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ALESSANDRO PORTELLI

29 GENNAIO 2007

Appuntamenti
Cuori Rossi: Roma antifascista

Martedì 30 gennaio ore 18


Via Dancalia 9 - Associazione Art. 3 – PRC Federazione diRoma –
Progetto Memoria. L I N K E C O N TAT T I

Introduce Bianca Bracci Torsi; Intervengono: Sandro Portelli , Guido Chi è Alessandro Portelli
Caldiron, Sante Moretti, Simone Sallusti; Conclude Massimiliano Una proposta di lavoro culturale
Smeriglio
Scrivi ad Alessandro Portelli

Piazza Bologna, una memoria dimenticata DOWNLOAD

Lezioni di storia: i giorni di Roma - 24


Giovedì 1 febbraio ore 17,30 marzo 1944: Le Fosse Ardeatine
Via Catanzaro 3 (sezione DS)
Lezioni di storia: Sulla scena di Roma:
Intervengono: Alessandro Portelli, Consigliere delegato del sindaco per
Il bombardamento di San Lorenzo
le tematiche relative alla valorizzazione del patrimonio di memorie
della città; Mario Bianchi, direttivo ANPI e presidente dell'Associazione
Nazionale Combattenti Forze Armate Guerra di Liberazione sezione POST RECENTI
Roma, Vera Michelin Salagon, deportata politica; Antonio Borsellino e
Tutto il giorno di ieri sui media
Armando Antonio, parigiani del quartiere Nomentano Italia; Andrea
rimbalzava una n...
Costa, segretario terza Unione DS. Coordina: Patrizia Paglia,
Nel 1950, nel libro La folla solitaria,
consigliera Municipio Roma III.
un testo d...
IVAN H AW K | 2 : 5 9 PM 0 C OMME NTI Bruce Springtsteen: Born to Run,
l'autobiografia
La scheda, il fucile e Dallas
25 GENNAIO 2007
ILouisiana, Minnesota: il delirio
La destra all'assalto della giornata della memoria dell'onnipotenza
(Liberazione 25.1.07) https://www.youtube.com
/watch?v=KwYE2d0h170: semik...
La Giornata della memoria è ormai una scadenza consolidata nel
L'Europa del genocidio respinge i
calendario civile del nostro paese – anzi, a giudicare almeno da quello
migranti
che succede a Roma, si sta espandendo al punto che iniziative connesse
Joe Hill: 1915-2015
a questa scadenza coprono ormai almeno due settimane, prima e dopo
"Adua" di Igiaba Scego - il manifesto
la data del 27 gennaio (anniversario della liberazione di Auschwitz da
15.12.2015
parte dell’Armata Rossa). Oltre ai luoghi canonici, come la Casa della
Memoria e della Storia, queste iniziative investono tutta la città dal Link a una pr esentazione del mio
Teatro di Tor Bella Monaca all’Auditorium dell’Ara Pacis, da libro su Bruce S...
moltissime scuole ad associazioni culturali e strutture di base. Inoltre,
fermo restando l’asse fondamentale della memoria della Shoah e dello
ARCHIVIO
sterminio degli ebrei, si amplia anche lo sguardo sulle altre vittime del
nazismo: dall’”omocausto” (a cui è dedicata una mostra organizzata maggio 2006
dall’Arci Gay alla Casa della memoria e della Storia, oltre a un’iniziativa luglio 2006
del Circolo Mario Mieli) al “Porrajmos”, lo sterminio dei Rom e Sinti, settembre 2006
che sarà al centro della giornata dell’Ara Pacis dedicata a “la memoria ottobre 2006
degli altri”.
novembre 2006
Tuttavia, non mancano ombre e novità preoccupanti. C’è in atto una
dicembre 2006
strategia chiaramente organizzata di forze di destra, soprattutto a
gennaio 2007
livello scolastico e giovanile, per sovrapporre a questo momento
febbraio 2007
chiaramente antifascista una memoria reazionaria che, mentre cerca di
sminuire se non di negare la Shoah, rilancia la versione neofascista marzo 2007

