Sei sulla pagina 1di 4

IL POSTO DELLA TERZA SETTIMANA NEL CAMMINO DEGLI ESERCIZI

Tratto da Giuseppe De Rosa, Camminate nella carità. Gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, Cinisello 1994, 275-285

Nel cammino spirituale proposto dagli Esercizi di sant’Ignazio, la Terza Settimana non è la semplice
continuazione della Seconda. Certamente, essa è in continuazione con questa, perché tanto nella
Seconda quanto nella Terza Settimana il tema è la «sequela di Cristo» nello sforzo di «essere con Lui»
e di conformarsi a Lui». Ma, rispetto alla Seconda, la Terza Settimana ha qualcosa di proprio e
specifico: è la sequela di Cristo nella sua Passione, è l’unione con Cristo «sofferente e crocifisso»; è il
seguire Cristo nella sua Passione, partecipando attivamente - e non da semplice spettatore - alle
sofferenze della sua Passione e alla sua morte sulla croce.
In realtà, questa «novità» della Terza Settimana non rappresenta una rottura con il cammino spirituale
fatto nelle due precedenti Settimane: è una «novità», che però si pone in continuità col «passato».
Infatti, nella Prima Settimana l’esercitante, contemplando Gesù appeso alla croce, si è chiesto: «Che
cosa devo fare per Cristo?». Questa domanda ha avuto una sua prima risposta nella Seconda Settimana:
essere con Cristo nella povertà e nelle umiliazioni; essere accolto sotto il vessillo della croce; preferire
di essere con Cristo povero e umiliato.
Ma non è «tutta» la risposta che l’esercitante deve dare. Infatti, la vita di Cristo trova il suo senso più
profondo nel mistero pasquale della sua morte e della sua risurrezione. Egli infatti è venuto nel mondo
nell’incarnazione, è nato nella povertà a Betlemme, è vissuto nel nascondimento di Nazaret, ha
affrontato le sofferenze della sua vita pubblica per soffrire e morire sulla croce e risorgere il terzo
giorno. Infatti, è con la sua morte e la sua risurrezione che Gesù porta a compimento la missione di
salvezza del mondo che il Padre gli ha affidato e per compiere la quale egli è venuto nel mondo. La sua
ultima parola sulla croce è: «Tutto è compiuto» (Gv 19,30).
Perciò, lo sforzo dell’esercitante di «conformarsi» a Cristo, di seguire Cristo nella povertà e
nell’umiliazione deve trovare il suo «completamento» nella partecipazione al mistero pasquale di
morte e risurrezione di Gesù. Come san Paolo, egli deve «compiere» nella sua carne quello che manca
alle «tribolazioni» di Cristo per il suo Corpo che è la Chiesa (Col 1,24).
È, dunque, una nuova tappa del suo cammino spirituale che l’esercitante deve affrontare con la Terza
Settimana degli Esercizi. Ed è anche la tappa più dura, perché, superando le ribellioni della sua natura
alla sofferenza, egli deve entrare nel mistero della sofferenza e della morte di Gesù: mistero che agli
occhi degli uomini è «follia» - la «follia della croce» - ma che agli occhi di Dio è «sapienza»: «Perché
ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli
uomini» (1Cor 1,25).
Più profondamente, durante la Seconda Settimana si è posto sulla via dell’«imitazione» di Cristo. Nella
Terza Settimana, egli si pone sulla via dell’«unione», della «partecipazione» alle sofferenze di Cristo
nella sua Passione, che egli deve «rivivere». Perciò lo scopo della Terza Settimana è di natura più
unitiva che normativa ed esemplare: essa cioè ha lo scopo di «unire» l’esercitante a Cristo sofferente e
crocifisso, di farlo partecipare» al mistero della Passione di Gesù.
