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Pipo is good

Date: 6 giugno 2015Author: MAB - Manipolo d'Avanguardia Bergamo0 Commenti


IL SENTIERO DELLA CONOSCENZA -6giu15-
Discorso pronunciato dal Cancelliere tedesco Adolf Hitler, il 6 ottobre 1939. Parole di
Pace e Giustizia per l’Umanità.
Di cattivo gusto sarebbe sottoporvi alcuni estratti. Vi invitiamo a leggerlo nella sua
interézza.

“Deputati del Reichstag !

In un’ora densa di eventi decisivi, vi siete qui riuniti, il 10 settembre di quest’anno, quali
rappresentanti del popolo tedesco. Mi trovavo allora nella necessità di portare a vostra
conoscenza le gravi decisioni imposteci dall’ atteggiamento intransigente e provocatore
di un altro Stato. Da allora sono passate cinque settimane. Se oggi vi ho qui riconvocati, è
per rendervi conto del passato e per potervi fornire gli opportuni lumi circa il presente e –
per quanto è possibile – l’avvenire.

Da due giorni le città, le borgate, i villaggi del nostro paese sono pavesati con le bandiere
e con gli emblemi del nuovo Reich. Al suono delle campane, il popolo tedesco celebra
una grande vittoria, che non ha precedenti nella storia. Uno Stato di ben 36 milioni
d’anime, un esercito di circa 50 divisioni di fanteria e di cavalleria, sono scesi in campo
contro di noi; ambiziose erano le loro mire; ovvia sembrava loro la certezza di annientare
il nostro Reich. Ma, otto giorni dopo scoppiata la lotta, le sorti della guerra erano segnate.
Dovunque le truppe polacche si urtarono con reparti tedeschi, vennero ributtate e
sgominate. I piani temerari dell’ offensiva strategica della Polonia contro il territorio del
Reich crollava già nelle prime 48 ore di questa campagna. Intrepide nell’ attacco e
compiendo marce senza precedenti, le divisioni tedesche, l’ arma aerea e i reparti
corazzati, e con essi le unità della marina, strappavano all’avversario l’iniziativa delle
operazioni, che in nessun momento poté loro venire ritolta. In capo a una quindicina di
giorni, le masse principali dell’ esercito polacco erano disperse, prigioniere o accerchiate.
E le armate tedesche, in quel periodo di tempo, avevano superato distanze ed occupato
territori, per cui, 25 anni addietro, erano occorsi oltre 14 mesi.

Se anche un certo numero di ingegnosissimi strateghi da giornale del campo avverso ha


voluto nondimeno far apparire il ritmo di tale campagna come una delusione per la
Germania, noi tutti sappiamo che mai forse si ebbe finora, nella storia delle guerre, una
più bella impresa di eccelso valore militare. Se gli ultimi avanzi delle armate polacche
hanno potuto resistere a Varsavia, a Modlin e ad Hela fino al 1° d’ ottobre, ciò non fu
effetto della loro valentia, bensì della nostra ponderatezza e del nostro senso di
responsabilità.

Metodi Umanitari

lo vietai di sacrificare più vite umane di quanto fosse strettamente necessario. Eliminai
cioè scientemente, dai criteri direttivi della nostra guerra, il concetto, ancora imperante
all’ epoca della guerra mondiale, che, per ragioni di prestigio, determinati compiti
debbano venire assolti ad ogni costo entro un dato termine di tempo. Ciò che è
assolutamente necessario, si fa, senza badare ai sacrifici. Ma ciò che si può evitare, si
tralascia. Non sarebbe stato un problema per noi, annientare la resistenza di Varsavia dal
10 al 12 settembre, così come la spezzammo dal 25 al 27. Io volli soltanto risparmiare, in
primo luogo, vite tedesche e, in secondo luogo, ebbi la speranza, ancorché vana, che
anche da parte polacca la ragione e il senso di responsabilità potessero almeno una volta
prevalere sulla follia e l’incoscienza.

Ma ivi appunto si ripetè, in piccolo, proprio lo stesso spettacolo cui avevamo prima
assistito in grande. Il tentativo di persuadere il comando polacco responsabile – in quanto
ve ne fosse uno _ dell’inutilità, anzi della follia d’una resistenza proprio in una città di
oltre un milione di abitanti, fallì. Un generalissimo, che prese poi ingloriosamente la
fuga, costrinse la capitale del suo paese ad una resistenza che doveva condurre, tutt’ al
più, alla sua distruzione. Sapendo che le fortificazioni di Varsavia non avrebbero potuto,
da sole, tener testa all’ attacco tedesco, si trasformò la città in piazzaforte, la si intersecò
di barricate, si collocarono batterie in tutte le piazze, nelle strade e nei cortili, si
costruirono migliaia di nidi di mitragliatrici e si intimò a tutta la popolazione di
partecipare alla lotta. Per pura compassione delle donne e dei bambini offrii al comando
di Varsavia di far almeno uscire dalla città la popolazione civile. Feci cessare il fuoco,
assicurai i necessari varchi per l’ evacuazione e attendemmo tutti invano un parlamentare,
come invano avevamo atteso un plenipotenziario polacco verso la fine di agosto.
L’altezzoso comandante polacco della città non ci degnò nemmeno di una risposta. Ad
ogni buon conto feci prolungare i termini di scadenza, diedi ordine agli aeroplani da
bombardamento e all’ artiglieria pesante di attaccare soltanto obbiettivi prettamente
militari e ripetei la mia intimazione. Anche questa volta invano. Feci l’ offerta di non
bombardare affatto un intero quartiere della città, quello di Praga, riservandolo alla
popolazione civile, affinché questa avesse la possibilità di rifugiarvisi Ma anche a questa
proposta i polacchi risposero col loro disprezzo. Mi provai allora due volte di far
allontanare almeno la colonia internazionale dalla città. Vi riuscimmo finalmente dopo
molte difficoltà; la colonia russa fu posta in salvo soltanto all’ultimo momento. Ordinai
allora che il 25 settembre si sferrasse l’attacco. Quella medesima difesa che aveva
ritenuto dapprima al di sotto della propria dignità già il solo accedere alle mie proposte
umanitarie, cambiò allora rapidissimamente il suo contegno. Infatti il 25 cominciò
l’attacco tedesco e il 27 essa capitolava. Con 120.000 uomini non ha tentato nemmeno
una coraggiosa sortita (come già fece il generale tedesco Litzmann a Brzesiny con forze
molto inferiori) ma ha preferito deporre le armi. Non si facciano dunque confronti con
l’Alcazar. Per settimane e settimane gli eroi spagnoli, dando prova del più fulgido valore,
tennero testa ai più violenti attacchi e così si sono veramente immortalati. Qui invece,
senza alcuno scrupolo, si è abbandonata una città alla distruzione, per poi capitolare in
capo a quarantotto ore. Il soldato polacco ha combattuto valorosamente in alcuni punti, il
suo comando, però, a cominciare dall ‘alto, può essere tacciato soltanto di
irresponsabilità, d’incoscienza e di inettitudine. Anche di fronte a Hela avevo ordinato di
non sacrificare un solo uomo senza una preparazione accuratissima. Anche colà si ebbe la
resa nell’istante preciso in cui si annunciò in cui si annunciò e si iniziò l’ attacco tedesco.

Valore del soldato tedesco

Faccio queste constatazioni, onorevoli deputati, per prevenire il crearsi di leggende


storiche giacché, se se da questa campagna se ne volesse trarre una, sarà soltanto quella
del moschettiere tedesco, che, negli assalti e nelle marce, ha aggiunto una nuova pagina
alla sua imperitura e gloriosa storia. La leggenda può formarsi intorno alle armi pesanti,
che accorsero in appoggio di tale fanteria con sforzi indicibili. Degni di tale leggenda
sono i soldati dei nostri carri armati che con decisione temeraria, incuranti delle forze
avversarie preponderanti, rinnovarono continuamente gli assalti, e finalmente la leggenda
potrà glorificare quegli aviatori sprezzanti della morte che, pur sapendo che anche se
rimasti illesi malgrado l’ abbattimento del loro apparecchio, una volta scesi a terra col
paracadute sarebbero stati terribilmente massacrati, continuarono con irremovibile tenacia
le loro osservazioni, attaccando con bombe e mitragliatrici ovunque fosse stato loro
comandato o si presentasse un obbiettivo. Lo stesso vale per gli eroi dei nostri
sommergibili. Se uno Stato di 36 milioni di abitanti e di una tale potenza militare poté
essere completamente annientato in quattro settimane e se durante tutto questo tempo non
si verifica per il vincitore nemmeno un unico rovescio, non si può intravvedere in ciò la
la grazia di una particolare fortuna, bensì la prova della più eccelsa istruzione militare,
del miglior comando e del più inaudito coraggio.
Per le sue virtù militari il soldato tedesco ha saputo riporsi saldamente sul capo quella
corona d’alloro, che nel 1918 gli era stata perfidamente rapita.

rapita. Noi tutti in profonda e commossa riconoscenza ci inchiniamo davanti ai tanti


ignoti e coraggiosi uomini del nostro popolo tedesco. Per la prima volta, provenienti da
tutte le regioni della Grande Germania, essi sono accorsi per adempiere al proprio dovere.
Il sangue versato in comune li unirà fra di loro ancor più fortemente di qualsiasi
organismo statale. La consapevolezza di questa potenza delle nostre forze armate ci
riempie tutti di sicura tranquillità. Infatti esse non hanno soltanto dimostrato di essere
forti nell’assalto, ma anche di sapere conservare le posizioni conquistate !

