Sei sulla pagina 1di 60

Università degli Studi di Cagliari

Facoltà di Scienze Economiche, Giuridiche e Politiche


Corso di Laurea in Scienze Politiche - Classe L-36

Gli Stati Uniti e le “due Cine”: il dilemma Taiwan nelle


relazioni con la Repubblica Popolare Cinese

Tesi di Laurea di Supervisore


Matteo Culurgioni Prof. Gianluca Borzoni

A.A. 2019/20
Università degli Studi di Cagliari
Facoltà di Scienze Economiche, Giuridiche e Politiche
Corso di Laurea in Scienze Politiche - Classe L-36

Gli Stati Uniti e le “due Cine”: il dilemma Taiwan nelle


relazioni con la Repubblica Popolare Cinese

The United States and the “two Chinas”: the Taiwan


dilemma in relations with the People's Republic of China

Tesi di Laurea di Supervisore


Matteo Culurgioni Prof. Gianluca Borzoni

A.A. 2019/20
Indice
Introduzione .................................................................................................................... 1
Capitolo primo: Gli Stati Uniti e la Cina dalla guerra di Corea all’intervento nello
stretto di Taiwan ............................................................................................................. 3
1.1 Comunismo in espansione: la Guerra di Corea e l’antagonismo Stati Uniti-Cina............. 3
1.2 La neutralizzazione dello stretto di Formosa ........................................................................ 3
1.3 La prima crisi dello stretto ed il trattato di mutua difesa Stati Uniti-Taiwan .................... 5
1.4 Alta tensione: la “Risoluzione Formosa” e la minaccia nucleare di Eisenhower ............... 5
1.5 La seconda crisi dello stretto ................................................................................................... 6

Capitolo secondo: Nixon, Ford e Carter: un cambio di direzione in Asia ................. 8


2.1. Nixon e l’inizio di un avvicinamento inevitabile................................................................... 8
2.1.1 Prove di distensione: la ping-pong diplomacy, i viaggi segreti di Kissinger e la svolta
cinese all’ONU ............................................................................................................................ 9
2.1.2 Nixon in Cina: la settimana che cambiò il mondo ........................................................ 11
2.2 L’amministrazione Ford e la frenata nella normalizzazione ............................................. 12

2.3 L’approccio di Carter al percorso di stabilizzazione .......................................................... 13


2.3.1 Sicurezza globale, la Cina diventa un’occasione: il cambio di Carter nella politica
asiatica ...................................................................................................................................... 13

2.3.2 Tra “One China” e solidarietà a Taiwan. Le basi del rovesciamento ........................ 14
2.3.3 La rottura con Taiwan, il riconoscimento della Cina ed il Taiwan Relations Act .... 15

Capitolo terzo: Dopo la normalizzazione: Taiwan, nodo dei rapporti tra Stati Uniti
e Cina .............................................................................................................................. 17
3.1 Reagan, dalla solidarietà a Taiwan all’avvicinamento alla Cina ....................................... 17
3.1.1 La svolta del 1982: il terzo comunicato congiunto ....................................................... 18
3.1.2 Un comunicato “sterile”: critiche in patria e impasse in Cina .................................... 19
3.2 Bush Sr, tra spinte pro-Taiwan e l’amicizia con la Cina: una politica di compromessi .. 20
3.3 Cina in ascesa: la politica accomodante di Clinton sulla questione Taiwan ..................... 23
3.3.1 La terza crisi dello stretto............................................................................................... 24
3.3.2 Linea dura degli USA: i “Tre no” di Clinton a Taiwan............................................... 24

Capitolo quarto: Il triangolo USA-Cina-Taiwan nel nuovo millennio: da W. Bush a


Trump ............................................................................................................................ 26
4.1 W. Bush detta l’allontanamento: la Cina da “partner” a “competitor” strategico ......... 26
4.1.1 Il riavvicinamento Stati Uniti-Cina dopo l’11 settembre ............................................ 27
4.2 Nuovi scenari: Obama ed il Pivot to Asia ............................................................................. 30
4.2.1 Ai margini ma strategicamente fondamentale: il ruolo di Taiwan nel contesto del
rebalancing................................................................................................................................ 33
4.3 Progetto riunificazione: lo storico incontro tra Xi e Ma..................................................... 33
4.4 Trump, Tsai e la nuova fase calda nel triangolo USA-Cina-Taiwan ................................. 34
4.4.1 America First: la svolta di Trump in Asia .................................................................... 36
4.4.2 “One China Policy” di nuovo al centro: l’intesa Trump-Xi ........................................ 37
4.4.3 La guerra commerciale con la Cina spinge gli USA verso Taiwan............................. 38
4.5 L’alba dell’era Biden: prime indicazioni sui futuri rapporti con Cina e Taiwan ............ 42

Conclusione .................................................................................................................... 43
Bibliografia e sitografia ................................................................................................ 44
Introduzione
In tempi recenti, lo sviluppo della crescente contrapposizione tra Stati Uniti e Cina ha
nuovamente posto all’attenzione internazionale la questione dello status politico (e non
solo) della Repubblica di Cina, più comunemente nota come Taiwan. L’isola, nonostante
le ridotte dimensioni e lo scarso riconoscimento internazionale, rappresenta ancora oggi
un’importante risorsa per le due maggiori potenze mondiali, come confermato dalle
reazioni cinesi alle numerose mosse provocatorie di Trump negli ultimi due anni e
dall’intera storia delle relazioni nello stretto.

La vicinanza dei due Paesi a Taipei – diversa per natura e modalità – evidenzia alcuni dei
tratti caratteristici delle visioni, antitetiche, di Washington e Pechino. Dal punto di vista
ideologico, la Repubblica Popolare Cinese ritiene Taiwan una “provincia ribelle”
destinata all’unificazione con la madrepatria, se necessario con l’uso della forza. È uno
dei principali obiettivi politici odierni, che affonda le proprie radici nella fine degli anni
‘40, quando Mao Tse-tung proclamò la nascita della RPC. Per gli Stati Uniti, invece,
Taiwan ha rappresentato un alleato di lunga data ed oggi – in virtù della tradizionale
amicizia percepita sia dal Congresso che dalla popolazione – è una preziosa gemma
democratica nel sud-est Asiatico ed un importante partner economico. La rilevanza della
Repubblica di Cina è significativa anche dal punto di vista prettamente strategico: per gli
Stati Uniti è stato un essenziale avamposto nell’ottica del contenimento del blocco
comunista in passato ed è un potenziale argine alla più recente ascesa militare e
tecnologica cinese; per la RPC, annettere Taiwan significherebbe spezzare la prima
catena di isole nel Mar Cinese ed avere accesso diretto al Pacifico, eludendo i tentativi di
containment più o meno velati degli USA. Per questi ed altri motivi l’isola ha
rappresentato e rappresenta un punto di alta infiammabilità nei rapporti tra i due Paesi. Il
tema è tornato in auge negli ultimi anni per via dei ripetuti scontri su più fronti tra Trump
e Xi Jinping: negli ultimi mesi la tensione sullo stretto di Taiwan si è alzata come non
accadeva da tempo. Inoltre, nei primi mesi della pandemia di Covid-19 l’isola ha brillato
di luce propria, ricevendo attestati di stima da diversi Stati a seguito dell’ottima reazione
alla crisi sanitaria (nonostante, per via delle pressioni cinesi, non faccia parte dell’OMS)
ed alla campagna di aiuti verso molti Paesi occidentali: passi in avanti non sottovalutabili
nell’ottica del progetto di autodeterminazione di Taipei, fortemente osteggiato da
Pechino. La relazione intende pertanto ricostruire, alla luce dell’importanza dell’isola per
le due superpotenze, le relazioni internazionali intraprese dagli Stati Uniti – a partire dal
secondo dopoguerra – prima con la Repubblica di Cina e poi con la Repubblica Popolare
Cinese. Dopo il riconoscimento della Cina a fine anni ’70, Taiwan si rivelò il nodo
fondamentale delle relazioni sino-statunitensi: una veste mantenuta ancora oggi,
nonostante i mutamenti subiti da USA e RPC. Le vicende del complesso triangolo Stati
Uniti-Cina-Taiwan hanno vissuto fasi alterne, intrecciandosi con il contesto asiatico e
globale.

La ricerca è stata condotta quasi interamente su internet, facendo ove possibile


affidamento a fonti dirette (memorandum, lettere, dichiarazioni, rapporti ufficiali)
reperite nei siti istituzionali dei tre Paesi, nelle librerie presidenziali e negli archivi di
alcune agenzie governative statunitensi. Il lavoro è integrato con l’utilizzo di libri, papers
accademici, pubblicazioni di esperti dei due continenti, articoli di riviste ed istituti
specializzati, agenzie stampa e giornali. Il minor apporto di fonti dirette negli ultimi
quattro decenni, colmato con più consistente riferimento a produzione giornalistica ed
accademica, è dovuto all’attuale stato di classificazione dei documenti di politica estera
statunitense a partire dall’inizio degli anni ‘80.
1
La relazione è articolata in quattro capitoli: nel primo viene delineato il rafforzamento
della contrapposizione tra Stati Uniti e Cina nel contesto della Guerra di Corea del 1950,
nel corso della quale le pressioni cinesi verso l’isola di Formosa (nuova sede della
Repubblica di Cina) portarono alla formalizzazione dell’alleanza tra Chiang Kai-shek ed
Eisenhower, a cui seguirono i primi scontri militari sullo stretto. Nel secondo capitolo, a
seguito di quasi vent’anni di tensioni sino-statunitensi, è ricostruito il cambio di rotta della
Casa Bianca nei rapporti ad Oriente: dalla storica visita di Nixon a Pechino al secondo
comunicato congiunto firmato da Carter, con cui Washington adottò la “One China
Policy”, ancora oggi in vigore, disconoscendo Taiwan. Il terzo capitolo si apre con gli
sviluppi nei rapporti sotto la presidenza Reagan e la definizione delle basi diplomatiche
tra Stati Uniti e Cina con la firma del terzo – ed ultimo, ad oggi – comunicato congiunto,
ripetutamente violato dagli States per via dei crescenti rapporti militari intrattenuti con
Taiwan. Nel quarto capitolo, che prende in esame gli avvenimenti a partire dall’alba del
nuovo millennio al presente, sono presentate la linea politica di W. Bush, la strategia del
rebalancing in Asia di Obama e le rumorose frizioni sino-statunitensi tra Trump e Xi
Jinping, con la crescente ripresa dell’isola – sotto la presidenza di Tsai Ing-wen – sullo
sfondo, sino alle prime indicazioni nuovo governo guidato da Biden.

2
Capitolo primo: Gli Stati Uniti e la Cina dalla guerra di Corea
all’intervento nello stretto di Taiwan

1.1 Comunismo in espansione: la Guerra di Corea e l’antagonismo Stati


Uniti-Cina
-

A seguito del trasferimento della Repubblica di Cina di Chiang Kai-shek sull’isola di


Taiwan nel corso della guerra civile cinese, l'ambasciata degli Stati Uniti fu trasferita a
Taipei. Irritato dalla mossa, il governo cinese espulse i funzionari consolari americani
dalla terraferma1. L’atto causò la rottura delle relazioni tra USA e Repubblica Popolare
Cinese segnando l’inizio delle forti frizioni che avrebbero caratterizzato i decenni
successivi. Il rapporto tra i due Paesi toccò un punto di non ritorno con la guerra di Corea
nel giugno 1950, che azzerò le possibilità di miglioramento del clima sull’asse
Washinton-Pechino. A partire dallo scoppio del conflitto sulla penisola emerse la
contrapposizione tra i due Paesi: gli Stati Uniti, di fronte alla minaccia di espansione
comunista, cambiarono totalmente il proprio approccio alle questioni asiatiche,
allargando i propri interessi anche a Taiwan. È da sottolineare che, prima dell’attacco
comunista alla Corea, gli Stati Uniti avevano mostrato un certo disinteresse nei confronti
della Repubblica di Cina, come dimostrato dall’inerzia della Casa Bianca in occasione
dell'occupazione cinese delle isole Hainan e Chousąn - controllate da Chiang - nel maggio
1950. Il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, nel gennaio dello stesso anno aveva
assicurato che “The United States has no predatory designs on Formosa, or on any other
Chinese territory”, assicurando che non sarebbero stati inviati aiuti militari a Formosa,
aggiungendo che “The United States Government will not pursue a course which will lead
to involvement in the civil conflict in China”2.

1.2 La neutralizzazione dello stretto di Formosa


Nonostante le premesse, due giorni dopo lo scoppio della Guerra di Corea, il 27 giugno
1950, Truman dichiarò che l'America avrebbe garantito la neutralizzazione dello stretto
di Formosa. L’attacco alla Corea aveva diradato ogni dubbio sulle intenzioni dei
comunisti, che avevano oltrepassato “the use of subversion” per conquistare nazioni
indipendenti e sfidando apertamente gli ordini del Consiglio di sicurezza dell’ONU.
L’operato comunista, mirato ad occupare l’isola di Formosa, nascondeva una minaccia al
Pacifico ed alle forze statunitensi presenti nell’area: Truman ordinò alla Settima flotta di
“prevent any attack on Formosa” e chiese al governo nazionalista di Chiang di cessare
ogni operazione, condizionando la determinazione del futuro stato della Repubblica di
Cina a “restoration of security in the Pacific, a peace settlement with Japan, or
consideration by the United Nations”3.
La nuova posizione su Formosa fu ribadita nei mesi successivi, con l’isola che a partire
dall’estate 1950 iniziò ad essere considerata dagli Stati Uniti come una “base avanzata”
per prevenire la diffusione comunista in Corea ed in un sud est asiatico sempre più diviso:
“Our action in regard to Formosa was a matter of elementary security. The peace
and stability of the Pacific area had been violently disturbed by the attack on

1
Romi Jain, Taiwan Conundrum in US-China Relations su India Quarterly, Sage Publications, p.3
2
Harry S. Truman statement on Formosa, 5 gennaio 1950 in Harry S. Truman Library:
https://www.trumanlibrary.gov/library/public-papers/3/presidents-news-conference
3
Statement by the President Truman on Korea, 27 giugno 1950 in Wilson Center:
https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/116192.pdf?v=31e383a7e226b441e40fb0527a828da0
3
Korea. […] Our desire is that Formosa not become embroiled in hostilities
disturbing to the peace of the Pacific and that all questions affecting Formosa be
settled by peaceful means as envisaged in the Charter of the United Nations”4.
La volontà di neutralizzare lo stretto di Taiwan apparve evidente in occasione della
sottoscrizione del Trattato di San Francisco del 1951: all’accordo non parteciparono
Repubblica di Cina e Repubblica Popolare, dirette protagoniste della controversia sul
legittimo governo cinese che rimase irrisolta dopo Seconda Guerra Mondiale e guerra
civile. Con la firma del trattato, il Giappone rinunciò ufficialmente ai diritti sanciti dal
Protocollo dei Boxer del 1901, comprese le pretese su Taiwan (art. 2, lett. b)5. Lo status
giuridico dell’isola rimase temporaneamente indeterminato con l’intento di trovare
soluzione in un momento successivo, secondo i principi della pacifica risoluzione delle
controversie e dell'autodeterminazione sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. La
mancata definizione della sovranità di Taiwan è uno dei pilastri del movimento
indipendentista che da allora ha animato l’isola e, a più riprese, si è manifestato anche in
tempi recenti. Quanto alla definizione dei rapporti tra Giappone e Repubblica di Cina, fu
firmato il Trattato di Taipei6 che, oltre a sancire la vittoria della Repubblica di Cina nel
conflitto, normalizzava i rapporti tra due Paesi che nel futuro prossimo sarebbero diventati
importanti alleati statunitensi nel Pacifico. Il patto tra le due isole, fortemente voluto dagli
Stati Uniti, permise a Chiang di entrare negli accordi di pace nonostante l’estromissione
dal Trattato di San Francisco: i punti rilevanti del patto furono infatti riproposti
nell’accordo tra Tokyo e Taipei, compresa la perduta sovranità giapponese su Taiwan e
isole Pescadores.
La RPC oppose ferma resistenza all'intervento armato degli Stati Uniti in Corea ed
all’operato americano a Taiwan, quest’ultimo considerato un’aggressione armata a quella
che Pechino riteneva (e ritiene tutt’ora) una sua provincia. Il giorno dopo la dichiarazione
di Truman – che segnava il cambio di politica estera statunitense in Asia – Mao dichiarò
che “the affairs of each country in the world should be administered by the people of that
particular country, and the affairs of Asia should be administered by the Asian people
and not by the United States”. Due giorni dopo, il primo Ministro Zhou Enlai rafforzò il
concetto: “the Chinese People cannot tolerate foreign aggression against China, nor will
they stand by idly when the people of their neighboring country are subjected to wanton
aggression by the imperialists” aggiungendo, nell’eventualità di aggressione alla Corea
del Nord da parte delle forze di MacArthur: “we would not sit idly by, we would definitely
intervene”7. Gli Stati Uniti, ignorati gli avvertimenti dei vertici cinesi, sbarcarono a
Inchon il 15 settembre e dopo aver superato il 38° parallelo proseguirono inoltrandosi nel
territorio settentrionale controllato dai comunisti. A fine ottobre Pechino diede ordine alle
sue truppe di guadare il fiume Yalu ed entrare in Corea. La decisione di Mao di intervenire
nel conflitto nella penisola fu dettata da due mosse: l’invio della Settima flotta nello
stretto di Taiwan, che di fatto internazionalizzò una vicenda che la RPC considerava
interna, e la preparazione di un attacco a Taipei dal territorio coreano8.

4
Harry Truman Special Message to the Congress Reporting on the Situation in Korea, 19 luglio 1950 in
Harry S. Truman Library: https://www.trumanlibrary.gov/library/public-papers/193/special-message-
congress-reporting-situation-korea
5
Trattato di San Francisco, 8 settembre 1951:
https://treaties.un.org/doc/Publication/UNTS/Volume%20136/volume-136-I-1832-English.pdf
6
Trattato di Taipei, 28 aprile 1952 in Taiwan Documents Project:
http://www.taiwandocuments.org/taipei01.htm
7
“Resist U.S. Aggression and Aid Korea” in Ministry of Foreign Affairs of the People's Republic of China:
https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/ziliao_665539/3602_665543/3604_665547/t18022.shtml
8
“The Taiwan Straits Crises: 1954–55 and 1958” in Office of the Historian:
https://history.state.gov/milestones/1953-1960/taiwan-strait-crises
4
1.3 La prima crisi dello stretto ed il trattato di mutua difesa Stati
Uniti-Taiwan
L’arrivo della Settima flotta nelle acque cinesi servì a ritardare lo scontro militare nello
stretto fino a quando gli Stati Uniti non ritirarono le proprie unità dopo la guerra. Negli
anni successivi gli USA tentarono di creare una rete anticomunista nel sud-est asiatico
con la creazione della SEATO (South-East Asia collective defence Treaty Organization)
e rafforzarono i propri legami bilaterali con la Repubblica di Cina. Nell’agosto 1954, forte
dell'appoggio statunitense, Chiang Kai-shek fece disporre oltre 70 mila soldati a Kinmen
e Matsu con l’intento di creare una barriera protettiva in caso di attacchi a Taiwan. La
mossa irritò la Repubblica Popolare Cinese, da tempo intenzionata ad annettere la
“provincia ribelle”, tirando in causa gli Stati Uniti. La catena di reazioni coinvolse anche
l’Unione Sovietica – alleata cinese e fortemente contrapposta agli americani – che non
mancò di criticare aspramente la Casa Bianca per le sue ingerenze negli affari asiatici.
Indispettita dall’evidente internazionalizzazione di una questione ritenuta domestica,
nonostante gli avvertimenti di Washington, nel settembre 1954 la RPC diede il via ad una
serie di pesanti bombardamenti prima su Kinmen e poi sulle isole Tachen.
Il 2 dicembre 1954, di fronte alle offensive rosse, Stati Uniti e governo nazionalista
firmarono un trattato di mutua difesa. L’accordo, ratificato dal Senato statunitense nel
febbraio 1955, sarebbe stato abrogato il 1º gennaio 1980, un anno dopo l’avvio delle
relazioni ufficiali tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. Il trattato includeva
esclusivamente le isole Taiwan e Pescadores e, nell’ottica della neutralizzazione
perseguita dagli USA, assume particolare rilevanza l’articolo VIII: “Il presente Trattato
non pregiudica e non deve essere interpretato nel senso di pregiudicare in alcun modo i
diritti e gli obblighi delle parti ai sensi della Carta delle Nazioni Unite o la responsabilità
delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”9. Il
sostegno degli Stati Uniti, oltre che all’autodifesa dell’isola, mirava a mantenere lo status
quo nelle due sponde dello stretto, con l’intento di evitare attacchi illeciti di Taiwan alla
terraferma.
La formalizzazione dell’alleanza militare tra Stati Uniti e Taiwan va letta anche e
soprattutto nell’ottica della contrapposizione americana al blocco comunista: l’accordo
permetteva agli USA di avere un altro prezioso avamposto nel Pacifico per attuare la sua
politica di containment. Sin da prima della firma del trattato di Manila che sancì la nascita
della SEATO, infatti, gli Stati Uniti avevano rafforzato il proprio sistema anticomunista
in Asia orientale stringendo accordi con diversi Paesi: una mossa dettata dalla necessità
di procedere con un approccio bilaterale, più che multilaterale, per via dell’eterogeneità
politica e culturale presente in Asia. Quello con Taiwan era l’ultimo trattato in ordine di
tempo: gli Stati Uniti avevano già provveduto a stipulare accordi di difesa e sicurezza con
Giappone e Filippine nel 1951 e Repubblica di Corea nel 1953.

1.4 Alta tensione: la “Risoluzione Formosa” e la minaccia nucleare di


Eisenhower
A partire dalla fine del 1954, la situazione nello stretto peggiorò. Gli attacchi dell’Esercito
Popolare di Liberazione alle isole vicine al largo della costa dello Zhejiang, oltre che
intorno a Kinmen e le isole Matsu, spinsero il governo degli Stati Uniti ad agire. Nel
gennaio 1955, su richiesta di Eisenhower, il Congresso degli Stati Uniti approvò la

9
Mutual Defense Treaty Between the United States and the Republic of China, 2 dicembre 1954 in Yale
Law School, Lillian Goldman Law Library: https://avalon.law.yale.edu/20th_century/chin001.asp
5
“Risoluzione Formosa”, che autorizzava il presidente “to employ the Armed Forces of the
United States as he deems necessary for the specific purpose of securing and protecting
Formosa and the Pescadores against armed attack”, conferendo ad Eisenhower anche
piena discrezionalità circa la durata della risoluzione, che sarebbe scaduta “when the
President shall determine that the peace and security of the area is reasonably assured
by international conditions created by action of the United Nations”10.
La decisione del Congresso preludeva alla possibilità degli Stati Uniti di utilizzare le
proprie armi nucleari contro la Cina continentale, nonostante gli appelli dei ministri degli
esteri dei Paesi membri della NATO. Lo stesso Eisenhower dichiarò pubblicamente, nel
marzo 1955, di considerare le armi nucleari allo stesso modo delle armi convenzionali:
“In any combat where these things can be used on strictly military targets and for
strictly military purposes, i see no reason why they shouldn't be used just exactly
as you would use a bullet or anything else. I believe the great question about these
things comes when you begin to get into those areas where you cannot make sure
that you are operating merely against military targets. But with that one
qualification, I would say, yes, of course they would be used.”11.
La politica che prospettavano gli Stati Uniti, ascrivibile alla “massive retaliation”
minacciata pubblicamente per la prima volta dal Segretario di Stato Dulles nei confronti
dell’Unione Sovietica nel 1954, portò la RPC a fare un passo indietro. Alla conferenza
afroasiatica di Bandung dell'aprile 1955, Zhou Enlai aprì alla possibilità di negoziazione,
non prima di aver accusato gli Stati Uniti, a seguito delle parole di Eisenhower, di
preparare una guerra atomica. Il primo ministro cinese, chiedendo garanzie di attuazione
dei principi di rispetto di sovranità, integrità territoriale e non aggressione spiegò che
“there is no reason why international disputes cannot be settled through negotiation”12.
Preso atto del clima di apertura di Pechino, gli Stati Uniti iniziarono i colloqui con la RPC
trovando un parziale riavvicinamento: nonostante le difficoltà nel dialogo, nel 1955 si
arrivò ad un accordo per il ritorno dei cittadini americani e cinesi nelle rispettive patrie.
La riapertura del confronto permise di raffreddare la crisi, che in breve rientrò.

