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Filologia Romanza

Fondamenti di filologia e linguistica romanza


lOMoARcPSD|1624873

La FILOLOGIA ROMANZA nacque in Germania e la prima cattedra in Italia fu istituita a Roma con il
nome di “LINGUE E LETTERATURE NEOLATINE COMPARATE”: definizione assai lunga, ma di
certo precisa e coerente. Lo scopo è quello di mettere a confronto le lingue e le letterature neolatine
(o romanze). Si è preferito il termine “romanzo” poiché “neolatino” avrebbe potuto essere confuso con
il latino scritto e parlato (ad esempio, quello ecclesiastico). Il termine “filologia” indica, invece,
l’aspetto comparativo della disciplina. Ciò che ci si propone attraverso la filologia è di stabilire delle
regole di trasformazione da una lingua a un’altra indipendentemente dalle conoscenze del latino.

La filologia romanza si muove su due binari temporali:

- sincronico, in cui si mettono a confronto certi dati linguistici presenti in un periodo


storico circoscritto nelle diverse lingue neolatine;

- diacronico, in cui si applicano le regole di trasformazione per comprenderne i mutamenti nel


corso del tempo.

Il caposaldo della filologia romanza è la comprensione di come si è giunti dal latino alle altre lingue,
prendendo in esame la dimensione storico-diacronica che va dal crollo dell’Impero Romano a oggi.
Questa comprensione (e questa fissazione di regole) è possibile attraverso l’analisi dei testi letterari.
È necessario dire che la letteratura sia la massima espressione di una lingua, e che una lingua è
legittimata ad esistere perché una comunità non solo la parla, ma la fissa per iscritto.
Il discrimine tra la Letteratura Latina e quella Romanza sta proprio nell’evoluzione del parlato che col
tempo si fissa nella forma testuale: il latino dell’Impero (ormai crollato) evolve e nasce il volgare nelle
sue varie declinazioni influenzate da tradizione, cultura, eventi storici, posizione geografica.
Si tende, perciò, a creare paragoni tra lingue romanze perché si suppone che per popoli aventi una
matrice linguistica comune sia facile (o almeno possibile) comprendersi reciprocamente.

Considerare l’inglese una lingua romanza non è affatto errato: è costituita, infatti, da un 70% di
lessico romano e dal 30% di vocabolario germanico. Questa peculiarità è dovuta dalla prolungata
permanenza dei francesi sul suolo britannico (lingua anglo-normanna), dunque vi fu una maggiore
recettività per le lingue romanze. Il tedesco, molto più conservatore, ha applicato e applica un
criterio di composizione delle parole basato sul proprio vocabolario e sul proprio lessico, senza
creare ibridi linguistici e senza coniare/assorbire termini stranieri.

IBERIA: RIPARTIZIONE LINGUISTICA VERTICALE.


catalano

- Galego

- Portoghese
galego
- Castigliano (Spagnolo)

- Catalano

- Basco (ma non è una lingua indo-europea) portoghese

Castigliano

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I Baschi hanno resistito a qualsiasi conquista e tuttora sono contrari a qualsiasi
contaminazione. Si tratta di una lingua fondamentale per il sostrato, le cui particolari istanze
fonetiche hanno resistito all’arrivo della lingua imperiale nella penisola iberica.

FRANCIA: RIPARTIZIONE LINGUISTICA NORD-SUD CON TENDENZA ALLA


CENTRALIZZAZIONE. - Francese

ITALIA: CENTRALIZZAZIONE DELLA LINGUA (sul modello francese).

- Italiano
- Sardo (non dialetto, ma lingua considerata tra le più conservatrici in assoluto)
- Ladino (area dolomitica)
- Friulano
Inoltre, vi è una grandissima varietà di dialetti che potremmo categorizzare
macroscopicamente in settentrionali, centrali e meridionali.

LINGUE NEOLATINE A ORIENTE.

- Rumeno (unica lingua romanza attualmente parlata a Oriente)


- Dalmatico (fortemente influenzato dal veneziano, parlato in ex-Jugoslavia e
scomparso a fine Ottocento poiché l’ultimo uomo parlante questa lingua morì in
quell’epoca)

Chi è il Litteratus? “Colui che è in grado di scrivere” in latino: nonostante la lingua colloquiale,
specialmente in epoca medievale, fosse molto diversa, il latino era la prima lingua insegnata ai
giovani e quella con cui avrebbero dovuto scrivere, simbolo di erudizione e mezzo attraverso
cui passava la produzione letteraria non volgare. Tutti quei componimenti che non erano scritti
in latino venivano considerati di minor spessore e pregio: favolette, “canzoni”, che saranno poi

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il patrimonio letterario dei cosiddetti Trovatori, inizialmente orale. Dal momento in cui anche la
letteratura volgare si fissa nella forma scritta, nasce un conflitto che porterà ad opporsi la
Chiesa (quasi la totalità dei “praticanti” la lingua dotta) e i laici (parlanti la lingua volgare, in
particolare i compositori).

È possibile effettuare una comparazione tra gli esiti dell’evoluzione linguistica e il latino volgare
anche per comprendere la differenza tra latino scritto (più rigido e meditato) e parlato.

IT: dolore

SP: dolor

FR: douleur

Dal latino DOLORE (Perdita delle consonanti/sillabe desinenziali presenti nel latino classico). Tra
queste tre lingue, la più conservativa è l’italiano (si conserva la vocale finale), seguita dallo
spagnolo e infine dal francese. Rispetto allo spagnolo e al francese, l’italiano applica il principio
di conservazione della vocale finale (particolare importante sul piano prosodico).

IT: amare

SP: amar

FR: aimer

Dal latino amo, -as, -avi, -atum, -are. La desinenza -are in latino dà luogo ad -are in IT, -ar in SP ed
-er in FR. Anche nel caso dei verbi la regola di conservazione della vocale finale si rivela valida.

Spesso, però, se foneticamente l’italiano è più vicino allo spagnolo, semanticamente si avvicina di
più al francese.

IT: parlare 1

FR: parler 1

SP: hablar 2

PT: falar 2

Latino: LOQUOR (inf: LOQUI), da cui derivano termini del linguaggio colto.

1 : si tratta di verbi cosiddetti denominali, discendono cioè da una sostantivo – che in


questo caso è parola. In latino, parola si indica con verbum e quindi neanche questo sostantivo
può essere la radice del verbo. Semanticamente, però, è possibile ricollegare verbum ad un
altro sostantivo: parabola, -ae, “storia esemplare” (una storia è costituita da verba,
effettivamente). Da qui l’evoluzione: parabola > parola > parlare /parler.

2 : in questo caso, evidentemente parabola non può essere sicuramente la radice. Anche
qui bisogna effettuare un collegamento di tipo semantico tra verbum e qualcosa che abbia in sé
il concetto dell’interazione verbale: fabula, -ae, “racconto”, da cui deriva lo stesso fabulare,

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“raccontare favole”. Evoluzione: fabulare > falare > falar /hablar. In spagnolo, vi è un’ulteriore
evoluzione della consonante fricativa labiodentale iniziale che si trasforma in un segno fonetico
privo di suono (h), dovuto al sostrato basco. I Romani avevano conquistato parte della penisola
iberica, influenzata dal basco; tuttavia molto probabilmente i baschi non erano in grado di
pronunciare la fricativa e l’esito di tale impedimento fu proprio una “h”.

Il SOSTRATO è la lingua che si parla in un dato luogo prima di un’invasione/conquista.

- Francia: sostrato celtico

- Italia: sostrato delle lingue italiche

- Spagna: sostrato basco e celtico

Provando ad estrapolare degli enunciati:

- Esistono delle regole di trasformazione delle lingue romanze a livello fonetico per cui una
parola dal latino volgare evolve in diversi esiti dando origine a nuove lingue.

- Dal punto di vista fonetico, la lingua più conservativa è l’italiano, seguita dallo spagnolo e
infine dal francese (che delle tre si rivela essere la più evoluta).

- Dal punto di vista semantico, è molto frequente che l’italiano sia più simile al francese in quanto
entrambe le lingue attingono ad un bagaglio lessicale diverso da quello a cui lo spagnolo fa
riferimento.

In italiano si ha un marcatore di genere molto evidente: -a per il femminile, -o per il maschile


(concezione radicata anche a livello cognitivo). È bene, a questo punto, osservare cosa
accade nelle altre lingue.

LT: rosa, -ae

IT: rosa

SP: rosa

FR: rose (-e- sillabica quasi muta, “schwa” ə)

LT: formosus,-a *

IT: bello, -a

SP: hermoso, -a (dove c’è “h”, c’è stata una “f”) *

FR: beau, belle

Portoghese: fremoso, -a *

Si riconferma che, frequentemente, il francese si avvicina di più all’italiano sul piano etimologico. Sul
piano fonetico, invece, non esiste una ragione contingente per cui italiano e spagnolo si assomigliano:
è più lecito dire che il francese sia la lingua che di più si è distaccata, evolvendo, dal latino.

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Vocalismo atono.

LT: lupu(s)

IT: lupo

SP: lobo

FR: loup

Nell’italiano e nello spagnolo l’esito di “-u” (maschile) è tendenzialmente –o-: il marcatore di


genere -a/-o si riconferma. Nel francese la differenziazione è di tipo sillabico: nel maschile la “-
u” cade, nel femminile la “-a” evolve in “-e” e si prevede una sillaba in più rispetto al maschile.

La –a- è una vocale forte e stabile: ecco perché in tutte le lingue romanze si conserva, anche
se nel francese evolve in –e. Nel provenzale antico, tuttavia, si tendeva a conservare la –a;
questa conservazione è tuttora presente in quanto nel sud della Francia l’esito fonetico di fine
parola non tende a dissolversi, ma è ben udibile e assimilabile a -ə oppure -ɶ.

Vocalismo tonico.

IT: DONNA “dòmina, -ae”: padrona (della casa – quindi la “mulier”). Per i Trovatori, questo termine è

assai elevato in quanto la figura femminile veniva elevato a creatura celeste: donna-angelo.

Quando si ha un termine proparossitono (sdrucciolo) la vocale post-tonica cade: dòmina


domna

donna (per assimilazione delle nasali).

FR: FEMME fémna fémina, -ae (anche in questo caso si ha un sostantivo sdrucciolo).

SP: HEMBRA fémbra fémina, -ae.

MULIER SP.: mujer | IT.: moglie

DOMINA SP.: dueňa | FR.: dame | IT.: donna

In sintesi:

1) trattamento –a finale latina: in italiano e in spagnolo resta –a, in francese evolve in –e.

