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Tra Natura e Antico.

La raffigurazione della Sicilia nel De Aetna di Pietro Bembo.

1. Dagli studiosi che ad esso hanno rivolto la loro attenzione il De Aetna è stato
rubricato a «buon esercizio umanistico»1, tutt’al più meritevole d’interesse in quanto
precorritore di temi letterari e motivi ideologici destinati a futura germinazione. E del resto,
è lo stesso Pietro Bembo – venticinquenne al momento della stampa – a indicare nella sua
‘opera prima’ innanzi tutto una pietra di paragone al cospetto della quale porre la propria,
ancorché breve, vicenda intellettuale2: dopo studi impegnativi, che lo hanno condotto in
vari luoghi d’Italia alla sequela dei maestri ritenuti più confacenti alla sua vocazione3, è per
lui il momento di dare pubblica prova di quel valore che sente di aver acquisito. In questi
termini, e con foga agonistica, rappresenta al dedicatario del suo scritto, l’amico e sodale di
studi Angelo Gabriel4, le ragioni che lo inducono al suo primo ‘ufficiale’ cimento letterario.
Se negli anni dell’apprendistato era stato saggio il silere, ora è il momento di prendere la
parola: «Non credo però di dover restar fermo in questo proposito: infatti, come talvolta è
tipico dell’uomo moderato l’astenersi dal parlare, così il tacere sempre con chi si apprezza
è proprio di una persona molto indolente; e, per Ercole!, se nella prima età sono rimasto

1
Così Roberto Fedi, La fondazione dei modelli. Bembo, Castiglione, Della Casa, in Storia della Letteratura
Italiana, diretta da Enrico Malato, Roma, Salerno editrice, vol. IV, 1996, pp. 507-594, a p. 531.
2
Cfr. Fedi, ivi, p. 534: «Si trattava, in realtà, d’un opuscolo di poche carte, un esperimento e poco più di bella
prosa in latino: una sorta di esibizione di capacità umanistiche, a quell’altezza cronologica in verità già
piuttosto consistenti». In proposito, cfr. Giorgio Santangelo, Pietro Bembo e la questione della lingua, in
Letteratura italiana. I minori, Marzorati, Milano 1969, vol. I, pp. 803-840, a p. 804: «Il dialogo gli procurò
l’ammirazione dei dotti del tempo»; e Carlo Dionisotti nell’Introduzione a Pietro Bembo, Prose della volgar
lingua. Gli Asolani. Rime, UTET (seconda edizione accresciuta, «Classici Italiani»), Torino 1966 (ristampa:
TEA, Milano 1989, da cui si cita), p. 10: «un esperimento di bella prosa latina, certificato normale di licenza
d’una perfetta educazione umanistica», benché di stile «di gran lunga più alto del normale». Per altro verso, è
lo stesso autore, in una lettera indirizzata al matematico e storico messinese Francesco Maurolico, a indicare
in quello scritto un frutto ancora acerbo della sua giovinezza, cfr. Pietro Bembo, Lettere, edizione critica a
cura di Ernesto Travi, Commissione per i testi di lingua, Bologna 1987, vol. III, p. 650, n. 1759. Il Bembo,
prima della stesura del De Aetna, si era cimentato in composizioni liriche ed in traduzioni in latino, rimaste
inedite. Di una di esse, l’Encomio di Elena di Gorgia, è stata fornita l’edizione critica: Pietro Bembo, Gorgiae
Leontini In Helenam laudatio. Testo critico, introduzione e note a cura di F. Donadi, L’Erma di
Bretschneider, Roma 1983. Sulle attività di studio e di traduzione del giovane Bembo durante il suo
discepolato messinese, si veda ora Roberto Nicosia, Alla scuola di Omero: Costantino Lascaris e la
traduzione latina dell’Odissea nel De Aetna di Pietro Bembo, in «I Tatti. Studies in the Italian Renaissance»,
17 (2014), n. 2, pp. 303-324.
3
La più efficace messa a fuoco della biografia del Bembo resta quella delineata alla voce «Bembo, Pietro»,
curata da Carlo Dionisotti, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, Roma
1966, vol. VIII, pp. 133-151 [ora in Id., Scritti sul Bembo, a cura di Claudio Vela, Einaudi, Torino 2002].
4
Si veda la voce «Gabriel, Angelo», a cura di Michela Dal Borgo, in Dizionario Biografico degli Italiani,
Istituto per l’Enciclopedia Italiana, Roma 1998, vol. LI, pp. 32-34.
fedele al mio dovere, non devo cadere ora, come gli attori inesperti, nel secondo o nel terzo
atto»5.
Il prologo all’opera sviluppa quindi, sotto il segno dell’amicizia – che, com’è noto, è
un topos fondamentale della cultura umanistica, mutuato nei suoi tratti essenziali dal
modello classico6 –, il motivo del perseguimento della gloria letteraria. E l’amico Angelo,
su questa via, incarna un modello da imitare7, oltre ad essere il testimone di una comune
esperienza, per quel tempo straordinaria: un’escursione sull’Etna, effettuata durante una
fase di eruzione del vulcano.
Uno spunto d’occasione, dunque, dal quale tuttavia l’autore si prefigge di risalire a
un piano più elevato, che chiama in causa l’acume critico dei suoi potenziali lettori. Anche
perché l’approccio al testo comporta una duplice possibilità ermeneutica: per un verso,
stimola la curiositas di chi legge attraverso la dilettevole narrazione della visita ad un luogo
d’eccezione, il monte Etna, in un momento anch’esso eccezionale, qual è quello
dell’eruzione8; ma per altro verso, costituisce una dimostrazione di quanto siano stati
proficui, anche sul piano pratico, quegli studia humanitatis a cui l’autore si è applicato con
tanta solerzia, e grazie ai quali ha acquisito quella sensibilità, diremmo oggi scientifica,
indispensabile per discernere i caratteri reali della natura.
Il racconto del viaggio sull’Etna offre insomma al giovane Bembo la possibilità di
verificare sul campo gli strumenti che ha iniziato a padroneggiare nel corso del suo
discepolato intellettuale, in primo luogo la filologia e l’enciclopedia9. E se questa gli
consegna un vasto repertorio di conoscenze, è però la prima a indicargli il principio
assimilatore intorno al quale ordinare tali conoscenze. Si scorgono qui i riflessi della