L’ eccellente istruzione dei singoli ufficiali e dei soldati è stata luminosamente


dimostrata. Ad essa si deve se le perdite furono così lievi, perdite che, se anche
singolarmente dolorose, nel complesso sono molto inferiori a quanto ritenevamo di
doverci attendere. La somma totale di tali perdite non riflette però la durezza dei singoli
combattimenti. Vi furono dei reggimenti e delle divisioni che, attaccati da un numero
preponderante di truppe polacche oppure scontratesi con esse durante il loro attacco,
dovettero subire gravi perdite. Dalla grande serie di battaglie e di combattimenti che si
succedettero con sì grande rapidità credo di dovervi menzionare, a guisa d’ esempio, due
soli episodi:

Allorché a copertura dell’ armata del generale von Reichenau, che avanzava
impetuosamente verso la Vistola ed aveva alla sua ala sinistra le divisioni dell’armata del
generale Blaskowitz – le quali si dirigevano alla loro volta a scaglioni contro Varsavia,
con l’ incarico di impedire l’ attacco dell’ armata centrale polacca contro il fianco del
generale d’armata von Reichenau – avvenne improvvisamente il loro urto con l’armata in
marcia del generale Blaskowitz, e ciò proprio in un momento in cui si supponeva che,
logicamente, le armate polacche si trovassero già in ritirata verso la Vistola. Fu un
disperato tentativo dei polacchi per spezzare il cerchio di ferro che stava chiudendosi
attorno a loro. Quattro divisioni polacche ed alcune formazioni di cavalleria si buttarono
su un’unica divisione attiva tedesca che, trovandosi scaglionata su di un vasto fronte,
doveva coprire una linea di quasi 30 chilometri. Nonostante una superiorità cinque o sei
volte maggiore del nemico e nonostante lo spossamento delle proprie truppe, che da molti
giorni marciavano combattendo, questa divisione sostenne l’attacco e lo respinse, in parte
in un sanguinoso corpo a corpo, e non vacillò né si mosse finché non fu possibile far
giungere sul posto i necessari rinforzi. E mentre la radio nemica già trionfalmente
divulgava la notizia dello sfondamento della linea presso Lodz, il generale di divisione,
gravemente ferito al braccio, mi comunicava i particolari dello svolgimento dell’attacco,
l’azione che impedì lo sfondamento ed il valoroso contegno dei suoi soldati. Qui,
naturalmente, le perdite furono grandi.

Una divisione territoriale tedesca ebbe assegnato, assieme ad altri esigui reparti, il
compito di spingere i polacchi nella parte nord del Corridoio, di conquistare Gdynia e di
avanzare in direzione della penisola di Hela. Di fronte a questa divisione territoriale
stavano reparti scelti polacchi, truppe della marina da guerra, allievi ufficiali, marinai-
artiglieri e cavalleria. Con tranquilla sicurezza, questa divisione territoriale tedesca si
accinse alla risoluzione di un compito che le assegnava, quale nemico, un avversario
molto superiore, anche numericamente. In pochi giorni i polacchi vennero respinti da una
posizione all’altra, furono fatti 12.600 prigionieri, fu liberata Gdynia, presa in
combattimento Oxhöft ed altri 4.700 uomini ricacciati ed accerchiati nella penisola di
Hela. Allorquando furono evacuati i prigionieri, si presentò un quadro commovente:
davanti ai vincitori – in maggioranza uomini attempati, molti dei quali portavano sul
petto decorazioni della grande guerra – sfilarono le colonne di prigionieri, giovani
sull’età dai 20 ai 28 anni.

Poiché mi accingo a rendere note le cifre dei nostri morti e feriti, vi prego di alzarvi in
piedi. Sebbene queste cifre, grazie all’istruzione delle nostre truppe, alla potenza delle
nostre armi ed alla competenza dei nostri comandi, non ammontino che alla ventesima
parte di quelle che credevamo di dover temere all’inizio della campagna, non vogliamo
peraltro dimenticare che ogni singolo che qui diede la sua vita, sacrificò, per il proprio
popolo e per il nostro Reich, quanto di più grande un uomo può offrire alla patria.
Secondo le liste del 30 settembre 1939, che non dovrebbero ormai subire cambiamenti
rilevanti, nell’esercito, nella marina e nell’aeronautica, compresi gli ufficiali, sono morti:
10.572 uomini; feriti: 30.322 uomini; dispersi: 3.404 uomini. Di questi dispersi, una parte
che cadde in mano dei polacchi, si deve purtroppo considerare come massacrata o uccisa.
A queste vittime della campagna va la nostra gratitudine. Ai feriti le nostre cure, ai
congiunti le nostre condoglianze e il nostro aiuto.

Il rapido trionfo

Colla caduta delle fortezze di Varsavia, Modlin e colla resa di Hela, la campagna polacca
è finita. La sicurezza del paese contro i predoni, le bande di ladri ed i terroristi viene
assicurata con ogni fermezza. Il risultato di questa battaglia è stato l’annientamento di
tutte le armate polacche.

Ne seguì come conseguenza la dissoluzione di questo Stato. 694.000 prigionieri hanno


iniziato

la marcia su Berlino. Il bottino di materiale bellico è ancora incalcolabile.

Contemporaneamente, dall’inizio delle ostilità, le forze armate germaniche si tengono


all’ovest e attendono il nemico con tranquillità. La marina da guerra del Reich ha
compiuto il proprio dovere nei combattimenti intorno alla Westerplatte, Gdynia, Oxhöft e
Hela e ha mantenuto la sicurezza del Baltico e della baia tedesca. La nostra arma
sottomarina combatte in modo degno degli indimenticabili eroi del passato.

Con riguardo a questo collasso, unico nella storia, di un cosiddetto Stato, sorge per
ognuno la domanda in merito alle cause di un simile processo, La culla dello Stato
polacco fu Versaglia. Questa struttura statale nacque dagli enormi sacrifici di sangue, non
dei polacchi, ma dei tedeschi e dei russi. Ciò che già nei secoli precedenti aveva
dimostrato la sua incapacità di esistere venne, attraverso un Governo tedesco non meno
incapace, costituito artificiosamente dapprima nel 1916 e creato poi, in modo non meno
artificiale, nel 1919. Disprezzando un’ esperienza di quasi mezzo millennio, senza curarsi
della genesi di uno sviluppo storico di più secoli, senza riguardo delle condizioni
etnografiche e senza tener conto di alcuna opportunità economica, venne edificato a
Versaglia uno Stato che secondo tutta la sua natura, o prima o dopo, doveva diventare la
causa di crisi di estrema gravità. Un uomo il quale oggi purtroppo è ridiventato uno dei
nostri più rabbiosi avversari, previde allora tutto ciò con chiarezza: Lloyd George. Questi
pure, come molti altri, fece ammonimenti non soltanto mentre si stava creando questa
costruzione, bensì anche durante la sua successiva espansione, che fu intrapresa contro
ogni buon senso e contro ogni diritto. Allora egli espresse il timore che si venisse
istituendo in questo Stato un enorme quantità di cause di conflitto, le quali, o prima o poi,
avrebbero potuto offrire motivi a gravi dissidi europei.

Il fatto è che questo cosiddetto nuovo Stato non ha potuto essere fino al giorno d’ oggi
chiaramente definito nella struttura delle sue nazionalità. È necessario conoscere i metodi
dei censimenti polacchi per sapere quanto assolutamente lontane dalla verità, e quindi
scevre d’importanza, fossero e sono le statistiche del complesso dei popoli di quel
territorio. Nel 1919 furono rivendicati dai polacchi territori in cui essi pretendevano di
possedere maggioranze del 95 %, p. es. nella Prussia Orientale, mentre poi nella
votazione , che ebbe luogo più tardi, risultò per polacchi un’aliquota del 2 %. Nello Stato
che fu quindi costituito esclusivamente a spese della Russia, dell’ Austria e della
Germania di allora, i popoli non polacchi furono così barbaramente maltrattati, oppressi,
tiranneggiati e torturati, che ormai qualsiasi votazione dipendeva del beneplacito di
questo o quel voivoda ed in tal modo si otteneva il risultato desiderato oppure un risultato
falsato. Ed anche il solo elemento che era irrefragabilmente polacco riusciva a mala pena
ad ottenere una valutazione più alta. Se questo complesso doveva, secondo gli uomini di
Stato del nostro emisfero occidentale, rappresentare una democrazia, esso costituisce una
vera ironia delle basi dei loro propri sistemi. Infatti, in questo paese in questo paese
governava una minoranza di latifondisti, aristocratici o meno,e di ricchi intellettuali , per i
quali il vero popolo polacco rappresentava nel caso più favorevole un massa di lavoratori.
Questo regime non riposò perciò mai su più del 15 % di tutta la popolazione. Ad esso si
dovettero le disastrose condizioni economiche ed il basso livello culturale. Nell’anno
1919 questo Stato ricevette dalla Prussia ed anche dall’ Austria delle provincie progredite
attraverso un faticoso lavoro secolare, ed in parte veramente fiorenti. Oggi, 20 anni dopo,
stanno ridiventando a poco a poco steppa. La Vistola, e cioè il fiume il cui sbocco al mare
fu per il Governo polacco sempre di così straordinaria importanza, si trova già ora, data la
mancanza di ogni cura, inadatta per un traffico vero e proprio, ed a seconda della stagione
è un torrente tumultuoso oppure un disseccato rigagnolo. Città e villaggi sono in
completo abbandono. Le strade, tranne qualche rara eccezione, sono rovinate ed in preda
all’incuria. Chi per la prima volta visita questo paese per due o tre settimane, può riuscire
a farsi un’idea dell’ espressione: “Economia polacca!”