2) trattamento della post-tonica nei proparossitoni: cade.

3) trattamento della –u finale, marcatore di genere maschile: in italiano e in spagnolo evolve in


–o, in francese cade.

4) trattamento della –e finale: si conserva solo in italiano.

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5) La lingua che mantiene l’assetto sillabico più simile a quello latino è l’italiano, mentre quella più
tendente all’ossitonìa (cioè ad avere parole tronche) è il francese. Dal punto di vista letterario, in
particolare dell’organizzazione poetica, l’adattamento di un verso francese all’italiano è un arduo
compito in quanto la stragrande maggioranza delle parole italiane sono piane, mentre quelle
francesi tronche. L’espediente/compromesso è costituito dall’apocope (troncamento della vocale
atona finale): “… l’albero a cui tendevi la pargoletta mano, il verde melograno da’ bei vermigli fior”
[“Pianto antico”, G. Carducci]; tecnica che è venuta meno col tempo e questo crea problemi a
livello ritmico. Tuttavia, i francesi giocano molto sulla “loi de deux couleurs”, sull’alternanza tra
parole piane e tronche; un’alternanza per loro importante perché comporta l’opposizione tra
femminile e maschile. Per lo spagnolo, invece, il problema non sussiste in quanto si adottano
abbastanza indifferentemente le une e le altre.

L’opposizione di genere maschile/femminile in francese è data dal numero delle sillabe: parola tronca

= rima maschile, parola piana = rima femminile (stesso meccanismo del Provenzale, in cui però
la –a del femminile si conserva). In italiano non esiste tale distinzione perché le parole sono
prevalentemente piane e il marcatore di genere è dato dall’alternanza –a/-o. In spagnolo, come
già detto, l’alternanza -a/-o è uguale all’italiano.

IT: buono, buona (piane) buoni, buone

SP: bueno, buena (piane) buenos, buenas

FR: bon, bonne (tronca/piana) bons, bonnes

[Nel francese, la –u- cade (e non evolve in –o-), mentre la –a- evolve in –e- che poi tende a
dissolversi e a diventare uno schwa, anche se mantiene delle proprietà sillabiche - fa sillaba,
metricamente parlando]

Intercomprensione: comprendendo le regole di trasformazione di una lingua è possibile capire


anche altre lingue.

1) –i finale di parola maschile plurale in italiano si conserva.

2) Nelle lingue gallo-romanze, le vocali finali cadono tutte tranne la –a (che in francese evolve in
–e e in provenzale resta –a).

3) Nel francese e nello spagnolo il plurale viene indicato con una –s finale, residuo
dell’accusativo plurale latino (complemento oggetto); in spagnolo la sibilante viene pronunciata,
mentre in francese resta tendenzialmente muta, tranne nel caso di una liaison (=fenomeno
fonetico-sintattico per cui si elimina lo iato nell’articolazione, davanti a vocale iniziale, di una
consonante finale, altrimenti non pronunciata). Da notare che, nonostante la sibilante del plurale
attualmente non venga più pronunciata, la sua permanenza a livello grafico ne indica una
precedente articolazione. L’italiano, invece, segue il nominativo plurale latino.

La congruenza del sistema grafico con il sistema fonetico è un fatto storico: la grafia non è un dato di
casualità, bensì un dato che si sedimenta nel tempo. Nel caso dell’italiano, il sistema grafico e quello
fonetico è tendenzialmente congruente, anche se in alcuni casi sussiste un discrimine più che giustificabile:
la confusione tra q e c sorda, ad esempio. Quadro e cuore hanno la stessa pronuncia e in entrambi i casi vi
è l’articolazione di una labiovelare (consonante che si pronuncia in forma velarizzata, ma con le labbra già
in posizione vocalica U), ma hanno grafie diverse perché evidentemente non hanno la stessa radice,

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derivano da due termini latini differenti. Lo strumento linguistico inventato dai Romani, il latino, doveva
essere chiaro e funzionale, di conseguenza anche congruente: per “o” vi è un solo segno, per “b” un altro e
così via. Se un sistema alfabetico economico fosse stato inventato dai Francesi, sarebbe stato lo stesso:
avrebbero utilizzato un certo numero di simboli e sarebbe stato sua volta congruente. Invece no: prendendo
in analisi “qui” [ki], il sistema grafico è evidentemente anti-economico: la labiovelare grafica si trasforma in
una velare nella pronuncia. Quindi:

4) Nelle lingue gallo-romanze, le labiovelari latine perdono l’elemento labiale.

Si è finora visto che le differenze di genere e di numero sono perlopiù legate alla struttura
fonetica dell’ultima parte della parola, generalmente atona. Questo valeva anche in latino: “rò|
sa” “rò|sae”, “lù|pus” “lù|pi”.

VOCALISMO TONICO la vocale porta l’accento.

LT: bòno bŏnus (“o” breve)

IT: buono

SP: bueno

FR: bon

Nel latino vi era una distinzione fondamentale tra vocale lunga e vocale breve: la pronuncia
della prima era più lunga, in un certo senso raddoppiata, rispetto a quella breve e ne
costituiva tratto distintivo.

1) Da ŏ latina tonica si ha un’evoluzione, nel latino volgare, in “o” aperta [ɔ]. A sua volta, in italiano
evolve nel dittongo –uo-, in spagnolo evolve nel dittongo –ue-, nel francese si conserva –o-.

LT: mare

IT: mare

SP: mar

FR: mer

2) in italiano, “a” tonica si conserva; in spagnolo si conserva; in francese evolve in –e- (analogia
con “a” atona).

VOCALISMO TONICO inerente a tutti i fenomeni evolutivi delle vocali accentate.

VOCALISMO ATONO (FINALE) attraverso lo studio del vocalismo atono finale è possibile comprendere
le ragioni fonetiche delle opposizioni di genere e di numero poiché il latino (e tendenzialmente le

lingue romanze) identificava il genere e il numero anche sulla base della tipologia della vocale finale.

1) ANALISI DELL’ESITO DI –a TONICA IN SILLABA LIBERA E SILLABA IMPLICATA (o IMPEDITA) .

- Sillaba libera: sillaba che termina in vocale tonica mà-re

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- Sillaba implicata: sillaba che termina in consonante giór-no

LT: mar, -aris LT VOLG: mare LT: sal, -alis LT VOLG: sale

IT: mare IT: sale

SP: mar SP: sal

FR: mer FR: sel

SILLABA LIBERA: In italiano e in spagnolo, -a- tonica resta invariata; in francese, evolve in -e-.

Nel latino classico, uno dei tratti fonologicamente distintivi più importanti interessava la durata
vocalica, per cui vi era l’identificazione di vocali lunghe (la cui pronuncia risulta più protratta nel tempo)
e vocali brevi: vēnit - “venne”, vĕnit – “viene”. Nel latino volgare, come tendenzialmente nelle lingue
romanze, non esiste tale distinzione. Anche in italiano vi è distinzione fonologica in molte parole:
basti pensare alla pronuncia aperta (accento grave) o chiusa (accento acuto) di una vocale
(fondamentalmente la e e la o): e (chiusa, congiunzione) vs è (III p. sing. Pres. Ind. Di “essere”). Anche
in italiano esistono vocali più lunghe e più brevi: per esempio, la a di “tango” è più lunga della a di
“mare”, solo che non è percepibile perché non è fonologicamente distintivo. Un altro esempio. La n di
“tango” e la n di “mano” non hanno lo stesso luogo di articolazione: la prima si articola in
corrispondenza del velo palatino, mentre la seconda in corrispondenza del palato. Queste
osservazioni sono state maturate dagli studi di fonologia intrapresi da Roman Jakobson.

- Nel latino classico, la quantità vocalica ha carattere distintivo; nelle lingue romanze, la
qualità vocalica (timbro vocalico) ha carattere distintivo.

- In italiano, la giacitura dell’accento è un tratto distintivo.

Il latino volgare è più simile all’italiano che al latino classico: il passaggio fondamentale tra latino
classico e latino volgare è la perdita della quantità a favore della qualità vocalica. Nel latino
classico si possono distinguere dieci vocali diverse: le cinque vocali, brevi e lunghe di cui si
percepiva sicuramente la differenza, tratto ormai non distintivo. La differenziazione linguistica si
basa su tre livelli:

- diatopico, la lingua cambia in base al luogo geografico (questo tratto era stato già scoperto da
Dante e su cui aveva riflettuto nel De Vulgari Eloquentia);

- diacronico, la lingua cambia da un periodo a un altro;

- diastratico, la lingua cambia in base al livello sociale di appartenenza.

(v. scheda Vocalismo)

1) la ī del latino classico diventa, nel latino volgare, i. Gli esiti successivi sono quelli del
francese: in sillaba impedita e libera, resta i.

LT: fīlum filu

IT: filo

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FR: fil

SP: hilo

2) la ĭ del latino classico, in latino volgare, diviene e. In francese, e evolve in oi (in sillaba
libera). Stessa sorte spetterà a ē.

LT: pĭlum pelu

IT: pelo

FR: poil [pwal] poil [puèl] poil [póel] poil peil pel * (sillaba libera)

SP: helo

* La congruenza dei vari sistemi grafici dipende da quanto la lingua si sia allontanata dalla lingua madre
e, nel caso del francese, quanto la trasposizione grafica non muti rispetto alla sua pronuncia.

Nello schema abbiamo il passaggio che è intervenuto tra il latino classico e il latino volgare, già a
livello di quest’ultimo la quantità di vocali si viene a perdere.

E’ in andamento diacronico, organizzato sulla base sul vocalismo tonico del francese in
quanto è la lingua più evolutiva e ci dà chiaramente il senso di una notevole complessità.

Il primo passaggio fondamentale che noi abbiamo è la perdita della quantità vocalica. Secondo
elemento è che nel latino classico abbiamo 10 elementi vocalici: le nostre cinque vocali lunghe e
anche quelle brevi. In latino volgare invece ne abbiamo 7, questa notevole semplificazione
corrisponde all’assetto vocalico che noi abbiamo in italiano. Tutti questi 7 timbri vocalici hanno dei
valori e funzioni distintivi, sono tutti dei tratti fonologicamente distintivi.

Come siamo arrivati a questa riduzione Da 10 a 7?

La prima riduzione che abbiamo analizzato è la coincidenza che viene a sussistere tra la i breve
e la e lunga che danno luogo alla e chiusa.

Ritornando all’esempio italiano:

venit = con la e breve dà luogo prima a VENE, con la e aperta, ma poi vediamo un’ulteriore
evoluzione che riguarda l’italiano. Questa è una parola con sillaba libera. Spossiamo dire che in
italiano quella e aperta dittonga in –ie-.

