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INTERADRIA

Culture dell’Adriatico

15

Collana diretta da
Silvana Collodo e Giovanni Luigi Fontana
Evangelia Skoufari

Cipro veneziana
(1473-1571)
Istituzioni e culture
nel regno della Serenissima

viella
Copyright © 2011 - Viella s.r.l.
Tutti i diritti riservati
Prima edizione: febbraio 2011
ISBN 978-88-8334-484-8

Questo volume è stato pubblicato con il contributo del Progetto di ricerca di Ateneo
dell’Università degli Studi di Padova (bando 2008), dal titolo «Cipro durante il
dominio veneto: società, economia, confessioni, relazioni interculturali», responsabile
scientifico Giuseppe Gullino.

viella
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Indice

Presentazione di Silvana Collodo 7


Presentazione di Giuseppe Gullino 9

Prefazione 11

1. Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 15


1. Identità multiculturale (p. 15). 2. Veneziani a Cipro: una presenza
secolare (p. 23). 3. Fonti (p. 31). 4. Studi sulla storia di Cipro (secoli
XIII-XVI) (p. 37).

2. Un regno per Venezia 47


1. Un’annessione pacifica (p. 47). 2. Organizzazione amministrativa
(p. 54). 3. Diritto e giustizia (p. 64).

3. Conflitti e consensi 71
1. Cittadini e contadini (p. 71). 2. Famagosta contro Nicosia (p. 76).
3. Le rappresentanze popolari (p. 82). 4. Istituzioni feudali (p. 86).

4. Religiosità e confessioni 95
1. Ortodossi: sudditi tutelati (p. 95). 2. Cattolici: fedeli dimenticati
(p. 107). 3. Comunità confessionali minori (p. 117). 4. Spiritualità e
solidarietà (p. 126).

5. Culture e intercultura 131


1. Scuole e formazione (p. 131) 2. Produzione letteraria (p. 140). 3. Plu-
rilinguismo (p. 148).

6. Equilibri di potere 161


1. Diritti rivendicati (p. 161). 2. Alleati diffidenti (p. 167). 3. Preparazione
alla guerra (p. 179).

Conclusioni 189

Opere citate 195


Indice dei nomi e dei luoghi 223
Presentazione
di Silvana Collodo

L’isola di Cipro è attualmente suddivisa in due parti; la maggiore, corrispon-


dente alla zona centro-meridionale dell’isola, è di lingua e cultura greca e la mi-
nore, sita sulla fascia settentrionale a contatto con il mare, è invece di lingua e
cultura turca. La situazione, senz’altro anomala, anche in rapporto alla limitata
estensione dell’isola, è il lascito piuttosto recente di una storia lunga e comples-
sa, fatta di contatti innumerevoli con le potenze mediterranee circostanti, con le
potenze dell’Occidente europeo e segnata da ultimo, nei secoli dell’età moderna,
dall’aggregazione all’impero dei turchi ottomani.
L’autrice insegue i percorsi sottesi a questa storia, centrando l’attenzione
su quel segmento che è rappresentato, fra Quattro e Cinquecento, dal dominio
di Venezia, e che costituì un eccezionale momento di coagulo e di sintesi delle
esperienze precedenti.
Il racconto, di per sé avvincente, non è fine a sé stesso. Tramite la lente
del governo veneziano, che notoriamente era tanto autoritario sul piano politico,
quanto aperto dal punto di vista culturale, emergono infatti le secolari sedimenta-
zioni delle strutture sociali, delle tradizioni culturali e i passaggi di integrazione
maturati di tempo in tempo, per effetto della plurisecolare convivenza di compo-
nenti molto diversificate sul piano etnico, linguistico, religioso.
Abitata da una popolazione prevalentemente di cultura ellenica e di religio-
ne cristiana ortodossa, Cipro conservò queste caratteristiche originarie in virtù
di una separatezza geografica, consapevolmente coltivata, e nel contempo fil-
trata con prudenza e con attenzione anche ai suoi possibili vantaggi. Separatasi
precocemente dalla sede metropolitana di Costantinopoli e divenuta a sua volta
centro metropolitano, l’isola sfruttò le opportunità di autonomia col diventare
nel medioevo una preziosa base d’appoggio per i traffici marittimi, le spedizioni
dei crociati d’Occidente, i viaggi dei pellegrini di Terrasanta. In tale contesto si
crearono le condizioni per una differenziazione della popolazione che, anziché
costituire un fattore di divisione, rappresentò l’humus di una eccezionale ricetti-
vità culturale.
Se già la costituzione in Palestina dei regni crociati aveva favorito la circo-
lazione di mercanti, cronisti, artisti di cultura latina e la diffusione nel Mediterra-
neo orientale delle tradizioni giuridiche del medioevo occidentale, un passaggio
8 Silvana Collodo

decisivo fu il trasferimento a Cipro per diritto di conquista della stirpe franca dei
Lusignan e dei loro aderenti. Infatti, mentre continuava ad accogliere gruppi di
commercianti veneziani e genovesi, armeni ed ebrei, l’isola fu per quasi tre secoli
la sede del regno dei Lusignan e arrivò ad adottare il francese come lingua della
cultura giuridica. Più avanti, con lo sviluppo dell’Umanesimo e la sostituzione
dei Lusignan da parte di Venezia, entrarono in uso pure il latino e l’italiano come
lingue dell’alta cultura, mentre la frequentazione dell’Università di Padova da
parte dei rampolli delle famiglie eminenti assicurava l’inserimento nelle correnti
dei grandi saperi europei. Ma il lettore odierno non potrà non restare colpito da
un’altra singolarità. Se, infatti, come accennato, le secolari influenze di altre con-
fessioni e di altre religioni non incisero sulla fedeltà al cristianesimo ortodosso,
tale fedeltà fu nondimeno accompagnata dalla tolleranza religiosa e anzi, nel caso
del cattolicesimo romano, dalla condivisione degli edifici per i riti sacri.
Merito speciale dell’autrice è l’avere ricostruito con intelligenza e puntualità
aspetti della storia cipriota che soltanto ora, forse, siamo in grado di apprezzare
veramente. Mi riferisco alla dimensione della interculturalità, e, cioè, del collo-
quio tra esponenti di culture diverse che, da fattore teorico di arricchimento civi-
le, si è rivelato essere la chiave fondamentale per la comprensione delle fortune
dell’isola nell’età di mezzo.
Presentazione
di Giuseppe Gullino

Come è noto, la sponda balcanica dell’Adriatico fu sempre considerata più


importante di quella occidentale, perché abbonda di isole e di canali che possono
offrire rifugio ai naviganti e costituiscono buoni punti di riferimento: qualità, que-
ste, che non si ritrovano nel basso e sabbioso litorale italiano. Inoltre, poiché tutti
e tre i venti dell’Adriatico (lo scirocco, la bora ed il maestrale) consentono una
navigazione più agevole lungo la costa dalmata, Venezia se ne assicurò per tempo il
controllo e seppe difenderlo a lungo; nel corso dei secoli i turchi avrebbero conqui-
stato gran parte dei suoi domini in Levante, ma senza riuscire a eliminare del tutto il
limes costituito da quella sorta di cordone ombelicale fatto di golfi, isole, porti, città
e fortezze che dall’Istria – giù giù lungo la Dalmazia fino a Cattaro, all’Eptaneso e,
per lunghi secoli, a Creta e infine Cipro – univa l’antica Dominante all’Egeo, alla
rotta per Costantinopoli e ai terminals siriaci delle spezie.
Cipro. Geograficamente l’isola fa parte dell’Asia, ma la puntualizzazione sa
di connotazione erudita, perché di fatto gli europei, e in particolare noi italiani, la
sentiamo vicina, familiare, quasi fosse un lembo del vecchio continente appena
un poco separato dal mare. Che poi è il mare con cui abbiamo convissuto sin dagli
albori della nostra civiltà, nata – e non serve ricordarlo – proprio da quelle parti.
Radici culturali, ma anche valenza economica. Sappiamo (questo libro ce ne
fornisce ulteriore conferma) che nei secoli del Medioevo e dell’Età moderna l’im-
portanza di Cipro fu a un tempo strategica ed economica; era infatti – dopo la Si-
cilia – l’isola più ricca del Mediterraneo, perché vi si producevano generi ovunque
richiesti e, per di più, di buonissima qualità: canna da zucchero, cotone, vino, sale.
Così da sempre. Ma a potenziare il mercato di questi prodotti furono le cro-
ciate. Al di là delle motivazioni religiose – che pur furono predominanti – que-
sto fenomeno segna storicamente l’uscita dell’Europa dallo stato di minorità
cui l’avevano relegata il collasso dell’Impero romano e le invasioni barbariche.
Ora, superato lo snodo dell’anno Mille, la giovane Europa, rozza e semi-ferina,
ma ricca di energie fresche, coraggiose ambizioni, animata da volontà di con-
quista; questa Europa dicevo, dopo aver subito per secoli la storia, ora se ne
riappropria ed esce dai propri confini per lanciarsi alla conquista del Levante,
la porta delle spezie, dell’oro, della ricchezza.
È l’epopea delle crociate, di guerrieri che dispongono di un’arma micidiale
ignota ai saraceni: la lancia. Nessuna corazza era in grado di resistere alla forza
10 Giuseppe Gullino

d’urto combinata del cavallo-guerriero e di un’asta sulla cui punta si concentra-


va una potenza sino allora mai sperimentata. Donde il successo della cavalleria
franca e in seguito, man mano che prendeva forza la riscossa araba, delle signorie
latine subentrate all’antico regno di Gerusalemme.
Cipro è il maggiore e più duraturo beneficiario di questo secolare processo,
che dai Lusignano prosegue poi con il predominio veneziano culminato nel regno
(1473-1489) di Caterina Cornaro.
La donna, nella Venezia medioevale, godeva di notevoli prerogative: se in-
fatti il marito se ne andava lontano a esercitare la mercatura, era lei a badare non
solo alla casa, ma alla ditta, mantenendo quella rete di contatti che dei traffici
costituiva il presupposto: l’esempio più noto è quello dei Polo. Ebbene, libera e
autorevole la donna veneziana, ma se cerchiamo di coglierne le fattezze, di af-
ferrarne lo sguardo, di darle un nome, la sua immagine si spegne. Quante donne
famose ha avuto la Serenissima? Caterina Cornaro, rispondiamo subito; poi, con
un poco di riflessione, possiamo aggiungere Elena Lucrezia Corner Piscopia, la
prima donna laureata nel mondo. E dopo? Poi nulla.
Evangelia Skoufari, cipriota di Nicosia, ha dedicato anni di ricerche in archi-
vi e biblioteche greche, italiane e ovviamente cipriote, per esplorare l’età franca
e veneziana della sua isola. Ne è uscito questo libro, che si presenta come una
summa in grado di illustrare la politica, l’amministrazione, la società, la religione,
la cultura, l’economia della Cipro tre-cinquecentesca. Un compendio storico, un
manuale? Potremmo anche definirlo così, ma con forzatura riduttiva, ché qui sia-
mo di fronte alla rielaborazione di ricerche spesso condotte di prima mano e della
preesistente letteratura; una sistematica riflessione critica gestita con la sicurezza
derivante da una piena conoscenza dei dati ed espressa con intelligente equilibrio,
senza i dannosi condizionamenti ideologici e nazionalisti che inquinano tanta
parte della precedente storiografia cipriota.
Ancora, il lavoro della Skoufari è costantemente sorretto da una visione a
tutto campo, vi si coglie la capacità di contestualizzare le vicende locali alla luce
di un quadro di respiro mediterraneo: Venezia, ma anche gli Aragonesi, l’Egitto,
gli ottomani e poi ancora le molte signorie presenti nell’area o attorno ad essa
gravitanti, in una serrata dialettica tra microstoria e vicende di più vaste realtà
statuali, di antichi e nuovi imperi.
Particolare rilievo è ovviamente dato a Caterina Cornaro, snodo centrale del-
la storia cipriota, e poi – come precisa il titolo – a Venezia, che domina diretta-
mente l’isola dal 1489 al 1570, vale a dire l’età complessa e splendida del Rina-
scimento; potenza egemone e sfruttatrice la Serenissima, certo, ma anche ponte
con l’Europa, volano di interrelazioni culturali, baluardo contro l’imperialismo
ottomano, fin che le fu concesso.
È questa forse la parte più interessante, perché vista con “taglio” nuovo, della
chiara, circostanziata monografia di Evangelia Skoufari, che oggi ci propone una
storia di Cipro di cui gli studiosi avvertivano la mancanza.
E qui mi fermo; se volete saperne di più, leggete le pagine che seguono.
Prefazione

In questo volume viene presentata una rielaborazione dei risultati ottenuti


durante la ricerca svolta negli anni 2005-2008 per il conferimento del dottorato
di ricerca in scienze storiche presso l’Università degli studi di Padova. La mia
provenienza geografica e culturale ha sicuramente condizionato la scelta di que-
sto soggetto. Sebbene i miei studi mi abbiano condotto lontano da Cipro, ho sem-
pre vissuto la necessità di approfondire la travagliata storia millenaria dell’isola e
le ragioni della condizione culturale e politica in cui si trova oggi. Il percorso di
studi seguiti ha indirizzato il mio interesse verso un approccio interdisciplinare
alle fonti riguardanti la storia tardomedievale e moderna. Ho cercato di svilup-
pare la ricerca senza condizionamenti da visioni di carattere nazionalistico, che
rischiano di influenzare l’analisi del passato per giustificare il presente, e spero
di esserci riuscita. Sia nella fase di documentazione archivistica che nella stesura
del testo ho tentato di utilizzare i risultati della storiografia relativi ai molteplici
aspetti caratterizzanti i periodi del tardomedioevo e della prima età moderna a
Cipro, basandomi anche sulla tradizionale storiografia italiana del XX secolo in
merito allo stato da mar veneziano e cercando di superare i limiti posti da lavori
svolti con un approccio localistico. L’obiettivo per la presente pubblicazione è
colmare il vuoto nella storiografia italofona riguardo gli studi storici di un pas-
sato inerente la storia degli italiani, ma svincolato dagli stretti confini geogra-
fici della penisola. Ho operato nella consapevolezza che la lingua rappresenti
un fattore di freno culturale, con impatto nella diffusione di lavori scientifici, e
che proprio il greco sia una lingua studiata da pochi. Spero di fare opera gradita
presentando la storia veneziana di Cipro in una monografia che riporti quanto
più ampia produzione storiografica finora pubblicata in diverse sedi scientifiche
a livello internazionale.
In quanto ai toponimi presenti nelle fonti, spesso riportati con diversa ortogra-
fia, è stato utilizzato il tipo più frequente, nella forma usata oggi dalla storiografia
italiana. Nella trascrizione delle fonti inedite è stato normalizzato secondo i canoni
moderni l’utilizzo delle maiuscole e le minuscole, nonché la punteggiatura e gli
accenti. Per non alterare il carattere dei testi si è preferito di conservare l’ortografia
originale, ma si sono sciolte le abbreviazioni. Inoltre, si è distinta la u dalla v e si
è sostituita la j talvolta usata dai cancellieri veneziani al posto della i. Le citazioni
12 Cipro veneziana

di testi già editi si sono riportati come sono stati apparsi nella pubblicazione citata.
Nella numerazione dei registri dei fondi del senato veneziano si utilizza la vecchia
numerazione, che corrisponde agli indici premessi alle delibere di ciascun volume
e anche a eventuali citazioni in pubblicazioni di vecchia data.
Desidero rivolgere un sincero ringraziamento a Benjamin Arbel, Stathis Bir-
tachas, Giovanni Cherubini, Gherardo Ortalli, Anna Pouradier-Loizidou, Chris
Schabel per le utili indicazioni sulla mia tesi di dottorato. Da Enrico Stumpo,
purtroppo scomparso recentemente, ho ricevuto interessanti e preziosi commenti
per i quali gli sono riconoscente. Per l’incoraggiamento che mi è stato offer-
to durante il percorso di ricerca ringrazio Egidio Ivetic, Walter Panciera, Petros
Papapolyviou, Paolo Preto, Ioannis Psaras e Artemis Xanthopoulou-Kyriakou.
Sono veramente grata a Federico Seneca per aver accettato di ospitare miei testi
nella rivista «Archivio Veneto», che già dirigeva. Per il disinteressato aiuto e gli
utili suggerimenti, ma soprattutto per la loro amicizia, desidero ringraziare Clau-
dia Bertazzo, Francesco Bianchi, Andrea Caracausi, Antonio Conzato, Claudio
Maddalena, Tea Mayhew, Gionata Tasini, Francesco Vianello. Un sentito ringra-
ziamento devo inoltre a Maria Brunella Mattoschi per la revisione del testo e a
tutto il personale della biblioteca e dell’ufficio amministrativo del Dipartimento
di Storia dell’Università di Padova per la loro gentilezza e disponibilità.
Ringrazio di cuore Gilles Grivaud per il tempo e l’attenzione che ha gentil-
mente prestato alla mia ricerca, ma soprattutto per avermi incoraggiato a prose-
guire con la pubblicazione del presente volume. La mia sincera gratitudine va a
Giuseppe Gullino e Giovanni Luigi Fontana per aver creduto nelle mie capacità
e avermi offerto la possibilità di continuare a fare ricerca collaborando con il Di-
partimento di Storia dell’Università di Padova. Non riesco a esprimere sufficiente
riconoscenza a Silvana Collodo per gli insegnamenti, i consigli, l’appoggio mora-
le che generosamente mi ha offerto negli ultimi otto anni. Infine vorrei esprimere
profonda gratitudine ai miei genitori e mia sorella, che mi hanno sempre appog-
giato nelle scelte di lavoro e di vita, e a mio marito senza il cui incoraggiamento
non avrei forse completato questo lavoro.
Capo Sant’Andrea

Cipro

Risocarpasso
penisola
di
Carpassia

• Acanthou
Lapithos •
◙ Cerines

• Anogira
catena montuosa di Pentadaktylos
• Syrianochori • Kythrea
Nicosia ◙
• Morfou Sivuri ■
pianura ◙
■ Pendayia di Famagosta
Lefca • Messarea
■ Chrysochou catena
montuosa di
Troodos
Lefcara • • Stavrovouni ■
• Lemba Saline
• Emba
Pafos ◙ Masotos ■
• ■ Avdimou
Couclia
• ◙ Limassol
Episcopi
1. Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente

1. Identità multiculturale

I rapporti del mondo ellenico con i territori della laguna veneta risalgono
all’epoca preromana, sebbene queste testimonianze si basino su fondamenti di
natura mitica.1 L’Adriatico era fin dall’età antica solcato dai navigli greci che
avevano già portato mercanti e coloni alle propaggini meridionali della peniso-
la italica e, più oltre, nel golfo marsigliese. Quando, molti secoli dopo, l’Adria-
tico divenne “il golfo veneziano” e l’anima della potenza della Serenissima,
i veneziani erano già presenti nei territori di popolazione e di cultura greca,
presso i quali promuovevano abilmente i propri interessi economici e politici,
saldamente connessi alle sorti delle isole del Mediterraneo orientale. In questo
lavoro tratteremo in particolare i legami fra Venezia, regina dell’Adriatico, e
Cipro, la maggiore delle isole del Mediterraneo orientale.
Collocata all’estremità orientale del Mediterraneo, Cipro è stata il punto
d’incontro delle grandi civiltà del mondo antico e medievale, in quanto crocevia
tra Oriente e Occidente. Conosciuta dall’antichità come il luogo natale di Afro-
dite-Venere, si trova proprio sulla rotta percorsa dai pellegrini medievali diretti
ai luoghi sacri delle tre religioni monoteistiche, nonché sulle vie commerciali
marittime più importanti fino all’età moderna, sulle quali si riversava il via vai dei
mercanti e dei guerrieri dell’epoca. In ragione di questa fortunata posizione geo-
grafica, delle ricchezze naturali come pure della dimensione ridotta (con relativa
cronica debolezza politico-militare), e ancora, a causa della presenza di grandi
potenze nell’area mediorientale, l’isola subì una lunga serie di dominazioni da
parte di potentati stranieri, di cui una conseguenza fu il continuo afflusso di genti
diverse; la qual cosa alimentò, nel corso dei secoli, l’incontro e lo scontro di di-
verse culture sul suo suolo.2 Quanti si alternarono al governo di Cipro, sebbene

1. I miti che seguono le tracce degli eroi della guerra di Ilio dopo la perdita della loro patria
e dei loro capi da parte della coalizione dei re achei, narrano di Antenore che guidò il popolo degli
eneti/veneti, originari della Paflagonia e alleati dei troiani, dall’Asia Minore alle terre Euganee. La
tradizione, basata su una prima elaborazione da parte di Sofocle, fu poi diffusa da Tito Livio e da
Virgilio; si veda Braccesi, L’antichità, pp. 15-18.
2. Per una rapida esposizione delle influenze subite, soprattutto a livello culturale, dall’alter-
nanza di potenze a Cipro, si veda Moschonas, Η «γλυκεία» και «aκριβή χώρα» της Κύπρου.
16 Cipro veneziana

spesso non perseguissero l’assimilazione forzata della popolazione limitandosi


allo sfruttamento delle risorse ambientali e umane dell’isola, ne influenzarono
però in grande misura il carattere culturale, rendendola un unicum, che nel corso
dei secoli si presentava di volta in volta ai nuovi signori come una vera e propria
“interfaccia” delle culture che l’avevano segnata in precedenza. Considerando le
aree d’influenza in cui Cipro si trovava inserita in ragione di queste dominazioni,
si può immaginare l’isola come una sorta di “pendolo” che nella propria oscilla-
zione culturale ha cambiato ciclicamente orientamento, dall’Oriente all’Occiden-
te e viceversa.
Ciononostante non si può negare che, a partire dalla prima grande colonizza-
zione dei Micenei, avvenuta nel XIII secolo a.C., l’identità greca si sia conservata
fino a oggi nella maggioranza della popolazione cipriota.3 Le diverse dominazio-
ni straniere successive all’ellenizzazione non riuscirono, infatti, a sopraffare la
primitiva etnia e la sua cultura, nonostante l’inserimento nel corso dei secoli di
numerose comunità di coloni stranieri. Perciò, sebbene l’isola non sia riuscita a
guadagnare l’indipendenza sino alla metà del XX secolo, a esclusione di brevi
intervalli di tempo, l’elemento ellenico della popolazione ha continuato a spec-
chiarsi nei processi evolutivi presenti nella madrepatria, la Grecia continentale,
arricchendo però contemporaneamente le proprie caratteristiche culturali grazie
alla secolare convivenza delle civiltà che, per periodi più o meno lunghi, si sta-
bilivano sull’isola.
La particolare identità di Cipro e del suo popolo è quindi il frutto di invasioni,
trasporti e scambi di popolazione e di continue influenze culturali dalle civiltà dei
territori circostanti. Minoici, Micenei e Fenici, Assiri, Egizi e Persiani domina-
rono Cipro prima del suo inserimento nei grandi imperi creatisi dall’unificazione
politica imposta sulle due sponde del Mediterraneo, anzitutto da Alessandro Ma-
gno e dai suoi successori, poi dai romani. Cipro condivise le sorti delle principali
province dell’impero romano d’Oriente che, soprattutto a partire dall’imperatore
Giustiniano I, si era “ellenizzato” al punto da differenziarsi in misura sostanziale
dall’impero romano d’Occidente. La popolazione cipriota fu così segnata in par-
ticolare dalla religiosità bizantina, caratterizzata dalla presenza di eresie come
il monofisismo e il nestorianesimo, dagli scontri iconoclastici, dall’imposizione
della guida spirituale del patriarcato di Costantinopoli in opposizione alla sede
papale di Roma.
Ma, più significativamente, Cipro poté testimoniare ininterrottamente dal
VII al X secolo lo scontro fra cristianesimo e islam: le invasioni arabe affrontate
a lungo dall’impero bizantino crearono a Cipro un campo, non solo di battaglie,
ma anche di ricezione o deportazione di prigionieri, profughi, a volte di intere fra-
zioni di popolazione che di frequente si spostavano dalle coste di Siria e Palestina
sull’isola e viceversa, secondo gli esiti delle operazioni militari e degli accordi

3. I viaggiatori europei del XVI secolo in visita a Cipro testimoniavano che la maggioranza
della popolazione era costituita da greci, sia di lingua che di religione; si veda Vingopoulou, Le
monde grec, pp. 107-108.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 17

stipulati fra imperatori e califfi. Il compromesso fra bizantini e arabi, in base alle
clausole di un trattato steso dalle due potenze nella seconda metà del VII secolo,
costrinse l’isola ad accettare i coloni musulmani, a restare neutrale e a dividere le
entrate fiscali fra il califfato arabo e l’impero bizantino.4 Questa situazione, che fu
alla base della rovina dell’economia isolana e portò alla decimazione della popo-
lazione, ebbe termine nel 965 con la sconfitta degli arabi e l’elevazione dell’isola
a provincia autonoma nell’ambito dell’impero bizantino.
L’avanzata verso occidente a danno dei territori bizantini delle diverse tribù
turcomanne significò per Cipro l’afflusso di migliaia d’immigrati maroniti, ar-
meni e copti. Amministrata sin dal IV secolo da un duca o “catapano” inviato da
Costantinopoli,5 l’isola non intratteneva rapporti ravvicinati con il centro politico
dell’impero a causa della lontananza geografica e delle continue crisi politiche e
militari delle quali l’imperatore doveva occuparsi. Donde una perdurante insta-
bilità politica, di cui profittò nel 1184 Isacco Comneno, membro della famiglia
imperiale bizantina, per ottenere l’amministrazione dell’isola e governarla per
i successivi sette anni autoproclamandosi βασιλεύς di Cipro.6 Ma qualche anno
più tardi avvenne una svolta nella storia di Cipro, che avrebbe condizionato la
sua futura esistenza: l’isola fu coinvolta nel grande movimento che segnò la sto-
ria d’Europa durante gli ultimi secoli del medioevo, ossia la progettazione e la
realizzazione delle crociate per la riconquista di Gerusalemme e la creazione di
egemonie di carattere feudale nei territori della zona mediorientale.7 Collocata
a poche decine di miglia dalle coste della Terra Santa, Cipro non avrebbe d’al-
tronde potuto evitare un qualche coinvolgimento nelle campagne orientali dei
principi occidentali. In realtà, le prime due crociate non implicarono direttamente
l’isola, ma permisero a mercanti, soprattutto veneziani e genovesi, di installarsi
nelle città portuali, grazie ai privilegi ottenuti da Costantinopoli. Così, quando
nel corso della terza crociata Riccardo Cuor di Leone conquistò Cipro (1191) – in
seguito al rifiuto di Isacco Comneno di permettere alle navi della sua compagine

4. Tahar Mansouri, Déplacement forcé, pp. 107-108; Guillou, La géographie historique, pp.
15-16. Si vedano le considerazioni sull’importanza marginale ricoperta da Cipro in quel periodo sia
per gli arabi che per l’impero bizantino, in Mango, Chypre carrefour du monde byzantin, pp. 4-5.
Cyril Mango precisa inoltre che le fonti narrative bizantine del tempo si riferivano ai ciprioti come
«το έθνος των Κυπρίων», considerandoli quindi alla stregua dei forestieri, mentre alcune descrizio-
ni dell’isola e dei suoi abitanti da parte di visitatori costantinopolitani sono tutt’altro che positive:
Mango, Chypre carrefour du monde byzantin, pp. 9-10.
5. Bustron, Chronique de l’île de Chypre, p. 7. Sull’incarico del catapano, si veda Mas Latrie,
Histoire de l’île de Chypre, III, p. 812.
6. Egkleistos, Περί των κατά την χώραν Κύπρον σκαιών, p. 3. Cfr. Taliadoros, Ισαάκιος Δούκας
Κομνηνός, pp. 15-22. Costantinos Sathas, noto medievalista greco dell’Ottocento, scrisse di Isacco
Comneno che «è stato il più crudele e perfido di tutti i tiranni che Cipro ha mai avuto, il quale ha
tagliato l’isola dal corpo della Grecia senza ritorno fino a oggi»: Sathas, Μεσαιωνική Βιβλιοθήκη,
ΙΙ, p. ξγ’ (traduzione libera).
7. Spinti da diverse motivazioni, uomini e donne di tutti i ceti sociali e di ogni condizione
economica partecipavano alle crociate: Balard, Les Latins en Orient, pp. 29-32; per una breve pre-
sentazione dell’organizzazione amministrativa e delle istituzioni delle egemonie crociate in Terra
Santa, si veda Balard, Les Latins en Orient, pp. 61-120.
18 Cipro veneziana

di rifornirsi – trovò a Limassol, dove sbarcò, un gruppo non esiguo di occidentali,


prevalentemente veneziani, che lo accolsero benevolmente.8 Secondo la testimo-
nianza contemporanea di Neofitos Egkleistos, buona parte del ceto dirigente che
rappresentava le autorità costantinopolitane, avendo perso i propri beni, abban-
donò Cipro per trasferirsi nella metropoli o in altri paesi.9 Tuttavia la popolazione
locale non rimase completamente depauperata degli alti ceti sociali che, al mo-
mento della conquista di Nicosia, offrirono tempestivamente la propria fedeltà
a Riccardo, il quale in segno di sottomissione al suo potere li obbligò di radersi
la barba secondo il costume normanno.10 La popolazione cipriota non presentò
significativa opposizione agli invasori, essendo ampiamente stremata da calamità
naturali (siccità, carestie, terremoti, peste) e dalle ricorrenti incursioni effettuate
da diversi potentati dell’area mediorientale, prova, agli occhi dell’uomo medie-
vale, della volontà divina di punirne i peccati («διά τας αμαρτίας ημών»).11
Non intendendo mantenerne il possesso, dopo averla saccheggiata, Ric-
cardo vendette Cipro ai cavalieri Templari e poi al suo vassallo Guido (Guy)
Lusignan di Poitou, già re di Gerusalemme (1186-1187) fino alla conquista del
regno da parte di Saladino (Salah-al-Din). Guido divenne il fondatore della
dinastia che regnò a Cipro per tre secoli appoggiandosi con legami vassallatici
a una numerosa cerchia di altre famiglie spostatesi a Cipro dai territori crociati,
oppure trasferitesi direttamente dai regni occidentali in cerca di avventure, di
guadagno e di elevazione sociale in una nuova realtà politica, presumibilmen-
te ricca di suggestive prospettive.12 I legami del regno di Cipro con quello di
Gerusalemme erano strettissimi, soprattutto in quanto a organizzazione delle

8. Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, I, pp. 5-6, II, p. 4; Papacostas, Secular landholdings
and Venetians, p. 487; Jacoby, The Venetians in Byzantine and Lusignan Cyprus, p. 62. Sulla terza cro-
ciata e sulle vicende della conquista di Cipro da parte delle forze di Riccardo I d’Inghilterra, si vedano
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, I, pp. 3-11; Painter, The third Crusade, pp. 62-64; Edbury, The
Kingdom of Cyprus, pp. 5-12; Balard, Les Latins en Orient, pp. 47-51 e bibliografia p. XXIV.
9. Egkleistos, Περί των κατά την χώραν Κύπρον σκαιών, p. 2.
«[B]arbas eorum fecit abradi, tamquam in signum commutationis alterius dominii»: Itin-
10. ���������������������������������������������������������������������������������
erarium peregrinorum et gesta regis Ricardi, p. 201. Fino agli ultimi decenni della dominazione
veneziana a Cipro la rasatura della barba e della testa erano una delle pene inflitte dalla Repubblica
per crimini minori; si vedano ASV, Senato, Mar, reg. 32, c. 73r; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289,
n. 206 bis.
11. Egkleistos, Περί των κατά την χώραν Κύπρον σκαιών, p. 1. Quelle del cipriota Neofito
Egkleisto (1134-1220 ca.), venerato come santo dagli ortodossi dell’isola, sono fra le poche testi-
monianze pervenuteci dalla fine del XII secolo che rivelano lo stato d’animo e la reazione collet-
tiva dei ciprioti di fronte a tali eventi significativi, nonché la negativa percezione dei musulmani
(«cani») e dei latini («lupi»). I suoi scritti sono stati oggetto di numerose pubblicazioni e studi. Ri-
mandiamo al lavoro di Catia Galatariotou, The making of a saint, e allo studio del padre Englezakis,
St. Neophytos the recluse, che, attraverso i testi di Neofito, tratta dei primi tre decenni di dominio
latino a Cipro, dell’instaurazione della Chiesa Romana sull’isola e della visione degli occidentali
da parte dei ciprioti ortodossi.
12. Il ceto nobiliare che costituì il gruppo di potere nel regno durante i primi decenni dalla
sua instaurazione si estinse soprattutto nel secolo XIV e fu sostituito da altre famiglie di origine
occidentale: si veda Rudt de Collenberg, Le déclin de la société franque, p. 76; Id., Etudes de pro-
sopographie généalogique, pp. 523-524.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 19

istituzioni che non erano diverse da quelle dei territori crociati.13 Guido gover-
nò Cipro per due anni senza avere un titolo regale e a lui successe il fratello
Amalrico (Amaury) nel 1194.14 Nel 1197 Amalrico ottenne dall’imperatore En-
rico VI Hohenstaufen15 il riconoscimento del titolo regale ereditario per Cipro.16
L’emancipazione del regno dei Lusignan dalla sovranità dell’imperatore d’Oc-
cidente, obiettivo della potente famiglia degli Ibelin, venne sancita nel 1247
quando il papa Innocenzo IV sollevò il re di Cipro dai suoi legami vassallatici
nei confronti dell’imperatore d’Occidente.17 Cipro legò ulteriormente le sue
sorti con il potere dei crociati diventando il simbolo della sopravvivenza “vir-
tuale” del regno di Gerusalemme nel 1291, in seguito alla caduta di Acri, ultimo
baluardo del potere crociato in Terra Santa, in mano dei mamelucchi.18 Alla fine
del XII secolo, quindi, Cipro smise di appartenere all’impero bizantino, ormai

13. Si vedano indicativamente i lavori di Jean Richard e Peter W. Edbury sulle istituzioni dei
territori crociati e sull’instaurazione dei sistemi amministrativi e sociali del feudalesimo occidenta-
le a Cipro: Richard, Le droit et les institutions franques; Id., Pairie d’Orient latin; Edbury, Feudal
obligations in the Latin East; Id., The Franco-Cypriot landowning class.
14. Anch’egli poteva fregiarsi del titolo di re di Gerusalemme avendo sposato la regina Isabel-
la, vedova di Enrico di Champagne; si veda Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, I, p. 146.
15.  I franchi, insediatisi nel Medio Oriente durante le crociate, condividevano la credenza
che solo un imperatore avrebbe potuto creare un re da un principe. Nei due casi della creazione
dei regni crociati di Armenia e di Cipro, i pretendenti Leone (1195) e Amalrico Lusignan (1197)
si erano rivolti all’imperatore Enrico VI Hohenstaufen. La loro scelta era quasi scontata, dato che
i territori in cui volevano creare i propri regni erano contestati dall’imperatore costantinopolitano,
in quanto parti dell’impero bizantino conquistate durante le campagne crociate; si veda Hamilton,
Latin Church, p. 335.
16. «Poi, dubitando de l’imperator de Constantinopoli, qual era greco, fece conseglio con li
soi homini, et fo concluso ch’el pigliasse la terra dal imperatore de Alemagna. […] De lì a un poco
di tempo, venne in Cypro el canciglier del imperator. Il che inteso, el signor de Cypro li andò in
contra et li fece gran festa, dicendoli haver desiderato molto la sua venuta, et za che era in loco de
l’imperatore voleva che el coronasse; el cancelier respose che el faria voluntiera, perché el medemo
ordine haveva dal imperatore; et menati alcuni de li soi cavaglieri, andò col signor de Cypro a Ni-
cossia, et là incoronolò et poi andò in Acre»: Chroniques d’Amadi et de Strambaldi, pp. 87-88. Si
vedano Chapin Furber, The Kingdom of Cyprus, p. 604; Edbury, The Kingdom of Cyprus, p. 180. In
questo modo Amalrico realizzò l’unione delle corone dei due regni di Cipro e di Gerusalemme. Nel
corso del XIV secolo la congiunzione delle due corone nella persona del re di Cipro acquisì anche
una ritualità particolare quando, nel 1324, Ugo IV inaugurò la pratica della doppia cerimonia d’in-
coronazione per i due regni: il re veniva prima incoronato sovrano di Cipro nella cattedrale di Santa
Sofia, nella capitale Nicosia, e in un secondo momento si celebrava la sua incoronazione come re
di Gerusalemme nella chiesa di San Nicola, cattedrale di Famagosta; cfr. Richard, Οι πολιτικοί και
κοινωνικοί θεσμοί, pp. 336-337; Skoufari, L’Ordine della Spada, p. 7.
Balard, Les Latins en Orient, pp. 214, 328-329.
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18.  Famagosta era considerata la proiezione del regno di Gerusalemme in tale misura che
addirittura sulla moneta in circolazione e sul sigillo della dogana della città erano presenti le inse-
gne del regno gerosolimitano invece che quelle di Cipro: si vedano MCC, Donà dalle Rose, n. 45,
c. 85v; Richard, Pairie d’Orient latin, p. 81; Id., La situation juridique, p. 224; si vedano anche i
lavori di David Jacoby, Famagosta and the fall of the crusader states e The rise of a new emporium.
I Lusignan di Cipro ereditarono anche il titolo di re di Armenia alla morte di Leone VI, nel 1393 –
quasi vent’anni dopo la conquista dei territori di questo regno da parte dell’emiro di Aleppo – e il
loro stemma fu modificato per includere anche le insegne armene.
20 Cipro veneziana

eroso nei propri territori dalla progressiva avanzata franca e turcomanna; da


quel momento in avanti l’isola entrava a far parte del mondo occidentale, pro-
iettato in Medio Oriente dalle operazioni crociate con la costituzione di contee
e di principati in Terra Santa, diventando un regno autonomo con una propria
dinastia e una propria corte nobiliare; abbandonò, sebbene non completamente,
l’ordinamento giuridico romano-bizantino, per adottare il diritto feudale con-
geniale ai cavalieri franchi; in materia ecclesiastica la Chiesa di Cipro perse
l’antica supremazia goduta fra le Chiese ortodosse, per diventare suffraganea di
quella cattolica instauratasi sull’isola nel XIII secolo; infine l’isola, pur conser-
vando un’economia prevalentemente agricola, acquisì gradualmente maggiore
importanza quale approdo mercantile.
Ciononostante, questo cambiamento politico produsse pochi effettivi mu-
tamenti per i ceti più deboli della popolazione: i contadini greci, armeni, ma-
roniti o altri che fossero continuarono ad essere sottoposti alla giurisdizione
dei signori feudali con cui dovevano condividere il ricavato dei propri raccolti,
mentre in materia di diritto civile erano sottoposti alla giurisdizione delle auto-
rità ecclesiastiche della confessione di appartenenza. Con il passare dei secoli e
lo stabilizzarsi del potere franco nel regno dei Lusignan aumentarono i flussi di
genti, di tutti i ceti sociali, che dall’Occidente si trasferivano a Cipro e si stabi-
livano prevalentemente nelle città: signori feudatari, uomini d’affari, guerrieri,
ma anche numerosi appartenenti ai medi strati delle società dei territori crociati,
monaci e funzionari che si occupavano dell’amministrazione e dell’artigiana-
to.19 Insieme a questi giunsero anche molti popolani siriani, soprattutto cristiani
orientali, i quali, installatisi nell’area sud-ovest dell’isola, misero a frutto le co-
noscenze acquisite in Medio Oriente nella coltivazione e raffinazione dello zuc-
chero.20 L’installazione dei franchi portò all’inserimento nella società cipriota
di elementi nuovi in quanto a provenienza geografica e confessione religiosa,
ma non provocò una drastica rottura istituzionale con la tradizione bizantina,
le caratteristiche della quale si potevano ancora riconoscere nella giustizia ci-
vile, nell’organizzazione fiscale, nello sviluppo dell’agricoltura e dell’artigia-
nato, nell’arte religiosa, nella toponomastica. La politica dei Lusignan non si
basava sulla forzata assimilazione culturale della popolazione dell’isola, ma
era ispirata piuttosto alla tollerante convivenza nei confronti degli autoctoni
greco-ortodossi. Questa politica incentivò il passaggio dalle prime fasi di co-
abitazione fino alla mutua transizione di elementi tradizionali delle rispettive
identità culturali fra le varie comunità del regno. Il contenitore di culture che

19. Si vedano le considerazioni di Theodore Papadopoullos sulla divisione sociale della popo-
lazione di Cipro in base all’appartenenza religiosa, in Papadopoullos, Frontier status and frontier
processes, pp. 17-23; cfr. Id., Chypre: frontière ethnique et socio-culturelle, pp. 16-51.
Ouerfelli, Les migrations liées aux plantations, pp. 488-493. Alcuni dei debiti del regno di
20. �����������
Cipro ai veneziani venivano pagati proprio con polvere di zucchero; cfr. I libri Commemoriali, V,
pp. 83, 159. Lo zucchero importato a Venezia, spesso da parte di immigrati ciprioti, si usava preva-
lentemente per l’industria farmacopea; cfr. Luzzatto, Storia economica di Venezia, p. 178; Imhaus,
Le minoranze orientali, p. 118.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 21

era Cipro nel tardomedioevo non poteva che creare fenomeni culturali originali
di cui rimane traccia nella produzione artistica pervenutaci.21
L’inserimento dei nuovi arrivati occidentali negli alti ceti sociali del regno
cipriota era garantito dalla loro appartenenza religiosa, in quanto fedeli alla Santa
Romana Chiesa. Quanto agli ortodossi dell’isola l’esclusione dal possesso feu-
dale e, almeno per i primi decenni dall’arrivo dei franchi, dalla possibilità di
contrarre matrimoni con i latini per poter far parte del ceto nobiliare, veniva com-
pensata dalla partecipazione all’amministrazione locale, inizialmente limitata e
comunque possibile solo a chi possedeva un minimo livello di educazione. Un
ulteriore timido inserimento di elementi nuovi nella nobiltà franca fu offerto con
il conferimento dello status di cavaliere ad alcuni greci, nell’ambito della poli-
tica di crociata promossa durante il regno di Pietro I (1359-1369).22 Questi due
fenomeni, la partecipazione all’amministrazione e il cavalierato, crearono le basi
per la formazione di un ceto di greci borghesi funzionari dell’amministrazione
del regno, partecipi contemporaneamente a entrambe le culture della popolazio-
ne di Cipro, quella franco-cattolica e quella bizantino-ortodossa. Dalla seconda
metà del XIV secolo i membri di questo ceto assunsero maggiore rilievo sociale,
talvolta arrivando al titolo nobiliare per privilegio concesso dai sovrani, per ar-
ricchimento personale o per matrimonio. Fu questo gruppo sociale, dunque, a ge-
nerare nel tempo un ulteriore scambio interculturale fra i due principali elementi
culturali della società cipriota, portando infine alla progressiva ellenizzazione
dell’amministrazione del regno.23 Inoltre, a partire dalla metà del XIV secolo e
dagli inizi del XV, i tragici eventi legati alle ricorrenti epidemie di peste, all’in-
vasione genovese e poi quella mamelucca, causarono l’eliminazione di una parte
consistente della nobiltà francese e la sua sostituzione con elementi provenienti
dai ceti medi della società, di estrazione culturale prevalentemente greca, che au-
mentarono ulteriormente il grado di osmosi fra i due principali gruppi etnici della
società cipriota.24 Nel corso del tempo la fusione delle particolarità di provenienza

21. Si veda la sommaria presentazione offerta da Saffrey, La vie culturelle en Chypre.


22. Sulla crociata comandata da Pietro I Lusignan, si veda Atiya, The Crusade in the Fourte-
enth Century, p. 17-18; Ziada, The Mamluk Sultans, p. 489. Sulle sue motivazioni di attaccare
Alessandria, si vedano Edbury, The crusading policy of King Peter I, pp. 90-96; Housley, The later
crusades, pp. 41-43; Cardini, Il pellegrinaggio, pp. 134-135.
23. Si vedano Arbel, The Cypriot nobility, pp. 175-197; Grivaud, Les Lusignans et leurs
archontes, pp. 150-158; Rudt de Collenberg, Δομή και προέλευση της τάξεως των ευγενών, pp.
552-553.
Asdracha, Cypriot culture, pp. 84-85. Nel 1350 l’arcivescovo Filippe di Chambarlhac
24. ����������
aveva emesso due ordini contro i matrimoni misti, che da allora sporadicamente si celebravano
sull’isola; cfr. Englezakis, Cyprus as a stepping-stone, p. 216. Tuttavia, il numero contenuto dei
nobili europei residenti a Cipro e i fitti legami di parentela stabiliti fra di essi nei decenni dimi-
nuivano le possibilità di trovare consorte fuori dai gradi di matrimonio accettati dalla Chiesa.
Per evitare la loro emigrazione in Francia, i re Lusignan, oltre a promuovere i matrimoni con i
greci, ottennero dal papa la licenza per matrimoni proibiti; si vedano Hill, A history of Cyprus,
pp. 1080-1081; Rudt de Collenberg, Δομή και προέλευση της τάξεως των ευγενών, p. 798. Sul
diritto inerente i matrimoni misti effettuati a Cipro, si veda Emilianides, Η εξέλιξις του δικαίου
των μικτών γάμων.
22 Cipro veneziana

culturale fra i membri della nobiltà cipriota fu tale che durante il Cinquecento le
autorità veneziane non consideravano e non trattavano diversamente le famiglie
aristocratiche greche da quelle di origine franca.25
Se il XIV fu il secolo di massimo splendore politico-diplomatico per il regno
dei Lusignan di Cipro a livello internazionale, il successivo fu caratterizzato dalla
sua trasformazione culturale. Grandi avvenimenti provocarono e, allo stesso tem-
po, sostennero questa trasformazione: all’interno dello stesso regno, innanzitutto
le politiche matrimoniali della dinastia Lusignan e l’occupazione di Famagosta
da parte dei genovesi; a livello internazionale, il consiglio di Ferrara-Firenze con-
cluso con la decisione dell’unione delle due Chiese, cattolica e ortodossa, e la
caduta di Costantinopoli, che provocò la fuga della maggior parte degli eruditi
dall’impero bizantino verso i paesi occidentali più propensi a tutelare libertà re-
ligiose e culturali. L’elemento culturale greco nel carattere del regno, originaria-
mente franco, fu rafforzato non solo fra i medi strati sociali ma anche all’interno
della corte reale, soprattutto a partire dalla reggenza di Giovanni II Lusignan
(1423-1458). Con l’arrivo a Cipro della regina Elena Paleologo, figlia dell’italia-
na Cleopa Malatesta e di Teodoro II, despota di Morea, la famiglia reale si legò
strettamente all’elemento greco della popolazione: Elena fece spazio alla locale
borghesia greca e ai membri della sua corte, reduce dal Peloponneso, nell’ammi-
nistrazione del regno e appoggiò la crescita dell’ortodossia,26 accogliendo nume-
rosi profughi da Costantinopoli dopo la caduta della città in mano agli ottomani.27
Sua figlia Carlotta aveva, come annotava Mas Latrie, «quelque peu negligé la
langue de ses pères», cioè il francese, essendo cresciuta fra le greche del seguito
della regina.28 Perciò si serviva di un’interprete durante le discussioni fatte in
francese o in latino nelle corti europee dove visse in esilio gli ultimi decenni della
propria vita.29 Giacomo II, figlio naturale di Giovanni II e di una greca, Marietta
di Patrasso,30 era anch’esso cresciuto in ambiente grecofono.31 Infine, pure l’ul-

Arbel, Greek magnates in Venetian Cyprus, p. 326.


25. ������
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 80, nota 5; Hill, A history of Cyprus, III, pp.
26. ������������
527-528, 754-756; Vacalopoulos, Une reine Grecque, pp. 277-278.
27. Secondo Vacalopoulos la spiegazione del suo atteggiamento ostile ai cattolici, che portò
gli storici a una malintesa visione della sua personalità, può essere trovata nell’ambiente in cui
Elena fu cresciuta. Infatti, nella sua patria, il Peloponneso, i decenni prima della caduta di Costan-
tinopoli furono vissuti terribilmente, in attesa della conquista ottomana e della distruzione del de-
spotato di Morea, alla guida del quale vi era il padre di Elena. Le idee del filosofo Giorgio Gemisto
Pletone e il generale clima di inquietudine e preparazione alla resistenza sicuramente influenzarono
il carattere della giovane principessa, trovatasi poi sposata con un cattolico e dovuta ambientarsi
in un regno dove i greco-ortodossi erano per decenni sottomessi ai latini: Vacalopoulos, Une reine
Grecque, p. 279.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 115, nota 2.
28. ������������
29. Dillon Bussi, Carlotta di Lusignano, pp. 402-403.
30. Colbertaldi, nella sua Vita di Caterina Cornaro, presenta Marietta, madre di Giacomo II,
non come una semplice amante greca del re Giovanni II, ma come «nobilissima matrona cipriota
della famiglia di Flatri»: BNM, IT VII 9 (8182), c. 28v. Tuttavia l’opera è piena di imprecisioni e
quindi non è possibile farvi eccessivo affidamento.
31. Boustronios, Διήγησις κρόνικας Κύπρου, p. 416.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 23

tima regina del regno di Cipro aveva sangue greco, essendo discendente di una
principessa bizantina: la nonna materna di Caterina Cornaro era, infatti, figlia
dell’imperatore di Trebisonda Giovanni IV Comneno.32

2. Veneziani a Cipro: una presenza secolare

Dalla fine del XII fino alla metà del XV secolo, il regno di Cipro costituì
uno dei più importanti alleati dei regni europei nell’impresa della riconquista dei
Luoghi Santi alla cristianità. Da paese conquistato dai crociati divenne un regno
promotore e organizzatore delle crociate. I Lusignan appoggiarono i gruppi di
forestieri offrendo loro privilegi in cambio di sostegno politico-militare.33 Soprat-
tutto durante il XIII e il XIV secolo le coste cipriote rappresentarono l’approdo
maggiormente praticato per il commercio orientale e lo scalo più frequentato da
pellegrini, missionari, ambasciatori e militari occidentali. Con il tempo il potere
economico detenuto a Cipro dalle colonie di mercanti europei – soprattutto pisa-
ni, genovesi e veneziani – e i larghi privilegi concessi dalla dinastia regnante, per-
misero a questi gruppi di controllare e influenzare cospicuamente la politica del
regno, sia interna che estera.34 La progressiva perdita dei territori siro-palestinesi
controllati dai crociati provocò, per un certo periodo, la diminuzione dei pellegri-
naggi e dei rapporti commerciali con i musulmani, ma non il loro completo arre-
sto. Dopo la caduta di Acri nel 1291 e i conseguenti divieti papali di commercio
con i musulmani, Cipro ricevette le eredità culturali ed economiche del regno di
Gerusalemme, le sue insegne e soprattutto i suoi profughi diventando, secondo
la definizione di Philippe de Mézières, «la frontiera possente e necessaria della
cristianità cattolica».35
Le politiche dei Lusignan rinforzarono l’evoluzione di Cipro in importan-
tissima base mercantile e punto di collegamento fra gli empori musulmani e i
mercati occidentali, concedendo alle colonie dei mercanti ulteriori privilegi e
franchigie. Durante il XIII secolo il regno di Cipro disponeva di una flotta che,
con il pretesto della difesa dell’embargo papale,36 controllava di fatto il traffico
delle navi mercantili imponendo delle imposte. Dal secondo decennio del seco-

32. Colasanti, Caterina Corner, p. 335.


33. La storia politica e sociale della dinastia dei Lusignan che ha regnato a Cipro dal 1192 al
1473 è stata oggetto di numerosi studi e pubblicazioni scientifiche. Per una dettagliata esposizione
dei vari aspetti della storia del regno e una bibliografia piuttosto esaustiva, rimandiamo a Ιστορία
της Κύπρου, voll. IV-V.
34. Guido Lusignan era sostenuto dai pisani; Amalrico concesse ai commercianti di Trani la
completa esenzione dai diritti doganali; nei confronti dei genovesi furono particolarmente generosi
i rappresentanti della casa d’Ibelin; si veda Edbury, Cyprus and Genoa, pp. 110-111.
35. ���������������������������������������������������������������������������������������
«��������������������������������������������������������������������������������������
Ceste ysle mal fortunée estoit lors le vray mur defensable de la Crestienté d’Orient;
c’estoit comme ung gracieux hospital des Crestiens d’Occident, et brefment c’estoit la frontiere
puissante et necessaire de la Crestienté catholique»: Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, II, p.
387; cfr. Heyd, Storia del commercio, pp. 375-378.
Balard, Les Latins en Orient, pp. 264-267, 314.
36. ��������
24 Cipro veneziana

lo successivo questa flotta, composta da quattro galere, fronteggiò la pirateria


musulmana nel Mediterraneo orientale operando in un’area che andava dal mare
Ionio a Costantinopoli.37 Era naturale che la Repubblica veneziana cercasse di
intrattenere rapporti politico-economici con un regno la cui posizione geografica
lo rendeva trampolino dei cristiani verso il Medio Oriente. I mercanti veneziani
avevano già dalla fine del XI secolo ottenuto, da parte degli imperatori bizantini,
larghissimi privilegi di natura commerciale in cambio del loro appoggio navale
contro l’espansione normanna. Nel 1147 Manuele I Comneno confermò i pri-
vilegi concessi dai suoi predecessori esplicitando la loro estensione su Cipro e
Creta38 e in seguito a ciò s’inaugurarono le prime colonie commerciali veneziane
nei porti di Limassol e Pafos.39 La più importante di queste si trovava a Limassol
dove, già dal 1139, si basava una compagnia mercantile veneziana.40 Quindi i
lagunari erano presenti a Cipro ben prima che Riccardo d’Inghilterra inaugurasse
la partitio dell’impero bizantino conquistando l’isola. Anzi, gli accordi stipulati
fra il Comune Veneciarum e l’imperatore di Costantinopoli prevedevano che i
veneziani presenti sull’isola la dovessero difendere contro eventuali nemici; al
re d’Inghilterra però essi non si opposero giustificando che al tempo Cipro non
era controllata dalle forze dell’imperatore ma era governata da un ribelle – al-
ludendo a Isacco Comneno – il che faceva quindi decadere i loro doveri sanciti
negli accordi.41 Le proprietà di almeno 90 veneziani furono confiscate subito
dopo l’instaurazione dei Lusignan a Cipro: si concentravano prevalentemente
nella città portuale di Limassol ma anche nell’entroterra dove, come dimostrato
da Tassos Papacostas, i veneziani si impegnavano nella produzione e trasforma-
zione di prodotti agricoli.42 Dopo la caduta di Acri i veneziani divennero molto
più numerosi a Cipro e le loro operazioni commerciali con l’isola si allargarono
significativamente. Quindi le autorità veneziane decisero di installare a Famago-
sta un bailo, a capo della corte che giudicava i concittadini in territorio cipriota,
e a Limassol e Nicosia dei funzionari di livello inferiore, che dovevano curare gli
interessi dei veneziani sull’isola.43

Richard, Le royaume de Chypre et l’embargo, pp. 123-127.


37. ���������
38. Pozza, Ravegnani, I trattati con Bisanzio 992-1198, pp. 60-65; cfr. Jacoby, Italian privi-
leges and trade.
Romanin, Storia documentata, II, p. 47; Jacoby, The Venetians in Byzantine and Lusignan
39. ���������
Cyprus, pp. 60-61.
Papacostas, Secular landholdings and Venetians, p. 485.
40. �����������
Thiriet, Chypre au début du XVIème siècle, p. 1.
41. ���������
Papacostas, Secular landholdings and Venetians, p. 499. ��������������������������������
42. ����������� Elenco delle proprietà dei vene-
ziani a Cipro (Limassol, Nicosia e Pafos) prima dell’instaurazione dei Lusignan nel trattato stilato
da Marsilio Zorzi, bailo di Tiro (1242-1244), edito in Berggötz, Der Bericht des Marsilio Zorzi,
pp. 184-191.
Balard, Les Latins en Orient, p. 244; Queller, The office of ambassador, p. 152; Jacoby,
43. ��������
The Venetians in Byzantine and Lusignan Cyprus, p. 70. Sull’entità della colonia veneziana a
Limassol a metà Duecento, si veda Papadopoulou, Οι πρώτες εγκαταστάσεις Βενετών, pp. 309-
315; Heyd, Storia del commercio, pp. 590-592; Jacoby, La Venezia d’oltremare; Bliznjuk, Die
Venezianer auf Zypern.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 25

Il potere regale cipriota si mostrò ancora più generoso con i veneziani a par-
tire dalla seconda metà del XIV secolo, anche in chiave di bilanciamento degli
interessi genovesi.44 L’accordo che consolidava la presenza della colonia vene-
ziana a Cipro fu stipulato a Nicosia, nel 1306, fra il governatore del regno Amal-
rico II Lusignan (1306-1310) e l’ambasciatore del doge Vitale Michiel. L’intesa
comprendeva la totale soppressione delle imposte sul commercio; il rinnovo del
diritto dei veneziani di avere chiese, fondaci, case e piazze per commerciare a
Nicosia, Limassol e Famagosta; l’assunzione di autorità giuridica da parte del
bailo veneziano nei confronti dei suoi connazionali.45 I veneziani si impegnavano
a fornire armi al re e a combattere in difesa del regno.46 I già cospicui privilegi
concessi ai veneziani vennero poi confermati e ampliati ogni volta che un nuo-
vo re assumeva il potere. In queste circostanze positive il numero dei cittadi-
ni veneziani e delle persone originarie dell’entroterra presenti a Cipro crebbe
progressivamente,47 come pure quello dei cosiddetti “veneziani bianchi”, cioè dei
greci o dei siriani sottoposti alla protezione di Venezia e trattati a tutti gli effetti
come cittadini veneziani.48
Il XIV secolo fu assai prospero per i traffici tra Cipro e Venezia, che con-
centrò sull’isola tutto il commercio con l’Oriente musulmano.49 Il regno in-
sulare divenne base indispensabile e uno dei principali fornitori di zucchero,
sale e cotone, dopo le perdite dei veneziani nel Mar Nero.50 Gli studi di Gino
Luzzatto individuarono in Federico Cornaro, del ramo di San Luca, il control-
lore di un monopolio delle esportazioni di zucchero, sale e cotone da Cipro già
prima del 1355, traffici che lo resero l’uomo più ricco di Venezia.51 In cerca

Balard, Les Vénitiens en Chypre; Balletto, Les Génois dans l’île de Chypre; Edbury, Cy-
44. ��������
prus and Genoa, pp. 111-115; Jacoby, The rise of a new emporium, pp. 165-167.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, II, pp. 102-108; Heyd, Storia del commercio, pp.
45. ������������
576-577; Jacoby, The Venetians in Byzantine and Lusignan Cyprus, p. 70.
46. Leicht, Le colonie veneziane, p. 42.
47. Fra i più rinomati personaggi del regno di Cipro che ottennero la cittadinanza veneziana si
enumerano Philippe de Mézières, cancelliere grande di re Pietro I, e il comandante della cavalleria
leggera del re Pietro II, il siriano Thibaut Belfarage: Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, II, p.
273, nota 2; «Privilegium civilitatis de annis XXV de gratia nobilis militis domini Thebaldi Belfa-
razo, de regno Cipri, cum heredibus, in perpetuum juramentum, et prestitis fiendis […] intelligendo
quod ipse non possit mercare sive mercatum facere per mare» (18 giugno 1370): Mas Latrie, Nou-
velles preuves, I, pp. 69-70; cfr. Jacoby, Citoyens, sujets et protégés, pp. 159-161.
48. Sui veneziani bianchi in tutto il periodo del regno dei Lusignan, si veda Dudan, Il do-
minio veneziano, p. 143, nota 2; Jacoby, Citoyens, sujets et protégés, pp. 164-188. Sulla famiglia
Audet, veneziani bianchi di Cipro, e i loro rapporti con Venezia, si vedano Richard, Une famille de
«Vénitiens blancs»; Imhaus, Un document démographique, p. 379. Durante il periodo del dominio
veneziano la maggioranza dei veneziani bianchi risiedeva nella zona di Pafos e doveva pagare com-
plessivamente la somma di 300 ducati ogni anno in occasione della festa di San Marco: Lusignan,
Chorograffia, c. 30v; cfr. Lusignan, Description, c. 71r.
Thiriet, Chypre au début du XVIème siècle, p. 2; Racine, Note sur le trafic veneto-chypriote,
49. ���������
pp. 312-324.
50. Racine, Note sur le trafic veneto-chypriote, p. 329.
51. Lane, Gino Luzzatto’s contributions, pp. 71-73.
26 Cipro veneziana

di finanziamenti e appoggi diplomatici per l’organizzazione di una crociata


contro i mamelucchi, Pietro I si recò a Venezia dove, nel 1363, fu ospitato
nel palazzo della famiglia Cornaro sul Canal Grande. Il re ricevette 60000
ducati,52 che insieme ai successivi prestiti concessi da Federico e dalla sua
famiglia furono il vero veicolo con cui i Cornaro si legarono inestricabilmente
all’isola, preparando la strada per l’ascesa dell’influenza politica veneziana
nel regno.53 Pietro I concesse al veneziano, in feudo perpetuo, estese proprietà
terriere in località Episcopi, sul promontorio meridionale di Cipro, oltre al
titolo di cavaliere dell’Ordine della Spada.54 I vincoli che legavano i Lusignan
con i Cornaro furono consolidati ulteriormente quando, nel 1377, Pietro II
(1369-1382) consegnò a Federico Cornaro la procura di contrattare il proprio
matrimonio con Valentina, figlia di Bernabò Visconti, duca di Milano. Un anno
dopo, la futura regina di Cipro fu ospitata nello stesso palazzo veneziano dove
una quindicina di anni prima aveva alloggiato il defunto suocero.55 I Cornaro
misero a frutto nel loro feudo cipriota le miniere di rame e le saline, intensifi-
cando la produzione vitivinicola, di cotone, di canna da zucchero e di altri beni
agricoli, sfruttando le acque del fiume Kourris – uno dei pochi corsi d’acqua
non stagionali dell’isola56 – e la manodopera di decine di servi.57 Pietro Casola,
visitando l’isola nel 1494, vide 400 persone lavorare alle piantagioni di zuc-

Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 815. Si veda supra, nota 22. I veneziani
52. ������������
erano ovviamente contrari alla realizzazione di questa offensiva del re cipriota contro i porti mame-
lucchi, che rappresentavano le basi del commercio veneziano nel Mediterraneo orientale; Chatziio-
annou, Η μεσαιωνική Κύπρος, pp. 15-16.
53.  Nel testamento steso dal Cornaro quattro anni prima della sua morte, avvenuta nel
1382, egli subordinava un legato «alla condizione che piaccia a Dio, com’io spero, che si ri-
scuotano i denari che si devono avere dal re di Cipro o la maggior parte», esplicitando che
considerava la somma donata al re cipriota come un prestito da essere successivamente restitu-
ito: citato in Maschietto, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, p. 8; si veda Lane, Gino Luzzatto’s
contributions, p. 74.
54.  Ravegnani, Corner Federico, p. 179. La facciata del palazzo Loredan a San Luca, sul
Canal Grande, riporta le insegne dell’Ordine della Spada insieme a quelle dei Cornaro Piscopia
a cui il palazzo apparteneva in precedenza. Vi furono fatte scolpire dal nipote di Federico, Fantin
Corner; cfr. Maschietto, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, pp. 12-13. Secondo Romanin, fu invece
Andrea Zane ad ospitare il re cipriota e a essere da esso fatto cavaliere in occasione della sua visita
a Venezia: Romanin, Storia documentata, III, p. 156.
55. La nave che portò Valentina a Cipro era messa a disposizione da Venezia: Mas Latrie,
Histoire de l’île de Chypre, II, p. 373.
56. Sugli stessi corsi d’acqua si installarono dei mulini idraulici per la spremitura della canna
da zucchero: Luzzatto, Storia economica di Venezia, p. 179. Giovanni Corner, figlio di Federico,
dispose nel proprio testamento che Episcopi venisse amministrata, per almeno 25 anni, in società
fraterna dai propri figli Fantin, Federico e Pietro. Per una breve esposizione della vita dei discen-
denti di Federico Cornaro, detti Piscopia, si veda Maschietto, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, pp.
12-16. Descrizione della composizione del loro despotico, cioè della casa-castello all’interno del
podere di Episkopi, in Grivaud, Villages désertés, pp. 371-372.
57. Thiriet, Chypre au début du XVIème siècle, p. 3; Aristeidou, Το Φρούριο του Κολοσσιού, p.
35; Maschietto, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, p. 11.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 27

chero di Episcopi.58 Le fortune della famiglia si legarono allo sfruttamento del


feudo cipriota a tal punto che Fantin Corner, nipote di Federico, volle aggiunge-
re al proprio cognome patrizio il toponimo Piscopia.59 Più tardi, in seguito alle
insistenti richieste dei Cornaro Piscopia, il re Giacomo I (1382-1398) concesse
loro anche il monopolio sull’estrazione del sale dalle saline di Limassol.60
La maggior parte dei veneziani installatisi a Cipro non erano tuttavia membri
di grandi famiglie patrizie. Come esposto da Doris Stöckly, anche quelli che por-
tavano nomi gentilizi (Gritti, Ghisi, Quirini) erano quasi sempre definiti negli atti
notarili come cives Veneti e non come viri nobiles, essendo probabilmente figli
naturali di personaggi nobili, che si stabilivano a Cipro in cerca di fortuna al di
fuori del ristretto ambiente lagunare, dove la condizione nobiliare gli veniva pro-
babilmente rifiutata.61 Gli individui di estrazione nobile transitati per Cipro erano
più frequentemente mercanti, che non rimanevano a lungo sull’isola sebbene la
visitassero spesso per i propri affari. Quelli stabilitisi per periodi più lunghi, nei
secoli XIV e XV, sceglievano prevalentemente le città di Famagosta e Nicosia,
nelle quali svolgevano attività amministrative, commerciali e artigianali.62
Da parte loro, i genovesi, che erano stati i primi fra i mercanti forestieri a ot-
tenere concessioni e franchigie dai regnanti di Cipro,63 sopportavano malamente la
loro estromissione da questa posizione privilegiata per il progressivo consolidarsi
dell’influenza veneziana nel corso del XIV secolo. Negli anni 1372-1374, a partire
da un pretesto in relazione al cerimoniale per l’incoronazione del re,64 il regno di
Cipro subì l’attacco della flotta genovese. In base alle clausole del trattato stipulato
con il re cipriota, i genovesi avrebbero ricevuto un esoso risarcimento per le spese
sostenute durante la guerra; a garanzia dei debiti verso la Repubblica e la Maona
genovese, il re dovette consegnare ai liguri la città di Famagosta, che sarebbe stata

58. La quantità di zucchero prodotta nel feudo di Episcopi era talmente impressionante che,
secondo Casola, «it should suffice for all the world»: Excerpta Cypria Nova, p. 146.
59.  Ravegnani, Corner Federico, pp. 179-181. La famiglia Cornaro Piscopia è conosciuta
anche per merito di Elena Lucrezia, la prima donna laureata, addottoratasi in filosofia, nel 1678; si
veda Derosas, Corner Elena Lucrezia. Il ramo dei Cornaro Piscopia non ha a che fare con l’altro
ramo da cui nacque Caterina Cornaro, noto come dei Cornaro di San Cassian o della Ca’ Grande;
cfr. Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 814-822.
60. Luzzatto, Storia economica di Venezia, p. 43.
Stöckly, Tentatives de migration individuelle, p. 518.
61. ��������
Jacoby, Citoyens, sujets et protégés, pp. 159-161; Stöckly, Tentatives de migration indi-
62. ��������
viduelle, p. 519.
Balard, Génois et Pisans en Orient, p. 191.
63. ��������
64. Per un’elaborata trattazione dei motivi che portarono all’aumento dell’ostilità genovese
verso il regno cipriota, si veda Edbury, Cyprus and Genoa; cfr. Gasparis, Αγώνας για επικράτηση.
Descrizione degli scontri scoppiati in Bustron, Chronique de l’île de Chypre, pp. 288-337; Chroni-
ques d’Amadi et de Strambaldi, pp. 131-138, 153-156, 432-435, 444-446; Hill, A history of Cyprus,
II, pp. 379-434; Balard, La Romanie génoise, p. 87. Sui risultati della guerra per il regno cipriota,
si veda Edbury, The aftermath of defeat. In occasione della guerra del 1374, il senato veneziano
decretò che tutti i veneziani «debeant se levare de partibus Cipri», un ordine che fu revocato solo
quattro anni dopo: Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, II, pp. 363-364.
28 Cipro veneziana

da loro amministrata e difesa. Sebbene nei primi anni il re conservasse i propri dirit-
ti sulla raccolta delle imposte e dovesse partecipare alle spese amministrative della
città, dal 1383 Famagosta e il territorio circostante per l’estensione di due leghe in-
torno a essa confluirono completamente sotto il controllo dei genovesi, diventando
così a tutti gli effetti un possedimento della Repubblica ligure.65 Quando però la ge-
stione di Famagosta si rivelò più onerosa delle entrate che apportava alle casse ge-
novesi, fu deciso di concedere il controllo della città al Banco di San Giorgio,66 che
si occupò dell’amministrazione cittadina dal 1447 fino alla sua reintegrazione nel
regno in seguito alla cacciata dei genovesi da parte di re Giacomo II, nel 1464.67
La guerra genovese segnò per il regno il culmine di un periodo di decaden-
za economica e politica iniziato con la sospensione dell’embargo papale per il
commercio con i musulmani e il ristabilirsi degli scambi occidentali con Ales-
sandria, a metà del XIV secolo.68 Nel triennio 1424-1426, le ricorrenti invasioni
mamelucche completarono la decadenza economica e resero il regno tributario
al sultano del Cairo.69 Seguì un cinquantennio durante il quale la dinastia Lusi-
gnan si indebitò ancor di più con i veneziani, i quali non perdevano occasione
per aumentare la propria influenza negli affari del regno.70 Il re Giano Lusignan
(1398-1432) poté pagare il riscatto richiesto dal sultano mamelucco che lo teneva
imprigionato al Cairo indebitandosi nei confronti dei veneziani.71 Il re Giovanni
II (1432-1458) si era indebitato con Marco Cornaro, del ramo di San Cassian,72
che a metà Quattrocento divenne una personalità molto potente all’interno del
regno cipriota.73 La sua influenza politica ed economica a Cipro generò nei geno-
vesi dell’isola la convinzione che egli stesse progettando l’annessione di Cipro
alla Repubblica lagunare.74 La critica situazione economica e politica verificatasi

Richard, La situation juridique de Famagouste, pp. 225-228; Otten-Froux, Quelques as-


65. ���������
pects de la justice, p. 334; cfr. Id., Grecs, Vénitiens et Génois à Famagouste.
66. Documenti del passaggio del governo di Famagosta dalla Maona al banco di San Giorgio
editi in Polonio, Famagosta genovese, pp. 221-237. Sulla presenza dei genovesi a Cipro, si veda
Balard, Οι γενουάτες στο μεσαιωνικό βασίλειο της Κύπρου.
67. �������������
Boustronios�� , Διήγησις κρόνικας Κύπρου, p. 461.
Richard, Le royaume de Chypre et l’embargo, pp. 120-134; Balard, Les Latins en Orient,
68. ���������
pp. 264-267, 314; Id., La place de Famagouste génoise, pp. 19-20; Jacoby, The Venetians in Byzan-
tine and Lusignan Cyprus, pp. 67-69, 73.
Edbury, The Lusignan kingdom, p. 7; Cardini, In Terrasanta, p. 89; Irwin, Οι εισβολές των
69. ��������
Μαμελούκων, p. 170. Oltre alle guerre con genovesi e mamelucchi, tra gli anni 1347 e 1471 il regno
di Cipro dovette affrontare anche nove epidemie di peste: Grivaud, Peut-on parler d’une politique
économique, p. 361.
70.  Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, II, pp. 404-405, 416-420, 434-436, 455-464,
503-504, 516-518, 543, nota 2; I libri Commemoriali, V, p. 83. Si veda Jacoby, The Venetians in
Byzantine and Lusignan Cyprus.
71. Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, II, pp. 516-517; Gullino, Le frontiere navali, pp.
26-27; Cozzi, Knapton, Storia della Repubblica, p. 62.
72. Come parte della sua ricompensa gli furono offerti alcuni casali nella contrada di Limas-
sol; MCC, Ms. P. D. C 2669/2, cc. 1r-v.
73. Gullino, Corner Marco, pp. 251-254.
74. Nel 1447 i fratelli Matteo e Ambrogio Contarini, veneziani residenti a Cipro, spedirono
al senato veneziano le lettere scritte dal genovese Baltazar de Vivaldi, nelle quali quest’ultimo
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 29

durante il XV secolo a Cipro, in seguito alla quale il regno perse l’influenza che
in tempi passati esercitava nello scacchiere politico del Mediterraneo, creò buoni
pretesti per chi vagheggiava piani di conquista, da camuffare internazionalmente
come una sorta di misura preventiva contro l’avanzata turca. Una proposta del
genere fu avanzata dal veneto-cretese Emmanuele Piloti, notaio e commerciante,
il quale, nel 1441, suggeriva che qualche principe avrebbe dovuto conquistare
Cipro prima che il regno cadesse in mano musulmana a causa del malgoverno dei
Lusignan.75 La stessa argomentazione sarebbe poi stata usata dalla Repubblica di
Venezia, qualche decennio più tardi, per giustificare la decisione di innalzare lo
stendardo di San Marco a Cipro e assumere il controllo del regno, inserendolo
nello stato da mar.76
La successione al trono di Cipro dopo la morte di Giovanni II (1458) fu
contesa tra Carlotta e Giacomo II Lusignan, l’energico e ambizioso figlio natu-
rale del re, titolare dell’arcivescovato di Cipro. Entrambi si recarono di fronte
al sultano mamelucco del Cairo, di cui il regno era vassallo,77 ma egli acclamò
Giacomo quale re, fornendogli anche un contingente di guerrieri mamelucchi con
i quali poté imporre il suo potere a Cipro.78 Tuttavia, durante la guerra contro i
sostenitori di Carlotta, Giacomo si era creato numerosi nemici all’interno della
nobiltà cipriota, mentre per un primo periodo si trovò sul trono di Cipro senza
avere il riconoscimento dell’autorità papale. In questo modo aveva provocato il
ripudio dei principi occidentali in quanto usurpatore del potere regio e, peggio
ancora, perché lo aveva ottenuto con il sostegno dei musulmani, il che risultò
all’indebolimento delle alleanze internazionali, che nel passato avevano reso for-
te la dinastia Lusignan.79
Il giovane re era ben consapevole che le forze militari del suo piccolo regno
non gli avrebbero consentito di conservare l’indipendenza di Cipro di fronte a
un eventuale assalto musulmano o a una campagna organizzata dai sostenitori di

sosteneva che Venezia avesse intenzione di conquistare Cipro, forse anche in risposta agli ostacoli
ripetutamente posti dal re cipriota al normale esercizio del commercio dei propri cittadini sull’isola:
Thiriet, Régestes des délibérations du Sénat, III, n. 2753.
75. �������������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������������
Et est en doubte et en grant péril que il ne vienge ung jour volenté au souldain qu’il ne
mande lever le roy et la royne, avecque tout le reste de toutes lez ammes de l’isole, et qu’il lez
portent au Cayre, là que jamais ne verront pays de crestien. Et pour tant seroit mieulx que quelque
grant seigneur puissant conquestasse ladicte ysole, et qui la asseurasse de tel dubitation et péril, que
s’il arivassent en puissance de poyens»: Excerpta Cypria Nova, p. 61.
76. ASV, Senato, Secreta, reg. 33, c. 57r, 26 febbraio 1487.
77. Si veda il voto di fedeltà, presumibilmente prestato da Giacomo II al sultano, con il
quale dichiarava il suo impegno a continuare il pagamento del tributo di 5000 ducati annui. Se-
condo Beraud, il testo, redatto a Rodi il 18 novembre 1461, era probabilmente una costruzione
dei nemici del re cipriota aventi l’obiettivo di accusare Giacomo come apostata e violatore della
fede cristiana per la sua sottomissione al potere mamelucco: Beraud, Un serment de fidélité, pp.
578-579.
78.  La Repubblica di Venezia riconobbe Giacomo come re di Cipro il 17 luglio 1461: cfr.
Gullino, Ludovico di Savoia, p. 434.
79. Descrizione dettagliata delle vicende fino al consolidamento del potere di Giacomo II nel
regno di Cipro, in Hill, A history of Cyprus, III, pp. 548-591.
30 Cipro veneziana

Carlotta, e pertanto gli era necessaria un’alleanza che lo difendesse dai nemici.
Dovette perciò assicurarsi la protezione di Venezia, innanzitutto riconfermando
e allargando le prerogative già godute dai veneziani nel regno e, successivamen-
te, chiedendo alla Signoria consiglio nella scelta di una sposa. I veneziani già
insediati sull’isola, e in modo particolare i fratelli Andrea e Marco Cornaro e il
cancelliere Donato d’Aprile,80 ebbero un ruolo cruciale nel sollecitare il consoli-
damento dei legami fra il regno di Cipro e la Repubblica.81 Andrea Cornaro, nel
tentativo di promuovere i propri interessi riguadagnandosi anche la stima dei
concittadini veneziani, riuscì a convincere Giacomo a sposare la propria nipote,
Caterina, allontanandolo contemporaneamente dall’iniziale idea di un matrimo-
nio con un’altra principessa di qualche regno occidentale.82 Entrambi i fratelli
Cornaro erano consapevoli delle opportunità politiche offerte alla propria patria
con questo matrimonio, ma verosimilmente erano più interessati all’immediato
aumento del proprio prestigio fra la nobiltà veneziana.83 Il re cipriota accondisce-
se alle pressioni dei Cornaro e il fidanzamento con Caterina Cornaro fu celebrato
nel luglio del 1468, nella sala del Maggior Consiglio del palazzo ducale a Vene-
zia, nella persona dell’ambasciatore del re, Filippo Mistachiel.84
Si è ritenuto opportuno premettere all’esposizione delle successive conside-
razioni sul Cinquecento cipriota questo breve excursus sulla storia dell’isola fino
alla prima età moderna per illustrare a grandi tratti gli eventi storici che portarono
all’evoluzione del carattere multiculturale di Cipro e della frammentazione della
sua popolazione in comunità di varia provenienza geografica e culturale. In termi-
ni politico-amministrativi, giuridici e culturali il periodo del controllo di Cipro da
parte della Serenissima Repubblica non costituisce per la storia dell’isola un’epoca
totalmente distinta ed è perciò più utile esaminarlo in collegamento con i prece-
denti tre secoli del regno dei Lusignan. Al contrario, la conquista ottomana segnò
un decisivo spartiacque, poiché ad essa seguirono non solo il ritorno nella sfera
politico-culturale dell’Oriente, ma anche il complessivo mutamento delle istitu-
zioni amministrative ed economico-produttive. Con questo lavoro si vuole, quindi,
rintracciare i fili di continuità fra i due periodi in cui si può dividere la storia tardo-
medievale di Cipro, quello del regno dei Lusignan e quello del governo veneziano,

80. Arbel, The reign of Caterina Corner, pp. 71-73; Id., Au service de la Sérénissime, p. 428.
81. Con le parole di Bruno Dudan, «����������������������������������������������������������
�����������������������������������������������������������
furono l’abile diplomazia e il fervido patriottismo di al-
cuni veneziani fattori preponderanti in questo prezioso acquisto», cioè l’inserimento di Cipro nello
stato da mar: Dudan, Il dominio veneziano, p. 56.
82. Andrea Cornaro era stato esiliato da Venezia e si trovava da anni a Cipro, dove aveva
conseguito l’incarico di auditore del regno. Durante la guerra fra Carlotta e Giacomo egli si era
schierato inizialmente con la legittima erede, ma, appena intravisto il probabile esito della guerra,
aveva cambiato partito, avvicinandosi al giovane usurpatore. Si vedano Mas Latrie, Histoire de l’île
de Chypre, III, p. 820; Gullino, Corner Andrea, pp. 157-158; Shaw, The politics of exile, p. 34.
83. Sposando Caterina, il re di Cipro assolveva parzialmente i debiti contratti dai Lusignan
con la famiglia Cornaro, la quale utilizzava il titolo della regina di Cipro per aumentare la propria
posizione a Venezia anche dopo la scomparsa di Caterina; si vedano Arbel, The reign of Caterina
Corner, p. 73, nota 19; Id., A royal family in Republican Venice, pp. 135-136.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 182; Colasanti, Caterina Corner, p. 335.
84. ������������
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 31

presentandone le analogie politiche, istituzionali e giuridiche e le affinità sociali e


culturali. Lo studio di queste eredità dal passato che legano il Cinquecento cipriota
alle caratteristiche amministrative dell’impero bizantino e delle formazioni politi-
che dei crociati, porta all’emersione della particolare circostanza creatasi a Cipro,
dove la Repubblica di Venezia si trovava a governare un regno, le cui caratteristiche
istituzionali cercò di non alterare troppo, con l’obiettivo di ottenere l’appoggio del-
la popolazione locale e di prevenire la reazione della diplomazia internazionale. Per
la Repubblica fu motivo di orgoglio e prestigio politico poter annoverare fra i pos-
sedimenti veneziani un regno tanto grande e prospero, fornitore di notevoli quan-
tità di grano e sale, nonché preziosa base per il commercio levantino delle mude
provenienti dall’Adriatico. Per ciò non dovrebbe destare troppa meraviglia l’estesa
tolleranza dimostrata dalle magistrature veneziane nell’amministrazione di una po-
polazione composta da comunità di varia provenienza etnica e confessionale.
I confini cronologici della ricostruzione storica proposta in questo volume
includono il secolo tra il 1473 e il 1571: ai primi di luglio 1473 moriva Giacomo
II, ultimo re della famiglia Lusignan, e la sua vedova Caterina Cornaro veniva
proclamata regina di Cipro. Il bailo veneziano Nicolò Pasqualigo, in rappresen-
tanza della Repubblica lagunare protettrice di Caterina, ricevette a nome della
regina lo stendardo reale e l’omaggio dei vassalli della corona cipriota,85 inaugu-
rando in questo modo il diretto coinvolgimento della Serenissima nel governo del
regno insulare. Il periodo del controllo veneziano su Cipro finì ai primi di luglio
del 1570 con lo sbarco delle forze ottomane guidate da Lala Mustafà Pascià a
Limassol, seguito dall’assedio posto alle città fortificate di Nicosia e Famagosta;
la conquista si completò un anno dopo con la resa dei difensori di Famagosta
culminata nel martirio del capitano Marcantonio Bragadin, che rappresenta una
delle pagine più drammatiche della storia del Cinquecento.

3. Fonti

La carenza di fonti primarie concernenti gli ultimi decenni del regno di


Cipro si giustifica con le stesse vicende storiche dell’isola. Gran parte della
cancelleria reale dei Lusignan scomparve durante l’ultima grande e disastrosa
incursione dei mamelucchi a Nicosia nel 1426, che provocò la distruzione della
città e del palazzo regio, oltre a devastare la campagna meridionale dell’isola.86
Per questo motivo la documentazione relativa ai tre secoli di vita della dina-
stia dei Lusignan non ci è pervenuta in originale, se non in modo molto fram-
mentario. Tuttavia alcune copie più recenti di documenti e trattati riguardanti
i secoli XIII-XV della storia cipriota sono conservate negli archivi di Venezia,

Hill, A history of Cyprus, III, p. 42.


85. ������
86.  Una descrizione delle invasioni mamelucche a Cipro, redatta nel 1427-1428 da Khalil
Dhaheri, visir del sultano Bersabaï, fu pubblicata in traduzione francese, in Mas Latrie, Histoire de
l’île de Chypre, II, pp. 506-514.
32 Cipro veneziana

Roma, Parigi, Londra e di altre città europee, mentre esistono numerose fonti
letterarie coeve che offrono informazioni su diversi aspetti dell’organizzazione
del regno, opere che sono state oggetto di ricerca e di pubblicazione da parte
di storici interessati all’altomedioevo mediorientale.87 Documenti riguardanti il
regno dei Lusignan si possono trovare nell’Archivio di Stato di Torino dove si
conservano le carte dei Savoia, pretendenti al titolo regio in base al testamento
di Carlotta Lusignan (1458-1460), che legava i propri diritti di regina di Cipro
a Carlo di Savoia, nipote del suo cugino e secondo marito Luigi. La stessa
Carlotta, cacciata dal trono cipriota da parte del fratellastro Giacomo II, si era
recata a Roma per chiedere al papa rinforzi per riottenere il regno paterno. A
Roma visse gli ultimi anni di vita e quindi, presso gli archivi vaticani, sono
rimasti alcuni manoscritti da lei posseduti, nonché numerosi documenti riguar-
danti la Chiesa cattolica di Cipro, la sua organizzazione, i poteri e le proprietà
fondiarie. Contrariamente, la documentazione riguardo la Chiesa ortodossa o
l’organizzazione delle altre confessioni presenti sull’isola durante i secoli del
tardomedioevo è molto esigua e circostanziale.
Migliore è la sorte dei documenti pubblici prodotti dall’amministrazione
veneziana durante l’ultimo quarto del Quattrocento e per gran parte del Cin-
quecento, fino alla guerra di Cipro, benché la produzione delle cancellerie di
Nicosia e di Famagosta sia andata completamente distrutta durante le opera-
zioni di conquista da parte degli ottomani. I superstiti della guerra poterono
salvare parte degli archivi privati delle famiglie nobili, cui alcuni manoscritti
si possono trovare, sebbene con molta difficoltà, in pochi archivi europei. La
conservazione di innumerevoli documenti originali riguardanti il periodo del
governo veneziano a Cipro è dovuta all’esemplare organizzazione della mac-
china burocratica della Repubblica di Venezia, che già dal XIII secolo aveva
decretato la conservazione nella cancelleria ducale di copie dei provvedimenti
del governo e della corrispondenza dei funzionari periferici con la madrepa-
tria.88 L’analisi delle vicende storiche di Cipro nel XVI secolo, come pure dei
suoi precedenti rapporti con Venezia, non può quindi prescindere da un’attenta
valutazione della documentazione conservata nell’Archivio di Stato di Vene-
zia. I ricchissimi fondi delle principali magistrature della complessa struttura
amministrativa veneziana contengono documenti importanti per l’elaborazione
di quanto attiene alla politica messa in atto dalla Serenissima a Cipro duran-
te i secoli XV e XVI.89 A compensazione quindi della perdita degli archivi
cancellereschi di Cipro, gli studiosi possono avvalersi dei numerosi documen-
ti prodotti o recapitati a Venezia, fra deliberazioni dei consigli governativi,
commissioni dei funzionari con incarico sull’isola, dispacci di questi verso la

Si veda Grivaud, Villages désertés à Chypre, pp. 67-70.