5
Le citazioni del De Aetna rimandano alla traduzione di Salvatore Cammisuli proposta nel presente volume.
6
L’amicizia costituisce per l’Umanesimo l’àmbito privilegiato dell’incontro tra personalità affini per
sensibilità culturale e interessi spirituali. Per una ricostruzione delle ascendenze ‘classiche’ del tema, si
vedano, fra gli altri, Luigi Franco Pizzolato, L’idea di amicizia nel mondo antico classico e cristiano, Einaudi,
Torino 1993 e, per un quadro più sintetico, Massimo Baldini, Storia dell’amicizia, Armando, Roma 2001, pp.
14-31.
7
Così il Bembo: «l’emulazione dei tuoi studi, Angelo, può non solo destarmi dall’indolenza, ma anche
infiammarmi, avendo io avuto e avendo tutt’ora ogni giorno molte e illustri attestazioni della nostra
familiarità e della tua dottrina» (p. ###).
8
Rivolto al dedicatario, l’autore giustifica in questi termini le ragioni della stesura dell’opera: «poiché da
quando io e te siamo tornati dalla Sicilia mi capita quasi ogni giorno che mi venga chiesto delle eruzioni
dell’Etna da parte di coloro a cui è noto che le abbiamo esaminate con cura, per liberarci finalmente di
questo fastidio ho pensato bene di mettere per iscritto la conversazione che ho avuto con mio padre
Bernardo, pochi giorni dopo il nostro; discorso al quale potremo rimandare tutti quelli che in seguito ci
avranno chiesto qualcosa riguardo all’Etna» (p. ###).
9
L’attività propriamente filologica del giovane Bembo culmina nelle edizioni, per i tipi di Aldo Manuzio,
delle opere di Dante e di Petrarca, nonché con la readazione del De Virgilii Culice et de Terentii fabulis liber,
pubblicato però nel 1530, cfr. Piero Floriani, Bembo e Castiglione. Studi sul classicismo del Cinquecento,
Bulzoni, Roma 1976, p. 64.
lezione di metodo che uomini di studio quali Angelo Poliziano – che peraltro l’ancora
adolescente Bembo ha avuto modo di incontrare e di seguire in alcune sue ricerche
filologiche – o il conterraneo Ermolao Barbaro hanno trasmesso alla cultura umanistica10.
Una lezione che, cospicuamente arricchita, Bembo saprà poi, in altro momento e in altri
contesti, riproporre alla nuova generazione di letterati.

2. Espressione di una conoscenza intesa come processo fondato sul confronto di


idee, la forma dialogica consente al Bembo di enumerare con leggerezza e gradevolezza
una serie di informazioni in gran parte di argomento naturalistico, inframezzate da dotte
citazioni11. E sotto il segno della delectatio, egli può combinare il gusto per l’erudizione
con quello per la narrazione aneddotica, facendo rivivere agli occhi del lettore, attraverso la
focalizzazione di immagini topiche, le varie tappe del suo viaggio; ma ha anche la
possibilità di passare con disinvoltura da un argomento all’altro e di variare i toni del
discorso, così come di rendere viva l’idea di amicizia (philia) spirituale che si genera in una
piccola comunità d’elezione, tra uomini che condividono una medesima concezione di vita.
Si tratta di uno sfondo ideale che sarà ripreso e amplificato nelle opere della maturità
letteraria, in primo luogo gli Asolani e le Prose della volgar lingua12.
Peraltro, nell’opzione per il dialogo si riflette il canone degli auctores bembiani13, i
quali proprio in questo genere letterario hanno trovato la forma più confacente
all’espressione del loro pensiero: Platone e Cicerone innanzi tutto, e poi gli ‘aristotelici’,
vari scrittori cristiani specie di àmbito monastico, il Petrarca, nonché molti tra gli umanisti
del Quattrocento. Non solo: nella sua funzione pedagogica e didascalica, il dialogo si apre
alla contaminazione e all’intersecazione con altri generi; e nel caso del De Aetna permette

10
Cfr. Dionisotti, alla voce «Bembo, Pietro», cit., p. 133. In particolare, sull’influenza esercitata dalla
filologia del Poliziano sulla formazione del Bembo, cfr. Carlo Vecce, Bembo e Poliziano, in Agnolo Poliziano
poeta scrittore filologo. Atti del Convegno internazionale di studi (Montepulciano, 3-6 novembre 1994), a
cura di Vincenzo Fera e Mario Martelli, Le Lettere, Firenze 1998, pp. 477-503.
11
Sul dialogo quale genere letterario tipico dell’Umanesimo-Rinascimento, anche in rapporto al modello
classico, si veda l’importante studio di David Marsh, The Quattrocento Dialogue. Classical Tradition and
Humanist Innovation, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) – London 1980, da integrare con Piero
Floriani, Il dialogo e la corte nel primo Cinquecento, in Id., I gentiluomini letterati. Studi sul dibattito
culturale nel primo Cinquecento, Liguori, Napoli 1981, pp. 33-49; mentre per il diretto riferimento al Bembo
si veda Riccardo Scrivano, Nelle pieghe del dialogare bembesco, in AA. VV., Il dialogo. Scambi e passaggi
della parola, a cura di Giulio Ferroni, Sellerio, Palermo 1985, pp. 101-109.
12
Cfr. almeno Mirko Tavoni, Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, in Letteratura Italiana, diretta da
Alberto Asor Rosa, 4 voll., vol. I, Dalle Origini al Cinquecento, Einaudi, Torino 1992, pp. 1065-1088, e
Claudia Berra, La scrittura degli Asolani di Pietro Bembo, La Nuova Italia, Firenze 1996.
13
Quanto ai principali riferimenti letterarî nella formazione intellettuale del Bembo si veda almeno Carlo
Vecce, Bembo e Cicerone, in «Ciceroniana», IX (1996), Atti del IX Colloquium Tullianum, pp. 147-159.
al suo autore di riportare al filo autobiografico del racconto odeporico, sia pure per brevi
cenni, inserti aforismatici di materia filosofico-morale, note scientifiche, aneddoti e
descrizioni geografiche. Bembo, in tal modo, delinea una cornice narrativa connotata da
precise coordinate spazio-temporali, all’interno della quale immette il racconto del viaggio
sull’Etna, che a sua volta contiene brevi racconti e inserzioni didascaliche.
Tutto ciò non costituisce un semplice espediente narrativo, giacché l’intera
economia del testo appare protesa ad incrementare nel lettore il valore cognitivo delle
informazioni fornite14. Bembo procede con consequenzialità di metodo: alla curiositas del
suo pubblico ideale che lo sollecita al racconto, fa riscontro il resoconto del viaggio
scandito per frammenti, ognuno dei quali è esaminato nella conversazione secondo modi
che riecheggiano le disputationes scolastiche, per infine consegnare al lettore un quadro
nozionale attendibile proprio perché vagliato criticamente.
Per altro verso, ponendo in scena quale interlocutore il padre, l’autore ha
l’occasione di tributargli pubblicamente la propria riconoscenza. Bernardo Bembo15,
patrizio molto influente nel senato della Serenissima, dalla quale gli sono affidati delicati
incarichi diplomatici, nonché uomo di vasti interessi culturali e di raffinato gusto letterario,
ha infatti avuto una notevole influenza nella formazione intellettuale di Pietro. La casa di
Venezia, con la ricca biblioteca16, ha costituito per lui, già dall’infanzia, un ambiente
particolarmente propizio alla fioritura del suo amore per le lettere. Il padre lo ha anche
affidato alle cure di precettori eccellenti e condotto con sé presso le più importanti corti
italiane, dandogli così occasione di entrare in contatto con studiosi e artisti di fama; e in
ultimo ha acconsentito alla sua richiesta di trasferirsi nella città di Messina17 per studiare il

