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Werner

Heisenberg
Fisica e
filosofia

ilSaggiatore Tascabili
Werner Heisenberg

Fisica e filosofia
La rivoluzione nella scienza moderna

Introduzione di F.S.C. Northrop


Traduzione di Giulio Gnoli
Casa éditrice II Saggiatore
Sommario

Introdtizione di F.S.C. Northrop 9

Vecchia e nuova tradizione 38


Sviluppo délia teoria dei quanta 41
L’interpretazione di Copenaghen délia teoria dei quanta 57 La teoria dei
quanta e le origini délia scienza atomica 74
Evoluzione delle idee filosofiche dopo Descartes in rife-
rimento alla nuova situazione determinatasi in seguito alla teoria dei
quanta 94
Relazioni délia teoria dei quanta con altri rami délia scienza délia natura
112
La teoria délia relatività 131
Critiche e controproposte all’interpretazione di Copenaghen délia teoria
dei quanta 152
La teoria dei quanta e la struttura délia materia 173
Linguaggio e realtà nella fisica moderna 195
Il ruolo délia fisica moderna nell’attuale sviluppo dei pensiero umano

217Introduzione

Esiste una diffusa consapevolezza che la fisica contemporanea abbia


prodotto un’importante revisione nclla concezione che l’uomo ha
dell’universo e dei rapport! che ad esso lo legano. Si è detto anche che
taie revisione incide alla base il destino e la libertà dell’uomo,
incrinando le tradizionali concezioni circa la capacità di controllare il
proprio destino. In nessuna parte délia fisica cio apparc in modo più
évidente che nel prin- cipio d’indetcrminazione délia meccanica
quantica. L’autore di questo libro c lo scopritore di taie principio, che
porta, in- fatti, generalmente, il suo nome. Nessuno perciô è piû quali-
ficato di lui per esprimere un giudizio sul suo significato.
Nel suo precedente libro, 1 principi fisici délia teoria dei quanta 1

1 The Physical Principles 0/ the Quantum Theory, Univcrsity of Chicago Press, Chicago 1930 (trad.
ital. di Mario Ageno, Torino 1948).

1
Heisenberg forni un’esposizione dell’interpretazione teo- retica, del
significato sperimentale e dell’apparato matematico délia meccanica
quantica ad uso degli scienziati e dei fisici in particolare. Qui egli tratta,
ad uso dei profani, di quella e di altre teorie fisiche con riguardo aile
loro implicazioni filoso- fiche ed a qualcuna delle loro probabili
conscguenze sociali. Più specificamcnte egli si sforza qui di dare una
risposta ai tre seguenti problcmi: 1) Che cosa afïermano le teorie
sperimen- talmente vcrificate délia fisica contemporanea? 2) Che cosa
permettono od esigono che l’uomo pensi di sé in rapporte al- l’universo
in cui vive? 3) In che maniera questo nuovo modo di pensare, tipica
creazione del mondo occidentale mo- derno, andrà ad influenzare le
altre parti del mondo?

2
La terza di queste questioni è trattata brevemente da Heisen- berg al
principio e alla fine di questa sua indagine. La brevità delle sue
osservazioni non dovrebbe indurre il lettore a trascu- rarne l’importanza.
Corne egli nota, che lo si voglia o no, il mondo moderno sta alterando e
in parte distruggendo i co- stumi cd i valori tradizionali. Si ritiene
frequentemente dai dirigent! indigeni delle società non occidentali e
spesso anche dai loro consiglieri occidentali, che il problema d’introdur-
re moderni strumenti scientifici e moderni modi di vita in Asia, nel
Medio Oriente ed in Africa, consista unicamente nel concedere
l’indipendenza ai popoli indigeni c rifornirli poi di fondi finanziari e di
strumenti pratici. Questa scmplice sup- posizione trascura moite cose.
Primo, gli strumenti délia scien- za moderna derivano dalla teoria e ne
richiedono di consc- guenza la comprensione per una appropriata
fabbricazione e per un uso efficiente. Secondo, una taie teoria poggia su
présupposé di natura filosofica e fisica. Una volta assimilati, co- desti
presupposti filosofici determinano una mentalité perso- nale e sociale ed
un atteggiamento del tutto diversi, ed in cer- ti punti incompatibili, da
una mentalità tutta accentrata sul- la famiglia, la casta e la tribu e con i
valori propri dei po- poli indigeni dell’Asia, del Medio Oriente e
dell’Africa. In breve, non si possono accoglicre gli strumenti délia fisica
mo- derna scnza dover presto o tardi accettare anche la mentalità
filosofica che ne è il presupposto; e taie mentalità, conquistato che abbia
la giovcntû scientificamente cducata, sconvolge i vccchi ordinamenti
etici di carattere familiare e patriarcale. Se si vuole evitare un non
necessario conflitto emotivo e la de- moralizzazione sociale, è
importante che i giovani si rendano conto di cid che sta loro accadendo.
Cio significa che essi de- vono considerare l’esperienza che stan
vivendo corne il proce- dere contemporaneo di due diverse mentalità
filosofiche, quel- la délia loro civiltà tradizionale e quella délia nuova
fisica. Da qui l’importanza che ognuno comprenda la filosofia délia
nuova fisica.

xi
Ma ci si puo chiederc: non è la fisica affatto indipendente dal la
filosofia? La fisica moderna non ha raggiunto la sua piena efficicnza,
appunto rompendo con la filosofia? Evidentemente Heisenberg risponde
in modo negativo a l’una e all’altra di queste domande. Perché?

xi
Newton produsse l’impressione che non ci fossero nella sua fisica
concezioni che non fossero necessariamente poste dai dati
dell’esperienza. Cio accadde quand’egli affermé che non formulava
delle ipotesi e che aveva derivato i suoi concetti basilari c le sue leggi
soltanto dalle scoperte sperimentali. Se questa concezione sulla
relazione fra le osservazioni sperimentali del fisico e la teoria fosse
csatta, le teorie di Newton non avrebbero mai dovuto richiedere delle
modificazioni o potuto contenere implicite delle conseguenze che gli
esperimenti non confermano, poiché, in un caso del generc, ogni
conseguenza sarebbe altrettanto indubitable e definitiva corne lo sono i
fatti sperimentali.
Nel 1885, tuttavia, un esperimento compiuto da Michelson e Morley
rivelô un fatto che non avrebbe dovuto sussistere se gli assunti teoretici
di Newton fossero stati assolutamente vcri. Cio rese évidente che la
relazione tra i fatti sperimentali del fisico e le sue supposizioni
teoretiche è del tutto diversa da quella che, per seguir Newton, molti
fisici moderni avevano supposto. Una diecina d’anni dopo, gli
esperimenti sulla ra- diazione dei corpi neri rese inevitabile questa
conclusione. In altri termini, cio significa che la teoria fisica non è né
una semplice descrizione di fatti sperimentali né qualche cosa di
deducibile da taie descrizione. Invece, corne Einstein ha mes- so in
rilievo, il fisico pervicnc alla sua teoria attraverso mez- zi puramente
speculativi. La deduzione, nel suo procedimento, non va dai fatti aile
supposizioni teoriche ma da questc ai fatti ed ai dati sperimentali. Di
conseguenza le tcorie dcbbono essere proposte in linea speculativa c
sviluppate deduttiva- mente rispetto aile loro molteplici conseguenze, in
modo da poterie sottoporre a prove speritnentali indirette. In breve, ogni
teoria fisica costruisce sempre un numéro di supposizioni fisiche e
filosofiche maggiore di quello che i semplici fatti for- nirebbero od
implicherebbero. Per questa ragione è soggetta a subire modificazioni o
sviluppi non appena si presenti una nuova testimonianza che sia

1
incompatibile, corne è accaduto per i risultati dell’esperimento di
Michelson e Morley, con i suoi princîpi fondamentali.
Questi princîpi, inoltre, presentano sempre un carattere filo- sofico. Essi
possono essere ontologici, vale a dire relativi al- l’oggetto délia
conoscenza scientifica indipendentemente dai suoi rapporti con
l’osservatore, o epistemologici, vale a dire riferentisi alla relazione dello
scienziato corne sperimentatore ed indagatore con l’oggetto conosciuto.
Le teorie - spéciale e generale - délia relatività di Einstein modificano la
filosofia délia fisica moderna nel primo dei suddetti aspetti alterando
radicalmente la concezione filosofica dello spaziô e del tempo e délia
loro relazione con la materia. La meccanica dei quanta, specialmcnte il
principio d’indeterminazione di Heisenberg, ha avuto un’importanza
notevole per la modificazione da essa ap- portata alla tcoria
epistemologica sulla relazione esistente fra lo sperimentatore e l’oggetto
délia sua conoscenza scientifica. Forse l’argomento piu nuovo ed
importante di questo libro sta nella tesi del suo autore che la meccanica
quantica ha ripor- tato nella fisica il concetto di potenzialità. Cio rende
la teoria dei quanta altrettanto importante per l’ontologia che per l’e-
pistemologia. Su questo punto la filosofia délia fisica di Heisenberg ha
un elemento in comune con quella di Whitehead.
È proprio per questa introduzione del concetto di potenzialità
nell’oggetto délia fisica, corne qualche cosa di distinto dalla particolare
situazione epistemologica dei fisici, che Einstein mosse le sue critiche
alla meccanica quantica. Egli espresse ,1a sua obiezione con la frase:
«Dio non gioca ai dadi.» Il senso di questa affermazione è che il gioco
dei dadi poggia sulle leg- gi del caso, e Einstein riteneva che
quest’ultimo concetto tro- vasse il suo significato scientifico soltanto
nelle limitazioni epi- stemologiche délia mente conoscente finita nella
sua relazione con l’oggetto délia conoscenza scientifica; esso sarebbe
perciô malamente applicato se riferito ontologicamente all’oggetto
stesso. Essendo l’oggetto di per sé affatto completo e in questo senso

2
onnisciente, a somiglianza di Dio, il concetto di caso o di probabilità
risulta del tutto inadeguato per qualsiasi descri- zione scientifica che se
ne faccia.
Questo libro è importante perché contiene la risposta di Hei- senberg
alla critica mossa da Einstein e da altri al suo prin- cipio
d’indeterminazione e alla teoria dei quanta. Per inten- dere questa
risposta bisogna tener presenti due cose: 1 ) La summenzionata
rclazione fra i dati délia fisica sperimentale ed i relativi principi teorici;
2) la differenza del ruolo che ha il concetto di probabilità (a) nella
meccanica di Newton, nella teoria délia relatività di Einstein e (b) nella
meccanica quan- tica. Sul primo punto, Einstein e Heiscnbcrg, la
meccanica re- lativistica e la meccanica quantica, sono d’accordo. È
solo sul secondo punto che esse differiscono. Tuttavia la ragionc délia
diflerenza del punto di vista di Hcisenberg da quello di Einstein, sul
secondo punto, dipende in parte considerevole dal primo punto,
condiviso da Einstein.
Il primo punto afferma che i dati sperimentali délia fisica non ne
implicano i concetti teoretici. Da cio consegue che l’oggetto délia
conosccnza scientifica non è mai conosciuto direttamente
dall’osservazione o dall’esperimentazione, ma è conosciuto sol- tanto
dalla costruzione teoretica speculativamente proposta o postulazione
assiomatica, comprovata soltanto indirettamente e sperimentalmente
attraverso le conseguenze che se ne son dedotte. Per scoprire l’oggetto
délia conoscenza scientifica noi dobbiamo risalire percio ai suoi assunti
teoretici.

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Se facciamo questo (a) per la meccanica newtoniana o einstei- niana e
(b) per la meccanica quantica, scopriamo che il concetto di probabilità o
caso entra nella definizione dello stato d’un sistema fisico, e, in questo
senso, nell’oggetto délia ri- cerca, nella meccanica quantica, mentre non
accade cosi nclla meccanica newtoniana o nella teoria einsteiniana délia
relati- vità. Cio intende indubbiamente Heisenberg quando scrive in
questo libro che la teoria dei quanta ha riportato il concetto di
potenzialità nella scienza fisica. Ed è anche, certamente, cio che aveva
in mente Einstein nella sua critica alla teoria dei quanta.
Posta in termini piû concreti, questa differenza fra la meccanica quantica
e le precedenti teorie fisiche puo essere espressa corne seguc: nella
teoria di Newton e di Einstein, lo stato di qualsivoglia sistema
meccanico isolato in un dato momen- to di tempo è dato con precisione
quando sono empiricamente determinati i numeri che specificano la
posizione e il momento di ogni massa dei sistema in quell’istante dei
tempo; non è présenté alcun numéro che si riferisca ad una probabilità.
Nella meccanica quantica la interpretazione di un’osservazione d’un
sfetema è un procedimento piuttosto complicato. L’osser- vazionc puo
consistere in una semplice lettura, di cui si puo discutcrc l’accuratezza,
o puo comprenderc una complicata sérié di dati, corne avviene per una
fotografia delle goccioline d’acqua in una caméra a nebbia; in ogni caso,
il risultato puo essere espresso soltanto in termini d’una distribuzione di
probabilité concernente, ad esempio, la posizione o il momento delle
particelle dei sistema. La teoria predice quindi la distribuzione délia
probabilità per il futuro. La teoria non è sperimen- talmente verificata,
quando lo stato futuro si verifica, semplice- mente se i numeri dei
momento o délia posizione in una osser- vazione particolare si trovano
nei limiti indicati dalla previsione. Lo stesso esperimento con le stesse
condizioni iniziali deve es- sere ripetuto moite volte, ed i valori délia
posizione o dei mo- mento, che possono esser divers! in ogni
osservazione, devono similmente essere trovati in modo da poter esser
distribuiti secondo la prevista distribuzione di probabilità. In breve, la
difierenza cruciale fra la meccanica quantica e la meccanica di Newton e
di Einstein risiede soprattutto nella definizione di un sistcma meccanico
in un qualsiasi istante di tempo, e que- sta difierenza consiste nel fatto
che la meccanica quantica in- troduce il concetto di probabilità nella sua
definizione di sta- to, mentre la meccanica di Newton e di Einstein non
lo fa.
Questo non significa che la probabilità non abbia luogo nella meccanica
di Newton e di Einstein. Il suo posto era, nondi- meno, solamente nella

1
teoria degli errori per mezzo délia quale veniva determinata l’esattezza
délia verificazione dei Si o dei No o la non conferma délia previsione
délia teoria. Quindi, il concetto di probabilità e di caso era limitato alla
rélazione epistemologica dello scienziato nella verifica di cio che co-
nosce; non implicava l’affermazione tcoretica di ciô che egli conosce.
Cosi, il detto di Einstein che «Dio non gioca ai dadi» restava soddisfatto
nelle sue due teorie délia relatività e nella meccanica di Newton.
C’è qualche modo di decidere la contesa fra Einstein ed Heisen- berg e
gli altri teorici délia fisica quantica? Moite risposte sono State date a
questa domanda. Alcuni fisici e filosofi, metten- do in rilievo le
definizioni operazionali, hanno arguito che, giac- ché tutte le teorie
fisiche, anche quelle classiche, comportano umani errori ed incertezze,
non c’è nessuna decisione da pren- dere fra Einstein ed i teorici
quantistici. Cio tuttavia significa: (a) trascurare la presenza di
definizioni teorctiche costitutive, assiomaticamente costruite, corne pure
la teoria degli errori e (b) supporte che il concetto di probabilité e
l’ancora più complessa relazione d’indeterminazione entri nella
meccanica quantica soltanto in senso operazionale e definizionale. Hei-
senberg mostra che taie supposizione è errata.
Altri scicnziati e filosofi hanno, per contre, sostenuto che il semplice
fatto che sussista incertezza nel prevedere certi feno- meni non
costituisce minimamente argomento per la tesi che quei fenomeni non
siano pienamente determinati. Questo argomento combina il problema
statico di definire lo stato d’un sistema meccanico in un dato momento
col problema dinamico e causale di prevedere cambiamenti nello stato
del sistema attraverso il tempo. Ma il concetto di probabilité nella teoria
dei quanta entra soltanto nella sua statica, vale a dire nella sua teoretica
definizione di stato. Il lettore troveré convenien- te, perciô, tenere
distinti questi due componenti, cioè il com- ponente statico teoretico di
definizione di stato e il compo- nente dinamico o causale teoretico di
cambiamento di stato nel tempo. Rispctto al primo, il concetto di

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probabilité e l’incer- tezza che l’accompagna entra teoreticamente e in
via di prin- cipio; esso non si riferisce puramente aile incertezze
operazio- nali e epistcmologiche sorgenti dai limiti e dall’impcrfezione
del comportamento umano, che sono comuni a qualsiasi teoria
scientifica ed a qualsiasi esperimentaziône.
Ma perché, potrebbe chiedersi, il concetto di probabilité do- vrebbe
essere introdotto nella definizione teoretica dello stato di un sistema
meccanico in ogni momento statico h, in via di principio? Postulando
assiomaticamente taie costruzione teoretica, Heisenberg ed i teorici
quantistici non danno per pro- vato cio che è appunto in discussione fra
loro ed Einstein? Questo libro mostra con chiarezza che la risposta a
queste domande è la seguente: la ragione del procedimento délia
meccanica quantica è nella tesi ( 1 ) su esposta, che anche Einstein
accctta.
La tesi ( 1 ) sostiene che noi conosciamo l’oggetto délia cono- scenza
scientifica soltanto attraverso mezzi speculativi di co- struzione o
postulazione teoretica, essendo falsa l’afiermazione di Newton che il
fisico puo dedurre i suoi concetti teoretici dai dati sperimentali. Ne
consegue che non c’è alcun motivo a priori od empirico per afiermare
che l’oggetto délia cono- scenza scientifica, o, piû specificatamente, lo
stato d’un sistema meccanico in un dato tempo h debba essere definito
in un modo particolare. L’unico criterio è il seguente: quale sérié di
supposizioni teoretiche concernenti un argomento di meccanica e che sia
sviluppata nelle sue dedottc conseguenze sperimentali risulta
confermata dai dati sperimentali?
Ora, accade che se noi teoreticamente e in linea di principio definiamo
lo stato di un sistema meccanico di fenomeni suba- tomici soltanto in
termini numerici riferentisi alla posizione e al momento, corne Einstein
vorrebbe che facessimo, e ne de- duciamo le conseguenze sulla
radiazione dei cçrpi neri, que- st’assunto teoretico conccrnente lo stato
di un sistema meccanico e l’oggetto studiato dalla fisica atomica, vien

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dimostrato falso dalla testimonianza dell’esperienza. Accade
semplicemente che i fatti sperimentali non sono quelli che la teoria
esige- rebbe. Quando, tuttavia, la teoria tradizionale viene modificata
con l’introduzione délia costante di Planck e l’aggiunta di principio
délia seconda sérié di numeri riferentisi alla probabilità che i numeri
connessi indicanti la posizione e il momento sa- ranno trovati, da cui
segue il principio d’indeterminazione, i dati sperimentali confermano i
nuovi concetti e principi teo- retici. In breve, la situazione délia
meccanica quantica rispetto agli csperimenti sulla radiazione d’un corpo
nero è identica a quella cui si trova di fronte Einstein rispetto
all’esperimento di Michclson e Morley. In entrambi i casi, solo
assutnendo corne principio il nuovo assunto teoretico, la teoria fisica
viene messa d’accordo con i fatti sperimentali. Cosî, asserire che,
nonostante la meccanica dei quanta, le posizioni ed i momenti di masse
subatomiche sono «rcalmente» collocate con esattezza nello spazio e nel
tempo secondo l’indicazione di una sola coppia di numeri, secondo una
causalità assolutamente déterminante, corne Einstein e i già menzionati
filosofî délia scienza vorrcbbero che si facesse, significa affermare una
teoria con- cernentc l’oggetto délia conoscenza fisica che gli
csperimenti sulla radiazione da corpi neri hanno mostrato falsa nel senso
che una conseguenza deduttiva sperimentale di detta teoria non ha
riccvuto conferma.
Da cio non consegue, naturalmente, che non potrebbe esser scoperta una
qualche nuova teoria compatibilc con i precedenti fatti sperimentali in
cui non entri corne principio, nella sua definizione di stato, il concetto di
probabilità. Il professor Norbert Wiener, ad esempio, crcde di conosccr
le direzioni che una taie teoria dovrebbe prenderc. Essa dovrebbe,
tuttavia, respin- gcre una definizione di stato nei termini delle quattro
dimension! spazio-temporali délia teoria di Einstein e sarebbe, per- cib,
incompatibile con le tcsi di Einstein anche su altri ar- gomenti.
Certamente, non si puo escludere una talc possi- bilità. Nondimeno,

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finché una taie teoria alternativa non si sia prescntata, chiunque, che non
pretenda di possedere una sor- gente d’informazioni a priori o privata su
cio che dcve essere l’oggetto délia conoscenza scientifica, non ha altra
alternativa se non quella di accettare la definizione di stato délia teoria
dei quanta e di affermare, con l’autore di questo libro, che cio vïene ad
instaurare il concetto di potenzialità nell’oggetto délia moderna
conoscenza scientifica. Gli esperimenti sulla ra- diazione dei corpi neri
esigono la conclusione che «Dio gioca ai dadi».
Quai è la posizione délia meccanica quantica nel problema délia
causalità e dei determinismo? L’interesse dei profano e del- l’umanista
per questo libro probabilmente dipende dal modo corne esso risponde a
questa domanda.
Per intendere questa risposta, il lettore deve porre particolar- mente
attenzione alla descrizione di Heisenberg délia (a) sum- menzionata
definizione di stato facendo ricorso al concetto di probabilità e (b)
all’equazione temporale di Schrodinger. Il lettore deve anche accertarsi
che il significato delle parole «causalità» e «determinismo» quand’egli
pone la suddetta demanda, sia nella sua mente lo stesso che ha in mente
Heisenberg quando specifica la sua risposta. Altrimenti Heisenberg
rispon- derebbe ad una domanda diversa da quella fatta dal lettore e si
avrebbe da parte dei lettore un completo fraintendimento.
La situazione è resa piû complicata dal fatto che la fisica moderna
pertnette al concetto di causalità di avéré due diversi significati
scientificamente precisi, l’uno piû vasto dell’altro, e che non v’è alcun
accordo tra i fisici in quale senso, se nel- l’un significato o nell’altro, va
adoperato il termine «causalità». Perciô alcuni fisici e filosofi délia
scienza usano la parola per designare il piû vasto dei due significati. Ed
è évidente che in tal senso, talvolta almeno, lo adopera in questo libro il
professor Heisenberg. Altri fisici e filosofi, incluse l’autore di questa
introduzione, usano il termine «causalità» per designare il piû ristretto
dei due signifîcati e il termine «déterminisme» per designare l’accezione

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piû vasta. Se si segue il primo uso, le parole «causalità» e
«determinismo» divengono si- nonimi. Se si segue il secondo uso, ogni
sistema deterministico è un sistema causale, ma non ogni sistema
causale è deterministico.
Gran confusione si è sempre insinuata nelle discussioni su que- sto
argomento per il fatto che spesso né la persona che fa la demanda né il
fisico che ad essa risponde si preoccupano di specificare e nella
domanda e nella risposta se stanno usando la parola «causalità» nel suo
moderno significato scientifîco piû ristretto o in quello piû vasto. Se si
chicde: «Permane la causalità nella meccanica dei quanta?», senza
specificare se si parla délia causalità nel suo senso piû vasto o in quello
piû ristretto, si possono ottenere risposte apparentemente contrad-
dittorie da fisici egualmente competenti. Un fisico, intendendo la parola
«causalità» nella sua piû vasta accezione, risponde giustissimamente di
no. L’altro fisico, assumendo il termine nel suo senso piû ristretto
risponde con eguale giustezza di si. È sorta naturalmente l’impressione
che la meccanica quantica non dia una risposta précisa. Ma
quest’impressione è sbagliata. La risposta délia meccanica quantica
diviene inequivocabile quando vien tolta ogni ambiguità alla domanda e
alla risposta specifi- cando il significato che si intende dare al termine
«causalità». È importante percio farsi un’idea chiara sui diversi,
possibili significati dei termine «causalità». Cominciamo dall’uso che fa
il profano dei termine «causa» e procediamo poi verso i piû esatti
significati che esso assume nella fisica moderna, conside- randp, nel
contempo, il significato che esso ebbe nella fisica di Aristotele.
Si puo dire: «La pietra colpi la finestra e causo la rottura del vetro.» In
questo caso si pensa alla causalità corne ad una re- lazione Ira oggetti,
cioè tra la pietra e il vetro. Lo scienziato esprime la stessa cosa in un
modo diverse. Egli descrive la precedente sérié d’eventi nei termini
dello stato délia pietra e del vetro nel tempo h quando pietra e vetro
erano separati e lo stato di questo stesso sistema di due oggetti in un

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tempo tz successivo quando pietra e vetro entrarono in collisione. Di
conseguenza, mentre il profano tende a pensare la causalità corne una
relazione fra oggetti, lo scienziato la pensa corne una relazione fra
diversi stati dello stesso oggetto o corne lo stesso sistema di oggetti in
tempi diversi.
Questo è il motivo per cui, per determinare cid che la teoria dei quanta
afferma sulla causalità, bisogna fare attenzione a due cose: (1) La
funzione di stato, che defînisce lo stato di qual- siasi sistema fîsico in un
qualsiasi tempo specifico t; (2) l’e- quazione temporale di Schrôdinger
che pone in relazione lo stato del sistema fîsico nel precedente tempo h
col suo stato diverse in un qualsiasi specificabile tempo successivo tz.
Cid che Heisenberg dice intorno ad (1) c a (2), deve percid es- sere letto
molto attentamente.
Aiuterà a comprenderc cid che la meccanica quantica afferma sulla
relazione fra gli stati d’un determinato oggetto fîsico, o sistema di
oggetti fisici, in tempi diversi, il considerare le pos- sibili proprietà che
una tal relazione potrebbe avéré. Il meno probabile dei casi possibili
sarebbe quello di una pura succes- sione temporale senza alcuna
connessione necessaria e senza neppure una probabilità, sia pure esigua,
che lo stato iniziale specifiçabile sarà seguito nel tempo da uno
specificabile stato future. Hume ci fornisce delle ragioni per credere che
la rela- zione fra gli stati percepiti di fenomeni naturali immediata-
mente percepiti è di questo carattere. Certamente, com’egli fece notare,
con i senst non viene appresa alcuna relazione di connessione
necessaria. E neppure alcuna probabilità. Tutto cio che la sensazione ci
dà rispetto agli stati successivi di qual- siasi fenomeno, è la pura
relazione di successione temporale.
Questo punto è di grande importanza. Significa che si puo per- venire ad
una teoria causale in qualsiasi scienza o nella conoscenza comune, od
anche ad una teoria délia probabilità, délia relazione fra stati successivi
di qualsivoglia oggetto o sistema, soltanto per mezzi speculativi ed

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assiomaticamente costruiti: una teoria, cioè, scientifica e filosofica
deduttivamente formu- lata, comprovata non direttamente.per mezzo del
confronto coi dati percepiti e sperimentati, ma soltanto indirettamente
per mezzo delle sue conseguenze deduttive.
Una seconda possibilità rispetto al carattere délia relazione esi- stente
fra stati di qualsivoglia sistema fisico in tempi diversi è che la relazione
è qualcosa di necessario, ma che è possibile trovare quale sia codcsta
relazione necessaria soltanto venendo a conoscenza dcllo stato future.
La conoscenza, poi, délie stato futuro puo essere ottenuta sia aspettando
che questo stato si verifichi sia avendo già sperimentato lo stato futuro o
finale di sistemi simili nel passato. In tal caso la causalità è teleologi- ca.
Le modificazioni del sistema nel tempo sono determinate dallo stato
finale o dall’esito del sistema. Ne è un esempio il sistema fisico che si
présenta corne una ghianda in un tempo h e corne una quercia in un
successive tempo t2. La connessione fra questi due stati appare corne
una connessione necessaria. Le ghiande non si trasformano in aceri o in
elefanti. Si trasforma- no soltanto in querce. Tuttavia, sulla scorta delle
proprietà di questo sistema fisico allô stato di ghianda nel primo stadio
h, nessuno scienziato è stato fin qui capace di dedurre le proprietà délia
quercia che il sistema possiederà nel successivo tempo tz. La fisica
aristotelica affermava che ogni relazione causale era teleologica.
Un’altra possibilità ancora è che la relazione fra gli stati di qualsiasi
oggetto, o sistema di oggetti, in tempi diversi sia una relazione di
connessione necessaria taie che, data la conoscenza dello stato iniziale
del sistema, e ammesso il suo isolamento, il suo stato futuro puo esserne
dedotto. Espresso in linguaggio tecnico e matematico ciô significa che si
tratta di una teoria assiomaticamente costruita e indirettamente verificata
i cui po- stulati (1) specificano una funzione di stato, le cui variabili
indipendenti definiscono completamente lô stato del sistema in ogni
specifico istante del tempo, e (2) forniscono un’equazio- ne temporale
che pone in relazione i valori numerici empirici delle variabili

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indipendenti di questa funzione in ogni precedente tempo t-L coi loro
valori numerici empirici in ogni specifico successivo tempo tz, in modo
taie che introducendo la sérié h di numeri operazionalmente determinata
nell’equazione temporale, i futuri numeri Z 2 possono essere dedotti con
la semplice soluzione dell’equazione. Quando ciô si verifica si dice che
la relazione temporale tra stati costituisce un esempio di causazione
meccanica.
Va notato che questa definizione délia causalità meccanica la- scia
aperta la questione di quali variabili indipendenti siano richieste per
definire lo stato del sistema in ogni tempo dato. Sorgono di qui almeno
due possibilità: (a) puo essere usato il concetto di probabilità per
definire lo stato del sistema o (b) non puo essere usato. Quando si
verifica il caso (a), nes- suna variabile indipendente riferentesi a delle
probabilità compare nella funzione di stato e siamo in presenza del tipo
piû vasto di causalità meccanica. Se invece si verifica il caso (b),
variabili indipendenti riferentisi a delle probabilità, corne pure ad altrc
proprietà, corne la posizione e il momento, compaiono nella funzione di
stato e siamo in presenza soltanto di un caso di causazione meccanica
intesa nel senso piû ristretto. Se il let- tore tien fermi in mente questi due
significati di causazione meccanica e si accerta di quale sia il significato
cui Heisenberg si rifcrisce nelle singole proposizioni di questo libro,
dovrebbe poter ottencre risposta alla domanda circa la situazione délia
causalità nella fisica moderna.
E quanto al determinismo? Anche qui non c’è accordo tra i fisici ed i
filosofi délia scienza sul corne deve essere usata que- sta parola. È in
accordo con l’uso comune identificarla con la causalità nella piû vasta
accezione possibile del termine. Usia- mo allora la parola
«determinismo» quando il suo significato si ricolleghi a quest’ultimo
caso. Credo allora che l’attento let- torc di questo libro otterrà la
seguente risposta alla sua domanda: nella meccanica newtoniana,
einsteiniana e quantica troviamo una causalità piuttosto meccanica che

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teleologica. Questo è il motivo per cui la fisica quantica è chiamata
meccanica quantica piuttosto che teleologia quantica. Ma mentre la
causalità nella fisica di Newton e di Einstein è intesa nel significato piû
vasto cd è percio sia meccanica che deterministica, nella meccanica
quantica essa è intesa nel senso piû stretto ed è, percio, meccanica ma
non deterministica. Da cio segue che se in qualche luogo di questo libro
Heisenberg usa le parole «causalità meccanica» nel loro significato piû
vasto e deterministico e venga chiesto se «questa causazione meccanica
nel suo piû esteso significato è présente nella meccanica quantica», la ri-
sposta deve essere allora un nettissimo «no».
La situazione è ancora piû complicata, corne potrà accorgersi il lettore,
di quanto indichino queste distinzioni introduttive fra i divcrsi tipi di
causazione. C’è tuttavia da sperare che l’aver concentrato l’attenzione
su questi diversi significati metterà il lettore in grado di aprirsi meglio la
strada, attraverso questo librp eccezionalmente importante, di quanto
non accadrebbe altrimenti.
Le distinzioni fatte dovrebbero porci in grado di afferme l’e- norme
significato filosofico dell’introduzione del principio di causazione
meccanica, intcsa nel senso piû stretto, nella fisica moderna, che ha
avuto luogo con la meccanica quantica; e che si identifica nella
riconciliazione del concetto délia potenzialità oggettiva, e in questo
senso ontologico, délia fisica aristotelica con il concetto di causazione
meccanica délia fisica moderna.
Sarebbc un errore, perciô, se il lettore per una certa enfasi usata da
Heisenberg nel parlare délia presenza nella meccanica quantica di
qualcosa di analogo al concetto aristotelico di potenzialità, concludesse
che la fisica contemporanea ci ha ricon- dotti alla fisica ed all’ontologia
di Aristotele. Sarcbbe analogo errore, per converso, concludere che
poiché la causazione meccanica nel suo significato piû stretto permane
tuttora nella meccanica quantica, tutto è rimasto lo stesso, nella fisica
moderna, rispetto alla sua causalité e alla sua ontologia, di quando non

1
0
era ancor sorta la meccanica quantica. È invece accaduto che nella
contemporanea teoria dei quanta l’uomo è proceduto al di là del mondo
classico, médiévale e moderne verso una nuo- va fisica ed una nuova
filosofia che combinano coerentemente alcune delle concezioni
fondamentali causal! ed ontologiche dell’una e dell’altra posizione. Qui,
ci sia permesso di ricordarlo, usiamo il termine «ontologico» per
denotare qualsiasi concetto spcrimentalmente verificato délia teoria
délia scienza che si ri- fcrisca all’oggetto délia conoscenza scientifica
piuttosto che sem- plicemente alla relazione epistemologica fra lo
scienziato corne conoscitore e l’oggetto che egli conosce. Taie sintesi
filosofica, spcrimentalmente verificata, di potenzialità ontologica e di
cau- salità meccanica, nel significato piu stretto del termine, si ve- rifico
quando i fisici trovarono impossibile rendersi teoretica- mente ragionc
dell’efîetto Compton e dei risultati degli esperi- menti sulla radiazione
dei corpi neri, a meno di non estendere il concetto di probabilità dal suo
significato newtoniano e ein- stciniano, puramente epistemologico, di
teoria degli errori, al suo significato ontologico, specificato corne
principio nei postu- lati délia teoria, caratterizzante l’oggetto stesso délia
conoscenza scientifica.
Non ci si meravigli che Heisenbcrg attraversasse quelle esperien- zc
soggettive cosi emozionanti descritte in questo libro prima di piegarsi
alla nécessita, imposta da considerazioni sia mate- matiche che
sperimentali, di modificare le credenze filosofiche e scientifiche
dell’uomo medievale e moderno in un modo cosi radicale. Tutti coloro,
cui interessi assistere all’attività dello spirito umano in uno dei suoi
momenti piû creativi vorranno, solo per questo motivo, conoscere
questo libro. Il coraggio che ci voile per allontanarsi dall’assoluto
determinismo délia fisica classica moderna puo bene essere apprezzato
se si pensa che perfino ad uno spirito audace e creativo corne quello di
Einstein esso venne a mancare. Einstein non se la senti di seguire Dio
che giocava ai dadi; non poteva esservi potenzialità nel- 1 oggetto délia

11
conoscenza scientifica, corne si trova ailermato nella concezione piû
stretta di causalità meccanica nella mec- canîca quantica.
Prima di concludere tuttavia che Dio è diventato un giocatore e che la
potenzialità è in tutti gli oggetti, è bene ricordare al- cune limitazioni
che la meccanica quantica pone all’applicazione del principio di
causazione meccanica nella sua piû stretta ac- cezione. Per apprezzare
queste restrizioni il lettore farà bene a notare cio che il libro dice intorno
(1) all’efletto Compton, (2) alla costante di Planck, e (3) al principio di
indetermi- nazione defînito in termini di costante di Planck.
Questa costante Z? è un numéro che si riferisce al quantum d’a- zione di
qualsiasi oggetto o sistema di oggetti. Questo quantum, che estende
l’atomicità dalla materia e dall’elettricità alla luce e perfîno all’energia,
è piccolissimo. Quando i numeri quantici del sistema osservato sono
piccoli, corne è il caso nei fenomeni subatomici, allora l’incertezza
determinata dal principio d’indeterminazione di Heisenberg riguardo
aile posizioni e ai momenti dclle masse del sistema divcnta significante.
Allora, anche, i numeri riferentisi alla probabilità associati con i numeri
délia posizione e del momento nella funzione di stato diventano
significanti. Quando, invece, i numeri quantici del sistema sono grandi,
allora l’ammontare quantitative d’incer- tezza determinato dal principio
di Heisenberg diventa insigni- ficante e i numeri riferentisi alla
probabilità nella funzione di stato possono essere trascurati. È questo il
caso dei grossi oggetti dell’esperienza comune. A questo punto la
meccanica quantica con il suo principio di causalità inteso in senso
stretto dà origine, corne a un caso spéciale di sé, alla meccanica new-
toniana ed einsteiniana con il loro principio di causalità di piû larga
accezione e il loro déterminisme. Di conseguenza, per esseri umani
considérât! puramente corne grossi oggetti dell’e- sperienza comune
resta valido il principio di causalità in senso lato e quindi anche Ï1
determinismo.
Nondimeno, i fenomeni subatomici sono scientificamente signi- ficativi

1
2
anche per l’uomo. Entro questi limiti, almeno, la causalità che lo
governa è quella di signifîcato piû stretto, ed egli incorpora sia la
nécessita meccanica che la potenzialità. Ci sono ragioni scicntifiche per
credere che cio accade anche nell’eredi- tarietà. Il lettore che volesse
approfondire questo oltre i limiti di questo libro dovrebbe rivolgersi a
What is Life 2 del professer Erwin Schrodinger, il fisico col cui nome si
désigna l’e- quazione temporale nella meccanica quantica.
Indubbiamente, la potenzialità e il principio di causalità in senso
stretto ,val- gono anche per altre innumerevoli caratteristiche degli
esseri umani, particolarmcnte per quei fenomeni nervosi corticali del-
l’uomo che sono i correlati epistemici delle idee e dei propositi umani
eolti direttamente dall’introspezione.
Se le cose stan cosi potrebbe essere a portata di mano la solu- zione di
un difficile problema scientifico e filosofico, che ha anche un aspetto
morale. E cioè: in che modo la causazione meccanica, anche nel suo più
stretto signifîcato, délia meccanica quantica deve venire conciliata con
la causazione teleologi- ca evidentemente présenté negli intenti morali,
politici e giu- ridici degli uomini c nella determinazione causale
teleologica del loro comportamento corporeo, in parte almeno, ad opéra
di questi intenti? In breve corne puo la filosofia délia fisica espo- sta in
questo libro da Heisenberg conciliarsi con la scienza morale politica e
giuridica e con la filosofia?
Puo servire al lettore, per comprendere perché sia necessario essere ben
padroni délia materia di questo libre prima che pos- sano essere
correttamente intesi o possano trovare una solu- zione questi problemi
piû ampi, far qui un breve riferimento ad alcuni articoli che collegano la
teoria délia causazione fîsica qui esposta ad una piû ampia relazione fra
meccanismo e te- leologia nelle scienze umane e sociali. Questi
important! articoli sono (a) dei professori Rosenblueth, Wiener e

2 Univcrsity Press, Cambridge; Macmillan Company, New York 1946.

1
3
Bigelow nella rivista «The Philosophy of Science», gennaio, 1943; (b)
dei dottori McCulloc e Pitts in «The Bulletin of Mathemati- cal
Biophysics», volume 5, 1943, e volume 9, 1947; e (c) Ca- pitolo XIX di
Ideological Différences and World Order, a cura di chi ha steso questa
introduzione e pubblicato dalla Uni- versità di Yale nel 1949. Se letti
dopo questo libro, (a) mo- streranno corne la causalità teleologica sorge
corne un caso spéciale délia causalità meccanica descri tta qui da
Heisenberg. Si- milmente, (b) forniranno una teoria fisica dei correlati
neuro- logici delle idee dell’introspezione, espressi nei termini délia
causalità teleologicamente meccanica di (a), fornendo con cio una
spiegazione di corne le idee possano avéré un effetto cau- salmcnte
significante sul comportamento degli uomini. Analo- gamente, (c)
mostreranno corne le idee dell’uomo, in fatto di morale, di politica e di
diritto possano esser messe in relazione, per mezzo di (b) e di (a), con la
teoria délia potenzialità fisica e délia causalità meccanica cos!
compiutamente descritta da Heisenberg in questo libro.
Resta da richiamare l’attenzione su cio che il professer Heisenberg dice
dei principio di complementarità di Bohr. Questo principio svolge una
parte importante nell’interpretazione délia teoria dei quanta délia
«Scuola di Copenaghen», a cui Bohr ed Heisenberg appartengono.
Alcuni studiosi délia meccanica quan- tica, fra cui l’autore di questa
introduzione, sono inclini alla conclusione che la meccanica quantica
postula soltanto la sua definizione di stato, l’equazione temporale di
Schrodinger e qucgli altri dei suoi postulati matematici che sono capaci
di assicurare, corne sopra si è notato, alla meccanica newtoniana cd
einsteiniana, il carattere di caso particolare délia meccanica dei quanta.
Secondo l’ultima tesi, il principio di complemen- tarità sorge dalla
diffîcoltà di mantenere sempre présente alla mente il principio di
causalità meccanica nelle sue accezioni piû vasta e piû ristretta, da cui
risulta l’attribuzione délia prima forma a quegli aspetti délia meccanica
quantica dove è interessata soltanto la seconda forma. Quando questo

1
4
accade, deve essere introdotto il principio di complementarità per evi-
tare la contraddizione. Se, nondimeno, si évita il verificarsi di taie
circostanza, il principio di complementarità se non diven- terà inutile,
consentira almeno di evitare il pericolo, preso in considerazione da
Bohr, di dare pseudo soluzioni a problemi fisici e filosofici,
comportandosi tranquillamente senza vincoli col principio di
contraddizione, in nome dei principio di complementarità.
Servendosi di esso le qualificazioni che dovevano essere espres- sc sia
nel linguaggio comune délia fîsica atomica corpuscolare sia in quello
délia fîsica ondulatoria vengono unifîcate. Ma una volta giunti alla
formulazione dei risultato con esattezza mate- matica assiomaticamente
costruita, qualsiasi uso ulteriore di esso diventa di pura superficiale
convenienza quando, trascu- rando gli esatti ed essenziali assunti
matematici délia meccanica quantica, si indulge al linguaggio dei senso
comune ed aile im- magini di onde di particelle.
È stato necessarîo addentrarsi nelle diverse interpretazioni del principio
di complementarità per mettere in grado il lettore di farsi un giudizio
informato su cio che Heisenberg in questo libro afferma sul senso
comune e sui concetti cartesiani di so- stanza materiale e di sostanza
spirituale. La sua conclusione su Descartes dipende infatti da una
generalizzazione del principio di complementarità al di là délia fisica,
primo, sulla relazione fra i concetti biologici del senso comune ed i
concetti fisico ma- tematici; secondo, sul problema del corpo e
dell’anima. Corne risultato di questa generalizzazione, la teoria
cartesiana delle sostanze spirituali, corne il concetto di sostanza in
generale, vengono eliminati in questo libro molto meglio di quanto non
accada in qualsiasi altro libro di filosofia scritto da fisici con-
temporanei.
Whitehead, ad esempio, concludeva che la scienza e la filosofia
contemporanee non hanno né posto per il concetto di sostanza, di cui
non sentono nemmeno il bisogno. Monisti neutrali corne Russell e

1
5
positivisti logici corne il professer Carnap sono pure d’accordo.
Parlando in termini generali, Heisenberg pensa che non esiste alcuna
ragione che ci costringa a disfarci di alcuno dei concetti del senso
comune sia délia biologia che délia fisica matematica, una volta che si
conoscano gli elaborati concetti che portano alla compléta
chiarificazione dei problemi délia fisica atomica. Proprio perché qui la
chiarificazione è compléta, essa si riferisce soltanto ad una limitatissima
sérié di problemi strettamente scientifici e non puo autorizzarci ad
evitare l’uso di molti concetti in altri settori che non sosterrebbero
un’analisi critica del tipo di quella che viene posta in atto nella teoria dei
quanta. Giacché l’ideale délia chiarificazione compléta non puo esser
realizzato - ed è importante che non ci si illuda su questo punto - si puô
indulgere all’uso dei concetti del senso comune purchc esso venga fatto
con ogni attenzione e cautela. Sotto questo rispetto, certamente, la
complémentarité è un utilissimo concctto scientifîco.
Due cose, ad ogni modo, sembrano chiare e rendono estrema- mente
importante cio che Heisenberg dice su questi argomen- ti. Primo, il
principio di complementarità e l’attuale validité dei concetti cartesiani e
del senso comune di corpo e spirito sussistono o cadono insieme.
Secondo, puô essere che entrambe queste nozioni siano soltanto delle
utili scale a pioli di cui ci si dovrebbe ora sbarazzare. Anche cost,
almeno per quel che riguarda la teoria dello spirito, la scala a pioli dovré
restare finché, per suo mezzo, noi non si riesca a trovare la teoria lin-
guisticamcnte più esatta ed empiricamente piû soddisfacente che ci
permetta di eliminare il linguaggio cartesiano. A dire il vcro, frammenti
di teorie dello spirito che non si richiamano alla nozione di sostanza
esistono ora, ma nessuno dei loro au- tori, tranne forse Whitehead, ha
mostrato corne il loro linguaggio teorico possa essere portato ad una
relazione commi- surabile e compatibile col linguaggio scientifîco degli
altri fatti dell’umana conoscenza. È probabile perciô che chiunque
pensi, si tratti di un fisico, di un filosofo o di un lettore profano, di

1
6
saperla piû lunga di Heisenberg su questi important! argo- menti, corra
il grave rischio di supporte di essere in possesso di una teoria scientifica
sulle relazioni tra spirito e corpo, il che in effetti sarebbe molto poco
attendibile.
Fino a questo punto abbiamo rivolto l’attenzione, con solo due
eccezioni, a cio che la filosofia délia fisica contemporanea ha da dire
sull’oggetto délia conoscenza scientifica in quanto oggetto,
indipendentemente dalle sue relazioni con lo scien- ziato corne
conoscitore. In breve abbiamo avuto a che fare con la sua ontologia. Ma
questa filosofia ha anche il suo com- ponente epistemologico. Questo
componente si distingue in tre parti: (1) Relazione fra (a) i dati
direttamente osservati ofierti al fisico corne conoscitore induttivo nelle
sue osserva- zioni o nei suoi esperimenti e (b) i postulati
spéculativamente proposti, indirettamente verificati, assiomaticamente
formulât! délia sua teoria. Il secondo termine (b) definisce gli oggetti
délia conoscenza scientifica in quanto oggetti e fornisce, percib,
l’ontologia. La relazione fra (a) e (b) definisce uno dei fattori
dell’epistemologia. (2)11 ruolo del concetto di probabilité nel- la teoria
degli errori, per mezzo del quale il fisico stabilisée il criterio per
giudicare fino a quai punto i risultati sperimentali possono allontanarsi,
a causa degli errori dovuti all’umana espe- rimentazione, dalle
conseguenze dedotte dai postulati délia teoria e possono percio essere
considerati corne conforme délia teoria stessa. (3) L’effetto
dell’espcrimcnto sull’oggetto da conoscere. Cio che Heisenberg dice sul
primo e sul secondo di questi tre fattori epistemologici délia fisica
contemporanea è già stato sottolineato in questa introduzione. Resta da
dirigerc l’attenzione del lettore su quanto egli dice sul punto ( 3 ).
Nella teoria délia fisica moderna antecedente alla meccanica dei quanta,
il (3) non aveva alcun ruolo. Quindi l’epistemo- logia délia fisica
moderna era allora completamente specificata soltanto da ( 1 ) e da ( 2 ).
Nella meccanica quantica, tutta- via, (3), corne pure (1) e (2), divenne

1
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importantissimo. Il semplice atto dell’osservare altéra l’oggetto
osservato quando i suoi numeri quantici sono piccoli.
Da questo fatto Heisenberg ricava un’importantissima conclu- sione
concernente la relazione fra l’oggetto, il fisico osservatore ed il resto
dell’universo. È possibile apprezzare taie conclusione se si dirige
l’attenzione sui seguenti punti chiave. Puo venir ricordato che in alcune
delle definizioni di causalità meccanica date piû indietro in questa
introduzione, venivano aggiunte le parole qualificanti «per un sistema
isolato»; altrove cio era implicito. Taie condizione qualificante puo
essere soddisfatta in linea di principio nelle meccaniche di Newton e di
Einstein, ed anche in pratica rendendo sempre piû accurate le osserva-
zioni ed affinando gli strumenti d’osservazione. L’introduzione del
concetto di probabilità nella definizione di stato dell’og- getto délia
conoscenza scientifica nella meccanica quantica esclu- de tuttavia, in
linea di principio, e non solo per motivi prati- ci dovuti all’imperfezione
dell’osservazione e degli strumenti umani, che possa soddisfarsi la
condizione che l’oggetto délia conoscenza da parte del fisico sia un
sistema isolato. Heisen- berg dimostra anche che l’inclusione
dell’apparato sperimentale e pcrfino dell’occhio dello scicnziato
indagatore nel sistema fisico che è oggetto di conoscenza per
l’osservatore non serva, giacché, se la meccanica quantica è giusta, gli
stati di tutti gli oggetti devono essere defini ti in linea di principio
facendo ri- corso al concetto di probabilità. Di conseguenza, solo se l’in-
tcro universo viene incluso nell’oggetto délia conoscenza scientifica la
condizione qualificante «per un sistema isolato» puo essere soddisfatta
anche per il principio di causazione meccanica nel suo significato piû
stretto. Appare chiaramente da questo libro che la filosofia délia fisica
contemporanea è altret- tanto nuova per la sua epistemologia che per la
sua ontologia. E infatti dall’originalità délia sua ontologia - la
consistente unificazione di potenzialità e di causalità meccanica in senso
stretto - che scaturisce la novità délia sua epistemologia.