1.5 La seconda crisi dello stretto


Nonostante la stabilizzazione dei rapporti di fine 1955, la tregua si rivelò a tempo
determinato: molte questioni, in primis l’irremovibile volontà di Mao Tse-tung di
annettere l’isola, erano rimaste irrisolte. Nel 1958 la RPC riprese il suo bombardamento
sugli arcipelaghi di Kinmen (Jinmen) e Matsu, prima linea di difesa della RDC,
approfittando della crisi libanese che aveva attirato in Medio Oriente l’attenzione
internazionale e soprattutto le forze armate statunitensi. La mossa aveva anche lo scopo
di testare la reazione americana, in modo da poter trarre indicazioni sul livello di
coinvolgimento deciso a Washington:

10
Joint Resolution by the Congress, 29 gennaio 1955 in Office of the Historian:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1955-
57v02/d56?fbclid=IwAR2jIghFs1fu8kZiAGgfuOv87tc8Qb7dNuZbFA5tKLejaaAQURIRv2LOp-M
11
Andrew Glass, Eisenhower defends use of nuclear weapons, Politico, 16 marzo 1955:
https://www.politico.com/story/2019/03/16/eisenhower-defends-use-of-nuclear-weapons-march-16-1955-
1224003
12
Main Speech by Premier Zhou Enlai, Head of the Delegation of the People's Republic of China,
Distributed at the Plenary Session of the Asian-African Conference, 19 aprile 1955 in Wilson Center:
https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/121623.pdf?v=e1cd06384e2e67bdff11f809ead78849
6
“Chairman Mao said that the bombardment of Jinmen, frankly speaking, was our
turn to create international tension for a purpose. We intended to teach the
Americans a lesson. America had bullied us for many years, so now that we had
a chance, why not give it a hard time? For the present we should first wait and
see what international responses, especially American responses, there were to
our shelling, and then we could decide on our next move”13.
Le intenzioni bellicose di Pechino erano riconducibili anche ai rapporti con Mosca: la
RPC – oltre che dare un segnale agli Stati Uniti – puntava a dimostrare la propria forza
all’Unione Sovietica, con cui i rapporti si fecero sempre più tesi. Mao voleva testare le
reali intenzioni dell’alleato – che aveva adottato una politica basata sulla coesistenza
pacifica negli affari esteri – per costringerlo a prendere una posizione. La reazione
dell’URSS, preoccupata dai nuovi sviluppi sull’asse Washington-Pechino (in particolare
dopo la conferenza di Ginevra del ‘55), arrivò puntuale ma fu improntata alla
conciliazione. In una lettera inviata ad Eisenhower, Khrushchev spiegò che “an attack on
the Chinese People’s Republic is an attack on the Soviet Union”, aggiungendo però di
non aver intenzione di esagerare le tensioni e, anzi, di voler trovare “a common language
with which to remove the tension arising in the far east”.14.
Di fronte al bombardamento rosso, l'amministrazione Eisenhower rispose alla richiesta di
aiuto della RDC. Eisenhower dispose il rafforzamento delle unità navali e, insieme al
governo nazionalista, venne creato un blocco navale per proteggere le linee di
rifornimento di Kinmen. Va evidenziato come l’intervento degli Stati Uniti, riconducibile
al trattato di mutua difesa, non abbia previsto un intervento diretto in considerazione del
fatto che soltanto attacchi verso Taiwan o Pescadores avrebbero fatto scattare l’entrata
militare degli americani contro la terraferma. Nel settembre 1958, dopo settimane di
avvertimenti reciproci, considerata anche la superiorità degli armamenti della RDC forniti
da Washington, la Repubblica Popolare Cinese desistette dalle sue intenzioni bellicose
riducendo gli attacchi fino a cessarli. Il fragile mantenimento dello status quo fu il
risultato di complesse e fragili relazioni, che iniziarono a normalizzarsi solo con la visita
del presidente Richard Nixon a Pechino nel 1972.

13
Memoir by Wu Lengxi, 'Inside Story of the Decision Making during the Shelling of Jinmen', 23 agosto
1958 in Wilson Center: http://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/117009
14
Letter from Khrushchev to President Eisenhower, 7 settembre 1958 in Office of the Historian:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1958-60v19/d74
7
Capitolo secondo: Nixon, Ford e Carter: un cambio di
direzione in Asia

2.1. Nixon e l’inizio di un avvicinamento inevitabile

“Taking the long view, we simply cannot afford to leave China forever outside the
family of nations, there to nurture its fantasies, cherish its hates and threaten its
neighbors. There is no place on this small planet for a billion of its potentially
most able people to live in angry isolation. But we could go disastrously wrong if,
in pursuing this long-range goal, we failed in the short range to read the lessons
of history”15.

Queste parole, scritte da Nixon in un articolo pubblicato su Foreign Affairs nel 1967,
rispecchiano l’idea quella che dal 1969, anno del suo insediamento alla Casa Bianca,
sarebbe stata conosciuta come Dottrina Nixon. A partire dallo stesso anno si registrò la
netta volontà degli Stati Uniti di attuare un percorso di riavvicinamento alla Repubblica
Popolare Cinese16. L'escalation della guerra in Vietnam portò i funzionari statunitensi a
cercare dei modi per migliorare le relazioni con i governi comunisti in Asia, con
l’intenzione di far rientrare il conflitto in Indocina ed aumentare il potenziale degli Stati
Uniti contro l’URSS. Lo scenario dall’altra parte dell’oceano vedeva la RPC interessata
ad un riavvicinamento con gli Stati Uniti per via delle crescenti tensioni con gli stessi
sovietici. La volontà cinese fu evidente nel lungo periodo, ma i segnali iniziali – su tutti
una minore irruenza nei contatti – furono da subito ben recepiti dagli USA17. Nixon
mostrò concretamente il suo interesse per il miglioramento dei rapporti allentando le
restrizioni a viaggi e commercio, risalenti alla Guerra di Corea, nei confronti della Cina.
Nell’ottica del riavvicinamento, un segnale importante arrivò dal punto di vista militare:
all'inizio del 1969 venne limitata la ricognizione aerea della Cina continentale ed il
Dipartimento di Stato lavorò per ottenere da Chiang Kai-shek garanzie di preavviso in
caso di future azioni militari sulla terraferma. La Casa Bianca ordinò anche la fine del
pattugliamento dei cacciatorpediniere nello stretto di Taiwan nel settembre 196918,
suscitando le proteste della RDC. La stessa mossa fu poi presa in esame per essere
utilizzata come leva per riaprire i colloqui con Mao19.

Come specificato nelle istruzioni per i colloqui di Varsavia con la Cina20, l’obiettivo era
aprire una fase di cooperazione senza modificare la situazione a Taiwan né chiamare in
causa gli alleati asiatici, Giappone in primis. La mossa degli Stati Uniti mirava a
stabilizzare la situazione oltre Pacifico: l’intensificazione della rivalità sino-sovietica
aveva convinto Nixon a disporre la redazione di un documento che considerasse le ampie

15
Richard M. Nixon, Asia After Viet Nam, Foreign Affairs, ottobre 1967:
https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/1967-10-01/asia-after-viet-nam
16
National Security Study Memorandum n.14, 5 febbraio 1969, in Federation of American Scientists:
https://fas.org/irp/offdocs/nssm-nixon/nssm_014.pdf
17
Memorandum from Kissinger to President Nixon: “U.S. Policy Toward Peking and Instructions for the
February 20 Warsaw Meeting”, 12 febbraio 1969, in Office of the Historian:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d6
18
Telegram from the Department of State to the Embassy in the Republic of China and Commander, U.S.
Taiwan Defense Command, 23 settembre 1969, in Office of the Historian:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d34).
20
Memorandum from Kissinger to President Nixon: “U.S. Policy Toward Peking and Instructions for the
February 20 Warsaw Meeting”, Office of the Historian, 12 febbraio 1969:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d6
8
implicazioni sulle relazioni tra i due Paesi comunisti, compreso un piano di alternative da
seguire in caso di conflitto oltre oceano21. Nel percorso di riavvicinamento furono
importanti i già citati colloqui di Varsavia – inizialmente in programma nel febbraio 1969
e poi svoltisi a gennaio e febbraio 1970 – ma, a seguito dell’invasione americana della
Cambogia, la RPC impose un brusco stop ai dialoghi cancellando gli incontri in
programma nei mesi successivi. Restava la ferma volontà statunitense di riallacciare le
relazioni con Mao: durante il suo viaggio intorno al mondo dell’estate 1969, Nixon aveva
informato i leader di Romania e Pakistan del suo interesse a migliorare le relazioni con la
Repubblica Popolare Cinese. A partire dall’agosto dello stesso anno, il presidente
pakistano Yahya Khan aveva svolto un ruolo attivo nel riavvicinamento auspicato dagli
USA. Dal punto di vista di Nixon, Khan era l’intermediario ideale: oltre che avere buoni
rapporti con i leader cinesi, la sua azione permetteva al presidente di mantenere la
questione lontana dall’opinione pubblica. Preoccupato dall’apparente ammorbidimento
statunitense nei confronti di Pechino, Chiang Kai-shek fece pervenire a Washington la
richiesta di una serie di mezzi militari ottenendo un rifiuto. Ciò fece emergere
chiaramente la linea dell’amministrazione Nixon: evitare di potenziare oltremodo l’isola
per non dare segnali contrastanti a Pechino ed evitare di fornire agli stessi comunisti
motivi di attacco a Taiwan22. A seguito del rigetto di alcune richieste della RDC e
dell’avvicinamento alla RPC, nel dicembre ‘69 gli USA rassicurarono Taipei
evidenziando che le recenti mosse di apertura alla terraferma “does not signify that we
are extending diplomatic recognition to the chinese regime or facilitating its international
acceptance”, aggiungendo esplicitamente che, non essendoci delle reali prove di
cambiamento nella natura del regime di Mao, Washington non avrebbe abbandonato la
difesa dello status quo in Asia orientale23.

2.1.1 Prove di distensione: la ping-pong diplomacy, i viaggi segreti di


Kissinger e la svolta cinese all’ONU
Nel dicembre 1969 ci furono degli sviluppi positivi nei contatti con la Cina per mezzo di
Yahya Khan. Attraverso il canale pakistano, il governo della RPC mostrò interesse per
avviare discussioni con gli Stati Uniti per tracciare la strada del riavvicinamento.
All’inizio del 1971 gli Stati Uniti proseguirono il proprio lavoro per forzare i dialoghi,
incluso il tentativo di esagerare la minaccia sovietica agli occhi dei cinesi. Nel corso
dell’anno i contatti tra Washington e Pechino si infittirono, culminando nei due viaggi
segreti di Kissinger nella Cina continentale. Uno degli eventi più significativi fu la
cosiddetta “ping-pong diplomacy”, che ebbe un ruolo di primo piano nella distensione24:
in seguito alla fraternizzazione tra i giocatori di tennis da tavolo degli Stati Uniti e della
RPC durante i mondiali in Giappone, nell’aprile 1971 la RPC invitò la squadra degli Stati
Uniti a giocare una partita nella Cina comunista. Il viaggio degli atleti statunitensi in Cina
– culminato con l’incontro tra la selezione e Zhou Enlai – fece scalpore in tutto il mondo
e fu, a posteriori, determinante per la distensione dei rapporti tra i due Paesi. Gli scambi
in campo sportivo costituirono infatti le basi pubbliche del riavvicinamento, favorendo
una rilevante accelerazione in campo diplomatico. Sfruttando il clima disteso, nello stesso

21
National Security Study Memorandum n. 63: “US policy on current sino-soviet differences”, 3 luglio
1969 in Federation of American Scientists: https://fas.org/irp/offdocs/nssm-nixon/nssm_063.pdf
22
Memorandum from Kissinger to President Nixon, 9 dicembre 1969:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d50
23
Memorandum of Conversation between President Chiang Kai-shek and Ambassador McConaughy, 17
dicembre 1969: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d52
24
Evan Andrews, How Ping-Pong Diplomacy Thawed the Cold War, History Channel:
https://www.history.com/news/ping-pong-diplomacy
9
aprile 1971 il premier cinese Zhou Enlai inviò a Kissinger un invito per una visita
diplomatica a Pechino25. Poco più di una settimana dopo fu Mao ad esprimersi
sull’argomento nel corso di un’intervista rilasciata al giornalista statunitense Edgar Snow,
affermando che sarebbe stato felice di parlare con Nixon. Il leader cinese dichiarò che
“would be happy to talk with him, either as a tourist or as President”, allontanando dal
discorso la questione di Taiwan: “What had to do with Nixon? That question was created
by Truman and Acheson”26.

Considerato il clima di apertura enfatizzato sia privatamente che pubblicamente dalla


Repubblica Popolare, Kissinger si recò due volte a Pechino nel 1971 (a luglio e ad ottobre)
per discutere più concretamente le condizioni alle quali i due Paesi avrebbero accettato la
normalizzazione dei rapporti. Già prima dei viaggi segreti, gli USA stavano informando
segretamente e puntualmente la RPC sugli sviluppi delle proprie relazioni con l’Unione
Sovietica. Per tutto il 1971 e 1972 Kissinger riferì al governo cinese le discussioni
sovietico-americane, arrivando ad inviare interi rapporti sulle conversazioni con i
sovietici, compresa la proposta di un patto di non aggressione nucleare.

Subito dopo l'annuncio del viaggio del Segretario di Stato nel luglio 1971,
l’amministrazione statunitense si attivò sul fronte Taipei motivando la visita con il
desiderio di trovare un modo per distendere il clima in Asia orientale, rassicurando
Chiang kai-shek che “our defense commitment continues”27. Nello stesso mese Kissinger,
a colloquio con l’ambasciatore della RDC Shen, ribadì la posizione statunitense sui
rapporti con la Cina comunista e assicurò che non era stato approfondito il discorso del
seggio all’ONU28. Il secondo viaggio di Kissinger nella RPC, nell'ottobre 1971, coincise
proprio con il voto sulla rappresentanza cinese alle Nazioni Unite. Gli USA, che in
passato erano sempre riusciti a difendere il seggio di Taiwan, sostennero una bozza di
risoluzione che prevedeva l’ingresso nell’organizzazione della Repubblica Popolare
Cinese affermando al contempo il diritto di rappresentanza della RDC, senza però riuscire
a salvaguardare l’alleato Chiang. Il 25 ottobre 1971, infatti, l’Assemblea generale
approvò la risoluzione 2758, che sanciva il riconoscimento della Repubblica Popolare e
l’espulsione di Taiwan dall’organizzazione.

“The General Assembly […] decides to restore all its rights to the People's
Republic of China and to recognize the representatives of its Government as the
only legitimate representatives of China to the United Nations, and to expel
forthwith the representatives of Chiang Kai-shek from the place which they
unlawfully occupy at the United Nations and in all the organizations related to
it”.29

Per la Cina fu un importante successo diplomatico, mentre nella percezione globale il


potere degli Stati Uniti alle Nazioni Unite risultava ridimensionato. Sulla svolta cinese
all’ONU ebbero un peso rilevante le votazioni dei nuovi Paesi (diventati membri negli

25
Message from Premier Zhou Enlai to Kissinger, 21 aprile 1971, in National Security Archive:
(https://nsarchive2.gwu.edu//NSAEBB/NSAEBB145/06.pdf)
26
Edgar Snow, A conversation with Mao Tse-Tung, 30 aprile 1971: https://www.nixonfoundation.org/wp-
content/uploads/2014/11/LIFE-Magazine-April-30-1971.pdf
27
Telegram from the Department of State to the Embassy in the Republic of China, 16 luglio 1971, in Office
of the Historian: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d145
28
Memorandum of Conversation between Shen, Ambassador of the Republic of China, and Kissinger, 27
luglio 1971, in Office of the Historian: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d152
29
UN General Assembly, Restoration of the lawful rights of the People's Republic of China in the United
Nations, 25 ottobre 1971, in UN Digital Library: https://digitallibrary.un.org/record/192054
10
anni ‘60 a seguito della decolonizzazione), che sostennero il seggio della RPC in un fronte
guidato dall’Albania.

2.1.2 Nixon in Cina: la settimana che cambiò il mondo


Il 15 luglio 1971, ben prima della svolta cinese all’ONU e sulla scia del clima disteso
generato dalla “ping-pong diplomacy”, Nixon e Mao avevano comunicato
contemporaneamente ai propri Paesi di aver programmato una visita del presidente
statunitense in Cina all’inizio del 1972. Nel corso del soggiorno nella RPC – dal 21 al 28
febbraio – il presidente, accompagnato da Kissinger, ebbe diversi incontri con Mao e
Zhou Enlai. Il 22 febbraio Nixon ribadì a Zhou la volontà degli Stati Uniti di cooperare
con la Cina, chiarendo la linea politica statunitense in Asia. Il discorso, partito
convenzionalmente da argomenti generici di globale importanza, si spostò sul nodo
rappresentato da Taiwan. Nixon espose i suoi cinque principi (già comunicati in occasione
dei viaggi di Kissinger), che sarebbero stati la base dello storico comunicato congiunto
pubblicato a conclusione della visita: dall’affermazione dell’esistenza una sola China
(“and Taiwan is a part of China”) alla negazione di ogni azione per sostenere
l’indipendenza dell’isola. A corollario, l’inequivocabile apertura alla normalizzazione dei
rapporti:

“We seek the normalization of relations with the People’s Republic. We know that
the issue of Taiwan is a barrier to complete normalization, but […] we will work
toward that goal and will try to achieve it”30.

In aggiunta, il presidente statunitense assicurò la volontà di iniziare la smilitarizzazione


sull’isola ed evidenziò la necessità di utilizzare nel comunicato un linguaggio che
soddisfacesse le esigenze della RPC senza preoccupare eccessivamente opinione pubblica
americana e Chiang Kai-shek. All’apertura statunitense seguì quella cinese di Zhou:

“The Taiwan question can be discussed rather easily. […] We have already waited
over twenty years - i am very frank here - and can wait a few more years. I can go
a step further”.

Sulla base dei colloqui di febbraio venne perfezionato il comunicato pubblicato cinque
giorni dopo, sottoscritto a Shanghai. Nella dichiarazione congiunta, i due Paesi
articolarono la propria posizione circa la questione di Taiwan, riconoscendola come
“crucial question obstructing the normalization of relations between China and the
United States” e trovando dei punti d’incontro su cui costruire il futuro comune. La
Repubblica Popolare Cinese evidenziò la propria sovranità sull’isola – “a province of
China which has long been returned to the motherland” – e confermò l’opposizione alle
ingerenze esterne sulla questione. Il governo statunitense affermò che “all Chinese on
either side of the Taiwan Strait maintain there is but one China and that Taiwan is a part
of China”, riaffermando l’interesse per una “peaceful settlement of the Taiwan question
by the Chinese themselves”.31

30
Memorandum of conversation between Nixon, Kissinger and Zhou Enlai, p.5, 22 febbraio 1972, in
National Security Archive: https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB106/NZ-1.pdf
31
Joint communiqué of the United States of America and People’s Republic of China (Shanghai
Communiqué), 27 febbraio 1972, in Office of the Historian:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d203
11
Nasceva così la “One China policy” degli Stati Uniti e con questa l’ambiguità strategica
che nel corso dei decenni seguenti avrebbe caratterizzato le relazioni di Washington con
Pechino. Non è un caso che nelle dichiarazioni chiave permanga un certo grado di
ambiguità che sarebbe stato poi utilizzato nella stesura dei successivi due comunicati
congiunti e sfruttato strategicamente dai presidenti statunitensi: si noti, nell’affermazione
“Gli Stati Uniti riconoscono che tutti i cinesi su entrambi i lati dello stretto di Taiwan
sostengono che ci sia solo una Cina e che Taiwan fa parte della Cina. Il governo degli
Stati Uniti non contesta questa posizione”, come gli USA non abbiano fatto specifici
riferimenti alla Repubblica Popolare ed abbiano sagacemente scelto una negazione
(l’espressione “non contesta”) piuttosto che una più incisiva affermazione (a titolo
esemplificativo, i verbi “sostenere” o “riconoscere”) in riferimento alla posizione della
RPC.

2.2 L’amministrazione Ford e la frenata nella normalizzazione


A seguito dello scandalo Watergate, Nixon fu costretto a dare le dimissioni e nell’agosto
del 1974 venne sostituito dal suo vice Gerald Ford. L’avvicendamento alla scrivania dello
studio ovale ebbe rilevanti ricadute anche nella politica estera, comprese le relazioni con
Pechino. Anche dall’altra parte del Pacifico le priorità erano cambiate: la RPC era
concentrata sulla sicurezza internazionale e temeva un attacco da parte dell’URSS, che
nel novembre ‘74 incontrò Ford al Vertice di Vladivostok sul controllo degli armamenti.
A ciò, si aggiungevano le preoccupazioni interne, in particolare relative al vicino cambio
di leadership di Mao, viste età e condizioni fisiche del leader. Nel 1974 Kissinger e Deng
Xiaoping – vicepresidente del PCC destinato a sostituire Mao de facto dal ‘78 – si
incontrarono per riallacciare i rapporti tra i due Paesi. A dicembre 1975 venne organizzata
una visita in Cina del presidente Ford, segno della volontà della nuova amministrazione
americana di proseguire il discorso imbastito da Nixon. Ma nell’occasione si palesarono
tutte le difficoltà di costruire sulle basi gettate negli anni precedenti. Già in occasione del
viaggio di Kissinger nell’ottobre precedente si erano registrati alcuni attriti (in particolare
con il vicepremier Teng) e Mao tenne ad evidenziare più volte la percezione che la RPC
fosse scivolata in basso nella lista delle priorità statunitensi32. Nel corso dell’incontro tra
Mao e Ford, la diffusa sensazione di allontanamento fu confermata dall’assenza di un
comunicato congiunto a conclusione della visita. Lo stallo nei rapporti era dovuto
all'imminente campagna presidenziale americana del 1976 ed alle difficoltà politiche in
Cina. Inoltre, consapevole dell’affetto dei conservatori repubblicani nei confronti di
Taiwan, Kissinger convinse il presidente a rimandare l'avanzamento nelle relazioni
diplomatiche ad un periodo successivo al 1976:

“For political reason it is just impossible for the U.S to go for normalization
before '76. If there is any one thing that will trigger a conservative reaction to
Ford, that's it”33.

Dall’altra parte, la già citata difficile situazione interna cinese si riversava nelle relazioni
diplomatiche: dopo la morte di Mao, RPC e USA risultarono sempre più distanti e la
“Gang of Four” salita al potere mostrò avversione nei confronti dell’operato di
Washington, in particolare sulla questione di Taiwan. Il nuovo vicepremier Zhang

32
Memorandum of Conversation between Mao and Kissinger, 21 ottobre 1975, in Office of the Historian:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v18/d124).
33
Barry Schweid, “Kissinger Delayed 'Normalization'”, Fox News, 14 febbraio 2008:
https://www.foxnews.com/printer_friendly_wires/2008Feb14/0,4675,USChina,00.html)
12
Chunqiao arrivò a prospettare esplicitamente lo scontro armato per allontanare gli
statunitensi dall’isola:

“Since the issue of Taiwan has arisen, this is a noose around the neck of the U.S.
It is in the interests of the American people to take it off. If you don’t, the PLA will
cut it off. This will be good both for the American and Chinese peoples - we are
generous - we are ready to help the U.S. solve the problem by our bayonets”34.

Dopo la breve parentesi al potere della “Banda dei quattro”, conclusasi con l’arresto dei
membri, nel 1981 la leadership della Repubblica Popolare Cinese passò nuovamente a
Deng. La situazione al vertice, pochi mesi dopo, cambiò anche negli Stati Uniti: nel
gennaio 1977 iniziò il mandato presidenziale di Carter e Kissinger lasciò il ruolo di
Segretario di Stato. Si apriva una fase in cui gli equilibri interni dei due Paesi erano
radicalmente mutati rispetto al passato recente.