14
Un utile termine di paragone lo si ha nella narrativa medievale con i varî tipi di cornice narrativa, cfr.
almeno Michelangelo Picone, Tre tipi di cornice novellistica: modelli orientali e tradizione narrativa
medievale, in «Filologia e Critica», XIII (1998), pp. 3-26.
15
Sul padre del Bembo, importante uomo di stato al quale la Repubblica veneziana ha affidato delicati
incarichi diplomatici, si veda la voce «Bembo, Bernardo», curata da Angelo Ventura e Marco Pecoraro, in
Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, Roma 1966, vol. VIII, pp. 103-109,
da approfondire con Nella Giannetto, Bernardo Bembo umanista e politico veneziano, Firenze, Olschki, 1985.
16
Appare emblematica del prestigio della biblioteca di Bernardo Bembo la visita fattagli da Angelo Poliziano,
per collazionare un antico manoscritto dell’opera di Terenzio, cfr. Dionisotti, alla voce «Bembo, Pietro», p.
133. Sulla biblioteca di Bernardo Bembo si veda Giannetto, Bernardo Bembo umanista …, cit., pp. 259-358.
1717
Riguardo al clima culturale della città di Messina nel periodo in cui vi soggiornò il Bembo, si veda Isidoro
Carini, Il Bembo a Messina, in «Archivio Storico Siciliano», n.s. XXII (1897); per un arco temporale più
ampio Giuseppe Lipari, Per una storia della cultura letteraria a Messina (dagli Svevi alla rivolta
antispagnola del 1674-78), Archivio storico messinese», 33 (1982), pp. 65-187 (in particolare pp. 99-131);
Concetta Bianca, Stampa, cultura e società a Messina alla fine del Quattrocento, 2 voll., Centro di studi
filologici e linguistici siciliani (Supplementi alla serie Mediolatina ed Umanistica, 5), Palermo 1988;
Salvatore Bottari, Messina tra Umanesimo e Rinascimento. Il «caso» di Antonello, la cultura, le élites
politiche, le attività produttive, postfazione di Giuseppe Giarrizzo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010. E più
greco presso il più grande ellenista che in quel tempo risiedeva in Italia18, Costantino
Làscaris [1434/1501]19. La gratitudine che il giovane Pietro ribadisce con vigore, non
proviene quindi dall’eredità materiale, benché cospicua, o dal ruolo sociale trasmessogli,
che comunque lo colloca in una condizione di privilegio, ma da un lascito di natura morale,
spirituale ed estetica: «mi hai educato fin da bambino non solo diligentemente, ma certo, e
mi sembra di dire il vero, anche coscienziosamente; mi hai portato con te nelle tue
ambasciate, mi hai formato con ottimi costumi e con tutte le buone qualità, nei limiti del
possibile, e l’educazione che mi hai dato è sempre stata tale che temo di esserti del tutto
ingrato, se mai ti chiedessi qualcos’altro oltre a ciò che mi hai lasciato, se di queste stesse
cose non ti ringrazierò sempre come se mi avessi costruito magnifiche ville» (p. ###).

in generale, per una visione d’insieme della cultura siciliana tra fine Quattrocento e inizi Cinquecento, cfr.
Francesco Bruni, La cultura e la prosa volgare nel ’300 e nel ’400, in Storia della Sicilia, diretta da Rosario
Romeo, Società editrice Storia di Napoli del Mezzogiorno continentale e della Sicilia, Palermo 1980, vol. IV,
pp. 179-279; Margherita Beretta Spampinato, La prosa del ’500, in Storia della Sicilia …, cit., pp. 361-385;
Nicola De Blasi - Alberto Vàrvaro, Napoli e l’Italia meridionale, in Letteratura italiana. Storia e geografia,
diretta da Alberto Asor Rosa, II, L’età moderna, Einaudi, Torino 1988, pp. 236-325; Massimo Zaggia, Tra
Mantova e la Sicilia nel Cinquecento, 3 voll., Olschki, Firenze 2003; Margherita Beretta Spampinato, Il
Medioevo. La produzione poetica, in Lingue e culture in Sicilia, a cura di Giovanni Ruffino, 2 voll., Centro di
studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2013, II, pp. 776-792 e 881-882; Mario Pagano, Il Medioevo. I
testi in prosa, in Lingue e culture in Sicilia …, cit., II, pp. 792-817 e 882-883.
18
Per la storia dell’insegnamento del greco a Messina, attivo a partire dal 1404, si consultino Ludovico
Perroni Grande, La scuola di greco a Messina prima di Costantino Lascaris. Notizie e documenti da servire
per la storia della cultura in Sicilia nel secolo XV, Tipografia Boccone del povero, Palermo 1911; Michele
Catalano Tirrito, L’istruzione pubblica in Sicilia nel Rinascimento, Giannotta, Catania 1911; Giacomo Ferraù,
La vicenda culturale, in La cultura in Sicilia nel Quattrocento, De Luca, Roma 1982, pp. 17-36; Salvatore
Tramontana, Scuola, maestri, allievi, in La cultura in Sicilia …, cit., pp. 37-56; Rosario Moscheo,
L’insegnamento a Messina dopo Costantino Lascaris, in «Nuovi Annali della Facoltà di Magistero
dell’Università di Messina», 5 (1987), pp. 537-550; Bianca, Stampa, cultura e società a Messina alla fine del
Quattrocento …, cit., pp. 12-13 e 467-476. Messina negli anni in cui vi risiedette Pietro Bembo aveva
acquisito una significativa rinomanza, tanto che il Manuzio la descrive come una nuova Atene: «erat enim eo
tempore Messana studiosis literarum graecarum Athenae alterae propter Constantinum», cfr. Aldo Manuzio
editore. Dediche, prefazioni, note ai testi, 2 voll., testo latino con traduzione e note a cura di Giovanni
Orlandi, e Introduzione di Carlo Dionisotti, Il polifilo, Milano 1975, I, p. 37. Quanto ai rapporti che il Bembo
ha intrattenuto con la città dopo il suo soggiorno di studi, essi in realtà appaiono piuttosto flebili, malgrado
alcune corrispondenze intrattenute con dotti messinesi e la scelta quale suo segretario del giovane messinese
Cola Bruno – sul quale cfr. la voce «Bruno, Cola (Nicola)», curata da Claudio Mutini, in Dizionario
biografico degli italiani, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, Roma 1972, vol. XIV, pp. 650-651.
19
Sul Làscaris, si vedano: Ludovico Perroni Grande, Nuovo contributo alla biografia di Costantino Lascaris,
Tipografia D’Angelo, Messina 1932; Antonino De Rosalia, La vita di Costantino Lascaris, in «Archivio
Storico Siciliano», 3, IX (1957-1958), pp. 21-70; Paola Megna, Per l’ambiente del Lascari a Messina: una
Sylva di Francesco Giannelli, «Studi umanistici», 4-5 (1993-94), pp. 307-347; l’importante monografia di
Teresa Martínez Manzano, Costantino Láscaris. Semblanza de un humanista bizantino, Consejo Superior de
Investigaciones Cientificas, Madrid 1998; Alessandra Tramontana, L’eredità di Costantino Lascari a Messina
nel primo ’500, in Giuseppe Lipari (a cura di), In Nobili Civitate Messanae. Contributi alla storia
dell’editoria e della circolazione del libro antico in Sicilia. Seminario di studi (Montalbano Elicona, 27-28
maggio 2011), Università degli Studi di Messina - Centro internazionale di studi umanistici, Messina 2013,
pp. 121-163.
La biografia di Bernardo Bembo, del resto, ci consegna un profilo intellettuale che
risponde al canone ideale dell’‘uomo del Rinascimento’20, in ordine al quale l’impegno
civile – nel suo caso la partecipazione al governo della città – si coniuga con la lettura dei
grandi autori21. Ed è qui che si coglie l’irriducibile differenza tra la vocazione del padre e
quella del figlio. Se, infatti, per Bernardo, nel ruolo di “oratore” (ossia ambasciatore) della
repubblica di Venezia, l’otium filosofico-letterario è apprezzato soprattutto perché
propedeutico al negotium, non è così per Pietro, per il quale, in un rapporto specularmente
invertito, la dimensione dell’otium è quella dominante. «Non pensare, tuttavia, che nella
mia vita ci sia stato qualcosa più felice di questi due anni in Sicilia» (p. ###), risponde
Pietro al padre che lo interroga sul soggiorno messinese. Per poi precisare: «era il
quattordicesimo mese da quando io e il mio caro Angelo avevamo cominciato a esercitarci
nello studio del greco presso il maestro Costantino, senza mai interrompere il nostro
lavoro e senza prenderci neanche un giorno di pausa» (p. ###)22. Al di là dell’omaggio
filiale, cioè, si scorge nitidamente il prorompere di un’autonoma vocazione, con una presa
di distanza rispetto al percorso di vita prefigurato dalla pedagogia paterna: una vocazione
per la quale le lettere assurgono a fine esistenziale23. Che è poi il sigillo dell’acquisita
maturità.

