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In copertina: René Magritte, La spiegazione, 1952 (particolare).

PICCOLA ENCICLOPEDIA
• 126 •
GEORGES BATAILLE
L’ANO SOLARE

A CURA E CON UNO SCRITTO DI SERGIO FINZI

SE
Titoli originali: L’anus solaire; Dossier de l’oeil pinéal

© 1998 SE SRL

ISBN 978-88-7710-922-4
L’ANO SOLARE
È chiaro che il mondo è puramente parodistico, qualsiasi cosa si guardi
è la parodia di un’altra, o ancora la stessa cosa sotto una forma
ingannevole.
Da quando le frasi circolano nei cervelli intenti a riflettere, ci siamo
avviati verso un’identificazione totale, poiché per mezzo di una copula
ogni frase connette una cosa all’altra; e tutto sarebbe visibilmente legato
se con un solo sguardo si scoprisse nella sua totalità la traccia lasciata da
un filo di Arianna capace di condurre il pensiero nel proprio labirinto.
Ma la copula dei termini non è meno stimolante di quella dei corpi. E
quando io grido: IO SONO IL SOLE, ne risulta un’erezione integrale,
perché il verbo essere è il veicolo della frenesia amorosa.

Tutto il mondo ha coscienza che la vita è parodistica e che manca una


interpretazione.
Così il piombo è la parodia dell’oro.
L’aria è la parodia dell’acqua.
Il cervello è la parodia dell’equatore.
Il coito è la parodia del delitto.

L’oro, l’acqua, l’equatore o il delitto possono indifferentemente essere


enunciati come il principio delle cose.
E se l’origine non è simile al suolo del pianeta che ci appare come la
base, ma al movimento circolare che il pianeta descrive intorno a un
centro mobile, una vettura, un orologio o una macchina da cucire
possono ugualmente essere accettati come principio generatore.

I due principali movimenti sono il movimento rotativo e il movimento


sessuale, la cui combinazione è espressa da una locomotiva composta di
ruote e pistoni.
Questi due movimenti si trasformano l’uno nell’altro reciprocamente.
È così che si vede che la terra girando fa accoppiare gli animali e gli
uomini e (poiché il risultato è tanto la causa quanto ciò che lo provoca)
che gli animali e gli uomini fanno girare la terra accoppiandosi.
È la combinazione o trasformazione meccanica di questi movimenti
che gli alchimisti ricercavano sotto il nome di pietra filosofale.
È per l’impiego di questa combinazione di valore magico che la
situazione attuale dell’uomo è determinata in mezzo agli elementi.

Una scarpa abbandonata, un dente guasto, un naso troppo corto, il


cuoco che sputa nel cibo dei suoi padroni stanno all’amore come la
bandiera alla nazionalità.
Un parapioggia, una sessagenaria, un seminarista, l’odore delle uova
marce, gli occhi abbagliati dei giudici sono le radici di cui l’amore si
nutre.
Un cane che divora lo stomaco di un’oca, una donna ubriaca che
vomita, un contabile che singhiozza, un vaso di mostarda rappresentano
la confusione che fa da veicolo all’amore.
Un uomo messo in mezzo ad altri uomini è spinto a chiedersi perché
non è uno degli altri.
Steso su un letto vicino a una fanciulla che ama, si dimentica di non
sapere perché è se stesso invece di essere il corpo che tocca.
Senza saperne nulla, egli soffre a causa dell’oscurità dell’intelligenza
che gli impedisce di gridare che è lui la fanciulla che dimentica la sua
presenza delirando tra le sue braccia.

O l’amore, o la collera infantile, o la vanità di un’ereditiera di provincia,


o la pornografia clericale, o il solitario di una cantatrice dirottano dei
personaggi smarriti in appartamenti polverosi.
Avranno un bel cercarsi avidamente a vicenda: essi non troveranno mai
che delle immagini parodistiche e si addormenteranno vuoti come
specchi.

La fanciulla assente e inerte che è sospesa alle mie braccia senza


sognare non è più estranea a me che la porta o la finestra attraverso le
quali posso guardare o passare.
Io ritrovo l’indifferenza (che le permette di lasciarmi) quando mi
addormento per incapacità di amare ciò che viene.
A lei è impossibile sapere chi ritrova quando la stringo perché persegue
ostinatamente un oblio completo.
I sistemi planetari che ruotano nello spazio come dei dischi rapidi e il
cui centro si sposta egualmente descrivendo un cerchio infinitamente più
grande non si allontanano continuamente dalla propria posizione che per
ritornare a essa completando la propria rotazione.
Il movimento è figura dell’amore che, incapace di fermarsi su un essere
in particolare, si sposta rapidamente dall’uno all’altro.
Ma l’oblio che così lo condiziona non è che un sotterfugio della
memoria.

Un uomo sorge bruscamente come uno spettro sopra una tomba e si


abbatte allo stesso modo.
Si rialza qualche ora dopo poi si abbatte di nuovo e così di seguito ogni
giorno: questo grande coito con l’atmosfera celeste è regolato dalla
rotazione terrestre di fronte al sole.
Così, benché il movimento della vita terrestre sia ritmato da questa
rotazione, l’immagine di questo movimento non è la terra ruotante ma la
verga che penetra la femmina e ne esce quasi interamente per rientrarvi.

L’amore e la vita appaiono individuali sulla terra solo perché tutto è


spezzato da vibrazioni di ampiezza e di durata diverse.
Tuttavia, non vi sono vibrazioni che non siano coniugate con un
movimento continuo circolare, come la locomotiva che rolla sulla
superficie della terra, immagine della metamorfosi continuata.

Gli esseri non trapassano che per nascere allo stesso modo dei falli che
escono dai corpi per entrarvi.
Le piante s’innalzano nella direzione del sole e s’abbattono
successivamente nella direzione del suolo.
Gli alberi coprono il suolo terrestre di una quantità innumerevole di
verghe fiorite drizzate verso il sole.
Gli alberi che si slanciano con forza finiscono bruciati dal fulmine o
abbattuti, o sradicati. Ritornati al suolo, si rialzano gli stessi sotto un’altra
forma.
Ma il loro coito polimorfo è funzione della rotazione terrestre uniforme.

L’immagine più semplice della vita organica unita alla rotazione è la


marea.
Dal movimento del mare, coito uniforme della terra con la luna,
procede il coito polimorfo e organico della terra e del sole.
Ma la prima forma dell’amore solare è una nuvola che si alza al di sopra
dell’elemento liquido.
La nuvola erotica diventa talvolta tempesta e ricade verso la terra sotto
forma di pioggia mentre il fulmine penetra gli strati dell’atmosfera.
La pioggia si raddrizza immantinente sotto forma di pianta immobile.

La vita animale è derivata interamente dal movimento dei mari e,


all’interno dei corpi, la vita continua a uscire dall’acqua salata.
Il mare ha giocato così il ruolo dell’organo femminile che diventa
liquido sotto l’eccitazione della verga.
Il mare si accarezza continuamente.
Gli elementi solidi contenuti e agitati dall’acqua animata da un
movimento erotico ne scaturiscono sotto forma di pesci volanti.

L’erezione e il sole scandalizzano come il cadavere e l’oscurità delle


cantine.
I vegetali si dirigono uniformemente verso il sole e, inversamente, gli
esseri umani, benché siano falloidi, come gli alberi, in opposizione agli
altri animali, ne distolgono necessariamente gli occhi.
Gli occhi umani non sopportano né il sole, né il coito, né il cadavere,
né l’oscurità, ma con reazioni differenti.

Quando è iniettato di sangue, il mio viso diventa rosso e osceno.


Esso tradisce nello stesso tempo, con dei riflessi morbidi, l’erezione
sanguigna e una sete esigente d’impudicizia e di crapula criminale.
Così io non temo di affermare che il mio viso è uno scandalo e che le
mie passioni non sono espresse che dal GESUVIO.
Il globo terrestre è coperto di vulcani che gli servono da ano.
Benché questo globo non mangi niente, rigetta spesso il contenuto
delle sue viscere.
Questo contenuto sgorga con frastuono e ricade scorrendo sulle
pendici del Gesuvio, spandendo ovunque la morte e il terrore.
Certo, i movimenti erotici del suolo non sono fecondi come quelli delle
acque ma sono molto più rapidi.
La terra si scuote talvolta con frenesia e tutto crolla alla sua superficie.

Il Gesuvio è così l’immagine del movimento erotico che dà per


effrazione alle idee contenute nello spirito la forza di un’eruzione
scandalosa.

Coloro nei quali si accumula la forza di eruzione sono necessariamente


situati in basso.
Gli operai comunisti appaiono ai borghesi così laidi e così sporchi come
le parti sessuali e villose, o parti basse: presto o tardi di là verrà
un’eruzione scandalosa nel corso della quale le teste asessuate e nobili dei
borghesi saranno mozzate.

Disastri, le rivoluzioni e i vulcani non fanno l’amore con gli astri.


Le deflagrazioni erotiche rivoluzionarie e vulcaniche sono in
antagonismo con il cielo.
Allo stesso modo degli amori violenti, esse si producono in rotta con la
fecondità.
Alla fecondità celeste si oppongono i disastri terrestri, immagine
dell’amore terrestre senza condizione, erezione senza sfogo e senza
regola, scandalo e terrore.

È così che l’amore grida nella mia gola: io sono il Gesuvio, immonda
parodia del sole torrido e accecante.
Io desidero essere sgozzato mentre vìolo la fanciulla cui avrei potuto
dire: tu sei la notte.
Il Sole ama esclusivamente la Notte e dirige verso la terra la sua
violenza luminosa, verga ignobile, ma si trova nell’incapacità di colpire lo
sguardo o la notte anche se le distese terrestri notturne si dirigono
continuamente verso l’immondezza del raggio solare.

