una sorta di terra promessa per tutti quei neri in fuga dalle atrocità subite negli stati del
sud, pagati quattro soldi, in condizioni bestiali, connaturate ipocritamente alle società occidentali (ci scandalizziamo
nell’oggi quando già ieri lo abbiamo accettato e legittimizzato con i nostri silenzi). Gli schiavi erano considerati un oggetto
di proprietà, pochi mandinghi sollazzavano le signore della società bianca, ogni tanto ci scappava il bambino caffè/latte,
mandato tra gli schiavi magari guardato con un occhio di riguardo, ma sempre schiavo rimaneva; i padroni ritenevano di
poter sfruttare fisicamente in tutti i sensi le schiave, una delle pagine più atroci che la nostra civiltà abbia mai scritto. Di
conseguenza, i neri cercavano di scappare in ogni modo possibile cercando di trovare una punto di approdo negli stati del
nord che, non è che non fossero razzisti (razzismo inteso come forma della mente e non solo come forma giuridica) ma
consentivano, secondo quel criterio sopravvissuto fino ai tempi del presidente Kennedy, ai neri di vivere una vita sociale in
una condizione di sottoproletariato dove potevano fare anche un po’ di soldi a condizione di accettare l’idea che non
potessero godere di tutte le agevolazioni riservate ai bianchi: nell’Ottocento, anche negli stati del nord, i neri non potevano
ambire a sedere nei salotti dell’alta borghesia e della società aristocratica americana, ma siccome il principio era uguali, ma
separati (principio sopravvissuto, appunto, fino agli anni di Kennedy), almeno lì sapevano di poter andare a vivere in
condizioni decisamente meno animalesche. Questo aveva fatto sì che l’America si fosse ritrovata divisa da una linea
ricordata nei libri di storia come la linea Mason Dixon (che prende il nome dai geografi che l’avevano tracciata) che di
fatto divideva gli stati schiavisti meridionali da quelli abolizionisti settentrionali. Per avere un’idea di come lo schiavismo
fosse diffuso negli stati del sud, possiamo dire che in soli vent’anni, dal 1810 al 1830, il numero di schiavi sfruttati in
Louisiana era passato da 10 mila a più di 42 mila; ma nel 1840, dieci anni dopo ma un anno prima che Northup fosse
rapito, se in Louisiana gli schiavi erano diventati 168 mila (triplicati in soli 10 anni), nello stato di New York si contava al
presenza di soltanto 4 schiavi. Ecco cosa rappresentava il nord per quelli che cercavano di scappare mettendo a rischio
anche la propria vita.

Domanda di Manchise: “perché gli stati del nord non erano a favore dello schiavismo?”

