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SEMANTICA

Il SIGNIFICATO

Introduzione

Il significato é qualcosa assolutamente familiare prima e al di là di ogni scolarizzazione. Noi


ci mettiamo a studiare su qualcosa che non ci viene integralmente dall’esterno. Il
significato fa parte del nostro pacchetto formativo e lo diamo già per scontato. Ma
dobbiamo andare un po’ più a fondo su questo tema e verificare quanto questo “di più” ci
aiuta in capacità di comunicare, ascoltare e ricevere. Quella col significato è dunque una
familiarità acquisita, prima che imparata: la acquisisco anche senza andare a scuola. Nello
stesso tempo é possibile estendere questa attività ben oltre alla pratica di vita.

Si parla non solo di presupposizioni ma anche di intuizioni.


Intuizione sapere a cui perveniamo quasi senza accorgercene: sono come le lampadine
che si accendono spontaneamente nella nostra mente, su cui si costruiscono
successivamente saperi più articolati. Esse vanno considerate parte del nostro sapere.

La categoria del significato la applichiamo e la studiamo in primis per quanto riguarda il


linguaggio verbale, che è una forma eminentemente specie-specifica (cioè che
contraddistingue la specie umana) e, a partire da questa abilità in parte naturale (viene
acquisita spontaneamente), in parte culturale, possiamo parlare di sensatezza e significato
anche rispetto ad altre cose, anche se in modo traslato (ad esempio possiamo riflettere sul
senso della vita).

Per quanto riguarda il linguaggio verbale, in italiano esistono due parole per descriverlo:

 Linguaggio
 Lingua

Ma linguaggio e lingua sono la stessa cosa? In inglese ed in tedesco esiste un solo termine
per indicare entrambe le cose (eng. language, ted. sprache). In italiano, invece, c'é questa
differenza. Perché? Perché i due termini stanno a identificare due cose diverse:

 Lingua patrimonio che si attualizza, si realizza, si mette in uso, attraverso la facoltà


di linguaggio, e quindi parlando (o scrivendo). Perciò noi partiamo da un livello base,
che é il linguaggio inteso come “capacità di esprimersi” e che é una competenza. Non
é poi escluso che ci siano altri segni che si realizzano attraverso un altra forma di
linguaggio (parliamo in questo caso del linguaggio non verbale).

 Linguaggio esercizio della competenza linguistica, capacità d’uso, ricorso effettivo


alla competenza linguistica.

Il verbo “parlare” é importante e ha tante valenze e quella di “parlare in una lingua” è una
delle sue valenze.
La definizione che il dizionario ci dà di questo verbo è: “qualcuno parla a qualcun altro di
qualcosa in una lingua”.
Il “parlare” é un’attività intransitiva (non c’é un complemento oggetto) che comporta una
prospettiva comunicativa (si parla a qualcuno) e un ambito referenziale (si parla di
qualcosa), e nella quale si specifica in quale lingua si parla. Il fatto che la lingua in cui si parla
sia responsabile dell’atto del parlare e il fatto che questo venga precisato per ultimo, ci dice
di quanto bisogna precisare per mettere a fuoco la nostra attività con la lingua, attività che
non viene esaurita nella lingua in cui parliamo.

La domanda su “cos’è il significato” emerge da più discipline:

1. Filosofia del linguaggio


2. Linguistica
3. Scienze cognitive

La lingua é una competenza, il linguaggio é una performanza, una realizzazione. Questo ci


porta a parlare degli atti di discorso: il linguaggio, infatti, é una realizzazione perché ci fa
agire il parlante fa qualcosa: ha una competenza e produce un testo.

Le parti del discorso sono 9: nome, verbo, congiunzione, preposizione, articolo, aggettivo,
interiezione, preposizione, avverbio. Le due macro – categorie all’interno delle le parti del
discorso che compattano i nostri enunciati sono nome e verbo. Ma queste parti del
discorso non provengono dalle scienze linguistiche di 1800 e 1900, bensì dalla grammatica
greca (nel nostro mondo occidentale) e dalla grammatica indiana (per il mondo orientale).
Le grammatiche moderne sono ancora gestite su questa categorialità antichissima.
La struttura linguistica, infatti, é molto conservativa e anche se ci sono lingue che muoiono
e lingue nascono, le strutture portanti si ripropongono anche in lingue molto diverse e si
perpetua attraverso i secoli e i millenni. Ancora oggi, infatti, si studiano le categorie
linguistiche nate nel III e IV secolo a.C. in Grecia.
Le parti del discorso vanno a formare enunciati, cioè unità che si lasciano dire con una loro
discreta autonomia. Il messaggio, dunque, si scandisce in enunciati, i quali al loro interno
sono formati da vari sintagmi. Bisogna sempre tenere conto, sullo sfondo, della
competenza della lingua, contemporaneamente al fluire del discorso.
Le aree fondamentali della teoria semantica sono:

1. Semantica referenziale il referente é l’oggetto a cui il parlante si riferisce e ciò a cui


il parlante chiede che l’ascoltatore sappia pure riferirsi di cosa di sta parlando?

2. Semantica predicativo – argomentale quando un predicato viene messo in relazione


con degli argomenti. Le domande che ci porremo sono: “sono argomento anche il
soggetto e il complemento oggetto?”. Il predicato che si avvale del verbo “parlare”
attiva 4 posti argomentali: “come si organizza il flusso del discorso?”. Analizzeremo
dunque la dinamica interna del discorso.

3. Semantica inferenziale l’inferenza é ciò che non viene detto, che può essere intuito
o compreso e interpretato. “Inferire” è un verbo che viene dal latino e vuol dire
“portare dentro”, ovvero portare dentro qualcosa non esplicitamente dichiarato, ma
che si afferra col pensiero. C’é un vero e proprio esercizio di ragionamento e una
capacità logica che ci fa dire “anche se non é detto, é tra le righe”? Come posso
capire il non detto?

A questo punto la teoria serve per capire come stanno le cose o può diventare anche un
criterio di giudizio? La semantica é una disciplina puramente intellettuale e descrittiva o é
capace di incidere sul nostro comportamento di parlati o sulla comprensione dei discorsi
altrui?
All’inizio si pensava alla prima ipotesi, cioè che la semantica fosse una disciplina
puramente intellettuale. Oggi, invece, si pensa che il sapere acquisito debba essere
tradotto in un’attività, cercando dei criteri (una deontologia professionale) per esercitare
questa attività. Si pone, dunque, la questione della verità e della correttezza. Pertanto ciò
che si dice può essere misurato sulla verità (NB. c'é chi dice che senza menzogna la parola
non potrebbe esistere). Emerge così il rapporto tra il dire e il vero.

Ambiti di influenza della semantica:

 Teoria del significato il significato é fatto per essere compreso. Questo esercizio di
pensiero interpella la filosofia, che ha il compito di esercitare il pensiero al fine di
comprendere.
 Filosofia linguistica è la filosofia che si interroga sulla specifica terminologia del
linguaggio (cioè si pone la domanda “che sintesi teorica si annida in un termine
tecnico?”). É una semantica applicata.
 Filosofia della linguistica è la filosofia della scienza applicata alla scienza linguistica
(ex. cos'é un “fonema”? ecc…)

La teoria del linguaggio, però, non vuole assolutamente fare a meno di dati ed elementi
concreti; in essi, invece, vuole cercare sempre il suo riscontro e la sua verifica.
Corpus raccolta di dati, di testi, che organizza e assembla dati linguistici o testuali. É
importante raccordare e correlare teorie e dati.

Dati e teoria/corpora

La semantica é quel sapere che si professa come in risposta alla domanda “cos'é il
significato?”, “come si manifesta?”, “come si articola?”, “come lo si raggiunge come un
fine, a partire dai mezzi di cui si dispone?” (il tutto con riferimento al linguaggio verbale in
primis).
È una disciplina teorica, radicata in filosofia, ma i linguisti e gli scienziati cognitivi se ne sono
occupati; tuttavia questo non significa che essa non sia radicata nell'esperienza e che non
faccia i conti con l’esperienza. Il tema centrale é quello del rapporto fra il pensare e
l’esperire, cioè fra il pensiero e l’esperienza, e tema centrale é anche quello del rapporto
fra dati e la teoria. I fatti empirici e linguistico - comunicativi sono importantissimi; i
tantissimi dati di esperienza, che le tecnologie oggi possono mettere a nostra disposizione
(le tecnologie sono, infatti, archivi di grandi masse di date) sono così importanti che non si
possono trascurare con snobbismo e indifferenza. L'esperienza é quell’ambiente dove
ciascuno esercita la sua capacità di pensare e trova i riscontri che l’esperienza ci fornisce.
Il pensiero vive nell’esperienza. L’esperienza non é un dato bruto, ma é, invece, un dato
preso in carico dalla nostra capacità di conoscere. Dobbiamo alimentare un circolo virtuoso
che coinvolge la capacità di capire e di pensare e la nostra esperienza. É anche per questo
che bisogna cercare esempi, cioè dei riscontri della teoria, nei testi.

Il nostro oggetto di indagine é il riflettere sul linguaggio. Il linguaggio é insito nella nostra
condizione di parlanti e si manifesta in primis nell’oralità (le lingue storico – naturali
nascono oralmente). Ma quanto più l’indagine é impegnativa, tanto più apprezzabile é la
possibilità di “mettere nero su bianco”, cioè di mettere per iscritto i nostri pensieri. Il flusso
dei nostri pensieri é volatile, difficilmente ripercorribile, dunque una traccia scritta é utile,
perché rende suscettibile di riesame e di una comprensione in seconda e terza battuta di
qualche stringa di discorso che noi non capiamo o che ci sfugge. Analogamente, come
faremmo ad entrare in comunione con il pensiero di autori che non abbiamo più a tiro, se
non avessimo le loro opere? Questo vale sia per autori contemporanei (che magari non
possiamo consultare direttamente), ma soprattutto per gli autori antichi.
I corpora testuali rappresentano un pensiero si incorpora in un'opera, e che, perciò,
possiamo riconsultare, sulla base del quale possiamo indagare come é arrivata fino a noi
una certa opera ed un certo pensiero (qui si innesta anche il lavoro del filologo) e possiamo
analizzare le lingue in cui ci sono arrivati i diversi testi. La scrittura e la lettura sono un
grande supporto semiotico per entrare in comunione con percorsi di pensiero altrimenti
irraggiungibili. Il linguaggio é centrale come strumento per il tramite dei pensieri.

Le risorse tecnologiche: gli


strumenti

Importante in questo campo é il CIRCSE, ovvero il “Centro Interdisciplinare per la


Computerizzazione dei Segni e delle Espressioni”, che é il centro di ricerca dell’ “Università
Cattolica”. Fu fondato da un gesuita italiano ed era un centro di ricerca che voleva
disseminare nella pratica accademica un’impostazione di ricerca vincente a livello
internazionale, cominciata alla fine degli anni ’40 del 1900. L’idea era che quando leggiamo
un autore, nel frattempo noi fissiamo qualche punto del suo pensiero, per poter ricapitolare
il costrutto fondamentale della sua opera. Se però questo lo si fa a livello scientifico, allora
si può poi lavorare su quei dati che raccogliamo ad un livello più profondo e di verificabilità
da parte di chiunque, che é decisamente migliore. In questa pratica, in cui la tecnologia oggi
apporta un considerevole contributo, bisogna essere consapevoli che di una teoria si ha
bisogno. Allora quale teoria é applicata in questo progetto?
La teoria applicata é quella che si rifà alla scuola di Praga (linguistica europea del 1900).

Pro & contro

Non é ovvio che nella formazione linguistica vi siano corsi dedicati espressamente alla
semantica, perché fino ad oggi si sono prese in considerazione maggiore altre materie la
fonetica, la morfologia e così via. Ma tutte le strutture della lingua sono fatte per significare.
La semantica entra in tutti i livelli della lingua (fonetica, morfologia ecc …) e non si ferma
semplicemente al livello base del lessico. Anche l’ordine delle parole é importante al livello
semantico, cioè a livello del significato:

Ex. Giovanni ama Maria vs Maria ama Giovanni


Ex. il verbo “Sono” può essere sia “io sono” sia “essi sono”

Un’altra domanda fondamentale è: “si può fare della semantica un sapere organico e
solido a sufficienza?”

Alcuni hanno detto che la semantica non riesce ad essere una scienza. Ci sono stati degli
eccessi e delle prese di posizione estreme, orientate o al materialismo più radicale o a un
idealismo e spiritualismo così marcati da dire: “come facciamo ad essere seri e rigorosi su
qualcosa che sfugge?”.
Il dibattito si scioglie fra:
1. Comportamentisti si rifanno alla figura di Bloomfield, che pubblica nel 1934
un’opera intotalata “ Language”. Appartiene alla scuola antimentalista (a cui si
ribellerà Chomsky, padre del generativismo linguistico). Bloomfield é
antimentalista perché è comportamentista.
2. Studiosi legati ad una figura importante come quella di Benedetto Croce e alla sua
concezione estetica, che lo rende avverso alla linguistica generale ed alla logica.

I comportamentisti obbiettano a chi si prende cura del significato che il significato non é
osservabile quindi di ciò che non é osservabile non si può fare scienza (NB. pensiamo al
neopositivismo in Europa secondo i positivisti solo l’esperienza vale e solo le leggi del
mondo fisico possono costituire una scienza; la fisica diventa metodologia pilota, che va
osservata e acquisita. In questo modo la metafisica finisce bruciata). Perciò fonetica e
fonologia diventano le discipline portanti della linguistica perché più si sale di livello più il
significato galleggia in superficie e di lui non si può dare scienza. Ciò che non si ode e non si
vede, sfugge all’osservazione, e dunque sfugge alla scienza. O al più si può riprendere ad
osservare qualcosa a cui fonemi e morfemi rimandano quando ci occupiamo dei referenti: ci
rendiamo conto che le nostre parole rimandano ad un contesto socio – fisico. Se le parole
rimandano ad una parte di mondo osservabile e se voglio osservare qualcosa riguardo le
parole (che non stanno mai da sole), devo osservare il contesto socio – fisico. Ciò a cui le
parole si legano saranno questi oggetti osservabili (fonetica e fonologia), mentre per tutto il
resto non possiamo fare scienza.

Al lato opposto , con una prospettiva che per noi ha avuto molto più successo, ci sono gli
estimatori della tradizione letteraria, la quale viene a tal punto esaltata, che essa viene
eletta un esempio per antonomasia del linguaggio, trascurando così il linguaggio ordinario e
contrapponendo l’istituzione al concetto, mettendo in contrasto, in antitesi l’estetica e la
logica (che si occupa di concetti e argomenti) e quindi considerando che ogni scienza ha le
pretese di svilire l’oggetto altissimo che sfugge a qualsiasi studio di tipo schematico. Questo
si manifesta anche in una critica letteraria più estetizzante, perché il pregio dell’opera
diventa irriducibile ai pregi linguistici di cui l’opera é fatta.

Poi, presenza importante nella tradizione linguistica italiana, viene lo studio di Saussure e
l’opera di traduzione importantissima che De Mauro fece del “Cours de linguistique
générale”. Quest’opera di Saussure, infatti, non è un’opera integrale, pubblicata
dall’autore, ma è costituita da un insieme di appunti manoscritti presi dagli allievi dei suoi
corsi di linguistica generale. Negli anni successivi alla pubblicazione dell’opera, sono stati
pubblicati molti inediti originali di Saussure, che hanno messo in discussione
in lo stesso “Cours de linguistique générale”. De Mauro dava conto, attraverso un
apparato di commenti molto ricco, della lezione teorica che emergeva dai discorsi di
Saussure.
La linguistica di Saussure é improntata sulla distinzione tra “langue” e “parole” e la sua
semantica é improntata più sulla “langue” che sulla “parole”; questo determina una
consapevolezza, ovvero l’indeterminatezza del significato.
C’è una parte di verità in questo, ma essa non è assolutizzabile a tal punto da considerare
tempo perso lo studio della semantica e soprattutto della semantica di “parole”. C’è una
gran parte di verità nel sottolineare l’incompiutezza del semantismo delle parole, prese
una per una (ad esempio il verbo “sono” vale per indicare si la prima sia la terza persona
singolare).
Ma prendiamo un dizionario: quante volte un dizionario lista più volte una stessa parola?
Anche nel caso di parole più semplicemente polisemiche, il dizionario deve fare un elenco e
darci una pluralità di alternative. Se restiamo alle unità (che non é il modo normale di
funzionare delle parole, perché le parole, per funzionare, vengono combinate in discorsi)
l’indeterminatezza e la vaghezza cresce.
Perciò bisogna fare attenzione alle insidie di un patrimonio linguistico che ha molte
indeterminatezze. O si gestisce bene questa dose di indeterminatezze o si rischia di
ingessare qualcosa che invece é mobile e polivalente.

Il triangolo semiotico (cfr. Ogden & Richards 1923)

Il triangolo parte dalla nostra mente che cerca di tradurre in grafici il nostro pensiero. È
una struttura triangolare che può avere un percorso di lettura orientato ma che può
variare (ciascun vertice può essere un punto di partenza). Così essenzializzato, questo
triangolo compare in un manuale curato da Ogden & Richards agli inizi degli anni ’20 del
1900. La terminologia può variare (spesso invece di “significante” si legge “segno”, al posto
di “riferimento” si può leggere “oggetto” e al posto di “senso” si può leggere “concetto”.
Queste sono tutte variazioni sul tema di uno schema che però ha le sue costanti).
NB. In questo senso Peirce é prezioso da tenere presente. L’Interpretante (che é un “quid”
che appartiene alla lingua, e può essere più di una parola), in questo caso starebbe al posto
del “significante”,il “representamen” sarebbe il” senso” o “concetto” e il “riferimento” non
necessariamente é un oggetto ma può essere anche un pragma, un evento ad ogni modo
siamo sempre in una relazione triadica.

Questa triangolazione è da tenere presente come un ausilio che ha una bella capacità di
sintesi. Questa sintesi però non va fraintesa o resa in modo troppo rigido.

NB. La linea tratteggiata significa che non arrivo al significante o al riferimento in linea
diretta: devo capire il senso e poi posso andare.

Comunicazione: codifica e
decoifica

Un altra possibilità é quella del modello del codice, che ha avuto insigni precursori
(addirittura Aristotele) ma che ha anche avuto, in un epoca di grandi progressi e di
imperversare di mode, un grande sviluppo nelle scienze cognitive. Tendenzialmente si
pensa che pensiero e comunicazione nascano nella testa del primo comunicatore e
finiscano nella testa del destinatario. In realtà sono dei pensieri che devono mettersi in
relazione. L’idea é che le parole siano riversate in pensieri attraverso un codice e bisogna
sversare dal codice il pensiero che vi si era immerso.
Il modello di Jackendoff

Nel modello di Jackendoff del 1933 non c’è però un riferimento al mondo, o meglio
Jackendoff non rappresenta il riferimento:
non esiste un circuito che implica l’esserci di loro e del loro stesso mondo. È questa una
reazione forte all’antimentalismo dei comportamentisti. Vi è una soppressione radicale (a
cui spesso si reagisce con altrettanta radicalità). I nostri pensieri devono poter entrare in
relazione col mondo. Ogni modellizzazione tende ad operare astrazioni e riduzioni che é
importante riconsiderare in termini esplicativi. Nelle modellizzazioni basta un silenzio per
far cadere fuori dal conto una componente che magari non era stata estromessa bene.

Il modello inferenziale della comunicazione

 If...then
 Se...allora
 Detto e non detto

Non solo il modello del codice merita cura, ma non esaurisce la ricchezza della
comunicazione. Si é poi sviluppato un modello della comunicazione inferenziale, secondo
cui, a partire da ciò che é detto, si ragiona e si comprende fino ad afferrare anche il non
detto che é tra le righe del detto. Cioè date delle premesse si è capaci di trarre delle
condizioni, delle conclusioni si riesce a concludere qualcosa che non era già palesemente
dato.

SEMANTICA LINGUISTICA

Humboldt e Brèal

Humboldt (prussiano) e Bréal (francese) danno apporti importantissimi alla semantica. Il


nome di “semantica” lo dobbiamo a Brèal.
“Essai de Semantique” è il saggio (un saggio è qualcosa di più umile di un trattato, che
merita una cura delicata) di Brèal del 1897. Ma la semantica non é nata nel 1897,
ovviamente: prima di occuparci di chi ha dato il nome alla cosa, focalizziamoci sul
processo a cui siamo arrivati. L’iscrizione all’anagrafe di una nuova creatura, infatti, non
coincide con la sua nascita. C’è una gestazione anche nelle idee e nella storia della ricerca
e dell’esperienza umana. Le cose non si improvvisano.

 1600: Locke
 1700: Leibniz
1700 – 1800: Humboldt

Questi secoli vanno messi in fila e sono importanti per la nascita della semantica, che non
spunta fuori solo a fine 1800. Questa scienza ha una preparazione lunga ed é molto legata
al fatto che nel 1600 succede una cosa molto importante dal punto di vista dell’umana
conoscenza: Galileo e la rivoluzione scientifica importanza della scienza sperimentale
nascita della fisica come scienza sperimentale consapevolezza della decisività del metodo
adottato. La questione del metodo ha ancora molto in sospeso: é poco affrontata ed
esplicitata. Tutto questo genera critiche, ma al tempo stesso ci si rende conto che le scienze
non starebbero in piedi se non ci fosse la conoscenza umana, lo “human understanding” di
cui ci parla Locke. Occorre dunque riflettere sul nesso tra le nostre parole e la nostra
comprensione. Che rapporto c’é tra le nostre parole e le nostre idee? In che modo le parole
fanno velo alle idee e non sono compiuta espressione? Questa è anche l’epoca in cui non
solo nascono, ma si attestano come elementi della cittadinanza, le lingue nazionali, quindi
la pluralità delle lingue. Leibniz stesso progetta un linguaggio universale che raccoglierebbe
tutte le caratteristiche che presentano le lingue storico – naturali.
Ad un certo punto, però, a Roma arriva questo ministro dell’istruzione e ambasciatore
aristocratico della Prussia, Humboldt. Egli si pone un problema non solo dell’esplorazione
delle lingue del mondo, ma si mette a pensare su come mai a questo mondo ci sono così
tante lingue diverse.
Egli scrive un volume di introduzione su una lingua strana, misteriose, la lingua Cavi, cioè
la lingua letteraria dell’isola di Giava (nell’estremo oriente asiatico). Dopo aver esplorato a
tal punto le lingue del pianeta (Humboldt comincia la sua esplorazione a inizio anni ’80 del
1700), dopo aver studiato così tanto, egli arriva ad illustrare una lingua esotica e letteraria
sviluppata, e però, prima di entrare nello specifico della lingua, si sofferma sulla riflessione
importante di “che cosa vuol dire l’essere parlanti”.

Il linguaggio é progressivamente riconosciuto, proprio perché di lingue ce ne sono tante, e


la sua natura é quella di fare da mediatore. Esso si pone al confine e funge da interfaccia
tra gli esseri umani e il mondo. Andando in giro per il mondo e mandando, più che altro, il
fratello esploratore in giro per il mondo, Humboldt riesce raccogliere grammatiche e
dizionari delle lingue più esotiche e particolari, attraverso cui raccoglie anche
testimonianze della straordinaria creatività umana.

WILHELM VON HUMBOLDT


1767 – 1835

Linguista delle
lingue Linguista
generale
Filosofo
generale

E' una figura che é stata molto sottovalutata negli anni. Non é uno che teorizza senza
conoscere i fatti linguistici. È un esploratore del pianeta, ma ama anche pensare e riflettere
su ciò che esplora. É difficile tirare insieme queste competenze in una sola persona, per
questo fu una figura particolarmente importante. Humboldt scrive un libro molto
importante che in traduzione italiana si intitola “La diversitá delle lingue”.

La domanda di partenza di Humboldt è “ma perché le lingue sono cosi diverse fra loro?”.
Ciascuno di noi si sente appesantito dalla pluralità delle lingue. Humboldt, che pure si é
dedicato allo studio delle più varie lingue, prende ad esame in prima istanza il dato della
bellezza della creatività umana: gli uomini si sono dotati di lingue che possono meglio
introdurli nella loro vita su questo pianeta. C’é una profonda positività e un’intelligente
curiosità da parte di Humboldt, una voglia di capire, a partire dal fatto che le lingue sono
tante e sono molto diverse.
“Un eccellente dilettante. Saggio su Wilhelm Von Humboldt” è questo un saggio di Antonio
Carrano, che definisce Humboldt un dilettante. Come mai? Perché ancora la
specializzazione scientifica si sta sviluppando e perché Humboldt raggruppa in sé tre figure
contemporaneamente: è linguista delle lingue, è linguista generale ed è filosofo generale.
Inoltre si occupa di tantissime lingue: non si può essere eccellente in ciascuna lingua.
Secondo Carrano, quello di Humboldt é un esperimento di un mondo ormai remoto. Inoltre
rispetto alla filosofia dell’epoca (siamo al tempo dell’idealismo, del pensiero puro), c’è chi
dice che Humboldt sembra orientato in tutt’altra dimensione.
Egli raccoglie grammatiche e dizionari di 50 lingue diverse.

Humboldt é per buona parte della sua vita un uomo pubblico, un funzionario dello stato
prussiano con compiti di tipo politico, che si dedica però al suo studio nell’ultimo decennio
della sua vita.

Ripasso

Il termine “discorso” é un termine filosofico sostituivo di “ragionamento” ed indica il


pensiero che si snoda, che trapassa, che discorre dalle premesse alla conclusione. Mentre
il filosofo é più abituato agli enunciati e alle sequenze di enunciati, il linguista frammenta
le parole nelle loro unità morfologiche.

Secondo il modello del codice il pensiero c’é a prescindere dalle lingue. La codifica é il
momento di assegnazione al fatto linguistico. È invece diverso il modello inferenziale, nel
quale vengono riconosciuti gli indizi che stanno tra le parole.

Humboldt può essere considerato il primo linguista generale. Dal momento che ascoltò per
tutto il corso delle sue ricerche diversi popoli che parlavano lingue diverse, le differenze tra
le varie lingue saltavano all’occhio per questo in lui c’é una prospettiva comparativa –
sincronica. Le domande che Humboldt si pone sono: “Quali differenze accomunano le
lingue? Perché l’uomo parla?”. Egli non solo collezionò dizionari e grammatiche (in quanto
era un collezionista) ma ne produsse diverse.

 Comportamentisti e antimentalisti
La contesa di comportamentisti e antimentalisti esplode per l’esigenza di esprimere le
regole di una lingua.
Comportamentismo già dalla parola stessa capiamo che stiamo osservando al livello del
comportamento. Essi sostengono che
non posso occuparmi del mentale perché il mentale é inosservabile e solo
l’osservabile può essere oggetto di scienza. Il comportamento si, il mentale no,
secondo il criterio dell’osservabilità.
L’antimentalismo è un movimento di protesta.
Ma comportamentisti e antimentalisti sono la stessa cosa
o sono due cose diverse? Sono due cose diverse.

Vi è una difficoltà di afferrare il mentale ma allo stesso tempo si da ampio spazio


all’osservazione del parlante.

Grammaticalizzare una lingua accade a ridosso della lingua che si sta parlando: cioè, dopo
che la lingua si è formata, qualcuno ad un certo punto pensa di normare e insegnare quella
lingua questo accade già nelle antiche Indie e nell’Europa classica.
Si può prendere, ad esempio, la grammatica greca, che è una grammatica sul greco per i
greci. Il raggio di riflessione é quello regionale (quello della ). Le basi della
grammatica sono le basi della nostra lingua madre. È da notare che tutto questo si é
replicato anche con le lingue locali. Cioè prima si parlano delle lingue locali (ex. l’antico
tedesco, l’antico francese, l’antico italiano) e poi si grammaticalizza lo stato di una parlata
che ormai si é diffusa il grammatico viene dopo il linguaggio. Prima esso si attesta come
modo di esprimersi di una località, e poi qualcuno ci pensa su e norma il tutto.
Successivamente nasce l’esigenza interlinguistica, ovvero entra in gioco il rapporto tra
italiano e latino, tra latino e francese, tra francese e provenzale, ecc… si ha l’esigenza di
una grammatica che dia conto della grammatica della lingua, e che spesso non viene
parlata come lingua madre (ex. a Roma si parla e si studia il greco perché è considerata la
lingua colta, dei sapienti).

Si tratta, nel mondo occidentale, di lingue che da molto hanno familiarità con la scrittura e
applicano la tecnica della scrittura anche a lingue che si impongono come lingue moderne.
Alcune lingue sono più diffuse, altre meno diffuse, altre sono addirittura morte, ma si
possono tutte utilizzare tranquillamente. La grammatica, inoltre, é molto aiutata dalla
scrittura, perché questa mette davanti agli occhi qualcosa che starebbe soltanto nella
capacità di parola interiore al parlante. La capacità di riflessione, dunque, é conseguente
alla scrittura. Vedere le parole fisse su una pagina o su tavolette e papiri é un modo per
dire: “ecco li la parola e non mi sfugge”.

Cosa accade negli Stati Uniti nei primi decenni del 1900?

Non si studiano più solo le lingue antiche per trovare le genealogie delle lingue moderne,
cosa che costituiva il programma della linguistica storico – comparativa europea
ottocentesca e soprattutto tedesca parliamo in questo caso di glottologia.
NB. La glottologia e la linguistica hanno la stessa forma interna (infatti in greco “lingua” si
dice “ ”) La linguistica é una sapere, una scienza, che riguarda le lingue, la lingua
(“ ”). Si tratta di saperi legati a tecniche inerenti le lingue. Quindi, seppure i termini
sono molto simili, c’è però la precisazione che quando parliamo di glottologia, intendiamo
solo la linguistica stoica; quando parliamo di linguistica intendiamo solo la linguistica
sincronica. Sono cugine.

Nel 1800 la domanda che si poneva il romanticismo, che aveva la passione per la storia e
per l’esotico, era: “Da dove viene il tedesco, il latino, il francese ecc…” cioè: “da dove
vengono le lingue?”. Esse provengono da uno stato di lingua ormai perduto e non più
documentato, secondo il quale esisteva un’unica famiglia linguistica non molto ben coesa,
la cui esistenza si può attribuire alle somiglianze fra le diverse lingue antiche, cioè alle
somiglianze che il greco ha con il latino e che il latino ha con sanscrito ci sono troppe
somiglianze per non pensare che ci siano stati dei contatti tra queste diverse lingue.
Esiste una corposa tradizione scientifica che dimostra la somiglianza tra queste lingue
antiche. Però noi non possiamo pensare di accedere al sanscrito e al latino (forse per
quanto riguarda il greco possiamo perché molte caratteristiche del greco antico sono
rimaste nel greco moderno) perché non abbiamo più nessun parlante vivente di queste
lingue. Tuttavia ci sono rimasti testi preziosi, che si sono conservati per generazioni e
generazioni, e che sono arrivati fino a noi. Dunque i linguisti del 1800 si sono interrogati e
hanno trovato risposte sofisticate sul perché di queste somiglianze che hanno fatto loro
congetturare: “il dato lo possiedo, la somiglianza c’è, ma va fatto un passo in più”. Per
questo si é congetturata la presenza di uno stato di lingua comune chiamata lingua
indoeuropea o indogermanica (nella glottologia tedesca). Il campo di indagine erano
quindi i testi latini, greci e sanscriti.

Ma qual é la situazione linguistica del continente americano, e nello specifico quella


dell’America del nord?

In America ci sono gli indiani d’America (o amerindi) che non hanno una scrittura, ma
hanno le loro lingue locali e le loro tradizioni locali, che sono legate alle loro lingue. I più
importanti linguisti, o etnolinguisti, uno dei quali è Franz Boas, in questo periodo,
viaggiano verso la Germania e si formano a Lipsia e nelle grandi università tedesche, dove
si insegna linguistica dotta, ma al tempo stesso vogliono tornare a casa loro: essi infatti
vogliono indagare non solo il passato ma anche il presente, e non vogliono fare ricerche
solo in Europa, ma anche negli altri continenti. Per fare ciò, dunque, creano la linguistica
sul campo (field linguistics), cosa che possiamo fare anche noi in Italia (ovviamente é meno
ovvio farla dove c’é un’ampia documentazione disponibile, mentre é più ovvio andare in
luoghi dove ancora nessuno ha fatto ricerca).

Dunque il mentale é inafferrabile, ma il comportamento lo posso descrivere. La


condizione ideale é quella del parlante bilingue che parla da osservatore e da interprete.
La prassi dei comportamentisti é quella di descrivere i comportamenti rinunciando ad
associare loro quei criteri di pensato che noi associamo a noi stessi, per cui “siccome penso
questo, allora mi comporto così”. Infatti, dal momento che non sono parlante, osservo ciò
che si dice e come ci si comporta.

NB. Ma c’è una considerazione importante da fare: nel secolo scorso senza radiografia lo
scheletro non era osservabile e quindi era come se non esistesse. Oggi noi, che abbiamo
la radiografia, non potremmo dire che le cose, se non sono osservabili, non esistono. Non
si può dire che uno non pensa perché non si vedono i suoi pensieri.
All’antimentalismo di quell’epoca, però, subentrò successivamente il mentalismo.

… WILHELM VON HUMBOLDT

1767 – 1835

Linguista delle
lingue Linguista
generale
Filosofo
generale

C’é chi dice che Humboldt sia più uomo del 1700; altri dicono che é un romantico perché si
lascia affascinare dal linguaggio (ed é vero, ma é un fascino sentimentale, che non ignora
quanto é stato messo alla prova dallo studio di decenni su lingue decisamente astruse a
primo approccio; quindi la sua sentimentalità é passata attraverso prove e filtri che ne
assicurano la tenuta). Si sono fatti vari tentativi di afferrare questo autore, molto ricco e
difficilmente schematizzabile.
Ma cosa scrive Humboldt? Che cosa ci dice

attraverso le sue opere? Esistono alcune tesi

fondamentali di Humboldt:

 Il linguaggio come “organo formativo” del pensiero


In questa figura si vedeva il pensiero fosse fuori dal codice e attraverso il pensiero
diventasse codice. Con Humboldt, invece, abbiamo visione decisamente opposta. Secondo
lui il linguaggio é un organo formativo del pensiero. Nell’immagine non è evocata la
comunità di parlanti, ma ci sono solo i due individui. In realtà questa situazione é fittizia
perché isola i due parlanti, invece quello che essi si dicono é frutto di una lingua elaborata
da milioni e miliardi di parlanti nel corso di tantissimi anni, e non in un istante.
L’idea di Humboldt é che la capacità di pensiero dei singoli é fortemente debitrice alle
generazioni precedenti da considerarla protesi della capacità umana di pensare. È una
lingua posseduta, saputa, che ci aiuta a pensare e rapporta il pensiero alla parola e si
esprime in modi specifici per ogni lingua.

 La formatività del linguaggio e la forma linguistica interna

Quando vogliamo tradurre, vediamo che uno stesso pensiero può modellarsi in modo
diverso in funzione della lignua (vfare esempi)
Humboldt, che é studioso di linguaggio, si sofferma sul rapporto tra pensare e parlare, con
un’attenzione particolare sulla formativitá del linguaggio, che può modellare la capacità di
elaborare dei pensieri e di esprimerli. C’é una struttura, che Humboldt chiama “forma
linguistica interna”, che é diventata abbastanza nota, tanto da essere ricordata da vari
linguisti dopo di lui, anche se non sempre é stata ben compresa.

 Linguaggio e realtà: Humboldt relativista?

Humboldt allora é relativista in ordine al nesso fra linguaggio e realtà?


Cioè la domanda è: “Se mi approccio al mondo con diverse lingue, cambio visione
del mondo, di pensare il mondo e di categorizzare il reale a seconda della lingua che
uso?
Humboldt al tempo stesso sottolinea che i parlanti sono tali, perché hanno una propria
attività . Il pensare e il parlare sono attività
ci mettiamo qualcosa di noi siamo agenti.
Il pensiero é un fatto, ma se noi lo pensiamo diventa un oggetto per noi e questo accade
grazie ad una qualche attività. Non siamo pura passività: L’atto del dire e del conoscere ci
coinvolge come soggetti attivi.
Secondo Humboldt la lingua é espressione della nazione: se non hai una lingua, come fai a
pensare?
Ma si potrebbe dire “noi pensiamo non perché siamo parlanti dell’italiano, ma se
leggiamo i pensieri di autori in altre lingue, comunque li capiamo". Ma per Humboldt
questo è anche comprensibile perché secondo lui negli indizi del discorso c’è molta
collaborazione (inferenze).

Cerchiamo di identificare allora il nucleo del suo pensiero.

Cosa sono la forma linguistica interna e la forma linguistica esterna?