Tentativi per una soluzione pacifica

Nonostante le insopportabili condizioni in cui questo paese si trovava, la Germania ha


tentato di allacciare con esso rapporti che fossero tollerabili. Io stesso mi sono sforzato,
negli anni ’33- ’34, di concludere con questo paese un qualche giusto ed equo
accomodamento, che conciliasse i nostri interessi nazionali con i desideri del
mantenimento della pace. Ci fu un tempo – viveva ancora il maresciallo Pilsudski – in cui
parve che si potesse riuscire a realizzare questa speranza, anche se in modesta misura. Per
questo fine fu necessaria una pazienza inaudita ed una ancor più grande padronanza di se
stesso. Poiché per molti dei voivoda polacchi l’accordo politico tra la Germania e la
Polonia appariva soltanto come una patente di immunità per la persecuzione e
l’annientamento, ormai scevro di ogni pericolo, dei gruppi etnici tedeschi. Nei pochi anni
che precedettero il 1922, più di un milione e 200.000 tedeschi dovettero abbandonare l’
antica patria. Ne furono scacciati, spesso senza poter neppure portare con sé gli
indumenti più necessari. Quando nel 1938 il territorio dell’Olsa passò alla Polonia, essi si
rivolsero, con gli stessi metodi contro i cechi, che colà abitavano. Molte migliaia di essi
dovettero, spesso nello spazio di poche ore, abbandonare le loro officine, abitazioni,
villaggi e città; a mala pena era loro concesso di portare con sé anche soltanto una valigia
o una cassetta con i loro abiti. Così si svolgevano le cose in quello Stato, e per anni siamo
stati ad osservare tutto ciò, sempre con l’intento di poter ottenere, forse per mezzo di
restrizioni delle nostre relazioni politiche e statali, un miglioramento del destino dei
tedeschi che colà vivevano in infelici condizioni, Però non si è potuto non tener conto del
fatto che ogni tentativo tedesco di eliminare in questo modo questi gravi inconvenienti, fu
considerato dai dominatori polacchi soltanto come un segno di debolezza. Forse anche
come stoltezza. Poiché al Governo polacco importava ora di soggiogare a poco a poco, in
mille modi, anche Danzica, io tentai con proposte adatte di giungere ad una soluzione, la
quale avrebbe potuto riunire dal punto di vista nazional-politico e secondo il desiderio
della popolazione, Danzica alla Germania, senza con ciò recar danno ai bisogni
economici ed ai cosiddetti diritti della Polonia. Se oggi qualcuno afferma che si trattò qui
di pretese con carattere di ultimatum, dice una menzogna. Infatti, le proposte di una
soluzione sottoposte nel marzo 1939 al Governo polacco non erano nient’altro che
suggerimenti ed i pensieri che eran stati già molto prima discussi da me personalmente
con il ministro degli Esteri Beck. Però io credevo, nella primavera del 1939, di poter
facilitare al Governo polacco, di fronte alla sua opinione pubblica, l’adesione a queste
proposte mediante l’offerta di potergli concedere, come equivalente, una partecipazione
alla garanzia di indipendenza richiesta dalla Slovacchia, Se il Governo polacco si rifiutò
allora di entrare in discussione su quella proposta, ciò avvenne per due motivi:

Primo: le forze animatrici sciovinistiche, sobillate ed allineate dietro di esso non


pensavano menomamente di risolvere la questione di Danzica, ma vivevano al contrario
già nella speranza, più tardi manifestata pubblicisticamente e oratoriamente, di poter
ottenere, ben oltre Danzica, anche territori germanici del Reich, ossia aggredirli e
conquistarli. Questi desideri non si arrestarono alla Prussia Orientale; no, in un’ ondata di
pubblicazioni e con una serie continua di appelli, di discorsi, di risoluzioni, ecc., venne
richiesta, oltre all’ assorbimento della Prussia Orientale, l’annessione della Pomerania e
della Slesia, si pretese come minimo la frontiera dell’Oder, ed infine si designò persino
l’Elba come linea naturale di separazione fra la Germania e la Polonia. Queste richieste,
oggi forse considerate pazzesche ma allora inoltrate con fanatica serietà, furono motivate
in maniera addirittura ridicola con l’asserzione di una “missione civilizzatrice polacca” e
furono addotte come autorizzate, perché attuabili, con l’accenno alla potenza delle armate
polacche. Mentre io inviavo all’allora ministro degli Esteri polacco l’invito a delle
conversazioni sulle nostre proposte, i periodici militari polacchi parlavano già della
nullità dell’esercito tedesco, della viltà dei soldati tedeschi, della qualità scadente delle
armi tedesche, dell’ovvia superiorità delle forze armate polacche e della sicurezza, nel
caso di una guerra, di battere i tedeschi alle porte di Berlino e di annientare il Reich.
L’uomo però che voleva «sminuzzare» le armate tedesche alle porte di Berlino non era un
qualunque piccolo analfabeta polacco, ma il generalissimo Rydz-Smigly, attualmente in
Romania. Tutte le violazioni e le offese che la Germania e le forze armate tedesche hanno
dovuto subire da questi dilettanti militari non sarebbero state sopportate da nessun altro
Stato, né del resto esse si potevano attendere da nessun altro popolo. Nessun generale
francese e neanche inglese si sarebbe mai permesso un simile giudizio sulle forze armate
germaniche e, inversamente, nessun tedesco sui soldati inglesi, francesi o italiani, così
come ci fu dato di ascoltare e di leggere da anni e ripetutamente dal marzo 1939 da parte
polacca. Ci voleva una grande forza di autopadronanza per restare calmi di fronte a questi
insulti impertinenti e sfrontati, malgrado l’intima convinzione che le forze armate
tedesche spezzerebbero in poche settimane questo Stato ridicolo ed il suo esercito, e lo
spazzerebbero dalla superficie della terra. Tuttavia, questo atteggiamento spirituale, per il
quale era responsabile la classe dirigente stessa in Polonia, formò la causa prima per cui il
Governo polacco si rifiutò di sottoporre le proposte tedesche sia pure ad una discussione,

La seconda ragione fu quell’infausta promessa di garanzia data ad uno Stato che non era
affatto minacciato e che però, ormai protetto da due potenze mondiali, si adattò
rapidamente alla convinzione di poter provocare impunemente una grande potenza e forse
sperò persino di poter giungere alle premesse per la realizzazione delle proprie folli
ambizioni. Poiché, non appena la Polonia si seppe in possesso di questa garanzia ebbe
inizio per le minoranze ivi residenti un vero regime di terrore. lo non ho il compito di
parlare delle unità etniche ucraine e della Russia Bianca, i cui interessi vengono
rappresentati dalla Russia. Ma ho il dovere di parlare della sorte di quelle centinaia di
migliaia di tedeschi che furono i primi a portare, da molti secoli, la cultura in questo
paese, tedeschi che ora si cominciò a scacciare, ad opprimere, a violentare e che infine, a
partire dal marzo 1939, furono in balìa di un vero regime di satanico terrore. Quanti di
essi furono deportati, dove essi si trovano, non è stato possibile stabilire neanche oggi.
Villaggi con centinaia di abitanti di razza tedesca non hanno più uomini. Essi sono stati
completamente annientati. In altri invece si sono violentate e assassinate le donne, si è
fatto scempio e si sono uccisi ragazze e bambini. Nell’anno 1591l l’inglese Sir George
Carew scrisse nei suoi rapporti diplomatici al Governo britannico come le caratteristiche
predominanti dei polacchi fossero la crudeltà e la sfrenatezza morale. Questa crudeltà non
si è cambiata nei secoli da allora trascorsi. Così come in un primo tempo si massacrarono
e si martoriarono a morte, in maniera sadica, diecine e diecine di migliaia di soldati
tedeschi caduti prigionieri durante le ostilità. Questo pupillo delle democrazie
dell’Europa Occidentale non appartiene affatto alle nazioni civili. Per oltre quattro anni,
durante la grande guerra, fui al fronte occidentale. In nessuna delle parti belligeranti si
verificò allora qualcosa di simile. Quello che però si è svolto negli ultimi mesi in questo
paese e quello che è successo nelle ultime quattro settimane, rappresenta una unica
accusa contro i fautori responsabili di un cosiddetto organismo statale, mancante di ogni
premessa popolare, storica, culturale e morale.

Se soltanto l’uno per cento di tali orrori fosse stato consumato in un qualunque punto del
mondo ai danni di inglesi, vorrei allora vedere gli indignati dabbenuomini che oggi con
falso sdegno condannano l’azione tedesca o russa.