Un po’ per un fatto morale, avevano capito prima che si trattava di una pratica disumana, e poi probabilmente anche
perché in realtà il sud è il mezzogiorno dove le condizioni climatiche sono più favorevoli per l’agricoltura e l’allevamento;
per esempio nel Texas, prima che fosse scoperto il petrolio, la ricchezza della stato era costituita dagli allevamenti di
bestiame; mentre i nord del mondo tendono a industrializzarsi; il primo stabilimento automobilistico del Novecento negli
Stati Uniti, la Ford, nasce a Detroit, non a New Orleans. Le grandi ricchezze dei proprietari terrieri e dei coltivatori
trovavano il loro fondamento proprio nello sfruttamento dei lavoratori che non venivano pagati o pagati come dando
l’osso al cane. Al nord non c’era questa necessità, c’era probabilmente una borghesia e una classe imprenditoriale più
illuminate, una mentalità più figlia di un certo Illuminismo, la crema della società bianca dell’Ottocento era iscritta alla
Massoneria (diversa da quella moderna che fa imbrogli o tenta i colpi di stato) di fatto una organizzazione che credeva
nella fratellanza universale; anche questo poneva le basi culturali e intellettuali per andare a rimuovere quella che veniva
considerata come una vergogna. Al sud erano tutti consapevoli che le grandi ricchezze erano state costruite sfruttando
lavoratori che non pagavano; diversamente, se avessero dovuti pagare tutti i lavoratori che servivano per tenere in piedi le
piantagioni non sarebbero mai diventati così vertiginosamente ricchi. Il conflitto non era su una motivazione umanitaria,
ma economica: gli stati del sud non accettavano intromissioni nel loro meccanismo economico. Su questo ci fu una
contrapposizione violenta che portò alla esplosione del conflitto.
Per queste ragioni, già ai primi dell’Ottocento, esisteva un contrabbando di schiavi interno illegale. Nel 1807 la marina
britannica aveva istituito una flotta che si chiamava West African Squadron, nata con il fine di contrastare l’attività delle
navi negriere e quindi questo commercio disumano. A questa spedizione si unirono ben presto anche le navi statunitensi
del nord, perché entrambi i paesi avevano proibito quasi contemporaneamente l’importazione di schiavi dall’Africa e da
qualunque altro territorio; il congresso americano aveva atteso che spirasse quel termine del 1808 nella Costituzione per
intervenire in merito e disciplinare in maniera più civile la questione dello schiavismo. Agli stati del sud restava un’unica
possibilità residua in quanto, di fatto, la schiavitù non era stata effettivamente ancora abolita, era stata soltanto abolita
l’importazione degli schiavi. Per far reggere sulla schiavitù la propria economia, gli stati del sud ricorsero all’allevamento in
loco, cioè, gli schiavi come i polli nati in batteria: gli schiavi potevano essere solo discendenti di schiavi, una condanna per
le generazioni a venire. Non essendo stata abolita la tratta interna, in un ampio periodo di tempo, dal 1815 al 1860, la tratta
interna, cioè il commercio degli schiavi allevati in loco, diventa uno degli elementi trainanti della economia del sud.
Quando parliamo di tratta interna, non parliamo solo della vendita di schiavi ottenuti anche attraverso un notevole
incoraggiamento demografico, ma anche attraverso una tratta interna illegale che si regge sulla deportazione di neri nati
liberi, quello che accade a Solomon Northup. Grazie a questa doppia politica di incoraggiamento delle nascite e di tratta
interna illegale, sebbene ci fosse il divieto di importazione degli schiavi, un anno prima che scoppiasse la guerra di
secessione nel 1860, in tutti gli stati del sud erano presenti ben 4 milioni di schiavi che favorivano l’economia o non
pagati o pagati 1/20.

Dopo un lungo e infruttuoso dibattito politico, fu necessaria una guerra di 4 anni sanguinosissimi con perdite ingenti da
entrambe le parti perché questa odiosa legge sulla schiavitù fosse messa al bando. Al termine della guerra civile nel 1864, fu
proclamata la emancipazione degli schiavi, il XIII Emendamento, voluto da Abramo Lincoln, presidente che vince la
guerra ma che viene assassinato da chi voleva fargli pagare con la vita l’abolizione della schiavitù.

Il XIII emendamento aveva preso vigore nel 1863, ma era stato esteso a tutti gli stati del sud soltanto alla fine del 1865.
Questa vicenda è raccontata in un film che si chiama Free State, ambientato anche negli anni successivi alla guerra di
secessione: più volte nella storia americana, il governo è stato costretto a mettere la guardia nazionale in campo per
obbligare i cittadini riottosi a rispettare le leggi dello stato. Questo è accaduto negli anni immediatamente successivi alla
guerra di secessione, ma anche negli anni 50 e 60 quando si sono venuti a verificare i primi grossi conflitti tra bianchi e neri
in USA, che poi hanno portato alla emersione di figure importanti quali Malcolm X o Martin Luther King, impegnati nel
sociale per l’emancipazione dei neri.

Pur avendo perso la guerra, gli americani degli stati del sud continuavano a non accettare l’idea di dover abolire la schiavitù
e adottavano delle forme di schiavismo strisciante dove in teoria venivano presi i neri come apprendisti ma trattati come
prima, ovvero presi dalle case e portati sui campi, strappati alle proprie famiglie, sottopagati o non pagati, spesso linciati e
picchiati a maggior ragione perché cominciavano a maturare una coscienza sociale e politica; chi sapeva leggere aveva
cominciato ad istruirsi e a parlare con i loro simili; è l’epoca nella quale viene a manifestarsi quella assurda forma
consociativa nota col nome di Ku Klux Klan che aveva il compito di andare a punire i neri. Anche in questo caso fu
necessaria la presenza delle truppe nordiste per garantire l’incolumità dei neri; ma quando le truppe nordiste dovettero
lasciare quegli stati pensando di aver ristabilito l’equilibrio, un minuto dopo ripresero gli stessi comportamenti. Dal
momento della perdita della guerra, molti proprietari non avevano nemmeno detto a propri schiavi che la schiavitù era
stata abolita. Fu un processo lento che spiega perché tutt’oggi le maggiori manifestazioni di intolleranza razzista si
manifestano negli stati del sud dove è ancora fortemente sedimentata questa mentalità. Ci sono addirittura associazioni neo
naziste che rimpiangono la sconfitta subita nella guerra di secessione e che vagheggiano questo mondo antico nel quale
ritenevano, ovviamente in maniera erronea, che si vivesse meglio.