L’anello solare è l’ano intatto del suo corpo di diciotto anni al quale
niente di così accecante può essere paragonato a eccezione del sole,
benché l’ano sia la notte.
DOSSIER DELL’OCCHIO PINEALE
IL GESUVIO

Ho acquistato su quello che mi capita un potere che mi sconvolge:


poiché tutto quanto segue è connesso con la pratica tradizionale del
«sacrificio», non esito a scrivere, benché ciò appaia ai miei occhi
penosamente comico, un potere analogo a quello del prete che sgozza
una vacca. Nel momento in cui il prete armato di un coltello (e con il
prete una lurida morte) si dirige verso la vacca, una bestia qualunque che
ruminava in un pascolo e che niente differenziava da qualsiasi altra vacca
è divenuta una divinità a causa del cerchio tracciato intorno alle sue
gambe. Così questo prete ha subito la possibilità di aprire la gola
dell’essere che aveva voglia di sgozzare.
La pratica del sacrificio è oggi caduta in disuso e tuttavia essa è stata,
secondo il parere unanime, un’azione umana più significativa di qualsiasi
altra. Le diverse tribù, indipendentemente le une dalle altre, hanno
inventato diverse forme di sacrificio allo scopo di rispondere a un bisogno
altrettanto inevitabile che la fame. Non è dunque sorprendente che la
necessità di soddisfare un simile bisogno, nelle condizioni di vita attuali,
porti un uomo isolato a una condotta scucita e anche stupida.
Alludo così a una serie di bazzecole, di meschinerie e di aberrazioni tali
che nessuno vorrebbe indugiarvi sopra, nel timore di cadere in
sottigliezze di sensazione o in complicazioni intellettuali apparentemente
senza sbocco. Devo dunque insistere fin d’ora sul fatto che in
quest’ordine di cose non è il carattere singolare né la minuzia esasperante
di queste faccende che mi sembra presentare un interesse esterno a me
ma solamente un certo risultato intravisto per mezzo di divagazioni
disgustose. Ciò che è necessario entri nella coscienza, dei meccanismi di
complessità insolita, ha un valore strettamente limitato, ed è quasi odioso
che certe cose non siano rimaste allo stato inconscio, ma poiché non si
tratta di attenersi onestamente a ciò che è già conosciuto, non vedo
nessuna ragione di non provocare violentemente i miei compagni con
stranezze forse inaspettate, perfino entrando in dettagli che altri, in
apparenza più virili, giudicheranno fastidiosi e decadenti.

L’OCCHIO PINEALE

Interpretazione a parte, tutta la concezione - e nello stesso tempo


l’ossessione - espresse dall’immagine dell’occhio pineale ed esposte qui
appresso risalgono all’inizio dell’anno 1927, esattamente all’epoca in cui
scrissi l’Ano solare, cioè un anno prima che l’occhio mi sia apparso
definitivamente legato a delle immagini della tauromachia. Credo
necessario fornire questi dati cronologici prima di passare a delle
considerazioni di ordine molto generale, perché queste considerazioni
presentano rapporti indissolubili con fatti così insignificanti come la
produzione di una serie di immagini.
L’occhio pineale risponde probabilmente alla concezione anale (cioè
notturna) che mi ero fatta primitivamente del sole e che esprimevo allora
in una frase come «l’ano intatto… al quale niente di così accecante può
essere paragonato a eccezione del sole (benché l’ano sia la notte)». Mi
raffiguravo l’occhio in cima al cranio come un orribile vulcano in
eruzione, proprio con il carattere losco e comico che si attribuisce al di
dietro e alle sue escrezioni. Ora l’occhio è senza alcun dubbio il simbolo
del sole abbagliante e quello che io immaginavo in cima al mio cranio era
necessariamente infuocato, essendo votato alla contemplazione del sole al
sommo del suo splendore. L’immaginazione antica attribuisce all’aquila
in quanto animale solare la facoltà di contemplare il sole faccia a faccia.
Del resto l’interesse eccessivo per la semplice rappresentazione
dell’occhio pineale è necessariamente da interpretare come una voglia
irresistibile di diventare sole (sole cieco o sole accecante, poco importa).
Nel caso dell’aquila come nel caso della mia immaginazione l’atto di
guardare in faccia equivale all’identificazione. Ma il carattere crudele e
dirompente di questa voglia assurda appare subito dal fatto che l’aquila è
precipitata dall’alto dei cieli, e per quanto riguarda l’occhio che si apre in
mezzo al cranio, il risultato, anche immaginario, è molto più terrificante,
benché sia spaventosamente ridicolo.
A quell’epoca, io non esitavo a pensare seriamente alla possibilità che
quest’occhio straordinario finisse per farsi strada realmente attraverso la
parete ossea della testa, perché credevo necessario che dopo un lungo
periodo di servilità gli esseri umani avessero un occhio speciale per il sole
(mentre i due occhi che sono nelle orbite se ne allontanano con una
specie di ostinazione stupida). Non ero pazzo ma davo senza dubbio
eccessiva importanza alla necessità di uscire in una maniera o nell’altra
dai limiti della nostra esperienza umana e mi disponevo in modo
abbastanza torbido perché la cosa più improbabile del mondo (perfino la
più sconvolgente, qualcosa come la bava alla bocca) mi apparisse come
necessaria. Mi rappresentavo da una parte i vegetali che sono
uniformemente animati da un movimento verticale analogo a quello della
marea che solleva regolarmente le acque, dall’altro lato gli animali
animati da un movimento orizzontale analogo a quello della terra che
gira. Arrivavo così a delle riduzioni che erano estremamente semplici e
geometriche ma nello stesso tempo mostruosamente comiche (per
esempio vedevo che il movimento alternativo dei coiti sulla superficie
della terra è simile a quello dei pistoni di una locomotiva in modo che i
coiti continui sulla superficie del suolo erano tanto strettamente legati alla
rotazione della terra quanto il movimento dei pistoni a quello delle
ruote). L’uomo appariva in questo sistema brutale come un animale
eccezionalmente animato dal movimento di erezione che proietta le
piante nella direzione del cielo, paragonabile ai mammiferi maschi che si
rizzano sulle zampe posteriori nei loro impeti, ma molto più
categoricamente eretto, eretto come un pene.

Non esito, anche oggi, a scrivere che queste prime considerazioni sulla
posizione dei vegetali, degli animali e degli uomini in un sistema
planetario, lungi dall’apparirmi unicamente assurde, mi sembra che
possano costituire la base di ogni considerazione sulla natura umana.
Effettivamente è da questo punto che intraprendo una certa esposizione
preliminare che solo recentemente ho elaborato in modo meticoloso. A
mio avviso è estremamente curioso constatare nel corso dell’erezione
progressiva che va dal quadrupede all’homo erectus che l’ignominia di
aspetto aumenta fino a raggiungere proporzioni orribili dal grazioso
lemure, ancora quasi orizzontale, appena barocco, fino al gorilla. Da qui,
al contrario, l’evoluzione dei primati prosegue nel senso di una bellezza
di aspetto sempre più nobile attraverso Pitecanthropus erectus e Homo
neanderthalensis, tipi primitivi dall’erezione ancora incompleta, fino
all’Homo sapiens che raggiunge solo fra tutti gli animali una rigidità e
una rettitudine radicali nell’esercizio militare. Se una razza come la razza
umana non ha potuto nascere direttamente da una specie animale di
aspetto nobile e soltanto da una specie di origine nobile ma divenuta
come una ripugnante sozzura in rapporto all’insieme dei mammiferi, non
è forse possibile guardare le natiche oscene e merdose di certe scimmie
con la disinvoltura abituale. Non c’è fanciullo che non abbia ammirato
una volta o l’altra, nei giardini zoologici, queste impudiche protuberanze,
specie di crani escrementali dai colori abbaglianti, talvolta variegati, che
vanno dal rosa vivo a un violetto madreperlaceo straordinariamente
orribile. È verosimile che un certo potenziale di splendore e di
abbagliamento propri alla natura animale e generalmente orientato verso
la testa (l’apertura boccale), tanto negli uomini che negli altri animali,
abbia potuto dirigersi nelle scimmie all’estremità contraria, cioè verso
l’apertura anale. Questa ripugnante anomalia potrebbe essere presa in
una maniera abbastanza logica come l’indice di una natura senza
equilibrio (lo stato di equilibrio essendo dato dalla posizione orizzontale
comune). È vero che gli uccelli hanno trovato un equilibrio in una
posizione intermediaria ma è abbastanza evidente che si tratta di un
equilibrio nuovo interamente differente da quello degli altri animali e
condizionato dal volo cioè da un movimento di spostamento altrettanto
continuo di quello dei quadrupedi: i passaggi di ramo in ramo che hanno
condizionato la stazione semiverticale delle scimmie implicavano al
contrario un movimento di spostamento discontinuo, che non ha mai
permesso una nuova armonia e ha sviluppato a poco a poco una maniera
di essere e nello stesso tempo un aspetto mostruosi. Vivendo nelle foreste,
più o meno al riparo dalla luce solare, qualche volta in una oscurità da
cantina, pesantemente oscillanti da un ramo all’altro, le scimmie sono
votate da un certo modo di vita a un’agitazione mai composta, a una
instabilità bizzarra la cui sola vista è estremamente irritante: lo sbocciare
osceno del loro ano calvo, aureolato, splendente come un foruncolo, si è
prodotto così in un sistema privo di ogni centro di gravità e senza
resistenza forse perché, qui come altrove, basta la più piccola rottura di
equilibrio perché le immondizie della natura si liberino con la più
vergognosa oscenità.
Gli antropologi ammettono che gli avi dell’uomo hanno incominciato a
stare dritti dal momento in cui hanno dovuto lasciare la foresta (si può
immaginare che gli orridi animali siano stati presi dal panico, per
esempio nel corso di un immenso incendio). Privati dell’appoggio degli
alberi e tuttavia abituati a spostarsi quasi eretti, dovettero essere ridotti
abbastanza comicamente a un’alternanza stupida dell’andatura a quattro
zampe e dell’andatura verticale. Ma non potevano tenersi ritti che solo
trovando a poco a poco l’equilibrio, cioè dando una continuità e
un’armonia qualunque ai loro movimenti. Sembra verosimile ammettere,
data la straordinaria difficoltà rappresentata dalla posizione verticale, che
l’equilibrio primitivo dei movimenti di spostamento sarebbe stato
precario se non si fosse sviluppato, cioè se non avesse progressivamente
imposto l’equilibrio totale delle forme al quale noi siamo abituati,
l’erezione fallica e la bellezza regolare. L’evoluzione fino alla forma
umana appare come un ritorno necessario meccanicamente a un’armonia
plastica che si era già sviluppata orizzontalmente presso gli avi comuni
delle scimmie e dei lemuri. Gli antropologi, a dispetto dell’estrema
scarsità dei documenti, hanno ricostruito le modalità di questa
evoluzione soprattutto per quello che riguarda l’ossatura della testa.
L’espansione della parte superiore del cranio che comincia col
Pitecanthropus erectus continua con l’Homo neanderthalensis per
compiersi più o meno perfettamente nei differenti tipi umani esistenti ai
nostri giorni. La sommità della testa è divenuta - psicologicamente - il
centro terminale del nuovo equilibrio. Tutto ciò che nell’ossatura era
contrario agli impulsi verticali dell’essere umano come le sporgenze delle
orbite e delle mascelle, ricordo del disordine e degli impulsi della
scimmia ancora mezzo orizzontali, è quasi del tutto scomparso. Ma la
riduzione della sporgenza dell’orifizio anale è, a dire il vero, molto più
significativa.
Sono obbligato a constatare che questa esposizione solleva già
numerose difficoltà e mi affretto a dire che, per il momento, non ho
intenzione di risolverle così esplicitamente come sarebbe conveniente. Se
espongo qui delle concezioni, è quasi unicamente per caratterizzare degli
accidenti psicologici o no, degli smarrimenti e delle pazzie quasi
volontarie che le hanno tratte seco o che esse esprimono o che esse
hanno provocato. Io mi limito dunque a indicare che la nozione di
equilibrio che svolge un ruolo così importante in questa esposizione non
è per niente una nozione vuota e arbitraria. Sarebbe probabilmente facile
studiare gli spostamenti più o meno regolari del centro di gravità durante
la marcia o la corsa dei differenti animali e mostrare che ciò che si chiama
bellezza delle forme altro non è che un attributo dei modi di spostamento
continuo nei quali l’equilibrio del corpo in movimento permette
un’economia importante di forza. Si capisce così che la bellezza, nel
senso accademico della parola, si riduce a una semplificazione
geometrica delle linee (le fotografie composite permettono di ottenere
una figura umana del tipo greco per mezzo di un certo numero di figure
irregolari: i tratti sovrapposti confondendosi non lasciano più vedere che
una costante regolare). Per breve, per insufficiente che sia
quest’allusione, io suppongo che permetta tuttavia di prospettare come
spiegabile meccanicamente la trasformazione radicale della parte
posteriore nei primi uomini. L’oscenità anale, spinta a tal punto che le
più caratteristiche tra le scimmie si sono sbarazzate della coda, che
nasconde l’ano degli altri animali mammiferi, è completamente
scomparsa in seguito all’evoluzione umana. L’ano umano si è
profondamente ritirato all’interno delle carni, nello spacco delle natiche,
e non ha più sporgenza altro che nello stare accoccolati e nell’escrezione.
Tutto il potenziale di espansione, tutte le possibilità di liberazione di
energia, non hanno più trovato nelle condizioni normali la via aperta che
verso le regioni superiori vicine all’orifizio boccale, verso la gola, il
cervello e gli occhi. Lo sbocciare della figura umana dotata della voce,
dei differenti giochi di espressione e dello sguardo che ne è come
l’incendio, con la possibilità di disimpegnare immense quantità di
energia sotto forma di scoppi di risa, di lacrime o di singhiozzi, ha preso il
posto del viso orrido e vuoto della scimmia, utilizzando tutto lo splendore
che aveva fino allora fatto germogliare e acceso l’orifizio anale.
Ora, ho dato tutte queste spiegazioni soltanto per arrivare a dire che
allorché immaginavo la possibilità sconcertante dell’occhio pineale, non
avevo altra intenzione che di rappresentare delle liberazioni di energia in
cima al cranio così violente e così crude come quelle che rendono tanto
orribile da vedersi la protuberanza anale di alcune scimmie. Non ne
avevo coscienza da principio, ma la mia immaginazione non progrediva
senza darmi tremendi trasporti al cervello accompagnati da una
soddisfazione intensa: quest’occhio che io avevo voluto avere alla
sommità del cranio (poiché leggevo che ne esisteva l’embrione, come il
seme di un albero, all’interno di questo) non mi appariva altrimenti che
come un organo sessuale di una sensibilità inaudita, che avrebbe vibrato
facendomi emettere grida atroci, le grida di una eiaculazione grandiosa
ma fetida. Tutto quello che posso ricordarmi delle mie reazioni e dei miei
smarrimenti di questo periodo, oltre al valore simbolico normale di una
rappresentazione di luce sfolgorante, mi permette oggi di caratterizzare
questa fantasia d’occhio pineale come una fantasia escrementale.
D’altronde mi sarebbe stato impossibile parlarne esplicitamente,
esprimere fino in fondo ciò che avevo sentito così violentemente all’inizio
del 1927 (e che mi accade ancora di risentire in maniera acuta) altrimenti
che parlando della nudità di una sporgenza anale di scimmia, che un
giorno di luglio dello stesso anno allo Zoological Garden di Londra mi ha
sconvolto fino a gettarmi in una specie di abbrutimento estatico. Oggi
che scrivo, ciò che immagino dell’occhio pineale raggiunge, nel corso di
un certo turbamento, una brutalità di erezione così terrificante che non
posso immaginarmi l’enorme frutto anale crudo di carne rosa raggiata e
merdosa (quello che mi ha tanto colpito a Londra) altrimenti che come
un’ignobile testa che fracasserei con un colpo di ascia con un han
rantolato nel profondo della gola. La lama dell’ascia affonderebbe in
questo cranio immaginario come le mannaie dei mercanti che fendono in
due parti con un solo colpo violentemente vibrato sul ceppo la testa
stomachevole di un coniglio scuoiato. Perché è evidente che le parti
nobili di un essere umano (la dignità, la nobiltà che caratterizzano il suo
viso), invece di lasciare un corso sublime e misurato agli impulsi profondi
e tumultuosi, cessano bruscamente di opporre la minima barriera a
un’eruzione subitanea che scoppia in maniera tanto provocante, tanto
licenziosa come quella che gonfia la protuberanza anale di una scimmia.
L’OCCHIO PINEALE (1)

