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Tavola rotonda

Il moderatore guida il confronto tra i protagonisti.


In base a quanto affermato dal moderatore ed in riferimento a quanto studiato,
completare il dibattito nei punti 1, 2, 3, 4 relativamente alla posizione di Protagora,
Antifonte e Socrate sintetizzando brevemente la loro riflessione e, dove possibile, con
citazioni chiare dai testi letti e commentati.

Materiali per svolgere l’esercizio:


 Manuale di Filosofia: pagg. 96 / 98, 124
 Power point sui sofisti e su Socrate
 Testi:
 T 3 Natura e leggi, pag. 107;
 Il patto di Socrate con le leggi, materiale integrativo inviato su classroom il
19.11 20
 Il conflitto tra physis e nómos: l’Antigone di Sofocle inviato su classroom il
18.11.20
TAVOLA ROTONDA
La legge sovrana tra norma e natura
Partecipanti: Protagora, Antifonte, Trasimaco, Socrate
MODERATORE
Gli antichi greci hanno sempre celebrato se stessi come il popolo della libertà, ma nello stesso
tempo hanno rivendicato la loro obbedienza alle norme della pólis. Ma com’è possibile essere liberi
obbedendo al potere sovrano? In realtà, proprio dietro questa apparente contraddizione si cela
l’autentico spirito della libertà greca: essa consiste nell’obbedire a una regola condivisa, cioè voluta
da tutti (o per lo meno da tutti gli uomini “liberi”), e liberamente scelta. Tale è la legge, il nómos,
che i greci oppongono all’arbitrio del più forte, facendone l’unica garanzia di libertà e
differenziando così il proprio regime politico sia dall’anarchia dei popoli non civilizzati, sia dal
dispotismo dei popoli orientali a loro coevi.
In un verso divenuto celebre, il poeta Pindaro scrive: “La legge, regina di tutti gli esseri, mortali e
immortali, guida tutti con braccio sovrano”. L’espressione “legge sovrana” (nómos basiléus) ha
avuto una straordinaria fortuna, ma nel corso del tempo è stata interpretata in modi diversi, come
vedremo. Prima di passare la parola ai filosofi è però importante notare come il termine nómos
designi il frutto di una convenzione, ovvero una norma che trovala propria forza nel consenso dei
cittadini.
A causa di questa sua natura “umana”, nel corso del V secolo a.C. la legge viene sottoposta a
un’approfondita analisi critica, soprattutto da parte dei sofisti, i quali ne evidenziano la fragilità, la
mutevolezza e il carattere convenzionale. In particolare il carattere relativo della legge è al centro
della riflessione di Protagora di Abdera, il celebre sofista a cui Pericle affidò l’incarico di redigere
la Costituzione della colonia di Turi.
PROTAGORA
Il principio che ha ispirato la mia filosofia è noto: non la divinità, né un ordine immutabile di valori
etici, bensì l’uomo è misura di tutte le cose.
Ciò significa che è l’uomo il criterio unico per la valutazione del giusto e dell’ingiusto, oltre che del
vero e del falso: la legge, così come la verità, è una costruzione convenzionale finalizzata a un utile,
cioè a una vita associata pacifica e felice. Questa mia relativizzazione della legge va compresa alla
luce della mentalità democratica e cosmopolita dell’Atene del mio tempo: nella mia città il nómos
era oggetto di discussione pubblica e di decisioni prese dalla maggioranza, e dunque era suscettibile
di cambiamento e di revoca, inoltre l’età di Pericle, in cui io sono vissuto, rappresentava l’epoca
della grande espansione culturale ed economica di Atene, la quale, entrando in contatto con nuove
culture, imparava gradualmente a conoscerle e a mettere in discussione le proprie consolidate
abitudini.
MODERATORE
Ma il riconoscimento del carattere relativo, mutevole e convenzionale della legge non finisce per
renderla meno degna di obbedienza? Perché si dovrebbe rispettare una legge, se essa è una semplice
convenzione?
PROTAGORA
1…

