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고고

In solitudine accendo la luce


saggio critico sul poeta Ko Un

di Federico Tombari
A tutti è dovuto il mattino,1
ad alcuni la notte.
A solo pochi eletti
la luce dell’aurora.2

Emily Dickinson

Trovo che Ko Un sia uno di questi,


e così noi che abbiamo avuto la fortuna di apprezzare i suoi componimenti.

1
Nella copertina: il titolo è una citazione dell’ultimo verso di una poesia di Ko Un tratta da: Ko Un – Fiori di un istante
– ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 77).
2
“Morning is due to all –
To some – the Night –
To an imperial few –
The Auroral light.”
Emily Dickinson – Tutte le poesie – ed. Mondadori, i Meridiani – traduzione di Silvio Raffo (pag. 1499).
2
Colpo di fulmine
La prima volta che vidi Ko Un (con gli occhi, mero strumento terreno e fallace) fu in un video in cui
s’apprestava a ricevere il Griffin Poetry Prize3. Fu anche la prima volta in cui cominciai forse ad apprezzarlo
pure interiormente, col cuore. Ebbene, io seduto sul divano col computer innanzi osservavo un uomo gracile
e un poco bizzarro leggere una poesia in una lingua a me sconosciuta (perché? Perché non la conosco?
Quanto vorrei conoscerla già!): il coreano. Evidentemente neppure il pubblico che era presente alla
premiazione conosceva quella lingua poiché le emozioni, le risa, gli applausi sono comparsi solo dopo la
traduzione in inglese della poesia precedentemente letta da Ko Un. Eppure… Certo, non sapendo il coreano
non potevo capire il componimento: ma il bello era, probabilmente, proprio questo! Mi ero così estraniato
totalmente dal significato della poesia per concentrarmi solamente sul significante e sulla musicalità del
verso, sulla voce incerta ma coinvolgente del poeta, fregandomene di tutta la biografia movimentata e
reazionaria del poeta per concentrarmi in un unico momento solo sull’estasi della vera arte, condensata in
poche vibrazioni sonore. La sensazione fu quella d’una illuminazione improvvisa e momentanea. Sì, avevo
percepito che questo poeta aveva qualcosa in più, che quest’omino dalla calvizie incipiente non era che
l’espressione forse poco adeguata di un animo immenso ed immensamente importante e forse indispensabile
(poeticamente, ma non solo).

Non so bene quale sia l’aspetto di Ko Un che più mi ha colpito, se il triplo tentativo di suicidio, le tre
incarcerazioni, il periodo monastico, quello nichilista o questa sua inspiegabile dote di non mischiare,
sebbene il suo coinvolgimento in prima persona, la politica con la sua raffinata arte poetica. Lo stupore per
quest’ultima cosa causata anche dal fatto che, a quanto pare, Ko Un non è uno che dimentica o vuole
dimenticare, prova di questo il suo immenso Maninbo, una sorta di Spoon River di gente viva e vegeta (ma
non solo) che il poeta ha conosciuto nella sua lunga e travagliata esistenza.

Canto di pace
Fu in un giorno di pioggia che mi trovai a leggere il canto di pace4; la pioggia finì troppo tardi perché
spuntasse l’arcobaleno, era già notte: la mia speranza di vederlo svanì come si fece largo il crepuscolo ma
restò in vita per tutto il pomeriggio. Restò solo il sogno di un arcobaleno che potesse nascere il giorno dopo.
Così mi piacerebbe riassumere il canto di pace: un lungo poema di speranza che guarda ad un futuro
realizzabile ma ancora non realizzato, parole di conforto per un animo abbattuto ma mai rassegnato, un
animo che guarda al futuro, lo vede, lo contempla ma ancora non riesce a toccarlo; ci è vicino però. Il futuro
è intangibile per definizione ma con la poesia di Ko Un ci pare quasi di poter toccarlo.
Come un bimbo che per la prima volta vede il mare ma trattenuto dalla mano della madre non riesce a
buttarsi nell’acqua e sguazzare fra le onde ma sa che in un futuro prossimo potrà farlo: in quel momento
rimane solo l’ipotesi se quell’acqua sia reale o meno.
San Tommaso ha feticisticamente piantato due dita nelle piaghe di Cristo ma con Ko Un non ne avrebbe
avuto bisogno: la certezza che fa da fondamento alla fede, ecco cosa permea questo “canto di pace”.

