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Editoriale

SOMMARIO
L’Azione Cattolica e le sfide del Paese 2

Primo Piano
Una nuova generazione di cristiani
impegnati nella società e nella politica 6
Renato Raffaele Martino
Dossier
Sviluppo umano: carità nella verità
Nel solco fecondo della Populorum progressio 18
Piero Coda
Verso un’economia globalmente responsabile 24
Luigi Campiglio
Il dono come buona pratica della gratuità 34
Stefano Zamagni
Un supplemento d’anima, la via del benessere 42
Leonardo Becchetti
Una nuova alleanza tra uomo e ambiente 54
Luigi Fusco Girard
Amore comune o paura comune? 62
Luigi Alici
Fraternità e solidarietà: le radici del bene comune 66
Vincenzo Satta
Eventi e Idee
Il G8 dopo il G8. Tra retorica e politica 72
Lucio Caracciolo
Africa. Le briciole non bastano più 79
Giulio Albanese
Azione Cattolica. Chi ama educa 84
Marco Iasevoli
Il Libro e i Libri
La prospettiva personalista, in pensiero e azione 88
Gian Paolo Terravecchia
Evoluzione e dintorni. Omaggio a Darwin 91
Carlo Cirotto
I giovani, tra complessità esistenziali e sfide educative 96
Daria Aimo
Profili
John Henry Newman. Una vita alla ricerca della verità 102
Angelo Bottone

dialoghi n. 3 settembre 2009

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Nella consapevolezza che la questione sociale si pone, oggi più


che mai, come “questione antropologica”, chiedendo all’amore
di uscire dal suo rifugio egocentrico e alla ragione di
abbandonare ogni agnosticismo disimpegnato, per misurarsi a
SVILUPPO UMANO: CARITÀ NELLA VERITÀ

viso aperto con gli orizzonti alti ed esigenti della giustizia e


del bene comune, Benedetto XVI chiama tutti gli uomini di
buona volontà ad una vera e propria svolta culturale.

Amore comune
o paura comune?

C Luigi Alici

ome si è potuto costatare dalla lettura degli articoli prece-


denti, la terza lettera enciclica di Benedetto XVI rappresenta un
documento ampio e impegnativo, che merita di essere cono-
sciuto e studiato in tutta la sua portata, a cominciare dall’ap-
proccio felicemente riassunto nel titolo; rispetto al divorzio fra
conoscere e amare, che ha segnato la cultura moderna, restrin-
gendo progressivamente gli orizzonti della razionalità e banaliz-
zando in senso emozionale la tensione dell’amore, il Papa ci
ricorda che «la carità è la via maestra della Dottrina sociale della
Chiesa» (n. 2). Quest’aspetto merita di essere esplicitato e valo-
rizzato: sviluppando coerentemente una linea magisteriale che
Luigi Alici
è professore ordinario
di Filosofia morale
nell’Università di
Macerata. È stato
Presidente nazionale
dell’Azione Cattolica
Italiana nel triennio 2005-
aveva avuto il suo esordio con la prima enciclica, Deus caritas 2008. Tra le sue
est, papa Benedetto ricorda che, anche nel confronto con le pubblicazioni,
sfide più urgenti del mondo di oggi, l’intero volume della ricordiamo: Il terzo
Dottrina sociale della Chiesa va ricondotto alla sua sorgente ori- escluso, San Paolo,
ginaria e più propria: in quanto «amore ricevuto e donato», la Cinisello Balsamo (Mi)
carità cristiana non può essere ridotta a «un’aggiunta posteriore, 2004; La via della
quasi un’appendice a lavoro ormai concluso delle varie discipli- speranza. Tracce di
ne, bensì dialoga con esse fin dall’inizio » (n. 30). futuro possibile, Editrice
In quest’affermazione si coglie, fra l’altro, l’ispirazione ago- Ave, Roma 2006; Cielo
stiniana che alimenta la riflessione di Benedetto XVI: è “dentro” di plastica. L’eclisse
la rivelazione cristiana dell’amore che si sprigiona la luce, quella dell’infinito nell’epoca
luce capace di purificare e allargare gli orizzonti della raziona- delle idolatrie, San Paolo,
lità. Come egli aveva scritto nella prima enciclica, «il program- Cinisello Balsamo (Mi)
ma del cristiano – il programma del buon Samaritano, il pro- 2009.