Venit= con la e lunga dà luogo a venne, con e chiusa.

Evoluzione della e breve: pensiamo alla parola italiana “dente”, in cui la e è aperta. Nel latino la e di
“dentem” era lunga o breve? BREVE, perché se fosse stata lunga avremmo detto “dente” con la e chiusa.

La parola “fiero” in latino, in cui non c’era il dittongo, era “ferum” e quindi lì la e era breve.

La parola “ferro” ha la e aperta, quindi in latino la e di “feru” sarà stata breve.


Se in italiano abbiamo una e aperta o un dittongo –ie- con e aperta, in latino ci sarà stata una e breve.

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Però perché nella prima parola abbiamo il dittongo e nella seconda no? In feru la sillaba è
libera, i ferrum la sillaba è implicata/impedita.

REGOLA: per quanto riguarda la e, la e breve in sillaba libera dà luogo in latino volgare a e
aperta e in italiano dittonga in –ie. La e breve del latino, in sillaba libera, dà luogo al dittongo ie.

La e breve del latino in sillaba implicata à luogo in latino volgare alla e aperta, e nell’italiano
anche e aperta.

Feru=fiero

Ferru= ferro

L’intensità consonantica è un tratto distintivo in latino.

La parola FIERO si divide in sillabe in FIE-RO ed è quindi una sillaba libera, quindi la e aperta
dittonga in IE.

La parola FERRO si divide in FER-RO ed è una sillaba implicata, quindi la e aperta NON dittonga.

In spagnolo “viene” si dice “viene”, quindi dittonga; vento diventa viento, ferro diventa hierro,
quindi dittonga anche qui. Allora:

In spagnolo la e aperta sia in sillaba libera che in sillaba implicata, è indifferente.

Esempi in francese:

viene=> vient

ferro=> fer

il vento=> vent

REGOLA: la distinzione delle sillabe è importante e vale.

ESITI DI O BREVE:

- nel latino normale è O aperta.

La parola “buono” ha in italiano la o aperta, quindi nel latino classico quella o sarebbe stata
breve. Ciò significa che la o aperta dà luogo al dittongo UO.

E breve in sillaba aperta= IE

O breve= UO

La parola “osso” ha la o aperta, ma non dittonga perché è una sillaba implicata. In italiano
quindi la sillaba implicata, anche in questo caso, non ha l’esito del dittongamento.

Osso in spagnolo diventa “hueso”, quindi dittonga.

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“Bonu” ha in italiano l’esito di “buono”, in spagnolo invece dà luogo a “bueno”, quindi in
entrambi, anche se in modo differente, dittonga sempre perché la sillaba è libera.

Possiamo dire quindi che il principio della sillaba libera sillaba aperta per E e O aperta vale in
italiano ma non in spagnolo.

ESITI DI O LUNGA ED U BREVE

Abbiamo detto che o breve=> o aperta in latino volgare. O lunga ed U breve sono
perfettamente speculari e simmetriche al blocco i breve ed e lunga.

O lunga=> e lunga

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U breve=> i breve

Entrambe vanno a fondersi alla vocale e chiusa.

La parola “gola” ha in italiano la o chiusa, in latino si diceva “gula” quindi questa u sarà stata
breve, con sillaba libera.

“Muro” deriva dal latino “muru”, la u è rimasta tale perché sarà stata lunga.

Per la O lunga prendiamo l’esempio di “fiore, amore, dolore”, in cui la o in italiano è chiusa, in
latino la o sarà stata lunga.

Flor, floris la o sarà stata lunga

Amor, amoris la o sarà stata lunga

Dolor, doloris la o sarà stata lunga

In tutti questi casi, la o lunga del latino in italiano diventa o chiusa.

In altre parole, ciò che avvien tra i breve ed e lunga, avviene tra o lunga ed u breve.

Cosa succede in francese?

In tutte e tre le parole precedenti si ha la sillaba libera.

Flor=>fleur

Dolor=>douleur

MA amor=>amour, per ragioni culturali è rimasta ad uno stadio antecedente a quest’evoluzione ,


è una parola importante in poesia, centrale e fondamentale che fa sistema con le altre parole
romanze in particolare con l’equivalente provenzale.

L’aspetto rimico è un dato importantissimo:

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Bonu=>buono core=>cuore (ma in latino si diceva cord, cordis, quindi la parola è passata a
livellarsi a “core”, con o breve e quindi aperta).

Noi non abbiamo nessun problema a far rimare le parole cuore e amore, ma queste due parole
sono molto diverse:

Cuore = o aperta

Amore = o chiusa

Questo perché i siciliani avevano (e hanno ancora) un sistema vocalico differente, e quindi i
questo dato ha fatto sì che gli italiani fossero più laschi nell’organizzazione rimica.

L’evoluzione della lingua comportano poi una riorganizzazione del fatto poetico: prima le parole amore

e dolore rimavano in francese: amour- dolour, ma oggigiorno non rimano più perché la parola
dolore ha subito un’evoluzione in douleur.

In spagnolo cuore si dice “corazon”, quindi ovviamente non rima con amor e dolor, che invece
rimano tra loro.

La i lunga dà luogo a i: la parola “pino”, in latino pinum, sarà stata lunga.

Sera=soir, e chiusa

Bere=boir e chiusa

Wilhelm Meyer-Lübke scrisse il Vocabolario Etimologico (Romanisches etymologisches


Worterbuch o abbreviato REW) che venne pubblicato per la prima volta nel ‘32 e fa parte della
grande tradizione filologica tedesca. Per consultare questo dizionario, nel momento in cui ci
interessa una etimologia non partiamo dall’inizio ma dalla fine, in quanto esiste una lista di parole
romanze organizzate in ordine alfabetico. Sono 1200 pagine che contengono il muccio portante
delle parole del territorio della Romania.

I due termini che ci interessano sono: occhio e orecchio/orecchia

It: occhio – fra: oeil- spa: ojo

It: orecchio – fra:oreille - spa: oreja

Se cerchiamo “occhio” troviamo accanto la sigla “it” che sta per “italiano” e poi vi è una cifra (6038) a
cui dobbiamo far riferimento nella prima parte del volume che è ordinata alfabeticamente per parole
latine. Andando quindi al numero indicato, troviamo la base latina “oculus”.

Cosa succede da oculus a occhio?

-SINCOPE DELLA POST-TONICA (vocale che segue l’accento) nelle parole proparossitone
(sdrucciole)=> nelle parole latine proparossitone la vocale che segue la tonica cade come per
esempio in DOMINA che dà luogo al provenzale domna, all’italiano donna, al francese dame, e
ciò che manca sempre è la “i”.

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La sincope è un fenomeno fonetico antichissimo.

Latino classico: oculus=> oclu (latino volgare)

Vediamo ora come si passa da oclu a: occhio, ojo e oeil.

1)La o di occhio, che in italiano è aperta, in latino era una vocale breve.

2)Il nesso consonantico “CL” (occlusiva velare sorda più laterale) di oclu dà luogo in italiano alla
velare occlusiva sorda più yod “CHI” di occhio (dove yod= semivocale, la i che precede un’altra
vocale). Nesso consonantico=>nesso velare + yod.

ORECCHIO: Inizialmente “orecchio” si diceva “auris” in latino classico (e non più auricula, del
volgare latino espressa con suffisso diminuitivo= orecchietta). Auricula è una parola proparossitona,
infatti l’accento cade sulla i che era breve e che per questo in italiano ha dato luogo ad una e chiusa.

Il dittongo AU iniziale si monottonga in o, in quasi tutte le lingue romanze (aurum=>oro;


ma in provenzale rimane aur).

Sincope della post-tonica=>dittongo “au” che monottonga in “o”=>la i breve diventa e=>la u cade per la
sincope della post-tonica=>il nesso consonantico CL diventa CHI=>raddoppiamento della C:

Auricula=>Oricula=>Orecula=>Orecla=>Orechia=>Orecchia

Cosa succede da oclu a ojo?

Il nesso velare + laterale CL diventa una “hota”, ossia una fricativa velare sorda “J” (oho). A
questa hota si è arrivati dalla fricativa palatale “ojo” (ogio). Quella J in francese indica una
fricativa palatale sonora, che non esiste in italiano (a parte in qualche dialetto) e in spagnolo.

La u finale dà luogo alla o. Quindi: oclu=>oju=>ojo

Orecchio in castigliano: Oreja

Auricula: il dittongo AU anche in castigliano si monottonga in O. La i breve diventa e, il


nesso consonantico CL diventa j e la a finale di conserva.

Auricla=>Oricla=>Orecla=>Oreja

Occhio in francese: Oeil

Oculus: per sincope la post-tonica dà luogo a “oclu”. La u finale in francese cade. Il nesso CL dà
luogo ad una laterale palatalizzata (gl) ossia “il”. La o aperta “oe”.

Oculus=>oclu=>ocl=>oil=oeil

Orecchio in francese: oreile

Auricula: Il dittongo au monottonga anche in francese. La i tonica si trasforma in e, La post-tonica cade.

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Il nesso CL si trasforma in laterale palatalizzata “il”. La a finale si trasforma in e muta.

Auricula=>Oricula=>Orecula=>Orecla=>Oreila=>Oreile

IL DISCORDO – RAIMBAUT DE VAQUEIRAS

Abbiamo detto che la filologia romanza consiste nella comparazione delle lingue e delle letterature
romanze, e abbiamo iniziato comparando le prime lingue più rilevanti: italiano, francese e spagnolo.

“Il Discordo” di Raimbaut de Vaqueiras (scheda) è un componimento scritto da un


trovatore provenzale che conosceva 5 lingue, le quali vengono tutte usate al suo interno.

Il nome Raimbaut si pronuncia per come si scrive, compresi i dittonghi, e l’equivalente italiano è
Rimbaldo. La “l” è molto valorizzata (velo palatino) e spesso prima si pronunciava come una
“u”, per questo in seguito è diventato Rimbaudo.

Il testo venne composto tra la fine degli ultimissimi anni del XII secolo agli inizi del XIII secolo, in
ogni caso sappiamo che questo testo non è stato scritto oltre il 1205, dove quest’anno è un
“terminus ante quem” (=data prima della quale) ossia una data prima della quale un fenomeno si è
verificato. Nel 1205 abbiamo le ultime attestazioni in vita del trovatore che si reca alla terza
crociata al seguito del suo protettore Bonifacio II di Monferrato e lì quasi sicuramente muore.

