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ALESSANDRO PORTELLI

2 5 A G O S TO 2 0 1 3

Martin Luther King: I Have a Dream


l'unità 25.8.2013 Cinquant’anni fa, 250.000 persone si raccolsero a
Washington in una grande manifestazione “for jobs and freedom” – per
il lavoro e la libertà, organizzata da Philip A. Randolph, storico
sindacalista militante nero e da Bayard Rusting, pacifista nero, gay, in
odore di comunismo. Intervennero sindacalisti , leader religiosi, L I N K E C O N TAT T I

protagonisti dei movimenti, artisti. Il tutto culminò con lo storico Chi è Alessandro Portelli
discorso di Martin Luther King, e la sua celebre perorazione: “Ho un Una proposta di lavoro culturale
sogno…” Sono parole memorabili e in un certo senso sfortunate perché
Scrivi ad Alessandro Portelli
la loro eloquenza ha finito quasi per farci dimenticare le centinaia di
migliaia di persone senza le quali quel discorso sarebbe rimasto solo un
grande esercizio di retorica, e ridurre questa realtà di massa all’icona di DOWNLOAD
una persona sola. E, riciclata e avvilita in tanti modi (dal caffè Kimbo
Lezioni di storia: i giorni di Roma - 24
ad Anna Oxa, da Silvio Berlusconi a Quagliarella) la frase del sogno ha marzo 1944: Le Fosse Ardeatine
finito per cancellare dalla memoria tutto il resto del discorso e la sua
Lezioni di storia: Sulla scena di Roma:
radicale politicità: “Ho un sogno, un sogno profondamente radicato nel
Il bombardamento di San Lorenzo
sogno americano. Ho un sogno, che questa nazione un giorno sorgerà e
vivrà il vero significato del suo credo: Riteniamo che certe verità non
abbiano bisogno di dimostrazioni: che tutti gli uomini sono creati POST RECENTI
uguali… Ho un sogno, che le mie quattro bambine un giorno vivranno
Tutto il giorno di ieri sui media
in una nazione dove saranno giudicate non dal colore della pelle ma dal
rimbalzava una n...
contenuto del carattere. Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà
Nel 1950, nel libro La folla solitaria,
elevata, ogni colle e ogni monte sarà abbassato, gli spazi ruvidi saranno
un testo d...
levigati e i luoghi distorti saranno raddrizzati, e la gloria del Signore
Bruce Springtsteen: Born to Run,
sarà rivelata e tutti i mortali la vedranno insieme”. Il sogno dunque
l'autobiografia
riveste di familiari metafore bibliche (il faro della speranza, le fiamme
La scheda, il fucile e Dallas
dell’ingiustizia, l’alba della liberazione, le catene della segregazione …).
ILouisiana, Minnesota: il delirio
una rivendicazione morale ma soprattutto politica: l’uguaglianza come
dell'onnipotenza
significato originario della democrazia americana. King si colloca nella
https://www.youtube.com
tradizione americana che fonda la denuncia degli errori e le ingiustizie
/watch?v=KwYE2d0h170: semik...
del presente sul recupero dei valori fondanti del paese, evocando
L'Europa del genocidio respinge i
esplicitamente i padri fondatori e Lincoln. L’impalcatura del suo
migranti
discorso sta dunque nella relazione fra il passato concreto della storia,
Joe Hill: 1915-2015
il futuro immaginifico del sogno, e la domanda inevasa: come si fa a far
entrare il sogno nella storia? Ma poi scatta un cambio di registro: "Adua" di Igiaba Scego - il manifesto
“Siamo venuti qui, “ dice, “per riscuotere un assegno”. E si apre una 15.12.2015
insistita sequenza di termini bancari: la Dichiarazione d’indipendenza e Link a una pr esentazione del mio
la Costituzione sono “una tratta, un pagherò”, che estende a tutti, libro su Bruce S...
bianchi e neri, l’”eredità” dei diritti inalienabili di vita, libertà e ricerca
della felicità. “Invece di onorare questa sacra obbligazione,” continua,”
ARCHIVIO
l’America ha dato ai suoi cittadini di colore un assegno a vuoto, che è
tornato indietro con il timbro ‘scoperto’. Noi rifiutiamo di credere che maggio 2006
la banca della giustizia abbia fatto fallimento, di credere che non ci luglio 2006
siano fondi sufficienti nei grandi forzieri di opportunità di questa settembre 2006
nazione. Così siamo venuti a incassare quell’assegno – un assegno ottobre 2006
pagabile a vista che ci darà le ricchezze della libertà e la sicurezza della
novembre 2006
giustizia”. Apparentemente, in questa prosaica allegoria bancaria,
dicembre 2006
siamo molto lontani dalla poetica del sogno. Ma c’è nulla di volgare o
gennaio 2007
irriverente: le figure economiche non mancano nella Bibbia e nel
febbraio 2007
Vangelo; e la poetica del protestantesimo americano sa attribuire
significati spirituali ai più ordinari oggetti quotidiani; soprattutto, marzo 2007