I. ANTROPOLOGIA SCIENTIFICA
E ANTROPOLOGIA MITOLOGICA

Nella misura in cui una descrizione della vita umana risalendo fino alle
origini, cerca di rappresentare ciò che l’informe universo ha compiuto
producendo l’uomo piuttosto che un’altra cosa, come è stato portato a
questa produzione inutile e con quali mezzi ha fatto di questa creatura
qualche cosa di differente da tutto il resto, in questa misura è necessario
abbandonare l’antropologia scientifica, ridotta a un balbettio ancor più
senile che puerile, ridotta a risposte che tendono a presentare le
domande così poste come derisorie, mentre solo queste risposte lo sono
miserevolmente davanti alla brutalità inevitabile ed esigente di una
interrogazione che assume il senso stesso della vita che questa
antropologia pretende aver per scopo di descrivere.
Ma per lo meno nella prima fase, la speculazione filosofica non è
respinta con meno impazienza dell’impotente preistoria, mentre questa
speculazione, obbedendo ai movimenti di una cattiva coscienza, quasi
sempre si distrugge da sé e si annienta vilmente davanti alla scienza.
Perché anche se questo annientamento inumano può ancora essere
denunciato, anche se è ancora possibile all’uomo opporre la sua cattiveria
e la sua follia a una necessità che lo abbatte, niente di ciò che è
conosciuto dei mezzi propri all’investigazione filosofica è di natura da
imporgli una qualunque fiducia: la filosofia è stata fin qui, come pure la
scienza, un’espressione della subordinazione umana e quando l’uomo
cerca di rappresentarsi, non più come un momento di un processo
omogeneo - di un processo avaro e meschino -, ma come una nuova
lacerazione all’interno di una natura lacerata, non è più la fraseologia
livellante che gli esce dall’intelletto che può aiutarlo: non può più
riconoscersi nelle catene degradanti della logica, e si riconosce al
contrario - non soltanto con collera ma in un tormento estatico - nella
virulenza dei suoi fantasmi.
Tuttavia, l’introduzione di una serie intellettuale senza leggi all’interno
del mondo del pensiero legittimo, si definisce fin dall’inizio come
l’operazione più temeraria e più ardua. Ed è evidente che se essa non
fosse praticata senza equivoci, con una determinazione e un rigore
raramente raggiunti in altri casi, sarebbe anche l’operazione più vana.
Oltre a una certa inaccessibilità alla paura - qui si tratta essenzialmente di
subire senza esserne schiacciati l’attrazione degli oggetti più ripugnanti -
due condizioni si impongono a colui che ha formato il disegno di
investire l’intelligenza di un contenuto che le rimarrà estraneo, ed esse si
impongono non soltanto in una maniera chiara e distinta, ma come
prescrizioni imperative.

II. CONDIZIONI DELLA RAPPRESENTAZIONE MITOLOGICA

In primo luogo la conoscenza metodica non può essere scartata che in


quanto essa sia divenuta una facoltà acquisita, perché, almeno nelle
circostanze attuali, senza un contatto stretto con il mondo omogeneo
della vita pratica, il gioco libero delle immagini intelligibili si perderebbe
e si dissolverebbe fatalmente in una regione dove nessun pensiero né
alcuna parola sarebbe suscettibile della minima conseguenza.
Bisogna così cominciare col ridurre la scienza a uno stato che deve
essere definito con il termine di subordinazione, in maniera che se ne
possa disporre liberamente, come di una bestia da soma, per dei fini che
non sono più i suoi. Lasciata a se stessa, libera, nel senso più povero della
parola (in cui la libertà non è che un’impotenza), dal momento che ha
ricevuto in sorte, come una prima condizione di esistenza, il compito di
dissipare e di annientare i fantasmi mitologici, niente potrà impedire alla
scienza di vuotare ciecamente l’universo del suo contenuto umano. Ma è
possibile impiegarla a limitare il proprio movimento e a porre essa stessa
al di là dei suoi limiti ciò che non potrà mai raggiungere, ciò di fronte a
cui essa diventa uno sforzo incapace di riuscire e un vago essere sterile. È
vero che così posti dalla scienza, questi elementi non sono ancora che
termini vuoti, paralogie impotenti. Non è che dopo essere passati da
questi limiti esterni di un’altra esistenza al loro contenuto
mitologicamente vissuto che diventa possibile trattare la scienza con
l’indifferenza richiesta dalla sua natura specifica, ma ciò avviene soltanto
a condizione che la si sia prima asservita con l’aiuto di armi da essa
fornite, facendo produrre alla scienza stessa le paralogie che la limitano.
La seconda condizione non è innanzitutto che una forma della prima;
anche qui la scienza è utilizzata per un fine che le è contrario.
L’esclusione della mitologia da parte della ragione è necessariamente
un’esclusione rigorosa sulla quale non bisogna tornare e che bisogna
eventualmente rendere ancor più severa, ma, nello stesso tempo, occorre
capovolgere i valori creati per mezzo di questa esclusione, vale a dire che
il fatto che non ci sia contenuto valido secondo la ragione in una serie
mitologica è la condizione del suo valore significativo. Perché se la
violenza affettiva dell’intelligenza umana è proiettata come uno spettro
attraverso la notte deserta dell’assoluto o della scienza, ne consegue che
questo spettro non ha niente in comune con la notte nella quale ha fatto
la sua comparsa raggelante. Al contrario, un contenuto spettrale non
esiste veramente in quanto tale che dal momento in cui il mezzo che lo
contiene si definisce per l’intolleranza di ciò che in esso appare come un
crimine. Per quanto riguarda la scienza, la sua repulsione, la più forte
che si possa immaginare, è necessaria alla qualificazione della parte
esclusa. Tale qualificazione dev’essere avvicinata alla carica affettiva di un
elemento osceno che è tale solo per la proibizione che l’ha colpito.
Finché l’esclusione formale non ha avuto luogo, un enunciato mitico può
ancora essere assimilato a un enunciato razionale, può essere descritto
come reale e metodicamente spiegato. Ma nello stesso tempo, esso perde
la sua qualificazione spettrale, la sua libera falsità. Esso entra, come nel
caso delle religioni imperative rivelate, in insiemi mistici che hanno per
fine di asservire strettamente gli uomini miserabili a una necessità
economica; cioè in ultima istanza, a una autorità che li sfrutta.
È vero che una simile operazione sarebbe attualmente inconcepibile
per il fatto che le possibilità sono state limitate dallo sviluppo proprio
della scienza.
La scienza procedendo da una concezione mistica dell’universo ne ha
separato gli elementi costitutivi in due classi profondamente distinte: ne
ha elaborato per assimilazione le parti urgenti e pratiche, trasformando in
strumento utile alla vita materiale dell’uomo una attività mentale che non
era fin là che lo strumento del suo sfruttamento. Nello stesso tempo, ha
dovuto scartare le parti deliranti delle vecchie costruzioni religiose per
distruggerle. Ma quest’atto di distruzione diventa al punto estremo dello
sviluppo un atto di liberazione: il delirio sfugge alla necessità, respinge il
suo pesante mantello di servitù mistica ed è allora soltanto che, nudo e
lubrico, dispone dell’universo e delle sue leggi come di balocchi.