Va data anche una lettura economica di questo fenomeno considerando che l’emancipazione degli schiavi che seguì la
vittoria nordista aveva di fatto avuto, fra le sue tante conseguenza, la nascita di una sorta di proletariato nero che a volerlo
vedere in termini squisitamente economici, era a suo modo una fascia di consumatori, la cui esistenza e il nuovo ingresso
sul mercato americano avrebbero, nel 900, favorito la nascita di quei filoni discografici che conosciamo con il nome di
race records (dischi per la razza) una produzione a parte, pensata per i neri, ma che poi cominciò ad appassionare anche i
collezionisti bianchi, e che di fatto era appunto nata perché, una volta entrati nel mercato del lavoro, c’era bisogno di
creare una economia intorno alle pur risicate possibilità di spesa dei neri. Per avere un’idea, se nel 1865 prende corpo
dappertutto il XIII emendamento, nel 1900 abbiamo dei numeri abbastanza significativi, 87mila afromericani residenti
nella capitale Washington, 78mila a New Orleans (diminuiti a causa del flusso migratorio verso nord) e 60mila a New
York, cifre non modeste se le consideriamo alla luce dei tassi di urbanizzazione dei primissimi del 900.
C’è però un altro aspetto da considerare. La tanto rincorsa liberazione degli schiavi aveva prodotto una serie di
conseguenze contradditorie sotto il profilo socioeconomico. Molti di loro erano degli eccellenti artigiani, avevano
un’ottima manualità, in quanto era il lavoro che svolgevano in condizioni di schiavitù. Però pur potendo provare a entrare
nel mercato e nella vita da liberi svolgendo quelle attività, avevano un grosso e insormontabile handicap (che era anche dei
bianchi ma nel loro caso più grave in quanto neri): erano nella stragrande maggioranza dei casi analfabeti. Questa
condizione di ignoranza impediva loro di introdursi nel mondo del lavoro, quindi anche coloro i quali sapevano fare
qualcosa di utile, spesso si ritrovavano buttati per strada e costretti a vivere in una società che comunque li tollerava fino a
un certo punto, e soprattutto una società nella quale dovevano misurarsi con delle dinamiche completamente estranee alla
precedente condizione di schiavi. Stiamo parlando della necessità di dover lavorare e guadagnare seriamente per vivere e
mantenersi, necessità che conoscevano solo in piccola parte quando vivevano da schiavi ammassati in fetide baracche.

In questa prima fase post bellica nasce una figura destinata a diventare quasi leggendaria tra gli afroamericani, che è quella
dei cosiddetti hobos, girovaghi senza fissa dimora che attraversavano il paese cercando di vivere di espedienti viaggiando
clandestinamente sui vagoni dei treni merci. Non a caso, il treno è una delle immagini forti della cultura degli
afroamericani dalla fine dell’800 in avanti, in quanto, da una parte, rappresentava la fuga e la libertà, dall’altra,
rappresentava un modo di affrontare le incognite della vita: gli hobos erano liberi ma al tempo stesso spiantati.

