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CAPITOLO 2

DALLA RABBIA ALL’AGGRESSIVITÀ ALLA VIOLENZA


La storia

Impossibile non notare l’uomo appena comparso nell’atrio;


sarà alto due metri, ma non è solo la stazza a far paura: ci
sono i tatuaggi che gli riempiono le braccia, il modo in cui
stringe le mani a pugno e l’espressione della sua faccia.
Più che chiedere grida, rivolto al primo camice che incontra
“Voglio vedere mio figlio! So che l’hanno portato qui, e
voglio vederlo subito!”.
La stanza, affollata di pazienti e familiari, ammutolisce
all’istante.
Giacomo Antonelli ha quasi cinquant’anni, fa l’infermiere da
una vita, e la prima cosa che pensa è che con quel tizio non
sarà facile; si ferma a cinque metri, la distanza giusta per
valutare se iniziare un dialogo o fuggire da uno scontro.
Badando bene a non sorridere, perché vedere un volto
troppo allegro non è mai piacevole per chi è arrabbiato,
comincia a parlare: “Buongiorno, mi chiamo Antonelli e
lavoro qui in pronto soccorso. Posso esserle d’aiuto?”
L’uomo si gira verso la voce, come sorpreso che qualcuno
abbia avuto il coraggio di rispondergli.
“Voglio sapere dov’è mio figlio, subito. Ha solo dieci anni, si
è rotto un braccio e mi hanno detto che è ricoverato”.
Il tono pare un poco meno minaccioso, e Giacomo si
avvicina: tre metri sono ancora un margine di sicurezza: “Se
ha pazienza un momento trovo qualcuno che sappia darle le
informazioni di cui ha bisogno”.
“Non ho tempo da perdere, faccia in fretta!” replica l’uomo,
alzando di nuovo la voce.
“Va bene, ma le chiedo la cortesia di non urlare, perché
come vede c’è gente che aspetta d’essere visitata, e anche
dei bambini, bambini proprio come suo figlio. Lei li sta
spaventando, per cui smetta di gridare, mentre cerco di
aiutarla ad avere notizie più precise”.
“D’accordo, ma si sbrighi”.
Giacomo si avvicina ancora, quel che basta per poter
abbassare la voce e rendere il dialogo più riservato, ma
senza entrare nello spazio personale dell’uomo.
“Se mi dice quando è successo l’incidente a suo figlio e
come si chiama, possiamo vedere se è già passato
dall’accettazione e se da lì lo hanno mandato in reparto, o in
sala gessi, dopo la visita dell’ortopedico. Magari non c’è
stato bisogno dell’ortopedico”.
L’uomo si tranquillizza, il tono di voce si abbassa, le mani
strette a pugno si aprono.
Perché le informazioni riducono il conflitto, restituendo il
controllo.
“Ecco, la lascio alla collega” e, rivolgendosi alla donna,
Giuseppe si congeda: “Il figlio del signore è arrivato da noi
verso mezzogiorno per un incidente, forse si è fratturato un
braccio”.
Anche Giovanna ha una lunga esperienza di lavoro, e per
questo si rivolge all’uomo con un atteggiamento empatico
chiedendogli i dati del bambino.
“Ancora? Me li hanno appena chiesti! E poi non sono il padre.
Lui è il figlio della mia compagna! Ma sono io che li
mantengo tutti e due, che pago le bollette e tutto il resto,
quindi non credo proprio ci siano problemi.”
Problemi ce ne sono, pensa Giovanna. Ma anziché replicare,
invita l’uomo a sedersi intanto che cerca di scoprire chi ha
accompagnato il bambino.
Pochi minuti più tardi ecco comparire la madre. Stava in
reparto quando l’avevano avvertita che c’erano problemi
all’ingresso.
La donna lo abbraccia, gli dice poche parole sottovoce e lui
sorride. Si capisce che ci tiene un sacco al piccolo.
“Mi raccomando. Salutalo per me. Digli che lo aspetto. E tu
chiamami appena i medici ti dicono qualcosa”
La rabbia gli è passata, sciolta insieme alla paura.
Mentre lascia il pronto soccorso borbotta un “Grazie” insieme
a un “scusate per il casino”.

