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Sig.

Niccolò Sorgato
Vic. Cieco Parigino 7 37121 Verona (VR)

MEMORIA DIFENSIVA
ex art. 18 L. 689/1981 e 9 L. 241/1990 e ss . mm. ed ii.
Al Prefetto pro-tempore
della Provincia di Massa Carrara
domiciliato per la carica presso la sede sita in Massa,
Piazza Aranci, 35,
54100 Massa MS
PEC:protocollo.prefms@pec.interno.it

OGGETTO: MEMORIA DIFENSIVA ai sensi dell’art. 18 L. 689/1981 e 9 L. 241/1990 e ss .


mm. ed ii. avverso il verbale di contestazione n.700015020346 per violazione dell'art. 46 DEL
DPCM 02/03/2021 coordinato con il D.L. 44/2021, ascritta alla notificata a mani dalla Polizia
di Stato presso la Questura del comando di Massa, in data 12/04/2021, non contestato in data
09/04/2020, data della presunta violazione.

Il sottoscritto Niccolò Sorgato, nato a Pietrasanta (LU), l’ 11-08-1976, CF SRGNCL76M11G628B,


residente a Verona in vicolo cieco Parigino 7, indirizzo pec sermatteo@pec.giornalistilombardia.it,
pec fabio.ronconi@postacert.it

PREMESSO
Che, in data 12/04/2021, allo scrivente Signor Niccolò Sorgato, che si trovava intenta a transitare
in prossimità del RISTORANTE LORENS di Marina di Massa, Viale A. Vespucci, 68, 54100 Massa
(MS), senza consumare generi alimentari o bevande di sorta,è stato notificato il verbale di
contestazione n. 700015020346 a seguito di intervento delle forze dell’ordine avvenuto in loco tre
giorni prima, in data 09/04/2021(cfr. allegato 1).
Che il fatto, accertato in persona degli operatori Agenti Gigantino A. matricola n. 302194 e
Guadagnucci S. matricola n. 317231, come motivato nella descrizione dell’infrazione, è relativo alla
violazione del D.P.C.M. del 02/03/2021 coordinato con il DL 44/2021.
La contestazione elevata è inerente alla violazione dell’art 46 del predetto DPCM.
In detto frangente, gli operatori sopra identificati hanno verbalizzato: “a seguito di controllo
effettuato da personale ufficio volante della Questura di Massa Carrara in data 09/04/2021 ore 22.30
presso il locale Lorens sito in Massa (MS) viale Vespucci n°68 consumava una bevanda e degli
alimenti non ottemperando al divieto di consumazione sul posto e nelle adiacenze delle attività di
servizi e ristorazione ai sensi dell’art. 46 del D.P.C.M. 02/03/2021 coordinato con il DL 44/2021
(zona rossa) all’interno del locale Lorens seduto al tavolo”.

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Sig. Niccolò Sorgato
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SI RILEVA,IN VIA PRELIMINARE:

1. IN FATTO:.

I. ATTESTAZIONE A VERBALE DI FATTI DIFFERENTI DA QUELLI


EFFETTIVAMENTE AVVENUTI: FALSO IDEOLOGICO EX ART. 476 C.P.

Si sottolinea come, contestualmente all'accesso delle forze di polizia in loco, il signor Niccolò
Sorgato non fosse intento, nell’orario e nelle circostanze dedotte a verbale, a consumare bevande o
alimenti come invece verbalizzato, né fosse seduto al tavolo.
Il signor Niccolò Sorgato ha fatto presente all'operatore di polizia la discrepanza fattuale tra ciò che
è stato realmente accertato in loco e ciò che è stato invece dedotto a verbale.
Si deve rilevare come, la reale prospettazione degli accadimenti descritti dallo scrivente signor
Niccolò Sorgato, sia passibile di essere provata per il tramite di testimoni e di ulteriori prove e
come, l'irrogazione del verbale con la descrizione prospettata, costituisca un falso ideologico
disciplinato dall’ Articolo 479 Codice Penale.
Pertanto, sulla base di quanto sopra, si richiede a codesta Spettabile autorità adita di voler
annullare in via pregiudiziale e preliminare il verbale di contestazione n. 700015020346, poiché
viziato e destinato ad essere comunque qui opposto, in via preliminare. Eccepita questa importante
premessa di fatto, rammentando che la fattispecie ex art. 476 c.p. costituisce reato procedibile
d’ufficio (art. 50 c.p.p.)