COBLA I

Ora quando vedo verdeggiare

Eras=ora, adesso

quan=quando, /kw/ consonante labio-velare (=velare in cui la posizione delle labbra è impostata
per emettere la u) che in latino si scriveva “qu”. La labio-velare nelle lingue romanze perde
l’elemento labiale e si velarizza, quindi l’antico “quando” si pronuncia “cando”, tuttavia il tratto
labiovelare nella grafia si mantiene.

Vey= prima persona di video, con la caduta della o=> vedo

Verdeyar= infinito, prima coniugazione di verdeggiare. Manca la e che infatti in francese cade. La
a tonica invece si mantiene nel provenzale, al contrario del francese in cui la a tonica cade.
Verdeyar è un composto, un deaggettivale perché proviene da viridis=>viridiare.

Prati e giardini e boschi

1. Pratz=prati

2. Vergiers=verzieri, ossia i giardini. Il termine italiano più vicino a questa parola è


“verde”. In latino per fare riferimento a qualcosa di verde recintato, come gli alberi, si
usava il termine “viridarium”.

3. Boscatges=boschi, che in latino si diceva silva, infatti deriva dal germanico in cui il
termine era “busc” a cui il provenzale aggiunge il suffisso “atges”.

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4. Questi tre plurali maschili provenzali hanno in comune la s finale, questo marcatore in
italiano è la “i” finale. Nelle lingue gallo-romanze, per marcare il plurale, si aggiunge la s.

5. Ci troviamo in primavera.

Voglio cominciare un discordo

1. Vuelh=voglio, dal latino “volo” la cui o sarà stata una o breve. REGOLA: Nelle lingue
gallo-romanze la o cade, nell’italiano rimane.

2. Descort=discordo, genere poetico che consiste nella rappresentazione formale della


discordia che avviene tra il poeta e la donna amata. Nel provenzale manca la o finale.

D’amore, perché io vado errando;

1. d’amor=singolare, l’unica differenza con l’equivalente italiano è la e finale mancante; la


differenza con il castigliano è nulla; la differenza con il francese è la trasformazione della
o nel dittongo ou.

2. Per qu’ieu= perché io

3. Vauc=vado

4. Aratges=errando (errare, erranza)=>andare da una parte sbagliata=>sbagliare

Perché una donna ero solita amarmi

1. Q’una= perché una

2. Dona.m= donna mi, il pronome “mi” in provenzale è inclitico, perde infatti l’elemento
sillabico, ossia la i, e si attacca alla parola precedente

3. Sol=suole (essere solita); la o di sol è breve infatti dà luogo al dittongo uo in italiano

Ma cambiato è il suo cuore

1. Mas=ma

2. camjatz=cambiato, participio passato usato come aggettivo

3. L’es=le è

4. Sos=suo, viene da suus e c’è la s perché è un aggettivo possessivo di caso nominativo

5. Coratges= è il suo coraggio/cuore. Che rapporto semantico c’è tra coraggio e cuore? Chi ha un
cuore forte, inamovibile è un uomo coraggioso. Come si arriva linguisticamente da cuore a
coraggio? Innanzitutto per formare le parole noi usiamo una radice e un affisso, che può
essere affisso o suffisso. I suffissi sono fondamentali perché nelle lingue romanze hanno
un’incidenza nella morfologica. –Aggio è un suffisso complesso che deriva dal latino “aticu”, il
termine infatti deriva da “coraticu”, e la i è caduta in quanto post-tonica a causa della sincope

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della post-tonica nei proparossitoni. La u in italiano diventa o, nelle lingue gallo-romanze
dovrebbe cadere, ma qui diventa e perché è eufonica. Inizialmente la e era indefinita, quasi
una schwa, con il passare del tempo però è diventata sempre più piena.

Perché c’è la s alla fine? Per una ragione morfologica: cambiando l’ordine delle parole nella
frase “il suo cuore è cambiato” in latino “coraggio” sarebbe stato un nominativo; mentre
“cambiato”, participio passato, viene trattato come aggettivo. Esiste una concordanza tra
camjatz e coratges sono simili per quanto riguarda la pronuncia. REGOLA: il participio
passato, ossia gli aggettivi, e i sostantivi presentano ancora una differenza in nominativo,
quella S segna il caso nominativo singolare=> se abbiamo un nominativo singolare maschile
allora abbiamo una S, che deriva dalla seconda declinazione latina (lupus).

Nel provenzale il caso nominativo esiste ed è ancora funzionale nel 1205, ma come in francese
esistono solo due casi: caso retto e caso obliquo. Nel caso retto convergono il nominativo ed il
vocativo, tutti gli altri casi invece rientrano nel caso obliquo. In provenzale, come in francese, vi
era quindi una declinazione bicasuale (=ciò che resta del complesso sistema flessivo del latino).

REGOLA. Schema del caso bicasuale=> schema a chiasmo ABBA: S00S

Nel caso retto singolare abbiamo la s: S

Nel caso obliquo singolare non abbiamo la s: 0

Nel caso retto plurale non abbiamo la s: 0

Nel caso obliquo plurale abbiamo la s: S

Pratz, bergiers e boscatged sono complementi oggetti=> caso obliquo,


plurali=>hanno la s (=che deriva dall’accusativo plurale).

Descort è complemento oggetto=> caso obliquo, singolare=> non ha la s.

Coratges è il soggetto della frase (“Ma cambiato è il suo cuore”), quindi corrisponde al
nominativo=> caso retto, singolare (perché il verbo essere che lo precede è coniugato alla
terza persona singolare)=> ha la s.

Perché io faccio discordare

Le parole e i suoni e i linguaggi

1. Motz=motti, parole

2. Sos=suoni. E’ un caso di omonimia in quanto “sos” significa sia “suoi” che “suoni”.
L’equivalente di sos provenzale in italiano è suoni, dal latino “sonu” in cui la o era breve.
Essendoci la s finale sappiamo che il caso era obliquo plurale.

3. Lenguatges= linguaggi,

Qual è il contesto ideologico in cui possiamo collocare questo discorso che il trovatore sta facendo?

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Innanzitutto al centro di tutta l’ideologia trovatoresca vi è l’amore cortese, secondo il quale il poeta
amante si considera sottomesso all’amata, alla domina. Quando i due cuori battono all’unisono non vi è
discordanza. “Discordanza”=>”Cordiale”=>cor,cordis=cuore, ma rimanda anche al termine “corda”.
Quando le corde di una chitarra, di un violino ecc,, emettono un suono sbagliato, si dice che è
“scordata” e di conseguenza la “accordiamo”. “Andare d’accordo” con una persona significa poi essere
in armonia. Quindi “cuore” e “corda” vengono quasi a coincidere in quanto “il mio cuore batte
all’unisono con quello di un’altra persona nel momento in cui siamo in sintonia, andiamo d’accordo”.

Sintonia=stesso tono, toni che vanno d’accordo

Cuore=luogo dei sentimenti, delle emozioni

Il modo in cui mi relaziono con una persona è causato dall’universo, dalle costellazioni. Un poeta
medievale percepiva che in primavera gli amori rinascono, e ciò lo notava già dalla natura che in
primavera rinasce. Il nostro poeta, proprio per questo, colloca il suo “Discordio” in primavera,
tuttavia l’amore qui non si rigenera, in quanto lui discorda con la sua amata che adesso non lo
ama più. Questa discordanza incide con la struttura del testo, il quale infatti contiene anche la
discordanza delle lingue di cui è composta.

Come funziona la canzone trovatorica? si prende una strofa e gli si dà una struttura metrica, poi
tutte le strofe successive hanno la stessa forma della prima. Tutte le strofe sono uguali tra loro,
sia di forma che di melodia, quindi consuonano tra di loro.

Differenza fondamentale tra metrica latina e metrica romanza:

L’Eneide è scritta in esametro=> esametro: sei piedi. I versi dell’Eneide sono scritti su sei piedi,
tuttavia non hanno tutti lo stesso numero di sillabe perché un piede può essere di due o tre sillabe.
Si ha quindi una struttura isometrica: tutti i metri devono avere lo stesso numero di piedi
(=caratteristica della metrica latina).

Caratteristica della metrica romanza: Isosillabismo, ossia le strofe, ma anche i versi, hanno lo
stesso numero di sillabe.

Primo verso: ha 7 sillabe di cui l’ultima è tonica=> rima tronca

Le rime, come le parole, possono essere piane, tronche e sdrucciole.

In francese: Rima tronca=maschile / Rima piana=femminile

Questo perché nel francese, il maschile è prevalentemente maschile.

RIPASSO: Bon= buono / bonne= buona => La distinzione del genere avviene sulla base di –o/-a,
perché la o si conserva (=in italiano), mentre in francese e in tutte le lingue gallo-romanze cade, quindi
l’alternanza del maschile e del femminile si fa sulla base della presenza, o meno, dell’atona finale.

Secondo verso: ha 8 sillabe, ma l’ultima accento cade sulla “a” di boscatges, quindi è rima
piana, femminile.

Ciò che accomuna questi primi due versi è la giacitura dell’accento sulla settima sillaba.
In provenzale: ettasillabo= 7 sillabe; esasillabo= 6 sillabe; ottosillabo= 8 sillabe; ennasillabo= 9
sillabe; decasillabo= 10 sillabe

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Un verso il cui l’ultimo accento è sulla decima sillaba lo chiamiamo decasillabo.

In italiano invece lo chiamiamo endecasillabo (=undici).

Questo perché in francese la maggior parte delle parole francesi sono tronche, e ciò crea una
differenza importante nella nomenclatura dei versi.

Se i versi del Discordio fossero scritti in italiano, li chiameremmo ottonari.

Un endecasillabo tronco ha 10 sillabe, uno sdrucciolo ne ha 12, uno bisdrucciolo ne ha 13 e uno


piano ne ha 11. Questo perché la maggior parte delle parole italiane sono piane.

Struttura delle rime= AB x4=> AB AB AB AB (ar, arges, ar, arges, ar, arges, ar, arges)

Cobla II

La prima strofa è scritta in provenzale; la seconda strofa è scritta in italiana (dialetto del nord).

Questo testo, scritto in provenzale, rappresenta probabilmente la prima attestazione poetica


mai scritta prima nella nostra lingua.

Io sono quello che bene non ho

1. Son=apocope

2. Aio=ho, da aggio

Né giammai non l’avrò

1. Averò=avrò

Futuro provenzale: verbo all’infinito + verbo avere flesso:

- avere + ho= averò; avere + hai= averai; avere + ha= averà

Futuro spagnolo: tendr + he= tendrè; tendr + has= tendras; tendr + ha= tendrà

REGOLA: in tutte le lingue romanze, il futuro si fa mettendo insieme l’infinito e le varie forme
flesse del verbo avere al presente.