Dalla rabbia alla violenza, passando per l’aggressività

Giacomo Antonelli, l’infermiere del racconto, lo aveva ben


chiaro: il problema non sta tanto nell’irritazione o nella
rabbia, ma nel modo in cui le emozioni sono vissute e agite.
Molti riescono a gestirle, altri non ce la fanno; può dipendere
da uno sfortunato assetto genetico, o dalla storia familiare e
personale; anche lo stile di pensiero influenza la propensione
alla rabbia, così come le convinzioni personali sui concetti di
giustizia ed equità.
La rabbia è un’emozione naturale e primaria, essenziale per
la nostra sopravvivenza; si accende in risposta a una
minaccia, alla frustrazione, e ci aiuta a combattere per la
nostra sicurezza.
Per i manuali di psichiatria, con il termine aggressività si
intende invece qualunque forma di comportamento abbia lo
scopo di provocare del male o procurare lesioni a un’altra
persona. Chi manifesta un approccio aggressivo tenta di
imporre i propri pensieri, le opinioni, i sentimenti e le
emozioni, o di realizzare i propri desideri a spese altrui.
Nel percorso di escalation che lega la rabbia all’aggressività,
l’ultimo passaggio conduce alla violenza.
Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza sul
posto di lavoro si concretizza in qualunque evento in cui un
soggetto subisca abusi, minacce o aggressioni, per
circostanze legate alla propria occupazione lavorativa, con
un pericolo esplicito o implicito per la sua sicurezza, il suo
benessere o la sua salute.
Concentrandoci sull’ambito sanitario, il rischio è più elevato
nelle sedi in cui maggiori sono lo stress e le emozioni, e tra i
principali fattori capaci di innescare una situazione di
pericolo, possiamo trovare:
 L’impazienza e la frustrazione legate all’attesa e alla
carenza di informazioni.
 L’ansia, connessa all’impossibilità di scelta e all’assenza
di spazio.
 Il risentimento, per la sensazione che i propri diritti non
siano adeguatamente riconosciuti.
 L’aggressività innata o l’instabilità mentale del paziente,
dei suoi familiari e accompagnatori.
 L’abuso di alcol e di sostanze.

Il ciclo dell’aggressione

Perfino in condizioni di grave disagio mentale, un’esplosione


di violenza non nasce mai dal nulla, ma segue un ciclo che
inizia e termina con uno stato di calma relativa.
La rappresentazione grafica del ciclo parte da una situazione
di base, che in una scala convenzionale di energia, da 1 a
100, occupa l’intervallo da 1 a 20.
In questo range, la gran parte del nostro lavoro mentale è
impegnata in attività creative, relazionali e sociali, con
atteggiamenti lucidi e razionali.
Un evento capace di innescare rabbia, sposta ovviamente la
situazione: si parte dalla semplice irritazione, per arrivare a
una collera inarrestabile; il che, tradotto nello schema, va da
20 a 95.

L’ultimo passaggio è ovviamente quello dell’azione violenta,


quando l’energia scaricata raggiunge il massimo di 100. Nel
momento in cui accade, vengono meno le inibizioni, non
contano più il timore delle conseguenze, l’etica e la moralità,
il potenziale danno all’immagine e la compromissione del
rapporto con gli altri.
Il grafico mostra poi un particolare importante: la possibile
riaccensione della collera quando la tensione è già in fase
calante. Un aspetto cui fare grande attenzione nella gestione
di un soggetto aggressivo.
Il linguaggio del potenziale aggressore

Lo scopo ultimo di chi manifesta un comportamento ostile o


francamente aggressivo è quello di controllarci, influenzare
le nostre reazioni e indurci a fare ogni cosa ci chieda.
Le tattiche che utilizza sono sempre le stesse, a cominciare
dalla prevaricazione verbale, fatta di:
 Grida, insulti e bestemmie
 Giudizi impliciti o espliciti a sfondo razzista o sessista
 Commenti personali gratuiti
 Accuse e minacce
 Commenti di svalutazione sulla nostra competenza,
conoscenza e dedizione

Quanto all’atteggiamento nonverbale, abbiamo:


 L’invasione dello spazio personale
 Lo sguardo fisso negli occhi
 Il puntare l’indice, o gesticolare in modo intimidatorio
 Il picchiare i pugni
 Il lanciare oggetti

Si tratta di segnali manifesti, ma accanto a questi possiamo


cogliere indizi meno evidenti, che rimandano all’ansia, alla
rabbia, alla paura e all’attivazione biologica che accompagna
le emozioni.

