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I bambini ci guardano.

Pedagogia Generale
Università Kore di Enna
14 pag.

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“I bambini ci guardano” di Franco Lorenzoni è un libro che narra l’esperienza educativa di un
maestro di scuola elementare. Il maestro racconta che durante il primo giorno della terza
elementare, grazie ad una foto che nel 2015, emerse un tema attuale ovvero l’immigrazione.
L’immagine ritraeva un piccolo bambino di Kobane di nome Aylan, il quale era morto affogato a
soli tre anni durante un flusso migratorio. I bambini rimasero stupiti tra loro emersero Elisa, Mario
e Ambra. Con le loro domande, si aprì un lungo dibattito. Il maestro ha così riflettuto, arrivando
alla conclusione che gli adulti hanno il dovere di accompagnare gli sguardi dei bambini rivolti alle
tragedie e alle meraviglie della Terra, senza lasciarli mai soli. Grazie al dibattito, sono emerse alcun
e scoperte affascinanti con cui hanno potuto comprendere, insieme, qualcosa di più. Così il
maestro ha deciso di raccontare in questo libro i vari pensieri, dialoghi ed esperienze.
Nel primo tempo “Il Mediterraneo è la spaccatura di Giotto”, il maestro ci racconta che per
affrontare il tema a dell’emigrazione, bisogna prima chiarire il concetto di povertà e ricchezza,
emerso durante un dibattito con i bambini. Per spiegare ciò, secondo il maestro, bisognava
insegnare loro il concetto di media. L’unico metodo adatto per spiegare la media era la
matematica. Il maestro sostiene che grazie al metodo pratica, da lor usato per imparare il concetto
di media, tutti i bambini hanno potuto comprendere un concetto a loro utile. Grazie a tale metodo,
anche i bambini con difficoltà di logica e astrazione, riescono a collegare il concetto di media con
qualcosa che hanno sperimentato, toccato con mano e visto. Un altro metodo usato dal maestro
per insegnare loro il concetto di media, quindi di povertà e ricchezza, è la costruzione di un grande
plastico di legno del Mediterraneo. Per calcolare il reddito lordo mensile dei diversi Paesi usavano
listelli di legno, di diversa lunghezza. I listelli venivano segati manualmente dai bambini in base al
reddito medio di ogni Paese. I bambini, grazie a questo plastico, hanno potuto vedere quanto
guadagnano le persone nei vari Paesi e che tutti quelli che ci vivono non guadagnano uguale. I
bambini furono molti soddisfatti del loro lavoro, e una mattina, una bambina di nome Maia ha
osservato che il mar mediterraneo è come la spaccatura di Giotto; perché così come vi è una
spaccatura su un affresco del ciclo di Assisi dipinto da Giotto, vi è la stessa nel mar Mediterraneo
tra nord e sud.
Il maestro racconta che, in un giorno d’autunno, un suo compagno di liceo andò a trovarlo in
classe insieme a due amiche che insegnano pedagogia. I bambini rimasero stupiti alla vista degli
ospiti, in particolare di una delle due donne. Quest’ultima aveva una pelle di colore, né nero e né
bianco. La donna era la pronipote di uno schiavo. Grazie a questo incontro allora in classe venne
affrontato un nuovo tema, ovvero quello della schiavitù. Da ciò i bambini impararono nuove
parole: colonie, conquista, schiavitù e tratta degli schiavi. Per approfondire meglio la storia di
Aracy, il maestro, con i suoi alunni, prende spunto da due soli indizi: il colore della pelle di Aracy e
il loro parlare portoghese. Secondo il maestro fare esperienze dirette di questo tipo aumenta
ancora di più la sensibilità infantile, la quale a volte viene stimolata solo tramite libri di testo della
scuola primaria, pieni di schemini riduttivi. Invece è importante creare dei collegamenti che
alimentano meglio i punti di vista dei bambini. Per capire meglio che ruolo ha la lingua che si parla
in un paese i bambini osservano la mappa della distribuzione delle lingue del mondo sulla carta di
Petrers. Gli incontri con storie vissute spesso si agganciano saldamente alla memoria dei bambini.
Un giorno, infatti, in quinta elementare i bambini ricordano il loro incontro avvenuto con Aracy. Si
apre così il discorso della tragica migrazione forzata dei neri in America, la storia della tratta degli
sciavi. Il maestro, per ricollegarsi a questo discorso, decide di leggere un divertente racconto di
Ngugi wa Thiomg’o, grande scrittore keniota. Il maestro decide, allora, di mettere in concreto il

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racconto durante una gita di Natale. I bambini si misero nei panni di ognuno dei personaggi. Si
trattava, principalmente, di due fratelli neri che vivevano in un piccolo villaggio africano; essi,
accorgendosi che l’ombra delle persone di colore è di colore nero, pensavano che l’ombra delle
persone bianche fosse bianca. Decidono, allora, di andare in un grande villaggio in cui incontrano
due adulti di carnagione chiara. Iniziarono ad osservarli e scoprirono che anche l’ombra delle
persone con carnagione chiara è nera. Questa fu una grande scoperta per i bambini di colore.
Grazie a questo gioco in cui i bambini si immedesimarono con i bambini di colore del racconto, il
maestro ha provato a rompere le distanze tra abitudini e modi di vivere all’apparenza totalmente
differenti, che conservano tuttavia alcuni tratti comuni. È in questo gioco di specchi che i bambini
hanno potuto appurare la scoperta che sia bianchi che neri producano ombre dello stesso colore e
quindi che non vi è differenza tra gli esseri umani.
Il racconto è così divertente che l’autore incuriosisce il maestro. L’autore Ngugi scrisse i primi
romanzi in inglese ma poi ha deciso di ritornare a scrivere alla lingua madre, cioè il gikuyu. Scrive
in gikuyu un romanzo dal titolo “Matigari ma Nijruungi”, in cui narra le gesta di un eroe picaresco e
trasgressivo, che viaggia per il suo paese con grande libertà. Il libro ha una rapida diffusione in
Kenia a tal punto che giudici e polizia emanano un mandato di cattura contro l’eroe di un romanzo.
Con tale episodio il maestro vuole far capire ai bambini l’eterno scontro tra l’idiozia di ogni potere
autoritario e le potenzialità della cultura viva e dell’arte. Con ciò vuole spiegare che la cultura,
quando è viva, deve essere strumento ardente in grado di abbattere muri.
Un giorno alunni e maestro andarono alla ricerca di cocci (reperti archeologici) in riva al Tevere. La
loro guida sarà un archeologo di nome Sergio, il papà di una sua vecchia alunna. I bambini hanno
imparato pure cos’è un metro quadrato, poiché essi tramite degli spaghi e dei picchetti hanno
delimitato una porzione quadrata di terreno in cui tutti cominciarono a scavare. Sergio, infatti, con
molta pazienza insegnò a esaminare centinaia di frammenti e altri oggetti che vennero trovati. Uno
degli oggetti più importanti venne trovato da Mario; ciò che trovò è un pezzo di tegola con diverse
lettere incise. Questa scoperta fece capire a tutti che si avvicinavano sempre di più alla storia
dell’antica Roma e quindi iniziano un viaggio nel tempo.
Il maestro preferisce offrire ai bambini la possibilità di collegare ogni scienza e disciplina a un
mestiere, a una qualità e particolarità umana. Questo approccio suscita nei bambini curiosità,
immaginazione. Grazie all’incontro con Sergio, i bambini hanno potuto giocare con l’archeologia,
sono andati a caccia di reperti. La seconda lezione che Sergio dà ai bambini è che, nonostante sia
un archeologo esperto di storia romana, non riesce a venire a capo del frammento di scrittura
stampato sulla tegola trovata da un bambino. Dunque, è importante per i bambini incontrare
ostacoli oggettivi nella strada della conoscenza. Quando si incontrano ostacoli c’è sempre molto da
imparare. Il maestro racconta che c’è un periodo che affascina sempre i bambini ed è la preistoria,
il mondo dei primitivi. Proprio su questo tema, il maestro ha proposto di tagliare 22 foglietti di
carta lunghi e stretti e di scrivere in grande la prima parola che immaginano sia stata pronunciata
al mondo. Per esempio Aurora pensa che la prima parola sia stata bibibò; per Alessandro la prima
parola è Aiutoo; per Nicla è fantastico; per Maia è tu, tu; e così via. I bambini scrivono la prima
parola che pensano sia stata pronunciata al mondo, pescando tra i ricordi d’infanzia. In questo
modo i bambini si divertono assai e in classe si creano momento in cui si rivelano gli uni agli altri.
Un giorno infatti il maestro portò i bambini a visitare una grotta; essi erano molto emozionati e le
varie pitture attiravano la loro attenzione. Dopo aver osservato a lungo le varie pitture antiche i