l’America, fondata da illuministi consapevoli della natura contrattuale aprile 2007


del patto sociale, non si vergogna di parlare di denaro. Così, King maggio 2007
ancora la rivendicazione morale dell’uguaglianza alla nascita stessa del settembre 2007
suo paese: se di diritti civili parliamo, è nella sua storia civile che ottobre 2007
dobbiamo cercarne le basi. Anche per questo King insiste che queste novembre 2007
promesse sono state fatte ai cittadini americani, che gli americani ne dicembre 2007
sono gli eredi, che quelli che rivendicano sono diritti americani : “Non
gennaio 2008
ci sarà tranquillità in America finché ai Negri non saranno riconosciuti
febbraio 2008
i loro diritti di cittadinanza”. Così, sposa la radicalità
marzo 2008
dell’ammonimento all’America (“i turbini della rivolta continueranno a
aprile 2008
scuotere le fondazioni della nostra nazione”) con l’ammonimento alla
moderazione rivolto ai suoi (“Dobbiamo condurre sempre la nostra maggio 2008

lotta sull’elevato piano della dignità, della disciplina e del sacrificio. settembre 2008
Non dobbiamo permettere che la nostra creative protesta degeneri in novembre 2008
violenza fisica. Sempre più dobbiamo elevarci alle maestose altezze di dicembre 2008
chi affronta la forza fisica con la forza dell’anima” perché “la sofferenza gennaio 2009
immeritata è redenzione”). E’ dopo queste concrete argomentazioni febbraio 2009
politiche che il discorso prende il volo. Ce ne accorgiamo dall’irruzione marzo 2009
di un altro procedimento poetico: la ripetizione cumulativa,
aprile 2009
accompagnata dal crescere ispirato della voce e dal ritorno alle grandi
maggio 2009
metafore bibliche. “Ci chiedono: quando sarete soddisfatti? Non
giugno 2009
saremo mai soddisfatti”, risponde; e ripete: non saremo mai
luglio 2009
soddisfatti, finché saremo soggetti agli orrori della brutalità poliziesca;
non saremo mai soddisfatti finché non potremo riposare negli alberghi settembre 2009
e nei motel, non saremo mai soddisfatti finché la nostra mobilità ottobre 2009
sociale sarà solo da un ghetto a un ghetto più grande, finché i nostri novembre 2009
figli saranno umiliati dalle scritte “solo per bianchi”, finché i neri in dicembre 2009
Mississippi non potranno votare e a New York penseranno di non avere gennaio 2010
nulla per cui votare. “No, no, non siamo soddisfatti, e non saremo marzo 2010
soddisfatti finché la giustizia scorrerà a valle come le acque e il diritto
aprile 2010
come un fiume possente”. In queste parole c’è anche qualcosa del
Martin Luther King futuro, capace di estendere la lotta dalle ingiustizie maggio 2010
di diritto al Sud alle ingiustizie economiche di fatto al Nord. Troppo giugno 2010
spesso dimentichiamo che la manifestazione del 28 agosto era ottobre 2010
convocata “per il lavoro e per la libertà”, che i suoi promotori sono novembre 2010
innanzitutto sindacalisti, che tra le sue rivendicazioni dichiarate erano
dicembre 2010
la parità universale nella formazione e dignità del lavoro e l’aumento
gennaio 2011
dei minimi salariali. E che nel suo discorso John Lewis, dello Student
febbraio 2011
Non Violent Coordinating Committee (l’organizzazione da cui poto
marzo 2011
tempo dopo scaturirà il grido “Black power”) aveva gridato: “Oggi
manifestiamo per il lavoro e la libertà, ma non abbiamo niente di cui aprile 2011