Né per aprile né per maggio

1. April= comporta un’apocope

Se per la mia donna non ho;

1. ma donna= mia donna, francesismo. Conservazione della “a” finale e sincope della post
tonica nei proparossitoni (=parole sdrucciole)

2. ò=ho; abbiamo due modi di dire “ho”: aggio e o. Perché non ha la “h” davanti, mentre in italiano

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c’è? Per una ragione etimologica: per distinguere “o” congiunzione “o” verbo.

Una delle donne sicuramente corteggiate da Raimbaut de Vaqueiras, dove corteggiare=elogiare


alla maniera dell’amor cortese (trattare la donna da “domina”, nobil dama) era Beatrice, la
sorella del suo protettore, Bonifacio di Monferrato (Piemonte), grandissimo marchese.

Che differenza c’è tra marchese e conte? Il primo governa su una marca, non su una semplice
contea come il conte. La marca è una contea di confine, ed è più importante perché è un
territorio a diretto contatto con il nemico e quindi il marchese riceve più potere dal re.

Raimbaut, da giullare, verso la fine del XII secolo si presenta dal marchese ed essendo un
bravo giullare, prode e valoroso, Bonifacio gli conferisce l’onorificenza di cavaliere.

Il corteggiamento non avveniva attribuendo all’amata il vero nome, ma attraverso un “senhal”,


ossia uno pseudonimo. Il segnale della dama amata da Raimbaut usato alla corte di Bonifacio
era “bels cavaliers” (=bel cavaliere), perché come lui era diventato cavaliere, così si
rispecchiava in una donna che rappresentava un bel cavaliere.

Poiché nel sistema di corteggiamento medievale la donna è al di sopra dell’uomo, veniva


definita “mi dons” che equivale a “mi domina”=il mio padrone.

è certo che nel suo linguaggio

1. so lengaio= è un francesismo, viene dal francese “lengaticu” e questa è la prima volta


in cui appare il termine linguaggio.

La lingua ormai è legata al concetto di nazione, ci viene imposta. Nel medioevo non c’era
questo legame, prima di tutto perché non esisteva il concetto di nazione. Prima il termine lingua
indicava lo spazio geografico in cui veniva parlata una determinata lingua.

“La lingua non è altro che un dialetto che possiede un esercito.” (poiché dietro alla lingua c’è uno
stato, essa viene imposta a livello politico.)

Il dialetto esiste nei confronti della lingua solo perché è imposto il concetto di nazione. Più è forte
uno stato, più la lingua viene imposta. Per Dante non esistono i dialetti, ma varietà di linguaggi.

La lingua oggigiorno è la lingua che si parla in maniera generalizzata all’interno di una nazione, i
dialetti sono tutti delle sotto varianti che sarebbero potute diventare lingue ma non lo sono diventate.

In Italia per esempio si generalizza il fiorentino perché era utilizzato dai letterati più famosi e importanti,
come Dante, Boccaccio e Petrarca. Non c’è una ragione politica, perché alla fine l’Italia era fatta dai
piemontesi che comunque non imposero il loro dialetto, ma imposero la lingua della cultura.

Lingua= idea/concetto sovraordinato, idioma, spazio geografico in cui si parla una determinata
varietà che si oppone nettamente ad un’altra

Linguaggio= quello che si parla hic et nunc, l’equivalente della “parole”di


Saussure la sua grande bellezza dire non so

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1. beutà= bellezza; la u deriva dal francese. La laterale (l) di fronte a consonanti, in tutte le zone con
sostrato celtico, tende a vocalizzarsi => veniva già in latino, e viene ancora, pronunciata
lOMoARcPSD|1624873

avendo come punto di articolazione il velo palatino, la parte molle del palato. Quindi L di
fronte a consonante diventa U. (Raimbaut=>Rimbaldo=>Rimbaudo).

“Beutà” proviene da bellitate=>beltate=>beltà, forma apocopata. Bellitate è una forma


deaggettivale di bellus, aggettivo che sostituisce pulcher (pulchra, pulchrum) latino
che si perde in tutta la Romània.

Come si arriva da bellitate a beutà?

Vi è la caduta di una vocale, a causa della Legge di Darmesteter che dice che quando in latino abbiamo
parole quadrosillabiche e presentano un accento secondario (in questo caso, l’accento secondario cade
nella e: bè), tutte le vocali che seguono l’accento secondario cadono, tranne la a finale che anche nei
quadrisillabi si mantiene. Questa legge vale solo per il francese; in italiano solo nei francesismi.

Francesismo vs Gallicismo: dama, viene da dame, termine francese. Quando invece una
parola può essere un prestito sia dal francese che dal provenzale, si parla di gallicismo.

Belltate: la consonante va via per apocope=> Belta=> la laterale si trova difronte una
consonante=> Beutà

çhu= più; il nesso PL dà origine a qualcosa di affine per lo più in Sud Italia. In alcuni dialetti del
Nord Italia invece abbiamo un esito scritto quasi allo stesso modo, tranne per la c cedigliata,
che viene pronunciata come una “s”. Dal punto di vista grafico è poi simile anche alla z. Con
questa lettera si poteva indicare sia un suono vicino al /ki/ (=>/kiu/) sia a /tʃ/ (=>/tʃu/).

Questa parola proviene da un manoscritto probabilmente copiato a Napoli in epoca Angioina,


in cui c’erano i francesi ma anche Boccaccio. Questa forma quindi da un lato può rinviare al
francese, a un dialetto del Nord Italia e anche al genovese.

Sicuramente non è toscano, perché PL evolve in PI.

Planus=>piano in italiano=>chiano in napoletano=> hiano in castigliano=>plan in francese


(nesso consonantico uguale)

più fresca è del fior del glaio (gladiolo)

1. flor= viene dal latino flor,floris che nel latino volgare diventa flore.

In toscano divienta “fior”, perché il nesso consonantico FL si trasforma in FI. Quindi “flor”
sarà ancora una volta un termine di un dialetto del Nord, influenzato dal francese.

2. Partirò= infinito + flessione di avere al presente

e per questo non me ne allontanerò.

Abbiamo detto che lo schema rimico di questo componimento è ABABABAB e uno schema sillabico
di tutti ettasillabi (7,7,7,7,7…). La terminazione rimica femminile si crea apponendo un piccolo apice
nel numero. Abbiamo poi uno schema gonico, ossia lo schema del genere delle rime (m,f,m,f,m,f).

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Differenza tra prima e seconda strofa: innanzitutto vi è una differenza onomastica, ossia i
nomi dei versi sono diversi. Quello che i metricologi francesi chiamano ottosillabo, i
metricologi italiani lo chiamano ottonario. Quello che per noi è un endecasillabo, per i francesi
è un decasillabo, perché l’ultimo accento cade sulla decima sillaba.

Per avere una tavola di equivalenze dei versi computati all’italiano e quelli computati alla
francese, dobbiamo sempre aggiungere o togliere una sillaba. (ITA+1; FRA-1).

Pentasillabo francese=> Senario italiano

Enneasillabo=> Decasillabo

Nelle corrispondenze, la nomenclatura è importante. La nomenclatura dei versi italiani è dovuta a


Dante Alighieri. Questo perché l’italiano è una lingua la cui maggior parte delle parole sono piane
(tutte le rime della Divina Commedia sono piane). Perché? Perché in italiano non cade l’ultima
vocale. Provenzale e francese invece hanno una preponderanza di parole tronche, perché l’ultima
vocale cade sempre (tranne la A). Tuttavia non tutte le parole italiane non sono piane, e il
“Discordio” ne è la prova in quanto contiene rime alternatamente piane e tronche. Le rime tronche
e sdrucciole sono bandite nella poesia italiana.

Discordanza metrica: per un poeta è fondamentale che tutte le strofe/coblas siano uguali tra di
loro, questo dato rappresenta la concordia, l’armonia (=principio universale). Tuttavia Raimbaut
non segue questo principio e crea versi discordanti.

Primo verso= 7 maschili; Secondo verso= 7 femminili => ettasillabi alternatamente


maschili e femminili (alla francese), mentre in italiano si chiamerebbero “ottonari” e basta
perché non distinguiamo le rime in generi.

Ottonario= verso in cui l’accento cade sulla penultima sillaba.

Lo schema rimico della prima stanza era ABABABAB e anche nella seconda stanza=> schema
rimico uguale.

Lo schema sillabico della prima e della seconda stanza è anche uguale (=ettasillabi).

Lo schema gonico della prima stanza è M/F (x4), mentre nella seconda stanza è F/M (x4).
Di conseguenza l’elemento di discordanza nel “Discordio” corrisponde al genere delle rime.

Cobla III

E’ scritta in francese. All’epoca in Francia non esisteva ancora la pronuncia della uvulare, la
vibrante (= la “r moscia”). Nell’italiano, oggigiorno, parlare con la “r moscia” non viene considerato
più un errore, bensì viene considerato un tratto quasi nobilitante perché gran parte della
popolazione alta-locata ha cercato di imitare il parlare francese, considerato sempre di livello
superiore. Inoltre una larga parte dei ceti più ricchi provengono dal Nord Italia.

Bella dolce donna cara,

1. belle= primo tratto evidente è quello dell’evoluzione della “a” in “e”.

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2. douce= secondo tratto importante. Nelle lingue gallo-romanze vi era anche la variante
femminile di dolce, ossia dulcia. Partendo dal termine latino dulcia, dove la c era velare /k/.
Dulcia=>dulce e la c diviene affricata e in seguito una sibilante nel passaggio al francese.
Cosa accade alla laterale? Di fronte a consonante diventa u=> douce. I dittonghi in ou
monottongano nel suono u, tuttavia la grafia si mantiene. OU non è dittongo, ma digrafe e
serve per distinguere due suoni: /ou/ (=u) da /y/ (=suono simile tra la u e la i, ossia
pronunciando i con le labbra impostate come per la u).

a voi mi dono e mi concedo;

io non avrò mai gioia intera

se io non ho voi e voi me.

Molto siete cattiva guerriera,

se io muoio per buona fede,

ma giammai per nessuna ragione

mi allontanerei dalla vostra legge.

La fonte è il testo che è all’origine di un determinato fenomeno letterario o movimento linguistico. Pio
Rajna scrisse le fonti dell’”Orlando Furioso” e cerò tutti i testi che potevano aver ispirato Ariosto.

Intertestualità: nozione scientifica; i testi e gli autori dialogano tra di loro. Nel momento in cui
Dante cita Virgilio, è come se stesse parlando con lui e allo stesso tempo con noi.

