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A Paolo e Tommaso

Umberto Gentiioni Silveri

Storia deiritalia
contemporanea
1943-2019

Società editrice il Mulino


I lettori che desiderano informarsi sui libri e sull’insieme delle attività
della Società editrice il Mulino possono consultare il sito Internet:
www.mulino.it

ISBN 978-88-15-28089-3

Redazione e produzione: Edimill srl - www.edimill.it


Indice

Premessa p. 7

I. Dopoguerra 11

1. Estate 1943: un teatro di guerra 11


2. Democrazia, referendum, Costituzione 22
3. Nazionale e Internazionale 34
4. «Un partito di Centro che cammina verso sini­
stra» 44

IL Le ragioni di un miracolo 63

1. Dentro l’età dell’oro 63


2. La stanza dei bottoni 72
3. Magliette a strisce 83
4. Distensione, Concilio, dialogo 93

III. Anni Settanta 109

1. Il lungo Sessantotto 109


2. La fine dell’innocenza 119
3. In mezzo al guado 130
4. Compromesso storico e solidarietà nazionale 140

IV. Il funerale della Repubblica 155

1. Generazione contro 155


2. Il giorno più lungo 165
3. L’ombra di Moro 176
4. Riflusso 186
6 INDICE

V. L’inizio della fine p. 201

1. Dal confronto al conflitto 201


2. Una lenta agonia 211
3. Una strana modernità 221
4. Duelli senza vincitore 231

VI. Il crollo 247

1. Indimenticabile Ottantanove 247


2. Tangentopoli 257
3. Mafia e politica 268
4. Media e potere 278

VII. Transizione mancata 293

1. Un bipolarismo imperfetto 293


2. Politica e antipolitica 303
3. Vizi antichi e nuove virtù 313
4. Eurozona 325

V ili. Tra rinascita e declino 339

1. Una normalità difficile 339


2. Crepuscolo 351
3. I primi centocinquant’anni 361
4. Europa e Mediterraneo 372

Conclusioni 387

Indice dei nomi 397


Premessa

Con ripetuta ostinazione e in diversi contesti vengono


proposti quesiti sul senso dello studio del passato. Domande
che trovano un terreno fertile e ben preparato ad accoglierle.
A cosa serve la storia? Dove inizia il racconto, il giudizio,
l’interpretazione? Quali sono gli strumenti e gli ambiti di
riferimento?
Nel mondo della connessione costante, del presente come
dimensione prolungata e unica, dell’invasivo e rumoroso flusso
d’informazioni continue, il passato appare come un mondo a
sé, distante, misterioso, ricco di tracce silenziose e perdute. E
tuttavia tale alterità rischia di scivolare verso una pericolosa
distanza che prefigura l’irrilevanza di pagine lontane scritte
o vissute da generazioni d’italiani. Come se si potesse fare
tabula rasa di ciò che ci ha preceduti fissando di conseguenza
un anno zero, un punto d’inizio che tutto cancella, adattabile
alle esigenze del momento. Il passato diventa un’ingombran­
te zavorra dalla quale doversi liberare nel più breve tempo
possibile per sperimentare l’ebrezza del nuovo che avanza. E
così nella fretta di liberarci di un fardello appesantito la storia
dell’Italia contemporanea diventa un insieme di errori, occa­
sioni mancate, misteri irrisolti, rivoluzioni tradite o modificate,
approdi mai raggiunti e orizzonti irraggiungibili. Al contrario,
le riflessioni più accorte e documentate sulle incertezze dei
nostri tempi mettono in risalto la complessità del presente e
quindi la necessità di dotarsi di linguaggi e metodi in grado
di costruire percorsi e strategie di conoscenza.
Il passato può essere d’aiuto per comprendere il mondo
attuale se frequentato con rigore e rispetto, se indagato e co­
nosciuto a partire da interrogativi e inquietudini che nascono
dalle domande di oggi, dalle sfide del contemporaneo. Non
un insieme di nozioni da ricordare con affanno, né una sue-
8 PREMESSA

cessione di eventi che sollecita la capacità di poterli ordinare


e mettere in sequenza. La conoscenza storica procede per
problemi, per quesiti inevasi che richiedono approfondimento,
ricerca e confronto. Un confronto che spesso (e per fortuna)
si nutre di punti di vista, approcci, critiche, visioni e analisi
che si misurano senza giungere a certezze o verità acquisite.
Un campo aperto e libero nel quale idee, opinioni e giudizi
divergenti possono trovare conferma o essere smentiti, in tutto
o in parte, dalla ricchezza e dalla profondità dell’indagine
conoscitiva. La cultura critica non offre sentenze o precetti
immodificabili: si può cambiare idea senza per questo smarrire
convinzioni e passioni interpretative. Un antidoto verso gli usi
e gli abusi strumentali, verso la diffusione di falsità e imbrogli,
verso il ricorso a forme e linguaggi (antichi o social) che non
rispettano né tutelano le domande di conoscenza. Compren­
dere il passato cercando una bussola di orientamento nella
complessità del presente, un richiamo a un senso di marcia
che indichi la provenienza e un possibile approdo lontano da
percorsi precostituiti o verità ufficiali imposte dall’alto.
Queste pagine nascono dal tentativo di raccontare la storia
della Repubblica attraversando gli oltre settant’anni che la
compongono. Un percorso incompleto e parziale seguendo
cronologicamente gli snodi essenziali di un cammino segnato
e condizionato dal formarsi di una comunità nazionale, de­
mocratica e tendenzialmente partecipativa, con diritti e doveri
riconosciuti e riconoscibili nella Costituzione del 1948. Come
punto di partenza gli interrogativi sulla dimensione internazio­
nale come problema cruciale dell’età contemporanea: l’eredità
più significativa del secolo scorso dopo la cesura delle due
guerre mondiali. Un tragitto organizzato su due piani, il qua­
dro interno del sistema politico italiano e le compatibilità del
mondo in continua trasformazione con particolare riferimento
alle dialettiche tra continuità e rottura, tradizione e innovazione.
Alcune riflessioni si riferiscono ad avvenimenti recenti, altre
si basano su passaggi indagati da storici e studiosi di genera­
zioni precedenti. Non sempre la qualità della documentazione,
la ricchezza di studi in una bibliografia consolidata, ricca ma
diseguale, permette di proporre giudizi e valutazioni convincenti
frutto di un confronto storiografico non episodico. Talvolta si
affacciano ipotesi, piste di ricerca in una trama di interdipen­
denze che irrobustisce il sentiero della Repubblica. Cadono le
PREMESSA 9

distinzioni tra il perimetro di storie nazionali e le dinamiche


internazionali che muovono e orientano i processi storici. La
ricerca delle origini, di un possibile certificato di nascita con
decenni di studi e migliaia di pagine alle spalle non è definita
né certa. L’Italia contemporanea non nasce necessariamente
nel 1943, potremmo andare indietro agli albori del processo
di costruzione della nazione nel Risorgimento o percorrere a
ritroso le vicende controverse di Roma capitale o addentrarci
in premesse identitarie, nazionali e linguistiche precedenti. Ma
la periodizzazione è una convenzione che semplifica e tenta di
dare ordine allo scorrere del tempo, non una risposta né una
ricetta alle tante domande su una fase lunga della nostra storia
nazionale che dal crollo del fascismo si spinge fino a oggi. Non
una successione cronologico-numerica di repubbliche nate trop­
po presto o tramontate senza preavvisi (la prima, la seconda, la
terza) seguendo le mode, le suggestioni del confronto pubblico
o gli effetti di un’iniziativa politica o giudiziaria. Altra cosa
è analizzare i fatti muovendo da un’ottica di lungo periodo,
evidenziando nessi e cesure, continuità e discontinuità in un
percorso pluridecennale. Il tracciato dell’Italia repubblicana af­
fonda le radici nel dopoguerra europeo, nella costruzione di una
democrazia rappresentativa capace di includere chi prima era
escluso o ai margini e di indirizzare il cammino comune verso
traguardi di pace e benessere. Oggi prevalgono insoddisfazione
e paure, le incertezze del nostro tempo hanno il sopravvento
sulle certezze sbiadite di un tempo lontano. Ma la storia non
si può cancellare, la trama profonda dell’Italia repubblicana
nel suo divenire è alle origini del presente con i suoi successi,
le tante sconfitte, i traguardi ambiziosi e le cocenti delusioni o
disfatte. Conoscere quella trama è un viaggio nella complessità
di tempi, situazioni, linguaggi e protagonisti per sconfiggere
la rassegnazione o i cantori di un declino annunciato e far sì
che il lutto di «quel che non è stato» possa ancora tradursi
nella volontà di quel che potrà essere1.

Note alla Premessa

1 P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema


politico 1945-1996, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 539.
Capitolo primo

Dopoguerra

1. Estate 1943: un teatro di guerra

La parabola della Repubblica italiana abbraccia ormai più


di settant’anni: due o forse tre generazioni, quasi la durata di
una vita si sarebbe detto qualche tempo fa. Oggi nel nostro
angolo di mondo si vive di più, si è allungato progressivamente
il tratto di strada coperto da una biografia individuale. E le
radici della storia repubblicana sono spesso parte di un passato
comune, rimandano a ottiche e contesti familiari, a memorie
e culture che hanno segnato e condizionato generazioni di
italiani nel lungo dopoguerra che abbiamo alle spalle. Dove
comincia questa storia? Quali premesse permettono di definire
le origini di un processo che non ha esaurito le proprie capacità
espansive pur modificandosi radicalmente in corso d’opera?
Una prima risposta, quella più efficace e impegnativa col­
loca la Repubblica nel cuore del Novecento dentro le vicende
che attraversano l’età della catastrofe, il tempo che unisce (o
separa a seconda delle letture) il primo dal secondo conflitto
mondiale. Tra il 1915 e il 1945 nella prima metà del secolo,
le trasformazioni di quella che prende il nome di «società
di massa» modificano le forme delle relazioni tra individuo
e collettività, tra diritti e poteri. La Repubblica rappresenta
innanzitutto un cammino, un orizzonte possibile, un esito
non scontato di processi che conducono lontano dal suo atto
di nascita formale, da quel certificato che porta la data del
referendum del 2 giugno 1946. Com’è noto il tempo non ha
una sua misurazione univoca o scontata quando lo si interpreta
da un punto di vista storico: porzioni di passato appaiono più
o meno distanti a seconda della proposta o della chiave di
lettura che le sostiene e le analizza. Sono i giudizi soggettivi
che definiscono contenuti e interpretazioni in un’alternanza
12 DOPOGUERRA

continua di conferme e revisioni, punti di vista e comparazioni,


smentite o parziali rettifiche.
Il dopoguerra italiano è quindi uno spazio definito dalla
conclusione della seconda guerra mondiale che si proietta
fino al tempo presente, segnato da fratture e continuità, at­
traversato dal faticoso e complesso itinerario di una comunità
nazionale. Molto è cambiato dalla stagione delle origini, è
persino banale rimarcarlo. Un filo che percorre gli oltre sette
decenni offrendo un orientamento, un punto di riferimento
riguardo le trasformazioni nella sfera della sovranità, in quel
progressivo modificarsi del rapporto fra il territorio (confini
e appartenenze) e l’esercizio della democrazia come strategia
e percorso di cittadinanza. In fondo la Repubblica ha vissuto
stagioni diverse che ne hanno modificato tratti costitutivi in un
continuo e incessante tentativo di collocare il proprio cammino
all’interno di un contesto più ampio, di un quadro di riferi­
mento fatto di vincoli, compatibilità, sfide collettive: il nesso
mutevole tra equilibrio interno e dimensione internazionale.
Acquista senso e significato allora collocare le radici della
Repubblica a un crocevia composito, una sorta di punto d’in­
tersezione tra piani e processi di natura e ragioni difformi.
Come qualche grande storico affermava - ormai alcuni anni o
decenni fa - un grappolo di questioni, un groviglio di situazioni
incerte: l’uscita dal fascismo con la crisi del regime e le sue
ricadute, la cesura della seconda guerra mondiale che taglia
in due il secolo e attraversa condizionando i protagonisti della
vicenda nazionale, la guerra civile che insanguina la penisola
muovendo scelte e comportamenti fino a collocare gli italiani
su sponde e prospettive contrapposte.
Il tempo aiuta a distinguere situazioni e contesti. Ciò che
appariva separato o comunque separabile in analisi spesso
divisive e pretestuose oggi può essere ricomposto in un quadro
articolato: la crisi interna, i soggetti coinvolti, le responsabilità
individuali e quelle collettive di un cammino che non ha un
verso univoco e rassicurante. In fondo la percezione della crisi
del fascismo si salda con la condotta della guerra e gli insuc­
cessi registrati da Mussolini nelle sue imprese mal costruite
e mal gestite. Un cammino alternativo, un’ipotesi di uscita
dal fascismo è collegabile alla progressiva sconfitta dell’idea
stessa di una possibile guerra parallela: da una parte Hitler
e la Germania nazista, dall’altra Mussolini e l’Italia fascista,
DOPOGUERRA 13

stessi nemici, ma percorsi e strategie non convergenti. Per


il fascismo si tratta di una scommessa azzardata, fondata su
presupposti non consolidati, che si manifestano a partire dalla
campagna di aggressione alla Grecia nell’autunno 1940, pochi
mesi dopo l’ingresso nel conflitto con la dichiarazione enfatica
del 10 giugno. Con il fallimento contenuto nello slogan «spez­
zeremo le reni alla Grecia» si rompe il paradigma costitutivo
e fondante dell’irresistibile ascesa di un fronte compatto e
invincibile: «Se non dovessimo essere in grado di battere
prontamente i greci, darei le dimissioni da italiano» aveva af­
fermato con spocchia Mussolini in una riunione del Consiglio
dei ministri1 alla data 24 ottobre 1940. L’esito disastroso della
campagna di aggressione segna un punto di svolta, la fine di
pretese egemoniche continentali o progetti di potenza: l’Italia
fascista assume il ruolo e la funzione di alleato subalterno e
subordinato alle strategie belliche del Terzo Reich. Il responso
va in un’altra direzione, cominciando a scavare un solco tra
aspirazioni, rappresentazioni diffuse e realtà di una guerra che
non appare né breve né già vinta. Ecco il punto di crisi del
regime, l’inizio di un’erosione progressiva di quel consenso che
pure aveva caratterizzato il fascismo nel suo rapporto con il
corpo pulsante della società italiana. Contrariamente a quanto
raccontato per lunghi anni, la guerra diventa una rivelazione,
persino involontaria dei limiti e delle debolezze di una costru­
zione nazionale fondata sulla forza, la potenza, la capacità di
sconfiggere nemici antichi e nuovi oppositori. Non regge una
divisione artificiosa tra eventi e cronologie: il fascismo delle
origini rovinato dagli eventi bellici o su un altro versante l’idea
che si possa tenere fermo il percorso della nazione italiana
senza inserirlo pienamente nelle contraddizioni della grande
cesura del conflitto mondiale. Se si separano piani e situazioni
i contorni sfuggono o vengono proposti come tasselli isolati
di una narrazione parziale: la parabola di ascesa e declino del
regime, gli esiti brutali del coinvolgimento del regio esercito
italiano nelle battaglie dalla fine del 1940, le sorti delle varie
opposizioni al fascismo nella dialettica tra collaborazione tra
diversi e conflitto radicale. Il messaggio che il capo del fasci­
smo consegna alla radio il 2 dicembre 1942 segna la fine di
un mito capace di sostituirsi alle idee di nazione e Stato che
avevano retto i primi decenni post-unitari: il dissolvimento
sembra avvicinarsi inesorabilmente, non ci sono contromosse
14 DOPOGUERRA

o reazioni possibili, in sostanza l’invito era quello di arrangiarsi


trovando soluzione o salvezza individuale2. La guerra prosegue,
ma il controllo non è più nelle mani di chi l’aveva cercata e
proposta come soluzione palingenetica. Tra la fine del 1942 e
l’inizio del nuovo anno i tedeschi cominciano a trasformarsi
da alleati in nemici, quel fronte compatto mostra crepe e gravi
responsabilità. A partire dai primi mesi del 1943 i racconti
dei soldati rientrati dalla catastrofica ritirata sul fronte russo
contribuiscono a rafforzare l’immagine di una debolezza ge­
neralizzata. La paura diventa il tratto unificante, le colpe del
regime sono sotto gli occhi di molti.
Al contrario la Repubblica nasce dalla difficile convergenza
di piani e situazioni radicati su punti di contatto, interdipen­
denze, risultato di grandi trasformazioni che affondano le
radici nella prima metà del secolo scorso. Per troppo tempo
ha prevalso una lettura che ha privilegiato la separazione
spesso forzosa: della guerra dalla Resistenza (chi studiava
la prima non s’interessava della seconda e viceversa), degli
aspetti politici da quelli militari, dei percorsi delle culture da
quelli delle biografie individuali. Tra le eredità più feconde
e profonde del Novecento si colloca la progressiva globaliz­
zazione dei processi storici, oggi con espressione ridondante
e carica di significati controversi si parla di storia globale, di
un tempo passato che per essere analizzato e forse compreso
allarga progressivamente confini e ambiti di riferimento. Se
questo è lo scenario, quelle gabbie di separazione non tengo­
no, non aiutano, spesso creano false scorciatoie. Del resto le
stesse divisioni che hanno attraversato pagine pur importanti
di stratificazione del sapere storico hanno esaurito compiti e
funzioni: la storia contemporanea affiancata dalla storia dei
partiti e dei movimenti politici, la storia dei trattati e delle
relazioni internazionali sovrapposta agli eventi riconducibili
a matrici nazionali.
Può quindi essere utile procedere con ordine per cercare
una coerenza tra la successione degli eventi e la proposta di
giudizi e interpretazioni. Il punto di partenza, riferimento
obbligato, richiama la straordinaria accelerazione prodotta
dagli effetti della guerra civile europea. Le due guerre mon­
diali trasformano i percorsi dei diversi nazionalismi, esaltano il
ruolo e la funzione della violenza, rimandano al responso dei
campi di battaglia ogni riferimento a un equilibro tra poteri e
DOPOGUERRA 15

nazioni nella ricerca di un criterio che possa corrispondere alle


logiche di potenza. I conflitti sono l’occasione per misurare
coalizioni e progetti alternativi, anche il cammino del dopo­
guerra italiano si colloca in questo scenario complesso talvolta
offuscato dalla scomoda eredità del fascismo e dai lasciti di
una narrazione che ha privilegiato i tratti di discontinuità per
dare alla Repubblica uno spazio sgombro (almeno in partenza)
dalle zavorre di un passato ingombrante. E così, mentre la
storiografia internazionale cerca di unire il tempo dei conflitti
e della violenza in una parabola interpretativa in grado di con­
tenere la prima metà del secolo, la variante nazionale italiana
punta a mantenere le distinzioni tra ambiti e cronologie: un
inizio che coincide con la caduta del fascismo, i primi passi
della nuova Italia segnati dalla necessità di guardare avanti, i
ripetuti riferimenti a un caso particolare, una sorta di diversità
costitutiva che avrebbe sorretto e condizionato il percorso
della Repubblica. Al contrario il dopoguerra italiano è parte
di una storia più ampia, inserito nel cammino di definizione
di un ordine internazionale come risposta alle tragedie che
l’umanità aveva conosciuto.
L’alleanza tra fascismo e nazismo ha radici profonde. Due
regimi che s’incontrano in un tratto di strada breve, tra gli inizi
degli anni Venti e il decennio successivo. Condividono alcune
idee guida sul destino dell’Europa e sulla natura della presenza
dell’umano sulla terra, hanno nemici in comune vicini e lontani,
temono la democrazia e le sue forme storiche. Per costruire
il proprio disegno, per forgiare un uomo nuovo meritevole di
calpestare la superficie del pianeta hanno bisogno di una grande
prova, di una sfida che possa al tempo stesso allargare il pro­
prio spazio vitale e distruggere chi non rientra nelle categorie
e nei dettami del nuovo ordine. Una guerra senza precedenti,
dove la dimensione territoriale si accompagna e si sovrappone
a un disegno ben più ambizioso e complesso: stabilire chi ha
i titoli per sentirsi parte del nuovo ordine e chi invece non
può partecipare, deve essere escluso, rinchiuso o eliminato.
Ecco perché lo scontro ha in palio qualcosa di più che l’esito
di un conflitto, molto di più della sovranità riconosciuta su
un territorio conteso: non si può pareggiare, né è consentito
trovare una via d’uscita a metà strada. Chi si muove nel campo
avverso alle potenze dell’Asse (il nome che dall’accordo del
1936 tra Roma e Berlino si allarga fino a comprendere l’intera
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coalizione) definisce un obiettivo irrinunciabile, un traguardo


per tutti nella resa incondizionata, unica garanzia per abbat­
tere una minaccia che mette in causa le ragioni stesse della
convivenza tra cittadini e popoli. La caduta del fascismo, la
sua crisi di legittimità, s’iscrivono quindi nella sconfitta di un
disegno egemonico e nella contestuale costruzione di qualcosa
di nuovo: un progetto con l’ambizione di eliminare la guerra
dalla storia, la violenza dal destino delle generazioni future. Da
qui il nesso con il dopo, il dopoguerra, l’espressione ricorrente
di una Repubblica nata dalla cesura della guerra totale3.
Basta riprendere il filo degli eventi principali per trovare
il bandolo della matassa, il punto di incontro tra le dinamiche
interne di un paese segnato dal ventennio fascista e il contesto
internazionale che si modifica tra il 1939 e il 1945. Dopo un
avvio dai grandi successi per la Germania di Hitler tutto di­
venta più complicato. La prima fase assomiglia a un’avanzata
inarrestabile, in tutte le direzioni dall’Est Europa a Parigi, dai
Balcani al mar Baltico. Solo l’Inghilterra resiste nella gloriosa
battaglia sui cieli mentre gli Stati Uniti sono ancora alla finestra
(ci resteranno incerti fino al dicembre 1941 dopo l’attacco di
Pearl Harbour). Poi la svolta in una fase di stallo o di attesa.
S’interrompe la marcia trionfale del nuovo ordine hitleriano e
il campo avverso comincia a riorganizzarsi a partire dalle prime
vittorie nei deserti del Nord Africa: le truppe dell’Asse colpite e
spinte indietro. Le divisioni italiane vengono umiliate in Grecia
e in Africa; la musica cambia in modo repentino, con un costo
alto di mezzi e di vite umane. Dopo la resa di von Paulus a
Stalingrado e la vittoria di Montgomery a El Alamein le sorti
del conflitto muovono lentamente verso gli Alleati4. Il mondo
appare più piccolo e più fragile, appeso a un destino comune,
quello di poter organizzare la riconquista delle terre che la
Germania con i suoi satelliti aveva occupato. Sono le premesse
che anticipano la sfida al cuore del Terzo Reich. Maturano in
questi mesi termini e progetti che segneranno un lungo tem­
po, a partire dalla carta atlantica e dall’espressione Nazioni
Unite che, rovesciando il paradigma nazionalista, aprono il
cantiere di un confronto verso l’ipotesi di una collaborazione
reciproca: vincere la guerra per costruire il domani. In fondo
la convinzione che progressivamente si fa strada è che non si
dovesse soltanto vincere sui campi di battaglia, ma che la cifra
più nitida della vittoria sarebbe stata quella di proporre un
DOPOGUERRA 17

altro progetto di convivenza e solidarietà. Nella fase centrale


del conflitto maturano convinzioni, obiettivi, ipotesi. La resa
incondizionata di Hitler avrebbe aperto un cammino inedito
rendendo possibile ciò che in passato era clamorosamente
fallito. Queste le intenzioni, poi la storia avrà i suoi tanti
controversi responsi di merito sui risultati conseguiti, sulle
ambizioni infondate o sui traguardi mancati.
Ma torniamo alla guerra e ai primi segnali di inversione di
rotta che arrivano dal fianco sud del Mediterraneo. Tra la fine
del 1942 e i primi mesi del nuovo anno il mito di Mussolini
comincia ad andare in frantumi, mentre la tenuta delle potenze
dell’Asse viene messa a dura prova dall’avvio della controffen­
siva alleata. I piani strategici s’incontrano e si sovrappongono
fino alla svolta cruciale dell’estate del 1943 quando il teatro di
guerra'del Mediterraneo coinvolge il territorio della penisola
italiana. Tutto sembra precipitare in pochi giorni, a partire dal
mese di luglio: lo sbarco alleato in Sicilia, il primo bombar­
damento sulla città di Roma, il voto del Gran consiglio del
fascismo che mette Mussolini in minoranza aprendo così la
crisi del regime. La Campagna d’Italia è in atto, la liberazione
dell’Europa passa per un asse che dalla Sicilia punta verso
Nord, la guerra migra dai deserti del Nord Africa alla terrafer­
ma italiana. Una decisione controversa, che divide i principali
protagonisti: gli americani premono per portare il cuore dello
scontro sul continente europeo privilegiando l’ipotesi di uno
sbarco massiccio dalle coste francesi; gli inglesi al contrario
propendono per un’opera di contenimento sui diversi fronti allo
scopo di indebolire la Germania prima di lanciare l’offensiva
finale. Invasione o accerchiamento? Un dibattito tra politici
e militari che va avanti per mesi e che trova nella scelta dello
scacchiere mediterraneo un punto di compromesso. Colpire
l’Italia fascista assume significati diversi: avvicinarsi a Berlino,
dare un segnale incoraggiante alle divisioni impegnate su altri
fronti, rovesciare l’alleato storico di Hitler, creare le premesse
necessarie a un esito favorevole del conflitto. Ma il cammino
sarà ben più complicato di quanto gli alti comandi alleati aves­
sero immaginato. Mentre il regime fascista inizia il suo lento e
drammatico declino, la guerra travolge gli equilibri politici e i
confini geografici della penisola. Nulla sarà più come prima. La
sola autorità rimasta è quella del pontefice a difesa della città
eterna e dei suoi luoghi sacri, mentre tutto cambia nel breve
18 DOPOGUERRA

spazio di poche settimane. Un paese diviso, attraversato dalla


linea del fronte e dagli eserciti delle coalizioni che si stanno
misurando nella fase decisiva del conflitto. Persino il termine
Italia non aiuta, non chiarisce, non rende la giusta misura delle
forze in campo: di difficile utilizzo in una nazione che perde
porzioni di sovranità, dove sorgono nuovi confini basati sui
rapporti di forza e dove le appartenenze subiscono le violenze
identitarie di una guerra senza esclusione di colpi.
La crisi del regime complica lo scenario della dialettica tra
Alleati e potenze dell’Asse. Un governo provvisorio raccoglie i
brandelli di potere che il fascismo aveva cercato di difendere,
la Monarchia complice dell’ascesa di Mussolini vuole voltare
pagina nei 45 giorni che separano il voto del Gran consiglio
del fascismo il 25 luglio dall’armistizio dell’8 settembre 1943.
Il nuovo governo viene irriso e mal sopportato da entrambi i
contendenti: traditore per i nazisti, incerto e inaffidabile per i
governi di Londra e Washington impegnati tra l’altro nei raid
aerei sul territorio italiano. Si fatica a distinguere le forze in
campo e a tracciare una linea certa che divida i compagni di
strada dai nemici, gli interlocutori dagli avversari.
Il governo provvisorio presieduto da Pietro Badoglio firma
a settembre l’armistizio con gli angloamericani. Il quadro si
complica:

E chiaro che nessuno sa cosa ci aspetti - annota un giovane ufficiale


inglese sul suo Diario a bordo della Duchess ofBedford in procinto di
sbarcare a Salerno - anche se le incursioni aeree fanno ritenere che i
tedeschi intendano continuare a combattere. Il riassunto in una frase
sola «Non sappiamo nulla»5.

Uno storico come Claudio Pavone nelle memorie di giovi­


nezza scrive: «Se per molti l’armistizio veniva identificato con
la pace, rimuovendo il problema della presenza dei tedeschi,
c’era anche chi capiva che le cose non potevano finire così»6.
L’Italia (o almeno una sua porzione) passa dall’altra parte, si
prepara a combattere contro i suoi antichi alleati. Mussolini
viene allontanato, nascosto e imprigionato prima che i tedeschi
riescano a portarlo via da Campo Imperatore sul Gran Sasso
per fondare quella che diventerà la Repubblica Sociale Italiana,
un governo fantoccio riconosciuto dalla sola Germania che
tuttavia offre agli italiani, desiderosi di proseguire la guerra
DOPOGUERRA 19

nello stesso campo del nuovo ordine hitleriano, una sponda


e una copertura affidabili.
Dall’estate del 1943 l’Italia diventa un teatro di guerra di
un conflitto totale che non ammette distinzioni tra chi indossa
una divisa e chi no coinvolgendo popolazioni civili nei com­
battimenti dal cielo, sul mare e sulla terra. Il paese è diviso e
attraversato dalle ipotesi che si fronteggiano. A Sud la lenta
risalita della penisola da parte degli eserciti alleati, un cammi­
no complicato segnato da errori militari e scarse conoscenze
sulla morfologia dello stivale. Tempi più lunghi del previsto e
progressiva marginalità nello scenario complessivo della guerra:
un anno dopo l’apertura del fronte francese con lo sbarco in
Normandia - il D-Day del 6 giugno 1944 operazione Overlord,
a soli due giorni dalla liberazione di Roma - sarà la risposta più
efficace a chi cercava una direttrice convincente per arrivare a
Berlino nel più breve tempo possibile. Se il fronte italiano nel
teatro di guerra mediterraneo scivola nella scala delle priorità
strategiche di chi conduce la guerra per liberare l’Europa,
ciò che avviene sul territorio acuisce le contrapposizioni e le
violenze. Il tempo si prolunga in una dimensione di attese e
spostamenti senza che si riesca a prevedere la fine delle ostilità
e l’esito del confronto fra le parti. La linea Gustav che taglia
longitudinalmente lo stivale dal Tirreno all’Adriatico divide i
due fronti: a Sud gli Alleati e a Nord l’occupazione tedesca a
sostegno della Repubblica Sociale Italiana. Gli amici di prima
diventano occupanti applicando le leggi di guerra del Reich:
due coalizioni di eserciti difendono postazioni e privilegi,
una doppia invasione riproduce su scala ridotta gli scenari di
guerra totale che si muovono sullo sfondo. Non esistono zone
franche. I volantini lanciati dal cielo dagli Alleati condannano
l’Italia per colpe di Hitler e Mussolini a diventare terra di
nessuno, quel settore desolato che sta fra i due opposti fronti
di combattimento. Un destino annunciato senza giri di parole:
«Il vostro paese sarà esposto al bombardamento, al mitraglia­
mento, alla disorganizzazione più completa. Innumerevoli case
finiranno in fiamme, per città e campagne si accumuleranno
cadaveri. Freddo d’inverno, infezioni d’estate, sgomento, fame
si moltiplicheranno». E se i liberatori fanno riferimento a una
No man’s land diffusa e popolata, gli occupanti sono feroci nel
vendicarsi «degli italiani traditori» che sono passati dall’altra
parte: «è vietato qualunque atto di riguardo - recita un’ordi­
20 DOPOGUERRA

nanza della Wehrmacht del 18 settembre 1943 - nei confronti


delle popolazioni, nei prossimi giorni la campagna deve essere
completamente depredata di carni e ortaggi, è severamente
proibito consumare provviste tedesche»7.
Una nazione allo sbando, senza autorità né catene di co­
mando; divisioni abbandonate al proprio destino in campi di
battaglia lontani prive di indicazioni operative: la divisione
Acqui in Egeo nell’isola di Cefalonia e Corfù e tanti altri
soldati o ufficiali italiani consegnati alla sorte di prigionieri
nei campi di lavoro in Germania (oltre 600 mila gli Internati
Militari Italiani)8. La Monarchia Sabauda scrive una delle pa­
gine più tristi e vergognose: se ne va al Sud cercando fuga e
riparo, un salvacondotto per mettersi in sicurezza noncurante
di ciò che si lascia alle spalle9. Il giorno stesso dell’annuncio
dell’armistizio, l’8 settembre 1943, ha inizio la Resistenza, a
partire dalla battaglia di Roma: italiani che scelgono di combat­
tere contro l’occupazione tedesca e coloro che la sostengono.
Senza preavviso scocca l’ora delle scelte; uno scontro tra le
parti che divide la società, attraversa gli schieramenti spinge
inconsapevolmente nelle dinamiche di una guerra civile lace­
rante: «Questa necessità è l’aspetto più cupo della lotta che,
inevitabilmente, per il suo stesso carattere, precipita a un certo
momento in guerra civile, che conduce dinanzi a chi la dirige
degli uomini da giudicare secondo le uniche alternative della
vita o della morte»10. Sono queste le radici della Repubblica,
quello spazio che si apre tra la fine di un regime logoro e inef­
ficace e l’inizio di una nuova storia, segnata dall’affermazione
di un segmento di paese che partecipa all’epilogo della guerra,
diventando parte della controffensiva alleata fino a ottenere
l’ambiguo status di cobelligerante contro il nazifascismo.
Un biennio cruciale segnato da divisioni geografiche che
non si esauriscono nello spazio di quei mesi: il Sud liberato
attende l’esito finale, la lotta partigiana nel Centro-Nord, le
rappresaglie violente degli occupanti nazisti, la lunga strada
che porterà alla Liberazione del 25 aprile 194511. La geografia
aiuta a definire i confini delle appartenenze, ma ogni campo
è sfumato e plurale e c’è una terra di nessuno, uno spazio
che viene riempito e animato dalle dinamiche belliche di
quei mesi. Tra chi si oppone al colpo di coda del fascismo
troviamo percorsi differenti, culture e storie non riconducibili
a un’unica matrice: un insieme di segmenti, biografie, partiti
DOPOGUERRA 21

che si muovono nelle pieghe della società italiana o che fanno


ritorno dall’esilio dove il regime li aveva costretti. Convivono
e collaborano diversi programmi, bandiere, colori, punti di
riferimento plurali e non facilmente riconducibili a una sintesi
univoca. Da un lato una ricchezza innegabile, un laboratorio
di quella che diventerà presto la Repubblica dei partiti12,
dall’altro una difficile composizione tra aspirazioni legittime,
capacità organizzative e militari, forme diverse d’intendere
gli approdi possibili di una stagione fondante: l’esito della
guerra si accompagna e si sovrappone ai progetti sull’Italia
del domani, alle forme di collaborazione e confronto tra pro­
tagonisti e comprimari, alla possibilità di marcare un tratto di
discontinuità con il passato fascista.
In un tornante così complicato si delinea la funzione guida
delle organizzazioni di massa a partire dalle vicende dell’estate
1943, soggetti popolari organizzati attorno alle diverse parole
d’ordine che caratterizzano il biennio cruciale che chiude il
conflitto. Anche in questo caso il discorso è più complicato di
quanto potrebbe apparire a uno sguardo superficiale. I partiti
ereditano la mobilitazione che aveva caratterizzato il percorso
della nazionalizzazione italiana dall’impegno nella grande guerra
fino alle politiche del ventennio. Sono quindi una risposta alla
possibilità di ridurre lo spazio tra la società in cammino e il
meccanismo del processo decisionale: una risposta possibile,
non l’unica, alla spinta verso la partecipazione. Partiti diversi
(di sinistra nelle varie forme, d’ispirazione cattolica o liberale,
azionisti o di centro) che ancora non conoscono la propria forza,
non si sono misurati elettoralmente, eppure si sentono parte di
un itinerario che li accomuna: un tratto di strada che li conduce
fuori dal fascismo fin dentro le fondamenta possibili di una
nuova stagione. Partiti in formazione con una classe dirigente
che viene fuori dall’esperienza di guerra e dalla stagione della
Resistenza, dalle contraddizioni di un biennio: la vedremo pre­
sto all’opera nel tentativo di dare agli italiani una nuova casa.
La Repubblica nasce per un concorso di forze, sarebbe
scorretto separarle o costruire una graduatoria su meriti e
medaglie. In primo luogo, gli esiti del conflitto mondiale sul
territorio italiano. Quella divisione geografica e politica cui si
è fatto riferimento si ricompone gradualmente tra l’estate del
1943 e la primavera del 1945: gli eserciti alleati riescono a ri­
salire lo stivale sulle due direttrici del Tirreno e dell’Adriatico,
22 DOPOGUERRA

avevano sottovalutato la presenza dalla catena appenninica come


divisore naturale del territorio conteso. La Resistenza degli
italiani si muove nelle zone dove i tedeschi esercitano controlli
e repressioni, l’organizzazione del pluralismo politico nei par­
titi (riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale) definisce
un campo di forze in grado di guidare la fase di transizione
al dopoguerra. Un concorso di piani, protagonisti e strategie,
non sempre coerenti e coordinati, spesso in competizione tra
loro su chi avesse più titoli o meriti da poter esporre o su chi
tempestivamente riusciva ad arrivare per primo in una città
o in una zona da liberare. La Liberazione non è una rottura
figlia della cultura della rivoluzione, non è un evento dirom­
pente, semmai un processo che matura in un tempo definito
e culmina nella liberazione di Milano, con la proclamazione
dell’insurrezione da parte del Cln dell’Alta Italia (25 aprile
1945). Un processo fatto di passi avanti e battute d’arresto,
caratterizzato dalla difficile interazione tra eventi e punti di
vista: le battaglie conclusive della seconda guerra mondiale che
porteranno alla resa della Germania (8 maggio 1945), l’uscita
dell’Italia dal fascismo nella lenta riconquista di uno spazio e
di una credibilità internazionale. Radici profonde che si ac­
compagnano alle ombre che la guerra proietta sugli anni e sui
decenni successivi: cosa rimane di quel mondo? Cosa muore
del vecchio e cosa nasce di nuovo? E soprattutto da dove ri­
cominciare, quali sono i sentieri più credibili per guardare al
domani con fiducia, per gettare le premesse del dopoguerra in
un continente distrutto, piegato materialmente e spiritualmente
da una tragedia immane di proporzioni sconosciute.

2. Democrazia, referendum, Costituzione

La fine della seconda guerra mondiale in Italia prende


una duplice prospettiva. Se ci si volge verso il passato prevale
la chiusura di una fase sostenuta da matrici diverse: guer­
ra patriottica, guerra civile e guerra di classe per dirla con
Claudio Pavone13. Un insieme di percorsi che confluiscono
nella cesura più profonda che il Novecento consegna alle ge­
nerazioni successive. Se al contrario, si guarda verso il futuro
quella pagina rappresenta la premessa fondamentale per poter
costruire le basi dell’Italia di domani. Il problema di fondo
DOPOGUERRA 23

è che i due sguardi, i punti di vista alternativi non sono se­


parabili, molte questioni inevase rimangono sottotraccia fino
a condizionare per lungo tempo il corso degli eventi: eredità
e lasciti dai conflitti della prima metà del secolo si spingono
fino al lungo dopoguerra che percorre la seconda metà del
Novecento. Si apre così il tempo delle scelte per una classe
dirigente composita e variegata, con matrici diverse, culture
di riferimento alternative, parole chiave spesso in conflitto
fra loro. Scegliere significa indicare una strada, tracciare un
sentiero che sia percorribile e verificabile in corso d’opera.
Matura così il cammino della democrazia italiana, un’opzione
non scontata o precostituita, uno spazio sospeso tra l’utopia e la
storia, tra l’orizzonte delle ambizioni e la realtà e i vincoli della
ricostruzione. Non un approdo certo né una tavola già scritta
di valori e comportamenti, ma la democrazia come processo,
cammino incompiuto e incompleto. Il segno prevalente della
scelta di chi esce vittorioso dalla cesura del 1945 è quello di
mettersi in marcia, in cammino per costruire nuove possibilità.
La democrazia non è esportabile, non è figlia di esperimenti
o modelli precostituiti, vive e si modifica nel corso delle sfide
del tempo che attraversa.
Si tratta di un pilastro del nuovo mondo, della base più
solida del lungo dopoguerra italiano. Ricostruire un paese
(materialmente e spiritualmente) a partire da un’esperienza
collettiva e irripetibile, dalle basi di quella stagione della
Resistenza che aveva segnato un segmento significativo della
popolazione italiana. E qui si apre un altro grande tema, quello
dei numeri, della dimensione di un fenomeno collettivo. Quanti
hanno partecipato alla Liberazione in modo attivo e consape­
vole? Quanti hanno scelto un approdo, un campo di forze con
cognizione di causa? E soprattutto cosa si è mosso fuori dai
contendenti in lotta? Molti sono stati alla finestra, altri hanno
scelto per convenienza o comodo, altri ancora si sono fatti
travolgere dal corso degli eventi, spesso dalla condizione in cui
si trovavano: condizionamenti familiari, amicizie qualificanti,
tornaconti personali, collocazioni geografiche lungo i confini
mobili dello stivale. Un insieme di atteggiamenti che non ha
un’unica matrice o spiegazione. Per lungo tempo si è ragionato
di cifre come se si potesse dedurre dal numero la profondità
di un processo o la sua capacità di travolgere consuetudini e
appartenenze. La Resistenza è un mondo che contiene diverse
24 DOPOGUERRA

possibilità: chi si è mobilitato scegliendo la guerra partigiana in


una delle declinazioni possibili, bastino i richiami alle immagini
più nitide che ci arrivano da pagine insuperate della letteratura
italiana: Calvino, Fenoglio, Meneghello, Viganò in un elenco
che potrebbe essere molto più lungo. Ma le resistenze sono di
vario tipo, plurali, richiamano le scelte di tanti: chi nasconde
renitenti alla leva o cittadini di religione ebraica ricercati o
perseguitati, chi aiuta chi è in difficoltà sulla linea del fronte,
chi nasconde bambini o soldati, chi distribuisce cibo, coperte o
beni di prima necessità, chi semina futuro e costruisce tasselli
di solidarietà, risorse per l’Italia che verrà. Può apparire un
discorso complicato e lontano, ma se guardiamo alle dinamiche
delle guerre, alla profondità di conflitti e lacerazioni, al peso
di una discontinuità senza precedenti, allora la stagione della
Resistenza assume i tratti di un itinerario plurale senza vincoli
o rigidità di appartenenza. Le scelte di una classe dirigente
affondano le radici nel vissuto di un paese teatro delle vicende
della seconda guerra mondiale. Un paese composito, segnato
da differenze geografiche, politiche, economiche profonde.
La democrazia come processo storico ha quindi uno spes­
sore profondo che supera distinzioni, appartenenze, punti di
vista. Li supera senza annullarli in una dialettica complicata
che si proietta da subito sulla stagione costituente14. In fondo
si tratta di rimettere in causa alcune costanti che avevano
condizionato il processo di nazionalizzazione. La democrazia
nella sua accezione più piena, la democrazia di massa rappre­
senta un’inversione di tendenza non tanto e non solo rispetto
ai dettami del fascismo e alle sue forzature ma rispetto alle
caratteristiche dell’Italia post-unitaria: le basi ristrette della
partecipazione politica, l’opposizione del movimento cattolico
che non riconosceva parti costitutive del processo risorgimen­
tale (la questione romana e il suo peso), lo scontro sociale che
aveva condizionato la dialettica tra la classe dirigente liberale
(ben prima del fascismo) e settori del movimento operaio e
socialista. Poteva apparire, con il rischio dell’enfasi momenta­
nea, un nuovo inizio per tutti, vincitori e vinti, per chi aveva
accompagnato e condiviso tratti di cammino e per chi si era
opposto con vigore. Per chi si sentiva parte di una comunità
e per chi invece aveva gridato con sdegno contro l’esclusione
inaccettabile. Per molti la stagione costituente rappresenta
l’occasione per rovesciare una piramide politica e persino
DOPOGUERRA 25

sociale: i cattolici che da esclusi o marginali diventeranno


parte fondante dei nuovi equilibri, le sinistre convinte di
poter consolidare il protagonismo nella guerra di liberazione,
azionisti e liberali pronti a giocare la carta di presentazione
dell’antifascismo delle origini. Aspettative riposte nei nuovi
equilibri incerti e indefiniti. Se il sistema politico risulta com’è
noto dall’interazione tra diversi elementi: la società civile, le
organizzazioni politiche e sindacali e le istituzioni, allora il
quadro di incertezze appare in tutta la sua profondità15. Tutto
è in movimento e ogni segmento di quel quadro non ha una
dimensione certa, un confine condiviso, un contesto di cui si
senta pienamente parte. Non sono previsti strumenti di mi­
surazione dei rapporti di forza né vincoli e contrappesi tra i
diversi poteri di uno Stato che ha perso parte costitutiva delle
proprie prerogative. Il tempo è quello della ricostruzione a
partire dalle fondamenta. Un grande rischio, ma anche un’oc­
casione per lasciarsi alle spalle le lunghe ombre del fascismo
e le macerie ingombranti della guerra.
Sul versante dei passaggi istituzionali possiamo distingue­
re tre fasi stringendo una cronologia più ampia attorno agli
snodi cruciali dell’ultimo tratto di strada16. L’inizio della tran­
sizione con i governi presieduti da Ivanoe Bonomi tra il 1943
e il 1943: l’avvio incerto nella definizione di una strategia dopo
la liberazione di Roma il 4 giugno 1944. I partiti del Comita­
to di Liberazione Nazionale convergono sulla priorità di li­
quidare Badoglio come vertice dell’esecutivo investendo una
figura come Bonomi, leader del Partito della Democrazia del
Lavoro. Un passaggio che appare scontato e indolore, ma che
in realtà evidenzia la necessità di mettere al centro di una
stagione costituente le forze diverse dell’antifascismo (Bonomi
stesso ne scrive sul suo Diario all’indomani del 25 luglio 1943)
unite da una comune visione. Bonomi è un uomo di cerniera
tra vecchio e nuovo, non tanto e non solo dal punto di vista
anagrafico17. Dopo di lui il passaggio al governo presieduto
da Ferruccio Parri è il risultato del vento del Nord che soffia
sulla penisola. Parri, leader del Partito d’Azione ed ex capo
supremo delle forze partigiane18, dopo trattative laboriose
viene designato dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta
Italia. La Resistenza nelle sue espressioni più autorevoli e ri­
conosciute assume piena responsabilità delle sorti di un cam­
mino comune. I sei partiti del Cln sono rappresentati al go­
26 DOPOGUERRA

verno; Pietro Nenni leader socialista vicepresidente, Paimiro


Togliatti segretario del Pei ministro della Giustizia, Alcide De
Gasperi ministro degli Esteri in procinto di occuparsi del
trattato di pace è il capo della Democrazia cristiana. Questa
seconda fase si protrae per il breve spazio di cinque mesi
iniziati con grandi entusiasmi presto smarriti nelle sfide di un
tempo complicato. Diverse spiegazioni possibili di una deriva
incerta: divisioni tra i partiti, protagonismi di tanti in conflit­
to, inesperienze e incapacità di mostrare sicurezza a fronte
dell’emergere di una crisi economica e sociale senza preceden­
ti. Parri deluso e amareggiato lascia il campo al primo gabi­
netto De Gasperi negli ultimi giorni di novembre 1945. Pochi
mesi dopo la Liberazione il paese volta pagina spostando
l’equilibrio del governo verso i partiti di massa e indebolendo
progressivamente il nesso con la stagione della Resistenza, con
le forze e le biografie che direttamente la rappresentano.
Poteva nascere qualcosa di nuovo sulla base di un duplice
indirizzo che De Gasperi riuscì a imporre in modo consensuale:
un referendum avrebbe offerto agli italiani la possibilità di
decidere tra Monarchia e Repubblica eleggendo contestual­
mente un’Assemblea costituente. Il referendum diventa così la
chiave per aprire alla partecipazione popolare e per tratteggiare
limiti e competenze della nuova assemblea rappresentativa
figlia del riconoscimento dell’universalità del diritto di voto.
Un passaggio stretto che vede la prima tornata delle elezioni
amministrative il 10 marzo 1946 a poche settimane dal referen­
dum istituzionale fissato per il 2 giugno. Una successione di 5
domeniche (10, 17, 24, 31 marzo e 7 aprile 1946) compone la
prima tornata amministrativa dell’Italia liberata. La seconda
qualche mese dopo, tra ottobre e novembre. In mezzo ai due
appuntamenti il referendum del 2 giugno. Il voto per i comu­
ni è quindi un passo verso il suffragio quasi a voler marcare
differenze e peculiarità di un territorio segnato dalla storia e
dalla presenza di tante municipalità. La prima tornata preve­
de il voto in 5.722 centri (quasi l’80% dei comuni del Nord,
più dell’84 del Centro e quasi il 74% di quelli del Sud); sono
chiamati alle urne quasi 20 milioni di elettori, in maggioranza
donne (quasi un milione più degli uomini). L’affluenza supera
di poco l’82% 19. E un successo diffuso, un fiume di parteci­
pazione che unisce il paese in un clima di festa. Le cronache
locali raccontano il nuovo inizio:
DOPOGUERRA 27

La presenza di queste donne, madri, vecchie, suore, operaie e


contadine dinanzi ai seggi ove vengono per la prima volta a fare uso
del più alto diritto civile e ad affermare la vera appartenenza al corpo
sociale, ha consigliato gli spiriti a un rispetto quasi religioso del luogo e
delle persone. Le donne sono state la grande novità di queste elezioni:
popolane e signore, vecchie e giovani, sole o in compagnia. Parecchie
mogli hanno potuto dividere con il marito l’attesa e poi l’emozione del
voto; si sono viste giungere intere famiglie, magari divise nei pareri ma
a braccetto. Anzi l’elemento femminile è accorso per primo davanti
alle sezioni. Molte donne uscite dalle chiese dopo la prima Messa si
sono recate subito a votare per poter tornare a casa ad accudire alle
faccende domestiche. Non sono mancate le donne con il bambino in
braccio. Il piccolo intruso è stato causa di un certo imbarazzo quando
la mamma ha dovuto entrare nella cabina20.

Dal «Corriere della Sera» del 1° giugno: «Un certo allarme


nelle file aveva prodotto l’avvertimento che se fosse rimasta
traccia di rossetto sulla scheda il segno avrebbe potuto pro­
vocarne l’annullamento»21 e così si provvede alla pulizia delle
labbra fino a poco prima di mettere piede in cabina.
Il voto, un diritto individuale riconosciuto, a sigillo di una
nuova stagione frutto delle scelte dei partiti di massa interessati
a radicarsi nella nascente democrazia, nelle aperture interessate
della Chiesa e della spinta di organizzazioni femminili da mesi
impegnate nella campagna per ottenere il diritto di voto22.
La premessa di un lungo dopoguerra è ben racchiusa nelle
riflessioni autobiografiche che Norberto Bobbio ha dedicato
alle origini della democrazia italiana in occasione del cinquan­
tenario del 1946:

Quando votai per la prima volta alle elezioni amministrative dell’a­


prile ’46 avevo quasi trentasette anni. L’atto di gettare liberamente una
scheda nell’urna senza sguardi indiscreti, un atto che ora è diventato
un’abitudine, apparve quella prima volta una grande conquista civile
che ci rendeva finalmente cittadini adulti. Rappresentava non solo per
noi ma anche per il nostro paese l’inizio di una nuova storia23.

La Repubblica segna quindi la morte della nazione che


il fascismo aveva costruito, plagiato e imposto spezzando il
legame tra il percorso del Risorgimento e la tutela di libertà
individuali e collettive. Poteva nascere con il referendum un
nuovo patto tra gli italiani fondato sulla partecipazione visto
che il suffragio universale per tutte e tutti irrompe come con­
28 DOPOGUERRA

quista e novità dei tempi: l’Assemblea costituente eletta con


un sistema proporzionale, il più rappresentativo possibile, ha
il compito di scrivere la nuova Costituzione. L’uscita dalla
guerra assume la forma di una base larga e condivisa su cui
poggiare l’architettura istituzionale, una discontinuità di lungo
corso con antichi limiti che da decenni segnano il processo di
costruzione della nazione. Una scelta di rottura che attira le
attenzioni di chi osserva interessato i precari equilibri politici
del laboratorio italiano. Inglesi e americani sostengono la ripre­
sa, nei primi mesi del 1946 s’intensificano gli aiuti statunitensi
dell’United Nations Relief and Rehabilitation Administration
(Unrra) dopo che il Governo Militare Alleato (Amg) costituito
dalle Nazioni Unite nei paesi occupati durante il conflitto
aveva cessato le attività il 31 dicembre 1945; era in funzione
dallo sbarco in Sicilia del luglio 1943, avvio della Campagna
d’Italia con l’operazione Husky. Una commissione di controllo
(Allied Control Commission, Acc) - presieduta dall’ammiraglio
americano Ellery W. Stone - sarebbe rimasta in carica fino
all’entrata in vigore del trattato di pace (14 dicembre 1947). Tra
il 10 febbraio 1944 e la fine del 1947 il territorio italiano passò
quindi sotto Tamministrazione italiana controllata dall’Acc, a
eccezione di Trieste dove fino al 1954 rimase in vigore l’Amg
Free Territory of Trieste.
Con il 1946, sotto la spinta del referendum istituzionale,
si consolida la strada di un processo decisionale condiviso
attraverso il trasferimento al governo italiano della giurisdi­
zione sulle province settentrionali, ultima traccia del controllo
alleato sul territorio.
In molti temono un vuoto di potere, uno scontro incontrol­
labile, un esito ingestibile dalle urne ormai imminenti. Come
sarà la prova degli italiani e delle italiane in fila ai seggi? Quali
i rischi per l’ordine pubblico? Prevale un atteggiamento di
fiducia rivolto a chi si appresta a decidere del proprio futuro,
anche a fronte di pressioni interessate e ripetute. Dal quartier
generale delle forze alleate un segnale chiaro a ridosso del
voto: «I vertici militari alleati devono evitare ogni coinvolgi­
mento diretto e ogni intervento anche apparente nelle elezioni
imminenti. Bisogna anche tener fuori le truppe da possibili
disordini in relazione alle stesse elezioni». Una neutralità al­
leata che un telegramma del Dipartimento di Stato americano
sintetizza in una felice espressione che riassume tensioni e
DOPOGUERRA 29

interrogativi nelle giornate del dopo voto: «Neither Monarchy


nor Republic Has Requested Allied Intervention»24. Nessuna
richiesta riconducibile alle opzioni che si fronteggiano, non
ci sono forze occulte che spingono per esiti a loro vantaggio;
di converso emergono fiducia nella scelta e nella forza di una
democrazia di massa, partecipata e consapevole. Atteggiamenti
che confermano la delicatezza del passaggio: un paese diviso
da tempo, il primo voto a suffragio universale, le modalità
di organizzazione e gestione della consultazione, l’incertezza
sull’esito finale e sugli atteggiamenti di chi dovrà rispondere
con comportamenti conseguenti di vittorie o sconfitte. Un
passaggio cruciale, l’atto di nascita della democrazia di massa
e della Repubblica, l’inizio del lungo dopoguerra per voltare
pagina senza paure. Partecipare è una scelta, ma è anche una
condizione per esserci, poter contare, entrare nelle dinamiche
costitutive di una comunità nazionale in cerca di futuro. Uno
spazio possibile tra la fiducia degli Alleati (di chi aveva vinto
la guerra) e i responsi delle urne, la misurazione quantitativa
dei rapporti di forza tra i partecipanti alla prima consultazione
elettorale di massa. Il risultato ridimensiona le aspettative delle
sinistre e colloca la De in una posizione egemonica e centrale
nello schieramento politico con ben 207 seggi nella nuova
assemblea e un consenso equilibrato e diffuso sul territorio
nazionale. Il Partito socialista italiano di unità proletaria (a
sorpresa prima forza della sinistra) ne ottiene 115, il Pei 104
(sorpassato dai socialisti anche nelle città a forte insediamento
operaio), l’Unione Democratica Nazionale d’ispirazione libe­
rale 41, l’Uomo Qualunque 30, il Partito repubblicano 23, il
Blocco Nazionale della Libertà 16, solo 7 al Partito d’Azione e
13 a liste minori. Finiva così il monopolio ciellenista sostituito
da un pluralismo frammentato, preludio alla composizione di
alleanze strategiche o convergenze momentanee25.
Un vero inizio poteva avvenire solo se lo scettro della
decisione si fosse abbassato verso il popolo, incontrando
aspiranti cittadini pronti a lasciarsi alle spalle gli orrori della
guerra e le terribili contraddizioni del ventennio. Una svolta
che avviene in modo inequivocabile. La Repubblica si affer­
ma con oltre il 54,27% dei consensi (12 milioni e 700 mila
votanti), mentre la Monarchia raccoglie il 45,73% (10 milioni
e 700 mila), le schede bianche e nulle superano il milione e
mezzo. Impressionante il dato dell’affluenza: più dell’89%,
30 DOPOGUERRA

quasi 25 milioni di italiani. Un paese che sceglie diviso, al Sud


la continuità dinastica prevale, in alcune zone con distacchi
significativi26. Nella difficile strettoia del dopo voto la prova
appare superata, i risultati confermati, le titubanti reazioni di
Umberto II travolte da un responso inatteso. Il ministro della
Reai Casa, Falcone Lucifero, nel suo Diario riferisce del Re
che riceve la notizia della sconfitta con serenità accettando il
destino avverso e prendendosela con gli Alleati, traditori di un
patto, responsabili di un esito per molti imprevedibile27. Gli
angloamericani dal canto loro escono dal rispettoso silenzio
dell’attesa e si adoperano per favorire uno sbocco certo nei
risultati e nei tempi, sposando le ragioni di chi voleva un pas­
saggio democratico, un’investitura forte per voltare pagina. Il
Consiglio dei ministri con un comunicato lapidario conferisce
le funzioni di capo dello Stato ad Alcide De Gasperi; questi
aggiunge di suo pugno la frase «nel compito di assicurare la
pacificazione e l’unità nazionale». La proclamazione ufficiale
cade il 10 giugno 1946 nella sala della Lupa di Montecitorio,
seguita da una controversa dichiarazione conclusiva che lascerà
una scia di veleni e di infondate dietrologie: «La Corte [...]
emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contesta­
zioni, le proteste e i reclami presentati [...]. Integrerà i risultati
coi dati delle sezioni ancora mancanti; ed indicherà il numero
complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli»28.
Tre giorni dopo il Re se ne va in Portogallo, dopo aver de­
nunciato l’atto di forza rivoluzionario e l’illegittimità dell’esito.
E da questo tornante che i caratteri della nostra democrazia
si definiscono e si affermano nell’itinerario difficile del dopo­
guerra. Ci appare oggi un dato acquisito e condiviso eppure
non è stato cosi allora. Allargare le basi significava invertire
una direzione di marcia, cambiare rotta, cercare forme e stra­
tegie per far poggiare l’architettura istituzionale su una base
solida, ampia, diffusa. Sono le strategie di una nuova cittadi­
nanza che si afferma progressivamente e che ha due cardini
di riferimento: il riconoscimento del diritto di voto per tutti e
tutte e la definizione di un orizzonte possibile, quello di una
democrazia inclusiva rafforzata dal potenziale coinvolgimento
di nuovi settori della società. Si chiude così la lunga parabola
di un percorso che affonda le premesse nei caratteri prevalenti
del processo di nazionalizzazione e nei passaggi chiave della
riunificazione geografica e politica della penisola: élite più o
DOPOGUERRA 31

meno illuminate che guidano i processi storici espressione


di una classe dirigente con un perimetro di appartenenze e
compatibilità ben delineato. Si è discusso molto se il 2 giugno
rappresentasse il punto di arrivo della crisi che porta il paese
fuori dal fascismo e dalla guerra o il primo passo di un nuovo
possibile cammino. I cittadini elettori sono i nuovi italiani, o
comunque aspirano a poter entrare nell’agone di una demo­
crazia partecipata, fondata su soggetti radicati e di massa (i
partiti), segnata da un progressivo cammino di avvicinamento
e coinvolgimento di chi è fuori dal recinto, escluso, ai margini
di quel nuovo itinerario. Per la prima volta si può pensare o
tentare di diventare cittadini e cittadine, elettori e/o eletti/e.
Ne scrive a caldo un lucido protagonista come Piero
Calamandrei commentando il risultato di una giornata senza
precedenti:

La Repubblica italiana: non più un sogno romantico di cospira­


tori, un’immagine epica di poeti; non più una bandiera di ribellione e
d’insurrezione. La Repubblica italiana: una realtà pacifica e giuridica
scesa dall’empireo degli ideali nella concretezza terrena della storia,
entrata senza sommossa e senza guerra civile nella pratica ordinaria
della costituzione29.

Si afferma la cultura della costruzione di una prospettiva


comune, in una laboriosa trama di relazioni, obiettivi, valori
possibili. Tramonta progressivamente l’idea di una rottura rivo­
luzionaria, della ricerca di un appuntamento definitivo con la
storia come chiave risolutiva. Si fa strada la logica dell’equilibrio
fondato sul compromesso, sulla base di una collaborazione tra
diversi organizzati all’interno delle formazioni politiche che si
presentano di fronte agli elettori. Un compromesso tra culture,
storie, identità, ma anche tra simboli, parole d’ordine e modelli
di riferimento. Ognuno rinuncia a qualcosa per favorire le
dinamiche di un incontro che possa includere i partecipanti
all’impresa. Una linea di demarcazione delicata che attraversa le
appartenenze ridisegnando confini e prospettive: la forza di un
incontro tra tanti itinerari e differenze, la debolezza di tenere
insieme un reticolo di aspettative e ambizioni non componibili.
Nel riconoscimento di un diritto individuale si saldano
strategie e processi di lungo periodo: la ricerca di forme di
partecipazione, l’avvio di possibili esperienze collettive, le
opzioni sulle scelte fondanti di chi voleva cambiare rotta. La
32 DOPOGUERRA

Repubblica diventa lo spazio per le nuove strategie di cittadi­


nanza a partire dalle innovazioni che la qualificano.
L’Assemblea costituente assume nella nuova Carta costitu­
zionale la centralità della questione sociale e il suo collegamento
con i diritti civili e politici, superando le lacerazioni presenti
nell’Italia liberale e poi in quella fascista. Una delle novità più
significative che emergono dalla Costituente è proprio quella
di aver rifondato i diritti sociali sui principi della democrazia.
E questo un elemento importante e innovativo, culturalmente
originale della Costituzione repubblicana. Da qui, ad esempio,
l’impostazione precettiva della Carta, ovvero quella di un te­
sto che non si limita a definire regole e strutture, indicando
contestualmente un percorso di sviluppo segnato dalla ricerca
di quella che oggi chiameremmo (non senza un pizzico di
nostalgia) una crescente coesione sociale. In secondo luogo,
la cifra fondante del compromesso costituzionale, alto, basato
sul riconoscimento reciproco di culture, storie e aspirazioni
politiche anche profondamente antitetiche. Ognuno rinuncia
a parte del proprio programma, ai colori nitidi di bandiere e
appartenenze per costruire un punto d’incontro, un equilibrio
possibile con gli altri. Il compromesso legittimante - sorto
in contemporanea con la fine dei governi di unità nazionale
dell’estate del 1947 - è destinato a condizionare il processo
di formazione della cittadinanza repubblicana talvolta in ma­
niera contraddittoria, a partire da quelle che saranno definite
come le cosiddette appartenenze separate (ai diversi partiti)
che in alcuni frangenti contribuiscono a indebolire il quadro
unitario di istituzioni condivise30. Le forze politiche svolgono
il ruolo di agenzie di formazione all’interno del sistema: dalla
lotta all’analfabetismo alla costruzione di spazi di socialità,
dal tempo libero alle forme più diverse di cittadinanza. La
Costituzione è anche l’occasione per costruire un rapporto
tra intellettuali (di vario ambito e provenienza) e cittadini:
una funzione primaria attraverso forme di contatto e comu­
nicazione. Le competenze - le più diverse - al servizio di un
progetto comune capace di avvicinare base e vertice della
piramide sociale, centro e periferia di un perimetro compo­
sito e plurale. La persona umana all’interno dell’ingranaggio
complesso dello Stato, una sintesi di ispirazioni e punti di vista
tra chi guardava più alla dimensione individuale e chi aveva
DOPOGUERRA 33

sposato le appartenenze collettive come garanzia di diritti e


relazioni. Un punto di equilibrio in una strategia complessiva
ben illustrata dalle parole di un costituente, un padre della
Repubblica come Aldo Moro:

Su questa base sembra opportuno affermare la priorità e l’autono­


mia della persona di fronte allo Stato. Questo anche dal punto di vista
della funzione educativa che deve esercitare la Costituzione. Non va
dimenticato che lo Stato che si vuole costruire è uno Stato democratico
e non totalitario. [...] Occorre soprattutto affermare la dignità della
persona umana, senza sminuire però l’autorità dello Stato, creando
uno Stato forte e realizzando una giustizia forte31.

Un idnerario inedito oltre ogni visione finalistica o de­


terministica, distante dalle sirene delle tradizioni religiose
di riferimento: «Mettere l’accento sulla persona voleva dire
richiamare l’attenzione sull’irriducibilità dell’individuo all’ente
collettivo, ma nello stesso tempo cogliere nell’individuo la sua
essenziale relazione all’altro, la sua “socialità”» 32.
Prima di tutto una sfida difficile. Il compromesso, il con­
tratto sociale stipulato da cittadini italiani, riesce - non senza
limiti e contraddizioni - a tenere insieme i diritti soggettivi
e quelli sociali, i dodici principi fondamentali che aprono la
Carta con le indicazioni e gli assetti che ne seguono: diritti
e doveri dei cittadini, rapporti economici e politici, ordina­
mento e organi dello Stato per chiudere con le disposizioni
transitorie e finali.
E così l’ingresso delle masse nella costruzione dello Stato
segna la discontinuità più profonda di una cesura che proietta
gli effetti sulle generazioni successive: nel Novecento si com­
pleta la parabola della politicizzazione diffusa della società
italiana attraverso itinerari diversi. La Repubblica è anche
un cammino dall’Italia agricola a quella post-industriale: tre
paesaggi, tre mondi, forse tre rivoluzioni33.
A partire da queste basi nel primo settantennio repub­
blicano assistiamo a un processo di consolidamento della
democrazia italiana tra straordinari passi avanti e continue
battute d’arresto. La democrazia è innanzitutto un processo,
una tensione ideale che si nutre di un rapporto dialettico: il
frutto di una continua conquista, un cammino ininterrotto di
libertà che non ammette scorciatoie, semplificazioni o facili
34 DOPOGUERRA

approdi. Seguendo tale approccio, il passato non è un buco


nero indistinto o come spesso si sente dire una zavorra da
cui liberarsi. Le radici di una comunità nazionale affondano
in una storia comune scandita dal passaggio tra le generazioni
che si danno il cambio. Recuperare uno sguardo lungo signi­
fica avere più chiaro il senso di un cammino, la direzione di
marcia. Questo è stato il punto di forza nel percorso del lungo
dopoguerra italiano.

3. Nazionale e Internazionale

La Repubblica nasce sulla base di un compromesso tra


diversi: un punto d’incontro e di conciliazione che lascia il
segno, costruisce il nesso tra la stagione della Resistenza e
la Carta costituzionale. Non disperdere quell’esperienza, va­
lorizzare la coda drammatica della seconda guerra mondiale
significa per molti tentare la via di una possibile codificazione,
mettendo nero su bianco una successione di articoli, norme e
precetti in grado di salvaguardare i contenuti di un biennio di
svolta. Lo stesso accostamento di termini nella dizione «com­
promesso costituzionale» richiama il significato di un lessico
che nei decenni successivi ha mutato significato, diventando
progressivamente sinonimo di accordi forzosi o convenienze
particolari, l’arte del compromesso, della mediazione al ribasso
come vizio della politica piuttosto che ispirazione rivolta verso
un punto di equilibrio nella ricerca dell’interesse generale34.
E così nei tortuosi sentieri dell’Italia contemporanea il com­
promesso dei costituenti ha avuto alterne fortune, richiamato
come tratto distintivo di un percorso originale, o messo sotto
accusa come sigillo e prova di un vizio d’origine per una sto­
ria nata male. Interpretazioni e giudizi che aiutano a far luce
sulla stagione fondante della nostra convivenza nazionale. Due
letture contrapposte che hanno separato forzatamente piani e
cronologie comunicanti. Da un lato un racconto basato sulla
dimensione nazionale della costruzione del dopoguerra, un
cammino segnato dai passaggi che la Resistenza riesce a con­
quistare, consolidare, proiettare sull’Italia che verrà a partire
dagli esiti della guerra civile. Dall’altro la guerra mondiale
che dai deserti del Nord Africa migra sulla penisola entrando
lentamente nella fase decisiva: uno scontro tra coalizioni di
DOPOGUERRA 35

paesi, eserciti, strategie e valori. Tenere separati i due piani


non aiuta a comprendere la complessa stagione delle origini
pur avendo offerto argomentazioni e narrazioni valide e for­
tunate per un lungo periodo. Una tenaglia oppressiva: il mito
di una Resistenza peculiare e insindacabile o di converso
l’opinione che la Liberazione sia il risultato indiretto e ma­
gari non voluto di uno scontro tra giganti dove tanti restano
spettatori passivi. Letture radicalmente opposte che puntano
a separare ciò che la storia ci consegna nelle sue molteplici
interdipendenze. Molte le spiegazioni plausibili che tuttavia
sfumano con il passare del tempo: rafforzare l’autonomia del
contributo italiano alla Liberazione per avere agibilità e forza
di contrattazione o, all’opposto, ridimensionare la Resistenza
fino a considerarla irrilevante rispetto agli esiti dello scontro tra
gli Alleati e le potenze dell’Asse. Spezzare consapevolmente o
per una sorta di pigrizia il nesso tra guerra e Resistenza, tra la
cesura del secondo conflitto mondiale e la stagione costituente
della Repubblica per dare maggiore peso all’immediato, alle
esigenze della ricostruzione e ai linguaggi contrapposti della
dialettica politica. Ma le radici del nostro passato sono proprio
nelle intersezioni di quei due piani, nella forza delle interdi­
pendenze diffuse, nelle trasformazioni più durature prodotte
dai conflitti mondiali: allargamento progressivo dei processi
storici (ampliamento dello spazio), simultaneità di eventi
distanti in un tempo più rapido e mutevole. A questo livello
la lettura del nostro tempo (dopo oltre settant’anni) non può
che mettere in ordine momenti e situazioni: la Resistenza è
parte di uno scontro più esteso e il contributo degli italiani (la
dimensione nazionale del conflitto) si legge e si misura in un
quadro ben più ampio. Questo non può significare denigrare i
protagonisti (ridimensionare strumentalmente chi ha compiuto
scelte esistenziali impegnative), sostituire soggetti e termini di
un confronto che abbraccia diversi punti di vista: una società
composita è fatta di luci e ombre, eroi o aspiranti tali e delatori,
imbroglioni, furbi in cerca di fortuna e denaro. Mitizzare non
serve, non avvicina quel necessario esercizio di comprensione
che sostiene gli strumenti della conoscenza storica.
Il paradigma di un caso italiano unico e distinto, insin­
dacabile e peculiare, segnato da protagonisti e comprimari
che si muovono in piena autonomia definendo appartenenze,
confini e compatibilità non regge a fronte delle profonde
36 DOPOGUERRA

trasformazioni e condizionamenti che la guerra totale porta


nel cuore delle società del pianeta. E su un altro versante
non persuade l’immagine dell’uscita dell’Italia dal conflitto
come risultato quasi automatico dei responsi che giungono
dai campi di battaglia, un esito annunciato e dichiarato della
vittoria contro il nazifascismo. Il quadro è più complesso,
forse più interessante.
Il punto di partenza richiama quel compromesso che si
scioglie e si rafforza tra il 1943 e il 1948, tra l’esplosione della
guerra civile e l’entrata in vigore della nuova Carta costituzio­
nale. Quel compromesso ha una scadenza, un termine di durata
che è quello più generale della collaborazione tra le forze anti­
fasciste. Tornano i contenuti del confronto bellico, della sfida
tra sistemi contrapposti, tra libertà e tirannide nella risposta
alla minaccia portata dal nuovo ordine hitleriano. Quando la
grande alleanza antifascista viene meno, tra il 1947 e il 1948,
anche in Italia quel fronte si divide, comincia a prendere forma
il modello militarizzato del confronto bipolare35. Non si tratta
anche in questo caso di stravaganze italiane, il nuovo inizio è
un processo che avviene su scala mondiale, passa per alcune
grandi conferenze di pace e stabilizzazione, si rafforza nelle
premesse del costituendo sistema internazionale della guerra
fredda, lo scontro tra Est e Ovest che plasmerà il mondo
almeno fino all’ultimo decennio del secolo XX. Un tratto di
strada della Repubblica italiana è persino sovrapponibile alla
parabola della guerra fredda: dalle origini fino al 1989, dalla
costruzione del sistema dei partiti al suo crollo repentino36.
Non un caso, ma una condizione da cui prendere spunto per
meglio indagare il passato.
La collaborazione antifascista si rompe a livello di esecutivo
nel 1947 con l’uscita dei comunisti dalla maggioranza, per poi
misurarsi nelle elezioni politiche generali dell’anno successivo.
Eppure alcune caratteristiche di fondo permangono, vanno al di
là delle fasi che segnano il nostro dopoguerra: la centralità del
Parlamento bicamerale, la rappresentatività delle due Camere
elette con sistema proporzionale (la combinazione tra parla­
mentarismo e proporzionalismo)37, un partito di maggioranza
relativa, la Democrazia cristiana, architrave del sistema che
rimane al governo fino al suo scioglimento, una sostanziale
stabilità politica e istituzionale nel quadro condizionante della
contrapposizione bipolare (simile per molti versi al tragitto del
DOPOGUERRA 37

Giappone nel dopoguerra)38. Una contraddizione apparente


e al tempo stesso cruciale nella definizione del cammino del
dopoguerra italiano: oltre settant’anni di vita e circa 65 coali­
zioni di governo con quasi 30 presidenti del Consiglio che le
hanno guidate. Una forte tensione tra i partiti, instabilità tra
coalizioni e correnti interne, ma al tempo stesso un quadro di
riferimento stabile, una relazione tra maggioranza e opposizioni
misurabile nelle variazioni della rappresentanza proporzionale
e nel peso delle rivendicazioni di parte o di partito. Una dia­
lettica che non si esaurisce, nasce dalla forte politicizzazione
della società, innerva il sistema democratico, in alcuni passaggi
ne consuma risorse e possibilità dedicate alla composizione
di fratture tra i partiti e all’interno degli stessi, fino all’ultimo
decennio del secolo scorso.
Ma torniamo ai primi passi della Repubblica. La frattura
a livello internazionale si era consumata nelle settimane del­
la campagna elettorale referendaria. Il 5 marzo 1946, in un
celebre discorso tenuto al Westminster College di Fulton in
Missouri, Winston Churchill aveva descritto il nuovo scenario
anticipando ciò che sarebbe avvenuto a breve:

Diamo il benvenuto alla Russia nel suo giusto posto tra le più
grandi nazioni del mondo. Siamo lieti di vederne la bandiera sui mari.
Soprattutto siamo lieti che abbiano luogo sempre più intensi contatti
tra il popolo russo e i nostri popoli. E tuttavia mio dovere prospettarvi
determinate realtà dell’attuale situazione in Europa. Da Stettino nel
Baltico a Trieste nell’Adriatico una cortina di ferro è scesa attraverso
il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi
Stati dell’Europa centrale e orientale. Varsavia, Berlino, Praga, Vienna,
Budapest, Belgrado, Bucarest e Sofia; tutte queste famose città e le
popolazioni attorno ad esse, giacciono in quella che devo chiamare
sfera sovietica, e sono tutte soggette, in un modo o nell’altro, non solo
all’influenza sovietica ma anche a un’altissima e in alcuni casi crescente
forma di controllo da Mosca39.

Il leader conservatore britannico era passato all’opposizio­


ne dopo la sorprendente vittoria laburista nelle elezioni del
1945, ma il suo prestigio di combattente, il suo legame con
gli eventi della seconda guerra mondiale lo qualificano come
voce autorevole per descrivere le incognite del nuovo mondo.
Parla davanti al presidente degli Stati Uniti Henry Truman,
soffermandosi sui grandi cambiamenti, riflesso della Conferenza
38 DOPOGUERRA

di Potsdam: negli assetti post-bellici iniziava la cesura tra Est


e Ovest, lo spazio progressivamente conquistato dalle logiche,
gli strumenti, i linguaggi della guerra fredda40.
L’Italia viene sospinta dai primi passi del nuovo ordine che
mostra le proprie prerogative: esaurimento della collaborazio­
ne nell’alleanza antinazista, avvio della divisione in blocchi
attraverso sfere d’influenza o zone che fanno direttamente
riferimento al controllo di una delle due superpotenze. Pochi
mesi per seguire il crepuscolo del vecchio sistema, pochi anni
per iniziare a configurare il nuovo equilibrio bipolare, l’ultimo
conflitto per l’Europa. Ecco lo spazio della Repubblica, uno
spazio possibile e definito nel perimetro tratteggiato dalla
vittoria alleata e dal contenimento dell’espansionismo sovieti­
co. Una scelta di campo che condiziona il percorso, definisce
tappe e possibili approdi futuri41.
Pochi mesi dopo l’intervento di Churchill spetta al pre­
sidente del Consiglio e ministro degli Esteri della neonata
Repubblica italiana prendere la parola di fronte ai 21 paesi
vincitori della guerra. De Gasperi parla a Parigi nella Confe­
renza di pace che porterà alla firma del trattato il 10 agosto
1946. Un intervento difficile, impegnativo; un concentrato del
percorso degli anni precedenti nel rapporto tra la dimensione
nazionale e il contesto internazionale che la contiene:

Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto,


tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia
qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato e l’essere
citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro
conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. Non corro io il rischio
di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce
di egoismi nazionali e di interessi unilaterali? Signori è vero: ho il dovere
innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio
popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di
parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della
nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie
di Giuseppe Mazzini, le concezioni universaliste del cristianesimo e le
speranze internazionaliste dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace
duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione tra
i popoli che avete il compito di stabilire42.

De Gasperi mette in luce l’armonia possibile tra le compo­


nenti fondamentali del processo di nazionalizzazione: le radici
DOPOGUERRA 39

cristiane, l’ispirazione risorgimentale, la questione sociale nel


mondo del lavoro. Un equilibrio cercato come garanzia per
una pace capace di rappresentare forze diverse in relazione
tra loro e in tensione verso la ricerca e la difesa dell’interesse
nazionale. Un passaggio stretto e complicato43.

Ebbene permettete che vi dica con la franchezza che un alto


senso di responsabilità impone in quest’ora storica a ciascuno di noi,
questo trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente duro; ma se
esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione
internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso. [...] L’Italia
avrebbe subito delle sanzioni per il suo passato fascista, ma messa una
pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito
della nuova collaborazione internazionale44.

Il richiamo alla pace e alle responsabilità comuni come


scelta di credibilità e fiducia. In quella stessa estate del 1946
l’Italia negozia la firma per aderire agli accordi di Bretton Wo-
ods perfezionata nell’ottobre dello stesso anno con l’ingresso
nel Fondo Monetario Internazionale e nella Banca Mondiale
ben prima degli altri paesi sconfitti (Germania e Giappone
faranno il loro ingresso nel 1952). Un’intuizione politica di
De Gasperi (e di Guido Carli) che irrobustisce l’impianto
della costituzione economica, riferimento della stagione fon­
dante45. Un insieme di comportamenti, indicazioni e scelte che
rafforzano quella difficile condizione del capo del governo nel
consesso parigino. Nella conclusione del suo celebre discorso
De Gasperi rafforza il legame potenziale nel nuovo mondo
che è ormai in divenire:

Signori Delegati, grava su di voi la responsabilità di dare al


mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cioè
all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come
italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo
di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli
uomini e le donne di ogni paese che nella guerra hanno combattuto
e sofferto per una meta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non
illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili:
guardate a quella meta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per
raggiungerla. È in questo quadro di una pace generale e stabile che
vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia: un popolo
lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra
per creare un mondo più giusto e più umano46.
40 DOPOGUERRA

Questa la cifra della collaborazione post-bellica, l’impianto


di una collocazione internazionale necessaria a dare al progetto
della Repubblica le basi per poter camminare. De Gasperi si
reca negli Stati Uniti nelle prime settimane del nuovo anno,
conferma impegni e reciproci interessi, offre la sua credibilità
nella definizione di una collaborazione non episodica47. La firma
del trattato è del 10 febbraio 1947: l’Italia perde le colonie
eredità di un tempo ormai lontano ed è costretta a rinunciare
a quasi tutti i territori conquistati sull’Adriatico durante il
primo conflitto mondiale48. La Jugoslavia confinante a Est si
vede riconosciuto il concetto di confine naturale, che viene
fissato sulla linea che separa le Alpi Carniche e le Dinaridi
dalla pianura friulana. Un ridimensionamento consistente
(attorno al 50% degli abitanti) su un territorio conteso sul
quale le popolazioni di lingua e tradizione italiana subiranno
il peso violento dell’offensiva jugoslava (migliaia gli infoibati
nelle cavità naturali del Carso)49. Al di là degli sforzi in sede
di conferenza l’Italia rinuncia al concetto di confine strategico,
attestandosi su una linea precaria di confine «etnico-linguistico»
sulla falsariga di quello che aveva sostenuto il presidente
americano Wilson dopo la prima guerra mondiale. Difficile
tuttavia segnare confini omogenei e riconoscibili su territori
dove per secoli hanno convissuto lingue, religioni, culture
all’interno dei perimetri dei grandi imperi. Solo con il Memo­
randum di Londra del 1954 Trieste torna italiana dopo anni di
governo alleato e il 7 % della Venezia Giulia viene recuperato
nell’ambito nazionale50. Il dramma del confine orientale lacera
storie e appartenenze, l’esodo giuliano-dalmata dopo la firma
del trattato di pace conduce circa 300 mila italiani verso lidi
lontani, in cerca di patria e futuro. Un pezzo d’Europa che
racchiude una cifra qualificante del Novecento:

Dove si sono scontrati nazionalismi feroci ed esasperati in una lotta


senza quartiere in cui gli uni finivano per pareggiare, anche moralmente
gli altri. I termini del conflitto trascendevano, nei loro motivi più pro­
fondi, il modesto ambito della vita regionale e si ispiravano alle correnti
di idee e di passioni che fanno così feroce l’Europa contemporanea51.

Un dramma a lungo rimosso, segnato dal dolore e dall’esilio


che tuttavia riemerge nella coscienza profonda del cammino
della Repubblica a partire da quelle correnti di idee e passioni
DOPOGUERRA 41

che hanno attraversato il cammino del vecchio continente. E le


memorie divise che convivono nella nostra Europa sono figlie di
quelle cesure, richiamano un tempo lontano sconfitto o almeno
ridimensionato dalla forza unificante del progetto europeo. Nel
cammino della Repubblica vive anche lo spessore di una storia
incombente, la possibilità di passare alla fase della ricostruzione:
materiale, morale, forse anche identitaria in grado di tenere
insieme segmenti conflittuali. Ricostruire una casa per tutti
uscendo dalle tragedie delle guerre, del fascismo e dei naziona­
lismi più feroci. Un’impresa che si appoggia su due direttrici,
due pilastri: le capacità mostrate dagli italiani in lotta per la
loro liberazione, l’affermarsi di modelli e società figlie delle
trasformazioni del secolo X X rilanciate dalla vittoria contro il
nazifascismo. In questa chiave le superpotenze diventano un
riferimento, una sorta di modello ambiguo: guardare a Mosca
o a Washington per rafforzare le fortune possibili dei percorsi
di ricostruzione. Uno sguardo interessato e partecipe, una
trama di attenzioni e relazioni che si trasforma in un vincolo,
nella definizione di un campo di forze, regole, condizionamenti
reciproci. Il vincolo esterno che interagisce con le dinamiche
proprie della società italiana, diventa parte di una costruzione
composita dove il quadro interno s’innesta sulle caratteristiche
portanti del costituendo sistema internazionale della guerra
fredda. Una fase costituente complessiva, «una duplice fase
costituente» nella quale i due termini nazionale e internazionale
si ridefiniscono in mare aperto in modi inediti e imprevedibili52.
Per la giovane Repubblica la scelta fondante, l’indirizzo
più consapevole e carico di conseguenze si colloca nell’inter­
sezione tra il processo di costruzione dell’Europa post-bellica
e l’ancoraggio all’Occidente di stampo statunitense. Un ponte
tra Europa e Usa, uno spazio di libero mercato, di circolazione
di idee, valori, riferimenti comuni. È una chiave di lettura del
dopoguerra che avvicina le sorti dell’Italia a quelle di una parte
dell’Europa e del mondo, ridimensionando così le facili letture
o semplificazioni che hanno attraversato parte dei decenni che
abbiamo alle spalle53. Mi riferisco al peso di quei due pilastri:
al ruolo dell’Europa negli indirizzi di uno dei paesi fondatori
e alla partnership atlantica come irreversibile strumento di
crescita, stabilizzazione, lotta al pericolo dell’avanzata del
blocco orientale avverso. Il significato dell’incrocio e della
sovrapposizione delle diverse prospettive rafforza il perimetro
42 DOPOGUERRA

della Repubblica, lo inserisce in un contesto più ampio, lo


colloca dentro un cambiamento radicale dei rapporti di forza
e degli orizzonti di riferimento del mondo nella seconda metà
del Novecento. In quel contesto vive e si sviluppa l’autonomia
di un percorso nazionale, la sua capacità di essere protagonista
e non subalterno, la sua forza nel condizionare e modificare
parte delle compatibilità incontrate nel cammino. Si rovesciano
quindi termini e semplificazioni che troppo facilmente hanno
fatto breccia nel discorso pubblico, nelle ricostruzioni ispirate
più dal pessimismo del dopo che dalla comprensione degli
eventi: un paese a sovranità limitata, dipendente da scelte e
indirizzi presi altrove, a Mosca, a Washington e più di recente
nelle stanze lontane della burocrazia europea dislocata tra
Bruxelles e Strasburgo. Chiavi di lettura parziali e strumentali,
poco inclini a tener conto delle modificazioni che segnano il
rapporto tra sovranità, territori, meccanismi di autogoverno.
E il processo decisionale nel suo insieme che si sposta, perde
parte della tradizionale componente territoriale, il vincolo
dei confini di appartenenza per approdare in un ambito più
ampio, spesso sfuggente o incerto, figlio del progressivo am­
pliamento di processi storici come risultante principale delle
trasformazioni dello scorso secolo. Anche la Repubblica è al
tempo stesso protagonista, beneficiaria e vittima di una pa­
rabola che ridisegna ambiti e funzioni della sovranità, mette
in causa equilibri tra diritti e poteri, sposta in uno spazio più
ampio i conflitti egemonici sui rapporti di forza e sui diritti
riconosciuti54.
Un nuovo ordine internazionale declinato e interpretato
da una classe dirigente - uscita dalla guerra e dai suoi respon­
si - che si muove consapevolmente, usa termini appropriati, si
sente fino in fondo legata, condizionata e attraversata da una
trasformazione senza precedenti.
Una classe dirigente che sceglie indirizzi e programmi, si
colloca in quella zona di confine tra le dinamiche nazionali e il
contesto internazionale, riesce non di rado con successo a far
interagire piani e priorità in apparenza distanti. La costruzione
della Repubblica è quindi un cantiere con diverse entrate e
varie finestre, la stagione della ricostruzione vede i principali
protagonisti - su fronti diversi, spesso alternativi - in sintonia
con gli scenari di sfondo di un mondo che cambia. Da qui il
peso di contraddizioni e scontri che affondano le ragioni nel­
DOPOGUERRA 43

le radici stesse del patto costituzionale, di quel contratto tra


italiani che entra in vigore il 1° gennaio 1948. Contraddizioni
e scontri, tra la stabilizzazione del Piano Marshall (European
Recovery Program), l’utilizzo di fondi e programmi di sviluppo
che tratteggiano i confini del mondo occidentale che guarda
agli Stati Uniti e l’emergere di una questione sociale come
parte costitutiva del percorso di nazionalizzazione. Il Piano
Marshall è un punto di osservazione privilegiato, un insieme
di diverse finalità non componibili facilmente: un atto di ge­
nerosità del popolo americano, uno strumento per riattivare e
liberalizzare il mercato internazionale, un’ipotesi percorribile di
stabilizzazione di società in movimento e conflitto, un mezzo
di diffusione di know-how e di modernizzazione ispirata ai
valori d’oltreoceano, e allo stesso tempo, un’arma formidabile
della guerra fredda, il cui impegno nelle zone arretrate dell’I­
talia agricola causò un alto livello di interferenza o anche di
egemonia statunitense rafforzando vincoli e legami con i primi
governi della Repubblica55.
Prospettive e punti di vista alternativi lungo la linea an­
titetica del binomio amico-nemico, di una conflittualità che
sceglie di posizionarsi a volte sul fronte interno, altre sul piano
internazionale a seconda del riferimento o della dimensione
del modello bipolare. La guerra fredda vive e si rinnova tanto
sullo scenario di una contrapposizione sistemica tra Mosca
e Washington quanto sulla sua riduzione ai protagonisti in
miniatura della politica italiana.
Uno scontro che divide, mette in discussione la carica
inclusiva e di partecipazione del nuovo sistema politico. Una
dialettica da toni e contenuti accesi; da un lato l’urgenza di
intervenire sulla riforma della proprietà terriera e sullo stato
di arretratezza e difficoltà di zone estese del Mezzogiorno,
dall’altro la radicalizzazione di una conflittualità contadina che
si consolida e si manifesta. L’emblema più nitido il 1° maggio
1947 nella prima strage dell’Italia repubblicana quando a
Portella della Ginestra in provincia di Palermo vennero uccisi
quattordici contadini e feriti una trentina a opera del bandito
Giuliano, in una commistione di interessi tra difesa della pira­
mide sociale e ruolo attivo della criminalità organizzata. Una
manifestazione contro il latifondo in occasione delle Festa dei
Lavoratori, dopo che il blocco delle sinistre si era affermato
nelle elezioni regionali di pochi giorni prima, diventa una
44 DOPOGUERRA

sfida sulla tenuta del sistema, sul rispetto del responso delle
urne, sugli equilibri politici e sociali della nuova Repubblica.
Un’eredità difficile e controversa, un groviglio di questioni
che dal Mezzogiorno si riflette sui primi passi di una classe
dirigente in formazione e sugli indirizzi complessivi del sistema
politico repubblicano56.
La rottura della grande coalizione, la fine dell’unità antifa­
scista nel maggio 1947 radicalizza posizioni e aspettative. Lo
scontro è rimandato di pochi mesi, le elezioni del 1948 sono
l’occasione per misurare la forza dei contendenti e per valutare
appieno il ruolo, il posto e il peso della nuova Repubblica nello
scenario del mondo bipolare. Un passaggio delicato che attira
attenzioni e preoccupazioni anche da chi ci guarda da lontano:
cosa uscirà dalle urne, quali rapporti tra i partiti, quali equilibri
di governo possibili e soprattutto quali scelte all’orizzonte nella
dialettica tra mondi e opzioni contrapposte? Le scelte di col-
locazione internazionale contribuiscono a definire il perimetro
della contesa, un perimetro condiviso che dovrebbe rafforzare
la carica inclusiva del sistema, la spinta a coinvolgere settori
e territori che fino a quel momento erano esclusi o lontani,
marginali nelle dinamiche dello sviluppo. Ma lo scarto tra le
ambizioni e la realtà si fa subito sentire consolidando interro­
gativi inevasi sul nesso continuità-discontinuità nel passaggio
dal fascismo alla Repubblica: continuità di biografie e funzioni,
permanenza di alti funzionari dello Stato, passaggi incerti o
ambigui, costi collettivi per le mancate epurazioni57. Un elenco
sempre aggiornabile e incompleto di rimpianti e di occasioni
mancate, di possibilità non verificate, di rivoluzioni tradite.
Un piano inclinato letto attraverso la metafora del bicchiere
mezzo pieno o mezzo vuoto, dove si scontrano speranze e
inganni, opportunità e chiusure con l’auspicio ricorrente che
il meglio debba ancora arrivare58.

4. «Un partito di Centro che cammina verso sinistra»

La notizia della morte di De Gasperi viene battuta dall’An­


sa alle prime ore dell’alba del 19 agosto 1954. «Alle tre di
questa mattina è deceduto per paralisi cardiaca l’on. Alcide
De Gasperi. Egli è morto in stato di perfetta lucidità mentale
e munito dei conforti religiosi. Gli erano attorno i suoi fami--
DOPOGUERRA 45

liari». Una piccola folla si ritrovò presso la casa di montagna


in Sella Valsugana dove era spirato. Da pochi mesi era inizia­
ta l’era della televisione nei locali pubblici presto diventati
luoghi di incontro. In tanti, stipati per l’occasione alla ricerca
di immagini dello statista scomparso, partecipano anche da
lontano ai funerali: quando il treno che porta la salma discen­
de lentamente lo stivale da Trento verso Roma, due ali di
folla ne accolgono il passaggio. Immediata e diffusa in tutti,
amici e avversari, classe politica e gente comune l’impressione
che quel giorno un grande era uscito di scena e con lui si
chiudeva una pagina della storia del paese. Il suo nome ha
segnato un’epoca, un modo di essere e di guardare all’impegno
politico, al rapporto tra Stato e mercato, alla funzione e al
protagonismo dei cattolici nella società. Il richiamo a De Ga-
speri non si è mai interrotto. Nessun uomo politico italiano
ha avuto un numero di eredi, veri o presunti, così alto duran­
te i decenni che ci separano dalla sua morte: a tratti lo scon­
tro sull’eredità contesa ha limitato giudizi e riflessioni sulla
sua parabola storica59; fuori dai confini nazionali si sono
chiesti a lungo chi fosse il nuovo De Gasperi di riferimento,
quale politico avrebbe rappresentato meglio continuità e cer­
tezze con la stagione degasperiana. «La figura di De Gasperi
si è fatta ancora più grande nella distanza, come le montagne
del suo Trentino, che solo a distanza si dispiegano in tutta la
loro importanza»60. Le ragioni di quella grandezza fanno par­
te della nostra storia a patto che non vengano relegate alla
sola ufficialità degli anniversari. Chi era Alcide De Gasperi?
Quali scelte a vari decenni di distanza lo collocano in prima
fila tra i padri della Repubblica? Con i rischi della sintesi si
possono individuare tre aspetti che lo qualificano in uno
sguardo più lungo del suo tempo. In primo luogo, le radici
profonde di un’identità di confine che s’invera in un contesto
più ampio, un uomo di frontiera tra mondi diversi che attra­
versano la prima metà del secolo scorso. De Gasperi lavorò
in ben tre Parlamenti: fu eletto nel 1911 rappresentante del
Trentino alla Camera dei deputati del Reichsrat austriaco, dove
sedette fino al 1918, fase terminale della vita dell’Impero
asburgico. Divenuto cittadino italiano entrò nel Parlamento
del Regno d’Italia nel 1921 e vi rimase fino al 1926 quando
Mussolini fece decadere i deputati aventiniani. Come ultima
tappa approdò all’Assemblea costituente e al Parlamento re­
46 DOPOGUERRA

pubblicano partecipando da protagonista fino alla conclusio­


ne dei suoi giorni.
Lo spessore del leader democristiano contiene la cifra di
un percorso che alza il livello del confronto collocando le
vicende della giovane Repubblica nel cuore del nuovo siste­
ma internazionale. Qui il secondo aspetto della sua attualità:
il continuo tentativo di uscire dalle strettoie del giardino di
casa per guardare intensamente verso gli orizzonti dei grandi
problemi del dopoguerra; la convinzione che nessuno possa
farcela da solo e la necessità di legare la fragilità italiana
a due assi fondanti: scelta atlantica e dimensione europea
come orizzonti e punti di riferimento irrinunciabili. Questa
straordinaria opera di ricostruzione doveva avvenire - ultimo
aspetto - non con la coercizione o l’esempio di una guida
illuminata, ma attraverso il progressivo allargamento delle
basi democratiche dello Stato, irrobustendo gradualmente
una democrazia consensuale, partecipe e condivisa61. Da qui
le scelte qualificanti: il referendum del 1946, il rapporto non
confessionale tra la Chiesa e il partito dei cattolici (aveva
lavorato alla Biblioteca Vaticana stringendo un’importante
relazione con Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI),
l’avvio nella prima legislatura di un cantiere di riforme decisivo
per le sorti della democrazia dei partiti. Rimase quasi defilato
durante i mesi della Costituente, presidente della Repubblica
per 21 giorni nella fase provvisoria prima della nomina di
Enrico De Nicola il 28 giugno 1946. Attento agli equilibri tra
i poteri, sotto il suo impulso il Consiglio dei ministri del 13
giugno 1946 aveva tratteggiato ruolo e funzioni («da arbitro»)
del capo dello Stato62.
La stagione del centrismo è così legata al nome di un
politico, di un leader di partito e di un uomo di Stato che
progetta e definisce fondamenta e compatibilità del nuovo
corso repubblicano. Capita di rado di associare un nome a una
porzione di passato, di poter descrivere attraverso la parabola
di una biografia un periodo definito e circoscritto. Il centrismo
degasperiano è al tempo stesso una formula semplificatrice e un
prezioso indicatore di un segmento dell’itinerario post-bellico
nella prima fase della ricostruzione.
L’avvio della nuova stagione è legato all’esito della campagna
elettorale del 18 aprile 1948. Uno scontro frontale tra partiti,
coalizioni, ipotesi contrapposte giocato tanto su base nazionale
DOPOGUERRA 47

quanto sullo scenario del sistema internazionale della guerra


fredda. Una svolta complessiva, settimane di partecipazione
diffusa, con la scoperta di simboli, manifesti, bandiere di an­
tica origine o nuova forgia. La propaganda elettorale irrompe
nella politica italiana nelle forme dell’organizzazione, della
persuasione, della promozione di comportamenti e scelte. Si
sovrappongono percorsi e storie: l’eredità della mobilitazione
degli anni (e persino dei decenni) precedenti convive con i
nuovi esperimenti quali i Comitati civici a sostegno della De,
le forme di presenza religiosa che si mobilitano o, sull’altro
versante, le organizzazioni del lavoro o del sindacato in ap­
poggio alle sinistre. Una società che si organizza, si muove,
partecipa per poter scegliere rappresentanti e interessi da
promuovere fino alle aule del Parlamento. Con enfasi le cro­
nache del tempo parlano di un’Italia nuova, di un paese che
esce dall’emergenza per trovare un posto, una collocazione nel
mondo in costruzione. In una celebre e controversa intervista
dalle colonne del «Messaggero» alla vigilia della consultazione
popolare De Gasperi presenta i cardini della propria proposta
politica: «Siamo un partito di centro che cammina verso sini­
stra, la vittoria del governo non sarà una sconfitta delle classi
lavoratrici, puntiamo alla riforma agraria e della proprietà.
La meta è quella di un laburismo italiano»63. Un progetto che
guarda lontano, convinto di poter superare i consensi raccolti
il 2 giugno «a danno delle estreme», punta a ridimensionare i
conflitti latenti agganciando l’Italia a una porzione di mondo
potenzialmente affine. Una lettura segnata dalla connessione
profonda tra piano interno e contesto internazionale. E del resto
i riflessi del sistema internazionale sono immediati, misurabili
direttamente nel responso di una tornata elettorale dagli esiti
non scontati, per numeri e significato64.
Le forze filoccidentali raccolgono alla Camera dei depu­
tati oltre il 62% dei consensi, mentre il fronte popolare delle
sinistre si attesta al 31%. Un divario significativo, per molti
versi inatteso. La vittoria della Democrazia cristiana assume
le dimensioni di un’affermazione netta, il 48,5% significa
sfiorare la maggioranza assoluta dei voti espressi ottenendo
305 seggi su 574, il 53% della Camera dei deputati va allo
scudocrociato. Il Fronte democratico popolare si ferma al
31%, l’Unità socialista raccoglie la percentuale del 7,1, mentre
i repubblicani si attestano sul 2,5%, poco meno del Blocco
48 DOPOGUERRA

Nazionale (liberali e Uomo Qualunque) che si colloca al 3%.