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bambini si domandavano perchè gli uomini un giorno hanno cominciato a dipingere. Alcuni
sostengono che non riuscivano a scrivere o che erano muti, oppure disegnavano per esprimere
emozioni. A proposito di questo, infatti, una bambina di nome Seriana pensa che se la loro classe
non avesse disegno, sarebbe un incubo.
Riprendendo la discussione, i bambini ipotizzano diverse ipotesi su come sia nata il disegno. Nisrin
e Tommaso ipotizzano che una donna o un uomo stavano strofinando un sasso e a un tratto si
sono accorti che quel sasso lasciava un segno. Tra tutte le ipotesi, quella di Maia sembra essere la
più attendibile. Secondo Maia, un uomo primitivo intento ad affilare un sasso per farne la punta di
una lancia, ad un certo punto si accorge che con quel sasso può disegnare invece di uccidere.
Grazie alle loro ipotesi, i bambini inaugurano il mondo dell’arte. Nel nuovo tempo che si inaugura,
gli esseri umani scoprono quanto sia bello arricchire la loro vita di cose inutili: graffit e pitture,
danze e sculture, musiche, ritmi e narrazioni. Donne e uomini dalla vita durissima, che ogni giorno
dovevano affrontare il freddo, la fame e lottare per la sopravvivenza scelgono di dedicare parte del
loro tempo a disegnare tori e scene di caccia in fondo alle grotte. Nasce così un aspetto della
cultura che ancora oggi ci emoziona: l’arte.
Il dialogo, spiega il maestro, è un luogo dove vivono e hanno la possibilità di dispiegarsi i diversi
tipi di incontro con la realtà e con gli oggetti culturali. Quando si pratica un dialogo euristico, cioè
capace di farci fare scoperte, si scambiano liberamente le varie versioni e visioni portate da
ciascuno. Ciò ha lo scopo di arricchirsi dello sguardo di un altro, porre nuove domande, avere
pazienza e ascoltare le opinioni di tutti e di tutte.
Un altro tema che si affronta in classe è quello del tempo. Partendo dalla frase celebre di Agostino
“Io so che cosa è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo”, nasce una discussione in
classe. I bambini si interrogano appunto sul significato della parola tempo e tutto ciò li appasiona,
infatti risalgono a galla varie teorie. Tra queste teorie quelle che più fanno riflettere sono state
dette da Emilia e Diego : ella afferma che il tempo scorre ma non si vede, ma soprattutto non si
può interrompere; mentre Diego spiega che il tempo è uno spago che dopo ogni giorno diminuisce
e si brucia.
Per spiegare la preistoria il maestro ha deciso di utilizzare uno spago. Dato che un metro
rappresenta tutta la storia, per la preistoria c’è bisogno di uno spago lungo 200 metri. Una volta
acquistato un lungo cordino bianco di nylon, ora lo srotolano lungo la via principale del paese,
partendo dalla sala del Comune. Dopo aver percorso diversa strada e dopo aver individuato i vari
eventi accaduti durante il corso degli anni, a 100 metri dalla scuola si trovano i primi migranti
giunti dall’Africa per popolare per la prima volta l’Europa. Si tratta dell’Homo Neanderthal. Il
maestro realizza tutto ciò per rendere il tempo visibile.
In prima elementare, i maestri e le maestre notano che la memoria dei bambini non è uguale per
tutti. C’è chi assimila e trattiene subito e chi Fatica a ricordare il significato di una parola o la forma
di una lettera anche dopo qualche minuto. Dietro questa disparità, ci sono motivi diversi legati a
contesti diversi come quello familiare. La scuola, però, deve cercare di abbattere queste disparità.
Per favorire il difficile sviluppo della memoria di tutti, vi sono tre alleati ovvero il tempo, lo spazio e
il ritmo. Ad esempio si possono trasformare le pareti della classe fino al soffitto in una sorta di
grande giornale murale ricco di cartelloni, immagini e parole, che sintetizzano i più significativi
percorsi realizzati, così da offrire un’opportunità a chi ha una memoria visiva. Fa bene a tutti,