Organizzandoci in uno schema mentale meramente concreto viene voglia di rileggere il poema
soffermandosi sulle metafore cercando di non “sentirle” ma solo di “vederle” e magari commentarle e
chiedersi “per quale diavolo di motivo il poeta ha usato proprio queste?”. Non vorrei farlo, vorrei fermarmi
ad una prima lettura, magari quella lettura per cui non ti ricordi neanche di quante strofe è composta la
poesia ma alla fine ti senti come se fosse stata troppo corta. Vorrei, vorrei che questo saggio non fosse una
relazione critica su un poeta ma un elenco di sensazioni e pensieri che le poesie di quest’ultimo hanno fatto

3
http://www.griffinpoetryprize.com/lifetime-recognition.php?t=4
4
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 142-151).
3
nascere in me. Ripeto, vorrei, ma le sensazioni che si provano leggendo una “bella” poesia non si possono
mettere per iscritto. Lo ammetto, ci sto provando anche ora, ma…
...analizziamo, scendiamo da questo pseudo “mondo delle idee” e gettiamo l’ancora in questa concreta
esistenza.

Invece non lo farò e concludo questo paragrafo citando il Professor Leoncini5 che cita Paul Valery che dice
“la poesia è un’esitazione prolungata tra il suono e il senso”6.

Ko Un e la sua attesa
Ko Un adora le stelle, chi non le adora? A me non piacciono poi tanto: troppe e banali, viste da quaggiù.

Ko Un, in una sua conferenza, ci parla della sua poetica (come se un poeta potesse comprendere fino in
fondo la propria poetica, come se qualcuno al mondo potesse farlo) e ci narra di un bizzarro evento nel quale
al poeta ancora piccolo, nel bel mezzo di una travagliatissima infanzia (non solo per lui ma per la Corea
intera), era venuto in mente di mangiarsi le stelle7.
Ebbene mi permetto di asserire che Ko Un poeta nacque proprio in quel momento, la freccia di Apollo lo
colpì in quel medesimo istante (una sorta di sincretismo Apollo/Cupido, mi si permetta la metafora) e
sebbene inconsciamente la sua mente divenne veicolo e ricettacolo di versi che in un futuro non lontano
sarebbero stati messi per iscritto, almeno in parte.
A prova di ciò il poeta ci dice: “la mia poesia, la mia letteratura non conoscono ancora la fine. La quantità
di versi non ancora scritti mi porta ad avvertire l’incompletezza della mia produzione letteraria8”. E ancora,
forse con maggior colore: “se qualcuno, anni dopo la mia morte, aprirà la mia tomba, la troverà piena, non
delle mie ossa, bensì di poesie scritte nel buio di quella cassa9”, come a dire che un poeta, proprio perché
privilegiato rispetto alla gente comune (qui verrebbe da citare gente come Wordsworth e Coleridge i quali
affermavano anch’essi che il poeta era una persona “privilegiata” in quanto fuori dal comune: per loro era sì
un uomo che parla ad altri uomini ma anche e soprattutto un intermediario tra l’uomo e la verità, un
evocatore di passioni e sentimenti 10 ), deve farsi carico di una sensibilità che lo porta ad avere una
mente/catino piena, stracolma di versi, poesie, strofe che il tempo terreno non basta ad esprimere.
La poesia vince la morte nel momento in cui viene recitata secoli più tardi; la morte vince la poesia
nell’attimo in cui il poeta perde la capacità di scrivere altri versi. Tutto ciò è un bene o un male? Non ci è