essere orgogliosi. Centinaia e migliaia di nostri fratelli non sono qui maggio 2011
perché sono pagati con paghe di fame o non sono pagati affatto, giugno 2011
mezzadri nel Mississippi che lavorano per meno di tre dollari al giorno, agosto 2011
12 ore al giorno… Ci dicono di essere pazienti e aspettare, ma non settembre 2011
possiamo essere pazienti…. Fino a quando possiamo essere pazienti? marzo 2012
Vogliamo la libertà e la vogliamo adesso” (e bisogna ascoltare le aprile 2012
registrazioni per rendersi conto dell’ovazione possente che accoglie
luglio 2012
quel “now!”). Qui sta il passaggio più fragile e più potente del discorso.
novembre 2012
Da un lato, a chi grida “freedom now!”, King offre un generico
dicembre 2012
ottimismo: “Tornate al Mississippi, tornate all’Alabama, tornare alla
febbraio 2013
Sud Carolina, tornate alla Georgia. Tornate alla Louisiana, tornate allo
squallore e ai ghetti delle città del nord, sapendo che in qualche modo aprile 2013

(“somehow”) questa situazione può essere cambiata e lo sarà”. In quale maggio 2013
modo? Con che strumenti, con che potere? Ma intrecciando la retorica giugno 2013
delle origini democratiche con la Bibbia e gli spiritual, King fonda luglio 2013
questa vaga speranza sul potere immateriale ma irresistibile della agosto 2013
visione: è il momento indimenticabile del suo ribadito “I have a ottobre 2013
dream”. Per cambiare la situazione è decisiva la forza morale, la novembre 2013
indomata soggettività e la ritrovata dignità di un movimento che si è
dicembre 2013
dato una visione. Senza il sogno la realtà non cambierà mai. Utto il
gennaio 2014
resto, le politiche e le strategie, viene dopo. Di qui la potenza e
febbraio 2014
l’ambiguità di questa figura. Certo, il sogno rinvia a un futuro senza
marzo 2014
data – “One day”, un giorno (“che succede a un sogno differito?” aveva
scritto Langston Hughes: “avvizzisce con un grappolo al sole, aprile 2014
imputridisce come una piaga? Marcisce, si affloscia come un carico maggio 2014
pesante? O invece esplode?”). Eppure, il sogno è la più alta delle giugno 2014
possibilità umane, la capacità di vedere l’invisibile, dargli forma, agosto 2014
cominciare a cercarlo. Il “sogno americano” è infine questo: non che gli febbraio 2015
americani sognino di più o sognino tutti lo stesso sogno o abbiano dei maggio 2015
sogni tanto diversi dai normali sogni del genere umano. E’ che, nel
luglio 2015
momento in cui parole come “ricerca della felicità” o come “sogno”
novembre 2015
entrano nel lessico politico, il futuro è affidato all’umanità profonda di
dicembre 2015
ciascun cittadino. Nel suo sogno, King intreccia l’ideologia liberale della
gennaio 2016
rivoluzione americana, che attribuisce i diritti alla sfera individuale,
con l’etica della controcultura, che fa nascere la rivoluzione dall’interno maggio 2016

di ciascuno di noi. Anche noi abbiamo un nostro sogno differito, un luglio 2016
contratto non soddisfatto: quell’articolo 3 della Costituzione che va ottobre 2016
anche oltre il “sogno americano”, perché proclama che realizzare la aprile 2019
ricerca dell’uguaglianza è soprattutto “compito della Repubblica”. La
cattiva politica di oggi non si limita a differire il sogno: lo azzera, lo
annulla, lo nega. Perciò il sogno americano di Martin Luther King FEED

ricorda anche a noi che la possibilità di un futuro comincia


nell’immaginare un altro mondo, cercare di dargli forma, e provare a
realizzarlo.
C O L L A B O R AT O R I