87. �����������������
88. Per l’organizzazione della cancelleria veneziana, si vedano l’Introduzione in Da Mosto,
L’Archivio di Stato di Venezia e Trebbi, La cancelleria veneta.
89. Gran parte della documentazione dell’Archivio di Stato di Venezia inerente l’amministra-
zione veneziana a Cipro si trova anche nell’Archivio di Stato dell’isola in riproduzione microfilmata.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 33

madrepatria e ancora petizioni delle comunità della popolazione cipriota al go-


verno centrale, processi, richieste di licenze di varia natura, patenti, privilegi,
testamenti e quant’altro.
Non mancano, nella documentazione archivistica veneziana, i riferimenti a
Cipro anteriormente alla sua annessione nello stato da mar, come per esempio do-
cumenti riguardanti il bailo dell’isola e atti notarili stipulati per conto di mercanti
veneziani a Cipro oppure da notai di Venezia, che enumeravano fra i propri clienti
dei ciprioti trovatisi nella laguna o in terraferma veneta per affari, studio o altro. A
partire dal XV secolo, l’infittirsi degli interessi economici dei veneziani sull’iso-
la, istituzionali ma anche privati, si rispecchia nella presenza di documentazione
di vario genere negli archivi della Repubblica, nonché nei fondi archivistici pri-
vati che sono confluiti nell’Archivio di Stato di Venezia.
L’altro scrigno della documentazione originale della Serenissima, la Biblio-
teca Nazionale Marciana di Venezia, custodisce numerosi manoscritti che illumi-
nano la storia culturale di Cipro e vari codici miscellanei di diverse provenienze
riportanti notizie sulla sua condizione politica, economica e sociale nel periodo
tardomedievale. Di varia natura, ma principalmente di origine privata e di cro-
nologia un po’ più tarda rispetto ai manoscritti della Marciana, sono i documenti
conservati nella Biblioteca del Museo Civico Correr, che sicuramente celano ul-
teriori importanti e interessanti informazioni sulla storia cipriota, per i ricercatori
che si cimenteranno a ricercarle.
Più che i documenti di carattere amministrativo, le fonti narrative offrono in
particolare interessanti visioni dell’impressione che un forestiero si faceva della
società cipriota, delle caratteristiche culturali di ogni gruppo etnico-religioso del-
la popolazione locale, dell’approccio e della considerazione che questi avevano
nei confronti dell’altro. Cronache, diari, trattati, ma anche lettere che descrivono
le condizioni dell’isola contengono le testimonianze più preziose sul carattere di
una società plurietnica e pluriconfessionale posta all’estremità orientale del Me-
diterraneo. Di questa natura sono i resoconti di viaggi verso la Terra Santa effet-
tuati nei secoli XV e XVI da pellegrini, mercanti e altri viaggiatori occidentali. I
loro racconti descrivono lo scalo a Cipro che, nei casi in cui risultasse prolungato,
offriva ai viaggiatori la possibilità di visitare l’isola entrando in contatto con la
popolazione e i suoi costumi, per fornire poi suggestive descrizioni delle impres-
sioni avute.90 Le analogie che presentano i vari racconti si giustificano anche col
fatto che tutti si avvalevano delle coeve guide per i viaggiatori in Terra Santa, che
fornivano la base di conoscenza e di organizzazione per i loro viaggi e, successi-
vamente, per la compilazione delle proprie memorie. D’altra parte erano gli stessi
capitani delle navi veneziane a raccontare ai passeggeri vari aneddoti, storie e
tradizioni dei luoghi visitati; trattandosi di racconti ripetuti ad ogni viaggio, la
conseguenza era che le memorie scritte dai viaggiatori di un certo periodo offrono

90. Sulle caratteristiche di questi testi e il loro valore per la ricerca storico-geografica, si veda-
no Richard, Les récits de voyages; Id., Les relations de pèlerinages, pp. 143-148.
34 Cipro veneziana

inevitabilmente le medesime informazioni.91 Inoltre, per la limitata conoscenza


delle lingue parlate dalle popolazioni autoctone e per il pericolo di agguati o as-
salti, i pellegrini non si avventuravano mai da soli all’interno dei territori visitati,
e così pochi avevano la possibilità di fare quelle esperienze di prima mano che
li avrebbero portati a conoscenze personali e in qualche modo originali. All’ini-
zio del Novecento si inaugurò la pubblicazione, in traduzione inglese, di diversi
estratti, raccolti sotto il titolo Excerpta Cypria, di racconti che riguardano la tap-
pa cipriota del viaggio di occidentali verso il Levante.92
Del XV secolo sono le importantissime cronache in dialetto greco-cipriota di
Leontios Machairas e di Giorgio Boustronios, vere e proprie gemme della lettera-
tura cipriota tardomedievale.93 La prima, intitolata Spiegazione del dolce paese di
Cipro, la quale è chiamata Cronaca e scritta nella prima metà del Quattrocento,94
fornisce prevalentemente testimonianze di episodi vissuti personalmente dall’au-
tore o dei quali aveva sentito parlare o letto nei documenti della cancelleria regia,
per una narrazione accompagnata in ogni caso da frequenti inserti dalla tradizione
orale e generalmente mai eccessivamente precisa quanto a storicità degli avve-
nimenti e della loro datazione. I resoconti di Machairas sono intrisi della tipica
religiosità che fu caratteristica dei cronisti medievali, e impregnati di sentimen-
talismo patriottico, sebbene molto spesso egli difenda la dinastia dei Lusignan,
contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare: le opinioni di Machairas sosten-
gono infatti, spesso con fervore, la politica della nobiltà del regno, criticando i
casi di disobbedienza e di ribellione della popolazione greca.95 Ovviamente va

91. Excerpta Cypria Nova, p. 16. Venezia costituiva il porto abituale d’imbarcazione dei pelle-
grini verso il Mediterraneo orientale. Anzi, nella città lagunare era stato instaurato una sorta di mo-
nopolio, minuziosamente strutturato, in materia di trasporto dei pellegrini. Dalla fine del XIV secolo
furono messe a loro disposizione le navi private, che già calcavano le stesse vie marittime per motivi
mercantili. Per evitare, però, tensioni fra i devoti e i mercanti, il senato veneziano vietò il viaggio di
pellegrini su vascelli mercantili e decise l’organizzazione di convogli specifici, che effettuavano il
viaggio verso i Luoghi Santi due volte all’anno; cfr. Dansette, Les pèlerinages occidentaux, p. 114.
92. Dopo le prime opere di Claude Delaval Cobham e Theophilos A. H. Mogabgab con testi
tradotti in inglese, il lavoro più recente di Gilles Grivaud propone le fonti in lingua originale. Si
vedano Excerpta Cypria; Supplementary excerpts; Excerpta Cypria Nova. Diversi altri autori pub-
blicarono nella prima metà del XX secolo testi di visitatori stranieri a Cipro in vari numeri della
rivista cipriota «Kypriakà Chronikà».
93. Delle opere letterarie redatte nel Cinquecento a Cipro, si veda infra, cap. 5, § 2, Produ-
zione letteraria.
94. Manoscritti di questa storia del regno di Cipro si trovano a Venezia, a Ravenna e a Ox-
ford, dai quali furono effettuate diverse edizioni e traduzioni del testo. La prima edizione nella
versione originale fu realizzata da Costantinos Sathas nel secondo volume della sua Biblioteca
Medievale, dedicata ai cronisti ciprioti, alla quale si riferiscono le seguenti citazioni di Machairas.
Traduzione della cronaca in inglese in Dawkins, Recital concerning the sweet land of Cyprus.
Edizione diplomatica dei manoscritti, in Pieris, Nicolaou-Konnari, Λεοντίου Μαχαιρά, Χρονικό της
Κύπρου. Sull’opera e sull’ipotesi che essa sia una sintesi di testi di vari autori, si veda Grivaud, Ο
πνευματικός βίος, pp. 1066-1084, 1144-1145; Id., Entrelacs Chiprois, pp. 186-201.
95. Si vedano le interessanti considerazioni di Thiriet, Peut-on parler d’un sentiment patrio-
tique, pp. 185-199; Galatariotou, Leontios Machairas Exegesis of the sweet land of Cyprus, pp.
393-413; Nicolaou-Konnari, La Chronique de Léontios Machéras, pp. 57-80.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 35

considerato che i suoi probabili lettori erano i membri degli alti strati sociali del
regno e non i popolani che avrebbero potuto non trovarsi consenzienti con il
quadro tracciato da Machairas. L’arrivo a Cipro di santa Elena, madre dell’impe-
ratore Costantino, la quale lasciò sull’isola alcuni pezzi della Vera Croce da lei
ritrovata a Gerusalemme, e la conquista di Gerusalemme con il successivo inse-
diamento dei crociati in Terra Santa sono, secondo Machairas, i due avvenimenti
più importanti che legarono Cipro, da una parte, all’impero bizantino e, dall’altra,
ai latini. Il cronista presenta la storia dei re Lusignan a partire dall’instaurazione
del regno e della Chiesa cattolica a Cipro, i rapporti del regno con i sultani e i
potentati occidentali e, più dettagliatamente, gli anni 1359-1432. Gli avvenimenti
fino al 1458 sono esposti in modo più sbrigativo, probabilmente da un altro scrit-
tore. L’opera, nonostante la sfasatura cronologica, risulta di notevole interesse
per la nostra ricerca, poiché si apre alle vicende della popolazione extra-urbana
dell’isola, solitamente ignorata e assente in ogni altro tipo di trattazione docu-
mentaria. Una traduzione in italiano della cronaca di Machairas era in possesso
di Diomede Strambaldi negli anni 1550, il che dimostra come l’opera greca fosse
conosciuta e consultata a tal punto da portare alla sua traduzione nella più diffusa
lingua degli alti strati sociali del Cinquecento a Cipro.96
Dal 1456 fino al 1489, con una lacuna che corrisponde agli anni 1474-1485,
la narrazione della storia di Cipro prosegue grazie a Giorgio Boustronios, alla cui
opera vengono aggiunte alcune inserzioni che arrivano fino al 1501.97 Anch’egli
membro di una famiglia fedele ai Lusignan, era però più vicino al figlio naturale
di Giovanni II, Giacomo,98 che spodestò la propria sorellastra dal trono diventan-
do il ventesimo re di Cipro, Gerusalemme e Armenia. La storia di Boustronios
presenta un periodo limitato, ma colmo di eventi che porteranno, dopo dram-
matiche vicende politiche, all’annessione di Cipro da parte della Repubblica di
Venezia. Tutti episodi di cui Boustronios aveva personale esperienza, in quanto
partecipe all’amministrazione e alla corte del regno. La lingua in cui scrive, il
greco vernacolare, mostra molti elementi arcaici e retorici, nonostante le espres-
sioni idiomatiche usate soprattutto per i dialoghi riportati.99 Diversamente da
Machairas, Boustronios non ama inserire pareri personali nella sua asciutta e
breve esposizione degli avvenimenti.

96. Chroniques d’Amadi et de Strambaldi, pp. 1-289; Grivaud, Entrelacs Chyprois, p. 250. I


veneziani che si stabilivano a Cipro e maggiormente i loro figli nati e cresciuti sull’isola erano bilin-
gui in italiano e greco; si veda la testimonianza di Zuan Andrea Negroni, in Maltezou, Η περιπέτεια
ενός ελληνόφωνου βενετού, p. 218.
97. I manoscritti di questa opera si trovano a Venezia e a Londra; si veda Grivaud, Entrelacs
Chiprois, pp. 203-208. Il testo tradotto in inglese, in Coureas, George Boustronios.
98. Questa amicizia fra il cronista e Giacomo II e la sua cerchia è documentata da una scena,
riportata nell’anonima cronaca trascritta a Cipro da Leonardo Donà, che presenta Giorgio Boustro-
nios cenare con la madre di Giacomo, Marietta di Patrasso, al momento dell’annuncio che una parte
della corte del regno complottava per togliergli la carica arcivescovile ed estrometterlo dai poteri
del regno, nel 1458: MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 8r.
Holton, A history of neglect, p. 86.
99. �������
36 Cipro veneziana

Machairas e Boustronios scrissero le proprie opere letterarie nel dialetto gre-


co tardomedievale di Cipro, con l’evidente obiettivo di essere letti dal popolo
ellenofono dell’isola, che nella seconda metà del Quattrocento includeva anche
numerosi discendenti delle famiglie occidentali che formavano la nobiltà del re-
gno dei Lusignan. I due cronisti ciprioti rappresentano i medi strati sociali della
popolazione cipriota, nei quali furono progressivamente inseriti numerosi ele-
menti greci, soprattutto durante il XIV secolo, con l’ascesa sociale ed economica
dei locali attraverso l’assunzione di incarichi amministrativi nel regno e mediante
matrimoni misti con membri delle famiglie di provenienza occidentale e di con-
fessione cattolica.100 Fu questo neo-costituito ceto di estrazione e di cultura mista
la componente della popolazione che realizzò lo scambio interculturale fra i vari
elementi della popolazione di Cipro durante i secoli del regno dei Lusignan. Il
miscuglio parentale e culturale creato all’interno degli alti ceti del regno, più o
meno generalizzato a partire dalla metà del XV secolo, arrivò a creare un’identità
culturale che li accomunava come ������������������������������������������������
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ciprioti”, caratteristica che veniva loro rico-
nosciuta anche dalle nobiltà dei regni europei.101
La cancelleria del regno dei Lusignan, nota come secreta real, fu conser-
vata e utilizzata largamente da parte dell’amministrazione veneziana, essendo
indispensabile ricorrere ai documenti ivi conservati per verificare le conces-
sioni e le privazioni di feudi, di franchigie e di uffici offerti dalla corte, con-
cessioni che i gentiluomini ciprioti, soprattutto durante il fluido periodo della
transizione di potere tra il 1473 e il 1489, avevano cercato abusivamente di
aumentare.102 Tuttavia la documentazione cancelleresca del regno era limitata
già al tempo dell’arrivo dei veneziani al governo di Cipro, come informano in
diverse occasioni i rettori veneziani, lamentandosi del fatto che degli importan-
tissimi Libri delle Rimembranze, ovvero dei codici dove si annotavano gli atti
di infeudazione di terreni della corona, il pagamento degli appalti e la conces-
sione di privilegi e franchigie ai nobili, non se ne trovassero che pochissimi, e
comunque manomessi da qualche interessato. Infatti questi libri – ottanta fino al
1524 – si trovavano spesso fuori dalla cancelleria, nelle biblioteche private dei
gentiluomini ciprioti.103 Dei Libri delle Rimembranze ce n’è pervenuto soltanto
uno, quello riportante gli atti stesi nell’anno fiscale che va dal 1o marzo 1468 al
28 febbraio 1469, edito da Jean Richard.104

100.  Queste opportunità si presentarono dal momento che i componenti degli alti ceti del
regno andavano diminuendo senza un effettivo rimpiazzo da parte di altri occidentali. Si veda Rudt
de Collenberg, Δομή και προέλευση της τάξεως των ευγενών, pp. 797, 801.
101.  Nei suoi studi, Rudt de Collenberg parla anche di una forte endogamia fra la nobiltà
cipriota che non si presenta nel resto dei ceti nobiliari dell’Occidente, se non soltanto a Venezia:
ibidem, pp. 806, 812-813.
102. Si veda ad esempio l’istruttoria contro Tommaso Ficardo nel decennio 1520-1530 per
aver usurpato dei terreni della reale camera dopo la morte del re Giacomo II, in ASV, Capi dei X,
Lettere, b. 289, cc. 224-234.
103. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, n. 63, 16 luglio 1556 e n. 143, 10 settembre 1562.
104. Le livre des remembrances.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 37

Il cartolare della cattedrale latina di Nicosia è l’unico codice delle diverse


istituzioni religiose cattoliche di Cipro ad essersi preservato fino a oggi. Molti dei
documenti che contiene furono editi da Louis de Mas Latrie nella sua Histoire de
l’île de Chypre, ma nel 1997 Nicolas Coureas e Christopher Schabel realizzarono
l’edizione integrale del codice. Esso riporta testi di varia datazione, fra cui anche
diverse bolle papali, che testimoniano, rinnovano o cancellano privilegi e feudi
della chiesa cattedrale di Santa Sofia a Nicosia, dell’arcivescovato e delle altre
sedi vescovili latine.105
Fonte indispensabile per lo studio dell’organizzazione giuridica del regno
di Cipro sono le Assise di Gerusalemme, cioè le leggi stipulate dalle assemblee
dell’Alta Corte dei nobili e della Bassa Corte dei “borghesi” del regno crociato,
trasferite sull’isola e conservate senza troppe modifiche fino alla prima metà del
XVI secolo. Riguardano prevalentemente trattati giuridici codificati nei secoli
XIII e XIV, tradotti in italiano soltanto nel 1535.106 Le Assise della Bassa Corte
erano state rese in greco a partire dalla metà del XIV secolo, quando i locali ini-
ziarono a partecipare all’amministrazione della giustizia nel regno come membri
della giuria del tribunale del visconte.107
Per finire, un accenno alle fonti materiali, ovvero le numerose rappresenta-
zioni iconografiche presenti nelle chiese dell’isola e nelle icone sacre custodite
in vari musei, studiate per lo più dagli storici dell’arte, che evidenziano, tenendo
conto di alcuni parametri, da un lato il livello di attaccamento della popolazione
dell’isola alle tradizioni e, dall’altro, l’adozione delle caratteristiche culturali
dei diversi gruppi etnico-religiosi della società cipriota del tardomedioevo e del
Cinquecento.

4. Studi sulla storia di Cipro (secoli XIII-XVI)

Dal momento in cui Cipro si staccò dal corpo dell’impero bizantino di-
ventando uno dei tre regni formatisi nel Mediterraneo orientale in seguito alle
crociate, la sua organizzazione sociale, politica ed economica seguì le vicende
del resto dei territori crociati di Siria e Palestina. Pertanto la trattazione della
sua storia tardomedievale non trova spazio nella storiografia che tratta degli
ultimi secoli di sopravvivenza dell’impero bizantino. Essendo l’isola diven-
tata, a partire dal XIII secolo, fondamentale per il proseguimento delle cro-
ciate è più comune trovare riferimenti sulla sua storia all’interno di studi che
analizzano questo fenomeno storico. Tuttavia, il fascino suscitato in epoca

105. ���������������������������������������������������������������������������������������
Fu completato nel 1524 da Florido Brisseti «�������������������������������������������
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clericus Lugdunensis, civis Romanus, curie
causarum camere apostolice notarius publicus»: The cartulary of the cathedral, p. 245.
106. MCC, Ms. C 139 a-b L’Alta Corte. Le Assise, et bone usanze, del reame de Hyerusalem.
107. La traduzione in greco fu edita da C. Sathas in Ασίζαι του βασιλείου των Ιεροσολύμων
και της Κύπρου, pp. 3-247, 249-497; si veda anche Coureas, The Assizes of the Lusignan king-
dom, pp. 15-19, dove le Assise sono tradotte in inglese.
38 Cipro veneziana

contemporanea dal regno di Cipro presso gli storici delle crociate, non poteva
certo uguagliare quello esercitato dalle vicende dei territori gerosolimitani,
nonostante a Cipro si fosse stabilito il regno più duraturo e politicamente im-
portante delle operazioni crociate, divenuto poi ricettacolo dei profughi dalle
coste siropalestinesi in seguito alla conquista mamelucca. Questa scelta si basa
ovviamente anche sul maggior interesse per la ricerca storica rivestito dalle
operazioni militari, le conquiste e le alleanze stipulate per scacciare i musul-
mani dai Luoghi Santi.108 Lo studio delle caratteristiche del periodo di governo
veneziano a Cipro viene poi escluso dai lavori complessivi di storia moderna
riguardanti i diversi altri porti o isole greche che entrano a far parte dello stato
da mar veneziano. Inoltre, per gli storici che si occupano della “turcocrazia”,
ovvero del periodo di dominazione ottomana������������������������������������
nei
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territori greci, Cipro non rap-
presenta uno dei territori esemplari delle province greche dove si crearono le
particolarità amministrative e culturali del popolo greco sotto dominio otto-
mano e perciò raramente viene inclusa nelle loro ricerche. Motivo ulteriore
per una trattazione sommaria della sua storia è anche il fatto che l’isola non
partecipò attivamente alle operazioni del Risorgimento greco contro il pote-
re della Sublime Porta (1821-1828), se non con la spedizione di materiale e
denaro a supporto delle campagne militari, realizzate soprattutto nella Grecia
continentale. Infine, l’isola non riuscì a inserirsi nel corpo dello stato ellenico
formatosi dal progressivo smantellamento dell’impero ottomano e quindi le
sue sorti non furono inserite nelle opere dedicate alla storia del neo-costituito
regno di Grecia. La tardiva indipendenza e nascita dello stato cipriota dopo la
lunga sottomissione al regime coloniale britannico ebbe ulteriori ricadute nella
trattazione della storia dell’isola da parte degli studiosi. Fino a qualche secolo
fa gli storici greci presentavano con tonalità oscure i periodi di dominio stra-
niero, a partire dall’inserimento di Cipro nello stato da mar della Serenissima,
avvicinandosi invece con animo diverso verso l’unico periodo dell’era cristia-
na in cui l’isola godette di un governo indipendente, il solo nel corso del quale
le risorse dell’isola servissero per il suo proprio arricchimento e non fossero
esportate verso qualche lontana metropoli.109 Erano questi i tre secoli del regno
Lusignan, descritti come il periodo più felice e splendido per la società e la
politica cipriota, contrapposti ai precedenti e ai successivi periodi in cui Cipro
costituiva una piccola provincia di una formazione politica più grande la cui

108. Sul frequente inserimento della storia tardomedievale di Cipro nel complessivo quadro
delle crociate o dell’organizzazione del commercio marittimo e dei possedimenti della Repubblica
di Venezia nel Mediterraneo orientale, spesso senza il debito approfondimento sul carattere della
popolazione locale, partecipe della cultura bizantina e dell’identità ellenica, si veda Edbury, The
state of research, p. 65.
Purcell, Cyprus, p. 121. Altri studiosi includono anche il periodo del regno dei Lusignan
109. ���������
fra le dominazioni straniere trattate con approccio negativo rispetto al periodo quando Cipro fa-
ceva parte dell’impero bizantino. Lo studioso di diritto medievale P.I. Zepos considera il periodo
dal 1191 in poi, come «una storia di sottomissione e di lacrime» per Cipro: Zepos, Το δίκαιον της
Κύπρου, p. 125.
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 39

metropoli prelevava gran parte della produzione dell’isola. Non bisogna d’al-
tra parte dimenticare l’enfasi posta dagli storici sull’emergenza dell’identità
greca fra i sudditi dei re Lusignan e sul processo di ellenizzazione della nobiltà
franca e dell’amministrazione del regno. Entrando a far parte dei domini della
Serenissima, Cipro perse i suoi sovrani e tutta la cerchia di personaggi che li
circondavano, si interruppero le procedure dell’Alta Corte e i rapporti diretti
con gli altri regni dell’Occidente; pertanto il secolo del dominio veneziano
riportò nuovamente Cipro al rango di semplice provincia di uno stato geogra-
ficamente più esteso.
Tuttavia quello tardomedievale è indubbiamente il periodo di storia cipriota
maggiormente studiato anche per l’abbondanza della documentazione conser-
vata in diversi archivi e biblioteche europee, rispetto da un lato all’irreperibilità
delle fonti bizantine e dall’altro alle difficoltà linguistiche o logistiche che ren-
dono i documenti degli archivi ottomani spesso inaccessibili agli studiosi. Per
molto tempo la trattazione storica del periodo della “francocrazia” o “latinocra-
zia”, includeva con poche eccezioni anche il secolo dell’amministrazione ve-
neziana di Cipro. Le cesure cronologiche prese in considerazione dagli studiosi
per delimitare le varie periodizzazioni erano quelle della conquista dell’isola
da parte delle forze crociate di Riccardo d’Inghilterra, che demarca l’allontana-
mento di Cipro dal centro politico bizantino-ortodosso alla fine del XII secolo,
e la conquista ottomana della fine del XVI secolo, con la quale l’isola fu inserita
nella sfera politica orientale. La fine della dinastia dei Lusignan e l’inserimento
di Cipro nello stato da mar veneziano non rappresentavano per gli studiosi una
cesura abbastanza marcata da segnare l’inizio di un distinto periodo storico.
Innanzitutto perché gran parte delle istituzioni del regno furono conservate dal
governo veneziano, poi perché la Chiesa cattolica continuava a tenere il con-
trollo della vita religiosa e l’orientamento politico dell’isola gravava ancora
sull’Occidente. La continuità storica era ulteriormente avvalorata dal fatto che
i documenti riguardanti questo periodo si trovassero conservati nei principali
archivi dell’Europa occidentale. Più di recente si è data molta più attenzione
allo studio delle particolarità del Cinquecento veneziano a Cipro, accompagna-
ta da numerose edizioni di fonti e sostenuta dai risultati della venezianistica
che riguardano anche il resto dello stato da mar, portando a nuove visioni per la
ricostruzione del periodo veneziano della storia cipriota.
Fu l’Académie des incriptions et belles-lettres di Parigi a inaugurare il pe-
riodo di approfondimento nella storia dei quattro secoli della cosiddetta “latino-
crazia”, rappresentata dall’instaurazione della dinastia reale dei Lusignan fino
alla conquista ottomana del 1570-1571. La stessa Académie, nel 1843, propose
un concorso sul tema della storia cipriota sotto il regno della dinastia dei Lu-
signan, esplicitando nel bando che non sarebbe bastata una semplice narrazio-
ne degli eventi, ma che l’obiettivo era di mettere in luce, sulla base delle fonti
disponibili, tutti gli aspetti concernenti la geografia, il diritto, il commercio, le
istituzioni religiose, politiche e civili del regno. Si chiedeva inoltre di eviden-
ziare i rapporti che Cipro intratteneva in quei secoli in particolare con Genova,
40 Cipro veneziana

Venezia e l’Egitto.110 Louis de Mas Latrie, il vincitore del concorso e considerato


poi il padre della storia tardomedievale cipriota, esaminò gli archivi di diverse
città europee dove erano custodite fonti inerenti la storia di Cipro, raccogliendo
numerosi documenti inediti, che presentò in tre volumi pubblicati tra il 1852 e
il 1861. Valutando i problemi che gli storici del suo tempo affrontavano a causa
della mancanza di fonti edite sulla storia di Cipro, Mas Latrie avallava le valide
indicazioni dell’Académie, la quale individuava in Genova e Venezia le città i cui
archivi conservano una moltitudine di documenti indispensabili per l’elaborazio-
ne del passato tardomedievale dell’isola, per via dell’importante influenza che le
due repubbliche italiane avevano esercitato sull’evoluzione del regno cipriota.
La ricerca negli archivi delle due città fornì allo studioso francese innumerevoli
notizie su tutti gli aspetti prefissati dall’Académie, informazioni che mancava-
no in tutte le opere di carattere storiografico già pubblicate nei secoli XVII e
XVIII.111 Louis de Mas Latrie riconosceva le lacune presenti nelle opere di questi
autori e si proponeva di trattare delle istituzioni imposte dalla dinastia dei Lu-
signan nel loro regno; dell’importanza dei rapporti commerciali di Cipro con
l’Egitto, Rodi, Aragona e le repubbliche marinare d’Italia; dell’amministrazione
ecclesiastica; delle relazioni politiche dei Lusignan con le potenze circostanti e
con quelle occidentali; delle caratteristiche della maggioranza della popolazione
che costituiva la manodopera in campagna e in città e infine degli altri aspetti
fondamentali della storia franco-cipriota.
Mas Latrie non faceva mistero delle motivazioni che lo avevano spinto a di-
mostrare un così spiccato interesse per le gesta dei re Lusignan e per l’esaltazione
dell’importanza che il loro potere aveva acquisito nello scenario politico interna-
zionale: nei suoi scritti si può cogliere tra le righe il tentativo di sostenere le ambi-
zioni francesi di impadronirsi dell’isola, in un periodo in cui si profilava il crollo
dell’impero ottomano.112 Lo stesso studioso dichiara che se il clero ortodosso fosse

110. �����������������������������������������������������������������������������������
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[L]’Académie ne demande pas une simple narration; elle désire que les auteurs, en
faisant un récit des événements plus exact et plus étendu que ceux qui existent, ne négligent rien de
ce qui se rapporte à la géographie, aux lois, aux coutumes et aux institutions religieuses, politiques
et civiles de ce royaume; elle les invite, en outre, à rechercher quelles furent, pendant la période
de temps indiquée, les relations politiques et commerciales du royaume de Chypre avec l’Europe
et l’Asie, et plus particulièrement avec Gènes, Venise et l’Egypte»: Mas Latrie, Histoire de l’île de
Chypre, II, p. i.
111. Mas Latrie menziona (Histoire de l’île de Chypre, II, p. ii-iii) l’opera di Francesco Lore-
dan, che include cronache e documenti, ma non fornisce notizie sulla geografia dell’isola (Historie
de’ re’ Lusignani, publicate da Henrico Giblet, cavalier, libri undeci, Bologna 1647, in Opere di Lo-
redano, V, Venezia 1667); il superficiale e fuorviante lavoro di Dominique Jauna, Histoire générale
des royaumes de Chypre, de Jérusalem et d’Arménie, Leide 1747; quello troppo breve, nonostan-
te la presenza di documenti, di Johann Paul Reinhards, Vollständige Geschichte des Königreichs
Cypern, Erlangen-Leipzig 1766; l’opera del padre Stefano Lusignan (Chorograffia et breve istoria
universale dell’isola di Cipro, Bologna 1573) scritta poco dopo la conquista ottomana dell’isola,
come pure l’opera dell’archimandrita Kyprianos (Ιστορία χρονολογική της νήσου Κύπρου, Venezia
1788) nella quale prevale il sentimento personale dell’autore.
112. �����������������������������������������������������������������������������������������
«����������������������������������������������������������������������������������������
Les espérances et les droits de la civilisation latine survécurent quelque temps encore
à cette catastrophe [la conquista ottomana], et j’ai dû rappeler les efforts que firent pendant plus de
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 41

stato più istruito avrebbe accettato l’unione delle Chiese e i popoli cristiani del
Mediterraneo orientale avrebbero così potuto ottenere la propria indipendenza, con
l’appoggio dell’Europa «civilisée».113 Considera, inoltre, il periodo del regno dei
Lusignan l’epoca d’oro della storia di Cipro, «l’une des époques les plus prospères
et l’un des régimes les moins oppressifs qu’ait eus l’île», ma sostiene che sull’isola
non ne rimase alcuna traccia, né a livello politico né tanto meno a livello religio-
so.114 Gli studi effettuati nell’ultimo mezzo secolo sui rapporti dei greci di Cipro con
i membri della nobiltà del regno dei Lusignan, sull’acculturamento delle principa-
li famiglie provenienti dall’Occidente e stabilitesi a Cipro e sulla sopravvivenza
nell’arte e nella letteratura dell’isola di caratteristiche adottate a partire dall’incon-
tro culturale durante il periodo del regno dei Lusignan, bastano per dimostrare che
l’affermazione di Mas Latrie non può più essere considerata valida.
L’opera monumentale dello studioso francese fu seguita dall’edizione di va-
rie altre fonti, prevalentemente narrative, che riguardano la storia cipriota dei
secoli XII-XVI, senza che però esse fossero utilizzate per una ricostruzione degli
avvenimenti storici, come invece aveva fatto nelle proprie pubblicazioni Mas La-
trie. L’erudito greco Constantinos Sàthas presentò, nel secondo volume della sua
Biblioteca Medievale, pubblicato a Venezia nel 1873, una serie di fonti redatte
nell’idioma di Cipro e riguardanti il passaggio dell’isola dal governo bizantino
a quello dei crociati e la fondazione del regno dei Lusignan, fra le quali anche le
cronache di Leontios Machairas e di Giorgio Bustronios nella loro interezza.115
Nel sesto volume della stessa opera Sathas pubblicò le leggi del regno di Cipro,
precisamente la quattrocentesca traduzione greca delle Assise del regno di Ge-
rusalemme e di Cipro, che riguardavano il tribunale della Bassa Corte e le leggi
civili dei tribunali ecclesiastici ortodossi, lo studio delle quali evidenzia anche il
carattere conservativo del dialetto cipriota nei secoli, fino al presente.116 René de
Mas Latrie, figlio del già ricordato Louis, pubblicò, sul finire dell’Ottocento, le
cronache in italiano di Florio Bustron,117 di Diomede Strambaldi e di Francesco

cent ans pour les sauver les princes qui en étaient les héritiers véritables [i membri di casa Savoia].
Cette question, éteint depuis longtemps, peut renaître de nos jours, au milieu des hasards providen-
tiels d’une transformation à laquelle l’Orient musulman semble être arrivé»: Mas Latrie, Histoire de
l’île de Chypre, III, p. iv. Altrove Mas Latrie sostiene che per promuovere queste pretese, la Francia
avrebbe dovuto avvicinarsi alle comunità di confessione non ortodossa dell’isola: «De nos jours,
quelques Jacobites, par suite de leur vieille animosité contre les Grecs, se rapprochent de Rome en
conservant leur rite particulier et tendent à fonder une Eglise de Syriens catholiques, que l’Europe
occidentale et particulièrement la France a grand intérêt à favoriser»: ibidem, I, p. 113.
113. ��������������������������������������������������������������������������������������������
«�������������������������������������������������������������������������������������������
Que les clergés orientaux s’instruisent donc! Que les écoles se multiplient dans leur sein
et autour d’eux! Et les vieilles barrières des défiances politiques tomberont, l’antique union dans la
foi avec la diversité des rites nationaux pourra se rétablir, et les populations chrétiennes, soutenues
par l’Europe civilisée, auront bientôt conquis l’affranchissement, l’indépendance et les garanties
qui leur sont dus»: ibidem, p. xv.
114. Ibidem, p. x.
115. Rispettivamente in Μεσαιωνική Βιβλιοθήκη, ΙΙ, pp. 53-409 e pp. 413-543.
116. Ibidem, VΙ, pp. 3-604.
Bustron, Chronique de l’île de Chypre, pp. 1-531.
117. ���������
42 Cipro veneziana

Amadi;118 queste ultime due consistenti nella traduzione italiana delle cronache
quattrocentesche redatte in greco.119 Si completava così l’edizione delle principali
opere narrative dell’epoca presa in esame, che costituirono il supporto documen-
tario per la trattazione della storia del regno franco di Cipro .
Sul finire dell’Ottocento Camille Enlart pubblicò la sua opera sulle vestigia
architettoniche e sull’arte gotica e rinascimentale dell’isola,120 risultato di una
personale ricerca durante la visita a Cipro nel 1896, supportata da studi archivistici,
il cui risultato è indubbiamente prezioso in quanto offre dettagliate descrizioni di
monumenti religiosi o civili che nel corso del successivo XX secolo subirono
distruzioni o manomissioni. Il lavoro di Enlart inserì i monumenti di Cipro nel
più vasto contesto dell’arte tardomedievale, offrendo agli studiosi uno strumento
di straordinaria importanza per le considerazioni sulle influenze occidentali
riscontrate nei monumenti locali.
La prima storia della Chiesa ortodossa a Cipro, dal momento dell’introduzione
del cristianesimo sull’isola ad opera degli apostoli Paolo e Barnaba, nel 45
d. C., fino al XX secolo, è dovuta allo studioso John Hackett e questa rimane
l’opera di riferimento sui temi ecclesiastici anche per quanto riguarda i secoli
XIII-XVI.121 Più di recente, Benedict Englezakis, Nicolas Coureas e Theodore
Papadopoullos si occuparono delle relazioni fra gli ortodossi, i cattolici e il resto
delle comunità confessionali, pubblicando importanti studi basati sulle fonti
dell’epoca. La storiografia su Cipro raggiunse poi un superiore livello culturale
con la monumentale opera dell’inglese George Hill che, nel 1940 in un periodo
travagliato per l’Europa, iniziò la pubblicazione in quattro volumi della storia di
Cipro dalla preistoria fino al XX secolo. I volumi II e III trattano in dettaglio i
secoli dall’arrivo dei crociati fino alla capitolazione di Famagosta a opera degli
ottomani, offrendo documentate descrizioni della situazione politica, economica
e sociale. L’opera di Hill fu la prima trattazione della storia complessiva di Cipro
basata su un sistematico utilizzo delle ormai numerose fonti edite.
La fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento hanno quindi visto illustri
studiosi occuparsi delle sorti di Cipro quale regno della dinastia Lusignan. Nel-
le loro opere è prevalente la visione del governo dei Lusignan come il periodo
più felice della storia cipriota, in quanto l’unico durante il quale l’isola costituì
una formazione politica indipendente e autonoma. Tuttavia in questi lavori, come
d’altronde nella maggioranza delle opere storiche di quel tempo, si prendono in
esame quasi esclusivamente gli avvenimenti politici, l’evoluzione delle diver-
se istituzioni e lo sviluppo dell’economia. Le sorti del popolo greco, che lasciò
scarsa memoria di sé, non era neppure considerato, al pari dei contadini dei coevi

118. Chroniques d’Amadi et de Strambaldi.


119. Sathas si rammarica del fatto che, nell’edizione della cronaca di Strambaldi, i due studio-
si francesi Mas Latrie, padre e figlio, nonostante essi riconoscessero che fosse la traduzione di una
cronaca greca, mancarono di nominare l’autore greco Leontios Machairas; si veda Sathas, Cipro
nel Medio Evo, p. 486.
Enlart, L’art gothique.
120. ��������
Hackett, History of the Orthodox Church.
121. ���������
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 43

regni feudali dell’Occidente. Fra gli storici che si sono interessati delle sorti del
regno di Cipro in epoca tardomedievale e ne hanno studiato anche le stratificazio-
ni sociali spiccano i nomi illustri di David Jacoby, Jean Richard, Peter W. Edbury
e Wipertus Rudt de Collenberg, che per anni approfondirono i rapporti di Cipro
con gli altri regni europei e con i principati istituiti “oltremare” dalle missioni
crociate, così come l’installazione sull’isola di ordini militari cavallereschi, le
istituzioni feudali del regno, l’evoluzione della nobiltà cipriota, l’aumento della
presenza di genovesi e veneziani, i rapporti fra l’elemento greco-ortodosso e i
membri delle altre comunità etnico-religiose e vari altri campi nell’ambito socio-
politico. Ancora, il campo d’interesse della storia tardomedievale di Cipro ven-
ne ampliandosi negli anni fino ad includere studi sull’arte, sulle relazioni tra le
Chiese ortodossa e cattolica e sulle colonie di mercanti occidentali. In particolare,
nella trattazione della storia dell’occupazione genovese di Famagosta, che durò
quasi un secolo dividendo l’isola in due parti e causando il declino economico e
politico del regno, i più importanti risultati furono conseguiti da Michel Balard,
Catherine Otten-Froux e Laura Balletto.
In questo proliferare di studi, il periodo del governo veneziano ricevette
inizialmente esigua attenzione da parte degli studiosi, nonostante il XVI secolo
fosse riconosciuto come la continuazione politica e istituzionale del regno del-
la dinastia dei Lusignan. In questi lavori, ma anche in quelli complessivi sulla
storia delle colonie veneziane in territorio greco, il secolo veneziano della sto-
ria di Cipro veniva presentato molto sommariamente: si tracciavano i limiti cro-
nologici, si presentavano le modifiche istituzionali e lo schema amministrativo
adottato dalla Serenissima, sottolineando lo sfruttamento economico delle risorse
dell’isola, soprattutto con le esportazioni di sale, zucchero e cotone, per arrivare
alla descrizione dell’assedio di Nicosia e di Famagosta da parte degli ottomani.
Inoltre, non raramente il subentro dei veneziani al potere del regno cipriota ve-
niva presentato come il motivo principale della sua stessa decadenza, mentre la
scarsa preparazione della difesa dell’isola da parte dei veneziani era considerata
la ragione fondamentale della successiva conquista ottomana.122 Questa tendenza

122. Con parole pungenti Costantinos Sathas nota che «la Repubblica veneziana si è mostrata,
in quanto alle barbarie, alla pari degli ottomani che le sono succeduti alla dominazione di Cipro,
gli abitanti della quale da molto tempo auguravano di liberarsi dalla tirannia dei cosiddetti cristia-
ni veneziani»: cfr. Μεσαιωνική Βιβλιοθήκη, II, p. ρια’(traduzione libera). Secondo alcuni storici
ciprioti più recenti il dominio veneziano non portò altro che decadenza e sofferenza per il popolo
dell’isola. Secondo Costas Kyrris, che dedica al periodo veneziano poco più di cinque pagine su un
totale di 400, «the Venetian occupation proved worse than the Lusignan rule for the Greek Cypriots,
who suffered the difficulties and hardships of a population living in a neglected province: although
there was peace in the island, commerce, education, agriculture, intellectual life, hygiene and public
health declined vertically, to the disadvantage of the people, whose numbers steadily decreased; as
a result poverty increased together with the revolutionary fermentations produced by it»: Kyrris,
History of Cyprus, p. 243. Stavros Panteli invece scrive che «especially in the early years Venetian
rule was characterised by total disinterestedness. […] Trade languished, manufactures practically
ceased and all who could afford to do so emigrated. […] The persecution of the Orthodox Church
was intensified and culture on the island sunk to very low depths»: Panteli, The making of modern
44 Cipro veneziana

si può includere in quella più generale degli storici greci del Novecento che con-
sideravano la “venetocrazia” «come elemento marginale rispetto ai due periodi
storici considerati “preminenti”: il tardo bizantino da una parte e la “turcocrazia”
dall’altra», una tendenza prevalentemente conclusa secondo un recente bilancio
della storiografia greca tratto da Chryssa Maltezou.123
Dunque, fino a pochi decenni fa, la storiografia greca presentava la Serenis-
sima come una potenza conquistatrice, distruttrice delle basi culturali elaborate
all’interno degli ambienti dell’impero bizantino e sfruttatrice delle risorse naturali
e umane dei territori inseriti sotto il proprio controllo politico. Fra i pochi risvolti
positivi si riconosceva il fatto che Venezia si fosse posta come la principale forza
occidentale a respingere, o almeno in parte a rallentare, l’avanzata inarrestabile
dei sultani, proteggendo per tanti anni i propri territori dalla conquista ottomana.
L’invasione turca di Cipro, nel 1974, ha rinnovato l’atteggiamento ostile degli
storici verso i periodi delle dominazioni straniere, tra le quali quella veneziana
assommava la colpa di aver concesso agli ottomani nel XVI secolo l’opportuni-
tà di impadronirsi dell’isola. Ciò non può indurre a sottovalutare l’impatto che
invece il governo veneziano ebbe sulla cultura dei propri possedimenti nei quali
sono riscontrabili, oltre ai numerosissimi lasciti linguistici, ricchi prestiti rina-
scimentali negli ambiti dell’arte, dell’architettura e della letteratura. I più recenti
studi sul Cinquecento cipriota evidenziano, con ricchi riferimenti tratti dalle fonti
archivistiche veneziane, il reale impatto che il periodo veneziano ebbe sul terri-
torio e sulla popolazione di Cipro, come nel resto delle colonie del Mediterraneo
orientale dove la Serenissima offrì i presupposti sociali e culturali per la nascita
del sentimento nazionale ellenico.124
Fu per primo Benjamin Arbel a ergersi quasi a difensore della Serenissima e a
cercare con i propri studi di ripristinare l’immagine della politica della Repubbli-
ca veneziana a Cipro, presentandone gli aspetti positivi nei campi dell’economia,
del diritto e della demografia.125 È stato per molto tempo l’unico ad approfondire
nelle proprie ricerche argomenti che riguardavano la società dell’isola durante
il XVI secolo, la cultura e la mentalità del popolo, spesso evidenziando episodi
poco conosciuti, ma fondamentali per le valutazioni storiche. Il suo lavoro non
fu senza seguito: i numerosi documenti degli archivi veneziani sono stati oggetto
di rinnovate indagini sui vari aspetti, soprattutto culturali, che caratterizzarono la
società cipriota del XVI secolo a Cipro, da parte di studiosi quali Ekaterini Ari-
steidou, Gilles Grivaud, Brunehilde Imhaus, Zacharias Tsirpanlis.
Per quanto riguarda quindi lo studio della storia veneziana di Cipro, è stato
sulla scia di questi studi che fu superato lo scoglio «di una visione etnocentrica»
per arrivare al risultato descritto dalla Maltezou, nel quale

Cyprus, p. 45; si veda anche l’opinione di Louis de Mas Latrie esposta in Arbel, Régime colonial,
colonisation et peuplement, pp.102.
123. Citato in Papadia-Lala, La “venetocrazia” nel pensiero greco, p. 64.
Si veda Balard, État de la recherche, p. 17.
124. ����������������
Si vedano indicativamente i suoi studi Entre mythe et histoire: La légende noire de la
125. ���������������������������������������
domination vénitienne à Chypre e The Venetian domination of Cyprus: cui bono?
Avamposto d’Occidente, porta d’Oriente 45

la ricerca storica greca contemporanea, […] ha smesso di studiare questo periodo


entro lo schema del Veneziano conquistatore e del Greco conquistato e ha progredito
nell’indagine del periodo in questione entro il composito schermo storico della storia
dell’Europa moderna. La venetocrazia non viene più esaminata come l’epoca della
sottomissione della popolazione greca ai conquistatori veneziani, come epoca cioè
di dominazione straniera, ma è piuttosto vista come un momento di cooperazione
greco-veneziana. La storiografia greca ha indirizzato il suo interesse verso il feno-
meno dell’osmosi dei due elementi etnici nazionali, verso la cultura che si basò sulla
commistione delle tradizioni latina e bizantina.126
Con lo stesso spirito si cercherà, nelle pagine che seguono, di proporre
un’ulteriore valutazione dei rapporti fra i diversi gruppi etnico-religiosi della
popolazione cipriota che convissero sull’isola fino alla conquista ottomana, con
l’obiettivo di tracciare le principali caratteristiche della vita sociale nel regno
della Serenissima e la speranza che tale esposizione possa presentare una qualche
utilità per futuri, nuovi approfondimenti storiografici.

Maltezou, Le ragioni di un incontro, p. 8; cfr. Thiriet, La formation d’une conscience


126. ����������
nationale hellénique.
2. Un regno per Venezia

1. Un’annessione pacifica

Nel gennaio del 1487 Antonio Ferro si recò alla corte di Baiazet II per ri-
spondere al sultano di Costantinopoli che chiedeva di utilizzare i porti di Cipro in
appoggio alle spedizioni della sua flotta contro i mamelucchi di Siria e d’Egitto.
In quell’occasione l’ambasciatore veneziano esponeva apertamente per la prima
volta gli intenti della Serenissima rispetto al possesso di Cipro:
[…] dictam seu insulam iam multos annos esse nostram, nosque habere dominium
illius ac omnium fortiliciorum illucque per nos mitti rectores et provisores nostros
atque demum nos libere in omnibus et per omnia regere gubernare et custodire ipsam
insulam tamquam propriam nostram et non secus ac facimus de reliquis omnibus
locis status nostri.1
Basti questa dichiarazione del senato veneziano a evidenziare che la Re-
pubblica considerava Cipro un proprio possedimento già a partire dal 1473, in
seguito all’ascesa di Caterina Cornaro al trono, e che non esitava a palesarlo.
In questo caso però il senato si dimostrò molto cauto nell’evitare di riferirsi a
Cipro come a un regno, adottando piuttosto il termine geografico di isola; la
diplomazia veneziana giudicava più prudente non attirare l’attenzione sul fatto
che la Repubblica si stava intromettendo nella gestione di un regno apparente-
mente autonomo. La situazione cambierà dopo la forzata abdicazione di Cateri-
na a vantaggio di Venezia, che non avrà più remore a vantarsi dell’acquisizione
pacifica di un regno.
Il dominio da mar, tradizionalmente una fonte privilegiata di ricchezza per
i veneziani, era sottoposto a continuo assestamento con nuove acquisizioni che
sostituivano le perdite causate dall’avanzata verso Occidente degli ottomani,
i cui obiettivi espansionistici erano spesso appoggiati dalla diplomazia anti-
veneziana delle potenze occidentali.2 Nel 1470 Venezia dovette rinunciare al
possesso di Negroponte, uno dei più grandi e strategici possedimenti nell’Egeo,

1. Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 66.


2. Cozzi, Knapton, Storia della Repubblica, pp. 26-29.
48 Cipro veneziana

sede di un arsenale e importante scalo commerciale.3 Il suo rimpiazzo con


un’altra base era imperativo. In questa congiuntura Cipro assunse importanza
decisiva per i veneziani, che erano già presenti sull’isola, come già accennato,
con quartieri mercantili nelle città portuali. L’inserimento dell’isola nello stato
da mar veneziano era già stato preparato dal solenne fidanzamento di Giacomo
II Lusignan con la giovane veneziana Caterina Cornaro, nel 1468, in seguito
a cui il re cipriota poneva il proprio regno sotto la protezione della potente
repubblica lagunare.4 Tuttavia da allora Giacomo temporeggiava, cercando di
ottenere ulteriori appoggi fra i sovrani occidentali e una migliore soluzione
per il suo piano di alleanza matrimoniale.5 Ma la perdita di Negroponte era il
segnale evidente che la Repubblica non poteva più assecondare le titubanze del
re e che bisognava esercitare le opportune pressioni affinché egli mantenesse la
parola data. Nel 1472 la Signoria inviò a Cipro la futura regina con il collauda-
to espediente di dichiararla preventivamente figlia adottiva della Serenissima.
Secondo Paruta, in questo modo la Cornaro, una semplice patrizia venezia-
na e non una nobile principessa, diventava «più capace dell’altezza di sì gran
nozze».6 Senza dubbio l’inserimento di Caterina in una famiglia reale avrebbe
portato lustro alla propria, ma la Repubblica non poteva in alcun caso correre il
rischio di perdere il vantaggio acquisito a causa dell’ambizione di una sua cit-
tadina e della sua parentela. Perciò dal momento del suo matrimonio la Cornaro

3. Ibidem, p. 50.
4. ASV, Miscellanea atti diplomatici e privati, b. 42, lettera ducale di Cristoforo Moro, 4 otto-
bre 1469. «Avendo l’ambasciatore del re Jacopo II di Lusignano, cavalier Filippo Mistachel esposto
il desiderio di esso re di ottenere la protezione della Signoria, considerata la vecchia amicizia dei
sovrani di quella casa stretta da nuovi vincoli col matrimonio del re con Caterina Cornaro, Venezia
inviò Domenico Gradenigo il quale lo accolse con tutti i suoi successori, domini e beni sotto la sua
protezione, contro qualunque volesse danneggiarlo, trattone il soldano di Babilonia (Egitto), colle
seguenti condizioni: Sono esclusi dalla protezione i navigli regi; quei legni avranno ricetto, viveri ecc.
(verso pagamento) in tutti i domini veneti; il re ad ogni richiesta della Signoria darà 2 galee armate per
3-4 mesi all’anno a sue spese; le merci e cose dei veneziani e lor sudditi godranno intiera esenzione
da ogni dazio nell’isola di Cipro all’entrare e all’uscire. Il re non darà asilo o comodo alcuno nei suoi
stati a nemici di Venezia, dietro avviso di questa, trattone il detto soldano. Restano immutati i privilegi
e diritti dei veneziani in Cipro, e così quelli del re e dei suoi sudditi rispetto a Venezia. Fatto al palaz-
zo reale di Nicosia. Testimoni Pietro Pizzamano bailo veneziano, Giovanni Marcello del fu Andrea,
sopracomito, Gian Pietro Fabriges, capitano delle galee del re e Filippo del fu Giovanni de Podor…
(Podocataro?), ambi consiglieri regi» (04 ottobre 1469): I libri Commemoriali, V, p. 179.
5. Romanin, Storia documentata, IV, p. 262. Le conventicole romane intorno al cardinal Bes-
sarione, e inizialmente anche la stessa Repubblica veneziana, suggerivano a Giacomo II il matrimo-
nio con Zoe-Sofia, la figlia del despota di Morea Tommaso Paleologo, poi andata in sposa di Ivan
III di Mosca; si veda Bustron, Chronique de l’île de Chypre, p. 432; Mas Latrie, Histoire de l’île de
Chypre, III, pp. 174-175, nota 1. Sull’appoggio offerto dal doge Cristoforo Moro all’eventualità di
tale matrimonio, si veda Zorzi, Manuscripts concerning Cyprus, p. 244. Per la sorte dei sopravvis-
suti della famiglia imperiale dei Paleologo dopo la caduta di Costantinopoli, si veda Runciman, La
caduta di Costantinopoli, pp. 166-171.
6. Paruta, Della historia vinetiana, II, p. 4. Secondo il cardinale Gonzaga la trovata veneziana
di presentare la Cornaro come figlia adottiva di San Marco non era sufficiente a nascondere gli
obiettivi politici della Repubblica; cfr. Magnante, Documenti mantovani, p. 241.
Un regno per Venezia 49

non sarebbe più appartenuta alla propria casata e non avrebbe potuto utilizzare
il patronimico, ma sarebbe stata chiamata Caterina Veneta, in quanto figlia di
San Marco.7 Non è chiaro fino a che punto lo stesso Giacomo II Lusignan fosse
consapevole degli enormi diritti di interferenza negli affari interni del proprio
regno che stava offrendo ai veneziani sposando Caterina, ma sicuramente si
rendeva conto del progressivo aumento dell’influenza economica e politica del-
la Repubblica a Cipro.
Nel luglio 1473 Giacomo II morì, lasciando eredi del suo potere regio Cateri-
na e il figlioletto che lei avrebbe di lì a poco partorito.8 Il controllo del governo fu
assunto da un gruppo di reggenti, veneziani e catalani, che avrebbero dovuto fun-
gere da consiglieri della giovane regina. Il partito siculo-catalano, strenuo soste-
nitore del defunto re, si preoccupava del crescente potere veneziano, sempre più
influente nel regno, e in particolare di Andrea Cornaro, zio e stretto consigliere
della regina. Con l’obiettivo di estromettere i veneziani dal regno la fazione orga-
nizzò una rivolta, servendosi dell’appoggio del re di Napoli Ferdinando d’Ara-
gona. Nel corso della rivolta furono assassinati Andrea Cornaro e altri membri
della cerchia della regina. Il tempestivo intervento dell’armata veneziana, però,
allontanò i pericoli maggiori per il controllo della Repubblica sul regno.9 I capi
catalani, con il bottino dei gioielli e dei denari della regina, fuggirono dall’isola,
imbarcandosi su una nave del re Ferdinando, mentre Caterina pubblicò un pro-
clama nel quale tutti i catalani, siciliani e napoletani venivano dichiarati banditi
dal regno e le loro proprietà confiscate.10 Questo fu il momento cruciale nel pro-
cesso di assunzione del potere da parte della Serenissima Signoria sul regno di
Cipro: il 28 marzo 1474 il senato deliberò l’elezione fra i nobili veneziani di due
consiglieri per affiancare la regina al governo dell’isola, e di un provveditore,

7. Romanin, Storia documentata, IV, pp. 261-266; Arbel, The reign of Caterina Corner, p. 73.
8. Re Giacomo «fù sepolto in Famagosta nella Chiesa Cathedrale Latina di San Nicolò, con
gran miseria, et dishonore: perche il peccato suo volse, che in Cipro non si trouaua cera tanta di
sepellirlo»: Lusignan, Chorograffia, c. 72v; cfr. Lusignan, Description, c. 183r, dove si indica il
1474 come anno della morte di Giacomo II. Per le ultime volontà del re espresse in testamento
poco prima della morte, si vedano Bustronios, Διήγησις κρόνικας Κύπρου, pp. 475-476; Mas Latrie,
Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 345-347; Cavazzana Romanelli, Il testamento di Zacco.
9.  Descrizione degli avvenimenti in Boustronios, Διήγησις κρόνικας Κύπρου, pp. 488-493;
Romanin, Storia documentata, IV, pp. 264-265; Hill, A history of Cyprus, III, pp. 671-689; Cessi,
Storia della Repubblica, pp. 420-421; Richard, Chypre du protectorat à la domination vénitienne,
pp. 670-672; Cozzi, Knapton, Storia della Repubblica, p. 288.
10. �������������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������������
La Signoria, essendo in Cypri morto mis. Andrea Cornero, alias per ditta Signoria lì rele-
gato, el quale fu morto per li homeni de l’ixola et credese per instantia de Ferdinando, re de Napoli,
manda mis. Iacomo Marcello con quattro nave grosse et in quelle mette mis. Andrion con fanti
CCCC a difension de ditta ixola et per sicurezza del picolino re e de la regina, ristante al governo
di quello, et anco scrive al capitanio de l’armata che li manda galie; et fu la ditta ixola liberata dai
proditori e ridota in obedientia de la regina e novo re nato; fu de gienaro MCCCCLXXIIII, e lo
arcivescovo de Nicosia et altri, cagion di quello errore, si partiron e ridussese a Rodi»: Cronaca di
Anonimo Veronese, pp. 301-302. L’editore individua erroneamente nella persona dell’arcivescovo
scappato a Rodi durante i tumulti l’Apostoleo, cioè il già defunto re Giacomo II Lusignan, invece
che Louis Perez Fabregues.
50 Cipro veneziana

che avrebbe mantenuto il controllo delle forze militari che presidiavano Cipro.11
Fu questa delibera, quindi a inaugurare il periodo di diretto controllo veneziano
del regno di Cipro e non, invece, l’abdicazione di Caterina Cornaro, che avvenne
quindici anni più tardi.12
I tre funzionari veneziani avrebbero controllato tutti gli aspetti del gover-
no del regno, limitando l’autorità della regina, alla quale tuttavia dovevano
sempre farsi risalire i provvedimenti per non creare risentimenti nella popo-
lazione. I funzionari che periodicamente furono mandati a Cipro nel primo
decennio di partecipazione effettiva di Venezia al governo del regno erano au-
torizzati già prima della partenza da Venezia a presenziare le sedute del senato
per potersi informare sulla politica e sugli obiettivi della Repubblica rispetto
a Cipro e la zona circostante.13 La loro ingerenza negli affari dell’isola veniva
giustificata con la pretesa di difendere Caterina Cornaro e il suo regno dalle
velleità dei suoi nemici pretendenti al trono. L’argomentazione veneziana non
era infondata: durante tutto il periodo di radicamento del potere veneziano a
Cipro, ovvero a partire dalla morte di Giacomo II fino alla definitiva partenza
della Cornaro dall’isola, i vari piani di congiura contro il potere veneziano
furono sempre organizzati dalle potenze straniere che ambivano al regno e non
dagli stessi ciprioti, che avevano invece accettato il cambio di governo senza
la minima reazione.
La morte, nell’agosto 1474, del figlioletto di Giacomo nato postumo, gettò
Caterina nella disperazione.14 Per la Serenissima l’eliminazione dell’erede spianava
la strada per l’annessione di Cipro ai possedimenti dello stato da mar, ma restava
il pericolo che uno dei pretendenti avesse la meglio, promuovendo il proprio can-
didato.15 In via precauzionale Vettor Soranzo, trovandosi ancora provveditore a Ci-
pro, decise di esiliare a Venezia le persone contrarie al governo veneziano e quelle
considerate eccessivamente devote alla dinastia Lusignan e alla regina Caterina, in

11. Giovanni Soranzo sostituì Vettor Soranzo nell’incarico di provveditore, ma per i con-


siglieri si dovette procedere a diversi scrutini fino all’elezione di Alvise Gabriel e Francesco
Minio, che accettarono il delicato ufficio; si veda la “parte” inerente, la commissione dei consi-
glieri e successive indicazioni per la politica a Cipro, in Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre,
III, pp. 370-390.
12. Con l’assunzione del potere a Cipro, i veneziani confermavano il pensiero di Shams al
Din, noto come Muqaddasi, che nel 985 aveva dichiarato che il dominio dell’isola fosse appannag-
gio di chi aveva anche il controllo nelle mari del Mediterraneo orientale: Excerpta Cypria, p. 5.
13. ASV, Senato, Mar, reg. 11, c. 64v, Lorenzo Gritti, consigliere della regina; ASV, Senato,
Mar, reg. 12, c. 98r, Geronimo Pisani, provvisore.
14.  Mesi dopo l’accaduto, a Mantova giungeva notizia che «������������������������������
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la regina si sia impiccada de
disperation»: Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 22.
15. Le intricate trame diplomatiche intessute dai diversi aspiranti per il possesso del regno
cipriota, a partire dal fallito tentativo del partito siculo-catalano di ottenere il potere, fino alla par-
tenza di Caterina Cornaro dall’isola per il suo dorato esilio ad Asolo, sono state esposte con molta
cura e dettagliatamente da Louis de Mas Latrie, che pubblicò gran parte dei documenti inerenti, e
successivamente da Giovanna Magnante e George Hill, ai quali rimandiamo: Mas Latrie, Histoire
de l’île de Chypre, III, pp. 348-452; Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, pp. 45-64; Hill, A
history of Cyprus, III, pp. 664-712.
Un regno per Venezia 51

quanto erede del regno.16 Alcuni di loro sarebbero in seguito ritornati sull’isola, altri
si sarebbero stabiliti definitivamente sulla Terraferma veneta.17 A Cipro fu mandato,
all’inizio del 1475, Marco Cornaro, padre della regina, non solo per confortare la
figlia in lutto, ma anche per rinforzare gli appoggi del potere veneziano fra la popo-
lazione.18 Contrariamente alle aspettative della Repubblica, il comportamento del
Cornaro, come anche del figlio Luca arrivato a Cipro un anno prima del padre, fu
motivo di ulteriori preoccupazioni: non era stato infatti previsto che la famiglia di
Caterina tentasse di aumentare il proprio potere personale o familiare utilizzando
la posizione della regina vedova.19 Marco Cornaro non poté restare a lungo con la
figlia la quale, dal 1476, in poi sarebbe stata consigliata soltanto da funzionari della
Serenissima mandati all’uopo sull’isola.20
In seguito ai tentativi del re di Napoli di riallacciare i rapporti con il regno
promuovendo il matrimonio di un suo figlio naturale con Carla, figlia naturale del
defunto re cipriota, la Serenissima deliberò l’allontanamento da Cipro dell’intera
famiglia di Giacomo e dei maggiori oppositori del dominio veneziano rimasti
sull’isola dopo la prima epurazione.21 Per scongiurare ulteriori spiacevoli sorpre-
se che potessero sorgere dalle trattative di Carlotta Lusignan con il sultano del
Cairo, la Repubblica si affrettò a chiedere il riconoscimento del potere regio nella
persona di Caterina da parte del mamelucco, a cui mandava i tributi arretrati e
ricchi doni. Il contestuale pericolo arrecato dagli ottomani ai possedimenti ma-
melucchi consigliò il sultano Kaitbai a conservare l’amicizia dei veneziani, pos-
sibili alleati contro i turchi e, di conseguenza diede, nel maggio 1476, il proprio
appoggio alla regina di Cipro.22
Rimaneva pur sempre però il pericolo, più volte paventato, che l’insoddisfa-
zione di Caterina Cornaro nei confronti della madrepatria la portasse a un’alleanza
con i nemici della Repubblica, da realizzare contraendo un nuovo matrimonio.23

Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 395.


16. ������������
17. A Castelfranco si stabilì la famiglia di Muzio Costanzo. Pietro D’Avila indirizzò al doge
una supplica, nel 1480, per ottenere il permesso di trasferirsi con la propria famiglia nella sua terra
d’origine in Spagna. Si vedano Mas Latrie, Nouvelles preuves, I, pp. 1-13; Rudt de Collenberg,
Etudes de prosopographie généalogique, pp. 603-604; Id., Les “custodi” de la Marciana, pp. 14-
15; Id., Δομή και προέλευση της τάξεως των ευγενών, p. 834.
18. Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 398-402; Hill, A history of Cyprus, III,
pp. 712-723.
19. La giovane regina, su istigazione del padre, si lamentava nelle sue lettere del fatto che i
consiglieri veneziani l’avessero ridotta in condizione umiliante, trattandola come suoi superiori. Da
parte sua, Marco Cornaro segnalava al doge che a Caterina non era permesso vivere in modo regale
come le spettava: Mas Latrie, Documents nouveaux, pp. 456-477; Magnante, L’acquisto dell’isola
di Cipro, pp. 26-29.
Arbel, The reign of Caterina Corner, pp. 75-76.
20. �������
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 408-410; Romanin, Storia documentata,
21. ������������
pp. 319-322; Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 38; Hill, A history of Cyprus, III, pp. 654-
656; Ανέκδοτα έγγραφα, I, pp. 143-149.
22. Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 36; Hill, A history of Cyprus, III, p. 725.
23. Bustronios, Διήγησις κρόνικας Κύπρου, pp. 540-542; Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre,
III, pp. 435; Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 68-74; Hill, A history of Cyprus, III, p. 738.
52 Cipro veneziana

Inoltre, le sempre più pressanti minacce degli ottomani e i piani di intervento che
sporadicamente emergevano da parte di pretendenti occidentali suggerivano alla
Repubblica che, per i suoi interessi, non fosse sufficiente tenere quale protettorato
formalmente indipendente Cipro, la quale ��������������������������������������
«�������������������������������������
non l’è manco necessaria al stado no-
stro de quello che il cibo al vivere de l’homo».24 Per prevenire i pericoli derivati
dai potenziali nemici il senato veneziano, con obbligatoria partecipazione alle
discussioni di tutti i suoi membri, il 21 febbraio 1487 giunse alla delicata deci-
sione di erigere le «insignia gloriosi evangeliste protectoris nostri sancti Marci»25
sull’isola e di annettere Cipro allo stato da mar.
In quel momento non si parlava ancora della possibilità di rimuovere la regi-
na, sebbene si prendessero provvedimenti per la difesa militare e l’aumento della
popolazione.26 Fu infatti deliberato di eseguire il trasferimento, sotto il controllo
del capitano generale da mar, di «tresento de li miglior et più sufficienti» stra-
dioti dalla Morea, i quali, se l’avessero voluto, avrebbero potuto abitare a Cipro
con le proprie famiglie. A questo scopo furono anche offerti loro, oltre alle paghe
abituali, terreni in feudo perpetuo con diritto ereditario, orzo per i cavalli, un paio
di buoi ciascuno per lavorare i terreni e l’esenzione da ogni angheria per i suc-
cessivi 20 anni.27 D’altronde il controllo dell’organizzazione amministrativa del
regno da parte dei veneziani era già stato assunto dai primi anni della reggenza
di Caterina Cornaro e con il tempo aumentavano i provvedimenti per l’organiz-
zazione amministrativa del regno secondo la tradizione veneziana. Nel 1477 il
Consiglio dei Dieci aveva deliberato l’invio a Cipro di due sindici inquisitori
che avrebbero controllato l’amministrazione degli ufficiali minori del regno, per
impedire eventuali abusi di potere;28 nel 1480 fu decretata la trascrizione dei
conti del regno in nuovi registri che sarebbero stati tenuti in italiano e non più
in francese;29 all’inizio del 1488 si decise di regolare i libri contabili a partire
dall’anno 1477 fino al 1486 che erano «tuti confusi et desregoladi» per essere
sottoposti al controllo dei Tre Savi sopra le cose di Cipro.30 Nel 1493 il senato
tornò a deliberare sulla situazione delle entrate del regno, che continuavano a es-
sere in forte disordine, decretando che i vecchi creditori della camera fiscale non
potessero essere assolti senza il parere del senato e che ogni sei mesi, con ogni

24. Così scriveva il capitano generale da mar Antonio Loredan nel suo dispaccio alla Signoria,
il 5 dicembre 1476; cfr. Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 41.
25. ASV, Senato, Secreta, reg. 33, cc. 56v-57r, 149r.
26. Romanin, Storia documentata, pp. 315-317.
27. ASV, Senato, Secreta, reg. 33, cc. 69r-70v. Nel 1471 una supplica di re Giacomo nei con-
fronti della Repubblica per la parziale colonizzazione di Cipro, appena uscita da una grave epide-
mia di pestilenza che ne falcidiò la popolazione, con greci dei possedimenti dello stato da mar non
era stata accolta dalle magistrature veneziane: Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 324.
Per la generale politica di ripopolamento dell’isola messa in atto dalla Repubblica, si veda Arbel,
Cypriot population, pp. 186-187.
28. Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 42; Hill, A history of Cyprus, III, p. 728.
C 139 a/b, c. 10r; Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 516.
29. ����������������������������������������
MCC, ms. �������������������������������
30. ASV, Senato, Mar, reg. 12, cc. 133r-v.
Un regno per Venezia 53

“muda” di navi, il reggimento doveva spedire i libri dei conti, in modo che tutto
potesse essere controllato dalla metropoli.31
Il Consiglio dei dieci arrivò a decretare al capitano generale della flotta ve-
neziana di portare la regina a Venezia alla fine di ottobre dell’anno 1488.32 Per
convincere Caterina a lasciare Cipro, dopo che fu svelato un suo fallito tentati-
vo di fuga, venne mandato sull’isola il fratello maggiore, Giorgio Cornaro. La
regina fu obbligata a sottoscrivere una lettera in cui la sua abdicazione a favore
della Serenissima era presentata come il frutto di una scelta spontanea,33 finaliz-
zata a porre l’isola in condizione di più valida protezione di fronte al pericolo
della conquista ottomana. Imbarcata sulla rotta di Venezia il 26 febbraio 1489,
Caterina Cornaro giunse nella città lagunare il 6 giugno. Due settimane dopo,
il doge le donava Asolo quale feudo personale, da cui avrebbe potuto trarre non
più di 8000 ducati, la somma del vitalizio già goduto da lei a Cipro.34 Ad Asolo
Caterina creò una delle corti più studiate, dove soggiornarono diversi esponenti
del Rinascimento italiano.35 Il sultano d’Egitto, di cui il regno era vassallo, ac-
cettò il cambio di regime soltanto dopo quasi un anno di trattative concedendo
nel febbraio 1490, l’usufrutto del regno di Cipro a Venezia, che a sua volta si
impegnava a pagare il tributo dovuto e quelli arretrati.36
Lasciando Cipro la Cornaro non sapeva, oppure non voleva credere, che non
vi sarebbe più tornata, come emerge da una sua supplica al doge, fatta nel luglio

31. ASV, Senato, Mar, reg. 14, c. 20v. Sulle mude e il commercio orientale dei secoli XV e
XVI, si veda Doumerc, Il dominio del mare.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 417-419, 420-425; Magnante, L’acquisto
32. ������������
dell’isola di Cipro, p. 74.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 425-427; Hill, A history of Cyprus,
33. ������������
III, p. 745.
Ducale con cui è donata a Caterina veneta regina di Gerusalemme, Cipro ed Armenia la
34. ������������������������������������
«�����������������������������������
terra di Asolo nel Trivigiano, con tutte le sue dipendenze e diritti, con mero e misto impero e diritto
di spada, per tutto il tempo che quella sovrana resterà nei domini della republica. Non potrà però in
quel territorio imporre gravezze o angarie di sorta, accogliervi banditi dallo stato, ed alla Signoria
resterà la libera disposizione di quegli abitanti, i quali saranno alla condizione degli altri sudditi
riguardo al sale. I redditi che la regina trarrà da quei beni andranno a sconto della provvisione asse-
gnatale di 8000 ducati annui. E della presente si ordina l’osservanza a chi spetta. Al palazzo ducale
con bolla d’oro» (20 giugno 1489): I libri Commemoriali, V, p. 316; Mas Latrie, Histoire de l’île
de Chypre, III, pp. 452-454.
35. Si è avanzata l’ipotesi che nella corte di Asolo avesse soggiornato anche l’anonimo poeta
del canzoniere cipriota: Grivaud, Entrelacs chiprois, pp. 223-224.
Istrumento (in volgare) con cui il Memendar grando, quale rappresentante del sultano
36. ������������������������������������
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d’Egitto (Melech el Aschraf Kaitbai) e Giovanni Borghi, segretario ducale e rappresentante la Si-
gnoria di Venezia, confermano la convenzione già stipulata dal primo col fu Pietro Diedo cavalier
ambasciatore veneto, cioè: Il sultano dà e cede in perpetuo a Venezia il regno di Cipro con tutti i
diritti e gli obblighi che vi avevano i passati re. La Repubblica gli pagherà tutte le rate di tributo
arretrate (e se ne pattuiscono il modo e i tempi) e continuerà a pagare le correnti alla scadenza.
Presenti il dragomanno del sultano, Tangrivardi, e quello veneto Francesco Teldi. Fatto al Cairo.
Testimoni Daniele Trevisano, prete Francesco de’ Guglielmi (di Vielini) cappellano del Diedo ed
Alvise de Piero» (28 febbraio 1490): I libri Commemoriali, V, p. 318; cfr. Gullino, Le frontiere
navali, p. 86; Cozzi, Knapton, Storia della Repubblica, pp. 61-63.
54 Cipro veneziana

1490: Caterina aveva promesso di liberare, una volta tornata a Cipro, alcuni suoi
servitori venuti con lei a Venezia; resasi conto che non avrebbe più fatto ritorno
sull’isola, chiese che la liberazione fosse concessa dalla Signoria, al cospetto del
cui potere si riconoscevano ormai i ciprioti. Nella supplica, inoltre, ella chiedeva
che fossero confermate le concessioni di terreni e di altri privilegi da lei tributati
in precedenza.37 Tutte le sue richieste fatte in questa e in future occasioni a bene-
ficio dei ciprioti, furono esaudite.

2. Organizzazione amministrativa

Cipro costituì il possedimento dello stato da mar più lontano da Venezia e


l’avamposto veneziano contro l’espansione ottomana verso l’Occidente per cui
pesava enormemente sulle già diminuite nell’epoca risorse economiche e militari
della Serenissima. L’annessione dell’isola significò per la Repubblica il culmine
della sua estensione territoriale nel Mediterraneo orientale, mentre il consistente
flusso di denaro proveniente dalle tasse e dal monopolio del commercio del sale
rendeva Cipro «il più redditizio possedimento della Repubblica oltremare».38 I
proventi dei funzionari veneziani a Cipro erano pagati dalle entrate della locale
camera fiscale come anche il tributo dovuto dai Lusignan al signore del Cairo,
fino al 1517, e dopo al sultano ottomano. Il progressivo accerchiamento di Cipro
da territori controllati dagli ottomani rendeva incombente il pericolo di conquista
dell’isola e spingeva la Repubblica a ulteriori spese oltre al solito tributo, come
per l’equipaggiamento delle galere e per gli altri preparativi militari, nonché per
i vari doni elargiti ai funzionari ottomani che avrebbero potuto influenzare il sul-
tano a rimandare l’attacco contro l’isola.
Sebbene il mantenimento del possesso di Cipro di fronte alle pretese dei ri-
vali continuasse a costituire un’impresa difficile e critica, la Repubblica non do-
vette faticare troppo per instaurare il proprio potere all’interno dell’isola avendo
già, dalla conclusione della quarta crociata, secolare esperienza nel governare
territori popolati da greci. Il sistema amministrativo adottato a Cipro era a grandi
linee simile a quello delle colonie veneziane del Mediterraneo orientale.39 I ci-
prioti, in particolare la nobiltà, accettarono l’assunzione del potere da parte della
Serenissima in modo pacifico, soprattutto dopo la negoziazione per la conserva-
zione o la concessione di privilegi ed esenzioni da parte del nuovo governo.40 Al-

37. ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 17r, risposta del senato, cc. 18r-v. Nelle loro richieste dalla Si-
gnoria i membri del consiglio dell’università di Nicosia chiedevano l’approvazione delle concessioni
fatte dalla regina: ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 57v. Nel 1501 Caterina Cornaro sostenne la richiesta
di Epifanio Buchari per l’ufficio di matassipo di Nicosia a vita: ASV, Senato, Mar, reg. 15, c. 86v.
Arbel, Colonie d’oltremare, p. 958; Id., Roots of poverty and sources of richness, p. 351.
38. �������
39. Dudan, Il dominio veneziano, pp. 139-149.
40. ASV, Senato, Mar, reg. 12, cc. 199r-208v. I veneziani conservarono i privilegi e le esen-
zioni accordate dal re Giacomo II ai feudatari ciprioti, come ad esempio l’esenzione dalle imposte
di alcuni casali; si veda Ανέκδοτα έγγραφα, IV, pp. 152-153.
Un regno per Venezia 55

meno nei primi decenni dall’assunzione del governo di Cipro, Venezia evitò di
apportare innovazioni che avrebbero potuto provocare il malcontento e le con-
seguenti opposizioni dei potenti feudatari del regno. La Serenissima prevedeva
saggiamente che se sull’isola si fossero conservate inalterate le istituzioni e le
consuetudini locali, la popolazione sarebbe stata più propensa a mostrarsi fedele
alle autorità veneziane e si sarebbero evitate reazioni e ribellioni.41 Quindi Vene-
zia riuscì a consolidare il proprio potere a Cipro con la graduale sostituzione dei
funzionari fedeli alla monarchia Lusignan con altri, sia veneziani che ciprioti,
fedeli alla Serenissima Signoria, senza che ciò significasse necessariamente mo-
difiche sostanziali all’organizzazione amministrativa, giuridica, ecclesiastica e
sociale del regno. La crescente collaborazione dei ciprioti fu il motivo principale
per cui Venezia mostrò limitato interesse per la promozione di provvedimenti
atti alla colonizzazione dell’isola con famiglie veneziane, come era stato fatto
nei primi due secoli a Creta e poi nella Morea. Un tale provvedimento era stato
contemplato nel 1477, quando fu discussa la colonizzazione di Cipro da parte di
cento famiglie di patrizi veneziani con l’obiettivo di garantirsi la maggioranza
negli alti ceti della società cipriota, soprattutto nelle città di Nicosia, Famagosta
e Cerines, offrendo così sostegno politico alle autorità veneziane.42 Tuttavia la
spedizione dei coloni fu annullata, sebbene il 13 marzo 1478 fosse avvenuta
l’elezione dei candidati – che risultarono essere soltanto 88 – senza che ne fosse
chiarito il motivo, oltre all’onerosità finanziaria nella realizzazione del proget-
to.43 Successivamente le autorità veneziane decretarono diverse volte l’arrivo di
coloni a Cipro, ma queste migrazioni non implicavano individui o famiglie degli
alti ceti veneziani; nella maggioranza i nuovi arrivati sull’isola erano per lo più
contadini a cui veniva assegnata la lavorazione di terreni incolti.44 È evidente
che le autorità veneziane non avevano come primario obiettivo l’acculturamento
della popolazione cipriota da parte di membri della cittadinanza lagunare. La
diffusione della cultura “italiana” sarebbe stata semmai operata durante il Cin-
quecento da parte degli stessi ciprioti che tornavano nella propria patria dopo
aver frequentato l’Ateneo di Padova.
L’inserimento di Cipro tra i domini veneziani rese l’isola il principale
fornitore di frumento di Venezia compensando la perdita di altre colonie nel
Mediterraneo cadute nei decenni precedenti in mano ottomana. Nessun pro-
duttore privato poteva pertanto esportare le proprie derrate se non otteneva

41. Si veda il preambolo della deliberazione ASV, Senato, Mar, reg. 12, c. 176r, 8 agosto 1489.
42. ������������������������������������������������������������������������������������
«�����������������������������������������������������������������������������������
In Venetia del mexe de settembre MCCCCLXXVII viene prexo per parte che al ixola de
Cypro se manda cento caxade de gentilhomeni venetiani, intendendo che de uno nome de caxada
non ne possa andare più de tre famiglie et che lì debiano andare con tutti de sua masnada con certe
provixione annuale, da esserli date per la Signoria, cum hac conditione che per spatio de anni cin-
que debbiano continue stare suxo ditta ixola et elapsis quinque annis, pro libito possino ritornare
con la sua famiglia a Venetia»: Cronaca di Anonimo Veronese, p. 330.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 822-824; Magnante, L’acquisto dell’isola
43. ������������
di Cipro, pp. 44-45; Arbel, Régime colonial, colonisation et peuplement, pp. 98-99.
Arbel, Cypriot population, pp. 186-188.
44. �������
56 Cipro veneziana

licenza dalle autorità veneziane. Inoltre tutte le eccedenze, una volta rifornite
le fortezze dell’isola, dovevano essere mandate a Venezia.45 Era lasciata al
buon senso del reggimento la decisione sulla quantità da esportare e su quella
da immagazzinare per i bisogni locali. Nel 1509 quando le cavallette avevano
provocato ingenti danni alle coltivazioni di cereali a Cipro, il consigliere Donà
da Lezze si era opposto alla spedizione di grano a Venezia prima di assicurare
l’approvvigionamento della popolazione, scontrandosi per la questione con il
luogotenente Lorenzo Giustinian.46 L’esportazione obbligatoria del frumento
a Venezia fu alla base anche dello scoppio della più clamorosa sollevazione
del popolo cipriota contro le autorità veneziane, avvenuta nel 1565, quando la
penuria aveva reso la situazione talmente drammatica che i nicosioti assaliro-
no il palazzo dei rettori per ottenere la distribuzione del frumento conservato
nei magazzini.47 I periodi di carestia a Cipro non erano comunque dovuti alle
obbligatorie esportazioni di grano a Venezia, ma alle generali condizioni, non
solo climatiche, che provocavano ricorrenti cattivi raccolti in tutto il bacino
del Mediterraneo orientale.
L’integrazione di Cipro nello stato da mar poneva alcune criticità soprattutto
nelle prime fasi di assestamento del potere della Serenissima, come la riluttanza
mostrata dai veneziani verso l’assunzione di incarichi sull’isola, sia per i ma-
gri compensi offerti, che per i pericoli di un contesto geografico politicamente
instabile e difficilmente protetto dalle forze occidentali.48 Una volta arrivati a
Cipro i funzionari veneziani mandati al governo dell’isola dovevano adeguarsi
all’organizzazione in chiave feudale del regno. Inoltre la composizione pluricul-
turale della popolazione cipriota rendeva necessaria la partecipazione dei locali
nell’amministrazione, affinché questi facilitassero, fungendo da mediatori, i rap-
porti fra i sudditi e il governo centrale.
Per non affrontare forti dissensi da parte della popolazione e difficol-
tà nell’instaurare il proprio potere a Cipro, la Signoria utilizzò in gran parte
l’organizzazione amministrativa istituita dalla dinastia dei Lusignan, senza ap-
portarvi cambiamenti significativi se non in alcuni aspetti delle strutture isti-
tuzionali che avrebbero potuto creare problemi al nuovo equilibrio politico.49
La Serenissima aveva ben chiaro che, mantenendo inalterate le istituzioni e le
consuetudini in atto fino all’imposizione del proprio controllo su Cipro (im-
poste e diritti dei contadini, corti giudiziarie del visconte, corti ecclesiastiche,

45. Ανέκδοτα έγγραφα, I, pp. 206-207, 208, 238, 255, 262-263, II, pp. 23-24, 29-30, III, pp.
52-53, 70-71, 94-95, IV, pp. 46, 101, 218-219, 236, 256-258, 262-271, 276-277, 281-282, 285-
293, 297.
46. Ibidem, Ι, pp. 119, II, 39, 43-45, 47, 54-56, 59-63.
Lusignan, Description, c. 211; Excerpta Cypria, p. 79; Hill, A history of Cyprus, III, pp.
47. ����������
816, 838-839, 841.
ASV, Senato, Mar, reg.11, c. 71r; ASV, Senato, Mar, reg. 12, c. 142r; Ploumides, Οι βενε-
48. �����
τοκρατούμενες ελληνικές χώρες, p. 23.
49. Questa era la consolidata politica usata dalla Repubblica in quasi tutti i territori annessi nel
nello stato da mar; cfr. Gullino, L’evoluzione costituzionale, p. 371.
Un regno per Venezia 57

riconoscimento dell’autorità della Chiesa ortodossa), la popolazione sarebbe


stata più propensa a dimostrarsi fedele all’autorità veneziana e si sarebbero così
evitate reazioni violente, soprattutto da parte dei nobili, il cui potere politico
veniva decisamente limitato dalla giurisdizione delle autorità veneziane.50 L’ap-
parato amministrativo dell’isola rimase quindi fondato sulla doppia base delle
tradizioni bizantine, che erano in atto a Cipro fino alla conquista di Riccardo I
d’Inghilterra, e di quelle imposte dai crociati nei territori mediorientali,51 che
caratterizzavano l’organizzazione economico-giuridica dell’Europa feudale dei
secoli XII e XIII. Mentre però nei regni europei le istituzioni avevano subito un
processo di evoluzione e aggiornamento, a Cipro il relativo isolamento politico
del regno aveva comportato il mantenimento delle tradizioni feudali più anti-
che. Su questa base istituzionale la Repubblica introdusse le forme di governo
tipiche dei domini veneziani del Mediterraneo, realizzando così un’ammini-
strazione dalle caratteristiche particolari nelle quali si intuiva sensibilmente il
retaggio organizzativo del regno. Le affinità tra l’amministrazione del periodo
veneziano e quella precedente dei Lusignan si individuano in particolare, oltre
che nell’organizzazione sociale ed ecclesiastica, rimasta più o meno immutata,
nella partecipazione dei ciprioti di alto rango all’amministrazione e alla scelta
dei vari funzionari o beneficiari di rendite dell’isola, nel mantenimento di isti-
tuzioni cardine come quelle giudiziarie, sia civili che ecclesiastiche, infine nel
riconoscimento di tradizioni feudali come l’accettazione dell’omaggio ligio e
la concessione di contee e cavalierati.
Il 20 luglio 1489 il senato veneziano decretò l’elezione nel Maggior
Consiglio di un luogotenente e di un capitano da inviare al governo dell’iso-
la con un incarico biennale. Il luogotenente e due consiglieri componevano il
reggimento,52 cioè il governo centrale dell’isola, con sede a Nicosia. Al capi-
tano di Famagosta era affidato il governo delle forze militari, delle strutture
difensive e dell’organizzazione dei gruppi di guardia costiera.53 Era coadiuvato

50. Si veda il preambolo della deliberazione ASV, Senato, Mar, reg. 12, c. 176r, 8 agosto 1489.
51. Nell’amministrazione locale dei territori conquistati in Oriente, i crociati avevano anch’es-
si mantenuto pressoché inalterate le strutture dell’amministrazione precedente, soprattutto quelle
fiscali, che chiamavano a seconda dei casi o delle zone, sia con il nome greco, sekreton, sia con il
termine arabo, diwan: Cahen, Oriente e Occidente, p. 190. Almeno per i primi anni dopo la conqui-
sta ottomana dell’isola sarà ancora conservato il sistema fiscale veneziano; si veda Arbel, Veinstein,
La fiscalité vénéto-chypriote.
52.  Il luogotenente riscuoteva uno stipendio di 3500 ducati all’anno, i consiglieri di 2400.
Inoltre venivano loro concesse le spese del viaggio fino alla loro sede. Queste somme furono ridi-
mensionate nel 1509, in seguito alle gravi difficoltà economiche della Serenissima durante la guerra
contro la lega di Cambrai; si vedano Hill, A history of Cyprus, III, p. 866; Ανέκδοτα έγγραφα, I, pp.
38-39. Elenco dei luogotenenti e dei consiglieri del reggimento di Cipro, in Mas Latrie, Histoire de
l’île de Chypre, III, pp. 847-849; Ανέκδοτα έγγραφα, Ι, pp. 161-170; Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική
κυριαρχία, pp. 533-534 (solo luogotenenti).
53. Si veda la commissione di Baltassare Trevisan, eletto primo capitano, in Mas Latrie, Hi-
stoire de l’île de Chypre, III, pp. 454-472. Elenco dei capitani di Famagosta, in Mas Latrie, Histoire
de l’île de Chypre, III, pp. 850-851; Ανέκδοτα έγγραφα, Ι, pp. 170-173; Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική
κυριαρχία, pp. 535-536.
58 Cipro veneziana

prima da uno poi da due castellani.54 Le rimanenti province (contrade) nelle


quali era divisa l’isola erano rette come segue: Pafos e Cerines da un castellano
veneziano, Saline da un capitano veneziano, tutti e tre patrizi eletti dal Mag-
gior Consiglio, dato che queste città erano economicamente e strategicamente
molto importanti; Limassol aveva un capitano che poteva essere sia cipriota
che veneziano, incaricato dal reggimento di Nicosia; le province di Pendayia,
Avdimou, Masotòs e Chrysochou erano amministrate da civitani, Messarea da
un capitano, indicato nei documenti come capitano di Sivuri, e Carpasso da
un bailo o civitano, tutti ciprioti «veri, originari e antiqui»,55 per l’elezione dei
quali le autorità si servivano delle indicazioni del consiglio dell’università di
Nicosia quando, come più spesso accadeva, non ricorrevano all’appalto.56 Alla
fine del proprio mandato i civitani trasmettevano le scritture della cancelle-
ria del luogo da loro amministrato alla cancelleria del reggimento.57 In periodi
d’instabilità politica o quando si ravvisava pericolo di guerra veniva inviato a
Cipro un provveditore generale, la cui giurisdizione si estendeva a tutti i campi
dell’amministrazione civile e militare.58 Un cancelliere grande da Venezia era
responsabile della cancelleria dell’isola, affiancato da due coadiutori di lingua
latina, cittadini veneziani, e uno di lingua greca.59 Periodicamente uno o due
sindici (sindici Orientis o sindici et inquisitori in Levante) visitavano i posse-
dimenti veneziani per controllare l’operato dei funzionari e giudicare i casi di
appello contro le loro decisioni.60.