III. L’OCCHIO PINEALE

A partire da questi due princìpi, e supponendo che la prima


condizione, che esige la conoscenza scientifica degli oggetti considerati,
sia stata almeno in gran parte assolta, niente impedisce la descrizione
fantomatica e avventurosa dell’esistenza. Ciò che resta da dire sulla
maniera in cui questa descrizione procede - e sui rapporti della
descrizione compiuta con un oggetto - non può essere che riflessione
sull’esperienza realizzata.
L’occhio che è posto nel mezzo e in cima al cranio e che, per
contemplarlo in una sinistra solitudine, si apre sul sole incandescente,
non è un prodotto dell’intelletto, ma bensì un’esistenza immediata: si
apre e si acceca come una consumazione o come una febbre che mangia
l’essere o più esattamente la testa, e rappresenta così la parte
dell’incendio in una casa; la testa, invece di rinchiudere la vita come il
denaro è rinchiuso in un forziere, la sperpera senza contare, perché ha
ricevuto alla fine di questa metamorfosi erotica il potere elettrico delle
punte. Questa grande testa bruciante è la figura e la luce sgradevole della
nozione di dépense, al di là della nozione ancora vuota, così come è
elaborata dall’analisi metodica.
Originariamente il mito si identifica non soltanto con la vita ma con la
perdita della vita - con il decadimento e la morte. A partire dall’essere
che l’ha partorito non è per niente un prodotto esteriore, ma la forma che
questo essere prende nelle sue trasformazioni lubriche, nel dono estatico
che fa di se stesso in quanto vittima nuda, oscena - e vittima, non davanti
a una potenza oscura e immateriale, ma davanti ai grandi scoppi di risa
delle prostitute.
L’esistenza non rassomiglia più a un percorso definito da un segno
pratico a un altro, ma a una incandescenza malaticcia, a un orgasmo
durevole.
IV. I DUE ASSI DELLA VITA TERRESTRE

Per accecante che sia la forma mitica in quanto è non semplice


rappresentazione ma consumazione totale dell’essere, dalla sua prima
apparenza indistinta, è possibile passare da un contenuto a un
contenente, a una forma circostanziale che, benché sia probabilmente
irricevibile per la scienza, non sembra differente dalle costruzioni abituali
dell’intelletto.
La ripartizione delle esistenze organiche alla superficie del suolo ha
luogo su due assi di cui il primo, verticale, prolunga il raggio della sfera
terrestre e di cui il secondo, orizzontale, è perpendicolare al primo. I
vegetali si sviluppano pressoché esclusivamente sull’asse verticale (che è
anche quello della caduta dei corpi); al contrario, lo sviluppo degli
animali si situa o tende a situarsi sull’asse orizzontale. Ma benché nel loro
insieme, i loro movimenti non siano che degli slittamenti paralleli alle
linee descritte dalla rotazione del globo terrestre, gli animali non sono
mai completamente estranei all’asse della vita vegetale. Così l’esistenza al
loro venire al mondo e, in maniera relativamente continua, l’uscita dal
sonno e l’amore li fanno levare sopra il suolo (al contrario la notte e la
morte abbandonano i corpi a una forza che va dall’alto in basso). Il loro
scheletro, anche nei casi più regolari, non è perfettamente assoggettato al
tragitto orizzontale: il cranio e così l’apertura degli occhi sono situati al di
sopra del livello della vertebra anale. Tuttavia, anche se ci si riferisce alla
stazione maschile del coito e alla struttura di qualche uccello, non
raggiunge mai una verticalità integrale.

V. POSIZIONE DEI CORPI E DEGLI OCCHI UMANI ALLA SUPERFICIE DEL GLOBO
TERRESTRE

Solo gli esseri umani strappandosi, a prezzo di sforzi di cui il viso delle
grandi scimmie esprime il carattere penoso e ignobile, alla pacifica
orizzontalità animale sono riusciti ad appropriarsi dell’erezione vegetale e
a lasciarsi polarizzare, in un certo senso, dal cielo.
Così la Terra dalle immense regioni, coperta di vegetali che da tutte le
parti la fuggono per offrirsi e distruggersi senza tregua, per proiettarsi
verso il vuoto del cielo, ora inondato di luce e ora notturno, la Terra
consegna così a questa immensità ingannevole dello spazio l’insieme
degli uomini ridenti o dilaniati.
Ma in questa liberazione dell’uomo che accede sulla superficie di un
globo a una soffocante assenza di limiti, la natura umana non si è certo
abbandonata senza resistenza. Perché se è vero che il suo sangue, le sue
ossa e le sue braccia, che il gorgo del godimento (o ancora il silenzio della
vera angoscia), se è vero che il riso folle e l’odio sordo si perdono senza
fine e si elevano nella direzione di un cielo bello come la morte, pallido e
inverosimile come la morte, gli occhi continuano a congiungerlo con
stretti legami alle cose volgari in mezzo alle quali la necessità ha fissato i
suoi passi.
L’asse orizzontale della visione alla quale la struttura umana è rimasta
strettamente assoggettata nel corso di una lacerazione e di uno
svellimento dell’uomo che rigetta la natura animale, è l’espressione di
una miseria tanto più pesante in quanto si confonde in apparenza con la
serenità.

VI. L’ALBERO-VERTIGINE

Per l’antropologo che non può che constatarla, questa contraddizione


degli assi della struttura umana è sprovvista di senso. E se per caso, senza
nemmeno potersi spiegare, ne sottolineasse l’importanza, non farebbe
che tradire una ingiustificabile tendenza al misticismo. La descrizione
degli assi perpendicolari non prende il suo valore che dal momento in cui
diventa possibile costruire su questi assi il gioco puerile di un’esistenza
mitologica: rispondente non più all’osservazione o alla deduzione ma a
uno sviluppo libero dei rapporti fra la coscienza immediata e varia della
vita umana e i dati inconsci che sono costitutivi di questa vita.
Così l’occhio pineale, distaccandosi dal sistema orizzontale della visione
oculare normale, appare in una specie di nimbo di lacrime, come l’occhio
di un albero o piuttosto come un albero umano. Nello stesso tempo
questo albero oculare non è che un grande pene rosa (ignobile) ebbro di
sole e suggerisce o sollecita un malessere: la nausea, lo scoramento
disgustoso della vertigine. In questa trasfigurazione della natura, nel
corso della quale la visione stessa, che la nausea attira, è lacerata e
strappata dagli scoppi del sole che essa fissa, l’erezione cessa di essere un
sollevamento penoso sulla superficie della terra e, in un vomito di sangue
insipido, si trasforma in caduta vertiginosa nello spazio celeste
accompagnata da un grido orribile.

VII. IL SOLE

Il Sole situato nel fondo del cielo come un cadavere in fondo a un


pozzo risponde a questo grido inumano con l’attrattiva spettrale della
putredine. La natura immensa rompe le sue catene e affonda nel vuoto
senza limiti. Un pene tagliato, molle e sanguinante, si sostituisce
all’ordine abituale delle cose. Nelle sue pieghe, in cui mascelle
indolenzite mordono ancora, si accumulano il pus, la bava e le larve che
vi hanno deposto enormi mosche: fecale come l’occhio che è stato
dipinto in fondo a un vaso, questo Sole, che ora riceve il suo splendore
dalla morte, ha sepolto l’esistenza nel lezzo della notte.

VIII. IL GESUVIO

Il globo terrestre è rimasto enorme come un cranio calvo nel mezzo del
quale l’occhio che si apre sul vuoto è a un tempo vulcanico e lacustre.
Estende il suo paesaggio disastroso fra le profonde pieghe della carne
pelosa, e i peli che formano i suoi cespugli si inondano di lacrime. Ma i
sentimenti torbidi di un decadimento più strano ancora di quello della
morte non hanno la loro sorgente in un cervello come gli altri: solo
pesanti intestini si pigiano sotto questa carne nuda carica di oscenità
quanto un culo, nello stesso tempo satanica come le natiche ugualmente
nude che una giovane strega leva verso il cielo tutto nero nel momento in
cui il suo fondo si apre perché ci si pianti una torcia in fiamme.
Il grido d’amore strappato a questo cratere comico è un singhiozzo
febbricitante e un frastuono di tuono.
L’occhio fecale del sole si è così strappato da queste viscere vulcaniche
e il dolore di un uomo che si strappa da sé gli occhi con le dita non è più
assurdo di questo parto anale del sole.

IX. IL SACRIFICIO DEL GIBBONE


L’intollerabile grido dei galli ha un significato solare in ragione
dell’orgoglio e del sentimento di trionfo dell’uomo che scorge in pieno
cielo le proprie deiezioni. Alla stessa maniera, durante la notte, un
immenso amore, torbido, dolce come uno spasimo di ragazza, si
abbandona, si getta in un universo gigante, legato al sentimento intimo di
avere orinato le stelle.
Per rinnovare questo tenero patto, unendo il ventre e la natura, una
foresta imputridita offre le sue latrine ingannevoli dove pullulano gli
animali, gli insetti colorati o velenosi, i vermi, gli uccellini. La luce solare
si decompone nei suoi rami alti. Un’Inglese che la capigliatura bionda e
aureolata trasfigura abbandona il suo corpo stupendo alla lubricità e
all’immaginazione - che uno stupefacente odore di putredine finisce di
estasiare - di molti uomini nudi.
Le sue labbra umide si aprono ai baci come un dolce acquitrino, come
un fiume che scorre senza rumore e i suoi occhi annegati di piacere sono
immensamente perduti come la sua bocca. Sopra le bestie umane che la
stringono e la manipolano, essa solleva la sua meravigliosa testa, così
carica di luci, e i suoi grandi occhi si aprono su una scena piena di follia.

