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92° CAPITOLO GENERALE OCD

P. SAVERIO CANNISTRÀ, OCD

RELAZIONE DEL PREPOSITO GENERALE


SULLO STATO DELL’ORDINE

REPORT OF THE GENERAL SUPERIOR


ON THE STATE OF THE ORDER

INFORME DEL PREPÓSITO GENERAL


SOBRE EL ESTADO DE LA ORDEN

RAPPORT DU PRÉPOSÉ GÉNÉRAL


SUR L’ÉTAT DE L’ORDRE

Roma, 2 settembre 2021


RELAZIONE DEL PREPOSITO GENERALE
SULLO STATO DELL’ORDINE
92° Capitolo Generale OCD
Roma, 2 settembre 2021

Carissimi confratelli,
come da tradizione, diamo inizio ai lavori di questo 92° Capitolo
Generale con la relazione del Preposito Generale sullo stato dell’Ordine.
Per la verità, per quanto mi riguarda, dopo dodici anni di servizio come
Superiore Generale mi sembra di aver già espresso tutto quello che avevo
da dire sulla situazione del nostro Ordine. Non credo di aver molto di
nuovo da aggiungere a quanto si può leggere specialmente negli inter-
venti ai Definitori straordinari del 2011, 2014 e 2017 e al Capitolo Ge-
nerale di Avila del 2015. Per non ripetermi e per non allungare inutil-
mente la mia presentazione permettetemi di ricordare brevemente i punti
essenziali di quegli interventi e di provare a evidenziare il filo conduttore
che li collega in uno sviluppo unitario1.

Uno sguardo retrospettivo


Nel Definitorio straordinario del 2011 ho insistito soprattutto sulla
necessità di partire dall’esperienza reale, da ciò che vivono concreta-
mente nel loro quotidiano i nostri religiosi e le nostre comunità perché
solo mediante questa “ermeneutica dal basso” è possibile fare verità sul
nostro Ordine e sul cammino che stiamo percorrendo. Citando una fa-
mosa espressione di E. Husserl, invitavo ad “andare alle cose stesse”, a
leggere gli stati d’animo dei confratelli e l’atmosfera umana e spirituale
che si vive nelle comunità e a confrontarli con lo spirito, le motivazioni
e i sentimenti di Teresa, come sono descritti in particolare nel Cammino

1Per quanto riguarda le attività svolte dal Definitorio generale in questo sessennio, nor-
malmente riportate nella relazione sullo stato dell’Ordine, non mi dilungo a enumerarle.
Potrete trovarle descritte nella sintesi pubblicata insieme al testo di questa relazione.

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di perfezione. Dal confronto, che tentammo di fare in quella sede, emer-
sero vari impegni per il sessennio, primo fra tutti quello di “costituire
comunità teresiane, che siano luoghi di autentica crescita umana e spiri-
tuale e di irradiazione della verità e bellezza in esse sperimentate”. Se le
comunità diventano solo “luoghi di transito nel percorso personale di cia-
scuno, che ha altrove il suo centro di gravità” – si diceva nel documento
finale – ciò non è una semplice carenza che può essere compensata dalla
ricchezza di altre dimensioni, come quella del lavoro pastorale, ma è il
fallimento del progetto carismatico teresiano. Con la comunità, conclu-
devamo, ci sarà dato tutto il resto, ma senza comunità anche quello che
abbiamo ci sarà tolto.
La relazione al Definitorio in Corea del 2014 ha cercato di appro-
fondire l’analisi dei motivi per cui la vitalità dell’Ordine appare indebo-
lita o bloccata. Mi sembra che il processo di trasformazione innescatosi
a partire dagli anni Settanta ha condotto a liberarsi non solo da forme
opprimenti di legalismo e autoritarismo, ma anche da quel vincolo og-
gettivo che ci collega al senso della nostra vita, e cioè il fine, il telos a
cui tende la nostra vocazione carmelitana. Questa tensione verso il fine è
sì un legame, ma un legame attraente e dinamizzante. Perderlo in nome
della libertà di autorealizzazione individuale significa in realtà perdere la
direzione e l’energia del movimento. Una libertà privata del suo fine
perde il suo dinamismo propulsivo e inizia a ruotare su se stessa. In que-
sta staticità autoreferenziale la vita si svuota di senso e si lascia facil-
mente riempire dalle piccole distrazioni e gratificazioni offerte dalla so-
cietà tecno-consumista. Per contrastare questa tendenza che conduce alla
demotivazione e alla paralisi interiore, dobbiamo porci seriamente la do-
manda: che genere di persona voglio diventare? La risposta non è tanto
quella che dichiariamo a parole, ma quella che è scritta nelle “pratiche”
di vita che seguiamo e da cui ci lasciamo plasmare. Abbiamo un’idea,
almeno vaga, che l’identità del carmelitano scalzo dipende dall’esercizio
di alcune pratiche, come la preghiera contemplativa e le relazioni fra-
terne, ed esse sono ampiamente descritte nelle nostre Costituzioni. Ma il
nostro modo di essere è plasmato da esse o da altre pratiche che sono
coerenti con altre identità e ci fanno essere persone diverse da ciò che

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abbiamo dichiarato di voler diventare? Da queste domande è scaturita
l’esigenza di un confronto ampio e sincero con i testi delle nostre Costi-
tuzioni e Norme per verificare verso quale meta è indirizzato il cammino
che stiamo percorrendo come singoli e come comunità.
Il Capitolo Generale del 2015, com’è noto, ha preso la decisione
“che l’Ordine intraprenda una rilettura delle sue Costituzioni, in vista di
una loro possibile revisione, per un rinnovamento della nostra vita” (¡Es
tiempo de caminar! Documento conclusivo del 91° Capitolo Generale
OCD, n. 28). La finalità primaria di tale rilettura era il rinnovamento
della vita mediante il confronto con i nostri testi legislativi, in continuità
con il sessennio precedente dedicato alla rilettura delle opere della Santa
Madre Teresa. L’intenzione del Capitolo Generale era ridurre la distanza
venutasi a creare tra la formulazione del nostro ideale di vita nelle Costi-
tuzioni e l’esperienza vissuta: “si tratta di ricreare – laddove si sia inde-
bolita o perduta – la tensione tra il cammino e la meta” (¡Es tiempo de
caminar!, n. 27). Non era esclusa, tuttavia, la possibilità di giungere an-
che a una revisione delle Costituzioni nel caso che essa, a distanza di più
di trent’anni dalla loro approvazione, si rivelasse effettivamente neces-
saria. A questo proposito, il Capitolo prendeva in considerazione tre pos-
sibili opzioni: “rielaborazione delle Costituzioni, revisione puntuale
delle medesime e/o redazione di una Dichiarazione sulla vita carmeli-
tano-teresiana” (¡Es tiempo de caminar!, n. 32).
Il programma di rilettura delle Costituzioni è stato svolto da ottobre
2015 a giugno 2018 con l’aiuto di dodici schede, preparate da un’appo-
sita commissione, che hanno guidato e facilitato lo studio personale e il
dibattito in comunità. Nel Definitorio straordinario del 2017 è stato fatto
un primo bilancio del lavoro realizzato fino a quel momento, un bilancio
certamente positivo, ma nel quale si evidenziavano anche i limiti e le
insufficienze. La relazione da me presentata sullo stato dell’Ordine in
quella occasione partì dalla seguente constatazione: “Il nostro Ordine
condivide la situazione generale della vita religiosa oggi, che potremmo
definire come un cammino di rinnovamento rimasto a metà, un cammino
rallentato o addirittura bloccato a causa della sua incerta direzione, della
complessità del percorso e della stanchezza dei viandanti”. Presentavo

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quindi in modo analitico gli aspetti della vita dell’Ordine in cui questa
situazione di incompiuto rinnovamento appare più evidente: la dimen-
sione contemplativa, la cura di se stessi, la vita fraterna in comunità, il
rapporto tra carisma e ministero ordinato, la formazione intellettuale, la
relazione con le monache e i laici.
Concludo questo sguardo retrospettivo con le decisioni prese dal
Definitorio straordinario di Goa del 2019, che ha scelto di non procedere
per il momento a una riscrittura delle Costituzioni, né a una loro revisione
puntuale, mentre ha approvato la redazione di una Dichiarazione sul ca-
risma carmelitano-teresiano e una revisione delle Norme applicative. Dal
marzo di quest’anno è a vostra disposizione la seconda bozza della Di-
chiarazione sul carisma, corretta in base ai suggerimenti che ci sono per-
venuti dalle circoscrizioni e da singoli religiosi. In giugno vi è stata in-
viata la proposta di revisione di alcune delle Norme applicative. Su que-
sto materiale lavoreremo insieme nel corso di queste due settimane.

Dove stiamo andando?


Al termine del mio secondo mandato penso che non renderei un
buon servizio all’Ordine e a questo Capitolo Generale se non osassi trarre
le conclusioni di quanto ho osservato e sperimentato in questo periodo.
È mio preciso dovere dire con franchezza ciò che a me sembra essere la
verità della trasformazione in atto nel nostro Ordine, senza attenuarla o
dissimularla. Quanto dico è stato presentato e approvato dal Definitorio
Generale, per cui è a nome del governo generale dell’Ordine che vi parlo.
Per descrivere l’evoluzione di cui siamo testimoni utilizzerò alcuni
dati che abbiamo osservato durante le visite pastorali e che sono stati
confermati dalle risposte che le circoscrizioni ci hanno inviato durante la
rilettura delle Costituzioni. Li riprendo raggruppandoli in quattro punti:
• Ci avviamo verso un Carmelo più apostolico e meno contempla-
tivo, impegnato più nelle opere esterne che nella preghiera.
• La cura della vita comunitaria sta perdendo la sua centralità e
importanza a favore delle prevalenti esigenze del ministero pa-
storale.

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• La formazione dei nostri giovani, se si esclude l’anno di novi-
ziato, è orientata più all’ordinazione presbiterale e all’esercizio
del ministero che alla maturazione e al consolidamento della no-
stra identità religiosa e carismatica.
• Le diversità esistenti tra le regioni e le circoscrizioni stanno sot-
toponendo l’unità dell’Ordine a una forte tensione. La tradizio-
nale autonomia concessa alle province dal nostro diritto rischia
di trasformarsi in indipendenza al punto che qualche provincia
ci ha scritto auspicando che l’Ordine nel futuro si configuri come
una sorta di federazione di circoscrizioni.

Volutamente ho esposto questi dati in forma di tesi apodittiche,


senza sfumature, per permettervi di cogliere la realtà in tutta la sua pro-
vocatoria concretezza. Non è più tempo di restare nell’ambiguità e
nell’immobilismo. Si tratta di una perdita di specificità dell’identità car-
melitano-teresiana e di unità dell’Ordine? O si tratta di un’evoluzione
legittima del carisma carmelitano-teresiano, che – in una sostanziale fe-
deltà ai suoi elementi fondamentali – ne valorizza aspetti di particolare
rilevanza per il mondo di oggi? Se siamo d’accordo sulla bontà e fonda-
tezza di questa evoluzione, dobbiamo dirlo apertamente. Siamo l’autorità
suprema dell’Ordine: da noi i nostri confratelli, in particolare i più gio-
vani, si attendono risposte chiare a livello teorico e pratico alle tante do-
mande che si pongono sul nostro modo di vivere e di operare. Se un Ca-
pitolo Generale ritiene che questa sia la direzione giusta che l’Ordine
deve seguire e lo decide, tutti lo accetteremo e ne trarremo le necessarie
conseguenze. Ciò che non possiamo fare è affermare una cosa a livello
teorico e farne un’altra nella pratica. L’incoerenza è in ogni caso un male,
che confonde le menti e le rende incapaci di scelte lucide e coraggiose.
Inoltre, come possiamo formare i nostri giovani se non siamo in grado di
comunicare loro con chiarezza in che cosa consiste la nostra vocazione e
la nostra missione nella Chiesa?
Da parte mia, ritengo che proseguire nella linea descritta significhi
giungere a un punto di rottura con la nostra tradizione ed alterare

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l’equilibrio che collega i vari elementi della nostra identità carismatica.
Per questo riaffermo in questa sede la necessità di una seria riforma
dell’Ordine, come lo avevo già espresso nel Definitorio del 2017, in con-
sonanza con gli appelli che papa Francesco sta rivolgendo a tutta la
Chiesa e in particolare alla vita consacrata, che con il suo profetismo ha
in passato precorso e ispirato i movimenti di riforma del corpo ecclesiale.
Nel mio intervento al Definitorio del 2017, tuttavia, mi sono astenuto dal
fare proposte concrete perché – dissi – non mi sembrava giusto “proporre
a tutto l’Ordine una visione del rinnovamento o della riforma fondata su
una mia visione o sensibilità personale”. Pur essendo ancora convinto di
ciò, ritengo che questa giusta prudenza non impedisca che presenti alla
vostra libera discussione alcune vie che, a mio avviso, l’Ordine potrebbe
o dovrebbe percorrere per uscire dalla crisi in cui si dibatte e per intra-
prendere un rinnovamento non imposto dalle circostanze, ma scelto con-
sapevolmente e perseguito con coerenza sulla base del dono di grazia
ricevuto e delle necessità dell’uomo di oggi. Come potrete vedere, non
penso ad esortazioni che richiamino i nostri confratelli ai doveri della
vita carmelitana, del tipo: pregate di più e siate più fedeli alla vita comu-
nitaria! Sappiamo bene che simili raccomandazioni, per quanto giuste e
necessarie, sono interpretate come esercizio di un genere letterario pare-
netico da cui non ci si attende nessun effetto pratico. In effetti, sarebbe
ingenuo e semplicistico pensare di risolvere la nostra profonda crisi di
identità con richiami volontaristici a una maggiore osservanza.
Ciò a cui penso e che voglio proporvi è riconsiderare più attenta-
mente alcune risorse che abbiamo nel nostro Ordine e che probabilmente
non abbiamo ancora adeguatamente utilizzato. Faccio appello, quindi,
non a uno sforzo di volontà, ma a uno sforzo di intelligenza e a un cam-
biamento di mentalità, che ci consenta di reimpostare la nostra vita e di
preparare un futuro libero dai condizionamenti di una storia tramontata,
ma al tempo stesso fedele all’eredità carismatica che ci è stata consegnata
e di cui siamo responsabili di fronte alla Chiesa e al mondo. È questo, a
mio parere, l’unico modo per mettere in pratica quanto abbiamo scritto
nella Dichiarazione sul carisma. Da più parti ci è stato chiesto di rendere
la Dichiarazione più efficace e operativa per evitare il rischio che

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rimanga anch’essa un documento discusso, approvato e rapidamente di-
menticato. Mi domando però a che cosa si pensa quando si chiedono de-
terminazioni pratiche. Se si pensa a norme che impongano l’osservanza
di determinate pratiche essenziali per vivere la nostra vocazione, non c’è
che da riferirsi alle Costituzioni già esistenti. Ma non è una questione di
semplice osservanza. È questione di lucidità e coraggio: lucidità per
prendere coscienza del cambiamento epocale in corso nella storia del no-
stro Ordine come di tutta la Chiesa, coraggio per assumere decisioni cor-
rispondenti a una storia profondamente mutata. Non possiamo ripetere
ciò che abbiamo sempre fatto se vogliamo davvero essere fedeli alla no-
stra identità e prepararle un futuro.

Interculturalità
È estremamente difficile fare previsioni sul futuro del nostro Ordine
per varie ragioni. La prima e più evidente è che il quadro demografico
della Chiesa cattolica e del cristianesimo in generale è in rapida evolu-
zione. Cito solo un paio di dati statistici. Secondo un’inchiesta di qualche
anno fa il 61% dei cristiani vive nel Sud del mondo e solo il 39% in
Europa e Nord America2. Si prevede che “entro il 2050 probabilmente ci
saranno più cristiani in Africa (1,25 miliardi) che in America Latina (705
milioni) ed Europa (490 milioni) messe insieme”3.
Se guardiamo alle statistiche attuali dell’Ordine troviamo che an-
cora l’Europa ha il maggior numero di membri, 1401 (35,2%), seguita
immediatamente dall’Asia con 1313 membri (33%). Se sommiamo il nu-
mero dei membri di Europa, America Settentrionale e Medio Oriente ar-
riviamo a un totale di 1626, pari al 40,8% del totale. Il Carmelo africano,
per il momento, conta 552 religiosi, equivalenti al 13,9%, mentre l’Ame-
rica Latina, con 487 religiosi, costituisce il 12,2% del totale.

2Cfr. T. P. RAUSCH, “Sfide contemporanee del cattolicesimo globale”, in Civiltà cattolica


2021, II, 274.
3 Ivi.

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Ovviamente questi numeri non tengono conto dell’età dei religiosi.
Se riuscissimo a fare una statistica che prende in considerazione anche il
dato anagrafico, potremmo facilmente prevedere l’imminente sorpasso
dell’Europa da parte dell’Asia e la rapida ascesa dell’Africa e Madaga-
scar. Possiamo, tuttavia, farci un’idea del futuro guardando al numero
dei religiosi in formazione, che attualmente si presentano così distribuiti:
Asia 390 44,6%
Africa-Madagascar 255 29,1%
Europa 128 14,6%
America Latina 79 9%
America Settentr. 15 1,7%
Medio Oriente 8 1%
Totale 875

Appare evidente che in breve volgere di anni l’Europa, o meglio il


Nord del pianeta, passerà in terza posizione dopo l’Asia e l’Africa, ma è
anche probabile che in un futuro non troppo lontano al primo posto si
collocherà l’Africa, seguita dall’Asia.
Chiaramente il volto dell’Ordine, che già attualmente nella fascia
dei formandi si presenta con il 75% dei suoi membri in Asia e Africa e
solo il 16-17% in Europa e America del Nord, è profondamente diverso
da quello che abbiamo conosciuto solo trent’anni addietro, come risulta
dalle statistiche presentate nel 1991, nelle quali il 57,4% dei membri vi-
veva nel Nord del pianeta e solo il 26,1% in Asia e Africa (e il restante
16,5% in America Latina):
Europa 1897 51,1%
Asia 781 21%
America Latina 610 16,5
Africa-Madagascar 190 5,1 %
America Settentr. 167 4,5%
Medio Oriente 65 1,8%
Totale 3710

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D’altronde, i dati interni al nostro Ordine corrispondono perfetta-
mente al quadro statistico generale, per cui si può dire, in estrema sintesi,
che per il momento il 40% dei carmelitani scalzi vivono nel Nord del
pianeta e il 60% nel Sud, ma tra una decina d’anni è prevedibile che la
bilancia s’inclinerà ancora di più a favore di Africa e Asia, che ospite-
ranno fino al 75% dei membri dell’intero Ordine. Si tratta di un cambia-
mento geografico e culturale così profondo che mette in crisi ogni tenta-
tivo di immaginare il futuro a partire dal tradizionale quadro del Carmelo
europeo e nord-americano. Le conseguenze sono innumerevoli e tali da
costituire autentiche sfide per il futuro, specialmente a livello del go-
verno generale dell’Ordine.
Un esempio particolarmente istruttivo riguarda la casa generalizia e
le altre case dipendenti dal Definitorio Generale: la comunità e facoltà
del Teresianum, il Collegio internazionale e il Cites di Avila. Attual-
mente la composizione di queste comunità, in base alla provenienza geo-
grafica dei membri è la seguente:

EUROPA E ASIA AFRICA AMERICA


MEDIO OR. (INDIA) LATINA
Curia Generale 9 1 1 1
(escluso Definitorio)
Teresianum, Coll. 20 + 1 + 1 4+2+1 1 2+1
Int., Sem. Miss.
CITeS 3 2

TOTALE 34 8 2 6

Come si vede, la presenza di religiosi europei è di gran lunga mag-


gioritaria: su un totale di 50 religiosi ben 34 (68%) sono europei, propor-
zione che riflette una situazione demografica dell’Ordine da tempo su-
perata. Al tempo stesso, va detto che non è affatto semplice la sostitu-
zione dei religiosi europei con altri extraeuropei, né è scontato che abbia
successo. Non pochi tentativi di inserire confratelli non europei nelle
case internazionali si sono rivelati vani per diverse ragioni, tra le quali è
certamente presente la differenza culturale con tutte le sue implicazioni.

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Il caso concreto delle comunità internazionali al servizio di tutto
l’Ordine fa emergere una delle sfide principali per il futuro del nostro
Ordine, e cioè la capacità di superare le barriere culturali e di promuovere
l’interculturalità nelle nostre circoscrizioni e comunità. È ormai tempo di
affrontare questa sfida fondamentale, troppo a lungo rimandata. Anche
se l’Ordine è costituito da migliaia di membri appartenenti a culture
molto diverse, si può dire che non esistono esperienze di comunità o di
iniziative interculturali. Se escludiamo i centri dipendenti direttamente
dal Definitorio generale, a Roma, ad Avila e in Terra Santa, e qualche
sporadica esperienza di collaborazione al servizio di alcune Province, le
nostre comunità sono rigorosamente monoculturali4. Sembra che da noi
valga la logica dell’aut-aut, non dell’et-et. Se in una missione in Africa
crescono gli africani, è tempo che gli europei o gli americani vadano via.
In Europa e negli Stati Uniti abbiamo assistito al moltiplicarsi di presenze
di frati soprattutto indiani nel territorio di altre Province, senza che ci si
preoccupasse minimamente di integrarle nella vita di queste Province.
Sono andate avanti per vent’anni su binari paralleli fino a quando il De-
finitorio generale non è intervenuto per mettere fine a questa prassi che
contraddice la struttura del nostro Ordine. Speriamo di essere finalmente
riusciti ad arginare il fenomeno, ma è comunque significativo che tutto
ciò sia potuto avvenire e che sia stato necessario un deciso intervento
dell’autorità suprema dell’Ordine per farlo cessare e per indirizzare i no-
stri confratelli verso forme di collaborazione tra le Province. È venuta
così alla luce una grande debolezza dell’Ordine, e cioè il fatto che la di-
versità non è al servizio dell’unità, ma si irrigidisce in strutture parallele,
non comunicanti fra di loro.

4 Voglio ricordare, a questo proposito, l’esperienza di collaborazione interprovinciale e


interculturale che ci ha consentito qualche anno fa di salvare la missione in Camerun. Ad
essa hanno partecipato religiosi della Provincia di Lombardia e di Genova, del Commis-
sariato del Congo, del Vicariato di Nigeria e della Delegazione di Centrafrica. È un ec-
cezionale esempio di ciò che l’Ordine riesce a fare quando è capace di riunire le forze in
un progetto comune.