1
8
Un’altra cosa, indiscutibilmente, appare chiara. Un’analisi delle teorie
specifiche sperimentalmente verificate délia fisica mo- dernà
considerate in quel che dicono intorno all’oggetto délia conoscenza
umana nelle sue relazioni col soggetto conoscente, rivela una
ricchissima e complessa filosofia ontologica ed epi- stemologica che è
parte essenziale délia teoria scientifica e del metodo stesso. La fisica
percio, non è né epistemologicamente né ontologicamente neutrale. Si
neghi qualcuno degli assunti epistemologici délia teoria del fisico e non
c’è alcun metodo scientifico per provare se cio che la teoria afferma
sull’oggetto fisico c vero, nel senso di empiricamente confcrmato. Si
neghi qualcuno degli assunti ontologici e non vi è abbastanza conte-
nuto nei postulati matematici assiomaticamente formulât! délia teoria
del fisico per permettere la deduzione dei fatti speri- mentali che essa è
intesa a prédire, a coordinare in modo con- sistente ed a spiegare. Nella
misura percio che i fisici speri- mentatori ci assicurano che la loro teoria
sulla fisica contem- poranca è indirettamente e sperimentalmente
vcrificata, ci assicurano anche, ipso facto, che ne risulta verificata la
ricca e complessa filosofia ontologica ed epistemologica.

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9
Quando una taie filosofia del vero nelle scienze naturali, empiricamente
verificata, s’idehtifica con il criterio del buono e del giusto nelle scienze
umane e sociali, si hanno le leggi etiche naturali e la giurisprudenza. In
altre parole, si ha un criterio conoscitivo scientificamente significante
per giudicare sia le norme verbali, personali e sociali délia legge
positiva e l’ethos vivente incorporato nei costumi, sia gli usi e le
tradizionali istituzioni culturali dei popoli e delle civiltà del mondo
corne sono de facto. È l’avvento contemporaneo di questa nuova filo-
sofia délia fisica e delle corrispettive filosofie délia civiltà uma- na che
costituisce l’evento piû grandioso nel mondo di oggi e di domani. A
questo punto, la filosofia délia fisica contenuta in questo libro e il suo
importante riferimento aile conseguen- zc sociali délia fisica procedono
di conserva.
I capitoli di questo libro sono stati letti corne Gifford Lectures
all’Università di St. Andrew durante il trimestre invernale 1955-56.
Seconde la volontà del loro fondatore le Gifford Lectures dovrebbero
«liberamente discutere tutti i problemi che riguardano le concezioni
dell’uomo su Dio e l’Infînito, la loro origine, natura e verità, se l’uomo è
in grado di avéré tali concezioni, se Dio è sottoposto a dei limiti e a
quali e cosî via». Le letture di Heisenberg non tentano di affrontare
questi generalissimi e difiîcilissimi problemi. Ma esse tentano di pro-
cedere oltrc il fine limitato di una scienza particolare per ad- dentrarsi
nei piû vasti campi di quei problemi umani d’ordine generale che sono
sorti in seguito ai recenti enormi sviluppi délia scienza naturale e delle
sue pratiche applicazioni.
F. S. C. Northrop, prof, di Filosofia e Diritto nella Université di

Yale.Vecchia e nuova traàizione

Quando si parla oggi di fisica moderna, il primo pensiero che sorge è


quelle delle armi atomiche. Ognuno afïerra subito l’in- fluenza che
hanno queste armi sulla struttura politica del mon- do attuale ed è
disposto ad ammettere che mai prima d’ora l’influenza délia fisica è
stata cosi grande corne appare oggi. Ma quello politico è realmente
l’aspetto piû importante délia fisica moderna? Quando il mondo avrà
trovato il modo d’adat- tarsi, nella sua struttura politica, aile nuove
possibilità teeni- che, che cosa restera dell’influcnza délia fisica
moderna?
Per rispondere a queste domande bisogna ricordarsi che ogni ordigno
trae con sé lo spirito con il quale è stato creato. Giacché ogni nazione ed
ogni raggruppamento politico sono obbligati ad interessarsi aile nuove
armi, irrispettose corne queste sono di posizioni geografiche e di
tradizioni culturali, lo spirito délia fisica moderna penetrerà nella mente

1
di molta gen- te c si legherà nei modi piû disparati aile phi vecchie tradi-
zioni. Quale sarà la conseguenza dell’urto di questo ramo spéciale délia
scienza moderna con le vecchie tradizioni dotate d’un diverso grado di
potenza? In quelle parti del mondo do- ve la scienza moderna si è
sviluppata l’interesse primario è stato diretto per lungo tempo verso
l’attività pratica, le industrie e l’ingegneria, combinate con un’analisi
razionale delle condizioni esterne ed interne di taie attività. A popoli di
questo tipo sarà piuttosto facile rivestirsi delle nuove idee poiché cssi
hanno avuto il tempo di adattarsi lentamente e gradual- mcnte ai
moderni metodi scientifici del pensiero. In altre parti del mondo queste
idee verrebbero invece a scontrarsi con i fondamenti religiosi e filosofici
délia cultura locale. Giacché ac- cadc che i risultati délia fisica moderna
vengono a toccare al- cuni concetti fondamental!, corne quelli di realtà,
di spazio e di tempo, il confronto puô portare a sviluppi completamente
nuovi, afïatto imprevedibili. Un tratto caratteristico di codc- sto incontro
fra la scienza moderna e piû tradizionali procedi- mcnti di pensiero sarà
il suo carattere assolutamente interna- zionalc. In questo scambio di
pensieri una parte, la tradizione antica, sarà diversa nelle diverse parti
del mondo, ma Paîtra parte sarà la stessa dovunque e percio i risultati
dello scambio si diffonderanno in tutte le aree in cui le discussion!
avranno luogo.
Per tali ragioni puo non essere un compito trascurabile cercar di
discutere queste idee délia fisica moderna in un linguaggio non troppo
tecnico, per studiare le loro conseguenze fîlosofiche, e confrontarle con
quelle délia tradizione classica.

2
Il metodo migliore per penetrare nei problemi délia fisica moderna pub
essere quelle délia descrizione storica dello sviluppo délia teoria dei
quanta. È veto che la teoria dei • quanta è soltanto un piccolo settore
délia fisica atomica e la fisica ato- mica, a sua volta, è solo un piccolo
settore délia scienza mo- derna; tuttavia è nella teoria dei quanta che
hanno avuto luo- go i cambiamenti piû radicali riguardo al concetto di
realtà, ed è nella teoria dei quanta nella sua forma finale che si sono
concentrate e cristallizzate le nuove idee délia fisica atomica. L’enorme
e complicatissima attrezzatura sperimentale, necessa- ria alla ricerca
nella fisica nucleare rivela un altro impressio- nante aspetto di questa
parte délia scienza moderna. Ma nei riguardi délia tecnica sperimentale
la fisica nucleare rappresen- ta l’estrema estensione d’un metodo di
ricerca che ha determi- nato lo sviluppo délia scienza moderna fin dai
tempi di Huy- ghens, di Volta o di Faraday. In modo analogo la
scoraggiante complicazione matematica di alcune parti délia teoria dei
quanta non rappresenta che l’estrema conseguenza dei metodi di
Newton, di Gauss o di Maxwell. Ma il mutamento dei concetto di realtà
che si'ïnanifesta nella teoria dei quanta non è una semplice
continuazione dei passato; esso appare corne una vera rottura nella
struttura délia scienza moderna. Percib, il primo dei capitoli seguenti
sarà dedicato allô studio dello sviluppo storico délia teoria dei quanta.
Sviluppo storico délia teoria dei quanta

L’origine délia teoria dei quanta è connessa ad un ben noto fcnomeno


non appartenente aile parti centrali délia fisica ato- mica. Qualsiasi
pczzo di materia, se scaldato, comincia a di- vcnir luminoso e si fa, aile
température più alte, revente e incandescente. Il colore non dipende
molto dalla superficie dei materiale, e per un corpo nero dipende
soltanto dalla tem- peratuta. Percio, la radiazione emessa da un corpo
néro aile alte température è un comodo oggetto per la ricerca fisica; è un
fenomeno semplice che dovrebbe trovare una semplice spie- gazione nei
termini dclle note leggi sulla radiazione e il ca- lore. Il tentativo fatto
alla fine dei diciannovesimo secolo da Rayleigh c Jeans falli, tuttavia,
rivelando sérié difficoltà. Non sarebbe possibile descrivere qui in
termini semplici queste difficoltà. Basta affermare che l’applicazione
delle leggi note non conduceva a risultati sensibili. Quando Planck, nei
1895, entré in quest’ordine di ricerche cerco di spostare il problema
dalla radiazione all’atomo radiante. Questo spostamento non eliminô
ncssuna delle difficoltà inerenti al problema, ma semplifico l’in-
terpretazione dei fatti empirici. Fu proprio a quel tempo, durante l’estate

1
del 1900, che Curlbaum e Rubens venivan fa- cendo a Berlino nuove
accuratissime misure dello spettro délia radiazione termica. Quando
Planck ebbc notizia di questi ri- sultati, cerco di rappresentarseli per
mezzo di semplici formule matematiche che apparivano plausibili sulla
base delle sue riccrche sulla conncssione generale tra radiazione c
calore. Un giorno Planck c Rubens s’incontrarono per un tè in casa di
Planck e confrontarono gli ultimi risultati di Rubens con la nuova
formula suggerita da Planck. Il confronte rivelo un pie- no accordo. Fu
cosi che avvenne la scoperta délia legge di Planck sulla radiazione
termica.
Essa costitui anche l’inizio per Planck d’un intenso lavoro teo- retico.
Quale cra la corretta interpretazione fisica délia nuova formula?
Siccome Planck poteva, per i suoi precedenti lavori, tradurre facilmente
la sua formula in un’afiermazione riguar- dante l’atomo radiante (il
cosiddetto oscillatore), egli deve aver subito trovato che, secondo la sua
formula, era corne se l’oscil- latore potesse contenere soltanto separati
quanta di energia, un risultato quindi cosi diverso da tutto quanto si
sapeva dalla fisica classica che al principio egli deve aver rifiutato di
crc- dervi. Ma in un periodo di intensissimo lavoro durante l’estate del
1900 si convinse infine che non c’cra modo di sottrarsi a quella
conclusione. Il figlio di Planck ha raccontato che suo padre gli parlô di
queste nuove idee durante una lunga pas- seggiata al Grunewald, il
bosco ai sobborghi di Berlino. Durante la passeggiata spiego che sentiva
di avéré fatto una scoperta di primo piano, forse paragonabile soltanto
aile scoperte di Newton. Percio Planck già a quel tempo deve aver com-
prcso che la sua formula aveva intaccato i fondamenti délia nostra
descrizione délia natura, e che quei fondamenti avreb- bero cominciato
un giorno a muoversi dal loro sito tradizio- nale verso nuove e ancora
sconosciute posizioni di stabilità. Planck, che da un punto di vista
generale era conservatore, non amava affatto quelle conseguenze, ma
pubblico la sua ipo- tesi dei quanta nel dicembre del 1900.

2
L’idea che l’energia potessc essere emessa o assorbita soltanto in quanta
separati d’energia era cosi nuova che non poté in- scrirsi nella struttura
tradizionale délia fisica. Un tentativo fat- to da Planck di conciliare la
sua nuova ipotesi con le antiche leggi sulle radiazioni falli nei suoi punti
essenziali. Ci vollero cinquc anni per muovere il prossimo passo nella
nuova di- rczionc.
Questa volta fu il giovane Albert Einstein, genio rivoluziona- rio tra i
fîsici, che non ebbe paura d’allontanarsi ulteriormente dai vecchi
concétti. C’crano due problemi per i quali poteva scrvirsi delle nuove
idee. Uno era il cosiddetto effetto fotoe- lettrico, l’emissione di clettroni
da mctalli sotto l’influenza délia luce. Gli esperimenti, specialmente
quelli di Lenard, aveva- no dimostrato che l’energia degli elettroni
emessi non dipen- deva dall’intensità délia luce, ma soltanto dal suo
colore o, per essere piû precisi, dalla sua frcquenza. La cosa non poteva
spiegarsi sulla base délia teoria tradizionale delle radiazioni. Einstein
poté interpretare le osservazioni intendendo l’ipotesi di Planck nel senso
che la luce consiste di quanta di energia viaggianti nello spazio.
L’energia d’un quantum di luce do- vrebbe, secondo le supposizioni di
Planck, essere eguale alla frequenza délia luce moltiplicata per la
costante di Planck.
L’altro problema riguardava il calore specifico dei corpi solidi. La teoria
tradizionale portava per il calore specifico a dei va- lori che, per le alte
température, si accordavano con le osser- vazioni, mentre ne
discordavano per quelle piû basse. Di nuo- vo Einstein mostro che taie
comportamento poteva esser spie- gato applicando l’ipotesi quantistica
aile vibrazioni elastiche degli atomi nel corpo solido. Questi due risultati
contrasse- gnarono un grandissimo progresso, poiché rivelavano la pre-
senza dei quantum d’azione di Planck - corne viene denomi- nata questa
costante tra i fisici - in molti fenomeni, che im- mediatamente non
avevano nulla a che fare con la radiazione termica. Essi rivelarono
contemporaneamente il carattere pro- fondamente rivoluzionario délia

3
nuova ipotesi, giacché il primo di essi condusse ad una descrizione délia
luce completa- mente diversa dalla tradizionale teoria ondulatoria. La
luce potrebbe essere spiegata o corne consistente di onde elettro-
magnetiche, secondo la teoria di Maxwell, oppure di quanta di luce,
pacchetti di energia viaggianti nello spazio ad altissima velocità. Ma
corne accogliere l’una e l’altra insieme? Einstein sapeva, naturalmente,
che i ben noti fenomeni di diffrazione e di interferenza possono essere
spiegati soltanto secondo l’in- terpretazione ondulatoria. Egli non poté
affrontare la discus- sione sulla contraddizione compléta esistente fra la
concezione ondulatoria e l’idea dei quanta di luce; né fece alcun
tentativo per eliminare l’inconsistenza di questa interpretazione. Egli
considerô soltanto la contraddizione corne qualche cosa che avrebbe
trovato molto piû tardi la sua spiegazione.
Frattanto gli esperimenti di Becquerel, Curie e Rutherford avevano
portato nuova luce sulla struttura dell’atomo. Nel 1911 le osservazioni
di Rutherford sulla interazione dei raggi a pe- netranti nella materia si
risolsero nella costruzione dei suo famoso modello atomico. L’atomo è
raffigurato corne consi- stente di un nucleo, caricato positivamente e che
contiene quasi l’intcra massa deU’atomo, e di elettroni, che girano
intorno al nucleo corne i pianeti girano intorno al sole. Il legame
chimico Ira atomi di diversi elementi è spiegato corne un’interazione fra
gli elettroni esterni degli atomi limitrofi; non ha dirctta- mente a che fare
col nucleo atomico. Il nucleo détermina il comportamento chimico
dell’atomo per mezzo délia, sua carica che détermina a sua volta il
numéro degli elettroni nell’atomo neutro. Inizialmente questo modello
di atomo non fu in grado di spiegare quelle che è il tratto piû
caratteristico dell’atomo, la sua enorme stabilità. Nessun sistema
planetario, seguente le leggi délia meccanica newtoniana, ritornerebbe
alla sua configu- razione originale dopo una collisione con un altro
sistema si- mile. Ma un atomo dell’clemento carbonio, ad esempio,
restera sempre un atomo di carbonio dopo qualsiasi collisione o inte-

4
razione in un legame chimico.
La spiegazione di questa insolita stabilità venne fornita da Bohr nel
1913, per mezzo dell’applicazione dell’ipotesi quantistica di Planck. Se
l’atomo puô modificare la propria energia soltanto per quanta separati
d’energia, cid deve significare che l’atomo puô esistere soltanto in stati
stazionari separati, dei quali il piû basso è il suo stato normale. Perciô,
dopo qualsiasi tipo di interazione l’atomo tornerà sempre alla fine al suo
stato normale.
Con questa applicazione délia teoria dei quanta al modello atomico,
Bohr poté non solo spiegare la stabilità dell’atomo ma anche, in alcuni
casi semplici, dare un’interpretazione teo- retica delle righe degli spettri
emessi dagli atomi se stimolati da una scarica elettrica o dal calore. La
sua teoria si appog- giava su una combinazione di meccanica classica
circa il moto degli elettroni e di condizioni quantiche, che vennero
sovrap- poste ai movimenti classici per definire gli stati stazionari sepa-
rati dcl sistema. Una formulazione matematica consistcnte di queste
condizioni £u data piû tardi da Sommerfeld. Bohr era ben conscio del
fatto che le condizioni quantiche distruggono, in qualche modo, la
consistenza délia meccanica newtoniana. Nel caso semplice dell’atomo
d’idrogeno si poterono calcolare con la teoria di Bohr le frequenze délia
luce emessa dall’atomo, e l’accordo con le osservazioni fu completo.
Tuttavia queste frequenze erano diverse dalle frequenze orbitali e dalle
loro armoniche degli elettroni ruotanti intorno 'al nucleo, il che mostrô
subito che la teoria era ancora picna di contraddizioni. Pure cssa
conteneva una parte essenziale di vcrità. Spiegava qualitativamente il
comportamento chimico degli atomi ed i loro spettri a righe; la esistcnza
di stati separati stazionari venne verificata dagli espcrimenti di Franck e
di Hertz, di Stem e di Gerlach.
La teoria di Bohr ha aperto una nuova linea di ricerche. La gran quantità
di materiale spcrimentale raccolto dalla spettro- scopia in vari decenni
era ora utilizzabile per ricavarne spiega- zioni sullc strane leggi

5
quantiche governanti i moti degli elettroni nell’atomo. Anche molti
espcrimenti chimici si poterono utilizzare allô stesso scopo. È da questo
periodo che i fisici appresero a formulare con esattezza i problemi; e
formulare esattamente i problemi significa spesso essere già a mezza
stra- da dalla soluzione.
Ma quali erano questi problemi? Praticamente avevano tutti a che fare
con le strane evidenti contraddizioni fra i risultati di csperimenti diversi.
Corne poteva essere che la stessa radia- zione che produce le frange
d’interferenza, e che percio deve consistere di onde, produce anche
l’elfetto fotoelettrico, e deve percio consistere di particelle in
movimento? Corne poteva essere che la frcquenza del moto orbitale
dell’clettrone nel- l’atomo présentasse una frcquenza diversa délia
radiazione emessa? Ma se l’idea del moto orbitale si fosse rivelata ine-
satta, che accadrebbe allora agli elettroni che fan parte del- l’atomo? Si
possono ben vedere gli elettroni muoversi in una caméra a nebbia e
qualche volta venirc espulsi dall’atomo. Perché non dovrebbero
muoversi anche all’interno dell’atomo? È veto che essi potrebbero
starsene a riposo nello stato normale dell’atomo, lo stato délia minima
energia. Ma ci sono molti stati di energia piû alta, in cui il guscio
elettronico ha un momcnto angolare. In quel caso gli elettroni non
possono essere in stato di quiete. Si potrebbero moltiplicare esempi del
genere. Si troverebbe sempre che ogni tentative di descrivere i fatti
atomici nei termini tradizionali délia fisica conduce a delle
contraddizioni.
Gradualmente, durante i primi anni del terzo decennio del secolo, i fisici
si familiarizzarono con codeste difficoltà, acqui- starono una certa
conoscenza dei campi in cui potevano veri- ficarsi, cd appresero ad
evitare le contraddizioni. Sapcvano quale fosse la descrizione corretta
d’un evento atomico per l’esperimento spéciale che era in discussione.
Cio non era suf- ficiente per dar forma a un quadro consistente di cio
che acca- de in un processo quantico, ma modificava la mentalité dei

6
fisici in modo da farli in qualche modo penetrare nello spirito délia
tcoria dei quanta. Percio, anche molto tempo prima che si avesse una
solida formulazione délia teoria dei quanta si sapeva piü o meno quale
sarebbe stato il risultato di ogni esperimento.
Si discuteva frequentemente su quelli che venivano chiamati
esperimenti ideali. Tali esperimenti servivano per trovare ri- sposta a
problemi altamente critici e non aveva importanza se essi potevano o
meno effettivamente essere eseguiti. Natural- mente importava che, in
linea di principio, l’esperimento fosse eseguibile, ma la tecnica poteva
essere estremamente compli- cata. Questi esperimenti ideali potevano
essere assai utili per illuminare certi problemi. Se non c’era accordo tra i
fisici sul risultato d’un esperimento ideale, era spesso possibile escogi-
tare un altro esperimento simile ma piu semplice che era possibile
condurre a termine, cosi che la risposta sperimentale contribuiva in
modo essenziale alla chiarificazione délia teoria dei quanta.
L’esperienza piu strana di quegli anni fu che i paradossi délia teoria dei
quanta non scomparvero durante questo processo di chiarificazione; al
contrario, essi divennero ancora piu marcati e appassionanti. Ci fu, per
esempio, l’esperimento di Compton sulla diffusione dei raggi X. Dai
primi esperimenti sull’interfe- renza délia luce diffusa appariva indubbio
che la diffusione ha luogo essenzialmente nel modo seguente: l’onda
délia luce incidente fa vibrare un elettrone dei raggio secondo la
frequenza dell’onda; l’elettrone oscillante emette allora un’onda sferica
dalla stessa frequenza e in conseguenza di cio produce la luce diffusa.
Tuttavia, Compton trovo nel 1923 che la frequenza dei raggi X diffusi
era diversa dalla frequenza dei raggio X incidente. Questo mutamento di
frequenza potrebbe essere formalmente spiegato considerando la
diffusione corne conseguenza di un urto fra un quantum di luce ed un
elettrone. L’cnergia del quantum di luce muta durante l’urto; e giacché
la costante di Planck moltiplicata per la frequenza dovrebbe
corrispondere all’energia del quantum di luce, anche la frequenza

7
dovrebbe essere cambiata. Ma che cosa avviene in que- sta
interpretazione dell’onda luminosa? I due esperimenti - quello
sull’interferenza délia luce diffusa e l’altro sulla muta- zione di
frequenza délia luce diffusa - apparivano contraddit- tori senza alcuna
possibilità di compromesso.
Da questo momento molti fisici si convinsero che queste evi- denti
contraddizioni appartcnevano alla struttura intrinseca délia fisica
atomica. Percio, nel 1924, de Broglie in Francia cercô di estendere il
dualismo fra la descrizione ondulatoria c quella corpuscolare aile
particelle elementari délia materia, prima di tutto agli elettroni. Egli
mostro che una certa onda di materia potrebbe «corrispondere» ad un
elettrone in movi- mento, cosi corne un’onda di luce corrisponde a un
quantum di luce in movimento. Non era allora chiaro che cosa in quel
rapporto signifiasse la parola «corrispondere». Ma de Broglie suggcri
che la condizionc quantica nella teoria di Bohr dovrebbe essere
interpretata corne un’affermazione riguardante le onde di materia.
Un’onda ruotante intorno a un nucleo puo soltanto per ragioni
geometrichc essere un’onda stazionaria; e il perimetro dell’orbita
dev’essere un multiplo intero délia lun- ghezza dell’onda. In questo
modo l’idea di de Broglie con- nettcva la condizione quantica, che era
sempre stata un ele- mento estraneo nella meccanica degli elettroni, con
il dualismo fra onde e corpuscoli.
Nella teoria di Bohr la discrepanza fra la frequenza orbitale calcolata
degli elettroni e la frequenza délia radiazione emessa doveva essere
interpretata corne una limitazione al concetto dell’orbita elettronica.
Questo concetto, del resto, era apparso incerto fin dal principio. Per le
orbite piû alte, tuttavia, gli elettroni dovrebbero muoversi a grande
distanza dal nucleo cosî corne appare quando si vedono muoversi in una
caméra a ncbbia. È li che si dovrebbe parlare di orbite elettroniche.
Appariva percio molto convincente che per qucste orbite piû alte le
frequenze délia radiazione emessa si avvicinassero alla frequenza

8
orbitale e aile sue armoniche piû alte. Anche Bohr aveva già suggerito
nei suoi primi scritti che le intensità delle righe spettrali emesse si
approssimano aile intensità delle cor- rispondenti armoniche. Questo
principio di corrispondenza si era dimostrato molto utile per il calcolo
approssimativo delle intensità delle righe spettrali. In questo modo si
aveva l’im- pressione che la teoria di Bohr desse una descrizione
qualita- tiva e non quantitativa di ciô che accade dentro l’atomo; che
qualchc nuovo lineamento del comportamento délia materia venisse
espresso qualitativamente dalle condizioni quantiche, connesse a loro
volta con il dualisme fra onde e corpuscoli.
La précisa formulazione matematica délia teoria dei quanta emerse
finalmente da duc diversi sviluppi. L’uno prese le mos- se dal principio
di corrispondenza di Bohr. Era necessario ab- bandonare il concetto di
orbita elettronica ma si doveva ancora mantenerlo nel limite dei numeri
quantici alti, cioè per le grandi orbite. In quest’ultimo caso la radiazione
emessa, per mezzo délia frequenza e dell’intensità, fornisce un quadro
del- l’orbita elettronica; essa rappresenta cio che i matematici chia-
mano espansione Fourier dell’orbita. Veniva da sé l’idea che le leggi
meccaniche dovessero venir scrittc non corne equazione delle posizioni
e delle velocità degli elettroni ma corne equa- zioni delle frequenze e
delle ampiezze délia loro espansione Fourier. Partendo da tali equazioni
con qualche minima varia- zione si potrebbe sperare di pervenire per
quelle quantité a delle relazioni che corrispondano aile frequenze ed aile
intensité délia radiazionc emessa, anche per le piccole orbite e per lo
stato base dell’atomo. Questo piano potrebbe ora essere portato a
termine; nell’estate del 1925 esso condusse ad un formalisme
matematico chiamato meccanica delle matrici o, piû generalmente,
meccanica quantica. Le equazioni del moto délia meccanica newtoniana
vennero sostituite con equazioni similari fra matrici; costitui una strana
esperienza trovare che molti degli antichi risultati délia meccanica
newtoniana, corne la conscrvazionc dell’cnergia, ecc., potevano venir

9
derivati anche nel nuovo schéma. Piû tardi, le. ricerchc di Born, Jordan e
Dirac mostrarono che le matrici esprimenti la posizione e il momento
dcll’elettrone non sono commutabili. Quest’ultimo fatto dimostro
chiaramente la dilïercnza essenziale fra la meccanica quantica e quclla
classica.
L’altro sviluppo segui l’idea di de Broglie delle onde di ma- teria.
Schrodinger cercô di stabilité un’equazione ondulatoria per le onde
stazionaric di de Broglie intorno al nucleo. Al prin cipe del 1926 egli
riusci a derivare i valori dell’energia degli stati stazionari dell’atomo
d’idrogeno corne «autovalori» délia sua equazione ondulatoria e pote
fornire una regola piû generale per trasformare una data sérié di
equazioni classiche del moto in una corrispondente equazione
ondulatoria in uno spazio a moite dimensioni. Piû tardi poté provare che
il formalismo délia sua meccanica ondulatoria era équivalente al
precedente formalismo délia meccanica quantica.
Si ebbe cosf finalmente un formalismo matematico consistente che
poteva essere definito in due modi équivalent! : partendo cioè da
relazioni fra matrici oppure da equazioni ondulatorie. Questo
formalisme diede i valori esatti dell’energia per l’atomo d’idrogeno; ci
voile meno di un anno per dimostrare che era valido anche per l’atomo
di elio e per i casi piû complicati degli atomi piû pesanti. Ma in che
senso questo nuovo formalisme descriveva l’atomo? I paradossi del
dualismo fra conce- zione ondulatoria e concezione corpuscolare non
erano risolti: essi restavano per cosi dire nascosti dietro il calcolo
matema- tico.
Un primo e molto intéressante passo verso una reale compren- sione
délia teoria dei quanta venne fatto da Bohr, Kramers e Slater, nel 1924, i
quali cercarono di risolvere l’evidente contraste fra il quadro
ondulatorio e quello corpuscolare con il concetto di onda di probabilità.
Le onde elettromagnetiche vennero interpretate non corne onde «reali»
ma corne onde di probabilità, di cui l’intensità détermina in ogni punto

1
0
la probabilità dell’assorbimento (o emissione indotta) di un quantum di
luce ad opéra di un atomo in quel punto. Quest’idea porto alla
conclusione che non è necessario che le leggi di con- servazione
dell’energia e del momento siano vere per il singolo evento, poiché sono
soltanto leggi statistiche e vere soltanto nel senso d’una media statistica.
Questa conclusione non era tuttavia esatta, e i rapporti fra l’aspetto
ondulatorio e quello corpuscolare délia radiazione si fecero ancora piû
complicati.
Ma lo studio di Bohr, Kramers e Slater mise in luce un tratto essenziale
délia giusta interpretazione délia teoria dei quanta. Il concetto di onda di
probabilità era assolutamente nuovo nella fisica teoretica d’origine
newtoniana. Probabilità in ma- tematica o in meccanica statistica
significa un’affermazione sul nostro grade di conoscenza délia
situazione effettiva. Gettando i dadi noi non conosciamo i minuti
particolari del moto delle nostre mani che determinano la caduta dei
dadi e perciô dicia- nio che la probabilità che venga un determinato
numéro è di uno contro sei. L’onda di probabilità di Bohr, Kramers,
Slater, cuttavia, significa qualche cosa di piû di questo; essa significa
una tendenza verso qualche cosa. Era una versione quantitativa del
vecchfo concetto di «potenza» délia filosofia aristotelica. Introduceva
qualche cosa che stava a meta fra l’idea d’un even- to c l’evento reale,
uno strano tipo di realtà fisica a metà strada fra possibilità e realtà.
Piû tardi, quando l’ossatura matematica délia teoria dei quanta fu fissata,
Born raccolse quest’idea dell’onda di probabilità e diede una chiara
definizione délia quantità matematica nel for- malismo, che doveva
essere interpretata corne onda di probabilità. Non era un’onda
tridimensionale, corne le onde elastiche o le onde radio ma un’onda in
uno spazio a configurazione pluridimensionale, e percio una quantità
matematica piuttosto astratta.
Ancora in questo periodo, nell’estate del 1926, non appariva chiaro in
tutti i casi corne ci si poteva servire del formalismo matcmatico per

11
descrivere una data situazione sperimentale. Si sapeva corne descrivere
gli stati stazionari d’un atomo, ma non si sapeva corne descrivere un
evento molto piû semplice, ad esempio il movimento d’un elettronc in
una caméra a nebbia.
Quando Schrodinger ebbe in quell’estate dimostrato che il suo
formalismo per la mcccanica ondulatoria era matematicamen- te
équivalente alla meccanica quantica egli cerco per qualche tempo di
abbandonare l’idea dei quanta e insieme dei «salti quantici» e di
sostituire negli atomi agli elettroni le sue tridi- mensionalî onde di
materia. Venne sospinto verso questo tenta- ; tivo da un risultato da lui
conseguito, cioè che i livelli d’ener- ; gia dell’atomo d’idrogeno nclla
sua teoria sembravano essere ' niente altro che le autofrequenze delle
onde di materia stazio- ’ narie. Pensb percib che fosse un errore
chiamarle energie, e t che esse erano delle frequenze. Ma nella
discussione che ebbe < luogo nell’autunno del 1926 a Copenaghen fra
Bohr e Schro- t dinger e il gruppo dei fisici di Copenaghen apparve
subito cvi- ' dente che una taie interpretazione non era neppure
sufficiente a spiegare la formula di Planck sulla radiazione termica.
Durante i mesi scguenti queste discussion!, uno studio intensive di tutti i
problemi riferentisi alla interpretazione délia teoria dei quanta, in
Copenaghen, condusse finalmente ad una compléta e, corne molti fisici
crcdettero, soddisfacente chiari- ficazione délia situazione. Ma non si
trattava d’una soluzione che si potesse facilmente accettare. Ricordo
delle discussion! con Bohr che si prolungarono per moite ore fino a
notte piena c che ci condussero quasi ad uno stato di disperazione; e
quan- do al termine délia discussione me ne andavo solo a fare una
passeggiata nel parco vicino continuavo sempre a ripropormi il
problema: è possibile che la natura sia cosi assurda corne ci appariva in
quegli esperimenti atomici?
Ci si avvicino alla soluzione finale per due strade diverse. L’una fu un
aggiramento délia questione. Invece di chiedcrsi: corne si puo esprimere

1
2
con i mezzi matematici conosciuti una data situazione spcrimentale? ci
si pose Paîtra demanda: è vero, forse, che possono sorgere in natura
soltanto situazioni sperimentali tali da poter essere espresse nei termini
del for- malismo matematico? L’assunto che cib fosse vero portava a
delle limitazioni nell’uso di quei concetti che, da Newton in poi,
avevano costituito la base délia fisica classica. Si poteva parlare délia
posizione e délia velocità di un elettrone corne nella mcccanica
newtoniana e si potevano osservare e misurare tali quantité. Ma era
impossibile determinare simultaneamente l’una e l’altra di queste
quantité a piacere e con grande preci- sione. In realté il prodotto di
quelle due inesattezze risultb non essere altro che la costante di Planck
divisa per la massa délia particella. Si potrebbero formulare simili
relazioni per al- tre situazioni sperimentali. Esse vengono comunemente
chiama- te relazioni d’incertezza o principio d’indeterminazione. S’ap-
prendeva cosi che i vecchi concetti si adattano alla natura solo
imprccisamente.
L’altra via di approccio fu il concetto di complémentarité di Bohr.
Schrodinger aveva descritto l’atomo non corne un siste- ma di un nucleo
cd elettroni ma corne un sistema d’un nucleo ed onde di materia. Anche
questa immagine delle onde di ma- teria conteneva un elemento di
vérité. Bohr considéré le due immagini - quella corpuscolare e quella
ondulatoria - corne due descrizioni complementari délia stcssa realté.
Ognuna delle due descrizioni puo essere solo parzialmente vera e sono
neces- saric delle limitazioni all’uso délia teoria corpuscolare cosi corne
di quella ondulatoria, in quanto né l’una né l’altra possono evi- tare
delle contraddizioni. Se si tien conto di questi limiti che possono essere
espressi per mezzo di relazioni d’incertezza, le contraddizioni
scompaiono.

1
3
Cosi fin dalla primavera del 1927 si ha un’interpretazione con- sistente
délia teoria dei quanta, che è frequentemente chiamata «interpretazione
di Copenaghen». Questa interpretazione rice- veva il collaudo decisivo
nell’autunno del 1927 alla conferenza Solvay a Bruxelles. Quegli
esperimenti che avevano sempre condotto ai peggiori paradossi vennero
di nuovo discussi in tutti i particolari, specialmente da Einstein. Nuovi
esperimenti ideali vennero inventati per rintracciare un qualche punto
in- consistente délia teoria, ma la teoria si paleso consistente e sembro
concordare, per quanto era possibile vedere, con tutti gli esperimenti.
I particolari délia interpretazione di Copenaghen costituiranno il
soggetto del prossimo capitolo. Si dovrebbe a questo punto sottolineare
che c’è voluto piû di un quarto di secolo per pas- sare dalla prima idea
dcll’esistenza dell’energia quantica alla comprensione reale delle leggi
teoretiche dei quanta. Il che s ta ad indicare il gran cambiamento che
dovette intervenire nei concetti fondamentali concernenti la realtà prima
che si potcsse comprendere la nuova situazione. L’interpretazione di
Copenaghen
délia teoria dei quanta

L’interpretazione di Copenaghen délia teoria dei quanta parte da un


paradosso. Qualsiasi esperimentp fisico, sia che si riferisca ai fenomeni
délia vita quotidiana o ad eventi atomici, deve essere descritto nei
termini délia fisica classica. I concetti délia fisica classica formano il
linguaggio per mezzo dei quale descriviamo la preparazione dei nostri
esperimenti e ne espri- miamo i risultati. Non possiamo né dobbiamo
sostituire que- sti concetti con altri. Tuttavia l’applicazione di questi
concetti risulta limitata dalle relazioni d’incertezza. Dobbiamo te- ner

1
présente questa limitata area di applicabilità dei concetti classici mentre
li applichiamo, ma non possiamo e non dovrem- mo sforzarci per
migliorarli.
Per una migliore’ comprensione di questo paradosso è utile confrontare
il procedimento per giungere all’interpretazione ceoretica d’un
espcrimento rispettivamente nella fisica classica e nella teoria dei
quanta. Nella meccanica newtoniana, ad esem- pio, noi possiamo
cominciare col misurare la posizione e la velocità del pianeta di cui ci
accingiamo a studiare il movi- mento. Il risultato dcll’osservazione
viene tradotto in termini l matematici derivando i numeri per le
coordinate e i momenti ? del pianeta dall’osservazione. Poi vengono
usate le equazioni : del moto per derivare, da questi valori delle
coordinate e dei ’j momenti in un dato tempo, i valori delle coordinate o
di i qualsiasi altra proprietà del sistema per un qualsiasi punto
successivo del tempo. In tal modo l’astronomo puô prédire le proprietà
del sistema per qualsiasi momento del futuro. Puô, ad esempio, prédire
il tempo esatto di un’eclisse di luna.
Nella teoria dei quanta il procedimento è leggermente diverso.
Potremmo, ad esempio, interessarci al moto d’un elettrone dentro una
caméra a nebbia e potremmo determinare con di- versi tipi
d’osservazione la posizione iniziale e la velocità del- l’elettronc. Ma
questa determinazione non sarà précisa. Con- terrà per lo meno le
inesattezze derivanti dalle relazioni d’in- certezza e probabilmcnte
errori ancora piu grandi dovuti alla difficoltà dcll’esperimento. È la
prima di queste inesattezze che ci permette di tradurre il risultato
dell’osservazione nello schéma matematico délia teoria dei quanta. Si
scrive una fun- zione di probabilità che rappresenta la situazione
sperimentale al momento délia misurazione, includendo anche i
possibili errori délia misurazione.
Questa funzione di probabilità rappresenta la risultante di due fattori, in

2
parte un dato di fatto e in parte la nostra conoscenza di un dato di fatto.
Rappresenta un dato di fatto in quanto assegna l’unità di probabilità
(valc a dire piena certezza) alla situazione iniziale: l’elettrone che si
muove con la velocità osservata nella posizione osservata; «osservata»
significa osservata nei limiti dell’esattezza dell’esperimento.
Rappresenta una nostra conoscenza in quanto un altro osseryatore
potrebbe forse determinare con maggior precisione la posizione
dell’elet- trone. L’errore contenuto nell’esperimento non rappresenta -
almeno in certa misura - una proprietà dell’elettrone ma una deficienza
nella nostra conoscenza dell’elettrone. Anche questa deficienza di
conoscenza è espressa nella funzione di probabilité.
Nella fisica classica si potrebbe con una investigazione accurata
considcrare anche l’errore d’osservazione. Si otterrebbe corne risultato
una distribuzione di probabilité per i valori iniziali délie coordinate e
delle vélocité e quindi qualche cosa di molto simile alla funzione di
probabilité délia meccanica quantica. Soltanto la necessaria incertezza
dovuta aile relazioni d’incer- tezza manca nella fisica classica.

3
Quando la funzione di probabilité nella teoria dei quanta è stata
determinata al momento iniziale dall’osservazione, c pos- sibile dalle
leggi délia teoria dei quanta calcolare la funzione di probabilité per ogni
tempo successive e quindi la probabilité di una misurazione che dia un
valore specifico délia quantité misurata. Possiamo, ad esempio,
prevedere la probabilité di trovare l’elettrone in un tempo successive ad
un dato punto délia caméra a nebbia. Bisognerebbe perô sottolineare
che la funzione di probabilité non rappresenta di per sé un corso di
eventi svolgentisi nel corso dei tempo. Rappresenta soltanto una
tendenza per gli eventi e per la nostra conoscenza di essi. La funzione
di probabilité puo essere connessa con la realté soltanto se si adempie
una condizione essenziale: se vien fatta una nuova misurazione per
determinare una certa propriété dei sistema. Soltanto allora la funzione
di probabilità ci permette! di calcolare il risultato probabile délia nuova
misurazione. Il 1 risultato délia misurazione sarà ancora espresso in
termini di '; fisica classica.
Percio, l’interpretazione teoretica di un esperimento richiede < tre stadi
distinti: (1) traduzione délia situazione sperimentale iniziale in una
funzione di probabilità; (2) accompagnamento di questa funzione lungo
il corso del tempo; (3) determina- zione di una nuova misurazione del
sistema il cui risultato pub poi essere calcolato dalla funzione di
probabilità. Per il primo punto è condizione necessaria la
determinazione dclle relazioni d’incertezza. Il seconde punto non puo
venir descritto in termini di concetti classici; non vi è alcuna
descrizione possibile di cib che accade al sistema fra l’osservazione
iniziale e la nuova misurazione. È soltanto nella terza fase che passiamo
di nuovo dal «possibile» al «reale».

6
o
Illustriamo queste tre fasi servendoci d’un semplice esperimento ideale.
Si è detto che l’atomo consiste d’un nucleo e di elettroni che si
muovono intorno al nucleo; è anche stato affermato che il concetto di
orbita elettronica è incertb. Si po- trebbe arguire che, almeno in linea di
principio, sia possibile osservare l’elettrone nella sua orbita. Basterebbe
osservare l’atomo attraverso un microscopio ad altissimo potere di
scomposi- zione e si vedrebbe l’elettrone muoversi lungo la sua orbita.
Taie altissima capacità di scomposizione non potrebbe essere
certamente ottenuta da un microscopio che facesse uso délia luce
ordinaria, poiché l’imprecisionc délia misura délia posi- zione non pub
mai essere piû piccola délia lunghezza d’onda délia luce. Ci si servirà
allora d’un microscopio che utilizza i raggi gamma che hanno una
lunghezza d’onda piû piccola délia dimensione dell’atomo. Un taie
microscopie non è stato tutta- via costruito ma cio non toglie che si
possa discutere l’esperi- mento ideale.
C possibile il primo passo, ossia la traduzione del risultato del-
l’osservazione in una funzione di probabilità? È possibile sol- tan to se
la relazione d’incertezza venga fatta dopo l’osservazio- ne. La
posizione dell’elettrone sarà nota con la precisione for- nita dalla
lunghezza d’onda del raggio y. Puô essere che l’elet- rronc,
precedentemente all’osservazione, si trovasse in stato di quiete. Ma
all’atto dell’osservazione per lo meno un quantum di luce del raggio y
deve aver attraversato il microscopio e deve essere stato deviato
dall’elettrone. Percio l’elettrone ha ricevuto un urto dal quantum di
luce, ha mutato il suo mo- mento e la sua velocità; e si puô dimostrare
corne l’indeter- minazione di questo mutamento è giusto grande
abbastanza da garantire la validità delle relazioni d’indeterminazione.
Non ci sono percio difficoltà relative al primo punto.
Contemporaneamente si puô facilmente vedere che non c’è al- cun
modo di osservare l’orbita dell’elettrone intorno al nucleo. La seconda

1
!
fase mostra un pacchetto d’onde che si muove non intorno al nucleo ma
allontanandosi dall’atomo perché il primo quantum di luce avrà colpito
l’elettrone proiettandolo via dall’atomo. Il momento del quantum di
luce del raggio gamma è molto piû grande del momento originario
dell’elettrone anche se la lunghezza d’onda del raggio gamma è molto
piû piccola délia dimensione dell’atomo. Percio, il primo quantum di
luce è sufficiente a proiettare l’elettrone fuori dall’atomo e non è
possibile osservare piû di un purito nell’orbita dell’elettrone; percio non
si puô parlare di orbita, nel senso piû stretto del termine. L’osservazione
che segue - la terza fase - mostrerà l’elettrone che si allontana
dall’atomo. Non esiste assolutamente alcuna possibilité di descrivere
cio che accade tra due osserva- • zioni consecutive. Puô essere certo
allettante dire che l’elet-, trône deve essere stato in qualche posto Ira le
due osserva- zioni e che percio deve aver descritto un certo percorso, o
un’orbita, anche se pub risultare impossibile sapere quale sia. Nella
fisica classica questo sarebbe un argomento ragioncvole. Ma nella
teoria dei quanta costituirebbe un uso improprio di linguaggio che,
corne vedremo dopo, non pud essere giustificato. Lasciamo per ora
aperta la questione se questa cautela sia da mettere in relazione al modo
con cui si dovrebbe parlare degli eventi atomici o in relazione agli
eventi stessi, se si riferisca cioè all’epistemologia o all’ontologia. In
ogni caso dobbiamo essere molto cauti nell’uso delle parole quando si
tratta di affermazioni riguardanti il comportamento delle particelle ato-
miche.
In realtà non è allatto nccessario parlare di particelle. Per molti
esperimenti è molto piu conveniente parlare di onde di materia; ad
esempio, di onde di materia stazionarie intorno al nucleo atomico.
Una definizionc del genere contraddirebbe l’altra definizione se non si
prestasse attenzione ai limiti forniti dalle relazioni d’in- certezza.
Tenendo conto dei limiti la contraddizione è evitata. L’uso del termine

2
«onde di materia» c conveniente, ad esempio, quando si tratta délia
radiazione emessa dall’atomo. Attra- verso le sue frequenze e le sue
intensité ci dà notizia sulla distribuzione délia carica oscillante
nell’atomo; e in questo caso la raffigurazione ondulatoria si avvicina
molto di piû alla vérité che non la raffigurazione corpuscolare. Percid
Bohr si fecc soste- nitore dell’uso di entrambe le raffigurazioni che egli
defini «complementari» l’una dell’altra. Naturalmente le due conce-
zioni si cscludono a vicenda, poiché una cosa non puô essere nello
stesso tempo un corpuscolo (vale a dire una sostanza limitata in un
piccolissimo volume) ed un’onda (vale a dire un campo che si propaga
per un ampio spazio). Ma l’una puo essere il complemento dell’altra.
Servendoci di entrambe le raf- figurazioni, passando dall’una all’altra
per ritornare poi alla prima, ottcniamo infine la giusta impressione dello
strano généré di realtà che si nasconde dietro gli esperimenti atomici.
Bohr fa uso in molti punti del concetto di «complementarità»
nell’interpretazione délia tcoria dci quanta. La conoscenza délia
posizione di una particella è complemcntare alla conoscenza délia sua
velocità o del suo momento. Se conosciamo la prima con molta
precisione non possiamo conoscere con altrettanta prccisione la
seconda; tuttavia per conoscere il comportamento del sistema è
necessario conoscere l’una e l’altra. La descri- zionc spazio-temporale
degli eventi atomici è complementare alla loro descrizione
deterministica. La funzione di probabilità obbcdisce ad un’equazione di
moto corne facevano le coordi- natc nella mcccanica newtoniana; i suoi
mutamenti nel corso del tempo sono completamente determinati
dall’equazione délia mcccanica quantica, ma non permettono una
descrizione nello spazio e nel tempo. L’osservazione, d’altro lato,
rafforza la descrizione nello spazio e nel tempo ma spezza la continuità
determinata délia funzione di probabilità modificando la nostra
conoscenza del sistema.

3
!
In generale il dualismo fra due diverse descrizioni délia stessa realtà
non costituisce più una difficoltà quando sappiamo dalla formulazione
matematica délia teoria che non possono sorgere contraddizioni. Il
dualismo tra due rappresentazioni comple- mentari - ondulatoria e
corpuscolare - è anche chiaramente espresso nella flessibilità dello
schéma matematico. La sua espressione formale è analoga a quella
délia meccanica clas- sica, con equazioni di moto per le coordinate e i
moment! dei corpuscoli. Ma con una semplice trasformazione essa puô
essere riscritta a guisa di una equazione ondulatoria per un’ordinaria
onda di materia a tre dimensioni. Perciô, questa possibilità di servirsi di
diversi quadri complementari trova riscontro nelle diverse
trasformazioni dello schéma matematico; da cio non sorge alcuna
difficoltà per l’interprctazione di Copenaghen délia teoria dei quanta.
Una difficoltà reale per la comprensione di questa interpreta- zione
sorge, tuttavia, quando ci si pone la famosa domanda: ma che cosa
accade realmente in un evento atomico? Si è detto prima che il
meccanismo e i risultati di un’osservazione pos- sono sempre essere
espressi nei termini dei concetti classici. Ma cio che si deduce da
un’osservazione c una funzione di probabilità, un’espressione
matematica che combina afferma- zioni circa possibilità o tendenze con
affermazioni sulla nostra conoscenza dei fatti. Cosi non possiamo
oggettivare completa- mente il risultato d’un’osservazione, non
possiamo descrivere cio che «accade» fra questa osservazione e quella
che la segue. Cio pub far apparire corne se noi avessimo introdotto un
ele- mento soggettivo nella teoria, corne se noi intendessimo dire: cio
che accade dipende dal nostro modo di osservarlo o dal fatto che noi
l’osserviamo. Prima di discütere questo proble- ma délia
soggettivazione è necessario spiegare con assoluta chiarezza perché ci
si invischierebbe in difficoltà irresolubili se si cercasse di descrivere cio
che accade tra due osservazioni consecutive.