 Forma linguistica esterna facciamo riferimento alla fonia, cioè alla fascia del flusso
sonoro in cui si dislocano le vocali e le consonanti che modellano la fonia di una lingua
(ogni lingua ha la sua fonia).
 Forma linguistica interna è ciò che é contenuto nella variazione fonica e fonologica,
cioè nella forma linguistica esterna (ex. etimi, radici delle parole e del lessico); è
l’organizzazione morfologica (dal greco ), sono i costrutti (le parole, infatti, sono
fatte per essere messe insieme fra loro). La grammatica, poi, ci ha addestrato a
riconoscere tutta una serie di procedure che non fanno i grammatici ma le fanno i
parlanti, che, ad esempio, coniugano, declinano, suffissano tutti questi
modellamenti danno luogo all’espansione di una lingua, che ha un un suo centro, ma
che poi con diverse procedure si sviluppa ed il suo lessico si espande.

Il linguaggio, per chi lo riceve, prima é fonia e poi diventa pensiero. Siamo esseri sociali e il
linguaggio ce lo conferma. La complementarità delle relazioni sociali é importantissima.

Quindi noi abbiamo il paradigma della flessione. In teoria prima dovremmo studiare la
grammatica e poi comunicare. In pratica avviene il contrario: prima esiste una comunità
di parlanti di una certa lingua e poi si ha una grammatica.

Ma allora Humboldt è relativista?


(Triangolo
semiotico)

Humboldt vuole radicare la dipendenza tra oggetto e soggetto per dire che la loro
dissociazione é impensabile: se penso un concetto devo sempre pensare ad un segno,
poiché vi è un forte nesso forte tra parola e pensiero ( ). La parola é un rebus
per i traduttori poichè unisce insieme l’idea di “parola” e quella di “pensiero”; inoltre ha la
stessa radice del verbo “dire” ( ) Il fatto di spaccare qualcosa che é cosi fortemente
unitario é un rischio. Bisogna dare una segnicità ai nostri pensieri: in logica senza simboli
non si fa nulla.

La lingua è un mondo intermedio.

Humboldt, per supportare la sua teoria fa pochissimi esempi in questa sua opera. Uno tra i
pochi esempi che fa è però importante; egli dice:

1. Dvipa
2. Dvirada
3. Hastin
“Quando ad esempio in sanscrito l’elefante viene chiamato ora «quello che beve due
volte», ora «quello con due zanne», ora
«quello provvisto di una mano» vengono in tal modo designati altrettanti concetti diversi,
benché sia sempre inteso il medesimo oggetto.”

Dunque abbiamo 3 significanti per lo stesso segno, cioè l’elefante (cfr. il triangolo
semiotico) il popolo del sub continente indiano si é ingegnato a chiamare in più di un
modo l’elefante, un animale molto importante nella loro cultura, ed in due dei termini
si trova sempre la radice “dvi”, che ricorda il numero due (lat. duo, rus. два) Perché
questo?
Perché l’elefante ha due zampe, oppure è quello che beve due volte in due modi diversi, è
quello che ha due mani (perché ha anche la prensivitá della proboscide). Questi non sono
“concetti” di elefanti, ma sono forme e procedure interne di composizione che prendono
alimento da elementi già disponibili come il numerale due, l’idea di dente e l’idea di mano.
Quindi avevo mattoncini più semplici e, componendoli con qualcos’altro, me ne servo per
dire qualcosa di più e di nuovo.

Un altro elemento su cui le comunità di parlanti si esercitano sono i ritmi della


luce e dell’alternarsi di giorno e notte. Ad esempio:

 Inglese: Sunrise vs sunset ho la stessa parola “sun” e, combinandola con due


verbi diversi, descrivo i movimenti di alzata (to rise) e discesa (to set) del sole,
anche se scientificamente non è esattamente così, perché non é il Sole che si
muove ma é la Terra.
 Tedesco: Sonnenaufgang vs Sonnenuntergang il meccanismo è uguale a quello
dell’inglese, solo che il tedesco usa lo stesso verbo “gehen” e lo stesso sostantivo
“sonne”, cambiando solo “nauf” (su) e “nunter” (giù).
 Francese: aube vs couché de soleil in questo caso il tramonto viene indicato come il
momento in cui il sole “va a dormire”, mentre per l’alba si usa il sostantivo “aube”
che viene dal latino “albus”, cioè “bianco” (colore tipico dell’alba).
 Italiano: alba vs tramonto nel nostro “tramonto” c’è l’idea dell’ “andare al di la dei
monti”, perché il sole sparisce oltre le montagne; ma questo vale per una terra come
l’Italia, che ha le montagne; non si potrebbe dire lo stesso in una terra pianeggiante.

Tutto ciò dimostra l’ingegnosità delle lingue e il loro principio di economia. Ogni lingua
trascende alle altra ma tra di loro sono fortemente condizionate.

Lo stesso vale per l’ “arcobaleno” o per gli “occhiali”.

 Inglese: glasses / spectacus la parola “glasses” sta ad indicare le lenti ma anche i


bicchieri o qualsiasi tipo di vetro sostantivo polisemico. “Spectacus” invece, deriva
[Digitare qui]
dal latino “spicio”, “specto”, termine che sta ad indicare che sono “fatti per
guardare”.
 Tedesco: brillen indica il beriglio, un minerale utilizzato per fare la pasta di vetro
(nb. ci sono culture in cui si fa più attenzione al materiale di produzione e altre in cui
si fa meno attenzione a questo aspetto).
 Francese: lunettes termine che sta a indicare che le lenti sono come delle piccole
lune.
 Spagnolo: gafas termine che indica le stanghette degli occhiali.
 Russo: очки riferimento all’organo di senso (gli occhi).
 Italiano: occhiali riferimento all’organo di senso (gli occhi)

 La forma linguistica interna

L’attenzione di Humboldt in che misura é indizio al relativismo linguistico, teoria che


afferma che la capacità umana di modellare il proprio pensiero sarebbe la traccia del fatto
che parlando lingue diverse si pensa in modo diverso?
In realtà questa visione è una banalizzazione, un’estremizzazione, un’interpretazione
distorcente di un fatto innegabile, cioè il fatto che le lingue ci sono e sono diverse ma non
al punto da non avere dei tratti comuni e da non essere pienamente capaci di
tratteggiare certi tratti tra loro comparabili. Chi teorizza questa incomparabilità delle
lingue non riesce a spiegare fatti innegabili, come l’intercomprensione fra parlanti di
lingue diverse o la traduzione. Questi superamenti della diversità, che dunque non sono
indizio di un’insuperabile diversità, ci fanno pensare che anche lingue diverse si lascino
comparare.
Per spiegare questa compresenza ci viene in aiuto la forma linguistica interna. La nozione di
significato ci dice che ogni lingua ha una sua organizzazione interna, ma ha anche il fine di
significare e quindi può usare mezzi diversi con l’unico scopo di significare e significare in
un modo intertraducibile.

Con un dizionario bilingue possiamo benissimo trovare la traduzione di vari termini. A


“occhiali”, ad esempio, si può rispondere “linette”. L’equivalenza semantica é pacifica, ma
le forme interne sono molto diverse. Il significato é il fine, ma le forme interne possono
essere variabili. Questo é vero per un campo della numerazione, che non è soggettiva ed è
creativo.

[Digitare qui]
Esistono, ad esempio, diverse denominazioni di numeri. Per quanto riguarda i numeri
abbiamo un procedimento che può essere:

 Definitorio
 Induttivo

Ex. I I I I I I I I I I I I I I I I
I I 18

Le lingue ha dato dei numeri alle sequenze di unità, ma, per farlo, hanno adottato forme
interne diverse si può arrivare alla stessa meta passando per strade diverse e quindi
usando forme interne tra loro diverse.
Per scrivere i numeri noi abbiamo una prima trasposizione in numerali, cioè in cifre. Noi
conosciamo due sistemi di cifrazione numerica:

 cifre arabe
 cifre romane

Noi siamo stati allenati a calcolare con cifre decimali da destra verso sinistra, per cui si
comincia con l’unità a destra e via via cresceranno le decine, le centinaia, le migliaia a
sinistra. Per trasformare quella fila di unità (che mi indica il numero 18) in numeri arabi, noi
raccogliamo la prima decina (10) nella cifra 1, che contrassegna appunto la decina, e le
restanti 8 unità nell’ 8, che contrassegna appunto l’unità.

In latino, per raggruppare queste unità si utilizza, invece, il sistema letterale e si fa un


operazione più articolata: si fa, infatti, una somma di 10 (X) + 5 (V) + 3 (che viene espresso
in unità si replica un unità per 3 volte: III) XVIII.

A questo punto passiamo alla scrittura dei nomi dei numeri.


Per quanto riguarda la scrittura dei nomi dei numeri esistono 3 sovrapposizioni
semiotiche:

 Prima conto.
 Poi scrivo il simbolo di cifra.
 Poi scrivo il modo in cui leggo e pronuncio il simbolo numerico.

Il latino, quando conta, somma ma quando pronuncia sottra: “duo de viginti” due da
venti, ovvero 20 meno 2. In latino si scrisse per tutta l’epoca classica e poi ancora fino al
1700 (in particolare fino a Kant) questo dimostra che era una lingua produttiva e una
lingua d’uso. In questo caso, dunque, abbiamo un modo di scrivere (per somma) e di
pronunciare (per sottrazione) diversi.

Ma andiamo a vedere cosa succede nelle altre lingue moderne. In inglese diciamo
“eighteen” e in tedesco “achtzehn”. Anche in questo caso usiamo un’addizione, ma
rispetto al latino invertiamo la procedura, infatti mettiamo prima le unità e poi le decine.
Nelle lingue romanze (italiano, francese, spagnolo, portoghese), che però abbandonano
[Digitare qui]
l’impostazione del latino, noi pronunciamo prima il 10 (le decine) e poi l'8 (le unità).

È questo un esempio di forma interna: uso entità già presenti nella lingua, con un criterio
compositivo, che però compone in modo diverso, cioè non usa sempre la stessa
operazione, e assume il compito da un punto per arrivare all’altro in modo da esaurire il
suo discorso. Si comprende così come le comunità di parlanti siano creative e si ingegnino a
trovare un “modo per dire”.

I temi che Humboldt affronta sono:

 Creatività
 Creatività nell’ingegnosità delle lingue
 Ingegnosità dei popoli

La creatività é quella che in Saussure da come risultato l’arbitrarietà.

NB. Ciò che viene prima non é un precorrimento, ma non necessariamente perché viene
prima deve essere superato.

La tesi dell’arbitrarietà non spiega, però, questi modi di procedere delle lingue, che sono
fortemente dettati dall’ingegnosità creativa certo, ma anche dal principio di economia
delle lingue: se ad ogni uovo numero dovessimo inventare un nome nuovo, essendo
l’insieme dei numeri infinto, la nostra memoria sarebbe totalmente sovraccaricata.
Invece noi impariamo tutti una regola produttiva per quanto riguarda i numeri. Questa
semplificazione (cioè il fatto di avere una regola da applicare e che sappiamo applicare) ci
fa risparmiare energie cognitive. Quindi c’é un fondo di verità nell’arbitrarietà di Saussure,
ma la tesi di Humboldt punta a dire che proprio perche le comunità di parlanti sono
creative, non trovano precostituita una procedura per cui una certa entità debba avere un
certo nome, (il tutto secondo un principio di liberta e di invenzione NB. la libertà di cui
parliamo è una libertà totale, svincolata da qualunque cosa e qualunque regola.

[Digitare qui]
Dunque contro la tesi dell’arbitrarietà ci sono le motivazioni della creatività della lingua.
Humboldt ci dice che ci sono tanti modi per assumere il compito del significare, cioè in
modi diversi si può assegnare un nome alle cose o ideare una grammatica non c’è nulla di
prescritto a priori ma esiste solo una creatività totale. In questa creatività, però, ci sono
delle motivazioni forti, altrimenti noi non potremmo capire delle parole se non le
riconducessimo a parole per noi già note. Se ci fosse arbitrarietà estesa ad ogni lingua
straniera nuova da imparare dovremmo fare molta fatica. Infatti, anche il bambino può
essere istruito in grammatica e matematica, ma una volta insegnati i precetti di base il
bambino potrà poi proseguire autonomamente. Lo stesso può accadere
nell’apprendimento delle lingue: c'é una regolarità nelle lingue che ha una sua
descrivibilità ci sono delle regole sistematiche, ad esempio per i plurali ecc…
Una volta che ho imparato come si formano i plurali, posso applicare la regola per tutte le
parole che incontro, salvo le eccezioni. Per quanta varietà ci sia, comunque c’è una
regolarità, legata al fatto che, ad esempio, il dativo ha determinate funzioni riconoscibili,
che possono essere riapplicate. E questa regolarità deriva dalla storia. Noi oggi ci troviamo
un prodotto già lavorato dai grammatici, che hanno dato vari criteri a seconda degli indizi
presenti nella lingua (ad esempio notando la ripetizione di certi casi in certe lingue ecc…).
Quindi a partire dai suoi studi, il grammatico elabora una morfologia e una grammatica.

Noi, dunque, tutto ciò che sta in una lingua lo vediamo già sistematizzato, ma sicuramente
tutto questo non si é fatto da sé, ma è opera dei popoli che hanno parlato una determinata
lingua in un arco di tempo molto lungo. Il ruolo della storia dunque é fondamentale. Noi
studiamo una linguistica sincronica, che non si da, se non a partire da una storia. Noi non
possiamo ignorare la diacronia di una lingua se non ne osserviamo la sincronia e non la
osserviamo mai prescindendo da ciò che precede. Anche nella diacronia le lingue vivono
come sistemi. Nella semantica linguistica l’attenzione é al sistema lingua, al codice, al
repertorio di una comunità di parlati, e di tutto questo non possiamo che dar conto che
queste comunità vivono nel tempo e hanno importato nella lingua ciò che i tempi portano
con sé. L’essere umano é un essere storico, le cui azioni si modificano nel tempo e perciò
le lingue ne risentono. Le nostre lingue vivono nel tempo. É chiaro che una qualsiasi lingua,
ad esempio l’italiano, del 2015 non può essere la stessa anche solo del 1915, ma ci sono
anche casi in cui il lavorare su una lingua la essenzializza e la pulisce al punto che magari
cose dette secoli fa non appaiono arcaiche quanto cose scritte ai nostri giorni in una lingua
poco curata. Se si legge la prosa di Manzoni, per esempio, questa risulta molto più fresca di
quanto non siano pagine filosofiche arzigogolate e complesse di studiosi contemporanei o
comunque del 1900. Quindi la lingua sicuramente cambia col tempo e allo stesso tempo la
si può migliorare nel tempo, mentre in altri casi un utilizzo meno accurato e meno
lungimirante, appesantisce la qualità della prosa e diventa più conservativa (soprattutto
attraverso uno stile troppo solenne, che conferisce alla lingua pesantezza e vetustà.

Però questa attenzione alla storia é pertinente per passare a Michel Brèal, di cui
quest’anno ricorre il centenario dalla morte.

[Digitare qui]
MICHEL BREAL

1832 – 1915

L’uomo e il
linguaggio La
semantica
storica

L’attenzione di Brèal va sulla centralità dei parlanti rispetto ai fatti di lingua: le lingue non
sono sistemi inerti o già dati, che non hanno a che fare con noi, ma portano l’impronta dei
soggetti della condizione umana, della loro finalità e al tempo stesso se vogliamo
addentrarci nella semantica (Essai de semantique) dobbiamo esse consapevoli che
dobbiamo partire da una prospettiva che ci racconta quanto siamo esseri storici.
La Diodato ci racconta che Brèal ha una formazione di eccellenza, che da Parigi, dove si
forma, lo porta a Berlino, capitale d’avanguardia degli studi glottologici, ma Brèal non si
uniforma e si allinea con quel modello biologico – naturalistico della linguistica storico –
comparativa, poiché ritiene che prima ancora che sulle lingue occorra soffermarsi sulla
facoltà di linguaggio e che quindi non si possa pensare alle lingue senza pensare ai soggetti
parlanti che le hanno istituite. In questo Brèal è molto moderno, perchè precorre i suoi
tempi. È un innovatore, che imprime una nuova freschezza di sguardo: egli asserisce che la
lingua non può avere pretese autonomistiche.

Ma andando a studiare in Germania (l’avamposto della ricerca della linguistica storico –


comparativa) cosa vuol dire, per Brèal, trovare un modello biologico – naturalistico?
Nel fare scienza noi assumiamo dei modelli, delle idee sintetiche, degli schemi
interpretativi, delle strutture astratte, che sono la chiave di lettura di tutti i fenomeni
osservati: sono la sintesi esplicativa della realtà che stiamo indagando (in questo caso
particolare, dei fatti linguistici). Quando adottiamo dei modelli del genere i casi sono due:

1. Sviluppiamo dei veri e propri modelli (ex. da quali assiomi partiamo?, quali tesi
facciamo nostre?, quali diagrammi sintetizzano la nostra concezione?)
2. Lasciamo cogliere questa idea interpretativa attraverso metafore Qual é il ruolo
della metafora, cos'é una metafora? Una metafora é una figura retorica che serve
a istituire un paragone tra due elementi senza collegarli da una particella come
“come”, cioè sostituisco il secondo termine di paragone al primo e non solo non
dico il “come”, ma chiamo qualcosa col nome di qualcun altro. Allora qual è il
paragone utilizzato da autori come Bopp? É il paragone

[Digitare qui]
dell’organismo (è per questo che il modello a cui si ispira Brèal si chiama “modello
biologico” le lingue, infatti, vengono trattate come organismi. Si da una lettura
delle lingue in termini di “famiglie linguistiche”, di “alberi genealogici”, paragoni che
lasciano pensare alla dimensione biologica di specie di uno stesso genere, a partire,
in qualche caso, anche da una prospettiva evoluzionistica (Darwin infatti è
pienamente ottocentesco ). Vi è l’idea di risalire a stadi precedenti dell’evoluzione
delle lingua; la prospettiva glottologica, infatti, é quella di confrontare lingue diverse
a partire da somiglianze arcaiche, ed è una prospettiva che si propone di spiegare
perché in sanscrito, greco e latino ricorrono queste somiglianze (infatti la
discontinuità territoriale, che hanno le diverse lingue, non impedisce la discontinuità
linguistica allora dobbiamo capire come questo é avvenuto).
Parlando di “organismi” si adottano anche metafore vegetali o animali: ad esempio si può
parlare di “radici” delle parole; ma si individuano anche procedure legate allo sviluppo di
organismi che si autoalimentano, o procedure che danno luogo a delle leggi di fonetica
storica, quasi ci fosse una forza propria che modella e trasforma le lingue. Secondo Brèal
invece non è così: secondo lui è un aiuto per noi istituire dei paragoni, ma non dobbiamo
farceli sfuggire di mano, altrimenti le somiglianze le prendiamo per identità perfette e
stravolgiamo il senso che può venire da un paragone.

Dunque, per gli studiosi di Berlino se noi congetturiamo uno stato di lingua arcaico non
documentato, la visibilità dei parlanti é nulla, cioè, nel caso specifico, noi non abbiamo
nessun rapporto con parlanti di latino, greco o sanscrito; questa é una spiegazione del fatto
che il parlante é molto meno accessibile; se, invece, io faccio linguistica sul campo presso
comunità che non hanno la scrittura il parlante ce l’ho davanti. Gli studiosi di Berlino,
invece, lavoravano sulle lingue estinte dei documenti scritti; per questo é meno
incomprensibile questo azzeramento dei parlanti.

Inoltre il 1800 é il secolo del positivismo. Le scienze umane non sono cosi impermeabili a
tutte queste dinamiche del rigore del metodo scientifico ecc…
Quindi il mito dell’epoca fu anche per i linguisti quello di formulare delle leggi senza
eccezioni. Anche Brèal cerca di formulare delle leggi all’interno della semantica storica,
perché questa é la condizione necessaria perché la volontà di capire si trasformi in scienza.
Se vogliamo formulare saperi che siano scienza dobbiamo arrivare ad essere cosi sistematici
nella spiegazione di un dato di fatto, a tal punto che si riescano a cogliere delle regolarità
quindi a formulare leggi sia descrittive sia esplicative.
La tendenza che il positivismo imprime a un pensiero che raccoglieva il successo di scienze
naturali impegnate a formulare delle leggi, determina che anche nelle lingue si dica che
esse sono fatti storici e osservabili nel tempo dunque dobbiamo spiegare le loro
trasformazioni e formulare delle leggi.

Brèal nel corso della sua vita si sposta a Berlino e studia con Bopp, il primo linguistico
storico – comparativo dell’università di Berlino, formata da Humboldt. Ma Bopp non è
seguace di Humboldt:
[Digitare qui]
1. Humboldt infatti non insegna niente a nessuno, quindi Bopp non può essere un suo
discepolo.
2. Bopp si concentra su questo trittico di lingue classiche (sanscrito, greco e latino) e
sugli studi di grammatica comparata, oggetto della sua opera del 1816, che segnano
l’inizio della linguistica storico – comparativa. In questo modo Bopp lascia fuori le
lingue orientali e quelle degli Indiani d’America, concentrandosi, invece, sull’Europa e
sulle sue radici asiatiche e così facendo da il via a questa tradizione della linguistica
storico – comparativa. Da qui si svilupperà la tendenza dei neodrammatici che si
rifaranno al positivismo (i quali si proporranno di cercare leggi caratterizzanti
l’evoluzione della pronuncia delle lingue e che ci aiutino a capire le trasformazioni
fonetiche delle lingue attenzione alla fonetica, vista come l’ambito più osservabile:
la fonetica cerca un terreno di confronto e i suoni sono più facilmente osservabili e
udibili di tutto il resto, per questo hanno lasciato una traccia nella scrittura e quindi ci
hanno permesso di studiarli). Dunque c'erano delle buone ragioni, che spingevano a
essere oggettivi e trattare le lingue come dei fatti, perciò si forma l’idea che bisogna
osservarle nei loro aspetti più suscettibili di confronto e di controllo e a quel punto
cercare di spiegarsi il perché dei cambiamenti avvenuti nel tempo.

NB. Le lingue sono storiche perche gli esseri umani sono storici ed esse cambiano nella loro
semantica perché lo scopo principale del parlare é il significare.

Brèal precorre i tempi perché ci dice che la linguistica non può avere pretese
autonomistiche.
É riconosciuto che le lingue hanno a che fare con la pragmatica, cioè con “l’agire con le
parole”. Isolare la lingua da ciò per cui la lingua é fatta é una forzatura. É una tentazione
umana quella di semplificare le cose. Ma verso fine 1800 (epoca più vicina a Brèal) e nella
prima metà del 1900, la linguistica ha avuto una battaglia da combattere con la psicologia
perché la psicologia riguardava soprattutto l’interiorità umana e, volendo studiare anche i
fatti di linguaggio, tendeva però a portarli all’interno delle dinamiche cognitive umane. I
linguisti, invece, dicevano che però la lingua é un fatto storico e pubblico e non si può
semplicemente cacciarla nel pensiero. Ci sono dunque delle spiegazioni da dare sulle
trasformazioni della lingua, però bisogna fare attenzione, perché non possiamo studiare la
lingua solo a livello fonatorio, o solo a livello scritto, perché essa vive sulla bocca dei
parlanti.

Brèal fonda la scuola francese di iranistica (studio dell’antico persiano), che diventa palestra
e punto di riferimento per riflessioni di tipo teorico e semantico non solo in Francia, ma
anche in Italia dove c’è la scuola romana di iranistica, che ha come studioso di punta
Antonino Pagliaro. Quindi, andando a studiare lingue esotiche, quanti più si entra nelle
strutture fondamentali che accomunano ogni lingua, tanto più si diventa specialisti, perché
si studiano fatti che riguardano ogni lingua. E non a caso, Brèal e Pagliaro diventano
capiscuola di studi semantici. Pagliaro é all’origine della scuola di semantica di Roma, che ha
tra i suoi rappresentanti ancora viventi, Tullio De Mauro, curatore del “Cours de
linguistique generale” di Saussure.

[Digitare qui]
Proprio perché Brèal conosce bene la linguistica storico – comparativa pensa di tradurre
nella sua lingua, il francese, la “Grammatica comparata” (1816) di Bopp. È professore al
“College de France” per 40 anni (dal 1866 al 1905) e ha tra i suoi allievi i grandi nomi
della linguistica: Meillet e Saussure.

Quartetto di opere di Brèal:

 De la forme et fonction des mots (1866)


 Les idées latentes du langage (1868)
 La science du langage (1879)
 Essai de Sémantique (1897)

Intercorrono una trentina danni tra la prima e l’ultima opera. Brèal non si ferma alla forma
delle parole ma la lega alla loro funzione non ti insegno solo la grammatica della lingua
ma ti faccio riflettere sulla funzione di queste strutture grammaticali. Le idee latenti del
linguaggio mettono in luce che il linguaggio é portatore di idee anche quando queste idee
non sono palesi. Per comprendere vanno recuperate anche le idee sottintese.
Brèal, inoltre, ha questa a idea per cui lingua e linguaggio non sono la stessa cosa: uso le
lingue, pratico e agisco in una lingua e do quindi scienza non solo della sua grammatica
ma del suo utilizzo, di qualcosa che risponde ad un fine, una funzione, un obbiettivo.

Siamo in un’epoca in cui la psicologia comincia a imporsi come scienza autonoma (in
particolare in Germania sarà scienza empirica e sperimentale), ma è una psicologia non più
filosofica, bensì diventa scienza empirica e sperimentale. Con una sensibilità che la Francia
ha mantenuto in tutto il 1900, vi è l’idea che la componente psicologica non sia puramente
interiore ma sia anche data dalla storia sociale e politica: la nostra interiorità, in termini di
cambiamenti, non prescinde da ciò che ci circonda: la storia cambia e quindi fattori
linguistici ed extra linguistici non sono contrapposti. Vi è un’idea integrale di linguistica: si
riconosce che questa naturalità concessa si impasta con la storicità gli esseri umani non
hanno una vita che si ripete sempre uguale e le lingue lo dimostrano.

Vi è nella semantica oltre ad una visione psicologica, anche una dimensione antropologica
(e qui troviamo una qualche affinità con Humboldt).
Ci sono dei principi di economia legati alle nostre risorse cognitive. Quindi vi sono delle
leggi (NB. Non si fa scienza se non si formulano leggi), e viene ridimensionata la tesi
dell’arbitrarietà, anche estendo l’osservazione a gruppi maggiori rispetto ad una singola
unita lessicale. Brèal parla di gruppi articolati di parole e di complessità semantica
(significati complessi e non riducibili). Il linguaggio non é solo suono e fonetica.
Bisogna fare scienza con leggi noi studiamo le leggi delle parole a partire dalle leggi
fonetiche, ma occorre non trascurare le leggi semantiche.
La prospettiva per darsi conto di come una lingua si evolve é una prospettiva di
cambiamento nel tempo mutamento semantico semantica storico –

[Digitare qui]
comparativa.

Come si fa, quando si ricercano leggi, a non cercare qualche primo principio astratto che stia
sopra e valga sempre e che imposta il funzionamento della lingua?
Questo principio di uniformità a cui Brèal si appella è un continuo formarsi e riformarsi
del linguaggio e il motivo di tutto ciò risiede nella vita intellettuale della comunità umana
che parla una certa lingua e delle sue leggi.

Importante é che i francesi, dal 1600, avevano sviluppato un genere epistemologico di studi
che aveva dato luogo alla grammatica generale “Grammaire generale raisonnée” di
Arnauld Nicole. L’assunto di Arnauld Nicole, quando si mise a scrivere questo libro, era dar
conto del fatto che tra le numerose lingue nazionali c’è qualcosa che si lascia cogliere come
costante pur nel variare delle lingue (qualcosa di generale, non particolare), e questo
qualcosa viene colto col ragionamento, perché corrisponde a funzioni del nostro pensare
che nelle lingue si riflettono.

NB. La grammatica filosofica aveva già avuto storia nel medioevo. Siccome la lingua colta
all’epoca era il latino, la domanda era riguardava il collegamento tra pensiero e linguaggio
nascono grammatiche speculative.

Ma la novità del 1800 é lo studio storico – comparativo delle lingue i dati ci interrogano.
Non c’è, ad esempio, solo la riflessione dei grammatici sul tedesco che sta diventando
lingua nazionale, ma c’é una consapevolezza della tendenza delle lingue moderne a
riprendere le lingue antiche e la consapevolezza di un antenato comune. Bisogna collegare
questa impostazione empirica e scientifica insieme a questi dati descrittivi della pluralità
delle lingue: va bene studiare fonetica e fonologia ma poi bisogna arrivare anche a sintassi
e semantica. E un altro aspetto è che se c’è una metafora, il paragone non é spiattellato:
abbiamo un codice, e va bene, ma la capacità di elaborazione del codice è un'altra cosa (cfr.
la semantica inferenziale, che implica la “lettura fra le righe” elaborazione, a partire dai
dati, di qualcosa non del tutto esplicitato).

Posto questo, quali sono le forme abituali attraverso cui il nostro discorso fa scattare
questa capacità?
Sono i sottintesi e le ellissi, a volte anche banali (ad esempio il soggetto sottinteso).
Bisogna dunque soccorrere al poco che viene proferito oralmente, rispetto al molto che va
inteso. Questa capacità di sincerare e recuperare i sottintesi, ci dice che l’intelligenza

[Digitare qui]
umana é all’opera nello scambio delle parole e che quindi c’è un ragionamento sempre
richiesto, perché dalle parole si pervenga alle idee. Dunque “il linguaggio é il prodotto
cumulativo di esseri intelligenti che usano mezzi intelligenti per arrivare a fini intelligenti”.
Brèal poi ci dice: attenzione! “Semantica storica” non vuol dire solo fare etimologia.
Ad esempio pensiamo alla parola “filosofia”. Questa parola propriamente vuol dire “amare
la sapienza”. Questo può rispecchiare un certo tratto della filosofia a partire dalla sua fase
antica, però certamente sotto il nome di filosofia si é anche attestata una tradizione più
epistemologica di “filosofia della scienza”, che non aveva questo tratto sapienziale cosi
marcato.
L’etimologia, dunque, in questo caso vale per un filone della filosofia, ma non possiamo
fermarci allo stato originario trascurando gli sviluppi. Al tempo stesso, possiamo dire che se
“tramonto” vuol dire “andare al di là dei monti” questa e la genesi della parola, ma il
valore semantico attuale é un altro.

Secondo Brèal bisogna anche fare attenzione alla polisemia (≠ ambiguità), che è uno
stesso segno che vale per molti significati diversi. Nell’ambiguità, invece, ci sono solo due
alternative, ma sono due alternative radicali:

Ex. Pesca indica la voce del verbo “pescare” o il frutto.


Sale indica o l’elemento chimico, o la voce del verbo “salire”

In questi casi non abbiamo nessun nesso tra i due significati: essi sono come degli
imprevisti che lo stato della lingua ha determinato. L’ambiguità é la spiegazione semantica
di quel fatto lessicale che é l’omonimia. La polisemia invece é la gradualità di significati
simili (≠ identità, ma somiglianze) motivati e previsti.

Ex. Ellisse figura nello spazio che può servire a illustrare i moti dei pianeti o che
individua delle nostre espressioni che nel nostro linguaggio schiacciano, comprimono,
lasciano fuori qualcosa

In questo caso, invece, c’è un nesso tra i vari significati ma vogliono dire due cose diverse.

 Le leggi intellettuali del linguaggio

Se ne indicano due in particolare:

1. Legge di specializzazione (delle funzioni) ad esempio in latino si avevano gradi


alterati di comparazione suffissati, infatti, per formare i comparativi, si utilizzavano i
suffissi “- ior” e “- issimus”. Successivamente la funzione del comparativo é stata
resa con un avverbio.
[Digitare qui]
2. La legge di ripartizione nella prassi del parlare della comunità vanno a fissarsi i
sensi delle parole. Il senso non é qualcosa appiccicato senza motivo, ma é la prassi
di parola che determina il significato di un senso, che può essere di restrizione o
allargamento. A questo punto c’è la nascita di parole astratte o gruppi articolate di
parole (ex. collo di bottiglia, piede di porco), o della polisemia. Tutto questo
sviluppo si da anche in sintassi, dove ci sono le categorie grammaticali, ad
esempio nella grammatica latina c’è l’imperativo assoluto, che hanno una forza di
estrazione da un particolare gruppo sintattico, dalla sintassi dell’enunciato.

Secondo la legge di ripartizione i fenomeni perfetti non esistono, ma se ne specializzano gli


usi sempre di più. Nel caso della Bretagna, ad esempio, il termine “jardin”, che all’inizio era
considerato un termine raffinato, ha mutato il suo uso, specializzandosi, ed è poi stato
utilizzato poi per giardini normali, meno raffinati.

Lo scopo del linguaggio é di essere compresi, quindi la semantica é al cuore dei fatti
linguistici.

Ripasso

La legge della specialità è una legge che a fronte di una certa molteplicità di mezzi
linguistici disponibili a fini semantici in una medesima lingua, via via ne sceglie uno e a
quello assegna stabilmente quella particolare funzione semantica.
Ad esempio prendiamo la formulazione dei gradi di comparazione degli aggettivi: in una
stessa lingua possono darsi più forme per esprimere la stessa funzione. Quando osserviamo
una lingua assistiamo ad un sistema formale che non può essere pienamente compreso se
non lo integriamo con le funzioni che gli sono consone. Dobbiamo capire la funzione
semantica del comparativo e del superlativo e poi i grammatici ci spiegheranno come usarli.

Ex. Più buono


Molto buono
Migliore
Ottimo Riprendono il latino

[Digitare qui]
Queste espressioni potremmo studiarle insieme alle espressioni difettive, ad esempio
quando si da solo il plurale o solo il singolare (pluralia o singularia tantum, ex. forbici;
pantaloni ecc …), oppure pensiamo ad un verbo come “andare” io vado, noi andiamo
ha due radici diverse che singolarmente non riusciamo ad averle complete: manca
qualcosa a ciascuna ma se le uniamo insieme possiamo coniugare il verbo.
Questo capita in tutte le lingue e per quei verbi, nomi e aggettivi che esprimono concetti
molto importanti e frequenti; é come se una comunità linguistica si dotasse idi una batteria
di risorse lessicali per far fronte ad un certo uso semantico alla fine l’uso e l’usura fanno si
che vengano ammessi solo certi usi di un termine. La difettività é da studiare e da
imparare, ma in realtà é indizio di una foresta di simboli che le lingue hanno, quando hanno
da significare concetti ad alta frequenza. All’inizio ci sono termini che hanno una pluralità di
radici, però poi se ne selezionano solo una parte, via via che le si usa. Quando una lingua è
in uno stato di evoluzione si possono avere questi doppioni, ovvero due vie espressive di
una stesa funzione, e ci sono casi in cui io ho una via standard e semplice (nel caso dei
superlativi molto + aggettivo) oppure casi più compressi (ex. migliore, ottimo, ecc…) in cui
ho un’unica via per formulare il comparativo e il superlativo. Quest’ultimo è un uso più
conservativo di ciò che già c’era in latino e che non si allinea con le forme dei comparativi e
superlativi italiani.

La legge di ripartizione riguarda, invece, la selezione quando si hanno dei sinonimi. Una
lingua deve avere una sua economia per facilitare le abilità cognitive dei parlanti.
NB. Quando noi parliamo, cerchiamo la parola giusta. Questo ci rende consapevoli di
un’abilità spontanea e che abbiamo automatizzato, quella della selezione paradigmatica
ho una tabella, un thesaurus lessicale, dentro la testa e devo un po’ passarlo in rassegna
per trovare la parola giusta. Siamo cosi poco abituati a pensare a quanta abilità neurologica
ci serve per attuare questa capacità di selezione di parole, che non ci pensiamo neanche
su. Questa selezione in una batteria di parole dell’espressione che risponde alle mie finalità
comunicative, é un a selezione perché è una scelta ed è paradigmatica perché avviene
all’interno di paradigmi di parole, per permettermi di raggiungere il mio fine lessicale e
comunicativo. Questo é un rendiconto di questa mappatura e organizzazione del nostro
cervello. Quando ben selezioniamo, l’istante dopo componiamo, passando così alla
combinazione sintagmatica. Quindi imparo più vocaboli e la coniugazione di tutti i verbi, i
tempi e i modi ma devo anche imparare più verbi, e combino queste abilità non in funzione
di una combinabilità fine a se stessa, ma per fini semantici. Quindi, se abbiamo una certa
ricchezza di strumenti che sono eccessivi, ne specializzeremo l’uso, le collocazioni, le
strutture idiomatiche e in un caso useremo un sinonimo in un caso l’altro. Quindi se ci sono
dei doppioni per dire una sola cosa, poi questi si specializzeranno
Ex. stella vs astro (noi non diciamo “sei un astro”, diciamo piuttosto “sei una stella”, ma
possiamo dire, invece, “sei un astro nascente”, che ha qualcosa di più alluso, rispetto al
dire “sei una stella nascente”).