L’intertesto è l’insieme dei testi in dialogia tra loro. E’ molto frequente il dialogo ravvicinato
attraverso l’arte allusiva. Più si riesce a nascondere e ad alludere, più l’opera sarà di alta qualità.
Talvolta l’intertestualità è totalmente palese ed evidente.

Ritorniamo al Discordio: l’esperienza della poesia trobadorica inizia verso la fine dell’XII secolo
e gli inizi del XII. Il primo trovatore noto è Guglielmo IX duca d’Aquitania e i suoi componimenti
risalgono tra la fine del 1000 e i primissimi anni del 1100.

Nella terza stanza, Raimbaut attinge ad una lingua già ampiamente utilizzata, ossia il francese antico,
dai trovieri (Francia del Nord) che imitano i trovatori (Francia del Sud). Quando Raimbaut scrive, c’è
già chi ha iniziato a scrivere poesia lirica, tra cui Conon de Béthune (scheda) che fu collega del
primo durante la terza e quarta crociata. I due infatti si conobbero durante la quarta crociata.

Conon, troviero del Nord, scrive in francese. E’ nobile d’alto rango e anche più anziano di
Raimbaut. Essere nobili significava però andare in guerra. Conon scrisse l’opera durante la terza
crociata e quindi precede l’opera di Raimbaut.

Tra il Discordio e l’opera di Conon (che non ha un titolo) c’è un’intertestualità incipitaria:
- Belle doce Dame chiere=> primo verso di Conon, uguale alla terza strofa di
Raimbaut (“Belle douce dame chiere”)

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Raimbaut riprende anche la rima: entiere, nule maniere, guerriere. Sceglie proprio quell’incipit
perché gli serviva un incipit ettasillabico e femminile.

Lo schema gonico della terza cobla di Raimbaut è uguale a quello della seconda: F/M.

Rima= equivalenza fonica tra due parole a partire dall’accento.

(il) Rimante= lemma rimato; la parola che rima con le altre.

-ere: rima / guerriere: rimante

Quindi Raimbaut riprende: l’incipit, la rima in –ere, e i rimanti (entiere, guerriere, nulle maniere).

Nule maniere/nulle maniere= avviene ciò che Cesare Segre, grande filologo romanzo, ha
chiamato la Legge di Vischiosità: fenomeno secondo cui alla ripresa di un rimante viene
associata anche la ripresa della parola (o parole) immediatamente precedente. La ripresa può
anche essere solo fonica: ma guerriere/male guerriere. Il suono di queste ultime parole è infatti
simile, tuttavia il significato è diverso.

La struttura metrica del componimento di Conon è diversa da quella del Discordio di Raimbaut:

1. Schema rimico: AABBAABBAABA

2. Schema sillabico: 773777377737

3. Schema gonico: FM

Rime della Cobla I della canzone:

A: -ere

B: -is

Rimanti in –ere: chiere, entiere, arriere, proiere, fiere, maniere, guerriere

Rimanti in –is: pris, Paradis, mis, amis, forfis

Lo schema delle rime, delle sillabe e l’organizzazione gonica è sempre uguale. Tuttavia tra una
cobla e l’altra cambiano le terminazioni rimiche e i rimanti:

Rime della Cobla I della canzone:

A: -ie

B: -ous

Rimanti in –ie: die, partie, pie, Surie, fie, Abeie, mie


Rimanti in –ous: irous, covoitos (variante grafica normalissima nel Medioevo), vous,
plorous, Soffraitous

Prima e seconda strofa: stesso schema rimico, stesso schema sillabico e stesso schema gonico.

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Il DIscordio di Rimbaut si chiama così perché ha lo stesso schema rimico, lo stesso schema sillabico
MA diverso schema gonico (prima strofa MF, seconda FM, terza FM) che cambia continuamente e va
contro la regola secondo la quale le strofe devono essere organizzati in modo uguale.

Mentre nel caso di Raimbaut il componimento è perfettamente isosillabico (solo versi di 7 sillabe),
nel caso di Conon il numero di sillabe variano (si alternano tra le 7 e le 3).

Bella dolce donna cara,

1. Belle: vedi sopra

2. douce: vedi sopra

3. chiere= il nesso CH, occlusiva velare sorda + a, nel provenzale del Sud resta tale come in
italiano. Questo tratto distingue il provenzale del Sud da quello del Nord, in cui invece la velare
diventa una affricata “cha” (=cià). L’esito finale francese è il prodotto del passaggio dalla
affricata /tʃ / alla fricativa semplice /ʃ/. Quindi: CA=>CHA=>la a diventa e=>CHE (con
perdita dell’elemento consonantico della c che diventa ʃ ).

a voi mi dono e mi concedo;

1. m’otroi= mi concedo, deriva da “auctoricare”. Da questo termine deriva il termine “autore”


(colui che scrive) che confligge con altri significati del medesimo significante. Si pensi al
termine “autorità”= capo, responsabile, qualcuno ritenuto più importante rispetto ad altre
persone; oppure si pensi al termine “autoritario”= qualcuno che esige, che va rispettato ;e
ancora al termine “autoritarismo”= una sorta di dittatura. C’è quindi una differenza
abissale da un punto di vista semantico (del significato) che va da autore ad autoritarismo.

Per capire le ragioni di questi passaggi si pensi ad uno dei versi che Dante rivolge a
Virgilio dicendogli “Tu sei lo mio maestro e lo mio autore”. Per capire cosa significa “essere
autore di qualcuno” si deve fare risalire al concetto di autorità, ossia il latino auctoritas. Un
auctoritas è il testo a partire da cui gli autori, dai tempi del medioevo, ragionavano. La
Bibbia per esempio rappresenta un auctoritas, non si può contraddire.

Quindi quello che voleva dire Dante è che Virgilio rappresenta il testo sacro da cui egli
parte e ragiona, una sorta di dogma. Da qui il concetto nostro di autore.

Allo stesso tempo “auctor” è anche autorità, concetto che si è sedimentato nel sistema
lessicale dell’italiano e ha dato luogo a parole differenti nel loro significato anche se simili
nel loro significante.

Nel francese, mediante suffisso, questo termine ha dato origine ad oitroi, simile ad “octroi”,
che significa “concedere”. Un auctor può concedere, un re può fare delle concessioni.

In questo caso il trovatore sta dicendo alla dama che le dona e le concede la sua persona, in
quanto proprietario di quest’ultima. Questa è una formula feudale, in quanto il vassallo subito
dopo l’investitura e l’addobbamento (=rituale in cui il signore colpiva sulla nuca l’iniziato),

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concedeva la sua persona al signore, automaticamente diventava suo uomo, di sua proprietà=> Il
trovatore fa sì che la dama sia proprietaria della sua persona.

io non avrò mai gioia intera

joi’= la parola gioia italiana deriva dal francese “joie”, che a sua volta deriva da “gaudio”. La AU
(dittongo tipico provenzale) di gaudio diventa O=> di fronte alla o, il primo suono è della velare
occlusiva sonora [g], che diventa un’affricata sonora [ʤ]. Se togliamo l’elemento consonantico,
rimane solo la fricativa sonora [ʒ]. Questo perché le consonanti velari generalmente accanto ala
A, diventano prima affricate e poi fricative. “Gioia” non proviene da “gaudio”, bensì dalla sua
forma femminile del latino volgare “gaudia”.

se io non ho voi e voi me

moi= il latino “me”, con e chiusa, dà luogo a moi.

Molto siete cattiva guerriera,

Il signore feudale deve proteggere e difendere il proprio vassallo in cambi o della sua fedeltà e
lealtà. In questo caso la dama, che rappresenta il signore, detiene la proprietà il cuore, l’anima e il
corpo del poeta e di conseguenza ha degli obblighi nei suoi confronti. L’obbligo è la protezione, se
quindi il vassallo muore nonostante la sua fedeltà, il signore feudale è colpevole. Se quindi la
donna fa morire il poeta, non è una “buona guerriera”, ossia non rientra nel quadro del sistema
cortese che vuole che il buon guerriero protegga il proprio vassallo.

se io muoio per buona fede,

foi= fede che deriva dal latino fidem=> fide. La i di fidem sarà stata breve, e per questo diventa e
chiusa, per questo in italiano diventa fede, con e sempre chiusa. Anche in francese la e finale cade, la
d finale cade, la i breve diventa e chiusa e a sua volta questa dittonga in “oi”. In quest’esito la i breve
coincide con la e lunga, che danno entrambe l’esito di e chiusa in italiano, e oi in francese.

ma giammai per nessuna ragione

mi allontanerei dalla vostra legge.

Loi= da lex, legis. Partiamo dal caso obliquo legem, esito italiano è legge, con e chiusa. In
francese la vocale finale cade, la consonante immediatamente seguente cade (=consonanti finali
cadono) e quindi l’esito finale francese è loi.

“Legge” però in italiano non fa rima con fede. In francese gli esiti di lege possono rimare con gli
esiti di me e di fide a causa della perdita della parte finale: lege=>loi / me=>moi /
fidem=>fide=>fid=>fi=>fe=>foi

Sistema semio-rimico: la rima associa due parole, due lemmi, in sé semanticamente distanti.

Il poeta qui dice che in ogni caso sarà leale e fedele alla legge che la donna ha dettato
(“dettar legge”=dittatore) e che continuerà a seguirla nonostante tutto.

In questa terza strofa quindi il poeta concede anima e corpo alla propria dama.

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Joi’= gioia fisica e spirituale insieme. In francese è femminile “joie”, in provenzale è maschile
“joi”. L’equivalente italiano deriva dal francese, che a sua volta deriva dal latino “gaudia”, di
conseguenza si tratta di un gallicismo.

Questa strofa è messa al centro per spiegare il sistema ideologico che sta dietro il Discordio,
ossia il sistema feudale, in cui la donna rappresenta il signore feudale.

La chanson francese corrisponde alla canzone italiana. Traduzione della chanson di Conon de Béthune:

Bella dolce donna cara

la vostra grande bellezza integra

Beautés= bellezza; ha una s segna caso che sottolinea il caso retto

mi ha così preso

che, se fossi in Paradiso,

Iere=congiuntivo del verbo essere

tornerei indietro,

a patto che la preghiera

convent= convento, che deriva da “convenire”=> essere d’accordo, accordarsi, concordare,


fare un patto. Nel provenzale infatti significa “patto”=> “por convent ke”=> “a patto che”

mi portasse

m’eust mis= mi avesse messo=> mi portasse

laddove io fossi vostro amico

che verso di me non foste tanto fiera

fiere= non si tratta di fierezza, ma del significato che proviene dal latino: belva, quindi crudele.

perché mai in nessuna maniera io venni meno

tanto che voi foste la mia guerriera.