2.3 L’approccio di Carter al percorso di stabilizzazione


Al suo insediamento, Jimmy Carter ereditò – tra le altre questioni di politica estera –
anche quella del completamento della normalizzazione dei rapporti con la Cina, frenata
nell’amministrazione precedente. Nonostante le pressioni da parte della Repubblica
Popolare, tra le priorità negli affari esteri statunitensi (negoziati per il controllo del Canale
di Panama, per il SALT II ed in Medio Oriente) non c’era il completamento del percorso
di normalizzazione. Va considerato che il picco più alto nei rapporti era stato raggiunto
da Nixon e Kissinger con il comunicato di Shanghai: la situazione era difficilmente
migliorabile nel breve periodo senza modificare sensibilmente i rapporti tra USA e RDC.
Per questi motivi, già prima del suo insediamento, Carter diede prova della propria cautela
sulla questione dello stretto35.

In questo contesto è più facilmente comprensibile la prudenza registrata nella prima fase
della nuova amministrazione, così come lo stallo dovuto alle richieste cinesi di
abbandonare Taiwan. La politica estera di Carter – influenzata dalla sua adesione alla
Commissione trilaterale nel 1973 – era basata sulla dottrina della cooperazione
internazionale e su un forte elemento morale: il nuovo capo del governo non poté che
abbracciare i principi del comunicato di Shanghai del 1972 (su tutti, prevalenza del bene
comune sugli interessi nazionali e necessità di un costante dialogo per facilitare la
comprensione delle reciproche posizioni). Proprio la volontà di creare un ordine mondiale
più stabile costituì la base su cui Carter decise di normalizzare i rapporti con la Repubblica
Popolare Cinese e recidere i rapporti politici con Taiwan36.

2.3.1 Sicurezza globale, la Cina diventa un’occasione: il cambio di


Carter nella politica asiatica
Il presidente formulò una politica estera che potesse portare ad una risoluzione dei
problemi globali e ridurre le possibilità di conflitto militare in un mondo segnato dalla

34
Henry Kissinger, Years of Renewal, Simon & Schuster Ltd, p. 897
35
Taiwan Review, Jimmy Carter's China policy, Taiwan Today, 1 febbraio 1977:
https://taiwantoday.tw/news.php?unit=29,45&post=36770).
36
Brian Hilton, “Maximum Flexibility for Peaceful Change”: Jimmy Carter, Taiwan and the Recognition
of the People's Republic of China, Diplomatic History, September 2009 Vol. 33, p. 596
13
spaccatura tra Occidente e Oriente. In quest’ottica, nei primi mesi del suo mandato Carter
cercò di creare una cooperazione con l'Unione Sovietica: era convinto che nell’immediato
avrebbe potuto fornire un'assistenza più utile nella gestione globale rispetto ad una Cina
scossa da turbolenze sociali e politiche. Ma alla richiesta di cooperazione l’URSS apparve
– come di consueto – irremovibilmente contraria ad aprirsi all’esterno. Il periodo era
segnato da numerose pressioni provenienti dalla Cina ed il rifiuto dei sovietici portò
Carter a virare con decisione verso la RPC, Paese meno pronto dei sovietici ma
potenzialmente in grado di dare un contributo significativo alla stabilità mondiale. Si noti,
al di là della riposta sovietica, che l’URSS in quel periodo continuava a minare lo spirito
di distensione sostenendo le rivoluzioni armate in Africa: un eventuale apertura della RPC
agli USA avrebbe potuto mettere pressione ai sovietici, rendendoli meno intransigenti di
fronte alle richieste di cooperazione.In netta controtendenza con l'aggressione sovietica e
cubana in Africa meridionale, la RPC negli anni '70 aveva gradualmente abbandonato il
sostegno a partiti ed attività sovversivi in Africa iniziando ad esercitare un’influenza
attraverso metodi ed aiuti più convenzionali in numerosi Paesi in via di sviluppo. Fu uno
dei fattori che convinse gli Stati Uniti dell’importanza globale della Cina. Il parziale
cambio dei piani di Carter in politica estera fu evidente nel suo discorso del 22 maggio
alla Notre Dame University:

“It is important that we make progress toward normalizing relations with the
People's Republic of China. We see the American‐Chinese relationship as central
element of our global policy, and China as a key force for global peace. We wish
to cooperate closely with the creative Chinese people on the problems that
confront all mankind. We hope to find a formula which can bridge some of the
difficulties that still separate us”37.

La strategia decisa dagli Stati Uniti mirava a rafforzare la cooperazione con la Cina
evitando momentaneamente di fare passi in avanti nel percorso di normalizzazione. I
cinesi tendevano invece ad essere più diretti: il vicepremier della RPC Li Hsien-nien, a
colloquio con l'ammiraglio in pensione Elmo R. Zumwalt, evidenziò pragmaticamente
punti in comune – “the expansion of the Soviet Union” - e presupposti imprescindibili: “If
relations between our two countries are not normalized, it will be difficult to expand the
relations between our two countries”38. La speranza dell'amministrazione Carter era che
la Cina acconsentisse a dare priorità al coordinamento della strategia globale,
accantonando momentaneamente la questione di Taiwan.

2.3.2 Tra “One China” e solidarietà a Taiwan. Le basi del


rovesciamento
Ma il riavvicinamento tra USA e RPC passava inevitabilmente dallo scottante dilemma
di Taiwan: l'amministrazione statunitense doveva conciliare l’impegno di sicurezza
promesso all’isola con la sua adesione ai principi del Comunicato di Shanghai, che
affermava il riconoscimento della dottrina di un’unica Cina. Carter aveva approvato il
comunicato del 1972 non mancando di seguire quanto fatto da Nixon nei primi anni ‘70:
sfruttare l’ambiguità del testo circa l’espressione “One China” – il testo, infatti, non
37
Text of President's Commencement Address at Notre Dame on Foreign Policy, New York Times, 22
maggio 1977: https://www.nytimes.com/1977/05/23/archives/text-of-presidents-commencement-address-
at-notre-dame-on-foreign.html
38
Murrey Marder and George C. Wilson, China's Welcome to Vance Is Muted, The Washington Post, 23
agosto 1977: https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1977/08/23/chinas-welcome-to-vance-is-
muted/1f46b796-6a6c-49ba-8085-29d2e91e0b72/
14
specificava se l’oggetto dell’affermazione fosse la RPC o la RDC – ed auspicare una
risoluzione pacifica della questione dello stretto. Il presidente statunitense credeva che lo
sviluppo dei rapporti avrebbe portato un graduale miglioramento della situazione sui
diritti umani in Cina e dunque ad una conclusione pacifica della controversia. Questo
presupposto gli avrebbe consentito di giustificare la decisione unilaterale di porre fine
alle relazioni diplomatiche ufficiali con l’isola. A partire dalla fine degli anni ‘60 i
rapporti tra Taiwan e Stati Uniti si erano fatti gradualmente più instabili. Preoccupata
dall’avvicinamento di Washington a Pechino, la Repubblica di Cina iniziò a lavorare per
ottenere impianti nucleari e tecnici dall’estero: fu appurato, dopo una serie di ricognizioni
aeree, che l’isola stesse sviluppando la capacità di creare armi nucleari39. Negli anni '70
il coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam aveva portato Taipei a
ribadire con insistenza agli alleati i pericoli della cooperazione con i comunisti.
Proseguivano inoltre gli sforzi rivolti al Congresso (ma anche a governi statali e locali)
per bloccare sul nascere qualsiasi tentativo dell'amministrazione di abbandonare Taiwan.
Le lobby taiwanesi agirono fornendo ai membri del legislativo dei viaggi gratis e
tentarono di influenzare familiari, amici e parenti nella città natale di Carter, Plains, con
viaggi e regali costosi. Informato dell’operato di Taipei da Brzezinski nel luglio ‘77, il
presidente virò con decisione verso la normalizzazione con la RPC, convinto dallo stesso
Consigliere per la sicurezza nazionale a sfruttare l’oscuro operato di Taiwan per recidere
legittimamente il legame (“The Taiwan Lobby does not constitute a major obstacle to
normalization. The real issue concerns our willingness to grasp this thorny issue at a time
that is strategically and politically advantageous to us”)40. Gli sforzi delle lobby
taiwanesi, uniti ai sospetti di sviluppo segreto di armi nucleari, furono la base che permise
a Carter di ritirare il riconoscimento ufficiale al vecchio alleato.

2.3.3 La rottura con Taiwan, il riconoscimento della Cina ed il Taiwan


Relations Act
Nell’agosto 1977, in vista del viaggio di Vance a Pechino, Carter comunicò le tre linee
guida da seguire nei negoziati con la RPC:

“First, we must not act unilaterally to improve our relations with Peking: the
process must be a reciprocal one. Second, we must behave with the same self-
respect and dignity which characterize Chinese behavior; we do not go to Peking
as supplicants. And third, in addressing the Taiwan issue, we must make certain
that our actions in no way jeopardize the confidence of the people of Taiwan in a
prosperous future”41.

Nell’incontro con il vicepremier Teng, Vance trovò conferma diretta che il comunicato
del ’72 sarebbe stato il punto di partenza per la completa normalizzazione ed informò la
Cina che gli Stati Uniti erano disposti “to terminate our sever diplomatic relations”42 con
Taipei. Nonostante i progressi fatti durante la visita, le parti decisero di non procedere

39
U.S. Embassy Taiwan telegram to State Department: “Current status of nuclear R and D in the Republic
of China”, 6 agosto 1976, in National Security Archive: https://nsarchive.gwu.edu/dc.html?doc=5676725-
Document-13-U-S-Embassy-Taiwan-telegram-5351-to
40
Memorandum from Brzezinski to President Carter “The Taiwan Lobby and Its Significance”, 29 luglio
1977, in Office of the Historian: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v13/d40
41
Letter From President Carter to Secretary of State Vance, 18 agosto 1977, in Office of the Historian:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v13/d43
42
Memorandum of conversation between Vance and Teng Hsiao-ping, Vice Premier RPC, 24 agosto 1977:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v13/d50
15
con la pubblicazione di un comunicato. Dalla seconda metà dell’anno ai primi mesi del
1978 il governo statunitense, occupato su altri fronti – su tutte la ratifica dei trattati
Torrijos-Carter – si vide costretto a posticipare gli accordi finali con Pechino. Nonostante
il ritardo nella normalizzazione, Carter riteneva che questa dovesse essere completata
prima della fine del 1979 per via delle elezioni presidenziali in programma nel 1980.
Dopo la visita in Cina di Brzezinski nel maggio 1978, il presidente accettò la proposta di
Vance di fissare la comunicazione del riconoscimento della RPC a fine anno. Il 15
dicembre Carter, in un discorso alla nazione, annunciò il riconoscimento della Repubblica
Popolare Cinese e l’instaurazione dei rapporti tra i due Paesi:

“The United States of America recognizes the Government of the People's


Republic of China as the sole legal Government of China. Within this context, the
people of the United States will maintain cultural, commercial, and other
unofficial relations with the people of Taiwan […] through nongovernmental
means”43.

Il capo del governo statunitense ribadì i punti cardine sanciti bilateralmente nel
comunicato di Shanghai, su tutti il riconoscimento del principio secondo cui esiste “una
sola Cina e Taiwan fa parte della Cina”. Come specificato nel comunicato congiunto
pubblicato il primo gennaio 197944, Stati Uniti e Repubblica Popolare aprirono il primo
marzo le proprie ambasciate oltre oceano. Contestualmente al de-riconoscimento
statunitense di Taiwan, il 1° gennaio 1980 – un anno dopo la notifica inviata da
Washington a Taipei, come stabilito dall’articolo 10 dell’accordo – venne abrogato il
trattato di mutua difesa risalente al 1954. In seguito alla rottura dei rapporti ufficiali con
la Repubblica di Cina, il Congresso approvò il quadro giuridico che avrebbe permesso ai
popoli di Stati Uniti e Taiwan di mantenere le relazioni economiche e culturali dopo
l’interruzione dei rapporti diplomatici. Si tratta del Taiwan Relations Act (TRA),
approvato il 10 aprile 1979, che sanciva la fornitura all’isola di armi di carattere difensivo
nella quantità necessaria “to resist any resort to force or other forms of coercion that
would jeopardize the security, or social or economic system, of the people of Taiwan”45.
L’approvazione dell’atto trovò inevitabilmente il disaccordo della Repubblica Popolare
Cinese. A ciò, si aggiunsero altre controversie (di natura economica e soprattutto politica,
dovute alla vicinanza statunitense all’Unione Sovietica) che però non minarono il clima
di distensione e cooperazione che aveva consentito di raggiungere la normalizzazione.
Per rafforzare i rapporti, il Segretario della Difesa Harold Brown propose un viaggio a
cui Vance si oppose, sostenendo che gli Stati Uniti avrebbero rischiato di perseguire una
politica eccessivamente filocinese che avrebbe diminuito il potere americano sull’Unione
Sovietica. Ma, a seguito dell'invasione dell’URSS in Afghanistan del dicembre 1979,
Carter decise di cercare una maggiore cooperazione militare sino-americana ed approvò
il viaggio. I due paesi nei mesi seguenti fecero fronte comune su una serie di questioni di
rilevanza internazionale, tra cui il boicottaggio dei Giochi Olimpici di Mosca del 1980 e
la reazione al sequestro in Iran di ostaggi americani.

43
Carter’s speech on establishing diplomatic relations with China, 15 dicembre 1978, in Miller Center:
https://millercenter.org/the-presidency/presidential-speeches/december-15-1978-speech-establishing-
diplomatic-relations
44
Joint Communique of the United States of America and the People’s Republic of China (Normalization
Communique), 1 gennaio 1979, in American Institute in Taiwan: https://www.ait.org.tw/our-
relationship/policy-history/key-u-s-foreign-policy-documents-region/u-s-prc-joint-communique-1979/
45
H.R.2479 - Taiwan Relations Act, 96th Congress (1979-1980), in Library of U.S. Congress:
https://www.congress.gov/bill/96th-congress/house-bill/2479
16
Capitolo terzo: Dopo la normalizzazione: Taiwan, nodo dei
rapporti tra Stati Uniti e Cina

3.1 Reagan, dalla solidarietà a Taiwan all’avvicinamento alla Cina


Sin prima della sua elezione ed ancor più durante la campagna elettorale, Ronald Reagan
aveva utilizzato il Taiwan Relations Act per rafforzare le sue critiche all’amministrazione
Carter e la sua retorica pro-Taiwan:

“I call upon President Carter to come forth and tell the American people precisely
and concretely which measures the government will take in order to assure the
safety and well-being of the 17 million people of Taiwan. We don't need platitudes
or vague expressions of our hopes for Taiwan. We do need concrete reassurances.
If we do not provide these, we will have taken the first step in directly violating
the human rights of the people of Taiwan”46.

Le osservazioni pro-Taiwan di Reagan suscitarono l’irritazione di Pechino, che attraverso


il People’s Daily criticò la presa di posizione del repubblicano. Il Partito Comunista
Cinese definì le parole di Reagan “un inganno”, aggiungendo che il ripristino delle
relazioni ufficiali avrebbe significato contraddire il principio One China47. Allen,
consigliere per la sicurezza, si scusò rapidamente ed il presidente stesso ritrattò. I primi
due anni in carica di Reagan furono caratterizzati da un deterioramento nelle relazioni tra
Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, dovuto principalmente al forte anticomunismo
del nuovo presidente, ma negli anni successivi alla Casa Bianca ci fu un cambio di
direzione. Tra i maggiori obiettivi di politica estera di Reagan, infatti, oltre che controllare
l’espansione sovietica, c’era quello di porre fine ad un decennio di tentennamenti con
l’obiettivo di riaffermare la leadership statunitense nel mondo libero. A differenza delle
amministrazioni che lo avevano preceduto, la strategia di Reagan – che richiedeva un
riarmo del Paese ed uno sforzo per raccogliere gli alleati contro la minaccia sovietica –
era tutt’altro che diretta alla deterrenza ricercata in passato. La Cina assumeva quindi un
peso specifico rilevante: un nuovo avvicinamento avrebbe permesso agli Stati Uniti di
evitare di neutralizzare contemporaneamente i due paesi comunisti ad Oriente. Si
spiegano in questo senso, nonostante le iniziali idee pro-Taiwan, le ripetute offerte di
vendite di armi a Pechino. Ma la risposta cinese fu tiepida: la RPC scelse di procedere
con cautela di fronte agli approcci statunitensi, principalmente per il timore di diventare
una pedina nel più ampio contesto di quella che poi si sarebbe rivelata essere l’ultima fase
della Guerra Fredda48. Sul fronte Taiwan, la Cina proseguì con insistenza a far pervenire
alla Casa Bianca le sue richieste: su tutte, che i comunicati congiunti firmati da Nixon e
Carter avessero la precedenza sul Taiwan Relations Act, che gli uffici consolari chiusi a
Taiwan dopo il de-riconoscimento non venissero riaperti e che le vendite di armi all’isola
venissero cessate.

Nel 1981 Ye Jianying, Presidente del comitato permanente dell'Assemblea nazionale del
popolo, inviò una proposta in nove punti per la risoluzione del problema di Taiwan,
suggerendo di fissare dei colloqui tra PCC e Kuomintang ed evidenziando che per avviare
46
Taiwan Review, Ronald Reagan's view of China, Taiwan Today, 1 marzo 1981:
https://taiwantoday.tw/news.php?unit=4&post=4845
47
Jay Mathews, China Attacks Reagan for Supporting Relations With Taiwan, The Washington Post, 20
agosto 1980: https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1980/08/20/china-attacks-reagan-for-
supporting-relations-with-taiwan/583c5224-1965-4f91-8f5d-271bfa9a2e3d/
48
James C. Hsiung, Reagan's China Policy and the Sino-Soviet Détente, Asian Affairs: An American
Review, 1984, p. 2
17
il processo di riunificazione fosse necessario aumentare comunicazione, commercio,
viaggi, scambi accademici, culturali e sportivi tra le sponde dello stretto. Ye Jianying
sottolineò che dopo la riunificazione Taiwan avrebbe goduto di ampia autonomia come
“special administrative region” ed avrebbe potuto mantenere il sistema capitalista e le
proprie forze armate49.

3.1.1 La svolta del 1982: il terzo comunicato congiunto


Il cambio di direzione politica di Reagan è ben visibile a partire dai primi mesi del 1982
quando, dopo aver rifiutato la richiesta di Taiwan di una fornitura di aerei da
combattimento, inviò a Deng Xiaoping una lettera in cui ribadiva i principi dei due
comunicati congiunti e assicurava che “we will not permit the unofficial relations between
the American people and the people of Taiwan to weaken our commitment to this
principle”50. L’obiettivo era accelerare i negoziati con la RPC, iniziati a gennaio ma in
una fase di stallo. Nel maggio 1982, a causa dell’impasse nei negoziati sulla vendita di
armi a Taiwan, Bush si recò in Cina per dimostrare concretamente la volontà statunitense
di compiere progressi nei rapporti. In occasione della visita, il vicepresidente consegnò a
Deng, al premier Zhao Ziyang e al presidente del PCC Hu Yaobang tre lettere in cui
Reagan ribadiva l'importanza delle relazioni sino-statunitensi e la volontà di ridurre le
vendite di armi a Taiwan se la Repubblica Popolare cinese avesse mantenuto la sua
politica pacifica. Il viaggio di Bush segnò una svolta nelle trattative, anche per via del
coinvolgimento dei leader dei due Paesi: a fine luglio furono superati i maggiori problemi.
Così, poco prima di diramare il terzo comunicato congiunto in dieci anni, il 14 luglio
Reagan inviò le “Six Assurances” a Taiwan:

“First, the United States has set no date for ending arms sales to Taiwan. Second,
the United States has not agreed to prior consultation with Beijing on arms sales
to Taiwan. Third, the United States has not agreed on any mediation role between
Beijing and Taipei. Fourth, the United States has not agreed to revise the Taiwan
Relations Act. Fifth, the United States has not agreed to take any position
regarding sovereignty over Taiwan. Sixth, the United States will never pressure
Taiwan to negotiate with Beijing”51.

Nello stesso mese Reagan scrisse a Chiang Ching-kuo, presidente di Taiwan,


rassicurandolo sul futuro: in caso di ripensamenti della terraferma sulla risoluzione
pacifica della questione, gli impegni degli Stati Uniti sarebbero stati invalidati52. Il 17
agosto 1982 USA e RPC pubblicarono il comunicato congiunto sulla riduzione della
vendita di armi alla Repubblica di Cina. Anche in questa occasione, il testo fu soggetto
ad una certa ambiguità. I funzionari dei due Paesi diedero interpretazione e peso diversi
a diversi passaggi, permettendo di appianare le differenze di vedute e giungere alla
pubblicazione dell’accordo sulla progressiva diminuzione delle vendite di armi all’isola:

49
Ye Jianying's Nine Principles for the Peaceful Reunification with Taiwan (1981):
http://lv.chineseembassy.org/eng/zt/twwt/t251057.htm
50
Letter from President Ronald Reagan to Deng Xiaoping, 5 aprile 1982, in China/Taiwan: Evolution of
the “One China” Policy - Key Statements from Washington, Beijing, and Taipei (Congressional Research
Service, 10 ottobre 2014): https://fas.org/sgp/crs/row/RL30341.pdf
51
The United States, Taiwan and the World: Partners for Peace and Prosperity, 31 agosto 2020:
https://www.state.gov/The-United-States-Taiwan-and-the-World-Partners-for-Peace-and-Prosperity/
52
Message from President Reagan to Chiang Ching-kuo, 26 luglio 1982, in China/Taiwan: Evolution of
the “One China” Policy - Key Statements from Washington, Beijing, and Taipei, cit.
18
“The United States Government states that its arms sales to Taiwan will not
exceed, either in qualitative or in quantitative terms, the level of those supplied in
recent years since the establishment of diplomatic relations between the United
States and China, and that it intends gradually to reduce its sale of arms leading,
over a period of time, to a final resolution”53.

Nonostante la RPC asserisse che si opponessero all'indipendenza di Taiwan, gli Stati


Uniti in realtà continuarono a trarre vantaggio – come in passato – dalla labile differenza
esistente tra “opporsi” e “non sostenere”. L’ambiguità del terzo comunicato fu favorita
dai riferimenti alle precedenti dichiarazioni congiunte, a loro volta contenenti un ampio
margine di interpretazione già abilmente sfruttato dagli USA. Sulla base di queste
sfumature, la politica statunitense aderente al principio “One China” risulta ancora oggi
differente da quella portata avanti dalla RPC. Gli Stati Uniti mantennero una linea che
tendeva ad evidenziare il processo – la risoluzione pacifica ed implementazione dei
rapporti – piuttosto che il risultato finale: come di consueto, continuarono ad evitare di
esprimersi in merito alla soluzione del dilemma (nello specifico, indipendenza di Taiwan
o unificazione con la terraferma). Merita una chiosa anche la mancanza di un parametro
relativo alla riduzione della vendita di armi, strettamente collegata all’atteggiamento che
la Repubblica Popolare Cinese avrebbe messo in atto nella risoluzione del problema: nel
comunicato non fu fatta menzione di alcuna scadenza né della portata dell’auspicata
riduzione.