GLOTTOB FREGE …
[Digitare qui]
(1848 - 1925)
La semantica
bidimensionale Matematico
Filosofo della
matematica
Filosofo della
logica Filosofo del
linguaggio

Abbandoniamo la semantica linguistica per entrare nella semantica logico – filosofica, quella
sezione della filosofia del linguaggio che é la semantica.

Frege di formazione é un matematico. Cosa ci fa qui un matematico? Come diventa un


caposcuola della filosofia del linguaggio?

Pubblica la sua opera prima nel 1879. Insegna matematica all’università per tutta la vita.
Vuole dare una caratterizzazione ed una giustificazione della matematica e ritiene di
poterlo fare solo con la logica, e proprio lavorando su questo nesso tra logica e
matematica, Frege fa notare l’assoluta rilevanza di un linguaggio simbolico e da una parte
crea lui un linguaggio formale, dall’altra dice “come costruiamo linguaggi artificiali se non
osserviamo il funzionamento delle lingue storico – naturali?”. Quindi passa dalla
matematica alla filosofia della matematica, per poi passare alla filosofia della logica
(perché logica e matematica sono inscindibili) ed infine rileva quanto il pensiero abbia
bisogno di simboli e afferma che di simboli sono fatte le lingue.

NB. Per quanto riguarda calcolo e linguaggio, il greco aveva l’unica espressione che
assume più funzioni e diventa difficilmente traducibile nelle nostre lingue moderne. Lo
stesso problema di traduzione, tuttavia, lo ritroviamo anche nel classicissimo latino
(Cicerone: “ratio” ed “oratio”), poichè il é quel nesso forte tra pensiero e linguaggio
(usa, inoltre, la radice “ -, -” che vengono dal verbo “ ”, che significa “dire”,
ma anche “raccogliere”).
Nemmeno il latino, dunque, é riuscito a condensare in una sola parola quello che il greco
diceva con il termine perché spesso i latini hanno reso con ratio e dal
momento che quasi sempre le lingue moderne che leggevano i classici greci attraverso la
traduzione delle traduzioni latine, traducevano con “ragione” il termine , perdendo
completamente la componente linguistica. Quindi se non vogliamo perdere questo nesso
forte (al punto che in filosofia si usa il termine “discorso”

[Digitare qui]
per indicare il “ragionamento”), é proprio perché questo “discorrere”, questo “correre da
un punto all’altro in sequenza) deve essere caratterizzato da una consequenzialità forte. Il
termine ci dice che per il ragionamento è impossibile fare a meno del linguaggio.
La matematica stessa invita a riflettere su quanto abbiamo bisogno di simboli per esercitare
la nostra facoltà di pensiero e, se questo é vero, potremmo riconoscere quanto una buona
capacità di illustrare le funzioni dei simboli dia conto delle nostre capacità logiche.

 La semantica bi-dimensionale

Perché la semantica di Frege viene definita bi-dimensionale?


Grazie a Frege si riprenderà con una forza argomentativa forte la consapevolezza che il
compito del significare si applica gradualmente su più di un livello e che quindi la
funzione generica di significato si deve poi precisare e articolare nelle due nozioni
fondamentali di “senso” e “denotazione” (o “senso” e “significato” termini che per
l’italiano sono sinonimi ma possono anche diventare diversi)
NB. Il plurale di é , termine che viene tradotto con “discorsi” (che ci fa capire
ancor di più che i discorsi si tengono insieme, se un pensiero li modella).

Noi ci concentriamo in realtà non su tutto il suo pensiero, anche se non leggeremo tutta la
sua opera, ma ci concentreremo solo su 25 pagine pubblicate nel 1882 su una rivista di
filosofia.

Cosa facciamo a lezione di aritmetica?

Prima ci fanno familiarizzare con i numerali, poi ci insegnano le operazioni elementari e


dopo un po’ ci pongono di fronte alla sfide di affrontare quella abilità cognitiva del
“problem solving”, cioè della risoluzione di un problema. Noi veniamo allenati
gradualmente, grazie ad abilità matematiche e ad operazioni che impariamo a compiere, e
riusciamo a trovare risposte rispetto a dati che abbiamo in partenza. Quando da bambini
veniamo messi di fronte alla risoluzione di un problema cominciamo ad estrarre i dati, ci
viene esposto un fatto e ci viene fatta una domanda. Non abbiamo la risposta perché
qualche dato ci manca. Dobbiamo affrontare una procedura per estrarre dal poco che
abbiamo il poco che ci manca.

In questo saggio di 25 pagine, Frege é molto didattico e quasi didascalico. Egli pone la
domanda su cui si vuole focalizzare, sin da subito, poi riflette sui dati disponibili e poi
imposta la traiettoria per la risposta; alla fine, quindi, riprendendo la domanda, arriva alla
risposta il saggio ha una struttura limpida . La domanda é una domanda che nessuno
studente di linguaggio in modo specifico si porrebbe sin da subito, e cioè “Che cos’è
l’uguaglianza?”
Ma cosa c’entra col linguaggio questa domanda?

Prima di tutto diciamo che le domande sono un gran motore di ricerca. Con ”Google” oggi
noi abbiamo un campo da compilare per la cosiddetta “query” (etimologia dal latino
[Digitare qui]
“quaestio”, “quaerere”; in inglese “question”), che è la domanda che pongo al motore di
ricerca. Questo campo in cui, su Google, posso digitare la “query”, equivale ad una
domanda, anche se non devo formulare esplicitamente una domanda. Porre domande é
indispensabile per procedere nella conoscenza.
Senza una “query” di partenza, non ci si addentra negli archivi. Più qualcuno é capace di
fare delle belle domande, più queste domande ci metteranno in condizione di scoprire
molto. Dobbiamo quindi correre il rischio di rimanere spiazzati, davanti ad una domanda
di cui non capiamo la centralità; dobbiamo poi accertarci che quella posta dalla domanda
è una strada fruttuosa, e di conseguenza accingerci alla soluzione del problema.

La procedura per rispondere alla domanda sull’uguaglianza implica di fornire un apparato


minimale sia semiotico sia semantico di termini. Impariamo, quindi, alcune nozioni
semiotiche di alcuni segni, di cui capiremo le funzioni semantiche, cosi da scoprire la
risposta.

 Un minimo di semiotica …

Il campo di indagini della domanda é il campo delle espressioni.


Le espressioni (che in semantica possono essere nomi propri, enunciati assertori, enunciati
subordinati) sono chiamate con il termine di “espressioni aritmetiche” o “espressioni
algebriche”. All’interno del mondo delle espressioni, siano esse aritmetiche, siano esse
letterali, abbiamo preso consuetudine sul fatto che in queste espressioni non manchi mai il
segno dell’uguale. Allora non é cosi stravagante soffermarsi sull’uguaglianza. L’espressione
dell’uguale c’è, e c’è in particolare nelle equazioni (NB. non tutte le espressioni sono
equazioni, ma sia nelle equazioni sia in tutte le altre espressioni l’uguale ricorre, quindi
possiamo considerarle tutte delle uguaglianze).

Cosa c’è di diverso nelle altre espressioni?

In tedesco “uguaglianza” si traduce col termine “gleichung” (rendo qualcosa uguale a


qualcos’altro). Frege, da buon matematico, ha familiarità con le espressioni e le equazioni
e col fatto che nessuna di queste può fare a meno del simbolo dell’uguale, che é una specie
di perno tra una stringa che sta a sinistra e un valore che sta a destra.

[Digitare qui]
3+2 =5

Frege ci dice pero: attenzione! Quando noi parliamo, anche noi usiamo stringhe
espressioni, che hanno il compito di identificare qualcosa. C’è quindi una premessa di
lessico da fare, cioè che uguaglianza e identità sono da considerare sinonimi
intercambiabili.
Allora quali tipi di espressioni nelle lingue storico naturali noi componiamo per identificare
qualcosa?

Frege da due risposte e poi estende l’indagine ad una periferia ulteriore:

1. Nomi propri

Per identificare oggetti, noi usiamo strutture nominali che devono essere usate in
un certo modo: i nomi propri. Bisogna solo allargare la classe dei nomi propri al di là
di quelli che la grammatica ci ha abituato a riconoscere come tali (ex.
Milano, Pietro, Paolo, sono tutti nomi propri, ma lo sono anche sintagmi nominali
che hanno dei determinanti che li rendono capaci di nominare e denominare oggetti
determinati, ad esempio “Aula 110 di Morozzo della Rocca” é un nome proprio; è
una descrizione sufficientemente univoca di una sede dell’Università Cattolica di
Milano). I nomi propri sono espressioni a base nominale che servono per
denominare oggetti determinati; essi identificano un oggetto preciso.

2. Enunciati assertori

Cosa ancora meno ovvia é chiarire cosa fanno gli enunciati assertori. Non é ovvio che
si estraggano questi enunciati fra tutti gli altri come meritevoli di indagine. Questi
enunciati sono diversi dagli altri, hanno una marcia in più rispetto agli altri: hanno
compiti di identificazione. Sono quegli enunciati affermativi o negativi che
formuliamo per descrivere e prendere atto di come stanno le cose (ex. “Le luci in
quest’aula sono accese”; “Oggi é il 4 marzo del 2015”, “L’università Cattolica é stata
fondata nel 1921 ecc … questi sono tutti enunciati assertori). Sono espressivi di
giudizi (ad esempio giudico che tempo é, chi siamo, cosa stiamo facendo). In logica
spesso si una spesso il termine di proposizione per indicare il contenuto di un giudizio
rendo pubblico il mio pensiero giudicante.
Ma che “cos’è l’uguaglianza?”Non é un asserto, ma é una domanda. Non sto
prendendo atto di uno stato di cose. Un altro esempio di enunciato che non è né un
asserto né una domanda è “Torna presto!” (ovvero le proposizioni col punto
esclamativo). Noi abbiamo una gamma di enunciati da esprimere, ma quelli che
servono a Frege comprendono due classi fondamentali:
Cfr. Triangolo semiotico: il “segno”/”significante”, nel modello di Frege non sono le
singole parole, ma sono già costrutti, quindi abbiamo queste due classi:nomi propri
[Digitare qui]
o enunciati assertori. L’enunciato assertorio può poi essere espresso come tale
premettendo un “é vero che” (ex. “é vero che nell’aula 110 di Morozzo della Rocca
molte luci sono accese”); mentre per una domanda non posso farlo (ex. non posso
dire “é vero che cos'é un uguagliaza?”).

3. Sostituzione di simboli

È questa un’altra abilità super esercitata. Abbiamo imparato a svolgere le espressioni


e a trovare il risultato. Ci hanno insegnato a risolvere le espressioni risolvendo prima
parentesi tonde, poi quadre e poi graffe, fino a restringere a tal punto la stringa che
stiamo risolvendo, da assegnare un risultato finale a destra dell’uguale (è questa
ordinaria amministrazione in matematica). Se questo procedimento é abituale, che
differenza c’è tra espressioni ed equazioni? Nelle equazioni compaiono delle variabili,
che però sono vincolate, perché c’è un valore che é già assegnato all’identità.
Nell’equazione ci danno già un risultato e ci lasciano dei buchi, delle incognite, che
noi dobbiamo risolvere per rispettare il valore assegnato. Quindi l’equazione è
un’uguaglianza vincolata, che ha dei valori da rispettare in chiusura, ma che non ci
dice tutte le operazioni che abbiamo fatto per arrivare a quel risultato si lasciano x
e y, delle variabili, a cui dobbiamo sostituire valori numerici determinati. Cosa
andiamo a identificare, cosa andiamo cercando, quando giudichiamo? Andiamo
cercando la verità. Comunque ci esprimiamo, quando giudichiamo puntiamo ad un
faro, che é la verità. Se questo é quello che vogliamo, siamo sicuri di raggiungerlo
sempre? No! Possiamo identificare non il vero ma il falso, e possiamo farlo in buona
fede (errore) o in mala fede (menzogna). Non per nulla si dice che “senza linguaggio
non ci sarebbe menzogna”. Però l’idea nella sua massima semplicità e generalità é
questa: noi siamo protesi nel nostro conoscere a discorrere i nostri pensieri e
ordinare le nostre espressioni per identificare il vero e il falso.

4. Enunciati subordinati

Frege é consapevole anche del fatto che pervenire a questi risultati é molto
complesso e sa che nelle lingue parlate spesso non abbiamo giudizi secchi ma dei
periodi ampi, ovvero degli enunciati subordinati, che esprimono dei pensieri ma da
soli non bastano a raggiungere dei valori di verità.

Comunque ci esprimiamo, però, noi siamo capaci di costruire espressioni compiute che
hanno alcune finalità precise (poi, certamente, ci sono tante espressioni che non mirano a
questa finalità) cioè quelle dello stabilire uguaglianze. Però la finalità dei nomi propri e
degli asserti é di dire qualcosa, o a proposito di oggetti determinati (nomi propri) o a
proposito del vero o del falso

[Digitare qui]
(asserti). In particolare teniamo conto di come funzionano le equazioni, che non sono
espressioni complete a cui non é stato assegnato un valore. Quindi sono espressioni
incomplete, da completare, in cui ci sono incognite, che però non possono essere
inventate, perché il loro valore deve essere assegnato a seconda dei casi. Il vincolo é che
bisogna sottoporsi a un giudizio tale che i propri pensieri vengano valutati o veri o falsi. In
alcuni casi non si intende pervenire al vero o al falso, e cioè quando si fantastica, ad
esempio in letteratura (dove vogliamo solo comunicare dei pensieri. Questo per dire che
c’è una consapevolezza per andare al di là del dato veritiero, ma deve essere riconoscibile e
altra è la finalità). Se asserisco, però, io voglio il vero, ma posso ottenere o il vero o il falso.
Per raggiungere il vero devo saturare le incognite e l’esercizio del giudizio mi porterà alla
verità.

Secondo Leibniz, “due cose che posso essere sostituite luna all’altra, sono la stessa cosa, a
condizione che la verità sia salva”. Frege si pone questa domanda dunque, a cui risponde
positivamente; dice “quando io non solo risolvo ogni sorta di equazione, ma soprattutto
parlo di ogni sorta di cosa in una lingua storico – naturale, cos’altro permane stabile e
identico, se non il valore di verità?” cioè quando giudico l’obbiettivo che rimane sotteso a
ogni espressione di giudizio non é altro che la verità (ad un bambino diciamo: “Ti
raccomando: dimmi sempre la verità”).

La domanda di Frege è: “Io posso lavorare sui simboli e semplificare finché ottengo un
valore determinato a destra dell’uguale, oppure posso lavorare a sinistra e risolvere i dati,
se ho già un risalutato sulla destra?”. Quindi abbiamo delle lacune che dobbiamo colmare
puntando sempre alla verità e valutando ciò che abbiamo raggiunto secondo il vero o il
falso.
Questo é il giudizio per Frege.

Ma cosa facciamo quando giudichiamo, e

cos’è un giudizio? Vedi citazione slide " se

per giudizio intendiamo il progredire.."

Nel triangolo semiotico: a sinistra, al posto di “significante”, mettiamo “nomi propri” e


[Digitare qui]
“asserti”; in alto mettiamo “senso” (che non riguarda una parola isolata ma un sintagma
nominale oppure degli asserti) o “pensiero”; a destra al posto di “riferimento” metto
“denotazione” o “valore di verità” punto al valore di veritá.

Quella della verità é una posta in gioco molto quotidiana (la viviamo nella
quotidianità, anche a livello lavorativo ex. affidabilità di una persona ecc…)

Ma torniamo alla domanda iniziale di Frege: “che cosa possiamo sostituire salva veritate?”
(NB. quel “salva veritate” non lo possiamo sostituire dobbiamo arrivare sempre alla
verità).

Ex. A = A
A=B

Frege parte dalla considerazione di

queste formulette Che differenza c’è

tra le due formule?

 A = A é una formula pacifica, ma no ci fa andare lontano. È una tautologia (cioè un


modo per dire la medesima cosa). È indubbio che A = A.
 A = B Cosa succede qui? Entriamo in una semantica bi-dimensionale. Possiamo
anche fare degli esempi concerti, che avvengono nel linguaggio e che rappresentano
questa equazione ex. “Milano é il capoluogo della regione Lombardia”. In questo
caso A = B. Però se noi dovessimo dire semplicemente che A è uguale a B, in realtà
non potremmo, perché A é diverso da B, eppure noi costruiamo espressioni con due
enunciati apparentemente diversi tra loro, che però costituiscono una verità. Ciò che
chiamo A e che chiamo B, in realtà sono la stessa cosa anche se uso nomi diversi per
identificarla ho diversi sensi ma uno stesso significato.

La semantica bi-dimensionale è cosi chiamata perché A e B non sono segni a una


dimensione: essi sono segni che non solo suonano diversamente, ma che danno luogo a
pensieri diversi, ad esempio “Il mio compagno di banco é il fratello di Elisa” in questa
proposizione io parlo della stessa cosa in due modi diversi:

[Digitare qui]
 Primo modo: do una descrizione topografica del soggetto di cui sto parlando (siede
vicino a me di banco)
 Secondo modo: caratterizzo lo stesso individuo in base alle sue relazioni di parentela

In questo modo lo identifico. Questo ci aiuta a capire che tante sono le prospettive di
accesso ad un entità, quante sono le relazioni con quel medesimo oggetto, e che la nostra
conoscenza si sviluppa in questo modo.
NB. Lo sguardo che può avere un figlio su un genitore non é lo stesso che un genitore ha su
un figlio, e tuttavia queste prospettive si incontrano nell’identità dell’oggetto. Se
trasportiamo questo discorso all’universo di discorso, notiamo che tutti i nostri giudizi, se
puntano al vero, puntano a un universo di discorso, cioè parlano dello stesso mondo, quindi
ci sono intercambiali descrizioni dello stesso mondo.

Perciò la semantica di Frege viene detta semantica bi-dimensionale perché ci sono le


dimensioni del pensiero e dell’oggetto. A può esprimere un pensiero diverso da quello di
B, ma pensieri diversi possono essere riferiti allo stesso oggetto.

Ripasso

La domanda di Frege è: “Cos’é l’uguaglianza?”


Abbiamo una domanda su qualcosa che possiamo pur dire una relazione logica e ontologica
(la afferra, la raccoglie il pensiero ma riguarda l’essere). Più pensieri possono riferirsi ad
una medesima entità progredire della conoscenza (ovvero passare dal non noto al noto di
passo in passo, gradualmente).

NB. Il senso degli enunciati assertori é completato eventualmente da subordinate.

Nel triangolo semiotico, che non é Frege a disegnare, noi troviamo, secondo la
terminologia di Frege, nel vertice sinistro, al posto di “significante”, “espressioni” e quindi
“segni”.

NB. I segno non sono semplicemente le parole secondo Frege, ma sono costrutti
[Digitare qui]
sufficientemente articolati, ad esempio dei sintagmi nominali molto ben espansi come
“Aula 1110 di Morozzo della Rocca” in questo modo sto denominando; oppure “il
fratello di Giovanni, che si é rotto la gamba l’altro giorno”. Questi sintagmi nominali,
dunque, sono inclusivi anche di pronomi relativi e per fino di congiunzioni, ad esempio “il
computer che mi sono comprata per viaggiare”.
Per questo diciamo che Humboldt e Brèal si occupavano fondamentalmente dei codici,
mentre Frege e gli altri della sua scuola si occupano fondamentalmente dei messaggi
(ovviamente con l’apporto del codice). È importante sottolineare, però, che mentre io
posso occuparmi del codice senza messaggi, non posso occuparmi di messaggi senza il
codice.
Il semantismo di Frege é quello fatto di discorsi effettivi e sintagmaticamente ben formati e
strutturati (parliamo dunque di nomi propri o enunciati assertori, eventualmente intergrati
da subordinate, come “Il fratello di giovani, che é nato 5 anni dopo di lui, si chiama Pietro”;
la relativa é parte dell’asserto posso ampliare il costrutto con sintagmi, preposizioni e con
enunciati subordinati). Questa possibilità la abbiamo per espandere gli enunciati
articolandoli con più subordinate. Tutto questo mantiene gli enunciati nominali e assertori
come nuclei importanti, capaci di identificare degli oggetti (e, nel caso degli asserti,
possiamo identificare un universo di discorso, parlando del mondo correlato a quel discorso
e possiamo cercare il vero).

Successivamente, la nozione di “senso” é equivalente per Frege a “pensiero”: il senso di un


espressione é il pensiero che quella espressione dà da afferrare, che esprime (Frege usa
molto la metafore dell’ “afferrare i concetti”).
Secondo Frege il senso é il modo di darsi dell’oggetto. Da un lato, in questo caso, Frege
non si sofferma tanto sul vertice dell’espressione quanto su quello dell’oggetto a cui
l’espressione rimanda, e dice che questo oggetto a cui l’espressione rimanda può darsi in
tutti i modi; e qual e il modo? ecco questo é il senso.

Ex. Milano é il capoluogo della regione Lombardia. Milano è città in cui ci troviamo ora.
Milano é la sede dell’ “Università Cattolica” ecc …

In questo modo noi torniamo sempre su un medesimo oggetto, ma fornendone di volta


in volta caratteristiche e proprietà varie, non tutte sempre note, ma capaci di farci
passare dall’ignoto al noto. Il senso di queste espressioni é il modo in cui l’oggetto

[Digitare qui]
“Milano” si dà a noi. Il modo in cui oggetto si dà a noi dipende certo dall’esperienza del
soggetto. L’esperienza é fondamentale però non è l’unica cosa da tenere presente. Ad
esempio in un delitto, non é detto che il modo con cui io descrivo il colpevole sia dato
dall’esperienza. L’esperienza dunque é certamente all’opera, ma non necessariamente è
compiuta e consumata oltre l’espressione verbale.
Ad esempio nell’attribuzione di un’opera d’arte ad un autore ignoto noi possiamo
assegnare un nome proprio o comunque possiamo formulare enunciati assertori (ad
esempio “Sembra provenire da una tradizione che si trova nelle fiandre” ecc …), caricando
dunque questo ignoto di tratti caratterizzanti, attraverso sintagmi nominali magari indefiniti
e, successivamente, focalizziamo queste descrizioni che stiamo accumulando, finché spunta
un vero e proprio e preciso nome proprio. A quel punto abbiamo una serie di compiti che
ne conseguono ( come mettere a confronto opere note dell’autore e vedere se
corrispondono in stile all’opera che stiamo esaminando). Non dobbiamo dunque
schiacciare il ruolo del linguaggio sotto l’esperienza. Il gap tra l’ignoto e il noto è quello su
cui si costruisce la capacità di definire l’entità.

Frege fa l’esempio del teorema di Pitagora: il teorema di Pitagora, che é del signor Pitagora,
nessuno lo aveva formulato prima di Pitagora. Ma non è che prima di Pitagora non fosse
vero: era vero anche prima di lui, ma non c’era nessuno che lo avesse scoperto o disastrato.

Allo stesso tempo pensiamo anche al tema della creatività; l’ingegno umano può
ingegnarsi in molti modi. La presa d’atto dell’alternarsi del giorno della notte, ad
esempio, ha dato luogo, nelle diverse lingue storico – naturali, a più spiegazioni e a più
risvolti d’attenzione, lasciando tracce diverse nelle varie lingue, per lo più tutte
configgenti con la rivoluzione copernicana, che però rimangono tutt’ora in uso, e al
tempo stesso l’afferrabilità di ciò che spiega l’alternarsi del giorno della notte é rimasto
sempre aperto e questo anche perché lo stesso fenomeno può essere guardato da più
prospettive.

Inoltre noi inventiamo anche i fenomeni culturali (ad esempio l’organizzazione della
vs città stato vs imperi). Ad esempio in cinese si é provato a trasporre il termine
“democrazia” esattamente con la sua forma interna che dice “potere al popolo”, ma il
modo di pensare della cultura cinese ha determinato un’insoddisfazione della lettura
occidentale della parole “democrazia”, e perciò, per come sono andate poi le cose in Cina,
il tema della democrazia é stato visto e tradotto come “disordine al potere”.
Molto spesso noi non ragioniamo sulle forme interne e usiamo i termini senza pensare il
senso delle parole (ovvero ai pensieri che ci portano a pronunciare dei concetti). E questo é
invece importantissimo.

Tutto ciò ci richiama al fatto che abbiamo una fruizione super veloce e abbastanza
superficiale delle parole. Questo é un motivo per dare ancora più peso alla semantica.
Dobbiamo rimediare parzialmente a questa sommarietà nella gestione dei segni. E qua
possiamo venire incontro ad un richiamo, che in seguito verrà mosso ad una tradizione
semantica che premiava il ruolo del pensiero per il raggiungimento della verità; il
[Digitare qui]
richiamo è: “attenzione, perché non sempre di tutto noi possediamo concetti ben
definiti”, cioè andiamo un po’ a tentoni, non abbiamo una concezione lucidissima dei
segni che usiamo.
Per questo dobbiamo stare più attenti.
È da considerare bene l’importanza e la delicatezza di questa triangolazione, per non
crogiolarci sulla nostra consuetudine, e notare che il nostro parlare ha delle
conseguenze sulla realtà e dipende dal pensiero.

Un’ulteriore domanda è: “Le parole descrivono quello che già c’è, e quindi non
aggiungono nulla o possono intervenire in un modo più robusto, facendoci scoprire cose
che c’erano, ma che senza un ricorso alla parola non avremmo scoperto?”.
La risposta giusta é la seconda. Se Pitagora non avesse avuto un’illuminazione intellettuale
e non l’avesse resa accessibile a tutti, molti di noi sarebbero passati davanti a milioni di
triangoli rettangoli, senza scoprire i rapporti che intercorrono tra i cateti e l’ipotenusa. Allo
stesso modo se io non ti dico il mio stato d’animo, tu, per quanto puoi volermi bene,
difficilmente te lo puoi immaginare. Sia perché non siamo nel cuore degli altri sia perché
non siamo enciclopedici più di tanto; per questo motivo è qualcun altro che ci racconta che
cos’era l’umanesimo, cosa è accaduto durante la rivoluzione francese, e così via. In questo
caso, la parola ha valenza causativa: ci sono stati questi eventi ma per noi oggi non
sarebbero inaccessibili se qualcuno non ce li raccontasse. Anche le stesse fotografie hanno
bisogno di un apparato discorsivo per essere capite. Quindi, da un lato c’è un
importantissimo rinvio a cose eventi e fatti. Dall’altro i parlanti possono far essere cose del
mondo, che si registrano come novità (ad esempio, le leggi si fanno essere, infatti si parla
di “diritto positivo” perché pone in essere qualcosa). Questo ci ricorda che il parlare é un
agire.

Quindi la nostra capacità di pensare é sia ricettiva del mondo, sia plasma il mondo. Noi
non siamo pienamente passivi.
E su questa distinzione molto contribuirà la pragmatica, che dirà:” attenzione il parlare é un
agire, non é solo per conoscere”. Però esiste una componente qualificante della nostra vita,
che é quella del conoscere. Quindi l’impegno di questi autori è quello di studiare l’apporto
di conoscenza che il linguaggio fornisce e che attraverso il linguaggio si manifesta. Bisogna
quindi imparare a pesare le parole e a non buttare a caso le cose.
NB. La stessa forma interna del termine “pensare” allude al “pesare”. Il pensare, il
ponderare (altro termine che allude al peso) suppone che ci sia un’unità di misura di ciò
che andiamo a pesare e ci deve condurre ad una scelta vigile.

[Digitare qui]
… GLOTTOB FREGE …

Da forze a funzioni a valori

Analizziamo dunque il pensiero di Frege prima del 1892, a partire dalla sua opera
prima, l’ “Ideografia” (in tedesco “Begriffschrift”).

flusso di pensiero
qualsivoglia enunciato
assertorio

 Flusso di pensieri qualsivoglia

Qui vediamo due segmenti uno orizzontale e uno orizzontale con un tratto verticale,
significa che il flusso del discorso é dato come una linea orizzontale. Infatti, uno dei tratti
tipici del segno linguistico é la linearità, come dice anche Saussure. Anche Frege, un po’
prima di Saussure, parla dell’orizzontalità per illustrare la sequenza nel tempo delle parole,
che i parlanti producono e che comprime quella visione a tutto tondo di una situazione che
vogliamo parlare e la deve snocciolare e illustrare attraverso una linearizzazione. Ad
esempio quando noi facciamo una domanda, diamo un ordine o diamo un consiglio, noi
inanelliamo le parole
catena parlata mettiamo in un ordine lineare i caratteri da destra a sinistra, o da
sinistra a destra, o dall’alto verso il basso, a seconda della lingua in cui ci esprimiamo.

 Enunciati assertori

Quando comunichiamo però noi asseriamo anche. Quando asseriamo, invece,


esprimiamo giudizi e quando giudichiamo valutiamo il rapporto tra il nostro pensiero e la
verità. Frege ha chiaro che i nostri pensieri possono correre in più direzioni, non
semplicemente per prendere atto di come le cose stanno, ma andiamo al di là di come le
cose stanno quando domandiamo, desideriamo, temiamo, e così via. Quando
giudichiamo, invece, in qualche modo diciamo che le cose che stanno cosi.
Quando asseriamo vi è una sorta di comparazione tacita tra ciò che diciamo a parole e la
situazione di cui parliamo. Torna, dunque, al centro quell’idea di uguaglianza,
corrispondenza e adeguatezza. Verità = adequatio movimento verso qualcosa che é
uguale al nostro trasformarci, modellando in noi una certa configurazione di pensiero;
l’immagine del mondo é uguale a quella che io mi immagino e che io modello arte verso
cui ci stiamo muovendo; è un lavoro sempre “in progress” si tematizza un confronto tra i
nostri pensieri e le cose cosi come stanno. Cosa succede quando ad esempio neghiamo
qualcosa? “Oggi non piove”
abbiamo pensato che oggi desse pioggia, ma vediamo il cielo e diciamo “no, oggi non
piove”. Questo é uno dei primi punti su cui Frege si sofferma, cioè sull’impegno a valutare il
valore di verità di una forma logica e di una lingua parlata. Possiamo chiederci qual é la
[Digitare qui]
finalità dell’espressione e se questa finalità é logica o no. Siamo messi in condizione di
valutare l’apporto di verità, quando il nostro discorso verte su uno scambio, finalizzato ad
una informazione vera. La domanda fa due cose:

 lascia spazi vuoti da riempire (con la risposta)


 vuole una conferma o una smentita.

Le domande orientate sono quelle domande che sono lì in sospeso e che aspettano una
conferma o una smentita. Diversamente le domande di completamento sono quelle
domanda da completare. L’interruzione della linea (la barretta verticale nel disegno) é si
un’interruzione, ma anche fissa il flusso dei pensieri. Il nostro domandare non é un asserire,
ma é un anticamera dell’asserto e prevede o che venga saturato il posto vuoto (sempre
inserendo il riconoscimento secondo cui “si, le cose stanno cosi”) oppure che si dia una
conferma o una smentita.

NB. Non mi basta prendere l’atto dell’asserire come l’ultima conferma della lettura delle
vicende. I nostri discorsi sono linee che inanellano parole certo secondo le regole della
grammatica, ma poi portano pensieri e rimandano a dei fatti. È la connessione tra tutti
questi livelli che fa si che noi ascoltiamo un discorso o una persona.

A questo punto noi vediamo un punto sulla linea, sul segmento di giudizio. Qual è il punto
che incrina il fluire del discorso ma non lo spezza (il segmento infatti non viene scisso)? Per
Frege questo punto di articolazione di un enunciato in due sottosegmenti é il predicato.

F()=1
F()=0

Il tratto verticale, presente nella linea, é il giudizio, è la marca di una forza assertoria
impressa al discorso, che lo differenzia da un semplice discorso. Affinchè quel discorso
abbia una sua compattezza e una sua capacità di articolarsi e flettersi, abbiamo bisogno di
un operatore che si presti a esser saturato da elementi diversi da lui, un operatore tale da
assicurare all’enunciato unità.

[Digitare qui]
L’operatore é il punto, cioè il predicato; è quindi una parte dell’enunciato, che non
basta da solo, ma é fondamentale per assicurare tenuta, articolazione e unità
all’enunciato stesso.
Il predicato nell’enunciato, secondo Frege, (per questo il punto labbiamo chiamato F)
svolge il ruolo di un operatore, cioè esprime una funzione e dunque opera come un
funtore, cioè come una funzione presa dal punto di vista dell’operatore che lo attualizza.
Nelle lingue storico – naturali questo operatore é il predicato. L’elemento predicatore
dentro l’enunciato é il verbo, che é fatto apposta per essere verbo, però il verbo lo
consideriamo una categoria grammaticale, mentre il predicato lo consideriamo a livello di
analisi logica. Quindi nella nostra scolarizzazione, che va avanti da Aristotele, esiste questa
idea di 2 colonne fondamentali che reggono un discorso: abbiamo soggetto e predicato
(anche se ci sono condizioni in cui non c’è soggetto, come nella frase impersonale, e cosi
via).

La novità con cui Frege ci ripropone il predicato, è la consapevolezza che per mettere in
moto e attivare l’enunciato, ma che al tempo stesso il predicato da se solo non basta:
senza predicato non abbiamo enunciati ma i predicati non bastano. Insomma possiamo
dire che il predicato è una condizione necessaria ma non sufficiente per enunciare.

Con la teoria del giudizio, di derivazione aristotelica, noi abbiamo imparato a mettere
insieme predicati e soggetti, messi poi ulteriormente insieme ai complementi.

Ma la novità di Frege é solo terminologica? Cioè si basa sul cambiare i nomi cose vecchie?
No, c’è una svolta di pensiero molto nuova: Frege fa un passo ulteriore, rispetto alla logica
aristotelica.

É importante tenere presente che le nostre parole sono espressive di giudizio.


Frege ci aiuta a capire che noi predichiamo anche quando noi non giudichiamo. Ex. “Dove
sei nato?” è una domanda, e nascere é un predicato, eppure questo enunciato non é un
giudizio.

Frege ci dice che se da qualche parte dobbiamo analizzare il costituirsi di un asserto,


dobbiamo partire dal predicato, che attiva una funzione la quale predispone dei posti
vuoti.
Ma cos’è un funtore e che tipo di funzione ha?

La funzione é un operazione e la possiamo riscrivere con le 4 operazioni fondamentali

+ (somma) x (moltiplicazione) - (sottrazione) / (divisione)

Queste sono operazioni bi-argomentali, cioè per poterle fare non mi basta un numero
solo, un oggetto solo, ma più di uno. Ad esempio metto “a + b” che posso riscrivere
come “7 + 2”.
Poi la procedura dell’espressione mi porta a dover assegnare un valore e quindi a mettere
un uguale e se io so contare posso dire che 7 + 2 = 9.
[Digitare qui]
Dunque l’uguaglianza é una relazione in cui non necessariamente io ho un segno untiario a
destra e a sinistra. Io posso avere “a = a” o “a = b”, ma alla fine ho la designazione di un
unico oggetto come valore dell’espressione.
Funzione mono-argomentale é invece l’elevazione a potenza o la radice quadrata. Dunque
ho queste fioriture di funzioni che in ambito numerico e algebrico hanno bisogno almeno
di un operando, oppure di due (come il minuendo e il sottraendo nel caso della
sottrazione). A questo punto faccio in modo che la funzione operi sugli oggetti che gli
vengono assegnati e identificherò il valore risultato. Nella terminologia delle funzioni, gli
spazi vuoti corrispondono agli argomenti e il risultato viene chiamato valore. Saturo
dunque una funzione con degli argomenti e ottengo valore, saturo un operatore con degli
oggetti e ottengo un valore di verità stiamo così parlando di forza assertoria.
Se io saturo la funzione a sinistra dell’uguale elaboro solo un pensiero. Se una persona,
interpellata, mi risponde, io posso saturare il campo a destra e assegnare una valore
di verità alla risposta ricevuta.

NB. Gli argomenti possono essere più o meno determinati.


Ma se io ho una risposta che é “si” oppure “no”, dov’è il verbo?
Io devo immaginare che nel “sì” si dica in realtà “le cose stanno cosi come sono nella
domanda” (domanda che aveva una struttura predicativo – argomentale). Le risposte
secche rimandano tutte ad una struttura predicativo – argomentale.

NB. Dire “verbi” o “modus essendi” (modi di essere) é la stessa cosa per dire “predicato”.

