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WERTHER IN BREVE

Werther è un lavoro della maturità di Jules Massenet, inaugurato nel


febbraio 1892, appena tre mesi prima del suo cinquantesimo
compleanno. A quel tempo era già compositore di grande esperienza e
successo, avendo alle spalle una serie di opere applaudite in ambito
internazionale (Manon ad esempio). Ma le origini del Werther
risalgono molto addietro: Die Leiden des jungen Werther (I dolori del
giovane Werther, 1774), romanzo epistolare di Goethe il cui
protagonista si toglie la vita a causa di un amore infelice, era presto
divenuto un best-seller in tutta l’Europa preromantica. Moltissimi i
lavori musicali che ne derivarono prima di Massenet, tra cui si ricorda il
Werther di Gaetano Pugnani (1790) o l’opéra-comique Werther et
Charlotte di Rodolphe Kreutzer (Parigi 1792). Leggendo il romanzo al
tavolo di una birreria locale, Massenet si sentì commosso fino alle
lacrime, specie dalla citazione dei versi di Ossian «Pourquoi me
réveiller» che Werther avrebbe poi cantato in un drammatico snodo
dell’opera, e cominciò a comporre.

L’estrema passione di Massenet per melodie impregnate di tenerezza e


sensualità trova una base ideale nella romantica narrazione di Goethe. I
suoi librettisti Paul Milliet, Georges Hartmann e Edouard Blau, però,
apportarono alla trama alcune modifiche: il matrimonio di Charlotte e
Albert non è più il risultato di una scelta della protagonista, ma di una
promessa fatta alla madre morente. Altra differenza riguarda Werther
morente all’epilogo della vicenda ma ancora vivo quanto basta per un
ultimo dialogo con Charlotte. Il tema conduttore di tutta l’opera, nelle
parole come nella musica, sembra essere l’infanzia, di cui Massenet
esplora ogni aspetto: i giochi degli orfani fratellini di Charlotte e il
testardo rifiuto di Werther di accettare che il mondo degli adulti
contrasti il suo sogno di tornare bambino in un tempo che gli pareva
più benigno.

Jules Massenet (1842-1912).

ARGOMENTO

ATTO PRIMO

Sophie, quindicenne figlia del borgomastro, aiuta la sorella maggiore


Charlotte che si sta preparando per un ballo. Tra i partecipanti c'è il
giovane Werther (Je ne sais si je veille), che il borgomastro presenta alla
figlia maggiore. Mentre tutti sono al ballo, Sophie, rimasta sola a casa,
viene raggiunta da Albert, fidanzato di Charlotte, che fa ritorno da un
lungo viaggio. Sophie lo rassicura circa la fedeltà e la serietà del
sentimento della sorella (Elle m'aime). Di ritorno dal ballo, Werther
dichiara a Charlotte il suo amore, ma la ragazza gli parla della promessa
fatta alla madre morente, di sposare Albert. Werther, seppur affranto, non
si oppone (Il faut nous séparer).

ATTO SECONDO

Nella piazza del paese si celebrano le nozze d’oro del pastore. Albert e
Charlotte sono sposi da tre mesi e gli amici brindano alla loro unione.
Werther, che da lontano assiste alla scena, viene raggiunto da Albert che,
conoscendo i suoi sentimenti, gli dichiara di stimarlo per la sua rinuncia.
Sophie, innamorata di Werther, lo invita invano a ballare. Il giovane vuole
parlare con Charlotte e la attende vicino alla chiesa per dichiararle ancora
una volta il suo amore: ma Charlotte gli ricorda che ora è di un altro uomo
e gli consiglia di allontanarsi per qualche tempo. Rifiutato un nuovo invito
alle danze di Sophie, Werther le comunica che se ne andrà per sempre: a
questa notizia la giovane scoppia in lacrime.
ATTO TERZO

E’ la vigilia di Natale e Charlotte, inquieta, rilegge le lettere di Werther.