La Destra estrema (monarchici e Movimento sociale) supera
di poco il 5% . Simile lo scenario post-voto del Senato. La De
con 131 seggi (sul totale di 237), il Fronte popolare fermo a 72.
Un panorama cambiato in pochi mesi rispetto agli esiti della
Costituente: la De diventa un perno indiscusso per costruire
maggioranze parlamentari, il voto a sinistra premia il Pei
prevalente su altre componenti e culture, lo scontro bipolare
attraversa e plasma la definizione degli schieramenti nella I
legislatura repubblicana.
Poche settimane dopo la formazione del nuovo Parlamento
viene eletto al vertice delle istituzioni Luigi Einaudi, rientrato
dall’esilio svizzero nel 1944, governatore della Banca d’Italia
dal gennaio dell’anno successivo65. Presidente della Repubblica
attento alle basi economiche della ricostruzione, figura chia­
ve dei primi passi del dopoguerra, già ministro del Bilancio,
nell’autunno 1947 riuscì a rassicurare settori della società
italiana preoccupati dal passaggio a un sistema democratico
partecipativo; garante e arbitro dei nuovi equilibri sociali e
istituzionali.
Il quadro politico prende il segno della discontinuità e
della rottura pur mantenendo la sua carica inclusiva e con­
divisa. Un perimetro per tutti e di tutti in tensione continua.
Quando il 14 luglio 1948, a poche settimane dalla sconfitta
del Fronte popolare si diffonde la voce dell’attentato al leader
del Pei sembra farsi strada l’ipotesi di una possibile rivincita
nelle piazze. Al contrario il gesto di un esaltato studente di
destra non incrina le fondamenta di una costruzione comune.
Alla notizia che viaggia velocemente negli angoli della penisola
«Hanno sparato a Togliatti» segue una risposta composta, un
richiamo al rispetto di regole e legislazioni. Tranne casi isolati
di reazioni immediate e di piazza, la rabbia del popolo di
sinistra non esce dal solco tracciato nella Costituzione della
Repubblica66. Una prova importante che consolida e legittima
i rapporti di forza usciti dalle urne rilanciando le ragioni del
conflitto ideologico. La fine della grande alleanza antifascista o
della collaborazione forzata come qualcuno cominciò allora a
definirla circoscrive un confronto tra modelli, linguaggi, mondi
di riferimento. Un punto di equilibro faticosamente raggiun­
to: da un lato i vincoli del sistema internazionale, dall’altro
il protagonismo e la dimensione crescente dei partiti italiani.
DOPOGUERRA 49

In questo quadro la centralità della politica estera, il peso


di uno sguardo che vada al di là di confini e compatibilità
investe parte della classe dirigente. Un segmento significativo
di personalità, intellettuali, politici che declinano le proprie
convinzioni lungo l’interdipendenza crescente tra la Repubbli­
ca e la guerra fredda, tra lo spazio possibile di una comunità
nazionale e le connessioni crescenti di un mondo diviso in
due. L’anticomunismo delimita un campo di forze all’interno
dell’equilibrio bipolare, gli echi della guerra di Corea (1950-
1953) primo teatro di uno scontro Est-Ovest, rafforzano paure
e allarmi diffusi. L’espansionismo sovietico nel blocco orientale
diventa argomento di campagna elettorale e confronto dialet­
tico tra partiti su sponde contrapposte. L’ingresso dell’Italia
nella Nato neH’apriìe 1949 offre stabilità: campo occidentale,
alleanza militare di garanzia, protagonismo diretto nel proces­
so d’integrazione continentale. Il fallimento della Comunità
Europea di Difesa nei primi anni Cinquanta ridimensiona la
spinta all’integrazione e mette da parte (per lungo tempo) la
possibilità stessa di un esercito europeo integrato e condiviso:
la bocciatura definitiva con un voto del Parlamento francese
cade beffarda pochi giorni dopo la morte di De Gasperi.
Questi gli ingredienti basilari della ricostruzione post-bellica
che si consolida nella stagione centrista. Cosa viene prima
tra l’Europa e gli Usa? Quale asse ha più peso nelle priorità
strategiche della classe dirigente italiana, quello atlantico o
quello continentale? Difficile rispondere in modo univoco.
Sono ambiti che si completano e si rafforzano reciproca­
mente pur con tempistiche differenti: il progetto europeo ha
uno spessore culturale che ne motiva ambizioni e finalità, la
partnership atlantica unisce ragioni di convenienza (basti il
richiamo agli aiuti del Piano Marshall) con obiettivi strategici
iscritti nella dottrina Truman del contenimento nei confronti
dell’espansionismo del mondo comunista67. Più culturale la
prima (Europa) e più politica la seconda (America), in una
distinzione che rischia di separare un’opzione complessiva e
strategica sulla collocazione internazionale della Repubblica.
I termini del contesto sono la chiave per meglio collocare le
scelte della ricostruzione.
Nel 1951 si tiene il primo censimento su base nazionale
dopo la fine della guerra: 47 milioni e mezzo di abitanti, net­
ta maggioranza di contadini. Un paese a prevalenza agricola
50 DOPOGUERRA

(ancora per pochi anni) nel quale le parole e gli auspici del
fascismo sui caratteri di una modernizzazione dinamica e uni­
ficante non avevano avuto grandi fortune. Il segno prevalente
è quello della continuità di uomini, carriere, funzioni e ruoli
nello Stato68. Campagne arretrate in condizioni spesso diffi­
cili con un processo di urbanizzazione lento e distante dagli
standard evoluti del tempo, base industriale ristretta legata alla
proprietà di alcune famiglie e alle zone del triangolo del Nord.
La continuità segna la struttura portante della società italiana:
quasi il 13% gli analfabeti, più del 46% i semianalfabeti, solo
Yl% della popolazione giovanile riesce a laurearsi. Un paese
arretrato con una scarsissima mobilità sociale, segnato dalle
condizioni familiari di partenza, lontano dagli effetti legati
all’immissione della cultura nelle strategie di costruzione della
cittadinanza. Il censimento porta le cifre dell’arretratezza: alta
mortalità infantile, condizioni igieniche precarie (solo il 10%
ha il proprio bagno), malattie infettive causa di molti decessi,
i beni indici di agio o ricchezza (telefono, automobile) in
possesso di meno del 5% della popolazione.
Negli stessi anni tra il 1951 e 1952 viene condotta l'Inchiesta
sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla; il ritratto del
paese è impietoso. Quasi il 12% delle famiglie vive in condizioni
di povertà; solo il 40% della popolazione alloggia in strutture
adeguate (non affollate); la condizione delle periferie e delle
borgate nelle grandi città è particolarmente disagiata. Quasi
4 milioni e mezzo di famiglie non mangiano mai carne, poco
più di 3 milioni la mangiano solo una volta a settimana; 1
milione e 700 mila famiglie non usano lo zucchero. La sintesi
è che il livello alimentare è molto basso per quasi il 28% degli
italiani, da modesto a buono per oltre il 51% , elevato per il
21%. La differenza nel reddito prò capite tra Nord e Sud è di
1 a 5. Solo il 54% degli italiani indossa scarpe adeguate. Una
società fortemente conservatrice condizionata da tare antiche,
un cammino ancora lungo e faticoso per risalire la china verso
le speranze della modernità69.
Di converso, il grande cambiamento dell’impegno e del
protagonismo cattolico non modifica la tradizionale relazione
confessionale di parti consistenti della società italiana. Senti­
menti religiosi diffusi convivono con le prime significative spinte
alla cittadinanza moderna. Le relazioni tra Chiesa, strutture
del mondo cattolico e meccanismi decisionali sono destinate a
DOPOGUERRA 51

nuove tensioni, legate alle scelte della Democrazia cristiana e


al pluralismo di componenti interne in competizione tra loro.
L’impostazione degasperiana si afferma (contro i vecchi popolari
e i nuovi dossettiani) saldandosi con le compatibilità del nuovo
mondo, superando divisioni interne e letture confessionali. La
scomunica della Santa Sede nei confronti dei comunisti del
luglio 1949 («I fedeli che professano la dottrina del comuniSmo
materialista e anticristiana e anzitutto coloro che la difendono
0 se ne fanno propagandisti incorrono ipso facto come apostati
della fede cattolica nella scomunica») appare come ultimo
atto di una contrapposizione frontale ormai superata dalla
composizione della società italiana e dagli effetti dei processi
di secolarizzazione. La dialettica comunismo-anticomunismo
passa per altre vie, si alimenta di miti contrapposti, trova nella
guerra fredda ragioni e limiti invalicabili70.
Il centrismo è stato a lungo raccontato dai vinti, da chi ne
aveva subito e pagato le conseguenze. Solo il tempo ha con­
sentito un giudizio più equilibrato, dove trovassero spazio e
attenzioni gli slanci riformatori della I legislatura71. Una stagione
che è stata analizzata da prospettive tra loro confliggenti: il
merito delle riforme realizzate, di ciò che faticosamente entrava
nella legislazione dello Stato o di converso il demerito di ciò
che si sarebbe potuto ottenere. Chi sperava di più, chi era
uscito dalla Resistenza con ambizioni e utopie vede ripiegare
1 propri orizzonti su alcune scelte che non soddisfano fino in
fondo le aspirazioni di cambiamento radicale. Solo più avanti,
quando il cammino del riformismo incompiuto si è arricchito
di nuove tappe e occasioni perse, allora quelle scelte iniziali
hanno ritrovato forza e ragioni; il bicchiere è cominciato ad
apparire mezzo pieno, nonostante limiti e battute d’arresto
che hanno attraversato il periodo 1948-195372.
Alla base del riformismo della I legislatura gli effetti di
una congiuntura favorevole: stabilità politica nel dopo elezioni,
portato delle politiche antinflazionistiche promosse dal mini­
stro Einaudi. Il governo si fa promotore della riforma agraria
con una serie di leggi in successione, indirizzate verso alcune
zone del paese o in grado di fornire un riferimento quadro:
gli ettari espropriati e assegnati sfiorano la cifra di 750 mila.
Investimenti mirati avrebbero portano innovazioni e benefici
aumentando le capacità produttive. L’orizzonte dell’intervento
riformista avrebbe condotto a due significativi risultati (nelle
52 DOPOGUERRA

intenzioni almeno): la creazione di una classe media di con­


tadini e piccoli proprietari terrieri, l’incremento significativo
dei tassi di produzione. In questo quadro, a cinque anni
dalla fine della guerra, nel 1950 venne istituita la Cassa per
il Mezzogiorno, un ente in grado d’agire direttamente nelle
zone più arretrate e bisognose con una gamma di compiti
e possibilità: bonifiche, interventi sulle acque o sui terreni,
costruzione di strade, villaggi, stalle, impianti industriali per
innovazione agricola e tanto altro73. In pochi anni le funzioni
della Cassa vennero estese al settore industriale fino al sostegno
al credito e all’iniziativa privata. Uno sforzo significativo che
aveva il pregio di misurarsi nel merito con gli effetti diffusi
della questione meridionale senza tuttavia riuscire a invertire
tendenze e comportamenti non ispirati dall’interesse generale.
Un’attività di oltre tre decenni che ha così accompagnato la
fase espansiva del dopoguerra italiano.
A fianco della riforma agraria e della Cassa per il Mez­
zogiorno il programma riformista del quadripartito (la De
con i Partiti laici repubblicano, liberale e socialdemocratico)
poggia su altri campi, o settori d’intervento. Meno signifi­
cativi da un punto di vista quantitativo, ma non per questo
marginali nell’impostazione degasperiana. Il solo elenco offre
il ventaglio delle possibili strategie d’intervento: leggi per il
rimboschimento e la promozione di cantieri di lavori pubbli­
ci, la riforma fiscale proposta dal ministro Vanoni, un piano
di 7 anni per la costruzione di nuovi alloggi popolari (Ina
Casa)74, un intervento legislativo di sostegno e promozione
dell’addestramento professionale. Un insieme di proposte che
avevano come obiettivo al tempo stesso l’assorbimento di mano
d’opera disoccupata e l’innalzamento graduale del livello di
formazione diffusa. Nei nuovi cantieri vennero occupati tra
i 100 e i 250 mila giovani, un piccolo segmento entrava così
nel mondo del lavoro.
Poco si fece rispetto a quanto sarebbe stato necessario e
auspicabile. Tuttavia la carica riformista del primo tratto di
strada della Repubblica rimane un punto fermo, un approccio
unico e per molti versi irripetibile. La cifra che lo distingue
e lo qualifica, persino al di là degli esiti insoddisfacenti, è
data dall’incontro positivo, dalla sinergia tra le spinte del
Piano Marshall (le linee di spesa e di intervento concordate
dell’European Recovery Program) e le capacità della classe
DOPOGUERRA 53

dirigente italiana nell’individuare priorità d’intervento e stru­


menti legislativi. La nuova architettura politica e istituzionale
veniva così messa alla prova sul terreno delle competenze e
delle priorità individuabili.
Gli anni del centrismo degasperiano sono attraversati da una
diffusa conflittualità sociale, spesso di origine contadina legata
alle espropriazioni di terre realizzate o minacciate. Un conflitto
mai sopito che mette di fronte proprietari agrari e contadini
alla ricerca di condizioni di vita e di lavoro migliori. Il ruolo
del governo non è neutro. Mentre si compiono i primi passi
che porteranno alla riforma agraria, lo scontro di classe non
viene ammesso o tollerato, la stabilizzazione moderata passa
per la capacità di gestire e governare la radicalizzazione. Oltre
ai contadini sono settori di classe operaia che si mobilitano
in nome di una redistribuzione di reddito e di lavoro. Casi
emblematici che richiamano una conflittualità più diffusa. A
Melissa, in Calabria, alla fine di ottobre 1949 l’occupazione
di terre da parte di nuclei contadini sfocia in uno scontro con
le forze dell’ordine. Il bilancio è di tre morti (due giovani e
una donna) e di numerosi feriti. In breve diventa un episodio
simbolo della difficile combinazione tra aspirazioni, ambizioni
diffuse e rapporti di forza. Il mondo contadino protagonista
di una riforma profonda della proprietà terriera rimane una
controparte, nel migliore dei casi un interlocutore privilegiato.
Da un altro punto di osservazione le logiché e le finalità dei
proprietari terrieri non vengono scalfite dalle nuove iniziative
legislative. L’esecutivo non esita a schierare le forze dell’ordine
a difesa del sistema e delle sue prerogative. Pochi mesi dopo,
all’inizio del nuovo anno una manifestazione di protesta nei
pressi delle Fonderie Riunite di Modena mette di fronte forze
dell’ordine e classe operaia. Un forte taglio di mano d’opera
aveva portato a scioperi e serrate. Dopo quasi un mese di chiu­
sura la fonderia riprende l’attività a ranghi ridotti. Anche in
questo caso lo scontro finisce nel peggiore dei modi: sei morti
tra i dimostranti, una prova di forza che il governo sceglie di
arginare e reprimere con durezza.
Le cifre aiutano a ricostruire il clima del conflitto sociale
che attraversa gli anni della ricostruzione: oltre 3 mila feriti
e più di 92 mila fermati nel periodo considerato. Nel 1947 i
lavoratori caduti erano stati 14, due di più l’anno successivo
e ancora 15 nel 1949 e 17 nel 1950. Un clima pesante cupo,
54 DOPOGUERRA

segnato dalle dinamiche di uno scontro tra opposti convinci­


menti: da una parte le forze dell’ordine, dall’altra contadini e
operai sostenuti dalle organizzazioni politiche e sindacali della
sinistra. I verbali del Consiglio dei ministri del tempo sono lo
specchio di una contrapposizione frontale tra posizioni non
conciliabili75.
Si delinea una contraddizione non incidentale. Da un lato
i propositi di una democrazia partecipata e consensuale: l’idea
che si possa (e per molti si debba) uscire dalle strettoie della
guerra rafforzando le basi di partecipazione, rilanciando le
strategie d’inclusione alla cittadinanza e affrontando alcuni
grandi, problemi (le tare storiche) che avevano caratterizzato
le fasi precedenti del processo di nazionalizzazione. Il bagaglio
riformista affonda le radici in queste convinzioni, nell’idea che
solo le democrazie irrobustite dalle sfide del tempo possano
farcela, trovare un posto nel costituendo sistema internaziona­
le. Ma dall’altra parte si muovono e si organizzano ostacoli e
convinzioni che si frappongono, comportamenti che spingono
verso direzioni opposte: il ricorso allo scontro per reprimere
le istanze sociali, la difficoltà a modificare rapporti di forza e
relazioni tra ceti emergenti e poteri consolidati. E uno spazio
stretto che permette al nuovo sistema politico di fare i primi
passi senza smarrire una direzione di marcia e mantenendo i
tratti di fragilità, debolezza, incompletezza che ne condizio­
neranno il cammino. Una democrazia difficile, come verrà in
seguito definita da un protagonista come Aldo Moro, esposta
ai venti della conflittualità, protetta, sofferente o fragile, inca­
pace di rafforzare un processo di riforme necessario e urgente.
La proposta politica di De Gasperi - per dirlo con le parole
di uno storico come Pietro Scoppola - è figlia di tale frangente,
tiene insieme le spinte al cambiamento e alle riforme con le
paure sul controllo degli esiti di conflitti e lacerazioni76. È una
proposta complessa che si basa su un «partito della nazione»,
la Democrazia cristiana (persino l’associazione dei due termini
porta il segno della discontinuità difficile) che in nome della
sua forza politica ed elettorale tenta di diventare una sorta di
garanzia di pluralismo culturale, politico e confessionale (sul
modello del cattolicesimo tedesco)77 come base della convi­
venza tra italiani. Un patto non scritto fondato sull’assunzione
di responsabilità storiche e sulla possibilità di consolidare un
terreno comune d’intesa e collaborazione. Un partito politico
DOPOGUERRA 55

come parte di una collettività, espressione di convincimenti


e opinioni. De Gasperi tiene a bada le spinte verso destra;
emblematica in tal senso la vicenda dell’operazione Sturzo
nelle elezioni comunali di Roma del 1952 quando si affaccia
la possibilità di consolidare un blocco di destre alternative al
centrosinistra sostenuto dal Vaticano che non convince il leader
democristiano78. La De rimane nel solco dell’ispirazione inizia­
le, dal centro cammina verso sinistra cercando interlocutori e
compagni di strada tentando contestualmente di controllare e
governare le spinte all’autosufficienza, a fare da soli come se
potesse reggere, sul grande consenso del 1948, l’insieme del
sistema politico repubblicano.
Il tempo è quello dei partiti di massa con milioni d’iscritti,
centinaia di migliaia di militanti di ogni età e diversa estrazione
sociale, distribuiti in modo uniforme sul territorio nazionale.
Partiti e strutture collaterali che fungono da cinghie di tra­
smissione: organizzazioni giovanili e femminili, associazioni
ricreative per lo sport e il tempo libero, forme sindacali di
difesa d’interessi del lavoro. Una società composita segnata
dalla ricerca del consenso, ogni parte si dota di strumenti
antichi e nuovi: mezzi di comunicazione, quotidiani, periodici,
forme stabili di propaganda legata alla politica.
Il Parlamento ha una centralità riconosciuta e condivisa,
raccoglie e rappresenta ciò che si muove nella società. L’ulti­
ma fase della vita di De Gasperi è consegnata al tentativo di
modificare la legge elettorale, intervenendo sul rapporto tra
voti espressi e rappresentanza parlamentare. Una pagina molto
discussa e significativa che evidenzia una delle caratteristiche
distintive del dopoguerra italiano: la laboriosa costruzione
di maggioranze parlamentari nel quadro della Repubblica
dei partiti. Dopo la morte di Stalin nel 1953, De Gasperi
tenta di rafforzare la maggioranza che ha costruito e difeso.
La proposta di legge, la «legge truffa» per i suoi oppositori,
aveva l’obiettivo di rafforzare l’esecutivo intervenendo sostan­
zialmente negli equilibri tra i poteri dello Stato79. La riforma
avrebbe consegnato un significativo 65% dei seggi alla Camera
dei deputati per la coalizione che preventivamente costituita
avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi. Un premio
forte, con una soglia molta alta. Forse troppo alta per poter
consolidare un consenso necessario e al contrario così alta
da motivare reazioni contrarie di segno e finalità diverse. Un
56 DOPOGUERRA

fronte che si compatta per rifiutare un’innovazione così ardita.


Il premio alla fine non scattò nelle elezioni del 1953 per una
manciata di voti, ma le ragioni di quella proposta, i contenuti
di quella sconfitta non si esauriscono con il venir meno del
dibattito sulla legge elettorale. De Gasperi voleva rafforzare
l’area della governabilità, sottrarre spazio tanto alle sinistre
contenendole, quanto ai rigurgiti di destra che animano settori
non marginali del mondo cattolico. Tuttavia, quella soglia così
alta monopolizza il confronto sui rischi di un’accentuazione
eccessiva del ruolo della De (da maggioranza relativa a maggio­
ranza assoluta), sui pericoli che una maggioranza parlamentare
del 65 % potesse raggiungere il quorum per proporre riforme
costituzionali senza garanzie o vincoli. Per il proponente una
sconfitta rotonda in tutti i sensi, un progressivo allontanarsi
dall’ispirazione originaria del centrismo che dopo il 1953 diven­
ta prevalentemente una formula di sopravvivenza di equilibri
e rendite di posizione. Ma rimangono intatti i termini delle
debolezze strutturali da cui muovevano quelle proposte: un
esecutivo incapace di intervenire, spesso in balia di maggioranze
variabili o di veti incrociati di correnti o componenti interne
alle forze politiche, in secondo luogo l’affermarsi progressivo
del «governo ai margini», l’estendersi della prassi dell’utilizzo
del potere ai fini del consenso elettorale. Un sistema di potere
che si delinea progressivamente, un impianto che punterà in
breve a una vera e propria occupazione delle istituzioni in grado
di offrire ai partiti prospettive e finalità allora sconosciute.
Con il tramonto dell’equilibrio centrista vengono meno
certezze e rassicurazioni. Anche chi osserva la Repubblica
dall’esterno si domanda cosa potrà succedere, quali nuovi
equilibri potranno venire avanti. La fine delle certezze è un
segno dei tempi, l’inizio di una fase di cambiamento e tra­
sformazione tanto nella politica quanto nelle dinamiche della
società italiana. In pochi anni nulla sarà più come prima.

Note al capitolo primo

1 G. Bottai, Diario 1935-1944, a cura di G.B. Guerri, Milano, Rizzoli,


1989, p. 228.
2 A. Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1942 al 1992,
Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 7-9.
DOPOGUERRA 57

3 T. Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, Milano,


Mondadori, 2007.
4 P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi,
1989, p. 6.
5 N. Lewis, Napoli ’44, Milano, Adelphi, 1998, p. 13.
6 C. Pavone, La mia Resistenza. Memorie di una giovinezza, Roma,
Donzelli, 2015, p. 16.
7 G. Crainz, L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia, Roma, Donzelli,
2007, p. 13.
8 G. Hammermann, Gli internati militari italiani in Germania. 1943-
1945, Bologna, Il Mulino, 2004; C. Brezzi (a cura di), Né eroi, né martiri,
soltanto soldati. La Divisione «Acqui» a Cefalonia e Corfù settembre 1943,
Bologna, Il Mulino, 2014; E. Aga Rossi, Cefalonia. La resistenza, l’eccidio,
il mito, Bologna, Il Mulino, 2016; M. De Paolis e I. Insolvibile, Cefalonia.
Il processo, la storia, i documenti, Roma, Viella, 2017.
9 E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L"'armistizio italiano del set­
tembre 1943 e le sue conseguenze, Bologna, Il Mulino, 2003.
10 R. Battaglia, Un uomo, un partigiano, Torino, Einaudi, 2004, p. 165.
11 P. Scoppola, 25 aprile. Liberazione, Torino, Einaudi, 1995; Id., La
Costituzione contesa, Torino, Einaudi, 1998.
12 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema
politico 1945-1996, cit.
13 C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Re­
sistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.
14 P. Pombeni, La Costituente. Un problema storico-politico, Bologna,
Il Mulino, 1995.
15 P. Farneti, Sistema politico e società civile. Saggi di teoria e ricerca
politica, Torino, Giappichelli, 1971.
16 Cfr. E. Di Nolfo, La Repubblica delle speranze e degli inganni. L’Ita­
lia dalla caduta del fascismo al crollo della Democrazia cristiana, Firenze,
Ponte alle Grazie, 1996; Id., Gli alleati e la questione istituzionale in Italia,
1941-1946, in «Quaderni costituzionali», 2, 1997, pp. 211-246; U. Gen­
tiioni Silveri, Il passaggio istituzionale nella documentazione alleata, in G.
Monina (a cura di), 1945-1946. Le origini della Repubblica, voi. I, Contesto
internazionale e aspetti della transizione, Soveria Mannelli, Rubbettino,
2007, pp. 99-117.
17 I. Bonomi, Diario di un anno (2 giugno 1943-10 giugno 1944), Roma,
Castelvecchi, 2014.
18 L. Polese Remaggi, La nazione perduta. Ferruccio Farri nel Novecento
italiano, Bologna, Il Mulino, 2004.
19 P. Dogliani e M. Ridolfi (a cura di), 1946. I comuni al voto. Elezioni
amministrative, partecipazione delle donne, Imola, La Mandragora, 2007.
20 Circa 650.000 milanesi hanno votato in ordine perfetto, in «Il Corriere
d’informazione», 8-9 aprile 1946, ora in P. Gabrielli, Il 1946, le donne, la
Repubblica, Roma, Donzelli, 2009, p. 135.
58 DOPOGUERRA

21 Non un solo incidente nelle 898 sezioni milanesi, in «Il Nuovo Cor­
riere della Sera», 3-4 giugno 1946, ora in Gabrielli, Il 1946, le donne, la
Repubblica, cit., p. 152.
22 Gabrielli, Il 1946, le donne, la Repubblica, cit., pp. 93-147; Id., Il
primo voto: elettrici ed elette, Roma, Castelvecchi, 2016.
23 N. Bobbio, Autogoverno e libertà politica (1946), in Id., Tra due
Repubbliche. Alle origini della democrazia italiana, Roma, Donzelli, 1996,
pp. 105-106.
24 Gentiioni Silveri, Il passaggio istituzionale nella documentazione
alleata, cit., pp. 109-111.
25 S. Colarizi, Storia politica della Repubblica. Partiti, movimenti e isti­
tuzioni. 1943-2006, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 42-46.
26 Su questo si veda S. Lanaro, Una istituzione super partes? Il ruolo
della Corona nella politica italiana, in «Cheiron. Materiali e strumenti di
aggiornamento storiografico», 25-26, a cura di F. Mazzonis, La Monarchia
nella storia dell’Italia unita. Problematiche ed esemplificazioni, Roma,
Bulzoni, 1997, pp. 19-40; F. Mazzonis, Monarchia, in Dizionario storico
dell’Italia unita, a cura di B. Bongiovanni e N. Tranfaglia, Roma-Bari,
Laterza, 1996, pp. 622-631.
27 F. Lucifero, I!ultimo re. I diari del ministro della Reai Casa 1944-1946,
a cura di A. Lucifero e F. Perfetti, Milano, Mondadori, 2002.
28 Gentiioni Silveri, Il passaggio istituzionale nella documentazione
alleata, cit., p. 115.
29 P. Calamandrei, Miracolo della ragione, in «Il Nuovo Corriere della
Sera», 9 giugno 1946; la citazione anche in Gabrielli, Il 1946, le donne,
la Repubblica, cit., p. 25.
30 Cfr. A. Ventrone, La cittadinanza repubblicana. Torma-partito e identità
nazionale alle origini della democrazia italiana (1943-1948), Bologna, Il
Mulino, 1996; P. Scoppola, Lezioni sul Novecento, a cura di U. Gentiioni
Silveri, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 23-44.
31 M. Salvati, Moro e la nascita della democrazia repubblicana, in R. Moro
e D. Mezzana (a cura di), Una vita, un paese. Aldo Moro e l’Italia del Nove­
cento, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014, pp. 33-55, la citazione a p. 43.
32 N. Bobbio, Diritto e Stato negli scritti giovanili, in Cultura e politica
nell’esperienza di Aldo Moro, a cura di P. Scaramozzino, Quaderni della
rivista «Il Politico», Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia,
Milano, Giuffrè, 1982, p. 6; anche in Salvati, Moro e la nascita della de­
mocrazia repubblicana, cit., pp. 42-43.
33 Su questi aspetti si veda G. Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia
dalla liberazione ad oggi, Roma, Donzelli, 2016, pp. VII-VIII.
34 «Compromesso significa risoluzione di un conflitto mediante una nor­
ma che non è totalmente conforme agli interessi di una parte, né totalmente
contraria agli interessi dell’altra, esso rientra pertanto nella natura stessa
della democrazia» secondo la lettura critica proposta da Hans Kelsen, la
citazione in L. Carlassare, Nel segno della Costituzione. La nostra carta per
il futuro, Milano, Feltrinelli, 2012, p. 25. ‘
DOPOGUERRA 59

55 F. De Felice, La questione della nazione repubblicana, Roma-Bari,


Laterza, 1999, pp. 41-153.
36 G. Formigoni, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), Bologna,
Il Mulino, 2016.
37 Su questo Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di
un sistema politico 1945-1996, cit., pp. 197-207.
38 Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, cit., pp.
19-81; I. Buruma, Il prezzo della colpa. Germania e Giappone: il passato che
non passa, Milano, Garzanti, 1994; Id., Anno zero. Una storia del 1945,
Milano, Mondadori, 2015.
39 Discorso tenuto il 5 marzo 1946 presso il Westminster College di
Fulton, Missouri (Lisa). Sulle dinamiche della guerra fredda cfr. R. Crockatt,
Cinquant’anni di guerra fredda, Roma, Salerno Editrice, 1997; B. Bongio-
vanni, Storia della guerra fredda, Roma-Bari, Laterza, 2001; F. Romero,
Storia della guerra fredda. Uultimo conflitto per l’Europa, Torino, Einaudi,
2009; J.L. Harper, La Guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, Bologna,
Il Mulino, 2013; J.L. Gaddis, La guerra fredda, Milano, Mondadori, 2017.
40 M. Gilbert, Churchill. La vita politica e privata, Milano, Mondadori,
2014; E. Ragionieri, Churchill, Palermo, Sellerio, 2002.
41 Cfr. F. Romero, Gli Stati Uniti in Italia: il Piano Marshall e il Patto
atlantico, in Storia dell’Italia repubblicana, voi. 1, La costruzione della de­
mocrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta, Torino, Einaudi,
1994, pp. 231-289.
42 A. De Gasperi, Il ritorno alla pace, Roma, Edizioni Cinque Lune,
1977, pp. 165-166; M. Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, 1866-2006,
Bologna, Il Mulino, 2007; S. Lorenzini, L'Italia e il trattato di pace del 1947,
Bologna, Il Mulino, 2007.
43 P. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, Bologna, Il Mulino,
1977; P. Craveri, De Gasperi, Bologna, Il Mulino, 2006; P. Pombeni, Il
primo De Gasperi. La formazione di un leader politico, Bologna, Il Mulino,
2007; P. Acanfora, Miti e ideologia nella politica estera De. Nazione, Europa
e Comunità atlantica (1943-1954), Bologna, Il Mulino, 2013.
44 De Gasperi, Il ritorno alla pace, cit., p. 166.
45 A. Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, Roma-Bari,
Laterza, 2016, pp. 32-35.
46 De Gasperi, Il ritorno alla pace, cit., p. 181.
47 G. Formigoni, La Democrazia cristiana e l’alleanza occidentale (1943-
1953), Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 117-152; M. Del Pero, L’alleato
scomodo. Gli Usa e la De negli anni del centrismo (1948-1955), Roma,
Carocci, 2001, pp. 17-25.
48 G. Mammarella, L’Italia contemporanea (1943-1989), Bologna, Il
Mulino, 1990, pp. 107-120; P. Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia
della Repubblica 1946-2013, Roma-Bari, Laterza, 2017, pp. 74-78.
49 Cfr. G. Crainz, Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Euro­
pa, Roma, Donzelli, 2005; R. Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni,
le foibe, l’esilio, Milano, Rizzoli, 2005; Cattaruzza, L’Italia e il confine
orientale, 1866-2006, cit.
60 DOPOGUERRA

50 Una ricostruzione in R. Pupo, Trieste '45, Roma-Bari, Laterza, 2010,


pp. 279-318.
51 E. Sestan, "Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale,
Roma, Edizioni Italiane, 1947, p. 124, in Crainz, Il dolore e l’esilio. L’Istria
e le memorie divise d’Europa, cit., pp. 11-12.
52 Su questi aspetti cfr. A. Varsori, L’Italia nelle relazioni internazionali,
1943-1992, Roma-Bari, Laterza, 1998; F. Romero e A. Varsori (a cura di),
Nazione. Interdipendenza, integrazione. Le relazioni internazionali dell’Italia,
Roma, Carocci, 2006; R. Gualtieri, Nazionale e internazionale nell’Italia
del dopoguerra, in S. Pons (a cura di), Novecento italiano, Roma, Carocci,
2000, pp. 229-256; la chiave interpretativa di Formigoni, Storia d’Italia
nella guerra fredda, cit., pp. 9-21.
53 Cfr. D. Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Bologna, Il
Mulino, 2004.
54 Su questo, C.S. Maier, Leviatano 2.0. La costruzione dello stato mo­
derno, Torino, Einaudi, 2018, pp. 211-306.
55 M. Del Pero, Dalleato scomodo. Gli Usa e la De negli anni del cen­
trismo (1948-1955), Roma, Carocci, 2001; C. Spagnolo, La stabilizzazione
incompiuta. Il Piano Marshall in Italia (1947-1952), Roma, Carocci, 2001;
E. Bernardi, La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti. Guerra fredda,
Piano Marshall e interventi per il Mezzogiorno negli anni del centrismo
degasperiano, Bologna, Il Mulino, 2006; W.I. Hitchcock, The Marshall
Pian and thè Creation of thè West, in The Cambridge History of thè Cold
War, voi. I, Origins, a cura di M.P. Leffler e O.A. Westad, Cambridge,
Cambridge University Press, 2010, pp. 154-174; B. Steil, Il Piano Marshall.
Alle origini della guerra fredda, Roma, Donzelli, 2018.
56 Su queste tematiche cfr. F. Barbagallo, La questione italiana. Il Nord
e il Sud dal 1860 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2017.
57 H. Woeller, I conti con il fascismo. Depurazione in Italia 1943-1948,
Bologna, Il Mulino, 2008; M. Salvati, Cittadini e governanti. La leadership
nella storia dellTtalia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1997.
58 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema
politico 1945-1996, cit., p. 539.
59 Cfr. Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, cit.; Craveri, De
Gasperi, cit.; Pombeni, Il primo De Gasperi. La formazione di un leader
politico, cit.; G. Tognon (a cura di), Su De Gasperi. Dieci lezioni di storia
e di politica, Trento, FBK Press, 2013.
60 P. Scoppola, De Gasperi fra passato e presente, in Tognon (a cura di),
Su De Gasperi. Dieci lezioni di storia e di politica, cit., p. 19.
61 Acute riflessioni in E. Gentile, Né stato né nazione. Italiani senza
meta, Roma-Bari, Laterza, 2010.
62 P. Craveri, Enrico De Nicola, in S. Cassese, G. Galasso e A. Melloni
(a cura di), I presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale
nella storia della democrazia italiana, Bologna, Il Mulino, 2018, voi. I, pp.
89-116; G. Tognon, Alcide De Gasperi, in Cassese, Galasso e Melloni (a
cura di), I presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale
nella storia della democrazia italiana, cit., voi. I, pp. 59-88.
DOPOGUERRA 61

63 Alla vigilia della consultazione popolare. Un’intervista con De Gasperi,


in «Il Messaggero», 17 aprile 1948.
64 Romero, Storia della guerra fredda. Uultimo conflitto per l’Europa,
cit., pp. 17-72.
63 Sulla figura e il pensiero di Einaudi cfr. N. Acocella (a cura di), Luigi
Einaudi: studioso, statista, governatore, Roma, Carocci, 2010; A. Viarengo,
Luigi Einaudi, in Cassese, Galasso e Melloni (a cura di), I presidenti della
Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia della democrazia
italiana, cit., voi. I, pp. 117-158.
66 G. Caredda, Governo e opposizione nell’Italia del dopoguerra 1947-
1960, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp. 57-69; A. Agosti, Togliatti, Torino,
Utet, 1996, pp. 359-364; G. Fiocco, Togliatti, il realismo della politica. Una
biografia, Roma, Carocci, 2018, pp. 217-223.
67 G.F. Kennan, The Kennan Diaries, New York-London, W.W. Norton
& Company, 2014.
68 C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti su fascismo, antifascismo
e continuità dello Stato, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.
69 Su questi aspetti si veda Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia
dal 1942 al 1992, cit., pp. 163-172.
70 G. Verucci, La Chiesa cattolica in Italia dall’Unità ad oggi, Roma-Bari,
Laterza, 1999, pp. 67-77; F. Traniello, Città dell’uomo. Cattolici, partito e
stato nella storia d’Italia, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 279-332; G. Miccoli,
Fra mito della cristianità e secolarizzazione. Studi sul rapporto Chiesa-società
nell’età contemporanea, Torino, Marietti, 1985, pp. 356-361.
71 U. De Siervo, S. Guerrieri e A. Varsori (a cura di), La prima legisla­
tura repubblicana. Continuità e discontinuità nell’azione delle istituzioni, 2
voli., Roma, Carocci, 2004.
72 Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione ad oggi, cit.,
pp. 57-66.
73 Per uno sguardo d’insieme sulla vicenda della Cassa e sull’intervento
straordinario cfr. S. Cafiero, Storia dell’intervento straordinario nel Mezzo­
giorno (1950-1993), Manduria, Lacaita, 2000; G. Pescatore, La Cassa per
il Mezzogiorno. Un’esperienza italiana per lo sviluppo, Bologna, Il Mulino,
2008; A. Lepore, E. Felice e S. Palermo (a cura di), La convergenza possibile.
Strategie e strumenti della Cassa per il Mezzogiorno nel secondo Novecento,
Bologna, Il Mulino, 2015; A. Lepore, Cassa per il Mezzogiorno e politiche
per lo sviluppo, in Svimez, 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud.
1861-2011, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 123-165; Id., Il divario tra il
Nord e il Sud dal dopoguerra a oggi, in Mezzogiorno protagonista: missione
possibile (Atti del Convegno di Matera, 5 giugno 2017), Roma, Presidenza
del Consiglio dei ministri, 2017, pp. 19-75; L. Scoppola Iacopini, La Cassa
per il Mezzogiorno e la politica 1950-1986, Roma-Bari, Laterza, 2018.
74 Fanfani e la casa. Gli anni Cinquanta e il modello italiano di welfare
state. Il piano Ina-Casa, a cura dell’Istituto Luigi Sturzo, Soveria Mannelli,
Rubbettino, 2002.
75 Cfr. Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1942 al 1992,
cit., pp. 199-129; Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione
ad oggi, cit., pp. 51-56.
62 DOPOGUERRA

76 Scoppola, La proposta politica di De Gasperi, cit., pp. 5-23.


77 Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, cit., pp. 3-26.
78 A. D’Angelo, De Gasperile Destre e l’«operazione Sturzo». Voto
amministrativo del 1952 e progetti di riforma elettorale, Roma, Studienti,
2002; A. Riccardi, Il «partito romano». Politica italiana, Chiesa cattolica e
Curia romana da Pio XII a Paolo VI, Brescia, Morcelliana, 2007.
79 Diversi approcci interpretativi in Scoppola, La repubblica dei partiti.
Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, cit., pp. 263-274; G.
Quagliariello, La legge elettorale del 1953, Bologna, Il Mulino, 2003; M.S.
Piretti, La legge truffa. Il fallimento dell’ingegneria politica, Bologna, Il
Mulino, 2003.
Capitolo secondo

Le ragioni di un miracolo

1. Dentro l’età dell’oro

L’uscita dall’emergenza della ricostruzione non è immediata


né casuale. Un itinerario complesso e inatteso lega le sorti
della giovane Repubblica alle dinamiche dell’Occidente, a una
parte del pianeta beneficiaria di congiunture e scelte che ne
cambiano radicalmente il volto. Una discontinuità profonda,
un miracolo diffuso se si paragona il punto di arrivo alle dif­
ficoltà che lo precedono. Un miracolo economico che merita
di essere scomposto e analizzato: la dimensione interna fissata
dalle cifre del cambiamento di un paese uscito dal conflitto;
lo spazio internazionale che amplifica e motiva le ragioni
della rottura in un’area vasta attraversata dalle trasformazioni
dell’età dell’oro1.
In pochi anni in tanti passano dalla paura alla speranza,
dalla miseria al benessere, dall’arretratezza allo sviluppo.
Com’è stato possibile? E soprattutto quali elementi aiutano
a comprendere il senso più profondo di una trasformazione
radicale nel passaggio alla modernità di milioni di uomini e
donne che erano rimasti ai margini, esclusi o dimenticati?
Il termine «miracolo» rischia di portare fuori strada, in
un contesto che non corrisponde alla profondità dei fenomeni
storici. Tuttavia quel termine (abusato e riproposto in analisi
successive come richiamo a un periodo florido e spensiera­
to) ha il pregio di segnalare l’eccezionaiità del momento, la
vitalità di una fase che in Italia raggiunge il culmine nello
scorcio finale degli anni Cinquanta, pochi anni dopo l’esaurirsi
dell’equilibrio centrista. Si tratta della conferma evidente della
connessione che lega e condiziona zone diverse del mondo
accomunate dalla presenza di fattori e politiche capaci di de­
finirne lo sviluppo. Il quadro della guerra fredda si rafforza,
64 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

trovano conferme linguaggi e contrapposizioni sistemiche. Ma


la paura dello scontro tra i blocchi, l’incubo dell’arma atomica
segna un confine non detto, una sorta di limite invalicabile
che moltiplica il senso di responsabilità implicito per le sorti
dell’umanità2. Se ci spostassimo di prospettiva partendo dalle
macerie del 1945 le ombre che la guerra proietta sui decenni
successivi sono più durevoli di quanto inizialmente si possa
immaginare. L’età dell’oro nasce come conseguenza dello
sviluppo del quadro internazionale, della relativa pacifica­
zione dei conflitti interni ai diversi paesi e della spinta verso
la crescita economica che caratterizza e sostiene una parte
costitutiva del lungo dopoguerra3. La conclusione della lunga
e logorante guerra civile europea consente di sperimentare
percorsi di crescita e sviluppo sconosciuti: un quadro pacifico
e stabilizzato promuove opportunità e orizzonti raggiungibili.
Troppo semplice accomunare situazioni e contesti, le realtà
dei diversi paesi non sono facilmente assimilabili e i confini
tracciati dalla guerra fredda appaiono più resistenti della con­
nessione tra economie e mondi distanti. E il sistema bipolare
nel suo insieme, un sistema di precetti e comportamenti, un
meccanismo di regolazione dei conflitti che permette, e in una
certa misura favorisce, l’affermarsi dell’età dell’oro, il grande
balzo in avanti che investe le società dell’Occidente sviluppato.
La fine degli imperi coloniali facilita nuove relazioni, apre il
perimetro del mercato internazionale, sollecita le possibilità
di chi cerca nuove sfide, anche in spazi inesplorati o insicuri.
L’impatto della crescita socializzabile e a portata di mano
modifica la vita quotidiana, introduce tecnologie a uso esteso,
rende la società di massa uno straordinario motore del cam­
biamento: il consumo diffuso e generalizzato coinvolge gene­
razioni diverse, paesi distanti che entrano in comunicazione,
classi sociali differenti e in conflitto tra loro sorrette da una
spinta inarrestabile. Alcuni fattori unificano il processo verso
l’orizzonte di una dimensione internazionale piena che travalica
ambiti e compatibilità dei singoli paesi. I sintomi sono chiari,
utili a delineare il profilo di una discontinuità nel tracciato
del dopoguerra dell’Occidente4. La centralità del dollaro
come fattore di stabilità dopo che la crisi della sterlina aveva
pericolosamente segnato le instabili tensioni degli anni tra le
due guerre. Il sistema di Bretton Woods punta a costruire
strumenti di regolazione per dirimere controversie antiche e
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 65

per rafforzare il potere di stabilizzare il quadro del confronto


Est-Ovest5.1 conflitti si snodano dentro il perimetro previsto,
non alterano il ruolo delle superpotenze, facilitano la crescita e
lo sviluppo di sinergie positive con altre economie nazionali. La
centralità assunta così da un mercato regolato, un luogo dove
possano convergere politiche diverse, istanze non facilmente
compatibili. Mercati regolati segnati dalla sperimentazione di
politiche attive contro la disoccupazione, ispirate dalla convin­
zione di dover ampliare le strategie inclusive: un capitalismo
concertato e riformato in società complesse con la presenza di
corpi intermedi, sindacati, associazioni, partiti. Interessi diversi
rappresentati e organizzati tenuti insieme dalla spinta verso
un nuovo orizzonte da raggiungere. La crescita non richiama
esclusivamente una cifra numerica che modifica produttività
e prodotto interno lordo; ben presto quella cifra diventa un
segno di speranza, un’indicazione di futuro per le generazioni
che sono nate dopo l’età della catastrofe, dopo le violenze e
le distruzioni dei conflitti totali. Il miracolo dell’età dell’oro
è soprattutto una convinzione diffusa, fino a condividere una
previsione ambiziosa e coinvolgente: chi verrà dopo vivrà
meglio, avrà più possibilità e mezzi, sarà integrato e protetto
da relazioni e connessioni inedite. Non mancano occasioni
e banchi di prova. Lo stesso passaggio delle generazioni,
dai padri ai figli che oltre alla crescita vertiginosa prende il
segno della fiducia verso il futuro, l’istruzione da costruire e
rafforzare, l’ingresso possibile nel mondo del lavoro. Non un
cambiamento di pelle superficiale, né un passaggio comodo
o scontato. Il miracolo provoca una rivoluzione profonda,
un punto di non ritorno che si accompagna alla sconfitta
dell’emergenza: si consuma in modo inesorabile la centralità
del mondo contadino, si afferma la produzione industriale
consolidando processi di omologazione politica e culturale in
grado di unificare e avvicinare mondi diversi.
In un quadro così mutevole l’ingresso degli italiani nella
modernità è attraversato da spinte diverse. Nel gennaio 1954 la
televisione inizia la marcia di avvicinamento che la porterà nelle
case con i primi programmi. L’avvio è lento, difficoltoso. Solo
l’8% delle famiglie può disporre di elettricità, acqua corrente,
servizi propri. In meno di dieci anni la cifra si quadruplica
superando il 30% del totale delle abitazioni. Gli indicatori
numerici sono una misura preziosa se inserita in quel conte-
66 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

sto internazionale di crescita e sviluppo cui si è appena fatto


cenno. Il consumo di carne a persona si triplica tra il 1954 e
i quattordici anni successivi. Cambia la quotidianità della vita
delle famiglie italiane. Nel 1958 (nel punto più alto del boom
economico) la televisione ha fatto ingresso nella casa di una
famiglia su dieci; due anni dopo un apparecchio ogni cinque
famiglie, nel 1965 il rapporto diventa di un apparecchio ogni
due nuclei familiari. L’Italia contadina, cattolica e tradizionalista
è scossa nel profondo. Pio XII in un celebre messaggio insiste
sulla natura contraddittoria del nuovo strumento:

Spero sia un’occasione alle famiglie per rimanere unite lontano


dai pericoli di compagnie e luoghi malsani. Come non inorridire - si
domanda il pontefice precorrendo i tempi e le angosce di tanti - al
pensiero che mediante la televisione possa introdursi tra le stesse pareti
domestiche quell’atmosfera avvelenata di materialismo, di fatuità, di
edonismo che troppo spesso si respira in tante sale cinematografiche?6

La trasformazione non ha limiti né approdi certi, sfugge ai


controlli e alle consuetudini. I nuovi consumi si moltiplicano:
frigoriferi e lavatrici diventano un acquisto diffuso, una famiglia
su due per i primi, più lento l’ingresso delle seconde. Nella
seconda metà degli anni Sessanta le case sono già colme di
generi di consumo, oggetti, mobili in serie, elettrodomestici,
apparecchi audio o video che modificano la stessa fruizione
del tempo. Saltano le tradizionali divisioni tra tempo per il
lavoro e tempo libero e le dimensioni dello spazio si restringono
progressivamente. Ci si sposta - anche individualmente - con
mezzi di trasporto che cambiano le giornate e le dinamiche di
organizzazione delle famiglie. Le motociclette passano da un
milione di immatricolazioni nel 1951 fino ai quasi 4 milioni e
mezzo del 1963; le automobili (soprattutto le piccole utilitarie)
sono meno di 2 milioni nel 1960, cinque anni dopo superano
la cifra di 5 milioni e mezzo. Cambia il tempo, la percezione
dello spazio, l’orizzonte delle possibilità a portata di mano:
vespe, lambrette, cinquecento e seicento per muoversi, scoprire
e visitare luoghi lontani, sentirsi liberi e trarre il giovamento di
una vacanza di gruppo: in un decennio raddoppiano le preno­
tazioni alberghiere e si triplicano le presenze nei campeggi. Il
segno della mobilità si contrappone alla statica composizione
della società contadina tradizionale. In pochi anni tutto ap­
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 67

pare in movimento in una dialettica continua tra innovazioni


e conservazione tra il permanere di modelli e riferimenti o
l’affermarsi di inediti processi d’innovazione7.
Il cambiamento modifica la tradizionale stratificazione so­
ciale e culturale, mette in discussioni identità e appartenenze di
gruppo. A partire dal 1958 il numero degli italiani impiegato
nell’industria è superiore a coloro che lavorano nell’agricoltura.
Un mondo inizia a declinare inesorabilmente: più di 8 milioni
i contadini nel 1954, dieci anni dopo saranno 5 e nello scorcio
finale del secolo poco più di un milione. Le città sono la meta
di grandi spostamenti. Gli italiani che cambiano residenza
da un comune all’altro sfiorano i 25 milioni (cifre inimma­
ginabili fino a poco prima), quasi 10 milioni si muovono da
una regione all’altra. Mobilità in cerca di lavoro e di nuove
opportunità: geografie industriali e urbane che si modellano
secondo le nuove tendenze. Sistemi più complessi e articolati,
segnati dall’integrazione di funzioni, servizi, bisogni emergenti.
I mutamenti non hanno un confine certo e riconoscibile, toc­
cano il modo di vivere, di pensare, di studiare, di consumare,
persino di sognare delle nuove generazioni d’italiani. Non si
tratta della vittoria definitiva di un nuovo mondo sulla tradi­
zione stratificata della società preesistente. Al contrario i due
ambiti convivono e in parte confliggono: la realizzazione di
bisogni primari e antiche aspirazioni con la spinta verso nuovi
orizzonti attraverso consumi inediti e opportunità sconosciute.
Una dialettica irrisolvibile che si proietta sul cammino dell’Italia
repubblicana condizionandone esiti e contenuti. La costruzione
di identità e percorsi, lo stesso segno prevalente di una comu­
nità nazionale è il risultato del confronto continuo tra realtà
e modelli di riferimento diversi. Estrazioni sociali, itinerari di
formazione individuale, aree geografiche, ambiti territoriali,
lasciti di culture antiche, eredità di mondi lontani diventano
gli ingredienti di una complessa costruzione di strategie che
tratteggiano una nuova cittadinanza repubblicana. Più che una
sintesi onnicomprensiva e unificante tra la fine degli anni Cin­
quanta e il decennio successivo, il processo di nazionalizzazione
tiene insieme arretratezze arcaiche e modernità, eredità del
passato con fermenti rivoluzionari. L’incubazione di qualcosa
che si muove, radicata nel profondo delle trasformazioni del
tempo e in grado di tracciare un itinerario incerto negli esiti e
negli approdi. Anche i protagonisti in cammino sono diversi,
68 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

in tanti offrono un contributo autonomo: soggetti pubblici o


istituzionali (Stato, autonomie locali, culture politiche, orga­
nizzazioni di massa) insieme ai nuovi protagonisti di primo
piano: agenti acceleratori del boom, il mercato (le domande
di nuovi consumi e opportunità), le comunicazioni di massa
nelle forme pervasive e coinvolgenti proprie della modernità
del secondo Novecento. Le cifre danno il senso della radicalità
di un passaggio d’epoca, della fine di un mondo conosciuto. In
un decennio, dalla metà degli anni Cinquanta, il reddito prò
capite raddoppia mentre la produzione agricola viene investita
da un profondo processo di meccanizzazione: riduzione del
tempo di lavoro (di circa 40 volte) utilizzo di sostanze chimiche
e concimi per garantire livelli di produzione e consumo. I costi
ambientali saranno presto visibili e difficilmente limitabili. Il
paesaggio muta, trasformato dall’irrompere di mezzi invasivi
e politiche che non prevedono tutela e salvaguardia. Nello
stesso arco di tempo inizia a delinearsi la nuova geografia
industriale del paese, riflesso delle innovazioni del miracolo
economico. Il balzo di produttività sfiora l’85%, mentre gli
investimenti nel manifatturiero passano dal 4,5% al 6,3% del
reddito nazionale. In pochi anni la produzione industriale
italiana sale dal 9% al 12% di quella europea; il traino spetta
a settori quali l’automobilistico, il chimico, il siderurgico, la
meccanica. Da paese agricolo a potenza industriale in divenire
mentre si riducono sensibilmente le distanze da altri paesi
europei tradizionalmente più solidi e sviluppati. Il miracolo
del made in Italy poggia anche sulla possibilità di un ricorso
diffuso e disponibile a mano d’opera a basso costo che aumenta
la competitività dei prodotti mostrando il lato strumentale di
un paese povero che si mette in cammino, l’altra faccia della
modernità e delle sue regole scritte o nascoste8.
Un cambiamento in sintonia con la ridefinizione di assetti
internazionali che lega indissolubilmente destini di economie e
paesi. La mobilità diviene un tratto costitutivo, l’emigrazione
aumenta dai 250 mila italiani che si muovono nel 1954 ai 380
mila dei primi anni Sessanta. Un’emigrazione composita, meno
segnata dall’emergenza delle condizioni di vita. I flussi sono
anche un dato interno: dalle campagne alle città, dal Sud al
Nord: in cinque anni tra la fine dei Cinquanta e il decennio
successivo oltre un milione di meridionali sceglie di trasferirsi
nelle zone dove il miracolo sembra più convincente. Le mete
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 69

sono le città del Centro-Nord, i nuovi quartieri industriali, gli


agglomerati urbani che modificano le strutture urbanistiche
dei centri abitati. A Torino ogni giorno giunge il treno del
sole scaricando famiglie in cerca di lavoro, Milano cresce di
600 mila unità, Roma e Bologna di circa 400 mila. Si tratta
di un flusso continuo, un viaggio di speranze e spesso di illu­
sioni: lavori sottopagati, condizioni di vita difficili, diritti non
riconosciuti. Sono i volti di una modernità complessa che si
muovono attraverso la penisola rafforzando i distretti indu­
striali e accrescendo sensibilmente la cifra della popolazione
urbana. Mutano le campagne, le città, gli apparati produttivi
e le zone agricole. Gli italiani si muovono di più con mag­
giore frequenza e velocità: si afferma il trasporto privato, nel
1958 viene inaugurato il primo tratto dell’autostrada del sole
in una rete autostradale presto colma di automobili di varie
cilindrate a seconda della stratificazione sociale delle famiglie
italiane9. Il possesso della macchina (e di lì a poco della casa)
diventa la conferma di una scalata sociale che conduce fuori
dall’emergenza fin dentro le dinamiche più ambiziose dell’età
dell’oro. Una spinta generale e diffusa che omologa differenze
e peculiarità favorendo l’acquisto, la diffusione, la messa in
mostra di nuovi beni di consumo. L’auto come un simbolo, un
marchio della modernità e della sua forza e al contempo un
acceleratore della dimensione di massa della società. Di con­
verso la crescita dei viaggiatori che prendono il treno è molto
più contenuta (da 372 milioni nel 1959 a 385 nel 1961) poi un
calo significativo fino ai 343 milioni del 1974. Gli investimenti
sulla realizzazione e la manutenzione della rete stradale sono
molto più cospicui e continui di quelli destinati alle strade
ferrate. Una caratteristica che affonda le radici nei caratteri
costitutivi del processo di unificazione nazionale. Il trasporto
su gomma si afferma come principale vettore di spostamenti
privati e come canale privilegiato di vecchie e nuove attività
commerciali o industriali.
Il segno prevalente è quello di una modernità fragile e
incerta, caratterizzata da differenze e diseguaglianze che si con­
solideranno nel corso degli anni successivi. Il ciclo economico
sembra poter colmare ritardi e inadeguatezze: i tassi di crescita
contribuiscono a ridurre in maniera significativa l’ammontare
del debito, mentre la politica tra incertezze e divisioni tenta di
indicare un cammino possibile, una direzione di marcia. Ma il
70 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

saldo del medio periodo non corrisponde alle aspettative che


attraversano l’insieme della società italiana, la dialettica tra
speranze e contraddizioni s’infrange sui limiti di uno svilup­
po non guidato, per molti versi estemporaneo. Un miracolo
bifronte, significativo e straordinario da un lato, insufficiente
e ingiusto dall’altro. Molte aree del paese restano indietro o
vengono assistite da politiche miopi ispirate dal mantenimento
di consensi e relazioni10.
Negli anni del boom economico la società rappresenta
il principale luogo di analisi e di osservazione del cambia­
mento in atto, come si è avuto modo di vedere molti ambiti
vengono coinvolti dalla profondità delle trasformazioni. Tali
spinte modificano indicatori e contesti ma, al tempo stesso,
contribuiscono a diffondere aspettative, richieste, desideri.
La mobilità è un obiettivo comune. Mettersi in moto per al­
lontanarsi potenzialmente dalle proprie condizioni di nascita
o di famiglia, puntando così verso la scalata di gradini che
compongono una piramide sociale troppo statica e protetta.
Si tratta di processi profondi che coinvolgono una parte signi­
ficativa dell’Occidente: la stessa qualità delle diseguaglianze
muta per contenuti e aspirazioni. Il sapere diventa un bene
prezioso, una straordinaria possibilità per rompere gabbie e
compatibilità tra chi sa di più, chi è inserito nei circuiti della
conoscenza e chi invece rimane ai margini, escluso o discri­
minato. L’accesso alla conoscenza, la diffusione di cultura
in una dimensione di massa accompagna e qualifica i nuovi
bisogni della società dei consumi11. I percorsi di formazione
(scuola e università) vengono sottoposti a una duplice tensione:
quantitativa e qualitativa. Non sono sufficienti ad accogliere
le domande crescenti che attraversano settori della società
investiti dal boom, come se fossero piccole scatole dove il
numero di coloro che vi accedono è cresciuto a dismisura,
quindi non sono in grado di contenere i nuovi studenti e gli
aspiranti cittadini della nuova realtà. Su un altro versante la
domanda di formazione ha anche un carattere innovativo, di
apertura alla società e di accesso ai nuovi saperi. E lo spessore
complessivo del miracolo, la centralità del conflitto sui saperi
che sfugge a molti. Uno studioso come Silvio Lanaro ha scritto
giudizi acuti sulle opportunità perdute, sulle occasioni lasciate
colpevolmente senza risposte:
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 71

Dal più al meno, in definitiva, l’Italia si trasforma in tutto, dovunque


e contemporaneamente. Ma cultura e produzione intellettuale, nell’in­
sieme, sembrano percepire in modo ovattato i cambiamenti che si susse­
guono freneticamente e, comunque non ne colgono il significato epocale
né predispongono gli strumenti necessari a comprenderli appieno12.

La cultura degli italiani cambia, abbraccia nuovi ceti e nuove


soggettività, rimane una spia accesa sui possibili effetti della
modernità in arrivo. Una dialettica tutt’altro che pacificata e
scontata, la sfida sul sapere è uno dei tratti del decennio in
diversi angoli del pianeta13.
Se la principale forma di discriminazione e controllo passa
per la distanza tra proprietari e subalterni, tra chi ha di più e
chi invece recrimina per una condizione d’inferiorità misurabile
su beni e proprietà acquisite, negli anni Sessanta l’accesso al
sapere diventa una forma di inclusione, una strategia di citta­
dinanza, uno strumento capace di costruire diritti e poteri da
difendere e implementare. Un cambiamento radicale, una nuova
prospettiva figlia della diffusione di domande diverse, di sogni
e possibilità per famiglie che fino a quel momento avevano un
orizzonte limitato, una possibilità di realizzarsi segnata in buona
parte dalle compatibilità preesistenti. La cultura permette di
abbattere barriere (almeno in potenza), proietta sui figli, sulle
generazioni del miracolo economico aspettative e conquiste
che i genitori non hanno potuto completare o inverare. La
cifra della fiducia è racchiusa in questa convinzione diffusa:
credere e lavorare sulla possibilità concreta che chi viene dopo
possa vivere di più e meglio di chi ha già compiuto un tratto
di strada. Consegnare quindi un testimone convinti che la via
maestra, la direzione di marcia di una comunità nazionale vada
nella direzione dello sviluppo, della crescita, del miglioramento
progressivo delle condizioni di vita. Un ottimismo esteso in una
parte del mondo che è l’altra faccia della fine dell’emergenza,
della sconfitta di paure e terrore.
Da qui il difficile giudizio sulla modernità incompleta e
incompresa. Cosa si afferma nel profondo? Si può considerare
un cambiamento superficiale di paesi e culture o, al contrario
l’età dell’oro riesce a penetrare nelle costanti di fondo della
rinascita post-bellica? Difficile rispondere in modo univoco
e onnicomprensivo. Troppo diversi i quadri nazionali coin­
volti, troppo distanti i risultati dalle aspettative che spingono
72 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

verso nuovi orizzonti. L’Italia del miracolo diventa un paese


industriale, entra nel gruppo delle potenze più avanzate. Non
un passaggio incidentale o marginale; il sistema paese non
cambia volto o aspetto esteriore, ma modifica la sua natura, i
suoi tratti costitutivi. Tuttavia, tale rivoluzione non cancella il
passato, non abolisce ritardi e sperequazioni, non si afferma
sotto un’unica direttrice. Molto rimane sulla carta nei tanti
libri di sogni e desideri, molto si realizza senza che si abbia
la percezione e il senso della direzione di marcia.
Un paese fragile, diseguale, incerto e alla ricerca di un posto
nel mondo attraversato dalle tensioni di una contrapposizione
bipolare che sembra affievolirsi per favorire dialogo e disten­
sione. Il legame con la porzione di mondo a noi più prossima e
connessa si rafforza; il destino appare comune mentre lo spazio
si restringe, le comunicazioni e i consumi di massa avvicinano
mondi, iniziano a incrinare barriere e confini che sembravano
immodificabili. Con i rischi di una sintesi eccessiva che non
tenga conto di sfumature e distinguo il giudizio stringato di
uno storico pioniere degli studi sul periodo può fissare alcuni
punti fermi su una stagione così cruciale:

Il miracolo italiano avviene all’interno di un processo internazionale


di sviluppo, ma al suo interno assume un ritmo ancor più marcato.
Le trasformazioni mutavano radicalmente il volto del paese mentre
l’assetto politico che si era definito fra anni Quaranta e Cinquanta
viveva una crisi evidente14.

La distanza crescente tra una società in movimento con


i limiti, le difficoltà e le incongruenze di cui si è detto e una
politica immobile, in difesa prolungata dell’esistente o pri­
gioniera di formule e consuetudini avrebbe presto mostrato
i segni di un possibile cambiamento attraverso le dinamiche
complicate dell’apertura a sinistra.

2. La stanza dei bottoni

La spinta che muove dalla società trasformata dal boom


economico si riflette nelle dinamiche di una stagione politica
che nasce sovrapponendosi al miracolo. Non una relazione
automatica né tantomeno un nesso causa-effetto. Sarebbe
troppo semplice e scontato pensare che una società moderniz­
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 73

zata porti con sé la modifica di un quadro politico apparente­


mente statico e immutabile, come se si trattasse di un’osmosi
obbligata, un riscontro empirico da trasportare in un ambito
distinto. Le interazioni non mancano ma la questione merita
di essere scomposta e analizzata da diversi punti di vista, in
particolare sotto il profilo del legame della Repubblica italiana
con quella parte di mondo in cerca di modernità. E l’interesse
per la nuova stagione, per un possibile equilibrio inedito del
quadro politico si snoda su piani diversi, con motivazioni e
ragioni che non sono sempre componibili. Vediamo il merito
della questione e le sue ricadute sull’itinerario del secondo
dopoguerra. Un primo aspetto riguarda la mutazione che la
guerra fredda imprime alle sue componenti proprio a cavallo
tra la fine dei Cinquanta e gli albori degli anni Sessanta. La
contrapposizione Est-Ovest non svanisce o si ridimensiona
(come molti pensavano allora o vorrebbero in seguito) ma
viaggia su nuovi contenuti più articolati e sofisticati15. La lotta
al pericolo rosso, alla minaccia che viene dal mondo comu­
nista raccoglie interlocutori, protagonisti e linguaggi in parte
figli delle trasformazioni dell’età dell’oro. Il campo di forze si
allarga, si arricchisce, prevede inediti contributi che non met­
tono in causa l’obiettivo finale (sconfiggere il nemico dall’altra
parte della cortina di ferro), ma propongono nuove strategie
e forme per farlo, per arrivare al traguardo vittorioso. Molti
le accettano, le condividono cercano di metterle in pratica,
altri invece si chiudono tentando di difendere e mantenere
i vecchi schemi, le tradizionali forme della contrapposizione
tra blocchi. Si apre quindi una dialettica che attraversa tutti
i campi, anima un confronto tra le parti e all’interno di ogni
schieramento, nessuno escluso. Un segno della modernità che
diventa plurale, composita, rende difficile una sintesi univoca
e onnicomprensiva attorno a riferimenti precostituiti. Anche i
modelli della guerra fredda non vengono risparmiati dal vento
nuovo che soffia in Occidente: conservazione contro progresso
come linea di confine che attraversa perimetri e identità. Si
può stare dalla stessa parte con modalità, comportamenti e
intenzioni molto distanti, spesso confliggenti16.
A questo livello si colloca l’analisi sulla nascita del cen­
trosinistra in Italia. Un’alleanza politica tra partiti che erano
avversari fino a poco prima (la Democrazia cristiana e il
Partito socialista), ma anche un incontro tra settori maggio­
74 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

ritari del mondo cattolico e parti significative del movimento


operaio. La messa in discussione delle forme di uno scontro
senza mediazioni e la proposizione di qualcosa di nuovo che
si appoggia su una duplice motivazione: numerica e politica.
Una natura composita che qualifica la nuova alleanza e defi­
nisce sostenitori e detrattori17. Il problema di fondo investe
le ragioni della collaborazione tra avversari conclamati, tra
componenti contrapposte del conflitto tra comuniSmo e capi­
talismo. Se prevale la dimensione numerica la collaborazione
s’immiserisce, diventando nel migliore dei casi una risposta
alle debolezze endemiche del sistema politico italiano: visto
che il partito più forte, quello che ha avuto la maggioranza
relativa dei voti e a tratti la maggioranza dei seggi nelle due
Camere non riesce da solo a garantire al sistema stabilità e
certezze, allora diventa necessario cercare un allargamento che
possa coinvolgere segmenti e culture di un campo avverso. In­
grandire quindi l’area di centro del sistema, stringere alleanze
attorno all’indiscussa centralità della De per rispondere a un
problema non rimandabile: in una Costituzione che si regge
sulla centralità del Parlamento la maggioranza parlamentare
che vota la fiducia all’esecutivo assume i connotati di un re­
quisito sostanziale, di una necessità stringente per garantire
governabilità e permettere l’esercizio della sovranità popolare18.
Ecco il discrimine rispetto al passato, il nuovo equilibrio po­
litico si pone l’ambizione di contribuire a risolvere un limite
strutturale, un deficit democratico che già si era manifestato
durante il tramonto annunciato del centrismo degasperiano.
Al dato numerico, alla risposta misurabile in termine di voti
e seggi si accompagna un giudizio politico più sofisticato e
qualificante. Il nuovo equilibrio di centrosinistra risponde in
coerenza e continuità alle sollecitazioni che muovono la nuova
fase della guerra fredda, la costruzione di alleanze più ampie
e variegate, la messa in discussione delle tradizionali apparte­
nenze. E da qui la nascita di formule più o meno fortunate:
centrosinistra con o senza trattino per marcare un’area distinta
o favorire l’interazione tra culture di varia origine o provenien­
za. L’apertura a sinistra indica, a seconda del contesto e del
contenuto che si vuol veicolare, diversi significati: un’alleanza
di governo tra partiti, una collaborazione parlamentare, un
incontro tra culture politiche, una contaminazione finalizzata
a obiettivi e programmi di lungo periodo. La compresenza di
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 75

definizioni e possibilità rappresenta al tempo stesso la forza


di un incontro (le potenziali ragioni che lo sostengono) e la
debolezza della sua realizzazione: cosa effettivamente tiene
insieme diversi protagonisti, quali le priorità, gli obiettivi, gli
orizzonti di riferimento19.
Vengono meno le certezze del passato, l’idea e la convin­
zione che bastasse tracciare una linea di divisione tra amici
e nemici per essere al sicuro, per distinguere una volta per
sempre tra avversari e compagni di strada. O di converso che
fosse sufficiente riferirsi alle categorie dello scontro tra siste­
mi contrapposti e sfere d’influenza frutto della divisione del
pianeta tra i vincitori del conflitto mondiale. In questo caso le
alleanze costruiscono i propri strumenti politici e militari che
completano e integrano la dialettica tra le parti: la Nato e il
Patto di Varsavia su tutti nella difesa di sovranità e conquiste.
Entra in discussione la convinzione che non si possa mutare
nulla, anche il riferimento internazionale produce tensioni,
attraversa segmenti significativi delle società europee che si
domandano se stare da una parte o dall’altra, come collocarsi
lungo il binomio della contrapposizione sistemica. La guerra
di Corea rilancia le ragioni di uno scontro visibile, manifesto,
forse difficile da regolare con certezza20. Si affacciano le paure
di un nuovo conflitto, il terrore che gli orologi della storia
possano tornare indietro; e di contro si consolida la convin­
zione di dover regolare e ordinare la contrapposizione, offrire
dettami condivisi sull’architettura del sistema internazionale.
La doppia faccia della guerra fredda, come sostenuto da
diversi studiosi: da una parte la sfida continua dello scontro
possibile, dall’altra la tessitura di un perimetro riconosciuto
e riconoscibile di riferimento.
Nella missione Onu che si muove verso la penisola coreana
è presente un piccolo contingente italiano, inserito nella di­
mensione multinazionale dell’iniziativa. Una proiezione diretta
nel quadro delle Nazioni Unite come conferma della presenza
in un sistema di regole, organismi e poteri che mettono in
discussione le tradizionali sfere di competenza ed esercizio
della sovranità. Un cammino che accompagna e sostiene il
dopoguerra della Repubblica.
Il centrosinistra presenta una dimensione che va al di là
dell’incontro tra i partiti. Si colloca al crocevia di trasforma­
zioni internazionali e debolezze del sistema politico italiano.
76 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

Ha inizio lentamente in concomitanza con il tramonto del


vecchio equilibrio centrista, ma la sua periodizzazione è incer­
ta, contraddittoria, segnata dagli alti e bassi della collabora­
zione di governo. Il segno della stagione si proietta in avanti
dalla metà degli anni Cinquanta, difficile individuare il mo­
mento conclusivo. Posizioni distanti fino ad arrivare a chi ha
persino sostenuto che in fondo il centrosinistra rappresenti
una sorta di biografia non detta della Repubblica, una tenden­
za continua e prolungata a far incontrare partiti e culture di
tale collocazione e provenienza21. Non è una trovata estempo­
ranea o una battuta; il sistema politico si tutela e si rinnova
aggregando al centro un’area, un campo di forze variabili
appoggiato sul ruolo insostituibile del partito di maggioranza
relativa22. In questo contesto si sovrappongono priorità nume­
rica (la costruzione faticosa di una maggioranza parlamentare)
con letture politiche di lungo corso (aggregare al centro signi­
fica implicitamente escludere le estreme dalla contesa per il
governo). Il dato più rilevante investe l’assenza di una dialet­
tica fisiologica tra maggioranza e opposizione, anche al di là
dei contenuti della Carta costituzionale. Una sorta di costitu­
zione materiale che delimita il perimetro della contendibilità
del potere esecutivo, esclude di riflesso parti del Parlamento
(e del paese quindi) che non sono conciliabili con la colloca­
zione internazionale e la stabilità interna23. Una rappresentan­
za politica condizionata dal quadro delle compatibilità inter­
nazionali oltre che dall’evoluzione stessa delle posizioni dei
singoli partiti. Quando i due piani si muovono contestualmen­
te entrando in fibrillazione sollecitati da eventi e trasformazio­
ni, allora l’equilibrio complessivo viene a mancare, comincia
a vacillare per essere successivamente ritrovato e ridefinito con
nuovi rapporti di forza.
Il 1956 è uno degli anni simbolo del Novecento: simulta­
neità degli eventi, profondità dei processi, ampliamento degli
orizzonti di riferimento (globalizzazione per usare un termine
abusato ma in questo caso utile), una cesura che accompagna
il dispiegarsi della storia, intramezzata da una serie di momenti
ed eventi che turbano l’equilibrio internazionale e la dinamica
geopolitica di importanti regioni del pianeta24.
Un anno di svolta o di crisi, breve, indimenticabile, straor­
dinario: le definizioni stratificate da memorie di protagonisti
non mancano. Il punto dirimente riguarda il superamento e
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 77

la conseguente messa in discussione di una doppia barriera:


quella tra Est e Ovest, entrambi attraversati da eventi di
cambiamento spesso in comunicazione oltre i muri e quella
interna ai singoli paesi, quell’equilibrio non scritto che aveva
plasmato appartenenze, culture, identità. Diversi angoli del
pianeta sono caratterizzati da una serie di cesure che modifi­
cano il quadro esistente. Basta richiamarle in successione per
cogliere la portata della discontinuità. Alla fine di febbraio
dalla tribuna del X X Congresso del Pcus, Nikita Chruscèv,
mette in discussione la figura di Stalin attaccando il culto della
personalità e mostrando in un rapporto inizialmente segreto
i crimini efferati di un’intera stagione. Il rapporto esce dai
confini sovietici e con varie peripezie giunge sulle pagine di
quotidiani o periodici di mezzo mondo. Iniziano a vacillare
false convinzioni e messaggi di propaganda: il vertice del bloc­
co sovietico è il principale indiziato25. Alla fine di giugno una
prima rivolta scuote la Polonia: moti insurrezionali e un nuovo
leader politico riformatore, Wladyslaw Gomulka, che viene
riconosciuto dal nuovo corso sovietico. Resterà al potere fino al
1970. Nel mese di ottobre dal Cremlino era stata paventata la
possibilità di intervenire militarmente. Nei giorni dell’Ottobre
polacco il vento del cambiamento mette in discussione la lealtà
a Mosca dell’Ungheria comunista. Imre Nagy presidente del
Consiglio annuncia la fine del modello monopartitico, proclama
l’uscita del paese dal Patto di Varsavia e indica la strada di
una possibile neutralità internazionale: né con Mosca né con
Washington. L’effetto immediato di una rottura si diffonde
repentinamente. La repressione a Budapest è feroce, il blocco
comunista serra le fila mentre il resto del mondo condanna
l’ingresso dei carri armati sovietici nella capitale ungherese.
Il volto del terrore ripristina ordine e disciplina dove si ma­
nifestano diritti e libertà. Le speranze di tanti, anche lontani
da quegli eventi, s’infrangono nella violenza del più forte che
schiaccia gli insorti. L’Onu condanna l’intervento sovietico,
Pietro Nenni leader del Partito socialista italiano restituisce il
Premio Stalin che aveva ricevuto nel 1953. Il terremoto arriva
nel cuore della sinistra italiana. «l’Unità» quotidiano del Partito
comunista difende la reazione sovietica: si può stare da una
parte sola della barricata, a fianco di chi dirige il movimento
comunista internazionale; la rivolta ungherese viene descritta
come un’insurrezione contro la rivoluzione.
78 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

La guerra fredda miete vittime e trova consensi. La divi­


sione nel movimento operaio va in profondità: il sindacato è
con gli insorti, oltre cento intellettuali escono polemici dal Pei.
Non si può stare solo da una parte, la barricata non corrispon­
de a un mondo complesso e articolato. Si possono prendere
le distanze, per molti è necessario farlo prima che sia troppo
tardi. Il volto del modello di riferimento, della spinta rivolu­
zionaria che viene dal 1917 non è sostenibile, presentabile,
adeguato26.
Giornate convulse che si sovrappongono a una crisi medio­
rientale, la seconda guerra arabo-israeliana. Il 1956 modifica
e stravolge (almeno in parte) i rapporti tra i blocchi. Oltre al
X X Congresso, alle vicende che scuotono Polonia e Ungheria,
la crisi del canale di Suez si manifesta nelle stesse giornate
della rivolta di Budapest. Il tempo non è una variabile da
sottovalutare, pur non essendoci automatismi o reazioni a
catena tra un evento e l’altro. La crisi di Suez è una coda del
crollo del dominio coloniale (Francia e Gran Bretagna) nella
regione che accentua l’interesse delle due superpotenze per
lo scacchiere mediorientale. La nazionalizzazione tentata del
canale apre la via alle ostilità: il conflitto tra Egitto e Israele
coinvolge i protagonisti del mondo bipolare. Tutto si con­
centra in pochi giorni, a fine ottobre: l’attacco israeliano con
l’ingresso nel Sinai, il successivo ultimatum anglo-francese,
mentre il 31 ottobre l’Urss decide d’intervenire in Ungheria e
di conseguenza Chruscév informa cinesi e jugoslavi della de­
cisione irreversibile. E probabile che gli echi di Suez abbiano
accelerato le scelte del Cremlino per chiudere repentinamente
uno dei fronti internazionali aperti e incontrollabili mentre
occhi, intelligenze e mezzi di altri paesi erano occupati in un
altro teatro di crisi. L’ambasciatore inglese in servizio nella
capitale sovietica - sir William Hayter - evidenziò il nesso
tra Suez e Budapest nella convinzione che la crisi del canale
offrisse ben tre argomentazioni forti ai fautori dell’intervento
repressivo: «distoglieva da Mosca gli occhi e le critiche dei
paesi del Terzo mondo; francesi e inglesi si arrogavano, prima
dei sovietici, il diritto di “farsi” legge in un altro paese; l’Urss,
e soprattutto Chruscév, non potevano tollerare due sconfitte
internazionali ravvicinate»27.
Tutto appare in movimento. Sui diversi fronti dello scon­
tro bipolare e nel nostro caso nelle divisioni che attraversano
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 79

anime e identità della sinistra italiana. Un passaggio chiave per


comprendere lo sviluppo degli anni successivi e per mettere a
fuoco le premesse che portano alla formazione del centrosini­
stra. Proprio quella frattura segnata dalle tensioni di un mondo
inquieto favorisce e sostiene la possibilità che una parte della
sinistra italiana, un pezzo di storia del movimento operaio possa
entrare nella stanza dei bottoni da dove era esclusa. Dietro
quella barricata e le sue false certezze si sgretolano le ultime
convinzioni sulla modificabilità di schieramenti e rapporti di
forza. Una svolta sotto diversi punti di osservazione:

Il 1956 fu l’anno che rese evidente come né la divisione in blocchi


né l’asprezza ideologica della guerra fredda avevano potuto impedire
il formarsi di sempre più frequenti focolai di tensione internazionale.
La perdita di peso dell’Europa, pur se ridimensionava solo in parte il
ruolo delle potenze continentali, apriva la strada a una reale mondia­
lizzazione dei rapporti e delle influenze reciproche che rendeva insie­
me più instabile ma con maggiori possibilità di soluzione il contesto
internazionale28.

In questo quadro, l’arretramento strategico del vecchio


continente si accompagna al rilancio del processo d’integra­
zione che avrà una tappa significativa nei trattati di Roma
dell’anno successivo quando (il 24 marzo 1957) viene istituita
la Comunità economica europea pilastro del cammino verso
una possibile convergenza tra paesi e governi29.
Nulla rimane isolato e, al contrario, nelle dinamiche del
sistema politico italiano confluiscono l’insieme delle tensioni
e delle conflittualità: la crisi del colonialismo sostituita dal
nuovo peso delle superpotenze, l’inizio della fine del modello
sovietico di riferimento, la centralità dello scacchiere medio­
rientale, il rafforzamento del pilastro economico europeo come
base dell’integrazione continentale. La rappresentazione della
barricata come metafora del binomio amico-nemico non regge
più; le scelte della classe dirigente italiana si muovono tra l’O c­
cidente e l’Europa, tra le indicazioni originarie dell’impianto
del dopoguerra e gli interrogativi del nuovo contesto30.
In questo quadro assume significato l’aggettivo «indimen­
ticabile» per un anno che segna l’avvio di una nuova stagione:
dagli scenari del mondo in crisi al cuore della politica italiana.
Quali i risvolti in chiave interna di un passaggio così delicato e
imprevedibile? Chi comprende cosa stia avvenendo e quando?
80 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

Quali reazioni, atteggiamenti e scelte declinano e sostengono


il passaggio alla nuova alleanza?
I partiti sono i principali protagonisti del nuovo equilibrio.
Una lenta marcia di avvicinamento che riesce a sconfiggere
contrarietà, resistenze e opposizioni di varia natura e prove­
nienza. Nelle maggiori formazioni politiche (De, Pei e Psi) il
tema è molto chiaro sin dalla seconda metà degli anni Cin­
quanta: una parte della classe dirigente spinge per superare
10 schema centrista attraverso il coinvolgimento del Partito
socialista in responsabilità di governo. Rompere uno schema
e mettere in discussione il fronte avverso, coinvolgere parte
dell’opposizione, settori del mondo operaio nella costruzione
di un nuovo equilibrio. Le intenzioni non convergono: per
alcuni un ampliamento delle base democratica e popolare che
sostiene l’esecutivo, una risposta alle chiusure pericolose degli
anni Cinquanta, per altri si tratta di una nuova tappa della
lotta al comuniSmo attraverso strumenti sofisticati e diversifi­
cati, per altri ancora il frutto di una riflessione di merito sulle
debolezze del sistema politico e sulle trasformazioni che hanno
cambiato il volto e la pelle della società italiana. E tra chi si
oppone il quadro è altrettanto vario e articolato: nostalgici del
passato centrista, di certezze rassicuranti e stratificate, alfieri
di uno scontro frontale con le sinistre senza distinzioni e me­
diazioni, difensori dell’ordine politico e sociale, di privilegi
e rapporti di forza che lo contraddistinguono. Una dialettica
vitale che come prima istanza produce un dibattito di merito,
un confronto lungo e approfondito coinvolgendo protagonisti
e comprimari. Aldo Moro e Pietro Nenni sono per la De e
11 Psi i principali fautori del nuovo passo, sono gli interpreti
apicali di una discussione che li vede chiamati sul banco degli
imputati o presi ad esempio di coraggio innovatore31.
E un passaggio illuminante sulla profondità delle trasfor­
mazioni della società italiana: si discute animosamente, la De
promuove tra il 1961 e il 1964 ben tre convegni nazionali di
studio, l’Istituto Gramsci e il gruppo dirigente del Pei s’in­
terrogano sulle tendenze del capitalismo italiano, l’area laica e
socialista si ritrova a Roma al Teatro Eliseo nel confronto che
attraversa pagine di quotidiani o riviste di cultura e politica32.
Sembra quasi un paradosso, ma la discussione che precede
il varo del nuovo esecutivo è più matura e interessante della
decisione che ne consegue. Vanno all’ordine del giorno, in
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 81

vari modi e contesti, le questioni strutturali dello sviluppo del


paese: la distanza tra società e politica, l’arretratezza e la dop­
pia velocità del Mezzogiorno, i condizionamenti e le reazioni
del quadro internazionale, il portato deU’industrializzazione,
l’inadeguatezza degli apparati formativi; in estrema sintesi la
possibilità che un programma di riforme intercetti e valorizzi
la crescita economica del tempo. Non lasciarsi sfuggire una
possibilità concreta, un’occasione unica, l’opportunità che il
boom economico possa dare risultati solidi e duraturi met­
tendo così in discussione limiti e ritardi antichi. Anche chi si
oppone pensando di poter raccogliere e organizzare il mono­
polio dell’opposizione da sinistra (i comunisti) è attraversato
da interrogativi e possibilità: prendere le distanze sperando
che tutto naufraghi in un nulla di fatto o, al contrario, ten­
tare di condizionare i risultati nella convinzione che possa
uscire qualcosa di utile per il mondo del lavoro? Del resto,
s’incomincia a parlare di apertura a sinistra dopo le elezioni
del 1953, in una chiave semplice e immediata: l’ingresso nella
maggioranza del Partito socialista di Nenni si profila come
rimedio efficace - almeno in termini di numeri - al logora­
mento progressivo del blocco centrista. Da quel tornante si
formano correnti favorevoli o contrarie che si organizzano e
si manifestano all’interno delle formazioni politiche, delle ge­
rarchie ecclesiastiche, dei sindacati, della Confindustria, della
stampa e dei media in genere, dei centri di potere più diversi.
I partiti affermano il proprio primato, anche in un passaggio
così stretto: rappresentano il canale obbligato della decisione,
sono depositari della scelta principale e quindi orientano il resto
della società: la Repubblica dei partiti in una nuova tappa del
suo sviluppo. Il confronto avviene principalmente tra i partiti
e nei partiti, ogni istanza anche esterna prende come punto
di riferimento un ipotetico o manifesto Sì o No alla nuova
prospettiva. Saranno i soggetti collettivi e i loro leader a dare
il via libera a seconda delle indicazioni e dei rapporti di forza
che li caratterizzano. Un segno tangibile di una società vitale,
moderna, plurale e pluralista che viene rappresentata e orientata
dalle scelte della politica, dalle sue priorità e dai suoi indirizzi.
II punto delicato di una marcia di avvicinamento tormentata
investe proprio il rapporto difficile, l’osmosi mancata tra i
cambiamenti della società e le dinamiche della politica, i suoi
tempi, linguaggi, atteggiamenti.
82 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

I partiti destinatari dell’apertura sono attraversati da


reazioni simili, speculari: parte del gruppo dirigente attiva e
favorevole, mobilitata per ottenere un consenso ampio alla
nuova proposta; settori contrari che si organizzano cercando
interlocutori e appoggi; una posizione di attesa che inizialmen­
te è maggioritaria, segnata da scetticismo, timore di perdere
posizioni nelle gerarchie interne, illusione di poter mantenere
tutto com’era. Moro e Nenni si muovono almeno su due fronti
e in contemporanea: spiegare al paese potenzialità, meriti e
urgenze della possibile apertura; conquistare la maggioranza
dei propri mondi di riferimento, nel partito e possibilmente tra
sostenitori ed elettori. Il varo degli esecutivi supera lo stallo e le
resistenze incontrate nel cammino di avvicinamento e offre una
verifica di merito alle intenzioni della lunga fase preparatoria.
II centrosinistra è quindi al tempo stesso una formula di
governo e un’espressione che a seconda dei contesti rappresenta
molto di più. Indica una tendenza, una forma che plasma il
sistema, una possibilità di concorrere a rafforzare l’area rap­
presentata dalla Democrazia cristiana irrobustendola e isolando
le estreme. Spesso formule o termini che racchiudono una fase
o un passaggio della storia del paese sono frutto di mediazioni
impreviste o risultato di parole accostate per caso, a indicare
con sarcasmo e ironia le tortuose vie del sistema politico ita­
liano. In questo caso la dimensione politica prevalente, vale a
dire l’incontro e la collaborazione tra democristiani e socialisti,
esprime la cifra dei governi della Repubblica dal 1962 al 1972
(con una premessa alla fine degli anni Cinquanta) che riemerge
a più riprese esausta e consumata nella prima metà degli anni
Settanta, nel decennio successivo e persino nell’ultimo scorcio
di Novecento. I distinguo sono ovviamente prevalenti, difficile
accostare stagioni così diverse con protagonisti, contesti e
condizioni che non sono paragonabili. Tuttavia, il richiamo al
primo centrosinistra rimane come condizione, vincolo, segnale
originario. Non di rado alimentato da nostalgie o rimpianti.
Una sorta di punto di partenza di un equilibrio raggiunto attra­
verso un cammino di confronto e dibattito stimolante. Utili le
parole di uno storico che lucidamente scriveva: «Va ricordato
e sottolineato come il centrosinistra sia l’unico esperimento
progettato con qualche chiaroveggenza, provvisto di input
strategico e preceduto da una discussione di ragguardevole
dignità culturale»33. Un merito che non esaurisce l’analisi o il
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 83

giudizio su una stagione né racchiude il significato prevalente


di quella scelta originaria. Tempi e modalità che portano al
nuovo equilibrio di governo sono parte di un itinerario, un
difficile percorso attraverso limiti e possibilità del sistema
politico italiano.

3. Magliette a strisce

Con la crisi del 1956 la rottura a sinistra si manifesta con


ripercussioni immediate. Il Partito socialista attira le attenzioni
in Italia e fuori dai confini nazionali. Il tema dell’apertura a
sinistra esce così da una dialettica astratta e spesso ripetitiva,
bloccata sull’inadeguatezza di posizioni di principio a partire
dai protagonisti coinvolti comincia a interessare ambiti e settori
della società italiana. Speranze e illusioni animano l’attesa sul
nuovo possibile asse di governo. L’obiezione sull’inconciliabilità
della sinistra italiana con le regole e il perimetro della guerra
fredda mostra le prime crepe. Il varo è, come si è avuto modo
di vedere, un lungo processo, una discussione interessante che
fa da sponda alle indicazioni che muovono parte della classe
dirigente. Il contesto può essere riassunto attorno ad alcune
caratteristiche di fondo: la crisi del centrismo lascia un vuoto
politico nel sistema che non riesce a percorrere strade convin­
centi; nella De e nel Psi settori della leadership prendono in
considerazione l’ipotesi di favorire la formazione di una nuova
alleanza; la cesura del 1956 ridimensiona l’obiezione sul peri­
colo di avere una forza socialista, nel migliore dei casi neutrale
tra Mosca e Washington, con responsabilità di governo. Uno
stallo con oscillazioni di vario segno che permette alle diverse
resistenze al centrosinistra di rafforzarsi. Resistenze agguerrite
disposte su vari fronti: settori che si riveleranno minoritari dei
partiti interessati (dissensi interni, correnti coalizzate contro
le indicazioni di Moro e Nenni), le opposizioni da destra (il
Movimento sociale) e da sinistra (il Pei), i vertici della Santa
Sede e dell’amministrazione statunitense allarmati in ragione
delle ricadute possibili su un equilibrio incerto e sconosciuto.
Queste ultime sono le resistenze più radicate nelle compatibilità
del sistema, manifestano la volontà di conservare equilibri e
sinergie, temono che il centrosinistra possa mettere in discus­
sione parti costitutive dell’impianto post-bellico.
84 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

Il nuovo decennio si apre con una svolta imprevista, di


segno opposto a ciò che tanti temevano. Nel marzo 1960 il
governo presieduto da Ferdinando Tambroni poggia sul de­
terminante sostegno missino. Un fulmine a ciel sereno su una
figura che viene dalla sinistra democristiana incaricata dopo la
crisi del governo Segni di tentare una strategia per giungere a
una maggioranza parlamentare. La questione è delicata, sfugge
al controllo di protagonisti coinvolti nella vicenda. Quando il
governo si presenta alle Camere l’ipotesi che circola è quella
di una possibile accelerazione verso la costruzione del ponte
a sinistra. Il varo possibile dell’apertura prevede il coinvol­
gimento in forme non meglio definite del Partito socialista.
E mentre il confronto pubblico, le analisi di intelligence e
ambasciate di mezzo mondo ruotano attorno alla possibilità
che il nuovo esecutivo muova i primi passi, il responso della
Camera dei deputati va nella direzione opposta. Nella fiducia
dell’8 aprile 1960 il sostegno della destra missina è decisivo:
per la prima volta si rompe il confine dell’arco costituzionale,
10 stesso paradigma antifascista vacilla, messo in discussione
dall’atteggiamento di parlamentari che manifestano da destra
11 loro sostegno al nuovo esecutivo. La De diventa l’epicentro
della crisi che viaggia su due direttrici apparentemente distanti
che solo la storiografia più accreditata ha rimesso in ordine
negli anni e nei decenni successivi34. In primo luogo, il signi­
ficato del voto di fiducia dei deputati del Movimento sociale,
la reazione che ne scaturisce fino allo scontro nelle piazze di
diverse città italiane quando si fa strada la richiesta di tenere
il Congresso nazionale del partito a Genova, città medaglia
d’oro della Resistenza. Gli organizzatori invitano come pre­
sidente onorario delle assise Carlo Emanuele Basile, prefetto
della città al tempo della Repubblica Sociale Italiana, respon­
sabile di arresti e deportazioni ai danni di diversi esponenti
dell’antifascismo ligure35. Sulla vicenda del governo e della sua
fiducia inaspettata si inseriscono atti e provocazioni che alzano
il livello dello scontro, la conflittualità tra le parti si proietta
sull’immagine complessiva di una Repubblica in difficoltà. I
giovani sono i nuovi interpreti, nati dopo la guerra, o negli
anni stessi del conflitto, figli del boom economico, delle relative
contraddizioni e aspettative. Si manifesta così un protagonismo
diffuso, ampio e sorprendente, un nuovo antifascismo, sia per
il dato biografico dell’attivismo dei nuovi, sia per le caratte-
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 85

àstiche e le parole d’ordine che lo accompagnano. I giovani


indossano le magliette a strisce come segno di riconoscimento,
simbolo identitario di proteste che scuotono la dialettica tra
le forze politiche. Una lettura superficiale potrebbe limitarsi
alla considerazione pur significativa del permanere di un an­
tifascismo unificante come tessuto connettivo di una società
trasformata dalla spinta del miracolo economico. Ma il nuovo
antifascismo riesce a mettere in comunicazione generazioni
d’italiani, unisce la difesa di valori minacciati con la ricerca
di nuovi orizzonti, di possibili conquiste. Ne scrive a caldo
un intellettuale impegnato come Carlo Levi:

Chi sono coloro che hanno in questi giorni cambiato, inattesi, le


vicende, messo in moto una realtà italiana che sembrava stagnante,
corrotta, senza uscite né speranze? Sono in gran parte dei giovani,
dei nuovi, degli sconosciuti, dei ventenni. Essi si muovono riunendo
in uno i complessi motivi di insoddisfazione, di bisogni di libertà, di
difficoltà economiche, d’intolleranza per un mondo privo di sviluppo
e di prospettive36.

E il dato generazionale che colpisce, qualifica il prota­


gonismo diffuso, offre la cifra di una discontinuità carica di
interrogativi e incertezze.
Una protesta al tempo stesso politica e morale, un rifiuto
della realtà esistente minacciata dall’imprevisto protagonismo
dei neofascisti. Il governo va allo scontro pensando di sedare
in breve tempo la protesta. A Genova a fine giugno sfilano
oltre 100 mila persone, il corteo si trasforma in una lunga
colluttazione tra polizia e manifestanti. E da quel momento la
scintilla dello scontro giunge in vari angoli della penisola. La
protesta ha come controparte il governo che, invece di dialo­
gare e comprendere, sceglie la via della repressione diffusa:
Torino, Licata (la prima vittima), Roma con le cariche a Porta
San Paolo, luogo simbolo della Resistenza nella capitale. A
Reggio Emilia il 7 luglio la polizia spara su una manifestazio­
ne affollata. Il bilancio è terribile, cinque ragazzi perdono la
vita. Lo sciopero nazionale che ne segue coinvolge settori del
mondo del lavoro e mobilita generazioni diverse di lavoratori
in uri escalation che porta a nuove vittime in Sicilia (Catania e
Palermo). Non si può ricomporre lo strappo senza mettere in
discussione i passi che parte della classe politica aveva scelto
di compiere. Il governo barcolla, Tambroni si dimette, alla
86 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

fine di luglio Amintore Fanfani guida un esecutivo che ottiene


la fiducia con voto favorevole di socialdemocratici, liberali e
repubblicani e con l’astensione di socialisti e monarchici. Il
pendolo della crisi sembra nuovamente oscillare verso l’ipotesi
di un centrosinistra da costruire37.
L’altro versante che emerge dalla crisi della primavera-estate
1960 investe il rapporto tra partiti e governo, o per meglio dire
le dinamiche di costruzione delle maggioranze parlamentari.
Il programma Tambroni non era stato concordato né discusso
preventivamente, un eccesso di autonomia che lascia aperte
possibilità e indicazioni di voto. Alla destra estrema piacquero
i contenuti presentati da chi chiedeva la fiducia alla Camere:
il voto favorevole fu una conseguenza di una valutazione di
merito e di un calcolo strumentale finalizzato a rientrare nel
dibattito politico dal quale era rimasta sostanzialmente mar­
ginale. Si fa strada un punto dirimente nel cogliere una pos­
sibilità. L’autonomia dell’esecutivo non negoziata con i partiti
che potenzialmente lo compongono può dar luogo a situazioni
spiacevoli. Come sostenuto dalla direzione democristiana nei
giorni della fiducia: «il dibattito e il voto della Camera avevano
attribuito al governo un significato politico in contrasto con
le intenzioni, le finalità e l’obiettiva funzione politica della De
nella vita nazionale»38. E la funzione politica della De che viene
messa in questione, all’interno degli equilibri parlamentari e
più in generale nella sua capacità di rappresentare e garanti­
re il cammino del dopoguerra. La fine del centrismo, il suo
tramonto inesorabile sembra aprire la possibilità a due uscite
contrapposte: verso il centrosinistra o verso destra, anche al di
là delle intenzioni di chi sostiene il governo Tambroni. La De
sente il peso della frattura, non può far finta di nulla anche a
fronte di un voto parlamentare che premia un programma di
governo presentato da un suo dirigente. L’autonomia del potere
esecutivo si scontra con le compatibilità di un sistema che non
ammette svolte o discontinuità, appoggiato sul tracciato del
centrismo e condizionato dai vincoli della contrapposizione
internazionale. Nel linguaggio del confronto interno al partito
di maggioranza relativa i termini testimoniano il cambiamento
di fase e la conseguente presa di distanza dal varo dell’esecutivo
sostenuto dal Movimento sociale. In pochi giorni si completa
dal punto di vista lessicale la presa di distanza. Dalla fiducia
nell’operato del governo che «con fermezza e senso di respon­
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 87

sabilità» è intervenuto per sedare gli scontri di piazza, si passa


rapidamente alla liquidazione dell’esecutivo, accompagnata da
un generico quanto circostanziato ringraziamento all’onorevole
Tambroni per aver «assolto il suo compito»39.
Evitati i rischi e le ricadute dell’inavvertito sbandamento
a destra scegliendo di conseguenza una strada percorribile,
difficile ma paradossalmente rafforzata dalle vicende di quei
mesi tormentati: «l’episodio Tambroni conferma che la via
politica dell’apertura a sinistra era l’unica possibile per lo
sviluppo della democrazia italiana era perciò obbligata»40.
Una scelta obbligata ma non semplice, un cammino segnato
dal mutato contesto e lastricato di resistenze vecchie e nuo­
ve, nei partiti e fuori da essi. Mentre si avvicina l’incontro e
cadono i vincoli di praticabilità, dopo il 1956 che divide le
forze del movimento operaio offrendo una sponda più chiara
alla Democrazia cristiana, le resistenze permangono pur mo­
strandosi meno efficaci. La società italiana appare più veloce
del ritmo scandito dagli incontri di vertice dei partiti. Agli
inizi del 1961 in varie città s’inaugura il nuovo corso, i veti
incrociati cominciano a essere sconfitti a partire dal livello
amministrativo. A Washington la presidenza Kennedy muove
i primi passi, diffondendo ottimismo e speranze anche nei
paesi alleati. La nuova frontiera offre motivi per allargare le
forme di partecipazione nei sistemi democratici dell’Occiden­
te: una nuova tappa dell’anticomunismo, una sfida che passa
anche per la capacità di rinnovare un modello di riferimento
e la sua leadership. Le parole e i gesti del giovane presidente
varcano confini e ambiti che la guerra fredda aveva disegnato
nell’immediato dopoguerra. L’amministrazione statunitense si
muove con intelligenza, cerca interlocutori inediti, costruisce
una rete di relazioni politiche, intellettuali, persino culturali.
In questo quadro la vicenda italiana diventa un segmento di
una nuova strategia di attenzione nei confronti del vecchio
continente: di fatto un semaforo verde per la collaborazione
tra democristiani e socialisti. Ma anche in questo caso - come
per le scelte originarie dell’impianto degasperiano - il rapporto
e l’interesse viaggiano lungo due direttrici, al di qua e al di là
dell’Atlantico. L’amministrazione democratica allarga orizzonti
e vedute in contrapposizione con le chiusure che avevano carat­
terizzato il conservatorismo di Eisenhower e dei suoi uomini.
Il centrosinistra non è certo una priorità della politica estera
88 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

della Casa Bianca nel mondo scosso da crisi e discontinuità: il


Sud-Est asiatico e il Medio Oriente come aree strategiche di
intervento e di attenzione sono molto più seguiti41. Tuttavia,
l’Italia è un alleato consolidato e sicuro, un paese del fianco
sud della Nato attraversato da tensioni interne che mettono
in discussione equilibri e approdi. Sul versante opposto la
disponibilità statunitense diventa una carta utilizzabile in
chiave di confronto interno, anche dialogando con diversi
settori del governo di Washington. Com’è noto il pluralismo
è una condizione che qualifica e sostiene organismi complessi,
con diverse istanze rappresentative e con processi decisionali
strutturati su piani differenziati e molteplici. Ecco perché i
termini Stati Uniti e Italia non sono sufficienti a dar conto
della complessità del dialogo: ci sono uomini attivi nelle diverse
agenzie di collegamento e studio, lavorano all’Ambasciata Usa
di Roma o sono di stanza presso il Dipartimento di Stato.
Relazioni personali, documenti di intelligence, telegrammi o
memorandum d’incontri bilaterali costituiscono la trama di una
dialettica che non è riconducibile a una sintesi univoca. Molti
incaricati sanno poco, sono influenzati da categorie e contesti,
spesso mostrano di non cogliere i tratti e le sfumature della
politica italiana con giudizi semplicistici o inattuali42. Possiamo
semplificare il quadro valorizzando le istanze apicali: la Casa
Bianca mostra disponibilità e attenzioni, l’Ambasciata di via
Veneto sottolinea i rischi e le ambiguità della nuova stagione
ormai alle porte43. Ma la scelta di fondo la compiono i parti­
ti, la classe dirigente italiana che cerca numeri e sostegno in
Parlamento e nel paese, il resto entra a far parte di una costru­
zione composita, una tessera in un mosaico di giudizi, analisi,
pressioni incrociate. Non si tratta di intromissioni o ingerenze
segrete, né di manovre occulte riconducibili a burattinai vicini
o lontani in grado di prefigurare scenari e convergenze. Il
giudizio di un dirigente di punta della Democrazia cristiana,
più volte coinvolto in responsabilità di governo riassume la
dialettica tra Italia e Usa nei primi anni Sessanta: «Sarebbe
errato parlare di un’autorizzazione preventiva di John Fitzge-
rald Kennedy; non c’è mai stata un’interferenza radicale sulle
questioni interne del nostro paese da parte degli Stati Uniti.
L’iniziativa del presidente americano rappresentò un colpo
di acceleratore all’avvio del centrosinistra»44. Una relazione
stretta, una forma di interdipendenza reciproca che mette
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 89

in discussione e ridimensiona tanto le ipotesi di subalternità


quanto quelle di indifferenza o irrilevanza.
Il veto statunitense si appoggia sui timori per la colloca­
zione internazionale del Psi di Nenni: il peso del neutralismo
autonomista che potrebbe condizionare il nuovo esecutivo fino
a spingerlo nel campo avverso, tra i potenziali simpatizzanti o
addirittura sostenitori del blocco filosovietico. Quando i ter­
mini diventano più chiari grazie ai contatti romani e ai viaggi
dello stesso Kennedy e dei suoi inviati, il pericolo si ridimen­
siona e le potenzialità del nuovo corso entrano in sintonia
con analoghe prese di posizione in altri contesti europei. La
convergenza delle due prospettive, del quadro interno e del
contesto internazionale che lo condiziona si attesta su alcune
convinzioni condivise dalle leadership dialoganti: la necessità di
allargare la base parlamentare dell’esecutivo per dare stabilità
a un quadro incerto, la piena valorizzazione della divisione che
ha rotto l’unità delle sinistre dopo la repressione in Ungheria,
la previsione che l’apertura a sinistra avrebbe ridimensionato
l’opposizione comunista riequilibrando così le proporzioni tra
i partiti storici del movimento operaio a vantaggio del Partito
socialista. Una scommessa difficile, molte delle previsioni che
accompagnano il varo del nuovo esecutivo non avranno confer­
ma negli anni e nei decenni successivi. L’instabilità rimane un
dato strutturale e una debolezza del sistema mentre i rapporti a
sinistra continueranno a premiare la collocazione del Pei come
forza di opposizione, in parte collaborativa e coinvolta, in parte
ispirata da richiami e atteggiamenti conflittuali o di rottura. Un
partito di lotta e di governo, un doppio registro nel quadro
di compatibilità e vincoli ben definiti legato all’impianto della
Costituzione del 1948 e al tempo stesso inserito nelle strutture
del movimento comunista internazionale.
Ma torniamo alle giunte di centrosinistra nei capoluoghi
di diverse regioni italiane, primo passo del nuovo equilibrio,
prima manifestazione concreta della possibilità di imboccare
una strada diversa. Milano, Genova, Firenze: l’esperimento
si espande a macchia di leopardo. La disponibilità alla colla­
borazione è radicata in settori significativi di classe dirigente,
anche a livello locale. Come prevedibile convivono istanze e
aspirazioni differenti: la convinzione che il centrosinistra possa
rappresentare una pagina nuova e un’opportunità di crescita
e modernizzazione del paese si sovrappone alla strategia di
90 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

autoconservazione adottata da molti, essere nel nuovo equili­


brio per mantenere posizioni di privilegio minacciate numeri­
camente e politicamente dalle novità del tempo nuovo. Ma le
reazioni alle giunte Dc-Psi non si fanno attendere. Il varo della
coalizione nel capoluogo ligure viene vissuto come una sfida
dalla Conferenza Episcopale Italiana. Per la verità monsignor
Luigi Andrianopoli aveva preso posizione il 20 gennaio 1961
contro la nuova giunta milanese. «Ci sentiamo traditi - aveva
scritto dalle colonne del “Nuovo Cittadino” il direttore in
una lettera aperta a Moro - e più ancora che dai risultati, dal
metodo»45. Non si poteva accettare il nuovo che avanza. Dopo
il voto di Genova, il 18 febbraio 1961 a meno di un mese dal
varo della giunta milanese, il cardinale di Genova Giuseppe
Siri decide di scrivere direttamente al leader democristiano.
Toni inequivocabili, lo scontro è aperto e manifesto:

Egregio onorevole, nel momento in cui si ha motivo di credere che


equivoci ed artate interpretazioni stiano oscurando la verità, ho il dovere
di richiamare alla di lei attenzione quanto segue: 1) l’atteggiamento
della Chiesa nel giudicare i comunisti e coloro che li sostengono con
la loro azione o sono loro associati non è affatto mutato; 2) la linea di
portare assolutamente i cattolici a collaborare con i socialisti, prima che
da questi siano state ottenute vere e sicure garanzie di indipendenza
dai comunisti e di rispetto a quanto noi dobbiamo rispettare, non può
essere assolutamente condiviso dai vescovi. Quanto è accaduto, il modo
e la forma nel quale è accaduto, fa profondissimamente temere per
l’avvenire. In nome di Dio, la prego riflettere bene sulla sua respon­
sabilità e sulle conseguenze di quanto sta compiendo46.