4
A questo scopo è conveniente prendere in esame il seguente
esperimento ideale: ammettiamo che una piccola sorgente di luce
monocromatica venga irradiata verso uno schermo nero che contiene
due piccoli buchi. Il diametro dei buchi puô essore alquanto piû grande
délia lunghezza d’onda délia luce, ma la distanza che li sépara sarà
molto piû grande. Ad una certa distanza dietro lo schermo una lastra
fotografica registra la luce incidente. Se si descrive questo esperimento
nei termini délia teoria ondulatoria, si dice che Fonda primaria pénétra
attraverso i due buchi; ci saranno delle onde sferiche seconda- rie
partenti dai buchi che interferiranno reciprocamente, e l’in- terferenza
produrrà una traccia caratteristica di intensità variante sulla lastra
fotografica.
L’annerirsi délia lastra fotografica costituisce un processo quan- tico,
una reazione chimica prodotta dai singoli quanta di luce. Pcrcio deve
essere anche possibile descrivere l’esperimento in termini di quanta di
luce. Se fosse possibile dire cib che acca- dc al singolo quantum di luce
fra la sua emissione dalla sorgente luminosa ed il suo assorbimento
nella lastra fotografica, si potrebbe ragionare corne segue: il singolo
quantum di luce puô passare attraverso il primo buco o attraverso il
secondo. Se passa attraverso il primo buco la sua probabilità di essere
assorbito in un certo punto délia lastra fotografica non puo di- pendere
dai fatto che il secondo buco sia chiuso od aperto. La distribuzione di
probabilità sulla lastra sarà la stessa che se fosse aperto solo il primo
buco. Se si ripete l’esperimento moite volte c si mettono insieme tutti i
casi in cui il quantum di luce ha attraversato il primo buco, l’annerirsi
délia lastra dovuto a questi casi corrisponderà a quella distribuzione di
probabilità. Se si considerano soltanto quei quanta di luce che
attraversano il secondo buco, l’annerirsi dovrebbe corri- spondere a una
distribuzione di probabilità derivata dal pre- supposto che soltanto il
secondo buco sia aperto. L’anneri- mento totale, perciô, dovrebbe

5
!
rappresentare esattamente la somma dell’annerimento nei due casi; in
altre parole non dovrebbe esserci alcuno schéma d’interferenza. Pcrcio,
l’afïer- mazionc che ciascun quantum di luce deve essere passato o
attraverso il primo o attraverso il secondo buco è problema- tica e
conduce a delle contraddizioni. Questo esempio mostra chiaramente
che il concetto délia funzione di probabilità non permette una
descrizione di cio che accade fra duc osserva- zioni. Qualsiasi tentative
di formulare una taie descrizione porterebbe a delle contraddizioni; il
che sta a significare che il termine «avviene» è limitato
all’osservazione.
Ora, si tratta di un risultato molto strano, giacché sembra indi- care che
l’osservazione gioca un ruolo dccisivo nell’evcnto e che la realtà varia a
seconda che noi l’osserviamo o no. Per rendere piû chiaro questo punto
dobbiamo analizzare il pro- cesso dell’osservazione piû da vicino.
Per cominciare, è importante ricordare che nella scienza natu- rale cio
che ci intéressa non è l’univérso corne un tutto, inclu- dente noi stessi,
ma che la nostra attenzione si dirige verso una parte dell’universo e fa
di quella l’oggetto dei nostri studi. Nella fisica atomica questa parte è
generalmente un oggetto piccolissimo, una particella atomica o un
gruppo di tali parti- cclle, qualche volta quâlcosa di molto piû grande.
Ma la dimen- siohe non importa. Cio che importa è che una gran parte
dell’universo, inclusi noi stessi, non appartienc all’oggetto.
Ora, l’interpretazione teoretica di un esperimento comincia con i due
passi di cui si è parlato. Nel primo passo noi dobbiamo descrivere il
dispositivo dcll’esperimento, combinato eventual- mente con una prima
osservazione, in termini di fisica classica e tradurre codesta dcscrizione
in una funzione di probabilità. Questa funzione di probabilità segue le
leggi délia teoria dei quanta,' e il suo mutarsi continue nel corso del
tempo puo venir calcolato dalle condizioni iniziali; questo è il secondo
passe. La funzione di probabilità combina insieme elementi oggettivi e

6
elementi soggettivi. Essa contiene delle afïermazioni sulle possibilità o
meglio sulle tendenze («potentia» nella filosofia aristotelica), e queste
affermazioni sono completamente ogget- tive, non dipendono da nessun
osservatore; e contiene afïermazioni sulla nostra conoscenza del
sistema, che sono natural- mente soggettivc in quanto possono essere
diverse per osser- vatori diversi. In casi ideali l’elemento soggettivo
nella fun- zionc di probabilità puo essere praticamente trascurabile se
confrontato con quelle oggettivo. I fisici parlano allora d’un «caso
puro».
Quando passiamo poi all’osservazione, il cui risultato dovrebbe essere
previsto dalla teoria, è molto importante rendersi conto che il nostro
oggetto deve entrare in contatto con Paîtra parte del mondo, cioè con
l’apparato sperimcntale, l’unità di mi- surazione ecc. prima o almeno al
momento dcll’osservazione. Questo significa che l’equazione di moto
per la funzione di probabilità deve ora contenere l’influenza
dell’interazione con lo strumento di misurazione. Quest’influenza
introduce un nuovo elemento d’indeterminazionc, giacché il dispositivo
per misurare è necessariamente descritto nei termini délia fisica
classica; una simile descrizione contiene tutte le incertczze concernenti
la struttura microscopica del dispositivo che noi conosciamo dalla
termodinamica, e poiché il dispositivo è con- nesso con il resto del
mondo, esso contiene di fatto le incer- tezze délia struttura
microscopica del mondo intero. Queste incertezze possono essor dette
obbiettive in quanto sono sem- plicemente una conseguenza délia
definizione nei termini délia fisica classica e non dipendono
dall’osservatore. Possono essere chiamate soggettive in quanto si
rifcriscono alla nostra incom- pleta conoscenza del mondo.
Dopo che questa intcrazione ha avuto luogo, la funzione di probabilità
contiene l’elemento oggettivo délia tendenza e l’e- lemcnto soggettivo
délia conoscenza incompleta, anche se si sia prima trattato di un «caso

7
!
puro». Per questa ragione il risultato dell’osservazione non puo essere
generalmente pre- veduto con certezza; cio che puo essere preveduto è
la probabilità di un certo risultato dell’osservazione, c questa affer-
mazione sulla probabilità puo essere controllata ripetendo l’e-
sperimento moite volte. La funzione di probabilità non deve, corne fa il
procedimento normale nclla meccanica newtoniana, descrivere un certo
evento ma, almeno durante il processo d’os- servazione, un complesso
di eventi possibili.
L’osservazione stessa cambia la funzione di probabilità in modo
discontinue; essa sceglie fra tutti gli eventi possibili quello che
realmente ha avuto luogo. Poiché seguendo l’osservazione, la nostra
conoscenza del sistema è andata trasformandosi in modo discontinuo,
anche la sua rappresentazione matematica ha subito un continuo
mutamento e giungiamo cosi alla definizione di «salto quantico».
Quando si usa il vecchio adagio « Natura non facit saltus» corne base
per una critica délia teo- ria dei quanta, noi possiamo rispondere che è
certo che la nostra conoscenza puo cambiare improvvisamente e che
questo fatto giustifica l’uso del termine «salto quantico».
Perciô, il passaggio dal «possibile» al «reale» ha luogo durante l’atto
d’osservazione. Se desideriamo descrivere cio che accade in un evento
atomico, dobbiamo aver ben présente che la parola «accade» puo essere
applicata soltanto all’osserva- zione e non a cio che accade fra due
osservazioni. Essa si ap- plica all’atto fîsico e non a quello psichico
dell’osservazione, e noi possiamo dire che il passaggio dal «possibile»
al «reale» si verifica non appena l’interazione dell’oggetto e del
dispositi- vo di misurazione, c quindi del resto del mondo, è entrata in
gioco; cio non è connesso con l’atto di registrazione del risul- tato ad
opéra délia mente dell’osservatore. Il mutamento discontinue délia
funzione di probabilità ha luogo, tuttavia, con l’atto di registrazione,
poiché è il mutamento discontinue del nostro conoscere all’istante délia

8
registrazione che si rispecchia nel mutamento discontinue délia
funzione di probabilità.
Entro quali limiti, allora, siamo pervenuti ad una descrizione oggettiva
del mondo, in spécial modo del mondo atomico? La fisica classica
partiva dalla convinzione - o si direbbe me- glio dall’illusione? - che
noi potessimo descrivere il mondo, o almeno delle parti di esso, senza
alcun riferimento a noi stessi. Questo entro ampi limiti è realmente
possibile. Noi sappia- mo che la città di Roma esiste sia che la vediamo
sia che non la vediamo. Si potrebbe anzi affermare che la fisica classica
è proprio quella idealizzazione in cui noi parliamo delle varie parti del
mondo senza far riferimento a noi stessi. I successi da essa ottenuti han
condotto all’idca generale d’una descrizione oggettiva del mondo.
L’oggettività è divenuta il primo crite- rio di valutazione di qualsiasi
risultato scientifico. L’interpre- tazione di Copenaghen délia teoria dei
quanta è ancora d’ac- cordo con questo ideale? Si puô forse dire che la
teoria de

9
iquanta corrisponde a questo ideale nel modo piû ampio possi- bile.
Indubbiamente la teoria dei quanta non contiene dei veri e propri tratti
soggettivi, non introduce la mente dei fisico corne parte dell’evento
atomico. Ma essa parte dalla divisione dei mondo in «oggetto» e resto
dei mondo, e dal fatto che alme- no per il resto dei mondo ci serviamo
dei concetti classici per la nostra descrizione. È una divisione arbitraria
e storicamen- te una diretta conseguenza dei nostro metodo scientifico;
l’uso dei concetti classici è infine una conseguenza dei modo generale
di pensare degli uomini. Ma cio implica già un riferi- mento a noi stessi
e quindi la nostra descrizione non è com- pletamente obbiettiva.
È stato affermato all’inizio che l’interpretazione di Copenaghen délia
teoria dei quanta parte da un paradosso. Parte dal fatto che noi
descriviamo i nostri esperimenti nei termini délia fi- sica classica e nello
stesso tempo dalla consapevolezza che essi non si accordano
perfettamente con la natura. La tensione tra questi due punti di partenza
è la radice dei carattere statistico délia teoria dei quanta. Percio, è stato
qualche volta suggerito di allontanarsi completamente dai concetti
classici e che un cambiamento radicale nei concetti usati per descrivere
gli esperimenti potrebbe forse ricondurre ad una descrizione délia na-
tura non statistica ma completamente obbiettiva.
Il suggerimento, tuttavia, poggia su un malinteso. I concetti délia fisica
classica non sono altro che un raffinamento dei concetti délia vita
quotidiana e sono parte essenziale dei linguag- gio che forma la base di
ogni scienza naturale. Nella scienza la nostra situazione effettiva è taie
che noi non possiamo non far uso dei concetti classici per la descrizione
degli esperimenti, ed il pjroblema délia teoria dei quanta è stato di
trovare un’in-
F
terpretazione teôretica degli esperimenti su taie base. Non serve a
nulla discutere cio che si potrebbe fare se noi fossimo esseri diversi da
quello cbe siamo. Dobbiamo percio metterci in testa, corne ha detto
von Weizsàcker, che «la natura è prima dell’uomo, ma l’uomo è prima
délia scienza naturale». La prima parte dell’aforisma giustifica la
fisica classica, con il suo idéale di compléta oggettività. La seconda
parte ci dice perché non possiamo sfuggire al paradosso délia teoria
dei quanta, cioè alla nécessita di servirci dei concetti classici.
Dobbiamo aggiungere alcuni commcnti sul reale procedimento
dell’interpretazione quantica degli eventi atomici. È stato detto che noi
partiamo sempre da una divisione dei mondo in un oggetto, che ci
accingiamo a studiare, e dei reste dei mondo, c che questa divisione è
in certa misura arbitraria. Non do- vrebbe invero fare alcuna difierenza
per l’obbiettivo finale se noi, per esempio, aggiungiamo qualche parte
dei dispositivo di misurazione o il dispositivo intero all’oggetto ed
applichiamo le leggi délia teoria dei quanta a questo oggetto piû
complicato. Si potrebbe mostrare corne taie alterazione dei trattamento
teoretico non altererebbe le previsioni concerncnti un dato
esperimento. Cio dériva matematicamente dal fatto che le leggi délia
teoria dei quanta valgono per quei fenomeni nei quali
1
la costante di Planck puo essere considerata corne una quanti- tà piccolissima,
approssimativamente identica aile leggi clas- siche. Ma sarebbe un errore
credere che codesta applicazione , delle.leggi, teoretiche quantiche al
dispositivo di misurazione possa servire ad evitare il paradosso fondamentale
délia teoria dei quanta.
Il dispositivo di misura mérita questo nome soltanto se è in stretto
contatto con il resto del mondo, se c’è interazione fra il dispositivo e
l’osservatore. Percid, l’indeterminazione rispetto al comportamento
microscopico del mondo entrera nel sistema teoretico quantico proprio allô
stesso modo che nella prima interpretazione. Se il dispositivo di misura fosse
isolato dal resto del mondo, non sarebbe né un dispositivo di misura né
potrebbe essere affatto descritto nei termini délia fisica clas- sica.
Riferendosi a questa situazione Bohr ha sottolineato che è piû realistico
affermare che la divisione fra oggetto e resto del mondo non è arbitraria.
La situazione effettiva nel lavoro di ricerca nella fisica atomica è
generalmente questa: noi deside- riamo comprendere un certo fenomeno,
desideriamo intendere corne questo procéda dalle leggi generali délia
natura. Percio, quella parte di materia o di radiazione che prende parte al
fenomeno è l’«oggetto» naturale délia investigazione teorica e do-
vrebbe percio essere separato dagli strumenti usati per studiare il
fenomeno. Cib dà nuovamente rilievo alTelemento sogget- tivo nella
descrizione degli eventi atomici, poiché il dispositivo di misura è stato
costruito dall’osservatore, e noi dobbia- mo ricordare che cio che
osserviamo non è la natura in se stessa ma la natura esposta ai nostri
metodi d’indagine. Nella fisica il nostro lavoro scientifico consiste nel
porre delle demande sulla natura, nel linguaggio che noi possediamo e
nel cercare di ottenere una risposta dall’esperimento con i mezzi che
sono a nostra disposizione. In tal modo la teoria dei quanta ci ricorda,
corne ha detto Bohr, la vecchia saggezza per cui, nella ricerca
dell’armonia nella vita, non dobbiamo dimenti- carci che nel dramma
dell’esistenza siamo insieme attori e spettatori. È comprensibile che nelle
nostre relazioni scienti- fiche con la natura la nostra attività assuma
grandissima im- portanza quando abbiamo a che fare con parti délia
natura nelle quali possiamo penetrare soltanto servendoci degli stru-
tnenti piû elaborati.
La teoria dei quanta e le origini
délia scienza atomica

Il concetto di atomo risale a molto prima che avesse inizio la scienza


moderna nel diciassettesimo secolo: ha avuto origine nell’antica filosofia
grcca e fu in quel primo periodo il concetto basilare del materialismo
insegnato da Leucippo e da De- mocrito. D’altra parte, l’interpretazione
moderna dei fatti ato- mici ha ben scarse rassomiglianze con una filosofia
genuina- mente materialistica; si puo dire, infatti, che la fisica atomica ha
distolto la scienza dalla tendenza materialistica che questa présenté
durante il diciannovesimo secolo. È percio intéressante confrontare lo
sviluppo délia filosofia greca nei riguardi del concetto di atomo, con
l’attuale posizione di questo concetto nella fisica moderna.
L’idea di piccolissimi, indivisibili, ultimi blocchi da costruzione délia
materia si presento dapprima in connessione con l’elabo- razione dei
concetti di materia, essere e divenire, che con- traddistinsero la prima
epoca délia filosofia greca. Questo période» cominciô nel sesto secolo a.
C. con Talete, il fondatore délia scuola di Mileto, a oui Aristotele

1
attribuisce l’afferma- zione: «L’acqua è la causa materiale di tutte le
cose.» Questa affermazione, per strana che possa apparirci, esprime,
corne Nietzsche ha messo in rilievo, tre fondamental! idee filoso- fiche.
Primo, l’esistenza di un problema circa la causa materiale di tutte le cose;
secondo, l’esigenza che a questa demanda si debba rispondere in
conformità alla ragione, senza ricorso ai miti, o al misticismo; terzo, il
postulato che in definitiva sia possibile ridurre ogni cosa ad un principio
unico. L’affer- mazione di Talete era la prima formulazione dell’idea
d’una sostanza fondamentale, di cui tutte le altre cose fossero forme
transitorie. La parola «sostanza» non era certamente interpreta- ta in quel
tempo nel senso puramente materiale che noi le at- tribuiamo spesso
oggi. A questa sostanza era connessa o ine- rente.la vita ed Aristotele
attribuisce a Talete anche l’affer- mazione che tutte le cose sono piene di
dèi. Tuttavia la que- stione sulla causa materiale di tutte le cose era stata
posta e non è difficile immaginare che Talete traesse la sua concezione
soprattutto da considerazioni meteorologiche. Di tutte le cose che noi
conosciamo l’acqua pud assumere le forme piû varie; puô in inverno
prender la forma del ghiaccio e délia neve, puô mutarsi in vapore che puô
dar vita aile nubi. Sembra tra- sformarsi in terra dove i fiumi formano il
loro delta, e puô scaturire dalla terra. L’acqua è la condizione délia vita.
Perciô, se una sostanza fondamentale esisteva, era naturale pensare prima
di tutto all’acqua.
L’idea délia sostanza fondamentale venne poi sviluppata da
Anassimandro, che fu scolaro di Talete e visse nella stessa città.
Anassimandro nego che la sostanza fondamentale fosse l’acqua o
qualsiasi altra delle sostanze:conosciute. Insegnô che la sostanza era
infinita, eterna, incorruttibile e che conteneva il mondo. Questa
sostanza primaria si trasforma nelle varie so- stanze che ci sono
familiari. Teofrasto cita da Anassimandro: «In cio, d’onde dériva la
generazione degli esseri, si compie anche la loro dissoluzione, secondo
una legge necessaria; poi- ché essi si debbono l’uno all’altro

2
riparazione e debbono scon- tare la propria ingiustizia nell’ordine del
tempo.» In questa filosofia svolge una parte fondamentale l’antitesi di
essere e di- venire. La sostanza primaria, infinita ed eterna, l’Essere in-
differenziato dégénéra nelle varie forme che portano ad inter- minabili
lotte. Il processo del divenire è considerato corne una specie di
degradazione dell’Essere infinito, una disintegrazio- ne nella lotta,
finalmente espiata con un ritorno a cid che è senza forma e senza
carattere. La lotta di cui.qui si parla è l’opposizione fra il caldo e il
freddo, il fuoco e l’acqua, l’u- mido e l’asciutto ecc. La temporanea
vittoria dell’uno opposto sull’altro è l’ingiustizia per cui essi alla fine
rendono riparazione nella successione del tempo. Secondo
Anassimandro, c’è un «moto eterno», la creazione e la scomparsa di
mondi dal- l’infinito.
Puo essere importante rilevare a questo punto che il proble- ma - se la
sostanza primaria deve essere una delle sostanze conosciute o qualche
cosa di essenzialmente diverse - ritorna in una forma alquanto diversa
nella parte piû moderna délia fisica atomica. I fisici cercano oggi di
trovare per la materia una legge fondamentale del movimento da cui
possano deri- varsi matematicamente tutte le particelle elementari e le
loro proprietà. Questa fondamentale equazione del movimento puo
tiferirsi o aile onde di un tipo noto, onde dei proton! e dei mesoni, o ad
onde d’un carattere essenzialmente diverse che nulla hanno a che fare
con qualsivoglia delle onde note o delle particelle elementari. Nel primo
caso cio signifîcherebbe che tutte le altre particelle elementari possono
esser ridotte in qual- che modo a pochi tipi di particelle elementari
«fondamental!». Effettivamente i fîsici teoretici hanno durante i due
ultimi de- ccnni seguito principalmente.questa linea di ricerche.
Nel secondo caso tutte le’diverse.-particelle elementari potreb- bero
essere ridotte a una. certa sostanza universale che pub essere chiamata
energia o materia, ma nessuna delle diverse particelle potrebbe essere
preferita aile altre in quanto piu delle altre fondamentale. Questa

3
seconda concezione corrisponde alla dottrina di Anassimandro ed io
sono convinto che nella fi- sica moderna è la concezione corretta. Ma
ritorniamo alla filo- sofia greca.
Il terzo dei filosofi milesii, Anassimene, un compagno di Anas-
simandro, insegnb che l’aria è la sostanza primaria. «Proprio corne
l’anima nostra, essendo aria, ci tiene insieme, cosi il soffio vitale e
l’aria compenetrano il mondo intero.» Anassimene introdusse nella
filosofia milesia l’idea che il cambiamento délia sostanza primaria
nelle altre sostanze è causato da un processo di condensazione e
rarefazione. La condensazione dei vapori d’acqua in nubi costituiva un
esempio owio, e natu- ralmente la differenza fra vapore acqueo ' ed
aria non era co- nosciuta a quel tempo.
Nella filosofia di Eraclito da Efeso il concetto dei divenire occupa il
posto principale. Egli considéré il fuoco, l’elemento mobile per
eccellenza, corne la sostanza base. La difficoltà di con- ciliare l’idea
d’un principio fondamentale con l’infînita variété dei fenomeni, è
risolta da lui ammettendo che il conflitto degli opposti è in realtà un
tipo di armonia. Per Eraclito il mondo è al tempo stesso uno e molti, ed
è proprio la «tensione degli opposti» che costituisce l’unità dell’Uno.
Egli dice: «Bisogna sapere che la guetta è comunanza, e che lotta è il
diritto, e che per via di lotta tutte le cose si generano e si distrug-
gono.»
Riconsiderando lo sviluppo délia fîlosofîa greca fino a questo punto si
capisce com’esso sia stato prodotto dalla tensione fra l’Uno e i Molti. Per i
nostri sensi il mondo consiste di un’in- finita varietà di cose e di cventi, di
colori e di suonh.Ma per intenderlo dobbiamo introdurre un qualche tipo di
ordine, e l’ordine significa riconoscere cio che è uguale, significa am-
mettere una certa unità. Da cid scaturiscc la convinzione che c’è un
principio fondamentale, e allô stesso tempo la difficoltà di derivare da esso
l’infinita varietà delle cose. Che ci dovesse essere una causa materiale di
tutte le cose era un punto di par- tenza naturale dato che. il mondo consiste

4
di materia. Ma se si portava all’estremo l’idea dell’unità fondamentale, si
giun- geva a quell’Essere infinito, eterno, indifferenziato che, sia in- teso
materialmcnte o meno, non puo di per sé spiegare l’infinita varietà delle
cose. Cio conduce all’antitesi di essere e di di- venire ed infine alla
soluzione di Eraclito, che il principio fondamentale sia il mutamento
stesso: il «cangiamento imperituro che rinnova il mondo», corne lo ha
chiamato il poeta. Ma di per sé il cangiamento non è una causa materiale e
percio esso viene rappresentato nclla filosofia di Eraclito dal fuoco, con-
siderato corne elemento base, materia e forza motrice ad un tempo.
Possiamo notare a questo punto che la fisica moderna è in qualche modo
assai vicina aile dottrine di Eraclito. Se sosti- tuiamo la parola «fuoco» con la
parola «energia» possiamo quasi ripetere le sue affermazioni parola per parola
dal nostro moderno punto di vista. L’energia è difatti la sostanza di cui sono
fatte tutte le particelle elementari, tutti gli atomi e per- cio tutte le cose, ed
energia è cio che muove. L’energia è una sostanza giacché la sua somma totale
non cambia, e giacché le particelle elementari possono effettivamente esser
costituite da questa sostanza corne si pub vedere in molti esperimenti sulla
produzione di particelle elementari. L’energia si pub mutare in moto, in calore,
in luce ed in tensione. Energia pub essere chiamata la causa fondamentale di
ogni cambiamento nel mon- do. Ma questo confronte fra la filosofia greca e le
idee délia scienza moderna verra discusso più tardi.
La filosofia greca ritornb per qualche tempo al concetto del- l’Uno ad
opéra di Parmenide, che visse in Elea, nell’Italia méridionale, ma il cui
piû importante contributo al pensiero gre- co sta forse nel fatto di aver
introdotto nella metafisica un argomento puramente logico. «Il non-
essere non puoi né co- noscerlo (ché non è raggiungibile ) né
esprimerlo; poiché la stessa cosa è pensare ed essere.» Percib, soltanto
l’Uno è, e non c’è divenire o mutamento. Parmenide negb per ragioni
lo- giche l’esistenza dello spazio vuoto. Giacché ogni cambiamento
richiede spazio vuoto, com’egli pensava, lo respinse corne un’illusione.
Ma la filosofia non poteva fermarsi su questo paradosso. Em- pedocle,

5
nato sulla Costa méridionale délia Sicilia, fu il primo a passare dal
monismo al pluralisme. Per evitare la difficoltà che s’incontrava nel far
derivare da un’unica sostanza l’infinita variété delle cose e degli
eventi, egli assunse quattro elementi fondamentali: terra, acqua, aria e
fuoco. Gli elementi sono mescolati insieme dall’Amore e separati dalla
Contesa. Queste due forze, percio, che in vari modi sono considerate
corne cor- poree, a guisa degli altri quattro elementi, sono la causa del
perenne mutamento. All’inizio c’era la sfera infinita dell’Uno, corne
nella filosofia di Parmenide. Ma nella sostanza primaria erano
mescolate insieme dall’Amore tutte le quattro «radici». Poi,
coll’indcbolirsi delTAmore e l’avvento délia Contesa, gli elementi
furono in parte separati e in parte mescolati. Dopo di che gli elementi si
separano completamente e l’Amore è estromcsso dal mondo. Infine,
l’Amore ricomincia a mescolare insieme gli elementi e la Contesa si
allontana, cosi che tornia- mo alla Sfera originaria.
Questa dottrina di Empedocle rappresenta una svolta ben de- finita verso
una concezione più materialistica nella filosofia gre- ca. I quattro
elementi non sono tanto principi fondamentali quanto vere sostanze
materiali. Qui viene per la prima volta esprcssa l’idea che la mescolanza
e la separazione di poche sostanze, fondamentalmente diverse, spiega
l’infinita varietà delle cose e degli cventi. Il pluralisme non si adatta a
quelli che sono inclini a pensare per principi fondamentali. Ma è un
ragio- nevole compromesso, che évita la difficoltà del monismo e per-
mette lo stabilirsi d’un certo ordine.

6
Il passo succcssivo verso il concetto di atomo venne fatto da Anassagora,
che fu un contemporaneo di Empedocle. Visse in Atene per circa
trent’anni, probabilmente nella prima meta del quinto secolo a. C.
Anassagora accentua l’idea délia mescolanza, il presupposto che ogni
cambiamento è prodotto dalla mescolanza e dalla separazione. Assume
una varietà infinita di «serai» infinitamente piccoli, di cui sono composte
tutte le cose. I serai non si rifanno ai quattro elementi di Empedocle ma
appartengono a innumerevoli tipi diversi. I serai si mesco- lano insieme e
poi si separano e in questo modo si attua ogni cambiamento. La dottrina
di Anassagora permette per la prima volta un’interpretazione geometrica
del termine «miscu- glio». Giacché egli parla di serai infinitamente
piccoli, il loro miscuglio puo essere raffigurato corne un miscuglio di due
tipi di sabbia di diverse colore. I serai possono cambiare per numéro e per
posizione relativa. Anassagora sostiene che tutti i tipi di semi si trovano
in ogni cosa: solo la proporzione puo mutare da una cosa all’altra. Egli
afferma: «Tutte le cose sono in ogni cosa; né è possibile per esse restare
da parte, ma tutte le cose hanno una porzione di ogni cosa.» L’universo di
Anassagora non è posto in movimento dall’Amore e dalla Con- tesa,
corne quello d’Empedocle, ma dal «Nous» che puo venir tradotto con
«Mente».
Da questa filosofia c’è soltanto un passo al concetto di atomo e questo
passo venne compiuto con Leucippo e Democrito di Abdera. L’antitesi di
Essere e Non-essere è qui secolarizzata nell’antitesi di Pieno e di Vuoto.
L’Essere non è soltanto Uno, ma puo ripetersi un numéro infinito di
volte. Questo è l’a- tomo, la minima indivisibile unità di materia.
L’atomo è eter- no e indistruttibile, ma ha una grandezza finita. Il moto è
reso possibile dallo spazio vuoto che s’interpone fra gli atomi. Cosi per
la prima volta nella storia prese espressione l’idea del- l’esistenza di
piccolissime particclle ultime - noi diremmo par- ticelle elementari -
corne componcnti fondamentali délia materia.

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x
Seconde questo nuovo concetto dell’atomo, la materia non con- sisteva
soltanto di «Pieno» ma anche di «Vuoto», dello spa- zio vuoto in cui gli
atomi si muovono. L’obiezione logica di Parmenide contro il vuoto, che
il non-essere non puo esistere, venue semplicemente ignorata per restar
d’accordo con l’espe- rienza. Dal nostro punto di vista moderno noi
vorremmo dire che lo spazio vuoto fra gli atomi nella filosofia di
Democrito non era il nulla; esso fu il veicolo délia geometria e délia ci-
nematica, rendendo possibili le varie sistemazioni ed i movi- menti degli
atomi. Ma la possibilité dello spazio vuoto è sem- pre stato nella filosofia
un problema controverso. Nella teoria délia relatività generale si dà la
risposta che la geometria è pro- dotta dalla materia o la materia dalla
geometria. Questa risposta corrisponde piû da vicino alla concezione
sostenuta da molti filosofi che lo spazio è definito dal distendersi délia
materia. Ma Democrito si allontana nettamente da questa idea, per render
possibili il cambiamento e il moto.
Gli atomi di Democrito erano tutti délia stessa sostanza, do- tata délia
propriété di essere, ma avevano grandezze e forme diverse. Essi vennero
percid raffigurati corne divisibili in senso matematico e non in senso
fisico. Gli atomi potevano muoversi e potevano occupare diverse
posizioni nello spazio. Ma non avevano altre propriété fisiche. Non
avevano né colore né odo- re né gusto. Le propriété délia materia che
percepiamo con i sensi si suppone che siano prodotte dai movimenti e
dalle posizioni degli atomi nello spazio. Corne con le stesse lettere del-
l’alfabeto si possono scrivere sia una tragedia che una comme- dia, cosi
la moltitudine degli evcnti di questo mondo puo venir realizzata dagli
stessi atomi attraverso diverse guise di or- dinamento e di movimento.
La geometria e la cinematica, rese possibili dal vuoto, si dimostrarono,
in qualche modo, corne ancora piû importanti del puro essere. Vien
riferita una cita- zione di Democrito: «Pura apparenza il colore, pure
apparen- ze il dolce e l’amaro. Solo gli atomi e lo spazio vuoto hanno
una esistenza reale.»

1
Gli atomi nella filosofia di Leucippo non si muovono soltanto per caso.
Sembra che Leucippo abbia creduto in un detcrmi- nismo complète
giacché è noto aver egli detto: «Nessuna cosa accade senza ragione, ma
tutte accadono per una ragione e di nécessita.» Gli atomisti non diedero
ragione del movimento originario degli atomi, il che sta proprio a
mostrare che essi pensavano ad una descrizione causale del movimento
atomi- co; la causalità puo soltanto spiegare gli eventi successivi a quelli
che vengono prima, ma non puo mai spiegare il prin- cipio.
Le idee fondamentali délia teoria atomica vennero assunte e in parte
modificate da altri filosofî greci in epoche successive. Ai fini d’un
confronte con la moderna fisica atomica è importante ricordare la
spiegazione délia materia data da Platone nel suo dialogo Timeo. Platone
non fu un atomista; al contrario, Diogene Laerzio ha riferito che a
Platone spiaceva talmen- te Democrito che voleva che tutti i suoi libri
fossero bruciati. Ma Platone elaboro idee che erano molto vicine
aU’atomismo con le dottrine délia scuola pitagorica e con gli
insegnamenti di Empedocle.
La scuola pitagorica fu un ramo dell’Orfismo, un ritorno al culto di
Dioniso. Lî si stabili quella connessione fra religione e matematica che
da allora esercitô sempre la sua fortissima in- fluenza sul pensiero
umano. Sembra che i Pitagorici siano sta- ti i primi ad intendere la forza
creativa inerentc aile formula- zioni matematiche. La loro scoperta che
due corde suonano in armonia se le loro lunghezze sono in rapporto
semplice dimo- stro cosa possano le matematiche per l’intelligenza dei
fenome- ni naturali. Per i Pitagorici non si trattava tanto d’una que-
stione d’intendimento. Per essi il rapporto matematico sem- plice tra le
lunghezze delle corde creava l’armonia del suono. C’era anche nelle
dottrine délia scuola pitagorica molto misti- cismo che per noi è difficile
comprendere. Ma coll’assurgere délia matematica a una parte délia loro
religione, essi tocca- vano un punto essenziale nello sviluppo del
pensiero umano. Posso citare sul conto di Pitagora un’affermazione di

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Bertrand Russell: «Non conosco alcun altr’uomo che abbia esercitato
un’influenza cosi vasta nella sfera del pensiero.»
Platone era a conoscenza délia scoperta dei solidi regolari fat- ta dai
Pitagorici e délia possibilità di combinarli con gli démenti di
Empedocle. Egli pose in rapporto le particelle ele- mentari
deU’elemento terra con il.cubo, dell’aria con l’ottae- dro, del fuoco con
il tetraedro e dell’acqua con l’icosaedro. Non c’è alcun elemento che
corrisponda al dodecaedro; di cui Platone dice soltanto «ci fu tuttavia
una quinta combinazione che Dio usb nel delineare l’universo».
Se i solidi regolari, che rappresentano i quattro elementi, pos- sono
essere identificati con gli atomi, Platone mostrb chiara- mente corne essi
non siano indivisibili. Platone costruisce i solidi regolari servendosi di
due triangoli base, l’equilatero e l’isoscele, che sono messi assieme a
formate la superficie dei solidi. Percib gli elementi possono (almeno in
parte) essere trasformati l’uno nell’altro. I solidi regolari possono venir
ri- solti nei triangoli che li costituiscono e con i quali possono formarsi
nuovi solidi regolari. Ad esempio, un tetraedro e due ottaedri possono
essere risolti in venti triangoli equilateri, che possono essere ricombinati
per formate un icosaedro. Cio si- gnifica: un atomo di fuoco e due atomi
di aria possono essere combinat! per formate un atomo d’acqua. Ma i
triangoli fondamental! non possono essere considerati corne materia
giac- ché essi non hanno estensione spaziale. L’unità di materia si créa
soltanto quando i triangoli si mettono insieme per formate un solido
regolare. Le piû piccole particelle di materia non sono gli Enti
fondamental!, corne nella filosofia di Demo- crito, ma sono forme
matematiche. Da cio appare évidente che la forma è piû importante délia
sostanza di cui essa è la forma.
Dopo questo sguardo alla storia délia filosofia greca e délia formazione
del concetto di atomo, possiamo far ritorno alla fisica moderna e
chiederci in che misura le nostre attuali con- cezioni sull’atomo e la
teoria dei quanta possono confrontarsi con quell’antico movimento.

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Storicamente la parola «atomo» nella fisica e nella chimica moderne
aveva un falso riferimento all’oggetto, durante la rinascita délia scienza
nel diciassettesi- mo secolo, giacché le particelle piû piccole
appartenenti a cio che viene chiamato un elemento chimico sono ancora
sistemi piuttosto complicati di unità piû piccole. Queste piû piccole
unità vengono ora chiamate particelle elementari, ed è ovvio che se c’è
qualche cosa nella fisica moderna che possa essere paragonata agli
atomi di Democrito questo qualche cosa sono le particelle elementari
corne il protone, il neutrone, l’elettro- ne, il mesone.
Democrito era ben conscio del fatto che se gli atomi dove- vano, col
loro moto e il loro ordinamento, spiegare le qualità délia materia -
colore, odore, gusto - non potevano avéré essi stessi quelle proprietà.
Percio egli ha privato l’atomo di quelle qualità, e il suo atomo risulta
cosî un pezzo di materia piut- tosto astratto. Ma Democrito ha lasciato
all’atomo la qualità di «essere», délia estensione nello spazio, délia
forma e del movimento. Ha lasciato codeste qualità perché sarebbe stato
difficile addirittura parlare dell’atomo se anche tali qualità fos- sero
State radiate da esso. D’altra parte, questo implica che il suo concerto
dell’atomo non puô spiegare la geometria, l’e- stensione spaziale o
l’esistenza, poiché non puo ridurli a qual- che cosa di più fondamentale.
La concezione moderna délia particella elementare sembra, riguardo a
questo punto, piû consistente e piû radicale. Se ci poniamo la demanda:
che cosa è una particella elementare, noi diciamo, ad esempio, sem-
plicemente un neutrone, ma non possiamo darne una raffigu- razione
ben definita né spiegare che cosa esattamente inten- diamo con questa
parola. Possiamo usare varie raffigurazioni e descriverlo una volta corne
una particella, una volta corne un’onda o corne un complesso d’onde.
Ma sappiamo che nes- suna di queste descrizioni è précisa. Certo, il
neutrone non ha colore né odore né sapore. Sotto questo rispetto
assomiglia all’atomo délia filosofia greca. Ma anche le altre qualità
dell’atomo ritroviamo nella particella elementare, almeno in certa mi-

4
sura. I concctti délia geometria e délia cinematica, corne la forma o il
moto nello spazio, non possono esserle applicati in modo apprczzabile.
Se si vuol date una précisa descrizione délia particella elementare - e qui
l’accento cade sulla parola «précisa» - l’unica cosa alla quale si puo
ricorrere è una fun- zione di probabilità. Poi ci si accorge che neppure la
qualità dell’esserc (se questa puo essere chiamata una «qualità») ap-
partiene a cio che viene descritto. È una possibilità di essere, una
tendenza ad essere. Percio la particella elementare délia fisica moderna è
ancora piû astratta dell’atomo dei Greci e pro- prio per questa qualità
appare piû consistente corne guida atta a spiegare il comportamento
délia materia.
Nella filosofia di Democrito tutti gli atomi consistono délia stessa
sostanza, se la parola «sostanza» si pub poi applicare in questo caso. Le
particelle elementari délia fisica moderna son dotate d’una massa nello
stesso senso limitato in cui posseg- gono le altre proprietà. Giacché massa
ed energia sono, se- condo la teoria délia relatività, concetti
essenzialmente iden- tici, possiamo dire che tutte le particelle elementari
consistono di energia. Cio potrebbe venire interpretato corne una defini-
zione dell’energia quale sostanza prima del mondo. Essa ha infatti la
proprietà essenziale implicita nel termine «sostanza», quella di
conservarsi. Percib è stato detto piû sopra che le concezioni délia fisica
moderna sono sotto questo aspetto mol- to vicine a quelle di Eraclito se si
interpréta il suo fuoco corne energia. Energia è infatti cib che muove; pub
essere chia- mata la causa primaria di ogni mutamento, e pub trasformarsi
in materia, in calore o in luce. La lotta fra i contrari opposti délia filosofia
di Eraclito pub trovare il suo riscontro nella lot-’ ta tra due diverse forme
di energia.
Nella filosofia di Democrito gli atomi sono eterne ed indistrut- tibili unità
di materia, non possono trasformarsi gli uni negli altri. Nei riguardi di
questo problema la fisica moderna pren- de netta posizione contro il
materialismo di Democrito e a favore di Platone e dei Pitagorici. Le

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particelle elementari non sono certamente eterne ed indistruttibili unità di
materia, esse in realtà possono trasformarsi le une nelle altre. Sta di fatto
che, se due di tali particelle, muovendosi per lo spazio con al- tissima
energia cinetica, si urtano, moite nuove particelle di materia possono
prender vita dall’energia disponibile mentre le vecchie scompaiono in
seguito all’urto. Fatti del genere sono stati osservati frequentemente ed
offrono la riprova mi- gliore che tutte le particelle sono fatte délia stessa
sostanza, l’energia. Ma la rassomiglianza delle concezioni moderne con
quelle di Platone e dei Pitagorici puô essere portata anche piu oltre. Le
particelle elementari del Timeo di Platone non sono, in fondo, sostanza ma
forme matematiche. «Tutte le cose sono numeri» è una proposizione
attribuita a Pitagora. Le sole forme matematiche disponibili a quel tempo
erano le forme geometriche dei solidi regolari o i triangoli che formano la
loro superficie. Anche nella moderna teoria dei quanta si troverà senza
dubbio che le particelle elementari sono in definitiva delle forme
matematiche, ma di natura molto piû complicata. I filosofi greci
pensavano a delle forme statiche e le trovavano nei solidi regolari. La
scienza moderna, invece, fin dai suoi principi nel sedicesimo e
diciassettesimo secolo è partita dal problema dinamico. L’elemento
costante délia fisica dai tempi di Newton non è una configurazione o una
forma geometrica, ma una legge dinamica. L’equazione del movimento è
valida in tutti i tempi, è in questo senso eterna mentre le forme geome -
triche, corne le orbite, sono cangianti. Percio, le forme mate matiche che
rappresentano le particelle elementari saranno le soluzioni di alcune leggi
eterne del moto délia materia. In real- tà questo è un problema che non è
stato tuttavia risolto. La legge fondamentale che regge il movimento délia
materia non è ancora conosciuta e percio è impossibile derivare matemati-
camente le proprietà delle particelle elementari da taie legge. Pero la
fisica teoretica allô stato attuale non sembra essere molto lontana da
codesta meta e possiamo per lo meno dire quai tipo di legge siamo in
diritto di aspettarci. L’equazione finale del movimento per la materia sarà

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probabilmente un’e- quazione d’onda non lineare quantizzata per un
campo d’onda di operatori, rappresentante semplicemente la materia e
non qualche tipo determinato di onde o di particelle. Questa equa- zione
ondulatoria sarà probabilmente équivalente a sérié piut- tosto complicate
di equazioni integrali, che hanno degli «auto- valori» e delle
«autosoluzioni», corne dicono i fisici. Queste autosoluzioni
rappresenteranno infîne le particelle elementari; esse sono le forme
matematiche che devono sostituire i solidi regolari dei Pitagorici.
Potremmo qui ricordare che queste «autosoluzioni» deriveranno dalla
equazione fondamentale per la materia secondo l’identico processo
matematico per cui le vibrazioni armoniche délia corda pitagorica
derivano dall’equa- zione differenziale délia corda. Ma, corne si è detto,
questi pro- blemi non sono ancora risolti.
Se seguiamo la linea pitagorica di pensiero possiamo sperare che la legge
fondamentale del movimento si risolva in una legge matematicamente
semplice anche se la sua valutazione rispetto agli «autostati» possa essere
molto complicata. È difficile fornire un qualche argomento a favore di
questa speran- za di semplicità, tranne il fatto che è sempre stato fin qui
pos- sibile scrivere le equazioni fondamental! délia fisica in forme
matematiche semplici. Questo fatto è in accordo con la reli- gione dei
Pitagorici, e molti fisici a questo riguardo condivi- dono la loro fede, ma
nessun argomento convincente è stato addotto per dimostrare che la cosa
deve essere cosi.
A questo punto possiamo aggiungere un argomento concer- nente una
domanda che viene spesso fatta dai profani circa il concetto di particella
elementare nella fisica moderna: perché i fisici pretendono che le loro
particelle elementari non pos- sano essere divise in pezzetti piû piccoli?
La risposta a questa demanda mostra chiaramente quanto sia più astratta
la scienza moderna confrontata con il pensiero greco. L’argomento puo
svolgersi cosi: corne potrebbe venir divisa una particella ele- mentare?
Certo, solo servendosi di forze estreme e di strumen- ti affinatissimi. Gli

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unici strumenti disponibili sono delle altre particelle elementari. Quindi,
degli urti fra particelle elemen- tari ad altissima energia costituirebbero
l’unico sistema con cui potrebbero eventualmente dividersi le particelle.
EfEettivamen- te esse possono con tali procedimenti essere divise e
qualche volta in un numéro grandissime di frammenti; ma i frammenti
sono di nuovo particelle elementari e non pezzi piû piccoli di questc,
risultando le masse di codesti frammenti dall’elevatis- sima energia
cinetica delle due particelle in collisione. In altre parole, la trasformazione
di energia in materia rende possibile che i frammenti delle particelle
elementari siano di nuovo le stesse particelle elementari.
Dopo questo confronto delle concczioni délia moderna fisica atomica
con la Hlosofia greca, dobbiamo aggiungere di non fraintendere il
confronto stesso. Puo sembrare a prima vista che i filosofi greci siano
pervenuti, per non so quale géniale intuizione, aile stesse conclusioni o a
conclusioni molto simili a quelle che noi abbiamo raggiunto ai nostri
tempi soltanto dopo molti secoli di duro lavoro sperimentale e
matematico. Una taie interpretazione del raffronto fatto da noi
significhe- rebbe un’assoluta incomprensione. C’è un’enorme differenza
fra la scienza moderna e la filosofia greca ed essa consiste pro- prio
nell’atteggiamento empiristico délia scienza moderna. Dal tempo di
Galilei e di Newton, la scienza moderna si è basata su uno studio
particolareggiato délia natura e sul postulato che possono farsi solo
quelle asserzioni che sono State verifi- cate o che almeno possono essere
verificate dall’esperienza. L’idea che degli eventi naturali potessero
venir individuati per mezzo d’un esperimento, per studiarne i particolari
e scoprire la legge costante del mutamento continue, non venne mai in
mente ai filosofi greci. Percio la scienza moderna ha poggiato fin dal
suo inizio su una base molto piû modesta ma allô stesso tempo molto
piû solida di quella délia filosofîa greca. Quan- do Platone afferma, ad
esempio, che le piû piccole particelle di fuoco sono tetraedri, non è per
niente facile capire cio che egli vuol realmente significare. Codesta

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forma del tetraedro è solo simbolicamente attinente all’elemento fuoco,
oppure le piû piccole particelle di fuoco si comportano meccanicamente
corne tetraedri rigidi od elastici? E quale sarebbe la forza che li potrebbe
separare in triangoli equilateri ecc.? La scienza moderna finirebbe
sempre col chiedere: corne si puo stabilité sperimentalmente che gli
atomi del fuoco sono tetraedri e non per esempio dei cubi? Percio
quando la scienza moderna afferma che il protone rappresenta una certa
soluzione di una equazione fondamentale délia materia, essa vuol dire
che noi possiamo da questa soluzione dedurre matematicamente tutte le
possibili propriété del protone e puo controllare l’esattezza délia
soluzione con esperimenti che investono fin l’ultimo par- ticolare.
Questa possibilité di controllare la correttezza d’un’af- fermazione
sperimentalmente con altissima precisione ed in tutti i particolari che si
desiderano, dé un enorme peso aile asserzioni délia scienza moderna,
peso che non sempre si potrebbe attribuire aile asserzioni délia piû
antica filosofia greca.

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Ciononostante, alcune determinazioni délia filosofia antica sono abbastanza
vicine a quelle délia scienza moderna. Il che mo- stra semplicemente quanto
lontano si possa arrivare combinan- do l’esperienza ordinaria délia natura, che
noi abbiamo senza ricorrere ad esperimenti, con l’instancabile intento di porre
un certo ordine logico in codesta esperienza per intenderla in base a dei principi
generali.
Evoluzione dette idee filosofiche
dopo Descartes in riferitnento
alla nuova situazione determinatasi
in seguito alla teoria dei quanta

Nei duemila anni che seguirono l’apice délia scienza e délia cultura greca
nel quinto e nel quarto secolo a. C., la mente umana fu in larga misura
occupata da problemi di tipo diverso da quelli del periodo ellenico. Nei
primi secoli délia civiltà greca l’impulso piû forte era venuto
dall’immediata realtà del mondo in cui viviamo e che percepiamo coi
nostri sensi. Era una realtà piena di vita e non c’era alcuna buona ragione
per accentuare la distinzione fra materia e spirito o fra corpo e anima. Ma
nella filosofia di Platone si vede già che un’altra realtà comincia a farsi
piû forte. Nella famosa similitudine délia caverna Platone paragona gli
uomini a dei prigionieri in una caverna, legati, e con la possibilità di
guardare in una sola di- rezione. Aile loro spalle c’è un fuoco ed essi
vedono sul fondo délia caverna le ombre dei loro corpi e degli oggetti che
sono dietro a loro. Poiché non vedono altro che le ombre, essi con-
siderano quelle ombre corne reali e non sanno dell’esistenza degli
oggetti. Finalmente uno dei prigionieri scappa ed esce dalla caverna alla

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luce del sole. Per la prima volta vede delle cose reali e si rende conto che
fin li è stato ingannato dalle ombre. Per la prima volta conosce la verità e
pensa con dolore alla sua lunga vita passata fra le tenebre. Il vero filosofo
è il prigioniero che dalla caverna è salito alla luce délia verità, è quello
che possiede la vera conoscenza. Questo rapporto immédiate con la verità
o, in senso cristiano, con Dio è la nuova realtà che va facendosi piû forte
délia realtà del mondo perce- pito dai sensi. Il contatto immédiate con
Dio avviene nell’a- nima umana e non nel mondo e fu questo il problema
che piû d’ogni altro occupo la mente umana nei due millenni dopo
Platone. In questo periodo gli occhi del filosofi furono diret- ti verso
l’anima umana e i suoi rapporti con Dio, ai problemi délia morale e
all’interpretazione délia Rivelazione, non verso il mondo esterno. Fu
soltanto all’epoca del Rinascimento ita- liano che si poté di nuovo
osservare una grande trasformazione nella mente umana, che si risolse
infine in un ravvivamento dell’interesse per la natura.
Il grande sviluppo délia scienza délia natura a cominciare dal
sedicesimo e dal diciassettesimo secolo fu preceduto ed accom- pagnato
da uno sviluppo di idee filosofiche strettamente con- nesse con i concetti
fondamental! délia scienza. Puo essere percio utile esaminare queste
idee dalla posizione che la scienza moderna ha raggiunto ai tempi nostri.
Il primo grande filosofo di questo periodo di ripresa délia scienza fu
René Descartes che visse nella prima metà del diciassettesimo secolo.
Le sue idee piû important! per lo sviluppo del pensiero scientifico sono
contenute nel suo Discorso del tnetodo. Basandosi sul dubbio e sul
ragionamento logico egli si sforza di trovare un fondamento
completamente nuovo e assolutamente consistente per un sistema
filosofîco. Non ac- cetta corne base la rivelazione e si rifiuta di accettare
acritica- mente quanto percepito dai sensi. Cosi comincia col suo me-
todo del dubbio. Investe col suo dubbio cio che i nostri sensi ci dicono, i
risultati del nostro ragionamento e perviene infine alla sua famosa

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affermazione: «cogito ergo sum». Non pos- so dubitare délia mia
esistenza giacché essa è conseguenza del fatto che sto pensando. Dopo
aver stabilito in questo modo l’esistenza dell’Io egli passa a provare
l’esistenza di Dio essen- zialmente secondo le linee délia filosofia
scolastica. L’esistenza del mondo dériva infine dal fatto che Dio mi ha
dato una forte inclinazione a credere nell’esistenza del mondo ed è sem-
plicemente impossibile che Dio abbia voluto ingannarmi.
Questa base délia filosofia di Descartes è radicalmente diversa da quella
degli antichi filosofi, greci. Qui il punto di partenza non è un principio o
una sostanza fondamentale ma il tentative di scoprire una conoscenza
fondamentale. E Descartes in- tende che cio che noi conosciamo del
nostro intelletto è piû certo di cib che noi conosciamo del mondo esterno.
Ma già il suo punto di partenza con il «triangolo» Dio-Mondo-Io sem-
plifica in modo pericoloso le basi per ogni ragionamento ul- teriore. La
divisione fra spirito e materia o fra anima e corpo, che aveva avuto inizio
nella filosofia di Platone, è ora compléta. Dio è separato sia dall’Io che
dal mondo. Dio in realtà è talmente innalzato sopra il mondo e sopra gli
uomini che finisce con l’apparire nella filosofia di Descartes soltanto
corne un punto comune di riferimento che stabilisée la relazione fra l’Io e
il mondo.
Mentre l’antica filosofîa greca aveva tentato di trovare un or- dine
nell’infînita varietà delle cose e degli eventi col ricercare un qualche
principio unificatore fondamentale, Descartes cerca di stabilité l’ordine
attraverso alcune suddivisioni fondamental}. Ma le tre parti che
risultano dalla spartizione perdono qualche cosa délia loro essenza
quando ciascuna di esse è con- siderata separatamente dalle altre due.
Se ci si serve fino in fondo dei concetti fondamental! di Descartes, è
essenziale che Dio sia nel mondo e nell’Io ed è anche essenziale che
l’Io non possa essere realmente separato dal mondo. Naturalmente Des-
cartes conosceva la nécessita indiscutibile di questa connes- sione, ma

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la filosofîa e la scienza naturale si svilupparono nel periodo seguente
sulla base délia polarité fra «res cogitans» e «res extensa», e la scienza
naturale concentré il suo interesse sulla «res extensa». È difficile
sopravvalutare l’influenza del dualismo cartesiano nei secoli seguenti,
ma è proprio questo dualismo che noi dovremo criticare piû in là dal
punto di vista délia fisica del nostro tempo.
Sarebbe certamente errato alfermare che Descartes, col suo nuovo
metodo filosofico, abbia impresso una nuova direzione al pensiero
umano. Cio che egli fece realmente fu di formulare per la prima volta
un orientamento del pensiero umano che era già apparso durante il
Rinascimento in Italia e nella Ri- forma. Ne segui una ripresa
d’interesse per la matematica che si espresse nella crescente influenza
di elementi platonici sulla filosofîa, e un notevole interessamento per la
religione perso- nale. Il crescente interesse per la matematica favori un
sistema filosofico che prendeva lo spunto dal ragionamento logico e
cercava con questo metodo di arrivare a delle verità che posse- dessero
gli stessi caratteri di certezza delle conclusion! deJI' - matematica.
L’insistenza sulla religione personale separô Ho e la sua relazione con
Dio dal mondo. L’interesse per la com- binazione di conoscenza
empirica e di matematica quale ap- pare nell’opera di Galileo, fu forse
in parte dovuto alla possi- bilità di pervenire in questo modo a delle
cognizioni che pote- vano essere tenute completamente fuori dalle
dispute teologi- che sorte con la Riforma. Taie conoscenza empirica
poteva venir formulata senza parlar di Dio o di noi stessi e favori la
separazione dei tre concetti fondamentali Dio-Mondo-Io e la
separazione fra «res cogitans» e «res extensa». In questo période ci fu
in alcuni casi un esplicito accordo fra i pionieri délia scienza empirica
affinché nelle loro discussioni non venis- se menzionato il nome di Dio
e non si parlasse d’una causa prima.
D’altra parte, le difficoltà délia separazione apparvero fin dal principio.