SI RICHIEDE

formalmente aperta codesta fase di contraddittorio preventivo che dovrà necessariamente essere
tenuto in adeguata considerazione da parte dell’autorità prefettizia, come previsto dall’art. 18 della
legge 689/1981 d dell’art. 3 della legge 241/90, di soppesare attentamente la divergenza tra
quanto veramente accertato nella realtà dei fatti e invece diversamente verbalizzato.

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II. MANCATA IDENTIFICAZIONE DELL’AGENTE CHE, IN DATA 09/04/2021


RICHIEDEVA DOCUMENTO DI IDENTITÀ ALLO SCRIVENTE SIG.
NICCOLÒ SORGATO. MANCANZA DI CONTESTAZIONE IMMEDIATA .

Del pari, altra circostanza critica è costituita dal fatto che l’agente di polizia che ha richiesto i
documenti allo scrivente signor Niccolò Sorgato non si è identificato, nonostante lo stesso si
trovasse a piedi. Gli operatori di polizia si sono limitati a richiedere il documento di identità.
Del pari, si sottolinea come, in onta ai disposti di cui alla L. 689/1981, non si sia proceduto a
contestazione immediata dell’infrazione senza motivazione alcuna, assodato che lo scrivente si
trovava a piedi. Infatti, la contestazione consiste nella comunicazione che deve essere fatta al
presunto trasgressore, immediatamente dopo l'accertamento ai sensi dell’art. 14 L.689/1981, al
destinatario della pendenza di un procedimento amministrativo sanzionatorio a suo carico.

Ovviamente la comunicazione, che è diversa dalla notifica del verbale, serve proprio ad informare
legalmente il soggetto circa la natura, il contenuto sanzionatorio e le modalità di estinzione
dell'obbligazione e della possibilità di ricorso, per cui la forma scritta è requisito sostanziale.

In questa circostanza si ravvisa un altro importante vizio del procedimento giacché nulla, di fatto,
impediva di contestare immediatamente la sanzione né, il verbale oggetto della presente memoria
motiva in alcun modo il perché di un differimento arbitrario della contestazione stessa.

La validità del verbale di contestazione, inoltre, è condizione di procedibilità del procedimento


sanzionatorio: una eventuale invalidità impatta sull’intero procedimento, allo scopo, in via
preliminare di fatto
SI INSISTE
per l’annullamento del verbale ivi impugnato per i vizi di forma sopra citati: la contestazione
immediata era ben possibile, lo scrivente si trovava a piedi e in nessun modo il verbale spiega
perché questa constatazione immediata non sia avvenuta.

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SI RILEVA, IN VIA PRINCIPALE:

2. IN DIRITTO

I . ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE DEI DPCM

. Il D.L. n. 19/2020 (convertito nella legge n. 35/2020) e modificato dal D.L. 33/2020 (per come
convertito dalla L. 74/2020) in relazione al D.L. 1/2021 ed il D.P.C.M. del 02.03.2021 coordinato
col D:L: 44/2021 sono illegittimi per violazione degli artt. 1, 4, 13, 16, 17, 35, 36, 41, 76, 77 e 97
Cost. nonché degli artt. 10, 11, 12 e 13 del D.lgs. n. 59 del 26.03.2010 e dell’art. 15 della Direttiva
2006/123/CE e viziati per eccesso di potere (difetto di istruttoria e di motivazione, disparità di
trattamento, manifesta irragionevolezza).
Invero, l’atto amministrativo sul quale si fonda il provvedimento adottato dagli operatori di Polizia
è il D.P.C.M. del 03.12.2020 E LA VIOLAZIONE DELL’ART. 46 CHE TESTUALMENTE
DISPONE . “Art. 46 Attività dei servizi di ristorazione
1. Sono sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui
bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), ad esclusione delle
mense e del catering continuativo su base contrattuale a condizione
che vengano rispettati i protocolli o le linee guida diretti a
prevenire o contenere il contagio. Resta consentita senza limiti di
orario la ristorazione negli alberghi e in altre strutture ricettive
limitatamente ai propri clienti, che siano ivi alloggiati.
2. Resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio
nel rispetto delle norme igienico sanitarie sia per l'attività di
confezionamento che di trasporto, nonché fino alle ore 22,00 la
ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o
nelle adiacenze. Per i soggetti che svolgono come attività
prevalente una di quelle identificate dal codice ATECO 56.3 l'asporto
e' consentito esclusivamente fino alle ore 18,00.
3. Restano comunque aperti gli esercizi di somministrazione di
alimenti e bevande siti nelle aree di servizio e rifornimento
carburante situate lungo le autostrade, gli itinerari europei E45 e
E55, negli ospedali, negli aeroporti, nei porti e negli interporti,
con obbligo di assicurare in ogni caso il rispetto della distanza

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interpersonale di almeno un metro. “


Tale disposizione, un atto amministrativo, riguarda il divieto di consumare all'interno di un locale
che effettui servizi di ristorazione.
In mancanza di tale atto amministrativo, l’attività svolta dalla scrivente, anche se si fosse
sostanziata nella consumazione di alimenti e bevande, sarebbe stata perfettamente legittima.
Questa disposizione è illegittima perché viola numerosi articoli della Costituzione della Repubblica
Italiana.
Il provvedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri, è manifestamente contrario alla nostra
Costituzione perché si incide, con un semplice atto amministrativo, sull’esercizio dei diritti
fondamentali al lavoro e sulla libertà individuale di un cittadino.

II. PRONUNCE DI ALCUNI TRIBUNALI ITALIANI SULL’ILLEGITTIMITÀ DEI DPCM


In merito si sono pronunciati tanti Tribunali in Italia ( ad esempio, l’ordinanza del Tribunale di
Roma n° 45986/2020 (allegato doc 2), ha asserito, in via incidentale, che i DPCM violano
l’iniziativa economica privata, che la Costituzione garantisce e che era doveroso impugnarli.
Ancora, il Tribunale Reggio Emilia, Giudice dott. De Luca, nella sentenza n°54-2021 del 27-1-
2021(allegato doc 3),dice chiaramente “In conclusione, deve affermarsi la illegittimità del DPCM
indicato per violazione dell'art. 13 Cost., con conseguente dovere del Giudice ordinario di
disapplicare tale DPCM ai sensi dell’art. 5 della legge n. 2248 del 1865 All. E.” assolvendo due
imputati dall’imputazione del delitto di cui all’art 483 CP, loro ascritto perché il fatto non
costituisce reato. Questa sentenza ha asserito (vedasi p. 2 ultimo capoverso dell’allegato doc. 3) il
dovere della disapplicazione dell’atto amministrativo illegittimo dicendo “peraltro, nella
fattispecie, poiché trattasi di DPCM, cioè di un atto amministrativo, il Giudice ordinario non deve
rimettere la questione dì legittimità costituzionale alla Corte costituzionale, ma deve procedere,
direttamente, alla disapplicazione dell'atto amministrativo illegittimo per violazione di legge
(Costituzionale)”.
Se un Giudice asserisce in un suo provvedimento, intestato “REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO”, che il DPCM non va applicato perché
incostituzionale, l’autorità prefettizia può, altrettanto legittimamente e doverosamente seguire
una logica interpretativa improntata a onorare la nostra Costituzione.
Ancora: il GUP del Tribunale di Milano, nella sentenza 12 marzo 2021, giudice dott.ssa Del
Corvo (cfr. allegato doc 4), in una logica sovrapponibile a quella del tribunale di Reggio
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Emilia, in materia di falso in autodichiarazione Covid-19 ha confermato l’ illegittimità dei