Una contrapposizione frontale, con antichi richiami alla


dialettica risorgimentale Stato/Chiesa sovrapposti alla nuova
realtà delle amministrazioni cittadine. L’insistenza sul metodo
quasi che si dovesse mettere in questione il processo decisionale
delle istanze democratiche locali, il richiamo all’anticomunismo
ferreo della scomunica come punto di riferimento immodifi­
cabile, il rapporto stringente tra amministrazioni cittadine e
governo nazionale, il richiamo implicito al rischio che l’archi­
tettura istituzionale complessiva potesse entrare in crisi. L’in­
certezza del quadro politico conduce verso un protagonismo
diretto della Santa Sede; la De è il principale interlocutore, ma
viste le possibilità che si aprono dopo la fine dell’equilibrio
centrista, meglio occuparsi direttamente di ciò che potrebbe
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 91

avvenire nell’agone politico e dei riflessi sui comportamenti dei


cattolici. Nel vivo della vicenda Tambroni, tra la formazione
del governo e il dibattito nel Consiglio Nazionale della De,
«L’Osservatore Romano» pubblica un articolo Punti fermi
finalizzato a orientare e condizionare il confronto di merito
sugli equilibri politici47. Una sorta di manifesto con il quale
si rivendica il diritto delle gerarchie nel guidare orientamenti
e posizionamenti dei cattolici. Punti fermi e invalicabili negli
orientamenti politici, nei comportamenti elettorali e nelle forme
di partecipazione alla vita pubblica. Non si poteva prendere
le distanze da quei punti senza assumersi le conseguenze del
gesto. La linea del nuovo pontefice era differente, ispirata a un
distacco dalle vicende politiche, nella ricerca di un messaggio
evangelico autentico, distante dai compromessi materiali. La
strategia stessa di Angelo Giuseppe Roncalli ha bisogno di
tempo per imporsi, sconfiggere perplessità e dubbi. Quando
sale al soglio pontificio il 28 ottobre 1958 la Chiesa cerca
nelle certezze del passato il rifugio contro le paure dei tempi
nuovi. Una scorciatoia impraticabile: quel mondo era ormai
giunto al capolinea, pensare di difendere e sostenere l’equili­
brio centrista era un modo per prendere tempo nella speranza
di poter mantenere il quadro delle compatibilità esistenti. Il
dibattito sulla formazione del centrosinistra accelera la crisi
e chiarisce le posizioni delle forze in campo. Un conto sono
analisi e giudizi su rapporti di forza e possibili vie d’uscita,
altra cosa gli auspici e i desideri di chi teme l’innovazione o
il varo di un laboratorio politico.
Una dialettica che non risparmia nessuno, protagonisti e
comprimari. Il mondo cattolico si diversifica: alle aperture
del pontefice, al ruolo di ponte e dialogo di papa Giovanni
X X III si contrappone l’intransigenza delle posizioni della
Cei ispirata dal cardinale Siri. La scena si anima di attori prò
e contro il centrosinistra. Il messaggio del pontefice, la sua
enciclica Mater et Magistra del luglio 1961 viene interpretata
(e in parte utilizzata) come un sostegno implicito, un’apertura
di disponibilità verso la sperimentazione del nuovo corso48.
Ed è così che come in un sipario che si apre all’improvviso
i veti cadono, vengono ridimensionati e sconfitti. Quelle paure
di uno scivolamento incontrollabile verso pericolosi lidi non
hanno riscontro, sono motivate dal fantasma del centrosinistra
che è molto distante dalla sua immagine reale. Chi si ostina a
92 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

essere contrario propone in alternativa il prolungamento della


stagione centrista ormai agonizzante. Il confine tra il passato,
colmo di certezze e rassicurazioni, e il futuro incerto e contro­
verso, viene varcato con eccessive titubanze. I veti incrociati
(da Washington e da oltre Tevere) si scontrano e si richiamano
più a un’immagine del centrosinistra, quella della sua ipotetica
evoluzione, che alla reale consistenza delle forze in campo.
La svolta attesa e preparata si manifesta nei primi mesi
del 1962 quando il quarto governo Fanfani nasce con la fidu­
cia «contrattata» del Partito socialista49. Un varo difficoltoso
con una formula criptica segnata da una fiducia concordata
preventivamente, prima di giungere in aula. Aldo Moro aveva
sconfitto le ultime resistenze interne nel Congresso nazionale
della De tenuto a Napoli a fine gennaio e aperto da una sua
relazione di sette ore50. Solo alla fine dell’anno successivo, nella
prima settimana di dicembre 1963 prende corpo il centrosini­
stra organico presieduto dal leader De, con la partecipazione
nella squadra di governo di cinque ministri che vengono dal
Psi (Pietro Nenni vicepresidente del Consiglio). Il quotidiano
socialista «l’Avanti!» titola con enfasi il 6 dicembre 1963 Da
oggi ognuno è più libero. I lavoratori rappresentati nel governo
del paese51. In pochi mesi molto era cambiato: affievolita la
spinta iniziale, eletto un presidente della Repubblica di segno
contrario (Antonio Segni), aperti i lavori del Concilio Vati­
cano II, morto un papa (Giovanni XXIII), eletto successore
l’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini che prende
il nome di Paolo VI52. L’alleanza di governo aveva portato a
termine alcune riforme: la nazionalizzazione dell’energia elet­
trica e la scuola media unica. Non era riuscita a intervenire
con una legge sui suoli né aveva mostrato una capacità di
misurarsi su questioni di lungo periodo, incapace di scrol­
larsi di dosso il peso dell’illusione riformista. I giudizi sono
divergenti nella lettura di un bicchiere mezzo pieno (alcune
importanti riforme in sintonia con la spinta di una società
in via di modernizzazione) o mezzo vuoto (troppo poco per
riuscire a mettere in discussione la continuità con la stagione
precedente). La distanza tra le aspettative e la realtà è un dato
evidente. Qualcuno si è spinto fino a sostenere che il centro-
sinistra nella sua forma piena era nato già morto, esausto,
incapace di mostrare vitalità. Anche la sua stagione riformista
è precedente al completamento del processo di costruzione del
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 93

governo. Sono ancora valide e profonde le domande di chi nei


primi anni Novanta del secolo scorso scriveva: «L’interrogativo
sorge dunque spontaneo. Come mai un’alleanza preparata
per quasi dieci anni, negoziata con estrema prudenza e uscita
vittoriosa da scaramucce piccole e meno piccole, si rivela poi
singolarmente avara di frutti concreti?»53.

4. Distensione, Concilio, dialogo

Un bilancio sul primo centrosinistra della storia della


Repubblica è questione complessa. Nel corso degli anni e
dei decenni quella stagione ha prolungato luci e ombre sul
futuro, caricandosi di significati e giudizi che vanno al di là
dei contenuti dell’apertura a sinistra. Il paradosso della sua
estensione temporale, di un’indeterminatezza di quadro sulla
conclusione della collaborazione tra democristiani e socialisti
fa sì che molti argomenti si ripresentino e vengano utilizza­
ti - non sempre con le dovute attenzioni - come termini di
paragone per valutare risultati, passi avanti o battute d’arresto
del cammino del sistema politico italiano tra la fine degli anni
Cinquanta e il decennio successivo. L’effetto è duplice: da un
lato il centrosinistra nella sua costruzione storica diventa un
laboratorio perennemente aperto e disponibile, senza un peri­
metro certo di riferimenti e contesti, e dall’altro ciò che ricade
sotto la dizione generica data dall’accostamento dei due termini
è troppo distante dall’originale (dal primo passo) per poter
fornire argomenti utili a una comparazione storica. Anche in
questo caso l’itinerario della Repubblica non è separabile dal
contesto della compatibilità e dei vincoli che caratterizzano una
parte di mondo segnato dalla modernizzazione post-bellica.
A questo livello si collocano gli interrogativi sul riformismo
italiano, sul valore delle riforme realizzate e sul peso delle tante
possibilità che non hanno trovato spazio o che si sono perse
dopo un avvio promettente.
L’impatto economico delle scelte di fondo oscilla tra due
estremi. L’avvio coraggioso di forme di programmazione eco­
nomica, politiche d’indirizzo in grado di segnare una discon­
tinuità dall’emergenza del giorno per giorno, dalla navigazio­
ne a vista e, contestualmente, l’assenza di un radicamento
condiviso e strutturale di tali iniziative. La difficoltà a fare
94 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

sistema in un cammino complicato dalle inquietudini interne


e dalla prossima fine del ciclo espansivo. Le problematiche
dell’economia italiana si manifestano nelle deboli risposte
quando negli anni Settanta tutto diventa più difficile, la spin­
ta alla crescita si esaurisce, l’età dell’oro rimane indietro come
una preziosa pagina sbiadita54.
Nel passaggio del 1962 la dialettica si manifesta in modo
esplicito. Dopo la composizione del quarto governo Fanfani
(con l’astensione contrattata dei socialisti) e l’elezione di
Antonio Segni al Quirinale (tra i più autorevoli oppositori
De al nuovo corso)55 il ministro del Bilancio il repubblicano
Ugo La Malfa presenta alle Camere la Nota aggiuntiva alla
Relazione generale sulla situazione economica del paese per il
1961. Una relazione impegnativa sulla situazione del paese che
si sovrappone al dibattito politico e al confronto culturale che
attraversa i convegni di studio della De a San Pellegrino, quello
dell’Eliseo o il dibattito promosso dall’Istituto Gramsci (ne
abbiamo già detto). Vivacità e spessore di confronti di merito
su competenze e approdi nella consapevolezza di tanti che il
tornante rappresentasse una sfida e una grande opportunità per
il sistema paese nel suo complesso. La Nota dà voce a chi si era
misurato sui contenuti giungendo persino a posizioni opposte
o inconciliabili. Ne scaturisce un confronto di merito in un
dibattito di rara profondità che ruota attorno alla possibilità di
delineare la filosofia di fondo del centrosinistra, rendendo sta­
bile e concreto il quadro delle prospettive dentro cui collocare
le riforme strutturali. Uno spaccato di questioni tenute insieme
dalla fiducia nel nuovo equilibrio, dalla scommessa che si po­
tesse tentare un percorso innovativo. Il pregio dell’intervento
del ministro del Bilancio (leader del Partito repubblicano) è
nel risalto dato al contrasto tra lo sviluppo imponente di quegli
anni e il permanere di zone arretrate diffuse e per molti versi
in condizioni di incuria crescente. Gli squilibri antichi tra
Nord e Sud convivono con gli effetti dello spopolamento delle
campagne e dell’urbanizzazione non guidata, spesso risolta
dalla costruzione di centri urbani inefficienti e degradati. Un
tornante di svolta che ha proposto nuovi modelli e obiettivi; va
in questa direzione la nascita dell’intervento straordinario che,
proprio tra il 1957 e l’inizio degli anni Sessanta vira verso una
politica di forte industrializzazione del Mezzogiorno. Anche
sulla base di queste esperienze (e dei loro limiti) La Malfa
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 95

affonda il proprio giudizio: servirebbe una programmazione


dello Stato per modificare e orientare il sistema economico
facendo contestualmente leva sulle pubbliche utilità quali
istruzione, assistenza sanitaria, Stato sociale. Un quadro di
provvedimenti tempestivi, urgenti al fine di poter beneficiare
della congiuntura particolarmente favorevole. Il fattore tempo
non è irrilevante: difficile coordinare la spinta al cambiamento
che muove settori della società con le dinamiche di confronto
e decisione che attraversano le forze politiche. Il merito dei
contenuti che attraversano la Nota La Malfa sarà più chiaro e
apprezzato con il passare del tempo. Una discussione che rap­
presenta un punto di osmosi e dialogo tra il paese e il palazzo,
tra i partiti e gli intellettuali, tra la politica e la società. Un
punto che non si consolida, non riesce a intaccare resistenze
e conservatorismi. Poche settimane dopo, la nazionalizzazione
dell’energia elettrica sembra un esito immediato del confronto
che attraversa le forze politiche. Ma gli effetti della spinta a
uscire dalle emergenze allungando lo sguardo oltre la soprav­
vivenza di un incerto quadro politico non avrà grandi fortune.
Una ferita profonda che non sarà facile rimarginare. Il peso di
un riformismo debole, fugace, incoerente. O se spostassimo la
prospettiva e il punto di osservazione, l’incapacità delle classi
dirigenti di far fronte a emergenze e interventi che vanno
all’ordine del giorno, diventano urgenti e necessari, ma non
abbandonano la sfera degli auspici o delle buone intenzioni più
o meno condivise. Così facendo le debolezze del centrosinistra
assumono un duplice significato che rafforza la centralità di
una lunga stagione nel cammino della Repubblica. Il primo
dato investe il rapporto contraddittorio tra società e politica,
ha inizio una silenziosa separazione, una divaricazione che si
tramuterà nel corso del tempo in incomunicabilità o in un
conflitto manifesto. Le speranze di trasformazione rimasero
deluse, inespresse e quindi iniziarono a sedimentare rimorsi,
aspirazioni impossibili, distanze crescenti tra sogni e realtà.
In secondo luogo, i riflessi di lungo corso del riformismo
mancato, dell’incapacità di intervenire sui progetti in cantiere,
sugli interventi concreti che avrebbero dato a una stagione
così laboriosamente preparata uno spessore più significativo.
Il giudizio di uno storico aiuta a definire la questione in un
arco di tempo più ampio:
96 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

A sfumare progressivamente, dopo i primi esordi del centrosini­


stra, non furono solo le singole riforme. Fu «il sogno di alcune cose»
ad apparire perdente e irrealistico, fu il riformismo come modello a
perdere fascino, capacità di attrazione e di mobilitazione: non sono
stati pochi i guasti che questo appannamento ha prodotto nella vicenda
successiva del paese56.

Ecco, il punto chiave dei giudizi che non si limitano alle


ricostruzioni delle correnti dei partiti richiama la qualità del
sistema democratico, la sua capacità di riformarsi e di resistere
alle derive autoritarie. Sono gli interrogativi di fondo sulla
fase della distensione internazionale, sulle forme del dialogo
tra Mosca e Washington, sulle possibilità che Taffievolirsi
della contrapposizione bipolare possa favorire il varo di una
nuova fase della storia della Repubblica. Come se il quadro
internazionale giovi ai tessitori di nuove relazioni tra antichi
avversari. I protagonisti sono almeno tre: Kennedy, Chruscév
e Giovanni XXIII; il peso della distensione è stato ridimensio­
nato progressivamente dalla storiografia più accreditata57. Non
una nuova fase, né una scelta per il dialogo come strategia di
ascolto; sono le paure per una distruzione reciproca assicurata
a muovere i potenti verso relazioni più stabili. Dopo la guerra
di Corea l’innovazione tecnologica applicata agli armamenti
rappresenta la novità più stringente, la minaccia incombente
di una prospettiva di guerra atomica con distruzione su vasta
scala. A metà degli anni Cinquanta, mentre il boom economico
inizia a dispiegare potenzialità sconosciute, diventano operative
le bombe termonucleari con una potenza tale da distruggere
intere città. Poco dopo è il turno dei missili intercontinentali
capaci di condurre quelle testate in territorio nemico senza
ostacoli. Facce diverse della modernità. La distensione non
modifica obiettivi e tensioni che muovono i campi avversi.
Il campo del confronto si allarga, nuovi paesi emergono dai
processi di decolonizzazione sulle ceneri del colonialismo
agonizzante. La «coesistenza pacifica» avrebbe allontanato lo
scenario apocalittico di un confronto nucleare, senza tuttavia
ricomporre fratture e appartenenze. Del resto, il decennio
si apre con la costruzione del muro di Berlino che fissa la
divisione geopolitica dell’Europa aggiornando le ragioni della
guerra fredda nella città simbolo del confronto tra i blocchi58.
E un anno dopo, nell’ottobre 1962 la crisi di Cuba mette
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 97

nuovamente a rischio gli equilibri internazionali. I sovietici


istallano segretamente testate nucleari sull’isola, a difesa del
regime di Fidel Castro a conferma della volontà di poter agire
su scala globale. I missili avrebbero potuto facilmente colpire la
Florida, giungere così su territorio statunitense. Vitiescalation
inaccettabile quando vennero individuati da aerei dell’aviazione
Usa in ricognizione sull’isola caraibica. Giorni frenetici, con
il mondo sull’orlo della guerra, trattative segrete tra la Casa
Bianca, il Cremlino, la diplomazia vaticana che si muove in
prima fila. Kennedy fa appello alla nazione prima che si giunga
a un accordo che prevede lo smantellamento dei missili sovietici,
l’impegno dell’amministrazione statunitense a non invadere
l’isola (risale a un anno prima il tentativo di sbarco presso
la Baia dei Porci) e il contestuale ritiro di missili della Nato
posizionati in territorio turco. Un’intesa che premia nei diversi
campi le colombe della pace a danno dei falchi di guerra con
conseguenze non episodiche: la ricerca di un terreno comune
a garanzia di sopravvivenza reciproca, l’inizio dal 1963 di ne­
goziati in grado di fissare controlli sull’uso delle armi nucleari
favorendo così la stabilizzazione «di questo precario equilibrio
del terrore»59. Il tempo della distensione è contraddittorio,
segnato dal peso e dall’influenza dei rapporti di forza. La linea
di comunicazione diretta tra i vertici delle due superpotenze
riflette la volontà di rafforzare legami e controlli reciproci, far
sì che la competizione possa continuare con mezzi e strumenti
sempre aggiornati senza che lo sbocco obbligato sia un nuovo
conflitto mondiale dalle conseguenze incontrollabili.
La politica italiana vive il riflesso di questa contraddizio­
ne. Il varo del nuovo equilibrio è attraversato dalle tensioni
di un mondo inquieto. La qualità stessa della democrazia va
sotto osservazione quando il primo centrosinistra organico si
trova in minoranza e si dimette a fine giugno 1964. Una vita
breve per il primo governo Moro che non regge l’urto dei
franchi tiratori e cade nel voto su un capitolo di bilancio della
pubblica istruzione che incrementava le spese per la scuola
privata. Uno scontro nella maggioranza, una divisione tra i
partiti e nei partiti che va ben al di là dell’occasione che si
era presentata. L’equilibrio non regge, si rimettono in moto
resistenze e manovre di vario genere, non sempre alla luce del
sole. In molti dichiarano che il centrosinistra non rappresenta
una scelta irreversibile60. Una brutta pagina che vede diversi
98 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

protagonisti (nelle istituzioni, nei partiti, nelle forze sociali e


nel mondo dell’industria) animati dall’opzione favorevole o
contraria al proseguimento della collaborazione di governo.
Aldo Moro ottiene l’incarico dal presidente della Repubbli­
ca per tentare di rimettere in piedi l’alleanza. Il leader De
annulla un viaggio nella capitale statunitense dove avrebbe
incontrato il presidente Johnson. L’Ambasciata Usa a Roma
comunica che «la data del viaggio dipenderà dagli sviluppi
della situazione italiana»61. Una situazione complessa che si
sovrappone alle minacce di un paventato golpe, ai rumori
di «un tintinnio di sciabole» che fa da sfondo al Piano Solo,
attribuito al generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo di­
rettore del Sifar (Servizio Informazioni Forze Armate). Il piano
in chiave anticomunista avrebbe coinvolto l’arma mobilitata
preventivamente in vista di sollevazioni eversive. La minaccia
rientrò, non ci fu nessun golpe tentato o costruito62. Prevalse
un confronto serrato tra le forze politiche, un ruolo attivo
del Quirinale incline a interrompere l’intesa e la sconfitta di
titubanze o non meglio definiti ritorni al passato attraverso il
varo del secondo governo Moro: alleanza che esclude la sinistra
socialista restringendo la base parlamentare di riferimento e
accentuando quel tratto di difficoltà che ne segnerà il cam­
mino. Hanno la meglio Moro e Nenni, l’esperienza comune
può proseguire nonostante ostacoli, numeri ridotti e trame mal
celate. Il cammino sarà difficile, gli interrogativi sulla tenuta
della democrazia italiana rimangono centrali. Significative in
tal senso le osservazioni che Aldo Moro ha scritto nel carcere
delle Brigate Rosse, nel 1978:

Il tentativo di colpo di Stato del ’64 ebbe certo le caratteristiche


esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianifica­
zione propria dell’arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa
strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una
pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente
dimensionare la politica di centro sinistra, ai primi momenti del suo
svolgimento.

Bloccare il nuovo equilibrio, impedire che il governo facesse


il suo corso dopo che la vicenda Tambroni, secondo lo stesso
Moro «il fatto più grave e minaccioso per le istituzioni in
quell’epoca», aveva mostrato la debolezza del quadro politico63.
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 99

Analogie e differenze tra le due crisi ravvicinate: quella del


1960 con lo sbandamento a destra nell’esperimento Tambroni,
e nell’estate di quattro anni dopo l’uscita dalla impasse politico­
parlamentare, l’ipotesi di golpe sullo sfondo e l’esecutivo
confermato a guida di Aldo Moro. Nel primo caso la Chiesa si
era opposta allo scenario dell’apertura a sinistra con prese di
posizione e appelli pubblici. L’arcivescovo di Milano Giovanni
Battista Montini aveva serrato le fila per il No nel 1960 salvo
poi quattro anni dopo, divenuto pontefice, orientare l’episco­
pato verso la continuazione della collaborazione tra socialisti e
cattolici64. Paolo VI interpreta un sentire diffuso, una linea di
cambiamento e trasformazione che ha nel Concilio Vaticano
II il suo approdo più alto e significativo65. Anche in questo
caso il perimetro stretto della politica italiana viene investito
da sollecitazioni che rimandano a un’istanza di rinnovamento
universale, in grado di modificare la presenza del cattolicesi­
mo nelle sue forme storiche. Una discontinuità profonda che
travalica confini, barriere, appartenenze. Si affievolisce la fun­
zione della De come argine anticomunista, parte dell’elettorato
del partito di maggioranza relativa teme che il centrosinistra
possa aprire la strada a nuove collaborazioni con i nemici di
sempre. Con sprezzo la stampa di destra parla di «repubblica
conciliare» come se dal Concilio e dalle sue disposizioni pren­
desse forma un nuovo rapporto tra l’anticomunismo storico e
le nuove dinamiche della politica italiana. Una linea morbida
di accettazione e dialogo, in sintonia con alcune forme che
in modo contraddittorio segnano l’evoluzione del confronto
Est-Ovest. Ma qualcosa di più profondo si muove a partire
dall’impianto conciliare negli anni immediatamente successivi66.
La convinzione - inizialmente minoritaria - che l’unità politica
dei cattolici attorno alla De non sia un dato immodificabile
e certo. Al contrario proprio l’impianto conciliare metteva in
discussione il carattere del partito d’ispirazione cristiana, il suo
legame con le gerarchie, l’idea stessa che si potessero confon­
dere piani diversi: la politica e la fede, il sacro e il profano.
Moro difende la funzione della De, la laicità del partito acon­
fessionale, dei suoi militanti, l’autonomia del percorso di una
classe dirigente. Ma la frattura non si ricompone divaricando
progressivamente anime e strutture del mondo cattolico. Da
una parte i moderati contrari alle innovazioni dottrinali del
Vaticano II e critici verso i riflessi politici di quella discontinuità,
100 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

sul versante opposto i progressisti spingono per rompere il


cordone ombelicale tra il partito e la Chiesa, tra la presenza
della De e l’impianto dottrinale del Concilio. In mezzo tra le
due ali contrapposte la De cerca di difendere la propria unità
evitando fratture o scissioni. Il partito punta a raccogliere
tutti, organizzare un pezzo di società italiana, rappresentare
le forme diverse del cattolicesimo politico e sociale. In sintesi,
il permanere dell’impostazione degasperiana che si giova del
magistero di Paolo VI. Il papa offre una sponda convincente
al travaglio del partito cattolico, favorendo l’evoluzione di un
concetto maturo di laicità fondato sul superamento definitivo
delle contrapposizioni e dei retaggi antichi: la questione romana
e la fine del potere temporale della Chiesa su tutti. Innovazioni
che lasciano il segno e che puntano a coinvolgere mondi e
realtà differenti. Il passaggio dal latino alla lingua corrente
nelle celebrazioni liturgiche è un segno tangibile di apertura,
di disponibilità all’incontro, di ricerca dell’altro. Questo un
nodo dirimente, la discontinuità più profonda: in un contesto
di mobilità e cambiamento l’accettazione dell’altro mette in
discussione l’impianto gerarchico delle verità assolute, rivelate
una volta per tutte. Si fa strada il pluralismo religioso, l’ecume-
nismo come nuova frontiera, la convinzione che il cammino di
fede possa avvenire con gli altri (anche su posizioni divergenti)
cercando risposte nel mare aperto della storia. Il Concilio è in
fondo il tentativo di collocare pienamente la Chiesa nel suo
tempo, darle una torsione verso i bisogni degli uomini e delle
donne contro le rigidità e le certezze dell’ortodossia ufficiale:
la fine dell’infallibilità papale, l’accettazione del pluralismo
religioso, l’attenzione crescente verso i nuovi mondi emersi
dai processi di decolonizzazione, i rapporti Nord-Sud e le di­
mensioni planetarie di vecchie e nuove ingiustizie. Un insieme
di riforme che innovano il profilo della presenza nella società
italiana contribuendo a mettere in discussione un rapporto
automatico e scontato (fino ad allora) tra identità italiana e
religione cattolica67. Di riflesso, nel conflitto con il blocco co­
munista si affievolisce la dimensione religiosa e nazionale che
aveva motivato parte della contrapposizione frontale: nemici
politico-ideologici e al tempo stesso inconciliabili con religione
e identità nazionale. In questo quadro il Concilio aiuta il di­
sgelo interno, la possibilità di dar voce alle differenze sociali,
antropologiche e culturali che dal mondo cattolico innervano
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 101

la società italiana: «Non è esagerato dire che, solo dopo il


Concilio, democrazia e pluralismo sono entrati definitivamente
nella cultura corrente degli italiani»68. Un giudizio impegnativo
che tiene conto dei tempi lunghi necessari alla valutazione di
processi storici che affondano le radici nelle dinamiche più
profonde del processo di costruzione della nazione; quel difficile
rapporto con la democrazia richiama il ventennio fascista e,
più da vicino nel nostro caso, le tappe del conflitto irrisolto
tra lo Stato e la Chiesa. Il lascito del Concilio non si esaurisce
quindi nel vasto perimetro dell’evento: annunciato nel 1959 e
celebrato fra l’i l ottobre 1962 e l’8 dicembre 1965; due papi,
una città, Roma, che diventa la capitale di una discussione uni­
versalmente riconosciuta e riconoscibile. Cercare un indirizzo
a Roma è un esercizio che accomuna tanti, unisce angoli del
pianeta, mette in discussione l’identificazione tra cattolicesimo
e Occidente. Agli entusiasmi iniziali fanno seguito il confronto
di merito, le difficoltà di scelte politiche e dottrinali. È una
fase di svolta che segna il significativo ridimensionamento del
vecchio continente:

Il bipolarismo della deterrenza nucleare, la decolonizzazione, il


riaccendersi di una lotta per l’influenza sull’Asia a partire dal martoriato
quadrante sud-orientale, l’emergere del Medio Oriente come zona di
frizione perpetua, la «politica della sicurezza» che stupra l’America
Latina, sono tutti fenomeni che segnano la relativizzazione di ciò che
il vecchio continente voleva essere69.

L’immagine e la costruzione di un’Europa tenuta insieme


dall’ancoraggio ai valori cristiani mostra di non corrispondere
alle novità del dopoguerra, ai nuovi assi della politica inter­
nazionale. E ancora il giudizio di uno storico come Alberto
Melloni sulla responsabilità individuale di chi partecipa a un
appuntamento con la storia: «I diplomatici, insomma, subiscono
il fascino e scontano la difficoltà oggettiva di monitorare la
più grande assemblea dotata di poteri deliberanti mai adunata
sul pianeta [...] che riguarda una massa sconfinata di donne
e uomini»70.
Una svolta che sviluppa effetti e potenzialità nel tempo
mentre la società italiana aveva cominciato ad allontanarsi dai
valori tradizionali del cattolicesimo. Una secolarizzazione diffu­
sa e incompresa, un moto di autonomia e distacco dalle forme
102 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

consolidate della presenza religiosa. Un paradosso figlio della


modernità: la posizione di preminenza e controllo dei cattolici
si combina con una trasformazione di mentalità, costumi, stili
di vita. Una scristianizzazione, o l’altra faccia dell’Italia ricca
che si manifesta nella povertà di spirito71. La «nuova cristia­
nità perduta», un paradosso carico di significati segnato dallo
spontaneismo delle forze economiche, da uno sviluppo senza
guida e progetto che «ha conferito alla secolarizzazione in Italia
caratteri suoi propri con effetti particolarmente devastanti»72.
Difficile trovare un punto di equilibrio tra la Chiesa in cerca
di un rinnovamento possibile che la rimetta dentro la storia,
in sintonia con i tempi nuovi e una società che prende radi­
calmente le distanze dalle stesse forme della presenza religiosa.
Gli anni Sessanta sono il tempo di maturazione di queste con­
traddizioni, lo spazio dentro cui leggere la dialettica tra valori
antichi e nuove sollecitazioni. In alcuni paesi la discontinuità
è più marcata, in altri sarà il tempo a chiarire gli approdi di
una dialettica non comprimibile. Uno storico come Pietro
Scoppola ha coniato la felice espressione dell’«eterogenesi dei
fini» per sottolineare l’evoluzione incontrollabile di un percorso
che in parte si rivolge contro le motivazioni che ne avevano
scatenato i primi passi. Un approdo imprevisto di uno sviluppo
abbandonato alle regole del dinamismo spontaneo senza una
guida e un efficace riferimento culturale. Lo stesso Scoppola
anni dopo, nello scorcio finale del Novecento, tornava sul
significato e i riflessi di lungo periodo delle trasformazioni al
tempo del primo centrosinistra:

In realtà, né la cultura marxista né tanto meno Pelitaria cultura


laica sono state in grado di offrire al paese basi alternative al sentimento
morale popolare di matrice cristiana. Il risultato è stato appunto quello
di un salto in una sorta di vuoto etico del quale si percepisce oggi tutta
la drammatica dimensione. Questo risultato verrà intrecciandosi con
gli sviluppi del sistema politico73.

Note al capitolo secondo

1 Sulla dinamica dell’economia italiana nella seconda metà del No­


vecento cfr. P. Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia
(1796-2005), Torino, Bollati Boringhieri, 2007; G. Tomolo, La crescita
economica italiana, 1861-2011, in Id. (a cura di), L’Italia e l’economia
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 103

mondiale, Venezia, Marsilio, 2013, pp. 5-51; E. Felice, Ascesa e declino.


Storia economica d’Italia, Bologna, Il Mulino, 2015; F. Amatori (a cura di),
L’approdo mancato. Economia, politica e società in Italia dopo il miracolo
economico, Milano, Feltrinelli, 2017.
2 Su queste tematiche, O.A. Westad, La guerra fredda globale. Gli Stati
Uniti, l’Unione Sovietica e il mondo. Le relazioni internazionali del XX
secolo, Milano, Il Saggiatore, 2015, pp. 1-81.
3 Per una ricostruzione di insieme cfr. I.T. Berend, An Economie Hi-
story of Twentieth-Century Europe. Economie Regimes from Laissez-Faire
to Globalization, Cambridge (MA), Cambridge University Press, 2006; B.
Eichengreen, La nascita dell’economia europea. Dalla svolta del 1945 alla
sfida dell’innovazione, Milano, Il Saggiatore, 2009.
4 Cfr. P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Milano, Gar­
zanti, 1989, pp. 479-595.
5 Una recente rivisitazione in B. Steil, La battaglia di Bretton Woods.
John Maynard Keynes, Harry Dexter White e la nascita di un nuovo ordine
mondiale, Roma, Donzelli, 2015. Sulle condizioni della ricostruzione del
secondo dopoguerra cfr. E. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l’era
dei grandi cataclismi, Milano, Rizzoli, 1995, pp. 315-337.
6 Messaggio di papa Pio XII ai vescovi (1° gennaio 1954) in occasione del
primo giorno di trasmissione della Tv italiana; Discorsi e Radiomessaggi di Sua
Santità Pio XII, Quindicesimo anno di Pontificato, 2 marzo 1953-1° marzo
1954, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana, pp. 679-686; anche
in https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/apost_exhortations/documents/
hf_p-xii_exh_19540101_rapidi-progressi.html e http://www.chiesaecomu-
nicazione.com/doc/esortazione-apostolica_i-rapidi-progressi_1954.php.
7 Una ricostruzione del dibattito sugli effetti e sulle conseguenze sociali
del miracolo economico italiano in G. Crainz, Storia del miracolo italia­
no. Culture, identità, trasformazioni fra anni cinquanta e sessanta, Roma,
Donzelli, 2005.
8 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema
politico 1945-1996, cit., pp. 317-337; P. Craveri, L’arte del non governo,
liinesorabile declino della Repubblica italiana, Venezia, Marsilio, 2016,
pp. 228-250.
9 E. Menduni, Il Autostrada del Sole, Bologna, Il Mulino, 1999.
10 Cfr. G. Pescosolido, Nazione, sviluppo economico e questione meri­
dionale in Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017, pp. 167-176; Id.,
La questione meridionale in breve. Centocinquant’anni di storia, Roma,
Donzelli, 2017, pp. 115-138.
11 Cfr. V. De Grazia, L’impero irresistibile. L’ascea del modello di consumo
americano, Torino, Einaudi, 2006.
12 S. Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli
anni Novanta, Venezia, Marsilio, 1992, p. 293.
13 G. Howard (a cura di), The Sixties. Art, Politics and Media of our
Most Explosive Decade, New York, Paragon House, 1982; A. Marwick,
The Sixties. Cultural Revolution in Britain, Trance, Italy and thè United
States, c. 1958-c. 1974, Oxford-New York, Oxford University Press, 1998.
104 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

14 Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni


fra anni cinquanta e sessanta, cit., p. 157.
15 Cfr. J.L. Gaddis, We Now Know. Rethinking Colà War History,
Oxford-New York, Oxford University Press, 1997; Crockatt, Cinquantan­
ni di guerra fredda, cit., pp. 506-518; Romero, Storia della guerra fredda.
Lultimo conflitto per l’Europa, cit., pp. 335-346.
16 Cfr. O.A. Westad (a cura di), Reviewing thè Cold War. Approaches,
Interpretations, Theory, London-Portland (OR), Frank Cass, 2000; J.S. Nye,
Soft Power, Torino, Einaudi, 2005, pp. 7-60 e 112-160.
17 Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 283-403; S.
Colarizi, Storia del Novecento italiano. Cent'anni di entusiasmo, di paure,
di speranza, Milano, Rizzoli, 2000, pp. 360-389.
18 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema
politico 1945-1996, cit., pp. 221-232.
19 Sul primo centrosinistra cfr. E. Santarelli, Storia critica della Repub­
blica. L’Italia dal 1945 al 1994, Milano, Feltrinelli, 1996, pp. 97-128; G.
Mammarella, L’Italia contemporanea. 1943-1989, Bologna, Il Mulino, 1990,
pp. 215-266; Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica
1946-2013, cit., pp. 85-120.
20 Su questi aspetti si veda S. Hugh Lee, La guerra di Corea, Milano,
Mondadori, 1990.
21 D. Rosati, Biografia del centrosinistra (1945-1995), Palermo, Sellerio,
1996; V. Foa, Questo Novecento. Un secolo di passione civile. La politica
come responsabilità, Torino, Einaudi, 1996, pp. 268-310.
22 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema
politico 1945-1996, cit., pp. 239-262.
23 Cfr. G. Carocci, Il trasformismo dall’unità ad oggi, Milano, Unicopli,
2003, pp. 7-21 e 126-147; G. Sabbatucci, Il trasformismo come sistema.
Saggio sulla storia politica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 2003;
M.L. Salvadori, Storia d’Italia e crisi di regime. Alle radici della politica
italiana, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 63-84; L. Di Nucci, La democrazia
distributiva. Saggio sul sistema politico dell’Italia repubblicana, Bologna, Il
Mulino, 2016, pp. 170-212.
24 Si veda M. Flores, 1956, Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 7-10 e 128-
134. Sulle stesse tematiche cfr. F. Argentieri, Ungheria 1956. La rivoluzione
calunniata, Venezia, Marsilio, 2006; G. Dalos, Ungheria 1956, Roma, Don­
zelli, 2006; S. Pons, L’Urss e il Pei nel sistema internazionale della guerra
fredda, in R. Gualtieri (a cura di), Il Pei nell’Italia repubblicana 1943-1991,
Roma, Carocci, 2001, pp. 3-46.
25 A. Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovie­
tica. 1945-1991, Bologna, Il Mulino, 2008, pp. 178-218; V. Mastny, Soviet
Foreign Policy, 1953-1962, in The Cambridge History of thè Cold War, voi.
I, Origins, cit., pp. 312-333.
26 G. Scroccu, Il partito al bivio. Il Psi dall’opposizione al governo
(1953-1963), Roma, Carocci, 2011, pp. 90-139; P. Matterà, Storia del Psi
1892-1994, Roma, Carocci, 2010, pp. 160-170.
27 Flores, 1956, cit., pp. 128-129.
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 105

28 Ibidem, p. 133.
29 Sulla nascita della Cee e il processo di integrazione comunitario cfr. B.
Olivi, L’Europa difficile. Storia politica dell’integrazione europea. 1948-2000,
Bologna, Il Mulino, 2001; B. Olivi e R. Santaniello, Storia dell’integrazio­
ne europea. Dalla guerra fredda alla Costituzione dell’Unione, Bologna, Il
Mulino, 2005; G. Mammarella e P. Cacace, Storia e politica dell’Unione
Europea (1926-2005), Roma-Bari, Laterza, 2011; M. Gilbert, Storia politica
dell’integrazione europea, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 33-64; L. Rapone,
Storia dell’integrazione europea, Roma, Carocci, 2015, pp. 19-49.
30 Cfr. L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra. Importanza e limiti
della presenza americana in Italia, Roma-Bari, Laterza, 1999; Formigoni,
Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), cit., pp. 229-294.
31 Cfr. P. Matterà, Moro e il Psi, in F. Perfetti, A. Ungari, D. Caviglia
e D. De Luca (a cura di), Aldo Moro nell’Italia contemporanea, Firenze,
Le Lettere, 2011, pp. 179-193; P. Pombeni, Moro e l’apertura a sinistra,
in D. Mezzana e R. Moro (a cura di), Una vita, un paese. Aldo Moro e
l’Italia del Novecento, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014, pp. 67-95; G.
Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Bologna, Il Mulino,
2016, pp. 119-228.
32 La preparazione della svolta di centrosinistra attraversa ben tre
successivi convegni di studio della Democrazia cristiana che si svolgono a
San Pellegrino tra settembre 1961 e ottobre 1963; il convegno dell’Istituto
Gramsci Tendenze del capitalismo italiano, Roma, 23-25 marzo 1962; il
convegno dell’Eliseo Prospettive di una nuova politica economica, promosso
da riviste di area laica e socialista nell’ottobre 1961; il convegno organizzato
dal Mulino La politica internazionale degli Stati Uniti e le responsabilità
dell’Europa, Bologna, 22-24 aprile 1961. Per il merito del confronto che si
sviluppa nei successivi convegni cfr. F. De Felice, Nazione e sviluppo: un
nodo non sciolto, in Storia dell’Italia repubblicana, voi. 2, La trasformazione
dell’Italia: sviluppo e squilibri, Torino, Einaudi, 1995, pp. 784-805.
33 Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni
Novanta, cit., pp. 307-308.
34 Su questi aspetti cfr. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione
e crisi di un sistema politico 1945-1996, cit., pp. 356-372; Giovagnoli, La
Repubblica degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 56-68; Soddu, La via italiana
alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, cit., pp. 85-120.
35 Crainz, L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia, cit., pp. 92-96.
36 C. Levi, Le giornate di Genova, in «ABC», 10 luglio 1960, ora in Id.,
Il bambino del 7 luglio, a cura di S. Gerbi, Cava dei Tirreni, Avagliano,
1997; anche in Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione ad
oggi, cit., pp. 105-106.
37 G. De Luna, I fatti di luglio 1960, in M. Isnenghi (a cura di), I luoghi
della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997,
pp. 359-371; P. Cooke, Luglio 1960. Tambroni e la repressione fallita, Mila­
no, Teti, 2000; A.G. Parodi, Le giornate di Genova, Roma, Editori Riuniti,
2010; U. Gentiioni Silveri, Spataro ministro dell’Interno, in S. Trinchese (a
cura di), Giuseppe Spataro tra popolarismo e Democrazia cristiana, Soveria
Mannelli, Rubbettino, 2012, pp. 177-186; A. Fanfani, Diari, voi. IV, 1960-
1963, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012, pp. 94-126.
106 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

38 Gentiioni Silveri, Spataro ministro dell’Interno, cit., pp. 181-182.


39 Ibidem, p. 186.
40 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema
politico 1945-1996, cit., p. 367.
41 Su questi aspetti cfr. G. Valdevit, Stati Uniti e Medio Oriente dal
1945 a oggi, Roma, Carocci, 2003, pp. 60-98; W. Russell Mead, Il serpente
e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America, Milano,
Garzanti, 2005, pp. 307-385.
42 In questo senso le riflessioni di P.E. Taviani, Politica a memoria
d’uomo, Bologna, Il Mulino, 2002, pp. 403-407.
43 Sulla dialettica Italia-Usa negli anni del centrosinistra cfr. U. Gentiioni
Silveri, L’Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-sinistra 1958-1965,
Bologna, Il Mulino, 1998; Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra. Im­
portanza e limiti della presenza americana in Italia, cit.; Formigoni, Storia
d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), cit., pp. 295-372.
44 Gentiioni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-
sinistra 1958-1965, cit., p. 86.
45 L. Andrianopoli, Le giunte di Genova. Lettera aperta all’on. Aldo Moro
Segretario Nazionale della D.C., in «Il Nuovo Cittadino», 20 gennaio 1961.
46 La lettera di Giuseppe Siri ad Aldo Moro del 18 febbraio 1961 venne
pubblicata su «Il Quotidiano» del 2 marzo 1961; cfr. A. D’Angelo, Moro, i
vescovi e l’apertura a sinistra, Roma, Studium, 2005, p. 25; G. Baget Bozzo,
Dalla convergenze parallele al primo centrosinistra, in II Parlamento italiano
1861-1988, XVIII, 1959-1963. Una difficile transizione verso il centro-sinistra,
Milano, Nuova Cei, 1991, p. 143.
47 Punti Vermi, in «L’Osservatore Romano», 18 maggio 1961.
48 Cfr. Crainz, Storia della Repubblica. Ultalia dalla liberazione ad oggi,
cit., pp. 106-114; A. Giovagnoli, Il partito italiano. La Democrazia cristiana
dal 1942 al 1994, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 106-127; Id., La Repubblica
degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 48-73; A. Melloni, Il concilio e la grazia.
Saggi di storia sul Vaticano II, Milano, Jaca Book, 2016.
49 Fanfani, Diari, voi. IV, 1960-1963, cit., pp. 391-408.
50 Giovagnoli, Il partito italiano. La Democrazia cristiana dal 1942 al
1994, cit., pp. 101-106; Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma,
cit., pp. 150-160.
51 P. Nenni, Gli anni del centrosinistra. Diari 1957-1966, Milano, Su-
garco, 1982, pp. 304-307.
52 Sul pontificato di Paolo VI cfr. Riccardi, Il «partito romano». Politica
italiana, Chiesa cattolica e curia romana da Pio XII a Paolo VI, cit., pp.
247-306; X. Toscani, Paolo VI. Una biografia, Roma, Studium, 2014; G.
La Bella, L’umanesimo di Paolo VI, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015; P.
Chenaux, Paolo VI. Una biografia politica, Roma, Carocci, 2016.
53 Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla fine della guerra agli
anni Novanta, cit., p. 308.
54 Felice, Ascesa e declino. Storia economica d’Italia, cit., pp. 283 ss.;
Pescosolido, Nazione, sviluppo economico e questione meridionale in Italia,
LE RAGIONI DI UN MIRACOLO 107

cit., pp. 171 ss.; A. Lepore, II divario Nord-Sud dalle origini a oggi. Evo­
luzione storica e profili economici, in M. Pellegrini (a cura di), Elementi
di diritto pubblico dell’economia, Padova, Cedam, 2012, pp. 347-367, pp.
65-66; S. Palermo, Cicli economici e divario territoriale in Italia tra silver
age e nuova globalizzazione, in G. Coco e A. Lepore (a cura di), Il risve­
glio del Mezzogiorno. Nuove politiche per lo sviluppo, Roma-Bari, Laterza,
2018, pp. 37-45.
55 Cfr. S. Mura, Antonio Segni. La politica e le istituzioni, Bologna, Il
Mulino, 2017, pp. 421-486.
56 Crainz, Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni
fra anni cinquanta e sessanta, cit., p. XIV.
57 Cfr. D. Diner, Raccontare il Novecento. Una storia politica, Milano,
Garzanti, 2007, pp. 193-241; G. Caredda, Le politiche della distensione.
1959-1972, Roma, Carocci, 2008; S. Pons, La rivoluzione globale. Storia del
comuniSmo internazionale 1917-1991, Torino, Einaudi, 2012.
58 Romero, Storia della guerra fredda. Uultimo conflitto per l’Europa,
cit., pp. 149-163; Gaddis, La Guerra fredda, cit., pp. 77-92; Harper, La
guerra fredda, cit., pp. 167-180.
59 Romero, Storia della guerra fredda. Uultimo conflitto per l’Europa,
cit., p. 87; L. Campus, I sei giorni che sconvolsero il mondo. La crisi dei
missili di Cuba e le sue percezioni internazionali, Firenze, Le Monnier, 2014.
60 Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1942 al 1992, cit., pp.
200-219; Colarizi, Storia politica della repubblica 1943-2006, cit., pp. 76-105.
61 Gentiioni Silveri, Ultalia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-
sinistra 1958-1965, cit., p. 264.
a Sulle commissioni di inchiesta cfr. M. Franzinelli, La sottile linea
nera. Neofascismo e servizi segreti da piazza Lontana a piazza della Loggia,
Milano, Rizzoli, 2008; G. Fasanella, C. Sestieri e G. Pellegrino, Segreto di
Stato. La verità da Gladio al caso Moro, Torino, Einaudi, 2000; riferimenti
nelle pagine di diario di A. Segni, Diario (1956-1964), a cura di S. Mura,
Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 261-264.
63 Gentiioni Silveri, L’Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro-
sinistra 1958-1965, cit., p. 270.
64 Giovagnoli, La Repubblica degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 65-73.
65 Cfr. Storia del Concilio Vaticano II, diretta da G. Alberigo, 5 voli.,
Bologna, Il Mulino, 1995-2011.
66 Cfr. A. Riccardi, Il potere del Papa. Da Pio XII a Paolo VI, Roma-Bari,
Laterza, 1988, pp. 182-284.
67 Cfr. A.C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia. Dalla unificazione ai giorni
nostri, Torino, Einaudi, 1977, pp. 311-321.
68 Ivi, p. 72.
69 A. Melloni, Ualtra Roma. Politica e S. Sede durante il Concilio vaticano
II (1959-1965), Bologna, Il Mulino, 2000, p. 387.
70 Ivi, p. 389.
71 Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 349-369; G.
Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Roma-Bari, Laterza, 1996, pp. 125-182.
108 LE RAGIONI DI UN MIRACOLO

72 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema


politico 1945-1996, cit., p. 330.
73 Ivi, p. 337; Id., La «nuova cristianità» perduta, Roma, Studium, 1985.
Capitolo terzo

Anni Settanta

1. Il lungo Sessantotto

Il paese appare cambiato, trasformato e diverso senza


avere il tempo e la capacità di rendersene conto. Un grande
balzo che si accompagna e si sovrappone al protagonismo
diffuso di settori della società: la spinta a partecipare ac­
comuna le strategie di cittadinanza dei nuovi italiani. Per
essere dentro la storia come potenziali interpreti ci si attiva,
si cercano interlocutori e compagni di strada, si guarda con
rinnovato interesse oltre confine, scrutando l’orizzonte per
trovare stimoli e punti di riferimento. «I tempi stanno cam­
biando» cantava nel 1964 Bob Dylan, «The times they are a
changing» e «l’ordine tramonta in fretta»; un tramonto che
sembra una svolta, un punto di non ritorno negli equilibri
globali che dall’uscita dei decenni della guerra civile europea
si erano spinti fino a segnare la parabola del dopoguerra, il
senso più profondo della discontinuità postwar1. Sono le fer­
ree logiche della contrapposizione bipolare a mostrare crepe
e debolezze, le certezze crollano e la comunicazione tra i due
mondi contrapposti passa per nuove strutture e linguaggi. La
musica, l’arte, le forme di espressione delle generazioni che
a Est come a Ovest sono nate e cresciute dopo il 1945 nella
speranza (divenuta presto una convinzione) di poter vivere
meglio: un saldo positivo nel passaggio del testimone tra figli
e genitori. Le aspettative di vita contribuiscono a definire il
perimetro del cambiamento. Le ricadute si distribuiscono sul
versante quantitativo: si allunga la curva della durata della
vita e cambiano i riferimenti temporali per misurare lo stesso
passaggio da una generazione all’altra. Ma la discontinuità
più incisiva e profonda chiama in causa l’aspetto qualitativo
dell’innovazione: consumi diffusi, benessere individuale, ri-
110 ANNI SETTANTA

cerca di nuove aperture verso mondi emergenti, scoperta di


un tempo libero dal lavoro, cura di sé e del proprio corpo. Il
conflitto da latente diventa manifesto, esplicito. Al tramonto
del vecchio non corrisponde una coerente e sinergica opera
di rinnovamento. Molto rimane in vita, resiste e si conserva,
altro muta parzialmente per poi trovare nuovi spazi, altro
ancora viene travolto dal protagonismo di soggettività inedite.
Una dialettica incessante, il segno della modernità, ma anche
il passaggio a un tempo incerto che sedimenta aspettative
alle quali in tanti non riescono a dar seguito. La frattura è
trasversale, tra opportunità e chiusure, tra generazioni diverse,
tra chi riesce a beneficiare delle trasformazioni e chi invece
rimane emarginato, escluso e mortificato. Speranze e illusioni
muovono uomini e donne verso la ricerca di nuove possibilità
in grado di rompere gabbie e condizionamenti della stratifi­
cazione sociale di partenza. Una tensione costante che non si
riassorbe trovando con il tempo nuovi interpreti che non si
riconoscono nella centralità del binomio amico-nemico imposta
dal riflesso condizionato dell’ordine della guerra fredda2. Il
rapporto tra individuo e collettività entra in fibrillazione, le
strutture tradizionali non soddisfano le aspirazioni di tanti:
ha inizio una parabola discendente per partiti, organizzazioni
collettive, sindacati o associazioni. Difficile trovare un punto
di equilibrio tra la sfera della soggettività individuale che
chiede sempre di più e meglio e le forme di espressione e
organizzazione della collettività. Più si afferma il primo, più
l’individuo cerca una propria dimensione convincente che possa
realizzarlo pienamente (o pensare di poterlo conseguire) e più
sembra irragionevole e irrealistico proporre l’articolazione di
una società per gruppi o identità omogenee, precostituite,
figlie di un tempo che volge alla conclusione, di una stagione
che sta per tramontare. Il cambiamento degli orientamenti
degli italiani viaggia su piani diversi: la politica, la religione,
la famiglia, i luoghi della formazione, la scuola e l’università.
Linguaggi e modelli che da lontano, soprattutto dalle nuove
forme di espressione che scuotono il mondo anglosassone, en­
trano in contatto con i percorsi della modernizzazione italiana.
Lo sguardo lungo sul decennio si è accompagnato a interro­
gativi inevasi sulla presenza di una vera e propria rivoluzione
culturale che dagli anni Sessanta si spinge fino a condizionare
l’ultima parte del Novecento. Un dibattito che mette in risalto
ANNI SETTANTA 111

la discontinuità di un decennio in termini di arte, politica,


musica, mass media, strategie di comprensione e diffusione dei
saperi. Gli Stati Uniti sono l’epicentro della rivoluzione: diritti
civili, diritti di espressione, libertà di parola, libertà sessuali,
movimenti che dalle università californiane attraversano confini
e appartenenze creando una convivenza inedita e complessa
tra amore, odio, creatività e confusione, libertà e violenza3.
Il presente si popola così di attori, nuovi protagonisti che
irrompono (o pensano di poterlo fare) sulla scena della storia.
Di riflesso lo spazio si restringe progressivamente, il mondo
viene percepito e pensato in una dimensione più contenuta e
unitaria verso l’idea di un villaggio globale con più similitudini
che differenze. Prevalgono le linee d’interdipendenza, i nessi
che mettono in relazione angoli diversi del pianeta. Anche il
tempo muta la sua natura, accelera diventando più rapido e
incalzante segnato dai mutamenti della modernità applicata alla
vita quotidiana. Una rivoluzione culturale? Non serve fermarsi
a una definizione possibile, né considerarne le ricadute che
ne deriverebbero. Il metodo storico spinge a guardare dentro
i processi cercando spiegazioni plausibili, punti di vista che
possano aiutare a consolidare interpretazioni e giudizi.
Il cammino della Repubblica è immerso nella dialettica tra
conservazione e progresso, tra le resistenze al cambiamento e il
vento delle curiosità intellettuali che spira da oltreoceano. Chi
sostiene il centrosinistra non avrebbe avuto riconoscimenti e
successi se non si fossero consolidati orientamenti e indirizzi
di cambiamento nel cuore della società italiana. Processi di
lungo periodo che si manifestano con evidenza e profondi­
tà: la mobilità interna delle migrazioni e degli spostamenti
di milioni di italiani; il volto delle città come universo della
trasformazione produttiva e culturale, luogo d’incontro tra
diversità e pensieri; l’industrializzazione che si afferma come
motore trainante di un nuovo mondo che spazza via il vecchio
omologando e uniformando territori e storie4. Le facce della
modernità che si manifestano contemporaneamente in un
segmento temporale ristretto con rapidità e vitalità. Ed è in
questo contesto che il tempo diventa una variabile decisiva:
un cambiamento culturale profondo che per sua stessa natura
ha bisogno di potersi sedimentare poggiando su strumenti
adeguati non occasionali. Il tempo della cultura non è lo
stesso di processi che in pochi anni cambiano il volto della
112 ANNI SETTANTA

società italiana. Se lo osservassimo da un altro punto di vista


noteremmo come l’assenza di una rifondazione culturale che
possa corrispondere ai cambiamenti economico-sociali abbia
inciso sulla capacità di orientare i fenomeni, governare gli esiti,
indirizzare gli effetti dello sviluppo impetuoso concentrato
in meno di un decennio5. Efficace in tal senso il richiamo al
classico testo di Eugen Weber che segue e ricostruisce il per­
corso di evoluzione e trasformazione nazionale da contadini a
francesi. In Italia lo stesso tipo di percorso è stato molto più
breve, differenziato geograficamente, fragile nelle dinamiche
del rapporto tradizione-innovazione6.
I processi di trasformazione che attraversano il decennio
culminano nell’epilogo di un evento planetario che per brevità
o partecipazione viene definito come «il Sessantotto» o con
diverse declinazioni e valenze semantiche «i Sessantotto» o
ancora «anni Sessantotto»7. Un insieme di questioni che si
rivelano contemporaneamente: un anno, un processo di lungo
corso, una conflittualità diffusa, un protagonismo inedito di
generazioni nate e cresciute dopo la fine del conflitto mon­
diale. Molte sono le prospettive e i punti di vista, con alcune
controverse ricadute che meritano attenzione: da un lato la
scansione temporale, l’irrisolta questione delle periodizzazioni
possibili (inizio e fine del fenomeno) e dall’altro la non facile
definizione del soggetto da analizzare. Un movimento che
investe settori diversi della società, attraversa simultaneamente
(o quasi) diversi paesi e continenti e si manifesta in modi e
linguaggi non omogenei. La scelta dei tempi e la definizione
del soggetto rappresentano un primo ostacolo che mal si
combina con i racconti in stile «come eravamo». Con quel
rimpianto malcelato che spesso si è affacciato nelle memorie di
tanti e persino tra le pieghe delle riflessioni storiografiche. Per
almeno due decenni sono mancate ricostruzioni storiche basate
su documentazione non episodica o limitata. Uno studioso
attento come Peppino Ortoleva si domandava - nel 1988 in
occasione del ventennale - quali fossero i motivi dell’assenza
di un quadro di riferimento in grado di rompere la morsa tra
condanna senza appelli e revival nostalgici di chi voleva tornare
alla meglio gioventù di allora8.
II Sessantotto nella sua lunga durata non può che coinvol­
gere direttamente una riflessione più generale sul dopoguerra
italiano, sul ruolo dei movimenti, sul peso di una stagione
ANNI SETTANTA 113

segnata dal protagonismo di soggettività e culture inedite.


Una riflessione pienamente inserita nelle dinamiche del siste­
ma internazionale, nelle periodizzazioni che caratterizzano gli
studi sulla guerra fredda e i suoi condizionamenti. Se sfumano
i ricordi, se si affievolisce il rimpianto per un tempo lontano,
allora prendono corpo gli interrogativi e le ipotesi interpreta­
tive sulle grandi questioni che il Sessantotto solleva e proietta
sull’Italia e, in un’ottica più ampia, sulle trasformazioni di un
mondo inquieto.
La dimensione internazionale amplifica gli effetti diffe­
renziando cronologie e punti di partenza. Tutto sembra avere
inizio nel Campus di Berkeley, in California nel 1964. Il segno
prevalente è quello dell’inclusione nel sistema formativo, delle
porte di accesso ai corsi universitari e della sfida per ottenere
il riconoscimento della libertà di parola. Ribellione nel Cam­
pus titola il 30 settembre 1964 il «San Francisco Chronicle»;
ventiquattr’ore dopo il «Daily Cai», periodico dell’Università
di California: È guerra a Berkeley. In pochi giorni la rivolta
conquista le prime pagine, irrompe nei notiziari; la più grande
università pubblica degli Stati Uniti si scopre d’improvviso
ribelle e conflittuale. Un tavolino all’ingresso principale di­
venta il simbolo degli studenti: comizi volanti, distribuzioni di
volantini e raccolta di firme che chiedono la riduzione delle
tasse d’iscrizione. Poche settimane e lo scontro si acuisce: ai
divieti del rettore seguono proteste e sit-in; nei caffè, nei viali
che costeggiano l’università si susseguono incontri e cortei
spontanei; da un microfono nella piazza principale Sproul Pla-
za, si alternano interventi di tre minuti; il neonato movimento
muove i primi passi comunicando a voce alta idee e slogan.
Nasce così nelle turbolente settimane di autunno 1964 il Free
Speech Movement (Fsm); la Bay area di San Francisco diven­
ta laboratorio della nuova sinistra americana9. «Per la prima
volta non eravamo l’élite privilegiata che poteva permettersi di
studiare a lungo, ci sentivamo l’avanguardia di un movimento
che voleva cambiare nel profondo la società americana»10, così
John Searle, protagonista di allora, a lungo docente di filosofia
nel campus californiano.
L’onda non si placa, il simbolo della rivolta scuote con­
venzioni e luoghi del sapere lungo tutti gli anni Sessanta; le
ragioni più profonde non si esauriscono nella richiesta dei free
speeches, della libertà di espressione senza limiti o restrizioni:
114 ANNI SETTANTA

l’università fa esplodere le contraddizioni vecchie e nuove della


società statunitense. Protagonismo studentesco che si salda
con i movimenti per i diritti civili e con le critiche all’inter­
vento militare in Vietnam. Spinte diverse che in forme simili
e in tempi ravvicinati giungono negli angoli più diversi del
pianeta. L’università era cambiata, i luoghi della formazione
raccolgono e amplificano le parole d’ordine di un segmento
giovanile che non si riconosce nelle categorie e nelle analisi
della guerra fredda. Il rock, la critica all’autoritarismo e di lì
a poco la dimensione internazionale della protesta superano
cortine e divieti. Per tanti, figli acquisiti di un mondo nuovo
da costruire, il muro di Berlino è cominciato a cadere nelle
contraddizioni di quegli anni ribelli. «Questa università è la
coscienza viva di una possibile civiltà degli Stati Uniti che,
dal bordo dell’oceano può arrivare nel cuore del paese», così
Martin Luther King saluta nel maggio 1967 gli studenti riuniti
a Sproul Plaza. Una coscienza inquieta e ribelle fatta di memo­
rie e speranze, ma forse più di ogni altra cosa di un desiderio
continuo di guardare avanti e cercare nuovi interlocutori. Il
pastore battista, leader del movimento pacifista afroamericano
viene ucciso il 4 aprile 1968 a Memphis; due mesi dopo a
Los Angeles viene colpito a morte Robert Kennedy, senatore
democratico candidato alle presidenziali.
Nel vecchio continente la diffusione del movimento (come
spesso lo si chiama con enfasi o con partecipazione) si manifesta
nel biennio 1966-67 a partire dall’uccisione di Paolo Rossi sulla
scalinata della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di
Roma «la Sapienza» il 27 aprile 1966. Uno studente come tanti,
partecipe della vita democratica del proprio Ateneo, colpito
dalla violenza squadrista e dalle menzogne sulle dinamiche
di quella triste giornata: una biografia spezzata quando non
s’immaginava di poter varcare il confine del rispetto della vita
delle persone. Un nuovo fascismo che torna protagonista,
segna il tempo della conflittualità, condiziona la stagione dei
movimenti, restringe gli spazi della partecipazione compressa
dalla violenza diffusa e dal terrore11. Uno scontro di prospettive:
diritti da una parte, reazioni violente dall’altra. Conflittualità
e protagonismo giovanile, facoltà occupate per giorni insieme
all’impegno per salvare il patrimonio di Firenze colpita nel
1966 da una violenta alluvione. Il Sessantotto degli studenti
si lega all’autunno caldo dell’anno successivo, all’emergere di
ANNI SETTANTA 115

una conflittualità operaia che ha un’identità politica (salari e


contratti) e generazionale (una nuova leva entrata in fabbri­
ca). Una specificità italiana il nesso e l’incontro tra studenti
e operai, tra l’università e la fabbrica, tra il 1968 e il 1969. I
numeri aiutano a fissare i termini strutturali della questione
generazionale. Nel 1951 gli iscritti alle scuole superiori sono
circa il 10% degli aventi diritto, venti anni dopo uno su due va
a scuola. In meno di dieci anni, dal 1960 al 1968 gli studenti
delle facoltà universitarie sono più che raddoppiati toccando
la cifra di 550 mila giovani. Una spinta che entra in rotta di
collisione con i conservatorismi diffusi, con la qualità ostile
del corpo accademico, con le resistenze di una tradizionale
gerarchia dominante.
La diffusione del movimento è rapida, contagiosa. Tra
fine 1967 e inizio 1968 il salto di qualità, con gli eventi coin­
volgenti del maggio parigino. In una successione ravvicinata:
l’Università di Pisa, Sociologia a Trento, la Cattolica di Milano,
l’Università di Torino, già attraversata dagli scontri sindacali
di piazza Statuto dei primi anni Sessanta. E a seguire in una
cronologia lacunosa: il confronto serrato a Valle Giulia a Roma
tra studenti e forze dell’ordine ai primi di marzo (celebre la
poesia di Pier Paolo Pasolini che si schiera con i giovani po­
liziotti)12 e, alla fine dell’anno, la contestazione plateale alla
prima della Scala a Milano con il provocatorio lancio di uova
verso un mondo ostile e lontano. Scuole e università come
centri di una nuova socialità giovanile, una controcultura di
varie matrici, protagonista di una critica radicale ai modelli
capitalistici dominanti; anche lo shopping natalizio viene
preso di mira, irriso e contestato platealmente. Tutto appare
in movimento, scosso dalla forza della novità: le famiglie, la
Chiesa, la fabbrica, l’esercito, gli ospedali psichiatrici e le
carceri. La riforma dello Stato come orizzonte possibile di
un impegno civile che non trova canali e strumenti per poter
incidere, decidere, condizionare. Il sistema si chiude a riccio,
alcuni scelgono il ritorno a casa nel privato, altri troveranno
nelle forme terroristiche del partito armato terribili punti di
approdo e di militanza. A questo livello si fanno strada i nessi
con gli anni Settanta e con l’esplosione del terrorismo, i fili
di un legame con gli anni di piombo come possibile rivela­
zione di un percorso conflittuale. Non avrebbe molto senso
confondere piani e situazioni, né si può pensare di creare un
116 ANNI SETTANTA

rapporto causa-effetto tra i giovani del movimento e i gruppi


organizzati che attraversano il decennio successivo. Gli studi
più seri hanno messo a fuoco le dinamiche del Sessantotto in
Italia (e non solo) analizzando periodizzazioni, scelte e conse­
guenze possibili: ricercare con ostinazione le premesse, i tratti
costitutivi della generazione che ha preparato il movimento,
più che gli approdi del decennio successivo; non giudicare
o schierarsi in modo aprioristico, ma cercare di raccontare
l’«evento Sessantotto» offrendo chiavi interpretative e giudizi
verificabili. Non celebrare, né condannare o giustificare, ma
cercare quelle risposte ai tanti perché che accompagnano il
movimento e i suoi legami con la storia del paese.
Dagli Usa all’Europa, dalle università ai luoghi di lavoro
sembra che il tempo del cambiamento soffi con la capacità
di avvicinare spazi, contesti, situazioni e persino biografie.
Un anno di rotture e discontinuità a Est come a Ovest, da
Parigi (le barricate nel quartiere latino, gli scontri tra polizia e
movimento studentesco) alla primavera di Praga (l’intervento
sovietico contro il socialismo dal volto umano di Alexander
Dubcek)13. Un evento globale o forse, più correttamente, una
conferma della dimensione internazionale dei processi storici
del secondo dopoguerra. Un tratto costitutivo degli anni intor­
no al Sessantotto, di un tornante della storia contemporanea
nel quale la concomitanza degli eventi amplifica e mette in
connessione situazioni lontane, apparentemente molto diverse
tra loro. L’analisi del Sessantotto non può quindi prescindere
dalla necessaria «globalizzazione di un evento». Si tratta di
una questione prioritaria e indispensabile anche per capire
gli sviluppi dei quadri nazionali. L’affermarsi simultaneo di un
protagonismo giovanile segna l’inizio della fine della guerra
fredda e l’avvento di linguaggi e messaggi che vanno al di là
della contrapposizione bipolare. Diversi elementi contribui­
scono a definire il quadro degli eventi a partire dall’ampiezza
geografica delle mobilitazioni e dalla cultura che le caratterizza:
linguaggi e forme non riconducibili alle rigidità del confronto
bipolare o alle compatibilità dei confini nazionali14. Il terremoto
nel mondo comunista, la repressione violenta del riformismo
cecoslovacco segna la fine di Mosca come guida indiscussa del
movimento comunista internazionale13. E sull’altro versante
la sporca guerra in Vietnam affievolisce il mito americano
rendendolo vulnerabile e incerto. I modelli di riferimento
ANNI SETTANTA 117

scricchiolano, attirano critiche e prese di distanze, mostrano


il volto contraddittorio del confronto bipolare.
Il movimento costruisce un nuovo ponte tra le due spon­
de dell’Atlantico da un’ottica inedita, quella di un soggetto
collettivo che appare repentinamente muovendosi tra aule
universitarie e piazze in città lontane che vengono accomunate
dalle parole d’ordine comuni della protesta. La ricerca di un
nuovo inizio che abbia il segno di una generazione protagonista
del proprio percorso, talvolta in continuità, più di frequente in
rottura con le tradizionali forme di espressione della politica.
La ribellione come tratto dominante, segno distintivo recu­
perando il titolo di un film inglese del 1962 che diventa una
sorta di riferimento obbligato persino al di là della trama e dei
contenuti della pellicola: Gioventù, amore e rabbia adattamento
del romanzo di Alan Sillitoe16. Un’associazione di parole nel
percorso biografico di un adolescente alle prese con un cam­
mino difficile: la rabbia dei giovani proletari, l’incertezza del
domani, la voglia di costruire un orizzonte migliore.
E così si giunge alla controversa questione delle eredità
del movimento, dei lasciti di una stagione non riconducibile
alle dinamiche di un singolo contesto nazionale. In Italia il
Sessantotto si lega a una crisi più generale del sistema politico,
all’indebolimento inesorabile della capacità dei partiti di essere
tramite e filtro tra cittadini e istituzioni. La fine della centralità
di esperienze collettive che avevano percorso i decenni del
dopoguerra con la consapevolezza di rappresentare i soggetti
principali di una dialettica capace di includere e coinvolgere
settori diversi della società italiana. Dalle basi ristrette del
passato nel lungo processo di costruzione della nazione fino
alle forme moderne della democrazia di massa attraversata
dalla capacità dei partiti di raccogliere e rappresentare istanze,
interessi, mondi diversi. Su questi aspetti il decennio che si apre
con il 1968 presenta caratteristiche unitarie e fattori di inter­
dipendenza. Il rapporto tra cittadini e istituzioni, soprattutto
grazie alle nuove soggettività studentesca e giovanile, non è più
mediato dalle sole forze politiche. E gli stessi partiti di massa
non sono in grado di comprendere la portata del movimento:
alcuni ne raccoglieranno l’eredità altri, soprattutto nella sinistra
storica, avranno i benefici dell’ingresso di nuovi quadri dirigenti,
ma il movimento come evento di cesura generazionale rimane
ostile alla cultura e all’organizzazione dei partiti.
118 ANNI SETTANTA

Anche l’istituzione Chiesa entra in crisi sulla spinta di


nuovi movimenti che sull’onda del Concilio Vaticano II spin­
gono per una riforma dei rapporti gerarchici e degli stessi
meccanismi di funzionamento: una Chiesa dei fedeli, capace
di privilegiare la dimensione di base, con un’identità fondata
su quel «terzomondismo» che nel movimento andava per la
maggiore. I caratteri costitutivi di una presenza religiosa post­
conciliare s’intrecciano con rivendicazioni, critiche, linguaggi
che attraversano il movimento in angoli diversi del pianeta.
Sono i temi della riforma della Chiesa, del suo essere parte
della storia, partecipe delle trasformazioni di un tempo inquie­
to. Temi che si affacciano in anni successivi evidenziando
l’eredità del 1968. Basti il richiamo all’appello «Noi siamo
Chiesa. Appello dal popolo di Dio» che ha raccolto migliaia
di firme in tutto il mondo, presentando «nel metodo (lettera
aperta del “popolo di D io” al papa come per un referendum),
nelle richieste (la democratizzazione della Chiesa, il sacerdozio
non celibatario, la scelta dei vescovi dal basso) e perfino nel
linguaggio molte somiglianze con i documenti del Sessantotto
e dintorni»17.
Tanti e difformi i terreni di indagine sulle eredità e le
memorie del movimento: i linguaggi, le culture, le stesse meto­
dologie di lavoro. Ma il risultato è reso più difficile da quello
che Peppino Ortoleva ha definito «la difficoltà di trasmettere
realmente il sapere e l’esperienza del ’68», operazione diffici­
le, lontana dai revival o dalla memorialistica dei protagonisti
inserita pienamente nelle riflessioni sulla crisi della democrazia
contemporanea, sulle forme di partecipazione sui confini tra
libertà individuali e diritti collettivi18.
Sono i temi legati alla centralità della politica in Occidente e
alla sua mancata riforma, nonostante da più parti venisse segna­
lata l’urgenza di modificare forme, contenuti, metodi e linguaggi
dell’agire collettivo. Su questo versante il movimento (e ciò che
intorno lo caratterizza) amplifica la dimensione prevalente del
«politico» nella costruzione di domande e aspettative e nella
politicizzazione progressiva di protagonisti vecchi e nuovi. Uno
spazio segnato dall’identità della generazione del movimento
attraversato dal protagonismo di soggettività inedite a partire
dall’irrompere del femminismo: muta il rapporto tra individuo
e collettività, tra cittadini e forme della politica. La rivoluzione
delle donne va in profondità fino a toccare cardini e fondamenta
ANNI SETTANTA 119

di un sistema resistente e impermeabile al cambiamento19. Un


posto di rilievo conquistato dalla straordinaria intuizione sul
nesso tra potere e sapere che unisce diversi paesi attraversati
dalle mobilitazioni di fine decennio. Si tratta di premesse di
una dialettica che attraverserà il tempo successivo: l’accesso
ai saperi, il ruolo della formazione come requisito indispen­
sabile per le strategie di cittadinanza di un tempo nuovo. Un
lascito significativo che dalla fine degli anni Sessanta segna gli
ultimi decenni del Novecento. Il Sessantotto, soprattutto la
sua dimensione planetaria, si sviluppa sull’asse cultura-potere,
sulla necessità di offrire alle nuove generazioni gli strumenti di
lettura e di comprensione dei processi storici. Il conflitto non
si riassorbe facilmente, semmai trova forme per arrivare al de­
cennio successivo, con radicalizzazione e approdi imprevedibili.
Gli strumenti stessi del sapere cambiano senso o significato.
Il libro per esempio non è più sinonimo di interrogazioni o
esami di verifica, «leggere diventò all’improvviso passione
gratuita per il mondo, bisogno di rintracciare una tradizione
critica dall’interno della quale guardare l’esistente. Poco si è
salvato oggi di quel particolare uso di massa di libri, saggi e
romanzi senza distinzione»20. Conoscere per trasformare, per
sentirsi parte di un’esperienza collettiva in grado di unire e
avvicinare diversi angoli del mondo.

2. La fine dell’innocenza

«Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta come


non mai»21; Aldo Moro sceglie il Consiglio Nazionale della
Democrazia cristiana, convocato il 21 novembre 1968, per
collocarsi autonomamente all’interno del proprio partito
nella convinzione che non sia possibile accontentarsi di una
posizione di attesa fondata su privilegi antichi o rendite di
posizione22. Una voce autorevole che dall’interno del sistema
politico evidenzia il peso delle discontinuità profonde che
accompagnano la fine del decennio, le eredità irrisolte del
Sessantotto. Vale la pena riprendere alcuni passaggi chiave di
un intervento che segna l’apertura di una dialettica interessante
tra innovatori e conservatori; il sintomo di una possibile fase
nuova che s’intravede all’orizzonte.
120 ANNI SETTANTA

Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che


storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e
d’insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro
delle attese e delle speranze all’intera umanità, la visione del diritto
degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il
fatto che i giovani, sentendosi a un punto nodale della Storia, non si
riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti
segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce
una nuova umanità23.

Il protagonismo di una soggettività giovanile emergente


mette in causa le compatibilità e gli equilibri del sistema politico.
Ma nelle parole dell’esponente della De troviamo un salto di
qualità che sfugge a molti osservatori di allora e alla maggio­
ranza dei suoi compagni di strada: non si tratta di cercare un
piccolo aggiustamento interno, né di puntare al riequilibrio dei
rapporti di forza tra le componenti del partito o del governo
guidato da Giovanni Leone che aveva appena presentato, il
19 novembre 1968, le proprie dimissioni. La dimensione dei
fenomeni non è comprimibile dentro gli schemi conosciuti
e frequentati nel dopoguerra: «Nel profondo, è una nuova
umanità che vuole farsi, è il moto irresistibile della Storia»24.
Se l’analisi muove a partire dall’autonomia di una generazione
che ha tanti punti in comune, rivendicazioni plurali, riferimenti
da mettere in gioco, allora la crisi delle forme della politica
appare nella sua rilevanza storica. Una contraddizione tra le
aspirazioni al cambiamento e l’ambito di risposte che non vanno
al di là della riproposizione di formule abusate. Ancora dalle
parole di Aldo Moro: «Se la stabilità politica è essenziale, se
è la condizione di ogni progresso civile, non si può certo dire
che essa sia pagata a troppo caro prezzo»25. Ecco il punto di
caduta della contraddizione di quegli anni e forse di un’inte­
ra fase. Cosa significa stabilità? Quale rapporto costruire tra
il cammino che separa la Repubblica dalla fine del secondo
conflitto mondiale e gli interrogativi sugli anni a venire? In
fondo la maggioranza di governo aveva tenuto le redini del
sistema politico, mediato e condiviso scelte importanti con
le opposizioni, rilanciato e difeso il quadro costituzionale
di riferimento. Un carattere inclusivo e aperto, acquisitivo e
rassicurante fino a quando il perimetro non diventa troppo
angusto, riservato, considerato ingiusto e diseguale per i tanti
ANNI SETTANTA 121

aspiranti protagonisti del mondo globale: ampiezza geografica


e simultaneità rendono la fine degli anni Sessanta un tempo
nuovo in grado di mettere in crisi l’architettura delle società
occidentali26. Per le classi dirigenti una frattura difficile: chi
rimuove la profondità degli interrogativi presto o tardi verrà
travolto, chi al contrario tenta di sperimentare una possibile
risposta non riesce a venirne a capo.

Senza una guida e un ordine che componga i conflitti sociali a


un livello sempre più alto di giustizia, nessuna società può vivere e
progredire. Essa non comporta dunque immobilità e indifferenza al
moto incessante della Storia. In tali condizioni la stabilità politica, di
per sé sola non esisterebbe27.

Moro critica l’inerzia come retaggio di una fase conclusa,


condizionamento che non aiuta a indirizzare e guidare i cambia­
menti. Una democrazia aperta non può chiudersi o difendersi
a oltranza e del resto come non mettere in risalto nell’Italia
scossa dal protagonismo dei giovani che: «è essenziale che le
esigenze crescenti e presenti di una società viva abbiano la
loro graduale, ma piena soddisfazione»28. Giudizi impegnativi
che si spingono al di là degli eventi di un biennio cruciale. Il
sistema politico italiano sembra aver perso le proprie capacità
espansive, assediato da nuove richieste e condizionato da chi
pensa di poter traghettare il vecchio nella nuova condizione.
Il mondo inedito fa i conti con le strettoie della politica tra­
dizionale, dopo Leone due governi a guida De nella figura
di Mariano Rumor. Nella V legislatura (1968-1972) ben sei
esecutivi in alternanza quasi automatica tra un monocolore
democristiano e una composizione di centrosinistra (De, Psi,
Psu, Pri): governi di coalizione deboli, attraversati da tensioni
interne, incapaci di dare prospettive e indirizzi a un paese alla
ricerca di risposte a fronte di bisogni e aspirazioni condivisi29.
L’impotenza manifesta di una classe politica che non sembra
all’altezza dei tempi: difficile tornare a maggioranze di cen­
trosinistra per aprire pagine nuove, le divisioni e le scissioni
nel mondo socialista rendono plurale un panorama confuso:
Partito socialista italiano (guidato da Francesco De Martino)
e Partito socialista unitario (con Mauro Ferri quale leader). Il
primo più disponibile al dialogo con i comunisti, il secondo
inserito nell’equilibrio di centrosinistra con la De. L’unità tra
122 ANNI SETTANTA

i partiti d’ispirazione socialista era durata meno di tre anni, il


governo di riflesso non consolida maggioranze e riferimenti
certi30. Da qui l’alternanza di esecutivi, le crisi ripetute, la
debolezza complessiva di un quadro politico incerto e fram­
mentato, diviso da una prospettiva irrealizzabile: rilanciare il
centrosinistra o rifugiarsi nella forza indebolita del partito di
maggioranza relativa. Un passaggio stretto come epilogo del
decennio mentre irrompe la violenza di piazza come nuovo
inquietante protagonista.
Il 25 aprile 1969, ventiquattresimo anniversario della Li­
berazione, un’esplosione nel padiglione Fiat alla Fiera cam­
pionaria di Milano ferisce cinque persone. Nelle stesse ore un
ordigno rudimentale viene rinvenuto nella stazione centrale
del capoluogo lombardo. E nel corso dell’estate, il 9 agosto
in simultanea, ben otto attentati colpiscono treni in varie re­
gioni italiane; un bilancio di poco più di una decina di feriti.
Ma la strada è segnata, un 'escalation continua di violenze che
condizionano comportamenti e reazioni politiche. Verso la
metà di novembre un agente di polizia, Antonio Annarumma,
perde la vita durante uno sciopero per la casa, degenerato in
una colluttazione tra manifestanti e forze dell’ordine. Il fune­
rale dell’agente è un nuovo momento di tensione: reparti
della polizia chiedono di non avere vincoli o controlli per
poter rispondere adeguatamente durante le mobilitazioni di
piazza. Il clima è quello di uno scontro frontale, ingestibile e
per molti incontrollabile31. Un contesto difficile e lacerante
quando nel salone centrale della Banca nazionale dell’Agricol­
tura a piazza Fontana a Milano, nel pomeriggio del 12 dicem­
bre 1969 un ordigno uccide 17 persone e ne ferisce 88. Una
violenza contro persone inermi: coltivatori diretti e imprendi­
tori agricoli alle prese con operazioni di cassa in una banca
affollata e frequentata in orario di apertura. Una strage ac­
compagnata da segnali analoghi in altri luoghi. Sempre a
Milano, nella sede della Banca commerciale italiana nei pres­
si della Scala viene rinvenuto un ordigno inesploso in una
valigia e in quello stesso terribile pomeriggio nella capitale tre
esplosioni (presso l’Altare della Patria e la Banca nazionale
del lavoro) feriscono una decina di passanti. Uno dei primi
soccorritori in piazza Fontana dirà che «era stata la pietà, non
il coraggio a farlo restare sul luogo dell’attentato»32: stava su
un autobus in transito nella piazza quando il boato raggiunse
ANNI SETTANTA 123

i passeggeri e lui si precipitò verso l’ingresso della banca da


dove provenivano grida, vetri, fumo e polvere. Il racconto del
coraggio di Michele Priore, allievo sottufficiale di pubblica
sicurezza che scende di corsa dal bus della linea N, lascia il
segno, mentre l’emozione per una tragedia inattesa scuote il
paese. Tornano paure e fantasmi del passato, un giorno di
svolta, quello della perdita inconsapevole dell’innocenza33.
L’attentato mette in moto reazioni a catena finalizzate alla
difficile ricerca di responsabilità. Le indagini delle forze
dell’ordine si dirigono verso ambienti anarchici. Viene ferma­
to un ferroviere, Giuseppe Pinelli; condotto in questura e
interrogato muore precipitando da una finestra dell’ufficio del
commissario Calabresi. Versioni contrapposte si fronteggiano:
un malore, un suicidio o un gesto deliberato. Ombre che
accompagnano le ricostruzioni e le memorie degli anni e dei
decenni successivi. Una feroce campagna politica condotta da
ambienti dell’estrema sinistra mette il commissario Luigi Ca­
labresi sul banco degli imputati in un processo pubblico,
senza contraddittorio. Il quotidiano «Lotta continua» alza i
toni contro il commissario e le sue responsabilità: un simbolo
della prevaricazione dello Stato, un bersaglio della contesta­
zione giovanile. Dario Fo nel 1970 mette in scena Morte acci­
dentale di un anarchico, mentre Camilla Cederna sceglie le
colonne dell’«Espresso» per promuovere un appello sottoscrit­
to da oltre 750 intellettuali nel quale si definisce Calabresi un
torturatore. Un clima che prefigura lo scontro tra le parti, una
dialettica di posizioni lungo il binomio amico-nemico che non
ammette mediazioni o ripensamenti.
Sul versante delle indagini la pista rossa e la matrice anar­
chica non consolidano ipotesi o risultati, la campagna mediatica
di accuse e rivendicazioni dopo aver costruito il «mostro»
attorno alla figura dell’anarchico Pietro Valpreda, si esauri­
sce lasciando dietro di sé (oltre a fermi e arresti immotivati)
un lascito di ferite e incomprensioni. Ma il sangue da piazza
Fontana condiziona il futuro. Il 17 maggio 1972 il commissario
Calabresi viene trucidato a freddo da un commando appostato
sotto la sua abitazione milanese. Dopo un lungo e complesso
iter processuale (conclusosi nel 1997), tre esponenti di punta
di Lotta continua (Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e
Adriano Sofri) vengono condannati per l’omicidio a seguito
delle rivelazioni del pentito Leonardo Marino.
124 ANNI SETTANTA

La sentenza del 197534 attribuisce la morte di Pinelli «a un


malore attivo e all’improwisa alterazione del centro di equili­
brio»35, e assolve Luigi Calabresi, ormai scomparso da 3 anni,
in quanto assente dalla stanza al momento dell’interrogatorio.
Ma il lungo percorso della giustizia non corrisponde alla do­
manda di verità che accompagna l’insieme delle vicende legate
a piazza Fontana e alle sue ripercussioni36. Solo le generazioni
successive, figli e parenti di quella tragedia hanno permesso
di rasserenare un clima intollerabile aprendo faticosamente la
strada al superamento di posizioni contrapposte e al consoli­
damento di ricostruzioni dei fatti37.
Quello che dagli eventi di fine 1969 si riflette nella società
italiana è un clima di paure, di odio e violenza. Per molti gio­
vani di allora la fine di uno sguardo fiducioso e positivo sul
futuro, la rinuncia alla partecipazione collettiva, la ricerca di
un rifugio più tranquillo nella sfera individuale o nelle certez­
ze di ambiti o contesti tradizionali. In quel tornante si fa stra­
da, prima in modo sotterraneo e poi esplicito quella che alcu­
ni studiosi chiamano non senza remore o difficoltà «strategia
della tensione». Una definizione che ha avuto alterne fortune
e che, nonostante i limiti di una semplificazione terminologica,
può aiutare a comprendere le dinamiche di una stagione con­
troversa. Nella sua accezione di uso comune in riferimento agli
anni Settanta e agli sviluppi (politici e giudiziari) del dopo
piazza Fontana una strategia multiforme fatta di trame, atten­
tati, agguati o stragi tenuta insieme dall’obiettivo dichiarato o
implicito di creare un clima d’insicurezza diffusa, di tensione
incontrollabile, di pericolo costante in grado di favorire o
promuovere una svolta autoritaria ispirata da una risposta
dello Stato di pari segno e intensità. Una reazione dall’alto per
difendere o restaurare l’ordine minacciato e chiudere così la
stagione delle contestazioni ridimensionando le forze e le am­
bizioni delle sinistre. In sintesi «la strategia della tensione
doveva servire a normalizzare l’Italia»38. Le parole di Aldo Moro
nel suo memoriale sono un monito prezioso: «La cosiddetta
strategia della tensione ebbe la finalità, anche se fortunatamen­
te non conseguì il suo obiettivo, di rimettere l’Italia sui binari
della normalità dopo le vicende del ’68 e il cosiddetto autunno
caldo»39. L’inciso appare decisivo: quella terribile e sanguinosa
strategia non conseguì l’obiettivo sperato, pur inquinando e
condizionando, non riuscì a spezzare la trama di un cammino
ANNI SETTANTA 125

comune iniziato sulle macerie della guerra con la Costituzione


repubblicana. E tra le forze e i protagonisti di tale indirizzo si
muovono gruppi o settori della destra estrema che coglie
un’opportunità per uscire dal proprio isolamento condizionan­
do gli equilibri dell’intero sistema: «L’estremismo di destra,
forte anche dei suoi legami nazionali e internazionali con am­
bienti militari e dei servizi segreti, promosse anche veri e
propri tentativi di golpe»40 a partire dall’iniziativa di Junio
Valerio Borghese (7-8 dicembre 1970), comandante della X
Mas durante la Repubblica di Salò, segnata dalla collaborazio­
ne in chiave di eversione antidemocratica di settori dei servizi
della difesa (Servizio informazioni difesa, Sid) con militanti di
Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, riferimenti della galas­
sia dell’estremismo di destra41. Tentativi - è bene ricordarlo
nonostante le zone d’ombra che ancora li circondano - margi­
nali, sconfitti e ridimensionati dall’impianto del sistema demo­
cratico, dalla capacità di reazione delle forze politiche e dall’i­
solamento complessivo che li ha circondati e sostanzialmente
isolati. La tensione continua per la ricerca di verità scomode
non dovrebbe nascondere gli esiti di una strategia fallimentare
che non è riuscita a modificare sensibilmente le fondamenta
costitutive dell’architettura politico istituzionale del dopoguer­
ra italiano.
Il decennio si chiude con segnali controversi e contrastanti.
Un sistema politico instabile e incerto, alla perenne ricerca di
maggioranze possibili che possano dare continuità, stabilità,
certezze. Di contro una società scossa da tensioni e conflitti
che appaiono profondi e insanabili: tra lavoratori e padronato,
tra figli e padri, tra classe operaia e sindacato. Una conflittua­
lità inedita con linguaggi e parole d’ordine sconosciuti e con
matrici non componibili: una destra eversiva e antisistema,
un movimento studentesco che si radicalizza, un nuovo anti­
fascismo che è al tempo stesso politico e generazionale. Ogni
possibile terreno di confronto diventa un banco di prova.
Quando Catanzaro viene scelta come capoluogo di regione,
la rivolta di Reggio Calabria diventa (tra l’estate del 1970 e
il 1972) un terreno d’incontro tra rivendicazioni cittadine e
provocazioni neofasciste che bloccano la città e il passaggio
nello stretto: centinaia i feriti, quattro i morti42; mesi di scontri
e rivendicazioni contrapposte. Nella prima estate della rivolta,
dalle fonti del Ministero degli Interni: 13 attentati, oltre 30
126 ANNI SETTANTA

blocchi stradali, 14 ferroviari e 3 portuali, 6 assalti alla prefet­


tura, 4 alla questura. La cifra della violenza sembra unificare i
diversi protagonismi, una violenza diffusa, con matrice di destra
o di sinistra, segnata da gruppi e sigle che si affiancano e si
contrappongono ai tradizionali soggetti della rappresentanza.
Da qui la fortunata e ambigua espressione di «anni di piom­
bo» come segno distintivo di una lunga stagione, della lunga
notte della Repubblica43. Ma tale definizione non aiuta, non
dà conto della complessità di una fase storica, non restituisce
agli anni Settanta la natura composita che li ha attraversati:
come se si scegliesse di privilegiare un solo aspetto, una faccia,
quella più evidente e rumorosa, rischiando tuttavia di perdere
di vista l’insieme delle vicende che hanno contraddistinto una
stagione per molti versi fondamentale. Nei giudizi sul lungo
dopoguerra dell’Occidente gli anni Settanta occupano un posto
centrale non tanto dal punto di vista cronologico, del tempo
trascorso dalla conclusione della seconda guerra mondiale,
quanto dalla prospettiva delle trasformazioni che caratte­
rizzano il decennio. Un cambiamento di paradigmi e assetti
internazionali che assomiglia a un nuovo inizio, complicato e
carico di interrogativi. Una contraddizione che si ripete nel
cammino della Repubblica italiana. Da un lato le cifre degli
anni di piombo: vittime, feriti, attentati; dall’altro le proposte di
riforma, gli interventi legislativi su materie d’interesse comune.
Basta mettere a confronto le due voci per trovare conferma
alla contraddittorietà di quel tempo.
Il contesto nel quale emerge un’anomalia, un segno spe­
cifico e permanente dell’Italia repubblicana è proprio sul
versante della violenza politica, in modo particolare su quello
del terrorismo nelle sue forme più manifeste. Vediamo qual­
che cifra che può aiutarci nello sguardo a ritroso verso un
tempo lontano: dal primo attentato brigatista del settembre
1970 (contro l’autorimessa di un dirigente della Sit-Siemens)
o dalle azioni contro le auto dei capi della sicurezza e del
personale della Pirelli Bicocca del novembre 1971 (rivendicati
con comunicati della «Brigata Rossa») fino ai giorni a noi più
vicini, l’attività terroristica è stata continua e di proporzioni
rilevanti. Gli studi più seri ci dicono che tra il 1969 e il 1982
le vittime (morti e feriti) sono arrivate a 1.119, i caduti 351.
E se guardiamo l’andamento nel tempo cercando gli anni più
sanguinosi troviamo il 1969 con 105 vittime (17 morti), il 1970
ANNI SETTANTA 127

con 56 vittime (6 morti), il 1974 con 237 vittime (30 morti),


il 1980 con 357 vittime e 130 caduti. «Cifre crudeli» che non
esauriscono il quadro delle ricostruzioni e soprattutto degli
interrogativi44. Dietro ai numeri, al lavoro di chi ha cercato
di ordinarli e renderli fruibili troviamo storie e situazioni tra
loro molto diverse. In 90 province italiane su 95 si è verificato
almeno un episodio di violenza; in tutte è stato messo a segno
almeno un attentato rivendicato: una diffusione geografica
estesa e ramificata. Di certo si conferma il dato di una pre­
senza non episodica né passeggera, al contrario si può leggere
una continuità che diventa parte della storia del paese, un filo
robusto e sanguinoso che lo attraversa45.
Sull’altro versante la riduzione schematica alla violenza
diffusa sacrifica parte di un cammino segnato da straordinarie
conquiste da parte della comunità nazionale. Basti il richiamo
all’allargamento delle forme di partecipazione individuale o
collettiva, alle riforme del mercato del lavoro, dello Statuto
dei lavoratori (1970) e del diritto di famiglia, o ancora al peso
del Sistema sanitario nazionale, alla spinta inclusiva (forse nelle
ultime sue puntate) del sistema del welfare e dei suoi confini. Si
tratta di un complesso di riforme che modificano o integrano
aspetti sostanziali della costituzione materiale. Non un disegno
organico né un intervento coordinato e costruito su tappe e
verifiche condivise; tuttavia la spinta riformatrice sfiora o tocca
ambiti e mondi distanti come se un elenco potesse dar conto
di una volontà sopita che si manifesta simultaneamente nello
spazio breve di alcuni anni. Le riforme riguardano il sistema
del welfare (equo canone per gli affitti, psichiatria, sanità, le­
gislazione sull’interruzione di gravidanza, riconoscimento dei
consultori familiari, normativa sulle sostanze stupefacenti), i
diritti di proprietà, i diritti civili (diritto di famiglia, divorzio,
diritto all’obiezione di coscienza, istituzione del servizio civile
nazionale, normative sul sistema di detenzione e pena), l’e­
sercizio dei diritti politici (finanziamento pubblico ai partiti,
referendum abrogativo, universalità del diritto di voto a 18
anni, organismi collegiali e rappresentativi nelle scuole e nelle
università), la revisione dell’architettura istituzionale dello Stato
(istituzione delle regioni, eleggibilità dei nuovi organismi rap­
presentativi su base regionale, decentramento amministrativo,
creazione del Ministero dei Beni culturali, riforma dei servizi
segreti e delle forze armate, riforma del sistema televisivo),
128 ANNI SETTANTA

diritti dei lavoratori (lo Statuto come legge fondamentale, le


regole della contrattazione collettiva, l’uguaglianza tra i sessi
nei luoghi di lavoro, la costituzionalità dello sciopero con
motivazioni politiche, corsi di formazione per classi e comparti
di lavoratori), le riforme a sfondo ambientale e territoriale
(limiti alFinquinamento, edificabilità dei suoli, vincoli su piani
regolatori e norme di riferimento su acqua, aria), una nuova
attenzione alla dimensione continentale (adesione al sistema
monetario, elezioni a suffragio del Parlamento europeo, allar­
gamento progressivo dei partecipanti alla Comunità europea,
dai sei paesi fondatori ai dodici). Riforme con finalità e filo­
sofie diverse, a volte segnate da una spinta mobilitante altre
volte ispirate da un disegno del legislatore. Nel caso della
legge 180 (approvata nel 1978) sulla chiusura dei manicomi la
spinta riformista raccoglie il portato di riflessioni, esperienze,
analisi promosse sin dagli anni Sessanta da uno psichiatra
come Franco Basaglia fondatore di una concezione moderna
e innovativa del concetto stesso di salute mentale. Uno spirito
del legislatore capace di coniugare competenze e visioni, di­
sinnescando un referendum abrogativo proposto dai radicali
e collocando il paese all’avanguardia nelle politiche sul tema
del disagio psichico e sociale46.
In molti casi l’intervento riformista degli anni Settanta si
manifesta attraverso il riconoscimento esplicito della centra­
lità di assemblee elettive: dai vertici istituzionali ai comitati
di quartiere, di fabbrica o di condominio. Lo schema della
centralità del Parlamento nell’architettura istituzionale si
conferma articolandosi tuttavia in ambiti e contesti differenti:
la rappresentanza come base di accesso alla partecipazione
e quindi a una possibile cittadinanza. Molte riforme si sono
rivelate parziali, limitate o anche controproducenti rispetto
alle intenzioni di chi le ha sostenute e approvate. Altre hanno
contribuito a modificare aspetti non secondari di una realtà
politica e istituzionale in preda a grandi sommovimenti. Luci
e ombre, passi avanti e battute d’arresto convivono e si danno
il cambio nelle ragioni e nelle passioni di un decennio così
centrale47. Una convivenza difficile e contraddittoria - per dirla
con Giovanni Moro e le sue pagine del 2006 - tra speranze e
tempeste; tra la primavera della partecipazione possibile e il
ricatto della violenza e della restaurazione:
ANNI SETTANTA 129

Penso di poter dire che negli anni Settanta sono stato dalla parte
di chi raccoglieva i cocci e costruiva, scommettendo sul fatto che, in
relazione a processi sociali poco visibili ma reali, il paese e la demo­
crazia avessero un futuro. Era una parte che vedeva anche albe, cioè, e
non solo tramonti, come invece era di moda, specie tra gli intellettuali
impegnati. Confesso pertanto di avere una certa difficoltà a identificarmi
con la definizione di gioventù bruciata per quel decennio48.

La tensione di tanti (spesso dimenticati dalle rappresenta­


zioni fondate sulla centralità della violenza e sulle dinamiche
innescate dal partito armato) era volta a creare spazio, aprire
ulteriormente i canali della partecipazione, irrobustire la de­
mocrazia con uno spessore civico e responsabile. La sfera dei
diritti individuali e il riconoscimento di nuove istanze collettive
sono iscritti nel codice degli anni Settanta, in quella contrad­
dizione profonda tra speranze e tempeste, tra aspirazioni e
involuzioni. Prendo ancora in prestito le parole di sintesi di
Giovanni Moro, un osservatore e protagonista (suo malgrado):

A complicazioni e contraddizioni possono essere infine aggiunte le


ambivalenze dei significati del decennio. Non è infatti facile stabilire
se gli anni Settanta siano stati un periodo drammatico in relazione
al terrorismo, alle stragi e alle crisi del tessuto sociale ed economico,
oppure se abbiano avuto un segno positivo in relazione a riforme va­
rate, storture politiche superate, traguardi raggiunti. Parimenti, non è
facile stabilire se quel periodo sia più caratterizzato dalla fine di molte
cose (come ad esempio l’antifascismo come tessuto connettivo della
repubblica), oppure dall’inizio di molte altre (ad esempio, fondamentali
trasformazioni nei rapporti sociali ed economici).
Personalmente, ritengo che le contraddizioni siano parte della realtà
e non trovo niente di strano nel fatto che la decade dei Settanta - così
come molti altri periodi storici - ne sia caratterizzata49.