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Nella distinzione, ad esempio, fra la «res cogitans» e la «res extensa»
Descartes fu obbligato a porte gli animali in- teramente dalla parte délia
«res extensa». Piante ed animali non erano pcrcio essenzialmente diversi
da delle macchine e il loro comportamento era completamente
determinato da cause materiali. Ma c sempre apparso difficile negare
completamente l’esistenza d’un qualche tipo di anima negli animali, ed a
noi sembra che il piû vecchio concetto di anima, ad esempio, che
troviamo nella filosofia di Tommaso d’Aquino fosse piû na- turale e
meno forzato che il concetto cartesiano délia «tes cogitans», pur essendo
convinti che le leggi délia fisica e délia chimica siano pienamentc valide
negli organismi viventi. Una delle piû gravi conseguenze di questa
concezione di Descartes era che, se gli animali venivano considerati
semplicemente corne macchine, era difficile non pensare lo stesso degli
uomini.
Giacché, d’altra parte, la «res cogitans» e la «res extensa» eran
considerate corne assolutamente diverse nella loro essen- za, non
appariva possibile che esse potessero agire l’una sul- l’altra. Percib, allô
scopo di salvaguardare il completo paral- lelismo fra le esperienze
mentali e quelle fisiche, anche la mente doveva essere nella sua attività
completamente determinata da leggi che corrispondevano aile leggi
délia fisica e délia chi- mica. E qui nasceva il problema circa la
possibilité del libero ar- bitrio. Tutto qucsto sistema appare alquanto
superficiale e ri- vela i grandi difetti del dualisme cartesiano.
D’altra parte nella scienza questo dualisme ebbe per vari secoli pieno
successo. La meccanica di Newton e tutte le altre parti délia fisica
classica sviluppatesi su quel modello, partivano dal presupposto che si
possa descrivere il mondo senza parlare di Dio e di noi. Questa
possibilité apparve quasi subito, anzi, corne la condizione necessaria
délia scienza délia natura in generale.
Ma a questo punto la situazione si modifîco notevolmente in seguito

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alla teoria dei quanta e possiamo perciô venire ora ad un confronta fra il
sistema filosofîco cartesiano e la situazione présente délia fisica
moderna. È stato prima sottolineato che nell’interpretazione di
Copenagheri délia teoria dei quanta noi possiamo in realté procedere
senza menzionare noi stessi corne individui, ma non possiamo trascurare
il fatto che la scienza naturale è formata da uomini. La scienza naturale
non de- scrive e spiega semplicemente la natura; essa è una parte del-
l’azione reciproca fra noi e la natura; descrive la natura in rapporto ai
sistemi usati da noi per interrogarla. È qualcosa, questo, cui Descartes
poteva non aver pensato, ma che rende impossibile una netta
separazione fra il mondo e l’Io.
Se si pensa aile gravi difficoltà che anche eminenti scienziati, corne
Einstein, incontrarono per intendere ed accettare l’inter- pretazione di
Copenaghen délia teoria dei quanta, esse si pos- sono far risalire alla
divisione cartesiana di materia e spirito. Taie divisione è penetrata
profondamente nella mente umana durante i tre secoli che seguono
Descartes e ci vorrà molto tempo perché possa esser sostituita da un
atteggiamento vera- mente diverso nei riguardi del problema délia realtà.
La posizione cui aveva condotto la partizione cartesiana ri- guardo alla
«res extensa» puô venire denominata realismo me- tafisico. Il monde,
vale a dire il complesso delle cose estese, «esiste». Cio va distinto dal
realismo pratico, e le diverse forme di realismo possono venir descritte
nel modo seguente: noi «oggettiviamo» un’affermazione se pretendiamo
che il suo con- tenuto non dipenda dalla condizione sotto la quale essa
puo esser verificata. Il realismo pratico sostiene che ci sono delle
affermazioni che possono essere oggettivate e che in effetti la massima
parte délia nostra esperienza délia vita d’ogni giorno consiste di tali
affermazioni. Il realismo dogmatico pretende che non ci siano asserzioni
riguardanti il mondo materiale che non possano essere oggettivate. Il
realismo pratico è sempre stato e sarà sempre parte essenziale délia

6
scienza délia natu- ra. Il realismo dogmatico, invece, non è, corne
vediamo ora, una condizione necessaria per la scienza naturale. Ma esso
nel passato ha svolto un ruolo molto importante nello sviluppo délia
scienza; in realtà la posizione délia fisica classica è quella del realismo
dogmatico. È soltanto per mezzo délia teoria dei quanta che abbiamo
imparato corne una scienza esatta sia pos- sibile senza la base del
realismo dogmatico. Quando Einstein ha criticato la teoria dei quanta
egli lo ha fatto sulla base del realismo dogmatico. Si tratta di un
atteggiamento naturalissi- mo. Ogni scienziato che compie opéra di
ricerca sente di es- sere alla ricerca di qualche cosa di oggettivamente
vero. Le sue affermazioni non sembrano dover dipendere dalle condi-
zioni in base aile quali possono essere verificate. Specialmente in fisica,
il fatto che noi possiamo spiegare la natura per mez- zo di semplici leggi
matematiche ci dice che abbiamo a che fare con dei caratteri genuini
délia realtà, e non con qualche cosa che abbiamo - in qualsiasi
significato del termine - in- ventato noi stessi. Questa è la situazione che
Einstein aveva in mente quando assunse il realismo dogmatico corne
base per la scienza délia natura. Ma proprio la teoria dei quanta è un
esempio délia possibilità di spiegare la natura per mezzo di semplici
leggi matematiche senza dover poggiare su quella base. Puo essere che
queste leggi non appaiano propriamente semplici se paragonate a quelle
délia meccanica newtoniana. Ma tenendo conto délia complessità
enorme dei fenomeni che debbono essere spiegati (per esempio gli
spettri a righe di atomi complicati), lo schéma matematico délia teoria
dei quanta è comparativamente semplice. La scienza naturale è in effet-
ti possibile senza la base del realismo dogmatico.
Il realismo metafisico compie ancora un passo al di là del realismo
dogmatico aflermando che «le cose esistono realmente». Questo infatti è
quel che tentb di dimostrare Descartes con l’aforisma «Dio non puo
averci ingannato.» L’affermazione che le cose esistono realmente è

7
diversa dall’affermazione del realismo dogmatico in quanto in essa
troviamo la parola «esi- ste», che è présenté anche nell’altra afïermazione
«cogito ergo sum» ... «Penso, dunque sono». Ma è difficile scorgere cio
che viene affermato a questo punto che non sia già contenuto nella
tesi del realismo dogmatico; e cio ci conduce ad una critica ge nerale
dell’affermazione «cogito ergo sum» che Descartes con- siderava il
solido fondamento su cui poter costruire il suo si- stema. È veto difatti
che questa affermazione ha la certezza d’una conclusione matematica, se
le parole «cogito» e «sum» sono definite nel modo usuale o, per meglio
dire, con termini piû accorti e nello stesso tempo critici, se le parole
sono cosî definite che l’affermazione ne segua. Ma cio non ci dice nulla
circa i limiti entro cui possiamo usare i concetti di «pensare» e di
«essere» nel cercare la nostra strada. In definitiva, da un punto di vista
generale, è sempre una questione empirica quel- la dei limiti nei quali i
nostri concetti possono venire appli- cati.
La difficoltà del realismo metafisico venne subito sentita dopo Descartes
e divenne il punto di partenza délia filosofîa em- piristica, del sensismo
e del positivisme.
I tre filosofi che possono essere considerati corne i piu rap- presentativi délia
prima filosofia empiristica sono Locke, Berkeley e Hume. Locke sostiene,
contrariamente a Descartes, che ogni conoscenza è in definitiva fondata
sull’esperienza. L’esperienza è costituita o dalla sensazione o dalla percezione
delle operazioni compiute dalla nostra mente. Conoscenza, cosî afferma Locke,
è la percezione dell’accordo o del disac- cordo di due idee. Il passo successive
venne compiuto da Berkeley. Se effettivamente tutta la nostra conoscenza
dériva dalla percezione, risulta priva di senso l’affermazione che le cose
esistono realmente; una volta data la percezione, non puo fa- re alcuna
differenza se le cose esistono o non esistono. Percio essere percepito équivale
ad esistere. Questa linea di ragiona- mento venne poi estesa fîno ad un estremo
scetticismo da
Hume che nego induzione e causalité ed arrive quindi ad una
conclusione che, se accettata integralmente, distruggerebbe la base

8
stessa d’ogni scienza empirica.
La critica al realismo metafisico espressa nella filosofia empi- ristica è
certamente giustificata corne un ammonimento con- tro l’uso acritico del
termine «esistenza». Le affermazioni positive di codesta filosofia
possono essere criticate seguendo un procedimento analogo. Le nostre
percezioni non sono origina- riamente un fascio slegato di colori e di
suoni; cio che noi percepiamo è già percepito corne qualche cosa - e
l’accento qui cade sulla parola «cosa» - ed è assai dubbio perciô se
guada- gniamo alcunché adottando le percezioni invece delle cose corne
gli elementi ultimi délia realtà.
La difficoltà è 'stata messa chiaramente in luce dal positivismo moderno.
Questa corrente di pensiero esprime un atteggia- mento critico contro
l’uso ingenuo di ccrti termini quali «cosa», «percezionc», «esistenza»,
per mezzo del postulato generale che si dovrebbe sempre pienamente e
criticamente esaminare il problema se una data proposizione ha un
significato o meno. Codesto postulato e l’atteggiamento da cui sorge
derivano dalla logica matematica. Il procedimento délia scienza naturale
è raffigurato corne l’applicazione di simboli ai fenomeni. I sim- boli
possono, corne in matematica, essere combinati secondo certe regole, e
in tal modo le affermazioni sui fenomeni possono essere rappresentate
da combinazioni di simboli. Percio una combinazione di simboli in
disaccordo con le regole non è falsa ma priva di significato.
L’ovvia difficoltà di questo ragionamento è la mancanza di un criterio
generale che indichi quando una proposizione debba essere considerata
corne priva di significato. Una chiara deci- sione è possibile soltanto
quando la proposizione appartiene ad un sistema chiuso di concetti e di
assiomi, il che nello sviluppo delle scienze naturali costituisce piuttosto
l’eccezione che la regola. In alcuni casi la congettura che una certa
proposizione è senza significato ha storicamente condotto a important!
progressé poiché apri la strada alla fondazione di nuove connes- sioni

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che sarebbero State impossibili se la proposizione avesse avuto un
significato. Un esempio che è già stato discusso, pre- so dalla teoria dei
quanta, è la proposizione: «In quale orbita l’elettrone si muove intorno al
nucleo?» Ma in genere lo schéma positivistico desunto dalla logica
matematica risulta trop- po ristretto in una descrizione délia natura che
neccssariamente usa parole e concetti che sono soltanto vagamente
definiti.
La tesi filosofica che ogni conoscenza è in definitiva fondata sul-
l’esperienza ha condotto alla fine ad un postulato riguardante la
chiarificazione logica di ogni affermazionc sulla natura. Taie postulato
poteva apparirc giustificato nel periodo délia fisica classica, ma dopo
la comparsa délia teoria dei quanta abbiamo appreso che esso non pub
essere formulato. Le parole «posi- zione» e «velocità» di un elettrone,
ad esempio, scmbravano pérfettamente definite sia in riguardo al loro
significato che ai loro possibili rapporti, e difatti esse erano concetti
chiaramen- te definiti nella struttura matematica délia meccanica
newto- niana. Ma in realtà esse non erano ben definite corne risulta
dalle relazioni d’indeterminazione. Si pub dire che riguardo alla loro
posizione nella meccanica newtoniana esse erano ben definite, ma che
non lo erano nelle loro relazioni con la natura. Questo mostra che noi
non possiamo sapere in anticipe quali limitazioni verranno imposte
all’applicabilità di certi concetti dall’estendersi délia nostra
conoscenza a piû remod settori délia natura, nei quali possiamo
penetrare soltanto mer- cé i piû elaborati strumenti. Percio, nel
processo di penetra- zione siamo obbligati qualche volta ad usare i
nostri concetti in modo non giustificato e che non porta ad alcun
significato. L’insistenza sul postulato délia compléta chiarificazione
logica renderebbe la scienza impossibile. A tal proposito, una vecchia
saggia sentenza afferma che chi pretenda di non pronunciare mai un
errore deve restarsene zitto.

1
0
Una sintesi di queste due linee di pensiero che ebbero inizio l’una con
Descartes e l’altra con Locke e Berkeley venne ten- tata nella filosofia di
Kant, che fu il fondatore dell’idealismo tedesco. La parte délia sua opéra
che intéressa per un confronta con i risultati délia fisica moderna è
contenuta nella Critica délia ragion pura. Egli affronta il problema se la
cono- scenza è fondata soltanto sull’esperienza o puo provenire da al- tre
fonti, ed arriva alla conclusione che la nostra conoscenza è in parte «a
priori» e non ricavata induttivamente dall’espe- rienza. Percio, egli
distingue fra conoscenza «empirica» e conoscenza «a priori». Nello
stesso tempo distingue tra proposizio- ni «analitiche» e proposizioni
«sintetiche». Le proposizioni analitiche derivano semplicemente dalla
nécessita logica e ne- garle implicherebbe contraddizione. Le
proposizioni che non sono «analitiche» vengono chiamate «sintetiche».
Quai è, secondo Kant, il criterio délia conoscenza «a priori»? Kant è
d’accordo nell’ammettere che ogni conoscenza comincia con
l’esperienza ma aggiunge che non sempre dériva dall’espe- rienza. È
veto che l’esperienza c’insegna che una certa cosa ha la taie o tal altra
proprietà ma non ci dice che essa non po- trebbe essere diversa. Percio,
se una proposizione è caratte- rizzata dal carattere délia nécessita essa
deve essere «a priori». L’esperienza non dà mai ai suoi giudizi il
carattere dell’univer- salità. Ad esempio, la proposizione «il sole sorge
ogni matti- na» significa che noi non conosciamo per il passato alcuna
ec- cezione a questa regola e che ci aspettiamo che continui a valere per
il futuro. Ma è possibile immaginare eccezioni alla regola. Se un
giudizio percio ha un carattere d’assoluta nécessita, se è impossibile
immaginare delle eccezioni, esso deve essere «a priori». Un giudizio
analitico è sempre «a priori». Anche se un bambino apprende
l’aritmetica giocando con delle palline, non ha poi bisogno di riferirsi
all’esperienza per sapere che «due piû due fa quattro». La conoscenza
empirica è, d’altra parte, conoscenza sintetica.

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Ma sono possibili giudizi sintetici a priori? Kant cerca di darne la
prova adducendo degli esempi in cui i criteri su esposti sembrano
realizzarsi. Lo spazio e il tempo sono, egli afferma, forme a priori
dell’intuizione pura. Nel caso dello spazio c del tempo egli porta i
seguenti argomenti metafisici:
1. Lo spazio non c un concetto cmpirico, astratto dalle altre
csperienze, poiché esso è prcsupposto* ad ogni riferimcnto di
sensazioni a qualche cosa d’esterno, e l’esperienza esterna è possibile
soltanto attraverso la rappresentazione dello spazio.
2. Lo spazio è una rappresentazione necessaria a priori, che soggiace
ad ogni percezione esterna; poiché noi non possiamo immaginare che
non ci sia spazio, sebbene possiamo immaginare che non ci sia milia
nello spazio.
3. Lo spazio non è un concetto discorsivo o generale delle re- lazioni
delle cose in generale, poiché c’è soltanto uno spazio, di cui cib che
chiarniamo «spazi» sono parti e non determi- nazioni di spazio.
4. Lo spazio si présenta corne un’infinita grandezza data, che
contiene in sé tutte le parti dello spazio; questa relazione è diversa da quella fra
un concetto e le sue determinazioni, e perciô lo spazio non è un concetto ma
una forma dell’intui- zione.

Questi argomenti non verranno qui discussi. Vengono menzio- nati


soltanto corne esempi del tipo generale di prova che Kant ha in mente a
favore dei giudizi sintetici a priori.
Quanto alla fisica Kant assunse a priori, accanto allô spazio e al tempo,
la legge di causalità e il concetto di sostanza. In una fase successiva
délia sua opéra egli cerco di aggiungere la legge délia conservazione
délia materia, l’eguaglianza di «azione e reazione» e perfîno la legge di
gravitazione. Nessun fisico sa- rebbe a questo punto disposto a seguire
Kant, se il termine «a priori» è usato nel senso assoluto che egli gli dà.

1
2
In mate- matica Kant considéré la geometria euclidea corne «a priori».
Prima di porre a raflronto queste dottrine di Kant con i risul- tati délia
fisica moderna dobbiamo menzionare un’altra parte délia sua opéra cui
faremo riferimento piû tardi. La spinosa questione se «le cose esistono
realmente», che aveva dato origine alla filosofia empiristica, si présenté
anche nella specula- zione kantiana. Ma Kant non ha seguito la linea di
Berkeley e Hume, per quanto sarebbe stata una linea logicamente soli-
da. Mantenne la nozione délia «cosa in sé» corne una realtà diversa dalla
realtà percepita, e mantenne in tal modo un certo rapporto con il
realismo.
Venendo ora al raflronto delle dottrine di Kant con la fisica moderna,
sembra a prima vista che il suo concetto centrale dei «giudizi sintetici a
priori» sia stato completamente annichilito dalle scoperte del nostro
secolo. La teoria délia relatività ha mutato le nostre concezioni sullo
spazio e sul tempo, ha rive- lato in effetti aspetti del tutto nuovi dello
spazio e del tempo, di cui non si ha traccia nelle forme a priori kantiane
dell’in- tuizione para. La legge di causalité non è piû applicata nella
teoria dei quanta e la legge di conservazione délia materia non risulta
piû vera per le particelle elementari. Naturalmente Kant non poteva aver
preveduto le nuove scoperte, ma poiché era convinto che i suoi concetti
sarebbero stati «la base di ogni futura metafisica che si presenti in forma
di scienza» è intéressante constatare corne i suoi argomenti siano stati
erronei.
Corne esempio pigliamo la legge di causalité. Kant afferma che ogni
qualvolta osserviamo un evento noi presumiamo che esi- ste un evento
precedente da cui il primo deve seguire secondo una certa regola. È
questo, corne dice Kant, la base d’ogni la- voro scientifico. In questo
caso non ha importanza se noi pos- siamo o meno sempre trovare
l’evento precedente da cui l’altro seguiva. In rcalté moite volte
possiamo trovarlo. Ma anche se non possiamo, nulla puo impedirci di

1
3
chiederci quale avrebbe potuto essere quell’evento precedente e di
cercarlo. Quindi, la legge di causalité si risolve nel metodo stesso délia
ricerca scientifica: è la condizione che rende possibile la scienza. Giac-
ché noi in effetti applichiamo questo metodo, la legge di causa lité è «a
priori» e non derivata dall’esperienza.
È veto questo nella fisica atomica? Consideriamo un atomo di radio
che possa emettere una particella alfa. Il tempo dell’emis- sione délia
particella alfa non puô essere previsto. Possiamo soltanto dire che in
media l’emissione potré awenire in circa duemila anni. Percio, quando
osserviamo l’emissione noi non cerchiamo in realté un evento
precedente dal quale l’emissione deve derivare secondo una regola.
Logicamente sarebbe perfet- tamente possibile ricercare taie evento
precedente, e non è ne- cessario che ci si scoraggi per il fatto che fin
qui non se ne è trovato nessuno. Ma perché in questo importantissimo
pro- blema il metodo scientifico si è veramente trasformato dopo
Kant?
Due risposte sono possibili a questa domanda. La prima è che noi ci
siamo convinti con l’esperienza che le leggi délia teoria dei quanta sono
giuste e che, se lo sono, sappiamo che un evento precedente da
considerare corne causa dell’emissione ad un momento dato, non puô
essere trovato. L’altra risposta dice: noi conosciamo l’evento precedente,
ma non in modo del tutto preciso. Noi conosciamo le forze del nucleo
atomico che sono responsabili dell’emissione délia particella alfa. Ma
questa conoscenza contiene l’incertezza prodotta dall’interazione fra il
nucleo e il resto del mondo. Se volessimo sapere perché la particella alfa
è stata emessa in quel momento particolare do- vremmo conoscere la
struttura microscopica del mondo intero ivi inclusi noi stessi, il che è
impossibile. Perciô, gli argomenti di Kant a favore del carattere a priori
délia legge di causalità non possono piû ritenersi validi.
Una discussione simile potrebbe farsi sul carattere a priori dello spazio e

1
4
del tempo corne forme dell’intuizione. Il risul- tato sarebbe lo stesso. I
concetti a priori che Kant considerava corne un’indiscutibile verità non
sono piû accolti nel sistema scientifico délia fisica moderna.
Essi formano tuttavia parte essenziale di questo sistema in un senso
alquanto diverse. Nella discussione dell’interpretazione di Copenaghen
délia teoria dei quanta è stato messo in rilievo che noi usiamo i concetti
classici nel descrivere la nostra attrez- zatura sperimentale e piû in
generale nel descrivere quella parte del mondo che non
appartiene’all’oggetto delTesperimento. L’uso di questi concetti,
includenti spazio tempo e causalité, è in effetti la condizione per
osservare gli eventi atomici ed è, in questo senso, «a priori». Cio che
Kant non aveva previsto era che questi concetti a priori potessero essere
le condizioni per la scienza e avéré, nello stesso tempo, soltanto un’area
limi- tata di applicabilité. Quando facciamo un esperimento dobbia- mo
assumere una catena causale di eventi che conduce dal- l’evento atomico
attraverso l’apparecchiatura sperimentale fino all’occhio dell’osservatore;
se non si ammette questa catena causale nulla si potrebbe conoscere circa
l’evento atomico. Dobbiamo tuttavia ricordare che la fisica classica e la
causalité hanno solo un’area limitata di applicabilité. Questo è stato il
paradosso fondamentale délia teoria dei quanta che non po- teva essere
previsto da Kant. La fisica moderna ha trasformato l’affermazione di
Kant circa la possibilité di giudizi sintetici a priori da metafisica in
pratica. I giudizi sintetici a priori hanno di conseguenza il carattere d’una
vérité relativa.
Se si reinterpreta l’«a priori» kantiano in questo modo, non c’è ragione di
considerare corne dati le percezioni piuttosto che le cose; corne nella fisica
classica, possiamo parlare di eventi che non sono osservati alla stessa maniera
di quelli che lo sono. Percio, il realismo pratico è una parte naturale délia
reinterpre- tazione. Considerando la «cosa in sé» Kant ha messo in rilievo che
non possiamo concludere nulla su di essa partendo dalla percezione. Questa
affermazione trova, corne ha osservato von Weizsàcker, riscontro formale nel

1
5
fatto che, a dispetto dell’uso dei concetti classici, in tutti gli esperimenti è
possibile un comportamento non classico degli oggetti atomici. La «cosa in sé»
è per il fisico atomico, se egli si serve di un tal concetto,
nient’altro che una struttura matematica; ma questa struttura è,
diversamente che in Kant, dedotta indirettamente dall’espe- rienza.
In questa reinterpretazione l’«a priori» kantiano è connesso
indirettamente con l’esperienza in quanto è stato formato at- traverso lo
sviluppo délia mente umana in un passato remo- tissimo. Seguendo
questo argomento il biologo Lorentz ha una volta confrontato i concetti
«a priori» con quelle forme di comportamento che sono chiamate, per gli
animali, «forme ere- ditate o schemi innati». È difatti pienamente
plausibile che per certi animali primitivi spazio e tempo siano diversi da
cio che Kant chiama la nostra «intuizione pura» dello spazio e del
tempo. Essa puo appartenere alla specie «uomo», ma non al mondo
corne indipendente dall’uomo. Ma stiamo forse en- trando in discussioni
troppo ipotetiche seguendo questo commente biologico all’«a priori». È
stato qui ricordato soltanto per date un esempio di corne puo essere
interpretato il termine «verità relativa» in rapporto con l’«a priori»
kantiano.
La fisica moderna è stata in questo caso adottata corne esempio,
possiamo dire corne modello, per controllare i risultati di alcuni
important! sistemi filosofici del passato, che intendevano avéré,
naturalmente, una portata molto piû vasta. Cio che ab- biamo appreso
specialmente dalla discussione delle filosofie di Descartes e di Kant puo
forse essere espresso nel modo se- guente:
Non ogni concetto o parola che si siano formati in passato at- traverso l’azione
reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al loro
significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a quai punto essi potranno
aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso sappiamo che essi

1
6
possono venire applicati ad un ampio settore dell’esperienza interna od
esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti délia loro applicabilità.
Questo è vero anche nel caso di con- cetti piû semplici e piû generali
corne «esistenza» e «spazio e tempo». Perciô non sarà mai possibile con
la pura ragione per- venire a una qualche verità assoluta.
I concetti possono, tuttavia, essere nettamente definiti riguardo ai loro
rapporti. Questo è cio che avviene quando i concetti divengono parte
d’un sistema di assiomi c di definizioni che possono essere
cfficacemente espressi per mezzo di uno schéma matematico. Un
siffatto gruppo di concetti in connessione puo essere applicabile a un
vasto campo d’esperienza e ci aiutcrà a trovare la nostra strada rispetto
a quel campo. Ma i limiti d’ap- plicabilità non saranno in generale
noti, almeno in modo précise.
Anche se ci siam resi conto che il significato d’un concetto non è mai definito
con prccisione assoluta, alcuni concetti formano una parte intégrale dei metodi
scientifici, giacché essi rappre- sentano per il présente il risultato finale dello
sviluppo del pensiero umano nel passato, anche nel passato piû remoto; essi
possono anche essere ereditati e sono in ogni caso strumenti indispensabili per
compiere opéra scientifica ai nostri tempi. In questo senso essi possono essere
considerati praticamente a priori. Ma ulteriori limitazioni alla loro applicabilità
potranno essere scoperte in futuro.Relazioni délia teoria dei quanta
con altri rami délia scienza délia natura

1
È stato detto prima che i concetti délia scienza naturale pos- sono
qualche volta essere nettamente definiti riguardo aile loro connessioni.
Questa possibilità venne aiferrata per la prima volta nei Principia di
Newton ed è proprio per questa ragione che l’opera di Newton ha
esercitato la sua enorme influenza sul- l’intero sviluppo délia scienza
naturale nei secoli seguenti. Newton comincia i suoi Principia con un
gruppo di definizioni e di assiomi che sono cosi reciprocamente connessi
da formate cio che si puo chiamare un «sistema chiuso». Ogni concetto
puo essere rappresentato da un simbolo matematico, e le connessioni tra
i diversi concetti sono quindi rappresentate da equa- zioni matematiche
espresse per mezzo dei simboli. La struttura matematica dei sistema
assicura circa l’eventuale insorgere di contraddizioni. In tal modo i moti
possibili dei corpi sotto l’in- fluenza delle forze agenti sono rappresentati
dalle soluzioni pos- sibili delle equazioni. Il sistema di definizioni e di
assiomi che puo essere scritto in una sérié di equazioni matematiche è
con- siderato corne descrivente una struttura eterna délia natura, non
dipendente da ûno spazio o da un tempo particolari.
La connessione fra i diversi concetti nel sistema è cosî stretta che non
si potrebbe in generale mutare uno qualsiasi dei concetti senza
distruggere l’intero sistema.
Per questa ragione il sistema di Newton fu per molto tempo
considerato définitive e il compito assegnato agli scienziati futur!
sembro essere soltanto quello dell’estensione délia mecca- nica di
Newton a piû ampi campi dell’esperienza. Effettiva- mente la fisica si
sviluppo lungo quelle linee per circa due secoli.

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3
Dalla teoria del moto dei punti di una massa si poté passare alla
meccanica dei corpi solidi, ai moti rotatori, e poterono essere trattati i
moti continui d’un fluido o i moti vibranti d’un corpo elastico. Tutte
queste parti délia meccanica o délia dinamica furono gradualmente
sviluppate in stretta connessione con l’evoluzione délia matematica,
specialmente del calcolo dif- ferenziale, e i risultati furono controllati
con esperimenti. L’a- custica e l’idrodinamica divennero rami délia
meccanica. Un’al- tra scienza per cui fu ovvia l’applicazione délia
meccanica di Newton fu l’astronomia. Il perfezionamento dei metodi
mate- matici porto gradualmente a determinazioni sempre piû accura-
te dei moti dei pianeti e delle loro mutue interazioni. Quando vennero
scoperti i fenomeni dell’elettricità e del magnetismo, le forze elettriche
e magnetiche vennero paragonate aile forze gra- vitazionali e la loro
azione sul moto dei corpi poté anche qui essere studiata seguendo le
linee délia meccanica newtoniana. Infine, nel diciannovesimo secolo,
perfîno la teoria del calore poté venire riportata alla meccanica con il
presupposto che il calore consiste in realtà di un complicato moto
statistico di pic- colissime parti di materia. Combinando i concetti délia
teoria matematica délia probabilità con i concetti délia meccanica new-
toniana Clausius, Gibbs e Boltzmann riuscirono a dimostrare che le
leggi fondamental! délia teoria del calore potevano esse- re interpretate
corne leggi statistiche derivanti dalla meccanica di Newton applicata a
complicatissimi sistemi mcccanici.

1
Fino a questo punto il programma avviato dalla meccanica new- toniana
era stato portato innanzi in modo pienamente consi- stente ed aveva
condotto alla comprensione d’un vasto campo d’esperienza. La prima
difficoltà sorse nelle discussion! sul campo elettromagnetico nell’opera
di Faraday e di Maxwell. Nella meccanica newtoniana la forza di
gravitazione cra stata consi- derata corne un dato, non corne oggetto di
ulteriori studi teo- retici. Nell’opera di Faraday e di Maxwell, invece, lo
stesso campo di forza divenne l’oggetto di investigazione; i fisici vol-
lero sapote corne questo campo di forza variava in funzione dello spazio
e del tempo. Cercarono percio di stabilité equa- zioni di moto per i
campi e non primariamente per i corpi su cui i campi agiscono. Questo
mutamcnto riportd a un punto di vista che era stato sostenuto da molti
scienziati prima di Newton. Un’azione poteva, cosî sembrava, essere
trasferita da un corpo ad un altro soltanto quando i due corpi si
toccavano, ad esempio per urto o per frizione. Newton aveva introdotto
una nuovissima e stranissima ipotesi ammettendo una forza che agiva a
grande distanza. Ora nella teoria dei campi di forza si poteva ritornare
all’idea piû antica, che l’azione si trasferisce da un punto ad un altro
punto adiacente, soltanto col descri- vere il comportamento dei campi in
termini di equazioni dif- ferenziali. Si trovô che cio era realmente
possibile, e perciô la descrizione dei campi elettromagnetici che veniva
ofierta dalle equazioni di Maxwell sembrô una soluzione soddisfacen- te
del problema délia forza. Si era veramente introdotto un mutamento
quindi nel programma aperto dalla meccanica new- toniana. Gli assiomi
e le definizioni di Newton si riferivano ai corpi e ai loro movimenti; ma
con Maxwell i campi di forza sembrarono acquistare lo stesso grado di
realtà che ave- vano i corpi nella teoria di Newton. Questa concezione
non fu, com’è naturale, facilmente accolta; e per evitare un taie
cambiamento nel concetto di realtà sembro plausibile pa- ragonare i
campi elettromagnetici con i campi di deforma- zione o di forza elastica,
le onde di luce délia teoria di Maxwell con le onde sonore dei corpi
elastici. Perciô molti fi- sici credettero che le equazioni di Maxwell si
riferissero realmente aile deformazioni di un campo elastico, che essi
chiama- rono etcre; e questo nome venne dato semplicemente per indi-
care che il campo era cosi leggero e sottile che poteva pene- trare
nell’altra materia e non poteva esser né visto né perce- pito. Non era
questa tuttavia una spiegazione molto soddi- sfacente, giacché non
riusciva a spiegare l’assenza compléta di onde di luce longitudinal!.
Infine la teoria délia relatività, che verra discussa nel prossimo
capitolo, mostrô in modo esauriente che il concetto dell’etere corne
sostanza, cui si riferivano le equazioni di Maxwell, dove- va essere
abbandonato. Gli argomenti non possono essere qui discussi; ma il
risultato fu che i campi dovevano essere considérai corne una realtà
indipendente.
Un ulteriore e ancora piû sorprendente risultato délia teoria délia
relatività spéciale fu la scoperta di nuove proprietà dello spazio e del
tempo, o meglio di una relazione fra lo spazio e il tempo non mai
conosciuta prima e che non esisteva nella meccanica newtoniana.
Sotto l’impressione di questa completamente nuova situazione molti
fisici giunscro alla seguente e alquanto avventata conclu- sione: la falsità
délia meccanica newtoniana. La realtà prima è il campo e non il corpo, e
la struttura dello spazio e del tempo è descritta correttamente dalle
formule di Lorentz e di Einstein, e non dagli assiomi di Newton. La
meccanica di Newton poteva costituire in molti casi una buona
approssima- zione, ma doveva ora essere migliorata per fornire una più
rigorosa descrizione délia natura.
Dal punto di vista che abbiamo finalmente raggiunto nella teo- ria dei
quanta taie affermazione apparirebbe corne una descrizione assai
imperfetta délia situazione attuale. Primo, essa ignora il fatto che
moltissimi csperimenti per i quali i campi sono misurati, sono basati
sulla meccanica newtoniana. Secondo, che questa non puo essere
migliorata: puo soltanto essere sostituita con qualche cosa di
esscnzialmente diverso.

1
Lo sviluppo délia teoria dei quanta c’insegna che la situazione dovrebbe
piuttosto essere descritta nei termini seguenti: dovunque i concetti délia
meccanica newtoniana possono essere usati per descrivere eventi
naturali, le leggi formulate da Newton sono perfettamente corrette e non
possono essere mi- gliorate. Ma i fenomeni elettromagnetici non
possono venire descritti adeguatamente con i concetti délia meccanica
newtoniana. Percib, gli esperimenti sui campi elettromagnetici e sulle
onde luminose, insieme con le loro analisi teoretiche ad opéra di
Maxwell, Lorentz e Einstein, hanno condotto ad un nuovo sistema
chiuso di defînizioni e di assiomi e di concetti rappresentabili con
simboli matematici, che è coerente corne è coerente il sistema délia
meccanica di Newton, ma nel con- tempo essenzialmente diverso da
esso.
Percio anche le speranze che avevano accompagnato l’opera degli
scienziati dai tempi di Newton in poi dovevano trasfor- marsi.
Evidentemente nella scienza il progresse non poteva essere conseguito
servendosi delle leggi note délia natura per spiegare i nuovi fenomeni.
In alcuni casi i nuovi fenomeni da osservare poterono essere compresi
soltanto per mezzo di nuovi concetti adatti ad essi corne i concetti di
Newton lo erano agli eventi meccanici. Questi nuovi concetti si
poterono ancora con- nettere in un sistema chiuso e rappresentare con
simboli matematici. Ma procedendo la fisica o, piû generalmente, la
scienza naturalc in questo modo, sorse la questione: quai è la relazione
che passa Ira le diverse sérié di concetti? Se, per esempio, gli stessi
concetti o le stesse parole appaiono in due sérié diverse c sono
diversamente definiti riguardo al loro rapporto ed alla rappresentazione
matematica, in che senso i concetti rappre- sentano la realtà?
Questo problema sorse subito non appena fu scoperta la teoria délia
relatività spéciale. I concetti di spazio e di tempo appar- tenevano sia
alla meccanica newtoniana che alla teoria délia relatività. Ma nella
teoria newtoniana spazio e tempo erano indipendenti; nella teoria délia
relatività connessi per mezzo délia trasformazione di Lorcntz. In questo
caso particolare si poté dimostrare corne le affermazioni délia teoria
délia relatività si avvicinavano a quelle délia meccanica newtoniana nel
limite in cui tutte le velocità del sistema erano piccolissime in paragone
alla velocità délia luce. Si potrebbe da cio conclu- dere che i concetti
délia meccanica newtoniana non potrebbero essere applicati ad eventi
in cui si verificano velocità paragona- bili alla velocità délia luce. Si era
cosi-finalmente trovata una limitazione essenziale délia meccanica
newtoniana che non po- teva venir scoperta partendo dalla sérié
coerente di concetti né dalla semplice osservazione di sistemi
meccanici.
Percid, la relazione fra due diversi sistemi coerenti di concetti richiede
sempre una molto attenta investigazione. Prima di ad- dentrarci in una
discussione generale di qualcuna di tali sérié chiuse e coerenti di concetti
e sulle loro possibili relazioni, for- niremo una breve descrizione di
quelle sérié di concetti che sono State fino ad ora definite in fisica. È
possibile distinguere quattro sistemi che hanno già raggiunto la loro
forma defini tiva.
La prima sérié, la meccanica newtoniana, è già stata discussa. È adatta
per la descrizione di tutti i sistemi meccanici, del moto dei fluidi e délia
vibrazione elastica dei corpi; corripren- de l’acustica, la statica,
l’aerodinamica.
Il secondo .sistema chiuso di concetti si formo nel corso- del
diciannovesimo secolo in rapporto con la teoria del calore. Per quanto la
teoria del calore pote alla fine essere connessa con la meccanica
attraverso lo sviluppo délia meccanica statistica, non corrisponderebbe a

1
verità considerarla corne una parte délia meccanica. Infatti la teoria
fcnomenologica del calore si serve d’un certo numéro di concetti che non
hanno alcuna corrispon- denza nelle altre branche délia fisica, corne:
calore, calore spécifiée, entropia, energia libéra, ecc. Se da questa
descrizione fe- nomenologica si passa ad una interpretazione statistica,
conside- rando il calore corne una energia, distribuita statisticamente fra
moltissimi gradi di libertà dovuti alla struttura atomica délia materia, il
calore allora non è piû connesso con la meccanica di quanto non lo sia
con l’elettrodinamica o con altre parti délia fisica. Il concetto centrale di
taie interpretazione è il concetto di probabilità, strettamente connesso con
il concetto d’entropia nella teoria fenomenologica. Oltre che di questo
concetto la teoria statistica del calore abbisogna del concetto di energia.
Ma qualsiasi sérié coerente di assiomi e di concetti délia fisica conterrà
necessariamente i concetti di energia, di momento e di momento
angolare e la legge per cui queste quantità deb- bono, sotto certe
condizioni, essere conservate. Cio accade se la sérié coerente è intesa a
descrivere certi aspetti délia natura che sono validi in tutti i tempi ed in
tutti i luoghi; in altre parole, aspetti che non dipendono dallo spazio e dal
tempo o, corne dicono i matematici, sono invariant! anche se sottoposti a
traslazioni spaziali o temporali, alla rotazione nello spazio e aile
trasformazioni di Galileo o di Lorentz. Percio, la teoria del calore puo
essere combinata con qualsiasi degli altri sistemi chiusi di concetti.
Il tcrzo sistema chiuso di concetti e di assiomi ha origine nei fenomeni
dell’elettricità e del magnetismo ed ha conseguito la sua forma finale nel
primo decennio del ventesimo secolq attra- verso l’opera di Lorentz,
Einstein e Minkowski. Esso compren- de l’elettrodinamica, la relatività
spéciale, l’ottica, il magnetismo e pub esservi inclusa la teoria di de
Broglie sulle onde di materia di tutti i diversi tipi di particelle
elementari, ma non la teoria ondulatoria di Schrodinger.
Infîne, il quarto sistema coerente è essenzialmente la teoria dei quanta

2
quale è stata descritta nei primi due càpitoli. Suo concetto fondamentale
è la funzione di probabilità, o la «matrice statistica», corne i matematici
la chiamano. Comprende la mec- canica quantica e ondulatoria, la teoria
degli spettri atomici, la chimica, e la teoria delle altre proprietà délia
materia corne la conduttività elettrica, il ferromagnetismo, ecc.
Le relazioni tra queste quattro sérié di concetti possono essere indicate
nel modo seguentc: la prima sérié è contenuta nella terza corne il caso
limite, in cui la velocità délia luce puo essere considerata infinitamente
grande, ed è contenuta nel quarto corne il caso limite in cui la costante
d’azione di Planck puô essere considerata corne infinitamente piccola.
La prima e in parte la terza sérié appartengono alla quarta corne un a
priori necessario per la descrizione degli esperimenti. La seconda sérié
puo essere connessa con qualsivoglia delle altre tre sérié senza difficoltà
ed è importante specialmente nei suoi rapport! con la quarta. L’esistenza
indipendente delle sérié terza e quarta sug- gerisce l’esistenza d’una
quinta sérié di cui la prima, la terza e la quarta costituiscono i casi limiti.
Questa quinta série sarà un giorno ritrovata in connessione con la teoria
delle particelle elementari.
Abbiamo omesso da questa enumerazione la série dei concetti connessi
con la teoria délia rclatività generale, giacché essa non ha forsc ancora
conscguito la sua forma finale. Ma va sottolineato che essa è nettamente
diversa dalle altre quattro sérié.
Dopo questo brève esamc possiamo ritornare al problema piû generale:
quali debbono essere considerati i tratti caratteri- stici di un sistema
chiuso di assiomi c di definizioni. Forse il tratto piû importante è la
possibilità di trovare per esso una valida rappresentazione matematica.
Taie rappresentazione deve dare la garanzia che il sistema non contiene
contraddizioni. Il sistema deve poi essere idoneo a descrivere un ampio
campo di esperienza. La grande varietà di fenomeni del campo do-
vrebbe corrispondere al gran numéro di soluzioni delle equa- zioni nella

3
rappresentazione matematica. I limiti del campo non possono
generalmente venir derivati dai concetti. I concetti non sono esattamente
definiti nella loro relazione con la natura, nonostante l’esatta definizione
dei loro possibili rapporti. Le limitazioni verranno percià determinate
dall’esperienza, dal fat- to che i concetti non permettono una descrizione
compléta dei fenomeni osservati.
Dopo questa breve analisi délia struttura délia fisica attuale, possiamo
passare a discutere le relazioni délia fisica con gli altri rami delle
scienze naturali. Di esse la piû vicina alla fisica è la chimica.
Eiïettivamente queste due scienze attraverso la teoria dei quanta sono
pervenute ad una fusione compléta. Ma cento anni fa esse erano
ampiamente separate, i loro metodi di ricerca afl’atto diversi, cd i
concetti délia chimica non avevano a quel tempo alcuna corrispondenza
nella fisica. Concetti corne va- lenza, attività, solubilità e volatilità
avevano piuttosto un ca- rattere qualitative, ed è dubbio se la chimica
appartenesse aile scienze esatte. Quando verso la meta del secolo
scorso si fu sviluppata la teoria del calore gli scienziati cominciarono
ad ap- plicarla ai processi chimici, e sempre da allora il lavoro scien-
tifico in questo campo è stato determinato dalla speranza di ridurre le
leggi délia chimica alla meccanica degli atomi. Si dovrebbe tuttavia
rilevare che questo non fu possibile nella struttura délia meccanica
newtoniana. Per date una descrizione quantitativa delle leggi délia
chimica era necessario formulare un sistema piû ampio di concetti per
la fisica atomica. Cio venne finalmente fatto nella teoria dei quanta, che
affonda le sue radici altrettanto nella chimica che nella fisica atomica.
Fu allora agevole vedere che le leggi délia chimica non potevano essere
ridotte alla meccanica newtoniana delle particelle ato- miche, giacché
gli elementi chimici mostravano nel loro com- portamento un grado di
stabilità completamente assente nei sistemi meccanici. Ma non fu se
non nella teoria atomica di Bohr, dcl 1913, che questo punto venue

4
chiaramente intcso. Corne risultato finale, si puô dire che i concetti
délia chimica sono in parte complementàri ai concetti meccanici. Se noi
sap- piamo che è nel suo piû basso stato stazionario che un atomo
détermina le sue proprietà chimichc r non possiamo nello stesso tempo
parlare di movimento degli clettroni nell’atomo.
L’attuale relazione fra la biologia da una parte, c la fisica e la chimica
dall’altra, puo essere paragonata a quclla esistente fra chimica e fisica
cento anni fa. I metodi délia biologia sono diversi da quelli délia fisica
e délia chimica, e i tipici concetti biologici presentano un carattcre
molto piû qualitativo di quelli delle scienze csatte. Concetti corne vita,
organo, ccllula, fun- zione d’un organo, percezione non hanno alcuna
corrispondenza in fisica ed in chimica. D’altra parte, la maggior parte
del progresse fatto in biologia durante gli ultimi cento anni è stato
effettuato mercé l’applicazione délia chimica e délia fisica agli
organismi viventi, e la tendenza generale délia biologia ai nostri tempi
è di spiegare i fenomeni biologici sulla base delle leggi note délia fisica
o délia chimica. Sorge ancora la questione se questa speranza sia o no
giustificata.
Proprio nel caso délia chimica, si apprende dalla semplice espe- rienza
biologica che gli organismi viventi dispiegano un taie grado di stabilità
che complicate strutture gencrali consistent! di molti tipi diversi di
molecole non potrebbero certamente avéré solo sulla base delle leggi
fisiche e chimiche. Pcrciô, per intendere completamente i fenomeni
biologici è necessario ag- giungere qualche cosa aile leggi délia fisica e
délia chimica. Riguardo a questa questione sono spesso State discusse
nella letteratura biologica due diverse tesi. Una si riferisce alla teo- ria
délia evoluzione di Darwin nei suoi rapport! con la gene- tica moderna.
Secondo questa teoria l’unico concetto che deve essere aggiunto a
quelli délia fisica e délia chimica è il concetto di storia. L’enorme
intervallo di tempo, all’ingrosso circa quat- tromila milioni di anni, che

5
è trascorso dalla formazione délia terra, ha concesso alla natura la
possibilità di tentare una va- rietà pressoché illimitata di strutture di
gruppi di molecole. Fra queste strutture ce ne sono state infine alcune
che pote- rono raddoppiare servendosi di gruppi più piccoli attinti alla
materia circostante, moltiplicandosi cosï in gran numéro. Mu- tamenti
accidentali di struttura fornirono un’ancora piû vasta varietà di strutture
esistenti. Strutture diverse si trovarono in competizione per trarre
materiali dalla materia circostante ed in tal modo attraverso la
«sopravvivenza del piû adatto», pote finalmente dispiegarsi
l’evoluzione degli organismi viventi. Non v’è dubbio che questa teoria
contenga una larga parte di verità, e molti biologi sostcngono che
l’aggiunzione dei concetti di storia e di evoluzione alla sérié coerente
dei concetti délia fisica e délia chimica sia ampiamente sufficiente a
dar conto di tutti i fenomeni biologici. Uno degli argomenti addotto
spesso a favore di codesta teoria mette in rilievo che dovunque si sono
controllate su organismi viventi le leggi délia fisica e délia chimica
esse sono sempre State trovate esatte; sembra che non vi sia alcun
posto, in definitiva, in cui possa collocarsi una cosid- detta forza vitale
diversa dalle forze fisiche.