DPCM.
Il principio fondante dell’intera struttura repubblicana è la norma di rango costituzionale che
occupa una posizione preminente rispetto agli altri diritti fondamentali essendo menzionato
all’art. 1 come elemento sul quale si fonda la Repubblica Italiana. Il lavoro, al di là
dell’enunciazione, se si vuole, programmatica, di cui all’art. 1, viene declinato come diritto e dovere
per il cittadino (art. 4) e si prevede l’obbligo della Repubblica di rendere effettivo tale diritto. Il
dovere dello stato di agevolare lo svolgimento di un’attività lavorativa è ulteriormente ribadito
all’art. 35 che tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, poiché il lavoro (art. 36) è
l’attività che consente a tutti i cittadini di condurre un’esistenza libera e dignitosa. Una delle forme
attraverso le quali si esplica il diritto al lavoro è la libera iniziativa economica privata (art. 41). Del
pari, la libertà del cittadino è inviolabile (art. 16) e non si può far prevalere un diritto costituzionale
su di un altro con meri atti amministrativi o di rango inferiore alla Carta Costituzionale.
Ora, il il D.L. n. 19/2020 (Conv. in L. n. 35/2020) e modificato dal D.L. 33/2020 (per come
convertito dalla L. 74/2020) in relazione al D.L. 1/2021 ed il D.P.C.M. del 02/03/2021 hanno inteso
incidere pesantemente proprio sul diritto al lavoro vietando sostanzialmente a poche categorie di
lavoratori (tra le quali tutti coloro che sono impegnati nell’attività di somministrazione di alimenti e
bevande) per metà dell’orario lavorativo, coincidente con la cena.
Questi divieti, a cascata, hanno finito per incidere perfino sulla libertà personale individuale.
Un semplice atto amministrativo non può, sicuramente, violare i diritti fondamentali stabiliti dalla
Costituzione e nemmeno pretendere di regolamentarli in modo tanto restrittivo da annullarne o
impedirne l’esercizio. In particolare, secondo il disposto dell’art. 97 Cost. la pubblica
amministrazione deve agire nel rispetto del principio di legalità non essendo ammissibile, per
il potere esecutivo, l’adozione di norme in contrasto con le leggi e men che meno con la legge
fondamentale rappresentata dalla Carta costituzionale.
In questo lungo periodo, invece, la pubblica amministrazione stessa ha di fatto disatteso dei diritti
fondamentali di rango costituzionale, non applicandoli e consentendone la violazione.
Nella misura in cui, inoltre, il Presidente del Consiglio dei ministri ha inteso svolgere, con il citato
decreto e con gli altri analoghi provvedimenti che l’hanno preceduto, un’attività sostanzialmente
legislativa, appare manifesta la violazione degli artt. 76 e 77 della Costituzione che limitano la
delega di attività legislativa mediante due principi. Anzitutto, quello della necessità di una legge-
delega, legge che nel caso di specie non vi è, giacché la delega di funzioni legislative al Presidente
del Consiglio dei ministri è avvenuta mediante il decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, convertito,
con modificazioni, dalla legge 22 maggio 2020, n. 35, il decreto-legge 16 maggio 2020, n. 33,
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convertito, con modificazioni, dalla legge 14 luglio 2020, n. 74, il decreto-legge 30 luglio 2020, n.
83, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 settembre 2020, n. 124 e il decreto-legge 7 ottobre
2020, n. 125., nonché col successivo DECRETO-LEGGE 1 aprile 2021, n. 44 ad oggi non ancora
convertito in legge.
L’art. 76 Cost. non permette che il governo deleghi sostanzialmente sé stesso ad adottare norme di
legge mediante un decreto-legge, essendo necessario a tal fine il vaglio parlamentare mediante
l’approvazione di una legge-delega.
Men che meno, in secondo luogo, il governo stesso o il parlamento, possono delegare l’esercizio di
funzioni legislative al solo Presidente del Consiglio, atteso che la delega dell’attività legislativa
avviene sempre in favore di un organo collegiale, ossia l’intero governo. Ciò perché l’adozione di
norme di legge deve essere sempre accompagnata dalla garanzia rappresentata dall’adozione ed
approvazione collegiale delle norme in questione, che non possono mai essere rimesse alla
discrezionalità di un organo monocratico quale il Presidente del Consiglio.
Inoltre, la Costituzione Italiana non conosce lo stato di emergenza, essendo solo prevista la
deliberazione dello stato di guerra da parte delle camere ai sensi dell’art. 78.
Escluso che il D.P.C.M. possa avere valenza normativa, poiché in tal caso si tratterebbe di un atto
non già semplicemente illegittimo, ma eversivo della legalità costituzionale con la conseguente
commissione del reato di cui all’art. 283 c.p. (attentato alla Costituzione) già denunciato in molte