3. Il De Aetna è il resoconto di un viaggio visto da Venezia. Sulla scorta di una


tradizione plurisecolare di scritture odeporiche in volgare – la più nota fra delle quali è il
Milione di Marco Polo –, che nel secolo XV si esprime in un’ampia varietà di forme, il

20
Su questa formula, cfr. il saggio introduttivo di Eugenio Garin al volume L’uomo del Rinascimento,
Laterza, Roma-Bari 1988.
21
Cfr. Dionisotti, Introduzione …, cit., p. 9: «un uomo per cui la dottrina e la poesia, la lettura degli antichi e
dei moderni, e la conversazione geniale, erano inseparabili dalle responsabilità e ambizioni della vita
politica».
22
Per gli studi di lingua greca effettuati dal Bembo, si veda Roberta A. Rosada, «Grecolo tuto». Appunti sulla
formazione umanistica greca del giovane Bembo, in Tra commediografi e letterati. Rinascimento e Settecento
veneziano. Studi per Giorgio Padoan, a cura di Tiziana Agostini ed Emilio Lippi, Longo, Ravenna 1997, pp.
43-60.
23
Valgano a tal proposito le considerazioni del Dionisotti, Introduzione a Pietro Bembo, Prose della volgar
lingua…, cit., p. 9: «Per nascita e per educazione, figlio primogenito quale egli era di uno dei più autorevoli
senatori veneziani, il Bembo aveva già segnata innanzi a sé la strada dei pubblici uffici e onori. E certo era
una carriera non inconciliabile con una moderata attività letteraria. Ma la vocazione del Bembo era esclusiva,
e mirava ad altro che a seguire fedelmente la carriera del padre». E tra le tante testimonianze che, a riguardo,
ritroviamo nel suo epistolario, la seguente, tratta da una lettera al cardinale Galeotto Franciotti, appare
illuminante: «il primo e più intenso desiderio mio è sempre stato di poter vivere in comoda e non
disonorevole libertà affine di mandare innanzi gli studi delle lettere, che sono in ogni tempo stati il più vital
cibo del mio pensiero», ivi, p. 29. Sull’argomento si veda inoltre Fabio Finotti, Retorica della diffrazione.
Bembo, Aretino, Giulio Romano e Tasso: letteratura e scena cortigiana, Olschki, Firenze 2004, al capitolo
Eloquenza ed esperienza dal De Aetna agli Asolani: il classicismo edonistico del Bembo, pp. 7-78.
dialogo del Bembo veicola una visione del mondo, per così dire, ‘veneziocentrica’, analoga
a quella che emerge dai resoconti di tanti viaggiatori veneziani, siano essi mercanti o
pellegrini o funzionari di stato in missione diplomatica: «Ogni relazione ha alla propria
base l’esperienza di un viaggio, e ogni viaggio è un percorso che parte e ritorna a Venezia,
non solamente come itinerario, ma più profondamente come esperienza conoscitiva e come
impulso alla scrittura: Venezia è il termine di paragone per descrivere tutto ciò che di nuovo
si conosce»24. E su questo punto tra padre e figlio c’è identità di vedute.
Lo ‘spazio veneziano’ ha poi un epicentro, che è la villa del Noniano25, ove per
l’appunto è ambientato il dialogo tra i due Bembo. Il luogo, che risponde al topos letterario
del locus amoenus26, favorisce tra i due interlocutori il sereno dispiegarsi della
conversazione e il confronto tra le rispettive esperienze di vita. È lo schermo “naturale”
dell’otium, che lo protegge dalle curae dei negotia27. Propizio quale punto d’incontro, esso
però rinvia a dimensioni esistenziali tra loro divergenti. Per Bernardo Bembo lo spazio
circoscritto della villa, separato dal mondo esterno, rappresenta una condizione transitoria
rispetto all’abituale stile di vita, una sorta di camera di compensazione grazie alla quale
riacquisire energie in vista di nuove intraprese: «dalla moltitudine degli uomini nella
solitudine di questo porto per liberarmi dalle preoccupazioni, rinfrancare un po’ l’animo,
restituirmi a me stesso e riprendere vigore per le altre fatiche» (p. ###). Di contro, per il
giovane Pietro esso incarna un ambiente di vita ideale, un po’ come l’aula di studio della
scuola di greco frequentata a Messina. Il luogo chiuso è uno spazio protetto, generatore di
riflessione e propizio all’esercizio letterario. Astraendo, si possono quindi enucleare due