Presso una fossa rotonda aperta da poco nel mezzo della vegetazione
esuberante, una femmina gibbone di grande taglia è alle prese con tre
uomini che cercano di legarla con l’aiuto di lunghe corde: ha un aspetto
più stupido ancora che ignobile ed emette inverosimili grida di spavento
alle quali rispondono le grida variate delle scimmiette negli alti rami. Una
volta legata e disposta allo stesso modo di un volatile, cioè le gambe
ripiegate contro il corpo, i tre uomini la calano e la fissano con la testa in
basso a un palo piantato nel mezzo della fossa. Così attaccata la bocca
bestialmente urlante ingoia terra e al contrario la forte sporgenza anale,
dai colori di un rosa stridente, contempla il cielo come un fiore
(l’estremità del palo è stata introdotta fra il ventre e le zampe ripiegate):
solo questa parte dall’oscenità che sbalordisce, emerge al di sopra del
livello della fossa.
Terminati i preparativi, tutti gli uomini e tutte le donne presenti (infatti
ci sono oltre all’Inglese molte donne non meno attratte dalla
dissolutezza) circondano la fossa: in questo momento sono tutti
ugualmente nudi, tutti sono ugualmente sconvolti dall’avidità del piacere
(sfiniti di voluttà), avidi, e sono là [senza] respiro e con i nervi tesi a
spezzarsi…
Ciascuno si è armato di una pala, eccetto l’Inglese; la terra destinata a
colmare la fossa è stata disposta quasi regolarmente tutt’intorno. Il
gibbone ignobile, in ignobile posizione, continua a urlare
spaventosamente, ma, a un segnale dell’Inglese, tutti si mettono a gettare
con la pala la terra nella fossa, poi a pestarla con una rapidità e una
attività estreme: così, in un batter d’occhio, l’orribile bestia è sotterrata
viva.
Si stabilisce un relativo silenzio: tutti gli sguardi medusati sono fissi
sull’immonda protuberanza solare, dal bel colore sanguigno, che esce da
terra e che scuotono ridicolmente i sussulti dell’agonia. Allora l’Inglese
distende il suo lungo corpo nudo dal posteriore affascinante sulla fossa
piena: la carne mucosa di questo falso cranio calvo, un po’ sporca di
merda sul fiore raggiato della cima è ancora più inquietante da vedere,
toccata da graziose dita bianche. Tutti gli altri sono intorno, trattengono
il loro grido, si asciugano il sudore; i denti mordono le labbra; una bava
leggera cola pure dalle bocche troppo turbate; contratto dal
soffocamento, e anche dalla morte, il bel foruncolo di carne rossa si è
infiammato di fetide fiamme brune.

Come una tempesta che scoppia, che, dopo qualche minuto di attesa
insopportabile, in una semioscurità, devasta tutta una campagna con folli
trombe d’acqua e a colpi di tuono, nella stessa maniera torbida e
profondamente sconvolta (è vero con dei segni infinitamente più difficili
da percepire), è l’esistenza stessa che ha barcollato e raggiunto un livello
in cui non c’è più che un vuoto allucinante, che un odore di morte che
prende alla gola.
È in realtà, non su una carogna qualunque, ma sul GESUVIO
nauseabondo, quando si è prodotto questo piccolo vomito puerile, che la
bocca dell’Inglese ha schiacciato i suoi baci più brucianti, i più dolci: il
loro rumore bizzarro che si prolungava sulla carne schioccava attraverso
un rumore disgustoso di visceri. Ma queste circostanze straordinarie
avevano liberato degli orgasmi, gli uni più soffocanti e più spasmodici
degli altri, nel cerchio degli infelici che guardavano; tutte le gole erano
strozzate da sospiri rauchi, da grida impossibili, e, da tutte le parti, gli
occhi erano umidi di lacrime brillanti per la vertigine.
Il sole vomitava sopra le bocche piene di gridi comici, nel vuoto di un
cielo assurdo, come un ubriaco malato… E così un calore e uno stupore
inauditi suggellavano un’alleanza - eccessiva come un supplizio: come un
naso che sia tagliato, come una lingua che venga strappata - celebravano
le nozze (festeggiate con il taglio del rasoio su graziosi, su insolenti
posteriori), la piccola copulazione del buco che puzza e del sole…

X. L’OCCHIO DI BRONZO

Le ragazzine che circondano nei giardini zoologici la gabbia degli


animali non possono non essere abbagliate dai culi - così lubrichi - delle
scimmie. Alla loro comprensione puerile, queste creature - che sembrano
non esistere che per mettere gli uomini - bocca a bocca, ventre a ventre -
a contatto con le parti più dubbiose della natura - propongono enigmi la
cui perversità è appena burlesca. Le ragazzine non evitano di pensare ai
propri piccoli sederi, alle proprie deiezioni che un interdetto opprimente
ha colpito: ma l’immagine di una loro oscenità personale, come gliela
rinvia la calvizie anale screziata, rossa o malva, di qualche scimmia,
raggiunge, attraverso le sbarre di una gabbia, uno splendore comico e
un’atrocità soffocante. Quando i deliri mitologici si dissipano, dopo aver
affaticato lo spirito per un’assenza di rapporti, per una sproporzione con
le vere necessità dell’esistenza, gli spettri cacciati da tutte le parti,
abbandonando il sole stesso alla volgarità di un bel giorno, lasciano il
posto a delle forme senza mistero, attraverso le quali è facile dirigersi,
senza altro scopo che gli oggetti definiti. Ma basta una scimmia sciocca
nella sua gabbia e una ragazzina che, a vederla fare i suoi bisogni,
diventa tutta rossa, per ritrovare a un tratto la truppa fuggitiva dei
fantasmi, i cui sghignazzamenti osceni vengono da un culo vistoso come
un sole.

Ciò che la scienza non può fare: porre il significato eccezionale, il


valore espressivo di un orifizio escrementale che esce da un corpo villoso
come la brace, come, nei gabinetti, un culo umano esce dalle mutande, la
ragazzina lo realizza in maniera tale che non le rimarrà che soffocare un
grido. Si allontana, sollecitata da un bisogno; trotta in un viale in cui il
suo passo fa stridere la ghiaia e passa senza vedere le palle multicolori dei
suoi compagni che sono pur fatte tuttavia per attirare gli occhi che
qualsiasi screziatura abbaglia. Corre così verso il luogo maleodorante e vi
si rinchiude con sorpresa, come una giovanissima regina si rinchiude, per
curiosità, nella sala del trono: oscuramente, ma in un’estasi, ha appreso a
riconoscere il viso, l’alito comico della morte: non ignora più i propri
singhiozzi di voluttà che si legheranno, molto più tardi, a questa
miracolosa, a questa dolce scoperta…

Nel corso dell’erezione progressiva che va dal quadrupede all’Homo


erectus, l’ignominia dell’aspetto animale cresce fino a raggiungere
proporzioni orribili, dal grazioso lemure, appena barocco, che si sposta
ancora sul piano orizzontale, fino al gorilla. Tuttavia, quando la linea di
evoluzione terminale si dirige verso l’essere umano la serie delle forme si
produce al contrario nel senso di una regolarità sempre più nobile o
corretta: è così che, attualmente, la rettitudine automatica di un militare
in uniforme, che manovra agli ordini, emerge dall’immensa confusione
del mondo animale e si propone all’universo dell’astronomia come suo
termine. Se si oppone, per contro, a questa verità militare matematica,
l’orifizio escrementale della scimmia che sembra esserne la
compensazione inevitabile, l’universo che sembrava minacciato dallo
splendore umano sotto una forma penosamente imperativa non riceve
più altra risposta che la scarica inintelligibile di uno scoppio di risa…

Quando la vita arboricola delle scimmie spostandosi a scossoni di ramo


in ramo ha provocato la rottura dell’equilibrio che risultava dalla
locomozione rettilinea, tutto ciò che cerca oscuramente, ma senza tregua,
di gettarsi al di fuori dell’organismo animale, si è scaricato in tutta libertà
nella regione dell’orifizio inferiore. Questa parte che non si era mai
sviluppata e si dissimulava sotto la coda presso gli altri animali ha
germogliato ed è fiorita: è divenuta una protuberanza calva e i più bei
colori della natura l’hanno resa sfavillante. La coda, da tanto tempo
impotente a nascondere questa enorme ernia di carne è scomparsa nelle
scimmie più evolute, quelle che hanno portato il genio della specie, in tal
modo che l’ernia ha potuto sbocciare, al termine del processo, con
l’oscenità più terrificante.
È così che la scomparsa della libera appendice caudale, scomparsa a
cui più che a qualsiasi altro carattere, l’orgoglio umano è volgarmente
associato, non significa affatto una regressione della bestialità originale
ma una liberazione delle forze anali - lubriche, assolutamente disgustose -
di cui l’uomo non è che l’espressione contraddittoria.
A questa incerta colica della natura, sgravata, nella penombra
appiccicosa delle foreste, attraverso tanti fulgidi fiori di carne, la terra,
scossa fin nelle sue basi, ha risposto, con la gioia rumorosa delle viscere,
con i vomiti di inverosimili vulcani. Alla stessa maniera che uno scoppio
di risa ne provoca altri o uno sbadiglio gli sbadigli di tutta una sala, così
una burlesca colica fecale aveva scatenato, in un cielo nero, tutto
squassato di tuoni, una colica di fuoco. In questo incantesimo, ai piedi
d’immensi alberi di brace che un vento carico di fumate sanguigne
affondava di tanto in tanto, mentre tortuose colate di lava di un rosso
incandescente scorrevano da tutte le parti come dall’alto del cielo, in
preda a un terrore folle, le grandi scimmie, il pelo bruciacchiato,
fuggivano emettendo grida puerili.
Molte fra loro erano rovesciate dai tronchi di fuoco che le stendevano
urlanti sul dorso o sulla pancia; si accendevano subito e bruciavano come
legna. Tuttavia, a volte, ne arrivava qualcuna sullo spiazzo senz’alberi,
risparmiato dal fuoco, protetto dal fumo per un vento contrario: non
erano più che degli strazi senza respiro, figure informi, semicorrose dal
fuoco, che si drizzavano o gemevano per terra, dilaniate da dolori
intollerabili. Davanti a uno spettacolo di lava rossa, - abbagliante come
un incubo - di una lava apocalittica che poteva uscire sanguinante dai
loro ani (come, al principio, i loro corpi pelosi avevano gettato fuori ed
esibito sadicamente questi immondi ani - come per meglio insultare e
sporcare ciò che esiste) le infelici bestie diventavano delle specie di ventri
femminili che partoriscono, qualche cosa di orribile…