È a questo livello di analisi che la dicotomia tra la meglio


gioventù o la sua peggiore espressione non rende la comples­
sità di un’epoca e rischia tra l’altro di far scivolare in secondo
piano tutta una serie di processi che attraversano il corpo vivo
della società italiana.
Il nuovo decennio si apre nel segno della violenza stragista,
sotto il peso dell’incombente strategia della tensione, ma al
tempo stesso vede completarsi il percorso che porta allo Statuto
dei lavoratori (e delle altre iniziative di una ricca produzione
legislativa) e in una fase di crisi della politica e delle sue forme
130 ANNI SETTANTA

si manifesta il tentativo di condurre in porto una serie di riforme


necessarie e rimandate per molto tempo. Un equilibrio difficile
tra ciò che si vorrebbe realizzare e ciò che effettivamente è
conseguibile nelle compatibilità di governi con maggioranze
risicate e deboli sottoposte ripetutamente tanto alla dialettica
fisiologica con le opposizioni (da destra e da sinistra), quanto
al condizionamento delle divisioni interne, delle correnti che
cercano di ottenere riconoscimenti e vantaggi. La crisi della
politica, l’inizio della crisi dei partiti come strumento e filtro
tra i cittadini e le istituzioni avrebbe presto trovato conferme
in una realtà in movimento.

3 . In mezzo al guado

In pochi anni si consuma la fine di un mondo: gli equili­


bri che avevano retto l’architettura del sistema internazionale
post-bellico entrano in crisi. Le ragioni sono, com’è noto, di
vario genere: scelte precise che modificano aspetti costitutivi
del sistema, difficoltà a reggere l’ampliamento progressivo delle
dinamiche internazionali, indebolimento graduale della capacità
regolatrice che la guerra fredda aveva esercitato nei decenni
successivi alla conclusione del secondo conflitto mondiale. Una
combinazione di cause specifiche e situazioni contingenti che
non risparmia un paese come l’Italia che aveva costruito la sua
fortuna sulla capacità di declinare con coerenza e originalità il
nesso tra il suo equilibrio interno e il contesto internazionale
di riferimento. Come evidenziato da molti studiosi si tratta
della fine di un mondo che tuttavia non si accompagna alla
stabilizzazione di un nuovo equilibrio50. Mentre tramonta il
vecchio si fa strada un senso di incertezza, una sensazione che
abbraccia diversi contesti dell’Occidente capitalistico: l’età
dell’oro sembra aver esaurito la propria spinta, l’ottimismo
delle speranze che aveva accompagnato le generazioni venute
dopo l’età della catastrofe ripiega su se stesso lasciando il
posto alle paure di una crisi che irrompe senza incontrare
ostacoli. Un sentimento diffuso che si alimenta a partire dalle
insoddisfazioni per la perdita di una grande occasione per
molti versi irripetibile. Il miracolo si allontana e si affievoli­
sce sia in termini quantitativi (indicatori di riferimento che
iniziano sensibilmente a cambiare segno) sia nella capacità di
ANNI SETTANTA 131

promuovere e indirizzare aspettative, attese e possibilità per


le nuove generazioni d’italiani del dopoguerra51. La crescita
economica italiana attraversa un cambio di fase, in linea del
resto con i mutamenti strutturali del ciclo internazionale. Basti
pensare che l’incremento annuo della produzione scende dal
quasi 6% del 1969 all’1,4% del 1972. Una battuta d’arresto
che indica un malessere profondo, la messa in discussione di
convinzioni, speranze e aspettative che avevano segnato gli anni
precedenti. Le ragioni sono le più diverse, variano da paese a
paese in riferimento a contesti o aree geografiche. L’Italia del
miracolo ha conosciuto differenti velocità e contesti, regioni
trasformate e modernizzate convivono con porzioni di terri­
torio arretrate e condizionate da vecchie e nuove miserie. La
fiducia nelle capacità dello sviluppo, nella forza attrattiva di
un avvenire migliore viene messa a dura prova: il passaggio di
testimone da una generazione all’altra si carica di inquietudini
e interrogativi sulle sorti di un paese che sembrava lanciato
verso obiettivi e traguardi inimmaginabili.
La crisi è profonda, legata strutturalmente alle dinamiche di
assestamento di un contesto internazionale attraversato da un
primo terremoto unilaterale. Nel dicembre 1971 il presidente
degli Stati Uniti Richard Nixon decreta l’inconvertibilità del
dollaro rompendo uno dei cardini di riferimento del sistema.
Messo da parte uno dei pilastri degli accordi di Bretton Woods
del 1944, la regolazione concordata del capitalismo internazio­
nale non compare nella lista di priorità dell’amministrazione
statunitense. Una scelta associata ad altri passi che qualificano
il cambio di fase complessivo in una nuova tappa del confronto
bipolare, cercando una formula di sintesi: dalle strategie di
cooperazione alla ricerca del conflitto52. Il paese più forte del
sistema economico internazionale aveva così virato verso una
direzione chiaramente protezionista in risposta alle ricadute
del teatro di guerra vietnamita e alla crescente concorrenza sui
mercati internazionali da parte del Giappone e di diversi paesi
europei. La svalutazione della moneta come scelta strategica,
una necessità per far fronte al disavanzo nella bilancia dei
pagamenti e alla contestuale perdita di competitività dell’in­
dustria statunitense. Il segno della conflittualità prevale negli
equilibri internazionali, la fase della collaborazione regolata,
del conflitto guidato e orientato, viene messa da parte. Un
acuto osservatore come Guido Carli - allora governatore della
132 ANNI SETTANTA

Banca d’Italia - mette a fuoco un livello più profondo del


cambio di fase che solo il tempo mostrerà nella sua cruciale
discontinuità: «La comunità finanziaria americana puntava a
sciogliere le mani degli Stati Uniti, recidendo i legami monetari
con gli altri paesi dell’Occidente»53. Da questa rottura si apre
uno scenario imprevedibile a partire da una vera e propria
bufera finanziaria che coinvolge diversi paesi trascinati nell’in­
certezza conflittuale dalle scelte del governo di Washington.
Le politiche restrittive in risposta alla crescita esponenziale
della curva inflazionistica conducono presto alla caduta degli
investimenti e a una contrazione non episodica della capacità
produttiva delle imprese. Un fenomeno inedito e complesso che
prende il nome di stagflazione: la compresenza condizionante
e simultanea tra inflazione e stagnazione.
Come in altre occasioni il risvolto italiano della crisi con­
ferma il venir meno di un’architettura condivisa e concordata
e, su un altro versante, mette in evidenza la stretta connessione
tra il percorso dei primi decenni della Repubblica e il sistema
internazionale di riferimento: il quadro complesso delle inter­
dipendenze del dopoguerra al crocevia tra economia, politica e
società. Impietose le cifre degli effetti sull’economia nazionale:
in poche settimane la lira perde il 15% del suo valore e di
conseguenza il prezzo in dollari delle materie prime aumenta
progressivamente. Una tempesta che si manifesta pervasiva e
profonda: crollo della produzione industriale, diminuzione di
investimenti, contrazione prolungata dei consumi privati. Una
battuta d’arresto non episodica né isolata dai venti di crisi
che dal Medio Oriente attraversano minacciosi il bacino del
Mediterraneo. Il conflitto del Kippur (6-25 ottobre 1973) ha
una doppia matrice: da un lato lo scontro tra i paesi arabi e
Israele, dall’altro la crisi petrolifera che ne deriva. Un biennio
(1973-74) durante il quale diminuisce del 10% la produzione
del greggio mentre aumenta di circa il 70% il prezzo del barile.
L’impianto complessivo delle scelte dei paesi produttori associa­
ti nel cartello Opec (Organization of thè Petroleum Exporting
Countries) contribuisce a determinare la recessione del 1974,
la più incisiva dopo quella del 1929. Gli effetti si sommano e
si sostengono vicendevolmente: fine della regolazione attorno
al dollaro, aumento dei prezzi delle materie prime, crisi delle
forme di cooperazione o intesa che avevano sorretto gli sforzi
dei primi decenni post-bellici. La produzione mondiale subisce
ANNI SETTANTA 133

un’imprevista (nelle quantità) riduzione: il volume di scambi


era cresciuto di oltre 8 punti in un decennio, tra il 1963 e
il 1973; negli otto anni successivi lo stesso volume scende
considerevolmente accompagnandosi a una forte tensione
inflazionistica in buona parte dei paesi industrializzati. La
mossa degli Usa - e la ridefinizione degli equilibri tra paesi
produttori e importatori di energia - strappa la trama di un
mosaico che aveva regolato le forme dello sviluppo indirizzando
le tendenze generali e le scelte parziali dei sistemi nazionali.
La crisi colpisce innanzitutto i più fragili. L’Italia è tra questi,
l’aumento esponenziale dei costi delle materie prime, delle
fonti energetiche e del lavoro supera i livelli di compensazione
del sistema. Nei primi anni Settanta la produzione nazionale
dipende per un buon 75% dalle importazioni di oro nero.
L’aumento del 220% del prezzo del petrolio registrato nel
1974 produce ripercussioni che minano i cardini di un sistema
debole. Nello stesso anno la bilancia commerciale è in rosso
tanto per le materie prime (2.500 miliardi di lire) quanto per la
produzione alimentare (2.000 miliardi). Segnali preoccupanti e
diffusi che spingono il governo verso l’introduzione di misure
che possano contrastare il disavanzo: un vincolo di deposito
del 50% del valore per le importazioni (da accreditare presso
la Banca d’Italia), limitazioni ai possibili trasferimenti di valuta
fuori dai confini nazionali e, soprattutto, la contrazione imposta
e controllata dei consumi di energia. Una sorta di freno alle
convinzioni che avevano segnato i decenni precedenti: più si
cresce e si consuma e meglio è, più ampio lo spazio per le
dinamiche espansive dei mercati e maggiori i benefici che si
potranno distribuire all’interno di una collettività. Nel cuore
degli anni Settanta tali convinzioni perdono smalto e vigore,
la crisi economica o lo shock petrolifero, come spesso viene
definito il passaggio del biennio 1973-1974, entra nelle case
degli italiani modificando abitudini, stili di vita, persino sogni e
principi. La risposta nelle politiche di un esecutivo interventista
che cerca di limitare i danni: riduzione del 40% deH’illumina-
zione pubblica e divieto di accensione notturna per insegne di
attività commerciali. La notte diventa il tempo del risparmio:
gli spettacoli a teatro o al cinema terminano alle 23, anche la
programmazione serale dei programmi televisivi si conclude
prima della mezzanotte. La dolce vita spensierata, illuminata e
partecipe appare un ricordo anche se sono passati solo pochi
134 ANNI SETTANTA

anni. Di converso i mezzi privati vengono colpiti dalle misure


anticrisi: divieto di circolazione per le auto nei giorni festivi,
solo in seguito trasformato nell’alternanza dei numeri di targa.
Anche il nucleo familiare percepisce l’incombente profondità
della crisi che attraversa il sistema paese. In breve tempo - a
partire dall’estate 1974 - il governo decide di aumentare le
entrate del gettito fiscale; non può essere sufficiente ridurre
il consumo generalizzato: le tariffe sulle utenze aumentano
con tassi significativi, cresce l’imposta per le imprese e per i
lavoratori autonomi con un anticipo forzoso del 10%, viene
introdotta l’una tantum su immobili, auto private e natanti.
Un’azione a tenaglia che punta a ridurre i consumi (a partire
da quelli considerati superflui) aumentando contestualmente il
gettito fiscale. I costi per lavoratori e imprese sono immediati:
perdita del potere d’acquisto dei salari, recessione e inflazione
incontrollata (oltre il 20% tra il 1974 e la fine del decennio)34.
Una difficile condizione che accende e rilancia i conflitti tra
capitale e lavoro, lo scontro tra settori industriali e rappresen­
tanze del movimento sindacale. La crisi contribuisce a incrinare
e rompere il patto sociale fino a tracciare il confine di una
dialettica inedita che si concentra sugli aumenti salariali e sul
significato degli accordi nazionali in tema di costo del lavoro. Il
quesito che si fa strada chiama in causa aspettative e traguardi
maturati negli anni prosperi e progressivi del miracolo eco­
nomico e diffusi in segmenti non marginali della popolazione
italiana. Chi avrebbe pagato in misura prevalente i costi della
crisi? Dove scaricare restrizioni e tagli? Quale profilo di scelte
e interessi avrebbe caratterizzato la classe dirigente?
Come accade di sovente nei momenti di crisi la dialettica
di posizioni si radicalizza. Difficile trovare una possibile com­
posizione tra gli estremi. Gli industriali se la prendono con
il movimento operaio e sindacale reo di aver alzato l’asticella
delle richieste sui salari regolati dalla scala mobile e sul costo
del lavoro. Una polemica diretta che prende le mosse dal tas­
so d’incremento dei salari nel comparto industriale: solo nel
1970 18,3% e nel biennio successivo rispettivamente quasi il
10% e il 9% nel 1972. Una crescita costante a fronte della
stabilità inflazionistica attorno al 5% . Numeri significativi che
confermano un miglioramento complessivo delle condizioni
di vita delle famiglie operaie in virtù di una busta paga che,
colmando il ritardo accumulato negli anni precedenti, si posi­
ANNI SETTANTA 135

ziona a livello di altri paesi europei. Le risposte sono di vario


genere: tentativi di mediazione con le rappresentanze sindacali,
o di converso la ricerca di uno scontro che possa rafforzare le
appartenenze a campi e prospettive contrapposte. Una strettoia
che stritola le ultime speranze di una possibile risposta alle
dinamiche di crisi. In economia le cifre si riflettono sulle scelte
dei protagonisti e sugli indirizzi di un sistema politico scosso
nei suoi fondamenti di riferimento. Il decennio nel suo insieme
è attraversato dall’incremento della spesa pubblica: risposta
parziale alle minacce della crisi, rifugio rassicurante e miope
per chi si trova a gestire l’emergenza dell’inedita stagflazio­
ne. Non si tratta di un fenomeno nazionale che interessa un
solo paese, l’aumento della spesa pubblica accomuna diverse
economie dell’Occidente capitalistico attraversato dalle turbo­
lenze degli anni Settanta. Tuttavia tale incremento assume in
Italia un tratto peculiare, una vera e propria distorsione delle
compatibilità sistemiche: aumento delle spese per la cassa
integrazione, per l’assistenza o la sanità, per i debiti ingenti
accumulati dall’industria di Stato o per settori dell’educazione
o del sistema pensionistico. Un gettito che si muove in varie
direzioni per ripianare debiti o storture o - nel migliore dei
casi - per compensare i saldi negativi della crisi di un mondo.
Una dinamica che appare inarrestabile nelle sue espressioni più
manifeste e preoccupanti. Lo Stato interviene per ripianare il
deficit di imprese che lo vedono partecipe e coinvolto (basti
l’esempio dell’Iri in sofferenza dal 1964) intervenendo spesso
a compensazione di buchi di bilancio rilevanti. Un circolo
vizioso spesso sostenuto da pratiche e costumi clientelari e
corrivi: dirigenti che scalano posti e graduatorie negli apparati
o nelle aziende statali o partecipate in virtù di collegamenti
o affinità politiche, preoccupati di corrispondere contributi e
privilegi verso i partiti di governo. Così facendo i danni per
le nuove generazioni d’italiani diventano insostenibili: tra il
1960 e il 1983 (con le dovute cautele e differenze per contesti
imparagonabili) il gettito di spesa pubblica cresce dal 31,2 al
65,3% del prodotto interno lordo, più che raddoppiato in 23
anni, il tempo del passaggio di una generazione che si trova le
spalle appesantite e il cammino incerto. Tale incremento non
ha coperture o risorse utilizzabili, si esprime nell’emergenza di
un passaggio che tuttavia non è incidentale né improvviso; la
strada imboccata è senza ritorno: aumento del deficit pubblico
136 ANNI SETTANTA

con ricorso a prestiti internazionali, inasprimento dei prelievi


fiscali sul lavoro dipendente a fronte della mancata riforma
del sistema di tassazione (cresce la piaga dell’evasione fiscale).
Così facendo i costi della crisi si riversano sulle classi popolari
e sulle aspirazioni compresse del ceto medio impiegatizio.
Si rompono i legami generazionali, entra in crisi il patto di
cittadinanza che aveva sostenuto l’itinerario del dopoguerra.
In questo quadro si manifesta una nuova tappa della crisi
della politica e delle sue forme tradizionali55. La fragilità dei
governi riflette l’incertezza dei partiti a fronte delle emergenze
che attraversano il sistema paese56. Nell’estate del 1969 Ma­
riano Rumor aveva costituito un governo monocolore demo-
cristiano che non riuscì a superare l’impatto della tragedia di
piazza Fontana. Dimissioni e due mesi dopo nuovo esecutivo
sempre a guida dello statista democristiano (il terzo da lui
presieduto) con l’allargamento a repubblicani e socialisti. Ma
anche in questo caso il tratto di strada è breve: equilibri in­
terni alla De, effetti di uno sciopero generale nel luglio 1970
uniti all’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori (previsto
per l’aprile 1971) e dell’ordinamento regionale dopo 22 anni
dal dettato costituzionale che lo prevedeva, modificano i rap­
porti di forza. La De tenta mediazioni e cambi di rotta nel
vivo della conflittualità per le rivolte sulle designazioni delle
città capoluogo. La politica s’indebolisce e l’autorevolezza del
potere centrale, del governo della Repubblica viene minato
dalle instabilità che lo attraversano. Emilio Colombo prende
la guida dopo Rumor fino alle dimissioni del gennaio 1972.
Il clima era cambiato, le rivolte avevano proposto una destra
protagonista capace di raccogliere consensi nelle elezioni am­
ministrative. Il centrosinistra indebolito si divide sull’elezione
del capo dello Stato: ha la meglio Giovanni Leone (con i voti
di De, Pii, Msi, Psdi e Pri) mentre le sinistre si attestano sulla
candidatura sconfitta di Pietro Nenni. Tensioni trasversali che
mettono in fibrillazione la maggioranza o ciò che ne rimane.
Quando saltano gli spazi di mediazione tra partiti o correnti
interne si arriva allo scioglimento anticipato delle Camere.
Elezioni politiche la prima settimana di maggio del 1972
per ridisegnare la composizione del Parlamento. Il responso
delle urne non modifica la sostanza dei rapporti di forza: la
De si consolida come partito che si oppone alle conflittualità
incontrollabili, si attesta al 38,7% dei consensi. Le destre non
ANNI SETTANTA 137

sfondano nonostante la confluenza tra Movimento sociale e


monarchici, mentre l’estrema sinistra rivoluzionaria non en­
tra neppure in Parlamento. Il Psi va sotto il 10% mentre il
Partito comunista si ferma al 27%. Un quadro frammentato
e instabile. Il centrosinistra si attesta poco sopra al 51% , con
una maggioranza numerica (debole) e il peso delle divisioni
di prima: conflitto tra i protagonisti e scontro sulla questione
divorzio che - come si avrà modo di vedere a breve - diventa
una priorità controversa per tutti. Nel 1970 era stata introdotta
la legge e, dall’anno successivo, la raccolta di firme per tentare
l’abrogazione da parte di settori apparentemente maggioritari
del mondo cattolico. La scelta dell’esecutivo a guida Andreotti
punta a ridimensionare la stagione della collaborazione con
i socialisti favorendo un improbabile e velleitario ritorno al
centrismo con esecutivi che si susseguono nel breve spazio di
pochi mesi. Tra il 1972 e il 1976 la VI legislatura repubblicana
è attraversata da ben cinque governi (Andreotti 2, Rumor 4
e 5, Moro 4 e 5) con un impianto politico che con gradualità
scivola dal centrismo impossibile a un nuovo sbiadito centro-
sinistra. Nel partito di maggioranza relativa nel giugno 1973
dopo 14 anni torna alla guida Amintore Fanfani confermando
l’ipotesi di un’apertura verso il Psi. Un’assenza di ricambio di
classi dirigenti che consolida il blocco di riferimento attorno
alla De mentre si scaricano sull’esecutivo le contraddizioni di
scelte economiche difficili, impopolari: ridurre il gettito della
spesa pubblica (sono i repubblicani a insistere su tale aspetto)
o di converso difendere il livello raggiunto dai ceti emergenti
favorendo l’intervento dello Stato a sostegno della domanda,
soprattutto nel campo della lotta alla disoccupazione (i socialisti
e la componente di sinistra della maggioranza). Un equilibrio a
dir poco precario in una fase difficile per la democrazia italiana
colpita dalle prime azioni terroristiche delle Brigate Rosse, dalle
stragi di Brescia e del treno Italicus (nel 1974) oltre che dallo
scandalo dei petroli che mette in risalto finanziamenti occulti
a ministri e partiti di governo da parte dell’Unione petrolifera
italiana in cerca di benevole indicazioni legislative.
L’insieme delle contrapposizioni del tempo non si snoda
lungo la fisiologica dialettica tra maggioranza e opposizione,
ma si consolida nelle divisioni che condizionano l’esecutivo
nelle sue componenti. Una legislatura che prosegue nel solco
della precedente: governi di durata breve, disomogenei e di­
138 ANNI SETTANTA

visi, programmi irrealizzabili o di scarsa visione dettati dalle


emergenze, alto livello di conflittualità tra le forze politiche
e più in generale tra il paese e il palazzo. Emergenza demo­
cratica e crisi economica convivono e accentuano i tratti di
una democrazia difficile e incerta. La ricerca di una nuova
maggioranza incontra la disponibilità inedita dell’opposizione
comunista: una strategia dell’attenzione reciproca tra i nemici
di sempre, tra le facce e le versioni italiane della guerra fredda.
Gli interrogativi sulla tenuta del sistema democratico, sulle
risorse della Repubblica dei partiti contribuiscono ad aprire
discussioni e prospettive che vanno al di là delle compatibilità
tradizionali dell’equilibrio post-bellico. Persino i confini delle
identità contrapposte mutano significato: anticomunismo e
antiamericanismo dopo la repressione sovietica a Praga e il
colpo di Stato in Cile del settembre 1973 trovano nuove ra­
gioni; complesso e contraddittorio collocarsi al di qua o al di
là della barricata senza distinguo o prese di distanze57. Quel
rapporto sinergico tra quadro interno e contesto internazionale
viene incrinato dalla crisi dei modelli su cui si era costruito e
rafforzato il cammino dell’Occidente europeo58.
Il Partito comunista sotto la guida di Enrico Berlinguer
accentua preoccupazioni e timori sui rischi di involuzione de­
mocratica, sul peso negativo che potrebbe arrivare da manovre
che puntino a ridimensionare ruolo e funzione della sinistra di
matrice comunista. Il segretario del Pei consegna nell’autunno
1973 al settimanale «Rinascita» le riflessioni sulla possibilità
di costruire un’intesa con la Democrazia cristiana attorno
all’ipotesi di un compromesso storico capace di unire forze
popolari di diversa ispirazione e cultura: comunisti, socialisti
cattolici. La De non è più un nemico da cui difendersi, né la
faccia presentabile dell’imperialismo di marca statunitense.
Uno spazio d’intesa per future collaborazioni tra forze fino a
quel momento antagoniste o in competizione tra loro. Sull’altro
versante la De dopo un iniziale disinteresse comincia a seguire
con attenzione le dinamiche del dibattito in campo comunista.
Aldo Moro mostra disponibilità nella convinzione che il tempo
della contrapposizione frontale sia ormai esaurito. Le basi del
compromesso storico richiamano la stagione delle origini nella
collaborazione popolare in chiave antifascista mentre viene
messa in discussione dalla questione divorzio l’unità politica
dei cattolici, l’idea che la De possa rappresentare interessi,
ANNI SETTANTA 139

valori e orientamenti di un arcipelago composito. La legge sul


divorzio (Fortuna-Baslini) viene approvata in via definitiva il
1° dicembre 1970 con l’opposizione della De e del Movimento
sociale. Immediate le reazioni al di qua e al di là del Tevere:
la De punta a organizzare e monopolizzare l’opposizione al
provvedimento, la Santa Sede si mobilita fino alle prese di
posizione ufficiali contro la legge che avrebbe tra l’altro violato
l’articolo 34 del Concordato. Una mobilitazione trasversale
che accomuna il pontefice Paolo VI e i vertici dello scudo­
crociato in una lunga campagna che si può dividere in tre fasi.
Inizialmente la raccolta di firme per arrivare a un referendum
abrogativo (nella primavera 1971 vengono depositate in Cas­
sazione 1.370.314 firme). Con la conclusione anticipata della
legislatura e il conflitto che attraversa la questione divorzio si
apre la fase delle trattative manifeste o riservate: evitare una
guerra di religione, intervenire per via legislativa depotenziando
il referendum o ancora cercare un’intesa per ridurre l’effetto
della contrapposizione referendaria. I pontieri si muovono su
entrambi i fronti, convinti che si possa evitare il pronunciamen­
to popolare. Diverse diplomazie lavorano all’intesa: i partiti, il
governo, il Vaticano; sforzi congiunti e tuttavia inconcludenti.
Rimane in piedi l’appuntamento del referendum popolare che
si tiene il 12 e 13 maggio 1974. Contrariamente alle previsioni
di tanti oltre il 59% dei votanti chiede che venga mantenuta la
legge sul divorzio: l’Italia è cambiata, la De è scossa nelle sue
fondamenta, il mondo cattolico si è diviso apertamente tra so­
stenitori del «N o» e fautori dell’abrogazione della legge59. Uno
spartiacque imprevisto, i vertici della De avevano preparato i
festeggiamenti per un trionfo annunciato, la Santa Sede inizia
a fare i conti con una sua progressiva marginalità. Si afferma
un’Italia laica, secolarizzata, pronta a mettere in discussione
tradizionali comportamenti e costumi. Una vivacità culturale
che sorprende anche il fronte dei cosiddetti vincitori. I partiti
subiscono l’onda delle novità di un paese trasformato e moder­
nizzato dalle contraddittorie novità del decennio precedente.
Nelle elezioni amministrative del 1975 le sinistre si affermano
in molte città dando vita alla stagione delle giunte rosse: uno
spostamento dell’elettorato verso le forze di opposizione (oltre
il 33% per il Pei a soli due punti dalla De mentre il Psi si
ferma al 12%) il primo voto ai diciottenni, una seconda bat­
tuta d’arresto dopo il referendum per la Democrazia cristiana.
140 ANNI SETTANTA

Novità significative che tuttavia non sono sufficienti ad aprire


una fase nuova per la democrazia italiana sospesa e in mezzo
al guado tra limiti e possibilità, ritardi e aspettative inevase.

4. Compromesso storico e solidarietà nazionale

La metà del decennio diventa un punto di svolta. Convivono


opzioni e interrogativi di segno opposto: i richiami all’emer­
genza di una situazione che rischia di precipitare incontrollata
o di converso il tentativo di rasserenare animi e contesto
cercando rifugio nella continuità ininterrotta. Una dicotomia
irrisolta tra ipotesi di rottura e disfacimento contrapposte alla
presunta capacità del sistema di reggere l’urto delle difficoltà.
Il conflitto è un dato acquisito: ipotesi contrapposte, visioni
dello sviluppo e della crescita, formule politiche che possa­
no rispondere alla fragilità dei numeri e all’incertezza delle
prospettive. Piani diversi s’incontrano definendo un quadro
inedito e complicato: la crisi economica in una fase regressiva
del capitalismo internazionale, una dialettica politica sterile
e incapace di uscire dalle strettoie del presente, il peso della
conflittualità diffusa nel ritorno della violenza come fattore
condizionante e permanente. Un paese in bilico, sospeso tra
l’esaurimento progressivo delle antiche certezze e la faticosa
ricerca di qualcosa che possa rilanciare e motivare energie,
risorse, appartenenze.
La proposta del compromesso storico nasce dalle strettoie
di un sistema politico che non ha la forza di progettare nuove
stagioni. I partiti più solidi e radicati - la De e il Pei - tesso­
no la trama di un dialogo che, seppur irrealizzato, costituisce
un tentativo di affrontare i risvolti di un’incertezza condivisa
che al di là delle differenze, dei punti di partenza, delle distin­
zioni sui programmi coinvolge tutti i protagonisti. E così Moro
e Berlinguer cercano punti d’incontro, muovono uomini e
diplomazie per conoscersi meglio e condividere un tratto di
strada comune. Una dicotomia tra due partiti che rappresenta
qualcosa di più profondo. Uno scontro tra visioni e culture,
tra appartenenze e identità, tra letture del mondo che spingo­
no chi ci guarda da lontano a ragionare sull’Italia delle due
chiese attraversate dalle nuove ragioni di un dialogo possibile.
La questione è più complicata di come appare nelle analisi
ANNI SETTANTA 141

frettolose, anche nei documenti di ambasciate e governi che


seguono l’evolversi della politica italiana alla metà degli anni
Settanta. Comunisti e democristiani hanno condiviso pagine
fondanti del cammino del dopoguerra a partire dalle scelte
nella stagione delle origini: la convinzione condivisa che un
compromesso vergato nella Costituzione rappresenti al tempo
stesso un vincolo e un’opportunità collettiva. E lo stesso rap­
porto tra maggioranza e opposizione non ha impedito la col­
laborazione continua, la possibilità che terreni comuni potes­
sero favorire l’intesa piuttosto che la contrapposizione60.
Tutto questo avviene in tempi di guerra fredda, nel contesto
condizionante della contrapposizione bipolare trovando le
espressioni più dirette ed efficaci nella simbologia e nelle
proposte dei partiti italiani. Un nesso stringente e modificabi­
le tra le compatibilità dell’ambito internazionale e i sentieri
tortuosi degli accordi tra i partiti, delle intese a livello ammi­
nistrativo (nelle giunte cittadine o regionali), delle collabora­
zioni sperimentate in settori non marginali del mondo del la­
voro o del movimento sindacale. Una contraddizione secondo
alcuni: da un lato lo scontro bipolare, il linguaggio e le forme
della contrapposizione frontale fra sistemi e alleanze militari;
dall’altro la collaborazione fattiva del giorno per giorno, la
ricerca di soluzioni e ipotesi percorribili, la costruzione di uno
spazio di affermazione dell’interesse collettivo. Non sempre i
piani sono compatibili o componibili. La crisi degli anni Set­
tanta nelle sue forme manifeste o carsiche fa esplodere le
contraddizioni di un equilibrio difficile: il richiamo alla stagio­
ne delle origini accomuna e avvicina le parti in causa. Il com­
promesso non è un episodico ricorso alla forza altrui per
raggiungere i numeri di una maggioranza parlamentare neces­
saria e più che mai incerta, persino innaturale: la stagione
della Resistenza viene riproposta come esempio di convergen­
ze possibili, immagine attualizzata di un tempo con diversi
protagonisti, bandiere, linguaggi e programmi politici. Un
tentativo che è anche il sintomo di una debolezza del sistema,
dell’esaurimento di risorse disponibili e della necessità di do­
versi affidare alla visione di protagonisti che provano a imma­
ginare un tempo nuovo. Dopo l’affermazione delle sinistre
nelle elezioni amministrative (1975-1976) vengono costituite
le «giunte rosse» fondate sull’asse di collaborazione tra Parti­
to comunista e Partito socialista in diverse regioni soprattutto
142 ANNI SETTANTA

del Centro Italia e in città distribuite a macchia di leopardo


sul territorio nazionale. La centralità democristiana è scossa
da due fattori concomitanti: il pronunciamento referendario
sul divorzio che mette in discussione il paradigma dell’unità
politica dei cattolici nello scudocrociato e le alleanze di sinistra
che portano la De all’opposizione in contesti dove ciò non era
mai avvenuto. Per il partito guida della rinascita post-bellica
si tratta di un colpo ripetuto che fa sbandare gli equilibri in­
terni. Fanfani diventa una sorta di capro espiatorio delle
sconfitte di varia natura, Benigno Zaccagnini, deputato roma­
gnolo, partigiano rispettato e stimato da molti, nel partito e
fuori, viene eletto segretario il 26 luglio 1975. Aldo Moro
regista di un’operazione che va in porto in un contesto diffi­
cile, 92 voti favorevoli e 72 schede bianche. L’unità del parti­
to non è un dato acquisito e scontato, troppe le insidie e da
diversi versanti. La perdita di una funzione centrale indeboli­
ta dai processi di secolarizzazione che marginalizzano influen­
ze e peso della Santa Sede nella politica italiana. Moro prende
spunto dalle novità per tematizzare la sua proposta di com­
promesso storico: il degrado della democrazia italiana minac­
ciata da violenze e scandali, il giudizio sul partito di maggio­
ranza relativa insufficiente a garantire stabilità e prospettive,
l’ipotesi di poter aprire una terza fase nell’evoluzione del si­
stema politico italiano. Una fase successiva a quelle della rico­
struzione e dell’apertura a sinistra, ma anche un tratto di
strada con una generazione pronta a dare il cambio a chi l’ha
preceduta. Vede i rischi di un sistema ripiegato su se stesso,
in assenza di alternative e opzioni percorribili, la sua proposta
si appoggia sulla convinzione di dover difendere e tutelare
l’unità del partito, la sua eterogenea composizione che non
deve essere stravolta da scissioni o abbandoni silenziosi. Con
convinzione gioca le proprie carte nel partito e si muove con
i principali alleati dell’Italia cercando di rassicurarli. Incontra
il presidente degli Stati Uniti e il segretario di Stato americano
in occasione della conferenza di Helsinki sulla cooperazione
e la sicurezza collettiva nell’estate del 1975 spiegando loro che
l’ipotesi di compromesso storico non mina le ragioni dell’Al­
leanza atlantica né mette in discussione la collocazione inter­
nazionale dell’Italia61. Dall’altra parte prevalgono paure e
contrarietà, da Washington temono che un effetto domino
dall’Italia possa colpire il fianco sud della Nato indebolendo
ANNI SETTANTA 143

il posizionamento storico del fronte anticomunista. Il Pei è


parte di un mondo, pur avendo un tracciato originale iscritto
nella Costituzione repubblicana; la sua presenza nell’esecutivo
di un paese Nato sarebbe un affronto agli equilibri sistemici,
una difficile gestione per l’insieme della comunità internazio­
nale.
Sull’altra sponda del compromesso problemi simili con
soluzioni scomode. Berlinguer è stato eletto segretario nel 1972,
gli scritti dedicati alla nuova stagione cadono nell’autunno
dell’anno successivo62. Nel suo ragionamento prevalgono i toni
apocalittici sugli effetti della crisi nel rapporto con le forme
della democrazia: il segretario comunista teme che l’ingerenza
di forze occulte o incontrollabili possa mettere in discussione
il cammino della democrazia italiana. Forze che puntano a
spargere terrore restringendo le forme della partecipazione o
relegando la sinistra in una perenne condizione di margina­
lità. Berlinguer lavora a una trama composita che nel lungo
periodo punta a legittimare il Partito comunista, a uscire da
una condizione di storica subalternità alle compatibilità e alle
logiche della guerra fredda. Ecco il punto dirimente, cogliere
l’occasione delle difficoltà di una fase per andare oltre limiti
e perimetri frequentati: un Partito comunista che si rafforza
per via elettorale, raccoglie il consenso di oltre il 30% degli
italiani tentando di uscire dai vincoli dell’alterità al sistema
che faticherebbe a sopportare l’ingresso in una coalizione di
governo. Il superamento di quello che sarebbe stato chiamato
come «il fattore K», della conventio ad excludendum che aveva
interessato il Partito comunista isolandolo all’opposizione,
sarebbe avvenuto legittimando una forza politica dinamica e
propositiva non rassicurata dai benefici di un’opposizione per­
manente e monopolizzata dalla forza del Pei63. Il considerevole
consenso elettorale veniva così proiettato nella costruzione di
una nuova proposta politica. O almeno queste le intenzioni
di una parte del gruppo dirigente comunista. Berlinguer viene
mal sopportato dal proprio mondo di riferimento: seguito da
Mosca con interesse e preoccupazione aveva mostrato di non
essere affascinato e partecipe dei successi e delle prospettive
del socialismo reale. Una presa di distanza, soprattutto dopo
la Primavera di Praga del 1968, che tuttavia non si consolida
in uno strappo definitivo e conseguente. Il Pei mostra la sua
alterità, motiva e socializza le ragioni di una sfuggente diver-
144 ANNI SETTANTA

sita comunista ma non mette in discussione i pilastri della


divisione del mondo in blocchi. Ci vorrà del tempo, nuove
fratture, strappi e svolte, per completare un cammino che
porti la sinistra italiana fuori dagli orrori e dalle macerie del
socialismo reale. Chi segue il Pei da Mosca mette in risalto i
pericoli dell’autonomia delle vie nazionali (retaggio di stagioni
ormai concluse) e si domanda quale potrà essere l’approdo
della collaborazione con i democristiani, quale il prezzo da
pagare per settori del movimento comunista in Italia e fuori
dal confine nazionale.
Chiare quindi le analogie tra i due partiti e i due uomini
politici di riferimento: convincere i propri mondi (elettori e
quadri dirigenti), rassicurare interlocutori, alleati e osservatori
internazionali. Verificare se le condizioni rendono possibile un
passo coraggioso che sembra manifestarsi timidamente quan­
do l’astensione del Pei permette la nascita del terzo governo
Andreotti, il 31 luglio 1976 in apertura della VII legislatura
repubblicana. Pochi giorni dopo, il 9 agosto, lo storico dell’ar­
te Giulio Carlo Argan viene eletto sindaco di Roma in una
giunta di sinistra, candidato indipendente nella lista del Pei
che supera il 35% dei consensi. Il paese si polarizza attorno ai
due partiti maggiori: due vincitori, due percorsi che dialogano
tenendo aperta la possibilità di costruire le condizioni per una
collaborazione più stretta. Due blocchi contrapposti dalla na­
tura composita, quella del confronto-scontro in stile 1948, ma
al tempo stesso incline alla collaborazione consociativa, alla
ricerca di convergenze e punti d’incontro per evitare effetti
degenerativi di una spaccatura inconciliabile64.
Nonostante contrarietà e resistenze la rotta è tracciata:
«governo della non sfiducia» (le formule contorte di una stret­
toia politica e istituzionale) e collaborazione dentro il nuovo
paradigma della solidarietà nazionale come risposta alle crisi
che affliggono il sistema paese. Collaborazione nell’emergenza
con l’ambizione di poter costruire un’uscita dalle difficoltà che
attraversano l’economia, la politica, la società. Un nuovo inizio
o la riedizione di formule o ipotesi già sperimentate? Difficile
offrire risposte univoche. Il dibattito sul compromesso storico
motiva energie e risorse, riempie le pagine di quotidiani e set­
timanali con una crescente dicotomia tra aspettative e realtà.
Le visioni dei leader politici, i risvolti del confronto culturale,
le aspettative di partiti e sindacati non sempre convergono.
ANNI SETTANTA 145

Sullo stesso versante convivono ipotesi e letture contrapposte,


la dialettica nei partiti e tra i partiti non si esaurisce nelle
settimane di formazione dell’esecutivo.
Qualcosa di più profondo mette in causa l’architettura del
sistema democratico e la legittimazione popolare dei processi
decisionali. I partiti e i loro mondi di riferimento appaiono
segnati dalla sfiducia, da un malessere diffuso, dalla presa di
distanza di settori non marginali o residuali della società italiana.
Ed è così che si allarga la forbice tra la politica e la società: le
discussioni appassionate sul varo di un nuovo equilibrio poli­
tico sembrano scollegate dalle preoccupazioni che coinvolgono
un numero crescente di famiglie italiane colpite dalla crisi o
investite dagli interrogativi inevasi sul proprio futuro.
Nei primi mesi dell’anno uno scandalo si abbatte su espo­
nenti di partiti di governo accusati di essere legati da forme di
corruzione agli interessi di una grande azienda americana - la
Lockheed - che immette sui mercati europei i propri aerei
da trasporto. Accuse che non risparmiano il vertice delle
istituzioni. Ministri e presidente della Repubblica coinvolti
in una campagna che evidenzia la degenerazione di un pezzo
di classe dirigente, la crisi della politica nelle sue forme, la
debolezza di una credibilità infranta. La questione va ben al
di là dei confini del caso specifico, una giornalista, Camilla
Cederna, con i suoi articoli diventa il punto di riferimento di
una mobilitazione crescente. La Corte costituzionale nel marzo
1979 condannerà un ministro e ne assolverà un secondo (il
socialdemocratico Tanassi e il democristiano Gui), mentre
le accuse di aver ricevuto tangenti rivolte contro Rumor e il
presidente Leone spingono quest’ultimo alle dimissioni il 15
giugno 1978. Ma il segno dello scandalo è quello di un atto
d’accusa verso i partiti di governo e il loro ruolo. Aldo Moro
difende l’integrità della De rifiutando lo scivolamento verso
un processo di piazza, in una sommaria dicotomia tra «paese
legale» e «paese reale», tra il palazzo assediato e la società
in movimento. Sono gli anni della partecipazione politica ma
anche quelli delle trame oscure. Un altro scandalo percorre
la seconda metà del decennio avvolto nella figura di Michele
Sindona. Banchiere intraprendente e ambiguo, legato a settori
della Democrazia cristiana protagonista di fusioni e operazioni
finanziarie che lo portano nel giugno 1976 alla bancarotta di­
chiarata. La liquidazione del suo patrimonio diventa un giallo
146 ANNI SETTANTA

a tinte fosche. L’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore della


Banca privata italiana viene freddato da un killer ingaggiato
dallo stesso Sindona. Il banchiere viene condannato dopo
varie peripezie (una fuga, un finto rapimento per fare pressio­
ne sulla loggia P2 della quale ci occuperemo in seguito) che
culminano nella consegna del ricercato da parte delle autorità
statunitensi. Dovrà scontare in carcere 25 anni come mandante
dell’omicidio Ambrosoli. Il 22 marzo 1986 viene trovato morto
nella sua cella di Voghera dopo aver bevuto un caffè corretto
al cianuro65. Una morte carica di sospetti, punti interrogativi,
polemiche che non risparmiano la tenuta complessiva della
classe politica e il suo lato oscuro e impenetrabile.
Le elezioni anticipate del 1976 non producono terremoti
o cambiamenti radicali come molti pensavano, temevano o
speravano. I due vincitori si sostengono vicendevolmente, la
De di Zaccagnini interrompe la parabola di un declino an­
nunciato frettolosamente sotto la spinta degli scandali. Una
risposta importante per rilanciare credibilità e ruolo di chi
aveva guidato il cammino del dopoguerra italiano. Ancora una
volta la cifra di una classe dirigente che affonda le proprie
radici nella stagione fondativa permette di alzare il livello
del confronto assumendosi responsabilità e compiti in prima
persona. Lo scudocrociato nel voto anticipato si attesta al
38,7% dei consensi confermando il risultato di quattro anni
prima in un contesto in apparenza avverso (divorzio, elezioni
amministrative, scandali politici e campagne mediatiche). Una
possibile spiegazione della tenuta De nella paura del sorpasso
a sinistra che avrebbe invertito rapporti di forza sollecitando
ulteriormente il piano delle compatibilità internazionali: turarsi
il naso ma votare De per fermare l’avanzata del pericolo rosso.
La frase di un giornalista come Indro Montanelli diventa il
punto di riferimento di una contromobilitazione moderata,
silenziosa e conservatrice in linea di continuità con gli assi
portanti del cammino della Repubblica. Il Pei dal canto suo
compie un grande balzo aumentando del 7% rispetto al 1972,
un risultato storico: il 34,4% del consenso degli italiani. Una
composizione trasversale del voto comunista: il sostegno
tradizionale della classe operaia e dei ceti medi, l’appoggio
d’intellettuali di varia matrice e provenienza (indipendenti dal
mondo cattolico o di area laica), il consenso moderato raccolto
dalla proposta di compromesso storico.
ANNI SETTANTA 147

Diffìcile gestire e consolidare gli effetti di un risultato del


genere, tensioni contrastanti spingono verso soluzioni alter­
native: comporre il quadro senza strappi in continuità con
il passato o aprire la strada a nuove ipotesi, sperimentando i
rischi di una stagione inedita. Una bipolarizzazione frontale
che contiene elementi e spinte di collaborazione reciproca
non si risolve nella lettura numerica né tantomeno nell’im­
patto del dato quantitativo. Il Partito socialista esce sconfìtto
e ridimensionato (9,6% il risultato). E una svolta anche in
questo caso. Il segretario De Martino aveva contribuito dalle
colonne deU’«Avanti!» alla caduta del quarto governo Moro
e alle conseguenti elezioni anticipate66. La soglia non superata
del 10% rappresenta la manifestazione più evidente di una
crisi di prospettive e di proposte. Il rischio è quello di essere
schiacciati dall’ascesa dei due vincitori capaci di occupare tanto
lo spazio della maggioranza quanto quello dell’opposizione. Al
Midas, un hotel romano, il 16 luglio 1976 il comitato centrale
socialista incorona a sorpresa un giovane parlamentare milanese,
Bettino Craxi. A poco più di quarant’anni, recente nomina
come capogruppo alla Camera, prende in mano il partito per
condurlo fuori dalla crisi misurandosi con una diffusa fram­
mentazione interna. Figura chiave dell’Italia in costruzione,
protagonista determinato, leader spregiudicato, innovatore di
pratiche, costumi e linguaggi della politica. Ma questo si vedrà
solo col tempo: in quell’estate 1976, dopo l’affermazione dei
due vincitori, la costruzione di una maggioranza parlamen­
tare sembra un’impresa impossibile. Da qui prende corpo la
formula dell’esecutivo della non sfiducia in una circostanza
inedita e imprevista segnata da trattative serrate tra le forze
politiche e tra i diversi esponenti delle correnti democristiane.
La non sfiducia è anche - forse soprattutto - una non scelta
a fronte delle compatibilità stringenti: continuare il dialogo
e la cooperazione (programmi, commissioni parlamentari,
nomine e responsabilità) senza incrinare definitivamente il
perimetro delle appartenenze reciproche, il filo che separa il
quadro interno della Repubblica dal contesto internazionale
della guerra fredda.
Il punto di equilibrio è a dir poco complicato, un bilan­
ciamento ricercato tra diversi fattori. Andreotti prende la
guida del suo terzo esecutivo, un monocolore democristiano
che passa la prova della fiducia grazie a una lunga lista di
148 ANNI SETTANTA

astensioni: socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali,


comunisti e indipendenti di sinistra. Sembra un esercizio im­
possibile quando alla Camera si contano 258 voti favorevoli
(De e sudtirolesi), 44 contrari (gli estremi Democrazia pro­
letaria, Radicali e Movimento sociale) e ben 303 astensioni.
Una strana dinamica parlamentare che permette all’esecutivo
di nascere consegnando all’astensione comunista un significato
più ampio del comportamento del gruppo parlamentare67. Un
segnale molto chiaro per la fine dell’esclusione di una forza
che non poteva essere estromessa dal tentativo di rafforzare
le responsabilità collettive in una fase complicata, tra crisi
economica e tenuta dell’ordine pubblico. Nasce così la soli­
darietà nazionale con una sorta di doppio livello a preservare
appartenenze e collocazioni storiche: la De al governo e il Pei
coinvolto senza entrare direttamente nella gestione dei mini­
steri o delle scelte d’indirizzo dell’esecutivo. Un’innovazione
senza dubbio, un passo deciso verso la ricerca di legittimità e
rassicurazioni per il principale partito d’opposizione. Ma su un
altro versante un passo incerto e insufficiente, distante da quel
disegno complessivo di collaborazione concordata che aveva
ispirato le riflessioni di Moro e Berlinguer nei primi anni del
decennio68. Non si tratta dello sblocco di un sistema politico
paralizzato, né della strategia possibile per dare soluzioni sta­
bili e radicate nella ricerca di una maggioranza parlamentare.
Le strettoie del sistema condizionano i protagonisti attratti
e preoccupati dall’evoluzione della crisi economica. Il ciclo
non si è chiuso, deboli segnali di ripresa nel 1976: diminuisce
il deficit della bilancia commerciale, aumenta la produzione
industriale, la curva dell’inflazione inizia ad abbassarsi. Timidi
passi avanti che secondo il giudizio di molti avrebbero richiesto
maggiore coraggio per toccare il costo del lavoro favorendo
tagli di bilancio e potenziale crescita delle esportazioni. Non
mancarono allora forme di ottimismo o d’incoraggiamento
circondate tuttavia da antiche e nuove tare. Il governo decide
di varare misure drastiche e impopolari: congelamento dei
redditi alti, soppressione di festività, blocco della contingen­
za trasformata in titoli di Stato. Un tentativo di rispondere
all’incalzante minaccia di una nuova conflittualità sociale. La
sponda di Berlinguer come sostegno agli indirizzi del governo
si consolida nella linea dell’austerità come scelta e occasione
per risanare e costruire un modello di sviluppo alternativo69.
ANNI SETTANTA 149

Ipotesi velleitaria che non raccoglie consensi tra le forze


sindacali preoccupate dell’implicito ridimensionamento delle
richieste d’incremento dei salari. Settori del mondo intellettuale
seguono con attenzione le riflessioni del leader comunista, il
suo sostegno di fatto alle scelte del governo, la fermezza che
si consolida a fronte dell’offensiva del terrorismo rosso.
Verso la fine del 1977 il segretario repubblicano Ugo La
Malfa avanza la richiesta di coinvolgere direttamente il Pei in
responsabilità di governo superando quella strana separatezza
inaugurata nell’estate del 1976 sotto il segno dell’astensione
nel varo dell’esecutivo Andreotti. Il Pei conquista credibilità:
sostiene manovre impopolari, combatte il terrorismo senza
reticenze, rilancia (con ambiguità, ritardi e contraddizioni) in
sede di conferenze internazionali le ragioni della democrazia
contro le ferree imposizioni del modello sovietico. Un cammino
incerto di un osservato speciale. Tra la fine del 1977 e i primi
mesi del nuovo anno sembrano avvicinarsi le condizioni per
un ingresso a pieno titolo nell’esecutivo, il completamento e
l’inveramento dei governi di solidarietà nazionale. Andreotti
si dimette, fa un ultimo tentativo quando le resistenze di tanti
in Italia e fuori frenano sull’ipotesi della collaborazione. Un
tempo sospeso tra una scelta possibile e le compatibilità che
condizionano il quadro politico e il coraggio dei protagoni­
sti. Moro appare più aperto e disponibile, in tanti prendono
tempo. Quando il quarto governo Andreotti si presenta alle
Camere, nel marzo 1978, dopo un mese e mezzo di crisi senza
soluzioni, lo schema non muta nella sostanza: programma con­
cordato, almeno in parte con il gruppo dirigente comunista,
ma composizione monocromatica, ministri democristiani che
cercano la fiducia dal Parlamento. Una strada incerta che pone
le premesse di un nuovo passo falso, una battuta d’arresto o
comunque il raffreddarsi progressivo dell’ipotesi di collabo-
razione piena. Il presidente del Consiglio fissa la data della
presentazione delle linee dell’esecutivo alle Camere: 16 marzo
1978. Quella mattina Moro viene rapito dalle Brigate Rosse
durante un agguato, cinque uomini della scorta assassinati.
Nulla sarà più come prima. Una tragedia nazionale incombe.
Il governo ottiene una fiducia lampo come condizione per
gestire un momento drammatico. Il paese è scosso, la De
travolta dagli eventi.
150 ANNI SETTANTA

Note al capitolo terzo

1 Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi, cit.,


pp. 3-15.
2 G. Formigoni, La politica internazionale del Novecento, Bologna, Il
Mulino, 2007, pp. 354-372.
3 Cfr. Diner, Raccontare il Novecento. Una storia politica, cit., pp. 232-241;
M. Mazower, Le ombre dell’Europa, Milano, Garzanti, 2000, pp. 283-320.
4 Una sintesi del dibattito storiografico in Felice, Ascesa e declino. Storia
economica d’Italia, cit., pp. 53-112.
5 Cfr. G. Amato e A. Graziosi, Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia,
Bologna, Il Mulino, 2013; Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-
2016, cit., p. 69.
6 E. Weber, Da contadini a francesi. La modernizzazione della Francia
rurale. 1870-1914, Bologna, Il Mulino, 1989; R. Pertici, Il pensiero storico
di Roberto Vivarelli, in D. Menozzi (a cura di), Storiografia e impegno ci­
vile. Studi sull’opera di Roberto Vivarelli, Roma, Viella, 2016, pp. 213-217.
7 I contributi per il cinquantesimo: F. Socrate, Sessantotto, Roma-Bari,
Laterza, 2018; M. Flores e G. Gozzini, 1968. Un anno spartiacque, Bologna,
Il Mulino, 2018; A. Giovagnoli, Sessantotto. La festa della contestazione,
Roma, San Paolo, 2018.
8 P. Ortoleva, I movimenti del ’68 in Europa e in America, Milano,
Feltrinelli, 1988.
9 Cfr. D. Lance Goines, The Free Speech Movement. Corning of Ege in
thè 1960s, Berkeley (CA), Ten Speed Press, 1993; W.J. Rorabaugh, Berkeley
at War. The 1960s, New York, Oxford University Press, 1990.
10 Rorabaugh, Berkeley at War. The 1960s, cit., pp. 106-107.
11 P. Ghione e M. Grispigni (a cura di), Giovani prima della rivolta,
Roma, Manifestolibri, 1988; W. Binni, Omaggio a un compagno caduto, in
«Mondoperaio», 4, 1966, pp. 1-5.
12 P.P. Pasolini, Il Rei ai giovani, in «L’Espresso», 16 giugno 1968.
13 P. Kolar, Rost-Stalinist Reformism and thè Rrague Spring, in The Cam­
bridge History of Communism, voi. II, The Socialist Camp and World Power
1941-1960s, a cura di N. Naimark, S. Pons e S. Quinn-Judge, Cambridge,
Cambridge University Press, 2017, pp. 170-195.
14 M. Flores e A. De Bernardi, Il Sessantotto, Bologna, Il Mulino, 1998,
pp. 13-32; D. Volcic, 1968. L’autunno di Praga, Palermo, Sellerio, 2008.
15 Pons, La rivoluzione globale. Storia del comuniSmo internazionale
1917-1991, cit., pp. 325-346; A. Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado.
Storia dell’Unione sovietica. 1945-1991, Bologna, Il Mulino, 2008, pp. 331-
368; R. Gildea, The Global 1968 and thè International Communism, in The
Cambridge History of Communism, voi. Ili, Endgames? Late Communism
in Global Perspective, 1968 to thè Present, a cura di J. Furst, S. Pons e M.
Selden, Cambridge, Cambridge University Press, 2017, pp. 23-49.
16 A. Sillitoe, La solitudine del maratoneta, Torino, Einaudi, 1964.
17 R. Beretta, Il lungo autunno. Controstoria del Sessantotto cattolico,
Milano, Rizzoli, 1998; A. Giovagnoli (a cura di), 1968: fra utopia e Vangelo.
ANNI SETTANTA 151

Contestazione e mondo cattolico, Roma, Ave, 2000; D. Saresella, Dal Concilio


alla contestazione. Riviste cattoliche negli anni del cambiamento (1958-1968),
Brescia, Morcelliana, 2005; Id., Cattolici a sinistra. Dal modernismo ai giorni
nostri, Roma-Bari, Laterza, 2011; A. Santagata, La contestazione cattolica.
Movimenti, cultura e politica dal Vaticano II al ’68, Roma, Viella, 2016.
18 Ortoleva, I movimenti del '68 in Europa e in America, cit., pp. 10-12.
19 Cfr. L. Passerini, Autoritratto di gruppo, Firenze, Giunti, 20082.
20 D. Starnone, Duso di massa dei libri, in I libri del 1968. Una biblio­
grafia politica, Roma, Manifestolibri, 1998, pp. 10-12.
21 La citazione in A. Moro, Governare per l’uomo, a cura di M. Dau,
Roma, Castelvecchi, 2016, p. 224.
22 A. Moro, Tempi nuovi si annunciano e avanzano in fretta come non
mai, in Id., Governare per l’uomo, cit., pp. 225-239.
23 Moro, Governare per l’uomo, cit., p. 227.
24 Ibidem.
25 Ivi, p. 226.
26 Flores e Gozzini, 1968. Un anno spartiacque, cit., pp. 245-268.
27 Moro, Governare per l’uomo, cit., p. 226.
28 Ivi, pp. 226 ss.
29 Una ricostruzione in P. Craveri, Storia d’Italia, voi. 24, La Repubblica
dal 1958 al 1992, Torino, Utet, 1995, pp. 441-519.
50 Cfr. P. Matterà, Storia del Psi. 1892-1994, Roma, Carocci, 2010, pp.
174-196.
31 P. Morando, Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Roma-Bari,
Laterza, 2019.
32 G. Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza
perduta, Milano, Feltrinelli, 1993, p. 15 (il volume è stato ripubblicato da
Einaudi nel 2009 e nel 2019).
33 Ibidem.
34 C. Cederna, Colpi di scena e colpi di karaté. Gli ultimi incredibili
sviluppi del caso Pinelli, in «L’Espresso», 13 giugno 1971 e 27 giugno 1971.
35 In A. Sofri (a cura di), Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, Palermo,
Sellerio, 1996, p. 64.
36 Cfr. B. Tobagi, Piazza Fontana. Il processo impossibile, Torino, Ei­
naudi, 2019.
37 Cfr. Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione ad oggi,
cit., pp. 156-169; Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Re­
pubblica 1946-2013, cit., pp. 141-151. Per le testimonianze dei familiari
cfr. M. Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e
di altre vittime del terrorismo, Milano, Mondadori, 2007; L. Pinelli e P.
Scaramucci, Una storia quasi soltanto mia, Milano, Feltrinelli, 2009.
38 G. Vecchio e P. Trionfini, Storia dell’Italia repubblicana (1946-2014),
Milano, Monduzzi, 2014, p. 195.
39 S. Flamigni, «Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo
Moro prigioniero delle Br, Milano, Kaos, p. 242; M. Gotor, Il memoriale
152 ANNI SETTANTA

della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del
potere italiano, Torino, Einaudi, 2011; Il memoriale di Aldo Moro (1978),
Edizione critica, coordinamento di M. Di Sivo, a cura di F. Biscione, M.
Di Sivo, S. Flamigni, M. Gotor, I. Moroni, A. Padova e S. Twardzik, Roma,
Direzione Generale Archivi, De Luca Editori, 2019.
40 Vecchio e Trionfini, Storia dell’Italia repubblicana (1946-2014), cit.,
p. 197.
41 G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Roma, Editori Riuniti,
1991, pp. 213-242; G. Fasanella, C. Sestieri e G. Pellegrino, Segreto di
Stato. La verità da Gladio al caso Moro, Torino, Einaudi, 2000, pp. 56-96.
42 Una rivisitazione in F. Cuzzola, Reggio 1970. Storie e memorie della
rivolta, Roma, Donzelli, 2007.
43 S. Zavoli, La notte della Repubblica, Rai 2, 18 puntate, dal 12 dicem­
bre 1989 all’11 aprile 1990 e il volume La notte della Repubblica, Milano,
Mondadori, 1992.
44 Cfr. M. Galleni (a cura di), Rapporto sul terrorismo, Milano, Rizzoli,
1981 ; D. della Porta e M. Rossi, Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani,
Bologna, Istituto Carlo Cattaneo, 1984; Presidenza della Repubblica, Per
le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, Roma, Istituto Poligrafi­
co e Zecca dello Stato, 2008; il portale della Rete degli archivi per non
dimenticare: www.memoria.san.beniculturali.it.
45 V. Vidotto, La nuova società, in G. Sabbatucci e V. Vidotto (a cura
di), Storia d’Italia, voi. 6, Idltalia contemporanea. Dal 1963 a oggi, Roma-
Bari, Laterza, 1999, pp. 3-99, spec. 66-74.
46 Cfr. F. Basaglia, L’istituzione negata, Torino, Einaudi, 1968; J. Foot, La
repubblica dei matti. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia 1961-
1978, Milano, Feltrinelli, 2014; D. Forgacs, Margini d’Italia. Lesclusione
sociale dall’Unità a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2015, pp. 211-289.
47 Su questi aspetti cfr. P. Spriano, Le passioni di un decennio. 1946-1956,
Milano, Garzanti, 1986; G. De Luna, Le ragioni di un decennio. 1969-1979:
militanza, violenza, sconfitta, memoria, Milano, Feltrinelli, 2009.
48 G. Moro, Anni Settanta, Torino, Einaudi, 2007, p. 6.
49 Ivi, pp. 19-21.
50 Su questi aspetti si veda I. Kershaw, Roller-Coaster: Europe, 1950-
2017, London, Penguin, 2019.
51 Si veda Felice, Ascesa e declino. Storia economica d’Italia, cit., pp.
283 ss.
52 Cfr. Westad, La guerra fredda globale. Gli Stati Uniti, l’Unione
Sovietica e il mondo. Le relazioni internazionali del XX secolo, cit., pp.
125-178; Bongiovanni, Storia della guerra fredda, cit., pp. 127-139; M. Del
Pero, La guerra fredda, Roma, Carocci, 2001, pp. 67-83; F. Romero, Storia
internazionale dell’età contemporanea, Roma, Carocci, 2012, pp. 79-96.
53 Carli, Cinquant’anni di vita italiana, cit., p. 245.
54 Sugli effetti dei mutamenti del ciclo economico internazionale per
l’economia italiana cfr. P. Battilani e F. Fauri, Mezzo secolo di economia
italiana. 1945-2008, Bologna, Il Mulino, 2008; A. Boltho, Italia, Germania
e Giappone. Dal miracolo economico alla semistagnazione, in Toniolo (a
ANNI SETTANTA 153

cura di), L'Italia e l’economia mondiale, cit., pp. 147-184, pp. 162 ss. Una
ricostruzione delle serie in A. Baffigi, Il Pii per la storia d'Italia. Istruzioni
per l’uso, Venezia, Marsilio, 2013.
55 Cfr. M. Ridolfi, Interessi e passioni. Storia dei partiti politici italiani tra
l’Europa e il Mediterraneo, Milano, Bruno Mondadori, 1999, pp. 430-450.
56 Cfr. V. Foa, Il Cavallo e la Torre. Riflessioni su una vita, Torino,
Einaudi, 1991, pp. 289-312.
57 Cfr. E Romero, Cold War Anti-Communism and thè Impact of Com-
munism on thè West, in The Cambridge History of Communism, voi. II,
cit., pp. 291-314.
58 Su questi aspetti si veda U. Gentiioni Silveri, Ultalia sospesa. La crisi
degli anni Settanta vista da Washington, Torino, Einaudi, 2009; L. Comincili,
L’Italia sotto tutela. Stati Uniti, Europa e crisi italiana degli anni Settanta,
Firenze, Le Monnier, 2014.
59 Sul referendum del 1974 cfr. G.F. Pompei, Un ambasciatore in Vati­
cano. Diario 1969-1977, a cura di P. Scoppola, Bologna, Il Mulino, 1994;
G. Scirè, Il divorzio in Italia. Partiti, Chiesa, società civile dalla legge al
referendum (1965-1974), Milano, Bruno Mondadori, 2007; C. Brezzi, 1974:
una domenica di un anno indimenticabile, in F. Bonini, M.R. Di Simone e
U. Gentiioni Silveri (a cura di), Filippo Mazzonis. Studi, testimonianze e
ricordi, Pescara, ESA, 2008, pp. 137-172; M. Seymour, Debating Divorce in
Italy. Marriage and thè Making of Modem Italians, 1860-1974, New York,
Paigrave Macmillan, 2006; C. Brezzi, La stagione del divorzio, in C. Brezzi
e U. Gentiioni Silveri (a cura di), Democrazia, impegno civile, cultura reli­
giosa. Uitinerario di Pietro Scoppola, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 145-160.
60 Cfr. G.M. Ceci, Moro e il Pei. La strategia dell’attenzione e il dibattito
politico italiano (1967-1969), Roma, Carocci, 2013.
61 Gentiioni Silveri, L’Italia sospesa. La crisi degli anni Settanta vista da
Washington, cit., pp. 156-163.
62 Cfr. Imperialismo e coesistenza, alla luce dei fatti cileni, 28 settembre
1973; Via democratica e violenza reazionaria, 5 ottobre 1973; Alleanze sociali
e schieramenti politici, 12 ottobre 1973; i tre interventi raccolti anche in
E. Berlinguer, La crisi italiana. Scritti su Rinascita, Roma, Editrice l’Unità,
allegato a «Rinascita», n. 22, 15 giugno 1985.
63 L. Elia, Forme di governo, in Enciclopedia del diritto, voi. XIX, Mila­
no, Giuffrè, pp. 634-675; F. Bonini, Storia costituzionale della Repubblica.
Profilo e documenti (1948-1992), Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1993,
pp. 55-57; Id., Costituzione, partiti, istituzioni, Bologna, Il Mulino, 2009.
64 Su questo, Giovagnoli, La Repubblica degli italiani, 1946-2016, cit.,
pp. 87-97.
65 Sulla vicenda Ambrosoli e sul caso Sindona cfr. C. Stajano, Un eroe
borghese. Il caso dell’avvocato Ambrosoli assassinato dalla mafia politica,
Torino, Einaudi, 1995; R. Agasso, Il caso Ambrosoli. Mafia, affari, politica,
Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2005; G. Simoni e G. Turane, Il
caffè di Sindona. Un finanziere d’avventura tra politica, Vaticano e mafia,
Milano, Garzanti, 2009. Una testimonianza in U. Ambrosoli, Qualunque
cosa succeda, Milano, Sironi Editore, 2009.
154 ANNI SETTANTA

66 F. De Martino, Soluzioni nuove per una crisi grave in «PAvanti!»


31 dicembre 1975.
67 Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp, 4 9 9 .5 0 6 ; Crave-
ri, Storia d’Italia, voi. 24, La Repubblica dal 1958 al 1992, cit., pp. 635-678.
68 Per un confronto sul significato della solidarietà nazionale cfr. G.
Chiaromonte, Le scelte della solidarietà democratica, Roma, Editori Riuniti,
1986; G. Vacca, Tra compromesso e solidarietà. La politica del Pei negli anni
’70, Roma, Editori Riuniti, 1987; Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a
oggi, cit., pp. 469-545; Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi
di un sistema politico 1945-1996, cit., pp. 381-422; Lanaro, Storia dell’Italia
repubblicana. Dalla fine della guerra agli anni Novanta, cit., pp. 412-443.
69 E. Berlinguer, Austerità. Occasione per trasformare l’Italia, Roma,
Editori Riuniti, 1977.
Capitolo quarto

Il funerale della Repubblica

1. Generazione contro

Il terrorismo politico attraversa diversi decenni della storia


della Repubblica. Non un fenomeno incidentale o passeggero,
né una presenza circoscritta a episodi di violenza o scontro
sociale diffuso. Gruppi organizzati cercano il conflitto con lo
Stato, identificano simboli e protagonisti per colpire, spezzan­
do vite e costruendo altresì le condizioni di una rottura senza
precedenti. Se esiste un aspetto che distingue il cammino del
dopoguerra italiano da altri contesti continentali è proprio
la scia di sangue che si protrae come una costante, un tratto
di lungo periodo creando instabilità, paure, risposte di vario
genere1. Un’intensità variabile e spesso caotica delle azioni
terroristiche, i simboli da colpire sono persone che lavorano
aU’interno degli apparati dello Stato o in quelli che nel lin­
guaggio terroristico sono i centri del potere da abbattere: ma­
gistrati, politici, giornalisti, funzionari d’azienda, giuslavoristi,
quadri operai o sindacali che non si piegano alle leggi della
contrapposizione frontale. La cultura della rivoluzione, l’attesa
messianica dell’ora giusta per travolgere equilibri e rapporti di
forza si contrappongono alla costruzione per via democratica,
alla fatica del giorno per giorno, alla condivisione di un tessuto
di regole, relazioni, comportamenti e istituzioni. Distruggere
per poter ricominciare, abbattere il presente per costruire un
futuro radicalmente diverso, convincere seguaci e sostenitori
che il tempo della rivoluzione è possibile e non è troppo lon­
tano. Una dialettica che affonda le radici nelle trasformazioni
della modernità e nelle aspettative inevase di uno sviluppo che
perde progressivamente lo smalto del decennio precedente, le
convinzioni e gli orizzonti del miracolo economico. Il declino
possibile di un sistema radica un’opzione diffusa, il segno di
156 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

un fallimento o di una battuta d’arresto che si carica di un


forte connotato politico e sociale: solo alcuni vanno avanti
diventando più ricchi e più potenti, molti arrancano, vengono
esclusi o marginalizzati, restano irrimediabilmente indietro. La
forza redistributiva delle politiche di compromesso tra Stato e
mercato non convince e non funziona, prevale un sentimento
esteso, un complicato incontro tra frustrazioni accumulate e
nuove ambizioni.
In questo spazio le parole e le pratiche del partito armato
trovano seguaci e fiancheggiatori all’interno di un segmento
di una generazione d’italiani, giovani nati dopo l’età della ca­
tastrofe, distanti dalle guerre mondiali cresciuti nel vivo della
ricostruzione e del rilancio nazionale, giovani in conflitto,
alla ricerca di un terribile e disperato incontro con la storia.
Le ragioni di tale frattura sono di varia natura. Per un lungo
tempo letture semplicistiche e strumentali hanno costruito
un legame stretto tra la fase della contestazione studentesca e
giovanile e l’adesione di tanti alle strutture dell’eversione di
sinistra, del terrorismo rosso. Un legame forzato e semplicistico
tra il biennio 1968-1969 e quello che è venuto dopo, quasi
che fosse possibile e automatico ricondurre le ragioni della
violenza al nuovo protagonismo del movimento studentesco
nelle sue varie fasi e forme. La questione è ben più complessa
e intrigata. Non c’è dubbio che parte delle culture della nuo­
va sinistra, delle stesse parole d’ordine, dei richiami espliciti
alla cultura della rivoluzione impregnati di violenza salvifica
abbiano costituito un contesto favorevole alla trasmissione di
pratiche, slogan, comportamenti. Una scelta non obbligata né
maggioritaria. E bene ricordare che la strada senza ritorno del
partito armato nelle sue varie espressioni riguarda un segmento
minoritario e marginale tra coloro che avevano scoperto la
politica, la partecipazione o la militanza nella lunga stagione
dei movimenti. Un retroterra culturale, quello della sinistra nel
suo insieme, utilizzato e utilizzabile per le scelte più diverse,
anche per percorsi e soggettività in conflitto tra loro. Del re­
sto, non sarebbe possibile né corretto racchiudere il variegato
mondo del protagonismo giovanile nel perimetro angusto di
una sola opzione possibile, né sottovalutare le cause endogene
ed esogene che portano alla rottura di un tessuto condiviso, a
una conflittualità inedita che riguarda le scuole, l’università,
la fabbrica, la famiglia, i luoghi e le istituzioni dell’universo
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 157

repubblicano. Per molti della cosiddetta «generazione Sessan­


totto» la scelta diviene quella di abbandonare l’impegno dopo
qualche anno, talvolta per scegliere la dimensione professionale,
altre volte per tentare di costruire una nuova classe dirigente:
nei partiti, nell’apparato dello Stato, nei sindacati, nel mondo
dei media o nella magistratura. Un’immissione di forze nuove
che contribuisce a un significativo rinnovamento generazionale
in ambiti e competenze diverse. Altri scelgono la via della
fuga, della distanza fisica o mentale spostandosi in luoghi o
comunità segnate dal misticismo orientale o dagli effetti del
ricorso a sostanze stupefacenti. Una componente di sinistra
dà vita alle sigle nuove dell’arcipelago extraparlamentare in
una torsione dell’impegno politico verso strumenti e strutture
con programmi più radicali, critici tanto d&\Yestablishment
governativo quanto di contenuti e approdi della sinistra sto­
rica di matrice socialista e comunista. I gruppi in conflitto tra
loro con nomi, richiami, quotidiani e periodici di riferimento
nel tempo della conflittualità diffusa: «il manifesto», «Lotta
continua», «Avanguardia operaia»2. I tentativi di misurarsi
nella costruzione di una rappresentanza parlamentare (dal
movimento al partito) non superano le soglie della marginalità
numerica. Esperimenti velleitari che non modificano il qua­
dro dei rapporti di forza tra le presenze della vecchia e della
nuova sinistra più attenta e a suo agio al di fuori delle aule
parlamentari. Per altri ancora lo spazio dell’impegno politico
nella cornice istituzionale viene giudicato non praticabile o
accettabile. A questo livello si consuma la rottura più radi­
cale: uscire dalle forme della cittadinanza politica e sociale
per costruire delle presunte avanguardie capaci di guidare lo
scontro con lo Stato attraverso la mobilitazione di masse di
operai e sfruttati. Un’analisi a dir poco superficiale e incoeren­
te che tuttavia raccoglie adesioni e scelte individuali di tanti
provenienti da storie e culture diverse, spesso dalle forme del
protagonismo studentesco, dai gruppi giovanili d’ispirazione
cristiana, dalle esperienze del terzomondismo anticapitalista.
Chi guarda alle lotte di liberazione dei popoli nei paesi in via
di sviluppo propone riferimenti alla guerriglia e alla centralità
dell’azione dimostrativa rilanciando ruolo e funzione strategica
delle avanguardie del movimento.
Prima di addentrarci nel contraddittorio manifestarsi del
partito armato, nelle forme di azioni violente che mettono
158 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

in discussione la tenuta dell’ordine democratico, può esse­


re utile richiamare alcuni elementi unificanti di esperienze
variegate del terrorismo politico per evitare di riproporre
due semplificazioni opposte: il legame con i movimenti come
chiave di lettura prevalente o al contrario la sottovalutazione
della minaccia terroristica, del peso esercitato dalla violenza
sull’insieme del sistema democratico della Repubblica. Alcuni
gruppi che attraversano sin dagli albori la cosiddetta stagione
dei movimenti o dei sommovimenti, sono segnati da pratiche
violente, le considerano parte di un’identità, di una strategia di
mobilitazione e di lotta3. Spesso anche al di là delle intenzioni
dei singoli protagonisti diventano incubatori della violenza
terroristica in quanto capaci di proiettare la soggettività della
mobilitazione in un perimetro dove tutto è possibile, dove non
esistono limiti e compatibilità condivise. Un’area magmatica
e inesplorata che attorno alla frattura del 1977 contribuisce a
estendere e radicare lo spazio dei fiancheggiatori potenziali,
di chi non si dissocia e guarda con simpatia il salto di qualità
annunciato nello scontro tra lo Stato e i nuovi sovvertitori
dell’ordine4. La parabola della violenza politica e della sua
presenza è quindi più lunga e coinvolgente di quanto spesso
non si pensi. Inizia prima della strage di piazza Fontana, anima
gruppi marginali che si muovono soprattutto nelle periferie
delle grandi città, coinvolge personaggi e biografie che di lì
a poco faranno il passo senza ritorno in direzione della clan­
destinità del terrorismo militante. Ma al tempo stesso quella
fine dell’innocenza con la strage del 12 dicembre 1969 non
risparmia nessuno: la frattura è completa, lo Stato si muove
senza freni o limiti e anche i gruppi si sentono nelle condizioni
di poter scegliere quell’opzione così tragica e terribile, senza
ritorno. Le discussioni teoriche sulla violenza rivoluzionaria,
sui richiami al giacobinismo o al bolscevismo precedenti
divengono opzioni percorribili, dinamiche di lotta concrete,
strategie di costruzione delle (presunte) premesse per una frat­
tura rivoluzionaria. Dopo piazza Fontana tutto cambia, nelle
dinamiche dello scontro e negli approdi dei singoli militanti
o aspiranti rivoluzionari. Un intellettuale come Giangiacomo
Feltrinelli fonda nel 1970 i Gruppi armati proletari (Gap) e
si adopera con azioni dimostrative e tentativi di sabotaggio,
finendo lui stesso dilaniato da un esplosivo che stava collo­
cando su un traliccio dell’alta tensione a Segrate, nei pressi
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 159

di Milano, il 14 marzo 19725. In questo contesto nascono le


Brigate Rosse, il gruppo politico che raccoglie le parole della
rivoluzione per costruire una strategia che porti alla presa del
potere attraverso la violenza e il terrore. Una pagina lunga e
dolorosa che inizia alla fine degli anni Sessanta (incontro tra
studenti milanesi e aspiranti rivoluzionari emiliani) e si protrae
per oltre due decenni. Tanti i caduti innocenti, le ferite non
rimarginate, le memorie divise che hanno messo alla prova e
lacerato duramente la tenuta di una comunità nazionale. Ma
procediamo con ordine.
Le Brigate Rosse iniziano il loro percorso dalla saldatura
tra un segmento del movimento studentesco trentino e il
«gruppo dell’appartamento» di Reggio Emilia: dal cattolicesi­
mo post-conciliare e militante i primi, dal mondo del comu­
niSmo reggiano i secondi. In breve tempo si aggiungono
quadri operai e sindacali e nei primi mesi del 1970 viene
fondata l’organizzazione. Il primo sguardo del presunto con­
testo rivoluzionario riguarda le fabbriche e la composizione
che le attraversa. L’idea portante nella ricerca di un conflitto
tra capitale e lavoro che avrebbe innescato la scintilla di una
rivoluzione più ampia. Analisi inconcludenti e prive di ogni
riferimento con la realtà della fabbrica e con le trasformazioni
del mondo del lavoro a cavallo tra spinte al cambiamento del
decennio precedente e segni di una crisi profonda capace di
squarciare le ultime certezze. Una combinazione che diventa
la premessa della lunga scia di sangue innescata dall’organiz­
zazione: una convinzione rivoluzionaria, una ferocia di intenti
e prospettive fondati sulla mediocrità di un linguaggio incon­
sistente e privo di legami con la realtà. Rimane solo la violen­
za con la sua terribile carica di lutti e tragedie. Un 'escalation
che condiziona un lungo arco di tempo. Azioni simboliche di
sabotaggio, incendi di auto, lancio di volantini con sentenze
di piazza, comparsa di scritte e minacce firmate con la stella
a cinque punte. La capacità militare del gruppo cresce, le
colonne locali si radicano nelle città del triangolo industriale
mentre la direzione strategica dell’organizzazione si attrezza
per un salto di qualità delle azioni. Inizia la stagione dei se­
questri di persona: dirigenti di azienda, il capo del personale
della Fiat e il crinale di una strada senza ritorno imboccata nel
1974 con il sequestro del giudice Mario Sossi a Genova. Il
simbolo di un pubblico ministero che si era adoperato per
160 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

chiedere pesanti condanne contro la cellula terroristica di un


gruppo denominato «X X II ottobre». Dai brigatisti arriva la
richiesta di un baratto: liberazione dell’ostaggio in cambio
della libertà dei terroristi condannati. Un gioco pericoloso che
si mette in moto attraversando le vite delle persone fino a
dilaniare le istituzioni: si può trattare con un’organizzazione
terroristica, la si può considerare un interlocutore possibile o,
al contrario, ogni cedimento lascerebbe intendere che lo Stato
è fragile, esposto ai venti e alle intemperie di un’offensiva
armata senza precedenti? Dopo una lunga dialettica mediatica
sulle sorti del giudice Sossi e sui risvolti possibili delle scelte
dei protagonisti si arriva alla liberazione dell’ostaggio. I terro­
risti nonostante il pronunciamento della Corte d’Assise d’ap­
pello di Genova rimangono in carcere visto che il procuratore
generale Francesco Coco sceglie di non controfirmare il prov­
vedimento di scarcerazione. Pagherà con la vita la sua scelta
di fermezza: verrà freddato da un commando brigatista l’8
giugno 1976. Una tensione diffusa che dall’episodio circoscrit­
to del capoluogo ligure si espande velocemente: simpatie e
antipatie per le due parti in causa, chi cerca la salvezza degli
ostaggi, chi pensa che i brigatisti abbiano qualche ragione
dalla loro dopo aver liberato Sossi senza avere ottenuto nulla
in cambio. Una sorta di credito verso i comportamenti dello
Stato e il complesso meccanismo decisionale sotteso. Un anno
cruciale per l’eversione nelle sue forme e colori: vengono fon­
dati i Nap (Nuclei armati proletari) in prevalenza al Sud col­
legandosi alla condizione carceraria e alle iniziative più diver­
se volte a finanziare la lotta armata. Lo stragismo batte un
ulteriore colpo: la strage di Brescia di chiara impronta antio-
peraia e antisindacale (durante un comizio, nel vivo di una
imponente mobilitazione) e il treno Italicus nel solco delle
bombe contro civili inermi per condizionare e paralizzare la
dialettica democratica introducendo le paure di violenze sen­
za nome6. Sono il segno della progressiva sconfitta di ogni
argine che punti a difendere o proteggere la vita delle persone:
le Br freddano due uomini facendo irruzione in una sezione
missina a Padova, mentre la reazione delle forze dell’ordine
riesce a colpire e ad arrestare i vertici dell’organizzazione:
Franceschini, Ognibene, Gallinari, Buonavita, Curcio (fuggito
e catturato nuovamente nel 1976), Mara Cagol, colpita e uc­
cisa in uno scontro a fuoco con i carabinieri. Un biennio che
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 161

sembra poter chiudere una fase, quella dello scontro diffuso,


senza esclusione di colpi tra lo Stato e le Br. Molti dei terro­
risti scelgono di entrare in clandestinità, varcare il confine che
divide la vita del prima dalla violenza del dopo. Ma se agli
albori del 1976 quasi tutti i capi storici dell’organizzazione
sono stati identificati, colpiti, arrestati, la partita è ancora
lunga e complicata. Rimangono aperti i canali di reclutamento,
le forme di emulazione in settori marginali ma significativi
dell’arcipelago giovanile (studentesco e operaio), la solitudine
di chi si trova sulla linea di frattura e di contatto con le nuo­
ve forme del partito armato. Una svolta militarista per le
Brigate Rosse tra la seconda metà del 1976 e l’anno successivo,
sotto la guida di Mario Moretti un marchigiano trasferitosi a
Milano, tecnico alla Sit-Siemens. Un cammino senza ritorno
quello che viene tracciato: violenza e lotta armata si danno la
mano nella ricerca di quello scontro decisivo e ravvicinato con
i poteri dello Stato. La discontinuità sfugge a molti, del resto
la violenza si era manifestata da tempo sotto varie forme e
provenienze, quella perdita dell’innocenza della fine degli anni
Sessanta aveva coinvolto i gruppi, parte del movimento, gli
apparati dello Stato e le forze dell’ordine. Ma quasi dieci anni
dopo la violenza diventa una forma di presenza e coinvolgi­
mento nella società, una terribile strategia di affermazione di
identità e culture. Si carica in poco tempo di una valenza
salvifica, di un significato generazionale che spazza via ogni
forma di mediazione o filtro: i partiti, la famiglia, la scuola o
l’università. Tutto deve essere cambiato, travolto, distrutto per
poter concepire un nuovo inizio. Ed ecco che l’ala militarista
del terrorismo rosso radicalizza le forme dello scontro cercan­
do interlocutori tra i giovani e gli studenti in un salto logico
e teorico, dalla fabbrica alla società in un contesto che appare
in movimento, sfuggito di mano ai protagonisti tradizionali, in
primo luogo le culture costituenti e le forme storiche della
politica del dopoguerra.
Il quadro dell’estremismo si fa composito e incerto. Au­
mentano sigle e gruppi che si fondono e si scindono a seconda
delle parole d’ordine di riferimento o delle convenienze. «Prima
Linea» raccoglie alcune migliaia di terroristi o aspiranti tali, altre
sigle rimangono attive e presenti nelle dinamiche di una nuova
conflittualità sociale che aveva caratterizzato il movimento del
1977. Un movimento eterogeneo segnato da identità e appar-
162 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

tenenze persino conflittuali: circoli di proletariato giovanile


del circuito dell’«Autonomia operaia» (questo l’organismo
di riferimento) che tiene insieme studenti e giovane classe
lavoratrice con un’ala più creativa e innovativa, i cosiddetti
«indiani metropolitani». Come per esperienze precedenti la
città diventa il perimetro privilegiato per unificare i diversi
segmenti della mobilitazione: studenti, lavoratori, disoccupati,
una soggettività femminile di tipo nuovo. Slogan di rottura
accompagnano il fiorire di riviste più o meno legate al dibattito
ideologico della sinistra tradizionale. Un movimento creativo
extraparlamentare che entra in rotta di collisione con i partiti
e le loro rappresentanze. Il Pei diventa un bersaglio da col­
pire, il simbolo di un tradimento consumato ai danni delle
generazioni più giovani convinte che la rivoluzione sia stata
bloccata e limitata dalle politiche di vertice e dagli accordi tra i
partiti. Si apre così una frattura che è al tempo stesso politica,
istituzionale e generazionale. Da una parte le richieste, anche
provocatorie, del movimento («tutto e subito», «prendiamoci
tutto») e dall’altra le chiusure di una politica che appare sorda
e distante. Le stesse riflessioni di Berlinguer sull’austerità e
sulle caratteristiche del modello di sviluppo vengono giudicate
parziali, controproducenti e irricevibili. I luoghi della formazio­
ne sono ancora il centro delle mobilitazioni, tanto nelle forme
della partecipazione studentesca quanto nella saldatura con le
altre anime del movimento, l’ala più creativa e irriverente: basti
pensare agli «indiani metropolitani» e al loro protagonismo
con richiami ai pellerossa o a forme di mobilitazione inusua­
li. Il 17 febbraio 1977 il movimento caccia Luciano Lama,
segretario della Cgil, dall’Università di Roma «la Sapienza»:
una contestazione che prende di mira il sindacato, il servizio
d’ordine che tenta invano di salvaguardare lo svolgimento del
comizio. Il muro contro muro diventa una costante: da una
parte un segmento generazionale, «lo strano movimento di
strani studenti», dall’altra partiti, sindacati e forze dell’ordine7.
Ogni distinzione sbiadisce o viene sacrificata nella dicotomia
amico-nemico che prepara il salto di qualità nella conflittualità
diffusa e nelle reazioni diverse dei corpi dello Stato. La cac­
ciata di Lama è un simbolo che resta, il segno di una frattura
che coinvolge luoghi di studio e soggettività diverse: il rettore
della Sapienza Antonio Ruberti chiama le forze dell’ordine
per sgombrare l’Ateneo occupato. Il clima rimane teso e per
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 163

molti versi ingestibile. Poche settimane dopo all’Università di


Bologna le forze dell’ordine intervengono (chiamate anche in
questo caso dal rettore) per sedare uno scontro tra opposte
fazioni studentesche. La città si trasforma in un perimetro di
violenze incontrollabili; Francesco Lorusso, un giovane studente
simpatizzante di Lotta continua perde la vita negli scontri con
la polizia. Un conflitto prolungato che porta alla chiusura di
Radio Alice (voce del movimento insieme a Radio popolare
a Milano) e alla radicalizzazione di un conflitto che scuote il
cuore dell’Emilia rossa, spingendo il Pei verso posizioni più
intransigenti nei confronti del nuovo movimento accusato di
essere una forza disgregatrice e violenta che mette a rischio
la tenuta del sistema democratico. Ma la spirale di violenza
è inarrestabile: scontri ripetuti a Roma e a Milano, giovani
che inneggiano alla P38, ritratti in piazza con volto coperto
da passamontagna e pistola tra le mani. I partiti fanno fronte
comune, sostengono le forze dell’ordine nelle dinamiche di una
repressione feroce e frontale. Gruppi d’intellettuali (Jean Paul
Sartre, Michel Foucault, Roland Barthes e tanti altri in Italia
e fuori dai confini nazionali) tentano di offrire una sponda
al movimento temendo che le libertà fondamentali possano
essere violate sotto i colpi della repressione anti-studentesca.
A settembre un convegno sulla repressione a Bologna, dove
la polizia si era macchiata di un terribile episodio di morte,
raccoglie 25 mila giovani. La città mostra un volto dialogante
e comprensivo nonostante il tono di molti slogan gridati in
quei giorni. La violenza non scompare, non viene sconfitta. Al
contrario il suo cammino si rinnova e si rafforza. Lo scontro
non ammette zone franche o rifugi sicuri, il terrorismo affonda
le proprie energie in un contesto radicalizzato e per molti versi
propizio a nuove azioni.
Le Br colpiscono carabinieri, poliziotti, giudici. I terroristi
rifiutano l’idea che li si possa processare con le regole e gli
strumenti del diritto. Tentano la carta del sabotaggio nel pro­
cesso di Torino uccidendo Fulvio Croce che avrebbe dovuto
nominare i difensori d’ufficio contro Renato Curcio e il nucleo
storico dell’organizzazione. Il paese è scosso dalle minacce e
dal clima di terrore che accompagna la costituzione del tribu­
nale: le Br non possono accettare che una forma di giustizia
riconosciuta e riconoscibile. La rivoluzione non ammette poteri
che contrastino con efficacia quando il momento fatidico si
164 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

avvicina. E dopo il magistrato tocca a un giornalista simbolo,


il vicedirettore della «Stampa» di Torino, Carlo Casalegno,
colpito il 16 novembre 1977: morirà qualche giorno dopo8.
Giornali e giornalisti, tribunali e magistrati sono bersagli del
terrore, strumenti dello Stato da colpire, intimorire, ridurre
all’obbedienza e al silenzio. Un disegno che manifesta la
volontà delle Br contro categorie e gruppi, bersagli a rischio
di azioni simboliche o punitive come era capitato a poliziotti
e carabinieri sin dagli inizi dell’offensiva del partito armato.
Non si arresta la crescita della violenza terrorista: gli attentati
del 1977 sono il doppio circa di quelli dell’anno precedente; il
termine «gambizzato» per un ferito agli arti inferiori entra in
uso nell’italiano corrente, mentre l’uscita nelle sale cinemato­
grafiche di Guerre stellari (scritto e diretto da George Lucas)
e il successo che l’accompagna fa sì che l’aggettivo «spaziale»
diventi il più utilizzato del 1978. In quel momento il 97%
delle famiglie possiede un televisore, la Rai trasmette a colori
dal 1977, il 94% ha un frigorifero, il 75% una lavatrice, il
65% un’automobile. Un italiano ogni ventiquattro compra
un quotidiano, mentre un periodico finisce nelle mani di uno
su trenta.
E in questo tumultuoso divenire della società italiana la
scia di sangue non s’interrompe: dirigenti di azienda, giovani
militanti collocati su fronti opposti, giornalisti, capiservizi
della Fiat, poliziotti, un notaio, magistrati, guardie giurate,
un maresciallo di pubblica sicurezza. Questi i caduti tra il
novembre del 1977 e il marzo 1978, alla vigilia dell’inizio della
tragedia Moro. Vittime di una stagione di violenza, spesso
dimenticate o rimosse dal racconto prevalente di quegli anni:
nomi, volti, storie strappate dai tessuti familiari sotto i colpi
della violenza politica. La loro memoria e ricostruzione è un
risultato recente, figlio di un tempo nuovo, del contributo delle
generazioni successive e della voglia di non smarrire tasselli
perduti della nostra collettività.
Torniamo ai giorni immediatamente precedenti l’agguato di
via Fani, quando inizia a Torino il processo contro 48 brigatisti.
Un clima di intimidazione e violenze nei confronti della giuria
popolare che aveva avuto il suo momento più drammatico
nell’uccisione (28 aprile 1977) del presidente dell’ordine degli
avvocati Fulvio Croce a cinque giorni dalla data fissata per
l’udienza (aveva 53 anni). Intimidazioni continue e reiterate;
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 165

il nucleo storico delle Brigate Rosse viene processato e di


conseguenza revoca il mandato affidato ai propri difensori
minacciando di morte chi si fosse prestato a tale ruolo nel
procedimento giudiziario. A pochi giorni dall’agguato all’au­
to di Moro sulle pagine dell’«Espresso» si dà conto di un
documento del gruppo armato che si misura con l’imminente
istanza processuale: Brigate Rosse si farà il processo? Il giudice
popolare si chiama Torino ma le BR promettono un «processo
guerriglia». Il contenuto fa rabbrividire, ma gli argomenti
aiutano a ricostruire un clima lontano e terribile:

Tra otto giorni, il 9 marzo si apre il processo alle Br. Dopo due
rinvìi, dopo due omicidi (del giudice Francesco Coco e dell’avvocato
Fulvio Croce) e dopo il fuggi fuggi di giudici popolari e difensori
d’ufficio, questo processo è diventato una specie di prova del fuoco
per le istituzioni e un saggio generale di coraggio civico.

Le Brigate Rosse vogliono usare i processi penali come


azioni di guerriglia, e di sabotaggio per intimidire chi può
scegliere di stare dall’altra parte. Seminano terrore e violen­
za sperando di poter organizzare un’area di simpatizzanti o
fiancheggiatori. A seguire un passo della posizione brigatista:
«Questo è un processo di regime che ha l’obiettivo pretenzioso
di processare e condannare la rivoluzione comunista. Ma il
processo alla rivoluzione proletaria non è possibile. Ancora una
volta la nostra strategia sarà quella del processo guerriglia»9.
Questo il clima, il linguaggio, le tensioni a pochi giorni
dalla strage che segna il salto di qualità nell’attacco terrorista
alle istituzioni della Repubblica.

2. Il giorno più lungo

Sono le 9 e due minuti di giovedì 16 marzo 1978 quando un


commando di terroristi appostato tra via Fani e via Stresa nel
quartiere Monte Mario di Roma apre il fuoco contro la scorta
del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. E una
strage. Muoiono sul posto Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi,
Domenico Ricci, Giulio Rivera; Francesco Zizzi ferito grave­
mente li seguirà poche ore dopo. Le Brigate Rosse colpiscono
al cuore dello Stato, il paese è scosso dalla notizia che invade
i mezzi di comunicazione nello spazio breve di una mattinata.
166 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

Aldo Moro viene caricato su una Fiat 132 di colore blu che
lo condurrà lontano dal luogo dell’agguato. Da quel momento
diventa un ostaggio in mano ai suoi rapitori, un uomo in balia
delle strategie di un gruppo terroristico convinto di poter rove­
sciare l’ordine costituito attraverso il ricatto e la violenza. Ha
inizio una vicenda che forse non si è mai conclusa del tutto.
Ricerche, interrogativi, comportamenti pubblici e risvolti privati
si sono susseguiti nella notte della Repubblica che si conclude
con l’uccisione dell’ostaggio. Le lunghe ombre di quella sta­
gione ormai lontana si spingono fino ai nostri giorni. Storici,
giornalisti, giudici, protagonisti e comprimari hanno cercato
di squarciare il velo delle ipotesi cercando verità e conferme.
Molto si sa grazie al lavoro di tanti, giudizi e interpretazioni
si sono fatti strada, spesso a fatica, contro l’inerzia del tempo
che passa inesorabile. Rimangono grandi interrogativi, versioni
che non collimano, compromissioni di livelli oscuri, contiguità
con settori dello Stato e uomini dei servizi che non hanno
trovato nello sforzo per raggiungere la verità le adeguate ri­
sposte10. Ma quella giornata ha segnato un tempo, scandito in
un prima e in un poi. Chi c’era si ricorda il momento in cui è
stato raggiunto dalla forza dirompente della notizia: «Hanno
rapito M oro!». Chi è venuto dopo ha cercato di riprendere il
filo della narrazione: guardarsi indietro per tentare di compren­
dere un evento così traumatico per una comunità nazionale.
Il caso Moro racchiude dinamiche certe e punti interro­
gativi, situazioni verificate con ipotesi appena tratteggiate. La
verità delle aule giudiziarie si affianca e si sovrappone a un
giudizio storico che da quella mattina si muove fino a coin­
volgere cesure e continuità della storia della Repubblica. Lo
shock del momento non si è perso con la crescita della distan­
za dagli eventi, come in un terribile gioco dell’oca si torna
facilmente al punto di partenza a quella rottura così trauma­
tica che tiene un intero paese con il fiato sospeso suscitando
al tempo stesso paura e partecipazione. Il timore che la vio­
lenza possa avere il sopravvento viene associato alla ricerca di
una partecipazione individuale o collettiva alla tragedia che si
consuma in meno di due mesi. L’Italia si ferma, inchiodata
alle strettoie di un tempo così difficile e si prepara nel suo
insieme a vivere un’esperienza dagli esiti imprevedibili. In
poche settimane si modificano assetti e consuetudini che sem­
bravano intoccabili.
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 167

I numeri ci aiutano a definire i confini di una partecipa­


zione diffusa e radicata. Numeri sostenuti e alimentati dalle
straordinarie potenzialità del sistema della comunicazione.
La definizione di giorno più lungo, per il 16 marzo 1978, si
riferisce all’impatto deH’informazione e alla sua capacità di
entrare direttamente nelle case e nelle vite di tanti italiani per
un arco di tempo prolungato e stabile. Ma la durata di quella
cesura si dilata fino a coprire una lunga fase della storia della
Repubblica. L’impatto assomiglia a un vero e proprio shock
collettivo, anche i mezzi di comunicazione entrano a far parte
della scena della tragedia, diventano una componente essenziale
del percorso dei 55 giorni. Si delinea da subito una dicoto­
mia tra i fatti che accadono e i messaggi che trasmettono gli
eventi alla popolazione: un paese con il fiato sospeso cerca
notizie, in bianco e nero o a colori, aggiornamenti e possibili
rassicurazioni. Le immagini dalla televisione si stampano nelle
memorie di chi le guarda; per quella generazione l’effetto è
paragonabile ai mondiali di calcio del 1978 o a quelli spagnoli
di quattro anni dopo; se ci avviciniamo al nostro presente
l’attentato alle torri gemelle di Manhattan provoca emozioni
simili: ci si ricorda dove ci ha raggiunto la notizia e il tempo
trascorso nella ricerca continua di aggiornamenti, immagini e
reportage da New York.
Ma torniamo al 16 marzo 1978 e all’impatto di quella terri­
bile giornata. Alle 12 e 30 del 16 marzo sono sintonizzati sugli
speciali del T gl 5 milioni e mezzo d’italiani che diventano più
del doppio (11 milioni e 300 mila) per il telegiornale dell’una.
Lo stesso notiziario il giorno prima aveva avuto circa 3 milioni
e 300 mila spettatori sintonizzati. Un balzo che riflette il livello
di tensione che attraversa il paese. I telegiornali della sera
nel momento del discorso alla nazione del capo del governo
sfiorano i 28 milioni di telespettatori (quasi 10 milioni in più
di una giornata normale di allora). Se ai dati della prima rete
Rai sommiamo gli spettatori di Rai 2, si tocca la cifra dei 30
milioni di italiani che seguono le news della sera sulla vicenda
Moro. La notizia monopolizza radio, televisione e carta stam­
pata; quasi 45 milioni di persone (solo dal mezzo televisivo)
cercano di capire cosa sia successo e cosa li attende. Ma da
quel momento l’attenzione non si spegne, non si consuma
nello spazio di qualche giorno o di alcuni telegiornali. La
curva dell’attenzione rimane accesa, quasi costante. Le punte
168 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

più alte si registrano durante le false notizie che accompa­


gnano le indagini (luoghi segnalati, ritrovamenti presunti) o
nelle reazioni alle lettere che il prigioniero spedisce a settori e
uomini della classe dirigente. A seguire l’epilogo drammatico
di maggio 1978, le immagini del ritrovamento del corpo dello
statista, del dolore e della sconfitta nelle varie edizioni dei Tg,
oltre 15 ore con le dirette da via Caetani: quasi 10 milioni di
spettatori nel pomeriggio e il picco più alto di oltre 33 milioni
per i notiziari della sera.
Per 55 giorni si snodano i confronti tra fermezza e tratta­
tiva, tra chi difende una posizione intransigente da parte dello
Stato e chi invece vorrebbe verificare spazi e compatibilità di
un’interlocuzione con i terroristi11. E nella difesa di una comu­
nità minacciata un ruolo di primo piano viene assegnato ai più
piccoli, a chi riceve le notizie senza mediazioni, a chi può essere
facilmente spaventato o terrorizzato dalla minaccia terrorista.
E a questo livello emerge la funzione del sistema scolastico
come straordinario canale di trasmissione di idee, messaggi,
informazioni. Messaggi dei giovani studenti delle scuole italiane
che giungono a casa Moro da ogni angolo della penisola: temi
in classe, disegni, pensieri e riflessioni spesso accompagnati
da una lettera di maestre che presentano finalità e obiettivi
del lavoro dei propri alunni. I canali di diffusione rimangono
in prevalenza la televisione e le conversazioni in famiglia (oggi
sarebbe molto diverso visto che l’accesso alle notizie anche
quelle di altro genere passa per altre tipologie di media)12.
E la normalità che viene meno, la rottura di quel giorno
irrompe nelle vite di tutti cambiando abitudini e consuetudini.
La violenza entra in confini che erano rimasti protetti. Persino
i bambini attraverso i propri temi o disegni avvertono che il
momento è delicato e difficile. Non è certo poca cosa. E quanta
distanza dalle stridenti proposizioni di chi pensa che si possa
organizzare un consenso più o meno diffuso sull’ipotesi di un
salto di qualità nella lotta armata, sul coinvolgimento possi­
bile di aspiranti rivoluzionari. Un delirio di argomentazioni e
analisi che si trascina per anni e decenni e che viene smentito
clamorosamente tanto dalle reazioni spontanee quanto dalle
forme organizzate di risposta all’attacco al cuore dello Stato.
Dopo la strage e il sequestro ha inizio una lunga rincorsa
alle notizie, agli spiragli di possibilità e ottimismo. Difficile
immaginare quale potrà essere l’ultima scena del dramma e
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 169

per alcuni giorni l’orizzonte rimane segnato dalle ipotesi di


una conclusione non traumatica della vicenda, attraverso il
possibile ritorno a casa dell’ostaggio. Si alternano speranze,
tracce di presenza, lettere e segni che Moro manda dalla sua
condizione di recluso con le notizie di una difficile e contrad­
dittoria ricerca. Mobilitazione generale di un paese alle prese
con una prova inedita che viene scosso dalle comunicazioni
che dal carcere del popolo (questo il linguaggio sinistro delle
Brigate Rosse) giungono ai diversi destinatari, a quegli uomini
della classe dirigente scelti da Moro come interlocutori, con­
fidenti, ricettori di messaggi e comunicazioni rilevanti. Non è
questa la sede per riprendere e analizzare le lettere di Moro
dalla prigionia né le pagine straordinarie e inquietanti del suo
memoriale costituito in larga parte dal dialogo con i propri
carcerieri e segnato da peripezie e misteri insoluti (nascondigli e
ritrovamenti a distanza di anni). Anche questo aspetto ha avuto
le giuste attenzioni di storici, studiosi, magistrati, giornalisti
attenti che hanno ricostruito il contesto, la forma e i contenuti
della scrittura di Moro nelle settimane durante le quali è stato
in mano alle Brigate Rosse. Non mancano interrogativi e ipotesi
non verificate, ma la conoscenza di quelle carte permette oggi
giudizi e analisi profonde (antidoto efficace contro ideologie
o dietrologie di comodo) anche sui risvolti del suo sguardo
lucido sull’Italia di allora e sulle premesse di lungo periodo
della storia della Repubblica che finiscono sotto la sua lente
d’ingrandimento13.
Le prime ore sono quelle della riorganizzazione delle forze
dello Stato per tentare una qualche risposta immediata. Il 16
mattina alle 11.30 viene insediato al Viminale il Comitato po­
litico tecnico operativo con il compito di coordinare l’azione
per la ricerca e la liberazione di Moro. Il gruppo è presieduto
dal ministro deH’Interno Francesco Cossiga; ne fanno parte
due sottosegretari (Interni e Difesa), i vertici delle forze di
polizia, dei servizi di sicurezza e delle forze armate. I primi
passi vedono la distribuzione di fotografie relative a brigatisti
latitanti o ricercati. Un lungo elenco consegnato alla stampa e
ai mezzi di comunicazione: si apre così un dialogo di reciproca
collaborazione. Tra loro troviamo cinque brigatisti coinvolti
nell’azione della mattina, ma il lungo elenco non permette
di restringere l’osservazione su biografie attendibili. Ore di
frenetico attivismo delle forze dell’ordine: viene segnalata la
170 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

seconda delle tre macchine utilizzate per l’agguato, una Fiat 128
bianca rinvenuta a pochi minuti da via Fani. La prima - una
Fiat 132 - di colore blu era stata abbandonata dai brigatisti la
mattina del 16 marzo in via Licinio Calvo. A seguire iniziano le
perquisizioni di luoghi o presunti nascondigli con scarsi risultati.
Sabato 17 marzo una telefonata anonima al «Messaggero» di
Roma permette di recuperare il comunicato numero 1 delle
Brigate Rosse con un’istantanea di Moro prigioniero. La foto
dell’ostaggio con il volto segnato dalla sofferenza diventa il
simbolo di una ricerca possibile, l’obiettivo di energie che si
mobilitano. Nel tardo pomeriggio di quel sabato di marzo nella
capitale entrano in funzione contemporaneamente 32 posti
di blocco gestiti dall’esercito, dai carabinieri, dalla guardia
di finanza e dalla polizia. Il territorio sottoposto a controlli e
presenze visibili viene richiamato e descritto in molte lettere
che arrivano a casa Moro in quelle settimane. La quotidia­
nità modificata dall’evento traumatico, il segno tangibile nei
percorsi di ogni giorno che qualcosa stava avvenendo, che la
ricerca era in corso. E di converso si allontana il ritorno alla
normalità. Ogni giorno vengono mobilitati dai 30 ai 40 ufficiali,
80 sottoufficiali e tra i 620 e 640 militari dei carabinieri; 40
ufficiali, 80 sottoufficiali e oltre mille effettivi dell’esercito; un
numero imprecisato di uomini della guardia di finanza e 157
agenti di polizia. Uno sforzo collettivo che al di là dei limiti di
coordinamento e dei punti interrogativi che ne accompagnano
segmenti importanti dell’operato (basti il richiamo alle mancate
perquisizioni di potenziali nascondigli o alla composizione e
alle scelte del Comitato politico tecnico organizzativo), non
poteva passare inosservato. L’incontro con uomini in divisa
che perquisiscono macchine e moto è il segno di un tempo
nuovo, la ferita di un’emergenza che non ammette zone franche
e coinvolge persino le emozioni individuali.
Nella prima domenica dopo la strage il pontefice entra tra
i protagonisti della dialettica tra le parti: ostaggio, carcerieri,
classe dirigente e opinione pubblica. Durante la preghiera
dell’Angelus il primo appello di Paolo VI: «Preghiamo per
l’onorevole Aldo Moro, a noi caro, sequestrato in un vile ag­
guato, con un accorato appello affinché sia restituito ai suoi
cari». La sera della domenica, mentre i Tg mandano in onda
le parole accorate del papa viene ritrovata la terza auto, una
Fiat 128 blu rubata utilizzata per la fuga delle Br da via Fani.
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 171

È parcheggiata in via Licinio Calvo, zona limitrofa all’agguato.