54. Nel 1486 si era deciso di portare a due i castellani di Famagosta, perché la città era malsa-
na e si doveva provvedere ai periodi nei quali uno dei due si trovasse ammalato: cfr. ASV, Senato,
Mar, reg. 12, c. 69r.
55. ASV, Senato, Mar, reg. 15, cc. 103r, 105v.
Bustron, Chronique de l’île de Chypre, pp. 458-459. Il
56. �������������������������������������������
BNM, IT VII, 918 (8392), c. 237r; ���������
pagamento di una somma per l’assegnazione di un ufficio amministrativo era praticata anche du-
rante il regno dei Lusignan, soprattutto per gli incarichi dei baili delle campagne. Dal 1469 venne
generalizzato il versamento di una somma prestabilita da tutti i funzionari della reale come cauzio-
ne per la qualità del loro operato: Mas Latrie, Histoire de l’ile de Chypre, III, p. 810.
57. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 168v.
58. Elenco dei venti provveditori con incarico a Cipro, in Ανέκδοτα έγγραφα, I, pp. 175-176.
59. ASV, Senato, Mar, reg. 12, c.176v. Si veda Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική κυριαρχία, pp.
466-469. Nella cancelleria veneziana venivano ammessi soltanto cittadini originari e nati da le-
gittimo matrimonio, selezionati con un sistema di ammissione concorsuale; si veda Trebbi, La
cancelleria veneta, pp. 65-125.
60. Dudan, Il diritto coloniale veneziano, pp. 124-125. Elenco dei sindici arrivati a Cipro in
18 occasioni, in Ανέκδοτα έγγραφα, Ι, p. 177. Si veda la commissione ricevuta da Vittore Capello
e Filippo Tron il 24 agosto 1520, in ASV, Senato, Mar, reg. 19, cc. 148v-149r. Concisa descrizio-
ne dell’organizzazione amministrativa di Cipro dopo l’inserimento dell’isola nello stato da mar
veneziano, in Bustron, Chronique de l’île de Chypre, pp. 458-459; Lusignan, Chorograffia, cc.
80r-81v. Non mancavano i funzionari che oltraggiavano i limiti del proprio incarico, provocando
la reazione della popolazione. Il capitano di Famagosta Bartolomeo da Mosto fu accusato di aver
condannato persone senza processo. Inoltre obbligava i contadini a lavorare nei propri terreni senza
alcun compenso, rubava munizioni dai magazzini del castello e cavalli dagli stradioti, adulterava i
rifornimenti di frumento e altro ancora; si vedano Lamansky, Secrets d’état, pp. 01-02; Ploumides,
Οι βενετοκρατούμενες ελληνικές χώρες, p. 25.
Un regno per Venezia 59

I più significativi incarichi dell’amministrazione locale erano quindi ricoperti


da cittadini veneziani eletti dalle magistrature della madrepatria ma ricompensati
dalla camera fiscale di Cipro. Tuttavia l’opinione di Dudan che nei domini veneziani
da mar era inutile la formazione di una classe di burocrazia locale non è totalmente
applicabile per il caso di Cipro.61 Infatti questo principio organizzativo di divisione
degli incarichi amministrativi tra veneziani e ciprioti in vigore a Cipro portò due
principali vantaggi: in primo luogo i rettori e i funzionari mandati da Venezia pote-
vano servirsi delle informazioni e dei suggerimenti degli ufficiali che risiedevano
per lungo tempo a Cipro, beneficiando della loro conoscenza dei problemi e delle
carenze amministrative; in secondo luogo i locali erano così maggiormente disposti
a tollerare l’imposizione dei veneziani, partecipando essi stessi in modo consistente
al governo dell’isola. Alcune opportunità per la carriera amministrativa erano ri-
servate anche ai ciprioti non nobili, o almeno a quelli che disponevano di un certo
agio economico e potevano vantare un percorso educativo che permettesse loro di
accedere a incarichi quali lo scrivano negli uffici della cancelleria oppure l’ammini-
stratore di casali. Ai famagostani erano inoltre riservati il capitanato della contrada
di Sivuri, il bailato di Messarea, l’incarico del visconte e uffici cancellereschi mi-
nori. Se per i ciprioti più benestanti questi uffici potevano risultare di poco conto
in termini economici, erano però sicuramente importantissimi a livello politico e
garantivano a chi li otteneva il prestigio della partecipazione al potere. D’altra parte
la distribuzione di incarichi e uffici ai locali assicurava alla Serenissima la fedeltà e
la benevolenza dei sudditi.62 Perciò nel decennio 1550 fu concessa dal senato l’ele-
zione tra i popolani di Nicosia di due persone a cui affidare l’incarico di «fontegher
che è quello che riceve, et dispensa le biave publiche» che prima era concesso a un
cittadino cipriota o veneziano; inoltre fu decisa l’elezione nel consiglio del popolo
di Nicosia del civitano di Tamassia e del mattassipo «officio che ha il carico di tutte
le vittuaglie nelle piaze et fuora nelle fiere, che si fanno all’intorno essa città».63 Ad
alcuni secondogeniti dei nobili senza feudo o privi di altre entrate la Repubblica
concedeva un vitalizio di 60 ducati annui dietro obbligo di servire come cavalieri,64
privilegio la cui concessione dalle autorità veneziane assicurava l’appoggio delle
principali famiglie della nobiltà cipriota.
Nella sua relazione esposta al senato, nel 1529, di ritorno da Cipro dove ave-
va coperto l’incarico di luogotenente, Silvestro Minio spiegò le cariche ammini-
strative riservate ai ciprioti, illustrando che nella città di Nicosia abitava

61. Dudan, Il diritto coloniale, p. 122.


62. Lane, Venice, p. 273.
63. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 224.
64. ���������������������������������
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[P]er la constitution del regno [il
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secondogenito] resta erede solum della nobilità ma
privo della facultà e beni paterni per conseguir el primogenito tuta la heredità»: dalla supplica di
Zacho Denores, «gentiluomo, cavalier e visconte» che desiderava nel 1501 far avere a suo figlio
minore la carica biennale di capitano di Limassol: ASV, Senato, Mar, reg. 15, c. 55v. L’incarico
venne affidato a Piero Denores «maxime havendo la serenissima rezina di Cypri questo suplicato»:
Sanuto, I Diarii, III, col. 1409. Per i cavalieri stipendiati si stanziavano 4000 ducati l’anno per 52
nicosioti e 8 famagostani: cfr. ASV, Senato, Mar, reg. 13, cc. 51v, 55v, 70v, 106r.
60 Cipro veneziana

honorevol civilità di cavalieri gentilhomini, et citadini, mercadanti, et di ogni altra con-


ditione. […] Le industrie veramente et modi dil viver di essi habitanti sono, che quelli
gentilhomini, et citadini, che non hano intrade se exercitano in mercantie, et in appalti
de la real, et altri, et molti de essi serveno per balii, cio è governadori de casalli de la
real, et etiam de privati gentilhomeni. Godeno preterea per gratia de vostra celsitudine
molti officii et provision, che li sono di non poco emolumento al viver loro, cioè lo
viscontado de Nicosia, qual ha iurisdition sopra il populo menudo di greci, et sopra li
stabili di questa cita, et lige tre, che sono miglia nove italiani à torno. Et si contribuisse
de 2 anni, in 2 anni per el Regimento de Nicossia à quello par el miglior de gentilho-
meni de quella cita, et val da ducati 500 al anno. I xe el Rayssato, qual è indicio sopra
li Syriani, et altre nation peregrine habitanti in questa terra, et si contribuisse similiter
a citadini de questa cita, et è di poca natura. I xe li capitaniati, et civitanati, che sono
iusdicenti per le contrade de l’isola, quali similiter si contribuiscono per el Regimento
de 2 anni, in 2 anni a gentilhomeni, et citadini, et valeno el capitaneato de Limisso
ducati 200 el civitanato de Pendaglia ducati 250 el civitanato de Crusoco ducati 150 el
civitanato de Masatho [Masoto] ducati 80 el civitanato de Andino [Avdimou] ducati
60. Hano la iurisdicion in civil et criminal menor solamente, et le appellation de tuti
se devolveno al Regimento de Nicossia. Item hano le provision, che si dano de camera
a gentilhomeni, et citadini bisognosi, 57 a ducati 48 per una all’anno in vita loro. Li
populari veramente si exercitano per scrivani, et scrivanelli de baliazi, sì de la Real,
come de altre persone, et etiam in mercantie, et in diversi mestieri et arte, chel ne è de
ogni sorte, ma precipue nel mestier de la lana, per far samiti, et zambelloti, et nel trar
de gotoni de boccola, et farli netti, et cum questa arte vive la magior parte de la povertà.
El lavorar etiam, et raffinar di zuchari dà nutrimento da viver à molti.65
La maggioranza della popolazione della città era occupata nell’artigianato, nei
lanifici, nei cotonifici, nelle raffinerie di zucchero, nel taglio del sale e nelle altre
arti, «cose tutte che vogliono grandissimo numero di persone».66
Le autorità veneziane avevano inizialmente deciso che il reggimento fissasse
la residenza nel palazzo regio di Famagosta, per l’importanza strategica della città
nel garantire la sicurezza di tutta l’isola e anche per aumentarne la popolazione.67 Il
capitano avrebbe invece risieduto a Nicosia, sebbene con l’obbligo di soggiornare
a Famagosta per sei mesi all’anno. Poco dopo, invece, fu deciso che la sede stabile
del reggimento sarebbe stata Nicosia, dove si trovava anche la camera fiscale e la
cancelleria del regno;68 a Famagosta sarebbe stata instaurata la sede del capitano,

65. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, cc. 113r-v. «I gentiluomini o borghesi della città
che non hanno molte entrate si esercitano in diverse mercantie et in tuor appalti della real e di altri.
Altri servono per balii, cioè governatori de casali sì per conto della real come per conto de parti-
colari. I gentiluomini che sono cavallieri della città godono per grazia del Serenissimo Dominio la
giurisdizione del viscontado sì come facevano al tempo de Reali, il qual visconte è in gran prezzo
perché è giudice sopra il popolo menudo de greci e sopra tutte le differenze dottal, et de stabeli
de tutta la città […] Può valer ducati 1500»: BNM, IT VII 877 (8651), cc. 320r-v. Sugli appalti di
terreni nel Cinquecento a Cipro, si veda Mavroidi, Appalti e produzione.
66. ��������������������������������
BNM, IT VII 877 (8651), c. 321r.
67. ASV, Senato, Secreta, reg. 34, c. 93r.
68. Dopo la conquista genovese di Famagosta il bailo veneziano aveva trasferito la propria
sede a Nicosia dove andava concentrandosi l’attività dei mercanti veneziani; si veda Jacoby, Cito-
yens, sujets et protégés, pp. 185-186.
Un regno per Venezia 61

responsabile della preparazione difensiva di Cipro, in quanto la città disponeva


della fortezza principale dell’isola e dell’unico porto che avrebbe potuto ospitare
un numero cospicuo di galere ed altre navi in funzione militare.69 Come fu recente-
mente esposto da Anastassia Papadia-Lala, la prima decisione di trasferire la capi-
tale dell’isola a Famagosta era naturalmente dettata dalle particolari caratteristiche
politico-economiche della Repubblica, legata indissolubilmente al mare e al com-
mercio.70 La città era inoltre più vicina alle coste musulmane e perciò si credeva
che sarebbe stata la prima a subire un’eventuale invasione, quindi sarebbe stato
preferibile che il governo vi soggiornasse e che la sua popolazione fosse il più nu-
merosa possibile. La scelta finale d’instaurare la sede dell’amministrazione centrale
a Nicosia sanciva la continuità istituzionale e tradizionale tra il regno dei Lusignan
e il governo veneziano; la conservazione dello status regale di Cipro all’interno
dello stato da mar costituiva per la Repubblica un importante valore aggiunto a
livello diplomatico e aumentava considerevolmente il suo prestigio politico.71 A
testimonianza del carattere regale, che il possedimento cipriota conservò per tutta
la durata del governo veneziano sono i coronati leoni marciani scolpiti soprattutto
sulle mura famagostane e nicosiote, che costituiscono una rara rappresentazione
iconografica scultorea del simbolo di Venezia.72
Il reggimento di Nicosia aveva in mano il controllo dell’amministrazione,
della giustizia e delle finanze del regno. Secondo la commissione ricevuta dai
membri del reggimento, ogni quattro anni i consiglieri dovevano effettuare il
“������������������������������������������������������������������������������������
pratico”, cioè il controllo dei confini dei casali appartenenti al dominio della ca-
mera reale e del numero dei parici e dei francomati che vi lavoravano, insieme ai
contributi che dovevano essere versati.73 Il pratico in realtà si effettuava soltanto
saltuariamente e su estensioni geografiche minime, a macchia di leopardo, soprat-
tutto per le diverse difficoltà e le significative spese che i funzionari dovevano
affrontare per il suo completamento.74
Appena assunto il controllo del governo di Cipro da parte dei veneziani,
cioè all’indomani della morte del re Giacomo II, erano iniziati i lavori per il

69. ASV, Senato, Mar, reg. 12, cc. 173v-174r.


70. Papadia-Lala, Ο θεσμός των αστικών κοινοτήτων, p. 25.
71. Infatti, più tardi, durante le sedute del Concilio di Trento, in virtù del possesso del regno
di Cipro, al doge veneziano sarebbero stati riconosciuti gli stessi privilegi dell’imperatore e dei re;
si veda Cozzi, Venezia, una repubblica di Principi?, p. 155.
72. Altri esempi si trovano a Capodistria, a Modone e a Creta; si veda Rizzi, I coronati leoni
di Cipro, pp. 311-312.
73. «Pratico totius insule fieri debeat per consiliarios Nicosie; medietatem scilicet insule pro
quoque eorum; et fiat de quadrienio in quadrienium, cum ea minori impensa»: Mas Latrie, Histoire
de l’île de Chypre, III, p. 465.
74. La tradizione del pratico era di origine bizantina e si era conservata anche durante i secoli
del regno dei Lusignan. I funzionari veneziani non avevano accesso ai feudi privati, esenti dalla
giurisdizione veneziana. Descrizione della modalità di effettuare i pratichi offerta da Florio Bu-
stron, in Grivaud, Ordine della Secreta, pp. 573-589. I consiglieri ricevevano un ducato al giorno
per le spese correnti durante il pratico; nel 1502 il reggimento suggerisce l’aumento del rimborso
spese: ASV, Senato, Mar, reg. 15, c. 150v.
62 Cipro veneziana

rinforzo delle infrastrutture difensive e dell’organizzazione militare dell’isola,


provvedendo ad adeguare le fortezze e ad approvvigionarle con munizioni e der-
rate alimentari. La difesa dell’isola era affidata a “stradioti” e “turcopuli”,75 che
dovevano essere rigorosamente estranei alla popolazione di Cipro.76 Gli stradioti
erano impiegati come mercenari in tutti i domini della Repubblica, con un incre-
mento soprattutto dalla prima metà del XV secolo quando i territori veneziani
si estesero anche nella Terraferma. Lo stesso termine “stradiota” era divenuto
comune nell’uso veneziano dalla seconda metà del Quattrocento per indicare pro-
prio i cavalieri stipendiati.77 A Cipro questi corpi militari erano di solito composti
da greci dei domini da mar; dopo la conquista ottomana di Napoli di Romania
(Nauplia) e di Malvasia (Monemvassia), nel 1540, ai profughi provenienti da
queste colonie venivano offerte terre a Cipro, quale ricompensa per le proprietà
perdute nel Peloponneso, in cambio di servizi militari.78 Tuttavia il senato spesso
deliberava il licenziamento di stradioti ciprioti, il che porta a supporre che quando
una posizione di stradiota si liberava, vuoi perché il militare fosse morto o perché
fosse partito, subentravano al suo posto dei locali che cercavano così di ottenere
uno stipendio e la possibilità di migliorare la propria condizione sfruttando le op-
portunità di fare carriera. A volte erano addirittura gli stessi stradioti ad appaltare
il proprio posto nella compagnia militare a dei ciprioti disoccupati, essendosi loro
progressivamente allontanati dal mestiere di soldato dedicandosi maggiormente
alla coltivazione delle terre che ricevevano quale compenso.
Il periodo che seguì la morte di re Giacomo II fu segnato da una relativa
disorganizzazione politica fino all’assestamento del governo veneziano. Di-
versi libri della cancelleria reale (“secreta”) scomparvero e numerosi feuda-
tari cercarono di occultare alle magistrature veneziane la vera estensione dei
propri feudi e dei privilegi fiscali da loro realmente goduti per concessione
reale. I confini dei feudi privati erano descritti nei libri della secreta e nelle
concessioni fatte dai re Lusignan nelle quali si elencavano le esenzioni legate

75. L’origine del corpo militare si ricerca nell’organizzazione dell’esercito bizantino dove i


tourkopouloi appaiono già nella seconda metà del XI secolo. Il termine tuttavia non è stato chiarito,
anche se etimologicamente significa probabilmente “figlio del turco”, quindi figli di matrimoni
misti fra musulmani e cristiani o da famiglie convertite da o all’islam. Successivamente, quando il
termine turcopoli veniva usato, indicava gli arcieri a cavallo dell’esercito crociato, che non aveva
ovviamente origine turcomanna: Harari, The military role of the Frankish Turcopoles.
76. Hale, L’organizzazione militare, pp. 309-311.
77. Ducellier, Les Albanais dans les colonies Vénitiennes; Fedalto, Stranieri a Venezia e a
Padova, pp. 512-513; Hale, L’organizzazione militare, p. 309; Arbel, Colonie d’oltremare, pp. 966-
967. Sugli stradioti nei possedimenti greci della Repubblica, si vedano i documenti pubblicati in
Sathas, Μνημεία ελληνικής Ιστορίας; cfr. Id., Έλληνες στρατιώται εν τη Δύσει. Per Cipro si vedano
indicativamente Aristeidou, Ενίσχυση των οχυρώσεων; Kyrris, Mercenaires Albanais en Chypre;
Patapiou, Η κάθοδος των ελληνοαλβανών stradioti.
78. Sathas��, Μνημεία ελληνικής Ιστορίας, pp. 416, 419, 428. Il numero di stradioti trasferitisi
a Cipro da Malvasia e Nauplia cadute in mano degli ottomani non superava qualche centinaio:
Grivaud, Villages désertés, p. 278. Elenco
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degli stradioti greci che parteciparono alla guerra di Ci-
pro, con alcune notizie e informazioni archivistiche, in Chassiotis, Οι Έλληνες στις παραμονές της
ναυμαχίας της Ναυπάκτου, pp. 135-145.
Un regno per Venezia 63

al feudo e gli obblighi del feudatario nei confronti della corona. Con il termine
“real” si indicavano i terreni, i corsi d’acqua o le altre proprietà che in passato
erano possedute dal re distribuendole come feudi ai propri vassalli che le po-
tevano possedere ereditariamente.79 In caso di mancata prole legittima il feudo
ritornava alla reale per essere nuovamente concesso ad un altro beneficiario.80
All’assunzione del governo del regno da parte dei veneziani le proprietà del-
la reale divennero beni demaniali e venivano appaltati o concessi ai privati
per un preciso periodo temporale dietro corresponsione di un affitto o livello
alla camera fiscale. I feudi privati erano invece trasmessi ereditariamente ed
erano esentati dal controllo della secreta. Facendo sparire le registrazioni dei
confini di questi feudi i nobili ciprioti cercavano di usurpare terreni che in
precedenza appartenevano alla reale, presentandoli come ereditari.81 Ancora
nel 1565 il provveditore generale Bernardo Sagredo denunciava alcuni feuda-
tari che cercavano di defraudare la secreta manomettendo i libri della camera
fiscale dai quali cancellavano inserzioni e toglievano pagine. Il provveditore
fu addirittura minacciato per la sua manifesta volontà di estirpare questi illeciti
comportamenti.82
Il governo veneziano mantenne a Cipro anche gran parte della politica fiscale
dei Lusignan. Uno dei dazi conservati dai veneziani era la “marzason”, taglia paga-
ta sui piccoli animali allevati in campagna, dalla corresponsione della quale erano
in parte esenti i famagostani per privilegio concesso da re Giacomo II. La cosiddet-
ta gabella grande di Nicosia riguardava le quantità di vino, carne e altre vettovaglie
che si vendevano al dettaglio in città. Per tenere alte le entrate derivanti da questo
dazio i Lusignan avevano vietato l’apertura di taverne fuori dalle mura cittadine.
Nel 1508 però le autorità veneziane avevano tolto questo limite concedendo diverse
licenze per l’apertura di locali di vendita al minuto fuori città, con grave danno per

Grivaud, Peut-on parler d’une politique économique, p. 362.


79. ���������
80. Nel 1520-1521 i terreni inclusi nel dominio della reale formavano quasi un terzo della
totalità dei terreni abitati e coltivati dell’isola; si veda ibidem.
81.  L’avvocato fiscale di Cipro Zuan Zamberlan accusa, nel 1556, i nobili ciprioti per
la perdita di numerosi archivi ufficiali della cancelleria del regno: «Questi libri regali et altre
scritture scritte in francese erano maneggiate dalli secrettani, che erano persone Ciprie, et ve-
nivano anco, per quello si può comprendere, portate fuori del palazzo nelle case loro, adeo che
dalla secretta publica la quale questo clarissimo regimento suole tenir sotto due chiavi, da poco
tempo, in qua si trovano hora mancar i libri autentici di diversi anni et, come io credo, questo
disordine è seguito sotto la morte del re Zaco, ne essendo hora tempo far mentione delle cause
ne delle persone, io scorro con silentio»: Richard, A propos d’un privilège, p. 129. Il fenomeno
si era presentato già negli anni successivi la morte di Giovanni II e l’ascesa al trono di Carlotta
Lusignan (1458).
82. ���������������������������������������������������������������������������������������
«��������������������������������������������������������������������������������������
Ho trovato che un Gerolamo Aubar aveva tre libri della secreta con i quali quadagnava
assai danari perché come vacava qualche feudo faceva supliche ad alcuni e li faceva che descendes-
sero da queli [che fino ad allora avevano sfruttato il feudo]. […] Ma prima che io mandassi a tuor
questi libri mi pregò di non toglierglieli perché cosi faceva 700 ducati all’anno. A questo proposito
un gentiluomo mi mandò a dir prima che partissi da Venezia che se volevo uscir non dovevo eseguir
tanto le leggi come è il solito mio. Il medesimo mi disse un capitano di stradioti aggiungendo che
leverebbe calunnie contro di me che non si immaginerebbe»: BNM, IT VII 918 (8392), cc. 177r-v.
64 Cipro veneziana

la camera fiscale e anche per gli esercizi cittadini, dato che i privati si servivano
delle taverne in campagna per evitare il pagamento della gabella.83

3. Diritto e giustizia

Nel regno dei Lusignan il potere legislativo, esecutivo e giuridico era rap-
presentato dall’Alta Corte della quale facevano parte tutti i feudatari dipendenti
dal re con omaggio ligio.84 Il re presiedeva le sedute dell’Alta Corte, come
primus inter pares, condividendo in teoria il potere con il resto dei feudatari.
Ogni nuovo sovrano era tipicamente eletto dai nobili ai quali confermava i
privilegi feudali in cambio della loro fedeltà ligia.85 Sebbene il re o il reggente
fosse a capo della corte, in realtà era il gruppo dei vassalli a comporre l’organo
giudicante. La loro partecipazione alla corte e alle procedure della giustizia era
obbligatoria e faceva parte dei doveri di auxilium et consilium nei confronti
del signore. L’Alta Corte controllava e confermava le pene comminate dal re
ai propri vassalli e dai tribunali ecclesiastici ai sudditi dei bassi ceti sociali.86
L’autorità dell’Alta Corte non si estendeva ai sudditi delle repubbliche italiane
che secondo i privilegi concessi loro dalla dinastia Lusignan, venivano giudica-
ti dai baili delle rispettive comunità.87
La Bassa Corte, con sede a Nicosia e a Famagosta, era invece il tribunale
dei sudditi senza titolo nobiliare, ovvero tutta la popolazione a esclusione dei
feudatari. Tale tribunale era composto dal visconte e da 12 giurati, sul modello
delle corti bizantine delle campagne, che giudicavano il diritto civile.88 I casi
riguardanti i contadini erano giudicati dai funzionari amministrativi locali delle
contrade ove fosse compiuta l’infrazione e l’appello ai loro giudizi era riservato
al visconte. Sia il visconte che i giurati erano eletti dal re ma il primo, essendo
scelto fra la nobiltà, limitava l’indipendenza giuridica dei 12, che erano invece
membri della “borghesia” e dovevano essere «���������������������������������
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della legge di Roma��������������
»�������������
, ovvero cat-

83. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 95. Sulle entrate della camera fiscale di Cipro nel pe-
riodo del governo veneziano, si veda Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική κυριαρχία, pp. 480-485.
Concepita sul modello della curia regis: Balard, Les Latins en Orient, p. 84.
84. ����������������������������
Hill, A History of Cyprus, II, pp. 50-52; Richard, Le droit et les institutions franques, p. 11.
85. ������
Richard, Το δίκαιο του μεσαιωνικού βασιλείου, p. 375.
86. ���������
87. I genovesi ottennero il privilegio di avere la propria corte nel 1232, i pisani nel 1291 e i
veneziani nel 1306; si vedano Balard, Génois et Pisans en Orient, pp. 191, 197-198; Otten-Froux,
Quelques aspects de la justice, p. 333. Solitamente il console o bailo delle rispettive repubbliche
marinare aveva sede a Famagosta, il porto principale dell’isola: Kyrris, Bicameralism in mediaeval
Cyprus, pp. 129-133.
88. ASV, Senato, Mar, reg. 12, c. 176r. Descrizione della procedura di elezione e assegna-
zione dell’incarico a un nuovo visconte, in ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 218r. Sulla carica
del visconte e delle altre autorità civili della città di Famagosta a partire dai primi secoli del
regno di Cipro, si vedano le considerazioni di Gilles Grivaud in Valderio, La guerra di Cipro, pp.
3-15. Sul significato del numero 12 nelle istituzioni, si veda Kyrris, Bicameralism in mediaeval
Cyprus, pp. 139-140.
Un regno per Venezia 65

tolici.89 Il visconte fungeva anche da capo della polizia e da responsabile della


raccolta delle imposte. Era affiancato dal mathessep o mactassib (matassipo),
ispettore del mercato, controllore dei pesi e delle misure, dei prezzi e dei mestie-
ri.90 Con il tempo nel regno erano state istituite altre corti: la curia syrianorum,
capeggiata da un rais, che giudicava le genti che si erano trasferite a Cipro dai
territori crociati,91 la corte commerciale dei fondaci e la corte navale, detta “della
catena”.92 Il rais e il matassipo erano istituzioni preesistenti all’installazione dei
crociati nei territori controllati da musulmani e furono mantenute dai franchi,
seppure ridimensionate nel ruolo e nei poteri. Il loro impiego a Cipro è uno dei
numerosi aspetti dell’amministrazione del regno portati da Gerusalemme e non
rivela una diretta influenza araba.93
Nei casi di matrimonio, testamento o altre materie ascrivibili alla sfera
religiosa erano competenti i tribunali ecclesiastici a seconda della confessione
degli implicati. I tribunali ecclesiastici ortodossi, capeggiati dal vescovo greco,
coadiuvato da altri giurati chierici o laici, continuavano a impiegare la legisla-
zione di stampo bizantino. L’appello era riservato all’arcivescovo cattolico che,
tra l’altro, giudicava anche i casi che contrapponevano gli ortodossi ai latini;
perciò le leggi usate dai vescovi greci furono col tempo adattate e rese compa-
tibili con il diritto dei latini.94

89. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 195r.


90. Il segno distintivo del visconte e del matassipo era un bastone argentato; in conseguenza,
i loro aiutanti erano chiamati bastonieri; si vedano Dudan, Il dominio veneziano, p. 145; Kyrris,
Bicameralism in mediaeval Cyprus, p. 128. Sull’incarico del rais e del matassipo in Siria e nell’Alta
Mesopotamia musulmana, si veda Cahen, Oriente e Occidente, p. 197. L’incarico del matassipo
di Cerines era conferito dal capitano della città ogni due anni, ma al matassipo in carica nel 1522
l’ufficio era stato concesso a vita; cfr. Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, p. 61.
91. Nel periodo delle crociate il termine siriani era solito usarsi per indicare la popolazione
degli stati crociati formatasi dalla seconda e terza generazione degli occidentali installati in Medio
Oriente che con il tempo erano inevitabilmente state “contaminate” culturalmente sino al punto
di acquisire connotazioni levantine. L’utilizzo del termine per Cipro, sia nei secoli del regno dei
Lusignan che al tempo del governo veneziano, serviva a distinguere i popolani non ciprioti, cioè co-
loro che dagli stati crociati si erano trasferiti sull’isola in varie epoche, arrivando a costituire parte
integrante della popolazione, sebbene distinta in quanto a stato giuridico, dopo la concessione del
diritto di essere giudicati nella corte del rais. Questa corte si instaurò inizialmente a Famagosta, ma
già nell’anno 1297 si documenta la funzione di una curia syrianorum anche a Nicosia. Si veda Kyr-
ris, Bicameralism in mediaeval Cyprus, p. 129. L’insediamento dei siriani nella campagna cipriota
è provata dalla toponomastica (Sirianochori, Siria): ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 86.
92. La distinzione delle corti fu ripresa dall’organizzazione giuridica del regno di Gerusalem-
me: Balard, Les Latins en Orient, p. 84. Di nessuna di queste tre corti fu salvato il codice di diritto
applicato: Ασίζαι του βασιλείου των Ιεροσολύμων, p. νβ’.
93. Ad Antiochia, dove la tradizione bizantina era più forte e non subì molte influenze islami-
che, il matassipo non esisteva; Cahen, Oriente e Occidente, pp. 197-199.
94.  Esposizione degli elementi del diritto bizantino conservati nelle Assise della Bassa Corte
in vigore a Cipro, in Zepos, Το δίκαιον της Κύπρου, pp. 129-130; Id., Το δίκαιον εις τας Ελληνικάς
Ασσίζας. Si vedano anche Richard, Το δίκαιο του μεσαιωνικού βασιλείου, p. 386; Chatzipsaltis, Εκκλη-
σιαστικά δικαστήρια Κύπρου, pp. 23-34; Seremetis, Η απονομή της δικαιοσύνης, pp. 313-315. Le leggi
ecclesiastiche, redatte da un anonimo nel XIII secolo e usate dal vescovo di Arsinoe (Pafos), furono
inserite nelle Leggi Greche pubblicate da Sathas in Ασίζαι του βασιλείου των Ιεροσολύμων, pp. 3-247.
66 Cipro veneziana

Imponendosi al governo di Cipro la Repubblica veneziana conservò la


Bassa Corte nelle città di Nicosia e Famagosta,95 ma eliminò l’Alta Corte. Un
organo con poteri così ampi, controllato dai ceti alti della società cipriota, non
avrebbe potuto essere tollerato dalla Signoria. I feudatari persero quindi il pote-
re politico e giudiziario di cui godevano nel regno Lusignan. I casi riguardanti
la nobiltà sarebbero stati giudicati dal reggimento veneziano, competente anche
per il diritto criminale e i casi di appello del giudizio dei visconti.96 I feudatari
persero anche il diritto di giudicare e infliggere pene sui lavoratori delle proprie
terre, francomati e parici, i quali diventando sudditi della Repubblica avevano
ottenuto il diritto di riferirsi alle autorità veneziane. I casi di lesa maestà ri-
chiedevano il giudizio congiunto del reggimento e del capitano di Famagosta. I
giudizi dei funzionari veneziani erano appellabili a Venezia.97
L’elezione del visconte, prima affidata al re, era trasferita alle autorità venezia-
ne: al reggimento per quanto riguardava il visconte di Nicosia e al capitano di Fama-
gosta per il giudice della corte di quella città. L’incarico con durata biennale doveva
essere affidato a un cipriota «cavaliere o gentiluomo feudato»,98 cioè un nobile istru-
ito e autorevole. I funzionari veneziani non potevano interferire nella giurisdizione
della Bassa Corte. Il visconte continuava a espletare compiti di controllo sugli affari
conclusi in città e di vigilanza notturna.99 Spesso veniva chiamato a risolvere con-
troversie patrimoniali, scaturite dal complicato sistema di calcolo delle doti “alla
franca” o “alla cipriota”. Secondo questa distinzione, qualora il matrimonio fosse
compiuto “alla franca” la vedova ereditava metà delle proprietà e dei debiti del de-
funto marito, mentre il vedovo ereditava tutta la dote della moglie, indifferentemente
se la defunta avesse figli o meno.100 Nei matrimoni “alla cipriota”, «altramente detto
modo syriano»,101 le vedove avevano il diritto di vedersi restituita la propria dote più
un terzo dei beni del defunto marito, mentre i vedovi dovevano restituire i tre quarti
della dote ricevuta alla famiglia della consorte o a chi l’aveva dotata.102

95.  Le fonti cinquecentesche non chiariscono i limiti della giurisdizione del rais, cioè del
giudice con giurisdizione su tutti «li syriani con tutte quelle nazioni orientali», che probabilmente
fu assorbita dalla corte del visconte. Si vedano BNM, IT VII 877 (8651), c. 320v; BNM, IT VII 918
(8392), c. 237v.
96. Arbel, Colonie d’oltremare, pp. 970-971. Nel 1489, Giovanni Mistachiel venne conferma-
to dal senato visconte di Nicosia; ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 176r.
97. MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 129r; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, ff. 241r-242r. Si
veda Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική κυριαρχία, pp. 460-466.
98. ��������������������������������
BNM, IT VII 918 (8392), c. 237v.
99. ASV, Senato, Mar, reg. 11, c. 26r.
100. Nella versione di dote alla franca, secondo il diritto crociato, le vedove regine e mogli dei
conti ereditavano tutto il regno o la contea per poter così sostenere le considerevoli spese per la for-
tificazione e la conservazione di forze militari, che non si sarebbero potute coprire sufficientemente
se le loro entrate si fossero dimezzate; si vedano Brundage, Marriage law in the Latin kingdom, pp.
265-270; Edbury, John of Ibelin, pp. 167-168.
101. ��������������������������������
BNM, IT VII 918 (8392), c. 238v.
102. Si vedano BNM, IT VII 918 (8392), cc. 238v-239r; MCC, Donà dalle Rose, n. 45, cc.
190v, 224r-225r; MCC, ms. C 139 a/b, c. 77v; ASV, Senato, Mar, reg. 19, cc. 206r-v; ASV, Capi dei
X, Lettere, b. 289, ff. 209, 213; Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 532-533.
Un regno per Venezia 67

La legislazione applicata nel regno di Cipro era una collazione delle diverse
leggi e consuetudini utilizzate nei rispettivi paesi di provenienza dei crociati, nota
come Assise di Gerusalemme.103 Le Assise si distinguevano negli ordinamenti
dell’Alta Corte applicabili nelle relazioni tra i feudatari e il re, e della Bassa Cor-
te, per quanto riguardava la “borghesia”. Tale legislazione si basava in grande mi-
sura sul diritto già in vigore fra le popolazioni latine del Levante, che a sua volta
riportava molti aspetti del diritto romano, conservato sia nella legislazione bizan-
tina che in quella capetingia.104 Al tempo della fondazione del regno di Cipro, alla
fine del XII secolo, il diritto del regno crociato di Gerusalemme non era ancora
stato codificato, dato che gli ordinamenti erano in continua evoluzione essendo il
re il giudice supremo con facoltà di legiferare nel quadro del controllo posto dai
membri dell’Alta Corte.105 La collazione di diversi trattati giuridici e compilazio-
ni eseguiti da privati intellettuali dell’epoca fu realizzata a Cipro a partire dalla
metà del XIII secolo, ma non rappresentava la volontà pubblica di codificare le
leggi.106 Il diritto applicato a Cipro era quindi in continua trasformazione e soltan-
to dopo la ribellione dei nobili e l’assassinio di re Pietro I, nel 1369, fu adottato
come codice giuridico del regno di Cipro il trattato di Jean d’Ibelin.107

103. Assise si chiamavano sia le assemblee dei feudatari che legiferavano, sia le leggi che
derivavano dalle loro decisioni in corte, come anche il corpus di tutti questi ordinamenti; si veda
Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, I, pp. 437-438; Coureas, The Assizes, p. 14;
Grivaud, Literature, p. 249. Per il diritto applicato dai franchi nella Grecia continentale, si veda
Topping, The formation of the Assizes of Romania.
104. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 187r; Chapin Furber, The kingdom of Cyprus, p. 620;
Asdracha, Cypriot culture, pp. 85-87; Richard, Το δίκαιο του μεσαιωνικού βασιλείου, pp. 376-
384. Più dettagliatamente sulle fonti delle assise della Bassa Corte, si veda Coureas, The Assizes,
pp. 38-45.
105. Alla base della legislazione del regno di Gerusalemme vi erano gli obblighi che regolava-
no i privilegi e le concessioni delle proprietà terriere e dei possedimenti di ogni cavaliere feudatario
installato nei territori crociati. Tali documenti erano conservati, secondo la tradizione, nel tesoro
del Santo Sepolcro e perciò erano conosciuti con il nome Lettres du Saint Sépulcre. Venivano
consultati soltanto in casi di controversia e furono dispersi durante la conquista di Gerusalemme
nel 1187. Edbury dubita della veridicità di questa tradizione, esponendo le proprie argomentazioni
nello studio Law and custom.
106. A Cipro fu compilato il Livre à un sien ami o Livre en forme de plait, scritto da Filippo di
Novara durante gli anni 1252-1257. Questa opera forniva pratici suggerimenti per chi avesse dovu-
to sostenere una causa in corte e indicava le differenze fra il diritto usato nel regno di Gerusalemme
e quello in vigore a Cipro. Verso il 1260 fu invece scritto il Livre de Jean d’Ibelin. Jean d’Ibelin
apparteneva a una delle famiglie franche più importanti e potenti insediatesi in Terra Santa dall’ini-
zio del XII secolo. Peter Edbury sostenne che la famiglia era probabilmente originaria delle coste
italiane di Toscana o della Liguria. Sia nel regno di Gerusalemme che in quello di Cipro i d’Ibelin
avevano stretti legami di parentela con il potere regale e diverse volte membri della famiglia ave-
vano svolto la funzione di reggente. Si vedano Rudt de Collenberg, Les premiers Ibelins; Richard,
Το δίκαιο του μεσαιωνικού βασιλείου, pp. 375-386; Edbury, John of Ibelin, pp. 3-57, 101; Grivaud,
Literature, pp. 249-257; Coureas, The development of Nicosia as the judicial centre.
107. La compilazione delle leggi di Jean d’Ibelin fu scelta dai nobili ciprioti perché conteneva
dei provvedimenti che salvaguardavano i privilegi dei feudatari di fronte al potere del signore e più
precisamente l’assise sur la ligèce, formulata nel XII secolo dal re Amalrico Lusignan, che ricono-
sceva ai feudatari il diritto di assemblarsi e rinunciare all’offerta di servizio da cavalieri dovuta al
68 Cipro veneziana

Il diritto delle Assise, conservato teoricamente fino alla conquista ottomana,


era la manifestazione della particolarità culturale dell’isola di Cipro nei secoli del
tardo medioevo. Tale legislazione riconosceva le distinzioni religiose, etniche e
culturali dei sudditi del regno: ogni testimone giurava sul libro sacro della propria
religione e, per evitare dissensi intercomunitari, i testimoni dell’accusa dovevano
appartenere allo stesso gruppo etnico o religioso dell’accusato.108
Nei possedimenti veneziani il diritto civile veniva giudicato sulla base del-
le leggi e delle tradizioni locali, ricorrendo alle leggi della Repubblica soltanto
quando la consuetudine locale non riusciva ad offrire adeguate soluzioni, sebbene
i giudici avessero anche la libertà di giudicare secondo il proprio giudizio.109 A
Cipro le Assise furono conservate ma con il tempo subirono modifiche e influen-
ze dal diritto veneziano, impiegato più diffusamente nelle cause di natura fiscale
che contrapponevano i ciprioti alla Repubblica. Il reggimento di Nicosia aveva
indicato la necessità di studiare i codici delle Assise per eliminarvi i capitoli in
disuso e appurare le leggi che si applicavano ancora.110 Quanto al diritto penale, la
legislazione veneziana era in vigore in tutte le colonie del Mediterraneo e aveva
priorità sul diritto locale.
Il principale ostacolo incontrato dai funzionari veneziani nel governo di Ci-
pro fu la gestione della burocrazia e delle magistrature del regno Lusignan e in
particolare il fatto che i documenti giuridici e fiscali del regno fossero redatti in
francese. Le autorità dovevano quindi affidarsi alla collaborazione dei ciprioti
delle cui interpretazioni, traduzioni e indicazioni si servivano per l’espletamento
delle esigenze amministrative. Il problema linguistico tornava di frequente nella
corrispondenza dei funzionari veneziani con la madrepatria.111 Come gran parte
dei libri della cancelleria del regno, anche le Assise, fino al 1535, non erano nep-

re, se quest’ultimo non rispettava le decisioni dell’Alta Corte; si vedano Richard, La révolution de
1369, pp. 108-123; Grivaud, Literature, pp. 256-257.
108. Ασίζαι του βασιλείου, pp. 56-58, 235; Maltezou, Ποινές στη λατινοκρατούμενη Κύπρο, p.
552; Grivaud, Les minorités orientales, p. 63. Non aveva diritto di testimonianza in corte chiunque
avesse subito una condanna o si comportasse contrariamente ai canoni dell’etica comune. In parti-
colare, «perdeno voce nell’Alta corte et non possono testificar li condennati, li periuri, i mentitori
di fede, i campioni vinti, chi ha rinegato Dio, chi ha servito più d’un anno alli mori, li nati di non
legitimo matrimonio, li servi di qualunque legge, et li partiti dalla religion senza licentia della chie-
sa»: MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 187v.
109. Cozzi, Knapton, Storia della Repubblica di Venezia, pp. 185-186.
110. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 17. Ad esempio la prova di un’accusa tramite duello,
diffusa nel regno di Gerusalemme, ma raramente applicata a Cipro, già dai primi secoli del regno e
poi annullata dalla Repubblica; cfr. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 187v; MCC, ms. C 139 a/b, c.
10r; Coureas, The Assizes, pp. 47-48; Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική κυριαρχία, p. 463. Fu annullata
anche l’Assisa che ammetteva quali eredi di un feudo monaci o monache; MCC, Donà dalle Rose,
n. 46, c. 177r. Estratti delle Assise del regno di Cipro sono state riportate nel diario di Leonardo
Donà: MCC, Donà dalle Rose, n. 45, cc. 186r-195r.
111. Ancora fino alla vigilia della conquista turca di Cipro importanti libri della cancelleria erano
tenuti in francese. Florio Bustron era uno dei più stimati fra i funzionari veneziani per le sue cono-
scenze giuridiche e linguistiche. Nella sua relazione di fine incarico, il provveditore Bernardo Sagredo
(1565) diceva che dei «libri della secreta […] non è alcuno consapevole se non un Florio Vustron, il
Un regno per Venezia 69

pure state tradotte. A peggiorare la situazione, i volumi contenenti il compendio


delle leggi non erano depositati presso la cancelleria, ma spesso erano conser-
vati in biblioteche di privati, ai quali ricorreva chi avesse bisogno di consultarli.
Spesso inoltre tali codici non erano identici fra loro, ulteriore prova del fatto che
la legislazione non era stata sottoposta ad un’ufficiale codificazione. Esplicito a
questo proposito è un passo della relazione di Silvestro Minio, esposta nel 1529
al senato veneziano:
Tuto quel suo Regno nele cose del foro iudiciale, si governa per certe leze, quale si
chiamano assise de l’Alta Corte scripte in lingua francese, de le qual non è alcun
volume commune tenuto in loco publico, come se sogliono tenir li statuti, over leze
municipal di cadauna cità, et paese, ma se ne trovano molti volumi in man de di-
verse persone gentilhomeni, et advocati, quali le producono quando li pare ali loro
propositi. Quali perhò volumi conferiti più volte insieme, et scontrati, si trovano in
molte cose differenti, et discordanti l’uno da l’altro in differentie di assai momento,
et importantia, et questo inconveniente per quanto si ha, per la incursion de mori in
l’isola, seguite già del 1426 in tempo del Re Janus avo del quondam Re Zacho, nela
quale incursione, fu brusata la corte Regal cum tuti li libri et scripture, et leze del
Regno, né dapoi in qua è sta facta altra provisione circa tal leze, si non, che ne sono
sta trovati qua et là certi fragmenti in man de private persone, et reducti in volumi et
cum quelli se ne serveno nel modo sopradicto.
Minio continua ricordando che re Giacomo II aveva decretato la revisione
dei testi sopravvissuti, mentre il luogotenente Lorenzo Giustinian (1507-1509)
avrebbe voluto che fosse individuata la compilazione migliore e la sua tradu-
zione in latino, ma tali provvedimenti non furono mai espletati. Secondo Minio
i privati che possedevano i codici facevano il possibile per poter conservare il
privilegio acquisito di offrire consigli giuridici a pagamento ogni qual volta
venisse loro richiesto.112
Soltanto nel 1531 il senato deliberò la traduzione delle Assise, oltre mezzo
secolo dopo l’acquisizione di Cipro da parte della Repubblica, un provvedimento
che può essere ascritto nel complesso programma di rinnovo e di codificazione
delle strutture e degli strumenti giuridici veneziani promosso dal doge Andrea
Gritti.113 Il 15 febbraio 1531 il Consiglio dei Dieci decideva che il reggimento di
Nicosia doveva «poner ogni accurata diligentia in far tradur le leze de quel Regno
fidel et rectamente in lingua et lettera italiana tenendo in la real lo archetipo et
original autentico in lingua francese».114 Una copia dell’originale in francese e la
sua traduzione italiana sarebbero state spedite a Venezia. Considerando le diffi-
coltà dei giudici nella quotidiana amministrazione della giustizia con l’utilizzo
delle Assise e dovendo spesso ricorrere al consiglio di quelli «pochi che le sano

quale, per haver la lingua francese vien molte volte adoperato per esser molto intelligente perciocché
i libri sono tutti in lingua francese»: Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 550.
112. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 118v.
113. Cozzi, Repubblica di Venezia, pp. 293-313; Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική κυριαρχία,
p. 463.
114. Ανέκδοτα έγγραφα, IV, p. 86.
70 Cipro veneziana

interpretar» è piuttosto impressionante che fosse trascorso tanto tempo prima che
la Repubblica procedesse alla loro traduzione. Una spiegazione logica porta a
supporre che la traduzione non sembrasse necessaria perché, nonostante la Re-
pubblica permettesse la conservazione del diritto del regno di Cipro, al tempo
dell’arrivo dei funzionari veneziani solo pochi provvedimenti di tale legislazione,
antica ormai di più di 200 anni, erano ancora in vigore o applicati dai tribunali
locali.
Per la traduzione fu eletta, a Nicosia, una commissione che avrebbe cercato,
fra i volumi di proprietà dei gentiluomini ciprioti, quelli più completi per essere
poi tradotti in italiano. La commissione era composta dal conte di Tripoli Zuan
Denores, da Francesco Attar e da Alvise Corner,115 persone che rappresentavano
le principali componenti della società cipriota: quella di origine franco-greca,
quella cosiddetta siriana, proveniente dai territori crociati e quella veneziana. I
quattro volumi più completi furono reperiti nelle biblioteche di Zuan Denores e
Francesco Attar, membri della commissione, di Tommaso Palol, visconte di Ni-
cosia, e di Calceran Requesens, siniscalco del regno.116 La traduzione fu affidata
a Florio Bustron e i due volumi che egli produsse furono presentati dal luogote-
nente Marcantonio Trevisan al Consiglio de’ Dieci, nel 1534.117 La stampa della
traduzione italiana delle Assise di Cipro era pronta l’anno successivo. Sull’isola
furono spedite 63 copie: una sarebbe stata depositata presso la cancelleria, un’al-
tra alla camera fiscale, una terza alla corte del visconte, mentre le restanti 60
copie sarebbero state vendute ai privati.118

115. �����������������������������������������������������������������������������������������
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Ulterius per le presente galie da Baruto con la solita reverentia nostra, li mandamo li
volumi de le Assise over leze di questo Regno in lingua francese, l’uno de l’Alta, et l’altro de la
Bassa corte, quali havemo hauti dal magnifico messere Zuan de Nores conte de Tripoli, et sono de
le autentiche scontrate per li deputati nostri a la ditta traduction, et questa anticipation de mandarle
al presente faciamo ad ciò vostre eccellentissime signorie habino commodita de farle reveder, per
poter poi approbar quelle parte de capitoli in esse contenuti che ale sapientie sue parerano meritar
approbatione, et confirmazione. In questo interim de qui si fara continuar la ditta traductione già
qualche mese principiata, la qual judicamo non sarà fornita salvo che per la muda de marzo proxi-
mo al qual tempo la si mandara delì, ad ciò senza altra dimora con bona licentia de vostre eccellen-
tissime signorie si possino far stampar tuti quelli capitoli che da le eccellentissime et sapientissime
signorie vostre sarano approbati, adcioché questi soi fidelissimi apresso le altre infinite gratie che
hano receputo da quel eccellentissimo dominio habino etiam questa molto desiderata da loro, per
remover la forma de questa interpretatione molto pericolosa si per li particulari come per la came-
ra»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 17.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 516.
116. ������������
117. Conservati in BNM, IT II 46 (5057), 47 (5058).
118. Quindi fra la popolazione colta ed abbiente di Cipro si trovavano almeno 60 individui che
avrebbero voluto possedere la traduzione italiana delle Assise; si vedano Ανέκδοτα έγγραφα, IV, p.
204; Aristeidou, Οι Ασσίζες στην Κύπρο, p. 100; Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1135-1139; Id.,
Entrelacs Chiprois, pp. 241-245.
3. Conflitti e consensi

1. Cittadini e contadini

Durante il periodo dell’amministrazione veneziana a Cipro furono effet-


tuati diversi censimenti della popolazione dell’isola,1 non solo per avere una
stima delle necessità in derrate alimentari e delle conseguenti possibilità di
esportazioni, ma anche per motivi fiscali e militari, ossia per tenere il controllo
del numero dei maschi di età utile per il pagamento delle varie imposte, per
l’impiego ai lavori pubblici e per il servizio ai locali gruppi militari. Tuttavia,
la documentazione da tali censimenti offre informazioni parziali, riguardanti
singoli villaggi o periferie,2 con risultati piuttosto approssimativi. I registri
tenuti in ogni casale erano probabilmente la fonte dalla quale si traevano le
informazioni inserite nelle relazioni coeve, le quali ci permettono di elaborare
un’idea sul numero e sulla ripartizione in ceti sociali della popolazione ci-
priota del Cinquecento.3 Tali documenti, però, non concordano né sul numero
esatto dei villaggi ciprioti né sull’entità complessiva della popolazione.4 Nei

1. Arbel, Cypriot population, pp. 190-193.


2. Nella propria relazione, letta nel 1500, il sindico Pietro Sanudo, annotava che: «sono anni X
passadi, che non è stata fatta la discritione, chiamata il praticho, et quello che fu fatto al tempo del
magnifico missier Hironimo Bon, consier, alhora non fo compida, non per manchamento del ditto
missier Hironimo, ma per impossibilità et manchamento di successori. Da questo è intervenuto,
che tutti li parzi di la real vanno in malhora; è intervenuto, che i confini di la real sono subvertiti et
robati»: Sanuto, I Diarii, III, col. 432. Nel 1503 fu effettuato dal consigliere Nicolò da ca’ da Pesaro
un parziale pratico, ma il censimento non si era ripetuto fino al 1519; ibidem, XXVI, coll. 370-371.
Un censimento della popolazione di tutta l’isola fu effettuato nel 1523: ASV, Collegio, Relazioni, b.
61, reg. 1, c. 111r; BNM, IT VII 377 (8663), c. 33v. Si veda il pratico effettuato nel 1549 nel casale
Marathassa: Imhaus, Un document démographique, p. 378. Secondo il consigliere Fantin Dolfin
(1544) «il pratico si fa di cinque in cinque anni. Però dal 1504 non sono stati revisti molti casali de
summa importantia»: ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 34v. Nel 1560 fu effettuato il pratico
del casale Lapithos e nel 1563 delle contrade di Carpasso e Messarea; ASV, Senato, Dispacci, filza
2, 25 novembre 1560, 22 dicembre 1563, 30 dicembre 1563.
3. BNM, IT 877 (8651), c. 324v.
4. Sulle differenze riportate dalle diverse relazioni statistiche sulla popolazione e sul nume-
ro dei villaggi a Cipro nel periodo della dominazione veneziana, si vedano Mas Latrie, Histoire
de l’île de Chypre, III, pp. 494, 534, 541; Sanuto, I Diarii, V, col. 943 e le considerazioni al
72 Cipro veneziana

decenni a seguire la popolazione ebbe un incremento costante,5 arrivando ne-


gli ultimi anni antecedenti la conquista ottomana alle 180000-200000 unità.6
Nel suo studio sulla popolazione cipriota, Benjamin Arbel ha dimostrato che
il progressivo aumento della popolazione cipriota nel Cinquecento fu general-
mente dovuto alla politica applicata dal governo veneziano in diversi settori:
provvedimenti adottati per limitare la diffusione e la durata delle epidemie
infettive; promozione dell’immigrazione per rafforzare le risorse umane im-
piegate nell’agricoltura; esclusione dell’isola dai gravi conflitti bellici con gli
ottomani.7
A livello giuridico e fiscale la popolazione extraurbana dei contadini, che
rappresentava l’80-85% degli abitanti dell’isola, era distinta in due categorie:8
i parici (πάροικοι) avevano lo statuto di servi della gleba, erano legati al feudo
e obbligati a offrire più di un terzo del raccolto e alcune giornate di lavoro al
padrone che li poteva vendere, scambiare e anche obbligare a sposarsi, ma non
poteva giudicarli o infliggere loro pene. La somma di quanto i parici erano ob-
bligati a corrispondere al feudatario e delle tasse che erano tenuti a pagare nei
confronti dell’amministrazione centrale rendeva la loro posizione economica
assai gravosa e critica.9 I francomati (φραγκομάτοι) erano invece semi-liberi e
potevano possedere proprietà personali o, con qualche restrizione, spostarsi in
città per praticare una professione artigiana. I contadini francomati pagavano
una frazione inferiore della propria produzione agricola al padrone, rispetto ai
parici, sebbene tale porzione potesse arrivare addirittura al 30% della produzio-
ne; essi erano tenuti al pagamento della tassa per il possesso di piccoli animali
(marzason) e a quella del sale; erano inoltre obbligati a servire nella costruzione
delle fortificazioni e ad arruolarsi nelle cernide per il pattugliamento diurno e
notturno delle coste; dalla seconda metà del Cinquecento iniziarono inoltre a

riguardo, in Arbel, Cypriot population, pp. 193-196. Per una attenta ricerca sui casali e i villaggi
ciprioti nel Cinquecento riportati in diversi manoscritti dell’epoca, si veda Grivaud, Villages
désertés, pp. 70-80.
5. Papadopoullos, Social and historical data, pp. 17-19; Arbel, Colonie d’oltremare, p. 955;
Grivaud, Eléments pour servir à la connaissance de la structure sociale, pp. 260-262. Intorno agli
anni 1520 la popolazione superava le 120000: Sanuto, I Diarii, LI, coll. 442-443; Hill, A history of
Cyprus, III, p. 875.
6. Considerazioni sull’espansione demografica della popolazione cipriota, in Arbel, Cypriot
population, pp. 196-198, 213. Secondo Arbel, lo spettacolare aumento demografico durante il pe-
riodo di governo veneziano a Cipro può essere anche dovuto alle ricorrenti ondate d’immigrazione
dalle coste orientali: Arbel, Venetian Cyprus and the Muslim Levant, p. 178. Nel 1521 la popolazio-
ne di Nicosia era di 18000 abitanti: ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 178r. Sul finire della dominazione
veneziana, Nicosia contava circa 25000 abitanti, costituendo all’epoca la più popolosa città dello
stato da mar: Arbel, Colonie d’oltremare, p. 958.
7. Arbel, Cypriot population, pp. 185-188.
8. Sui gruppi sociali dei parici e dei francomati nel Cinquecento, si veda Arbel, Η Κύπρος υπό
ενετική κυριαρχία, pp. 508-520; Id., Cypriot population, pp. 203-211.
9. Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική κυριαρχία, p. 512; Grivaud, Formes et mythe de la strateia,
p. 36; Lamansky, Secrets d’état de Venise, p. 017; Ploumides, Οι βενετοκρατούμενες ελληνικές
χώρες, p. 52.
Conflitti e consensi 73

essere impiegati in compagnie di fanti e archibugieri.10 Su entrambe le categorie


di contadini, parici e francomati, pesava anche l’imposta chiamata strateia, che
corrispondeva all’antica tassazione di origine bizantina con la quale si provve-
deva al pagamento dello stipendio degli stradioti incaricati della sorveglianza
delle coste isolane.11
La deplorevole condizione dei parici era il motivo principale per cui numerosi
cercassero la fuga dall’isola verso Rodi o verso le vicine terre musulmane.12 La
miseria in cui vivevano i parici era percepita dai visitatori stranieri dell’isola ed era
nota agli stessi funzionari del governo veneziano,13 che spesso suggerivano di solle-
varli dagli eccessivi obblighi «���������������������������������������������������
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così non vanno in disperazione���������������������
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, perché �����������
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se mancas-
sero i parici o se diminuisse la loro fedeltà alla Signoria sarebbe di danno alle entrate
della camera».14 In varie occasioni, specialmente nei periodi in cui la Repubblica
soffriva di liquidità, veniva offerta ai parici la possibilità di acquistare la propria
libertà pagando una cifra intorno ai 50 ducati, sebbene essa potesse toccare a volte
anche i 100 ducati a persona.15 La possibilità di liberarsi era offerta ovviamente solo
ai lavoratori dei terreni della real, sui quali la Repubblica esercitava diretto controllo
e non a quelli dei feudatari privati.16 La diminuzione del numero dei parici, però,
non avrebbe solo diminuito la popolazione dell’isola, ma avrebbe anche avuto con-

10. ASV, Capi del Consiglio, Lettere, b. 290, f. 148, 10 settembre 1545; ASV, Senato, Secreta,
reg. 71, cc. 36v-37r, 16 luglio 1558, cc. 76v-77r, 28 gennaio 1558 more veneto; MCC, Donà dalle
Rose, n. 46, cc. 29r-31v. Sui termini parico e francomato, si veda Hill, A history of Cyprus, II, p. 8
nota 5, p. 10 nota 1. I documenti veneziani distinguono fra parici e francomati della real e dei priva-
ti, che a loro volta si distinguevano tra quelli della Chiesa e dei feudatari ereditari. Per la condizione
dei contadini ciprioti durante i secoli del regno dei Lusignan, si veda Edbury, The Franco-Cypriot
landowning class, pp. 3-4.
11. Grivaud, Formes et mythe de la strateia, p. 42; si veda anche Aristeidou, Πλούσιοι και
φτωχοί, p. 375.
12. Aristeidou, Πλούσιοι και φτωχοί, p. 376; Grivaud, Échapper à la pauvreté, p. 368. Tali
migrazioni non si limitavano nel Cinquecento, ma erano già iniziate nei secoli precedenti. In ogni
caso, il numero dei parici non variò di molto durante il periodo del governo veneziano, rappre-
sentando stabilmente qualcosa di più di un terzo della popolazione complessiva dell’isola: Arbel,
Résistance ou collaboration, p. 138; Id., Roots of poverty and sources of richness, p. 353.
13. �����������������������������������������������������������������������������������������
Martin von Baumgarten, a Cipro nel 1508, scriveva che «����������������������������������
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all the inhabitants of Cyprus are
slaves to the Venetians»: Excerpta Cypria, p. 55.
14. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 40, 12 luglio 1533; f. 108, 6 dicembre 1535. Si vedano
anche ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 6a, 18 aprile 1550; ASV, Senato, Secreta, reg. 66, cc.
1r-v, 5 marzo 1548; ASV, Collegio, Relazioni, b. 62, reg. 1, c. 16v; MCC, Donà dalle Rose, n. 46,
cc. 17r-25v.
15.  I parici potevano ottenere la libertà in cambio di denaro anche durante il regno della
dinastia Lusignan. La prima volta che nei registri del senato veneziano compare notizia di entrate
ricevute in tal modo è nel gennaio 1484, quando Domenico Bollani e Gerolamo Marcello, tornati
da sindici in Oriente, depositarono nelle casse dei procuratori di San Marco la somma di 32000
bisanti, che corrispondevano a quasi 80 parici liberati al prezzo di 50 ducati: ASV, Senato, Mar,
reg. 11, c. 194r. Nel 1491, «[d]opo el partir de la signora Regina» furono liberati 8 parici della real,
6 nel 1492, 3 l’anno dopo, mentre uno è segnato senza data nel documento edito in Ploumides, Οι
βενετοκρατούμενες ελληνικές χώρες, p. 126.
16. Alla vigilia dell’invasione ottomana i contadini rappresentavano l’85% della popolazione ci-
priota: circa 95000 francomati e 70000 parici: Arbel, Veinstein, La fiscalité vénéto-chypriote, p. 18.
74 Cipro veneziana

seguenze negative per la sua economia. Perciò il senato veneziano dovette decretare
che nessun capitano di nave potesse imbarcare parici in partenza dall’isola.17
Il tribunale pertinente per i casi riguardanti i parici era il reggimento, il che
rendeva loro disagevole chiedere giustizia dovendo affrontare le spese e i pericoli
del viaggio fino alla sede dei rettori a Nicosia, oltre alla difficoltà di trovare un av-
vocato che fosse disposto a difenderli contro i feudatari.18 Nel 1550 il consigliere
Marco Pesaro sosteneva che «non è zente pezo strapazzati che questi poveretti»,
raccontando in una lettera al capitano di Pafos Bernardo Giustinian le ingiustizie
che aveva visto commettere da parte dei capitani dei casali nei confronti dei parici,
durante il pratico da lui effettuato.19 Essendo primario obiettivo della politica della
Repubblica nello stato da mar il mantenimento della benevolenza dei sudditi nei
confronti del governo veneziano, era essenziale non trascurare le cause del dissenso
fra il numeroso ceto dei parici. I rappresentanti del potere veneziano a Cipro sugge-
rivano periodicamente i provvedimenti necessari al miglioramento delle condizioni
di vita dei parici, come ad esempio la precisa definizione delle giornate di lavoro da
svolgere mensilmente nei campi dei feudatari.20 Non molto frequente, ma abbastan-
za drammatico da destare preoccupazione da parte delle autorità, era il fenomeno
dell’abbandono dei figli dei parici all’ingresso della chiesa cattedrale di Santa So-
fia, a Nicosia: secondo un vecchio privilegio della cattedrale, i trovatelli crescevano
liberi, sotto la tutela delle autorità religiose. Indignato da questa pratica, il provve-
ditore generale Bernardo Sagredo accusò i parici di abusare di questo privilegio per
evitare che i propri figli crescessero nel proprio ceto.21 Il governo veneziano cercò
ripetutamente di limitare questo fenomeno, senza però ottenere grandi risultati.22

17. Nel 1516 il reggimento informò il governo veneziano della condizione dei parici, le cui
proprietà si mettevano all’asta quando essi morivano, lasciando la loro famiglia senza eredità: si
veda Ανέκδοτα έγγραφα, II, pp. 316-317. «I parici […] sono in tal desperatione, che non Turchi, ma
il diavolo desiderano»: così il reggimento di Nicosia e il sindico Filippo Tron in un dispaccio per il
senato, nel 1521; MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 24v.
18. ��������������������������������
BNM, IT VII 918 (8392), c. 172v.
19. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 6.
20. �����������������������������������������������������������������������������������������
«����������������������������������������������������������������������������������������
Questa misera generatione d’huomeni, che si chiamano Parici, in quell’isola sono tenuti
servire con le persone, et pagar danari, et far mille gravezze […] ch’essendo loro tenuti far cento, e
dodeci giornate per li loro patroni all’anno, avviene che quando la cavaleta danniza la campagna, li
patroni all’hora vogliono gran parte delle sue giornate, et cosi all’altri tempi di bisogni, di modo che
i meschini sono astretti lassar andar in ruina tute le loro semenze per conservar quello d’i patroni. Io
però dico che per far giustitia Vostra Serenità deputasse ogni mese la rata delle giornate che deveno
dare et che i patroni non tolendole quel mese non potesseno astrenzer essi parici più per le giornate
passate et così sariano solevati quest’infelici homeni senza alcun pregiudicio d’i loro patroni et
sempre benediriano et pregariano Dio per questo dominio illustrissimo»: ASV, Collegio, Relazioni,
b. 62, reg. 1, c. 16v, relazione del capitano di Famagosta Francesco Grimani, 1553. Sulla dramma-
tica condizione dei parici, si vedano ASV, Collegio, Relazioni, b. 61; ASV, Capi dei X, Lettere, b.
290, f. 99. Si veda anche la provvisione del 1562 a favore dei parici, in ASV, Senato, Dispacci, filza
2, Nicosia 20 aprile 1562.
Imhaus, Un document démographique, p. 378. Si veda l’assisa in merito del 1396, in Ri-
21. ��������
chard, Freedom and servitude, pp. 274-275.
22. MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 19v. Si veda al proposito lo studio di Gilles Grivaud, Un
aspect de la politique sociale vénitienne.
Conflitti e consensi 75

Per il governo veneziano era una priorità promuovere l’aumento della


popolazione cipriota, non solo con l’obiettivo dello sviluppo economico ma
anche per rinforzare le capacità difensive dell’isola. Fra le prime decisioni in
merito vi fu la delibera del senato, nel 1490, con cui veniva riconosciuta ai
funzionari veneziani di Cipro la totale libertà di concedere «terreni grezi in
livello» a diversi privati, con l’obiettivo di attrarre sull’isola «gente da alieni
paesi» che sarebbe andata «ad habitar et lavorarli».23 Soprattutto riguardo alla
città di Famagosta i provvedimenti furono più estesi: i cittadini dello stato da
mar, Corfù, Naupacto, Methone, Corone, Nauplia e Monemvassia, che avesse-
ro voluto trasferirsi con la propria famiglia a Famagosta, avrebbero ricevuto 3
ducati in contanti più le spese e il cibo per il viaggio; era permesso a tutti i fo-
restieri prendere residenza in città; tutte le vettovaglie introdotte a Famagosta
sarebbero state esenti da dazi e gabelle per 10 anni;24 i condannati di omicidio
commesso in qualsiasi luogo dell’isola al di fuori di Famagosta sarebbero stati
esiliati in questa città, mentre se l’omicidio fosse stato commesso a Famagosta
l’esiliato sarebbe stato trasferito a Pafos. In ogni caso sia Famagosta che Pafos
erano fortificate e presidiate da sufficienti forze armate per controllare la con-
dotta dei condannati. Inoltre i condannati di tutti i domini veneziani, a esclusio-
ne dei ribelli, avrebbero goduto delle esenzioni fiscali decretate per i famago-
stani se avessero scelto di trasferirsi in quella città.25 Per limitare l’abbandono
dell’isola e il trasferimento in territori ottomani, dove gli esiliati diventavano
rinnegati della fede, il reggimento di Cipro evitava di bandire dall’isola i cri-
minali che non avessero compiuto atti considerati veramente «attrocissimi et
di pessima qualità».26
Tuttavia il senato non volle concedere ai famagostani il ripristino della tin-
toria di sciamiti e camelotti che funzionava nella città durante l’amministrazione
genovese e ai tempi di re Giacomo, fatto che avrebbe attratto diversi artigiani

23. Negli anni 1560 «�������������������������������������������������������������������������������


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essendo multiplicati li lavoratori et restretti li baliaggi di terre»,���������
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le auto-
rità veneziane smisero di fare tali concessioni; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 145.
24. ASV, Senato, Mar, reg. 12, c. 180v.
25.  Gli esiliati a Cipro ricevevano lo stesso trattamento dei cittadini veneziani trasferitisi
sull’isola e, se si fossero trovati in necessità, il senato poteva decretare una provvigione o procurare
loro un incarico con cui avrebbero potuto guadagnarsi da vivere con le proprie famiglie. Si vedano
ASV, Senato, Mar, reg. 12, c. 180v; Arbel, Cypriot population, pp. 185-186. Decisione di esiliare
l’avvocato fiscale di Cipro Zuan Zamberlan a Famagosta per dieci anni: ASV, Capi dei X, Lettere,
b. 290, f. 207; deliberazione per il nobile Geronimo Badoer esiliato a Cipro, assegnato capo di tre
cavalieri: ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 40r; decisione per l’aumento della provvigione ricevuta da
Pietro Paolo Scaligero, relegato a Famagosta da quando era giovane, e la concessione di 100 ducati
per la dote di ciascuna delle sue quattro figlie: ASV, Consiglio, Secrete, filza 13, 2 aprile 1568; ASV,
Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 256. La concessione di una così alta dote per le sue figlie si ascriveva
alla volontà di Venezia di mostrarsi munifica nei confronti dei propri sudditi. D’altronde le ragazze
che non avevano una qualche dote avevano poche possibilità per il futuro, ovvero diventare mona-
che o prostitute, macchiando l’onore di tutta la famiglia e precludendo la sorte anche delle proprie
sorelle più giovani. Una delle figlie di Pietro Paolo Scaligero sposò infine un medico fiammingo:
Excerpta Cypria, p. 78.
26. ASV, Senato, Dispacci, filza 2, Nicosia 21 agosto 1562.
76 Cipro veneziana

tessitori e tintori che si erano trasferiti a Nicosia.27 Le varie politiche delle autorità
veneziane finalizzate ad aumentare la popolazione di Famagosta e la prolungata
frequentazione della città da parte di numerosi mercanti, marinai e uomini d’armi
portarono alla creazione di una popolazione molto diversificata. Diverse famiglie
di ebrei ponevano la propria dimora a Famagosta per la maggiore tolleranza che
vi si respirava.28 Il capitano Francesco Grimani informava nella propria relazione
(1553), che gran parte della popolazione cittadina, che assommava allora a circa
8000 abitanti, era composta da «genti forestiere di Soria, i quali sono trattati di
quel medesimo modo che li terrieri», tenendo a precisare che «tutti sono fideli et
affetionati a questo dominio».29

2. Famagosta contro Nicosia

Nel 1447 Famagosta fu la prima colonia genovese a passare dall’ammini-


strazione della Maona a quella del Banco di San Giorgio, inaugurando il periodo
di decadenza del dominio coloniale della repubblica ligure.30 In quella occasione
due terzi degli abitanti della città maggiormente pluriculturale di Cipro prestaro-
no solenne giuramento di fedeltà alla nuova autorità. All’evento non partecipa-
rono solo famiglie di provenienza ligure, ma anche altre originarie di varie città
mediterranee: catalani, siriani, francesi, e diversi ebrei che giurarono secondo il
proprio rito, oltre, naturalmente, ai molti greci, rappresentanti anche delle grandi
famiglie feudatarie del regno, che continuarono ad avere interessi economici nel
territorio controllato dai genovesi.31 La loro sovranità su Famagosta fu sancita,
nell’ottobre del 1374, con la sottoscrizione del trattato di pace che metteva fine
alla guerra tra Genova e re Pietro II Lusignan: il re cipriota cedeva il controllo
del porto di Famagosta ai genovesi che si impegnavano di applicare le Assise del
regno nell’amministrazione della giustizia, sia civile che penale,32 contrariamente

ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 53v; Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 490.
27. �����
28. Sull’aumento della popolazione di Famagosta promossa dalla politica veneziana, si veda
Arbel, Cypriot population, pp. 198-200.
29. ASV, Collegio, Relazioni, b. 62, reg. 1, c. 14r. Della fedeltà dei famagostani assicura la Si-
gnoria anche il capitano Piero Navagero nel 1559. Pandolfo Guero invece, nel 1563, non era molto
convinto della disposizione degli abitanti a Nicosia e Famagosta, che vivevano «in poca concordia
per tante diversità di lingue e sette che sono molte tra loro»: ASV, Collegio, Relazioni, b. 62, reg.
1, cc. 96r, 134r.
30. Astuti, Le colonie genovesi, p. 32; Polonio, Famagosta genovese, pp. 213-215. La testi-
monianza di tale passaggio di competenza è stata edita in Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre,
III, pp. 34-47.
31.  Polonio, Famagosta genovese, pp. 216-218, 229-232. Si veda anche Jacoby, Citoyens,
sujets et protégés, p. 172; Balletto, Ethnic groups, pp. 37-38. Sulla popolazione greca di Famagosta
durante la dominazione genovese, si veda Otten-Froux, Grecs, Vénitiens et Génois à Famagouste,
pp. 338-348.
32. �������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������
[D]ictus dominus rex nullam possit exercere iurisdicionem in burgenses dicte civita-
tis sive sit in civilibus sive in criminalibus […] promiserunt bene et fideliter tenere custodire et
Conflitti e consensi 77

a quanto vigeva nel resto delle colonie commerciali genovesi del Mediterraneo
dove veniva applicata la legislazione della Superba, con diritto di appello alla ma-
drepatria.33 Tuttavia ben presto i genovesi smisero di onorare quest’obbligo nei
confronti del re, applicando le leggi genovesi e non più le Assise di Cipro nelle
corti della città. I rapporti dei genovesi con i Lusignan peggiorarono progressiva-
mente nel corso della prima metà del Quattrocento e soprattutto in occasione del-
le invasioni mamelucche degli anni Venti, durante le quali i genovesi si allearono
con il sultano d’Egitto. In seguito le relazioni dell’amministrazione di Famagosta
con il resto del regno si ridussero progressivamente fino al quasi totale distacco
della città dal resto del regno.
L’isolamento del territorio famagostano fu mantenuto anche dopo la restau-
razione della giurisdizione lusignana su Famagosta, nel 1464. Per consolidare
l’autorità reale sulla città portuale e sulla sua popolazione, che per novant’anni
era stata sottoposta a una giurisdizione diversa dal resto del regno, Giacomo II
spostò per lunghi periodi di tempo la corte reale a Famagosta, confermando i pri-
vilegi di cui avevano goduto fino a quel momento gli abitanti della città.34 Gli atti
redatti a Famagosta continuarono a essere stesi in italiano e a venir inseriti nelle
cancellerie reali di Nicosia senza traduzione.35 Per sopperire alle necessità della
popolazione seriamente provata dalle guerre e dalla decadenza economica del
porto, il re concesse larghe esenzioni dai dazi normalmente pagati dal resto dei ci-
prioti, non solo per migliorare le loro condizioni economiche, ma con l’obiettivo
di riacquistare la loro fedeltà nei confronti dell’autorità reale. Oltre all’esenzione
dalle imposte Giacomo aveva anche concesso a molti famagostani il vitalizio di
50 ducati annui per il loro servizio come cavalieri.36
Durante il periodo del governo veneziano la città continuava a presentare un
aspetto di decadenza economica nonostante fossero conservati i dazi agevolati, le
esenzioni e i privilegi particolari che re Giacomo II aveva concesso agli abitanti
di Famagosta con l’obiettivo della creazione di incentivi per aumentarne la popo-
lazione. Secondo la testimonianza del luogotenente Silvestro Minio, a Famagosta
«�����������������������������������������������������������������������������������
de la civilità pochi ne sono, che habino intrade, la magior parte sono poveri cita-
dini, et si po dir, che li danari, che si spendeno in li soldati, et fabrica mantegnino
el viver di quella terra».37

conservare nec non gubernare burgenses dicte civitatis et eis in civilibus et criminalibus iusticiam
exhibere secundum usus consuetudines et asisias regni Cypri […]»: dal testo del trattato del 1374,
citato in Otten-Froux, Quelques aspects de la justice, p. 334, nota 2 e p. 337, nota 16.
Edbury, Cyprus and Genoa, pp. 121-122; Otten-Foux, Quelques aspects de la justice, p.
33. ��������
335; Balard, La Romanie génoise, p. 436.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 170-173, 222-228. ���������������������
34. ������������ Sui privilegi ricono-
sciuti nel 1464 agli abitanti della città al momento della sua riconquista da parte di Giacomo II, si
veda Arbel, L’eredità genovese, pp. 24-25.
35. Si veda Richard, Le livre des remembrances, n. 59-60, 80-82, 89, 98, 116, 139; Arbel,
L’eredità genovese, pp. 33-34.
36. ASV, Senato, Mar, reg. 13, cc. 51v-52r. Nel 1493 i frati francescani della città attestavano
che «omnes Amocustae habitantes pauperes sunt»: ASV, Senato, Mar, reg. 14, c. 17v.
37. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 114r, relazione di fine incarico esposta nel 1529.
78 Cipro veneziana

La giurisdizione del capitano veneziano di Famagosta era limitata alle


materie militari e quindi l’amministrazione della giustizia per i cittadini era
affidata alla corte del visconte o rais che, molto probabilmente, per motivi di
tradizione o di convenienza, continuava a utilizzare le leggi dei genovesi, re-
taggio del periodo della precedente dominazione. Di fronte a questa disomoge-
neità giuridica emergeva l’indignazione degli alti ceti sociali che lamentavano
i differenti regolamenti in tema di feudi, appalti e altri argomenti fiscali.38 Il
diritto genovese non era l’unico elemento di separazione tra Famagosta e l’am-
ministrazione della restante parte dell’isola nel Cinquecento:39 spesso i capitani
della città portuale alimentavano una perenne concorrenza e conflittualità con
le autorità veneziane della capitale in nome di una presunta limitazione del
proprio potere da parte del reggimento di Nicosia, reclamata in vari modi con
l’obiettivo di guadagnare ulteriori margini di autonomia sulla propria giurisdi-
zione, sebbene i compiti del capitano dovessero limitarsi all’organizzazione
difensiva dell’isola. Per diminuire le disparità nell’estensione del potere fra
il reggimento e il capitano la Repubblica aveva deliberato l’inserimento del-
le contrade di Carpassia e di Messarea nella giurisdizione di Famagosta. Ciò
nonostante i capitani non molto raramente cercavano di creare ulteriori limiti
all’autorità del reggimento decretando proibizioni che colpivano gli interessi
dei feudatari del resto dell’isola. In qualche occasione si è arrivati anche alla
de facto divisione dell’isola, quando per poter regolare meglio la vendita della
produzione agricola dei territori da lui amministrati, il capitano di Famagosta
posizionava dei soldati ai confini del territorio sotto la sua giurisdizione con il
compito di controllare l’entrata e l’uscita di persone e merci.40
Il più significativo motivo di scontro fra le due autorità era la disputa sulla
definizione del tribunale competente per il giudizio dei casi che riguardava-
no feudatari con proprietà nei territori di Famagosta. Ai feudatari ciprioti era
stato concesso, nel 1495, il diritto di essere giudicati soltanto dal reggimento
in qualità di erede della giurisdizione dell’Alta Corte.41 Questa loro prerogati-

38. Nel 1544 i nicosioti richiedono che �������������������������������������������������������


«������������������������������������������������������
li cavallieri […] non siano giudicati dal capitano di
Famagosta ne in civil ne in criminal […] maggiormente perché le leggi de Famagosta sono Geno-
vesi»: MCC, Donà dalle Rose, 46, cc. 130r-v. Si vedano anche ASV, Senato, Mar, reg. 28, c. 53r,
101r; Arbel, L’eredità genovese, pp. 25-29.
39. ASV, Senato, Mar, reg. 28, c. 101r. Ancora nel 1565 il provveditore Bernardo Sagredo
annotava nella sua relazione che i famagostani si governavano «con li statuti Genoesi»: BNM, IT
VII, 918 (8392), c. 49r.
40. ��������������������������������������������������������������������������������������������
«�������������������������������������������������������������������������������������������
I capitani di Famagosta tengono in diversi posti dei confini dei loro territori guardie di
soldati in numero 50 accioché nessuna sorte di vettovaglia si possa trazer senza licentia, che sono [i
soldati] corrotti facilissimamente»: MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 144v. Si vedano anche BNM,
IT VII 918 (8392), c. 50r; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, ff. 145-156.
41. ASV, Senato, Mar, reg. 28, c. 53r. «[L]a desposition delle Assise nostre è assai chiara, et
aperta al capitolo 2 che dispone li cavallieri et feudatarii doversi giudicar dall’Alta Corte: né può
mai cader nella mente di alcuno sensato intelletto che Alta Corte si possa chiamar altro magistrato
che quello di vostre signorie eccellentissime le quali sole accettano l’homaggio de fideltà dalli
feudatarii, conferisseno la dignità equeste, et trattano, et giudicano tutte quelle cose che al tempo
Conflitti e consensi 79

va era stata ulteriormente confermata dopo la deposizione dei capitoli, ovvero


delle richieste presentate al senato veneziano, nel 1507 e nel 1521, da parte
del consiglio cittadino di Nicosia.42 La politica autonomista dei capitani era
sostenuta anche dai cittadini famagostani, i quali soffrivano la soggezione nei
confronti dei nobili feudatari residenti alla capitale per via della loro esclusio-
ne dai privilegi accordati alla nobiltà nicosiota.43 Due anni dopo la partenza di
Caterina Cornaro da Cipro il consiglio degli abitanti di Famagosta suggeriva
il trasferimento della capitale del regno nella città marittima,44 giustificando la
proposta con la necessità di aumentarne la popolazione.45 Si chiedeva inoltre
l’esenzione dalla tassa sui piccoli animali (marzason) e sulle vettovaglie, il

di serenissimi Regali l’Alta Corte soleva trattar, et giudicar. Né però dicemo che l’officio del cla-
rissimo capitano sia Bassa Corte. Ma è uno officio separato da sé, allo quale sono sottoposte tutte
le fortezze, et gente d’arme di questo Regno, excetto quelle solamente che per special disposition
delle leggi sono immediatamente sottoposti all’Alta Corte»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f.
242, supplica presentata dai procuratori del consiglio di Nicosia, il 31 agosto 1542.
42. Per la delibera del 1507, si veda Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, pp. 23-24; per quella del
1521, si veda ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 185v. Si vedano anche ASV, Senato, Mar, reg. 28, c.
53r; ASV, Senato, Secreta, reg. 71, c. 150v; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 242.
43. �������������������������������������������������������������������������������������������
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I famagostani hanno comunità separata da quella di Nicosia, grazie e obligazioni diverse,
sia dal tempo dei re come dopo����������������������������������������������������������������������
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e sempre vengono esclusi dagli «������������������������������������
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offici, sindicati e similia���������
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conces-
si agli abitanti di Nicosia: ASV, Senato, Mar, reg. 28, c. 52r. Pietro Valderio, visconte di Famagosta
e scrittore di un resoconto della guerra di Cipro, accusa i nobili e le autorità veneziane di Nicosia
della conquista ottomana dell’isola: i primi per il loro attaccamento ai propri privilegi e i secondi
per la loro negligenza nella preparazione difensiva della città; si veda il sommario proposto da
Gilles Grivaud in Valderio, La guerra di Cipro, pp. 20-21.
44. �������������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������������
Reverentemente se supplica ala vostra illustrissima signoria che la se degni proveder che
se transferisca a Famagusta el locotenente cum li soi conseglieri camerlengi, et secretani azo più
facilmente se possa proveder ala habitation de quella poverissima, et disolata cita che altramente, la
qual ne ha grandemente de bisogno per esser quella da pocho tempo in qua una gran parte ruinada
in modo che se pol creder certamente che in breve del tuto mancharà non li façando altra provision
de quello che per lo passato esta facto, serà ala condition dele altre terre maritime de quella isola
lequal del tuto son dissolate, et de esse non li è rimasto altro che le lor forteçe. Sichè el non è manco
necessario al proveder de habitar quella che el suo fortificar, siando la chiave, et segurta de quello
regno, cossa importantissima al suo stado. Attento che per le croniche se cognosca veramente, che
tuti li re li quali hanno dominato quella isola postponendo le lor comodità, et di lor zentilhomini
cavalieri, et marchadanti ala segurtade del stato suo, hanno voluto stantiar nel tempo loro. Dove
quella per la intemperie del’aere soleva esser molto più vexata da varie infirmita che al presente.
Et cognossando che sença el suo star de li quella cita non se poteva mantegnir. Cognossando etiam
questo el quondam serenissimo Re Zacho fece el simile, perché el proverbio dice ubi papa ibi Roma
eo maxime al presente che l’è cussi perfectissimo aere quanto è in altro loco de quel paese»: ASV,
Senato, Mar, reg. 13, c. 51v.
45. Il capitano generale Antonio Loredan fece la stessa proposta il 5 dicembre 1476 indi-
cando che Famagosta era «disabità, ma per dir meglio deserta» e che sarebbe andato a vantaggio
della Repubblica se la capitale del regno di Cipro e la residenza della regina fosse stabilita in
quella città: Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 41. Il consiglio dei cittadini di Nicosia
si opponeva a tale eventualità, che secondo loro avrebbe spopolato la propria città, diminuito
sostanzialmente le entrate della camera fiscale dai dazi e lasciato i poveri, che vivevano dalla
carità dei nobili, senza sostegno; in più i figli dei feudatari sarebbero rimasti “rustici” e senza op-
portunità di educazione civile. Per la nobiltà di Nicosia i famagostani erano «gente mechanica»
80 Cipro veneziana

monopolio dell’estrazione delle fibre di cotone, l’obbligo per tutte le navi di


caricare e scaricare merci solo nel porto di Famagosta e l’unione del vescovato
di Limassol con quello della loro città.46 Raccogliendo la richiesta dei famago-
stani e rilevando un reale bisogno, il senato rinnovò puntualmente le esenzioni
dei dazi su tutti i viveri a uso della popolazione della città, senza però decreta-
re altre innovazioni nell’organizzazione amministrativa dell’isola. La politica
veneziana era volta a tenere soddisfatti i sudditi dei possedimenti da mar, ma
accogliere le innovazioni politiche e giurisdizionali proposte dai cittadini di Fa-
magosta avrebbe significato provocare il dissenso del potente ceto della nobiltà
di Nicosia, cui la benevolenza le autorità veneziane avevano per lungo tempo
faticato per ottenere.
Mentre nel corso del XVI secolo cresceva la minaccia di un’offensiva tur-
ca contro Cipro e quindi si intensificavano le preparazioni difensive, aumen-
tava anche il peso dell’autorità del capitano di Famagosta, vero responsabile
dell’organizzazione militare dell’isola. Con essa cresceva anche l’intransigenza
nei confronti dei rettori di Nicosia, la cui intromissione nella giurisdizione fa-
magostana non era più tollerata dai capitani. Gli archivi veneziani documen-
tano alcuni episodi che dimostrano il clima teso fra gli alti funzionari della
Repubblica a Cipro. Nel 1530 il capitano di Famagosta Angelo Giustinian si
scontrò duramente con i rettori di Nicosia per la loro iniziativa di licenziare
alcuni ufficiali da lui assunti per la difesa del castello di Cerines, sebbene la
competenza nell’organizzazione delle forze militari spettasse a lui.47 Sei anni
dopo, il capitano Leonardo Venier intimò ai baili di Sivuri e di Carpasso di non
permettere ai cavalieri inviati dal reggimento di riscuotere le imposte spettan-
ti alla camera fiscale. La conflittualità con le autorità di Nicosia precipitò a
tal punto che il capitano arrivò a proibire l’esportazione di qualsiasi animale
dai territori di sua giurisdizione, dove gli allevamenti erano più numerosi,48
provocando la penuria di carne e latticini a Nicosia, tanto che alla capitale si
era arrivati, secondo le testimonianze, a sentirsi quasi assediati e ridotti «alla
condition de Tantalo».49 Nel 1544 il consigliere Fantin Dolfin lamentava il fatto
che il capitano di Famagosta chiedesse il quadruplo di quanto stabilito come
tassa di approvvigionamento in frumenti per la fortezza della sua città.50 L’anno
successivo il luogotenente Alvise da Riva ripeteva che il capitano di Famagosta

che volevano ridurre la popolazione della capitale in «vita rustical»; si veda Κανονισμοί της
νήσου Κύπρου, pp. 13-17.
Si vedano ASV, Senato, Mar, reg. 12, cc. 172v, 174r; reg. 13, cc. 51v-55r; reg. 14, c. 59v;
46. ���������������
reg. 28, c. 183r; reg. 33, cc. 149r-150r; Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 485-492;
Richard, La situation juridique de Famagouste, p. 228.
47. A questa accusa il reggimento rispondeva che gli ufficiali posizionati dal capitano non
erano adeguati al loro incarico; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, ff. 2, 4.
48. Le ������������������������������������������������������������������������������������
«�����������������������������������������������������������������������������������
contrade di Messaria e Carpasso […] sono le più grandi e più feconde di animali di
questa isola»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 95.
49. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, ff. 145-147, 148-156.
50. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 38r.
Conflitti e consensi 81

creava disordini nell’amministrazione dell’isola, impedendo ai funzionari della


camera fiscale (bastonieri) di riscuotere le imposte dai casali nel territorio sotto
la sua giurisdizione.51 Un’altra grave disputa fu sollevata dal capitano Andrea
Dandolo (1545-1547) che accusava il reggimento di voler limitare l’estensione
della sua autorità levandogli il controllo di Messarea e Carpasso, il che avrebbe
significato che le entrate dalle imposte sui terreni del demanio, che costituivano
i due terzi dei casali di queste contrade, sarebbero spettate al reggimento e non
al capitano.52 Contro lo stesso Dandolo si levavano invece i feudatari proprie-
tari o appaltatori di casali nel territorio di Famagosta per la sua decisione di
vietare il trasporto e la vendita a Nicosia o altrove della produzione cerealicola
proveniente dai territori della sua giurisdizione, per evitare che le relative ga-
belle fossero riscosse dal reggimento.53 Nelle parole del capitano Francesco
Grimani «da questa causa principalissimamente suol traser alle volte disunion
tra il clarissimo regimento di Nicosia et il capitano di Famagosta».54
Contro le intransigenti politiche del capitano si ribellavano non solo i feu-
datari ma anche i contadini delle campagne di Messarea e Carpasso, ai quali
era imposto di ottenere la relativa licenza dalle autorità di Famagosta per ogni
trasporto di prodotti, anche per la conduzione del grano ai mulini. Pur di evitare
le spese del viaggio a Famagosta e il pagamento della cancelleria per ottenere le
licenze, i contadini preferivano il contrabbando, spesso rischiando di perdere i
loro animali, la loro produzione e, talvolta, la stessa loro vita.55
A parte la realizzazione di alcuni miglioramenti nelle infrastrutture di Fa-
magosta, la continua rivalità tra il reggimento nicosiota e il capitano di Fama-
gosta non permetteva la promozione di politiche congiunte fra i due poli del
governo veneziano a Cipro che avrebbero giovato alla cittadinanza, allo svilup-
po culturale delle città e al radicamento della fedeltà della popolazione verso il
potere della Serenissima.

51. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 43v.


52. ������������������������������������������������������������������������������������������
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Né contenti quelli de Nicossia di haver redutto quella fortezza in tanto bisogno et peri-
culo, ogni giorno ricerchando di reddurla de mal in peggio, si hanno già per quello ho inteso, otte-
nuto una litera dal Illustrissimo consiglio di X la qual taglia et annulla tutte le provision fatte dalli
nostri antiqui a beneficio et conservation di quel Regno, che volevano dar due delle 11 contrade de
Nicosia a Famagosta, questa litera lieva le due contrade date a Famagosta e le danno a descrition
de quelli de Nicossia»: ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 67v. Il luogotenente Salvatore
Michiel (1548-1550) chiese invece la conferma della giurisdizione del reggimento anche sui terreni
del demanio che si trovavano nelle contrate controllate dal capitano di Famagosta; ASV, Collegio,
Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 95r.
53. Il capitano poneva ai confini della sua giurisdizione �������������������������������������
«������������������������������������
soldati della guardia di Famagosta,
turcopoli et stratioti, i quali non lasciano che alcun de noi [feudatari] faccia condur dalli casali sui
alcuna quantità di biave né vittuarie di sorte alcuna senza espressa licentia in scrittura di lor magni-
ficentie, le qual guardie, et soldati altro non causano se non una ingiusta division del regno»: ASV,
Senato, Secreta, reg. 71, cc. 148v-149r.
54. ASV, Collegio, Relazioni, b. 62, reg. 1, c. 14v.
55. Cfr. i capitoli del consiglio della cittadinanza di Nicosia (1559), in ASV, Senato, Secreta,
reg. 71, c. 149r.
82 Cipro veneziana

3. Le rappresentanze popolari

Oltre alle Assise del regno, utilizzate per l’amministrazione della giustizia in
materia civile, e alle leggi di matrice bizantina, con cui giudicavano i tribunali ec-
clesiastici, durante il periodo veneziano esisteva a Cipro un’altra fonte di legisla-
zione applicata in vari aspetti della vita nell’isola, costituita dalle decisioni prese
da parte delle magistrature veneziane in risposta alle richieste fatte dagli stessi
rappresentanti della popolazione cipriota. I consigli urbani, studiati da Benjamin
Arbel e Anastasia Papadia-Lala, si radunavano nella piazza principale delle città
di Nicosia, Famagosta, Pafos e Cerines56 per votare il contenuto dei capitoli da
presentare di fronte alle autorità della Repubblica da parte dei propri ambascia-
tori, chiamati procuratori. Le missioni cipriote esponevano a Venezia le manche-
volezze dell’ordinamento pubblico in diversi aspetti della vita civile e religiosa,
proponendo al contempo la soluzione desiderata. Al ritorno degli oratori a Cipro,
le autorità locali convocavano il consiglio per annunciare il volere della Signoria
riguardo alle loro istanze.57 Questo pubblico proclama dava valore di legge alle
risposte offerte dalla Repubblica ad ogni singolo argomento.
Tutti i sudditi della Repubblica avevano teoricamente il diritto di sottoporre
una istanza presentandosi personalmente di fronte alle magistrature della metropoli
lagunare, una tradizione promossa, come è stato suggerito da Gaetano Cozzi, per
dare a Venezia un ruolo taumaturgico in grado di risolvere i problemi e concedere le
richieste dei sudditi aumentando la loro fedeltà nella Serenissima.58 La lontananza,
le spese e i pericoli che comportava il viaggio da Cipro fino a Venezia rendeva quasi
impossibile per i singoli individui l’esercizio di questo diritto. Organizzandosi in
assemblee urbane, invece, le popolazioni delle città avevano la possibilità di finan-
ziare il viaggio di alcuni loro rappresentanti con l’incarico di esporre alla Signoria
le richieste di tutta la comunità precedentemente messe in discussione, votate ed
approvate. In questo modo la stessa popolazione diventava promotrice dell’interes-
se pubblico. I procuratori dei consigli ciprioti dovevano affrontare molte spese per
il viaggio e il lungo soggiorno nella città lagunare dato che a volte prima di ottenere
udienza dalle magistrature veneziane passavano diverse settimane.59 Perciò i rap-
presentanti scelti da ogni consiglio erano non solo stimati dal resto dei membri del

56. Arbel, Urban assemblies and town councils; Papadia-Lala, Ο������������������������


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θεσμός�����������������
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των�������������
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αστικών�����
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κοι-
νοτήτων. Sulle organizzazioni delle assemblee urbane del basso medioevo in Europa centrale e
occidentale, si vedano i contributi in Political assemblies in the earlier middle ages.
57. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 41.
58. Cozzi, Knapton, Storia della Repubblica di Venezia, p. 194.
59. ASV, Senato, Mar, reg. 14, c. 122r; Sanuto, I Diarii, XXIX, col. 470; XXX, col. 198.
L’oratore del consiglio di Nicosia Giovanni (Zuan) Denores dovette stare a Venezia più di nove
mesi, dal luglio 1532 al marzo 1533, periodo durante il quale si ammalò; davanti al Collegio si
presentò «eloquentissimo, ma gotoso, parlò sentà su una cariega»: ibidem, LVII, col. 494. Si vedano
anche ibidem, LVI, coll. 518, 679, 723, 725; LVII, coll. 660, 671, 673-674. Denores era oratore per
conto dell’università di Nicosia anche nel 1520-1521. Marin Sanuto trascrisse una sua orazione
recitata nel Collegio davanti al doge: ibidem, XXIX, coll. 470-473.
Conflitti e consensi 83

consiglio ma anche sufficientemente abbienti. Nei primi decenni dall’instaurazione


del dominio veneziano a Cipro le comunità urbane presentarono abbastanza spesso
le proprie richieste alla Signoria, cercando ovviamente in questo modo di indirizza-
re l’imposizione della politica veneziana verso i propri interessi. Per ottenere con-
cessioni favorevoli, dietro a ogni richiesta i procuratori dei consigli evidenziavano
la fedeltà della popolazione verso le autorità veneziane, che a loro volta cercavano
di offrire il minimo necessario per assicurarsi da una parte la pace civile e dall’altra
l’appoggio dei ciprioti alla politica della Serenissima.
Il consiglio “dell’università” di Nicosia era l’organo che promuoveva gli in-
teressi dei feudatari. Fungendo da riflesso del Maggior Consiglio veneziano, sce-
glieva fra i nobili che vi facevano parte i funzionari minori dell’amministrazione
locale.60 In questo consiglio si trovava in qualche misura la sopravvivenza della
funzione politica dell’Alta Corte. Con il tempo, e dopo accordi con i ciprioti, oltre
ai capifamiglia nativi della città vi trovarono spazio tutti i nobili veneziani e an-
che i cittadini veneziani o provenienti da altri possedimenti dello stato da mar che
avevano dimorato a Cipro per almeno cinque anni consecutivi senza svolgere al-
cuna professione «meccanica».61 Dal 1490 l’assemblea dei nobili di Nicosia ave-
va ottenuto il diritto di eleggere dei rappresentanti che insieme ai rettori veneziani
discutevano annualmente diversi argomenti di interesse generale per il regno.62
Il secondo consiglio di Nicosia, denominato ���������������������������������
«��������������������������������
del popolo minuto���������������
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, rappresenta-
va gli artigiani e i manovali della città. La sua organizzazione corrispondeva in
qualche modo alle corporazioni dei professionisti che in quasi tutte le città oc-
cidentali della prima età moderna offrivano ai propri membri sostegno sociale e
voce nell’amministrazione politica.63 A Famagosta, dove non erano molti i nobili
residenti in città, il consiglio dei cittadini corrispondeva al relativo consiglio del
popolo di Nicosia. Per quanto riguarda il consiglio di Cerines, dal contenuto dei
capitoli presentati a Venezia dobbiamo supporre che fosse costituito prevalente-
mente dai soldati che stanziavano nel castello della città.64

60. Arbel, Urbal assemblies, pp. 211-212.


61. «Notate, che ������������������������������������������������������������������������������
nell’alta���������������������������������������������������������������������
Corte, ouer nel Consiglio Regale, non può andar’alcuno, che non sia
nobile di Cipro, et da 25 anni in sù: et non può entrare alcuno cittadino, ò nobile bastardo, ò altro
forestiero senza gratia del consiglio. La Signoria dipoi che prese il dominio, conuenne con li nobili,
et ordinò, che tutti li Nobili di Venetia possano entrare; et tutti li altri nobili et cittadini del suo stato
Veneto, quando che restaranno 5 anni in Nicosia, et che non faccianno arte mecanica; che possano
entrare nel predetto consiglio. Oltra di questi entrano anchora molti Borghesi per priuilegio Regale
fatto dalli Re: talche in questo consiglio, si come io numerai con M. Marchion Sebba in una Cronica
sua, tra li Nobili di Cipro, et di Venetia permanenti in Cipro, et tra li Borghesi, et Cittadini dello sta-
to Veneto, come di Brescia, Bergamo, con il rimanente sono in tutto 145 casate in circa»: Lusignan,
Chorograffia, cc. 82r-v. Si vedano anche Id., Description, c. 216v; Dudan, Il dominio veneziano,
p. 146; Hill, A history of Cyprus, III, p. 769. Lista dei partecipanti al consiglio dell’università di
Nicosia in Lusignan, Description, cc. 82v-83v. Sulla qualità di nobile fra la popolazione cipriota, si
veda Arbel, The Cypriot nobility, pp.176-178.
Arbel, Urban assemblies and town councils, p. 208.
62. �������
Huppert, Storia sociale, pp. 56-60; Arbel, Urban assemblies and town councils, p. 207;
63. ���������
Papadia-Lala, Ο θεσμός των αστικών κοινοτήτων, pp. 38-50.
64. Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, pp. 57-74.
84 Cipro veneziana

I consigli dove venivano votati i capitoli avevano una precisa regolamenta-


zione, che era ovviamente sottoposta a conferma dalla Repubblica. Il consiglio
dell’università di Nicosia, nel quale si radunavano i membri degli alti ceti della
città, non aveva un definito statuto di funzionamento fino al 1507, quando i suoi
membri presentarono al senato una proposta al riguardo.65 Tuttavia non sembra
che le autorità veneziane abbiano mai offerto una precisa soluzione all’argomen-
to, dato che la regolamentazione delle funzioni del consiglio di Nicosia non era
ancora stata approvata nel 1521, quando i suoi procuratori si presentarono di
nuovo innanzi alle magistrature veneziane. In questa occasione essi proponevano
che ogni due anni, in occasione della festa di San Marco il 25 aprile, quando tutti
i cittadini si trovavano in città per i tradizionali festeggiamenti e le oblazioni feu-
dali, fossero convocati i membri del consiglio per eleggere, «a bossoli e ballotte»,
le 40 persone che avrebbero composto, assieme ai tre procuratori, il consiglio
ordinario per i due anni successivi. Con la presenza minima di 30 membri essi
avrebbero potuto prendere le decisioni riguardanti la promozione degli interessi,
delle prerogative e della qualità di vita del ceto da loro rappresentato, per poi
esporre le proprie richieste al senato veneziano. La risposta della Signoria fu di
non cambiare la consuetudine esistente.66 Oltre al pericolo di un’eventuale crea-
zione di un gruppo limitato di personaggi molto potenti fra i nobili ciprioti, per
le autorità veneziane accettare la composizione proposta dal consiglio nicosio-
ta avrebbe significato, in un certo senso, permettere la ricomposizione dell’Alta
Corte in una forma diversa.
Nel 1507 anche il consiglio famagostano proponeva alla Signoria la rego-
lamentazione del proprio funzionamento, tradendo con questa richiesta i dissidi
interni di carattere sociale. Per evitare che nel consiglio della città «intrano
cadauno et zente mechanica de ogni sorte che è più presto una confusion che
Conseglio», i famagostani chiedevano l’elezione di 30 rappresentanti con età
minima di 25 anni che sarebbero rimasti in carica a vita.67 Come già accennato,
le autorità veneziane non potevano rischiare l’emergenza di una fazione troppo
influente fra la popolazione, per cui il senato veneziano non accettò la proposta
dei famagostani. Inoltre non sarebbe potuto essere concesso ai famagostani il
diritto di riunirsi senza limitazioni ogni qual volta lo decidessero, come era sta-
to richiesto dal consiglio. Probabilmente le autorità veneziane vollero evitare
che i consigli urbani avessero una precisa organizzazione in quanto al numero
dei partecipanti e alla frequenza delle riunioni; senza una tale regolamentazione
le assemblee si sarebbero svolte soltanto per iniziativa di attivi personaggi fa-

65. ��������������������������������������������������������������������������������������
I suoi membri, �����������������������������������������������������������������������
rappresentati a Venezia dai nobili Giovanni Strambali e Gaspare Palol,�
chiedevano di potersi radunare ogni due anni per eleggere 120 rappresentanti, dell’età minima di
25 anni; fra questi, 60 sarebbero stati rappresentanti per il primo anno e gli altri 60 per il secondo.
Il consiglio avrebbe potuto prendere decisioni alla presenza di due terzi dell’assemblea. Fra i 60
ne sarebbero stati eletti tre con l’autorità di convocare l’assemblea e sostenere gli interessi del
consiglio rappresentativo di fronte alle autorità: Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, pp. 12-13.
66. ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 180v.
67. Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, pp. 51-52.
Conflitti e consensi 85

cilmente controllabili dai funzionari locali, che avrebbero anche potuto vietare
il raduno se le congiunture lo avessero richiesto.
Gli argomenti trattati nei capitoli dei diversi consigli ciprioti rispecchiano
le particolari esigenze della popolazione cipriota nel Cinquecento, mentre fra gli
oratori mandati in qualità di ambasciatori presso la Signoria si possono distin-
guere le famiglie che avevano più potere all’interno delle città e che condizio-
navano le sorti dell’intera isola.68 Costante preoccupazione della società cipriota
era l’assegnazione di un medico in ogni città e di maestri per l’educazione dei
giovani.69 Grande era inoltre l’angustia per la preparazione difensiva dell’isola,
che risultava alle reiterate proposte di invio di professionisti che si sarebbero
occupati della fortificazione delle città e dell’esercitazione militare degli abitanti.
Ovviamente non potevano mancare richieste spettanti alla dotazione di chiese e
monasteri, accompagnate e giustificate da frequenti lamentele riguardo il livello
morale del clero e l’assenza dei prelati dall’isola. In certe occasioni i consigli di
Nicosia e Famagosta inviavano quasi contemporaneamente delle ambascerie a
Venezia, spesso per presentare richieste simili alla Signoria, il che rivelava una
mancanza di collaborazione fra la popolazione delle due città.70 Inoltre esisteva
una netta contrapposizione sia nell’organizzazione che negli obiettivi fra il con-
siglio dell’università di Nicosia, da una parte, e i consigli popolari della capitale
e di Famagosta, dall’altra. Questa divisione della popolazione in gruppi distinti e
a volte contrapposti creava un sistema di equilibrio sfruttato a beneficio delle au-
torità veneziane le quali, con le concessioni offerte ai diversi gruppi della società
cipriota, riuscivano a tenere la popolazione divisa, limitando l’eventualità di una
generalizzata espressione di dissenso contro la politica della Repubblica.71
Il popolo di Nicosia inizialmente si radunava per eleggere i rappresentanti che
avrebbero viaggiato a Venezia per esporre le richieste del consiglio una volta ogni
dieci anni, «il che era tolerabile quando che dal poco numero di persone, che si
riducevano in quel tempo, et in così poche fiate non si poteva temer di confusione».
Ma dagli anni Cinquanta quando il senato aveva concesso al consiglio del popolo la
scelta di alcuni ufficiali dell’amministrazione, quali il “fontegher” e il matassipo, le

68. I procuratori del consiglio dell’università di Nicosia erano membri delle più influenti e
possidenti famiglie dell’isola. Davanti al Collegio si presentavano «��������������������������������
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vestiti di veludo negro et dama-
schin negro»: Sanuto, I Diarii, LVI, col. 518.
69. ASV, Senato, Mar, reg. 13, cc. 54v, 60r.
70. Il 21 gennaio 1521, Marin Sanuto annotava che «����������������������������������������
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[d]a poi disnar, fo Colegio di Savi, né
fu letera alcuna; alditeno li oratori di Cipro et quelli di Famagosta»: Sanuto, I Diarii, XXIX, col.
566 (il corsivo è mio). Per oratori di Cipro si intendeva il consiglio dell’università di Nicosia. Il 4
giugno dello stesso anno si dovette discutere sia i capitoli degli oratori «dil popolo di Cypro» che
quelli di Famagosta; ibidem, XXX, col. 311.
71. ��������������������������������������������������������������������������������������
Secondo Giorgio Ploumides la politica veneziana aveva in altre due occasioni, a Creta
e nelle isole dello Ionio, istaurato delle nobiltà locali con il medesimo scopo di mantenere ben
definite le differenze di ceto fra nobili, borghesi e contadini. In questo modo non solo si evitava
un’eventuale insurrezione generale, ma veniva anche attenuata l’ostilità verso le autorità coloniali,
indirizzando il dispiacere dei bassi ceti sociali verso quelli più alti: Ploumides, Αιτήματα και πραγ-
ματικότητες, p. vii.
86 Cipro veneziana

riunioni si facevano ogni due anni. Il raduno di centinaia di persone all’interno delle
mura di Nicosia, specie vicino alle sedi operative del governo, creava significativi
pericoli per la stabilità del potere veneziano e destava serie preoccupazioni alle
autorità locali, come emerge da un dispaccio inviato ai capi del Consiglio dei dieci
congiuntamente dal reggimento e dal capitano di Famagosta, nel 1566. Il governo
veneziano di Cipro suggeriva di ritirare un tale potere dalle mani del popolo, ovve-
ro l’elezione degli ufficiali preposti alla distribuzione dei viveri in città; se questo
non fosse possibile chiedeva di poter scegliere fino a cento persone fra i membri
delle congregazioni professionali in modo da limitare il numero di persone di bas-
sa estrazione sociale che si sarebbero riunite nella piazza della città in occasione
delle elezioni, per prevenire eventuali risse e scontri nella piazza principale della
capitale.72 La preoccupazione del governo locale si giustificava dal fatto che i vene-
ziani non potevano mai fidarsi della sincerità delle dichiarazioni dei ciprioti che si
presentavano fedeli sostenitori della Serenissima. L’inaffidabilità di tali sentimenti
era basata anche su varie notizie di progetti di resistenza contro il potere veneziano,
aumentate progressivamente durante il decennio prima dell’effettiva conquista ot-
tomana di Cipro. I febbrili preparativi per la difesa, iniziati dal 1568, non permisero
la definitiva soluzione della questione delle riunioni popolari nelle città cipriote.

4. Istituzioni feudali

Il potere veneziano riconosceva alcuni diritti precostituiti nei territori inseriti


nello stato da mar finché ciò fosse funzionale agli interessi della Repubblica.73 A

72. Il membri del reggimento �����������������������������������������������������������������


«����������������������������������������������������������������
a vedersi circondati da tanta moltitudine di gente mal composta
nel più, et senza veruna creanza, non hanno potuto starvi senza qualche pensiero per non dir sospetto,
come habbiamo ben veduto noi rettori questi prossimi giorni, che essendo convocata essa congregatio-
ne per far eletione del mattassipo, i populari vi furono eccessivo numero, i quali come vaghi di questa
libertà di poter eleger, et conceder essi soli li officii, si dimostrano audaci, tanto più questo che vedeno
esser commesso, et posto nelle mani loro per la prefatta nova deliberatione le biave per l’officio del
fontego, et le vittuaglie delle piaze, che sono le più importanti, et le principal in una citta, per il che
spesso prorompeno le genti basse, et ignoranti in quelli atti brutti, che furono avisati a vostre signorie
eccellentissime, la onde pensando ragionevolmente che possa seguir peggior effetto, non essendo, et
stato proveduto, habiamo voluto per nostro debito unitamente rapresentar a quelle quanto occorre, et
le caggioni da quali nascono per il più li inconvenienti, acciò che elle provedano di quel modo che le
parera, et in maniera che il reggimento sia riconosciuto in ogni attione, per che quando sarà levata la
libertà data al populo del conferir officii cessarà insieme la stretta unione che si vede, et che tra popu-
lari è pernitiosa et ancora si rimoverà la occasione della congregatione in tanto numero, lo qual atto
di redur consiglio quando non le paresse di estinguer totalmente racordamo humilmente che sarebbe
bona provisione, che il regimento havesse auttorità di far scelta di tante persone delle miglior di ogni
mestier et arte, che assendesse in tutto al numero di cento, di doi in doi anni con contumatia, et questi
si potrebbono congregar solamente per far eletione in capo di quel tempo, che venisse la necessità di
persona o soi commessi a piedi di soa serenità, segondo che faceva prima»: ASV, Capi dei X, Lettere, b.
290, f. 224, decodificazione della lettera scritta il 2 novembre 1566 a Nicosia da Giacomo Ghisi vice-
luogotenente, Lorenzo Bembo capitano di Famagosta e i vice-consiglieri del reggimento di Nicosia.
73. Fasoli, Lineamenti di politica, p. 67.
Conflitti e consensi 87

Cipro l’obiettivo di tale politica era di non sradicare tutte le istituzioni che lega-
vano il regno al suo passato e soprattutto di rassicurare i principali esponenti del
ceto nobiliare cipriota sulla conservazione della loro partecipazione politica.74
Per non inimicarsi i più benestanti e influenti nobili ciprioti il senato decise di
riconoscere la conservazione di alcuni privilegi e titoli feudali, facenti capo ai
territori crociati di Terra Santa, concessi dai re Lusignan ai loro sostenitori. Fra
questi titoli i più importanti erano la contea di Rochas-Edessa, la contea di Giaffa
posseduta in passato dalla potente famiglia d’Ibelin, la contea di Tripoli e quella
di Carpasso,75 oltre ai titoli di siniscalco e contestabile del regno.76
Il titolo della contea di Carpasso, l’unica riferita ad un territorio cipriota –
creata nel 1472 da Giacomo II e donata a Juan Perez Fabregues – era detenuto da
un ramo della famiglia veneziana dei Giustinian mentre un’altra famiglia patrizia,
i Contarini, possedeva il titolo e i ricchi feudi connessi della contea di Giaffa,
conferita da Caterina Cornaro al cugino Giorgio Contarini, nel 1474.77 Le altre
due contee, di Tripoli e di Rochas, rappresentavano semplici titoli onorifici senza
comportare alcuna entrata ed erano posseduti da ciprioti già benestanti, ma che il
titolo comitale collocava socialmente al di sopra degli altri gentiluomini dell’iso-

74. Sulla nobiltà feudale del regno cipriota, si veda Edbury, Franks, pp. 77-80.
Mas Latrie, Les Comtes du Carpas, p. 376; Mas Latrie, Documents nouveaux, pp. 421-
75. ������������
423; Bustron, Chronique de l’île de Chypre, p. 407; Edbury, John of Ibelin, p. 174; Richard, Le droit
et les institutions franques, p. 9.
76. Nel suo Trattato di Cipri, Francesco Attar scriveva che: ����������������������������������
«���������������������������������
solevano esser in Cipro molti ba-
roni, et similmente officiali, alcuni che havevano il titolo del Reame di Hierusalem, et dei luoghi al-
lias signoregiati per il re di Hierusalem, alcuni etiam del Regno di Cipro, le signorie gl’officii, et le
obligationi de quali si trovano nelli libri delle Assise del Regno di Cipro. […] Di baronie al presente
è del contado del Carpasso pervenuta in gentiluomini venetiani da ca’ Justignan heredi del quondam
messere Zoan Peres Fabrices primo conte del Carpasso. Il contado de Ruchas concesso dalla illu-
strissima signoria a messere Zegno Singlitico, il contado di Zapho pervenuto in gentilhomeni veneti
continui heredi del quondam messere Zorzi Contarini german cusin di Caterina Cornellia Regina,
et il contado de Tripoli concesso dalla illustrissima signoria a messere Zuan Denores. Delli officii
che solevano esser assai restano solamente doi, videlicet del sinescalco, il qual fu datto da Re Zacco
a messere Honofrio Rechesens avuo di messere Carceran di heredi in heredi, et del contestabile, il
qual fu datto dalla Regina Cattarina a messere Pietro Davila padre di messere Francesco d’herede
in herede»: BNM, IT VII, 918 [8392], cc. 237v-238r.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 366-369. Il giuramento per i feudi di
77. ������������
Giorgio Contarini è riportato ne I libri Commemoriali, XXIII, p. 298. Gli eredi di Giorgio Contarini
continuarono a portare il titolo di conti di Giaffa/Zaffo fino all’estinzione della famiglia nel XIX
secolo; si veda Mas Latrie, Les comtes de Jaffa et d’Ascalon, pp. 401-403. Sull’eredità del titolo
vi fu anche una contesa fra Tommaso e Giustinian Contarini: il 10 settembre 1526 «fono alditi li
Contarini del Zaffo, videlicet: sier Justinian Contarini vol lui il contà del Zaffo perché fo investito
in Cypro et ha scosso sempre le intrade, et sier Tomaso suo fradello mazor qual è maridato noviter
in la fia di sier Polo Malipiero fradello del Serenissimo, vol ditto contà esser investito lui, et ha
gran raxon. Parlò prima per sier Justinian domino Alvise da Noal doctor avocato; li rispose domino
Piero di Oxonicha dotor. Poi parlò domino Francesco Fileto doctor; li rispose sier Dionise Contarini
avocato, et fo rimessa a uno altro dì; tamen il Collegio tutto tien sier Tomaso habbi raxon»: Sanuto,
I Diarii, XLII, col. 594. Cinque giorni più tardi «fo balotà et terminato in favor di sier Tomaso
Contarini mazor genito, videlicet damatina Domanega si fazi cavalier et se li dagi la investitura per
il Serenissimo»: ibidem, col. 627.
88 Cipro veneziana

la. Concedendo sostanziali prestiti alla Repubblica, Eugenio Singlitico, nel 1521,
riuscì a farsi conferire la contea di Rochas e Zuan Denores, nel 1529, quella di
Tripoli.78 Quanto ai titoli di siniscalco e di conestabile, il primo era tramandato
ereditariamente dai successori di Onofrio Requesens, a cui era stato concesso da
Giacomo II, mentre il secondo era sfoggiato dagli eredi di Pietro Davila, a partire
dalla concessione fattagli da Caterina Cornaro.79
Eugenio (Zegno) Singlitico, personalità di eccezionale interesse della società
cipriota a cui hanno dedicato dei lavori gli storici Chryssa Maltezou e Benjamin
Arbel, era uno dei nobili ciprioti di discendenza greca che riuscì ad approfittare
maggiormente delle opportunità di arricchimento e ascesa sociale offerte dalla Re-
pubblica alle popolazioni dei possedimenti da mar.80 Nel 1521, trovandosi a Venezia
in qualità di oratore del consiglio della nobiltà di Nicosia, chiese di essere investito
del titolo di conte di Rochas, «cum tuti soi honori, loco, et pertinentie al modo da-
vano li quondam Serenissimi Reali senza intrada, né danno alcuno de la sua Regia
camera».81 In cambio del feudo il Singlitico offriva in prestito alla Repubblica 1500
ducati, da essere restituiti in tre anni.82 Il Singlitico era, però, interessato a ricevere

78. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, cc. 222r-v. «Il doge Andrea Gritti con il Consiglio de X
hanno conferito il titolo e dignità del contado de Tripoli il qual non ha entrada alcuna a messere
Zuan de Nores et suoi descendenti primigeniti maschi. Con conditione che debba de presente dar
alla cassa del ditto consiglio ducati 3000 ad imprestedo et a questa prossima muda de settembre far
condur in Venetia stara 1500 de formento di Cipro. Il tratto del quale formento debbia similmente
esser dato ad imprestedo alla cassa del ditto consiglio. Li qual danari siano poi restituiti dalla real
camera di Cipro a messere Alvise suo figlio. Nel privilegio ditto messere Zuane è investito della
dignità come solevano investir gli re»: MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 130v. La qualità comitale
e l’onorevolezza di Zuan Denores veniva utilizzata dall’università di Nicosia scegliendolo quale
suo rappresentante davanti alle magistrature veneziane; si vedano Sanuto, I Diarii, LVI, coll. 518,
723-724; LVII, col. 494.
79. BNM, IT VII 918 (8392), c. 238r; Rudt de Collenberg, Δομή και προέλευση της τάξεως
των ευγενών, p. 832.
80. ����������������������������������������������������������������������������������������
Nel 1510, dopo aver offerto in prestito alla Serenissima 1000 ducati in oro e argento e
altri 1000 «in pecunia numerata», gli venne promessa l’assunzione dell’incarico di visconte di
Nicosia, alla fine del mandato di Pietro Podocataro. Il prestito del Singlitico veniva in risposta del
pressante bisogno di denaro contante che la Repubblica affrontava in quegli anni. Cinque anni più
tardi, Singlitico rinnovò la sua richiesta di servire come visconte di Nicosia, offrendo in prestito
alla Serenissima 4000 ducati. Il Consiglio dei Dieci accettò l’offerta, aumentando però la somma
del prestito a 5000 ducati: edizione della decisione del senato veneziano, in Maltezou, Νέαι ειδήσεις
περί Ευγενίου Συγκλητικού, �����������������������������������������������������������������������
p. 232. Sull�����������������������������������������������������������
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ascesa sociale e la ricchezza esemplare di Eugenio Singli-
tico, si vedano anche Arbel, Greek magnates in Venetian Cyprus, pp. 329-332; Ανέκδοτα έγγραφα,
II, pp. 80, 251-252, 254-255. Sulla famiglia Singlitico nel regno di Cipro dal XIV secolo, si veda-
no Rudt de Collenberg, Etudes de prosopographie généalogique, pp. 667-668; Nicolaou-Konnari,
Greeks, pp. 50-51.
81. �������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������
Conferimo la dignità del contado de Rochas vacata già anni otto […] la qual è senza
intrada et si da senza danno della camara, a domino Eugenio Singliticò in vita sua tantum. Esbor-
sando ducati 1500 da esserli restituiti in Cipro in anni tre»: MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 131r.
Edizione del documento dall’Archivio di Stato di Venezia, in Maltezou, Νέαι ειδήσεις περί Ευγενίου
Συγκλητικού, pp. 235-237.
82. La vendita di contee e altri feudi in Terraferma veneta fu votata soltanto nel 1647: cfr.
Gullino, Un problema aperto, p. 191.
Conflitti e consensi 89

il titolo di conte quale concessione spontanea della Repubblica in nome dei suoi
«buoni meriti e fedeltà» e non desiderava si sapesse che la concessione era stata
comprata. Perciò chiese esplicitamente al senato che «el presente imprestedo non
sia posto nel privilegio dela gratia dela dignità, ma separatamente».83 Il privilegio
gli era stato concesso soltanto �����������������������������������������������������
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in vita sua tantum����������������������������������
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, ma sette anni più tardi il Sin-
glitico era riuscito a ottenere il titolo anche per i propri eredi.84 Singlitico mirava
anche al titolo di sinescalco i cui feudi, che appartenevano alla moglie Melissina
Requesens, stava già sfruttando. Se Melissina, erede diretta del titolo, fosse morta
senza lasciare figli legittimi i terreni del feudo di siniscalco sarebbero ritornati alla
camera per essere concessi a qualche altro nobile cipriota. Per questo il Singlitico
aveva presentato richiesta per ottenere che il feudo fosse considerato un bene da
dote e non feudale, in modo da poterlo ereditare egli stesso, alla morte della mo-
glie.85 Questa richiesta fu tuttavia respinta dal Consiglio dei dieci: i casali che egli
pretendeva erano stati concessi con privilegio feudale da parte dei re ciprioti in
quanto terreni della corona e perciò adesso erano considerati proprietà della camera
fiscale di Cipro, come provava anche il fatto che in passato i loro possessori presta-
vano l’omaggio ligio al reggimento, secondo le usanze del regno di Cipro.86
Nel 1490 il senato veneziano deliberava che «������������������������������
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gli rettori possino far caval-
lieri quelli che andando a visitar il santo Sepolcro passano per Cipro, così come
solevano far i serenissimi Re».87 Il decreto si riferiva al conferimento a nobili
occidentali del titolo di cavaliere dell’Ordine della Spada, creato da Pietro I a
metà Trecento. Gli insigniti entravano nell’Ordine dopo una breve cerimonia
di investitura, stabilendo una relazione vassallatica con il regno dei Lusignan.88
Secondo la testimonianza di Conrad Grünemberg, pellegrino in Terra Santa nel
1486, era possibile ottenere la medaglia dell’Ordine della Spada per tutto il
periodo durante il quale il trono del regno di Cipro era occupato da Caterina
Cornaro.89 Tuttavia non ci sono fonti che attestino l’effettiva sopravvivenza
della tradizione dopo la partenza della regina da Cipro, nonostante il decreto del
senato. D’altronde i rettori veneziani di Nicosia non avrebbero potuto conferire
l’onorificenza, essendo soltanto rappresentanti del governo veneziano e non
veri depositari del potere regale.
Altrettanto interessante risulta la sopravvivenza di altre consuetudini di
stampo feudale del regno dei Lusignan come ad esempio l’omaggio di fedeltà
che i nobili ciprioti erano soliti prestare al re. Con la sostituzione dell’autorità
regia da parte del reggimento, rappresentante della sovranità veneziana, i nobili

, Νέαι ειδήσεις περί Ευγενίου Συγκλητικού, pp. 235-236.


83. Maltezou��
Arbel, Greek magnates in Venetian Cyprus, p. 330. Per il testamento di Eugenio Singliticò,
84. �������
si veda Patapiou, Η διαθήκη του Ευγενίου Συγκλητικού.
85. Richard, A propos d’un privilège, pp. 125, 133, nota 25.
86. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 63-65; ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Nicosia 16
luglio 1556, 6 e 20 luglio 1562.
87. MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 129r.
88. Skoufari, L’Ordine della Spada, pp. 10-12.
89. Excerpta Cypria Nova, p. 127.
90 Cipro veneziana

di Cipro erano tenuti a rinnovare il giuramento di fedeltà vassallatica ogni due


anni, in occasione dell’arrivo del nuovo luogotenente.90 Il conseguimento del
giuramento feudale di fronte ai funzionari veneziani, che in ogni altro contesto
erano semplici delegati del potere della Serenissima e uguali al resto dei mem-
bri del patriziato veneziano,91 serviva probabilmente a legittimare il potere del
reggimento in sostituzione della figura regia, dopo l’allontanamento di Caterina
Cornaro da Cipro, ribadendo allo stesso momento la continuità istituzionale del
regno. Avendo la Repubblica conservato gran parte dei diritti e prerogative della
nobiltà cipriota, considerava altrettanto legittimo il mantenimento di usanze di
carattere feudale attraverso le quali i ciprioti avrebbero potuto dimostrare la pro-
pria fedeltà e riconoscenza al detentore del potere “regale”, rappresentato ormai
dal luogotenente veneziano.
Il possessore di un feudo di qualunque natura, era obbligato a una serie di
oblazioni realizzate in base all’entità dello stesso feudo, alla vigilia di Natale e
nel giorno di San Marco. Il feudatario era tenuto a donare al reggimento falco-
ni, capponi, cere o speroni, rispettando una tradizione tramandata dal regno dei
Lusignan.92 La tradizione non costituiva soltanto una formalità: il reggimento
sottoponeva a giudizio i feudatari che omettessero di presentarsi personalmente il
giorno prescritto con l’offerta stabilita. L’unica giustificazione per l’assenza era
una malattia accertata da un rappresentante delle autorità.93 L’offerta veniva fatta
dopo la chiamata nominativa di ogni feudatario,
principiando a chiamar da gli conti, poi li cavallieri, nobili et subsequenter li bor-
ghesi in ogni grado secondo la maggior età di cadauno. Et debbe esser accettata
prima l’obbedientia di quelli che personalmente sarano, et poi successive delli
commessi di absenti.94
Il feudatario trovato in difetto poteva perdere l’uso del feudo per un anno.
Le prescrizioni feudali e le Assise del regno richiedevano ai feudatari di
mantenere da uno a quattro cavalieri armati sempre disponibili in caso di attac-
co nemico.95 Questi cavalieri costituivano anche durante il periodo veneziano
la struttura di base della forza difensiva dell’isola, sebbene la Repubblica aves-

90. ��������������������������������
BNM, IT VII 918 (8392), c. 238r.
91. Sul feudalesimo nei territori veneziani, si vedano Gullino, Un problema aperto, pp. 185-
196; Musi, Il feudalesimo, p. 87.
92. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 156v; n. 215, cc. 163r-170r: edizione del catalogo di
offerenti speroni e capponi la vigilia di Natale 1556 (n. 215, cc. 165r-168r), in Papadaki, Cerimonie
pubbliche e feste, pp. 391-394.
93. Grivaud, Ordine della Secreta, pp. 563-564, nota 193; Papadaki, Cerimonie pubbliche e
feste, p. 382.
94. MCC, Donà dalle Rose, n. 215, c. 170r.
95. Descrizione della cerimonia di omaggio ligio in MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 189r;
Bustron, Chronique de l’île de Chypre, p. 465. Secondo le Assise, i feudi connessi all’obbligo
del servizio militare potevano essere posseduti soltanto da uomini «della legge di Roma», ovvero
cattolici, anche se questa prerogativa non veniva meticolosamente rispettata a Cipro; si vedano
Topping, Feudal institutions, pp. 113-119; Riley-Smith, The feudal nobility, pp. 10-11; Edbury,
Conflitti e consensi 91

se dedicato ingenti somme per ristrutturare le fortificazioni, inviare stradioti


dal resto dei domini e organizzare le compagnie locali per il controllo delle
coste.96 I feudatari legati a quest’obbligo dovevano partecipare con i loro cava-
lieri alle mostre generali, che venivano organizzate in occasione dell’arrivo del
nuovo reggimento per verificare il livello di efficienza dei cavalieri, alle giostre
realizzate per la festa del patrono San Marco o ad altre occasioni proclamate
dalle autorità.97 I feudatari dovevano presentarsi personalmente al palazzo re-
gio, ovvero la sede del reggimento, con i propri cavalli e le armi pronte per
combattimento. Il numero dei cavalli che ciascuno doveva presentare, correda-
ti con il cavaliere e la sua armatura, era stabilito dalle Assise: i feudatari obbli-
gati a fornire servizio «di cavaliere» presentavano quattro cavalli, quelli legati
al servizio «di scudiero» ne presentavano tre, chi doveva servizio «d’uomo
d’arme» sosteneva due cavalli e quelli «di turcopulo» un cavallo.98 I feudatari
di omaggio ligio presentavano un cavallo per ogni multiplo di 150 ducati di
entrata annuale.99 La pena per chi non si presentava personalmente alla mostra
era prevista nell’«esser fatti subito debitori alla camera a rason de ducati 20
per ogni cavallo». Della stessa somma erano considerati debitori «quelli che
presentano meno cavalli o non adeguati».100 Chi avesse più di 60 anni poteva
delegare un altro feudatario più giovane a presentare i cavalli che gli spettava-
no.101 Alla fine degli anni Venti del Cinquecento, secondo la relazione del luo-
gotenente Silvestro Minio, i feudatari tenuti a sostenere cavalieri erano 140;102

The Franco-Cypriot landowning class, pp. 1-2; cfr. Papadopoullos, Δομή και λειτουργία του
φεουδαρχικού πολιτεύματος.
96. Arbel, Colonie d’oltremare, p. 967.
97. MCC, Donà dalle Rose, n. 215, c. 191r. Partecipazione dei feudatari alle mostre generali
MCC, Donà dalle Rose, n. 215, cc. 172r-193r, 211r-212r. Si veda Grivaud, Papadaki, L’institu-
tion de la Mostra Generale, pp. 166-173. Per le gare organizzate il giorno della festa del santo
patrono di Venezia, il consiglio dell’università di Nicosia chiese e ottenne l’aumento del valore
del palio per incentivare gli uomini valenti a parteciparvi: fino al 1507 il palio era composto da
panni di seta del valore di 50 ducati, ma venne aumentato a 100 ducati perché «la condicion et
dignità de quel luogo [del regno di Cipro] rechiede assai miglior prexio per dar causa a cadauna
persona da conto de adoperarse in tal cossa per honor et alegreça de la terra». Il palio era diviso in
«ducatos quinquaginta pro duobus braviis balliste et arcus vel ducatos triginta pro bravio balliste
et ducatos viginti pro bravio arcus, dividendo quolibet eorum in tribus braviis vel in primum,
secundum et tertium»: Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, p. 34; Papadaki, Cerimonie pubbliche e
feste, pp. 386-387.
98. �����������������������������������������������������������������������������������������������
«����������������������������������������������������������������������������������������������
Vi sono quattro obligationi, di cavalliero cioè di cavalli quattro, di scudiero di tre, d’huo-
mo d’arme di doi, et di turcopoulo»: MCC, Donà dalle Rose, n. 45, cc. 143r, 156r, 189r-193v. Si
veda Grivaud, Papadaki, L’institution de la Mostra Generale, pp. 172-173. Cfr. Richard, Οι πολιτι-
κοί και κοινωνικοί θεσμοί, pp. 357-359.
99. MCC, Donà dalle Rose, n. 215, c. 191r. Altrove Leonardo Donà annotava che il re Giaco-
mo II aveva previsto la presentazione di un cavallo per ogni 100 ducati di entrata feudale: Grivaud,
Papadaki, L’institution de la Mostra Generale, p. 176.
MCC, Donà dalle Rose, n. 215, c. 191r; Edbury, Feudal obligations, p. 337.
100. �����
101. Si vedano le giustificazioni presentate da vari feudatari per la propria assenza dalla mo-
stra, in MCC, Donà dalle Rose, n. 215, cc.186r-v.
102. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 112r.
92 Cipro veneziana

trent’anni dopo il loro numero era diminuito in ragione della diminuzione dei
feudi della camera appaltati dal reggimento.103 Nel 1554 la somma dei cavalli
arrivava a 728.104 Ovviamente questo numero non sarebbe stato sufficiente in
caso di grave pericolo di attacco nemico contro Cipro. La potenza della caval-
leria cipriota veniva quindi corredata dagli stipendiati e dagli stradioti, noti
anche come “albanesi”.105
Il lungo periodo di pace che caratterizzò il periodo di governo veneziano
a Cipro, insieme alla rilassatezza con cui si svolgevano le tradizionali mostre,
erano probabilmente le ragioni per cui i feudatari non si interessavano più di
tanto al proprio equipaggiamento bellico. Spesso mancavano alle mostre oppure
impiegavano mule invece di cavalli.106 Ulteriore problema costituiva la mancanza
di chiare e precise informazioni sull��������������������������������������������
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entità degli impegni dei feudatari nei con-
fronti del re al tempo dei Lusignan, ordinamento che il governo veneziano si era
impegnato a conservare.107 Tuttavia qualche modifica nella consuetudine basata
sulle Assise veniva ogni tanto proposta da alcuni funzionari veneziani, come nel
caso dell�����������������������������������������������������������������������
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avvocato fiscale Teodoro Tacito, il quale suggerì di eliminare l’esen-
zione dell’obbligo di presentare cavalieri da parte di donne detentrici di un feudo
che avevano superato l’età di 60 anni. La discussione sulla materia partì dalla
richiesta fatta da «madonna Madalena fiola del quondam domino Mas de Mont
[…] relitta in secondo matrimonio del quondam domino Piero Antonio Attar»
che si rifiutava di pagare il cosiddetto “defatto”, sebbene non avesse presentato i
cavalieri prescritti dal proprio feudo. Come già accennato, i feudatari che manca-
vano il loro impegno di presentare i cavalli e il loro corredo alla mostra generale

103. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 129r.


104. MCC, Donà dalle Rose, n. 215, c. 211v. Il numero dei cavalli che un feudatario doveva
sostenere non corrispondeva necessariamente alle entrate riscosse dal proprio feudo. Il servizio le-
gato a un feudo poteva essere prescritto nel passato e tramandato immutato, nonostante l’eventuale
diminuzione o aumento delle sue entrate. Tuttavia, in casi nei quali il feudo aveva perso il valore
precedente, non raramente i ciprioti preferivano continuare a sostenere i cavalli prescritti per con-
servare l’onore e il prestigio.
105. Si veda la testimonianza di Oldřich Préfat, in Τα τσέχικα οδοιπορικά, pp. 15-16.
106.  L�������������������������������������������������������������������������������������
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allontanamento dei nobili dall������������������������������������������������������
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esercizio bellico stava portando a un deterioramento
della preparazione difensiva del’isola, «dilettandosi la mazzor parte di quel regno di cavalcar mulle,
et essendo la razza de cavalli hormai anihillata con pericolo della bona custodia di quelle marine
et vieneno li feudatarii et provisionati a mancar dell’obbligo suo li quali non tenendo cavalli non
puoleno servir alle occorrentie bisogna proibire al manco a feudati, provisionati et altri stipendiati
ascritti al servitio pubblico che non ardiscano cavalcar più mulle sotto pena»: ASV, Collegio, Re-
lazioni, b. 61, reg. 2, cc. 36v, 94v; Hale, L’organizzazione militare, p. 311. Nel 1563, il capitano
di Famagosta Pandolfo Guero riferiva al Collegio che i feudatari e i cavalieri non si esercitavano
abbastanza e che addirittura i loro cavalli morivano per grassezza e scarso esercizio: ASV, Collegio,
Relazioni, b. 62, reg. 1, c. 133v.
107. Nel 1508 il reggimento non riusciva imporre ai feudatari il numero di cavalieri che cia-
scuno doveva sostenere perché non vi erano prove scritte sulla precedente consuetudine: «Et che
havendosi di ciò voluti informar, non si trova scrittura alcuna, ma solamente il testimonio di un scri-
van, che dice, che Re Zacco a bocca disse di voler regolar queste mostre, che per ogni cento ducati
ciascun feudatario fosse obligato di presentar un cavallo»: MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 131r.
Conflitti e consensi 93

dovevano pagare il “defatto”.108 Tacito spiegava che «besogna considerar che la


obligation del servitio et conseguentemente del pagamento del defatto è imposta
alli feudi e no alle persone» e quindi si aspettava che chiunque possedesse un
feudo dovesse presentare i cavalli prescritti oppure pagare la somma prestabilita,
indipendentemente dalla propria età.109

108. Infatti nel regno cipriota anche le donne potevano essere proprietarie di un feudo e so-
stenere gli oneri connessi al suo possesso. Perciò il re aveva il diritto di imporre a una vedova feu-
dataria il matrimonio con un uomo da lui scelto, per assicurare il compimento del servizio militare
previsto dalla concessione feudale. Tuttavia questa imposizione non poteva essere applicata alle
vedove che avevano superato i 60 anni; cfr. Edbury, Feudal obligations, pp. 345-347; Richard, Οι
πολιτικοί και κοινωνικοί θεσμοί, p. 358.
109. Tacito presentò un resoconto del caso con lo scopo di informare coloro che avrebbero
difeso gli interessi della Repubblica nella causa: «Il sindico Semitecolo [1532] aveva ordinato che
madonna Madalena Attar deve continuar a pagar el defatto et reliqua ut antea. Onde prima è da
intender che questo vocabulo defatto significa in lingua francese quel medemo che nui dicemo de-
fetto cioè mancamento. Et tutti li feudi che hanno qualche obligation de servitio al signor, cioè o di
cavaglier o di scudier o di homo d’arme etiam pagano defatto in camera quando i se trovano esser in
persone che non sono atte a far quel servitio al qual i sono obligati; videlicet se essi feudi si trovano
in mascoli menori de 15 anni, i pagano el defatto fino che i pervengano in la età, et similiter se i se
trovano in donne fino che esse donne siano senza marito sempre i pagano el deffetto et siano esse
donne in qual età si vogliano. Ma se le si maridano fino che le stano maridate per che li mariti sono
habili a far li servitii dela obligation i non pagano defatto alcuno e li feudi de servitio de cavallier
pagano ducati 80 all’anno, de scudier ducati 60 e d’homo d’arme 40 e cussi alguni altri de inferior
grado pagano menor defatto. La prefatta madonna Madalena tiene feudo de cavalier e paga ducati
80 all’anno. Ma vorrebbe scusarsi con l’età avendo passato i 60 anni e allega la legge che donna
che ha passati anni 60 non è piu astretta a maridarsi e similiter il cavalier che ha passati anni 60 non
è più astretto a far il servitio al qual è obligato suo feudo. Secondo me s’el feudo dovesse cessar di
pagar el servitio al qual l’è obligato per imbecillità della età dela feudataria cioè per non esser in età
di poter esser astretta a maritarsi né anche una fanciula da un anno fino a 12 anni non doveria esser
astretta a pagar defatto et tamen lo paga»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, ff. 42, 43.
4. Religiosità e confessioni

1. Ortodossi: sudditi tutelati

Le autorità veneziane non si preoccupavano molto delle divergenze dog-


matiche professate dalle varie comunità religiose di cui era composta la società
dello stato da mar. Il loro principale interesse era la ricerca di una formula di
convivenza pacifica con i propri sudditi non cattolici, che rappresentavano la
maggioranza della popolazione locale, e non fu mai avviata una politica di im-
posizione del dogma cattolico nei domini, così come nella metropoli lagunare.
La libertà di culto che si respirava a Venezia era proprio una delle caratteristi-
che che la rendeva ammirata e ambita dai gruppi di immigrati che vi stabilivano
la propria residenza.1 Membri di diverse confessioni vi potevano convivere pa-
cificamente professando liberamente la propria religione, fintanto che l’autorità
politica del governo veneziano venisse riconosciuta e gli interessi del ceto diri-
gente tutelati. La Repubblica tollerava la conservazione dell’identità culturale e
i particolarismi religiosi dei gruppi di immigrati stranieri a Venezia, conceden-
do il diritto di aggregarsi in istituzioni organizzate secondo regole e tradizioni
veneziane, come le confraternite dove i forestieri potevano essere più facil-
mente controllati dalle autorità oltre che più agilmente integrati nella società
lagunare.2 Nelle occasioni in cui certi prelati veneziani particolarmente ferventi
in tema di correttezza del dogma professato dai cristiani sotto la propria giuri-
sdizione adottavano politiche contro le differenze dogmatiche dei membri delle
altre confessioni, soprattutto contro gli ortodossi dei possedimenti orientali,
le autorità politiche intervenivano sempre a favore della conservazione della
pace religiosa mitigando i contrasti, con l’obiettivo di prevenire malcontenti ed
eventuali insurrezioni dei sudditi.3

1. Si veda Imhaus, Le minoranze orientali, pp. 288-302.


2. Ibidem, pp. 375-385.
3. «L’intention nostra è che nelle nostre città si predichi bona dottrina et sparga semenza
di pace, di quiete e di union, et che tra greci et latini si viva con quella conformità et concordia
che hanno fatto fin hora così per beneficio et salute delle anime come per altri importanti rispet-
96 Cipro veneziana

Una delle maggior contentezze che sentisse il fidelissimo populo di Cipri nell’esser
ridotto sotto il governo di questa illustrissima Repubblica fu il vedersi conservati li
sui antichissimi riti e consuetudine e specialmente quelli dela loro religione;
così riferiva il sacerdote ortodosso Giovanni Flangino al doge qualche anno pri-
ma della conquista ottomana.4 Infatti la riconoscenza della popolazione cipriota
per la tolleranza dimostrata dalle autorità veneziane verso le comunità non cat-
toliche traspare spesso dai documenti conservati. La congiunta celebrazione di
alcune grandi feste religiose, come il giorno del patrono san Marco e del Cor-
pus Domini,5 erano occasioni per dimostrare il buon clima che si respirava fra
i membri delle diverse confessioni. Stefano Lusignan descrive nelle sue opere
queste processioni comuni a Cipro, offrendoci una rara immagine della società
pluriconfessionale dell’isola nel Cinquecento:
È cosa bella di vedere in tante Nationi quando vanno in processione apparati, il
giorno del corpus Domini, over’ a San Marco; voi vedete che prima và una Croce
de’ Greci, et sotto di quella và la moltitudine del populo senza ordine. Seguitano poi
li loro Preti, et poi l’imagine della Vergine sacra, et di dietro la moltitudine delle
Donne: et in questo modo fanno sempre li Greci le loro processioni. Seguitan poi li
Mendicanti latini, secondo l’ordine loro; Dipoi li Indiani Preti parati con le fagiolle
ò tulumpanti in capo; et il Vescovo con la mitra: et li tulumpanti sono di tele celeste,
ò azurra: et cosi dipoi li Nestorini; et poi li Iacobiti, et Maroniti, Cofti et Armeni;
et tutti quasi con quelli tulumpanti; e tutti andavano con le pianete al modo latino;
fuori delli Armeni, quali portano birette tonde con un facciollo bianco in capo: Dipoi
seguitano li Preti latini con l’Arcivescovo, ò Suffraganeo, et poi il Regimento con la
nobiltà. Si che l’è una bella cosa da vedere tante sette e generationi di Christiani di
diversi riti et nome.6
Processioni comuni si effettuavano a Cipro anche per l’intercessione della
grazia di Dio in tempi particolarmente difficili, come ad esempio per chiede-

ti». Così si pronunciava il senato, nel 1547, deliberando al reggimento di Cipro l’intimazione
al frate Lorenzo da Bergamo, inquisitore e vicario dell’arcivescovo Livio Podocataro, di non
operare contro gli ortodossi dell’isola, «di modo che quei fidelissimi nostri non habbino causa di
richiamarsi et dolersi perché facendolo resteremo satisfatti di lui, altramente faremo provisione
tale che esso si dolerà di non haver obedito alli mandati nostri et fatto l’officio suo con quella
desterità et sincerità che si conviene in materia così importante come è questa di religione et
unione et carità in una città et regno dell’importantia che è quello al stato nostro»: ASV, Senato,
Mar, reg. 29, cc. 117r-v. Di nuovo nel 1565, le autorità veneziane erano contrarie ai tentativi
dell’arcivescovo Filippo Mocenigo di imporre agli ortodossi dell’isola i decreti del concilio di
Trento; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 196-201.
4. ASV, Consiglio, Secrete, filza 13, lettera non datata (1568).
5. Per la celebrazione della festa di san Marco e della processione del Corpus Domini a Ve-
nezia, si vedano Ambrosini, Cerimonie, feste, lusso, pp. 468-472, 475-476; Tamassia Mazzarotto,
Le feste veneziane, pp. 164-169. Sulle cerimonie comuni celebrate fra cattolici e ortodossi nelle
colonie veneziane del Mediterraneo, si veda Gregoriou, Σχέσεις Καθολικών και Ορθοδόξων.
6. Lusignan, Chorograffia, c. 35r; cfr. Lusignan, Description, c. 75v; Kyprianos, Ιστορία�����
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χρο-
νολογική της νήσου Κύπρου, p. 92 (in greco).
Religiosità e confessioni 97

re l’intervento divino per la scomparsa delle cavallette,7 la fine della siccità,8 la


sconfitta della peste.9 Potrebbe comunque valere anche per Cipro quanto pro-
posto da Brunehilde Imhaus relativamente alle minoranze religiose di Venezia,
ovvero che la diversa lingua in cui veniva celebrata la messa da ogni comunità
confessionale diminuiva i pericoli d’influenza reciproca, impedendo a chi non
capiva i servizi di parteciparvi e ostacolando eventuali perdite di fedeli dalle con-
gregazioni di ogni confessione.10 Tuttavia, varie influenze a livello delle usanze
religiose erano reciproche. La Chiesa ortodossa, nonostante la forza numerica
fra la popolazione cipriota, dovette in certi casi piegarsi alle imposizioni del cle-
ro cattolico da cui dipendeva amministrativamente. Da parte loro il resto delle
confessioni religiose presenti nell’isola dovevano tenere un precario equilibrio
fra la tradizione e l’adattamento confessionale in modo da poter conservare la
propria congregazione. Si può in ogni caso notare che malgrado la convivenza
delle Chiese cattolica e ortodossa sull’isola durante i secoli del tardomedioevo,
la devozione degli ortodossi non si spostò dai santi della tradizione bizantina, per
cui nella decorazione delle chiese, anche in quelle commissionate da cattolici,
non vi è testimoniata alcuna raffigurazione di santi latini.11

7. Indicativa la disperazione del luogotenente Marc’Antonio Trevisan, nel 1533, che escla-
mava «[l]a cavalletta è fora, el signor Idio ne aiuti»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 38. Si
veda Ανέκδοτα έγγραφα, IV, pp. 144-145. Nell’anno seguente la situazione fu così tragica da ob-
bligare il reggimento a richiedere la diminuzione delle imposte a Cipro: «Pregamo l’eccellentie
vostre che voglian’ haver qualche rispetto di aggravar questa sua Real, perché gli affirmiamo che
la non fu mai si stretta, et bisognosa come al presente, et questo per la mala, immo pessima sason
eccorsa per causa de la voracità de la maledetta cavalletta che ha consumato il tutto. Dubitamo
grandemente de non patir talmente del viver che ne conduchi à termine di non saper che poter
far, onde s’attrovamo molto travagliati et passiamo molte notte senza li debiti sonni perché el
bisogno tanto necessario del populo de questa città da una parte ne stimola et preme dal’altra el
munir Famagosta ne crucia et occide, quel de tutti li altri loci del isola non merita anche esser
postposto»: Ανέκδοτα έγγραφα, IV, p. 171. Per la sconfitta delle cavallette era imposto a tutti i capi
di famiglia di raccogliere una certa quantità di uova da essere poi distrutte. John Locke visitando
Cipro, nel 1553, testimoniò una tale raccolta al mercato di Limassol: Sources for the history of
Cyprus, p. 7.
8. ����������������������������������������������������������������������������������������
«���������������������������������������������������������������������������������������
Dio dando luoco alli tanti preghi, che mediante processioni si porgevano a soa Magnifi-
cientia et le lagrime sparse da tutti generalmente, si è degnato dar segno a questa povera isola della
immensa soa misericordia, e ha fatto venire pioggia tutto il giorno di ieri»: ASV, Senato, Dispacci,
filza 3, Nicosia 5 marzo 1566. Contro la siccità si faceva la processione dell’icona della Madonna,
chiamata per l’appunto “della pioggia”. Si tratta dell’icona conservata nel monastero di Kykkos e
ritenuta opera dell’evangelista Luca. Si veda Grivaud, Le monastère de Kykkos, pp. 228-229; Tatić-
Djurić, L’icone de la vierge Kikkotissa; Kyrris, Ιστορία της Ιεράς Μονής Κυρρου. Marin Sanuto
annota una tale processione realizzata nel 1496: Sanuto, I Diarii, I, col. 81.
9. Hill, A history of Cyprus, III, pp. 1096-1104, 1017.
10. Imhaus, Le minoranze orientali, p. 405.
11. Unica eccezione costituisce il culto di san Giovanni di Montfort, un pellegrino di no-
bile lignaggio, arrivato a Cipro nel XIII secolo: cfr. Mouriki, The cult of Cypriot saints, p. 257.
Si noti che in alcune chiese cipriote i santi sono dipinti in maniera bizantina, ma i ritratti dei
committenti, dipinti alla parte bassa delle icone o degli affreschi, hanno raffigurazione occi-
dentale. In questo modo lo stile bizantino sottolinea la natura sovrannaturale delle figure santi,
98 Cipro veneziana

I decreti firmati al concilio di Ferrara-Firenze per l’unione delle Chiese


ortodossa e cattolica furono accolti dal clero e dalla popolazione cipriota come
una sorta di approvazione religiosa dello stile di vita da tempo instauratosi
sull’isola.12 Chiese e monasteri ortodossi potevano essere venerati e visitati an-
che dai cattolici con la stessa fede e riverenza riservata ai templi latini.13 In quel
periodo si dette avvio alla realizzazione di diverse opere d’arte religiosa che
rivelano la progressiva diffusione a Cipro dello stile occidentale anche nelle
chiese ortodosse.14 Si ha inoltre testimonianza della costruzione di chiese con
doppie navate e doppi altari per la celebrazione dei due riti nello stesso luogo.15
Questo binomio architettonico e religioso si protrasse anche durante il periodo
del governo veneziano: il mercante Jacques le Saige di Douai era a Cipro nel
1519 e aveva annotato nel suo diario la visita a una chiesa a Saline nella quale
in una parte si celebrava la messa in latino e nella navata di mezzo si celebrava
in greco. Anche Oldřich Préfat, matematico da Praga, rilevò, nel 1545, la con-
divisione della chiesa del monastero di Santa Napa nel sud-est dell’isola fra i

mentre la maniera realistica indica la natura terrestre dei committenti; si veda Triantafyllopoulos,
Η τέχνη στην Κύπρο, p. 624. I ritratti dei committenti in basso alla rappresentazione costitui-
scono una caratteristica della scuola cipriota, che si presenta inizialmente nel XIII secolo, ma
diventa la regola durante il XVI; si vedano Papageorghiou, Εικόνες της Κύπρου, p. 111; So-
phocleous, Icons of Cyprus, pp. 101, 103, 105, 117; Chatzichristodoulou, Άγνωστη εικόνα της
βενετοκρατούμενης Κύπρου. Esempi di affreschi realizzati in chiese ortodosse durante il periodo
del regno dei Lusignan rappresentanti influenze dogmatiche latine, in Kyrris, Η οργάνωση της
ορθοδόξου Εκκλησίας, pp. 182-185.
Geanakoplos, The council of Florence, p. 85; Tra medioevo e rinascimento, pp. 231-234.
12. �������������
13. Già nel 1368, papa Urbano V rimproverava la consuetudine delle nobildonne di Cipro di
frequentare le chiese ortodosse: Hill, A history of Cyprus, p. 1082. D’altronde non solo a Cipro i
cattolici veneravano icone e chiese ortodosse: per tutto il periodo dell’esistenza degli stati crociati
in Medio Oriente e dei frequenti pellegrinaggi compiuti da occidentali in Terra Santa, il monastero
ortodosso del Monte Sinai, sede di un arcivescovo ortodosso, era una delle tappe dei pellegrini e le
reliquie di santa Caterina di Alessandria, ivi custodite, erano veneratissime anche dai cattolici; si
veda Hamilton, The Latin Church, pp. 168-169.
14. Si vedano indicativamente Stylianou, Stylianou, The painted churches of Cyprus; Stylianou,
Stylianou, Η βυζαντινή τέχνη; Chatzichristodoulou, Άγνωστη εικόνα της βενετοκρατούμενης Κύπρου.
15. Si vedano i numerosi studi sulla chiesa di San Giovanni Lampadistis a Kalopanayiotis:
Hill, A history of Cyprus, III, pp. 1097, 1139; Garidis, La peinture chypriote, pp. 28-29; Frige-
rio-Zeniou, L’art “italo-byzantin” à Chypre, p. 227; Constantinides, Monumental painting, pp.
276-284; Stylianou, Stylianou, Η βυζαντινή τέχνη, pp. 1345-1347. Il bizantinologo Athanasios
Papageorghiou nega un carattere latino alla cappella chiamata per via dell’argomento delle sue
decorazioni “dell’Akathistos Ymnos”: Papageorghiou, Η������������������������������������
Μονή�������������������������������
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Λαμπαδι-
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στού, pp. 21, 43-52. Nel villaggio Frenaros, la chiesa dedicata a san Giorgio tou Sporou (della
semenza) aveva una navata per la celebrazione della messa cattolica, demolita subito dopo la
conquista ottomana di Cipro; si veda Kyrris, Ιστορία της Μέσης Εκπαιδεύσεως Αμμοχώστου,
p. 16, nota 84. Anche a Creta la pratica della costruzione di chiese con doppie navate o doppi
altari si verifica già dal XV secolo, in seguito alla politica religiosa messa in atto da Venezia
che caldeggiava l’unione delle due Chiese. Secondo Olga Gratziou, il fatto che gli spazi di culto
per ortodossi e cattolici rimangano distinti sebbene condividano la stessa chiesa, suggerisce
che in pratica non si fosse realizzata una vera e propria unione di rito: Gratziou, Evidenziare la
diversità, p. 763.
Religiosità e confessioni 99

monaci ortodossi e gli agostiniani.16 Il provveditore generale Bernardo Sagredo


riportò nella propria relazione, esposta di fronte al senato nel 1565, che durante
il periodo del suo incarico non si trovavano molti preti cattolici a Cipro; gli
stessi rettori del governo veneziano dovevano recarsi nelle chiese ortodosse
per sentire messa portando con sé altari mobili, dal momento che i greci non
permettevano la celebrazione di messe latine sui propri altari.17 Questa affer-
mazione di Sagredo potrebbe suggerire che fossero proprio i preti ortodossi a
officiare la messa e a preparare la comunione per la congregazione cattolica,
rinunciando però a farlo sugli altari sui quali veniva celebrata l’eucaristia in
rito ortodosso. D’altronde, il domenicano Felix Faber raccontava nel 1483 di
un monaco ortodosso che officiava sia nella cappella ortodossa che in quella
cattolica del paese di Stavrovouni. Per il pio viaggiatore una tale eresia era
incomprensibile e inaccettabile, perché così facendo il prete ingannava i fedeli
di entrambe le confessioni.18
Il clero ortodosso dei territori greci sotto dominio ottomano accusava la Chiesa
ortodossa di Cipro per questo spirito di conciliazione con i cattolici e soprattutto
per l’obbedienza e la fedeltà professata dai vescovi ortodossi nei confronti della
gerarchia latina dell’isola, sebbene nessun elemento dogmatico dei latini fosse stato
adottato dagli ortodossi.19 La Chiesa romana invece, in alcuni casi, cercò di soste-
nere il clima di tolleranza religiosa nei luoghi di popolazione prevalentemente orto-
dossa governata da cattolici, come erano i domini veneziani. Nel 1521 papa Leone
X pubblicò una bolla con la quale riconosceva la validità dei sacramenti celebrati
dal clero ortodosso e impediva ai cattolici di ufficiare in chiese ortodosse, proteg-
gendo i greci dall’usurpazione dei propri templi da parte dei latini. Gli stessi articoli
furono confermati con una nuova bolla emessa nel 1526 dal papa Clemente VII.20

16. Excerpta Cypria, p. 60. Sul viaggio di Jacques le Saige a Cipro, si veda Bellenger, Les îles
dans le récit de voyage de Jacques le Saige, pp. 116-123. Si veda anche la descrizione di Préfat per
il monastero di Santa Napa, in Τα τσέχικα οδοιπορικά, p. 28. Dopo la conquista ottomana di Cipro,
la chiesa di San Lazzaro a Larnaca (Saline) era officiata sia da ortodossi che da cattolici, almeno
fino al 1750: Jeffery, A description of the historic monuments, p. 169.
Calepio, Vera et fidelissima narratione, c. 108r; Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre,
17. ���������
III, p. 542.
18. Excerpta Cypria, pp. 40-41; Hill, A history of Cyprus, III, p. 1097. La bolla emessa il 20
agosto 1566 da Pio V revocò ai membri del clero ortodosso e latino tutte le licenze di celebrare
nell’altrui rito, per sottolineare con i fatti la definitiva abolizione del precedente regime di convi-
venza dei due riti e delle due Chiese: Peri, L’“incredibile risguardo”, p. 604.
Hill, A history of Cyprus, III, pp. 1085-1088; Englezakis, Cyprus as a stepping-stone, p.
19. ������
218; Coureas, Non-chalcedonian Christians, pp. 356-357. La Chiesa cipriota si sarebbe nuovamente
riconciliata con il���������������������������������������������������������������������������������
patriarcato di Costantinopoli
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solo �������������������������������������������
dopo ��������������������������������������
la conquista ottomana e l’estromissio-
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ne della Chiesa romana da Cipro, in seguito all’ascesa al trono arcivescovile di Timoteo d’Acre
(Zacra), membro, come denota il nome, della popolazione nobile trasferitasi a Cipro dagli stati
crociati: cfr. Kyrris, Ιστορία της Ιεράς Μονής Κύκκου, p. 95. Timoteo spedì, nel 1587, una lettera
con la quale cercava di istigare il re Filippo II di Spagna a intraprendere la liberazione di Cipro dagli
ottomani; si veda il testo edito in Ισπανικά έγγραφα, pp. 21-24.
20. Papadopoulos�� , Επί των σχέσεων των ορθοδόξων, pp. 93-94; Papadopoullos, Η Εκκλη-
σία Κύπρου, pp. 653-654.
100 Cipro veneziana

L’ordinamento giuridico della Chiesa di Cipro dopo l’instaurazione del


clero latino sull’isola, alla fine del XII secolo, era stato definitivamente codi-
ficato con la pubblicazione della Constitutio o Bulla Cypria emessa da papa
Alessandro IV, nel 1260,21 in base alla quale il clero latino e quello ortodos-
so dell’isola furono governati, a grandi linee, fino alla conquista ottomana del
1571. Tale ordinamento sottoponeva a tutti gli effetti il clero ortodosso alla
giurisdizione di quello latino, riconoscendone però la giurisdizione sui propri
fedeli.22 Secondo la procedura feudale, prima di insediarsi nei propri vescovadi,
i prelati dovevano ricevere anche la conferma dell’incarico da parte del re. Per
il periodo del governo veneziano la giurisdizione reale fu sostituita dal potere
del doge e quindi ogni nuovo vescovo ortodosso doveva recarsi a Venezia per
ricevere la conferma della propria elezione.23 Tuttavia dal 1507, ai neo-eletti
vescovi ortodossi fu risparmiato il dispendioso viaggio; sarebbe bastata la loro
presentazione al reggimento di Nicosia, che avrebbe a propria volta richiesto la
conferma scritta dal senato.24
Con l’instaurazione della Chiesa cattolica a Cipro i vescovadi ortodossi fu-
rono ridotti da quattordici a quattro e le loro sedi furono spostate in campagna:
per la provincia di Nicosia a Solea, per Famagosta a Risocarpasso, per Limassol
a Lefcara e per Pafos ad Arsinoe.25 Le sedi cittadine furono riservate ai titolari
dei vescovadi cattolici, ma le giurisdizioni delle due gerarchie corrispondevano
geograficamente. I vescovi ortodossi erano tenuti a partecipare alle annuali sinodi
latine e ad adottare le loro decisioni fin quanto esse fossero compatibili con il rito
ortodosso.26 Le proprietà dei monasteri ortodossi potevano essere conservate se i
propri abati dichiaravano fedeltà e sottomissione all’arcivescovo latino.27 Così la
Chiesa ortodossa di Cipro fu portata alla drammatica diminuzione delle proprie
finanze, iniziata sul finire del XII secolo con l’emigrazione delle più abbienti

Hackett, A history of the Orthodox Church, pp. 114-123; Hill, A history of Cyprus, III, pp.
21. ���������
1059-1060; Richard, A propos de la Bulla Cypria; Zepos, Το δίκαιον της Κύπρου, pp. 131-136.
22. Si veda il giuramento di fedeltà fatto dai vescovi ortodossi al momento della loro ordina-
zione, in Hill, A history of Cyprus, III, pp. 1059-1060, nota 2.
23. Lusignan, Chorograffia, c. 87r.
24. Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, p. 31.
25. ��������������������������������������������������������������������������������������
«�������������������������������������������������������������������������������������
Ad hec quatuor tantum episcopi Greci, qui, de consensu nostro et voluntate utriusque
partis semper remanebunt in Cipro, obedientes erunt Romane ecclesie et archiepiscopo et episcopis
Latinis, secundum consuetudinem regni Jerosolimitani qui habitabunt in locis competentibus in-
ferius nominatis. Loca autem sunt, in diocesi Nicosiensi, in Solia, in diocesi Paphensi, in Archino
[Arsinoe], in diocesi Nimosiensi [Limassol], in Lefkara, in diocesi Famagustana, in Carpasia»: Mas
Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 622; Hackett, A history of the Orthodox Church, p. 85;
Kyrris, Η οργάνωση της ορθοδόξου Εκκλησίας, p. 157.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 619-622; Hackett, A history of the Ortho-
26. ������������
dox Church, p. 85; Hill, A history of Cyprus, III, pp. 1047, 1060; Hamilton, Latin Church, pp. 182,
318; Chapin Furber, The kingdom of Cyprus, pp. 625-628.
Grivaud, Le monastère de Kykkos, p. 226. Il
27. ��������� ������������������������������������������������
vescovo ortodosso di Solia per antica consue-
tudine, in ricordo della propria consacrazione dall’arcivescovo latino di Nicosia, offriva a questo
ogni anno l’estate teste d’aglio e fiaschi di acqua rosa e l’inverno fichi, noci, vin cotto e galline: cfr.
Bonora, Giudicare i vescovi, p. 15, nota 54.
Religiosità e confessioni 101

famiglie greche dall’isola, che la privò di possibili ricchi lasciti e donazioni.28


Qualche tempo prima del periodo veneziano i vescovi ortodossi avevano ripreso
a risiedere nelle città della propria giurisdizione abbandonando le sedi rurali im-
poste dai latini.29 Bisogna peraltro ricordare che, nel 1472, papa Sisto IV dovette
emettere una bolla con cui condannava l’usurpazione del potere e l’invasione
delle giurisdizioni dei vescovi cattolici di Cipro da parte dei vescovi greci e da al-
tri non latini, quali armeni, giacobiti e altri gruppi religiosi che risiedevano nella
stessa sede dei vescovi cattolici, rivelando la progressiva sopraffazione del potere
dei vescovi cattolici da parte degli ortodossi.30 È indicativo il fatto che le autorità
veneziane a volte si riferivano al vescovo ortodosso di Nicosia con il titolo di ar-
civescovo e riconoscendo quindi nella sua persona la medesima autorità dell’arci-
vescovo cattolico. Inoltre, quale cattedrale ortodossa del vescovado ortodosso di
Nicosia veniva considerata la chiesa della Madonna Odighitria nella capitale.31
Una nota di Leonardo Donà ci informa che i vescovi ortodossi ricevevano
annualmente un bisante da ogni prete e due da ogni francomato. Alla celebrazione
di ogni matrimonio, il vescovo competente riceveva un bisante e due galline,32
mentre il sacerdote che officiava un sacramento – battesimo, matrimonio, se-
poltura o confessione – riceveva 5 bisanti.33 Nel complesso, però, i vescovadi
ortodossi avevano assai esigue rendite annue: all’inizio del Cinquecento il ve-
scovado di Nicosia riceveva 600 ducati, quello di Pafos 400, quello di Limassol
200, altrettanti quello di Famagosta 200, mentre negli anni a seguire tali entrate
andarono sempre diminuendo.34 Le entrate dei vescovadi latini invece, secondo
la relazione del luogotenente Silvestro Minio nel 1529, ammontavano a 5500
ducati per l’arcivescovado di Nicosia, 800 per quello di Famagosta, 1000 e 2000
rispettivamente per quelli di Limassol e di Pafos.35
Le fonti veneziane testimoniano la conservazione di una convivenza eccle-
siastica relativamente pacifica fra cattolici e ortodossi durante il Cinquecento
con l’accettazione, o meglio la sopportazione, delle particolarità di ciascun cre-
do. Tuttavia, anche se in linee generali il clero ortodosso riconosceva la propria
subordinazione al clero cattolico e alle autorità veneziane, talvolta accadevano
episodi minori che rischiavano di mettere in crisi questa pace religiosa, per la
cui tutela interveniva la Repubblica. Nel 1537, ad esempio, si tenne un lungo
processo contro il monaco ortodosso Leondios del monastero di San Nicola, chia-

Coureas, The Latin Church of Cyprus, p. 256.


28. ���������
29. Si veda la relazione di fine incarico del provveditore generale Bernardo Sagredo (1565),
in Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 542.
30. The cartulary of the cathedral of Holy Wisdom, pp. 244-249.
31. BNM, IT VII, 877 (8651), c. 320r; Arbel, L’elezione dei prelati greci, p. 374.
32. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 69r.
33. ��������������������������������
BNM, IT VII 877 (8651), c. 330r.
Hill, A history of Cyprus, III, pp. 1098-1099; Papadopoullos, Η Εκκλησία Κύπρου, p. 657.
34. ������
35. ASV, Collegio, Relazioni, busta 61, reg. 1, c. 111v. Cfr. le entrate di vescovadi e monasteri,
cattolici e ortodossi, riportate in Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 501-504. Per le
proprietà della Chiesa cattolica del regno di Cipro nei secoli XIII e XIV, si veda Schabel, Religion,
pp. 171-174.
102 Cipro veneziana

mato “delle gatte”, in località Akrotiri;36 volendo il monaco ordinarsi sacerdote


si recò presso il patriarca ortodosso di Gerusalemme, come era stato consigliato
dal proprio abate, ignorando la competenza gerarchica sia del vescovo cattolico
che del reggimento di Nicosia, che aveva il giuspatronato sui monasteri ortodos-
si. Con l’accusa di voler sottoporre il monastero di San Nicola alla giurisdizione
del patriarcato di Gerusalemme, l’abate fu condannato all’esilio e fu chiesta la
scomunica del monaco disobbediente.37 In generale, però, il clero ortodosso di
Cipro non subì ulteriori imposizioni a livello di credo e di costumi. Non sembra
sia stato mai imposto il riconoscimento del primato del papa, sebbene nelle messe
celebrate in chiese ortodosse si dovesse ricordare il nome del vescovo cattolico
competente e del pontefice romano. Neppure fu mai promossa ufficialmente una
campagna per l’ostracismo dei preti e dei diaconi sposati, per la distinta cele-
brazione del battesimo, della cresima e della prima comunione ai bambini, per
la celebrazione dell’eucaristia con pane lievitato, oppure per l’accettazione del
filioque, del purgatorio e di altre formule della dottrina e del rito cattolico da parte
dei religiosi ortodossi. Ancora in relazione alla celebrazione dei matrimoni, rego-
lati molto diversamente presso gli ortodossi rispetto alla tradizione cattolica,38 le
fonti non offrono notizie su eventuali difficoltà nel riconoscere la consuetudine
ortodossa sia da parte delle autorità civili sia da parte di quelle religiose. Secondo
Morini,39 �������������������������������������������������������������������������
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ortodossia e cattolicesimo, ben prima di essere due confessioni cristia-
ne con differenti opzioni dogmatiche, sono due diverse sintesi culturali» e quindi,
nonostante abbiano dei riti simili a livello teologico, rappresentano sostanzial-
mente due diversi ambiti culturali, quello orientale e quello occidentale, che non
si possono fondere senza sostanziali compromessi da parte di entrambi.
La limitazione più significativa nel potere del clero ortodosso era la sua esclu-
sione dalle procedure di elezione dei sacerdoti incaricati al governo delle chiese
parrocchiali. Il senato veneziano aveva già dal 1490 deliberato che in caso di una
chiesa vacante di sacerdote, il luogotenente e i due consiglieri avrebbero dovuto
proporre ciascuno un candidato idoneo che doveva essere cipriota o provenien-
te dai domini veneziani e residente a Cipro da almeno cinque anni consecutivi.

