Sei sulla pagina 1di 6

Cultura e conoscenza

La nostra società è diventata un “melting pot” di


falsa informazione e pseudo cultura, segnata dalla
cronica mancanza di approfondimento, di vera
conoscenza, che genera ignoranza.

La conoscenza si forma attraverso slogan che


facciamo nostri, condividendo non tanto il
contenuto che viene sottointeso e pertanto spesso
rimane incompreso, ma bensì la sola forma
esteriore del messaggio, senza approfondire ciò che
soprassiede a quell’annuncio.

Deleghiamo all’esteriorità dello slogan o ancora peggio al “look” del personaggio, del “testimonial”
che lancia il messaggio, il compito di determinare i nostri orientamenti, le nostre convinzioni,
facciamo nostre ideologie che sono rappresentate sinteticamente e superficialmente da qualcuno
di nostro gradimento.

In particolare, in questa sede, mi voglio riferire alla profonda ignoranza che c’è oggi nella nostra
società, riguardo alla cultura Giudaico-Cristiana che per secoli ha guidato e segnato la storia della
civiltà occidentale.

Questa ignoranza è il risultato di una ultra decennale propaganda, fatta di slogan negativi e
controinformazione, che ha portato le nostre famiglie ad accantonare la tradizione culturale
Cristiana, arrivando a bollare quale inutile, anzi addirittura controproducente (si veda la recente
querelle sul Crocefisso appeso nelle aule scolastiche), la conoscenza di questa tradizione da parte
dei nostri figli.

Le desolanti statistiche riguardo all’adesione degli


alunni all’insegnamento facoltativo della religione
nelle scuole, sono la conferma di questa realtà;
abbiamo smesso di tramandare questa cultura con la
conseguenza di trasformare, per esempio, la tradizione
Cristiana del Natale da nascita di Gesù, cioè del Verbo
Incarnato, di Dio fatto uomo, nell’arrivo di Babbo
Natale, cioè di una sorta di rappresentante di
commercio: abbiamo barattato Dio con un “bottegaio”.

Qualcuno ha detto: “…se vuoi sapere dove sei diretto, devi conoscere da dove vieni…” ed è per
questo motivo che la nostra società oggi sbanda paurosamente perché non conosce, ignora, da
dove viene, ignora la sua tradizione culturale, pertanto non può capire dove è diretta.

Evito in questo contesto analisi storiche che porterebbero troppo lontano, ma è evidente come le
ideologie comuniste, massoniche e liberiste, che affondano le loro radici nel marxismo,
nell’illuminismo e nel capitalismo industriale e finanziario, abbiano contribuito in modo
sostanziale alla formazione di questa società senza cultura Cristiana.
L’io al posto di Dio

Nel ’68 sui muri della Sorbona a Parigi, gli


studenti scrivevano: “…vogliamo una
società senza egoismo e senza ego-
latria…”, di quel sogno utopico non è
rimasto nulla, anzi se possibile siamo
peggiorati rispetto a prima di quella data,
aumentando all’ennesima potenza i nostri
comportamenti edonistici, incentrati solo
su noi stessi, invece di sconfiggere
l’egoismo, abbiamo innalzato il nostro “io”
al ruolo di divinità.

Abbiamo rimosso dalla nostra cultura quell’etica-morale Cristiana semplice, precisa e comune a
tutti, che ha al di fuori di noi, del nostro io, il punto di riferimento per il rapporto dell’individuo
con il bene e il male, e l’abbiamo sostituita con un’etica-morale incentrata solo su noi, creando
una società ammalata di “io-latria”.

L’aspetto peggiore di quest’operazione di rimozione culturale, è quello di non aver fatto seguire, a
questa rimozione, una pari operazione di riempimento in grado di colmare il vuoto creato; non
abbiamo potuto, perché è un operazione impossibile da realizzare, sostituire Dio con qualcos’altro
di altrettanto credibile.

Non siamo stati capaci di offrire all’individuo qualcos’altro di moralmente ed eticamente capace di
soddisfare pienamente le istanze di giustizia e libertà connaturate in ognuno di noi.

Abbiamo costruito una società di persone autoreferenziali, ognuna delle quali si comporta
secondo il proprio metro di giudizio, secondo il proprio senso di giustizia, secondo il proprio senso
di lecito o non lecito, secondo un confine di libertà auto-definito.