24
Marina Zancan, Venezia e il Veneto, in Letteratura Italiana, diretta da Alberto Asor Rosa, vol. IV,
Umanesimo e Rinascimento. La storia e gli autori, Einaudi, Torino 20072, pp. 820-983, a p. 830; e si veda per
intero il paragrafo Le relazioni di viaggio.
25
Nei pressi di Santa Maria di Non, a nord di Padova.
26
L’importanza del topos del locus amoenus, per lo più delineato nelle forme del giardino, nella tradizione
letteraria europea, è messa in rilievo in Ernst Robert Curtius, Letteratura europea e Medio Evo italiano, a cura
di Roberto Antonelli, trad. it., La Nuova Italia, Scandicci [FI] 1992, pp. 219-223. Del resto, il Bembo negli
Asolani avrà modo di indulgere in una scenografica descrizione del giardino scelto a sede del dialogo tra i
protagonisti dell’opera: «Era questo giardino vago molto e di maravigliosa bellezza; il quale, oltre ad un
bellissimo pergolato di viti, che largo e ombroso per lo mezzo in croce il dipartiva, una medesima via dava a
gl'intranti di qua e di là, e lungo le latora di lui ne la distendeva, la quale assai spaziosa e lunga e tutta di
viva selce soprastrata si chiudeva dalla parte di verso il giardino …», (Prose della volgar lingua. Gli
Asolani. Rime, cit., p. 322).
27
Cfr. Elisa Curti, Gli ozi di Pietro Bembo. Echi letterari e passione antiquaria nella descriptio horti
bembesca, in «Lettere italiane», 62/3 (2011), pp. 450-463; Id., Bembo in fuga. Diporti extravaganti ed ansie
cittadine di Pietro Bembo, nel Cd rom allegato a La letteratura degli Italiani. Centri e periferie. Atti del XIII
Congresso dell’Associazione degli Italianisti Italiani (ADI), Pugnochiuso, 16–19 sett. 2009, a cura di
Domenico Cofano e Sebastiano Valerio, Edizioni Del Rosone, Foggia 2011.
distinte combinazioni cronotopiche28: Bernardo Bembo vive una dimensione spazio-
temporale in larga misura determinata dal suo ruolo sociale, in ordine alla quale il
movimento spaziale è molto ampio e il tempo scorre rapido; quella di Pietro Bembo, al
contrario, prende forma intorno al tempo lento dello studio e allo spazio ristretto dell’aula.
In entrambi i casi si hanno delle eccezioni: per il primo sono i soggiorni presso la villa del
Noniano, per il secondo è il viaggio verso l’Etna, con il movimento e i vasti panorami ad
esso connessi.
Ora, le due diverse combinazioni di relazioni spazio-temporali rivelano i differenti
profili spirituali dei due personaggi, che oltretutto si esplicano nel rapporto da essi
intrattenuto con l’oggetto della conversazione: per il padre rappresenta più che altro una
curiosità da soddisfare29; per Pietro è l’occasione di dar prova del suo metodo d’indagine.

4. Nel descrivere il vulcano in eruzione l’autore delinea un preciso ordine tra le fonti dalle
quali attinge: prima l’esperienza diretta, poi ciò che gli è riferito da quanti ha modo di
interrogare, e infine gli scritti di chi ha trattato l’argomento. Tale selezione segue il canone
della storiografia medievale: visa, audita, lecta; mentre l’analisi dei dati acquisiti è
filologica: attraverso il confronto tra i diversi testimoni si risale alla verità del fatto.
L’auctoritas, cioè, da sola non basta.
Prendiamo il caso delle nevi dell’Etna, motivo di discordanza tra il poeta Pindaro,
che le considera perenni fin tanto da definire il vulcano «nutrice di nevi», e il geografo,
nonché storico, Strabone, secondo il quale sulla sommità del vulcano in estate esse si
sciolgono. Pietro Bembo accoglie la prima posizione, ma non sulla base della maggior fama
di Pindaro, bensì perché essa trova conferma in una testimonianza certa, quella del monaco
Urbano Bolzanio30: «il primo giugno, mentre lui scalava la montagna, nevicò

28
Si fa riferimento alle note pagine di Bachtin dedicate alla rappresentazione letteraria delle relazioni
temporali e spaziali, cfr. almeno Michail Bachtin, Le forme del tempo e del cronotopo nel romanzo, in Id.,
Estetica e romanzo. Un contributo fondamentale alla «scienza della letteratura», trad. it., Einaudi, Torino
1979, pp. 231-405.
29
Ma così anche per i molti amici che interrogano lo scrittore sulla sua esperienza di viaggio. In particolare, si
veda l’incipit del dialogo, allorché egli riferisce, con tono un po’ esagerato, dell’assedio che è costretto a
subire da parte di quanti vorrebbero avere notizie di ciò che ha visto nel corso dell’eruzione: «poiché da
quando io e te siamo tornati dalla Sicilia, mi capita quasi ogni giorno che mi venga chiesto delle eruzioni
dell’Etna da parte di coloro a cui è noto che le abbiamo esaminate con sufficiente cura, per liberarci
finalmente di questo fastidio ho pensato bene di mettere per iscritto la conversazione che ho avuto con mio
padre Bernardo pochi giorni dopo il nostro ritorno; discorso al quale rimandare tutti quelli che in seguito ci
chiederanno qualcosa riguardo all’Etna».
30
Sul frate francescano Urbano Dalle Fosse, noto anche come Urbano Bolzanio [1442 – 1524], vissuto per
qualche anno a Messina quale allievo di Costantino Làscaris, nonché viaggiatore animato da forti interessi
naturalistici, cfr. la voce curata da Lucia Gualdo Rosa, «Dalle Fosse (Bolzanio), Urbano», in Dizionario
abbondantemente per un tratto abbastanza largo», e «sei giorni dopo, mentre soggiornava
a Randazzo, in tutta la regione montana cadde un piede di neve». E di fronte all’obiezione
del padre – «Perché allora sia Plinio sia Strabone sostengono che la neve rimane solo in
inverno?» –, ecco la sua argomentazione: «[…] l’osservazione diretta ti insegna così, e
l’esperienza – Strabone me lo consenta – è un’autorità non inferiore. Perciò, padre,
guarda di non impressionarti se in qualche parte del nostro discorso sull’Etna dissentiamo
dagli scrittori antichi. Infatti, nulla impedisce che tutte le cose di cui essi ci hanno
tramandato notizia all’epoca andassero in quel modo; di esse la maggior parte è rimasta
immutata fino ai nostri giorni, alcune cose sono cambiate, e ne è anche sorta qualcuna
nuova». Come si vede, il paradigma ermeneutico del giovane studioso è qui compiutamente
definito.
È dunque la bussola della filologia ad orientare il Bembo nella raccolta e
nell’organizzazione delle molteplici suggestioni del viaggio. Ed è per tale ragione che non
trova eco nelle pagine del dialogo il vasto materiale leggendario fiorito nel medioevo31,
legato per taluni tratti a una ricezione più popolare. Per contro, l’interpretazione delle
informazioni raccolte sul vulcano si dipana lungo il duplice filo dell’indagine naturalistica e
della rappresentazione che gli autori ‘classici’ hanno dato della Sicilia.