3.1.2 Un comunicato “sterile”: critiche in patria e impasse in Cina


Nonostante i progressi relativi a diminuzione nella vendita d’armi a Taiwan e relazioni
economiche, la Cina mostrò l’intenzione di mantenere la propria politica estera
indipendente evitando di appoggiarsi a Reagan. Una scelta dovuta alla volontà di
mantenere rapporti stabili sia con gli Stati Uniti che con l’URSS per via della
fondamentale esigenza di evitare un confronto contemporaneo con entrambe le potenze.
La decisione è giustificata dalle preoccupazioni della Cina in ottica sovietica, dettate
dall’accerchiamento dei vicini (dalla Siberia all'Afghanistan occupato, sino all'India
alleata con Mosca) e dall'arrivo nei pressi dei confini di oltre un centinaio di missili SS-
20. Inoltre, considerate le basse prospettive di accordo sul ritiro delle testate – la nota
“Opzione zero” di Reagan era stata rifiutata dai sovietici – il livello d’allarme in Cina salì
ulteriormente.
Tornando al comunicato, è da sottolineare l’irritazione del Congresso di fronte alla chiara
influenza cinese sull’amministrazione Reagan. Questa, nonostante quanto stabilito dal
Taiwan Relations Act, aveva infatti deciso di diminuire le vendite di armi all’isola: lo
stesso giorno di pubblicazione del comunicato, il presidente chiarì alcuni punti rilevando
che la politica messa in atto era “fully consistent with the Taiwan Relations Act”54. Reagan
aggiungeva, in un memorandum segreto, l’importanza di condizionare qualità e quantità
di armi destinate a Taiwan “entirely on the threat posed by the PRC” 55, con il chiaro
intento di mantenere la capacità difensiva di Taipei all’altezza delle potenziali offensive

53
United States-China Joint Communique on United States Arms Sales to Taiwan, 17 agosto 1982, in
Ronald Reagan Library: https://www.reaganlibrary.gov/archives/speech/united-states-china-joint-
communique-united-states-arms-sales-taiwan
54
Statement by Reagan on United States Arms Sales to Taiwan, 17 agosto 1982, in Ronald Reagan Library:
https://www.reaganlibrary.gov/archives/speech/statement-united-states-arms-sales-taiwan
55
Reagan’s Secret Memorandum on the 1982 Communique, 17 agosto 1982, in China/Taiwan: Evolution
of the “One China” Policy - Key Statements from Washington, Beijing, and Taipei, cit.
19
dalla terraferma. Grazie anche alle dichiarazioni di cui sopra, il capo di Stato superò il
rischio di impeachment per inadempienza nell’attuazione delle leggi degli Stati Uniti.
Nell’autunno 1982, infatti, la Sottocommissione del Senato sulla separazione dei poteri
valutò la compatibilità del comunicato congiunto con il Taiwan Relations Act
concludendo che, nonostante il significato apparente fosse incoerente con l’atto del
Congresso, le successive “dichiarazioni e azioni dell'amministrazione” furono in linea
generale coerenti con l’atto56.

Intanto, la RPC mostrava irritazione perché, nonostante l’intesa sulla riduzione della
vendita di armi, Washington continuava a mantenere una certa vicinanza con Taipei in
virtù del TRA. A partire dal 1983 nei rapporti sino-statunitensi si registrò un nuovo stallo,
principalmente per via della politica di Washington. Al contrario, le relazioni nello stretto
stavano procedendo positivamente dal punto di vista economico e culturale ed in quegli
anni il TRA sembrò perdere considerazione anche da parte del Congresso, che si limitava
ad aggiornare i rapporti sulle vendite di armi all’isola. Stanti le crescenti relazioni
economiche sino-americane, nell’aprile 1984 Reagan si recò in Cina per tentare di dare
nuovo slancio al rapporto con il leader Li Xiannian, ma la visita non portò miglioramenti
significativi in campo politico ed ancor meno nella risoluzione del problema di Taiwan.
Nel giugno del 1984, a dimostrazione dell’insofferenza cinese circa la situazione, il leader
del PCC e Presidente della Commissione militare Deng Xiaoping espresse nuovamente
la possibilità di usare la forza, non mancando di evidenziare ancora una volta
l’irremovibile obiettivo di annettere la “provincia ribelle”:

“If the problem cannot be solved by peaceful means, then it must be solved by
force. Neither side would benefit from that. Reunification of the motherland is the
aspiration of the whole nation. If it cannot be accomplished in 100 years, it will
be in 1000 years”57

3.2 Bush Sr, tra spinte pro-Taiwan e l’amicizia con la Cina: una
politica di compromessi
La vittoria delle presidenziali da parte di George H. W. Bush contro il democratico
Michael Dukakis aprì un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra USA e Cina. Nel
gennaio 1989 il nuovo presidente prendeva posto alla Casa Bianca con alle spalle un
importante trascorso diplomatico in Cina: dopo essere stato ambasciatore all’ONU nel
1971, nel 1974 Ford – dopo averlo valutato come vice – lo nominò capo dell'ufficio di
collegamento con la RPC, dove di fatto svolse il ruolo di ambasciatore statunitense.
Inoltre, da vicepresidente nelle due amministrazioni Reagan, Bush compì un viaggio in
Cina ritenuto decisivo per lo sblocco dei negoziati finalizzati alla pubblicazione del terzo
comunicato congiunto. Non è quindi un caso che quando Bush prese il timone degli Stati
Uniti in Cina vigesse un generale ottimismo: oltre Pacifico il nuovo presidente era
considerato un “old friend”, al pari di Kissinger all’epoca di Nixon. A meno di due mesi
dal suo ingresso in carica, Bush volò a Pechino: fu l’occasione per ribadire la vicinanza
alla RPC e la volontà di favorire una pacifica risoluzione della situazione nello stretto:

56
Steven M. Goldstein and Randall Schriver, An Uncertain Relationship: The United States, Taiwan and
the Taiwan Relations Act, The China Quarterly, marzo 2001, p. 154
57
One country, two systems, 22-23 giugno 1984, in China Daily: https://cpcchina.chinadaily.com.cn/2010-
10/21/content_13918313.htm
20
“We remain firmly committed to the principles set forth in those three joint
communiques that form the basis of our relationship. And based on the bedrock
principle that there is but one China, we have found ways to address Taiwan
constructively without rancor. We Americans have a long, historical friendship
with Chinese people everywhere”58.

Dopo decenni di politica estera basata sulla contrapposizione dei blocchi ad Occidente e
Oriente, lo sgretolamento del gigante russo avrebbe ridisegnato gli equilibri geopolitici
mondiali ed asiatici. Si prospettava, nel passaggio da bipolarismo a unipolarismo, uno
scenario diverso nelle relazioni tra USA e RPC. L’assenza della minaccia sovietica fece
emergere con rinnovata decisione l’astio nei confronti della Cina che, nonostante i buoni
rapporti, restava un Paese comunista e con potenzialità enormi. Considerazioni già note
negli States, ma fino ad allora accantonate per via dell’utilità dei cinesi nella partita contro
l’URSS. In questo contesto tornarono a galla anche alcuni temi chiave sopiti per motivi
politici, come quello relativo ai diritti umani (in particolare Carter, nonostante i suoi
ideali, passò incoerentemente oltre per accelerare la normalizzazione). La situazione si
infiammò dopo gli episodi di Piazza Tienanmen della primavera 1989, in cui tutto il
mondo – Stati Uniti in primis – ebbe modo di conoscere la repressione del governo cinese
in tema di diritti umani e libertà di espressione. Sul violento modus operandi del PCC si
espresse anche Taiwan: il presidente Lee Teng-hui contattò il capo dell'AIT, David Dean,
per auspicare una condanna e sanzioni da parte degli USA59.
Dopo il “terremoto” del giugno 1989, le premesse che avevano caratterizzato i primi mesi
di Bush sull’asse con Pechino cambiarono repentinamente. A muoversi con decisione fu
il Congresso, che adottò una serie di misure tra cui la richiesta di condizioni per lo status
commerciale di nazione più favorita per la Cina. Ci furono anche azioni meno concrete
ma fortemente significative: diversi membri del legislativo intrapresero iniziative per
sostenere la volontà di autodeterminazione dell’isola. Un passo simbolicamente rilevante
fu l’utilizzo, nei documenti, del nome “Taiwan” piuttosto che “Cina” per indicare il Paese
di origine degli americani naturalizzati provenienti dall’isola. Il Congresso, inoltre, dopo
aver invitato il Dalai Lama nel 1991, approvò delle risoluzioni che chiedevano di valutare
il Tibet – considerato dalla RPC una sua provincia autonoma – uno stato indipendente. Il
governo di Pechino, irritato, percepì le mosse del Congresso come un tentativo di minare
la sua sovranità. A seguito delle vicende di Tienanmen, i rapporti sino-statunitensi “si
ritrovarono praticamente al punto di partenza”60. Alla rilevante percezione della Cina
come possibile e temibile nemico si aggiunse la convinzione dello strapotere statunitense
dopo la vittoria della Guerra Fredda. Gli ambienti politici erano in gran parte concordi
circa l’onere americano di definire e guidare la politica di democratizzazione a livello
globale, anche nei confronti di una Cina che aveva palesato i suoi limiti in tema di diritti
fondamentali. Il contrappeso fu Bush: il suo pragmatismo fu fondamentale per evitare di
creare agli States un altro nemico ad Oriente. Il presidente si trovò in un limbo: non poteva
esimersi dal condannare in pubblico le violazioni dei diritti umani di Tienanmen ma
nemmeno recidere il longevo legame di amicizia e stima con il regime cinese. Così,
nonostante la sospensione dei contatti ai massimi livelli, in quel periodo Bush inviò il suo
consigliere per la sicurezza nazionale Scowcroft e il vicesegretario di Stato Eagleburger
in missioni segrete a Pechino per assicurarsi di mantenere le relazioni in un periodo in cui

58
Bush’s Toast at the Welcoming Banquet in Beijing, 25 febbraio 1989, in George H.W. Bush Presidential
library and museum: https://bush41library.tamu.edu/archives/public-papers/85
59
Cable from Department of State to U.S. Embassy Beijing, China Task Force Situation Report No. 3, 4
giugno 1989, in National Security Archive:
https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB16/docs/doc16.pdf
60
Henry Kissinger, Cina, Mondadori, p. 204
21
il mondo stava isolando la Cina61. La posizione di compromesso adottata da Bush è ben
riassunta da questo resoconto:
“President Bush share the views of the broad mass of the American people
regarding those events. He also realizes, however, that the longterm relationship
between the PRC and the US is as already indicated an important factor for both
countries. He wants to manage short-term events in a way that will best assure a
healthy relationship over time”62.
Quando le missioni segrete vennero rese note, Congresso, media ed opinione pubblica
criticarono aspramente la doppiezza dell’amministrazione. Le scelte della Casa Bianca
scatenarono le critiche dei democratici, che accusarono il presidente di coccolare i
“macellai di Pechino” per mantenere un’alleanza strategica a lungo termine. Bush, di
fronte alle critiche in patria ed alla continua intransigenza cinese in tema di affari interni,
assunse una posizione più rigida, applicando diverse sanzioni che però negli anni seguenti
vennero gradualmente ridotte, a dimostrazione dell’importanza dei rapporti con la Cina.
Ciò, oltre che dall’ormai storico legame con Pechino, derivava dalla necessità statunitense
di preservare ed estendere la propria egemonia nel mondo, sviluppando una strategia di
difesa globale e regionale anche grazie a legami commerciali ed economici sempre più
solidi. L’obiettivo era quello di evitare la nascita di una nuova entità nell’area della
scomparsa Unione Sovietica: il quadro divenne di dominio pubblico nel 1992, a seguito
della pubblicazione del New York Times di una bozza del Defense Planning Guidance
per il quinquennio 1994-1999 elaborata dal Pentagono63. Nel settembre dello stesso anno,
a pochi mesi dalle elezioni, Bush decise di autorizzare la vendita di 150 aerei da
combattimento a Taiwan sottolineando, però, che la decisione “does not change the
commitment of this administration and its predecessors to the three communiques with
the People's Republic of China”64.
Una mossa che molti analisti definirono puramente volta a convogliare verso di sé una
parte di consenso popolare in vista delle presidenziali di novembre. Nonostante il
tentativo di chiarimento con il regime cinese a fine mese65, la decisione violava il
comunicato congiunto del 1987 e reintroduceva la tensione nei rapporti dopo un periodo
di quiete sia nell’asse Washington-Pechino che in quella Pechino-Taipei. A partire dal
1991, infatti, erano stati compiuti alcuni passi in avanti nelle relazioni tra le due Cine 66.
Nel novembre 1992 si arrivò al cosiddetto “Consensus 1992”. Nel controverso accordo
scaturito dai colloqui tra ARATS e SEF – le organizzazioni dei due Paesi per le relazioni
reciproche non ufficiali – RPC e RDC accettarono il principio di una Cina consapevoli
delle diverse interpretazioni tra le due sponde dello stretto67. L’accordo, nonostante
l’intrinseca ambiguità, sarebbe divenuto la base dei futuri rapporti tra le due repubbliche.

61
Maureen Dowd, 2 U.S. Officials Went to Beijing Secretly in July, New York Times, 19 dicembre 1989:
https://www.nytimes.com/1989/12/19/world/2-us-officials-went-to-beijing-secretly-in-july.html
62
United States Department of State review authority, 2 luglio 1998, in National Security Archive:
https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB16/docs/doc34.pdf
63
Excerpts From Pentagon's Plan: 'Prevent the Re-Emergence of a New Rival', The New York Times, 8
marzo 1992: https://www.nytimes.com/1992/03/08/world/excerpts-from-pentagon-s-plan-prevent-the-re-
emergence-of-a-new-rival.html
64
Bush Announces Sale Of F-16 Aircraft To Taiwan, 1992, USC US-China Insitute, 2 settembre 1992:
https://china.usc.edu/bush-announces-sale-f-16-aircraft-taiwan-1992
65
Meeting with the Chinese Foreign Minister, 25 settembre 1992, in George H.W. Bush Presidential library
and museum: https://bush41library.tamu.edu/files/1999-0182-F/SO_WK_TAIWAN92_80.pdf
66
Taiwan’s National Unification Guidelines; Policy on the PRC, 14 marzo 1991 in China/Taiwan:
Evolution of the “One China” Policy - Key Statements from Washington, Beijing, and Taipei, cit.
67
Backgrounder: "1992 Consensus" on "one-China" principle, Xinhua in China Daily, 13 ottobre 2004:
https://www.chinadaily.com.cn/english/doc/2004-10/13/content_382076.htm
22
3.3 Cina in ascesa: la politica accomodante di Clinton sulla questione
Taiwan
Nel corso della campagna elettorale del 1992, Bill Clinton fece ricorso a duri attacchi nei
confronti della politica in Cina di George H. W. Bush. È proprio a Clinton che viene
attribuita l’accusa al presidente di aver “coccolato i macellai di Pechino”. In quel periodo
stava diventando comune per i leader statunitensi utilizzare le questioni cinesi per scopi
elettorali. In realtà, una volta eletto, Clinton mostrò uno scarso interesse per l’Asia,
lasciando la responsabilità degli affari interni al continente ai suoi subordinati68.

Il presidente Clinton in Asia intraprese una politica di impegno globale con la RPC,
considerato che il popoloso Paese era emerso come uno dei potenziali attori chiave nello
scenario successivo alla Guerra Fredda: le sue armi nucleari, le capacità missilistiche e la
potenza economica in crescita ne facevano destinazione attraente per gli investitori
stranieri. Coinvolgendo la RPC, l'amministrazione Clinton cercò di integrarla nel sistema
internazionale in modo da garantire la sicurezza globale. Nel suo tentativo di rafforzare i
legami con il regime cinese, Clinton dovette inevitabilmente affrontare il dilemma di
Taiwan. Dopo la quiete negli anni a cavallo tra i due decenni, tra 1993 e 1994 le due
sponde dello stretto fecero registrare un nuovo scontro a distanza e la RPC prospettò la
possibilità di nuove azioni militari contro l’isola:

“Self-determination for Taiwan is out of the question. Peaceful unification is a set


policy of the Chinese Government. However, any sovereign state is entitled to use
any means it deems necessary, including military ones, to uphold its sovereignty
and territorial integrity”69.

Nel settembre ‘94 gli USA, dopo aver ribadito che non sarebbero intervenuti nella
mediazione, affermarono che avrebbero sostenuto la candidatura di Taiwan presso
organizzazioni che non richiedessero la statualità come requisito70. I tentativi di
riavvicinamento delle due parti, come auspicato dagli Stati Uniti, proseguirono nei mesi
successivi ma dovettero scontrarsi con alcune divergenze di vedute. Nel gennaio 1995 il
Presidente cinese Jiang Zemin espose i suoi “otto punti”71, in cui auspicò dialogo e
collaborazione tra le sponde specificando l’irremovibile opposizione a qualsiasi formula
incoerente con la politica di una Cina. Taiwan rispose con i propri sei punti, in cui
espresse la volontà di raggiungere un compromesso sulla dottrina di un’unica Cina e
chiese alle autorità della terraferma di dimostrare “their goodwill by publicly renouncing
the use of force” e da ogni altra azione militare destabilizzante72.

68
Robert Sutter, The Importance of the "pan-Asian" versus the "China-first" Emphasis in US Policy toward
China, 1969-2008: A Review of the Literature, American Journal of Chinese Studies, 2009, p. 11
69
PRC’s White Paper on Taiwan and on Military Option, 31 agosto 1993, in China/Taiwan: Evolution of
the “One China” Policy - Key Statements from Washington, Beijing, and Taipei, cit.
70
Taiwan Policy Review Statement before the Senate Foreign Relations Committee, 27 settembre 1994, in
American Institute in Taiwan: https://web-archive-2017.ait.org.tw/en/19940927-taiwan-policy-review-by-
winston-lord.html
71
Jiang Zemin’s Eight-point proposal for the development of the cross-straits relations and the promotion
of peaceful reunification (1995):
http://eng.taiwan.cn/speeches_remarks_documents_on_the_taiwan_question/key_documents/onechinapri
nciple/201304/t20130422_4108144.htm
72
Taiwan President Lee Teng-hui’s “Six Point” Response, 8 aprile 1995 in China/Taiwan: Evolution of
the “One China” Policy—Key Statements from Washington, Beijing, and Taipei, cit.
23
3.3.1 La terza crisi dello stretto
Nel giugno 1995 il presidente di Taiwan Lee Teng-hui fece un viaggio ad Ithaca – privato
e non ufficiale, come tenne a sottolineare Clinton a posteriori – per tenere una conferenza
alla Cornell University. La visita del presidente alla sua alma mater fu un passo simbolico
importante dopo circa 15 anni di isolamento internazionale di Taiwan. Nel suo discorso,
Lee evidenziò i progressi dell’isola dal punto di vista politico e la svolta democratica
dovuta alla riforma costituzionale in atto. Definì il periodo vissuto dalla Repubblica di
Cina il più libero e liberale nella storia cinese, auspicando che “the leaders in the
mainland are able one day to be similarly guided”. Lee espresse apertura al dialogo con
Pechino per iniziare “a new era of peaceful competition across the Taiwan Straits and
reunification”, non escludendo un incontro con Jiang Zemin73.

Le parole del leader taiwanese, unite all’ostinato ricorso all’espressione “Repubblica di


Cina”, vennero considerate da Pechino come una sfida alla dottrina di una sola Cina. In
risposta, la RPC a fine luglio avviò dei test missilistici nello stretto, replicati ad agosto e
dicembre. Nel febbraio 1996 Taipei ordinarò alle truppe stanziate a Quemoy – ad un
miglio dalla Cina continentale – di aumentare la portata delle proprie attività in vista di
un possibile attacco. All’inizio di marzo ci fu una nuova serie di test di missili balistici
nello stretto, a poche decine di miglia da Kaohiung, tra i maggiori centri portuali di
Taiwan. Complessivamente, quattro serie di esercitazioni dal giugno ‘95, data della visita
di Lee alla Cornell: un’escalation sia in termini temporali che di modalità che portò, nel
dicembre 1995, gli Stati Uniti ad inviare la USS Nimitz nello stretto74. Fu la prima volta,
dal 1976, che le navi americane pattugliarono il Mar Cinese. Tra marzo ed aprile ‘96 la
Settima flotta degli Stati Uniti monitorò le esercitazioni militari cinesi dando
dimostrazione dell'impegno americano per la stabilità regionale. L'aumento della portata
delle esercitazioni di marzo sollevò il rischio di conflitto in caso di errori di calcolo o
incidenti75. Il 23 marzo, alla vigilia delle prime elezioni democratiche sull’isola, la RPC
fece disporre 150.000 soldati nella zona costiera del Fujian ed aumentò le sue forze aeree
e navali sulla costa. Le azioni militari intraprese dalla RPC nel Mar Cinese avevano lo
scopo di intimidire il popolo di Taiwan nel periodo immediatamente precedente alle
prime elezioni presidenziali. Uno sforzo vano, considerata la vittoria alle urne di Lee.

3.3.2 Linea dura degli USA: i “Tre no” di Clinton a Taiwan


Negli anni seguenti le tensioni nello stretto diminuirono e le relazioni tra Stati Uniti e
Cina migliorarono, con crescenti scambi economici e commerciali di alto livello e
progressi su una serie di fronti, in primis su diritti umani, non proliferazione e commercio
(in questo ambito venne raggiunto un importante accordo sull’ingresso della Cina
nell’Organizzazione Mondiale del Commercio). I passi in avanti nelle relazioni tra i due
Paesi vennero fortemente criticati da Congresso, media e principali gruppi di interesse
statunitensi. A dimostrazione della ritrovata distensione, il presidente cinese Jiang Zemin
visitò gli Stati Uniti tra l’ottobre ed il novembre del 1997: fu la prima visita di Stato da

73
President Lee Teng hui Cornell Commencement Address “Always in My Heart”, 9 giugno 1955, in East
Asia Peace and Security Initiative: https://www.eapasi.com/uploads/5/5/8/6/55860615/appendix_80_--
_president_lee_tenghui_cornell_commencement_address.pdf
74
James Risen, U.S. Warns China on Taiwan, Sends Warships to Area, Los Angeles Times, 11 marzo 1996:
https://www.latimes.com/archives/la-xpm-1996-03-11-mn-45722-story.html
75
Taiwan, Nervous About China, Reasserts Role on Disputed, The New York Times, 16 febbraio 1996:
https://www.nytimes.com/1996/02/16/world/taiwan-nervous-about-china-reasserts-role-on-disputed-
isles.html
24
parte di un presidente cinese dal 1985. Al termine del soggiorno, venne diramata una
dichiarazione congiunta da cui emerse la forte consapevolezza dell’importanza primaria
della questione di Taiwan nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina, annunciando la volontà di
costruire un partenariato strategico basato sui tre comunicati congiunti, individuati come
“the key to sound and stable growth of China-U.S. relations”76.

Clinton raggiunse Jiang Zemin nel giugno 1998 a Pechino ed al termine della visita
vennero ribaditi i punti della dichiarazione congiunta dell’ottobre precedente. In
occasione del suo viaggio, il presidente statunitense espresse per la prima volta in
pubblico i “Tre No”, già comunicati privatamente a Zemin nell’agosto 1995. Il presidente
statunitense affermò che il suo governo non avrebbe sostenuto l'indipendenza di Taiwan,
il sistema “due Cine” e l’appartenenza dell’isola a qualsiasi organizzazione internazionale
che richiedesse la statualità dei propri membri come requisito.

“I had a chance to reiterate our Taiwan policy which is that we don't support
independence for Taiwan, or ‘two Chinas’, or ‘one Taiwan, one China’, and we
don't believe that Taiwan should be a member in any organization for which
statehood is a requirement” 77.

Le parole di Clinton ebbero un forte eco nell’area asiatica e soprattutto sull’isola,


suscitando riflessioni sul motivo per cui – nonostante il suo impegno dichiarato su diritti
umani e democrazia – il presidente non avesse esitato ad inviare simili segnali a Pechino.
Di fronte al brusio generale, Casa Bianca e Dipartimento di Stato sottolinearono che era
stata semplicemente riaffermata la politica del passato e che nulla era cambiato a Taiwan,
come dimostrato dall’assenza di un comunicato ufficiale. Le critiche a Clinton per la
dichiarazione pubblica della politica dei Tre No furono dovute, oltre che alla nota
vicinanza a Taiwan di una parte del Congresso, all’indole del regime cinese. Si temeva
che Pechino potesse percepire l’apertura al compromesso come segno di debolezza
piuttosto che come un gesto di buona volontà: era accaduto qualcosa di analogo in
occasione della terza crisi dello stretto del 1995, quando l’iniziale inerzia di Washington
sembrava aver portato la RPC ad intensificare gli attacchi. Il Congresso espresse forte
disaccordo con Clinton e adottò una serie di risoluzioni subito dopo il viaggio del
presidente in Cina (in particolare, le risoluzioni 107 del Senato e 301 della Camera, nel
luglio 1998) che stabilirono l’affermazione esplicita dell’impegno nei confronti di Taiwan
come sancito dal TRA, comprese le aspettative di risoluzione pacifica della questione
dello stretto e l’impegno nella vendita di armi e servizi per la difesa. Le azioni del
Congresso miravano a ripristinare la politica statunitense su Taiwan in maniera
inequivocabile, in modo da controbilanciare le parole di Clinton ed evitare interpretazioni
che avrebbero potuto giustificare azioni sconsiderate della Cina. L'approccio conciliatore
dell'amministrazione causò forti malumori dei repubblicani, che accusarono Clinton di
eccessiva accondiscendenza nei confronti di Pechino a spese di Taipei. Il presidente
confermò la propria linea e le critiche degli oppositori politici quando, nel 2000, bloccò
il Taiwan Security Enhancement Act (TSEA), disegno di legge atto a velocizzare le
procedure di vendita di armi statunitensi e fornire maggiori formazione e comunicazione
tra i funzionari statunitensi e taiwanesi78.