Altri termini fondamentali sono il “dominio” del predicato ed il “codominio” sono valori
di verità, ovvero oggetti a cui il costrutto predicativo argomentale rimanda. Le relazioni
predicativo – argomentali le dobbiamo a Frege, poiché ci fa intendere che al di là della
forma nominale e verbale, gli oggetti che entrano in relazione con il predicato e grazie al
predicato, se il discorso ha forza assertoria, andranno a determinare un valore di verità.
Soggetto e complementi sono argomenti del predicato e c’è tutta una tradizione di analisi
valenziale che usa la metafora chimica della “valenza” per dire che “un predicato da solo
non chiude un enunciato, così come in natura é raro come un elemento chimico non si
aggreghi agli altri” (infatti in natura ma ci sono aggregazioni molecolari). L’enunciato é un
aggregato molecolare, messo assieme da predicati, e gli elementi che lo saturano sono
argomenti del predicato.
Sono i predicati a impostare il numero delle valenze, ad esempio i verbi intransitivi sono
mono-argomentali, mentre i transitivi ammettono ed esigono il complemento oggetto.
Che un verbo non abbia necessariamente bisogno del complemento oggetto é poi da
prevedere, ma ci sono verbi che hanno 3, 4, 5 posti argomentali, cioè posti vuoti da
attivare, e non necessariamente il parlante deve attivarli tutti.

[Digitare qui]
Ad esempio il verbo “parlare” ha diversi posti argomentali “qualcuno parla di qualcosa
a qualcun altro in un determinata lingua” (nb. la lingua in cui qualcuno parla
solitamente é taciuta).
Oppure prendiamo il verbo “vendere” “qualcuno vende qualcosa a qualcun altro ad un
certo prezzo”
Dopodiché il nostro problema é quello grammaticale, ad esempio scegliere la
preposizione giusta, per cui in italiano si dice “pensare A” e in inglese “thinking OF”.

Quindi questa é l’inaugurazione del riconoscere che c’è un centro dell’enunciato, il


predicato, che tiene le relazioni all’interno l’enunciato. É pero anche vero che questo
ridimensiona il ruolo del soggetto rispetto a quello degli altri argomenti, invece il soggetto
é il fior fior di un argomento. Ecco perché anche in morfologia il caso del soggetto é quello
diretto, quello del nominativo, non flesso, che é cosi com’è.

Qui c’è dentro la forza assertoria in verticale, il pensiero che é orizzontale, ma la sua
articolazione nel predicato è la presenza dell’uguale valutare se é vero o falso.
Logica di Boole Boole usa il linguaggio dell’algebra per formalizzare il pensiero, logica
secondo cui 1 é uguale a “vero” e 0 é uguale a “falso”.
In questo caso:

 1 universo di discorso tutto quanto unificato: quando giudico del vero proietto
sull’universo di discorso designando un unità di discorso. Il vero rientra nell’universo
di discorso.
 0 non afferro l’universo di discorso. Il falso non afferra nulla.

Boole algebra della logica

Vs

Frege programma logicista

Boole ci ha regalato una simbolizzazione semplificata per indicare la congiunzione


congiuntiva “e”, e la congiunzione disgiuntiva “o” con i simboli ˄ e ˅.
Boole propone di utilizzare un linguaggio simbolico, possibilmente già disponibile, come
quello dell’algebra, per formulare i nessi di pensiero che si instaurano fase per fase nello
sviluppo del nostro pensiero. Pr questo lo ricordiamo per la sua matematizzazione della
logica, che ha generato etichette quali “logica matematica” o “logica aritmetica” si
tratta sempre di logica, ma di una logica che si avvale del linguaggio matematico.

Frege, invece, propone una logicizzazione dell’aritmetica. Il suo programma,


infatti, si chiama “logicismo”. I termini della questione sono algebra ,
matematica e logica.
Secondo Frege dobbiamo fondare la matematica nella logica, e in particolare l’aritmetica
nella logica. Ci sono opere di Frege, come “I principi dell’aritmetica”, che parlano di

[Digitare qui]
questo. Al tempo stesso, a questo modello logicistico, che é stato anche considerato un
possibile riduzionismo (la matematica viene vista come “più” rispetto alla logica), non si
associa comunque in Frege un atteggiamento riduzionistico profondo. Secondo Frege, se
sappiamo dare i fondamenti logici dei saperi, poi possiamo aprire questo modo logico di
agire per tanti altri ambiti (come quello del linguaggio, della fisica, della chimica, della
biologia). E questo era un modo corretto di vedere le cose in realtà, perché nel percorso di
formazione di studenti di facoltà scientifiche, essi hanno bisogno di imparare a
formalizzare le procedure dei loro ambiti di studio. Il saper modellizzare e rappresentare in
astratto modi di studiare e il saper spiegare fenomeni chimici, fisici, biologici, psicologici,
sociologici, richiede una strumentazione astratta, che dia conto dei nessi logici tra asserti
che possono riguardare porzioni diverse di mondo. Questo accade ad esempio quando
voglio spiegare che cos’è l’inflazione devo formalizzare quei processi che innestano il
processo di interazione con le leggi del mercato.

Quindi ci troviamo, tra la seconda metà del 1800 (con Boole) e tra la fine del 1800 e gli inizi
del 1900 (con Frege), in presenza di due figure che da un lato sembrano si occupino di
oggetti del pensiero, ma dall’altro analizzano come i pensieri si sviluppano nel vasto
campo dello scibile.
Una domanda plausibile a questo punto è “ma cosa interessa tutto questo a me, chesono
linguista?”
C’è però da rispondere che la lingua in cui parliamo é solo uno degli elementi salienti della
comunicazione. Certamente, io parlo in una lingua, ma soprattutto io parlo a qualcun altro
di qualcosa. La lingua é un medium, uno strumento, che ci consente di fare cose che non
potremmo fare se non lo avessimo. Ma la sua natura di mediazione ci deve ricordare che
c’è anche dell’altro: la lingua sta in mezzo a soggetti che si parlano e che si parlano di
qualcosa. Il triangolo semiotico ci ricorda che certamente noi siamo centrali perché senza
un codice e una lingua non potremmo fare niente, ma soprattutto la lingua ci mette in
relazione tra parlanti e mette in relazione noi con ciò di cui dobbiamo parlare. La qualità
e la solidità della nostra formazione, insieme alla perfezione del mezzo, non devono farci
lasciare fuori tutto il resto: dobbiamo ricomprendere quei nessi essenziali che esistono tra
il nostro parlare in una lingua e

 il sapere a chi stiamo parlando ho bisogno di abilità specifiche per parlare ad un


pubblico diverso
 il sapere di cosa stiamo parlando il nostro linguaggio risente della
differenziazione degli oggetti dei nostri discorsi attraverso il ricorso alle lingue
storico - naturali.

[Digitare qui]
Quindi i simboli che uso mi servono per costruire i primi asserti e definire le relazioni
logiche tra le strutture portanti questa é la caratteristica di ogni tipo di discorso.

Abbiamo dunque delle formule. Abbiamo delle parentesi vuote che sono variabili perché
non hanno un valore assegnato.

Il predicato non si lascia giudicare come un’espressione vera o falsa, se non lo saturo con
entità che occupano i posti vuoti che il predicato attiva.
Insegnare ad esempio é un predicato tri-argomentale, anche se poi possiamo arricchirlo.
Insegnare = “qualcuno insegna qualcosa a qualcun altro, in una qualche lingua”.
NB. “Variabili” è un altro termine per riferirsi agli argomenti.

[Digitare qui]
Ripasso

Frege dice “io mi concentrerò sugli asserti”, ma questo non vuol dire che noi, quando
parliamo, asseriamo sempre. Il discorso è che proprio perché noi ci concentriamo sugli
asserti, allora sembra che quello che quello che noi facciamo sempre é asserire.
Frege, invece, non vuole ridurre il nostro dire all’asserire, ma vuole scegliere l’asserire
come campo fondamentale della sua indagine.

Senz’altro, quando noi ascoltiamo un discorso, abbiamo pensieri da afferrare, ma noi


afferriamo pensieri anche in assenza di discorsi: non ho bisogno di qualcuno che parli per
afferrare un pensiero. Quindi posso asserire anche quando vedo il giudicabile ad
esempio vedo persone che hanno un’aria annoiata e anche se loro non dicono “che noia”
comunque capisco che sono annoiate. Il pensiero é un modo di darsi dell’oggetto per il
tramite della codifica linguistica. Però é anche vero che tanto Humboldt e Bréal si
concentrano sulla codifica linguistica quanto Frege, nella sua indagine, se la fa scivolare via.

… GLOTTOB FREGE …

Torniamo alla questione di cos’è l’uguaglianza.


Dobbiamo tematizzare la struttura degli argomenti che hanno senso, ma devono essere
espressioni anche capaci di denotare, cioè di istituire riferimenti a oggetti. Quindi le
strutture nominali che occupano le posizioni argomentali devono rimandare a oggetti. Se
dico “Sono nata a Milano”, esprimo un accadimento, che per poter acquisire una precisa
fisionomia deve saturare i posti vuoti del “dove è nato” e del “chi è nato”. Il verbo
“nascere”, dunque, deve essere saturato, altrimenti tutto l’enunciato rimane in sospeso.
Quindi, quando metto un nome proprio, un pronome personale, un luogo e una data, io
instauro legami con quell’operatore verbale, attraverso delle entità che hanno una loro
determinatezza. Questi sono i segni, che oltre ad avere senso, hanno denotazione (in logica
parleremo di “costanti individuali” che saturano un campo che deve essere identificato).

Quindi Frege, nel suo percorso, afferma che si va sempre più a riconoscere la nostra
aspirazione all’onniscienza (cioè partendo dal predicato, si va ad esaurire gli oggetti che
devono stare sotto quel predicato) la nostra conoscenza é progressiva (io accumulo una
serie di predicazioni sulla stessa entità), e va avanti per precisazioni che vengono
ulteriormente approfondite. Quindi Frege conclude dicendo che la denotazione é tanto
importante quanto i sensi, cioè i modi di pensare un’entità.

Un possibile fraintendimento e una possibile perplessità potrebbe essere: “ma se io imparo


una lingua nuova, tutto il sistema di differenze che ha una lingua (parliamo ad esempio degli
elementi oppositivi, di cui ci parla Saussure, presenti in una lingua stessa) come si spiegano,
[Digitare qui]
se Frege parla invece di uguaglianza?
Perché, dunque, é cosi importante l’uguaglianza? Che tipo di uguaglianza é?

L’uguaglianza di cui parla Frege non é sinonimia ma è co – referenzialitá, che sono due
cose diverse.
I sinonimi sono parole come “discutere” e “disquisire”, dove abbiamo due significanti
diversi per quasi un medesimo senso e sono predicati che danno luogo anche ai nomi
deverbali di “discussione” o “disquisizione”. Invece il punto su cui si sofferma Frege é che
l’uguaglianza “a = b” non é sinonimia ma co-referenzialitá. Ad esempio, prendiamo il nostro
nome e cognome nome e cognome rappresentano un modo di designare l'individuo.
Esprimiamo un giudizio in cui un predicato ci identifica e passa attraverso il nome e il
cognome (stiamo parlando di espressioni che designano entità).

Ex. “X é una studentessa”. “X si chiama Federica Rossi”.

Il predicato istituisce delle uguaglianze. Nel primo enunciato siamo passati da un segno di
variabile ad una descrizione indefinita. Nel secondo enunciato, poi, possiamo dire più
specificatamente “essa”, “ella”, “lei” “si chiama”. Oppure potremmo dire “é stata
nominata”, dove non c’è un verbo essere ma si mantiene la designazione del soggetto.
Tutte queste sono predicazioni che vanno a rimpolpare la nostra conoscenza, la fanno
uscire dall’indeterminatezza e continuano a riferirsi alla stessa identità queste sono
espressioni co-referenziali. Siamo sul piano della parole. Non stiamo mettendo a confronto
parole portatrici di un medesimo senso, ma stiamo riconoscendo espressioni che
designano lo stesso oggetto, quindi co-referenziali. L’uguaglianza che interessa a Frege é
quella delle espressioni. L’oggetto a sinistra dell’uguale si dice in un altro modo, ma é lo
stesso oggetto che sta a destra dell’uguale.

Poi, se stiamo parlando di uguaglianze a livello oggettuale, non dobbiamo trovare due
oggetti identici, ma ci interessa analizzare ogni volta uno stesso oggetto, di pensarlo in tanti
modi. Non stiamo parlando di sinonimi o di due o più oggetti fra loro uguali, ma di un
oggetto per volta che si lascia dire in molti modi e che é sempre, di volta in volta,
quell’oggetto li.

Perché è cosi importante afferrare le identità?


Proprio perché non siamo onniscienti, quindi non ci basta cogliere un oggetto per sapere
tutto di esso, dobbiamo arricchire sempre di più le nostre conoscenze. Quindi ricordiamoci
di quella formula che diceva “mettiamo il nostro pensiero a sinistra dell’uguale”. Ma poi
dobbiamo chiederci ma é vero o falso? Abbiamo colto l’unità dell’insieme universo (vero) o
ne siamo caduti fuori (falso)? Dobbiamo riponderare i nostri pensieri e chiederci quanto
dicono la verità e quanto no. Se cosi é dobbiamo ripercorrere l’operazione del calcolo e
innestare concetti adeguati che cadono sotto i concetti che i predicati esprimono.

[Digitare qui]
JOHN LANGSHAW AUSTIN

1911 – 1960

Come fare cose con le parole

Quando un autore si focalizza su qualcosa il rischio è di inchiodarsi talmente tanto su


quelle tematiche, da lasciare sfocati, sullo sfondo, in abbandono, tutta una serie di altri
fenomeni che hanno cittadinanza nell’ambito del linguaggio e della significazione. Anche
se Frege non l’ha voluto e non ne é responsabile di ciò, questo é un po' accaduto e per un
tempio non breve.

Frege pubblica il suo saggio nel 1892. Il volume di Austin “How to do things with words”
viene pubblicato nei primissimi anni ’60 del 1900, nel 1861 (ovviamente non lo pubblica
lui, perché é morto da un anno; è morto giovane). Fu professore di filosofia morale a
Oxford, dove tenne delle importanti lezioni nel 1955 e la stesura delle sue lezioni venne
pubblicata nel 1961/1962 passano più di 5 danni dal ciclo di lezioni alla loro
pubblicazione.

Ma possibile che nessuno si sia interrogato sugli aspetti che Austin affronta in questo
testo?

Certo che qualcuno ci aveva pensato, ma forse troppo pochi e magari pubblicando anche
in lingue non suscettibili di lettura come lo è inglese. La fama che segue l’opera di Austin,
invece, é decisamente superiore a quanto non accada con autori precedenti.
Antesignani di questa svolta pragmatica di Austin è Karl Bühler, ma anche Philip Wegener e
Alan Gardiner sono autori che hanno intercettato uno stesso filone di indagine e hanno
avuto la stessa consapevolezza di Austin, che è riconducibile a Platone, il quale nel “Cratilo”
scrive: “Il dire é una forma dell’agire”. In questi termini potremmo anche sintetizzare
quanto Frege dice nel suo pensiero con la frase: “il dire é una forma del conoscere,del
pensare, di pensare al mondo e quindi pensare al vero o al falso”. L’una cosa non toglie
l’altra. Ma più noi ci concentriamo su un aspetto, più richiamo di far cadere fuori dal nostro
campo di indagine dell’altro. Austin in particolare ci richiamerà alla fallacia descrittivistica
nella filosofia del linguaggio, cioè il far apparire tutti gli enunciati come delle descrizioni e
non riconoscere ciò che c’è di più e di diverso rispetto alle descrizioni nel nostro linguaggio.

Austin é professore all’università di Oxford, che differisce rispetto all’università di


Cambridge per due aspetti fondamentali: Cambridge è votata più alle discipline
scientifiche, mentre Oxford è votata più alle discipline umanistiche.

Austin commissiona una nuova traduzione di Aristotele dal greco in inglese, e fa tradurre
Frege in inglese. Quindi Austin non é contro Frege, ma va al di là del pensiero di Frege e
[Digitare qui]
integra aspetti che la filosofia del linguaggio di Frege non aveva messo a tema. C’è stato un
pregiudizio a favore di enunciati la cui funzione é descrittiva. La grammatica ha sempre
saputo che quando si impara una lingua bisogna imparare a formulare domande e ordini,
perché le lingue hanno strutture predisposto a farlo. Secondo Austin occorre rendersi conto
che perfino gli enunciati dichiarativi non necessariamente hanno una funzione sono
descrittiva.

Ad esempio prendiamo l’enunciato: “Prendo questa donna come mia legittima sposa”.

Non è una domanda né un ordine. Appare un enunciato dichiarativo, ma fa essere


qualcosa ch e prima non c’era (attività come il promettere, il benedire fanno essere
qualcosa che prima non c’era). Come quando contraggo l’impegno di un matrimonio
emerge la dimensione causativa (dimensione sottoscritta anche da Frege). Pero ciò a cui
Austin si appella é che mentre lo studioso di saperi orientato a scoprire il mondo enfatizza
il ruolo del linguaggio nel mostrare come le cose stanno, ci sono una serie di decisioni e
iniziative che cercano nel linguaggio una risorsa per far essere cose che altrimenti non ci
sarebbero.

NB. Anche Frege ammette questa dimensione del far essere con le parole qualcosa che
prima non c’era ma c’è una differenza. Infatti, con l’esempio di Pitagora, Frege voleva
farci capire che il linguaggio è come un esploratore e il ruolo dell’esploratore é quello di
farci scoprire, invece Austin con l’esempio del matrimonio, ci dice che attraverso il
linguaggio noi prendiamo un’iniziativa e una decisione. Non può esserci una promessa
senza un proferimento di parole. C’è un ruolo istituivo di fatti ed eventi che senza
ricorrere alla parola non avrebbero luogo. Questo fa crescere il nostro modo di stare al
mondo, perché pone in essere qualcosa che altrimenti non ci sarebbe.

La prima impostazione di Austin in questo ciclo di lezioni è: “aggiungiamo”. Abbiamo


considerato gli enunciati descrittivi, ma questi non bastano: aggiungiamo quelli
performativi. Allora Austin dice “priviamo a catturare quelle differenze formali che ci
consentono di discriminare la classe degli enunciati constativi da quella dei performativi”.

Ad esempio un enunciato che prevede il promettere è


un enunciato performativo Ex. “Prometto di portare i
compiti domani” impegno assunto
Ma un enunciato diverso è questo tipo di enunciato:
Ex. “Pierino promise di fare i compiti per domani” io non sto facendo niente ma racconto
la promessa che ha fatto un altro

Allora, a questo punto, ci dovrebbe essere tutta una casistica che ci permetta di assegnare
un enunciato alla classe di constativi o dei performativi. Però potrei cadere in qualche
eccezione che non mi permetterebbe di catturare la performatività o la constatività
dell’enunciato in questione.
Allora Austin dice: “Non possiamo concentrarci sugli enunciati senza associarli agli atti di
enunciazione”.
[Digitare qui]
Gli enunciati performativi agiscono e realizzano, non semplicemente raccontano.
Austin poi ci dice che cosi come c’è una qualità che va notata negli enunciati constativi,
lo stesso enunciato può essere vero o falso in determinate circostanze allora non c’è
un criterio che ce li possa far sembrare ben riusciti o non riusciti?

No, anche gli enunciati performativi possono essere valutati ma non con il vero o il falso,
ma rispetto alla categoria di “felice” o “infelice” e quindi non solo in funzione del
successo ottenuto dall’enunciato performativo, ma dal suo “andare a buon fine”.
Ad esempio io posso promettere di venire a trovarti domani, ma se sono in carcere e
non posso uscire, o magari posso abitare troppo lontano per venire da te domani. In
questo caso la promessa non può andare a buon fine e l’enunciato performativo é
infelice (NB. Diverso è il caso di un imprevisto che impedisce di mantenere la
promessa).

La nozione di felice o infelice é una nozione classica legata alla filosofia di Aristotele che
dice che l’uomo agisce per il conseguimento del bene che è convalidato dalla felicità, che
ne é il coronamento (NB. Cosa che é diversa dal dire che noi agiamo per la felicità e non ci
interessa se agiamo immoralmente o meno). Ci sono delle condizioni che vanno rispettate
affinché la felicità dei nostri atti sia assicurata. Bisogna avere titoli per parlare e poter
raggiungere quello che ci proponiamo.

Ad esempio se in un tribunale si emette la sentenza, questa deve essere emessa dal giudice
avente titolo a farlo; non può emetterla un avvocato di parte o qualcun altro, perché il suo
detto sarà invalidabile. Occorre dunque garantire le condizioni di felicità agli enunciati
performativi e motivare le procedure che istituiscono efficacia agli enunciati performativi.
In nome di felicità o infelicità, o ci sono difetti nell’atto performativo o gli atti performativi
vanno a buon fine.

Ripasso

Austin rivela la parzialità dello studio di Frege nel suo saggio, perché nella nostro parlare ci
sono una quantità di enunciati che non sono dichiarativi. La mossa di Austin è ancora più
radicale: lui dice che perfino tra gli enunciati sintatticamente dichiarativi ci sono enunciati
che non constatano e basta. Dunque l’intento iniziale di Austin è quello di mettere sul
piatto della bilancia degli enunciati da analizzare, comprendere, interpretare e valutare
semanticamente, e non solo gli enunciati constativi ma anche quelli che lui chiama
performativi. Le analisi di Austin sono caratterizzate da un profondo “sense of humor”,
tipicamente inglese, perché vanno a stanare quei casi non sintatticamente diversi dagli
enunciati dichiarativi: infatti sarebbe troppo facile se prendessi in considerazione domande
e esclamazioni perché so che non sono li solo a constatare.
Il “prendo te per moglie” o “prendo te per marito” o il “ti condanno dall’accusa di” o “ti
assolvo dall’accusa di” sono tutti enunciati che hanno una forma piana, cioè finiscono con
[Digitare qui]
un punto fermo è qui che Austin dice: attenzione! La forma sintattica è apparentemente
dichiarativa, ma questi enunciati non constatano, bensì fanno essere qualcosa di nuovo.

NB. Per constatare devo lasciar preesistere una situazione senza che dipenda dal mio
atto di parola, il quale semplicemente la descrive e ne prende atto.

Questi enunciati fanno cose diverse dal constatare. Pur non avendo punti di domanda o di
esclamazione, fanno qualcosa di diverso dal mero constatare.

E dunque cosa fanno questi enunciati che chiamiamo “performativi”?

Essi realizzano, e possono farlo solo grazie al concorso del linguaggio. Come faccio ad
assolvere o a condannare qualcuno senza un atto di parola? Ci vogliono una serie di
procedure, prove, testimonianze, argomenti e dunque ci vuole l’assolvimento di una serie
di passi per farlo, ma non c’è un’assoluzione o una condanna se non c’è una formulazione
nel linguaggio di un’assoluzione o di una condanna. Austin é professore di etica, quindi ha
molta attenzione ai risvolti pratici e operativi; per questo la sua la chiamiamo “svolta
pragmatica”: abbiamo a che fare con l’azione.
Non può esserci un atto di compravendita senza parole: un atto di compravendita, infatti, è
il suggello di un passaggio di proprietà, che ha bisogno di esplicitare “chi compra cosa”, “chi
vende cosa”, “qual é il merito dello scambio”, “quanto costa una certa merce” ecc …
Austin ha un’attenzione particolare per queste occasioni in cui si ricorre alla parola per
realizzare.

NB. “To perform” in inglese; “pervenire” in italiano la forma interna di “pervenire” è


quella del “per”, che indica un moto per luogo, cioè si fa ricorso ad una modalità di
attuazione, e “venire”, per cui, attraverso questa modalità di attuazione, si arriva ad un
risultato, cioè si fa essere qualcosa che altrimenti, senza le parole, non potrebbe esistere.

C’è una forte progressione nel considerare l’importanza della parola, del suo modo di
essere costruita, ma anche agli effetti sortiti dalla parola, che non é chiusa in se stessa ma é
considerata, appunto, per gli effetti che genera e per le intenzioni da cui discende e per
come cambia la faccia della terra. Prendiamo ad esempio un trattato di pace o una
dichiarazione di guerra entrambi implicano la presenza di una grande collettività e di
grandi impegni. Lo stesso vale per la nascita di una coalizione o di una costituzione uno
stato non esiste se non con un atto importante, che istituisce un modo d’essere per la
comunità. O ancora un libretto d’esami, se non certifica tutti gli esami compiuti durante gli
anni di università, allora la propria carriera non viene

[Digitare qui]
registrata e quindi non possiamo laurearci; dunque si può dire che la certificazione dei
voti sul libretto d’esami è “conditio sine qua non”, affinché si passi da un esame in debito
a un credito acquisito nel nostro percorso.
Quindi senza nulla togliere all’importanza della questione del vero o farlo, posta da Frege,
su cui si gioca l’esistenza umana, Austin dice che cosi come non possiamo non conoscere,
non possiamo anche non agire, per questo motivo fa la differenza capire quali sono le
condizioni perché le nostre azioni vadano a buon fine e siano corrispondenti alle situazioni
in cui ci troviamo.

Il linguaggio non é l’ultima risorsa a cui affidarsi; esso é chiamato in causa e il corso degli
eventi e della storia sociale, personale e politica passa attraverso atti di parola che possono
essere di segno diverso. Inoltre cambia tanto l’esito a seconda dell’umore e delle
condizioni dei parlanti.

… JOHN LANGSHAW AUSTIN …

Dunque quando noi pronunciamo enunciati performativi, dobbiamo valutare se gli


enunciati sono felici o infelici per il raggiungimento del buon fine da parte dell’azione. In
questo modo si fraziona il raggiungimento ultimo del bene su livelli preparatori.

Ad esempio, in un contratto di compravendita o nel pronunciamento del giudice in


tribunale.
Il contratto può essere formulato in modo corretto e le persone possono essere così
partecipi di un passaggio di proprietà. Le parti si accordano e questo passaggio di proprietà
avviene quando tutto questo si verifica, si dice che l’atto é andato a buon fine. La
valutazione del rapporto tra l’azione e la sua buona esecuzione è il bene, inteso più
ampiamente per i due soggetti contraenti: hanno fatto bene a decidere cosi, é stata una
decisione saggia è questa una valutazione ulteriore e più complessa perché é la
valutazione di tutta una serie di fattori, di azioni che i soggetti compiono con qualche
difficoltà. Quindi, noi possiamo riconoscere che un enunciato assertorio ha valor vero, ma il
considerarlo al prezzo di trascurare altre verità, può non collaborare ad una verità più vera,
completa e autentica (ex. mi concentro sui difetti del mio compagno e non vedo la trave
che sta nel mio occhio in questo modo non cammino un gran che verso la verità si apre
così il problema del rapporto tra verità minime vs verità più complesse). Io posso giudicare
un dettaglio in ordine al bene ma se, ad esempio, in una contesa politica io guardo al mio
tornaconto e non rettifico il mio modo di procedere e metto il bastone fra le ruote agli altri
per arrivare ad un mio successo, questo non vuol dire che, anche se può andar bene una
volta, io faccio in questo modo una cosa buona per la comunità.

Il raggiungimento del buon fine é una minima parte. Se nell’atto di compravendita io


[Digitare qui]
compio un’infrazione procedurale alla fine si riscontra che il passaggio di proprietà non é
perfettamente compiuto e questo si riscontrerà con la saggezza di aver comprato o di aver
venduto. Il fine é legato al risultato, cioè all’atto in se considerato.

NB. Se voglio andare a spostare in tribunale un contenzioso su un livello altro, più grave
(contenzioso che é possibile però non portare a quel livello), bisogna valutare se
possiamo invece trovare un accordo più mite tra le parti.

Criterio del successo: se io arrivo e una folla mia acclama posso dire che ogni mio enunciato
può suscitare l’entusiasmo della folla, ma ad un esame più critico, i miei enunciati possono
rivelarsi non capaci di raggiungere il buon fine, ad esempio, nel caso in cui io ho una
porzione di pubblico che si radica molto nei suoi pensieri, questo genera un successo di
pubblico (ex. questo è quello che è accaduto negli anni ’30 in Europa, durante l’attestarsi
dei totalitarismi c’era un successo di pubblico straripante, ma non si raggiungeva il buon
fine di preservare l’uomo dall’autodistruzione e di difendere i diritti umani). Quindi bisogna
fare attenzione, perché quello che può essere un successo immediato, può anche rivelarsi
l’anticamera degli insuccessi più devastanti.

Come, nel nostro discorso orientato a fini conoscitivi, talvolta occorre una pausa di
riflessione per valutare la verità o l’insinuazioni di errori o qualche intenzione in mala
fede di inserire l’errore in asserti che dovrebbero essere veri, così lo stesso accade anche
per l’enunciato performativo.

Austin coglie l’inadeguatezza del fermarsi al livello degli enunciati e ritiene di dover far
salire l’osservazione dagli enunciati agli atti che li pongono.

Secondo Austin esistono 3 livelli di osservazione, sovraordinati l’uno all’altro, che meritano
di essere tematizzati come gerarchicamente ordinati:

 Parole singole

Intese come unità di parole oppure unità di langue (pensiamo a Humboldt e Brèal, anche se
Brèal parla più propriamente di gruppi di parole)

 Enunciati

[Digitare qui]
Con Frege passiamo all’enunciato: si pensa all’essere pensante, che parla, che lega le
parole, che sceglie costrutti enunciativi, ovvero a sintagmi nominali e ad enunciati
dichiarativi con forza assertoria (asserti). Si fa attenzione ai costituenti subalterni dell’unita
dell’enunciato (nomi propri e predicati).
Poi Frege precisa che lui si occuperà solo degli enunciati dichiarativi e precisa che non é
importante solo la sintassi dell’enunciato dichiarativo perché non per tutti si può porre la
denotazione, ovvero il valore di verità non tutti gli enunciati possono essere giudicati
vero o falsi, ad esempio gli asserti presenti nei mondi di immaginazione creati in ambito
letterario (ex. “Ulisse approdò ad Itaca immerso nel sonno” non siamo così ingenui da
porci il problema se davvero questo é accaduto così, perché queste istanze di
documentazione, come se si trattasse di eventi effettivamente accaduti, non sono
compatibili con la natura di questi enunciati che vogliono si parlarci di come siamo noi o di
come é fatto il mondo, ma senza darci un resoconto storico di eventi effettivamente
accaduti. Quindi Frege lascia fuori dall’ambito di valutazione del vero o falso questi tipi di
enunciati, perché non é per essere giudicati veri o falsi che sono stati scritti. Molto spesso
noi siamo conquistati da una lettura che pure riteniamo non avere resoconti di
accadimenti, perché pure parla di dinamiche umane (racconta di fatti verosimili magari) ma
queste sono letture di possibili decorsi di eventi è questo un livello sotteso che non si
riduce a nessun enunciato nel testo ma che si fa elaborare da parte del lettore; c'é
un'incompiutezza dell'opera che é funzione dell’opera cooperativa del lettore. É giusto ed é
bello che la morale della favola non sia tutta scritta nel libro, perché la deve elaborare il
lettore, mettendo dentro anche la propria esperienza, sensibilità ecc …
Frege non vuole banalizzare la letteratura ma il suo non é un atteggiamento imperialista.
Comunque lui vuole concentrarsi su enunciati non di letteratura e non recitati (perché il
recitare pone un filtro tra la portata di ciò che dico e la veridicità di ciò che dico).

 Atti

Arriviamo ad Austin. Questo ampliamento della rosa degli enunciati porta Austin a dire
che non ci sono solo enunciati constativi ma anche performativi. Però Austin, nel giro del
suo stesso percorso di lezioni, dice che non si possono censire gli enunciati come
performativi o constativi a seconda della struttura formale di questi enunciati, ma
dobbiamo risalire alle situazioni, alle circostanze, e quindi dobbiamo includere gli atti di
discorso (speech acts). È questa un’attenzione a un percorso di analisi terminologica ma
che al tempo stesso ci fa fare un passo in avanti in prospettiva teorica.

Predicati
predicazione
Enunciato
enunciazione

Noi abbiamo incontrato molto più spesso i termini “predicato” piuttosto che
“predicazione” ed “enunciato” piuttosto che “enunciazione”, perché?

Il nostro dire é una forma dell’agire che però ha una sua transitività e una sua produttività.
[Digitare qui]
Il nostro dire rimane nei nostri detti, ma qual è quell’abilità che da gran tempo di ha
messo nella condizione di dire che “passa il momento del dire, dell’enunciare, ma gli
enunciati invece restano”?
Come scorporiamo gli enunciati dagli enunciatori, dagli enunciatari e dagli atti di
enunciazione? Con la scrittura. È questa un’abilità e una tecnica consumata, realizzata in
tanti modi e che consente di replicare quello che é stato detto una volta in un numero
infinito di volte (in tante lingue, stampandolo più volte, rielaborandolo più volte dallo
stesso autore) e che ad un certo punto prende il via come creatura autonoma.
Gli stessi sostantivi “predicato” e “enunciato” sono participi passati con una valenza
passiva, però se noi ci pensiamo rimandano a qualcosa che precede nel tempo e che in
qualche misura si può anche emancipare: possiamo iterare uno stesso enunciato molte
volte scrivendolo su un foglio; in questo modo lo guardo. L’atto dell’enunciazione nel
linguaggio ordinario é di una tale ovvietà (infatti è fin troppo accessibile e dato per
scontato) che sfugge alla nostra osservazione (inoltre nella creatività non si può vedere
perché è qualcosa di interiore).

Inoltre lo studio di una documentazione antica e consegnata alla memoria della scrittura ma
privata dal suo contesto da azione ha allentato i nessi tra i documenti antichi e i papiri
scritti in una certa lingua e le comunità di parlanti che contornavano quelle parole, e ha
fatto si che si trascurassero un po’ le relazioni tra enunciati, enunciatori e enunciatari (che
sono i destinatari dell’atto di enunciazione). Ci sono marche linguistiche precise che ci
aiutano a capire che quelli che erano passivi originariamente non sono riconoscibili come
tali in tutte le lingue perché il giro cronologico nella storia delle lingue é stato più lungo di
quello che ci si possa immaginare.
Cioè:
Il termine “predicato” in inglese si dice “predicate”, ma un participio passato in
inglese dovrebbe finire in “-ed ”. Allora, date queste considerazioni,
concludiamo che il termine “predicate” non è un participio passato?
No. L’inglese più colto e intellettuale, infatti, ha preso questo termine dal francese, che a
sua volta aveva preso in prestito questo termine dal latino; quindi il latino diceva
“praedicatum”, il francese che dice “predicat” (contrae i dittonghi e fa cadere le
desinenze dei casi) e poi questo termine passa all’inglese e rimane “predicate”, per cui
resta la natura di passivo e di passato (nel senso che é stato compiuto per essere là). La
stessa cosa vale per il termine “enunciato”.

“L’atto sintagmatico fondamentale é la predicazione”. Siamo nel 1929 con questa


affermazione che viene da parte della scuola del circolo di Praga. Se dovessimo trovare un
buon sinonimo di “predicare” (che non é semplicemente “dire”), potremmo dire che
“predicare” è sinonimo di “dire di”, “attribuire da”, cioè “dire qualcosa di qualcos’altro”, ad
esempio “X corre, X é uomo, X é minore di … ecc… attribuisco a X, cioè ad una variabile,
una certa proprietà.

[Digitare qui]
Cosa vuol dire che, per avere un enunciato, abbiamo bisogno di un soggetto e di un
predicato (cosa che é quasi sempre vera)? Vuol dire che abbiamo un’entità a cui
attribuiamo qualcosa e di cui enunciamo qualcosa.

Quindi, cosa vuol dire che l’atto sintagmatico fondamentale é la predicazione?

I praghesi intendevano dire con “atto sintagmatico” quell’atto che consente di comporre e
ordinare insieme più di una unità di parole nell’enunciato, e questo atto é la predicazione.
Senza il predicato, mettendo insieme enunciati nominali, ottengo solo un elenco. Perno,
centro organizzatore, instauratore delle relazioni, che attiva posti vuoti da saturare é il
predicato: l’atto é la predicazione, e ciò che questo atto del predicare pone é quel centro a
cui si correlano gli argomenti del predicato. Ecco perché già nel 1829 i linguisti di Praga
dicevano “non pensiamo solo alla langue, ma alla parole”, cioè pensiamo alla struttura del
nostro dire, non alle relazioni paradigmatiche: pensiamo alla relazione della linearità
sintagmatica, secondo cui i predicati annodano fra loro vari sintagmi nominali e lo fanno
sulla base dei posti vuoti disponibili.