5. La dimensione meravigliosa dell’Etna non risiede quindi nei misteri che essa cela,
trasfigurati lungo i secoli in miti e leggende, bensì nella sua stessa natura, che qui si
manifesta in maestosa potenza: «La montagna, mirabile per posizione, bellezza, grandezza,
fertilità, e per le eruzioni, è di gran lunga notevole in tutte le sue caratteristiche e non ha
pari a sé» (p. ###). Solo la visione diretta, infatti, può dar conto della sua mole smisurata:
«nessuno […] può sapere quanto sia grande l’Etna, se non la vede» (p. ###). Queste
notazioni bastano a far comprendere quanto valga per l’autore l’osservazione, da
confrontare, passate al vaglio della critica, con le informazioni apprese da geografi, storici e

Biografico degli Italiani, Istituto per l’Enciclopedia Italiana, Roma 1966, vol. XXXII (1986), pp. 88-92; da
integrare, per quel che riguarda i suoi rapporti con il Bembo, con Piero Scapecchi, Vecchi e nuovi appunti su
frate Urbano, in Umanisti bellunesi fra Quattro e Cinquecento. Atti del Convegno di Belluno (5 novembre
1999), a cura di Paolo Pellegrini, con Introduzione di Giuseppe Frasso, Olschki, Firenze 2001, pp. 107-118.
31
Pensiamo, per esempio, alla leggenda che narra come re Artù abbia trovato rifugiato sull’Etna, sulla quale si
vedano Arturo Graf, Artù nell’Etna, in Id., Miti, leggende e superstizioni del Medioevo, 2 voll., Loescher,
Torino 1892-93 (nuova edizione: Studio Tesi, con Prefazione di Franco Cardini, Milano 1984), pp. 489-514;
Henri Bresc, Excalibur en Sicile, in «Medievalia», 7 (1987), pp. 7-21 (in particolare, alle pp. 9-15); Antonio
Pioletti, Artù, Avallon, l’Etna, in «Quaderni medievali», 28 (1989), pp. 6-35; Eliana Creazzo, «En Sesile est
un mons mout grans». La Sicilia medievale fra storia e immaginario letterario (XI-XIII sec.), Rubbettino,
Soveria Mannelli 2006, pp. 146-168.
poeti. In tal modo si dissolve tutto ciò che di incongruo e di esorbitante, o comunque di non
verificabile, è stato trasmesso sull’Etna nell’immaginario letterario europeo. Sicché i
racconti mitologici, peraltro citati con dovizia, sono raffrontati con le testimonianze
raccolte dall’autore e riportati di conseguenza al metro della scienza.
L’itinerario naturalistico del De Aetna è poi messo a fuoco dalla convergenza fra il
punto di vista di Bembo padre, che ha appreso le sue conoscenze sul vulcano attraverso i
libri, e quello di Bembo figlio, che nell’esperienza del viaggio ha avuto modo di verificare
il proprio sapere scolastico, e ad esso si rivolge con spirito critico: per confermarlo,
correggerlo, integrarlo. Il suo resoconto, del resto, ha inizio con la delineazione di una
topografia32: «La parte superiore della montagna […] mostra fino al vertice, nuda, un
aspetto vario. Infatti, in un posto ci sono dei tratti in parte erbosi in cui spuntano delle
rocce di tufo che qua e là si vedono anche nella regione ai piedi della montagna; altrove la
lava che sgorga dal cratere più alto ha invaso tutta la zona con fiumi di pietra; in altri
luoghi si estendono in lungo e in largo campi di sabbia» (p. ###); per poi concentrarsi sugli
effetti dell’eruzione, ossia su ciò che attrae di più l’interesse dell’interlocutore (nonché dei
suoi lettori): «avvenne che nel luogo che osservavamo con più attenzione, coperto di sassi
appena effusi e che ancora contenevano fuoco e zolfo, attraverso una spaccatura che si era
aperta si mise a sgorgare un fiume di lava, proprio sotto i nostri piedi, e dalla colata
cominciarono a saltare pietre roventi» (p. ###). Invece l’aspetto, diciamo così, teorico
relativo alle eruzioni è trattato da Bernardo, che spiega al figlio la loro origine, a suo dire
determinata dai venti caldi, i quali, infiltrandosi nelle cavità del monte, surriscaldano lo
zolfo lì presente e generano così una temperatura elevatissima in grado di trasformare le
rocce in magma33. Con spiegazioni di questo tipo, egli intende eliminare ogni indulgenza
verso credenze che prescindano da una verifica razionale; e in ciò consiste, in ultima
istanza, l’insegnamento più importante che si prefigge di trasmettere al figlio: «In questo
non voglio che tu guardi con meraviglia ciò per cui si stupisce il volgo, ovvero che sia
straordinario che così grandi fiamme, così estesi fuochi, sempre esistiti a memoria d’uomo,
abbiano di che bruciare» (p. ###).

32
Su tale descrizione, cfr. Carmelina Naselli, L'eruzione etnea descritta dal Bembo, in «Archivio Storico per
la Sicilia Orientale», s. II, X (1934), pp. 118-123.
33
«[…] i venti impetuosi si cacciano nelle vene di zolfo, allora gli incendi certo vengono destati senza
difficoltà, dal momento che anche lo zolfo è molto infiammabile e i venti con la loro forza infiammano anche
le altre cose» (p. ###).
Ora, è stato giustamente sottolineato come quella del Bembo, per molti versi, possa
essere considerata la prima descrizione dell’Etna priva di riferimenti al soprannaturale34,
ma c’è da dire che in questo modo il dotto umanista marca volutamente una distanza dal
‘volgo’, rispetto al quale rivendica l’emancipazione da leggende e superstizioni in nome di
una dimensione conoscitiva di tipo scientifico35. In tal senso, la strada tracciata per
l’esplorazione della Natura è consequenziale a quella aperta dagli umanisti con il
ricollocamento degli Antichi, nella «verità della loro situazione storica»36. Si tratta di
convincimenti che l’autore espone per bocca del padre: «Noi che guardiamo spesso senza
alcuna meraviglia le stelle, il sole, la volta celeste, le terre tutte e i mari, e infine il mondo
stesso, del quale nulla è più ammirevole, o meglio fuori del quale non c’è nulla che tu
possa ammirare, noi stessi possiamo credere che l’Etna sia qualcosa di prodigioso?
Guardati dall’essere così sconsiderato, figlio, al punto da pensare questo. Infatti, se
guardiamo la natura, non c’è nulla nell’Etna che tu possa chiamare prodigioso» (p. ###).
E che precisa in questi termini: «Bembo Figlio: Ma allora non è prodigioso, padre, che gli
stessi sassi non si siano mai consumati e che la montagna non sia collassata su sé stessa?
Bembo Padre: Neppure questo, figlio, è prodigioso. La terra, infatti, è sempre feconda di sé
stessa e sempre sé stessa partorisce […]» (p. ###).