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In molte congregazioni religiose questo lavoro di scambio intercul-
turale si sta facendo già da molti anni. Nel nostro Ordine questo non è
avvenuto, vuoi per la generale resistenza ai cambiamenti, vuoi per l’im-
portanza e la forte autonomia che la nostra tradizione assegna alla comu-
nità provinciale. In effetti, la forma di interculturalità adeguata al nostro
carisma passa non per l’indebolimento della struttura della provincia, ma
per il superamento del “provincialismo”, inteso come chiusura della pro-
vincia su se stessa e sulle sue dinamiche interne. Abbiamo bisogno di
rimettere in movimento e in dialogo le persone, così come sta avvenendo
nei nostri Paesi e nelle nostre città, sempre di più multietniche e multi-
culturali. Permettere a questo vento di entrare nelle nostre case e nelle
nostre circoscrizioni ci obbligherà a rimettere in discussione tante abitu-
dini, comportamenti e modi di pensare. Ma è proprio di questo che ab-
biamo bisogno: di fare i conti con una storia che è cambiata, rispetto alla
quale siamo rimasti indietro, subendola passivamente senza coglierne le
novità e le opportunità.
Non possiamo, tuttavia, dimenticare o nascondere le difficoltà e gli
ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo obiettivo. La
prima e più evidente difficoltà, ma non necessariamente la più grave, ri-
guarda l’età media avanzata delle province europee, che generalmente
contano tra le loro fila un numero alto di anziani e un piccolo drappello
di giovani o di meno anziani. Non è automatico, ma è certamente fre-
quente che all’età avanzata corrisponda una minore disponibilità al cam-
biamento, tanto più se si tratta di cambiamenti non solo esterni, ma di
mentalità. Adattarsi a situazioni nuove e a compagni di cammino diversi
è proprio piuttosto dei giovani. Sotto questo aspetto il Vecchio Conti-
nente non ha molte risorse da mettere in campo.
La difficoltà più grande, tuttavia, dipende dal cammino che l’Ordine
ha percorso in questi ultimi trenta-quarant’anni. Di fatto, l’Ordine si è
sviluppato ed è cambiato profondamente nella sua composizione geogra-
fica e culturale, ma questo cambiamento non sembra essere stato guidato
e indirizzato dagli orientamenti provenienti dai nostri testi legislativi.
Siamo cresciuti o siamo decresciuti senza troppo interrogarci sull’iden-
tità di ciò che si stava producendo attraverso questi processi. Abbiamo

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liquidato velocemente la domanda sull’identità rispondendo che si può
essere carmelitani scalzi in tanti modi diversi. Questa risposta, però, dà
per scontato proprio ciò che era oggetto della domanda, e cioè l’essere
effettivamente coerenti con l’identità del carisma carmelitano-teresiano.
Ciò a cui abbiamo assistito non è stato il dispiegarsi di una molteplicità
a partire dall’unico carisma, la fioritura di un albero saldamente piantato
sulle sue radici. Per dare un’idea di ciò che mi pare sia avvenuto userei
una metafora diversa, quella di un’immagine, di una fotografia di cui
vengono ingranditi a dismisura alcuni dettagli fino a perderne la niti-
dezza dei contorni. Invece della ricchezza di prospettive diverse, che re-
stituiscono ciascuna a suo modo la pienezza della vita carmelitana, ab-
biamo assistito alla produzione di una serie di copie della stessa imma-
gine che ne hanno sfocato la chiarezza originaria ingrandendo o rimpic-
ciolendo l’uno o l’altro aspetto.
Questa situazione rende oggi estremamente complicato lo sforzo di
far dialogare le varie regioni e circoscrizioni del nostro Ordine, dopo de-
cenni di cammini e di processi non sottoposti a revisione e spesso non
dialoganti fra di loro. Ma proprio per questo abbiamo urgente bisogno di
cominciare a dialogare a partire da un’esperienza di vita condivisa, da
una conoscenza reciproca e da un impegno comune di collaborazione.
Solo così potremo rimettere in circolo le forze di cui disponiamo. Se con-
tinuiamo a restare chiusi ciascuno nel proprio guscio monoculturale, la-
sceremo passare, senza coglierla, la grazia che il Signore ci sta offrendo
per uscire dalla crisi.
Diversi passi concreti potrebbero e dovrebbero essere fatti per avvi-
cinarci gli uni agli altri. Tra questi c’è, per esempio, l’apprendimento di
una o due lingue comuni, con le quali poter comunicare liberamente tra
tutti i membri dell’Ordine. Molti altri Istituti religiosi già da tempo hanno
scelto di usare una o, al massimo, due lingue ufficiali, mentre noi finora
abbiamo resistito a questo cambiamento, in sé piccolo, ma che ha, oltre
all’evidente utilità pratica, un grande valore simbolico e spirituale: lo
sforzo di uscire dalla nostra comfort zone linguistico-culturale per andare
incontro all’altro.

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Anche le strutture di comunione e di collaborazione previste dal no-
stro diritto sono state in genere poco utilizzate. Le Conferenze dei Supe-
riori Maggiori, con la sola eccezione dell’America Latina, hanno avuto
un ruolo assai marginale e in alcuni casi inesistente. La tendenza negli
ultimi anni è stata a investire ancora meno su tali strutture, nonostante
l’oggettivo bisogno di una maggiore collaborazione. Eppure ci sono im-
portanti funzioni e servizi di coordinamento, una volta assegnati al centro
dell’Ordine coi suoi vari segretariati, che oggi potrebbero essere svolti
più efficacemente a livello delle Conferenze regionali (nell’ambito della
formazione, della promozione vocazionale, dell’apostolato specifico).
Anche la possibilità di costituire comunità interprovinciali, specialmente
per la formazione iniziale, ha avuto poche realizzazioni. È sorprendente
rilevare come Province con numeri ridottissimi di religiosi ritengano di
non aver bisogno di collaborare con altre circoscrizioni al fine di offrire
una migliore formazione ai propri candidati e in vista di un futuro più
condiviso. Analogo discorso può essere fatto nell’ambito della forma-
zione permanente, che potrebbe essere un’occasione preziosa per svilup-
pare occasioni di incontro, di scambio e di dialogo tra membri della
stessa regione.

Formazione
Una riforma ha il suo luogo di realizzazione privilegiato nella for-
mazione, cioè laddove ci si adopera per “dare forma storica” al dono
dello Spirito che abbiamo ricevuto con la vocazione al Carmelo tere-
siano. Parlando di formazione non intendo riferirmi semplicemente al
periodo iniziale, ma alla cura e alla coltivazione della propria vocazione
che dura tutta la vita. Senza una solida formazione non è possibile af-
frontare la complessità del nostro tempo e dare risposte credibili alle
tante domande che ci vengono poste. Ancora più radicalmente, senza un
impegno costante di formazione saremo facilmente preda di una menta-
lità mondana, cederemo alla pressione di un sistema che ci omologa e, al
di là delle diverse posizioni e credenze soggettive, ci riduce alla condi-
zione anonima di produttori/consumatori di una società dominata dal

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mercato. Il distacco dal mondo, di cui parla santa Teresa, richiede oggi
più che mai non solo una dimensione ascetica, di difesa e distanziamento,
ma anche lo sviluppo di un pensiero critico, capace di operare un discer-
nimento alla luce della fede.
Anche in questo ambito a livello teorico tutti ci dichiariamo convinti
che la formazione è l’impegno prioritario di ogni circoscrizione e di tutto
l’Ordine, in linea con quanto affermano i documenti della Chiesa. Pur-
troppo, però, a queste dichiarazioni di principio non seguono scelte coe-
renti. Quante e quali persone investiamo nella formazione? Quanto
tempo, quante energie e quante risorse economiche dedichiamo alla for-
mazione iniziale e permanente? Ci poniamo qualche interrogativo sulla
necessità di ripensare le modalità della formazione per renderla più effi-
cace e adeguata al tempo che stiamo vivendo? Penso, in particolare, ai
nostri membri più giovani, tanto a quelli che sono ancora nella fase ini-
ziale di formazione, quanto a coloro che solo da poco hanno fatto la pro-
fessione solenne o hanno ricevuto l’ordinazione presbiterale. Ho voluto
che all’inizio di questo Capitolo ascoltassimo direttamente le loro voci
affinché tutti i capitolari abbiano un’idea di ciò che si agita nelle loro
menti e nei loro cuori.
Ci avviamo a grandi passi verso un mondo globalizzato. Le genera-
zioni più giovani, specialmente in Europa e in America, ma la tendenza
si sta diffondendo ovunque, sono sempre più in contatto fra di loro, al di
là dei confini politici e delle barriere culturali. Il luogo tipico di questo
incontro è lo spazio virtuale del web, dove si può comunicare da un con-
fine all’altro della Terra, grazie anche all’inglese, che è diventato la koiné
del nostro tempo. Ritengo che il nostro Ordine non abbia ancora fatto i
conti con questo cambiamento epocale, specialmente nell’ambito della
formazione iniziale e permanente. Abbiamo ancora un’immagine molto
locale della formazione, che in parte è ben giustificata ed è da preservare,
ma che diventa un ostacolo e un freno quando si irrigidisce e si chiude
alla novità. È giusto, infatti, che nel formare i giovani di una Provincia
ci si preoccupi che essi si integrino all’interno della comunità provin-
ciale, conoscendola e facendosi conoscere da essa. C’è tutta una tradi-
zione locale che un giovane, entrando in una determinata circoscrizione,

16
deve apprendere e assimilare. Ma questa giusta preoccupazione non do-
vrebbe trasformarsi in paura di confronto, di dialogo e di condivisione
con giovani di altre Province e tradizioni, quasi questo potesse alterare
la purezza della formazione impartita o indebolire il senso di apparte-
nenza a una determinata comunità. Non dimentichiamo che siamo tutti
membri dello stesso Ordine e partecipi dello stesso carisma. Se non
siamo in grado di accogliere la sfida dell’apertura dei confini e del supe-
ramento delle barriere, rischiamo di chiuderci in un piccolo mondo, che
prima o poi risulterà troppo angusto e artificialmente separato dal resto
dell’Ordine e della Chiesa.
In questi anni il governo generale ha cercato di promuovere espe-
rienze di formazione a livello interprovinciale, scontrandosi purtroppo
contro forti resistenze. A qualche timido passo in avanti hanno fatto se-
guito decisi passi indietro. Proposte di ampio respiro, come quella di un
anno di formazione dopo qualche anno dalla professione solenne e
dall’ordinazione presbiterale, non sono state accettate. Come forse ricor-
deranno i Provinciali europei, nella riunione della Conferenza dei Pro-
vinciali di Europa e Medio Oriente tenutasi a Linz dal 4 all’11 novembre
2017 avevo proposto di introdurre un anno di formazione carmelitana
dopo la professione solenne e l’ordinazione presbiterale, diciamo tra i
cinque e i dieci anni dopo. Il modello a cui mi sono ispirato è quello del
cosiddetto terzo anno di noviziato (o “terza probazione”) dei gesuiti.
Com’è noto, fu un’invenzione di sant’Ignazio che stabili questo tempo
di approfondimento e rinnovamento spirituale prima di un impegno de-
finitivo nella Compagnia. Nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù
sant’Ignazio parla della necessità di passare dallo studio intellettuale alla
schola affectus, alla scuola del cuore, e proprio per questo istituì il pe-
riodo del terzo noviziato: «A tal fine, gioverà che quelli che sono stati
inviati agli studi, una volta finita la preoccupazione e l’impegno di colti-
vare l’intelletto, nel tempo della terza probazione insistano nella scuola
dell’affetto, applicandosi in quegli esercizi spirituali e corporali, che
siano capaci di procurar loro una più grande umiltà e abnegazione d’ogni
affetto sensibile e d’ogni volontà e giudizio proprio, ed una maggior co-
noscenza e amore di Dio nostro Signore. Così, dopo aver progredito essi

17
stessi, potranno meglio far progredire gli altri, a gloria di Dio nostro Si-
gnore»5.
È un errore ridurre la trasmissione del carisma all’apprendimento di
una serie di contenuti intellettuali, come la storia dell’Ordine, lo studio
della Regola e delle Costituzioni, la dottrina dei nostri Santi. Tali conte-
nuti devono essere calati in concrete pratiche di vita, se vogliamo che
davvero formino una persona e non solo la in-formino sulla nostra tradi-
zione. Questa era certamente la preoccupazione di santa Teresa e della
generazione a lei immediatamente successiva. Ciò che era chiaro già nel
XVI secolo a Teresa e a Ignazio oggi sembriamo averlo dimenticato. In
effetti, oggi assistiamo a una sorta di paradosso: da un lato siamo più
consapevoli delle concrete dinamiche psicologiche della persona e insi-
stiamo sul valore dell’esperienza, dall’altro sembra che non riusciamo ad
adeguare i nostri processi formativi a questa conoscenza antropologica
più approfondita. Organizziamo la formazione carismatica sul modello
dello studio accademico della filosofia e della teologia, e pur constatando
che questo metodo non è efficace, poiché non educa la persona né la aiuta
ad acquisire un nuovo modo di pensare e di agire, non riusciamo a esco-
gitare niente di meglio. Sono consapevole, però, che su questi temi ci
sarebbe bisogno di aprire un dibattito ampio nella nostra famiglia reli-
giosa, il che finora non è avvenuto. In assenza di un chiarimento di questo
tipo non mi sorprende che la proposta di un terzo anno di formazione
abbia suscitato reazioni tiepide o francamente contrarie e sia stata quindi
respinta nella sostanza. Ciò che si è riuscito a fare, non senza esitazioni
e resistenze, è un secondo noviziato comune per i professi europei, che
purtroppo si è arrestato dopo la prima edizione a causa della pandemia.
Speriamo che si possa riprendere e rafforzare negli anni a venire. Molto
del nostro futuro dipende dalla capacità di formare una nuova genera-
zione di carmelitani che siano capaci di assimilare e interiorizzare il no-
stro patrimonio carismatico, per poterlo poi comunicare creativamente.
Anche l’esperienza di incontro e conoscenza reciproca tra i giovani di
diverse Province è di fondamentale importanza. In passato il nostro

5 IGNAZIO DI LOYOLA, Costituzioni, n. 516.

18
Collegio internazionale è stato un cruciale punto di incontro tra i religiosi
di tutto l’Ordine. Oggi Roma sembra aver perduto molto della sua antica
centralità, e tuttavia resta da colmare il vuoto che si è venuto a creare.
È preoccupante constatare quanto si sia indebolito il senso di appar-
tenenza all’Ordine come tale. Ciò che un tempo costituiva motivo di or-
goglio e di impegno vitale per ogni religioso oggi sembra essere solo un
freddo dato giuridico-istituzionale. Gli affetti, le preoccupazioni e le mo-
tivazioni hanno il loro centro altrove, nella promozione di se stessi o, nel
migliore dei casi, della circoscrizione di cui si è parte immediata. L’Or-
dine, nella sua realtà globale, appare qualcosa di lontano e astratto, che
non ci riguarda direttamente. Da ciò gli ostacoli che incontra chi è chia-
mato a governare l’Ordine a livello generale, sia nel reperire persone di-
sponibili a lavorare per i centri a servizio di tutto l’Ordine, sia nel trovare
ascolto quando si rivolge a tutti i confratelli, cercando di coinvolgerli in
progetti interprovinciali o in percorsi di animazione e di formazione per-
manente. Perfino la preparazione e la partecipazione al Capitolo Gene-
rale non suscitano particolari entusiasmi, come risulta dalle risposte ri-
cevute alla richiesta di inviare proposte da discutere in questa sede. Solo
poche regioni hanno inviato contributi che riflettono una discussione am-
pia e una sincera volontà di contribuire a questo momento essenziale
della vita dell’Ordine. Ancora più difficile è stato riuscire a ricavare da
una serie di riflessioni ad ampio raggio proposte concrete su cui orientare
la discussione in questo Capitolo. Se tutto ciò avviene, non possiamo li-
mitarci a constatarlo e a deplorarlo. Dobbiamo interrogarci sulle cause di
questa sorta di disaffezione nei confronti della nostra “personalità corpo-
rativa”, del nostro essere una sola famiglia nella Chiesa, che vuole par-
lare con una sola voce e camminare nella stessa direzione. Ma lo vo-
gliamo veramente o questa prospettiva, piuttosto, ci spaventa perché te-
miamo che minacci il nostro diritto a essere liberi e diversi?

La comunione dei tre rami dell’Ordine


Un altro punto di forza del nostro Ordine è la compresenza del ramo
maschile, femminile e laicale. Frati, monache e secolari condividiamo lo

19
stesso carisma e, vivendolo ognuno nel modo corrispondente alla propria
condizione, ne sviluppiamo ed esplicitiamo tutta la ricchezza. Sappiamo
che per santa Teresa e per san Giovanni della Croce lo scambio di espe-
rienze e il sostegno reciproco tra monache, frati e laici fu un aiuto e uno
stimolo di grande importanza. Senza questo scambio e condivisione certe
opere probabilmente non sarebbero mai nate. Per Giovanni, e ancor di
più per Gracián, la relazione fraterna con Teresa è stata decisiva per com-
prendere fino in fondo la vocazione carmelitana e trovare la sua corretta
traduzione in chiave maschile. Ma lo stesso si può dire anche per Teresa
e per le prime generazioni delle sue figlie: la relazione con i frati le ha
aperte a una sensibilità ecclesiale più ampia e a una formazione teolo-
gico-spirituale più approfondita. Meno noti e studiati sono gli apporti dei
laici, ma credo che tutti noi abbiamo in mente figure di carmelitani e
carmelitane nel mondo che ci offrono esempi luminosi di amore, di pre-
ghiera, di intimità con il Signore Gesù, in mezzo al rumore e all’agita-
zione della vita quotidiana.
Anche in questo caso, però, ci possiamo chiedere se stiamo davvero
approfittando di questa straordinaria forza e ricchezza della nostra voca-
zione. Mi pare che si possa e si debba fare molto di più. Spesso, infatti,
il nostro rapporto con le monache e con i laici rientra nella categoria
dell’apostolato. Ci vengono richiesti dei servizi di celebrazione dei sa-
cramenti o di predicazione e noi li offriamo. A volte, ci aiutiamo anche
reciprocamente prestando collaborazione e sostegno nell’affrontare le
necessità della vita quotidiana e questa è certamente una bella testimo-
nianza di fraternità. Ma molto più raramente viviamo la nostra vocazione
in comunione con le nostre sorelle monache e coi nostri fratelli e sorelle
laici. Capisco che non sia facile né scontato, perché ciò richiede un cam-
mino di formazione e di maturazione. Bisogna imparare dall’esperienza
ciò che conviene e ciò che non conviene fare, ciò che giova alla comu-
nione e ciò che può danneggiarla. Ma in ogni caso è importante mettere
al centro della nostra attenzione e della nostra cura questa rete di relazioni
che dovrebbe costituire effettivamente e affettivamente la realtà della no-
stra famiglia. Quanto più ci allontaniamo dal centro della nostra voca-
zione, tanto meno siamo attenti e interessati a coltivare e animare la vita

20
della nostra famiglia. E il risultato finale è che ci troviamo “senza fami-
glia”. E in questo modo non siamo fedeli all’intenzione della nostra fon-
datrice, ma soprattutto perdiamo quel senso di appartenenza alla famiglia
del Carmelo che è vitale per suscitare e incanalare le nostre migliori ener-
gie.
Gli ultimi documenti approvati dalla Santa Sede riguardo alla vita
contemplativa femminile hanno certamente riconosciuto maggiore auto-
nomia di governo alle monache e hanno dato maggiore importanza alle
federazioni e associazioni di monasteri. Ma questi cambiamenti, che a
mio avviso sono non solo opportuni ma necessari, non ci esimono in al-
cun modo dal coltivare le nostre relazioni con le sorelle monache. Ciò
che ci viene chiesto è ancora una volta di far evolvere il nostro rapporto
da una modalità clericale e direttiva a una più fraterna e dialogante. Qual-
cosa di analogo può essere detto anche a proposito della nostra relazione
con i membri dell’Ordine Secolare, con i quali dobbiamo imparare a re-
lazionarci sulla base della comune vocazione battesimale e carismatica,
imparando a lavorare non solo per loro, ma anche con loro per costruire
la nostra casa comune.

Alcune considerazioni finali


Vi prego di perdonarmi se in questa relazione ho espresso con
troppa forza e decisione le preoccupazioni che sento alla fine del mio
servizio di Superiore Generale. L’intenzione che mi ha guidato, tuttavia,
è quella di segnalare resistenze, chiusure e ritardi al fine di allargare
l’orizzonte della nostra riflessione e aprire cammini concreti verso il fu-
turo dell’Ordine. Ho rivolto a questo Capitolo delle domande. Esse rice-
veranno una risposta, nella misura in cui, con l’assistenza dello Spirito
Santo, saremo in grado di fare un discernimento serio della volontà del
Signore sulla nostra famiglia. Da parte mia, mi avvio alla conclusione
con un paio di considerazioni.
La prima riguarda la maniera di esercitare la responsabilità di go-
verno. Come ho accennato – ma il discorso meriterebbe di essere am-
pliato e dettagliato – la vita religiosa sta attraversando un tempo di forte

21
individualismo e dispersione. È una conseguenza quasi inevitabile del
contesto storico-culturale in cui siamo immersi. A questa sfida dobbiamo
reagire con intelligenza e prontezza. Se ci arrendiamo e lasciamo andare
la barca alla deriva, sappiamo già che le conseguenze per la vita religiosa
e per la nostra famiglia carmelitana saranno disastrose. Pertanto, oggi più
che mai è richiesto a coloro che sono investiti di responsabilità di go-
verno di assumerle con serio impegno, senza cedere alle tentazioni del
lassismo e di un malinteso buonismo, che permette tutto e chiude gli oc-
chi su qualsiasi deviazione. Non è possibile esercitare un ufficio di go-
verno in modo ingenuo e acritico, meno che mai al giorno d’oggi. Biso-
gna prepararsi e avere come punto di riferimento costante lo studio del
diritto canonico, delle nostre Costituzioni, delle determinazioni dei Ca-
pitoli generali e provinciali. Non si è superiori per fare ciò che ci sembra
bene o per consentire agli altri di fare ciò che vogliono, ma per governare,
ossia per seguire una determinata rotta, scelta e approvata comunitaria-
mente. In un mondo in cui prevalgono le forze centrifughe e l’ego viene
messo al centro, è necessario che il superiore usi gli strumenti che gli
sono stati messi a disposizione per contrastare tali tendenze e costruire o
ricostruire un tessuto comune. Ciò si fa certamente con un’opera pasto-
rale di sensibilizzazione e formazione, ma essa resterà inefficace se, nel
momento in cui bisogna passare all’azione, le parole non saranno con-
fermate dai fatti.
La seconda e ultima considerazione riguarda la capacità di avere una
visione ampia, potenzialmente universale del Carmelo teresiano. In ciò
ci ricollegheremmo tra l’altro alle nostre origini. Se ripercorriamo i primi
vent’anni del XVII secolo, restiamo ammirati nel constatare l’ampiezza
di vedute dei padri della Congregazione italiana, aperti al mondo intero.
Non c’era distanza geografica o culturale che essi non si sentissero pronti
ad affrontare, nonostante i mezzi limitati di cui disponevano. E lo fecero
non in modo superficiale o con facile entusiasmo, ma inventarono i “se-
minari per le missioni”, un’iniziativa all’avanguardia, che servì da mo-
dello per tutta la Chiesa. Non erano davvero dei religiosi ripiegati su se
stessi e preoccupati di difendere il proprio tranquillo stile di vita: erano

22
uomini di Chiesa fondati sulla salda roccia della contemplazione e abitati
da una profonda passione per Dio e per l’umanità tutta intera.
Come vedete, non sto parlando di sogni, ma di cose che sono già
avvenute nel nostro Ordine e ne hanno gettato le fondamenta. Su di esse
dobbiamo continuare a costruire e possiamo farlo, perché lo Spirito dato
ai nostri padri è lo stesso che è stato dato anche a noi. È con questo pas-
sato che dobbiamo fare i conti se vogliamo avere un futuro degno della
nostra vocazione.