Irrigidimento polacco

No! Fornire a questo Stato e a questo Governo una garanzia, così come avvenne, non
poteva condurre che alla più grave sciagura. Né il Governo polacco o la fazione su cui
esso si appoggiava, né il popolo polacco come tale, erano in grado di valutare la
responsabilità derivata da un tale impegno preso a loro favore da mezza Europa. Da
questa passione sobillata da un lato, come ,pure dalla coscienza della sicurezza garantita
alla Polonia ad ogni condizione, scaturì l’atteggiamento del Governo polacco nel periodo
di tempo che va dal mese di aprile all’agosto di quest’anno. Ciò determinò anche la presa
di posizione riguardo alle mie proposte di pacificazione. Il Governo respinse queste
proposte, poiché esso si sentiva coperto o persino spinto dall’opinione pubblica, e
l’opinione pubblica lo coprì e lo spinse a sua volta su questa via, perché essa non era stata
meglio informata dal Governo e, soprattutto, perché essa si sentiva sufficientemente
garantita in ogni suo atto verso l’ esterno. Si doveva giungere così alla frequenza di
terribili atti terroristici contro le unità etniche germaniche, al rifiuto di tutte le proposte di
risoluzione e, infine ad attacchi sempre maggiori contro il territorio del Reich stesso. Con
una tale mentalità era tuttavia ben comprensibile che si considerasse la magnanimità
tedesca come debolezza, vale a dire ogni arrendevolezza tedesca venne considerata come
la prova della possibilità di avanzare ulteriori pretese. Il monito al Governo polacco di
non continuare più a molestare Danzica con ulteriori note aventi carattere di ultimatum e
sopratutto di non strangolare alla lunga economicamente la città, non portò a nessuna
distensione, ma, al contrario, alla completa paralisi delle comunicazioni della città stessa.

L’ammonimento di smetterla alfine con le continue fucilazione, con i perenni


maltrattamenti e supplizi dei tedeschi e la minaccia di opporvisi, portò invece ad un
accentuamento (sic.) di queste crudeltà ed a più violenti richiami e discorsi sobillatori da
parte dei voivoda polacchi e dei capi supremi militari. Alle proposte germaniche per
giungere ancora all’ultimo momento ad un accordo giusto e ragionevole, si rispose con la
mobilitazione generale. Alla richiesta tedesca (conforme al suggerimento fatto dalla
stessa Inghilterra) d’inviare un parlamentare, non si dette seguito ed al secondo giorno si
rispose anzi con una dichiarazione addirittura offensiva. In queste condizioni appariva
evidente che, in caso di ulteriori aggressioni contro il territorio del Reich, la pazienza
tedesca sarebbe giunta al limite. Ciò che i polacchi avevano falsamente interpretato come
debolezza, era in effetti la nostra coscienza della responsabilità e la mia volontà di
giungere ancora, se possibile, ad una intesa. Siccome però essi credevano che questa
pazienza e questa longanimità , ritenute debolezza, permettessero loro ogni cosa, non
rimase altra via che d’illuminarli su su questo loro errore ed infine di rispondere con quei
mezzi, di cui essi stessi avevano fatto uso da anni. Sotto questi colpi lo Stato polacco in
poche settimane è andato in frantumi ed è stato spazzato via. Con ciò è stata eliminata
una delle più assurde opere di Versaglia.

L’accordo russo-tedesco

Se ora, in questa azione della Germania si è manifestata una comunità d’interessi con la
Russia, tale comunità non si basa soltanto sull’unità dei problemi interessanti i due paesi,
bensì anche sulla identità di vedute che entrambi gli Stati hanno acquistato nei riguardi
dello sviluppo dei reciproci rapporti. Ho già rilevato nel mio discorso di Danzica, che la
Russia è organizzata secondo principi diversi dai nostri. Però, da quando risultò che il
signor Stalin non vedeva in questi principi sovietici ragione di ostacolo a intrattenere
amichevoli rapporti con Stati di differente punto di vista, anche la Germania
nazionalsocialista non vede ragione, dal canto suo, di applicare un altro sistema di
misura. La Russia sovietica è la Russia sovietica, la Germania nazionalsocialista è la
Germania nazionalsocialista. Una cosa però è certa: nello stesso momento in cui i due
Stati rispettano reciprocamente i loro differenti regimi ed i loro principi, viene a mancare
ogni ragione per un qualsiasi vicendevole atteggiamento ostile. In lunghi periodi storici
del passato si è dimostrato che i popoli di queste due più grandi nazioni d’Europa sono
stati particolarmente felici quando vissero in amicizia reciproca. La grande guerra, che
già Germania e Russia condussero l’una contro l’altra, divenne una disgrazia per i due
paesi. È comprensibile che specialmente gli Stati capitalistici dell’Occidente, abbiano
oggi un interesse di mettere in gioco, se possibile, l’un contro l’altro i due stati ed i loro
principi. Essi, a questo scopo ed in questa misura, considererebbero la Russia sovietica
sufficientemente distinta, per concludere con essa utili alleanze militari. Essi ritengono
però una perfidia se questo onorevole avvicinamento vien rifiutato e se, in sua vece, si
realizza un avvicinamento fra quelle Potenze, le quali hanno tutte le ragioni di cercare la
felicità dei loro popoli in una comune collaborazione pacifica e nello sviluppo dei loro
rapporti economici. Già un mese fa ho dichiarato al Reichstag, che la conclusione del
patto di non aggressione tedesco-russo rappresenta una svolta nell’intera politica estera
della Germania. Il nuovo patto di amicizia e d’interessi, concluso nel frattempo fra la
Germania e la Russia sovietica, renderà possibile fra gli Stati non soltanto la pace, ma
anche una felice e duratura collaborazione.

La Germania e la Russia spoglieranno del suo minaccioso carattere uno dei più pericolosi
punti d’Europa, contribuendo, ognuna nel suo ambito, al benessere degli uomini che vi
vivono e con ciò alla pace europea. Se oggi certi ambienti vogliono scorgere in ciò. a
seconda dei bisogni, ora una sconfitta della Russia ed ora una sconfitta della Germania,
vorrei dar loro la seguente risposta:

Da molti anni si sono attribuiti alla politica tedesca degli obiettivi che potrebbero
scaturire tutt’al più dalla fantasia d’uno studente di ginnasio. In un momento in cui la
Germania lotta per il consolidamento di uno spazio vitale che comprende soltanto poche
centinaia di migliaia di km quadrati, giornalisti sfrontati di nazioni, le quali dominano su
40 milioni di km quadrati, affermano che la Germania miri da parte sua al dominio del
mondo. Gli accordi tedesco-russi dovrebbero rappresentare, proprio per questi premurosi
avvocati della libertà mondiale, un motivo straordinario di tranquillità, poiché mostrano
loro, certo nella maniera più autentica, che tutte queste asserzioni di mire tedesche verso
gli Urali, l’Ucraina, la Rumenia, ecc., erano soltanto un prodotto della loro malata
fantasia utopistica. In una cosa però la decisione della Germania è irrevocabile, e cioè:
determinare anche all’est del nostro Reich condizioni pacifiche, stabili e, quindi,
sopportabili. Ed appunto qui gli interessi tedeschi si accordano perfettamente con quelli
della Russia sovietica. Questi due Stati sono decisi a non permettere che sorgano fra di
essi situazioni problematiche che covino in sé il germe di inquietudini interne e quindi,
anche di perturbamenti esterni che potessero pregiudicare in qualche modo i rapporti
reciproci delle due grandi Potenze. La Germania e la Russia sovietica hanno tracciato
perciò un confine netto delle rispettive sfere di interessi, decise ognuna per la sua parte a
mantenere la tranquillità e l’ordine e ad impedire tutto ciò che potrebbe recar danno
all’altro contraente. Gli scopi e i compiti risultanti dal crollo dello Stato polacco, per
quanto riguarda la sfera degli interessi tedeschi sono press’a poco i seguenti:

Premesse per la pacificazione

1. – Dare al Reich un confine che risponda alle evidenze storiche, etnografiche ed


economiche.

2. – Pacificare tutto quanto il territorio dando ad esso una tranquillità ed un ordine


soddisfacenti.

3. – Garantire in modo assoluto la sicurezza non solo del Reich, ma di tutta la zona
d’interessi.

4. – Procedere al riordinamento, alla ricostruzione della vita economica, del traffico e,


quindi, anche dello sviluppo culturale e civile.

5. – Compito più importante però: un ordinamento nuovo della situazione etnografica,