Tralascio le decine di esempi che sono sotto gli occhi di


tutti, mi limito a dire che ormai giustifichiamo anche ciò
che una volta era considerato moralmente riprovevole:
abbiamo trasformato il peccato in “privacy”.

Ed è inutile che una certa parte politica faccia la moralista


additando quale portatore di tutti i mali, l’autore di quel
“peccato privato” che è sulle pagine di cronaca di tutti i
giornali da mesi, non è lui il colpevole di questo degrado,
lui è solo un utilizzatore finale della “rimozione culturale”
che proprio i suoi detrattori ex-radical-chic comunisti,
ma con villa a Capalbio, ora liberal-laicisti e ateo-illuministi, come amano definirsi, hanno voluto
e perpetrato.

Se vogliamo proprio attribuire una colpa all’autore di quel “peccato privato”, possiamo dire che lui
è il miglior interprete di questa decadenza, il “campione” di questa società de-culturata, amorale e
scristianizzata.

Sono, infatti, loro, gli “illuminati”, ad aver voluto l’epurazione sistematica dalla nostra società di
quella cultura, quell’etica-morale Cristiana, fondata sul senso del peccato, che era l’ambito
comune nel quale la nostra civiltà occidentale si riconosceva.
Il senso di colpa e il senso del peccato

E’ bene precisare subito che il senso del peccato è cosa


completamente diversa dal senso di colpa, come ha recentemente
detto il Santo Padre Benedetto XVI (…che il Signore ci conservi
ancora a lungo questo grandissimo Pastore e successore di
Pietro), parlando del Sacramento della Riconciliazione, la
confessione.

Non voglio addentrarmi in disquisizioni teologiche o di dottrina Cristiana sulla differenza tra
queste due condizioni d’animo, invito chi è interessato a cercare in internet l’intervento,
bellissimo, del Pontefice, mi limito a dire che cancellando il senso del peccato, conseguenza
dell’eliminazione di Dio dalla nostra vita e introducendo l’autoreferenzialità quale prassi d’uso
comune per determinare il proprio comportamento, abbiamo aperto la strada alla
“personalizzazione” anche del senso di colpa, ultimo argine al degrado morale.

Un esempio per tutti: la ragazza pugliese che ha ucciso la cugina ed è andata, subito dopo,
candidamente in TV senza mostrare nessun senso di colpa per quello che aveva fatto.

Quella ragazza ha potuto rimuovere il suo senso di colpa, fino a credersi veramente non colpevole,
perché ha giudicato, cioè il suo io ha valutato, quel gesto orribile quale ovvia conseguenza
dell’affronto subito per il rapporto che la cugina aveva instaurato con un ragazzo che piaceva a lei.

Il disaggio, la sofferenza, che questa situazione le ha creato, da lei considerato una sorta di
tradimento, ha giustificato, ai suoi occhi, l’eliminazione del problema: la cugina.

Il senso di colpa, in assenza del senso del peccato quale offesa a Dio e quindi al prossimo, è stato
facilmente rimosso davanti alla “colpa grave” della cugina, perché sono io a decidere cosa è bene e
cosa è male.

Questa decisione, infatti, non matura più in un ambito comune, un’etica-morale condivisa da tutti
e riferita a un’entità esterna a me cui fare riferimento per ottenere giustizia o per essere giudicati,
matura invece nell’esclusiva relazione con me stesso, con il mio io che a quel punto diventa il mio
dio, l’unico giudice al quale fare riferimento e dal quale accettare sentenze.

La cultura laicista attraverso la psicologia, vera religione atea


dell’era moderna, ha spacciato in questi decenni il senso di colpa,
come causato proprio dall’etica-morale Cristiana, tendente,
secondo loro, i laicisti, a limitare la libertà del singolo.

Infatti, secondo questa visione atea della vita, il senso di colpa


nasce dal senso del peccato e del correlato castigo Divino, usato,
sempre secondo loro, dalla Chiesa per influenzare e governare
l’uomo, in una sorta di esercizio del potere condizionante, come
se la Chiesa fosse proprietaria di Dio e non viceversa.