Dunque “predicare” vuol dire “dire qualcosa di qualcos’altro”, e questo “qualcos’altro”


nove volte su dieci é il soggetto ( le eccezioni sono i predicati a valenza 0, ovvero quei
predicati che non hanno un soggetto ma hanno solo un oggetto ad esempio il latino “pudet
me”, “paenitet me”, dove il soggetto non é un soggetto ma é l’agente). In tutti questi casi,
ovvero Praga 1829, Austin 1855 – 1861, bisogna guardare agli enunciatori e all’atto di
enunciare.

Nei performativi l’attenzione di Austin premia gli esempi come “prometto che vengo”, un
enunciato che ha apparentemente una somiglianza con i constativi (che non sono
domande, nè ordini), ma il mio “promettere di venire” non é una constatazione che c’era
fuori di me o dentro di me, bensì faccio essere qualcosa che apre un committement é un
enunciato commissivo
Qua si innesta la distinzione tra buona riuscita e fallimento.

NB. Nell’ “atto del credo”, in una qualsiasi religione, io con quell’atto sto affermando la
mia fede secondo un certo modo. Se voglio comparare atti enunciativi simili (cioè i vari
atti di credo nelle varie religioni) in una religione specifica, devo prendere in
considerazione lo stesso atto di fede corrispondente nell’altra religione. “Io credo”, detto
dall’uno in un modo e dall’altro in un altro, possono essere entrambi veri, rispetto al
convincimento religioso di chi lo pronuncia. In caso di teologia (riflessione sulla religione)
o di rivelazione rivelata, si vuole oggettivare la verità di altre osservazioni: bisogna
discernere dove sia la verità. A questo punto si devono usare gli argomenti che abbiamo a
disposizione. In un atto di fede sono oggettivo perche dico “io credo in”, però devo anche
confrontare gli altri atti di fede.

Abbiamo dunque un’ascesa dal livello minuto delle parole al livello dei sintagmi di area
nominale o verbale (che da soli non si porrebbero, solo un computer, che dispone di un
sistema finito di elementi, può mescolarli magari riuscendo a garantire la correttezza
[Digitare qui]
grammaticale ma non la sensatezza. In un linguaggio storico naturale chi pone gli enunciati
sono gli agenti, gli enunciatori, i parlanti per questo il salire dagli enunciati agli atti é
fondamentale). Gli enunciatori si pongono in circostanze che possono avere un ruolo
importante nel portare a buon fine l’enunciazione stessa e dunque l’esito dell’enunciato (ad
esempio quando i bambini imitano gli insegnanti per gioco, i voti che i bambini danno nella
finzione del gioco non sono equiparabili a quelli della realtà è questo che fa la differenza
da chi li dà davvero i voti o da chi imita chi dà i voti; fa la differenza se un comico che fa
satira imita un politico, e invece un politico compie un atto che gli è proprio, ad esempio
propone un disegno di legge).

A questo punto la questione del successo o meno, dell’abuso o meno dei ruoli che
possono competere agli agenti degli atti di enunciazione, fa sì che Austin enumeri una
sorta di casistica o in certa misura illustri le condizioni di validità degli enunciati; come si fa
in una procedura giuridica, cosi anche ci sono condizioni di buona formazione ovvero
difetti degli atti performativi:

 Colpi a vuoto stanno al di sotto del raggiungimento del buon fine.


 Abusi pretendono di varcare la soglia del lecito e quindi introducono dunque vizi di
forma (ad esempio posso dire una cosa sapendo che non è vera, e quindi posso
mentire, o posso distribuire premi o punizioni senza averne il titolo). E questi vizi di
forma rendono nullo un atto (non posso promettere qualcosa di cattivo perché nella
semantica di “promessa”c’è la natura del bene di ciò che vado a promettere, oppure
non posso minacciare qualcosa di buono perché nella semantica di “minacciare” c’è
qualcosa di male nella natura di ciò che si minaccia, oppure ancora, non posso vendere
una cosa che non é di mia proprietà ecc…).

Anche qui Austin mostra una buona consuetudine anche con gli apparati formali del
calcolo, si parla infatti di:

 Coerenza
 Correttezza

Che sino teoremi che riguardano i linguaggi formali, ma anche prassi umani non a tal
punto formalizzate come quelle che si svolgono grazie alle lingue storico – naturali.

NB. Negli abusi ci possono anche essere stati mentali: non posso concentrarmi solo sul
detto prescindendo dallo stato mentale di chi dice, di chi scrive o di chi firma qualcosa. Se
sono ipocrita, posso ringraziare ma avere un atteggiamento interiore tutt’altro che grato o
se sono non sincero, posso scusarmi senza provare nessuna contrizione. In altri casi ciò che
lo invalida é a valle dell’atto e non a monte, ad esempio quando io prometto ma so che non
ho nessuna intenzione di mantenere la promessa.

[Digitare qui]
Austin fa si che il suo uditorio e i suoi lettori facciano con lui una sorta di revisione in
itinere della sua impostazione: Austin dice: “abbiamo parlato di una casistica che verteva
sugli enunciati (performativi e non solo contativi) , ma io ho troppo bisogno di rifarmi alle
situazioni, alle circostanze, ai soggetti che enunciano e non posso più fermarmi al livello
degli enunciati, ma devo passare al livello degli atti” non ho criteri puramente formali che
mi distinguano gli enunciati performativi da quelli constativi, ma una valutazione di più
fattori fa sì che io possa tirare una linea di confine e quindi non posso più fermarmi al livello
degli enunciati. Parliamo di semantica comunicativa perché le circostanze fanno la
differenza e le situazioni sono portatrici di senso, insieme e oltre le parole. Ma il linguaggio
non é condizione sufficiente anche se necessaria, poiché anche le circostanze sono
importanti.

Qua si comincia a riavvicinare quella sorta di solco che si era posto tra constativi e
performativi: avevamo detto che se é il vero o il falso a vagliare la qualità dei constativi,
sarà il felice o infelice a valutare i perforativi. Ma Austin dice che anche i constativi
possono essere felici o infelici e possono esserlo per qualcosa che sta a monte: come faccio
a parlare del figlio biondo di Giovanni, se Giovanni non ha figli? Come faccio a farmi carico
di una tradizione religiosa che attribuisce certe proprietà a Dio se non sono sicuro che Dio
esista? quello che stato introdotto grazie a un sintagma nominale io devo analizzarlo in
modo tale accertarmi che non sia un’espressione vuota, ma che rimandi ad un’entità; può
rimandare a un’entità di cui so poco o nulla, ma tutte le predicazioni esigono che io possa
garantire l’esistenza di ciò che io andrò a caratterizzare e descrivere.
Questa esigenza di vagliare la presupponibilitá dell’esistenza di ciò di cui si predica é un
tema filosofico molto importante, e si vede come anche in decisione meno ardue e meno
decisive per il corso dell’esistenza si possa però, volutamente o meno, barare: ad esempio
in una truffa si promette che in cambio di una certa somma si darà un bene, ma io non
posseggo il bene, quindi incasso l’importo del bene, ma non do il bene, perciò il compratore
presuppone che ci sia qualcosa di cui poi si accerterà l’inesistenza.

Ci sono varie tipologie di abusi e di nuovo Austin cerca di enunciare il grado di verso o
falso oppure il grado di attuabile o non attuabile come categorie loro proprie chiarendo
che questa tenuta tra il dire e il mondo (che evidentemente valeva per il vero o falso),
rileva anche per il “buono” o “cattivo”, per il “giusto” o “ingiusto” (certamente condannare
un innocente è una cosa che non va fatta, ma ci deve essere una corrispondenza anche
quando faccio essere l’imputato come un innocente assolto o lo faccio essere come un
colpevole condannato l’innocenza deve essere a fondamento dell’assoluzione).

Austin dice che nel linguaggio corrente noi abbiamo espressioni che confermano la
conformità dei nostri atti conoscitivi a un buon criterio di azione e la conformità dei nostri
atti valutativi a un rispetto di come sono andati i fatti.

Ripasso

[Digitare qui]
Cosa significa che, essendo il bene il fine ultimo dell’azione umana, questo bene va
frazionato in fini intermedi?

Va inteso a partire dalla nostra natura di essere limitati, storici e finiti nel tempo. Non
possiamo arrivare al bene con un unico atto di scelta. La nostra é una coscienza finita, cioè
scopriamo il mondo volta per volta e adeguiamo ciò che comprendiamo alla nostra
condotta di vita, spesso a piccoli passi, senza escludere tentativi ed errori, facendo il conto,
con una armonizzazione tutta da impostare e garantire, tra ciò che capiamo e sappiamo e
ciò che desideriamo, perché tutti abbiamo fatto esperienza di quello che in latino fu ben
condensato nella formula “video meliora, proboque deteriora sequor”; non c’è uomo in cui
non ci sia questa contraddizione tra il riconoscimento di un bene e la capacità di seguirlo o
la tentazione di seguire vie diverse, più pigre e peggiori.

Allora saremo sempre incerti, tentati, incapaci di discernere tra bene e male, tra vero o
falso e vagheremo senza meta?
Questo é un rischio reale, ma c’è anche tanta gente che riesce a non farsi catturare
dall’inclinazione a seguire il male rispetto ad un bene che riconosce; questo vale sia per
l’agire umano ma anche per il nostro dire, che é una specifica forma dell’agire. Se mi
arrabbio senza valutare in tempo, senza essere prudente (prudentia = prudenza = retta
comprensione di ciò che é fattibile recta ratio agibilia) non riesco a controllarmi e a
controllare la situazione senza far andare le cose male. Dunque se questo vale nelle scelte
contingenti (ad esempio, “non chiamo o chiamo una persona perché é noiosa?”), così come
tutte queste scelte, anche quelle importanti, si preparano attraverso scelte più piccole,
analogamente nei nostri atti di dire e nella conversazione, nel dialogo, nell’interazione con
gli altri, possiamo scegliere una via di orientamento a qualcosa che vale o a qualcosa che
non vale. Questa é l’idea del fatto che il bene ultimo é qualcosa di talmente grande per noi
che spesso si manifesta innestato su situazioni concrete, che non sono un bene assoluto,
ma contingente, ma é anche il terreno dove giocare sul rinforzamento della nostra liberta,
della nostra volontà, dove possiamo conoscere se stessi.

NB. C’è poi il meta – livello, cioè quando una disciplina riflette su se stessa. Per quanto
riguarda i 3 livelli (si passa infatti da parole singole, a enunciati a enunciazione) questo é
certo l’esito di un atteggiamento progressivamente riflessivo, auto-fondativo, di
giustificazione, poichè le parole vengono poste dai parlanti maggior adeguatezza all’entità
che é in gioco fin dalle unità minime. La langue é un derivato dalla parole = il grammatico
codifica la langue a partire da ascolto e lettura di atti di discorso su atti di discorso e tutti
impariamo parole nuove ascoltandole più volte, afferrandone il valore, facendole nostre e
riutilizzandole. In questo senso c’è un ritorno alla realtà attiva del fatto linguistico. É
importante riconoscere che questo allargamento e progressione dei 3 livelli di Austin (come
fosse un obbiettivo che si amplia per includere sempre più fattori) é necessario perché ci
sono espressioni occorrenti in singoli enunciati, che noi non riusciremmo a capire. Ad
esempio le espressioni indicali, come “Oggi noi abbiamo un’ora di lezione insieme”; se noi
scriviamo quest’espressione sulla lavagna oggi, ma uno la legge domani, per capirla e
valutare se é vera o falsa dovrà recuperare indizi che non sono messi in chiaro
[Digitare qui]
nell’enunciato, e dovrà riconsiderare tutti i riferimenti, che vengono sballati dall’oggi al
domani. Dunque questo ci fa notare che non possiamo estremizzare l’autonomia

[Digitare qui]
della scrittura, ma questa ha sempre delle carenze strutturali che devono essere superate,
perché queste lacune (per cui, ad esempio, un pronome personale può essere messo sulla
bocca di tutti) ha bisogno di informazioni ulteriori dalla bocca di cui viene pronunciato. Sui
documenti si mette la data o il nome dopo aver scritto “io sottoscritto …”, perché altrimenti
non si hanno dei riferimenti.
Tutte queste coordinate che obbiettavano quei valori, assegnano un valore di un segno
operazionale che però rimane sospeso se non viene accorato da dati precisi.
Quindi da un lato la riflessione é richiesta, dall’altro é esigita dalla stessa natura del fatto
verbale.

… JOHN LANGSHAW AUSTIN

 Verità ed adeguatezza

Grice sarà un autore che ci fará fare ancora un passo in più perché teorizzerà non più
l’enunciazione singola ma il dialogo tra mittenti e destinatari e pluralizzerà gli enunciati.
Ritorniamo quindi alla centralissima idea di uguaglianza legata alla concezione di
equazione, ma ancora meglio, di adeguazione, quel percorso conoscitivo, tappa dopo
tappa, che ci fa identificare progressivamente i nostri oggetti di discorso e la verità tout
cour, non dando luogo ad antologie; si sta alla verità come ciò che va indagato ma che si
conosce progressivamente.

Austin dice che anche se il discrimen tra vero o falso é netto, noi dovremmo aggiungere una
sapienza tale da darci con la massima precisione se un enunciato è vero o falso? Cioè
occorre arrivare ai millimetri e decimillimetri di precisione, o possiamo dare ordini di
grandezza più approssimativi per arrivare comunque al vero (ad esempio possiamo dire che
un appartamento misura 50 metri quadrati anche se ne misura in realtà 49,5.)?
Austin da alcuni esempi: in una riunione di strategia militare ci si incontra per vedere come
difendere la Francia da un’invasione. Se si dice che la Francia é esagonale, questa
assimilazione della forma del territorio francese ad un esagono ha tutta la consapevolezza
di essere approssimativa, ma rende abbastanza bene il fronte su cui può essere esposto un
paese che va difeso. E però questa stessa informazione la si afferma tra geografici in un
convegno per pubblicare un atlante del mondo, la forma che andava bene prima, quella
esagonale, non va più bene. Perciò dobbiamo calibrare il pubblico ma anche le finalità
proprie da quelle del nostro intervento non possiamo sempre mirare alla maggior
precisione possibile, cosi come dobbiamo guardarci dalla sommarietà quando capiamo
che deprimendo una verità che va ricostruita con scrupolo.
Questo introduce una dimensione che in logica é stata studiata in termini di introduzione di
gradi intermedi tra assolutamente vero e assolutamente falso; ma non é una valutazione
logica o cognitiva bensì di opportunità, vale a dire rispetto al fine (c’è l’idea del buon fine)
che è proprio al nostro dire. Scambiandoci discorsi, stiamo andando ad un livello troppo
generico o troppo pignolo, o c’è una giusta misura di proporzione tra i beni attesi e le cose
[Digitare qui]
che diciamo a riguardo?
Questo è un criterio che può permetterci di valutare l’adeguatezza che é anche dell’agire,
e non solo del conoscere.

A proposito della nozione di speech act, che livelli, che progressione Austin imposta?
Quale scansione di competenze e di livelli d’analisi viene impostato? Abbiamo una
distinzione di questo tipo:

 ATTO LOCUTORIO

È il semplice e puro dire, e si divide in:

Atto fonetico il primo traguardo di quando impariamo una lingua nuova é quello di
compiere atti fonetici ben formati (ortoepia: corretta pronuncia delle parole). La
fonetica è il primo passo. Questa viene riconosciuto come forma esterna e interna
(cfr. Humboldt): ogni comunità di parlanti modella in modo specifico la pronuncia
della lingua. Un bambino ha una ricchezza di produzione fonetica straordinariamente
maggiore di quella che poi conserverà: dalla potenzialità di questa variegata
produzione il bambino arriva a stabilizzare quel modellamento della fonia che
occorre per parlare la sua lingua madre, modellamento che viene consolidato e
pertanto il bambino si rende capace di produrre suoni (cosa che all’inizio era quasi un
esperimento per lui), anche se perde la sua grande capacità che aveva all’inizio. La
lingua é anche un modellamento della voce. Tutti siamo capaci di produrre suoni ma
non di tutte le lingue; il rapporto tra la capacità fonatoria del singolo e l’adeguarsi alla
fonologia della sua comunità è complesso. Se un francese parla italiano porterà con
se le vocali nasali del francese, quindi per parlare un buon italiano bisogna de-
nasalizzare il sistema vocalico. Per far sì che un atto di parola sia un atto fonetico ben
formato bisogna adeguare la fonologia in cui la lingua si esprime, pena il
fraintendimento, o il non cogliere l’individuo nella comunità in cui si é inserito
(riconoscere cioè la proveninza del parlante da un altro ambito linguistico).
Atto fatico successivamente possiamo dire che lo speech act è un atto fatico, cioè è
un atto di dire conforme alla grammatica, che utilizza un certo lessico e lo costruisce
secondo le regole della morfosintassi e della prosodia ecc... Bisogna attivamente
governare i costrutti sintagmatici. Il termine “fatico” viene dal greco “ ”, e dal
latino “for, faris, fatus sum, fari” atto del dire, del proferire)
Atto retico è il compimento di tutti i livelli precedenti. Viene da “rema” e
costituisce l’apporto informativo al proprio dire, il culmine di ciò che si va a dire,
ed é proprio di espressioni non solo grammaticalmente ben formate, ma che
abbiano un senso e un riferimento.

[Digitare qui]
Quando parliamo noi mettiamo tutti assieme questi 3 livelli. Sono gradini ma tutti ben
condensati nello stesso atto che diciamo atto locutorio. Lo stesso atto locutorio,
stratificato in queste 3 forme, viene anche analizzato ed é al tempo stesso un atto
illocutorio .

 ATTO ILLOCUTORIO

Cosa faccio nel mio dire (asserisco, ingiungo, mi impegno, prometto, scommetto, racconto,
dimostro ecc...). Corrisponde alla
forza di cui investo il mio atto locutorio.

 ATTO PERLOCUTORIO

Infine l’atto locutorio può essere analizzato sottoforma di atto perlocutorio. Ognuno di noi
compie atti perlocutori, tali cioé da generare effetti in coloro che ne sono destinatari o
anche solo testimoni (ad esempio, se faccio una minaccia, questa non riguarda solo il mio
destinatario perché chi é presente si sente comunque coinvolto).
A fronte di un medesimo atto che, essendo locutorio, ha una sua forza illocutoria, gli effetti
perlocutori sono molteplici o possono esserlo. Infatti, di fronte ad un discorso tenuto da
una stessa persone in stessi tempi e luoghi, il medesimo discorso può provocare effetti
diversi in ciascuna persona delicatezza delle soggettività chiamate in causa. Non
possiamo immaginare che un unico discorso sortisca presso chiunque un unico e
medesimo effetto, ma ci sono diverse sensibilità, capacità critiche ecc...

 Le classi di forza illocutoria

È questo l’aspetto più sistematico del percorso di Austin, che ci dice che un modo
importante per ricorrere alla parola e imprimere forza illocutoria é quello di pronunciare
verdetti, valutare, esprimere stime (come quando si dichiara vincitore qualcuno, si stila una
graduatoria di un concorso, si giudica qualcuno colpevole o innocente). Altri atti, poi,
regolano la vita sociale ed entrano nella costruzione di una comunità che sa darsi un
ordinamento, che rende possibile la coesistenza in una città, quindi le nomine, i ruoli di
responsabilità, gli ordini (che devono essere pronunciati da chi ha facoltà per esercitare il
suo potere debitamente).

 Verdettivi verdetti, stime, valutazioni


 Esercitivi nomine, ordini, consigli avvertimenti
 Commissivi promesse, impegni (come ad esempio i titoli per accompagnare a
casa uno studente minorenne che va dato solo a persone designate), dichiarazione
di intenti, sacramenti, dare il nome ad una nave, contratto di lavoro)
 Comportativi scuse, congratulazioni, imprecazioni = é il nostro comportamento;
abbiamo la necessità di parlare per compiere determinati atti: come faccio a
congratularmi senza manifestarlo anche attraverso la parola?
NB. Le parole sono comunque condizioni necessarie, ma non sufficienti.
[Digitare qui]
 Espositivi repliche, ammissioni, semplificazioni = è una dimensione un po’ più
constativa: per capire come stanno le cose abbiamo bisogno di spiegarlo.

È questo un sistema aperto e Searle andrà a riaprirlo nel suo libro “Speech
act” del 1969.

[Digitare qui]
PAUL GRICE

1913 – 1988

Sulla conversazione

Il volgere l’attenzione sui linguaggi normali, e non storico – naturali, è dato dal fatto che
Grice è un filosofo e non un linguista. L’atto di parola non é singolo ma é un passaggio a
più voci: l’uso del linguaggio non é normalmente fatto proprio da un parlante isolato, ma ci
vuole un alternanza. Quando noi mettiamo a tema delle regole che possono diventare
delle massime (cioè diventa una massima per me, perché io la voglio seguire) non ci deve
far pensare ch prima studiavamo il linguaggio senza le regole. Le regole di Grice però sono
diverse, sono delle regole che prima non si erano prese in considerazione. Che differenza
c’è tra le regole proposte da Grice e quelle proposte prima? Sono diverse a livello di
comunicazione e di tenuta della conversazione dal punto di vista logico ( vale a dire come
devo amministrare il pensiero, che fa da motore per l’avanzamento del dialogo e della
conversazione). Il mondo delle lingue é pieno di regole, ma per lo più morfosintattiche e
grammaticali, mentre Grice ci mette in evidenza l’importanza della logica della
conversazione.

La logica della conversazione

Grice è un autore britannico che passa per gli Stati Uniti e muore nel 1988. Oxford é la sua
sede. Ha una formazione filosofica a tutto tondo, con particolare attenzione all’etica (come
Austin) e alla metafisica. Vede l’enunciazione come mutua corrispondenza di atti di
discorso fra partecipanti ad uno scambio.

Importante é ricordare la volontà di Bühler di porre il concreto momento del parlare come
un punto focale. Bühler pubblica la sua teoria a metà degli anni ’30, nel ’34, e sostiene che
ogni specializzazione in ambito linguistico e ogni studio diversamente orientato sul
linguaggio deve rendere conto della scena primaria, dell’archetipo , del fondamento, cioè
del fatto che qualcuno parla a qualcun altro. Ogni sperimentazione va tenuta in conto nello
scambio conversazionale, che é la base, la scena elementare a partire dalla quale si
possono far partire le varie direzioni delle specializzazioni; é una finzione, un’astrazione non
sempre riconosciuta come tale, quella del considerare l’enunciato isolato e l’enunciazione
unilateralmente: non si parla da soli e non si parla esclusivamente per pensare (rischio del
solipsismo) bisogna ripristinare questa natura del dialogo. Platone ne sarebbe contento.
Anche per quanto riguarda la dimensione della scrittura: un trattato lo scrivo da solo, certo,
[Digitare qui]
ma non lo scrivo per me, perché metto in discussione quello che scopro la dimensione
dialogica é centrale.

Grice ha avuto una bella formazione logica e l’ha esportata sul linguaggio naturale (non
si é limitato a fare analisi logica dei linguaggi formali). Non c’è linguaggio formale che
non sia debitore al linguaggio naturale. Dunque non si dovrebbe distanziare ciò che é
nato alimentandosi dal linguaggio ordinario in lingue storico – naturali.
Dunque Grice dice che non possiamo (sarebbe un impegno troppo lungo ed esteso),
tradurre un linguaggio formale in una conversazione, ma questo non ci deve far pensare
che non ci sia logica nel linguaggio, che é una struttura portante, anche se possono esserci
dei difetti costruzione; quindi avere una costruzione logica non vuol dire essere sempre
impeccabilmente capaci di sfruttare sempre questa capacità.
Quindi, come nei linguaggi formali dobbiamo riconoscere dei principi che operano,
analogamente ci sono principi e massime che governano le umane conversazioni, anche se
noi non ce ne accorgiamo. Questo é il primo principio che Grice formula, un principio,
venendo meno il quale, la conversazione crolla, ed è il PRINCIPIO DI COOPERAZIONE si
tratta cioè del tuo contributo alla conversazione (vedi slide).

Anche qui c’è un forte orientamento teleologico (cioè che punta ad un fine) c’è uno
scopo o orientamento accettato: la nostra conversazione ha uno scopo; non tutte le
conversazioni hanno lo stesso scopo, quindi dobbiamo esplicitare, per quanto si possa, a
che titolo stiamo conversando e con quale intento (se stiamo aspettando di essere
chiamati per una visita medica in sala d’attesa, abbiamo una conversazione di
intrattenimento con una persona che abbiamo incontrato casualmente, conversazione che
sarà diversa da una telefonata fatta con intenzione ad una specifica persona).
La conversazione risente di questi orientamenti (che sono la dimensione più blanda dello
scopo) e scopi. Ci deve essere una conformità, una corrispondenza e sintonizzazione,
altrimenti la conversazione viene sovvertita o viene meno o é eccessivo il
coinvolgimento di una parte, sproporzionata ai termini della questione.

Anche Grice riparla di abusi e violazioni: ci sono casi in cui il principio di cooperazione
legittima delle impegnazioni (ad esempio quando, se mi fai una domanda, o mi chiedi
troppo, anche cose non necessarie, o troppo poco, per cui ho bisogno di spiegarti troppe
cose).

Ci possono poi essere (tema sviluppato nella logica della cortesia) conflitti fra regole,
quando ad esempio dobbiamo gestire situazioni delicate in cui sembriamo messi una sorta
di vicolo cieco, perché una massima ci prescrive una cosa e un’altra massima ce ne
prescrive un’altra.

[Digitare qui]
Le 4 massime di
Grice

Con Frege siamo tornati al principio di identità per volgerlo in positivo (non c’è solo “a = a”
ma anche un “a = b”, cioè l’oggetto é lo stesso ma si presenta sotto più modi diversi, ad
esempio Napoleone é l’imperatore dei francesi). In questo caso abbiamo il principio di
cooperazione e abbiamo regole che vengono interpretate come massime nel senso di
“principi regolativi” e norme a cui attenersi. Inoltre vengono dette “massime” perché sono
generalissime, in modo di garantire la bontà della conversazione in questione.

 Massima della categoria della QUANTITA’

- Dà un contributo tanto informativo quanto é richiesto

Cioè non dire né più né meno. Vuol dire non essere troppo stringati, ma anche non
essere prolissi massima della quantità (ci sono richiami a Kant sottaciuti).

 Massima della categoria della QUALITA’ (* cfr. pag 48)

- Tenta di dare un contributo che sia vero”

+ i suoi corollari, cioè

- non dire ciò che credi essere falso


- non dire ciò per cui non hai prove adeguate”

Qui l’eredità fregeiana é acquisita e rielaborata. Il vero o falso diventa una dimensione
importante: il vero va perseguito, il falso va riconosciuto e smentito, e diventa anche un
criterio di prassi prima ancora di valutare parole e asserti altri, tu stesso attribuisciti
questo criterio, cioè di dire il vero in una forma consapevole di parzialità. Tanto questa
massima, che rimette in gioco il discrimen tra vero e falso, comporta di dire la verità in una
forma prudente, tanto si traduce in un divieto = non dire, guardati dal dire, non solo ciò che
é falso, ma anche ciò che credi essere falso. È presente questa distinzione importante;
dobbiamo fare i conti con i nostri stati di coscienza: la scienza vera, che si contrappone alla
falsa, deve confrontarsi con la coscienza certa (io posso essere in buona fede e posso essere
certo di qualcosa che si mostrerà essere falso, ma posso anche, in mala fede, far apparire
certo qualcosa che so che si mostrerà essere falso). Tutto questo per dire che il rapporto
con la verità é un rapporto lungo e complesso ma anche per dire che esistono tranelli che
fanno sì che le coscienze dei singoli nascondano a se stesse verità a loro pur accessibili. C’è
un impegno nel cercare la verità e nel tentare di offrila ad altri (la parola é pure una
dimensione pubblica dell’esercizio del pensiero intersoggettività legata al dire) ma al
tempo stesso il vaglio tra vero o falso passa attraverso la nostra coscienza.
[Digitare qui]
C’è poi un ulteriore corollario che mette in chiaro quella zona grigia in cui non ci é
possibile dire “lo do per certo”, “cosi è, e questo é vero”, “cosi non è, e questo é falso”
allora dobbiamo sospendere il nostro giudizio. Questo ci rende prudenti e
consapevoli della dipendenza che abbiamo da molti altri fattori.

 Supermassima della categoria della RELAZIONE

- Sii pertinente

Questa massima rimanda al modello di Sperber (antropologo francese) e Wilson (linguista


inglese), che hanno pubblicato un opera, “Relevance” che istituisce un modello di
comunicazione, titolo che é stato tradotto con “Il modello della pertinenza”. É certamente
un meta-livello, delicato da gestire perché ci fa riflettere su questioni come “a che titolo ci
stiamo parlando?”, “qual é l’orientamento della nostra conversazione?”, “cosa é
pertinente?” cioè: “cosa ci importa?” Oppure potremmo dire “cosa ti interessa? o “cosa
interessa a me che tu sappia?”
NB. Inter – esse = quando per noi qualcosa ha una certa rilevanza, nel senso che non ci é
già nota, non ci é differente, cioè fa la differenza, ci cambia in qualcosa che capiamo essere
importante per noi. É importante: porta dentro alla situazione e a noi qualcosa. Ciò che è
interessante, rilevante, è qualcosa che ci leghi, che renda questa conversazione davvero
interessante perché ha a che fare con chi siamo noi e con ciò di cui stiamo parlando.

 Supermassima della categoria del MODO

- Sii perspicuo ovvero sii chiaro (perspiquo = per + spicio che si può vedere
attraverso), sii trasparente (lascia che la luce passi)
- Evita l’oscurità d’espressione
- Evita l’ambiguità,
- Sii breve non essere prolisso
- Sii ordinato nell’esposizione

[Digitare qui]
Qui veniamo al tema delle violazioni deliberate.
Con queste massime, infatti, la conversazione viaggia su binari sicuri, al limite potrebbe
essere si chiara ma noiosa o scontata. Ci sono casi però in cui una certa ellitticità delle
espressioni (brevità straordinaria) potrebbe essere scelta (ad esempio nell’assegnazione di
limiti ad un articolo di giornale, oppure per quanto riguarda i limiti dei minuti per
interviste, o i tempi dei relatori di un convegno). L’osservanza di queste massime
confligge con qualche altro criterio ad esempio non sposso dare per scontato che chi
parla abbia le capacità per farlo; oppure ci può essere un conflitto tra un certo tempo
assegnato e la salvaguardia di queste massime (ad esempio nei flashback di una
narrazione).
Queste violazioni si dicono “deliberate” perché c’è una posta in gioco che ci rimette in
discussione sull’osservanza pedissequa di queste norme. Ad esempio, se vedo l’uditorio un
po’ noioso, introduco magari un aneddoto per farlo riposare; in questo modo dovrò violare
le massime (considerando anche il contesto) per seguire un fine con un orientamento
prevalente.

NB. Se io per essere chiaro dico “sei stato troppo aggressivo, ti sei comportato male” e lo
dico con un tono risentito e sprezzante, cosa penso di poter cavare? L’altro sarà talmente
sofferente che rincarerà la dose la volta successiva. Allora bisogna trovare un altro modo.
È questo un aspetto frizzante di abilita antropologica. Certo se non possiedo bene una
lingua queste calibrature di espressioni non le gestisco.

 Impliciti, implicati e implicature

Allora veniamo ad un punto centrale in questa progressione di teorie e modelli. Frege ci ha


detto: “attenzione a non parlare di nulla e ad assicurare la capacità referenziale delle
lingue e dei discorsi”, cioè bisogna fare attenzione per istituire bene gli oggetti di
riferimento e predicarne secondo verità (semantica referenziale).
Humboldt e Brèal ci avevano detto come le lingue si plasmano, si forgiano, per parlare di
qualcosa e Frege ci dice parlate secondo verità.
Più si capisce che non c’è solo un bene conoscitivo ma anche un bene dell’azione (cfr.
Austin e la felicità dei nostri atti di dire), sempre di più si chiarisce che, siccome i nostri atti
di dire rinviano a situazioni e rimandano a circostanze e dipendono dagli oggetti dello
scambio enunciativo, il motore che rende costruibile una conversazione felice é anche una
forte cooperazione fra i partecipanti allo scambio comunicativo (principio di
cooperazione), che correla le stringhe verbali alle situazioni, alle intenzioni comunicative,
allo stato delle conoscenze di chi é in ascolto e di chi a turno si mette ad ascoltare ciò che
l’altro ha da dirgli.
Dunque, al di là di ciò che esplicitamente viene formulato ed espresso, molto é a carico
dell’implicito (ad esempio, se scroscia un temporale e i due non hanno riparo due soggetti
non é che si mettono a parlare sul fatto che è arrivato un temporale ma agiscono per
trovare un riparo). Ci sono una serie di contesti che diventano meritevoli di attenzione e
comprensione previa la piena comprensione che esplicitamente le parole contengono.

[Digitare qui]
Interpretare il non detto é un compito semantico importante; é quel tanto di non detto
che si implicita fra le righe del detto. Un asserto che dia per scontato l’esistenza di
qualcosa, a cui segue l’accertarsi del fatto che ciò che si dava per scontato non c’era o non
era vero (Giovanni ha un figlio biondo , ma Giovanni non ha figli), comporta un’infrazione
nella conversazione che deve rimettere le cose a posto.
Oppure pensiamo agli atti linguistici indiretti di Searle: ad esempio, sull’autobus qualcuno
dietro di noi ci chiede “scende alla prossima?” Se questo non succede, cioè se noi non
scendiamo alla prossima, questo diventa un atto mancato, e quindi la persona dietro di noi
ci dice “se non scende alla prossima si faccia da parte perché la prossima è la mia
fermata”. Consegue dunque che bisogna scendere alla prima fermata utile, se ci si mette
davanti alla porta dell’autobus l’implicato é “se scende alla prossima può stare dove sta”.
Se ci si sofferma sulle premesse e non si traggono le conclusioni la conversazione resta
infelice.

Tutta questa elaborazione di implicati, di presupposti e di conseguenze, può avvenire a


partire da ciò che é presente nelle competenze linguistiche, oppure può discendere da
comprensioni di enti non legati alla conoscenza della lingua; ad esempio, “devo far
benzina”, “c’è un garage appena voltato l’angolo” da noi in Italia “c’è un garage appena
voltato l’angolo” non sarebbe una buona risposta al primo enunciato, perché da noi i
garage non hanno i distributori di benzina, ma negli Stati Uniti, invece, questa risposta
avrebbe funzionato impalcatura conversazionale non é competenza della lingua è
relativa alla situazione e al soggetto.

Dal modello del codice siamo passati al modello inferenziale, chiamando in causa i
soggetti parlanti e le loro conoscenze e competenze e i percorsi che il congetturare trova
procedura euristica per saltare alle soluzioni più proprie, trattandosi di un problem
solving ci si impegna in una conversazione e si sa che lo si fa, perché si hanno obbiettivi
da raggiungere.

NB. Un modello cosi organico e sintetico é tipico del modello inferenziale. Non possiamo
pensare che prima di Grice nessuno abbia mai pensato a queste cose: molti autori hanno
dato contributi a margine e Grice li ha messi in forma.

NB. Margine di libertà dei parlanti: non sempre chi trasgredisce una massima lo fa perché
intende far crescere il tono, la logica, della conversazione, ma ci sono casi in cui le
massime sono violate per sciatteria o per mancanza di volontà di comunicare logicamente
col proprio destinatario. Ci sono trasgressioni volontarie.

[Digitare qui]
LA SEMANTICA COGNITIVA

Si apre, con la semantica cognitiva, un nuovo scenario che vede in primo piano linguisti, in
un contesto americano in cui le scienze cognitive portano a interrogarsi sull’elaborazione
cognitiva del significato e sulla comprensione del significato, che attiva le nostre abilità
cognitive. Ci occupiamo dunque di semantica cognitiva, ovvero della svolta cognitiva in
linguistica.

 Cfr. Capitolo 3 del volume di Diodato

Una delle prime domande che dobbiamo porci é: “Perché é una novità aggiungere alla
semantica l’aggettivo “cognitiva”? Non é necessariamente cognitiva la semantica?
Il significato non é fatto per essere compreso e dunque é necessariamente cognitivo?
Questa terza tappa, inoltre, é una novità in aggiunta, un accumulo in un percorso unitario
o si tratta di una rivoluzione, di una novità prorompente e che sovverte l’impostazione
della ricerca e dei saperi fino ad allora maturati?
Se poi non si trattasse di rivoluzione, ma questa novità potesse ben innestarsi in abilità e
competenze già maturate, dovremo chiederci cosa cambia nell’impostazione della ricerca.

Tutto sommato in Italia é ancora poco innestata questa rivoluzione; bisogna che ci
interroghiamo su quanto questi scenari li troviamo recepiti più sullo studio della
comunicazione che non sullo studio nelle lingue come tali.