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infine, frequentare diversi linguaggi che coinvolgono pienamente il corpo, a partire dal ritmo e dal
corpo e dal canto, che fin dai primordi ha permesso a generazioni di analfabeti di mandare a
mente proverbi e poemi epici, fiabe e narrazioni, opere liriche e canzoni.
La nostra relazione con la memoria, a causa della diffusione della tecnologia digitale, sta mutando.
A causa di ciò i bambini cercano di non faticare a memorizzare parole, concetti e informazioni
poiché sanno di averli sempre a portata di mano, grazie allo smartphone che hanno in tasca. Se ci
si affida esclusivamente a Google, può accadere che alcune libertà mentali possano essere messe a
rischio. Di conseguenza il maestro consiglia di educare e proporre ai bambini di uscire dal modo
sbrigativo con cui trattano le loro domande e di entrare nella memoria di un altro e allargare la
propria.
Sempre per rimanere in tema il maestro un giorno chiede alla classe di scrivere cosa fosse per
loro la memoria. Ovviamente sono emersi tanti pensieri, tra cui le memorie di migrazioni da
genitori che vengono lontano.
Per questo motivo il maestro accoglie in classe la madre di David che viene dalla Romania e si
chiama Monica. Monica racconta che, per andare in Italia, ha dovuto lasciare la sua piccola figlia
Catalina alla nonna in Romania. Una volta arrivata in Italia, Monica viveva nel terrore che le
potessero chiedere i documenti e che venisse espulsa poiché priva di permesso di soggiorno. I
bambini, incuriositi, le pongono tante domande. Alla fine Monica racconta che nel 2007 è nato
David. Da tale affermazione, nasce il titolo del racconto: la creazione di David.
Un altro giorno si presenta a scuola la mamma di Nisrir, Mahjuba. Mahjuba, attraverso le
domande dei bambini, inizia il suo racconto. La mamma di Nisrir viene dal Marocco e decide di
venire in Italia perché qui ci sono alcuni suoi parenti. Ella aveva studiato in Marocco ed aveva fatto
l’avvocato per cinque anni, ma in Italia il suo titolo di studio non vale più e quindi è diventata una
badante per anziani. Anche suo marito aveva una laurea in geologia, ma è diventato un
carpentiere. Mahjuba inizia a raccontare le tradizioni del suo paese. Racconta che in Marocco c’è
una festa proprio per i bambini, due mesi dopo il Ramadam. Per un giorno tutti i bambini devono
stare in lutto, non devono giocare, poi il giorno dopo c’è una grande festa. Racconta anche che
quando muore qualcuno, tutto il vicinato deve fare una cena e poi, dal mattino dopo, portano la
colazione e il cibo per tre giorni. La notte del terzo giorno i parenti invitano tutto il quartiere e si
mangia insieme. Il maestro, dopo questo incontro, riflette sul fatto che ci sono più laureati tra i
genitori stranieri che tra gli italiani. L’incontro con Mahjuba fa suscitare molte domande ai
bambini; Ambra infatti propone alla classe un enigma: perché in Marocco si parlano tre lingue I
bambini come al loro solito dopo essersi divisi in gruppi, cominciano a discutere. Essi scopriranno
che le varie lingue derivano dalle conquiste.
Alla fine dell’inverno, un giorno nasce una discussione in classe che riguarda gli uccelli e gli esseri
umani. Inizia un dibattito in cui i bambini dicono che gli uccelli migrano volando, invece le persone
migrano con macchine, treni e aerei. Le persone migrano per il lavoro, gli uccelli per il freddo. Gli
uomini vanno in un posto e ci restano, gli uccello poi ritornano. E la discussione è andata avanti fin
quando Franco domanda se le frontiere ci sono sempre state. E allora Seriana pensa che le
frontiere siano state create per impedire ai cattivi di conquistare un altro paese.
Anche il papà di Emilia, Pedro, è un immigrato e ci dice che cambiare il paese dove si vive è
davvero difficile. Pedro viene dall’Uruguay. Laureatosi, parte per Londra dove resta per dieci anni

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poi viene in Italia e inizia a lavorare alla FAO a Roma. Pedro racconta la storia di Giuseppe e Luisa,
suoi bisnonni friulani. Questa stria suscita interesse tra i bambini, più di quella di Pedro. Pedro
racconta che i suoi bisnonni sono partiti per l’Argentina da un paese del Friuli. Arrivati in
Argentina, Luisa non sta bene e torna di nuovo in Italia, ma si accorge di essere incinta e allora
riparte per l’Argentina, ma sono passati troppi giorni e il piccolo Pedro (il nonno) nasce in nave. Il
racconto dei bisnonni emoziona tutti. Pensando alle tante scene di sbarchi con neonati e donne
incinte che quotidianamente si vedono in TV o ai tanti naufragi che disseminano di morti Il mar
Mediterraneo, il maestro decide che il tema della prossima recita sarà “Migrazioni e tempeste”.
Un giorno a Giove sbarcano quindici giovani profughi, essi saranno ospitati nell’ostello del paese e
la mamma di un’alunna è stata incaricata di insegnare loro l’italiano. Giove essendo un piccolo
paese, tutti gli abitanti hanno appreso subito la notizia e ci furono delle reazioni ostili nei confronti
dei giovani. Il maestro infatti racconta di essere deluso da tali atteggiamenti e non capisce come
mai ancora non esistono segni di uguaglianza nei confronti dei stranieri. Egli non sa come reagire a
questo problema, fin quando una sua collega gli propone di organizzare un grande pranzo di
natale l’ultimo giorno di scuola, invitando anche i giovani profughi. Tutti i bambini della scuola
erano molto entusiasti e si preparavano delle domande da fare ai giovani. Gli incontri sono stati
molto significativi: i profughi hanno cominciato a raccontare le loro storie, fatte di violenza,
povertà, emarginazione e i bambini li guardano increduli. Dopo tale incontro, il maestro e i
bambini ricevono una notizia sconvolgente: in classe non si possono più ospitare giovani profughi.
La dirigente spiega che non è più possibile fare ciò per una questione di ordine sanitario. Tale
allarme è fondato però su un falso presupposto, poiché i giovani profughi, prima di essere accolti,
vengono visitati da medici per scongiurare qualsiasi malattia infettiva. Essendo che gli insegnanti si
rifiutano, si arriva ad un compromesso: è possibile accogliere i giovani profughi non a scuola ma
nella sala polivalente, la quale è ghiacciata in inverno. Ciò è più vantaggioso poiché è
maggiormente aerato. Mercoledì, il maestro e i bambini incontrano di nuovo i loro ospiti africani
e, seduti in cerchio, i bambini iniziano a raccontare cosa pensano. I bambini hanno pensieri molto
simili, tutti pensano che si è tutti uguali; il colore della pelle non è una differenza e, come gli
africani possono apparire strani agli occhi dei bianchi, questo avviene anche in senso opposto: i
bianchi appaiono strani agli occhi degli africani. In prossimità della recita di natale, il maestro
insieme ai bambini decidono di mettere in scena la storia di un africano che incontra delle persone
di carnagione chiara.
I bambini propongono al maestro di raccontare attraverso il teatro. Il maestro infatti per ispirarli
racconta loro la storia di Amleto, il quale spiega attraverso il teatro la morte di suo padre avvenuta
a causa del muovo marito della madre e di lui stesso. Allora i ragazzi propongono delle varie
battute per tendere dei tranelli a tutti coloro che hanno impedito l’incontro con i profughi. Essi
prendono come esempio i viaggi di Luisa e Giuseppe smarriti in Argentina, i quali vengono
screditati dagli argentini. Cominciarono anche ad inventare delle battute offensive contro gli
immigrati e tutto ciò li rendeva ancora più uniti e affascinati dalla funzione del teatro. Il maestro è
ancora più convinto dopo questa esperienza proposta ai bambini, che il teatro è un gioco
spontaneo in cui si possono lanciare messaggi. Dopo aver visto i vari spettacoli, i giovani africani si
commuovono, mente sia i genitori che la preside continuano ad essere irritati. Al termine della
giornata il maestro racconta un episodio che accadde a sua sorella Maria nell’estate del 1963.
Maria all’età di 22 anni è partita per gli Stati Uniti per sei mesi di tirocinio da assistente sociale.
L’ultimo giorno prima di partire, invitó a cena tutti i colleghi. Dopo averli invitati si rende conto