***

ATTIVITÀ DEL DEFINITORIO GENERALE 2015-2021

I. CHE COSA ABBIAMO FATTO IN QUESTO SESSENNIO?

Definitori straordinari
• Ariccia (Roma): 29 agosto – 6 settembre 2017
• Old Goa (India): 4 – 11 febbraio 2019

Rilettura delle Costituzioni


10 giugno 2015: nomina della Commissione per la rilettura delle Costi-
tuzioni OCD
Ottobre 2015 – giugno 2018: 12 Schede di lettura preparate dalla Com-
missione
27 agosto – 4 settembre 2018: ultimo incontro della Commissione

Dichiarazione sul carisma


• Febbraio 2019: decisione del Definitorio Straordinario a Old
Goa di scrivere una Dichiarazione sul carisma
• Settembre 2019: elaborazione e invio di una prima bozza (da di-
scutere nelle Province e nei Capitoli Provinciali del 2020)

23
• Ottobre-novembre 2019: incontri regionali sulla Dichiarazione
con giovani religiosi
• Ottobre 2020: valutazione dei contributi provenienti dai Capitoli
e redazione di una seconda bozza
• Dicembre 2020: il Definitorio Generale approva la seconda
bozza
• Marzo 2021: invio della seconda bozza ai Provinciali

Revisione delle Norme applicative


• Febbraio 2019: decisione del Definitorio Straordinario a Old
Goa di procedere alla revisione delle Norme applicative
• Settembre 2019: riunione della commissione per la revisione
delle Norme
• Aprile 2020: valutazione del lavoro della commissione e reda-
zione della proposta di revisione
• Giugno 2020: il Definitorio Generale approva la proposta di re-
visione
• Giugno 2021: invio delle Norme riviste ai capitolari

Rinnovamento della Curia


A) Spazi: archivio, biblioteca, sala del definitorio, locali postulazione ed
economato, impianto elettrico, impianto fotovoltaico (in corso)

B) Personale:
• Superiore della casa: un definitore (2015)
• Segretario Generale e Archivista (2015)
• Economo Generale (2017)
• Postulatore Generale (2021)
• Segretario per la cooperazione missionaria (2015)
• Segretario per l’informazione (2015, 2021)
• Webmaster (2019)
• Vicesegretario generale e segretario per le statistiche, biblioteca-
rio (2021)

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Sito web e comunicazioni
• Abbiamo cambiato una volta il sito (2016) e quest’anno si è
messo in opera un altro restyling.
• Siti dell’archivio e della postulazione (2016)
• Progetto di portale digitale carmelitano (in corso)

Visite pastorali
Cambiamento nella procedura delle visite pastorali:
• Approvazione delle determinazioni da parte del Definitorio Ge-
nerale
• Relazione della circoscrizione a un anno di distanza dalla visita

Cambiamenti di condizione giuridica di alcune circoscrizioni


• Passaggio a Commissariato (Congo)
• Passaggi a Semiprovince (Fiandre, Germania, Malta, Napoli,
Oklahoma)

Regolarizzazione delle presenze extraterritoriali


Presenze individuali, nuove fondazioni, assunzione di case erette di altre
Province

Secondo noviziato a livello europeo e maggiore collaborazione nella


formazione in America Latina

Incremento del corpo docente del Teresianum

Attuazione della nuova normativa di Vultum Dei quaerere e Cor


Orans per le monache

Fondo missioni e fondo monasteri

25
Collaborazione O.Carm. – O.C.D.
• Incontri triennali dei due Consigli Generali:
Haifa-Stella Maris: 27 novembre – 2 dicembre 2016 (sul tema: Vita con-
sacrata e Chiesa locale)
Dublino – Gort Muire: 27 – 31 maggio 2019 (sul tema: Battezzati e in-
viati: la missione della Chiesa)

• Lettere Superiori Generali O.Carm. – O.C.D.:


Sia benedetto per sempre, perché mi ha tanto atteso, 11 giugno 2016, in
occasione del Giubileo della misericordia
Il patrocinio di san Giuseppe sul Carmelo, 8 dicembre 2020

II. CHE COSA VOLEVAMO E NON SIAMO RIUSCITI A FARE?

1. Rifacimento della cappella della casa generalizia


2. Messale ocd e proprio della liturgia delle ore dopo l’approvazione
del calendario liturgico
3. Un anno di formazione dopo la professione solenne (e l’ordinazione
presbiterale)
4. Programma di formazione per le monache
5. Avere un canonista a servizio della casa generalizia
6. Lavori a Wadi-es-Siah e a Kikar Paris a Haifa

26
REPORT OF THE GENERAL SUPERIOR
ON THE STATE OF THE ORDER
92nd OCD General Chapter
Rome, September 2, 2021

Dear Brothers,
As is our tradition, we begin the work of this 92nd General Chapter
with the report of the General Superior on the state of the Order. To tell
the truth, as far as I am concerned, after twelve years of service as Gen-
eral Superior, I feel that I have already expressed all that I have to say
about the situation of our Order. I do not think I have much new to add
to what can be read especially in the presentations to the Extraordinary
Definitors of 2011, 2014 and 2017 and to the General Chapter of Avila
of 2015. In order not to repeat myself and to avoid unnecessarily length-
ening my presentation, allow me to briefly recall the essential points of
those presentations and to try to highlight the common thread that con-
nects them in a unified development.1

A retrospective glance
In the Extraordinary Definitory of 2011, I insisted above all on the
need to start from real experience, from what our friars and our commu-
nities concretely live in their daily lives because only through this "her-
meneutics from below" is it possible to see the truth about our Order and
the path we are following. Quoting a famous expression of E. Husserl, I
invited us to "go to the things themselves," to read the states of mind of
the confreres and the human and spiritual atmosphere that is lived in the
communities and to compare them with the spirit, motivations, and sen-
timents of Teresa as they are particularly described in the Way of

1 As for the activities carried out by the General Definitory during this six-year period,
which are usually included in the report on the state of the Order, I will not list them here.
You will find them described in the summary published together with the text of this
report.

27
Perfection. From the comparison which we attempted to make in that
forum, several commitments emerged for the six-year period. First
among them was that of "establishing Teresian communities that are
places of authentic human and spiritual growth and of radiating the truth
and beauty experienced in them.” If communities become only "places
of transit in the personal journey of each one, whose center of gravity is
elsewhere" - the final document said - this is not a simple deficiency that
can be compensated for by the richness of other dimensions, such as pas-
toral work, but it is the failure of the Teresian charismatic project. With
community, we concluded, everything else will be given to us, but with-
out community even what we have will be taken away.
The report to the Definitory in Korea in 2014 sought to deepen the
analysis of why the Order’s vitality appears weakened or stalled. It seems
to me that the process of transformation triggered since the 1970s has led
to a liberation not only from oppressive forms of legalism and authori-
tarianism, but also from that objective bond that connects us to the mean-
ing of our lives, namely the end, the telos to which our Carmelite voca-
tion tends. This tension towards the goal is indeed a bond, but an attrac-
tive and dynamic bond. To lose it in the name of the freedom of individ-
ual self-realization actually means to lose the direction and energy of the
movement. A freedom deprived of its goal loses its propulsive dynamism
and begins to rotate on itself. In this self-referential static nature, life is
emptied of meaning and is easily filled with the small distractions and
gratifications offered by the techno-consumerist society. To counter this
tendency that leads to demotivation and inner paralysis, we must seri-
ously ask ourselves the question: what kind of person do I want to be-
come? The answer is not so much what we say in words, but what is
written in the "practices" of life that we follow and by which we let our-
selves be shaped. We have an idea, at least a vague one, that the identity
of the Discalced Carmelite depends on the exercise of certain practices,
such as contemplative prayer and fraternal relationships, and these are
amply described in our Constitutions. But is our way of being shaped by
them or by other practices that are consistent with other identities and
make us different persons from what we have declared we want to

28
become? From these questions arose the need for a broad and sincere
comparison with the texts of our Constitutions and Norms to verify to-
wards which goal the path we are following as individuals and as a com-
munity is directed.
As is well known, the General Chapter of 2015 made the decision
"that the Order undertake a rereading of its Constitutions, with a view to
their possible modification in order to renew our life" (It is Time to Walk!
Concluding Document of the 91st OCD General Chapter, n. 28). The
primary purpose of this re-reading was the renewal of life through com-
parison with our legislative texts, in continuity with the previous sexen-
nium dedicated to the re-reading of the works of Saint Mother Teresa.
The intention of the General Chapter was to reduce the distance that had
been created between the formulation of our ideal of life in the Constitu-
tions and our lived experience: "It is a matter of re-creating - where there
is something weakened or lost - the tension between the path and the
goal" (It is Time to Walk, n. 27). However, the possibility of a revision
of the Constitutions was not ruled out if, more than thirty years after their
approval, this proved to be effectively necessary. In this regard, the
Chapter considered three possible options: "reworking the Constitutions,
revising them specifically and/or drafting a Declaration on the Carmelite-
Teresian life" (It is Time to Walk, n. 32).
The program of rereading the Constitutions was carried out from
October 2015 to June 2018 with the help of twelve study guides, prepared
by a special commission, which guided and facilitated personal study and
discussion in community. At the Extraordinary Definitory of 2017, a first
evaluation was made of the work accomplished up to that point, an eval-
uation that was certainly positive, but in which limitations and insuffi-
ciencies were also highlighted. The report I presented on the state of the
Order on that occasion began with the following observation: "Our Order
shares the general situation of religious life today, which we could define
as a path of renewal that has remained halfway, a slow or even blocked
path because of its uncertain direction, the complexity of the path and the
weariness of the wayfarers." I then presented analytically the aspects of
the Order’s life in which this situation of unfinished renewal appears

29
most evident: the contemplative dimension, self-care, fraternal life in
community, the relationship between charism and ordained ministry, in-
tellectual formation, and the relationship with our nuns and the laity.
I conclude this retrospective look with the decisions taken by the
2019 Extraordinary Definitory of Goa which, for the moment, chose not
to proceed with a rewriting of the Constitutions, nor to their revision,
while it approved the drafting of a Declaration on the Carmelite-Teresian
Charism and a revision of the Applicative Norms. Since March of this
year, the second draft of the Declaration on the Charism has been avail-
able to you and corrected based on the suggestions we received from the
circumscriptions and from individual friars. In June, we sent you the pro-
posed revision of some of the Applicative Norms. We will be working
on this material together over the course of these two weeks.

Where are we going?


At the end of my second term, I feel that I would not be doing the
Order and this General Chapter a good service if I did not dare to draw
conclusions from what I have observed and experienced during this pe-
riod. It is my duty to say frankly what seems to me to be the truth of the
transformation taking place in our Order, without attenuating or conceal-
ing it. What I am saying has been presented and approved by the General
Definitory, so it is in the name of the general government of the Order
that I am speaking to you.
In order to describe the evolution we are witnessing I will use some
data that we observed during the pastoral visitations and that were con-
firmed by the responses that the circumscriptions sent us during the re-
reading of the Constitutions. I will take them up by grouping them into
four points:
• We are moving toward a Carmel that is more apostolic and less
contemplative, engaged more in external works than in prayer.
• The care of community life is losing its centrality and importance
in favor of the prevailing demands of pastoral ministry.

30
• The formation of our young men, if we exclude the novitiate
year, is oriented more toward priestly ordination and the exercise
of ministry than toward the maturation and consolidation of our
friars and charismatic identity.
• The differences that exist between regions and circumscriptions
are putting the Order’s unity under great tension. The traditional
autonomy granted to the provinces by our law risks becoming
independent to the point that some provinces have written to us
hoping that the Order in the future will take the form of a sort of
federation of circumscriptions.
I have deliberately set out these data in the form of apodictic theses,
without nuance, to allow you to grasp the reality in all its provocative
concreteness. It is no longer time to remain in ambiguity and immobility.
Is this a loss of specificity of the Carmelite-Teresian identity and of the
unity of the Order? Or is it a question of a legitimate evolution of the
Carmelite-Teresian charism, which - in substantial fidelity to its funda-
mental elements - enhances aspects of particular relevance for today’s
world? If we agree on the goodness and validity of this evolution, we
must say so openly. We are the supreme authority of the Order: our con-
freres, especially the younger ones, expect from us clear answers at the
theoretical and practical levels to the many questions they have about our
way of living and working. If a General Chapter believes that this is the
right direction for the Order to follow and decides so, we will all accept
it and draw the necessary consequences. What we cannot do is affirm
one thing on the theoretical level and do another in practice. Incon-
sistency is in any case an evil, confusing minds and making them inca-
pable of lucid and courageous choices. Moreover, how can we form our
young people if we are unable to communicate to them clearly what our
vocation and mission in the Church consists of?
For my part, I believe that to continue along the line described
would mean reaching a point of rupture with our tradition and altering
the balance that links the various elements of our charismatic identity.
For this reason, I reaffirm here the need for a serious reform of the Order,
as I had already expressed in the 2017 Definitory, in consonance with the

31
appeals that Pope Francis is making to the whole Church, and in partic-
ular to consecrated life, which with its propheticism has in the past an-
ticipated and inspired the reform movements of the ecclesial body. In my
speech to the 2017 Definitory, however, I refrained from making con-
crete proposals because - I said - it did not seem right to me "to propose
to the whole Order a vision of renewal or reform based on my own per-
sonal vision or sensibility." Although I am still convinced of this, I be-
lieve that this rightful prudence does not prevent me from presenting to
your free discussion some paths that, in my opinion, the Order could or
should take to get out of the crisis in which it is struggling and to under-
take a renewal that is not imposed by circumstances, but is consciously
chosen and coherently pursued on the basis of the gift of grace received
and the needs of today’s world. As you can see, I am not thinking of
exhortations that remind our confreres of the duties of Carmelite life,
such as: pray more and be more faithful to community life! We know
very well that such recommendations, however just and necessary, are
interpreted as an exercise of a exhortatory literary genre from which no
practical effect is expected. In fact, it would be naïve and simplistic to
think of solving our profound identity crisis with voluntary calls for
greater observance.
What I am thinking about and what I want to propose to you is to
reconsider more carefully some of the resources that we have in our Or-
der and that we probably have not yet adequately utilized. I appeal, there-
fore, not to an effort of will, but to an effort of intelligence and to a
change of mentality which will allow us to reset our life and to prepare a
future free from the conditioning of a history gone by, but at the same
time, faithful to the charismatic inheritance that has been delivered to us
and for which we are responsible before the Church and the world. This,
in my opinion, is the only way to put into practice what we have written
in the Declaration on Charism. From many parts we have been asked to
make the Declaration more effective and operational in order to avoid
the risk that it too remains a document that is discussed, approved, and
quickly forgotten. I wonder, however, what we are thinking about when
we ask for practical decisions. If one is thinking of norms that impose

32
the observance of certain practices that are essential for living our voca-
tion, one has only to refer to the already existing Constitutions. But it is
not a question of simple observance. It is a question of clarity and cour-
age: clarity in order to become aware of the epochal change underway in
the history of our Order as well as of the entire Church, courage to make
decisions corresponding to a profoundly changed history. We cannot re-
peat what we have always done if we really want to be faithful to our
identity and prepare a future for it.

Interculturality
It is extremely difficult to make predictions about the future of our
Order for several reasons. The first and most obvious is that the demo-
graphic picture of the Catholic Church and of Christianity in general is
changing rapidly. I will mention just a couple of statistics. According to
a survey a few years ago, 61% of Christians live in the Global South and
only 39% in Europe and North America.2 It is predicted that "by 2050
there will probably be more Christians in Africa (1.25 billion) than in
Latin America (705 million) and Europe (490 million) combined.”3
If we look at the Order’s current statistics, we find that Europe still
has the largest number of members, 1401 (35.2%), followed immediately
by Asia with 1313 members (33%). If we add the number of members
from Europe, North America, and the Middle East, we arrive at a total of
1626, or 40.8% of the total. The African Carmel, for the moment, has
552 friars, equivalent to 13.9%, while Latin America, with 487 friars,
makes up 12.2% of the total.
Obviously, these numbers do not consider the age of the friars. If
we were able to make a statistic that also takes age into consideration,
we could easily predict the imminent overtaking of Europe by Asia and
the rapid rise of Africa and Madagascar. We can, however, get an idea

2 Cfr. T. P. RAUSCH, “Sfide contemporanee del cattolicesimo globale,” in Civiltà cat-


tolica, 2021, II, 274.
3 Ivi.

33
of the future by looking at the number of religious in formation which
are currently distributed as follows:
Asia 390 44,6%
Africa-Madagascar 255 29,1%
Europe 128 14,6%
Latin America 79 9%
North America 15 1,7%
Middle East 8 1%
Total 875

Clearly the face of the Order, which already presents itself in the
range of those in formation with 75% of its members in Asia and Africa
and only 16-17% in Europe and North America, is profoundly different
from what we have known only thirty years ago, as shown by the statis-
tics presented in 1991, in which 57.4% of the members lived in the North
of the planet and only 26.1% in Asia and Africa (and the remaining
16.5% in Latin America):

Europe 1897 51.1%


Asia 781 21%
Latin America 610 16,5
Africa-Madagascar 190 5.1
America Settentr. 167 4.5%
Middle East 65 1.8%
Total 3,710

On the other hand, the internal data of our Order corresponds per-
fectly to the general statistical picture, so that it can be said, in extreme
synthesis, that for the moment 40% of Discalced Carmelites live in the
North of the planet and 60% in the South, but in about ten years it is
foreseeable that the balance will tilt even more in favor of Africa and
Asia, which will host up to 75% of the members of the entire Order. This
geographical and cultural change is so profound that it throws into crisis
any attempt to imagine the future from the traditional framework of

34
European and North American Carmel. The consequences are innumer-
able so as to constitute genuine challenges for the future, especially at
the level of the general government of the Order.
A particularly instructive example concerns the Generalate and the
other houses dependent on the General Definitory: the community and
faculty of the Teresianum, the International College and the Cites of
Avila. Currently, the composition of these communities, based on the
geographical origin of the members, is as follows:

EUROPE & ASIA AFRICA AMERICA


M. EAST (INDIA) LATINA
General Curia 9 1 1 1
(Ext. Definitory)
Teresianum; Intern. 20 + 1 + 1 4+2+1 1 2+1
Coll; Sem. Missio-
num
CITeS 3 2

TOTAL 34 8 2 6

As we can see, the presence of European friars is by far the majority:


out of a total of 50 friars, 34 (68%) are European, a proportion that re-
flects a demographic situation of the Order that has long since been over-
come. At the same time, it must be said that the replacement of European
friars with non-European ones is by no means simple, nor can it be taken
for granted that it will be successful. Not a few attempts to insert non-
European brothers into international houses have proved unsuccessful
for various reasons, among which cultural differences with all their im-
plications are certainly present.
The concrete case of international communities at the service of the
whole Order brings to light one of the major challenges for the future of
our Order, namely, the ability to overcome cultural barriers and promote
interculturality in our circumscriptions and communities. It is now time
to face this fundamental challenge, which has been put off for too long.

35
Even though the Order is made up of thousands of members from very
different cultures, we can say that there are no experiences of intercul-
tural communities or initiatives. If we exclude the centers that depend
directly on the General Definitory, in Rome, Avila and the Holy Land,
and some sporadic experiences of collaboration at the service of some
Provinces, our communities are strictly monocultural.4 It seems that we
apply the logic of aut-aut, not et-et. If Africans are growing in a mission
in Africa, it is time for Europeans or Americans to leave. In Europe and
the United States, we have witnessed the multiplication of presences of
friars, especially Indians, in the territory of other Provinces without any
concern for integrating themselves into the life of these Provinces. For
twenty years, these phenomena continued on parallel tracks until the
General Definitory intervened to put an end to this practice that contra-
dicted the structure of our Order. We hope that we have finally succeeded
in stemming the phenomenon, but it is nonetheless significant that it has
happened and that a decisive intervention by the Order’s supreme author-
ity was necessary to put an end to it and to direct our confreres towards
forms of collaboration among the Provinces. In this way, a great weak-
ness of the Order came to light, namely, the fact that diversity is not at
the service of unity but becomes rigid in parallel structures that do not
communicate with one another.
In many religious congregations this work of intercultural exchange
has been going on for many years. In our Order this has not happened,
either because of the general resistance to change or because of the im-
portance and strong autonomy that our tradition assigns to the provincial
community. In fact, the form of interculturality adequate to our charism
does not pass through the weakening of the structure of the province, but
through the overcoming of "provincialism," understood as the with-
drawal of the province on itself and on its internal dynamics. We need to

4 In this regard, I would like to recall the experience of interprovincial and intercultural
collaboration that enabled us to save the mission in Cameroon a few years ago. Friars
from the Provinces of Lombardy and Genoa, the Commissariat of Congo, the Vicariate
of Nigeria and the Delegation of Central Africa participated. It is an exceptional example
of what the Order can do when it is able to join forces in a common project.

36
get people moving again and into dialogue, just as is happening in our
countries and cities, which are increasingly multi-ethnic and multi-cul-
tural. Allowing this current wave to enter our homes and our districts will
force us to question many habits, behavior, and ways of thinking. But it
is precisely this that we need: to come to terms with a history that has
changed, with respect to which we have remained behind, suffering it
passively without grasping its novelties and opportunities.
We cannot, however, forget or hide the difficulties and obstacles
that stand in the way of achieving this goal. The first and most obvious
difficulty, but not necessarily the most serious, concerns the advanced
average age of the European provinces which generally count among
their ranks a high number of elderly people and a small group of young
or less elderly people. It is not automatic, but it is certainly common, that
advanced age corresponds to a lesser willingness to change, even more
so, if these changes are not only external, but of mentality. Adapting to
new situations and different companions on the road is something that
young people do best. In this respect, the Old Continent does not have
many resources to deploy.
The greatest difficulty, however, depends on the path the Order has
taken in the last thirty to forty years. In fact, the Order has developed and
changed profoundly in its geographical and cultural composition, but this
change does not seem to have been guided and directed by the orienta-
tions coming from our legislative texts. We have grown or declined with-
out much questioning of the identity of what was being produced through
these processes. We quickly dismissed the question of identity by an-
swering that one can be a Discalced Carmelite in many different ways.
This answer, however, takes for granted the very thing that was the sub-
ject of the question, and that is actually being consistent with the identity
of the Carmelite-Teresian charism. What we have witnessed is not the
unfolding of a multiplicity from the one charism, the blossoming of a tree
firmly planted on its roots. To give an idea of what I think has happened,
I would use a different metaphor, that of an image, of a photograph of
which some details are enlarged to excess until the sharpness of the con-
tours is lost. Instead of the richness of different perspectives, each in its

37
own way restoring the fullness of Carmelite life, we have witnessed the
production of a series of copies of the same image that have blurred its
original clarity by enlarging or shrinking one or another aspect.
This situation today makes the effort to bring the various regions
and circumscriptions of our Order into dialogue with one another ex-
tremely complicated after decades of unrevised journeys and processes
that are often not in dialogue with one another. But precisely for this
reason we urgently need to begin to dialogue starting from a shared ex-
perience of life, a mutual knowledge, and a common commitment to col-
laboration. Only in this way will we be able to put our strengths back into
circulation. If we continue to remain closed in our own monocultural
shells, we will allow the grace that the Lord is offering us to emerge from
the crisis to pass us by without grasping it.
Several concrete steps could and should be taken to bring us closer
to one another. Among these is, for example, the learning of one or two
common languages with which we can communicate freely among all
the members of the Order. Many other religious Institutes have long
since chosen to use one or, at most, two official languages, while we have
so far resisted this change, which is small in itself, but which has in ad-
dition to its obvious practical usefulness, a great symbolic and spiritual
value: the effort to leave our linguistic-cultural comfort zone in order to
reach out to others.
Even the structures of communion and collaboration provided for
by our law have generally been little used. The Conferences of Major
Superiors, with the sole exception of Latin America, have played a very
marginal and in some cases non-existent role. The tendency in recent
years has been to invest even less in these structures, despite the objective
need for greater collaboration. Yet there are important coordinating func-
tions and services, once assigned to the center of the Order with its vari-
ous secretariats, that today could be carried out more effectively at the
level of the regional conferences (in the area of formation, vocation pro-
motion, specific apostolates). Even the possibility of establishing inter-
provincial communities, especially for initial formation, has been little

38
actualized. It is surprising to note how Provinces with very small num-
bers of friars believe that they do not need to collaborate with other cir-
cumscriptions to offer a better formation to their candidates and in view
of a more shared future. A similar point can be made in the area of on-
going formation, which could be a valuable occasion to develop oppor-
tunities for meeting, exchange, and dialogue among members of the
same region.