Per questo motivo, cominciano a nascere dei sodalizi, sia laici che religiosi, che avevano fondamentalmente delle finalità
filantropiche, come l’American Missionary Association e la Fisk University. Questi servizi, grazie anche al sostegno di
filantropi molto ricchi, avevano un principale obiettivo: fornire una istruzione ai neri d’America, affinché potessero più
agevolmente inserirsi nella società e quindi evitare le insidie della vita da spiantati che in alcuni casi avrebbe spinto molti
soggetti a vivere in condizioni aldi fuori della legalità e ad alimentare giri di malavita. Nascono quindi delle scuole e delle
vere e proprie università per neri, come la Fisk, nel cui ambito nasceranno le prime formazioni vocali dedite alla
esecuzione di un repertorio religioso, il cui fine era quello di tenere una serie di concerti per finanziare le proprie attività
didattiche: scoprono così che con la musica vocale di questi studenti afroamericani attiravano curiosità (un gruppo erano i
Fisk Jubilee Singers tuttora esistenti). Riuscirono a tenere concerti anche in Europa incuriosendo il pubblico, soprattutto
quello inglese, e con le tournee finanziavano le attività didattiche delle università e delle varie scuole.

Accanto alla attività di questo filone musicale, ne nasce un altro, importantissimo per il jazz, che ha anche riflessi
importanti di natura sociologica: il blues, una forma vocale profana rispetto al repertorio della musica vocale religiosa, e
che prese piede fondamentalmente nel sud post bellico prima di diffondersi in tutto il resto del paese. In maniera molto
significativa è stato osservato che il blues rappresenterebbe il risultato dell’esperienza americana dei neri, vissuta in una
dimensione completamente nuova rispetto alla cultura africana, ovvero la individualità. La musica africana è espressione di
una comunità, una comunità che vive assieme i principali momenti dell’esistenza e quindi è abituata a una dimensione di
collettività. D’altro canto, quando i neri vivevano in Africa erano abituati alla vita ampiamente tribale, anche con grande
rispetto per gli anziani; anche nella condizione di schiavi, essi vivevano raggruppati tra di loro e di conseguenza tutto era
un condividere le vicende di ogni singolo individuo nell’ambito della comunità. Questo spirito di fratellanza è per molti
versi rimasto presente anche dopo l’abolizione ma che ovviamente ha dovuto trovare dei temperamenti; il fatto stesso che
fra di loro i neri si chiamino “fratello” non riguarda solo lo stesso colore della pelle ma richiama un ricordo ancestrale di
un certo modo di vivere diverso da quello che le società moderne e industrializzare ci insegnano, cioè ad essere quasi delle
monadi dove ognuno costituisce un nucleo a sé, o al limite di ripiega nel nucleo familiare.

Di fatto il blues è l’espressione musicale di una serie di sentimenti, di affanni, che riguardano la vita di un singolo
individuo, quindi possiamo dire che rappresenti una forma musicale con riflessi sociali e sociologici, ovvero la nuova
consapevolezza e le angosce che il nero d’America, una volta diventato libero, deve assumersi nel confronti dell’ambiente
che lo circonda; in altre parole, il blues è la voce isolata del singolo, del solista, che affronta una dimensione mai vissuta in
precedenza.

Le prime forme arcaiche non avevano il noto paradigma delle 12 misure ma erano abbastanza irregolari; sono pervenute
solo successivamente ad uno standard metrico, fondamentalmente nei primi due decenni del Novecento quando, con
l’avvento del disco e la nascita di quel mercato discografico dei race records che pose attenzione al repertorio del blues
riconoscendolo come genere ben commerciabile, si rese necessario anche trovare un accomodamento che canonizzasse
delle forme standardizzate. La stessa cosa era accaduta con l’assestamento metrico del song, quindi riguarda in generale la
musica americana: la forma AABA di 32 misure non è altro che il precipitato di una esigenza tecnica, il 900 è un secolo nel
quale i linguaggi dell’arte e la tecnologia procedono molto spesso di pari passo influenzandosi l’un l’altro. In questo caso, è
stata la tecnologia a influenzare l’arte. Era stato necessario anche accorciare le canzoni per poterle registrare sui dischi della
durata di 3 minuti a facciata. Lo stesso accade col blues che si assesta metricamente quando deve essere eseguito dalle
orchestre, quando devono essere scritti gli arrangiamenti o registrati i dischi, ovvero quando non si tratta solo di un uomo
che canta accompagnandosi con la chitarra, ma un gruppo di più persone che deve suonare in maniera più organizzata.