Giunge Sophie, che le chiede se sia triste a causa dell’assenza del giovane
(Je vous écris): Charlotte non riesce a nascondere la sua tristezza e, di
fronte alla sorella, cade in un pianto a dirotto. Sopraggiunge proprio in
quel momento Werther che, dopo averle letto alcuni versi di Ossian, le
strapperà un bacio. Dopo questo fugace momento di abbandono la donna
fugge, rinchiudendosi in una camera (Pourquoi me réveiller). Werther
lascia la casa: ora sa che non c’è felicità per lui. Poco dopo manda un
biglietto ad Albert per chiedergli in prestito le sue pistole. Charlotte
intuisce l’intento suicida di Werther e si precipita a casa sua.

ATTO QUARTO

È la notte di Natale. Il giovane giace morente nel suo studio e, sentendo la


voce di Charlotte, si rianima per un attimo, giusto il tempo di chiederle
perdono e invocare una serena sepoltura (Là-bas, au fond du cimitière).
Charlotte ha appena il tempo di confessargli la verità: lo ha sempre amato
e si rimprovera di aver sacrificato i propri veri sentimenti a causa di un
giuramento. Werther morirà felice.

Massenet sottolinea il carattere impossibile dell’amore di Werther per


Charlotte che si conclude inevitabilmente con la morte. Ma la morte di
Werther, che il libretto colloca esattamente a Natale, può essere anche
assimilata a una sorta di rinascita di Cristo già percepibile in Goethe:
Werther muore, come il Cristo, per salvare l’umanità che, incarnata qui
da Charlotte, lo rifiuta pur amandolo.

GUIDA ALL’ASCOLTO
L’etichetta drame lyrique, fattasi frequente nei cartelloni parigini a
partire dal 1860 e utilizzata anche da Massenet per il Werther, indica un
dramma musicale che si scosta dai generi maggiori dell’opera francese
ottocentesca: il grand opéra (ricco di vicende e ruoli accessori, cori di
massa, danze e quadri spettacolari) e l’opéra-comique, comprendente
dialoghi parlati a collegamento dei numeri musicali come la Carmen di
Bizet (1875) o Manon dello stesso Massenet (1884). Mentre però
Manon manteneva l’uso del mélodrame (testo recitato su inserti
orchestrali) , Werther è musicato da cima a fondo senza alcun testo
parlato. Pur restando un’opera in cui i personaggi danno voce a pezzi
chiusi in corrispondenza di un vertice emotivo, le suture fra questi
numeri e il materiale di collegamento sono così ben mascherate che il
pubblico percepisce a malapena una qualche alterazione del livello di
discorso. La scrittura vocale è strettamente governata dalla parola,
sicché le transizioni dal recitativo all’arioso e all’aria risultano del tutto
naturali. Forse solo un francese ben radicato nella tradizione di
compositori come Gluck poteva saldare fino a tal punto delicatezza di
frasi liriche ed affascinante sensualità del suono orchestrale. La sua
raffinatezza tecnica emerge ancor più nell’estrema economia dei mezzi:
Werther è un’opera povera di trama e di personaggi: oltre ai due
protagonisti vi sono appena tre ruoli con cospicue parti cantate; e solo
un personaggio, quello di Sophie, la sorellina di Charlotte, titolare di
un’aria. Perfino le arie cantate da Werther e Charlotte sono assoli,
benché la trama amorosa quasi reclamasse un duetto. Invece tutto si
riduce a tre battute nel quart’atto, cantate assieme sulle parole
«oublions tout!» “scordiamo tutto”.