Formation
A reform has its privileged place of implementation in formation,
that is, where we strive to "give historical form" to the gift of the Spirit
that we received with our vocation to the Teresian Carmel. When I speak
of formation, I do not simply mean the initial period, but the lifelong care
and cultivation of one’s vocation. Without a solid formation it is not
possible to face the complexity of our times and give credible answers to
the many questions that are asked of us. Even more radically, without a
constant commitment to formation we will easily fall prey to a worldly
mentality, we will yield to the pressure of a system that homogenizes us
and, beyond our different subjective positions and beliefs, reduces us to
the anonymous condition of producers/consumers in a society dominated
by the market. The detachment from the world, of which Saint Teresa
speaks, requires today more than ever not only an ascetic dimension of
defense and distancing, but also the development of critical thinking, ca-
pable of discernment in the light of faith.
Also in this area, at the theoretical level, we all declare ourselves
convinced that formation is the priority commitment of each circum-
scription and of the entire Order, in line with what is stated in the docu-
ments of the Church. Unfortunately, however, these declarations of prin-
ciple are not followed by consistent choices. How many and which per-
sons do we invest in formation? How much time, energy and financial
resources do we dedicate to initial and ongoing formation? Do we ask
ourselves some questions about the need to rethink the modalities of for-
mation in order to make it more effective and adequate for the times we

39
are living? I am thinking, in particular, of our youngest members, both
those who are still in the initial phase of formation and those who have
only recently made their solemn profession or received presbyteral ordi-
nation. I wanted us to listen directly to their voices at the beginning of
this Chapter so that all the Chapter members would have an idea of what
is stirring in their minds and hearts.
We are moving with great strides towards a globalized world. The
younger generations, especially in Europe and America, but the trend is
spreading everywhere, are increasingly in contact with each other be-
yond political borders and cultural barriers. The typical place of this
meeting is the virtual space of the web where one can communicate from
one border of the Earth to another, thanks also to English, which has be-
come the koiné of our time. I believe that our Order has not yet come to
terms with this epochal change, especially in the area of initial and on-
going formation. We still have a very local image of formation, which in
part is well justified and should be preserved, but which becomes an ob-
stacle and a brake when it becomes rigid and closed to novelty. It is right,
in fact, that in forming the young people of a province we should take
care that they become integrated within the provincial community, get-
ting to know it, and being known by it. There is a whole local tradition
that a young person entering a particular circumscription must learn and
assimilate. But this rightful concern should not turn into a fear of con-
frontation, dialogue, and sharing with young people from other provinces
and traditions, as if this could alter the purity of the formation given or
weaken the sense of belonging to a given community. Let us not forget
that we are all members of the same Order and participants in the same
charism. If we are unable to accept the challenge of opening our borders
and overcoming barriers, we risk closing ourselves off in a small world,
which sooner or later will be too narrow and artificially separated from
the rest of the Order and the Church.
In recent years, the general administration has tried to promote for-
mation experiences at the interprovincial level, unfortunately meeting
with strong resistance. Some timid steps forward have been followed by
decisive steps backward. Far-reaching proposals, such as that of a year

40
of formation a few years after solemn profession and presbyteral ordina-
tion, were not accepted. As European Provincials may remember, at the
meeting of the Conference of Provincials of Europe and the Middle East
held in Linz from November 4-11, 2017, I had proposed to introduce a
year of Carmelite formation after solemn profession and presbyteral or-
dination, say between five and ten years later. The model I was inspired
by was that of the so-called tertianship novitiate (or "third probation")
year of the Jesuits. As is well known, it was an invention of St. Ignatius
who established this time of spiritual deepening and renewal before a
definitive commitment to the Society. In the Constitutions of the Society
of Jesus, St. Ignatius speaks of the need to move from intellectual study
to the schola affectus, the school of the heart, and precisely for this reason
he instituted the period of the tertianship novitiate: "To this end, it will
be useful for those who have been sent to study, once they have finished
the concern and the commitment to cultivate the intellect, to insist during
the time of the third probation in the school of the affection, applying
themselves to those spiritual and corporal exercises, which are capable
of procuring for them a greater humility and abnegation of every sensi-
tive affection and of every will and proper judgment, and a greater
knowledge and love of God our Lord. In this way, after having pro-
gressed themselves, they will be able to better advance others, to the
glory of God our Lord.”5
It is a mistake to reduce the transmission of the charism to learning
a series of intellectual contents, such as the history of the Order, the study
of the Rule and the Constitutions, the doctrine of our Saints. These con-
tents must be put into concrete life practices if we want them to truly
form a person and not only in-form him in our tradition. This was cer-
tainly the concern of St. Teresa and the generation immediately follow-
ing her. What was already clear to Teresa and Ignatius in the sixteenth
century we seem to have forgotten today. In fact, today we are witnessing
a kind of paradox: on the one hand we are more aware of the concrete
psychological dynamics of the person and insist on the value of

5 Ignatius of Loyola, Constitutions, n. 516.

41
experience, on the other hand, we seem to fail to adapt our formation
processes to this deeper anthropological knowledge. We organize char-
ismatic formation on the model of the academic study of philosophy and
theology, and while noting that this method is not effective, since it nei-
ther educates the person nor helps him acquire a new way of thinking
and acting, we fail to come up with anything better. I am aware, however,
that on these issues we need to open a broad debate in our religious fam-
ily, which so far has not happened. In the absence of such a clarification,
I am not surprised that the proposal for a third year of formation has elic-
ited lukewarm or frankly contrary reactions and has therefore been re-
jected in substance. What has been achieved, not without hesitation and
resistance, is a second common novitiate for the European professed,
which unfortunately was halted after the first year because of the pan-
demic. We hope that it can be resumed and strengthened in the years to
come. Much of our future depends on our ability to form a new genera-
tion of Carmelites who are capable of assimilating and internalizing our
charismatic patrimony and then communicating it creatively. The expe-
rience of meeting and getting to know each other among young people
from different Provinces is also of fundamental importance. In the past,
our International College was a crucial meeting point for friars from all
over the Order. Today Rome seems to have lost much of its former cen-
trality, and yet the void that has been created remains to be filled.
It is disturbing to note how much the sense of belonging to the Order
as such has been weakened. What once constituted a source of pride and
vital commitment for every friar today seems to be only a cold juridical-
institutional fact. Affections, concerns, and motivations have their center
elsewhere, in the promotion of oneself or, in the best of cases, of the
circumscription of which one is an immediate part. The Order, in its
global reality, appears as something distant and abstract which does not
concern us directly. Hence the obstacles encountered by those who are
called to govern the Order at the general level, both in finding people
available to work for the centers at the service of the entire Order, and in
finding a listening ear when addressing all the confreres, trying to in-
volve them in interprovincial projects or in paths of animation and

42
ongoing formation. Even the preparation for and participation in the Gen-
eral Chapter do not arouse particular enthusiasm, as is evident from the
responses received to the request to send proposals to be discussed here.
Only a few regions sent contributions that reflect a broad discussion and
a sincere desire to contribute to this essential moment in the life of the
Order. It was even more difficult to draw from a series of wide-ranging
reflections concrete proposals on which to orient the discussion in this
Chapter. If all this is happening, we cannot limit ourselves to noticing
and deploring it. We need to ask ourselves about the causes of this sort
of disaffection with our "corporate personality," with our being one fam-
ily in the Church that wants to speak with one voice and walk in the same
direction. But do we really want this or does this prospect, rather, frighten
us because we fear that it threatens our right to be free and different?

The communion of the three branches of the Order


Another strong point of our Order is the coexistence of the male,
female, and lay branches. Friars, nuns, and seculars share the same char-
ism, each living it in a way that corresponds to his or her own condition,
we develop and express all its richness. We know that for St. Teresa and
St. John of the Cross the exchange of experiences and the mutual support
among nuns, friars and lay people was a very important help and stimu-
lus. Without this exchange, sharing certain works would probably never
have come into being. For John, and even more so for Gracián, the fra-
ternal relationship with Teresa was decisive in fully understanding the
Carmelite vocation and finding its correct translation in a masculine key.
But the same can also be said for Teresa and for the first generations of
her daughters: the relationship with the friars opened them to a broader
ecclesial sensibility and to a deeper theological-spiritual formation. The
contributions of the laity are less known and studied, but I believe that
we all have in mind figures of Carmelites in the world who offer us lu-
minous examples of love, prayer, intimacy with the Lord Jesus amid the
noise and turmoil of daily life.

43
Even in this case, however, we can ask ourselves if we are really
taking advantage of this extraordinary strength and richness of our voca-
tion. It seems to me that we can and should do much more. Often, in fact,
our relationship with the nuns and laity falls into the category of the apos-
tolate. We are asked to provide services of celebration of the sacraments
or preaching, and we offer them. At times, we also help each other by
lending collaboration and support in facing the necessities of daily life,
and this is certainly a beautiful testimony of fraternity. But much more
rarely do we live our vocation in communion with our sister nuns and
our lay brothers and sisters. I understand that this is neither easy nor ob-
vious because it requires a journey of formation and maturation. We need
to learn from experience what is appropriate and what is not, what bene-
fits communion and what can damage it. But in any case, it is important
to place at the center of our attention and care this network of relation-
ships that should effectively and affectively constitute the reality of our
family. The further we stray from the center of our vocation, the less
attentive and interested we are in cultivating and animating the life of our
family. The end result is that we find ourselves "without a family." In
this way we are not faithful to the intention of our foundress, but above
all, we lose that sense of belonging to the family of Carmel that is vital
to arouse and channel our best energies.
The latest documents approved by the Holy See regarding women’s
contemplative life have certainly recognized greater autonomy of gov-
ernance for nuns and have given greater importance to federations and
associations of monasteries. But these changes, which in my opinion are
not only opportune but necessary, in no way exempt us from cultivating
our relationships with our sister nuns. What is asked of us is once again
to evolve our relationship from a clerical and directive mode to a more
fraternal and dialogical one. Something similar can also be said about
our relationship with members of the Secular Order whom we must learn
to relate to based on our common baptismal and charismatic vocation,
learning to work not only for them, but also with them to build our com-
mon home.

44
Some Final Considerations
Please forgive me if in this report I have expressed too strongly and
decisively the concerns I feel at the end of my service as Superior Gen-
eral. The intention that has guided me, however, is to point out re-
sistances, closures, and delays in order to broaden the horizon of our re-
flection and open concrete paths toward the future of the Order. I have
addressed some questions to this Chapter. They will be answered to the
extent that, with the assistance of the Holy Spirit, we will be able to make
a serious discernment of the Lord’s will for our family. For my part, I
would like to conclude with a couple of considerations.
The first concerns the manner of exercising the responsibility of
governance. As I have mentioned - but the discussion deserves to be ex-
panded and detailed - religious life is going through a time of strong in-
dividualism and dispersion. This is an almost inevitable consequence of
the historical and cultural context in which we are immersed. We must
respond to this challenge with intelligence and readiness. If we give up
and let the boat drift, we already know that the consequences for religious
life and for our Carmelite family will be disastrous. Therefore, today
more than ever, it is required of those who are invested with governmen-
tal responsibilities to assume them with serious commitment, without
giving in to the temptations of laxity and misunderstood goodness which
allows everything and closes its eyes to any deviation. It is not possible
to exercise the office of government in a naïve and uncritical way, least
of all today. One must prepare oneself and have as a constant point of
reference the study of canon law, of our Constitutions, of the determina-
tions of the General and Provincial Chapters. We are not superiors to do
what seems good to us or to allow others to do what they want, but to
govern, that is, to follow a determined course, chosen and approved by
the community. In a world where centrifugal forces prevail and the ego
is put at the center, it is necessary for the superior to use the tools avail-
able to him to counteract these tendencies and build or rebuild a common
fabric. This can certainly be done through pastoral work of sensitization
and formation, but it will remain ineffective if, at the moment when ac-
tion is needed, words are not confirmed by deeds.

45
The second and final consideration concerns the ability to have a
broad, potentially universal vision of the Teresian Carmel. In this we
would connect ourselves, among other things, to our origins. If we look
back over the first twenty years of the 17th century, we are admired for
the breadth of vision of the Fathers of the Italian Congregation, open to
the whole world. There was no geographical or cultural distance that they
did not feel ready to face, despite the limited means at their disposal. And
they did not do so superficially or with facile enthusiasm, but invented
the "seminaries for the missions," an avant-garde initiative that served as
a model for the entire Church. They were not friars who were closed in
on themselves and concerned with defending their own tranquil lifestyle:
they were men of the Church founded on the solid rock of contemplation
and inhabited by a profound passion for God and for all humanity.
As you can see, I am not talking about dreams, but about things that
have already happened in our Order and have laid its foundations. We
must continue to build on them and we can do so because the Spirit given
to our fathers is the same Spirit that has been given to us. It is with this
past that we must reckon if we are to have a future worthy of our voca-
tion.

***

ACTIVITIES OF THE GENERAL DEFINITORY 2015-2021

I. WHAT HAWE WE DONE IN THIS SIX YEARS?

Extraordinary Definitories
• Ariccia (Rom9): august 29 – september 6, 2017
• Old Goa (India): february 4-11, 2019

Rereading of the Constitutions

46
june 10, 2015: appointment of the Commission for the rereading of the
OCD Constitutions
October 2015 – june 2018: 12 Study guides prepared by the Commission
august 27 – september 4, 2018: last meeting of the Commission

Declaration on the charism


• February 2019: decision of the Extraordinary Definitory in Old
Goa to write a Declaration on the charism
• September 2019: preparation and sending of a first draft (to be
discussed in the Provinces and Provincial Chapters of 2020)
• October-november 2019: regional meetings on the Declaration
with young religious
• October 2020: evaluation of the contributions from the Chapters
and drafting of a second draft
• December 2020: the General Definitory approves the second
draft
• March 2021: sending the second draft to the Provincials

Revision of the Norms


• February 2019: decision of the Extraordinary Definitory in Old
Goa to proceed with the revision of the Norms
• September 2019: meeting of the Norms Review Commission
• April 2020: evaluation of the Commission’s work and drafting
of the revision proposal
• June 2020: the General Definitory approves the proposal for re-
vision
• June 2021: sending the revised Norms to the Chapter members

Renewal of the Curia


A) Spaces: archives, library, definitory room, postulation and bursar
rooms, electrical system, photovoltaic system (in progress)

47
B) Staff:
• Superior of the house: a Definitor (2015)
• Secretary General and Archivist (2015)
• General Bursar (2017)
• General Postulator (2021)
• Secretary for missionary cooperation (2015)
• Secretary for Information (2015, 2021)
• Webmaster (2019)
• Assistant to the Secretary General and Secretary for Statistics, in
charge of the library (2021)

Website and communications


• We changed the site once (2016) and this year another restyling
was implemented.
• Archive and postulation sites (2016)
• Carmelite digital portal project (ongoing)

Pastoral visitations
Change in the procedure of pastoral visitations:
• Approval of the decisions by the General Definitory
• Report of the circumscription one year after the visitation

Changes in the juridical status of some circumscriptions


• Transfer to the Commissariat (Congo)
• Transfer to the Semiprovinces (Flanders, Germany, Malta, Na-
poli, Oklahoma)

Regularization of extraterritorial presences


Individual presences, new foundations, taking charge of houses erected
belonging to other Provinces

Second novitiate at the European level and greater collaboration in


formation in Latin America

48
Increase of the teaching staff of the Teresianum

Implementation of the new legislation of Vultum Dei quaerere and


Cor Orans for the nuns

Mission Fund and Monastery Fund

Collaboration O.Carm. – O.C.D.


• Triennial meetings of the two General Councils:
Haifa-Stella Maris: november 27 – 2 december 2, 2016 (on the theme:
Consecrated life and the local Church)
Dublino – Gort Muire: may 27-31, 2019 (on the theme: Baptized and
sent: the mission of the Church)

• Letters from the Superiors General O.Carm. – O.C.D.:


May he be blessed forever, because he has waited so long for me, june
11, 2016, on the occasion of the Jubilee of Mercy
The patronage of St. Joseph on Carmel, decembrer 8, 2020

II. WHAT WE WANTED AND WE WERE NOT ABLE TO DO?

1. Renewal of the chapel of the Generalate


2. Missal ocd and proper to the liturgy of the hours after the approval
of the liturgical calendar
3. One year of formation after solemn profession (and presbyteral ordi-
nation)
4. Formation program for nuns
5. Have a canonist at the service of the generalate
6. Works in Wadi-es-Siah and Kikar Paris in Haifa

49
INFORME DEL PREPÓSITO GENERAL
SOBRE EL ESTADO DE LA ORDEN
92° Capítulo General OCD
Roma, 2 de septiembre de 2021

Queridos hermanos:
Como es tradición, comenzamos los trabajos de este 92º Capítulo
General con el informe del Superior general sobre el estado de la Orden.
En realidad, en lo que a mí respecta, después de doce años de servicio
como Superior general me parece que ya he expresado todo lo que tenía
que decir sobre la situación de nuestra Orden. No creo que tenga muchas
novedades que añadir a lo que se puede leer especialmente en las inter-
venciones a los Definitorios extraordinarios de 2011, 2014 y 2017 y al
Capítulo general de Ávila en 2015. Para no repetirme y no alargar inne-
cesariamente mi presentación, permitidme recordar brevemente los pun-
tos esenciales de esas intervenciones y tratar de resaltar el hilo conductor
que las conecta en un desarrollo unitario1.

Una mirada retrospectiva


En el Definitorio extraordinario de 2011 insistí sobre todo en la ne-
cesidad de partir de la experiencia real, de lo que nuestros religiosos y
nuestras comunidades viven concretamente en su cotidianidad, porque
solo a través de esta “hermenéutica desde abajo” es posible ver la verdad
de nuestra Orden y del camino que estamos recorriendo. Citando una fa-
mosa expresión de E. Husserl, invité a “ir a las cosas en sí”, a leer los
estados de ánimo de los hermanos y el clima humano y espiritual que se

1 En cuanto a las actividades realizadas por el Definitorio general en este sexenio, habi-
tualmente recogidas en el informe sobre el estado de la Orden, no me detengo a enume-
rarlas. Las encontraréis descritas en el resumen publicado junto con el texto de este in-
forme.

51
vive en las comunidades y a compararlos con el espíritu, las motivacio-
nes y los sentimientos de Teresa, como se describen en particular en el
Camino de perfección. De la comparación que intentamos hacer allí sur-
gieron diversos compromisos para el sexenio, en primer lugar el de “for-
mar comunidades que sean lugares de auténtico crecimiento cristiano y
espiritual y de irradiación de la verdad y la belleza que en ellas se expe-
rimentan”. Si las comunidades se convierten sólo en “lugares de tránsito
en el proceso personal de cada uno, y luego cada cual tiene su centro de
gravedad en otra parte” —se decía en el documento final—, no se trata
de una simple carencia que pueda ser compensada por la riqueza de otras
dimensiones, como la del trabajo pastoral, sino que es el fracaso del pro-
yecto carismático teresiano. Con la comunidad, concluíamos, se nos dará
todo lo demás, pero sin comunidad se nos quitará hasta lo que tenemos.
El informe al Definitorio del 2014 en Corea buscaba profundizar el
análisis de los motivos por los que la vitalidad de la Orden aparece debi-
litada o bloqueada. Me parece que el proceso de transformación que se
inició en la década de 1970 ha llevado a liberarse no solo de formas opre-
sivas de legalismo y autoritarismo, sino también de ese vínculo objetivo
que nos conecta con el sentido de nuestra vida, es decir, el fin, el telos al
que tiende nuestra vocación carmelitana. Esta tensión hacia el fin es cier-
tamente un vínculo, pero un vínculo atractivo y dinamizador. Perderlo en
nombre de la libertad de autorrealización individual significa en realidad
perder la dirección y la energía del movimiento. Una libertad privada de
su finalidad pierde su dinamismo propulsor y comienza a girar sobre sí
misma. En esta quietud autorreferencial, la vida se vacía de sentido y se
llena fácilmente con las pequeñas distracciones y gratificaciones que
ofrece la sociedad tecnoconsumista. Para contrarrestar esta tendencia que
conduce a la desmotivación y la parálisis interior, debemos plantearnos
seriamente la pregunta: ¿en qué tipo de persona quiero convertirme? La
respuesta no es tanto lo que declaramos con palabras, sino lo que está
escrito en las “prácticas” de vida que seguimos y por las que nos dejamos
moldear. Tenemos una idea, al menos vaga, de que la identidad del car-
melita descalzo depende del ejercicio de determinadas prácticas, como la
oración contemplativa y las relaciones fraternas, que están ampliamente

52
descritas en nuestras Constituciones. Ahora bien, ¿nuestra forma de ser
es moldeada por estas prácticas o bien por otras que corresponden a otras
identidades y nos convierten en personas distintas de lo que hemos de-
clarado que queremos llegar a ser? De estas preguntas surgió la necesidad
de una confrontación amplia y sincera con los textos de nuestras Consti-
tuciones y Normas para verificar hacia qué meta se dirige el camino que
estamos siguiendo como individuos y como comunidad.
El Capítulo general de 2015, como es sabido, tomó la decisión
“que la Orden emprenda una relectura de sus Constituciones, en vistas a
una posible modificación de las mismas, para una renovación de nuestra
vida” (¡Es tiempo de caminar! Documento conclusivo del 91º Capítulo
General OCD, n. 28). El propósito principal de esta relectura era la re-
novación de la vida a través de la comparación con nuestros textos legis-
lativos, en continuidad con el sexenio anterior dedicado a la relectura de
la obra de la Santa Madre Teresa. La intención del Capítulo general era
reducir la distancia que se ha abierto entre la formulación de nuestro ideal
de vida en las Constituciones y la experiencia vivida: “se trata de recrear
—donde se haya debilitado o perdido— la tensión entre el camino y la
meta” (¡Es tiempo de caminar!, n. 27). Sin embargo, no se excluía la
posibilidad de proceder a una revisión de las Constituciones en el caso
de que, más de treinta años después de su aprobación, se mostrara real-
mente necesaria. En este sentido, el Capítulo tomó en consideración tres
posibles opciones: “reelaboración de las Constituciones, revisión puntual
de las mismas y/o redacción de una Declaración sobre la vida carmeli-
tano-teresiana” (¡Es tiempo de caminar!, n. 32).
El programa de relectura de las Constituciones se llevó a cabo de
octubre de 2015 a junio de 2018 con la ayuda de doce fichas, elaboradas
por una comisión especial, que orientaron y facilitaron el estudio perso-
nal y el diálogo comunitario. En el Definitorio extraordinario de 2017 se
hizo una primera valoración del trabajo realizado hasta ese momento,
valoración ciertamente positiva, pero en la que también se destacaron
límites y carencias. El informe que presenté sobre el estado de la Orden
en esa ocasión partía de la siguiente observación: “Nuestra Orden com-
parte la situación general de la vida religiosa hoy, que podríamos definir

53
como un camino de renovación que se ha quedado a la mitad, un camino
ralentizado o incluso bloqueado por su rumbo incierto, la complejidad
del recorrido y el cansancio de los caminantes”. Por tanto, presenté de
manera analítica los aspectos de la vida de la Orden en los que esta situa-
ción de renovación incompleta aparece más evidente: la dimensión con-
templativa, el cuidado de nosotros mismos, la vida fraterna en comuni-
dad, la relación entre carisma y ministerio ordenado, la formación inte-
lectual, la relación con las monjas y los laicos.
Concluyo esta mirada retrospectiva con las decisiones tomadas por
el Definitorio extraordinario de Goa en 2019, que ha optado por no pro-
ceder a una reescritura de las Constituciones, ni a su revisión puntual, y
en cambio ha aprobado la redacción de una Declaración sobre el carisma
carmelitano-teresiano y una revisión de las Normas aplicativas. Desde
marzo de este año, está a vuestra disposición el segundo borrador de la
Declaración sobre el carisma, corregido a partir de las sugerencias reci-
bidas de las circunscripciones y de algunos religiosos. En junio se envió
la propuesta de revisión de algunas Normas aplicativas. Trabajaremos
juntos en este material a lo largo de estas dos semanas.