Questa metamorfosi non cancella completamente le forme più arcaiche, infatti, nelle zone più periferiche degli USA, come
ad esempio nel Texas, queste forme sopravvivono a lungo. Uno dei grandi protagonisti del jazz moderno, essendo nato in
Texas, ripescherà dalla musica texana una serie di elementi tra i quali la passione per il blues dalla durata irregolare, si tratta
del grande Ornette Coleman. I primi accompagnamenti nei blues più arcaici, quando il cantante si accompagnava da solo
o al massimo con un altro chitarrista che suonava scandendo liberamente sulle corde della chitarra, erano eseguiti con una
tecnica definita frailing, dove i gruppi di note che venivano suonati erano fondamentalmente ritmici e non armonici: nelle
primissime registrazioni di un giovanissimo Bob Dylan, l’accompagnamento che si fa da sé alla chitarra, talvolta non è
propriamente coerente con le sue linee melodiche, in quanto lo stesso Dylan si era formato ascoltando determinati
interpreti del passato che si accompagnavano nello stile frailing. Da notare che inizialmente le voci blues erano più donne
che uomini, figure professionalmente parlando sconosciute, si avevano fino ai primi del Novecento neri che suonavano
tutti gli strumenti, molti violinisti, ma il cantante di blues in quanto tale non era considerato un professionista della
musicale; l’avvento del disco trasforma il cantare in blues in un lavoro da musicista.

Questa lunga parentesi storica ci avvicina al 900 e ci consente di comprendere che cosa abbia sottinteso nel 900 alla
conoscenza e alla comprensione dello schiavismo da parte dei primi neri istruiti, e quindi anche della loro considerazione
nei confronti di quella che era considerata la musica afroamericana dei primi del 900. Ci avviciniamo allo sviluppo di un
fenomeno sociale e musicale abbastanza complesso dal quale scaturisce anche il jazz.

Va inquadrato lo scenario politico e sociale nel quale viene a svilupparsi la storia della comunità afroamericana, che
determinerà anche le condizione per la nascita di una coscienza collettiva che sarà l’elemento imprescindibile di alcune
delle opere che andremo ad approfondire alla luce di una idea di Africa intesa come fenomeno fortemente identitario. In
questo senso, una delle figure centrali del 900 afroamericano è William E. Dubois, nato nel 1868 nel Massachusetts e
morì nel 1963 ad Accra in Ghana. Dubois aveva deciso di abbandonare gli USA nel 1961, rinunciando alla cittadinanza
americana (un gesto fortemente simobolico considerando che c’è gente che pur di averla farebbe qualunque cosa), in
quanto aveva deciso di aderire al partito comunista: in America si può perdonare tutto o quasi, ma non il fatto di essere
comunisti. Dubois volle sentirsi libero di professare la propria fede politica.

Dubois è il primo intellettuale e leader afroamericano del XX secolo, un uomo la cui attività è stata fondamentale in diversi
campi, dalla sociologia alla politica alla letteratura fino alla storia. Anche lui aveva studiato in una delle università per neri,
dotandosi di una istruzione superiore rispetto al livello medio dei fratelli neri. Con l’avvento di Dubois sulle scene
intellettuali e politiche dell’epoca, avviene innanzitutto una vera e propria spaccatura del fronte politico afroamericano; con
l’abolizione della schiavitù era finalmente stato concesso il diritto di voto, ovvero il primo e il più importante dei diritti
civili che vengono riconosciuti ad un cittadino libero. Naturalmente, si era quindi venuto a creare un fronte politico,
minoritario ma in ogni caso sempre pronto a fare qualunque cosa pur di affermare la propria voce. Perché questa
spaccatura? Perché con l’avvento di Dubois ci fu una separazione fra quanti si riconoscevano nelle posizioni di un leader
moderato di nome Booker T. Washington che accettava e perseguiva l’idea di una lenta integrazione nella società
americana, e quanti invece vivevano il proprio impegno politico in maniera più radicale e agguerrita e chiedevano da subito
l’uguaglianza, argomentando, non a torto, che quella stessa uguaglianza ancora non riconosciuta, era invece prevista dalla
Costituzione. Ragion per cui non capivano perché l’integrazione dovesse essere lenta e soprattutto condizionata.