L’uso su larga scala di ricordi a mo’ di Leitmotiv, l’espansione


dell’apparato tonale, portò il Werther ad incappare nelle accuse di plagio
da parte di Wagner. Di fatto, durante l’ultimo trentennio dell’Ottocento
la critica musicale francese era ossessionata dalla caccia alle streghe
del wagnerisme. I presunti germanofili erano malvisti in Francia, sicché
in ogni tipo di partiture si cercava traccia di tali influenze. Anche
Samson et Dalila di Saint-Saëns e la Carmen di Bizet dovettero patire
la stessa denigrazione. Compositori dalla mentalità patriottica come
Debussy e Fauré definivano la musica di Massenet volgare,
insignificante e atta a saziare i dilettanti. Mentre le sue opere precedenti
gli avevano fruttato il nomignolo fils de Gounod (figlio di Gounod),
stavolta la nuova componente effettistica derivante dalle esposizioni
melodiche nei momenti culminanti, gli attribuì un titolo più ostile e al
tempo stesso contraddittorio: fille de Wagner (figlio di Wagner). Ma i
princìpi strutturali del Werther rappresentano in realtà un rafforzamento
dei procedimenti già seguiti dallo stesso Massenet nelle opere
precedenti (numeretto: pensiero dello studioso George Hall).
Allontanandosi dal tradizionale soggetto storico, abbandonando coro e
balletto, tornando a un’orchestra più ridotta (tranne che per l’uso di un
sassofono), Massenet cerca di avvicinarsi il più possibile al dramma
vissuto dai due protagonisti Charlotte e Werther, e concepisce pertanto
un linguaggio essenzialmente cameristico, particolarmente ispirato e
raffinato. In tutte le sue opere, Massenet dimostra una capacità geniale
di ambientare la sua musica attraverso colori particolari. Più volte
questi colori nascono semplicemente dal Paese in cui si svolge la storia,
altre volte corrispondono ai caratteri dei protagonisti.
Massenet veste l’intera sua opera (tranne che per due brevi momenti
giocosi, o quelli ingenui con Sophie) di una nostalgia infinita. Traduce
musicalmente le sofferenze e l’inevitabile tragedia finale.

Il preludio iniziale sembra un ritratto della personalità di Werther, con i


suoi primi accordi tesi e dissonanti, seguiti da un motivo di cinque note
(re#, mi, la, sol, sol) che girano su se stesse come un animale in gabbia,
trovando un’unica via di fuga in una pesante e lunga caduta sfociando
finalmente nel pacifico tema in re maggiore (il futuro inno alla natura
«Je ne sais si je veille»). A questi temi del preludio se ne
aggiungeranno altri a caratterizzare Werther, come quello (forse il più
famoso e uno dei più belli dell’opera) di “Pourquoi me réveiller”,
molto simile, come se fosse una variazione in modo minore, del tema
“Jésus vient de naître cantato dai fratellini di Charlotte all’inizio
dell’opera e sentito al momento della sua morte come se fosse una
speranza di rinascita. Ai motivi spesso tristi di Werther si oppongono
quello grazioso della prima entrata di Charlotte, quello benevolo
dell’arrivo di Albert e quello meraviglioso del primo incontro di
Charlotte e Werther durante il ‘chiaro di luna’, altro momento magico
della partitura. Tessendo e intrecciando una rete continua di temi,
spesso con variazioni cromatiche dall’effetto straordinario, in
un’infinita gamma di colori orchestrali, Massenet riesce ad alzare e
portare l’emozione dei suoi protagonisti a un livello sempre più alto
fino al sipario finale.