5
La citazione è stata riportata dal professore durante una lezione tenuta per noi studenti di letteratura coreana.
6
“Poésie, exhitation prolongée entre le sens et le son” (Paul Valery).
A questo proposito mi sento di citare un brano da un saggio di Alberto Gianquinto dal titolo “L'essere della poesia. Una
riflessione su Paul Valéry a proposito di Pasolini-Zigaina”: “Innanzi tutto 'esitazione'. È questa la sospensione che - nel
processo creativo - in un tempo non prolungato e a volte persino fulmineo, si genera tra un atto mentale
d'immaginazione e di memoriazione e l'atto di conversione di opportuni 'segnali' in 'codici', regolati in forme, quando
si abbia l'emersione d'un bisogno o nella concomitanza con esigenze di rappresentazione, che interrompono
l'originaria identificazione affettiva ed 'empatica' con l'oggetto: una conversione, capace di portare quell'atto della
mente al linguaggio e di offrirlo in trama di parole. […] Questa (prolungata) esitazione non è scelta che sia stata
compiuta o che sia possibile compiere: non preferenza, non predilezione, tale che, fatta una volta, nel 'suono' possa
restituire un 'senso' lasciato in sospeso. Questa esitazione è costitutiva, appartiene all'atto creativo stesso, concerne
interamente la pulsione espressiva e comunicativa, la sua trasformazione in messaggio: è uno stato, una presenza
necessaria in quell'istanza, in quel bisogno rappresentativo dell'agire presimbolico, che cresce con il rompersi
dell'immediatezza empatica del rapporto con l'oggetto.”
7
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 136).
8
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 140).
9
Ko Un, dalla prefazione di “Sea Diamond Mountain”, riportato e tradotto in “Fiori di un istante”, ed . Cafoscarina.
10
W.Wordsworth, S.T.Coleridge – “Lyrical ballads”, prefazione alla seconda edizione a cura di W.Wordsworth, 1798.
4
dato sapere se il buon D’Annunzio vissuto fino ai giorni d’oggi avrebbe perso la sua vena poetica divenendo
sterile, se la sua poesia sarebbe stata troppo “vintage” per noi o se ancora adesso l’avremmo apprezzato.
Ko Un è convinto di vincere metaforicamente la morte, finalmente qualcuno che ha capito il punto della
situazione, per un semplice motivo: se, come dice Paul Valery, la poesia è un’esitazione prolungata e se Ko
Un ci ha messo un po’ per diventare poeta (nonostante il lampo iniziale) e pubblicare la sua prima raccolta,
viene da pensare a questo: se ci vuole del tempo perché un pensiero poetico prenda forma, quanto tempo
dopo il momento della morte potrebbe nascere una poesia, ammesso sia possibile sconfiggere il destino? Se
un poeta nell’attimo in cui le tre parche tagliano il filo della sua vita ha un lampo d’illuminazione,
intensissimo, mi viene da pensare, immagino che non serva molto tempo, anzi, forse potrebbe essere l’unico
momento in cui una poesia possa essere immediata.
Ma la morte, infame, ci toglie il piacere di godere dell’estrema poesia, quella che Ko Un vorrebbe scrivere e
con la quale riempire la propria tomba.

Tornando all’episodio delle stelle come cibo: “con la crescita, quell’episodio rimase sepolto [..] nelle parti
più profonde della mia coscienza. – disse Ko Un – A quello seguirono i ricordi della sconfitta del Giappone
[…] iniziarono gli anni della spartizione della penisola in due distinte zone d’influenza […] guerra in Corea,
dittatura, rivoluzione, nuova dittatura, fino ad ora.11”
Tutte queste tribolazioni che hanno smosso la Corea e il poeta hanno fondato le basi della sua poetica, in un
primo momento nichilistica (Ko Un era un “poeta nelle rovine”12), ma andando avanti la sua poesia si è
riempita di speranza, quella che ti fa sorridere anche se la tua casa è stata bombardata, quella che ti riempie il
cuore di gioia anche se non ti rimane niente al mondo, “era stato necessario considerare le stelle come cibo,
per poter arrivare a considerare anche la poesia come una necessità”13 dice Ko Un.
La poesia muove il mondo, la poesia cambia il mondo, la poesia critica il mondo. Ko Un ha “esitato” tanto
da capirlo ma fu un’esitazione necessaria, un’esitazione obbligatoria, tappa inevitabile per un poeta che
vuole scrivere non nel modo sterile dell’ “art for art’s sake 14 ”, ma nella modalità che gli permette di
“smuovere le coscienze” e con esse anche la propria, perché la poesia è continua crescita e Ko Un è uno
“studente della poesia15”, come ama definirsi.