È facile, cominciando dal verme, considerare ironicamente un animale,


un pesce, una scimmia, un uomo, come un tubo con i suoi due orifizi
anale e boccale: le narici, gli occhi, le orecchie, il cervello rappresentano
la complicazione dell’apertura boccale; il pene, i testicoli o gli organi
femminili corrispondenti, quella dell’apertura anale. In queste
condizioni, le spinte violente che provengono dall’interno dei corpi,
possono essere rigettate indifferentemente a un’estremità o all’altra e si
scaricano là dove incontrano gli ostacoli più deboli. Tutti gli ornamenti
della testa, a qualsiasi specie appartenga, hanno il senso di un privilegio
generalizzato dell’estremità orale; non è possibile opporre loro altro che
le ricchezze decorative dell’estremità escrementizia delle scimmie.
Ma quando una grande carcassa di antropoide si trova drizzata sulla
terra, non più bilanciata da un albero all’altro, divenuta perfettamente
diritta essa stessa e parallela a un albero, tutti gli impulsi che avevano
trovato fino allora un libero sfogo nella regione anale si urtano con una
resistenza nuova. A causa della stessa posizione eretta, questa regione
aveva cessato di formare una protuberanza e aveva perduto il «potere
privilegiato delle punte»: l’erezione non poteva essere mantenuta che a
condizione che a questo «potere delle punte» si sostituisse
ordinariamente una barriera di muscoli contratti. Così le oscure spinte
vitali si trovarono improvvisamente rigettate verso il viso e la regione
cervicale: si sciolsero nella voce umana e nelle costruzioni intellettuali
sempre più fragili (questi nuovi modi di sgravio essendo non soltanto
adattati al principio della nuova struttura, all’erezione, ma contribuendo
anche alla sua rigidità e alla sua forza).
Inoltre, per esaurire un sovrappiù, l’estremità facciale ha assunto una
parte - relativamente debole, ma significativa - delle funzioni di
escrezione quasi totalmente rivolte fino allora verso l’estremità opposta,
gli uomini sputano, tossiscono, sbadigliano, ruttano, si soffiano il naso,
starnutiscono, e piangono molto più degli altri animali, ma soprattutto
hanno acquistato la facoltà strana di singhiozzare e di scoppiare a ridere.
Benché si sia sostituita alla bocca, al termine dell’evoluzione, come
punta estrema dell’edificio superiore, la ghiandola pineale sola è rimasta
allo stato di sfogo virtuale e non può realizzare il suo significato (senza il
quale un uomo si assoggetta spontaneamente e si riduce allo stato
d’impiegato) che col favore della confusione mitica: come per meglio fare
della natura umana un valore estraneo alla propria realtà e così legarla a
un’esistenza spettrale.
È in rapporto con quest’ultimo fatto che la metamorfosi della grande
scimmia deve essere rappresentata come un’inversione, per quanto
riguarda non solo la direzione degli sgravi rigettati nell’uomo attraverso la
testa - facendo della testa un’esistenza diversa dalla bocca, una specie di
fiore che si schiude con la più delirante ricchezza di forme - ma anche
l’accesso della natura vivente (fino allora legata alla terra) alla irrealtà
dello spazio solare.
È l’inversione dell’orifizio anale stesso, come risulta dal passaggio dalla
posizione ripiegata alla stazione eretta, che orienta questo
capovolgimento decisivo dell’esistenza animale.
La cima calva dell’ano è diventata il centro, annerito di cespugli, del
fosso stretto che apre le natiche.
L’immagine spettrale di questo cambiamento di segno è raffigurata
dalla strana nudità umana - divenuta oscena - che si sostituisce al corpo
villoso degli animali; e in particolare dai peli di pubertà che appaiono
esattamente là dove la scimmia era glabra: circondata da un alone di
morte, si leva per la prima volta una creatura troppo pallida, troppo
grande, che altro non è, sotto un sole malato, che l’occhio celeste che
mancava.
L’OCCHIO PINEALE (2)

Se si considera l’essere umano da un punto di vista materialistico - cioè


se ci si vede un risultato di forze eterogenee alla sua natura specifica - è
possibile indicare due principali sistemi di rappresentazione di questo
risultato.
Non si tiene conto nel primo che delle forze componenti
immediatamente percettibili e indiscutibili come la nutrizione, le
abitazioni, il lavoro e i mezzi di produzione, queste forze generano le
masse umane sulla superficie della terra sotto forme diverse secondo il
loro grado di sviluppo e il loro gioco non lascia a esseri manovrabili come
pedine e indefinitamente disponibili che il valore di rapporti di
produzione.
Il secondo sistema non è la negazione del primo ma non ammette che
le forze immediate che modificano i fatti umani isolino questi fatti da
altre forze che, meno facilmente misurabili, ne determinano però
altrettanto le forme di esistenza particolari. È così che l’essere umano
viene visto come un corpo verticale che si sposta sulla superficie della
Terra e che presenta con i differenti stati dello spazio celeste rapporti
determinabili.
È d’altronde possibile precisare la relazione dei due sistemi indicando
che man mano che i rapporti con le forze di produzione accaparrano
sempre più l’attività umana, l’influenza sull’uomo del cielo, della terra e
degli elementi in quanto forze diventa meno evidente; essa resta tuttavia
l’impulso fondamentale e permanente che guida le reazioni umane più
stridenti e più cieche.

L’esempio più semplice dell’azione delle grandi forze fisiche sul corpo
umano è dato dalla vertigine.
Se un uomo si trova in cima a una parete scoscesa senza parapetto, è
preso da vertigine ed è inutile cercare di descrivere ciò che prova, a tal
punto le condizioni ordinarie della sua esistenza sul suolo sono alterate:
tutt’al più si può determinare il bisogno di gettarsi in un vuoto orribile e
senza fondo che si oppone nel modo più lacerante all’istinto di
conservazione.
Ma per rendere conto in maniera sufficientemente esplicita di ciò che è
contenuto nella vertigine, e nello stesso tempo per meglio caratterizzare il
sistema di percezioni acute che condiziona le proiezioni involontarie
dell’essere umano, è possibile ricorrere a un fantasma direttamente
suggerito da dati anatomici.
Ogni uomo possiede alla sommità del cranio una ghiandola conosciuta
sotto il nome di occhio pineale che presenta effettivamente i caratteri di
un occhio embrionale. Ora le considerazioni sull’esistenza possibile di un
occhio di asse verticale (il che è come dire sul carattere aleatorio di corpi
che avrebbero potuto essere tutt’altro di quello che sono) permettono di
rendere sensibile la portata decisiva dei differenti percorsi ai quali siamo
così generalmente abituati che siamo arrivati a negarli qualificandoli
come percorsi normali e naturali. Così l’opposizione dell’occhio pineale
alla visione reale appare come il solo mezzo per svelare la situazione
precaria - per così dire braccata - dell’uomo al centro degli elementi
universali.
Senza dubbio, a un gran numero di persone è capitato di sdraiarsi
supine nei campi e di trovarsi improvvisamente, senza averlo voluto, di
fronte al vuoto immenso del cielo.
L’OCCHIO PINEALE (3)

Sole collo tagliato.


Guillaume Apollinaire

La ghiandola pineale è situata sotto la calotta cranica, al vertice


dell’edificio psicologico umano, ed è per questo che il suo carattere
oculare non è insignificante e secondario come negli animali. Si
considera effettivamente questo edificio come costituito pienamente nel
momento dell’erezione rapida di un soldato all’attenti (per riferirsi al
modo di esistenza militare in quanto modo di esistenza geometrica). Ora
se questa proiezione rigorosa della totalità umana non si producesse
indipendentemente dalla proiezione particolare dello sguardo - in altri
termini se l’occhio pineale raddoppiasse verticalmente la visione normale
(diretta orizzontalmente) - l’uomo potrebbe essere assimilato all’aquila
degli Antichi che, secondo la tradizione, fissava il sole in faccia.

Apparentemente, l’attribuzione immaginaria di una funzione virile


all’occhio pineale non è né fortuita né arbitraria. Benché la connessione
visuale diretta e regolare di un essere terrestre qualsiasi e della
folgorazione solare resti puramente mitologica (dato il carattere
embrionale della visione pineale) la ghiandola non manca per questo di
svolgere un ruolo determinante nelle funzioni sessuali, che presentano
sviluppi precoci ed eccessivi nei casi di ipertrofia. La nozione puramente
psicologica di un occhio pineale legato all’attività erettile del corpo - in
quanto questa specie di attività è incongrua e provocatoria - non è
dunque sprovvista di base fisiologica. Tuttavia questa coincidenza non ha
un valore primordiale, perché è in ultima analisi soltanto che appare la
comune natura di funzioni tanto distinte come virilità e verticalità.
Comunque sia una distinzione fondamentale può essere fatta fra la
direzione orizzontale della visione binoculare normale, e la direzione
verticale della visione pineale. La prima direzione sembra essere a prima
vista la sola logica o più esattamente la sola utile. La ragione (e forse
anche la natura fino a un certo punto) protesta contro l’esistenza di un
occhio che non avrebbe per funzione di stabilire un contatto fra un
essere e gli oggetti che sono necessari alla sua conservazione. Ma questa
protesta è pressoché sprovvista di significato dato che nell’insieme la
ragione si è sviluppata e la natura è stata concepita conformemente al
sistema di impulsi e di azioni condizionato da una visione diretta
orizzontalmente. Ora è possibile determinare invece un sistema di
impulsi e tutta un’attività mentale che non ha per oggetto che le regioni
situate al di sopra della testa (o le regioni diametralmente opposte, che
non possono essere considerate poiché si estendono nelle profondità del
suolo).
La visione pineale corrisponde al secondo sistema di impulsi che non è
meno completo del sistema orizzontale, in modo che, lungi dall’essere
una immaginazione assurda e gratuita, può essere studiata, in quanto
funzione psicologica, allo stesso titolo della visione abituale.

La visione virtuale di cui la ghiandola pineale è l’organo può essere


definita come visione della volta celeste in generale, ma siccome i
differenti aspetti di questa volta non sono uguali fra loro dato che lo
spostamento e l’accrescimento di intensità del focolare solare vi
determinano nella giornata una fase culminante, è possibile determinare
il sole a mezzogiorno come oggetto essenziale dell’occhio virtuale. Il sole
a mezzogiorno provoca infatti una proiezione degli impulsi umani, più
intensa di qualsiasi altra, benché non rivesta una forma materiale e non
possa trovare espressione adatta che nella libertà mitologica.
L’aquila che sceglie come dimora le regioni più lontane del cielo
diurno e che fissa gli occhi nel fuoco solare è certo l’immagine più
completa di questa proiezione verticale: immagine di un valore esplicito
tanto più grande in quanto l’aquila come animale mitologico assume
compiutamente la funzione umana alla quale si trova legata la ghiandola
oculare pineale. Non soltanto l’aquila deve essere identificata al sole
stesso ma è nello stesso tempo la vittima dell’onnipotenza solare. L’aquila
è insieme l’animale di Zeus e quello di Prometeo, anzi Prometeo stesso è
aquila (Atheus-Prometheus), che si spinge a rubare il fuoco del cielo. La
spiegazione dell’origine del fuoco attraverso il volo dell’uccello fino al
sole è un tema di tutta la mitologia (che si ritrova persino nel folclore
normanno che incarica uno scricciolo di questo ratto nel corso del quale
il suo piumaggio brucia).
L’OCCHIO PINEALE (4)

Una agitazione aggressiva, alla quale sembrerebbe vergognoso


rinunciare, spinge a cambiare costantemente il modo di vedere la
persona umana. Perché più i cambiamenti sono bruschi (e nello stesso
tempo derisori), più questa persona umana, alla quale noi siamo stati
legati, rischia di sfuggire alle leggi, cioè ai limiti il cui carattere
immutabile è semplicemente l’espressione di una fatica collettiva.
In questo senso e fuori di qualsiasi considerazione dovuta a certi dati
che è inutile mettere in causa, resta possibile prendersela con il corpo
umano, come se ci si potesse ancora aspettare dalla sua ostentata erezione
qualcos’altro invece che ineffabili riverenze.