76
China-US Joint Statement, 29 ottobre 1997, in Chinese Embassy in the United States of America:
http://www.china-embassy.org/eng/zmgx/zywj/t36259.htm
77
Clinton Publicly Reiterates U.S. "Three No's" Principles on Taiwan, in Chinese Embassy in the United
States of America: http://www.china-embassy.org/eng/zmgx/zysj/kldfh/t36241.htm
78
H.R.1838 - Taiwan Security Enhancement Act, 106th Congress (1999-2000), in Library of U.S. Congress:
https://www.congress.gov/bill/106th-congress/house-bill/1838
25
Capitolo quarto: Il triangolo USA-Cina-Taiwan nel nuovo
millennio: da W. Bush a Trump

4.1 W. Bush detta l’allontanamento: la Cina da “partner” a


“competitor” strategico
Al momento del suo insediamento alla Casa Bianca, George W. Bush perseguì la
cosiddetta linea “ABC” (Anything But Clinton) in opposizione all’operato del suo
predecessore. La politica intrapresa a partire dal gennaio 2001 fu coerente anche nell’asse
Washington-Pechino, a partire dal passo indietro sull’accordo tra Clinton e Zemin su un
“partenariato strategico costruttivo” tra i due Paesi79. Dopo la parentesi dei democratici,
alla Casa Bianca si insediava un repubblicano: la politica che sarebbe stata perseguita nei
confronti della Repubblica Popolare Cinese era prevedibile. Lo stesso Bush, in occasione
del discorso sulla politica estera del 19 novembre 1999, segnò la strada che la nuova
amministrazione avrebbe percorso in Asia-Pacifico:

“We must show American power and purpose in strong support for our Asian
friends and allies. [...]And this means honoring our promises to the people of
Taiwan. We do not deny there is one China. But we deny the right of Beijing to
impose their rule on a free people. We will help Taiwan to defend itself”.80

Le parole del neoeletto presidente preludevano ad un cambio di direzione in politica


asiatica: con Bush sarebbe stata accantonata la longeva dottrina dell’ambiguità strategica
adottata a partire dal 1972 in favore di quella che è stata definita “chiarezza strategica”.
Pur mantenendo l’adesione alla politica di una Cina, il nuovo governo statunitense mostrò
distanza dal Paese di Jiang Zemin. All'inizio del 2000 Condoleeza Rice, in un articolo
pubblicato su Foreign Affairs, chiarì definitivamente il cambio di rotta in Asia della nuova
amministrazione:

“China is not a ‘status quo’ power but one that would like to alter Asia’s balance
of power in its own favor. That alone makes it a strategic competitor, not the
‘strategic partner’ the Clinton administration once called it”.

Il passaggio di testimone da Clinton a Bush segnò, dunque, anche la trasformazione dello


status della Cina da “partner strategico” a “concorrente strategico”: parole, quelle del
Consigliere per la sicurezza nazionale, che destarono preoccupazione a Pechino. Sempre
in contrapposizione a Clinton, Bush evidenziò come la precedente amministrazione
avesse trascurato il Giappone, alleato di lunga data, in favore del forte sostegno alla RPC.
Di fronte alla tendenza impressa a partire dall’ingresso in carica del neopresidente
statunitense, la Cina decise di muoversi attivamente con una serie di visite negli States,
compresa quella del vicepremier Qian Qichen tra febbraio e marzo 2001. Ma gli sforzi
profusi dalla Repubblica Popolare furono oscurati dalla crisi diplomatica di aprile,
determinata da un incidente nel Mar Cinese Meridionale in cui un jet cinese collise con
un aereo di ricognizione statunitense costringendolo ad un atterraggio di emergenza. Sulla
scia del malumore scaturito dall’accaduto, a fine mese Bush assicurò che in caso di

79
China-US Joint Statement, 29 ottobre 1997, in Chinese Embassy in the United States of America, cit.
80
John W. Dietrich, The George W. Bush Foreign Policy Reader: Presidential Speeches with Commentary,
M.E. Sharpe, p. 29
26
attacchi a Taiwan gli Stati Uniti avrebbero fatto “whatever it took to help Taiwan defend
herself”81.

L’allontanamento degli Stati Uniti nei confronti della Cina fu rimarcato dalla vendita di
quattro cacciatorpediniere, otto sottomarini e dodici velivoli da pattugliamento
antisottomarino a Taiwan: il più grande accordo sulle armi tra i due Paesi 82. Il periodo
storico fu segnato dalla linea dura dei repubblicani nei confronti della RPC e dalla volontà
di aumentare il livello degli scambi con i funzionari taiwanesi. Il momento è ben
fotografato dal rapporto quadriennale del Dipartimento della Difesa del 2001, che tra le
aree potenzialmente critiche individuò anche il litorale orientale dell’Asia, regione che
stava gradualmente emergendo come potenziale concorrente militare su larga scala:

“Maintaining a stable balance in Asia will be a complex task. The possibility


exists that a military competitor with a formidable resource base will emerge in
the region. […] New planning construct calls for maintaining regionally tailored
forces forward stationed and deployed to assure allies and friends, counter
coercion, and deter aggression against the United States, its forces, allies and
friends”83.

L’incidente aereo di aprile aveva momentaneamente inasprito le relazioni, ma i due


governi riuscirono a gestire la crisi sino a farla rientrare entro pochi mesi. La schiarita è
visibile sin dall’estate 2001 nei dialoghi tra le due amministrazioni: a fine luglio, il
Segretario di Stato americano Colin Powell incontrò il Ministro degli Esteri cinese Tang
Jiaxuan ad Hanoi prima di iniziare la sua visita in Cina. In quell’occasione Powell chiarì
che i malumori dei mesi precedenti erano stati definitivamente superati:

“My presence here today is an example of trying to let the world see that we are
not enemies, and we are not looking for an enemy. We are looking for ways to
cooperate. We are looking for ways to move forward in a positive manner”84.

4.1.1 Il nuovo riavvicinamento Stati Uniti-Cina dopo l’11 settembre


A dimostrazione della volontà degli States di rafforzare i legami con l’Asia-Pacifico, il
18 ottobre Bush partecipò al vertice dell'APEC a Shanghai. Fu la prima visita all’estero
dopo l’11 settembre, fatto che attirò forti critiche nei suoi confronti. Durante il vertice,
Jiang e Bush approfondirono i discorsi sulle relazioni sino-americane, sulla lotta al
terrorismo e sulla stabilità globale, raggiungendo un’importante intesa per le relazioni
future che si può riassumere nella cosiddetta posizione delle tre “C” (candid, constructive
and cooperative):

“Today's meetings convinced me that we can build on our common interests. Two
great nations will rarely agree on everything. But i assured the President that

81
Kelly Wallace, Bush pledges whatever it takes to defend Taiwan, CNN:
https://edition.cnn.com/2001/ALLPOLITICS/04/24/bush.taiwan.abc/
82
YU Wanli. Breaking the Cycle? Sino-US Relations under George W. Bush Administration, in China’s
Shift Global Strategy of the Rising Power, p. 86
83
U.S. Department of Defense, Quadriennial defense review report, 30 settembre 2001:
https://archive.defense.gov/pubs/qdr2001.pdf
84
Secretary Colin L. Powell Press Conference Following Meetings With Chinese Officials, 28 luglio 2001,
in US Department of State archive: https://2001-
2009.state.gov/secretary/former/powell/remarks/2001/4327.htm
27
we'll always deal with our differences in a spirit of mutual respect. We seek a
relationship that is candid, constructive and cooperative”85.

La promessa sincerità e la manifesta volontà di collaborazione nei confronti della


Repubblica Popolare Cinese rafforzarono la politica di chiarezza strategica adottata
dall’amministrazione statunitense. Il clima di cooperazione culminò nella visita in Cina
di Bush del 21 e 22 febbraio, in una data particolarmente significativa: il trentesimo
anniversario del viaggio di Nixon in Cina. In una conferenza stampa congiunta, i leader
dei due paesi espressero le proprie posizioni ribadendo le basi dei rapporti enunciate nei
tre comunicati. Bush, sottoscrivendo le parole del collega, tenne ad aggiungere che “the
United States will continue to support the Taiwan Relations Act”86. A fine ottobre furono
Jiang Zemin e consorte a recarsi negli Stati Uniti, ospiti della famiglia Bush nel ranch di
Crawford. Fu l’occasione per discutere informalmente dei temi di interesse comune,
compresa la situazione dello stretto. La politica statunitense fu confermata, nel giugno
2003, anche al nuovo presidente della RPC Hu Jintao in occasione di un incontro
avvenuto ad Evian87. Di fronte ai sempre più stretti contatti tra Stati Uniti e Cina e
soprattutto all’esplicita politica anti-indipendentista di Bush, Taiwan iniziò a manifestare
una progressiva insoddisfazione. Alla fine di settembre Chen Shui-bian, presidente della
RDC, annunciò la volontà di indire un referendum e varare una nuova costituzione per
completare la democratizzazione del Paese88, suscitando perplessità oltre oceano e
malumore nella Cina comunista. Il premier della RPC Wen Jiabao spiegò l’irremovibile
posizione del PCC nei confronti dell’isola, invitando gli Stati Uniti ad essere “crystal
clear in opposing the use of a referendum or writing a constitution or all other tactics
used by the leader of Taiwan authorities to pursue his separatist agenda”89.

Pochi giorni dopo, nonostante gli avvertimenti della RPC, Chen indisse un referendum
difensivo in caso di minaccia alla sovranità nazionale, fissandone la data a marzo 2004,
in coincidenza con le elezioni presidenziali sull’isola. L’aumento di tensione sullo stretto
fu monitorato a distanza dagli USA, che decisero di esporsi solo ad inizio dicembre,
quando venne ribadita l’opposizione a qualsiasi tentativo di modificare unilateralmente
l’equilibrio nell’area90. L’intervento statunitense soddisfece la Cina, a lungo alla ricerca
di un segnale da Washington, permettendo di rafforzare le relazioni con gli Stati Uniti.
Circa una settimana dopo, Wen Jiabao si recò in visita ufficiale oltre oceano. Fu
l’occasione per discutere con Bush dei progressi compiuti nei rapporti reciproci e della
questione di Taiwan. Alla conferenza stampa tenutasi al termine dei colloqui, i due capi

85
Remarks by President Bush and President Jiang Zemin, U.S. and China Stand Against Terrorism, 19
ottobre 2001, in The White House, George W. Bush President: https://georgewbush-
whitehouse.archives.gov/news/releases/2001/10/20011019-4.html
86
President Bush Meets With Chinese President Jiang Zemin, 21 febbraio 2002, in US Department of State
archive: https://2001-2009.state.gov/p/eap/rls/rm/2002/8564.htm
87
President Hu Jintao Meets with US President Bush, 2 giugno 2003, in Ministry of Foreign Affairs of the
People's Republic of China:
https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/topics_665678/hjtcf_665940/t23122.shtml
88
President Chen Shui-bian on a New Constitution, 28 settembre 2003, in China/Taiwan: Evolution of the
“One China” Policy - Key Statements from Washington, Beijing, and Taipei, cit.
89
L. Downie, P. Bennett, J. Pomfret, P. Pan, P. Goodman, Interview with Chinese Premier Wen Jiabao,
The Washington Post, 21 novembre 2003:
https://www.washingtonpost.com/archive/business/technology/2003/11/21/interview-with-chinese-
premie/5a451649-e60d-429f-b550-9df77ca2a099/
90
U.S. State Department comment on possible Taiwan referendum, dicembre 2003, in Associated Press
archive: http://www.aparchive.com/metadata/youtube/d956a61c3a1de78ff3fef26c516b6a97
28
di stato evidenziarono la rafforzata intesa. Bush ribadì l’adesione al principio di “una
Cina” e l’opposizione alle iniziative di Chen per destabilizzare l’area91.

La posizione di netta opposizione assunta dagli Stati Uniti a fine 2003 nei confronti delle
aspirazioni di Taiwan segnò una svolta nella politica sullo stretto: fu il punto in comune
con la RPC su cui edificare i discorsi futuri. In passato, di fronte alle spinte separatiste di
Taipei, gli Stati Uniti si erano limitati ad auspicare, con comunicazioni rivolte alle due
sponde, prudenza nelle decisioni. Le uscite pubbliche dell’ultima parte del 2003, però,
evidenziarono uno sbilanciamento verso la RPC. La vicinanza strategica alla Cina era
diventata evidente a partire dal periodo successivo all'11 settembre, in cui i due paesi
avevano infittito i contatti, e si mantenne nel tempo: in poco più di due anni si contano
otto incontri ad alti livelli tra riunioni multilaterali e colloqui ufficiali. Questi sviluppi
sono da ricondurre ai temi dell'antiterrorismo e della contro proliferazione,
particolarmente importanti per gli Stati Uniti dopo gli attacchi al World Trade Center.

A Taiwan, nonostante l’evidente allontanamento degli Stati Uniti, il 20 marzo 2004 Chen
venne confermato presidente. Nel suo discorso inaugurale il leader affermò la volontà di
attuare una riorganizzazione costituzionale rinviando ad un successivo momento i temi
su sovranità ed eventuale indipendenza92. In ottobre Colin Powell rafforzò la politica di
chiarezza strategica assunta dall’amministrazione Bush rispondendo alle dichiarazioni di
Chen circa la sovranità di Taiwan:

“There is only one China. Taiwan is not independent. It does not enjoy sovereignty
as a nation, and that remains our firm policy. It is a policy that has allowed
Taiwan to develop a very vibrant democratic system, a market economic system
and provided great benefits to the people of Taiwan. And that is why we think it is
policy that should be respected and should remain in force and will remain in
force. To repeat it one more time: we do not support an independence movement
in Taiwan”93.

Sulla base della condivisa politica anti-indipendentista, il dialogo bilaterale sino-


statunitense proseguì con decisione. L’avvicinamento tra Stati Uniti e Cina, nei mesi
precedenti, era stato ben sintetizzato dal vicepresidente Dick Cheney, che durante una
visita in Cina ad aprile rilevò come “the areas of agreement are far greater than those
areas where we disagree”94. Le relazioni nello stretto subirono una scossa nel marzo 2005
quando, di fronte al provocatorio operato di Taipei, la RPC ratificò la legge anti-
secessione, che autorizzava l’utilizzo di mezzi non pacifici per salvaguardare l’integrità
nazionale. La legge fu subito condannata dalla comunità internazionale, Stati Uniti
compresi. Lo stesso Bush chiarì che gli States, in caso di attacco della Cina, sarebbero
intervenuti in difesa di Taipei per onorare il TRA:

“If China were to invade unilaterally, we would rise up in the spirit of Taiwan
Relations Act. If Taiwan were to declare independence unilaterally, it would be a

91
President Bush and Premier Wen Jiabao Remarks to the Press, 9 dicembre 2003, in The White House,
George W. Bush President: https://georgewbush-
whitehouse.archives.gov/news/releases/2003/12/20031209-2.html
92
President Chen's Inaugural Address "Paving the Way for a Sustainable Taiwan”, in Office of the
President of Republic of China, 20 maggio 2004: https://english.president.gov.tw/NEWS/1726
93
Interview by Anthony Yuen of Phoenix TV to Colin Powell, U.S. Department of State, 25 ottobre 2004:
https://2001-2009.state.gov/secretary/former/powell/remarks/37361.htm
94
Remarks By Vice President Cheney At Fudan University, USC US-China Institute, 16 aprile 2004:
https://china.usc.edu/remarks-vice-president-cheney-fudan-university-followed-student-body-qa-2004
29
unilateral decision that would then change the U.S. equation. We're trying to make
sure that neither side provokes the other through unilateral action”95.

Nel febbraio 2006 Chen spiazzò Stati Uniti e Repubblica Popolare dichiarando
l’abolizione del Consiglio nazionale di unificazione e la cessazione dell’applicazione
delle linee guida per l’annessione96. I tentativi dell’amministrazione Bush di convincere
Taiwan si rivelarono vani, portando gli Stati Uniti ad attuare una serie di misure ritorsive
nei confronti della RDC: il governo statunitense negò a Chen un visto di transito e si
oppose con decisione ad alcune misure proposte dalla Camera per facilitare i contatti
ufficiali tra i funzionari dei due Paesi. La radicalizzazione delle posizioni di Chen divenne
evidente soprattutto nell’ultima parte dell’anno, dopo aver subìto delle accuse di
corruzione ed appropriazione indebita. Negli ultimi anni di mandato, il presidente
taiwanese mise in atto una serie di iniziative provocatorie tra cui l’annuncio dell’idea di
una “Seconda Repubblica” ed una nuova richiesta di ammissione dell’isola all’ONU,
inoltrata per la prima volta sotto il nome di “Taiwan”. Entrambe le mosse di Taipei
vennero condannate da Washington, che a più riprese espresse opposizione
all’indipendenza e comunicò di non sostenere la candidatura dell’isola alle Nazioni Unite:

“The United States supports Taiwan’s meaningful participation in international


organizations whenever appropriate. [...] Consistent with our long-standing One
China policy, the United States does not support Taiwan’s membership in
international organizations where statehood is a requirement, so it cannot support
measures designed to advance that goal. We believe that efforts to urge UN
membership for Taiwan will detract from our goal of advancing Taiwan’s
involvement in international society”97.

Le strategie radicali messe in atto da Chen non riuscirono a far dimenticare le accuse di
corruzione né ad oscurare il cattivo operato del Partito Progressista Democratico nei due
mandati. Sul piano interno, infatti, Chen lasciava in eredità crescenti difficoltà e
dipendenza economica dalla terraferma, mentre a livello internazionale il Paese risultava
isolato. Alle presidenziali del 2008 la RPC sostenne il Kuomintang, che riuscì a superare
il Partito Progressista Democratico. Il nuovo presidente Ma Ying-jeou dichiarò
immediatamente il proposito di mantenere lo status quo nello stretto per raggiungere pace
e prosperità seguendo il principio di “no unification, no independence and no use of force”
e facendo richiamo al controverso consenso raggiunto con la terraferma nel novembre del
199298.

4.2 Nuovi scenari: Obama ed il Pivot to Asia


L’anno seguente al cambio di leadership politica sull’isola, cambiò anche la guida degli
Stati Uniti. L’amministrazione Obama segnò una svolta rilevante nei rapporti tra
Occidente e Oriente. Gli importanti accadimenti dei decenni precedenti – la caduta del

95
Transcript: President Bush on 'Your World with Neil Cavuto', Fox News, 8 giugno 2005:
https://www.foxnews.com/transcript/transcript-president-bush-on-your-world
96
Taiwan leader announces termination of China unification body, The New York Times, 27 febbraio
2006: https://www.nytimes.com/2006/02/27/world/asia/taiwan-leader-announces-termination-of-china-
unification-body.html
97
U.S. Non-Support for “Taiwan’s” Membership in the U.N., 21 settembre 2007, in China/Taiwan:
Evolution of the “One China” Policy - Key Statements from Washington, Beijing, and Taipei, cit.
98
Ma Ying-Jeou Inaugural Address, USC US-China Institute, 20 maggio 2008: https://china.usc.edu/ma-
ying-jeou-%E2%80%9Cinaugural-address%E2%80%9D-may-20-2008
30
muro di Berlino e la riunificazione tedesca, il dissolvimento dell’Unione Sovietica, il
ritiro delle truppe statunitensi da Iraq ed Afghanistan – ebbero come naturale conseguenza
una radicale revisione della politica estera di Washington. Gli Stati Uniti, erettisi sin dalla
fine del mondo bipolare come potenza guida a livello globale, operarono un netto
cambiamento: la crisi economica del 2008, unita alla continua ascesa della Cina, portò gli
States a concentrare attenzioni e risorse nella regione dell’Asia-Pacifico. Il culmine del
cambiamento in politica estera operato dalla nuova amministrazione nacque con il nome
di Pivot to Asia, successivamente “riequilibrio” per evitare di generare un senso di
allontanamento negli alleati fuori dal continente. I principi del perno in Asia furono
enunciati per la prima volta da Hillary Clinton in un articolo pubblicato su Foreign Policy
nell’ottobre 2011. Il segretario di Stato evidenziò che “the Asia-Pacific has become a key
driver of global politics” e che sfruttare la crescita asiatica era una priorità per gli interessi
economici e strategici degli Stati Uniti. Un discorso inserito in un quadro di più ampio
respiro: “maintaining peace and security across the Asia-Pacific is increasingly crucial
to global progress”99, chiosò Clinton.
Hillary Clinton illustrò sei linee d'azione che includevano il rafforzamento delle alleanze
bilaterali di sicurezza e della presenza militare, l’approfondimento dei rapporti politici ed
economici con le potenze asiatiche e la promozione di democrazia e diritti umani. Anche
prima dell'annuncio del Pivot, l'amministrazione Obama aveva mostrato una particolare
attenzione verso l’area: quando venne annunciata la strategia, Hillary Clinton aveva già
compiuto sette viaggi nel continente. Nonostante i dubbi circa gli effetti concreti di quella
che molti analisti definivano una politica di retorica, ci furono concreti passi avanti: su
tutti, la decisa prosecuzione dei negoziati per la Trans-Pacific Partnership (TPP), gli
accordi bilaterali di difesa con Vietnam e Filippine e le azioni diplomatiche per la
risoluzione pacifica delle rivendicazioni di sovranità sul Mar Cinese Meridionale. La
strategia attuata da Washington – che non includeva Taiwan, considerata ufficialmente
parte della Cina in virtù dell’adesione alla One China policy – era chiaramente orientata
al nuovo ruolo della Cina su scala mondiale. Già nel primo anno di presidenza, molto
prima dell’enunciazione pubblica del Pivot, Obama visitò Pechino. La Casa Bianca
voleva evitare gli errori compiuti sistematicamente dai precedenti presidenti, che dal
sostegno a Taiwan in campagna elettorale spostarono il proprio appoggio dall’altra parte
dello stretto nel corso del mandato. Da Reagan a Bush, passando per Clinton, nell’ultimo
ventennio del Novecento i presidenti statunitensi avevano iniziato i propri mandati in una
posizione di diffidenza nei confronti della Cina salvo poi puntualmente avvicinarvisi per
motivi strategici. L’obiettivo di Obama era dunque cominciare nel migliore dei modi i
rapporti con la Repubblica Popolare per coltivare sin da subito una cooperazione che le
passate esperienze avevano rivelato inevitabile. La prima visita del presidente
statunitense in Cina risale al novembre 2009, quando incontrò Hu Jintao, il premier Wen
Jiabao e Wu Bangguo, presidente del comitato permanente del Congresso nazionale del
popolo. La visita, in realtà, non fu edificante quanto auspicato: il presidente poté toccare
con mano le difficoltà di dialogare con una Cina sempre più potente e sicura dei propri
mezzi, rafforzata anche dalla positiva risposta alla crisi economica globale del 2007-08.
Il comunicato congiunto pubblicato il 17 novembre ricalca le posizioni assunte da Stati
Uniti e Cina sulla questione dello stretto:

“China emphasized that the Taiwan issue concerns China’s sovereignty and
territorial integrity and expressed the hope that the United States will honor its
relevant commitments and appreciate and support the Chinese side’s position on
this issue. The United States stated that it follows its one China policy and abides

99
Hillary Clinton, America’s Pacific Century, Foreign Policy, ottobre 2011:
https://foreignpolicy.com/2011/10/11/americas-pacific-century/
31
by the principles of the three U.S.-China joint communiqués. The United States
welcomes the peaceful development of relations across the Taiwan Strait and
looks forward to efforts by both sides to increase dialogues and interactions in
economic, political, and other fields, and develop more positive and stable cross-
Strait relations”100.