In definitiva non saprei dirvi se il tempo che ci ha messo Ko Un ad elaborare le sue poesie sia stato troppo,
so solo che ne è valsa la pena: grazie a questo tempo abbiamo potuto leggere le poesie seguenti, trattate nelle
varie analisi successive.

Brevi ma costruttive comparazioni: Autunno…

Autunno.
Il cielo autunnale è qui.

I nomi per sempre dimenticati sono tornati


impressi uno a uno nel mio cuore.

Ko Un - Ricordi16

11
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 136).
12
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 137).
13
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 138).
14
“L’arte per l’arte”.
Oscar Wilde – The Picture of Dorian Gray, prefazione.
15
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 138).
16
Ko Un – L’isola che canta, antologia poetica - traduzione e cura di V.D’Urso – ed. Lietocolle (pag. 103)
5
La poesia è come un unico flusso d’ispirazione che vaga per il tempo e per lo spazio, una specie di sostanza
sempre cangiante che attraversa le pieghe spazio temporali (ammesso ch’esistano) e pervade genti d’ogni
dove e d’ogni quando in modi così diversi ma così simili. La poesia sopra citata si allaccia bene alla frase
finale del paragrafo “colpo di fulmine” ma la prima parte mi porta alla mente una splendida (secondo me il
suo capolavoro) poesia della Anna Achmatova, anche lei dall’animo provato da un’esistenza travagliata per
le tribolazioni russe dell’inizio del XX secolo. Cosi scrive, in traduzione:

Mi perdonerai questi giorni di novembre?


Sui canali della Nevà tremolano le luci.
Poveri addobbi di un tragico autunno.

Novembre 1913

Anna Achmatova17

È autunno, in entrambe le poesie siamo nella stagione che precede l’inverno. Ko Un è ottimista, guarda in
alto, guarda il firmamento, capisce che è autunno forse dal cielo non più terso come nella più serena e afosa
giornata estiva. È giorno? Notte? Non ci è dato saperlo. Forse la notte risulta più probabile per il semplice
fatto che al poeta tornano in mente svariati nomi, svariati visi, forse ispirato dalla moltitudine di stelle. La
Achmatova invece guarda giù, guarda il fiume, le uniche luci sono quelle dei lampioni o delle case, gli unici
bagliori provengono da riflessi, tremolanti, inconsistenti e, forse, illusori. Il tutto in una cornice tragica
storicamente ben definita dalla data posta in calce.
È autunno, stereotipicamente il momento del crepuscolo ma mentre il flusso poetico che ha colpito la
Achmatova si è tradotto in una sorta di immagine triste e nostalgica, quasi di rimpianto, in Ko Un invece si
tramuta ed assume la parvenza tendenzialmente ottimistica di un’epifania inaspettata di ricordi sopiti e
improvvisamente riemersi. L’autunno come sfondo, l’autunno come cambiamento, momento di svolta,
l’immenso firmamento come cornice ad un flusso di immagini ininterrotte e finalmente tornate per restare,
per rimanere nel cuore del poeta, un cuore mai pieno, mai saturo, infinitamente aperto ma così desideroso di
raccontare ed esprimersi, e quella sconfinata lista di facce finalmente espressa nel suo Maninbo, che potrò
apprezzare solo nel momento in cui il mio coreano sarà perlomeno decente.

Attendendo quel momento.

… e inverno.

In cortile scende la neve,


nella stanza nessuno lo sa.