Nonostante tutto non tralascerò di dire

Lairai= lasciare, tralasciare

una parte dei miei mali

come persona che è triste e adirata.

Irous= iroso, irato

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Disfatto abbia il corpo desideroso

Covoitos= proviene da cupidigia, cùpido, cupitoso

falsa, più varia che pia,

vaire= varia, mobile, che cambia opinione

fausse= falsa; la laterale di fronte a consonante diventa u, la a finale diventa e, il dittongo au in


francese monottonga= falsa=>fausa=>fause

poiché mi inviò in Siria!

La donna fa sì che il poeta vada in Siria alla crociata. Si tratta di una finzione retorica, in quanto il
poeta sarebbe partito comunque per partecipare alla crociata.

Già per voi

non avrò mai gli occhi piangenti.

Plorous= plorar, piangere

Folle è chi si fida di voi,

perché voi siete l’Abazia

di coloro che soffrono

così non vi amerò mica.

Ritornando al Discordio:

Cobla IV

La lingua con cui è scritta è il guascone. D’Artagnan proveniva dalla Guascogna, sud-ovest della
Francia, la cui capitale è Bordeaux.

Nella Wasconia, tra la Spagna e la Francia, abitavano i Baschi, da cui proviene il capo
d’abbigliamento “basco”. W sta per una labiovelare [g], e quindi “Wa” diventa “Gua”. I baschi
non parlano la lingua romanza.

Donna, io mi arrendo a voi,

Poiché siete la più buona e bella

Che mai ci fu, e gagliarda e prode,

Se solo non foste con me tanto crudele.

Hera= fiera, crudele; presa da “fiere” di Conon de Béthune. Hera proviene da “fera”, la cui e era breve.

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Nel guascone abbiamo “hera” a causa dell’influsso basco.

Hossetz= foste

Molto avete belle sembianze

E colore fresco e novello

Sono vostro, e se vi avessi

Nulla mi angoscerebbe.

COBLA IV

Strofa in guascone, lingua molto in disuso e considerata quasi una sorta di dialetto dell’occitanico
pur non essendolo. Raimbaut de Vaqueiras fa discordare i linguaggi e la presenza di tale lingua
lascia dedurre che per il poeta fosse al pari dell’italiano, del provenzale, e così via. Non solo si ha
chiara l’idea che le lingue non siano qualcosa di già precostituito, ma tendono a formarsi sulla
base di un insieme di caratteri (politico, storico) bene definiti. Per quanto è possibile sapere, il
guascone sarebbe potuto diventare una lingua in sé: non lo è diventato per ragioni di darwinismo
linguistico. Raimbaut de Vaqueiras, quando scrive questo testo, ha presente in parte lingue con
un minimo di letteratura al loro seguito, anche se a livello giullaresco e popolare; ci sono in effetti
trovatori, come Marcabrun, che provengono dalla Guascogna.

Donna, io mi arrendo a voi

1) “rent”, “rendere”: vi è la resa del poeta per la donna amata, di nuovo si utilizza un
linguaggio guerresco.
2) Bos betacismo: fenomeno diffuso in tutta l’area romanza per cui si utilizza la labiale sonora
(b) al posto della fricativa labiodentale sonora (v).

Poiché siete la più buona e bella

1) coar “car”, “poiché”, discende dal latino “qua re”, caduta della –e finale. Nel guascone si
ha il dittongamento –oa- che è tipico di quest’area e che si ritrova soltanto in questo
componimento.
2) bon’ elisione della –a finale, anche se in guascone tendenzialmente si conserva.
3) bera rotacismo: fenomeno per cui una liquida vibrante (r) sostituisce un’altra consonante.

Che mai fosse, e gagliarda e prode,


1) gagliarda connotazione di forza e baldanza, francesismo. La particolarità di questo
termine sta nel suo impiego, poiché attribuito ad una donna: è bene, tuttavia, ricordare che in
questo componimento l’amata è considerata un Behls Cavaliers.

Solo che non foste così fiera.

1) hossetz *fossetz, sostrato basco

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2) hera intertestualità rimica, legge di vischiosità che si estende all’intero verso (v. “Belle doce
dame chiere” di Conone de Bethune).

Il rotacismo crea una rima tra bera e hera che altrimenti non ci sarebbe stata. È molto
importante studiare gli ambienti semio-rimici, cioè le strutture semantiche create dai
collegamenti tra i rimanti.

Avete molto belle apparenze

1) haisos in FR faisons, da fazione, “maniera”, il modo in cui la donna, gentilmente, si pone.

E un colorito fresco e giovanile.

1) color genere femminile. I sostantivi con suffisso in –or nelle lingue gallo-romanze sono
femminili, mentre in italiano sono maschili.
2) noera rotacismo, “novella”, qualcosa di nuovo, giovanile quindi. La v tende al
dileguo nel guascone ed è un tratto tipico di tale lingua.

Io sono Vostro, se vi avessi

1) Boste betacismo, “voste”


2) si.bs punto marcante un’enclisi: fenomeno linguistico che ha luogo quando una parola
si appoggia ad un’altra, come se fosse agglutinata, perdendo l’elemento vocalico (elemento di
forza della parola stessa) “si bos” (pronome enclitico).

Non sarei costretto da nessuna fibbia.

1) destrengora destregner, “stringere”. Termine importante perché caratterizza l’angoscia


d’amore. Spostando l’attenzione sul canto V, Inferno (Paolo e Francesca), Francesca dice: “Noi
leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun
sospetto”. Amore è il sentimento che apporta questa stretta dolorosa. Parafrasando al nostro parlato,
ci si sente “costretti” quando una data circostanza non prevede alternative, causando oppressione.
Analogicamente, angoscia deriva da angustia: un luogo angusto, appunto, è un luogo stretto.
2) hiera “fibbia”, da “fibella” (“fibula”). Ciò che costringe, che stritola, nel senso fisico, è
proprio la fibbia. La perdita della concretezza è tipica dell’età moderna. Nel Medioevo, invece,
si aveva un’idea ben precisa di ciascun dato sentimentale.
Schema rimico: abababab. Schema metrico: eptasillabico. Schema gonico: m/f.

COBLA I, Provenzale: m/f

COBLA II, Italiano: f/m

COBLA III, Francese: f/m

COBLA IV, Guascone: m/f

COBLA V, Galego-Portoghese: f/f

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La discordanza si gioca tutto sollo schema gonico.

COBLA V

Galego-portoghese lingua parlata da tutta la penisola iberica, lingua della poesia lirica. Si ha una sorta
di specializzazione delle lingue a seconda dei generi (v. pag.1). Gli arabi conquistano di fatto tutta la
penisola iberica: nel X secolo, gli Arabi impongono su gran parte della popolazione 8crstiani compresi)
la loro lingua, ma mantengono una certa tolleranza, nel senso che le popolazioni abitanti parlano un
bizzarro miscuglio di arabo e romanzo (lingua mozarabica). Inizia, in questo periodo, una potente
Reconquista dei territori iberici da parte dei cristiani fino alla fine del XV secolo, quando gli Arabi
vennero definitivamente cacciati da Cordova (1492). I principati che stanno a nord si occupano di
scendere lungo il corridoio, fino al sud. Le lingue che vengono parlate nella Galizia (avente come
capitale Santiago de Compostela) vengono imposte a tutta la striscia occidentale della penisola
iberica, motivo per cui i portoghesi parlano una lingua completamente derivato dal galego, lingua della
poesia lirica. Un grande re, Alfonso X di Castiglia, detto El Sabio, ha avuto un ruolo fondamentale
per la trasmissione della cultura araba ai cristiani e viceversa, scrisse (o fece scrivere) trattati, libri di
storia, romanzi; tuttavia, i suoi componimenti lirici sono tutti scritti in galego. Solo dal XV secolo in poi
si diffuse il castigliano nella lirica. Quando Raimbaut scrisse questo componimento probabilmente era
già presente una certa letteratura galego-portoghese, pur non avendo attualmente attestazioni di ciò.

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Schema gonico: f/f. Si ha una terminazione maschile quando non c’è un’atona dopo. In questa
cobla non esistono terminazioni maschili, ogni parola termina con una sillaba atona.

Preito=> deriva da “placitum”, che in italiano diventa “placito”.

I primi testi più antichi placiti sono campani=> testi in lingua italiana, primi testi di tipo giuridico.

Placitum= rappresenta un accordo tra diversi parti, ma anche un momento giuridico, in cui si
arriva ad una soluzione mediante un giudice.

Placet= “piace”, avere consenso

Plà/ci/tum= proparossitono=> sincope della post-tonica=> cade la i=> plactum. Il nesso


consonantico secondario CT in molte lingue dà luogo a IT. Conservazione della u che diventa o.
Nesso PL evolve in PR=> tratto tipico che caratterizza il galego e il portoghese, ma non fa parte
del castigliano. Evoluzione del dittongo AI in EI. Caduta della consonante finale.

Placitum=>Plactum=>Plaitum=>Plaitom=>Praitom=>Preitom=>Preito

Exermentado= participio passato

Consonantismo intervocalico= consonante tra due vocali: in italiano, quando troviamo una dentale

sorda [t], resta inalterata. Es: Todo= Toto latino, raddoppia in


“totto”=>tutto. EI= dittongo AI anche in EI=> J’ai (=io ho, francese)
Pein’= elisione della A finale

Maltreito= maltratto. Tratto italiano, tracto: ct=>tt. Stesso nesso in galego evolve in IT, EI diventa
AI, U diventa O.

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I nessi consonantici non sempre si sviluppano in due consonanti, ma anche in vocale+consonante. La
vocale interagisce con la vocale precedente e a seconda di questo avvengono anche altre evoluzioni.

Maltreito in questo caso ha significato di sinonimo di pena

Traere= ha più significati=> maltreito sarebbe “trarre male”, e quindi un malessere

Noit= noite; nocte latino: CT=>TT in italiano; il nesso CT in spagnolo evolve in affricata CH (=>noche)

Jatz= probabilmente usa un gallicismo, in quanto non è una parola in galego-portoghese.