¿A dónde vamos?
Al final de mi segundo mandato, creo que no haría un buen servicio
a la Orden y a este Capítulo general si no me atreviera a sacar las con-
clusiones de lo que he observado y vivido en este período. Es mi deber
concreto decir con franqueza lo que me parece que es la verdad de la
transformación que se está produciendo en nuestra Orden, sin atenuarla
ni disimularla. Lo que digo fue presentado y aprobado por el Definitorio
general, de modo que es en nombre del gobierno general de la Orden que
os hablo.
Para describir la evolución a la que estamos asistiendo, utilizaré al-
gunos datos que hemos observado durante las visitas pastorales y que
fueron confirmados por las respuestas que nos enviaron las circunscrip-
ciones durante la relectura de las Constituciones. Los retomo agrupándo-
los en cuatro puntos:

54
• Caminamos hacia un Carmelo más apostólico y menos contem-
plativo, comprometido más en las obras exteriores que en la ora-
ción.
• El cuidado de la vida comunitaria está perdiendo su centralidad
e importancia a favor de las necesidades imperantes de la pasto-
ral.
• La formación de nuestros jóvenes, si excluimos el año de novi-
ciado, se orienta más a la ordenación sacerdotal y al ejercicio del
ministerio que a la maduración y a la consolidación de nuestra
identidad religiosa y carismática.
• Las diferencias existentes entre regiones y circunscripciones es-
tán sometiendo la unidad de la Orden a una gran tensión. La tra-
dicional autonomía otorgada a las provincias por nuestra legisla-
ción corre el riesgo de convertirse en independencia hasta el
punto de que algunas provincias nos han escrito con la propuesta
de que la Orden en el futuro se configure como una especie de
federación de circunscripciones.

He presentado deliberadamente estos datos en forma de tesis apo-


dícticas, sin matices, para permitiros captar la realidad en toda su provo-
cadora concreción. Ya no es el momento de permanecer en la ambigüe-
dad y la inmovilidad. ¿Es una pérdida de especificidad de la identidad
carmelitano-teresiana y de la unidad de la Orden? ¿O se trata de una evo-
lución legítima del carisma carmelitano-teresiano, que —manteniendo la
fidelidad sustancial a sus elementos fundamentales— realza aspectos de
especial relevancia para el mundo de hoy? Si estamos de acuerdo en la
bondad y vigencia de esta evolución, debemos decirlo abiertamente. So-
mos la autoridad suprema de la Orden: de nosotros nuestros hermanos,
especialmente los más jóvenes, esperan respuestas claras a nivel teórico
y práctico a las múltiples preguntas que se hacen sobre nuestra forma de
vivir y operar. Si un Capítulo general cree que esta es la dirección co-
rrecta que debe seguir la Orden y lo decide, todos lo aceptaremos y saca-
remos las consecuencias necesarias. Lo que no podemos hacer es afirmar
una cosa teóricamente y hacer otra en la práctica. En cualquier caso, la

55
incoherencia es un mal que confunde las mentes y las vuelve incapaces
de tomar decisiones lúcidas y valientes. Además, ¿cómo podemos formar
a nuestros jóvenes si no podemos comunicarles claramente en qué con-
siste nuestra vocación y misión en la Iglesia?
Por mi parte, creo que continuar en la línea descrita significa llegar
a un punto de ruptura con nuestra tradición y alterar el equilibrio que
conecta los distintos elementos de nuestra identidad carismática. Por eso
reafirmo aquí la necesidad de una reforma seria de la Orden, como ya lo
expresé en el Definitorio de 2017, en consonancia con los llamamientos
que el Papa Francisco dirige a toda la Iglesia y en particular a la vida
consagrada, que con su profetismo ha precedido e inspirado en el pasado
los movimientos de reforma del cuerpo eclesial. En mi discurso al Defi-
nitorio en 2017, sin embargo, me abstuve de hacer propuestas concretas
porque —dije— no me parecía correcto “proponer a toda la Orden una
visión de renovación o reforma basada en mi visión o sensibilidad per-
sonal”. Aún convencido de ello, creo que esta justa prudencia no me im-
pide exponer a vuestra libre discusión algunos caminos que, en mi opi-
nión, la Orden podría o debería recorrer para salir de la crisis en la que
se está debatiendo y emprender una renovación que no sea impuesta por
las circunstancias, sino elegida conscientemente y perseguida con cohe-
rencia sobre la base del don de la gracia recibida y las necesidades del
hombre de hoy. Como veréis, no pienso en exhortaciones que recuerden
a nuestros hermanos los deberes de la vida carmelitana, tales como: ¡Re-
zad más y sed más fieles a la vida comunitaria! Sabemos bien que tales
recomendaciones, por justas y necesarias que sean, se interpretan como
el ejercicio de un género literario parenético del que no se espera ningún
efecto práctico. De hecho, sería ingenuo y simplista pensar en resolver
nuestra profunda crisis de identidad con llamadas voluntaristas a una ma-
yor observancia.
Lo que pienso y lo que quiero proponeros es que reconsideremos
más detenidamente algunos recursos que tenemos en nuestra Orden y que
probablemente todavía no hemos utilizado adecuadamente. Apelo, por
tanto, no a un esfuerzo de voluntad, sino a un esfuerzo de inteligencia y
de cambio de mentalidad, que nos permita reajustar nuestra vida y

56
preparar un futuro libre del condicionamiento de una historia pasada,
pero a la vez fiel a la herencia carismática que nos ha sido entregada y
de la que somos responsables ante la Iglesia y el mundo. En mi opinión,
esta es la única forma de poner en práctica lo que escribimos en la De-
claración sobre el carisma. Muchos nos han pedido que hagamos la De-
claración más eficaz y operativa para evitar el riesgo de que sea de nuevo
un documento discutido, aprobado y olvidado rápidamente. Pero me pre-
gunto en qué se piensa al pedir determinaciones prácticas. Si pensamos
en normas que exijan la observancia de determinadas prácticas esenciales
para vivir nuestra vocación, basta remitir a las Constituciones existentes.
Pero no se trata de un simple cumplimiento. Se trata de lucidez y coraje:
lucidez para tomar conciencia del cambio de época que se está produ-
ciendo en la historia de nuestra Orden y de toda la Iglesia, coraje para
tomar decisiones que correspondan a una historia profundamente cam-
biada. No podemos repetir lo que siempre hemos hecho si realmente que-
remos ser fieles a nuestra identidad y prepararle un futuro.

Interculturalidad
Es extremadamente difícil predecir el futuro de nuestra Orden, por
varias razones. La primera y más evidente es que el panorama demográ-
fico de la Iglesia católica y del cristianismo en general está evolucio-
nando rápidamente. Menciono solo un par de estadísticas. Según una en-
cuesta de hace unos años, el 61% de los cristianos vive en el sur del
mundo y solo el 39% en Europa y América del Norte2. Se espera que
“para el 2050 haya probablemente más cristianos en África (1.250 millo-
nes) que en América Latina (705 millones) y Europa (490 millones) jun-
tas”3.
Si miramos las estadísticas actuales de la Orden nos encontramos
con que Europa todavía tiene el mayor número de miembros, 1.401
(35,2%), seguida inmediatamente por Asia con 1.313 miembros (33%).

2 Cfr. T. P. RAUSCH, “Sfide contemporanee del cattolicesimo globale”, en Civiltà catto-


lica 2021, II, 274.
3 Ibid.

57
Si sumamos el número de miembros de Europa, América del Norte y
Oriente Medio llegamos a un total de 1.626, lo que equivale al 40,8% del
total. Por el momento, el Carmelo africano tiene 552 religiosos, lo que
equivale al 13,9%, mientras que América Latina, con 487 religiosos,
constituye el 12,2% del total.
Evidentemente, estos números no tienen en cuenta la edad de los
religiosos. Si hiciéramos una estadística que también tenga en cuenta los
datos personales, podríamos prever fácilmente el inminente adelanta-
miento de Europa por Asia y el rápido ascenso de África y Madagascar.
Sin embargo, podemos hacernos una idea del futuro observando el nú-
mero de religiosos en formación, que actualmente se distribuyen de la
siguiente manera:
Asia 390 44,6%
África-Madagascar 255 29,1%
Europa 128 14,6%
América Latina 79 9%
América del Norte 15 1,7%
Medio Oriente 8 1%
Total 875

Parece evidente que en poco tiempo Europa, o mejor dicho el norte


del planeta, pasará a la tercera posición, después de Asia y África, pero
también es probable que en un futuro no muy lejano se sitúe en primer
lugar África, seguida de Asia.
Claramente el rostro de la Orden, que ya se presenta en la gama de
los formandos con el 75% de sus miembros en Asia y África y solo el
16-17% en Europa y América del Norte, es profundamente diferente de
lo que hemos conocido hace solo treinta años, como muestran las esta-
dísticas presentadas en 1991, en las que el 57,4% de los miembros vivía
en el norte del planeta y solo el 26,1% en Asia y África (y el 16,5% res-
tante en América Latina):

58
Europa 1.897 51,1%
Asia 781 21%
América Latina 610 16,5%
África-Madagascar 190 5,1%
América del Norte 167 4,5%
Medio Oriente 65 1,8%
Total 3.710

Por otro lado, los datos internos de nuestra Orden se corresponden


perfectamente con el cuadro estadístico general, por lo que se puede de-
cir, en pocas palabras, que por el momento el 40% de los carmelitas des-
calzos viven en el Norte del planeta y el 60% en el Sur, pero en unos diez
años es previsible que la balanza se incline aún más a favor de África y
Asia, que acogerán hasta el 75% de los miembros de toda la Orden. Se
trata de un cambio geográfico y cultural tan profundo que socava cual-
quier intento de imaginar el futuro a partir del marco tradicional del Car-
melo europeo y norteamericano. Las consecuencias son innumerables y
constituyen verdaderos desafíos para el futuro, especialmente en cuanto
al gobierno general de la Orden.
Un ejemplo particularmente instructivo concierne la Casa general y
las otras casas dependientes del Definitorio general: la comunidad y fa-
cultad del Teresianum, el Colegio Internacional y el CITES de Ávila.
Actualmente la composición de estas comunidades, en función del origen
geográfico de los miembros, es la siguiente:

EUROPA Y ASIA ÁFRICA AMÉRICA


MEDIO OR. (INDIA) LATINA
Curia General 9 1 1 1
(excl. Definitorio)
Teresianum, Col. 20 + 1 + 1 4+2+1 1 2+1
Int., Sem. Miss.
CITeS 3 2

TOTAL 34 8 2 6

59
Como puede observarse, la presencia de religiosos europeos es, con
mucho, mayoritaria: de un total de 50 religiosos, 34 (68%) son europeos,
una proporción que refleja una situación demográfica de la Orden que ha
sido superada hace mucho tiempo. Al mismo tiempo, hay que decir que
no es nada fácil sustituir a los religiosos europeos por otros de fuera de
Europa, ni es evidente que esto tenga éxito. Un buen número de intentos
de incluir hermanos no europeos en las casas internacionales han resul-
tado inútiles por varias razones, entre las cuales la diferencia cultural está
ciertamente presente con todas sus implicaciones.
El caso concreto de las comunidades internacionales al servicio de
toda la Orden pone de manifiesto uno de los principales retos para el
futuro de nuestra Orden, a saber, la capacidad de superar las barreras
culturales y promover la interculturalidad en nuestras circunscripciones
y comunidades. Ha llegado el momento de afrontar este desafío funda-
mental, que se ha pospuesto durante demasiado tiempo. Si bien la Orden
está formada por miles de miembros pertenecientes a culturas muy dife-
rentes, se puede decir que no existen experiencias de comunidades o de
iniciativas interculturales. Si excluimos los centros directamente depen-
dientes del Definitorio general, en Roma, Ávila y Tierra Santa, y alguna
experiencia esporádica de colaboración al servicio de algunas Provincias,
nuestras comunidades son estrictamente monoculturales4. Parece que en-
tre nosotros valga la lógica del aut-aut, no del et-et. Si en una misión en
África aumentan los africanos, es hora de que los europeos o americanos
se vayan. En Europa y Estados Unidos hemos sido testigos de la multi-
plicación de presencias de frailes, especialmente de la India, en el terri-
torio de otras provincias, sin ninguna preocupación por integrarlos en la
vida de estas provincias. Han avanzado durante veinte años por vías pa-
ralelas hasta que el Definitorio general ha intervenido para poner fin a
esta práctica que contradice la estructura de nuestra Orden. Esperamos

4En este sentido, quiero recordar la experiencia de colaboración interprovincial e inter-


cultural que nos permitió salvar la misión en Camerún hace unos años. Participaron reli-
giosos de las provincias de Lombardía y Génova, el Comisariado del Congo, el Vicariato
de Nigeria y la Delegación de África Central. Es un ejemplo excepcional de lo que la
Orden consigue hacer cuando es capaz de unir fuerzas en un proyecto común.

60
haber logrado finalmente detener el fenómeno, pero sin embargo es sig-
nificativo que todo esto haya podido suceder y que haya sido necesaria
una intervención decidida de la autoridad suprema de la Orden para de-
tenerlo y orientar a nuestros hermanos hacia formas de colaboración en-
tre las provincias. Así ha salido a la luz una gran debilidad de la Orden,
a saber, el hecho de que la diversidad no está al servicio de la unidad,
sino que se vuelve rígida en estructuras paralelas, sin comunicación entre
ellas.
En muchas congregaciones religiosas este trabajo de intercambio
intercultural ya se realiza desde hace muchos años. En nuestra Orden esto
no ha sucedido, ya sea por la resistencia generalizada a los cambios, ya
sea por la importancia y fuerte autonomía que nuestra tradición asigna a
la comunidad provincial. De hecho, la forma de interculturalidad ade-
cuada a nuestro carisma no pasa por el debilitamiento de la estructura de
la provincia, sino por la superación del “provincialismo”, entendido
como el repliegue de la provincia sobre sí misma y su dinámica interna.
Necesitamos poner a las personas en movimiento y en diálogo, como está
sucediendo en nuestros países y ciudades, que son cada vez más multiét-
nicos y multiculturales. Permitir que este viento entre en nuestros hoga-
res y distritos nos obligará a cuestionar muchos hábitos, comportamien-
tos y formas de pensar. Pero esto es precisamente lo que necesitamos:
afrontar una historia que ha cambiado, frente a la que nos hemos quedado
atrás, asumiéndola pasivamente sin captar sus novedades y oportunida-
des.
Sin embargo, no podemos olvidar u ocultar las dificultades y los
obstáculos que se interponen en el camino hacia este objetivo. La primera
y más evidente dificultad, pero no necesariamente la más grave, se refiere
a la edad media avanzada de las provincias europeas, que suelen tener un
número elevado de religiosos mayores y un pequeño grupo de jóvenes o
menos ancianos entre sus filas. No es automático, pero ciertamente es
frecuente que la vejez corresponda a una menor disposición al cambio,
más aún cuando se trata de cambios no solo externos, sino de mentalidad.
Adaptarse a nuevas situaciones y a diferentes compañeros de viaje es más

61
bien característico de los jóvenes. En este sentido, el Viejo Continente
no tiene muchos recursos que ofrecer.
La mayor dificultad, sin embargo, depende del camino que la Orden
ha recorrido durante los últimos treinta o cuarenta años. De hecho, la
Orden se ha desarrollado y ha cambiado profundamente en su composi-
ción geográfica y cultural, pero este cambio no parece haber sido guiado
y dirigido por las pautas que emanan de nuestros textos legislativos. He-
mos crecido o disminuido sin preguntarnos demasiado por la identidad
de lo que se estaba produciendo a través de estos procesos. Rápidamente
hemos descartado la cuestión de la identidad respondiendo que uno
puede ser un carmelita descalzo de muchas formas diferentes. Esta res-
puesta, sin embargo, da por sentado precisamente lo que era el contenido
de la pregunta, es decir, ser efectivamente coherentes con la identidad
del carisma carmelitano-teresiano. Lo que hemos observado no es el
desarrollo de una multiplicidad a partir de un carisma, el florecimiento
de un árbol firmemente plantado en sus raíces. Para dar una idea de lo
que creo que ha sucedido, usaría una metáfora diferente, la de una ima-
gen, una fotografía en la que algunos detalles se magnifican en exceso
hasta perder la nitidez de los contornos. En lugar de la riqueza de dife-
rentes perspectivas, cada una de las cuales refleja la plenitud de la vida
carmelitana a su manera, hemos sido testigos de la producción de una
serie de copias de una misma imagen que han desdibujado su claridad
original ampliando o reduciendo uno u otro aspecto.
Esta situación hace hoy sumamente complicado el esfuerzo por ha-
cer que las distintas regiones y circunscripciones de nuestra Orden dia-
loguen entre sí, después de décadas de caminos y procesos no sujetos a
revisión y muchas veces sin diálogo entre sí. Pero precisamente por eso
es urgente iniciar el diálogo a partir de una experiencia de vida compar-
tida, del conocimiento mutuo y de un compromiso común de colabora-
ción. Solo así podremos poner en circulación las fuerzas que tenemos a
nuestra disposición. Si seguimos encerrados cada uno en su propio capa-
razón monocultural, dejaremos pasar, sin aferrarnos a ella, la gracia que
el Señor nos ofrece para salir de la crisis.

62
Se podrían y se deberían tomar algunas medidas concretas para acer-
carnos unos a otros. Entre ellas se encuentra, por ejemplo, el aprendizaje
de uno o dos idiomas comunes, con los que poder comunicarse libre-
mente entre todos los miembros de la Orden. Muchos institutos religiosos
han optado ya desde hace algún tiempo por utilizar una o, como mucho,
dos lenguas oficiales, mientras que hasta ahora nosotros nos hemos re-
sistido a este cambio, que es pequeño en sí mismo, pero que tiene, ade-
más de su evidente utilidad práctica, un gran valor simbólico y espiritual:
el esfuerzo por salir de nuestra zona de confort lingüístico-cultural para
salir al encuentro del otro.
Las estructuras de comunión y colaboración previstas por nuestras
leyes también han sido, en general, poco utilizadas. Las Conferencias de
Superiores Mayores, con la única excepción de América Latina, han te-
nido un papel muy marginal y en algunos casos inexistente. La tendencia
de los últimos años ha sido invertir aún menos en estas estructuras, a
pesar de la necesidad objetiva de una mayor colaboración. Sin embargo,
existen importantes funciones y servicios de coordinación, en otro
tiempo asignados al centro de la Orden con sus diversos secretariados,
que hoy podrían llevarse a cabo de manera más efectiva a través de las
conferencias regionales (en el área de la formación, la promoción voca-
cional, el apostolado específico). Incluso la posibilidad de establecer co-
munidades interprovinciales, especialmente para la formación inicial, ha
tenido pocas realizaciones. Sorprende observar cómo provincias con un
número muy reducido de religiosos creen que no necesitan colaborar con
otras circunscripciones para ofrecer una mejor formación a sus candida-
tos y con vistas a un futuro más compartido. Una reflexión similar se
puede hacer en el contexto de la formación permanente, que podría ser
una oportunidad preciosa para desarrollar espacios de encuentro, inter-
cambio y diálogo entre miembros de una misma región.