Perciò, la grazia che bisogna chiedere in tutte le contemplazioni della Terza Settimana - e che nel
pensiero di sant’Ignazio esprime lo scopo che con essa s’intende raggiungere - è formulata così:
«Quello che si deve chiedere nella Passione è il dolore con Cristo addolorato, spezzamento con Cristo
spezzato (quebranto con Cristo quebrantado), lacrime e pena interna per tanta pena che Cristo ha
sofferto per me» [EE 203]. Sant’Ignazio fa dunque chiedere la «partecipazione» alla Passione di Gesù
attraverso la «compassione», oppure si tratta di chiedere la partecipazione effettiva, reale, alla Passione
di Gesù, cioè, chiedere di soffrire realmente, almeno in qualche misura, quello che Gesù soffre?
Certamente, sant’Ignazio vuole una partecipazione affettiva, quando dice di «chiedere lacrime e pena
interna per tanta pena che Cristo ha sofferto per me» e quando chiede di «sforzarmi di rattristarmi e
dolermi di tanto dolore e di tanto patire di Cristo nostro Signore» [EE 206]. Ma non si contenta solo di
essa. La cosa è chiara: se Cristo ha veramente sofferto, se è stato realmente «spezzato» non solo nella
carne, ma anche nel suo onore e nella sua dignità di uomo, se veramente sulla croce egli ha vissuto
l’abbandono del Padre, lo scherno dei suoi avversari e il fallimento, agli occhi degli uomini, della sua
missione, l’essere con Cristo dell’esercitante non può essere che un «seguire Cristo nella pena»
(«seguendomi nella pena» è detto nella «Chiamata del re temporale» [EE 95]: cioè, non può non
comportare la partecipazione effettiva e reale alle sofferenze di Cristo. Del resto la Terza Settimana
non fa che rispondere alla preghiera che l’esercitante ha fatta nella meditazione delle due bandiere di
«essere accolto sotto la bandiera» di Gesù [EE 147].
Per questo morivo, la domanda che l’esercitante si faceva nella Prima Settimana: «Che cosa devo io
fare per Cristo?», diventa nella Terza Settimana: «Che cosa devo io fare e soffrire per Cristo?» [EE
197; cf At 9,16]. In realtà al Terza Settimana deve essere vissuta come l’attuazione pratica del terzo
modo di umiltà.
È, infatti, nella Passione e morte che la «povertà» di Gesù raggiunge il suo vertice: egli non è soltanto
spogliato delle sue vesti e lasciato nudo sulla croce, e dunque privato di ogni bene materiale - «I
soldati, quand’ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e la tunica» (Gv 19,23) -, ma è spogliato e
privato di ogni bene spirituale, dell’onore e della dignità umana. È ancora nella Passione e morte che
l’«umiliazione» di Gesù è portata al suo punto più alto, perché è arrestato come un brigante,
schiaffeggiato, insultato, condannato come un bestemmiatore e come un ribelle, trattato come un pazzo
e come un re da burla, crocifisso come uno schiavo e deriso dai suoi nemici fin sotto la croce. Perciò,
l’esercitante che ha detto di voler scegliere Cristo povero, umiliato, coperto di obbrobri e considerato
come un pazzo, posto di fronte a Cristo che soffre in maniera così tremenda la povertà e l’umiliazione,
deve scegliere Cristo crocifisso e chiedere di partecipare realmente ed effettivamente alle sue
sofferenze, di essere unito a lui nella sua Passione e di «diventargli conforme nella morte» (Fil 3,10).
Come devo meditare la Passione di Gesù? Sant’Ignazio mi dà alcune indicazioni. Dopo aver detto che,
come d’abitudine quando si contemplano i misteri della vita di Gesù, devo «vedere» le persone,
«ascoltare» quello che dicono e «osservare» quello che fanno, cercando di «ricavarne qualche frutto»,
egli indica tre punti sui quali devo fermare la mai attenzione.