E le attenzioni tornano sul luogo del sequestro e sulle zone
attigue. Il quartiere viene setacciato e semiparalizzato con
disagi e preoccupazioni crescenti.
Sono i segni di una dialettica che percorre i 55 giorni;
una forma di confronto manifesto tra le ragioni della vita e la
ferocia della violenza. In fondo quel salto di qualità nell’azione
terroristica aveva rotto ogni argine, reso possibile ciò che fino
ad allora era soltanto un’ipotesi remota o una minaccia senza
riscontri plausibili. E a poco più di una settimana dall’eccidio
su parte della stampa della sinistra extraparlamentare viene
coniato e diffuso lo slogan «N é con lo Stato né con le Br»
come scelta distintiva di chi non si riconosce nella contrap­
posizione tra la violenza armata dei brigatisti e la difesa delle
istituzioni democratiche14. In pochi giorni la vicenda Moro e
la condizione di ostaggio che comunica attraverso messaggi
recapitati all’esterno diventa un punto di osservazione sulle
dinamiche di un paese prigioniero di paure e conflittualità15.
Il 29 marzo 1978 i brigatisti contattano telefonicamente il
capo della segreteria politica di Moro, Nicola Rana. Sono sette
fogli manoscritti dal prigioniero l’oggetto della telefonata: il
primo è diretto allo stesso Rana, il secondo alla moglie Eleonora
e dal terzo foglio inizia un lungo messaggio rivolto al ministro
degli Interni. Gli appunti del prigioniero scuotono il palazzo,
la Repubblica è in balia degli eventi, la sorte di Moro condi­
ziona e definisce appartenenze e scelte di campo: trattare con
gli assassini per cercare una via d’uscita o rilanciare le ragioni
dell’intransigenza dello Stato democratico. Un’alternativa che
si rafforza nel corso di quelle settimane cruciali, un bivio che
rischia di semplificare il quadro delle possibilità e dei significati
sottesi alle prese di posizione in pubblico.
La maggioranza della classe politica e di governo sostiene
la fermezza a fronte delle ragioni di una possibile trattativa
con le Br. Il 2 aprile durante il 41° Congresso nazionale il
leader del Psi Bettino Craxi si dice favorevole alla linea del
rifiuto dell’interlocuzione con i brigatisti, pur mostrandosi
interessato all’apertura di uno spazio possibile per dialogare:
«se dovesse affiorare un margine ragionevole di trattativa,
questo non dovrebbe essere distrutto pregiudizialmente». Sono
trascorse poco più di due settimane dall’agguato di via Fani.
La dialettica politica tende a comporre schieramenti definiti. Il
172 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

giorno dopo la chiusura del Congresso socialista il vertice dei


partiti che sostengono la maggioranza licenzia un comunicato
congiunto: «E stata riscontrata una concorde valutazione sulla
situazione e sugli atteggiamenti da adottare»; la linea della
fermezza trova una sua chiara conferma16. Il giorno successi­
vo il presidente del Consiglio Giulio Andreotti si presenta in
Parlamento per rispondere alle decine di interrogazioni sulle
dinamiche del sequestro e sugli indirizzi dell’azione dell’e­
secutivo. In simultanea con il dibattito parlamentare le Br
diffondono il loro quarto comunicato e una lettera che Moro
indirizza al segretario della De Benigno Zaccagnini. Le parole
di Andreotti - unite all’accorato appello di Moro ai vertici
del suo partito - aumentano sconforto e preoccupazione: «Il
governo manca di sicuri elementi conoscitivi sui responsabili
e sul tenebroso luogo dove è tenuto sequestrato l’onorevole
M oro»17. Una conferma di quella confusione diffusa: si naviga
a vista immaginando a fatica le prospettive all’orizzonte. Non
è un caso se il giorno dopo - mercoledì 5 aprile 1978 - Aldo
Moro inizia a scrivere le prime frasi del proprio testamento
politico, intuisce la gravità di una situazione che rischia di
avvitarsi su sé stessa. I familiari incontrano Zaccagnini ma
senza costrutto, la linea della fermezza rimane prioritaria. Il
destino dell’ostaggio subordinato alle dinamiche di un quadro
politico senza sbocchi o prospettive. Il segretario del Pei Enrico
Berlinguer ribadisce la sua linea di fondo: esplorare le strade
possibili per salvare Moro senza violare l’ordinamento dello
Stato o riconoscere politicamente l’interlocuzione con l’orga­
nizzazione terroristica. Il segretario socialista sonda il terreno
di una possibile trattativa, si propone di valutare l’ipotesi di
un intermediario, un contatto diretto con i brigatisti. La De fa
muro, si appella alle responsabilità istituzionali ribadendo la
necessità di preservare e rafforzare il terreno di una risposta
comune e condivisa.
Moro alza il tiro delle polemiche reprimende; lo scudo­
crociato diventa un bersaglio di analisi e riflessioni che il
prigioniero indirizza ai suoi compagni di partito e amici. A
quasi un mese dalla strage, la direzione della De (il 13 apri­
le) approva unanime la linea della fermezza sottolineando la
necessità di non lasciare inesplorata nessuna strada che possa
restituire Moro «alla famiglia, al paese, al partito»18. Solo due
giorni dopo giunge la doccia fredda del comunicato numero
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 173

6 delle Brigate Rosse che segnala la fine dell’interrogatorio e


la successiva sentenza di condanna a morte. I toni diventano
più minacciosi: non si escludono gli scenari peggiori, tutto
può succedere e il tempo stringe, non è consentito tergiver­
sare. Poche ore per un nuovo vertice della De - domenica 16
aprile - che conferma la linea della fermezza, ma apre la strada
a una possibilità remota e difficile: quella di salvare l’ostaggio
privilegiando un’azione umanitaria, senza considerare quindi
10 spessore politico dell’uomo nelle mani dei terroristi. Una
distinzione sottile e ambigua che chiama in causa possibili
protagonisti di un tal gesto, in una possibile e delicata svolta
della vicenda: organizzazioni umanitarie, Santa Sede, personalità
internazionali di alto profilo.
Il fronte delle indagini procede senza particolari risultati:
si alternano voci e conferme su comunicati delle Br di dub­
bia provenienza mentre si snodano perquisizioni in luoghi
improbabili e laghi ghiacciati e mancate perquisizioni di
appartamenti rivelatisi a distanza di tempo covi utilizzati dai
brigatisti. Il fuoco dei terroristi non si interrompe neppure
nel punto più alto della conflittualità con lo Stato: l’i l aprile
viene ucciso a Torino l’agente di custodia Lorenzo Cutugno,
11 19 dello stesso mese viene colpita a Roma nella caserma dei
carabinieri di Ponte Salario l’auto del generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa responsabile dei servizi di vigilanza delle carceri,
il giorno successivo il maresciallo Francesco Di Cataldo, vice­
comandante degli agenti di custodia del carcere milanese di
San Vittore, cade sotto i colpi della colonna brigatista «Walter
Alasia». Tensioni e conflittualità che accompagnano le giornate
del sequestro in un continuo spostamento di attenzione tra le
vicende di Moro e della sua difficile ricerca e il quadro più
ampio dell’offensiva del partito armato.
Durante gli attentati a Roma, Torino e Milano della seconda
metà di aprile in tanti si domandano se Moro sia ancora in vita,
se quella sentenza di condanna abbia effettivamente posto la
parola fine alle apprensioni di coloro che sperano in un finale
diverso. Il 20 aprile poco dopo mezzogiorno un segno tangibile
della condizione dell’ostaggio. Dopo la consueta telefonata
anonima in un cestino dei rifiuti viene rinvenuto il comunicato
numero 7 delle Br accompagnato da una foto ritratto di Moro
con una copia del quotidiano «la Repubblica» del 19 aprile
1978. L’ostaggio è vivo, la foto è il segno che rimette in gioco
174 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

possibilità e scenari. Farlo vedere in quella condizione significa


voler aprire uno spazio, verificare le intenzioni della contro­
parte. I brigatisti chiedono di procedere alla scarcerazione di
«prigionieri comunisti» in un arco di tempo definito «48 ore
alla De e al suo governo» prima di procedere sulla via della
condanna a morte del prigioniero. La foto di Moro fa il giro
del mondo e rompe quella attesa incerta e sospesa.
Moro è vivo e da qui si può ripartire. Sono ore frenetiche.
Il prigioniero scrive a Zaccagnini e al papa. Sullo sfondo prende
corpo lo schieramento della trattativa mentre si analizzano le
nuove lettere di Moro. La De appare frastornata e in balia
degli eventi: le lettere di Moro sono un terremoto, lo spiraglio
per trattare difficile e pericoloso, le divisioni interne sembrano
avere la meglio sulla possibilità di aprire una riflessione di
merito. L’impressione è che si vada verso un vicolo cieco: lo
scambio viene bocciato da tutti i possibili interlocutori (anche
la direzione socialista del 21 aprile prende le distanze), da più
parti giungono appelli per esplorare altre strade ma il tempo
rimane sospeso tra la realtà della condizione di Moro e le pos­
sibilità che qualcosa possa modificarne la situazione. Le scarse
possibilità di una svolta umanitaria (per dirla con i toni e il
linguaggio di allora) sono nelle mani del pontefice e della sua
iniziativa che sceglie la famiglia come principale interlocuzione
e si rivolge direttamente ai terroristi, in una qualche misura
li riconosce come destinatari di messaggi e appelli accorati.
Il giorno della scadenza dell’ultimatum brigatista (sabato 22
aprile), «L’Osservatore Romano» pubblica l’appello di Paolo
VI alle Br, anche il linguaggio segna il passaggio a una fase
nuova della dialettica tra le parti. La prima frase rompe l’in­
dugio dell’ufficialità ingessata:

Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse: restituite alla libertà,


alla sua famiglia, alla vita civile l’onorevole Moro. Io non vi conosco
e non ho modo di avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo
pubblicamente e profittando del margine di tempo che rimane alla
scadenza della minaccia di morte che voi avete annunciato contro di
lui. [...] Ed è in questo nome supremo di Cristo, che io mi rivolgo a
voi, che certamente non lo ignorate, a voi, ignoti e implacabili avversari
di questo uomo degno e innocente; e vi prego in ginocchio, liberate
l’onorevole Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto
per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della
sua dignità di comune fratello in umanità [...]” .
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 175

Paolo VI nella preghiera della domenica successiva da


piazza San Pietro pronuncia le parole che meglio restituisco­
no il clima di paura che attanaglia il paese: «D i Aldo Moro
nessun’altra notizia. Abbiamo trepidato, ieri, alla scadenza
dell’ora fissata dagli uomini autocostituitisi giudici unilaterali e
carnefici, e trepidiamo ancora, sempre aspettando e pregando
che sia risparmiata la consumazione del criminale annunciato
misfatto». E a partire da questo momento la dimensione della
vicenda diventa pienamente internazionale. Il presidente di
turno del Consiglio di sicurezza dell’Onu, David Young, dai
microfoni del G rl (il 24 aprile) si rivolge ai carcerieri chie­
dendo loro di «consentire di riavere Aldo Moro vivo, come
una visibile prova di considerazione per il genere umano» e il
giorno successivo è la volta del segretario generale delle Nazioni
Unite Kurt Waldheim collegato in diretta da New York via
satellite sulle reti Rai. Moro scrive ancora a Zaccagnini e si
alzano - soprattutto dall’interno della De - voci che mettono in
discussione l’autenticità delle lettere, parlando di Moro «come
di un condannato a morte che pare scrivere sotto dettatura»20.
E una questione nota, ampliamente dibattuta e controversa che
riguarda lo stato del prigioniero e la sua libertà di scrivere,
pensare, comunicare21.
Le Br continuano a uccidere e gambizzare; la spirale di
sangue non s’interrompe mentre la famiglia Moro cerca spiragli
o appigli per continuare a sperare. La voce di Moro non si
spegne. Ancora una lettera che «Il Messaggero» pubblica il
29 aprile, rivolta alla De e alle responsabilità del partito nella
difficile gestione della vicenda. E nella stessa giornata si rivol­
ge a diversi destinatari: vertici delle istituzioni, esponenti di
punta della De e di altre forze politiche. Alla fine di aprile il
contatto con le Br diventa una minaccia incombente. Il capo
del commando brigatista Mario Moretti chiama a casa Moro
per segnalare che il tempo è scaduto e che «il problema è
politico, e a questo punto deve intervenire la De. Abbiamo
insistito moltissimo su questo, è l’unica maniera in cui si può
arrivare a una trattativa. Noi abbiamo già preso una decisione,
nelle prossime ore accadrà l’inevitabile. Non possiamo fare
altrimenti»22. Linguaggio minaccioso, terminologia intrisa di
un politichese figlio del tempo. La De riunisce il vertice come
da richiesta del prigioniero in una sua lettera; una delegazione
del Partito socialista prende in considerazione l’ipotesi di una
176 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

grazia per scarcerare detenuti che potrebbe rilanciare una


dimensione umanitaria del confronto. Nulla di fatto, troppo
stretto lo spazio per trattare, ambigue le ricadute di una so­
luzione concordata.
Giovedì 4 maggio dalle Br giunge notizia dell’imminente
uccisione dell’ostaggio: l’interrogatorio sarebbe quindi con­
cluso secondo le terribili parole del comunicato n. 9 diffuso
dai brigatisti a Roma, Milano, Genova e Torino. Il cerchio si
stringe, il ministro della Giustizia Bonifacio sonda la possibilità
di procedere sulla strada dello scambio «uno contro uno»,
verificandone la praticabilità giuridica (incerta) e l’effettiva
volontà delle Br (inesistente). La cosiddetta soluzione uma­
nitaria non ha spazi né volontà esplicite o basi concrete che
possano davvero sostenerla e promuoverla.
Troppo tardi. Alle 13 e 50 il cadavere di Aldo Moro viene
segnalato e fatto trovare nel centro di Roma, in via Caetani, tra
piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure nel bagagliaio di
una Renault 4 rossa. 155 giorni si chiudono nel modo peggiore,
la tragedia diventa realtà, il dibattito sulle trattative possibili,
sui messaggi recapitati, sulle posizioni dei protagonisti lascia il
posto al dolore e al silenzio. L’azione dello Stato non ha sortito
effetto. Le cifre di un’imponente mobilitazione che emergono
dal lavoro di analisi delle commissioni parlamentari d’inchie­
sta appaiono inutili e dolorose: 72.460 posti di blocco (6.296
nei dintorni della capitale), 37.702 perquisizioni domiciliari
(6.933 a Roma), 6.413.713 persone individuate e controllate
(167.409 a Roma), 3.383.123 ispezioni di autoveicoli (95.572
nelle strade della capitale).

3. Inombra di Moro

L’epilogo tragico riassume la narrazione dell’itinerario di un


paese che dal 9 maggio si sveglia incredulo e smarrito; sente
che parte del proprio bagaglio di valori e obiettivi condivisi
può essere messo in discussione, piegato e sconfitto dai ricatti
della violenza. Nelle settimane difficili della primavera 1978
da più parti si fa appello alla mobilitazione diffusa in chiave
antiterrorismo: le piazze piene con bandiere di colori diversi,
la scelta di non chiudersi in ripari solitari, la condivisione di
un percorso comune difficile ma praticabile alla fine del quale
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 177

si potrà - insieme - festeggiare la sconfitta delle violenze. La


politica di tutti contro la violenza di pochi, la difesa del solco
di un tracciato collettivo come principale antidoto alla cultura
della rivoluzione, dello strappo necessario e rigenerante. E
come avviene talvolta nei momenti più difficili, nelle cesure di
una storia che coinvolge tutte e tutti, la risposta si manifesta
nei modi più diversi: spontanea o organizzata, dall’alto o dal
basso. Come un unico disegno di segmenti e appartenenze che
si sfiorano fino a potersi toccare rilanciando le ragioni e i destini
di una comunità nazionale. Forse proprio questa ricchezza, la
complessa e vivace reazione di quei giorni, si è smarrita con il
tempo e con i duri responsi della realtà. Ritrovare le ragioni
comuni, tracciare una rotta che chiarisca direzioni di marcia
e possibilità, limiti presenti e opportunità da costruire rimane
una condizione per irrobustire il tessuto di una democrazia
partecipativa. Un paese perduto in un passato lontano, che nel
corso del tempo ha modificato alcuni elementi di base: l’inclu­
sione in strutture collettive, la stratificazione di appartenenze e
condivisioni, la forza coinvolgente di una narrazione comune,
di un sentirsi parte di qualcosa che è in grado di travalicare
confini e perimetri stabiliti23. Molti studiosi hanno sostenuto
e scritto che da quel momento tutto diventa più difficile, un
tornante cruciale: un’eredità incerta di una stagione ben più
lontana di quanto non ci dicano gli anni che ci separano dalla
conclusione del decennio e dall’impatto di quella Renault rossa
parcheggiata nel centro di Roma. Dal giorno del ritrovamento
del corpo di Moro l’attenzione si sposta sul tessuto che unisce
una comunità, sui rischi delle lacerazioni e sulle possibilità
di mantenerlo in vita nonostante tutto, magari cercando di
proteggerlo o rafforzarlo. È come se si vedesse in chiaroscuro
un conflitto profondo che muove i primi passi, si manifesta
senza dare ancora lo scossone che maturerà negli anni e nei
decenni successivi. A ben guardare si apre l’inizio di quella
clamorosa divaricazione tra il paese e il palazzo, tra le forme
codificate della politica e le dinamiche di una partecipazione
che prende nuove strade, spesso in conflitto più o meno con­
sapevole con le forme costituite. Per molti storici, analisti e
osservatori del percorso della Repubblica si tratta di un crinale
decisivo, un punto di non ritorno: la discontinuità con il pas­
sato si conferma e si consolida nel tempo; quella cesura che
si manifesta prenderà nuove strade: incomunicabilità, crisi dei
178 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

soggetti della partecipazione (i partiti), prevalere di logiche e


comportamenti individualistici (in senso deteriore), le premesse
di quella che superficialmente si chiama antipolitica, il peso
delle fratture generazionali che metteranno in discussione le
forme del welfare all’italiana24.
Si tratta dell’inizio della fine di un mondo, di un equilibrio
politico e istituzionale, di un rapporto tra cittadini e istituzioni,
di una rappresentatività inclusiva delle forme che la politica
e la democrazia post-bellica avevano assunto. Paradossale ma
non troppo il fatto che la voce più lucida e autorevole, chi
meglio di altri ha messo a fuoco l’esaurimento di un’intera fase,
di una parabola di crescita, sviluppo, diffusione di benessere
e ricchezza sia proprio Aldo Moro in diverse occasioni e con
lungimiranza e puntualità in vari passaggi delle sue dense pagine
durante la prigionia. Moro vede i limiti, le incongruenze, le
difficoltà strutturali di un cammino che è diventato difficile,
affannoso, spesso irto di ostacoli insormontabili. La sua voce
di denuncia chiama in causa molti, nel contesto della tragedia
che lo colpisce diventa un richiamo inascoltato a responsabilità
individuali e collettive, il suo sguardo attento scruta l’oriz­
zonte lasciando come eredità ipotesi incerte e complicate. Un
cammino difficile per una comunità nazionale minacciata da
due versanti: piegata e in difficoltà sotto i colpi di un feroce
attacco terroristico senza precedenti, nelle dinamiche di una
crisi (o almeno i primi sintomi di difficoltà) dei suoi punti di
riferimento, dei cardini che ne avevano garantito la tenuta e
la credibilità.
Il crinale tra la fine degli anni Settanta e il decennio
successivo è un passaggio risolutivo, una svolta irreversibile.
Con questa chiave interpretativa studiosi di diverse ispirazioni
hanno letto la cerimonia funebre dedicata ad Aldo Moro in
San Giovanni in Laterano quasi come fosse un «funerale della
Repubblica», fuori dai confini nazionali, in territorio vatica­
no. Un estremo saluto quello del 13 maggio 1978 che chiude
un’epoca, una fase intera del lungo dopoguerra italiano. Tra
gli altri ne ha scritto Piero Craveri più di vent’anni fa: nella
basilica sono «disordinatamente stipati pressoché tutti i notabili
della Repubblica»; la figura centrale del pontefice

faceva da singolare contrasto con fimmagine anonima del pubblico


illustre che occupava la navata della Chiesa. Poteva ben dirsi che lì,
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 17 9

in un momento così drammatico e significativo, la Repubblica era


scomparsa, senza più immagine e parola, e il suo posto era interamente
occupato dal rito solenne della Chiesa di Roma25.

Un funerale senza feretro, con la famiglia che si ritrae a


protezione dei propri spazi di dolore privato; basti il richiamo
alla scena finale del film Buongiorno notte di Marco Belloc­
chio - girato nel 2003 a venticinque anni da quegli avveni­
menti - con lo stridente contrasto nelle espressioni dei volti di
protagonisti inquadrati durante l’omelia di Paolo VP6. Le parole
del vecchio pontefice in tono colloquiale sono un invito a chi
osserva sgomento la conclusione della vicenda: «Fa che noi tutti
raccogliamo nel puro sudario della sua nobile memoria l’eredità
superstite della sua retta coscienza, [...] della sua dedizione
alla redenzione civile e spirituale della diletta Nazione»27. In
quei giorni in tanti scrissero che la Repubblica non sarebbe
rimasta la stessa. Giuseppe Saragat usò parole inequivocabili:
«Accanto al cadavere di Moro c’è anche quello della prima
Repubblica». Eugenio Scalfari in un dialogo dai toni preoccu­
pati, figlio della cesura di quelle giornate e dei timori che la
situazione potesse precipitare: «Quello che Saragat teme può
diventare realtà solo se tutti insieme non affronteremo l’opera
di rifondare la prima Repubblica. Al di fuori di questo obiet­
tivo non c’è che l’avventura della guerra civile». La penna di
Luigi Pintor dalle colonne del «manifesto» va dritta al cuore
del problema spalancato dall’epilogo delVaffaire Moro: «Ora
questa società e questo Stato non possono più restare come
erano e sono, neanche se lo volessero: se non cambieranno in
meglio periranno»28. E a questo punto le strade si dividono
tra chi pensa che molto possa e debba cambiare e chi invece
tutto sommato privilegia la chiave della continuità come se
si potesse assorbire il colpo e proseguire secondo l’analisi di
Paul Ginsborg «grosso modo nella stessa maniera di prima»29.
Ma l’illusione di uscirne in modo surrettizio o gattopardesco
(cambiare tutto a parole perché nulla cambi) fa presto i conti
con il peso di un’assenza e con le difficili strettoie di un sistema
politico incapace di rinnovarsi nel profondo. «Il funerale di
Moro - scrive Andrea Riccardi - anche nella sua drammatica
solennità mette in luce come quell’assassinio rappresentò
forse il momento più tragico della storia repubblicana»30, lo
spartiacque del disfacimento inarrestabile dell’Italia cattolica.
180 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

Il leader De viene sepolto nel piccolo cimitero di Torrita


Tiberina, pochi chilometri a nord della capitale. Una piccola
cerimonia, in forma privata lontano dalle attenzioni dei media
e dagli sguardi di protagonisti imbarazzati. Uniche eccezioni
ammesse il presidente del Senato Amintore Fanfani e il sot­
tosegretario alla Marina mercantile Vito Rosa. Nessuna ma­
nifestazione pubblica o cerimonia, nessun discorso ufficiale,
niente lutto nazionale o funerali di Stato. La famiglia si chiude
nel silenzio e chiede silenzio dopo che un fiume di parole non
era riuscito a salvare la vita dell’ostaggio. Due cerimonie così
distanti: l’ufficialità incerta della basilica di San Giovanni in
Laterano e il piccolo cimitero del comune dell’alto Lazio, in
Sabina (meno di mille abitanti allora, con il municipio che oggi
è sito in Largo 16 marzo 1978). Un saluto che non chiude le
spinte alla partecipazione e le attenzioni di tanti italiani.
Il testo della targa che il comune di Roma appone nel
primo anniversario della morte a via Caetani sul muro che
fiancheggia il luogo dove venne posteggiata la Renault rossa è
attraversato dalla stessa tensione: contributo alla democrazia,
lucida intelligenza, rettitudine morale e squisita sensibilità
umana. Lo scrive un raffinato storico del cristianesimo e dell’età
medievale, senatore indipendente eletto nelle liste del Pei, Paolo
Brezzi, su invito del sindaco di Roma Argan, suo compagno
di studi negli anni torinesi. La dignità della persona risalta
come cifra che distingue Aldo Moro nell’itinerario dell’Italia
post-fascista. Una biografia che attraversa la parabola della
Repubblica a partire dai primi passi e dalla scelta irreversi­
bile di operare a favore di un allargamento delle basi della
democrazia italiana: accentuare il carattere inclusivo, favorire
l’ingresso nel processo decisionale di tanti che erano rimasti ai
margini, esclusi o dimenticati. Giovane deputato democristia­
no all’Assemblea costituente, fa parte della sottocommissione
per i diritti dell’uomo e dei cittadini, incaricata tra l’altro di
redigere il testo dell’articolo 2 della Carta costituzionale con il
quale la «Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili
dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali»31. Il
suo terribile omicidio è un colpo violento alla capacità del siste­
ma di mantenere inviolato il confine del rispetto e della tutela
della vita: l’attacco al cuore dello Stato mette in discussione
l’intera tenuta di un equilibrio politico e istituzionale. Il tempo
e la distanza dagli eventi hanno chiarito la portata di quella
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 181

discontinuità, il peso di un passaggio così destabilizzante. Per


la verità alcuni avevano colto già allora i segni di un tornante
storico senza precedenti, capace di definire un prima e un poi
nel cammino dell’Italia repubblicana.
Sono sorprendenti fino ad apparire senza tempo, o sospese
in un tempo senza limiti le parole con le quali uno storico del
calibro di George Mosse affronta l’impostazione di Moro e il
suo lascito nel cammino della democrazia italiana:

La carriera politica di Aldo Moro assume un significato di inte­


resse generale poiché è strettamente collegata a quella crisi del sistema
di governo parlamentare che si è manifestata in tutta la sua gravità
nel corso del X X secolo. [...] Credeva nell’idea dello Stato come un
processo, come un qualcosa continuamente in fieri, un organismo sen­
sibile ai mutamenti e che, eccezion fatta per il principio del governo
rappresentativo, non fosse un dato fissato in eterno32.

Un tema di fondo che abbraccia interpretazioni e giudizi,


richiama quei pensieri lunghi di cui troppo spesso si avver­
te l’assenza. Si può quindi argomentare che «Aldo Moro è
vissuto e ha operato nel corso di una crisi permanente della
democrazia parlamentare italiana. Questa crisi che egli ha
cercato di superare è ancora attuale»; Mosse riflette su Moro
nel 1979, ma il contenuto potrebbe spingersi fino a coprire i
decenni che abbiamo alle nostre spalle, fino a un tempo molto
ravvicinato. «Il leader democristiano cercò di superare queste
difficoltà coinvolgendo nel governo quanti più gruppi possibile,
cercando nello stesso tempo (e ritengo si tratti di un punto
essenziale) di apportare dei cambiamenti nella struttura del
partito politico»33. Da qui la centralità di un pensiero capace di
individuare diversi nervi scoperti del nostro itinerario comune.
Il fine studioso della società di massa s’immerge pochi mesi
dopo la tragedia nella trama della partecipazione spontanea
a quella che chiama nella sua lunga e controversa intervista
«una gigantesca rappresentazione drammatica avente come
tema principale l’unità nazionale». In questo quadro tenuto
insieme dal tentativo

di superare la crisi radicando ancor di più fermamente la democrazia


parlamentare italiana nel cuore delle masse, di collegare insieme miti e
simboli. Aldo Moro divenne il simbolo della democrazia parlamentare
italiana, il protagonista di un dramma in cui la gente poteva entrare
182 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

a partecipare in un modo che non gli era mai stato concesso prima,
durante tutta l’esperienza democratico parlamentare italiana34.

Una svolta, un tornante che indica una cesura senza pre­


cedenti.
Un secolo dopo la nascita di Moro le ragioni per tornare su
quelle pagine sono molteplici: lasciarsi da parte il monopolio
e il ricatto esclusivo dei 55 giorni, liberarsi dalla morsa della
falsa alternativa tra apologeti e denigratori inserendo finalmente
la parabola politica e il pensiero di Moro in «una dimensione
non solo nazionale, ma connessa, in chiave comparativa all’e­
voluzione politico-sociale europea e ai suoi problemi». Non è
semplice, ma ne può valere la pena per chi voglia tentare di
comprendere qualcosa in più non tanto su Aldo Moro quanto
sull’Italia e sul mondo di oggi35.
L’ombra di Moro si allunga sui decenni successivi fino a
condizionarne parti costitutive. Gli effetti della tragica con­
clusione toccano i vertici delle istituzioni. Pochi giorni prima
dell’esecuzione Aldo Moro aveva scritto al segretario del suo
partito Benigno Zaccagnini una lettera dai toni drammatici e
ultimativi: «Se voi non intervenite, sarebbe scritta una pagina
agghiacciante nella storia d’Italia. Il mio sangue ricadrebbe su
di voi, sul partito, sul paese. Pensateci bene cari amici. Siate
indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopo domani».
Un tono quasi profetico in passaggi incalzanti:

Altro che soluzione dei problemi. Se questo crimine fosse perpetra­


to, si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare.
Ne sareste travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie
che ancora esistono in questo paese, si aprirebbe, insanabile, malgrado
le prime apparenze, una frattura nel partito che non potreste dominare36.

Uno sguardo lungo che si spinge fino all’orizzonte delle


compatibilità di allora. Il leader della De mette in guardia i suoi
interlocutori: se mi uccidono non può reggere più l’equilibrio
che ha permesso e garantito lo sviluppo del dopoguerra, e la
stessa difesa della De rischia di essere travolta da sentimenti e
reazioni incontrollabili. Bastano poche ore per avere conferme
delle ripercussioni di un lutto inimmaginabile che mette tut­
to in discussione. Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga
poche ore dopo il ritrovamento del corpo di Moro presenta
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 183

le dimissioni. La D c è travolta, i telegiornali di mezzo mondo


aprono sulla tragedia nazionale di un attacco terroristico che
colpisce uno dei simboli della politica italiana. Gli effetti sono
imprevedibili. Da Washington temono per la tenuta dell’ordine
pubblico, per il venir meno di un punto di equilibrio capace
di tessere relazioni e rapporti tra opposte fazioni politiche.
Il giudizio statunitense su Moro e la sua proposta politica si
modifica: dalle incomprensioni per i suoi silenzi o i lunghi
discorsi sul possibile dialogo con le sinistre al rimpianto per
una figura di cerniera garante della centralità della D c e della
sua indissolubilità37. Dai conflitti con ciò che Moro rappresenta
in termini di sviluppo possibile del sistema politico alle paure
che la sua assenza possa produrre effetti indesiderati e incon­
trollabili. Un documento del Dipartimento di Stato fa ricorso
a una metafora durante i giorni di prigionia: la politica italiana
sembra un ponte che si proietta verso l’ignoto. Dopo la morte
di Moro quello stesso ponte punta diretto verso l’abisso: il ti­
more che la trama di alleanze e interessi reciproci possa essere
recisa nello spazio breve dei riflessi di un attacco terroristico.
Non si esagera sostenendo che il delitto compiuto dalle Brigate
Rosse chiude un’intera epoca mettendo la parola fine su una
fase della politica italiana. Lo sviluppo del sistema si arresta
alle porte dell’intesa tra D c e Pci costruita dallo stesso Moro e
dal segretario comunista Berlinguer. Il giorno della strage di via
Fani un governo di solidarietà nazionale (come perno l’intesa
tra D c e Pci) avrebbe dovuto avviare un cammino complicato
e incerto, segnato dalle contraddizioni di un sistema politico
bloccato e indebolito. Quella pagina si chiude prima di co­
minciare lasciando come eredità rimpianti e recriminazioni di
protagonisti o aspiranti tali. Chi ci aveva creduto pensando che
si potesse allargare la base di partecipazione della democrazia
italiana rimane colpito, senza proposte o possibilità; chi era
contrario a un’innovazione ardita non immaginava i costi e le
ripercussioni di quella terribile primavera del 1978. Di certo il
delitto chiude un’epoca, un’intera stagione politica rafforzando
la convinzione di trovarsi innanzi a un bivio nella storia della
Repubblica. La risposta al ricatto del partito armato diventa
la prima grande necessità, nonostante le divisioni, le apparte­
nenze, le identità contrapposte. E nella grande partecipazione
popolare la conferma di un sentimento diffuso di vicinanza e
condivisione dei pilastri della democrazia repubblicana: Moro
184 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

diventa un simbolo, una tessera strappata di un mosaico condi­


viso e radicato. Sembra un terribile paradosso, eppure mentre
il paese è ancora scosso dallo scontro tra fermezza e trattativa,
dai rimpianti sull’esito di una vicenda così dolorosa, segnato
dai timori seminati dalla violenza terroristica della Brigate
Rosse, si fa strada una sensibilità diffusa, una profonda umanità
popolare che taglia trasversalmente la società italiana. Quasi
un rimorso condiviso, l’idea che non si sia fatto abbastanza
per salvare una vita e sconfiggere le forze della violenza e del
terrore. Nello spazio breve di alcune settimane cresce una sal­
datura tra paese legale e paese reale, tra il palazzo e i cittadini
come raramente è avvenuto. Una risorsa diffusa e inaspettata
che si disperde progressivamente pur contribuendo in maniera
decisiva alla sconfitta della minaccia brigatista: coscienza civile
e corresponsabilità di fronte allo Stato come condizioni di una
rinascita possibile, di un cammino oltre l’emergenza per unire
differenze, culture, linguaggi. Forse è proprio questa l’eredità
più feconda di una tragedia nazionale per molti versi irrisolta.
Di converso la politica travolta da emozioni e ripercussioni
fatica a fare i conti con la nuova realtà. Il presidente del Senato
Amintore Fanfani paragona l’epilogo della vicenda Moro all’o­
micidio di John Fitzgerald Kennedy di quindici anni prima38.
Le democrazie sono esposte alle intemperie, condizionate da
azioni violente di singoli o gruppi, minacciate da chi vuole
seminare odio e terrore.
Il quadro politico fatica a rimettersi in moto. I nuovi equi­
libri trovano nel segretario socialista un protagonista di primo
piano, destinato a giocare un ruolo importante e innovativo
negli anni a venire. Lo scudocrociato sotto la guida di Zacca-
gnini vive la sua stagione più complicata: ascesa di nuovi di­
rigenti che scalano posizioni (Flaminio Piccoli e Arnaldo
Forlani su tutti), tentativi di rinnovamento da parte di forze
esterne che si avvicinano, lacerazioni e separazioni che metto­
no in discussione la tenuta complessiva di un sistema. Pochi
giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Moro una tornata
di elezioni amministrative lascia intravedere una sensibile
avanzata della D c, il recupero del Partito socialista e una fles­
sione del Pci. Nel partito di maggioranza relativa la dialettica
prende le caratteristiche di una dicotomia tra rinnovamento o
declino, tra le forze che spingono verso il cambiamento e le
tante resistenze che si oppongono difendendo privilegi o po­
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 185

sizionamenti antichi39. Chi pensa che il terremoto sia passato


e che tutto possa ricominciare come prima verrà presto smen­
tito da nuove fibrillazioni. Un nuovo colpo si abbatte sulle
istituzioni il 15 giugno, poco più di un mese dall’epilogo
della vicenda Moro. Il presidente della Repubblica Giovanni
Leone viene accusato di irregolarità e illeciti che coinvolgereb­
bero anche suoi familiari. Lo scandalo della Lockheed si allar­
ga verso paesi e uomini politici accusati di aver ricevuto de­
naro e favori in cambio dell’acquisto di aerei militari prodot­
ti da un’azienda statunitense. Il presidente si dimette spiegan­
do a reti unificate le ragioni della sua scelta e la volontà di
difendersi dalle accuse. Leone verrà prosciolto, altri verranno
condannati per la vicenda o riusciranno a fuggire all’estero. Il
colpo alla credibilità del sistema politico è profondo e carico
di conseguenze. Il vertice delle istituzioni appare in balia degli
eventi e l’elezione di una figura simbolo sembra rappresentare
l’unica possibilità di unire il paese attorno alla sua storia.
Viene scelto un uomo di punta del movimento partigiano, un
antifascista ligure perseguitato e recluso dal regime che aveva
contribuito in prima persona alla Resistenza nella fase conclu­
siva del secondo conflitto mondiale; è suo il primo comizio in
piazza Duomo dopo la liberazione del capoluogo lombardo.
Il socialista Sandro Pertini, indicazione condivisa e per molti
versi lungimirante, sostenuta da una larga maggioranza parla­
mentare. Un uomo capace di costruire un dialogo con il
paese restituendo alle istituzioni ferite credibilità e buon sen­
so. Il protagonismo della presidenza della Repubblica è un
ulteriore segno di una fase nuova che si apre: i partiti indebo­
liti, alla ricerca di strategie possibili, lasciano un vuoto che in
parte viene colmato dalle iniziative di un presidente che cerca
un canale di comunicazione diretta con gli italiani senza filtri
o mediazioni. Le stesse funzioni della presidenza della Repub­
blica iniziano a seguire un nuovo paradigma più partecipe e
ravvicinato rispetto alla collocazione di arbitro imparziale e
custode severo della Carta costituzionale che aveva caratteriz­
zato il primo tratto di strada della Repubblica. Vicinanza,
immedesimazione e persino simpatia del presidente partigiano
diventano ingredienti fondamentali di una svolta che lascerà
il segno40. Anche da questo versante, dal punto più alto delle
istituzioni, con la fine degli anni Settanta nulla sarà più come
prima.
186 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

La crisi della solidarietà nazionale non è soltanto ricondu­


cibile al riflesso immediato della vicenda Moro. Va scomposta
in diversi ambiti e ragioni. Innanzitutto, il venir meno di un
protagonista di primo piano in circostanze cosi drammatiche.
In secondo luogo, la risposta difensiva dei partiti che cercano
di consolidare il proprio elettorato attraverso le certezze di
mondi già frequentati smarrendo progressivamente il coraggio
di un’innovazione possibile anche se complicata. Da ultimo la
natura contraddittoria del compromesso storico che avrebbe
messo insieme temporaneamente gli opposti posizionamenti per
poi riaprire la strada a una fisiologica dialettica tra posizioni
contrapposte, tra maggioranza e opposizione. Tale progettualità
si manifesta senza mettere mano alle regole del gioco, tanto
nell’impianto istituzionale (competenze, poteri, contrappesi)
quanto nell’antico problema legato alle dinamiche di costru­
zione e legittimazione della maggioranza parlamentare (la legge
elettorale). Così, al tramonto traumatico della stagione del
compromesso storico segue un’incerta ricerca di nuovi equilibri,
con numeri e progetti politici irrealistici e insufficienti e con
la persistenza dell’ombra di Moro che condiziona la politica
e l’insieme della democrazia italiana.

4. Riflusso

La morte di Moro non svuota né esaurisce la spinta omici­


da delle Brigate Rosse che si protrae con violenza efferata nel
corso degli anni e dei decenni successivi. La risposta diffusa
della società isola il fenomeno, lo ridimensiona e soprattutto
rende chiara la pericolosità dell’attacco eversivo del partito
armato41. Dopo la primavera 1978 il conflitto fra i terroristi e
le istituzioni repubblicane si fa più chiaro, esplicito senza me­
diazioni o mezze verità. Il salto di qualità nell’attacco al cuore
dello Stato non s’interrompe: cadono in agguati armati impren­
ditori, magistrati, giornalisti, forze dell’ordine. L’isolamento
delle Brigate Rosse, il venir meno di ogni alibi possibile sul
presunto consenso alla lotta armata non affievolisce l’intensità
e la brutalità delle azioni. Numeri impietosi che non possono
nascondere le tragedie di vite spezzate dalla follia e dall’odio
omicida: circa 176 le vittime di attentati contro singole persone
tra il 1969 e il 1988. Nello stesso arco di tempo 135 sono i
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 187

caduti nelle stragi indiscriminate contro civili, 41 a causa di


violenza politica contrapposta, quasi 60 per gli attacchi del
terrorismo internazionale all’aeroporto Leonardo Da Vinci
di Fiumicino (il 17 dicembre 1973 e il 27 dicembre 1985)42.
Cifre crudeli di una scia di sangue che condiziona la lunga e
difficile uscita dell’Italia dagli anni di piombo43. Sotto la guida
del generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa arrivano
i primi risultati nelle indagini sulla vicenda Moro, a partire
dalla rilevante scoperta del covo milanese di via Montenevoso.
Su un altro versante si consolida la risposta democratica che
coinvolge cittadini, istituzioni e gruppi organizzati: condomini,
consigli comunali, associazioni di volontariato e di preghiera,
gruppi sportivi e ricreativi, forme diverse di presenza e testimo­
nianza che attraversano e arricchiscono il tessuto della società
italiana. Ed è così che si restringono e si prosciugano le aree
di attenzione o di benevola indifferenza popolate da potenziali
fiancheggiatori del terrorismo politico. Una sconfitta (quella
del partito armato) dolorosa ma necessaria che tuttavia non
disperde gli interrogativi che accompagnano passaggi e conte­
nuti della vicenda Moro. Le indagini proseguono conseguendo
significativi risultati: condanna dei brigatisti delle colonne
coinvolte nella strage, nel rapimento e nell’omicidio del leader
democristiano; ricostruzione delle dinamiche dell’affaire nella
consapevolezza faticosamente conquistata dell’inattendibilità
delle versioni offerte dai brigatisti negli interrogatori e nelle
memorie che alcuni di loro pubblicano negli anni successivi44.
Grazie all’impegno di tanti (storici, magistrati, giornalisti,
inquirenti) si consolidano verità importanti, tessere di un mo­
saico di conoscenze e responsabilità che dalla vicenda Moro
irradiano una fase intera della storia della Repubblica e dello
scontro con le logiche del partito armato. Gli interrogativi,
anche quelli più imbarazzanti e difficili non si dissolvono,
ma vengono amplificati nel tempo che ci separa dagli eventi:
cosa è successo ai documenti e alle borse di Moro? Quali i
luoghi di prigionia? E la composizione completa dei terroristi
coinvolti e delle figure che compongono gli apparati dello
Stato e gli organismi preposti alla ricerca del prigioniero? Una
tragedia italiana che trascina domande e contraddizioni fino
a condizionare gli assetti futuri della Repubblica ben oltre lo
smantellamento delle cellule terroristiche, come esito della
mobilitazione dello Stato e della società italiana.
188 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

Il 24 gennaio 1979 alle prime luci dell’alba un commando


delle Brigate Rosse uccide un sindacalista iscritto al Pci, delegato
sindacale della Fiom-Cgil, reo di aver scoperto e denunciato
un postino delle Br che operava all’interno della sua fabbrica,
l’Italsider di Genova. Guido Rossa, la «spia berlingueriana» nel
sinistro linguaggio dei terroristi, aveva testimoniato al processo
contribuendo alla decisione di condanna per il componente
della cellula brigatista. Un atto di coraggio, una scelta senza
mezze misure che rompe il clima di omertà o indifferenza che
si respira in alcune fabbriche attraversate dai conflitti innescati
dal partito armato. La testimonianza in un tribunale non è am­
messa, solo i cosiddetti tribunali del popolo possono giudicare,
condannare, uccidere o redimere. Legittimare un’istanza di un
potere democratico significherebbe accettare il perimetro delle
regole del gioco, la dialettica di posizioni e punti di vista, il
pluralismo delle idee lievito di ogni democrazia.
Si tratta di un passaggio chiave, una svolta profonda che
mette in chiaro i ruoli, le responsabilità, la funzione delle forze
politiche e sindacali all’interno dei luoghi di lavoro. Il sacrificio
di Guido Rossa non è quello di un eroe che non teme pericoli
o rappresaglie, al contrario il suo comportamento è ispirato
dal rispetto per i valori della responsabilità, della trasparenza,
della fabbrica come perimetro da difendere e tutelare. Il suo
omicidio contribuisce a chiarire il giudizio sulle Br, sulla loro
strategia di attacco, sul rapporto presunto con il movimento
operaio e sul significato di un’intera stagione45. Non poteva
reggere l’equidistanza complice dello slogan «né con lo Stato né
con le Br» né si poteva accettare una lettura ispirata da criteri
di comprensione e giustificazione per giovani che compivano
il passo senza ritorno della clandestinità e del partito armato:
la prospettiva della rivoluzione proletaria dietro l’angolo, la
ricerca dell’ora cruciale per abbattere lo Stato capitalista delle
multinazionali. Dietro linguaggi deliranti e incomprensibili si
nasconde una convinzione pericolosa e gravida di conseguenze:
l’idea che da una rottura possa nascere qualcosa di buono,
che il rispetto della vita non sia un punto irrinunciabile e che
sia sufficiente innescare scintille diffuse per accelerare verso
la strada della rivoluzione. Un terribile bivio che travolge un
segmento significativo di una generazione d’italiani. Tra piazza
Fontana e il caso Moro le opzioni si divaricano: da una parte
minoranze armate e organizzate che cercano lo scontro con
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 189

Lo Stato per legittimarsi in modo violento, conquistando così


potere e visibilità, dall’altra la grande maggioranza della popo­
lazione che impaurita e smarrita cerca le forme più efficaci e
diffuse per reagire, difendere il cammino tracciato, respingere
le false letture proposte dall’ideologia terrorista46. Anche la
violenza dello Stato, la sua reazione spropositata e talvolta
incoerente, l’emergere di zone occulte, manovre o depistaggi
fa parte delle componenti di una strettoia terribile. Il terrori­
smo propone in modo strumentale un paradigma immaginario
e illusorio, quello fondato sull’esistenza delle condizioni per
una rivoluzione violenta in Occidente che avrebbe coinvol­
to giovani, studenti e operai in una travolgente esperienza
collettiva. Al contrario tutto si chiude diventando opaco e
infrequentabile: nelle piazze e nelle manifestazioni si spara,
la violenza supera il limite invalicabile dell’intangibilità della
vita, le paure attanagliano scelte individuali fino a condizio­
nare la sfera dell’agire collettivo. Prevale la fuga, la ricerca
di una dimensione sicura e protetta, il privato come rifugio
e certezza dopo che il sangue aveva spezzato sogni, illusioni,
innocenze. Questo il costo più grande di una stagione difficile
per la democrazia italiana, dopo l’omicidio Rossa cadono gli
ultimi alibi. La fine del decennio si carica di nuove speranze:
lasciarsi alle spalle i ricatti della violenza per iniziare un nuovo
cammino, la sconfitta del terrorismo diventa una condizione
necessaria per poter guardare avanti con rinnovata fiducia.
Tutto appare in movimento. L’estate 1978 è anche quella
dei tre papi che si danno il cambio in una successione ravvi­
cinata e imprevedibile. Muore Paolo VI ai primi di agosto, il
breve pontificato di Albino Luciani (26 agosto-28 settembre)
s’interrompe tragicamente. Il 16 ottobre sale al soglio pontificio
l’arcivescovo di Cracovia scegliendo il nome di Giovanni Paolo
II come segno di riconoscenza per chi lo aveva preceduto di
poche settimane. Un papa polacco, un non italiano dopo cir­
ca cinque secoli, un grande cambiamento delle compatibilità
interne e internazionali. Si vedrà con il tempo quale passag­
gio d’epoca fosse sotteso a quella elezione: ridefinizione dei
rapporti tra partito cattolico e Santa Sede, la politica italiana
scivola in basso nella lista delle priorità di un pontefice ve­
nuto dall’est, dal cuore del mondo comunista47. Sono anni di
tensioni internazionali che rilanciano le ragioni del confronto
bipolare: il fondamentalismo islamico in Iran, l’intervento
190 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

sovietico in Afghanistan, le fibrillazioni nella penisola indoci­


nese. Il sistema mostra crepe e segni di persistente instabilità:
meno ordine regolato, più competizione senza controlli. La
corsa al riarmo nucleare è solo il sintomo più evidente di un
bipolarismo competitivo e conflittuale. Le connessioni con la
politica italiana si manifestano nello spazio breve di poche
settimane, a ridosso dell’elezione del papa polacco e della
crisi definitiva delle certezze che in campo cattolico avevano
consolidato la posizione della D c nei confronti di gerarchie e
diplomazie internazionali. L’incertezza prevale sulle narrazioni
rassicuranti: nel Mediterraneo e in Medio Oriente, lungo la linea
della dialettica Est-Ovest e persino nei rapporti transatlantici
il segno è quello della diffidenza, della presa di distanze da
uno scenario interno che può persino approdare su sponde
pericolose48.
Ed è in questo quadro che sale l’attenzione per gli appun­
tamenti elettorali e per le tappe di costruzione del processo
d’integrazione continentale. Una sovrapposizione di piani e
letture tra equilibri interni e proiezione internazionale. Nel
1979 viene eletto a suffragio universale diretto il Parlamento
europeo. Una scelta che rilancia le ragioni della politica di
cooperazione e collaborazione in una dimensione inedita
della sovranità continentale. Di pari passo nel dualismo che
caratterizza la costruzione dell’Europa post-bellica si rafforza
l’aspetto economico con la creazione di un sistema monetario
comune (Sme) per i paesi aderenti alla Comunità economica
europea (Cee). Non un dato scontato o provvisorio, ma una
scelta che in Italia divide maggioranza e opposizione contraria
all’adesione italiana (il Pci che vota contro e il Psi diviso che si
astiene)49. Lo scontro sullo Sme si carica di significati che vanno
al di là della questione economico-monetaria. Il consenso al
governo è fragile, incerto, la solidarietà nazionale appare come
un ricordo sbiadito e inefficace. Andreotti ottiene un nuovo
incarico per portare il paese alle urne. Si vota il 3 giugno con
un responso che da un lato rafforza la Democrazia cristiana
(supera il 38% dei consensi) e dall’altro bipolarizza il sistema
tra maggioranza e opposizione, allontanando le forme possibili
di dialogo o intesa. Il Pci si attesta sopra il 30%, i socialisti
nonostante il protagonismo del neosegretario non arrivano al
10%, calano i partiti di destra e si fa strada un consenso ai
radicali in chiave di contrarietà al compromesso storico che li
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 191

porta fino a un significativo 3,5 %. Il quadro continua a essere


instabile e incerto: la sconfitta nelle urne del compromesso
storico non si accompagna a indicazioni alternative. La D c
tiene, il Pci subisce una brusca battuta d’arresto dopo che
dal 1948 era cresciuto in modo pressoché costante. Il dato
qualificante che sfugge a chi si concentra sulla costruzione di
formule politiche o alleanze di governo è l’astensionismo che
unisce oltre 4 milioni d’italiani. Quella distanza tra il paese
e il palazzo, tra la società e le istituzioni comincia a trovare
forme di espressione attraverso un distacco silenzioso che
progressivamente indebolisce l’architettura complessiva del
sistema. In pochi si rendono conto della profondità di una
frattura insanabile; il confronto tra le forze politiche prescinde
dai dati di difficoltà, dai sintomi di crisi, dalla disaffezione
crescente che anima segmenti significativi della società italiana.
Una settimana dopo il voto politico cade l’elezione del
Parlamento europeo. E la prima volta che i parlamentari
europei non sono indicati dai parlamenti nazionali, ma eletti
direttamente dai cittadini. In Italia si abbassa la partecipazio­
ne da una domenica all’altra del 5% e il calo di D c e Pci alle
europee avvantaggia i partiti minori: radicali, laici, socialisti.
La sostanza è quella di un quadro composito dove la costru­
zione di una maggioranza parlamentare - soprattutto dopo il
definitivo tramonto della prospettiva del compromesso stori­
co tra i partiti più grandi - torna a essere un problema di
difficile soluzione. Si riaprono trattative e discussioni tra i
partiti e all’interno delle forze politiche tra le diverse corren­
ti o componenti. La politica, sorda alle novità che la società
aveva espresso, si concentra sugli equilibri di un Parlamento
sempre più fragile e indebolito. Francesco Cossiga, dimissio­
nario e travolto dalla vicenda Moro, torna in gioco dopo poco
più di un anno. Cossiga era il simbolo del fallimento della D c
di fronte all’offensiva terroristica. Il suo ritorno rappresenta
da un lato un segno di ostentata vitalità del partito che non
vuole farsi processare dalle piazze, ma dall’altro la convergen­
za di rapporti di forza interni su un uomo di equilibrio che
può meglio gestire la crisi numerica e politica dello scudocro­
ciato. Sembrava conclusa la sua parabola politica, eppure non
è così50. Gli viene dato l’incarico di formare un esecutivo
cercando numeri e sostegni possibili nelle aule parlamentari.
L’VIII legislatura vede il succedersi di sei governi in quattro
192 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

anni, i primi due a guida Cossiga tra agosto 1979 e settembre


dell’anno successivo. Una sorta di quadripartito (Dc, Psi, Psdi,
Pri con sostegni di singoli tecnici) che assomiglia a un ritorno
al centrosinistra pur avendo numeri risicati e una pluralità di
piccole forze politiche che partecipano. Si consolida il potere
di coalizione dei partiti minori: alzare il prezzo per poter
entrare in un governo vista la necessità di far fronte alle de­
boli maggioranze che non scaturiscono da responsi elettorali
ma da una lunga trattativa tra i partiti e all’interno dei parti­
ti stessi51.
I primi passi del governo sono segnati dal protrarsi dell’of­
fensiva del partito armato e dal varo del decreto antiterrorismo
che offriva strumenti e possibilità nuove alle forze dell’ordine
e agli inquirenti. Venne convertito in legge dopo una lunga
battaglia parlamentare attraversata dall’opposizione dei radicali
e di altri critici per la violazione di norme costitutive dello
stato di diritto. Interventi legislativi controversi ma efficaci nel
contrasto alle nuove sfide che il terrorismo propone dopo la
conclusione tragica della vicenda Moro52. La striscia di sangue
continua ad allungarsi.
Dopo Guido Rossa è la volta di Emilio Alessandrini,
ucciso da un commando di Prima Linea; il sostituto procu­
ratore aveva indagato sulla strage di piazza Fontana e sugli
ambienti della destra eversiva. Verso la fine del decennio e
agli inizi del successivo perdono la vita industriali, docenti
universitari, appartenenti alle forze dell’ordine e magistrati.
Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore
della Magistratura, protagonista del rinnovamento cattolico
post-conciliare e magistrato di punta nella reazione contro
il ricatto del partito armato viene ucciso dopo aver concluso
la sua lezione all’Università di Roma «la Sapienza», sulle
scale di accesso alla Facoltà di Scienze Politiche. Le parole
pronunciate dal figlio Giovanni durante il funerale lasciano il
segno, arrivano in profondità unendo identità, culture e storie
mobilitate insieme a difesa dello Stato: «Vogliamo pregare an­
che per quelli che hanno colpito mio papà perché, senza nulla
togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche
ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e
mai la richiesta di morte per gli altri»53. Ma dopo Bachelet
perdono la vita altri magistrati nello spazio breve di poche
settimane: a Roma (Girolamo Minervini), a Milano (Guido
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 193

Galli), a Salerno (Nicola Giacumbi). E alla fine di maggio


viene ucciso un giornalista d’inchiesta, una penna di punta
del «Corriere della Sera» come Walter Tobagi. Si occupava
di terrorismo, di poteri che condizionavano i giornali e gli
assetti proprietari delle grandi testate dell’informazione. Un
colpo mortale alla libertà di stampa; perde la vita un uomo
coraggioso e attento54. E dopo i giornalisti vengono colpiti
uomini delle forze dell’ordine, a fine anno il generale Enrico
Galvaligi, responsabile dell’Ufficio di coordinamento delle
carceri di massima sicurezza. Un segnale per chi era recluso,
un tentativo di non accettare le dinamiche di risposta dello
Stato. Un biennio di sangue che comincia a cambiare verso
quando tra il 1980 e il 1981 il lavoro congiunto di inquirenti
e forze dell’ordine comincia a dare i primi segnali inequivo­
cabili. La sconfitta del progetto terrorista appare evidente
nei contenuti e nelle forme, i primi arresti di pentiti aiutano
a definire contiguità e collusioni. Lo Stato poteva rialzare la
testa iniziando a smantellare gradualmente l’organizzazione
delle Brigate Rosse. Resta viva l’attività delittuosa delle cel­
lule che si muovono continuando a colpire figure di confine,
uomini della collaborazione e del dialogo, esponenti diversi
di culture riformiste in grado di smontare le pseudoteorie del
partito armato. Vengono uccisi nel 1985 l’economista Enzo
Tarantelli, l’ex sindaco di Firenze Lando Conti; nel 1988 un
intellettuale cattolico come Roberto Ruffilli che si era dedi­
cato allo studio di possibili riforme innovative da introdurre
nel sistema politico e istituzionale. Costi incalcolabili, vite
spezzate in un clima di terrore che non si attenua nonostante
i successi della complessa e articolata reazione democratica. I
pentiti (così vengono chiamati i terroristi che collaborano con
le indagini e le inchieste della magistratura) aiutano a definire
confini e responsabilità. Sono sostenuti e incentivati attraverso
riduzioni di pena e protezioni prolungate. Lo Stato si muove
articolando una risposta che viaggia su piani differenti. La
collaborazione tra governo e opposizione come premessa che
rende possibile un’efficace strategia di risposte. Tale strategia
acquisisce consensi e simpatie diffuse: il senso di una comunità
nazionale prevale distintamente sulle appartenenze separate e
sulle bandiere di parte o di partito. Le piazze si riempiono di
italiani che manifestano con bandiere di partiti o di sindacati
affiancati e partecipi di un’unica iniziativa.
194 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

In questo quadro incerto nei primi anni Ottanta i riflessi


della guerra fredda condizionano direttamente equilibri e
posizionamenti. Il governo si dichiara pronto a procedere
sulla strada dell’installazione degli euromissili sul suolo italia­
no. Una risposta alla minaccia sovietica dei missili a medio
raggio, un segno di lealtà e partecipazione alle dinamiche
dell’Alleanza atlantica. Il voto favorevole definisce una mag­
gioranza politica e numerica - il pentapartito - che si appresta
a consolidare una posizione di forza. Un’alleanza tra diversi
che reggerà le sorti del paese fino al crollo dei partiti più di
un decennio dopo, nell’ultimo scorcio di Novecento. Il Pci
torna orgogliosamente e solitariamente all’opposizione. Il
Congresso democristiano ribadisce la conclusione della pro­
spettiva di dialogo con i comunisti per favorire l’incontro con
il Partito socialista. In pochi mesi maturano novità e imposta­
zioni politiche che assumeranno presto le caratteristiche di una
vera e propria svolta. Il secondo governo Cossiga segna il ri­
torno dei socialisti nell’esecutivo, una riedizione del centrosi­
nistra come qualcuno ironicamente sostiene e scrive. Con la
segreteria Forlani i piani diventano complementari. Il governo
pentapartito si basa sull’asse tra D c e Psi e sulla partecipazio­
ne all’esecutivo di forze minori che aspirano a funzioni di
primo piano. La ricomposizione di un’area di governo avviene
per ragioni differenti: la D c tenta di rispondere alla sua crisi
di centralità mantenendosi unita e cercando di rilanciare la
funzione di garanzia, ordine e stabilità. I socialisti di Craxi
pensano così di poter riequilibrare i rapporti a sinistra rom­
pendo la trama del compromesso storico ritagliandosi un
ruolo centrale e insostituibile: tra le due forze maggiori come
perno di politiche e alleanze possibili. Il Partito comunista
dopo il terribile terremoto in Irpinia (1980) sostiene una linea
condivisa di alternativa alla Democrazia cristiana, la fine delle
attenzioni interessate e l’affermazione delle reciproche conflit­
tualità. Una dicotomia frontale che consolida a sinistra il
monopolio dell’opposizione da parte del Pci in una strategia
composita che tiene in considerazione anche il riflesso inter­
nazionale: partecipazione al progetto di eurocomunismo con
altri partiti europei e all’indomani del colpo di Stato in Polo­
nia le considerazioni di Berlinguer sull’esaurimento della
spinta propulsiva che aveva segnato il mondo sorto dalla rivo­
luzione del 191755. Una dichiarazione importante ma insuffi-
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 195

dente e tardiva rispetto al mondo comunista, a ciò che da


tempo era conosciuto sulla realtà del socialismo reale. Il Pci
giocava di rimessa, prendeva tempo conquistando uno spazio
originale: criticava quel mondo senza uscirne del tutto, riven­
dicava un’alterità quasi sistemica alle regole e alle compatibi­
lità del capitalismo internazionale. In questo modo i conti col
comuniSmo vengono rinviati alla fine del decennio e pericolo­
samente l’illusione di aver ritrovato un’alterità, una diversità
dagli altri partiti diventa una difesa dell’esistente. Ma come
abbiamo avuto modo di vedere, la crisi dei partiti e delle cul­
ture di riferimento era iniziata da tempo.
Questa nuova geografia politica e istituzionale viene colpita
dagli effetti dello scandalo P2: scoperti e resi noti gli elenchi
dei partecipanti alla loggia massonica presieduta dal venerabile
maestro Licio Gelli56. Un terremoto che scuote il palazzo, una
trama di appartenenze trasversali che mette in crisi la credibilità
già minacciata della politica e delle istituzioni. Uno scandalo per
molti partecipanti, un piano di destabilizzazione minaccioso,
una trama di affari e poteri che coinvolge istituti di credito,
politici, banchieri, giornalisti, affaristi e uomini dello spettacolo.
Uno spaccato del potere invisibile e condizionante, un grappolo
di interrogativi inevasi sulle trame che insidiano la tenuta della
democrazia. Il governo Forlani - che era succeduto a Cossiga
a Palazzo Chigi - cerca di gestire l’onda d’urto dello scandalo
in un contesto difficile anche per il quadro dell’economia
nazionale, minacciato dalla cifra dell’inflazione oltre il 10%.
Difficile mediare. Il governo concede la pubblicizzazione delle
liste scovate nella villa di Gelli, ma non basta. La crisi dell’ese­
cutivo diventa una conseguenza della fibrillazione generale che
mette la Dc all’angolo, nuovamente sul banco degli imputati.
La sua centralità è in crisi, i partecipanti all’alleanza di governo
chiedono sempre di più: visibilità, potere, incarichi di rilievo
per poter mantenere in vita una collaborazione tra diversi.
E il tempo di passare la mano. Nel giugno 1981 Giovanni
Spadolini, un repubblicano, sarà il primo non democristiano
ad assumere la guida del governo in una coalizione pentapar­
tito, la centralità della De appare il ricordo sbiadito di una
stagione ormai alle spalle57. Il consolidamento del pentapartito
rimane una scommessa difficile, un progetto non realizzato:
due governi in successione a guida repubblicana tra il giugno
del 1981 e il novembre del 1982 prima di tornare a Forlani
196 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

e alla riscoperta della centralità democristiana nell’epilogo di


una legislatura burrascosa.

Note al capitolo quarto

1 Su questi aspetti cfr. V. Vidotto, La nuova società, in Sabbatucci e


Vidotto (a cura di), Storia d’Italia, voi. 6, Ultalia contemporanea. Dal 1963
a oggi, cit., pp. 66-74; L. Manconi, Terroristi italiani. Le Brigate Rosse e la
guerra totale 1970-2008, Milano, Rizzoli, 2008; G. Panvini, Ordine nero,
guerriglia rossa. La violenza politica nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta,
Torino, Einaudi, 2009.
2 Cfr. L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, Milano, Feltrinelli, 1988; M.
Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in Storia dell’Italia repubblicana,
voi. 2, cit.; A. Cazzullo, I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. 1968-
1978: storia di Lotta Continua, Milano, Mondadori, 1998; S. Dalmasso,
L’arcipelago della sinistra: partiti e gruppi, in «Il presente e la storia», 59,
2001; N. Balestrini e P. Moroni, Corda d’oro 1968-1977. La grande ondata
rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Milano, Feltrinelli, 2015.
3 G. Crainz, L’Italia repubblicana, Firenze, Giunti, 2000, pp. 60-87.
4 C. Vecchio, Ali di piombo, Milano, Rizzoli, 2007.
5 Sulla vicenda cfr. C. Feltrinelli, Senior Service, Milano, Feltrinelli,
1999; Gentiioni Silveri, L’Italia sospesa. La crisi degli anni Settanta vista
da Washington, cit., pp. 69 ss.
6 Franzinelli, La sottile linea nera. Neofascismo e servizi segreti da piazza
Fontana a piazza della Loggia, cit., pp. 284-404; Fasanella, Sestieri e Pelle­
grino, Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro, cit., pp. 74-124.
7 Sul movimento del ’77 cfr. G. Lerner, L. Manconi e M. Sinibaldi, Uno
strano movimento di strani studenti, Milano, Feltrinelli, 1978; S. Cappel­
lini, Rose e pistole. 1977. Cronache di un anno vissuto con rabbia, Milano,
Sperling & Kupfer, 2007; L. Annunziata, 1977: l’ultima foto di famiglia,
Torino, Einaudi, 2007; A. Gagliardi, Il ’77 tra storia e memoria, Castel
San Pietro Romano, Manifestolibri, 2017; M. Galfré e’ S. Neri Serneri (a
cura di), Il movimento del '77. Radici, snodi, luoghi, Roma, Viella, 2018.
8 A. Casalegno, Idattentato, Milano, Chiarelettere, 2008.
9 M. Scialoja, Brigate Rosse si farà il processo? Il giudice popolare si
chiama Torino, in «L’Espresso», 5 marzo 1978; sul processo di Torino cfr.
A. Aglietta, Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate Rosse,
Milano, Milano libri, 1979.
10 Ancora validi e in buona parte inevasi gli interrogativi sollevati dal
fratello del leader democristiano: A.C. Moro, Storia di un delitto annunciato.
Le ombre del caso Moro, Roma, Editori Riuniti, 1998.
11 Cfr. G. Acquaviva e L. Covatta (a cura di), Moro-Craxi. Fermezza e
trattativa trent’anni dopo, Venezia, Marsilio, 2009.
12 Su questi aspetti si veda U. Gentiioni Silveri, Il giorno più lungo della
Repubblica. Un paese ferito nelle lettere a casa Moro durante il sequestro,
Milano, Mondadori, 2016.
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 197

13 Cfr. S. Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, Roma, Edizioni


Associate, 1988; A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana,
Bologna, Il Mulino, 2005; G. Bianconi, Eseguendo la sentenza. Roma, 1978.
Dietro le quinte del sequestro Moro, Torino, Einaudi, 2008; A. Moro, Let­
tere dalla prigionia, a cura di M. Gotor, Torino, Einaudi, 2009; M. Gotor,
Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e
l’anatomia del potere italiano, Torino, Einaudi, 2011; F. Biscione, Il delitto
Moro e la deriva della democrazia, Roma, Ediesse, 2012.
14 Cfr. Craveri, Storia d’Italia. La Repubblica dal 1998 al 1992, cit., pp.
714-746; Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, cit., pp. 94-98.
15 Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, cit., pp. 337-373.
16 Sulla posizione assunta dal Psi si veda S. Colarizi e M. Gervasoni,
La cruna dell’ago. Craxi, il Psi e la crisi dell’Italia repubblicana, Roma-Bari,
Laterza, 2005, pp. 39-85; Matterà, Moro e il Psi, cit., pp. 197-228.
17 Atti parlamentari, Camera dei deputati, VII Legislatura, Discussioni,
Seduta del 4 aprile 1978, p. 14682.
18 Cfr. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, cit., pp.
165-170; Gentiioni Silveri, Il giorno più lungo della Repubblica. Un paese
ferito nelle lettere a casa Moro durante il sequestro, cit., pp. 67 ss.
19 Sull’appello del papa cfr. Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro,
cit., pp. 205-206; Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, cit.,
pp. 196-200.
20 Un condannato a morte che pare scrivere sotto dettatura, in «Corriere
della Sera», 25 aprile 1978.
21 Cfr. Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, cit., pp. 235-248;
Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, cit., pp. 171 ss.; Moro,
Lettere dalla prigionia, a cura di M. Gotor, cit., in particolare pp. 185-251;
Gotor, Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia
e l’anatomia del potere italiano, cit., pp. 34-47.
22 Tra gli altri cfr. Flamigni, La tela del ragno. Il delitto Moro, cit., p. 250.
23 Su questi aspetti cfr. P. Scoppola, La coscienza e il potere, Roma-Bari,
Laterza, 2007, pp. V-XXI; G.L. Mosse, Intervista su Aldo Moro, a cura
di A. Alfonsi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015, pp. 5-24; Gentiioni
Silveri, Il giorno più lungo della Repubblica. Un paese ferito nelle lettere a
casa Moro durante il sequestro, cit., pp. 79 ss.
24 S. Lupo, Partito e antipartito. Una storia politica della prima Repubblica
(1946-78), Roma, Donzelli, 2004, pp. 203-300.
25 Craveri, Storia d’Italia. La Repubblica dal 1958 al 1992, cit., pp. 774-
804. Sul «funerale della Repubblica» e la fine di un’epoca si veda anche
Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra oggi, cit., pp. 538-545; A. Riccardi,
Il cattolicesimo della Repubblica, in Sabbatucci e Vidotto (a cura di), Storia
d’Italia, voi. 6, L’Italia contemporanea. Dal 1963 a oggi, cit., pp. 296-302;
I. Imperi, Il caso Moro: cronaca di un evento mediale. Realtà e «drama»
nei servizi Tv dei 55 giorni, Milano, Franco Angeli, 2016, pp. 155-168.
26 M. Bellocchio, Il coraggio di andare oltre la storia, in «la Repubblica»,
15 settembre 2003.
27 In «L’Osservatore Romano», 15-16 maggio 1978.
198 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

28 Le citazioni di Scalfari e di Saragat in «la Repubblica», 10 maggio


1978; quella di Pintor in «il manifesto», 10 maggio 1978.
29 Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra oggi, cit., pp. 538-540.
30 Riccardi, Il cattolicesimo della Repubblica, cit., p. 301.
31 Sulla figura di Moro nella storia della democrazia italiana cfr. N.
Bobbio, Diritto e stato negli scritti giovanili, in P. Scaramozzino (a cura
di), Cultura e politica nell’esperienza di Aldo Moro, Quaderni della rivista
«Il Politico», Milano, Giuffrè, 1982, pp. 3-22; R. Moro, La formazione
giovanile di Aldo Moro, in «Storia contemporanea», XIV, 4-5, 6 dicembre
1983, pp. 803-968; G. Campanini, Aldo Moro. Cultura e impegno politico,
Roma, Studium, 1992; G. Formigoni, Aldo Moro. Idintelligenza applicata
alla mediazione politica, Milano, Centro Ambrosiano, 1997; P. Acanfora,
Un nuovo umanesimo cristiano. Aldo Moro e «Studium» (1945-1948), Roma,
Studium, 2011; M. Salvati, Moro e la nascita della democrazia repubblicana,
in Moro e Mezzana (a cura di), Una vita, un paese. Aldo Moro e l’Italia
del Novecento, cit., pp. 33-55; N. Antonetti (a cura di), Aldo Moro nella
storia della Repubblica, Bologna, Il Mulino, 2018.
32 Mosse, Intervista su Aldo Moro, cit., p. 3.
33 Ivi, p. 47.
34 Ivi, p. 86.
35 Per un confronto di giudizi sul significato dell’assassinio di Aldo
Moro nella storia dell’Italia repubblicana cfr. Giovagnoli, Il caso Moro.
Una tragedia repubblicana, cit., pp. 259-267; Formigoni, Aldo Moro. Lo
statista e il suo dramma, cit.; M. Mastrogregori, Moro. La biografia politi­
ca del democristiano più celebrato e discusso nella storia della Repubblica,
Roma, Salerno Editrice, 2016; M. Damilano, Un atomo di verità, Milano,
Feltrinelli, 2018.
36 Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di M. Gotor, cit., pp. 13-17.
37 Cfr. Gentiioni Silveri, L’Italia sospesa. La crisi degli anni Settanta vista
da Washington, cit., pp. 206-221.
38 Atti parlamentari, Senato della Repubblica, VII Legislatura, Seduta
pomeridiana, Assemblea resoconto stenografico, 10 maggio 1978, p. 11381.
39 Su questi aspetti cfr. Colarizi e Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi,
il Psi e la crisi dell’Italia repubblicana, cit., pp. 97-113; Giovagnoli, La
Repubblica degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 94-101.
40 Cfr. U. Gentiioni Silveri, Alessandro Pertini, in Dizionario Biografico
degli Italiani, voi. 82, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2015, pp.
526-532; S. Colarizi, Sandro Pertini, in Cassese, Galasso e Melloni (a cura
di), Ipresidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia
della democrazia italiana, cit., pp. 295-324; A. Maccanico, Con Pertini al
Quirinale. Diari 1978-1985, a cura di P. Soddu, Bologna, Il Mulino, 2014.
41 Cfr. G.M. Ceci, Il terrorismo italiano. Storia di un dibattito, Roma,
Carocci, 2013.
42 I numeri in Vecchio e Trionfini, Storia della repubblica, cit., p. 249.
43 Sulla controversa questione delle vittime e dei feriti della stagione
del terrorismo cfr. M. Gaileni (a cura di), Rapporto sul terrorismo, Milano,
Rizzoli, 1981; D. della Porta e M. Rossi, Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi
italiani, Bologna, Istituto Carlo Cattaneo, 1984; M. Lazar e M. Matard
IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA 199

Bonucci, II libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo


italiano, Milano, Rizzoli, 2010; V. Lomellini (a cura di), Il mondo della
guerra fredda e l’Italia degli anni di piombo. Una regia internazionale per
il terrorismo?, Firenze, Le Monnier, 2017.
44 Tra le biografie dei brigatisti, tra gli altri, A. Franceschini, P.V. Buffa
e F. Giustolisi, Mara, Renato e io. Storia dei fondatori delle BR, Milano,
Mondadori, 1988; R. Curdo, A viso aperto, Milano, Mondadori, 1993; B.
Balzerani, Compagna luna, Milano, Feltrinelli, 1998; A.L. Braghetti e P.
Tavella, Il prigioniero, Milano, Mondadori 1998; M. Moretti, R. Rossanda
e C. Mosca, Brigate Rosse. Una storia italiana, Milano, Baldini & Castoldi,
1998; P. Gallinari, Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle
Brigate Rosse, Milano, Bompiani, 2006; P. Peci, Io l’infame, Milano, Sper-
ling & Kupfer, 2008; A. Grandi, Uultimo brigatista, Milano, Rizzoli, 2007.
45 Sulla vicenda cfr. G. Fasanella e S. Rossa, Guido Rossa, mio padre,
Milano, Rizzoli, 2006; P. Andruccioli, Il testimone. Guido Rossa, omicidio di
un sindacalista, Roma, Ediesse, 2009; G. Bianconi, Il brigatista e l’operaio,
Torino, Einaudi, 2011; F. Palaia, Una democrazia in pericolo. Il lavoro contro
il terrorismo (1969-1980), Genova, il canneto editore, 2019, pp. 353-376.
46 Cfr. G. Galli, Il decennio Moro-Berlinguer. Una rilettura attuale, Mi­
lano, Baldini Castoldi Dalai, 2006; G. Bianconi, Figli della notte. Gli anni
di piombo raccontati ai ragazzi, Milano, Baldini & Castoldi, 2014.
47 Una recente biografia di papa Wojtyla in A. Riccardi, Giovanni Paolo
II. La biografia, Cinisello Balsamo, San Paolo Edizioni, 2011.
48 Sui mutamenti dello scenario geopolitico cfr. Formigoni, La politica
internazionale nel Novecento, cit., pp. 286-293; Westad, La guerra fredda
globale. Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e il mondo. Le relazioni inter­
nazionali del XX secolo, cit., pp. 325-372; Bongiovanni, Storia della guerra
fredda, cit., pp. 127-139; Romero, Storia della guerra fredda. Uultimo conflitto
per l’Europa, cit., pp. 252-282; Gaddis, La Guerra fredda, cit., pp. 208-250.
49 Una sintesi del processo costituente in Olivi, L’Europa difficile.
Storia politica dell’integrazione europea. 1948-2000, cit., pp. 197-207; G.
Mammarella, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, Roma-Bari, Laterza, 1992,
pp. 483-494; P.S. Graglia, UUnione europea, Bologna, Il Mulino, 2006, pp.
23-30; Rapone, Storia dell’integrazione europea, cit., pp. 76-82; Gilbert,
Storia politica dell’integrazione europea, cit., pp. 109-128. Sui risvolti per
la sinistra italiana dell’ingresso nello Sme cfr. Craveri, Storia d’Italia, voi.
24, La Repubblica dal 1958 al 1992, cit., pp. 789-804.
50 Sulla figura di Cossiga cfr. U. Gentiioni Silveri, Francesco Cossiga, in
Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia Ita­
liana, 2014; E. Galavotti, Francesco Cossiga, in Cassese, Galasso e Melloni
(a cura di), I presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale
nella storia della democrazia italiana, cit., voi. I, pp. 325-363.
51 Su questi aspetti cfr. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione
e crisi di un sistema politico 1945-1996, cit., pp. 423-428; Giovagnoli, La
Repubblica degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 124-140.
52 L. Ferrajoli, Dei diritti e delle garanzie. Conversazione con Mauro
Barberis, Bologna, Il Mulino, 2013.
53 Vecchio e Trionfini, Storia dell’Italia repubblicana (1946-2014), cit.,
p. 245.
200 IL FUNERALE DELLA REPUBBLICA

34 Sulla storia e la figura di Tobagi cfr. G. Baiocchi, P. Chiarelli e


A. Lega (a cura di), Walter Tobagi, profeta della ragione, Milano, Silvia
Editrice, 2006; B. Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio
padre, Torino, Einaudi, 2009; G. Schiavi (a cura di), W. Tobagi. Ieri e oggi,
Milano, Fondazione Corriere della Sera, 2010.
33 Su queste tematiche si veda Pons, La rivoluzione globale. Storia del
comuniSmo internazionale 1917-1991, cit., pp. 371-398; Id., Berlinguer e
la fine del comuniSmo, Torino, Einaudi, 2006, pp. 162-227; F. Barbagallo,
Enrico Berlinguer, Roma, Carocci, 2014, pp. 371-412.
56 Cfr. Un documento storico: il complotto di Lido Gelli. Relazione di
Tina Anseimi, supplemento al n. 20, in «L’Espresso», 1984; S. Flamigni,
Trame atlantiche. Storia della loggia massonica segreta P2, Milano, Kaos,
1996; G. Galli, La venerabile trama. La vera storia di Lido Gelli e della
P2, Torino, Lindau, 2007; A. Vinci (a cura di), La P2 nei diari segreti di
Tina Anseimi, Milano, Chiarelettere, 2011.
37 Cfr. A. Battaglia, Né un soldo, né un voto. Memoria e riflessioni
dell’Italia laica, Bologna, Il Mulino, 2015, pp. 221-240.
Capitolo quinto

L’inizio della fine

1. Dal confronto al conflitto

Gli anni Ottanta si aprono con un inatteso protagonismo


da parte delle superpotenze: sommovimenti internazionali che
inaugurano l’ultimo decennio della guerra fredda. Dopo gli
anni del confronto dialettico e della cosiddetta distensione,
l’asse Est-Ovest viene sottoposto a nuove tensioni. Una sorta di
ultimo atto della contrapposizione bipolare mentre il tramonto
definitivo del dialogo tra Mosca e Washington deposita una
scia di buone intenzioni e possibilità che non si realizzano. Si
tratta di un passaggio inedito nella definizione dei rapporti di
forza a livello internazionale, una strana convivenza di con­
testi e spinte contrastanti. Sembrava immobile e stratificato
il confronto tra comuniSmo e capitalismo quando la politica
estera sovietica mostra un dinamismo imprevedibile. Il versante
interno statico e ingessato mentre il gigante si muove alla ricerca
di nuove sfide e possibilità fuori dai confini nazionali. Una
seconda guerra fredda secondo una definizione emersa anni
dopo, o una guerra fredda di movimento che nelle intenzioni
dei proponenti avrebbe ridimensionato la cristallizzazione dei
decenni precedenti1. Di certo una sfida lanciata dall’Unione
Sovietica che se sul momento apparve a molti come una mi­
naccia incombente, un salto di qualità nella conduzione del
confronto amico-nemico, col tempo assumerà sempre più il
segno di una debolezza nascosta, dell’incapacità di ridefinire
forze e orizzonti del conflitto sistemico. Diversi i teatri di
questa nuova espansione: l’invasione sovietica dell’Afghani­
stan in primis e contemporaneamente - o quasi - una linea
di rafforzamento attuata (o comunque proposta) in America
Latina, Africa e in parte dell’Europa occidentale. Una sfida
ai nemici di sempre, un ritorno del linguaggio cristallino della
202 L'INIZIO DELLA FINE

guerra fredda, ma al tempo stesso un riequilibrio di forze e


protagonisti: tra Urss e Cina le distanze aumentano definendo
così nuovi rapporti di forza. I legami tra Pechino e Washington
lasciano intendere interessi commerciali e vedute strategiche
di lungo periodo; una svolta che avrebbe segnato il cammino
dell’umanità. In Europa, nel continente diviso e attraversato
dai simboli più evidenti della guerra fredda, tale fase inedita
della politica estera sovietica si evidenzia nelle scelte legate
alla costruzione e diffusione di una nuova generazione di
missili. Uno strumento militare capace di reggere le parole e
le minacce di un ravvicinato e possibile braccio di ferro. Il
simbolo di una stagione nuova che avrebbe rimesso in discus­
sione equilibri, certezze e possibilità. La corsa agli armamenti
attraverso gli SS-20 sovietici e le risposte che giungono da ol­
treoceano diventano un potente fattore di condizionamento che
travalica confini, competenze e politiche. Il confronto serrato
scuote i protagonisti dei contesti nazionali: ancora una volta
il territorio europeo viene sottoposto a installazioni, decisioni
condizionate, indirizzi generali di politica internazionale2. Gli
scenari, le ipotesi e le stesse parole della distensione vengono
ridimensionati nello spazio breve di pochi anni e tra la fine
degli anni Settanta e gli albori del decennio successivo ogni
epilogo sembra possibile in una sfida senza esclusione di
colpi, fino alle tante illusioni sul rinnovamento possibile del
comuniSmo e del suo mondo di riferimento3. Con il trascorrere
del tempo il significato di quella discontinuità è apparso più
nitido: più che un segno di forza una debolezza, più che una
vera e propria sfida l’inizio del crollo di uno dei due conten­
denti. Un paradosso sulla parabola conclusiva della guerra
fredda che giunge fino al cuore della politica italiana: mentre
il prestigio dell’Urss è ancora solido, il profilo è ancora quello
di un modello seguito da diversi angoli del pianeta, persino
un punto di riferimento irrinunciabile, la sua crisi comincia
in sordina per poi diventare irreversibile e profonda. Ha così
inizio il conto alla rovescia di un ordine internazionale quan­
do i sintomi sono tutt’altro che chiari e condivisi: la potenza
militare di Mosca è competitiva e in via di rafforzamento
(almeno nella prima fase del decennio), le economie del
blocco orientale sostanzialmente reggono nonostante crepe
e impedimenti, l’Occidente è ancora scosso dalle difficoltà
legate alle fonti di energia e al posizionamento conflittuale
L'INIZIO DELLA FINE 203

per esercitare un controllo sulle aree considerate cruciali per


giacimenti di petrolio o percorsi delle nuove comunicazioni.
Nella prima metà del 1979 una crisi energetica sembra avere
riportato indietro di qualche anno gli orologi della storia; nello
stesso frangente la vittoria di Khomeini in Iran contribuisce in
maniera decisiva a ridisegnare lo scacchiere mediorientale. Il
ritorno prepotente del sacro, dato per sconfitto con superficiale
anticipo e cancellato troppo presto, l’inizio dell’offensiva di
un nuovo Islam che si organizza contro lo Shah Reza Pahlavi
su principi di rottura: ostilità verso la monarchia e verso tutte
le forme di laicismo liberale o di islamismo modernizzante. Si
tratta del primo grande successo del fondamentalismo islamico
sottovalutato da molti o, come sostenuto da un uomo di punta
dell’amministrazione Carter, «la più seria sconfitta americana
dalla fine della guerra fredda». Il tempo ha chiarito la portata
di quella rottura storica4.
Nel contempo l’Occidente soffre per l’aumento dei prezzi
(oltre il 50% il greggio tra gennaio e giugno 1979) e per i
risvolti psicologici di una crisi che mette nuovamente in di­
scussione i cardini dell’idea del progresso e dello sviluppo. Al
contrario si diffondono paure legate alla precarietà e ai conflitti
che attraversano la parte più ricca del globo. Da Washington
s’ipotizza una forza di pronto intervento che possa tutelare
interessi minacciati: un protagonismo militare come contributo
decisivo per uscire dalle strettoie della crisi e per rispondere
contestualmente alle mire sovietiche. Quando il destino della
sfida sulle fonti di energia sembra segnato dal precipitare
verso nuove guerre dagli esiti imprevedibili il vertice dei
paesi industrializzati (riunito a Tokyo il 28 e 29 giugno 1979)
imbocca una strada diversa, lontana dal linguaggio muscolare
della corsa agli armamenti e all’accaparramento dell’oro nero:
riduzione progressiva e controllata dei consumi unita alla
ricerca di nuove fonti di energia. Una svolta importante che
appare a distanza nella sua centralità innovativa: viene tolto
il terreno sotto i piedi a chi aveva rilanciato le ragioni di una
sfida finale tra i due blocchi mentre crescevano investimenti e
attenzioni verso nuove risorse da cercare o costruire. Le deboli
premesse di un modello di sviluppo da ripensare cominciano
a incrinare le certezze della dialettica bipolare, le verità indi­
scutibili di chi si apprestava all’epilogo di una lunga sfida tra
mondi, culture, strategie.
204 L'INIZIO DELLA FINE

L’impatto sulla politica italiana diventa per molti aspetti


immediato mentre altre questioni avranno bisogno di tempo
per maturare. La sinistra nella sua componente maggioritaria
rimane convinta della possibile e per molti versi ravvicinata
riforma di quello che era il socialismo reale. Un’evoluzione
auspicata e sognata verso approdi compatibili con forme di
pluralismo democratico. Il riferimento per molti rimane la
primavera di Praga del 1968 e i processi di rinnovamento
tragicamente interrotti dall’intervento dei carri armati sovietici.
Quando nei primi anni Ottanta esplodono le contestazioni in
Polonia attorno alle manifestazioni del movimento Solidarnosc,
un sindacato guidato da Lech Walpsa che mette in discussione
gli assetti interni al mondo del lavoro e i rapporti tra operai
e Stato polacco, la sinistra italiana si muove nell’ottica di una
possibile riforma di quel mondo. Come se un’evoluzione potesse
migliorare contenuti, forme e approdi di un’esperienza comu­
nista5. Tuttavia, a Varsavia la repressione arriva inesorabile: il
12 e 13 dicembre 1981 il generale Jaruzelski proclama lo stato
d’assedio. Il mondo segue con attenzione le dinamiche di uno
scontro che allontana le ragioni del dialogo e della reciproca
influenza6. La sinistra italiana prende le distanze senza tirare
le conseguenze necessarie: non una rottura totale, ma una
critica serrata di presunte storture dentro un’ipotesi ancora
valida. Si accumulano quindi ritardi, incomprensioni, letture
distorte di modelli che non possono che allontanare possibili
evoluzioni del quadro politico interno che passa per la dialettica
asfittica tra maggioranza e opposizione. Più il sistema sembra
bloccato e incapace di riformarsi e più si affermano posizioni
conservatrici nella convinzione (diventerà presto un’illusione)
che tutto possa comunque rimanere immodificato. La mag­
giore forza di opposizione, il Pei, archiviata la stagione della
solidarietà nazionale, pensa così di poter ampliare il proprio
orizzonte tradizionale mettendosi alla guida di un costituen­
do fronte nuovo in grado di mediare le posizioni tra Mosca
e Washington: forze e culture della sinistra storica insieme
a gruppi e movimenti nati sull’onda delle istanze pacifiste
in reazione alla corsa agli armamenti. Un’ipotesi suggestiva
che raccoglie consensi e seguaci soprattutto tra le giovani
generazioni: legare le componenti tradizionali della cultura
del movimento operaio alle nuove contraddizioni del mondo
capitalistico non riconducibili al binomio capitale/lavoro. Una
L’INIZIO DELLA FINE 205

saldatura difficile e discutibile: la pace, l’ambiente, la giustizia


internazionale, la condizione dei paesi emergenti, il cosiddetto
Terzo mondo che si affaccia sulla scena della storia in cerca
di fortune e appoggi. Una stagione che vorrebbe delineare
una terza via possibile tra Mosca e Washington: un ponte di
dialogo per occupare uno spazio tra i due blocchi uscendo
così dalle strettoie delle compatibilità interne e internaziona­
li. Per la sinistra di matrice comunista l’impresa assume ben
presto il significato di una strategia di attenzione verso settori
del mondo cattolico post-conciliare nella ricerca comune di
nuove trame e possibili convergenze. Il segretario del Pei Ber­
linguer scommette sulla nuova prospettiva e sugli spazi aperti
dalla svolta nel confronto bipolare, nei primi anni del nuovo
decennio. Prende così le distanze dall’ortodossia di Mosca, si
smarca dai dettami del movimento comunista internazionale
per cercare una via autonoma e originale. Il Pei punta così
verso il sostegno ai movimenti del dissenso interno ai regimi
comunisti fino a dichiarare conclusa la spinta propulsiva del
movimento comunista, pochi giorni dopo la repressione polacca.
Il quotidiano del Pc sovietico condanna Berlinguer e le sue
parole, la base del partito è incredula e disorientata, «lo strappo
da Mosca» per quanto tardivo e incompleto segna la rottura
con la tradizione, l’avvio di un’incerta e confusa ricerca di
qualcosa di nuovo'. Uno spazio stretto e rischioso che sollecita
neologismi e prese di posizione: un’opzione da costruire, una
svolta che non era ancora praticabile, un percorso alternativo
per ridimensionare il binomio amico-nemico che aveva retto
e garantito il sistema della guerra fredda.
Ma la terza via è una strada impossibile nel mondo di allora,
indefinita e suggestiva; una presa di distanza dai giganti del
dopoguerra e dalle loro ferree indicazioni, una sinergia tra Stato
e mercato, tra società chiuse e libertà individuali, un incontro
inedito tra elementi di un sistema e dell’altro: l’orizzonte del
comuniSmo con le libertà democratiche solo per richiamare
un esempio significativo della proposta politica comunista8.
Il crollo dell’equilibrio bipolare non è ancora all’ordine del
giorno, al contrario le tensioni tra i due blocchi si ritrovano
nelle risposte al protagonismo diffuso della politica estera
sovietica che aveva segnato minacciosamente il passaggio tra
gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Gli spazi di mediazione
possibili, tanto in chiave di politica interna quanto sotto il
206 L’INIZIO DELLA FINE

profilo delle relazioni internazionali si chiudono rapidamente.


Ogni ipotesi di non allineamento con le direttive dei blocchi
viene accantonata e inesorabilmente messa da parte. Gli Usa si
muovono in risposta alla minaccia che viene da oltre cortina:
l’arrivo in Italia dei missili Pershing e Cruise rappresenta una
chiave per controbilanciare l’arsenale dell’avversario, misu­
rando contestualmente la disponibilità degli alleati europei
nell’accogliere le nuove testate sul proprio territorio. E sulla
questione dell’installazione dei missili made in Usa si accende
il confronto tra le forze politiche. Sono in gioco le alleanze
militari, la collocazione internazionale dell’Italia e più in
profondità la possibilità di misurare distanze, lealtà, porzioni
di autonomia e sovranità. I comunisti tentano la carta del
rinvio di ogni decisione vincolante: allargare il quadro delle
contrarietà che si muovono nell’Europa atlantica (Germania e
Regno Unito in primis, socialdemocratici e laburisti) per offrire
sponde e interlocuzione a un’opinione pubblica lacerata tra
appartenenze e convinzioni, tra fedeltà atlantica e movimento
pacifista. Lo schema di riferimento della divisione Est-Ovest si
conferma come una chiave prevalente. Il governo presieduto
da Francesco Cossiga segue le indicazioni del?amministrazio­
ne Reagan raccogliendo consensi trasversali: tra i primi paesi
europei a compiere il passo, l’Italia dà il via libera all’arrivo
dei Cruise. Nel solco di tale indirizzo, tre anni dopo, nel 1983,
l’esecutivo guidato dal leader socialista Bettino Craxi approva
l’installazione di 112 missili nella base militare di Comiso, nella
Sicilia orientale. Un passaggio delicato che scarica tensioni
tra maggioranza e opposizione e tra il sistema dei partiti e la
società mobilitata sulle parole d’ordine di un nuovo pacifismo
terzomondista. Le proteste diffuse coinvolgono generazioni di
italiani senza tuttavia mettere in discussione il tracciato delle
scelte degli esecutivi. Cossiga ha riconosciuto all’opposizione
la capacità di discutere seriamente e responsabilmente una
questione così delicata, Craxi dal canto suo ha rassicurato i
principali alleati con un’indicazione precisa come sigillo della
sua guida dell’esecutivo.
La forza militare specchio della dicotomia tra Mosca e
Washington diventa l’unità di misura di una dialettica che
dalla direttrice Est-Ovest s’irradia all’interno dei paesi che
compongono le alleanze politiche e militari. Una tensione
diffusa che coinvolge i diversi protagonisti fino al cuore del
L'INIZIO DELLA FINE 207

sistema politico italiano: maggioranza e opposizione come


riflessi immediati della contrapposizione bipolare, ma più
in profondità, in una complessa trama di adesioni e prese di
distanza: partiti, movimenti, sindacati e singoli cittadini sono
chiamati in causa dalle scelte di un tempo difficile. L’equilibrio
del terrore si afferma e si consolida affiancando al volto di
apparente rassicurazione e stabilità la consapevolezza che si
possa precipitare in una spirale incontrollabile: misurare gli
effetti degli arsenali militari diffonde inquietudini e allarmi in
contesti che sembravano pacificati e stabili. Il salto di qualità
riguarda le linee di frattura che compongono il dibattito sul
futuro del pianeta. A quelle tradizionali e consolidate (Est-
Ovest, la Nato e il Patto di Varsavia, maggioranza-opposizione)
si affiancano e si sovrappongono questioni che tagliano tra­
sversalmente le storiche identità e appartenenze. Anche l’uso
dei termini riflette la portata della fase nuova: americanismo
o antiamericanismo, pacifismo o imperialismo, autonomia o
subalternità. Tutto appare in movimento mentre lo scontro tra
le superpotenze definisce un nuovo scenario fatto di apparte­
nenze, opposizioni e tanti distinguo che si manifestano all’in­
terno degli schieramenti che avevano segnato e condizionato
il dopoguerra europeo. E dallo scontro tra simboli, modelli
economici, armamenti utilizzabili e mostrati con orgoglio si
passa alla conquista dello spazio come terreno privilegiato di
una competizione inarrestabile. Un crescendo di possibilità
distruttive e di capacità tecnologiche per misurare gli esiti del
confronto e per convincere eventuali interlocutori della pre­
dominanza dell’uno sull’altro. Gli ultimi fuochi delle logiche
bipolari segnati dal tentativo di rilanciare le ragioni indiscusse
di un equilibrio condiviso fondato sul terrore e sulle paure.
Nell’aprile 1981 la navetta spaziale statunitense Shuttle va
in orbita: oltre ai missili e alle loro traiettorie potenziali, lo
spazio riprende una sua centralità riconoscibile e attraente.
Di converso, la strategia sovietica per conquistare il control­
lo dello spazio o degli strumenti che lo popolano prevede
lanci sperimentali ripetuti, volti a costruire e utilizzare una
stazione orbitante permanente. Ogni iniziativa è motivo di
ammirazione o frizione, si prende parte alla sfida, si parteci­
pa in un’inconsapevole gara che presenta una condizione di
apparente equilibrio. In sintesi, non era immaginabile quanto
fosse vicina la fine di quel mondo, di un sistema bilanciato
208 L’INIZIO DELLA FINE

diventato col tempo un dato acquisito e incontrovertibile. Una


forte spallata arriva dall’annuncio di un progetto ambizioso
che avrebbe stravolto le condizioni dell’equilibrio presente.
Il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan nell’aprile del
1983 dichiara di lavorare alacremente alla costruzione di uno
«scudo spaziale» capace di intercettare i missili sovietici e
di alzare di conseguenza il livello di protezione del suolo e
della popolazione statunitense. Una conferma della priorità
sicurezza, ma una contestuale minaccia in grado di modifi­
care sensibilmente gli equilibri del terrore. La distanza tra lo
spazio, l’orbita terrestre e la politica italiana è breve, in poco
tempo il confronto sulle guerre stellari riaccende tensioni e
aspirazioni di tanti incuriositi dagli effetti dell’iniziativa ame­
ricana e dalle risposte del campo avverso. Anche in questo
caso l’apparenza inganna: governo e opposizione confermano
le rispettive collocazioni, con gli Usa da una parte, con il
mondo che si oppone al progetto di Reagan dall’altra. Ma a
ben guardare i campi sono attraversati da interrogativi e di­
stinguo, non tutti si allineano con immediatezza automatica,
la dialettica internazionale rimbalza fino al fulcro delle forze
politiche pronte a sostenere posizioni ritenute vantaggiose o
efficaci in un’ottica di consenso nazionale. L’equilibrio del
terrore diventa un canale di legittimazione e confronto nazio­
nale, utile a misurare un sostegno presunto, posizionamenti
o ambizioni interne a segmenti più o meno estesi del sistema
politico repubblicano. Posizioni immodificabili in teoria, che
in pratica si muovono per trarre vantaggi e privilegi dalle
nuove tensioni internazionali. Ogni segnale di novità merita
attenzione e commento. Quando ai primi di settembre 1983
un caccia dell’aviazione sovietica abbatte un Boeing 747
sudcoreano in volo sullo spazio aereo controllato da Mosca,
provocando 269 morti, le tensioni reciproche - fino allora
tenute sotto controllo - diventano le premesse di una vera e
propria escalation. La Corea aveva rappresentato sin dai primi
anni Cinquanta un banco di prova delicato dell’ordine bipo­
lare e della divisione geografica e politica in sfere d’influenza
controllate e gestite dalle superpotenze. Dal governo italiano
vengono pronunciate parole di condanna inequivocabili:
l’abbattimento appare come una dichiarazione di guerra, un
gesto ingiustificabile. Perdono la vita civili innocenti e dalla
Casa Bianca l’attacco viene definito «un atto di barbarie».
L’INIZIO DELLA FINE 209

Le risposte non si fanno attendere, anche se, contrariamente


a ciò che trapela dalle prime reazioni, l’opzione militare non
rientra tra le priorità immediate deH’amministrazione statuni­
tense. Pochi giorni dopo il Dipartimento di Stato americano
impedisce al ministro degli Esteri sovietico Andrey Gromiko
di mettere piede negli Usa: non può quindi prendere parte
a una seduta delle Nazioni Unite nel palazzo di vetro a New
York. Crisi politica, militare e riflessi diplomatici che alzano
il livello dell’attenzione e dell’allerta. Tuttavia, dopo il forte
impatto iniziale, la questione torna progressivamente sotto
controllo tanto che Ronald Reagan sceglie la Corea come
meta di una visita di Stato nel mese di novembre. Il pre­
sidente atterra in un teatro consolidato della guerra fredda
dopo che migliaia di marines avevano rovesciato a Grenada
un tentativo di instaurare un governo filocubano. Il culmine
della visita nella penisola contesa è il passaggio del presidente
lungo la linea di confine del trentottesimo parallelo. Un segno
chiaro di difesa delle prerogative statunitensi in un contesto
di crisi, la conferma di un perimetro di confronto condiviso
con l’antagonista sovietico. La guerra fredda rappresenta in
questo caso - è una delle ultime occasioni prima del crol­
lo - una risorsa per ristabilire un ordine valido e approvato
e un rifugio contro mire espansionistiche o tentazioni aggres­
sive. L’attacco contro il volo di linea viene così rapidamente
archiviato, mentre le novità che scuotono il mondo comunista
modificano l’immagine di gigante statico e in buona salute che
aveva accompagnato il mondo sovietico nella prima parte degli
anni Ottanta. Con i rischi di una sintesi eccessiva, mentre si
avvicina la metà del decennio le relazioni tra i due blocchi si
mantengono in tensione costante senza che il salto di qualità
nella dialettica amico-nemico determini situazioni ingestibili
o incontrollabili. Ma il quadro interno dei due paesi comincia
a mutare in modo irreversibile; l’immagine di un campo di
forze bilanciato svanisce nello spazio breve di pochi anni. Il
reciproco timore dell’equilibrio del terrore perde la sua carica
ordinatrice e paralizzante.
Il riflesso in Italia è immediato, alle premesse della crisi
del blocco comunista segue la ricerca di un’interlocuzione
più aperta, meno legata alle rigidità di un passato che non
rassicura, non offre né certezze né prospettive credibili. E
da Mosca iniziano ad arrivare le prime informazioni su un
210 L’INIZIO DELLA FINE

cambiamento di fase che si avvicina inesorabile. Agli inizi del


1984 muore Jurij Andropov, da due anni al vertice del Pcus.
La successione premia Konstantin Cernenko, affiancato da un
giovane leader emergente, proiettato sulla scena internazionale:
Michail Gorbacév. Sarà lui il protagonista di una nuova fase
della storia delPUrss, e del suo epilogo conclusivo. Una figu­
ra che appare fuori dagli schemi tradizionali del Politburo,
capace di costruire una fitta trama di relazioni e rapporti con
interlocutori collocati al di qua e al di là della cortina di ferro.
Un personaggio chiave che mostra un volto disteso e affabile
pronto a dedicarsi al rinnovamento di un mondo chiuso e per
molti versi impenetrabile. A soli 54 anni, viene eletto segre­
tario generale del partito l’i l marzo 1985, ad appena tre ore
dalla morte di Cernenko9. Si apre una fase di discontinuità di
uomini, metodi e atteggiamenti. Il nuovo leader punta a un
consenso ampio, costruito anche fuori dai confini nazionali e
dalle compatibilità del partito/Stato. Sembra un nuovo inizio
per tanti, più che l’epilogo incombente di una storia iniziata
con la rivoluzione del 1917. La sinistra europea (d’ispirazione
socialista e socialdemocratica) e le componenti diverse della
sinistra italiana dialogano e scommettono su nuovi rapporti
di forza; Gorbacév parla e scrive di Casa comune europea,
di sicurezza internazionale, mette in risalto i tempi dello
sviluppo e delle sostenibilità ambientali, usa terminologie
moderne e accattivanti: l’interdipendenza come destino co­
mune dell’umanità10. Sembra per molti giunto il momento di
quel rinnovamento necessario e possibile auspicato nel 1956
o nel 1968 e soffocato nel sangue della repressione. Il capo
del Cremlino si sposta frequentemente da un paese all’altro,
attraversa continenti e contesti politici per affermare le pos­
sibilità di un rinnovamento del mondo comunista. Paradosso
crudele di un tempo inqueto: al suo grande consenso esterno,
alla credibilità e al carisma che lo accompagnano non corri­
sponde un disegno adeguato e percorribile. Le contraddizioni
esplodono quando la dimensione globale dei processi travolge
confini ed equilibri del campo comunista: mercati, democrazia,
modelli culturali, libertà individuali, ingredienti che il nuovo
leader proietta in un contesto nazionale (plurinazionale per
la composizione dell’Urss) che non è né pronto né capace di
conviverci. Pochi anni e tutto verrà messo in discussione fino
alle estreme conseguenze di fine decennio. Sull’altro versante
L'INIZIO DELLA FINE 211

del confine bipolare si consolida uno scenario di segno opposto:


Reagan si conferma nelle elezioni presidenziali di novembre
1984. Inaugura il secondo mandato con il 60% dei consensi,
rinsaldando posizioni, antiche alleanze e stringendone di nuo­
ve: il dialogo con Mosca ha luogo da una posizione di forza.
Percorsi differenti tra Mosca e Washington avviati verso lo
scorcio conclusivo della guerra fredda, potenze asimmetriche
in una dialettica che condiziona direttamente schieramenti e
prospettive della politica italiana11.