Formación
Una reforma tiene su lugar privilegiado de realización en la forma-
ción, es decir, allí donde se procura “dar forma histórica” al don del

63
Espíritu que hemos recibido con la vocación al Carmelo Teresiano. Ha-
blando de formación, no me refiero simplemente al período inicial, sino
al cuidado y cultivo de la propia vocación que dura toda la vida. Sin una
formación sólida no es posible afrontar la complejidad de nuestro tiempo
y dar respuestas creíbles a las muchas preguntas que se nos plantean. Aún
más radicalmente, sin un compromiso constante de formación fácilmente
seremos presa de una mentalidad mundana, sucumbiremos a la presión
de un sistema que nos convierte en iguales y, más allá de las diferentes
posiciones subjetivas y creencias, nos reduce a la condición anónima de
productores/consumidores de una sociedad dominada por el mercado. El
desapego del mundo, del que habla santa Teresa, requiere hoy más que
nunca no solo una dimensión ascética, de defensa y de distanciamiento,
sino también el desarrollo de un pensamiento crítico, capaz de realizar
un discernimiento a la luz de la fe.
Incluso en este ámbito, a nivel teórico, todos nos declaramos con-
vencidos de que la formación es el compromiso prioritario de todas las
circunscripciones y de toda la Orden, en línea con lo que afirman los
documentos de la Iglesia. Sin embargo, lamentablemente, estas declara-
ciones de principios no van seguidas de opciones coherentes. ¿Cuántas y
qué personas invertimos en la formación? ¿Cuánto tiempo, cuánta ener-
gía y cuántos recursos económicos dedicamos a la formación inicial y
permanente? ¿Nos hacemos algunas preguntas sobre la necesidad de re-
pensar las modalidades de formación para hacerla más eficaz y adecuada
a los tiempos que vivimos? Pienso, en particular, en nuestros miembros
más jóvenes, tanto en los que todavía se encuentran en la fase inicial de
formación, como en los que solo recientemente han hecho la profesión
solemne o han recibido la ordenación sacerdotal. He querido que al co-
mienzo de este Capítulo escucháramos directamente sus voces para que
todos los capitulares se hicieran una idea de lo que se agita en sus mentes
y en sus corazones.
Estamos avanzando rápidamente hacia un mundo globalizado. Las
generaciones más jóvenes, especialmente en Europa y América, aunque
la tendencia se está extendiendo por todas partes, están cada vez más en
contacto entre sí, más allá de las fronteras políticas y las barreras

64
culturales. El lugar típico de este encuentro es el espacio virtual de la
web, donde se puede comunicar de un extremo a otro de la Tierra, gracias
también al inglés, que se ha convertido en la koiné de nuestro tiempo.
Creo que nuestra Orden aún no ha aceptado este cambio de época, espe-
cialmente en el área de la formación inicial y permanente. Seguimos te-
niendo una imagen muy local de la formación, que en parte está bien
justificada y necesita ser preservada, pero que se convierte en un obs-
táculo y un freno cuando se endurece y se cierra a la novedad. Es justo,
en efecto, que en la formación de los jóvenes de una provincia se tenga
cuidado de que se integren en la comunidad provincial, conociéndola y
dándose a conocer por ella. Existe toda una tradición local que un joven,
entrando en una circunscripción específica, debe aprender y asimilar.
Pero esta justa preocupación no debe convertirse en miedo al intercam-
bio, al diálogo y al compartir con los jóvenes de otras Provincias y tradi-
ciones, como si ello pudiera alterar la pureza de la formación impartida
o debilitar el sentido de pertenencia a una determinada comunidad. No
olvidemos que todos somos miembros de la misma Orden y partícipes
del mismo carisma. Si somos incapaces de aceptar el desafío de abrir
fronteras y superar barreras, corremos el riesgo de encerrarnos en un
mundo pequeño, que tarde o temprano será demasiado estrecho y artifi-
cialmente separado del resto de la Orden y de la Iglesia.
En los últimos años, el gobierno general ha tratado de promover ex-
periencias de formación a nivel interprovincial, topando lamentable-
mente con fuertes resistencias. Unos tímidos pasos hacia adelante fueron
seguidos por firmes pasos hacia atrás. No se aceptaron propuestas de mi-
rada amplia como la de un año de formación pocos años después de la
profesión solemne y la ordenación sacerdotal. Como quizá recordarán
los provinciales europeos, en el encuentro de la Conferencia de Provin-
ciales de Europa y Oriente Medio celebrado en Linz del 4 al 11 de no-
viembre de 2017 propuse introducir un año de formación carmelitana tras
la profesión solemne y la ordenación sacerdotal, digamos entre cinco y
diez años después. El modelo que me inspiró es el del llamado tercer año
de noviciado (o “tercera probación”) de los jesuitas. Como se sabe, fue
una creación de san Ignacio que estableció este tiempo de profundización

65
y renovación espiritual antes del compromiso definitivo con la Compa-
ñía. En las Constituciones de la Compañía de Jesús, san Ignacio habla de
la necesidad de pasar del estudio a la schola affectus, a la escuela del
corazón, y por eso mismo instituyó el período del tercer noviciado: “Para
lo cual ayudará a los que han sido enviados al estudio, en el tiempo de la
última probación, acabada la diligencia y cuidado de instruir el entendi-
miento, insistir en la escuela del afecto, ejercitándose en cosas espiritua-
les y corporales que más humildad y abnegación de todo amor sensual y
voluntad y juicio proprio y mayor conocimiento y amor de Dios nuestro
Señor pueden causarle, para que habiéndose aprovechado en sí mismos,
mejor puedan aprovechar a otros a gloria de Dios nuestro Señor.”5
Es un error reducir la transmisión del carisma al aprendizaje de una
serie de contenidos intelectuales, como la historia de la Orden, el estudio
de la Regla y las Constituciones, la doctrina de nuestros santos. Estos
contenidos deben desembocar en prácticas de vida concretas, si quere-
mos que realmente formen a una persona y no solo le informen sobre
nuestra tradición. Esta fue sin duda la preocupación de santa Teresa y de
la generación que la siguió inmediatamente. Lo que era claro para Teresa
e Ignacio en el siglo XVI hoy parece que lo hemos olvidado. De hecho,
hoy estamos asistiendo a una especie de paradoja: por un lado, somos
más conscientes de las dinámicas psicológicas concretas de la persona e
insistimos en el valor de la experiencia, por otro parece que somos inca-
paces de adaptar nuestros procesos formativos a este conocimiento an-
tropológico más profundo. Organizamos la formación carismática sobre
el modelo del estudio académico de la filosofía y la teología, y si bien
notamos que este método no es efectivo, ya que no educa a la persona ni
la ayuda a adquirir una nueva forma de pensar y actuar, no conseguimos
pensar en algo mejor. Soy consciente, sin embargo, de que sobre estos
temas sería necesario abrir un amplio debate en nuestra familia religiosa,
lo que hasta ahora no ha sucedido. Faltando una reflexión de este tipo,
no me sorprende que la propuesta de un tercer año de formación haya
suscitado reacciones tibias o francamente contrarias y, por tanto, haya

5 IGNACIO DE LOYOLA, Constituciones, n. 516.

66
sido rechazada en el fondo. Lo que se ha logrado hacer, no sin vacilacio-
nes y resistencias, es un segundo noviciado común para los profesos eu-
ropeos, que lamentablemente se paralizó tras la primera edición debido
a la pandemia. Esperamos que pueda recuperarse y fortalecerse en los
próximos años. Gran parte de nuestro futuro depende de la capacidad de
formar una nueva generación de carmelitas que sean capaces de asimilar
e interiorizar nuestra herencia carismática, para luego poder comunicarla
creativamente. La experiencia de encuentro y conocimiento mutuo entre
jóvenes de diferentes provincias es también de fundamental importancia.
En el pasado, nuestro Colegio internacional fue un punto de encuentro
crucial para los religiosos de toda la Orden. Hoy Roma parece haber per-
dido gran parte de su antigua centralidad y, sin embargo, el vacío que se
ha creado queda por llenar.
Es preocupante comprobar cuánto se ha debilitado el sentido de per-
tenencia a la Orden como tal. Lo que en otros tiempos fue motivo de
orgullo y compromiso vital para todos los religiosos, hoy parece ser solo
un frío dato jurídico-institucional. Los afectos, las inquietudes y las mo-
tivaciones tienen su centro en otro lugar, en la promoción de uno mismo
o, en el mejor de los casos, de la circunscripción de la que se forma parte
inmediata. La Orden, en su realidad global, parece ser algo lejano y abs-
tracto, que no nos concierne directamente. De ahí los obstáculos que ex-
perimentan los llamados a gobernar la Orden a nivel general, tanto para
encontrar personas disponibles para trabajar en los centros al servicio de
toda la Orden, como para encontrar acogida cuando se dirigen a todos los
hermanos, tratando de involucrarles en proyectos interprovinciales o en
programas de animación y formación permanente. Incluso la preparación
y participación en el Capítulo general no despierta un entusiasmo parti-
cular, como se desprende de las respuestas recibidas a la solicitud de en-
vío de propuestas para ser discutidas aquí. Solo unas pocas regiones han
enviado aportaciones que reflejan una amplia discusión y una sincera vo-
luntad de contribuir a este momento esencial en la vida de la Orden. Más
difícil aún fue extraer a partir de una serie de reflexiones de amplio al-
cance propuestas concretas sobre las que orientar la discusión en este
Capítulo. Si todo esto sucede, no podemos simplemente reconocerlo y

67
deplorarlo. Debemos preguntarnos por las causas de este tipo de indife-
rencia en relación con nuestra “personalidad corporativa”, con nuestro
ser una sola familia en la Iglesia, que quiere hablar con una sola voz y
caminar en la misma dirección. Pero, ¿realmente lo queremos o esta pers-
pectiva más bien nos asusta porque tememos que amenace nuestro dere-
cho a ser libres y diferentes?

La comunión de las tres ramas de la Orden


Otro punto fuerte de nuestra Orden es la convivencia de las ramas
masculina, femenina y laical. Frailes, monjas y seglares compartimos un
mismo carisma y, al vivirlo cada uno de la forma que corresponde a su
condición, desarrollamos y hacemos explícita toda su riqueza. Sabemos
que para santa Teresa y san Juan de la Cruz el intercambio de experien-
cias y el apoyo mutuo entre monjas, frailes y laicos fue una ayuda y un
estímulo de gran importancia. Sin este intercambio y compartir, es pro-
bable que ciertas obras nunca hubieran nacido. Para Juan, y más aún para
Gracián, la relación fraterna con Teresa fue decisiva para comprender
plenamente la vocación carmelitana y encontrar su correcta traducción
en clave masculina. Pero lo mismo puede decirse también de Teresa y de
las primeras generaciones de sus hijas: la relación con los frailes les abrió
a una sensibilidad eclesial más amplia y a una formación teológico-espi-
ritual más profunda. Menos conocidas y estudiadas son las aportaciones
de los laicos, pero creo que todos tenemos en mente figuras de carmelitas
en el mundo, hombres y mujeres, que nos ofrecen brillantes ejemplos de
amor, oración, intimidad con el Señor Jesús, en medio del ruido y la agi-
tación de la vida cotidiana.
Incluso en este caso, sin embargo, podemos preguntarnos si real-
mente estamos aprovechando esta extraordinaria fuerza y riqueza de
nuestra vocación. Me parece que se puede y se debe hacer mucho más.
De hecho, nuestra relación con las monjas y los laicos a menudo entra en
la categoría del apostolado. Se nos solicitan servicios sacramentales o de
predicación y los ofrecemos. A veces, también nos ayudamos unos a
otros prestando colaboración y apoyo para abordar las necesidades de la

68
vida diaria y este es sin duda un hermoso testimonio de fraternidad. Pero
con mucha menos frecuencia vivimos nuestra vocación en comunión con
nuestras hermanas monjas y con nuestros hermanos y hermanas laicos.
Entiendo que no es fácil ni se puede dar por sentado, porque requiere un
camino de formación y maduración. Es necesario aprender de la expe-
riencia qué conviene y qué no conviene hacer, qué es bueno para la co-
munión y qué puede dañarla. Pero en cualquier caso es importante colo-
car esta red de relaciones en el centro de nuestra atención y cuidado, que
debería constituir efectivamente y afectivamente la realidad de nuestra
familia. Cuanto más nos alejamos del centro de nuestra vocación, menos
atentos e interesados estamos en cultivar y animar la vida de nuestra fa-
milia. Y el resultado final es que nos encontramos “sin familia”. Y así no
somos fieles a la intención de nuestra fundadora, pero sobre todo perde-
mos ese sentido de pertenencia a la familia del Carmelo que es vital para
despertar y canalizar nuestras mejores energías.
Los últimos documentos aprobados por la Santa Sede sobre la vida
contemplativa femenina ciertamente han reconocido una mayor autono-
mía de gobierno a las monjas y han dado mayor importancia a las fede-
raciones y asociaciones de monasterios. Pero estos cambios, que en mi
opinión no sólo son oportunos sino necesarios, no nos eximen de ningún
modo de cultivar nuestras relaciones con las hermanas monjas. Lo que
se nos pide es una vez más hacer evolucionar nuestra relación de una
modalidad clerical y directiva a una más fraterna y dialogante. Algo si-
milar se puede decir también de nuestra relación con los miembros de la
Orden Seglar, con quienes debemos aprender a relacionarnos en base a
nuestra común vocación bautismal y carismática, aprendiendo a trabajar
no solo por ellos, sino también con ellos para construir nuestra casa co-
mún.

Algunos pensamientos finales


Perdonadme si en este informe he expresado con demasiada fuerza
y determinación las preocupaciones que siento al final de mi servicio
como Superior general. La intención que me guio, sin embargo, es

69
señalar resistencias, cierres y retrasos para ampliar el horizonte de nues-
tra reflexión y abrir caminos concretos hacia el futuro de la Orden. Le he
hecho a este Capítulo algunas preguntas. Recibirán respuesta en la me-
dida en que, con la ayuda del Espíritu Santo, seamos capaces de hacer un
serio discernimiento de la voluntad del Señor para nuestra familia. Por
mi parte, voy a concluir con un par de consideraciones.
La primera se refiere a la forma de ejercer la responsabilidad de go-
bierno. Como he mencionado, si bien el discurso merecería ser ampliado
y detallado, la vida religiosa atraviesa una época de fuerte individualismo
y dispersión. Es una consecuencia casi inevitable del contexto histórico-
cultural en el que estamos inmersos. Debemos reaccionar ante este desa-
fío con inteligencia y rapidez. Si nos damos por vencidos y dejamos que
el barco vaya a la deriva, ya sabemos que las consecuencias para la vida
religiosa y para nuestra familia carmelitana serán desastrosas. Por eso,
hoy más que nunca, quienes están investidos de responsabilidades de go-
bierno están llamados a asumirlas con compromiso serio, sin ceder a las
tentaciones de la laxitud y de un mal entendido buenismo, que lo permite
todo y cierra los ojos ante cualquier desvío. No es posible ejercer un
cargo de gobierno de manera ingenua y acrítica, y menos en la actuali-
dad. Es necesario prepararse y tener como referencia constante el estudio
del derecho canónico, de nuestras Constituciones, de las decisiones de
los Capítulos generales y provinciales. No somos superiores para hacer
lo que nos parece bien o dejar que los otros hagan lo que quieran, sino
para gobernar, es decir, seguir un rumbo determinado, elegido y apro-
bado comunitariamente. En un mundo donde prevalecen las fuerzas cen-
trífugas y el ego se coloca en el centro, es necesario que el superior utilice
las herramientas que se le han puesto a disposición para contrarrestar es-
tas tendencias y construir o reconstruir un tejido común. Ciertamente esto
se hace con una obra pastoral de sensibilización y formación, pero resul-
tará ineficaz si, cuando es necesario actuar, las palabras no se confirman
con los hechos.
La segunda y última consideración se refiere a la capacidad de tener
una visión amplia y potencialmente universal del Carmelo Teresiano. En
esto nos reconectaríamos, por otra parte, con nuestros orígenes. Si

70
repasamos los primeros veinte años del siglo XVII, nos sorprende ver la
amplitud de miras de los padres de la Congregación italiana, abierta al
mundo entero. No existía ninguna distancia geográfica o cultural que no
se sintieran preparados para afrontar, a pesar de los limitados medios de
que disponían. Y no lo hicieron superficialmente ni con fácil entusiasmo,
sino que inventaron los “seminarios para las misiones”, una iniciativa de
vanguardia, que sirvió de modelo para toda la Iglesia. No eran cierta-
mente religiosos replegados sobre sí mismos y preocupados por defender
su propio estilo de vida tranquilo: eran hombres de Iglesia fundados so-
bre la roca sólida de la contemplación y habitados por una profunda pa-
sión por Dios y por toda la humanidad.
Como veis, no estoy hablando de sueños, sino de cosas que ya han
sucedido en nuestra Orden y han puesto los cimientos. Sobre ellos debe-
mos seguir construyendo y podemos hacerlo, porque el Espíritu dado a
nuestros padres es el mismo que también nos fue dado a nosotros. Es con
este pasado que debemos tratar si queremos tener un futuro digno de
nuestra vocación.

***

ACTIVIDADES DEL DEFINITORIO GENERAL 2015-2021

I. ¿QUÉ HEMOS HECHO DURANTE ESTE SEXENIO?

Definitorios extraordinarios
• Ariccia (Roma): 29 agosto – 6 septiembre 2017
• Old Goa (India): 4 – 11 febrero 2019

Relectura de las Constituciones


10 junio 2015: nombramiento de la comisión para la relectura de las
Constituciones OCD

71
Octubre 2015 – junio 2018: 12 fichas de lectura preparadas por la comi-
sión
27 agosto – 4 septiembre 2018: último encuentro de la comisión

Declaración sobre el carisma


• Febrero 2019: decisión del Definitorio extraordinario en Old
Goa de redactar una Declaración sobre el carisma
• Septiembre 2019: elaboración y envío de un primer borrador
(para ser debatido en las provincias y en los capítulos provincia-
les del 2020)
• Octubre-noviembre 2019: encuentros regionales sobre la Decla-
ración con religiosos jóvenes
• Octubre 2020: evaluación de las aportaciones procedentes de los
capítulos y redacción de un segundo borrador
• Diciembre 2020: el Definitorio general aprueba el segundo bo-
rrador
• Marzo 2021: envío del segundo borrador a los provinciales

Revisión de las Normas aplicativas


• Febrero 2019: decisión del Definitorio extraordinario en Old
Goa de proceder a la revisión de las Normas aplicativas
• Septiembre 2019: reunión de la comisión para la revisión de las
Normas
• Abril 2020: evaluación del trabajo de la comisión y redacción de
la propuesta de revisión
• Junio 2020: el Definitorio general aprueba la propuesta de revi-
sión
• Junio 2021: envío de las Normas revisadas a los capitulares

Renovación de la Curia
A) Locales: archivo, biblioteca, sala del Definitorio, locales de la postu-
lación y el economato, instalación eléctrica, instalación fotovoltaica (en
construcción)

72
B) Personal:
• Superior de la casa: un definidor (2015)
• Secretario general y Archivero (2015)
• Ecónomo general (2017)
• Postulador general (2021)
• Secretario para la cooperación misionera (2015)
• Secretario para la información (2015, 2021)
• Webmaster (2019)
• Vicesecretario general y secretario para las estadísticas, biblio-
tecario (2021)

Página web y comunicación


• Hemos cambiado una vez la página (2016) y este año se ha lle-
vado a cabo una remodelación
• Páginas web del Archivo y de la Postulación (2016)
• Proyecto de portal digital carmelitano (en construcción)

Visitas pastorales
Cambio en el procedimiento de las visitas pastorales:
• Aprobación de las determinaciones por parte del Definitorio ge-
neral
• Informe de la circunscripción un año después de la visita

Cambios de estado jurídico de algunas circunscripciones


• Paso a Comisariado (Congo)
• Paso a Semiprovincia (Alemania, Flandes, Malta, Nápoles,
Oklahoma)

Regularización de las presencias extraterritoriales


Presencias individuales, nuevas fundaciones, asunción de casas erigidas
de otras provincias

73
Segundo noviciado europeo y mayor colaboración en la formación en
América latina

Incremento del cuerpo docente del Teresianum

Aplicación de la nueva normativa de Vultum Dei quaerere y Cor


Orans para las monjas

Fondo para las misiones y fondo para los monasterios

Colaboración OCarm – OCD


• Encuentros trienales de los dos consejos generales:
Haifa-Stella Maris: 27 noviembre – 2 diciembre 2016 (sobre el tema:
Vida consagrada e Iglesia local)
Dublín – Gort Muire: 27 – 31 mayo 2019 (sobre el tema: Bautizados y
enviados: la misión de la Iglesia)
• Cartas de los superiores generales OCarm – OCD:
Sea bendito sea por siempre, que tanto me esperó, 11 junio 2016, con
motivo del Jubileo de la Misericordia
El patrocinio de san José sobre el Carmelo, 8 diciembre 2020

II. ¿QUÉ QUERÍAMOS HACER Y NO LO HEMOS REALIZADO?

1. Remodelación de la capilla de la Casa general


2. Misal ocd y propio de la Liturgia de las horas después de la apro-
bación del calendario litúrgico
3. Un año de formación después de la profesión solemne (y la or-
denación sacerdotal)
4. Programa de formación para las monjas
5. Tener un canonista al servicio de la Casa general
6. Obras en Wadi-es-Siah y en Kikar Paris en Haifa

74
RAPPORT DU PRÉPOSÉ GÉNÉRAL
SUR L’ÉTAT DE L’ORDRE
92ème Chapitre Général OCD
Rome, le 2 septembre 2021

Chers frères,
Comme le veut la tradition, nous ouvrons les travaux de ce 92ème
Chapitre Général avec le rapport du Préposé Général sur l’état de l’Ordre.
À vrai dire, en ce qui me concerne, après douze ans de service comme
Supérieur Général, je pense avoir déjà exprimé tout ce que j’avais à dire
sur la situation de notre Ordre. Je n’ai donc rien de nouveau à ajouter à
ce que l’on a déjà pu lire, notamment dans mes interventions aux Défi-
nitoires Extraordinaires de 2011, 2014 et 2017 et au Chapitre Général
d’Avila de 2015. Afin de ne pas me répéter et allonger inutilement ma
présentation, permettez-moi de vous rappeler brièvement les éléments
essentiels de ces interventions et d’essayer de mettre en évidence le fil
conducteur qui les relie de manière unifiée1.

Rétrospective
Lors du Définitoire Extraordinaire de 2011, j’ai particulièrement in-
sisté sur la nécessité de partir de l’expérience réelle, de ce que nos reli-
gieux et nos communautés vivent concrètement dans leur vie quoti-
dienne. En effet, ce n’est qu’à partir de cette « herméneutique d’en bas »
qu’il nous sera possible de faire la vérité sur notre Ordre et sur le chemin
que nous parcourons. En reprenant une célèbre expression de E. Husserl,
je nous ai invités à « retourner aux choses elles-mêmes », à scruter les
états d’âme des frères et l’atmosphère humaine et spirituelle de nos com-
munautés, puis à les confronter à l’esprit, aux motivations et aux

1 Pour ce qui est des activités du Définitoire Général au cours du sexennat et habituelle-
ment intégrées au Rapport sur l’état de l’Ordre, je ne m’y attarderai pas : vous en trouve-
rez la description dans la synthèse qui accompagne le présent rapport.