36. Si vedano le descrizioni e le note sulla fondazione del monastero, nei racconti di Felix
Faber e di Francesco Suriano, in Excerpta Cypria, pp. 46, 48.
37. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, ff. 170-184; Ανέκδοτα έγγραφα, IV, pp. 251-252. In segui-
to al concilio di Limassol, organizzato dal legato apostolico cardinale Pelagio nel 1220, i greci non
avevano il diritto di essere ordinati sacerdoti senza il permesso del signore feudale e se qualcuno
l’avesse fatto recandosi fuori dell’isola, al suo ritorno tale ordinazione sarebbe risultata nulla: Hill,
A history of Cyprus, III, p. 1043, nota 2. Il controllo delle ordinazioni, effettuato anche nell’impero
bizantino, serviva a limitare il numero dei contadini che abbandonavano l’agricoltura per entrare
nei monasteri o evitare il pagamento delle tasse abituali.
38. Presso gli ortodossi veniva condannato il quarto matrimonio; non era riconosciuto valido
il matrimonio di una fanciulla minore di 25 anni sposatasi senza il consenso del padre; era consen-
tito che uno degli sposi sciogliesse il matrimonio per risposarsi qualora il/la consorte si facesse reli-
gioso regolare: BNM, IT VII 2168 (9649), c. 20r. Il codice di leggi matrimoniali usati dal tribunale
ecclesiastico greco di Pafos è stato edito da Sathas, in Μεσαιωνική Βιβλιοθήκη, VI, pp. 515-585.
39. Morini, Gli ortodossi, pp. 15-16.
Religiosità e confessioni 103

L’elezione fra i tre candidati spetterebbe al Collegio, ma per limitare i tempi nei
quali una chiesa fosse rimasta senza officiante e governatore, la scelta veniva
affidata alla maggioranza del reggimento, che avrebbe soltanto successivamen-
te informato la Signoria in modo da ottenere la conferma dell’elezione.40 Ma le
denunce di simonia partite da Cipro erano ricorrenti e riguardavano l’elezione
sia di vescovi che di semplici sacerdoti ortodossi. È significativo che entrambi i
consigli urbani di Nicosia, quello dell’università e quello del popolo, richiedes-
sero insistentemente l’intervento legislativo della Signoria per normalizzare la
situazione che veniva considerata responsabile di «tuti li mali, piage, et supplitii
che havemo, tuto si è per il gran disprecio che havemo à le cose de Dio».41 Le ac-
cuse erano che spesso nelle elezioni non si consideravano le qualità e la moralità
dimostrata in vita da parte dei candidati,42 i quali una volta assicuratisi la propria
posizione cercavano di recuperare dai fedeli la somma spesa per ottenerla.43
Nel 1507 il senato concesse all’università di Nicosia la prerogativa di eleg-
gere i vescovi ortodossi dell’isola e di controllare le elezioni degli abati da parte
dei capitoli dei monasteri, diritto confermato nel 1521. Le scelte del consiglio
cittadino sarebbero state comunque esaminate e confermate dal reggimento e suc-
cessivamente dal senato.44 L’università di Nicosia si accollava così il compito di
controllare la moralità e la spiritualità degli ecclesiastici, non permettendo che
ai vescovadi e alle chiese venissero assegnati soggetti non meritevoli. Avendo in
mano la gestione delle assegnazioni degli incarichi ecclesiastici, la comunità dei

40. «[H]essendo morti li vescovi grechi di Baffo et Bericaria [sic], quella università, a chi
aspeta la eletion, reduti, hanno electi di Baffo episcopo domino Nicolò Mortato da Baffo […] per
tanto sia scrito al dito rezimento li dagi el possesso ut in parte»: Sanuto, I Diarii, LVIII, col. 598. Si
veda anche ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 16r.
41. ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 197v.
42. ���������������������������������������������������������������������������������������
«��������������������������������������������������������������������������������������
Par che da un certo tempo in qua è introducta una corruptella pessima, perniciosa, et
abhominabile, et detestanda, che li Reverendi episcopi greci contra li sacri canoni et parte presa nel
vostro excellentissimo conseglio conceder soleno, immo publice al pubblico incanto à li più offe-
renti vendeno communamente tuti li sacri officii e benefici ecclesiastici, nulla habita personarum
ratione, adeo che li indegni sono preferiti à li benemeriti et degni, idiotti à literati, et quod peius
est, li sacri sacerdoti postposti à seculari. Risulta che molte nobili e famose chiese sono a extrema
ruina. Si supplica che i reverendi non ardiscano de cetero commetter tal simonia. Vacando alcuno
de dicti benefici siano tenuti trasferirse nelle chiese cathedral delle diocesi loro cum consentimento
e intervento del capitulo del clero loro elezer il piu habile e litterato con intervento e presentia del
conseglio nostro [dei nicosioti] o parte di quello […] açio l’altissimo Jdio levasse le piage et flagelli
del suo populo humile et poverissimo […] dove per dicti mali et pessimi exempli il vostro fidelissi-
mo populo vene à tanta extremita de la virtù, che ignorano cognoscer la imagine del nostro Salvator,
per esser privi de li debiti pastori»: ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 195r.
ASV, Senato, Mar, reg. 13, cc. 16r-v; ASV, Senato, Mar, reg. 19, cc. 172v-173v, 194v-
43. ����
195r; BNM, IT VII, 918 (8392), c. 174r. Nell’aprile 1510 papa-Savva, abate di Santa Maura, si
presentò davanti al Collegio veneziano chiedendo di essere nominato vescovo greco di Cipro «et si
oferisse a la Signoria dar bona summa di danari justa il solito»: Sanuto, I Diarii, X, col. 91.
44. Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, pp. 19-20. Sulle modalità, non raramente accompagnate
con corruzione, usate per le elezioni dei vescovi ortodossi, per le quali non serviva l’approvazio-
ne del pontefice, si vedano le considerazioni di Benjamin Arbel, in L’elezione dei prelati greci,
pp. 375-380.
104 Cipro veneziana

gentiluomini della capitale si assicurava anche eventuali offerte pecuniarie dei


candidati per ottenere la propria elezione a un incarico ecclesiastico. In ogni caso
il potere assunto dal consiglio cittadino era enorme e il suo prestigio politico,
insieme alla sua influenza fra la popolazione laica nonché sul clero ortodosso, au-
mentava considerevolmente. I tentativi dei famagostani di assicurarsi l’elezione
del proprio vescovo e di ottenere che le entrate delle decime vescovili andassero a
beneficio delle contrade di Messarea e Carpasso non ebbero esito positivo, scon-
trandosi con il potere dei nicosioti.45 L’elezione da parte dei nicosioti del vescovo
famagostano alimentava, infatti, la conflittualità già esistente fra la popolazione
e le autorità delle due città.46
Il drammatico bisogno di risorse economiche negli anni delle operazioni bel-
liche contro la lega di Cambrai spinse la Repubblica ad assegnare alcuni benefici
ecclesiastici ortodossi senza coinvolgere l’università di Nicosia e il reggimen-
to, richiedendo ai beneficiari, che dovevano essere «person[e] morigerat[e], et
da bene»47 di prestare varie somme di denaro impegnate per l’armamento delle
galere veneziane. Gli incarichi interessavano il vescovado di Nicosia, quello di
Famagosta e l’abbazia del monastero di San Mama.48 Motivi di politica fiscale
dettarono anche la delibera del senato, adottata nel 1512, che per ogni comunità
fino a 30 famiglie potesse esservi un solo prete o diacono ortodosso, in modo da
limitare il numero dei sacerdoti e da evitare che i francomati, su cui ricadeva l’ob-
bligo della costruzione delle fortificazioni, si facessero chierici solo per liberarsi
di questa imposizione da cui era esentato il clero.49
La gerarchia cattolica a Cipro si aspettava dalle comunità monastiche orto-
dosse soltanto una tipica dichiarazione d’obbedienza, che non alterò per niente
l’effettiva funzione dei monasteri.50 Gli abati dei monasteri ortodossi si elegge-

45. ASV�� , Senato, Mar, reg. 28, cc. 51v-52r; ASV, Senato, Mar, reg. 32, cc. 46r-v, 74v-75r;
Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, pp. 50-51.
46. L’ordinazione del vescovo ortodosso da parte del vescovo cattolico o del suo vicario è
descritta in Lusignan, Chorograffia, cc. 31v-32r.
47. �������������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������������
Richiedendo i tempi presenti trovar con ogni modo danari per supplir ai bisogni dell’eser-
cito e dell’armada, fu concesso l’arcivescovado di Nicosia al abbate di Santo Mama e ora viene a
vacar questa abbatia de qual se attrova ad imprestedo dandola a persona morigerata ducati 600 quali
coadiuverano ad armar una galia. Sia data l’abbatia al venerendo papa-Dimitri Doria Cyprio ico-
nomo de Santa Eleusa con questa condizione che presti ducati 600 come è sta offerto per nome suo
spontaneamente, videlicet 500 subito e 100 quando avrà la possessione»: ASV, Senato, Mar, reg.
17, cc. 94v, 96r; Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, p. 56. Se papa-Dimitri fosse nel frattempo morto,
l’abbazia sarebbe andata a suo figlio Paolo, iconomo della chiesa di Santa Eleusa. Un papa-Andrea
si era offerto di prestare 500 ducati per ottenere il vescovado ortodosso di Famagosta; ASV, Senato,
Mar, reg. 17, c. 99v.
48. Sanuto, I Diarii, X, coll. 413, 712.
49. ASV, Senato, Mar, reg. 19, cc. 173v, 229r. Nicolò e Annibale Chadit si lamentavano della
diminuzione delle proprie entrate per il fatto che troppi fra i parici dei loro feudi si facevano preti:
Imhaus, Un document démographique, p. 516, nota 17.
50. In diverse sedi si menzionano da 35 a 61 monasteri ortodossi a Cipro durante il perio-
do della dominazione veneziana; si veda Aristeidou, Η ορθόδοξη εκκλησία της Κύπρου, p. 203,
nota 3. Il luogotenente Silvestro Minio, nella propria relazione di fine incarico (1529), indicava
Religiosità e confessioni 105

vano a voce dal capitolo dei monaci e poi si presentavano al suffraganeo della
cattedrale di Nicosia per ricevere l’approvazione, da confermarsi successiva-
mente anche da parte del reggimento. Secondo quanto riferito nel 1521 dai
procuratori del consiglio dell’università di Nicosia Eugenio Singlitico e Zuan
de Nores, questa consuetudine era da tempo decaduta e gli abati venivano scelti
in base all’offerta pecuniaria che essi facevano alla camera fiscale.51 Secondo la
tradizione, nei monasteri ortodossi l’abate doveva essere scelto fra i più vecchi
e rispettati membri della comunità monastica e rimaneva in carica fino alla mor-
te. In seguito a ripetute lamentele su abati che non rispondevano ai requisiti di
spiritualità e di decoro morale, il senato veneziano decretò che la carica abba-
ziale avesse durata biennale,52 per limitare l’eccesso di potere che il designato
avrebbe potuto ottenere negli anni sia tra i monaci che tra i fedeli dell’area cir-
costante il monastero, e per evitare che gli abati inadeguati rimanessero a lungo
nella posizione. Secondo Fantino Dolfin, consigliere del reggimento nel bien-
nio 1542-1544, i monaci ortodossi «per non esser visitati ne correti da superior
alchuno viveno molti di essi senza religion alchuna devorando e consumando le
intrate senza fruto o beneficio alchuno delle Giesie».53 La dichiarazione di Dol-
fin può essere oggetto di diverse interpretazioni: potrebbe alludere al fatto che i
monaci ortodossi vivessero isolati nei propri monasteri, lontani dalle comunità
dei laici, senza offrire ai fedeli opere di guida e sostegno spirituale («senza�����
������������
fru-
to o beneficio alchuno delle Giesie»), come invece era la tradizione degli ordini
religiosi cattolici; oppure forse si riferiva a monaci eremiti, che vivevano isolati
fuori dai cenobi, senza una regola monastica («religion alchuna»). In ogni caso,
la sua affermazione indica il grado di totale libertà religiosa che vigeva a Cipro
nel Cinquecento.
L’arcivescovo Livio Podocataro aveva proposto l’affidamento delle visite
dei monasteri ortodossi a tre monaci scelti fra la popolazione dei monasteri stessi,
con autorità assoluta di eleggere gli abati o privarli del loro incarico e di disporre
delle entrate dei monasteri. Con lettera del 24 giugno 1542 il reggimento di Ni-
cosia metteva in guardia le autorità della madrepatria su questo fatto, spiegando
che in tal modo la gestione delle comunità religiose si sarebbe ridotta al volere
di «uno triumvirato tirannico che destruggerà tutta la religione d’essi calogeri».
I rettori consigliavano di non rinnovare l’ordinamento stabilito dalla precedente
concessione del senato che prevedeva l’elezione da parte dell’università di Nico-
sia, su approvazione del reggimento, di otto gentiluomini ciprioti, con il compito
di ispezionare e garantire il buon governo dei monasteri ortodossi.54 Non si è
riusciti a riscontrare nelle fonti la presenza di un tale consiglio, anche se in due
occasioni si è rilevata la testimonianza di un «general cavalier deli monasterii del

soltanto 18 abbazie e monasteri ortodossi in tutta l’isola, cui le entrate ammontavano complessi-
vamente a 6600 ducati annui: ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 111v.
51. ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 173r.
52. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 222; ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 37v.
53. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 37r.
54. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 222.
106 Cipro veneziana

regno», che era nel 1532 Giorgio Salacha55 e nel 1559 Piero Valderio, quest’ulti-
mo probabilmente soltanto per la contrada di Carpasso.56
Da quando la Serenissima assunse il governo di Cipro, l’unico arcivescovo
cattolico a prendere residenza nella sede di Nicosia fu Filippo Mocenigo, eletto nel
1560. La sua presenza sull’isola e la sua politica ecclesiastica vennero a scontrarsi
con la decennale libertà goduta dagli ortodossi nel seguire le proprie consuetudini
senza alcun tipo di controllo religioso. Avendo da tempo allentato i rapporti con i
patriarcati ortodossi, il clero cipriota ricorreva alle autorità veneziane per ottenere
appoggio contro le imposizioni dei cattolici. Infatti poco prima della conquista ot-
tomana, nel giugno del 1568, il Consiglio dei dieci dovette pronunciarsi in merito a
una richiesta fatta dal sacerdote ortodosso Giovanni Flangino contro l’arcivescovo
Filippo Mocenigo, il quale lo aveva condannato, insieme al vescovo ortodosso di
Limassol Giovanni de Sur, per aver ritenuto consacrata una nuova chiesa ortodossa
senza che essa fosse stata benedetta in loco alla presenza del vescovo competente.57
Consapevole del disagio che avrebbe potuto provocare fra i greci la rinuncia da par-
te dell’arcivescovo di poter celebrare in nuove chiese se esse non fossero state prima
consacrate dai cattolici, il Consiglio dei dieci si pronunciò a favore dei propri sudditi
ortodossi, scrivendo al reggimento di Cipro «l’intentione nostra ferma et risoluta
esser che per consirvar la pace et amore ha ’l clero latino et greco, l’uno non dovesse
interromper la giurisditione del altro ne li riti et consuetudini».58 Quindi le due ge-
rarchie ecclesiastiche avrebbero dovuto tenersi distinte nelle proprie giurisdizioni,
occupandosi soltanto del proprio gregge e riconoscendo le rispettive tradizioni per
non creare dissenso fra il clero e malcontento fra la popolazione, che avrebbe potuto
sfociare in seri conflitti, pericolosi soprattutto in un periodo critico per la conserva-
zione del possesso dell’isola di fronte ai piani di conquista ottomani.
Fu appunto per ottenere la fedeltà della popolazione cipriota verso la Sere-
nissima che le autorità veneziane adottarono una simile politica religiosa, assai
tollerante nei confronti della Chiesa ortodossa. Le comunità monastiche erano
gestite liberamente dagli abati e le diocesi vescovili ortodosse non sembravano
più di tanto controllate dalle rispettive cattoliche. Inoltre diversi monasteri orto-
dossi, che non disponevano di adeguati cespiti, godevano della concessione di
sovvenzioni annuali da parte della camera fiscale di Nicosia: nel 1544 fu deli-
berato che i monasteri con entrate superiori ai 100 ducati annui sarebbero stati
sottoposti a una tassa pari all’8% per sovvenzionare in tal modo il convento della
Madonna di Pallouriotissa e quello cattolico di Santa Maria Maggiore o de Sur.59
Per quello stesso monastero di Pallouriotissa, nel 1547, fu deliberata la sovven-
zione annua di 8 ducati per il pagamento della tassa di marzason; due anni più

55. Ivi, f. 30.
Arbel, The treasure of Ayios Symeon, p. 7.
56. �������
57. ASV, Consiglio, Secrete, filza 13, lettera di Giovanni Flangino al doge, senza data (1568).
Giovanni era figlio del ex-vescovo ortodosso di Limassol Stefano Flangino (1548-1566).
58. Ivi, 28 giugno 1568, al reggimento di Cipro. Si veda anche ASV, Capi dei X, Lettere, b.
290, ff. 250, 276.
������Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, pp. 9-10.
59. Si������������
veda�������
�����������
anche�
Religiosità e confessioni 107

tardi ai monaci di San Mama di Morfou furono concessi frumento, vino e sesamo
per la produzione di olio per le candele; nel 1551 fu decretata l’annuale offerta di
25 ducati per il sostegno dei poveri monaci di San Giorgio Emforiti; nel 1553 fu
deliberata la concessione di vino per il monastero di Madonna Acheiropoiitos; nel
1554 frumento fu concesso al monastero di Santa Maria della pioggia (Kykkos),
nel 1558 a quello di Andriù, nel 1559 ai monaci di San Nicola tis Steyis.60

2. Cattolici: fedeli dimenticati

La Chiesa cattolica fu instaurata a Cipro durante il regno di Amalrico Lusi-


gnan, con bolla emessa nel 1196 da papa Celestino III. Fu creato un arcivescova-
do a Nicosia e tre sedi vescovili suffraganee a Pafos, Limassol e Famagosta. Per
sostenere la neo-istituita gerarchia ecclesiastica latina furono impegnate le entrate
sottratte alla Chiesa ortodossa dell’isola.61 Al tempo della conquista mamelucca
dei territori crociati di Terra Santa, tra le centinaia di profughi rifugiatisi a Cipro
vi erano anche membri dei vari ordini monastici, insediatisi principalmente nelle
quattro sedi dei vescovadi latini ciprioti,62 molti dei quali abbandonarono l’isola
in seguito alle invasioni mamelucche degli anni 1424-1426. Gli ordini mendican-
ti rimasti a Nicosia e Famagosta riuscirono lentamente a recuperare alcune delle
proprietà perse durante gli scontri bellici grazie alle offerte dei gentiluomini resi-
denti in queste città.63 Le vestigia del loro passaggio sull’isola sono tuttora visibili
nelle grandiose costruzioni architettoniche in stile gotico che compongono il pa-
trimonio monumentale tardomedievale cipriota: l’abbazia di Bellapais; il castello
di Colossi, sede della commendaria dell’ordine di San Giovanni; la cattedrale
di Nicosia, intitolata a santa Sofia (la Sapienza di Dio), e quella di Famagosta,
consacrata a san Nicola. Nicola Iorga ha considerato questi monumenti religiosi
costruiti a Cipro dagli occidentali «uno dei più magnifici doni che l’Occidente
abbia mai fatto all’Oriente».64
La secolare convivenza con gli ortodossi, perennemente più numerosi a Ci-
pro, non poteva che portare all’adozione da parte dei cattolici, laici e religiosi,
di alcune consuetudini tradizionalmente bizantine. Nelle sue descrizioni il frate
svizzero domenicano Felix Faber, trovatosi a Cipro in due riprese negli anni
1480 e 1483, aveva constatato che i suoi confratelli del convento di Nicosia,

60. Aristeidou��, Η ορθόδοξη εκκλησία της Κύπρου, pp. 197-202. Sul caso del monastero di
Kykkos, si veda Grivaud, Le monastère de Kykkos; su�����������������������������������������������
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Plou-
mides, Έγγραφα αφορώντα εις την μονήν Αγίου Νικολάου της Στέγης.
Si veda indicativamente, Coureas, The Cypriot reaction to the establishment of the
61. ����������������������������������
Latin Church.
62.  Le direzioni degli ordini militari dei Templari e degli Ospedalieri si installarono nelle
campagne dell’isola, dove avevano ricevuto dai Lusignan dei terreni in compensazione di quelli
perduti per mano musulmana; si veda Luttrell, Τα στρατιωτικά τάγματα.
Hill, A history of Cyprus, III, p. 1089.
63. ������
Citato in François, L’Orient Méditerranéen, p. 21.
64. ��������������������
108 Cipro veneziana

dove aveva alloggiato, avevano in qualche misura subito nel comportamento


l’influenza dei monaci ortodossi dell’isola e ciò non solo perché essi usassero
portare la barba.65 Secondo Faber la decadenza morale dei frati era dovuta alla
mancanza di guida e di controllo spirituale da parte dei superiori dell’Ordine,
un’opinione, questa, condivisa non solo dal resto della popolazione del regno
ma, come testimoniano le fonti, anche dai funzionari veneziani. Infatti la rilas-
satezza nei costumi e nella moralità quotidiana del clero cattolico, secolare e
regolare, rappresentava una costante preoccupazione per le autorità come per
i rappresentanti del popolo delle città, che nei capitoli presentati alla Signoria
chiedevano l’immediato intervento legislativo.66
Ma se il clero regolare e secolare, nella sua quotidiana interazione con la po-
polazione e con i membri delle altre confessioni a Cipro, era esposto a influenze di
vario genere, i prelati mandati sull’isola, in rappresentanza del potere ecclesiastico
del pontefice con incarichi di alto profilo quali vescovi o legati apostolici, erano as-
sai meno disposti ad accettare il prevalere sul clero e sul gregge cattolico di consue-
tudini esterne. Nonostante la nota tolleranza religiosa nei possedimenti veneziani,
la Repubblica non poté sempre contrastare la politica di proselitismo promossa da
alcuni papi ed evitare l’arrivo nei propri possedimenti orientali di indefessi predi-
catori del cattolicesimo, come successe nel 1490, quando Innocenzo VIII inviò a
Cipro il frate Vincenzo Robini con l’incarico di prevenire la diffusione delle confes-
sioni non cattoliche fra la popolazione dell’isola, predicando contro
diversae sectae et haereses nationum diversarum, ab unitate Romanae ecclesiae et
fidei orthodoxae deviantium, scilicet Armeniorum, Cophitorum, Iacobitarum, Tse-
starviorum [sic], Chaldeorum, Maronitarum, Iudeorum et Graecorum.67
Ciò che ebbe maggior peso nella vita religiosa del XVI secolo a Cipro fu la
costante assenza dei prelati a cui la curia romana assegnava i vescovadi dell’iso-
la, situazione la quale né i rispettivi pontefici né le reiterate decisioni del senato

65. Longo, Fr. Giulio Stavriano, p. 186. D’altro canto, nel XV secolo papa Pio II, parlando dei
religiosi cattolici di Cipro partecipanti al concilio di Basilea del 1431, commentava che erano più
vicini al pensiero greco che a quello latino; si veda Papadopoullos, Chypre: frontière ethnique et
socioculturelle, p. 16. Il convento domenicano di Famagosta fu sovvenzionato e restaurato durante
la dominazione veneziana e vi fu costruita anche una biblioteca: ASV, Senato, Mar, reg. 19, cc. 72v,
215v. Si vedano Longo, Fr. Giulio Stavriano, p. 184; Ανέκδοτα έγγραφα, IV, p. 198.
66. �����������������������������������������������������������������������������������������
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Havendo inteso in quei monasteri di frati latini viversi molto licentiosamente et senza
religione, carità e alcun buon costume vi commettemo se così troverete esser la verità far che si
rimedii ad un tanto disordine con quelli modi che si recercano et disponeno le sacre leggi talché
detti monasteri siano riformati e ridotti alla regola del viver cristiana»: ASV, Senato, Mar, reg. 31, c.
42v (1550). Già dal XIII secolo la condotta morale dei religiosi a Cipro era fonte di preoccupazioni:
il legato apostolico in missione in Oriente nel 1223 dovette pubblicare delle raccomandazioni per
il clero latino di Cipro, che non aveva il comportamento appropriato; si veda Hackett, A history of
the Orthodox Church, p. 510.
67. Estratto della bolla pontificale citato in Longo, Fr. Giulio Stavriano, p. 182. Si vedano an-
che le deliberazioni del senato contro il vicario dell’arcivescovo Livio Podocataro, frate Lorenzo da
Bergamo, e contro la politica religiosa adottata dall’arcivescovo Filippo Mocenigo, in ASV, Senato,
Mar, reg. 29, cc. 117r-v e ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 196-201.
Religiosità e confessioni 109

veneziano riuscivano a correggere.68 La stessa regina Caterina Cornaro, in una


lettera del 1488 al pontefice Innocenzo VIII, chiedeva che fossero inviati a Cipro
ecclesiastici atti a guidare «��������������������������������������������������������
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gli scismatici greci alla vera dottrina della fede������
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. In-
sisteva anche sulla necessità di un provinciale erudito in grado di compensare la
mancanza nel regno di uomini educati o aventi conoscenza delle Scritture.69 Negli
anni a seguire sia i dispacci dei funzionari veneziani che ricoprivano incarichi
amministrativi sull’isola, sia lo stesso popolo cipriota mediante le richieste pre-
sentate alla Serenissima riportavano notizie sconfortanti sul degrado materiale in
cui versavano gli edifici di culto a Cipro a causa dell’assenza dei prelati assegnati
alle sedi vescovili dell’isola, i quali stavano a Roma, facendosi spedire le entrate
senza mai neppure visitare l’isola. È significativo che per tutta la durata della
dominazione veneziana di Cipro fino al 1560, proprio un decennio prima della
conquista ottomana dell’isola, nessuno degli arcivescovi eletti arrivasse mai ad
assumere di persona l’incarico assegnatogli.70 Nel 1557 lo stesso papa Paolo IV
si sorprendeva e si indignava nel sapere che i suoi predecessori avevano tollerato
che Cipro fosse lasciata per così tanto tempo senza arcivescovo.71
Ma i ciprioti già da tempo denunciavano i danni, spirituali e materiali, che
l’assenza dei prelati cattolici provocava nelle istituzioni religiose dell’isola. Nei
capitoli dell’università di Nicosia, nel 1521, si evince lo sconforto per il protrarsi
di questa situazione:
I serenissimi reali, baroni e cavallieri hanno dotato l’arcivescovo e i tre vescovi latini
con molte entrate e benefici e chi ben considera li privilegi et pacti antiquamente
facti et statuiti tra li prelati ecclesiastici e i prelati regali e baroni conoscerà che essi
prelati sono tenuti fare residentia nelli loro episcopati e non già stando assenti spoliar
le ecclesie de ogni bene abandonandole inculte e mal officiate e ruinate insieme con
i palazi e stantie deputate per le loro abitazioni, consumando le intrate fora del regno
lasciando le loro chiese piene di scandali e mal esempi.
Quindi il senato dovette rinnovare la richiesta alla curia romana che i prelati
fossero costretti a recarsi personalmente o mandare un loro suffraganeo a Cipro.
In ogni caso almeno un quarto delle loro entrate sarebbe stato impiegato per la
riparazione delle chiese e degli altri palazzi vescovili.72

68. Nel 1486 il senato imponeva la residenza nell’isola a chi avesse ricevuto benefici a Cipro,
pena la devoluzione di una parte degli introiti ai poveri e alla riparazione delle chiese: cfr. ASV,
Senato, Mar, reg. 12, c. 73v.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 824.
69. ������������
Fedalto, Η Λατινική Εκκλησία, pp. 720-722. Gli arcivescovi di Nicosia eletti per il periodo
70. ���������
del governo veneziano sono stati: Vittore Marcello (1477-1484), Benedetto Soranzo (1484-1495),
Domenico Grimani (1495-1496), Sebastiano Priuli (1496-1502), Aldobrandino Orsini (1502-1523),
Livio Podocataro (1524-1553), Cesare Podocataro (1553-1557) e Filippo Mocenigo (1560-1570);
si veda Mas Latrie, Histoire des archevêques latins.
Hill, A history of Cyprus, III, p. 1096; Englezakis, Cyprus as a stepping-stone, p. 215.
71. ������
72. ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 170v; MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 132r. Non si può
dimenticare d’altronde che l’assenteismo dei prelati nei propri incarichi fu una delle cause della
reazione che portò alla riforma luterana; si vedano Prosperi, “Dominus beneficiorum”, p. 60; Id.,
La figura del vescovo.
110 Cipro veneziana

Malgrado le ripetute lamentele della popolazione cipriota e le insistenti rac-


comandazioni della Repubblica al pontefice, ancora nel 1559 la Chiesa di Cipro
restava senza arcivescovo, per cui il senato mandava istruzioni al proprio amba-
sciatore a Roma affinché spiegasse al papa
il bisogno che hano quelle povere anime della presentia delli sui pastori, che già tanti
anni sono stati absenti, et il mal termine in che si trovano quelle chiese spogliate d’ogni
ornamento, et necessarii paramenti et che vano del tutto in ruina, et per il simile le case,
et habitationi episcopali, supplicandola con questa occasione ad esser contenta di pro-
veder di pastore alla chiesa di quel arcivescovado, secondo la benigna, et amorevole
intentione che si ha fin hor tante volte datto, et ad operare, che esso arcivescovo, et
altri vescovi di quel regno faccino la residentia nelle loro chiese, accio che vedendole
occulatamente, et conoscendo il bisogno, che ha quel clero, et quel populi di esser et
nelli costumi, et nella dotrina ammaestratti, habbino à provederli.73
L’arcivescovo venne finalmente eletto nella persona di Filippo Mocenigo,
che arrivò a Cipro alla fine dell’estate del 1560.74 Essendo veneziano, Mocenigo
doveva promuovere gli interessi della propria patria; ma doveva rispondere delle
proprie azioni anche al pontefice dal quale aveva ricevuto l’investitura. Si trova-
va quindi a vivere il conflitto fra l’autorità della Serenissima e quella del papa
nella politica da seguire per l’organizzazione ecclesiastica di Cipro. Dopo una
prima breve residenza sull’isola, vi ritornò di nuovo dopo aver partecipato alle
conclusive sedute conciliari di Trento, cambiando il panorama nella vita religiosa
di Cipro, in qualche misura anche a scapito della pacifica convivenza fra greci e
veneziani proprio alla vigilia della guerra con gli ottomani.75 L’arcivescovo Mo-
cenigo tentò di imporre energicamente i decreti tridentini alle congregazioni della
sua giurisdizione. Nel 1567 indisse un sinodo diocesano al quale partecipò tutto
il clero di Cipro: cattolici, ortodossi, maroniti, armeni, giacobiti e copti. L’intento
dell’arcivescovo era l’elezione di sei esaminatori con il compito di controllare la
correttezza della dottrina e del sacerdozio di tutti i religiosi,76 ma si scontrò con
l’opposizione del vescovo greco di Solea, Neofito Logarà,77 che chiedeva di con

73. ASV, Senato, Secreta, reg. 71, c. 102v, 24 giugno 1558. In febbraio 1521, dopo una simile
richiesta fatta dal consiglio dell’università di Nicosia, in Collegio «fo scrito a l’Orator nostro in
corte, come li oratori dil regno di Cipro è venuti di qui e voriano li archiepiscopi et episcopi di ditto
regno habiti de lì, perché le chiesie et palazi loro vanno in rovina. Per tanto voy parlar al Papa […]»:
Sanuto, I Diarii, XXIX, col. 629.
74. ASV, Senato, Mar, reg. 35, c. 34r; ASV, Senato, Secreta, reg. 71, c. 135r. L’arcivescovo,
secondo il provveditore generale Bernardo Sagredo (1565), «fa officiar la chiesa sua benissimo et
la va regolando con tutti li spiriti suoi alla Catolica Religion». Anche il nuovo vescovo di Pafos,
Francesco Contarini, era degno di grande lode da parte del provveditore: «la chiesa di Baffo avanti
che il vescovo fosse gionto l’era peggio non voglio dir stalla ben dirò magazen di sporchitie et
subito gionto l’ha fatta nettar»: BNM, IT VII 918 (8392), c. 51r.
75. Ntokos��,Η εφαρμογή των αποφάσεων της συνόδου του Trento, pp. 212-216.
76. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 228-235.
77. Secondo Costas Kyrris, l’episodio dello scontro verbale fra Logarà e Mocenigo avrebbe
avuto luogo nel 1563 e il vescovo greco sarebbe morto subito dopo il suo rientro a Cipro da Venezia
nello stesso o nell’anno successivo: Kyrris, The noble family of Logaras, pp. 109, 112.
Religiosità e confessioni 111

ervare le tradizioni ancestrali.78 Per la mancanza di accordo fra i due arcivescovi


si giunse alla reciproca scomunica pronunciata dall’uno nei confronti dell’altro.79
Inoltre, la giurisdizione dell’arcivescovo si scontrò con quella del reggimento
veneziano di Nicosia relativamente all’assegnazione dei benefici di giuspatronato
della camera fiscale di Cipro. Dal momento che gli arcivescovi precedenti al Mo-
cenigo erano sempre assenti dall’isola, il reggimento non aveva mai riscontrato
opposizioni alle nomine dei benefici. Il nuovo arcivescovo, invece, non poteva
accettare che i funzionari veneziani offrissero, come egli sosteneva, benefici re-
ligiosi a persone che, rispetto ai decreti del concilio di Trento, non avevano le
caratteristiche necessarie per ricevere tale incarico.80 I rettori, da parte loro, si
lamentavano dei limiti imposti dall’arcivescovo nella loro giurisdizione, tanto più
che il concilio tridentino aveva escluso la Repubblica dal controllo papale delle
nomine dei benefici di giuspatronato.81 In ogni caso le assegnazioni di tali bene-
fici venivano sempre disposte dal reggimento a persone del clero che dovevano
essere ciprioti o veneziani residenti da un lustro a Cipro, sulla cui persona i rettori
ricevevano preventivamente informazioni da parte dei procuratori dell’università
di Nicosia, come prescritto dalle concessioni della Repubblica ai capitoli dei ni-
cosioti dell’anno 1559.82
La Signoria mirava sempre a ottenere l’assegnazione di fedeli patrizi ve-
neziani a capo delle istituzioni religiose nei propri domini;83 anzi pretendeva di
poter suggerire al pontefice il candidato cui assegnare l’incarico di un vescova-

78. Il popolo di Nicosia, battendo alla porta dell’arcivescovado, cercò di intervenire libe-
rando il vescovo ortodosso: Valderio, La guerra di Cipro, p. 33. Un simile tentativo di imporre
ai prelati ortodossi i dettami della Chiesa cattolica era stato realizzato nel 1359 dall’inquisitore
papale Pietro Tommaso, che aveva radunato i vescovi greci nella cattedrale di Santa Sofia a
Nicosia per cercare di convincerli ad aderire al cattolicesimo; senonché il popolo della cit-
tà liberò i propri prelati buttando giù la porta della cattedrale; cfr. Englezakis, Cyprus as a
stepping-stone, p. 216.
79. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 226.
80. ASV, Consiglio, Secrete, filza 13, 23 giugno 1569.
81. ������������������������������������������������������������������������������������������
«�����������������������������������������������������������������������������������������
[N]ella nona sessione di quello [del Concilio tridentino] dove è chiara eccettuazione da
questo obligo quando si è trattato de jus patronati benefici del’imperatori, re e quelli che possedono
regni, nella qual eccettuatione è compreso quel serenissimo imperio»: ASV, Capi dei X, Lettere, b.
290, f. 196. Si vedano anche ivi, ff. 194, 195, 198-201. Il testo del IX capitolo della XXV sessione
del Concilio tridentino, in De Angelis, De iure patronatus, pp. 11-13.
82. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 200.
83. La posizione delle autorità veneziane su questo argomento viene esposta molto esplicita-
mente in una lettera del 29 aprile 1559, spedita dal senato all’ambasciatore veneziano presso la Cu-
ria papale a Roma, in occasione di una probabile sostituzione del vescovo di Limassol, «acciocché
[…] non sia promossa ad esso vescovado persona che potesse esser poco confidente del stato nostro
havemo voluto per le presenti commettervi col senato che […] dobbiate subito procurar d’haver
l’audientia da sua sanctità et mostrandoli di quanta importantia sia l’isola di Cypri al stato nostro
et quanto per ciò dovemo desiderar et procurar che li vescovi di quelle chiese siano persone nostre
confidenti dobbiate in nome nostro efficacemente pregarla che la vogli preponer alla detta chiesa di
Limisso un nostro venetiano et confidente nel che volemo sperar che la sanctità sua serà contenta
di compiacerne per l’amor paterno che dimostra in ogni occasione portar al stato nostro»: ASV,
Senato, Secreta, reg. 71, c. 91r.
112 Cipro veneziana

do nei possedimenti della Repubblica. I nobili veneziani presentavano la pro-


pria candidatura al senato, dove si procedeva alla «proba», ovvero all’elezione
«per ballotas». Colui che aveva ottenuto più voti veniva suggerito al papa, con
lettera del doge, per l’assegnazione dell’incarico vescovile.84 Peraltro chiun-
que accettasse l’assegnazione di un incarico ecclesiastico senza il previo parere
favorevole del senato veneziano era passibile di pena.85 Nel 1531 il Consiglio
dei dieci istruiva il reggimento di Cipro affinché non permettesse più che alcun
nobile o cittadino veneziano assumesse l’incarico di procuratore di una chiesa
o monastero senza esplicito permesso delle magistrature veneziane. La puni-
zione che sarebbe stata inflitta a tali «temerari» sarebbe stata la messa al bando
dall’isola e da qualsiasi ufficio pubblico di Venezia per 10 anni.86 In questo
modo la Repubblica cercava di evitare che qualcuno si impossessasse indebita-
mente di entrate e proprietà ecclesiastiche.
Nonostante questa pratica fosse in uso da secoli relativamente alle nomine dei
prelati nei domini veneziani, solo nel 1560 papa Pio IV donò, con relativa bolla
del 19 dicembre,87 lo ius patronatus dell’arcivescovado di Nicosia alla Repubblica,
ovvero il diritto di nominare un solo candidato veneziano alla sede ogni qual volta
essa fosse vacante, in riconoscimento dei meriti della Serenissima nella difesa della
cristianità di fronte alle aggressioni dei musulmani. È questa una delle argomenta-
zioni di fra’ Paolo Sarpi il quale, nel 1612, invitava l’ambasciatore veneziano pres-
so il pontefice ad assicurare alla Repubblica la nomina di un arcivescovo di Cipro
per conservare i diritti su quest’ufficio, nell’eventualità «che piacesse alla Maestà
Divina restituir a Vostra Serenità la possessione di quel Regno, del quale ritiene
ancora legittimamente il titolo».88 La conservazione del beneficio era nell’interesse
della Repubblica anche perché era possibile che in un futuro venissero scoperte in

84.  Il Cenci pubblica tre “probae” riguardanti l’elezione di papa-Ioanni (Giovanni) Flangi
(Flangino), come vescovo di Nicosia nel 1495, e di papa-Iorghi (Giorgio) iconomo della chiesa San-
ta Maria di Leusa (Eleusa), come vescovo di Lefcara nel 1504. La terza riguardava l’elezione di un
arcivescovo latino, nel 1484, in sostituzione del defunto Vittore Marcello. Si vedano ASV, Senato,
Mar, reg. 12, c. 96r; Cenci, Senato veneto. “Probae”, pp. 320, 324, 415. La Repubblica avrebbe vo-
luto assicurare l’assegnazione di Nicola Donato o di Francesco Marcello, eletto dalla popolazione
cipriota, quale successore di Vittore Marcello, ma papa Sisto IV aveva indicato Benedetto Soranzo,
protonotario della curia romana, per l’arcivescovado di Cipro. Nonostante il Soranzo appartenesse
a una delle più illustri famiglie veneziane, la sua relazione con il pontefice, con il quale la Signoria
non era in buoni rapporti, lo rese sospetto a Venezia. Fu perciò arrestato e imprigionato. Sebbene
fosse successivamente liberato e scagionato dalle accuse, non gli fu permesso di recarsi a Cipro e
più tardi rinunciò lui stesso a una tale eventualità. Si veda Hill, A history of Cyprus, III, pp. 726,
1095-1096; Fedalto, Η Λατινική Εκκλησία, p. 720.
85. Cenci, Senato veneto. “Probae”, p. 316.
86. Ανέκδοτα έγγραφα, IV, p. 93.
87. I libri Commemoriali, VI, p. 298. Si veda la lettera di ringraziamento indirizzata al papa
dal senato veneziano, ASV, Delibarazioni Roma ordinaria (secreta), reg. 1, cc. 30v-31r, 27 di-
cembre 1560. La concessione del diritto venne confermata da un breve di Pio V del 20 settembre
1567; cfr. ASV, Capi dei X, Lettere, Roma, b. 25, n. 27, 19 luglio 1567; Mas Latrie, Histoire des
archevêques latins, p. 326.
88. BNM, IT VII 2168 (9649), cc. 19r-20r; lo stesso in MCC, Mss. P. D. C 601, cc. 246r-247r.
Religiosità e confessioni 113

Occidente delle entrate connesse all’arcivescovado di Cipro, come era già successo
alcuni anni prima con il vescovado di Famagosta, cui spettavano delle entrate in
Italia, sulle quali però il Sarpi non fornisce ulteriori precisazioni.
Riguardo i benefici minori dei domini veneziani, quelli con entrate inferiori
ai 60 ducati annui erano riservati ai cittadini locali.89 Tuttavia, nel 1490, il senato
deliberò che tutti i benefici ecclesiastici di Cipro, quindi anche quelli con entrate
superiori i 60 ducati, venissero offerti a nativi ciprioti o provenienti dai domini
veneziani ma residenti da almeno cinque anni sull’isola per evitare che gli uffici
religiosi rimanessero vacanti e che le entrate connesse a incarichi ecclesiastici
fossero sfruttate da forestieri.90 Il pontefice non aveva comunque giurisdizione sui
benefici ecclesiastici che erano di giuspatronato della camera fiscale di Nicosia,91
incluse le cappelle che erano state fondate e dotate da nobili ciprioti, legati con
omaggio ligio al re e sulle quali quindi il potere regale, e in seguito il reggimento
veneziano, avevano il diritto di imporre la propria preferenza sul candidato del
beneficio stesso. Come talvolta succedeva con gli incarichi amministrativi,92 non
erano molto numerosi i membri della nobiltà veneziana che ambivano ad assume-
re un beneficio su un’isola così lontana da Venezia e così pericolosamente vicina
ai domini ottomani. Inoltre l’entità dei benefici ciprioti, con entrate abbastanza
ridotte rispetto a quelle di altri domini, non destavano molto interesse presso i
membri del patriziato lagunare. Per la loro assegnazione non bisognava quindi
effettuare la “proba” al senato, ma se ne occupava il reggimento locale, affidan-
doli a persone residenti dell’isola, anche se a volte non risultavano le più adatte
al servizio religioso; anzi talvolta destavano l’indignazione dei consigli cittadini
essendo «persone che hano poco timor de Dio, et men vergogna del mondo».93
Capitava spesso, infatti, che i benefici latini di giuspatronato della camera fiscale
di Nicosia fossero assegnati «alli manco necessitosi et a seculari che mai metteno
pie in dette chiese contra la intention vera di quelli che hanno beneficiato ditte
capelle»,94 nonostante dovessero essere conferiti non a persone laiche, ma «alli
ecclesiastici che vano in habito», ovvero a veri chierici proposti dall’università
di Nicosia fra i più meritevoli e virtuosi ed eletti dal reggimento «a bossoli e
ballotte».95 Non era infatti raro che gli assegnatari dei benefici ecclesiastici non si

89. ASV, Senato, Mar, reg. 28, c. 51r; Cenci, Senato veneto. “Probae”, p. 320.
90. ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 16r. Nel 1522 il consiglio degli abitanti di Cerines accusa il
reggimento di distribuire i benefici ecclesiastici della contrada «������������������������������������
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a chi li pare�����������������������
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e non ai locali ceri-
gnoti, ottenendo il decreto del senato per la correzione di tale consuetudine: Κανονισμοί της νήσου
Κύπρου, pp. 59-60.
91. ASV, Senato, Mar, reg. 28, c. 50v. Sul significato spirituale e organizzativo della costru-
zione di una cappella di famiglia e sulla disposizione dei canonicati fra i membri della nobiltà, si
veda Prosperi, “Dominus beneficiorum”, p. 57.
92. Ricordiamo la difficoltà affrontata dal senato veneziano nei primi anni dall’assunzione
del controllo di Cipro nel trovare chi accettasse l’incarico di capitano di Famagosta: ASV, Senato,
Mar, reg. 11, c. 71r.
93. Ivi, reg. 19, c. 171r.
94. Ivi, reg. 34, c. 142r.
95. Ivi; MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 134v.
114 Cipro veneziana

interessassero della vita spirituale dei parrocchiani o non celebrassero le messe,


come nel caso del priore del monastero della Misericordia a Nicosia il quale,
secondo le testimonianze in merito raccolte dalle autorità nel 1533, non aveva
«mai celebrato messa ma erat in sacris immo viveva da secular e faceva celebrare
da due cappellani» e «andava vestito da mundano, et teniva falconi, et attendiria
andar a solazzo»,96 esattamente come facevano gli altri nobili benestanti della
città. Succedeva anche che qualcuno ricevendo un beneficio rinunciasse al suo
possesso in favore dei propri figli, a volte anche minorenni, oppure lo affittasse
ad altri, per poter lui stesso occupare un altro ufficio.
L’organizzazione della Chiesa cattolica di Cipro nel Cinquecento si trova-
va in cattivo stato, dato che i prelati fino all’arrivo di Mocenigo non erano pre-
senti a Cipro, il clero cattolico era esiguo e i funzionari veneziani rimanevano
sull’isola per un tempo troppo breve per accorgersi delle carenze spirituali della
popolazione o per sviluppare una seria preoccupazione riguardo al decoro degli
edifici ecclesiastici. Quindi questo compito ricadde sugli stessi ciprioti, tramite
le rappresentanze delle comunità urbane, le quali vigilando sulla preparazio-
ne religiosa e culturale della popolazione esponevano alle autorità veneziane
le proprie esigenze per un’organizzazione ecclesiastica equilibrata e pia. Nel
1491, i famagostani proponevano al senato veneziano l’unione del vescovado
della propria città con quello di Limassol di cui la congregazione era esigua,
per esser quello [di Famagosta] poverissimo in modo che non li episcopi de esso
né alcuna altra persona intelligente per loro pono honorevolmente stantiar de lì a
supplir ali bisogni spirituali li quali per zornada accadeno. Deché quella città per
tal manchamenti spesso cascano in molti errori. Et consequens in displicentia delo
eterno Dio cum sit che Limisso sia uno casal dove non è necessaria la presentia del
vescovo latino in cossa niuna.97
Ricordavano inoltre che durante l’occupazione di Famagosta da parte dei
genovesi il vescovado e tutti i monasteri della città erano sovvenzionati, men-
tre dall’arrivo dei veneziani essi andavano in rovina.98 Una tale risoluzione non
solo avrebbe destato il dispiacere dei prelati che avrebbero perso i benefici nel
vescovado di Limassol ma avrebbe anche modificato l’ordinamento amministra-
tivo della Chiesa di Cipro, organizzata in quattro diocesi vescovili a partire dal
XIII secolo, interrompendo il tradizionale legame con il periodo del regno dei
Lusignan. Più di mezzo secolo dopo, nel 1545, si segnalava di nuovo l’indigenza
del vescovo di Famagosta descrivendo lo stato deplorevole in cui si trovava la

96. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 56.


97. ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 52r. Già qualche decennio prima dell’assunzione del gover-
no di Cipro da parte della Serenissima il vescovado di Limassol mancava di fedeli cattolici. Nel
1459 il vescovo Pietro de Manatiis si dimise dal proprio incarico a causa delle disastrose condizioni
in cui si trovavano sia la chiesa cattedrale di Limassol che la città stessa, giustificandosi con l’ar-
gomentazione che nella sua diocesi erano tutti ortodossi; si veda Hill, A history of Cyprus, II, p. 15,
nota 2, III, p. 1092.
98. ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 52r.
Religiosità e confessioni 115

chiesa cattedrale di San Nicola, «reddotta in tale estremità che non solo la chiesa
è spogliata de libri, palii et indumenti sacerdotali necessari ma in molte parti
è ruinata et l’episcopato suo è del tutto destrutto», indicando nell’assenza dei
prelati la ragione di tanta rovina, dovuta quindi al «non far già tanti anni sono li
reverendissimi vescovi residentia alle cathedre sue. Per il che non vedino l’estre-
ma necessità et bisogno delle chiese a loro commesse et non vedendo non li fano
provisione alcuna».99
Simili esposti della congregazione cattolica abbondano durante tutto il pe-
riodo del governo veneziano a Cipro, sottolineando l’assoluto bisogno percepito
dalla popolazione che i vescovi risiedessero sull’isola. La Repubblica, però, non
aveva altra autorità che inoltrare le lamentele dei fedeli ciprioti all’ambasciatore
veneziano presso la Curia romana, il quale avrebbe riferito al papa, quale respon-
sabile dell’organizzazione ecclesiastica dell’isola:
Quanto questo carrico pertenesse a noi, non si mancharia di far quello che fosse con-
veniente in gratification di quella magnifica università, ma non aspettando à noi, non
havemo da dirli altro, salvo che si scriverà a Roma in ottima forma.100
Il senato poteva quindi solo ribadire la precedente deliberazione, in base alla
quale si sarebbe trattenuto un quarto delle entrate annue dei vescovi e di altri be-
neficiari assenti, da essere impiegate per la riparazione delle chiese e dei palazzi
attigui.101 Tuttavia la situazione doveva rimanere inalterata se di nuovo nel 1564
i famagostani informavano che la chiesa cattedrale di San Nicola non aveva che
pochissimi sacerdoti in servizio, per i bassi salari che poteva offrire, per cui non
solo le messe venivano officiate raramente, ma la chiesa stessa aveva bisogno
di riparazioni, si trovava senza paramenti, senza organo e senza un maestro che
insegnasse ai diaconi il necessario per il culto divino.102
L’assenza dei prelati cattolici e la mancanza di regolari visite dei superiori
per molti decenni nei monasteri ciprioti portarono i monaci a condotte inaccetta-
bili per religiosi, condannate anche dalla stessa popolazione dei fedeli. Nei capi-
toli del consiglio di Nicosia nel 1545 si descrive il licenzioso modo di vivere dei
monaci dell’abbazia di Bellapais, dell’ordine premostratense:
Chiaramente si vede che la mala vita delli monachi ivi abitanti e il poco lor governo
è causa della ruina del monasterio. Però che sono la maggior parte di loro invilupati
con femine carriche di figlioli et occupati sempre a devorar le intrade de ditto mo-
nasterio togliendo et partendo tra loro tutte le terre e giardini e consumando il tutto
con le concubine e bastardi soi et sono ancho frati che non sano pur legger non che
celebrar alcuno divino ufficio, et tanti discoli et vitiosi che non si ha potuto mai rid-
durli ad alcun religioso viver.103

99. Ivi, reg. 28, c. 47r.


100. Ivi, c. 108r.
101. Ivi, reg. 34, c. 138r.
102. Ivi, reg. 36, c. 132r.
103. Ivi, reg. 28, cc. 108r-v. Si veda in confronto la situazione poco confortante riguardo
alla religiosità praticata nei monasteri femminili e maschili di Bergamo nel XVI secolo e la ne-
116 Cipro veneziana

Il rimedio proposto a questa imbarazzante situazione di degrado fu spostare i frati


dal monastero di Bellapais alla chiesa di San Giacomo a Nicosia, assegnando loro
le minime entrate per la sopravvivenza, deliberando inoltre che nessun nuovo mo-
naco sarebbe potuto entrare nel monastero, così che con il tempo la comunità stessa
si sarebbe estinta. Al monastero di Bellapais, invece, si sarebbero mandati monaci
istruiti e pii affinché si occupassero del governo delle sue cospicue entrate. Il reg-
gimento veneziano, e non l’arcivescovo di cui era competenza ma che in quel pe-
riodo era assente dall’isola, avrebbe eseguito visite regolari per accertare la buona
condotta dei nuovi abitanti del monastero. Tuttavia la situazione non doveva essere
cambiata di molto se vent’anni dopo il provveditore generale Bernardo Sagredo
parlava ancora di monaci con mogli e figli, ai quali essi avevano alienato le entrate
e le proprietà del monastero.104 Una proposta per il risanamento della condizione
dei monasteri ciprioti era arrivata nel 1525 dal vescovo di Pola Altobello Averoldi,
legato a Venezia con autorità apostolica, il quale aveva proposto l’elezione per ogni
monastero a Cipro di due procuratori, monaci o laici, e di uno scrivano che avreb-
bero tenuto la contabilità delle proprietà e delle entrate della comunità. Inoltre i beni
preziosi dei monasteri avrebbero dovuto essere tenuti in una cassa, di cui avrebbero
conservato una chiave l’abate, i procuratori e il governatore del casale in cui esso
monastero si trovava.105 Una particolareggiata ricerca sulla storia ecclesiastica di
Cipro durante il XVI secolo sarebbe necessaria per appurare la misura e le modalità
con cui questo e altri provvedimenti furono effettivamente attivati.
Quanto ai conventi femminili, come a Venezia anche a Cipro, essi non acco-
glievano soltanto le giovani devote inclini a dedicare la propria vita a Gesù e alla
Sua Chiesa. Spesso erano la destinazione delle ragazze di nobile lignaggio rimaste
zitelle. Tale funzione era riservata al convento di Santa Maria de Sur, altrimenti
detto Santa Maria Maggiore, precedentemente abitato da monache benedettine,
cui nel 1507 fu confermata la sovvenzione annua di 80 ducati. A tale monastero
sarebbero state anche ricondotte le monache e le entrate di altri tre monasteri in
cattivo stato di conservazione, cioè Santa Maria Maddalena, Santa Barbara, Santa
Clara e San Zacho.106 Le «povere dongele» di Famagosta che non riuscivano a
trovare marito venivano ospitate nel convento di Santa Chiara, il quale riceveva
una sovvenzione dalla camera fiscale di Nicosia a partire dal 1545.107
Già caduta in mano ottomana Nicosia e nel pieno dell’assedio di Famagosta,
il senato veneziano deliberò di nuovo a favore dei monasteri ciprioti, quasi un ex

gligenza del clero secolare per lo stato degli edifici e degli arredi sacri, in Firpo, Vittore Soranzo
vescovo ed eretico, pp. 158-183.
BNM, IT VII 918 (8392), c. 51r; Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 544-545.
104. ��������������������������������������������
Comunque è possibile che Sagredo avesse inserito nella propria relazione delle informazioni che
aveva ricevuto durante la sua permanenza a Cipro riguardo a situazioni del passato, la cui fondatez-
za lui stesso non aveva esaminato.
105. MCC, Donà dalle Rose, n. 46, cc. 101v-102r.
106.  Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, pp. 9-11. Si vedano anche i capitoli dell’università di
Nicosia del 1521: ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 171v.
107. ASV, Senato, Mar, reg. 28, c. 47v; si veda anche ivi, reg. 34, c. 142v.
Religiosità e confessioni 117

voto per la misericordia della volontà divina rispetto alla sorte dell’isola nel corso
della conquista ottomana. Infatti la “parte” presa il 27 gennaio 1571 recita:
Devendosi in tempi così difficili et importanti come sono li presenti ricorrer al signor
Dio non solo con l’orationi et ferventi prieghi ma etiam con le altre buone operationi
et specialmente con l’elemosine acciò che sua divina maestà si rendi tanto più beni-
gna prestandoci il suo santo lume nelle deliberationi et attioni nostre. L’anderà parte
che delli danari della signoria nostra siano dati alli monasterii soliti d’haver elemo-
sine di frumento da Natale et da Pasqua ducato uno per cadauno staro che hanno di
elemosina di esso frumento che sono in tutto ducati 485 secondo la divisione altre
volte fatta delli frumenti preditti.108
Durante gli anni 1570-1571 il flagello della guerra veneto-turca per la con-
quista di Cipro colpì duramente l’isola provocando la riduzione a quasi la metà
della popolazione complessiva. Fra questi il maggior numero erano cattolici poi-
ché essi erano in prevalenza gli abitanti delle città, teatro principale degli assalti
ottomani. Oltre ai caduti durante le operazioni belliche, molti furono fatti pri-
gionieri e portati via da Cipro, falciando il numero dei latini rimasti sull’iso-
la. In ogni caso, gli ottomani non permisero la permanenza di cattolici a Cipro,
espellendo i prelati e il clero latino e imponendo ai fedeli cattolici di convertirsi
o all’ortodossia o all’islam.109

3. Comunità confessionali minori

Descrivendo la popolazione di Nicosia, il luogotenente Silvestro Minio, tor-


nato a Venezia nel 1529, scriveva:
È in essa cità honorevol civilità di cavalieri gentilhomini, et citadini, mercadanti, et
di ogni altra conditione. È habitata essa cità da queste nationi videlicet latini, greci,
et oltra questi li riti, et idiomi, de li quali sono assai noti, vi sono etiam Maroniti,
Cophti, Armenii, Jacobiti, et Nubidi cio è indiani, tuti christiani orientali di diverse
lingue, et diversi riti nel celebrar, et hano tute queste nationi in questa cità li loro
episcopati, et abbatie, et episcopi, et abbati cum li loro chiese assai ben celebrate, et
sono tuti sottoposti al Archiepiscopato latino.110
Infatti, sebbene non fossero troppo numerosi i fedeli delle confessioni
orientali residenti a Nicosia, ogni gruppo era rappresentato da un proprio ve-
scovo, suffraganeo dell’arcivescovo latino. Tuttavia questa descrizione sem-

108. Ivi, reg. 39, c. 283r. A Nicosia esistevano cinque monasteri cattolici: di Sant’Agostino, di
San Domenico, della Madonna del Carmine, di frati minori osservanti e di frati minori conventuali.
Inoltre vi erano altre 33 chiese edificate prima dell’instaurazione del governo veneziano e sovven-
zionate dalla camera fiscale di Cipro; BNM, IT VII 877 (8651), c. 320r.
109. Sulla riorganizzazione degli ordini religiosi a Cipro dopo la conquista ottomana, si veda
Tsirpanlis, Ο κυπριακός ελληνισμός της διασποράς, pp. 265-269. Sui cattolici sopravvissuti alla
conquista ottomana, si veda Kyrris, Modes de survivance.
110. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 113r.
118 Cipro veneziana

brerebbe esser stata ripresa da vecchie cronache medievali che non rispecchia-
vano la realtà cinquecentesca. Purtroppo, oltre alle sporadiche menzioni sulla
loro organizzazione ecclesiastica, le fonti coeve non offrono ulteriori notizie
sul numero, le attività e le tradizioni dei membri di queste confessioni di cri-
stiani orientali.
La più numerosa fra le comunità confessionali minori di Cipro durante il
Cinquecento erano i maroniti, trasferiti sull’isola, a partire dall’VIII secolo,
soprattutto dai territori siro-libanesi. All’inizio del consolidamento del regno
dei Lusignan avevano ricevuto, come il resto dei cattolici, molti privilegi da
parte della dinastia regnante che intendeva contrastare il numero degli orto-
dossi. La comunità maronita aumentò alla fine del XIII secolo con la disfatta
dei crociati sulle coste mediorientali.111 Le fonti veneziane non contengono
molte notizie sull’organizzazione ecclesiastica e sulle proprietà della congre-
gazione maronita durante il XVI secolo, neanche sul numero complessivo dei
maroniti a Cipro. Stefano Lusignan suggerisce nei propri scritti che nel Cin-
quecento i maroniti stabiliti a Nicosia fossero poco numerosi, sebbene abi-
tassero in diversi villaggi, che egli stima arrivassero al numero di trenta tre,
prevalentemente nella parte settentrionale dell’isola, intorno alla catena mon-
tuosa di Pentadaktylos.112 Qualche malcontento dei maroniti per il comporta-
mento dei sacerdoti ortodossi nei loro confronti è testimoniato dalle richieste
delle autorità papali fatte al senato veneziano in risposta a quanto esposto dai
rappresentanti della comunità maronita.113 La subordinazione dei maroniti alla
giurisdizione della gerarchia cattolica aveva probabilmente creato delle diffi-
denze nei loro confronti da parte degli ortodossi. Essendo poi insediati nelle
campagne di Cipro dove la maggioranza della popolazione era composta da
greco-ortodossi, i maroniti erano costretti, nella loro condizione di minoranza
numerica, ad accettare varie imposizioni dal clero ortodosso. Un dispaccio del
reggimento dell’anno 1544 riferisce sulla presenza della comunità monastica
maronita di San Zorzi alla quale furono restituiti i terreni e le entrate del casale
Atalu, confiscato due anni prima, insieme alle entrate dei due anni precedenti.
Il casale avrebbe dovuto rientrare nei possedimenti della real secondo l’ordi-
namento fiscale, ma la Repubblica lo concesse di nuovo ai maroniti «in gratia
et helemosina».114

Hourani, A reading in the history of the Maronites, p. 2.


111. ���������
Lusignan, Chorograffia, c. 34v; Id., Description, c. 73r. ������������������������������
112. ���������� Alcuni “suriani maroniti” abi-
tavano nei casali di Sant’ Epictito (San Pictito) e di San Epifanio (San Pifani): ASV, Capi dei X,
Lettere, b. 290, f. 147, 3 ottobre 1562. Nel 1596, quando il gesuita Girolamo Dandini visitò Cipro,
i maroniti erano distribuiti in 19 villaggi: Excerpta Cypria, p. 182. Si può supporre che la loro
comunità andasse sempre aumentando se nel 1625 il vescovo maronita di Cipro, Giorgio Maronio,
riferisce la presenza di 15000 maroniti, numero probabilmente esagerato se si considera che i greci
erano 30000 e i turchi 12000: Tsirpanlis, Ανέκδοτα έγγραφα, pp. 1-2; cfr. Grivaud, Les minorités
orientales, pp. 55-57.
113. ASV, Senato, Mar, reg. 37, c. 154v.
114. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 252, 10 febbraio 1544 more veneto. Notizia della
confisca in ivi, f. 225, 22 luglio 1542.
Religiosità e confessioni 119

Il vescovo maronita, con sede nella chiesa di San Giacomo a Nicosia,115 ve-
niva inizialmente eletto dal patriarca del Monte Libano116 e confermato dall’arci-
vescovo di Nicosia o dal suo vicario;117 Nel 1567 è riportato quale vescovo maro-
nita di Nicosia un Yiulius identificato con il frate domenicano Giulio Stavriano,
vescovo degli armeni dal 1561.118 L’insolita coincidenza dell’incarico vescovile
di due distinte comunità confessionali nella stessa persona, che per di più non
apparteneva a nessuna delle due essendo un regolare cattolico, manifesta la par-
ticolare elasticità delle esigenze spirituali poste nei confronti del proprio prelato
sia dalla comunità degli armeni che da quella dei maroniti di Cipro, disposte a
confidare sulla rappresentanza di chiunque avesse la possibilità di promuovere
meglio i loro interessi. D’altra parte viene dimostrata anche la mancanza al loro
interno di persone adeguatamente educate e preparate per assumere l’onere della
guida di queste comunità confessionali.
Come riportato nelle fonti coeve, al momento della conquista di Cipro da
parte dei crociati al seguito di Riccardo Cuor di Leone, i difensori dell’isola erano
greci e armeni.119 Nutrite comunità di armeni iniziarono a installarsi a Cipro a par-
tire dal VI secolo quando, durante le campagne del generale e futuro imperatore
bizantino Maurizio contro i persiani guidati da Cosroe, alcune migliaia di conta-
dini dall’Armenia meridionale furono trasferiti sull’isola per essere più protetti
e per aumentare la potenza difensiva di Cipro. La seconda immigrazione seguì
la riconquista dei territori bizantini in mano agli arabi da parte di Niceforo Foca,
mentre gran parte del personale militare mandato a Cipro dal governo costanti-
nopolitano era composto da armeni.120 L’ultimo governatore bizantino dell’isola,
Isacco Comneno, intratteneva stretti rapporti con le dinastie dei Rupenidi e dei
Hettumidi, essendo stato in precedenza duca di Cilicia, dove aveva preso in mo-
glie una principessa armena.121 A partire dai primi anni del XIV secolo, i regnanti
del regno crociato della Piccola Armenia provenivano dalla famiglia reale dei

115. Ivi, f. 252.
116. Dalla prima metà del XII secolo fino a tutto il periodo del governo veneziano a Cipro, i
patriarchi maroniti del Libano nominavano anche gli abati del monastero di San Giovanni Criso-
stomo a Kutsovendi, vicino a Cerines, fondato nel 1090: Leroy, Les manuscrits syriaques, pp. 146,
235; Grivaud, Les minorités orientales, p. 62. Cyril Mango riferisce che in questo stesso monastero
trascorse la prima parte della propria vita monastica, dal 1152 al 1158, Neofito Egkleistos, nei cui
scritti, tuttavia, non si allude al fatto che il monastero non fosse ortodosso: Mango, Chypre carre-
four du monde byzantin, p. 6; cfr. Galatariotou, The making of a saint, pp. 63-66.
117. ASV, Senato, Mar, reg. 23, c. 101r. Per la successione dei vescovi maroniti di Cipro,
si vedano Beraud, Liste des prélats maronites, pp. 13-14; Hourani, A reading in the history of the
Maronites, p. 6.
ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 228, 16 gennaio 1567 more veneto; Beraud, Liste des
118. �����
prélats maronites, p. 14; Hourani, A reading in the history of the Maronites, p. 6.
119. Questa è l’informazione data da Benedetto abate di Peterborough, da Neofito Egkleisto
e da Wilbrand von Oldenburg nelle loro opere coeve alla conquista di Cipro da parte di Riccardo I
d’Inghilterra: Excerpta Cypria, pp. 7, 9, 13.
Dedeyan, Les arméniens à Chypre, p. 122; Grivaud, Les minorités orientales, pp. 44-45.
120. ���������
Dedeyan, Les arméniens à Chypre, pp. 126-129; Taliadoros, Ισαάκιος��������������
121. ��������� Δούκας�������
�������������
Κομνη-
������
νός, p. 13.
120 Cipro veneziana

Lusignan di Cipro,122 dove trovò rifugio e accoglienza un’ondata di immigrati


dopo la conquista mamelucca del regno di Piccola Armenia, nel 1375. Gli arme-
ni avevano avuto l’opportunità di una certa ascesa sociale nei territori crociati,
diversamente dai membri delle altre Chiese orientali, poiché fra di essi vi era
una nobiltà riconosciuta dagli occidentali. La decadenza del porto e della piazza
commerciale famagostana aveva comportato anche la diminuzione della comu-
nità armena; a rimedio di ciò la Repubblica di Genova aveva deciso nel 1441 la
concessione della cittadinanza genovese agli armeni di Siria e dell’Asia Minore
che si fossero installati nella città.123
Nel periodo del governo veneziano la comunità armena a Cipro era insediata
principalmente nelle città, ma dalla toponomastica dobbiamo riconoscere che an-
che alcuni villaggi erano abitati prevalentemente da armeni (Arminou, Armeno-
chori). Stefano Lusignan, scrivendo solo tre anni dopo la caduta di Cipro, indica
come villaggi armeni anche Spatharico, Platani e Cornochipos.124 Nella capitale
un quartiere distinto portava il nome Armenia.125 Nonostante la loro numerosa
presenza in passato, a Famagosta non sembra vi dimorassero armeni durante il
Cinquecento, come risulta da un’inchiesta condotta dal capitano di Famagosta
nel 1568 al fine di prevenire un eventuale sabotaggio delle mura a favore di un
attacco ottomano.126 Gli armeni erano spesso utilizzati nelle compagnie di guardia
a Cipro127 e la porta del palazzo del reggimento a Nicosia veniva presidiata da due
compagnie di soldati composte esclusivamente da armeni, elemento che denota
la fiducia nella loro fedeltà da parte delle autorità veneziane.128 Secondo una leg-
genda, invece, riportata da George Hill, gli armeni avrebbero aiutato gli ottomani
a entrare nella città attraverso la porta di Pafos durante l’assedio di Nicosia e l’ar-
civescovo Mocenigo avrebbe lanciato una maledizione affinché la loro comunità
a Cipro non superasse mai le quaranta famiglie.129

122. I re armeni Leone IV (1301-1307) e Leone V (1320-1342) erano figli delle due figlie del
re di Cipro Ugo III Lusignan. Il successivo re di Piccola Armenia, Costantino II (1342-1344) e il
fratello re Costantino III (1342) erano figli di Amalrico Lusignan, governatore di Tiro e usurpatore
del potere regale di Cipro. I re di Cipro ereditarono il titolo regio armeno quando, nel 1393, Leone
VI Lusignan, ultimo sovrano del regno armeno, morì in esilio a Parigi; si veda Hill, A history of
Cyprus, II, pp. 267, 358, 380, 381, 441-442.
Jacoby, Citoyens, sujets et protégés, p. 168. Sugli armeni nel regno di Cipro, si veda
123. ��������
Schabel, Religion, pp. 166-168.
Lusignan, Chorograffia, c. 34v; Id., Description, c. 72r.
124. ����������
125. Boustronios�, Διήγησις κρόνικας Κύπρου, pp. 417, 419, 440.
126. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 268.
127. ASV, Senato, Mar, reg. 12, c. 181r.
128. Le altre quattro compagnie preposte alla difesa della capitale cipriota erano composte
da popolani greci: MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 70r. Nella formazione delle compagnie della
città spicca la mancanza di una partecipazione maronita, soprattutto considerando il fatto che tale
comunità era la più numerosa sull’isola, dopo i greco-ortodossi, e che avrebbe dovuto essere più
vicina alle autorità veneziane essendo fedele al papa. Questa mancanza può essere attribuita al
fatto che i maroniti non abitavano in gran numero nella città ma preferivano piuttosto le campagne
settentrionali e le alture di Pentadaktylos.
129. Hill, A history of Cyprus, II, p. 2, nota 6; Grivaud, Les minorités orientales, p. 47.
Religiosità e confessioni 121

Nei secoli del regno dei Lusignan i vescovi armeni di Cipro erano due, con
sede a Nicosia e a Famagosta, subordinati al patriarca di Cilicia.130 Durante la
dominazione veneziana, essendo la popolazione armena di Famagosta pressoché
inesistente, veniva eletto solo il vescovo di Nicosia.131 L’esiguo numero dei reli-
giosi armeni nell’isola portò la comunità, nel 1556, all’elezione di Giulio Stavria-
no quale amministratore della chiesa armena di San Sergio. Stavriano era armeno
ma si era fatto frate domenicano. Cinque anni dopo sarebbe stato eletto vescovo
degli armeni di Cipro. Essendo un religioso latino, per la sua nomina si recò pres-
so il papa Pio IV e non a Sis dove risiedeva il katholikòs armeno. In conformità
ai regolamenti interni dell’ordine dei predicatori, accettando l’incarico episcopa-
le, frate Giulio non avrebbe potuto ricevere nessuna entrata da quell’ufficio ma
avrebbe invece devoluto gli utili del vescovado per la manutenzione degli edifici
e per il sostentamento dei fedeli.132 Nei documenti prodotti nel corso del sinodo
indetto dall’arcivescovo Filippo Mocenigo, nel 1567, Giulio Stavriano viene in-
dicato come «������������������������������������������������������������������
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episcopus Megarensis, vicarius, et suffraganeus ipsius reverendis-
simi domini Archiepiscopi in nationibus Armeniorum, et Maronitarum, in hoc
Regno existentium»,133 dopo aver accettato anche l’incarico di vescovo dei maro-
niti. Assunto l’incarico vescovile, Giulio Stavriano corresse, secondo il Lusignan,
diverse «heresies et superstitions» degli armeni.134 Queste si riferivano soprattutto
a consuetudini secolari che non avevano molto a che fare con il dogma cristiano
come, ad esempio, il porre l’inizio delle celebrazioni pasquali al sorgere della
prima stella del sabato santo e non alla mezzanotte; il consumare comunemente
l’agnello pasquale in chiesa, un costume basato su riti antichi di origine pagana;
il celebrare l’eucaristia senza annacquare il vino consacrato simboleggiando il
credo dell’unica natura di Cristo.135
Nel 1565 Giovan Battista Indiano fu eletto vescovo degli abissini o indiani,
membri della chiesa etiopica, filiazione di quella copta. Il nuovo vescovo, rice-
vendo la conferma dal senato veneziano, denunciò la comunità degli armeni di
Cipro di aver usurpato dalla sua congregazione un giardino e una piccola chiesa
situati nella contrada Atalo (lo stesso casale dove la comunità monastica di San
Zorzi dei maroniti aveva dei terreni?). Il senato raccomandò lo svolgimento di
un’indagine che avrebbe appurato i fatti. Se fosse vero, gli armeni avrebbero
dovuto restituire agli abissini le proprietà usurpate e la camera fiscale di Nicosia
avrebbe donato alla congregazione 100 ducati per la riparazione della chiesa di

,�Description, c. 72r.
130. ����������
Lusignan��
,�Chorograffia, c. 34v.
131. Lusignan��
132. Longo, Fr. Giulio Stavriano, pp. 201-205, nota 58.
133. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, n. 228, 16 gennaio 1567 more veneto.
,�Description, cc. 72r-v.
134. ����������
Lusignan��
135. Longo, Fr. Giulio Stavriano, p. 207. Nella prima metà del XV secolo, il cappellano latino
don Domenico in visita alla chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme partecipò alla messa cele-
brata dagli armeni, durante la quale constatò che le differenze di rito con la messa cattolica erano
minime. Don Domenico scrisse il resoconto del viaggio a Cipro di Milliaduse d’Este, figlio naturale
di Niccolò III, marchese d’Este; si veda Viaggio in Oriente, p. 16.
122 Cipro veneziana

San Salvador degli abissini.136 I rettori di Nicosia, con lettera del 10 aprile 1566,
informarono il senato veneziano che il vescovo Giovan Battista Indiano, dopo
aver passato per diversi giorni una malattia che lo colpì alla testa, «[…] finì gli
anni soi […] la cui morte dolse universalmente a tutti per il saggio di religione
che dette della sua vita in questo pocco tempo»137.
Dalle fonti veneziane si deduce che le congregazioni delle confessioni
orientali minori fossero presenti soprattutto a Nicosia. Da un’annotazione nei
registri del Senato Mar del 1542, però, siamo informati che i copti abitavano
anche a Famagosta, dove avevano una chiesa intitolata a Sant’Antonio. Que-
sta chiesa e alcune altre case dalle quali ricevevano delle entrate dovettero
essere demolite per l’ampliamento della fortezza di Famagosta. Nonostante il
reggimento avesse promesso ai copti la ricostruzione della loro chiesa, ciò non
avvenne finché, con la vendita di alcune proprietà, i copti riuscirono a riedifi-
carla da soli. Tuttavia, non disponendo di ulteriori entrate, essi non potevano
sostenere le spese di un sacerdote e quindi dovettero chiedere una sovvenzione
alla Repubblica. Il senato, dopo aver «considerati li molti e non vulgar meriti
de ditta natione», deliberò la concessione a favore dei copti di alcuni terreni
incolti sulle montagne, dal cui affitto essi avrebbero potuto trarre il necessario
per lo stipendio di un sacerdote.138 Nel 1567 l’arcivescovo Mocenigo negò
loro il diritto di eleggere il proprio vescovo per cui dovettero ricorrere al so-
stegno giuridico del reggimento di Nicosia.139 Le autorità veneziane avevano
concesso alla comunità copta di Cipro la fondazione di un eremo sul monte
Pentadaktylos, dedicato a San Makar.140 Inizialmente i monaci residenti erano
quattro ma successivamente il loro numero accrebbe fino a 16.141 Stefano Lu-
signan scrive che
questi monaci non vogliono nessun animal feminil nel suo monasterio ne ancho vo-
gliono galine salvo che un gallo per risvegliarli la notte al mattutino, ne mangiavano
la guadragesima cosa alcuna che generasse vermeti, et per cio era prohibito alloro la
fava, lente et simil.142
Nel 1539 i monaci del monastero di San Makar mandarono a Venezia un rappre-
sentante per chiedere una sovvenzione per la propria sopravvivenza, ottenendo
l’offerta 100 moggia di frumento all’anno.143

136. ASV, Senato, Mar, reg. 37, c. 24r.


137. ASV, Senato, Dispacci, filza 3, 10 aprile 1566.
138. ASV, Senato, Mar, reg. 26, cc. 148v-149r. La comunità dei copti aveva quattro chiese
durante il XV secolo: cfr. Grivaud, Les minorités orientales, p. 49.
139. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 247-248.
140. Si veda la descrizione della provenienza, dei riti e delle credenze dei copti, degli abissini
e dei nestoriani in Verniero, Croniche o annali di Terra Santa, pp. 36-44.
141. Erroneamente Aristeidou interpreta questi numeri come indicativi dei monasteri dei copti
sull’isola: Ανέκδοτα έγγραφα, IV, p. 273.
Lusignan, Chorograffia, c. 34v; Lusignan, Description, cc. 73v-74r.
142. ����������
143. Successivamente il Consiglio dei dieci cambiò l’ammontare della sovvenzione a 40 mog-
gia di frumento; Ανέκδοτα έγγραφα, IV, p. 273, nota 5.
Religiosità e confessioni 123

Le notizie inerenti la presenza di ebrei sull’isola durante la dominazione


veneziana, sebbene non molto numerose, sono meno esigue delle informazioni
disponibili nelle fonti relativamente al resto delle comunità confessionali minori
facenti parte della popolazione cipriota. Ciò è dovuto al fatto che la politica ve-
neziana si occupava spesso della presenza di individui o gruppi di ebrei in tutti
i domini, sia in Terraferma che nei possedimenti del Mediterraneo. I decreti che
regolarizzavano la permanenza, i diritti e doveri oppure l’espulsione degli ebrei
offrono importanti notizie sul loro numero in varie località, sulla loro provenien-
za e sulle loro attività. La Serenissima non poneva restrizioni temporali quanto
alla residenza degli ebrei a Cipro, come in tutti i possedimenti orientali,144 seb-
bene dovessero abitare in un quartiere delimitato delle città, nel quale avevano
comunque il diritto di erigere una sinagoga.145 La maggioranza di loro risiedeva
a Famagosta, l’unico porto commerciale propriamente detto ancora operativo a
Cipro durante la dominazione veneziana,146 ma le fonti segnalano qualche spora-
dica presenza anche in altre aree dell’isola.147 Non potevano possedere proprietà
immobiliari dal valore superiore a una certa somma e dovevano rendere manife-
sta la propria religione portando un copricapo giallo.148 Nel corso del XVI secolo
il loro numero aumentò fino quasi a triplicare: nel 1521 a Famagosta si trovavano
12 famiglie di ebrei, nel 1563 erano 25 e nel 1568 divennero 34. Rappresentavano
quindi una comunità composta da circa 150-200 persone.149 Secondo l’ebreo Elia
di Pesaro, nel 1563 le 25 famiglie sue connazionali che aveva visto a Famagosta
provenivano dal Levante, dalla Sicilia o dal Portogallo.150 Fra di essi vigeva la di-
scordia e non erano affatto misericordiosi nei confronti dei poveri. Vivevano tutti
degli interessi ricavati dall’attività di prestito a pegno o a interesse ai bassi strati
della popolazione cittadina e nessuno di loro si occupava del commercio,151 no-
nostante le facilitazioni offerte dalla Repubblica ai mercanti ebrei, soprattutto le-
vantini, dal 1541.152 Era abitudine che essi ricevessero anche un dono da parte del
richiedente al momento della consegna del denaro, portando in tal modo il debito,
tra interessi sul capitale e il regalo, a un valore pari anche al 40% superiore alla
somma prestata.153 Nel 1507 i famagostani si lamentavano con le autorità vene-

Arbel, Trading nations, p. 2.


144. �������
145. Excerpta Cypria, p. 74.
146. Infatti, nel 1554, il capitano di Famagosta riportava che nessun ebreo abitava a Nicosia:
ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 303. Sulla presenza di ebrei a Famagosta durante la dominazio-
ne genovese, si veda Polonio, Famagosta genovese, p. 221; Balletto, Ethnic groups, pp. 38-39; per
il XIV secolo, si veda Schabel, Religion, pp. 162-163; per il periodo dopo la conquista ottomana, si
veda Grivaud, Les minorités orientales, pp. 59-60.
147. Un medico ebreo risiedeva in un villaggio vicino a Saline: Arbel, The Jews in Cyprus, p. 24.
148. MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 155; Arbel, The Jews in Cyprus, pp. 25-26.
Arbel, The Jews in Cyprus, pp. 30-31.
149. ��������
150. Probabilmente erano fra coloro che erano stati espulsi da questi paesi tra la fine del Quat-
trocento e la prima metà del Cinquecento; si veda Israel, European Jewry, pp. 6-17.
151. Excerpta Cypria, p. 74.
152. Arbel, Venezia, gli ebrei e l’attività di Salomone Ashkenasi, p. 165.
Arbel, The Jews in Cyprus, p. 25
153. �������
124 Cipro veneziana

ziane che gli ebrei della città concedessero prestiti a 50 e 60 per cento «cum total
ruina de quelli poveri che li passano per le man». Alla richiesta dei famagostani
di stabilire il tetto del tasso d’interesse al 15%, la Signoria rispose semplicemente
che «neque per iudeos neque per alios detur ad usuram».154
Secondo Stefano Lusignan nella pluriculturale città di Famagosta gli ebrei
non dovevano subire i soliti insulti di cui erano oggetto altrove durante la setti-
mana di Pasqua, avendo la popolazione cittadina meno pregiudizi nei confronti
dei forestieri.155 Tuttavia si riferisce anche all’ordine emesso da un luogotenente
veneziano, di cui non menziona il nome, sebbene lo consideri «homme digne de
memoire eternelle», il quale osservando che durante la processione della sacra
ostia dalla cattedrale di San Nicola, che si trova di fronte al palazzo dell’am-
ministrazione veneziana a Famagosta, gli ebrei presenti non mostrassero alcun
rispetto, decretò che dovessero essere costretti a inginocchiarsi scoprendo il capo,
come facevano i cattolici e gli ortodossi.156 Gli ebrei di Famagosta servirono da
capro espiatorio per le paure collettive della popolazione anche nel 1533 quando,
durante la manifestazione di un’epidemia di peste, alcuni cittadini accusarono gli
ebrei di diffondere il morbo.157 Nel 1550 il senato veneziano istruì ai funzionari
di Cipro di avere
l’occhio a l’entrata di forestieri ne la città di Famagosta et in Cerines che la non
sia così facile ad ognuno e massimamente a Giudei et altri infedeli che vengono da
diverse parti a stantiare di là colle famiglie loro, la qual cosa intendemo essersi fatta
domestica molto con pericolo appresso gli altri che un giorno non attachino la peste
in quell’isola, che Dio la guardi.158
La specifica menzione degli ebrei non riguardava tanto la loro appartenenza etni-
co-religiosa, piuttosto la loro frequente occupazione mercantile in ragione della
quale viaggiavano spesso nei porti e nei mercati orientali dove i controlli igienici
e le regole di quarantena erano meno rigide.
In seguito al Concilio di Trento e in conformità con la bolla papale di Giu-
lio III, nel 1553, anche a Cipro, sebbene con un po’ di ritardo, si provvise alla
confisca dei libri sacri ebraici e alla loro messa al rogo. L’applicazione del de-
creto interessò solo Famagosta, l’unica città cipriota che ospitava una comunità
ebraica, dove con l’aiuto di un soldato ebreo convertito, stando a quanto riferito
dal capitano Zuanne Renier, furono trovati e bruciati 50 libri del Talmud.159 Le
persecuzioni religiose e il fanatismo contro gli ebrei portarono ad accusarli di
complicità e complotti filo-ottomani nella vigilia della guerra di Cipro. Sono note
le accuse rivolte, sia dai ceti dirigenti che dal popolo veneziano all’ebreo porto-
ghese Josef Nasi per l’istigazione del sultano Selim II contro il dominio da mar e

154. Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, p. 52.