6
D’altro lato, è proprio questo argomento che ha perduto molto del suo
peso a causa délia teoria dei quanta. Giacché i concetti délia fisica e
délia chimica formano una sérié chiusa e coerente, quella cioè délia
teoria dei quanta, è necessario che dovunque questi concetti possano
venire usati per descriverc dei feno- meni, anche le leggi connesse con i
concetti debbano essere valide. Pcrcio dovunque organismi viventi
vengano considerati e trattati corne sistemi fisico-chimici essi devono
necessaria- mentc agire corne tali. L’unica demanda da cui possiamo
ap- prendere qualche cosa circa l’adeguatezza di questa prima con-
cezione, è se i concetti fisico-chimici permettono una descri- zione
compléta degli organismi. I biologi che rispondono a questa domanda
in senso negativo seguono generalmente la seconda concezione che
dobbiamo ora illustrare.
Questa seconda tesi puo forse essere espressa nei termini se- guenti: è
molto difficile vedere corne concetti quali percezione, funzione d’un
organo, afiezione, potrebbero far parte délia sérié coerente dei concetti
délia teoria dei quanta combinati con il concetto di storia. D’altra parte,
questi concetti sono necessari per una compléta descrizione délia vita,
anche se per il mo- mento escludiamo l’umanità in quanto présenta
problemi che vanno al di là délia biologia. Quindi, sarà probabilmente
necessario per la comprensione délia vita andare oltre la teoria dei
quanta e costruire una nuova coerente sérié di concetti, cui la fisica e la
chimica possono appartencre corne «casi limiti»; la storia puo essere
parte essenziale di essa e le apparterranno concetti corne quelli di
percezione, adattamento, affezione ecc. Se taie tesi è corretta, la
combinazione délia teoria di Darwin con la fisica e la chimica non
sarebbe sufficiente a spiegare la vita organica; resterebbe tuttavia vero
che gli organismi viventi possono in larga misura essere considerati
corne sistemi fisico- chimici - macchine cioè, corne avevano affermato
Descartes e Laplace - e che corne tali anche reagirebbero una volta

7
trattati in tal modo. Nello stesso tempo sarebbe possibile affermare,
corne Bohr ha suggerito, che la nostra conoscenza di una cel- lula
vivente possa essere complementare alla perfetta conoscenza délia sua
struttura molecolare. Giacché una conoscenza perfetta di questa
struttura potrebbe probabilmente essere rag- giunta soltanto con
operazioni che distruggerebbero la vita délia cellula, è logicamente
possibile che la vita precluda la compléta determinazione délia
soggiacente struttura fisico-chi- mica. Anche chi accettasse questo
secondo punto di vista non potrebbe probabilmente raccomandare per
la ricerca biologica altro metodo di quello che è stato seguito nei
decenni trascorsi: tentare di spiegare quanto è possibile sulla base delle
leggi (isico-chimiche conosciute, e descrivere il comportamento degli
organismi accuratamente e senza pregiudizi teoretici.
La prima di queste due concezioni è piü diffusa tra i biologi moderni
délia seconda; ma l’esperienza attualmcnte utilizzabile non è certamente
sufficiente a importe una scelta tra i due punti di vista. La preferenza
accordata da molti biologi al primo di essi, puo essere dovuta ancora
alla partizione cartêsiana, cosi profondamentc penetrata durante i secoli
scorsi nella mente umana. Giacché la «res cogitans» era limitata agli
uomini, all’Io, gli animali non potevano avéré anima, appartenevano
eselusivamente alla «res extensa». Perciô gli animali si possono
comprenderc, si ragionava, negli stessi termini délia materia in generc, e
le leggi délia fisica e délia chimica insieme con il concctto di storia
devono essere sufficienti per spiegare il loto comportamento. E solo
quando viene introdotta la «res cogitans» sorge una nuova situazione
che richiederà concetti asso- lutamente nuovi. Ma la partizione
cartesiana è una super-sem- plifîcazione pericolosa ed è perciô
pienamente possibile che la seconda concezione sia quella giusta.
Ma a parte questa questione che non puo essere ancora siste- mata, per
quel che riguarda la descrizione dei fenomeni biologie! noi siamo ben

8
lontani dal possedere quella sérié di con- cetti coerente e chiusa di cui si
parlava. Il grado di complica- zione délia biologia è cosî scoraggiante
che è impossibile imma- ginarc attualmente una qualsiasi série di
concetti le cui con- nessioni possano essere cosî esattamente definite da
rendere possibile una rappresentazione matematica di esse.
Se procediamo oltre la biologia ed includiamo nella discussione la
psicologia, non ci puo. essere allora piû alcun dubbio sul fatto che i
concetti délia fisica e délia chimica accompagnati da quelle di
evoluzione siano insufficienti a descrivere i fatti. Su questo punto
l’esistenza délia teoria dei quanta ha modificato il nostro atteggiamento
circa qucllo che si credeva nel diciannovcsimo secolo. Durante quel
periodo alcuni scienziati furono inclini a pensare che i fenomeni
psicologici potessero in definitiva venire spiegati sulla base délia
chimica e délia fisica dei cervelle. Dal punto di vista teoretico quantico
taie assunto non appare affat- to giustificato. Noi, a dispetto dei fatto
che gli eventi fisici dei cervello appartengono ai fenomeni psichici, non
ci aspetterem- mo che possano essore suflîcienti per spiegarli. Né
avremmo il minimo dubbio sul fatto che il cervello agisce corne un
mecca- nismo fisico-chimico se trattato corne taie; ma per comprendere
i fenomeni psichici noi cominceremmo dal fatto che la mente' umana
entra insieme corne oggetto e corne soggetto nel pro- cesso scientifico
délia psicologia.

9
Riconsiderando le diverse sérié di concetti che sono State formate nel
passato e quelle che verosimilmente possono venir formate nel futuro
nel tentativo di aprirci la nostra strada nel mondo per mezzo délia
scienza, vediamo che esse appaiono ordinarsi in base aU’incremento
che nella sérié,assume l’ele- mento soggettivo. La fisica classica puô
venir considerata corne quella idealizzazione per cui noi parliamo del
mondo corne di qualcosa interamente separato da noi stessi. Le prime
tre sérié corrispondono a questa idealizzazione. Soltanto la prima sérié
si accorda pienamente con l’«a priori» délia filosofia kantiana. Nella
quarta sérié, quella délia teoria dei quanta, l’uomo quale soggetto délia
scienza viene pienamente chiamato in causa nelle domande che sono
rivolte alla natura nei termini a priori délia scienza umana. La teoria dei
quanta non permette una descrizione completamente oggettiva délia
natura. In biologia pud essere importante far rilevare che le domande
vengono poste dalla specie uomo, che appartiene essa stessa al genere
degli organismi viventi, in altre parole che noi già sappiamo che cosa è
la vita anche prima di averla scientificamente defi- nita. Non sarebbe
forse opportune speculare sulla possibile struttura delle sérié di concetti
che non si sono ancora formate.
Quando si confronta quest’ordine con le piû vecchie classifica- zioni che
appartengono ai primi stadi délia scienza naturale, si vede che il mondo
è stato ora diviso non in diversi gruppi di oggetti ma in diversi gruppi di
connessioni. In un periodo piû antico délia scienza si distinguevano ad
esempio, corne gruppi diversi, minerali, piante, animali, uomini. Tali
oggetti venivano assunti, secondo i vari gruppi, corne di diversa natura,
costi- tuiti di materiale diverso, e determinati nel loro comportamento da
forze diverse. Noi sappiamo ora che si tratta sempre délia stessa materia,
degli stessi vari componenti chimici che possono appartenez a qualsiasi
oggetto, a minerali corne ad animali o a pian te; anche le forze che
agiscono fra le diverse parti délia materia sono infine le stesse in ogni
genere di oggetti. Cio che pud essere distinto è il tipo di conncssione che
principalmente importa in un certo fenomeno. Per esempio, quando
parliamo dell’azione di forze chimichc noi intendiamo indicare un tipo
di rapporta piû complicato ed ogni caso diverso da quello espresso nella
meccanica newtoniana. Il mondo appare cosi corne un complicato
tcssuto di eventi, in cui rapporti di diverso tipo si alternano, si
sovrappongono e si combinano determinan- do la struttura del tutto.
Quando noi rappresentiamo un gruppo di nessi con un sistema chiuso
e cocrente di concetti, di assiomi, di definizioni e di leggi,
rapprescntate a loro volta da uno schéma matcmatico, noi abbiamo di
fatto isolato cd idealizzato questo gruppo di nessi allô scopo d’una
chiarificazione. Ma anche se in questo modo vicne raggiunta la
chiarczza compléta, non si sa con qualc csattezza la sérié di concetti
dcscriva la rcaltà.

12
S
Queste idealizzazioni possono essere considerate corne una parte del,
linguaggio umano che si è formata dall’azionc rcciproca fra noi e il
mondo, una risposta umana alla sfîda délia natura. Sotto questo
rispetto possono essere paragonate ai diversi stili dell’arte, per esempio
dell’architcttura o délia musica. Uno stile d’arte puo anche essere
definito con una sérié di regole formai! applicate al materiale di
quell’artc particolare. Puo essere che codcstc regole non siano
rappresentate nel senso stretto del termine da una série di concetti e di
equazioni matema- tiche, ma i loro elementi fondamentali sono in
stretta relazione con gli elementi esscnziali délia matematica.
Eguaglianza ed ineguaglianza, ripetizione e simmetria, certe strutture
di grup- po, svolgono un ruolo fondamentale sia nell’arte che nella ma-
tematica. In genere è necessario il lavoro di piû generazioni per
sviluppare quel sistema formale che più tardi è chiamato lo stile
dell’arte, dai suoi semplici inizi alla pienezza di forme elaborate che
caratterizza il suo stato maturo. L’interesse del- l’artista si concentra su
codesto processo di cristallizzazione, in cui il materiale artistico
assume, attraverso la sua azione, le forme varie che hanno avuto inizio
con i primi concetti formai! di questo stile. Dopo il raggiungimento
délia perfezione, l’interesse deve di nuovo affievolirsi, perché la parola
«interesse» significa: essere con qualche cosa, partecipare ad un
processo vitale, e qui il processo è pervenuto al suo termine. Anche qui
la questione di fino a quai punto le regole formali dello stile
rapprescntino quella realtà vitale che è manifestazio- ne propria
dell’arte non puô essere deciso partendo dalle regole formali. L’arte è
sempre un’idealizzazione: l’ideale è diverso dalla realtà - almeno dalla
realtà delle ombre, corne avrebbe detto Platone - ma l’idealizzazione è
necessaria per inten- derla.

1
Questo confronto fra le diverse sérié di concetti délia scienza naturale
con i diversi stili dell’arte puo sembrare assai lontano dalla verità a chi
consideri i diversi stili dell’arte piuttosto corne prodotti arbitrari dello
spirito umano. Costui sosterrebbe che, nella scienza naturale, quelle
diverse sérié di concetti che rappresentano la realtà oggettiva, sono
State insegnate a noi dalla natura; in nessun senso possono dirsi
arbitrarie, e sono una conseguenza délia nostra sempre crescente
conoscenza délia natura. Su questi punti molti scienziati
concorderebbero. Ma i diversi stili dell’arte sono un prodotto arbitrario
délia mente umana? Anche qui non dobbiamo essere sviati dalla
partizione cartesiana. Lo stile nasce dall’interazione fra il mondo e noi,
o piû determinatamente fra lo spirito del tempo e l’artista. Lo spirito del
tempo è probabilmente un fatto altrettanto og- gettivo corne qualsiasi
fatto délia scienza délia natura, e questo. spirito esprime certi aspetti del
mondo che sono perfino indi- pendenti dal tempo e in questo senso
eterni.
L’artista tenta con la sua opéra di rendere comprensibili code- sti
aspetti, e in questo tentativo è avviato aile forme dello stile nel quale
lavora.
Percid, i due processi, quello délia scienza e quello dell’arte, non sono molto

diversi. Sia la scienza che Parte danno forma nel corso dei secoli ad un

linguaggio umano per mezzo del quale noi possiamo parlare delle piu remote

parti délia realtà, e le sérié coerenti di concetti corne i diversi stili dell’arte sono

le diverse parole o i diversi gruppi di parole di questo linguaggio.La teoria

délia relatività

Nel campo délia fisica moderna la teoria délia relatività ha svolto


sempre un ruolo importantissimo. Fu in relazione ad essa che venne
riconosciuta per la prima volta la nécessita d’un cambiamento dei
principi fondamental! délia fisica. Percio una discussione di quei
problemi che sono stati da essa sollevati ed in parte risolti appartiene
in modo essenziale alla nostra trattazione delle implicazioni filosofiche

1
!
délia fisica moderna. In certo senso si puo dire che - contrariamente
che per la teoria dei quanta - lo sviluppo délia teoria délia relatività,
dal définitive riconoscimento delle difficoltà alla loro soluzione ha
richiesto soltanto un periodo brevissimo. La ripetizione del-
l’esperimento di Michelson ad opéra di Morley e di Miller nel 1904 fu
la prima prova. esatta dell’impossibilità di scoprire il moto
translazionale délia terra con metodi ottici, e la disser- tazione decisiva
di Einstein apparve meno di due anni dopo.
D’altra parte, l’esperimento di Morley e Miller ed il saggio di Einstein
furono soltanto i passi finali d’uno sviluppo che era cominciato molto
tempo prima e che puo venire sintetiz- zato sotto il titolo: «elettrodinamica
dei corpi in movi- mento».
Ovviamente l’elettrodinamica dei corpi in movimento rappre- sentava un
settore importante délia fisica e dell’ingegneria da quando erano stati
costruiti degli elettromotori. Una grossa difficoltà si era introdotta tuttavia
in questo argomento per la scoperta di Maxwell sulla natura
elettromagnetica delle onde luminose. Queste onde differiscono per una
proprietà es- senziale dalle altre onde, per esempio dalle onde sonore: esse
sembrano potersi propagare nello spazio vuoto. Quando un campanello
suona in un recipiente in cui è stato fatto il vuoto, il suono non perviene
aU’esterno. La luce invece attraversa con tutta facilita lo spazio vuoto. Si
penso percib che le onde luminose potessero venire considerate corne onde
elastiche d’una leggerissima sostanza chiamata etere invisibile e imper-
cettibile che riempiva lo spazio svuotato d’aria corne pure lo spazio in cui
si trovavano altre materie corne l’aria o il vetro. L’idea che le onde
elettromagnetiche potessero essere una real- tà di per sé, in piena
indipendenza da qualsivoglia altro corpo, non passb in quel tempo per la
mente dei fisici. Giacché code- sta sostanza ipotetica, l’etere, sembrava
penetrare gli altri corpi, sorse il problema: cosa accade se quei corpi o
quella materia vengono messi in movimento? Partecipa a questo

2 ;
movimento e - se cosî avviene - corne si propaga l’onda di luce nell’etere
in movimento? ;
Esperimenti indicativi intorno a questo problema sono difficili per la
ragione seguente: le velocità dei corpi in movimento 1
sono generalmente estremamente piccole se confrontate con la velocità
délia luce. Per cui il movimento di quei corpi puô produrre soltanto effetti
piccolissimi che sono proporzionali al rapporto tra la velocità del corpo e
la velocità délia luce o a una potenza piu alta di quel rapporto. Vari
esperimenti com- piuti da Wilson, Rowland, Rontgen ed Eichenwald e
Fizeau permisero la misura di tali effetti con una precisione corrispon-
dente alla potenza prima di detto rapporto. La teoria degli elettroni
sviluppata da Lorentz nel 1895 poté descrivere tali effetti in modo
pienamente soddisfacente. Ma allora gli esperimenti di Michelson, Morley
e Miller crearono una situazione nuova.

3
L’esperimento verrà discusso scendendo a qualche particolare. Per ottenere
effetti piû vistosi e perciô risultati piû precisi, parve meglio eseguire gli
esperimenti con corpi dotati di altis- sima velocità. La terra si muove intorno al
sole con la velocità di circa venti miglia al secondo. Se l’etere è in quiete
rispetto al sole e non si muove con la terra, allora questo veloce moto dell’etere
rispetto alla terra dovrcbbe farsi sentire nel caso d’un mutamento délia velocità
délia luce. Questa velocità dovrebbe esser divefsa in dipendenza del fato che la
luce si propaghi in direzione parallela oppure perpendicolare alla direzione del
moto dell’etere. Anche se l’etere dovesse parzialmente muo- versi con la terra,
dovrebbe aversi un certo effetto dovuto a cib che puo chiamarsi vento d’etere, e
questo effetto dovrebbe probabilmente dipendere dall’altezza del livello sul
mare da cui viene eseguito l’esperimento. Un calcolo circa l’effetto preve-
dibile mostrava che questo sarebbe stato molto piccolo, ’risul- tando esso
proporzionale al quadrato del rapporto fra la velocità délia terra e quella délia

luce, ed era percio necessario T,


eseguire con estrema precisione gli esperimenti sull’interfe- renza dei due
fasci di luce viaggianti paralleli o perpendicolari al moto délia terra. Il
primo esperimento di questo genere ese- guito da Michelson nel 1881, non
era stato sufficientemente ac- curato. Ma anche successivi tentativi non
rivelarono il minimo segno dell’efletto che si attendeva. Specialmente gli
esperimenti di Morley e Miller nel 1904 poterono venir considérât! corne
la prova definitiva che non esisteva alcun effetto dell’aspettato ordine di
grandezza.
Questo risultato, per strano che fosse, s’incontrava con un al- tro punto che
era stato discusso dai fisici qualche tempo prima. Nella meccanica
newtoniana si realizza un certo «principio di relatività» che puô essere
descritto nei seguenti termini: se in un certo sistema di riferimento il moto
meccanico dei corpi segue le leggi délia meccanica newtoniana, altrettanto
avviene allora per qualsiasi altro sistema di riferimento che sia in moto
uniforme non rotatorio rispetto al primo sistema. In altre parole, un moto
uniforme di traslazione di un sistema non produce effetti meccanici di
sorta e non puô perciô essere rilevato in base a tali effetti.
Taie principio di relatività - cosi sembrava ai fisici - non ap- pariva perô

4
valido in ottica o in elettrodinamica. Se il primo sistema è in riposo
rispetto all’etere, gli altri sistemi non lo sono e perciô il loro moto rispetto
all’etere dovrebbe venir rilevato per mezzo di effetti dei tipo considerato
da Michelson. Il risultato negativo dell’esperimento di Morley e Miller nel
1904 fece rivivere l’idea che taie principio di relatività potesse esser valido
in elettrodinamica corne lo era per la meccanica newtoniana.
C’era d’altra parte un vecchio esperimento fatto da Fizeau nel 1851 che
sembrava definitivamente contraddire il principio di relatività. Fizeau aveva
misurato la velocità délia luce in un liquido in movimento. Se il principio di
relatività era esatto la velocità totale délia luce in un liquido in movimento
avreb- be dovuto essere data dalla somma délia velocità del liquido e délia
velocità délia luce nel liquido in riposo. Ma cio non si verificava.
L’esperimento di Fizeau mostro che la velocità totale era alquanto piû piccola.
Tuttavia i risultati negativi di tutti i piû recenti esperimenti per
riconoscere il movimento «rispetto all’etere» spinsero i fi- sici teorici e i
matematici del tempo a cercare delle interpre- tazioni matematiche che
conciliassero l’equazione ondulatoria délia propagazione délia luce con il
principio di relatività. Lo- rentz suggeri, nel 1904, una trasformazione
matematica che soddisfaceva a questa esigenza. Egli dovette avanzare
l’ipotesi che i corpi in movimento si contraggono nella direzione del moto
secondo un fattore dipendente dalla velocità del corpo, e che in diversi
schemi di riferimento ci sono diversi tempi «apparenti» che in moite guise
prendono il posto del «tempo reale». In tal modo egli fu in grado di
proporre qualcosa che rassomigliava al principio di relatività: la velocità
«apparente» délia luce era la stessa in ogni sistema di riferimento. Queste
idee vennero discusse da Poincaré, Fitzgerald ed altri fîsici.
Il passo decisivo tuttavia venne compiuto col saggio di Einstein del 1905
in cui egli considerava il tempo «apparente» délia trasformazione di
Lorentz corne il tempo «reale» ed aboliva cio che Lorentz aveva chiamato
il tempo «reale». Cio costitui una trasformazione nelle basi stesse délia
fisica: una trasfor- æazione inaspettata e assolutamente radicale che
richiese tutto il coraggio di un genio giovane e rivoluzionario. Per
compiere y questo passo non ci fu bisogno di null’altro, nella rappresen-

5
tazione matematica délia natura, che di una coerente applica- zione délia
trasformazione di Lorentz. Ma in base a questa nuova interpretazione la
struttura dello spazio e del tempo erano mutate e molti problemi délia
fisica apparivano in una luce nuova. La sostanza etere, per esempio,
poteva venir abo- lita. Giaccbé tutti i sistemi di riferimento che sono in
moto di traslazione uniforme l’uno rispetto all’altro sono équivalent! per
la descrizione délia natura, perde ogni significato l’affer- mazione che c’è
una sostanza, l’etere, che è in riposo in uno soltanto di questi sistemi. Taie
sostanza non è in effetti neces- saria ed è molto piû semplice dire che le
onde luminose si propagano nello spazio vuoto c che i campi
elettromagnetici sono una realtà di per sé e possono esistere nello spazio
vuoto.

6
Ma il cambiamento decisivo si verificava nella struttura dello spazio e del
tempo. È molto difficile descrivere questo cambiamento nei termini del
linguaggio comune, senza far uso délia matematica, giacché le parole
comuni «spazio» e «tempo» si riferiscono ad una struttura dello spazio e
del tempo che è in realtà un’idealizzazione ed una supersemplificazione
délia struttura reale. Ma dobbiamo tuttavia tentare di descrivere la nuova
struttura e possiamo forse farlo nel modo seguente: Quando noi usiamo il
termine «passato» noi comprendiamo tutti quegli eventi che noi potremmo
conoscere almeno in via di principio, dei quali avremmo potuto sentire
parlare almeno in via di principio. In modo analogo comprendiamo col
termine «futuro» tutti quegli eventi che noi potremmo influenzare almeno
in via di principio, che noi potremmo tentare di cam- biare o di ostacolare,
almeno in via di principio. Non è facile per uno che non sia fisico vedere
perché questa definizione dei termini «passato» e «futuro» dovrebbe
essere quella piû con- veniente. Ma è facile constatare che essa
corrisponde con molta precisione all’uso che facciamo comunemente dei
termini. Se usiamo i termini in questo modo, risulta da molti esperimenti
che il contenuto dei «futuro» o dei «passato» non dipende dal- lo stato di
moto o da altre proprietà dell’osservatore. Questo è vero sia nella
meccanica newtoniana che nella teoria délia relatività di Einstein.
Ma la differenza è questa: nella teoria classica accettiamo l’as- sunto che
futuro e passato sono separati da un intervallo tem porale infinitamente
breve che noi possiamo chiamare il mo- mento présente. Nella teoria délia
relatività apprendiamo che la situazione è diversa: futuro e passato sono
separati da un intervallo finito di tempo la lunghezza dei quale dipende
dalla distanza dall’osservatore. Qualsiasi azione puo propagarsi sol- tanto
ad una velocità minore od uguale alla velocità délia luce. Percid un
osservatore in un dato istante non pud né conoscere né influenzare eventi
distanti che abbiano luogo tra due tempi caratteristici. Uno di questi tempi
è Pistante in cui un segnale luminoso viene emesso dal punto in cui
avviene l’evento per raggiungere l’osservatore al momento
dell’osservazione. L’altro tempo è Pistante in cui un segnale luminoso,
fornito dall’os- servatore all’istante dell’osservazione raggiunge il punto
del- Pevento. L’intero intervallo temporale finito fra questi due istanti puô
considerarsi corne il «tempo présente» • per Posser- vatore all’istante
dell’osservazione. Qualsiasi evento realizzan- tesi tra i due tempi
caratteristici puo esser detto «simultaneo» all’atto dell’osservazione.
L’uso délia frase «puo essere detto» mette in rilievo un’ambi- guità délia parola
«sîmultaneo», dovuta al fatto che questo termine si è formata con l’esperienza
délia vita quotidiana, in cui la velocità délia luce puo sempre essere considerata
corne praticamente infinita. Effettivamente in fisica questo termine puo anche
essere definito in modo leggermente diverso ed Einstein nei suoi scritti ha usato
questa seconda definizione. Quan- do due eventi accadono nello stesso punto
dello spazio simul- taneamente, noi diciamo che essi coincidono; cosi il termine
non è piû ambiguo. Immaginiamo ora tre punti nello spazio giacenti su una retta
in modo che il punto intermedio abbia la stessa distanza dai due punti estremi.
Se accadono ai punti estremi due eventi in tempi tali che i segnali luminosi
partenti dagli eventi coincidono quando raggiungono il punto médiane,
possiamo definire i due eventi corne simultanei. Questa definizione è piû
précisa délia prima. Una delle conseguenze piû importanti è che se due eventi
sono simultanei per un osserva- tore essi possono non essere tali per un altro
osservatore, se questi è in moto rispetto al primo osservatore. La connessione
tra le due definizioni puo essere stabilita dall’affermazione che ogni volta che
due eventi sono simultanei nel primo senso del termine, si puo sempre trovare
un sistema di riferimento per cui essi sono simultanei anche nel seconde senso.
La prima definizione del termine «simultaneo» sembra corri- spondere piû
da vicino all’uso che se ne fa nella vita quotidiana, giacché il problema se
due eventi sono simultanei non dipende nella vita quotidiana dal sistema
di riferimento. Ma in entrambe le definizioni relativistiche il termine ha
acquistato una precisazione che manca nel linguaggio délia vita familiare.
Nella teoria dei quanta i fisici dovettero apprendere piuttosto presto che i
termini délia fisica classica descrivono la natura solo in modo impreciso,
che la loro applicazione è limitata dalle leggi quantiche e che percio si
dovrebbe essere assai cauti nel loro uso. Nella teoria délia relativité i fisici
hanno cercato di cambiare il significato delle parole délia fisica classica,
per ren- dere i termini piû precisi in modo da adattarli alla nuova si-
tuazione.
La struttura dello spazio e del tempo che è stata portata alla luce dalla
teoria délia relativité ha moite conseguenze in diverse parti délia fisica..
La elettrodinamica dei corpi in movi- mento puo venir subito ■ derivata

1
dal principio di relativité. Il principio stesso puo essere formulato corne
una legge assoluta- mente generale délia natura che si riferisce non solo
alla elettrodinamica o alla meccanica ma a qualsiasi gruppo di leggi: le
leggi assumono la stessa forma in tutti i sistemi di riferimen- to, che sono
diversi l’uno dall’altro soltanto per un moto di traslazione uniforme; sono
invariant! di fronte alla trasforma- zione di Lorentz.
La conseguenza forse più importante del principio di relativité è l’inerzia
dell’energia, o l’equivalenza délia massa e dell’ener- gia. Giacché la
vélocité délia luce è la vélocité limite che possa mai esser raggiunta da
qualsivoglia corpo materiale, è facile vedere che è piû difficile accelerare
un corpo che gié si. muove a forte vélocité che un corpo in quiete.
L’inerzia è venuta crescendo con Tenergia cinetica. Ma in modo
assolutamente generale ogni tipo d’energia, seconde la teoria délia
relativité, porteré un contributo all’inerzia, vale a dire alla massa, e la
massa appartenente ad una determinata quantité d’energia è proprio
quest’energia divisa per il quadrato délia vélocité délia luce. Quindi ogni
energia porta sempre con sé una massa, anche se ad un’energia piuttosto
grande s’accompagni soltanto una massa piccolissima; e questa è la
ragione perché la con- nessione fra massa ed energia non era mai stata
osservata prima. Le due leggi délia conservazione délia massa e délia con-
servazione dell’energia perdono la loro validità separata e sono combinate
in un’unica legge che puo essere chiamata la legge délia conservazione
dell’energia o délia massa. Cinquanta anni fa, quando la teoria délia
relatività fu formulata, quest’ipotesi dell’equivalenza di massa e di energia
sembrb costituire una compléta rivoluzione nella fisica, e c’erano ancora
scarse prove sperimentali a favore di essa. Ai nostri tempi noi vediamo in
molti esperimenti quante particelle elementari possono essere create
dall’energia cinetica, e corne tali particelle vengano an- nientate per dar
vita a delle radiazioni; percio, il trasmutarsi dell’energia nella massa e
viceversa non ci suggerisce nulla di inusuale. L’enorme liberazione di
energia nell’esplosione ato- mica è ancora un’altra e piû spettacolare
prova délia validità dell’equazione di Einstein. Ma qui possiamo
aggiungere un ap- punto critico storico.

2
È stato qualche volta affermât© che le enormi energie delle esplosioni
atomiche siano dovute ad una trasmutazione diretta délia massa in energia
e che si è stati in grado di prevedere queste energie soltanto sulla base
délia teoria délia relatività. Cio costituisce nondimeno un fraintendimento.
L’enorme quan- tità d’energia utilizzabile contenuta nel nucleo atomico
era nota dal tempo degli esperimenti di Becquerel, Curie e Rutherford sui
corpi radioattivi. Ogni corpo radioattivo, corne il radio, produce una
quantità di calore, disintegrandosi, circa un milione di volte superiore al
calore emesso in un processo chimico per una eguale quantità di materia.
La sorgente d’energia nel processo di fissione dell’uranio è proprio la
stessa che nella scom- posizione alfa del radio, cioè essenzialmente la
repulsione elet- rrostatica delle due parti in cui il nucleo è separato.
Percio, l’energia d’una esplosione atomica dériva direttamente da que- sta
sorgente e non da una trasformazione délia massa in ener- gia. Il numéro
delle particelle elementari con massa di riposo finita non decresce durante
l’esplosione. È vero pero che le energie di legame delle particelle del
nucleo atomico si fan sentire con le loro masse e percio la liberazione
dell’energia è in questo modo indirettamente connessa anche con
mutamen- ti che si verificano nelle masse dei nuclei. L’equivalenza di
massa ed energia - oltre la grande importanza che hà in fisica - ha
sollevato anche problemi concernenti antichissime questioni filosofiche. È
stata tesi comune a molti sis terni filosofici del passato che la sostanza o
materia non pub essere distrutta. Nella fisica moderna, tuttavia, molti
esperimenti hanno dimo- strato che delle particelle elementari, corne ad
esempio posi- toni ed elettroni possono essere annichiliti e trasmutati in
ra- diazione. Significa questo che quegli antichi sistemi filosofici sono
stati smentiti dalla moderna esperienza e che gli argo- menti da essi
addotti ci han portato all’errore?
Sarebbe certamente una conclusione imprudente ed ingiustifi- cata
giacché i termini «sostanza» e «materia» nella filosofia antica e
medievale non possono essere semplicemente identi- ficati con il termine
«massa» délia fisica moderna. Se si voles- se esprimere la nostra
esperienza moderna nel linguaggio delle filosofie piû antiche si

3
potrebbero considerare massa ed energia corne due diverse forme délia
stessa «sostanza» e mante- nere percio l’idea dell’indistruttibilità délia
sostanza.
D’altra parte non si puo certo dire che si faccia un gran gua- dagno ad
esprimere la conoscenza moderna in linguaggio. clas- sico. I sistemi
filosofici Bel passato si formarono sul volume di conoscenze disponibili
al loro tempo e sulle linee di pen- siero cui tali conoscenze avevano
portato. Non ha senso aspet- tarsi che i fîlosofi di moite centinaia d’anni
fa abbiario previsto lo sviluppo délia fisica moderna o délia teoria délia
relatività. Percib i concetti cui ï .fîlosofi furono condotti durante il pro-
cesso di chiarificazione intellettuale molto tempo âddietro non possono
verosimilmente adattarsi a fenomeni che possono es- sere osservati
soltanto con gli elaborati strumenti tecnici del nostro tempo.
Ma prima di affrontare la discussione sulle implicazioni filoso- fiche
délia teoria délia relatività è necessario illustrare i suoi ulteriori sviluppi.
L’ipotetica sostanza «etere», che aveva svolto un ruolo cosi importante
nelle prime discussion! sulle teorie di Maxwell nel diciannovesimo
secolo, era stata abolita - corne è stato detto prima - dalla teoria délia
relatività. Cio viene espresso qualche volta dicendo che l’idea dello
spazio assoluto è stata abban- donata. Ma una simile affermazione deve
essere accettata con molta cautela. È veto che non si ci pub fondare su un
sistema spéciale di riferimento in cui la sostanza etere sia in stato di
quiete e che possa percib meritare il nome di «spazio assoluto». Ma
sarebbe errato affermare che lo spazio ha ora perduto tutte le sue
proprietà fisiche. Le equazioni di moto per corpi materiali o per campi
assumono tuttavia forma diversa in un sistema di riferimento «normale»
ed in un altro che sta mo- tando od è in moto non uniforme rispetto a
quello «normale». L’esistenza di forze centrifughe in un sistema ruotante
prova - per quanto almeno si riferisce alla teoria délia relatività del 1905
e del 1906 - l’esistenza di proprietà fisiche dello spazio che permettono
la distinzione fra un sistema ruotante ed uno non ruotante.
Questo puo apparire non soddisfacente da un punto di vista filosofico dal
quale si preferirebbe attribuire proprietà fîsiche soltanto a entità fisiche

4
corne corpi materiali o campi e non allô spazio vuoto. Ma per quanto si
riferisce alla teoria dei processi elettromagnetici o dei moti meccanici,
quest’esistenza di proprietà fisiche dello spazio vuoto è soltanto una
descri- zione di fatti che non pub essere discussa.
Un’attenta analisi di questa situazione fatta circa dicci anni do- po, nel
1916, condusse Einstein ad un’importantissima esten- sione délia teoria
délia relatività, che è chiamata generalmente teoria délia «relatività
generale». Prima di addentrarci nel- l’esposizione dei piû important!
principi di questa nuova teoria, puo essere utile dire poche parole sul
grado di certezza su cui possiamo fare assegnamento circa l’esattezza di
queste due parti délia teoria délia relatività. La teoria dei 1905 e dei 1906
è fondata su un gran numéro di fatti bene accertati: su- gli esperimenti di
Michelson e Morley ed altri dello stesso tipo, sull’equivalenza délia
massa e dell’energia in innumerevoli processi radioattivi, sulla
dipendenza délia durata dei corpi ra- dioattivi dalla loro velocità, ecc.
Questa teoria appartiene, per- ciô, ai principi fondamentali délia fisica
moderna e non puo venir messa in discussione nella présente situazione.
Per la teoria délia relatività generale l’evidenza sperimentale è molto
meno convincente, giacché scarsissimo è il materiale sperimentale.
Esistono soltanto poche osservazioni astronomiche che permettano un
controllo dell’esattezza degli assunti. Tutta questa teoria, perciô, è piû
ipotetica délia prima.
La pietra angolare délia teoria délia relatività generale è la connessione
fra inerzia e gravita. Misure molto précisé hanno mostrato che la massa d’un
corpo corne sorgente di gravita è esattamente proporzionale alla massa corne
misura per l’inerzia del corpo. Anche le piû accurate misure non hanno mai rile-
vato alcuna deviazione a questa legge. Se la legge è general- mente vera, le
forze gravitazionali possono essere messe allô stesso livello delle forze
centrifughe o di altre forze che si generano corne reazione dell’inerzia. Giacché
le forze centrifughe apparivano dovute a proprietà fisiche dello spazio vuoto,
corne era stato detto prima, Einstein si volse all’ipotesi che anche le forze
gravitazionali sono dovute a proprietà dello spazio vuoto. Si trattava d’un passo
importantissimo che spingeva subito a farne un altro di eguale importanza. Noi

5
sappiamo che le forze di gravita sono prodotte dalle masse. Se percio la gra-
vitazione è connessa con delle proprietà dello spazio, queste proprietà dello
spazio devono essere prodotte o influenzate dalle masse. Le forze centrifughe in
un sistema ruotante devono essere prodotte dalla rotazione (relativa al sistema)
di masse forse molto distanti.
Per eseguire il programma tracciato in queste poche proposi- zioni
Einstein dovette collegare le idee fisiche in esse implicite con lo schéma
matematico di geometria generale sviluppato da Riemann. Poiché le
proprietà dello spazio sembravano mutarc continuamente con i campi
gravitazionali, la sua geometria do- veva venir paragonata alla geometria
delle superfici curve, dove la linea retta délia geometria di Euclide deve
essere sostituita dalla linea geodetica, la linea délia distanza piû breve, e
dove la curvatura cambia continuamente. Einstein riuseï infine a for- nire
una formulazione matematica délia connessione fra la di- stribuzione delle
masse ed i parametri determinanti délia geo- metria. Questa teoria
rappresentava i comuni fatti délia gravi- tazione. Era, fino ad un’altissima
approssimazione, identica alla teoria délia gravitazione convenzionale ed
era inoltre in grado di prédire alcuni interessanti efletti che eran proprio al
limite di misurabilità. Ad esempio, l’azione délia gravita sulla luce.
Quando délia luce monocromatica è emessa da una Stella pesante, i
quanta di luce perdono energia muovendosi attraverso il campo
gravitazionale délia Stella; ne dériva uno spostamento verso il rosso délia
linea spettrale emessa. Non c’è ancora al- cuna prova sperimentale di
questo spostamento verso il rosso, corne ha mostrato chiaramente la
discussione degli esperimenti di Freundlich. Ma sarebbe anche prematuro
concludere che gli esperimenti contraddicano la predizione délia teoria di
Einstein. Un fascio di luce che passi vicino al sole deve essere deflesso dal
suo campo gravitazionale. La deflessione è stata provata
sperimentalmente da Freundlich nel giusto ordine di grandezza; ma se la
deflessione si accordi quantitativamente con il valore predetto dalla teoria
di Einstein non è stato ancora deciso. La migliore prova per la validité
délia teoria délia relativité generale sembra essere la precessione nel moto
orbitale del pianeta Mercurio, che in effetti coincide mirabilmen- te con il

6
valore predetto dalla teoria.
Per quanto la base sperimentale délia relativité generale sia ancora
piuttosto ristretta, la teoria contiene idee délia piû grande importanza.
Per tutto l’intero periodo che va dai matema- tici dell’antica Grecia al
diciannovesimo secolo, la geometria euclidea era stata considerata corne
évidente; gli assiomi di Euclide venivano considerati corne il
fondamento di qualsiasi geometria matematica, un fondamento che era al
di fuori d’o- gni discussione. Poi, nel diciannovesimo secolo, i
matematici Bolyai e Lobachevsky, Gauss e Riemann scoprirono che era
possibile inventare altre geometrie che potevano venir svilup- pate con la
stessa precisione matematica di quella euclidea; percio i problemi su
quale fosse la geometria corretta assunsero un carattere puramente
empjrico. Ma fu soltanto attraverso l’opera di Einstein che la questione
poté essere realmente as- sunta dai fisici. La geometria discussa nella
teoria délia relativité generale non si riferiva soltanto allô spazio
tridimensio- nale ma al molteplice quadridimensionale costituito di
spazio e di tempo. La teoria stabiliva una connessione fra la geometria in
questo molteplice e la distribuzione delle masse nel mondo. Percio,
questa teoria sollevb in forma completamente nuova i vecchi problemi
sul comportamento dello spazio e del tempo in scala piû vasta; essa
potrebbe suggerire delle rispo- ste fornite dal controllo delle
osservazioni.
Di conseguenza, vennero ripresi molti vecchi problemi filosofici che
avevano occupato la mente dell’uomo fin dalle prime fasi délia filosofia e
délia scienza. Lo spazio è finito o infinito? Che cosa c’era prima dell’inizio
del tempo? Che cosa accadrà alla fine del tempo? O non esiste né principio
né fine? Tali domande avevano trovato diverse risppste nelle varie filosofie
e religioni. Nella filosofia di Aristotele, per esempio, lo spazio totale
dell’universo era finito (per quanto infinitamente divisi- bile). Lo spazio
era dovuto all’estensione dei corpi, era con- nesso con i corpi: non c’era
spazio dove non c’erano corpi. L’universo era costituito dalla terra, dal sole
e dalle stelle; un numéro di corpi finito. Oltre la sfera delle stelle non c’era
spazio; percio lo spazio dell’universo era finito.

7
Nella filosofia di Kant questa questione apparteneva aile co- siddette
«antinomie» - domande che non potevano ottenere risposta, giacché due
diversi argomenti portavano a risultati opposti. Lo spazio non puo essere
finito giacché noi non riu- sciamo ad immaginare per esso una fine; in
qualsivoglia punto dello spazio perveniamo, possiamo sempre immaginare
di po- ter procedere oltre. Nello stesso tempo lo spazio non puo essere
infinito, perché lo spazio è qualche cosa che noi possiamo im maginare
(altrimenti la parola «spazio» non si sarebbe potuta formare) e noi non
riusciamo ad immaginare uno spazio infî- nito. Per questa seconda tesi
l’argomento di Kant non è stato riprodotto letteralmente. La frase «lo
spazio è infinito» signifi- ca per noi qualche cosa di negativo: noi non
possiamo perve- nire al termine dello spazio. Per Kant cio significa che
l’infi- nità dello spazio è efiettivamente data, che essa «esiste» in un senso
che possiamo difficilmente riprodurre. Il risultato di Kant è che una
risposta razionale alla domanda se lo spazio sia finito o infinito non pub
essere data perché l’universo non puo essere oggetto délia nostra
esperienza nella sua totalità.
Una situazione simile puo incontrarsi riguardo al problema del- l’infinità
del tempo. Nelle Confessioni di S. Agostino, ad esem- pio, la questione
assume la forma seguente: che cosa faceva Dio prima che egli créasse il
mondo? Agostino non è soddi- sfatto délia risposta scherzosa: «Dio era
affaccendato a prepa- rare l’inferno per quelli che fanno delle domande
stupide.» Sarebbe, egli dice, una risposta troppo a buon mercato ed egli si
sforza di sottoporre il problema ad un’analisi razionale. Il tempo passa
soltanto per noi. È atteso da noi in quanto future, è trascorrente corne
momento présenté ed è da noi ri- cordato corne passato. Ma Dio non è nel
tempo: per Lui mille anni sono corne un giorno, ed un giorno è corne
mille anni. Il tempo è stato creato insieme col mondo, appartiene al
mondo, percio non esisteva tempo prima che l’universo esistesse. Per Dio
l’intero corso dell’universo è dato tutto insieme. Non c’era tempo prima
che Egli créasse il mondo. È ovvio che in afler- mazioni del genere la
parola «créasse» fa subito sorgere tutte le principali difficoltà. Questa
parola cosi corne è comunemen- te intesa significa che qualche cosa è

8
venuto ad essere che prima non era, ed in questo senso essa presuppone il
concetto del tempo. È percio impossibile definire in termini razionali cio
che potrebbe essere il significato délia frase «il tempo è stato creato».
Questo fatto ci ricorda di nuovo quella lezione già spesso discussa che
abbiamo appresa dalla fisica moderna: che ogni parola o concetto, per
chiari che possano sembrare, hanno soltanto un campo limitato di
applicabilità.
Nella teoria délia relatività generale si pub rispondere a queste domande
circa l’infinità dello spazio e del tempo sopra una base empirica. Se la
connessione fra la geometria quadridi- mensionale nello spazio e nel tempo
e la distribuzione delle masse nell’universo è stata data correttamente dalla
teoria, al- lora le osservazioni astronomiche sulla distribuzione delle ga-
lassie nello spazio c’informano circa la geometria dell’universo corne un
tutto. Per lo meno si possono costruire «modelli» dell’universo,
rappresentazioni cosmologiche, le cui conseguen- ze possono essere messe
a confronte con i fatti empirici.
In base aile attuali conoscenze astronomiche non è possibile distinguer in
modo preciso tra vari modelli possibili. Puo essere che lo spazio riempito
dall’universo sia finito. Cio non significherebbe che in qualche posto ci
sono i limiti dell’universo. Significherebbe soltanto che procedendo
sempre piû lon- tano in una direzione nell’universo si finirebbe col tornare
al punto da cui si era partit!. La situazione sarebbe simile a quella che si
realizza nella geometria bidimensionale sulla superficie délia terra dove
noi, partendo da un punto in direzione est torniamo allô stesso punto
proveniendo dall’ovest.
Rispetto al tempo sembra esserci qualche cosa di simile ad un principio.
Moite osservazioni ci parlano d’un inizio dell’uni- verso quattro miliardi
di anni or sono: almeno esse sembrano rivelarci che in quel tempo tutta la
materia dell’universo era concentrata in uno spazio molto piû piccolo di
quello di oggi e si sarebbe poi espansa da quel piccolo spazio a différent!
velocità. Lo stesso periodo di quattro miliardi di anni si ri- cava da
osservazioni molto diverse (per es. dall’età dei meteo- riti e dei metalli
sulla terra ecc.), e sarebbe percio difficile trovare un’interpretazione

9
essenzialmente diversa da quest’idea d’un’origine. Se essa è esatta
vorrebbe dire che prima di que- sto periodo il concetto di tempo dovrebbe
subire mutamenti cssenziali. Allô stato attuale delle osservazioni
astronomiche non è possibile rispondere agli interrogativi sulla geometria
spazio-temporale su larga scala con un certo grado di certezza. Ma è
estremamente intéressante vedere che è forse possibile rispondere a queste
domande su una solida base empirica. Anche per il tempo la teoria délia
relatività generale poggia su un ristretto fondamento sperimentale e deve
essere considerata molto meno certa délia cosiddetta teoria délia relatività
spéciale espressa dalla trasformazione di Lorentz.
Anche limitando le discussioni su quest’ultima teoria, non c’è dubbio che
la teoria délia relatività ha mutato profondamente le nostre concezioni
sulla struttura dello spazio e dei tempo. La cosa che piû colpisce in questi
cambiamenti non è forse la loro spéciale natura ma il fatto che essi siano
stati possibili. La struttura dello spazio e dei tempo che era stata defînita
da Newton corne la base délia sua descrizione matematica délia natura era
semplice e consistente e corrispondeva assai stretta- mente all’uso dei
concetti di spazio e di tempo nella vita qüo- tidiana. Questa
corrispondenza era di fatto cosi stretta che le definizioni di Newton
potrebbero essere considerate corne la précisa formulazione matematica di
questi concetti comuni. Prima délia teoria délia relativité sembrava
assolutamente ov- vio che degli eventi potessero venire ordinati nel tempo
indi- pendentemente dalla loro posizione nello spazio. Noi sappiamo ora
che questa impressione è determinata nella vita quotidia- na dal fatto che
la vélocité délia luce è enormemente piû ele- vata di qualsiasi altra
vélocité riscontrabile nell’esperienza pra- tica; ma questa restrizione non
era naturalmente conosciuta a quel tempo. Ed anche se noi ora la
conosciamo ci è difficile immaginare che l’ordine temporale degli eventi
debba dipen- dere dalla loro posizione nello spazio.

1
0
La filosofia di Kant attrasse piû tardi l’attenzione sul fatto che i concetti di
spazio e di tempo appartengono alla nostra rela- zione con la natura, non
alla natura stessa; che noi non po- tremmo descrivere la natura senza far
uso di quei concetti. Di conseguenza, quei concetti sono in certo senso «a
priori», sono la condizione primaria e non il risultato dell’esperienza e si
pensava che non potessero essere alterati da nuove esperienze. Percib la
nécessité del mutamento apparve corne una grande sorpresa. Era la prima
volta che gli scienziati apprendevano quanto cauti si dovesse essere
nell’applicare i concetti délia vita quotidiana all’esperienza raffinata délia
moderna scienza spe- rimentale. Persino la précisa e consistente
formulazione di que-, sti concetti nel linguaggio matematico délia
meccanica di Newton o l’accurata analisi che se ne fa nella filosofia
kantiana non avevano offerto protezione sufficiente contro l’analisi critica
resa possibile da misurazioni estremamente esatte. Questo am- monimento
si mostro piû tardi estremamente utile nello svi- luppo délia fisica moderna
e sarebbe certo stato ancora piû difficile intendere la teoria dei quanta se il
successo délia teoria délia relatività non avesse ammonito i fisici contro
l’uso acritico dei concetti assunti dalla vita quotidiana o dalla fisica
classica.
Critiche e controproposte
ail’interpretazione di Copenaghen
délia teoria dei quanta

L’interpretazione di Copenaghen délia teoria dei quanta ha condotto i


fisici lontano dalle semplici concezioni materialisti- che che prevalsero
nelle scienze naturali dei diciannovesimo se- colo. Giacché queste
concezioni erano State non solo intrinse- camente connesse con la scienza
délia natura di quel periodo ma avevano anche trovato un’analisi
sistematica in piû d’un sistema filosofico ed erano profondamente
penetrate anche nelle menti degli uomini comuni, si puô ben comprendere
corne siano stati operati molti tentativi per criticare l’interpretazio- ne di
Copenaghen e di sostituirla con una piû in linea con i concetti délia fisica
classica o délia filosofia materialistica.
Questi tentativi possono essere divisi in tre gruppi diversi. Il primo
gruppo non vuole cambiare l’interpretazione di Copenaghen per quel che
si riferisce aile previsioni dei risultati sperimentali, ma si adopera per
cambiare il linguaggio di que- sta interpretazione in modo da ottenere una
piû stretta.rasso- miglianza alla fisica classica. In altre parole, esso cerca
di cambiarne la filosofia senza attaccarne la fisica. Alcuni scritti di questo

1
primo gruppo restringono il loro accordo con le pre- visioni sperimentali
dell’interpretazione di Copenaghen a que- gli esperimenti che sono stati
fin qui eseguiti o che apparten- gono alla normale fisica elettronica.
Il secondo gruppo accetta l’interpretazione di Copenaghen corne l’unica
adeguata, se i risultati sperimentali concordano ovunque con le
previsioni. Percio gli scritti degli autori di questo gruppo cercano di
modificare alquanto la teoria dei quanta in alcuni punti critici.
Il terzo gruppo, infine, si limita ad esprimere la sua insoddi- sfazione
generale nei riguardi dell’interpretazione di Copenaghen e soprattutto
delle sue conclusion! filosofiche, senza avan- zare controproposte ben
definite. Scritti di Einstein, von Laue e Schrodinger appartengono a
questo terzo gruppo che è stato in ordine di tempo il primo dei tre.
Tuttavia, tutti gli oppositori dell’interpretazione di Copenaghen
concordano in un punto. Sarebbe desiderabile, secondo loro, ritornare al
concetto di realtà délia fisica classica o, per usare un termine filosofico
generale, all’ontologia dei materia- lismo. Essi preferirebbero ritornare
all’idea d’un mondo reale oggettivo le cui particelle minime esistono
oggettivamente nello stesso senso in cui esistono pietre e alberi,
indipendentemente dal fatto che noi le osserviamo o no.
Cio è tuttavia impossibile o almeno non interamente possibile a causa
délia natura dei fenomeni atomici, corne è stato detto in qualcuno dei
capitoli precedenti. Il nostro compito non puo essere quello di formulare
voti su corne dovrebbero essere i fenomeni atomici ma soltanto quello
d’intenderli.
Quando si analizzano gli scritti del primo gruppo, è importante
comprendere subito che le loro interpretazioni non possono venir
confutate con l’esperienza, giacché essi non fanno che ripetere
l’interpretazione di Copenaghen in un diverso linguag- gio. Da un punto
di vista strettamente positivistico è anche possibile dire che si tratta non
di controproposte all’interpre- tazione di Copenaghen ma délia sua esatta
ripetizione in un diverso linguaggio. Cio su cui si puo discutere è perciô

2
sol- tanto la convenienza o meno di questo linguaggio. Un intero gruppo
di controposte opéra nell’idea di «parametri ignoti». Giacché le leggi
teoretiche quantiche determinano in generale i risultati d’un esperimento
solo statisticamente, dal punto di vista classico si sarebbe inclini a
credere che esistono alcuni parametri sconosciuti che sfuggono
all’osservazione in qualsiasi esperimento ordinario, ma che determinano
la riuscita dell’e- sperimento seconde il normale procedimento causale.
Esistono percio degli studi che si sforzano di costruire tali parametri
nell’interna struttura délia meccanica quantica.