Sia l’opera che il romanzo affrontano temi attualissimi; primo fra tutti
la solitudine dell’uomo. La solitudine che incombe nell’opera è quella
che impera oggigiorno: parliamo continuamente, in mille diversi modi,
ma nessuno ci ascolta; è come se parlassimo da soli. Centrale nell’opera
è la solitudine del protagonista, che raggiunge il culmine nell’atto estremo
del suicidio, effettuato per contrasto drammatico, il giorno di Natale.
Quando Werther entra in scena, nella pura trasparenza e quiete di RE
maggiore (la stessa tonalità in cui i sei fratellini hanno appena intonato
il Natale), e prima ancora di celebrare gli elementi che lo circondano
(«Ô nature, pleine de grâce»), canta una cadenza perfetta di due note
(«Merci» - LA/RE). Mentre queste due note ribadite dai ragazzi
(«Noël! Noël! Noël!») erano piene di vita, adesso sembrano chiudersi
su se stesse. E subito dopo aver cantato la sua aria, mentre i bambini
cantano di nuovo il Natale, Werther si amareggia, nella tonalità relativa
di SI minore rimpiangendo già di essere cresciuto.
Ogni dettaglio, nella musica come nel libretto, dimostrerebbe
quest’idea fissa nella mente di Werther secondo cui ogni gioia, come
ogni piacere, sono vani, mentre l’unico oggetto del suo desiderio,
l’amore di Charlotte, è proibito. Nel corso dell’opera, sempre più
divorato dalla richiesta fattagli da Charlotte di allontanarsi da lei,
Werther vede la morte come unico mezzo per superare questo vicolo
cieco. Più avanti nella partitura, poco prima dell’ultimo ritorno di
Werther il giorno di Natale, il motivo della passione presente già nel
preludio (re#, mi, la, sol, sol) non si accontenta più di girare su se
stesso e si schianta diverse volte contro una simbolica gabbia (un
unisono di re bemolle suonato fff con l’indicazione «forzare il suono»).
I pensieri di Werther sono ormai alterati, affannati, confusi, e solo le
dolci parole di Charlotte riescono un po’ a calmarlo. Da questo
momento, la bellezza e l’intensità emotiva della musica scritta da
Massenet toccano l’indicibile, la spiritualità, come se il “non detto”
fosse diventato legge. I versi di Ossian, poi l’intensità di un irresistibile
crescendo musicale e passionale, trascina la coppia verso l’estasi
d’amore e all’irrimediabile gesto di Werther che bacia Charlotte.
Questo momento segna la svolta definitiva che prenderà Werther: il suo
addio alla vita («Prends le deuil, Ô nature!») così come l’evocazione
della sua fuga (l’ultimo intermezzo) danno di nuovo l’occasione a
Massenet di scatenare il suo genio. Ma al contrario della fine del
romanzo, come abbiamo già accennato, Werther rivedrà Charlotte. E’ in
questo momento che Massenet si fa portatore di un messaggio
totalmente diverso da quello concepito da Goethe nel romanzo e,
l’avvicinamento dei canti di Natale alle ultime parole di Charlotte
(«Tout est fini!»), parole identiche a quelle ultime pronunciate da Cristo
in croce nel Vangelo di San Giovanni, sembra una promessa di
rinascita.

IL PERONAGGIO DI CHARLOTTE

C’è da chiedersi quanto incida la figura di Charlotte nell’impedire il


coronamento di un amore da lei stessa ricambiato. Sentimentalmente
parlando forse Charlotte è da considerarsi la più colpevole di tutti. Ma
si tratta di un personaggio sfaccettato che persegue la felicità degli altri,
a partire dai fratelli, sacrificando la propria. In un contesto come
questo, la madre, a cui in passato Charlotte aveva giurato di unirsi ad
Albert, appare come una sorta di convitato di pietra del Don Giovanni
portando la figlia a restare incastrata in quel giuramento che si fa
sempre più insopportabile. In Massenet, poi, la vicenda sentimentale di
Charlotte ha un ruolo più determinante che in Goethe: la sua passione,
il suo coinvolgimento emotivo, si percepiscono molto più nitidamente
nell’opera che nel romanzo, anche grazie alla musica. La stessa
struttura epistolare rende meno incisivo ciò che invece la musica
sottolinea e rimarca costantemente, come un flusso continuo, ovvero la
grande passione che contraddistingue questi due innamorati. E anche
gli altri personaggi in Massenet, a cominciare da Albert, sembrano
generalmente più complessi, meno cristallini.
La musicologia concorda nell’affermare che il compositore, insieme ai suoi
librettisti, abbia voluto enfatizzare la personalità di Charlotte, che
nell’originale goethiano, resta più in ombra. Addirittura Massenet
considerò l’eventualità di intitolare il suo nuovo lavoro proprio
“Charlotte”. Essendo quest’ultima, nell’originale goethiano, soltanto
evocata nelle lettere, la decisione presa dal compositore di “darle un
volto” è ovviamente l’occasione di arrivare al pubblico tramite la sua
personalità, le sue confidenze, i suoi dissidi interiori. La differenza
essenziale tra il romanzo e l’opera riguarda il fatto che in Goethe,
Werther sa dell’esistenza di Albert già prima del suo incontro con
Charlotte. Nell’opera, Charlotte prova solo rispetto per Albert, non lo
ama, ma decide ugualmente di sposarlo per mantenere la promessa fatta
alla madre morente. Nell’opera, il primo incontro con Werther (il
chiaro di luna del primo atto) è l’occasione che porterà Charlotte ad
innamorarsi di lui nel breve istante in cui dimentica la promessa fatta.
Questo momento ha ispirato a Massenet una delle pagine più magiche
che abbia mai scritto, e forse la prima di puro impressionismo
debussiano. Il personaggio di Sophie è un’altra delle invenzioni
dell’opera: con la sua ingenuità porta un vento di leggerezza nella
vicenda, permettendo a Massenet di scrivere quei contrasti musicali
necessari per affievolire la tensione drammatica. D’altra parte,
l’intimità delle due sorelle permette a Charlotte di sfogarsi, e a
Massenet di comporre la sublime aria “Va! Laisse couler mes larmes!”
“Lascia scorrere le lacrime, dice Charlotte, perché tutte le lacrime non piante
ricadono nel nostro animo e martellano il cuore, che non resiste più e si indebolisce, e
tutto lo spezza!”