della vicenda delle foibe o di altri momenti della storia recente. aprile 2007
Episodi del genere si ripetono con troppa regolarità per essere maggio 2007
puramente spontanei. Al liceo Visconti, forze di destra estrema settembre 2007
pretendono di connettere alla giornata della memoria un’assemblea ottobre 2007
totalmente unilaterale in cui impartire agli studenti la propria versione novembre 2007
della strage fascista di Bologna. Il liceo Farnesina è stato “sequestrato” dicembre 2007
da un gruppo di neofascisti (il cui sito inneggia alle SS e parla della
gennaio 2008
Shoah come di una “esagerazione). Anche fuori Roma, in un liceo di
febbraio 2008
Monterotondo, la giornata della memoria consisterà in un’assemblea
marzo 2008
sulle foibe (dove per fortuna si è riusciti almeno a impedire che
aprile 2008
parlassero solo i fascisti).
Non credo che si possa parlar di episodi casuali e spontanei. Come già maggio 2008

all’epoca della campagna storaciana sui libri di testo, si tratta di una settembre 2008
strategia organica, che punta a sostituire una memoria di destra al novembre 2008
significato democratico della giornata della memoria. Si tratta di dicembre 2008
iniziative dalla scarsissima credibilità storica e di penoso livello gennaio 2009
culturale, ma questo non garantisce affatto che non facciano breccia e febbraio 2009
non contribuiscano a consolidare un senso comune reazionario e marzo 2009
negazionista. Tanto più che l’aria che l’aria che si respira è comunque
aprile 2009
un aria nostalgica e restauratrice: basta pensare che la giornata della
maggio 2009
memoria è stata preceduta in televisione da non meno di due
giugno 2009
trasmissioni (equamente suddivise, una su Rai e una su Mediaste) in
luglio 2009
lode e nostalgia di Benito Mussolini, e sarà seguita da uno sceneggiato
su Enzo e Ada Sereni da cui è stata, a quanto pare, espunta ogni settembre 2009
memoria del loro antifascismo. ottobre 2009
A questo punto, il compito che ci si pone davanti è, in primo luogo, novembre 2009
quello di contrastare questa aggressione “culturale” di destra, dicembre 2009
ribattendo in ogni luogo e in ogni occasione. La nuova strategia gennaio 2010
dell’estrema destra su questa giornata trova spazio anche per l’inerzia e marzo 2010
la debolezza delle forze democratiche e di sinistra, per il ridursi della
aprile 2010
politica attiva anche nelle scuole. Péiù lasciamo che la giornata della
memoria si riduca a un rituale scontato, più lasciamo l’iniziativa ai maggio 2010
nemici della democrazia. giugno 2010
Ma più in profondità e più a lungo termine, dobbiamo anche riflettere ottobre 2010
su che cosa significa oggi memoria. Più che un repertorio garantito e novembre 2010
accertato di conoscenze, la memoria è oggi sempre più il luogo di un
dicembre 2010
conflitto, di una battaglia culturale fra memorie alternative, memorie
gennaio 2011
negate, memorie negazioniste. Per questo, la memoria va non tanto
febbraio 2011
conservata quanto continuamente rinnovata. Sulla Shoah, non basta la
marzo 2011
formula “mai più.” La giornata della memoria deve diventare un
momento di riflessione sul significato stesso della memoria, su come aprile 2011

usarla non in una sola giornata ma tutto l’anno, e su come noi stessi maggio 2011
diamo senso al passato e produciamo per il futuro a memoria del giugno 2011
nostro presente. Altrimenti, in una specie di euforia decostruttiva che agosto 2011
fa comodo solo a destra, tutte le memorie si equivalgono, le foibe settembre 2011
azzerano le Ardeatine, il gulag azzera la Shoah, e perdiamo ogni marzo 2012
orientamento di valore e di senso. aprile 2012
A L E S A N D R O P O RTE L I | 1 1:4 7 P M 1 C OMME NTI luglio 2012
novembre 2012
dicembre 2012
La solita solfa dell'antiamericanismo (Manifesto febbraio 2013
16.1.07) aprile 2013
maggio 2013
Strilla Berlusconi: il centrosinistra è antiamericano. Uffa. L’abbiamo
già sentita: le solite targhette ideologiche sbandierate quando mancano giugno 2013