L’inganno perpetrato con la disinformazione è proprio questo: hanno spacciato la cultura


Cristiana, la fede Cattolica, come quella della “punizione” mirata all’asservimento, mentre è il
contrario, noi crediamo nel Piano di Salvezza, di liberazione dal peccato, che Dio intende
realizzare, nei confronti dell’uomo, di ogni uomo, attraverso la Sua infinita Misericordia, cioè
attraverso il Suo perdono, l’opposto quindi di punire, di castigare.
Dal colloquio con Dio a quello con l’io

In sintesi, la cultura laicista accusa il senso di colpa, figlio dell’etica-morale giudaico-cristiana, di


essere la causa delle “patologie” psicologiche che impediscono all’uomo di crescere, maturare e
raggiungere così la piena libertà quale individuo, l’autodeterminazione.

Avrete sentito dire che bisogna liberarsi dalle “infrastrutture dell’io”, dai condizionamenti, per
vivere appieno la vita, senza inutili sensi di colpa e per fare questo siamo passati dal colloquio
intimo con Dio a un’introspezione psicologica che dovrebbe destrutturare le patologie dell’io, per
ristrutturarlo poi in un io più libero.

Insomma il malato dovrebbe curarsi da solo; ma vi


chiedo:…secondo voi è logico, un malato che cura
se stesso?...non si rischia di essere
accondiscendenti con se stessi davanti a cure,
magari, dolorose e invasive?...quale uomo
condannerebbe se stesso, essendo il suo stesso
giudice?...non si rischia una continua
autoassoluzione?

Quest’operazione “culturale” di omologazione del senso di colpa con il senso del peccato, ha
portato alla percezione che tutta la cultura giudeo-cristiana, basata sul rispetto di norme
comportamentali miranti a non compiere certe azioni che portano a peccare, cioè a offendere Dio
e/o un altro essere umano, il prossimo, fosse un ostacolo alla libertà dell’individuo e pertanto un
freno o addirittura un impedimento alla crescita e al miglioramento del singolo individuo e della
società nel suo complesso.

L’etica del limite relativo

L’errore di base di questa visione è nel considerare riferiti a noi stessi entrambe questi due stati
d’animo, quello del senso di colpa e quello del senso del peccato e di considerare il primo
conseguenza del secondo.

Non è così ed è questo errore ad aver reso autoreferenziale il limite etico del singolo, fino al punto
in cui avere un comportamento, diciamo, discutibile si trasforma per l’autore in privacy, perché il
suo senso di colpa guarito dall’autoassoluzione e sdoganato dalla rimozione del senso del peccato,
non lo spinge a considerare ciò che ha fatto “discutibile”.

Lo stesso processo di autoassoluzione, è applicabile al caso della


ragazza pugliese e ai mille e mille altri casi che conosciamo
quotidianamente attraverso i media o anche direttamente dai nostri
conoscenti e amici o vediamo nella nostra stessa famiglia.

Il limite del furto è relativo alla tua esigenza di denaro, attenzione


non ho scritto necessità di denaro, c’è chi ruba pur avendo molti
soldi; il limite dell’adulterio è relativo alla tua esigenza di soddisfare
pulsioni sessuali; il limite della falsa testimonianza è relativo alla
tua esigenza di coprire i tuoi comportamenti.

Potrei continuare con tutti e Dieci i Comandamenti ma lascio alla


vostra onestà intellettuale cercare nella vostra coscienza altri
esempi:…vogliamo parlare, solo per dare uno spunto ai lettori più
maturi, dei genitori per nulla rispettati (4° Comandamento) e
sbattuti come pacchi postali tra un figlio e l’altro o tra un ospizio e
l’altro?
Io, gli altri e Dio

In realtà questa visione laicista è profondamente errata perché il senso di colpa riguarda me
stesso ed è giusto che l’individuo cerchi di liberarsi da inutili condizionamenti, anche ricorrendo
alla psicologia, quando questo senso di colpa è generato da fantasmi del passato, mentre il senso
del peccato riguarda il mio rapporto con gli altri e, per noi credenti, con Dio.

Io non posso commettere un peccato contro me stesso, difficilmente ruberò a me stesso o


compierò adulterio contro di me accompagnando mia moglie nel letto di un altro uomo,
difficilmente testimonierò il falso contro me stesso, sicuramente c’è chi lo giura, il falso, ma a
proprio favore, …trovatemi uno che giura di essere mafioso quando non lo è.