ossia un trasferimento di gruppi nazionali in modo che al termine dello sviluppo risultino
linee di separazioni migliori di quelle odierne. In tal senso non si tratta di un problema
limitato a questi territori, ma di un compito che di molto li sorpassa. L’intero Est ed il
Sud-Est dell’Europa sono infatti in parte pieni di frammenti dispersi di popolazione
germanica. In essi appunto deve scorgersi un motivo ed una causa di continui
perturbamenti internazionali. Nell’epoca del principio delle nazionalità e del pensiero
razziale è utopia credere che si possano assimilare senz’altro questi elementi di un popolo
di cultura superiore. Fa parte quindi dei compiti di un ordinamento lungimirante della vita
europea, procedere qui a scambi di popolazioni intesi ad eliminare in tal modo una parte
almeno della materia di conflitto in Europa. La Germania e l’Unione delle Repubbliche
sovietiche hanno convenuto di darsi a questo riguardo reciproco aiuto. Il Governo del
Reich non permetterà mai che lo Stato residuale polacco nascente, possa divenire un
qualsiasi elemento perturbatore per il Reich stesso, o addirittura sorgente di perturbazioni
fra la Germania e la Russia sovietica. Assumendosi quest’opera di risanamento, la
Germania e la Russia sovietica possono ben a ragione far notare che il tentativo di
risolvere il problema coi metodi di Versaglia è totalmente fallito. E doveva fallire perché
tali compiti non si possono mai risolvere sul tappeto verde o ricorrendo semplicemente ad
imposizioni. La maggior parte degli statisti che, a Versaglia, furono chiamati a giudicare
su questi complessi problemi, non possedevano la benché minima preparazione storica, e,
spesso, non avevano nemmeno una pallida idea della natura del compito loro affidato. Ma
non avevano nemmeno una responsabilità qualsiasi per le conseguenze delle loro azioni.
Riconoscere che l’opera loro poteva forse non essere giusta non aveva alcuna importanza,
perchè in pratica non esisteva la via per giungere ad una reale revisione. Nello stesso
trattato di Versaglia era previsto, infatti, che la possibilità di una tale revisione dovesse
rimanere aperta, ma in realtà tutti i tentativi di giungere ad essa fallirono, e tanto più
dovevano fallire quando la Società delle Nazioni cessò, quale sede competente, di potersi
pretendere intimamente giustificata alla applicazione di una tale procedura. Dopo che l’
America per prima si rifiutò di sanzionare il trattato di pace di Versaglia e di entrare
persino a far parte della Società delle Nazioni, e quando ulteriormente anche altri popoli
credettero di non poter conciliare più la loro presenza in quel consesso con gli interessi
dei loro paesi, quell’associazione si ridusse sempre più ad un circolo di interessati
al diktat di Versaglia. È comunque un fatto positivo che nessuna delle revisioni
riconosciute fin dal principio necessarie avvenne per mezzo della Società delle Nazioni.
Essendo invalso nell’epoca nostra l’uso di continuare a considerare come esistente un
Governo fuggiasco, anche se consta di soli tre membri, purché abbia preso seco tanto oro
da non pesare economicamente sui paesi democratici ospitanti, è da ritenere che anche la
Società delle Nazioni continuerà coraggiosamente a sussistere, anche se solo due nazioni
vi si raccolgano. Alla fine basterà forse anche una sola! Ma secondo lo statuto della Lega
ogni revisione delle clausole di Versaglia dipenderebbe anche allora esclusivamente da
quell’illustre Società, cioè, in altri termini, sarebbe praticamente impossibile. Ora la
Società delle Nazioni non è nulla di vivo, ma è già oggi qualcosa di morto; i popoli
colpiti, invece, non sono morti, ma vivono. Essi riusciranno a far valere i propri interessi
vitali anche se la Società delle Nazioni dovesse essere incapace di vederli, di intenderli o
di tenerne conto. II Nazionalsocialismo non è, quindi, un fenomeno sviluppatosi in
Germania per impedire malignamente alla Società delle Nazioni di realizzare i suoi sforzi
revisionistici, bensì un movimento nato dal fatto che per 15 anni essa impedì la revisione
dell’oppressione dei più elementari diritti umani e nazionali di un grande paese. Ed io,
per parte mia non ammetto che uno statista straniero si levi a dichiarare che sono un
fedifrago perché ho ora realizzato tale revisione. Al contrario, io ho preso di fronte al
popolo tedesco l’impegno sacrosanto di eliminare il trattato di Versaglia e di restituirgli il
suo naturale diritto all’esistenza quale grande nazione. Le proporzioni nelle quali io
assicuro tale diritto vitale sono modeste. Se 46 milioni di inglesi pretendono di dominare
su 40 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre, non è un’ingiustizia se 82
milioni di tedeschi rivendichino il diritto di vivere un’area di 800.000 km quadrati, di
coltivarvi i loro campi e di attendervi alle arti loro. Né che chiedano inoltre la restituzione
di quei possedimenti coloniali che già loro appartennero, che non avevano tolto a nessuno
né con la rapina né con la guerra, ma che avevano lealmente ottenuto mediante compera,
baratto od accordi. Inoltre, per tutte le rivendicazioni che affacciai, cercai sempre in
primo luogo di ottenere la revisione per mezzo di trattative, Ho rifiutato, tuttavia, di
presentare i diritti vitali della Germania, come umilissima preghiera, a un qualsiasi
consorzio internazionale incompetente! Come non credo la Gran Bretagna disposta a
supplicare che siano rispettati i suoi diritti vitali, così non ci si deve aspettare che lo
faccia la Germania nazionalsocialista. Ma io – debbo dichiararlo qui solennemente – ho
limitato straordinariamente la misura di tali revisioni del trattato di Versaglia.
Specialmente in tutti quei casi in cui non vedevo minacciati i naturali interessi vitali del
mio popolo, ho consigliato io stesso a questo, di accontentarsi e di fare delle rinunce. Ma,
in qualche luogo, questi 80 milioni debbono pur vivere. Vi è una realtà, infatti, che
nemmeno il trattato di Versaglia ha potuto eliminare: esso, nel modo più assurdo, ha
bensì disciolto Stati, dilaniato zone economiche, tagliato linee di comunicazione, e così
via; ma i popoli, cioè la sostanza viva fatta di carne e di sangue, è rimasta, e rimarrà
anche in avvenire.

La Germania e i suoi confinanti

Ora è incontestabile che, dacché il popolo tedesco ha avuto e trovato nel


Nazionalsocialismo la propria resurrezione, si è prodotta in larga misura una
chiarificazione dei rapporti fra la Germania e il mondo circostante. La mancanza di
sicurezza che grava oggi sulla convivenza dei popoli non deriva già da rivendicazioni
tedesche, ma dai sospetti seminati dai pubblicisti delle cosiddette democrazie. Le
rivendicazioni tedesche sono state presentate in modo ben chiaro e preciso. Hanno
peraltro trovato adempimento non già in grazia della comprensione della Società delle
Nazioni ginevrina, ma grazie al dinamismo dell’evoluzione naturale. Il fine della politica
estera del Reich, da me diretta, non fu mai d’altronde se non quello d’assicurare al popolo
tedesco l’ esistenza e quindi la vita, d’ eliminare le iniquità e stoltezze d’un trattato che
rovinò economicamente non solo la Germania, ma trascinò del pari a rovina le nazioni
vittoriose. Del resto tutto il lavoro di ricostruzione del Reich fu opera rivolta al di dentro.
In nessun paese del mondo, quindi, l’anelito alla pace fu più profondo che nel popolo
tedesco. È una fortuna, non una sfortuna per l’umanità, che io sia riuscito ad eliminare
pacificamente le più folli assurdità del trattato di Versaglia, senza suscitare difficoltà
interne agli statisti stranieri. S’intende che tale eliminazione poté essere a volte dolorosa
per taluno degli interessati. Ma tanto maggiore è certo il pregio del fatto che la nuova
sistemazione si compì in tutti i casi, eccetto l’ultima, senza spargimento di sangue. E
l’ultima revisione di quel trattato avrebbe potuto avvenire in via pacifica, precisamente
come le altre, se le due circostanze ricordate non avessero sortito l’ effetto opposto. Ma
ne hanno colpa anzitutto coloro che non solo non si rallegravano delle precedenti
revisioni ,pacifiche, ma all’opposto si dolevano di veder sorgere in via pacifica una nuova
Europa centrale, una Europa centrale che a poco a poco poteva ridare lavoro e pane ai
suoi abitanti.
Ho già detto che uno degli scopi del Governo del Reich era quello di dare chiarezza ai
rapporti fra noi ed i nostri vicini. Citerò qui fatti che non possono venir cancellati dagli
scribacchiamenti di mendaci gazzettieri internazionali.

I. – La Germania ha conchiuso patti di non aggressione con gli Stati baltici. I suoi
interessi sono colà di natura esclusivamente economica.

2. – La Germania non ha avuto nemmeno in passato conflitti di interessi, nonché punti


controversi, con gli Stati nordici, e così non ne ha oggi. Svezia e Norvegia hanno
entrambe ricevuto dal Reich l’offerta di patti di non aggressione e li hanno rifiutati
soltanto perché dal canto loro non si sentivano minacciate in nessun modo.

3. – Di fronte alla Danimarca la Germania non ha tratto alcuna conseguenza dal distacco
di territorio tedesco operato col trattato di Versaglia; all’opposto ha stabilito con la
Danimarca leali ed amichevoli rapporti. Noi non abbiamo affacciato alcuna esigenza di
revisione, ma concluso con la Danimarca un patto di non aggressione. I rapporti con tale
Stato si indirizzano quindi ad una immutabile, leale ed amichevole collaborazione.

4. – Olanda: il nuovo Reich ha cercato di continuare la tradizionale amicizia con


l’Olanda; non ha ereditato alcun dissidio tra i due Stati e non ne ha creato altri.

.s. – Belgio: Subito dopo assunto il potere, io mi adoperai a rendere amichevoli i rapporti
col Belgio. Ho rinunciato a qualsiasi revisione od aspirazione analoga. Il Reich non ha
presentato alcuna richiesta che fosse in qualsiasi modo atta ad apparire minacciosa al
Belgio,

6. – Svizzera: Lo stesso atteggiamento è tenuto dalla Germania verso la Svizzera. Il


Governo del Reich non ha mai dato occasione al benché minimo dubbio circa il proprio
desiderio di rapporti leali fra i due paesi. Del resto neanche esso ha mai espresso alcuna
lagnanza circa rapporti fra i due paesi.
7. – Subito dopo l’« Anschluss» io ho notificato alla Jugoslavia che anche con essa la
Germania considerava ormai immutabile la frontiera e che ora desideriamo soltanto di
vivere in pace e in amicizia con lei.

8. – Con l’Ungheria siamo uniti da molti anni da un tradizionale vincolo di stretta e


cordiale amicizia. Anche qui i confini sono immutabili.