gli argomenti di merito. Una risposta ci sarebbe: un’alzata di spalle, il luglio 2013
silenzio dell’indifferenza, e parliamo di cose serie. agosto 2013
E invece eccoci tutti ancora a rispondere a Berlusconi, a prenderlo sul ottobre 2013
serio, scusarci, spiegarci (è stato autorevolmente detto che “siamo più novembre 2013
filoamericani dell’Arabia Saudita”: non un bel biglietto da visita, per un dicembre 2013
governo democratico!). Il problema allora non è lui, ma una sinistra gennaio 2014
tanto carica di sensi di colpa esagerati e frettolose abiure ideologiche da
febbraio 2014
aver paura di quel tanto di autonoma dignità che ogni tanto riesce ad
marzo 2014
esprimere.
aprile 2014
Intanto, il presidente Bush annuncia che anche se l’aula sorda e grigia
maggio 2014
del Congresso non è d’accordo, lui tirerà diritto (con tanti saluti ai
vantati equilibri e controlli della Costituzione). Intanto, gli Stati uniti giugno 2014

continuano a impiccare in Irak e a bombardare in Somalia per agosto 2014


interposizione e scontata concessione di governi fantocci. E la febbraio 2015
maggioranza degli americani dice su questa situazione più o meno le maggio 2015
stesse cose che diciamo noi, e si prepara a ripeterle in strada. Un luglio 2015
tempo, avrebbero chiamato anche loro “un-american,” antiamericani; novembre 2015
oggi, anche se qualche ideologo esagitato come Cheney dice che fanno dicembre 2015
il gioco di Al Qaeda, nessuno nega che sono anche loro America. Un
gennaio 2016
tempo, molti di noi li avrebbero chiamati “l’altra America”; e invece
maggio 2016
Cindy Sheehan e la sua gente sono America, non meno di Lynndie
luglio 2016
England e di Donald Rumsfeld. Proprio per questo ci hanno messo ottobre 2016
tanto a mettersi in movimento: perché sono America, credevano che aprile 2019
Bush e Cheney fossero il loro governo, e dover ammettere che non lo è
gli toglie davvero la terra sotto i piedi. Gli ci vuole coraggio, e alla fine
lo trovano, e hanno bisogno di sentirci vicini. FEED

Bel paradosso, doversi difendere all’accusa di antiamericanismo


proprio nel momento in cui si è d’accordo con la maggioranza degli
americani. Come si spiega? In primo luogo, con la diseguale
C O L L A B O R AT O R I
distribuzione del diritto di parola: i critici e dissenzienti interni
A L ESA ND RO PO RTE L I
possono parlare perché sono americani; noi dobbiamo dimostrare di IVANH AWK
esserlo, e possiamo dimostrarlo solo astenendoci dal dissentire e SE RGIO PO L IME N E
criticare. Poi, il paradosso si spiega con quell’identificazione acritica di
governo, società, cultura che gli Stati Uniti promuovono e che trova
credito anche fra noi: il paese più plurale (non necessariamente più
pluralistico) del mondo si rappresenta come se fosse il più monolitico,
per cui una critica a una sua parte è intesa come una critica al tutto,
quindi come un pregiudizio. E si spiega infine con l’ambiguità di quella
parola, “fedeltà”, che gira nei discorsi di questi giorni. Di che fedeltà
stiamo parlando? C’è una fedeltà di amici e alleati fondata sulla
reciprocità e rispetto di regole comuni; e c’è una fedeltà servile,
unidirezionale, diseguale. Se noi siamo fedeli agli Stati Uniti, gli Stati
Uniti sono fedeli a noi, se li rispettiamo ci rispettano? Lasciamo stare
Abu Omar; ma dice niente il Cermis?
Per finire. Il pregiudizio antiamericano non è né più sbagliato né più
illegittimo del pregiudizio filoamericano di chi agli Stati Uniti dà
ragione a priori e scatta sull’attenti a comando. Sono due paraocchi che
inibiscono sia la critica ragionata, sia il consenso avvertito e
consapevole. Non dobbiamo avere paura di dare ragione agli Stati Uniti
quando ce l’hanno, e a quegli americani che ce l’hanno; ma quando ci
vuole – e di questi tempi ci vuole assai – è atto di ragione, e non di
pregiudizio, dire ad alta voce che il loro governo e la loro politica
stanno, loro sì, dalla parte del torto.