2. Una lenta agonia

La nuova guerra fredda dell’inizio degli anni Ottanta


contribuisce a polarizzare le tendenze della politica italiana. Si
chiudono rapidamente ipotesi di collaborazione tra diversi, di
coalizioni ispirate a compromessi più o meno storici, mentre
si rafforza la contrapposizione lungo l’asse amico-nemico12. Il
1979 scorre attorno a due appuntamenti elettorali ravvicinati: il
3 giugno le elezioni politiche e una sola settimana dopo il primo
voto a suffragio per il Parlamento europeo. Il Partito comunista
flette attestandosi sopra il 30% alla Camera, più di 4 punti
in meno rispetto al 1976. I radicali raccolgono parte del voto
comunista in uscita superando il 3 %. Il quadro politico appare
in movimento, con il consenso giovanile che non premia le op­
posizioni: il Pei va sensibilmente meglio al Senato. Ma la spallata
più significativa viene dal leader socialista che nel settembre del
1979 a margine di un incontro con Berlinguer comunica la sua
idea di lavorare a una grande riforma dello Stato e della sua
architettura complessiva. Mettere quindi all’ordine del giorno
del sistema politico repubblicano la necessità di rivedere assetti
e competenze. Una riforma che avrebbe interessato e coinvolto
diversi ambiti: istituzionale, amministrativo, economico, sociale
e morale. Una nuova pagina per un sistema in affanno che aveva
l’ambizione - e forse anche il limite - di puntare a un disegno
unitario e coerente, una grande riforma ispirata da un auspicato
spirito costituente. Così il protagonismo di un leader in ascesa
si misura su questioni delicate che attraversano schieramenti
e forze politiche13. Le prime contrarietà vengono da ambienti
vicini al gruppo dirigente socialista, personalità che non sono
state coinvolte, o dirigenti che tentano di disarcionare il gio­
212 L’INIZIO DELLA FINE

vane segretario. Bettino Craxi riesce nella sfida di difendere


e modificare la sua maggioranza interna, ma il dibattitto sulla
prospettiva che avrebbe mobilitato e coinvolto tutte le forze
politiche e sociali disponibili per un’opera di trasformazione
sociale, istituzionale e di progresso, rimane un’avventura ipo­
tizzata senza riscontri, verifiche, passi concreti14. Le opposi­
zioni di vario tipo (interne al partito e soprattutto esterne alle
dinamiche del gruppo dirigente socialista) si uniscono e nella
dialettica prolungata tra l’ambizione di un grande progetto
innovativo e la forza della conservazione statica dell’esistente,
tutto viene rimandato a un domani imprecisato. Di certo la
leadership socialista si rafforza e la morsa dell’incontro storico
tra democristiani e comunisti si scioglie definitivamente ria­
prendo così scenari favorevoli a coalizioni composite che non
mettono in causa il confine delle appartenenze della guerra
fredda. Un nuovo centrosinistra - come molti cominciano a
chiamarlo - con i comunisti e le destre all’opposizione e una
maggioranza, con i soliti problemi di numeri risicati, attorno
al perno della Democrazia cristiana15.
Nel 1980 una dura vertenza alla Fiat si conclude con una
marcia di quarantamila quadri e impiegati che sconfessa le
posizioni e le modalità di mobilitazione della classe operaia.
Lo scontro frontale si ridimensiona, la classe operaia perde
progressivamente centralità e peso politico16.
Su un altro versante si manifesta il protagonismo di settori
della società italiana coinvolti dalla sfida su quesiti referendari.
Con l’esito dei referendum del 17 maggio 1981 rimane in vigore
la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (approvata
dal Parlamento nel 1978) con il 68% di No a fronte di un’af­
fluenza pari al 92% degli aventi diritto. Contestualmente ven­
gono respinti i quesiti sull’abolizione dell’ergastolo, del porto
d’armi, e sulle norme speciali per contrastare l’emergenza del
terrorismo politico.
Pochi mesi dopo le Camere intervengono per cancellare
l’estinzione del reato di stupro in caso di nozze riparatrici,
anche se ci vorranno altri quindici anni per giungere a definire
i confini della violenza sessuale stabilendo di conseguenza
fattispecie, reati e pene. Un cammino complesso segnato
dalla forza del protagonismo femminile e dalle spinte verso
un allargamento progressivo e consapevole dei confini della
cittadinanza17.
L'INIZIO DELLA FINE 213

Ma ben altri poteri influenzano i tortuosi percorsi della


politica nel nuovo decennio. Nel cuore dell’estate una bomba
esplode alla stazione centrale di Bologna. Il 2 agosto 1980
alle ore 10.25 il tempo sembra fermarsi. È una strage: 85
morti, oltre 200 feriti. Tornano interrogativi sui depistaggi
e sulla pista neofascista degli ordigni contro la popolazione.
Ai primi di ottobre del 1980 Licio Celli, un semisconosciuto
imprenditore e faccendiere, in un’intervista dalle colonne del
«Corriere della Sera» torna a parlare del potere granitico e oc­
culto di una loggia massonica di cui era «il capo indiscusso»18.
Un potente strumento di condizionamento della politica, un
gruppo variegato tenuto insieme da progetti eversivi e trame
destabilizzanti. Poco tempo dopo, in occasione delle indagini
sul rapimento misterioso di un banchiere legato ad ambienti
della maggioranza, gli inquirenti trovarono l’elenco degli ap­
partenenti alla loggia segreta P2 (Propaganda Due, aderente
al Grande Oriente d’Italia), all’interno della fabbrica «La
Gioie» di proprietà di Licio Gelli in località Castiglion Fiboc-
chi, presso Arezzo. La lista viene resa pubblica il 20 maggio
1981, tre giorni dopo la tornata referendaria; ne consegue un
terremoto senza precedenti: politici, imprenditori, uomini dello
Stato e dei servizi, rappresentanti delle forze armate o della
magistratura. Un insieme di poteri occulti sottratti ai controlli
e ai condizionamenti delle regole democratiche. Un intreccio
complicato, perverso, pieno di zone d’ombra nonostante indagi­
ni, ricostruzioni storiche, inchieste giornalistiche e commissioni
parlamentari19. Anche le coincidenze temporali contribuiscono
a diffondere interrogativi inevasi che si proiettano sugli anni e
i decenni successivi. Il giorno della comunicazione pubblica sul
contenuto degli elenchi della P2 viene arrestato con l’accusa
di esportazione illecita di capitali il banchiere Roberto Calvi,
presidente del Banco Ambrosiano. Figura di punta della finanza
cattolica (insieme a Michele Sindona), aveva stretto relazioni
con l’Istituto per le Opere di Religione (Ior) del Vaticano
guidato da monsignor Marcinkus, attraverso il quale avrebbe
finanziato illegalmente Solidarnosc in Polonia e altre forze
attive nel campo dell’anticomunismo di varia natura. L’anno
dopo - nel giugno del 1982 - Roberto Calvi viene ritrovato
senza vita sotto il ponte dei Domenicani (Blackfriars Bridge)
a Londra, impiccato in circostanze ancora da chiarire. Il col-
legamento tra Calvi e Gelli, tra finanza cattolica e ambienti
214 L'INIZIO DELLA FINE

massoni sembra essere Michele Sindona con la sua rete di


imprenditori e politici di area andreottiana o di riferimento
in settori della classe dirigente. Una sorta di terribile trama
da romanzo giallo: Sindona scappa negli Stati Uniti fingendo
di essere stato rapito, viene successivamente estradato per far
ritorno in Italia fino all’epilogo (suicidio?) nel supercarcere
di Voghera per avvelenamento. La commissione parlamentare
che ha indagato sulla vicenda si è divisa pur consolidando
alcuni giudizi significativi. Conclusioni che dalla biografia del
banchiere criminale, legato ad ambienti malavitosi al di qua e
al di là dell’oceano, si spinge fino a descrivere uno spaccato
inquietante di trame e manovre che accompagnano la storia
d’Italia di quegli anni, nello scorcio conclusivo della guerra
fredda. Nel testo approvato a maggioranza si può leggere che
nel biennio 1978-1979 Michele Sindona
aveva posto in essere atti e comportamenti addirittura criminali che
erano culminati nell’assassinio dell’avvocato Ambrosoli e nel suo fal­
so rapimento dell’agosto del 1979, che aveva sollevato il velo su un
inquietante scenario di ambienti massonici, droga, progetti di golpe,
speculazioni edilizie e finanche riciclaggio di denaro sporco20.

Ma in un passaggio successivo le conseguenze vengono


attenuate e limitate all’uomo in questione più che all’ambiente
nel suo insieme. Una distinzione sottile ma impegnativa che
avrebbe in sostanza assolto il sistema politico e le sue regole
condannando nel merito comportamenti e legami dell’imputato
in questione. Lo scontro tra giudizi contrapposti, tra mag­
gioranza e opposizione riflette tale tensione fino alle parole
conclusive della stessa relazione di maggioranza che escludono
una trama più articolata e consapevole:
Sindona non era in alcun modo la rappresentazione di un momento
di degradazione di uomini e istituzioni del nostro paese e sarebbe stato
ingiustamente diffamatorio affermare che esse fossero state piegate
per fellonia di esponenti politici o amministratori ai torbidi disegni
di Sindona21.

Una difesa d’ufficio che non convince tutti in Parlamento


e soprattutto nel paese. La relazione di minoranza, al contra­
rio, sembra un atto d’accusa che non risparmia interlocutori
potenziali, politici e ambienti governativi. Giudizi che dal caso
specifico puntano ad allargare il quadro delle considerazioni e
L’INIZIO DELLA FINE 215

degli effetti. Giulio Andreotti viene indicato come l’uomo poli­


tico che prima e dopo il crack dell’Ambrosiano ha intrattenuto
rapporti e relazioni costanti con il banchiere. Simbolo della
continuità del potere democristiano e al tempo stesso emblema
delle anime e divisioni che caratterizzano lo scudocrociato (il
quinto governo Andreotti era entrato in crisi nella primavera
1979, rimasto in carica 11 giorni prima di indire le elezioni
politiche). Nelle considerazioni conclusive di minoranza viene
affermata la convinzione che

Sindona era figlio di un sistema di potere e come tale non c’era


dubbio che un punto d’incontro dei «poteri occulti» e dei «poteri le­
gittimi» erano pezzi del sistema finanziario che in Italia erano privati,
pubblici, laici, «religiosi», ma sempre ai margini della legge. Sindona
era quindi un simbolo di questa realtà, ma non l’eccezione22.

Ecco il punto dirimente di un confronto lacerante che si


trascina per molto tempo con gravi conseguenze per la tenuta
complessiva del sistema democratico: un’eccezione grave e
limitata, una mela marcia da combattere, o, al contrario, come
sostengono le opposizioni un sistema strutturalmente corrotto
e corruttibile dove la politica si lega all’economia in modi per­
versi e incontrollabili. Al di là degli effetti sul caso specifico di
inizio anni Ottanta tali interrogativi rimbalzano fino a mettere
in questione aspetti costitutivi dell’architettura costituzionale
contribuendo così a incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini
e istituzioni, tra lo Stato e le sue prerogative fondamentali in un
lento ma inesorabile distacco. Le parole di condanna, i termini
di giudizio delle commissioni che hanno indagato su illeciti,
strane fughe, omicidi coperti, non sempre hanno contribuito a
mantenere distinti compiti e funzioni: la politica dalla giustizia,
la ricerca delle responsabilità individuali da un giudizio più
approfondito e sereno su un’intera fase storica. La P2 simbolo
di trame irrisolte, di manovre ipotizzate (il fantomatico piano
di rinascita democratica che avrebbe spodestato e sostituito
poteri costituiti) e di legami mai recisi tra settori qualificati di
classe dirigente. La tenuta della Repubblica dei partiti comincia
ad apparire incerta, minacciata da più parti, esposta ai venti
ostili di forze antisistema che si annidano nei gangli dei poteri
dello Stato23. Difficile costruire risposte immediate, i partiti
difendono le strategie di un cammino condiviso nonostante
216 L'INIZIO DELLA FINE

differenze e contrasti. La dialettica tra maggioranza e oppo­


sizione si snoda attraverso le strettoie di un sistema politico
bloccato e i contraccolpi rilevanti di rivelazioni e inchieste sul
segreto e influente mondo dei poteri occulti e delle trame che lo
agitano. Le rivelazioni impreviste sulla P2 e i suoi componenti
scuotono la politica. Il governo presieduto da Arnaldo For-
lani (un centrosinistra ampio per forze politiche partecipanti,
ma risicato per i numeri in Parlamento) si dimette nell’estate
1981 dopo oltre 200 giorni di navigazione burrascosa. Le
critiche sono trasversali e di varia natura: sulla segretezza
delle notizie trapelate, sulla necessità di chiarire i rapporti tra
poteri dello Stato, sulle fratture interne ai partiti che vedono
propri esponenti tra gli aderenti alla loggia massonica. Una
miscela di ragioni, risentimenti, giudizi fortemente critici. Il
segno prevalente di una rottura di credibilità e consensi senza
precedenti: una discontinuità sistemica. Viene così individuato
un itinerario di svolta possibile, indicando un laico, un non
democristiano come Giovanni Spadolini per la prima volta alla
guida defl’esecutivo. Nel dibattitto sulla fiducia non mancano
le critiche all’operato della magistratura e alle modalità che ave­
vano accompagnato le inchieste più controverse. Prendono la
parola politici che sono tra i presunti affiliati alla P2, lo scontro
si polarizza lungo l’asse potere esecutivo/potere giudiziario.
Con una sorprendente componente di provocazione, al limite
della rottura istituzionale, settori della maggioranza ipotizzano
e propongono di mettere la magistratura sotto una forma di
controllo del potere politico a tutela e beneficio dell’esecutivo
e delle proprie prerogative. Un vero e proprio braccio di ferro
tra poteri dello Stato che dal confronto parlamentare di allora
accompagnerà il corso futuro della storia della Repubblica. Da
un lato la tesi di poter controllare le azioni della magistratura
minando quindi l ’autonomia costitutiva di un corpo costitu­
zionale; dall’altro la ricerca di un equilibrio difficile in grado
di ridimensionare protagonismi diffusi o tribunali improvvisati
o mediatici. Un nervo scoperto che con insistente ciclicità si
ripresenta magari in forme nuove o con protagonisti differenti
durante anni e decenni successivi.
Nel quadro di una tensione così lacerante nasce il governo
Spadolini: coalizione di centrosinistra a guida repubblicana.
Una vera e propria innovazione non tanto nella formula di
alleanza (sostanzialmente invariata) quanto negli equilibri tra
L’INIZIO DELLA FINE 217

i partiti e nella presenza di un non democristiano al vertice


di Palazzo Chigi24. La crisi della centralità del partito di mag­
gioranza relativa che affonda le radici a partire dalla metà
degli anni Settanta trova nuove conferme. Spadolini, almeno
agli inizi, gode di un sostegno diffuso che accomuna coloro
che pensano sia necessario innovare, mostrare che non tutto
il sistema politico è marcio e che le risorse per rispondere al
ricatto di scandali e veti incrociati siano ancora sufficienti e
utilizzabili. Due le emergenze del nuovo governo in carica
dalla fine di giugno 1981: il peso degli scandali e della que­
stione morale che coinvolge partiti e istituzioni e la situazione
economica che non promette nulla di buono visto che nel
marzo che precede la fiducia all’esecutivo, la lira subisce una
svalutazione del 6%. Ridimensionata l’eco delle manovre
eversive e antisistema, la crisi economica diventa la priorità
indiscussa. L’orizzonte dell’esecutivo (Giorgio La Malfa è al
Bilancio mentre un brillante economista, già consigliere di
Aldo Moro, Beniamino Andreatta, al Ministero del Tesoro)
appare quello della riduzione della spesa, del contenimento
progressivo delle uscite che rischiano di mettere in questione il
bilancio dello Stato. Ma l’orizzonte ambizioso non collima con
le compatibilità ristrette di maggioranze deboli, eterogenee e
litigiose. In breve quella fiducia iniziale a favore di una svolta
innovativa si esaurisce, si consuma rapidamente. L’esecutivo
entra in fibrillazione per conflitti tra i dicasteri economici e per
le polemiche reiterate tra socialisti e democristiani. Alla crisi
dell’agosto 1982 segue la formazione di un esecutivo identico
che riesce faticosamente ad arrivare fino al mese di novembre.
Un’estate calda e difficile per la politica italiana esposta alle
debolezze di una stagione instabile e complicata. Il paese è
attraversato dall’entusiasmo contagioso per il sorprendente
successo ai mondiali di calcio spagnoli, con il presidente della
Repubblica Sandro Pertini che festeggia in tribuna allo stadio
Santiago Bernabeu la vittoria nella finale con la Germania,
al fianco del Re di Spagna. Ma l’ottimismo di una rinascita
possibile non spezza il muro di sfiducia che attanaglia settori
significativi della società italiana. Il calcio, sport nazionale che
unifica e rassicura, appare come un antidoto potente ma mo­
mentaneo. La crisi economica morde e il quadro politico non
trova la strada per stabilizzarsi: alla crisi del secondo governo
Spadolini fa seguito il breve ritorno di Amintore Fanfani che
218 L’INIZIO DELL A FINE

non riesce a contenere le frizioni della sua fragile maggioranza.


Con l’uscita dall’esecutivo del Partito socialista non rimane
altra strada che quella di tornare a dar voce agli elettori:
un nuovo appuntamento elettorale per misurare rapporti di
forza, verificando contestualmente la possibilità di dar vita a
maggioranze parlamentari. Problemi antichi e radicati che si
ripresentano in un nuovo scenario.
Le elezioni politiche vengono fissate per il 26-27 giugno
1983. Il responso delle urne conferma la sofferenza di un si­
stema esausto. La De paga il prezzo più alto perdendo più di
5 punti percentuali (si attesta alla Camera poco sotto il 33%
dei consensi); la flessione comunista porta il maggiore partito
d’opposizione sotto il 30%. Spadolini contribuisce alla cresci­
ta del consenso repubblicano fino alla cifra considerevole del
5,1%. Di converso la quota di consenso al Partito socialista
non sembra premiare il protagonismo emergente di Bettino
Craxi; i rapporti a sinistra restano inchiodati alle distanze tra
i partiti tradizionali del movimento operaio senza che si pro­
fili quel riequilibrio che la nuova stagione socialista voleva
inaugurare. Ma il dato più significativo che allora non viene
valutato per quello che merita e per il peso che avrà nell’Ita­
lia dei decenni successivi è il consenso a una formazione po­
litica territorialmente definita, con un’identità radicata: la Liga
veneta che supera il 4% nella regione dove, si presenta. Il
crollo della De in una delle zone più ricche e sviluppate del
paese sfiora l’8% dei consensi, la Lega raccoglie così un voto
di protesta (contro Roma, lo Stato, i meridionali) e inizia a
erodere il consenso che la «balena bianca» democristiana
aveva consolidato in una regione chiave del Nord-Est. L’esor­
dio della Liga non allarma più di tanto, sembra un diversivo
locale con contenuti innocui e inattuali: il localismo, le picco­
le patrie, la rivolta contro il centralismo che opprime e ingab­
bia sensibilità, culture e soprattutto risorse. L’inizio del tra­
monto della De si accompagna - in una regione chiave come
il Veneto - alla costruzione d’istanze rivendicative che pro­
muovono in un arco di tempo breve una classe dirigente al­
ternativa e conflittuale con le tradizionali stratificazioni dei
partiti di governo25.
Il passaggio elettorale - nonostante i cambiamenti nei
rapporti di forza - non modifica il quadro composito del
Parlamento nel quale la costruzione di una maggioranza risulta
L'INIZIO DELLA FINE 219

impresa complicata. Il 4 agosto le Camere danno il via libera


al primo governo a guida socialista, Bettino Craxi presiede
una coalizione pentapartito. La De mantiene ministeri chiave
oltre alla vicepresidenza del Consiglio nella persona di Ar­
naldo Forlani. Andreotti va agli esteri, Oscar Luigi Scalfaro
agli Interni. Coalizione politicamente indebolita dai numeri
e dal trascorso di simili tentativi e progetti di collaborazione
tra diversi; rinvigorita dal protagonismo e dalla forza del
presidente del Consiglio. Si succedono due governi Craxi,
fino alla conclusione della parabola socialista a Palazzo Chigi
nel marzo 1987. Il sistema rimane così in bilico tra ipotesi di
rinnovamento profondo (grandi riforme, alternanza tra mag­
gioranze alternative, ridefinizione dei poteri costituzionali)
e una stanca prosecuzione di esperienze che non riescono a
invertire un senso di precarietà e incertezza. Difficile investire
su politiche di lungo periodo quando i numeri sono impietosi,
complicato intervenire con misure impopolari con una base
sociale ristretta, rischioso approfondire contenuti e program­
mi quando le divisioni attraversano partiti, correnti interne e
segmenti più o meno ampi della coalizione. Nella laboriosa
costruzione della coalizione di governo tra socialisti e democri­
stiani il rischio è quello di scaricare all’interno dell’esecutivo la
dialettica fisiologica tra governo e opposizione come se tutto
possa avvenire alfinterno di un’alleanza politica o aH’interno
dei singoli partiti composti da correnti in perenne competizione
tra loro. La discontinuità di una guida laica o socialista (dal
1981 al 1987, dal primo governo Spadolini al secondo governo
Craxi) per una coalizione composita è un tentativo che merita
attenzione, tenuto insieme da due diverse ragioni e finalità. La
prima è quella di innovare il quadro politico, ridimensionare il
peso della De riaprendo una dialettica nell’area di governo per
limitare l’egemonia storica del maggior partito italiano26. Una
nuova formula e soprattutto un’inedita guida per contrastare
(o tentare di farlo) sfiducia, distacco, estraneità. La seconda,
in continuità con i lasciti del primo centrosinistra, quello a
cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, interviene sulla
difficile ricerca di una maggioranza in Parlamento per dare
stabilità dove sembra difficile costruirla, per dare credibilità e
certezze in una fase difficile dell’economia internazionale. Una
costruzione in parte nuova che si appoggia sulla possibilità
di affrontare un antico problema: la debolezza di politiche
220 L’INIZIO DELLA FINE

segnate più dall’emergenza che dalla capacità di pensare e


progettare il futuro. La De soffre la morsa tra l’opposizione
comunista e l’acme (1979-1983) del protagonismo del leader
socialista. In prima istanza, dopo la tragica fine di Moro, il
partito aveva stigmatizzato la politica craxiana e preso le di­
stanze dall’incarico offerto per la prima volta a un socialista.
Sembra un rovesciamento totale della solidarietà nazionale e
soprattutto una conferma ineluttabile della fine della centra­
lità democristiana. Solo con il Congresso del febbraio 1980
si afferma una linea politica figlia di una fase nuova. Una
sorta di congresso risolutivo nel quale la maggioranza arriva
al 57% , fotografando così un partito diviso quasi a metà. Un
raro momento di chiara spaccatura attorno a una proposta
politica condizionante. Come il Congresso di Napoli del 1962
che aveva dato il via libera alla politica di Moro e Fanfani per
il primo centrosinistra, le assise di Roma si concludono sulla
linea del cosiddetto «preambolo»: chiusura nei confronti dei
comunisti, archiviazione della breve stagione della solidarietà
nazionale, riavvicinamento e attenzione verso il cammino dei
socialisti segnato dalla nuova leadership emergente27. Uno dei
principali protagonisti della svolta è Carlo Donat-Cattin, diri­
gente di punta dello scudocrociato, padre di un militante del
gruppo terroristico di Prima Linea, arrestato alla fine dell’anno
nell’inchiesta per l’uccisione del giudice Emilio Alessandrini.
La strada del preambolo si pone in antitesi rispetto alla
tessitura che Moro aveva dedicato al Pei berlingueriano; nei
contenuti di alcuni proponenti prevalgono accuse per presunte
responsabilità nella nascita e nello sviluppo del terrorismo rosso
o anche critiche alla gestione dell’affaire Moro nei giorni del
sequestro. Risentimenti e ostilità nei confronti del tratto di
strada comune con i comunisti uniti alla sorpresa di un’affer­
mazione congressuale nella quale i prosecutori potenziali della
solidarietà nazionale si ritrovano in minoranza e - come nel caso
di Benigno Zaccagnini duramente provato dall’epilogo della
vicenda Moro - lasciano la scena. Si sommano in un passaggio
così delicato ragioni antiche e circostanze momentanee: il peso
del risultato negativo delle elezioni del 1979, il protagonismo
attraente di Bettino Craxi, il rischio del ridimensionamento del
ruolo del partito e in modo significativo il condizionamento
internazionale della nuova guerra fredda che da Mosca aveva
rimesso in moto ambizioni e progetti contrastanti. In questo
L'INIZIO DELLA FINE 221

quadro maturano i tentativi di aprire la De agli esterni, lavo­


rando a un possibile e per molti versi irrealistico rinnovamento
del partito e della sua cultura politica28.
Così, dalla breve collaborazione tra i due principali partiti
italiani, immagini ridotte della contrapposizione bipolare, si
passa a uno scontro esplicito e dichiarato. Speculari le mosse
dei due gruppi dirigenti: la De sceglie il preambolo rilanciando
le ragioni del centrosinistra e offrendo così un endorsement
indiretto per chi si appresta a guidare l’esecutivo (un repub­
blicano e poi un socialista, la fine della guida ininterrotta del
governo da parte di esponenti dello stesso partito dal 1945).
Sull’altro versante il gruppo dirigente comunista in risposta al
preambolo democristiano precisa i contenuti della nuova fase
con la «seconda svolta di Salerno» all’indomani di un terribile
terremoto che colpisce le regioni meridionali il 23 novembre
1980. L’opposizione poteva e doveva aspirare a governare il
paese: non insieme alla De, cercando la sua legittimazione ma
in alternativa al partito che aveva retto le redini dell’esecutivo
dalla fine del secondo conflitto mondiale. Non insieme quindi,
ma contro ciò che la De rappresentava nel paese e nella sua
proiezione internazionale.
Chi osserva con attenzione e interesse le mosse della politica
italiana da oltre oceano si accorge della mutazione significati­
va. Il Dipartimento di Stato americano utilizza ripetutamente
parole inequivocabili: centralità del nuovo corso socialista,
interesse per una leadership dinamica e decisionista in ascesa,
polarizzazione tra comunisti e democristiani, scontro a sinistra
tra Pei e Psi e, con allarmi reiterati, una nuova instabilità che
non promette nulla di buono29.

3. Una strana modernità

La fine della solidarietà nazionale e quindi la crisi defi­


nitiva del compromesso storico tra i partiti più rappresenta­
tivi dell’arco costituzionale ripropone il tema dell’instabilità
complessiva del sistema politico. La contraddizione è evidente
e carica di conseguenze: i costi della crisi economica, a co­
minciare dall’aumento del prezzo del petrolio, mettono il
sistema in una condizione delicata che avrebbe bisogno di una
capacità d’intervento e di decisione politica efficace e imme­
222 L'INIZIO DELLA FINE

diata. Al contrario la politica risponde in modo inadeguato


alle sollecitazioni di una fase che non può essere ricondotta
alla gestione dell’esistente, alla difesa di posizioni acquisite o
centralità ereditate. La stessa natura delle coalizioni soffre per
la perdita progressiva di un orizzonte comune, di un disegno
capace di motivare scelte, indirizzi e approdi possibili. Le
coalizioni, da collaborative e complesse, tendono a diventare
conflittuali scaricando al proprio interno tensioni e prospettive
non componibili. Al tramonto di collaborazioni politiche con
progetti unificanti, dopo l’emergenza della solidarietà nazio­
nale prevale la mera (e talvolta spregiudicata) ricerca di una
maggioranza parlamentare che possa garantire uno spazio per
singoli protagonisti o aspiranti tali, partiti o correnti interne
in costante dialettica tra loro in una patologica confusione di
ruoli tra maggioranza e opposizione. Il conflitto e il confronto
democratico si spostano dentro le coalizioni di governo esclu­
dendo così una buona parte della rappresentanza e favorendo
la paralisi connessa a una democrazia bloccata. Così i governi
a guida laica (repubblicana e socialista) devono affrontare le
emergenze dell’economia italiana in una condizione inedita:
un disegno politico debole immerso in una realtà economica
particolarmente complicata.
Il primo banco di prova riguarda l’approvvigionamento
energetico. Sin dalla metà degli anni Settanta risulta prioritario
diminuire la dipendenza dal petrolio. A seguito delle tensioni
internazionali del biennio 1979-1980 il prezzo del barile au­
menta fino al 70%. Un’impennata imprevista che determina
nuovi problemi su economie nazionali già indebolite. Il deficit
della bilancia commerciale italiana registra incrementi consi­
stenti e costanti, la dipendenza dalle importazioni di energia si
fa sentire come dato strutturale30. Nella seconda metà del 1981,
dopo l’avvio di un programma per la costruzione di quattro
centrali nucleari, il nuovo piano energetico prevede un progetto
Enel volto a potenziare impianti termici e a carbone. Il quadro
economico generale rimane sospeso tra ipotesi contrapposte.
I protagonisti della stagione degli anni Ottanta con orgoglio
hanno rivendicato il merito di aver salvato un sistema agoniz­
zante, mentre venivano scaricati costi e lasciti impegnativi sulle
generazioni successive. Parallelamente, proprio in quegli anni
cambia la geografia economica: lo sviluppo industriale inizia a
coinvolgere, soprattutto attraverso la diffusione della piccola
L'INIZIO DELLA FINE 223

e media impresa, nuove zone della penisola; la cosiddetta


«Terza Italia» che entra così nel tempo della produzione di
qualità31. Buona parte delle regioni del Centro, unite a seg­
menti significativi del Mezzogiorno, attraversano una tappa
della modernizzazione, mentre il Nord più avanzato entra in
una fase post-fordista (Lombardia e Piemonte) e una larga
parte del Mezzogiorno più profondo (Calabria, Basilicata,
Sicilia) resta palesemente indietro. Una parziale ma signifi­
cativa ristrutturazione del mondo dell’impresa che produce
cambiamenti nel modo di produrre, all’interno dell’universo
lavorativo spingendo a un rinnovamento generazionale di
quadri e rappresentanze sindacali. Una nuova stratificazione
della classe operaia in parte cresciuta dopo le grandi lotte
del 1968-69. Settori trainanti e tradizionali (basti pensare al
siderurgico) entrano in crisi sotto la spinta delle nuove priorità
produttive e commerciali.
Il vertice dell’esecutivo rivendica in questi anni (soprattut­
to sotto la guida di Bettino Craxi) un risultato combinato e
positivo, anche di medio periodo: aver ridotto l’inflazione
aumentando contestualmente il prodotto interno lordo. Poli­
tiche di rilancio che trovano conferma nei numeri del decennio:
il Pii era aumentato dello 0,5% nel 1983, mentre nei tre anni
successivi l’incremento arriva a sfiorare il 3%. Una cifra rile­
vante anche in un quadro di analisi comparata con altre eco­
nomie continentali32. Tenendo conto del sommerso e delle
produzioni di non facile calcolo o indicizzazione, l’economia
italiana del 1987 colloca la Repubblica al quinto posto tra le
potenze industriali del tempo. Di converso la discesa del tasso
d’inflazione porta ad accrescere il potere d’acquisto dei salari
rilanciando, almeno in parte, i consumi delle famiglie italiane.
Anche in questo caso i numeri raccontano una realtà in mo­
vimento. Ad aprile 1983 il tasso d’inflazione è al 16%, quattro
mesi dopo cala di 3 punti. E nell’anno successivo la caduta
prosegue fino a raggiungere l’8,5% nel novembre 1984. Una
discesa che non è sufficiente ad abbattere il divario con gli
altri paesi europei (su base annua l’inflazione si mantiene a
due cifre anche in presenza di tale significativa riduzione) pur
contribuendo in maniera decisiva alla diffusione di un effime­
ro ottimismo che attraversa gli anni Ottanta33. Con la diminu­
zione repentina del tasso d’inflazione aumentano le ragioni dei
risparmiatori italiani: chi può mette da parte risorse e acquista
224 L’INIZIO DELLA FINE

titoli di Stato e Buoni del tesoro. Un investimento sul futuro


certificato da un rapporto fiduciario con il sistema economico,
un indirizzo diffuso, quasi un comportamento socializzato tra
milioni d’italiani. I vantaggi per vecchi e nuovi risparmiatori
(per i bilanci delle famiglie italiane) vengono misurati sulla
base del rendimento dei titoli in rapporto all’inflazione: nel
decennio precedente l’inflazione si attesta ai livelli dell’inte­
resse annuale (quindi rendimenti bassi o addirittura trascura­
bili); a metà degli anni Ottanta il rendimento supera di quat­
tro punti il tasso d’inflazione e alla fine dello stesso anno ar­
riva quasi a sette punti percentuali. Un vantaggio immediato
riscontrabile e verificabile che si accompagna a quella propen­
sione al risparmio che si allarga con continuità fino a diventa­
re un fenomeno sociale e di massa34. Una svolta profonda e
radicata che condiziona comportamenti individuali, stili di vita
fino a modificare aspetti significativi del sistema economico
italiano. Una convergenza conveniente tra famiglie, banche e
imprese che si mobilitano per acquistare titoli o azioni com­
prandoli dalle emissioni dello Stato. Basti pensare al fatto che
in meno di tre anni la percentuale di titoli nei bilanci delle
famiglie italiane sale dal 19% del 1980 al 29% del 1983. La
svolta non è incidentale, cambiano nello spazio breve di pochi
anni le priorità e le strategie d’inclusione -e partecipazione
nella società: mettere in sicurezza per combattere le inquietu­
dini sul futuro, cercare rendimenti o investimenti (i primi
fondi comuni di metà anni Ottanta, regolamentati con una
legge dello Stato, sfiorarono un rendimento medio del 17%),
comprare abitazioni da trasferire ai figli come segno di vitali­
tà e benessere.
Sul versante più complesso del bilancio dello Stato il ri­
sparmio non incide sulle voci di spesa. Al contrario, mentre si
modifica la composizione delle economie nei nuclei familiari
e nelle dinamiche del rapporto investimenti/risparmio del ca­
pitalismo italiano, la spesa pubblica continua a crescere sulla
base di antiche eredità e nuove urgenze: il sistema sanitario con
la riforma del 1979 e il meccanismo previdenziale squilibrato
e diseguale (consentendo pensionamenti anticipati e costosi
oltre a essere segnato dai costi delle incontrollate pensioni
d’invalidità soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno). L’as­
senza di equilibrio nella gestione della spesa pubblica porta a
un nuovo significativo aumento del debito; il tasso d’incidenza
L'INIZIO DELLA FINE 225

sul prodotto interno lordo passa dal 41,7% del 1980 a oltre il
50% del 1982. Una tendenza che ha un effetto immediato e
di lungo periodo: consolida il debito pubblico che con i suoi
interessi accumulati penalizza e condiziona le scelte d’indirizzo.
Vengono così progressivamente ridimensionati gli investimenti
sull’istruzione, sul sistema di protezione, su un necessario
intervento di riforma del welfare, penalizzanti per settori
significativi ed emergenti della società italiana. In uno spazio
breve di alcuni anni nel cuore del decennio si consuma un
grande e pericoloso paradosso. La quinta potenza industriale
diventa contestualmente il paese del debito pubblico straripante
e non governato, quel risparmio delle famiglie messo al sicuro
pensando a figli e nipoti si trova sotto la minaccia incombente
di un indebitamento che si scarica sul tempo che verrà e sulle
generazioni d’italiani che inconsapevoli lo erediteranno. E i
numeri in questo caso rappresentano il segno più marcato di
un fardello che si proietta in un futuro indefinito. Per la verità
la consapevolezza della gravità di quel debito non è immediata
e sarebbe sbagliato retrodatare ad allora i termini di una que­
stione che ha condizionato tutto il cammino degli anni e dei
decenni successivi, tanto in chiave di bilanci nazionali (scelte
e priorità), quanto in termini di partecipazione alle tappe del
processo d’integrazione continentale (vincoli e compatibilità
di sistemi economici integrati e interdipendenti). Ma al di là
delle prospettive e delle attenzioni con cui viene seguita la
curva di incremento del debito pubblico, in quegli anni si
mette in moto un circolo vizioso: il debito si autoalimenta con
interessi passivi che ne accrescono la dimensione. Una crescita
esponenziale e intensa. Dal 55% del prodotto interno lordo
del 1981, al 92% del 198735: ciò significa che in soli cinque
anni le spese per gli interessi passivi quasi raddoppiano con
un meccanismo perverso e in apparenza inarrestabile. La
finanza leggera riflette la sottovalutazione di un problema
enorme, una zavorra ingombrante, voluminosa e scomoda che
limita il cammino di una comunità nazionale condizionando
il presente e soprattutto il futuro. La Repubblica si avvia in
modo inconsapevole o irresponsabile a diventare il paese con
il debito pubblico più corposo del continente, tra i primi nel
mondo per rapporto con il Pii. L’assenza di contromisure
allora e negli anni a seguire sarà una delle responsabilità più
impegnative di classi dirigenti ispirate più dalla ricerca di
226 L’INIZIO DELLA FINE

consensi e risultati immediati che da uno sguardo più lungo


e profondo sui destini del sistema Italia.
Nello stesso arco di tempo diminuisce sensibilmente la
conflittualità sociale: la spesa crescente fornisce ammortizzatori
e possibilità inedite, la guida socialista dell’esecutivo porta un
segmento significativo del movimento operaio e sindacale al
centro della stanza dei bottoni. Fattori che sostengono un’as­
sunzione di responsabilità collettiva che si appoggia su un
miglioramento delle condizioni di vita e sulla diffusione di un
benessere individuale dai confini non conosciuti o sperimen­
tati. Ma oltre alle ragioni appena indicate, ha grande rilievo
la presa di distanza dal clima di conflitti e violenze ereditato
dal decennio precedente, la stanchezza di mobilitazioni che
non ottengono risultati, l’irrisoria proposizione di dialettiche
che non producono nuove sintesi. Nel 1985 il numero di ore
di sciopero nel settore industriale risulta di gran lunga il più
basso dal 1949, anche la perdita di ore di lavoro va di pari
passo, mentre diminuiscono sensibilmente gli iscritti alle con­
federazioni sindacali. Un indebolimento costante conduce fino
alle ipotesi della Confindustria e di settori della maggioranza di
governo, finalizzati alla revisione dell’indicizzazione dei salari,
mettendo così in questione il meccanismo della scala mobile.
Alla metà del decennio si consuma una rottura profonda che
spezza il rapporto tra l’inflazione e il potere d’acquisto. Il 14
febbraio 1984 con il decreto di San Valentino il governo Craxi
decide di tagliare tre punti di scala mobile qualora l’inflazione
non avesse superato il 10%. Un taglio di dimensioni contenute,
un sacrificio in apparenza sostenibile che tuttavia diventa un
simbolo non misurabile sulla scala quantitativa delle migliaia
di lire che avrebbero alleggerito la busta paga dei lavoratori
italiani. Un taglio simbolico a una parte costitutiva di un patto
non scritto tra capitale e lavoro, tra imprese e famiglie. Questa
la percezione di settori dell’opposizione, del gruppo dirigente
comunista che decide di costruire nel paese e nelle istituzioni
forme di contrasto verso la proposta del governo. Sull’altro
versante il progetto di tagliare l’automatismo della scala mobile
raccoglie consensi trasversali: governo e Confindustria insieme
alle rappresentanze sindacali (Uil, Cisl e componente socialista
della Cgil). L’isolamento del mondo comunista è evidente, ma
la questione non sembra trovare soluzioni o compromessi. Per
chi si oppone al decreto la scala mobile diventa un simbolo
L'INIZIO DELLA FINE 227

di garanzie, una rete di sicurezze e vincoli che soprattutto nel


mondo del lavoro dipendente acquista rilevanza e centralità.
Un pezzo di società indebolita che si sente attaccato e mi­
nacciato nelle sue convinzioni e certezze. Per economisti e
addetti ai lavori l’intervento del governo colpirebbe al cuore
un meccanismo perverso, una sorta di circolo vizioso: con
l’inflazione in discesa mantenere l’indicizzazione dei salari
avrebbe rappresentato un costo elevato e soprattutto il nesso
tra aumento dei prezzi e crescita della scala mobile avrebbe
costruito una spirale iniqua di crescita di entrambi, in modo
incontrollabile. Tuttavia, in questo caso il merito della questione
passa ben presto in secondo piano, lo scontro politico prevale
sulle ragioni di possibili mediazioni. Il Pei e la Cgil (nella sua
componente maggioritaria) cercano di dar voce al malcontento,
alle proteste che attraversano il paese, criticando l’intervento
governativo sulla busta paga36. Il 24 marzo 1984 una grande
manifestazione (più di un milione di partecipanti secondo le
stime degli organizzatori) attraversa le vie della capitale, Ber­
linguer partecipa al corteo dei lavoratori e il Partito comunista
ricorre aH’ostruzionismo parlamentare per rendere difficile il
cammino del provvedimento legislativo. Una tensione diffusa,
nelle piazze e nelle istituzioni che si polarizza attorno alle scelte
del gruppo dirigente comunista. Il segretario del Pei si fa ri­
prendere con una copia dell’«Unità» in mano mentre sfila nel
corteo, il titolo raccoglie la valenza simbolica di uno scontro di
classe: Eccoci!. La sfida non è tanto sui punti della scala mobile
minacciati, quanto sulla rappresentanza del mondo del lavoro
e sui rapporti di forza tra maggioranza e opposizione nelle
deboli prospettive politiche che caratterizzano entrambe: il
pentapartito (infiacchito da numeri risicati e litigiosità interne),
l’alternativa (visione velleitaria e per molti versi irrealizzabile).
Dopo settimane di rinvìi, richieste di dialogo, dichiarazioni
contrapposte, il decreto viene approvato nel mese di giugno.
La risposta dell’opposizione scatta con l’immediato avvio della
raccolta di firme per un referendum abrogativo che si sarebbe
svolto un anno dopo: strumento per mantenere unito il fronte
tentando contestualmente la spallata decisiva alla credibilità
e alla forza dell’esecutivo. Una radicalizzazione di posizioni e
prospettive che si proietta nei mesi successivi mentre si avvicina
l’appuntamento delle elezioni europee del 17 giugno 1984. Ina­
spettato, un tragico evento cambia il quadro dei protagonisti.
228 L'INIZIO DELLA FINE

Enrico Berlinguer muore a seguito di un ictus che lo colpisce


durante un comizio elettorale a Padova l’i l giugno. Il popolo
comunista è scosso, il paese viene attraversato da un’ondata
emotiva senza precedenti: i funerali di Berlinguer raccolgono
una folla imponente, persino gli avversari irriducibili rendono
omaggio alla salma del leader comunista (è il caso di Giorgio
Almirante, segretario del Movimento sociale, che si reca a
via delle Botteghe Oscure in forma privata)37. E la fine di un
mondo e la perdita di una figura che aveva accompagnato
una fase della storia d’Italia ben oltre i confini e le tradizioni
di riferimento. Dopo Moro anche Berlinguer esce di scena,
il disegno che li aveva accomunati è un ricordo del passato,
la forza del Partito comunista appare rilevante e priva di
una guida certa. Le elezioni europee sull’onda dell’emozione
collettiva registrano il sorpasso del Pei che con il 33,3% dei
consensi diventa il primo partito italiano staccando la De di
uno 0,3%. I socialisti di poco sopra l’ll% , i liberali significa­
tivamente al 6%. Un balzo dei comunisti che si accompagna
a due dati altrettanto qualificanti: la De tiene e compete con
l’opposizione, mentre il Partito socialista non raccoglie ciò
che sperava dall’azione di governo, dall’iniziativa e la visibilità
del proprio leader. Un successo, forse l’ultimo, di un partito
che ormai aveva le ore contate. Un consenso composito e di
varia natura che pone il Pei al centro di una vasta aggrega­
zione elettorale; quasi un italiano su tre sceglie di rafforzare
l’opposizione comunista barrando la falce e martello. Un voto
per il Parlamento europeo che premia la presenza di Altiero
Spinelli, federalista competente e convinto, figura di punta
dell’antifascismo d ’ispirazione continentale che non aveva
nascosto le proprie convinzioni di critica al mondo sovietico,
al movimento comunista internazionale e alle scelte del Pei nei
decenni del dopoguerra38. Il Pei raccoglie i valori autentici e
diffusi dell’Europa come prospettiva e riferimento senza che
se ne traggano conseguenze o riflessi politici immediati. E
contemporaneamente dà voce e rappresentanza al mondo del
lavoro dipendente, pronto a sostenere la sfida referendaria
tracciata dopo l’approvazione del decreto sulla scala mobile.
Un consenso composito e variegato che a ben guardare è meno
solido e promettente di quanto possa apparire allora sotto gli
effetti della sorpresa (o del terrore) per il sorpasso comunista.
La percentuale leggermente inferiore al 34,4 del 1976 e in
L'INIZIO DELLA FINE 229

termini di voti assoluti la flessione di circa un milione di voti.


Ma anche in questo caso il dato numerico non è sufficiente a
descrivere una condizione inedita: orfani di un leader amato e
riconosciuto, promotori di una linea di scontro con il governo
e con parte significativa del sindacato confederale, i comunisti
vivono una lenta agonia in attesa di poter rilanciare le ragioni
di un progetto di alternativa alla Democrazia cristiana. Ma la
strada è stretta e la bipolarizzazione conflittuale tra maggio­
ranza e opposizione paralizza il paese impedendo di compiere
scelte rimandate per troppo tempo. Al di là delle parole e delle
buone intenzioni di tanti anche collocati su diversi ambiti degli
schieramenti politici e parlamentari, le riforme non trovano
spazi e interpreti adeguati. La centralità dello scontro sulla
scala mobile, persino al di là delle intenzioni dei protagonisti,
perde di significato, si ridimensiona progressivamente. Nel 1984
i salari crescono al ritmo deH’inflazione e la diminuzione del
costo del lavoro produce effetti positivi in settori significativi
dell’economia italiana. La vera emergenza per tante famiglie
si chiama disoccupazione. Numeri impietosi confermano la
profondità di un fenomeno diffuso, accentuato dalle grandi
ristrutturazioni di gruppi industriali di riferimento (Olivetti,
Montedison, Fiat) segnate dalla morsa tra conflittualità sociale
e automazione tecnologica. I disoccupati (cassintegrati, giovani
in cerca di prima occupazione, licenziati dai provvedimenti di
ristrutturazione) sono quasi 3 milioni. Il lavoro sommerso o
nero fornisce un perverso e ricattabile sistema di ammortizzatori
sociali, ma il dato in sé riflette ambiguità e contraddizioni di
una modernizzazione incompiuta e distorta che scarica effetti
e conseguenze sulle giovani generazioni.
Di converso la coesione sociale subisce il contraccolpo
della conflittualità diffusa. Anche il confine tra lavoro auto­
nomo e dipendente viene attraversato da fratture inedite. Il
carico fiscale sul lavoro era aumentato in modo esponenziale
dal 40% al 58% . Il ministro delle Finanze, il repubblicano
Bruno Visentini, propone nel 1984 una legge per combattere
l’evasione fiscale nel mondo del lavoro autonomo, inasprendo
le forme di controllo e gli strumenti di monitoraggio. Un oriz­
zonte necessario e lontano di maggiore equilibrio fiscale che
nelle intenzioni unisce governo e opposizione. Ma la reazione
delle imprese porta a scioperi autunnali (artigianato, aziende
commerciali) e sul versante opposto a manifestazioni di sostegno
230 L’INIZIO DELLA FINE

alla riforma fiscale da parte dei lavoratori dipendenti che il


21 novembre 1983 per quattro ore scioperano in favore della
nuova normativa. Un attivismo sindacale di segno divergente:
da un lato per tentare di difendere condizioni di privilegio
fiscale minacciato e dall’altro per rilanciare le ragioni di una
più equa redistribuzione di risorse con politiche innovative.
La stagione delle facili illusioni volge così al tramonto.
Il referendum sulla scala mobile è in calendario per il 9 e
10 giugno 1985: l’acme della contrapposizione tra governo e
opposizione comunista. Il conflitto a sinistra diventa un vero
e proprio duello che il nuovo segretario del Pei, Alessandro
Natta, porta nel cuore del pentapartito39. Il responso delle
urne riflette una spaccatura profonda. Il «N o» all’abolizione
del decreto si attesta vittorioso al 54,3%, circa 18 milioni di
voti mentre gli sconfitti raccolgono 15 milioni di voti pari al
45,7%. Contrariamente alle semplificazioni della campagna
elettorale, il voto non divide il consenso secondo le indicazioni
dei vertici di partito, né segue le tradizionali appartenenze geo­
grafiche o politiche. Del resto, la semplificazione del quesito
referendario aveva mostrato in altre occasioni di rispondere
più alle volontà e alle coscienze dei singoli che alle indicazioni
dall’alto. Votano per l’abolizione seguendo la linea del Partito
comunista la maggioranza delle regioni rosse del Centro Italia
(Emilia-Romagna, Umbria e Toscana), una parte del Mezzo­
giorno (Campania, Basilicata, Calabria e Sardegna) mentre le
regioni del Nord e le grandi città con apparati industriali vo­
tano a maggioranza per il «N o». Il consenso alla posizione dei
comunisti è considerevole, attestato su una posizione di difesa
degli interessi dei lavoratori, si collega a quello che Berlinguer
aveva mostrato fuori dai cancelli della Fiat nel settembre 1980,
schierandosi al fianco degli operai licenziati nel vivo di una
grande ristrutturazione aziendale conclusasi con una sonora
sconfitta operaia. In questo quadro il risultato referendario
sembra consolidare il perimetro e le capacità di tenuta dell’e­
secutivo. Il pentapartito respinge l’attacco dell’opposizione e si
appresta a convergere sulla scelta di Francesco Cossiga come
presidente della Repubblica eletto da una larga maggioranza
(752 voti a fronte dei 977 votanti) il 24 giugno 198540. Una
parabola sorprendente e per molti versi misteriosa: dimessosi
da ministro dell’Interno nella tempesta della vicenda Moro,
era tornato nel 1980 come presidente del Consiglio. Figura
L'INIZIO DELLA FINE 231

più debole rispetto ad altri possibili candidati (Andreotti o


Forlani), non aveva mai avuto una corrente organizzata all’in-
terno della De. In pochi anni, nonostante il suo ingombrante
passato (le accuse sulla gestione della vicenda Moro e delle
indagini, i legami con ambienti dei servizi segreti, la difesa in
varie occasioni dei volti più aggressivi e conflittuali della guer­
ra fredda), è stato capace di raccogliere consensi trasversali,
pescando copiosamente tra i banchi dell’opposizione. Aveva
dichiarato più volte di volersi ritirare e invece veniva eletto al
vertice delle istituzioni con un sostegno plurale. Le sue prime
parole da presidente della Repubblica nel discorso alle Camere
sono di attenzione e vicinanza alla gente comune, quasi a voler
ricucire parte di quella distanza crescente tra paese legale e
paese reale. In continuità con il presidente partigiano che lo
aveva preceduto cerca un rapporto diretto, talvolta persino
spregiudicato che possa legittimarlo. Ma il suo settennato sarà
più inquieto e burrascoso di quanto possa apparire all’inizio.
Sin dal mese di dicembre 1985, a poca distanza dalla sua ele­
zione, inizia a polemizzare con quei magistrati che prendono
le distanze dal governo, accusando l’esecutivo di violare i ca­
noni dell’indipendenza tra i poteri dello Stato. L’elezione del
decimo presidente della Repubblica e il protagonismo della
sua iniziativa nell’esercizio innovativo di funzione istituzionale
e ruolo pubblico, rilanciano le ragioni del confronto e del
futuro conflitto tra i poteri dello Stato. Anche il termometro
della dialettica tra De e Psi, tra i segretari De Mita e Craxi non
lascia presagire nulla di buono. Più che rasserenare un quadro
politico instabile e indebolito, l’elezione di Francesco Cossiga
e la sua traiettoria istituzionale contribuiscono ad accelerare
una crisi divenuta per molti versi irreversibile.

4. Duelli senza vincitore

Lo scontro nel sistema politico cresce d’intensità, radicaliz-


zandosi in varie direzioni. Dentro la coalizione di pentapartito,
nella dialettica tra democristiani e socialisti, ma allo stesso
tempo, all’interno delle forze che compongono la maggioranza
nelle tensioni che segnano e caratterizzano le correnti interne
in cerca di visibilità o potere. Una litigiosità sotterranea o
esplicita, a seconda dei casi e dei contesti, che non di rado
232 L’INIZIO DELLA FINE

condiziona o paralizza il confronto democratico. A sinistra


l’esito del referendum rilancia la leadership di Bettino Craxi
che si muove con decisione lungo la prospettiva di un partito
verticistico, fondato sulla centralità di un capo indiscusso. I
congressi del Psi diventano grandi eventi con spettacoli e in­
stallazioni avveniristiche, la proclamazione con l’acclamazione
dei delegati, oltre a far saltare ogni canale di mediazione tra
base e vertice, è motivo di critiche e prese di distanza. Per
dirigenti e militanti si tratta di una svolta, l’esercizio di una
leadership carismatica e diretta modifica - e siamo solo agli
inizi - tratti costitutivi dell’architettura costituzionale. L’en­
tusiasmo di allora per presunti esercizi di democrazia diretta
dovrà presto misurarsi con le difficoltà del pluralismo interno
e con i costi di una semplificazione personalistica in grado
di impoverire il tessuto di partecipazione e confronto tra
diversi. La parabola del governo Craxi è attraversata dall’i­
nasprimento delle tensioni a sinistra (lo scontro con il Pei)
in un incompatibile confronto di prospettive, fondato sulla
ricerca di consenso a partire da innovazioni politiche o stra­
tegie comunicative. Nel 1984, a un decennio dal referendum
sul divorzio, lo Stato e la Chiesa cattolica siglano un nuovo
concordato che sul momento raccoglie consensi trasversali sia
nel mondo cattolico sia in settori non marginali delle classi
dirigenti. Non mancano critiche ai contenuti di un’intesa che
rischia di rilanciare una logica di scambio e contrattazione,
mettendo in secondo piano altre presenze religiose ormai
diffuse nella società italiana. Un accordo di vertice con un
immediato ritorno d’immagine che non mette in questione
l’impostazione concordataria considerata da molti superata
dopo la svolta del Concilio Vaticano II41.
Un terreno di conflittualità segnato da nuovi scenari è quello
della politica internazionale. La guerra fredda, pur in condizioni
di criticità, continua a condizionare gli equilibri interni di paesi
aderenti ai due schieramenti. Può sembrare paradossale che
il tratto di strada conclusivo della contrapposizione bipolare
scarichi antiche tensioni e nuove possibilità sugli assetti di
democrazie costruite sull’equilibrio del terrore e protette dalle
compatibilità del sistema. Più si avvicina l’atto conclusivo del
duello tra Mosca e Washington, più si manifesta l’incapacità
del sistema di mantenere l’equilibrio e più si aprono (almeno
potenzialmente) gli spazi per disegnare un ruolo crescente
L'INIZIO DELLA FINE 233

dell’Italia nello scacchiere internazionale. Componenti della


maggioranza di governo giocano con spregiudicatezza la carta
della politica estera anche in teatri di crisi e di difficoltà. Il
governo Craxi aveva spianato la strada aH’installazione degli
euromissili, confermando un’impostazione di qualche anno
prima e rassicurando gli alleati oltre oceano sul tasso d’atlan­
tismo indiscutibile di cui il Psi si faceva garante. Ma il punto
di rottura di equilibri e consuetudini nel rapporto con lealtà
e appartenenze tradizionali riguarda lo scacchiere mediorien­
tale. Una cornice di riferimento che diventa il banco di prova
di una nuova strategia di attenzioni e iniziative della politica
estera italiana42. Nell’autunno 1985 un primo evento di rife­
rimento, quando il governo israeliano decide di bombardare
Tunisi alla ricerca del quartier generale dell’Organizzazione
per la Liberazione della Palestina guidata da Yasser Arafat.
La risposta palestinese conduce al sequestro di una nave che
batte bandiera italiana, YAchille Lauro. Nel blitz, a bordo
viene ucciso un cittadino americano di religione ebraica, con
successive reazioni a catena sostenute dall’amministrazione
Reagan e dal governo di Tel Aviv nella richiesta di reazioni
di fermezza e intransigenza. Il governo italiano costruisce un
ponte diplomatico, un’iniziativa complessa che porta al rilascio
dei prigionieri sulla nave, alla caccia contestuale dei terroristi
che vengono intercettati dall’aviazione Usa durante un volo
su un aereo della compagnia egiziana. Si apre così un vero e
proprio braccio di ferro tra gli americani che vorrebbero l’e­
stradizione e il governo italiano che, dopo l’atterraggio nella
base di Sigonella, prende in consegna il capo dei terroristi
Abu Abbas. Un incidente diplomatico che si snoda su piani
diversi: a livello internazionale mette a dura prova i rapporti
di forza tra gli alleati in un teatro di crisi cruciale come il
Medio Oriente. Negli equilibri dell’esecutivo l’asse tra Craxi
e Andreotti (rafforzare spazi e ruolo dellTtalia nel Mediter­
raneo affievolendo lealtà atlantiche e irrobustendo il dialogo
con i paesi arabi) scontenta i più atlantisti o coloro come il
ministro della Difesa Giovanni Spadolini che si sentono sca­
valcati o esclusi da iniziative giudicate rischiose o comunque
estemporanee. Il Partito repubblicano dichiara di voler uscire
dall’esecutivo per protesta. A molti sembra vicina l’ennesima
crisi di governo maturata in una coalizione litigiosa e incerta,
in assenza di un progetto comune di riferimento. La gestione
234 L’INIZIO DELLA FINE

della crisi di Sigonella viene così affidata a una serie di incontri


bilaterali per ricucire e rassicurare il Dipartimento di Stato
americano. Il presidente Cossiga sceglie il ruolo di mediatore
rassicurando a fronte delle pulsioni filoatlantiche della mag­
gioranza, minacciate dall’iniziativa del governo e dall’asse tra
Craxi e Andreotti, valutato come filoarabo. L’esecutivo viene
mandato alle Camere dove incassa una nuova fiducia. Con
un paragone azzardato il presidente del Consiglio mette in
relazione la strategia palestinese con i moti mazziniani del
Risorgimento italiano; si conferma così un’attenzione non
episodica del governo italiano verso equilibri e rapporti di
forza nello scacchiere mediorientale. Parole che vengono pesate
e analizzate nel quadro dell’Alleanza atlantica, seguendo un
indirizzo che contraddistingue l’Italia della metà degli anni
Ottanta: da un lato la centralità di Craxi, il peso e in una certa
misura l’ammirazione per il suo decisionismo, per la capacità
di modificare l’immobilismo della politica italiana. Dall’altro
i timori che la sua spregiudicata intraprendenza possa alla
lunga mettere in discussione la trama delle reciproche lealtà
e interdipendenze, soprattutto lungo l’asse di frontiera della
contrapposizione Est-Ovest.
Poche settimane dopo la fiducia delle Camere al gover­
no Craxi, un attacco terroristico colpisce in contemporanea
l’aeroporto di Vienna e quello di Fiumicino. Un’azione san­
guinosa contro i banchi della compagnia aerea israeliana E1
Al e della statunitense Twa. Il bilancio è di 13 morti e oltre
70 feriti. Un nuovo colpo alla tenuta di alleanze e posizioni
di equilibrio e controllo reciproco. Reagan tuona contro la
Libia accusata di proteggere e sostenere il terrorismo di marca
palestinese. Da Washington la richiesta pressante passa per
la costruzione di un fronte comune richiamando gli alleati
europei alle proprie funzioni, fino all’ipotesi di un vero e
proprio boicottaggio economico e politico nei confronti
della Libia. A parole la Nato sembra tenere, le reazioni agli
attentati rafforzano legami e appartenenze di campo. Nella
primavera del 1986 l’aviazione statunitense entra in azione
colpendo Tripoli e Bengasi: dimostrazione di forza in rispo­
sta agli attentati verso obiettivi americani, rassicurazione agli
alleati sulla volontà di non lasciare margini di ambiguità sul
ricorso alla forza militare. Un 'escalation pericolosa che scuote
gli equilibri della politica italiana. Chi rafforza il legame con
L'INIZIO DELLA FINE 235

Washington lo fa in nome di un atlantismo sperimentato e


rassicurante, chi pensa a maggiori spazi di autonomia non si
allinea alle disposizioni internazionali del dispositivo militare.
Tutto si scarica sugli equilibri dell’esecutivo dilaniato dalle
ripercussioni della crisi internazionale. La risposta del leader
libico Muammar Gheddafi è affidata a due missili indirizzati
verso un impianto radiotrasmittente americano collocato nell’i­
sola di Lampedusa43. L’attacco fallisce e le reazioni a catena
rafforzano e compattano il fronte filoamericano. Il governo
italiano mantiene una sua posizione peculiare affidata a una
nota che stigmatizza duramente l’iniziativa libica e contestual­
mente prende le distanze dall’atteggiamento americano nella
regione. Un ragionevole richiamo alla diplomazia del dialogo
contro le prove di forza in un’area attraversata da interessi e
tensioni contrapposti. Per l’esecutivo a guida socialista la crisi
terroristica rappresenta un’occasione per ribadire le ragioni di
una spinta verso scenari internazionali in parte modificabili.
Lo spazio per l’Italia in aree cruciali del globo può crescere
in sintonia con gli alleati tradizionali (gli Usa su tutti) anche
in assenza di quell’intesa preventiva giudicata da molti neces­
saria: viene declinato sulla base della possibilità concreta di
reazione, dialogo e intermediazione con protagonisti e forze
che operano nella regione mediorientale. Una linea di politica
estera che tenga insieme Comiso, Sigonella e Lampedusa: le
modalità d’installazione delle testate nucleari statunitensi, il
diniego all’estradizione di terroristi identificati sul territorio
nazionale, la risposta a un attacco di missili libici diretti verso
il territorio italiano. Nonostante oscillazioni e incertezze lo
spazio per un’iniziativa autonoma s’intravede e Craxi in prima
persona si muove lungo tale prospettiva attraverso un’iniziativa
politica di forte autonomia. Un equilibrio complesso capace
di ridimensionare tanto l’atlantismo oltranzista e subalterno
di chi cerca sempre e comunque l’allineamento e l’intesa con
l’amministrazione Reagan, quanto le tentazioni neutraliste di
chi utilizza la crisi interna per riaprire la discussione sulla
collocazione internazionale della Repubblica (l’opposizione
certo, ma anche settori della maggioranza). Si tratta di una
finestra che si chiude presto anche in virtù dell’instabilità
complessiva del quadro politico: la coalizione fatica a trovare
ragioni convincenti per proseguire un’esperienza comune. E
tuttavia il terreno della politica internazionale più che trac-
236 L’INIZIO DELLA FINE

dare una discontinuità profonda ha il pregio di recuperare


un’antica ispirazione che aveva segnato i primi passi del do­
poguerra: l’interesse nazionale si colloca così a un crocevia tra
la proiezione in aree strategiche per gli equilibri del mondo
e la capacità della classe dirigente (il neo-decisionismo del
segretario socialista) di mostrarsi credibile e affidabile.
Il colpo decisivo alla tenuta dell’esecutivo viene dal suo
interno, quando componenti della maggioranza si differen­
ziano dalle indicazioni dei propri partiti di riferimento. In
Parlamento nell’estate 1986 il governo va sotto ben 24 volte; il
26 giugno in occasione di una votazione in materia di finanza
locale i franchi tiratori che bersagliano l’esecutivo superano
le 70 unità. A quel punto Craxi sceglie la via delle dimissio­
ni, dopo aver passato più di mille giorni a Palazzo Chigi, un
traguardo mai raggiunto dai governi dell’Italia repubblicana.
Una stabilità minacciata dal dualismo con Ciriaco De Mita
e dalle tensioni interne e internazionali che mettono a dura
prova la tenuta del governo. Craxi rilancia giocando la carta
della stabilità necessaria per rassicurare sulla via della go­
vernabilità e del consenso costruito nel suo lungo ministero.
L’accordo tra i partiti-guida dell’alleanza di centrosinistra
prende una forma inedita, prevedendo una sorta di staffetta
tra Craxi e De Mita, un passaggio del testimone a distanza di
venti mesi dalla strettoia di un nuovo voto di fiducia a favore
del secondo governo Craxi. Un gioco complicato e soggetto
a interpretazioni difformi: solo un’indicazione di disponibi­
lità o al contrario un vincolo difficilmente compatibile con
l’impianto costituzionale. Le frizioni parlamentari non hanno
prodotto fratture significative; il quadro complessivo, dopo la
crisi e i voti segreti contro la coalizione, torna così in equili­
brio precario. Craxi riprende dal punto di partenza mentre in
varie zone del paese si costituiscono alleanze locali sulla base
dell’intesa tra democristiani e comunisti, considerata e bollata
come anomala dai vertici dell’esecutivo. Una breve tregua che
non porta lontano. Agli inizi del 1987 la prima occasione di
confronto fa precipitare la situazione. La Corte costituzionale
si pronuncia a favore dell’ammissibilità di referendum per l’a­
bolizione delle centrali nucleari e di quesiti che riguardano la
responsabilità civile dei magistrati44. Democristiani e socialisti
si schierano su posizioni opposte, questi ultimi favorevoli alla
responsabilità civile e all’abolizione degli impianti nucleari. Lo
L’INIZIO DELLA FINE 237

scontro coinvolge le altre forze del pentapartito che si allinea­


no alla maggioranza dello scudocrociato. Saltano gli spazi per
ogni mediazione o rinvio, il confronto parlamentare riflette il
declino della dialettica politica: a fronte di un voto favorevole
di Psi e radicali, la De si astiene su un governo che era una
sua espressione diretta45. Non rimane che fissare la data delle
elezioni, misurandosi in una nuova campagna elettorale che si
lasci alle spalle l’esperienza dei governi Craxi. Lo scontro è tra
governo e opposizione (pentapartito versus Pei) e all’interno
dell’area della governabilità tra i due protagonisti della fase
appena conclusa. Il voto del 14 giugno 1987 sembra confer­
mare le ragioni dei contendenti e dei partecipanti al duello
nel perimetro dell’esecutivo. Il Psi cresce di quasi 3 punti
percentuali, la De recupera parte del consenso dilapidato nel
1983. Continua la flessione dei comunisti, mentre anche i partiti
laici che compongono l’esecutivo perdono più del 3% . Fanno
la loro apparizione i verdi attestandosi al 2,5%, si consolida
la presenza del Partito radicale. Non si registra alcuna affer­
mazione capace di indicare una via di uscita dalle strettoie del
sistema politico: tenuta della De a fronte di un lieve aumento
del Partito socialista che sperava di poter raccogliere frutti
significativi di consenso a ridosso della stagione di governo.
Il dato più rilevante è la frammentarietà della rappresentan­
za politica che presta il fianco a veti incrociati e a un crescente
potere di coalizione da parte dei partiti minori. Una sorta di
malcelato ricatto che condiziona il gioco politico e parlamentare.
L’unica formula possibile è ancora il pentapartito, mentre voci
di varia provenienza (in Parlamento o nelle piazze) iniziano a
puntare il dito contro la partitocrazia inguaribile e opprimente.
Nasce un nuovo governo sulla base di una coalizione consumata
e ulteriormente indebolita. La crescita del Psi è sufficiente a
sbarrare la strada a De Mita che tra le altre cose viene accusato
di essere troppo attento al Pei e a una sua possibile evoluzione.
A fine luglio il governo a guida Giovanni Goria dà inizio a una
legislatura particolarmente instabile: quattro esecutivi dal 1987
al 1989, Goria, Ciriaco De Mita e due governi presieduti da
Giulio Andreotti. Stessa formula pentapartito, ma con guida
diversa e composizione interna che cambia, seguendo conflit­
tualità, richieste e ambizioni dei partecipanti. Ogni esecutivo è
esposto all’iniziativa dei franchi tiratori (si dissociano nel segreto
dell’urna dalle indicazioni delle segreterie) che bersagliano il
238 L’INIZIO DELLA FINE

governo spesso su provvedimenti di natura finanziaria. Un fuoco


incrociato che accorcia la durata dell’alleanza, disseminando il
cammino di imprevisti e difficoltà.
Vecchie alchimie non adeguate alle nuove sfide di un tempo
difficile. Nella collaborazione di governo tra democristiani e
socialisti si consolida l’alleanza di pentapartito, pur modifi­
candosi la composizione dei protagonisti. De Mita perde una
centralità che aveva faticosamente conquistato e la maggioranza
vira verso una convergenza d’interessi tra Craxi, Andreotti e
Forlani (il cosiddetto «Caf», dalle inziali dei tre protagonisti)
che regge le sorti dell’esecutivo indirizzandolo verso approdi
conservativi (difesa e tutela di privilegi consolidati). I temi
legati alle riforme istituzionali, dopo il fallimento della com­
missione Bozzi (1983-1985)46, vengono messi da parte e uno
degli uomini che più si era speso nelle proposte di riforma
e dialogo tra governo e opposizione rimane freddato dalle
Brigate Rosse il giorno precedente la fiducia delle Camere
per l’esecutivo guidato da Ciriaco De Mita. Roberto Ruffilli,
un simbolo troppo spesso dimenticato: professore al servizio
della politica, impegnato in quella zona di confine tra istitu­
zioni, partiti, competenze e società civile. Con lui i terroristi
colpiscono la possibilità stessa che dal confronto tra diversi
possano nascere idee costruttive, possa in sostanza rafforzarsi
una democrazia inclusiva, rappresentativa e funzionante47. Il
cammino delle riforme rimane un sogno spezzato, un’idea
che affascina senza trovare strumenti e interpreti che possano
darle prospettive.
Il ritorno di Andreotti alla guida della coalizione appare
come la richiesta di serrare le fila attorno a certezze e posizioni
di forza. Il governo traccia una linea che si basa sull’accordo
condiviso tra la maggioranza della De (la sinistra viene margi-
nalizzata) e il Partito socialista di Craxi. Su un altro versante le
opposizioni sono alle prese con cambiamenti non marginali. Il
Movimento sociale in un Congresso a metà decennio inizia una
lenta evoluzione: Gianfranco Fini prende il posto di Giorgio
Almirante, punto di riferimento indiscusso della destra italiana
dopo l’esperienza di Salò48. Una successione interna lungo una
linea di continuità che tuttavia lascia intravedere una possibile
presa di distanze da tradizionali parole d’ordine e collocazioni
politiche. Ma ci vorrà del tempo prima che tale percorso possa
modificare volto e approdi della destra italiana.
L'INIZIO DELLA FINE 239

La sinistra comunista appare prigioniera della difficile


eredità di Berlinguer. Il suo successore Alessandro Natta tenta
nel Congresso nazionale di Firenze del 1986 di riannodare un
dialogo con la sinistra europea, rilanciando al contempo le
ragioni della diversità comunista in un’intesa impossibile tra
l’esperimento gorbacioviano e la sinistra socialista e socialde­
mocratica del vecchio continente. Una strettoia difficile che
il nuovo leader comunista Achille Occhetto cerca di portare
avanti nei primi mesi della sua segreteria nel 1988. Ma anche
quel tentativo è destinato ad avere vita breve49. Il quadro
interno tra maggioranza di pentapartito e opposizioni va
irrimediabilmente verso un vicolo cieco, scarsa progettualità,
esaurimento progressivo delle aspirazioni e delle ambizioni
che avevano attraversato gli anni Ottanta. E sul piano inter­
nazionale il mondo sta per essere travolto da un grande cam­
biamento che avrebbe rimesso in moto la storia, aggiornato
vocabolari e approcci, abbattuto appartenenze e riferimenti
della politica italiana. Un nuovo inizio per tutti, imprevisto e
carico di significati.
Molte storie sono sul punto di concludersi quando il de­
cennio volge al tramonto; discontinuità e fratture che solo in
parte vengono colte e comprese dai protagonisti. Un contesto
di frammenti, ipotesi inutilizzabili e spinte non ancora defini­
te nella direzione e nell’intensità che le caratterizza. Basti il
richiamo al percorso delle coalizioni di pentapartito, riedizio­
ne sbiadita delle alleanze di centrosinistra di qualche decennio
prima. L’esaurimento di un progetto comune diventa il tratto
distintivo di una fase della storia della Repubblica che si con­
suma tra la fine del governo Craxi e gli ultimi sussulti di un
equilibrio ormai logoro alla fine del decennio. I partiti sono
tenuti insieme da interessi di corrente, dalle indicazioni dei
diversi leader, da una dialettica che si rinchiude all’interno di
perimetri ben conosciuti. Il confronto attraversa le dinamiche
della maggioranza con geografie variabili: tra i partiti, all’in­
terno delle forze politiche e nelle aspirazioni crescenti di chi
partecipa all’esecutivo puntando sulla possibilità di rafforzare
peso e prestigio. Rapporti di forza che non passano per il
consenso elettorale, non sono riflesso di variazioni nella rap­
presentanza politica, ma al contrario, prescindono dai canali
di comunicazione e organizzazione del consenso. Una sfida tra
i partiti e nei partiti che tentano così di nascondere la propria
240 L’INIZIO DELLA FINE

parabola discendente. La Repubblica dei partiti e delle coali­


zioni mutevoli mostra di aver esaurito risorse e possibilità. La
fine di un mondo accelera un processo in atto, anche la cor­
nice internazionale di riferimento non rassicura né stabilizza
l’incerto cammino del sistema politico repubblicano.
In questo quadro il paradigma repubblicano muta nella
sostanza. L’esaurimento della stagione delle coalizioni fondate
sui partiti contribuisce alla sconfitta dei disegni riformatori:
quelli economico-sociali che tra luci e ombre hanno segnato
gli anni Settanta del Novecento, quelli istituzionali che hanno
fatto la loro apparizione nell’ultimo tratto di strada. Restano
stratificate e ripetute le dichiarazioni di principio sulla necessità
di ridisegnare l’equilibrio tra i poteri, rafforzare le funzioni
dell’esecutivo, sottrarre le istituzioni ai giochi di forze politiche
contrastanti. Il fallimento della commissione bicamerale per
le riforme è un primo atto significativo, ma anche nel dibat­
tito pubblico e nelle posizioni dei partiti (di maggioranza e
opposizione) il tema istituzionale scivola in basso nella lista
delle priorità e delle urgenze da affrontare. E così il sistema
si ripiega verso un’opzione impossibile: da un lato rilanciare
le ragioni di riforme necessarie e rinviate per troppo tempo
(che tuttavia avrebbero bisogno di partiti in salute e di progetti
politici delineati e di lungo periodo), dall’altro l’emergere di
spinte diverse, non controllabili, che puntano ad abbattere
il sistema o a modificarlo in tratti costitutivi dell’equilibrio
post-bellico. Lo spazio di un riformismo equilibrato e non
traumatico si restringe progressivamente e l’incongruenza dei
propositi velleitari lascia presto il posto a conferme trasversali
ispirate a un conservatorismo più o meno mascherato, sovente
riconducibile al più tradizionale dei propositi gattopardeschi:
cambiare tutto perché nulla cambi. Ed è in questo quadro che
l’imminente conclusione della parabola della guerra fredda fa
saltare ogni ipotesi di conservazione dello status quo. La politica
italiana è attraversata dalle intemperie di un nuovo mondo che
travolge identità, certezze, riferimenti interni e internazionali.
Alla vigilia di una svolta epocale pochi avvertono il vento della
storia, la spinta al cambiamento. Per molti inconsapevolmente
(protagonisti o comprimari) sembra che tutto possa proseguire
come se nulla fosse.
La fine dell’ordine bipolare potrebbe rilanciare le ragioni
del processo d’integrazione continentale. Ma anche su questo
L'INIZIO DELLA FINE 241

aspetto la seconda metà degli anni Ottanta offre delle prime


significative risposte, spesso nel segno della contraddizione.
Per la prima volta dai trattati di Roma del 1957 i paesi della
Comunità economica europea decidono di intervenire nel
merito dei trattati. Una scelta sofferta che porta alla firma
dell’Atto unico europeo il 17 febbraio 198650. Modifiche ai
trattati istitutivi come antidoto a una crisi che rischia di para­
lizzare il processo di unificazione continentale. Può sembrare
un curioso paradosso la coincidenza temporale tra l’epilogo
dell’equilibrio del terrore e il tentativo di consolidare una
posizione altra, una collocazione in grado di sottrarre paesi
e classi dirigenti alla morsa stringente Est-Ovest. L’atto entra
in vigore il 1° luglio 1987. Assume una sua centralità negli
assi della politica estera italiana, in quello sforzo di rinnovare
un’antica propensione a non essere subalterni e schiacciati sui
dettami degli alleati. Il governo del pentapartito, con Craxi,
Andreotti e De Michelis, scommette sulle ragioni di un rilancio
per andare incontro a un’ambiziosa e rinnovata presenza della
Repubblica nello scacchiere internazionale a partire dal teatro
Mediterraneo. In questa chiave il percorso di elaborazione del
nuovo riferimento europeo corrisponde a una duplice finalità
che accomuna alcuni paesi del continente: completare la co­
struzione del mercato unico senza tentennamenti o rinvìi, visti
gli effetti profondi delle crisi economiche degli anni Settanta;
costruire e rafforzare contestualmente un primo significativo
embrione di unione politica come orizzonte necessario per
rispondere alle esigenze della competizione internazionale.
Un progetto di recupero dei pilastri basilari: l’economia e la
politica come spazio di costruzione dell’Europa comune dopo
l’età della catastrofe. Una fonte d’ispirazione certa per gli assi
costitutivi della politica estera italiana. Ma la svolta è troppo
profonda per permettere recuperi rassicuranti o operazioni
graduali. La fine della guerra fredda si avvicina inesorabile
e imprevista, molto verrà travolto; idee, culture e programmi
saranno sottoposti a nuove e irriducibili tensioni.

Note al capitolo quinto

1 Cfr. Bongiovanni, Storia della guerra fredda, cit., pp. 127-139; Romero,
Storia della guerra fredda. Eultimo conflitto per l’Europa, cit., pp. 224-281;
Gaddis, La Guerra fredda, cit., pp. 208-235.
242 L’INIZIO DELLA FINE

2 Cfr. Westad, La guerra fredda globale. Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica
e il mondo. Le relazioni internazionali del XX secolo, cit., pp. 326-337.
3 Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica.
1945-1991, cit., pp. 461-502; Pons, La rivoluzione globale. Storia del co­
muniSmo internazionale 1917-1991, cit., pp. 387-398.
4 La citazione in Romero, Storia della guerra fredda. Idultimo conflitto
per l’Europa, cit., p. 274.
5 Cfr. R. Service, Compagni. Storia globale del comuniSmo nel XX secolo,
Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 523-537.
6 Cfr. M. Flores, Il secolo-mondo. Storia del Novecento, Bologna, Il
Mulino, 2002, pp. 427-448.
7 Cfr., con analisi e interpretazioni divergenti, F. Barbagallo, Enrico
Berlinguer, Roma, Carocci, 2006, pp. 401-412; Pons, Berlinguer e la fine
del comuniSmo, cit., pp. 215-228; A. Tato, Caro Berlinguer. Note e appunti
riservati di Antonio Tato a Enrico Berlinguer, 1969 1984, Torino, Einaudi,
2003, pp. 226-241.
8 Cfr. M. Di Donato, I comunisti italiani e la sinistra europea. Il Pei e
i rapporti con le socialdemocrazie (1964-1984), Roma, Carocci, 2015, pp.
215-269.
9 Si veda Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione
sovietica, 1945-1991, cit., pp. 505-542.
10 Cfr. M. Gorbaciov, Verestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro paese
e per il mondo, Milano, Mondadori, 1987; Id., La casa comune europea,
Milano, Mondadori, 1989.
11 Cfr. M. Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776-
2006, Roma-Bari, Laterza, 2008, pp. 354-387; Formigoni, La politica
internazionale del Novecento, cit., pp. 303-313; M. Gilbert, Challenge to
Civilization. A History of thè 20th Century 1952-1999, London, Flarper
Collins, 2000, pp. 522-531 e 573-581; G. Procacci, Storia del XX secolo,
Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 533-539.
12 Cfr. Foa, Questo Novecento. Un secolo di passione civile. La politica
come responsabilità, cit., pp. 311-383.
13 Cfr. Colarizi e Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi, il Psi e la crisi
dell’Italia repubblicana, cit., pp. 39-113; Matterà, Storia del Psi 1892-1994,
cit., pp. 197-216; Craveri, Storia d’Italia, voi. 24, La Repubblica dal 1958 al
1992, cit., pp. 809-882; G. Acquaviva e L. Covatta (a cura di), La «grande
riforma» di Craxi, Venezia, Marsilio, 2010.
14 Colarizi e Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi, il Psi e la crisi dell’Italia
repubblicana, cit., pp. 114-120.
15 Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 571-576;
Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico
1945-1996, cit., pp. 449-457; Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. Dalla
fine della guerra agli anni Novanta, cit., pp. 419-455; Lepre, Storia della
prima Repubblica. L’Italia dal 1942 al 1992, cit., pp. 289-304; Soddu, La via
italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, cit., pp. 183-205.
16 Cfr. S. Musso, Le relazioni industriali tra prima e seconda Repubblica,
in E. Bignami (a cura di), L’Italia tra due secoli, Bologna, Pendragon, 2013,
L’INIZIO DELLA FINE 243

pp. 105 ss.; e le riflessioni di B. Trentin, La città del lavoro. Sinistra e crisi
del fordismo, Milano, Feltrinelli, 1997, pp. 5-124.
17 Cfr. F. Izzo, I dilemmi del femminismo nella seconda Repubblica, in
Ultalia contemporanea dagli anni Ottanta a oggi, II, Il mutamento sociale,
a cura di E. Asquer, E. Bernardi e C. Fumian, Roma, Carocci, 2014, pp.
101-117; Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica
1946-2013, cit., pp. 187-189.
18 M. Costanzo, Parla, per la prima volta, il «Signor P2», in «Corriere
della Sera», 5 ottobre 1980.
19 Cfr. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, cit., pp. 263-294;
Fasanella, Sestrieri e Pellegrino, Segreto diStato. La verità da Gladio al caso
Moro, cit., pp. 184-215; Vinci (a cura di), La P2 nei diari segreti di Tina
Anseimi, cit., pp. 159-221; F. Biscione, Il sommerso della Repubblica. La
democrazia italiana e la crisi dell’antifascismo, Torino, Bollati Boringhieri,
2003.
20 La citazione in Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1942
al 1992, cit., p. 295.
21 Ivi, pp. 293-294; cfr. M. Magnani, Sindona. Biografia degli anni Set­
tanta, Torino, Einaudi, 2016.
22 Ivi, p. 296.
23 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema
politico 1945-1996, cit., pp. 449-457.
24 Cfr. C. Ceccuti, Giovanni Spadolini. Quasi una biografia, Firenze,
Edizioni Polistampa, 2019.
23 Sulla questione settentrionale cfr. AA.W., Questione settentrionale,
in «Meridiana», 16, 1993; G. Berta (a cura di), La questione settentrionale:
economia e società in trasformazione, Annali della Fondazione Giangiaco-
mo Feltrinelli, voi. IV, Milano, Feltrinelli, 2007 ; R. Chiarini, Il disagio del
Nord, Vanti-politica e la questione settentrionale, in S. Colarizi, P. Craveri,
S. Pons e G. Quagliariello (a cura di), Gli anni Ottanta come storia, So-
veria Mannelli, Rubbettino, 2004, pp. 231-266; I. Diamanti, Il male del
Nord. Lega, localismo, secessione, Roma, Donzelli, 1996; M. Meriggi, Breve
storia dell’Italia settentrionale dall’Ottocento a oggi, Roma, Donzelli, 1996;
Lepore, Il divario tra il Nord e il Sud dal dopoguerra a oggi, cit., pp. 58 ss.
26 Giovagnoli, La Repubblica degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 124-147.
27 Cfr. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un siste­
ma politico 1945-1996, cit., pp. 459-464; G. Crainz, Autobiografia di una
Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Roma, Donzelli, 2009, pp. 127-182.
28 Cfr. F. Bonini, Il rinnovamento della De, in Brezzi e Gentiioni Silveri
(a cura di), Democrazia, impegno civile, cultura religiosa. L’itinerario di
Pietro Scoppola, cit., pp. 179-197.
29 Cfr. Gentiioni Silveri, L’Italia sospesa. La crisi degli anni Settanta vista
da Washington, cit., pp. 228-229.
30 Una ricostruzione, anche quantitativa, in Battilani e Fauri, Mezzo
secolo di economia italiana, 1945-2008, cit.; Baffigi, Il Pii per la storia d’I­
talia: istruzioni per l’uso, cit. Sul significato del cambio di paradigma degli
anni Settanta cfr. Toniolo, La crescita economica italiana, 1861-2011, cit.
244 L'INIZIO DELLA FINE

31 Cfr. A. Colli, II quarto capitalismo. Un profilo italiano, Venezia,


Marsilio, 2002; E. Felice, Divari regionali e intervento pubblico. Per una
rilettura dello sviluppo in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007; F. Bartolini, ha
terza Italia. Reinventare la nazione alla fine del Novecento, Roma, Carocci,
2015.
32 Cfr. la sintesi di G. De Rita, «E la nave va...»: l’impennata craxiana
degli anni Ottanta, in G. Acquaviva (a cura di), La politica economica
italiana negli anni Ottanta, Venezia, Marsilio, 2005, pp. 197-200.
33 Cfr. con analisi e interpretazioni divergenti G. Crainz, Il paese man­
cato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Roma, Donzelli, 2003; M.
Gervasoni, Storia d’Italia degli anni ottanta. Quando eravamo moderni,
Bologna, Il Mulino, 2010.
34 Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal 1942 al 1992, cit.,
pp. 299 ss.
33 Su questi aspetti cfr. Lepre, Storia della prima Repubblica. L’Italia dal
1942 al 1992, cit., pp. 300 ss.; Pescosolido, La questione meridionale in
breve, cit., pp. 139-151; P. De Ioanna, Debito pubblico e classe politica: uno
sguardo d’insieme sulla Prima repubblica, in LUtalia contemporanea dagli
anni Ottanta a oggi, voi. Ili, Istituzioni e politica, a cura di S. Colarizi, A.
Giovagnoli e S. Pons, Roma, Carocci, 2014, pp. 141-158.
36 M. Magatti e G. Fullin, Stratificazione sociale e disuguaglianza in un
capitalismo di marginalità, in L’Italia contemporanea dagli anni Ottanta a
oggi, voi. II, Il mutamento sociale, a cura di E. Asquer, E. Bernardi e C.
Fumian, Roma, Carocci, 2014, pp. 15-34.
37 Cfr. G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Roma-Bari, Laterza, 1989; C.
Valentini, Enrico Berlinguer, Milano, Feltrinelli, 2014; Barbagallo, Enrico
Berlinguer, cit.; U. Gentiioni Silveri (a cura di), In compagnia dei pensieri
lunghi. Enrico Berlinguer venti anni dopo, Roma, Carocci, 2007; E. Berlin­
guer, La passione non è finita, a cura di M. Gotor, Torino, Einaudi, 2013.
38 Sulla figura di Spinelli cfr. A. Spinelli, Come ho tentato di diventare
saggio, Bologna, Il Mulino, 1999; PS. Graglia, Altiero Spinelli, Bologna,
Il Mulino, 2008.
39 Si veda P. Turi, LIultimo segretario. Vita e carriera di Alessandro Natta,
Padova, Cedam, 1996; G. Sorgonà (a cura di), Alessandro Natta. Intellettuale
e politico. Ricerche e testimonianze, Roma, Ediesse, 2019.
40 E. Galavotti, Francesco Cossiga, in Cassese, Galasso e Melloni (a cura
di), I presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia
della democrazia italiana, cit., pp. 325-363; U. Gentiioni Silveri, Cossiga
Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, on line, 2014.
41 Cfr. G. Acquaviva e F. Margiotta Broglio (a cura di), Iprimi trent’anni
del Concordato Craxi-Casaroli (1984-2014), Venezia, Marsilio, 2016; G.
Acquaviva (a cura di), La grande riforma del Concordato, Venezia, Marsilio,
2006. E sui percorsi differenziati del mondo cattolico, G. Acquaviva, M.
Marchi e P. Pombeni (a cura di), Democristiani, cattolici e Chiesa negli
anni di Craxi, Venezia, Marsilio, 2018.
42 Cfr. E. Di Nolfo (a cura di), La politica estera italiana negli anni
ottanta, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2003 (poi con aggiornamenti Ve­
nezia, Marsilio, 2007).
L’INIZIO DELLA FINE 245

43 Cfr. S. Romano, Guida alla politica estera italiana. Dal crollo del
fascismo al crollo del comuniSmo, Milano, Rizzoli, 1993, pp. 183-189; Di
Nolfo (a cura di), La politica estera italiana negli anni ottanta, cit., pp.
3-151; Colarizi, Craveri, Pons e Quagliariello (a cura di), Gli anni Ottanta
come storia, cit., pp. 119-214.
44 La Costituzione aveva previsto l’istituzione della Corte, le sue fun­
zioni fondamentali, la composizione della stessa e gli effetti delle sentenze
(articoli 134, 135, 136). Tuttavia solo nel 1955 venne completata la prima
composizione della Corte costituzionale in grado di funzionare sette anni
dopo l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica.
45 Cfr. Craveri, Storia d'Italia, voi. 24, La Repubblica dal 1958 al 1992,
cit., pp. 920-964; Colarizi e Gervasoni, La cruna dell’ago. Craxi, il Psi e la
crisi dell’Italia repubblicana, cit., pp. 191-228.
46 Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema
politico 1945-1996, cit., pp. 439-449.
47 Sulla figura di Ruffilli cfr. M.S. Piretti, Roberto Ruffilli: una vita per
le riforme, Bologna, Il Mulino, 2008; P. Pombeni, Roberto Ruffilli, in Di­
zionario Biografico degli Italiani, voi. 89, Roma, Istituto della Enciclopedia
Italiana, 2017, pp. 93-97.
48 Cfr. R. Chiarini, Profilo storico-critico del Msi, in «Il Politico», 54, 3,
1989, pp. 369-389; G. Parlato, Il Movimento sociale italiano, in G. Nicolosi
(a cura di), I partiti politici nella storia dell’Italia repubblicana, Soveria
Mannelli, Rubbettino, 2006, pp. 365-380; A. Roveri, Gianfranco Fini: una
storia politica. Dal Movimento Sociale Italiano a Futuro e Libertà, Padova,
Libreria universitaria, 2011; D. Conti, Il anima nera della Repubblica. Storia
del Msi, Roma-Bari, Laterza, 2013; G. Orsina (a cura di), Storia delle destre
nell’Italia repubblicana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014; P. Ignazi,
Postfascisti? Dal Movimento sociale italiano ad Alleanza nazionale, Bologna,
Il Mulino, 1994; Id., Il polo escluso. Profilo storico del Movimento sociale
italiano, Bologna, Il Mulino, 1998.
49 Cfr. A. Guiso, Dalla politica alla società civile. L’ultimo Pei nella crisi
della sua cultura politica, in G. Acquaviva e M. Gervasoni (a cura di), Socia­
listi e comunisti negli anni di Craxi, Venezia, Marsilio, 2011, pp. 181-220.
50 Cfr. Gilbert, Storia politica dell'integrazione europea, cit., pp. 129-159;
Rapone, Storia dell’integrazione europea, cit., pp. 83-104.
Capitolo sesto

Il crollo

1. Indimenticabile Ottantanove

Le vicende politiche dell’Italia repubblicana nel corso della


seconda metà del 1989 vanno inserite con le dovute cautele in
un quadro internazionale più ampio. Tutto appare collegato
e inscindibile come mai era accaduto dalla fine del secondo
conflitto mondiale. Da una parte la fine della guerra fredda,
l’implosione e il crollo del sistema bipolare e dall’altra la crisi
della Repubblica, il progressivo superamento dell’architettura
istituzionale che aveva sorretto e caratterizzato il dopoguerra
italiano. Un itinerario in apparenza sovrapponibile e coinci­
dente: la parabola del conflitto tra Est e Ovest che volge al
tramonto, il sistema politico dellTtalia repubblicana che frana
in modo imprevisto e irreversibile. Del resto la Repubblica
era nata dentro una compatibilità ben precisa, si era inserita e
collocata negli spazi possibili di un costituendo sistema inter­
nazionale, presto trasformatosi in un’opportunità significativa e
stimolante. La classe dirigente nei primi passi della Repubblica
era riuscita a cogliere quella tensione inedita tra un paese da
ricostruire, piegato dalle macerie della guerra e le potenzialità
di una rinascita che andava ben al di là dei confini nazionali.
Il crollo di quel sistema di regolazione del mondo condizio­
na le politiche di molti paesi fino a trasformare i protagonisti
di un cammino lungo decenni: partiti travolti, costituzioni
modificate, simboli aggiornati o cancellati dalla pervasività
di processi storici simultanei e prolungati1. Il 9 novembre
1989 cade il muro di Berlino, viene fatto a pezzi, sezionato e
cancellato dal perimetro della città. Il simbolo di una statica
contrapposizione tra forze contrastanti viene abbattuto, con
il muro finisce un lungo conflitto che aveva come obiettivo
primario il vecchio continente, le sue gerarchie e geografie:
248 IL CROLLO

l’ultimo conflitto per l’Europa; una guerra non combattuta


che ha segnato destini e identità congelando una condizione
di prolungato e forzoso equilibrio. Il crollo del muro come
evidente e riconoscibile effetto della storia che si mette in
moto in cerca di nuovi assetti possibili2. La città simbolo della
Germania nazista occupata dalle potenze vincitrici, scomposta
in parti e porzioni controllate per poi essere attraversata da
un muro con varchi e accessi sorvegliabili. Vie di transito tra
Est e Ovest che hanno rappresentato aspirazioni o desideri
irrealizzabili: muoversi verso Occidente, cercare fortuna dove
non era possibile arrivare. Quella contrapposizione fin dentro
il territorio di una città rimane la traccia di uno scontro tra
sistemi, linguaggi, idee del mondo. Il crollo di quel muro
avrebbe aperto la strada a ipotesi e politiche che porteranno
alla riunificazione della Germania, il più grande processo di
ricomposizione continentale e di sfida geopolitica dalla fine
del secondo conflitto mondiale3.
Processi a catena in poche settimane portano al tramonto
definitivo di quello che era stato il blocco orientale4. Il mondo
comunista viene spazzato via dal protagonismo di tanti che
non vogliono mancare l’appuntamento con la storia. Viene giù
tutto: statue, simboli sulle bandiere nazionali, alleanze e lealtà
politiche e militari. Mosca perde legami, credibilità, consenso.
Nello spazio breve di pochi anni l’Urss implode travolta dalla
carica di nazionalità ritrovate o strumentalmente inventate
che puntano a rompere la gabbia di una struttura complessa
capace di tenere insieme, controllare e uniformare tradizioni,
lingue, aspirazioni identitarie5. Poco dopo anche l’Albania
e la Jugoslavia che non erano parte costitutiva dell’universo
sovietico verranno interessate dalla rivoluzione pacifica o
conflittuale che porterà alla fine del comuniSmo e dei suoi
principali protagonisti6.
Mentre la grande storia riparte, si mette di nuovo in moto
il quadro della politica italiana. Una lenta e complessa attività
in una legislatura inizialmente stabile che si trascina fino alla
scadenza naturale del 1992; non accadeva dal 1968 di non do­
ver far ricorso allo scioglimento anticipato delle Camere. Nei
primi anni Novanta Giulio Andreotti guida la coalizione di
pentapartito dopo le ripetute instabilità ministeriali, le frizioni
interne alla maggioranza di governo. L’equilibrio del Caf offre
un’apparente copertura nei confronti delle inquietudini che
IL CROLLO 249

scuotono le fondamenta del sistema. Ma il vento del cambia­


mento spinge verso nuove sollecitazioni, il vecchio equilibrio
di pentapartito non può gestire una fase così straordinaria,
carica di spinte e potenzialità; il crollo del muro e la fine di un
mondo sono il preludio alla ricerca di una nuova collocazione
dell’Italia nello scenario internazionale7. Non tanto per scelta
o convinzione quanto per necessità: non si può aspettare che
la tempesta sia conclusa, né mettersi speranzosi ad attenderne
gli esiti. Come in passato, attraverso gli indirizzi e le scelte di
politica estera si definisce il quadro delle compatibilità, degli
approdi possibili di un sistema politico cresciuto e rafforzato
dalle connessioni tra quadro interno e contesto internazionale.
In uno strano paradosso il crollo dell’impalcatura della Repub­
blica avvicina nei primi anni Novanta del Novecento l’Italia
più ai paesi comunisti (travolti dalle rivoluzioni dell’Est) che
ai suoi naturali partner e alleati occidentali. Il nostro, infatti,
è l’unico paese dell’Europa occidentale e atlantica nel quale la
fine del comuniSmo sovietico e del bipolarismo Usa-Urss abbia
influenzato il sistema politico fino a provocare l’implosione
dei partiti fondatori della Repubblica. Nel corso degli anni e
dei decenni trascorsi dalla cesura del 1989 è apparso sempre
più evidente il rapporto stretto tra la fine della guerra fredda
e la trasformazione del sistema politico italiano. Un nesso non
separabile o marginale e al tempo stesso non un rapporto
automatico di causa-effetto quasi che la prima dimensione in­
ternazionale potesse direttamente spiegare la ricaduta interna.
Uno spartiacque che modifica i riferimenti consolidati mentre il
governo italiano attraversa il vortice di un cambio radicale degli
assetti internazionali. Basti il richiamo alle novità più evidenti
e significative di una fase storica per molti versi costituente
e fondante di un nuovo ordine possibile. Sotto le macerie di
quel muro che divideva la città simbolo del conflitto bipolare
cadono altri muri e terminano altre contrapposizioni: muri di
altro tipo, psicologici, ambientali, vincolanti. La politica ita­
liana aveva tracciato perimetri e compatibilità adattandoli al
contesto più ampio e condizionante: chi sedeva legittimamente
in Parlamento e chi di converso aveva accesso alle funzioni del
potere esecutivo, una distinzione non scritta o codificata tra
l’area della rappresentatività e quella della governabilità8. Un
muro invisibile penetrato nella politica e nella società italiana,
capace di condizionare equilibri, aspirazioni e riferimenti di
250 IL CROLLO

generazioni di italiani. Un’accelerazione improvvisa di processi


inarrestabili in parte ravvicinati e recenti, in parte provenienti
da antiche contraddizioni e opportunità. L’ultimo decennio del
Novecento segna il passaggio a nuove tensioni. Al muro che ca­
deva faceva seguito l’apertura del percorso che avrebbe portato
alla riunificazione tedesca, non più vincolata dalla questione
controversa dell’appartenenza alla Nato. Si aprivano all’orizzon­
te nuovi terribili conflitti: nel Golfo Persico con l’invasione di
Saddam Hussein del territorio del Kuwait e nella ex Jugoslavia
dove identità, culture e religioni si sarebbero affrontate in un
sanguinoso scontro del quale sarà difficile scrivere la parola
fine. Nascono nuove repubbliche riconosciute e inserite fret­
tolosamente nella comunità internazionale, il vecchio quadro
statuale viene travolto mentre riemergono dal passato i fantasmi
del più bieco nazionalismo aggressivo9. Il tutto avviene a pochi
chilometri dai confini italiani, destabilizzando una regione e
coinvolgendo le vestigia incerte di una comunità internazionale
indebolita e scossa dalla fine della guerra fredda e dagli inter­
rogativi sull’urgenza d’intervenire per fermare il massacro nei
territori della ex Jugoslavia. Solo nel 1995 con gli accordi di
Dayton tra limiti e contraddizioni, ritardi e responsabilità di
governi e organismi internazionali si pone fine alla dinamica
violenta di una guerra incontrollabile nel cuore dell’Europa.
Su un altro versante, in quello stesso spazio bagnato dal mar
Mediterraneo, s’intensificano i flussi migratori, gli spostamenti
di popolazioni in cerca di una vita migliore o in fuga da guerre
e conflitti in parte riflesso della fine di un mondo. Un conte­
sto controverso e difficile nel quale trova spazio e priorità il
rilancio del processo d’integrazione continentale attraverso il
negoziato e la firma del trattato di Maastricht, una scelta di
politica internazionale che è anche una rotta per uscire dalle
difficoltà interne: legare il destino della Repubblica al cammino
europeo cogliendo l’opportunità di un nuovo inizio ambizioso
e complicato al tempo stesso10. Un passaggio d’epoca definito
tale senza correre il rischio dell’enfasi che accompagna talvolta
espressioni del genere. Anni dopo ci si è chiesti con ragionevo­
lezza e rigore se la Repubblica dei partiti, questa felice espres­
sione per descrivere e giudicare un tratto di strada della storia
italiana, non fosse anche la Repubblica della guerra fredda giunta
al tramonto quando il mondo sorto dopo la seconda guerra
mondiale imboccava repentinamente una direzione inedita11.
IL CROLLO 251

E con uno scenario così movimentato sullo sfondo, il per­


corso del sistema politico italiano procede per strappi successivi.
Inizialmente in equilibrio in una legislatura che non si scioglie
anticipatamente, ma viene attraversata da segnali inequivoci
di nuova e profonda instabilità. Lo scontro dialettico prevede
un’opzione ben precisa: da un lato la fisiologica competizione
tra forze e idee contrastanti, dall’altro la rottura traumatica di
un impianto politico e istituzionale. Che si debba scegliere un
nuovo cammino appare chiaro, marginali sono le posizioni di
chi pensa di poter conservare o preservare l’esistente. L’inter­
rogativo riguarda il come, le modalità con cui gestire il crollo
di una fase storica: con normalità, o al contrario, con il peso
della discontinuità conflittuale12.
E lo scossone più forte giunge dal vertice delle istituzioni.
Il presidente Cossiga, dopo una prima fase di mandato inter­
pretata con profilo riservato e prudente, inizia a intervenire
ripetutamente nel dibattito pubblico. Se inizialmente sembra
timido e distante dal protagonismo del suo predecessore, a
partire dal 1990 la sua proiezione esterna modifica sostan­
zialmente le prerogative quirinalizie13. Il presidente sceglie di
intervenire con frequenza, su argomenti delicati e controver­
si, con ricorso a intensità crescente fino a togliersi di dosso
persino le sembianze dell’arbitro di equilibri e competenze
costituzionali. Un giocatore nella contesa politica, con una
voce amplificata dai media, nella continua ricerca di spazi
e interlocutori in grado di recepire proposte e indirizzi in­
novativi. Messaggi diretti che hanno come bersaglio politici
e magistrati, spesso incrinando l’equilibrio tra i poteri dello
Stato. Il peso di un presidente «picconatore» (l’espressione è
sua) che demolisce l’esistente pensando così di poter avviare
una riforma radicale dell’ordinamento e dei suoi interpreti
principali. E come spesso accade nelle stagioni di svolta e ride­
finizione di rapporti di forza e appartenenza, il protagonismo
del presidente della Repubblica si accompagna alla contestuale
comparsa di ombre e interrogativi su vicende poco chiare. Nel
1990 forze di pubblica sicurezza ritrovano documenti delle
Brigate Rosse in un covo a Milano, perquisito in precedenza;
il memoriale di Aldo Moro conservato in un’intercapedine a
via Montenevoso rilancia accuse e giudizi che coinvolgono
direttamente il passato di Cossiga e le sue scelte di allora (era
trascorso oltre un decennio) quando svolgeva le funzioni di
252 IL CROLLO

ministro degli Interni. Poco tempo dopo una commissione


d’inchiesta presieduta da Libero Gualtieri lancia accuse contro
settori non marginali della classe dirigente, rea di non aver
indagato adeguatamente sui misteri legati all’abbattimento
di un DC-9 della compagnia aerea Itavia precipitato con i
suoi 81 passeggeri nel mare di Ustica il 27 giugno 1980. Un
muro di gomma impenetrabile mentre Cossiga è alla guida
dell’esecutivo14. E da ultimo lo scontro sul passato, sulle
parti nascoste della lotta al comuniSmo negli anni più duri
della guerra fredda. Un giudice di Venezia, Felice Casson,
indagando sui misteri di una strage del 1972 (a Peteano) si
riferisce a una rete clandestina denominata Gladio, punto di
riferimento di operazioni coperte, fuori da regole e controlli
in chiave anticomunista. Una rete diffusa, legata ad ambienti
della Nato e in una certa misura favorita e protetta da settori
dello Stato e dei servizi segreti. In questo contesto la figura di
Cossiga risulta centrale nella sua attenzione costante ai temi
della difesa e dei servizi e nella funzione di ministro della
Difesa negli anni Settanta. Stay Behind, questo il nome della
struttura di riferimento, poteva giovarsi di appoggi diretti negli
apparati dello Stato, di ferventi gladiatori pronti a intervenire
qualora le sinistre avessero minacciato gli equilibri esistenti, di
numerosi omissis che classificano parte della documentazione
sulle strategie della lotta al comuniSmo. Cossiga accusa il col­
po, minaccia ritorsioni e rivelazioni, difendendo l’operato e la
legittimità di Gladio, organizzazione figlia di un tempo ormai
concluso. Una pagina di storia della guerra fredda che non
si può condannare né ricostruire nella sua interezza, meglio
voltare pagina, cercare di uscire dalle zavorre ingombranti
del passato. E il conflitto si proietta sugli equilibri incerti del
presente. Il presidente gioca a tutto campo, se la prende in
varie occasioni con ambienti della magistratura, settori della
classe politica, intellettuali e giornalisti. Si dice convinto che
sia giunto il momento di cambiare, senza esitazioni di sorta,
anche facendo ricorso al piccone. In un messaggio rivolto alle
Camere esplicita i termini del suo disegno quando si riferisce
alla necessità di riscrivere l’intero ordinamento giudiziario
ponendo un limite all’esercizio dell’autonomia dei giudici. La
strada per uscire dallo scontro sarebbe passata per un ricono­
scimento di poteri al presidente, uno schema presidenzialista
per un approdo a una Seconda Repubblica come afferma con
IL CROLLO 253

insistenza al rientro da un viaggio negli Stati Uniti nel maggio


1991. Una Repubblica con un esecutivo più forte, un presidente
legittimato da un consenso diretto con gli elettori, capace di
riequilibrare lo strapotere paralizzante del Parlamento. Un gioco
pericoloso che si scarica su un sistema politico già sofferente e
incerto. Le reazioni dei partiti prendono un segno opposto: il
neonato Partito democratico della sinistra, concepito a seguito
della svolta della Bolognina proposta dall’ultimo segretario
del Pei, Achille Cicchetto, sceglie di presentare una richiesta
di impeachment per alto attentato alla Carta costituzionale,
poi respinta dalle Camere; la destra missina lo difende in
Parlamento e nel paese. Il governo è attraversato da giudizi
contrastanti: socialisti disponibili e favorevoli alla prospettiva
di un presidente eletto, la maggioranza della De fortemente
contraria. Difficile trovare punti di mediazione o di equilibrio.
Il confronto divenuto conflitto attraversa tanto il governo
quanto gli equilibri e le competenze tra i poteri dello Stato.
Cossiga si rivolge continuamente agli italiani, cerca fiducia e
partecipazione, apre canali di comunicazione mai esplorati
nelle forme e nel linguaggio. Il 25 aprile 1992, nella giornata
di celebrazione della liberazione dal nazifascismo, in un mes­
saggio televisivo, annuncia le proprie dimissioni anticipando
la scadenza naturale. Una picconata conclusiva per segnare
l’ultimo atto di un settennato turbolento.
In quello stesso frangente vengono proposte e rilanciate
prospettive localistiche fondate su identità e culture che met­
tono in discussione il centro del sistema. Una critica serrata
lungo l’asse che dalle tante periferie della penisola punta il
dito sulla capitale e quindi sulle dinamiche di lungo periodo
del percorso di unificazione nazionale. Una trama di piccole
e medie imprese presenti in aree con forte insediamento di
partiti tradizionali e radicati15 che spinge per rinnovare forme
economiche, infrastrutture obsolete e relazioni industriali. In
uno spazio di critica diffusa s’inseriscono le leghe regionali,
forze marginali, almeno all’inizio, capaci a sorpresa di presi­
diare zone geografiche e settori di sviluppo dove la De mostra
di non reggere l’urto della modernità16. Già nel 1983 la Liga
Veneta aveva superato il 4% , mentre nella vicina Lombardia
la Lega iniziava a raccogliere consensi e rappresentanti in
Parlamento. Il leader Umberto Bossi nei primi anni Ottanta
entra in Senato mentre alla fine del decennio il movimento
254 IL CROLLO

(Lega Lombarda) inizia a raccogliere, nell’indifferenza di tanti,


percentuali significative. Stava così prendendo forma un sog­
getto politico che avrebbe messo in causa la cornice dell’unità
nazionale, apprestandosi a diventare uno dei protagonisti del
nuovo equilibrio in costruzione. Alla fine del 1989, nel mese di
novembre, in contemporanea con la caduta del muro di Berlino
si costituisce l’alleanza del Nord tra le due leghe, nelle elezioni
amministrative dell’anno seguente la Lega raccoglie quasi il
19% dei consensi, secondo partito in Lombardia mentre in
Liguria, Piemonte e Veneto si attesta attorno al 5%. Il voto
alla Lega unisce percorsi e motivazioni non sovrapponibili: la
protesta contro il centralismo romano, la presa di distanza dai
partiti tradizionali e dal loro operato, la ricerca di un bersa­
glio possibile tra i meridionali o gli extracomunitari. Ragioni
diverse in un consenso che tende a crescere raccogliendo
proteste diversificate, umori e orientamenti stratificati nella
società italiana, dalle intolleranze verso i diversi al recupero di
istanze federaliste. Il movimento diventa un partito nelle assise
del 1991, mentre il sistema politico è attraversato da nuove
istanze di riforma e un segmento del ceto intellettuale discute
sull’interrogativo inquietante che accompagna un’intera fase
del decennio riassunta in un fortunato volume pubblicato per
il Mulino da Enrico Rusconi del 1993 dal titolo: Se cessiamo
di essere una nazioneì
In un frangente così dinamico un movimento guidato da
Mario Segni pensa di intervenire sul sistema elettorale met­
tendo in discussione il rapporto tra voti e seggi, garantito e
ordinato dal meccanismo proporzionale. Un uomo che non
aveva ricoperto ruoli di primo piano nel partito, figlio del pre­
sidente Antonio Segni, sceglie la via del ricorso al referendum.
Atto di accusa verso l’immobilismo dei partiti e occasione di
mobilitazione per cittadini in cerca di nuove speranze. Un
referendum abrogativo di norme che se cassate avrebbero ri­
dotto il condizionamento del conteggio proporzionale aprendo
così la strada a un sistema maggioritario per il Senato della
Repubblica e per i comuni. La raccolta di firme partita in
sordina trova ostilità manifeste tra partiti, Confindustria e
associazionismo di vario orientamento. Il Partito comunista
alle prese con la sua trasformazione post-1989 mostra dispo­
nibilità e attenzione per i quesiti referendari. Il richiamo alla
società civile mobilitata e partecipe si contrappone al sistema
IL CROLLO 255

dei partiti ormai proiettati verso un tramonto inconsapevole.