9. – La Slovacchia, al momento di nascere, ha essa stessa espresso alla Germania il


desiderio di essere aiutata. La sua indipendenza è riconosciuta dal Reich e viene
scrupolosamente rispettata.

L’amicizia italiana

La Germania non ha soltanto chiarito e regolato i suoi rapporti con questi Stati, rapporti
che purtuttavia erano in parte aggravati dal trattato di Versaglia, ma anche con le grandi
Potenze.

Ho realizzato, insieme al Duce, un mutamento nei rapporti del Reich nei confronti
dell’Italia. I confini esistenti fra i due Stati vennero solennemente riconosciuti come
immutabili dai due Imperi. Venne eliminata ogni possibilità di contrasti d’interessi di
natura territoriale. Gli antichi avversari della guerra mondiale sono divenuti nel frattempo
cordiali amici. Non ci si è limitati a normalizzare i rapporti; in seguito siamo giunti alla
stipulazione di un patto ideologicamente e politicamente molto stretto; che si è dimostrato
un forte elemento della collaborazione europea.

Mi sono soprattutto adoperato a disintossicare ì rapporti con la Francia e a renderli


sopportabili per le due nazioni. Precisai qui una volta con estrema chiarezza le pretese
tedesche e non mi sono mai dipartito da tale dichiarazione. La restituzione del territorio
della Saar era l’unica rivendicazione che io consideravo come premessa assolutamente
indispensabile per un’intesa fra la Germania e la Francia. Dopo che la Francia stessa
risolse lealmente questo problema, cadde senz’altro ogni altra pretesa tedesca verso di
essa; non esiste più una rivendicazione analoga, né ne verrà mai sollevata un’altra. Mi
spiego: ho rinunciato a porre persino in discussione il problema dell’ Alsazia-Lorena, non
perché vi fossi stato costretto, ma perché questa questione non costituisce menomamente
un problema atto a creare un giorno difficoltà nei rapporti franco-tedeschi. Accettai la
decisione dell’anno 1919 e mi rifiutai di ricominciare prima o dopo, per una tale
questione, una guerra cruenta che non sta in nessun rapporto con le necessità vitali della
Germania, ma che è invece destinata a far piombare in una lotta infausta una generazione
sì e l’altra no. La Francia lo sa. È impossibile che un qualsiasi uomo di Stato francese
sorga e dichiari che io abbia mai posto una richiesta alla Francia, la cui realizzazione
fosse incompatibile con l’ onore o con gli interessi francesi. Invece di una rivendicazione
ho espresso alla Francia soltanto un unico desiderio, quello di sotterrare per sempre
l’antica inimicizia e di avviare le due nazioni verso una reciproca intesa, compatibile con
il loro grande passato storico. Presso il popolo tedesco ho compiuto tutto quanto era
possibile per estirpare l’idea di una fatale inimicizia ereditaria e per inculcare al suo posto
la stima per le grandi realizzazioni del popolo francese e per la sua storia, allo stesso
modo che ogni soldato tedesco sente la più alta stima di fronte all’incontestabile valore
delle forze armate francesi .

Non minori furono i miei sforzi per un’intesa tedesco-inglese, anzi per un’amicizia fra i
due paesi. Giammai ed in nessun luogo ho veramente contrastato gli interessi britannici.
Purtroppo ho dovuto invece, ben sovente, difendere interessi tedeschi contro ingerenze
britanniche, anche là dove essi non pregiudicavano in nessunissima maniera gli interessi
dell’Inghilterra. Ho sempre considerato come compito precipuo della mia vita di
avvicinare i due popoli, non soltanto dal punto di vista della ragione, ma anche da quello
del sentimento. Il popolo tedesco mi ha seguito volonterosamente anche su questa via. Se
le mie premure in questo senso fallirono, ciò fu dovuto esclusivamente al fatto che,
presso una parte degli uomini di Stato e dei giornalisti britannici, è radicata contro la mia
persona un’inimicizia di tale violenza, che essi non fanno mistero alcuno del loro unico
obbiettivo, che è quello di riprendere, per ragioni a noi inesplicabili, alla prima occasione
che si presenti, la lotta contro la Germania. Tanto meno questi uomini posseggono delle
ragioni positive per una tale impresa, tanto più essi cercano di motivare e di mascherare
una tale loro intenzione con delle frasi e delle affermazioni assolutamente prive di senso.
Credo però ancor oggi che una vera pacificazione in Europa e nel mondo sia soltanto
possibile qualora la Germania e l’Inghilterra riescano ad intendersi. In base a tale mia
convinzione mi sono ben sovente messo sul cammino di una tale intesa. Se alla fine non
si è poi giunti al risultato desiderato, ciò non fu veramente mia colpa.

Infine, ho cercato di normalizzare i rapporti del Reich con la Russia dei Sovieti, per
portarli finalmente su di una base amichevole. Grazie ad uguali intendimenti di Stalin,
sono riuscito anche in questo. Anche con questo Stato vennero creati dei rapporti
d’amicizia duratura, le cui conseguenze saranno benefiche per entrambi i popoli.

Nel complesso, la revisione da me compiuta del trattato del V non ha creato in Europa
nessun caos, ma bensì le premesse per chiari, stabili e soprattutto sopportabili rapporti.
Soltanto colui che odia quest’ordine nei rapporti europei e desidera il disordine, può esser
nemico di tali azioni. Se peraltro si ritiene di poter respingere con faccia tosta i metodi,
grazie ai quali è sorto un sopportabile ordine nello spazio centro-europea, allora posso
solo rispondere che, alla fine dei conti, non è tanto importante il metodo, quanto il
successo pratico, Prima della mia andata al potere l’Europa centrale e precisamente non
soltanto la Germania, ma anche gli Stati circostanti, furono colpiti da una desolante
disoccupazione. Le produzioni diminuirono e con ciò si ridusse anche forzosamente il
consumo. Il tenore medio della vita si abbassò, e calamità e miseria ne furono le
conseguenze. Nessuno degli uomini politici che sono sempre pronti a criticare può
mettere in dubbio che, non solamente nel vecchio Reich, ma ora anche nei territori a lui
uniti, si è riusciti ad allontanare queste manifestazioni di rovina economica, e ciò nelle
condizioni più difficili.

Si è così dimostrato che questo spazio centro-europeo è vitale solamente a condizione di


costituire un tutto organico e che colui che lo smembra, commette un crimine contro
milioni di uomini. L’aver eliminato crimine non significa aver mancato alla parola data
ma costituisce il mio onore, il mio orgoglio e una grande impresa storica. Né il popolo
tedesco, né io stesso siamo legati da giuramento al trattato di Versaglia; io sono
responsabile unicamente del benessere del mio popolo, del quale sono il mandatario, e di
quello di coloro che il destino ha posto nell’ambito del nostro spazio vitale, legandoli, in
tal modo, indissolubilmente al nostro proprio benessere.

La mia unica preoccupazione è quella di assicurare loro l’ esistenza e con ciò la vita. Il
tentativo di voler criticare questo mio modo di agire dalla cattedra di una prepotenza
internazionale, di volerlo giudicare o condannare, è antistorico e mi lascia freddo. II
popolo tedesco mi ha eletto colla sua fiducia, e qualunque tentativo di critica straniera o
di intromissione non riuscirà che a rafforzarlo in questo suo atteggiamento a mio
riguardo.

Necessità vitali dei popoli

D’altronde ho fatto precedere ogni singola revisione da relative proposte. lo ho tentato, a


mezzo di trattative, di raggiungere e di assicurare quanto assolutamente necessario.
Anche questo mi è riuscito in una serie di casi. In altri casi invece, la mi volontà di
trattare e anche spesso la poca entità delle mie richieste e la modestia delle mie proposte
fu considerata quale debolezza e pertanto respinta. A nessun altro ciò ha fatto maggior
dispiacere quanto a me stesso. Però, nella vita dei popoli esistono necessità che, se non
trovano realizzazione in via pacifica, devono venir risolte con la forza.

Ciò potrà deplorevole, ma vale tanto per la vita dei singoli cittadini come per quella della
collettività. Il principio secondo il quale interessi supremi della collettività non possono
venir lesi dalla cocciutaggine o addirittura dalla cattiva volontà dei singoli individui, è
indiscutibilmente giusto. lo ho sottoposto anche alla Polonia le più moderate proposte.
Esse non solo vennero respinte ma condussero, al contrario, alla mobilitazione generale
di questo Stato, con una motivazione che lascia chiaramente intravedere come, proprio
nella modestia delle mie proposte, si credette di vedere la conferma della mia debolezza,
alla fine direi quasi della mia paura.