A L E S A N D R O P O RTE L I | 1 1:4 5 P M 0 C OMME NTI

12 GENNAIO 2007

I racconti di Hawthorne: il giorno e la notte


dell'America
Qualche giorno fa, presentando con Gabriele Polo e Sandro Medici il
libro delle prime pagine del manifesto, mi sono ritrovato davanti alla
famosa accoppiata del 3 e 4 novembre 2004: “Good morning America”
\ “Good night America”. A suo tempo, le abbiamo viste in sequenza: la
seconda riconosceva che la prima era stata un errore e a malincuore lo
correggeva. Ma adesso, faccia a faccia nel libro, aiutate da una grafica
che sottolinea il bianco della camicia e del sorriso di Kerry, e lo sfondo
buio e l’ombra sul viso in controluce di Bush in abito scuro, vi
riconosciamo un tutto sincronico: una figura della complicata relazione
fra il giorno e la notte, fra la luce e la tenebra, nelle radici e nella storia
degli Stati Uniti e nel nostro modo di immaginarli.
E’ un’immagine ricorrente. C’è un brano nell’ultimo CD di Neil Young
(Living with War) che dice: “L’America è bellissima, ma ha un lato
orrendo”. C’è sempre, ci ricorda Bruce Springsteen, una “darkness at
the edge of town”, un orlo di tenebra attorno alla città. C’è tutta una
generazione di film noir hollywoodiani con un orlo di buio che incombe
sopra l’inquadratura. E in quello che è forse il più memorabile racconto
di Nathaniel Hawthorne, il “giovane Goodman Brown” si accomiata al
crepuscolo, sulla soglia di casa, dalla giovane moglie Faith (fede). Esita
sull’orlo fra giorno e notte, casa e foresta, poi si incammina per
compiere nello spazio selvaggio attorno alla città un’imprecisata ma
colpevole faccenda notturna in pericolosa compagnia.
Il racconto è insieme evocazione e dissacrazione di quella “errand into
the wilderness”, la missione nel “deserto”, nel territorio selvaggio
d’America, in cui si sentivano impegnati i fondatori puritani. Nessuno
come Nathaniel Hawthorne ha esplorato questo orlo di tenebra, il
modo in cui la storia notturna getta la sua ombra anche addosso alla
“luminosa città sulla collina” vagheggiata dai fondatori. Perciò, ora che
un’altra “missione nel deserto” si è trasformata prima in una tempesta,
poi in una cupa tragedia, viene opportuna la prima pubblicazione
completa in un unico volume dei racconti di questo classico che,
parlando dal passato e del passato, ci trasporta nelle radici oscure e
contorte della nostra modernità (Ne ha già parlato Alias, comunque la
ricordo: Nathaniel Hawthorne, Tutti i racconti. A cura di Sara Antonelli
e Igina Tattoni, con saggi di Edgar Allan Poe e Herman Melville,
traduzioni eccellenti di Sara Antonelli, Igina Tattoni, Livia Terracina,
Ugo Rubeo; ed. Donzelli).
“Mi sono inoltrato in sette tristi foreste”, canterà più tardi il giovane
Bob Dylan. A mano a mano che penetra nella foresta notturna, il
giovane Goodman Brown è affiancato dal Diavolo, incontra streghe e
demoni e nell’orrendo rito finale distingue i volti dei santi uomini e
delle donne virtuose del suo villaggio, fino alla sconvolgente visione
della sua stessa Faith nel cuore tempestoso del sabba. “Guarda il Cielo
e resisti al Malvagio” le grida – e tutto svanisce: “aveva appena finito di
parlare che si ritrovò, nella notte calma e in solitudine, ad ascoltare il
rombo del vento che si disperdeva sordo nella foresta: incespicò contro
la roccia che sentì fredda e umida (Dylan: “ho incespicato sul fianco di
sette nebbiose montagne”), mentre un ramoscello pendulo, che era
stato incandescente, gli irrorò la guancia di gelida rugiada.”
Forse è successo davvero, forse è successo solo dentro di lui. L’orlo di
tenebra attorno all’America è metafora, proiezione, produzione,
espansione della tenebra interiore di ogni essere umano? Per il buon
giovane Brown, sono la stessa cosa: l’esperienza del male lo segna per