Si tratta qui di sapere da che cosa l’uomo si allontana e di chiarire il


senso dei movimenti che lo orientano e che sembrano a volte collocare il
suo corpo nello spazio universale non solo come un punto infinitesimale
ma piuttosto come una freccia o un geyser… Perché a vedere un uomo,
come lo si guarda abitualmente, cioè il più bruscamente possibile, con la
risoluzione inconscia d’esserne affascinati, è difficile evitare di associarlo
a un getto perfettamente verticale la cui direzione sia grosso modo quella
del sole. Ed è sufficiente scartare i metodi scolastici, che non tengono
conto del senso involontario delle parole, per essere tentati di affermare
come verità - comica a forza di essere conforme al senso comune - che
l’uomo è un animale che si eleva (finché è giorno almeno e il più
allegramente - o il più rabbiosamente che può).
Se si è sensibili a ciò che ha la forza di colpire (piuttosto che alle
astrazioni in base alle quali gli oggetti si distinguono gli uni dagli altri)
sembrerà indicato, parlando di elevazione umana, sostituire
generalmente quella del corpo a quella dello spirito. L’erezione dei corpi
sulla superficie del suolo passerà in effetti, a modo suo, per l’immagine
della morale. Non che una bella ragazza, elegante e diritta, che percorre
rapidamente una strada, possa essere confusa senza riserve con le
affermazioni categoriche del codice civile. Ma perché la sua purezza che
traspare la rende desiderabile.
Poco importa, è vero, la riduzione, che sembra implicita, della morale
al servizio degli istinti più riprovati: non importa neanche che questa
riduzione sia giudicata più o meno prematura. Perché si tratta di
rispondere qui a un’esigenza delle passioni ben più elevata di quella che
rende la purezza delle fanciulle erotica. Sembra che arrivato a questa
completa erezione sul suolo (che sarà sempre la forza stessa e
l’espressione dell’ordine intellettuale) una fatica comica e degradante,
analoga così alla caduta per terra, abbia distolto l’organismo umano dalla
sua elevazione verso lo spazio solare: in effetti, lo sguardo di cui
un’aspirazione poco efficace, ma rimasta ostinata, afferma che dovrebbe
avere per oggetto la luce celeste, si lascia andare tuttavia a seguire
perdutamente la fuga del suolo, attaccando l’uomo alla terra molto più
strettamente che non con delle catene. Se si considera a questo proposito
lo spettacolo delle folle umane, ogni giorno, al momento in cui gli orologi
segnano mezzogiorno come a qualsiasi altra ora, che piova o che sia
sereno, non è sorprendente constatare che nessuno guarda il sole?

Si dirà, senza dubbio, è vero, che questa attitudine è molto meno


sorprendente di quanto si voglia far apparire, che gli occhi non possono
sopportare un solo istante la luminosità del sole, che d’altronde sono
messi in maniera che non si può guardare in alto senza una penosa
torsione del collo. Ma si sposta la questione senza alcun vantaggio
enunciando queste due infermità, che possono essere direttamente
imputate al corpo umano, nel senso che sono precisamente i segni di un
certo decadimento. Non si guadagnerebbe niente, d’altra parte,
insistendo sulla necessità vitale di guardare davanti a sé, sull’utilità di
guardare al di sopra di sé, data l’impossibilità di limitare le cause
dell’apparizione delle particolarità biologiche all’utilità, specialmente per
quel che riguarda l’uomo. È meglio limitarsi a definire come segue la
carenza considerata: Il corpo umano che una rigorosa erezione oppone a
tutti gli altri organismi animali, partecipa tuttavia al carattere basso di
questi ultimi per la comune disposizione del sistema visuale.
Tutto considerato, nessuno, in fondo, dubita che questa incapacità di
fissare l’attenzione su qualcos’altro all’infuori di oggetti molto ravvicinati
e molto limitativi non sia il principio stesso dell’abbietta povertà delle vite
particolari. Ma per meglio sottolineare il carattere evirato dello sguardo
asservito dell’uomo, è consentito far ricorso a un fatto in apparenza
insignificante, cioè alla presenza della ghiandola pineale alla sommità
delle teste umane. Si sa che questa ghiandola la cui funzione resta, oggi
ancora, poco spiegabile (avrebbe, sembra, un’azione sulla crescita) è
spesso passata, presso biologi non sospetti di stravaganza, come un
occhio che non si sarebbe sviluppato.
È possibile, senza dubbio, non vedere in quest’occhio cranico altro che
un sogno più comico e più irritante di un altro, ma questa possibilità di
errore non ha affatto importanza, dato che non si tratta qui di decidere
sul piano biologico. Sarebbe incontestabilmente vano dimostrare il
carattere oculare del cranio umano e sembra molto più opportuno
rendere ragione del fatto che un fantasma (nel caso che la ghiandola
considerata non avesse niente a che vedere con un occhio) ha suggerito
bizzarramente la visione diretta del cielo. È lecito affermare a questo
proposito che nessun sogno potrebbe rispondere così perfettamente alla
definizione ammessa, secondo la quale è l’oggetto del desiderio che visita
oscuramente lo spirito. Gli aggettivi irritante e comico sono stati
impiegati per determinare le reazioni che provoca: in effetti il desiderio di
avere un occhio al sommo del cranio è così acuto che, se un’ossessione
qualsiasi ne fa considerare seriamente l’idea ne risulta un sentimento
tumultuoso di ilarità e di furore.
Ma per meglio esprimere a qual punto il desiderio sia eccitato da
quest’occhio ossessionante, è possibile mettere in causa una reazione più
caratteristica. Se si tiene conto delle risposte date spontaneamente a una
domanda d’altronde abbastanza sconcertante, sembra che la
contemplazione faccia a faccia dello zenit non manchi di provocare una
subitanea vertigine (sembra cioè che un desiderio inesplicabile,
esasperato da un’occasione qualsiasi, si tradisca con una perdita brutale
di erezione). Quando un essere umano raggiunge qualche alta vetta sulla
quale si tiene in piedi con tutta tranquillità, solo la vista gli dà la
vertigine, come se, la sua erezione essendo portata al colmo da quella
delle rocce proiettate verso il cielo come un’onda, apparisse necessario, in
maniera immediatamente fisica d’altra parte, che fosse subito spezzata
(non si mancherà di notare a questo proposito che la vertigine provata
indirettamente potrebbe passare per un esempio di magia in cui
l’operazione magica è l’effetto di reazioni inconsce: una donna è presa da
vertigine nella speranza di provocare la caduta dell’uomo scorto, su di un
tetto, in una situazione vertiginosa). Il ricorso alla caduta confusa e
orribile, al tumulto vorticoso e ai grandi gridi è regolarmente il segno di
un successo inaudito, di una riuscita che oltrepassa i limiti. Così, nella
misura in cui non si è ingannati dall’impressione che un essere umano,
supposto che apra tutt’a un tratto l’occhio pineale, sarebbe preso da
vertigine e cadrebbe emettendo grida acute, diventa possibile attribuire
alla violenta rivelazione così rappresentata un valore eccezionale.