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dell’imbarazzo che aveva creato poiché tra gli invitati c’era un collega di colore. Il maestro dice di
aver voluto ricordare tale episodio perché, per respingere i veleni del razzismo, si ha bisogno di
gesti semplici ed elementari.
In classe vi è un bambino di nome Mario, un bambino piccoletto, agilissimo e sfuggente come
un’anguilla. Fin da piccolo era stato vivace. Un giorno mentre il maestro spiegava la linea
attraverso uno spago, Mario sale sul banco e si accorge che quella linea, vista dall’alto, sembrava
un punto. Col suo gesto, dettato da un impulso a scoprire cose nuove, ci ha ricordato quanto il
corpo il movimento aiuti il pensiero e quando sia importante saper mutare il nostro punto di vista,
non solo in geometria. Un giorno, studiando la figura del parallelogramma fatta da 4 listelli di
legno snodabili, i bambini scoprono che se il parallelogramma assuma un’altra forma, le diverse
figure non hanno la stessa area. A quel punto Mario, scopre che vi è un’altra linea, interna al
parallelogramma, che cambia lunghezza a seconda della figura; la linea invisibile. Grazie a questa
scoperta, i bambini scoprono la formula per calcolare l’area del triangolo: ovvero bisogna unire
due triangoli uguali per formare un parallelogramma; moltiplicare la sua base per la linea invisibile
di Mario, poi togliere un triangolo, cioè dividerla per due. Negli anni il maestro ha sperimentato
molti modi di giocare con la geometria. In seconda elementare, ad esempio, il maestro assieme ai
bambini è andato nel magazzino di materiali edili per comprare quattro diagonali. Tornati in classe,
i bambini hanno costruito con quattro stecche avvitate un enorme quadrato, alto un metro;
accorgendosi rapidamente che ti storceva in rombo, piegandosi su se stesso. Grazie a questa
attività i bambini hanno potuto osservare le trasformazioni delle figure geometriche utilizzando
viti, spaghi ed elastici; quindi hanno potuto afferrare un altro concetto. I bambini amano lavorare
con le mani; le mani, secondo il maestro, hanno a volte la capacità di afferrare un concetto e
renderlo visibile. A questo punto il maestro ricorda il grande Archimede, il quale giunse a molte
scoperte scientifiche e matematiche usando mani e materiali. Ora il maestro ripensa ai suoi alunni
e si sofferma su Nisrin. Egli è affascinato dal modo di pensare di Nisrin ma volte non chiede di più
della sua storia per paura di ferirlo. Il maestro afferma infatti che vi è un sottile confine tra la
percezione della diversità e atteggiamenti più o meno discriminatori. Diversità è ricchezza ma volte
è anche fatica, sforzo, difficoltà da affrontare. Solo grazie ad un ascolto sincero e autentico, si
possono collezionare scoperte stupefacenti; solo così la classe potrà diventare una vera comunità,
in cui ognuno è curiosa nella scoperta del prossimo. Poi il maestro si sofferma sullo star bene a
scuola, e in particolare avverte un paradosso i percorsi di cosiddetta educazione socio-affettiva,
con i suoi CIRCLE TIME E momenti dedicati alle emozioni. Secondo il maestro la scuola è già bella di
sè: la letteratura, le lingue, le arti, l’architettura, la matematica. Dunque i bambini e i ragazzi non
devono fare altro che coltivare questa bellezza, scoprire insieme quanto sia appassionante
conoscere e, ancor più, conoscere insieme. Solo quando un gruppo riesce a mettere in comune e a
scambiarsi le conoscenze, trova l’occasione di arricchire la propria sensibilità e i propri
ragionamenti. un giorno il maestro racconta da come nasce la sua voglia di raccogliere tutte le
scoperte che i bambini fanno. Molti anni prima il maestro visitò a Bruxelles un’esposizione di arte
africana intitolata “Utotombo”. Erano perlopiù oggetti scolpiti nel legno semplici e bellissimi. La
parola “Utotombo” È una parola intraducibile che voleva intendere l’idea di un “oggetto efficace
costruito con Amore”. In terza, a fine aprile, il maestro insieme ai bambini si imbarcano nella
grande impresa di provare a mettere in mostra le ricerche di un anno. L’idea è quella di presentare
ogni argomento matematico attraverso un utotombo, un oggetto costruito da loro accompagnato
da dei cartelloni che ne illustrino la genesi. Nella chiesa che sta fianco della scuola, ecco che

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finalmente bambine e bambini accolgono genitori, amici e insegnanti di altre scuole,
proponendogli un viaggio nella matematica in sei tappe. Nella prima tappa i bambini c’è

il plastico che illustra come ricchezza e povertà spacchino in due il Mediterraneo, che i bambini
hanno deciso di poggiare sotto la riproduzione dell’affresco di Assisi rinominato da Maia “la
spaccatura di Giotto”. Nella seconda tappa i bambini hanno deciso di mostrare un grafico che
registra i mutamenti dei mestieri avvenuti in tre generazioni. Se al tempo dei nonni e dei bisnonni
vi erano più lavoratori di terra, al giorno d’oggi vi sono più persone che lavorano nel terziario e nei
servizi. Nella terza tappa i visitatori sostano sotto un grande lenzuolo su cui in classe i bambini
hanno disegnato i contorni di una bambina dentro un cerchio è un quadrato, dipinta imitando il
notissimo disegno di Leonardo. Vi è inoltre una sezione intitolata Fantabarocco, che illustra una
ricerca svolta in autunno in cui i bambini si sono avvicinati al barocco, ovvero l’arte del 1600. Dopo
aver visto queste immagini i bambini hanno giocato disegnare con i carboncini delle forme:
“fantabarocco” ovvero un Barocco inventato dai bambini. Nella quarta tappa campeggia una
costruzione realizzata in 12 ore di lavoro durante un campo scuola di due giorni. Attraverso questa
costruzione i bambini dimostrano come il sole, dall’alba al tramonto, va a 15° all’ora. Dopo un
dibattito tra bambini, si arriva alla constatazione che è la terra che si muove e non il cielo; dunque,
è la terra che gira a 15° all’ora. Nella quinta tappa i bambini presentano due specchi, incollati su
due tavole legate tra loro da una cerniera verticale. La costruzione si presta a molteplici usi e i
bambini si divertono a rispecchiare diversi oggetti o figure geometriche, per giocare con le mille
simmetrie che si creano, permettendogli di capire molte cose sugli angoli. Nell’ultima tappa vi è la
collezione di martelli e aratri primitivi costruiti con pietre e bastoni dai bambini nell’inverno e una
fila di 21 statuine di creta, con cui in classe ogni bambino ha riprodotto le forme rotonde della
Venere di Willendorf. Nell’autunno della quinta i bambini cominciarono a giocare con gli assi di
simmetria. Dopo aver giocato un bel po’ osservando la realtà, una mattina il maestro propone di
ragionare sugli assi di simmetria delle figure piane regolari. Appena i bambini si misero ad
osservare, alcuni di loro scoprirono subito che gli assi di simmetria di una figura sono tanto quanto
i lati. Poi i bambini passarono a studiare la lunghezza degli assi di simmetria. Inizialmente
pensavano che tutti gli assi di simmetria hanno la stessa lunghezza. Ma osservando bene, si
accorsero che questo teorema era falso. A questo punto alcuni bambini si accorsero che vi è un
cambiamento di lunghezza tra gli assi di simmetria che partono dai vertici e gli assi di simmetria
che partono dalla metà dei lati. Dopo tre settimane a giocare con gli assi di simmetria, i bambini
hanno scoperto un bel po’ di connessioni logiche. Lavorare con le mani ha reso possibile molte
scoperte inattese.
Una mattina a scuola Emilia e Maia propongono di inventare tutti insieme una storia. Così i 22
bambini iniZiano ad avanzare vari suggerimenti. Il maestro è affascinato dai dialoghi tra i bambini,
poiché gli sembra di essere dentro a un sogno, capace di mettere in luce la nostra creatività in
maniera inconsapevole. Dal loro dibattito emergono tre immagini: la fuga delle parole, la
solitudine delle lettere, e la soluzione proposta da Ambra di cucire le parole tra loro. Vi è, in classe,
una tale sensibilità verso le articolazioni del linguaggio grazie ad Ale. Ale è un bimbo che ,all’inizio
della prima , non parlava e non sentiva, infatti è affiancato da un’assistente della comunicazione
che si chiama Ramona. Il maestro ci racconta che l’esperienza con Ale non è stata del tutto
eccellente in quanto egli pensa di non aver impartito al piccolo Ale un metodo adatto e sufficiente