sempre. Salmi e sermoni dei pastori gli suoneranno per sempre
sacrileghi, l’amore di Faith non lo scalderà più, e alla sua morte
“nessuno scolpì sulla lapide un verso di speranza, perché l’ora del
trapasso era stata di tenebra.” E’ la fine di quell’ “innocenza”
americana, sempre perduta e sempre rinnovata, raffigurata nell’eterna
adolescenza e negli occhi cerulei del “blue eyed son” di Dylan,
un’innocenza che non consiste nel non fare il male ma nel non
(ri)conoscerne l’esistenza. Soprattutto in sé.
“Gli abitanti della Nuova Inghilterra,” scriveva Cotton Mather, “sono
un popolo di Dio che si è stabilito in quelli che erano un tempo i
territori del Diavolo”. “Laggiù c’è il nemico”, proclamava il generale
William “Jerry” Boykin davanti a Fallujah, “e il suo nome è Satana.”
Forse il diavolo abita davvero nella “wilderness”; ma non c’è dubbio che
più ci entriamo dentro, più gli somigliamo. Forse perché il territorio del
diavolo ci contamina per il contatto coi suoi “diabolici” abitanti (indiani
o sciiti); forse perché è lì che proiettiamo e scateniamo i demoni che
abitano in noi. Diventiamo diavoli per (con la scusa di) combattere il
diavolo: massacriamo gli indiani, perpetriamo nello stesso carcere
segreto diavolerie uguali o peggiori di quelle di Saddam Hussein.
Sempre continuando a sentirci innocenti e a sorridere con occhi celesti
alla macchina fotografica.
E allora, che il Diavolo sia Satana con le corna e gli zoccoli, gli indiani
pellerossa, le streghe mandate a morte dallo stesso Mather insieme al
giudice Hathorne antenato di Nathaniel, gli “insurgents” di Fallujah, o
che stia dentro di noi, è nel suo territorio che ci stiamo avventurando –
con l’atto stesso di leggere e scrivere, perché il Diavolo è capace di
annidarsi anche dentro il testo, o di essere – come audacemente (e
problematicamente) traduce Igina Tattoni “Il Diavolo Manoscritto” –
lui stesso il testo. Forse anche la letteratura è un’avventura nei territori
del Diavolo, nella selvaggia complessità del cuore umano. Leggere “Il
giovane Goodman Brown” significa smettere di sentirsi innocenti.
Può essere unb’esperienza universale; ma Hawthorne la esplora nelle
contraddizioni e rimozioni di un universo specifico, quella Nuova
Inghilterra che intrecciava la coscienza puritana della tenebra con la
trasparente innocenza del radicalismo democratico. “Perché certo,”
scriveva Agostino Lombardo, “il rapporto di Hawthorne con la storia
degli Stati Uniti è tutt’altro che conformistico e rassicurante: nel
momento stesso in cui egli ne individua e rappresenta e accoglie i
momenti positivi, anche e soprattutto ne scorge (come li scorge in se
stesso) quelli negativi, sostituendo all’oleografia – assai prima della
storiografia ufficiale – la realtà di una storia che è fatta, in larga
misura, di intolleranza, di oppressione, di violenza.” E uno pensa a “Il
ragazzo gentile” e alle persecuzioni contro i Quaccheri, a “L’albero di
maggio di Merry Mount” e alla bigotta negazione della gioia. Eppure,
continuava Lombardo, “questo rifiuto di accettare l’immagine distorta
del passato è la ragione prima della lucidità con cui Hawthorne vede e
analizza il presente, del coraggio con cui solleva i veli dell’illusione,
della fermezza con cui difende il suo ideale democratico dalle insidie
del ‘sogno americano.’”
Sull’ideologia democratica di Hawthorne è dato discutere (penso ad
alcune sue imperdonabili pagine sulla schiavitù). Ma è proprio perché
scrive in democrazia che - come il suo contemporaneo e ammiratore
Herman Melville - continua a evocare le tenebre che l’innocenza
compiaciuta della giovane democrazia non sa o non vuole vedere. Gli
basta già solo sottolineare che questa America, che si immaginava
come un mondo tutto nuovo e immacolato, possiede un oscuro passato