Effettivamente questa esperienza dovrebbe proprio sconsigliare dal fare proposte sensate
e moderate. Anche in questi giorni leggo in certi giornali, come ogni tentativo di
regolamento pacifico dei rapporti tra la Germania, da una parte, e l’Inghilterra e la
Francia dall’altra, è da escludersi, e che una proposta in questo senso dimostra solamente
che io, pieno di timore, vedo innanzi a me il crollo della Germania e che pertanto avanzo
questa proposta solo per viltà o per cattiva coscienza. Se io ora, ciononostante, rendo noto
il mio pensiero in merito a questo problema, significa che accetto di passare, agli occhi di
questa gente, per un vile o per un disperato. Io mi posso permettere anche questo, poiché
il giudizio su di me non verrà dato nella storia, grazie a Dio, da questi compassionevoli
scribacchini, ma è fissato per sempre dall’opera della mia vita, E inoltre il giudizio di
questa gente mi è abbastanza indifferente in questo momento. Il mio prestigio è
abbastanza grande da permettermi qualche cosa di simile. Poiché, se io esprima questi
miei pensieri veramente per paura o per disperazione, lo dimostrerà, in ogni caso il corso
futuro degli avvenimenti. Oggi, tutt’al più posso deplorare che gente la quale , per la sua
sete di sangue , non vede mai abbastanza guerre, non sia purtroppo colà, dove la guerra
viene realmente combattuta e che, anche prima di oggi, non siano stati dove si è sparato.
Io capisco perfettamente che vi sono persone interessate che hanno più da guadagnare da
una guerra che da una pace, e io comprendo inoltre che, per una certa sottospecie di
giornalisti internazionali, è più interessante fare dei resoconti sulla guerra che sulle
trattative o magari sulle opere culturali di una pace, che essi non apprezzano e non
comprendono. E infine mi è molto chiaro che un certo capitalismo e giornalismo
giudaico-internazionale non interpreta affatto il sentimento dei popoli, i cui interessi
pretende di rappresentare, ma che quali Erostrati della società umana, vedono nella
propagazione dell’incendio, il più grande successo della loro esistenza.

Io ritengo anche, per un altro motivo, di dover far sentire la mia voce. Se io leggo oggi
certi organi della stampa internazionale o se ascolto i discorsi dei diversi, focosi
guerrafondai, credo allora di poter parlare e rispondere in nome di coloro che hanno
fornito la materia viva per l’attività spirituale di questi bellicisti, quella materia viva,
ripeto, alla quale io stesso ho appartenuto, quale soldato sconosciuto, per ben quattro
anni, durante la grande guerra. Certo fa un effetto “grandioso”, sentire un uomo di Stato o
un giornalista insorgere e proclamare, con parole infuocate, la necessità di eliminare il
regime in un altro paese, in nome della democrazia o di qualcosa di simile.

La messa in pratica di questa fraseologia enfatica è poi in realtà alquanto diversa. Si


scrivono oggi articoli di giornali, i quali sono sicuri dell’entusiastico plauso di un distinto
pubblico di lettori. La realizzazione delle richieste che si trovano in questi articoli ha però
effetti molto meno entusiasmanti. Non voglio parlare qui della capacità di giudizio o della
competenza di questa gente. Essi possono scrivere tutto quel che credono, ma la vera
natura di tale controversia non viene mutata. Prima della campagna polacca questi
pennaioli affermavano che la fanteria tedesca non era forse cattiva, ma aggiungevano che
i carri armati – e sopratutto le formazioni motorizzate – erano scadenti e che ad ogni loro
impiego avrebbero mancato allo scopo. Adesso – dopo l’annientamento della Polonia –
quelle stesse persone scrivono con sfacciataggine, che le armate polacche crollarono
esclusivamente per merito dei carri armati e di tutti i reparti motorizzati del Reich, ma
che per contro la fanteria tedesca ha peggiorato in modo veramente notevole e che in ogni
urto coi polacchi ha avuto la peggio. “In ciò – dice testualmente uno di quei tali pennaioli
– si può scorgere, e con ragione, un sintomo favorevole per la guerra in Occidente, ed il
soldato francese saprà ben prender nota di ciò”.

Lo credo anch’io, a condizione ch’egli riesca realmente a prenderne visione coi propri
occhi e che possa anche ricordarsene più tardi. Probabilmente egli andrà poi a dare una
tirata d’orecchi a quell’individuo di cose militari. Ma purtroppo ciò sarà impossibile,
perché quella gente non va a controllare di persona la bravura o la inettitudine della
fanteria tedesca sui campi di battaglia, bensì rimane nelle sue redazioni a farne la
descrizione. Sei settimane – che dico, 14 giorni di fuoco tambureggiante – basterebbero
perché i signori guerrafondai se ne facessero un’altra opinione. Essi parlano sempre di un
necessario evento politico, di portata mondiale ma essi non conoscono il decorso militare
delle cose. Tanto meglio, lo conosco però io, e perciò ritengo essere mio dovere di parlare
qui, pur esponendomi al pericolo che i guerrafondai credano veder di nuovo in questo
mio discorso solo l’ espressione del mio timore ed un sintomo del grado della mia
disperazione.

Per quale ragione deve aver dunque luogo la guerra in occidente? Per la ricostituzione
della Polonia?

La Polonia di Versaglia non risorgerà

La Polonia del Trattato di Versaglia non risorgerà mai più. Lo garantiscono due dei più
grandi Stati della terra. La definitiva sistemazione di questo territorio, il problema della
ricostituzione di uno Stato polacco, sono quesiti che non vengono risolti dalla guerra in
occidente, bensì soltanto da parte russa, in un caso, e da parte tedesca, in un altro. D’altro
lato, ogni esclusione di queste due Potenze dai territori in questione non porterebbe alla
costituzione di uno Stato, ma ad un caos completo. I problemi che ivi sono da risolvere,
non vengono risolti né al tavolo di una conferenza, né nell’ufficio di una redazione, bensì
da un lavoro della durata di un decennio. Non è sufficiente che alcuni uomini di Stato, i
quali alla fin dei conti non sono neppure interessati al destino dei colpiti, si riuniscano e
prendano delle decisioni; è invece necessario, che qualcuno, che sia partecipe della vita di
questo territorio, si incarichi del lavoro di ricostruzione di uno stato di cose veramente
durevole. La competenza delle democrazie occidentali riguardo alla sistemazione di tale
ordinato stato di cose non si è palesata affatto, per lo meno negli ultimi tempi. L’esempio
della Palestina mostra che sarebbe stato meglio occuparsi dei compiti attuali per risolverli
con ragionevolezza, anziché occuparsi di problemi che si trovano nell’ambito della vita e
degli interessi di altri popoli, i quali certo li avrebbero risolti meglio. Comunque la
Germania ha assicurato non soltanto la calma e l’ordine nel suo Protettorato di Boemia e
Moravia, ma soprattuttto ha anche gettato le basi per una nuova rinascita economica e per
una sempre più intima comprensione tra le due nazioni. L’Inghilterra avrà ancora molto
da fare prima di poter mostrare risultati simili nel suo protettorato palestinese.

Del resto si sa benissimo che sarebbe pazzia il distruggere milioni di vite umane e
centinaia di miliardi di beni per ristabilire un organismo che già fin dalla sua origine fu
definito da tutti i non polacchi come un aborto. Quale ne sarebbe l’ altro motivo? Ha
imposto forse la Germania all’Inghilterra una qualche pretesa che minacciasse l’Impero
britannico o che ponesse in forse la sua esistenza? No, al contrario, La Germania non ha
rivolto una simile pretesa né alla Francia né all’Inghilterra. Ma qualora questa guerra
dovesse essere veramente fatta per dare alla Germania un nuovo regime, vale a dire per
abbattere di nuovo il Reich attuale e per giungere con ciò ad una nuova Versaglia, allora
milioni di uomini verrebbero sacrificati senza scopo, poiché né verrà abbattuto il Reich,
né verrà ristabilita una seconda Versaglia. E quand’anche ciò dovesse riuscire dopo una
guerra di tre o di quattro o di otto anni, questa seconda Versaglia diventerebbe in seguito
nuovamente fonte di altri conflitti. Ma in ogni caso una sistemazione dei problemi del
mondo, che non tenesse conto degli interessi vitali dei suoi popoli più forti, non potrebbe
concludersi dopo 5 o 10 anni diversamente dalla conclusione attuale del tentativo di
vent’anni fa. No, questa guerra all’occidente non regola nessun problema, ma tutt’al più
restaurerà le finanze rovinate di alcuni industriali di forniture belliche e di padroni di
giornali o di altri guerrafondai internazionali.

l fini del Reich

Due problemi s’impongono oggi alla discussione:

1) La sistemazione dei problemi sorti dallo sfacelo della Polonia, e

2) il problema della eliminazione di quelle preoccupazioni internazionali, che rendono


politicamente ed economicamente difficile la vita dei popoli.
Quali sono ora i fini del Governo del Reich riguardo all’ordinamento dello stato di cose
nello spazio che ad ovest della linea di demarcazione tedesco-russo-sovietica è
riconosciuto come zona di influenza tedesca?

1) La creazione di una frontiera del Reich che – come già messo in rilievo – corrisponda
alle condizioni storiche, etnografiche ed economiche.

2) La sistemazione di tutto lo spazio vitale in base alle nazionalità, e cioè la risoluzione di


quei problemi delle minoranze che non tocchino soltanto questo spazio, ma che
riguardano oltre a ciò quasi tutti gli Stati meridionali e sud-orientali dell’Europa.

3) In tale rapporto: il tentativo dell’ordinamento e della sistemazione del problema


ebraico.

4) La ricostruzione dei traffici e della vita economica a vantaggio di tutti i cittadini che
vivono in questo spazio,

5) La garanzia della sicurezza di tutto questo territorio e

6) L’istituzione di uno Stato polacco che, nella sua costituzione e nei suoi organi direttivi,
offra la garanzia che non nasca né un nuovo focolaio d’incendio contro il Reich
germanico né venga formata una centrale di intrighi contro la Germania e la Russia.