Tra i quesiti ammessi al giudizio della Corte costituzionale
l’abolizione della preferenza plurima viene considerato ammis­
sibile. Per i promotori si tratta della possibilità di intervenire
sulle catene consolidate o sperimentali del voto di scambio,
rendendo possibile l’indicazione di una sola preferenza per
la Camera dei deputati. In realtà il referendum si carica di
significati e scelte che vanno ben al di là del contenuto del
quesito. Una valenza simbolica a fronte della richiesta di molti
di non partecipare alla consultazione: libertà di voto per i
vertici dello scudocrociato, indicazione di andare al mare per
il leader socialista. In molti scommettono sul mancato raggiun­
gimento del quorum del 50% degli aventi diritto necessario
per convalidare la consultazione referendaria. L’anno prima i
referendum sulla caccia e sui pesticidi non avevano superato
la soglia necessaria. Ma il 9 giugno 1991 l’affluenza di oltre il
62% del corpo elettorale cancella le previsioni astensioniste.
Con il 95% dei Sì viene abolita la preferenza plurima sulla
scheda per la Camera dei deputati: una sola indicazione per
evitare accordi tra candidati, togliendo così il terreno propi­
zio alla costituzione di cordate o voti di scambio. Una spinta
a cambiare regole e indirizzi, un movimento per la riforma
elettorale che nello spazio di alcuni anni, nella prima metà del
decennio interpreta e semplifica (anche in modo eccessivo)
istanze di rinnovamento della politica e dei partiti.
Sul lato sinistro dello schieramento il Pei aveva già iniziato
11 suo processo di revisione in un crocevia storico tra la frana
del comuniSmo e il dibattito su una riforma elettorale di tipo
maggioritario. Con il crollo del muro di Berlino il neoeletto
segretario Achille Occhetto decide di accelerare tempi e mo­
dalità di una svolta per molti versi tardiva e necessaria. In
un incontro a Bologna, in una storica sezione del partito il
12 novembre 1989, Occhetto inizia a profilare un cammino
inedito che avrebbe condotto «a una cosa nuova e a un nome
nuovo». Il segretario prende in mano le sorti di una comunità
politica scavalcando organismi dirigenti, rituali e forme del
popolo comunista. Da quel momento si apre un processo di
cambiamento contrastato da dentro e da fuori, ma sostenuto
al tempo stesso da militanti e dirigenti del Pei. Una lunga
evoluzione, uno scontro prolungato che non si conclude al
Congresso di Bologna del marzo 1990 dove le tesi di Occhetto
256 IL CROLLO

per una nuova formazione politica della sinistra ottengono il


67% dei consensi. Le opposizioni interne si attestano poco
sopra il 33%, ma la partita definitiva viene rinviata a prossimi
appuntamenti. Nei mesi successivi la maggioranza del Pei mette
a punto una dichiarazione d’intenti per promuovere il nascente
Partito democratico della sinistra (Pds), con una quercia che
simbolicamente cresce rigogliosa sopra il simbolo antico della
falce e martello. La sinistra interna guidata da Pietro Ingrao
non accetta la proposta e le assise di Rimini del gennaio 1991,
ultimo congresso nazionale (il XX) del Pei, sanciscono la
nascita del nuovo partito e contestualmente la scissione che
porta alla formazione del Partito per la Rifondazione comu­
nista. La «C osa» (per riprendere l’espressione di un fortunato
documentario girato da Nanni Moretti nel 1990), dopo un
lacerante confronto di mesi, inizia a prendere forma nonostante
le resistenze di varia natura. Un partito che punta a racco­
gliere l’eredità migliore del comuniSmo italiano senza tuttavia
riuscire a intercettare e coinvolgere energie e risorse esterne
in modo significativo. Persino il confronto sulla collocazione
internazionale viene rinviato a una fase successiva e l’identità
della nuova forza rimane sospesa tra i richiami novecenteschi
(al socialismo o alla socialdemocrazia) e le suggestioni di un
nuovo inizio in mare aperto alla ricerca di approdi inediti e
imprevedibili17. Ma il coraggio di un’operazione così radicale e
improvvisata dà alla «svolta» una grande responsabilità, quel­
la di aver tentato di costruire le condizioni per una risposta
nazionale alla crisi globale del mondo comunista. E tra limiti,
ritardi e resistenze, il percorso di superamento della storia e
dell’identità del Pei si accompagna alla ridefinizione del sistema
politico repubblicano tra la fine degli anni Ottanta e l’ultimo
decennio del Novecento18.
Sul versante opposto della maggioranza di governo i partiti
tentano di resistere alle spinte innovative, tanto quelle che
vengono da fuori (la fine della dicotomia con il movimento
comunista dei paesi dell’Est) quanto quelle interne (basti il
richiamo agli atteggiamenti prevalenti in materia di riforma
elettorale). Così facendo la Democrazia cristiana e il Partito
socialista cercano di limitare gli effetti delle novità di un mondo
in tumultuoso e repentino cammino. La difesa dell’esistente
rappresenta così l’ultimo atto di una classe politica insidiata
da vari fronti. Quello più clamoroso richiama l’emergere di
IL CROLLO 257

fenomeni di corruzione che coinvolgono settori della classe


dirigente: politici, imprenditori in ricorso forsennato allo scam­
bio occulto di favori, privilegi e somme di denaro nei settori
degli appalti pubblici o dei finanziamenti a partiti in cerca di
sostegno. Un fenomeno radicato e diffuso che contribuirà in
modo decisivo alla spallata per abbattere il vecchio mondo
agonizzante. Il 17 febbraio 1992 il socialista Mario Chiesa viene
arrestato in flagrante nel capoluogo lombardo: presidente del
Pio Albergo Trivulzio, riceve una tangente come ricompensa di
un sistema corrotto di cui è parte. Si apre così una fase delicata
di rivelazioni che chiamano in causa politici e imprenditori
di punta. Una stagione d’inchieste che da Milano si allarga
rapidamente verso i palazzi della politica romana. È l’inizio
di un terremoto, la stagione di Mani pulite, o la rivoluzione
dei giudici in quella che diventerà presto la tangentopoli della
Repubblica19. Una spallata senza precedenti.

2. Tangentopoli

In poche settimane, dopo l’arresto di Mario Chiesa, s’in­


nesca un meccanismo che porta alla luce un sistema diffuso
di corruzione capace di coinvolgere settori significativi della
politica e dell’imprenditoria italiana. Una rete di compor­
tamenti e vincoli, segnata da un’illegalità nascosta, tollerata
e consolidata. L’azione della magistratura colpisce simboli
e consuetudini in un crescendo di accuse e rivelazioni che
scuote l’intero sistema paese. Dopo i primi gesti plateali, gli
arresti, le manette e le conferenze stampa che alludono a nuove
imminenti iniziative, iniziano a prendere corpo interrogativi
profondi sulla tenuta del sistema, sugli esiti della stagione ap­
pena avviata e sulle ripercussioni possibili delle accuse contro
i politici e gli imprenditori corrotti. Il clima generale mette in
causa i fondamenti basilari dello Stato di diritto. Le accuse
passano attraverso i media, le condanne vengono pronunciate
in pubblico contesto, gli avvisi di garanzia a tutela degli inda­
gati diventano nel gergo comune una condanna senza appello.
Un protagonista come Luciano Violante (magistrato, dirigente
politico, a lungo parlamentare e presidente della Camera dei
deputati dal 1996 al 2001) ha proposto una sorta di bilancio
a distanza tra cifre e analisi di contesto:
258 IL CROLLO

Le Procure della Repubblica determinarono, con un alto tasso di


arbitrarietà, vincitori, superstiti e vinti. Le indagini penali acquisirono
una funzione di pubblico lavacro, su sollecitazioni di gran parte della
opinione pubblica e dei mezzi di comunicazione. La legalità assorbì la
legittimità. Si verificò la tenuta di un paradosso: alla massima espan­
sione del principio di legalità, corrispose una sorta di arbitrarietà del
diritto, calato nell’argomentazione inquisitoria e separato dal proble­
ma della sua legittimazione. La magistratura, soprattutto inquirente,
si legittimava attraverso la legalità e la legalità si traduceva in pura
e semplice inquisizione condotta da soggetti divenuti capaci, per la
spinta dell’opinione pubblica e per l’assenza di contraddittori, di
legittimare e di autolegittimarsi. Questo ruolo della magistratura non
nasceva improvvisamente. Aveva alle spalle il lungo cammino dalla
periferia al centro del sistema politico costituzionale, maturato tra gli
anni Sessanta e gli anni Ottanta, e il coevo abbandono del centro del
sistema da parte dei partiti politici20.

Il confine tra ordinamento politico e ordinamento giuridi­


co, com’è noto, rappresenta una componente essenziale delle
democrazie contemporanee. La crisi della politica e delle sue
forme, la perdita di legittimità come luogo di formazione dell’in­
teresse generale determina un vuoto, un’assenza pericolosa e
destabilizzante. Tracciare la linea di confine tra i due poteri
(e ordinamenti) è un compito proprio della sovranità politi­
ca, necessario e salutare per l’equilibrio dei poteri e la stessa
tenuta del sistema democratico. La prevalenza del giuridico,
o secondo espressioni analoghe «l’imperialismo del diritto»,
è un fenomeno comune a molti paesi democratici nel tempo
che precede tangentopoli.
La rivoluzione dei giudici travolge mediazioni e compromes­
si, il fenomeno corruzione appare come uno dei tratti distintivi
e consolidati dell’impalcatura del sistema e degli equilibri tra
le sue parti. In tanti, troppi hanno tratto vantaggi e posizioni
di privilegio da una vera e propria cultura dell’illecito che ha
segnato comportamenti, mentalità, atteggiamenti verso lo Stato
e le sue istituzioni. Con tangentopoli viene scoperchiato un
mondo nascosto e influente, colpito dalle inchieste del pool
milanese guidato da Francesco Saverio Borrelli e dagli effetti di
rivelazioni sconvolgenti sui livelli apicali coinvolti. Le reazioni
sono di segno opposto: da un lato il tentativo di limitarne il
significato, circoscrivendo la corruzione ad ambiti e contesti
ben precisi («le mele marce», o «il mariuolo» seguendo la de­
finizione che Craxi attribuisce a Mario Chiesa) o evidenziando
IL CROLLO 259

una sottile e per molti versi perniciosa distinzione tra chi si


arricchisce individualmente e chi invece cerca di finanziare in
modo illecito il proprio partito o gruppo industriale, vista la
mancata regolazione per legge dei costi della politica e della
democrazia rappresentativa; dall’altro c’è chi spinge sulla
discontinuità di una nuova stagione nel segno della legalità
ritrovata sotto l’azione di una magistratura in grado di fare
pulizia, di arrivare dove la politica non le ha mai permesso di
giungere. Aprire quindi le porte per far entrare il vento del
cambiamento con la convinzione (per molti sincera e persi­
no ingenua, per altri strumentale) che tutto possa cambiare
in tempi rapidi e che tutti i mali di un sistema imperfetto e
discutibile possano trovare ricette e risposte nel nuovo clima
rigenerante. Una dialettica che attraversa l’ultimo scorcio del
Novecento mentre le basi della Repubblica dei partiti vanno in
discussione: corruzione penetrata nel sistema da combattere e
ridimensionare o, al contrario, un sistema corrotto, corruttibile
e irriformabile che deve solo essere sostituito nel più breve
tempo possibile da un nuovo assetto, sospinto e motivato dal
vento del cambiamento. L’ampiezza e la profondità del feno­
meno si riflette nei numeri di una lunga stagione. I processi
per corruzione politica e amministrativa vedono impegnate 70
procure della Repubblica con procedimenti a carico di oltre 12
mila persone e l’emissione di 25.400 avvisi di garanzia; 4.525
arresti, 1.233 condanne. Nello stesso frangente vengono avan­
zate 507 richieste di autorizzazione a procedere per la Camera
dei deputati e 172 per il Senato. Sei ministri si dimettono dopo
aver ricevuto un avviso di garanzia. Nel corso del 1993, in un
arco di tempo di venti settimane, meno di cinque mesi, tutti
i segretari dei partiti di maggioranza lasciano l’incarico. Il 9
febbraio Bettino Craxi cede la segreteria del Psi a Giorgio
Benvenuto; il 25 febbraio Giorgio La Malfa dà le dimissioni
dal vertice del Partito repubblicano; il 15 marzo è la volta di
Renato Altissimo dal Partito liberale e alla fine dello stesso
mese Carlo Vizzini si dimette dalla segreteria del Psdi21. Il
23 giugno Mino Martinazzoli, segretario della Democrazia
cristiana, annuncia lo scioglimento del partito e il contestuale
inizio della diaspora De22.
Sono almeno tre i piani che rafforzano le ragioni del crollo
del sistema, la simultanea messa in discussione di un equilibrio
in apparenza statico e immodificabile. Due in chiave interna:
260 IL CROLLO

la proposta di rompere l’unità geografica e politica attorno al


consenso raccolto da formazioni nuove, le leghe regionali che
dal Nord minacciano il rapporto tra centro e periferia e la
fisionomia stessa della Repubblica; le inchieste di tangentopoli
che svelano un livello di corruzione diffuso e penetrante, un
sistema illecito che ha garantito consensi, visibilità, posizioni di
potere. E uno in chiave internazionale, la fine del mondo della
guerra fredda nel quale si era inscritta e sviluppata la parabola
del dopoguerra italiano; gli effetti dell’indimenticabile 1989
sarebbero andati ben oltre gli eventi di quel tornante storico.
A distanza di decenni, fra i tre piani quello internazionale
appare il più condizionante, quello più utile a ragionare sul
dopo, sulle eredità di un equilibrio precario che non viene
adeguatamente rimpiazzato da nuove compatibilità. Del resto,
anche lo scenario globale presenta simili caratteristiche: dopo
l’entusiasmo iniziale la fine del mondo bipolare lascia sul terreno
molti interrogativi e poche risposte, molti conflitti disordinati
e pochi indirizzi condivisi. La crisi del multipolarismo delle
responsabilità globali condivise consegna alla fine del secolo
una serie d’instabilità e conflitti che non trovano interpreti
all’altezza delle difficoltà di una sfida inedita. Il tempo aiuta a
definire protagonisti e scenari, più che una vittoria schiacciante
contro l’impero del male, la fine della guerra fredda produce
instabilità e disordine in teatri di guerra o di crisi mettendo
in discussione la capacità di ordinare e governare antiche e
nuove difficoltà. Un sistema internazionale debole, senza regole
condivise e attori autorevoli e riconosciuti23. La scorciatoia della
potenza tecnologica e militare (l’ordine monopolare centrato
sulle scelte dell’amministrazione statunitense e sulle direttive
che arrivano da Washington) si rivela ben presto un inganno
che non consolida scenari rassicuranti. In questo panorama
composito il crollo della Repubblica diventa parte di un più
ampio scenario di ridefinizione internazionale di equilibri,
assetti e rapporti di forza. Presto o tardi anche il quadro in­
terno cambia, simultaneamente travolto in modo irreversibile.
I due ambiti sono connessi più di quanto non apparisse allora
e gli anni che ci separano dagli eventi traumatici dell’ultimo
decennio del X X secolo confermano l’interdipendenza tra crisi
della Repubblica e conclusione della guerra fredda.
In un passaggio così delicato la politica tradizionale mantie­
ne fino a quando è possibile i suoi riti e le sue ultime certezze.
IL CROLLO 261

Come se in apparenza fossero due canali non comunicanti: il


crollo del vecchio ordine mentre si avvicinano scadenze e re­
sponsi che lo caratterizzano. Come se nulla stesse accadendo,
almeno in superficie.
Inconsapevolmente si giunge all’appuntamento elettorale
del 5-6 aprile 1992 in un clima difficile, di grande incertezza
che non risparmia nessuno dei contendenti. Elezioni anticipate,
concordate con il Quirinale per evitare che uno scontro sulle
riforme istituzionali diventi ingestibile e lacerante. Cossiga,
vertice delle istituzioni, indirizza un passaggio elettorale senza
che sia aperta una vera e propria crisi di governo; il ricorso
alle elezioni come stratagemma da gestire e concordare fuori
da ogni dinamica istituzionale riconosciuta e riconoscibile.
Ma gli accordi tra segreterie di partito e vertici istituzionali
non garantiscono né la tenuta né tantomeno l’orientamento
elettorale. Il terremoto politico travolge i partiti tradizionali.
La De perde quasi il 5% dei voti, il Psi interrompe la sua
breve parabola ascendente, attestandosi sotto il 14%, mentre
il consenso del Partito democratico della sinistra è di ben
10 punti inferiori a ciò che il Pei aveva raccolto nelle ultime
elezioni politiche. Rifondazione comunista, nata dalla scis­
sione avvenuta al X X Congresso del 1991, raccoglie il 5%.
L’affermazione più significativa prende forma e contenuti di
una chiara proposta antisistema: la Lega Nord, con oltre l’8%,
diventa il quarto partito italiano pur essendo principalmente
radicata nelle regioni settentrionali.
Uno scenario frammentato e debole, senza alternative alla
stanca riproposizione dell’alleanza di pentapartito in chiave
competitiva e di sfida interna tra democristiani e socialisti e
tra le diverse correnti dei partiti di governo in lizza per posti
chiave. Le insidie per la coalizione dell’esecutivo sono di varia
natura: la Lega e il suo consenso antisistema, i referendum
istituzionali che prevedono una nuova tappa di consultazio­
ne, gli effetti su una larga parte dell’opinione pubblica della
stagione di Mani pulite. La politica è sul banco degli imputati
mentre un ritorno della violenza mafiosa condiziona il dibattito
pubblico. In un clima di emergenza dopo l’omicidio del giudi­
ce Giovanni balcone24, visto che la maggioranza non riesce a
eleggere il successore di Cossiga, una vasta convergenza par­
lamentare porta nel giugno 1992 Oscar Luigi Scalfaro, appena
eletto presidente della Camera, al vertice delle istituzioni. Un
262 IL CROLLO

tentativo di stabilizzare e rassicurare con un uomo della De


che si era distinto per la difesa delle istituzioni da attacchi di
varia natura25. Il varo dell’esecutivo non poteva discostarsi dai
numeri e dalle compatibilità di un quadripartito affidato alla
guida di Giuliano Amato. Il clima diffuso di critica alla poli­
tica rende impraticabile l’accordo non scritto che prevede un
ritorno di Craxi a Palazzo Chigi. Amato si carica sulle spalle
una crisi minacciosa, riduce il numero dei ministri e applica
l’articolo 92 proponendo al presidente della Repubblica e alla
fiducia delle Camere una compagine non condizionata dalle
preventive trattative con i partiti. Escamotage non scontati
per lanciare messaggi a un’opinione pubblica smarrita e per
tentare di rimettere la politica al centro delle strategie di tenuta
del sistema. Un passaggio complesso, immerso in uno scenario
internazionale in continua evoluzione. Nuove responsabilità
in corno d’Africa quando l’Italia partecipa a una missione
internazionale in Somalia sotto l’egida delle Nazioni Unite. La
forza multinazionale prende il nome ambizioso di Restore Hope,
orizzonte di propositi e obiettivi che presto deve misurarsi con
una realtà segnata dai conflitti armati tra le fazioni locali. Il mi­
nistro degli Esteri Emilio Colombo difende la scelta dell’Italia
e il significato di essere rispettosi di alleanze e responsabilità
internazionali. Il governo ne fa un punto di principio anche
nelle strategie di risposta alla condizione precaria e pericolosa
dei conti pubblici. La firma del trattato di Maastricht del 7
febbraio 1992 traccia una strada: la fine della finanza allegra, la
centralità di parametri e direttive da consolidare fino al 1996,
i vincoli esterni come opportunità per intervenire sui tassi
d’inflazione e sull’ammontare spaventoso del debito pubblico.
Si apre così la pagina del risanamento come orizzonte
necessario e priorità condivisa nell’azione di governo. L’esecu­
tivo si preoccupa di raccogliere il sostegno delle forze sociali
sottolineando così le ragioni comuni per la lotta all’inflazione e
il contenimento del costo del lavoro. Un’intesa costruttiva tra
sindacati, Confindustria e governo come garanzia di relazioni
industriali distese e premessa fondamentale per proiettare
l’Italia nel cuore di una nuova tappa del processo d’integra­
zione continentale. Ma il cammino presenta difficoltà e costi.
Dopo l’uscita della lira dal Sistema monetario europeo (Sme)
il governo decide una nuova svalutazione della moneta e nel
1993 si rende necessaria una manovra economico-finanziaria
IL CROLLO 263

di circa 93 mila miliardi con blocco dei pensionamenti di


anzianità, congelamento dei contratti e degli scatti stipendiali
nel pubblico impiego, contrazione della spesa sanitaria. Una
sofferenza generalizzata che rischia di vanificare lo sforzo per
il risanamento del bilancio. Come vedremo a breve non si
tratta di un passaggio momentaneo.
Tuttavia la difficoltà maggiore sulla strada della tenuta
complessiva dell’esecutivo riguarda gli avvisi di garanzia che a
cadenza quasi giornaliera colpiscono uomini della maggioranza.
Dopo i segretari amministrativi della De e del Psi (Citaristi
e Balzamo) è la volta del leader socialista che, a partire dal
dicembre 1992, viene raggiunto da successivi avvisi emessi
da diverse procure. Uno strumento di tutela degli indagati si
trasforma in una condanna pubblica nell’agone di uno spetta­
colo che coinvolge magistrati, politici, imprenditori e media.
Le accuse si ripetono, cambiano i destinatari del messaggio:
corruzione e violazione della legge sul finanziamento pubblico
ai partiti sono i capi d’imputazione più frequenti. Il fenomeno
progressivamente si allarga: tutti i partiti di governo sono in
misura variabile coinvolti, anche il Pei viene tirato in ballo
dalle inchieste della procura di Venezia. La lista degli indagati
si allunga arricchendosi di nomi ben conosciuti, distribuiti
all’interno dei gruppi dirigenti dei partiti. Un sistema di potere
ramificato che dalle forze politiche si muove verso istituzioni e
dicasteri di spesa con una ramificazione profonda e di antica
gestazione. La bufera travolge tutto e tutti, un’intera classe
dirigente viene spazzata via. Circa un terzo dei rappresentanti
che siede in Parlamento finisce sotto inchiesta o coinvolto in
azioni giudiziarie di diversa natura. Si diffonde nell’immaginario
collettivo la pericolosa rappresentazione di un’aula d’inquisiti
delegittimata e incapace di rispondere all’onda crescente che
monta nelle piazze cercando simboli e riferimenti nell’azione
del pool milanese di Mani pulite. I giudici trovano così un largo
consenso nell’opinione pubblica, mentre le inchieste iniziano a
svelare comportamenti illeciti, beni nascosti o protetti su conti
esteri segreti, connivenze diffuse con faccendieri e imprenditori
spregiudicati. Un clima di scontro frontale con settori della
classe politica che cerca con ostinazione di difendere onora­
bilità compromessa e comportamenti dalla dubbia moralità.
Un contesto lacerante, per molti versi tragico. Basti pensare ai
suicidi del deputato socialista Sergio Moroni, dell’ex presidente
264 IL CROLLO

dell’Eni Gabriele Cagliari o alla morte improvvisa per arresto


cardiaco di Vincenzo Balzamo. La piazza e la spettacolarizza­
zione di tangentopoli, il tintinnio di manette senza regole sono
come un fiume inarrestabile: vengono diffusi verbali di interro­
gatori, pubblicati stralci di notizie riservate, trasmessi contenuti
destinati alla riservatezza della fase istruttoria. Non mancano
eccessi, protagonismi, comportamenti al di fuori da ogni regola
scritta e condivisa. La domanda diffusa di moralità e pulizia
viene intercettata nei modi più diversi e incanalata lungo un
sentire generalizzato pronto a scavare una distanza incolmabile
tra la vecchia politica e la nuova società civile in ascesa. Ogni
mediazione appare saltata o ridimensionata rapidamente; chi
difende i costi necessari di una politica fondata sulla parteci­
pazione viene accusato di fiancheggiare il moribondo sistema
della corruzione e delle tangenti: favori elargiti generosamente,
privilegi costruiti sulla base di comportamenti illeciti26.
Oltre ai vertici dei partiti di governo e a settori non mar­
ginali dell’opposizione anche il mondo dell’impresa e della
finanza, pubblici o privati che siano, vengono coinvolti dalle
inchieste di tangentopoli. Una sorta di effetto domino che se
non portò a condanne generalizzate e definitive contribuisce
a diffondere e radicare un sentimento di distacco crescente
e di critica verso la politica e le sue forme. La magistratura
riempie così un vuoto di spazi, di fiducia, persino di speranze
nella possibilità di ricostruire canali di partecipazione credibili.
Diversi ministri vengono spinti o costretti a rassegnare le di­
missioni ben prima dei responsi giudiziari definitivi. Quando il
governo mette a punto un decreto per la depenalizzazione del
reato di finanziamento illecito (sotto l’egida del nuovo ministro
di Grazia e Giustizia Giovanni Conso), le reazioni diffuse
travolgono il contenuto stesso del dispositivo. Il presidente
Scalfaro decide di non apporre la propria firma per arginare
le accuse di chi gridava allo scandalo per un presunto colpo
di spugna che avrebbe definitivamente rimosso gli effetti di
tangentopoli. Nelle convulse giornate tra la fine del 1992 e i
primi passi del nuovo anno, si fa strada un non meglio definito
«governo del presidente», un protagonismo del Quirinale per
colmare i vuoti e le incertezze della politica indebolita e incerta
per via delle inchieste più diverse27.
E sul versante della competizione tra i partiti un altro colpo
avrebbe contribuito a indebolire l’immagine della politica e
IL CROLLO 265

delle sue regole. Il tentativo di avviare un percorso di rifor­


me istituzionali attraverso un confronto parlamentare e nella
commissione bicamerale per le riforme presieduta da Ciriaco
De Mita. La contesa sui contenuti di una possibile riforma
delle istituzioni passa per lo scoglio della legge elettorale che
assume una centralità nel dibattito pubblico e nella dialettica
tra le forze politiche. La strada indicata da molti porta verso
correttivi di tipo maggioritario in una combinazione inedita
tra proposte dei partiti e quesiti referendari che prevedono
l’abrogazione del sistema proporzionale al Senato. Come in
altre occasioni della storia della Repubblica, il referendum
diventa un pretesto per spingere il legislatore a percorrere
nuove strade. Ma la crisi della politica è troppo profonda
per mobilitare risorse interne. Il referendum del 17 e 18
aprile 1993 si afferma con un segno ben preciso: una nuova
spallata al sistema per imboccare con decisione la via di mag­
gioranze alternative in competizione tra loro. Un meccanismo
bipolare che nelle migliori intenzioni dei proponenti avrebbe
semplificato il quadro politico, ridotto il numero dei partiti e
avvicinato il sistema politico a una dialettica tra maggioranza e
opposizione. Difficile trovare un punto di equilibrio e gestire
così un passaggio delicato che avrebbe ridisegnato tanto i
soggetti politici quanto le regole di riferimento. Un nuovo 18
aprile che, come nel 1948, avrebbe riscritto la geografia della
politica italiana privilegiando il formarsi di un polo di destra
e di uno di sinistra con riferimenti espliciti o impliciti alla fi­
sionomia di modelli anglosassoni. Impresa che non ebbe molta
fortuna; le coalizioni non avevano una base solida e la spinta
verso un bipolarismo competitivo e semplificante non era un
cammino semplice né scontato. La via referendaria raccoglie
una spinta al cambiamento (diffusa, generalizzata e confusa al
tempo stesso) che va ben oltre il quesito e il perimetro della
legge elettorale28.
Dopo la consultazione referendaria il governo Amato passa
la mano. Il capo dello Stato incarica il governatore della Banca
d’Italia Carlo Azeglio Ciampi di formare un nuovo esecutivo.
Un governo di tecnici e competenti con il compito arduo di
insistere nel solco tracciato del risanamento dei conti pubblici
cercando di colmare parte del divario che si era aperto tra la
società e la politica. Il primo tratto di strada risulta partico­
larmente accidentato. Ministri coinvolti nella formazione della
266 IL CROLLO

squadra decidono di non entrare nel governo dopo che alla


fine di aprile la Camera dei deputati nega l’autorizzazione a
procedere contro Bettino Craxi nei procedimenti aperti dalla
procura milanese. Appare a molti come un nuovo tentativo
di proteggere privilegi intollerabili; una reazione del palazzo
assediato che punta a difendere le proprie prerogative minac­
ciate dalla violenza della piazza29.
Il governo con insolita efficacia consolida risultati significa­
tivi in vari campi, con un mandato preciso e limitato, sostenuto
trasversalmente da un consenso parlamentare diversificato. In
pochi mesi vengono disegnati i collegi elettorali per garantire la
possibilità di una competizione maggioritaria in circoscrizioni
definite, e viene sottoscritta con enfasi condivisa un’intesa con
le parti sociali per la riduzione del costo del lavoro, una forma
di concertazione parte di un più generale metodo di governare
collegiale e coinvolgente30. La credibilità internazionale del
presidente del Consiglio gioca un ruolo significativo nel rial­
lineamento delle finanze pubbliche ai parametri di Maastricht,
nella riduzione dell’inflazione e nel calo dei tassi d’interesse.
Una politica combinata e virtuosa che porta al varo di una
manovra finanziaria più leggera e sostenibile di quanto non
fosse avvenuto nei passaggi di criticità lasciati alle spalle nel
recente passato. In questo quadro la materia elettorale diventa
argomento di confronto tra le parti: nella nuova legge sull’e­
lezione diretta dei sindaci nelle città, approvata dal governo
Amato, e nella legge elettorale varata dal governo Ciampi in
risposta all’esito del referendum di aprile. Quest’ultima prevede
un mix tra un 75% di maggioritario consegnato ai responsi dei
collegi elettorali uninominali e un restante 25% attribuito con
un computo proporzionale secondo i voti raccolti dalle liste
dei partiti. La legge, il cui primo firmatario è Sergio Matta-
rella, viene chiamata con ironia Mattarellum’1. Un combinato
di criteri e orientamenti faticosamente (e non senza lacune e
limiti) armonizzato tra Camera e Senato. Un compromesso
costruito per accettare la sfida di un nuovo equilibrio senza
tuttavia distruggere completamente la geografia delle forma­
zioni presenti in Parlamento. Una svolta che sembra proiettare
il sistema verso una situazione inedita, una bipolarizzazione
di forze e schieramenti che ben si manifesta nelle competi­
zioni elettorali di primavera e autunno 1993 per le elezioni
dirette dei primi cittadini nelle maggiori città della penisola.
IL CROLLO 267

Un disegno di riforma elettorale che coinvolge diverse istanze


e forme della rappresentanza politica: per molti sembra un
nuovo inizio, un cammino che fa ben sperare mentre la crisi
dei partiti tradizionali appare inarrestabile.
Ma il significato del biennio 1992-1993 è quello di una
«frattura storica», come indicato dallo stesso Ciampi nelle sue
memorie32, un tornante che porta l’itinerario della Repubblica
fino sull’orlo del baratro in una condizione di incertezza pe­
ricolosa e destabilizzante33. Una fase che si apre senza che si
abbia la percezione della direzione di marcia e degli approdi
possibili34. Non sembri esagerato o fuori luogo il richiamo
a un passaggio d’epoca. Nei primi anni Novanta del secolo
scorso l’Italia entra nel vortice di una trasformazione senza
precedenti, immersa in una fase di profondi cambiamenti de­
gli assetti internazionali. Tutto appare in movimento, difficile
trovare una convincente graduatoria di urgenze e priorità che
si materializzano nel breve spazio di alcuni mesi. Crisi finan­
ziaria, politica e istituzionale si sovrappongono; interrogativi
inevasi riguardano la tenuta del sistema paese e le strategie di
risposta delle classi dirigenti35. La «stagione di tangentopoli»
mette in discussione il rapporto tra eletti ed elettori e la cre­
dibilità di un’intera architettura politico-istituzionale; la stessa
identità nazionale è a rischio, sottoposta a critiche e verifiche
continue36. Un contesto difficile, condizionante, per molti versi
inedito e imprevedibile. Il tempo aiuta a definire contorni e
problematiche, ma il passaggio tra la fine degli anni Ottanta
e il decennio successivo consegna lasciti ed eredità che si
spingono molto al di là degli anni e degli eventi considerati.
Una lunga ombra che condiziona il cammino della Repub­
blica e le sorti di quella che ben presto verrà definita come una
transizione; un cammino dagli approdi incerti, una ricerca di
risposte e soluzioni che, a distanza di alcuni decenni, non trova
conferme rassicuranti, pur cominciando a interessare studiosi
di diverse discipline37. Più ci si allontana da quel tornante e
meglio si vede la natura di cesura periodizzante che accom­
pagna il periodo immediatamente successivo al 1989. Sono
almeno due gli aspetti che meritano attenzione e motivano la
tensione interpretativa degli anni successivi. In primo luogo,
la coincidenza e la sovrapponibilità tra il contesto internazio­
nale della guerra fredda e il quadro interno della Repubblica
italiana: il crollo di quest’ultimo trova conferme e spiegazioni
268 IL CROLLO

in una più ampia ridefinizione di equilibri e rapporti di forza38.


Troppo spesso la scorciatoia di spiegazioni semplicistiche o
monocausali ha portato fuori strada, verso ipotesi interpretative
segnate dall’urgenza del momento o da un uso strumentale e
distorto del passato. In secondo luogo, si evidenzia la debole
valenza di una ricostruzione basata sulle presunte successioni
di repubbliche non meglio definite o definibili. Cosa distingue­
rebbe la prima dalla seconda e soprattutto quando e perché
sarebbe possibile narrare e interpretare una fase nuova, in base
e quali assunti e riferimenti? Il cambio dei sistemi elettorali
spinge verso azzardate numerazioni progressive: chi valorizza
il vento del cambiamento punta a una discontinuità istituzio­
nale e politica. Ma il senso della svolta non si consolida né
riesce a incidere sulle tare di lungo periodo di una democrazia
difficile e per molti versi bloccata. Gli entusiasmi di allora si
spengono lasciando delusione e paure. Col tempo il paradigma
interpretativo si è rovesciato: dagli accenti e dalle speranze di
un nuovo inizio possibile e ravvicinato si è passati agli inquieti
scenari di un mondo senza regole e di una transizione interna
priva di approdi rassicuranti.
Interrogativi che hanno condizionato i decenni successivi,
sovrapponendo in modo spesso confuso o casuale il crollo del
muro di Berlino, l’avvio delle inchieste di Mani pulite, l’insta­
bilità internazionale e le spinte separatiste che si affacciano nel
Nord Italia. Molti temi sono arrivati fino al tempo presente,
aggravati da fattori inediti che hanno contribuito a sedimentare
un senso di inquietudine e incertezza della nuova fase.

3. Mafia e politica

Lo scorcio finale del Novecento scandisce il tempo di una


nuova radicalizzazione nello scontro tra la mafia e settori dello
Stato. Un tema antico quello della presenza dei poteri mafiosi
che ha attraversato i decenni del dopoguerra, condizionando
pesantemente territori, forme di sviluppo e radicamento della
democrazia. La mafia ha una sua parabola storica, iscritta
nella capacità di organizzarsi e trarre vantaggio dalle compa­
tibilità che la circondano e dall’assenza, dall’ignavia o dalla
compromissione di potenziali argini o contropoteri. Dagli inizi
degli anni Ottanta il potere dei clan vira verso uno scenario
IL CROLLO 269

che tiene insieme l’attività sulla distribuzione e lo spaccio di


stupefacenti con la capacità di influenzare il potere politico
nell’acquisizione di commesse, appalti, finanziamenti occulti39.
Dal mercato della droga uno straordinario flusso di ricchezza
spinge famiglie emergenti in una nuova ascesa interna che si
accompagna aH’allargamento dei tradizionali confini territoriali
(patti della mafia siciliana con la camorra napoletana e così
via, in buona parte del Mezzogiorno) e alla differenziazione
delle attività illecite (droga, appalti, narcotraffico).
Le mafie, nella declinazione plurale di un fenomeno diffe­
renziato, trovano punti di convergenza e collaborazione con la
camorra, la ’ndrangheta o la sacra corona unita pugliese, in una
sorta di finto equilibrio del terrore che poggia sull’inadegua­
tezza dei mezzi di contrasto e repressione e sull’omertà diffusa
di settori non marginali della società italiana. La cronologia
in questo caso opera come un pendolo. A momenti di stabi­
lizzazione e relativa tranquillità seguono strappi violenti, vere
e proprie guerre di mafia che attraversano e condizionano i
decenni dell’Italia repubblicana. La Sicilia in questo quadro è
un terribile laboratorio. Con un salto di qualità di violenza e
terrore si chiudono gli anni Settanta. Una scia di sangue che si
conferma come una delle costanti di lungo periodo del nostro
passato. Nel 1979, tra gli altri, vengono uccisi dalla mafia il capo
della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il magistrato
Cesare Terranova con il suo autista Lenin Mancuso e l’anno
successivo il presidente della regione Piersanti Mattarella, il
capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il procuratore della
Repubblica Gaetano Costa. Vittime assassinate da mano ma-
fiosa con una lucidità e una violenza impressionanti. L’ascesa
della famiglia dei corleonesi avviene per scelta, con una vera
e propria guerra che colpisce simboli e funzioni dello Stato:
politici, forze dell’ordine, magistrati, uomini in servizio in
divisa o in abiti civili che diventano i bersagli di un’offensiva
senza esclusione di colpi. Una lotta interna contro altri clan
concorrenti (oltre mille i caduti nei primi anni Ottanta del
secolo scorso) e una sfida armata allo Stato nel suo insieme
per costruire una vittoria militare segnata da obiettivi ben
precisi: controllo capillare del territorio, messa a punto di un
sistema di potere colluso e diffuso, capacità di sfuggire alle
strategie dello Stato democratico incerto e incapace di reagire
con efficacia.
270 IL CROLLO

La risposta delle istituzioni alla lunga catena dei delitti di


mafia giunge nell’aprile 1982 quando il generale dei carabi­
nieri Carlo Alberto Dalla Chiesa viene inviato in Sicilia. Un
servitore dello Stato, già qualificato nel campo della lotta al
terrorismo, spedito in prima fila con compiti di coordinamento
e di indirizzo nella lotta alla mafia. Una sollecitazione, quella
di impegnarsi in prima fila mostrando così una complessiva
strategia di attenzione volta a contrastare il fenomeno e a
opporsi alla catena ininterrotta dei delitti. Viene accolto da
una scia di sangue, quasi una vittima al giorno nella sola città
di Palermo nell’estate 1982. Obiettivi differenziati. I politici
scomodi come Pio La Torre, segretario regionale del Partito
comunista, freddato a fine maggio40, insieme a uomini delle
forze dell’ordine. Dalla Chiesa avverte un senso d’incertezza,
una solitudine pericolosa. Il 3 settembre viene ucciso in un
agguato. Era con sua moglie e un agente di scorta. «Muore
così la speranza dei siciliani onesti»; una frase provocatoria
che compare in via Carini sul luogo dell’attentato41. Solo cento
giorni di permanenza in Sicilia, troppo poco per sconfiggere
la mafia ma sufficienti per perdere la vita servendo lo Stato.
In Parlamento viene approvata la legge Rognoni-La Torre
che istituisce il reato di associazione a delinquere di stampo
mafioso. Una nuova legislazione, per quanto incompleta e con­
troversa, fornisce strumenti giuridici e capacità operative per
combattere e contrastare la mafia nelle aule di tribunale e in
una cultura della legalità che inizia a essere percepita e diffusa
come valore di riferimento. Il capo dell’ufficio istruzione di
Palermo, Rocco Chinnici, sollecita nuovi strumenti attraverso
inchieste scottanti sui legami tra economia, politica e poteri
mafiosi. Anche lui cade, ucciso da un’esplosione davanti alla
propria abitazione; una bomba contro le indagini, uri escalation
continua che semina morte e terrore. Cosa Nostra colpisce chi
indaga su affari e amicizie che la vedono protagonista. Dopo
l’omicidio di Chinnici viene istituito un ufficio speciale, un pool
di magistrati guidato da Antonino Caponnetto con il compito
di coordinare le indagini e le investigazioni per alzare il livello
complessivo del contrasto alla criminalità. Un’azione congiunta
di magistrati, forze di polizia, servizi d’intelligence. I risultati
appaiono da subito significativi e tangibili; a partire dal 1984
un pentito, Tommaso Buscetta, inizia a collaborare con la giu­
stizia. È una svolta che permette al pool palermitano di creare
IL CROLLO 271

le condizioni per arrivare al primo grande processo nonostante


il susseguirsi di omicidi, attentati e intimidazioni ripetute. Il
processo si svolge in un bunker predisposto per l’occasione
in un biennio (1986-1987) prima che venga pronunciata la
sentenza che porta alla condanna di 344 imputati, oltre 19 gli
ergastoli e 2.500 gli anni di reclusione comminati. Una pietra
miliare che scatena reazioni e plausi: finisce l’impunità, la mafia
esiste; si tratta di un fenomeno radicato e pericoloso e si può
combattere e sconfiggere con le armi del diritto42. Cominciano
così a cadere resistenze e omertà. Il dispositivo della sentenza
rafforza e rilancia le ragioni di un protagonismo mobilitato e
diffuso all’interno della società italiana. Il passaggio a una nuova
fase della lotta alla mafia prevede la collaborazione di tanti e la
progressiva costruzione di un movimento largo in risposta alle
sporadiche e simboliche iniziative di singoli. Basti il richiamo
alla tragica fine di Peppino Impastato, ucciso nella primavera
1978, per interrompere la voce libera della sua «Radio Aut».
Un omicidio messo in ombra dalla concomitanza con il caso
Moro e dall’apparente marginalità della biografia sconosciuta
di un ragazzo siciliano. Il processo alla mafia lascia il segno,
spinge verso coordinamenti di gruppi e associazioni, consolida
una base diffusa di protagonismo giovanile. Quando Leoluca
Orlando, sindaco di Palermo nel 1985, guida la stagione della
rinascita, di una possibile primavera cittadina, ogni timore
nel pronunciare accuse e recriminazioni contro poteri occulti
viene messo da parte. Per sconfiggere Cosa Nostra bisogna
riconoscerla, sapere come si organizza, dove si nasconde,
quali culture e comportamenti ne permettono la diffusione e
il radicamento.
Ed è in questo contesto che si muovono le nuove energie
della società siciliana e meridionale. Fare della mafia una
grande questione nazionale, chiedere conto alla politica e ai
partiti, mettere così in discussione relazioni e consuetudini.
Si fa strada una dimensione culturale della reazione possibile
in una società civile consapevole: rovesciare il paradigma
tradizionale della mafia buona e inoffensiva, utile e di aiuto
se necessario, irrilevante nella geografia di distribuzione del
potere. Al contrario bisogna creare le condizioni per una
reazione in grado di scalfire le dinamiche di un potere antico
che si rinnova cambiando funzioni (droga, appalti, politica) e
interlocutori (i nuovi potenti).
272 IL CROLLO

Viene scelto un magistrato, Giovanni Falcone, indicato


come procuratore aggiunto nel capoluogo siciliano, con
l’obiettivo di promuovere e coordinare una nuova stagione
di lotta alla criminalità. Falcone conosce la realtà che vuole
combattere, studia e da tempo compie ricerche sulle nuove
strategie di Cosa Nostra43. Ha un piglio interventista e una
competenza viva e intelligente, fuori daH’ordinario, su una
materia così complicata. La sua nomina trova resistenze aperte
e nascoste, manovre di magistrati che puntano a mettere in
discussione il ruolo dei pentiti paralizzando così l’azione della
nuova struttura. Il presidente Cossiga nella sua lunga stagione
da picconatore se la prende con il Consiglio Superiore della
Magistratura che lui stesso presiede. Punta il dito dal Quirinale
contro le nomine di giovani magistrati in zone a rischio, con
inchieste rilevanti. Si esprime di sovente con toni di sfida,
sopra le righe (si scuserà in seguito, ma troppo tardi) usando
l’espressione «giudici ragazzini» impegnati precocemente in
prima linea. Uno di loro diventerà presto un simbolo, uno
dei tanti eroi caduti al servizio dello Stato: Rosario Livatino,
freddato il 21 settembre 1990 nei pressi di Agrigento. Le sue
inchieste erano incentrate sui rapporti tra la mafia e la politica
locale e sulle attività economiche favorite da coperture illegali.
Azioni diverse convergono sull’obiettivo d ’indebolire
l’azione della magistratura, tagliare le gambe a chi costruisce
dispositivi di condanna anche a costo di smantellare la stessa
esistenza del pool guidato da Falcone. E di nuovo un’oscilla­
zione pericolosa e irresponsabile del pendolo: da un lato gli
strumenti e le strategie per combattere il fenomeno mafioso e
il suo persistente livello di collusione e compromissione con
lo Stato (o con alcune sue parti), dall’altro le reazioni violente
e indiscriminate di chi non vuol perdere posizioni e privilegi.
Una lotta senza quartiere che diventa più terribile e manifesta
quando lo Stato punta verso il cuore del sistema criminale con
le sue iniziative: scioglimento dei consigli comunali dove la
presenza mafiosa è invasiva e condizionante, collaborazione
tra corpi e funzioni dello Stato durante l’azione investigativa,
rilancio dell’attività di protezione dei pentiti come strumento
centrale per conoscere un fenomeno in evoluzione. In un qua­
dro di scontro che si radicalizza attorno a opzioni e provvedi­
menti qualificanti, il giudice Falcone viene chiamato a Roma
a dirigere la sezione degli affari penali presso il Ministero di
IL CROLLO 273

Grazia e Giustizia. Il guardasigilli Claudio Martelli, esponente


di punta del Partito socialista, sceglie di dare un segno tangibile
della volontà di promuovere - anche da Roma - un’azione
coordinata e continuativa contro la mafia. E un’iniziativa la
cui portata non sfugge ai diretti interessati. L’ultimo decennio
del Novecento si apre con una nuova scia di sangue. La guerra
riprende più cruenta di prima, senza esclusione di colpi.
Il primo a cadere è un politico siciliano, un democristiano
legato alla corrente di Giulio Andreotti: Salvo Lima muore as­
sassinato nel marzo 1992 dopo che il suo ruolo di mediatore e
garante degli equilibri tra mafia e politica era saltato. Un punto
emerge dalle dichiarazioni di pentiti e inquirenti: l’immunità
non è più garantita, le condanne per i mafiosi rompono il velo
di una presunta intangibilità della mafia e dei suoi uomini. Lima
è il primo a saltare in una lunga lista di omicidi eccellenti. E in
gioco la possibilità di mantenere il controllo del territorio nella
sfida di supremazia con le istituzioni democratiche. Alzando
il livello dello scontro attraverso una scia di attentati illustri
la mafia pensa di difendersi contrattaccando, creando così le
condizioni di una nuova stabilizzazione vantaggiosa per i poteri
criminali. La dialettica presuppone il ricorso alla violenza e
alle armi qualora vengano superati limiti e confini stabiliti.
Quando le condanne diventano una possibilità concreta e un
orizzonte possibile tutto diventa più conflittuale. Se lo Stato
punta a recuperare beni e ricchezze accumulate in modo illecito
e spregiudicato contando su impunità e connivenze, allora la
mafia reagisce, non si lascia intimidire dalla forza della giustizia.
Ed è in questo contesto che matura una nuova e intensa
offensiva mafiosa: contro simboli e uomini capaci di contra­
stare con efficacia la mafia e il suo sistema di potere. Il 23
maggio 1992 Giovanni Falcone viene ucciso con un’esplosione
mentre era in macchina sull’autostrada Palermo-Punta Raisi.
Stava rientrando in Sicilia dalla capitale, insieme a sua moglie
Francesca Mondilo e agli uomini della scorta. Sull’asfalto
rimane una voragine, la macchina accartocciata balza in aria,
la bomba viene innescata da un dispositivo attivato nei pressi
dello svincolo di Capaci44. L’impatto sull’opinione pubblica
è immediato e profondo. Con Falcone si voleva colpire uno
Stato che reagiva senza compromessi o mediazioni. La giornata
di lutto e lo sciopero generale uniscono diversi angoli della
penisola. Un’ondata emotiva di partecipazione e vicinanza si
274 IL CROLLO

stringe attorno ai familiari delle vittime. Ma il clima non è


solo quello dell’omaggio a un magistrato coraggioso. Anche i
funerali si svolgono tra contestazioni per le assenze dello Stato,
l’isolamento del giudice e dei suoi colleghi, il pianto tardivo
di chi avrebbe potuto e dovuto intervenire prima. Difficile
ricomporre e tranquillizzare. Solo la vedova di uno degli agenti
colpiti dall’attentato riesce a calmare un sentimento di critica
radicale e diffuso che attraversa le navate della cattedrale
normanna di Palermo. Rosaria Schifani nella bolgia generale
sceglie di rivolgersi direttamente agli uomini di Cosa Nostra,
restituendo persino una dimensione religiosa a un momento
pubblico coinvolgente e conflittuale. «Uomini della mafia io
vi perdono. Ma dovete inginocchiarvi. Dovete cambiare». La
forza delle parole sembra fermare il tempo in un’istantanea
capace di spegnere le forme di protesta verso i potenti accorsi
a rendere omaggio alle vittime. Un silenzio prezioso che aiuta
a pensare, a riflettere sulla posta in palio, fino a considerare
il significato dell’azione repressiva dello Stato inscindibile
dalla collaborazione non episodica tra magistratura e forze
dell’ordine.
Anche chi aveva osteggiato e contrastato l’azione della
procura palermitana e le iniziative innovative del giudice Fal­
cone si mostra disponibile e attento. Molti veleni che avevano
attraversato le stanze del palazzo di giustizia verranno alla
luce nelle settimane successive all’attentato. Si apre da subito
la discussione sul possibile successore di Falcone, sul profilo
di un magistrato che garantisca continuità e rigore. Paolo
Borsellino diventa una scelta obbligata, un’indicazione persino
scontata: tornato a Palermo come procuratore aggiunto per
molti era il candidato migliore. Impossibile fermare il tempo
della violenza stragista. La mafia continua a colpire i simboli
che la contrastano. Il 19 luglio, a meno di due mesi dall’o­
micidio di Falcone, Borsellino viene colpito in un attentato
omicida: un’autobomba lo fa saltare in aria insieme a cinque
agenti di scorta in via D ’Amelio a Palermo45. Un nuovo colpo
alla credibilità dello Stato, incapace di difendere i figli migliori
dalle minacce e dagli agguati. La famiglia del giudice sceglie
la forma privata per il funerale mentre gli agenti vengono
salutati con le esequie di Stato. Anche in questa occasione
non mancano contestazioni pubbliche, persino clamorose.
L’emozione di tanti si rivolge contro inadeguatezze, ritardi
IL CROLLO 275

e lati oscuri della politica. La mafia colpisce ripetutamente


senza che la reazione dello Stato sia in grado d’intervenire con
tempestività o efficacia. Il duplice omicidio di giudici operosi
e combattivi mostra una capacità di fuoco spaventosa da parte
degli uomini di Cosa Nostra. Difficile difendersi, proteggere
uomini e indagini, controllare porzioni di territorio che lo
Stato rischia di perdere abbandonandole così al controllo
serrato delle cosche. Ma il prezzo della nuova guerra di mafia
è troppo alto. Si poteva e doveva reagire introducendo risorse
e uomini all’altezza di una sfida inedita.
E così viene messa a punto sull’onda emotiva di un colpo
terribile capace di mettere in ginocchio le istituzioni, un’o­
perazione che prede il nome suggestivo di «Vespri siciliani»:
migliaia di militari inviati in Sicilia con il compito di presi­
diare il territorio garantendo l’ordine pubblico. Un tentativo
manifesto di costruire canali di vicinanza tra le istituzioni e la
società smarrita, preoccupata dalla violenza omicida della mafia.
Nella sequenza di poche settimane vengono perfezionati
provvedimenti legislativi che puntano a difendere e tutelare i
collaboratori di giustizia (le leggi sui pentiti) e a inasprire con­
testualmente le condizioni di reclusione per i mafiosi colpiti da
condanne. Bisognava togliere ogni alibi a chi pensava di poter
trovare una via ragionevole o un compromesso vantaggioso con
i poteri criminali. Al contrario il sistema carcerario speciale, il
41 -bis applicato ai mafiosi, diventa il simbolo dell’isolamento da
un contesto conosciuto e della ritrovata capacità dello Stato di
poter reagire con efficacia. Per dirigere la procura di Palermo
in uno dei momenti più difficili della vita democratica della
Repubblica viene chiamato Giancarlo Caselli che nella procura
di Torino aveva coordinato e guidato inchieste delicate contro
il terrorismo di varia matrice. Nello spazio di poche settimane
le condizioni della lotta alla criminalità organizzata cambiano
radicalmente: uomini e mezzi impegnati in azioni investigative
e repressive fino alla cattura del superlatitante Totò Riina, al
vertice della cupola dell’organizzazione. Arrestato il 15 gennaio
1993 a conferma che la riscossa delle istituzioni passa per una
stretta collaborazione tra la politica, la magistratura, l’insieme
degli apparati dello Stato impegnati sul fronte anti-mafioso.
Dispiegamento inedito di mezzi e una ritrovata e rinnovata
volontà politica permettono di invertire una direzione di
marcia così dolorosa. In quel frangente si apre il «processo
276 IL CROLLO

del secolo» contro Giulio Andreotti imputato per i reati di


partecipazione ed associazione a delinquere «semplice» e
di tipo «mafioso». Il lungo iter (1993-2004) nei tre gradi di
giudizio tra le sedi di Palermo e Roma si concluderà con una
controversa assoluzione46.
Tornando allo scorcio conclusivo del Novecento, gli anni
Novanta del secolo scorso, il senso d’impotenza, quella sensa­
zione diffusa di smarrimento e incapacità di reagire inizia
lentamente a declinare. La svolta appare coinvolgente e per­
suasiva: si può fare qualcosa per combattere la mafia mettendo
a disposizione di un nuovo movimento intelligenze, capacità
d’intervento e voglia di partecipazione. Una stagione che dalla
Sicilia punta a coinvolgere il resto della penisola sulla spinta
di un rinnovamento possibile di comportamenti e complicità
consolidate. Una cultura antimafia che inizia a radicarsi, tro­
vare interlocutori e interpreti tra i più giovani e tra i tanti che
si rifanno alle idee e al sacrificio di Falcone e Borsellino. I
magistrati diventano simboli, icone di riferimento per assemblee
scolastiche, manifestazioni cittadine, interventi di vario genere
tenuti insieme dalla convinzione che «le idee non si sconfiggo­
no ma continueranno a camminare sulle gambe di altri». Il
punto di svolta di una nuova energia investe i comportamenti
e le tante contiguità che caratterizzano il fenomeno mafioso, il
livello dello scontro rende partecipi molti che erano ai margi­
ni, protetti dall’ignavia o dal disinteresse. Dalla denuncia di un
imprenditore contro l’odioso rituale del pizzo da versare nelle
casse della criminalità organizzata, il segno di una possibile
inversione di rotta si era già manifestato, prima della strage di
Capaci. Libero Grassi ucciso nell’estate 1991, poco tempo dopo
la sua denuncia, diventa argomento prezioso per chi si mobi­
lita, esempio per tanti che cercheranno l’appoggio dello Stato
per poter denunciare o contrastare gli aguzzini. Sono dunque
diverse forme e possibilità di mobilitazione che s’incontrano
nella stagione antimafia della metà degli anni Novanta, dopo
le stragi dei giudici, simbolo di un movimento che unisce il
paese in una fase di difficoltà. L’impegno contro la mafia come
chiave di partecipazione declinabile in vari modi o intensità,
piccoli gesti o grandi iniziative: lenzuoli bianchi appesi alle
finestre nelle settimane di ricorrenza delle stragi, tra il 23 mag­
gio e il 19 luglio. Forme di partecipazione morale e civile che
vengono accostate con una certa enfasi alla resistenza civile
IL CROLLO 277

della stagione delle origini della Repubblica. Molto viaggia per


i canali della comunicazione mediatica ed è destinato a una
breve parabola, ma tanta parte di quelle energie si consolida
in esperienze, associazioni, segmenti di una nuova possibile
classe dirigente. Don Luigi Ciotti, un sacerdote torinese, fonda
insieme a Rita Borsellino sorella di Paolo, «Libera» raccoglien­
do esperienze presenti sul territorio e promuovendo la diffu­
sione di una cultura capace di andare oltre le tradizionali di­
visioni geografiche e politiche attraverso le quali venivano
letti e interpretati i fenomeni criminali. La chiave di mobilita­
zione nella raccolta di firme a sostegno di una proposta di
legge per il sequestro e l’utilizzo a fini pubblici e sociali di beni
confiscati ai poteri mafiosi. E le iniziative dal basso, da una
società civile che si organizza, trovano sponde e orecchie at­
tente nella politica che cerca d’intervenire a livello legislativo.
Nel 1996 viene approvata una norma per interrompere il per­
verso meccanismo dei prestiti d’usura. Lo Stato offre protezio­
ni e assicurazioni a chi collabora, denunciando condizioni di
ricatto o intimidazione. Una rete allargata che permette la
valorizzazione di diversi protagonismi, un sistema di contrasto
che passa per la costruzione di modelli e valori alternativi.
Anche la Chiesa si muove; la denuncia dall’altare contro la
presenza della mafia rovescia antiche ambiguità che avevano
persino rafforzato le rassicurazioni diffuse sul fatto che la ma­
fia fosse un’invenzione di comodo di un fenomeno inesistente
nella realtà. Un salto di responsabilità e atteggiamento che
scuote il tessuto della società meridionale quando (rispettiva­
mente nel 1993 e nel 1994) vengono uccisi padre Giuseppe
Puglisi a Palermo e don Giuseppe Diana nei pressi di Caserta.
L’impegno sociale di presenze religiose entra in rotta di colli­
sione con gli interessi dei poteri mafiosi e con la stessa visibi­
lità della dialettica tra legalità e illegalità47.
Il dato più rilevante nel rovesciamento di un paradigma
consolidato secondo il quale la mafia veniva rappresentata come
un’invenzione irrealistica o lontana. Al contrario si fa strada
l’idea che il fenomeno sia radicato, condizionante e capace
di cambiare natura, priorità e forme d’azione. Si può tuttavia
sconfiggere a patto che il sistema nel suo insieme metta in atto
politiche e comportamenti coordinati e intelligenti.
Nello scorcio finale del Novecento la mafia cerca legittimità
e consensi in attività economiche più che nel fuoco dello scontro
278 IL CROLLO

armato con lo Stato. Scelte d’indirizzo che privilegiano il con­


trollo su nuovi territori e la capacità di investire sulla propria
internazionalizzazione. Roberto Saviano, con il suo Gomorra
pubblicato da Mondadori nel 2006, alimenta la conoscenza
delle nuove frontiere di attività finanziarie e imprenditoriali
che uniscono territori italiani con orizzonti e traffici lontani.
Un sistema internazionale capace di condizionare e controllare
risorse inimmaginabili.
L’11 aprile di quello stesso anno viene arrestato a Corleone
Bernardo Provenzano, uomo di punta della mafia siciliana;
dopo di lui altri mafiosi illustri e superlatitanti vengono con­
segnati alla giustizia. Vittorie importanti e significative che
confermano l’impianto d’azione che Giovanni Falcone aveva
impresso alla lotta contro la mafia: conoscenza del fenomeno,
capacità investigativa, contrasto da parte di un sistema de­
mocratico mobilitato nel suo insieme, centralità della cultura
come terreno unificante. Un tracciato difficile, fatto di lutti,
sconfitte e risultati conseguiti ma largamente insufficienti per
giungere a un responso definitivo. La storia della criminalità
organizzata non si chiude proiettando le sue ombre peggiori
sugli anni e i decenni successivi.

4. Media e potere

Nella parabola che porta la Repubblica verso una trasforma­


zione profonda, nel nuovo mondo che si profila dopo il 1989
i mezzi di comunicazione cambiano funzione e ruolo. Si tratta
di un cammino lungo e complesso che s’intreccia con aspetti
non marginali della modernizzazione italiana. Sin dagli anni
Settanta del Novecento l’offerta di comunicazione subisce una
svolta irreversibile. Una vera e propria mutazione genetica nel
segno del pluralismo e della differenziazione. La prima rete
televisiva privata viene inaugurata nel 1971 (Tele Biella) e di
lì a poco esperienze di varia natura e orientamento comincia­
no a comporre un mosaico articolato. La società cerca nuovi
canali per esprimersi e diffondere orientamenti e culture. Un
argomento antico, quello del rapporto tra mezzi e contenuti,
cosa viene prima e quanto gli uni possano influenzare e con­
dizionare gli altri. La comparsa delle reti private rappresenta
l’inizio di un percorso fatto di linguaggi inediti, ambizioni
IL CROLLO 279

e possibilità che non erano contemplate nelle compatibilità


esistenti. Un segno dei tempi che oscilla tra due estremi se­
gnati da una dialettica continua: la libertà di espressione con
forme e percorsi innovativi che si accompagna alla sfida di
regolamentare, offrire un quadro di confronto con norme e
riferimenti precisi48.
Gli inizi della conflittualità tra vecchio sistema e nuove
emittenti private avviene sotto la spinta di una spontaneità non
regolata. Chi potrebbe intervenire, a livello politico e istitu­
zionale, sottovaluta l’irruzione di soggetti diversi, talvolta non
chiaramente definiti o definibili. La qualità della democrazia è
in mutazione perenne: la questione della formazione del con­
senso e del libero confronto tra opinioni e schieramenti viene
rimandata a un secondo momento, in un tempo lontano. E
così la crescita di emittenze e progetti comunicativi evidenzia il
vuoto normativo, la necessità di tentare una regolamentazione
per via democratica. Agli inizi appare a molti interessati un
tema tecnico, un dibattito tra addetti ai lavori, ma col tempo la
questione comincia ad avere una sua indiscussa centralità: come
comunicare, cosa è lecito trasmettere, quali sono i limiti e le
incompatibilità tra libero esercizio del confronto democratico
e proprietà dei mezzi di comunicazione? Il nesso tra media e
potere diventa un terreno di scontro che attraversa dagli anni
Settanta l’itinerario della Repubblica e delle sue contraddizioni.
La fase dello spontaneismo e del vuoto legislativo viene
bruscamente interrotta da un intervento autorevole e vinco­
lante. La Corte costituzione decide di monitorare la situazione
intervenendo per colmare una lacuna neH’ordinamento che
non può essere considerata permanente. Il primo pronuncia­
mento è del 1976 quando viene stabilito che l’emittenza locale
radiotelevisiva può consolidarsi qualora non si registrino le
condizioni di un oligopolio ristretto. Liberalizzazione quindi
con la contestuale e significativa indicazione della vitalità insita
nel principio di concorrenza. La Corte anche al di là delle
proprie prerogative come sigillo e conferma della possibile
moltiplicazione del numero delle emittenti. Non si frappone
alcun ostacolo né giuridico né amministrativo, il pluralismo
dell’informazione dalle tante realtà locali di un paese pieno di
diversità e squilibri avrebbe segnato il cammino del confron­
to tra le idee. Il numero delle radio private cresce seguendo
un’impennata vorticosa: mezzi limitati, collocazioni spesso di
280 IL CROLLO

fortuna, nuovi programmi ma soprattutto canali di comuni­


cazione tra la società e i media. Le radio libere in un tessuto
capillare diventano la voce di tanti per denunciare, essere
presenti, promuovere iniziative e opportunità49. Non si tratta
di soggetti permanenti o strutturati, le radio libere o le tante
emittenti pirata si muovono a partire dalle trasformazioni so­
ciali e dentro le cesure degli anni Settanta. Un protagonismo
diffuso per dare risalto a situazioni private, a telefonate di
sconosciuti, a storie di vita comune che hanno la convinzione
e la possibilità di poter uscire dai confini deH’anonimato. La
comunicazione rompe le barriere precostituite, apre gli spazi
alla partecipazione, avvicina luoghi e culture lontani. Anche le
distanze tra conduttori e ascoltatori si restringono: il carattere
inclusivo delle conversazioni, la ricerca di interlocutori attivi e
partecipi e la possibilità di saltare mediazioni e gerarchie rende
tutto fluido e vitale. La radio come in passato rappresenta un
primo passo, uno strumento diffuso nelle case degli italiani, a
portata di mano come sottofondo costante e non invasivo nelle
vite di tanti. E il passaggio dalla radio al piccolo schermo è un
vero e proprio salto di qualità, tanto nella capacità del mezzo
per la forza delle immagini, quanto nella promozione di com­
portamenti, stili di vita, messaggi riconosciuti e riconoscibili.
Nello spazio breve di pochi anni i percorsi si differenziano: da
una parte lo spontaneismo di radio ed emittenti locali, dall’altra
la costruzione di una proposta comunicativa strutturata in grado
di utilizzare i circuiti della pubblicità nella raccolta di fondi e
nella promozione di prodotti sponsorizzati. Un salto di qualità
verso una forma imprenditoriale nel settore delle comunicazio­
ni: orizzonte d’impegno per competenze e investimenti in uno
sforzo coordinato mentre aumentano protagonisti o aspiranti
tali del nuovo panorama della comunicazione radiotelevisiva.
La dialettica frontale con il sistema radiotelevisivo diventa
una realtà quando si fa strada il progetto di un imprenditore
milanese spregiudicato e capace. In poco tempo diventerà un
attore di primo piano del capitalismo italiano: Silvio Berlusconi.
Il disegno prende origine dal lancio di Tele Milano alla metà
degli anni Settanta, un canale che trasmette via cavo nella nuova
città satellite costruita e finanziata dallo stesso imprenditore:
Milano 2. Dopo le prime sperimentazioni, il passaggio dal
cavo all’etere si accompagna al progressivo allargamento della
zona raggiunta dal segnale: dal locale al regionale, da Milano
IL CROLLO 281

alla Lombardia, con un orizzonte che progressivamente si


allarga. L’ambizione di Berlusconi è una molla irrefrenabile,
la prospettiva di una trasmissione su base nazionale diventa
realistica e possibile: la sfida finale al monopolio della Rai
può muovere i primi passi dal grattacielo Pirelli dove viene
istallata l’antenna del nuovo soggetto. E i risultati non si fan­
no attendere, in pochi anni gli ascolti crescono su un crinale
innovativo e carico di contraddizioni: la Tv commerciale si
affianca al servizio pubblico entrando stabilmente nelle case
delle famiglie italiane. La tecnologia disponibile segna un salto
di qualità considerevole: velocità di trasmissione, diffusione
ampia e soddisfacente, programmi d’intrattenimento che riem­
piono vuoti quotidiani, sogni e aspirazioni di tanti italiani. Tra
il 1976 e il 1980 gli indici di ascolto quadruplicano. Mentre il
nuovo decennio muove i primi passi si contano oltre 10 milioni
di spettatori attratti e catturati dall’offerta di una televisione
«leggera e coinvolgente», in grado di articolare contenuti e
forme di un’offerta plurale. Una svolta radicale, un tornante
persino antropologico. La pubblicità diventa una presenza ob­
bligata e costante, i messaggi che passano nel piccolo schermo
condizionano comportamenti e scelte: consumatori omologati
a modelli semplificati e immediati, l’intrattenimento come
risorsa trascinante e identitaria. Sono le basi di una nuova
cittadinanza diretta e inconsapevole che transita attraverso
mezzi e contenuti di un nuovo soggetto imprenditoriale, un
pilastro permanente del sistema paese. In pochi riescono allora
a valutare la portata della discontinuità, l’incontro inedito e
pervasivo tra tecnologia, messaggi semplificati e diretti, le
forme di un intrattenimento diffuso che costruisce nel tempo
un potenziale popolo di teledipendenti partecipi e coinvolti.
La Rai sull’altro versante sottovaluta o blandisce il nuovo
che avanza, convinta di potersi appoggiare sul prestigio e la
professionalità di una presenza considerata irrinunciabile.
Ma il cammino è lastricato di insidie e novità imprevedibili.
I programmi della televisione di Stato iniziano a virare verso
generi considerati più adatti alle trasformazioni di un tempo
incerto. In sintesi, un palinsesto che progressivamente aumenta
le ore di programmi in grado di competere con la cifra della
televisione commerciale: telefilm, commedie, quiz e intratte­
nimento di vario genere. Tutto a danno della cultura, della
prosa e delle impostazioni tradizionali e consolidate della Tv
282 IL CROLLO

di Stato. Una pericolosa sovrapposizione tra finalità e ruoli


del servizio pubblico che vengono mescolati e, in una certa
misura, confusi con la ricerca ossessiva di una platea più ampia
in grado di sottrarre spettatori e risorse pubblicitarie a una
concorrenza agguerrita.
Il settore privato concorrenziale si stringe progressivamente
attorno alla figura, ai mezzi e al protagonismo di Silvio Berlu­
sconi. La Rai tenta di differenziare la propria offerta fino alla
dimensione regionale della terza rete: un pluralismo territoriale
per contrastare la dimensione locale dell’offerta commerciale.
Un breve intermezzo che conferma la sostanziale sottovaluta­
zione del nuovo fenomeno emergente. Non era sufficiente né
efficace differenziare generi e offerte, radicare una presenza
in loco più consona alle diversità di un territorio multiforme.
Negli anni Ottanta la potenza di fuoco del settore privato inizia
a prendere le sembianze di un vero e proprio gigante poten­
zialmente in grado di ambire a un salto di qualità. Tele Milano
spinge per definire una rete con oltre venti emittenti private
e agli inizi degli anni Ottanta il quiz Sogni nel cassetto diretto
da un ex uomo simbolo della Rai, Mike Bongiorno, crea le
condizioni economiche e politiche per l’avvio delle trasmissioni
di Canale 5. Pochi anni dopo Berlusconi rafforza il proprio
potenziale acquistando in sequenza Italia 1 e Rete 4 rispetti­
vamente da Edilio Rusconi e dalla Mondadori. Il panorama
dell’etere appare mutato profondamente, lo stesso confronto
democratico tra idee e programmi ne risente. In modalità del
tutto inedite si pone il tema del controllo, degli indirizzi politici
a tutela di un’informazione libera e pluralista. Ma le buone in­
tenzioni dichiarate da molti devono fare i conti con il dilagare
di costumi e atteggiamenti spartitori. Una prima fase si snoda
sulla dialettica fittizia tra maggioranza e opposizione: i comunisti
beneficiano della spartizione che caratterizza la nuova terza
rete a base regionale mentre le forze di governo si concentrano
sulle nomine e gli indirizzi dei due canali guida. Un equilibrio
precario e dequalificante che lascia irrisolti i nodi del controllo e
della gestione del mezzo televisivo mentre la sua diffusione con­
tinua a crescere toccando gli angoli più diversi della penisola.
In assenza di regole e meccanismi certi, l’incuria di una
classe politica convinta di poter trarre vantaggio dagli effetti
di una deregulation tollerata e condivisa, favorisce la radicaliz-
zazione di indirizzi spartitori: una vera e propria lottizzazione
IL CROLLO 283

della Rai, dei suoi vertici e delle funzioni di indirizzo e governo


delle reti. Mentre i partiti si dividono sulle ipotesi naufragate
di leggi o regolamenti vincolanti, si fa strada velocemente e
senza freni un groviglio perverso di comportamenti e interessi
tra industria, finanza, settori politici e imprenditoriali legati al
mondo dei media. Una competizione nascosta e per molti versi
sottratta alle regole del confronto democratico, alla vigilanza
degli istituti preposti a garantire una dialettica fisiologica tra
poteri dello Stato e forme della rappresentanza politica. Così
s’impoverisce progressivamente un tessuto di competenze e
saperi che ha innervato e sostenuto il sistema radiotelevisivo
pubblico: una competizione al ribasso che avrebbe presto
indebolito l’insieme del sistema delle telecomunicazioni.
Su un altro versante s’insinuano pericolosi disegni desta­
bilizzanti volti a utilizzare messaggi e strumenti mediatici per
orientare e condizionare vasti strati dell’opinione pubblica
italiana. Una finta pace tra pubblico e privato scossa dalle
polemiche sull’appartenenza di uomini di punta del mondo
dell’informazione alle liste della loggia massonica P2. Una
pagina oscura e inquietante che porta alle dimissioni dal ser­
vizio pubblico degli affiliati alla setta e rilancia gli interrogativi
sul ruolo dei media, sul peso del condizionamento imposto
attraverso la diffusione di modelli e stili di comportamento.
Lo schema che si afferma dopo il parziale e fittizio plura­
lismo degli anni Settanta è quello della dicotomia pubblico­
privato, in una sfida che non ha regole o perimetri di riferi­
mento. Dalla comunicazione televisiva il passo che conduce
alla competizione per le risorse pubblicitarie è breve, persino
obbligato. Vengono coinvolti i rapporti con il mondo dell’edi­
toria e della carta stampata, il variegato sistema imprenditoriale
che si appoggia sulle vecchie e nuove vie di comunicazione. Un
sistema misto o integrato che spinge per esaltare la concorren­
zialità degli attori protagonisti: la Rai e la Fininvest impegnate
nella contesa e irreparabilmente condannate a un destino
comune, quello di assomigliare sempre di più l’una all’altra50.
Il mercato come scenario prevalente, la funzione di servizio
pubblico ridimensionata o comunque misurata sulle compa­
tibilità e sulle priorità di una scala commerciale. Le stesse
espressioni di sistema misto, o di competizione tra attori di­
versi vengono riformate dalle compatibilità di una concorrenza
superficiale e non regolata.
284 IL CROLLO

I fruitori del nuovo duopolio aumentano a ritmi vertiginosi:


la programmazione si quintuplica in pochi anni (meno di un
decennio tra il 1976 e il 1985) distribuendosi in tutte le fasce
orarie possibili: la Tv scandisce la vita delle famiglie, fa com­
pagnia a chi è solo e anziano, propone messaggi e orizzonti di
riferimento a chi è nell’età della formazione. Un apparecchio
dal flusso ininterrotto di suoni e immagini capace di carpire
l’attenzione e di modificare abitudini consolidate. Un sotto­
fondo costante, una colonna sonora invasiva e diversificata che
s’impone nella vita degli italiani da Nord a Sud, senza distin­
zioni sociali o culturali. La programmazione è inframezzata da
spot e pubblicità continue: il pubblico in costante aumento
rappresenta innanzitutto un bacino imponente di potenziali
consumatori. Nell’arco di pochi anni ogni distinzione o confine
tra prodotti di cultura e proposte commerciali viene travolto
dall’accessibilità delle produzioni di massa. L’allocazione di
risorse orienta produzione e consumi, determina acquisti e
distribuzione, facilita una semplificazione del marketing e
degli stessi contenuti mediatici che invadono le case delle
famiglie italiane. Ma è la qualità stessa della democrazia che
si modifica, attraversata da tensioni e circuiti inediti. L’assenza
di regole contribuisce a dilaniare un tessuto connettivo tra­
dizionalmente refrattario a ogni istanza di cambiamento. Una
corsa scomposta per accaparrarsi strumenti, mezzi, forme di
comunicazione nella morsa di un duopolio pubblico e priva­
to. Nei primi anni Ottanta del secolo scorso alcune sentenze
per lo più a livello regionale pongono un freno alla pervasiva
invasione delle reti Fininvest: pretori che sollevano un tema
delicato e inesplorato, quello della possibilità di trasmettere
senza limitazioni geografiche o normative. Il gruppo guidato
da Silvio Berlusconi viene così limitato nella sua capacità di
veicolare messaggi e prodotti, le sue reti vengono oscurate
nelle zone di competenza delle procure pronunciate in tal
senso: Lazio, Abruzzo, Piemonte. Ma la ferita si estende ben
al di là della geografia di competenza. Intervenire dove non
è prevista una normativa di riferimento diventa il simbolo di
un’aggressione contro un soggetto privato che compete con il
sistema pubblico della comunicazione. Un decreto-legge del
governo Craxi ristabilisce le condizioni iniziali cassando il di­
vieto e proiettando così la programmazione delle reti Fininvest
in una tutelata dimensione nazionale. La Camera boccia il
IL CROLLO 285

primo decreto sollevando la questione d’incostituzionalità per


una materia non regolata da una legge dello Stato. In risposta
l’esecutivo predispone un decreto «Berlusconi-bis» a tutela
delle reti private rafforzandone la proiezione di competizione
su scala nazionale: assenza di una regolamentazione normativa
come premessa per garantire la permanenza dei due soggetti
in concorrenza tra loro. Un gesto di sfida anche nei confronti
delle prerogative del Parlamento: il doppio decreto del governo
Craxi conferma e rilancia le ragioni e le condizioni di una con­
flittualità continua e selvaggia, senza regole o freni. Protezioni
e garanzie al settore privato in espansione: Berlusconi chiude
questa parte della contesa con un risultato significativo ponen­
do le basi per il rafforzamento di una presenza che avrebbe
segnato l’identità del capitalismo italiano. Il conflitto con la
Rai attraversa la seconda metà del decennio e si proietta verso
l’ultimo scorcio del Novecento. Il principale misuratore di
equilibri mancati e di rapporti di forza diventa l’Auditel, un
sistema di rilevamento che dal 1986 tiene sotto osservazione
i comportamenti dei «consumatori» di televisione. Una sorta
di termometro delle preferenze degli italiani e quindi uno
straordinario veicolo per spostare risorse pubblicitarie dove
la platea diventa più ampia. La programmazione (pubblica
e privata, con significative eccezioni su ambo i lati) rincorre
lo spettatore cercando di uniformare e omologare linguaggi
e approcci. Il successo passa per numeri di ascolti e introiti
pubblicitari misurabili e verificabili con gli strumenti di una
competizione esplicita. Viene coniato il termine «Tv spazzatu­
ra» per evidenziare lo scivolamento complessivo verso forme
di intrattenimento leggero, colloqui su temi frivoli e privati,
interlocuzione diretta con spettatori in prevalenza passivi.
Potenziali consumatori di offerte varie che i pubblicitari con
sagacia veicolano attraverso immagini e parole del piccolo
schermo. L’offerta di cultura nella sua accezione più ampia si
restringe progressivamente, anche la funzione di alfabetizza­
zione e modernizzazione che ha accompagnato il profilo del
sistema dei media nel lungo dopoguerra italiano appare come
un lontano ricordo. Il fascino di uno strumento invasivo senza
limiti né confini in grado di accompagnare costantemente
generazioni diverse di italiani è un dato incontrovertibile, un
punto di non ritorno. Le case si riempiono di apparecchi che
popolano le diverse stanze riempiendo ore diverse della gior­
286 IL CROLLO

nata, sui tetti le antenne modificano il paesaggio urbano. La


dialettica tra Rai e Fininvest attraversa la parabola conclusiva
di un assetto politico e istituzionale che aveva già mostrato
sintomi di difficoltà e incertezza. Un pendolo continuo che
oscilla fra i toni accesi di una guerra dichiarata e ineliminabile
e le lusinghe di una pacificazione formale che possa garantire
ai contendenti vantaggi e privilegi acquisiti.
Nel 1990 la questione della regolamentazione del sistema
radiotelevisivo torna prepotentemente al centro di tensioni
accese. Il governo presieduto da Giulio Andreotti è scosso da
un’iniziativa del ministro delle Poste e Telecomunicazioni, il
repubblicano Oscar Mammì. Una proposta di legge (la Mammì
appunto) che viene approvata con voto di fiducia dopo che
l’aula del Senato aveva apportato modifiche significative su
punti controversi dell’articolato. Un tema delicato che divide
l’esecutivo fino a provocare una rottura: la maggioranza della De
e il Partito socialista sostengono la legge e la scelta del ricorso
alla fiducia, la sinistra democristiana si oppone fino alle dimis­
sioni di alcuni ministri che vengono tempestivamente sostituiti.
Il segnale è netto, indiscutibile: si va avanti senza deviazioni
dalla linea tracciata approvando il primo tentativo di costruire
una normativa organica del sistema delle comunicazioni. Una
legge che fotografa e certifica la situazione presente, gli equi­
libri scaturiti dal duello tra pubblico e privato, tra la Rai e la
Fininvest. La cornice legislativa introduce novità e vincoli: tetto
alla concentrazione delle reti a diffusione nazionale (massimo
tre), incompatibilità nella proprietà di mezzi di comunicazione
diversi (etere e carta stampata), limite per la raccolta pubbli­
citaria, per l’interruzione di film e documentari, per il tempo
delle dirette, oltre ai divieti per programmi vietati ai minori.
Viene confermato e rilanciato per via legislativa l’obbligo di
informare attraverso le reti diffuse su scala nazionale. E così,
due anni dopo, iniziano i telegiornali sui canali Fininvest
affiancandosi o sovrapponendosi al tradizionale sistema dei
notiziari Rai. Un’articolazione di proposte per una contesa
che si consolida e si allarga a inediti scenari.
Il senso della legge appare inequivoco: sanare una condi­
zione di fatto cresciuta e sviluppatasi nel quadro di un vuoto
normativo. Chi prende le distanze dall’impianto della legge,
allora e negli anni successivi, lo fa in nome di una regolamen­
tazione necessaria e urgente che tuttavia non trova spazi e
IL CROLLO 287

contesti per prendere forma. Con l’approvazione della legge


Mammì le concessioni per trasmissioni su scala nazionale ven­
gono attribuite anche a Videomusic e Telemontecarlo, senza
intaccare il prevalente bipolarismo tra il pubblico e il sistema
Berlusconi. Quest’ultimo rafforza posizioni aprendo - poche
ore dopo l’approvazione della nuova normativa - il progetto
Telepiù in accordo con la famiglia Cecchi Gori: una televisione
via etere, a pagamento, primo passo verso un futuro incerto,
non vincolato all’articolato di legge appena approvato. Una
nuova fase quindi, con un quadro normativo controverso e la­
cunoso che contribuisce a consolidare il confronto a due. Dopo
le elezioni del 1992 e la crisi dei partiti tradizionali, il vento
del cambiamento spinge verso una nuova normativa che nelle
intenzioni di alcuni avrebbe limitato il controllo della politica
sulla Rai. Nel 1993 una nuova legge incarica i presidenti di
Camera e Senato di nominare il Consiglio di amministrazione
dell’azienda pubblica come segno di maggiore autonomia dai
veti incrociati e dai vincoli di cordata. La questione di una
possibile regolamentazione viene messa da parte: non si trova
traccia di incompatibilità o riferimento a possibili conflitti d’in­
teresse, non si delinea un profilo certo che distingua l’ambito
della gestione da quello proprietario. Ben altro sarebbe stato
necessario quando il vuoto nella presenza di soggetti politici
venne riempito dalla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi
nei primi mesi del 1994. Un messaggio semplice, registrato e
mandato in onda simultaneamente dai due colossi dell’etere.
La televisione racconta il passaggio a una nuova contrapposi­
zione; viene utilizzata per comunicare messaggi ma anche per
sottolineare una presenza originale, quella di un imprenditore
delle comunicazioni pronto alla sfida nell’agone politico. Un
video con una regia accorta, un’immagine a effetto, la scrivania
di uno studio bianco, ordinato e curato nei minimi particolari:
foto di famiglia, sorrisi, vaso di fiori, sopramobili ben visibili,
una libreria senza libri. Il modello è quello di uno spot televisivo
rassicurante e coinvolgente: «L’Italia è il paese che amo», con
riferimenti alla necessità di impegnarsi per evitare il peggio51.
Tutto è ancora possibile nelle parole e nelle argomentazioni
di un nuovo protagonista della vita politica italiana, persino
un nuovo miracolo che avrebbe retto il paragone con anni
lontani. Un’operazione di vicinanza e di immedesimazione
con il successo di un imprenditore, con la sua indiscussa
288 IL CROLLO

forza economica e con la possibilità di mettersi in moto per


raggiungere nuovi traguardi. La forma del sistema politico
stava cambiando repentinamente, lo scontro tra pubblico e
privato, tra proprietari e gestori dei mezzi di comunicazione
si sarebbe presto spostato su altri terreni.