rimosso, antecedente alla fondazione. C’è stato un “good night” prima
del “good morning America” della Dichiarazione d’Indipendenza. Lì,
Hawthorne va a rovistare, magari con l’aria di scrivere colore locale e
storia erudita, ma tirando fuori scheletri e roghi rimossi nell’originaria
cancellazione della memoria su cui gli Stati Uniti nascono e che
continuano a praticare. Basta pensare a quel folgorante attacco nella
Lettera scarlatta: “I fondatori di una nuova colonia, quale che sia la loro
utopia di virtù umana, devono sempre destinare una parte della terra
vergine a un cimitero e a una prigione”. Gli sembrava non a torto che i
suoi contemporanei romantici, trascendentalisti e unitariani, gli
Emerson e i Thoreau, dimenticassero in un arcobaleno d’ottimismo la
presenza del male e della morte.
E’ notte anche quando il giovane Robin attraversa un fiume che sembra
lo Stige e sbarca a Boston da un traghetto che pare Caronte. Vagando
per le strade contorte della città (come Dylan sulle sue “six crooked
highways”), il ragazzo campagnolo cerca un suo illustre parente, il
maggiore Molineux, da cui si aspetta aiuto nel farsi largo nella vita.
Incontra maschere ambigue, strani doppi, donne scarlatte, ma rifiuta di
riconoscerne l’avvertimento e la minaccia. (Farà lo stesso, vent’anni più
tardi, il suo concittadino Amasa Delano nel Benito Cereno di Melville,
incapace per candore democratico di vedere la tenebra dell’odio e del
furore degli schiavi neri sottocoperta). Tutto culmina con una
carnascialesca parata notturna in cui Robin finalmente vede il suo
parente, Maggiore Molineux: coperto di piume e catrame e trascinato
fuori città a furor di popolo. E’la ribellione di Boston del 1688 contro le
pretese autoritarie della corona d’Inghilterra e dei suoi governatori; ma
è anche la figura della rivoluzione da cui nascono gli Stati Uniti, e di
tutte le rivoluzioni di cui hanno paura: una festa violenta e notturna
che spazza via legami, protezione, ordine e sicurezza.
Anche Robin è per un momento travolto dalla folle risata
rivoluzionaria. Poi, come il giovane Brown dopo il sabba, ritorna in sé
alle prime luci dell’alba, nell’incerto momento fra il “goodnight” del
disordine e il “good morning” del nuovo giorno, e si avvia al traghetto
per tornarsene a casa. Il suo autorevole parente non lo potrà più
aiutare a farsi strada nel mondo. Ma un cittadino lo esorta ad
aspettare: “Visto che siete un giovane scaltro, magari riuscirete a farvi
strada senza l’aiuto del vostro parente, il maggiore Molineux.” Dopo la
rivoluzione, insomma, Robin è libero - ed è solo. Stavolta, però, non ha
neanche il diavolo al suo fianco: Robin ha fatto a ritroso il viaggio del
giovane Goodman Brown; siamo nella città, non nella foresta.
L’individuo democratico è senza legami, può fare da solo e deve fare da
solo. Conta chi sei, non di chi sei parente. E’ una possibilità inebriante,
ma è anche la sintesi di tutte le esperienze che ci isolano e ci dividono:
gli anni di vagabondaggio di Wakefield, il velo sul volto del ministro, il
peccato innominabile di Ethan Brand, l’”egotismo” della “Serpe in
Seno”. Pensiamo all’altro straordinario passaggio della Lettera scarlatta
in cui lo sconvolgimento interiore del reverendo Dimmesdale, lacerato
fra luce della fede e oscure pulsioni profonde, è reso attraverso un’altra
metafora di rivoluzione politica: “Prima che Mr. Dimmesdale giungesse
a casa, il suo uomo interiore gli fornì altre prove di una rivoluzione
nella sfera del pensiero e del sentimento. In verità, soltanto un
sovvertimento della dinastia e una totale trasformazione del codice
morale in quel suo regno interiore avrebbero potuto render conto degli
impulsi dello sventurato e sbigottito ministro.”
La coscienza della tenebra è la ragione principale per cui il territorio di