A L E S A N D R O P O RTE L I | 1 :25 PM 0 C OMME NTI A L ESA ND RO PO RTE L I


IVANH AWK
SE RGIO PO L IME N E
0 9 A G O S TO 2 0 1 3

La festa per Priebke


Il manifesto 30.7.2013 Normalmente, quando una persona compie
cento anni è sempre un segno positivo per le possibilità umane – anche
se è una persona per cui non hai nessun motivo di rispetto, che si porta
addosso la responsabilità di avere contribuito a spezzare centinaia di
altre vite molto più giovani, e continua a considerarsi vittima e
perseguitato e a non capire perché ce l’hanno con lui. Sono fatti suoi e
se lui è contento, nei limiti dei benevoli arresti domiciliari a cui è
soggetto, faccia pure. Noi siamo altrove. Ma non credo che i suoi
camerati rendano un buon servizio a Erich Priebke continuando a farne
la pubblica icona di un immarcescibile ideologia nazifascista,
insistendo per trasformare questa privata tappa biografica in un
momento di pubblica celebrazione. A quel punto la cosa torna a
riguardarci, e diventa un’altra tessera in un mosaico di piccole e grandi
schifezze che ammorbano l’aria che si respira in questo paese. E’ ormai
un quarto di secolo che in questo paese si combatte una battaglia di
conoscenza e di verità sulla memoria e il significato degli eventi di cui
Priebke è stato protagonista, e di tutto quello che rappresentano per
l’identità del nostro paese e di quel che resta della nostra democrazia.
Per questo, dire a Priebke, ai suoi camerati e chi lo gestisce, che se
vogliono brindare lo facciano nel chiuso del domicilio al quale è
obbligato non rappresenta un accanimento nella vendetta; è, semmai,
una difesa contro l’accanimento revisionista da cui siamo circondati e
aggrediti. La pretesa festa pubblica per Priebke viene sulla scia delle
irresponsabili frasi di Pippo Baudo (ma guarda con chi ci tocca
discutere!) su via Rasella, che con la sua proterva ignoranza ha fatto
più danno in dieci minuti di televisione di quanto decenni di libri, di
teatro e di musica non possano compensare. Viene poche settimane
dopo il convegno sul “nostro concittadino Graziani”che ha radunato
attorno al vergognoso mausoleo di Affile fior di fascisti (tra cui alcuni
che conosciamo fin dai tempi di piazza Fontana, la cui presenza infatti
era prevista, stando ai giornali, anche alla festa per Priebke) senza che i
media e le istituzioni battessero ciglio. Viene nel tempo delle banane
alla ministro Kyenge, delle calcolate idiozie razziste di Calderoli di cui
nessuno parla neanche più e lui resta tranquillo al suo posto,
rappresentante istituzionale di un senso comune razzista e sessista che,
come è emerso da un caso recente in Veneto e dai suoi strascichi,
avvelena anche frammenti di sinistra. E’ una fatica immensa e
frustrante cercare di fermarlo, ripetere ogni volta le stesse cose, sentire
di aver parlato al vento e trovarsi ogni volta davanti agli stessi insulti
alla verità storica e alla dignità umana. Ma per fortuna siamo ostinati.