Ko Un18

Superato l’autunno sembra che nessun’altra cosa possa farci paura, non temiamo più alcunché. Forse per
questo nessuno si accorge del cadere ininterrotto della neve. Quando l’uomo supera un momento di difficoltà
facilmente si dimentica che potrebbe ricaderci. Ma probabilmente, in verità, è il meritato riposo del
combattente che ha appena vinto una battaglia. E intanto fuori nevica.

17
Anna Achmatova – 47 poesie – traduzione di M.Colucci e C.Riccio - ed. Mondadori (pag. 9).
18
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 37).
6
E se questo flusso continuo di poesia prima di Ko Un avesse colpito il poeta romagnolo e mio conterraneo,
Giovanni Pascoli? Mi sembra di riconoscere lo stesso momento in entrambe le poesie, la neve che cade e
nessuno che se ne renda conto

Lenta la neve fiocca, lenta, lenta.


Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il picciol dito in bocca;
canta una vecchia , il mento sulla mano.
La vecchia canta: intorno al tuo lettino
c'è di rose e di gigli tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s'addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.

Orfano - Giovanni Pascoli19

Ma Ko Un l’ha detto in poche parole mentre Pascoli ci ha dato un’immagine concreta del motivo per cui la
nevicata viene ignorata.
Soprattutto in questa poesia mi sembra venga posto l’accento sulla continuità della caduta della neve la quale
“fiocca” al primo e all’ultimo verso, ininterrottamente. Un motivo che possiamo trovare sempre in Ko Un ma
in un’altra poesia:

Nevica.
Voglio diventare il cane del villaggio.
No!
Nel profondo della montagna,
voglio diventare orso,
addormentato, ignaro di tutto.
Nevica.
Nevica.

In un giorno di neve - Ko Un20

Anche in questa, come la precedente del romagnolo, la neve cade sia all’inizio che alla fine della poesia.
Inoltre anche in questa è presente l’elemento indifferente o forse solo non cosciente di ciò che sta avvenendo,
un orso in letargo, contrapposto al povero cane che in caso nevichi sarebbe costretto a soffrire un freddo
tagliente e a vedere il proprio pelo chiazzato di bianchi fiocchi e freddi.
Nevica all’inizio come alla fine. La poesia dura un istante, non è credibile il fatto che possa smettere di
nevicare in un attimo così breve, infatti i due poeti hanno compreso questa verità e l’hanno esplicitata in due
splendidi componimenti.

Proprio per questo sono convinto che la poesia non sia né quella ascoltata né quella letta su un qualsiasi
supporto: la poesia è quel brivido lungo la schiena che si prova alla fine dell’ascolto o della lettura di un
componimento. Qui sta la capacità del poema nell’assemblare lettere, parole, frasi, le quali messe in un
ordine ben preciso emozionano il lettore, gli fanno provare sentimenti quali felicità, tristezza, nostalgia,
perplessità; il poeta è colui che sa come farlo e conosce a fondo questa tecnica, preclusa ai più. Da questa
proposizione si deduce una totale inutilità della speculazione sulla poesia: ci vuole capacità nello scriverla

