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SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE: MODELLO ALBANESE

Introduzione
La prostituzione, “il mestiere più antico del mondo”, esiste fin dal periodo greco-romano.
Nonostante la sua arcaicità, il mercato del sesso non sembra conoscere crisi, registrando al contrario
un notevole incremento sia in termini di persone coinvolte che in giro di affari.
Per prostituzione si intende: «L’attività sessuale praticata in cambio di denaro o altri beni che la
prostituta svolge per motivi che non sono principalmente di ordine sessuale né affettivo» 1. Tale
fenomeno ha assunto nel tempo forme e modalità differenti, trasformando i profili dei protagonisti e
le dinamiche del mercato.
In Italia la più generale trasformazione di questo fenomeno si è avuta nel 1958 a seguito della
promulgazione della legge Merlin (Legge n.75), che vide la chiusura dei bordelli di stato e
l’introduzione del reato di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, sanzionando
«chiunque in qualsiasi modo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui» 2. Tuttavia, a seguito di detta
promulgazione, l’effetto fu paradossale: nonostante segnò una svolta nel costume e nella cultura
dell’Italia moderna, la prostituzione di strada dilagò, favorendo illegalità e rendendo la prostituta
vittima della criminalità. Infatti, il confine tra la libera scelta di prostituirsi e la coercizione è
abbastanza labile poiché spesso le donne sono vittima di inaudita violenza e di reiterati abusi,
minacce e ricatti.
Dal punto di vista sociologico, il mercato del sesso a pagamento risulta essere resiliente ai
cambiamenti, poiché, nonostante abbia assunto nel tempo delle forme diverse, persiste, adattandosi
alle mutevoli realtà sociali. Tuttavia oggi, quando parliamo di prostituzione, ci si riferisce spesso a
brutali forme di violenza psico-fisica esercitate nei confronti di giovani donne che, alla stregua di
schiave, vengono vendute dai propri aguzzini come carne da macello. Sottomesse totalmente al
proprio “padrone”, costrette a piegarsi al suo volere fino allo ius vitae ac necis,
ovvero al diritto di vita e di morte.
Già dagli anni ’80, la legge Merlin fu ritenuta da molti obsoleta e inadeguata nel regolamentare il
fenomeno della prostituzione in Italia, che ancora oggi rimane una realtà fortemente presente ed in
costante ascesa. Prima degli anni ’90, il mercato del sesso era relegato ad un ambito particolarmente
ristretto, in quanto appartenente ad una società altamente pudica il cui cliente era spesso affetto da
disabilità psico-fisiche o da difficoltà relazionali. Tuttavia, con l’avvento della globalizzazione e
delle trasformazioni profonde che hanno investito le società più sviluppate, la domanda di

1
Sullivan T. J. (2014), Politiche sociali. Un approccio sociologico ai problemi sociali, pag.148.
2
Art. 3, n. 8, della L. 20 febbraio 1958, n. 75.
prostituzione e la commercializzazione della sessualità sembra aver subito un’evidente impennata,
ampliando il ventaglio clientelare oggi più ricco e variegato, e tutt’altro che represso. La sparizione
dalle strade delle prostitute italiane (le quali operano in luoghi al chiuso e più sicuri), ha lasciato
spazio alle giovani straniere. Ciò ha determinato una rivoluzione del mercato della prostituzione che
vede l’irruzione di stranieri provenienti dal Sud-America, dalla Nigeria, dall’Europa dell’Est e dalla
Cina. Queste sono le condizioni primarie che determinano dei mutamenti fondamentali nella natura
del fenomeno. Primo fra tutti il crollo dei prezzi: la prostituta straniera che opera su strada esige dai
15 ai 30 euro. Un secondo fattore di mutamento è dato dalla mobilità, che permette di rispondere
alle diverse esigenze funzionali delle organizzazioni malavitose che si occupano nella gestione di
tale mercato. Inoltre, il frequente cambio di luogo permette il rinnovo clientelare impedendo così di
stringere delle relazioni significative al fine di evitare che le ragazze possano svincolarsi dal sistema
di sfruttamento.