Arbel, TheJews in Cyprus, p. 24.
155. �������
Lusignan, Description, cc. 76r-v.
156. ����������
Arbel, The Jews in Cyprus, p. 25.
157. �������
158. ASV, Senato, Mar, reg. 31, c. 43v.
159. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 37.
Religiosità e confessioni 125

proprio contro Cipro, il possedimento più prezioso nel Mediterraneo orientale per
la Repubblica.160 Un altro presunto complotto ebraico contro le autorità veneziane
di Cipro fu rivelato nel febbraio 1568 da un marinaio cipriota che riportava noti-
zie acquisite a Smirne: si vociferava che gli ebrei avrebbero costruito un tunnel
collegando la loro giudecca con la porta di Limassol, sulle mura della fortezza
di Famagosta, dove avrebbero stivato barili di polvere da sparo per aiutare gli
ottomani a espugnare la città. Un armeno, oltre al solito Josef Nasi, era accusato
di essere coinvolto nel complotto. Tuttavia, in seguito alla diligente perquisizione
del capitano, non fu trovata traccia di alcun tunnel e le persone accusate erano in
realtà inesistenti oppure morte da tempo. Un tentativo fallito, dunque, di accu-
sare gli ebrei di collaborazionismo con i turchi ma, ciò nonostante non mancò di
allarmare i difensori dell’isola.161 In seguito a questo episodio fu preso il prov-
vedimento precauzionale di espellere dalla città gli ebrei sospetti. Le espulsioni
riguardarono soltanto i “forestieri”, cioè quelli che non risiedevano da anni in
modo permanente a Cipro, sebbene non vi siano notizie relative al loro effettivo
abbandono dell’isola.162
Le confessioni minori della popolazione cipriota durante il Cinquecento rive-
lano il mantenimento nei secoli di un stretto rapporto fra l’isola e il Medio Oriente.
Maroniti, armeni, copti ed ebrei erano i rappresentanti di un continuo aumento del-
le risorse umane di Cipro, effettuato attraverso l’emigrazione individuale oppure
lo spostamento collettivo di gruppi più numerosi. Come rilevato dalle fonti, nel
periodo del governo veneziano a Cipro non si riscontrano casi di sostanziale con-
flittualità fra le diverse comunità confessionali, sebbene talvolta si segnalassero
vessazioni dai gruppi più potenti nei confronti di quelli meno numerosi, anche se
queste riguardavano spesso argomenti di natura economica piuttosto che di religio-
ne. Le congregazioni religiose minori non avevano la forza numerica per cercare
di imporre i propri costumi al di fuori delle rispettive comunità e le reciproche
influenze riguardavano soltanto tradizioni che non avevano a che fare con partico-
larità dogmatiche o rituali. In alcuni casi membri di queste confessioni minori pre-
ferivano convertirsi sia all’ortodossia o al cattolicesimo in modo da poter integrarsi
meglio nella società cipriota. Tuttavia le comunità monastiche di ogni confessione
garantivano la conservazione delle proprie tradizioni costituendo i fari dell’identità
religiosa dei propri correligiosi. Inoltre, la limitata conflittualità durante il Cinque-
cento fra ortodossi e cattolici, le due confessioni più numerose fra la popolazione
cipriota, potrebbe spiegarsi con una serie di argomentazioni, fra cui la mancanza,
da entrambe le parti, di capi religiosi abbastanza dinamici e risoluti per organizza-
re la realizzazione di programmi di proselitismo. Bisogna anche prendere atto del
progressivo acculturamento degli elementi forestieri della società cipriota realiz-

160. Arbel, Venezia, gli ebrei e l’attività di Salomone Ashkenasi, p. 168. Antonio Maria Gra-
ziani nella sua opera sulla guerra di Cipro narra della credenza diffusa nella corte di Selim che Nasi
sarebbe diventato, previa la sua conquista, il re di Cipro; Gratiani, De bello cyprio, p. 48.
Arbel, The Jews in Cyprus, pp. 28-29.
161. �������
162. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 268-274; Arbel, The Jews in Cyprus, pp. 29-34.
126 Cipro veneziana

zato nel corso dei secoli precedenti, che portò al formarsi sull’isola di un’identità
locale condivisa da quasi tutti i gruppi etnico-religiosi della popolazione. A Cipro
nel XVI secolo si potevano riscontrare famiglie i cui membri professavano credi
diversi oppure non temevano di professare un giorno il credo ortodosso e il giorno
dopo quello cattolico, magari solo per evitare i digiuni imposti dall’una o dall’al-
tra confessione. Basti l’illuminante esempio della famiglia del cronachista Stefano
Lusignan: nato Giacomo, prese il nome Stefano diventando monaco domenicano e
più tardi vicario del vescovo di Limassol; la sorella, Isabella, divenne monaca orto-
dossa con il nome Athanassìa; il fratello Giovanni, era anch’egli monaco ortodosso
del monastero di Antifonitis; un cugino, Filippo, era canonico a Pafos e arcidiacono
del vescovado latino di Limassol, dove gli successe il fratello Geronimo.163 La sua
nonna, Isabella Fabregues, terza figlia di Juan Perez Fabregues conte di Giaffa e di
Carpasso e moglie di Filippo di Lusignan, fondò un convento di religiose basiliane
cattoliche all’Antifonitis al nord di Kythrea.164

4. Spiritualità e solidarietà

Cipro fu per lungo tempo coinvolta nell’organizzazione dei pellegrinaggi


verso la Terra Santa e il Monte Sinai. Numerosi pellegrini lasciarono nei pro-
pri resoconti di viaggio descrizioni dell’isola, dove si fermavano le galere prima
dell’ultima tappa verso le coste siropalestinesi.165 Nonostante il desiderio del pel-
legrinaggio fosse diffuso fra i fedeli cristiani, le spese, la lontananza, la durata e
i pericoli dissuadevano i più dall’intraprendere la peregrinazione. Perciò alcuni
funzionari veneziani, trovatisi per servizio a Cipro, chiedevano il permesso di
recarsi in Terra Santa, sfruttando la coincidenza della loro presenza nella zona.166
Alvise Contarini, comandante della piazzaforte di Cerines, compì il pellegrinag-
gio in Terra Santa alla fine del suo incarico; partì nell’agosto 1516, con la moglie
Maria, da Limassol, scalo della galera di pellegrini partiti da Venezia.167 Il rac-

Hackett, A history of the Orthodox Church, p. 154; Hill, A history of Cyprus, III, p. 1100;
163. ���������
Papadopoullos, Η Εκκλησία Κύπρου, pp. 661-662.
Mas Latrie, Les comtes du Carpas, p. 386.
164. ������������
165.  Sui viaggiatori che avevano lasciato memoria del loro passaggio da Cipro nei propri
scritti, si veda De Simony, Un demi-millénaire de périégèse. Sull’autenticità dei racconti di viaggio
nel Rinascimento, si vedano Richard, Les récits de voyages et de pèlerinages; Faroqhi, Approa-
ching Ottoman history, pp. 126-127. Sui più importanti siti di pellegrinaggio nel regno di Cipro, si
vedano Schabel, Religion, pp. 212-215; Grivaud, Pèlerinages grecs et latins; su quelli tradizional-
mente visitati dai viaggiatori del XVI secolo, che nelle proprie relazioni hanno riservato particolare
attenzione ai siti di interesse archeologico, si veda lo studio approfondito di Calvelli, Cipro e la
memoria dell’antico, pp. 72-116.
166. Nel 1372 il senato concesse il permesso al bailo di Cipro Pantaleone Gezo di recarsi in
Terra Santa,«sicut alias concessum fuit aliis bajulis nostris»: Mas Latrie, Histoire de l’île de Chy-
pre, II, p. 362.
167. Per i pellegrini che partivano dall’Europa centrale il viaggio era stato per secoli orga-
nizzato da Venezia, che impiegava a questo scopo le galere dei privati. Si vedano Dansette, Les
Religiosità e confessioni 127

conto del suo viaggio rivela il panico provocato dagli attacchi ottomani che infi-
ne portarono alla conquista della Siria.168 Nel 1534 il consigliere Marc’Antonio
Calbo voleva recarsi al Santo Sepolcro a compimento di un suo voto.169 Anche
Marino Gradenigo, capitano di Saline e il padovano Giovan Battista Perotto, can-
celliere dell’arcivescovado di Nicosia al seguito del Mocenigo, effettuarono il
pellegrinaggio durante un loro incarico in Oriente, il primo nel 1553 e il secondo
nel 1561.170
Conscie del pericolo di un eventuale attacco ottomano contro Cipro, le au-
torità veneziane non si fidavano affatto di tutti quelli che si proclamavano pelle-
grini e non concedevano agli individui di dubbia qualità o provenienza lo sbarco
sull’isola. Infatti il travestimento da pellegrino era comune fra le spie,171 per cui le
galere venivano controllate dai capitani delle città costiere per accertare che i sal-
vacondotti dei passeggeri fossero autentici. Nel marzo del 1548 un presunto frate
dovette subire l’“espulsione” perché sospetto di essere una spia, vista la scanda-
losa e disonesta vita che conduceva contrariamente a quanto si sarebbe aspettato
da un religioso.172 Bisogna ricordare che nel Cinquecento il numero dei pellegrini
partiti dall’Occidente con le galere veneziane per approdare a Gerusalemme era
assai inferiore rispetto ai secoli precedenti.173 Il viaggio in mare verso l’Oriente

pèlerinages occidentaux en Terre Sainte, pp. 114-15; Richard, Les relations de pèlerinages, p. 143;
Rossebastiano, La vicenda umana nel pellegrinaggio, p. 20; Faroqhi, Approaching Ottoman histo-
ry, pp. 114-116. Descrizione del viaggio da Venezia a Gerusalemme, delle spese, delle visite e di
tutto il necessario per il suo compimento, in Il trattato di Terra Santa.
168. Lucchetta, Viaggiatori e racconti, p. 453.
169. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, ff. 58, 75; Ανέκδοτα έγγραφα, IV, p. 169. Mentre
sarebbe stato in viaggio, il suo posto nel reggimento di Cipro sarebbe stato ricoperto da uno dei
camerlenghi dell’isola.
170.  MCC, Ms. Cicogna 796, Itinerarium clarissimi domini Marini Gradonici; Lucchetta,
Viaggiatori e racconti, p. 457; MCC, Misc. Correr 1206, Perotto, Memoria del viaggio.
Labande, “Pauper et peregrinus”, p. 27.
171. ����������
172. �������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������
Ci è venuto a notizia che sopra le galee da Barutho del viaggio prossimo passato si
ritrovava uno vestito da frate, il qual facevasi chiamare fra Zorzi Portogalese, et si lassava intender
che si conduceva per passar in Hierusalem, et che questo essendo smontato in terra in Tripoli, et lui
intratenutosi era stato da Turchi fatto ritenire per obiettione che fosse spione, et dopo essendo stato
relassato mediante alcuni danari che per helemosina gli mercadanti nostri haveano contribuito, egli
si ridusse in questa città e voleva come diceva passar pur in Hierusalem. Et perché della conditione
et qualità di lui ci è stata data mala relatione essendosi lassato connoscer, et scandaloso et di inho-
nesta vita, noi per rimover l’occasione e qui et là d’ogni inconveniente et massime acciò i Turchi
non habbino caggione tornando esso frate a quelle parti di dire che quest’isola sii il traghetto de
persone di questa qualità lo habbiamo per ispediente miglior fatto montare sopra la presente nave
con admonitione ch’ el ritorni là dove è venuto»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 282.
173. �����������������������������������������������������������������������������������������
Il pellegrino Griffin Affagart, scrivendo nel 1534, giustificava così la diminuzione dei
pellegrini verso la Terra Santa: «Il y voulloit aller grant multitude de personnages d’estat, comme
evesques, abbez, ducs…et autres personnes d’estophe… mais depuis que ce meschant paillard
Luther a regné avec ses complices, et aussi Erasme lequel en ses Colloques et Enchiridion [militis
christiani] a blasmé les voyaiges, plusiers chrestiens s’en sont retirez ou refroidis […] Mais pour le
présent, il n’y a plus que pauvres gens et peu en nombre; et de tant moins y en va, et plus couste à
chacun … et pour cette occasion, y a plusieurs années, le voyage a esté rompu», citato in François,
L’Orient Méditerranéen, p. 21. Si veda anche Richard, Les relations de pèlerinages, p. 146.
128 Cipro veneziana

era diventato non solo più costoso, ma anche più pericoloso. I motivi materiali
e quelli di ordine pratico si sommavano con ragioni di convinzione, come l’au-
mento dello scetticismo, diffuso dalle dottrine protestanti, che criticavano e ri-
nunciavano ad alcuni aspetti tangibili della religiosità, quali i pellegrinaggi o il
culto delle reliquie. Inoltre la difficoltà nel raccogliere la somma necessaria a
imbarcarsi e a sostenersi fino al giorno del ritorno in patria, assieme alle difficoltà
poste dai diversi paesi di transito per la sicurezza politica e sanitaria, se non im-
pedivano ai fedeli di compiere il pellegrinaggio, almeno li rendevano più cauti
prima di decidere la partenza.174
Nonostante il frequente passaggio da Cipro di forestieri, pellegrini, soldati con-
dotti sull’isola come galeotti o fanti, mercanti e altri, l’isola non disponeva di una
struttura di accoglienza e sostegno degli infermi e dei bisognosi, «li quali moreno
in luoghi non convenienti, nelle strade, nelle piazze et altri da disperation di non
haver refugio diceno de nostri insulani amazzatisi de lor pugno��������������������
»�������������������
, come recita dram-
maticamente la supplica fatta nel 1551 dal popolo di Nicosia. Si chiedeva al senato
di sovvenzionare la funzione di un ospedale per i poveri come nel passato, quando
«[s]olevano in detto regno anticamente esser più ospedali ordinati per recettacolo
et sostentamento degli poveri et mal conditionati ma le diverse tribulatione et cala-
mità che si ha patito li ha destrutti et annihilati». Secondo i popolani nicosioti per
la mancanza di un luogo di carità e pietà verso i poveri «se n’è mandato alle fiate
qualche flagello da Iddio non è da meravigliarsi, essendo in noi morto ogni zelo di
charità, che negli tempi de nostri antichi vivea».175 Alla costruzione dell’ospedale
hanno contribuito molti nobili nicosioti ma, dopo la sua ultimazione, esso aveva bi-
sogno di un’entrata annua per le spese correnti. Il senato decretò che per dieci anni
l’ospedale avrebbe ricevuto annualmente 50 ducati dalla camera fiscale. Nel 1562
la concessione venne rinnovata per altri dieci anni.176 Si doveva inoltre suggerire
ai notai di esortare i testamentari a lasciare qualcosa all’ospedale.177 L’arcivescovo
Livio Podocataro (1524-1553) aveva elargito un lascito di 15000 ducati da essere
investiti e messi a disposizione dell’ospedale di Nicosia, cosa che
ha fatto molto rallegrare i ciprioti che così ci sarà sostentation de tutti li miserabili
del paese, et un commodo aiuto, et reffrigerio de poveri viandanti, pelegrini et altri
forestieri, et apresso un ornamento et honorevolezza christiana.178
Una struttura ospedaliera esistente a Famagosta «�������������������������
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dove si ridduccono li po-
veri infermi così terrieri come soldati et altri forestieri, luoco piissimo e molto

174. Cardini, In Terrasanta, p. 455.


175. ASV, Senato, Mar, reg. 31, cc. 14v-15r; MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 105r. Gugliel-
mo Goneme, frate agostiniano di nota famiglia cipriota e arcivescovo durante gli anni 1460-1469,
aveva costruito un ospedale al quale aveva lasciato il casal Agridi, proponendone come comissari
il bailo veneziano, il decano della cattedrale di Nicosia e il vicario generale dell’arcivescovado;
MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 33v.
176. ASV, Senato, Mar, reg. 36, cc. 55r-v.
177. Ivi, reg. 31, c. 15v.
178. ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Nicosia 28 agosto 1556.
Religiosità e confessioni 129

necessario e di gran refugio a essi poverelli����������������������������������������


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, non era sufficiente a ospitare i sol-
dati che si ammalavano in gran numero, soprattutto in estate. Perciò, nel 1564, lo
stabile venne allargato e si decretò il suo finanziamento con 60 ducati annui da
prelevare per cinque anni dalle sanzioni raccolte dal capitano di Famagosta.179
La politica di sostegno e cura degli indigenti era completata dalla consue-
tudine di allevare i trovatelli a spese pubbliche. Per la cura dei bambini esposti
(«puti della pietà») a Famagosta erano dedicate le elemosine della camera fiscale
– 15 soldi scossi da ogni testamentario180 – e del vescovado latino, somma suc-
cessivamente limitata all’ammontare pagato come tassa di residenza dagli ebrei
della città maggiorato dalle sanzioni pecuniarie.181 Il popolo di Famagosta ottenne
dal senato, nel 1557, l’assegnazione di ulteriori 40 ducati annui, che sarebbero
stati dispensati dai rappresentanti della comunità dei famagostani per i bisogni
dei poveri orfani della città.182 Tre anni più tardi l’università dei nicosioti torna-
va a occuparsi del problema dei bambini esposti (βρετοί), indignandosi del fatto
che l’arcivescovado avesse lasciato decadere l’antica consuetudine, concessa con
privilegi regi, di nutrire i trovatelli a spese della Chiesa.183 Secondo tale tradizio-
ne i bambini, cresciuti fino all’età di 15 anni dal clero della cattedrale di Santa
Sofia, venivano dichiarati uomini liberi (francomati), «e di questa natura sono
grandissimo numero di simel discendentia per l’isola». Risulta curioso che nel
periodo in cui a Nicosia risiedeva finalmente un arcivescovo che avrebbe dovuto
impiegare per il meglio le offerte di elemosina e beneficenza della congregazione
cristiana della città, una tale opera pia, com’era la cura dei trovatelli, fosse invece
tralasciata a tal punto da destare l’indignazione della comunità dei nicosioti. Or-
mai, dicevano, si «lasciano le povere creature nelli sopradetti luoghi esposte per
terra uno, e doi giorni patir, e qualche volta esser strassinati, e devorati da cani e
da porci». Il senato veneziano poteva soltanto prescrivere al reggimento locale
di preparare un luogo apposito dove si sarebbero potuti esporre i bambini sen-
za pericolo per la loro incolumità, ma non aveva la giurisdizione per interferire
nell’organizzazione ecclesiastica.184 In ogni caso, alcuni dei funzionari veneziani

179. ASV, Collegio, Relazioni, b. 62, reg. 1, cc. 137r-v. Non vi sono per il momento studi
sulla costituzione di confraternite a Cipro durante il Cinquecento. L’unica conosciuta, dedicata
ai Santi Pietro e Paolo, ottenne nel 1520 una sovvenzione di 200 ducati: Grivaud, Échapper à la
pauvreté, p. 364.
180. ASV, Senato, Mar, reg. 31, c. 15v.
181. ����������������������������������������������������������������������������������������������
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Nella città di Famagosta si trova la casa della pietà, la quale è in tanta necessità che non
può sumministrar il viver a quelle miserrime creaturine che sono le exposte, al bisogno delle qual
se ben siamo molte fiate interpellati non potemo perciò per questo novo ordine porger suffragio
magiore che di dieci bisanti per una volta»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 108, dispaccio del
vice luogotenente Marc’Antonio Corner, del 6 dicembre 1535.
182. ASV, Senato, Mar, reg. 33, c. 154r.
Si vedano Aristeidou, Πλούσιοι και φτωχοί, pp. 382-383; Grivaud, Un aspect de la poli-
183. ����������������������
tique sociale vénitienne, pp. 31-32.
184. ASV, Senato, Mar, reg. 34, cc. 138v-139r. Non abbiamo notizie sulla realizzazione di
questo decreto. Sul primo ospizio per i trovatelli fondato a Venezia a metà Trecento, si veda Roma-
nin, Storia documentata, III, p. 108.
130 Cipro veneziana

non volevano riconoscere questa consuetudine perpetrata nei decenni durante il


governo veneziano a Cipro, avvisando le magistrature che la sua conservazione
avrebbe portato alla diminuzione del numero dei parici nell’isola. A volte arri-
vavano a ricercare i genitori dei giovani cresciuti dall’arcivescovado in seguito
al loro abbandono alla cattedrale e, constatata la loro discendenza da parici, li
restituivano alla loro precedente qualità servile.185
La paura della divina punizione veniva a volte strumentalizzata per chiarire
dei crimini irrisolti. Con la minaccia della scomunica e della maledizione divina
si cercava di invitare i criminali a costituirsi e i fedeli a denunciare i rei di un
misfatto.186 Ovviamente questa pena poteva essere usata soltanto dai tribunali ec-
clesiastici. Le autorità civili invece cercavano di evitare manipolazioni di questo
genere promosse dal clero e ricusavano le testimonianze di sacerdoti che riporta-
vano quanto sentito dai fedeli durante le confessioni. In particolare, il provvedi-
tore generale Zuan Matteo Bembo sottopose al giudizio del foro ecclesiastico il
prete ortodosso che aveva denunciato Flurin di papa-Stefano, il quale gli aveva
confessato un attentato contro Cristoforo d’Alvise. Secondo il pio provveditore
sarebbe andato a detrimento della fede se i cristiani avessero smesso di confes-
sarsi per timore che il prete potesse denunciarli alla giustizia civile. Quindi, il
20 maggio 1562, pubblicò un proclama a Nicosia con il quale decretava che le
rivelazioni di reati fatte in seguito a scomuniche e maledizioni non sarebbero
state prese in considerazione dalla giustizia civile e i sacerdoti che rivelassero il
contenuto delle confessioni accolte dai fedeli sarebbero stati puniti.187

185. ����������������������������������������������������������������������������������������
«���������������������������������������������������������������������������������������
Dal tempo dei regali la chiesa cathedral dell’archivescovato di Nicosia aveva il cargo
di far nutrir li puti venivano getati là, li quali i ministri de dicta chiesa fevano proclamar in li lochi
publici se niun sapesse de chi fusse e passato il termine di 3 giorni non avendo altra notizia l’or-
dinario faceva il suo privilegio della franchisia. Il qual nutrito fino all’età di 15 anni si chiamava
evretò et etiam che fusse de descendentia de parici restava libero per tal nutrir e franchisia. E mede-
mamente quando un puto il qual fusse manco de un anno veniva getato in casa de qualunque quel
tal volendolo nutrir per l’anima sua lo presentava immediate alla dicta chiesa cathedral e si feva le
debite cerimonie e poi seguiva la franchisia e restava per libero lui e sui descendenti. E di questa
natura sono grandissimo numero di simel discendentia per l’isola. Dove al quondam magnifico
messere Nicolò da Pesaro conseglier facendo il pratico li parse intrar in recognoscer tal evreti e tuti
quelli trovò esser stati fioli de parici franchiti al modo sopradicto li terminò per parici ritornandoli
alla pristina servitù. Et quod peius est quelli e quelle trovò maridate con uomini e donne libere e
da loro nasciuti fioli e nepoti tutti terminò per parici. E molti di questi per non tornare alla servitù
sono scappati fuori dall’isola e molti per l’isola sono vagabondi abbandonando l’agricoltura»: ASV,
Senato, Mar, reg. 19, cc. 189v-190r.
186. Richard�� , Το δίκαιο του μεσαιωνικού βασιλείου, p. 386. Per Corfù, si veda Gerouki, Les
excommunications à Corfou.
187. ASV, Senato, Dispacci, filza 2, Nicosia 21 maggio 1562. Sulla particolare attenzione ri-
servata da Zuan Matteo Bembo alle antichità cipriote, si veda Calvelli, Cipro e la memoria dell’an-
tico, pp. 140-152.
5. Culture e intercultura

1. Scuole e formazione

Nel tardomedioevo il sistema educativo di Cipro offriva le conoscenze mini-


me necessarie al basso clero e ai funzionari della burocrazia; per gli alti funzio-
nari della corte e della gerarchia ecclesiastica era necessario integrare quanto ap-
preso frequentando la scuola della comunità o della diocesi con lezioni impartite
privatamente prima di acquisire il livello necessario per seguire studi in scuole
di più alto livello, di solito fuori da Cipro.1 Per garantire lo stipendio ai maestri,
le Assise prevedevano che i prestiti in denaro o altro erogati a uno studente per
il proprio mantenimento e per pagare le lezioni fossero garantiti dai genitori.2
L’imposizione della nobiltà occidentale sull’isola e l’instaurazione della Chiesa
cattolica avevano portato alla progressiva decadenza dell’educazione greca, seb-
bene non fosse mai completamente accantonato lo studio della lingua greca.3 Nel
XIV secolo le scuole aumentarono in seguito alla generale fioritura dell’econo-
mia locale e all’aumento della popolazione.4 Si può ipotizzare anche che qualche
mercante arricchitosi, grazie all’aumento dei traffici commerciali nei porti ciprio-
ti, avesse finanziato la fondazione di scuole per la formazione dei giovani e per la
loro preparazione al mestiere mercantile.
La Chiesa era tradizionalmente l’istituzione incaricata della formazione gio-
vanile con la fondazione sia di scuole di base che di seminari e collegi. In tali
scuole, istituite presso le chiese cattedrali e i monasteri,5 si formavano soprattutto
i giovani religiosi che avrebbero poi prestato servizio come secolari o regolari,
ma erano anche accessibili a chiunque volesse seguirne le lezioni. Durante il
periodo del governo veneziano la debolezza e la disorganizzazione della Chiesa

1. Konnari, Σχέσεις αλληλεπίδρασης, pp. 311-312. Uno di questi docenti privati doveva essere
l’insegnante fiammingo che il viaggiatore Cristof Fürer di Haimendorf conobbe a Famagosta nel
1566: Excerpta Cypria, p. 78. Si veda anche Filippou, Η παιδεία εν Κύπρω.
2. Coureas, The Assizes of the Lusignan kingdom, pp. 170, 337.
3. Gregorio il Cipriota, patriarca di Costantinopoli tra 1283 e 1289, scrive nella sua autobiografia
che����������������������������������������������������������������������������������������������
a���������������������������������������������������������������������������������������������
metà Duecento������������������������������������������������������������������������������
a Nicosia non ���������������������������������������������������������������
si trovava�����������������������������������������������������
più un maestro di greco e ��������������������������
gli studenti potevano fre-
quentare soltanto le scuole di latino; si veda Schreiner, Παρατηρήσεις στις πολιτιστικές σχέσεις, p. 78.
4. Ibidem, p. 79; Konnari, Σχέσεις αλληλεπίδρασης, p. 316.
5. Hill, A history of Cyprus, III, p. 1067; Beraud, Terre Sainte de Chypre, p. 136.
132 Cipro veneziana

di Cipro rendeva di conseguenza abbastanza inefficace anche la politica cultu-


rale rivolta alla popolazione cipriota.6 La gerarchia ortodossa da molto tempo
non intratteneva rapporti con gli altri centri dell’ortodossia o con il patriarcato
di Costantinopoli, dal quale avrebbe potuto ricevere linee guida e orientamento
nell’ambito dell’educazione. Mancavano inoltre i personaggi intraprendenti e ri-
soluti che avrebbero potuto porsi con le proprie iniziative alla guida della forma-
zione culturale del clero e dei fedeli. Prima dell’ordinazione i sacerdoti ortodossi
non ricevevano un’adeguata istruzione per lo svolgimento del proprio esercizio
e nessun gerarca fu mai inviato sull’isola con l’obiettivo di incentivare, con ser-
moni e insegnamenti, l’approfondimento religioso del clero secolare e regolare
ortodosso. In più, il monachesimo aveva perso la vitalità conosciuta sull’isola
sotto l’impero bizantino e le comunità dei regolari erano in costante diminuzione.
I monaci ortodossi che si istruivano individualmente utilizzando i libri custoditi
nelle biblioteche dei monasteri non erano abbastanza numerosi per rispondere
alle necessità di un’educazione adeguata per il popolo, come invece succedeva
nei secoli del regno dei Lusignan.7 Quanto al clero cattolico, la decennale assenza
dei prelati e soprattutto dell’arcivescovo contribuiva alla disorganizzazione della
politica scolastica.
Durante il XVI secolo le scuole di Cipro insegnavano lingua latina, teologia
e calcolo (abaco)8 ed erano attive nelle città, dove era più densa la presenza di fa-
miglie benestanti. A Nicosia, capitale e luogo di residenza prevalente della nobiltà,
gli studenti che frequentavano le scuole erano assai più numerose in confronto agli
allievi delle corrispondenti scuole di Famagosta, dove risiedevano ricchi mercanti
e piccoli feudatari. Non si trova invece testimonianza sull’esistenza di scuole nel
resto dei centri urbani dell’isola, dove la maggioranza dei residenti erano artigiani
o soldati incaricati della difesa e della protezione delle coste.9 In ogni caso, se gli
abitanti di queste città o della campagna avessero voluto istruirsi, potevano recarsi
a Nicosia o a Famagosta, come fece ad esempio Solomon Rodinos (1516-1586),
che dal villaggio di Potamiou nella provincia di Limassol ebbe l’opportunità di
studiare nelle scuole di Famagosta, probabilmente in quelle organizzate presso la
cattedrale cattolica di San Nicola.10 Le autorità veneziane non avevano bisogno di

6. Già nel 1248 il legato palale Eudes de Châteauroux rimproverava la gerarchia cattolica
di Cipro per non aver fondato scuole per l’insegnamento della grammatica e della teologia nelle
chiese cattedrali di tutti i vescovadi dell’isola, come era previsto dal IV concilio lateranense,
svoltosi nel 1215. Ancora nel 1313 un altro legato papale, Pierre de Plaine-Cassagne, indignato
dal livello d’ignoranza del clero cipriota, imponeva a tutti i sacerdoti di imparare grammatica e
musica per essere consapevoli di quello che recitavano a messa; si vedano Kyrris, Ιστορία της
Μέσης Εκπαιδεύσεως Αμμοχώστου, p. 4; Konnari, Σχέσεις αλληλεπίδρασης, p. 315; Grivaud, Ο
πνευματικός βίος, p. 1168.
7. Hill, A history of Cyprus, III, p. 1061; Asdracha, Cypriot culture, pp. 90-91.
8. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 256.
9. Secondo Costas Kyrris fonti greche testimoniano della funzione di scuole anche a Pafos;
si vedano Kyrris, Ιστορία της Μέσης Εκπαιδεύσεως Αμμοχώστου, p. 1, nota 4; Id., History of
Cyprus, p. 247.
10. Valetas, Νεόφυτος Ροδινός, p. 11; Grivaud, Entrelacs Chiprois, p. 36.
Culture e intercultura 133

organizzare un servizio scolastico a Cipro, essendo la maggioranza degli incarichi


amministrativi più rilevanti ricoperta da personale specializzato ed esperto, inviato
direttamente da Venezia. Di conseguenza il compito di vegliare affinché la gioventù
cipriota ricevesse una qualche formazione ricadde sugli stessi ciprioti, o meglio sui
membri dei consigli urbani, i quali esprimevano tale preoccupazione nelle richieste
(capitoli) presentate periodicamente alle magistrature veneziane. Presso le scuole
dell’arcivescovado, organizzate per iniziativa degli abitanti di Nicosia, si recava
non soltanto chi avrebbe poi seguito una carriera religiosa, ma anche chi avrebbe
continuato gli studi nelle università italiane. La scuola del maestro stipendiato dalla
camera fiscale di Nicosia era invece frequentata da studenti dei medi strati sociali
desiderosi di apprendere le conoscenze necessarie per l’inserimento nell’organizza-
zione amministrativa del regno.
La mancanza di precettori sull’isola era stata rilevata anche dalla regina vene-
ziana Caterina Cornaro che affidò al suo ambasciatore Tommaso Ficardo, recatosi
a Venezia nel giugno 1487, la richiesta alla Serenissima affinché fosse mandato
a Cipro «uno magistro bombarderio et uno magistro putiorum».11 L’istanza della
regina rivelava due primarie necessità affrontate al tempo dal regno: la prepara-
zione difensiva e l’educazione giovanile. Il senato veneziano accolse la richiesta
e ordinò di mandare i maestri con la prima nave che fosse salpata per il Levante.
Possiamo supporre che il maestro putiorum avrebbe istruito i giovani della corte,
composta da veneziani membri del seguito della Cornaro e dai rampolli della
nobiltà franco-cipriota, formatasi sull’isola in seguito alle vicissitudini politiche
degli ultimi trent’anni che videro l’aumento dell’influenza culturale veneziana. In
ogni caso il maestro arrivato da Venezia avrebbe sicuramente impartito lezioni di
latino e non conosciamo se avrebbe insegnato anche il greco. Nonostante la Cor-
naro abbia rilevato la mancanza di istruttori abili all’insegnamento a Cipro, per le
successive richieste della popolazione il senato suggeriva l’assunzione di maestri
trovatisi già nell’isola per la formazione delle scuole necessarie all’educazione
dei ciprioti. Tale fu la risposta del senato alla volontà dell’università dei nico-
sioti, presentata nel 1491, per l’assunzione di un maestro di grammatica, il cui
stipendio sarebbe stato corrisposto dalle entrate della camera fiscale di Nicosia
per l’ammontare di 80 ducati annui in contanti e 20 ducati in derrate.12 Il decreto
del senato suggerisce quindi che a Cipro si potevano trovare individui adegua-
tamente preparati per l’insegnamento, anche basilare, dei giovani e le autorità
veneziane si impegnavano a coprirne la loro retribuzione.
Nello stesso anno il senato deliberava – dopo relativa richiesta fatta dal
rappresentante dei famagostani Giovanni Andreuci – che il maestro di gramma-
tica che avrebbe insegnato ai «fioli deli citadini» di Famagosta avrebbe dovuto

11. ASV, Senato, Mar, reg. 12, cc. 112v-113r. Tommaso Ficardo era uno dei sostenitori di
Giacomo II, che quest’ultimo aveva premiato con feudi e entrate; si veda Bustron, Chronique de
l’île de Chypre, p. 423.
12. MCC, Donà dalle Rose, n. 46, c. 110v. Sebbene non precisato, il maestro avrebbe con ogni
probabilità insegnato il latino e non il greco.
134 Cipro veneziana

ricevere un salario di 250 bisanti annui, pagato dalla camera fiscale.13 Questa
differenza nello stipendio assegnato al maestro di Famagosta rispetto a quello
ricevuto dal maestro di Nicosia era il motivo per cui «mal se attrova persona
docta et idonea» all’insegnamento degli studenti. Perciò nel 1507 il consiglio
di Famagosta dovette riproporre l’argomento della retribuzione del maestro:
nonostante fosse stata aumentata per arrivare ai 50 ducati, la comunità chiese e
ottenne dal senato un ulteriore aumento del salario del maestro non in contanti
ma con un’offerta di 50 moggia di frumento, 80 moggia di orzo e 50 metri di
vino, che secondo gli ambasciatori famagostani era la paga, forse approssimata
per difetto, ricevuta nello stesso periodo dal maestro di Nicosia.14 Il consiglio
della comunità di Famagosta veniva inoltre fatto responsabile di verificare la
qualità del lavoro svolto dal maestro, per proseguire ogni tre anni alla sua con-
ferma nell’incarico o alla sua sostituzione.15 Non sarebbe totalmente sbagliato
ipotizzare un aumento del numero di studenti nei centri urbani di Cipro nel
corso del Cinquecento, per cui si sarebbe resa necessaria la fondazione di più
scuole. Infatti, gli abitanti di Cerines, nei propri capitoli esposti nel 1522 da
«lo venerabile Porphyrio Trypsi prothopapa de quel loco et il strenuo Baliario
Pontio», informavano le magistrature veneziane che nella città vi erano molti
«che desiderano imparare lettere, i quali per mancamento di magistro greco et
latino nulla pono imparare��������������������������������������������������
»�������������������������������������������������
. Venne quindi concessa l’assunzione di «��������
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doi mae-
stri uno greco e l’altro latino, acciò li lor fioli possino imparare lettere et grece
et latine���������������������������������������������������������������������������
». ������������������������������������������������������������������������
Il loro salario, corrisposto dalla camera fiscale di Nicosia, non avreb-
be potuto superare i 25 ducati annui ciascuno.16 Anche il consiglio del popolo
di Famagosta aveva individuato nel 1521 la necessità maturata nella creazione
di una scuola di greco in città, dove già esisteva la scuola di latino, per l’edu-
cazione dei giovani di una comunità che nella sua maggioranza ne faceva uso
quotidiano. Lo stipendio del maestro di grammatica greca sarebbe stato però la
metà di quello del suo collega di grammatica latina: 25 ducati più 25 moggia
di frumento, contro i 50 ducati con poco frumento, orzo e vino.17 Potrebbe que-
sta discrepanza nella retribuzione dei due maestri famagostani essere ascritta
alla differenza nel numero degli studenti del greco rispetto a quelli del latino?
Purtroppo le fonti finora studiate non ci permettono di fare chiarezza su questo
interrogativo.
L’avviamento delle scuole da parte dei maestri stipendiati dalla camera fisca-
le di Cipro portò a una generale sensibilizzazione della popolazione in materia
di educazione e a un’ulteriore necessità di organizzare meglio l’offerta didattica,
almeno nella capitale. Nel 1507 il consiglio dell’università di Nicosia si fece
carico della necessità di rinnovare quanto tradizionalmente veniva curato dalla

13. ASV, Senato, Mar, reg. 13, c. 54v.


14. Il salario del maestro di Nicosia era arrivato a 80 ducati nel 1560: ivi, reg. 34, c. 138v.
15. Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, p. 51.
16. Ibidem, p. 70.
17. ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 216v.
Culture e intercultura 135

gerarchia ecclesiastica in materia di educazione, in particolare dell’«antiqua�����


������������������
con-
suetudine et optimo instituto» applicato durante il regno dei Lusignan, ovvero
dell’assunzione da parte dell’arcivescovado di un maestro di grammatica e di uno
di teologia.18 L’assenza dell’arcivescovo assegnato alla sede cipriota era forse la
causa della decadenza di questa tradizione. Il senato veneziano appunto, oltre alla
proposta dei nicosioti per l’assunzione di ���������������������������������������
«��������������������������������������
uno predicator singular perito theolo-
go de bona vita per instruction de li populi a la sancta et ecclesiastica institution»
al quale sarebbero spettati 30 ducati di compenso dalle entrate dell’arcivesco-
vado, decretò l’assunzione anche di «uno preceptore et sufficiente gramatico»,
ugualmente stipendiato dall’arcivescovado. Purtroppo le fonti non precisano se
il maestro di grammatica avrebbe affiancato quello già operante a Nicosia e sti-
pendiato dalla camera fiscale, portando in tal modo a due il numero delle scuole
cittadine, oppure se le autorità ecclesiastiche avrebbero dovuto semplicemente
occuparsi della spesa del suo stipendio, sgravando la camera da quest’obbligo.
Nonostante tale delibera i commissari, che reggevano l’arcivescovado al posto
del prelato eletto che preferiva risiedere a Roma, non avevano adempiuto all’ob-
bligo dell’assunzione dei maestri fino al 1521, quando l’università di Nicosia
dovette rinnovare la relativa istanza rammaricandosi dei 60 giovani religiosi della
capitale che non avevano modo di istruirsi. Quindi il senato incaricò il reggi-
mento a provvedere all’assunzione di persone idonee all’insegnamento, il cui
stipendio sarebbe stato poi pagato dalle entrate dell’arcivescovado e non dalla
camera fiscale di Cipro.19 La relativa delibera del senato non era stata eseguita se
non raramente, per cui spesso i giovani candidati all’incarico ecclesiastico erano
obbligati a recarsi all’estero per completare la propria preparazione per il servi-
zio clericale, fatto che rappresentava una spesa assai ingente per i genitori degli
studenti espatriati.20
Il consiglio della nobiltà di Nicosia s’impegnava quindi per la miglior prepa-
razione religiosa dei giovani cattolici, ma da parte sua il consiglio del popolo del-
la stessa città si preoccupava della formazione degli ortodossi. Con parole molto
accorate gli oratori del consiglio del popolo cercavano di sensibilizzare i loro
interlocutori veneziani rispetto alla necessità umana di sentire la parola divina da
sacerdoti educati e illuminati.21 Gli ambasciatori chiedevano quindi alla Serenis-
sima, nel 1521, di imporre a tutti gli abati dei monasteri ortodossi di contribuire
secondo le proprie entrate – «che per il presente loro tal intrade consumano in
luochi, che non si puol explicar per ����������������������������������������������
honestà» –������������������������������������
affinché fossero raccolti i 100 du-

18. Κανονισμοί της νήσου Κύπρου, p. 32.


19. ASV, Senato, Mar, reg. 19, c. 190v.
20. Ivi, reg. 34, c. 138v.
21. �����������������������������������������������������������������������������������������
«����������������������������������������������������������������������������������������
Recita il propheta, che à quel populo, che Dio vol perder, li dà fame non solo di pane,
immo de audir il verbo divino. Imperoché non de solo pane vivit homo, sed de omni verbo quod
procedit de ore Dei; ò quanto in quella poverissima isola è accresciuta questa fame, che apena si
attrova alcuna persona religiosa, ò secular, che si possa gustar di quello pane, che dal ciel descende,
per la grande ignorantia è multiplicata per tuta quella insula, cumçiosia cosa, che non si trova per-
sona alcuna, quale sapia solamente intender le oration divine […]»: ivi, reg. 19, cc. 196r-v.
136 Cipro veneziana

cati necessari per lo stipendio di due religiosi che avrebbero dovuto insegnare il
greco «�����������������������������������������������������������������������������
������������������������������������������������������������������������������
per instruction et amaistramento de li fioli di quel vostro fidelissimo popu-
lo, açio possano excluder la nebia de la ignorantia, et admetter la via de la verità
del ben viver, si religiosi, come etiam seculari». La fondatezza della loro supplica
fu riconosciuta, ma si giudicò fosse sufficiente un solo maestro, che i monasteri
ortodossi avrebbero dovuto stipendiare con 50 ducati. Inoltre ogni vescovado
ortodosso avrebbe dovuto sostenere un sacerdote predicatore «�������������������
��������������������
sufficiente in teo-
logia per predicar a quel popolo de Dio»,22 provvedendo in tal modo che i fedeli
ortodossi disponessero di una persona idonea a spiegare il verbo divino, come già
avveniva per i cattolici.23 La funzione delle scuole organizzate dal vescovado or-
todosso di Nicosia non potevano eludere il controllo delle autorità civili venezia-
ne, come dimostra il caso del rodiota Giacomo Diassorinòs, chiamato διδάσκαλος
(maestro). Trovatosi a Cipro dal 1561, impartiva delle lezioni sull’antica Grecia
esponendo piani rivoluzionari riguardanti la liberazione dei territori greci, per cui
il reggimento veneziano lo accusò di istigazione alla ribellione e lo condannò a
morte nel febbraio 1563.24
Queste reiterate e periodiche richieste della popolazione cipriota per l’as-
sunzione di maestri nelle città di Nicosia e di Famagosta e le conseguenti con-
cessioni della Repubblica dimostrano l’esistenza di una forma di scolarizzazione
sull’isola, almeno nelle principali comunità urbane, sebbene il quadro presentato
dai capitoli dei consigli cittadini tradisse la carente organizzazione e il sostanziale
disinteresse da parte delle autorità locali per la continuità e la qualità dell’edu-
cazione offerta a Cipro. Il ritorno dei vescovi greci nelle proprie sedi urbane,
delle quali erano stati privati nel XIII secolo, giovò in qualche misura alla ripresa
e al miglioramento dell’educazione dei fedeli ortodossi presso i vescovadi e i
monasteri, di cui la continua produzione di copie di testi liturgici greci durante il
Cinquecento è prova.25 Tuttavia anche i giovani ortodossi dovevano recarsi nelle
università italiane se desideravano continuare i propri studi, specialmente presso
l’ateneo patavino.
I registri degli studenti dello Studium patavinum testimoniano, infatti, che
i ciprioti preferivano questa università già a partire dal XIV secolo.26 Il numero
degli studenti provenienti da Cipro aumentò durante il Quattrocento anche grazie

22. Ivi, cc. 197r, 207r; Holton, History of neglect, p. 83.


23. Sull’educazione offerta nei monasteri ortodossi nel Cinquecento, si veda Grivaud, Ο������
�����
πνευ-
ματικός βίος, p. 889.
24. Hill, A history of Cyprus, pp. 838-841; Papadopoullos, Ιάκωβος Διασσωρινός, pp. 540-
541; Grivaud, Entrelacs Chiprois, pp. 36-37; cfr. Arbel, Résistance ou collaboration, p. 138.
25.  Si vedano i diversi studi di J. ������������������������������������������������������
Darrouzès pubblicati a metà Novecento sui manoscritti
provenienti da Cipro: indicativamente Darrouzès, Autres manuscrits originaires de Chypre; Ma-
nuscrits originaires de Chypre, e l’opera di Constantinides, Browning, Dated Greek manuscripts
from Cyprus.
26.  Nel 1353 Giovanni di Guglielmo da Cipro studiava a Padova diritto canonico e, nel
1378, Jacopo da Cipro filosofia: Fabris, Professori e scolari greci, p. 124. Stergelis data la notizia
riguardante Giovanni di Guglielmo Cyprio nel 1344: Stergelis, Τα δημοσιεύματα των Ελλήνων
σπουδαστών, p. 45.
Culture e intercultura 137

alla possibilità, offerta a quattro giovani, di sostenersi nel corso degli studi con il
lascito di Pietro Cafrano, ammiraglio del regno di Cipro,27 che nel 1393 investì
5000 ducati nel comune veneziano, per il mantenimento di «quatuor Cyprienses
in studio���������������������������������������������������������������������������
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all’università di Padova, a ciascuno dei quali sarebbero spettati annual-
mente 50 ducati.28 La fondazione di Cafrano era stata affidata ai Procuratori di San
Marco, che avrebbero garantito la continuità della Commissaria fino al 1797.29
Secondo Bianca Betto il lascito di Cafrano aveva la celata finalità «di formare
una classe dirigente preparata nell’ambito dell’influenza veneziana»,30 creando
un’istituzione che incentivasse i ciprioti a recarsi a Padova per i propri studi e a
servire nell’amministrazione politica ed economica al ritorno in patria. Essendo
Cafrano una personalità di grande rilievo nella vita politica del regno cipriota, la
sua scelta di investire a Venezia assume ancora maggior significato nell’ambito
dei rapporti del regno dei Lusignan con il Comune lagunare che proprio in quel
periodo stava ponendo le basi della propria espansione in Terraferma. Infatti il
lascito permise a un cospicuo numero di ciprioti di diventare indirettamente pro-
motori degli interessi veneziani a Cipro, oltre che a diffondere ulteriormente la
conoscenza dell’italiano sull’isola.31
Un altro lascito per il sostenimento di tre studenti ciprioti all’università pata-
vina fu effettuato nel testamento redatto, nel 1555 dall’arcivescovo Livio Podo-

27. Pietro Cafrano era stato incaricato nel 1390 dal re Giacomo I di Cipro a recarsi a Genova
per discutere la modifica del trattato stipulato nel 1383 fra il regno e la Maona, nonché la libera-
zione del suo figlio e successore Giano; si vedano Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, II, pp.
420-423; Rudt de Collenberg, Etudes de prosopographie généalogique, pp. 591-593.
28. Betto, Nuove ricerche su studenti ciprioti, p. 44; Tselikas, Η διαθήκη του Pietro de Ca-
frano. Nel 1445, Pietro Urri lasciò alla fondazione di Cafrano 300 ducati: Rudt de Collenberg, Les
premiers Podocataro, p. 138. Il lascito di Cafrano rientrava nel quadro delle commissarìe, ammi-
nistrazioni ereditarie destinate a sovvenzionare un certo numero di studenti tramite borse di studio,
assegnate secondo criteri e condizioni stabiliti il più delle volte dal fondatore stesso nelle proprie
disposizioni testamentarie; si veda Benussi, L’età medievale, pp. 81-90.
29. Cfr. Imhaus, La minorité chypriote de Venise, p. 34. Gli studenti beneficiari della borsa
di studio sarebbero stati selezionati da una commissione composta dal vicario dell’arcivescovado
latino di Nicosia, dall’abate dell’ordine dei carmelitani e da tre parenti diretti della famiglia dei Ca-
frano. Gli studenti scelti avrebbero dovuto dividersi fra le scuole dell’università: due presso la fa-
coltà di arti e medicina, uno in quella di teologia e il quarto nella facoltà di diritto. Al termine degli
studi di uno studente, un altro lo avrebbe sostituito in modo da avere sempre quattro borsisti. Quindi
non venivano posti limiti al numero di anni entro i quali uno studente avrebbe dovuto completare i
propri studi. Nei documenti, infatti, sono menzionati studenti che continuarono gli studi per sette,
nove e dieci anni. La commissione forniva agli studenti un certificato da presentare al commissario
a Venezia che gli avrebbe versato l’importo della borsa. Non è noto quando esattamente prese avvio
l’offerta delle borse, che sicuramente era già attiva dal 1400. Si vedano Fabris, Professori e scolari
greci, p. 124; Rudt de Collenberg, Les “custodi” de la Marciana, pp. 12-13. Fra gli studenti ciprioti
dell’università di Padova nel XVI secolo figura Diomede Strambaldi, borsista del lascito Cafrano,
futuro visconte di Nicosia e possessore della traduzione italiana della cronaca quattrocentesca di
Leontios Machairas: Cervellin-Chevalier, Venise vue par les Chypriotes, p. 249.
30. Betto, Nuove ricerche su studenti ciprioti, p. 77.
Maltezou��,Η περιπέτεια ενός ελληνόφωνου, p. 223. Sui ciprioti studenti dell’università di
31. ����������
Bologna, si veda Betto, Nuove ricerche su studenti ciprioti, pp. 69-73, 78-79.
138 Cipro veneziana

cataro, membro di una delle più importanti famiglie greche di Cipro. Gli studenti
che avessero ricevuto la borsa di Podocataro sarebbero stati scelti da suo fratello
e successore quale arcivescovo di Cipro, Cesare Podocataro, da suo nipote Ettore
e dai procuratori del consiglio dell’università di Nicosia.32
In ragione dell’esistenza di questi due lasciti e per via della tradizionale
preferenza dei giovani ciprioti accordata all’università patavina, ci si potrebbe
aspettare che il loro numero sia accresciuto in seguito all’inserimento di Cipro
nello stato da mar veneziano. Tuttavia, nei registri dei laureati del XVI secolo si
contano 40 ciprioti, rispetto ai 50 del secolo precedente, numero che rimane in
ogni caso impressionante se paragonato con quello dei 98 studenti provenienti
complessivamente dal resto dei territori greci.33 Nella già numerosa schiera di
ciprioti che avevano studiato a Padova durante il Cinquecento andrebbero co-
munque inseriti anche coloro che non completavano i propri programmi di studio
o che non figurano negli atti di immatricolazione o di laurea conservati.
Il rapporto dei giovani ciprioti con l’università di Padova continuò anche
dopo la conquista ottomana di Cipro, con illustri personaggi sia fra gli studenti
che fra i professori.34 La secolare frequentazione dell’università patavina e la fon-
dazione di borse e collegi già dal XV secolo per il sostenimento finanziario degli
studenti ciprioti a Padova e a Venezia ripropongono lo schema della fitta rete di
legami fra il regno di Cipro e il Comune Venetiarum ancora prima dell’inserimen-
to dell’isola nello stato da mar. Tali legami rimasero intatti, se non ulteriormente
rafforzati, dopo la caduta di Cipro agli ottomani, in seguito alla quale gran nume-
ro di profughi ciprioti trovarono una nuova patria nella laguna e nell’entroterra
veneziano.35 Fino al XIX secolo i giovani ciprioti iscritti alle facoltà patavine si
appoggiavano al Collegio fondato, nel 1657, per studenti «�������������������
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della sua greca Na-
zione» dal professore primario di filosofia ordinaria Giovanni Cottunio.36 Primo
rettore del collegio fu il monaco cipriota Ilarione Cigala.37 Nel 1719 i Riformatori
allo Studio spiegavano che la fondazione del collegio cottuniano era fatta

32. ���������
Grivaud��, Ο πνευματικός βίος, p. 895; Maltezou, Ο κυπριακός ελληνισμός του εξωτερι-
κού, p. 1214.
33. Si vedano Betto, Nuove ricerche su studenti ciprioti, pp. 66-67, 73-74; Rudt de Collenberg,
Etudes de prosopographie généalogique, p. 544. Ricerche su studenti ciprioti, in Griguolo, I diplomi
di laurea, e Pesenti, Derrames Giovanni. Si veda l’elenco degli studenti greci laureati all’università di
Padova durante il XVI secolo, in Ploumides, Οι βενετοκρατούμενες ελληνικές χώρες, pp. 127-130.
34. Rimandiamo allo studio di Fabris, Professori e scolari greci, pp. 125-126, 133-134, 145,
147-149; si vedano anche Kyrris, Κύπριοι λόγιοι της Ενετίας, pp. 83, 87-94; Betto, Nuove ricerche
su studenti ciprioti, p. 74; Rudt de Collenberg, Les “custodi” de la Marciana, p. 14.
35. Kyrris, Κύπριοι λόγιοι της Ενετίας, pp. 83, 84-94; Kitromilides, Κύπριοι στη Βενετία, pp.
209-213; Nicolaou-Konnari, Κύπριοι της διασποράς στην Ιταλία, pp. 220-233.
, Τα δημοσιεύματα των Ελλήνων σπουδαστών, pp. 52-53; Del Negro, L��������
36. Stergelis�� ’�������
et�����
à mo-
���
derna, pp. 139-140; Kitromilides, Κυπριακή λογιοσύνη, p. 48. Si veda anche lo studio sui religiosi
ciprioti formatisi a Roma e a Padova dopo la conquista ottomana di Cipro, in Tsirpanlis, Μορφές
επικοινωνίας.
37. Dovette poi allontanarsi da Padova per volontà del vescovo locale, poiché accusato di aver
celebrato privatamente l’eucarestia con rito ortodosso: si vedano Fabris, Professori e scolari greci,
p. 138; Hill, A history of Cyprus, IV, pp. 385-391.
Culture e intercultura 139

a lustro della città [di Venezia], et a comodo maggiore della Nazione greca, perché
in esso sotto l’ombra, e tuttella della publica protezione havessero nelle scienze e ne’
costumi ad erudirsi molti giovani greci, che fatti adulti e sparsi per la Grecia, memori
di così essential beneficio, valessero a sostenere nella Nazione medesima il sempre
proffessato ossequio al nome della Serenissima Repubblica.38
Ulteriore incentivo per i ciprioti che desideravano approfondire i propri studi
nella città lagunare costituiva la fondazione del famoso Collegio Flanginis a Ve-
nezia, a partire dalla seconda metà del XVII secolo. Lo statuto del collegio preve-
deva che, dopo i corfioti, quali suoi borsisti dovessero essere preferiti i ciprioti.39
Un lascito del nobile cipriota Bernardo Acre, datato 1666, garantiva a due ciprioti
il sostegno economico per gli studi a Venezia e la copertura delle loro spese per
la permanenza presso il Collegio Flanginis.40
La formazione dei giovani ortodossi presso scuole e università occidentali
era considerata, già a partire dal XIV secolo, il modo migliore per influenzarli al
cattolicesimo: gli studenti emigrati, dopo aver vissuto per vari anni soprattutto
nelle città universitarie italiane avrebbero poi diffuso le consuetudini e il dogma
latino una volta tornati in patria.41 A Cipro comunque, se non altro fra i membri
della nobiltà erudita, le differenze dogmatiche non erano considerate un grave
ostacolo alla reciproca comprensione e all’accordo tra ortodossi e cattolici. Tut-
tavia sappiamo che alcuni studenti provenienti da famiglie ortodosse e trasferitisi
a Padova per gli studi universitari non si laurearono al termine del percorso ac-
cademico per non essere costretti a prestare giuramento al papa, clausola neces-
saria per conseguire il titolo.42 Anche senza ottenere la laurea gli studenti greci
delle università occidentali diventavano veicoli di una formazione umanistica e
scientifica,43 senza però rinunciare all’identità greca e al dogma ortodosso. Questi
studenti, già custodi delle tradizioni bizantine nella propria patria, diventavano
ambasciatori delle idee rinascimentali, veicolando così al contempo un cambia-
mento culturale e un rinforzo dell’identità etnica nel mondo greco che si trovava
sotto governo veneziano.
Successivamente alla conquista ottomana numerosi ciprioti continuarono a
iscriversi all’università di Padova e al Collegio greco di Roma, subendo così,
indubbiamente, l’influenza cattolica. Lo stesso papa Gregorio XIII (1572-1585)
fu promotore di una politica di proselitismo nei confronti degli ortodossi con
l’obiettivo di unire in un fronte comune i cristiani contro i turchi. Per attuare que-

38. Del Negro, L’età moderna, pp. 140-141.


39. Si veda Karathanassis, Η Φλαγγίνειος σχολή. Tommaso Flanginis, il cui lascito diede ori-
gine al Collegio, era figlio di un corfiota e di una cipriota. A prova del maggior attaccamento alla
patria cipriota, il Flanginis scelse di portare il nome della madre.
40. Kitromilides�� , Κυπριακή λογιοσύνη, p. 49.
41. Tsirpanlis��, Το ελληνικό κολλέγιο της Ρώμης, p. 25.
42. L’obbligo del giuramento fu abolito nel XVII secolo; Ploumides, Οι βενετοκρατούμενες
ελληνικές χώρες, p. 72; Holton, History of neglect, p. 83.
43. Si vedano le considerazioni di Nicolas Panayiotakis nella sua prefazione in Ανέκδοτα
έγγραφα, Ι, p. x.
140 Cipro veneziana

sta politica fondò, nel 1576, il Collegio dei Greci di Roma, dedicato a Sant’Ata-
nasio, scuola che mirava anche a colmare il vuoto di preparazione erudita dell’éli-
te greca trovatasi sotto dominio ottomano.44 Al momento della fondazione del
Collegio, sacerdote officiante della chiesa di Sant’Atanasio ad esso annessa fu
nominato il cipriota Germano Cousconari, egumeno (abate), prima della conqui-
sta turca di Cipro, del monastero di San Giovanni Crisostomo di Kutsovendis e,
successivamente alla caduta dell’isola, vescovo ortodosso di Limassol. Nel 1595
Cousconari divenne
il primo vescovo orientale inserito nella struttura canonica della Chiesa occiden-
tale con uno statuto teologico e giuridico elaborato in trent’anni dalla Congrega-
zione postridentina per la riforma dei fedeli di rito greco e dei monaci basiliani
viventi in Italia.45
Il Collegio di Sant’Atanasio fu frequentato, fino al 1700, da 51 studenti ci-
prioti.46 Secondo Tsirpanlis fra gli studenti greci dei collegi latini l’amor patrio
prevaleva sugli altri sentimenti e l’accettazione di alcune nozioni dogmatiche e
consuetudini della Chiesa latina era giustificata dal velato obiettivo di guadagnare
l’appoggio dei potentati occidentali per la liberazione dal dominio ottomano.47

2. Produzione letteraria

Le tradizioni artistiche e letterarie elaborate nei secoli all’interno dei terri-


tori dell’impero bizantino, e in particolar modo nella sua capitale, riuscirono a
sopravvivere alla caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio 1453. Esse
migrarono nelle colonie greche dello stato da mar veneziano dove si fusero con
i canoni estetici rinascimentali dell’Occidente.48 Soprattutto a Creta e nelle isole
dello Ionio, ma anche a Cipro sebbene in misura più limitata a causa della preco-
ce conquista ottomana, la sensibilità culturale, figlia dell’incontro fra Occidente
e Levante, portò alla creazione di capolavori unici per bellezza e stile. La tesi in
base alla quale gli avvenimenti del 1453 rivestirono importanza capitale per la
cultura europea risale allo stesso secolo XV e per molto tempo è stata portata a
spiegazione per le eccezionali caratteristiche del Rinascimento. La caduta di Co-
stantinopoli, secondo questa visione, provocò l’emigrazione in Italia degli eruditi

44. �������������������������������������������������������������������������������������������������
Tuttavia i primi iscritti al Collegio Greco di Roma provenivano in realtà da territori governati
dai veneziani e non vi sono testimonianze di studenti di territori greci sotto dominio ottomano. �������
Il Col-
legio sospese la sua funzione nel periodo 1802-1845, ma resta ancora in funzione sotto la direzione
dell’ordine dei benedettini; Tsirpanlis, Το ελληνικό κολλέγιο της Ρώμης, p. 27-40. Alcuni dei prelati
ciprioti, che si ordinarono vescovi sull’isola subito dopo la conquista ottomana, avevano frequentato
il Collegio di Sant’Atanasio; si veda Chatzipsaltis, Ο κύπριος επίσκοπος Αμαθούντος.
45. Peri, Cousconari Germano, p. 510.
46. Tsirpanlis, Το ελληνικό κολλέγιο της Ρώμης, p. 159-160.
47. Tsirpanlis��, Μορφές επικοινωνίας, p. 229.
Garidis, La peinture chypriote, p. 25; De Simony, Un demi-millénaire de périégèse chy-
48. ���������
priote, p. 320.
Culture e intercultura 141

greci che, portando con sé la lingua e la letteratura greca, stimolarono la rinascita


degli antichi saperi e criteri estetici.49 Quanto a Cipro, sebbene l’influenza degli
esuli costantinopolitani non si fosse manifestata in modo tanto esplicito nella
produzione letteraria, sicuramente il loro arrivo rinnovò i legami culturali con
la sensibilità bizantina.50 Durante il periodo del governo veneziano a Cipro si
coltivarono, stando sulle opere che ci sono pervenute, componimenti soprattutto
di storia e di poesia.51 La produzione letteraria a Cipro rimase limitata mentre
invece a Creta, dove l’amministrazione veneziana durò molti secoli e le influenze
culturali occidentali erano radicate nella popolazione grazie anche alla presenza
di numerosi coloni veneziani, lo spirito del Rinascimento ebbe tempo di maturare
e risultò in numerose opere di diversi tipi letterari.
Il periodo di transizione dalla morte di re Giacomo II fino al consolidamen-
to del potere veneziano a Cipro si presenta privo di qualsiasi tipo di produzio-
ne letteraria originale. Le opere letterarie cipriote datano piuttosto dal secondo
decennio del Cinquecento, più di mezzo secolo dopo i drammatici eventi della
guerra civile fra Giacomo II e Carlotta e la guerra per la riconquista di Famagosta
da parte dei genovesi, eventi che avrebbero potuto suscitare ispirazione creativa.
Successivamente, la conquista ottomana fermò improvvisamente il lento proces-
so di sviluppo delle forme creative originali sull’isola in modo così brusco da
permettere agli studiosi di caratterizzare la situazione culturale cipriota come un
«rinascimento perduto»52 che, considerando la produzione letteraria dei ciprioti
nei decenni 1550-1580 sia sull’isola che altrove, avrebbe potuto offrire numerosi
e pregevoli frutti.
Una produzione originale tardò quindi a realizzarsi, ma la conoscenza lette-
raria si diffuse comunque a Cipro durante il Cinquecento mediante la copiatura di
diversi testi precedenti, greci e latini. La raccolta di Constantinides e Browning
sui manoscritti copiati a Cipro offre un’idea della cospicua produzione di testi,
soprattutto liturgici, sull’isola.53 Tuttavia, oltre alla produzione teologica, utile
alle funzioni di chiese e monasteri, si trovano a Cipro copie di autori bizantini
come cronache, grammatiche, testi critici di filosofia e commentari della lettera-
tura antica.54 Il numero dei manoscritti pervenuti a noi assieme a quello stimato
dei manoscritti persi dimostra la notevole produzione dei copisti greci dell’isola.

49.  Burke, Cultura e società, p. 243; Geanakoplos, Bisanzio e il Rinascimento. La caduta


di Costantinopoli privò l’ellenismo dei frutti della tipografia, che in quegli anni si diffondeva in
Europa, perché gli ottomani non permettevano l’attività di tipografie greche. Perciò tutti i libri
greci dei secoli della turcocrazia furono stampati nelle città occidentali e soprattutto a Venezia; cfr.
Tomadakis, Η εν Ιταλία έκδοσις ελληνικών εκκλησιαστικών βιβλίων, pp. 685-686. D’altronde erano
i membri degli alti strati sociali dell’ormai disciolto impero bizantino, trasferitisi da tempo nei paesi
occidentali, a commissionare la pubblicazione di opere letterarie greche; Harris, Being a Byzantine
after Byzantium, pp. 34-35.
Frigerio-Zeniou, L’art “italo-byzantin” à Chypre, p. 226.
50. �����������������
, Ο πνευματικός βίος, p. 1114.
51. ���������
Grivaud��
Kitromilides, Κυπριακή λογιοσύνη, pp. 42-43.
52. ��������������
53. Dated Greek manuscripts.
Holton, A history of neglect, pp. 83-84.
54. ��������
142 Cipro veneziana

Quello attribuito a Franceso Attar sembra essere il primo testo letterario


redatto durante il Cinquecento a Cipro. Il Trattato di Cipri o Relatione del Re-
gno di Cipro o Historia compendiaria del Regno di Cipro,55 fu redatto all’inizio
degli anni 1520 con lo scopo di servire da strumento ai funzionari veneziani che
dovevano conoscere il passato istituzionale della sede loro destinata per poterla
governare meglio. Il Trattato di Cipri presenta una sommaria esposizione della
storia cipriota, molto probabilmente frutto di una rielaborazione di precedenti
opere cronachistiche utilizzate anche da altri scrittori veneziani. Attar si soffer-
ma con particolare attenzione sulla conquista crociata e sulla successione dei
re della dinastia dei Lusignan, sebbene non sembri fornire informazioni troppo
attendibili né per la datazione né per l’interpretazione degli avvenimenti du-
rante i periodi più movimentati del regno.56 Il trattato continua con una concisa
presentazione della morfologia dell’isola, la spiegazione delle istituzioni giuri-
diche e delle tradizioni feudali e una presentazione statistica della popolazione
e della produzione agricola, argomenti per i quali l’autore è più informato e
preciso. Questi ultimi dati furono utilizzati ripetutamente dai successivi rettori
dell’isola nelle proprie relazioni esposte al senato.57 La stretta collaborazione
di Francesco Attar, membro di una delle famiglie della nobiltà cipriota, con
l’amministrazione veneziana, fu riconosciuta da parte delle autorità quando,
nel 1531, fu indicato a partecipare alla commissione per la selezione dei mano-
scritti delle Assise di Gerusalemme da tradurre in italiano. Egli stesso redasse il
rapporto finale, nel quale scriveva che tre dei manoscritti raccolti apparteneva-
no alla sua biblioteca personale.58

55. Si vedano copie a BNM, IT VII 918 (8392), cc. 234r -247r, 251r-269r; MCC, Donà dalle
Rose, n. 45, cc. 212r-242v; edizione del testo in Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp.
519-536. Sul problema della datazione del testo, si vedano Grivaud, Sur la datation du mémoire
de François Attar, pp. 32-33; Αristeidou, Χρονολόγηση, πατρότητα και σημασία. L’opera reca la
dedica al luogotenente Sebastiano Moro (1519-1521). Altrove si indica il luogotenente Silvestro
Minio (1527-1529) quale committente del trattato di Attar: Grivaud, Ο πνευματικός βίος, p. 1128;
Id., Entrelacs Chiprois, p. 235. Sulla famiglia Attar, si veda Rudt de Collenberg, Etudes de proso-
pographie généalogique, pp. 647-648.
Grivaud, Entrelacs Chiprois, pp. 236-238.
56. ���������
57.  Sulle fonti utilizzate da Francesco Attar per stilare il suo trattato, si veda Grivaud, Ο
πνευματικός βίος, pp. 1128-1133. Una parte del suo testo fu trascritto anche dal nobile veneziano
Alessandro Magno, che probabilmente aveva letto precedenti scritti riportanti descrizioni dell’isola
e delle sue consuetudini agricole, religiose e altre; si veda Tenenti, Alessandro Magno alla scoperta
di Cipro, p. 152. Sui particolari archeologici inseriti nell’opera di Attar, si veda Calvelli, Cipro e la
memoria dell’antico, pp. 117-121.
58. Nel 1522 il Consiglio dei Dieci accettò la sua petizione di comprare i villaggio di Apa-
lestra a Messarea; si veda Ανέκδοτα έγγραφα, III, pp. 133-134. Sorprende invece che il figlio di un
personaggio come Attar, indubbiamente colto e apprezzato dalle autorità veneziane, fosse insuf-
ficientemente educato. Geronimo Attar era cancelliere a Nicosia, ma a quanto sembra non aveva
molte competenze, al punto che il provveditore generale Bernardo Sagredo si lamentava del suo
operato: Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 550. Geronimo trafficava reperti antichi: la
sua scoperta a Soloi del sarcofago delle Amazzoni, annotata nel diario del giovane Leonardo Donà
(MCC, Donà dalle Rose, n. 45, c. 153r), è oggi conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna;
cfr. Cavazzana Romanelli, Grivaud, Cyprus 1542, p. 24.
Culture e intercultura 143

Intorno all’anno 1560 fu compilata la Historia overo Commentari de Cipro


da Florio Bustron, membro della stessa famiglia del cronachista quattrocen-
tesco Giorgio Boustronios.59 L’autore della Historia era segretario della can-
celleria di Cipro e i veneziani si servivano spesso delle sue salde competenze
linguistiche e giuridiche, nonché della sua esperienza, nella realizzazione dei
censimenti (“pratichi”) di casali appartenenti alla camera fiscale.60 A lui era sta-
ta affidata la traduzione delle Assise di Gerusalemme dal francese all’italiano,61
incarico di grande prestigio e ulteriore riconoscimento delle sue conoscenze e
abilità da parte delle autorità veneziane. Nonostante le quotidiane dimostrazio-
ni di fedeltà alla Repubblica, Bustron si sentiva legato alla tradizione feudale e
alla gloria del regno di Cipro, il cui passato nobile e antichità culturale voleva
dimostrare. Dedicò infatti la sua opera «alli illustri signori conti, cavaglieri et
nobili ciprii».62 Partecipe della cultura rinascimentale,63 Bustron si allontanò
dalle caratteristiche tardomedievali della scrittura cronachistica basando la sua
narrazione della storia di Cipro sulle opere degli autori classici greci e latini,
vagliate con pensiero critico. La Historia è introdotta dall’esposizione degli
obiettivi del suo autore seguita dall’elenco delle fonti usate e da una presen-
tazione della geografia e della storia di Cipro dall’antichità, con notizie sugli
uomini famosi e i santi originari dell’isola. La narrazione più dettagliata inizia
dal XIV secolo e finisce con la partenza di Caterina Cornaro alla volta di Ve-
nezia, in seguito alla quale, secondo Bustron, «fu redotto il regno di Cipro in
provincia».64 Importanti sono le appendici allegate alla Historia, che includono
i termini usati nell’amministrazione politica ed economica del regno di Cipro e
una spiegazione delle modalità di assegnazione dei feudi legati ai titoli caval-
lereschi del regno.65 Bustron scrisse un altro compendio, dal titolo Ordine della
Secreta di Cipro, in cui spiegava le diverse funzioni amministrative dell’iso-
la offrendo consigli per il loro buon svolgimento, basandosi sulle tradizioni e

Sulla famiglia Bustron, si vedano Rudt de Collenberg, Etudes de prosopographie gé-


59. ������������������������������������������������������
néalogique, pp. 654-655; Grivaud, Ordine della Secreta, pp. 533-541; sui Bustron(-ios), si veda
Nicolaou-Konnari, Greeks, p. 50. Edizione dell’opera a cura di René de Mas Latrie, in Bustron,
Chronique de l’île de Chypre.
60. Nel 1549 effettuò il pratico del casale di Marathassa: si veda Imhaus, Un document dé-
mographique. Nel 1556 tradusse dal francese all’italiano la concessione di un feudo fatto dal re
Giovanni II e contestato da Eugenio Singlitico; Richard, A propos d’un privilège, pp. 128, 131-133.
Diversi esponenti dell’amministrazione veneziana elogiano le conoscenze e le capacità di Florio
Bustron: cfr. Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1156-1157.
61. Di questo incarico si occupò dal 1531 al 1534; si vedano ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289,
f. 17; Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1133-1139; Id., Entrelacs Chiprois, pp. 240-245. Il dossier
della delibera di traduzione delle Assise è stato in parte edito da Mas Latrie, Histoire de l’île de
Chypre, III, pp. 515-518.
62. Bustron��,Chronique de l’île de Chypre, p. 7.
63. Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1158-1162; Id., Entrelacs Chiprois, pp. 260-261, 265.
64. Bustron��,Chronique de l’île de Chypre, p. 458.
65. Editi in appendice, in ibidem, pp. 465-473. La mappa della divisione amministrativa di Ci-
pro, allegata all’opera di Bustron, fu esclusa dall’edizione di René de Mas Latrie; si veda Stylianou,
Stylianou, The history of the cartography, pp. 28, 204.
144 Cipro veneziana

sul diritto in vigore come si era andato componendo con l’affiancamento delle
Assise di Gerusalemme alle prescrizioni della Serenissima (1554).66 Bustron
redasse le proprie opere in italiano sia perché a metà Cinquecento questa era la
lingua più diffusa a Cipro dopo il greco, sia perché intendeva rendere accessi-
bile la propria opera ai veneziani per far loro comprendere il carattere del regno
di Cipro e le istituzioni con cui governarlo.
Del testo di Florio Bustron e di altri trattati riguardanti Cipro presenti
nella biblioteca del reggimento di Nicosia oppure posseduti da privati si servì
il giovane Leonardo Donà per la compilazione di una specie di collazione di
memorie e documenti riguardanti la sua permanenza a Cipro. Il futuro doge
aveva accompagnato sull’isola il padre Giovan Battista, che doveva assumervi
l’incarico di luogotenente per gli anni 1556-1558.67 Durante questo periodo il
ventenne Leonardo percorse tutta l’isola, annotando con particolare cura la si-
tuazione dell’agricoltura, dei contadini, delle fortezze, della milizia, riservando
anche speciale attenzione alle antichità archeologiche,68 per poi compilare, una
volta tornato a Venezia, una Relacione di Cipro.69 Tre codici autografi, conser-
vati alla biblioteca del Museo Civico Correr di Venezia,70 sono il frutto di tali
impressioni ed esperienze, accompagnate alle trascrizioni di documenti origi-
nali da lui eseguite nella cancelleria del regno, alla quale aveva libero accesso
avendo relazioni privilegiate con i governanti. Donà inserì nelle proprie memo-
rie da Cipro una traduzione italiana della cronaca quattrocentesca di Giorgio
Bustronios,71 seguita dal sommario di un’altra cronaca conservata, come egli
scrisse, nella casa di Ercole Podocataro.72 Infatti sia a Ercole che a suo figlio
Ettore Podocataro, membri della nobiltà cipriota che intrattenevano stretti rap-
porti con gli esponenti del Rinascimento veneziano, sono attribuite delle cro-
nache riguardanti la storia del regno di Cipro, redatte avvalendosi delle stesse
fonti usate anche per la stesura dell’opera che venne conosciuta con il nome del
collezionista veneziano Francesco Amadi.73 Nel decennio 1550-1560 fu invece
realizzata la traduzione in italiano anche dell’opera di Leontios Machairas che
rimase conosciuta sotto il nome di Diomede Strambaldi, visconte di Nicosia nel
1555-1556, che possedeva la copia pervenutaci.74

66. Edito in Grivaud, Ordine della Secreta, pp. 560-592.


Seneca, Il Doge Leonardo Donà, pp. 13-27; Cozzi, Leonardo Donà, pp. 757-771.
67. ��������
68.  Grivaud, Le vénitien Leonardo Donà; Calvelli, Cipro e la memoria dell’antico, pp.
123-125.
Donà ha lasciato una sorta di indice dell’opera che intendeva compilare in MCC, Donà
69. ��������������������������������������������������������������������������������
dalle Rose, n. 215, c. 70r.
70. Ivi, n. 45, n. 46, n. 215.
71. Ivi, n. 45, cc. 1r-54r; Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1146.
72. MCC, Donà dalle Rose, n. 45, cc. 65r-88r.
73. Si veda Todini, Amadi, Francesco, dove Amadi è considerato l’autore della cronaca. Edi-
zione dell’opera da René de Mas Latrie, in Chroniques d’Amadi et de Strambaldi, I, pp. 1-517;
Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1148-1153.
74. ASV, Senato, Mar, reg. 33, c. 23v; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 40; ASV, Senato,
Dispacci, filza 1, 8 ottobre 1556. Fu edita da Renè de Mas Latrie, in Chroniques d’Amadi et de
Culture e intercultura 145

Le opere storiografiche stilate a Cipro nella seconda metà del Cinquecento


furono sicuramente più numerose di quanto fu salvato nel tempo, ma la distru-
zione delle biblioteche della nobiltà locale durante la conquista ottomana ci ha
privato dell’erudizione rinascimentale dei ciprioti. Da rilevare il fatto che nes-
suna delle produzioni storiografiche cinquecentesche tratta dell’organizzazione
politica, amministrativa ed ecclesiastica di Cipro sotto governo veneziano, ma
tutte si concentrano sugli eventi del periodo del regno franco fino all’inserimen-
to dell’isola nello stato da mar. I letterati ciprioti del XVI secolo rimangono
legati alla glorificazione della storia del regno dei Lusignan diversi decenni
dopo l’inserimento di Cipro fra i possedimenti della Serenissima. Questo rivela
il loro attaccamento all’identità cipriota che veniva ancora riconosciuta nelle
eredità tramandate dai regni crociati del Medio Oriente. Tuttavia, grosso modo
a partire dalla seconda metà del XV secolo non disponiamo di testi in lingua
francese, il che sottolinea l’intensificarsi dei rapporti che il regno aveva stretto
con centri di potere nella zona geografica della penisola italiana, come la curia
romana e le repubbliche di Genova e di Venezia. I principali fautori di questo
progressivo abbandono della lingua francese erano forse i giovani ciprioti che
frequentavano le università italiane, nonché i numerosi italofoni, mercanti o
professionisti, presenti sull’isola in sempre maggior numero nel corso dei se-
coli, che rappresentavano i veicoli di trasmissione della cultura italiana fra la
popolazione locale.
Le uniche due opere che si occupano dell’organizzazione cinquecentesca
di Cipro sono l’Ordine della Secreta di Florio Bustron è la Chorograffia et bre-
ve historia universale dell’isola de Cipro di Stefano Lusignan. Quest’ultima
fu pubblicata in italiano a Bologna, nel 1573, e in traduzione francese a Parigi,
sette anni dopo.75 L’autore, discendente da un ramo cadetto della famiglia re-
ale di Cipro, oltre a una breve descrizione della storia del regno, presenta un
trattato sulla società cipriota, sulle origini dei diversi gruppi etnico-religiosi
che la componevano, sulle istituzioni, sulle produzioni agricole, offrendo in-
teressanti approfondimenti mai trattati prima e fondamentali per lo studio dei

Strambaldi, II, pp. 1-289; Si veda Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1146-1147. L’attaccamento
alla storia del regno dei Lusignan è provato anche dalla traduzione di una piccola opera anonima in
francese, riportante la successione dei re di Cipro e alcuni fatti salienti dei regni di Gerusalemme e
di Cipro; edizione del testo in italiano in Grivaud, Une petite chronique chypriote, pp. 322-336; cfr.
Id., Entrelacs Chiprois, pp. 201-203.
75.  Com’egli stesso indica nell’avvertenza ai lettori dell’edizione della sua Description de
toute l’isle de Cypre, la sua opera pubblicata precedentemente in italiano fu criticata per non essere
stata dedicata ai duchi di Savoia o alla Repubblica veneziana e per non aver ripreso gli eventi de-
scritti nella storia di Giorgio Boustronios. Alla prima accusa rispondeva di aver dedicato la sua ope-
ra alla Francia, perché era la prima patria dei Lusignan, mentre alla seconda rispondeva che una più
lunga narrazione avrebbe aumentato di molto il volume della sua opera. A chi fosse interessato ad
approfondire nella storia del regno di Cipro, Lusignan consigliava la lettura delle cronache greche
di Machairas e Boustronios: Lusignan, Description, c. 291v. Per alcune considerazioni sull’opera
di Stefano Lusignan, si veda Zink, Groupes nationaux, sociaux et religieux. Per la traduzione greca
dell’opera, si veda Stathi, Η ελληνική μετάφραση της Χωρογραφίας.
146 Cipro veneziana

costumi e delle consuetudini del popolo cipriota nel XVI secolo. Perciò il va-
lore dell’opera del Lusignan è grande nonostante alcune imprecisioni ed esa-
gerazioni che essa contiene.76
Le opere di Attar, Bustron e Lusignan sono la prova della diffusione fra la
popolazione cipriota della cultura italofona che sostituì presto l’utilizzo del fran-
cese, lasciando però, benché limitato, uno spazio di creazione letteraria al greco.
Infatti, la più importante conquista del periodo fu la consapevolezza del valore
della cultura locale, che diede seguito alla produzione letteraria iniziata nel secolo
precedente con le cronache scritte nel dialetto cipriota da Leontios Machairas e da
Giorgio Boustronios. Questa consapevolezza è evidente nella composizione, sem-
pre nel dialetto greco di Cipro, realizzata da uno o più poeti, probabilmente a Ve-
nezia o nella Terraferma, di 156 poemi conosciuti con il titolo convenzionale Rime
d’amore o Canzoniere cipriota. Le poesie, che rivelano una chiara influenza dallo
spirito rinascimentale, trassero manifesta ispirazione – anzi in alcuni passi sono in
realtà vere e proprie traduzioni – dai componimenti di diversi autori italiani, come
Petrarca, Jacopo Sannazaro, Pietro Bembo, Ludovico Ariosto, Baltassarre Casti-
glione, Serafino dall’Aquila e altri,77 pur seguendo anche le locali convenzioni di
sensibilità ed espressione simbolica.78 L’opera, purtroppo pervenutaci anonima,79
è prova dell’altissimo livello di erudizione di almeno una fascia della società ci-
priota. Questo gruppo di ciprioti colti non poteva che provenire dalle nobili fami-
glie, molti membri delle quali si erano formati in Italia, soprattutto all’università
di Padova, possedevano importantissime collezioni di libri e intrattenevano dei
rapporti di amicizia con rappresentanti del Rinascimento italiano. La collezione
poetica del Canzoniere evidenzia non solo il fatto che nel Cinquecento a Cipro le
opere di Petrarca e di altri grandi autori italiani fossero studiate e rappresentassero
fonte d’ispirazione letteraria, ma anche, e forse più significativamente, che gli alti
ceti sociali del regno si erano a tal punto assimilati alla cultura greca dell’isola da
poter usare nelle proprie opere letterarie l’idioma locale. Infatti, il componimento
di queste poesie elevò il dialetto cipriota a lingua letteraria e possiamo supporre
che l’autore avesse presente la disputa filologica aperta in Italia dall’inizio del XVI
secolo sulla “questione della lingua” e sulla prevalenza della lingua volgare sul

76. Grivaud�� , Ο πνευματικός βίος, pp. 1190-1204.


77. L’edizione critica del manoscritto, custodito nella Biblioteca Nazionale Marciana (GR
IX, 32), fu pubblicata da Themis Siapkara-Pitsillidou e quindi seguì una notevole profusione di
studi sull’opera e il suo valore letterario e storico. Si vedano Siapkara-Pitsillidou, Le pétrarqui-
sme en Chypre; Chatziioannou, Ο ποιητής των κυπριακών ερωτικών ποιημάτων; Pecoraro, Primi
appunti sul canzoniere petrarchista; Mathiopoulou-Tornaritou, Lyrik der Spätrenaissance auf
Zypern; Marcheselli-Loukas, Ρίμες αγάπης; Rozanis, Η παρουσία του Πετράρχη στην Κύπρο.
Per un’approfondita introduzione, si vedano Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1115-1128; Id.,
Entrelacs Chiprois, pp. 223-235.
78. Kitromilides, Bridges to the Renaissance, p. 40.
79. Probabilmente si trattava di un membro delle famiglie Flatro, Podocataro, Bustron o Zac-
caria. Fra i versi l’autore deplora il fatto che non potrà più vedere la sua patria, il Chition di Cipro,
il suo paradiso terrestre, ma questa icona potrebbe essere soltanto un topos letterario; Grivaud, Ο
πνευματικός βίος, pp. 1117-1118, 1127.
Culture e intercultura 147

latino.80 In dialetto cipriota fu tradotta nel Cinquecento anche l’opera trecentesca


Fior de Virtù, presumibilmente redatta dal frate bolognese Tommaso Gozzadini.81
Il compendio didattico-morale, che nella sua versione cipriota ebbe il titolo Αθθός
της Αρετής,�����������������������������������������������������������������������
era stato precedentemente tradotto in greco. Le diverse traduzioni ef-
fettuate a Cipro durante il Cinquecento sono indicative dell’altissimo livello di ap-
proccio interculturale maturato sull’isola nel corso dei secoli XV-XVI. Daltronde
è generalmente accettato, per dirla con Holton, che le traduzioni di opere letterarie
sono il mezzo con cui informazioni, idee, credenze e gusti si trasmettono da una
cultura all’altra.82
Il livello di educazione ed erudizione sull’isola era sufficientemente alto, come
dimostra l’attenzione alla formazione dei giovani nelle frequenti richieste di as-
sunzione di maestri, il grande numero di studenti iscritti alle università italiane, la
proliferazione della produzione di copisti. Tuttavia, come abbiamo visto, la produ-
zione letteraria originale, almeno quella a noi nota, è molto esigua. Solo con l’avvio
della guerra che avrebbe portato alla conquista ottomana di Cipro aumentarono
le composizioni di opere, ovviamente incentrate sull’evento. I testi che trattavano
la drammatica perdita subita dalla Serenissima negli anni 1570-1571 avevano un
pubblico più ampio e, sebbene in alcuni casi non fossero pubblicati, le copie dei
manoscritti ebbero larga diffusione. Numerosi sono i testimoni oculari degli assedi
di Nicosia e di Famagosta che descrissero, soprattutto in italiano, i fatti che condus-
sero all’espugnazione delle due principali città dell’isola.83 I loro testi furono spesso
redatti su richiesta di altri e hanno di solito uno stile diaristico. Tali opere miravano
a sensibilizzare l’opinione pubblica europea affinché questa spingesse i potentati a
organizzare una nuova crociata contro i musulmani, oppure almeno a sovvenziona-
re i ciprioti per riscattare i familiari rimasti prigionieri degli ottomani.
I ciprioti che continuarono, dopo la conquista ottomana, a intrattenere
rapporti con gli ambienti universitari italiani, prevalentemente a Padova, a

, Ο πνευματικός βίος, p. 1123.


80. ���������
Grivaud��
81. Άνθος των Χαρίτων.
Holton, History of neglect, p. 88.
82. �������
83. Travels in the island of Cyprus, pp. 161-196; Hill, A history of Cyprus, III, pp. 1052-
1055; Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1172-1181. Si ricordano indicativamente le seguenti
opere con descrizioni dell’assedio e della presa di Nicosia e di Famagosta: Zuan Falier, Relationi
della presa di Nicosia; Giovanni Sozomeno, Narratione della guerra di Nicosia fatta nel Regno
da’ Turchi l’anno 1570; Filippo Membré, Warhafftige und unterschiedliche Beschreibung; Nestor
Martinengo, Relatione di tutto il successo di Famagosta; frate Angelo Calepio, Vera et fidelis-
sima narratione del successo dell’espugnatione, et defensione del Regno de Cipro; Alessandro
Podocataro, Relatione de’ successi di Famagosta dell’anno 1571; frate Agostino, Relation della
perdita di Famagosta; Angelo Gatto, Narratione del terribile assedio e della resa di Famagosta
nell’anno 1571; Pietro Valderio, La guerra di Cipro. È andata persa invece l’opera di Solomon
Rodinos che raccontò le disgrazie subite dall’isola nei 15 anni dopo la conquista da parte degli
ottomani. Rodinos accompagnava le sue narrazioni da disegni fatti da egli stesso; Grivaud, Ο
πνευματικός βίος, pp. 1168-1169. Unica opera redatta in greco sugli eventi della conquista otto-
mana di Cipro è Il lamento di Cipro, in 777 versi, pubblicata per la prima volta da Simos Menar-
dos nel 1906; si veda Ο θρήνος της Κύπρου.
148 Cipro veneziana

Venezia e a Roma, non mancarono di lasciare creazioni letterarie di grande


valore.84 In questo gruppo si inseriscono le opere di Giasone Denores, pro-
fessore di retorica e di filosofia etica a Padova,85 di Neofito Rodino, prolifero
scrittore storico e religioso,86 e di Enrico Caterino Davila, autore della storia
delle guerre francesi.87 L’alto livello di erudizione che traspare dalle opere cin-
quecentesche di letterati ciprioti dimostra ancora una volta quanto è infondata
la teoria promossa nel passato dalla storiografia, secondo la quale il governo
veneziano avesse portato a Cipro desolazione e oscurantismo in tutti gli ambiti
della vita sociale.