Alla figura di devono pertanto la nascita anche di una serie di movimenti che diventeranno fondamentali. Nel 1905 fonda
la Niagara Movement che pone le basi affinché nel 1909 nasca la più importante associazione per la tutela…

(audio interrotto, ndr)

Ritroviamo Dubois anche in veste di direttore, dal 1912 al 1934, di una rivista che si chiama The Crisis, utilizzandola
come uno strumento di una vera e propria battaglia culturale. Il riscontro che questa rivista aveva era dimostrato dal fatto
che nel 1912 vendeva ben 12 mila copie, un numero importante considerando che all’epoca c’era ancora un buon tasso di
analfabetismo nella comunità afroamericana. Sebbene all’epoca Dubois era considerato un integrazionista, non è difficile
cogliere in alcuni suoi scritti una anticipazione di quella idea non solo di nazionalismo nero, ma di panafricanismo che
avrebbe successivamente trovato in personaggi come Marcus Garvey e, più tardi, Malcolm X i suoi più agguerriti
rappresentanti. Era ferma convinzione anche di Dubois che tutti i popoli di origine africana dovessero unirsi e lottare a
favore della libertà. Nella sua opera di instancabile intellettuale, egli arrivò a sostenere che la classe intellettuale nera (e
questo fu forse uno dei suoi limiti, ovvero parlare quasi esclusivamente a una platea di èlite, lontana dal proletariato nero
che rappresentava in realtà la maggioranza degli afroamericani) avrebbe dovuto conquistare sempre maggiori spazi sociali e
diritti politici a favore della propria comunità, con l’idea che l’intellettuale illuminato dovesse occuparsi delle esigenze di chi
intellettuale e istruito non era. Una visione un po’ parternalistica ma costituiva comunque un primo passo.

A Dubois e ai suoi studi si deve l’inizio della costruzione di una nuova immagine del nero americano, anche e soprattutto
attraverso una reintepretazione del passato che mettesse in risalto e enfatizzasse la centralità del ruolo svolto dai neri nella
evoluzione della storia statunitense. Troveremo di questo delle tracce precise nel Black Brown and Beige di Duke
Ellington, laddove sarà uno dei primi ad enfatizzare il ruolo svolto dai neri senza il quale la società americana non sarebbe
diventata quello che poi tutti hanno conosciuto nel corso del XX secolo.

Dubois scrisse anche di musica, ma si tratta di uno dei limiti maggiori della sua opera intellettuale, in quanto, così come
guardava come possibili suoi interlocutori le classi intellettuali medio borghesi nere e bianche e non parlava con altrettanta
efficacia col proletariato che invece costituiva la fetta più cospicua della popolazione afroamericana, enfatizzava la
tradizione musicale rappresentata da spiritual, folk songs e work songs che vedeva come tappe fondamentali nel percorso
di costruzione di questa nuova identità culturale, ma guardava con diffidenza e disprezzo al blues e alle prime forme di
jazz, considerandole musiche da sottoproletariato e da ambienti non propriamente raccomandabili. Questo limite,
nonostante Dubois sia una figura di riferimento importantissima, lo mise al margine di quello che di lì a poco nei primi
decenni del 900 sarebbe accaduto, in particolar modo con la comparsa di una figura che invece fu un punto di riferimento
talmente forte e preciso per il sottoproletariato americano, da andare a preoccupare in maniera notevole anche il mondo
politico e governativo.

Si tratta di un altro leader dei primi del 900 di nome Marcus Garvey, non un intellettuale ma un abile politico che seppe
incarare l’utopia delle classi meno abbienti comprendendo anche la necessità di organizzare un movimento che fosse
capace di autofinanziarsi. Non è un caso che le idee di panafricanismo abbiano continuato a germogliare fino a tutti gli
anni 60 influenzando persino numerosi musicisti, fra cui Max Roach in un disco inciso per la Impulse dal titolo
“Percussion Bittersweet”, al cui interno si trova un brano che si chiama Garvey’s Ghost, dedicato alla memoria di questo
controverso e importante personaggio.

Garvey era un nero di origini jamaicane, nato nel 1887, morì esiliato e dimenticato da tutti a Londra nel 1940, dopo che nel
1927 gli USA lo avevano cacciato come persona “indesiderata”. Già quando era ancora in Jamaica, Garvey aveva fondato
nel 1914 un movimento che si chiamava UNIA, Universal Nigro Improvement Association. Va posto l’accento su
questo “universale” in quanto quando le idee di Garvey saranno riprese e perfezionate da un leader importante e sua volta
controverso come Malcom X, lo porteranno ad affermare la necessità di arrivare alla internazionalizzazione della causa dei
neri.