6. Se per un verso sgombera il campo dal Meraviglioso, per altro verso Pietro Bembo lungo
il suo tragitto va alla ricerca dell’Antico37, e ne scruta le vestigia con ossequio quasi
religioso: «A Taormina si vedono numerosi resti di antichi monumenti: templi, sepolcri,
l’acquedotto; anzi spesso per caso, qua e là, si cavano fuori monete greche, fatte con
maestria, non solo coniate in bronzo, ma anche in argento, e anche in oro; cosa che capita
soprattutto a Siracusa e quasi nell’intera isola. […] Tutte queste cose le ho esaminate con
molta cura perché mi ricordavo che tu ti compiaci sempre moltissimo delle immagini e dei
monumenti degli uomini antichi, come testimonianze del loro valore e delle opere da loro
compiute» (p. ###). Così il panorama dell’isola indossa l’abito della tradizione greco-
romana: «Anche in questo, dunque, come in molte cose, agirono saggiamente gli antichi,

34
Cfr. Giovanni Salmeri, L'Etna del viaggio e della scienza, in AA. VV, Etna. Mito d'Europa, Maimone,
Catania 1997, pp. 124-135 (a p. 135).
35
Sulla definizione dei nuovi orizzonti intellettuali affermati dall’Umanesimo, cfr. almeno Marie Boas, Il
Rinascimento scientifico. 1450-1630, trad. it., Feltrinelli, Milano 1973, pp. 11 e ss.
36
Eugenio Garin, L’Umanesimo italiano. Filosofia e vita civile nel Rinascimento, Laterza, Bari 1958, p. 144.
37
Sul milieu culturale umanistico, in relazione al quale si forma la concezione dell’Antico in Bembo, si veda
almeno Roberto Weiss, La scoperta dell’antichità classica nel Rinascimento, trad. it., Antenore, Padova 1989.
che sull’Etna edificarono a Cerere un nobilissimo tempio: infatti, dove potrebbe essere
venerata più opportunamente la dea delle messi, se non dove crescono ottime biade?» (p.
###).
E tuttavia, se il mondo del passato nella pagina del Bembo sembra rivivere – o
meglio, conservare una perenne vitalità – quello a lui contemporaneo si presenta incerto ed
opaco. Gli studia humanitatis, paradossalmente, oscurano gli uomini concreti: quelli del
tempo in cui l’autore vive. Nel De Aetna, del resto, Bembo menziona in una sola occasione
l’amico Angelo Gabriel, compagno di viaggio da Messina fino alle sommità del vulcano.
Oltre a lui l’unica persona ad apparire sulla scena del racconto è il monaco Urbano
Bolzanio, ma solo perché latore di informazioni sul cratere e testimone di eventi naturali.
Quanto alle città e ai villaggi incontrati, sono forniti solo brevi cenni, tutti riferiti alle loro
costruzioni. In un’occasione solamente l’autore fa menzione degli abitanti dell’isola, e per
motivi non proprio lusinghieri: «i quali [i Siciliani] è noto che per la sfrontatezza e la piena
libertà delle parole sono chiamati addirittura trilingui» (p. ###). Di contro, la rigogliosa
agricoltura siciliana è presentata, sotto le consuete vesti mitologiche, come il prodotto di
una natura straordinariamente feconda: tra Messina e Taormina «a destra si elevano colli
ininterrotti, regione tutta molto fertile di Bacco e anche oggi abbastanza celebre per i
vigneti mamertini» (p. ###); lungo il corso dell’Alcantara «le terre sono fertili di Bacco, di
Pallade, di Cerere; fecondissime di armenti di ogni genere, più di quanto tu possa credere»
(p. ###); e ancora, le pendici del vulcano sono ricche di «alberi di molteplici specie, utili
sia per l’ombra sia per la loro fecondità, nella quale tanto superano tutte le altre piante
che mi sembra si adattino meglio a questo luogo che non alla stessa Feacia i versi di
Omero riguardo ai giardini di Alcinoo» (p. ###). Insomma, al netto dagli ornamenti
mitologici, il paesaggio siciliano è un prosperoso parto della natura, che prescinde
dall’azione umana. Si delinea così un profilo che nel suo fondo si consoliderà in un topos
destinato ad avere larga fortuna tra le rappresentazioni letterarie della Sicilia; un topos che,
di fatto, presuppone l’idea di una dissociazione dell’isola dai suoi abitanti.

7. Opera di taglio scolastico – come prima si è ricordato, “buon esercizio umanistico” –


costruita mettendo insieme clichés e luoghi comuni, il De Aetna proprio per questo
rappresenta un illuminante documento relativo alla cultura dominante, nonché un’eccellente
illustrazione del gusto dell’epoca. Ma quest’incunabolo è importante per almeno altre due
ragioni: il sodalizio che nell’occasione l’autore stabilisce con Aldo Manuzio, e che si
rivelerà estremamente fruttuoso per la storia dell’editoria italiana38; la testimonianza che
esso offre circa la caratura intellettuale del suo autore, laddove lascia scorgerne in filigrana
le sensibilità linguistico-letterarie che ne connoteranno le opere maggiori. Nelle sue pagine,
infatti, si colgono con chiarezza sia il suo peculiare modello di classicità – costruito su un
preciso canone di auctores e sulla pedagogia umanistica –, sia il rigore metodologico che
faranno di lui il codificatore della norma grammaticale della lingua italiana39.
Ma insieme alle potenzialità si avvertono anche i limiti di una cultura. Se per un
verso è vero che Bembo scandaglia in profondità, per quanto gli è possibile, le conoscenze
sulla materia trattata, per altro verso si constata come egli concluda in un approccio di tipo
specialistico, per molti versi autoreferenziale, e comunque limitato alla sfera d’interesse del
dotto40. E non è solo questione relativa all’uso della lingua latina, di per sé comprensibile a
pochi: il raffinato libretto del Bembo presuppone un’elitaria selezione di pubblico, e nel
caso specifico offre del vasto immaginario dell’Etna, germogliato lungo molti secoli, una
lettura drasticamente ridotta nelle sue tematiche, e comunque distante da quel che potrebbe
attrarre il ‘volgo’41. Il viaggio, nelle sue pagine, appare indubbiamente sotto una luce
nuova, ma ciò ha luogo in virtù non tanto di un allargamento di orizzonti spaziali e
culturali, bensì di un loro netto restringimento, potremmo dire: al perimetro di una
biblioteca42. Su questo punto il confronto con i resoconti dei viaggiatori veneziani, pure