sedi, resta l’ipotesi che si tratti di un atto amministrativo. In tal caso la manifesta violazione dei
basilari principi costituzionali ne illustra l’evidente illegittimità per violazione di legge.
E non è solo la Costituzione ad essere stata violata, ma anche la legge fondamentale che disciplina
l’attività di prestazione di servizi (tra i quali rientra anche la ristorazione) e cioè il D.lgs. n. 56 del
26 marzo 2010 le cui disposizioni sono state ripetutamente violate dal D.P.C.M. impugnato.
In particolare, ai sensi dell’art. 12, comma 1, lett. a) del D.lgs. 59/2010 le restrizioni di libertà
fondamentali e anche delle libertà quantitative all’esercizio dell’attività di prestazione dei servizi,
sono subordinate alla previa notifica alla Commissione europea secondo il disposto dell’art. 13. Il
D.P.C.M. non risulta essere stato notificato alla Commissione nella parte in cui introduce una
limitazione quantitativa (orario di apertura limitato tra le 18:00 e le 5:00 e solo per asporto con la
conseguente riduzione di oltre la metà dell’attività di ristorazione) con la sua conseguente
inefficacia ai sensi dell’art. 15 della Direttiva 2006/123/CE.
Come noto, il comma 7 dell’art. 15 prevede che gli Stati membri notifichino alla Commissione,
in fase di progetto, le nuove disposizioni legislative, regolamentari e amministrative che
incidano, tra le altre, sulle restrizioni quantitative e che introducano disposizioni
discriminatorie e prive del requisito della proporzionalità. Nel caso che ne occupa, anche un
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esame sommario delle disposizioni del D.P.C.M. dimostra come ci sia una manifesta
discriminazione tra prestatori di servizi con il blocco di alcune attività come quella di ristorazione e
la continuazione di altre come quella di trasporto e come non vi sia alcuna previsione di
proporzionalità. Ai sensi del comma 3 del citato art. 15, le restrizioni che lo stato membro
intenda introdurre devono rispettare il principio di proporzionalità e pertanto “non deve
essere possibile sostituire questi requisiti con altre misure meno restrittive che permettono di
conseguire lo stesso risultato”.
Sul punto, al di là della manifesta violazione della normativa comunitaria, il D.P.C.M. si distingue
anche per una totale mancanza di motivazione e di istruttoria. Dato, infatti, lo scopo perseguito,
ossia quello di limitare o impedire il contagio da Covid-19, il Presidente del Consiglio avrebbe
dovuto illustrare in motivazione perché la chiusura dei ristoranti dopo determinate fasce orarie
sarebbe stata non solo una misura idonea o efficace a tale scopo, ma anche perché questa era l’unica
misura possibile senza verificare l’adozione di altre cautele meno restrittive che permettono di
raggiungere lo stesso risultato.
Ma quando anche, in fatto, la polizia avesse sorpreso lo scrivente intento a mangiare e bere ad un
tavolo del ristorante Lorens, il verbale irrogato sarebbe stato comunque illegittimo, per una
macroscopica violazione di vari diritti costituzionali che non possono essere violati da norme di
rango inferiore.
Per modificare l’assetto stabilito, il D.P.C.M. avrebbe dovuto motivare specificamente in relazione
alla sopravvenuta (rispetto al 07.08.2020 e ai successivi dpcm ) inefficacia delle norme di cautela e
di igiene ivi stabilite e, soprattutto, in relazione alla insufficienza di ogni diversa e meno restrittiva
disposizione rispetto alla chiusura dei locali tra le fasce orarie indicate.
Appare evidente come il D.P.C.M. citato sia viziato dalla carenza di ogni e qualsiasi motivazione
degna di questo nome e di un’istruttoria valida. È opportuno sottolineare che il rapporto n. 19/2020
dell’Istituto Superiore di Sanità (allegato doc. 5) non solo indica diverse misure di sicurezza da
adottare negli esercizi pubblici di somministrazione, ma non fa cenno dell’efficacia di una
possibile chiusura serale e notturna dei ristoranti. Non solo, uno studio dell’ISS concernente i
luoghi di contagio sembrerebbe assegnare ai ristoranti un ruolo statisticamente trascurabile nella
diffusione del contagio senza, peraltro, alcuna indicazione particolare in merito ad una presunta
recrudescenza della diffusione del Covid-19 nella fascia oraria tra le 18:00 e le 5:00.
Ma non basta. Il D.P.C.M. tratta in modo ingiustificatamente vessatorio alcune attività tra le quali la
ristorazione a beneficio di altre che non subiscono alcuna limitazione. Non è chiaro, ad esempio,
perché il settore della vendita al dettaglio (cfr. DPCM 2/3/2021Art. 26. Attività commerciali,
COMMA 1) non abbia subito sostanziali limitazioni, mentre quello della ristorazione, sì.
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Sorvoliamo sulla grande distribuzione!