A L E S A N D R O P O RTE L I | 8 :09 PM 0 C OMME NTI

0 6 A G O S TO 2 0 1 3

La terra e la città
il manifesto 24.7.2013 Saremo stati qualche decina nella simbolica
occupazione del Borghetto San Carlo, ventidue ettari di terreno
agricolo di proprietà comunale sulla via Cassia fra La Storta e la
Giustiniana a Roma, abbandonato dall’istituzione e rivendicato ora
all’uso pubblico da un gruppo di cooperative di giovani agricoltori. Ma
eravamo virtualmente almeno diecimila, tante quante le firme che le
cooperative Terra!, da Sud e Coraggio (Cooperativa Romana Giovani
Agricoltori) hanno consegnato la settimana scorsa al sindaco Marino e
agli assessori all’urbanistica e al patrimonio del Comune di Roma. Gli
interventi che si sono susseguiti nel piccolo spazio di terreno liberato
oltre il filo spinato e dietro il cancello ostinatamente chiuso e
arrugginito, hanno sottolineato la disponibilità espressa dai nuovi
rappresentanti delle istituzioni (municipi, comune e regione sono
adesso su una stessa lunghezza d’onda, il clima può cambiare), il
collegamento con altre esperienze vicine (per restare a Roma Nord,
quella di Volusia o quella ormai radicata di Cobragor), e soprattutto
l’idea che riprendere in mano il grande patrimonio delle terre liberi
comunale non è solo un’occasione produttiva, occupazionale e di
servizi, ma configura anche una diversa prospettiva sulla città. Roma, il
terzo comune agricolo d’Europa, l’ agricoltura ce l’ha dentro e – come
tante metropoli in crisi in tutto l’occidente – può farne un elemento di
ripresa non solo economica ma anche, forse soprattutto, culturale e
ambientale. Se per generazioni i contadini sono stati i custodi della
terra e i creatori e portatori di preziosi saperi (troppo spesso
disprezzati: c’è anche il disprezzo di classe verso i contadini e la loro
fatica fra le ragioni dell’abbandono dell’agricoltura), gli agricoltori di
oggi si sentono pienamente integrati in una cultura urbana in
trasformazione. Non a caso, come mostrano le inchieste recenti anche
della Coldiretti, l’agricoltura è uno dei pochissimi comparti economici
in cui l’occupazione aumenta, anche fra i giovani. Anche per questo, le
cooperative che rivendicano il Borghetto San Carlo progettano
un’agricoltura moderna, multifunzionale, sinergica – da un lato,
un’agricoltura capace di integrare tecnologie e conoscenze avanzate e di
creare occupazione (parlano di almeno quaranta posti di lavoro);
dall’altro, che non sia solo (preziosa) produzione di cibo ma anche cura
dell’ambiente, bellezza, servizi al territorio, ricettività, progetti
terapeutici e didattici – dagli asili nido all’ippoterapia –
riconoscimento del valore del lavoro materiale e rinnovamento del
contatto con la materia vivente, smarrito nell’invasione del cemento. Il
fatto è che la città del terzo millennio non è più uno spazio edificato
compatto ma un intreccio di usi molteplici del territorio. Un libro
recente, Apocalypse Town dell’urbanista Alessandro Coppola, mostra
come la crisi delle città americane in fase di deindustrializzazione, da
Youngstown a Detroit a certe parti di New York – si sia rovesciata nella
reinvenzione dell’uso dello spazio urbano, di cui gli orti del Lower East
Side di Manhattan sono l’esempio più conosciuto ma non
necessariamente il più importante. Anche a Roma vediamo i segni di
questo processo, dalle occupazioni agli orti urbani ai gruppi di acquisto
solidale ai mercati dei produttori della filiera corta; infatti l’intervento
sulla Cassia si collega anche a un censimento che le cooperative stanno
portando avanti su tutti gli spazi agricoli non utilizzati di proprietà
pubblica di cui è costellata Roma. Anche per questo più di uno degli
interventi in assemblea ribadiva la impraticablità del paradigma
centro-periferia: il recupero del Borghetto San Carlo serve anche a
immettere elementi di comunità e socialità in un’ex borgata diventata
quartiere dormitorio. Ma è’ un compito urgente, perché gli usi e abusi
passati lasciano danni spesso irreversibili. Penso all’esperienza
dell’Orto Insorto al Casilino: uno spazio abbandonato dove gli
occupanti hanno scoperto che la terra era ormai inservibile, avvelenata
da sversi industriali e inquinamento (ma non ci hanno rinunciato,
stanno studiando colture alternative e comunque quel terreno non
edificato resta un luogo di socialità offerto al quartiere). Tutto questo,
naturalmente, ha bisogno anche della politica. L’irresponsabile
abbandono di tante preziose risorse di proprietà pubblica è anche la
conseguenza dell’inerzia delle istituzioni. Il Borghetto San Carlo era di
proprietà di uno dei grandi costruttori romani, Mezzaroma, che lo ha
ceduto al comune in cambio di permessi di edificabilità in altre zone
della città, obbligandosi a restaurare, al costo di tre milioni di euro, il
meraviglioso e vastissimo casale che sta in cima alla collinetta del
borghetto (e da cui fa l’altro si gode una straordinaria vista sulla
campagna romana). Il termine in cui il manufatto restaurato doveva
essere consegnato al comune è scaduto da mesi, ma non è stato fatto
niente e l’amministrazione Alemanno non ha ritenuto suo dovere
obbligare il costruttore al rispetto degli impegni contrattuali. La
disponibilità dichiarata da Marino e dai suoi assessori è senz’altro
sincera; ma per smuovere la macchina comunale e passare dalle parole
ai fatti è necessaria la pressione, contestativa e collaborativa, di un
movimento di massa sostenuto dal consenso dei cittadini. L’esperienza
di Borghetto San Carlo è un segnale incoraggiante in questa direzione.

A L E S A N D R O P O RTE L I | 1 1:4 2 P M 0 C OMME NTI

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