3
Lungo questa linea, ad esempio; Boehm ha fatto una contro- proposta
all’interpretazione di Copenaghen, che è stata recen- temente, in certa
misura, accolta anche da de Broglie. L’interpretazione di Boehm è stata
svolta fin nei particolari. Puo percio servir di base aile nostre discussion!.
Boehm considéra le particelle corne strutture «oggettivamente reali». Le
onde dello spazio di configurazione sono anche secondo la sua interpreta-
zione «oggettivamente reali», corne i campi elettrici. Lo spazio di
configurazione è uno spazio a moite dimensioni riferentesi aile diverse
coordinate di tutte le particelle appartenenti al si- stema. A questo punto
incontriamo una prima difficoltà: che cosa significa chiamare «reali» le
onde nello spazio di confi- gurazione? Questo spazio è assolutamente
astratto. La parola «reale» risale alla parola latina «res» che significa
«cosa»; ma le cose si trovano nel normale spazio tridimensionale, non in
un astratto spazio di confîgurazione. Si possono chiamare «og- gettive» le
onde nello spazio di confîgurazione se si vuole in- dicare che esse non
dipendono dall’osservatore, ma appare difficile chiamarle «reali» se non
si vuol travisare il signifîcato di questa parola. Boehm procédé definendo
le linee perpendi- colari aile superfici d’onda di fase costante corne le
orbite possibili delle particelle. Quale di queste linee sia l’orbita «reale»
dipende, secondo lui, dalla storia del sistema e dal con- gegno di misura e
non pub essere deciso senza sapere di piû intorno al sistema e
all’attrezzatura di misurazione di quanto in realtà non si sappia. Questa
storia contiene infatti i para- metri sconosciuti, l’«orbita effettiva» prima
che l’esperimento sia cominciato.

i55
Una conseguenza di questa interpretazione è, corne ha sottoli- ncato Pauli,
che gli elettroni negli stati a livello base di molti atomi dovrebbero essere
in riposo, non compiendo alcun moto orbitale intorno al nucleo atomico.
Cib appare in contrasto con gli esperimenti, giacché le misurazioni délia
velocità degli elettroni nello stato a livello base (ad esempio, per mezzo
del- l’effetto Compton) rivela sempre una distribuzione di velocità nello
stato a livello base, che è - in conformità aile regole délia meccanica
quantica - dato dal quadrato délia funzione d’onda in momenti o velocità
spaziali. Ma qui Boehm pub arguire che la misurazione non pub piû essere
valutata con le leggi ordi- narie. Egli conviene che la valutazione normale
délia misurazione condurrebbe invero ad una distribuzione di velocità; ma
quando viene presa in considerazione la teoria dei quanta sul- l’apparato di
misurazione - specialmente alcuni strani poten- ziali quantici introdotti ad
hoc da Boehm - allora è ammissi- bile l’affermazione che gli elettroni
«realmente» sono sempre in riposo. Nelle misurazioni delle posizioni délia
particella, Boehm adotta corne corretta l’intcrpretazione ordinaria degli
esperimenti; nelle misurazioni délia velocità egli la respinge. Dopodiché
Boehm pensa di essere in grado di asserire: «Noi non dobbiamo
abbandonare la précisa, razionale ed oggettiva descrizione dei sistemi
individuali nel regno délia teoria dei quanta.» Codesta asserzione oggettiva
si rivela, tuttavia, corne un tipo di «sovrastruttura ideologica» che ha poco
a che fare con l’immediata realtà fisica, poiché i parametri sconosciuti
dell’interpretazione di Boehm sono di tipo taie che non possono mai
incontrarsi nella descrizione dei processi reali, se la teoria dei quanta
rimane invariata.
Per sfuggire a questa difGcoltà, Boehm esprime difatti esplici- tamente la
speranza che negli esperimenti futuri i parametri ignoti possano tuttavia
assumere un ruolo fisico, e che la teoria dei quanta possa cosî risultare
falsa. Quando queste strane speranze vennero espresse, Bohr usava dire
che esse erano simili per struttura alla proposizione: «Noi possiamo
sperare che una volta o l’altra accada che due per due faccia cinque,

1
perché sarebbe cosa assai vantaggiosa per le nostre finanze.» In realtà
l’adempimento delle speranze di Boehm toglierebbe il terreno sotto i
piedi non soltanto alla teoria dei quanta ma anche all’interpretazione di
Boehm. Naturalmente deve nello stesso tempo essere sottolineato che
l’analogia ora menzionata, per quanto compléta, non rappresenta un
argomento logica- mente stringente contro una possibile futura alterazione
délia teoria dei quanta nella maniera suggerita da Boehm. Poiché non
sarebbe assolutamente inimmaginabile, per esempio, che una futura
estensione délia logica matematica possa dare un certo signifîcato
all’affermazione che in casi eccezionali 2X2 = = 5 e che una matematica
cosf estesa possa essere di utilità nei calcoli che riguardano il settore
economico. Noi siamo non- dimeno profondamente convinti, anche senza
bisogno di potenti argomentazioni logiche, che tali cambiamenti nella
matematica non ci sarebbero di nessun aiuto dal punto di vista fînanzia-
rio. Percio resta molto difficile intendere in che modo le proposte
matematiche che l’opéra di Boehm indica corne una possibile
realizzazione delle sue speranze potrebbero venire usa- te per la
descrizione di fenomeni fisici.
Se trascuriamo questa possibile alterazione délia teoria dei quanta allora il
linguaggio di Boehm, corne abbiamo già messo in rilievo, non dice nulla
sulla fisica che sia diverse da quanto afferma l’interpretazione di
Copenaghen. Allora resta soltanto la questione dell’opportunità di un taie
linguaggio. Oltre al- l’obiezione già fatta che parlando di orbite delle
particelle en- triamo nel campo di una superflua «sovrastruttura
ideologica», deve essere qui in modo particolare ricordato che il linguaggio
di Boehm distrugge la simmetria fra posizione e velocità che è implicita
nella teoria dei quanta; per le misurazioni di posizione Boehm accetta
l’interpretazione usuale, per le misurazioni délia velocità o dei momento
egli la respinge. Giacché le proprietà di simmetria co^tituiscono sempre il
tratto piû essenziale di una teoria, è difficile vedere che cosa si guada-
gnerebbe omettendole nel linguaggio corrispondente. In con- clusione, non

2
si puo considerare la controproposta di Boehm all’interpretazione di
Copenaghen corne un progresso.
Un’obiezione simile puô essere sollevata in forma alquanto diversa contro
le interpretazioni statistiche avanzate da Bopp e (su una linea leggermente
differente) da Fenyes. Bopp considéra la creazione o l’annichilimento di una
particella corne il processo fondamentale délia teoria dei quanta, la particella è
«reale» nel classico senso del termine, nel senso dell’ontolo- gia materialistica,
e le leggi délia teoria dei quanta vengono considerate corne un caso spéciale
délia statistica di correlazio- ne per simili evcnti di creazione o di
annichilimento. Que- st’interpretazione, che contiene molti interessanti
’commenti aile leggi matematiche délia teoria dei quanta, puo essere con- dotta
in maniera taie da portare, riguardo aile conseguenze fî- siche, esattamente aile
stesse conclusioni dell’interpretazione di Copenaghen. Tanto essa è, nel senso
positivistico, isomorfîca ad essa, corne quella di Boehm. Ma distrugge nel suo
linguag- gio la simmetria fra particelle e onde che in altro modo è tratto
caratteristico dello schéma matematico délia teoria dei quanta. Già nel 1928
venne mostrato da Jordan, Klein, e Wi- gner che lo schéma matematico puô
essere interpretato non solo corne una quantizzazione del moto delle particelle
ma anche corne una quantizzazione delle onde di materia tridimen- sionali; non
c’è percio alcuna ragione per considerare queste onde di materia meno reali
delle particelle. La simmetria fra onde e particelle potrebbe venir assicurata
nell’interpretazione di Bopp soltanto se la corrispondente statistica di
correlazione venisse sviluppata pure per le onde di materia nello spazio e nel
tempo; e se venisse lasciata aperta la questione se debbano considerarsi corne
realtà «effettiva» le particelle o le onde. L’assunto che le particelle sono reali
nel senso dell’ontologia materialistica scguirà sempre alla tentazione di
considerare corne «fondamentalmente» possibili delle deviazioni dal prin- cipio
d’indeterminazione. Fenyes, ad esempio, afferma che «l’e- sistenza del
principio d’indeterminazione (che egli connette a certe relazioni statistiche) in
nessun modo rende impossibile la misurazione simultanea, con esattezza spinta-
al grado voluto, délia posizione e délia velocità». Fenyes non spiega, tuttavia, in

3
che modo tali misurazioni dovrebbero essere eseguite in pratica, e quindi le sue
considerazioni sembrano restare nel campo délia matematica astratta.
Weizel, le cui controproposte all’interpretazione di Copena- ghen sono
affini a quelle di Boehm e di Fenyes, mette in re- lazione i «parametri
ignoti» con un nuovo tipo di particella introdotta ad hoc, la «zeron» che non
è in altra guisa osser- vabile. Tuttavia un taie concetto porta con sé il
pericolo che l’interazione fra le particelle reali e gli zeron dissipi l’energia
Ira molti gradi di libertà del campo degli zeron, cosi che l’in- tero sistema
termodinamico si trasformi in un caos. Weizel non ha spiegato corne spera
di evitare questo pericolo.
Il punto di vista dell’intero gruppo di pubblicazioni ricordato fin qui puo
forse essere meglio definito ricordando una discus- sione simile sorta sulla
teoria délia relatività spéciale. Chiunque fosse insoddisfatto délia negazione
fatta da Einstein, dell’etere, dello spazio assoluto e del tempo assoluto
poteva allora ra- gionare corne segue: l’inesistenza dello spazio e del tempo
as- soluti non è in alcun modo provata dalla teoria délia relatività spéciale.
È stato osservato soltanto che il veto spazio e il veto tempo non
s’incontrano direttamente in alcun esperimen- to ordinario; ma se
quest’aspetto delle leggi naturali è stato giustamente preso in
considerazione e sono stati cosi intro- dot.ti i corretti tempi «apparent!» per
sistemi di coordinate in movimento, non per questo ci sarebbe alcun
argomento contro l’afiermazione d’uno spazio assoluto. Sarebbe anche
plausibile sostenere che il centro di gravita délia nostra galassia è (alme- no
approssimativamente) in riposo nello spazio assoluto. Il critico délia teoria
spéciale délia relatività potrebbe aggiungere che è possibile sperare che
future misurazioni permetteranno una non ambigua definizione dello spazio
assoluto (cioè, del paramètre sconosciuto délia teoria délia relatività) e che
la teoria délia relatività verrà cosi confutata.
È chiaro che un argomento del genere non puô essere confu- tato con la
esperienza, poiché esso finora non fa alcuna asser- zione che differisca da
quelle délia relatività spéciale. Ma una taie interpretazione

4
distruggerebbe, per il linguaggio che usa, la decisiva proprietà di
simmetria caratteristica délia teoria, vale a dire l’invarianza di Lorentz, e
deve peraltro considerarsi inadeguata.
L’analogia con la teoria dei quanta è évidente. Le leggi délia teoria dei
quanta sono tali che i «parametri ignoti» inventati ad hoc non possono
mai venire osservati. Le décisive proprietà di simmetria sono cosi
distrutte se introduciamo i «parametri ignoti» corne un’entità fittizia
neU’interpretazione délia teoria.
La posizione di Blochinzev e Alexandrov sul problema in di- scussione è
del tutto diversa da quelle discusse sopra. Questi autori esplicitamente e
fin dal principio restringono le loro obiezioni sull’interpretazione di
Copenaghen al lato filosofico del problema.’ Il punto di vista fisico
dell’interpretazione è accettato senza riserve.

5
Il linguaggio adottato nella polemica, tuttavia, è molto piû aspro: «Tra le
diverse tendenze idealistiche délia fisica contem- poranea la cosiddetta
scuola di Copenaghen è la piû reaziona- ria. Il présente articolo è
dedicato allô smascheramento delle speculazioni agnostiche ed
idealistiche di questa scuola sui pro- blemi fondamental! délia fîsica dei
quanta» scrive Blochinzev nella sua introduzione. L’asprezza délia
polemica mostra che qui abbiamo a che fare non soltanto con la scienza
ma con una confessione di fede, con l’adesione ad un certo credo. Lo sco-
po viene espresso alla fine con una citazione dall’opera di Lenin: «Per
quanto meravigliosa, dal punto di vista del comu- ne intelletto umano, la
trasformazione dell’etere imponderabile in materia ponderabile, per
quanto strana negli elettroni la mancanza di qualsiasi cosa che non sia la
massa elettromagne- tica, per quanto inaspettata la restrizione delle leggi
meccani- che del moto a un solo settore dei fenomeni naturali e la loro
subordinazione aile leggi piû profonde dei fenomeni elettro- magnetici, e
cosi via... tutto cio non è altro che una conferma del materialismo
dialettico.» Quest’ultima affermazione sembra rendere meno intéressante
la discussione di Blochinzev sulle relazioni délia teoria dei quanta con la
filosofia del materialismo dialettico in quanto essa sembra degradata ad
un dibatti- mento preordinato in cui la sentenza è già nota prima che esso
abbia inizio. È importante tuttavia-gettare piena luce su- gli argomenti
avanzati da Blochinzev e Alexandrov.
Qui, dove il compito è di riscattare l’ontologia materialistica, l’attacco è
rivolto principalmente contro l’introduzione dell’os- servatore
nell’interpretazione délia teoria dei quanta. Alexandrov scrive: «Noi
dobbiamo perciô intendere per “risultato délia misurazione” nella teoria dei
quanta soltanto l’effetto oggettivo dell’interazione dell’elettrone con un
oggetto conve- niente. Ogni menzione dell’osservatore deve essere evitata,
e noi dobbiamo trattare di condizioni oggettive e di effetti og- gettivi. Una
quantità fîsica è una caratteristica oggettiva del fenomeno e non il risultato
d’un’osservazione.» Secondo Ale- xandrov, la funzione d’onda nello spazio

6
6
di configurazione ca- ratterizza lo stato oggettivo dell’elettrone.
Nella sua presentazione Alexandrov trascura il fatto che il formalisme
délia teoria dei quanta non permette lo stesso grade di oggettivizzazione
délia fisica classica. Per esempio, se l’intera- zione d’un sistema con
l’apparato di misurazione è trattata corne un tutto in accordo con la
meccanica quantica, e se l’uno e l’altro vengono considérât! corne
tagliati fuori dal resto del mondo, allora il formalisme délia teoria dei
quanta non con- duce di regola ad un risultato definito; non condurrà, per
esempio, all’annerimento délia lastra fotografica in un dato punto. Se si
cerca di riscattare l’«eïfetto oggettivo» di Alexandrov dicendo che «in
realtà» la lastra è annerita in un dato punto dopo l’interazione, la replica
è che il trattamento meccanico quantico del sistema chiuso consistente di
elettrone, apparato di misurazione e lastra non è piû applicato. È il
carattere «fat- tuale» di un evento descrivibile in termini dei concetti
délia vita quotidiana che senza un ulteriore commento non è con- tenuto
nel formalismo matematico délia teoria dei quanta e che compare
nell’interpretazione di Copenaghen con l’introdu- zione dell’osservatore.
Naturalmente l’introduzione dell’osser- vatore non deve essere fraintesa
nel senso che essa implichi la nécessita d’introdurre alcuni elementi
soggettivi nella descri- zione délia natura. L’osservatore ha, piuttosto,
soltanto la funzione di registrare decisioni, cioè processi nello spazio e
nel tempo, e non importa se esso è un congegno od un essere umano; ma.
la registrazione, vale a dire, il passaggio dal «pos- sibile»
all’«effettuale», è qui assolutamente necessaria e non puo essere omessa
dalla teoria dei quanta. In questo punto la teo- ria dei quanta è
intrinsecamente connessa con la termodinamica in quanto ogni atto di
osservazione è per sua propria natura un processo irreversibile; è soltanto
attraverso tali processi ir- reversibili che il formalisme délia teoria dei
quanta puo essere concretamente connesso con gli eventi reali nello
spazio e nel tempo. L’irreversibilità è di nuovo - quando è proiettata nella
rappresentazione matematica dei fenomeni - una conseguenza délia

7
conoscenza incompleta e perciô non completamente «og- gettiva» che
l’osservatore ha dei sistema.
Blochinzev formula l’argomento in modo leggermente diverso da
Alexandrov: «Nella meccanica dei quanta noi non descri- viamo uno stato
délia particella in sé ma il fatto che la parti- cclla apparticne a questo o a
quel gruppo statistico. Taie ap- partenenza è assolutamente oggettiva e non
dipende da osser- vazioni fatte dall’osservatore.» Una formulazione dei
genere tuttavia ci allontana moltissimo, forse troppo, dall’ontologia
materialistica. Per chiarire questo punto è utile ricordare corne questa
appartenenza a un gruppo statistico è usata nell’inter- pretazione délia
termodinamica classica. Se un osservatore ha determinato la temperatura
d’un sistema e vuole trarre da questi risultati conclusioni circa i moti
molecolari nel sistema, egli puo affermare che il sistema è per l’appunto un
esempio d’un insieme canonico e puo considerarlo cosi suscettibile di
avéré energie diverse. «In realtà» - cosi noi concluderemmo nella fisica
classica - il sistema ha, in un tempo dato, soltanto un’energia definita
mentre tutte le altre restano irrealizzate. L’osservatore è rimasto deluso se
egli considerava corne possi- bile, in quel momento, un’energia diversa.
L’insieme canonico contiene affermazioni non solo sul sistema stesso ma
anche sulla conoscenza incompleta che l’osservatore ha del sistema. Se
Blochinzev nella teoria dei quanta si sforza di chiamare «completamente
oggettiva» l’appartenenza d’un sistema ad un complesso, egli usa la parola
«oggettiva» in senso diverso da quello délia fisica classica. Poiché nella
fisica classica questa appartenenza significa, corne è stato detto, qualche
cosa che si riferisce non soltanto al sistema ma anche al grado di cono -
scenza che l’osservatore ha del sistema. Nella teoria dei quanta va fatta
un’eccezione a questa asserzione. Se nella teoria dei quanta il complesso è
caratterizzato da una sola funzione d’on- da nello spazio di configurazione
(e non, corne di solito, da una matrice statistica), c’incontriamo in una
situazione spéciale (il cosiddetto «caso puro») in cui la descrizione pud
esser detta in certo senso oggettiva e in cui l’elemento délia conoscenza

8
incompleta non è présente in modo immfediato. Ma giacché ogni
misurazione (a motivo dei suoi caratteri irrever- sibili) reintroduce
l’elemento délia conoscenza incompleta, la situazione non sarebbe
fondamentalmente diversa.
Soprattutto, vediamo da queste formulazioni quali difficoltà s’incontrano
quando si cerca di spingere idee nuove in un vec- chio sistema di concetti
appartenenti ad una filosofia sorpassata o, per usare un’antica metafora,
quando si cerca di immettere vino nuovo in botti vecchie. Tentativi del
genere sono sempre deludenti, perché ci sviano continuamente a
preoccuparci delle inevitabili crepe che rappresentano le vecchie botti
invece che spingerci a rallegrarci del vino nuovo. Non possiamo preten-
dere che quei pensatori che introdussero un secolo £a il mate- rialismo
dialettico potessero prevedere lo sviluppo délia teoria dei quanta. I loro
concetti délia materia e délia realtà non era
possibile che si* adattassero ai risultati délia raffinata tecnica sperimentale
dei nostri giorni.
Si dovrebbero forse a questo punto aggiungere alcune conside- razioni
generali suU’atteggiamento dello scienziato verso un credo particolare, sia
esso religioso o politico. La fondamentale differenza fra un credo religioso
ed un credo politico - che quest’ultimo cioè si riferisca alla realtà materiale
e immediata del mondo che ci circonda, mentre il primo ha corne oggetto
un’altra realtà che trascende il mondo materiale - non è importante per
questa particolare questione; è il problema del credo in sé che va discusso.
Da cib che è stato detto si sareb- bc inclini a chiedersi se non sarebbe
meglio che gli scienziati non fossero legati ad alcuna dottrina particolare e
non confi- nassero il loro modo di pensare nei limiti d’una determinata
filosofia. Lo scienziato dovrebbe sempre esser pronto a veder mutare i
fondamenti délia propria conoscenza in base alla nuo- va esperienza. Ma
una richiesta del genere costituirebbe ancora una semplificazione eccessiva
délia nostra situazione nella vita, e questo per due ragioni. La prima è che
la struttura del no- stro pensiero viene determinata in gioventû da idee in

9
cui c’imbattiamo in quel tempo o da forti personalità con cui en- triamo in
contatto e da cui impariamo. Taie struttura formera parte intégrante di tutto
il nostro lavoro successivo e puo renderci difficile il pieno adattamento a
idee diverse. La seconda ragione è che noi apparteniamo ad una comunità
o ad una società. Questa comunità è tenuta insieme da idee comu- ni, da
una scala comune di valori etici, o da un comune lin- guaggio nel quale ci
si esprime sui problemi generali délia vita. Le idee comuni possono essere
sostenute dall’autorità di una chiesa, di un partito o di uno stato e, anche se
non si

1
0
tratta di cio, puo essere difficile allontanarsi 'dalle idee comuni senza
entrare in conflitto con la comunità. E tuttavia i risultati del pensiero
scientifico possono essere in contraddizione con qualcuna di queste idee.
Non sarebbe certo saggio cbiedere che lo scienziato non debba essere
membro leale délia propria comunità, che esso debba essere privato délia
félicita che puo provenire dall’appartenenza ad una comunità; e sarebbe
egual- mente poco saggio desiderare che le idee comuni délia società, che
dal punto di vista scientifico sono sempre delle semplifi- cazioni, debbano
cambiare istantaneamente in seguito al pro- gresso délia conoscenza
scientifica e che debbano essere cosf variabili corne necessariamente lo
sono le teorie scientifiche. Percio su questo punto ritorniamo anche al
nostro tempo al vecchio problema délia «doppia verità» che riempie tutta
la storia délia religione cristiana attraverso il tardo medioevo. Esiste la
discutibilissima dottrina che «la religione positiva - qualsiasi possa essere
la sua forma - è una necessità indispensable per la massa del popolo,
mentre l’uomo di scienza cer- ca la verità al di là délia religione e la ricerca
soltanto H». «La scienza è esoterica», cosi dice «è soltanto per i pochi». Se
ai nostri tempi le dottrine politiche o le attività sociali assumono in molti
paesi la parte délia religione positiva, il problema resta essenzialmente lo
stesso. La prima esigenza dello scienziato sarà sempre l’onestà
intellettuale, mentre la comunità gli chiederà spesso - a causa délia
variabilità délia scienza - di attendere almeno alcuni decenni prima di
esprimere pubblica- mente'le sue opinioni dissenzienti. Non esiste forse
una so- luzione semplice a questo problema, quando la semplice tol-
leranza non è sufficiente. Puo venire qualche consolazione dal fatto che si
tratta certamente d’un vecchio problema, conna- turato alla vita umana.
Tornando ora aile controproposte alla interpretazione di Cope- naghen
délia teoria dei quanta, dobbiamo discutere il secondo gruppo di proposte,
che cercano di trasformare la teoria dei quanta per arrivare ad una diversa
interpretazione filosofîca. Il tentativo piû accurato in questa direzione è
stato fatto da Janossy, che ha inteso corne la rigorosa validité délia mecca-

1
nica quantica ci obbliga ad allontanarci dal concetto di realtà proprio délia
fisica classica. Egli cerca percio di modificare la meccanica quantica in
modo che, sebbene molti dei suoi risul- tati rimangano veri, la sua struttura
si avvicini a quella délia fisica classica. Il suo punto d’attacco è cio che si
chiama «la riduzione dei pacchetti d’onda», vale a dire il fatto che la fun-
zione ondulatoria o, piû generalmente, la funzione di probabilité cambia in
modo discontinue quando l’osservatore pren- de conoscenza di un risultato
di misurazione. Janossy osserva che questa riduzione non puo essere
dedotta dalle equazioni difierenziali dei formalismo matematico ed egli
credo di po- tcr concludere da questo che c’è un’inconsistenza
nell’interpre- tazione usuale. È ben noto che la «riduzione dei pacchetti
d’onda» appare sempre nell'interpretazione di Copenaghen quando il
passaggio dal possibile all’effettuale è completo. La funzione di
probabilité, che copriva un largo campo di possibilité, si riduce
improvvisamente ad un campo molto piû stret- to per il fatto che
l’esperimento ha portato a un risultato de- finito, che effettivamente un
certo evento è accaduto. Nel formalismo questa riduzione esige che la
cosiddetta interferenza delle probabilité, che è il fenomeno piû
caratteristico délia teoria dei quanta, sia distrutta dalle parzialmente
indefinibili ed irreversibili interazioni del sistema con l’apparato di misu-
razione ed il resto del mondo. Janossy ora tenta di modificare la meccanica
dei quanta con l’introduzione dei cosiddetti ter- mini d’estinzione nelle
equazioni, in modo che i termini d’in- terferenza scompaiano di per sé
entro un tempo finito. Anche se cio corrisponde alla realtà - e non c’è
alcuna ragione di supporte questo in base agli esperimenti che sono stati
compiuti - resterebbe ancora, in seguito ad una interpretazione del généré,
un certo numéro di conseguenze piuttosto sconcertanti, corne mette in
rilievo Janossy stesso (ad es. le onde che si pro- pagano ad una velocità
maggiore di quella délia luce, l’inter- cambio délia sequenza temporale di
causa e di effetto, ecc.). È percio difficile esser disposti a sacrificare la
semplicità délia teoria dei quanta per una concezione del genere se non vi

2
si è costretti dagli esperimenti.
Fra i restanti oppositori di quella che viene spesso chiamata
l’interpretazione «ortodossa» délia teoria dei quanta, Schrodinger ha
assunto una posizione eccezionale in quanto vorrebbe ascrivere
l’«oggettività reale» non aile particelle ma bensi aile onde e non è
disposto ad intendere le onde corne «soltanto onde di probabilità». Nel
suo trattato intitolato «Esistono i salti quantici?» egli cerca di negare del
tutto l’esistenza dei salti quantici (si potrebbe a questo punto discutere
l’oppor- tunità del termine «salto quantico» per sostituirlo col termine
meno impegnativo di «discontinuité» ). Ora l’opera di Schrôdinger
contiene innanzi tutto alcune incomprensioni dell’inter- pretazione
comune. Egli trascura il fatto che soltanto le onde dello spazio di
configurazione (o le matrici di trasformazione) sono, nell’interpretazione
usuale, onde di probabilità, mentre le tridimensionali onde di materia o
onde di radiazione non lo sono. Queste ultime hanno giusto altrettanta ed
altrettanto irrile- vante «realtà» delle particelle; non hanno alcuna
connessione diretta con le onde di probabilité ma hanno una densité
continua di energia e di momento, corne un campo elettromagnetico
nella teoria di Maxwell. Schrodinger sottolinea perciô giusta- mente che
i processi a questo punto possono venir concepiti corne piû continui di
quanto non siano usualmente. Ma questa in- terpretazione non puo
rimuovere l’elemento di discontinuité che si trova ovunque nella fisica
atomica; qualsiasi schermo di scin- tillazione o contatore Geiger rivela
subito questo elemento. Nell’interpretazione usuale délia teoria dei
quanta esso è con- tenuto nel passaggio dal possibile all’effettuale.
Schrodinger stesso non fa alcuna controproposta sul modo in cui intende
in- trodurre l’elemento di discontinuité, dovunque osservabile, in modo
diverse da quello dell’interpretazione usuale.
Infine, la critica che Einstein, von Laue ed altri hanno espres- so in
numerosi scritti si concentra sulla questione se l’inter- pretazione di
Copenaghen permetta un’unica ed obbiettiva de- scrizione dei fatti fisici.

3
I loro argomenti essenziali possono venire espressi nei seguenti termini:
lo schéma matematico délia teoria dei quanta sembra essere una
descrizione perfetta- mente adeguata délia statistica dei fenomeni
atomici. Ma anche se le sue osservazioni intorno alla probabilité degli
eventi atomici sono assolutamente esatte, questa interpretazione non
descrive cio che realmente avviene indipendentemente dalle osservazioni
e negli intervalli fra queste. Ma qualche cosa deve avvenire, su questo
non c’è dubbio; non è necessario che questo qualche cosa venga descritto
in termini di elettroni, di onde o di quanta di luce, ma finché in qualche
modo esso non venga descritto il compito délia fisica non è completo.
Non si pub ammettere che questo compito si riferisca soltanto al- l’atto
d’osservazione. Il fisico deve postulare che oggetto délia sua scienza è un
mondo non fatto da lui e che sarebbe présente, essenzialmente invariato,
anche se egli non fosse IL Di conseguenza, l’interpretazione di
Copenaghen non ci dà una conoscenza reale dei fenomeni atomici.
È facile vedere che cib che questa critica chiede è ancora la vecchia
ontologia materialistica. Ma quale puo essere la rispo- sta dal punto di
vista dell’interpretazione di Copenaghen?
Noi possiamo dire che la fisica è una parte délia scienza e che, corne
taie, aspira alla descrizione ed all’intelligenza délia na- tura. Qualsiasi
tipo d’intelligenza, scientifica o meno, dipende dal nostro linguaggio,
dalla comunicazione delle idee. Qualsiasi descrizione di fenomeni, di
esperimenti e dei risultati che ne conseguono, poggia sopra il linguaggio
corne sull’unico mezzo di comunicazione. Le parole di questo
linguaggio rappresenta- no i concetti délia vita quotidiana, che nel
linguaggio scientifico délia fisica, possono venire affinati in base ai
concetti délia fisica. Tali concetti sono gli unici strumenti per una non
ambi- gua comunicazione iqtorno agli eventi, intorno all’organizza-
zione degli esperimenti e ai loro risultati. Se si chiede percib al fisico
atomico di fornire una descrizione di cio che realmente accade nei suoi
esperimenti, le parole «descrizione» e «realmente» e «accade» possono

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soltanto riferirsi ai concetti délia vita quotidiana o délia fisica classica.
Non appena il fisico ab- bandonasse questa base perderefjbe i mezzi per
una comunicazione non ambigua e non potrebbe proseguire nella sua
scienza. Percio, qualsiasi affermazione su cib che è «realmente ac-
caduto» è un’affermazione espressa nei termini dei concetti classici e - a
causa délia termodinamica e delle relazioni d’in- certezza - per sua stessa
natura incompleta rispetto ai parti- colari degli eventi atomici implicati.
La richiesta di «descrive- re cio che accade» nel processo teoretico
quantico fra due successive osservazioni è una contraddizione in
adiecto, giacché la parola «descrivere» si riferisce all’uso dei concetti
classici, mentre questi concetti non possono venire applicati nello spa-
zio che intercorre fra le osservazioni; possono soltanto venire applicati
nei punti d’osservazione.
Si dovrebbe a questo punto osservare che l’interpretazione di
Copenaghen délia teoria dei quanta non è in alcun modo posi- tivistica.
Poiché mentre il positivismo considéra corne elementi délia realtà le
percezioni sensibili dell’osservatore, l’interpretazione di Copenaghen
considéra, corne fondamento d’ogni in- terpretazione fisica, le cose ed i
processi che sono descrivibili nei termini dei concetti classici, vale a dire
il rcale.
Nello stesso tempo vediamo che la natura statistica delle leggi délia
fisica microscopica non pub essere evitata, giacché qual- siasi conoscenza
dei «reale» è - a causa delle leggi teoretiche quantiche - per sua stessa
natura una conoscenza incompleta.
L’ontologia dei materialismo poggiava sull’illusione che il tipo di
esistenza, la «realtà» diretta dei mondo intorno a noi, potes- se essere
estrapolato sul piano atomico. Questa estrapolazione è invece
impossibile.

5
Si possono aggiungere alcune osservazioni sulla struttura for- male di
tutte le controproposte fin qui avanzate contro l’interpretazione di
Copenaghen délia teoria dei quanta. Tutte queste proposte si sono trovate
costrette a sacrificare le es- senziali proprietà di simmetria délia teoria dei
quanta (ad esempio, la simmetria fra onde e particelle o fra posizione e
velocità). Percio possiamo ben supporre che l’interpreta- zione di
Copenaghen non puo essere evitata se si conside- rano queste proprietà di
simmetria - corne l’invarianza di Lorentz nella teoria délia relatività -
corne un carattere ge- nuino délia natura; ed ogni nuovo esperimento
viene a con- validare questa concezione.
La teoria dei quanta
e la struttura délia materia

Il concetto di materia ha subito un gran numéro di cambia- menti nella


storia del pensiero umano. Interpretazioni diverse sono State date in diversi
sistemi filosofîci. Tutti questi divers! significati délia parola sono tuttora
presenti in grado maggiore o minore nel nostro concetto délia parola
«materia».
La.piû antica filosofia greca da Talete agli Atomisti cercando il principio
unificatore nell’universale mutabilità di tutte le cose, aveva formulato il
concetto di materia cosmica, una so- stanza universale che soggiace a tutte
le trasformazioni, da cui tutte le cose particolari sorgono e in cui tutte di
nuovo si trasformano. Questa materia fu in parte identificata con qual- che
materia specifica corne l’acqua, l’aria o il fuoco; soltanto in parte, poiché
essa non aveva altro attributo tranne quello di essere il materiale di cui tutte
le cose sono fatte.
Piû tardi, nella filosofia di Aristotele, si penso alla materia corne ad un
elemento délia relazione tra forma e materia. Tut- to cio che noi percepiamo

1
nel mondo dei fenomcni che ci cir- conda è materia formata. La materia non
è di per sé una real- tà ma solo una possibilità, una «potentia»; essa esiste
solo per mezzo délia forma. Nel processo naturale l’«essenza», corne
Aristotele la chiama, passa, da semplice possibilità, mercé la forma, in
attualità. La materia di Aristotele non è certamente una materia specifica
corne l’acqua o l’aria, né è semplicemen- te spazio vuoto; è un genere di
substrato corporeo indefinito, incorporante la possibilità di trasformarsi in
attualità per mezzo délia forma. Gli esempi tipici di questa relazione fra
materia e forma nella filosofia di Aristotele sono i processi biologie! in cui
la materia si forma per diventare organisme vi- vente e attività formatrice e
costruttrice dell’uomo. La statua è potenzialmente nel marmo prima che le
dia forma lo scultore.
Successivamente, bisogna giungere alla filosofia di Descartes, la materia
venne essenzialmente pensata corne qualche cosa di opposto allô spirito.
Erano i due aspetti complementari del mondo, «materia» e «spirito», o,
corne si esprime Cartesio, la «res extensa» e la «res cogitans». Giacché i
nuovi principi metodici délia scienza naturale, specialmente délia
meccanica, escludevano ogni influenza dei fenomeni corporei sulle forze
spirituali, la materia poté venire considerata corne una realtà di per sé,
indipendente dallo spirito e da ogni forza sopran- naturale. La materia di
questo periodo è «materia formata», interpretandosi il processo di
formazione corne una catena causale d’interazioni meccaniche; ha perduto
la sua connes- sione con l’anima vegetativa délia filosofia aristotelica, e
per- cio il dualismo £ra materia e forma non è piû rilevante. È que- sto il
concetto di materia che costituisce di gran lunga il com- ponente piû
importante del nostro uso attuale délia parola «materia».
Infine, nella scienza naturale del diciannovesimo secolo ha avuto
importanza un altro dualismo, il dualismo fra materia e forza. La materia è
cio su cui possono agire delle forze, op- pure la materia puo produrre delle
forze. Per esempio, la materia. produce la forza di gravita, e questa forza
agisce sulla materia. Materia e forza sono due aspetti distintamente diversi

2
del mondo corporeo. Fintanto che le forze possono essere forze formative
questa distinzione si riavvicina alla distinzione aristotelica di materia e
forma. D’altra parte, nello sviluppo piû recente délia fisica moderna questa
distinzione fra materia e forza è completamente abbandonata, giacché ogni
campo di forza conticne energia e proprio percià costituisce materia. Ad
ogni campo di forza appartiene un tipo specifico di parti- celle elementari
aventi essenzialmente le stesse proprietà di tutte le altre unità atomiche
délia materia.
Quando la scienza naturale investiga il problema délia materia pub farlo
soltanto attraverso uno studio delle forme délia materia. L’infinita varietà e
mutabilità delle forme délia materia dev’essere l’oggetto immediato
dell’investigazione, e gli sforzi devono essere diretti a trovare delle leggi
naturali, dei principi unificatori che possano servire di guida, in quest’im-
menso campo. Percio la scienza naturale - e specialmente la fisica - ha per
un lungo periodo concentrato il. proprio intéresse sull’analisi délia struttura
délia materia e delle forze re- sponsabili di questa struttura.
Dal tempo di Galileo il metodo fondamentale délia scienza naturale è stato
l’esperimento. Questo metodo rese possibile il passaggio dall’esperienza
generale all’esperienza specifica, ai singoli eventi caratteristici, dalla natura dei
quali le leggi di questa potevano venir studiate in modo piû diretto che non
dall’esperienza generale. Per studiare la struttura délia mate- ria era necessario
eseguire degli esperimenti con la materia. Bisognava sottoporre la materia a
delle condizioni estreme per studiare le trasformazioni che in essa avvengono,
nella speran- za di trovare i suoi aspetti fondamental!, quelli che persistono
sotto tutti gli apparenti cambiamenti.
Nei primi tempi délia scienza naturale moderna fu questo l’og- getto délia
chimica e questo sforzo porto abbastanza rapida- mente al concetto di
elemento chimico. Una sostanza che non potesse piû essere dissolta o
disintegrata da nessuno dei mezzi a disposizione dei chimici - ebollizione,
combustione, dissolu- zione, mescolanza con altre sostanze, eccetera - venne
consi- derata un elemento. L’introduzione di questo concetto fu un primo ed

3
importantissimo passo verso la conoscenza délia struttura délia materia.
L’enorme varietà delle sostanze fu al- meno ridotta a un numéro
comparativamente piccolo di sostanze piû fondamentali, gli «elementi», e fu
possibile cosi stabilité un certo ordine tra i vari fenomeni délia chimica. La
parola atomo venne usata di conseguenza per designare la piû piccola unità
di materia appartenente ad un elemento chimico, mentre la piû piccola
particella di un composto chimico poteva venir raffigurata corne un piccolo
gruppo di atomi di- versi. La particella piû piccola dell’elemento ferro, per
es., era un atomo di ferro, e la piû piccola particella d’acqua, la mo- lecola
d’acqua, consisteva in un atomo di ossigeno e due atomi d’idrogeno.
Il passo successivo e quasi d’eguale importanza fu la scoperta délia
conservazione délia massa nei processi chimici. Ad esem- pio, quando
l’elemento carbone si trasforma per combustione in biossido di carbonio, la
massa del biossido di carbonio è eguale alla somma delle masse del carbone
e dell’ossigeno prima del processo. Fu questa scoperta che diede un
significato quantitative al concetto di materia: indipendentemente dalle sue
qualità cbimiche la materia pub essere misurata per la sua massa.
Durante il période seguente, principalmente nel diciànnovesi- mo secolo,
un gran numéro di nuovi elementi chimici venne scoperto; ai nostri tempi
questo numéro ha raggiunto il centi- naio. Questo sviluppo mostrb in modo
inequivocabilmente chiaro che il concetto di elemento chimico non avevà
ancora raggiunto il punto da cui è possibile intendere l’unità délia materia.
Era una situazione poco soddisfacente ammettere che csistessero moltissimi
tipi di materia, qualitativamente diversi e senza alcuna connessione tra loro.
/
Al principio del diciannovesimo secolo una certa prova di una connessione
tra i diversi elementi venne trovata nel fatto che i pesi atomici di molti
elementi apparivano spesso essere multipli interi di un’unità piû piccola con
peso atomico vi- cino a quello dell’idrogeno. La somiglianza nel
comportamento chimico di vari elementi costitui un altro sintomo opérante
nella stessa direzione. Ma soltanto la scoperta di forze molto piû potenti di

4
quelle applicate nei processi chimici poteva realmente stabilité la
connessione tra i diversi elementi e por- tare percib ad una piû stretta
unificazione délia materia.
Queste forze vennero effettivamente trovate nel processo ra- dioattivo
scoperto nel 1896 da Becquerel. Successive investi- gazioni ad opéra di
Curie, Rutherford ed altri rivelarono la trasmutazione degli elementi nel
processo radioattivo. Le par- ticelle alfa vengono emesse in questi processi
corne frammenti degli atomi con un’energia circa un milione di volte piû
grande dell’energia d’una singola particella atomica in un processo
chimico. Percio, queste particelle poterono essere üsate corne nuovi
strumenti per investigare l’intima struttura dell’atomo. Il risultato degli
esperimenti di Rutherford sulla dispersione dei raggi a costituf il modello
nucleare dell’atomo nel 1911. Il tratto piû importante di questo ben noto
modello era la se- parazione dell’atomo in due parti nettamente diverse, il
nucleo atomico e gli strati elettronici che lo attorniano. Il nucleo al centro
dell’atomo occupa solo una frazione estremamente pic- cola dello spazio,
riempito dall’atomo (il suo raggio è circa centomila volte piû piccolo di
quello dell’atomo), ma contiene quasi interamente la sua massa. La sua
carica elettrica positiva, che è un multiplo intero délia cosiddetta carica
elementare, détermina il numéro degli elettroni che lo circondano - l’atomo
nel suo complesso deve essere elettricamente neutro - e le forme delle loro
orbite.
La distinzione fra il nucleo atomico e gli strati elettronici for- nî subito una
spiegazione piû appropriata del fatto che per la chimica gli elementi
chimici sono le unità ultime délia mate- ria e che forze molto piû forti sono
richieste per mutare gli elementi gli uni negli altri. Il legame chimico tra
atomi vi- cini è dovuto ad una interazione degli strati elettronici, e le
energie di questa interazione sono relativamente piccole. Un elettrone che
sia accelerato in un tubo di scarica da un poten- ziale di soli pochi volt ha
energia sufficiente per eccitare gli strati elettronici all’emissione di
radiazioni, o per distruggere il legame chimico in una molecola. Ma il

5
comportamento chi- mico dell’atomo, sebbene dipenda dal comportamento
dei suoi strati elettronici, è determinato dalla carica del nucleo. Biso- gna
cambiare il nucleo se si vogliono cambiare le proprietà chi- miche, e cio
richiede delle energie circa un milione di volte piû grandi.
Il modello nucleare dell’atomo, se viene pensato corne un si- stema
obbcdiente aile leggi délia meccanica di Newton, non potrebbe spiegare la
stabilité dell’atomo. Corne è stato messo in rilievo in un capitolo
precedente, solo l’applicazione délia teoria dei quanta a questo modello,
attraverso l’opera di Bohr, poté render conto del fatto cbe, ad esempio, un
atomo di car- bonio, dopo esser stato in interazione con altri atomi o dopo
aver emesso una radiazione, rimane alla fine sempre un atomo di carbonio
con gli stessi strati elettronici di prima. Questa stabilità potrebbe venir
spiegata semplicemente da quegli a- spetti délia teoria dei quanta cbe
impediscono una semplice descrizione oggettivà nello spazio e nel tempo
délia struttura dell’atomo.
In questo modo si ebbe finalmenté una prima base per la com- prensione
délia materia. Ci si poté render conto delle proprietà chimiche e delle altre
proprietà degli atomi applicando lo schéma matematico délia teoria dei
quanta agli strati elettronici. Da questa base si fu in grado di estendere
l’analisi délia struttura délia materia in due opposte direzioni. Verso
l’investiga- zione dell’interazione degli atomi, e delle loro relazioni con
unità piû vaste, corne molecole, cristalli od oggetti biologici; oppure verso
l’investigazione del nucleo atomico e dei suoi componenti tentando di
penetrare fino all’unità estrema délia materia. La ricerca ha proceduto su
entrambe le linee, nei passati decenni, e noi parleremo nelle pagine
seguenti del ruolo svolto in questi due campi dalla teoria dei quanta.
Le forze fra atomi vicini sono principalmente forze elet- triche: l’attrazione
fra cariche opposte e la repulsione tra ca- riche eguali; gli elettroni sono
attratti dai nuclei e si respin- gono fra loro. Ma queste forze agiscono non
secondo le leggi délia meccanica newtoniana ma secondo quelle délia
meccani- ca dei quanta.