Ancor meno comprensibile è la ragione per cui la presunta maggiore diffusione del Covid-19 nei
ristoranti tra le 18:00 e le 5:00 non si estende ai ristoranti ubicati sulla rete autostradale, negli
ospedali e negli aeroporti. Il provvedimento avrebbe dovuto contenere quantomeno una adeguata
motivazione in relazione a detta disparità di trattamento di cui non è dato comprendere la
ragione.
La mancata motivazione è indice di un agire perplesso dell’amministrazione e dell’adozione a caso
di provvedimenti manifestamente irragionevoli quale quello che qui si impugna. Appare evidente
come il Presidente del Consiglio, o perché male informato, o perché privato dell’approfondimento
che una trattazione collegiale delle problematiche attinenti al Covid-19 avrebbe consentito, adotta
provvedimenti arbitrari, totalmente avulsi anche dallo scopo dichiarato, ossia quello di limitare la
diffusione del virus, come nel caso che ne occupa.
Come anticipato, però, i D.p.c.m. Sono stati dichiarati illegittimi anche per lesione della libertà
personale, con conseguente non punibilità dei soggetti che abbiano dichiarato il falso alle forze di
polizia che li hanno sorpresi in zona rossa.
Con sentenza n.54 del 27.1.2021 (doc. 3), il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di
Reggio Emilia, con estrema fermezza, ha recentemente colto l’occasione per riaffermare il
“monolitico” principio costituzionale della inviolabilità della libertà personale (art.13 Cost.), che
neppure in regime di decretazione d’urgenza per effetto della funesta e pesantissima pandemia
Covid, può cedere il passo alle istanze emergenziali di ordine e salute pubblica sottese ai vari
provvedimenti presidenziali del Consiglio dei Ministri che hanno occupato la recente scena politica
e legislativa del nostro paese.
In motivazione, detto provvedimento, dichiara esplicitamente che i DPCM non possono limitare la
libertà individuale costituzionalmente garantita per cui l'autocertificazione falsa non è punibile.
Ne consegue, che non si possano limitare i diritti garantiti dall'art. 2 della costituzione essendo le
attività di ristorazione e conviviali uno dei modi di svolgere la propria socialità, men che meno nel
casus de quo, dove il sottoscritto è stato sanzionato perché semplicemente transitava nelle adiacenze
di un locale che aveva deciso di rimanere aperto.
Come evidenziato dal G.I.P. nella allegata al doc. 3, l’imputato in un processo penale che aveva
dichiarato il falso agli agenti è andato incontro ad una sentenza di proscioglimento ex art.129 C.p.p.
(così come espressamente disposto dall’art.459, co.3, c.p.p.), atteso che la violazione contestata
trova quale suo presupposto – al fine di giustificare l’allontanamento dall’abitazione – l’obbligo di
compilare l’autocertificazione imposto in via generale dal Decreto della Presidenza del Consiglio
dei Ministri (D.P.C.M. dell’8.3.2020) citato nella stessa autocertificazione e che, in via assorbente,
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deve ritenersi indiscutibilmente illegittimo, così come tutti quelli successivamente emanati, nella
parte in cui prescrive che: “Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus Covid-19,
le misure di cui all’art.1 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 8 marzo 2020 sono
estese a tutto il territorio nazionale”, con riferimento alle misure urgenti adottate per la Regione e
per tutta una serie di province, finalizzate in particolare (Art.1) ad“evitare ogni spostamento delle
persone fisiche in entrata e in uscita dai territori di cui al presente articolo, nonché all’interno dei
medesimi territori, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o
situazioni di necessità, ovvero spostamenti per motivi di salute”.
Ed invero, secondo il giudicante, un divieto generale e assoluto di spostamento al di fuori della
propria abitazione, seppur con limitate e specifiche eccezioni, configura un vero e proprio obbligo
di permanenza domiciliare che a ben vedere, nel nostro ordinamento, consiste in una sanzione
restrittiva della libertà personale irrogata dal Giudice penale per alcuni gravi o particolari reati in
fase cautelare, giudiziale o esecutiva, sussistendo rigidi e tassativi presupposti di legge, all’esito di
un procedimento disciplinato normativamente e sempre nel rispetto del diritto di difesa, essendo
ampiamente riconosciuto non solo a livello codicistico, ma anche in giurisprudenza, come il
predetto obbligo di permanenza o di detenzione domiciliare, ancorché in via cautelare, rappresenti
una vera e propria misura restrittiva della libertà personale.
Pertanto, se l'illegittimità dei DPCM è a tal punto assodata da non consentire di irrogare una
sanzione penale a maggior ragione tale legittimità deve essere fatta valere per annullare la sanzione
amministrativa irrogate.