Gli stessi concetti furono ribaditi nello stesso giorno da Obama, che tra le fondamenta dei
rapporti tra i due Paesi aggiunse il Taiwan Relations Act, sulla base del quale
continuavano le vendite di armi statunitensi all’isola. Nonostante le dichiarazioni
diplomatiche, la nota intransigenza cinese riguardo la propria sovranità su Taiwan venne
confermata anche alla nuova amministrazione americana. Tra il gennaio 2010 ed il
settembre 2011, gli Stati Uniti vendettero al governo taiwanese due pacchetti di armi per
un valore totale di oltre 12 miliardi di dollari provocando la reazione cinese. Il ministro
degli Esteri Zhang Zhijun evidenziò nuovamente l’inconciliabilità del Taiwan Relations
Act con i tre comunicati congiunti e, esprimendo forte indignazione e opposizione, definì
la vendita di armi una “erroneous practice” dannosa per “China's peaceful reunification
and Sino-U.S. relations” 101. Sulla compravendita di articoli militari si espresse anche Ma
Ying-jeou: il presidente della Repubblica di Cina rimase coerente con la cauta politica di
compromesso che caratterizzò i suoi mandati, auspicando la prosecuzione dei rapporti
con gli Stati Uniti ma assicurando di non avere intenzione di chiamare in causa la potenza
americana per una guerra contro la Cina continentale102. La ferma adesione degli USA
alla One China policy fu rimarcata da Hillary Clinton nel novembre dello stesso anno. Il
Segretario di Stato sottolineò, al contempo, l’importanza delle relazioni statunitensi con
Taiwan, applaudendo “the progress that we have seen in cross-Strait relations between
China and Taiwan during the past three years”103.

Se le ormai storiche e consuete frizioni tra i due governi frenavano ciclicamente le


relazioni sino-statunitensi, i rapporti tra le due Cine andavano progressivamente
migliorando grazie soprattutto all’operato di Taiwan. Il presidente Ma Ying-jeou, nato ad
Hong Kong da genitori cinesi e da sempre orientato al riavvicinamento, tendeva ad evitare
i conflitti con Stati Uniti e Cina continentale anche per motivi strategici, facendo
riferimento al Consenso del 1992 per ridurre le tensioni con la terraferma. Nel maggio
2012 affermò che il principio del Consensus si basava sul concetto di “reciproco non
riconoscimento della sovranità”, facendo riferimento al Trattato di base del 1972 che
permise a Repubblica Federale di Germania e Repubblica Democratica Tedesca di
riconoscersi come stati sovrani, cercando di trovare applicazione concreta ad un accordo
per natura astratto e largamente interpretabile.

100
U.S.-China Joint Statement in White House, President Barack Obama, 17 novembre 2009:
https://obamawhitehouse.archives.gov/realitycheck/the-press-office/us-china-joint-statement
101
Vice Foreign Minister Zhang Zhijun Lodges a Strong Protest Against the U.S. Government's
Announcement of Planned Arms Sales to Taiwan in Embassy of the People's Republic of China in the
United States of America, 22 settembre 2011: http://www.china-embassy.org/eng/zt/twwt/t862124.htm
102
Tom Evans, Ma: Taiwan won't ask U.S. to fight China, CNN, 1 maggio 2010:
https://edition.cnn.com/2010/WORLD/asiapcf/04/30/taiwan.china.us/
103
Hillary Clinton, speech on “America's Pacific Century”, 10 novembre 2011: https://2009-
2017.state.gov/secretary/20092013clinton/rm/2011/11/176999.htm
32
4.2.1 Ai margini ma strategicamente fondamentale: il ruolo di Taiwan
nel contesto del rebalancing
L’annosa questione della sovranità di Taiwan, lungamente dibattuta in passato, era entrata
nel nuovo e più ampio contesto del Pivot voluto da Obama. Nonostante l’isola – stante la
dichiarata adesione alla politica “One China” – ufficialmente non venisse mai
menzionata, rimaneva strategicamente fondamentale per gli Stati Uniti. Discorso
sostanzialmente identico per la RPC, che ai motivi ideologici aggiungeva quelli strategici:
l’annessione avrebbe infatti spezzato la prima catena di isole nel Mar Cinese assicurando
all’Esercito Popolare di Liberazione basi, porti e postazioni radar utili per contrastare il
temuto contenimento statunitense ed allargare ulteriormente la propria sfera d’influenza
nel Pacifico104 e rafforzare le proprie ambizioni talassocratiche. Sullo stretto rimanevano
le incognite legate alla politica di conciliazione perseguita dal Kuomintang di Ma, che
aveva favorito l’avvicinamento alla terraferma con crescenti scambi ed una progressiva
dipendenza economica dell’isola alla terraferma. Gli sviluppi furono applauditi da
Washington, che però rimaneva in una posizione scomoda: l’annessione di Taiwan da
parte della Cina avrebbe compromesso il contenimento territoriale del Paese di Hu Jintao.
In termini di impegno verso Taipei, la posizione statunitense restava in bilico per evitare
di irritare la Cina ma anche perché, nel calcolo costi-benefici, un massiccio impegno degli
States era scoraggiato dalla stessa amministrazione Ma, che appariva orientata alla
riunificazione. In realtà, la politica di Taiwan era probabilmente conseguenza del
complesso gioco a tre: l’isola, che non poteva permettersi di contare sul pieno impegno
degli Stati Uniti per i motivi appena elencati, preferiva non sbilanciarsi e mantenere
tiepidi contatti con gli USA mentre proseguiva l’avvicinamento alla terraferma. Si spiega
così lo stallo nelle relazioni del triangolo Stati Uniti-Repubblica Popolare Cinese-
Repubblica di Cina nei primi anni 2010.

Nell’ottobre 2013 il nuovo presidente della RPC, Xi Jinping, incontrò Siew,


vicepresidente della RDC, al vertice dell’APEC in Indonesia. Nel corso del colloquio, Xi
evidenziò la volontà di accelerare il processo di unificazione ribadendo che “we are
willing to engage in reciprocal negotiations on bilateral political issues with Taiwan
under the ‘one China’ framework”105. Un’apertura significativa, che precedeva l’incontro
tra i leader delle due Cine.

4.3 Progetto riunificazione: lo storico incontro tra Xi e Ma


Il 7 novembre del 2015, a dimostrazione della crescente cooperazione attraverso lo stretto,
i leader di Repubblica Popolare Cinese e Repubblica di Cina si incontrarono per la prima
volta dalla guerra civile – culminata nella nascita delle due Cine – sul finire degli anni
‘50. Un evento carico di significato, così come la sede scelta: Ma Ying e Xi Jinping si
incontrarono a Singapore, dove nel 1993 si tenne il vertice Wang-Koo sulla scia del
Consensus 1992 raggiunto l’anno precedente. Dopo una lunga stretta di mano al collega
taiwanese, Xi ha dichiarato:

104
Shihoko Goto, Taiwan and the U.S. Pivot to Asia: New Realities in the Region?, Wilson Center, p. 7
105
Chris Wang, Political division must be resolved: Xi Jinping, Taipei Times, 7 ottobre 2013:
taipeitimes.com/News/front/archives/2013/10/07/2003573898
33
“We are one family, we are brothers who are still connected by our flesh even if
our bones are broken. We follow different political systems, but we have developed
military and economic cooperation”106.

L’incontro, elogiato anche dagli Stati Uniti, rappresentò un punto culminante nel percorso
di riavvicinamento iniziato nel 2008 con l’elezione di Ma. Il presidente taiwanese,
prossimo a concludere il suo secondo mandato, l’anno seguente avrebbe lasciato la guida
del governo: per la Cina continentale l’incontro fu anche un modo per suggellare la
ritrovata vicinanza nell’ottica della futura riunificazione. In questo senso, a Taiwan
serpeggiava una certa preoccupazione: i cittadini erano favorevoli al mantenimento di
buoni rapporti con la Cina continentale senza però arrivare all’integrazione politica
inseguita da Pechino. Sull’isola, inoltre, c'erano preoccupazioni circa l’ipotesi che il
governo di Xi stesse usando lo storico evento per rafforzare la posizione del Kuomintang
in vista delle elezioni del gennaio successivo, in cui il governo cinese sosteneva il
presidente di partito Eric Chu. Sarebbe stato un altro tentativo rilevante di indirizzare le
elezioni sull’isola, dopo l’escalation di test missilistici messa in atto alla vigilia delle
presidenziali del 1996. I timori della popolazione taiwanese furono scongiurati: l’incontro
di Singapore si rivelò insufficiente per direzionare le elezioni, vinte dalla progressista
Tsai Ing-wen.

4.4 Trump, Tsai e la nuova fase calda nel triangolo USA-Cina-Taiwan


A partire dal 2016, a seguito degli avvicendamenti alla presidenza di Taiwan e Stati Uniti,
si aprì una nuova fase negli equilibri tra America ed Asia-Pacifico. A Taiwan, dopo due
mandati di politica di conciliazione del Kuomintang di Ma Ying-jeou, la vittoria elettorale
di Tsai Ing-wen (DPP) a gennaio cambiò nuovamente lo scenario sullo stretto, riportando
in auge il dilemma della sovranità dell’isola. Nel suo discorso inaugurale, il nuovo leader
politico mise l’accento sulla necessità di cambiamento di Taiwan in ottica regionale,
aprendo al dialogo con la Repubblica Popolare Cinese e auspicando la prosecuzione dei
rapporti con Stati Uniti, Europa e Giappone107. Sin dai primi mesi di esperienza al vertice
del governo, Tsai diede l’impressione di voler ridurre il più possibile quelle scosse che
nei decenni precedenti avevano fatto tremare l’isola evitando di esporsi esplicitamente
nei confronti della Cina. Ma nel primo discorso da neoeletta, la presidente – pur facendovi
riferimento – scelse di non citare esplicitamente il Consensus 1992. Fu una mossa subito
colta negativamente dalla terraferma, che considerava (e considera) l’accordo un
prerequisito essenziale per il dialogo tra le due sponde dello stretto: ciò, unito alle nette
differenze ideologiche di base tra PCC e DPP, diede vita ad una serie di ritorsioni nei
confronti di Taiwan, denunciate dalla stessa Tsai nel corso di un’intervista al Wall Street
Journal ad ottobre:

“We feel that there was a period of time after May 20 that Beijing was relatively
rational, calm. But in the past few months, we have seen various people and
organizations saying things and taking actions about Taiwan that are not as
106
T. Phillips, Leaders of China and Taiwan meet for first time in nearly seven decades, The Guardian, 7
novembre 2015: https://www.theguardian.com/world/2015/nov/07/chinas-xi-jinping-and-taiwans-ma-
ying-jeou-shake-hands-in-historic-meeting
107
Inaugural address of ROC 14th-term President Tsai Ing-wen in Office of the President of Republic of
China, 20 maggio 2016: https://english.president.gov.tw/News/4893
34
rational as shortly after May 20. [...] We are committed to maintaining the cross-
strait status quo. Our goodwill isunchanged. But we will not succumb to pressure
from China”108.

L’intervista fu utilizzata da Taipei per menzionare, e dunque riaffermare, i “Quattro No”


enunciati dall'ex presidente Chen Shui-bian nel 2000: si tratta di quattro azioni che la
RDC non metterà in atto fintanto che la Cina si asterrà dall’intraprendere iniziative
militari contro l’isola. Tra i punti, anche la promessa di non dichiarare l’indipendenza.
Nonostante ciò, la RPC rispose prontamente alle affermazioni di Tsai, ribadendo
l’intransigenza del PCC sul tema ed ammonendo che “no power or individual should
underestimate the determination of the over 1.3 billion people on the Mainland”109.

Nel quadro di una crescente tensione sullo stretto, alimentata dall’elezione dei progressisti
sull’isola, vanno considerati – a livello globale e regionale – gli sviluppi a Washington.
Il terzo attore del triangolo, gli Stati Uniti, rinnovavano la loro politica sotto la guida di
Donald Trump. Nel novembre 2016 il repubblicano aveva superato Hillary Clinton,
Segretario di Stato nella prima amministrazione Obama, al termine di una campagna
particolarmente aspra ed accesa da alcuni scandali. L’insediamento della nuova
amministrazione causò forti preoccupazioni anche in Asia, considerata l’America First
policy inaugurata da Trump. La linea politica, fortemente nazionalista, si basava sull’idea
di ricostruire il Paese dall’interno per poi rafforzarne il ruolo a livello globale. Il
programma accennato da Trump nei mesi precedenti al voto lasciava intravedere delle
linee guida isolazioniste e protezionistiche che inevitabilmente avrebbero minato gli
equilibri mondiali.

In Asia-Pacifico, Trump criticò il TPP e la strategia adottata da Obama preoccupando i


diversi attori della regione, paventando una svolta nell’impegno degli USA. Già in
campagna elettorale il candidato presidente aveva aperto alla diminuzione dell’impegno
delle truppe statunitensi nell’area, evidenziando più volte quanto gli accordi militari e
commerciali costruiti nel secondo dopoguerra fossero sconvenienti per gli Stati Uniti. “If
we’re attacked, they do not have to come to our defense, if they’re attacked, we have to
come totally to their defense. And that is a, that’s a real problem”: le parole di Trump sul
longevo accordo con il Giappone, storico alleato statunitense, misero in preallarme
diversi attori asiatici. Nel corso dell’intervista, evidenziando un background da
businessman, il repubblicano spostò lo sguardo verso una Cina in costante crescita ed
ormai principale competitor a livello mondiale, tracciando sin da subito una linea che
sarebbe diventata sempre più chiara negli ultimi anni seguenti:

“We have tremendous economic power over China. And that’s the power of
trade. Because they use us as their bank, as their piggy bank, they take – but
they don’t have to pay us back. It’s better than a bank because they take money
out but then they don’t have to pay us back” 110.

108
C. Hutzler and Jenny W. Hsu, Taiwanese President Tsai: Taiwan Won’t Succumb to China’s Pressure,
The Wall Street Journal, 4 ottobre 2016: https://www.wsj.com/articles/BL-CJB-29566
109
O. Yang, China Responds to President Tsai's WSJ Interview, The News Lens, 10 ottobre 2016:
https://international.thenewslens.com/article/50809
110
M. Haberman, D. Sanger, Donald Trump Expounds on His Foreign Policy Views, The New York Times,
26 marzo 2016: https://www.nytimes.com/2016/03/27/us/politics/donald-trump-transcript.html
35
4.4.1 America First: la svolta di Trump in Asia
Le idee nei rapporti economici e commerciali manifestate nel corso della campagna
elettorale trovarono conferma nei primi mesi di mandato, quando l’amministrazione
statunitense ritirò il Paese dal Partenariato Trans-Pacifico e confermò l’intenzione di
intavolare esclusivamente negoziati bilaterali111. L’uscita degli Stati Uniti dal TPP svuotò
di valore il meccanismo d’integrazione economica delineato dopo anni di negoziati
dell’amministrazione Obama, sferzando un colpo indiretto alle prospettive di crescita
economica di Taiwan: l’isola, pur non facendo parte del partenariato, aspirava ad aderirvi
a breve 112. Riguardo ai rapporti con RPC e RDC, la posizione di Trump era chiara. Se la
Cina era considerata un pericoloso e scorretto competitor commerciale, la posizione
statunitense nei confronti dell’isola era decisamente più conciliante: a più riprese, come
accaduto in passato, nella piattaforma del GOP furono lodati valori e sistema politico ed
economico di Taiwan ed espressa la volontà di supportare la piena partecipazione di
Taipei ad organizzazioni internazionali.
Nonostante le indicazioni, per smuovere le acque sullo stretto servì un atto concreto.
L’episodio che riaccese le tensioni risale al 2 dicembre 2016, quando Trump ebbe una
conversazione telefonica con la presidente taiwanese Tsai Ing-wen. Fu lo stesso leader
statunitense a darne notizia su Twitter provocando lo scalpore generale, a dimostrazione
dell’infiammabilità dell’argomento. Si trattava infatti del primo contatto tra un presidente
statunitense ed un collega taiwanese dal 1979, anno del riconoscimento della Repubblica
Popolare Cinese e della contestuale rottura dei rapporti ufficiali con la Repubblica di
Cina. La notizia, ripresa dai media di tutto il mondo, provocò uno scossone nel triangolo
USA-Cina-Taiwan: la RPC considerò l’avvenuto contatto una violazione del protocollo
diplomatico con gli States. Gli sforzi profusi dai consiglieri di Trump per far rientrare
l’incidente furono vanificati dallo stesso presidente, che nelle ore seguenti calibrò i suoi
tweet per colpire la Cina, in particolar modo in tema di disparità doganali. La risposta
cinese arrivò puntuale con un intervento del Ministro degli Esteri Wang Yi, che mantenne
entro i ranghi l’accaduto definendo “a little trick” la telefonata partita da Taipei ed esortò
gli Stati Uniti ad onorare la One China Policy113. Da parte sua, l’amministrazione Tsai
tentò – in linea con l’iniziale attitudine ad evitare lo scontro diretto con la RPC – di
bloccare sul nascere le polemiche:
“I have to stress that one phone call does not mean a policy shift. I do not foresee
major policy shifts in the near future because we all see the value of stability in
the region”114.

Nonostante gli sforzi di Taipei e la successiva ammissione degli Stati Uniti che si trattasse
di una chiamata programmata da tempo, Pechino scelse di attribuire strategicamente le
colpe dell’accaduto alla leader taiwanese mettendo in atto una serie di ritorsioni, su tutte
l’invito posticipato all’Assemblea mondiale della Sanità. La scelta permetteva al PCC di
giustificare i sospetti dei mesi precedenti nei confronti del DPP e temporeggiare sul
versante Stati Uniti, in attesa di capire le strategie della nuova amministrazione. Sul fronte
111
Trump says US to quit TPP on first day in office, BBC News, 22 novembre 2016:
https://www.bbc.com/news/world-us-canada-38059623
112
S. Rigger, Donald Trump is no friend of Taiwan, Foreign Policy Research Institute, 16 marzo 2017:
https://www.fpri.org/article/2017/03/donald-trump-is-no-friend-of-taiwan/
113
China lodges representations to U.S. over Trump's call with Taiwan leader in Taiwan Affairs Office of
the State Council PRC, 3 dicembre 2016:
http://www.gwytb.gov.cn/en/SpokespersonRemarks/201612/t20161206_11644749.htm
114
Taiwan's Tsai: no major policy shifts, despite Trump call – reports, Reuters, 6 dicembre 2016:
https://www.reuters.com/article/usa-trump-china/taiwans-tsai-no-major-policy-shifts-despite-trump-call-
reports-idINKBN13V201
36
Washington-Pechino, nei giorni seguenti Trump alzò il livello delle provocazioni,
dichiarando che non si sarebbe sentito costretto a seguire la politica dell’“unica Cina”
fino a quando non fossero state risolte le problematiche bilaterali, soprattutto in ambito
commerciale:

“I don’t want China dictating to me, and why should some other nation be able to
say I can’t take a call? […] We’re being hurt very badly by China with
devaluation, with taxing us heavy at the borders when we don’t tax them, with
building a massive fortress in the middle of the South China Sea, which they
shouldn’t be doing, and frankly with not helping us at all with North Korea”115.

Le tensioni ripresentatesi nella coda del 2016 si esplicitarono all’inizio del nuovo anno,
quando Pechino inviò provocatoriamente un gruppo navale militare guidato da una
portaerei nello stretto. Il giorno seguente, a dimostrazione della volontà statunitense di
accettare lo scontro, il segretario di stato Tillerson ammonì pubblicamente l’operato della
RPC nel Mar Cinese Meridionale, territorio al di fuori della sua sovranità116.

4.4.2 “One China Policy” di nuovo al centro: l’intesa Trump-Xi


Le frizioni di inizio 2017, apparentemente destinate a crescere nei mesi successivi, ebbero
una svolta inattesa a seguito di un colloquio tra il principale diplomatico cinese, Yang
Jiechi, ed il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn. Fu la mossa
che consentì una rapida inversione nei rapporti tra le due potenze: sei giorni dopo, Trump
contattò telefonicamente Xi Jinping accettando di onorare la longeva One China Policy e
gettando le basi per una maggiore cooperazione futura su controversie comuni e problemi
emergenti117. La telefonata di febbraio permise di superare l’incidente della Trump-Tsai
Call ed accelerare il riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina, che culminò nel primo
incontro fisico ad inizio aprile nella tenuta presidenziale di Mar-a-Lago, in Florida. La
due giorni di colloqui fu utile ai presidenti delle due potenze per chiarire i principi cardine
delle rispettive politiche e favorire comprensione e fiducia reciproche. Al termine del
summit, lo stesso Trump parlò entusiasticamente dei progressi fatti definendo eccezionali
i rapporti sviluppati con Xi Jinping e sbilanciandosi sul futuro: “I believe lots of very
potentially bad problems will be going away”118.

A metà maggio venne annunciato un accordo commerciale in dieci parti tra Pechino e
Washington ed a novembre – nel corso di un tour in Asia – fu Trump a raggiungere Xi a
Pechino, dove proseguirono i colloqui, in particolar modo sui tentativi di far fronte
comune davanti alla minaccia nucleare nordcoreana119. Il cambio di direzione statunitense
nel triangolo dei rapporti con la Cina e Taiwan, già visto ampiamente nei decenni

115
C. Bohan, D. Brunnstrom, Trump says U.S. not necessarily bound by 'one China' policy, Reuters, 11
dicembre 2016: https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-china/trump-says-u-s-not-necessarily-
bound-by-one-china-policy-idUSKBN1400TY
116
M. Forsythe, Rex Tillerson’s South China Sea Remarks Foreshadow Possible Foreign Policy Crisis,
The New York Times, 12 gennaio 2017: https://www.nytimes.com/2017/01/12/world/asia/rex-tillerson-
south-china-sea-us.html
117
Trump agrees to honour 'One China' policy despite threats, BBC News, 10 febbraio 2017:
https://www.bbc.com/news/world-asia-china-38927891
118
Remarks by President Trump After Meeting with President Xi of China, 7 aprile 2017, in The White
House: https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-trump-meeting-president-xi-
china/
119
Trump China visit: US leader strikes warmer tone with Xi Jinping, BBC News, 9 novembre 2017:
https://www.bbc.com/news/world-asia-china-41924228
37
precedenti, era stato dettato ancora una volta da esigenze economiche, commerciali e di
sicurezza globale. Il discorso su Taiwan non fu affrontato da Trump e Xi, ma l’evidente
dietrofront dell’amministrazione statunitense fece crescere le preoccupazioni nell’isola.
Il repentino cambio di vedute del presidente, che nel corso della visita di Pechino aveva
pubblicamente ridimensionato le accuse al regime comunista in tema di commercio, fece
nuovamente diffondere la preoccupazione che Taiwan potesse diventare una pedina negli
affari tra USA e RPC. Ma gli Stati Uniti proseguirono, come ribadito da Tillerson, i propri
impegni in base a Taiwan Relations Act e Sei Assicurazioni del 1987: a giugno fu
annunciata una vendita di un pacchetto di armi da 1,42 miliardi di dollari a Taiwan. Il
segnale lanciato dall’amministrazione Trump era chiaro: la Cina era fondamentale per
mantenere stabilità economica e sicurezza globale e far fronte ai problemi emergenti a
livello mondiale, ma gli accordi con Taiwan restavano integri.