E’ interessante notare come, nell’orchestrazione originale, Massenet abbia


previsto per quest’aria il sassofono contralto solista, fornendo alla scena
quell’atmosfera malinconica necessaria. Con il senso pratico di “uomo di
teatro” qual era, Massenet prevede che, in assenza di sassofono, clarinetto
e fagotto possano sostituirlo: le orchestre dotate di sassofono erano infatti
una rarità in quei tempi, specie fuori Parigi.
L'apertura a cappella di quest'aria, accanto all'imperativo "Va!" possono
indurre a pensare che Charlotte si rivolga a Sophie con un probabile tono
accusatorio. Nonostante la prima frase sia cantata, appunto, con forza, le
parole successive rivolte alla sorella sono confortanti, per nulla adirate .I
segni di respiro pensati da Massenet, poi, sembrano essere, a primo
impatto, un pò esagerati. Probabilmente essi andrebbero visti in un’altra
ottica: piuttosto che prenderli entrambi, bisognerebbe considerarli come
una sorta di doppia opzione (o / o) che il compositore offre all’interprete.
Un respiro prima di "dans notre" ha più senso che dopo "âme", ma in
un'aria come questa ciascuno fa i respiri di cui ha bisogno, l'importante è
mantenere salda la direzionalità della frase. "Il et trop grand, rien ne
l'emplit" rappresenta il momento di punta dell'aria da cantare con
intonazione precisa quando la melodia si muove per terze. Supponendo
che l’interprete abbia abbastanza aria per farlo, bisognerebbe non togliere
troppo presto la parola "emplit". Successivamente, solo dopo aver
aspettato che tutte le sonorità orchestrali si siano estinte, l’esecutore
riprende il suo canto in pianissimo, avendo cura di effettuare un ritenuto
sulle parole "tout" e "brise" in modo tale da non scendere troppo presto
con il canto.

ARIA DELLE LETTERE “Werther, Werther! Qui m’aurait


dit la place”
Massenet enfatizza l’effetto devastante che provoca in Charlotte la lettura
costante delle lettere («Ces lettres… ces lettres…») in un’aria
straordinaria. La scena è introdotta da accordi dissonanti e da un lugubre
motivo finale negli archi. Con travolgenti contrasti di tempo e di dinamica,
la musica veicola l’agitazione di Charlotte che confessa di rileggere
incessantemente le lettere di Werther. La prima si sviluppa in lunghe frasi
discendenti in tempo lento, mentre la seconda passa a una brillante tonalità
maggiore in un delicato tessuto orchestrale con lievi fioriture negli archi e
nei legni, a voler imitare le voci angeliche dei fanciulli menzionati da
Werther. La terza, con un tono cupo e accusatorio, rivela l’intenzione
suicida del protagonista. La desolata conclusione ritrae musicalmente il
crollo emotivo di Charlotte attraverso una frase ripetuta più volte nel
registro di petto della voce (Tu frèmiras!).
Charlotte in cuor suo sa che la cosa più saggia da fare sarebbe sbarazzarsi
di quelle lettere, ed è anche cosciente del fatto che non le fa bene
aggrapparsi a Werther, ma lo fa comunque. Quest’aria è in certo senso la
sua rovina: è l’esatto momento in cui mette a nudo la sua anima rivelando
i suoi sentimenti per Werther e perdendo il controllo delle sue emozioni.