Tutto ciò premesso e considerato il signor Niccolò Sorgato

CHIEDE
all'ill.mo sig. Prefetto adito ai sensi e per gli effetti dell’art. 18, comma 1, legge n. 689/1981
l'annullamento del verbale di accertamento e contestazione n. n. 700015020346 non
immediatamente contestato in data 09/04/2021, si presume,dagli agenti Gigantino A. matricola n.
302194 e Guadagnucci S. matricola n. 317231 e notificato in data in data 12/04/2021.
Dichiarare estinto l'obbligo di pagare €280,00 o di qualsiasi somma inerente al verbale impugnato
nonché le sanzioni accessorie con esso comminate e traenti fondamento dalle asserite violazioni per
le ragioni suesposte.
Adottare tutte le conseguenti incombenze di legge.

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Sig. Niccolò Sorgato
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Da ultimo, in virtù della medesima norma chiede altresì di essere convocato ad apposita
audizione per essere sentito personalmente, al fine di meglio chiarire i fatti sopra esposti.
Con Osservanza.
Si allegano in copia i seguenti documenti:
1.Verbale di contestazione. 700015020346;
2. documento di riconoscimento di Niccolò Sorgato;
3. ordinanza 45986/2020Tribunale di Roma;
4. sentenza Giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, n.54 del 27.1.2021;
5. rapporto n. 19.2020 ISS del 13 luglio 2020

Luogo e data
Forte dei marmi (LU) 10-05-2021
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FIRMA

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