Note al capitolo sesto

1 Sulla fine della guerra fredda cfr. Romero, Storia della guerra fredda.
Ilultimo conflitto per l’Europa, cit., pp. 306-346; Westad, La guerra fredda
globale. Gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e il mondo. Le relazioni inter­
nazionali del XX secolo, cit., pp. 449-461; Harper, La guerra fredda, cit.,
pp. 259-291; Gaddis, La Guerra fredda, cit., pp. 251-283.
2 Su questi aspetti Scoppola, Lezioni sul Novecento, cit., pp. 130-146.
3 Cfr. C.S. Maier, Il crollo. La crisi del comuniSmo e la fine della Ger­
mania Est, Bologna, Il Mulino, 1999.
4 Cfr. Europe’s «1989» in Global Context, in The Cambridge History of
Communism, voi. Ili, cit., pp. 224-249.
5 V.M. Zubok, The Collapse of thè Soviet Union, in The Cambridge
History of Communism, voi. Ili, cit., pp. 250-278.
6 Cfr. Pons, La rivoluzione globale. Storia del comuniSmo internazionale
1917-1991, cit., pp. 387-407; O.A. Westad, The Cold War and thè Interna­
tional History of thè Twentieth Century, in The Cambridge History of thè
Cold War, voi. I, Origins, cit., pp. 1-19.
7 Si veda Italy and thè Cold War, in «Journal of Cold War Studies», a
cura di L. Nuti, IV, 3, 2002, pp. 3-118.
8 Cfr. G. Carocci, Il trasformismo dall’unità ad oggi, Milano, Unicopli,
1992; Id., Destra e sinistra nella storia d’Italia, Roma-Bari, Laterza, 2002,
pp. 145-196; Sabbatucci, Il trasformismo come sistema. Saggio sulla storia
politica dell’Italia unita, cit.
9 Cfr. J. Krulic, Storia della Jugoslavia, Milano, Bompiani, 1997; J.
Pirjevec, Le guerre jugoslave. 1991-1999, Torino, Einaudi, 2002.
10 Cfr. A. Varsori, L'Italia e la fine della guerra fredda. La politica estera
dei governi Andreotti (1989-1992), Bologna, Il Mulino, 2013.
11 Formigoni, Storia d’Italia nella guerra fredda (1943-1978), cit., pp. 9-20.
12 Cfr. S. Guarracino, Storia degli ultimi cinquant’anni. Sistema interna­
zionale e sviluppo economico dal 1945 a oggi, Milano, Bruno Mondadori,
1999, pp. 391-451.
13 Gentiioni Silveri, Francesco Cossiga, cit.; Galavotti, Francesco Cossiga,
cit., pp. 325-363.
14 Sulla vicenda cfr. E. Amelio e A. Benedetti, IH870. Il volo spezzato.
Strage di Ustica: le storie, i misteri, i depistaggi, il processo, Roma, Editori
Riuniti, 2005; G. Fasanella e R. Priore, Intrigo internazionale. Perché la
guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire, Firenze, Chia-
IL CROLLO 289

relettere, 2010. La vicenda viene raccontata in un film di Marco Risi del


1991. Il muro di gomma.
15 Cfr. C. Trigilia, Grandi partiti e piccole imprese, Bologna II Mulino,
1986; Vecchio e Trionfini, Storia dell’Italia repubblicana (1946-2014), cit.,
pp. 274-279.
16 Si veda su questo G.M. Ceci, La fine della Democrazia cristiana, in
«Mondo contemporaneo», 2-3, 2018, pp. 283-294.
17 Cfr. giudizi e analisi divergenti in V. Foa, M. Mafai e A. Reichlin,
Il silenzio dei comunisti, Torino, Einaudi, 2002; A. Schiavone, I conti del
comuniSmo, Torino, Einaudi, 1999; A. Asor Rosa, La sinistra alla prova.
Considerazioni sul ventennio 1976-1996, Torino, Einaudi, 1996; B. Trentin,
Diari 1988-1994, a cura di I. Ariemma, Roma, Ediesse, 2017, pp. 106-188.
18 Cfr. G. Napolitano, Dal Pei al socialismo europeo. Un’autobiografia
politica, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 204-269; G. Vacca, Vent'anni dopo.
La sinistra fra muta?nenti e revisioni, Torino, Einaudi, 1997, pp. 179-230;
A. Reichlin, Il midollo del leone. Riflessioni sulla crisi della politica, Roma-
Bari, Laterza, 2010, pp. 117-142.
19 Sulla stagione di Mani pulite cfr. E. Biagi, Era ieri, Milano, Rizzoli,
2005; M. Damilano, Eutanasia di un potere. Storia politica d’Italia da tan­
gentopoli alla seconda Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 2012; A. Cariucci,
1992. Danno che cambiò tutto, Milano, Baldini & Castoldi, 2015.
20 L. Violante, Il ruolo della magistratura, contributo al convegno 1992-
1993. Uno spartiacque nella storia dell’Italia contemporanea, a cura di F.
Amatori e F. Cavazzuti, Ancona, 30 novembre-10 dicembre 2018; per uno
sguardo d’insieme di lungo periodo A. Meniconi, Storia della magistratura
italiana, Bologna, Il Mulino, 2012; e le riflessioni di un protagonista: E.
Bruti Liberati, Magistratura e società nell’Italia repubblicana, Roma-Bari,
Laterza, 2018.
21 Per i dati ho fatto riferimento al contributo di Violante, Il ruolo della
magistratura, al convegno 1992-1993. Uno spartiacque nella storia dell’Italia
contemporanea, cit.
22 Ceci, La fine della Democrazia cristiana, cit.; Giovagnoli, La Repubblica
degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 189-197.
23 Cfr. C.S. Maier, Thirty Years After: The End of European Communism
in Historical Perspective, in The Cambridge History of Communism, voi.
Ili, cit., pp. 600-621.
24 II 23 maggio 1992; ce ne occuperemo in seguito.
25 L. Ceci, Oscar Luigi Scalfaro, in Cassese, Galasso e Melloni (a cura
di), I presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella
storia della democrazia italiana, cit., voi. I, pp. 365-405.
26 Per un confronto interpretativo si veda Ginsborg, Storia d’Italia dal
dopoguerra a oggi, cit., pp. 546-576; Scoppola, La repubblica dei partiti.
Evoluzione e crisi di un sistema politico 1943-1996, cit., pp. 459-488; Gio­
vagnoli, La Repubblica degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 172-225; Soddu,
La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, cit., pp.
205-252.
27 Cfr. Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione ad oggi,
cit., pp. 291-315; Colarizi, Storia del Novecento italiano, cit., pp. 453-493.
290 IL CROLLO

28 Cfr. M. Segni, La rivoluzione interrotta. Diario di quattro anni che


hanno cambiato l’Italia, Milano, Rizzoli, 1994; Scoppola, La repubblica
dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, cit., pp.
459-498; P.L. Ballini, Le «regole del gioco»: dai banchetti elettorali alle
campagne disciplinate, in P.L. Ballini e M. Ridolfi (a cura di), Storia delle
campagne elettorali in Italia, Milano, Bruno Mondadori, 2002, pp. 1-64 e
in particolare pp. 35 ss.
29 Cfr. Craveri, Storia d’Italia, voi. 24, La Repubblica dal 1958 al 1992,
cit., pp. 1010-1038; U. Gentiioni Silveri, Contro scettici e disfattisti. Gli
anni di Ciampi 1992-2006, Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. 3-56; Crainz,
Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione ad oggi, cit., pp. 291-306;
Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013,
cit., pp. 205-218.
30 C.A. Ciampi, Un metodo per governare, Bologna, Il Mulino, 1996.
31 Espressione introdotta nel lessico politico dal politologo Giovanni
Sartori in un editoriale Riforma, de profundis, in «Corriere della Sera»,
12 giugno 1993, in Id., Come sbagliare le riforme, Bologna, Il Mulino,
1993, p. 39.
32 Gentiioni Silveri, Contro scettici e disfattisti. Gli anni di Ciampi
1992-2006, cit., pp. 3-19.
33 Cfr. L. Cafagna, La grande slavina. L’Italia verso la crisi della demo­
crazia, Venezia, Marsilio, 2012.
34 Cfr. G. Napolitano, Dove va la Repubblica. 1992-94. Una transizione
incompiuta, Milano, Rizzoli, 1994.
35 Sulla crisi del sistema politico italiano dei primi anni Novanta cfr.
G. De Rosa, La transizione infinita. Diario politico 1990-1996, Roma-Bari,
Laterza, 1997; Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un
sistema politico 1945-1996, cit., pp. 459-539; N. Tranfaglia, La transizione
italiana. Storia di un decennio, Milano, Garzanti, 2003; Scoppola, Lezioni
sul Novecento, cit., pp. 119-146; S. Colarizi e M. Gervasoni, La tela di
Penelope. Storia della Seconda Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 2012; G.
Mammarella, Ultalia di oggi. Storia e cronaca di un ventennio 1992-2012,
Bologna, Il Mulino, 2012; Damilano, Eutanasia di un potere. Storia politica
d’Italia da Tangentopoli alla Seconda Repubblica, cit.; G. Crainz, Il paese
reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, Roma, Donzelli, 2012.
36 Per una rassegna del dibattito storiografico cfr. U. Gentiioni Silveri,
Identità italiana tra crisi e trasformazioni. Il dibattito sull’ultimo decennio,
1989-1998, in «Storia e problemi contemporanei», n. 22, dicembre 1998,
pp. 111-133. Si veda inoltre: Scoppola, 25 aprile. Liberazione, cit.; E.
Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell’idea di nazione fra
Resistenza, antifascismo e Repubblica, Roma-Bari, Laterza, 1996; S. Lanaro,
Patria. Circumnavigazione di un’idea controversa, Venezia, Marsilio, 1996;
E. Gentile, La grande Italia. Ascesa e declino del mito della nazione nel
ventesimo secolo, Milano, Mondadori, 1997; G.E. Rusconi, Se cessiamo di
essere una nazione, Bologna, Il Mulino, 1993; Id., Resistenza e postfascismo,
Bologna, Il Mulino, 1995; Id., Patria e repubblica, Bologna, Il Mulino,
1997; R. Bodei, Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana, Torino,
Einaudi, 1998.
IL CROLLO 291

37 Su questi temi cfr. U. Gentiioni Silveri (a cura di), Italy 1990-2014:


The Transition That Never Happened, in «Journal of Modera Italian Stu-
dies», voi. 20, n. 2, Special Issue, marzo 2015.
38 Sull’evoluzione del contesto internazionale cfr. C.S. Maier, Secolo
corto o epoca lunga? Lunità storica dell’età industriale e le trasformazioni
della territorialità, in C. Pavone (a cura di), Novecento. I tempi della storia,
Roma, Donzelli, 1997, pp. 29-56; Formigoni, La politica internazionale nel
Novecento, cit.; Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1949 a oggi,
cit.; Romero, Storia della guerra fredda. Liultimo conflitto per l’Europa, cit.
Sul rapporto tra mutamenti intemazionali ed evoluzione del quadro interno
italiano cfr. A. Giovagnoli e S. Pons (a cura di), Liltalia repubblicana nella
crisi degli anni Settanta, voi. I, Tra guerra fredda e distensione, Atti del ciclo di
convegni (Roma, novembre-dicembre 2001), Soveria Mannelli, Rubbettino,
2003; Romero e Varsori (a cura di), Nazione, interdipendenza, integrazione.
Le relazioni internazionali dell’Italia (1917-1989), cit.; U. Gentiioni Silveri,
Sistema politico e contesto internazionale nell’Italia repubblicana, Roma,
Carocci, 2008; i numeri speciali: Italy and thè Colà War, in «Journal of
Cold War Studies», cit.; Italie: la présence du passé, in «Vingtième Siècle.
Revue d’hstoire», 100, ottobre-dicembre 2008.
39 Per un’analisi del fenomeno cfr. S. Lupo, Storia della mafia. La cri­
minalità organizzata in Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli,
2004 (nuova edizione 2018); N. Tranfaglia, Mafia, politica e affari 1943-2008,
Roma-Bari, Laterza, 2008.
40 Cfr. F. La Torre e R. Ferrigato, Ecco chi sei. Pio La Torre, nostro padre,
Cinisello Balsamo, San Paolo, 2017; G. Bascietto e C. Camarca, Duomo
che incastrò la mafia. Pio La Torre, Correggio, Aliberti, 2018; T. Baris e
G. Sorgonà (a cura di), Pio La Torre dirigente del Pei, Palermo, Istituto
Poligrafico Europeo, 2018.
41 Sulla vicenda Dalla Chiesa cfr. P. Arlacchi, Morte di un generale.
L’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, la mafia, la droga, il potere
politico, Milano, Mondadori, 1982; N. Dalla Chiesa, Delitto imperfetto.
Il generale, la mafia, la società italiana, Roma, Editori Riuniti, 1984; S.
Lodato, Trentanni di mafia, Milano, Rizzoli, 2008; A. Bolzoni, Domini
soli. Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, Milano, Melampo, 2012.
42 Sul maxiprocesso di Palermo cfr. A. Caponnetto, I miei giorni a
Palermo. Storie di mafia e di giustizia raccontate a Saverio Lodato, Milano,
Garzanti, 1992; G. Ayala e F. Cavallaro, La guerra dei giusti, Milano,
Mondadori, 1993.
43 Sull’esperienza di Falcone si veda G. Falcone e M. Padovani, Cose di
Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1991; S. Lodato, Ho ucciso Giovanni Falcone.
La confessione di Giovanni Brusca, Milano, Mondadori, 1999; M. Falcone
e F. Barra, Giovanni Falcone un eroe solo, Milano, Rizzoli, 2012.
44 Cfr. G. Bianconi e G. Savatteri, Dattentatuni. Storia di sbirri e di
mafiosi, Torino, Baldini & Castoldi, 2001; A. Corbo, Strage di Capaci.
Paradossi, omissioni e altre dimenticanze, intervista di D. Billotta, a cura
di S. Tamborrino, Figline Valdarno, Diple, 2016.
45 Sulla figura e l’omicidio Borsellino cfr. U. Lucentini, Paolo Borsellino.
292 IL CROLLO

II valore di una vita, Milano, Mondadori, 1994; G. Bongiovanni (a cura di),


Giustizia e Verità. Gli scritti inediti di Paolo Borsellino, Ed. Associazione
Culturale Falcone e Borsellino, 2003; R. Borsellino, Il sorriso di Paolo,
Ragusa, EdiArgo, 2005; A. Borsellino e S. Palazzolo, Ti racconterò tutte le
storie che potrò, Milano, Feltrinelli, 2013.
46 Cfr. S. Lupo, Andreotti, la mafia, la storia d’Italia, Roma, Donzelli,
1996; G. Caselli e G. Lo Forte, La verità sul processo Andreotti, Roma-
Bari, Laterza, 2018.
47 Sulla figura di don Puglisi cfr. B. Stancanelli, A testa alta. Don Giuseppe
Puglisi: storia di un eroe solitario, Torino, Einaudi, 2003; F. Anfossi, E li
guardò negli occhi, Milano, Edizioni Paoline, 2005; e un quadro d’insieme
in S. Lodato, Dall’altare contro la mafia. Inchiesta sulle chiese di frontiera,
Milano, Rizzoli, 1994.
48 Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta,
cit., pp. 306-312; F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in
Italia. Costume, società e politica, Venezia, Marsilio, 2003.
49 Cfr. G. Cordoni, P. Ortoleva e N. Verna, Radio FM 1976-2006.
Trent’anni di libertà d’antenna, Bologna, Minerva, 2006.
30 Su questi aspetti cfr. G. Gamaleri, La fabbrica dell’immaginario.
Produzione e consumo delle idee, Roma, Kappa, 2004.
51 Una recente rivisitazione in A. Gibelli, 26 gennaio 1994, Roma-Bari,
Laterza, 2018. Per un confronto di vedute cfr. Crainz, Storia della Repub­
blica. L’Italia dalla liberazione ad oggi, cit., pp. 313-344; Giovagnoli, La
Repubblica degli italiani, 1946-2016, cit., pp. 204-225; Colarizi, Storia politica
della Repubblica, cit., pp. 204-216; Soddu, La via italiana alla democrazia.
Storia della Repubblica 1946-2013, cit., pp. 227-238; Craveri, L’arte del non
governo, cit., pp. 450-489.
Capitolo settimo

Transizione mancata

1. Un bipolarismo imperfetto

Nella tempesta del dopo Ottantanove il sistema politico


italiano prende una nuova fisionomia. Un contesto che sem­
brava immodificabile e congelato in una dimensione perenne,
senza tempo, inizia a trasformarsi sulla spinta di diversi fattori:
interni (la crisi dei partiti, le inchieste della magistratura, gli
effetti dei referendum elettorali) e internazionali (le ripercus­
sioni del crollo dell’ordine della guerra fredda). Con il passare
degli anni la rilevanza del contesto internazionale si è andata
progressivamente affermando: la Repubblica dei partiti è anche,
contestualmente e consapevolmente, la Repubblica della guerra
fredda, segnata da vincoli e rapporti che s’iscrivono pienamente
nella parabola del bipolarismo internazionale post-bellico1. In
questa chiave interpretativa la svolta dei primi anni Novanta del
Novecento appare come un bivio. Da una parte le possibilità
incerte di un nuovo inizio politico e istituzionale, riflesso dei
referendum sulla legge elettorale e della partecipazione a una
stagione fondativa di nuovi equilibri, dall’altra il calcolo di
convenienze di parte o di partito che puntano ad accrescere il
proprio consenso ottenendo risultati spendibili nel breve spa­
zio di una sfida elettorale. E così si arriva alla crisi anticipata
del governo Ciampi, nei primi giorni del 1994: un segno dei
tempi pericoloso e carico di conseguenze. Viene bruscamente
interrotta una stagione che aveva contribuito, nell’emergenza
del momento, alla definizione di alcuni indirizzi fondamentali:
la riforma della legge elettorale, la gestione della prima tornata
amministrativa con l’elezione diretta dei sindaci, l’accordo sul
costo del lavoro con le parti sociali, il rilancio di una strate­
gia di attenzione e coinvolgimento a livello europeo. Primi
contributi e pilastri di un nuovo cammino mentre il vecchio
294 TRANSIZIONE MANCATA

mondo giunge inesorabilmente al tramonto. La fine di quella


stagione comporta l’archiviazione di un metodo di lavoro che
aveva guidato e caratterizzato l’esercizio del potere esecutivo
in una contingenza segnata dalla fine delle forze politiche
tradizionali2. Con spregiudicatezza e calcoli di convenienza o
di parte in molti scommettono sulle nuove elezioni pensando
di poter ottenere un risultato significativo: il presidente della
Repubblica scioglie così le Camere mentre il sistema entra
contestualmente in una lunga e complicata campagna elettorale.
Le aspettative di molti vengono smentite nello spazio breve di
poche settimane, persino l’ipotesi che il voto amministrativo
possa trovare conferme nelle elezioni generali viene travolta dal
nuovo scenario. Una geografia politica radicalmente alternativa
alle forme del passato: la De a inizio 1994 esce di scena, si
scioglie. Al suo posto prende forma il Partito popolare gui­
dato da Mino Martinazzoli, il tentativo ambizioso di riferirsi
al popolarismo d’impianto sturziano appare come un’ultima
spiaggia, prima che tutto possa essere travolto dal nuovo che
avanza3. E così in un breve arco di tempo la diaspora democri­
stiana si distribuisce nei poli in formazione di un bipolarismo
spurio e per molti versi non definito: alcuni nel centrodestra,
altri a sinistra nel costituendo campo progressista, mentre il
Partito popolare gioca la carta centrista restio ad accettare il
progressivo cammino indirizzato verso un sistema bipolare. Il
quadro politico si muove in uno spazio inedito senza punti di
riferimento. Tutti i calcoli sulle possibili sommatorie di consensi
elettorali o sulla contiguità tra voto amministrativo e orienta­
menti generali si riveleranno infondati e forieri di confusione.
Nelle amministrative di fine 1993 l’elezione diretta dei primi
cittadini consolida le alleanze che sostengono candidati in
prevalenza esponenti delle coalizioni di centrosinistra: a Roma,
Torino, Napoli, Venezia, Trieste, Palermo. Una combinazione
vincente proposta come ricetta sperimentabile per i tempi
nuovi: coalizioni di partiti con settori della società civile tenuti
insieme da figure indipendenti di varia e plurale estrazione o
collocazione. Uomini di partito, imprenditori emergenti, intel­
lettuali o tecnici in grado di irrobustire il campo di forze che
fa riferimento al centrosinistra dopo la frattura dei primi anni
Novanta. Le premesse della controversa stagione dei sindaci
costruiscono aspettative e sostengono ipotesi più ambiziose:
uscire dalla crisi del sistema politico cercando di applicare la
TRANSIZIONE MANCATA 295

medesima formula in un’alleanza che nel vivo della campagna


elettorale prende il nome dei progressisti, una gioiosa macchina
da guerra secondo l’espressione azzardata coniata dal segretario
del Partito democratico della sinistra Achille Cicchetto4. Ma
il vuoto politico seguito alla dissoluzione dei vecchi partiti
è troppo invitante per rimanere tale e di converso il campo
momentaneamente sconfitto punta a riorganizzarsi con forme,
parole e uomini nuovi. La sfida è solo agli inizi quando il
Movimento sociale italiano (Msi) guidato da Gianfranco Fini
si trasforma in Alleanza nazionale, offrendo così una sponda
inedita e un riferimento possibile oltre le nostalgie del ventennio
e dei suoi interpreti tardivi: uscire dall’isolamento della destra
tradizionale per far breccia in un elettorato orfano della De
e della sua funzione di garanzia e tutela contro la minaccia
rossa. Ancora una volta la crisi delle categorie della guerra
fredda, la messa in discussione del binomio amico-nemico
favorisce la radicalità di una nuova dialettica per molti versi
imprevedibile. La continuità con il fascismo viene progressi­
vamente affievolita per promuovere richiami a schieramenti
della destra europea: una collocazione inedita oltre l’eredità
della parabola mussoliniana e fuori dal perimetro consolidato
dell’antifascismo costituzionale5. Una nuova destra inedita, un
ibrido ancora in formazione tra culture, movimenti, riferimenti
ideali. La Lega Nord, forte di un consenso significativo, punta
a raccogliere il vento delle proteste contro la politica corrotta
puntando sul target privilegiato della capitale: nel 1992 il
leader leghista Umberto Bossi inizia ad alzare il tiro delle sue
rivendicazioni antiromane. Comincia lentamente a profilarsi
un nuovo orizzonte che dal Nord di un paese attraversato da
interrogativi e tensioni mira alla rivendicazione di un impianto
federalista come antidoto disgregante di fronte alla continuità
dello Stato in difficoltà. Ma la partita delle imminenti elezioni
anticipate spinge la Lega verso l’alleanza con altre forze, tra
loro molto distanti. Anime diverse di una destra composita e
per molti versi non facilmente componibile: spinte separatiste
nei riferimenti leghisti, impianto centralista nella cultura di
riferimento di Alleanza nazionale; radicamento al Nord da un
lato, consenso in prevalenza al Centro-Sud dall’altro; richiami a
patrie da scoprire o rivalutare (il mito agitato della «Padania»
come culla di civiltà lontane) o la difesa di simboli e linguaggi
dell’universo patriottico di stampo tradizionale o nazionalistico.
296 TRANSIZIONE MANCATA

Una miscela che non sarebbe stata neppure immaginabile nel


tempo ormai sepolto della Repubblica dei partiti.
In questo spazio dinamico s’inserisce un nuovo attore, il
protagonista principale nella politica italiana durante lo scorcio
finale del Novecento: Silvio Berlusconi. Il suo disegno ha una
duplice funzione, immediata e di lungo periodo. Saldare le
anime diverse e confuse di una destra in cerca d’autore e, al
tempo stesso, offrire un progetto forte per una rappresentanza
di interessi e ricchezze minacciati dagli esiti incerti della crisi.
L’imprenditore milanese si colloca fuori dal recinto della po­
litica tradizionale, si era già espresso a favore di Gianfranco
Fini nel ballottaggio per il sindaco di fine 1993 nella capitale,
quando Francesco Rutelli ottiene la maggioranza guidando
una coalizione di sinistra composita. Un’operazione profonda
che punta a sdoganare sacche marginali non rappresentate
pienamente e a costruire attraverso Forza Italia un contenito­
re capace di saldare i richiami calcistici al Milan vincente e i
successi imprenditoriali di un uomo d’affari con le esigenze di
un sistema politico alla ricerca di una leadership riconoscibile.
La struttura d’impresa diventa il primo immediato riferimento,
la base per appoggiare proposte e possibilità, forze mobilita­
te insieme a sogni e illusioni diffusi e socializzati tra milioni
d’italiani. Una chiamata alle armi senza precedenti in un
tempo molto breve: oltre 8 mila club in giro per la penisola,
la struttura imprenditoriale in osmosi con il nascente partito
si occupa di candidature, propaganda, selezione della futura
classe dirigente. Un nucleo ideologico che tiene insieme richia­
mi alla cultura liberale, spirito imprenditoriale e un rilancio
aggiornato dell’anticomunismo come collante di riferimento.
Berlusconi salda segmenti diversi di un paese incerto, motiva
aspiranti protagonisti, offre una cornice per sommare destre
diverse separate da storie e culture tradizionali. Un messaggio
salvifico che richiama, anche nel lessico, le possibilità di un
nuovo miracolo italiano paragonabile all’ascesa degli anni del
boom economico. Alle 17.30 del 26 gennaio 1994, attraver­
so gli schermi di una delle sue televisioni, Silvio Berlusconi
«scende in campo», mostrando un sorriso rassicurante. Il
messaggio dura poco più di nove minuti e arriva a 26 milioni
d’italiani. E una svolta, nulla sarà più come prima anche se
pochi si rendono conto dell’inizio di una nuova era. In breve
tempo un imprenditore detentore di mezzo sistema televisivo,
TRANSIZIONE MANCATA 297

presidente e proprietario di una squadra di calcio, inarresta­


bile e vincente in Italia e in Europa, riuscirà a conquistare la
maggioranza parlamentare fino a diventare capo del governo.
Poche settimane, da gennaio a marzo, per voltare pagina, vin­
cere le elezioni per costruire un paese diverso, distante dalle
compatibilità del passato, pronto a rispondere alle aspirazioni
e ai sogni di tanti italiani6.
La campagna elettorale assomiglia a una vittoriosa cavalcata.
I cartelli elettorali dei partiti tradizionali, più o meno compositi
e associati insieme, non possono reggere l’urto del nuovo fronte
che avanza. L’alleanza progressista illusa dal voto amministrativo
e convinta di poter ancora cavalcare l’onda di reazione alle
inchieste della magistratura (gli effetti di tangentopoli) non si
avvede del profondo cambiamento in atto. Berlusconi usa Forza
Italia come collante: da una parte verso la Lega e dall’altra
verso Alleanza nazionale. Così facendo il fascino evocativo
del miracolo possibile si combina con una proposta capace
di riempire il vuoto politico lasciato dal crollo della De e dei
suoi alleati di governo. Una spallata fondata sul confronto tra
schieramenti contrapposti e sull’inedito responso elettorale del
sistema maggioritario. Il successo del nuovo partito è segnato
dalla combinazione ben riuscita di fattori diversi. Innanzitutto,
il fascino della discontinuità contrapposto alle ritualità della
politica tradizionale: la rottura del nuovismo come categoria
palingenetica che attraversa la Repubblica dopo il crollo del
19927. La ricerca di un nuovo inizio, della forza propulsiva di
una frattura profonda capace di ridimensionare o addirittura
azzerare il peso e il condizionamento del passato. In secondo
luogo, il nucleo ideologico e culturale della proposta berlu-
sconiana recupera l’ispirazione liberale, di tipo europeo, rin­
tracciabile nel documento originario promosso dal politologo
Giuliano Urbani e da un nucleo d’intellettuali protagonisti
della nuova stagione: Alla ricerca del Buongoverno. Appello
per la costruzione di un’Italia vincente8. Un testo che rimane
una carta d’ispirazione, progressivamente ridimensionata e poi
sepolta dalla tempesta degli eventi e dagli indirizzi prioritari
del nuovo leader in ascesa.
Un contributo non irrilevante agli esiti della contesa viene
dalla confusa pattuglia delle opposizioni; programmi incom­
patibili, leadership incerta e la convinzione non verificabile
di poter trarre vantaggio dalla combinazione di fattori con­
298 TRANSIZIONE MANCATA

comitanti: l’ombra positiva del voto amministrativo che si


allunga, gli effetti delle inchieste della magistratura contro le
forze di governo imbrigliate nel vecchio mondo dei partiti
tradizionali.
La campagna elettorale, conclusa da un confronto all’ame­
ricana tra Occhetto e Berlusconi condotto da Enrico Mentana
negli studi di Canale 5 il 23 marzo 1994, segna il passaggio al
nuovo imperfetto sistema bipolare. Il rapporto tra consenso
degli elettori e conteggio dei seggi non è così immediato e
automatico. La vittoria del centrodestra, sotto la denomina­
zione di «Polo delle libertà», presenta le caratteristiche con­
traddittorie del nuovo tempo della Repubblica: numeri solidi
e convincenti alla Camera (una maggioranza di 366 deputati
su 630 nell’assemblea di Montecitorio), precario il risultato
del Senato con una risicata maggioranza di 156 senatori sui
315 che compongono l’assemblea di Palazzo Madama. Un
dato, quello della debolezza dei numeri a fronte delle nuove
proposte politiche, che non viene valorizzato per quello che
rappresenta: una strettoia difficile nel percorso che avrebbe
condotto il sistema politico in una nuova condizione. La rap­
presentanza parlamentare prevede un quarto di eletti con il
sistema proporzionale che si affianca alla preponderante spinta
maggioritaria confluita nei collegi uninominali e rilanciata dai
referendum elettorali d’inizio decennio. Una miscela complessa:
nei collegi uninominali la sfida maggioritaria tra le coalizioni
rappresentate dai singoli candidati, sull’altro lato della scheda
elettorale l’indicazione sul simbolo di un partito. E alla Camera
dei deputati il partito guidato da Silvio Berlusconi, con poche
settimane di vita alle spalle, ottiene il 21% dei consensi, mentre
il Partito democratico della sinistra di Achille Occhetto supera
di poco il 20%. A seguire Alleanza nazionale con il 13,5% e
il Partito popolare poco oltre l’l l % , la Lega Nord si attesta
all’8,4% su scala nazionale con un radicamento pressoché
esclusivo nelle regioni settentrionali. Un terremoto elettorale
e politico che lascia il sistema in mezzo al guado: la compo­
sizione dei gruppi parlamentari riflette le scelte delle singole
forze politiche mentre il condizionamento delle segreterie
dei partiti si sposta al momento della scelta dei candidati nei
collegi. Un puzzle difficile segnato da indicazioni personali,
composizione delle coalizioni, capacità di raccogliere segmenti
anche marginali di un elettorato senza certezze o convinzioni.
TRANSIZIONE MANCATA 299

Il cambio di nomi e offerte politiche non riesce a rispondere


alla domanda di partecipazione che aveva animato gli anni
precedenti, la possibilità di avvicinare il momento della scelta
all’esercizio del diritto di voto: far scegliere ai cittadini da chi
essere rappresentati e governati. Il guado non attraversato del
tutto e in modo convincente restituisce spazi e possibilità alla
mediazione dei partiti che tuttavia avevano perduto parte della
loro dimensione nazionale ed erano in cerca di una nuova auto­
revolezza possibile. I tavoli per decidere candidati e indicazioni
elettorali dei diversi componenti delle coalizioni diventano il
luogo di estenuanti trattative di difficile composizione tra seg­
menti di ceto politico e aspirazioni di forze emergenti. Il segno
dei tempi, si sarebbe detto anni dopo: coalizioni eterogenee,
litigiose, tenute insieme da un calcolo momentaneo fondato
sulla capacità di ottenere vantaggi e quindi elette dal nuovo
meccanismo elettorale. Vincere numericamente senza avere un
orizzonte solido con indirizzi chiari e priorità condivise per
governare un paese inquieto.
In questo contesto, che appare più nitido a distanza di
tempo rispetto al momento dell’immediato responso delle
urne, la vittoria del centrodestra rappresenta un dato certo
e rilevante. La coalizione composita e spuria tiene insieme
partiti e culture politiche, spinte separatiste con rafforzamenti
centralisti, ambizioni liberali con rigurgiti protezionisti, richia­
mi all’efficienza con ammiccamenti alle compatibilità della
pubblica amministrazione. L’architetto dell’impresa, Silvio
Berlusconi, si appresta a ricevere l’incarico dal capo dello Stato
per formare il suo primo governo. Un vincitore inaspettato che
attira attenzioni e interpretazioni dagli osservatori di mezzo
mondo: un imprenditore di successo che raccoglie consensi
costruendo un’alleanza tra diversi e garantendo la tenuta e la
coesione della nuova coalizione vincente.
Per gli sconfitti si tratta di un passaggio chiave. Diverse le
ragioni dell’insuccesso che si riflettono anche sulle biografie
dei protagonisti coinvolti. Il Partito popolare, guidato da Mino
Martinazzoli, non riesce a consolidare uno spazio alternativo
alla bipolarizzazione tra le due coalizioni: il centro del sistema
che aveva caratterizzato il posizionamento e l’azione della De­
mocrazia cristiana appare consumato e travolto dall’irruzione
del nuovo spirito maggioritario e dei suoi blocchi portanti. Nel
Pds il risultato prende le sembianze di una sconfitta storica:
300 TRANSIZIONE MANCATA

invece di raccogliere la maggioranza dei consensi come pre­


ventivato con enfasi superficiale, il partito di Occhetto viene
sopravanzato da Forza Italia e sconfitto nella competizione tra
le due coalizioni. Il segretario si dimette mentre a sinistra si
apre la discussione sul futuro del paese consegnato alla carica
pervasiva deH’esperimento innovativo berlusconiano.
Il nuovo esecutivo segna una linea di demarcazione con il
passato di culture politiche non rappresentate nell’area della
maggioranza: i partiti della Costituzione o i loro eredi diretti
sono fuori dal governo, in posizione marginale o minoritaria
mentre il quadro istituzionale è in movimento. Tra osserva­
tori e addetti ai lavori si fa strada la strana e contraddittoria
espressione «Seconda Repubblica», risultato della frattura del
1994. Ma l’itinerario da percorrere appare ben più complesso
di quanto gli stessi vincitori non potessero allora immaginare.
Il governo entra in carica nel maggio 1994, fa perno sul
partito di Berlusconi, gli azzurri di Forza Italia, capace di tenere
insieme un segmento della diaspora democristiana (Centro
cristiano democratico), Alleanza nazionale e Lega Nord. Una
coalizione variegata e composita che sembra poter affrontare
il peso di una non meglio definita transizione. Una fase di
passaggio verso un incerto futuro a portata di mano, immerso
nel tempo delle coalizioni competitive9.
L’illusione dura poco. Il cammino appare irto di ostacoli e
la maggioranza che apre la X II legislatura non riesce neppure a
concludere l’anno solare. Dopo le trattative d’insediamento con
i delicati equilibri tra partiti e componenti interne, la ricerca
della maggioranza al Senato fa vacillare le ultime convinzioni
suha collocazione delle nuove forze politiche e sull’appartenenza
dei singoli eletti. La fiducia a Palazzo Madama avviene con
l’abbassamento del quorum grazie all’assenza di alcuni senatori,
mentre Giulio Tremonti, eletto nel Patto Segni, diventa un
uomo di punta dell’esecutivo targato Forza Italia, assumendo
la carica di ministro delle Finanze. Una navigazione difficile,
con maggioranza esigua numericamente e incerta politica­
mente. Nonostante la debolezza congenita, il passo iniziale
tenta di rispondere alla spinta al cambiamento che attraversa
la società italiana nello scorcio conclusivo del Novecento; le
nomine per ruoli e funzioni rilevanti non vengono concordate
con le opposizioni: vertici dei servizi segreti, consiglio di am­
ministrazione della Rai, le presidenze di Camera e Senato. Un
TRANSIZIONE MANCATA 3 01

equivoco dello spirito maggioritario lungo gli anni e i decenni


successivi alla svolta delle elezioni del 1994 che accomuna
per molti versi centrodestra e centrosinistra: chi vince può
governare imponendo regole e decisioni non tenendo conto
della debolezza dei numeri e dell’opportunità di procedere a
colpi di maggioranza con strappi che rischiano di lacerare il
tessuto connettivo della comunità nazionale.
Su un altro versante il conflitto con l’esecutivo diventa
manifesto. Il ministro di Grazia e Giustizia interviene con
un decreto per depenalizzare diversi reati quali la corruzione
e la concussione. Settori della magistratura protestano con
insistenza fino a chiedere il trasferimento dalle proprie sedi
di competenza. Il pool milanese impegnato nelle indagini di
«Mani pulite» dà voce a una protesta diffusa, persino settori
del governo (Lega Nord in primis) prendono le distanze dal
dispositivo del decreto. In breve lo scontro diventa lacerante:
poteri dello Stato contrapposti. Da una parte il governo, dall’al­
tra la magistratura alla guida delle inchieste di tangentopoli.
Il ministro Biondi alza la posta, fino all’esposto del Consiglio
Superiore della Magistratura rivolto contro il vertice del pool
di Milano. L’organo di autogoverno dei giudici decide di ar­
chiviare le richieste del governo, ma la tensione non si placa.
Francesco Saverio Borrelli (capo del pool) e Antonio Di Pietro
(uomo di punta delle inchieste) diventano oggetto di attenzioni
e programmate ispezioni da parte dell’esecutivo. Alla fine di
novembre, nel quadro di un vertice internazionale a Napoli, un
avviso di garanzia viene recapitato al presidente del Consiglio.
La crisi non offre tregua, la polemica non risparmia le parti in
causa: il partito dei giudici e coloro che si stringono attorno
al governo democraticamente eletto nella tornata di marzo.
Per protesta Di Pietro si dimette, esce dalla magistratura in
polemica con le posizioni del governo. Ha inizio una nuova
osmosi tra poteri: i protagonisti della stagione di Mani pulite
vengono corteggiati dalle opposizioni e proposti come modelli
di riscossa possibile nei confronti dell’esecutivo. In poche
settimane la luna di miele del miracolo italiano sbiadisce. La
legge finanziaria del 1995 interviene con tagli significativi sulla
previdenza e la spesa sociale. Lo scontro con i sindacati fa va­
cillare la coalizione: una grande manifestazione riempie le vie
della capitale mentre la funzione di collante di Berlusconi tra
Alleanza nazionale e la Lega Nord vacilla. Il governo non tiene,
302 TRANSIZIONE MANCATA

la Lega minaccia uno strappo lacerante per le compatibilità


della coalizione. Sull’altro versante, quello delle opposizioni,
il voto amministrativo offre l’opportunità di far convergere
il Partito popolare e il Pds su una piattaforma alternativa
all’alleanza guidata da Berlusconi, si fa strada la costruzione
di un’architettura appoggiata sui pilastri del centrosinistra
(sulle due gambe di riferimento, il Pds e il Partito popolare).
Il risultato positivo dell’opposizione fa aumentare litigiosità e
smarrimento all’interno dell’esecutivo.
Lina fragilità complessiva che si manifesta per chi vince
nella faticosa formazione di alleanze incoerenti non forgiate
da progetti politici o ipotesi di sviluppo. Alleanze segnate
dall’orizzonte di un risultato nel breve periodo, dalla ricerca di
vantaggi da spendere nel mercato politico immediato. Anche
la coalizione di governo, che sembra tutto sommato solida e
ben cementata dalla forza di Berlusconi, non regge l’urto dei
tempi nuovi. Le dimissioni arrivano pochi giorni prima del
Natale 1994 in risposta a un’iniziativa della Lega Nord, pro­
mossa direttamente da Irene Pivetti, la più giovane presidente
della Camera della storia repubblicana, che aveva proposto
d’istituire una commissione parlamentare per il riordino del
sistema televisivo. Tema delicato e cruciale vista la peculiare
biografia del capo del governo. La proposta, approvata con
il consenso della Lega e delle opposizioni, manda in pezzi la
coalizione incapace di gestire un conflitto così esplicito e la­
cerante. Berlusconi si dimette scagliandosi contro l’alleato del
Nord, il leader leghista Umberto Bossi: si sente tradito e offeso
da comportamenti che non tengono conto delle ripercussioni
immediate e incontrollabili sul quadro politico. Il presidente
Scalfaro gestisce la crisi, cerca di limitare i danni sul versante
della tenuta economica e delle relazioni internazionali, fa
appello alle prerogative costituzionali del capo dello Stato.
Contrariamente a quanto auspicato da Berlusconi prende corpo
in Parlamento una maggioranza contraria allo scioglimento
anticipato delle Camere. Il capo del governo sfida il Quiri­
nale, alludendo a un golpe che lo colpirebbe favorendo una
larga convergenza parlamentare: un governo di tecnici, non
parlamentari, guidato da Lamberto Dini che era stato mini­
stro del Tesoro nell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Il
Parlamento definisce il perimetro di una nuova maggioranza,
la legislatura prosegue con nuove formule e priorità. In carica
TRANSIZIONE MANCATA 303

dal 17 gennaio 1995, il governo Dini resterà in sella fino al


gennaio dell’anno successivo.

2. Politica e antipolitica

La capacità seducente di Forza Italia viene in pochi mesi


messa alla prova. La fine della vecchia politica e l’irruzione
del linguaggio del nuovo mondo che avanza non stabilizza un
quadro certo. La coalizione è troppo composita, tenuta insieme
da calcoli spregiudicati e differenze insanabili. Il governo Dini
bollato da Berlusconi e dai suoi più stretti collaboratori con il
termine «ribaltone» mette a soqquadro l’impianto dicotomico
tra forze politiche moribonde e nuovi soggetti fondati sulla
crisi della politica e persino sull’idea di un suo necessario
ribaltamento. L’antipolitica diffusa e informe viene utilizzata
come chiave di accesso per rovesciare priorità e contenuti
della Repubblica dei partiti10. Una sorta di tornante radica­
le: chi non ha esperienze politiche, competenze o capacità
provate può meglio riuscire nell’esercizio della cosa pubblica
saldando così le spinte al rinnovamento con le possibilità e
le potenzialità di altri mondi (impresa, media, società civile).
Ma come d’incanto tutto sembra franare sotto i colpi di una
maggioranza parlamentare di segno diverso. L’affermazione
di Berlusconi fa i conti con i complessi meccanismi della
democrazia rappresentativa, il nuovo esecutivo raccoglie
una fiducia trasversale (Partito popolare, Patto Segni, Lega
Nord e parte del fronte progressista) mostrando così limiti e
incongruenze del neonato bipolarismo post-guerra fredda. Al
di là dei proclami, delle dichiarazioni roboanti e dei tentativi
di difendere la retorica del muro contro muro, il governo si
misura da subito con urgenze e priorità che ne qualificano la
natura e il mandato temporaneo. Difficile distinguere l’urgenza
degli interventi dell’esecutivo dal quadro complessivo delle
compatibilità che lo tengono in vita. Il governo presieduto da
Lamberto Dini interviene sulle politiche economiche nel solco
del risanamento che Amato e Ciampi avevano posto come stella
polare della Repubblica in cammino11. La manovra finanziaria
correttiva punta al rientro nei parametri europei con una legge
di bilancio onerosa e impegnativa: sacrifici per non perdere
terreno con il nucleo trainante del processo d’integrazione.
304 TRANSIZIONE MANCATA

Il risanamento spinge per limitare l’effetto del debito storico


accumulato cercando di valorizzare le possibilità inedite di un
vincolo europeo come garanzia di sviluppo possibile12. Tra un
primo intervento iniziale e la manovra successiva, il governo
interviene per circa 50 mila miliardi, chiedendo alle famiglie
degli italiani di partecipare con generosità e dedizione. Su un
altro versante l’esecutivo riesce ad affrontare la matassa com­
plicata del sistema pensionistico, mettendo a punto un accordo
con le parti sociali e rilanciando, nella prospettiva di breve
periodo, le ragioni della concertazione. Un passaggio stretto
ma significativo, la riforma delle pensioni mette nuovamente in
luce la debolezza dell’impianto che aveva segnato il cammino
di Forza Italia: vincere non significa poter governare, la ricerca
del consenso immediato appare preferibile a ogni strappo o
dichiarazione unilaterale. In pochi mesi le ragioni della me­
diazione politica, del confronto parlamentare, del dibattito tra
posizioni differenti tornano al centro del contendere. Basti il
richiamo alla nuova legge elettorale per le regioni, approvata
con una larga convergenza parlamentare e fondata su un si­
stema proporzionale corretto con un premio di maggioranza
che rafforza la coalizione vincente.
La fragilità delle coalizioni viene messa a dura prova dalle
tensioni internazionali che scuotono contesti e compatibilità
chiedendo assunzione di responsabilità e indicazioni certe:
un contingente italiano partecipa a fine 1995 a una missione
Nato in Bosnia13. L’esecutivo cerca di rassicurare alleati e
punti di riferimento, smussando gli angoli del conflitto con
le opposizioni.
La tenuta del governo è a rischio, troppi fronti aperti e
troppe titubanze. Berlusconi disarcionato inizia a tessere la tela
di una sua possibile rivincita. Serve un pretesto, un’occasione
utile per rovesciare il tavolo delle alleanze. La bocciatura di
referendum che toccano aspetti controversi del sistema ra­
diotelevisivo (massimo due reti per soggetti privati, limiti alla
raccolta di pubblicità, divieto di spot nei film) sembra ridare
forza e consensi a Berlusconi. La sua natura d’imprenditore
televisivo emerge come dato centrale di una fase che allontana
progressivamente il governo Dini dalle forze di centrodestra
che lo avevano promosso e in una certa misura lanciato nell’a­
gone politico.
Tra la fiducia all’esecutivo, la sua breve stagione legata a
TRANSIZIONE MANCATA 305

obiettivi e priorità circoscritte (manovre finanziarie, leggi sulla


previdenza, riordino del sistema radiotelevisivo, legge elettorale
regionale) e il crinale della sua crisi, si consuma un terremoto
ulteriore che modifica il profilo di diversi protagonisti. La fine
anticipata della legislatura inaugurata dal primo governo a
guida Berlusconi travolge parte della nuova geografia politica
e parlamentare. La Lega Nord è attraversata da un dissenso
interno (Maroni contro Bossi) e dalla tenaglia soffocante di
un partito che raccoglie proteste e spinte al cambiamento pur
essendo collocato in una posizione di maggioranza, prima
nell’alleanza con Berlusconi e poi nel sostegno all’esecutivo
Dini. La formula implicita del partito di lotta e di governo
non convince chi pensa di poter organizzare un fronte vasto
e radicato contro il predominio del centralismo soffocante
della capitale bocciata con l’epiteto «Roma ladrona». Bossi, in
equilibrio tra spinte e aspirazioni contrastanti, gioca la carta
dell’autonomia o della secessione minacciata per poi trattare
da una posizione di forza con i suoi interlocutori più vicini. Si
uniscono così progetti reali e a loro modo innovativi (il Parla­
mento del Nord a Mantova o la proposta di un mito fondativo
nella Padania da riscoprire e valorizzare) con la capacità di
dar voce a proteste diffuse e differenziate, rivolte contro ca­
ratteristiche e risultati del lungo processo di nazionalizzazione.
Contraddizioni difficili da tenere insieme nonostante capacità
e spregiudicatezze del gruppo dirigente leghista14.
L’altro alleato della coalizione di centrodestra vive la sua
stagione più inquieta. Il Movimento sociale italiano si scioglie,
riassorbendosi definitivamente in Alleanza nazionale, nel genna­
io 1995 quando a Fiuggi vengono poste le basi per una svolta
politica e ideologica che punta a una convergenza con le destre
conservartici di stampo continentale. Accettazione del metodo
democratico, incontro tra libertà e autorità, superamento in via
definitiva dell’equivoco di essere una forza che si richiama al
fascismo nel quadro di un sistema democratico. Un congresso
per qualificarsi come soggettività di governo, rompendo con­
testualmente con i vincoli e le eredità più imbarazzanti della
destra italiana. Non mancano oppositori interni, nostalgici
del ventennio o convinti assertori del cammino della fiamma
tricolore. Dubbi e interrogativi arrivano dall’altro fronte sulle
reali ragioni della svolta e sulla credibilità dell’operazione
Fiuggi proposta da Gianfranco Fini. Al di là delle valutazioni
306 TRANSIZIONE MANCATA

di allora e dei percorsi che seguono i primi mesi del 1995, il


volto e la fisionomia della destra italiana cambia radicalmente;
nella coalizione che si definisce strada facendo, oltre il peso e
la centralità di Berlusconi, altre forze (nuove o trasformate) si
preparano alla sfida per il governo del paese.
Tra gli eredi della Democrazia cristiana la svolta prende le
sembianze di una lancinante conflittualità senza esclusione di
colpi: la polarizzazione tra centrodestra e centrosinistra finisce
davanti ai magistrati che devono intervenire sulla spartizione e
sui lasciti contesi: sedi, giornali, simboli, riferimenti parlamenta­
ri. Un mondo che crolla fragorosamente, lasciandosi alle spalle
la stagione e persino le tracce di quella che era stata l’unità
politica dei cattolici italiani. Anche gli uomini di riferimento
sono contesi: Sturzo, De Gasperi, Moro o Fanfani vengono
utilizzati per sostenere le ragioni degli uni o i torti degli altri15.
Una discontinuità inattesa squarcia dubbi e interrogativi
quando Romano Prodi annuncia di volersi candidare alla guida
di una coalizione di centrosinistra. Vuole rispondere con un’i­
niziativa tangibile alla forza espansiva del campo rappresentato
da Berlusconi e dai suoi alleati. Un uomo dello scudocrociato,
esponente della sinistra democristiana, già presidente dellTri,
legato agli ambienti cattolici e laici del riformismo bolognese.
Prodi spinge il cattolicesimo politico verso una scelta: non si può
stare in mezzo occupando il centro in attesa di tempi migliori.
E così altri si spostano, popolando la coalizione di centrodestra
con percorsi, biografie, simboli e richiami fino alla spaccatura
tra il segretario del Partito popolare, Rocco Buttigliene (che
va verso il centrodestra) e il presidente del partito, Giovanni
Bianchi (che si colloca nel campo del centrosinistra). Il neo­
segretario Gerardo Bianco, dopo i postumi della separazione,
si allea con il centrosinistra nelle elezioni regionali del 1995, i
Cristiano Democratici Uniti di Buttigliene si muovono verso la
direzione opposta. Le nuove alleanze prefigurano all’orizzonte
una competizione con soggetti e coalizioni inedite16.
Sulla sponda sinistra la breve stagione del governo Dini
produce effetti non secondari. L’operazione Prodi mette in
moto energie e rivalità sopite. Nell’ala più estrema di Rifon­
dazione comunista un gruppo prende le distanze chiedendo
di sostenere il governo come opzione per contenere il pericolo
dell’avanzata delle destre. La costruzione della nuova alleanza
di centrosinistra accende in forme inedite le antiche divisioni
TRANSIZIONE MANCATA 307

tra riformisti e massimalisti, tra chi punta alla costruzione di


una proposta di governo e chi si concentra sulla difesa di po­
sizioni e culture alternative, testimoniando la propria esistenza.
Un passaggio chiave della lunga fase di trasformazione delle
culture politiche della sinistra novecentesca, la distinzione tra
socialisti, comunisti e socialdemocratici non regge l’urto, né
gli ambiti di ricerca che attraversano la riflessione politica e
intellettuale in Europa e in mezzo mondo. La fine del comu­
niSmo e la crisi del bipolarismo internazionale modificano in
modo irreversibile il contesto: cambiano i soggetti, le culture
di riferimento, le stesse forme e i contenuti della contesa. Ogni
tentativo di stabilizzazione in chiave interna s’inserisce in un
quadro in movimento, dagli approdi incerti e dalle connessioni
imprevedibili.
La navigazione a vista delle coalizioni litigiose o l’esperimen­
to dell’esecutivo guidato da Lamberto Dini rappresentano la
conferma più evidente che la strada del bipolarismo è lastricata
di difficoltà e incertezze. Il sistema nel suo complesso non si
stabilizza, mentre lo scontro tra i poteri dello Stato si alimenta
di nuove occasioni. Il centro del contendere rimane il confine
tra politica e magistratura. La tensione si alza quando Antonio
Di Pietro viene raggiunto da un avviso di garanzia. Il ministro
di Grazia e Giustizia del governo Dini - Filippo Mancuso - si
muove per chiedere che vengano presi provvedimenti contro
il pool milanese: ispezioni e iniziative che possano coinvolgere
l’organo di autogoverno della magistratura, il Csm. L’urgenza
finanziaria per l’approvazione della legge di bilancio fa slittare
di poche settimane il redde rationem. Solo dopo aver messo
i conti in sicurezza il guardasigilli viene sfiduciato dalla mag­
gioranza di centrosinistra che sosteneva il governo dal gennaio
1995; nel versante opposto il centrodestra chiede le dimissioni
del governo approvando contestualmente le iniziative di Man­
cuso. Un complicato intreccio di posizionamenti, appartenenze
politiche e parlamentari, un calcolo spregiudicato da parte di
molti su cosa potesse risultare conveniente a breve e nel me­
dio periodo. Il governo non può reggere spinte contrastanti e
incontrollabili: la Lega cerca ripetutamente ragioni e occasioni
per rompere con la strana coalizione di governo; tornano a
fine anno in auge i temi dell’inasprimento delle politiche di
accesso e le richieste di controllo sui flussi migratori. Una sorta
di richiamo all’elettorato leghista che indebolisce ulteriormente
308 TRANSIZIONE MANCATA

la tenuta dell’esecutivo. Il Polo delle libertà, sotto la guida


rassicurante di Berlusconi, cerca di rilanciare possibili accordi
istituzionali svuotando così il governo da prerogative e compiti
d’indirizzo costituente. All’orizzonte 1’awicinarsi della presi­
denza italiana del semestre europeo contribuisce a rafforzare
le voci e le insistenti argomentazioni volte a offrire un ambito
più credibile e solido. Sembra uno sbocco ragionevole e quasi
obbligato quello di rafforzare una convergenza parlamentare,
ampliare numeri e priorità condivise per misurarsi sulla scena
continentale. Ma le dimissioni persino scontate di Dini, visto
il venir meno del quadro precario che lo sorreggeva, aprono
la strada a una trattativa che non corrisponde alle necessità
di un passaggio delicato. I richiami condivisi sulla necessità
d’intervenire sulle regole del gioco, rivedendo assetti e mecca­
nismi istituzionali, non restano che buone intenzioni sulla carta.
Il presidente Scalfaro insiste sulla strada della ricerca di una
possibile maggioranza parlamentare: larghe intese per mettere
a tema le riforme istituzionali, impegnandosi nella presidenza
dell’Unione. Il compito di sondare possibili interlocutori al
progetto del Quirinale viene affidato ad Antonio Maccanico,
uomo delle istituzioni, tessitore di relazioni e rapporti tra­
sversali da lunga data17. Il suo compito si rivela presto una
vera e propria impresa. Da una parte la ricerca di un’ampia
convergenza parlamentare per mettere in cantiere riforme
giudicate da tutti urgenti e necessarie, dall’altra le esigenze
delle singole forze politiche proiettate verso un’imminente
campagna elettorale. Maggioranze variabili, quindi, e difficil­
mente componibili: sui sistemi elettorali o le riforme istituzio­
nali si affaccia l’ipotesi di una forma di semipresidenzialismo
(modello francese come base) quale terreno d’incontro tra i
partiti più grandi: Forza Italia, Pds e probabilmente Alleanza
nazionale. Ma il resto del Parlamento teme la marginalità di
una rappresentanza che non sarebbe in grado di competere,
nelle forme previste, dalla sfida nei collegi uninominali. La
paura prevale sul coraggio dell’innovazione, si ripresenta in
forme nuove il celebre paradosso di Kelsen secondo il quale
più un’assemblea (un Parlamento in questo caso) ha bisogno
di riforme e innovazione e meno trova le risorse al proprio
interno18. Così vengono messi da parte i tentativi orchestrati
da Maccanico per rafforzare il cammino di possibili riforme
e prendono corpo, al contrario, temi caldi del confronto tra
TRANSIZIONE MANCATA 309

le coalizioni: la giustizia innanzitutto, le garanzie su interessi


e proprietà delle aziende del mondo Fininvest. Dopo i primi
segnali su una verifica di comuni intenti, ogni ipotesi di com­
promesso tra le parti viene bollato preventivamente con il
termine «inciucio», segno indelebile di un tempo nel quale i
contenuti restano sullo sfondo, marginali e talvolta irrilevanti.
Prevale lo scontro, il muro contro muro, tanto che la caduta
del governo Dini e il fallimento del mandato esplorativo di
Maccanico avvicinano la scadenza elettorale compattando le
opposte fazioni.
Il centrosinistra guidato da Romano Prodi fa ricorso alla
simbologia deH’Ulivo come schieramento e campo di forze.
Un albero ben piantato nelle radici delle culture riformiste del
vecchio continente, riferimento alla ricchezza e alla peculiarità
del paesaggio mediterraneo. L’Ulivo nasce da una strana mi­
scela di partiti antichi (Pds, Ppi, Verdi, Socialisti) e nuovi (il
Rinnovamento italiano guidato da Dini e l’Unione democratica
promossa da Antonio Maccanico) e di aspirazioni che ne defi­
niscono un percorso più ambizioso delle stesse componenti che
10 animano. Per esaltare il meccanismo della legge elettorale
l’Ulivo mette a punto un patto di reciproca desistenza con
11 partito di Rifondazione comunista, formalmente fuori dal
perimetro dell’alleanza. Una collaborazione strategica decisa a
tavolino e calata nei diversi collegi dove l’elettorato si sarebbe
espresso per il candidato dell’Ulivo o, in altre circoscrizioni
elettorali, per i candidati scelti con Rifondazione comunista
e rappresentati sotto il simbolo dei progressisti. Un appoggio
condizionato e preventivo; una nuova conferma delle tortuose
strade imboccate dal bipolarismo italiano e della natura incerta
e contraddittoria delle coalizioni che lo esprimono.
Sull’altro versante il centrodestra si ritrova nel nuovo
«Polo per le libertà» guidato dal perno di Forza Italia e dalla
leadership indiscussa di Silvio Berlusconi. Ne fanno parte quat­
tro partiti, quello del candidato premier, Alleanza nazionale e
due segmenti della diaspora democristiana: il Centro cristiano
democratico e i Cristiano democratici uniti. La Lega Nord,
invece, rispolvera la sua natura antisistema e si scaglia contro
le due coalizioni, espressioni di un potere romano-centrico,
da combattere e rifiutare con ogni mezzo. In un clima segnato
da inchieste e presunte rivelazioni giudiziarie che coinvolgono
uomini di punta del gruppo dirigente di Forza Italia, il paese
310 TRANSIZIONE MANCATA

si avvia verso una nuova consultazione elettorale. Lo scenario


è simile a quello del 1994 con una dialettica delineata e più
matura lungo l’asse centrodestra/centrosinistra: due coalizioni
spurie e forzatamente allargate con alcuni partiti che rimangono
fuori. La scelta di chi punta al successo passa per l’allargamento
del proprio campo di forze. Più ampia è la coalizione e più
possibilità ci sono di ottimizzare il meccanismo di conteggio
previsto dal sistema elettorale.
Le elezioni generali si tengono il 21 aprile 1996; il dato
elettorale riflette le contraddizioni di un tempo inquieto.
Nella quota proporzionale il Polo per le libertà è avanti alla
Camera dei deputati, la Lega Nord, pur crescendo, non va al
di là dei suoi tradizionali radicamenti nel Nord del paese. Ma
nel riparto complessivo dei seggi l’Ulivo esce vincitore, con la
maggioranza al Senato e un successo significativo nei collegi
uninominali, pur avendo bisogno del sostegno di Rifondazione
comunista per costruire una maggioranza nella Camera dei
deputati. Una conferma del bipolarismo di coalizione in un
sofferto cambio di maggioranza che tuttavia non consolida
certezze e possibilità. Il Polo s’interroga sulle ragioni di una
sconfitta imprevista mentre l’Ulivo festeggia il risultato dell’ac­
cesso al governo per forze e culture rimaste a lungo escluse o
marginali. Sfuggono inizialmente i necessari riferimenti a una
debolezza strutturale del sistema che condizionerà il percorso
della legislatura; tra i vincitori la conquista di un traguardo
rischia di sbiadire i termini della contesa o di celebrare con
largo anticipo (immotivato e superficiale) la fine di Berlusconi
e della sua coalizione. Il tempo darà la giusta misura alla prima
affermazione dell’Ulivo e ai contenuti contraddittori di quel
passaggio di consegne.
In poco meno di un lustro erano cambiate molte cose. Pri­
ma l’uscita dalla terribile crisi economico-finanziaria del 1992
attraverso i tentativi di risanamento, a seguire l’affermazione
del bipolarismo di marca berlusconiana: la polarizzazione
vincente del 1994 e la successiva implosione di quel mondo,
l’esaurimento apparente dei richiami salvifici al nuovo mira­
colo italiano. Dopo la controversa parentesi del governo Dini
un cambio di direzione verso il centrosinistra nella forma che
aveva preso l’Ulivo guidato da Romano Prodi.
Il risultato sospinge il sistema verso l’attraversamento del
guado, superando così limiti e condizionamenti di quella che
TRANSIZIONE MANCATA 311

molti chiamano, a sproposito, transizione: l’auspicio di un pas­


saggio verso un nuovo contesto politico e istituzionale capace
di condurre il paese fuori dalle secche della precarietà. Le
ragioni dopo il voto del 21 aprile 1996 appaiono più evidenti
e condivise. Da un lato l’accesso alla stanza dei bottoni degli
eredi della cultura e della tradizione del comuniSmo italiano,
una parte maggioritaria del movimento operaio novecentesco
che attraverso il consenso democratico viene legittimata a
governare. Cade così uno degli ultimi tabù della dicotomia
comunismo/anticomunismo e uno dei più solidi argini che
la guerra fredda aveva costruito nel mondo occidentale. Tale
percorso avviene nel contesto di un’alternanza di coalizioni
nel breve spazio di pochi anni, nel passaggio da una legi­
slatura conclusa anticipatamente, all’altra: la XIII dell’Italia
repubblicana. Piani diversi convergono simultaneamente: la
legittimazione delle forze di sinistra e le spinte per l’alternanza
fisiologica tra maggioranza e opposizione si collocano dentro
un dato elettorale più fragile e contraddittorio di quanto non
appaia nei primi passi della legislatura targata Ulivo.
Il primo atto della nuova maggioranza prevede l’elezione
dei presidenti di Camera e Senato. Come era avvenuto due
anni prima a seguito dell’affermazione del Polo delle liber­
tà, il centrosinistra sceglie due uomini di punta del proprio
schieramento: Luciano Violante e Nicola Mancino. Prodi viene
chiamato dal presidente della Repubblica per formare il governo
che si qualifica con un programma improntato al risanamento
di conti pubblici ancora in bilico. Il vincolo europeo diventa
una guida irrinunciabile e condivisa: la manovra finanziaria
del 1997 prevede una riduzione della spesa e l’introduzione
contestuale di una eurotassa finalizzata al progressivo avvici­
namento ai parametri richiesti dal trattato di Maastricht, in
particolare al 3% nel rapporto tra debito pubblico e prodot­
to interno lordo. Politiche di risanamento per mettere sotto
controllo i conti rafforzando così una credibilità da costruire
e proteggere; il traguardo per molti sarebbe stato l’ingresso
nell’Unione monetaria europea come previsto dall’impianto
degli accordi firmati qualche anno prima.
Mentre il governo mette a punto le strategie di politica
economica, nei primi mesi del 1997 prende avvio la Commis­
sione parlamentare per le riforme costituzionali presieduta
dal segretario del principale partito della coalizione di cen­
312 TRANSIZIONE MANCATA

trosinistra, Massimo D ’Alema. Dopo i tentativi del 1983-85


(commissione Bozzi) e del 1993-94 (commissione De Mita
e lotti) si apre una possibilità per mettere mano, in modo
condiviso e consensuale, all’impalcatura dello Stato. I lavori si
snodano lungo la dialettica tra D ’Alema e Berlusconi, impegnati
nella costruzione di una proposta che possa rispondere alle
sollecitazioni di modernizzazione ed efficienza manifestatesi a
più riprese. Ma il terreno del confronto viene continuamente
insidiato dalle strategie dei partiti e dalle dinamiche delle due
coalizioni. Il Partito popolare con la segreteria Marini (eletto
nel gennaio 1997) rilancia la collocazione di centro nello schie­
ramento di centrosinistra, mentre l’anno dopo il Pds continua
la propria evoluzione nominalistica e identitaria prendendo la
dizione di Democratici di sinistra e favorendo contestualmente
la confluenza di segmenti provenienti dal mondo cattolico e
socialista. Nell’altro campo l’iniziativa di Francesco Cossiga
porta alla nascita di un nuovo partito (Unione democratica per
la Repubblica) che contribuisce a modificare la collocazione
delle componenti cattoliche nel centrodestra a guida Berlusconi
con il crescente protagonismo competitivo di Gianfranco Fini19.
Il quadro politico generale appare in movimento, scosso
dalle tensioni trasversali mentre i lavori della commissione
bicamerale procedono in parallelo. Una sorta di fittizia divi­
sione dei compiti: il governo, le sue scelte e le forze politiche
da una parte, il tavolo delle riforme dall’altra. Ma come pre­
vedibile i due piani paralleli finiscono per indebolire l’azione
dell’esecutivo rendendo precario il quadro d’insieme. Tutti si
dicono pronti a un impegno condiviso per rinnovare in modo
sostanziale l’impalcatura dello Stato, ma quando si tratta di dar
seguito alle proposte istituzionali, prevalgono calcoli di parte
o strategie per costruire presunti scenari vantaggiosi. Alla fine
di giugno 1997 un compromesso condiviso consolida i lavori
della commissione per le riforme, un testo riassume l’insieme
delle proposte da sottoporre al confronto pubblico e parla­
mentare. Ma si tratta di una breve illusione. Berlusconi decide
di rompere la trama che aveva contribuito a tessere. Un anno
dopo la bicamerale è morta e sepolta. Una nuova occasione
persa. Un dirigente dei Democratici di sinistra dichiara con
enfasi «La Bicamerale è morta. Sia chiaro che non è né un
suicidio né un ictus. E un omicidio e l’assassino si chiama Silvio
Berlusconi»; il leader del centrodestra stigmatizza difendendo
TRANSIZIONE MANCATA 313

la scelta di rottura: «H o sentito che qualcuno vuole farmi un


monumento. Credo che sia un titolo di assoluto merito avere
evitato cattive riforme. Quindi se qualcuno mi sta costruendo
un monumento lo ringrazio»20.
Naufragato malamente il possibile percorso costituente,
ogni precario equilibrio viene travolto da nuove sollecitazioni.
La crisi più profonda nasce nel cuore della maggioranza
che aveva vinto le elezioni quando - a fine estate 1998 - il
gruppo dirigente di Rifondazione comunista prende le distanze
dalle politiche del governo di cui fa parte. Inizia un braccio di
ferro dentro l’esecutivo : il rigore delle politiche economiche
per irrobustire il cammino europeo diventa un bersaglio di
critiche e prese di distanza. La sinistra dell’Ulivo chiede una
non meglio definita svolta sociale contro il rigore dei conti a
favore dei ceti più poveri. Una dialettica che si esaurisce nel
momento in cui Romano Prodi si sottrae al ricatto e rifiuta
contestualmente l’aiuto di altri gruppi parlamentari (Cossiga
si era dichiarato interessato). Il voto è il riflesso immediato e
crudele di una crisi parlamentare21. Il governo perde, va sotto
in una conta drammatica interna alla maggioranza. Nasce un
gruppo di scissionisti che da Rifondazione comunista esce
per sostenere l’esecutivo. Il 9 ottobre 1998 si chiude la prima
stagione dell’Ulivo: la sconfitta per un solo voto conferma le
debolezze della nuova democrazia dell’alternanza.

3. Vizi antichi e nuove virtù

Il giorno dopo la sconfitta parlamentare, nella coalizione


di centrosinistra si manifesta una dialettica tra chi chiede di
andare al più presto alle elezioni e chi è persuaso di poter
proseguire il cammino della legislatura. Il presidente Scalfaro
prende in mano le redini della crisi incaricando il segretario
dei Democratici di sinistra di formare un nuovo esecutivo.
Venuto meno il sostegno di Rifondazione comunista, non
esistono le condizioni per proseguire con la stessa formula.
Il nascente esecutivo può tuttavia contare sull’appoggio del
nuovo gruppo parlamentare guidato da Cossiga (Udeur) e
su quello del drappello di deputati e senatori appena usciti
da Rifondazione comunista (il Partito dei comunisti italiani),
guidato da Armando Cossutta, punto di riferimento della com­
314 TRANSIZIONE MANCATA

ponente filosovietica del vecchio Partito comunista italiano.


Una strana convergenza tra un ex capo dello Stato che era
stato bersaglio di critiche e iniziative d’impeachment da parte
delle sinistre e un partito che mantiene l’identità comunista
guidato da un esponente della minoranza filosovietica, avverso
alla linea berlingueriana. Un inizio per la nuova compagine
di governo inimmaginabile. Massimo D ’Alema si presenta alle
Camere nel solco delle politiche dell’Ulivo, pur modificando
la composizione del proprio riferimento parlamentare: sei
donne entrano nella squadra dei ministri, la continuità con la
prima fase della legislatura viene messa in causa da chi critica
il ritorno delle mediazioni tra partiti e settori di classe diri­
gente in assenza di un pronunciamento elettorale legittimante.
D ’Alema cerca di sospingere il proprio esecutivo fuori dalle
secche delle polemiche interne alla coalizione e al riparo dalle
critiche sul fallimento recente della commissione bicamerale.
Per i nuovi sostenitori si tratta del segno più marcato della
fine di un’epoca: il percorso di un dirigente di punta che dal
Partito comunista approda a Palazzo Chigi attraverso i passi
individuali e collettivi di una lunga e sofferta trasformazione.
Anche i commenti internazionali, le reazioni delle sedi diplo­
matiche, le analisi che giungono da Washington o dall’Unione
europea confermano che non si tratta di una svolta marginale,
né di un semplice aggiustamento di una coalizione in crisi.
La cifra qualificante dell’esecutivo che entra in carica il 21
ottobre 1998 riprende le linee guida della politica economica
del governo precedente: risanamento dei conti pubblici, Europa
come scenario e prospettiva di riferimento, gestione a bassa
intensità della conflittualità tra le componenti della maggio­
ranza; l’Ulivo più piccolo e indebolito, l’Udeur e il Partito dei
comunisti italiani. Il cammino per entrare nell’Unione monetaria
andava difeso e valorizzato, fino alla conseguenza rilevante di
condurre Romano Prodi nella primavera 1999 alla guida della
Commissione europea. Un riconoscimento prestigioso per il
fondatore dell’Ulivo, un sigillo alla politica che aveva guidato
le scelte di austerità e rigore negli anni immediatamente suc­
cessivi alla firma del trattato di Maastricht. Un esecutivo che
nasce nel solco della maggioranza uscita dalle urne, modificata
dalle scelte di parlamentari e neonati gruppi politici.
Il primo banco di prova è particolarmente impegnativo. La
crisi in Kosovo agli inizi del 1999 porta la Nato verso la scelta
TRANSIZIONE MANCATA 315

di un’offensiva militare contro la Serbia. L’Italia è coinvolta,


partecipa nella cabina di comando nel quadro di un intervento
militare che punta a fermare la pulizia etnica contro la popola­
zione albanese di stanza nella regione. L’impatto della guerra
in Kosovo scuote l’opinione pubblica internazionale. L’Italia è
geograficamente vicina, le basi di partenza per i raid aerei pre­
senti sul territorio italiano vengono messe a disposizione dell’Al­
leanza atlantica. Il governo D ’Alema è attraversato da tensioni,
distinzioni, posizionamenti: chi chiede di proseguire per mettere
il governo serbo di fronte alle proprie responsabilità, chi si ri­
chiama all’articolo 11 della Carta costituzionale (al ripudio della
guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli
e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali),
chi insiste sulla natura multipolare dell’intervento e sul carat­
tere umanitario di una missione così delicata. La maggioranza
tiene, il governo acquista credibilità e fiducia in un consesso
di alleati preoccupati per le ripercussioni dei raid aerei. L’op­
posizione di centrodestra si allinea sulle indicazioni del vertice
Nato22. La dialettica politica sui temi internazionali restituisce
un’unità di fondo alle principali forze politiche e culture della
Repubblica. Un prezioso risultato che rafforza le ragioni della
maggioranza: priorità d’impegno in teatri di crisi come poten­
ziale rilancio della credibilità complessiva del sistema paese.
Nel tempo della guerra nei Balcani si tiene un nuovo refe­
rendum elettorale con al centro il quesito sulla possibilità di
abrogare la quota proporzionale che era rimasta in piedi nel
sistema di elezione della Camera dei deputati. Per poco meno
dello 0,5% non viene raggiunto il quorum, il referendum salta
segnando pesantemente la misura di un crescente distacco dalle
forme di democrazia diretta che avevano rappresentato in vari
momenti risorse preziose cui far riferimento. Il referendum
del 18 aprile 1999, nonostante il simbolismo di una data che
richiama le origini del percorso costituente, rappresenta un
colpo alla credibilità del processo riformatore, un richiamo
alla crescita della divaricazione tra politica e società, tra forme
di partecipazione e processi decisionali.
Tale pericolosa deriva sembra arrestarsi nel momento
della scelta del successore di Scalfaro al Quirinale. In poco
tempo si crea una convergenza convinta e trasversale sul nome
di Carlo Azeglio Ciampi che raccoglie consensi da partiti e
schieramenti contrapposti. Sembra una boccata d’aria che
316 TRANSIZIONE MANCATA

interrompe tanto la dialettica asfittica tra le coalizioni quanto


il precipitare di un sentimento di critica e presa di distanze
dalla politica. La credibilità di un uomo di Stato che aveva
servito le istituzioni con dedizione e rigore diventa la cifra
distintiva di una scommessa sulla possibilità di pacificare e
stabilizzare il confronto politico. Tuttavia la tensione tra le
coalizioni non si placa, molto si muove anche all’interno dei
due schieramenti in competizione nelle elezioni europee e in
una tornata amministrativa dal significato cruciale. Per la prima
volta nella storia della Repubblica il centrodestra si afferma
nella roccaforte rossa di Bologna. Un segno dei tempi, la fine
di certezze e perimetri certi. La contendibilità di posizioni
e ruoli, in apparenza immodificabili, evidenzia ripercussioni
diffuse, legate alla fine del voto di appartenenza e alla crisi
non episodica delle identità tradizionali. Il voto bolognese
mette alle corde il centrosinistra attraversato da una dialet­
tica in parte nascosta e in parte manifesta tra chi pensa di
trasformare la coalizione dell’Ulivo in una formazione politica
stabile e unitaria e chi invece punta a mantenere le distinzioni
formali e sostanziali all’interno del campo del centrosinistra. Il
governo appare nuovamente indebolito, dopo l’approvazione
della legge di bilancio, nuove fibrillazioni mettono in causa la
tenuta dell’esecutivo. Il presidente della Repubblica conferma
il presidente del Consiglio e D ’Alema incassa una fiducia
risicata e a tempo negli ultimi giorni del 1999. Il cammino
appare segnato in modo indelebile, le elezioni regionali della
primavera 2000 sono il capolinea della coalizione guidata dal
segretario dei Ds. Il risultato appare inequivoco: il centrodestra
si ricompatta acquisendo nuovamente in pianta stabile la Lega
Nord tra le sue file e la sconfitta in molte regioni suona come
una bocciatura nei confronti delle politiche che il governo aveva
assunto. Le dimissioni del terzo governo della XIII legislatura
portano la data del 19 aprile 2000.
Due segnali importanti e in larga parte sottovalutati accom­
pagnano il primo passaggio elettorale del nuovo millennio. Il
calo dei votanti che modifica una sostanziale curva di parteci­
pazione che aveva caratterizzato l’itinerario del dopoguerra23,
la centralità che assume il tema dell’immigrazione e della pro­
paganda contro i clandestini (presunti o censiti) presenti sul
territorio nazionale. Una questione che qualifica il centrodestra
fino a diventare un collante significativo dell’accordo tra Bossi
TRANSIZIONE MANCATA 317

e Berlusconi: la costituenda «Casa delle Libertà», capace di


superare la frattura dolorosa del 1994.
Il centrodestra unito si propone nuovamente alla guida del
paese dinanzi alle divisioni e debolezze che caratterizzano il
fronte avverso. Le attenzioni si spostano sulle scelte del pre­
sidente Ciampi che non intende accelerare verso elezioni in
calendario per la primavera successiva, secondo la scadenza
fisiologica di una legislatura complicata. Il nuovo presidente
incaricato, Giuliano Amato, torna a Palazzo Chigi dopo aver
gestito e coordinato la stagione del risanamento dei primi anni
Novanta del Novecento. La maggioranza che lo sostiene si
assottiglia, ma le scadenze sono ravvicinate. La fiducia arriva
il 25 aprile, poche settimane dopo le regionali. Nel mezzo di
una crisi di governo un nuovo referendum chiama gli italiani
alle urne. Diversi i quesiti della tornata referendaria del 21
maggio 2000; alcuni rilevanti (ancora sull’abolizione della
quota proporzionale in Parlamento), altri marginali al limite
dell’insussistenza. E il responso sulla partecipazione degli
aventi diritto traccia un solco senza precedenti, una frattura
divaricante: poco meno di un terzo si reca alle urne, la curva
dell’attenzione verso le forme di partecipazione, anche quelle
dirette della democrazia referendaria, si ripiega pericolosa­
mente verso il disinteresse o la disaffezione. I promotori del
referendum sono i principali sconfitti; il governo mantiene una
sostanziale neutralità sul merito dei quesiti e sull’opportunità di
un pronunciamento popolare su questioni specifiche e delicate.
L’abuso dell’istituto referendario, il ricorso ripetuto al corpo
elettorale finisce per togliere peso e significati al momento
della scelta. La conferma della crisi delle forme della politica
(anche nella manifestazione legata al voto diretto) non attenua
la contrapposizione tra le parti ormai proiettate verso una
lunga e combattuta campagna elettorale.
Tutto appare in movimento, senza regole o appigli certi. Con
sorprendente improvvisazione il governo sceglie di far fronte
all’insistente sollecitazione dell’opposizione per forme più o
meno regolate di federalismo fiscale (la cosiddetta devolution
che avrebbe rafforzato competenze regionali in settori strate­
gici) modificando il Titolo V della Costituzione, convinto di
poter così rispondere a una sfida sui contenuti e le regole del
gioco. S’interveniva così sull’architettura dello Stato, rischiando
di lasciare un vuoto di competenze e una sovrapposizione di
318 TRANSIZIONE MANCATA

ambiti e indirizzi che si trascinerà nel corso degli anni e dei


decenni successivi. Lo stesso capo dello Stato non nasconde
contrarietà e timori verso un’iniziativa unilaterale dagli esiti
imprevedibili e quindi pericolosi.
Il campo del centrosinistra continua a essere attraversato
da divisioni e protagonismi. Dopo la crisi del governo Prodi
e le dimissioni di D ’Alema, anche Amato sarebbe stato sosti­
tuito dalla scelta di candidare il sindaco di Roma Francesco
Rutelli alla guida della coalizione di centrosinistra. Passaggi di
consegne, scelte condivise o imposte per prepararsi alla sfida
elettorale. Il sindaco di Roma aveva gestito con successo ricono­
sciuto il grande evento del giubileo 2000; si appresta a guidare
il composito centrosinistra, forte di una stagione amministrativa
di rilancio e valorizzazione della capitale, anche sullo scenario
internazionale. La sfida si protrae fino al voto del 13 maggio.
La vittoria del centrodestra appare schiacciante, anticipata da
una mossa ad effetto di Berlusconi, pronto a firmare solenni
promesse in un contratto sottoscritto durante la partecipazione
a un noto programma televisivo. Il dato numerico non lascia
adito a equivoci: una maggioranza schiacciante di 368 deputati
alla Camera e di 177 senatori nell’altro ramo del Parlamento.
Una novità rilevante che somma il successo della coalizione
nei collegi uninominali all’affermazione di Forza Italia nella
parte riservata al proporzionale, primo partito con oltre il
29% dei consensi. L’immagine di compattezza e leadership
della nuova fisionomia del centrodestra raccoglie nuovamente
una domanda di semplificazione e ordine diffusa nella società.
Sembrano tornare le condizioni del 1994: sintesi attorno a
un leader carismatico, radicamento territoriale, tenuta della
coalizione variegata. Dall’altra parte le divisioni e le incer­
tezze del centrosinistra non fanno breccia in un elettorato
segnato dalle strategie e dalle debolezze che avevano colpito
gli esecutivi nati e cresciuti nel solco dell’Ulivo. Troppi leader
in competizione tra loro, il ricorso alle costruzioni floreali,
margherita (che ebbe un risultato ragguardevole di quasi il
15%) o girasole, non riescono a mascherare una debolezza
strutturale della coalizione in debito di ossigeno.
L’esito immediato del risultato porta alla formazione del
secondo governo Berlusconi, in carica dallT l giugno 2001.
La XIV legislatura si apre nel segno della stabilità, con una
maggioranza schiacciante che elegge i presidenti di Camera e
TRANSIZIONE MANCATA 319

Senato. I primi passi confermano la forza della coalizione ma


già in estate l’entusiasmo dei vincitori viene ridimensionato
dalle dinamiche legate all’organizzazione e alla gestione del
vertice dei paesi più industrializzati del mondo che si tiene
a Genova. La riunione del G8 offre una finestra di visibilità
e prestigio, ma anche un palcoscenico ghiotto per catalizzare
forme diverse di contestazione. Cortei di protesta che attra­
versano la città mettendola a dura prova mentre i potenti
della terra s’incontrano all’interno di una zona delimitata e
circoscritta della città. La tensione è altissima e la situazio­
ne diventa incontrollabile quando le frange più estreme dei
contestatori cercano lo scontro causando feriti e contusi tra
le forze dell’ordine e i tanti pacifici manifestanti giunti da
mezza Europa. La città a margine del meeting internazionale
diventa il teatro di scontri prolungati. In una colluttazione
perde la vita un giovane manifestante, Carlo Giuliani, colpito
a morte da un carabiniere in servizio. Frange di manifestanti
distruggono negozi, vetrine, automobili in una guerriglia ur­
bana dagli esiti imprevedibili e dai costi altissimi. In serata,
quando sembra tornare la calma, la polizia fa irruzione in una
scuola base e alloggio per giovani partecipanti al social forum.
Studenti e studentesse che in parallelo seguivano i lavori del
G8 con incontri e manifestazioni scegliendo questa forma di
partecipazione e di protesta. Secondo il giudizio pronunciato
dal capo della polizia alcuni anni dopo, «una delle pagine
più buie delle forze dell’ordine nella nostra democrazia»24.
L’incursione nella scuola Diaz è un atto che viola diritti uma­
ni fondamentali, perché compiuto contro studenti inermi.
Un’ombra sinistra accompagna reazioni e comportamenti delle
forze dell’ordine in un frangente delicato; le responsabilità
e la catena di comando verranno accertati anni dopo: una
forma di repressione che allora condiziona reazioni e prese di
distanze dell’opinione pubblica. Il ministro degli Interni Clau­
dio Scajola viene accusato dalle opposizioni per una gestione
giudicata inadeguata e violenta. Il governo fa quadrato, difen­
de le proprie prerogative per ridimensionare la portata degli
scontri. Ma non durerà molto. La verità a fatica si fa strada,
grazie alle inchieste di magistrati e giornalisti e al venir meno
di coperture e connivenze sulla gestione dell’ordine pubblico
e sulle responsabilità (individuali e gestionali) per ciò che era
accaduto all’interno di una scuola in una notte di mezza estate.
320 TRANSIZIONE MANCATA

Nonostante i numeri rassicuranti di una maggioranza con­


sistente, la dialettica tra le parti non si attenua per intensità
e livore. Nei primi giorni di ottobre viene fissato il primo
referendum confermativo della storia repubblicana: il quesi­
to - senza necessità di quorum - riguarda l’approvazione della
riforma introdotta dal centrosinistra nell’epilogo conclusivo
della legislatura precedente: la modifica del Titolo V della
Costituzione come chiave, almeno nelle intenzioni dei propo­
nenti, per conferire agli enti locali maggiori competenze. La
riforma diventa così legge; le parole del presidente Ciampi,
raccolte nei suoi Diari il 28 febbraio 2001, stigmatizzano la
superficialità maldestra di un intervento che avrebbe creato
confusione e incertezza: «Infondata euforia maggioranza per
voto parlamentare su federalismo, invito al realismo»25.
Oltre ai lasciti e alle eredità della maggioranza di centrosi­
nistra in tema di riforma dello Stato, lo scontro più agguerrito
investe ancora una volta i temi della giustizia. Il governo sceglie
una linea intransigente che di fatto alimenta lo scontro con
il potere giudiziario. La proposta di un pacchetto di prov­
vedimenti contribuisce in maniera significativa a far salire la
tensione tra i poteri dello Stato: prima la depenalizzazione del
falso in bilancio, poi una norma limitativa sull’accessibilità alle
informazioni nelle rogatorie internazionali in processi pendenti
nei quali è coinvolto il presidente del Consiglio. Nel 2002
l’ultimo atto di sfida con l’approvazione della legge Cirami
(dal nome del primo firmatario) che permette agli imputati
di optare per il cambiamento della sede giudicante. Il clima
complessivo ne risente, condizionato da una conflittualità senza
fine, trascinatasi da tempo con intensità variabile. Berlusconi
si scaglia contro il pool di Mani pulite puntando il dito contro
la magistratura politicizzata (le toghe rosse); le opposizioni
abbandonano l’aula gridando allo scandalo di leggi costruite
ad personam, per tutelare interessi e prospettive del capo del
governo, fino alla crisi acuta per un progetto di legge fina­
lizzato alla tutela delle alte cariche dello Stato attraverso il
ripristino di una forma d’immunità parlamentare. Il costo di
una dialettica lacerante e prolungata diventa sempre più alto,
al limite della sostenibilità per le istituzioni coinvolte e per la
credibilità complessiva del sistema politico.
La conferma più significativa di un tessuto comune debole
e lacerato giunge dalle scelte fondamentali di politica interna­
TRANSIZIONE MANCATA 321

zionale che provocano reazioni di segno opposto. All’alba del


nuovo millennio, la mattina dell’ 11 settembre 2001 il mondo
è sconvolto dall’attacco alle Torri Gemelle di New York e alla
sede del Pentagono di Washington. Sono migliaia le vittime
del più imponente attentato terroristico perpetuato sul suolo
americano. Il mondo occidentale è scosso e cerca una risposta
comune, con il proprio perno nuovamente attorno al ruolo
degli Stati Uniti guidati da un nuovo presidente, George W.
Bush, eletto al termine di una campagna elettorale difficilissi­
ma, che lo ha visto superare di pochissimi (e contestati) voti il
vicepresidente democratico uscente, Al Gore. Dopo il terribile
attentato, lo schieramento guidato dall’amministrazione Bush
definisce una piattaforma fondata sul paradigma della lotta al
terrorismo internazionale26. Il significato, com’è noto, va ben
al di là dell’aggressione terroristica e del costo in termini di
vite umane e di paure diffuse. Violato il suolo degli Stati Uniti,
proposto al mondo uno scontro tra civiltà e culture fondato
su presunte differenze e superiorità; di nuovo l’odio e il ter­
rore come motore della storia in un portato di contraddizioni
segnate dall’emergere di vecchie e nuove pulsioni, di antichi e
moderni nazionalismi. Il contingente internazionale Euduring
Ereedom concentra la propria attenzione in Afghanistan per
colpire il cervello pensante del terrorismo, connivente con il
regime talebano. Maggioranza e opposizione, escluse le frange
estreme, trovano un terreno d’intesa e convergenza per con­
tribuire a sostenere la forza della coalizione internazionale.
Diverso il responso sui temi europei dove il ministro degli
Esteri, Renato Ruggiero, si trova spiazzato a fronte di posizioni
e distinguo provenienti dalla sua stessa compagine: settori non
marginali della maggioranza di governo avversi alle dinamiche
del processo d’integrazione continentale e al conseguente alli­
neamento dell’Italia ai principali partner europei. Il ministro
presenta le dimissioni nel 2002, poco dopo l’entrata in vigore
della moneta unica europea27.
Divisioni non componibili che torneranno in forma ben più
drammatica e conflittuale nell’ambito della condotta politica e
militare italiana nel teatro di guerra iracheno, a partire dall’in-
tervento statunitense a inizio 2003. Il contingente italiano di
quasi 3 mila unità diventa bersaglio di azioni e attentati: più
di 30 tra militari e civili perdono la vita, il 12 novembre 2003
a Nassirya, in un agguato contro l’arma dei carabinieri. Lo
322 TRANSIZIONE MANCATA

scontro investe il merito e il metodo. Nel primo ambito voci


autorevoli (dal pontefice a diversi governi europei) contrastano
la scelta di Washington d’impegnarsi direttamente nella lotta al
terrorismo con mezzi e risorse in un’area di crisi difficilmente
stabilizzabile. Come si vedrà poco tempo dopo, gli effetti e
le ripercussioni saranno di difficile gestione e indirizzo su
tutto lo scacchiere mediorientale. Sul versante del metodo, la
spregiudicata iniziativa personale del presidente del Consiglio
mette alle strette le forme e i controlli nelle linee guida della
politica estera italiana: il Quirinale denuncia una sua messa ai
margini, la Farnesina viene scavalcata da relazioni e dinami­
che che accompagnano l’impegno italiano in Iraq. Berlusconi
difende le proprie ragioni, rafforza un asse con Bush e Putin
mettendo in tensione una parte costitutiva dell’equilibrio tra i
poteri. Senza esagerazioni, si tratta della crisi più profonda e
lacerante della Repubblica bipolare. Il piano delle relazioni tra
quadro interno e contesto internazionale scivola su un crinale
pericoloso, i compiti d’indirizzo e vigilanza dalla condivisione
di responsabilità comuni passano sotto l’attivismo individua­
le di quella che il presidente della Repubblica chiamerà «la
diplomazia parallela di Palazzo Chigi»28. Emblematica in tal
senso la tensione diplomatica che s’innalza quando, in apertura
del semestre italiano di presidenza dell’Unione europea, il
presidente del Consiglio Berlusconi accusa Martin Schulz (par­
lamentare tedesco, capogruppo del Partito socialista europeo)
di assumere atteggiamenti da «kapò», riesumando grossolani
stereotipi discriminatori (2 luglio 2003 )29.
Di converso la dimensione interna è attraversata da una
conflittualità crescente che si manifesta sui temi del mercato del
lavoro a partire da una mozione governativa che si propone di
intervenire sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori cassando
il principio della giusta causa nelle procedure di licenziamen­
to. La Cgil decide di non accettare la proposta e di costruire
le condizioni di una grande mobilitazione confluita nelle vie
della capitale il 23 marzo 2002, in difesa dell’articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori e contro il terrorismo. Uno scontro sul
tema lavoro che mette di fronte su sponde opposte settori
del sindacato e maggioranza di governo, dopo che l’offensiva
brigatista colpisce il 19 marzo 2002 il giurista Marco Biagi,
consulente del lavoro e collaboratore del ministro leghista
Roberto Maroni. Un nuovo segno di degenerazione, con una
TRANSIZIONE MANCATA 323

sorprendente e sinistra simmetria. Tre anni prima era stato


freddato dal piombo brigatista Massimo D ’Antona collabo­
ratore del ministro del Lavoro Antonio Bassolino, nel primo
governo D ’Alema. Il terrorismo torna a uccidere colpendo
figure di confine, uomini delle competenze e del dialogo, come
era avvenuto negli anni e nei decenni precedenti.
Il profilo del governo nel riformismo interventista che lo
contraddistingue radicalizza le posizioni e i fronti contrappo­
sti: il sindacato si oppone attirando consensi e interlocutori
nella funzione di catalizzatore di una crescente opposizione
al disegno berlusconiano. Il fronte organizzato o spontaneo
va ben al di là del significato di merito sull’articolo 18 e delle
aziende italiane che avrebbero potuto far ricorso a una nuova
normativa con minori tutele per il lavoratore. Il tema diventa
scottante e divisivo, una delle cifre qualificanti dello scontro
sociale tra destra e sinistra. La mancata protezione del professor
Biagi e le successive frasi infelici e imbarazzanti del ministro
Scajola a proposito di disposizioni ministeriali sul servizio di
scorta, portano il ministro alle dimissioni lasciando una scia
di interrogativi e accuse incrociate. Il patto di collaborazione
tra le sigle sindacali viene indirettamente rinsaldato dal con­
fronto con il governo sulla riforma delle pensioni varata nei
primi mesi del 2004.
Nonostante il successo e il conseguimento di una consi­
derevole forza numerica in Parlamento, la navigazione dell’e­
secutivo non risulta semplice né costruttiva. Alle roboanti
dichiarazioni sulle opere pubbliche da inaugurare o sulla
centralità dell’avvio della costruzione del ponte di Messina, si
affiancano insuccessi e battute d’arresto. Da settori della mag­
gioranza rimbalzano con insistenza posizioni che confermano
un impianto di tipo secessionista. Dal 2004 la Lega Nord ri­
prende il filo di un’iniziativa che scuote la coalizione ponendo
al centro del dibattito temi controversi e divisivi: la devolution
che avrebbe favorito competenze e poteri legislativi alle regio­
ni, la prospettiva di un Senato federale e più in generale un
quadro di contrapposizione disordinata alle forme dell’archi­
tettura dello Stato. Nel frattempo si manifestano ulteriori
tensioni con il potere giudiziario sul tema delle carriere dei
giudici e su una possibile divisione tra pubblico ministero e
collegio giudicante. Conflitti manifesti o striscianti tra politica
e magistratura che ormai attraversano una lunga fase della
324 TRANSIZIONE MANCATA

storia della Repubblica, condizionando la dialettica tra mag­


gioranza e opposizione.
Le consultazioni europee del 2004 confermano la realtà di
un paese spaccato a metà: un sostanziale pareggio tra forze
riconducibili alle due coalizioni impegnate continuamente in
una competizione con regole e contenuti difformi. Nelle tornate
amministrative, anche in significativi comuni, il centrosinistra
riprende consensi e visibilità a fronte di un inasprimento del
confronto interno alla maggioranza in chiave antileghista.
Berlusconi cerca di attenuare litigiosità e divisioni. Con deci­
sione interviene sulla composizione della squadra dei ministri
sollevando dalle responsabilità istituzionali controverse figure
chiave: il ministro dell’Economia Tremonti, il referente più di­
retto delle posizioni della Lega, viene così sostituito nel luglio
del 2004 da Domenico Siniscalco. La firma dei Trattati costitu­
zionali europei che si tiene a Roma il 29 ottobre 2004 sembra
rinsaldare il posizionamento italiano nello scenario continentale,
rassicurando alleati e possibili interlocutori sulla natura e le
priorità della coalizione. Una breve tregua che tuttavia non
consente di invertire la rotta. Dopo il passaggio delle elezioni
regionali l’esecutivo va in crisi, il collante non sembra tenere
più, si affacciano nuovamente fantasmi del passato sull’insop-
primibile litigiosità delle coalizioni. Pochi giorni d’incertezza,
poi il presidente Ciampi incarica nuovamente Berlusconi che
riesce a ottenere la maggioranza del consenso parlamentare il
23 aprile 2005. Un breve intermezzo interrompe così la strada
all’esecutivo più longevo della storia della Repubblica.
Il terzo governo a guida Berlusconi si muove nell’ottica di
un’imminente sfida elettorale in un’estenuante campagna che
si protrae per poco più di un anno. Due le novità sostanziali.
Il cambiamento della legge elettorale su proposta della Casa
delle Libertà e successiva approvazione delle Camere il 21 di­
cembre 2005: si torna al meccanismo semi-proporzionale, con
un premio di maggioranza del 55% alla Camera dei deputati
per la coalizione più votata e un premio analogo distribuito
su base regionale al Senato. La fase incerta del sistema ten­
denzialmente bipolare si chiude, senza particolari contrasti o
conflitti. Un tragitto troppo breve, una pagina colma di spe­
ranze e contraddizioni viene repentinamente messa da parte.
L’altra novità riguarda il campo dell’opposizione che si
organizza in vista del voto. Un campo ampio di forze variegate
TRANSIZIONE MANCATA 325

confluite nell’Unione che nell’ottobre 2005 sceglie attraverso le


primarie il proprio candidato. L’affermazione attesa di Romano
Prodi si accompagna alla rilevante cifra dei partecipanti al
processo decisionale, frutto di una straordinaria mobilitazione
nelle elezioni primarie, le prime che si svolgono su scala nazio­
nale nel nostro paese: oltre 4 milioni d’italiani contribuiscono
attivamente a definire lo sfidante di Berlusconi.

4. Eurozona

Nella confusa alternanza di coalizioni e governi, una scelta


sembra consolidare e guidare i riferimenti del centrosinistra
(può essere utile richiamarlo prima che la campagna eletto­
rale del 2006 entri nel vivo): il varo della moneta unica. Una
sorta di missione, un punto di riferimento che dalle strategie
di risanamento dei governi Amato e Ciampi viene rilanciata e
rafforzata dall’impegno di successivi esecutivi fino all’ingresso
dell’Italia tra i promotori durante il primo governo Prodi. D e­
cisivo in tal senso l’impegno e la caparbietà di Carlo Azeglio
Ciampi, convinto che si sarebbe aperto uno spazio importante,
quello del rilancio di un impegno continentale nella prospettiva
storica della moneta unica.
Rimane il lascito più forte di un’intera stagione, persino
al di là delle intenzioni dei protagonisti. Chi è convinto della
scelta per l’euro pensa che la prospettiva sia percorribile e
lega a tale indirizzo ogni ipotesi di sviluppo e rafforzamento
del sistema paese. Un nuovo vincolo esterno in grado di rac­
cogliere energie e risorse, proiettandole al di là delle strettoie
contingenti. Un orizzonte ideale e concreto al tempo stesso;
un indirizzo di lavoro in una cornice identitaria che non dif­
ferisce da altri momenti del passato fondati sulla centralità e il
vincolo di una nuova Europa da costruire. Per molti si tratta
dell’eredità e del compimento di una generazione che ritrova
slancio e funzioni tornando alle proprie radici e ai lasciti più
fecondi del secondo conflitto mondiale. Quando tutto sembra
complicato e difficile sotto il peso di veti incrociati, sfiducie e
ricatti celati, la missione di far entrare l’Italia nell’euro diventa
un rifermento che unisce, mitiga differenze e litigiosità, offre
una prospettiva credibile oltre il caos apparente delle coalizioni
instabili. Un ragionamento condiviso che sin dalle prime mosse
326 TRANSIZIONE MANCATA

si presenta sotto diversi profili: un disegno articolato di politica


economica e monetaria, una prospettiva da offrire al paese,
un progetto politico, un’impresa e una sfida che può unire e
rafforzare la ragioni di una comunità. L’Europa come orizzonte
e antidoto contro le guerre del passato, le paure del mondo
contemporaneo, le chiusure negli egoismi e nei particolarismi
nazionali. Consolidare il cammino di conquiste e risultati del
lungo dopoguerra europeo significa misurarsi su obiettivi e
progetti ambiziosi dopo la fine della guerra fredda.
Un passaggio che col tempo si è confermato cruciale per
il cammino dell’Italia e per le sorti del disegno continentale.
Il progetto dell’euro senza l’Italia sarebbe rimasto schiacciato
su una prevalenza franco-tedesca, perdendo la caratteristica
geopolitica della proiezione sul Mediterraneo, su culture
e storie differenti tenute insieme da un possibile destino
comune. L’esito della partecipazione italiana sin dall’inizio
degli anni Novanta del Novecento non era scontato, in molti
prevedevano un insuccesso annunciato, un’incapacità strut­
turale insormontabile. Le debolezze del sistema paese, unite
agli interessi dell’Europa dei forti, non lasciavano spazio a
facili ottimismi. Per chi s’impegnava nella nuova missione,
la strategia perseguita assumeva i tratti di una lunga rincorsa
dall’esito positivo, motivata dalla convinzione che bisognasse
partecipare sin dall’inizio, dai primi passi della moneta unica in
linea con la storia di un paese fondatore dell’Europa comune
post-bellica. Una scelta in sintonia con le stringenti necessità
economiche dell’Italia e con un diffuso sentimento di simpatia
e partecipazione verso l’Europa, fino al punto di poter fissare
una tassa per le famiglie (nel decreto di fine anno del 1996) e
poi creare le condizioni di una successiva restituzione. Come
ha ricordato Carlo Azeglio Ciampi:

C’è stata una condivisione oltre ogni previsione. In un anno po­


nemmo il paese di fronte alla scelta di accelerare il risanamento dei
conti pubblici in modo da integrarci subito nell’euro, a costo di sacrifici
per tutti. Si arrivò ad adottare una sorta di «tassa sull’Europa» per
raggiungere i criteri di Maastricht e l’Italia corrispose; una partecipa­
zione piena per un’occasione che non si doveva perdere. Riuscimmo
a trasmettere e comunicare la vera posta in palio perché si trattava di
una scelta europea, e le scelte europee sono sempre state condivise a
larga maggioranza dal popolo italiano30.
TRANSIZIONE MANCATA 327

A fine secolo la strategia complessiva comincia a prendere


le sembianze di una convincente rincorsa, un impegno di lunga
lena. Più si procede nell’accreditamento dell’Italia come di un
possibile socio fondatore e più si ottengono vantaggi immediati
sui tassi d’interesse e sulla credibilità del sistema fuori dai confi­
ni nazionali. Abilità o astuzia? Ci si è chiesti successivamente31.
Probabilmente entrambe le componenti hanno avuto un ruolo
in quelle frenetiche settimane di avvicinamento all’obiettivo
ambizioso. Il contesto rimane particolarmente difficile, anche
in presenza di timidi segnali di incoraggiamento. Motivazioni
di fiducia condivisa che, dopo le prime timide reazioni, diven­
tano motore di una strategia vincente. Entrare sin dall’inizio
nell’Eurozona significa abbattere il divario e godere dei vantaggi
di tassi d’interesse ridotti progressivamente. Non mancano,
com’è ormai noto, resistenze, difficoltà, atteggiamenti diffusi
di distacco da una prospettiva giudicata poco credibile e irrea­
lizzabile. Un dato positivo e incoraggiante viene dall’assenza
di ostacoli precostituiti e opposizioni pregiudiziali. Chi non
ci crede si fa da parte in attesa del responso finale, pronto
magari a presentare il conto.
Una convergenza d’interessi e atteggiamenti non banale. Un
filo che lega stagioni e passaggi del sistema politico italiano;
una lettura delle strategie economiche proiettata verso obiettivi
finali e conquiste realizzabili. Se allarghiamo l’orizzonte di
osservazione comprendendo un periodo di tempo più lungo
nella transizione italiana, questo atteggiamento costruttivo si
ridimensiona e anche il filo di continuità nelle politiche eco­
nomiche o della spesa è meno robusto e duraturo. Si tratta di
un dato non secondario che qualifica il periodo evidenziando
come sia stato molto complicato poter mantenere quella unità
di intenti e azione che caratterizza (non in modo univoco e
costante) il tempo che va dai primi anni Novanta del Nove­
cento fino all’ingresso nell’euro. Venuto meno il contesto di
quella stagione tutto diventa più difficile. Spesso si è perso
di vista l’obiettivo di riferimento. In quella rincorsa inattesa
si mobilitano risorse diverse. Uno spirito di squadra comple­
tato dalla convergenza tra sindacati e Confindustria, partecipi
dell’accordo del 1993 e sostenitori delle politiche di ingresso
nell’Eurozona. I vantaggi confermano un interesse trasversale;
del resto quando scendono i tassi il beneficio riguarda tutti.
Anche la Banca d’Italia fa la sua parte, collaborando alla riuscita
328 TRANSIZIONE MANCATA

dell’obiettivo finale. Si tratta quindi di uno sforzo collettivo,


un’opera di convincimento empirico, dati alla mano, inserita
e collocata in un disegno di ampio respiro in una visione che
va al di là del contingente. Più il tempo ci allontana da quel
passaggio e più appare sbiadita e compromessa quella visione
d’insieme sottesa alla rincorsa verso l’euro. E non di meno quel
diffuso sentimento di favore e partecipazione verso l’Europa
e i suoi sentieri si è progressivamente indebolito32.
Un terreno di confine, un crocevia tra la ricerca di una
nuova Repubblica e le suggestioni di un possibile allargamento
degli orizzonti, conseguenza dei mutati confini dell’Unione
europea. Il varo della moneta unica raccoglie entusiasmi e
conferme dai partecipanti all’impresa. L’Eurozona diventa un
campo di forze in grado di prefigurare nuovi scenari anche
sulla scala della competizione globale. Il risultato del governo
italiano appare come la sorpresa più grande, un traguardo
inatteso sul quale in pochi avrebbero scommesso, anche poco
tempo prima. Alla sconfitta di resistenze e scetticismi si ac­
compagna un diffuso sentimento di condivisione, l’orgoglio
di aver raggiunto un risultato di primaria importanza per il
futuro del paese. Si afferma una chiave di lettura