Dunque l’aggettivo “cognitivo” é superfluo e ridondante?

Spesso quando non abbiamo capito chiediamo “può ripetere?”. Questo può avvenire
perché non ho sentito bene (cioè, in termini Humboldtiani, perché non ho colto la forma),
ma se dico “puoi spiegarmi meglio?” si tratta invece di uno sforzo cognitivo, per capirne il
significato; allora in questo senso il termine cognizione é ridondante.

Un’altra domanda che ci poniamo é: la semantica cognitiva é una rivincita dopo numerosi
e disperati tentativi di sopraffazione?

Rivendicare alla semantica il suo status di oggetto di cognizione é una rivincita su quelli
che hanno provato a lasciare in ombra questa componente di comprensione e
cognizione?

Coloro che avevano trascurato questo aspetto cognitivo proprio della semantica erano
stati gli antimentalisti, che parlavano di linguistica sul campo; secondo il loro pregiudizio,
noi vediamo i parlanti che parlano una lingua indigena, quindi descriviamo le loro azioni e
comportamenti (siamo antropologi), invece i processi della mente dei parlanti non li
osserviamo, perciò non possiamo fare una scienza basata su questi processi cognitivi.

[Digitare qui]
Questo ritorno ai processi di cognizione e conoscenza può essere considerato una
svolta unitaria o dà conto di riflessioni, di approfondimenti, della volontà di imprimere
delle novità nella ricerca, novità che, a più riprese e da parte di più autori, si
impongono all’attenzione e ci dicono che l’aspetto cognitivo non possiamo
trascurarlo?

Ma prima di tutto dobbiamo chiederci: “Conoscenza e cognizione sono sinonimi?”

 La conoscenza é qualcosa di più radicalmente intellettuale e consapevole (si conosce


con la testa e in piena coscienza).
 La cognizione é qualcosa che riguarda delle abilità complessivamente corporee (e
non solo celebrali) e rimanda ad abilità che maturano spontaneamente, che si
acquisiscono grazie a degli automatismi e quindi non necessariamente ci rendono
consapevoli di queste nostre stesse abilità cognitive.

Ad esempio, pensiamo ad un bimbo che dalla nascita deve aspettare i primi 3 anni di vita
per acquisire l’abilità di linguaggio, e in questi 3 anni c’è una gradualità di abilità acquisite.
Come il termine “abilità” suggerisce, si tratta di “possessi” (dal latino habeo
“cose che ho”, “cose che vengo a possedere” stessa radice di “abitudine”) ma questi
possessi avranno bisogno di molto e molto più tempo per venire a livello di
consapevolezza.

Ad esempio, una delle prime parti del discorso che i bambini imparano ad usare sono i
nomi, ma un bambino non é in grado di distinguere le parole che usa come nomi o come
verbi. Sa comprendere dei nomi ma non gli chiedete cosa sia un nome. Non é ovvio portare
a consapevolezza cose che possediamo ma non sappiamo di possedere. Noi in linguistica e
in semantica esploriamo in buona misura cose che in realtà già possediamo.

Quali inciampi si frappongono sul cammino, nel ricomporre i pezzi di un puzzle che già nel
soggetto hanno bisogno di tempo per maturare? Un bimbo infatti non é subito capace di
parlare e ha bisogno di crescere per imparare a farlo, ma il suo cominciare a parlare non
vuol dire prendere a consapevolezza le sue stesse abilità.

[Digitare qui]
Le obiezioni alla semantica
cognitiva

 Gnoseologismo empiristico e razionalistico

Nel 1600 abbiamo la rivoluzione scientifica. In filosofia si pone più radicalmente il


problema del valore delle conoscenze (abbiamo personaggi come Galileo, Pascal che
inventa la pascalina, Cartesio che inventa il sistema della geometria analitica). Nello stesso
tempo si pone il problema delle grandi questioni, come “cos’è la vita?”, “cos’è l’uomo”,
“cos’è la libertà?”, “si può davvero scegliere il bene e rifiutare il male?” questioni che
sembrano trovare un metodo tanto rigoroso, che porta a pensare che sia assolutamente
efficace. La teoria della conoscenza é un grande capitolo della filosofia moderna, ma il
timore di non trovare un metodo giusto fa propendere per altre due opzioni:

- Empirismo → la conoscenza umana deriva esclusivamente dai sensi e


dall’esperienza, quindi abbandoniamo la metafisica (Kant).
- Verità di ragione → concentriamoci solo sulle idee di ragione. Lasciamo le verità di
fatto alla scienza e teniamo per la filosofia le sole verità di ragione (Leibniz).

A quel punto c’è un grosso solco tra l’io che conosce e il mondo fuori, per cui si dice
“possiamo dire qualcosa solo entro i limiti della nostra esperienza”. Questo é lo
gnoseologismo: la conoscenza é un grande compito, dunque il metodo deve essere chiaro,
e le conoscenze che non possiamo conoscere fanno parte del noumeno.

 Psicologismo vs antipsicologismo

L’idealismo pensa di dare una soluzione molto incentrata sull’io e sull’“io penso”, ma i
problemi si ripropongono: c’è l'ennesima svolta scientista, secondo cui bisogna focalizzarsi
solo sull’esperienza e sui dati e, in un’epoca come é la fine del 1800 e come é in buona
misura l’inizio del 1900 (che é l’epoca di Frege), periodo in cui nasce la psicologia
scientifica (quella che diventa sperimentale, che si fa nei laboratori), ci sono due opposte
tendenze:

- Il linguaggio é un ottimo modo per studiare la psiche.


- L’attenzione al linguaggio si assume responsabilità in ordine alla verità, e la verità é
un obbiettivo che riguarda ogni tipo di conoscenza, ben al di là della descrizione di
come la nostra psiche funziona. Quindi dobbiamo catturare la verità nel modo il più
possibile oggettivo, ben al di là dalle dinamiche psichiche che accompagnano la
nostra ricerca della verità.

Frege faceva un esempio e diceva: proviamo a pensare di essere ad un congresso di


geografi (materia distante dalla psicologia), dove ci devono raccontare almeno la geografia
della Terra. Noi andiamo a questo congresso e non ci aspettiamo che, se il tema di una
sezione del congresso é il Mar Giallo, il relatore intrattenga il pubblico dicendo che a lui é
capitato di venire a sapere che il Mar Giallo esiste; cioè, il relatore non fa il suo intervento
parlando delle sue proprie dinamiche psichiche. Il pubblico si aspetta di conoscere le
caratteristiche del Mar Giallo come di una porzione del pianeta Terra (acqua salata,
profondità ecc …).
Poi Frege fa anche un esempio in cui l’oggetto di denotazione dell’espressione considerata
é la luna (un corpo celeste, un satellite della Terra di cui possiamo considerare i moti, la
distanza dalla terra, i crateri ecc …) tutte cose che riguardano la luna e non la psiche
dell’astronomo. Quindi Frege ci dice: “attenzione! noi se facciamo astronomia vogliamo
dire cose vere della luna, e la nostra psiche é sullo sfondo: il nostro focus non é il nostro
percorso cognitivo ma é la luna, o il Mar Giallo ecc …
Bisogna stare attenti a non confondere le cose.

A questo punto però, potrebbe nascere un’opposizione: é pur vero che noi abbiamo
bisogno di conoscerle queste cose, per parlarne, quindi é importante che ci rendiamo conto
che se guardiamo la luna a occhio nudo é diverso rispetto a quando la guardiamo con il
cannocchiale quindi anche i metodi di conoscenza possono fare la differenza ma sempre
in ordine alla luna.

Gli esempi di Frege poi lo portano a dire che quando noi diciamo la luna é calante o
crescente vogliamo parlare del corpo celeste. Ma nel momento in cui vogliamo
caratterizzare il modo di darsi a noi dell’oggetto (ecco perché parliamo di luna calante o
crescente = siamo noi che nel punto di rotazione e rivoluzione del nostro pianeta ne
vediamo una parte che cresce e una che diminuisce, o vediamo che è piena) possiamo
caratterizzare anche queste differenze, luna calante, crescente, mezza luna (é mezza
perché noi la vediamo cosi non é che perde pezzi).
Ma Frege dice che se noi osserviamo la luna con un cannocchiale puntato verso una
direzione del volta celeste, l’immagine della luna che abbiamo nel cannocchiale é sempre la
stessa, perché é sempre puntato li, ma allo stesso tempo ciascun osservatore avrà rifratta
sulla propria retina l’immagine della luna che gli viene avvicinata grazie alla lente del
cannochiale. Quindi Frege dice che noi abbiamo il denotato (la luna) e il modo di darsi
dell’oggetto (il rifrangersi del corpo celeste sulla lente del cannocchiale, che me la fa
vedere con dei crateri, piuttosto che più o meno illuminata, piena o non piena) ma
abbiamo anche la soggettiva percezione visiva, derivante dal fatto che senza il nostro
affacciarci alla visione della luna per il tramite del cannocchiale nessuno può fruire della
visione della luna stessa.

- Denotato luna
- Senso rifrazione nel cannocchiale
- Rappresentazione immagine che noi abbiamo della luna
Passiamo al livello del linguaggio. Prendiamo una parola come “madre”, “viaggio” o un
verbo come “ascoltare”. Se io uso un’espressione denotativa come “il viaggio di Ulisse da
Troia a Itaca” o “Il viaggio che Ulisse intraprese lo fece tornare da Troia a Itaca”, nelle due
espressioni c’è una nozione di viaggio che ci fornisce il vocabolario e che ci aiuta a
identificare quel percorso, per quanto immaginato e letterario. Ciascuno di noi però ha un
esperienza di quello che é viaggiare (rappresentazione) non siamo Ulisse e non abbiamo
compiuto un viaggio da Troia a Itaca, ma grazie alla denotazione di viaggio, fornitaci dal
dizionario, noi abbiamo maturato esperienze che ci permettono di afferrare in che cosa
consiste il “viaggiare”. Invece se non abbiamo mai viaggiato, avremo una comprensione più
sbiadita del viaggio di Ulisse da Troia a Itaca; invece se abbiamo viaggiato molto avremo
una comprensione più approfondita.

Questo é lo scorrimento tra la capacità denotativa dell’espressione (che si riferisce al


viaggio di Ulisse) per il tramite di un senso (ciò che la comprensione semantica del
termine impone a noi, che non é la specifica esperienza di Ulisse, ma ciò che é comune a
tutti i viaggi, cioè qualcosa di universale) su cui si innesta la nostra personale
comprensione (il rifrangersi sulla retina dell’occhio del singolo, che rimanda al vissuto
del singolo).
Perché Frege si é soffermato su questo esempio, per dirci che é importante essere
antipsicologisti?
Perché io non posso stare nella testa di tutti quelli che pensano al viaggio di ritorno di
Ulisse a Itaca: non ho la capacità di appropriarmi dei percorsi cognitivi di ciascuno, ma
devo afferrare un pensiero, mancando il quale non arrivo a comprendere l’oggetto; devo
capire cosa vuol dire l’espressione “viaggio”: posso identificare così la vicenda di Ulisse,
anche se non sono nella rappresentazione di tutti coloro che processeranno queste
espressioni. Non posso pretendere di ridurre il senso delle espressioni alle
rappresentazioni che il termine evocherà nelle menti di tanti il senso non è la
rappresentazione antipsicologismo.

Ex. Dopo aver letto un’opera letteraria, proviamo a confrontarci sull’effetto che lo stesso
romanzo ha provocato su di noi. Non avremo un’opinione uguale. Perché mancando il
denotato, è molto importante l’impasto tra comprensione dei termine e il nostro vissuto
soggettivo.

Secondo lo psicologismo non ci può essere comprensione tra i parlanti. Ma, se il


vissuto soggettivo dell’individuo é cosi personale, che elementi ci possono spiegare
l’intercomprensione e l’intersoggettività?
Il modello di Frege non vuole escludere la soggettività, ma dice che il senso va al di là
dell’eco personale e che trova un pensabile comune, che l’espressione é in grado di
attivare quali che siano gli chi interiori delle persone stesse.
Si dà volentieri alla psicologia un campo da studiare ma non vuole che si riduca tutto ai soli
processi di elaborazione soggettiva ecco la ragion d’essere dell’antipsicologismo. Per lo
psicologismo non c’è un oggetto che possa essere ben compreso e condiviso da tutti.

 Comportamentismo (e antimentalismo)
Il comportamentismo genera l’antimentalismo dei primi
del 1900 (vs mentalismo). Il mentalismo si divide in 2 fasi

- Mentalismo disincarnato
- Mentalismo emboded (della mente incarnata)

Il gran tema é sempre quello dell’importanza di potenziare le nostre conoscenze, perché


nella nostra semplicità e ingenuità, nel nostro infantile egocentrismo, potremmo pensare
che la luna in certi giorni é piena e in altri va a pezzi e “si rompe”, cioè noi penseremmo
di non vedere tutta la luna come uno stato della luna e non come uno stato nostro di
vedere la luna.
Se questo é vero allora il problema serio che si pone con la filosofia moderna, cioè se
anche la natura deve essere sottoposta a osservazione e attraverso esperimenti
dobbiamo capire in cosa consistono i fenomeni che osserviamo, allora il compito di un
realismo critico é sempre da aggiornare.

Dove troviamo quei punti di svolta e quei momenti di ripensamento radicale, che fanno si
che un certo modo di comprendere, un certo orientamento della teoria, si infranga contro
obiezioni importanti, venga sottoposto ad una revisione critica e ad una messa in
discussione?
Ad esempio nella recensione di un’opera importante da parte di un altro autore, prima di
pubblicare quest’opera, può accadere che la tematizzazione di una novità avvenga
attraverso la discussione precisa tra coloro che dicono “era fortemente rappresentativa di
una scuola teorica” vs qualcuno che dice “ no, non consento, c’è qualcosa da rimettere in
discussione”. Accade questo quando Frege recensisce un’opera di Husserl, un volume di
filosofia dell’aritmetica, in cui Husserl definiva il numero come ricondursi all’attività del
numerare e calcolare. Frege dice: no, il numero deve essere caratterizzato oggettivamente
e prescinde dalla nostra attività di calcolare; se gli anni di un certo pino sono di un certo
numero, tanti sono gli anni di quel pino a prescindere dalla tua capacità o libertà di
computo. Ci sono proprietà inerenti le cose che tali sono a prescindere dal fatto che
l’essere umano sia impegnato a conoscerle (antipsicologismo).

Ma qual é quell’autore che impugna il comportamentismo? É Chomsky, che


recensisce Skinner contestazione di un paradigma, di un modo di impostare la
ricerca.
Dunque se si ha di nuovo attenzione ai processi cognitivi , nonostante le tensioni che
avevano caratterizzato la teoria semantica precedente, dobbiamo chiederci se questi piani
meritano distinzione ma possono essere separati o sono piano a cui si dedicheranno
specialisticamente studiosi diversi, ma che non é bene separare.
Possiamo distinguerli al punto da separarli o la semantica cognitiva ci dice che dobbiamo
ricondurre ad unità qualcosa di isolato e troppo drasticamente separato nello studio?

Ci sono diversi aspetti:

- Articolazione della voce / della scrittura

Parliamo della forma esterna (alla Humboldt) e di tutto ciò che é fiorito intorno a
questo, cioè fonetica e fonologia, e gli studi grammaticali, che hanno isolato i fatti
formali dalle funzioni (funzioni logico – cognitive)

- Operazioni logico – cognitive

Orientate alla capacità delle nostre espressioni verbali di riferirsi a ciò di cui parliamo.

- Fatti oggetti

Il rischio é di distinguere e non ricondurre ad unità tutti questi aspetti, e dunque di


frantumare (ex. se mi occupo di verità non mi occupo di fonetica e fonologia). Ma nel
fatto linguistico questi elementi sono tutti compresenti e i nostri enunciati parlano di
qualcosa secondo certe massime e regole (Grice). Bisogna distinguere per unire, senza
sradicare gli elementi: dopo aver focalizzato col cannocchiale singoli punti specifici,
bisogna poi ricondurre tutto a unità.

 Linguistica sul campo e fuori campo

È questa un’obiezione che la semantica deve risolvere per legittimare il suo compito. La
linguistica sul campo, legittimata a dare conto di lingue parlate anche non scritte o
grammaticalizzate, nasce solo o prevalentemente quando si lascia la vecchia Europa e ci si
sposta su un continente nuovo e con comunità di indigeni che portano testimonianze di
fattezze di sistemi linguistici non indoeuropei, con lessico, fonia e strutture grammaticali da
esplorare.
È quindi una linguistica sincronica, sviluppata in situazioni e contesti, con il primato
dell’oralità.

Invece in Europa si sono indagate le origini delle antiche lingue per risalire all’indoeuropeo,
una protolingua che spiega le affinità di greco, sanscrito e latino. Questo comporta una
linguistica archeologica vs una linguistica osservata in azione sul campo.
 Il comportamentismo e i suoi riduzionismi

Bloomfield dice che possiamo solo distinguere la fonetica o la morfologia delle lingue, non
la semantica. E a questo punto Chomsky punta il suo antimentalismo e dice che lui fornirà
la grammatica delle competenze del parlante nativo, cioè quella che spiega in base a quali
competenze il parlante nativo decide che un’espressione é grammaticale o é da escludere
in quanto non grammaticale. Chomsky quindi vuole puntare sulla competenza
grammaticale del parlante nativo, che è qualcosa di molto psichico: é un entità di tipo
cognitivo io so discernere una forma grammaticale da una non grammaticale. Quindi
l’oggetto da rappresentare, da descrivere e da spiegare é la competenza, un fatto
decisamente cognitivo.

Diodato individua 3 fasi del cognitivismo:

 Il generativismo chomskiano posizione di Chomsky


 L’esperienzialismo svolta embodied. È il maturare dell’esperienza del parlante a
spiegare l’acquisizione della sua abilità di linguaggio.
Le neuroscienze cognitive l’avanzare delle neuroscienze illustra che il linguaggio
coinvolge la nostra immersione in un ambiente che ci chiama in causa nelle nostre
abilità cognitive.
Le 3 fasi della semantica
cognitiva

Semantica linguistica vs semantica filosofica.

Ci sono 3 fasi del cognitivismo che sono in progressione.

Humboldt diceva che le lingue nella loro diversità insieme al il linguaggio erano l’organo
formativo del pensiero. È questa una prospettiva che si interessa di come le lingue
plasmano il pensiero e dei mezzi finalizzati alla comunicazione (che Humboldt chiama
chiaramente “ il pensiero sulle cose”).Il triangolo semiotico c’è. Non si trascura il polo
referenziale ma la prospettiva di Humboldt prende in considerazione come il linguaggio
fornisca mezzi al pensiero e al pensiero sul mondo.

Invece Saussure quando elabora la sua teoria del segno linguistico, dice che il pensiero
senza la lingua é come una nebulosa: i confini in cui il pensiero si articola non si
delineerebbero con sufficiente limpidezza; il pensiero sarebbe avvolto in una nebbia, in
una scia confusa, non identificabile precisamente, se le parole non stessero a ritagliare le
relazioni che Saussure dice sempre oppositive (di mutua differenziazione) tra i nostri
pensieri.

Nel caso di Humboldt si vede l’aspetto della creatività, impegnata nel forgiare forme
linguistiche utili a modellare il pensiero. In Saussure si legge una controparte della tesi
Humboldt, che nega una discernibilitá ai pensieri, se non legati alle espressioni verbali.

E del pensiero cosa dice Frege? Identifica quale nozione semantica con il pensiero?
Frege chiama in causa il pensiero, il senso. Il senso viene anche descritto o reso
sinonimicamente con il modo di darsi degli oggetti determinati e questo “modo di darsi”
rimanda a quella prospettiva secondo cui, ad esempio, io posso cercare in un aula tutto ciò
che c’è di verde (ad esempio nell’aula di Morozzo della Rocca) nella classe degli oggetti
verdi metterò ad esempio le piastre che consentono l’inserimento di cavi, disposti a coppie
in tutti i banchi, le colonne, le porte, i capi d’abbigliamento, la lavagna, cioè tutto ciò che
raccoglie il modo di darsi degli oggetti é il loro colore. Se noi abbiamo un senso che può
essere attribuito a un’espressione, quel modo di darsi degli oggetti in cui consiste il senso,
ci consente di raccogliere volta a volta varie tipologie di oggetti in una stessa classe.
Dunque il senso per Frege é un pensiero, é un modo di pensare gli oggetti, é il modo di
pensabilità attraverso cui gli oggetti ci sono dati. Il nesso linguaggio – pensiero non é una
novità della fine del ventesimo secolo, per quanto preparata dalla svolta mentalista di
Chomsky (fine anni ’50) abbiamo la vetta del pensiero semantico che matura in ambito
filosofico, che ben presto si misura col tema del rapporto tra linguaggio e pensiero.

Una svolta però ha anche la caratteristica di essere una reazione a un veto che può essere
antimentislistico in un caso e antipsicologistico in un altro. Che in una ricerca ci si metta in
ascolto delle obiezioni di altri implica responsabilità. Gli autori che studiamo sono linguisti
ma nello stesso tempo dicono che non possono prescindere dal rapporto importante che
le lingue hanno con i nostri processi cognitivi e con la nostra capacità di pensiero.
È stata posta una barriera sulla possibilità di studiare pensieri e vita cognitiva, ma questa
è una barriera non invalicabile, grazie anche ai successi ottenuti in una ricerca psicologica
e neurologica, che si avvale della diagnostica per immagine, cioè visualizza ciò che accade
complessivamente nella vita fisica biologica e psicofisica dei parlanti, consente agevola
incoraggia la presa in carico di queste situazioni.

Si succedono 3 fasi del cognitivismo.

 Il generativismo linguistico chomskiano

Contro il generativismo chomskiano (di formazione più logico – matematica) si schierano


lo strutturalismo e la formazione umanista di tanti linguisti; ma il generativismo non si
può ignorare. Chomsky, ancora vivente e attivo sulla scena, occupa con le sue opere,
emblemi delle tappe della sua teoria dal ’57 al ’9 , occupa una bella fetta del ventesimo
secolo.

Cosa vuol dire che quello di Chomsky è un approccio internista? Ci sarà anche un approccio
esternista. Approccio “internista” parchè prende come proprio oggetto di indagine la
competenza del parlante nativo (native speaker), cioè dei madrelingua. La scelta di
Chomsky é quella di collocare nella mente la competenza linguistica, che viene dunque
presa in considerazione non sulla pagina, non come abilità prodotta, non in termini di
performance (cfr. tradizione pragmatica), ma in termini di competence – performace
(binomio competenza – esecuzione) approccio internista.
Il primo obbiettivo di spiegazione é “come posso spiegare quello spontaneo giudizio di
grammaticalità che il parlante nativo dà ai suoi propri proferimenti ed esecuzioni? Spiegare
in questo caso vuol dire descrivere e formalizzare come posso descrivere in una forma
astratta del tutto esplicita, in una sequenza ordinata di passi, quei processi e quelle
procedure che garantiscono a un’espressione linguistica di essere ben formata dal punto di
vista grammaticale?
Questo è un tema bellissimo in particolare per chi studia lingue: noi stessi, se richiesti di
spiegare perché preferiremmo esprimerci in un modo piuttosto che in un altro, ci
dobbiamo pensare su non é un compito banale quello di dare ragione a noi stessi o a terzi
sul perché un’espressione risponde di più alle nostre intenzioni comunicative. Noi, essendo
parlanti nativi, diamo per scontato che l’espressione con cui parliamo sia
grammaticalmente corretta. Per chi studia lingue da un lato é confortante l’approvazione
dei parlanti nativi a loro che non sono nativi, ma non chiedete loro perche cosi é giusto e
cosi no. Il punto é saper dar conto di quel sapere intuitivo (non totalmente consapevole e
giustificato) che fa scegliere un espressione come ben formata o più rispondente alle
nostre intenzioni rispetto ad un’altra.
Si forma dunque la figura del grammatico generativo si torna ad essere grammatici, che
riescono ad automatizzare attraverso un numero di passi finiti la generazione di frasi
grammaticalmente ben formate).
La grammatica generativa é un costrutto che, come ogni linguaggio artificiale e formale, ha
le sue unità elementari, le operazioni da compiere su queste unità e le regole secondo cui
fare queste operazioni: in input ho tutte queste cose (unità elementari + operazioni +
regole) e in output ho funzioni grammaticali ben formate. Come unità elementari, metto le
parti astratte grammaticali del discorso (nomi, verbi ecc …), metto poi il simbolo enunciato
(alla fine devo garantire la generazione di enunciati) e devo mettere questo dispositivo in
condizione di creare enunciati ben formati costruendo sintagmi nomali e verbali, passando
da una grammatica astratta alla generazione di frasi in una specifica lingua, fino a inserirle,
dopo aver trasformato il simbolo enunciato in una relazione di sintagmi nominali e verbali,
in inserzioni lessicali (ad esempio “il bambino giapponese”, “la sedia a dondolo”). Se ho
utilizzato l’articolo femminile o maschile singolare o plurale e cosi via, e le relative
concordanze il risultato finale sarà un enunciato ben formato in una certa lingua. La
grammatica generativa deve produrre, come fosse un calcolo, delle frasi ben formate in
output, presupposte le competenze grammaticali.

NB. È come un modello a scatola nera, modello che sta in mezzo all’input e all’output
misterioso meccanismo che può e deve essere aperto e deve rivelare cosa é successo. Ci
sono delle risorse e si deve raggiungere un buon fine. Idea di un processo che ha un inizio,
una fine e delle fasi centrali di elaborazione. Se questa scatola é deteriorata o noi non
possiamo intendere i dati registrati resta per noi misterioso il nesso tra l’input e l’output.

Posizione comportamentista e antimentalista: non possiamo usare la scatola nera perche


non possiamo entrare nei pensieri dei parlanti, ma possiamo analizzare solo i
comportamenti
Vs
Chomsky la scatola nera c’è, e dobbiamo aprirla.

L’obbiettivo della grammatica generativa é quello di descrivere e spiegare non tanto cosa
accade passo dopo passo nella coscienza dei parlanti (mittenti e destinatari), ma quali
trattamenti subiscono le parole e le regole, tali da dire che, se anche la proceduralità non é
identica e l’intuizione del parlante non é esattamente la copia di ciò che la macchina fa, le
due cose devono equivalere. I risultati della grammatica generativa devono essere uguali a
quelli di un parlante nativo, e questo sarà un modello tanto efficiente quanto più la
grammatica generativa genererà tutti e soli gli enunciati di una lingua (cioè non ne lascia
fuori nessuno).

Ecco perche Chomsky, citando Humboldt, dice che la lingua riesce a ottenere risultati
infiniti a partire da mezzi finiti. Esiste un’infinitudine di risultati grammaticali ma Chomsky
evidenzia che una volta appresa la modalità per formulare frasi nuove, anche i bambini
potranno formulare frasi nuove senza avere ascoltato per imitazione altri. Lo stesso diceva
Wittgenstein: provate ad insegnare a contare ai bambini; una volt che gli avrete dato
principi, elementi basi e regole chiave, queste diventeranno un’abilita che il bambino saprà
far sua e saprà coltivare senza più ricorrere all’imitazione.

L’abilità fondamentale su cui Chomsky si sofferma é far generare dalla propria


grammatica frasi sintatticamente ben formate. È difficile delegare ad una macchina la
generazione di enunciati sensati ma limitiamoci ad un livello previo: se sapessimo ottenere
dalla nostra grammatica generativa frasi ben formate, potremmo essere paghi di questa
grammatica. L’idea di Chomsky è: partiamo da una frase elementare (ad esempio un frase
affermativa) e impariamo le regole per farla diventare negativa, interrogativa, avversativa
ecc …

Tutto questo per andare alla ricerca di un abilità che Chomsky ipotizza innata (frequentava
anche biologi), legata a moduli celebrali specializzati nell’assicurazione di queste abilità.
Perciò se riusciamo a descrivere e a rendere operativa questa rappresentazione di questa
abilità avremo catturato e delineato la “universal grammar”, la grammatica universale,
che poi andrà integrata da regole più precise, valide lingua per lingua.

C’è un nucleo fondamentale per Chomsky, condiviso da tutte le lingue umane, che si può
condensare in questa forma minimale indicabile come “grammatica universale”
(espressione che rimanda a Cartesio ecc … ci sono stati precedenti nobili di questa
proposta che puntano sulla possibilità di scremare differenze di grammatiche di lingue
singole per rendere costanti alcuni elementi di ciascuna lingua). Perché si parla di
innatismo? Perché è qualcosa che abbiamo dalla nascita e a prescindere dal nostro stare
in un determinato corpo o tempo o vita che viviamo. Per questo si parla di cognitivismo
disincarnato.

Questo per la volontà di mettere la grammatica nella mente e mettere in forma ciò
che accade perche le espressioni siano grammaticalmente ben formate.

 L’esperienzialismo

Sono gli stessi allievi di Chomsky a pretendere dal loro maestro che superi questo livello
basico e insoddisfacente di limitarsi alla sintassi. Una generazione di formule
sintatticamente ben formate, ma insensate, é cosa deludente e incapace di soddisfare le
funzioni proprie di un linguaggio e del suo uso.

Ex. “Idee verdi incolori dormono furiosamente” questa frase è corretta


sintatticamente ma non semanticamente; rimane dunque un ottimo risultato della
grammatica generativa, ma non è per niente interessante semanticamente.

Allora intervengono proposte di integrazioni sul piano semantico della grammatica


generativa. Da tutto ciò deriva il realismo esperienziale: il bimbo impara a parlare in stretta
reazione col maturare della sua esperienza nel mondo. Le abilità celebrali che supportano
una buona produzione verbale non sono svincolate dall’ambiente e dalla capacità di
esperimento e di vivere esperienze in un contesto.
 Neuroscienze cognitive

Nel contempo anche gli studi neurologici dell’attività verbale progrediscono. Abbiamo
qui una distinzione ed una chiamata in causa dell’intera corporeità e non solo del
cervello

Ad esempio esistono i neuroni specchio: c’è chi dice che vengono chiamati in causa molto
spesso anche a sproposito e che bisogna che ne parlino coloro che li studiano. L’idea dello
specchio sta alla base del chiamare discipline che si occupano del pensiero come discipline
riflessive: bisogna fermarsi e ritornare sui processi di pensiero che ho elaborato perché
non é al di fuori di noi l’osservabilità di ciò che accade quando si pensa. Devo fermarmi e
ritornare sull’atto di pensiero e riconsiderare come si é articolato. Per la comprensione
dell’interazione tra individui di una stessa specie bisogna riprodurre su di sè il vissuto
altrui.
Vediamo qualcuno in cerca di cibo e tentiamo a riprodurre questo stato su di noi, così una
volta che abbiamo in prima persona esperito, questo ci può spiegare come l’altro ha
questo disagio e quale necessità lo muove. Quindi tentiamo a riprodurre su di noi. Questa
dimensione di reduplicazione (vedo te, intravedo ciò che vuoi, e completo la mia
comprensione riportandola al mio vissuto) ha riportato alla consapevolezza che non solo la
mente congettura questa assimilazione, ma tutto il corpo partecipa alla appropriazione
del vissuto altrui.

Che differenza c’è e cosa vogliono dire “corpo fenomenologico” e “corpo neurologico”?

Ad esempio nella processazione delle espressioni metaforiche, di cui tutte le lingue sono
ricche. Pensiamo al caso di espressioni come “parlare a braccio”. In questo caso non muovo
le braccia mentre parlo; l’espressione, infatti, vuol dire “improvvisare”, “non aver
preparato un discorso”. Parrebbe che nella processazione di questo input verbale non si
attivino quelle aree del cervello che presiedono l’articolazione delle braccia. La nostra
comprensione è così avanzata che, nel trattare comprensioni corporee, che dipendono dai
comandi neurologici del cervello, non accade che una persona si mette a muovere le
braccia se ci viene detto “si mise a parlare a braccio”, ma questo accadrebbe se fossimo in
palestra e ci dicessero di alzare le braccia. Si coglie che ci sono espressioni metaforiche che
non vanno interpretate letteralmente e che, ad esempio, il movimento degli arti non va
bene in questo caso.

Questo vuol dire che tutto questo richiede un’elaborazione intellettuale che si radica in
una capacità di intendere non puramente mentale e che comporta un coinvolgimento
dell’intero senso di sé come di un unità psicofisica.

NB. Bisonga ricondurre a materialità quella che appare un’abilità alta, molto complessa e
che tende a lasciarsi pensare come fortemente svincolata dalla materialità. Noi non
possiamo pensare il pensiero come qualcosa di immateriale. Vedere tracce di una
scrittura su uno schermo (come quello di un computer) non identifica bene l’afferramento
di ciò che é scritto. Infatti, io posso spegnere il computer, ma quello che ho capito della
lezione mi resta impresso nella mente. La relativa indipendenza dai supporti fisici, preziosi
aiuti per diffondere un messaggio, ci deve far riflettere sul fatto che la componente non
fisica non é l’unica componente: senza supporti fisici il pensiero si vanifica. La sfida é
quella di capire in che misura le nostre espressioni verbali e le loro manifestazioni scritte
tengano insieme la dimensione fisica psichica e anche logica.

Quindi fino ad ora abbiamo detto che in un primo tempo si riguadagna la collocazione nella
mente dell’abilità di parola (Bloomfield, infatti, sosteneva che non possiamo imparare
niente per quanto riguarda ciò che c'é nella mente, perché questo non é osservabile).
Chomsky ci dice: basta fare i comportamentisti! É cosi vero che i parlanti nativi hanno
questa marcia in più che hanno interiorizzato precocemente questi giudizi di
grammaticalità: loro sanno distinguere un’espressione grammaticale rispetto ad una non
grammaticale quindi modellizziamo la competenza grammaticale.

Queste restrizioni, però, non possono resistere a lungo: dobbiamo studiare la competenza
linguistica, mancando la quale non c’è comprensione linguistica.

 Distinzione tra innatisti e non innatisti

Innatisti i parlanti hanno dentro di sé tutto innato. Quindi avremo una grammatica
universale generale e poi entreremo più nei particolari di ciascuna lingua, prescindendo
dall’esperienza. È già tutto preconfezionato.

Vs

Esperienzialismo Obiezione all’innatismo rientro dell’esperienza. Parliamo ad esempio


dell’esperienzialimo di Lakoff. Cfr. la metafora “Women, fire and other dangerous things”.
È questa una metafora, cioè una scorciatoia di pensiero comparativo, che attinge, prima
che a idee astratte, a esperienze già fatte, per esprimere delle cose pericolose; in italiano
abbiamo espressioni come “donna é danno”; oppure “donna al volante pericolo costante”
ecc …
Questa metafora vuol dire “ha toccato temi scottanti” non c’è un vero fuoco ma si
rimanda al fuoco. L’idea é che questa abilità di trasporre nelle parole accostamenti,
analogie e paragoni, non può prescindere da un’esperienza che matura nel tempo, nel
corpo e che mette in relazione corpo e psiche.
Dopo di che, ripartono le mode, secondo cui, ad esempio, non possiamo spiegare lo stato
della nostra natura e dunque parliamo di evoluzione e co-evolzione di linguaggio e cervello.
C’è spesso all’opera un riduzionismo per cui si dice che non c’è spazio per un’identità
psicofisica e si tende a dire che tutto dipende dal cervello e dalla materia organica.

Ad esempio un neurologo particolarmente esperto nel trattamento e studio delle afasie,


riferiva della differenza nella sua esperienza di riabilitatore del linguaggio tra Roma e
Rovereto. Teneva corsi anche negli Stati Uniti, quindi aveva diversi metri di comparazione.
Prima é stato al policlinico Gemelli di Roma. Poi è stato chiamato a Trento, dove ha sede la
facoltà di scienze cognitive, più precisamente a Rovereto. Questo neurologo diceva che dal
punto di vista della domanda di riabilitazione cambia molto da Roma, che è una grande
città, una città capitale, con un alto livello di internazionalità, rispetto a Rovereto. Rovereto,
infatti, non è nemmeno capoluogo di provincia, è una zona di montana con una tradizione
agricola. Quando c’è un recupero abbastanza soddisfacente del linguaggio, chi non ha un
tipo di lavoro in cui linguaggio faccia la differenza è pago dei recuperi e la riabilitazione si
ferma (questo accade in città come Rovereto). In una grande città con una varietà di
competenze professionali diverse, l’esigenza di recuperare la qualità di linguaggio cresce.

 Alla ricerca di primitivi

Quando si costruiscono linguaggi artificiali si cercano primitivi (unità fondamentali) e


regole per lavorarci su. Non basta quello che dice Chomsky, ma anche il senso é
importante: si cercano primitivi semantici e percettuali e ci si accorge che le percezioni
non possono rimanere fuori da tutto ciò c’è un grande aiuto da parte delle immagini.