La rabbia

La rabbia è un’emozione potente, e il comportamento di chi


si appresta ad aggredire trova spesso una spinta decisiva
nella collera.
Il potenziale aggressore arrabbiato:
 Mostra uno sguardo perso nel vuoto, dove non osserva
chi ha di fronte, ma sembra guardargli “attraverso”.
Oppure ha uno sguardo fisso, quello di chi socchiude
gli occhi e li punta addosso all’interlocutore, o a una
parte del corpo dove intende sferrare il primo attacco.
 Studia con lo sguardo l’ambiente vicino, alla ricerca di
una via di fuga, ma anche di un’arma di opportunità.
 Assume la posizione del pugile, “di tre quarti”, con una
gamba arretrata e le anche ruotate a 45%.
 Mostra le mani serrate a pugno, o alternativamente
serrate e rilasciate.
 Presenta le mascelle contratte, i denti digrignati, le
narici dilatate.
 ha labbra serrate e retratte, le sopracciglia abbassate,
la fronte solcata da rughe profonde.
 In assenza di una domanda posta, annuisce o nega col
capo, segno di un preoccupante dialogo interiore.
 Oscilla sulla punta dei piedi, si muove a grandi passi
senza scopo, avanti e indietro.
 Incrocia improvvisamente le braccia davanti al corpo
durante l’interazione.

L’ansia e la paura

La paura è un’altra emozione associata a un’intenzione


ostile, e molti dei suoi segnali sono simili a quelli legati
all’ansia. Un individuo cui prestare attenzione:
 Evita il contatto oculare con l’interlocutore.
 Appare eccessivamente agitato, controlla l’orologio, si
volta intorno verificando ciò che avviene alle sue spalle,
scalpita, oscilla sulle punte dei piedi.
 Mostra una tensione muscolare generalizzata.
 Tiene tra sé e gli altri degli ostacoli come una sedia,
un’altra persona oppure una borsa.
 Ancora può tenere bloccato un oggetto in grembo, a
istintiva protezione dell’addome.
 Cerca di apparire più piccolo curvandosi su sé stesso, o al
contrario assume una postura rigida, eretta, con le spalle
squadrate e le braccia strette al corpo lungo i fianchi.
 Mostra segnali pacificatori, piccoli gesti inconsapevoli
utilizzati per attenuare la tensione:
o Ad esempio, si tocca ripetutamente il volto, si
sfrega la fronte e le labbra, gioca col lobo
dell’orecchio, si accarezza la barba, si gratta la
testa.
o Oppure si massaggia o si accarezza il collo, la
nuca, si aggiusta il colletto allargandolo.
o Infine, si sfrega o si torce le mani.

La risposta biologica alle emozioni

Normalmente il nostro corpo tende a una situazione di


equilibrio, ma davanti a una minaccia, ricevuta o portata,
entrano in gioco il sistema nervoso autonomo, gli ormoni e i
neurotrasmettitori.
Bisogna saper cogliere la comparsa improvvisa di un
segnale, perché testimone di una scossa emotiva da
comprendere.
Il potenziale aggressore:
 Sbadiglia in modo eccessivo, o mostra sudorazione
sproporzionata alla situazione ambientale.
 Presenta arrossamento o pallore del volto.
 Mostra un aumento della frequenza di ammiccamento,
del batter delle ciglia.
 Presenta un aumento della frequenza del respiro, o un
respiro ansimante.
 Deglutisce ripetutamente, come evidenziato da evidenti
movimenti del pomo d’Adamo, o mostra vasi del collo
evidenti e pulsanti.
 Si passa ripetutamente la lingua sulle labbra, segno della
secchezza delle fauci.
 Presenta tremori, alle estremità, più evidenti se tiene
qualcosa tra le mani.

L’occultamento di un’arma

Esistono infine segnali e un linguaggio del corpo che non


svelano emozioni nascoste, ma sono legati all’occultamento
di un’arma.
Il soggetto in questi casi:
 Mostra un abbigliamento inadeguato, per taglia e in
rapporto alle condizioni climatiche.
 Presenta una deformazione degli indumenti per il peso o
l’ingombro dell’arma tenuta in tasca o nascosta altrove.
 Si lascia andare a movimenti di controllo chiamati
“patting down”.
 Ha un’andatura irregolare; il passo dal lato dell’arma
nascosta è più corto, e bloccato il movimento pendolare
del braccio opposto.
 Presenta una reazione involontaria davanti a un soggetto
che lo incrocia casualmente, arretrando la metà del corpo
dove è tenuta l’arma, a prendere la maggior distanza
possibile per impedire che venga scoperta.
 Nel caso di armi da taglio, mostra solo il dorso della
mano, con il coltello occultato lungo l’avambraccio e il
palmo.
 Porta le mani alle tasche durante l’approccio
dell’interlocutore.

Naturalmente la maggior parte dei gesti che compiamo ogni


giorno non ha grande valore se non viene riportato al
contesto di riferimento; ecco perché dobbiamo stare attenti
agli indizi multipli e non al singolo segnale, altrimenti
rischieremo di cadere in errori grossolani.