Leito= lectum latino=> lett: E+CT, resta tale perché così può rimare con “maltreito”

La E finale è l’elemento che distingue francese e spagnolo

Lacte= lait, ai=>e, monottongamento del dittongo

Leche= e finale si conserva, CT=>CH (passaggio prima da laite a leche)

Mochas= muchas => molte: LT=IT=> CH

Vesperado=rotacismo

Falid’= fallire, sonorizzazione della dentale sorda

Elisione della O, perché è a contatto con un’altra vocale

Cuidado= cogitare=> pensare

TORNADA

La tornada, come si evince dal nome, è qualcosa che ritorna: si pone a fine componimento e torna
su alcuni aspetti fondamentali del componimento. Questa tornada è molto particolare e non è da
considerare tipica delle tornadas trobatoriche, come del resto è peculiare anche il discordo: non
ha una struttura strofica regolare, è scritto in lingue differenti giustapposte (una cobla = una
lingua), ogni stanza era presumibilmente cantata su melodie diverse. La tornada non fa altro che
prendere le stesse lingue nel medesimo ordine in cui compaiono nel testo, riproponendo un distico
per ciascuna di esse e, di conseguenza, le stesse rime.
DISTICO I, Provenzale: -ar/-atges

DISTICO II, Italiano: -aio/-o

DISTICO III, Francese: -ere/-oi

DISTICO IV, Guascone: -os/-era

DISTICO V, Galego-Portoghese: -eito/-ado

Per questo motivo, la tornada è l’unica stanza che non presenta 8 versi, bensì 10.

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Bel Cavaliere, tant’è cara

1) Belhs Cavaliers senhal: pseudonimo dietro cui si cela sempre l’identità della dama. Era
assolutamente vietato dai principi cortesi menzionare con nome e cognome la donna amata.
Questo era perché la donna non doveva essere assolutamente riconosciuta: in genere, l’amore
cortese è un amore adultero o comunque mai un amore legale, sempre al di fuori del matrimonio
e dalle promesse di matrimonio. La donna è vista come un cavaliere e questo è in realtà un dato
biografico molto importante: Raimbaut era stato insignito di questa importante onorificenza da
Bonifacio di Monferrato, suo signore. Nel momento in cui si rivolge alla sua signora, la chiama
proprio così: si tratta certamente di una donna, molto probabilmente di Beatrice di Monferrato.
2) car “cara”, “preziosa”, “affettivamente rilevante”. La signoria della donna è
affettivamente importante e portatrice di benefici a livello economico.

La vostra onorata signoria

1) onratz nel sistema ideologico feudale, vale due entità. Da un lato, un’entità molto
astratta, simile alla nostra concezione di onore, una questione morale. Dall’altro lato, l’aspetto
più concreto: l’onore è anche il possedimento del feudo o in genere, di beni materiali. Qualcosa
che è onorato (concetto di natura strettamente economica) è qualcosa di ricco, dotato di
possedimenti. Allora, avere degli onori significava sì, essere una persona di rispetto, ma anche
essere ricco a livello immobiliare. Questo elemento consuona con il termine car: l’affettività
passa attraverso lo stesso termine che denota opulenza.

Che ogni giorno mi agghiaccio.

Oh me lasso, che farò incipit tipico delle “canzoni di donna”, un genere arcaico in cui viene
rappresentato il dolore per la lontananza dell’amato che parte in guerra e per la sorte che
colpirà la fanciulla se l’amato non dovesse far ritorno. Probabilmente Raimbaut riprese questo
incipit da una produzione popolare presente nel Monferrato o, più in generale, nel nord Italia.

Se colei che ho più cara

Mi uccide, non so perché?

Mia donna, per la fede che vi debbo

Né per il capo di Santa Quitera Santa venerata in Guascogna. Qui Raimbaut fa prorpio il
verso ai guasconi.

Mi avete sottratto il cuore

E me lo avete rubato parlando molto gentilmente.

1) Belhs Cavaliers: vocativo. In provenzale, il vocativo è un caso retto (come il


nominativo). Il caso retto, al singolare, presenta la –s finale. Il caso obliquo, al singolare, non ha
la –s finale. Il caso retto, al plurale, non presenta la –s finale, mentre l’obliquo al plurale presenta
la –s finale.

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RS OS RP OP

-s -s

Nel francese moderno si ha per il singolare e –s per il plurale per una frequenza d’uso. La prevalenza
dei casi obliqui plurali su quelli retti fa sì che questi ultimi cadano in disuso: per questo si ha questo
esito linguistico. Nelle lingue romanze moderne non esiste più la declinazione bicasuale.

CASI RETTI: nominativo (soggetto), vocativo (compl. di vocazione)

CASI OBLIQUI: genitivo (compl. di specificazione), dativo (compl. di termine), accusativo (compl.

oggetto), ablativo (compl. mezzo, luogo, causa, fine, argomento…).

Bello Bels Bellus

Cavaliere: francesismo. In italiano sarebbe stato cavallaio. Il suffisso latino era –arius (“colui
che aveva a che fare con”, “colui il cui mestiere è”) cavallarius.

Nelle lingue gallo-romanze, -arius evolve in –ier. Questo stesso suffisso, in italiano, dà luogo ad –aio
(marcatore di mestiere). La differenza sta nell’impiego dei suffissi: i mestieri di rango più basso
avevano il suffisso in –aio oppure –aro (al sud), quelli più nobili in –iere. L’assunzione del francesismo
è dovuto anche all’importazione della tradizione cavalleresca dai Franchi (e che riesce ad imporsi,
grazie a Carlo Magno, in tutta l’Europa), praticamente l’istituzione più forte in epoca medievale.

Differenza tra “Cavaliers” (provenzale) e “Chevaliers” (francese).

CA- inizio di parola trattamento differenziato, in ambito gallo-romanzo, del nesso ca- ad inizio
di parola.

1)
CA- Provenza del sud
Area occitanica

2) CHA- Provenza del nord


3) CHE- Francia Area oïtanica [evoluzione in –e- di –a-]

Tant es car caduta della vocale finale: in provenzale le vocali di fine parola cadono, tranne la –a.

Trattamento di –a- tonica in provenzale: FR -e- (+ evoluzione del nesso ca-).

Vostr’onratz 1) vostr(e): caduta della vocale finale che, però, viene poi reintegrata per ragioni
eufoniche. 2) onratz caso nominativo singolare, presenza di –s affricata (può essere anche “onraz”
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oppure “onrats”). Legge di Darmesteter: nei quadrisillabi con accento secondario, la post-
tonica dell’accento secondario cade, tranne –a-.

1)
honoratu hóno|2) rÀtu 1)
accento secondario | 2)
accento primario

33
Questa legge è applicabile al provenzale, al francese, alle lingue ibero-romanze , ma non all’italiano.

Senhoratges suffisso in –aticu con sincope della vocale post-tonica. Caduta della –u-, presenza
di –e-eufonica.

Cada da ά, gr. e presente nel vocabolario spagnolo con il significato di “ogni”; persistente nel
dialetto napoletano. Presente in italiano solo in “caduno”, “cadauno”.

Jorno diurnus | dies dì.

Farò formazione del futuro in tutte le lingue romanze: infinito + verbo “avere” “fare ho”.

Sele, chiere -e finale marcatore di genere femminile, esito francese di una –a finale.

Tue termine molto particolare e distante dal corrispondente italiano, “uccidere”, il cui etimo deriva dal
latino “occido” e da cui derivano altri termini come “occidente”, il cui concetto di base è quello del
cadere. “Uccidere” può essere altrimenti detto “cadere”, l’”occidente” è il punto in cui “il sole muore”.
L’etimo di “tuer” è molto discusso: si presume derivi da “tuor, tutari” e la cui radice indoeuropea sia

quella di “tetto”, “tegola”: il senso è “qualcosa che sta sopra”. Questo “tutari” significava qualcosa
che copre e allo stesso tempo, in riferimento ad una candela, si spegne. Non a caso, quando
qualcuno muore, si dice anche che si è spento. Tutari tutare -a- tonica diventa –e- : tutere caduta
della –e finale: tuter tue.

He sostrato basco, “fe”, la fede.

Bos betacismo, “vos”.

Corasso corazòn (SP), coração (PT), da “coraticone”.

Treito tractu evoluzione del nesso –ct-: -it- . –a- + -i- = -ei- (in galego-portoghese).

Favlan da “fabulare”, sicuramente lingua iberica (v. pag. 3).

Sonorizzazione delle occlusive sorde: una occlusiva sorda in posizione intervocalica, si sonorizza.

Filologo: “colui che ama il discorso, la parola”. Le prime attestazioni indicano che i greci
attribuirono alla parola “filologo” una sorta di passione per ciò che è detto e, in seguito,
per ciò che è scritto. In cosa consiste questa sorta di amore che l’uomo ha nei confronti
del discorso? Nell’attenzione e nella cura.

Studio minuto delle singole parole, dei costrutti, delle lingue, occupandosi di conseguenza
delle società proprio perché la lingua ne è lo specchio. Il principio fondamentale da tenere
sempre presente è che questo lògos, questa dimensione testuale sta sempre al centro. Il
filologo si occupa proprio di un testo, questo è il suo compito.

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Se si volesse porre a sistema la nostra disciplina con tutte le altre, la si potrebbe
chiamare “testologia”, poiché si tratta di una scienza inerente a un discorso scritto. Ma
ovviamente all’origine non interessava il testo scritto, bensì proprio il discorso orale.
Attualmente non possediamo più le capacità per poter analizzare e studiare un discorso
interamente orale, come invece erano in grado di fare i nostri antenati.
Attraverso il discordo di Raimbaut di Vaqueiras, è stato individuato un contesto storico
all’interno del quale si crea letteratura (approccio storicistico alla conoscenza e
all’evoluzione di ogni aspetto) e l’utilizzo di dati biografici ne giustifica e chiarisce la
natura. Il dato linguistico, nella filologia romanza, è molto importante, tra l’altro, perché
narra in modo implicito il processo storico che ha portato alla disgregazione della
Romània e ad un successivo nuov assetto.
Ovviamente la filologia romanza non è l’unica presente: classica (la più antica, l’oggetto di
studio sono il latino ed il greco, lingue affini. Da classis, “classe”, studiata da ceti elevati.
Appartenenti allo stesso ceppo indoeuropeo del sanscrito), germanica, slava, ungro-
finnica, semitica.
Attraverso lo studio della filologia romanza si può attuare un meccanismo di
intercomprensione, per cui è possibile comprendere, attraverso una riflessione sulla
lingua data dallo studio di fenomeni di evoluzione linguistica, una lingua a noi
sconosciuta. Tale intercomprensione è fortemente sentita in Italia perché, fin dall’origine,
la base di partenza per tale riflessione è la comparazione attraverso i testi lirici.

“Mettre en romance” = volgarizzazione di un testo, traduzione in volgare ROMANZO.

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