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gramma di Gesù – è “un cuore che vede”» (Deus caritas est, n. 31). Il cri-
stiano non elabora un quadro di conoscenze a partire da uno sguardo aset-
tico sulla realtà; uno sguardo che solo successivamente si estenderebbe
anche alla carità, riconoscendone il valore di utile “ammortizzatore” in
senso sociale e spirituale. Al contrario: è a partire dal dono della creazione,
dell’adozione a figli e della redenzione, che possiamo avere un cuore
nuovo e quindi occhi nuovi.
L’amore cristiano non è dunque un cerotto pietoso con cui si cerca di
coprire una ferita che non si sa come curare; esso è piuttosto una forza
generatrice, illuminante, salvifica, che, proprio per questo, entra in dialo-
go con l’intero universo dell’umano, conferendo alla verità, norma supre-
ma del conoscere, la capacità di sporgersi su orizzonti impensabili e impe-
gnarsi in un compito dialogico nuovo: «La verità, infatti – scrive il papa –,

LUIGI ALICI
è “lógos” che crea “diá-logos” e quindi comunicazione e comunione».
Nell’apertura inclusiva che è propria di un’autentica ricerca della verità
vibra una dinamica oblativa che libera l’intelligenza dalla tentazione del-
l’egocentrismo e del particolarismo: «La verità apre e unisce le intelligenze
nel lógos dell’amore: è, questo, l’annuncio e la testimonianza cristiana
della carità» (n. 4).
Nella prospettiva di una carità nella verità, quindi, «si tratta di dilatare
la ragione e di renderla capace di conoscere e di orientare queste impo-
nenti nuove dinamiche, animandole nella prospettiva di quella “civiltà
dell’amore” il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura» (n.
33). Richiamando un aspetto costante del suo insegnamento, papa
Benedetto aggiunge: «La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla
fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi
onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata
dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano» (n. 56). Per un
verso, infatti, «la ragione senza la fede è destinata a perdersi nell’illusione
della propria onnipotenza»; per altro verso, «la fede senza la ragione, rischia
l’estraniamento dalla vita concreta delle persone» (n. 74).
È da questa sinergia originaria di carità e verità, oggi vittima di una serie
di sviamenti e di riduzionismi, che occorre partire: se si smarrisce l’apertura
alla verità, infatti, l’idea cristiana di carità rischia una deriva in senso senti-
mentalista ed emotivista che ne indebolisce la vocazione oblativa e la proie-
zione sociale, mentre, da un altro lato, la stessa confessione della fede rischia
una contrazione in senso irrazionalista, che ne mortifica l’orizzonte univer-
sale e le potenzialità umanizzanti. L’impianto dell’enciclica mostra in con-
creto la fecondità di questo incrocio, che può essere verificata tenendo pre-
sente il doppio livello di sviluppo del testo: ad un livello generale, Benedetto
XVI ricorda l’importanza di «far interagire i diversi livelli del sapere umano»
(n. 30), invitando ad una lettura organica, coerente e unitaria di fenomeni

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che altrimenti finirebbero per essere interpretati secondo logiche settoriali e


incomponibili; ad un livello più specifico e analitico, il testo passa in rasse-
gna analiticamente i diversi aspetti e le diverse implicazioni che tali fenome-
ni assumono nel contesto sociale odierno, rispettandone la problematica
specifica e aprendoli dall’interno ad una prospettiva più ampia.
AMORE COMUNE O PAURA COMUNE?