[Prima considerazione] Anzitutto, devo «considerare quello che Cristo soffre o vuole soffrire nella sua
umanità» [EE 195]. Devo, cioè, riflettere che la Passione di Cristo si compie nella sua «umanità», nel
suo corpo e nella sua anima di uomo. È il Figlio di Dio che soffre e muore, ma soffre e muore in
quanto è uomo. L’umanità di Gesù è dunque il mezzo con cui il Figlio può esprimere l’amore infinito
che egli ha per me. Se la sofferenza e la morte sono la prova più grande dell’amore, il Figlio di Dio,
che non può né soffrire né morire in quanto Dio, non poteva esprimermi il suo amore se non soffrendo
e morendo nella sua umanità.
Così meditando la Passione di Gesù, mi accosterò alla sua umanità con fede profonda e con grande
amore: nella Passione, Gesù mi ha amato nella sua umanità; rivivendo la sua Passione; rivivendo la sua
Passione, io lo amerò nella sua umanità sofferente e crocifissa. Come l'amore del Figlio di Dio per me
è stato «sensibile», è passato per la sensibilità della sua natura umana, così anche il mio amore per lui
dovrà essere «sensibile», dovrà cioè toccare e impegnare la mia sensibilità, il mio affetto, il mio
affetto,in una parola, la mia «umanità» nella sua integralità, non solo dunque il mio spirito, la mia
intelligenza, la mia volontà, ma anche la mia sensibilità, la mia affettività, il mio cuore. La mia «pietà»,
perciò, non sarà mai puramente «spirituale», cioè intellettuale e volontaristica, ma sarà anche sensibile
e affettiva, sarà anche «cordiale».
Questa, del resto, è stata in ogni secolo la pietà «cristiana», soprattutto la pietà dei semplici e dei
piccoli, la «pietà popolare», ma anche la pietà di grandi santi, come san Bernardo, san Francesco
d’Assisi, san Bonaventura, sant’Ignazio di Loyola, santa Teresa di Gesù e di moltissimi altri. Per
questo motivo, sant’Ignazio mi chiede di «cominciare con molto sforzo a suscitare in me dolore,
tristezza e pianto» [EE 195], cioè a mettere in moto la mai sensibilità ed affettività, il mio «cuore», per
«con-patire» con Cristo, per essergli amorosamente vicino nelle sue sofferenze fisiche e morali.
La Passione di Gesù non deve essere per me uno spettacolo che mi lascia indifferente, ma un dramma
che mi coinvolge spiritualmente ed affettivamente, perché quel dramma si svolge «per me». Perciò
2
nello Stabat Mater la Chiesa m’invita a pregare Maria di «piangere» con lei: «Fac me vere tecum flere,
/ Crucifixo condolere, / donec ego vixero. / Juxta crucem tecum stare / ac me tibi sociare / in planctu
desidero».
Ma se Cristo ha sofferto nella sua umanità per mostrarmi il suo amore, anch’io, per mostrargli il mio
amore, dovrò soffrire con lui nella mia umanità, dunque nel mio corpo e nel mio spirito: le sofferenze
del corpo, le sofferenze dello spirito, le sofferenze del cuore dovranno essere da me accolte e sofferte
come segni del mio amore per Gesù, del mio «essere con lui», della mia «unione» a Gesù sofferente e
crocifisso.
In realtà, le sofferenze del corpo e dello spirito sono segni della debolezza e fragilità umana, e dunque
qualcosa di negativo; ma dopo che il Figlio di Dio ha sofferto nella sua umanità per poter dare agli
uomini il segno dell’amore più grande, la sofferenza umana ha cambiato di segno: da entità con segno
negativo (-) è divenuta entità con segno positivo (+), nel senso che, dopo che Gesù Cristo, il Figlio di
Dio, ha sofferto ed è morto sulla croce, per amore degli uomini, la sofferenza e la morte di Cristo,
divengono espressione dell’amore per Dio ed per gli uomini, cioè della realtà più alta che esita -
l’amore - sia in campo umano, sia in campo divino.