19
Giovanni Pascoli - Poesie di G.Pascoli con note di L.Pietrobono - 7° edizione, Mondadori, 1934 (pag. 6)
20
Ko Un – L’isola che canta, antologia poetica - traduzione e cura di V.D’Urso – ed. Lietocolle (pag. 17)
7
ma anche talento per capirla, la poesia. E se le poesie che mi hanno emozionato tra tutti e due i libri sono
state una quindicina mi sento fortunato e il poeta si dovrebbe felicitare del fatto che è riuscito ad emozionare
una persona, in questo caso me.
Ciò non significa che le altre cento poesie non suscitino sentimenti: significa che emozionano altri livelli,
altri tipi di persone. In questo caso si può fare un paragone buddhista, quello dei mezzi abili, del Sutra del
Loto: “Nel Sutra del Loto [c’è] l’idea che la parola del maestro è un upaya, un mezzo provvisorio, parziale
ma utile per far progredire l’uomo sulla via dell’illuminazione. La perfezione della sua sapienza si manifesta
nell’upayakausalya, la capacità cioè di valutare le possibilità spirituali dell’uditore e di esporre la verità in
forme che gli siano a mano a mano comprensibili […].”21
Con questa metafora poniamo il poeta come l’essere completamente illuminato che esplicita la sua sensibilità
in vari livelli di poesie le quali sono alla portata di tutti nella maniera in cui esistono delle gerarchie delle
liriche: a una mente più sensibile sono indirizzate un certo tipo di poesie, ad una meno aperta altre, ma alla
fine lo scopo, il fine, è identico, l’emozione che ne scaturisce è una e il poeta la conosce bene perché l’ha
provata.
Questo vorrei chiedere al poeta: “l’emozione provata in un dato momento la quale ha fatto scaturire in lei
una determinata poesia, dopo aver scritto la lirica, è riuscito a riprovarla in modo identico rileggendola a
distanza di tempo? È proprio in questo modo che capisce se una poesia funziona, cioè ha raggiunto il suo
scopo?”.

Il poeta di una relatività non proprio relativa


Relativo è ciò che ha un significato per qualcuno ma uno diverso per qualcun altro. Relativo è ciò che può
essere interpretato non erroneamente in almeno due modi diversi.
In Ko Un trovo che esista una relativizzazione parziale della realtà, una relativizzazione a metà. Mi spiego.
Prendendo in esame le tre poesie seguenti troviamo degli elementi in comune: il contrasto natura/uomo,
l’indifferenza della prima e le preoccupazioni del secondo.

L’ho visto scendendo


Quel fiore che non avevo visto
Salendo22

…………………………

A che servirà quest’enorme cielo?


Io sono qui tutto solo23

…………………………

Nel cortile scende la neve


Nella stanza nessuno lo sa24

Nella prima poesia troviamo appunto il contrasto fra un uomo (mi viene in mente un monaco, non so bene il
perché) e dall’altra parte un fiore.

21
Raveri Massimo - "Buddhismo" in Manuale di Storia delle religioni – a cura di G. Filoramo, M. Massenzio, M.
Raveri, e P. Scarpi – ed. Laterza: 360.
22
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 63).
23
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 65).
24
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 37).
8
Nella seconda poesia il cielo e il poeta solitario.
Nella terza la neve e qualcuno di non ben definito nella stanza.
Schematizzando:
1. Un monaco errante nota un fiore, la seconda volta che ci passa davanti. Una poesia carica di speranza:
non tutto ciò che non si vede per forza di cose non esiste, forse basta guardare bene, forse basta avere
dentro di sé un barlume di fiducia (il discorso si ricollega al “canto di pace” ma è un topos che permea
l’intera poetica di Ko Un);
2. Il poeta si sente solo, piccolo, indifeso innanzi alla grandezza dell’immenso firmamento, ma non solo
questo complesso d’inferiorità attanaglia la sua persona; il poeta si chiede a cosa possa servire tanta
maestosità! Lui è lì, solo, minuscolo e il cielo così grande, insensatamente grande. La sproporzione
sembra turbarlo, tanta grandezza avrà un motivo o è totalmente inutile? Insomma il poeta si sta
chiedendo se il fatto di essere così umiliato abbia uno scopo (anche quello di umiliarlo, perché no)
oppure no, il che sarebbe addirittura peggio.
3. In questa terza poesia non c’è lo stupore per la natura ma l’indifferenza, forse l’unico stupore è quello
del poeta che resta a pensare per quale assurdo motivo della gente non debba accorgersi della neve che
cade. In realtà non sono indifferenti, solo non se ne rendono conto: perché se se ne rendessero conto il
loro stato d’animo non sarebbe diverso da quello dei protagonisti delle due poesie precedenti.
In Ko Un, o perlomeno in queste poesie analizzate, troviamo due punti di vista, anche se ne viene espresso
solo uno: ecco la mezza relatività, manca l’espressione del secondo punto di vista, quello della natura, però
implicito nel primo, un punto di vista forse sconfortato/sconfortante, quello del poeta senziente che
commenta la propria visione limitata.