Nel romanzo, Werther muore senza rivedere Charlotte, mentre


nell’opera spira fra le sue braccia, bagnato dalle sue lacrime.
Quest’ultimo momento permette a Charlotte, in un’ultima variazione
del tema del ‘chiaro di luna’, di rendere all’amato il bacio ch’egli aveva
tentato di rapirle («Ah! ce premier baiser, mon rêve et mon envie») al
culmine del quadro precedente.

CHARLOTTE, ANGELO SEDUTTORE

Non era l’andar suo cosa


mortale, ma d’angelica
forma; et le parole sonavan
altro, che pur voce humana.
FRANCEsco PEtRARCA,
Canzoniere

Non c’è forse figura che incarni, al pari della Laura petrarchesca,
l’idea di amore angelicato e intangibile, di oggetto smisuratamente
distante dal mondo materiale in cui è inserita l’esistenza del poeta
che la canta. In questa dimensione rarefatta, l’esperienza d’amore è
naturalmente negata, elevando la fanciulla a paradigma della
bellezza e della poesia. Il rapporto sentimentale dunque è
contraddistinto da una parte dal soggetto innamorato, che si rivolge
liricamente all’amata, dall’altra da una presenza “immobile”, se
non indifferente a quel messaggio. Unidirezionale, seppur con
tutt’altre modalità, sembra essere anche la passione del giovane
Werther per Charlotte nel romanzo di Goethe. Assai diversa, invece, è
la protagonista dell’opera di Massenet. Charlotte, nella trasposizione
musicale, si discosta in modo evidente dall’originale goethiano:
l’amore di Werther è da lei esplicitamente ricambiato, come
testimoniano i versi della scena finale, quando, ormai troppo tardi, si
dichiara allo sventurato suicida in questo struggente scambio di
battute:

WERTHER: No!… non chiamare


nessuno!… Ogni soccorso sarebbe vano!
… […] Dammi solo la tua mano. […] In
quest’ora suprema io sono felice, muoio
dicendoti che t’adoro!

CHARLOTTE: Ed io, Werther… ed io, […] io t’amo!… […]


Sì… dal primo giorno che apparisti ai miei occhi… ho sentito che una catena,
impossibile a spezzare, ci legava entrambi!…

L’orizzonte in cui si muove la protagonista è dunque quello di un


sentimento represso, eppure inarrestabile, che cerca invano di soffocare
ma, puntualmente, esplode nel momento in cui, come in ogni
‘dramma lirico’ che si rispetti, non c’è più alcuna possibilità di renderlo
concreto. Charlotte rivela, con queste parole, il legame indissolubile
che la stringe a Werther, un istante prima che l’amaro canto di Natale
sottolinei, con ironia tragica, la morte del giovane. Il cambiamento che
i librettisti operano al personaggio originario di Charlotte sembra
dunque agire in profondità nella sua caratterizzazione, mettendo in
evidenza il suo innato senso del dovere e la costrizione che sta alla
base del suo rapporto con Albert (anch’egli tratteggiato, verso la
fine del testo, in modo un po’ meno benevolo rispetto alle pagine
goethiane).
Restando alle lettere, è innegabile che l’ambita fanciulla sia
contraddistinta in primo luogo da una forte vitalità, cui si collega anche
una certa dose di inconsapevole sensualità. Tutto ciò emerge già nella
prima parte del libro, soprattutto la lettera del 16 giugno in cui viene
descritta la serata danzante (tralasciata da Massenet), durante la quale
Werther per la prima volta fa la sua conoscenza di Charlotte :