75
sentiments de Thérèse, tels qu’ils sont décrits dans le Chemin de la Per-
fection en particulier. De la réflexion que nous avons alors tenté de me-
ner, ont émergé différents objectifs pour le sexennat, et tout en premier
lieu celui de « créer des communautés thérésiennes qui soient des lieux
d’authentique croissance humaine et spirituelle et de rayonnement de la
vérité et de la beauté qui y sont vécues ». Le document final affirmait
que si les communautés ne sont que des « lieux de passage dans le par-
cours personnel du frère, qui a ailleurs son centre de gravité », il ne s’agit
pas d’une simple carence que l’on pourrait compenser par la richesse
d’autres dimensions, comme celle du travail pastoral, mais c’est l’échec
même du projet charismatique thérésien. Et nous avions conclu qu’avec
la communauté tout nous serait donné, mais que, sans elle, même ce que
nous avons nous serait enlevé.
Le rapport présenté au Définitoire de Corée en 2014 a cherché à
creuser les raisons pour lesquelles la vitalité de notre Ordre semble affai-
blie ou bloquée. Il me semble que le processus de transformation initié
dans les années 1970 a conduit à se libérer non seulement des formes
oppressives de légalisme et d’autoritarisme, mais aussi de ce lien objectif
qui nous relie au sens de notre vie, à savoir la fin, le telos vers lequel tend
notre vocation carmélitaine. Cette tension vers la fin est bien un lien,
mais un lien attractif et dynamisant. La perdre au nom de la liberté indi-
viduelle de réalisation de soi, c’est en réalité perdre la direction et l’éner-
gie du mouvement. Une liberté privée de son but perd le dynamisme qui
la propulse, puis commence à tourner sur elle-même. Dans cet état sta-
tique autoréférentiel, la vie est vidée de son sens et se laisse facilement
remplir par les petites distractions et gratifications offertes par la société
techno-consumériste. Pour contrer cette tendance qui mène à la démoti-
vation et à la paralysie intérieure, nous devons nous poser sérieusement
la question suivante : quel genre de personne est-ce que je veux devenir
? La réponse ne se trouve pas tant dans nos paroles que dans les « modes
de vie » que nous adoptons et dont nous nous laissons façonner. Nous
avons une idée, au moins vague, que l’identité du Carme Déchaux dé-
pend de la mise en œuvre de certaines pratiques, telles que la prière con-
templative et les relations fraternelles, et celles-ci sont amplement

76
décrites dans nos Constitutions. Mais notre façon d’être est-elle vraiment
façonnée par celles-ci ou bien par d’autres manières de faire, qui corres-
pondent à d’autres identités et qui font de nous des personnes différentes
de ce que nous avions promis de devenir ? De ces questions est née la
nécessité d’une confrontation large et sincère avec les textes de nos
Constitutions et Normes. Il fallait vérifier vers quel but se dirige le che-
min que nous parcourrons en tant qu’individus et en tant que commu-
nauté.
Le Chapitre Général de 2015, comme on le sait, a décidé « que
l’Ordre entreprendra une relecture de ses Constitutions, en vue de leur
éventuelle modification, pour un renouveau de notre vie » (Il est temps
de se mettre en chemin ! Document final du 91e Chapitre Général de
l’Ordre des Carmes Déchaux, n°28). Le but premier de cette relecture
était le renouvellement de notre vie par le biais de la comparaison avec
nos textes législatifs, dans la continuité du sexennat précédent, qui était
consacré à la relecture des œuvres de notre Sainte Mère Thérèse. Le Cha-
pitre Général voulait réduire la distance qui s’était créée entre la descrip-
tion de notre idéal de vie dans les Constitutions et notre expérience de
vie au quotidien : « il s’agit de recréer, là où elle s’est affaiblie ou perdue,
la tension entre le chemin et le but » » (Il est temps de se mettre en che-
min !, n°27). Cela n’excluait pas cependant la possibilité d’une révision
des Constitutions si, plus de trente ans après leur approbation, cela s’avé-
rait nécessaire. À cet égard, le Chapitre a envisagé trois possibilités :
« réélaboration des Constitutions, révision ponctuelle de celles-ci et/ou
rédaction d’une Déclaration sur la vie carmélitano-thérésienne » (Il
est temps de se mettre en chemin !, n°32).
Le programme de relecture des Constitutions s’est déroulé d’oc-
tobre 2015 à juin 2018. Il s’est articulé autour de douze fiches de travail,
préparées par une commission spéciale, qui ont guidé et facilité l’étude
personnelle et la réflexion communautaire. Lors du Définitoire Extraor-
dinaire de 2017, un premier bilan du travail effectué jusque-là a été fait.
Ce bilan était certes positif, mais il mettait également en évidence des
limites et des insuffisances. Le rapport sur l’état de l’Ordre que j’ai pré-
senté à cette occasion partait du constat suivant : « Notre Ordre partage

77
la situation générale de la vie religieuse d’aujourd’hui. On pourrait la
définir comme un chemin à moitié parcouru, un chemin freiné voire
même bloqué en raison de sa direction incertaine, de la complexité du
parcours et de la lassitude de ceux qui cheminent ». J’ai alors présenté de
manière analytique les aspects de la vie de l’Ordre dans lesquels cette
situation de renouveau inachevé apparaît le plus clairement : la dimen-
sion contemplative, le soin de soi, la vie fraternelle en communauté, la
relation entre charisme et ministère ordonné, la formation intellectuelle,
la relation avec les moniales et les laïcs.
Je conclus cette rétrospective avec les décisions prises par le Défi-
nitoire Extraordinaire de Goa en 2019. Celui-ci a choisi de ne pas procé-
der pour le moment à une réécriture des Constitutions, ni à leur révision
ponctuelle, mais il a approuvé la rédaction d’une Déclaration sur le cha-
risme carmélitain-thérésien et une révision des Normes d’application.
Depuis le mois de mars de cette année, la deuxième mouture de la Dé-
claration sur le Charisme est à votre disposition. Elle intègre les sugges-
tions qui nous sont parvenues des différentes Circonscriptions et des re-
ligieux à titre individuel. En juin dernier, vous avez reçu la proposition
de révision de quelques normes d’application. Nous allons y travailler
ensemble au cours de ces deux semaines.

Où allons-nous ?
Aujourd’hui, au terme de mon deuxième mandat, je pense que je ne
rendrais pas service à l’Ordre et à ce Chapitre Général si je ne me déci-
dais pas à tirer les conclusions de ce que j’ai observé et vécu pendant
toutes ces années. Il est de mon devoir de dire en toute franchise ce qui
me semble être la réalité de la transformation en cours dans notre Ordre,
sans l’atténuer ni la dissimuler. Ce que je vais vous dire a été présenté et
approuvé par le Définitoire Général. C’est donc au nom du Gouverne-
ment Général de l’Ordre que je vous parle.
Pour décrire l’évolution à laquelle nous assistons, j’utiliserai
quelques-unes des données observées lors des visites pastorales et qui
ont été confirmées par les réponses des Circonscriptions au travail de
relecture des Constitutions. Je les regrouperai en quatre points :

78
• Nous nous orientons vers un Carmel plus apostolique et moins
contemplatif, plus engagé dans les œuvres extérieures que dans
la prière.
• Le soin de la vie communautaire perd sa centralité et son impor-
tance au profit des impératifs du ministère pastoral.
• La formation de nos jeunes frères, si l’on exclut l’année de novi-
ciat, est davantage axée sur l’ordination sacerdotale et l’exercice
du ministère que sur la maturation et la consolidation de notre
identité religieuse et charismatique.
• Les différences qui existent entre les régions et les circonscrip-
tions mettent l’unité de l’Ordre à rude épreuve. L’autonomie tra-
ditionnelle accordée aux Provinces par notre droit risque de se
transformer en indépendance. Et c’est à tel point que certaines
Provinces nous ont écrit pour exprimer le souhait que l’Ordre
soit à l’avenir une sorte de fédération de circonscriptions.
J’ai délibérément présenté ces éléments sous forme de thèses apo-
dictiques, sans aucune nuance, pour vous faire toucher du doigt la réalité
dans toute sa provocante concrétude. Il n’est plus temps de rester dans
l’ambiguïté et l’immobilisme. Est-ce une perte de la spécificité de l’iden-
tité carmélitaine-thérésienne et de l’unité de l’Ordre ? Ou s’agit-il d’une
évolution légitime du charisme carmélitain-thérésien qui, dans une fidé-
lité substantielle à ses éléments fondamentaux, fait ressortir des aspects
particulièrement pertinents pour le monde d’aujourd’hui ? Si nous
sommes d’accord sur la justesse et le bien-fondé de cette évolution, nous
devons le dire explicitement. Nous sommes l’autorité suprême de l’Ordre
: c’est de nous que nos frères, et en particulier les plus jeunes, attendent
des réponses claires, au niveau théorique et pratique, aux nombreuses
questions qu’ils se posent sur notre façon de vivre et de faire. Si un Cha-
pitre Général estime que c’est là la bonne direction à suivre pour l’Ordre
et qu’il le décide, nous l’accepterons tous et en tirerons les conséquences
qui en découlent. Par contre, ce que nous ne pouvons pas faire, c’est dire
une chose en théorie et en faire une autre en pratique. L’incohérence est
dans tous les cas un mal, qui brouille les esprits et les rend incapables de

79
choix lucides et courageux. De plus, comment pouvons-nous former des
jeunes si nous ne sommes pas capables de leur dire clairement en quoi
consistent notre vocation et notre mission dans l’Église ?
Personnellement, je suis persuadé que poursuivre dans cette voie
impliquerait d’atteindre un point de rupture avec notre tradition et d’al-
térer l’équilibre qui unit les différents éléments de notre identité charis-
matique. C’est pourquoi, comme je l’avais déjà exprimé lors du Défini-
toire de 2017, je réaffirme ici la nécessité d’une sérieuse réforme de
l’Ordre, en consonance avec les appels que le Pape François lance à toute
l’Église et en particulier à la vie consacrée, qui, par son prophétisme, a
par le passé anticipé et inspiré les mouvements de réforme du corps ec-
clésial. Lors de mon intervention au Définitoire de 2017, je m’étais tou-
tefois abstenu de faire des propositions concrètes car, avais-je dit, il ne
me semblait pas juste de « proposer à l’ensemble de l’Ordre une vision
de renouveau ou de réforme basée sur une conception ou une sensibilité
personnelle ». Bien que j’en sois toujours convaincu, il me semble que
cette légitime prudence ne m’empêche pas de soumettre à votre libre exa-
men quelques pistes. Selon moi, l’Ordre pourrait ou devrait les emprun-
ter pour sortir de la crise dans laquelle il se débat et pour entreprendre un
renouveau qui ne soit pas imposé par les circonstances, mais choisi cons-
ciemment et poursuivi avec cohérence sur la base du don de la grâce re-
çue et des besoins des hommes d’aujourd’hui. Comme vous le verrez, je
ne ferai pas d’exhortations qui rappellent à nos frères les devoirs de la
vie carmélitaine, du genre : priez plus et soyez davantage fidèles à la vie
communautaire ! Nous savons bien que de telles recommandations, aussi
justes et nécessaires soient-elles, sont interprétées comme un exercice
moralisateur dont on n’attend aucun effet pratique. En fait, il serait naïf
et simpliste de penser résoudre notre profonde crise d’identité par des
appels volontaristes à une plus grande observance.
Ce à quoi je pense et que je voudrais vous proposer, c’est de recon-
sidérer plus attentivement certaines des ressources dont dispose notre
Ordre et dont nous n’avons probablement pas encore fait un usage adé-
quat. J’en appelle donc non pas à un effort de volonté, mais à un effort
d’intelligence et à un changement de mentalité. Cela nous permettra de

80
relancer notre vie et de préparer un avenir libre des conditionnements
d’une histoire dépassée, mais en même temps fidèle à l’héritage charis-
matique qui nous a été transmis et dont nous sommes responsables de-
vant l’Église et le monde. C’est, à mon avis, la seule façon de mettre en
pratique ce que nous avons écrit dans la Déclaration sur le Charisme.
Nombreux sont ceux qui nous ont demandé de rendre la Déclaration plus
concrète et plus pragmatique afin d’éviter qu’elle ne devienne qu’un do-
cument discuté, approuvé et vite oublié. Je m’interroge toutefois sur ce à
quoi on pense lorsqu’on demande des déterminations pratiques. Si c’est
à des normes qui imposent l’observance de certaines pratiques essen-
tielles pour vivre notre vocation, il suffit de se reporter à celles qui exis-
tent déjà dans les Constitutions. Mais il ne s’agit pas d’une simple ques-
tion d’observance. Il s’agit d’une question de lucidité et de courage : lu-
cidité pour prendre conscience du changement d’époque en cours dans
l’histoire de notre Ordre comme de toute l’Église ; courage pour prendre
les décisions qui conviennent à une histoire transformée en profondeur.
Nous ne pouvons pas répéter ce que nous avons toujours fait si nous vou-
lons vraiment être fidèles à notre identité et lui préparer un avenir.

L’interculturalité
Il est extrêmement difficile de faire des prédictions sur l’avenir de
notre Ordre pour plusieurs raisons. La première et la plus évidente est
que le tableau démographique de l’Église catholique et du christianisme
en général évolue rapidement. Je ne vous donne que quelques statis-
tiques. Selon une enquête réalisée il y a quelques années, 61% des chré-
tiens vivent dans les pays du Sud du monde et seulement 39% en Europe
et en Amérique du Nord2. On estime que « d’ici 2050, il y aura probable-
ment plus de chrétiens en Afrique (1,25 milliard) qu’en Amérique latine
(705 millions) et en Europe (490 millions) réunies »3.

2 Cfr. T. P. RAUSCH, “Sfide contemporanee del cattolicesimo globale”, in Civiltà cattolica


2021, II, 274.
3 Ibidem.

81
Si nous regardons les statistiques actuelles de l’Ordre, nous consta-
tons que le plus grand nombre de membres se trouve toujours en Europe,
1401 (35,2%), suivi immédiatement par l’Asie avec 1313 membres
(33%). Si nous additionnons les membres d’Europe, d’Amérique du
Nord et du Moyen-Orient, nous arrivons à un total de 1626, soit 40,8%
du nombre total. Le Carmel africain, pour l’instant, compte 552 reli-
gieux, soit 13,9%, tandis que l’Amérique latine, avec ses 487 religieux,
constitue 12,2% du total.
Bien évidemment, ces chiffres ne tiennent pas compte de l’âge des
religieux. Si nous étions en mesure d’établir des statistiques qui tiennent
compte également des tranches d’âge, nous pourrions facilement prévoir
le dépassement imminent de l’Europe par l’Asie et l’essor rapide de
l’Afrique et de Madagascar. On peut néanmoins se faire une idée de
l’avenir en regardant le nombre de religieux en formation. Ils sont ac-
tuellement répartis comme suit :
Asie 390 44,6%
Afrique-Madagascar 255 29,1%
Europe 128 14,6%
Amérique latine 79 9%
Amérique du Nord 15 1,7%
Moyen-Orient 8 1%
Total 875
Il est clair que dans un court laps de temps, l’Europe, ou plutôt les
pays du Nord de la planète, occuperont la troisième place après l’Asie et
l’Afrique. Mais il est également tout aussi probable que dans un avenir
pas si lointain, l’Afrique occupera la première place, suivie de l’Asie.
Avec des membres en formation en Asie et en Afrique qui déjà au-
jourd’hui représentent 75% de ses membres contre seulement 16-17% en
Europe et en Amérique du Nord, il est clair que le visage de l’Ordre est
profondément différent de celui que nous connaissions il y a seulement
trente ans. Dans les statistiques de 1991, 57,4% des membres vivaient
dans les pays du Nord et seulement 26,1% en Asie et en Afrique (et les
16,5% restants en Amérique latine) :

82
Europe 1897 51,1%
Asie 781 21%
Amérique latine 610 16,5%
Afrique-Madagascar 190 5.1%
Amérique du Nord 167 4,5%
Moyen Orient 65 1,8%
Total 3710
En outre, les données internes à notre Ordre correspondent parfaite-
ment à ce tableau statistique général. On peut ainsi dire, en synthétisant
au maximum, que pour l’instant 40% des Carmes Déchaux vivent dans
les pays du Nord et 60% dans ceux du Sud, mais que dans une dizaine
d’années, il est plus que probable que l’équilibre penchera encore plus
en faveur de l’Afrique et de l’Asie, qui représenteront jusqu’à 75% de
l’Ordre. Ce changement géographique et culturel est si profond qu’il met
en difficulté toute tentative d’imaginer l’avenir à partir du cadre tradi-
tionnel du Carmel européen et nord-américain. Les conséquences sont
innombrables et de nature à constituer d’authentiques défis pour l’avenir,
notamment au niveau du Gouvernement Général de l’Ordre.
Un exemple particulièrement révélateur concerne la Maison Géné-
ralice et les autres maisons dépendant du Définitoire Général : la com-
munauté et le corps professoral du Teresianum, le Collège International
et les CITeS d’Avila. Actuellement, la composition de ces communautés,
selon l’origine géographique des membres, est la suivante :

Europe et Asie (Inde) Afrique Amérique


Pr. Orient Latine
Curie Generale 9 1 1 1
(hors Définitoire)
Teresian., Coll. Int., 20 + 1 + 1 4+2+1 1 2+1
Sem. Miss.
CITeS 3 2
TOTALE 34 8 2 6

Comme on peut le constater, la présence des religieux européens est


largement majoritaire : sur un total de 50 religieux, 34 (68%) sont

83
européens. Cette proportion reflète une situation démographique de
l’Ordre dépassée depuis longtemps. Toutefois, il faut également souli-
gner qu’il n’est pas du tout facile de remplacer des religieux européens
par des religieux non-européens, et il n’est pas dit que cela marche. De
nombreuses tentatives pour intégrer des frères non-européens dans les
maisons internationales se sont avérées un échec pour diverses raisons,
notamment en raison des différences culturelles et de leurs implications.
Le cas concret des communautés internationales au service de tout
l’Ordre met en lumière l’un des principaux défis pour l’avenir de notre
Ordre, à savoir notre capacité à surmonter les barrières culturelles et à
promouvoir l’interculturalité dans nos circonscriptions et communautés.
Il est temps désormais de relever ce défi fondamental, depuis trop long-
temps repoussé. Bien que l’Ordre soit composé de milliers de membres
appartenant à des cultures très différentes, on ne peut pas dire qu’il y ait
des expériences de communautés ou de projets interculturels. Si nous ex-
ceptons les centres dépendant directement du Définitoire général à
Rome, à Avila et en Terre Sainte, et quelques expériences par-ci par-là
de collaboration au service de certaines Provinces, nos communautés
sont strictement mono-culturelles4. Notre logique est plutôt celle du « ou
bien … ou bien » que du « et … et ». Si dans une mission d’Afrique le
nombre d’Africains est croissant, il est temps pour les Européens ou les
Américains de partir. Nous avons assisté en Europe et aux États-Unis à
la multiplication de la présence de frères, surtout Indiens, sur le territoire
d’autres Provinces, sans se préoccuper le moins du monde de les intégrer
à la vie de ces Provinces. Cela a duré vingt ans, jusqu’au jour où le Dé-
finitoire Général est intervenu et a mis fin à cette pratique qui contredit
la structure de notre Ordre. Nous espérons avoir enfin réussi à endiguer
le phénomène. Il est néanmoins révélateur que cela se soit produit et qu’il

4Je voudrais rappeler, à cet égard, l’expérience de collaboration interprovinciale et inter-


culturelle qui nous a permis de sauver la mission du Cameroun il y a quelques années.
Elle a impliqué des religieux de la Province de Lombardie et de Gênes, du Commissariat
du Congo, du Vicariat du Nigeria et de la Délégation d’Afrique centrale. C’est un
exemple extraordinaire de ce que l’Ordre peut faire lorsqu’il est capable d’unir ses forces
dans un projet commun.

84
ait fallu une intervention ferme de l’autorité suprême de l’Ordre pour y
mettre un terme et pour orienter nos frères vers des formes de collabora-
tion entre les Provinces. C’est ainsi qu’est apparue une des grandes fai-
blesses de l’Ordre : la diversité n’est pas au service de l’unité, mais se
mure dans des structures parallèles qui ne communiquent pas entre elles.
Dans de nombreuses congrégations religieuses, ces efforts
d’échange interculturel sont menés depuis de nombreuses années. Dans
notre Ordre, cela ne s’est pas produit, soit en raison de la résistance au
changement en général, soit en raison de l’importance et de la forte auto-
nomie que notre tradition accorde à toute Province. La forme d’intercul-
turalité propre à notre charisme passe, non pas par l’affaiblissement de
la structure de la Province, mais par le dépassement du « provincia-
lisme », c’est-à-dire de la fermeture de la Province sur elle-même et sur
ses dynamiques internes. Nous devons inciter les personnes à se remettre
en route et à dialoguer, comme cela se fait dans nos pays et nos villes qui
deviennent toujours plus multiethniques et multiculturels. Permettre à ce
souffle de pénétrer dans nos maisons et nos Circonscriptions nous obli-
gera à reconsidérer de nombreuses habitudes, comportements et modes
de pensée. Mais c’est précisément de cela dont nous avons besoin : de
nous confronter à une histoire qui a changé, à l’égard de laquelle nous
sommes restés à la traîne, en la subissant passivement sans en saisir les
nouveautés et les opportunités.
Nous ne pouvons cependant pas oublier ou dissimuler les difficultés
et les obstacles qui nous empêchent d’atteindre cet objectif. La première
difficulté, et la plus évidente, mais pas nécessairement la plus grave, con-
cerne la moyenne d’âge élevée des Provinces européennes. Elles comp-
tent généralement un grand nombre de frères âgés et un petit nombre de
jeunes frères ou pas trop âgés. Ce n’est pas automatique, mais il est bien
fréquent qu’avec l’âge, on soit moins enclin au changement, d’autant
plus si les changements ne sont pas seulement extérieurs, mais aussi des
changements de mentalité. S’adapter à des situations nouvelles et à des
compagnons de route différents est plutôt le fait de la jeunesse. À cet
égard, le Vieux Continent n’a pas beaucoup de ressources à mobiliser.

85
Néanmoins, la plus grande difficulté réside dans la direction prise
par l’Ordre ces 30-40 dernières années. En effet, l’Ordre s’est développé
et a profondément changé dans sa configuration géographique et cultu-
relle. Or, ce changement ne semble pas avoir été accompagné et guidé
par les orientations issues de nos textes législatifs. Nous avons grandi ou
décliné sans trop nous interroger sur la nature de ce qui était en train de
se produire à travers ces processus. Nous avons rapidement évacué la
problématique de l’identité en répondant que l’on pouvait être Carme
Déchaux de bien des manières. Mais une telle réponse tient pour acquis
ce qui était précisément l’objet de la question, à savoir notre cohérence
effective avec ce qu’est le charisme carmélitain-thérésien. Ce qui s’est
produit, ce ne fut pas le déploiement d’une pluralité à partir d’un unique
charisme, l’épanouissement d’un arbre solidement enraciné. Pour vous
donner une idée de ce que je pense qui est arrivé, j’utiliserais une autre
métaphore, celle d’une image, d’une photographie dont on aurait agrandi
certains détails au point de perdre la netteté des contours. Au lieu de voir
apparaître une riche variété de perspectives, dont chacune témoignerait à
sa manière de la richesse de la vie carmélitaine, nous avons assisté à la
reproduction en série d’une même image, dont la netteté originelle a été
floutée par l’agrandissement ou la réduction de l’un ou l’autre aspect.
Après des décennies de cheminements et de processus non vérifiés
et souvent sans concertation, cette situation rend aujourd’hui extrême-
ment compliqué l’effort de dialogue entre les différentes régions et Cir-
conscriptions de notre Ordre. Et pourtant, c’est précisément pour cette
raison qu’il est urgent que nous commencions à dialoguer à partir d’une
expérience de vie partagée, d’une connaissance mutuelle et d’un engage-
ment commun à collaborer. Ce n’est que comme ça que nous pourrons
remettre en mouvement les forces dont nous disposons. Si nous conti-
nuons à nous confiner chacun dans sa coquille mono-culturelle, nous
laisserons passer sans la saisir la grâce que le Seigneur nous offre pour
sortir de la crise.
Plusieurs mesures concrètes pourraient et devraient être prises pour
nous rapprocher les uns des autres. Entre autres, il y a, par exemple, l’ap-
prentissage d’une ou deux langues communes : celles-ci nous

86
permettraient de communiquer librement avec d’autres membres de
l’Ordre. De nombreux Instituts religieux ont déjà fait le choix, depuis un
moment, d’utiliser une ou, au maximum, deux langues officielles. Nous,
nous avons résisté jusqu’à présent à ce changement. Il est petit en soi,
mais il a, en plus de son évidente utilité pratique, une grande valeur sym-
bolique et spirituelle : l’effort de quitter notre zone de confort linguistico-
culturelle pour aller à la rencontre de l’autre.
De même, les structures de communion et de collaboration prévues
par notre droit ont généralement été peu utilisées. Les Conférences des
Supérieurs Majeurs, excepté en Amérique Latine, ont eu un rôle très mar-
ginal voire même inexistant dans certains cas. Ces dernières années, la
tendance a été de toujours moins investir dans ces structures, malgré l’ob-
jective nécessité d’une plus grande collaboration. Pourtant, plusieurs
fonctions et services importants de coordination, autrefois attribués au
centre de l’Ordre avec ses différents secrétariats, pourraient aujourd’hui
être assurés plus efficacement au niveau des Conférences régionales
(dans le domaine de la formation, de la promotion des vocations, de
l’apostolat spécifique). Dans le même ordre d’idée, la possibilité même
de créer des communautés interprovinciales, surtout pour la formation
initiale, n’a pas vraiment trouvé d’écho. Il est étonnant de constater que
des Provinces ayant un nombre très réduit de religieux estiment qu’elles
n’ont pas besoin de collaborer avec d’autres Circonscriptions afin d’of-
frir une meilleure formation à leurs candidats et en vue d’un avenir plus
partagé. La même remarque peut être faite dans le domaine de la forma-
tion permanente : elle pourrait être une excellente opportunité pour dé-
velopper les occasions de rencontres, d’échanges et de dialogue entre les
membres d’une même région.