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alla sua disabilità. Quando pensa a tale esperienza gli vengono in mente le parole di Roberta
Passoni la quale, in diversi corsi sull’inclusione, ricorda che l’unica cosa che ognuno di noi deve
attrezzarsi a fare è imparare a cambiare.
Uno dei primi giorni della prima elementare il maestro racconto che Ambra portò a scuola un
lombrico, nascosto all’interno di una scatola. Così tutti, alla vista del lombrico, si avvicinano per
toccarlo e vederlo. Mentre lo osservano, iniziano ad accavallarsi varie domande e ipotesi. Da quel
momento in poi il lombrico diventó l’idolo della classe; infatti il maestro ha deciso di dare un nome
a tale anno scolastico, ovvero l’anno dei lombrichi. Una mattina di maggio Elisa ha immaginato il
viaggio di un lombrico sulla luna, dal quale scoprirono il motivo per cui la luna ci appare tutta
bucata. Da tale racconto, inventarono una filastrocca, una canzoncina e uno spettacolo teatrale.
Secondo Elisa, il lombrico raggiunse la luna volando su di una foglia, con un movimento simile a
quello che fa Luigi: spinge avanti e indietro il corpo, ondeggiando la sua colonna vertebrale. Luigi è
un bimbo che arrivò nella classe un giorno d’autunno. Era un bambino dal volto cupo, molto
solitario e taciturno poiché era stato sottratto a suo padre e a sua nonna e affidato ad una casa
famiglia. Faceva fatica a socializzare con gli altri. Solo dopo tanti giorni e diverse settimane, i
bambini sciolsero piano piano la sua diffidenza. Grazie ad una compagna di nome Seriana, Luigi
riuscì a capire cosa è davvero l’adozione. Quest’ultima, secondo Luigi, era una cosa bruttissima.
Solo dopo il racconto dell’esperienza di Seriana, la quale vive benissimo con la famiglia adottiva, il
pensiero di Luigi cambiò. Luigi e Seriana sono due bambini che hanno vissuto la stessa storia ma
che hanno caratteri differenti: Seriana ha un’energia dirompente; Luigi è schivo è riservato.
Pertanto il maestro, dopo una discussione in classe sull’amicizia, ha proposto loro un lavoro:
ritirarsi in una stanzetta e scrivere una storia . I protagonisti in questa storia erano due lombrichi di
nome Jack e Wiliam. I due erano tanto amici, ma un giorno si sono litigati per una foglia. A farli
litigare è stato il diavolo. Dopo pero Jack si pentì di aver lasciato il suo amico per una foglia e
quindi va da Wiliam. Sono riusciti a sconfiggere il diavolo e a far tornare l’amicizia, la quale è molto
potente.
Il maestro racconta che il 13 novembre, in classe, i bambini affrontarono il tema della gentilezza.
Egli domandò a Peter, un ragazzo arrivato dal Sudan, quale sia la prima persona gentile che ha
incontrato al suo arrivo in Italia. Peter rispose che è il suo cane. La risposta di Peter fa ricordare al
maestro lo scritto di Elsa Morante, la quale afferma che gli animali hanno un carattere più amabile
rispetto all’uomo.
Il maestro, prendendo spunta da una frase di Leonardo Da Vinci “ selvatico è ciò che salva”,
racconta che, tutte le volte che ne ha l’occasione, cerca di avventurarsi con i bimbi i luoghi
selvatici. In tali luoghi Egli propose di costruire delle casette. Tale proposta offrí quel giorno a
Silvia, una bambina rumena, la possibilità di realizzare un desiderio tenuto nascosto: farci mettere
in cerchio e imparare un canto rumeno. Proprio in quella casetta, Silvia rivelò ai compagni che, nel
suo paese, quel canto lo facevano ogni mattina entrando a scuola. Il maestro decide di raccontare
la sua storia e come fece a diventare ciò che è oggi. Egli racconta in primo luogo che la sua
mamma odiava la guerra, e che ha sempre protetto lui e i suoi tre fratelli. Questo terrore della
madre era stato scaturito anche dalla morte del fratello, ucciso dai fascisti. A 11 anni il maestro si
appassionò di politica, ma solo pochi anni capì di contrapporsi ai fascisti. A vent’anni egli quando
vide sui giornali le immagini dei carri armati con i garofani nei cannoni, cioè il crollo del fascismo in
Portogallo, decide di partire assieme ad un suo amico Paolo Hutter a Lisbona, dove ci rimase per