6
Questo conduce a due diversi tipi di legami fra gli atomi. In un primo tipo
l’elettrone di un atomo passa all’altro atomo, per riempire, ad esempio, uno
strato elettronico pressoché complète. In questo caso tutti e due gli atomi
sono finalmente ca- richi e formano quelli che i fisici chiamano ioni; e
giacché le loro cariche sono opposte essi si attraggono l’un l’altro.
Nel secondo tipo, un elettrone appartiene in un modo che è ca- ratteristico
délia teoria dei quanta ad entrambi gli atomi. Ser- vendosi délia
raffigurazione dell’orbita elettronica, si potrebbe dire che l’elettrone gira
intorno ad entrambi i nuclei passando quantité di tempo corrispondenti
nell’uno e nell’altro atomo. Questo secondo tipo di legame corrisponde a
cio che i chimici chiamano legame di covalenza.
Questi due tipi di forze, che possono trovarsi in ogni combi- nazione, sono
la causa délia formazione dei vari raggruppamen- ti di atomi e sembrano in
ultima analisi essere i responsabili di tutte le complicate strutture délia
materia che vengono stu- diate in fisica e in chimica. La formazione dei
composti chimici avviene attraverso la formazione di piccoli gruppi chiusi
di atomi diversi, costituendo ogni gruppo una molecola del composto. La
formazione dei cristalli è dovuta all’ordinarsi de- gli atomi in grate regolari.
I metalli si formano quando gli aton®i sono cosî strettamente stipati che i
loro elettroni esterai possono lasciare gli strati rispettivi e vagare attraverso
l’in- tero cristallo. II magnétisme è dovuto al moto rotatorio dell’e- lettrone,
e cosi via.
In tutti questi casi il dualisme fra materia e forza puô ancora essere
mantenuto, giacché si possono considerare nuclei ed e- lettroni corne
frammenti di materia tenuti insieme per mezzo delle forze
elettromagnetiche.
Mentre in tal modo la fisica e la chimica sono venute ad una quasi
compléta unificazione in relazione alla struttura délia materia, la biologia
ha a che fare con strutture di tipo piu complicato e alquanto diverso. È veto
che nonostante l’inte- rezza dell’organismo vivente non è certamente
possibile fare una netta distinzione fra materia animata e materia

7
inanimata. Lo sviluppo délia biologia ci ha fornito un gran numéro di
esempi attraverso i quali è possibile vedere corne le specifiche funzioni
biologiche sono compiute da grandi molecole speciali o gruppi o catene di
tali molecole, e si è rivelata nella biologia moderna una tendenza crescente
a spiegare i processi biolo- gici corne conseguenze delle leggi délia fisica e
délia chimica. Ma il genere di stabilità che si dispiega negli organismi
viventi è di natura alquanto diversa dalla stabilità degli atomi e dei cristalli.
È una stabilità del processo o délia funzione piuttosto che una stabilità
délia forma. Non ci puô essere alcun dubbio che le leggi délia teoria dei
quanta svolgano una parte importante nei fenomeni biologici. Ad esempio,
quelle forze specifiche délia teoria dei quanta che possono esser descritte
solo in modo impreciso dal concetto di valenza chimica, sono es- senziali
per l’intelligenza delle grandi molecole organiche e dei loro vari modelli
geometrici; gli esperimenti sulle mutazioni biologiche prodotte dalla
radiazione mostrano sia l’importanza delle leggi statistiche délia teoretica
quantica corne l’esistenza di meccanismi amplificatori. La stretta analogia
fra il funzio- namento del nostro sistema nervoso e quello delle moderne
calcolatrici elettroniche mette ancora in evidenza l’importanza dei singoli
processi elementari nell’organismo vivente. Tutto cio non prova tuttavia
che la fisica e la chimica possano un giorno offrirci, congiunte al concetto
di evoluzione, una descri- zione compléta dell’organismo vivente. I
processi biologici de- vono essere maneggiati dallo scienziato
sperimentatore con cau- tela molto piû grande dei processi fisici e chimici.
Corne ba messo in rilievo Bohr, puo essere benissimo che una descrizio- ne
dell’organismo vivente che possa essere detta compléta dal punto di vista
fisico non possa esser data, poiché essa richiede- rebbe degli esperimenti
che interferiscono troppo violentemen- te con le funzioni biologiche. Bohr
ha illustrato una taie situa- zione affermando che in biologia noi abbiamo a
che fare con manifestazioni di possibilità di quella natura cui noi stessi ap-
parteniamo piuttosto che con risultati di esperimenti che pos- sono essere
compiuti da noi. La situazione di complementarità cui questa formula

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allude costituisce una tendenza nei me- todi délia moderna ricerca
biologica che, da un lato, fa pieno uso di tutti i metodi e i risultati délia
fisica e délia chimica e, dall’altro lato, è basata su concetti che si
riferiscono a quelle caratteristiche délia natura organica che non sono
contenute nella fisica o nella chimica, corne il concetto stesso di vita. Fin
qui abbiamo seguito l’analisi délia struttura délia materia in una direzione:
dall’atomo aile strutture piu complicate co- stituite da una molteplicità di
atomi; dalla fisica atomica alla fisica dei corpi solidi, alla chimica ed alla
biologia. Ora dob- biamo volgerci verso la direzione opposta e seguire la
linea di ricerca che va dalle parti esterne deU’atomo aile parti interne e dal
nucleo aile particelle elementari. Questa linea ci con- durrà forse alla
comprensione dell’unità délia materia. Non dobbiamo temere, in questo
caso, di distruggere strutture ca- ratteristiche con i nostri esperimenti.
Quando ci si pone il compito di trovare l’unità ultima délia materia noi
dobbiamo sottoporre la materia stessa aile maggiori forze possibili, aile
condizioni più estreme per vedere se ogni sostanza puo in de- finitiva
essere trasformata in qualsiasi altra sostanza.
Un primo passo in questa direzione fu l’analisi sperimentale del nucleo
atomico. Nel période iniziale di questi studi, che riempirono
approssimativamente i primi tre decenni del nostro secolo, gli unici strumenti
disponibili per compiere esperimenti sul nucleo furono le particelle alfa emesse
dai corpi radio- attivi. Con l’aiuto di queste particelle Rutherford riuseï, nel
1919, a trasmutare nuclei di elementi leggeri; poté, per esem- pio, trasformare
un nucleo di azoto in un nucleo di ossigeno aggiungendo la particella alfa al
nucleo d’azoto ed espellendo- ne nello stesso tempo un protone. Fu questo il
primo esem- piô di processi su scala nucleare che ricordassero quelli dei
processi chimici ma condussero alla trasmutazione artificiale degli elementi. Il
successivo sostanziale progresso fu, corne è ben noto, l’accelerazione artificiale
dei protoni per mezzo di congegni ad alta tensione ad energie sufficienti a
produrre la trasmutazione nucleare. Erano necessari a questo scopo vol- taggi di
circa un milione di volt, e Cockcroft e Walton riu- scirono nel loto primo

9
esperimento decisivo a trasmutare nû- clei dell’elemento litio in quelli
dell’elemento elio. Questa sco- perta apri una direzione di ricerca
completamente nuova, che puo essere denominata fisica nucleare nel senso
proprio e che condusse assai presto ad una conoscenza qualitativa délia strut-
tura del nucleo atomico.
La struttura del nucleo era in realtà semplicissima. Il nucleo atomico
consiste di due soli tipi di particelle elementari. Una di queste è il protone
che non è altro nello stesso tempo che il nucleo dell’idrogeno, e l’altra è
chiamata neutrone, una parti- cella avente su per giû la massa del protone
ma che è elettri- camente neutra. Ogni nucleo puô essere caratterizzato dal
numéro di protoni e di neutroni di cui consiste. Il normale nucleo di
carbonio, ad esempio, consiste di sei protoni e di sei neutroni. Ci sono altri
nuclei di carbonio, in numéro meno frequente, chiamati isotopici rispetto
ai primi, che consistono di 6 protoni e 7 neutroni, ecc. Si raggiunge cosi
una descrizione délia materia in cui, invece di diversi elementi chimici,
basta- vano soltanto tre unità fondamentali: il protone, il neutrone e
l’elettrone. Tutta la materia consiste di atomi ed è percio co- stituita con
queste tre fondamentali pietre miliari. Non si trattava ancora dell’unità
délia materia, ma era certo un gran passo verso l’unificazione e - cosa
forse ancora piû importante - verso la semplificazione. C’era naturalmente
àncora molta strada da fare, dalla conoscenza dei due fondamentali
elementi costitutivi del nucleo ad una comprensione piena délia sua
struttura. Si tratta d’un problema alquanto diverse dal pro- blema
corrispondente riguardante gli strati atomici esterni che era stato risolto
verso il ’25. Negli strati elettronici erano ben conosciute le forze fra le
particelle, ma era necessario trovare le leggi dinamiche e queste vennero
trovate nella meccanica dei quanta. Nel nucleo si poteva supporte che le
leggi dinamiche fossero proprio quelle délia meccanica dei quanta ma non
erano conosciute in anticipo le forze agenti tra le particelle; era necessario
derivarle dalle propriété sperimentali dei nu- clei. Tuttora questo problema
non è stato completamente ri- solto. Le forze non hanno probabilmente

1
0
una forma semplice corne quella delle forze elettrostatiche nelle cortecce
atomiche c quindi la difficoltà matematica di calcolare le propriété di forze
complicate e l’imprecisione degli esperimenti rendono difficile il
progresse. Ma un’intelligenza qualitativa délia strut- tura del nucleo è stata
definitivamente raggiunta.
Restava quindi il problema ultimo, quello dell'unité délia ma- teria. Queste
pietre miliari fondamentali - il protone, il neu- trone e l’elettrone - sono
unité ultime ed indistruttibili di ma- teria, atomi nel senso inteso da
Democrito, senza alcuna rela- zione tranne quella delle forze che tra di loro
agiscono o non sono invece che forme diverse dello stesso tipo di materia?
Possono esse venir trasmutate le une nelle altre e forse anche in altre forme
délia materia? Un attacco sperimentale sferrato in questo senso richiede un
concentramento di forze e di énergie sulle particelle atomiche molto piû
imponente di quello che è stato necessario per investigare il nucleo atomico.
Giacché le energie raccolte nei nuclei atomici non sono cosi grandi da for-
nirci uno strumento valido per tali esperimenti, il fisico deve fare
assegnamento o sulle forze di dimensione cosmica o sulla ingegnosité ed
abilité dei tecnici.
Effettivamente, progressi si sono fatti su entrambe le linee. Nel primo caso
il fisico fa uso délia cosiddetta radiazione cosmica. I campi elettromagnetici
délia superficie delle stelle estendendosi su spazi immensi sono capaci, in
certe circostanze, di accelerare le particelle atomiche cariche, gli elettroni ed
i nuclei. I nuclei, a causa délia loro maggiore inerzia sembrano

11
avéré maggior probabilità di restare a lungo nel campo di ac- celerazione, e
quando finalmente lasciano la superficie délia Stella per entrare nello spazio
vuoto hanno già viaggiato at- traverso potenziali di moite migliaia di milioni
di volt. Puo verificarsi un’ulteriore accelerazione nei campi magnetici in-
terstellari; in ogni caso sembra che i riuclei restino trattenuti a lungo nello
spazio délia galassia da vari campi magnetici, e riempiono alla fine questo
spazio con quella che viene chia- mata radiazione cosmica. Questa
radiazione raggiunge la terra dall’esterno e consiste di nuclei praticamente
di ogni tipo, idro- geno ed elio e molti elementi piû pesanti, con delle
energie che vanno da cento o mille milioni di elettroni-volt fino, in casi piû
rari, a milioni di volte questa cifra. Quando le particelle di questa radiazione
cosmica penetrano nell’atmosfera terrestre esse colpiscono atomi di azoto o
di ossigeno dell’atmosfera e possono colpire gli atomi di qualsiasi
apparecchiatura speri- mentale esposta alla radiazione. L’altra linea délia
ricerca consisté nella costruzione di grandi macchine acceleratrici, il cui
prototipo fu il cosiddetto ciclotrone costruito da Lawrence in California
verso il trenta. L’idea ispiratrice di queste macchine è di far girare in cerchio
per mezzo d’un grande campo magne- tico le particelle un gran numéro di
volte, in modo da ricevere un nuovo stimolo acceleratore dai campi elettrici
ad ogni nuo- va traiettoria. Macchine che raggiungono energie di alcune
cen- tinaia di milioni di élettroni-volt sono in uso in Gran Breta- gna, e per
mezzo délia cooperazione di dodici paesi europei una grande macchina di
questo tipo si sta ora costruendo 3 a Ginevra che si spera possa raggiungere
energie di 25 000 mi- lioni di elettroni-volt. Gli esperimenti eseguiti per
mezza délia radiazione cosmica o dei grandi acceleratori hanno rivelato
nuovi interessanti aspetti délia materia. Oltre ai tre fondamental! elementi
costitutivi délia materia - elettrone, protone e neutrone - sono State trovate
nuove particelle elementari che possono venir create durante il corso di
questi processi ad al- tissime energie per scomparire poi di nuovo dopo

3 Questa macchina è entrata in funzione nell’anno 1959. (N. d. T.)

' 12
breve tempo. Le nuove particelle hanno proprietà simili aile vecchie tran- ne
la loro instabilità. Anche le piû stabili hanno all’incirca la durata d’un
milionesimo di secondo ed altre durate ancora mille volte più brevi.
Attualmente sono conosciute circa ven- ticinque nuove particelle
elementari; quella piû recente è il protone negativo.
Questi risultati sembrano a prima vista allontanarci dall’idea dell’unità délia
materia, giacché il numéro delle fondamentali unità délia materia sembra essere
cresciuto di nuovo a valori prossimi al numéro dei diversi elementi chimici. Ma
non sa- rebbe questa un’interpretazione esatta. Gli esperimenti hanno mostrato
nello stesso tempo che le particelle possono essere create da altre particelle o
semplicemente dalla energia cine- tica di tali particelle, e possono di nuovo
disintegrarsi in altre particelle. Realmente gli esperimenti hanno mostrato la
compléta mutabilité délia materia. Tutte le particelle elementari possono, ad
energie sufficientemente alte, essere trasmu- tate in altre particelle, o possono
semplicemente venir create dall’energia cinetica o risolversi in questa, ad
esempio in radiazione. Ed è questa la prova finale dell’unità délia materia. Tùtte
le particelle elementari sono fatte délia stessa sostanza, che puo esser chiamata
energia o materia universale; sono sol- tanto forme diverse in cui la materia puô
manifestarsi.
Se confrontiamo questa situazione con i concetti aristotelici di materia e
forma, possiamo dire che la materia di Aristotele, che è pura «potentia»,
dovrebbe esser paragonata al nostro concerto di energia, che passa
all’attualità per mezzo délia forma quando viene creata la.particella
elementare.
La fisica moderna non è naturalmente soddisfatta d’una de- scrizione
soltanto qualitativa délia struttura fondamentale délia materia; essa deve
cercare, sulla base di accurate investigazioni sperimentali, di ottenere una
formulazione matematica di quelle leggi naturali che determinano le
«forme» délia materia, le particelle elementari e le loro forze. Una netta
distinzione tra materia e forza non puo piû essere fatta in questa parte
délia fisica, giacché ogni particella elementare non solo produce delle

1
3
forze e subisce l’azione di forze, ma rappresenta nello stesso tempo un
certo campo di forza. Il dualismo teoretico quanti- co di onde e particelle
fa apparire la stessa entità sia corne materia che corne forza.
Tutti i tentativi di trovare una descrizione matematica delle leggi
concernenti le particelle elementari son partiti fin qui dalla teoria
qùantistica dei campi d’onda. Il lavoro teoretico intorno a teorie di questo
tipo cominciô nei primi anni dopo il trenta. Ma le prime sérié
investigazioni in questa direzione rivelarono sérié difficoltà, le cui radici
afîondavano nella com- binazione délia teoria dei quanta con quella délia
relativité spéciale. Sembrerebbe a prima vista che le due teorie, la teoria
dei quanta e la teoria délia relativité, si riferiscano a due aspetti cosi
diversi délia natura da non aver praticamente nien- te a che fare l’una con
l’altra, e che sia possibile servirsi dello stesso formalisme per venire
incontro aile esigenze di entram- be. Un esame piû attente, tuttavia,
mostra che le due teorie interferiscono in un punto e che da questo punto
sorgono tutte le difficolté.
La teoria délia relativité spéciale ha rivelato una struttura dello spazio e del
tempo alquanto diversa dalla struttura general- mente assunta dalla
meccanica newtoniana. Il tratto piû carat- tcristico di questa nuova struttura è
l’esistenza d’una vélocité massima che non puo essere sorpassata da alcun
corpo vivente o segnale viaggiante, la vélocité délia luce. In conseguenza di
cio, due eventi in punti distanti non possono avéré alcuna connessione
causale immediata se han luogo in tempi tali per cui un segnale luminoso in
partenza nell’istante in cui accade l’evento nel punto uno raggiunge l’altro
punto solo quando l’altro evento si è lé gié verificato; e viceversa. In tal caso
gli eventi possono dirsi simultanei. Giacché nessuna azione di qualsivoglia
tipo puo pervenire in tempo dall’evento che ha luogo nel punto uno all’altro
evento che ha luogo nell’altro punto, i due eventi non sono connessi da
alcuna azione causale.
Per questo motivo nessuna azione a distanza, del tipo, ad esem- pio, delle
forze gravitazionali délia meccanica newtoniana, era compatibile con la

1
4
teoria délia relativité spéciale. La teoria doveva sostituire taie azione con
azioni da punto a punto, da un punto a punti che si trovano ad una vicinanza
infinitésimale. Le espressioni matematiche piû naturali per azioni di questo
tipo erano le equazioni differenziali per onde o per campi che fossero
invariant! per la trasformazione di Lorentz. Tali equazioni differenziali
escludono qualsiasi azione diretta Ira eventi «simultanei».
Percib la struttura dello spazio e del tempo espressa nella teoria délia
relativité spéciale implicava una linea di confine assolutamente marcata fra
la regione délia simultanéité, in cui nessuna azione poteva venir trasmessa, e
le altre regioni, in cui poteva avec luogo un’azione diretta da evento a
evento.
D’altra parte, nella teoria dei quanta le relazioni d’indetermi- nazione
pongono un limite definito alla precisione con cui po- sizioni e momenti, o
tempo ed energia, possono essere misurati simultaneamente. Siccome una
linea di confine assolutamente marcata significa una precisione assoluta
rispetto alla posizione nello spazio e nel tempo, i momenti o le energie
devono essere completamente indeterminati, oppure debbono aversi di fatto
con stragrande probabilité momenti ed energie con valori alti ad arbitrio.
Percio, qualsiasi teoria che cerchi di rispon- dere contemporaneamente aile
esigenze délia relativité spéciale e délia teoria dei quanta porteré a delle
inconsistenze matema- tiche, a forti divergenze nelle regioni delle altissime
energie e degli altissimi momenti. Questa sérié di conclusion! puô sem-
brare forse non strettamente convincente, giacché ogni formalisme dei tipo
qui preso in considerazione è molto compli- cato e potrebbe forse offrire
alcune possibilité matematiche per evitare il conflitto tra la teoria dei
quanta e la relativité. Ma fin qui tutti gli schemi matematici che si sono
escogitati condusse- ro di fatto o a divergenze, cioè a contraddizioni
matematiche, o non vennero incontro a tutte le esigenze delle due teorie. Ed
è stato facile vedere corne le difficolté provennero tutte real- mente dal
punto or ora discusso.
Il modo in cui gli schemi matematici convergenti non rispo- sero aile

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esigenze o délia teoria délia relativité o di quella dei quanta fu di per se
stesso interessantissimo. Uno schéma, ad esempio, se interpretato in
termini di eventi effettivi nello spazio e nel tempo, portava ad una specie
d’inversione nel tempo; esso predirebbe dei processi in cui
improwisamente in qualche punto dello spazio vengono create delle
particelle, la cui energia viene fornita piû tard! da qualche altro processo di
collisione fra particelle elementari in qualche altro punto. I fisici, in base ai
loro esperimenti, sono convinti che in natura non avvengono processi di
questo tipo, non almeno se i due processi sono separati da distanze spaziali
e temporali misurabili. Un altro sistema matematicô cerco di evitare le
divergenze at- traverso un processo matematicô che è chiamato di
rihormaliz- zazione; parve possibile spingere gli infiniti del formalisme in
un luogo dove non potessero ostacolare lo stabilirsi di rela- zioni ben
defînite fra quelle quantité che possono essere diret- tamente osservate.
Questo schéma ha effettivamente portato ad un progresse assai sostanziale
nella elettrodinamica quantica, giacché esso dà ragione di alcuni
interessanti particolari dello spettro dell’idrogeno che in precedenza non
erano stati com- presi. Un’analisi piû serrata, tuttavia, di questo schéma
ma- tematico, ha fatto scorgere la probabilité che quelle quantité che nella
teoria dei quanta normale debbono essere interpre- tate corne probabilité
possano in certe circostanze diventare négative nel formalisme délia
rinormalizzazione. Cio impedireb- be un uso consistente di quel
formalisme per la descrizione délia materia.
La soluzione finale di queste difficolté non è stata ancora tro- vata. Emergeré
un giorno dalla raccolta di materiale sperimen- tale via via piû preciso sulle
diverse particelle elementari, la loro creazione ed il loro annichilimento, e sulle
forze agenti in esse. Ricercando possibili soluzioni delle difficolté si potrebbe
forse ricordare che tali processi con inversione temporale, di cui si è parlato
sopra, non potrebbero essere esclusi sul piano sperimentale se avessero luogo
soltanto in ristrettissime dimension! di spazio e di tempo, fuori dalla portata di
misurazione del nostro attuale apparato sperimentale. Si sarebbe natural- mente

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riluttanti ad accettare tali processi con inversione del tempo se potesse
presentarsi, in uno stadio piû avanzato délia fisica, la possibilité di seguire
sperimentalmente tali eventi nel- lo stesso senso in cui si seguono i normali
eventi atomici. Ma qui l’analisi délia teoria dei quanta e délia relativité puô
ancora aiutarci a considerare il problema sotto una nuova luce. ' La teoria délia
relativité è connessa con una costante universale délia natura, la vélocité délia
luce. Questa costante détermina la relazione fra lo spazio e il tempo ed è percio
implicitamente contenuta in ogni legge naturale che debba rispondere ai re-
quisiti dell’invarianza di Lorentz. Il nostro linguaggio naturale ed i concetti
délia fisica classica possono applicarsi soltanto a fenomeni per cui la vélocité
délia luce puô essere considerata corne praticamente infinita.
Quando nei nostri esperimenti ci avviciniamo alla vélocité délia luce
dobbiamo essere preparati a dei risultati che non possono essere
interpretati in base a quei concetti.
La teoria dei quanta è connessa con un’altra costante universale délia
natura, il quantum di azione di Planck. Una descrizione oggettiva di
eventi nello spazio e nel tempo è possibile soltanto quando abbiamo a
che fare con oggetti o con processi su scala comparativamente larga,
dove la costante di Planck puô essere considerata corne infinitamente
piccola. Quando i nostri esperimenti si avvicinano alla regione dove il
quantum d’a- zione diventa essenziale, entriamo in tutta quella sérié di
diffi- cclté, rispetto all’uso dei concetti usuali, di cui si è discusso nei
primi capitoli di questo volume.
Deve esistere una terza costante universale in natura. Cio è ovvio in
base a semplici ragioni dimensionali. Le costanti uni- versali
determinano la scala délia natura, le quantité caratte- ristiche che non
possono essere ridotte ad altre quantité. Sono necessarie almeno tre
unité fondamental per costituire una sérié compléta di unité. Cio appare
assai chiaramente da con- venzioni corne l’uso del sistema c.g.s.
(centimetro, grammo, secondo) da parte dei fisici. Una unité di
lunghezza, una di tempo ed una di massa sono sufficienti a formate una

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sérié compléta; ma sono necessarie al minimo tre unité. Si potrebbe
anche sostituire con unité di lunghezza, di vélocité e di massa; o con
unité di lunghezza, vélocité ed energia. Ma almeno tre unité
fondamental! sono necessarie. Ora, la vélocité délia luce e la costante
d’azione di Planck forniscono due soltanto di queste unité. Ce ne deve
essere una terza, e soltanto una teo- ria che contenga questa terza unité
potrebbe forse farci perve- nire alla determinazione delle masse e di
altre propriété delle particelle elementari. Giudicando dalla conoscenza
che abbia- mo ora di queste particelle, il modo piû appropriato d’intro-
durre la terza costante universale sarebbe l’assunzione d’una lunghezza
universale il cui valore dovrebbe essere all’incirca 10" 13 cm, che è
alquanto piû piccolo di quelle dei raggi dei nu- clei atomici leggeri.
Quando partendo da queste tre unité si forma un’espressione che
corrisponde nelle sue dimensioni ad una massa, il suo valore ha
l’ordine di grandezza delle masse delle particelle elementari.

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Se partiamo dall’idea che le leggi délia natura contengono real- mente
una terza costante universale nella dimensione délia lunghezza, e
dell’ordine di 10"13 cm, allora dovremmo aspettarci di poter applicare i
nostri concetti usuali soltanto a regioni dello spazio e dei tempo che
siano grandi rispetto alla costante universale. E dovremmo attenderci
fenomeni d’un carattere qualitativamente diverso quando. nei nos tri
esperimenti ci awi- cinigmo a regioni nello spazio e nel tempo piû
piccole dei rag- gi nucleari. Il fenomeno dell’inversione temporale, di
cui si è discusso e che, fin qui, è risultato soltanto da considerazioni
teoretiche corne una possibilità matematica, potrebbe percio
appartenere a queste minimissime regioni. Se è cosi, non potrebbe mai
essere osservato con procedimenti che ne permettes- sero la
descrizione nei termini dei concetti classici. Tali pro- cessi, finché
posono essere osservati e descritti nei termini délia fisica classica,
seguirebbero sempre l’ordine .usuale .del tempo.
Ma tutti questi problemi costituiranno materia per la ricerca futura di fisica
atomica. Si pub sperare che lo sforzo combi- nato degli esperimenti nelle
regioni delle alte energie e dell’a- nalisi matematica, condurrà un giorno alla
intelligenza piena dell’unità délia materia. Il termine «intelligenza compléta»
si- gnificherebbe che le forme délia materia nel senso délia filo- sofia
aristotelica apparirebbero corne risultati, corne soluzioni di uno schéma
matematico chiuso esprimente le leggi natu- rali délia materia. Linguaggio e
realtà
nella fisica moderna

Durante tutta la storia délia scienza le nuove scoperte e le nuove idee


hanno sempre suscitato dispute scientifiche, por- tato a pubblicazioni
polemiche criticanti le nuove idée, spesso avvantaggiate da questa critica
nel loro sviluppo. Ma queste controversie non hanno mai raggiunto il
grado di yiolenza con cui si manifestarono dopo la scoperta délia teoria’
délia relativité e, in grado minore, délia-teoria dei quanta. In entrambi i
casi i problemi scientifici han finito per esser connessi a fini di carattere
politico, ed alcuni scienziati han fatto ricorso a metodi politici per far
prevalere le loro concezioni. Questa violenta reazione ai recenti sviluppi
délia fisica moderna pub essere intesa soltanto se ci si rende ben conto che

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questa volta han cominciato a spostarsi gli stessi fondamenti délia fisica; e
che questo spostamento ha prodotto la sensazione che ci sarebbe stato tolto
da sotto i piedi, ad opéra délia scienza, il terreno stesso su cui poggiavamo.
Nello stesso tempo questa reazione significa probabilmente che non si è
trovato ancora il linguaggio idoneo per dare espressione alla nuova
situazio- ne e che le affermazioni inesatte pubblicate qua e là, nell’en-
tusiasmo per le nuove scoperte, hanno prodotto ogni genere di
fraintendimenti. Questo è in realtà un problema fondamentale. La
progredita tecnica sperimentale del nostro tempo porta nella prospettiva
délia scienza nuovi aspetti délia natura che non possono essere descritti nei
termini dei comuni concetti. Ma in quale linguaggio dovrebbero allora
venire descritti? Il linguaggio che generalmente emerge dal processo di
chiari- ficazione scientilîca nella fisica teoretica è usualmentc un lin-
guaggio matematico, lo schéma matematico, che ci permette di prevcdcrc i
risultati degli esperimenti. Il fisico puo dirsi soddisfatto quando ha a
disposizione lo schéma matematico e sa corne usarlo per l’interpretazione
degli esperimenti. Ma egli deve parlare dei risultati raggiunti anche a
quelli che fisici non sono e che non saranno soddisfatti se le spiegazioni
non ven- gono fornite nel linguaggio corrente, da tutti comprensibile.
Anche per il fisico la descrizione nel linguaggio comune servira corne
criterio per avéré una chiara nozione di cio che si è raggiunto. Entro quali
limiti è possibile, una taie descrizione? È possibile addirittura parlare
dell’atomo? Si tratta d’un problema di linguaggio oltre che di fisica, e
sono percio ne- cessarie alcune osservazioni circa il linguaggio in generale
ed il linguaggio scientifico in particolare.
L’uso del linguaggio si formo nella razza umana nell’età prei- storica
corne un mezzo di comunicazione ed una base per pen- sare. Conosciamo
poco sulle varie fasi délia sua formazione; comunque il linguaggio
contiene ora un gran numéro di con-
cetti che costituiscono uno strumento adatto per una comu- nicazione piû
o mcno ambigua nel campo degli eventi délia vita quotidiana. Questi

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concetti vengono acquisiti gradual- mente senza analisi critica, attraverso
l’uso del linguaggio, e dopo esserci serviti per qualche tempo d’una parola
pensiamo piû o meno di conoscere cio che essa signifîca. È naturalmen- te
un fatto notissimo che le parole non sono cosi chiaramente definite corne
pub apparire a prima vista e che esse hanno soltanto un campo limitato di
applicabilité. Ad esempio, pos- siamo parlare di un pezzo di ferro o di un
pezzo di legno ma non possiamo parlare d’un pezzo d’acqua. La parola
«pezzo» non si applica aile sostanze liquide. Per menzionare un altro
esempio, quando si discute sulla limitazione dei concetti, Bohr ama
raccontare la seguente storiella: « Un ragazzino entra da un droghiere e
chiede: “Vorrei trenta lire di canditi misti.” Il droghiere prende due canditi
e li porge al ragazzo dicendo: “Ecco i due canditi. A mischiarli pensaci da
te.”» Un esempio piû serio délia problematica relazione che passa fra
parole e concetti è il fatto che gli aggettivi «rosso» e «verde» vengo no
usati anche da persone daltoniche, per quanto il campo di applicabilité di
quei termini per esse debba essere del tutto diverso da quello che è per gli
altri uomini.
Questa intrinseca incertezza del significato delle parole è stata
naturalmente riconosciuta assai presto ed ha portato alla nécessité delle
definizioni, o - corne indica la parola «definizio- ne» - a stabilité dei limiti
che determinino dove la parola pub essere usata e dove no. Ma le
definizioni possono venir date solo con l’aiuto di altri concetti e cosi in
definitiva è necessario appoggiarsi ad alcuni concetti che sono presi corne
sono, non analizzati e non definiti.
Nella filosofia greca il problema del rapporto tra concetti e lin- guaggio è
stato uno dei piû important! fin dal tempo di Socrate, di cui la vita intera -
se seguiamo l’artistica rappresenta- zione che ce ne dà Platone nei suoi
dialoghi - fu una continua discussione sul contenuto dei concetti nel
linguaggio e sulle limitazioni nei modi dell’espressione. Per ottenere una
solida base al pensiero scientifico, Aristotele nella sua logica inizio
un’analisi delle forme del linguaggio e délia struttura formale delle

3
conclusioni e delle deduzioni indipendentementc dal loro contenuto. In tal
modo raggiunse un grado di astrazione e di precisione che era stato
sconosciuto fino a quel tempo nella filosofia greca, e contribui perciô
immensamente alla chiarifica- zione ed alla instaurazione di un ordine nei
nostri metodi di pensiero. Egli creô effettivamente la base del linguaggio
scientifico.
D’altra parte, quest’analisi logica del linguaggio contiene di nuovo il
pericolo di una eccessiva semplificazione. Nella logica l’attenzione è tratta
verso strutture particolarissime, evi- denti connessioni fra le premesse c
deduzioni, modelli sem- plici di ragionamento, mentre tutte le altre
strutture del linguaggio vcngono trascurate. Queste altre strutture possono
sorgere da associazioni tra certi significati delle parole; per esempio, un
significato secondario d’una parola che attraversi solo vagamente la mente
quando la parola viene udita pub portare un contributo essenziale al
contenuto di una frase. Il fatto che ogni parola pub produrre molteplici
movimenti, più o meno coscienti, nella nostra mente, pub essere usato per
rap- presentare, attraverso il linguaggio, alcune parti délia realtà molto piû
chiaramente di quanto non avvenga attraverso l’uso degli schemi logici.
Percib i poeti hanno spesso mosso obie- zioni all’enfasi del linguaggio e
del pensiero fondati sullo schéma logico, che - se male non interpreto le
loro opinioni - puô rendere il linguaggio meno adatto al suo scopo.
Possiamo ri- cordare, ad esempio, nel Faust di Goethe le parole che Mefî-
stofele rivolge al giovane studente:

V’occorrerà far tesoro del tempo, che se ne fugge via precipitevolmente. Ma l’ordine

v’inscgni l’artc di guadagnarlo.

Con cio, di frequentare io vi consigiio, prima d’ogni altro corso il Seminario logico. Lo

4
spirito vi addestreranno If, di tutto punto. Costrctto entro stivali di tortura, in scguito

potrà del Pensiero la via piû cauto battere scnza d’attorno vagolar smarrito per dritto e

per traverso, siccome un fuoco fatuo.

Quindi, v’inscgneran, per giorni e giorni, che quanto, prima d’ora, faccvatc in picna

libertà, di un gctto solo, (corne bere c mangiarc, exempli gratta), deve eseguirsi, invcce,

col ritmo di trc tempi: uno, due, tre! II fabbricar pensicri, in verità, somiglia a quanto

awicne sul telaio del tessitore, dove mille fili mette in moto un sol premerc di piedi.

Scattan su e giù le spole; invisibile, via, corre ogni stame; e una percossa sola, intrecci

innumerevoli compone. Il filosofo, qui, entra in iscena. E vi dimostra che essere non

doveva,

se non cosi com’è:

che se il Primo e il Secondo erano tali, non potean Terzo e Quarto conseguire in

differente specie;

e che se i primi due non fossero già stati, neppure il Terzo e il Quarto sarebbero mai nati.

5
Non v’è scolaro solo, in tutto il mondo, che non proclami questa verità, sebbene a

diventar buon tessitore nessuno fino a qui sia giunto ancora. Chi conoscere voglia e

interpretare qualcosa di vivente, convien che d’ogni spirito lo vuoti: e ne avrà in mano,

allora, le dissociate membra, s’anche purtroppo esanimi dcl quid che le congegna. 4

Questo passo contiene una descrizione mirabile délia struttura del


linguaggio e délia ristrettezza dei semplici modelli logici. D’altra
parte, la scienza deve essere basata sul linguaggio corne sul suo unico
mezzo di comunicazione e là, dove il pro- blema délia non ambiguità è
délia massima importanza, i modelli logici devono avéré la loro parte.
La difficoltà caratteri- stica a questo punto puo essere descritta nel
modo seguente. Nella scienza naturale noi cerchiamo di derivare il
particolare dal generale, di comprendere il fenomeno particolare in
quan- to prodotto da semplici leggi gcnerali. Le leggi generali una
volta formulate nel linguaggio possono contenere solo pochi concetti
semplici - altrimenti la legge non sarebbe semplice e generale. Da
questi concetti vien derivata una varietà infinita di possibili fenomeni,
non solo qualitativamente ma con piena precisione rispetto ad ogni
particolare. È évidente chc i concet- ti del linguaggio ordinario,
imprécis! e solo vagamente definiti corne sono, non possono
permettere tali derivazioni. Quando una catena di conclusion! segue
da certe premesse il numéro dei possibili anelli délia catena dipende
dalla precisione delle premesse. Percib, i concetti delle leggi generali
devono, nella scienza naturale, essere definiti con precisione compléta,

4 Goethe, Faust, lo, Studio, trad. di V. Errante (N. d. T.).

6
e cio pub essere fatto soltanto per mezzo dell’astrazione matema- tica.
Lo stesso si puo dire per le altre scienze in quànto anche H possono essere
necessarie definizioni abbastanza précisé; in diritto, per esempio. Ma qui
non è necessario che il numéro degli anelli délia catena sia molto grande,
né nécessita la precisione assoluta, e sono generalmente sufficienti
definizioni abbastanza précisé espresse nei termini del linguaggio ordi-
nario.
Nella fisica teoretica noi cerchiamo di intendere gruppi di fenomeni
introducendo simboli matematici che possono essere messi in correlazione
con i fatti, vale a dire con i risul- tati delle misurazioni. Per i simboli noi
usiamo nomi che raf- figurino la loro correlazione ccn la misurazione. I
simboli sono cost legati al linguaggio. I simboli vengono poi collegati fra
loro da un rigoroso sistema di definizioni e di assiomi, ed infine le leggi
naturali vengono espresse corne equazioni tra i simboli. L’infinita varietà
di soluzioni di queste equazioni corrisponde allora all’infinita varietà dei
fenomeni particolari possibili in quel settore délia natura. In tal modo lo
schéma matematico rappresenta il gruppo di fenomeni finché è valida la
correlazione fra i simboli e misurazioni. È questa correla- zione che
permette di date espressioni aile leggi naturali nei termini del linguaggio
comune, giacché i nostri esperimenti consistent! di azioni e di osservazioni
possono sempre venir, descritti col linguaggio ordinario.
Tuttavia, con l’evolversi délia conoscenza scientifica anche il linguaggio si
evolve; vengono introdotti nuovi termini e quelli vecchi vengono applicati
ad un campo piû vasto oppure in un modo diverso da quello del linguaggio
ordinario. Termini corne «energia», «elettricità», «entropia» costituiscono
evidenti esempi di cio. In tal modo sviluppiamo un linguaggio scientifi- co
che puô essere considerato corne una naturale espansione del linguaggio
ordinario adattato ai nuovi campi délia conoscenza scientifica.
Durante il corso del secolo scorso un gran numéro di nuovi concetti sono
stati introdotti nella fisica, ed in alcuni casi c’è voluto un tempo
considercvole prima che gli scienziati si abi- tuassero realmente al loro uso.

7
Il termine «campo elettroma- gnetico», ad esempio, che entro certi limiti era
già présente nell’opera di Faraday e che piû tardi formé la base délia teo- ria
di Maxwell, non fu accettato facilmente dai fisici che dirigevano
principalmente la loro attenzione al movimento mec- canico délia matcria.
L’introduzione del concetto implicava anche un cambiamentp nelle idee
scientifiche, e tali cambia- menti non si compivano facilmente.
Tuttavia, tutti i concetti introdotti fino alla fine del secolo scorso
costituivano una sérié perfettamente consistente, ap- plicabile ad un vasto
campo di esperienza ed insieme con i precedenti davano vita ad un
linguaggio che non solo gli scienziati ma anche i tecnici e gli ingegneri
potevano applica- re con successo al loro lavoro. Aile principali idee
ispiratrici di questo linguaggio appartenevano i presupposti che l’ordine
degli eventi nel tempo è interamente indipendente dalla loro posizione nello
spazio, che la geometria euclidea è valida nello spazio reale, e che gli eventi
«accadono» nello spazio e nel tempo indipendentemente dal fatto che siano
osservati o me- no. Non si negava che qualsiasi osservazione esercita una
certa influenza sul fenomeno da osservarsi ma si riteneva general- mente che
aumentando l’accortezza c la diligenza con cui gli esperimenti venivano
compiuti questa influenza potesse ridur- si ad un valore piccolo a piacere.
Cio appariva, infatti, condi- zione necessaria dell’ideale dell’obbiettività,
considerato corne la base di qualsiasi scienza.
In questa condizione piuttosto pacifica in cui viveva la fisica, apparvero
d’improvviso la teoria dei quanta e la teoria délia relatività spéciale corne
movimenti, che, da principio lenta- mente e poi via via sempre piû intaccavano
gli stessi fonda- menti su cui la scienza naturale poggiava. La prima discussione
violenta si sviluppo sui problemi dello spazio e del tempo sol- levati dalla teoria
délia relatività. Corne parlare délia nuova situazione? Bisognava considerare la
contrazione dei corpi in movimento di Lorentz corne una contrazione reale o
soltanto corne una contrazione apparente? Bisognava dire che la strut- tura
dello spazio e del tempo erano realmente diverse da cio che si era pensato che
fossero o si doveva affermare soltanto che i risultati sperimentali si potevano

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connettere matematica- mente in modo corrispondente a codesta nuova
struttura, men- tre lo spazio e il tempo, essendo il modo necessario ed uni-
versale in cui le cose ci appaiono, rimanevano quello che erano sempre stati? Il
problema reale che si nascondeva dietro queste controversie era il fatto che non
esisteva alcun lin- guaggio col quale parlare efficacemente délia nuova
situazione. Il linguaggio ordinario era basato sui vecchi concetti di spazio e di
tempo e quel linguaggio offriva gli unici rnezzi non am- bigui di
comunicazione per l’organizzazione e i risultati delle misurazioni. Tuttavia gli
esperimenti mostrarono che i vecchi concetti non potevano applicarsi ovunque.
L’ovvio punto di partenza per l’interpretazione délia teoria délia relatività fu
percio il fatto che nel caso limite delle piccole velocità (piccole, se
confrontate con la velocità délia luce) la nuova teoria era praticamente
eguale a quella vecchia. Di con- seguenza, in questa parte délia teoria
appariva ovvio in che modo i simboli matematici dovevano essere correlati
con le misurazioni e con i termini del linguaggio ordinario; effettiva- mente
era solo attraverso questa correlazione che la trasfor- mazione di Lorentz
doveva essere trovata. Non c’era alcuna ambiguità sul significato delle
parole e dei simboli in questa regione. Difatti questa correlazione era già
sufficientc per l’àp- plicazione délia teoria all’intero campo délia ricerca
sperimen- tale connessa con il problema délia relatività. Percid, le question!
controverse sulla contrazione «reale» o «apparente» di Lorentz, o sulla
definizione del termine «simultaneo» ecc. non concernevano tanto i fatti
quanto il linguaggio.
Circa la terminologia, d’altra parte, si è giunti gradualmente a riconoscere
che non si dovrebbe forse insistere troppo su certi principi. È sempre
difficile trovare convincenti criteri general! su quali termini dovrebbero
essere usati nel linguaggio e sul modo d’usarli. Si dovrebbe semplicemente
attendere lo sviluppo del linguaggio stesso, che si adatta, dopo qualche
tempo, alla nuova situazione. Effettivamente nella teoria délia relatività
spéciale codesto assestamento ha già avuto ampia- mente luogo durante gli
ultimi cinquant’anni. La distinzione fra contrazione «reale» ed «apparente»,

9
ad esempio, è sempli- cemente scomparsa. La parola «simultaneo» è usata
in accordo con la definizione data da Einstein, mentre per la piû ampia
definizione discussa in un capitolo precedente è comunemente usato il
termine «distanza di tipo spaziale».
Nella teoria délia relativité generale l’idea di una geometria non-euclidea
riferita allô spazio reale venne violentemente av- versata da alcuni filosofi
che mettevano in rilievo il fatto che tutti i nostri metodi di disporre gli
esperimcnti già presuppo- nevano la geometria euclidea.
Difatti se un meccanico cerca di preparare una superficie per- fettamente
piana, egli puô agite nel modo seguente. Egli prépara prima tre superfici
approssimativamente délia stessa di- mensione e che siano
approssimativamente pianc. Poi cerca di portare due qualsiasi delle tre
superfici in contatto ponendole l’una contre l’altra in diverse posizioni
relative. Il grado in cui questo contatto è possibile sull’intera superficie è una
mi- sura del grado di precisione col quale le superfici possono ve nir dette
«piane». Egli sarà soddisfatto delle sue tre superfici solo se il contatto fra
due qualsiasi di esse è dovunque compléta. Se questo accade si puo provare
matematicamente che la geometria euclidea è fondata sulle tre superfici. In
tal modo, si argui, la geometria euclidea è convalidata corne esatta dalle
nostre stesse misure.
Dal punto di vista délia relativité generale, naturalmente, si potrebbe
rispondere che quest’argomento prova la validité délia geometria euclidea
solo per le piccole dimensioni, le dimension! del nostro apparato
sperimentale. L’esattezza con cui è valida in quest’ambito è cosi alta che il
procedimento sum- menzionato per ottenere delle superfici piane puo sempre
ve- nire eseguito. Le minimissime deviazioni dalla geometria eu- clidea che
ancora sussistono vanno attribuite al fatto che le superfici sono fatte di
materiale non pienamente rigido e sog- getto a piccole deformazioni che non
permette di dare al con- cetto di «contatto» tutta la sua precisione. Per
superfici su scala cosmica il procedimento che si è descritto non potrebbe
essere messo in atto. Ma questo non è un problema di fisica sperimentale.

1
0
Ancora, l’ovvio punto di partenza per l’interpretazione fisica dello schéma
matematico nella relatività generale è il fatto che la geometria è pressoché
euclidea finché si resta nelle piccole dimensioni; la teoria in questo settore
si avvicina alla teoria classica. Qui, percib la correlazione fra i simboli
mate- matici e le misurazioni ed i concetti del linguaggio ordinario non
pccca d’ambiguità. Si pub tuttavia parlare di geometria non euclidea per le
grandi dimensioni. Difatti, già molto tempo prima dello sviluppo délia
teoria délia relatività generale la possibilità di una geometria non euclidea
per lo spazio reale sembra essere stata presa in consideraziohe dai
matematici, spccialmente da Gauss a Gbttingen. Mentre compiva accura-
tissime misurazioni geodetiche su un triangolo formato da tre montagne - il
Brocken nelle Montagne del Harz, l’Inselberg in Turingia e il Hohenhagen
presso Gbttingen - si dice che abbia voluto controllare con molta cura se la
somma dei tre angoli era veramente eguale a 180 gradi, per veder di trovare
una differenza che avrebbe provato la possibilità di deviazioni dalla
geometria euclidea. In effetti egli non trovb alcuna de- viazione nei limiti di
precisione delle sue misurazioni.
Nella teoria délia relatività generale il linguaggio con cui de- scriviamo le
leggi generali segue ora effettivamente il linguag- gio scientifico dei
matematici, e per la descrizione degli stessi esperimenti possiamo servirci dei
concetti ordinari, giacché la geometria euclidea è valida con sufficiente
precisione per le piccole dimensioni.
Il problema piû difficile, tuttavia, concernente la terminologia sorge nella
teoria dei quanta. Qui non abbiamo al principio nessuna semplice guida per
mettere in relazione i simboli matematici con i concetti dei linguaggio
ordinario. L’unica cosa che sappiamo dall’inizio è il fatto che i nostri
concetti comuni non possono essere applicati alla struttura degli atomi. Di
nuo- vo l’ovvio punto di partenza per l’interpretazione fisica dei formalisme
sembra essere il fatto che lo schéma matematico délia meccanica dei quanta
si avvicina a quello délia meccanica clas- sica per dimensioni che sono
ampie se confrontate con la gran- dezza dell’atomo. Ma anche questa

11
affermazione va fatta con alcune riserve. Anche nelle ampie dimensioni ci
sono moite soluzioni di equazioni teoretiche quantiche per cui nessuna
soluzione corrispondente puo essere trovata nella fisica classi- ca. In queste
soluzioni si manifesterebbe il fenomeno délia «interferenza delle
probabilità» corne venne discusso nei capi- toli precedenti; esso non esiste
nella fisica classica. Percio, anche in riferimento aile ampie dimensioni, la
correlazione fra i simboli matematici, le misurazioni ed i concetti ordinari
non è affatto insignifiante. Per ottenere anche qui una correlazione non
ambigua bisogna prendere in considerazione un altro- aspet- to dei
problema. Va osservato che il sistema che viene trattato con i metodi délia
meccanica quantica è in effetti parte di un sistema molto piû grande (forse la
totalità dei mondo), è in rapporte d’interazione con questo sistema piû vasto;
e bisogna aggiungere che le qualité microscopiche del sistema piû vasto
sono (almeno in larga proporzione) sconosciute. Quest’affer- mazione è
indubbiamente una descrizione corretta délia situa- zione reale. Giacché il
sistema non potrebbe essere oggetto di misurazioni e di investigazioni
teoretiche, esso non apparter- rebbe in efEetti al mondo dei fenomeni se non
fosse in rapporte d’interazione con un sistema piû vasto di cui fa parte
l’osservatorc. L’interazione con il sistema piû vasto con le sue propriété
microscopiche indefinite, introduce allora un nuovo elemento statistico nella
descrizione - sia in quella secondo la teoretica quantistica sia in quella
classica - del sistema preso in considerazione. Nel caso limite delle grandi
dimension! que- sto elemento statistico distrugge gli effetti délia
«interferenza delle probabilité» in modo taie che allora lo schéma
quantistico si avvicina realmente, al limite, a quello classico. A questo punto,
percio, la correlazione fra i simboli matematici délia teoria quantistica ed i
concetti del linguaggio ordinario non è piû ambigua, eda correlazione è
sufficiente per l’interpretazio- ne degli esperimenti. I problemi che restano
concernono piut- tosto il linguaggio che i fatti, giacché appartiene al
concetto «fatto» che esso possa essere descritto nel linguaggio ordinario.
Ma i problemi del linguaggio sono qui veramente seri. Noi desideriamo

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parlare in qualche modo délia struttura degli ato- mi e non soltanto di «fatti»
- ad esempio, delle goccioline d’acqua in una caméra a nebbia o delle
macchie nere sopra una lastra fotografica. Ma non possiamo parlare degli
atomi ser- vendoci del linguaggio ordinario.
L’analisi puô essere ora proseguita in due modi completamente diversi.
Possiamo chiederci o quale linguaggio concernente gli atomi si sia
effettivamente sviluppato tra i fîsici nei trenta anni che sono trascorsi dalla
formulazione délia meccanica dei quanta; oppure possiamo illustrare i
tentativi fatti per definire un preciso linguaggio scientifico che corrisponda
allô schéma matematico.
In risposta alla prima demanda si puô dire che il concetto di
complementarità introdotto da Bohr nell’interpretazione délia teoria dei
quanta ha incoraggiato i fîsici a far uso d’un linguaggio piuttosto ambiguo, a
servirsi dei concetti classici in modo alquanto vago in conformità con il
principio d’indeter- minazione, ad applicare alternativamente diversi concetti
classici che condurrebbero a delle contraddizioni se usati simulta- neamente.
Cosi si parla di orbite elettroniche, di onde di ma- teria e di densità di carica,
di energia e di momento ecc. sem- pre consci dei fatto che questi concetti
hanno soltanto un li- mitatissimo campo di applicabilità. Quando questo uso
vago ed asistematico dei linguaggio conduce a delle difficoltà, il fisi- co deve
ritirarsi nello schéma matematico ed alla sua non am- bigua correlazione con
i fatti sperimentali.
Quest’uso dei linguaggio è in varie guise dei tutto soddisfa- cente perché ci
ricorda l’analogo uso che dei linguaggio fac- ciamo nella vita quotidiana o
nella letteratura. Comprendiamo che la situaziône di complementarità non è
confinata soltanto al mondo atomico; la incontriamo quando riflettiamo
sopra una decisione e sui motivi di essa o quando ci troviamo di fronte alla
scelta se gustar délia musica od invece analizzarne la struttura. D’altra parte,
quando i concetti classici sono usati in questo modo essi mantengono sempre
una certa indetermi- natezza e acquistano nel loto rapporto con la realtà
soltanto quel medesimo significato statistico che hanno i concetti délia

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termodinamica classica nella sua interpretazione statistica. Puo percio
risultare utile una breve discussione su questi concetti statistici délia
termodinamica.
Il concctto di «temperatura» nella termodinamica classica sem- bra
descrivere un aspetto oggettivo délia realtà, una proprietà oggettiva délia
materia. Nella vita quotidiana è facilissimo defi- nire con l’aiuto d’un
termometro quello che intendiamo afler- mando che un pezzo di materia ha
una certa temperatura. Ma sc cerchiamo di definire che cosa pud significare
la temperatura di un atomo, ci troviamo, anche nella fisica classica, in una
posi- zionc molto piû difficile. Eflettivamente noi non riusciamo a correlare
questo concetto «temperatura dell’atomo» con una ben définira proprietà
dell’atomo, ma dobbiamo connetterlo almeno in parte con l’insufficiente
conoscenza che abbiamo di esso. Possiamo mettere in relazione il valore
délia temperatura a certe aspettative statistiche sulle proprietà dell’atomo,
ma appâte piuttosto dubbio che possa essere chiamata oggettiva una
aspettativa. Il concetto «temperatura dell’atomo» non è molto meglio
definito del concctto «misti» in quella storiella del ra- gazzo che voleva
comprare dei dolci misti.