Ex. “É stata una giornata nera”.

Si apre la discussione in particolare sulla questione dei colori, che si rivela utile per
mettere in discussione alcune delle formulazioni tra le più estreme del relativismo
linguistico: l’ipotesi Sapir – Whorf. Sapir e Whorf sono linguisti americani degli anni ’30,
che affermano che la cultura é molto condizionata dalla lingua: pensiamo in funzione di ciò
che sappiamo dire e che la nostra lingua ci fa dire.

Il nesso tra vita psichica e linguaggio é un nesso importante. Sapir e Whorf ci dicono che
ogni comunità in qualche misura é condizionata dalla lingua che parla che c’è uno
sviluppo e una capacità di pensiero diversa tra parlanti di due lingue diverse, ad esempio
tra una lingua più ricca e una lingua più povera di grammatica. Jakobson obbietterà a
questa tesi sostenendo che si può dire tutto con una qualunque lingua, ma ci sono tratti
che in una lingua sono taciuti, mentre in altre lingue devono essere obbligatori.
Pensiamo ad esempio all’indeterminatezza dei generi dei sostantivi inglese. In inglese è il
sistema dei possessivi che impone la chiarificazione del genere, sulla base nozionale del
genere maschile o femminile del possessore.
Ex. “I met a friend (non c’è una marca di genere). His (specificazione di

genere) visit was a surprise for me”. Invece in italiano è diverso, la marca di

genere la abbiamo direttamente nel sostantivo e non nel pronome.

Ex. “Ho visto un amica (specificazione di genere). La sua (non c’è una marca di genere)
visita fu una grande sorpresa per me.

Questo sono i temi dibattuti nella prima metà del 1900.


Negli anni ’60 altri autori diranno: facciamo il caso della denominazione di colori. Se é vero
che va professato questo assoluto relativismo, dovremmo pensare che i nomi dei colori
variano da lingua a lingua, perché ogni lingua ha un filtro, che viene imposto ai parlanti di
quella lingua.
Cane e Berlin hanno smentito con i fatti la contingenza della categorizzazione dei colori,
quasi che questa dipendesse solo parzialmente da motivabili ragioni, legate a clima e
paesaggi, che determinerebbero solo determinati nomi di colori. Non tutte le lingue
hanno tanti nomi di colori.
Ma ci sono convergenze almeno sui colori di base, che hanno espressioni brevi, non
composte e quindi sono primitivi cromativi. Bisogna soffermarsi sull’abilità che presiede
alla modalità di uso di una parola.
Il superamento del cognitivismo disincarnato

Quella del percorso della semantica è una progressione, che ogni tanto comporta passi
indietro per riprendere qualcosa che nei primi progetti era stato abbandonato. Ad esempio
una di queste cose sono le percezioni, ovvero forme di conoscenza d’esperienza (ecco
perche si parla di “esperienzialissimo cognitivo”). La competenza del parlante nativo e la
sua acquisizione della parola sin da bambino fanno si che quella sorta di alfabeto astratto
che si impara sin da piccoli, venga ricongiunto e si rapporti a ciò che originariamente ne ha
causato la possibilità, cioè agli oggetti dell’esperienza di uso quotidiano ed anche alla
capacità di discernere lingue e oggetti astratti. Le lingue che parliamo hanno regole di
derivazione nominale per creare o astratti di proprietà o astratti che nominano le azioni;
ricordiamo qui i termini di “uguaglianza” ed “equazione”: abbiamo in italiano termini come
uguaglianza, rappresentanza, inferenza insieme a termini che esprimono un’azione, come
equazione, adeguazione. Ma abbiamo anche termini che descrivono caratteristiche e
proprietà, come identità, rappresentatività, adeguatezza, bellezza, sostenibilità. Notiamo
qui la capacità da verbi o aggettivi di creare nomi deverbali o deaggettivali che consentono
di esprimere dei concetti: il concetto dell’esser bello, quello dell’esser rappresentativo,
quello dell’essere adeguato sono tutti concetti che noi estraiamo da entità che sono
qualcosa di cui si può predicare (si può dire infatti della bellezza di un clima, di un fiore o di
una persona).

Questa capacità anche nelle lingue storico – naturali racconta la sua vera provenienza da
fonti più prossime all’esperienza sensibile. Faccio esperienza di qualcosa che é bello o
buono, e poi lavoro sulla proprietà isolata astratta, cioè sulla bontà, sulla bellezza ecc …
Questa gradualità è stata perduta o trascurata o dimenticata quando si é raffinata e
specializzata la capacità di generare simboli cfr. ad esempio il linguaggio dell’algebra: una
lettera é poverissima, é una sorta di segna posto. Quelle “a”, “b” o “y” sono una sorta di
contrassegno che ci dice “queste sono variabili o costati che stanno per qualcos’altro”. A
quel punto si dice: noi esponiamo la procedura nella sua massima astrattezza, sta a voi
determinare per quale mondo interpretare quel calcolo.
L’addizione é “a + b = c” si lascia trasporre anche in “b +a = c” questo ci fa imparare
qualcosa di più senza determinare un valore preciso. Il fatto di determinare un valore
preciso lo si può fare dopo, per cui dico “2 + 5 = 7” come anche “5 + 2 = 7” e a questo punto
posso dire che “i 5 giorni feriali della settimana, più i 2 festivi fanno i 7 giorni della
settimana. Ecco perché in un certo ordine di sapere (come può essere la grammatica,
l’algebra, la geometria, le leggi della fisica a cui non si associamo misure ma queste
andranno prese per spiegare fenomeni precisi ho la formula della sua massima generalità
e poi inserisco operazioni cognitive concrete) c’è dunque una pratica culturale importante
che dal 1600, soprattutto con la rivoluzione scientifica, rende più manifesta la spendibilità
di formulazioni astratte, che si lasciano poi rigiocare su campi di esperienza diversi. Ma
questa ricchezza potenziale della formula astratta non ci deve far dimenticare che alla
formula non saremmo mai arrivati se non a partire dalla conoscenza empirica della nostra
vita quotidiana e soprattutto a partire dalla nostra infanzia, quando acquisiamo la nostra
competenza linguistica.
NB. Se noi diciamo “ti ho convito” la forma interna é “con + vincere” = c’è l’idea di una
battaglia in cui eravamo armati e uno ha vinto, mentre l’altro si é lasciato vincere (cfr.
Lakon). In italiano si parla di “giornata nera”, in Germania si dice più “giornata grigia”
questo “parlare” vuol dire rappresentare un tessuto spaziale e non solo la relazione tra ciò
che é edificato e culturale e cio che é salvaguardato come natura nella cultura.

Chomsky parte con una grande prossimità ai linguaggi artificiali formali, di calcolo,
dell’algebra e da questo punto di vista cerca di travasare quell’impianto teorico sulle
lingue storico – naturali.
La grammatica generativa ha la buona intuizione secondo cui, anche se andiamo alla
ricerca di primitivi, l’unità fondamentale del dire é l’enunciato.

E (enunciato)
Che si scrive come:

SN SV
(sintagm (sintagma
a + verbale)
nominal Che si
e) scrive
Che si scrive come: come:

Articolo + nome Ausiliare +


verbo
La lezione
È
cominciata

Chomsky promuove questo modo di lavorare in termini di interpretazione di simboli


astratti su lingue, su mondi determinati inizialmente, volendo garantire le regole del
calcolo, che ci consentano di fare equivalenza (sono regole di riscrittura che in
qualche misura sono lo sviluppo di un nastro completamente inverso a quello delle
operazioni aritmetiche, che stanno alla base delle considerazioni di Frege sull’identità.

{[(5+1) x 24] x [√3 x ( (2)}

Con questa espressione si vuole pervenire a identificare il valore di una serie di operazioni:
si mette in fila un algoritmo a sinistra dell’uguale e a destra un valore unitario, che
sintetizza tutte le operazioni.

Qui siamo all’inverso: andiamo a indicare l’enunciato e successivamente tutte le


procedure per ottenere un enunciato articolato: abbiamo tradotto l’enunciato in una serie
di simboli predeterminati fino ad arrivare all’inserzione di articoli, verbi (ecc …) come
effetto finale.

I linguisti generativi vogliono dirci che quando formuliamo un qualche enunciato, un frase,
noi abbiamo assecondato quella capacità procedurale che abbiamo interiorizzato e che la
nostra mente ha ben presente, e che rinnova e riattua di volta in volta, facendo si che il
thesaurus lessicale della lingua sia sintatticamente ben organizzato, dando luogo a
espressioni sintatticamente ben organizzate. L’addizione di sintagma nominale e sintagma
verbale, che costituiscono e sono l’impalcatura retrostante e precondizionale, sono alla
base della realizzazione effettiva dei mille e uno enunciati che ogni giorni il parlante
produce perché la sua mente ha interiorizzato il modo della buona realizzazione
dell’enunciato.

Ridirezione del nastro: noi puntiamo a risultati unitari che possono essere eseguiti
attraverso un numero di operazioni che ci fanno progredire nell’identificazione della
verità.
Risvolgendo il film dl punto di vista di produzione Chomsky ci dice che noi abbiamo un
modello standard di come si forma una frase grammaticale ben formata e il nostro punto
di riferimento é l’enunciato, che ha bisogno di un’organizzazione sintattica, che si può
illustrare nella sua massima generalità e nella sua concretezza; ad esempio lo vediamo
nella realizzazione di “articolo + nome” o “articolo + aggettivo + nome” queste sono
regole per la costituzione di sintagmi nominali, per saldarli ai predicati e per inserire
queste strutture astratte, realizzate sulla base di certe regole, in una qualsivoglia lingua.

Se questo era il progetto e su questo si lavora (si dice infatti: dobbiamo generare
enunciati non solo sintatticamente ma anche semanticamente ben formati) questa teoria
si confronta con l’ipotesi relativista, secondo cui le lingue esprimono tradizioni culturali
diverse e ogni parlante é condizionato dalla propria lingua non si può avere un
universalismo linguistico come la grammatica universale tenderebbe a dire. Ma bisogna
superare l’antimentalismo e anche le obiezioni del relativismo.

Relativismo: controcanto che accompagna lo sviluppo di questa tradizione cognitiva. Il


relativismo tende ad essere un indizio di quell’equilibrio non banale ma prezioso, che gli
antipsicologisti avevano presente come un traguardo da salvaguardare: se io frantumo il
significato in atti individuali privi di nessi tra loro, come faccio a giustificare la
comunicazione e l’intercomprensione? Come faccio a giustificarle, se ogni parlante ha una
sua immagine di ciò di cui si dice?

Ripasso

Paul Grice Massima della qualità (cfr. pag 37)

La massima della qualità dice “tenta di dare un contributo che sia vero”, cioè un contributo
di cui si sappiano portare le prove bisogna limitarsi rispetto a ciò di cui si ha una
conoscenza fondata riguardo alla sua qualità. Attenzione però! Questo, che può apparire
una norma di esortazione alla sincerità e alla verità, può dare anche spazio a occasioni in
cui o si tace o si avverte dicendo: “guarda però che io per primo ti riporto quanto ho sentito
o letto, ma non sono in grado di assicurarti che le cose stanno cosi, quindi io
personalmente sospendo il giudizio e anche tu sei libero di fare lo stesso”. Ci sono molti
casi in cui ciò che ascoltiamo o ciò che leggiamo ci perviene con una certa forza assertoria,
ma il nostro ascolto libero e consapevole ci fa notare che é per fiducia nei confronti di un
certa fonte che tendiamo a prendere per buoni tutti i percorsi, ma niente ci consente di
dire che le cose stanno davvero così non siamo in grado sempre di ricostruire un
percorso: se vedo 10 euro in un cassetto, non posso sempre ripercorrere la vicenda di
come si é verificato che i 10 euro siano finiti in quel cassetto ma possiamo garantire a terzi
che le cose stanno così. Qui sta il fondamento della deontologia professionale, per cui un
giornalista deve garantire la verità delle sue fonti. Tutto ciò ci aiuta a capire quanto il
linguaggio sia mediatore di conoscenze, nel momento in cui si verifica che informazioni su
accadimenti effettivi hanno bisogno di essere certificati in merito alla buona qualità della
loro attendibilità.
Non lo possiamo sempre fare? Non ci sgomentiamo, perché questo fa parte dei nostri
limiti e ci richiama all’importanza della fiducia reciproca. L’attendibilità di una fonte fa
la differenza. Il nesso tra linguaggio e verità, che sul piano pragmatico si riformula nella
massima della qualità di Grice, é talmente attualizzato in 1001 forme nell’ordinarietá
della comunicazione, da dover essere preso quanto mai sul serio ma al tempo stesso da
farci rendere conto dei limiti più diretti all’accesso alla verità. Abbiamo a che fare non
con la correttezza ma con la verità del messaggio, tema cui la semantica presta molta
attenzione

Testo metafora tessile


Frame cornice è una nozione tra le più ricettive di una progressione di nozioni (come
quelle di prototipo, stereotipo, script) che ci dicono che non abbiamo il pulviscolo delle
parole isolate, ma abbiamo degli impasti che organizzano i singoli dati in
qualcosa di più composito e articolato. Il frame ci dice che c’è un centro e una periferia, c’è
una scena e una sceneggiatura, ci sono scene e ci sono situazioni racchiuse in un’unica
cornice.

NB. In ogni lingua storico – naturale ci sono espressioni deittiche o indicali che orientano il
discorso individuandone l’origine e le relazioni personali, spaziali (qui vs altrove), temporali
(adesso, ora, oggi, prima, poi, ieri, domani ecc …). Lo scambio comunicativo si situa in un
punto che ne é l’origine, rispetto a cui tutto il resto si configura, in confronto all’origine
dell’atto comunicativo.

Nozione di prototipo: non copre tutto il campo semantico che la parola esprime. Vuol dire
“primo tipo” e indica il primeggiare di alcune nozioni che rimangono centrali rispetto ad un
possibile ampliamento dei valori centrali. Cioè l’espressione assume anche valori ulteriori,
non coperti dalla nozione prototipica.

L’idea di frame matura in Fillmore a partire da una ricerca linguistica che gli viene
commissionata. Le compagnie assicurative devono valutarie l’aspetto del rischio degli
incidenti automobilistici; devono quindi studiare la casistica degli incidenti, in modo da non
chiedere premi assicurativi altissimi, ma in modo anche di coprire gli eventuali danni
dimensione gestionale di un’attività con un rilievo economico importante. I linguisti, con
questa cosa, centrano cin quanto l’info dell’accaduto in ordine alla determinazione di ciò
che sarà l’intervento delle compagnie assicurative passa attraverso il linguaggio. Per capire
come vanno le cose e decidere come farle andare, noi passiamo in mezzo all’analisi di una
documentazione che senza il linguaggio non si darebbe (ex. nel modulo di costatazione
amichevole sono moduli che bisogna compilare per concordare una comune versione
dell’incidente e farsi un’idea adeguata della dinamica dell’incidente. In questo il linguaggio
c’entra: se i due contraenti non parlassero la stessa lingua o avessero problemi di
comprensione sarebbe un problema). Qual è quella parola sintetica che incornicia l’evento
dell’incidente, per il titolo di cui se ne occupa l’assicuratore? Questa parola, questo titolo
sintetico, che fotografa l’evento è il rischio. L’assicuratore interviene per capire chi ha fatto
cosa e in che misura deve intervenire.
Parliamo quindi di frames, di cornici, capaci di includere al proprio interno una
ricostruzione sintetica e complessa di quello che é successo e la nozione di rischio é la
cornice. Perché non si risolve un incidente se prima non si accerta l’entità del rischio e le
responsabilità connesse, due parole molto importanti. Questi linguisti pubblicano un
articolo sulla semantica di “risk” e arrivano a capire che una nozione come “rischio” arriva a
comprendere alcune altre nozioni gli elementi che spiegano il significato di rischio sono
maggiori di uno e vanno analizzati.
Questo è il logo di Framenet: sta ad indicare come in una parola si coagulano più fili e
unità semantiche che prendono una determinata forma.

Se digito su Framenet la parola “risk” ottengo molti risultati:

Risk (noun):

 osare
 correre un rischio
 situazione che genera rischio
 idea di essere coinvolti in un rischio

Gli stessi significati valgono anche per “risk” verbo,


aggettivo e avverbio. “Risk” è la possibilità che
accada qualcosa di spiacevole.
Cosìsi riesce a cogliere il nesso tra ciò che rischio è (l’osare, la prudenza) e le sue
conseguenze ecc …

Framenet fornisce la mappatura delle reti di significazione che ogni lingua storico –
naturale porta con sé.
 La valenza

La nozione di frame si associa a quella di valenza: entrambe ci fanno cogliere i nessi e ci


fanno capire come stanno insieme le cose. Se la valenza é la disponibilità a combinarsi degli
elementi chimici per formare molecole composte, qualcosa di simile vale anche per le
parole (trattare una lingua come una sorta di somma di parole non va bene implica un
impedimento nel creare relazioni complesse).
L'idea di valenza non si può schiacciare sull’utilizzo che Fillmore ne fa in Framenet; anche
un altro autore ci ha parlato di valenze per quanto riguarda le strutture predicativo –
argomentali come funzione a cui ci vengono assegnate dei valori é Frege l’autore di
quella teoria che dice che senza predicati non abbiamo relazioni negli enunciati e la
capacità dei predicati di fare relazioni é paragonabile alla relazione che si istituisce tra i
predicati e i suoi argomenti. Una frase sta insieme perché è compaginata bene: le relazioni
le tiene il verbo, cioè il dire qualcosa di qualcos’altro, l’attribuire qualcosa a qualcos’altro.
Questo lo dice però anche Peirce, che era anche studioso di chimica e che ci parla di
predicati monadici, diadici, triadici.
Ad esempio andare è un predicato monadico; parlare è invece triadico, se non addirittura
tetradico (qualcuno parla a qualcun’altro di qualcosa in una lingua); vendere è anch’esso
tetradico (qualcuno vende qualcosa a qualcun’altro per un certo prezzo). I verbi transitivi
sono almeno diadici. Se Saussure ci dice che la lingua é un sistema e i segni hanno un
significato e un significante ma chi li combina é la volontà del parlante nella sua libertà, noi
però non siamo nella testa di nessun parlante, perciò di tutto questo non possiamo farne
scienza siamo nella prospettiva dell’antimentalismo. Prima di Chomsky anche i logici sono
sensibili a cosa accade nella mente, ma dicono più precisamente che cosa fare per spiegare
i nessi all’interno di una frase: il predicato istituisce delle relazioni, cosi determina dei
valori. Dunque é prima la logica, rispetto a Chomsky, a mettere in luce il modo
sistematico della predicazione. Poi abbiamo i praghesi che dicono che la predicazione é
l’attività sintagmatico fondamentale. Anche la nozione di tema e rema viene da Praga ed é
legata dalla linearità sintattica. Questo é uno degli aspetti degli apporti della sintassi
funzionale che dice che ordinando le parole in base a fonologia e grammatica, ottengo un
apporto semantico significativo, cioè istituisco l’oggetto del discorso e ne dico qualcosa di
più e di nuovo.

Diodato aggiunge una quarta parte, legata ad un altro capitolo della teoria e della sua
storia, che é la linguistica testuale, ma non lo vediamo adesso, perché finora gli autori che
abbiamo considerato hanno visto al massimo l’enunciato come unità complessa e si può già
fare molta semantica applicata, rimanendo al livello delle singole unità, dei sintagmi, e
dell’enunciato. Su questo orizzonte si dispiega il contributo di Frigerio nel tuo testo
“Filosofia del linguaggio”.

DALLA STORIA DELLA TEORIA ALLA TEORIA IN ATTO


Qui si ha il passaggio al trattamento semantico dai singoli segni all’unità massima
dell’enunciato. È questo un passo ulteriore che in sede teorica é un po’ acerbo e che
include il testo come unità superiore a quella degli enunciati e per dar conto dello scambio
verbale (cfr. la conversazione di Grice importanza di includere almeno due voci, un botta
e risposta unità trans-frastica che sia nei singoli interlocutori che a maggior ragione nello
scambio tra più interlocutori da conto dell’esigenza di andare al di la dell’enunciato).

Bene, abbiamo maturato una visione degli sviluppi della teoria che nell’arco di tempo che
va da Humboldt al cognitivismo esperienziali sta, che ci porta fino ai nostri giorni: ora
possiamo passare alla teoria in atto, che da conto di strutture enunciative effettive. Il
testo, poi, sarà un passo ulteriore.

 Langue e parole: cfr. Saussure e Bally

Saussure istituisce il binomio langue e parole. Frigerio dà conto di come strutture di langue
siano operanti e presenti in strutture di parole. L’orizzonte é quello di sintagmi o enunciati:
entrambi non sono strutture di langue ma di parole e vanno viste nella loro attuazione per
poter essere valutati dal punto di vista semantico. A Ginevra già ci sono linguisti di langue,
come Saussure, ma altri sono autori di linguistica della parole, come Bally.

 Paradigma e sintagma: relazioni in absentia e in praesentia (cfr. pag 52)

Nella terminologia saussuriana incontriamo relazioni “in absentia” (o relazioni


paradimatiche, come si dirà dopo) e relazioni “in presentia”(o relazioni sintegmatiche, come
si dirà dopo). Si parlava di queste relazioni come capaci di dare luogo a gruppi nominali e
verbali. Ma si dive “relazioni in absentia” rispetto a quale livello? Dove sono assenti le
relazioni in absentia? Tutte le relazioni in absentia perché le diciamo assenti?

NB. Sono relazioni paradigmatiche.

Partiamo dalla presenza: le relazioni in praesentia sono relazioni che caratterizzano la


linearizzazione dei segni linguistici .
Saussure usa l’immagine dell’onda (ad esempio le onde sonore): l’onda è una linea che ci
dice che il nostro parlare mette in fila, linea rizza, le unità di una lingua e che quello che
possiamo chiamare lo “stato di lingua” ha questa forma di manifestazione lineare.
Saussure dunque parla di “linearité du sign”, che vale sia in una singola parole (fonemi) sia
all’interno di unità superiori. Quando formuliamo una frase selezioniamo le parole via via
utilizzate e che vanno a comporre l’enunciato, da un repertorio, un thesaurus, un sistema.

Ex. Oggi vi parlo del passaggio dalla storia della teoria alla teoria in atto.

Io scelgo “oggi” (che è lunedì, ad esempio) sapendo che questo non valeva giovedì scorso e
non varrà per mercoledì e giovedì prossimo: differenzio ciò che facciamo oggi da quello che
abbiamo fatto e faremo. Dico “io” perché la lezione la faccio io, ma dico “affronteremo”
perche é un lavoro che facciamo insieme. Poi scelgo di dire “lezione” perché tale è (non è
un seminario, né un conferenza) quindi opero una selezione all’interno di un repertorio.
Ogni volta che impariamo una lingua nuova, costruiamo progressivamente questo
repertorio (che si lascia reperire), che nella ricerca e nella scelta, offre risposte che possono
essere compaginate, articolate, per determinare il filo del nostro discorso. Analogamente
se io dico “dirò” o “diremo”, “affronterò” o “affronteremo” o “affronto”, valorizzo ciò che
la grammatica mi dà ho un paradigma disponibile, una sorta di modello, di schema, di
alternative, che mi dice che l’atto dell’affrontare é collocato in un tempo presente, passato
o futuro, e mi fa capire se c’è intersoggettività o no. Sviluppando queste competenze, si
crea un vero thesaurus, una ricchezza di risorse e patrimoni.

 Codice e messaggio: cfr. Jakobson

Jakobson attua un’altra distinzione e distingue “codice” (langue, in termini saussuriani) e


“messaggio” (parole, in termini saussuriani), il quale messaggio viene valorizzato nella sua
dimensione comunicativa, tipico della tradizione praghese, la quale ci dice che il messaggio
é qualcosa che si manda (lat. mittere), che si invia lo si sceglie, lo si compone, ma poi lo si
spedisce. Perché Jakobson usa poi il termine codice? Perché ne sottolinea la sua natura di
regola che vincola la comunità, ma anche il fatto che sia una convenzione condivisa.

 Sistema e testo

Le varie teorie strutturaliste della langue hanno dato conto della nozione di sistema o di
struttura, in cui non contano solo le parti ma anche le relazioni tra le parti nel tutto (è
importante infatti la nozione di sistema messa in confronto con quella di “insieme”
nell’insieme si sottolineano gli elementi messi all’interno dell’insieme, senza però
sottolineare le relazioni che intercorrono tra essi. In un sistema valgono anche le relazioni
tra gli elementi del sistema).
In un sistema le parti sono importanti, ma anche e soprattutto sono importanti le relazioni
tra le parti. Ad esempio prendiamo un sistema singolare – plurale: in alcune lingue, come il
greco antico c’è anche il duale. Le lingue che non hanno il duale devono sopperire a questa
funzione, aggiungendo un aggettivo numerale (ad esempio “noi due”, “voi due”). Oppure
non tutte le lingue hanno lo stesso sistema verbale: ad esempio nel greco antico abbiamo
l’ottativo, il tempo che esprime il desiderio. Le lingue che non hanno l’ottativo, per
esprimere un desiderio devono ricorrere ad altre formulazioni (ex. “Oh se almeno …” ,
“Volesse il cielo che …” ) abbiamo bisogno di costrutti perifrastici, che esprimono la
valenza del desiderio, anche se non abbiamo dei modi verbali adeguati. Dunque io faccio il
punto sulle risorse verbali che la mia lingua mi offre: se non trovo qualcosa o voglio
costruire qualcos’altro dovrò ricorrere ad un po’ di risorse integrate per sopperire una
lacuna, cioè devo costruirmi io i vari costrutti, con gli elementi che ho a disposizione.
Alternativa e complemento al sistema é il testo, cioè una produzione linearizzata e
discorsiva che, traendo dal sistema i propri elementi, li dispone secondo un costrutto
portatore di senso.

 Competenza ed esecuzione: cfr. Chomsky

In contesto strutturalista praghese si parlava di potenza e di atto: la lingua era la


potenzialità vs il discorso, che era il luogo dell’attualizzazione.

 Norma e uso

In che misura si rapportano fra loro norma e uso? I testi di grammatica delle varie lingue,
come li caratterizzeremmo, come grammatica descrittiva, normativa ecc …? Che ruolo ha
l’uso, in rapporto alla norma?
Grazie alla norma la nostra conversazione é finalizzata all’intercomprensione. Proprio
perché una seconda lingua si apprende e non si tratta di acquisizione spontanea, la norma é
in primo piano; ma questo che rapporto ha con l’uso della lingua?
La norma é derivata da un’osservazione attenta, regolare e sistematica dell’uso. Da un
lato le due cose si compenetrano, ma quale livello ha il suo primato? Chi apprende
studiando una lingua non é proto – tipico rispetto ai parlanti nativi, che sono invece i
termini di riferimento primi e propri. Non possiamo apprendere una lingua trascurando
quello stato primario di base, che é quello del parlante nativo che acquisisce la lingua
spontaneamente. Studiare la grammatica da parte di un nativo supporta e consolida un
abilità acquisita grazie ad un’immersione costante ed un uso ad altissima frequenza. Noi
vogliamo così con questo binomio riportarci ad un riordino delle sequenze: la lingua é tale
perché la fa esistere una comunità di parlanti, che la rende storica, la rende viva e
mutevole nel tempo. Ci sono infatti comunità di parlanti che non scrivono la loro lingua né
l’hanno grammaticalizzata (cfr. dialetti). Questo, però, non impedisce alle lingue di
sussistere ed essere riconoscibili nella loro identità.
Quindi l’uso, che é un uso spontaneamente normato, ha una sua precedenza. Solo a
partire da un trattamento metalinguistico, metodico e sistematico noi possiamo descrivere
e normare uno stato di lingua. Da Humboldt, che ai primi dell’ ‘800 raccoglieva
dati su lingue esotiche, fino agli etnolinguisti del primo ‘900 che studiavano le lingue
amerinde (esperienza che non é venuta meno tuttora, cfr. linguistica sul campo), queste
situazioni hanno provato il fatto che un sistema di lingue si dà, si conserva, si modifica e si
tramanda, anche a prescindere da un impegno di prescrivere e nomare in modo preciso
una lingua la possibilità di scrivere é una “conditio sine qua non” per grammaticalizzare
una lingua. Questo però ci deve aiutare a cogliere il fatto che la grammatica delle lingue é
spontanea e coinvolge una prassi minuziosa a gradualità molto fine che trova un suo livello
di esplicitazione e modellamento nell’attività extralinguistica. Il teorico , il grammatico,
consiglierà un trattamento metalinguistico, grammaticalizzato, che fa ordine ed esplicita la
vita del sistema linguistico.

 Parola e discorso

Ma questo primato del discorso rispetto allo stato di lingua come oggetto sistematico di
studio é lì da vedere. Noi abbiamo imparato dalle elementari a riconoscere le parti del
discorso, che sono parti del discorso, non della lingua; cioè per poter compiere un’analisi
che mi dica se una certa parola “che” é congiunzione o pronome relativo, che mi dica se
“rischio” è un verbo, un nome o un aggettivo, io ho bisogno del discorso finale, dell’oratio
(atto del dire, del proferire un discorso). Il dato primo é il fluire del discorso. Solo a partire
dai discorsi fatti io posso compiere un’analisi logica (un’analisi di pensieri articolati ed
espressi). Solo a partire da una regolarità sintagmatica io posso fare un’analisi
sintagmatica.

Ripasso

Paul Grice Massima della qualità (cfr. pag 37 e pag 47)

Sospensione di giudizio “mi é stato detto, quindi é così” sono responsabile di vagliare
l’attendibilità di chi mi ha dato la notizia. Questa prudenza può però esser anche integrata
da un altro tipo di virtù. Cioè lo zelo della prudenza di chi dice “sospendo il giudizio fino a
che non ho una conferma più documentata”, questa virtù della prudenza, può essere
integrata con la ricerca di aiuti per corroborare ciò che non siamo personalmente in grado
di attestare. Quando ci arriva una notizia di cui non abbiamo certa attendibilità, la prudenza
deve anche accompagnata alla ricerca di elementi che attestano e confermano che si tratta
davvero di qualcosa di vero o di falso. Se noi sospendessimo il giudizio cento volte e una,
succederebbe che diventeremmo degli scettici, dei dubitanti a oltranza. Anche la ricerca di
buoni interlocutori, di testimoni autentici, di chi non si ferma solo alle testimonianze di
ultima mano ma ricostruisce un percorso di sapere, può essere un alleato prezioso. La
sospensione di giudizio non fa sì che non ci possa essere un aiuto.
Questa attenzione alla qualità può generare, ad esempio, l’affezione a una testata
giornalistica, ma anche può invogliare a controllare quando uno stesso caso viene trattato
da testate diverse. È questa una qualità non rivolta alla correttezza ma alla verità.

NB. Il volume di Frigerio ha come confine di unità massima l’enunciato. Soltanto in chiusura
(nella parte degli “impliciti comunicativi”) si esplicita che, a fronte di un singolo enunciato,
molto può essere integrato con ciò che lo segue e ciò che lo precede nel testo. Nell’ultimo
capitolo di Diodato si affronta la semantica filosofica, ma anche temi più linguistici che
hanno messo a tema l’importanza di passare a considerare il testo, non solo l’enunciato. È
questa una sorta di gradienza, sviluppo e progressione, non un “aut … aut”. Sia in ambito
linguistico sia in ambito semantico e filosofico, ancora troppo spesso é l’enunciato l’unità
superiore. L’enunciato è un’unità e una struttura centrale importante, ma non
propriamente l’unica e l’ultima unità superiore. Sia nel proferimento dei singoli sia, a
maggior ragione, nel dialogo, si richiedono le unità enunciative per arrivare alla
completezza di cui i parlanti hanno bisogno. Ma ci sono nuclei ancora più importanti prima
dell’enunciato: sono i sintagmi non lavoriamo solo con sintagmi isolati e non possiamo
non tener conto della nozione di segno, ma dobbiamo trovare nuclei un po’ più complessi.
Non possiamo lasciare disgiunti sintagmi verbali e sintagmi nominali, ma dobbiamo unirli
nell’enunciato, che spesso non sono unità auto concluse, ma hanno indizi che impongono
di guardare al di là, di tenere conto dei nessi trans – frastici (ad esempio bisogna tenere
conto dell’unità del testo).

NB. Non c’è una chiusura alla lingua dell’enunciato, per un apertura alla linguistica testuale,
ma il tutto é una cosa graduale che ci fa presente che c'é bisogno di un passo ulteriore oltre
all’enunciato.

NB. Capacità della lingua di segmentare il pensiero secondo istanze di categorizzazione


diverse.

 Differenze tra strutturalismo e generativismo linguistico

Col generativismo siamo in un contesto fortemente antimentalista, che davvero diventa


quasi unilateralmente studio della sola competenza: è questo ciò di cui si occupa la
grammatica generativa, che poi conferisce alla macchina gli stadi da seguire per poter
pervenire a risultati analoghi e omologabili. Per quanto un certo strutturalismo metta a
tema la questione della potenzialità, l’obbiettivo vero é di analizzare le esecuzioni, in cui la
componente di elaborazione cognitiva del messaggio non é messa a tema: nei praghesi non
ci sono analisi cognitive. Si vede che esiste questo binomio tra l’esecuzione e la
componente cognitiva, ma ci si concentra sull’esecuzione, cioè sull’attualizzazione. Non si fa
a pezzi l’ambito di indagine a tal punto da ignorare uno dei due poli, però poi ognuno si
specializza su qualcosa e lascia sul fondo il resto le specializzazioni creano dei chiaro scuri.
 Paradigma e sintagma: relazioni in absentia e in praesentia (cfr. pag 49)

Come mai le relazioni paradigmatiche sono state chiamate relazioni in


absentia o in praesentia da Saussure? Se capiamo questo, abbiamo
congiunto, pur articolandoli, i due momenti della langue e della parole.

Cosa sono le relazioni in absentia?

Sono relazioni potenziali ma non attuate.


In quali altri casi noi caratterizziamo la categoria di assente? Ad esempio, ci sono realtà in
cui si é tenuti ad essere presenti, ma bisogna giustificare l’assenza. Ad esempio se stiamo
facendo una riunione non si possono considerare assenti coloro che non c’entrano nulla
con quella riunione, ma è chi dovrebbe esserci che fa parte di quella realtà: è previsto,
ma non é effettivamente presente. Non possiamo ridurre in un unico enunciato tutta una
lingua.
Noi parlanti abbiamo dei limiti a priori che ci dicono di usare o meno un costrutto? No, i
parlanti hanno a disposizione tutto il sistema lingua, che é convocato ad essere
presente.
Ad esempio, facciamo una cena tra amici e non vengono tutti? Quelli che non vengono,
sono comunque pensati presenti, perché fanno parte del gruppo, ma sono in realtà assenti.
Possiamo parlare di primo piano e sfondo. La lingua tutta rimane sullo sfondo, mentre in
primo piano c’è la struttura sintagmatica che vado a comporre. Possiamo ancora parlare
di una compresenza a due livelli, perché il parlante opera delle scelte, include qualcosa ed
esclude qualcos’altro si parla in questo caso di complementi al paradigma. Questa
priorità dei discorsi effettivi é importante, rispetto a questo sfondo in qualche modo tenuto
presente da mittenti e destinatari; e quindi anche chi legge o ascolta può tenere presente
che la scelta di un termine anziché di un altro é stata ponderata a partire da possibilità
alternative, da risorse diverse. Si tratta di selezioni che compongono le strutture
sintagmatiche, che danno conto del fatto che le strutture sintagmatiche sono dei costrutti.
In tutte le lingue poi sono previste strutture un po’ più prefabbricate : c’è chi ha parlato, ad
esempio, di sintemi, cioè realtà astraibili che hanno una loro autonomia sistematica (ad
esempio espressioni come “collo di bottiglia” e “piede di porco” queste espressioni sono
un blocco sintagmatico e quindi semantico da tenere insieme); d’altro lato si può
sottolineare che il significato del sintagma non é riducibile a quello delle parti: un collo di
bottiglia non é il collo di una persona vivente, ma per analogia si capisce a cosa intendo
riferirmi. Questi sono semilavorati, già pronti e disponibili. Poi ci sono i vari fraseologismi,
come le varie locuzioni, che sono quasi delle formule (ci sono tante formule nel linguaggio
giuridico, ad esempio, per disciplinare delle procedure).
Anche qui, tra frasi ed enunciati, che differenza intercorre?
Quando dico enunciato sottintendo che ci sia un parlante che enuncia qualcosa. La
pragmatica parla di enunciati, la grammatica, invece, parla di frasi. Infatti le frasi sono dei
modelli; volete costruire una frase interrogativa? Anteponete il verbo al soggetto. Invece la
cosa è diversa se dico “nel secondo enunciato del testo l’autore formula una domanda” in
questo caso mi riferisco ad un testo che illustra che tipo di di atti di discorso l’autore ha
pronunciato. L’enunciato si riferisce ad un enunciatario e ad un enunciatore.