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due anni, abbandonando l’università. Per mantenersi il maestro scriveva per un giornale ,iniziando
anche a fare supplenza in una scuola elementare. Egli era stranito dal fatto che un gruppo di
giovani capitani potesse aver abbattuto il regime fascista (25 aprile 1974) in Portogallo. Colui che
guidó al meglio questo gruppo fu Otelo Saravaia de Carvhalo, il quale fu intervistato dal maestro. Il
maestro scopri che Otello diede vita ad un movimento delle forze armate, scopri anche che non
adottó violenza per sconfiggere il fascismo,ma scelse una romantica canzone popolare per
comunicare l’avvio di una golpe(colpo) antifascista e rovesciò il senso di possedere delle armi,
sostituendo i proiettili con dei garofani Rossi. Il carattere Pacifico di questa rivoluzione però finì
subito; il movimento fu assediato dai maggioritari del nord senza opposizione. Per tali motivi, il
maestro spiega che nel corso del tempo il pensiero di sua madre, di andare contro la guerra, gli
viene sempre in mente e non può che darle ragione. Se ne rese conto quando fece un gemellaggio
con altre scuole in Guatemala, qui c’era in corso una guerriglia da più di trent’anni che costó tanti
morti. Egli infatti spera di educare bene i suoi bambini e accompagnarli in quinta elementare nei
migliori dei modi. L’ultimo anno è quello della sintesi, del congedo, della maturazione di ciò che si
è appresso.Il maestro è a favore di un’educazione che rispetti il pensiero di ogni essere umano,
basata sull’esempio e sul metodo. Pertanto il dialogo in questi casi è fondamentale per toglier
qualsiasi dubbio e per conoscersi meglio. A fine agosto, l’unico suo pensiero è quello di indagare
su come si possa dare spazio oggi a pensieri e comportamenti comprensivi e nonviolenti. Infatti sa
che questo tema lo proporrà ai suoi alunni.
I primi giorni della quinta elementare vengono trascorsi discutendo intorno ad un libro che il
maestro aveva lasciato durante l’estate. Ciascuno legge una pagina che lo ha colpito, mettendo in
evidenza vari punti di vista. Nicla, una bambina che ha sofferto molto, sceglie la pagina in cui viene
raccontato che non si deve assecondare il bullo, perché se no si diventa il suo bersaglio. Questo
tema è abbastanza delicato,tanto che i bambini esprimono opinioni diverse a riguardo: chi
sostiene che bisogna reagire con la violenza davanti al bullo; chi pensa invece di chiedere aiuto ad
una persona più grande come il maestro. Il maestro dopo aver sentito i bambini, prendendo
spunto da una pagina del libro che cita Gandhi, fa vedere loro un film molto lungo. La storia di
Gandhi colpì molto i bambini. Nei loro discorsi emerge un forte senso di ammirazione verso i suoi
confronti. Lo definirono come una persona saggia, intelligente, furba, un uomo che lottó per la sua
amata India e per il bene comune. Emilia pensava che lui non dava ragione solo a uno, ma dava
ragione a due; nel senso che trovava una via di mezzo per dare la pace a tutti e due. Infatti ciò che
colpisce di più i bambini è proprio il modo in cui lui si poneva di fronte alle ingiustizie, poiché fu un
uomo che non uso la violenza. Allora tutti i bambini assieme al maestro si dedicano alla scrittura
del testo collettivo per raccogliere più informazioni possibili riguardanti il protagonista. La scrittura
collettiva nasce in Francia tra le due guerre da Celestin Freinet. In Italia coloro che praticarono
questo tipo di scrittura furono Lodi e Don Milani. “Lettera a una professoressa “ ne fu un esempio:
i ragazzi della scuola di barbiana tutti assieme scrissero questa lettera, poiché erano vittime di
discriminazione. Don Milani per loro fu importante perché riuscì a farli ribellare. Il maestro quindi
per esprimere al meglio questa scrittura segue il metodo delle frasi trascritte sui foglietti , in cui i
bambini rileggono in gruppo i testi individuali. Essi scelgono le frasi più significative, cercando di
metterle in ordine per argomenti, che chiamano isole. La prima isola che viene fuori è chiamata
CARATTERE. All’interno di questa “isola” c’è una frase che il maestro non capisce bene, ovvero la
parola Clemente. Nisrin, il bambino che ha scritto questa frase, non ha piena consapevolezza di ciò
che potesse significare, pertanto decide di consultare il vocabolario. Nel vocabolario c’è scritto che

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Clemente è quella persona che non si vendica ,ma che perdona. Beh questa affermazione è molto
consona al carattere di Gandhi, facendoci capire che forse è il momento di cambiare il nostro
mondo in meglio. La seconda isola viene chiamata “come faceva quello che voleva “. Essi spiegano
che Gandhi faceva tutto pacificamente , soffrendo anche la fame per il bene altrui . La terza isola
viene chiamata “ indiani vs inglesi” . Gandhi non voleva che gli inglesi comandassero sull’India. Egli
voleva cambiare le leggi , come quella che impone di pagare le tasse del sale agli inglesi quando
invece il sale deriva dall’India. Infine dopo aver dato i nomi alle isole e dopo aver visto discutere
animatamente i bambini , al maestro gli viene in mente una nuova idea: proporre ai ragazzi di fare
una commedia. Poi si rende conto però che forse è troppo impegnativo per le scene che
dovrebbero fare.

Il maestro racconta che l’incontro con Gandhi è stato così tanto significativo per i bambini e per lui
che decide di preparare per ognuno di loro una lettera, affidando a ciascuno una frase su cui
riflettere. Ogni lettera aveva una frase diversa di Gandhi. Ricevere una lettera emoziona sempre ed
evoca il dono. La storia delle lettere immaginarie è nata diversi anni fa in una scuola dove
insegnava Roberta Passoni, esattamente in una quarta elementare. In quella classe le relazioni tra
gli alunni erano molto difficili,poiché c’era una bambina con una grave malattia infettiva. Pertanto
hanno scelto di mettere un banco vuoto tra un alunno e l’altro. Roberta, per cercare di migliorare
le relazioni, escogita un percorso per far avvicinare i bambini tra loro attraverso un libro. Così, a
settembre, porta in classe una scatola di scarpe e la trasforma in una buca delle lettere. Queste
ultime vengono scritte dai suoi alunni, i quali cominciano a ricevere lettere da ragazzi con nomi
strani. Insieme alle lettere crescono le domande, fino al giorno in cui Roberta porta in classe un
libro intitolato I ragazzi della via Pal. Lo comincia a leggere e gli alunni si accorgono che in quel
libro ci sono tutti i personaggi che loro frequentano da mesi tramite le lettere. Il libro così
incuriosisce i bambini che si avventurano nella lettura di esso.

Il maestro racconta che in quinta desidera che i bambini incontrino alcuni personaggi il cui
pensiero e le cui azioni rappresentino una rottura con le idee correnti. Così divide i 21 bambini in
cinque gruppi, ai quali vengono dati i nomi del satellite e dei pianeti. Il gruppo Luna comincia a
ricevere lettere da Aristofane, il gruppo Marte da Pericle, il gruppo Mercurio da Ipazia, il gruppo
Giove da Erodoto e il gruppo Venere da Socrate. Tali conversazioni permettono di mettere i
bambini in comunicazione con chi non c’è più e di riuscire a sentire quanti doni può portare la
compresenza tra vivi e morti di cui parla Aldo Capitini. Altri morti si presentano alla classe in un
modo differente, grazie al racconto del nonno di Tommaso. Egli vive nella campagna che scende
verso la valle del Tevere e inizia a raccontare che i suoi genitori e i suoi nonni dicevano che la sera
dei morti ovvero la sera del due novembre era la notte in cui solo i morti potevano uscire.
Addirittura, sopratutto la zia del nonno di Tommaso, ci teneva ad apparecchiare la tavola con piatti
ricchi di cibo per i morti. Nel dopoguerra però, questa tradizione andò scemando.