MODERATORE
Dal carattere convenzionale del nómos sottolineato da Protagora, lo storico Erodoto ricava
l’imperativo alla reciproca tolleranza: se ciascuno ha i propri costumi e le proprie leggi, allora
significherebbe dare prova di “follia” offendere i nómoi altrui. Nella sofistica invece, la critica
relativistica alla nozione di legge approda a un esito immoralistico e nichilistico. Per comprendere
più in profondità questa trasformazione, dobbiamo però rifarci a un evento straordinario verificatosi
ad Atene nel 442 a.C. Nell’Antigone Sofocle rappresenta il drammatico scontro tra Creonte, re di
Tebe, il quale ordina di non dare sepoltura al traditore Polinice, e Antigone, sorella di Polinice, la
quale mossa da pietà religiosa e familiare, infrange la legge dello Stato e per questo è condannata a
morte. In un grido di dolore, Antigone proclama l’esistenza di un ordine superiore a quello della
città: sono le leggi degli Dei,/ leggi indistruttibili, leggi non scritte: no, non/ sono leggi di oggi o di
ieri, ma vigono da sempre. Attraverso la figura di Antigone, Sofocle istituisce dunque in maniera
ufficiale una questione in un certo senso perenne per la cultura occidentale: quella del rapporto tra
la mutevole legge positiva (“posta” dalla forza dello Stato) e la legge naturale, permanente e
universale perché “scritta” nella natura umana, che con la ragione stabilisce ciò che è giusto o
ingiusto. A partire dalla seconda metà del V secolo, con i sofisti della seconda generazione, il
contrasto tra nómos e physis evocato con tanta potenza dalla poesia di Sofocle diviene uno degli
oggetti privilegiati dell’indagine filosofica. Il primo a opporre il nómos alla physis è il sofista e
tragediografo Antifonte.
ANTIFONTE
Ho affrontato il problema della legge in un’opera intitolata Sulla verità
2…

MODERATORE
Sottratta all’arbitrio dell’uomo, la natura appare dunque come un modello normativo superiore,
mediante il quale combattere l’ingiustizia spesso insita nella legge. Tutto ciò conduce a due
conclusioni opposte: da una parte la tesi di una naturale uguaglianza tra tutti gli uomini, violata
dalla legge positiva; dall’altra quella di una naturale disuguaglianza tra gli uomini, tradita dalla
legge positiva. Antifonte è un sostenitore della prima tesi.
ANTIFONTE
l’unica legge vera è quella della natura, quella umana è infatti opinabile, quando non decisamente
falsa. Le leggi di natura seguono il gioevole e la concordia, mentre le leggi umane opprimono
l’individuo e lo mette contro i suoi simili. Tutti gli uomini sono uguali in natura, noi onoriamo i
nobili e non onoriamo quelli che non lo sono, ma alla fine tutti respiriamo e beviamo acqua, infatti
abbiamo gli stessi bisogni naturali. Se si infrangono le leggi umane, finché sfugge agli autori di
esse, va esente da biasmo e da pena; ma se infrange le leggi naturali, anche se nessuno se ne
accorga, il male non sarà ne maggiore ne minore, perché si offende non l’opinione, ma la verità.
Ciò che è descritto dalla legge è un inciampo per la natura, ciò che è prescritto dalla natura è libero;
non è logicamente possibile che ciò che dispiace giovi alla natura più di ciò che piace, né può
essere più utile il dolore del piacere. Perché ciò che è utile davvero, deve recare giovamento, non
danno.