Oltre a ciò si dovrà cercare immediatamente di eliminare gli effetti della guerra, o almeno
di mitigarli e cioè di alleviare, mediante un’ azione pratica di soccorso, l’ enorme
sofferenza in atto. Questi compiti – come già rilevato – possono essere bensì discussi al
tavolo di conferenze, ma non vi possono essere mai risolti. Se l’Europa ha interesse alla
calma ed alla pace, allora gli Stati europei devono essere grati alla Russia ed alla
Germania per il fatto di esser pronte a fare ormai di questo focolaio di disordine una zona
di sviluppo pacifico, di assumere la responsabilità e di sopportare i sacrifici anche a ciò
inerenti. Per il Reich germanico questo compito, dato che esso non può essere
interpretato imperialisticamente, implica un lavoro che potrà durare da 50 a 100 anni. La
giustificazione di questo lavoro tedesco è da ricercarsi nell’ ordinamento politico di
questo territorio come pure nello sviluppo della sua vita economica. In definitiva però le
due finalità tornano a vantaggio di tutta l’Europa.

Il secondo compito, ai miei occhi di gran lunga più importante, è però quello della
creazione non solo del convincimento ma anche della sensazione di una sicurezza
europea. All’uopo è necessario che

I) subentri un’assoluta chiarezza sui fini della politica estera degli Stati europei. Per
quanto concerne la Germania, il Governo del Reich è pronto a dare un chiaro e completo
quadro delle sue intenzioni in materia di politica estera. A tale riguardo esso pone in cima
a questa dichiarazione la constatazione che, per esso, il trattato di Versaglia non deve più
considerarsi come esistente e cioè che il Governo germanico del Reich e con esso tutto il
popolo tedesco non vedono nessuna causa e nessun motivo di qualsiasi ulteriore
revisione, eccetto la richiesta di un possedimento coloniale spettante al Reich; in prima
linea quindi la restituzione delle colonie tedesche. Questa richiesta coloniale è motivata
non soltanto dalla legittima pretesa storica sulle colonie tedesche, ma sopratutto dal
legittimo diritto elementare in merito alla partecipazione alle fonti di materie prime della
terra. Questa richiesta non è ultimativa, ed essa non è una richiesta spalleggiata dalla
forza, bensì una richiesta della giustizia politica e del buon senso comune in materia
economica.

2) La necessità di un vero rifiorire dell’economia internazionale, collegata all’incremento


del commercio e delle comunicazioni, premette il riordinamento delle economie interne e
delle produzioni nell’ ambito dei singoli Stati. Per facilitare lo scambio di queste
produzioni bisogna giungere però ad un riordinamento dei mercati e ad un regolamento
definitivo delle valute, allo scopo di abbattere così lentamente gli ostacoli che si
oppongono ad un libero commercio.
3) La premessa più importante per un vero rifiorire dell’economia europea, ed anche
extra-europea, è però la creazione di una pace assolutamente garantita ed un sentimento
di sicurezza nei singoli popoli. Questa sicurezza non è soltanto resa possibile mediante il
sanzionamento definitivo dello status europeo, ma soprattutto colla riduzione degli
armamenti ad una misura ragionevole ed anche economicamente sopportabile. Questo
necessario sentimento di sicurezza presuppone però innanzitutto un chiarimento
dell’impiego e dell’applicazione di determinate armi moderne, che, nei loro effetti, sono
atte in ogni momento a penetrare nel cuore di ognuno dei singoli popoli e a lasciare
quindi una sensazione durevole d’incertezza. Già nei miei precedenti discorsi al
Reichstag ho fatto delle proposte in questo senso. Esse – per il solo fatto che partivano da
me – furono respinte. Credo però che la sensazione di una sicurezza nazionale in Europa
sarà ripristinata soltanto quando avrà luogo in questo campo, in virtù d’impegni
internazionali chiari e valevoli, un’ampia determinazione del concetto sull’impiego di
armi ammesse e non ammesse.

Così come la convenzione di Ginevra riuscì a proibire, almeno presso gli Stati civili,
l’uccisione di feriti, il maltrattamento di prigionieri, la lotta contro i non belligeranti ecc.,
e così come si riuscì, con l’andare del tempo, a giungere al rispetto generale di questa
norma, nello stesso modo si deve riuscire a fissare l’impiego dell’aeronautica, dei gas,
ecc., dei sommergibili, ma anche definire il concetto di contrabbando in modo tale che la
guerra venga spogliata dell’orribile carattere di una lotta contro donne e bambini e, in
generale, contro i non belligeranti. Il bando di determinati procedimenti condurrà
automaticamente all’eliminazione delle armi divenute quindi superflue. lo mi sono
sforzato, già in questa guerra con la Polonia, d’impiegare l’arma aerea soltanto contro i
cosiddetti obbiettivi militari importanti e di farla entrare in azione quando in un punto
veniva opposta una resistenza attiva. Dev’essere però possibile, appoggiandosi alla Croce
Rossa, di trovare un fondamentale regolamento internazionale di applicazione collettiva.
Soltanto in base a queste premesse, potrà tornare, nel nostro continente densamente
popolato, una pace che, libera da diffidenze e da timori, potrà creare i presupposti per un
vero rifiorire anche della vita economica. Io credo che non ci sia nessun uomo di Stato
europeo e responsabile che non desideri nel più profondo del suo cuore la prosperità del
suo popolo. Una realizzazione di questo desiderio è però soltanto immaginabile nel
quadro di una collaborazione generale delle nazioni di questo continente. L’assicurare
questa collaborazione può essere quindi la sola mèta di ogni singolo uomo che lotta
realmente per l’avvenire anche del suo popolo.

Necessità di una conferenza

Per raggiungere quest’alta mèta dovranno pur riunirsi un giorno le grandi nazioni di
questo continente, allo scopo di elaborare, di accettare e di garantire in un ampio
ordinamento uno statuto che dia a tutti il sentimento della sicurezza, della tranquillità e
della pace. E’ impossibile che una simile conferenza si riunisca senza i più accurati lavori
preliminari, ossia senza il chiarimento dei singoli punti e soprattutto senza un lavoro
preparatorio. È altrettanto impossibile che una simile conferenza, che dovrà determinare
per decenni il destino di questo continente, operi al rombo dei cannoni e anche soltanto
sotto la pressione delle armate mobilitate. Dato però che questi problemi prima o dopo
dovranno essere risolti, sarebbe più ragionevole attuare questa soluzione prima che
milioni di persone si dissanguino senza ragione e che valori di miliardi vengano distrutti.
Il perdurare dell’attuale situazione sul fronte occidentale è inimmaginabile. Fra breve,
ogni giorno che passerà richiederà sacrifici crescenti. Poi la Francia comincerà col
bombardare e demolire Saarbrücken. L’artiglieria tedesca, da parte sua, distruggerà per
rappresaglia Mülhausen. Per vendicarsi a sua volta la Francia prenderà Karlsruhe sotto il
tiro dei suoi cannoni e la Germania, di ritorno, Strasburgo. Poi l’artiglieria francese
sparerà su Friburgo e la tedesca su Colmar, oppure Schlettstadt. Verranno poi piazzati dei
pezzi di maggior portata; in ambo i campi la distruzione dilagherà sempre più e ciò che
infine i cannoni a lunga portata non riusciranno più a raggiungere, verrà distrutto
dall’aviazione. Ciò sarà molto interessante per un certo giornalismo internazionale e
molto utile per i fabbricanti di aeroplani, di armi, di munizioni, ecc.; ma orribile per le
vittime. E questa lotta di distruzione non si limiterà soltanto alla terraferma. No, essa si
estenderà lontano, oltre i mari. Oggi non vi sono più isole. Ed il patrimonio nazionale
d’Europa sarà disperso in munizioni e la forza dei popoli si dissanguerà sui campi di
battaglia. Un giorno però vi sarà nuovamente una frontiera fra la Germania e la Francia;
soltanto, al posto di fiorenti città si estenderanno lungo di essa campi di rovine ed infiniti
cimiteri. I signori Churchill e compagni possono tranquillamente interpretare le mie
opinioni come espressioni di debolezza o di

viltà. Io non ho ad occuparmi delle loro opinioni. Faccio soltanto queste dichiarazioni,
poiché voglio naturalmente risparmiare anche al mio popolo queste sofferenze. Se però
l’opinione del signor Churchill e dei suoi dipendenti dovesse prevalere, allora questa mia
dichiarazione sarà stata l’ultima. Allora noi combatteremo. Né la forza delle armi né il
tempo potranno vincere la Germania. Un novembre 1918 non si rinnoverà più nella storia
tedesca. La speranza in un dissolvimento del nostro popolo è però infantile. Il signor
Churchill è convinto che vincerà la Gran Bretagna. Io non dubito un secondo che sarà la
Germania a vincere. Il destino deciderà chi di noi ha ragione. Ma una cosa è sicura: nella
storia mondiale non si sono mai ancora avuti due vincitori, molto spesso però dei vinti.
Già nell’ultima guerra mi sembra che ne sia stato il caso.

Che prendano ora la parola quei popoli ed i loro capi, che sono dello stesso parere. E che
respingano la mia mano coloro i quali credono di dovere scorgere nella guerra la
soluzione migliore. Come capo del popolo tedesco e come Cancelliere del Reich posso in
questo momento soltanto rendere grazie a Dio, il quale ci ha così miracolosamente
benedetti nella difficile lotta per il nostro diritto e pregarlo di indicare a noi ed a tutti gli
altri la giusta via, sulla quale sia concessa una nuova felicità, non solo al popolo tedesco,
ma all’Europa intera”.

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