Il maestro, nella seconda parte dell’anno, sperimenta con i bambino un Progetto Cinema, che
consiste nel guardare film diversi, ragionarci su e provare a immaginare, scrivere e girare un

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piccolo video. Da ciò nasce una discussione in classe in cui si afferma che il teatro apre la mente e
offre la possibilità di esprimere le proprie qualità.
“La storia non è da nessuna parte, non c’è più, dunque per mantenersi viva bisogno di ciascuno di
noi”. È così che il maestro ricorda la sua maestra Nora Giacobini, la quale alla fine della guerra
abbandonò lo studio del pianoforte per dedicarsi all’educazione con tutta se stessa, cosicché
nessuno possa dimenticare gli orrori sofferti da troppe vittime innocenti. Il maestro afferma che la
storia è ormai diventata un oggetto polveroso di cui disfarsi. Grandi date come il 25 aprile, il 1
maggio o il giorno che si è voluto dedicare alla memoria delle vittime dell’Olocausto dicono più
nulla A bambini e ragazzi. Ma la mancanza di curiosità storica e lo smettere di interrogarsi sul
passato non vanno addebitati ai ragazzi. Purtroppo dalla metà degli anni 80 la storia non ho avuto
più importanza. È normale dunque che genitori vissuti nell’ultimo trentennio non considerino più
la narrazione storica come terreno fertile per l’educazione dei figli. Per Nora giacobini l’importante
era partire sempre da materiali autentici e da dettagli, come la famosa fotografia del bambino con
le mani in alto in un campo di concentramento, solo così bambini e ragazzi potevano essere
toccati, feriti da questi eventi. Solo così i bambini potevano costruirsi le proprie convinzioni,
attraverso un rapporto diretto con memorie rese vive da materiali e incontri e documenti
preparati con cura. Il maestro allora decide di incuriosire i bambini raccontando le Storie di
Erodoto. I bambini appaiono entusiasti e curiosi tanto da porre tantissime domande allo storico e
cercare più informazioni su di esso. Appassionati ormai dai ragionamenti di storia, il maestro
decide di preparare un viaggio di due giorni che faranno a marzo a Pompei E di leggere la famosa
lettera che Plinio il Giovane scrisse a Tacito sull’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. I bambini iniziano
a fare ipotesi sulla storia, pensando che la storia esiste proprio per portare nel presente il passato.
Altri bambini però ipotizzano che la storia non racconta le cose precise precise, i dettagli, dunque
la storia racconta un passato un po’ sfocato. Nella discussione partita dalla lettera di Plinio è
emerso con forza il problema del tempo. Così qualche settimana dopo, a inizio aprile, il maestro
racconta che Erodoto scrisse che “c’è chi crede che gli antichi siano morti, ma in realtà sono vivi“ e
inizia subito una nuova discussione. I bambini sostengono che chi è stato importante, viene
ricordato; ad esempio Talete che ha inventato la geometria e la geometria viene usata tutti. C’è
poi chi sostiene che non solo chi ha fatto qualcosa di importante, ma tutti un giorno verremo
ricordati soprattutto dalle persone che ci amano. I bambini poi si domandano se anche le cose
brutte vengono ricordate, arrivando alla conclusione che anche queste devono essere ricordate
cosicché l’errore non venga più ripetuto. Ad esempio gli ebrei, ricordando tutte le vittime uccise,
ricordavano anche Hitler senza farlo apposta. Dunque, per ricordare tutte le persone, tutti gli
eventi positivi e negativi e necessaria la memoria; la storia e memoria. A fine della discussione i
bambini riflettono sul fatto che la memoria è bellissima, perché attraverso essa si ricordano le
persone che non ci sono più. L’ultimo giorno di scuola Manuel ringrazia Erodoto, con cui si sente in
confidenza. Manuel afferma che senza Erodoto, il quale ha inventato la storia, noi tutti non
sapremmo degli antichi.

All’interno della classe si discute di una filosofa di nome Ipazia, considerata simbolo della libertà di
pensiero. Lei infatti era una eclettica, perseguitata a lungo dai cristiani. Aurora definisce eclettico
colui che non odia nessuna religione. Il maestro è colpito da questa affermazione, e assieme ai
bambini cerca di capire come i cristiani , i quali essi stessi furono perseguitati, diventarono a loro

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volta persecutori di altri credi. Pertanto decidono assieme di leggere l’esito di Costantino e di
teodosio. Nel 313 l’imperatore Costantino emana un editto che proclama piena libertà per ogni
culto e credenza. Ma 67 anni dopo l’imperatore Teodosio abolisce ogni libertà. I bambini fanno
molte considerazioni e si rattristano ancora di più per l’uccisione di apazia a causa di questo editto.
Per aprire ancora di più la mente, il maestro decide di esplorare il pianeta, conoscendo le varie
storie che popolano nel mondo. La scuola dei bambini è gemellata con una scuola di Ayuub, un
villaggio Somalo. Ecco che il maestro racconta ai bambini la storia di questo villaggio...

Nel 1991 Mana, figlia di un sultano della Somalia, giunse a Merka, un paese molto povero. Ella
infatti cominció ad ospitare orfani e madri che fuggivano dalla guerra. Ella fu aiutata da un prete,
con la quale ebbe un buon rapporto nonostante lei fosse musulmana. Un giorno in questo villaggio
giunse un bambino denutrito con sua madre, lui grazie alle attenzioni che gli diedero e alla sua
forza sopravvisse , mentre la madre morì. Mana decise allora di chiamare il bambino Ayuub, che
nel mondo musulmano indicava tenacia e pazienza. Da lui prese il nome anche il villaggio. Mena
prima di ricevere un premio, morì. Ma il maestro insieme agli alunni la ricordano con grande
orgoglio. Questo villaggio grazie a lei è cambiato. Il maestro vuole far capire ai genitori che bisogna
accogliere i profughi, così come Mena ha ospitato nel suo villaggio tutti gli orfani, che ancora oggi
lo popolano con grande fatica data la povertà. I bambini vedendo la situazione del villaggio, si sono
accorti che esso non ha uno stato. A loro volta hanno capito pure che lo stato è fondamentale
poiché si viva con piena dignità. I bambini infatti ritengono di essere molto più fortunati rispetto
agli orfani di Ayuub. Il maestro un giorno, ha pensato bene di invitare a Giove Mudane, uno dei
giovani di Ayuub, per far creare un’amicizia tra mondi così distanti. Anche solo l’uso della lingua è
diversa: infatti i bambini si accorgono che nel linguaggio somalo sono presenti molte vocali, per
dare sonorità. Mudane arriva dunque in classe a gennaio e l’incontro con i bambini si rivela fin da
subito costruttivo. Essi hanno capito che Mudane ha sofferto tanto e fin da piccolo ha sempre
lavorato. Dopo questo incontro Nicla ricorda che Mudane pensa di essere nato nel 1989,perché
non è nato in ospedale e a quel tempo non si sapeva scrivere. È curioso invece come molti
bambini, spiega il maestro, raccontano questi episodi al passato, come se quel villaggio ai loro
occhi appartenesse a un’altro tempo ,che non è il nostro. Essi Si rendono conto che anche i giochi
hanno un’influenza diversa:i giochi di quei villaggi sono costruiti a mano e non hanno molte
funzioni; i nostri invece sono ultra-moderni e li compriamo già costruiti. Ancora una volta quindi il
maestro ribadisce di far confrontare i bambini con chi non ha le loro stesse possibilità e di
comprendere meglio ciò che si muove nel mondo. Per tale motivo egli e a favore degli incontri e
dei gemellaggi. Anche se il mestiere del maestro è sottovalutato ,in realtà spiega il maestro, loro
sono un’esempio per i bambini. Essi possono far nutrire in loro un futuro fatto di convivenza
aperta. Inoltre essi stessi sono ancora degli scolari che hanno tanto da imparare, oggi più che mai,
perché insegnano a bambini di ogni parte del mondo.
Tra le molte insicurezze del maestro, finalmente ritrova in Tommaso una grande vittoria. Tommaso
in prima elementare non sapeva scrivere, faceva molta fatica ad impugnare la penna. Con il
passare del tempo grazie al suo impegno e l’aiuto di sua madre , cominciò a prendere più
autonomia e a comporre più frasi possibili. Tra le attività che lo hanno aiutato si ritrovano le
esperienze all’aperto(come compativate l’orto) e il continuo esplorare linguaggi diversi. A
differenza di quasi tutti i suoi compagni, Tommaso è l’unico che sa qualcosa in più della campagna.