immaginazione e di memoria in cui più spesso Hawthorne si inoltra è
quello delle radici puritane. Senza indulgenze verso le violenza che le
macchia, pure ammira il rigore e il senso del peccato di questi
ambivalenti “uomini di ferro” - Endicott, il “Gray Champion” cmw
monito di memoria in un’epoca che già inclinava verso il
sentimentalismo di una corriva cultura di massa.
Per questo, dei racconti meno famosi, mi diverte tantissimo “La
Ferrovia Celeste,” sarcastico avvertimento sulle trappole di una
modernità troppo facile. Nel Pilgrim’s Progress, testo fondante
dell’imaginario puritano (e non solo), John Bunyan raccontava
l’allegorico percorso di Cristiano verso la Città Celeste, attraverso
insidie, ostacoli e tentazioni, dalla Valle della Disperazione alla Fiera
delle Vanità; nell’era del progresso, dice Hawthorne, quel difficile
percorso si fa comodamente seduti in treno, affidandosi a un
macchinista che è una trasparente parodia di Benjamin Franklin,
fautore di una religione democratica senza diavolo e con un Dio
lontano. E che naturalmente si rivela alla fine per un’impudente
incarnazione del Demonio.
Certo, come avverte Poe, capita in questi racconti di scivolare verso
l’astrattezza di idee fatte allegoria. E il rischio dell’antiquariato, del
bozzettismo, della crepuscolare nostalgia affiora (specie se lo lasciamo
affiorare e non facciamo caso alle ombre che si allungano). Scriveva
allora Herman Melville: “la malinconia di Hawthorne si posa come
un’estate indiana che, pur bagnando un’intera campagna in un’unica
morbidezza, rivela nondimeno la sfumatura distintiva di ogni altura
maestosa e di ogni valle che serpeggia lontana”. Tuttavia, “potete essere
stregato dalla sua luce del sole, o trasportato dalle scintillanti dorature
dei cieli che costruisce sopra di voi, ma c’è della tenebra dell’oscurità
che sta dall’altra parte; e anche le sue brillanti dorature si limitano a
contornare e lavorare al confine con nuvole tuonanti”.
Per finire. “Sei in ritardo, Goodman Brown”, dice il diavolo al
protagonista, sull’orlo della foresta. Un altro capolavoro della cultura
americana, pure lontano anni luce nel tempo, nella geografia e nella
cultura, comincia quasi allo stesso modo: “Stamattina presto, hai
bussato alla mia porta, e io ho detto, ‘buongiorno Satana, mi sa che è
ora di andare”. E’ Robert Johnson, il più grande e misterioso dei
bluesmen: “io e il diavolo camminavamo fianco a fianco...” E
Hawthorne: “Continuarono a camminare,mentre il viandante più
anziano esortava il suo compagno ad andare di buon passo e a
perseverare nel cammino...” C’è del blues in Hawthorne, perché il
bluesman vive materialmente in quei territori del diavolo che lui
esplora con l’immaginazione. Young Goodman Brown sta sulla soglia,
al crepuscolo; il diavolo bussa alla porta di Robert Johnson sulla soglia
del giorno, e in un’altra canzone lui incontra i suoi demoni al bivio
(“crossroads”) e al tramonto (“risin’ sun going’ down”) – sul far del
giorno o sul far della notte, sempre al confine incerto fra “goodmorning
(America)” e “goodnight (America)”... Sono tutte figure di un soggetto
diviso, indotto da forze incontrollabili ad atti e stati d’animo che lo
fanno sentire nemico a se stesso, Robert Johnson come Arthur
Dimmesdale. Dalle origini puritane della grande cultura borghese della
Nuova Inghilterra democratica dell’800, o dal Sud profondo
dell’oppressione razziale e classista del ‘900, tutti e due prefigurano la
nostra modernità lacerata, danno forma ai diavoli in cui ci
rispecchiamo ogni volta che, nelle nostre missioni nel deserto, facciamo
finta di credere che non esistono, e che non siamo stati noi a portarceli
o almeno ad evocarli. E che, a forza di affannarci a negarli e
nasconderli, non diventeremo sempre più come loro.