Un’affermazione di fondo, in un certo senso, fa da cerniera fra i due


livelli: «la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica»
(n. 75). Alla base di quest’affermazione sta il riconoscimento della costitu-
tiva relazionalità dell’essere umano, riaffermata solennemente dal concilio
Vaticano II, che ha parlato di un’unica famiglia umana chiamata a trasfor-
marsi in famiglia di Dio (GS, n. 45) e quindi di un’unica vocazione a esse-
re fratelli (GS, n. 92). Questa impostazione, che recuperava l’ispirazione
originaria della tradizione cristiana, abbandonando nettamente l’impian-
to individualistico della manualistica di teologia morale fino alle soglie
degli anni Sessanta, è centrale nel magistero di Benedetto XVI e in questa
enciclica assume una rilevanza strategica per giustificare la “competenza”
globale dell’antropologia cristiana; l’attenzione alla sfera sociale e pubbli-
ca, infatti, non rappresenta un’estensione indebita dell’idea cristiana di
persona umana, ma è il frutto di «un’interpretazione metafisica dell’huma-
num in cui la relazionalità è elemento essenziale» (n. 55).
Poco tempo prima della sua elezione al soglio pontificio, il teologo
Ratzinger aveva riaffermato con forza che Dio «non si apre ad un io isola-
to», ma «esclude il trinceramento individualista»1; di conseguenza, la fede
cristiana «costituisce una rete di dipendenza reciproca, che
nello stesso tempo è una rete di solidarietà gli uni verso gli
L’attenzione alla sfera altri, dove ognuno sostiene ed è sostenuto reciproca-
sociale e pubblica non mente»2. Questa linea di pensiero, del resto, attraversa in
rappresenta modo inequivocabile le due encicliche precedenti. In Deus
un’estensione indebita caritas est si legge: «Amore di Dio e amore del prossimo
dell’idea cristiana di sono inseparabili, sono un unico comandamento [...]
persona umana, L’amore cresce attraverso l’amore. L’amore è “divino” perché
ma è il frutto di viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo
«un’interpretazione unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divi-
metafisica dell’humanum sioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio
in cui la relazionalità è sia “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28)» (Deus caritas est, n. 18).
elemento essenziale». Nell’enciclica successiva, il papa arriva a domandarsi:
«Come ha potuto svilupparsi l’idea che il messaggio di Gesù
sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati a
interpretare la “salvezza dell’anima” come fuga davanti alla responsabilità
per l’insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesi-
mo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli
altri?» (Spe salvi, n. 16).

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Le tesi principali di Caritas in veritate derivano da qui e proprio a par-


tire da qui si traducono nel primato di «un’etica amica della persona» (n.
45). Da questa antropologia della relazione discende, come ha sottolinea-
to Coda, la centralità del tema dello sviluppo, coincidente «con quello
dell’inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell’unica
comunità della famiglia umana» (n. 54); discende da qui anche l’attenzio-
ne alla giustizia e al bene comune, quali criteri fondamentali per il gover-
no della globalizzazione, come ha messo in luce Campiglio. Ancora: risul-
ta coerente con questo quadro la valorizzazione del principio di gratuità,
ricollocato a pieno titolo al centro della sfera pubblica e declinato nella
prospettiva di un’economia civile, come evidenziano Zamagni e
Becchetti. Un processo di civilizzazione dell’economia, anche secondo
Fusco Girard, che consente un’attenzione nuova al tema delle interdipen-

LUIGI ALICI
denze e quindi alla possibilità di riconoscere un unico sistema
uomo/ambiente.
Chiedendo all’amore di uscire dal suo rifugio egocentrico e alla ragione
di abbandonare ogni agnosticismo disimpegnato, per misurarsi a viso aper-
to con gli orizzonti alti ed esigenti della giustizia e del bene comune,
Benedetto XVI chiama tutti gli uomini di buona volontà ad una vera e pro-
pria svolta culturale. L’importanza di tale svolta potrebbe essere ulterior-
mente confermata, in negativo, dall’ammonimento di Etienne Gilson: «In
mancanza di un amore comune, ci si accontenta di una paura comune».

Note
1
J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Roma-
Siena 2005, p. 128.
2
Ivi, p. 126.

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