4.4.3 La guerra commerciale con la Cina spinge gli USA verso Taiwan
La situazione mutò alcuni mesi dopo: nel marzo 2018 Trump, con il Memorandum
“China’s Economic Aggression”, evidenziò ancora una volta le perdite economiche
statunitensi nel sistema di dazi con la RPC e nel corso di un intervento parlò di una
“tremendous intellectual property theft situation”120. Per porre una soluzione, il
presidente ordinò di livellare le tariffe doganali su circa 50 miliardi di importazioni cinesi,
causando una serie di ritorsioni da parte di Pechino. Ma quelli che si rivelarono i primi
passi di una guerra in campo commerciale non furono gli unici motivi di frizione tra le
due potenze. Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 gli Stati Uniti avevano abbandonato
gradualmente la strada della cooperazione per riabbracciare quella della competizione,
che avrebbe fatto nuovamente scivolare la Casa Bianca verso il supporto a Taiwan. La
nuova linea adottata nei confronti della Cina è ben chiara nei rapporti di sicurezza
nazionale ed in altri report del Pentagono121:
“China is a strategic competitor using predatory economics to intimidate its
neighbors while militarizing features in the South China Sea. [...] China is
leveraging military modernization, influence operations, and predatory
economics to coerce neighboring countries to reorder the Indo-Pacific region to
their advantage”122.
Nell’ottobre 2018, Mike Pence tracciò definitivamente la strategia degli Stati Uniti per
contrastare l’ascesa cinese. Il vicepresidente statunitense ribadì il tentativo della Cina di
portare a suo favore l’ordine internazionale, denunciando l’operato scorretto di Xi e
sottolineando come le speranze di raggiungimento degli standard della comunità
internazionale fossero state disattese:
“America had hoped that economic liberalization would lead China to greater
collaboration with us and with the world. Instead, China chose economic
aggression. [...] In recent years, China has made a sharp turn towards the control
and oppression of its people, has built an unprecedented surveillance state and is

120
Remarks by President Trump at Signing of a Presidential Memorandum Targeting China’s Economic
Aggression, 22 marzo 2018, in the White House: https://www.whitehouse.gov/briefings-
statements/remarks-president-trump-signing-presidential-memorandum-targeting-chinas-economic-
aggression/
121
Office of the Secretary of Defense, Nuclear Posture Review, in U.S. Department of Defense, febbraio
2018: https://media.defense.gov/2018/Feb/02/2001872877/-1/-1/1/EXECUTIVE-SUMMARY.PDF
122
2018 National Defense Strategy of the United States of America in U.S. Department of Defense, 2018:
https://dod.defense.gov/Portals/1/Documents/pubs/2018-National-Defense-Strategy-Summary.pdf
38
becoming increasingly expansive and intrusive, often with the help of US
technology”123.
La risposta della RPC arrivò puntuale, affidata al portavoce del ministero degli Esteri Hua
Chunying, che definì le parole di Pence calunniose e prive di fondamento e l’operato
statunitense “ridiculous”124. Nei mesi successivi, la frattura venne certificata dalle
numerose nuove tariffe per le merci cinesi in America e per i prodotti statunitensi in Cina.
Parallelamente al progressivo irrigidimento dei rapporti con la Cina, gli Stati Uniti
avevano già manifestato in diversi modi la propria vicinanza a Taiwan. Nel marzo 2018
era stato approvato il Taiwan Travel Act, che consentiva gli incontri di funzionari di ogni
livello dei due Paesi divenendo di fatto un’implementazione del Taiwan Relations Act.
Nella prima metà del 2018, a testimonianza dei ricuciti rapporti con l’isola, era stata anche
aperta una nuova ambasciata de facto a Taipei e nel mese seguente, a distanza di circa un
anno dall’ultima volta, due cacciatorpediniere statunitensi attraversarono lo stretto per
dimostrare vicinanza all’isola.
Ad inizio 2019 Xi Jinping tornò pubblicamente sugli equilibri sullo stretto, ponendo la
riunificazione come l’unico risultato possibile. Il leader, parlando di “interferenze
esterne” in allusione agli Stati Uniti, non escluse l’utilizzo della forza per arrivare
all’obiettivo finale125. Tsai sfruttò la provocazione per evidenziare la democraticità del
suo operato politico, auspicando l’intervento della comunità internazionale126 che arrivò
puntuale per iniziativa degli Stati Uniti, che inviarono due navi da guerra nello stretto
facendo aumentare ulteriormente la tensione nella regione. Una mossa analoga venne
riproposta a fine marzo, quando i mezzi di Marina e Guardia Costiera attraversarono la
striscia di mare che separa le due Cine. L’azione, chiaramente provocatoria, arrivò a
seguito dell’appello di Tsai nel corso di un’intervista alla CNN, in cui aveva denunciato
una crescente pressione cinese127. La tensione nello stretto salì nei mesi successivi. Ad
aprile la RPC ordinò un’esercitazione militare intorno a Taiwan, a cui Washington rispose
con l’invio di altre due navi della marina militare in segno di supporto all’isola128. Si
trattava della terza spedizione in appena cinque mesi, un dato rilevante se si considera
che era stato eguagliato il numero registrato nell’intero 2018. A maggio Lee, capo della
sicurezza nazionale di Taiwan, incontrò il consigliere per la sicurezza nazionale della
Casa Bianca: dopo oltre quarant’anni, si incontravano due alti funzionari di Stati Uniti e
Taiwan. L’evento venne fermamente condannato dalla RPC, il cui Ministro della Difesa

123
Remarks by Vice President Pence on the Administration’s Policy Toward China, in The White House,
4 ottobre 2018: https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-vice-president-pence-
administrations-policy-toward-china/
124
Foreign Ministry Spokesperson Hua Chunying Making Clear China's Position in Ministry of Foreign
Affairs of the People's Republic of China, 5 ottobre 2018:
https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/xwfw_665399/s2510_665401/t1602095.shtml
125
C. Buckley, C. Horthon, Xi Jinping mentions "one country, two systems" to Taiwan and does not promise
to give up military reunification, The New York Times (China ed.), 3 gennaio 2019:
https://cn.nytimes.com/china/20190103/xi-jinping-taiwan-china/
126
C. Horthon, Tsai Ing-wen said it is impossible to accept the "one country, two systems" plan, The New
York Times (China ed.), 7 gennaio 2019: https://cn.nytimes.com/asia-pacific/20190107/taiwan-xi-jinping-
tsai-ing-wen/
127
M. Rivers, S. Jiang, B. Westcott, Facing an aggressive Beijing, Taiwan's president issues a warning to
the world, CNN, 21 febbraio 2019: https://edition.cnn.com/2019/02/19/asia/tsai-ing-wen-china-us-
interview-intl/index.html
128
I. Ali, U.S. Navy again sails through Taiwan Strait, angering China, Reuters, 23 marzo 2019:
https://www.reuters.com/article/us-usa-china-navy/u-s-navy-again-sails-through-taiwan-strait-angering-
china-idUSKCN1ST062
39
ammonì gli USA di “play with the fire”129. La netta contrapposizione tra le due
superpotenze venne delineata nel rapporto sull’Indo-Pacifico di giugno del Dipartimento
della Difesa statunitense, nel quale furono sottolineati i tentativi di espansione cinese
nell’area e la necessità di proteggere Taiwan da un possibile attacco:
“The United States is pursuing a strong partnership with Taiwan and will
faithfully implement the Taiwan Relations Act. Our partnership is vital given
China’s continued pressure campaign against Taiwan. Taiwan lost three
diplomatic partners in 2018, and some international fora continued to deny the
participation of representatives from Taiwan. China has never renounced the use
of military force and continues to develop and deploy advanced military
capabilities needed for a potential military campaign”130.
A luglio, pochi giorni dopo l’approvazione statunitense della vendita di un pacchetto di
armi da oltre due miliardi di dollari a Taipei, la Cina comunicò che avrebbe imposto una
serie di sanzioni contro le aziende americane coinvolte e diede il via a due esercitazioni
provocatorie nei pressi di Taiwan nella seconda metà del mese131. Ad agosto, il Congresso
statunitense approvò un nuovo pacchetto di armi da 8 miliardi all’isola e Taiwan, appena
un mese dopo, dovette incassare la rottura dei rapporti con le Isole Salomone: si trattava
del sesto Paese e disconoscere Taipei per allacciare i rapporti con la Pechino dal 2016,
anno dell’insediamento di Tsai. La presidente taiwanese denunciò nuovamente le
pressioni della terraferma, esprimendo riluttanza per la “dollar diplomacy” utilizzata dalla
Cina per convincere i suoi alleati ad abbracciare l’altra sponda dello stretto132.
In occasione del 70° anniversario della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping dichiarò
che avrebbe promosso lo sviluppo pacifico delle relazioni con Taiwan e continuato a
lottare per la completa riunificazione della madrepatria. Il governo taiwanese rispose
duramente definendo la politica del PCC una dittatura in vigore da settant’anni “that
violates the values of democracy, freedom and human rights”, dannosa per lo sviluppo di
Cina continentale, pace regionale e democrazia133. Nel novembre 2019 l’isola denunciò
a più riprese i propri timori circa il provocatorio e pressante operato della Cina: la
presidente – a seguito dell’ennesima rottura diplomatica, con Kiribati, che scelse la
terraferma – rimarcò l’indipendenza dell’isola134 spingendo l’ufficio cinese per gli affari
di Taiwan a definire un eventuale tentativo di indipendenza un “disastro” per la
popolazione. Le pressioni messe in atto dalla terraferma su più campi non sortirono gli
effetti sperati: nel gennaio 2020 le urne confermarono alla guida dell’isola Tsai Ing-wen.
Sulla scia del nuovo mandato al DPP, la tensione nello stretto aumentò nei primi mesi del
2020, intrecciandosi gradualmente con l’emergenza del periodo: la diffusione a livello

129
B. Blanchard, U.S. 'playing with fire' on Taiwan, China says ahead of defense meeting, Reuters, 30
maggio 2019: https://www.reuters.com/article/us-asia-security/u-s-playing-with-fire-on-taiwan-china-
says-ahead-of-defense-meeting-idUSKCN1T0167
130
U.S. Departement of Defense Indo-Pacific Strategy Report, giugno 2019:
https://media.defense.gov/2019/Jul/01/2002152311/-1/-1/1/DEPARTMENT-OF-DEFENSE-INDO-
PACIFIC-STRATEGY-REPORT-2019.PDF
131
A. Orsini, Cina: esercitazioni militari su costa sud-orientale dopo che Taiwan compra armi dagli USA,
Sicurezza Internazionale, 14 luglio 2019: https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2019/07/14/cina-
esercitazioni-militari-costa-sud-orientale-taiwan-compra-armi-dagli-usa/
132
Y. Lee, Taiwan says China meddling with elections after Solomon Islands cuts ties, Reuters, 16
settembre 2019: https://www.reuters.com/article/us-taiwan-diplomacy-idUSKBN1W112U
133
Taiwan condemns China's 'dictatorship' on 70th anniversary of communist rule, Reuters, 1 ottobre 2019:
https://www.reuters.com/article/us-china-anniversary-taiwan/taiwan-condemns-chinas-dictatorship-on-
70th-anniversary-of-communist-rule-idUSKBN1WG2RN
134
Taiwan president says China interfering in election 'every day', Reuters, 19 novembre 2019:
https://www.reuters.com/article/us-taiwan-election/taiwan-president-says-china-interfering-in-election-
every-day-idUSKBN1XT145
40
mondiale del virus Covid-19, riscontrato per la prima volta in Cina, inasprì ulteriormente
i rapporti con gli Stati Uniti, aprendo una fase di accuse reciproche circa la responsabilità
della pandemia. L’aggravarsi dei rapporti si ripercosse anche sulla questione di Taiwan.
A partire dalla rielezione di Tsai a gennaio, la presenza delle navi statunitensi nello stretto
e le ripetute esercitazioni militari cinesi sono state una costante della prima metà
dell’anno.
Nel contesto della pandemia, la questione della sovranità della Repubblica di Cina è
tornata prepotentemente a galla su scala internazionale quando, a più riprese, l’isola – in
virtù dell’ottima risposta alla crisi sanitaria – chiese di essere ammessa
all’Organizzazione Mondiale della Sanità135, da cui era esclusa per via delle note pressioni
della Cina in campo internazionale. Le richieste furono inviate al culmine di un’ampia
campagna propagandistica nel corso della quale Taipei aveva spedito ingenti aiuti sanitari
a molti Paesi occidentali. Preoccupata dagli attestati di stima provenienti da più attori
internazionali (su tutti USA e Giappone, che hanno supportato esplicitamente la
partecipazione di Taiwan all’Assemblea generale dell’OMS), la Cina ha respinto
l’iniziativa di Tsai definendola una mossa legata ad interessi politici, piuttosto che
sanitari.
All’inizio dell’estate, la definizione di ulteriori legami economici e militari tra Stati Uniti
e Taiwan ha fatto da preludio ad una nuova fase calda. Tra agosto e settembre, a due visite
statunitensi di alto livello nell’isola – di Azar e Krach, rispettivamente Segretario alla
Salute e sottosegretario per gli affari economici – sono corrisposte altrettante esercitazioni
dell’EPL nella striscia di mare tra le due repubbliche. Pochi giorni dopo, Tsai ha provato
a smorzare la tensione:
“We are committed to upholding cross-strait stability, but this is not something
Taiwan can shoulder alone; it is the joint responsibility of both sides. As long as the
Beijing authorities are willing to resolve antagonisms and improve cross-strait
relations, while parity and dignity are maintained, we are willing to work together to
facilitate meaningful dialogue”136.
A fine ottobre 2020 gli Stati Uniti hanno approvato la vendita di armi per un totale di 1.8
miliardi di dollari all’isola, portando la RPC a condannare la continua violazione dei tre
comunicati sino-statunitensi ed evidenziare i danni perpetrati alla stabilità dello stretto ed
alle relazioni tra le due potenze. Noncuranti delle sanzioni prospettate dal regime di Xi,
pochi giorni dopo gli States hanno approvato la possibile vendita di un nuovo pacchetto
di mezzi militari del valore di 2.4 miliardi di dollari137. Le ultime mosse di rilievo
dell’amministrazione Trump, sconfitta alle presidenziali di novembre dal democratico Joe
Biden, hanno seguito il trend del riavvicinamento a Taiwan: dall’invio di un corpo
speciale di marines per addestrare le truppe taiwanesi in caso di attacco via mare
all’annuncio del dialogo sul partenariato per la prosperità economica con Taiwan, definita
dal Segretario di Stato Pompeo una “vibrant democracy and a reliable partner”138.

135
Taiwan rebuffs WHO, says China has no right to represent it, Reuters, 5 maggio 2020:
https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-taiwan-who/taiwan-rebuffs-who-says-china-has-
no-right-to-represent-it-idUSKBN22H0K9
136
Associated Press, Taiwan's president calls for less tension with China in annual address, The Guardian,
10 ottobre 2020: https://www.theguardian.com/world/2020/oct/10/taiwans-president-calls-for-less-
tension-with-china-in-annual-address
137
M. Stone, U.S. State Department approves $2.4 billion more in potential arms sales to Taiwan:
Pentagon, Reuters, 26 ottobre 2020: https://www.reuters.com/article/us-usa-taiwan-arms-
idUSKBN27B2N3
138
Secretary Michael R. Pompeo at a Press Availability in U.S. Department of State, 10 novembre 2020:
https://www.state.gov/secretary-michael-r-pompeo-at-a-press-availability-16/
41
4.5 L’alba dell’era Biden: prime indicazioni sui futuri rapporti con
Cina e Taiwan
Sulla falsariga delle più recenti dichiarazioni e del Taiwan Travel Act del 2018, a meno di
due settimane dall’insediamento di Biden, il Segretario di Stato uscente ha revocato le
restrizioni in vigore tra Stati Uniti e Repubblica di Cina, invitando l’esecutivo a considerare
nulle “all ‘contact guidelines’ regarding relations with Taiwan previously issued by the
Department of State under authorities delegated to the secretary of state”139. Una mossa,
considerata la tempistica, dalla dubbia efficacia ma che ha indotto la risposta della Repubblica
Popolare Cinese. Il PCC ha evidenziato una volta di più l’obbligo degli States di rispettare i
tre comunicati congiunti e rimarcato che “the Taiwan question remains the most important
and sensitive issue at the core of China-U.S. relations”140 lasciando intravedere, come di
consueto, possibili conseguenze di rilievo in caso di concrete intromissioni straniere.
Nonostante la netta contrapposizione ideologica e politica delle ultime due amministrazioni
statunitensi, anche i primi segnali mandati dal nuovo esecutivo vanno nella direzione di un
rafforzamento delle relazioni con l’isola. Il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Joe
Biden, al Campidoglio ha presenziato anche Hsiao Bi-khim, rappresentante di Taiwan negli
Stati Uniti. Si è trattata della prima volta, dal 1979, che un funzionario taiwanese ha ricevuto
un invito formale alla cerimonia di giuramento del presidente statunitense. Un segnale
significativo, che acquista peso se affiancato al pattugliamento della USS Theodore
Roosevelt in occasione dell’intensificazione delle attività militari dell’EPL nei pressi di
Taiwan nello stesso mese. A conferma delle prime indicazioni, pochi giorni dopo
l’insediamento ufficiale il nuovo esecutivo statunitense ha emesso un comunicato con
l’intento di dissuadere la Cina dalle intenzioni bellicose nei pressi dell’isola, assicurando
alla terraferma l’intesa di lunga data ed all’isola un impegno “solido come una roccia”,
per continuare “to assist Taiwan in maintaining a sufficient self-defense capability”141.
Parole a cui ha fatto eco il nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken, che ha ricordato
il “strong and long bipartisan commitment to Taiwan” garantendone la sussistenza anche
nell’agenda del governo neo insediato142. A pochi giorni dall’effettivo avvicendamento
allo studio ovale tra Trump e Biden, è dunque già emersa la rilevanza della questione di
Taiwan nei rapporti sino-statunitensi. Verosimilmente, la nuova amministrazione tenderà
a mantenere l’imprescindibile One China Policy ma al contempo rinsaldare il Pivot to
Asia, impianto risalente all’amministrazione Obama di cui Biden fu vicepresidente, per
arginare l’emersione della Cina nell’Indo-Pacifico143.

139
Julian E. Barnes and A. Qin, State Dept. Moves to Ease Restrictions on Meeting With Taiwan Officials,
The New York Times, 9 gennaio 2021: https://www.nytimes.com/2021/01/09/us/politics/state-dept-
taiwan-united-states-china.html
140
Foreign Ministry Spokesperson Zhao Lijian's Regular Press Conference in Ministry of Foreign Affairs
of the People’s Republic of China, 11 gennaio 2021:
https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/xwfw_665399/s2510_665401/t1845634.shtml
141
PRC Military Pressure Against Taiwan Threatens Regional Peace and Stability in U.S. Department of
State, 23 gennaio 2021: https://www.state.gov/prc-military-pressure-against-taiwan-threatens-regional-
peace-and-stability/
142
McCaul Statement on the Confirmation of Antony Blinken as Secretary of State in House Foreign Affairs
Committe: https://gop-foreignaffairs.house.gov/press-release/mccaul-statement-on-the-confirmation-of-
antony-blinken-as-secretary-of-state/
143
L'America di Biden e l'Asia-Pacifico, Limes, 18 dicembre 2020:
https://www.youtube.com/watch?v=frgBQfifmp0&ab_channel=LimesRivistaItalianadiGeopolitica
42
Conclusione
Nata come conseguenza delle tendenze espansive comuniste a livello regionale, l’alleanza
tra Stati Uniti e Taiwan formalizzata negli anni ‘50 da Eisenhower è stata in seguito
accantonata per motivi più rilevanti, di equilibrio mondiale. Nel contesto della Guerra
Fredda contro l’Unione Sovietica prima e nel mondo unipolare poi, gli USA hanno
allacciato e rafforzato i rapporti con la Cina adottando la One China Policy e,
contestualmente, inaugurando un’ambiguità strategica che permise per circa trent’anni di
intrattenere contatti con l’isola. L’importanza di Taiwan per i due Paesi, che poggia su
motivi espliciti e taciuti ma noti (soprattutto strategici) è stata dettata nel corso dei decenni
dagli stessi due maggiori attori, a seconda delle circostanze. In particolare, gli Stati Uniti
hanno sfruttato a proprio favore la nota rigidità ideologica cinese sugli affari interni per
arrivare ai propri obiettivi, raccogliendo risultati diversi.
Il triangolo tra Stati Uniti, Cina e Taiwan, che si sviluppa a partire dai primi anni ’70 con
il riconoscimento di Nixon verso la Cina di Mao e trova base esplicita nei tre comunicati
congiunti e nel Taiwan Relations Act, è stato influenzato – e talvolta, come appurato,
dettato – da circostanze e contesti esterni. Dal livello regionale del secondo dopoguerra,
il tema della sovranità di Taiwan si è elevato parallelamente alla crescita esponenziale
della Cina, restando un tassello importante delle relazioni tra quelle che oggi sono le
maggiori potenze a livello mondiale.
L’elemento affascinante è che la stessa natura di Taiwan, a partire dai primi anni ‘70, ha
impedito un dialogo aperto tra gli attori, alimentando i sospetti reciproci ed alzando
sistematicamente la tensione tra Washington e Pechino. Nel corso degli ultimi
cinquant’anni, nonostante l’astratto ma efficace riferimento ad un “triangolo”, i tre Paesi
hanno dato vita ad una complessa serie di relazioni bilaterali, ufficiali o meno. Relazioni
ed atteggiamenti, al di là della loro natura, dal peso specifico straordinario, forse unico:
basti considerarne, lungo i decenni, i possibili effetti sui rapporti tra le due maggiori
potenze globali e le eventuali ripercussioni sul resto del mondo. La stessa natura delle
relazioni di Taiwan – non ufficiale con gli Stati Uniti e nazionale, de jure, con la Cina –
ha evitato, a mio parere, le concrete conseguenze drastiche più volte prospettate dalle due
potenze del Pacifico. Taiwan, ad oggi, resta un elemento di importanza inversamente
proporzionale all’intesa tra i due Paesi: torna formalmente fondamentale a seconda delle
strategie da adottare, ma perde regolarmente peso quando le frizioni diminuiscono ed i
dialoghi tra le due potenze si spostano su argomenti più concreti e rilevanti. Questo è stato
più volte dimostrato soprattutto dalle dichiarazioni e dagli atteggiamenti di Washington:
dalla svolta dettata da Nixon sino all’operato del governo Trump, ispirato da motivi
economici, passando per i continui dietrofront delle amministrazioni americane
dell’ultimo quarto del secolo passato.
In definitiva, la Repubblica di Cina ha assunto – e probabilmente assumerà ancora – un
peso rilevante nel contesto dei rapporti, reali e potenziali, tra Cina e Stati Uniti. Un peso,
forse, eccessivo alla luce dei fatti oggettivi: nonostante le minacce reciproche di
ritorsione, anche militare, le due potenze non hanno mai realmente oltrepassato il limite,
come consigliato da un lucido calcolo tra costi e benefici concreti. E, in assenza di quelle
circostanze esterne più volte richiamate, l’isola perde rilevanza anche dal punto di vista
strategico. La natura e la situazione oggettive di Taiwan in campo internazionale appaiono
dunque i presupposti principali che spiegano i motivi per cui i dilemmi sulla sovranità
dell’isola e dei suoi rapporti con Stati Uniti e Cina – pur straordinariamente importanti in
alcuni periodi storici – abbiano sempre sortito effetti potenzialmente significativi ma mai
realmente incisivi e concreti, evidenziando come l’isola sia spesso risultata una pedina
nella più ampia partita tra Stati Uniti e Cina.
43
Bibliografia e sitografia

FONTI ISTITUZIONALI

American Institute in Taiwan

Joint Communique of the United States of America and the People’s Republic of
China (Normalization Communique), 1 gennaio 1979:
https://www.ait.org.tw/our-relationship/policy-history/key-u-s-foreign-policy-
documents-region/u-s-prc-joint-communique-1979

Taiwan Policy Review Statement before the Senate Foreign Relations


Committee, 27 settembre 1994: https://web-archive-
2017.ait.org.tw/en/19940927-taiwan-policy-review-by-winston-lord.html

George H.W. Bush Presidential library and museum

Meeting with the Chinese Foreign Minister, 25 settembre 1992:


https://bush41library.tamu.edu/files/1999-0182-F/SO_WK_TAIWAN92_80.pdf

Bush’s Toast at the Welcoming Banquet in Beijing, 25 febbraio 1989:


https://bush41library.tamu.edu/archives/public-papers/85

George W. Bush President, The White House

Remarks by President Bush and President Jiang Zemin, U.S. and China Stand
Against Terrorism, 19 ottobre 2001: https://georgewbush-
whitehouse.archives.gov/news/releases/2001/10/20011019-4.html

President Bush and Premier Wen Jiabao Remarks to the Press, 9 dicembre
2003: https://georgewbush-
whitehouse.archives.gov/news/releases/2003/12/20031209-2.html

Embassy of the People’s Republic of China in the Republic Latvia

Ye Jianying's Nine Principles for the Peaceful Reunification with Taiwan, 1981:
http://lv.chineseembassy.org/eng/zt/twwt/t251057.htm

Embassy of the People’s Republic of China in the United States of America

China-US Joint Statement, 29 ottobre 1997: http://www.china-


embassy.org/eng/zmgx/zywj/t36259.htm

Clinton Publicly Reiterates U.S. "Three No's" Principles on Taiwan:


http://www.china-embassy.org/eng/zmgx/zysj/kldfh/t36241.htm

Vice Foreign Minister Zhang Zhijun Lodges a Strong Protest Against the U.S.
Government's Announcement of Planned Arms Sales to Taiwan, 22 settembre
2011: http://www.china-embassy.org/eng/zt/twwt/t862124.htm
44
House Foreign Affairs Committee

McCaul Statement on the Confirmation of Antony Blinken as Secretary of State:


https://gop-foreignaffairs.house.gov/press-release/mccaul-statement-on-the-
confirmation-of-antony-blinken-as-secretary-of-state/

Library of U.S. Congress

H.R.2479 - Taiwan Relations Act, 96th Congress (1979-1980):


https://www.congress.gov/bill/96th-congress/house-bill/2479

H.R.1838 - Taiwan Security Enhancement Act, 106th Congress (1999-2000):


https://www.congress.gov/bill/106th-congress/house-bill/1838

Ministry of Foreign Affairs of the People's Republic of China

“Resist U.S. Aggression and Aid Korea”:


https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/ziliao_665539/3602_665543/3604_665547/t
18022.shtml

President Hu Jintao Meets with US President Bush, 2 giugno 2003:


https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/topics_665678/hjtcf_665940/t23122.shtml

Foreign Ministry Spokesperson Hua Chunying Making Clear China's, 5 ottobre


2018:
https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/xwfw_665399/s2510_665401/t1602095.sht
ml

Foreign Ministry Spokesperson Zhao Lijian's Regular Press Conference, 11


gennaio 2021:
https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/xwfw_665399/s2510_665401/t1845634.sht
ml

Office of the President of Republic of China

President Chen's Inaugural Address "Paving the Way for a Sustainable Taiwan,
20 maggio 2004: https://english.president.gov.tw/NEWS/1726

Inaugural address of ROC 14th-term President Tsai Ing-wen, 20 maggio 2016:


https://english.president.gov.tw/News/4893

Barack Obama President, The White House

U.S.-China Joint Statement, 17 novembre 2009:


https://obamawhitehouse.archives.gov/realitycheck/the-press-office/us-china-
joint-statement

U.S. - China Joint Statement, 19 gennaio 2011:


https://obamawhitehouse.archives.gov/the-press-office/2011/01/19/us-china-
joint-statement
45
Office of the Historian (U.S. Department of State)

“The Taiwan Straits Crises: 1954–55 and 1958”:


https://history.state.gov/milestones/1953-1960/taiwan-strait-crises

Joint Resolution by the Congress, 29 gennaio 1955:


https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1955-
57v02/d56?fbclid=IwAR2jIghFs1fu8kZiAGgfuOv87tc8Qb7dNuZbFA5tKLejaa
AQURIRv2LOp-M

Letter from Khrushchev to President Eisenhower, 7 settembre 1958:


https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1958-60v19/d74

Memorandum from Kissinger to President Nixon: “U.S. Policy Toward Peking


and Instructions for the February 20 Warsaw Meeting”, 12 febbraio 1969:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d6

Telegram from the Department of State to the Embassy in the Republic of China
and Commander, U.S. Taiwan Defense Command, 23 settembre 1969:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d34).