MODERATORE
Con una lettura opposta a quella di Antifonte, Trasimaco di Calcedonia sostiene invece che la legge
di natura coincide con il diritto del più forte e che le leggi umane non devono fare altro che sancire
ulteriormente la naturale disuguaglianza esistente tra gli uomini. Il nómos svela così il proprio volto
violento e arbitrario, nonché il fondo oscuro di un sospetto: che sia lo strumento non della giustizia
e della civile convivenza, ma del sopruso e dell’inganno.
TRASIMACO
La legge dello Stato è un artificio imposto non solo con il consenso dei cittadini, ma anche con la
forza di chi detiene il potere: perciò finisce per diventare uno strumento di dominio e, in particolare,
lo strumento dell’interesse del gruppo sociale dominante.
Io ritengo che la giustizia non sia altro che l’interesse del più forte […] Ogni regime codifica le
leggi in base al proprio interesse: la democrazia fa leggi democratiche, la tirannide tiranniche, e
via dicendo. Codificate le leggi, dichiarano ai sudditi che questa è la giustizia, ciò che è il loro
interesse, e chi va contro il loro interesse lo puniscono in quanto illegale
[Platone, Repubblica, I, 339a]
MODERATORE
Nel disincantato realismo di Trasimaco, la legge sovrana si rivela dunque come uno strumento di
sopraffazione. Storicamente, la democrazia nasce ad Atene con l’affermazione della superiorità
della legge contro ogni sopruso o privilegio di casta. Successivamente, però, il regime democratico
si impone come esercizio della sovranità del popolo, il quale pretende di elevarsi al di sopra della
stessa legge. Tra la legge sovrana e il popolo sovrano si profila così un conflitto: in democrazia si
obbedisce alla legge o al popolo?
Contro l’idea che il popolo si possa ergere al di sopra delle leggi si schiera con coraggio Socrate, il
quale nel 339, come ci racconta Platone nel Critone, preferisce morire obbedendo alle leggi della
città, piuttosto che fuggire e vivere nel disonore per averle trasgredite.
Ma come si giustifica l’obbedienza alle leggi quando queste appaiono ingiuste a un esame della
ragione?
SOCRATE
Il Critone è stato spesso frainteso o mal compreso. Esso contiene la famosa personificazione delle
leggi, che Platone immagina si rivolgano a me in un dialogo serrato e intenso. Ma questo dialogo ha
come esito l’esortazione non a infrangere le leggi, bensì sottostargli e seguirle, poiché l’uomo è
uomo in quanto figlio della legge, chi rifiuta le leggi del proprio Stato cessa di essere uomo. Le
leggi si possono cambiare e migliorare, ma mai violare, poiché altrimenti verrebbe meno la stessa
vita in società. Io sono figlio delle leggi, come lo è mio padre e mio nonno, e mio bisnonno ancora,
le leggi mi hanno fatto nascere ed educato, le leggi mi hanno garantito un sistema di controllo cui
affidarsi nelle questioni civili, infrangerle sarebbe come ripudiare la vita che ho avuto.

MODERATORE
Il dibattito aperto da Protagora si conclude dunque, con Socrate, con l’affermazione che si deve
obbedire alle leggi. Ma davvero si può prestare obbedienza alla legge di uno Stato che uccide un
uomo giusto? Da questo paradosso prenderà le mosse Platone per il suo progetto di ricostruire una
città giusta su nuovi presupposti, andando oltre la prospettiva “umanistica” dei sofisti e di Socrate.
Ma il tema sofistico e socratico della fondazione delle norme giuridiche rimarrà centrale in tutta la
storia del pensiero occidentale. La dialettica tra diritto naturale e diritto positivo, tra la giustizia di
Antigone e la legge di Creonte, sarà alla base dell’intera filosofia politica moderna, che cercherà di
mostrare come una giustizia senza legge sia anarchia, e una legge senza giustizia sia dispotismo.
Infine, la distinzione tra legge di natura e legge positiva si ritroverà anche nella riflessione
novecentesca sui diritti dell’uomo, così come l’opposizione tra un presunto ordine naturale e un
ordine artificiale o culturale sarà al centro del dibattito sulla bioetica, che rappresenterà l’estrema
tappa di una domanda antica: quando una legge è giusta?

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