38
Per il ruolo rivestito dal Manuzio nel contesto della cultura umanistica si veda almeno Carlo Dionisotti,
Aldo Manuzio umanista, in Umanesimo europeo e umanesimo veneziano, a cura di Vittore Branca, Sansoni,
Firenze 1963, pp. 213-244, nonché l’Introduzione dello stesso ad Aldo Manuzio, Dediche…, cit.
39
Sull’argomento la bibliografia è sterminata; ci si limita perciò a menzionare, per la chiara e sintetica
delineazione dell’orizzonte storico, il capitolo L’italiano, lingua di cultura: il Rinascimento, del volume di
Francesco Bruni, Italia. Vita e avventura di un’idea, il Mulino, Bologna 2010, pp. 223-243.
40
Sugli orizzonti della poetica del Bembo, che proprio nel De Aetna ha i suoi prodromi fondamentali, cfr.
Fabio Finotti, Retorica della diffrazione. Bembo, Aretino, Giulio Romano e Tasso: letteratura e scena
cortigiana, Olschki, Firenze 2004, pp. 30-39.
41
Sulle linee di tendenza della cultura umanistica, dense e acute suggestioni in Gonzague De Reynold, La
Casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità, a cura e con Presentazione di Giovanni Cantoni, trad.
it., D’Ettoris, Crotone 2015, pp. 231-235: «L’umanista è un uomo solo, quasi un superuomo. Rivendica la
libertà, ma solo per sé. È un aristocratico che si separa dalla massa, come diremmo oggi, e che disdegna
profondamente il volgo. Quanto è pratico, sociale e anche politico non interessa assolutamente questo
letterato, questo raffinato, questo erudito che vive nella sua biblioteca in mezzo ai suoi manoscritti» (p. 232).
42
Riguardo al parallelo movimento di approfondimento cognitivo e di restringimento esperienziale che
caratterizza larga parte della cultura umanistica valga il raffronto con la cultura medievale che ci offre
Christopher Dawson, La crisi dell’istruzione occidentale, trad. it. a cura di Paolo Mazzeranghi, con
presentazione (Cultura, Educazione e Fede) di Lorenzo Cantoni, D’Ettoris Editori, Crotone 2012, p. 58: «Nel
Medioevo quell’istruzione non era mai stata una questione di sapere libresco. I principali canali della cultura
cristiana erano liturgici e artistici. La vita della comunità si incentrava nella Chiesa, nella rappresentazione
liturgica e nel culto dei santi. Il ciclo annuale di feste e di digiuni era il retroterra della vita sociale e ogni
momento vitale nella vita della comunità trovava in esso un rituale e un’espressione sacramentale appropriati.
L’architettura, la pittura, la scultura, la musica e la poesia erano tutte arruolate al suo servizio e nessuno era
troppo povero o troppo poco istruito per non partecipare ai suoi misteri».
quelli contemporanei al Bembo43, risulta oltremodo proficuo. Ma va anche ricordato come
il canone ‘classico’, assunto a paradigma organizzatore di conoscenze ed esperienze, finisca
nel giovane Bembo con il rimodulare i ritmi della storia, che si ferma, grosso modo, al
passato greco-romano e ci consegna, per conseguenza, una Sicilia astratta, proprio perché
amputata della sua parte antropica. Di fatto, appare evanescente il giudizio sulla realtà
storico-politica della penisola italiana, sulla quale, com’è ben noto, nel momento in cui il
De Aetna vede la luce le armi straniere incombono minacciose44.
Ora, per quanto abbia goduto di non trascurabile notorietà e di discreta (almeno in
certi periodi) circolazione, tuttavia non si può dire che il De Aetna abbia costituito un
modello per i molti autori che nei secoli successivi hanno scritto sulla Sicilia, magari da
viaggiatori. Eppure, quell’impostazione culturale, tipica espressione dell’Umanesimo,
accomuna il libretto del Bembo a molte altre narrazioni che, specie tra Sette e Ottocento,
trasfigurano la Sicilia in terra dell’Antico45, producendo in tal modo una sua sostanziale
destoricizzazione. Si pensi, per esempio, ai resoconti di Jacques-Philippe d’Orville o di
Friedrich Adolph Riedesel, che descrivono la Sicilia secondo le categorie della mitologia
neoellenica e che influenzeranno, tra gli altri, il racconto del Goethe46. In parallelo, agli
occhi dei viaggiatori che, tra Sette e Ottocento, scelgono l’isola quale tappa del Grand
Tour, essa appare come una sorta di regno della Natura (e, spesso, di una natura
primitiva)47. Ma in entrambi i casi il risultato è il medesimo: l’obliterazione dei siciliani
(nonché dei siciliani come soggetto storico). Ciò che, per l’appunto, colpisce di più
scorrendo le pagine del De Aetna.

43
Cfr. Zancan, Venezia e il Veneto …, cit.
44
L’accenno, collocato nell’incipit del dialogo, agli affari di stato ai quali Bembo padre deve assolvere
denota, quanto meno, un certo fastidio per ciò che è considerata inevitabilmente una distrazione dall’agognato
otium.
45
Con una prospettiva deformante, com’è giustamente messo in rilievo da Natale Tedesco, Viaggi in Sicilia.
Arte cinema teatro, Bonanno, Acireale-Roma 2005, pp. 8-9, agli occhi di molti viaggiatori colti «la diversità
della Sicilia induce al contrasto degli esiti delle ricognizioni dei viaggiatori. Positivi sono lo sguardo e le
considerazioni sull’antico, negativi quelli sul presente».
46
Cfr. Hélèn Tuzet, Viaggiatori stranieri in Sicilia nel XVIII secolo, trad. it., Sellerio, Palermo 1988; Carlo
Ruta, Storia del viaggio in Sicilia dalla tarda antichità all’età moderna, Edizioni di storia e studi sociali,
Ragusa 2016, pp. 135-192.
47
Cfr. la voce «Sicilia», curata da Valeria Merola, in Dizionario dei temi letterari, a cura di Remo Ceserani,
Mario Domenichelli, Pino Fasano, UTET, Torino 2007, vol. III, pp. 2265-2269.

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