La Formation
Le lieu privilégié pour réaliser une réforme est la formation, car
c’est là que nous nous efforçons de « donner une forme historique » au
don de l’Esprit que nous avons reçu avec notre vocation au Carmel thé-
résien. Quand je parle de formation, je ne me réfère pas simplement à la
période initiale, mais également au fait de prendre soin et de cultiver sa

87
vocation tout au long de la vie. Sans une formation solide, il n’est pas
possible d’affronter la complexité de notre temps et de donner des ré-
ponses crédibles aux nombreuses questions qui nous sont posées. Bien
plus, sans un constant effort de formation, nous serons les proies faciles
d’une certaine mentalité mondaine, nous succomberons à la pression
d’un système qui nous uniformise et qui, par-delà nos diverses positions
et croyances personnelles, nous réduit à n’être que des producteurs/con-
sommateurs anonymes dans une société dominée par le marché. Le dé-
tachement du monde, dont parle sainte Thérèse, exige aujourd’hui plus
que jamais non seulement une dimension ascétique, de défense et de re-
cul, mais aussi le développement d’une pensée critique, capable de dis-
cerner à la lumière de la foi.
Là encore, au niveau théorique, nous déclarons tous être convaincus
que la formation est l’engagement prioritaire de chaque Circonscription
et de l’Ordre tout entier, conformément à ce que disent les documents de
l’Église. Mais malheureusement, ces déclarations de principe ne sont pas
traduites par des choix conséquents. Combien et quelles personnes in-
vestissons-nous dans la formation ? Combien de temps, d’énergie et d’ar-
gent sont-ils consacrés à la formation initiale et permanente ? Nous in-
terrogeons-nous sur la nécessité de repenser les modalités de la formation
afin de la rendre plus efficace et adaptée à notre époque ? Je pense en
particulier à nos plus jeunes frères, tant ceux qui sont encore formation
initiale que ceux qui viennent de faire leur profession solennelle ou d’être
ordonnés prêtres. J’ai voulu dès le début de ce Chapitre nous faire en-
tendre directement leurs voix, afin que tous les Capitulants aient une idée
de ce qui bouillonne dans leur esprit et dans leur cœur.
Nous avançons à grands pas vers un monde globalisé. Les jeunes
générations, surtout en Europe et en Amérique même si cela tend à se
généraliser, sont de plus en plus en contact les uns avec les autres par-
delà les frontières politiques et les barrières culturelles. Le lieu propre de
ces rencontres est l’espace virtuel d’internet. On peut y communiquer des
quatre coins du monde, notamment grâce à l’anglais, qui est devenu la
koinè de notre temps. Il me semble que notre Ordre n’a pas encore pris
toute la mesure de ce changement d’époque, notamment au niveau de la

88
formation initiale et permanente. Nous avons encore une conception très
locale de la formation, ce qui est, en partie, bien légitime et qu’il faut
préserver. Mais elle devient un obstacle et un frein lorsqu’elle se rigidifie
et se ferme à la nouveauté. Il est normal, en effet, que pendant la forma-
tion des jeunes d’une province, on veille à ce qu’ils soient intégrés dans
le corps provincial, qu’ils apprennent à le connaître et à être connus de
lui. En entrant dans une circonscription déterminée, il y a toute une tra-
dition locale que le jeune doit apprendre et assimiler. Mais cette juste
attention ne doit pas se transformer en peur de la rencontre, du dialogue
et du partage avec des jeunes d’autres provinces et traditions, un peu
comme si cela pouvait altérer la pureté de la formation donnée ou affai-
blir le sentiment d’appartenance à une communauté précise. N’oublions
pas que nous appartenons tous au même Ordre et que nous participons
tous à un même charisme. Si nous sommes incapables d’accepter le défi
qui consiste à ouvrir nos frontières et à dépasser nos cloisons, nous ris-
quons de nous renfermer dans un petit monde qui, tôt ou tard, sera trop
étroit et artificiellement séparé du reste de l’Ordre et de l’Église.
Ces dernières années, le Gouvernement Général a essayé de pro-
mouvoir des expériences de formation au niveau interprovincial, mais il
s’est malheureusement heurté à de fortes résistances. Quelques timides
pas en avant ont été suivis de décisifs pas en arrière. Des propositions de
portée plus vaste, comme celle d’une année de formation quelques an-
nées après la profession solennelle et l’ordination presbytérale, n’ont pas
été acceptées. Comme les provinciaux d’Europe s’en souviennent peut-
être, lors de la rencontre de la Conférence des Provinciaux d’Europe et
du Moyen-Orient tenue à Linz du 4 au 11 novembre 2017, j’avais pro-
posé de mettre en place une année de formation carmélitaine après la
profession solennelle et l’ordination presbytérale, disons entre cinq et dix
ans après. Je m’étais inspiré de ce que l’on appelle le troisième an de
noviciat (ou « troisième probation ») des Jésuites. Comme vous le savez,
c’est Saint Ignace qui a inventé ce temps d’approfondissement et de re-
nouvellement spirituel avant un engagement définitif dans la Compagnie.
Dans les Constitutions de la Compagnie de Jésus, saint Ignace évoque la
nécessité de passer de l’étude intellectuelle à la schola affectus, à l’école

89
du cœur. C’est précisément pour cette raison qu’il a institué la période
du troisième noviciat : « Pour cela, il sera utile à ceux qui auront été en-
voyés aux études une fois un terme mis aux soins et à l’application avec
lesquels ils ont cultivé l’intelligence, de se consacrer plus diligemment à
l’école du cœur pendant le temps de la dernière probation ; ils mettront
l’accent sur les choses de l’esprit et du corps qui font progresser en hu-
milité et en abnégation de tout amour sensible, de toute volonté et de tout
jugement propres, en même temps que sur une plus grande connaissance
et un plus grand amour de Dieu; afin que, ayant progressé eux-mêmes,
ils aident mieux les autres à progresser spirituellement pour la gloire de
notre Dieu et Seigneur »5.
Réduire la transmission du charisme à l’apprentissage d’une série
de contenus intellectuels, comme l’histoire de l’Ordre, l’étude de la
Règle et des Constitutions, la doctrine de nos Saints, est une erreur. Ces
éléments doivent être traduits dans un style de vie concret, si nous vou-
lons qu’ils forment réellement une personne et pas seulement l’in-for-
ment sur notre tradition. Telle était certainement la préoccupation de
sainte Thérèse et de la génération qui lui a immédiatement succédé. Ce
qui était clair pour Thérèse et Ignace au XVIe siècle, nous semblons
l’avoir oublié aujourd’hui. En effet, nous assistons aujourd’hui à une
sorte de paradoxe : d’une part nous avons une meilleure connaissance
des dynamiques psychologiques de la personne et nous insistons sur la
valeur de l’expérience, mais d’autre part il semble que nous soyons in-
capables d’adapter nos processus de formation à cette connaissance an-
thropologique plus profonde. Nous organisons la formation à notre cha-
risme sur le modèle de l’étude académique de la philosophie et de la
théologie. Bien que nous constations que cette méthode ne marche pas,
puisqu’elle n’éduque pas la personne et ne l’aide pas à acquérir un nou-
veau mode de penser et d’agir, nous ne parvenons pas à trouver mieux.
Je suis néanmoins conscient que ces questions devraient faire l’objet
d’un débat plus large au sein de notre famille religieuse, ce qui n’a pas
été le cas jusqu’à présent. En l’absence d’une telle clarification, je ne

5 IGNACE DE LOYOLA, Constitutions, n° 516.

90
m’étonne pas que la proposition d’un troisième an de formation ait sus-
cité des réactions tièdes ou franchement hostiles, et donc ait été rejetée
dans son principe. Ce que nous avons réussi à faire, non sans quelques
réticences et résistances, c’est un deuxième noviciat commun pour les
profès d’Europe. Malheureusement, il a été interrompu après la première
édition à cause de la pandémie. Nous espérons qu’il pourra être repris et
consolidé dans les années à venir. Notre avenir dépend en grande partie
de la formation d’une nouvelle génération de Carmes capables d’assimi-
ler et d’intérioriser l’héritage de notre charisme, puis de le transmettre de
manière créative. De même, l’expérience de la rencontre et connaissance
mutuelle entre jeunes de différentes Provinces est d’une importance fon-
damentale. Par le passé, notre Collège international était un point de ren-
contre essentiel pour les religieux de tout l’Ordre. Aujourd’hui, Rome
semble avoir perdu une grande partie de son ancienne centralité, et pour-
tant, le vide ainsi créé reste à combler.
Il est inquiétant de constater à quel point le sentiment d’apparte-
nance à l’Ordre en tant que tel s’est affaibli. Ce qui autrefois constituait
un motif de fierté et d’engagement vital pour chaque religieux semble
aujourd’hui n’être qu’un simple fait juridico-institutionnel. Les senti-
ments, les préoccupations et les aspirations ont leur centre ailleurs, dans
la promotion personnelle ou, au mieux, dans la Circonscription à laquelle
on appartient immédiatement. L’Ordre, dans sa réalité globale, apparaît
comme quelque chose de lointain et d’abstrait, qui ne nous concerne pas
directement. De là découlent les obstacles rencontrés par ceux qui sont
appelés à gouverner l’Ordre au niveau général, tant pour trouver des per-
sonnes disponibles pour travailler dans les Centres au service de tout
l’Ordre, que pour se faire entendre lorsqu’il s’agit de s’adresser à tous
les frères, et de les impliquer dans des projets interprovinciaux ou dans
des parcours de promotion et de formation permanente. Même la prépa-
ration et la participation au Chapitre Général ne suscitent pas d’enthou-
siasme particulier, comme en témoignent les réponses reçues à la de-
mande de soumettre des propositions à débattre ici. Seules quelques ré-
gions nous ont fait parvenir leurs contributions. Celles-ci témoignent
d’un débat ouvert et d’un désir sincère de collaborer à ce moment

91
essentiel de la vie de l’Ordre. Il a été encore plus difficile de dégager
d’une série de réflexions diverses et variées des propositions concrètes à
partir desquelles orienter les échanges dans ce Chapitre. Nous ne pou-
vons pas nous contenter de constater et de déplorer une telle situation.
Nous devons nous interroger sur les raisons de cette sorte de désaffection
pour notre « personnalité corporative », pour le fait d’être une seule fa-
mille dans l’Église, désireuse de parler d’une seule voix et de marcher
dans la même direction. Mais le voulons-nous vraiment ? Ou bien cette
perspective nous effraie-t-elle parce que nous craignons qu’elle ne me-
nace notre droit d’être libre et différent ?

La communion entre les trois branches de l’Ordre


Un autre point fort de notre Ordre est la coexistence des branches
masculine, féminine et laïque. Les Frères, les Moniales et les Séculiers,
tous nous partageons le même charisme et, chacun le vivant selon son
état de vie, nous en développons et en exprimons toute la richesse. Nous
savons que pour Sainte Thérèse et Saint Jean de la Croix, le partage d’ex-
périences et le soutien mutuel entre moniales, frères et laïcs ont été une
aide et un encouragement très importants. Sans cette confrontation et ce
partage, certaines œuvres n’auraient probablement jamais vu le jour.
Pour Jean de la Croix, et plus encore pour Gratien, la relation fraternelle
avec Thérèse a été décisive pour comprendre pleinement la vocation car-
mélitaine et savoir ensuite comment la traduire correctement chez les
frères. La même chose peut être dite pour Sainte Thérèse et les premières
générations de Carmélites : les relations avec les frères leur ont donné
une ouverture ecclésiale plus large et une formation théologique et spiri-
tuelle plus profonde. Les apports des laïcs sont moins connus et étudiés,
mais je crois que nous avons tous en mémoire le visage de certains de
nos séculiers qui nous offrent des exemples lumineux d’amour, de prière,
d’intimité avec le Seigneur Jésus, au milieu du bruit et de l’agitation de
la vie quotidienne.
Ici aussi, cependant, nous pouvons nous demander si nous profitons
vraiment de cette force et de cette richesse extraordinaires de notre

92
vocation. Il me semble que l’on puisse et doive faire beaucoup plus. Sou-
vent, en fait, notre relation avec les moniales et les laïcs entre dans le seul
cadre de l’apostolat. Ils nous demandent des services, tels que la célébra-
tion des sacrements ou la prédication, et nous les rendons. Parfois, nous
nous aidons aussi les uns les autres en apportant notre aide et notre sou-
tien dans les nécessités de la vie quotidienne, et c’est assurément un beau
témoignage de fraternité. Mais, il est bien plus rare de vivre notre voca-
tion en communion avec nos sœurs moniales et nos frères et sœurs laïcs.
Je comprends que ce ne soit ni facile ni évident, parce que cela exige un
parcours de formation et de maturation. Il nous faut apprendre par expé-
rience ce qu’il convient de faire et ce qu’il ne convient pas de faire, ce
qui favorise la communion et ce qui peut la blesser. Quoi qu’il en soit,
dans tous les cas, il nous faut placer au centre de nos attentions et de nos
soins ce réseau de relations qui doit constituer de manière effective et
affective la réalité de notre famille. Plus nous nous éloignons du centre
de notre vocation, moins nous sommes attentifs et intéressés par le soin
et le dynamisme de la vie de notre famille. Et au final, nous nous retrou-
vons « sans famille ». Et par là même, nous ne sommes pas fidèles à l’in-
tention de notre fondatrice. Mais surtout, nous perdons ce sentiment
d’appartenance à la famille du Carmel qui est vital pour susciter et cana-
liser nos énergies les meilleures.
Les derniers documents du Saint-Siège sur la vie contemplative fé-
minine ont incontestablement accordé une plus grande autonomie de
gouvernement aux moniales et ont donné une plus grande importance
aux fédérations et associations de monastères. Mais ces changements, à
mon avis non seulement opportuns mais nécessaires, ne nous dispensent
en aucun cas de cultiver nos relations avec nos sœurs moniales. Ce qui
nous est demandé, c’est encore une fois de passer d’une relation cléricale
et directive à une relation plus fraternelle et dialoguante. La même chose
peut être dite à propos de notre relation avec les membres de l’Ordre
séculier : il nous faut apprendre à baser notre relation sur notre vocation
baptismale et charismatique commune, et apprendre à travailler non seu-
lement pour eux, mais aussi avec eux pour construire notre maison com-
mune.

93
Quelques considérations finales
Pardonnez-moi si, dans ce rapport, j’ai exprimé avec trop de force
et de conviction mes préoccupations au terme de mon service comme
Supérieur Général. Mais mon but était de signaler nos résistances, nos
fermetures et nos retards en vue d’élargir l’horizon de notre réflexion et
d’ouvrir des voies concrètes pour l’avenir de l’Ordre. J’ai soumis des
questions à ce Chapitre. Elles ne recevront une réponse que dans la me-
sure où, avec l’aide du Saint-Esprit, nous serons en mesure d’effectuer
un discernement sérieux de la volonté du Seigneur sur notre famille. Pour
ma part, je vais conclure par quelques considérations.
La première concerne la manière d’exercer la charge du gouverne-
ment. Comme je l’ai évoqué, la vie religieuse traverse une période de fort
individualisme et de dispersion. À lui seul, ce sujet mériterait d’être bien
plus développé et creusé. La situation actuelle est une conséquence
presque inévitable du contexte historique et culturel où nous trouvons.
Nous devons réagir à ce défi avec intelligence et sans délai. Si nous bais-
sons les bras et laissons le bateau aller à la dérive, les conséquences pour
la vie religieuse et pour notre famille carmélitaine seront désastreuses.
C’est pourquoi, aujourd’hui plus que jamais, il est demandé à ceux qui
ont une charge de gouvernement de l’assumer avec sérieux et détermina-
tion, sans céder aux tentations du laxisme et d’une bienveillance mal
comprise, qui permet tout et ferme les yeux sur tout écart. Désormais, il
n’est plus possible d’exercer une charge de gouvernement de manière
naïve et sans esprit critique. Il faut se préparer et avoir comme point de
repère constant l’étude du droit canonique, de nos Constitutions, des dé-
terminations des Chapitres Généraux et Provinciaux. On ne devient pas
supérieur pour faire ce qui nous semble bon ou pour permettre aux autres
de faire ce qu’ils veulent, mais pour gouverner, c’est-à-dire pour suivre
une direction précise, choisie et approuvée communautairement. Dans
un monde où les forces centrifuges prévalent et où l’ego est mis au centre,
un supérieur doit utiliser les outils mis à sa disposition pour contrecarrer
ces tendances et construire ou reconstruire le lien communautaire. Cela
se fait bien sûr par un travail pastoral de sensibilisation et de formation,

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mais celui-ci demeurera inefficace si, au moment de passer à l’action, les
paroles ne sont pas confirmées par des actes.
La deuxième et dernière considération concerne notre capacité à
avoir une vision large et même universelle du Carmel thérésien. Ce fai-
sant, nous renouerions, entre autres, avec nos origines. Si l’on regarde
les vingt premières années du XVIIe siècle, on ne peut qu’admirer la lar-
geur de vue des Pères de la Congrégation d’Italie et leur ouverture sur le
monde entier. Il n’y avait pas de distance géographique ou culturelle
qu’ils ne se sentaient pas prêts à affronter, malgré leurs moyens limités.
Et ils ne l’ont pas fait de manière superficielle ou avec un enthousiasme
facile : ils ont inventé les « séminaires pour les missions », une initiative
d’avant-garde qui a servi de modèle à toute l’Église. Ils n’étaient vrai-
ment pas des religieux repliés sur eux-mêmes et préoccupés de défendre
leur mode de vie tranquille : ils étaient des hommes d’Église fondés sur
le roc solide de la contemplation et habités par une profonde passion pour
Dieu et pour l’humanité entière.
Comme vous pouvez le voir, je ne parle pas de rêves, mais de choses
qui se sont déjà produites dans notre Ordre et qui en ont jeté les bases.
Nous devons continuer à construire sur ces bases. Et nous le pouvons
parce que l’Esprit qui a été donné à nos pères est le même que celui qui
nous a été donné. C’est à ce passé que nous devons nous confronter si
nous voulons avoir un avenir digne de notre vocation.

***

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ACTIVITÉ DU DÉFINTOIRE GÉNÉRALE OCD
Sexennat 2015-2021

I. QU’AVONS-NOUS FAIT AU COURS DE CE SEXENNAT ?

Définitoires extraordinaires
• Ariccia (Rome) : 29 août - 6 septembre 2017
• Old Goa (Inde) : 4 - 11 février 2019

Relecture des Constitutions


• 10 juin 2015 : Nomination de la Commission de relecture
des Constitutions OCD
• Octobre 2015 - juin 2018 : 12 fiches de lecture préparées
par la Commission
• 27 août - 4 septembre 2018 : dernière réunion de la Com-
mission.

Déclaration sur le charisme


• Février 2019 : décision du Définitoire Extraordinaire de
Old Goa de rédiger une Déclaration sur le Charisme.
• Septembre 2019 : élaboration et envoi d’un premier projet
(à examiner dans les Provinces et les Chapitres provin-
ciaux de 2020).
• Octobre-novembre 2019 : réunions régionales sur la décla-
ration avec les jeunes frères.
• Octobre 2020 : examen des contributions des Chapitres et
préparation d’un second projet.
• Décembre 2020 : le Définitoire Général approuve le deu-
xième projet.
• Mars 2021 : envoi du deuxième projet aux Provinciaux.

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Révision des Normes d’application
• Février 2019 : décision du Définitoire Extraordinaire de
Old Goa de procéder à la révision des Normes d’applica-
tion.
• Septembre 2019 : réunion de la commission de révision
des Normes.
• Avril 2020 : examen du travail de la commission et rédac-
tion du projet de révision.
• Juin 2020 : le Définitoire Général approuve le projet de
révision.
• Juin 2021 : envoi des Normes révisées aux Capitulants.

Remaniement de la Maison Généralice


• A) Les locaux : archives, bibliothèque, salle du Définitoire,
bureaux de la Postulation et de l’Économat, système élec-
trique, équipement photovoltaïque (en cours).
• B) Les Offices :
o Supérieur de la maison : un Définiteur (2015)
o Secrétaire Général et Archiviste (2015)
o Économe Général (2017)
o Postulateur Général (2021)
o Secrétaire pour la coopération missionnaire (2015)
o Secrétaire pour l’information (2015, 2021)
o Webmaster (2019)
o Vice-Secrétaire Général et Secrétaire pour les Sta-
tistiques, Bibliothécaire (2021)

Site web et communications


• Nous avons fait évoluer le site une fois en 2016 ; une nou-
velle version est en préparation cette année.
• Sites des Archives et de la Postulation (2016)
• Projet de portail numérique carmélite (en cours de réalisa-
tion)

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Visites pastorales
Modification de la procédure pour les visites pastorales :
• Approbation des déterminations par le Définitoire Général
• Rapport de la circonscription un an après la visite

Modification du statut juridique de certaines Circonscriptions


• Passage au statut de Commissariat pour le Congo
• Passage au statut de semi-Provinces pour les Flandres,
l’Allemagne, Malte, Naples, Oklahoma.

Régularisation des présences extra-territoriales


Présences individuelles, nouvelles fondations, appropriation de maisons
érigées dans d’autres Provinces.

Second noviciat en Europe et plus grande collaboration au niveau de


la formation en Amérique latine

Augmentation du Corps professoral du Teresianum

Application des nouvelles normes de Vultum Dei quaerere et de Cor


Orans pour les moniales

Fonds pour les missions et fonds pour les monastères

Collaboration O.Carm. - OCD


• Rencontres triennales des deux Conseils généraux :
o Haïfa-Stella Maris : 27 novembre - 2 décembre
2016 (sur le thème : La vie consacrée et l’Église
locale).
o Dublin - Gort Muire : 27 - 31 mai 2019 (sur le
thème : Baptisés et envoyés : la mission de
l’Église).

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• Lettres des Supérieurs Généraux O.Carm. - OCD :
o Béni soit-il à jamais, car il m’a attendu si long-
temps, du 11 juin 2016, à l’occasion du Jubilé de
la miséricorde.
o Saint Joseph, Patron du Carmel, du 8 décembre
2020.

II. QUE SOUHAITIONS-NOUS FAIRE ET N’AVONS PAS PU ?

1. La rénovation de la chapelle de la Maison Généralice ;


2. Le missel de l’Ordre et le bréviaire propre de la Liturgie des Heures
suite à l’approbation du calendrier liturgique ;
3. Une année de formation après la profession solennelle (et l’ordina-
tion presbytérale) ;
4. Un programme de formation pour les moniales ;
5. Avoir un canoniste au service de la Maison Généralice ;
6. Des travaux au Wadi-es-Siah et au Kikar Paris à Haïfa.

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