I blocchi sintagmatici

Passiamo dunque a considerare perché le parole sono sostanzialmente componibili e


costituibili in unità complesse; chi si mette a costruirle é il parlante e chi deve coglierne la
natura di costrutto é il destinatario. Ma ci sono lingue in cui la formazione costruttiva non é
facile da riconoscere: ad esempio le lingue classiche, perché sono lingue flessive quanto
più posso specificare col caso che ruolo gioca una singola parola, tanto più carico la singola
parola, poiché per le sue desinenze forniscono istruzioni sul gioco delle parti che la parola
svolge nella frase. Sovraccarico dunque la parola, la specializzo, per liberare e alleggerire
ad esempio l’uso delle preposizioni, perché la morfologia toglie ruoli alla sintassi; e poi
ancora si alleggerisce il costrutto.
Noi, quando studiavamo le lingue classiche, sentivamo il bisogno di ricostruire gli elementi
presenti all’interno di una frase. C’è infatti un ordine delle parole diverso nelle lingue
classiche, rispetto alle nostra lingue storico – naturali, che a noi pare più complesso; questo
comporta da parte nostra un impegno in più di decodifica e comprensione. In una lingua
declinata, infatti, l’ordine delle parole diventa più flessibile e libero di svolgere compiti
ulteriori. Ho un ordine più libero delle parole: non ho bisogno di tenere le parole vicine. La
flessibilità di una lingua é funzione di altre esigenze che sono quelle non della sintassi
formale ma di quella funzionale. Prendiamo ad esempio una citazione fatta da San Paolo
“amo meliora proboque, deteriora sequor”. In questo enunciato abbiamo 3 verbi. Questo é
un sintagma nominale neutro plurale. “Amo e approvo (congiunzione posposta “que”) le
cose migliori (ma, sottinteso), le peggiori seguo”. I verbi in questo enunciato hanno
comportamenti variati. Nel primo caso il predicato che sottintende il soggetto precede
l’oggetto (il secondo argomento), mentre nel secondo caso il secondo argomento precede il
verbo. In italiano non riusciremmo a mantenere questo ordine di parole e dovremmo
rinforzare con un pronome: le cose migliori le seguo non abbiamo un sistema per marcare
il secondo argomento, in modo che non si confonda con il primo. Il latino, in questo caso, è
più flessibile, perché ha assegnato ai sintagmi nominali una carta di identità (tu sei
nominativo, tu accusativo ecc …).
La liberazione del compito che abitualmente nelle nostre lingue é affidato alla sintassi,
serve per assegnare alla lingue un valore di peso dei costituenti dell’enunciato, che dica
quali sono quelli ben noti e acquisiti rispetto al novum, cioè rispetto all’apporto
dell’informazione nuova (questione di tema vs rema). Posso mettere il rema in fondo
(procedura ascensiva) oppure posso metterlo in primissimo piano, proprio perché voglio
catturare l’attenzione del destinatario e dare massimo spicco alla prima informazione di cui
parliamo. Noi dobbiamo reperire l’assente (nel caso del sottinteso) e assegnare dei valori
(ad esempio, nel nostro caso il neutro non si distingue da accusativo e nominativo
omomorfismo perché normalmente i neutri non sono agenti; sono un caso oggettivo che
tale rimane). L’ordine marca le cose fondamentali, le strutture predicative che impostano
i centri del messaggio. Ecco che tutto questo ci dice come questi blocchi sintagmatici
entrano nell’orizzonte progressivo dell’enunciato.
A questo punto siamo in una situazione intermedia: non abbiamo unità di parole sparse,
ma nemmeno enunciati belli e fatti. Arrivo all’enunciato a partire da alcuni suoi blocchi
preparatori, non parole singole ma già blocchi sintagmatici a base nominale o verbale.

 SN sintagmi nominali
 NP nomi propri (ex. Venere)
 DD descrizioni definite, che sono nomi propri anche questi ma diversi da NP (ex. La
stella del mattino (Venere))
 Indicali deittici (oggi; questo (pronome))
 Descr. Indic descrizioni indicali (ex. Questo microfono c’è un nome comune
descrittivo del tipo di oggetto, ma c’è anche una descrizione di tipo deittico indicale
per specificare)
 Descr. Infef descrizioni indefinite (ex.

un microfono) In tutti questi casi considerati

possiamo distinguere:

 D. sing descrizioni singolari


 D. plur descrizioni plurali (ad esempio “le colonne dell’aula 110 di Morozzo
della Rocca (descrizione definita plurale), “alcune colonne di Largo Gemelli”
(descrizione indefinita plurale)

Queste son tutte cose che sappiamo e che riconosciamo. Ma c’è qualcosa di diverso:
descrivere é un’attività che comporta una caratterizzazione di tipo concettuale ( vuol dire
infatti “scrivere intorno a”),cioè precisa, assegna una caratteristica secondo una
progressione dal meno definito al più definito, dall’indefinito al definito, con indicazione
integrativa. Il massimo di questa determinazione sarebbe quella che caratterizza il nome
proprio.
Questa sequenza:

• SN: NP – DD – Indicali – Descr. Indic. – Descr. Indef – D Sing – D Plur


• SV: tipi di verbi e ruoli tematici
• Enunciati: saldature
• Impliciti e Principio del Contesto

é la sequenza del cammino della teoria. Non sempre si ha avuto coscienza di seguire un
ordine motivato legittimamente. Il criterio é al cuore della semantica e della nostra abilità
di parlare. Questo lo ritroviamo espresso nell’articolo di un filosofo giapponese, Harumi, in
cui lui pone un quesito semplice ma essenziale: come poter parlare di un evento unico,
spaventoso, tragico, inedito come lo tsunami del 2011 in Giappone?
Questo è certo un quesito filosofico, ma certamente anche linguistico. Questo é l’aspetto
paradossale, la sfida, che si dà anche per molto meno quando parliamo. Noi
tendenzialmente vogliamo comunicare qualcosa di preciso su eventi effettivi, non
necessariamente solo su eventi reali, ma certamente su qualcosa che ha a che fare con la
realtà. Possiamo parlare del futuro o immaginare stati passati diversi da come le cose sono
andate, fantasticare su come potrebbero andare le cose, ma un aggancio alla realtà é parte
costitutiva dei nostri discorsi. Allora come facciamo a esprimere tutto questo, con una
lingua che ha pochi nomi propri, verbi e nomi comuni e tutto il resto é pero ridotto rispetto
alla varietà dell’universo? Come facciamo a dire con mezzi finiti le cose infinite del mondo?
Questa è una questione posta in prima battuta da Humboldt e che Chomsky riprende. È
proprio perché si fa fronte a questo compito, che Frege punta la sua attenzione centrale su
quella relazione di identità e sull’importanza di capire come possiamo cavarcela, dando una
pluralità di nomi propri e poi descrizioni definite, nell’approfondire l’identità di questo, di
quello o di quell’altro. Ci sono parole che sono sulla bocca di tutti ma che riescono a
identificare questo o quello.
Per questo si parla di nomi propri. Noi, ovviamente, non abbiamo nomi propri per tutto.
Dobbiamo arrangiarci con i nomi comuni. Come possiamo piegare i nomi comuni in una
direzione univoca (cioè non generatrice di ambiguità) per assicurarci che stiamo parlando di
quella cosa lì? Aggiungendo elementi c’è l’idea del costrutto: se vado a determinare, cioè
uso dei determinanti, uniti al nome comune, allora sì che catturo quella roba lì. Nella nostra
stessa conversazione comune noi partiamo dalle descrizioni indefinite, non dai nomi propri.
Ad esempio, il primo step è “ho incontrato un collega che mi ha detto …”. Poi vado avanti
“il collega ecc …” devo sostituire la mia prima descrizione indefinita con una descrizione
definita. Oppure possiamo dire “lui mi ha detto”, utilizzando quindi un indicale. Nella nostra
lingua abbiamo questa consapevolezza, che partiamo da un indefinito e arriviamo al
definito.

NB. Se devo illustrare un reato in un aula di giurisprudenza, ma non voglio rivelare chi
risulta colpevole di aver compiuto il misfatto, dovrò usare strategie per non dire un nome
proprio e per eliminare gli indicali il più possibile, in modo da evitare che si identifichi il
colpevole. Oppure prendiamo anche l’autore di un pezzo di cronaca su un giornale: lui ha
dei limiti nel giornale in cui scrive; in questi casi si può ricorrere a strategie volutamente
emissive. In questo caso dunque possiamo parlare di mondo in absentia ed in praesentia.
Tutto questo ha dunque una valenza cognitiva: se io parlo di furto, il frame di furto
comporta che ci sia qualcuno che ruba, qualcuno che viene derubato e la cosa che viene
derubata, ma questo non c’è bisogno di specificarlo, lo sappiamo già. Una notizia flash in
radio riguardante un furto magari non sarà precisa, ma la nozione di furto mi dice già
l’essenziale. Questo é l’effetto della sintesi di conoscenze di cui il messaggio é mediatore.
C’è qualcosa di presente ma anche di assente.
Quindi abbiamo questa progressione. Ma perché si sono studiate di più le descrizioni
singolari? Frgerio mette l’accento su questo punto. Per un fatto di priorità: ciò che ci
importa di più nella comunicazione é di uscire dalle nebbie. Ci deve essere una definizione
inequivoca.
Ma se andiamo a considerare i testi nella loro varietà, si deve sempre partire dal poco
caratterizzato e, per esempio, una lingua in assenza di articoli indefiniti, ha una batteria
ricchissima di aggettivi e pronomi indefiniti (ad esempio prendiamo il latino, che ha a
disposizione quidam, quivis, quilibet ecc …).
C’è o la definitezza della cognizione del mondo del mittente, che si vuole omettere di
trasferire nel mondo del destinatario oppure c’è una indefinitezza non voluta: fai tu, fai
quel che piace a te. Senza dimenticare che gli articoli hanno non solo un uso puntuale della
descrizione singolare, ma anche della quantificazione plurale. Ecco perche quando si
riconsidera il triangolo semitico bisogna considerare anche i sintagmi nominali, capaci di
restituire il riferimento quasi sempre attraverso una mediazione di senso. Perché quasi
sempre? Perché ci sono casi che riescono a non farci passare per un pensiero, ma ci fanno
arrivare ad un oggetto; è il caso ad esempio di nomi propria come “Carlo Porta”, “Carlo
Maria Martini” questi personaggi portano lo stesso nome proprio, che non ci dicono nulla
di come deve essere qualcuno per potersi chiamare Carlo. Quindi i nomi propri istituiscono
un riferimento diretto; è questa una nozione già fregeiana quella di espressioni aventi
senso e grazie al senso (in questo caso non cognitivo o di pensiero) istitutivi di un
riferimento. Tutto questo va messo nella batteria dei sintagmi nominali.

Ma qual é il ruolo dei sintagmi verbali?

Questi vengono studiati meno dei sintagmi nominali probabilmente per la necessità che
abbiamo di uscire dalla rete delle parole per venire al cosiddetto extralinguistico. Noi non
parliamo per giocare sulle e con le parole, ma perché, grazie alle parole, mediamo: il
medium riguarda la consapevolezza del fatto che le lingue sono mezzi, entità che le
comunità si tramandano, con le loro tradizioni, ma sono anche dispositivi strumentali
innestati e interiorizzati nei parlanti. Questo li rende costituiti allo scopo di andare al di là
di se, come é tipico di ogni mezzo. La lingua é il mio tramite ai fini di comunicare.
Vi è una connessione tra lingue e testi, e tra lingue e conversazioni.
Proprio perché abbiamo bisogno di capire di cosa parliamo (parlare è un verbo
tetravalente), le soggettività dello scambio verbale sono messe fortemente in relazione
con ciò di cui parlano. I sintagmi nominali vengono studiati di più, perché chiariscono di
cosa parliamo.

Però il predicato é un “dire qualcosa di ciò di cui parliamo”, quindi è anch’esso molto
importante: non possiamo farne a meno. Frigerio specifica quali tipologie di predicati
esistono, perché non tutti i verbi sono uguali. Ci sono soprattutto i ruoli tematici
(Fillmore parlava dei “casi profondi”), o ruoli semantici, che ci dicono quello che ci siamo
soffermati a dire quando abbiamo parlato di predicati, cioè che il predicato istituisce
relazioni dentro gli enunciati. Una proposizione senza predicato non é pensabile: anche
se ellittico, il predicato è sempre all’opera, con una collaborazione fra gli argomenti, per
sortire l’identificazione di valore che occupa il codominio della relazione predicativo –
argomentale.
Ma spesso bisogna individuare i ruoli tematici; talvolta l’istituzione di riferimento si dà
grazie alla saldatura che si attua nell’enunciato tra sintagmi verbali e nominali: io posso
dire, ad esempio, “alcuni studenti qui presenti (uso un indicale indefinito) sono arrivati in
aula dopo le 9.00”. Ciascuno si può identificare in questo. Ci sono casi in cui le descrizioni
indefinite non sono in grado di istituire un riferimento, ma la congiunzione col predicato
isola quel gruppo di referenti di cui l’indefinito parla, anche se i destinatari non sarebbero in
grado di identificarli uno per uno. Saldati i sintagmi nominali con i sintagmi verbali, si potrà
operare quella composizionalitá che ci dice che il valore del tutto é funzione del valore delle
parti principio di composizionalitá (principio enunciato anche da Frege e altri dopo di lui)
è un principio controbilanciato dal principio del contesto, per cui non si può stabilire il
valore della parte se non alla luce del tutto di cui esso é parte.
Ci sono buoni argomenti per dire che il tutto é più della somma delle parti, che la qualità
della relazione fra le parti fa la differenza e che speso non é facile dare conto degli impliciti,
cioè di ciò che sta nelle pieghe del testo, che quasi non si vede e non si sente, ma é li a fare
la differenza e a dirci che nel tutto ci sta anche qualcosa un po’ compresso nella dimensione
dell’implicito (cfr. anche Grice, le implicature, ecc …)

Anche Diodato tematizza i nessi fra semantica e pragmatica: non esistono significati
senza significare. L’evento concreto del parlare sta alla radice di ogni specializzazione di
studio sul linguaggio. Dobbiamo soffermarci sull’atto del significare e quindi sulla
relazione che comporta l’istituzione di significanti e la loro comprensione.

LE MODELLIZZAZIONI DELLA RICAPITOLAZIONE

Per ricapitolare tutto il percorso e le


varie prospettive di elaborazione
della teoria semantica

Cosa significa “modello”? Una teoria può dar luogo a dei modelli, a delle modellizzazioni,
cioè ad attività che istituisce uno o più modelli, che sono una sorta di schematizzazione
con la funzione di essenzializzare e sintetizzare, di astrarre gli elementi indispensabili alla
costruzione della teorie, determinandone le relazioni.
Si aprirebbe qui il tema che riguarda il nesso fra astratto e concreto. Il modello é astratto
(è “tratto da”), ma il concreto ha la precedenza. Ci sono poi teorie della conoscenza o
logico – epistemologiche che preferiscono dire che prima c’è l’astrazione e la
formalizzazione e poi viene la concretizzazione.
Il caso di Bühler é quello di un autore che opta per la precedenza del concreto sull’astratto
(da lui prendiamo i modelli che vedremo) e lo fa in un’epoca e in un’area in cui sta venendo
a galla la moda del proporre strutture assiomatiche, in cui il momento astratto é del tutto
preliminare e l’applicazione a domini concreti viene in seconda battuta.

Ad esempio quando Frege diceva “a = a” e “a = b”, poi ci portò a vedere che queste formule
potevano essere calate nelle espressioni nominali e quindi potevamo costruire attraverso
queste delle frasi. La formulazione astratta ci permetteva di non usare una lingua in
particolare, così, con qualsiasi cosa noi andassimo a saturare le variabili, tutto andava bene,
senza limitarci alla scelta di una singola lingua o di un tema da identificare questo è il
pregio della formula astratta. L’astrazione alleggerisce la fatica. Naturalmente l’economia
l’agilità e la spendibilità di diagrammi come quelli che vedremo é un arma a doppio taglio:
possiamo considerarli una struttura molto leggera e agile di modellizzare e addirittura di
imitare ciò che si fa quando si parla, oppure possiamo considerarli una formula che basta
tenere in tasca e tutte le avventure del taglio di ogni umano proferimento verbale possono
sempre andar bene.
La modellizzazione risponde al principio di economia: dobbiamo trovare forme che, senza
perdere nulla di sostanziale, sfondino il “molto contingente e variabile” che ci farebbe
disperdere.

Ma dobbiamo ricordare che non parliamo per pura astrazione, ma dobbiamo instanziare
l’astratto in condizione di concretezza, instanziando ad esempio locutore e interlocutore
in soggetti effettivamente impegnati in uno scambio verbale, instanziando il momento di
istituzione di riferimento, in oggetti effettivamente istituiti come termini di riferimento, e
così via. Allora la soluzione più corretta é quella della correlazione tra momento astratto e
momento concreto: più innesto uno nell’altro, più la teoria mi ha aperto gli occhi e mi ha
fatto scoprire cose, e mi fa andare in cerca del novo.

Il modello strutturale del linguaggio di Bühler

Bühler fa una sintesi buona, capace di essere ricettiva delle molte e importanti novità
maturate dagli anni ’30 a oggi. Questo per più di una ragione: non molti hanno proposto
dei modelli, su base assiomatica, per curare l’epistemologia di una teoria del linguaggio
solida e armonica, capace di raccogliere più fronti di immagine. Questi temi teorici seri,
infatti, non maturano ogni momento.

Abbiamo qui dei modelli elaborati fra le due guerre mondiali (quando c’è un fervore
scientifico straordinario) e dopo la seconda guerra mondiale. L’essere costretto da una
legislazione ostile, come nel caso di Bühler, ad abbandonare, per evitare di essere
arrestato, la città dove si vive, l’università in cui si lavora e il posto prestigioso che si ha,
comportò per Bühler il dover varcare l’oceano. Perciò Bühler finì negli Stati Uniti, dove
trovavano università di rilievo, pronte ad accogliere gli immigrati e che fornivano loro la
possibilità di continuare la loro ricerca. Bühler continua dunque la sua attività, ma rimane
in una posizione scuramente molto più in ombra, rispetto a prima. Le idee però possono
restare valide e dense.
Anche il suo pubblicare in tedesco non lo ha aiutato: il mondo anglofono non conosceva il
tedesco. Stiamo assistendo a un bel revival di studi e pubblicazioni. Tutto questo aiuta a
ridiscutere i passi errati che la ricerca ha fatto nel mentre e ad interrogare sugli impatti e le
trasformazioni che tutto ciò può determinare su una modellistica talmente avanzata, da
poter dare anche a noi un importante aiuto.

Il modello strutturale del linguaggio viene pubblicato nel 1936 (NB. Questo modello non
è il primo non andiamo in ordine cronologico nella presentazione dei diversi modelli)
presso il TCLP Travaux du cercle linguistique de Prague.
Dunque Bühler , professore di psicologia, collega di Trubeckoj (fonologo dell’università di
Vienna), viene invitato a Praga e qui tiene una conferenza sul modello strutturale del
linguaggio. Parliamo prima di questo modello (anche se non fu il primo ad essere elaborato)
perche noi siamo partiti dallo studio di una linguistica che tra 1800 e 1900 nasce come
linguistica strutturale. I posti d’onore centrali che Bühler riserva in questo modello quali
sono? Quali sono invece le periferie? E come noi potremo reintegrare questo schema con
categorie già proposte lungo il corso?

Parola /
Lemma Z
(sta per “Zeichen”; ma potremmo sostituire alla Z una S = segno)

Enunciato / Frase

Foni – Fonema Periodo – testo

Unità di parola questa è la prima ma non l’ultima delle espressioni segniche. Non si
può trattare il segno solo come unità di parola, perché noi usiamo enunciati e unità
testuali articolate.
Bühler in questa fase dice: mettiamo al centro la struttura segnica, perché sul piano
linguistico non possiamo mai prescindere dalle evidenze, che hanno questi formati: o sono
solo parole, o sono parole incorporate in un unico enunciato o sono più enunciati connessi
in un periodo (NB. sintassi del periodo = sintassi di frasi ipotatticamente costruite).
Questo filo del discorso si sviluppa in più circonvoluzioni, per arrivare a completare quella
tessitura suggerita della parola “testo” (parola che indica una trama, un’ordito) c’è un
substrato (la lingua tutta quanta ), da cui poi noi che ricaviamo una sequenza di parole,
funzionali alla costruzioni di unità enunciative (cfr. rapporto in praesentia e rapporto in
absentia).

Poi troviamo il fonema, che è una piccola unità che non basta a fare una parola, ma fa la
differenza dal punto di vista semantico: un fonema diverso può determinare due possibili
parole diverse (infatti bare non è care, care non è fare, fare non è mare, e così via). Di per
sé presi, i fonemi non portano significato, ma basta il loro avvicendamento per
determinare parole di significato totalmente diverso.

Noi siamo ad un livello strutturale: questi sono i formati della lingua che consentono di
attualizzare discorsi.
Poi, oltre a questi nuclei astratti, noi possiamo poi vedere una popolazione anche
foltissima di istanze concrete: abbiamo miliardi di foni per ciascun fonema; ad esempio
tutte le “b” dell’italiano che possiamo trovare a inizio di parola o tutte quelle inserite nel
mezzo delle parole. Questi possono anche chiamarsi allofoni, cioè variabili di quell’unica
entità astratta che è il fonema “b”.
Alla stessa maniera pensiamo al vocabolario, dove chiamiamo le parole “lemmi”, ma per
ogni singola parola del vocabolario ci sono miliardi di occorrenze della stesa parola che si
moltiplicano nei discorsi: ci sono le parole vuote o funzionali o sin semantiche, cioè che
riescono a significare solo messe insieme ad altre parole, come le preposizioni, le
congiunzioni, gli articoli. Proviamo a sfilare queste paroline, di cui, prese da sole, facciamo
fatica a dirne il significato, da un qualunque discorso; vedremo che il discorso si sbriciola o
diventa incomprensibile. Queste parole, dunque, sono vuote perché rispetto
all’assegnazione di un valore semantico non sembrano completamene identificate, ma non
sono certo oziose (le usiamo spesso) e saturano posti vuoti in termini di relazioni,
determinazioni e nessi tra frasi ecc …

Possiamo poi dire che, in termini strutturali, al posto di “enunciato” potremmo mettere
“frase”. Siamo ancora ad un livello di codice e di astrazione. Siamo però ad un livello di
astrazione che sa sempre di non essere avulso da uno scambio comunicativo che prevede
enunciatore ed enunciatario.

Ovviamente il modello di Bühler va un po’ integrato; ad esempio, lui ci parla di periodo,


ma non di testo o frase o lemma. I termini che ci dà Bühler ci dicono di più della loro
rappresentazione in sistema, nel dizionario, e non come occorrenze singole. Perciò
integrando il modello possiamo dire che a destra abbiamo i types e a sinistra le
occorrenze, le manifestazioni dei types.

Passiamo poi a come Bühler nel 1934 nella teoria del linguaggio tratta elementi che, nella
loro semplicità, sono capaci di dare conto di tutte le 4 parti delle teorie semantiche.
Questo modello è importante perché condensa in un modello unico e semplice le molte
tappe del percorso.
Perché, secondo Bühler, anche nel livello astratto, la frase merita di essere pensata come
enunciato? Perché la fonte primaria e il livello originario di ogni teoria é il concreto evento
del parlare: è questo punto di partenza. Non c’è specializzazione o specialista, che non
possa ritrovarsi legittimato a ritagliarsi il proprio percorso di ricerca, che non parta dai
concreti eventi del parlare. Anche nella scrittura c’è qualcuno che scrive e dall’altra parte
qualcuno che leggerà lo scritto.

 Organon modell

Le cose
Strumento
(il linguaggio)

(questo pallino al centro indica il concreto evento del parlare: cioè c’è qualcosa, c’è un
evento, che per essere colto nelle sue relazioni deve attivare questi due percorsi
tratteggiati quasi a dire “devi saperli cogliere e riconoscere”)

L’uno L’altro

Quindi abbiamo comunque questa diadi. Bühler é contro il solipsismo ed è contro ogni
dimenticanza o forzatura che tolga ai fatti di linguaggio la loro dimensione dialogica.

“Uno parla a qualcun alto di qualche cosa in una qualche lingua ( = strumento = organo)”.
Io devo poter disporre di qualcosa che mette insieme “l’uno”, “l’altro” e “le cose”, e
questo organo e strumento é il linguaggio, che sta in qualche misura sullo sfondo di quel
punto nero ●, che é l’origine di tutta questa situazione schematizzata: questo punto é il
concreto evento del parlare.

Allora diamo delle mansioni ai nostri autori:


Humboldt e Brèal si sono focalizzati particolarmente sul livello dello strumento, cioè su
come le lingue assolvono al compito di fornirci le risorse del significare e su Come
l’ingegnosità delle comunità dei parlanti sviluppano il codice, le lingue; qual è la ragion
d’essere delle loro differenze e della loro comparabilità? Come si specificano le funzioni
delle lingue, come la storia le modella? Siamo nella semantica di langue che chiama in
causa la comunità. Nel modello di Bühler si evidenziano entrambi i dialoganti, ma non ci
sarebbe lo strumento se non ci fossero parlanti che forgiano una lingua piuttosto che
un’altra.

Le cose integrazione che Bühler propone rispetto alla tradizione di filosofia del linguaggio
che aveva valorizzato le due funzioni di manifestazione e di suggerimento al destinatario,
lasciando fuori l’extralinguistico, cioè la realtà extralinguistica ciò di cui parliamo é al 90 %
reale, ma spesso raccontiamo anche di cose che non ci sono ancora, che non ci sono più o
che non ci sono mai state.

Questa é la primissima e più semplice formulazione.

Importante è poi la nozione di organo e la dubitabilitá della sua miglior comprensione nel
caso della traduzione con “strumento”. “Organo” non é una parola tedesca ma una parola
greca. Noi l’abbiamo ereditata ed essa possiede tanti valori diversi: può voler dire
“strumento musicale”, oppure può essere detta in relazione al corpo umano.
È poi importante notare che la radice “org” é la stessa radice che troviamo nell’inglese work
e nel tedesco werk; ha quindi a che fare con l’attività, con il lavoro, con l’elabroazione cioè
ha a che fare con la trasformazione di qualcosa in qualcos’altro attività che trasforma.
Anche gli organi di senso trasformano, ad esempio, il visibile in qualcosa di visto e l’udibile
in qualcosa di udito: quello che percepiamo con gli organi di senso diventa qualcosa di noto
a noi. Questo termine, “organi di senso”, ci mette in condizione di sentire, ci porta molto
vicino alla categoria centrale della semantica da cui siamo partiti, cioè ci riporta alla la
nozione di senso. Il verbo “sentire” è il termine che sta all’origine del termine “senso”,
verbo che prima di appartenere alla lingua italiana, faceva parte del latino (sentio). Noi
parliamo di “organi di senso” perché prima di tutto sono organi corporei sentiamo con il
corpo. però le neuroscienze, che si danno tanto da fare, ci aiutano a capire che se gli input
sensoriali non fossero elaborati, trasformati e immagazzinati nel cervello, non potremmo,
ad esempio, pensare ad un immagine tesaurizzata nella memoria e richiamarla alla mente
in tempi diversi. Quindi noi sappiamo attivare questa elaborazione intellettuale di qualcosa
con siamo venuti a contatto grazie agli organi di senso; dire che “sentiamo un discorso”
vuol dire sia che lo sentiamo con l’appartato uditivo ma anche con la capacità intellettuale.
Per questo diciamo che le espressioni verbali hanno un senso che é fatto per essere
afferrato. Bühler trae il termine “organo” da Platone perché riprende Platone nel dire che
“il dire é una forma dell’agire”. Possedere il linguaggio e agire in quanto parlanti é un
modo di agire (cfr. Austin, Grice + Diodato, nella quarta parte di “Teorie semantiche”).
Certamente c’è una dimensione operativa: il parlare porta a compiere delle operazioni,
delle azioni, e le cose entrano in questa primissima modellizzazione, perché il linguaggio,
non tanto quello animale, quanto quello umano, ha certamente la funzione di mettere in
relazione soggetti della comunità, ma ha anche la funzione di rappresentare il mondo
funzione rappresentativa del linguaggio.

 Organon modell 2

Fonte dello stimolo


sistema psicofisico α sistema psicofisico β

Lo schema é simile a quello precedente ma abbiamo


annerito tutti i pallini. Poi troviamo scritto: sistema
psicofisico α e sistema psicofisico β.
Bühler ha colto, essendo psicologo, l’importanza del riconoscere nello scambio verbale dei
soggetti il fatto che essi hanno un’unità strutturata (infatti sono sistemi) psicofisica
premessa per la svolta cognitiva. L’importanza di riconoscere l’elaborazione cognitiva da
parte dei soggetti parlanti deve avere una premessa: quelli dei soggetti parlanti sono
sistemi non solo fisici o psichici, ma hanno una profonda unità.
Al posto di “cose” leggiamo “fonte dello stimolo” (non stimolo!! lo stimolo lo recepiamo
noi). Lo stimolo, per avere luogo, deve essere fatto scaturire dal mondo, che si lascia
percepire e sentire da noi. A quel punto cominciano a partire frecce orientate: la fonte
dello stimolo colpisce almeno un sistema psicofisico (anche se ad esempio un lampo o un
tuono sono talmente improvvisi che possono essere trattati come fonte dello stimolo per
entrambi i sistemi psicofisici in contemporaneità). Quando udiamo un tuono, ad esempio,
la domanda che scaturisce spontaneamente é “che cos’è?”. Questo fenomeno si impone
talmente tanto che non é necessario rappresentarlo simbolicamente. Di norma invece, se
racconto di qualcosa o chiedo informazioni, non posso pretendere che il destinatario sappia
di che cosa andrò a parlare, quindi normalmente la fonte dello stimolo è recepita da un
solo
interlocutore, che però ha bisogno di una mediazione verbale (pallino al centro ● =
messaggio, segno di solito più di una parola; generalmente è una frase, un enunciato).
Questo é il motivo per cui per Bühler il linguaggio é importante: esso é quel costrutto
(costruito delle comunità di parlanti, che hanno modellati questo strumento) che fa in
modo che il messaggio arrivi al sistema psicofisico β.
A questo punto il sistema psicofisico β, una volta ricevuto il messaggio, sarà indotto
dalla formulazione del messaggio della struttura segnica, a ritornare guardare, a
orientarsi, alla fonte dello stimolo.

NB. A volte la prima freccia può essere anche con due punte. Prendiamo l’esempio dei
verba percipienda; alcuni di questi sono più attivi, altri meno; ex. guardare e ascoltare
(verbi attivi, freccia a due punte) vs vedere e sentire (verbi passivi, freccia unica). Ci sono
casi in cui siamo passivi e altri casi in cui non lo siamo o lo siamo in misura minore e
indaghiamo. Ci sono livelli diversi di rapporto con l’ambiente. Pensiamo anche solo alla
diatesi passiva o attiva dei verbi (cfr. i ruoli tematici, nella semantica del
verbo). Oppure prendiamo i verbi deponenti (che sono verbi che hanno una particolare
struttura presente in latino), come “nascor” e “morior” a ben guardare, sia nel nascere sia
nel morire si intrecciano componenti di attività e di passività. Non é mai casuale che una
lingua utilizzi una certa diatesi. È questo che ha in mente Humboldt quando si incanta,
osservando la creatività delle lingue.

 Organon modell 3

Oggetti e stati di cose

rappresentazione
espressione
appello

mittente destinatario

I due sistemi psicofisici hanno acquisito i ruoli precisi di (e)mittente e destinatario.


NB. Grice, nella “Logica della conversazione”, e la pragmatica ci hanno avvertiti che
mittente e destinatario sono ruoli intercambiabili.

Al centro abbiamo un triangolo perche quelle di cui stiamo parlando sono tutte relazioni
triadiche. Abbiamo la Z/S di segno, che rappresenta la frase, il messaggio (non tanto la
parola singola), che avrà delle funzioni e istituirà delle relazioni. Un messaggio sarà
soprattutto un’espressione (parlo di me funzione emotiva di Jakobson
manifestazione).
Se invece il focus dello scambio verbale é il ricevente e non qualcosa da comunicare al
ricevente , Bühler parla di appello speech appealing capacità di interazione.
Letteralmente la traduzione dal tedesco sarebbe “scatenamento”: deve chiamare in causa il
ricevente e toglierlo dalle catene che lo legano (funzione conativa di Jakobson). Poi c’è un
binario multiplo che dal segno punta verso l’alto, lasciando da parte l’interazione fra i
soggetti e puntando a cose o oggetti e stati di cose (spesso resi con “fatti”). Quindi
l’importanza del realismo che ci dice: bene, guai a noi se isoliamo le parole dai soggetti, ma
i soggetti devono essere messi fra loro in relazione con un mondo, un ambiente che va ben
al di là di loro. Questa funzione di destinazione delle parole é detta di rappresentazione,
dove spesso in francese, inglese, italiano e spagnolo, il termine scelto (che è appunto quello
di rappresentation, rapresentation, rappresentazione ecc ...) non rende appieno la
potenzialità del tedesco: in tedesco abbiamo due verbi che si oppongono: vorstellen
(mettere davanti) vs darstellen (metter lì) il parlante, attraverso i segni che esprime,
presenta al destinatario oggetti e dati di fatto. C’è chi ha tradotto con “presentazione”
darstellen, e questa traduzione va anche bene, ma non si può tradurre con lo stesso terrine
anche vorstellen.
Il costrutto del messaggio, poi, tanto più è articolato, quanto più tiene compresenti queste

istanze magari ordinandole variamente. Ma torniamo al triangolo semiotico e mettiamo a

paragone le varie modellizzazioni:


In questo caso “l’uno” e “l’altro” non rientrano nella schematizzazione. Questa è
un’elaborazione fatta in autonomia rispetto a
quelle cose che Bühler mette in cima e che qua vengono messe alla base del triangolo, in
basso. Qui non ci sono l’interazione con i destinatari e l’istanziazione del mondo a cui ci si
riferisce come previo all’istituzione di riferimento. Qua si raffinano i nessi tra pensiero e
unità di riferimento. Qua il segno viene scandagliato su più livelli (forma esterna vs forma
interna), ed inoltre c’è un’elaborazione intellettuale e logica, e c’è la relazione e la
connessione tra il mondo dell’esperienza e l’elaborazione intellettuale, che comporta il
crearsi dei prototipi rispetto a valenze poi prototipiche delle espressioni, e il fermarsi a
livelli stereotipici idea che la singola unità di parola non sta da sola ma ha un frame, cioè
incornicia altri elementi attratti nella sua orbita.

 Comunicazione e codifica

Abbiamo la necessità del superamento del modello del codice sviluppato in ambito
cognitivo. Non si tratta di lanciare la forma esterna, perché possa essere visto subito il suo
valore semantico. C’è un lavoro da fare: devo prestare attenzione ai non detti. Ad
esempio. Se mi si porrà una domanda del tipo “che cosa fai domani?”, forse avrò bisogno
di qualche secondo per capire che se oggi é giovedì allora domani é venerdì, e avrò
bisogno di tempo perché mi vengano in mente tutti gli altri impegni. Se penso a “domani”
nella mia mente scatta la procedura standard per cui, se mi dicono “domani”, io penso che
si riferisca al giorno successivo a quello odierno, però, allo stesso tempo, questo “domani”
va calato in un discorso e in un contesto.
Non c’è automatismo: la codifica non é il tutto, perché abbiamo una vita psichica e
cognitiva non sempre aderente alla soluzione verbale che meglio rende questa codifica. Per
questo si parla di “impegno cognitivo di elaborazione del messaggio”. Così come mi
impegno a dire delle cose, allo stesso modo c’è un impegno nella decodifica.

Tutto questo per dire che la nozione di ci ricorda, attraverso la semantica, che il
discorso é un intreccio di elaborazione di pensiero e di parola proferita. Allora ecco che ci
sono dei gaps che rendono la decodifica difficile o più o meno felice, e richiedono quindi
una rielaborazione, una rilettura, un rileggere due o tre volte la stessa cosa.
Le lingue sono sistemi aperti, e sono sistemi felici.