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In modo analogo nella teoria dei quanta tutti i concetti classici sono, se
applicati all’atomo, dcfiniti con altrettanta giustezza e precisione quanto la
«temperatura dell’atomo»; essi sono cor- rclati a delle aspettative statistiche;
solo in casi rari l’aspetta- tiva diventa l’equivalente délia certezza. E di
nuovo, corne nella termodinamica classica, è difficile chiamare oggettiva
l’aspetta- tiva. Si potrebbe forse chiamarla una tendenza o possibilità
oggettiva, una «potentia» nel senso délia filosofia aristotelica. Difatti, io
penso che il linguaggio eflettivamente usato dai fisici quando parlant» di
eventi atomici produca nelle loro menti no- zioni simili al concetto di
«potentia». Cosi i fisici si sono gra- dualmente abituati a considerare le
orbite elettroniche non corne delle realtà ma appunto corne una specie di
«potentia». Il linguaggio si è già adeguato, almeno entro certi limiti, alla
situazione reale. Ma non è un linguaggio preciso in cui potreb- bero
adoperarsi i normali modelli logici; è un linguaggio che produce delle
raffigurazioni nella nostra mente ma insieme con esse la nozione che quelle
raffigurazioni hanno solo una vaga connessione con la realtà, che esse
rappresentano solo una ten- denza verso la realtà.
L’indeterminatezza di questo linguaggio in uso Ira i fisici ha percid
condotto a dei tentativi di definire un diverso e piû preciso linguaggio che
segua definiti modelli logici in piena conformità con lô schéma matematico
délia teoria dei quanta. Si pub esprimere il risultato di questi tentativi fatti
da Birk- hoff, da von Neumann e piû rccentemente da von Weizsàcker
afiermando che lo schéma matematico délia teôria dei quanta pub essere
interpretato corne un’estensione od una modifica- zione délia logica
classica. Soprattutto dei princi'pi fondamental! délia logica classica sembra
psigere una modificazione. Si sostiene, nella logica classica che, se
un’affermazione ha un qualche significato, o l’affermazione stessa o la
negazione del- l’afiermazione deve essere esatta. Delle due affermazioni
«c’è una tavola» o «non c’è una tavola» o la prima o la seconda deve essere
esatta. «Tertium non datur» non esiste una terza possibilité. Pub essere che
noi non si sappia se sia esatta l’af- fermazione o la negazione; ma in realtà

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una delle due è esatta.
Nella teoria dei quanta questa legge dei «tertium non datur» deve essere
modificata. Contro qualsiasi modificazione di que- sto principio
fondamentale si puô naturalmente subito opporre che il principio viene
assunto nei termini del linguaggio co- mune e che noi dobbiamo almeno
parlare di una eventuale modificazione délia logica facendo ricorso al
linguaggio natu- rale. Sarebbe percio contraddittorio descrivere nel
linguaggio naturale uno schéma logico che non si applica al linguaggio
naturale. Tuttavia von Weizsàcker mette in evidenza che si possono
distinguere vari livelli di linguaggio.
Un livello si riferisce agli oggetti, ad esempio agli atomi o agli elettroni. Un
secondo livello si riferisce ad affermazioni su oggetti. Un terzo livello puô
riferirsi ad affermazioni su afferma- zioni su oggetti, eccetera. Sarebbe allora
possibile avéré difïe- renti modelli logici ai différend livelli. È vero che in
definitiva noi dovremmo tornare al linguaggio naturale e percio ai modelli
logici classici, ma von Weizsàcker suggerisce che la logica classica pub essere
considerata corne anteriore rispetto alla logica quantica cosi corne lo è la fisica
classica rispetto alla teo- ria dei quanta. La logica classica sarebbe contenuta
corne un tipo di caso limite all’interno délia logica quantica, mentre
quest’ultima costituirebbe il modello logico piû generale.
La possibile modificazione del modello logico classico deve, allora, riferirsi,
innanzitutto, al livello concernente gli oggetti. Consideriamo un atomo che si
muova in una scatola chiusa divisa da una parete in due parti uguali. La parete è
fornita di un buco piccolissimo attraverso cui l’atomo puo passare. L’ato- mo
puô trovarsi allora, secondo la logica classica, o nella meta sinistra délia scatola
o nella destra. Non c’è una terza possi- bilità: «tertium non datur». Nella teoria
dei quanta tuttavia noi dobbiamo ammettere - ammesso che ci si serva dei ter -
mini «atomo» e «scatola» - che ci sono altre possibilité che sono stranamente
mescolanze delle due prime possibilité. Cio è necessario, per spiegare i risultati
dei nostri esperimenti. Po- tremmo, ad esempio, osservare la luce che è stata
diffusa dal- l’atomo. Potremmo compiere tre esperimenti. Primo, l’atomo è

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confinato (chiudendo ad esempio il buco nella parete) nella metà sinistra délia
scatola, e viene misurata la distribuzione dell’intensità délia luce diffusa; poi
esso vien confinato nella metà destra e di nuovo la luce diffusa vien misurata; e
final- mente l’atomo puô muoversi liberamente per tutta la scatola e una volta
ancora è misurata la distribuzione dell’intensità délia luce diffusa. Se l’atomo
fosse sempre o nella metà sinistra o nella metà destra délia scatola, la
distribuzione dell’intensità finale dovrebbe essere una mescolanza (a seconda
delle fra- zioni di tempo passato dall’atomo in ciascuna delle due parti) delle
due prime distribuzioni dell’intensità. Ma questo non è generalmente vero
sperimentalmente. La distribuzione reale dell’intensità è modificata dalla
«interferenza delle probabilità» di cui si è discusso in precedenza.

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Per affrontare questa situazione von Weizsàcker ha introdotto il concetto
di «grado di verità». Per ogni semplice affermazio- ne secondo un
’alternativa corne «l’atomo è nella metà sinistra (o destra) délia scatola» si
pone un numéro complesso corne misura del suo «grado di verità». Se il
numéro è 1 cio significa che l’affermazione è vera; se è 0 significa che è
falsa. Ma sono possibili altri valori. Il valore assoluto del numéro
complesso dà la probabilità délia verità dell’affermazione; la somma delle
due probabilità riferentesi aile due alternative (sinistra o destra, nel 'nostro
caso) deve essere l’unità. Ma ciascun paio di numeri complessi riferentisi
aile due parti dell’alternativa rappresenta, secondo le definizioni di von
Weizsàcker, un’affer- mazione che è certamente vera se i numeri hanno
proprio quei valori; i due numeri, ad esempio, sono sufficienti per
determi- nare la distribuzione dell’intensità délia luce diffusa nel nostro
esperimento. Se si ammette quest’uso del termine affermazione è possibile
introdurre il termine «complementarità» con la se- guente definizione:
ogni affermazione che non è identica all’una o all’altra delle due
affermazioni alternative - nel nostro caso all’affermazione «l’atomo è
nella metà sinistra» o «l’atomo è nella metà destra délia scatola» - è
chiamata complementare a queste affermazioni. Per ogni affermazione
complementare la questione se l’atomo è a sinistra o a destra non viene
decisa. Ma il termine «non decisa» non équivale in alcun modo al termine
«non conosciuta». «Non conosciuta» significherebbe che l’atomo è
«realmente» a destra o a sinistra, solo che noi non sap- piamo dove è. Ma
«non decisa» indica una situazione differente, esprimibile soltanto con una
affermazione complementare.
Questo modello logico generale, i cui particolari non possono essere descritti
qui, corrisponde precisamente al formalismo ma- tematico délia teoria dei
quanta. Esso forma la base d’un lin- guaggio précise che puo essere usato per
descrivere la strut- tura dell’atomo. Ma l’applicazione d’un taie linguaggio
solleva molti diffîcili problemi, due soltanto dei quali discuteremo qui: la
relazione fra i diversi «livelli» di linguaggio e le conseguen- ze per l’ontologia

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che ne è alla base.
Nella logica classica la relazione fra i diversi livelli di linguaggio è una
corrispondenza di uno a uno. Le due affermazioni, «l’atomo è nella metà
sinistra» ed «è vero che l’atomo è nella metà sinistra», appartengono
logicamente a livelli diversi. Nella logica classica queste affermazioni sono
completamente equi- valenti, vale a dire sono o entrambe vere o entrambe false.
Ma nel modello logico délia complémentarité la relazione ap- pare piû
complicata. La vérité o la falsité délia prima affer- mazionc implica ancora la
vérité o la falsité délia seconda af- fermazione. Ma la falsité délia seconda
affermazione non implica la falsité délia prima. Se la seconda affermazione è
falsa, puo restare indeterminato se l’atomo è nella meté sinistra; non è
assolutamente necessario che l’atomo si trovi nella meté de- stra. C’è ancora
compléta equivalenza fra i due livelli di lin- guaggio rispetto alla vérité d’una
affermazione, ma non rispetto alla falsité. Da questa connessione appare chiara
la persistenza delle leggi classiche nella teoria dei quanta: dovunque un datô
risultato puo venir derivato in un dato esperimento dall’appli- cazione delle
leggi classiche esso seguiré necessariamente anche dalla teoria dei quanta,
anche sul piano sperimentale.
Lo scopo finale dei tentativo di von Weizsàcker è di applicare i modelli
logici modificati anche ai piû alti livelli dei linguag- gio, ma di cio non è
possibile discutere qui.

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L’altro problema concerne l’ontologia che è a fondamento dei modelli logici
modificati. Se la coppia di numeri complessi rappresenta una
«affermazione», nel senso appunto descritto, dovrebbe esistere uno «stato»
o una «situazione» in natura per cui l’affermazione fosse vera. Useremo la
parola «stato» seconde questo rapporto. Gli «stati» corrispondenti aile
afferma- zioni complementari sono allora chiamati «stati coesistenti» da von
Weizsàcker. Questo termine «coesistente» esprime esatta- mente la
situazione, sarebbe infatti difficile chiamarli «stati différent!», giacché ogni
stato contiene in certa misura anche gli altri «stati coesistenti». Questo
concetto di «stato» formereb- be allora una prima definizione concernente
l’ontologia délia teoria dei quanta. Si vede subito che quest’uso délia parola
«stato», specialmente il termine «stato coesistente», è cosi diverse» da
quelle» dell’usuale ontologia materialistica che si puo dubitare se si faccia
qui uso d’una terminologia conveniente. D’altra parte, se si considéra la
parola «stato» corne espri- mente una potenzialità piuttosto che una realtà -
si puo anche semplicemente sostituire il termine «stato» col termine «poten-
zialità» - allora il concetto di «potenzialità coesistenti» è del tutto plausibile,
giacché una potenzialità puo implicare altre potenzialità o sovrapporsi ad
esse.
Tutte queste deônizioni e distinzioni difficili possono essere evitate se si limita
il linguaggio alla descrizione di fatti, vale a dire ai risultati sperimentali.
Tuttavia, se si desidera parlare delle particelle atomiche in se stesse ci si deve
servire o dello schéma matematico corne unico supplemento al linguaggio na-
turale o si deve combinarlo con un linguaggio che faccia uso d’una logica
modificata oppure di nessuna logica ben defînita. Negli esperimenti sugli eventi
atomici noi abbiamo a che fare con cose e fatti, con fenomeni che sono
esattamente altrettanto reali quanto i fenomeni délia vita quotidiana. Ma gli
atomi e le stesse particelle elementari non sono altrettanto reali; for- mano un
mondo di possibilità e di potenzialità piuttosto che un mondo di cose o di
fatti.Il ruolo délia fisica moderna
nell’attuale sviluppo del pensiero utnano

Le implicazioni filosofiche délia fisica moderna sono State di- scusse nei
capitoli precedenti per mostrare che questa piû mo- derna parte délia
scienza tocca in molti punti orientamenti classici di pensiero e che si
accosta a qualcuno dei piû antichi problemi da una nuova direzione. È
probabilmente vero in li- nea di massima che nella storia del pensiero
umano gli svilup- pi piû fruttuosi awengono frequentemente in quei punti
d’in- terferenza fra due diverse linee di pensiero. Queste linee pos- sono

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avéré le loro radici in parti assolutamente diverse délia cultura umana, in
tempi diversi e in ambienti culturali diversi o di diverse tradizioni religiose,
percio, se esse realmente s’in- contrano, cioè, se vengono a trovarsi almeno
in tali relazioni tra loro da date origine ad una efîettiva interazione, si puo
allora sperare che possano seguirne nuovi ed intêressanti svi- luppi. La
fisica atomica corne parte délia scienza moderna sta effettivamente ai nostri
tempi penetrando in tradizioni cultu- rali molto diverse. Non viene solo
insegnata in Europa e nei paesi occidentali, dove s’inserisce nell’attività
tradizionale délié scienze naturali, ma viene studiata anche nell’Estremo O-
rientc, in paesi corne il Giappone, la Cina e l’India, dallo sfon- do culturale
completamente diverso, ed in Russia, dove si è stabilito ai nostri tempi un
nuovo modo di pensare; un modo nuovo in relazione. sia agli specifici
sviluppi scientifîci dell’Eu- ropa del diciannovesimo secolo che aile altre
assolutamente diverse tradizioni délia stessa Russia. Non pub certamente
es- sere scopo délia discussione che segue fare previsioni sui pro- babili
risultati dell’incontro fra le idee délia fisica moderna e quelle più antiche
tradizioni, ma è possibile pero definire i punti dai quali puô avéré inizio
l’interazione fra le diverse idee.
Considerando questo processo d’espansione délia fisica moderna non sarebbe
certamente possibile separarlo dalla generale espan- sione délia scienza
naturale, dell’industria, délia tecnica, délia medicina ecc., vale a dire, in modo
piû generale, délia civiltà moderna in ogni parte del mondo. La fisica moderna
è appunto un anello di una larga catena di eventi che ha inizio dall’opera di
Bacone, di Galileo e di Keplero e dalle applicazioni pratiche délia scienza
naturale nei secoli diciassettesimo e diciottesimo. La connessione fra scienza
naturale e scienza tecnica è stata fin dal principio quellà délia mutua assistenza.
Il progresse délia scienza tecnica, il perfezionarsi degli strumenti, l’invenzione
di nuovi dispositivi tecnici hanno fornito la base per una sempre piû accurata
conoscenza sperimentale délia natura; ed il pro- gresso nell’intelligenza délia
natura ed infine la formulazione matematica delle leggi naturali hanno aperto la
strada a nuove applicazioni di questa conoscénza ■ nella scienza tecnica. Ad

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esempio, l’invenzione del telescopio rese possibile agli astrono- mi una misura
piû .précisa del movimento delle stelle; di qui si rese possibile un considerevole
progresso nell’astronomia e nella meccanica. D’altra parte, la précisa
conoscénza delle leggi meccaniche fu del massimo valore per il
perfezionamento de- gli strumenti meccanici, per la costruzione di macchinari
ecc. La grande espansione di questa combinazione di scienza e di tecnica ebbe
inizio quando si riusci a porte a disposizione del- l’uomo alcune forze naturali.
L’energia accumulata nel carbone, ad esempio, poté compiere infatti parte del
lavoro lino allora compiuto dall’uomo stesso. Le industrie sviluppatesi grazie a
questc nuove possibilité potcrono dapprima essere considerate corne
continuazione ed espansione naturale dei vecchi mestieri; in moite parti il
lavoro delle macchine rassomigliava ancora al lavoro manuale ed il lavoro delle
industrie chimiche poteva essere considerato corne continuazione del lavoro
delle tintorie e delle farmacie nell’epoca precedente. Ma piû tardi si svilup-
parono nuovi rami d’industria che non trovavano alcuna corri- spondenza nei
vecchi mestieri corne, ad esempio, le imprese elettrichc. La penetrazione délia
scienza nelle parti piû remote délia natura rese possibile ai tecnici lo
sfruttamento di forze naturali di cui, in precedenza, si aveva a malapena avuto
sem- plice cognizione; e la conoscénza précisa di tali forze nei ter- mini d’una
formulazione matematica delle leggi che le gover- nano formô una solida base
per la costruzione d’ogni tipo di macchinario.
L’enorme successo di questa combinazione di scienza e di tec nica porto
alla netta preponderanza di quelle nazioni e di que- gli stati in cui
particolarmente fioriva questo genere di attività umana, e per naturale
conseguenza dovettero interessarsene anche quelle nazioni che per
tradizione non sarebbero State por- tate verso la scienza e la tecnica. Infine,
i moderni mezzi di comunicazione e di scambio completarono questo
processo d’e- spansione délia civiltà tecnica. È indubitabile che esso ha
cam- biato in modo fondamentale le condizioni di vita sulla nostra terra; e,
sia che lo si approvi o no, sia che lo si consideri un progresse o un pericolo,
ci si deve render conto che esso è andato molto al di là delle possibilité di

3
controllo ad opéra di forze umane. Si puo piuttosto considerarlo corne un
processo biologico su larghissima scala per cui le strutture attive
dell’organismo umano s’impadroniscono di quantité sempre piû grandi di
materia per trasformarla in modo conveniente ad una popolazione umana
sempre in evoluzione.
La fisica moderna appartiene aile parti piû recenti di questo sviluppo ed il suo
risultato disgraziatamente piû visibile, l’in- venzione degli ordigni nucleari, ha
mostrato l’essenza di. questo sviluppo nella piû chiara luce possibile. Da una
parte, essa ha dimostrato chiarissimamente che i cambiamenti causati dalla
combinazione di scienza e di tecnica non possono essere considérât! solo dal
punto di vista ottimistico; almeno in parte essa ha giustificato le opinioni di
coloro che avevano sempre ammonito contro i pericoli d’un mutamento cosi
radicale delle nostre condizioni naturali di vita. D’altra parte, essa ha ob-
bligato anche quelle nazioni o quegli individui che cercavano di tenersi fuori da
questi pericoli a rivolgere la massima at- tenzione al nuovo sviluppo, giacché
ovviamente la potenza po- litica nel senso di potenza militare poggia sul
possesso degli ordigni atomici. Non puô esser certo compito di questo volume
discutere estesamente le implicazioni politiche délia fisica

4
nucleare. Ma almeno qualche parola puô esser detta su questi problemi giacché
sono ormai i primi che vengono in mente alla gente quando si parla di fisica
atomica.
È ovvio che l’invenzione dei nuovi ordigni, specie di quelli termonucleari,
ha modificato fondamentalmente la struttura del monde. Non solo ha
trasformato completamente il concetto di stato indipendente, giacché ogni
nazione che non possiede tali ordigni deve in qualche modo dipendere da
quelle poche na- zioni che producono quelle armi in gran quantità; ma ha
anche reso il tentativo di guerra su larga scala per mezzo di tali ordigni
praticamente un assurdo tipo di suicidio. Per questo si ascolta spesso
l’ottimistica opinione che la guerra è diventa- ta impossibile e che non
potrà piü avvenire. Taie concezione, disgraziatamente, si rifà ad un punto di
vista troppo ottimi- stico. Al contrario, l’assurdità délia guerra condotta con
ordigni termonucleari puo agire piuttosto corne un incentivo per la guerra a
scala ridotta. Ogni nazione o gruppo politico che sia convinto del suo
diritto storico o morale ad importe con la forza cambiamenti alla situazione
in atto sarà convinto che l’uso delle armi convenzionali per attuare i suoi
fini non im- plicherà grandi rischi; ri terra che l’altra parte non farà certo
ricorso aile armi nucleari giacché quella sentendosi storicamen- te e
moralmente dalla parte del torto in quella questione non affrontera certo il
rischio d’una guerra nucleare su larga scala. Questa situazione indurrà a sua
volta le altre nazioni ad affer- mare che in caso di piccole guerre loro
imposte da un ag- gressore, esse farebbero effettivamente ricorso agli
ordigni nucleari, cosi da far permanere evidentemente il pericolo. Puo
essere benissimo che in circa venti o trent’anni il mondo sarà sottoposto a
cosi grandi cambiamenti che il pericolo d’una guerra su larga scala,
dall’applicazione di tutte le risorse tec- niche all’annientamento
dell’avversario, sarà grandemente ‘di- minuito o addirittura scomparso. Ma
la strada per raggiungere quclla nuova condizione sarà irta dei maggiori
pericoli. Biso- gna rendersi conto che cio che appare storicamente e moral-
mente giusto ad una parte pub apparire ingiusto all’altra parte. Non sempre
la soluzione giusta è il permanere dello status quo: puo essere, al contrario,
délia piû alta importanza ricer- care mezzi pacifici per sistemare le nuove
situazioni, e in molti casi puo essere assai difficile riuscire a trovare una
soluzione giusta. Non è percid troppo pcssimistico affermare che la grande
guerra puo essere evitata soltanto se tutti i diversi gruppi politici sono
pronti a rinunciare a qualche cosa dei loro appa- rentcmente piû ovvii
diritti, in considerazione appunto dei fatto che la questione dei giusto e
dell’ingiusto pub essere vista in modo essenzialmcnte diverso dall’altra
parte. Non è qucsto cer- tamente un punto di vista nuovo; è difatti solo
un’appliçazio- nc di queU’atteggiamento umano che è stato insegnato per
tanti secoli da qualcuna delle grandi religioni.

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1
L’invenzione degli ordigni nücleari ha anche sollevato proble- mi
completamente nuovi per la scienza e gli scienziati. L’in- fluenza politica délia
scienza è diventata molto piû forte di quel che fosse prima délia seconda guerra
mondiale, il che ha gravato lo scienziato, specialmente il fisico atomico, di una
responsàbilità raddoppiata. Egli pub o prendere parte attiva all’amministrazione
dei paese tenendo présente quale sia l’im- portanza délia scienza per la
comunità di cui fa parte, ed egli dovrà allora probabilmente affrontare la
responsàbilità di décision! di enorme importanza che vanno ben oltre il piccolo
cerchio di ricerche e di lavoro universitario cui era abituato. Oppure egli puô
volontariamente trarsi indietro da qualsiasi partecipazione aile décision!
politiche, e allora sarà ancora responsable delle cattive décision! che egli
avrebbe forse potuto impedire se non avesse preferito la vita tranquilla dello
scien- ziato. È indubbiamente dovere degli scienziati informare i loro governi
con tutta precisione sull’inaudita distruzione che se- guirebbe da una guerra
condotta con ordigni nucleari. Inoltre si richiede spesso agli scienziati di aderire
a solenni risoluzioni a favore délia pace del mondo; ma considerando questa
richie- sta devo confessare di non essere mai riuscito ad attribuire un qualche
valore a dichiarazioni del genere. Tali risoluzioni pos- sono apparire corne una
simpatica prova di buona volontà; ma chiunque parli in favore délia pace senza
esporre con precisione le condizioni di questa pace non puo andare esente dal
sospetto di parlare soltanto di quel genere di pace che torni ad esclusivo
vantaggio suo e del suo gruppo, il che non ap- pare certo azione di molto
merito. Qualsiasi onesta dichiara- zione a favore délia pace deve essere
un’enumerazione dei sa- crifici che si è disposti a fare per la sua preservazione.
Ma di regola gli scienziati non hanno alcuna autorità per fare dichiarazioni del
genere.
Nello stesso tempo lo scienziato puo fare del suo meglio per promuovere la
cooperazione internazionale nel proprio campo. La grande importanza che
molti governi annettono al giorno d’oggi aile ricerche di fisica nucleare ed
il fatto che il livcllo del lavoro scientifico è ancora molto diverso nei
diversi paesi favorisée la cooperazione internazionale in quest’attività.

1
Giovani scienziati di paesi diversissimi possono incontrarsi in istituti di
ricerca in cui si svolge un’intensa attività nel campo délia fisica moderna
ed il comune lavoro intorno a difficili problemi scientifîci puo -favorite la
mutua comprensione. In un caso, quelle» dell’organizzazione di Ginevra, è
stato possibile rag- giungere un accordo fra un gran numéro di nazioni
diverse per fondare un laboratorio comune e costruire con uno sforzo
combinato il dispendioso apparato sperimentale necessario per le ricerche
di fisica nucleare. Questo tipo di cooperazione con- tribuirà certo a stabilité
un atteggiamento comune verso i pro- blemi délia scienza - comune anche
al di là dei problemi pura- mente scientifîci - fra le piû giovani generazioni
di scienziati. Naturalmente non si puô dire in anticipo che cosa nascerà dai
semi che sono stati cosi gettati quando gli scienziati faranno ritorno nei loro
vecchi ambienti e parteciperanno di nuovo aile proprie tradizioni culturali.
Ma non si puo dubitare che lo scambio d’idee fra giovani scienziati di
diversi paesi e fra le diverse generazioni in ogni paese non aiuteranno ad
avvici- narsi senza troppa tensione a quel nuovo stato di cose ncl quale
possa essere raggiunto l’equilibrio fra le forze tradizio- nali e le nécessita
inevitabili délia vita moderna. È questo un tratto caratteristico délia
scienza, che la rende piû d’ogni altra cosa adatta a stabilité un primo
intenso rapporto fra diverse tradizioni culturali. Rimane il fatto che le
décision! circa il valore di un determinato lavoro scientifico, su cio che è
giusto o sbagliato nell’opera, non dipende da nessuna autorité uma- na.
Possono aile volte esser necessari molti anni prima di co- noscere la
soluzione di un problema, prima che si possa distin- guere tra la verità e
l’errore; ma infine le question! verranno decise e non sarà questo o
quest’altro gruppo di scienziati a decidere ma la natura stessa. Perciô le
idee scientifiche si diffondono tra quelli che si interessano alla scienza in
modo interamente diverso dal propagarsi delle idee politiche.
Mentre le idee politiche possbno conquistarsi un’influenza déterminante fra
larghe masse di gentè proprio perché corrispon- dono o sembrano
corrispondere agli interessi di queste, le idee scientifiche si diffondono

2
soltanto perché sono vere. Esi- stono criteri oggettivi e decisivi per
determinare l’esattezza d’un’affermazione scientifica.
Tutto quanto si è detto intorno alla cooperazione internazio- nale ed allô
scambio delle idee sarebbe naturalmente egual- mente vero per qualsiasi
parte délia scienza moderna; non è certo limitato alla fisica atomica. Sotto
questo riguardo la fisica moderna è solo una delle moite branche délia
scienza, ed anche se le sue applicazioni tecniche - le armi e l’uso pacifîco
dell’energia atomica - le conferiscono un peso spéciale, non ci sarebbe
alcuna ragione per considerare la cooperazione in- ternazionale in questo
campo corne piû importante che negli altri. Ma dobbiamo ancora parlarc di
quei tratti délia fisica moderna che sono essenzialmente diversi dagli
sviluppi ante- cedenti délia scienza naturale, e a questo scopo dobbiamo an-
cora una volta ritornare alla storia europea di questo sviluppo, prodotto
dalla combinazione delle scienze naturali e di quelle tecniche.
Si è spesso discusso tra gli storici se il sorgere délia scienza naturalistica,
dopo il sedicesimo secolo, fu in qualche modo una conseguenza naturale di
prccedenti orientamenti del pen- siero umano. Si puo dimostrare corne certe
correnti délia filo- sofia cristiana condussero ad un concetto assai astratto di
Dio e che posero Dio cosi lontano e piû in alto del mondo che si prese a
considerare il mondo senza piû, nello stesso tempo, vedere Dio nel mondo.
Il dualismo cartcsiano puo essere con- siderato il grado finale di questo
sviluppo. Si puo mettere in rilievo corne tutte le controversie teologiche del
quindicesimo secolo produssero un generale stato d’insoddisfazione
riguardo a problemi çhe non potevano in realtà essere risolti dalla ra- gione
e che erano esposti aile lotte politiche del tempo, e che questa
insoddisfazione favori lo spostarsi dell’interesse verso problemi che erano
interamente al di fuori delle dispute scolastiche. O ci si puo semplicemente
riferire alla grandiosa attività, allô spirito nuovo che aveva pervaso la
società euro- pea ad opéra del Rinascimento. In ogni caso in questo perio-
do fece la sua comparsa una nuova autorité che era completa- mente
indipendente dalla religione cristiana o dalla filosofia o dalla Chiesa,

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l’autorità dell’esperienza e del fatto empirico. È possibile rintracciare
l’affermazione di questa nuova autorité in piû antiche correnti di pensiero,
ad esempio nella filosofia di Occam e di Duns Scoto, ma essa diventa una
forza vitale dell’attivité umana soltanto dal sedicesimo secolo in poi. Ga-
lileo non si limité a pensare sul moto meccanico, il pendolo e la caduta
délia pietra; egli cercô di stabilité con l’esperien- za, quantitativamente,
corne questi moti avvenivano. Questa nuova attivité non venne certamente,
al principio, intesa corne una deviazione dalla tradizione religiosa cristiana.
Al contrario, si parlé di duc specie di rivelazione divina. L’una da leggersi
nella Bibbia e Paîtra da ritrovarsi nel libro délia natura. La Sacra Scrittura
era scritta dall’uomo e quindi soggetta ad er- rore, mentre la natura era
l’espressione immediata delle inten- zioni di Dio.
L’accento posto sull’esperienza era connesso, tuttavia, con un lento e graduale
mutamento dell’aspetto délia realté. Mentre nel Medioevo cié che noi
chiamiamo ora il significato simbolico d’una cosa costituiva in qualche modo la
sua realté primaria, l’aspetto délia realtà si modificô nella direzione di cio che
pos- siamo -percepire con i nostri sensi. Reale soprattutto divenne cio che
possiamo vedere e toccare. E questo nuovo concetto di realtà potrebbe venire
cdnnesso a un nuovo tipo di attività: noi possiamo fare degli esperimenti e
vedere corne le cose stan- no realmente. Fu subito avvertito che codesto nuovo
atteggia- mento significava l’avvio délia mente umana verso un immenso
campo di possibilité nuove, e si puô comprendere benissimo corne la Chiesa
vedesse del nuovo mo.imento prima i pericoli che le prospettive. Il famoso
processo di Galileo, legato aile sue idee sul sistema copernicano, segno il
principio d’una lotta che duro più d’un secolo. In questa controversia i
rappresen- tanti délia scienza naturalc potevano mettere in rilievo che
l’esperienza présenta una vcrità indiscutibile, che non puo es- sere rimesso ad
alcuna autorité umana il decidere su quanto accade realmente in natura, e che
una decisione del gencre è presa dalla natura e, in questo senso, da Dio. I
rappresen- tanti délia religione tradizionale, d’altra parte, potevano con-
trobattere che col prestare attenzione al mondo materiale, a cio che percepiamo

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con i nostri sensi, perdiamo il contatto con i valori essenziali délia vita umana,
cioè, proprio con quella parte délia realtà che è al di là del mondo materiale.
Sono due argomenti che non s’incontrano e percio il problema non poteva
venire risolto con alcun genere di accordo o di decisione.
Nel frattempo la scienza naturale procedeva nel suo compito di ofirire una
sempre piû ampia e piû chiara rappresentazione del mopdo materiale. Nella
fisica questa rappresentazione do- veva essere espressa per mezzo di quei
concetti che noi chia- miamo adesso i concetti délia fisica classica. Il mondo
consi- steva di cose situate nello spazio e nel tempo, le cose consi- stono di
materia e la materia pub produrre delle forze e delle forze possono agire
sulla materia. Gli eventi seguono dall’azio- ne reciproca fra materia e forze;
ogni evento è il risultato e la causa di altri eventi. Nello stesso tempo
l’atteggiamento umano verso la natura si mutô da contemplativo in
pragmati- co. Non tanto ci si interessava alla natura corne essa è, quanto ci
si chiedeva piuttosto che cosa se ne potesse fare. Per que- sto la scienza
naturale si trasformo in scienza tecnica; ogni progresso conoscitivo veniva
legato al problema circa l’uso pra- tico che se ne poteva fare. Questo era
vero non soltanto in fisica; in chimica ed in biologia l’atteggiamento era
essenzial- mente lo stesso, ed il, progresso dei nuovi metodi in medicina e in
agricoltura contribui moltissimo al propagarsi delle nuove tendenze.
In tal modo, infine, si venne sviluppando per la scienza naturale un sistema
estremamente rigido che costituiva non solo la scienza ufficiale ma anche la
visione generale délia realtà di larghe masse di gente. Il sistema era sostenuto
dai concetti fondamental! délia fisica classica: spazio, tempo, materia e cau-
salità; il concetto di realtà veniva applicato aile cose e agli eventi che potevamo
percepire con i nostri sensi o che pote- vano venire osservati per mezzo dei
complicati strumenti che la scienza tecnica aveva fornito. La materia era la
realtà pri- maria. Il progresso dclla scienza era rappresentatb corne una crociata
alla conquista dei mondo materiale. Utilità era la pa- rola d’ordine dei tempo.
D’altra parte, questo sistema era cosi stretto e rigido che era difficile trovar
posto in esso a molti concetti dei nostro lin- guaggio, che avevano sempre fatto

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parte délia sua piû genuina
sostanza, per esempio ai concetti di spirito, di anima umana o di vita. Lo
spirito poteva venir introdotto nel quadro generale solo corne una specie di
specchio del mondo materiale; e quando, nella psicologia, venivano studiate
le propriété di que- sto specchio, gli scienziati erano sempre tentati - se mi è
lecito portare innanzi il paragone - di porte maggiore attenzione allé sue
propriété meccaniche che a quelle ottiche. Si cercô anche qui di applicare i
concetti délia fisica classica, principal- mente quello di causalité. Allô
stesso modo la vita dovette essere spiegata corne un processo fisico e
chimico, governato da leggi naturali, interamente determinato dalla
causalité. Il concetto darwiniano di evoluzione parve fornire un’ampia pro -
va a questa interpretazione. Fu particolarmente difficile in que- sto sistema
trovar posto a quelle parti délia realté che erano State l’oggetto délia
religione tradizionale ed ora apparivano soltanto piû o meno immaginarie.
Percib, in quei paesi europei dove si era abituati a seguire le idee fino aile
loro estreme conseguenze, si sviluppb un’aperta ostilité délia scienza verso
la religione, ed anche negli altri paesi ci fu una crescente tendenza verso
l’indifferenza nei riguardi di quei problemi; si salvarono soltanto da questa
crisi, almeno per il momento, i valori etici del cristianesimo. Ogni altra
salvaguardia délia mente umana venne sostituita dalla fiducia nel metodo
scien- tifico e nel pensiero razionale.
Tornando ora ai contributi délia fisica moderna, si puô dire che il cambiamento
più importante prodotto dai suoi risultati consiste nella dissoluzione di quel
rigido sistema di concetti del sccolo diciannovesimo. Naturalmente molti
tentativi erano stati fatti in precedenza per sfuggire alla rigidezza di quel si-
stema che appariva evidentemente troppo ristretto per l’inten-
dimento delle parti essenziali délia realtà. Ma non era stato possibile
scorgere cio che di erroneo poteva esserci nei con- cetti fondamentali di
materia spazio tempo e causalità, che tanti successi avevano ottenuto nella
storia délia scieriza. Sol- tanto la ricerca sperimentale condotta con
l’attrezzatura perfe- zionatissima che la tecnica poteva ofirire, e la sua
interpreta- zione matematica, fornirono la base per un’analisi critica - o, si

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puo dire, potcnziarono l’analisi critica - di quei concetti, provando infine la
dissoluzione di quel rigido sistema.
Questa dissoluzione si realizzo in due fasi distinte. La prima fu la scoperta, per
mezzo délia teoria délia relatività, che per- fino concetti cosi fondamentali
corne quelli di spazio e di tempo potevano venir modificati ed efiettivamente
dovevano venir modificati in seguito a nuove esperienze. Il cambiamento non si
riferiva agli alquanto vaghi concetti di spazio e di tempo del linguaggio
naturale; ma concerneva la loro précisa formu- lazione nel linguaggio
scientifico délia meccanica newtoniana, che era stata erroneamente accettata
corne definitiva. La seconda fase fu la discussione del concetto di materia
imposta dai risultati sperimentali riguardanti la struttura atomica. L’i- dea délia
realtà délia materia era stata probabilmente la parte piu solida di quel rigido
sistema di concetti del secolo decimo- nono, e questa idea andava almeno
modificata in rapporto alla nuova esperienza. Anche qui i concetti, in quanto
appartene- vano al linguaggio naturale, rimanevano invariati. Non s’incon-
trava alcuna difficoltà a parlare délia materia o dei fatti o délia realtà quando si
dovevano descrivere gli esperimenti atomici ed i loro risultati. Ma
l’estrapolazione scientifica di questi concetti aile parti piû minute délia materia
non poteva essere fatta nel semplice modo suggerito dalla fisica classica, che
aveva fi- nito erroneamente col limitare la visione generale del proble- ma délia
materia.
Questi nuovi risultati dovevano prima di tutto essere considérât! corne un
serio ammonimento contro l’alquanto forzata applicazione dei concetti
scientifici a campi che non erano loro propri. L’applicazione dei concetti
délia fisica classica, ad esern- pio, alla chimica, si era risolto in un errore.
Perciô, si sarà ora meno tentati a sostenere che i concetti délia fisica, anche
quelli délia teoria dei quanta, possono. essere sicuramente applicati do-
vunque, nella biologia o nelle altre scienze. Cercheremo, al contrario, di
tenere le porte aperte all’ingresso di nuovi concetti anche in quelle parti
délia scienza dove i vecchi concetti sono stati assai utili per l’intelligenza
dei fenomeni. Specialmente in quei punti dove l’applicazione dei concetti

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piû antichi sembra qualche volta forzata o appare non pienamente adeguata
noi ci sforzeremo di evitare le conclusioni imprudenti.
Inoltre, uno dei tratti piû importanti dello sviluppo e dell’ana- lisi délia fisica
moderna è che i concetti del linguaggio naturale vagamentc definiti corne sono,
appaiono, con l’espandersi délia conoscenza, piû stabili che non i precisi
termini del linguaggio scientifico, derivato per idealizzazione solo da limitati
gruppi di fenomeni. Cio non deve difatti sorprendere giacché i concetti del
linguaggio naturale si formano per mezzo d’una relazione immediata con la
realtà; essi rappresentano la realtà. È vero che non sono molto ben definiti e che
possono perciô anche subire mutamenti nel corso dei secoli, proprio corne ha
fatto la realtà stessa, ma non possono mai perdere la connessione immediata
che alla realtà li lega. D’altra parte, i concetti scientifici sono idealizzazioni;
essi son derivati dall’esperienza otte- nuta per mezzo di raffinati strumenti
sperimentali, e son defi-
niti con precisione attraverso assiomi e definizioni. Solo attra- verso
codeste précisé definizioni è possibile connettere i concetti con uno schéma
matematico e derivare matematicamente la varietà infinita dei fenomeni
possibili in quel campo. Ma in questo processo di idealizzazione e di
précisa definizione va perduta la connessione immediata con la realtà. I
concetti cor- rispondono ancora abbastanza da vicino alla realtà in quella
parte délia natura che è stata l’oggetto délia ricerca. Ma la corrispondenza
puo andar perduta in altre parti riferentisi ad al tri gruppi di fenomeni.
Tenendo présente l’intrinseca stabilità dei concetti del linguag- gio naturale nel
processo dello sviluppo scientifîco, si vede che - dopo l’esperienza délia fisica
moderna - il nostro atteggia- mento verso concetti corne intelletto o anima
umana o vita o Dio sarà diverso da quello del diciannovesimo secolo, poiché
questi concetti appartengono al linguaggio naturale ed hanno perciô immediata
connessione con la realtà. È veto che ci appa- rirà anche subito chiaro che
questi concetti non sono ben defi- niti nel senso scientifîco e che la loro
applicazione puô condur- re a varie contraddizioni; ma noi sappiamo tuttavia
che èssi toccano la realtà. Puo essere utile a questo proposito ricordare che
perfino nella parte piu précisa délia scienza, nella mate- matica, noi non
possiamo fare a meno di servirci di concetti che implicano delle contraddizioni.

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È ben noto, ad esempio, che il concetto d’infinito conduce a contraddizioni che
sono State analizzate; eppure sarebbe praticamente impossibile co- struire senza
questo concetto le piû important! parti délia ma- tematica.
La tendenza generale del pensiero umano nel diciannovesimo secolo è stata
verso una crescente fiducia nel metodo scienti- fico e gli esatti metodi razionali,
ed ha condotto a un generale scetticismo riguardo a quei concetti del linguaggio
naturale che non si adattano alla rigida struttura del pensiero scientifico, quelli
religiosi, ad esempio. La fisica moderna ha in vari modi accresciuto codesto
scetticismo; ma essa lo ha volto nello stesso tempo contro la considerazione
esagerata in cui possono venir tenuti i precisi concetti scientifici, o contro una
troppo ottimi- stica visione del progresse in generale, ed infine contro lo stesso
scetticismo. Lo scetticismo verso i precisi concetti scientifici non significa che
dovrebbe esserci un limite definito per l’ap- plicazione del pensiero razionale.
Si puo dire, al contrario, che la capacità umana di comprendere puo essere in
certo senso illimitata. Ma i concetti scientifici esistenti abbracciano sem- pre
solo una parte molto limitata délia real ta, mentre l’altra parte, quella tuttora
incompresa, è infinita. Ogniqualvolta pro- cediamo dal noto all’ignoto noi
possiamo sperare di accrescere la nostra comprensione délia realtà, ma siamo
anche obbligati forse ad apprendere un significato nuovo délia parola «com-
prendere». Noi sappiamo che qualsiasi comprensione deve essere fondata in
defînitiva sul linguaggio naturale giacché è sol- tanto con quello che possiamo
sperare di raggiungere la realtà, e percio dobbiamo essere scettici su ogni forma
di scetticismo che si riferisca a questo concetto naturale ed ai suoi concetti
essenziali. Possiamo percio far uso di codesti concetti nel modo in cui essi sono
stati sempre usati. In tal modo la fisica moderna ha forse aperto la porta ad una
prospettiva piû ampia sulla relazione fra intelletto umano e realtà.
Questa scienza moderna, poi, va, nel nostro tempo, penetran- do in altre
parti del mondo in cui la tradizione culturale è stata interamente diversa
dalla civiltà europea. Colà gli effet ti di questa nuova attività délia scienza
naturale e délia tecnica de- vono farsi sentire in modo anche piû energico
che in Europa, giacché trasformazioni essenziali nelle condizioni di vita

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che hanno richiesto in Europa due o tre secoli dovranno svolgersi li in
pochissimi decenni. Ci sarebbe da aspettarsi che in molti luoghi questa
nuova attività debba apparire corne un declino délia piû antica cultura,
corne un atteggiamento spietato e bar- baro che sconvolge l’equilibrio
sensibile su cui poggia la félicita umana.. Sono conseguenze che non
possono essere evitate e bisogna prenderle corne uno degli aspetti del
nostro tempo. Ma anche qui l’apertura délia fisica moderna pub contribuire
in certa misura a riconciliare le tradizioni piû antiche con i nuovi
orientamenti del pensiero. Ad esempio, il grande contributo scientifico alla
fisica teoretica venuto dal Giappone dopo l’ul- tima guerra pub essere un
indice dell’esistenza d’una certa rela- zione fra le idee filosofiche
dell’Estremo Oriente e la sostanza filosofica délia teoria dei quanta. Pub
essere piû facile adattarsi al concetto di realtà délia teoretica quantica
quando non si è passati attraverso l’ingenuo modo materialistico di pensare
che prevaleva ancora in Europa nei primi decenni del secolo.
Naturalmente tali considerazioni non vanno intese corne una valutazione
inadeguata del danno che pub essere fatto o che. pub essere stato fatto aile
antiche tradizioni culturali dalFurto violento del progresse tecnico. Ma poiché
quest’intero sviluppo si è per lungo tempo sottratto a un qualsiasi controllo da
parte di forze umane, noi dobbiamo accettarlo corne uno dei tratti piû essenziali
del nostro tempo e dobbiamo tentar di connet- terlo per quanto è possibile con i
valori umani che hanno co- stituito il fine supremo delle piû antiche tradizioni
culturali e religiose. Pub esserci consentito a questo punto di citare un episodio
tratto dalla religione hasidica: c’era un vecchio rab- bino, un sacefdote famoso
per la sua sapienza a cui tutti veni- vano per chieder consiglio. Un uomo ando a
trovarlo disperato per tutti i cambiamenti cbe vedeva avvenire intorno a lui,
lamentandosi del danno arrecato dal cosiddetto progresso tec- nico. «Tutto
questo fastidioso apparato tecnico non è privo completamente di senso» costui
esclamo «se si pensa ai reali valori délia vita?» «Pud essere,» replico il Rabbi
«ma se si assume il giusto atteggiamento si pud imparare da qualsiasi cosa».
«No,» replico ancora il visitatore «da cose cosi stupide corne la ferrovia, il

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telefono o il telegrafo non è proprio possi- bile apprendere niente.» Ma il
rabbino rispose: «Hai torto. Dal treno puoi apprendere che basta arrivare un
istante troppo tardi per perdere tutto. Dal telegrafo che ogni parola conta. E dal
telefono puoi apprendere che cio che diciamo qui pud essere udito là.» Il
visitatore comprese cio che il rabbino voleva dire e se ne ando.
Infine, la scienza moderna pénétra in quelle ampie aree del nostro mondo
attuale dove nuove dottrine sono venute trion- fando solo da pochi decenni
corne fondamenti per nuove e po- tenti società. Li la scienza moderna si trova
di fronte sia al contenuto di quelle dottrine che risalgono al pensiero filosofico
europeo del diciannovesimo secolo (Hegel e Marx) sia al feno- meno d’una
fede senza compromessi. Poiché la fisica moderna deve svolgere un ruolo
importante in questi paesi per via delle sue applicazioni pratiche, difficilmente
si évitera che l’angustia di quelle dottrine non venga sentita da coloro che
hanno vera- mente capito la fisica moderna ed il suo significato filosofico.
Percio pud a questo punto aver luogo un’azione reciproca fra scienza ed
orientamento generale del pensiero. Naturalmente,
l’influenza délia scienza non dovrebbe essere sopravvalutata; ma potrebbe
succedere che l’apertura délia scienza moderna possa render piû facilmente
évidente a piû numerosi gruppi di gente corne le dottrine politiche non sono
£orse cosi important! per la société corne si era creduto un tempo. In tal
modo l’influenza délia scienza moderna pub favorite un atteggiamento di
tolleranza e mostrarsi di conseguenza veramente preziosa.
D’altra parte, il fenomeno délia fede inflessibile ha molto piû peso di certe
particolari nozioni filosofiche del secolo dicianno- vesimo. Non possiamo
chiudere gli occhi al fatto che è difficile per la gran maggioranza délia gente
farsi un giudizio ben fon- dato sulla giustezza di certe importanti dottrine od
idee gene- rali. Quindi pub essere che la parola «credere» non significhi per
la maggioranza di quella gente «percepire la vérité di qual- che cosa», ma
viene piuttosto presa nel senso di «assumere questo a base délia vita». Si pub
facilmente intendere corne questo secondo tipo di fede sia molto piû fermo e
stabile che non il primo e corne possa persistere perfino contro una espe-
rienza diretta che la contraddica, senza restare scossa, percib, da alcuna
sovraggiunta conoscenza scientifica. La storia dei due ultimi decenni ha

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mostrato con molteplici esempi che questo secondo tipo di fede pub qualche
volta esser portato ad un punto che sembra completamente assurdo e che si
estingue, allora, soltanto con la morte del credente. La scienza e la storia
possono insegnarci quai genere di pericolo possa diventare un tal genere di
fede per quelli che la condividono. Ma esser co- scienti di questo non è di
alcun profitto perché non si riesce a vedere in che modo tutto cib possa
essere evitato e perché taie fede è sempre appartenuta aile grandi forze délia
storia umana. Dalla tradizione scientifica del diciannovesimo secolo si
sarebbe naturalmente inclinati a sperare che ogni fede abbia il suo
fondamento su una analisi razionale di ciascun argomento e sopra una
ponderata deliberazione, e che quest’altro tipo di fede, in cui una verità reale
o apparente è assunta semplice- mente corne base per la vita, non dovrebbe
neppure esistere. È vero che una cauta deliberazione basata su argomenti
pura- mente razionali puo salvarci da molti errori e pericoli, perché rende
possibile il riadattamento aile nuove situazioni, cio che puô essere una
condizione necessaria per la vita. Ma tenendo présente l’esperienza da noi
fatta nella fisica moderna è facile vedere corne puo sempre esistere una
complementarità fondamentale fra deliberazione e decisione. Nelle decisioni
pratiche délia vita non sarebbe certo possibile ponderare tutti gli argomenti
pro e contro ogni possibile decisione che va quindi sempre prcsa in assenza
di argomenti assolutamente determinanti. La decisione viene infine presa
eliminando tutti gli argomenti - sia quelli già esaminati che gli altri che
potrebbero presen- tarsi attraverso ulteriori considerazioni - e tagliando corto
al ponderare. La decisione puo essere il risultato délia deliberazione, ma è
nello stesso tempo complementare alla deliberazione e finisce con
l’escluderla. Anche le piû importanti decisioni presentano sempre nella vita
quest’inevitabile elemento d’irrazionalità. La decisione è poi necessaria
perché deve esservi qualche cosa su cui fondarsi, qualche principio che guidi
le nostre azioni. Senza taie punto fermo le nostre azioni perde- rebbero ogni
forza. Non si puo percio evitare che una qualche verità reale o apparente
formi la base délia vita; e questo fatto andrebbe riconosciuto nei riguardi di

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quei gruppi di gente che parte da una base diversa dalla nostra.
Venendo ad una conclusione dérivante da quanto si è.detto

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intorno alla scienza moderna, si puo forse affermare che la fisica moderna
costituisce appunto una parte - assai caratte- ristica - d’un generale processo
storico che tende verso un’uni- ficazione ed un ampliamento del nostro mondo
attuale. Questo processo dovrebbe di per sé condurre ad una diminuzione di
quelle tensioni culturali e politiche che costituiscono il grande pericolo del
nostro tempo. Ma esso è accompagnato da un altro processo che agisce nella
direzione opposta. Il fatto che grandi masse di gente acquistino coscienza di
questo processo di uni- ficazione si traduce in un incitamento a tutte le forze
delle comunità culturali esistenti ad assicurarsi per i loro valori tra- dizionali la
parte piû larga possibile nello stato finale dell’u- nificazione. Quindi le tensioni
aumentano e i due processi in competizione sono cosi strettamente legati l’uno
all’altro che ogni intensificarsi del processo unificatorio - per mezzo, ad
esempio, del nuovo progresse tecnico - intensifica anche la lotta per la
conquista délia posizione finale e contribuisce quindi all’instabilità dello stato
transitorio. Puo essere che la fisica moderna svolga solo un ruolo modesto in
questo pericoloso processo d’unificazione. Ma essa contribuisce, in due punti
de- cisivi, a mantenere a questo sviluppo il carattere d’una piû pacifica
evoluzione. Primo, essa mostra quale disastro sarebbe in taie processo l’uso
delle armi; secondo, attraverso la sua apertura verso ogni genere di ideologia
essa fa sorgere la spe- ranza che nel finale stato d’unificazione moite, diverse
tradizioni culturali possano convivere e possano fondersi insieme compor-
tamenti umani diversi in un nuovo tipo d’equilibrio fra pen- siero e prassi, fra
attività e meditazione.
Edizione stampata e rilcgata
dalle Officine Grafichc Mondadori
Verona
Produzione AME
Ottobre 1966 Printcd in Italy

I Gabbiani
Pubblicazione periodica
Registr. Trib. di Milano n. 6453 del 6-12-1963
Direttore responsable: Alberto Mondadori