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Infatti egli fu molto entusiasta della lettura che ci fu in classe dell’Odissea, ritrovandosi molto nei
versi di Omero. Pertanto fu l’unico a porre in confronto due Mondi lontani: quello suo e quello
dell’antica Grecia. Il maestro infatti è alla ricerca di una caverna dove incontrare Platone, per
esplorare il più bel mito. In classe hanno già letto le parole che socrate pronuncia nel dialogo ma,
appena entrano nella caverna, rileggono tutto con attenzione. Maia sostiene che Platone, in
questo mito, ci fa vedere come funziona la realtà. Anche se si chiedono il motivo per cui gli uomini
erano incatenati nelle caverne, cercando di dare delle risposte e giungendo forse ad un
conclusione: Platone voleva che si andasse oltre ad un solo punto di vista, per una totale libertà di
conoscenza. Non a casa Emilia tira in ballo, la storia di Ipazia che non si fermava mai a cercare solo
ciò che diceva un libro e cercava di vedere oltre. I bambini quindi continuano il loro discorso
concentrando l’attenzione sulla parola verità. In molti si chiedono come il prigionare del “ mito
della caverna” aveva forti dubbi sul fatto di uscire da lì o no. Diego afferma che la morale è che si è
abituati a vedere una realtà, fai più fatica a prendere una nuova realtà, una nuova verità. Infatti a
tal proposito, David è sempre più convinto che ognuno debba pensare la sua. Questo pensiero
dovrebbe essere alla base di ogni educazione. Altrimenti saremo trascinati a seguire quello che gli
altri dicono. Secondo i bambini è importante capire che non si possono condividere le stesse verità
, ma ognuno ha una propria visione, una propria idea. Ed è altrettanto impotente conoscere tante
verità e non avere paura dell’ignoranza.

La scuola, da 10 anni, dispone di un grande spazio vuoto, all’ultimo piano, con il parquet a terra
dove dove i bambini vanno a correre, sfogarsi, cantare e costruire i loro spettacoli teatrali. Quando
il maestro porta i bambini in questa grande stanza, prima vi è un insieme di schiamazzi; i bambini
iniziano a correre scatenati, scivolare a terra sulle ginocchia. Successivamente il maestro
ricompone il silenzio. A marzo della quinta elementare il maestro propone ai bambini il testo di
Aristofane e decide di ricrearlo in teatro. Iniziano così le prime prove e improvvisazioni. Il testo di
Aristofane tratta della ribellione delle donne ateniesi. Le donne propongono di occupare il tempio
di Atena Per dare avvio a una rivolta contro la guerra. Adesso si aggiunge anche una donna
spartana, anch’essa stanca di guerra. Ad esse, però, si oppongono gli uomini, i quali incolpano le
donne di essere traditrici della patria. Gli uomini avevano solo un motto: prima gli ateniesi e morte
i barbari! A questo punto il maestro decide di introdurre all’interno dello spettacolo un altro
compagno di viaggi che ha offerto ai bambini tanti motivi di riflessione e discussione: Erodoto. I
bambini iniziano a fare diverse domande ad Erodoto, incarnato da Lorenzo, ad esempio da quale
parte stava in questa guerra. Erodoto afferma che non vi è un vincitore in una guerra, non vi è chi
ha ragione e chi attorto. A questo punto Erodoto si chiede: perché gli uomini amano fare guerra? E
bambini si danno una risposta, ovvero che la guerra è più divertente della pace; con la pace si sta a
letto, si dorme, ci si annoia; con la guerra, invece, ci si muove, ci si ammazza con le pistole, si corre.
A questo punto il maestro decide di introdurre all’interno dello spettacolo una seconda scena, più
recente, risalente al ventunesimo secolo. Si tratta della storia, avvenuta in Liberia nel 2002, di una
donna africana di nome Leymah Gbowee, la quale organizzò un’opposizione non violenta alla
guerra. La donna provò a organizzare e a propagandare dalla radio uno sciopero del sesso per
coinvolgere più donne possibile e costringere gli uomini a farla finita con una guerra civile che in
quel paese durava da anni. La storia della donna africana è biglietto fine, ella infatti ricevette un
premio Nobel per la pace e fu eletta presidente della Liberia. Attraverso questa sua idea il maestro
volle dimostrare ai bambini come la potenza di un’idea concepita da un uomo ad Atene Sia

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diventata, dopo 24 secoli, una proposta e di lotta presa sul serio da un gruppo di donne africane
che hanno avuto il coraggio di credere fino in fondo al senso politico di quell’antica commedia,
tanto da dargli corpo e vita nella realtà. Lo spettacolo termina con l’apparizione di un grande telo
bianco, sul quale appare la sequenza del film di Pasolini ( Uccellacci, uccellini. In una scena Totò,
frate francescano, cerca di colloquiare con gli uccelli, accorgendosi che è saltellando e danzando
che gli uccelli comunicano tra loro) con le bambine e i bambini che entrano cominciando a
saltellare. Il maestro vuole terminare il suo spettacolo con la comparsa degli uccelli perché
secondo lui gli uccelli sono gli unici animali in grado di annunciare agli uomini la pace. Essi, infatti,
non hanno le armi, si muovono liberi per cercare cibo e vivere bene, nel loro mondo non esistono
nuvole frontiere.
Nei primi anni Duemila un gruppo di insegnanti palestinesi e israeliani hanno progettato di scrivere
insieme un libro di storia per far conoscere ai ragazzi dei due popoli il racconto degli eventi storici
contemporaneamente da due punti di vista. In tale libro oltre alle storie di questi due popoli, vi è
una terza colonna vuota su cui poi scriveranno le future generazioni. Il libro è ottimo da adottare
perché mostra in moto nitido le sfide che si hanno di fronte, come per esempio le guerre presenti
nei due popoli. Nessuno sa come sarà il clima che si respirerà in Italia tra venti o trent’anni, ma
una cosa è certa: la qualità della vita sarà segnata da quanto si è in grado di fare accettare la
convivenza tra diversi. In modo particolare hanno un ruolo importante gli insegnanti, i quali non
devono stancarsi mai di affrontare la crescente disomogeneità presente nelle classi. I bambini
guardando gli insegnanti e guardando anche il mondo in cui si abita. Per questo, maestri e maestre
, devono fare in modo che la cultura non diventi un mezzo o intrattenimento per i soli privilegiati.

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