3. Plurilinguismo

Alla fine del XIII secolo, in seguito all’avanzata mamelucca nei territori oc-
cupati dai crociati, molti cristiani siriani si trasferirono a Cipro, che rappresentava
l’ultimo regno crociato in Medio Oriente, portando con sé le tradizioni e la cultu-
ra orientali. Il loro numero aveva legittimato la concessione di diversi privilegi da
parte dei re Lusignan, fra cui anche il diritto di giurisdizione attraverso un proprio
giudice, chiamato rais.88 Tuttavia, sebbene il giudice della corte dei siriani avesse
un titolo arabo, non si è certi se questa popolazione fosse veramente composta da
arabi. È molto più probabile, invece, che il rais giudicasse quel gruppo di discen-
denti dei primi crociati, che si erano talmente inseriti nell’ambiente levantino da
essersi in qualche misura allontanati dalla cultura occidentale. Questo si giustifica
inoltre con il fatto che la corte del rais giudicava sulla base del diritto delle Assise
di Bassa Corte, scritto in francese e usato anche dal visconte per l’amministrazio-
ne della giustizia fra i “borghesi” del regno.
In ogni caso, a partire dal VII secolo, le invasioni arabe e i conseguenti spo-
stamenti di popolazione avevano portato alla creazione di una seppur esigua pre-
senza di musulmani a Cipro e creato le condizioni affinché una parte dei ciprioti
imparasse l’arabo. In alcune occasioni la popolazione dell’isola fu trasferita in
gran numero sulle coste orientali del Mediterraneo e da lì gruppi di arabi mos-

84. Si vedano le concise notizie offerte da Neofito Rodino, nella sua opera sugli illustri ciprioti
del suo tempo, in Valetas, Νεόφυτος Ροδινός, pp. 200-204.
85. Si veda la sua orazione al doge Sebastiano Venier, nella quale viene esposto il patriottismo
dei nobili ciprioti contro gli ottomani, in Panayiotakis, Ιάσων Δενόρες; Denores, Discorso sopra
l’isola di Cipri. Il Venier era stato a Cipro, nel 1558, quale provveditore generale e sindico in Orien-
te: Panciera, Il governo delle artiglierie, p. 78.
86. Gregoriou�� , Σχέσεις Καθολικών και Ορθοδόξων, p. 237; Valetas, Νεόφυτος Ροδινός.
87. Accenni biografici in Benzoni, La fortuna, la vita, l’opera di Enrico Caterino Davila, p.
308. Sull’influenza dell’opera del Davila sul pensiero politico veneziano si veda Bowsma, Venice
and the political education, pp. 449-451; Nicolaou-Konnari, Κύπριοι της διασποράς στην Ιταλία,
pp. 222-223.
88. Moschonas, Ετερόγλωσσοι πληθυσμοί, p. 127. I siriani si trasferirono a Cipro così nume-
rosi che i loro parenti e amici dovettero dichiarare di non conoscerli perché non erano in grado di
offrire ospitalità a tutti; si veda Richard, Le peuplement latin, p. 172.
Culture e intercultura 149

sero verso l’isola, portando al mutuo influenzamento culturale e linguistico.89 Si


può supporre che, nonostante le successive restituzioni alle patrie d’origine, al-
cuni scegliessero di rimanere nel luogo dove erano emigrati. Le comunità siriane
stabilitesi definitivamente sull’isola furono integrate sia socialmente che religio-
samente con il resto della popolazione ortodossa di Cipro, ma conservarono la
conoscenza dell’arabo. Dalla quotidiana interazione con queste popolazioni si
diffuse, soprattutto nelle città portuali, la conoscenza dell’arabo anche fra i ci-
prioti, sebbene non a livello generalizzato. Il cronachista quattrocentesco Leon-
tios Machairas riporta che per la comunicazione con il patriarcato di Antiochia,
da cui la Chiesa cipriota per qualche periodo dipendeva, si serviva del siriaco,
alludendo inoltre al fatto che tale lingua fosse diffusa fra la popolazione per le
necessità religiose.90 Tuttavia non sarebbe prudente prendere alla lettera la dichia-
razione di Machairas, oltre al punto dell’esistenza a Cipro di qualche interprete
intermediatore che aveva le capacità linguistiche necessarie per l’espletamento
delle relazioni fra la Chiesa locale e il patriarcato.
La decadenza politica dell’impero bizantino, protrattasi nei secoli successivi
alle invasioni arabe, provocò l’allentamento dei rapporti dell’isola con l’ammini-
strazione centrale. Il padre Jean Darrouzès, illustre studioso di manoscritti copiati
o transitati a Cipro durante il periodo medievale, sostenne a proposito che dopo il
X secolo Cipro intratteneva rapporti più ravvicinati e frequenti con la Palestina e
con i territori crociati che non con il centro culturale bizantino di Costantinopo-
li.91 La vicinanza culturale nonché geografica con il Medio Oriente si rinforzò in
seguito alle crociate. Per via della stessa composizione multiculturale della popo-
lazione, in tutti i regni crociati il multilinguismo era un fenomeno assai diffuso.
Già nel corso di una sola generazione i franchi trasferitisi in Oriente avevano
stabilito stretti rapporti con la popolazione indigena e, in qualche misura, erano
in grado di comunicare in arabo per motivi diplomatici, politici e soprattutto eco-
nomici.92 Le differenze di ceto e di religione rendevano comunque difficile una
totale integrazione linguistica fra la popolazione, il che significava la creazione
di un gruppo di intermediari, bilingui o plurilingui, che fungevano da interpreti
fra i crociati e la popolazione autoctona.93 Nella comunicazione quotidiana nei

89. Sugli spostamenti di gruppi di popolazioni da e per Cipro durante le invasioni arabe, si ve-
dano Tahar Mansouri, Déplacement forcé, pp. 108-111; Hill, A history of Cyprus, I, p. 281; Guillou,
La géographie historique, pp. 15-16; Hill, A history of Cyprus, I, pp. 290-291, 305.
90. Si veda la testimonianza di Machairas, Εξήγησις της γλυκείας χώρας Κύπρου, p. 124: «[…]
perciò occorreva che noi sapessimo il greco, per scrivere al basileus, e il siriaco, per il patriarca,
e così studiavano i loro figli e così funzionava l’amministrazione fiscale con il siriaco e il greco,
finché i Lusignan presero il luogo […]» (traduzione libera).
Darrouzès, Autres manuscrits originaires de Chypre, pp. 132-133. Il santo Neofito Encleisto,
91. �����������
che trascorse una vita di eremitaggio in una caverna nella provincia di Pafos, era comunque ben infor-
mato sugli avvenimenti della sponda orientale del Mediterraneo e lasciò nei propri scritti notizie det-
tagliate sulla caduta di Gerusalemme da parte di Saladino, sui danni causati dal terremoto del 1171 ad
Antiochia e su altri eventi accaduti nel Levante: Mango, Chypre carrefour du monde byzantin, p. 13.
Attiya, Knowledge of Arabic in the Crusader States, p. 204.
92. ��������
93. Ibidem, p. 206; Rudt de Collenberg, Les premiers Podocataro, p. 164.
150 Cipro veneziana

territori crociati si usavano prevalentemente l’arabo, il francese, il greco e l’ita-


liano nelle loro diverse forme dialettali, ma il latino non era altrettanto diffuso.94
Ovviamente la lingua della nobiltà era il francese, che serviva in ogni caso a chi
voleva integrarsi negli alti ceti sociali.95
Seguendo quindi il paradigma degli altri regni crociati, anche a Cipro si era-
no creati i presupposti per lo sviluppo di un gruppo abbastanza nutrito di persone
con molteplici capacità linguistiche. Non stupisce dunque che nel 1335 il pel-
legrino Giacomo di Verona scrivesse nel proprio diario che i ciprioti parlavano
il greco, ma conoscevano anche l’arabo e il francese.96 La diffusione dell’arabo
sussisteva in qualche misura a Cipro ancora durante il XV secolo e parzialmente
nel XVI. Sebbene non vi siano notizie di scuole specializzate nell’insegnamento
dell’arabo o di maestri che se ne occupassero, la conoscenza empirica di questa
lingua era così diffusa da includere anche gli alti ceti sociali. Pare che nel corso
delle battaglie contro i mamelucchi, nel 1426, il re Giano fosse riuscito a scampa-
re alla morte gridando in arabo «Ana al-Malik», che vuol dire “sono il re”.97
La caduta degli ultimi baluardi cristiani sul litorale siropalestinese portò gli
istituti di credito e gli operatori del commercio, che continuavano a controllare
il traffico delle merci orientali con l’Occidente, a stabilirsi a Famagosta. Vene-
ziani, genovesi, anconetani, fiorentini, pisani, catalani, marsigliesi aumentarono
la densità della popolazione occidentale sull’isola, in particolar modo di quella
italofona. La presenza di molti forestieri di varia provenienza non solo sviluppa-
va il carattere cosmopolita di Cipro, ma creava anche le premesse per una diffusa
differenza linguistica che avrebbe ostacolato le comunicazioni, se non si fosse
potuto contare su un gruppo di persone bilingui o multilingui che colmasse le
difficoltà di comprensione reciproca. Il viaggiatore tedesco Ludolf von Sudheim,
trovatosi sull’isola negli anni 1336 e 1341, descrisse così la locale situazione lin-
guistica: «omnia totius mundi audiuntur et leguntur et loquuntur et in specialibus
scolis docentur omnia ydeomata cuncta»;98 sfortunatamente non conosciamo i
dettagli sull’organizzazione di queste speciali scuole linguistiche e sui maestri
che vi insegnavano.
Quindi, parallelamente alle lingue “ufficiali”, che erano il francese, il lati-
no e il greco, i notai e gli scrivani del regno di Cipro dovevano almeno capire
anche i vari dialetti arabi, armeni e italiani, che erano le lingue usate dalle co-
munità più numerose fra la popolazione.99 I membri delle diverse confessioni

Richard, Le plurilinguisme dans les actes, pp. 1-3.


94. ���������
Jacoby, Knightly values and class consciousness, pp. 161-162.
95. ��������
96.  Excerpta Cypria, p. 17. «Quia omnes de Cypro loquuntur grecum, bene tamen sciunt
saracenicum et linguam francigenam, sed plus utuntur lingua greca»: cit. in Maltezou, Η περιπέτεια
ενός ελληνόφωνου βενετού, p. 220.
97. �����������
Machairas�� , Εξήγησις της γλυκείας χώρας Κύπρου, p. 401; Irwin, Οι εισβολές των Μαμε-
λούκων, p. 173.
Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, II, p. 216; Excerpta Cypria, p. 20.
98. ������������
99. Schreiner��,Παρατηρήσεις στις πολιτιστικές σχέσεις, p. 81. Numerosi manoscritti provenienti
da Cipro conservano annotazioni o inserti in una delle lingue parlate sull’isola, mentre il resto del
Culture e intercultura 151

redigevano i propri atti nella lingua usata dalla rispettiva gerarchia ecclesiasti-
ca, mentre i mercanti stranieri, che si trovavano per i propri traffici sull’isola,
affidavano la stesura dei documenti a notai loro compatrioti o almeno a persone
che conoscevano il proprio idioma. Inizialmente la lingua con cui si esprimeva
la volontà reale, rispecchiata nelle leggi dell’Alta Corte e nella diplomazia, era
il latino, ma già dai primi decenni del XIII secolo sia i regnanti che gli scrivani
conoscevano questa lingua solo sommariamente, se non affatto.100 In ogni caso,
tutti i processi giudicati dalla Bassa Corte venivano trascritti in francese, lingua
franca di tutte le popolazioni degli stati crociati, e non in latino.101
La componente greca, che rappresentava la maggioranza della popolazione
cipriota, riusciva ad assimilare gli elementi estranei che vi si inserivano, finché
la gestione dell’amministrazione non passò ai Lusignan e ai loro sostenitori occi-
dentali.102 Per un periodo da quando il regno dei Lusignan si instaurò a Cipro, il
gruppo grecofono e quello francofono della popolazione rimanevano abbastanza
distinti, essendo i greci esclusi dal ceto nobiliare. Con il tempo l’aumento del-
le occasioni di interazione portò anche al reciproco influenzamento linguistico.
Isolata dal mare, la popolazione di Cipro si trovava in qualche modo protetta
dall’evoluzione linguistica che investiva i territori in cui si usavano il greco e il
francese, le due lingue maggiormente parlate dai ciprioti fino alla seconda metà
del XV secolo. Per l’isolamento geografico, oltre che politico, il greco conosciu-
to dalla popolazione di Cipro diventava sempre più dialettale, mancando spesso
sull’isola gli insegnanti della lingua dotta. Per questo motivo i cronachisti del XV
secolo, Machairas e Boustronios, scrissero le proprie opere nel dialetto cipriota,
che era il greco compreso dai loro lettori, sia greci che occidentali, ai quali i due
autori si rivolgevano.103 Col tempo il francese iniziò a perdere l’importanza che

testo è redatto in un’altra. Alcuni documenti riportano note in greco con caratteri latini, che evidenzia
il fatto che i latini di Cipro sapevano parlare il greco, ma forse non sapevano scriverlo adeguatamente.
Si veda quanto riguarda Ugo Busac, in Maltezou, Η περιπέτεια ενός ελληνόφωνου βενετού, p. 222.
100. ���������������������������������������������������������������������������������������������
Il primo atto redatto in francese data 1234 e tratta di argomenti di amministrazione interna
del regno; si vedano Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, p. 638; Richard, Le plurilinguisme
dans les actes, p. 4. Nel 1338 il trattato stipulato fra il regno di Cipro e i genovesi era stato redatto
«�������������������������������������������������������������������������������������������������
tam in latino quam in galico ydiomate������������������������������������������������������������
»�����������������������������������������������������������
. Nel 1365 Philippe de Mézières, nella veste di grande can-
celliere del regno di Cipro, stipulò in nome del re Pietro I un trattato di pace con i genovesi, gli articoli
del quale, dopo la discussione fatta oralmente in italiano e francese, furono scritti su pergamena in
latino. Successivamente il trattato fu tradotto in francese e mostrato al re per conferma. D’altra parte
la corrispondenza con i selgiuchi del sultanato d’Iconio, spedita negli anni 1214-1216, e la pace stipu-
lata con l’emiro di Candeloro, nel 1450, erano redatte in greco. Questo prova la presenza di scrivani
greci nella cancelleria del regno dei Lusignan, non essendo il turco una lingua allora conosciuta in
Occidente. I sultani invece disponevano di interpreti dal greco, una lingua molto diffusa nei territori
che i selgiuchi andavano conquistando; si vedano Moschonas, Ετερόγλωσσοι πληθυσμοί, pp. 139-140,
143; Nicolaou-Konnari, Η γλώσσα στην Κύπρο, pp. 32-33, 36-37.
101. ������������������
Nicolaou���������� , Η γλώσσα στην Κύπρο, p. 34.
-���������
Konnari��
102. Moschonas, Ετερόγλωσσοι πληθυσμοί, p. 136.
103. Lo stesso obiettivo di rendere accessibile al largo pubblico la propria opera aveva anche
Marin Sanudo scrivendo i propri Diarii in volgare, nonostante il rimprovero di quelli che preferiva-
no la storia della Repubblica scritta in latino; Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 224, 227.
152 Cipro veneziana

aveva fra la popolazione e le magistrature del regno Lusignan, anche a causa


della difficoltà della popolazione francofona di rinnovarsi con nuovi membri.104
Il greco poté così soverchiare la lingua dei regnanti e penetrare nella corte, in
parallelo con l’ascesa sociale dei locali. In tali circostanze si presentò l’esigenza
di tradurre le leggi del regno, se non altro quelle che potevano interessare i gre-
cofoni, ovvero le Assise della Borghesia o della Bassa Corte.105 D’altra parte il
frequente passaggio e la permanenza sull’isola di persone provenienti soprattutto
dalle repubbliche marinare italiane e dal Levante, che parlavano altre lingue, e la
convivenza di questi forestieri con la popolazione locale, portò inevitabilmente
alla crescente influenza dei patrimoni linguistici greci e francesi di Cipro106 e ai
prestiti dall’arabo e dall’italiano, soprattutto nella sua versione veneziana.107 Le
influenze subite dalla lingua greca, che comunque riguardavano soltanto il lessico
e non la sintassi,108 ne ridussero l’omogeneità fino a spingere Leontios Machairas
a scrivere che il greco del suo tempo includeva così tanti idiomi stranieri da non
capire esattamente quale fosse la lingua parlata dai ciprioti.109
Quindi, a partire dalla prima metà del XV secolo, iniziò da parte della cultura
greca l’assimilazione dei francofoni e delle istituzioni che avevano origine nel
Levante crociato, muovendo lentamente verso la progressiva ellenizzazione del
regno dei Lusignan.110 Quando Cipro fu inserita nello stato da mar le differenze
di provenienza culturale, confessionale o geografica, almeno per quanto riguarda
gli alti ceti sociali, avevano già perso le connotazioni che avevano nel regno dei
Lusignan. Nel Cinquecento la diffusione dell’italiano a livello burocratico diven-
ne un fenomeno generalizzato, basato sulla precedente influenza culturale sulla
popolazione dell’isola.111 A prescindere dalla mancanza, durante il XVI secolo,

104. La popolazione occidentale di Cipro è stata calcolata nel 20% del totale; si veda Rudt
de Collenberg, Le déclin de la société franque, pp. 75-76. Nuovi membri arrivarono con il seguito
delle principesse provenienti dai regni europei e destinate a sposare i re Lusignan: Richard, Culture
franque et culture grecque, p. 403.
105. Si vedano Μεσαιωνική Βιβλιοθήκη, VΙ, p. πε’-πθ’, 3-247; Zepos, Το δίκαιον της Κύπρου,
p. 127; Seremetis, Η απονομή της δικαιοσύνης, p. 313; Richard, Το�����������������������������
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δίκαιο����������������������
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του������������������
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μεσαιωνικού������
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βασι-
λείου, pp. 380-381; Αristeidou, Οι Ασσίζες στην Κύπρο, p. 96; Coureas, The Assizes of the Lusignan
kingdom, pp. 15-21.
Richard, Culture franque et culture grecque, p. 400.
106. ���������
107. Cortelazzo, Osservazioni linguistiche, pp. 572-573. Osservazioni sui grecismi addottati
dal veneziano, in Stussi, La lingua, pp. 784-785.
108. Si veda Asdracha, Les Lusignan à Chypre.
109. Machairas��, Εξήγησις της γλυκείας χώρας Κύπρου, p. 92.
110. L’arrivo a Cipro della numerosa corte di Elena Paleologo, nel 1442, rinnovò i legami con il
mondo bizantino, rinforzati ulteriormente dall’afflusso di profughi in fuga da Costantinopoli a partire
dal 1453, anno della conquista ottomana della città, eventi che promossero sull’isola un rinascimento
bizantino nell’ambito della produzione artistica. Sull’evoluzione dell’arte di carattere bizantino nel
XVI secolo, si vedano Garidis, La peinture chypriote, p. 26; Constantinides, Monumental painting,
pp. 266-274; Stylianou, Stylianou, Η βυζαντινή τέχνη, pp. 1332-1361. Sulla reciproca influenza fra le
diverse comunità linguistiche di Cipro nel XIV secolo, si veda Grivaud, Literature, pp. 220-225.
111. ������������������������������������������������������������������������������������������
Stefano Lusignan riporta la prevalenza del francese negli atti ufficiali del regno: ������
«�����
lors
tout ainsi que du temps des Roys des Lusignan tous les statuts, edicts, ordonnances, procez,
Culture e intercultura 153

di censimenti della popolazione che informino sull’entità delle diverse comunità


linguistiche residenti, possiamo comunque sostenere con certezza che la maggio-
ranza della popolazione parlava il greco, essendo greca la provenienza e l’identità
culturale delle migliaia di contadini che popolavano le campagne dell’isola;112
ciononostante città e palazzi nobiliari erano animati da persone di diversa prove-
nienza culturale, linguistica e confessionale.
Infatti la testimonianza di Stefano Lusignan suggerisce l’utilizzo a Cipro di
molte lingue: «maintenant on y parle d’onze sortes de langages, sçavoir Latin,
Italien, Grec corrompu, Armenien, Cofte, Iacobite, Maronite, Syriaque, Indian,
Iverien, Albanois, ou Macedonic, et Egyptiague».113 Il Lusignan è noto per le
sue esagerazioni e in questo passo ha sicuramente attribuito una lingua diversa a
ogni comunità confessionale. Ciononostante, della sua testimonianza possiamo
comunque accettare il considerevole numero di lingue parlate sull’isola e consta-
tare che l’arabo continuava a essere incluso fra esse, dato che i membri delle con-
fessioni orientali lo usavano nelle proprie comunicazioni.114 Tuttavia le persone
che conoscevano qualche altra lingua oltre alla propria erano poche e per questo
molto stimate. Il prete di Stavrovouni che Felix Faber incontrò nel 1483, sebbe-
ne dicesse messa sia nella chiesa ortodossa che in quella cattolica, quindi sia in
greco che in latino, non era in grado di comunicare con il domenicano in nessuna
lingua, provocando la sua esclamazione: «nec loqui nobis poterat, quia purus
Graecus erat, et latinum erat sibi barbaricum; italicum arabicum; et theutonicum
tartaricum».115 Il prete mantovano, invece, che il canonico Pietro Casola incontrò
nella chiesa cattedrale di Limassol, nel 1494, conosceva anche il greco.116 Col
passare degli anni il francese venne comunque messo in disparte, a tal punto che
negli ultimi anni della dominazione veneziana diversi membri delle vecchie fa-
miglie della nobiltà cipriota necessitavano di traduttori per poter comprendere i
privilegi feudali concessi dai Lusignan alle loro famiglie.117
Nonostante le Assise del regno di Gerusalemme non fossero state tradotte in
italiano prima del 1531, i processi già da prima si tenevano in italiano, anche se
i giudici della corte del visconte erano di solito dei ciprioti. Prova ne viene dal
resoconto del viaggiatore normanno Pierre Mésenge, trovatosi a Cipro nel 1507
– «en paravant ilz faisoient leur procès et escriptures et plaidoient en fraçoyes et
maintenant [en la subgection de la seigneurie de Venise] ilz les font en italien»118 –

iugemens, et autres choses semblables, s’escrivoient et prononçoient en la langue Françoise»:


Lusignan, Description, c. 78v.
112. Per Stefano Lusignan non esistevano dubbi sul carattere nazionale del popolo di Cipro:
«������������������������������������������������������������������������������������������������������
et perciò il populo di Cipro rimase, et è greco; et questa è l’ultima origine, che li Cipriotti hebbe-
ro»: Lusignan, Chorograffia, c. 29r; Id., Description, cc. 66v-67r.
113. Lusignan, Description, c. 67r.
114. Nel 1499, uno dei testimoni della concessione di alcuni alberi fatta alla chiesa di San Gior-
gio di Kythrea firmò in arabo; si veda Maltezou, Τρία κυπριακά αφιερωτήρια έγγραφα, pp. 10, 15.
115. Excerpta Cypria, p. 40.
116. Excerpta Cypria Nova, p. 147.
117. Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 878, 1194; Id., Villages désertés, p. 369.
Enlart, L’art gothique, I, p. iii.
118. ��������
154 Cipro veneziana

oltre che dai dossier, custoditi nell’Archivio di Stato di Venezia, delle deposizioni
e delle testimonianze raccolte dai funzionari veneziani a Cipro in occasione di
diversi processi. Quando si dovevano ottenere le testimonianze dei popolani, che
deponevano in greco, la procedura avveniva necessariamente con l’aiuto di un
interprete che traduceva in italiano le risposte del testimone alle domande dei ret-
tori veneziani, poi trascritte negli atti in latino. In tutte le occasioni in cui serviva
la partecipazione dei funzionari veneziani dell’isola venivano dunque impiegati
degli interpreti, come furono Francesco de Lendenaria, Joanne Cristiano, Andrea
de Motono, che servirono per l’interpretazione delle deposizioni dei francomati e
dei parici di Sivuri, raccolte nel 1520 contro Tommaso Ficardo, accusato di aver
usurpato terreni della reale dopo la morte di re Giacomo II.119
Anche i rapporti fra l’alto clero ortodosso e quello latino dell’isola erano
accompagnati dal servizio di un interprete, impiegato nella delicata traduzione
della conversazione fra i rappresentanti delle due Chiese, onde evitare di creare
imbarazzi e motivi di conflitto religioso. Il notaio Costantino de Fabris fungeva
da interprete in occasione della disputa fra l’arcivescovo Filippo Mocenigo e il
vescovo ortodosso Neofito Logarà.120 Alla resistenza opposta da quest’ultimo alle
volontà dell’arcivescovo, Mocenigo reagì comandandogli di presentarsi di fron-
te al papa per rispondere della sua disobbedienza. Fabris opportunamente non
tradusse la pronta risposta del vescovo Logarà, che aveva a sua volta invitato il
Mocenigo a rispondere delle proprie azioni di fronte al tribunale di Gesù Cristo,
indubbiamente per non creare ulteriore tensione fra i prelati.121
Le autorità veneziane seppero sfruttare le capacità linguistiche dei ciprioti
impiegando i servizi di persone che assunsero il ruolo di intermediari fra l’am-
ministrazione e la popolazione. L’ascesa fulminante nella carriera amministrativa
di Florio Bustron, Marco Zaccaria e Zuan Zamberlan è sintomatica dell’assoluta
necessità di persone poliglotte all’interno dell’apparato burocratico di Cipro.122
Anche coloro che conoscevano il turco e l’arabo erano spesso utilizzati dalle au-
torità locali per le operazioni in Oriente.123 Al tempo dell’assunzione del controllo
di Cipro da parte della Repubblica il tributo annuo dovuto al sultano del Cairo
veniva spedito direttamente da Cipro da funzionari veneziani accompagnati da ci-

119. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 8. Si veda anche il caso del processo, del 1565, contro
Zuan Zamberlano, avvocato fiscale, e i suoi complici che avevano colpito il nobiluomo Andrea di
Ca’ Pesaro del fo Bortolamio, in ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 207-209. Sull’impiego di in-
terpreti da parte dell’amministrazione genovese durante il periodo del governo ligure a Famagosta,
si vedano Balletto, Ethnic groups, p. 47; Otten-Froux, Quelques aspects de la justice, p. 336.
120.  Quale notaio del regno di Cipro, Costantino de Fabris aveva redatto nel 1562 un
testamento per Eugenio Singlitico, conte di Rochas, che lo stesso interessato annullò con uno
nuovo redatto a Venezia, nel gennaio del 1570; cfr. Maltezou, Νέαι���������������������������
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ειδήσεις������������������
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Ευγενίου����
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Συ-
γκλητικού, p. 239.
121. Alcuni membri del clero presenti durante l’episodio hanno testimoniato del fatto che
Fabris non aveva riferito all’arcivescovo la risposta del Logarà alle autorità veneziane che realizza-
rono un’inchiesta sull’accaduto: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 230-233.
122. Arbel, The Cypriot nobility, p. 183; Grivaud, Ordine della Secreta, pp. 537-541.
123. Arbel, Venetian Cyprus and the Muslim Levant, p. 167.
Culture e intercultura 155

prioti, che conoscevano l’arabo o altre lingue orientali.124 Gli stessi mercanti che
trafficavano con l’Oriente dovevano usare interpreti per perfezionare gli affari.
Senza contare poi che sulle persone che conoscevano le lingue orientali gravava
la speranza della popolazione di Cipro, che affidava loro la salvezza dall’attac-
co delle cavallette, mandandoli in Persia a raccogliere un secchio d’acqua da
una specifica fontana, che si credeva miracolosa per sconfiggere i catastrofici
insetti.125 Nelle stagioni di carestia o di scarsi raccolti, i funzionari veneziani si
affiancavano o più spesso affidavano integralmente l’incarico a un cipriota che
parlava il turco oppure l’arabo, affinché viaggiasse in Siria o in Asia Minore per
acquistare frumento e orzo per i bisogni della popolazione e per il rinnovo delle
scorte dei magazzini delle fortezze.126
Non si conosce il grado di competenza linguistica di questi interpreti, né se
le loro conoscenze fossero ridotte al minimo indispensabile per farsi capire dai
musulmani. Di sicuro non vi sono notizie su maestri che insegnassero il turco
o l’arabo a Cipro. È quindi probabile che tali competenze fossero acquisite con
l’esperienza o direttamente dalla famiglia di origine, dato che numerosi membri
delle comunità confessionali maronita, copta e abissina usavano qualche versio-
ne delle lingue orientali. In una sola occasione, nel 1539, le fonti informano che
i monaci copti del monastero di San Makar, nella contrada di Cerines, avevano
richiesto al Consiglio dei dieci l’assunzione di un maestro di lingua araba che
insegnasse loro a leggere i numerosi libri di medicina custoditi nella biblioteca
del monastero. Il reggimento di Nicosia avrebbe dovuto «usar diligentia» nel
cercare una persona adatta fra i copti della capitale o di Famagosta, retribuita
annualmente con 20 ducati per l’incarico di insegnamento ai monaci e a chiun-
que volesse imparare l’arabo. L’incarico sarebbe durato inizialmente due anni
e in seguito i rettori avrebbero giudicato i risultati dell’impiego per decidere
l’eventuale rinnovo.127
Le frequenti relazioni di Cipro con gli ottomani nel Cinquecento richiedeva-
no l’utilizzo ufficiale da parte delle autorità veneziane di una persona che cono-
scesse la lingua turca.128 Jotino Provosto, un gentiluomo cipriota, era l’interprete

124.  Successivamente alla conquista ottomana dell’Egitto il tributo di 8000 ducati veniva
pagato dal bailo veneziano di Costantinopoli.
125.  L’acqua probabilmente attirava gli uccelli che mangiavano le cavallette; Hill, A hi-
story of Cyprus, III, p. 646; Arbel, Sauterelles et mentalités, p. 1062. Leonardo Donà annotava
che «nell’isola vengono al tempo del nascer della cavalleta grandissima quantità di certi uccelli
bianchi e neri simili alli coccali, i quali la mangiano e distruggono assai»: MCC, Donà dalle
Rose, n. 45, c. 144r.
126. Marco Moggianega, il cui figlio Nicolò chiese, nel 1546, di essere ����������������������
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imbossolato����������
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ovvero
incluso fra i candidati per l’elezione per il prossimo incarico della capitaneria di Sivuri o di Carpas-
so, era stato mandato più volte in Siria ad acquistare frumento durante i tempi delle carestie; si veda
ASV, Senato, Mar, reg. 29, c. 44r.
127. Ανέκδοτα έγγραφα, IV, pp. 273-274.
128. Sugli interpreti della lingua turca nei territori greci governati dalla Serenissima, si veda
Papadia-Lala, L’interprete nel mondo greco-veneziano, pp. 124-125. Per la diffusione della lingua
e della letteratura turca in Italia, si veda Cortelazzo, La conoscenza della lingua turca.
156 Cipro veneziana

«de la lengua turchescha» per molti anni nell’isola. Egli stesso raccontava, in una
sua petizione alla Signoria del 1507, della devozione che aveva dimostrato verso
la Repubblica, salvaguardando gli interessi veneziani nei «���������������������
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diversi casi de gran-
dissima importantia», in cui gli era stato richiesto di servire recandosi soprattutto
al Cairo. In una specifica occasione, al tempo in cui Pietro Balbi era luogotenente
di Cipro (1503-1505), Provosto aveva contrattato con i turchi la riduzione della
somma di 26000 ducati che essi chiedevano quale ricompensa per l’uccisione di
40 loro connazionali da parte dei ciprioti a Carpasso, concludendo la disputa con
un’offerta di 400 ducati ed evitando «ogni scandolo et pericolo che per tal causa
haveria potuto intravegnir».������������������������������������������������������
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Il Provosto si era recato a Venezia per essere giudi-
cato dopo aver commesso l’omicidio della moglie e del suo amante e chiedeva, in
segno di riconoscenza per il suo devoto servizio alla Repubblica, di poter tornare
a Cipro senza punizione per il delitto. Il senato gli concesse invece un salvacon-
dotto per recarsi sull’isola per un anno e sbrigare le proprie faccende prima di
trascorrere in esilio il resto della propria vita.129
L’armeno Cabib, che a Cipro si faceva chiamare Agapito, traduzione del
nome in greco, era uno dei ciprioti che, per via della loro conoscenza delle lingue
orientali, nel 1534 assunsero dal reggimento di Nicosia il ruolo di rappresen-

129. ���������������������������������������������������������������������������������������
«��������������������������������������������������������������������������������������
Serenissime princeps, ecc. Cum ogni reverentia expono Jotino Provosto nobile de Cypro
interprete de la lengua turchescha fidelissimo servitor de vostra sublimità cumciosia che continuamen-
te tuto el tempo de la vita mia mi ho exercitato et operato in diversi casi de grandissima importantia
senza alcun rispecto della vita mia come è manifesto che essendo sta el reverendissimo grande com-
mandator de Cypri al Caiero orator per cose de grandissima importantia ha parso al olim capitanio
zeneral de mandarme cum sua signoria per interprete. Nel qual servizio steti mesi 11 et ho fatto il mio
debito cum gran pericolo e fatica per le difficultà delle cose che in quel tempo occorrevano. Dapo
etiam 3 altre volte son stato in dicto servitio cum Bernardin Martinengo e Vincenzo Gnidoto che sono
andati a Cairo con i presenti del soldano et non li volendo accetar per esser stati i zambeloti tristi e
mal condicionati e le robe triste e tarmate mi exercitai da fidel servitor talmente che per la amicitia
qual haveva cum quelle signorie li feci accetar in gran utilita de vostra signoria. Preterea al tempo di
Piero Balbi olim luogotenente in Cypri sono venuti certi turchi con lettere del soldano richiedendo
cum instantia ducati 26 milia per i turchi che erano stati ammazzati a Carpasso per persone 40 a rason
de aspri 32 milia per uno secondo la loro legge. Unde per intercession e pratica mia per ordine del
dicto luogotenente ho concluso tal differentia per ducati circa 400 et cessato ogni scandolo et pericolo
che per tal causa haveria potuto intravegnir. Et ultra di questo in tempo de sua magnificentia li haveva
manifestato uno spion et malfactore qual era venuto in quella isola per intender le cose de quel loco
et reportar al suo signor. E ogni volta che serviva interprete della lingua turchesca sempre son adope-
rato e ho reputato niente. Però nei giorni passati per la mia disgrazia mi occurse grande excesso che
intrando in casa mia in una mia possession fora della terra a ore 6 di notte trovai uno homo armato
cum mala dispositione el qual vistome fuzite et intrando in la mia camera trovai la moglie mia nuda in
lecto et insieme cum lei uno altro homo vilissimo vilan abrazando cum essa. La qual cosa parendome
abominevole insupportabile et iniuriosa contra l’honor mio et del mio parentado furiosamente senza
altro pensare li amazai tuti doi come meritamente se convien a simel obrobrio. Et benche per la legge
de Cipri non merito pena nisuna tamen perché qualche volta se corre a furia e li iudicii falano et ma-
xime in le cose criminal che sono pericolose però mi ha parso per ogni rispecto venir personalmente
ai piedi de vostra sublimità la qual come clementissima inteso el caso mio per modo che successe
e considerando la fidel servitù et opere mie per sua solita benignità supplico se degni conciedermi
libertà de repatriare per viver et morir sotto el glorioso vexillo de questo inclito stato con i modi che
fin questo giorno ho vissuto»: ASV, Senato, Mar, reg. 16, c. 134r.
Culture e intercultura 157

tanti presso la corte del sofì Tahmasp di Persia.130 Infatti, il Consiglio dei dieci
aveva affidato al reggimento di Cipro l’organizzazione di tali importanti opera-
zioni di diplomazia internazionale che avevano l’obiettivo di «eccitarlo contra il
Turco».131 Nel 1538, dopo molto tempo che il reggimento non riusciva a trovare
qualcuno che «si volesse sottometter a sì pericolosa impresa»,132 venne incaricato
Vanes di Vassili, un altro armeno di Cipro pratico delle vie dell’Asia e della lin-
gua araba, al quale furono promesse ricompense per sé e i figli,133 nell’eventualità
che riuscisse a recapitare le lettere consegnategli al sofì e ne portasse attestazione
o qualora perisse nel corso della missione.134 Il reggimento veneziano confidava
nel successo dell’operazione perché Vanes era assai competente nei diversi idio-
mi dell’Oriente e perché conosceva i territori, avendo già attraversato la Persia
nelle tre occasioni in cui aveva portato a Cipro l’acqua che si credeva miracolosa
contro le cavallette.135 Un altro Vanes era stato incaricato nel 1564 dal reggimento
recarsi a Cerines per trattare con alcuni turchi, i cui parenti erano stati uccisi dai
ciprioti durante un conflitto navale a capo Sant’Andrea.136
Il più noto poliglotta cipriota fu Michele Membré, di origine circassa, che fece
carriera a Venezia.137 Come da egli stesso annotato nella sua Relazione di Persia,138
nel febbraio del 1538, il luogotenente Domenico da Mosto aveva interpellato Ber-
nardo Benedetti, «come persona più pratica dela città de Nicosia», a trovargli «uno
omo che fusse sufficiente per portare una lettera de la illustrissima Signoria al si-
gnor Sofì per beneffizio de essa Serenissima Signoria». Michele Membré, che era
cresciuto nella famiglia del Benedetti, si era proposto per l’incarico, essendo già
stato più volte in Levante per gli affari del suo padrone.139 Durante l’incontro con

130. Nel corso di un viaggio in Oriente la sua identità fu svelata ed egli fu costretto a rinnegare
la sua fede per salvarsi la vita. Nel 1557 il senato chiedeva al reggimento di Nicosia informazioni
sui suoi figli, mentre lui era diventato spahi dell’esercito turco. La moglie si era risposata al casal di
Lapithos, ma dei suoi quattro figli solo uno, Pietro, di 22 anni, viveva ancora a Nicosia, in misere
condizioni e con l’unica proprietà di una zappa con cui curava i giardini per sopravvivere; ASV,
Senato, Dispacci, filza 1, 4 agosto 1557.
131. Membré, Relazione di Persia, p. xxix.
132. Ibidem, p. xxxviii.
133.  Per l’operazione avrebbe ricevuto 50 ducati e al suo ritorno avrebbe avuto 70 ducati
annui in vitalizio, che dopo la sua morte sarebbe spettato ai suoi figli, Zaco, Vassili e Jacopo; ASV,
Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 190.
134. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 17.
135. Ivi, b. 289, f. 191. Tuttavia egli abbandonò il progetto quasi subito, perché individuato
dagli agenti ottomani. Malgrado il mancato successo nell’impresa assegnatagli, per 12 anni, fino
alla morte, riceveva la provvigione e quando egli mancò i suoi figli cercarono di riscuoterla dalla
camera fiscale di Nicosia. Nel 1550, il primogenito Zacho intendeva presentarsi a Venezia per ri-
chiedere la riattivazione della provvigione; ivi, b. 290, ff. 17, 20.
136. ASV, Senato, Dispacci, filza 3, 24 ottobre 1564.
137. Pedani, In nome del Gran Signore, pp. 29, 44; Maltezou, Ο κυπριακός ελληνισμός του
εξωτερικού, pp. 1223-1224; Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1139-1143; Patapiou, Μιχαήλ���� ���
Με-
μπρέ; Bellingeri, Un prospetto geografico di Michele Mambrè.
138. L’intero testo della Relazione fu edito in Membré, Relazione di Persia, pp. 3-65.
139. Ibidem, pp. 3-4.
158 Cipro veneziana

il luogotenente, Membré spiegò che per portare la lettera al sofì in modo sicuro e
senza rischiare che cadesse in mani nemiche, l’avrebbe nascosta
in una banda de tavola d’uno libro greco, zoè salterio, qual fusse legato con tavole,
una per banda, in una delle qual bande poteva meter la carta fodrada con tavola sotile
e farla de la medema sorte come l’altra tavola, che seria tuta de legno, coprendo il
tutto poi di cuoro e a questo modo andaria sicura.140
Al termine di questa operazione Membré rimase per un periodo a Lisbona,
a Valladolid, ad Avignon e a Genova, prima di tornare, nel 1542, a Venezia dove
ebbe l’incarico di traduttore e interprete dal turco, affiancando nei suoi servizi
Geronimo Civran. A partire dal 1547 riceveva 100 ducati annui a titolo di vi-
talizio per tradurre le scritture che arrivavano dall’Oriente e per accompagnare
gli ambasciatori ottomani in visita a Venezia e gli ambasciatori veneziani che si
recavano a Costantinopoli e in Dalmazia.141 Per la devozione dimostrata e il ser-
vizio soddisfacente, il senato deliberò l’aumento del suo stipendio di 50 ducati,
nel 1554 dopo la morte del suo collega Civran. Questo aumento avrebbe anche
ricompensato il suo insegnamento del turco ai notai ordinari della cancelleria Ra-
fael Corner e Iseppo Tramezino, che fino a quel momento avevano studiato con
il predecessore, o a chiunque volesse imparare quella lingua. Inoltre, in risposta
alla richiesta del Membré per il pagamento dell’affitto della propria casa, il se-
nato acconsentì all’offerta di altri 20 ducati annui, sovvenzione di cui aveva già
beneficiato il Civran.142 Quattro anni più tardi il senato deliberò ancora l’aumento
del suo stipendio, portando infine la sua ricompensa quale interprete e insegnante
della lingua turca a 200 ducati annui.143
Le occasioni di rapporti diretti dei ciprioti con i turchi si fecero più frequenti
a partire dalla quarta decade del XVI secolo. Ciò fu alla base della richiesta con-
giunta del reggimento e del capitano di Famagosta al Consiglio dei dieci, nel 1551,
affinché venisse assegnato un dragomanno che sarebbe stato sempre disponibile
sull’isola. A tale proposito si era presentato alle magistrature locali il naupliota
Nicolò Pachimama, detto Angelo, offrendosi di ricoprire questo incarico essendo
capace di leggere, scrivere e parlare il turco. Il senato fissò la sua retribuzione a 24
ducati annui in contanti o in frumenti e vini.144 Dall’assegnazione dell’incarico, il
Pachimama vide ripetutamente aumentato il proprio stipendio, portato nel 1555 a 5
ducati al mese e a 8 nel 1561.145 Nel 1555 fu deliberato che il Pachimama risiedesse
per almeno un anno a Venezia con l’obiettivo di perfezionare la conoscenza della
“lingua franca” utile negli incontri fra ambasciatori, continuando comunque a rice-
vere lo stipendio dalla camera fiscale di Cipro.146 È assai probabile che da allora il

140. Ibidem, p. 5.
141. ASV, Senato, Mar, reg. 29, cc. 86v-87r.
142. Ivi, reg. 32, c. 135v. Si veda anche ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 48, 13 aprile 1556.
143. ASV, Senato, Mar, reg. 34, cc. 34r-v.
144. Ivi, reg. 31, c. 116r.
145. Ivi, reg. 33, c. 13r; ivi, filza 32, 30 gennaio 1560 m. v.
146. Ivi, reg. 33, c. 13r.
Culture e intercultura 159

Pachimama non sia tornato a Cipro fino al 1561, quando il reggimento chiese il suo
rimpatrio per assolvere i suoi servizi, sempre più necessari per l’isola.147
In seguito alla morte del Pachimama, avvenuta nel 1564, fu eletto quale suo
successore il giovane, ma «ben introdutto», Filippo Ciroico di Ambrosio, nipote
di Michele Membré. Il nuovo incaricato si era recato per qualche tempo in Siria
per studiare. Era poi tornato a Cipro insieme a un maestro turco, che continuò a
istruirlo privatamente. Dal dispaccio inviato a Venezia da parte del luogotenente
di Nicosia Pietro Navagero, si intuisce che il Ciroico era già stato impiegato in
diverse occasioni dalle autorità veneziane, nelle quali aveva offerto prove di com-
petenza. Perciò, con molta risolutezza, il reggimento chiedeva la conferma della
sua elezione nell’incarico di interprete. Secondo il luogotenente, sarebbe stato
molto difficile trovare un’altra persona idonea a tale impegno.148 La conferma del-
la sua elezione avvenne l’anno successivo, il 30 giugno 1565, con l’indicazione
del senato per uno stipendio annuale di 40 ducati, in contanti o in frumento e vini,
che non avrebbe dovuto essere aumentato in nessun modo.149
I frequenti rapporti che Cipro intratteneva con le popolazioni levantine crea-
vano i presupposti per l’esistenza fra i ciprioti di persone che fungevano da inter-
mediari per via delle loro capacità linguistiche. Tuttavia, secondo la testimonian-
za delle autorità veneziane dell’isola, a Cipro non si trovava facilmente chi aveva
le conoscenze necessarie per assumere incarichi ufficiali in quanto rappresentante
della Repubblica, essendo le abilità di tali poliglotti acquisite in modo piuttosto
spontaneo e frammentario. Erano infatti pochi quelli che potevano incaricare un
maestro per insegnare loro una lingua con metodo e diligenza, per cui queste per-
sone, se accettavano l’incarico di interprete e traduttore della Serenissima, riusci-
vano a ottenere una retribuzione abbastanza alta per l’offerta dei propri servizi.

147. ASV, Senato, Dispacci, filza 2, 18 marzo 1561.


148. ��������������������������������������������������������������������������������������
«�������������������������������������������������������������������������������������
Essendo manchato di vita Nicolo Pachimama che era qui interprete salariato della lin-
gua, et carattere turchesca assummessimo in questo carrico Philyppo figliolo di maestro Ambrosio
Cyroico della reale, et nepote di messere Michiel Membre interprete della serenità vostra giovane
fin allhora ben introdutto, et supplicassimo la soa confirmatione; perciocché per haver il salario sta-
tuito, attenderebbe a studiar et farsi a pieno sofficiente. Il qual Philyppo così essequendo e passato
prima alle parti della Soria, ove tratenendosi per uno tempo, havendo poi fatto ritorno con uno mae-
stro Turco fatto venir seco che continuamente lo dissiplinava è riuscito tale sin hoggi giorno che per
più esperientie fatte in occorrentie di tradur commandamenti Turcheschi che ci sono per giornata
capitati lo connoscemo sofficiente assai, havendo di più imparata la lingua morescha, et in buona
parte la caldea; la onde servendosi noi della persona soa et egli affatticandosi senza che il si possa
dare ad altro exercitio, si degnerà la sublimità vostra di confirmare questa nostra eletione, acciò che
il si stabilisca et habbia il modo di sostentarsi, che altrimente converrà prender altro partito, et noi
restar privi di questa servitù tanto necessaria et importante, non vi essendo massime alcuno altro di
tal professione in queste parti»: ASV, Senato, Mar, filza 32, 22 giugno 1564.
149. Ivi, reg. 37, c. 22v.
6. Equilibri di potere

1. Diritti rivendicati

Per tutto il periodo durante il quale Cipro si trovò fra i possedimenti dello
stato da mar la Serenissima dovette ribadire la legittimità della sua egemonia sul
regno cipriota di fronte alle molteplici rivendicazioni di altri pretendenti. Era
quindi necessario essere sempre all’erta, preparati a difendere le proprie ragioni
sia attraverso la diplomazia sia con il necessario presidio militare dell’isola in
modo da dissuadere ogni attacco da parte di nemici. I Savoia in diverse circostan-
ze e a più riprese ricordavano alla Repubblica i presunti diritti ereditari della casa
ducale fondati sui legami parentali instaurati nel corso del XV secolo con la fami-
glia Lusignan: nel 1433, Anna Lusignan sorella del re Giovanni II, era andata in
sposa a Ludovico di Savoia (1440-1465)1 e successivamente, il loro figlio Luigi
sposò l’erede al trono di Cipro Carlotta, sua cugina.2 Nonostante questi legami, il
piccolo ducato non aveva offerto a Carlotta alcun appoggio o assistenza, se non
semplice solidarietà morale, quando ella fu spodestata dal proprio fratellastro
e poi assediata nel castello di Cerines. Le disperate richieste di Carlotta prima
e dopo il completo assoggettamento di Cipro al potere di Giacomo II, lo scric-
chiolare del trono retto da Caterina Cornaro dopo la scomparsa sia del marito
che del figlio erede al trono e la precaria condizione del possesso assoluto della
Repubblica su Cipro non bastarono per muovere i Savoia alla difesa dei propri
accampati diritti sul regno cipriota.

1. Uginet, Ludovico I di Savoia, p. 430. Le persone della corte cipriota che avevano accom-
pagnato Anna in Savoia, insieme a quelle che erano state da lei favorite nella sua nuova patria,
provocarono l’ostilità della nobiltà nativa che si sentì estromessa. Sulle vicende scaturite dal di-
spiacere diffuso fra le varie fazioni nell’ambiente della corte sabauda, si vedano De Caria, Taverna,
Les Lusignan et la maison de Savoie, pp. 112-121; Barbero, Il ducato di Savoia, pp. 163-183; Id.,
Principe e nobiltà negli stati sabaudi, pp. 261-264.
2.  Gullino, Ludovico di Savoia, pp. 433-434. Questo matrimonio fu fortemente voluto da
Anna Lusignan per portare la corona cipriota in casa Savoia, ma fu assiduamente osteggiato da
Elena Paleologo, finché ella fu in vita. La regina greca pare inorridisse al solo pensiero di veder la
propria figlia sposata al cugino germano, un’unione che la Chiesa ortodossa vietava nella maniera
più assoluta. Perciò aveva premonito alla figlia la perdita del regno, se si fosse sposata con il cugi-
no; cfr. Boustronios, Διήγησις κρόνικας Κύπρου, pp. 426-427.
162 Cipro veneziana

Tuttavia la casa Savoia non volle rinunciare ad alcun elemento di prestigio


o di guadagno le potesse venire dallo sfruttamento dei diritti ereditari sul titolo
del triplice regno Lusignan di Cipro, Gerusalemme e Armenia. A questo fine, in
diverse occasioni, il ducato sabaudo comunicava con ambascerie a Venezia la ri-
vendicazione dei propri diritti. Contro le rivendicazioni dei Savoia gli argomenti
della Serenissima a sostegno della propria posizione a Cipro erano principalmen-
te tre:3 il primo si rifaceva al fatto che Giacomo II aveva conquistato il regno con
le armi, sottraendolo alla sorellastra Carlotta. Ciò implicava che sarebbe stato
libero di lasciare il regno in eredità a chi sceglieva lui e quindi nessun’altra linea
di discendenza dei Lusignan poteva avanzare pretese di successione. Secondo
il testamento di Giacomo, l’erede al trono sarebbe stata la sua vedova.4 L’abdi-
cazione di Caterina Cornaro aveva posto il regno nelle mani della Repubblica,
dalla quale la regina discendeva in quanto dichiarata figlia adottiva di Venezia.
La seconda argomentazione era che il sultano d’Egitto, in quanto sovrano del
regno, aveva investito del potere regio Giacomo invece della sorellastra Carlotta,
privandola quindi di ogni diritto sul regno di Cipro. Pertanto, in base a questi due
motivi, la donazione del titolo regio che Carlotta aveva fatto a Carlo I di Savoia,
nel 1485,5 era da considerarsi illegittima. La terza argomentazione dipendeva dal-
la condizione in base alla quale il potere regale di tutti i re ciprioti, a partire dal
1426, era garantito dal pagamento di un tributo annuo al sultano del Cairo a titolo
di formale riconoscimento del loro legame vassallatico con il signore d’Egitto.
Dal momento che Venezia aveva continuato a corrispondere tale tributo, prima
ai mamelucchi e poi agli ottomani, implicitamente veniva a giustificarsi anche il
possesso del regno.
Le reiterate contestazioni dei Savoia contro il possesso veneziano di Cipro
non avevano ovviamente come obiettivo la diretta occupazione dell’isola, quan-
to piuttosto l’attribuzione di una meno gloriosa “rendita”, un tributo da corri-
spondere a fronte della rinuncia dei loro presunti diritti su Cipro in favore della

3. Si veda ASV, Secreta, Materie Miste Notabili, reg. 146 Alessandro Zigliolo, Difesa delle
ragioni et maestà della serenissima Repubblica di Venetia, contro il libro publicato à nome de Sa-
voiardi. Narrazione di Bernardo Sagredo nella sua relazione (1565) sull’argomento: «[…] quelli di
Savoggia, che alcuni dicono, che hanno pretension che né per la descendezza né per altro esendo
morto Alvise senza heredi non possino niuna pretension havere. Oltre che il Re Giacomo haven-
dolo acquistato con le armi poteva lasciarlo a chi gli pareva sicome fecce Alonso d’Aragona che
havendo similmente hacquistado il Regno de Napoli investi et lo lascio a Ferdinando suo figliol
natural, privando il legitimo, il quale hereditò li Regni hereditari, che furno quelli di Spagna e di
Sicilia»: BNM, IT VII, 918 (8392), c. 172v. Si veda anche l’esposizione delle rivendicazioni sul
possesso del regno dalla Repubblica di Venezia, dai duchi di Savoia, dai discendenti di Enrico Lu-
signan, principe di Galilea, dal sultano del Cairo e dalla Repubblica di Genova fatta decenni dopo
la conquista turca di Cipro da Giorgio Denores, secondo il quale invece l’unico legittimo sovrano
dell’isola avrebbe potuto essere l’imperatore greco di Costantinopoli: Denores, Discorso sopra
l’isola di Cipri, pp. 22-24, 52-100.
4. Boustronios, Διήγησις κρόνικας Κύπρου, pp. 474-476.
5. Magnante, L’acquisto dell’isola di Cipro, p. 62.
Equilibri di potere 163

Repubblica.6 Come nel 1530,7 anche nel 1561 il senato affermava con la stessa
fermezza e risolutezza che «le nostre ragioni sono tante, et così valide, unite et
comprobate da un pacifico, et non mai interrotto possesso de quasi cento anni, che
non ne pare, che habbiano bisogno di altro».8 Ma di questa scarsa disponibilità dei
Savoia a intervenire a Cipro per contestare il potere veneziano non erano consa-
pevoli quei gruppi di ciprioti che, nel 1505 e nel 1514, cercarono di stabilire un
approccio con il ducato sabaudo contro il governo veneziano.9
Il secondo pretendente più temuto dalla Repubblica era il sultano ottoma-
no. L’espansione verso Occidente del suo impero metteva a rischio la pacifica
sovranità su Cipro da parte dei veneziani. Già a partire dal 1517 l’isola si tro-
vava circondata da territori in mano agli ottomani, configurandosi praticamente
come un miracolo diplomatico il fatto che la sua caduta fosse rimandata per più
di cinque decenni. Subentrando al potere del sultano mamelucco, gli ottomani
continuarono a ricevere da Cipro il solito tributo in denaro e merci, il che ren-
deva in un certo senso, differibile la conquista dell’isola.10 A volte il pagamento
veniva eseguito dallo stesso bailo di Costantinopoli, in altre occasioni veniva
consegnato a un ambasciatore del sultano giunto a questo proposito a Cipro o
a Venezia, oppure la somma veniva inviata con galere dall’isola a Costantino-
poli, al Cairo o a Damasco.11 Il tributo veniva pagato solitamente in pezze di

6. Si veda la decisione presa in senato nel 1530 per l’individuazione della politica più adatta
da seguire di fronte alla nuova richiesta fatta dai Savoia sul riconoscimento dei propri diritti sul
regno. La risposta data agli oratori del ducato sabaudo doveva essere «resoluta, et tronchi ogni
speranza chel potesse haver che in tal materia se habbi ad introdur pratica alcuna»: ASV, Senato,
Secreta, reg. 54, cc. 2v-3r.
7. «Fu posto, per li Savi, che sapendo la causa de la venuta di prefati oratori in Collegio, per il
Serenissimo da matina li sia risposto, da poi le parole zeneral, che si meravigliamo di tal richiesta,
atento nui zà tanto tempo possedemo il regno di Cipri, che era del signor Soldan, a nui concesso
con darli tributo ducati 8000 venitiani a l’anno, el qual stato del soldan hessendo pervenuto nel
Signor turco, li demo il dito tributo; siché non è da far movesta alcuna, con altre parole; et di l’amor
et benivolentia (ha) questo stato con i signori duchi di Savoia, ut in parte. Et ave tuto il Conseio»:
Sanuto, I Diarii, LIII, col. 20.
8. ASV, Senato, Secreta, reg. 72, c. 47r.
9.  Ανέκδοτα έγγραφα, I, pp. 357-360, II, pp. 233-235; Αristeidou, Άγνωστες απόπειρες, pp.
583-585. Dopo la conquista ottomana dell’isola i ciprioti si rivolsero, fra gli altri, anche alla casa
Savoia invitando al recupero di Cipro, nel 1583, nel 1600/1, nel 1611, nel 1616, nel 1632, senza
ovviamente ricevere il sostegno atteso. Per le trattative tra i ciprioti e i Savoia nel 1583, si vedano
AST, Regno di Cipro, mazzo 2, n. 7; Sforza, I negoziati di Carlo Emanuele I, pp. 329-331. Per i
successivi tentativi di organizzare il cambio di regime, si vedano Mas Latrie, Histoire de l’île de
Chypre, III, pp. 559-589; Vacalopoulos, Ιστορία του νέου ελληνισμού, pp. 328-336.
10. I libri Commemoriali, VI, pp. 143-144; Pedani, In nome del Gran Signore, p. 138. L’am-
montare del tributo da pagare era ricavato dalle entrate dei tre dazi riscossi dalla camera di Cipro,
cioè «el datio de la gabella grande de Nicosia, la tenzaria de Nicosia et la gabella et comerchio de
Famagosta»: Ανέκδοτα έγγραφα, III, p. 67.
11. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 56r. Negli anni in cui la camera fiscale di Cipro
non riusciva a riunire l’ammontare del tributo, esso veniva corrisposto dalla cassa del Consiglio dei
dieci. Per il tributo degli anni 1523-1531 la camera di Cipro doveva restituire al Consiglio 72000
ducati: ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 122v. Nell’aprile del 1528 Tommaso Contarini
164 Cipro veneziana

stoffa, soprattutto camelotti, sciamiti e damaschini, panni pregiati di lavora-


zione cipriota e riccamente decorati con fili d’oro.12 Capitavano però annate
in cui il tributo non veniva corrisposto sia perché non si riusciva a raccogliere
l’ammontare dovuto sia per la mancanza di un’imbarcazione adeguata a portare
il prezioso dono in sicurezza.13 In base a tale legame tributario di Cipro con il
sultano, gli ottomani si consideravano comunque signori dell’isola e il gover-
no veneziano era semplicemente tollerato per l’esistenza di altre priorità nello
schema di espansione territoriale ottomana.
Nella lotta contro gli ottomani per conservare il possesso di Cipro, i venezia-
ni erano consapevoli che, oltre alla scarsa potenza difensiva, la maggioranza della
popolazione cipriota sarebbe stata assai poco incline a combattere per conservare
il dominio veneziano. Non per un’implicita contrarietà verso la Serenissima, ma
perché l’imposizione di un nuovo potere straniero avrebbe cambiato di poco la
condizione dei ciprioti, soprattutto dei contadini. Già nel 1487, cioè poco tempo
prima dell’ufficiale annessione di Cipro allo stato da mar veneziano, un Antonio
di Leucade, genero del vescovo greco di Pafos, e un Giorgio Crisafi di Costan-
tinopoli si erano messi in contatto con gli ottomani per contrastare l’insorgente
potere veneziano a Cipro.14 Un ulteriore tentativo per indurre gli ottomani a inse-
diarsi a Cipro fu organizzato nel 1565 da due contadini ciprioti che avevano cer-
cato l’aiuto del gran visir Mehmed pascià Sokolović; quest’ultimo, disinteressato
del progetto, consegnò i malcapitati al bailo veneziano di Costantinopoli, Vettore
Bragadin.15 I ciprioti ortodossi potevano peraltro aspettarsi dai musulmani mag-
giore libertà o almeno minori limiti in materia religiosa di quanto non fosse loro
imposto dai cattolici,16 soprattutto dopo l’arrivo sull’isola dell’arcivescovo Filip-
po Mocenigo, promotore dei decreti del Concilio di Trento. Come si è già visto, la
Repubblica aveva cercato di attuare una politica religiosa conciliante fra il clero
ortodosso e quello cattolico nei domini del Mediterraneo, proprio con l’obiettivo

partiva con due fuste da Venezia, accompagnato dall’interprete Todaro Paleologo, per portare il tri-
buto di Cipro e un presente per il sultano: Sanuto, I Diarii, XLVII, col. 210. Su Teodoro Paleologo,
capitano degli stradioti e interprete, si veda Kolyva, Θεόδωρος Παλαιολόγος.
Aristeidou, Η καταβολή φόρου υποτελείας, pp. 154-155; Id., Η παραγωγή υφασμάτων, αλατι-
12. ������������
ού και ζάχαρης, pp. 52-53. Si veda anche Arbel, Venetian Cyprus and the Muslim Levant, p. 162.
13. �������������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������������
Sono passati tre anni et intra nel quarto che non è sta mandato el presente al signor Sol-
dan che è obligata mandar la signoria nostra per non se ritrovar all’isola nostra de Cipri alcuna galia
sotil cum la qual securamente potesse esser portato. Non bisogna differir più aziò non intravenisse
alcun sinistro ai mercadanti nostri che sono in Alexandria e in Syria […]»: ASV, Senato, Mar, reg.
14, cc. 142r-v.
14. Ανέκδοτα έγγραφα, I, pp. 199-200, 203-204; Αristeidou, Άγνωστες απόπειρες, p. 583. In
questo articolo vengono considerati come ribellioni contro il dominio veneziano anche i tentativi
dei figli naturali di Giacomo II, Eugenio e Giovanni, di impossessarsi del regno di Cipro.
15. Di questo episodio lasciò traccia Angelo Calepio nella sua esposizione dei fatti relativi alla
guerra di Cipro, in Calepio, Vera et fidelissima narratione, c. 93v; si veda anche Kyprianos, Ιστορία
χρονολογική, p. 275.
16. In base alle regole religiose dell’Islam, i membri dei popoli Ahl al Kitab potevano con-
servare il proprio statuto religioso dopo la conquista dai musulmani; cfr. Papadopoullos, Chypre:
frontière ethnique et socio-culturelle, p. 10.
Equilibri di potere 165

di evitare l’ostilità degli ortodossi al governo veneziano.17 Ma fra i ciprioti vi era


anche chi riconosceva i pericoli di un’eventuale sottomissione agli ottomani, con-
siderati «atrocissimi inimici del nome, et della fede nostra» e non affatto possibili
garanti delle libertà di culto dei cristiani.18
L’ostilità rilevata nel comportamento della maggioranza della popolazione
greca nei confronti dei veneziani, atteggiamento tra l’altro riservato anche ai
connazionali appartenenti agli alti ceti sociali, è ascrivibile alle stesse condi-
zioni sociali, comuni in tutte le società dell’epoca, che contrapponevano i con-
tadini ai borghesi, le campagne alle città.19 Anche nel caso di Cipro la limitata
resistenza della popolazione all’invasione ottomana fu motivata in parte dal
fatto che i veneziani non avevano provveduto per tempo alla liberazione dei
parici, in modo da ottenere il sostegno del numerosissimo ceto dei servi della
gleba.20 Della soluzione di liberare alcuni parici dalla condizione servile, dietro
pagamento di una somma che andava dai 50 ai 100 ducati, si parlava a partire
dall’inizio del Cinquecento, con lo scopo proprio di evitare che questi deside-
rassero «mutation de altra Signoria».21 A più riprese la Repubblica ordinò al
reggimento dell’isola di alleviare le imposizioni sui francomati e sui parici e di
prendere qualche provvedimento atto ad ottenerne l’appoggio.22 Anche dopo la
guerra di Cipro sopravvisse l’opinione che la condizione dei parici fosse stata

17. ������������������������������������������������������������������������������������������������
«�����������������������������������������������������������������������������������������������
Sin al presente ardiscono i loro Caloiri (Greci) dire: esser meglio il farsi turco che latino.
Et i Moscoviti, loro seguaci, augurano la fede latina (come noi la peste) alli loro nemici. […] Per
tal perfidia, credo, habbia Dio permesso che l’Impero de’ Greci, tanto altieri et orgogliosi, sia dai
Turchi calpestato e da gente barbara conculcato»: Verniero, Croniche o annali di Terra Santa, p. 29.
Si veda Braudel, Civiltà e imperi, pp. 813-814.
18. ASV, Secreta, Notabili, reg. 11, c. 189r.
19. �������������������������������������������������������������������������������������������������
«������������������������������������������������������������������������������������������������
[…] tutti quelli defendono le ragioni della serenità vostra, sì rasonati, fiscali et altri suoi
rappresentanti, sono odiati»: dalla relazione di Bernardo Sagredo, in Mas Latrie, Histoire de l’île
de Chypre, III, p. 553.
20. �����������������������������������������������������������������������������������������
«����������������������������������������������������������������������������������������
Souvent on a voulu mettre tous en liberté; ce que jamais toutefois n’a este mis a execu-
tion. Et puelt-estre que si on l’eust faict, Cypre ne seroit pas en la puissance du Turc»: Lusignan,
Description, c. 69v. Si vedano Zink, Groupes nationaux, sociaux et religieux, p. 295; Preto, Venezia
e i Turchi, p. 178. Pietro Valderio accusa i nobili di Nicosia di aver provocato il fallimento della
difesa dell’isola contro gli ottomani per la loro intransigenza nei confronti dei «tanto tiranneggiati»
parici: «��������������������������������������������������������������������������������������������
���������������������������������������������������������������������������������������������
Di ciò si deve attribuire la colpa a quelli, che potevano rimediare, ma non volsero���������
»:�������
Valde-
rio, La guerra di Cipro, p. 32.
21. Thiriet, Chypre au début du XVIème siècle, p. 7, nota 13; Sanuto, I Diarii, V, coll. 62, 956.
22. ��������������������������������������������������������������������������������������
«�������������������������������������������������������������������������������������
Se li parici di alcuna comendaria si tengono aggravati voi li administrarete bona et
espedita giustitia si che non vengano à patire contra ragione. […] Debbiate seguir in administrar
giustitia alli parici di tal modo che cognoscano, che noi non volemo che siano oppressi ne aggra-
vati più di quello che si die da alcuno per le obligation loro la qual giustitia li farete summaria-
mente senza alcuno rispetto per esser questa la mente nostra»: ASV, Senato, Secreta, reg. 66, cc.
1r-v. Nel 1562 si presero provvedimenti per diminuire i gravami imposti ai parici dai padroni,
eliminando la confisca dei beni dei defunti, chiamata zaetta, l’obbligo a sposarsi, la loro vendita
come beni del padrone e altri: ASV, Senato, Dispacci, filza 2, Nicosia 20 aprile 1562. Alla vigilia
dell’invasione ottomana il Consiglio dei dieci deliberò al reggimento di Cipro di sgravare i fran-
comati e i parici in parte o del tutto dagli obblighi di servitù; ASV, Consiglio, Parti Secrete, filza
13, 15 e 26 febbraio 1569.
166 Cipro veneziana

alla base della debole difesa dell’isola da parte della maggioranza della popola-
zione cipriota. Secondo Paruta, fra i ciprioti vi era il desiderio
di mutar’Imperio, per mutar’insieme fortuna, et conditione; peroche essendo per
un’antica consuetudine, nata da principio da una debole gravezza imposta à quegli
huomini per tenere pagata la cavaleria, che dalle incursioni assicurava quelle marine,
stata introdotta ne’ contadini una grave servitù, né osando i Vinetiani doppo l’acqui-
sto di quel Regno di levarla per non alienarsi l’animo de’ nobili, alli terreni de’ quali
servivano questi schiavi, da loro detti Parici, veniva à rimanere grandissimo numero
di quegli huomini mal sodisfatti, et desiderosi di novità; la quale non sperando d’al-
tra parte poter succedere, ricorrevano a’ Turchi, come quelli, a’ quali per la potenza,
et per la vicinità loro era molto facile, et opportuna quell’impresa.23
La liberazione dalla condizione servile era l’obiettivo di un gruppo di parici
di alcuni casali della Commendaria degli Ospedalieri che promosse con molta
convinzione e determinazione un piano, studiato da Christos Apostolopoulos,24
per contestare l’aumento dei gravami imposti loro dai cavalieri dell’Ordine di
San Giovanni. I parici delegarono, nell’ottobre o novembre del 1547, Saffiri Co-
sta, chiamato anche Alvise Spagnolo, a negoziare con le autorità veneziane la
loro liberazione dalla servitù. Costa aveva già presentato le rimostranze dei parici
presso l’Ordine a Malta e cercato inutilmente di ottenere l’intervento di Alvise
Cornaro, erede di Giorgio nel possesso della Commendaria di Cipro. Quindi il
gruppo pensò di rivolgersi al sultano per chiedere la loro liberazione dall’ingiusta
e oppressiva amministrazione, consapevoli della sua sovranità su Cipro, ricono-
sciuta anche dai veneziani attraverso l’annuale pagamento del tributo. I parici
consideravano inoltre che, dal momento che gli ottomani avevano già conquistato
Rodi, il sultano poteva sentirsi legittimato ad accampare diritti sulle proprietà
cipriote degli Ospedalieri e quindi anche sui casali della Commendaria a Cipro,
proprietà dell’Ordine.25 Recandosi a Istanbul nel maggio 1551, il rappresentante
dei parici venne arrestato e consegnato al bailo veneziano Bernardo Navagero.
Costa tentò il suicidio nelle carceri del bailo, ma prima di morire fece i nomi
di chi era coinvolto nella congiura (11 su 47 erano preti ortodossi), rivelando i
villaggi di loro provenienza (13 sui 48 paesi facenti parte della Commendaria).26
Ma la delibera per la punizione dei partecipanti al complotto non fu mai messa in
atto, forse proprio per non provocare presso la popolazione locale ulteriori motivi
di ostilità nei confronti delle autorità veneziane.
In ogni caso, l’immagine di scarsa resistenza opposta al momento dell’inva-
sione ottomana da alcune comunità nelle campagne cipriote presentata da varie
fonti coeve,27 non dovrebbe essere giudicata come la manifestazione di una gene-

23. Paruta, Historia vinetiana, II, p. 6.


24. Apostolopoulos, Μια απόπειρα προσέγγισης.
25. Ibidem, pp. 670-672.
26. Ibidem, pp. 675-676.
27. Hackett��, A History of the Orthodox Church, pp. 172-173, 182-183; Hill, A history of Cy-
prus, III, p. 808. Qualche forma di collaborazionismo si era già presentata, e si sarebbe proposta di
Equilibri di potere 167

ralizzata mal sopportazione del governo veneziano. Andrebbe piuttosto ascritta


alla mancata preparazione militare dei contadini nel combattere l’esercito più
temuto dell’epoca.28 La popolazione delle campagne di Cipro era molto proba-
bilmente preoccupata di salvare la propria persona e proteggere i propri mezzi di
sostentamento, piuttosto che difendere un qualsiasi governo al potere.

2. Alleati diffidenti

In seguito alla conquista di Costantinopoli, gli ottomani costituivano per


l’Europa la più grave minaccia non solo politica ma anche religiosa.29 Caratte-
ristica è l’affermazione di Sansovino, che considerava l’impero ottomano «���� �����
pro-
dotto da loro per i nostri peccati, et per la poca concordia di Principi nostri». La
superiorità ottomana in campo militare era riconosciuta e temuta, come esposto
ancora da Sansovino, che scriveva: «�����������������������������������������������
������������������������������������������������
Io non so vedere, qual gente sia nell’arte del-
la guerra meglio regolata di questa; né quali ordini più somiglianti a quelli de gli
antichi Romani de i loro».30 In generale, le informazioni sulla struttura politico-
militare dell’impero ottomano rimasero per molto tempo superficiali e generi-
che. Le dettagliate e documentate relazioni degli ambasciatori veneziani presso
la Sublime Porta offrivano a tutto il mondo occidentale un ampio panorama della
formazione politica e della cultura turca.31 Gli ottomani erano considerati barbari
incivili, superbi e ignoranti, ma soprattutto disonesti e inaffidabili.32 Nel 1592
Lorenzo Bernardo, di ritorno dalla carica di bailo a Costantinopoli, commentava,
che «è cosa infelicissima il confinar con turchi perché o siano in guerra o siano
in pace sempre intaccano, sempre rubano e vogliono la giustizia a modo loro»,
e che «la vera sicurtà che si può avere dell’animo de’ Turchi è il non assicurarsi
mai di loro, ma sempre dubitare».33 La diffidenza dei veneziani nei confronti degli
ottomani non si fondava tanto su motivi religiosi, ma piuttosto su ragioni politi-
che di confine e di giustapposizione nei territori rispettivamente dominati. Infatti

nuovo in seguito, in altre occasioni di guerra mossa dagli ottomani ai domini veneziani di popolazi-
one greca; si vedano Braudel, Civiltà e imperi, p. 107; Preto, Venezia e i Turchi, pp. 176-180.
28. Si vedano Arbel��,Résistance ou collaboration?, p. 138; Grivaud, Une société en guerre.
29. Mantran, L’Impero ottomano, p. 344; si veda anche Pertusi, La caduta di Costantinopoli
vista dai Turchi.
30. Zilli, Francesco Sansovino, p. 54.
31. Preto, Venezia e i Turchi, pp. 13-16. La prima relazione sui turchi fu scritta dal futuro doge
Andrea Gritti, negoziatore nel 1503 della pace stipulata fra la Repubblica e il sultano Baiazet II,
dopo la seconda guerra veneto-turca: Libby, Venetian views, p. 104. Si veda il resoconto del mer-
cante vicentino Giovan Maria Angiolello, che visse a lungo nella corte ottomana, in Il sultano e il
profeta. Sui “vizi” considerati caratterizzanti i turchi, si veda Preto, Venezia e i Turchi, pp. 233-243;
cfr. Pertusi, Premières études en Occident; Preto, Il mito del Turco; Schwöbel, The shadow of the
crescent; Soykut, Image of the “Turk” in Italy. Per la percezione degli ottomani nei confronti dei
veneziani, si veda Bellingeri, Venezia e i Veneziani nella letteratura ottomana.
32. Libby, Venetian views, pp. 105, 110.
33. Alberi, Relazioni degli ambasciatori, p. 329.
168 Cipro veneziana

con i mamelucchi e i persiani, che pure erano musulmani, i veneziani avevano


stipulato delle alleanze per contrastare l’impeto conquistatore degli ottomani.34 A
volte anche questi buoni rapporti che la Repubblica intratteneva da secoli con i
sultani del Cairo e i sofì di Persia mettevano in imbarazzo la Signoria di fronte ai
regni europei e al papato, che invece rinunciavano ad ogni tipo di rapporto politi-
co con gli “infedeli”.35 Ma gli ottomani provocavano l’inimicizia dei veneziani in
ragione dei loro progetti di espansione a danno dello stato da mar.36 Nelle parole
di Priuli i veneziani «de chadauna altra potentia christiana non se churavanno et
fazevanno beffe, tamen dela potentia turchesca tremavanno, perché cum veritade
il signor Turcho poteva comandare al stato Veneto».37
La Repubblica si avvaleva di una fitta organizzazione di “agenti”, ambascia-
tori, delegati, informatori e spie, che offrivano notizie riguardanti la situazione
politica, economica, diplomatica e sociale nei territori circostanti i propri domi-
ni.38 In questo contesto la figura chiave era il bailo di Costantinopoli. I compiti
del bailo, eletto dal Maggior Consiglio con incarico, a partire dal 1503, di tre
anni, includevano la protezione dei mercanti veneziani, le relazioni con gli alti
quadri del governo ottomano in qualità di rappresentante del doge, la direzione
dei traduttori e degli interpreti, la nomina dei consoli veneziani nell’impero ot-
tomano, fuorché quelli di Aleppo e del Cairo che erano eletti direttamente dal
Maggior Consiglio, e ancora l’accoglienza dei membri della comunità veneziana
o di chiunque altro potesse offrire notizie che fossero di qualche interesse per la
Repubblica.39 Il bailo era quindi il soggetto più informato su ciò che accadeva
nell’impero ottomano e sui suoi rapporti con le altre potenze.40 I suoi dispac-
ci contenevano solitamente anche notizie precise e dettagliate sul traffico dei
commerci, le monete, i prezzi, le tasse doganali, la concorrenza mercantile fatta
dai sudditi di altri potentati europei nei porti levantini e altro ancora.41 Al bailo
venivano anche chieste informazioni in merito a personaggi di dubbia qualità

34. Gabrieli, Venezia e i mamelucchi, p. 427.


35. In una lettera del 1542 il sofì Tahmasp ����������������������������������������������������
«���������������������������������������������������
augura al doge che si converta all’islamismo e per
tal modo la sua potenza e grandezza si accrescano»: Membré, Relazione di Persia, p. xv.
36. Tenenti, Profilo di un conflitto secolare, pp. 12, 18.
37. Priuli, I Diarii, pp. 394-395.
38. Sull’importanza di tenere una delegazione diplomatica permanente nelle principali corti
europee, si vedano Lane, Venice, p. 242; Mattingly, Renaissance diplomacy, pp. 64-82, 108-118.
39. Viallon��, Venise et la Porte Ottomane, p. 99. L’incarico esisteva dal XI secolo, ma fu per-
manentemente istituito dopo la riconquista bizantina di Costantinopoli da Michele Paleologo nel
1268: Simon, I rappresentanti diplomatici veneziani, p. 56; Maltezou, �������������������������
θεσμός������������������
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Κωνσταντι-
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νουπόλει Βενετού Βαΐλου. Interessanti notizie sulle residenze del bailo veneziano a Costantinopoli e
a Pera nei secoli XV e XVI, in Bertelé, Il palazzo degli ambasciatori, pp. 38-43, 81-98. Descrizione
del potere giuridico e giudiziario del bailo sui veneziani residenti o di passaggio in quasi tutto il
territorio ottomano, in Leicht, Le colonie veneziane, pp. 45-48.
40. Tormene, Il bailaggio a Costantinopoli, pp. 27-30.
41. Mantran�� , Venise, centre d’informations, p. 114. Dal canto loro, le autorità ottomane si
aspettavano dal bailo di essere informate su quello che accadeva nelle corti occidentali: Libby,
Venetian views, pp. 123-124. Informazioni sulla flotta ottomana ricevute dal bailo e mandate al
reggimento di Nicosia, al capitano di Famagosta e al provveditore generale, in ASV, Senato, Dis-
Equilibri di potere 169

al servizio degli ottomani, su rinnegati o su altri soggetti pericolosi e sulle loro


azioni, qualora queste fossero state contrarie agli interessi veneziani.42
Informazioni sugli ottomani venivano offerte anche dai “simpatizzanti” del
potere veneziano, prigionieri, rinnegati e altri che, dietro debita ricompensa, ripor-
tavano notizie dall’impero ottomano sull’orientamento politico dei funzionari che
influenzavano le decisioni del sultano e sulla preparazione militare dell’impero,43
o ancora su eventuali progetti di rivolta organizzati, in collaborazione con i turchi,
dai sudditi delle isole dello stato da mar.44 I più preziosi e relativamente affidabili
informatori erano i cittadini veneziani fatti prigionieri dai corsari o nel corso delle
guerre veneto-turche; questi, inseriti nella corte ottomana, potevano ricavare le
notizie più utili per la Repubblica di cui conoscevano la politica e le esigenze.45
Il reggimento di Cipro, nei propri dispacci, menzionava anche le informazioni
acquisite attraverso la corrispondenza con il console veneziano di Damasco e
quello del Cairo o ancora dai capitani delle navi mercantili, che effettuavano i
viaggi commerciali verso le coste siriane,46 soprattutto per attivare provvedimenti
sanitari per la prevenzione della diffusione di epidemie.47 Molti dei dispacci man-

pacci, filza 1, Nicosia 10 maggio 1555; ASV, Consiglio, Parti Secrete, filza 13, 4 giugno 1568;
Simon, I rappresentanti diplomatici veneziani, p. 58.
42. ASV, Consiglio, Parti Secrete, filza 13, 26 maggio 1568. Nonostante la ricchezza di notizie
contenute nei documenti veneziani di qualsiasi natura, essi non contenevano, come nota Mantran,
alcuna indicazione sulla vita religiosa, le attività intellettuali o artistiche degli ottomani, essendo le
informazioni inoltrate al governo della città lagunare limitate ai soli aspetti politici ed economici.
La situazione cambiò dopo la battaglia di Lepanto; Mantran, Venise, centre d’informations, pp.
115-116.
43. Nel 1536, un mercante chiamato Alessio Armeno, trovatosi alle città di Tripoli e di La-
jazzo, fu informato dai locali dei progetti del Barbarossa di occupare Cipro: «[…] a Tripoli […] mi
fo dicto ch’el Barbarossa volea venir in Cypro a proveder de metter lui un Rettor. Io non ho voluto
creder questa cosa perché con effetto non mi parea credibile, et andai oltra, et trovai certi turchi con
li quali comenciai a far pratica perché anch’io andava vestito a la turchesca et domandai dapoi molti
rasonamenti se era cosa alcuna da novo. Mi fo dicto ch’el Caidin Rais [Khair ed-Din reis] cioè el
Barbarossa era per venir in Cypro, et alle parolle de costoro fui più credulo». Un Simeon Siriano,
medico, aveva medicato a Tripoli alcuni giannizeri tornati dal Cairo, i quali gli avevano riferito che
«era fora el Barbarossa con parechia vella, qual veniva alle aque de Rodi, vero è che disseno che
volevano venir a tor Cypro, et metter un flamburaro, et un cadi, et metter galie atorno l’isola ad ciò
li corsari più non diano molestia a turchi»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 138. Si veda anche
ASV, Consiglio, Secreta, filza 13, 21 ottobre 1569.
44. Jacomo Galante, originario di Nicosia, ma condannato all’esilio nel 1562, chiese nel 1564
di ricevere un salvacondotto per recarsi a Venezia e presentare alla Signoria le lettere che un altro
bandito «aveva cucito nel letto che dorme, e dicono che devono prendere quella terra [Cipro] questo
marzo il giorno di Pasqua»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 301.
45. Negli anni Venti e Trenta del Cinquecento intermediari�����������������������������������
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prezioso fra la Serenissima e la
Sublime Porta fu Alvise Gritti, figlio naturale del doge Andrea e consigliere del grande visir Ibra-
him pascià; Libby, Venetian views, p. 109; Benzoni, Gritti, Alvise (Ludovico).
46. Ανέκδοτα έγγραφα, III, p. 60.
47. ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Nicosia 12 maggio 1555; ivi, filza 2, Nicosia 5 maggio
1563; ivi, filza 3, Tripoli 29 aprile 1564. A Famagosta, il porto più frequentato da navi mercantili le-
vantine, era sempre in atto una minuziosa precauzione sull’igiene, come testimonia Elia di Pesaro,
che aveva visitato la città nel 1563: Excerpta Cypria, p. 73.
170 Cipro veneziana

dati alla Serenissima dai funzionari veneziani in servizio nel Levante erano scritti
in parte o addirittura per intero con inchiostri simpatici o erano cifrati.48 Negli
stessi fondi riguardanti Cipro si rintracciano numerose lettere scritte in codice e
accompagnate dal testo decifrato, mentre diversi dispacci contengono soltanto
alcuni passaggi crittografati, solitamente quelli relativi a notizie d’importanza
strategica per la politica veneziana. Le informazioni che i funzionari del governo
di Cipro spedivano al senato in codice riguardavano l’approvvigionamento delle
fortezze, l’organizzazione militare, il tragitto delle galere e i rifornimenti dell’iso-
la in frumento e altri viveri.
Venezia dovette a più riprese fare i conti con l’ascesa navale e l’espansio-
nismo territoriale ottomano, cercando sempre però di tenere attive le operazioni
commerciali con i domini della Sublime Porta. Già dal Trecento i veneziani
avevano stipulato accordi di pacifico commercio con il sultano.49 Nel Quattro-
cento, nonostante la diminuzione delle tratte verso Costantinopoli, le galere
di Beirut e Alessandria continuavano a operare.50 Inoltre la Repubblica era in
qualche misura dipendente dai rifornimenti in grano dalle province ottomane
del Mediterraneo orientale.51 Ma quando l’avanzata turca iniziò a interessare i
territori dello stato da mar il senato accettò di pagare tributi annui al sultano, di
cui aveva dovuto riconoscere la supremazia militare e navale, in cambio della
conservazione del pacifico possesso dei propri possedimenti e dell’assicurazione
di libero traffico nel Mediterraneo orientale.52 In questo mare, in cui si svolgeva-
no ancora i traffici più proficui della Repubblica e al quale la sua stessa esistenza
era inestricabilmente legata, si intrecciavano le rotte di due gruppi di corsari,
Barbareschi e Ponentini.53 I primi, capeggiati fino al 1546 da Khair-ed-Din, detto
il Barbarossa, e poi da Dragut, erano alleati del sultano, anzi rappresentavano

48. Coco, Manzonetto, Baili veneziani, p. 76.


49. Nel 1365 la Repubblica riuscì a ottenere privilegi commerciali da Murad I: Thiriet, Rége-
stes des délibérations du Sénat, I, p. 109. Si veda anche Preto, Venezia e i Turchi, pp. 26-29.
50. Luzzatto, Storia economica di Venezia, p. 168.
51. Preto, Venezia e i Turchi, p. 27; Heyd, Storia del commercio, p. 916. La stessa penuria
di grano, affrontata spesso dalla città di Venezia e dalla Terraferma, era alla base della politica co-
loniale della Repubblica messa in atto a Cipro; il consigliere Fantino Dolfin esponendo la propria
relazione di fine incarico nel 1544 diceva che «il vostro regno de Cipro Serenissimo Principe è
fertilissimo et si po chiaramente nominar il Granaro di questa Cità […]»: ASV, Collegio, Relazioni,
b. 61, reg. 2, c. 35v. Tuttavia negli anni in cui anche a Cipro la raccolta era insufficiente, i frumenti
si compravano nelle provincie di Siria: ASV, Senato, Dispacci, filza 3, Nicosia 2 agosto 1566. Si
vedano anche le considerazioni di Braudel, Civiltà e imperi, pp. 346-351, 620.
52. La Repubblica era tenuta a pagare l’harač per i possedimenti che già precedentemente
alla conquista veneziana corrispondevano un tributo al sultano (Scutari, Patrasso, Lepanto, Zante).
Oltre al tributo pecuniario venivano mandati al sultano e ai diversi funzionari turchi anche dei
regali, generalmente stoffe e vasellame d’argento. Naturalmente l’ammontare del tributo gravava
sugli abitanti delle colonie; cfr. Spremić, I tributi veneziani; Gullino, Le frontiere navali, p. 28. Sul
tributo pagato per Cipro, si vedano Arbel, Venetian Cyprus and the Muslim Levant, p. 162;�������� Costan-
tini, Il sultano e l’isola contesa, pp. 20-22.
53. Sull’attività dei corsari cristiani nel Mediterraneo, si vedano Braudel, Civiltà e imperi, pp.
928-936; Lenci, Corsari, pp. 41-49; Bono, Corsari nel Mediterraneo.
Equilibri di potere 171

la sua forza navale portata al massimo della capacità ed efficienza.54 I secondi,


rappresentati soprattutto da imbarcazioni di privati finanziati dall’imperatore
d’Occidente o dal papa e da navi di cavalieri Ospedalieri e di Santo Stefano,
usavano la crociata come giustificazione dei propri attacchi contro gli “infedeli”,
attaccando navi ottomane oppure prelevando dalle navi dei cristiani i turchi e gli
ebrei e confiscando le loro proprietà.55
Gruppi di musulmani si trovavano a Cipro, residenti in modo più o meno
permanente, già dall’inizio del XV secolo. Il loro numero era composto soprat-
tutto da schiavi mamelucchi impiegati nelle piantagioni di canna da zucchero,
la cui produzione sull’isola fu in parte ereditata dagli stati crociati del litorale
siro-palestinese e divenne più intensiva con l’installazione degli Ospedalieri
nei casali della Commendaria.56 Le estese piantagioni si servivano inizialmen-
te della manodopera di centinaia di siriani cristiani arrivati dall’Oriente latino
dopo la perdita delle roccaforti dei crociati alla fine del XIII secolo.57 Tuttavia il
progresso nella produzione zuccheriera a Cipro, in contrasto con la debole cre-
scita demografica, dovuta all’interruzione delle migrazioni e ai frequenti pre-
lievi di popolazione causati dagli attacchi dei pirati, provocavano una costante
domanda di manodopera alternativa, adatta a lavorare le piantagioni di zuc-
chero. Questa manodopera veniva offerta dagli schiavi saraceni, il cui numero
doveva essere piuttosto cospicuo durante il Quattrocento se, in diversi negoziati
di pace fra il sultano mamelucco e il re di Cipro, il primo chiedeva sempre di
includere fra gli articoli dei trattati la loro liberazione e restituzione all’Egitto.58
D’altro canto i Corner Piscopia, possidenti di un grande territorio localizzato
a sud dell’isola, acquistavano spesso schiavi saraceni portati a Cipro dai pirati
per impiegarli nelle proprie piantagioni.59 Anzi, la necessità di braccia nelle
loro immense distese coltivate a canna da zucchero portava i proprietari a pre-

54. ���������������������������������������������������������������������������������������������
Per l’ascesa del potere del Barbarossa presso gli ottomani e la successiva istituzione degli
stati barbareschi nel Maghreb, si vedano Bono, I corsari barbareschi; Shaw, History of the Ottoman
Empire, pp. 131-132; McCarthy, I Turchi ottomani, pp. 123-124.
55. Sull’attività delle flotte di galere ponentine organizzate dagli ordini cavallereschi degli
Ospedalieri e di Santo Stefano, nei secoli XVI e XVII, si veda Lo Basso, Uomini da remo, pp.
337-374.
56. Heyd, Storia del commercio, p. 1269; Aristeidou, Το Φρούριο του Κολοσσιού, p. 35.
57. Oltre ai casali dell’Ordine di San Giovanni intorno al paese Colossi, grandi estensioni di
piantagioni di canna da zucchero esistevano anche a Episcopi, Couclia (Covucla), Acheleia, Chry-
sochou, Lapithos; meno estese quelle ad Acanthou, Lefcara, Morfou, Lefca, Emba, Lemba, Finica,
Anogira: Αristeidou, Η παραγωγή υφασμάτων, αλατιού και ζάχαρης, p. 60.
58. �������������������������������������������������������������������������������������������
Nel 1415, in seguito ad alcuni attacchi effettuati sulle coste egiziane intorno ad Alessan-
dria, il re cipriota Giano Lusignan aveva prelevato 1500 saraceni da impiegare nelle piantagioni.
Nel suo articolo Ouerfelli parla erroneamente di Giacomo II: Ouerfelli, Les migrations liées aux
plantations, pp. 490-491.
59. Nel 1419 la Signoria, in dimostrazione di amicizia verso il sultano mamelucco, deliberò
che i consoli di Damasco e di Cipro ricomprassero i saraceni impiegati come schiavi a Cipro, la
maggior parte dei quali erano finiti nelle piantagioni di Giovanni Cornaro: Mas Latrie, Histoire de
l’île de Chypre, II, pp. 458-459, nota 1.
172 Cipro veneziana

levare indebitamente anche gli schiavi che erano in servizio presso le proprietà
della corona, provocando a volte le rimostranze dello stesso re.60 Nel agosto del
1496, Marino Sanuto annotò che lo zucchero cipriota, come quello del Levante
o di Sicilia, costava molto più caro nei mercati veneziani di quello arrivato da
oltre oceano;61 questa differenza di prezzo sarebbe la prova, secondo Gilles
Grivaud, che per la sua produzione non si adoperavano più gli schiavi.62 In base
all’esperienza cipriota nella coltivazione e trasformazione della canna da zuc-
chero, il sultano richiedeva da Venezia l’invio di alcuni maestri per diffondere
le particolari capacità artigianali anche nei territori ottomani. Ovviamente il
reggimento di Cipro, cercando di proteggere l’economia dell’isola su questo
specifico ambito, non permetteva il trasferimento di zuccherieri e l’esportazio-
ne di conoscenze artigianali da Cipro ai territori ottomani.63
Nel periodo del governo veneziano a Cipro numerosi sudditi dell’impero
ottomano transitarono attraverso l’isola in qualità di ambasciatori della Subli-
me Porta, di mercanti, oppure ancora di pirati. Nonostante le occasionali opera-
zioni offensive dei turchi nei confronti di Cipro, Venezia e l’impero ottomano
si impegnavano negli accordi di pace a garantire libertà e sicurezza di navi-
gazione, di approdo e di mercato ai propri sudditi nei rispettivi domini.64 Per
questo Venezia e l’impero ottomano si impegnavano mutualmente a salvaguar-
dare i propri interessi nel commercio marittimo e a limitare l’azione dei pirati,
riconoscendo nello stesso momento il reciproco obbligo di informare l’alleato
sull’imminente pericolo e offrire alle navi protezione e rifugio in caso di attac-
co subito, vietando ai pirati l’attracco e la vendita delle merci rubate. I registri
delle magistrature veneziane forniscono numerose notizie relative alle cure of-
ferte dai veneziani ai sudditi ottomani capitati sull’isola di Cipro in seguito a
un naufragio o ad un attacco da parte di corsari.65 Di tali aiuti offerti sull’isola
doveva spedirsi notizia non solo alle magistrature della madrepatria, ma anche
al bailo di Costantinopoli, che avrebbe informato personalmente il sultano o i
suoi funzionari dei buoni servizi resi dai veneziani.66

, Régestes des délibérations du Sénat, III, doc. n. 2422.