Come dopo la scoperta in pieno sole, su una spiaggia deserta, di un


immondo mollusco, semitrasparente e luminoso, che stira le sue membra
viscide attraverso una pozza d’acqua abbagliante ma lattiginosa, si
produce una lacerazione liberatrice dopo la quale un universo assurdo,
cessando di opporre a dei pensieri colpevoli un’attitudine raggelante e
incomprensibile, diventa docile, penetrabile e turbato, allo stesso modo
che una fanciulla, sconvolta da un primo approccio, provoca con sussulti
di difesa maldestra dei toccamenti nuovi e dei baci ancora più singolari.
Niente è più stupefacente, in effetti, né più gradevole, per un uomo
senza riguardi, che vedere - perfino in maniera del tutto simbolica -
l’essere umano, rispettabile e solenne, disonorato e ridotto a niente dalle
proprie grida: in particolare se l’incrinatura istantanea, come un colpo di
fulmine che laceri dall’alto in basso un cielo puro e invisibile, si produce
proprio perché egli cedeva alla più radiosa e alla più celeste delle sue
aspirazioni. Non c’è alcuna ragione di non ammettere delle indicazioni
fisiche dirette che rappresentano la vertigine dell’occhio pineale come
risultante da una proiezione rigorosa degli impulsi umani attraverso lo
spazio, in una direzione più o meno vicina al sole, con l’illusoria avidità
di una freccia: il terrore riassorbito di una caduta comica (alla quale
porterebbe immancabilmente l’impulso se lo si seguisse) rende conto
abbastanza esattamente della prudente servilità, poco compatibile con
l’insolente erezione del cranio, degli sguardi apparentemente più
aggressivi.
Se queste considerazioni danno luogo, come è probabile, a una
impressione di eccesso e di gratuità, bisogna accusarne unicamente il
fatto che non sono familiari, in quanto lo spirito umano si rifiuta, nella
maggior parte dei casi, di registrare le circostanze dei suoi movimenti più
violenti.
È sufficiente ricordare, provvisoriamente, a sostegno del valore
oggettivo di ciò che precede diversi schemi psicologici analoghi, non così
puntualmente significativi ma più familiari, in primo luogo i miti di Icaro
e di Prometeo. L’ascensione folle del corpo di Icaro verso il foyer solare
(non si tratta infatti di un semplice volo) è molto caratteristica nel senso
che esprime in modo eccezionalmente seducente l’aspirazione più ardita
dell’organismo umano (l’estrema semplicità del mito di Icaro permette di
indicare a qual punto le passioni umane più suggestive sono simili a
quelle delle piante). Ma non bisogna dimenticare che questo mito è
prima di tutto un mito della caduta e che esprime anche la follia e
l’abiezione definitiva. E lo stesso si può dire per quello di Prometeo, nel
quale il fuoco del cielo regge ugualmente il ruolo di oggetto. È inutile
ricordare le interpretazioni utilitaristiche di questo mito; in effetti, il
fuoco del cielo non è altro che l’abbagliamento celeste nel quale
l’erezione della carne umana vede il suo termine. Ma si sa d’altra parte
che, più chiaramente di qualsiasi altra - di quella di Icaro, per esempio -
la leggenda di Prometeo risente del complesso di castrazione (gli
psicoanalisti riconoscono anche che si sarebbe potuto dare il nome di
Prometeo a quel complesso, altrettanto opportunamente che il nome di
Edipo a quello del padre). Se si affermasse che il complesso di
castrazione fa rivivere a quelli che atrofizza una avventura umana
essenziale il cui risultato tragicomico, incontestabilmente ridicolo,
caratterizza e definisce la condizione umana, l’affermazione passerà
evidentemente per anticipata, ma viene il momento in cui le esitazioni
degli spiriti scientifici appaiono non soltanto inopportune ma vili. È
preferibile introdurre, al contrario, una anticipazione più caratterizzata
ancora: sarebbe possibile determinare, nel corso di ogni complesso di
castrazione, un punto solare, un barbaglio luminoso quasi accecante che
non ha sbocco che nel sangue della carne tagliata e nel vacillamento
nauseato, nel momento in cui il viso diventa livido… Perché il fanciullo
che nel terrore di essere mutilato cerca di provocare l’esito sanguinoso,
non dà affatto prova di mancanza di virilità: un eccesso di forza, al
contrario, e una crisi di orrore lo proiettano ciecamente verso tutto ciò
che vi è al mondo di più tagliente, cioè lo splendore solare.
La concezione del corpo e dell’essere umano che queste distinzioni
intendono introdurre è la seguente, redatta qui volentieri nella sua forma
più rozza.
È facile discernere due direzioni nell’uomo: l’una dal basso in alto (che
comporta il ritorno dall’alto in basso) le cui tappe sono contrassegnate
dalle regole della morale e dai vizi che ne risultano, i termini estremi
dall’accecamento solare e dalla caduta con grandi grida; l’altra per lungo
e per largo, analoga a quella degli animali, cioè parallela al suolo
terrestre, determinante dei movimenti che non sono mai più tragici né
più ridicoli di quelli delle bestie e che, rozzamente parlando, non hanno
per scopo che l’utilità.
Bisogna insistere, ben inteso, sul fatto che la prima direzione è
altrettanto materiale della seconda; che non può d’altronde rivendicare
nessuna dignità particolare: è così che i suoi rappresentanti - di cui i poeti
e soprattutto ovviamente i più ammirati, sono i più significativi - si
distinguono per un’agitazione tanto ridicola ai loro stessi occhi che i
meno pavidi fra loro non possono sopportarla molto a lungo (altri si
adattano con l’aiuto di «bevute» enfatiche e formano una categoria di
esseri deboli quanto arroganti, mentre tutti invidiano, a ragione della
inefficacia e della fatica, gli animali che sanno agire senza cercare di farsi
strozzare dalla rabbia e rodere il fegato). Ma felice colui che dopo aver
visto le sue debolezze e la sua stupidità - e nello stesso tempo l’inutilità
della sua follia - osa dire a se stesso, non senza arrossire di una vergogna
inspiegabile, che nessun dover essere si oppone alla sua vita mancata,
inconfessabile e così tristemente impotente; e che non esiste niente al
mondo che possa regolarlo come un orologio.
L’OCCHIO DI BATAILLE
E IL SOGGETTO PSICOANALITICO
DI S ERGIO FINZI
L’occhio di Bataille come l’occhio in Film di Beckett che con Virginia
Finzi Ghisi abbiamo presentato nel corso della nostra mostra-convegno
«Il sogno rivela la natura delle cose»,1 non vede. Non serve a catalogare,
e nemmeno a riconoscere, fa parte esso stesso della rappresentazione.
L’occhio non è lo sguardo, ma la propria forma, rotonda, che tra gli
altri oggetti contribuisce con la propria presenza alla presenza degli altri.
In Film di Beckett un Buster Keaton privato di un occhio vede assai
male con l’altro. Ed è a causa dell’enucleazione di un occhio e della quasi
cecità dell’altro che nella stanza che è il set di Film sono presenti altri
occhi, del cane, del gatto, del pappagallo, della sedia, delle fotografie.
Solo la macchina da presa, le immagini si alternano lucide o confuse a
seconda che il soggetto sia questa o Buster Keaton, «vede», facendo di
tutti gli occhi una rappresentazione che si muove sul telone.
Anche l’occhio di Bataille è un occhio enucleato. «Qualcosa di sé fuori
di sé», scrive, qualcosa del soggetto che abita i dintorni. Il soggetto che
per noi si costituisce in una proiezione esterna, quella prima proiezione
esterna fondamentale dell’apparato psichico che abbiamo chiamato
luogo della fobia.
Mancando questo luogo, un luogo strano, per il soggetto, che all’età di
quattro anni ritaglia nel paesaggio circostante una pianta che poi abita di
animali, di carri, di oggetti, di barriere, guardate dal rettangolo di una
finestra, un rettangolo guardato da un rettangolo come l’occhio guardato
dalla macchina da presa che immette sul telone, superficie fondamentale,
quadro, una serie apparentemente insignificante di oggetti.
«Una scarpa abbandonata, un dente guasto, un naso troppo corto, il
cuoco che sputa… Un parapioggia, una sessagenaria, un seminarista,
l’odore delle uova marce, gli occhi abbagliati dei giudici…».2
Tutti questi oggetti hanno un luogo solo se il soggetto abbandona una
posizione antropocentrica per costituirsi in mezzo a essi con parti anche
di essi. La nostra nozione di protesi3 rappresenta l’allungamento del
soggetto nell’oggetto e questi due termini perdono la loro tradizionale
funzione. Il soggetto non è solo quello umano e in ogni caso è composito.
La sua posizione non è nemmeno etnocentrica perché ciò da cui deriva
non sono i «suoi veri genitori»,4 ma un complesso e fantasioso universo
che è quello delle teorie sessuali infantili, l’ano solare.
Il movimento da cui nasce, per Bataille, è lo stesso, rotatorio,
dell’universo, e il coito è diffuso e cosmico.
Il bilico del soggetto, nel momento in cui il soggetto si costituisce nel
bambino, è tra la riuscita di una rappresentazione esterna e gravi
alterazioni, come la psicosi o la perversione.
Se il «porre fuori di sé» non si realizza come rappresentazione, il
gettare fuori si realizza nella psicosi, lo sguardo che annulla punti di vista
plurimi e differenti strappa «nella realtà» l’occhio dalla cavità che lo
sostiene, l’orecchio è tagliato sotto il sole con cui troppo si è identificata
la figura paterna nel quadro del Seminatore di Vincent Van Gogh.5
«Gli occhi umani non sopportano né il sole, né il coito, né il cadavere,
né l’oscurità, ma con reazioni differenti».6
Se la psicosi copre di semi il mondo e legge una nascita in ogni goal di
un campionato di calcio, l’occhio del perverso sopporta il cadavere
perché ha sopportato la vista del coito, perché ha attribuito il godimento
ai propri genitori nel chiuso della camera da letto e non l’ha spostato
nella rappresentazione di una lotta furibonda che aveva per protagonisti
casuali l’uomo e la donna che vivevano con lui.
L’ano solare; l’Occhio pineale, l’Occhio, la Bocca, l’Alluce, La
mutilazione sacrificale e l’orecchio reciso di Van Gogh di Bataille
mostrano come «il rapporto tra l’immagine composita e le sue
componenti» sia possibile solo su una superficie su cui si attui una
rappresentazione, per esempio, come scrive in I capricci della natura, in
un film che Eisenstein si propone di realizzare. L’arte ricupera la violenza
e il terrore di cui il soggetto nella propria personale «prima
rappresentazione esterna dell’apparato psichico»,7 si è liberato optando
però spesso per i toni smorzati e mediocri di una nevrosi. «L’asse
orizzontale della visione alla quale la struttura umana è rimasta
strettamente assoggettata nel corso di una lacerazione e di uno
svellimento dell’uomo che rigetta la natura animale, è l’espressione di
una miseria tanto più pesante in quanto si confonde in apparenza con la
serenità».8
La rappresentazione può allora suscitare di nuovo «un’ammirazione o
un terrore più grande» (Pierre Boaistuau citato da Bataille),9 perché
l’occhio non coincide con l’unico punto di vista, e può essere enucleato e
persino divenire «dono gioviale, poiché quest’occhio era di vetro».10

1Mostra-convegno «Il sogno rivela la natura delle cose», Bolzano, Museo


d’Arte Moderna, novembre 1991; Milano, La Permanente, dicembre
1991. Testi e illustrazioni in «Il sogno rivela la natura delle cose»,
Mazzotta editore, novembre 1991.
2 G. Bataille, L’ano solare.
3V. Finzi Ghisi, Che cosa è una protesi?, in «Il piccolo Hans», 26, aprile-
giugno 1980, Bari, Dedalo; La protesi va alla guerra, in «Il piccolo
Hans», 56, inverno 1987, Milano, Media Presse.
4 V. Finzi Ghisi, Cefalopodo, o l’amore senza ostacolo (Considerazioni
sul romanzo familiare e trasformazioni del luogo della fobia), in «Il
piccolo Hans», 69, primavera 1991, Bergamo, Moretti e Vitali.
5 G. Bataille, La mutilazione sacrificale e l’orecchio reciso di Vincent
Van Gogh, in G. Bataille, Critica dell’occhio, a cura di S. Finzi, Firenze,
Guaraldi, 1972.
6 G. Bataille, L’ano solare.
7 V. Finzi Ghisi, La barriera delle tasse: l’apparato psichico e la sua
rappresentazione nella storia di una fobia, in «Il piccolo Hans», 31,
luglio-settembre 1981, Bari, Dedalo.
8 G. Bataille, L’occhio pineale (1).
9 G. Bataille, I capricci della natura, in Critica dell’occhio.
10 G. Bataille, Occhio, in Critica dell’occhio.
Georges Bataille (1897-1962) è nato a Billom (Puy-de-Dôme).
L’anus solaire, scritto nel 1927, fu pubblicato nel novembre 1931 dalle
Éditions de la Galerie Simon, con le illustrazioni di André Masson. Prima
edizione italiana, trad. di S. Finzi, Firenze, Guaraldi, 1972.
Dossier de l’oeil pinéal, pubblicato postumo in OEuvres complètes, vol
II, Gallimard, Paris, 1970. Comprende cinque versioni de L’oeil pinéal,
di cui una sola (Le Jésuve) può essere datata con certezza nel 1930.
Prima edizione italiana, trad. S. Finzi, Firenze, Guaraldi, 1972.

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