Ma come Cristo ha sofferto nella sua umanità? Ha sofferto «liberamente»: «vuole soffrire», dice
sant’Ignazio. In realtà, la sofferenza e la morte di Gesù non sono una fatalità storica o un incidente
imprevisto. Gesù non cade in una trappola tesagli dai suoi nemici né è prigioniero di una serie di
sfortunate circostanze che lo conducono,senza che egli lo voglia, alla morte. Egli va incontro alla
sofferenza e alla morte liberamente: «Io offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la
toglie, ma la offro da me stesso, perché ho il potere di offrirla e di riprenderla di nuovo» (Gv 10,17-18).
La libertà con cui Gesù affronta la Passione e la morte è la libertà dell'amore: amore per il Padre, il
quale vuole che per salvare gli uomini egli affronti la sofferenza e la morte; amore per gli uomini, che
lo porta a condividere il destino della sofferenza di morte al quale essi sono andati incontro a motivo
dei loro peccati. In virtù di questa libertà di amore di Gesù, la croce diventa, da strumento orribile di
supplizio e di morte, un mistero di amore e di comunione, in quanto gli uomini, in virtù dell'amore e
dell'obbedienza filiale di Gesù al Padre, dei quali la croce è espressione, vengono posti in comunione
con Dio, e quindi resi partecipi della sua vita divina.
La seconda considerazione che devo fare quando medito la Passione del Signore è che «la divinità si
nasconde: essa potrebbe distruggere i suoi nemici e non lo fa, e lascia soffrire tanto crudelmente la
santissima umanità [EE 196]. Nella Passione e nella morte di Gesù, infatti, la kenosis di Gesù, cioè lo
«svuotamento» della sua gloria e della sua potenza di Figlio di Dio, tocca il vertice: Gesù non solo è
«spogliato» della sua gloria divina, ma è ferito nella sua dignità umana; non solo non dà nessun segno
della sua potenza divina, ma è in balia degli uomini che ne fanno quello che vogliono: lo arrestano, lo
giudicano, lo condannano, lo maltrattano, lo deridono e infine lo appendono ad una croce!
Veramente nella Passione la divinità «si nasconde» e Gesù appare impotente, in balia delle potenze
umane e, quel che è più grave, in balia del «potere delle tenebre» (Lc 22,53). La divinità di Gesù
«lascia fare»: non solo non distrugge i nemici, ma lascia la sua santissima umanità in loro potere. Un
potere crudele, che sfoga in maniera orribile il suo odio contro Gesù. È impressionante il fatto che nella
Passione si levano a difesa di Gesù solo tre persone: Giuda, che confessa di aver «tradito sangue
innocente» (Mt 27,4); la moglie di Pilato che proclama Gesù «giusto» (Mt 27,19) e il ladrone pentito
che dice che Gesù «non ha fatto niente di male» (Lc 23,41). Tutti gli altri - anche i soldati romani che
non hanno niente contro di lui - si accaniscono contro Gesù: la stessa folla, che qualche giorno prima
lo ha acclamato, ne chiede ora la crocifissione, preferendogli un assassino, Barabba. C’è un mistero in
questo odio cieco che, dopo terribili sofferenze, porta Gesù a morire sulla croce. È, il mysterium
iniquitatis che si rivela nella sua Passione. Esso attraversa tutta la storia umana ed è la spiegazione
ultima e profonda della lotta che da venti secoli si è scatenata nel mondo contro Gesù Cristo e la sua
Chiesa.

3
La terza considerazione che devo fare nel meditare la Passione è che Gesù «soffre tutto questo per i
miei peccati» [EE 197]. Cioè, la Passione mi fa comprendere, da una parte, la gravità del peccato, e
dall’altra, la grandezza dell’amore di Gesù per me. In realtà, il peccato è una cosa tanto grave che il
Figlio di Dio, per liberarmene, ha dovuto soffrire in maniera tanto atroce e morire in una maniera tanto
crudele. Il peccato è distruzione e morte dell’uomo. Proprio per questo suo carattere distruttivo, nella
Passione esso ha tentato di distruggere persino il Figlio di Dio, che si è caricato dei peccati degli
uomini.