Questo significa che è un peccato quando invade la sfera dell’altro, del prossimo, di chi ci
circonda, cioè con il nostro comportamento danneggiamo qualcun altro e se noi siamo
intimamente convinti che ciò che facciamo non è peccato perche abbiamo rimosso il senso del
peccato rimuovendo Dio, perdiamo completamente qualsiasi riferimento etico, qualsiasi regola
morale, ognuno si sente in diritto di applicare il proprio metro di misura, il proprio codice.

Per cambiare questa situazione arrivata ormai all’apice o


forse è meglio dire al fondo, serve tornare tutti a
considerare valida nella sua essenza, direi indiscutibile,
l'etica-morale giudeo-cristiana basata sul senso del peccato,
anche se da posizioni atee, come ha fatto il Primo Ministro
Australiano, la Signora Julia Gillard.

La Signora Gillard ha dichiarato in una recente intervista di


essere non credente ma di considerare la Bibbia e la
cultura Cristiana un ambito fondamentale per un corretto
funzionamento della società.

Attenzione non si tratta di emanare leggi basate sulla Bibbia, non m’interessa una Teocrazia, si
tratta di conoscere le regole, di non ignorarle, dopo di che ognuno è libero di fare comunque ciò
che vuole, ma senza ipocrisia, senza alibi, senza falsi moralismi che, a fronte di comportamenti
analoghi, condannano uno perché avversario politico e assolvono l’altro perché della stessa parte
politica.

L’ambito comune nell’etica Cristiana

Non sono all’altezza di disquisizioni Teologiche in merito, anche perché ci sono biblioteche intere
che trattano quest’argomento, mi limito a una semplice costatazione: di là da qualsiasi colorazione
politica, estrazione sociale, livello culturale, questa etica-morale, quella giudaico-cristiana, è
l’unica in grado di dare un ambito comune a tutti, qui nell’occidente, nel quale muoversi, perché è
un ambito definito non esclusivamente da leggi amministrative ma, per l’appunto, da una legge
morale datata migliaia di anni.

La miglior prova che questa legge morale è l’unico “contenitore” possibile per tutti è data dal fatto
che, nonostante non sia cambiata, era applicabile e valida migliaia di anni fa per una società
primordiale regolata da leggi amministrative completamente diverse dalle nostre ed è valida e
applicabile tuttora in una società civilizzata e con leggi amministrative completamente diverse che
consentono in pratica tutto.
Una volta accettato quest’ambito comune ognuno rimane, comunque, libero di comportarsi alla
sua maniera, ma almeno certi comportamenti non potranno più essere spacciati per normali
perché commessi nell’ambito del privato, si saprà, tutti sapranno, che si tratta di un
comportamento contro gli altri e contro la società, anche chi commette quell’atto, giustificandolo,
lo saprà.

Badate bene non voglio giudicare il comportamento del singolo, m’interessa la tendenza della
comunità, perché è questa tendenza che forma la cultura dominante, non voglio fare come i
moderni “farisei” che si scandalizzano del peccatore e non del peccato, mentre dovrebbe essere il
contrario, riprovare il peccato e aiutare il peccatore.

Abbiamo rifiutato quell’ambito comune che la nostra cultura giudaico-cristiana ci ha garantito per
millenni, abbiamo rifiutato il nostro passato fatto di regole morali comuni, per costruire un
presente fatto di tante singole ego-morali in base alle quali non solo siamo causa di danni alla
società in senso generale, ma anche alla nostra società in senso stretto cioè alla nostra famiglia, ai
nostri figli, al coniuge, agli amici.

L’uomo ha voluto mettere al centro della propria


esistenza l’io cancellando Dio, trasformando quella che
doveva essere lotta all’ego-latria, nelle buone intenzioni
degli autori di quella protesta alla Sorbona, nella
religione dell’io-latria.

D’altronde la saggezza popolare della nostra cultura


Cristiana dice: “…la strada per l’inferno è lastricata di
buone intenzioni…” e, nonostante si percorra
facilmente perché ben lastricata, purtroppo sempre
all’inferno porta.