Si cominciò, e per un po’ ci divertimmo a intrecciare le braccia nei modi più


svariati. Con quale grazia, con quale levità si muoveva Lotte! E quando passammo
al valzer vero e proprio e prendemmo a vorticare gli uni intorno agli altri come
sfere celesti, all’inizio ci fu una certa confusione, perché pochissimi erano capaci.
Noi fummo tanto saggi da lasciare che si sfogassero, e appena i più maldestri
ebbero sgombrato il campo ci gettammo nella danza e resistemmo valorosamente,
finché rimanemmo con un’altra coppia soltanto […]. Mai avevo sentito di
muovermi con tanta facilità. Non ero più una creatura umana. Tenere fra le
braccia la più amabile delle creature e turbinare con lei come una tempesta, così
che tutto, all’intorno, cessava di esistere, e… Wilhelm, per dirla tutta, allora giurai
a me stesso di non consentire mai a una ragazza di cui fossi innamorato […] di
ballare il valzer con altri che con me, anche a costo della vita.

Charlotte dunque è una presenza reale, dipinta nella sua fisicità e


freschezza giovanili. Werther, pur preventivamente avvisato del suo
fidanzamento con Albert, viene rapito dalla leggiadria del suo danzare
(«turbinare con lei come una tempesta») e cade inesorabilmente
nell’innamoramento che gli sarà fatale.

Almeno nell’impressione del protagonista, l’amore di Charlotte è


ricambiato e lui ne può cogliere i chiari segnali. Certo, nel secondo
libro la situazione si fa più difficile: la ragazza è ormai sposata con
Albert, ma, insieme alla disperazione del protagonista, cresce in lui
anche la sicurezza di essere il solo a poterla amare:

Mi basta vedere i suoi occhi neri, e già sto


bene. Vedi, a irritarmi è soprattutto la
sensazione che Albert non ne sia così felice
come io mi considererei…

Avvicinandoci all’epilogo, nella sezione in cui l’autore finge di far


parlare un narratore esterno, sono illustrate le emozioni della ragazza
nel momento in cui Werther le scrive che vuole assolutamente rivederla
prima della vigilia di Natale («Oggi o mai più»):

Nel frattempo Lotte era caduta in preda a uno stato d’animo singolare. Dopo
l’ultimo colloquio con Werther aveva capito quanto le sarebbe stato difficile
separarsi da lui, quanto egli avrebbe sofferto se avesse dovuto allontanarsi da lei.
[…] Le era divenuto così caro! Fin dal primo momento in cui si erano conosciuti
l’affinità delle loro anime si era manifestata in modo così bello, la lunga
frequentazione, le tante esperienze vissute in comune avevano impresso nel suo
cuore un’orma incancellabile.

Poco prima del finale, quando giunge il biglietto in cui il giovane


chiede in prestito le pistole ad Albert per un viaggio che ha in mente di
compiere, Goethe ci dà conto del turbamento interiore della donna, a
cui Werther ha rubato un bacio:

Il suo sangue, che di solito scorreva così puro e lieve, era in uno stato di febbrile
rivolta, sensazioni di mille specie le agitavano il cuore gentile. Era forse il fuoco
degli abbracci di Werther ciò che ella sentiva nel petto? Era sdegno per il suo
ardire?

Da queste brevi note sembra quindi che Charlotte, nella sua cristallina
onestà, stando a quanto ci vuole raccontare Goethe, provi qualcosa per
Werther, un trasporto ‘indicibile’ che condiziona le scelte del giovane
fino alla decisione di togliersi la vita. Nell’opera di Massenet questo
insieme di riserbo, virtù e coinvolgimento esistenziale, intimo e
personale vengono a galla e diventano esclusivamente fonte di
rimpianto.

L’elemento costitutivo dell’opera, che parla con più forza e chiarezza alla
contemporaneità, è forse la fragilità umana. Massenet ha saputo
parlarci delle gioie, dei dubbi, degli amori, del malessere, della
disperazione, dei sollievi, delle ambiguità di tutti i suoi protagonisti.
Tanti hanno visto in lui sentimentalismo o artificiosità dove c’è, invece,
un’immensa sensibilità e una straordinaria conoscenza dell’essere umano.
Massenet ha saputo commuovere, con raffinatezza, emozione e pudore,
pur cantando un amore impossibile, il rimorso del tradimento, la
gelosia, la delusione e il suicidio.

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