60. Thiriet��
61. Sanuto, I Diarii, I, col. 271.
62. Grivaud, Villages désertés, p. 375. Sui rapporti commerciali e il traffico di zucchero,
cotone e sale fra veneziani e Cipro dopo la conquista ottomana, si veda Erdoğru, The servants
and Venetian interest.
63. ASV, Senato, Dispacci, filza 3, Nicosia 14 settembre 1564.
64. Durante i drammatici frangenti della guerra contro la lega di Cambrai si temeva l’allesti-
mento di un’armata franco-spagnola, che avrebbe colpito la Repubblica attaccando Cipro: Dudan,
Il dominio veneziano, p. 59; Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, pp. 491-501. Si era arrivati
addirittura a valutare la richiesta di un aiuto militare agli ottomani; si vedano Bonardi, Venezia e la
Lega di Cambrai; Lane, Venice, p. 244; Preto, Venezia e i Turchi, pp. 36-45; Gullino, Le frontiere
navali, p. 96. Per un conciso resoconto delle guerre combattute da Venezia nel Cinquecento, si veda
Hale, L’organizzazione militare, pp. 23-57.
65. Sanuto, I Diarii, LVIII, coll. 720-721.
66. Come successe nel giugno 1525, quando navi ottomane furono aggredite da corsari spa-
gnoli nelle acque cipriote: ASV, Senato, Secreta, reg. 50, c. 149v.
Equilibri di potere 173

Durante la guerra veneto-turca degli anni 1537-40, gli ottomani trovati-


si a Cipro furono trattenuti a Famagosta, probabilmente per essere facilmente
sorvegliati nei loro movimenti, essendo costretti a rimanere all’interno della
fortezza più presidiata di tutta l’isola. Alla fine della guerra ottennero dalle au-
torità veneziane, a fronte di alcune garanzie, la libertà di uscire dalla fortezza di
Famagosta e di stabilirsi in qualsiasi parte dell’isola. Nonostante l’accoglienza
positiva riservata loro, alcuni preferivano travestirsi «con habiti da christiani»
in modo da non essere riconosciuti. Si potrebbe pensare che il motivo per cui
i turchi cercassero di passare inosservati fra la popolazione cipriota mirasse a
secondi fini, come compiere atti di spionaggio o sabotaggio. Questa preoccu-
pazione sta probabilmente alla base dell’ordine emesso, nel 1540, dal senato
veneziano che conservava la libertà di movimento dei sudditi ottomani all’in-
terno di tutta l’isola di Cipro, anche nella capitale Nicosia, dove non era stata
ancora avviata l’operazione di fortificazione, però proibiva loro esplicitamente
di accedere ad altre località fortificate come Famagosta, Cerines e Pafos.67 Lo
stesso timore fu espresso proprio alla vigilia della guerra di Cipro, quando si
intimò al capitano di Famagosta di non consentire più a nessun turco di entrare
nella fortezza.68
I dispacci dei funzionari veneziani a Cipro documentano la disponibilità
del reggimento dell’isola ad accogliere e aiutare i sudditi dell’impero ottomano
che per qualche motivo capitavano sull’isola. Le imbarcazioni ottomane che
avevano subito naufragio nelle acque di Cipro chiedevano alle autorità venezia-
ne dell’isola aiuto per recuperare le merci disperse in mare e a volte ricevevano
addirittura una sovvenzione per proseguire il proprio viaggio.69 Nel 1555, il
capitano Zuan Leon avvertì il comandante di una nave turca, giunta nel porto
di Pafos, della presenza di corsari nelle acque circostanti. La nave era carica di
merci per un valore di 30000 ducati destinati come omaggio al sultano, perciò
il capitano di Pafos offrì all’equipaggio l’opportunità di ripararsi sull’isola, af-
fidando la loro sicurezza al governatore degli stradioti cavalieri di quella zona.
Gli ottomani rimasero al porto di Pafos per tre giorni e partirono «tanto ben
contenti et sodisfatti quanto più esprimer si possi con haver lassata una fede si-
gnata del lor sigillo continente le cortesie usategli et le accoglienze havute [dai
veneziani]». Infatti, il capitano di Pafos chiese una tale dichiarazione scritta

67. Ivi, reg. 61, c. 14r.


68. Il capitano Marco Michiel aveva ospitato nel palazzo del capitano di Famagosta alcu-
ni rais turchi delle guardie di Rodi e di Alessandria, le cui navi avrebbero costituito proprio il
nucleo dell’eventuale forza offensiva contro l’isola; cfr. ASV, Consiglio, Secreta, filza 13, 15
agosto 1569.
69. I turchi di una nave naufragata a causa di un attacco di corsari vicino a Pafos, nel 1557,
dopo l’accoglienza e ospitalità offerta loro dal capitano, erano stati omaggiati dalla camera fiscale
cipriota dei denari necessari a reimbarcarsi e ritornare in patria: ASV, Senato, Dispacci, filza 1,
Ctima di Baffo 25 novembre 1557; si veda anche ivi, filza 3, Nicosia 1 luglio 1565, dove un turco
di Satalia chiede di essere rimborsato di quanto aveva perso in un naufragio, che sosteneva aver
subito nel 1560 nel mare di Pafos. Cfr. anche gli episodi citati in Arbel, Venetian Cyprus and the
Muslim Levant, p. 171.
174 Cipro veneziana

dagli ottomani per essere garantito di fronte all’evenienza di una possibile con-
testazione, tanto più che il carico della nave era destinato al Gran signore.70
Dieci anni più tardi una nave turca proveniente dal Cairo e in rotta per Co-
stantinopoli, si fermò a Pafos per riparare una falla. Su questa nave viaggiava-
no «cinque personaggi di qualità, cioè caddi, protogeri, et di titoli simili». Gli
ottomani furono «raccolti con somma amorevolezza dal magnifico capitano di
Baffo, gentilhuomo in tutte le soe attioni, diligente, et di prudentia». Furono dati
loro alloggio e vettovaglie, mentre durante il soggiorno lontano dal porto le loro
proprietà furono custodite dalla locale compagnia di stradioti. Riparata la falla,
la nave avrebbe potuto proseguire il proprio viaggio, ma i cinque dignitari, con i
propri servitori, preferirono continuare il viaggio via terra, per evitare altre peri-
colose avventure in mare, che sicuramente avrebbero patito secondo le previsioni
dei dervisci che li accompagnavano. Non riuscendo a convincerli di proseguire in
nave, il capitano di Pafos, Gabriele Emo, procurò 60 asini, una guida e una com-
pagnia di cavalieri per accompagnarli fino a Cerines dove si sarebbero imbarcati
per attraversare il mare. Prima di partire lasciarono anch’essi un attestato, scritto
in turco, in cui dichiaravano di essere stati trattati benevolmente.71
L’accoglienza riservata ai musulmani da parte delle autorità veneziane col-
piva i forestieri di passaggio a Cipro, non potendo intravedere le motivazioni di
tale comportamento amichevole nei confronti di quelli che erano considerati i
peggiori nemici della Repubblica e della cristianità intera. Il mercante Jacques le
Saige durante il suo viaggio di ritorno dalla Terra Santa nel 1519 approdò al porto
di Pafos e scendendo a terra per comprare da bere e da mangiare vide passare per
la strada un’ambasceria del sultano composta da 12 turchi. ���������������������
Le Saige rimase scan-
dalizzato nel vederli procedere indisturbati dietro a uno di loro che suonava uno
strumento musicale, mentre gli altri seguivano riccamente vestiti:
Questi cani facevano il loro sabbat come se fossero stati nel loro paese, e andavano
per le strade in fila, due per due, con abiti belli, ricchi fino ai talloni. E vi era uno
strumento di musica che uno di loro portava, in testa alla parata, e suonava molto
bene. Ci hanno detto che era un’ambasciata del Grande Turco e che uno di loro era
uno dei grandi governatori […].72

70. ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Nicosia 18 maggio 1555.


71. Ivi, filza 3, Nicosia 18 novembre 1565.
72. Traduzione libera. Per non creare dei pericoli per i cristiani che avrebbero in futuro com-
piuto il pellegrinaggio in Terra Santa, Jacques le Saige viene consigliato dai compagni di viaggio
di non mostrare la propria ostilità verso il gruppo di ottomani: «Ces chiens faisaient leur sabbat
comme s’ils eussent été dans leur pays, et ils allaient dans les rues en rang, deux par deux, avec de
beaux habits, riches jusqu’aux talons. Et il y avait un instrument de musique que l’un d’eux portait,
en tête, et dont il jouait très bien. On nous dit que c’était une ambassade du Grand Turc et que l’un
d’eux était un de ses grands gouverneurs. Alors je regrettai bien de n’avoir pas quarante compa-
gnons de la ville de Rhodes, et qui m’eût voulu croire, nous les eussions houspillés un peu! On me
dit que nous étions des pèlerins et que nous ne pouvions faire cela car ceux qui viendraient après
nous ne pourraient plus passer. Et pour cette raison, nous les laissâmes en paix»: Bellenger, Les îles
dans le récit de voyage de Jacques le Saige, p. 122. Il racconto di questo episodio non è incluso
nella pubblicazione di Cobham, Excerpta Cypria, pp. 56-61.
Equilibri di potere 175

Fermo obiettivo della Signoria era conservare la pace ottenuta con gli otto-
mani e sancita dai trattati stipulati fra il doge e il sultano. Ma i buoni rapporti fra
le due potenze venivano spesso ostacolati dall’azione dei corsari ponentini, che
approdavano a Cipro per usarla come base di rifornimento prima di attaccare le
navi ottomane, e non solo. Il reggimento veneziano dovette esiliare dall’isola il
capitano dei soldati di Saline Giorgio Ramussati, che, nel 1543, aveva fornito bi-
scotto, vini e acqua alle navi del noto e temuto corsaro Visconte Cigala.73 Ma gli
accordi firmati con i turchi prevedevano anche la punizione dei corsari da parte
dei veneziani e quindi il senato deliberò in quella occasione di inviare Stefano
Tarabbotti per cercare di disarmare le navi corsare.74 Nel 1558 la Serenissima
dovette richiedere al re di Spagna la punizione del corsaro Bernardo Domelino,
capitano di uno dei galeoni del Cigala, e il risarcimento dei danni provocati nelle
acque di Cipro dalle incursioni delle sue navi.75 Nell’agosto del 1552 furono i cor-
sari maltesi ad attaccare Cipro provocando diversi danni. ����������������������
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l senato dovette inti-
mare al luogotenente del Gran Maestro degli Ospedalieri, Giustinian Giustiniani,
di restituire le prede, rimborsare i danni e ovviamente castigare i rei. Mostrando
risoluta fermezza, le autorità veneziane dichiaravano che in caso contrario
la Signoria nostra come quella che desidera conservar sicuri, et quieti li mari, porti,
luoghi, et giuridittion sue da cadauno, non mancherà di quele provisioni che sarano
necessarie, et convenienti, così alla dignità del stato nostro, come alla sicurtà delli
luoghi, et subditi suoi.76
Spesso però queste rimostranze servivano soltanto a mantenere gli equilibri
di potere con la mutua dimostrazione della forza di imposizione, ma non basta-
vano a limitare le operazioni dei corsari oppure a dar sollievo alle popolazioni
delle zone costiere. Infatti gli attacchi dei corsari non si limitavano alle navi, ma
si riversavano anche sulle coste di Cipro, dovendo rifornirsi di acqua fresca e vet-
tovaglie. Nel maggio 1556, le ciurme di due fuste ponentine, dopo aver attaccato
alcune navi presso il porto di Pafos, cercarono di scendere a terra per i soliti rifor-
nimenti; l’opposizione della compagnia dei cavalieri condusse allo scontro che
finì con l’uccisione del cavallo di uno stradiota.77 Qualche mese dopo, i contadini
di Limassol, ai quali i corsari Ospedalieri avevano prelevato sei manzi, furono
ricambiati con una polizza con la quale avrebbero potuto essere ripagati dai casali
dell’ordine di San Giovanni a Cipro.78
La «����������������������������������������������������������������������
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sicurtà delli luoghi��������������������������������������������������
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era uno degli obblighi della Repubblica nei con-
fronti dell’adempimento dei trattati stipulati con il sultano. Infatti, la repressione

73. Nobile genovese nato a Genova nel 1504 e morto prigioniero a Costantinopoli nel 1564,
padre del più famoso rinnegato Scipione, corsaro del sultano; si veda Benzoni, Cigala Visconte.
74. ASV, Senato, Secreta, reg. 63, cc. 102r-v, 160v-161r.
75. Ivi, reg. 71, cc. 9v, 11r.
76. Ivi, reg. 68, c. 86r. Sugli attacchi dei corsari e pirati contro Cipro, si veda Orphanides,
Πειρατικές επιδρομές.
77. ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Nicosia 21 maggio 1556.
78. Ivi, filza 1, Nicosia 22 settembre 1556.
176 Cipro veneziana

delle attività dei corsari intorno a Cipro era anche il pretesto con cui la Sublime
Porta mandava a Cipro le navi delle guardie di Rodi e di Alessandria, che cir-
cumnavigavano l’isola più di una volta all’anno, causando disturbi nei villaggi
delle coste, «essendo li galeoti per natura di molto mala qualità che quando non
sono tenuti in freno commettono delle cose che causano gravissimi scandali».79
Il bailo di Costantinopoli informava il reggimento di Cipro dell’impressione dif-
fusa nell’ambito del “divano” ottomano che le navi corsare usassero come base
l’isola ed equipaggiassero le proprie navi con marinai ciprioti per attaccare i
sangiaccati del Mediterraneo orientale e le navi turche. Se ciò fosse stato verifi-
cato, sarebbe stato contrario ai patti veneto-turchi, rispetto ai quali gli ottomani si
lamentavano spesso di scarsa ottemperanza da parte veneziana.80 A questo propo-
sito le autorità veneziane dei domini del Levante non solo dovevano informare le
navi turche, che navigavano vicino ai territori da loro controllati, dell’eventuale
presenza di corsari, ma anche fare tutto il necessario per impedire ogni azione
dannosa nei confronti delle stesse. Diversamente, come era accaduto in varie oc-
casioni, i sudditi ottomani erano legittimati a presentare richiesta di risarcimento
alle autorità veneziane per le perdite subite dai corsari nelle acque controllate
dalla Repubblica, così come quando i loro affari subivano dei danni nelle piazze
e nei mercati veneziani.81
L’azione dei corsari contro le navi veneziane veniva giustificata proprio con
il fatto che di frequente vi si imbarcavano sudditi ottomani. Nell’ottobre 1554 i
corsari fra’ Baldissera Vintimiglia e lo spagnolo Giovan di Barga o Varras, cava-
lieri ospedalieri, attaccarono con i loro galeoni la nave del nobile veneziano Gio-
van Battista Donà, prelevando 16 sudditi del sultano, i quali con ogni probabilità
dovevano essere ebrei.82 Alla fine di aprile del 1555, con una galeotta e una fusta,
Barga mise quasi sotto assedio tutta l’isola di Cipro, assalendo prima le navi che
stanziavano nel porto di Pafos, attaccando successivamente Limassol, impadro-
nendosi delle vettovaglie di una nave ragusea e imprigionando i turchi di un’im-
barcazione candiota, per poi prelevare dal porto di Famagosta alcuni ebrei con le
loro proprietà.83 Una nave cipriota fu bombardata da corsari fiorentini nelle foci di
Damietta, nel 1559; il suo carico fu rubato e furono prelevati anche 11 turchi e 20
mori che viaggiavano a bordo, insieme con le loro proprietà.84 Di tutti questi epi-
sodi, oltre al senato veneziano, il reggimento di Cipro mandava notizia anche al
console di Aleppo o al bailo di Costantinopoli, affinché informassero gli ottoma-
ni, secondo quanto pattuito, di essere prudenti trafficando nelle acque di Cipro,
in modo da prevenire le accuse di scarso impegno nella lotta ai corsari lanciate
contro il governo veneziano dell’isola. In ogni caso, nonostante le rimostranze
sollevate dagli ottomani a causa della presunta insufficiente sorveglianza nelle

79. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 135r.


80. ASV, Senato, Secreta, reg. 69, cc. 76r-77r; Paruta, Historia vinetiana, II, p. 5.
81. Si veda il caso del musulmano Abadet, in ASV, Senato, Secreta, reg. 69, cc. 11v-12r.
82. Ivi, cc. 50v-51r.
83. ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Nicosia 10 maggio 1555.
84. ASV, Senato, Secreta, reg. 71, cc. 120r-121r.
Equilibri di potere 177

acque di Cipro da parte dei veneziani, spesso erano i corsari barbareschi a presi-
diare le vie marittime intorno all’isola, attaccando le navi degli occidentali, anche
con l’appoggio dei capitani delle guardie turche di Rodi e di Alessandria.85
A partire dalla seconda metà del Cinquecento le flotte turche – la guardia di
Rodi e quella di Alessandria – passavano per Cipro più volte durante l’anno, giu-
stificando la stretta sorveglianza a cui sottoponevano l’isola «sotto questa coperta
di voler assicurare la navigatione in questi mari»,86 accusando il locale governo
veneziano di non opporsi con risolutezza alle navi dei corsari occidentali, le qua-
li di conseguenza non trovavano reale impedimento ad usare Cipro come base
per attaccare i vascelli ottomani.87 Le galere turche si fermavano in ogni porto
dell’isola chiedendo di essere rifornite di acqua e vettovaglie, pretendendo di
ricevere doni in denaro e stoffe di seta, costituendo così una grande spesa per le
autorità veneziane.88 In cambio degli omaggi offerti dai veneziani, i comandanti
delle galere turche erano soliti offrire una casacca ciascuno.89
Sbarcato sulla spiaggia di Saline nel maggio del 1555, Curtucli, il comandante
della guardia di Rodi, non si ritenne soddisfatto dai rinfreschi – «����������������
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acqua, vino, ca-
stroni, erbe, pane, carrobe, legna da bruciare e un legno per fare un timone�������
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– of-
fertigli dal capitano Bertucci Valier, il quale «per render benivolo questo superbo
capitano […] havendone bene saggiato l’intrinsico suo» fece mandare anche 200
ducati da essergli donati da parte del capitano di Famagosta e del reggimento.90
Ciò succedeva ogni qual volta sbarcassero sulle coste di Cipro le navi turche, i cui
capitani minacciavano di prendersi da soli questo «solito regalo» se non gli fosse
stato offerto. Il governo veneziano dell’isola si rendeva ben conto che questa era
una sventura dalla quale «non si vedrà già mai liberato questo povero Regno se
non co’l provedimento raccordato d’essergli destinata quella sofficiente guardia»,
come riferiva al senato il luogotenente Marco Grimani (1553-1555).91
Nel luglio del 1560 il capitano della guardia di Alessandria, in aggiunta alle
vettovaglie e alle solite quattro vesti di seta, chiese 400 ducati poiché nei prece-
denti due anni non li aveva ricevuti dalle autorità veneziane. Il governo di Cipro

85. Cfr. l’attacco di corsari ottomani a tre navi cristiane, in ASV, Senato, Dispacci, filza 2,
Nicosia 11 agosto 1560.
86. Ivi, filza 1, Nicosia 23 maggio 1555.
87. Ivi, Nicosia 10 maggio 1555, Saline 22 maggio 1555, Nicosia 23 maggio 1555.
88. Ivi, Nicosia 5 luglio 1558, Nicosia 10 maggio 1555; filza 3, Nicosia 22 aprile 1564. Doni
di questo tipo era abitudine offrire alle galere di corsari che incontravano le navi veneziane per
evitare il peggio; si veda Tenenti, Venezia e i corsari, p. 45.
89. ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Saline 23 maggio 1555.
90. Ivi, Nicosia 23 maggio 1555. In quella stessa occasione, uno dei turchi volendo oltrepassare
il limite posto dagli stradioti della guardia cipriota, «messe mano à una simitara» con l’intenzione di
colpirli. Informato dell’accaduto, il capitano di Saline si lamentò con il capitano Curtucli manifestan-
dogli meraviglia che, nonostante essi avessero ricevuto accoglienza e rifornimenti, i suoi uomini usas-
sero violenza verso i ciprioti. Curtucli, per rimediare, bastonò due o tre dei suoi galeotti per ottenere
informazioni sull’insolente. Il capitano Valier gli chiese di risparmiare il suo galeotto della punizione,
ma di far sì invece che un episodio simile non si ripetesse più; si veda ivi, Saline 23 maggio 1555.
91. Ivi, Nicosia 24 maggio 1555.
178 Cipro veneziana

gli rispose che quel dono veniva elargito per gratitudine e segno di buona amici-
zia e non per obbligo, e che quindi non avrebbe dovuto pretendere più di quanto
gli fosse dato.92 Era infatti necessario limitare le pretese dei funzionari ottomani,
dato che nel rapporto fra Venezia e l’impero ottomano lo scambio di doni fra i
rappresentanti del potere aveva assunto un tale livello che talvolta gran parte dei
fondi di una magistratura veniva spesa nell’acquisto di regali a questo scopo. Era
comune considerazione fra i membri del governo veneziano che fosse impossi-
bile ricevere un funzionario dell’impero ottomano, o essere da lui ricevuti, senza
offrire questi doni; nelle parole di Jacopo Soranzo, «non donando, e largamente,
non si ottiene cosa alcuna a quella Porta, e andandosi a parlare la prima volta a
qualche grande uomo, la seconda volta non si è ammesso se non si porta».93 Al-
cuni dei baili di Costantinopoli avevano persino inserito nelle proprie relazioni di
fine incarico dei consigli su come e quando elargire offerte ai membri della classe
dirigente ottomana e quanto spendere in ciascuna occasione.94
Le spese che l’amministrazione veneziana di Cipro doveva sostenere per
conservare un relativo rapporto pacifico con gli ottomani non si limitavano al
tradizionale tributo e alle offerte per i comandanti dei vascelli turchi. Sull’isola
giungevano spesso dei çavuş per richiedere, per conto del sultano, falconi cac-
ciatori (pellegrini e sacri), di cui Cipro era famosa dal medioevo.95 Le cospicue
spese per tali “doni di rappresentanza”, che il reggimento non poteva negare agli
ambasciatori del sultano, gravavano pesantemente sulle finanze della locale ca-
mera fiscale e andavano a sommarsi ai già ingenti sforzi per recuperare i falconi
richiesti, al punto che nel 1558 il luogotenente Giovan Battista Donà avvertiva il
rischio che quest’obbligo diventasse un ulteriore vero e proprio tributo.96 Da parte
loro anche i turchi ambasciatori che arrivavano a Cipro portavano con sé doni, di
solito tappeti, archi e cani levrieri, che venivano poi venduti a privati per porre il
ricavato nella camera fiscale cipriota. Negli ultimi anni della dominazione vene-
ziana le richieste di falconi per il sultano venivano sempre più spesso accompa-
gnate da richieste di barili di vino rosso, uno dei pregiati prodotti dell’isola.97

92. Ivi, filza 2, Nicosia 26 luglio 1560. Si vedano anche gli episodi citati in Arbel, Venetian
Cyprus and the Muslim Levant, pp. 165-166.
93. Preto, Venezia e i Turchi, p. 237. Si diceva addirittura che i giudici ottomani avrebbero
prescritto qualsiasi crimine ricevendo delle offerte adeguate: Libby, Venetian views, p. 110.
94. Coco, Manzonetto, Baili veneziani, pp. 87-90.
95. ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Nicosia 17 ottobre 1555, Nicosia 7 aprile 1556, Nicosia 31
maggio 1557, Nicosia 5 aprile 1558, Nicosia 15 aprile 1559; ivi, filza 2, Nicosia 5 giugno 1560; ivi,
filza 3, Nicosia 3 settembre 1564. Si veda anche Arbel, Venetian Cyprus and the Muslim Levant,
pp. 167-168.
96. ASV, Senato, Dispacci, filza 1, 5 aprile 1558.
97. Ivi, Nicosia 15 aprile 1559; ivi, filza 2, Nicosia 5 novembre 1560; ivi, filza 3, Nicosia 17
ottobre 1565. Secondo Heyd, il vino cipriota nel medioevo era considerato il re dei vini e bevuto
alla tavola dei principi: Heyd, Storia del commercio, p. 580, nota 3. Era conosciuta la passione di
Selim II per il vino, da cui ebbe il soprannome “ubriaco” (sarhoş). Si diceva anche che Josef Nasi
avesse persuaso il sultano di muovere contro Cipro ricordandogli proprio il buon vino che l’isola
produceva; si veda Shaw, History of the Ottoman Empire, pp. 176, 178. Su Josef Nasi, l’ebreo por-
Equilibri di potere 179

3. Preparazione alla guerra

Nel primo quarto del Cinquecento Cipro si trovò circondata da territori


ottomani: negli anni 1516-1517 il sultano Selim I conquistò la Siria e l’Egitto,98
mentre nel 1522 Suleiman il Magnifico strappò Rodi ai Cavalieri Ospedalieri,
rendendo il mare intorno a Cipro uno spazio frequentatissimo da navi turche.
Il consiglio dell’università di Nicosia si era offerto di armare due galere per la
circumnavigazione dell’isola durante i mesi estivi con lo scopo di tenere lonta-
ne le navi nemiche, sia dei corsari che degli ottomani. Le galere sarebbero state
distaccate dalla flotta che stanziava nelle acque di Creta ed equipaggiate con
galeotti ciprioti, comandati da membri della nobiltà locale. La loro presenza
nelle acque di Cipro non era però continuativa. Molti infatti negavano che l’im-
piego delle galere portasse qualche giovamento alla sicurezza dell’isola. Se-
condo il consigliere Antonio Calbo (1539-1541), sarebbe stato più conveniente
impiegare i capitali spesi per la conservazione delle galere nel potenziamento
del numero degli stratioti.99 Nonostante i trattati di alleanza firmati con la Re-
pubblica, spesso i turchi non si astenevano, anche in periodi di pace, dall’effet-
tuare incursioni sulle coste di Cipro e dal fare razzia nei villaggi costieri.100 Nei
frequenti episodi in cui le galere veneziane fermavano quelle turche nelle acque
cipriote, si istruivano i processi a Cipro e tutta la documentazione, insieme con
i prigionieri, veniva poi mandata a Venezia per il giudizio definitivo.101 Anche
il bailo di Costantinopoli veniva informato dell’accaduto, affinché potesse pre-
pararsi a difendere la causa delle azioni dei veneziani, in caso di contestazione
da parte del governo ottomano.102
Una rara iscrizione latina custodita al Museo Lapidario di Famagosta, fino al
1963 quando fu pubblicata da Inò Michaelidou-Nicolaou, testimonia la generale
insicurezza della popolazione cipriota e delle autorità veneziane di fronte a ogni
tipo di preparazione bellica degli ottomani, consapevoli del fatto che per i sultani

toghese su cui ricadde l’accusa di aver fomentato la guerra contro Cipro per vendicarsi della Repub-
blica che anni prima lo aveva bandito dalla città lagunare, si vedano Braudel, Civiltà e imperi, pp.
1150-1151; Cessi, Storia della Repubblica, p. 557; Pedani, In nome del Gran Signore, pp. 153-159;
Arbel, The Jews in Cyprus, pp. 28-29; Costantini, Il sultano e l’isola contesa, pp. 32-34.
98. McCarthy, I Turchi Ottomani, pp. 84-85.
99. Le galere per la protezione delle acque di Cipro, secondo Calbo, stavano «�������������
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nel porto di
Famagosta ad mangiarsi il biscoto et il denaro al ombra, et a dormir in quiete et riposso»: ASV,
Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, cc. 18v-19r. Cfr. Pepper, Fortress and fleet.
100. Appena firmato l’accordo di pace con i turchi nel 1540, sei galere capitanate dal nipote
del Barbarossa assalirono Saline: ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 19v. Oldřich Préfat
passato da Cipro durante il viaggio verso i Luoghi Santi, nel 1545, descrisse nel suo diario il saluto
con il quale si facevano riconoscere le galere che si avvicinavano alle acque di Cipro: Τα τσέχικα
οδοιπορικά, p. 9.
101. I sopracomiti Lorenzo Bembo e Giacomo Malipiero avevano fermato una nave turca che
veniva da Alessandria. I turchi fatti prigionieri furono mandati a Venezia e il reggimento di Cipro
istruì il processo; ASV, Senato, Secreta, reg. 61, c. 51r, 19 novembre 1540.
102. Ivi, c. 51v; reg. 69, cc. 11v-12r; reg. 71, c. 11r.
180 Cipro veneziana

Cipro fosse uno dei più ambiti territori da conquistare. Le notizie sulla prepara-
zione di una spedizione navale ottomana, nel 1520, aveva provocato l’urgente
spedizione sull’isola di Zacharia Loredan con l’incarico di provveditore generale.
L’armata turca alla fine non realizzò il progetto di attacco, per cui i ciprioti cre-
dettero che fossero proprio l’arrivo del provveditore sull’isola e il rinforzo delle
fortificazioni di Famagosta i motivi per cui i turchi rinviarono l’operazione. Ve-
nuta meno l’emergenza per la quale Loredan aveva accettato l’incarico di provve-
ditore, il Collegio lo nominò capitano di Famagosta, dove fu trovata l’iscrizione
che lo loda come glorioso difensore della città.103
La debole posizione diplomatica della Repubblica veneziana era motivo
del continuo disattendere, da parte degli ottomani, i trattati di pace. Essendo
molto vicina alle coste asiatiche Cipro diventava spesso territorio di controf-
fensiva in periodi di guerra fra la Serenissima e l’impero ottomano. Già pochi
mesi dopo la partenza di Caterina Cornaro dall’isola, nel giugno 1489,104 sei
fuste ottomane attaccarono la costa settentrionale del promontorio di Carpasso
prelevando prigionieri, distruggendo i villaggi e uccidendo 37 persone.105 Più
significativamente, questo attacco delegittimava l’argomentazione della Re-
pubblica che l’annessione di Cipro ai domini veneziani avrebbe servito a pro-
teggere l’isola includendola fra i territori coperti dagli accordi di pace stipulati
con gli ottomani.
Invece, nelle fonti veneziane sono documentati diversi casi di attacco da par-
te delle navi ottomane contro Cipro che sfociavano in scontri sanguinosi durante
i quali perdevano la vita villani e stradioti, venivano distrutti villaggi costieri e
rubate derrate e persone, da essere vendute nei mercati orientali.106 Nel 1539, otto
fuste turche sbarcarono a Saline e la saccheggiarono, nonostante la presenza di
molti villani e di tutti i cavalieri deputati alla sorveglianza e alla difesa delle coste
di quella contrada. Dopo il saccheggio di Saline, le fuste turche proseguirono ver-
so Limassol, dove occuparono e bruciarono il castello cittadino.107 Tali attacchi
divennero molto più frequenti a partire dalla seconda metà del Cinquecento. Nel
giugno 1556 la flotta ottomana di Rodi, dopo aver ricevuto rifornimenti in acqua
e vettovaglie dal capitano di Saline, proseguì verso Famagosta chiedendo, oltre
alle vesti di seta solite ricevere dai veneziani, anche 400 ducati. Non ricevendoli,
navigò verso il capo Sant’Andrea dove 40 uomini armati di archibugi ed archi
smontarono a terra e ferirono gli 8 stradioti che erano di guardia alla costa e i

103. Michaelidou-Nicolaou, Papadopoullos, Άγνωστον επιγραφικόν μνημείον, pp. 85-87.


104. Ma già nel 1477 il sultano Mehmed attaccò l’isola facendo «��������������������
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grandissimo danno��� : Cro-
»��
naca di Anonimo Veronese, p. 329.
, Διήγησις κρόνικας Κύπρου, p. 543; Hill, A history of Cyprus, III, p. 829.
105. Boustronios��
106. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 69, 3 maggio 1534, f. 110, 18 marzo 1536, f. 138, 8
giugno 1536; Sanuto, I Diarii, III, coll. 200, 776; IV, coll. 161-162, 169-170; Arbel, Venetian Cy-
prus and the Muslim Levant, p. 164; Orphanides, Πειρατικές επιδρομές, pp. 20-26.
107. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 66v; Lusignan, Description, c. 210v. Nel 1559
la guardia di Rodi attaccò le contrade di Avdimou e Couclia: ASV, Senato, Dispacci, filza 1, Avdi-
mou 11 maggio 1559.
Equilibri di potere 181

loro cavalli.108 A causa delle reiterate incursioni gli abitanti di quel promontorio si
sentivano in balia dei galeotti ottomani, oltre che dei corsari, e quindi accettarono
con sollievo la decisione del provveditore generale Bernardo Sagredo, presa nel
1563, di trasferirli da Risocarpasso al casal Agridi.109
La Repubblica non aveva mai cessato di preoccuparsi del pericolo rappre-
sentato dall’inarrestabile avanzata territoriale degli ottomani, sebbene in qual-
che occasione si potrebbe dire che tale pericolo fosse sottostimato. I lavori di
rafforzamento della principale fortezza dell’isola, a Famagosta, furono avviati
molto presto, essendo convinzione diffusa che un’eventuale invasione ottoma-
na si sarebbe compiuta proprio in quella località. Nel periodo dal 1491 al 1529
i lavori di riparazione del castello e di ampliamento del porto per potervi acco-
gliere più navi costarono circa 180000 ducati,110 ma saltuari lavori di rinforzo
delle mura famagostane continuarono ad essere effettuate fino al 1570.111 Il reg-
gimento veneziano avvertiva la precarietà del dominio su Cipro già durante gli
anni dell’avanzata turca contro i mamelucchi, essendo l’isola il territorio più
ricco fra i domini veneziani e nello stesso tempo quello più lontano dalla me-
tropoli.112 Da metà Cinquecento l’accurata fortificazione dei rimanenti possedi-
menti orientali di Venezia divenne una delle priorità del governo lagunare, che
a questo proposito istituì, nel 1542, l’ufficio dei Provveditori alle fortezze.113
La Serenissima sovente allertava il reggimento di Nicosia, il capitano di Fa-
magosta e il provveditore generale, quest’ultimo ormai quasi sempre presente
sull’isola, affinché prendessero adeguate precauzioni per la sicurezza, mentre
veniva deliberato l’invio di rinforzi militari e di munizioni per scoraggiare gli
ottomani ad attaccare l’isola.
Le autorità veneziane erano, dunque, ben consapevoli delle difficoltà di con-
tinuare a occupare Cipro in un contesto geografico ove tutti i territori circostanti

108. Ivi, Nicosia 20 giugno 1555.


109. Ivi, filza 2, Nicosia 22 dicembre 1563, Nicosia 30 dicembre 1563. Sempre nei pressi del
capo Sant’Andrea nel 1564 si verificò uno scontro fra una nave di Cerines e una nave turca: ivi,
filza 3, Nicosia 24 ottobre 1564, Nicosia 31 ottobre 1564, Nicosia 17 ottobre 1565. In alcuni casi
veniva offerto un risarcimento dalle autorità veneziane ai villani, che avevano subito danni dagli
attacchi: Grivaud, Villages désertés, p. 309. Ridursi in schiavitù da parte dei corsari oppure degli
ottomani non faceva molta differenza per il destino dei prigionieri; si veda Costantini, Destini di
guerra, p. 230.
110. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 114r.
111. Si vedano le spese sostenute per i lavori di fortificazione a Cerines e Famagosta, in Hale,
L’organizzazione militare, pp. 298-299. Subito dopo il completamento della fortezza di Famagosta
furono individuati degli errori di progettazione da parte di Girolamo Maggi; cfr. Hale, L’organizza-
zione militare, pp. 300-302; Dal Borgo, Le inventioni militari di Girolamo Maggi. Sulla preparazio-
ne difensiva di Cipro, si veda Costantini, Il sultano e l’isola contesa, pp. 46-51. Nel 1525 Domenico
Capello, di ritorno dal servizio di luogotenente dell’isola, riportava il malcontento dei francomati,
che sostenevano il peso del rafforzamento della fortezza di Famagosta, fardello dal quale temevano
non si sarebbero mai liberati: ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 56r.
112. Gabrieli, Venezia e i mamelucchi, p. 418.
113. Generale studio sul rinforzo delle fortificazioni cipriote, offerto da Perbellini, Le fortifi-
cazioni del regno di Cipro, pp. 199-201, 209-219; cfr. Id., Le fortificazioni di Cipro.
182 Cipro veneziana

erano stati da tempo inclusi nell’impero ottomano, da parte del quale in ogni
momento avrebbe potuto essere dispiegato uno schieramento di forze maggio-
re rispetto a quelle di cui disponeva la Repubblica lagunare.114 I preparativi per
l’eventualità dell’invasione ottomana divennero febbrili dal 1558, ma si concen-
trarono sulla riparazione e il potenziamento delle fortezze dell’isola, sull’aumen-
to delle munizioni a disposizione delle sempre più numerose compagnie di stra-
dioti inviati sull’isola e sull’arruolamento di locali nelle cernide, rivelatesi spesso
indisciplinate.115 Non fu tuttavia considerata la necessità di inviare una flotta più
numerosa a presidio delle acque di Cipro.116
L’organizzazione delle forze armate di Cipro, che avrebbero dovuto so-
stenere la difesa dell’isola, fu oggetto di numerose deliberazioni del senato
veneziano. Nel 1558 si decise, contro il parere di alcuni vecchi provvedito-
ri dell’isola,117 di arruolare 3000 francomati, portando poi questo numero a
5000,118 scelti dal provveditore, dal capitano di Famagosta e dal governatore
generale della fanteria, per essere organizzati in compagnie di archibugieri,
affiancando le compagnie di stradioti professionisti inviati dagli altri domini
veneziani. Furono anche stanziate le somme per comprare palii da dare a quel-
li che tiravano meglio l’archibugio, in competizioni organizzate quattro volte
all’anno, «per inanimarli à tal essercitio».119
In realtà, per il mantenimento del possesso di Cipro e per respingere le forze
ottomane in caso di un’eventuale invasione, la Signoria contava di fare affida-
mento sulla fedeltà dei ciprioti degli alti ceti sociali, coloro che per tutta la durata
del governo veneziano avevano beneficiato dei privilegi e delle sovvenzioni della
Serenissima. Nel marzo del 1558 il senato, dopo essersi informato sulle possibi-
lità di un attacco dell’armata turca contro l’isola, chiese alle autorità locali di riu-
nire in segreto i principali cavalieri e gentiluomini del regno con i quali discutere
la preparazione necessaria, informandoli che:
amandoli noi grandemente et desiderando il ben, et la conservation loro di quel
modo che convien alla fede sua verso di noi […] non mancaremo di espedir imme-
diate quelle altre maggior provisioni che ne parerano necessarie così de soldati come

114. Paruta, Historia vinetiana, II, p. 8.


115. Hale, L’organizzazione militare, pp. 320-321; Grivaud, Sur quelques contradictions, pp.
189-190. Sul periodico invio di decine di stradioti a Cipro, si vedano Aristeidou, Ενίσχυση των
οχυρώσεων; Kyrris, Mercenaires Albanais en Chypre; Patapiou, Η κάθοδος των ελληνοαλβανών
stradioti. Già dagli anni 1520 era iniziata la costruzione di alloggi per gli stradioti a Saline: Id.,
Antonio Bragadin γενικός προνοητής Κύπρου, p. 197.
116. Hale, L’organizzazione militare, pp. 153-154. D’altronde, come già Girolamo Priuli con-
testava nei suoi diari, la Repubblica si era tanto proiettata sulla Terraferma da non riuscire più
neanche a proteggere i propri domini con le forze navali, affidandosi alle fortificazioni e ai mer-
cenari; cfr. Lane, Venice, pp. 248-249. Si vedano le considerazioni di Cessi quanto all’incoerente
preparazione della Repubblica per l’invasione ottomana di Cipro, di cui già dal 1566 era informata,
in Cessi, Storia della Repubblica, pp. 556-561.
117. ASV, Collegio, Relazioni, b. 62, reg. 1, c. 86r.
118. ASV, Senato, Secreta, reg. 71, cc. 76v-77r.
119. Ivi, cc. 36r-37r.
Equilibri di potere 183

de munition, armata, et altro che farà bisogno per conservation di quel regno, de loro
stessi, et delle facultà sue, a noi il tutto charissimo […].120
Nello stesso anno si cominciò a pensare anche all’eventualità del restauro dei
castelli di costruzione bizantina posti sulla catena montuosa settentrionale del Pen-
tadaktylos, cioè Sant’Ilarione, Buffavento e Cantara,121 e del castello di San Nicola,
detto delle Gatte, sul promontorio meridionale dell’isola, i quali con un’adeguata
preparazione avrebbero potuto, in caso di necessità, ospitare un gran numero di
sfollati.122 Tuttavia non fu iniziato alcun restauro e i castelli rimasero in disuso fino
alla loro distruzione, nell’imminenza dell’invasione turca, per evitare che i nemici
se ne servissero come punti di appoggio. Fu anche deliberato l’ingrandimento del
castello di Cerines e la fortificazione di quello di Pafos. Lo stesso consiglio popo-
lare di Nicosia aveva suggerito alle autorità veneziane la fortificazione di un’altra
città oltre a Famagosta, che al momento restava l’unica fortezza capace di sostenere
un lungo assedio. Secondo la proposta dei nicosioti, sarebbe stato molto più diffi-
cile per il nemico appropriarsi dell’isola, dovendo espugnare contemporaneamente
più di una fortezza.123 Veniva quindi suggerito il rinforzo del castello di Cerines, in
considerazione della sua fortunata ubicazione, della salubrità dell’aria, della qualità
e la quantità di acqua potabile e della posizione strategica vicino a Nicosia, alla
quale si accedeva da un solo passaggio per le montagne, rendendo tale castello
facilmente difendibile.124 Altri, invece, suggerivano la distruzione dello stesso, per
risparmiare la spesa necessaria a renderlo utile agli scopi previsti.125
Il provveditore generale Bernardo Sagredo, trovatosi a Cipro nel 1562, pone-
va piena fiducia nella fedeltà dei nobili di Nicosia nei confronti della Serenissima,
ma meno sulla popolazione contadina. Secondo quanto esposto nella sua relazio-
ne di fine incarico, a Nicosia si trovavano
tutti i cavalieri e altri gentiluomini che stimano l’onore e metterebbero la robba e
la vita loro per dimostrare alla serenità vostra l’affection e servitù che sentono e
avrebbero combattuto e fatto combattere anche il popolo sforzandosi di non essere
inferiori ai soldati.126
Proponeva quindi di affidare ai giovani nobili la difesa della città risparmiando le
spese per il trasferimento a Cipro di stradioti da altri domini veneziani ogni qual

120. Ivi, c. 3r.
121. Nel 1529 il luogotenente Silvesto Minio riferiva al Collegio che i castelli della provincia
di Cerines erano abitati e fortissimi: ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 1, c. 111r. Nel 1545 il
luogotenente Alvise da Riva suggeriva la loro riparazione per aumentare il numero di difensori
posti sulla costa settentrionale dell’isola i quali avrebbero potuto anche proteggere la campagna
circostante: ivi, reg. 2, cc. 42v-43r;; b. 62, reg. 1, c. 134r.
122. ASV, Senato, Secreta, reg. 71, cc. 40v-42r.
123. Ivi, c. 147v; ASV, Collegio, Relazioni, b. 62, reg. 1, c. 134r.
124. ASV, Collegio, Relazioni, b. 61, reg. 2, c. 20r; b. 62, reg. 1, c. 135r. Per la fortificazione
del castello di Cerines si erano spesi per il periodo dal 1504 al 1529 circa 33868 ducati: ivi, b.
61, reg. 1, c. 114v.
125. Così il consigliere Fantino Dolfin nel 1544: ivi, reg. 2, c. 38v.
126. �������������������������������
BNM, IT VII 918 (8392), c. 57r.
184 Cipro veneziana

volta si fosse palesato un attacco turco a Cipro. L’educazione che i gentiluomi-


ni ciprioti ricevevano era basata sulla tradizione cavalleresca dei regni crociati,
che li portava ad adottare comportamenti contraddistinti da uno spiccato senso
dell’onore e dell’abnegazione, caratteristica riconosciuta da parte dei funziona-
ri veneziani.127 Evidenziando queste nobili attitudini, Sagredo aveva suggerito
di eliminare le compagnie delle cernide, cioè le pattuglie di controllo delle co-
ste formate da contadini,128 sostituendole con il servizio permanente di cavalieri
provenienti dagli alti ceti della società cipriota. I contadini erano obbligati alla
formazione delle cernide e perciò lo facevano malvolentieri mentre, a suo avviso,
la difesa di Cipro in caso di necessità sarebbe stata garantita più proficuamente
da gruppi di cavalieri armati e stipendiati, dato che «������������������������������
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quella nation è altiera e cia-
scun cercherà di superar de valor d’esser ben armati e con buoni cavalli»; sicché
in tempo di guerra non sarebbero fuggiti come talvolta era capitato con i villani
perché, quali gentiluomini di valore e onore, avrebbero voluto distinguersi dimo-
strando il proprio orgoglio cavalleresco, prezioso quanto la stessa vita.129
Diversa opinione nei confronti dei gentiluomini ciprioti serbava invece il ca-
pitano di Pafos, Bernardo Giustinian, il quale ricevette, nel febbraio 1550, un’in-
timazione da parte dei Capi del Consiglio dei dieci affinché non usasse «parole
descortese»����������������������������������������������������������������������
verso i nobili ciprioti e l’invito a essere più moderato nel suo com-
portamento «secondo il voler et mente» della Serenissima. Il capitano di Pafos
non accettava che i gentiluomini ciprioti, invece di comportarsi da sudditi della
Repubblica sottomessi all’autorità veneziana, si sentissero ancora legittimati a
tenere atteggiamenti propri della nobiltà delle corti regali dell’Occidente. Giusti-
nian si difendeva sostenendo di non aver
usato parolla niuna disconvenevole né che merita reprensione alcuna, ma perché i
sono [i nobili ciprioti] tanto mal usi per le amorevolezze che li vien dimostrato dalle
eccellentissime signorie vostre, et anche perché da questi magnifici rettori vien las-
sati far tutto quello voleno a suo piacer verso noi gentilhomini da Venetia, non gli è
lecito di guardarli. Ita che semo cum loro in questo paese à pezzor condition che se
fussemo sui subditi, et quando le eccellentissime signorie vostre sapesse tute le di-
scortesie che per li ditti gentilhomini cyprioti sonno soliti usare, et di continuo usano
si in parolle come in fatti contra li nostri gentilhomini da Venetia, et anche de nui
altri representanti la Illustrissima signoria, jo so certo che le eccellentissime signorie
vostre saria chiare della pocca fede loro hanno contra questo stado.130

127. Secondo Ercole Podocataro, uno dei principali esponenti della nobiltà cipriota, le qualità
che deve possedere «ciascun che ben nasce [sono] la fideltà verso il suo signor, la carità verso la
patria et uno accostumato viver alieno da ogni bruttezza»: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 289, f. 215,
17 gennaio 1542.
128. Tali pattuglie di guardia erano collocate nei punti più alti della linea costiera e comu-
nicavano fra di loro l’avvicinarsi d’imbarcazioni nemiche con segnali di fuoco e di fumo: Arbel,
Colonie d’oltremare, p. 966; Grivaud, Formes et mythe de la strateia, p. 40. Si veda anche la testi-
monianza di Oldřich Préfat, in Τα τσέχικα οδοιπορικά, pp. 9-10.
129. ��������������������������������
BNM, IT VII 918 (8392), c. 52v.
130. Giustinian criticava soprattutto il comportamento dei feudatari verso i contadini dei
propri casali, portando ad esempio alcune azioni di Antonio Davila che, di fronte al rifiuto dei
Equilibri di potere 185

L’opinione del capitano di Pafos Giustinian, nonostante rappresenti un raro esem-


pio di ostilità da parte di un funzionario veneziano nei confronti degli alti ceti
sociali di Cipro, sottolinea allo stesso momento la quasi universale libertà che i
ciprioti godevano durante il periodo del governo veneziano.
Infatti, i nobili ciprioti non mancarono di dimostrare la propria fedeltà nei
confronti del governo veneziano fino alla vigilia dell’invasione ottomana. In oc-
casione di una grave penuria di grano che aveva colpito Cipro nel 1566, Antonio
Davila e Tuzio Costanzo, ���������������������������������������������������
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gentilhuomini […] primarii������������������������
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secondo il vice-luogo-
tenente Giacomo Ghisi, percorsero l’isola ���������������������������������������
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per far comprita di quelli pocchi fru-
menti et orzi che potessero trovar», per la raccolta della quantità necessaria per
l’approvvigionamento delle città. Lo stesso Davila offrì un grande quantitativo
di grano dalla produzione dei propri feudi senza accettarne il pagamento da par-
te del reggimento, specificando di aver «voluto come fidel vassallo antiponer il
commodo del mio principe ad ogni mio particular interesse».131
Qualche anno più tardi, trovandosi in assoluto bisogno di denaro contante per
la costruzione a Nicosia di una fortezza più sicura e consona alle nuove modalità di
guerra, la Repubblica accettò la partecipazione all’ingente spesa dei più agiati e in-
fluenti membri della nobiltà.132 Giulio Savorgnan, che aveva l’incarico di progettare
e supervisionare la costruzione della fortezza,133 ammirò l’obbedienza al governo
veneziano e la pazienza mostrata dalle migliaia di persone, di varia provenienza so-
ciale, le cui case erano state abbattute per diminuire la circonferenza delle mura, in-
sieme allo stoicismo con cui avevano accettato tale decisione delle autorità.134 La cit-
tà era assai estesa e le case si alternavano ai numerosi giardini. Bisognava diminuire
l’estensione della città per costruire mura più compatte e adeguatamente difendibili.
Per la costruzione vennero quindi demolite numerose dimore, come pure il palazzo
reale e il convento dei domenicani, simbolo del precedente splendore di Cipro, dove
erano sepolti i sovrani della famiglia Lusignan e i principali esponenti della corte.135
Paolo Flatro, nobile cipriota laureato allo Studium Patavinum,136 stilò un
discorso di lode e ringraziamento in onore di Giulio Savorgnan, una volta com-

villani della contrada di Pafos di vendergli i propri terreni, cercava di distruggerli economica-
mente per realizzare i propri piani: ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 6. Sui vantaggi ottenuti
dai nobili ciprioti durante il governo veneziano, si veda Arbel, Roots of poverty and sources of
richness, pp. 356-360.
131. ASV, Senato, Dispacci, filza 3, Nicosia 23 ottobre 1566. Si veda anche Benzoni, La for-
tuna, la vita, l’opera di Enrico Caterino Davila, pp. 309-310.
132. ASV, Senato, Secreta, reg. 75, cc. 44v-45r; ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, ff. 244, 249;
Arbel, Η Κύπρος υπό ενετική κυριαρχία, p. 473.
, The fortress of Nicosia. Si vedano anche Mallett, Hale, The military organiza-
133. Perbellini��
tion, pp. 431-458; Grivaud, Aux confins de l’empire colonial vénitien; Id., Nicosie rémodelée; Ar-
bel, Η Κύπρος υπό ενετική κυριαρχία, p. 473; Panciera, Il governo delle artiglierie, pp. 197-212.
134. ASV, Archivio proprio G. Contarini, filza 4, cc. 98r-v. Lui stesso aveva acquisito le
maniere cortigiane, indispensabili per un capitano del Cinquecento, presso la corte dei Gonzaga a
Mantova: Casella, I Savorgnan o delle piccole corti, pp. 397-398.
135. Descrizione della chiesa nel racconto di Felix Faber, in Excerpta Cypria, p. 44.
136. Su Paolo Flatro e la sua produzione letteraria, si vedano Rudt de Collenberg, Recherches
sur quelques familles Chypriotes, p. 18; Grivaud, Ο πνευματικός βίος, pp. 1153-1154 e n. 116.
186 Cipro veneziana

pletata la nuova fortezza di Nicosia, «fatta per diniva inspiratione […] con
tanto giudicio, et con tanta prudentia, et maestria che sarà di certo in questo
nostro, et nelli venturi secoli un raro, et miracoloso essempio».137 L’opera lo-
data era considerata
per ragion, et per regola di guerra infallibile, et indubitata; che l’inimico per grande,
et poderoso che sia non ardisce mai di farsi inanzi, et rappresentarsi verso le cortine
per dare assalto; se prima non abbia levato a forza di cannonate le difese.138
L’ammirazione andava all’incredibile ingegno di Giulio Savorgnan, che
era riuscito a completare in otto mesi – tanti erano i giorni effettivi di lavoro
– e con la spesa di 115000 ducati una fortezza di pianta nuovissima e unica al
mondo, con ognuno dei suoi undici baluardi capace di contenere 4000 solda-
ti.139 Esprimendo la generale opinione dei nicosioti, Flatro rilevava il fatto che
Cipro rappresentava ormai l’unica terra cristiana nel Mediterraneo orientale,140
motivo per cui la costruzione di tale fortezza costituiva una necessità per conte-
nere l’impatto della barbarie e della ferocia turca sulla popolazione dell’isola.
Le conseguenze della guerra non erano sconosciute all’oratore cipriota, secon-
do il quale l’abbandono della città da parte dei suoi difensori o una difesa ina-
deguata, avrebbero provocato la distruzione di tutto quello, pubblico e privato,
che i nicosioti avevano con tante fatiche costruito. Senza la costruzione delle
nuove mura a protezione della popolazione, le orde degli invasori sarebbero
giunte a
rapir dal seno delle madri le virginelle, i picoli figlioli dal braccio de padri loro;
scompagnar le matrone dal lato de lor mariti, et contra tutti usar mille nefandi vitu-
perii, et vergogne: et come rapacissimi lupi solo di preda, et di sangue bramosi, non
perdonar ne à sesso, ne à età, ne cessar mai dalla crudeltà loro insino attanto, che non
habbiano contaminato il tutto della barbarie loro, con riempir ogni cosa di confusio-
ne di corpi morti, et di sangue. […] Imaginatevi appresso Signori quante voci, quanti
gridori, quanti pianti, et ululati mestissimi si haveriano in tali avenimenti uditi delle
donne, de fanciulli nostri figliuoli cordialissimi, et d’ogni altra qualità di persone,
coi capelli sparsi, colla barba bruttata, con battersi il viso, et il petto, chiamando l’un
l’altro, ma in vano, con voce piena di compassione, interrotta da profondi sospiri
[…] O spettacolo abbominevole pieno d’infinita commiseratione.

137. ASV, Capi dei X, Lettere, b. 290, f. 261.


138. ASV, Secreta, Notabili, reg. 11, c. 190v.
139. Un solo baluardo a Famagosta era arrivato a costare 125000 ducati: ivi, c. 191r. Simile
panegirico all’opera di Giulio Savorgnan fu steso anche da Giovanni Podocataro, uno dei nobili che
avevano finanziato la costruzione della cinta muraria di Nicosia: ivi, cc. 193r-196v. Si veda anche
Hale, L’organizzazione militare, p. 299.
140. «Noi cittadini dell’isola, et regno di Cipro, posti in queste ultime parti di Oriente; lontani
per tanta distantia di terra, et di mare dal seggio dell’imperio de nostri signori; attorniati dalla po-
tentia de Turchi atrocissimi inimici del nome, et della fede nostra […], senza alcuna fortezza, ove
si havessero potuto salvar le genti nelle occasioni; la potentia, la vicinità, il veleno di questo gran
serpente nelle fauci del quale ci ritroviamo; la lontananza dei sperati su[s]sidii rendevano lo stato
nostro pericolosissimo et mortale»: ASV, Secreta, Notabili, reg. 11, c. 189r.
Equilibri di potere 187

Paolo Flatro esprimeva la sua gratitudine per la decisione finale della Sere-
nissima di compiere i necessari lavori di fortificazione proprio a Nicosia e non in
un’altra città dell’isola141. Nell’esposizione dei pensieri del nobile cipriota colpi-
sce la scarsa considerazione che egli aveva della fedeltà della popolazione conta-
dina verso la Repubblica e la convinzione che, qualora i paesani fossero rimasti
fuori dalle mura ed eventualmente fatti prigionieri, gli ottomani ne avrebbero
tratto vantaggio nell’espugnare la capitale. All’inaffidabilità di questi contadini,
però, il Flatro contrapponeva la perdurante devozione dei nicosioti nei confronti
della Serenissima, dimostrata durante tutto il periodo del governo veneziano a
Cipro:
Tendino pur gli inimici à machinar contra noi; adoprino ogni lor forza; essi con
tutta la crudeltà et barbarie loro non potranno ismover mai, l’altamente fondato
proposito nostro di amare, et riverire la giustitia, la benignità, et l’altre divine virtù
di quella eccelsa, et Santa Republica, et non ostante alcuna tribolatione, ò, angu-
stia, alcuna fame, nudità, o pericolo, che ne soprastasse, à lei sempre ubbidire in
qual si voglia fortuna.142

141. Una delle ipotesi iniziali era la costruzione di una cittadella, che avrebbe potuto acco-
gliere soltanto i gentiluomini, ma alla fine si optò per rendere l’intera città una fortezza nella quale
avrebbero trovato rifugio circa 30000 persone.
142. ASV, Secreta, Notabili, reg. 11, c. 192v.
Conclusioni

Nonostante non si abbiano in questo testo presi in esame gli aspetti econo-
mici del periodo di governo veneziano nel regno di Cipro, si può ugualmente
evidenziare che la presenza della Serenissima sull’isola non ebbe il carattere di
dominazione coloniale, come ben eloquentemente ha dimostrato Benjamin Arbel
in un suo recente lavoro.1 Senza alcun dubbio il possesso di Cipro, la terza più
grande isola del Mediterraneo, posta proprio nel punto più orientale dei colle-
gamenti marittimi con i continenti dell’Asia e dell’Africa, giovava agli interessi
economici e diplomatici della Repubblica lagunare. Ma anche gli stessi ciprioti,
di tutti i ceti sociali, poterono trarre vantaggi dalla politica veneziana messa in
atto sull’isola nel Cinquecento, come prova l’aumento della popolazione locale,
il rinforzo delle produzioni agricole e artigianali, l’aumento degli studenti nelle
università italiane, il rinvigorimento della Chiesa ortodossa. Le autorità venezia-
ne adottarono diversi provvedimenti allo scopo di incoraggiare l’incremento della
popolazione delle città e delle campagne cipriote. Tali disposizioni non possono
tuttavia essere considerate tentativi di colonizzazione da parte della Serenissima
in quanto esse in realtà agevolarono l’immigrazione nell’isola, anziché di citta-
dini veneziani, di popolazioni greche provenienti dagli altri possedimenti dello
stato da mar caduti progressivamente in mano ottomana. Anzi, la stabilità politica
e il generale benessere offerto nel Cinquecento dall’amministrazione veneziana
fu l’incentivo anche per numerosi immigrati provenienti dalle province ottomane
a trasferirsi proprio a Cipro.2
I possedimenti dello stato da mar rivestivano per la Repubblica di Venezia
un’importanza cruciale: innanzitutto permettevano l’agevole accesso alle mer-
ci trasportate via mare, garantivano il rifornimento privilegiato in vettovaglie e
prodotti artigianali, permettevano il controllo del passaggio delle navi dei con-
correnti e dei corsari attraverso le vie commerciali del Mediterraneo orientale. La
Repubblica lagunare, nei secoli del tardomedioevo incontestabile dominatrice di
tali rotte, iniziò a perdere la propria importanza marittima a partire dalla seconda

1. Arbel, Régime colonial, colonisation et peuplement.


2. Ibidem, pp. 101-102; Grivaud, Sur quelques contradictions, pp. 190-191.
190 Cipro veneziana

metà del XV secolo, in seguito alle offensive dei rivali occidentali, all’espansio-
nismo degli ottomani e, infine, alle innovazioni nel commercio levantino.
Con la stipula della pace di Adrianopoli (1568) le forze militari del sultano
ottomano si liberarono dalle operazioni sui fronti occidentali e Selim II (1566-
1574) poté organizzare la conquista di Cipro indisturbato.3 Ai primi di luglio
del 1570 la flotta ottomana sbarcò a Saline, dopo aver transitato per Pafos e
messo a sacco Limassol. Il 6 luglio fu dato alle fiamme il vicino monastero
di Stavrovouni, che ancor oggi, secondo la tradizione, custodisce la croce del
ladrone pentito e un pezzo della Vera Croce.4 Da quel momento, secondo le
credenze religiose della popolazione cipriota, fu segnato il destino catastrofico
dell’isola: l’assedio di Nicosia non durò più di sei settimane e dopo undici mesi
soccombette agli ottomani anche Famagosta, con l’uccisione di gran parte della
sua popolazione e l’imprigionamento dei sopravvissuti. Gli ottomani riuscirono
a varcare dopo breve tempo le mura nicosiote perché i difensori non avevano
ultimato, per mancanza di tempo, i lavori di rinforzo5 e perché erano infinita-
mente meno numerosi degli assedianti. A fronte delle dichiarazioni di fedeltà
dei ciprioti nei confronti della Serenissima, non mancarono alcuni che collabo-
rarono con i turchi, non appena essi fossero sbarcati sull’isola.6 Le circostanze
nelle quali la città di Famagosta si arrese agli assedianti sono tra le pagine più
note della storia moderna. Per esse basti ricordare che sulla sconfitta pesarono
enormemente il mancato arrivo dei rinforzi europei e la violazione dell’accordo
di resa accettato dal capitano veneziano Marcantonio Bragadin.7 Ai danni bel-
lici provocati sull’isola nel corso della guerra si sommarono anche le catastrofi
naturali successive, sulle quali la superstizione dell’epoca non mancò di far
pesare una continuità con i “peccati” commessi durante le battaglie: l’epidemia
che durò otto mesi, la distruzione delle coltivazioni a causa delle cavallette e le
piogge, i terremoti, gli inverni gelidi e le alluvioni.8
Per tutto il Cinquecento il Mediterraneo costituì l’arena dello scontro fra
due mondi, che tuttavia vissero anche momenti di pacifica collaborazione: i due

3.  Per i preparativi degli ottomani prima dell’impresa contro Cipro, si veda Costantini, Il
sultano e l’isola contesa, pp. 44-46.
4. Schabel, Religion, pp. 212-213.
5. Perbellini, Le fortificazioni del regno di Cipro, p. 218.
6. Giovanni Sozomeno accusò di tale tradimento Muzio, Giovanni e Pietro-Paolo Singlitico
e Scipio Caraffa, i quali furono remunerati dai turchi successivamente alla caduta dell’isola:
Rudt De Collenberg, Les “custodi” de la Marciana, p. 19. Il comandante della fortezza di Cerine
Giovanni Maria Mudazzo e il castellano Alfonso Palazzo si arresero agli ottomani, come fecero
altri tre difensori della stessa fortezza che successivamente si convertirono all’islam: Costantini,
Il sultano e l’isola contesa, pp. 69-70. Si confrontino le considerazioni di Gilles Grivaud in Une
société en guerre.
7. Sullo svolgimento della guerra di Cipro, si vedano Hill, A History of Cyprus, III, pp. 950-
1037; Hale, L’organizzazione militare, pp. 38-42; Vacalopoulos, Ιστορία του νέου ελληνισμού, pp.
243-249. Descrizione della conquista di Cipro attraverso il confronto di fonti veneziane e ottomane,
in Costantini, Il sultano e l’isola contesa, pp. 64-74.
8. Nicolaou-Konnari, Η Κύπρος στις απαρχές της τουρκοκρατίας, pp. 203-207.
Conclusioni 191

grandi imperi dell’epoca, quello asburgico e quello ottomano,9 sfogarono la pro-


pria rivalità, più che a terra, con le scorrerie e le battaglie navali,10 conquistandosi
ognuno un lato del Mediterraneo, relegando Venezia in secondo piano, sebbene la
sua vitalità nelle rotte mercantili si sostenne per tutto il XVI secolo.11 Più tardi, da
Lepanto in avanti, alle consuete rivalità fra le diverse potenze, i cui territori erano
bagnati dalle acque del Mediterraneo, parteciperanno anche le flotte dell’Inghil-
terra e dei Paesi Bassi, diminuendo ulteriormente l’importanza di Venezia nel
commercio orientale.12 La prosperità dello stato da mar veneziano era basata sul
predominio navale, per cui la “thalassocrazia” veneziana finì quando il controllo
dei punti strategici delle vie commerciali passò agli ottomani,13 sicché gli studiosi
collocano proprio nella conquista ottomana di Cipro �����������������������������
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la fine del periodo imperia-
le» della Serenissima Repubblica.14
L’importanza del possesso di Cipro per la prosperità della Repubblica è sot-
tolineata dal tentativo dei veneziani di riottenere un qualche appoggio sull’isola,
addirittura offrendo ai turchi il pagamento annuale di un tributo.15 La naumachia
di Lepanto (Naupactos), che portò alla vittoria delle flotte occidentali contro il
sultano, il 7 ottobre 1571, non fruttò considerevoli guadagni alle forze cristiane. Il
Consiglio dei dieci, senza il previo assenso del senato veneziano, dovette stipula-
re un accordo separato con Selim, nel marzo 1573, con il quale, fra l’altro, veniva
sancita la definitiva cessione di Cipro all’impero ottomano e il pagamento di
300000 ducati quale indennizzo per le spese di guerra.16 La Repubblica avrebbe
continuato però negli anni a sostenere, se non altro moralmente, l’organizzazione
di progetti per la riconquista dell’isola. A ciò sarebbero servite le relazioni sul nu-

9. Braudel, Civiltà e imperi, pp. 130-132; Lane, Venice, pp. 245-246. Il controllo del mare
per l’impero ottomano divenne talmente importante, che nell’organizzazione militare il kapudan
pascia, capo delle forze navali, godeva di maggior rispettabilità dell’equivalente capo delle for-
ze di terra; Goodwin, Lords of the horizons, p. 124. Progressivamente le forze navali ottomane
arrivarono a superare in potenza e importanza strategica l’esercito dei cavalieri giannizzeri e dei
spahi, che potevano essere facilmente sconfitti dai ranghi nemici di archibugieri; Libby, Venetian
views, p. 119.
10. Gli ottomani, che non potevano vantare una tradizione marittima commerciale, avevano
usato il sapere tecnico, i modelli e la terminologia dei greci, dei veneziani e dei genovesi; si vedano
Ferrara, Il secolo XVI visto dagli ambasciatori veneziani, p. 263; Lo Basso, Uomini da remo, p.
179; Braudel, Civiltà e imperi, p. 107, nota 2.
11. Luzzatto, Storia economica di Venezia, pp. 185-188; Ashtor, Venetian supremacy; Lo Bas-
so, Uomini da remo, pp. 51-68.
12. Si veda Tenenti, Venezia e i corsari; Id., Venezia e la pirateria; Lenci, Corsari, pp. 15-
16; Hale, L’organizzazione militare, p. 11. Secondo Braudel, il declino della flotta commerciale
veneziana accelera a partire dal 1560 quando il commercio marittimo di Venezia si confina al Me-
diterraneo orientale lasciando il resto delle vie mercantili alle navi inglesi; Id., La vita economica
di Venezia, p. 95.
Thiriet, La Romanie vénitienne, p. 443.
13. ���������
14. Arbel, Colonie d’oltremare, pp. 979-980.
15. Ibidem, p. 959.
16. Pedani, In nome del Gran Signore, p. 165. Sull’assoluta importanza della battaglia di Le-
panto per Venezia e il mondo europeo, si vedano i contributi in Il Mediterraneo nella seconda metà
del ’500 alla luce di Lepanto.
192 Cipro veneziana

mero dei contingenti militari degli ottomani di stanza a Cipro, con la descrizione
dei sistemi difensivi, dell’atteggiamento dei locali nei confronti dei nuovi domi-
nanti e dell’eventuale possibile mobilitazione dei ciprioti per l’insurrezione.17 Da
parte degli stessi isolani continuarono a giungere in laguna, per quasi un secolo
dalla conquista turca, richieste di liberazione e di reinserimento di Cipro nello
stato da mar. Nel 1664, l’arcivescovo di Cipro, Niceforo, indirizzò al doge una
lettera in cui caldeggiava un intervento veneziano per la liberazione dell’isola,
fornendo dettagliate informazioni sui presidi ottomani. Sebbene non siano com-
pletamente attendibili, tuttavia impressionano i numeri della popolazione, calco-
lata secondo l’arcivescovo a 60000 ciprioti e 5000 ottomani. Il senato accordò,
in quella circostanza, la sola offerta di una sovvenzione finanziaria, che l’inviato
dell’arcivescovo comunque rifiutò.18 Ma fra le popolazioni greche del Mediterra-
neo era ormai sbiadita la speranza di ricevere dall’Europa sostegno, economico o
militare, per la liberazione dagli ottomani.19
Dopo la perdita di Cipro, la cui acquisizione aveva significato, secondo
Braudel, un’«immensa vittoria veneziana»,20 Venezia continuò ad avere il con-
trollo di Creta e delle isole Ionie, ma il suo peso politico nello scacchiere del-
la diplomazia del Mediterraneo sarebbe andato via via indebolendosi, assieme
alla sua prosperità economica. Venezia ripiegò progressivamente in un ruolo
passivo, se non difensivo, di fronte all’estensione dell’influenza politica degli
imperi asburgico e ottomano, perdendo la capacità di giocare a proprio vantag-
gio le contraddizioni fra le potenze europee.21 Dovendo rinunciare agli obiettivi
espansionistici nella penisola italiana e allo stesso tempo costretta a ritirarsi
continuamente dai propri possedimenti orientali caduti uno a uno in mano otto-
mana, Venezia si trasformò in un centro di irradiazione culturale,22 conservando
tuttavia il rapporto ideale con il mare quale risorsa insostituibile per la propria
sopravvivenza economica e politica.
Alla vigilia dell’invasione ottomana del 1570 a Cipro, l’emergere delle dif-
ferenze etniche aveva sostituito lo spirito dell’unione cristiana, che nel medioevo
aveva caratterizzato i popoli dell’Occidente, ormai non più interessati in alcun
modo ad appoggiare campagne militari nel bacino del Mediterraneo orientale.
La conquista ottomana collocò Cipro in un contesto politico molto più esteso di

17. Mas Latrie, Histoire de l’île de Chypre, III, pp. 559-589; Grivaud, Le rapport de Marc’An-
tonio Pasqualigo.
, Ανέκδοτος επιστολή του αρχιεπισκόπου Κύπρου Νικηφόρου, pp. 253-255.
18. Mertzios��
19. ��������������������������������������������������������������������������������������������
Come scriveva Costantinos Sathas, nel 1890, da allora in avanti i greci, �������������������
non tanto a Cipro,
quanto nella Grecia continentale, avrebbero affidato le proprie speranze al popolo ortodosso della
grande Russia: Sathas, Μνημεία ελληνικής Ιστορίας, IX, p. xxix.
20. Braudel, La vita economica di Venezia, p. 85.
21. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, pp. 462-540. Secondo Paolo Preto, nell’anno
1538, segnato dalla sconfitta a Prevesa e dalla morte del doge Andrea Gritti, che vent’anni prima
aveva guidato la riconquista della Terraferma in seguito alla catastrofe di Agnadello, si può in qual-
che modo individuare la fine «di un’era in cui Venezia ha partecipato alla pari con le altre potenze
alla grande politica europea»: Preto, Venezia tra la Spagna e i turchi, p. 235.
22. Libby, Venetian history, pp. 7-8.
Conclusioni 193

quello a cui era appartenuta per quasi un secolo, cancellando il prestigio goduto
al tempo in cui era lo scalo principale nella complessa rete di traffici marittimi
del Mediterraneo e il primario fornitore di grano, zucchero, sale e cotone per Ve-
nezia. La stessa popolazione cipriota non avrebbe più l’opportunità di occuparsi
direttamente della propria sorte nella misura in cui lo faceva nel passato.
In un suo studio, il conte Wipertus Hugues Rudt de Collenberg sostenne
che durante il periodo veneziano, Cipro non aveva svolto nessun ruolo politico o
storico.23 L’opinione che in questo lavoro si è cercato di avvalorare è che vi siano
argomenti di natura economica, politica e culturale per rivalutare la posizione di
Cipro all’interno dello stato da mar. I veneziani erano presenti sull’isola ben pri-
ma della forzata abdicazione di Caterina Cornaro dal trono cipriota e sicuramente
i rapporti con la metropoli lagunare non si interruppero dopo la conquista ottoma-
na.24 I profughi ciprioti furono accolti dalla comunità dei greci di Venezia, nella
quale per lungo tempo risultarono tra i gruppi più numerosi. Installati in laguna e
in Terraferma, per anni furono i principali sostenitori della causa della liberazione
dei concittadini prigionieri dei turchi.25 Le generazioni più giovani, educate nei
collegi greci di Venezia e nella prestigiosa università patavina, sebbene essi stessi
non avessero vissuto a Cipro, assorbirono dagli scritti e dalle memorie degli avi
l’amore e il nostos per la perduta patria.26 Inoltre, gli stessi veneziani furono i
primi forestieri a ristabilirsi a Cipro dopo l’instaurazione del governo ottomano,
ripristinando i rapporti commerciali fra la laguna e l’isola e riconfermando il se-
colare coinvolgimento di Cipro nell’economia veneziana.27
Ricomponendo gli elementi fin qui raccolti è possibile delineare un quadro
abbastanza articolato della società cipriota, che non aveva niente da invidiare
alle popolose e multiculturali società occidentali. Nel periodo preso in esame
la popolazione cipriota era composta da gruppi che, sebbene si riconoscessero
dall’appartenenza a una specifica comunità etnico-culturale, contribuirono alla
creazione di una comune identità cipriota che riuscì a incorporare tutte le diverse

Collenberg��,Δομή και προέλευση της τάξεως των ευγενών, p. 826.


23. Rudt����������������
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24. Il privilegio concesso dalla Repubblica a Giorgio Cornaro di possedere i 41 villaggi co-
stituenti la Commendaria degli Ospedalieri a Cipro, assieme al titolo di Gran Commendatore, fu
tramandato dagli eredi dei Cornaro fino al 1799, quando Laura Cornaro portò il titolo alla famiglia
Mocenigo al momento del suo matrimonio con Alvise. In virtù di questa eredità, il Conte Alvise
Mocenigo di San Stae, loro nipote, nel 1882, presentò istanza al governo inglese, allora occupante
Cipro, per la restituzione della Grande Commendaria: Jeffery, A description of the historic monu-
ments, p. 375. Nel Settecento risiedeva a Cipro un console veneziano che eleggeva i viceconsoli di
Siria; si vedano Dudan, Il dominio veneziano, p. 149; Migliardi O’Riordan, Archivio del Consolato
veneto. Sui ciprioti a Venezia si vedano, Imhaus, La minorité chypriote de Venise; Maltezou, Από
την Κύπρο στη Βενετία; Kyrris, The Cypriot family of Soderini.
25. Le litterae hortatoriae richieste dal papa negli anni 1570-1597 e studiate da W. H. Rudt
de Collenberg, riportano circa 640 membri di famiglie nobili, che rappresentano soltanto una pic-
colissima parte dei quasi 14000 ciprioti resi prigionieri dai turchi durante la guerra per la conquista
di Cipro; si vedano Rudt de Collenberg, Les Litterae Hortatoriae accordées par les Papes; Id.,
Esclavage et rançons; Costanini, Destini di guerra.
26. Cfr. Maltezou, Η διαμόρφωση της ελληνικής ταυτότητας.
27. Si veda Costantini, L’isola contesa, pp. 159-165.
194 Cipro veneziana

caratteristiche delle varie componenti. In ogni caso, il fatto che, nonostante le


differenze dogmatiche, la quasi totalità della popolazione cipriota condividesse la
stessa religione cristiana costituiva un ulteriore elemento di permeabilità cultura-
le e contemporaneamente un mezzo per condividere reciprocamente le rispettive
mentalità e abitudini. Occorre in ogni caso tener presente che la popolazione
urbana era socialmente, etnicamente e culturalmente più variegata rispetto al re-
sto dell’isola: oltre alle famiglie feudali che comunque traevano i propri cespiti
dalle campagne, nelle città abitavano mercanti, artigiani, professionisti e perso-
nale amministrativo, come pure numerosi membri di comunità monastiche latine,
al contrario dei monaci ortodossi che, per tradizione, preferivano invece abitare
in campagna. Lo spazio chiuso delle città si prestava così più facilmente alla
mutua interazione culturale, che con il passare dei secoli portò all’osmosi che fu
caratteristica della società cipriota nel tardo medioevo e nella prima età moderna.
L’attaccamento dei medi e degli alti strati sociali alla madrepatria cipriota, con
cui l’ambiente e la cultura si identificavano, è evidente fra i profughi che dopo la
conquista ottomana si stabilirono in diversi paesi europei aggiungendo al proprio
patronimico l’eponimo cyprius28. D’altra parte, la popolazione contadina condivi-
deva, a prescindere da differenze confessionali o etnico-culturali, le condizioni di
vita comuni del proprio ceto in tutte le società dell’epoca. In particolare a Cipro
la natura, spesso inclemente a causa di siccità, cavallette e terremoti, aggravava
le condizioni di miseria nelle quali generalmente versavano le popolazioni del
Mediterraneo, dove le incursioni dei corsari e l’espansionismo ottomano costitui-
vano un ulteriore fattore nell’accentuare la congiuntura negativa, talora pervenuta
a forme di degrado economico, a cui furono soggetti i sudditi dello stato da mar
veneziano. Proprio per questo motivo tali condizioni non possono essere ascrivi-
bili alle politiche applicate a Cipro dal governo della Serenissima.
Come si è visto, la società cipriota presentava le caratteristiche di un ambiente
dall’elevato livello di interconnessione e osmosi socio-culturale. Nello studio di
questi aspetti ci si è focalizzati sul rapporto dialettico fra Cipro, in quanto parte
dello stato marittimo veneziano, e la stessa metropoli lagunare. Questo approc-
cio potrebbe però, allargando lo sguardo, evidenziare altre relazioni fra l’isola più
orientale del Mediterraneo e l’Europa; fra le istituzioni dell’epoca che distinguiamo
come tardomedievale e le innovazioni dell’età moderna; fra il ridimensionamen-
to delle comunità multiculturali e l’emersione dei sentimenti nazionali. Cipro nel
Cinquecento costituiva un’isola di confine: al confine fra l’Occidente e l’Oriente,
fra il cattolicesimo e l’ortodossia e poi fra il cristianesimo e l’islam. In quanto tale,
Cipro ha rappresentato un luogo fertile per un continuo scambievole rapporto cul-
turale, religioso, linguistico, istituzionale. Attraverso la quotidiana interazione con
i forestieri, occidentali e levantini, la popolazione cipriota acquisì con il tempo gli
elementi culturali utili per diventare l’intermediario fra i due mondi dell’Occidente
e dell’Oriente, tanto diversi e tanto interconnessi in un equilibrio che fa ancora del
Mediterraneo uno straordinario crogiolo di civiltà.

28. Nicolaou-Konnari, Greeks, pp. 61-62.


Opere citate

Abbreviazioni

AST: Archivio di Stato di Torino


ASV: Archivio di Stato di Venezia
BNM: Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia
Capi dei X, Lettere: Capi del Consiglio de’ Dieci, Lettere di rettori e di altre cariche
Collegio, Relazioni: Collegio, Relazioni di ambasciatori, rettori e altre cariche
Consiglio, Secrete: Consiglio de’ Dieci, Parti Secrete
Contarini: Archivio proprio G. Contarini
DBI: Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della
Εnciclopedia Italiana, 1960-
EKEE: Επετηρίδα Κέντρου Επιστημονικών Ερευνών
ΕΚΜΙΜΚ: Επετηρίδα Κέντρου Μελετών Ιεράς Μονής Κύκκου
MCC: Biblioteca del Museo Civico Correr di Venezia
Senato, Dispacci: Senato, Dispacci, Rettori, Cipro

Fonti inedite

Archivio di Stato di Torino

Materie per Rapporti con Regno di Cipro


mazzo 2

Archivio di Stato di Venezia

Archivio proprio Giacomo Contarini


filza 4
Capi del Consiglio de’ Dieci, Lettere di Rettori e di altre cariche. Cipro
buste 289, 290
Collegio, Relazioni di ambasciatori, rettori e altre cariche
buste 61, 62
Consiglio de’ Dieci, Parti Secrete
filza 13
196 Cipro veneziana

Deliberazioni Roma ordinaria


registro 1
Materie Miste Notabili
registri 11, 146
Miscellanea atti diplomatici e privati
busta 42
Senato, Dispacci, Rettori, Cipro
filze 1, 2, 3
Senato, Mar
registri 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 19, 23, 26, 28, 29, 31, 32, 33, 34, 36, 37, 39
filza 32
Senato, Secreta
registri 34, 50, 54, 66, 71, 72

Biblioteca del Museo Civico Correr, Venezia


Donà dalle Rose
nn. 45, 46, 215
Ms. P. D. C 601
Ms. P. D. C 992/21
Ms. P. D. C 2669/2
Ms. C 139 a-b, L’Alta Corte. Le Assise, et bone usanze, del reame de Hyerusalem
Ms. Cicogna 796, Itinerarium clarissimi domini Marini Gradonici, prefecti et capi-
tanei Salinarum in insula Cypro, ex predicta insula in Suriam et Terram Sanctam
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Misc. Correr 1206, G.B. Perotto, Memoria del viaggio fatto da me, pre’ G.B.P., pa-
dovano, da Cipro in Gerusalemme e del ritorno in patria l’anno 1561

Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia


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cc. 126r-128r Nomi delle famiglie nobili di Cipro
IT VII 377 (8663), Miscellanea (relazioni, cronache, ecc.)
cc. 33v-35v Intrada e spesa della camera real di Cipro dell’anno 1548.
IT VII 877 (8651), Miscellanea relazioni di ambasciatori ecc.
cc. 320r-327r Descrizione della città di Nicosia
cc. 328r-330r Riti sacri dei Greci di Cipro sec. XVI
IT VII 918 (8392) Miscellanea
Opere citate 197

cc. 170r-182r (già cc. 47r-59r) Relazione de s. Bernardo Sagredo del Regno de
Cipro che fu Provveditor general
cc. 234r-247r (già cc. 62r-75r) senza titolo [cronaca di Cipro]
cc. 251r-269r (senza numerazione originale) Trattato di Cipri de messere
Francesco Attar
IT VII 2168 (9649) Consulti vari di Paolo Sarpi
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