I fondamenti delle teorie di Garvey si basavano su punti precisi, innanzitutto la necessità e il raggiungimento della
autosufficienza economica, ovvero organizzarsi e finanziarsi da sé, senza aspettare mani d’aiuto da nessuno; in secondo
luogo il ritorno all’Africa, sintetizzato in un motto “l’Africa per gli africani in Africa e altrove”. Garvey era già
consapevole che il continente africano fosse una terra in mano ai predatori bianchi i quali, avendo ormai smesso di andare
ad approvvigionarsi di schiavi, andavano a sfruttare le enormi risorse naturali colonizzandola, pratica vista con
indignazione non inferiore al ricordo degli anni dello schiavismo. “in Africa e altrove” voleva dire che il ritorno all’Africa
poteva e doveva essere un ritorno non solo materiale e concreto ma anche spirituale e identitario; egli era consapevole che
i secoli di schiavismo avevano portato la diaspora africana a tradursi in una presenza di africani in tante parti del
continente, e puntava al recupero di una identità che potesse accomunare tutti i neri che non erano più in Africa e che
magari in Africa non potevano o non volevano più tornare, ma che non per questo dovevano sentirsi privati di quella
identità e della consapevolezza di quelle origini cromosomiche e geografiche. Infine, il terzo miraggio di Garvey era la
costituzione di uno stato interamente governato dai neri, come nei primi dell’Ottocento la nascita della repubblica di Haiti.

Una volta giunto negli USA, nel 1917, Garvey aveva aperto una sede di UNIA a Harlem, e successivamente la sua stessa
associazione fu presente nei ghetti neri delle principali metropoli nordamericane. Ci volle quindi poco tempo perché
proprio Harlem diventasse il suo quartiere generale, tant’è che le sue adunate alla Liberty Hall divennero sempre più
numerose. Egli editava un giornale redatto in ben tre lingue per essere compreso da chiunque e che celebrava i fasti della
cultura africana. Inoltre per dare conseguenza alle sue teorie aveva trovato la maniera di autofinanziare le sue attività
creando una compagnia di navigazione “Black Star Line” (immagine potente del nero della pelle e del nero africano) che
sosteneva le attività politiche di Garvey, insieme ad altri proventi provenienti da una catena di attività commerciali tra le
più disparate, ristoranti, lavanderie, negozi di ogni genere: ognuno di questi devolveva una parte del guadagno come
contributo alla causa.

Era oltretutto un grande affabulatore che sapeva incantare la popolazione afroamericana, creando questa immagine forte e
suggestiva delle proprie navi che un giorno avrebbe imbarcato tutto gli africani d’America riportandoli nella grande madre
Africa.

Le cronache riportano che la UNIA tenne il suo primo congresso a New York il 1 agosto 1920 e, in quella occasione,
Garvey sostenne con grande soddisfazione che l’associazione avesse già 2 milioni di aderenti, anche se non è cifra
accertata. Sta di fatto che il giorno dopo, 2 agosto, egli organizzò una grande adunata degli associati al Madison Square
Garden di NY dove vennero bel 25mila persone, stavolta dato certo, a riprova del suo solido seguito. Nello stesso anno
riesce in un’impresa ancora più ambiziosa: riunire una ideale assemblea dove fossero presenti i delegati di 25 diversi paesi
dell’Africa, assemblea che culminò con una sfilata per le vie di Harlem alla quale si calcola che presero parte ben 50mila
persone.

Il movimento cominciava a diventare troppo grande e pericoloso. Garvey, che sicuramente non era un moderato,
cominciò ad avere atteggiamenti di grandeur: si autoproclamò presidente provvisorio dell’Africa, costituì dei corpi
paramilitari che sfilavano in divisa, dava dei nomi fantasiosi che volevano sempre rievocare l’unità di questo grande
continente bistrattato, rilasciava persino onorificenze di indefinita provenienza. Questa sfacciata e spregiudicata
magnificenza alimentò i sogni di quel proletariato nero che fino a quel momento era alle prese con una vita non sempre
facile, condita soprattutto e ancora da una discriminazione che spesso sfociavano in veri e propri linciaggi. Di fatto Garvey
era riuscito a incarnare le aspirazioni di quei neri, e l’idea che non era impossibile diventare imprenditore di se stessi. Aveva
ribadito che tutti gli africani figli della diaspora dovevano recuperare la consapevolezza di un passato di cui andare fieri
senza vergognarsi di essere discendenti di schiavi, in quanto quegli stessi schiavi erano prima stati uomini liberi che
avevano vissuto in un grande continente. Quindi, questa “parentesi” dello schiavismo non doveva mai suonare come una
umiliazione.