A L E S A N D R O P O RTE L I | 9 :35 A M 1 C OMME NTI

Sull'esecuzione di Saddam Hussein


Poco tempo dopo l’11 settembre, mentre cominciava l’intervento in
Afghanistan, un editoriale del Los Angeles Times proponeva:
“arrestiamo Osama e facciamogli un regolare processo, così tutto il
mondo potrà vedere come funziona la giustizia nella patria della
democrazia.” Osama bin Laden è ancora fuori portata, ma come
funziona la giustizia della democrazia esportata l’abbiamo visto: non
solo il processo non ha avuto nulla di esemplare, ma l’esecuzione del
condannato Saddam Hussein è il culmine di quella strategia delle
“extraordinary renditions” in cui gli Stati Uniti lasciano i lavori sporchi
ai loro paesi vassalli, e se ne lavano le mani dicendo (come anche
qualcuno in Europa) che “è una questione interna irachena.” Che il
tutto abbia luogo ad Abu Ghraib, luogo condiviso di crimini del
condannato e dei suoi esecutori, è solo la più simbolica delle ciliegine.
Non è affatto una questione interna irachena; è una questione che
riguarda la definizione e l’identità di quel famoso Occidente in nome
del quale gli Stati Uniti e fino a poco fa l’Italia hanno imposto la loro
occupazione. Non credo che sia il caso di avere nessuna pietà per
Saddam Hussein, assassino e dittatore. Ma nel diritto penale la
questione non è solo quello che la vittima si merita; la questione più
importante è quali sono i valori, l’identità, i principi di chi amministra
il castigo. La ragione per cui la pena di morte è esclusa dal nostro
ordinamento non riguarda la pietà per le vittime ma l’orrore nei
confronti dell’idea che lo stato possa infliggere la morte. Ci meritiamo,
noi, di essere boia, amici e sostenitori del boia?
Un amico americano che seguiva casi di pena di morte mi disse una
volta: i familiari delle vittime insistono sempre sull’esecuzione capitale
perché pensano che questa porterà “closure”, un senso di conclusione:
porrà fine alla vicenda, gli metterà l’anima in pace. E invece,
aggiungeva, dopo l’esecuzione si ritrovano con lo stesso dolore e lo
stesso vuoto di prima, e senza neanche più l’illusione di un atto finale
liberatorio. L’esecuzione di Saddam Hussein è caso esemplare: lungi
dal mettere fine alla vicenda irachena, serve a rilanciarla e aggravarla.
Non solo perché la guerriglia e le stragi in Irak sono andate avanti e si
sono aggravate anche indipendentemente dalla presenza di Saddam
Hussein, anche dopo la sua cattura (e, nella misura in cui la sua figura
ha funzionato da richiamo simbolico, lo sarà ancora di più dopo la
morte). Ma anche perché invece che sancire la fine della guerra, questa
parodia di Norimberga serve agli occupanti per rivendicare un
“successo” e quindi continuare. E’ esattamente il contrario della
“closure”: è un modo per tenere aperta la ferita e continuare ad
aggravarla.
Alla fine, nell’esecuzione di Saddam Hussein la pena di morte prende le
sue forme meno tragiche e più meschine, la vendetta e la frustrazione:
sentimenti infantili (“Saddam Hussein ha cercato di ammazzare il mio
papà”, ha detto il presidente Bush figlio), che nel fallimento
complessivo dell’impresa si sfogano sull’unico oggetto di cui possono
disporre. Ma questo accanimento è anche un effetto di quella ossessiva
personalizzazione che sembra ormai la forma dominante del discorso
politico. Le società non esistono o non gli si riconosce una soggettività;
esistono e contano solo le persone del ceto politico e dei leader; così, gli
Stati Uniti hanno prima creduto che bastasse abbattere una persona,
Saddam Hussein, per portare la libertà a una società ansiosa di
democrazia; e, non essendoci riusciti, sembrano illudersi che basti
ucciderlo (che nessuno dica “giustiziarlo”: non c’è mai nessuna giustizia
in un’uccisione) per recuperare quel consenso che, con loro sorpreso
stupore, non si è materializzato attorno alla loro impresa. Sbagliavano
allora, sbagliano adesso, e come allora il prezzo lo pagheranno
soprattutto gli iracheni.
Un’ultima conserazione. L’Europa ha posto l’abolizione della pena di
morte fra le condizioni per l’ammissione della Turchia. Giusto.
Contemporaneamente, accettiamo come nostro alleato di riferimento e
leader della Nato un paese che la pena di morte non solo la pratica ma
la diffonde. Non è una contraddizione?

A L E S A N D R O P O RTE L I | 9 :32 A M 0 C OMME NTI

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