Certo, il peccato non poteva far nulla contro Gesù, l’innocente; ma poiché Gesù ha scelto liberamente
di «portare il peccato del mondo nella sua carne», il peccato lo ha ucciso, o, più precisamente, Gesù ha
voluto assaporare fino in fondo la sofferenza e la morte che esso infligge all’uomo peccatore per
condividere in tutto la condizione umana e, in tal modo, liberare l’uomo dalla morte a cui il peccato lo
condanna. Gesù ha voluto bere fino in fondo il calice della dannazione a cui il peccato conduce, perché
gli uomini potessero bere il calice della salvezza. Egli è stato abbandonato «nelle mani dei peccatori»
per farne dei «giusti».
Ma che cosa ha mosso Gesù a «soffrire per i miei peccati»? È stato l’amore.
Anzitutto l’amore per il Padre, a cui egli ha voluto ridare, con la sofferenza e la morte, la gloria che gli
uomini gli hanno tolto con i loro peccati: se, infatti, il peccato è disobbedienza e ribellione a Dio, è
rifiuto del suo amore, Gesù, facendosi «obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8) e
dando con la sua morte il massimo segno di amore al Padre, ha espiato e cancellato il peccato degli
uomini e in tal modo ha ridato a Dio la gloria e l’amore che i peccati degli uomini gli avevano tolto.
Ma non è stato solo l’amore del Padre a spingere Gesù alla sofferenza e alla morte.
È stato anche l’amore per gli uomini: per tutti gli uomini e per ciascuno in particolare è morto Gesù.
Quest’amore per gli uomini lo ha spinto a mettersi totalmente dalla loro parte, a condividere non il loro
peccato, ma il castigo che il peccato porta in se stesso - il peccato si autocastiga con la sofferenza e la
morte! - a scendere nell’abisso del male e della morte dove il peccato ha precipitato l’uomo, per
liberarlo dal male e dalla morte e riportarlo allo stato di grazia e alla vita.
Meditando, perciò, la Passione di Gesù, ad ogni episodio di essa e, soprattutto, dinnanzi alla sua morte
sulla croce, io dovrò dire: «Tutto questo Gesù l’ha sofferto - l’ha voluto soffrire - per la mia salvezza».
Fino a questo punto egli mi ha amato! Davvero Gesù non mi ha amato «per gioco», ma seriamente, in
maniera terribilmente vera ed esigente. Davvero mi ha amato «sino alla fine», sino al limite estremo a
cui può giungere l’amore. Davvero - e «non per burla», come egli disse un giorno a sant’Angela da
Foligno - Gesù «mi ha amato e si è consegnato alla morte per me»! (Gal 2,20). A questo amore di
Cristo, che «per me» lo ha portato alla sofferenza e alla morte, come io devo rispondere? Che cosa
devo fare e soffrire per Gesù Cristo?
Si sa qual è stata la risposta che all’amore del Signore crocifisso hanno dato i santi. Essi hanno chiesto
la grazia di «soffrire con cristo» e di morire con Cristo. La preghiera di san Giovanni della Croce era:
«Domine, pati et contemni pro te (Signore, soffrire ed essere disprezzato per te)», e nel 1591 scriveva a
un suo confratello: «Se vuoi giungere a possedere Cristo, non cercarlo mai senza croce» (Les oeuvres
spirituelles du bienheureux Jean de la Croix, Les lettres, Lettre XXII, Desclée De Brouwer, Bruges
1957, vol. II, 1161.
A sua volta, santa Margherita Maria Alacoque diceva a Gesù: «Io non voglio nient’altro se non il
vostro amore e la vostra croce. Questo mi basta per essere una buona religiosa, che è tutto ciò che io
desidero» (A. Hamon, Vie de Ste Narguerite Marie Alacoque, Paris 1923, 114).
Dev’essere questa anche la mia risposta. Poiché è nel «soffrire con Cristo» e nel «portare con lui la
croce» che la «sequela di Cristo» trova il suo compimento e la «configurazione» a Cristo trova la sua
pienezza: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la su a croce e mi segua»
(Mt 16,24).

J. M . J.