Trovo importante, se non basilare, questa tematica in Ko Un perché ci permette di aprirci infinite strade di
interpretazioni e inesplorati sentieri di nuove comprensioni attraverso una sterminata opera, quella del poeta,
mai arrivata ad una conclusione e che forse mai si completerà.

A conclusione di questo argomento citerei un’altra poesia che in realtà non volevo includere nella lista delle
precedenti perché differente come tematica, ma in effetti assimilabile ad essa.

Mentre remavo
ho perso un remo

mi giro a guardare la grande distesa d’acqua

Ko Un25

Un barcaiolo perde un remo ma l’attimo di sconforto viene surclassato immediatamente dall’immensità del
mare che lo pervade e gli fa dimenticare ogni cosa: dunque questa relatività è a metà in quanto appartenente
ad una sola persona e divisa in senso temporale, non spaziale, un attimo prima la pensa in un modo, poi in un
altro. L’onniscienza del poeta viene marcata dall’io narrante, si comprende una sorta di autobiografia
metaforizzata in questo componimento.

Suicidio
Apprendo con malcelato stupore e un misto di disappunto che Ko Un ha provato per ben tre volte a togliersi
la vita, senza riuscirci. I motivi che portano una persona a compiere il (folle) gesto possono essere molteplici.
Ci sarebbero pagine e pagine da scrivere sul significato del suicidio, sull’accettazione o meno di esso. Tanto

25
Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 25).
9
per fare citazioni dal passato, Dante nella sua Divina Commedia condanna aspramente questo metodo26 ma
se passiamo da Firenze a Kyoto, medesimo periodo, il suicidio o harakiri o seppuku che dir si voglia è visto
come estremo atto di coraggio e lealtà, un metodo per difendere il proprio onore.
Cosa girava in testa al poeta nessuno può saperlo, neppure lui forse saprebbe dirlo per certo. Certo è,
inconfutabilmente, che Ko Un ha vissuto alcune delle pagine più spiacevoli e tormentate della storia della
Corea moderna che passò dall’essere colonia senza diritti del Giappone ad un regime dittatoriale, sino alla
divisione.

Eppure sembra così strano e poco chiaro come un poeta quale Ko Un, un poeta che ha fatto della speranza il
principale topos della sua poetica, che l’ha elevata a poesia e l’ha cantata nelle sue più svariate forme fu
proprio quello che per tre volte l’ha persa.
Come si dice spesso, si capisce l’importanza di una cosa quando la si perde. Dunque il poeta per tre volte
l’ha persa ma forse questo in un certo senso ha fortificato il suo animo, forse lui ha davvero capito cosa possa
essere la speranza, significato difficile da comprendere da chi come noi, individui agiati in una società
consumistica, non ne hanno mai avuto bisogno. Noi che non possiamo capacitarci di qualcosa che non possa
essere comprato, scambiato in cambio di denaro; ma la lezione di Ko Un è proprio questa, una lezione per
una società consumistica destinata a “consumarsi”, a scomparire, ad implodere. L’aveva già detto Marx27 che
il capitalismo si sarebbe autodistrutto, forse è questo il suo destino. Stiamo vivendo una completa e quasi
totale perdita dei valori per questo restiamo a bocca aperta innanzi a personalità del calibro di Ko Un,
individui forse in un certo senso “estranei” a questa logica di pensiero per cui le emozioni hanno un prezzo.
Ko Un canta la speranza come solo chi l’ha persa e in seguito ritrovata può riuscirci, la canta a noi che
pensiamo di non averne bisogno, in un mondo forse non del tutto pronto ad accogliere il suo messaggio egli
lo urla a squarciagola perché la speranza è anche questo, la speranza di migliorare le cose, non solo per se
stessi ma anche per gli altri, sebbene inconsapevoli. Ma, ecco, ne serve soltanto uno, uno che sa, uno che
capisca, il quale può salvarci tutti.
Deviando un attimo il discorso in termini buddhisti e magari affidandoci alle teorie della corrente Mahayana,
notiamo come questo discorso sia parallelo a quello del bodhisattva: “ [la corrente] Mahayana fece del
bodhisattva un luminoso paradigma di salvezza universale. […] La “via del bodhisattva” mira a
raggiungere la meta più elevata, la perfetta buddhità. Ma già all’inizio, quando concepisce l’aspirazione
all’illuminazione e formula il voto di diventare Buddha, il credente sa che la propria salvezza implica
necessariamente una completa e totale dedizione alla salvezza degli altri e quindi fa il voto di posporre la
sua estinzione nel nirvana fino a che tutti gli essere non siano illuminati.28”
Dunque un bodhisattva è colui che sa come salvarsi ma prima decide di salvare tutti gli altri.
Se Ko Un non è una sorta di Bodhisattva, non saprei come definirlo.