Questa fiera opposizione alle politiche razziste e colonialiste era musica per le orecchie degli afroamericani, ma anche un
segnale di allarme per altri ambienti. Opposizione che aumentava una consapevolezza: il sangue che i neri avevano versato
sotto la bandiera americana per il proprio nuovo paese non aveva spinto gli USA ad abbandonare completamente il
razzismo. Profeticamente, immaginando questo ritorno all’Africa col quale incantava i propri uditori, Garvey arrivò a
sostenere che senza l’Africa il nero era condannato esattamente come senza più l’America i pellirosse si fossero perduti.
Un’immagine forte che poneva l’accento sui due gruppi etnici più massacrati nella storia d’America.

Addirittura, nel 1921, Garvey fondò la African Orthodox Church, immaginando una sorta di africanizzazione del
Cristianesimo, arrivando a proporre ai propri adepti la figura di un Cristo nero, come quella del Cristianesimo Coopto
Abissino. Infine, la figura di Garvey viene indicata come la principale figure ispiratrice del Rastafarianesimo.

Garvey era una persona il cui credito e la cui crescente popolarità progredivano di pari passo con una temuta pericolosità,
almeno agli occhi degli USA, che avevano interesse a tenersi i neri buoni buoni senza problemi. Un ulteriore spaccamento
del fronte afroamericano si era verificato in quanto proprio intellettuali neri, a cominciare da Dubois, erano suoi feroci
antagonisti, da una parte non gradivano l’approccio populista di Garvey, dall’altro egli non accettava minimamente i loro
tentativi di assimilazione alla società dei bianchi.

Come spesso è accaduto nella storia degli USA, laddove non era possibile una eliminazione fisica, si eliminavano le
persone pericolose o avversari con le imputazione per reati gravi. Nel caso di Garvey, si ipotizzo una frode postale legata
alla vendita di azioni della sua compagnia di navigazione, che portò al risultato sperato dal governo. Si eliminò alla radice la
grande forza di Garvey, ovvero gli vennero confiscati tutti i beni, spegnendo così la macchina finanziaria che gli consentiva
di tenere in piedi un movimento così grande. Come se non bastasse, venne anche condannato alla carcerazione nel
penitenziario di Atlanta. In questa vicenda giudiziaria, giocarono un ruolo decisivo le forti pressioni che tutta la comunità
internazionale aveva esercitato su governo statunitense preoccupata dai tentativi di espansione che Garvey cercava di fare
in una chiave fondamentalmente panafricanista. Egli aveva raggiunto un accordo con il governo della Liberia per far
sorgere la prima città che fosse traduzione nella realtà della sua utopia politica, il punto di approdo dove chiunque avesse
voluto, avrebbe potuto tornare in Africa con le navi della Black Star Line, trovando lì da vivere. Garvey aveva inviato in
Africa tecnici e progettisti per far realizzare quella che sarebbe stata la città felice, così come egli la immaginava.

La cosa aveva però profondamente turbato la tranquillità dei paesi colonialisti che avevano esercitato fortissime pressioni
affinché Garvey fosse bloccato prima che la sua attività ne potesse compromettere gli interessi finanziari. Fu così sempre
l’America a incriminarlo anche per un ipotetico complotto politico col fine di rovesciare il governo della Liberia,
praticamente un golpe in un paese straniero, ma si trattava di un’accusa totalmente falsa.

Due anni più tardi, nel 1927, la detenzione fu mutata dal presidente Coolidge, che trasformò la pena in espulsione con la
definizione di “straniero indesiderato”. Garvey si rifugiò a Londra dove però era già politicamente finito. Ma ormai aveva
acceso la miccia di un processo che non si sarebbe più arrestato.

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