Memorandum from Kissinger to President Nixon: “U.S. Policy Toward Peking


and Instructions for the February 20 Warsaw Meeting”, 12 febbraio 1969:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d6

Memorandum from Kissinger to President Nixon, 9 dicembre 1969:


https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d50

Memorandum of Conversation between President Chiang Kai-shek and


Ambassador McConaughy, 17 dicembre 1969:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d52

Telegram from the Department of State to the Embassy in the Republic of China,
16 luglio 1971: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-
76v17/d145

Memorandum of Conversation between Shen, Ambassador of the Republic of


China, and Kissinger, 27 luglio 1971:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d152

Memorandum of Conversation between Mao and Kissinger, 21 ottobre 1975:


https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v18/d124

Joint communiqué of the United States of America and People’s Republic of


China (Shanghai Communiqué), 27 febbraio 1972:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1969-76v17/d203

Memorandum from Brzezinski to President Carter “The Taiwan Lobby and Its
Significance”, 29 luglio 1977:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v13/d40

46
Letter From President Carter to Secretary of State Vance, 18 agosto 1977:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v13/d43

Memorandum of conversation between Vance and Teng Hsiao-ping, Vice


Premier RPC, 24 agosto 1977:
https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1977-80v13/d50

Ronald Reagan Library

United States-China Joint Communique on United States Arms Sales to Taiwan,


17 agosto 1982: https://www.reaganlibrary.gov/archives/speech/united-states-
china-joint-communique-united-states-arms-sales-taiwan

Statement by Reagan on United States Arms Sales to Taiwan, 17 agosto 1982:


https://www.reaganlibrary.gov/archives/speech/statement-united-states-arms-
sales-taiwan

Taiwan Affairs Office of the State Council PRC

China lodges representations to U.S. over Trump's call with Taiwan leader, 3
dicembre 2016:
http://www.gwytb.gov.cn/en/SpokespersonRemarks/201612/t20161206_116447
49.htm

The White House

Remarks by President Trump After Meeting with President Xi of China, 7 aprile


2017: https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-
trump-meeting-president-xi-china/

Remarks by President Trump at Signing of a Presidential Memorandum


Targeting China’s Economic Aggression, 22 marzo 2018:
https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-president-trump-
signing-presidential-memorandum-targeting-chinas-economic-aggression/

Remarks by Vice President Pence on the Administration’s Policy Toward China,


4 ottobre 2018: https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/remarks-vice-
president-pence-administrations-policy-toward-china/

Harry S. Truman Library

Harry S. Truman statement on Formosa, 5 gennaio 1950:


https://www.trumanlibrary.gov/library/public-papers/3/presidents-news-
conference

Harry Truman Special Message to the Congress Reporting on the Situation in


Korea, 19 luglio 1950: https://www.trumanlibrary.gov/library/public-
papers/193/special-message-congress-reporting-situation-korea

47
United Nations Digital Library

UN General Assembly, Restoration of the lawful rights of the People's Republic


of China in the United Nations, 25 ottobre 1971:
https://digitallibrary.un.org/record/192054

United Nations Treaty Collection

Trattato di San Francisco, 8 settembre 1951:


https://treaties.un.org/doc/Publication/UNTS/Volume%20136/volume-136-I-
1832-English.pdf

U.S. Department of Defense

U.S. Department of Defense, Quadriennial defense review report, 30 settembre


2001: https://archive.defense.gov/pubs/qdr2001.pdf

Office of the Secretary of Defense, Nuclear Posture Review, febbraio 2018:


https://media.defense.gov/2018/Feb/02/2001872877/-1/-1/1/EXECUTIVE-
SUMMARY.PDF

2018 National Defense Strategy of the United States of America, 2018:


https://dod.defense.gov/Portals/1/Documents/pubs/2018-National-Defense-
Strategy-Summary.pdf

U.S. Departement of Defense Indo-Pacific Strategy Report, giugno 2019:


https://media.defense.gov/2019/Jul/01/2002152311/-1/-1/1/DEPARTMENT-
OF-DEFENSE-INDO-PACIFIC-STRATEGY-REPORT-2019.PDF

U.S. Department of State

The United States, Taiwan and the World: Partners for Peace and Prosperity,
31 agosto 2020: https://www.state.gov/The-United-States-Taiwan-and-the-
World-Partners-for-Peace-and-Prosperity/

Secretary Colin L. Powell Press Conference Following Meetings With Chinese


Officials, 28 luglio 2001: https://2001-
2009.state.gov/secretary/former/powell/remarks/2001/4327.htm

President Bush Meets With Chinese President Jiang Zemin, 21 febbraio 2002:
https://2001-2009.state.gov/p/eap/rls/rm/2002/8564.htm

Interview by Anthony Yuen of Phoenix TV to Colin Powell, 25 ottobre 2004:


https://2001-2009.state.gov/secretary/former/powell/remarks/37361.htm

Hillary Clinton, speech on “America's Pacific Century”, 10 novembre 2011:


https://2009-2017.state.gov/secretary/20092013clinton/rm/2011/11/176999.htm

Secretary Michael R. Pompeo at a Press Availability, 10 novembre 2020:


https://www.state.gov/secretary-michael-r-pompeo-at-a-press-availability-16/
48
PRC Military Pressure Against Taiwan Threatens Regional Peace and Stability,
23 gennaio 2021: https://www.state.gov/prc-military-pressure-against-taiwan-
threatens-regional-peace-and-stability/

LIBRI, VOLUMI E ARTICOLI SPECIALISTICI

Dietrich J. W., The George W. Bush Foreign Policy Reader: Presidential Speeches
with Commentary, M.E. Sharpe, 2005

Goldstein Steven M., Schriver R., An Uncertain Relationship: The United States,
Taiwan and the Taiwan Relations Act in The China Quarterly, Cambridge
University Press, 2001

Goto S., Taiwan and the U.S. Pivot to Asia: New Realities in the Region?, Wilson
Center, 2013

Hilton B., “Maximum Flexibility for Peaceful Change”: Jimmy Carter, Taiwan and
the Recognition of the People's Republic of China in “Diplomatic History” Vol. 3 n.
4, Oxford University Press, 2009

Hsiung C. James, Reagan's China Policy and the Sino-Soviet Détente, in Asian
Affairs: An American Review Vol. 11, n. 2, Taylor & Francis Ltd, 1984

Jain R., Taiwan Conundrum in US-China Relations, in “India Quarterly” Vol. 63, n.
3, Sage Publications, 2007

Kan A. Shirley, China/Taiwan: Evolution of the “One China” Policy - Key


Statements from Washington, Beijing, and Taipei, Congressional Research Service,
2014

Kissinger H., Years of Renewal, Simon & Schuster Ltd, 1999

Kissinger H., Cina, Mondadori, 2011

Sutter R, The Importance of the "pan-Asian" versus the "China-first" Emphasis in


US Policy toward China, 1969-2008: A Review of the Literature, in American
Journal of Chinese Studies, American Association for Chinese Studies, 2009

Wanli Y., Breaking the Cycle? Sino-US Relations under George W. Bush
Administration, in China’s Shift Global Strategy of the Rising Power di Masafumi
Iida, The National Institute for Defense Studies, Japan, 2009

GIORNALI E RIVISTE

Associated Press

A.P, U.S. State Department comment on possible Taiwan referendum, dicembre


2003:
http://www.aparchive.com/metadata/youtube/d956a61c3a1de78ff3fef26c516b6a
97

49
BBC

Trump says US to quit TPP on first day in office, 22 novembre 2016:


https://www.bbc.com/news/world-us-canada-38059623

Trump agrees to honour 'One China' policy despite threats, 10 febbraio 2017:
https://www.bbc.com/news/world-asia-china-38927891

Trump China visit: US leader strikes warmer tone with Xi Jinping, 9 novembre
2017: https://www.bbc.com/news/world-asia-china-41924228

China Daily

One country, two systems, 22-23 giugno 1984:


https://cpcchina.chinadaily.com.cn/2010-10/21/content_13918313.htm

Backgrounder: "1992 Consensus" on "one-China" principle, 13 ottobre 2004:


https://www.chinadaily.com.cn/english/doc/2004-10/13/content_382076.htm

CNN

Wallace K., Bush pledges whatever it takes to defend Taiwan:


https://edition.cnn.com/2001/ALLPOLITICS/04/24/bush.taiwan.abc/

Evans T., Ma: Taiwan won't ask U.S. to fight China, 1 maggio 2010:
https://edition.cnn.com/2010/WORLD/asiapcf/04/30/taiwan.china.us/

Rivers M., S. Jiang, B. Westcott, Facing an aggressive Beijing, Taiwan's


president issues a warning to the world, 21 febbraio 2019:
https://edition.cnn.com/2019/02/19/asia/tsai-ing-wen-china-us-interview-
intl/index.html

Foreign Affairs

Nixon Richard M, Asia After Viet Nam, ottobre 1967:


https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/1967-10-01/asia-after-viet-
nam

Foreign Policy

Clinton H., America’s Pacific Century, 11 ottobre 2011:


https://foreignpolicy.com/2011/10/11/americas-pacific-century/

Fox News

Schweid B., “Kissinger Delayed 'Normalization'”, 14 febbraio 2008:


https://www.foxnews.com/printer_friendly_wires/2008Feb14/0,4675,USChina,0
0.html)

50
Transcript: President Bush on 'Your World with Neil Cavuto', 8 giugno 2005:
https://www.foxnews.com/transcript/transcript-president-bush-on-your-world

History Channel

Andrews E., How Ping-Pong Diplomacy Thawed the Cold War, 8 aprile 2016:
https://www.history.com/news/ping-pong-diplomacy

Limes

Fabbri D., L'America di Biden e l'Asia-Pacifico, 18 dicembre 2020:


https://www.youtube.com/watch?v=frgBQfifmp0&ab_channel=LimesRivistaItal
ianadiGeopolitica

Los Angeles Times

Risen J., U.S. Warns China on Taiwan, Sends Warships to Area, 11 marzo 1996:
https://www.latimes.com/archives/la-xpm-1996-03-11-mn-45722-story.html

Politico

Glass A., Eisenhower defends use of nuclear weapons, 16 marzo 1955:


https://www.politico.com/story/2019/03/16/eisenhower-defends-use-of-nuclear-
weapons-march-16-1955-1224003

Reuters

Taiwan's Tsai: no major policy shifts, despite Trump call – reports, 6 dicembre
2016: https://www.reuters.com/article/usa-trump-china/taiwans-tsai-no-major-
policy-shifts-despite-trump-call-reports-idINKBN13V201

Bohan C., Brunnstrom D., Trump says U.S. not necessarily bound by 'one China'
policy, 11 dicembre 2016: https://www.reuters.com/article/us-usa-trump-
china/trump-says-u-s-not-necessarily-bound-by-one-china-policy-
idUSKBN1400TY

Ali I., U.S. Navy again sails through Taiwan Strait, angering China, 23 marzo
2019: https://www.reuters.com/article/us-usa-china-navy/u-s-navy-again-sails-
through-taiwan-strait-angering-china-idUSKCN1ST062

Blanchard B., U.S. 'playing with fire' on Taiwan, China says ahead of defense
meeting, 30 maggio 2019: https://www.reuters.com/article/us-asia-security/u-s-
playing-with-fire-on-taiwan-china-says-ahead-of-defense-meeting-
idUSKCN1T0167

Lee Y., Taiwan says China meddling with elections after Solomon Islands cuts
ties, 16 settembre 2019: https://www.reuters.com/article/us-taiwan-diplomacy-
idUSKBN1W112U

51
Taiwan condemns China's 'dictatorship' on 70th anniversary of communist rule,
1 ottobre 2019: https://www.reuters.com/article/us-china-anniversary-
taiwan/taiwan-condemns-chinas-dictatorship-on-70th-anniversary-of-
communist-rule-idUSKBN1WG2RN

Taiwan president says China interfering in election 'every day', 19 novembre


2019: https://www.reuters.com/article/us-taiwan-election/taiwan-president-says-
china-interfering-in-election-every-day-idUSKBN1XT145

Taiwan rebuffs WHO, says China has no right to represent it, 5 maggio 2020:
https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-taiwan-who/taiwan-
rebuffs-who-says-china-has-no-right-to-represent-it-idUSKBN22H0K9

Stone M., U.S. State Department approves $2.4 billion more in potential arms
sales to Taiwan: Pentagon, 26 ottobre 2020: https://www.reuters.com/article/us-
usa-taiwan-arms-idUSKBN27B2N3

Sicurezza Internazionale

Orsini A., Cina: esercitazioni militari su costa sud-orientale, 14 luglio 2019:


https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2019/07/14/cina-esercitazioni-militari-
costa-sud-orientale-taiwan-compra-armi-dagli-usa/

Taiwan.cn

Jiang Zemin’s Eight-point proposal for the development of the cross-straits


relations and the promotion of peaceful reunification (1995), 5 luglio 2013:
http://eng.taiwan.cn/speeches_remarks_documents_on_the_taiwan_question/key
_documents/onechinaprinciple/201304/t20130422_4108144.htm

Taiwan Today

Taiwan Review, Jimmy Carter's China policy, 1 febbraio 1977:


https://taiwantoday.tw/news.php?unit=29,45&post=36770

Taiwan Review, Ronald Reagan's view of China, 1 marzo 1981:


https://taiwantoday.tw/news.php?unit=4&post=4845

Taipei Times

Wang C., Political division must be resolved: Xi Jinping, 7 ottobre 2013:


taipeitimes.com/News/front/archives/2013/10/07/2003573898

The Guardian

Phillips T, Leaders of China and Taiwan meet for first time in nearly seven
decades, 7 novembre 2015:
https://www.theguardian.com/world/2015/nov/07/chinas-xi-jinping-and-taiwans-
ma-ying-jeou-shake-hands-in-historic-meeting
52
Associated Press, Taiwan's president calls for less tension with China in annual
address, 10 ottobre 2020:
https://www.theguardian.com/world/2020/oct/10/taiwans-president-calls-for-
less-tension-with-china-in-annual-address

The New York Times

Text of President's Commencement Address at Notre Dame on Foreign Policy,


22 maggio 1977: https://www.nytimes.com/1977/05/23/archives/text-of-
presidents-commencement-address-at-notre-dame-on-foreign.html

Dowd M., 2 U.S. Officials Went to Beijing Secretly in July, 19 dicembre 1989:
https://www.nytimes.com/1989/12/19/world/2-us-officials-went-to-beijing-
secretly-in-july.html

Excerpts From Pentagon's Plan: 'Prevent the Re-Emergence of a New Rival', 8


marzo 1992: https://www.nytimes.com/1992/03/08/world/excerpts-from-
pentagon-s-plan-prevent-the-re-emergence-of-a-new-rival.html

Taiwan, Nervous About China, Reasserts Role on Disputed, 16 febbraio 1996:


https://www.nytimes.com/1996/02/16/world/taiwan-nervous-about-china-
reasserts-role-on-disputed-isles.html

Taiwan leader announces termination of China unification body, 27 febbraio


2006: https://www.nytimes.com/2006/02/27/world/asia/taiwan-leader-
announces-termination-of-china-unification-body.html

Haberman M., Sanger D., Donald Trump Expounds on His Foreign Policy
Views, 26 marzo 2016: https://www.nytimes.com/2016/03/27/us/politics/donald-
trump-transcript.html

Forsythe M., Rex Tillerson’s South China Sea Remarks Foreshadow Possible
Foreign Policy Crisis, 12 gennaio 2017:
https://www.nytimes.com/2017/01/12/world/asia/rex-tillerson-south-china-sea-
us.html

Horthon C., Buckley C., Xi Jinping mentions "one country, two systems" to
Taiwan and does not promise to give up military reunification, 3 gennaio 2019:
https://cn.nytimes.com/china/20190103/xi-jinping-taiwan-china/

Horthon C., Tsai Ing-wen said it is impossible to accept the "one country, two
systems" plan, 7 gennaio 2019: https://cn.nytimes.com/asia-
pacific/20190107/taiwan-xi-jinping-tsai-ing-wen/

Barnes Julian E., Qin A., State Dept. Moves to Ease Restrictions on Meeting
With Taiwan Officials, 9 gennaio 2021:
https://www.nytimes.com/2021/01/09/us/politics/state-dept-taiwan-united-states-
china.html

53
The News Lens

Yang O., China Responds to President Tsai's WSJ Interview, 10 ottobre 2016:
https://international.thenewslens.com/article/50809

The Wall Street Journal

Hutzler C., Hsu Jenny W., Taiwanese President Tsai: Taiwan Won’t Succumb to
China’s Pressure, 4 ottobre 2016: https://www.wsj.com/articles/BL-CJB-29566

The Washington Post

Marder M. and Wilson George C., China's Welcome to Vance Is Muted, 23


agosto 1977:
https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1977/08/23/chinas-welcome-
to-vance-is-muted/1f46b796-6a6c-49ba-8085-29d2e91e0b72/

Mathews J., China Attacks Reagan for Supporting Relations With Taiwan, 20
agosto 1980:
https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1980/08/20/china-attacks-
reagan-for-supporting-relations-with-taiwan/583c5224-1965-4f91-8f5d-
271bfa9a2e3d/

Downie L., Bennett P., Pomfret J., Pan P., Goodman P., Interview with Chinese
Premier Wen Jiabao, 21 novembre 2003:
https://www.washingtonpost.com/archive/business/technology/2003/11/21/inter
view-with-chinese-premie/5a451649-e60d-429f-b550-9df77ca2a099/

ISTITUTI

East Asia Peace and Security Initiative

President Lee Teng hui Cornell Commencement Address “Always in My Heart”,


9 giugno 1955:
https://www.eapasi.com/uploads/5/5/8/6/55860615/appendix_80_--
_president_lee_tenghui_cornell_commencement_address.pdf

Federation of American Scientists

The White House, National Security Study Memorandum n.14: “US China
Policy”, 5 febbraio 1969: https://fas.org/irp/offdocs/nssm-nixon/nssm_014.pdf

The White House, National Security Study Memorandum n. 63: “US policy on
current sino-soviet differences”, 3 luglio 1969: https://fas.org/irp/offdocs/nssm-
nixon/nssm_063.pdf

54
Foreign Policy Research Institute

Rigger S., Donald Trump is no friend of Taiwan, 16 marzo 2017:


https://www.fpri.org/article/2017/03/donald-trump-is-no-friend-of-taiwan/

Miller Center

Carter’s speech on establishing diplomatic relations with China, 15 dicembre


1978: https://millercenter.org/the-presidency/presidential-speeches/december-
15-1978-speech-establishing-diplomatic-relations

National Security Archive

Message from Premier Zhou Enlai to Kissinger, 21 aprile 1971:


https://nsarchive2.gwu.edu//NSAEBB/NSAEBB145/06.pdf

Memorandum of conversation between Nixon, Kissinger and Zhou Enlai, p.5, 22


febbraio 1972: https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB106/NZ-1.pdf

U.S. Embassy Taiwan telegram to State Department: “Current status of nuclear


R and D in the Republic of China”, 6 agosto 1976:
https://nsarchive.gwu.edu/dc.html?doc=5676725-Document-13-U-S-Embassy-
Taiwan-telegram-5351-to

Cable from Department of State to U.S. Embassy Beijing, China Task Force
Situation Report No. 3, 4 giugno 1989:
https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB16/docs/doc16.pdf

United States Department of State review authority, 2 luglio 1998:


https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB16/docs/doc34.pdf

Nixon Foundation

Snow E., A conversation with Mao Tse-Tung, 30 aprile 1971:


https://www.nixonfoundation.org/wp-content/uploads/2014/11/LIFE-Magazine-
April-30-1971.pdf

Taiwan Documents Project

Trattato di Taipei, 28 aprile 1952:


http://www.taiwandocuments.org/taipei01.htm

USC US-China Institute

Bush Announces Sale Of F-16 Aircraft To Taiwan, 1992, 2 settembre 1992:


https://china.usc.edu/bush-announces-sale-f-16-aircraft-taiwan-1992

55
Remarks By Vice President Cheney At Fudan University, 16 aprile 2004:
https://china.usc.edu/remarks-vice-president-cheney-fudan-university-followed-
student-body-qa-2004

Ma Ying-Jeou Inaugural Address, 20 maggio 2008: https://china.usc.edu/ma-


ying-jeou-%E2%80%9Cinaugural-address%E2%80%9D-may-20-2008

Wilson Center

Statement by the President Truman on Korea, 27 giugno 1950:


https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/116192.pdf?v=31e383a7e226b
441e40fb0527a828da0

Main Speech by Premier Zhou Enlai, Head of the Delegation of the People's
Republic of China, Distributed at the Plenary Session of the Asian-African
Conference, 19 aprile 1955:
https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/121623.pdf?v=e1cd06384e2e6
7bdff11f809ead78849

Memoir by Wu Lengxi, 'Inside Story of the Decision Making during the Shelling
of Jinmen', 23 agosto 1958:
http://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/117009

Yale Law School, Lillian Goldman Law Library

Mutual Defense Treaty Between the United States and the Republic of China, 2
dicembre 1954: https://avalon.law.yale.edu/20th_century/chin001.asp

56

Potrebbero piacerti anche