26
Dante – Divina Commedia, Inf, canto XIII, vv. 93-102:
“Brievemente sarà risposto a voi. / Quando si parte l'anima feroce / dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta, / Minòs la
manda a la settima foce. / Cade in la selva, e non l'è parte scelta; / ma là dove fortuna la balestra, / quivi germoglia come
gran di spelta. / Surge in vermena e in pianta silvestra: / l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie, / fanno dolore, e al dolor
fenestra.”
Parafrasando: “Brevemente vi sarà risposto: quando l'anima feroce del suicida si separa dal corpo dal quale essa stessa
si è distaccata con la forza, Minosse, la manda al settimo cerchio, dove cade nella selva a caso, dove la fortuna la
balestra. Lì nasce un ramoscello, poi un arbusto: le Arpie mangiando le sue foglie gli arrecano dolore e il dolore si
manifesta in lamenti.”
27
Marx – “Il Capitale”.
28
Raveri Massimo - "Buddhismo" in Manuale di Storia delle religioni – a cura di G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri,
e P. Scarpi – ed. Laterza: 354-355.

10
Quotidianità nostalgica, la più bella poesia di Ko Un

C’è chi dice di avere ricordi di mille anni fa


E chi dice di aver già visitato i mille anni del futuro
In una giornata ventosa
Io aspetto l’autobus

Ko Un29

Eccola, finalmente ci siamo arrivati. La mia preferita, quella che in me ha suscitato più emozioni, o forse
solo una ma più intensa. La Poesia di Ko Un che ha penetrato il mio cuore e non ne è più uscita.

È solo una l’immagine: mi sembra di vederlo, il poeta, con cappotto e giornale attendendo l’autobus, mani
nelle tasche come per ripararsi da un freddo vento autunnale.
Aspetta l’autobus, gesto estremamente quotidiano; c’è vento, niente di anormale. Quotidianità e nostalgia,
simbolo di momenti già vissuti, l’autobus non è un mezzo che si prende una volta ogni tanto come l’aereo
ma da prendere ogni giorno e il vento, che sia la calda brezza primaverile o una bora ghiacciata, che sia un
garbino che toglie il fiato o una tramontana impetuosa, è sempre presente in ogni momento. E forse è per
questo che il poeta cita persone che ricordano il passato e altre che ricordano il futuro: la quotidianità, la
routine, ci permette di pensare al passato e ricordarci rivivendolo e allo stesso tempo vedere il futuro in
quanto non varierà poi tanto dal presente.
E allora la nostalgia da cosa deriva? Essa deriva forse da un ingiustificato dejà-vu, un ricordo mai veramente
accaduto poiché ci identifichiamo totalmente col poeta, in quell’attimo, e sentiamo ricordi suoi come nostri.
E così vediamo mille anni indietro e mille anni avanti nel tempo. Noi e il poeta, una cosa sola, indivisibile,
almeno per un istante.

Adoro questa poesia.

Venezia, lì 9 maggio 2010

Federico Tombari
(matr. 827367)

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Ko Un – Fiori di un istante – ed. Cafoscarina – traduzione Vincenza D’Urso (pag. 31).

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