Si tratta di un mercato gestito quasi esclusivamente da stranieri, principalmente albanesi e rumeni
che sono riusciti ad istituire una sorta di oligopolio del settore. Sovente, la mercificazione del corpo,
il traffico delle donne ed i lauti guadagni del loro sfruttamento sono sotto il controllo di
organizzazioni malavitose. Parlare di prostituzione straniera, pertanto, significa parlare di
sfruttamento o lenocinio.
La libera attività di prostituirsi da parte di donne straniere è praticamente esclusa in quanto essa è
preceduta da specifiche attività di reclutamento, trasporto e di introduzione nel territorio italiano ad
opera di organizzazioni criminali. Il mercato della prostituzione in Italia, pertanto, è gestito
prevalentemente da stranieri ovvero da organizzazioni criminali che stringono accordi e alleanze
strategiche con le mafie autoctone. Tali organizzazioni nel tempo hanno saputo costruire abilmente
delle posizioni di prestigio, costituendo le cosiddette “nuove mafie”. L’insediamento di queste è
stato favorito da vicende politiche negli anni ’90, che hanno creato o cementato solidi contatti con
gruppi organizzati stranieri come: la Nuova Sacra Corona Unita o la Mafia turca, la Mafia russa, la
criminalità montenegrina e le Triadi.
Le organizzazioni criminali si sono radicate in Italia, controllando interi settori di mercati illeciti ad
alta redditività, che vanno dal traffico di stupefacenti, al commercio di armi, al contrabbando di
sigarette e soprattutto al traffico di esseri umani da destinare alla prostituzione ed al lavoro nero.
Esse si caratterizzano per una maggiore penetrazione nel Paese dovuta anche all’interazione sempre
più qualificata con le associazioni malavitose nazionali. Le mafie endogene, infatti, hanno dapprima
controllato, collaborato ed infine lasciato ampio campo di azione ai sodalizi stranieri. Peraltro, le
mafie straniere hanno potuto imporsi con forza nel territorio italiano grazie ad un reciproco scambio
di servizi che ha permesso nel tempo il rafforzamento dei legami, dando vita ad un vero e proprio
sistema.
Secondo la teoria sociologica della “specializzazione funzionale”, si è attuata una sorta di
sostituzione etnica ad opera delle mafie straniere che sono riuscite ad integrarsi e a gestire settori,
non più sotto la gerenza dalla criminalità locale.
Tra le organizzazioni straniere più significative emerge quella albanese che si distingue per l’uso
della brutale violenza nella metodica utilizzata, per la solida struttura organizzativa, ma soprattutto
per le dimensioni, per le caratteristiche e per l’impatto criminale. Queste organizzazioni sono molto
giovani in quanto la loro struttura prende forma da pochi decenni. Inizialmente i clan albanesi
presentavano una struttura organizzativa molto disordinata, i cui ruoli al proprio interno erano poco
chiari e definiti. I gruppi erano molto frammentati e si occupavano prevalentemente di attività
illecite finalizzate al guadagno facile di denaro, come traffico di merci, furti e rapine. Tuttavia, con
il passare del tempo, tali gruppi iniziarono a prendere una forma sempre più strutturata e la funzione
intermediaria che dapprima ricoprivano, iniziò a divenire una gestione diretta da parte di alcuni
esponenti dei gruppi albanesi. L’astuzia nel riuscire ad adattarsi alle mutevoli esigenze di mercato,
l’abilità nello sfruttare canali sempre più remunerativi e la fiducia saputa conquistare attraverso
forme di aggressione, d’imponenza intimidatoria e di vincoli di omertà, ha permesso di avanzare
gerarchicamente nel quadro della criminalità organizzata.
Le organizzazioni criminali albanesi sono riuscite in poco tempo a specializzarsi e ad affermarsi nel
sistema del crimine a livello mondiale in termini di affidabilità, divenendo un punto di riferimento
importante per i traffici illeciti internazionali.
La mafia albanese costituisce, secondo le Forze dell’Ordine, l’espressione più pericolosa nello
scenario della criminalità straniera in Italia, capace di operare delle alleanze strategiche con le mafie
locali, in sinergia con i referenti criminali residenti nei paesi di origine. La sua peculiarità si ravvisa
nell’essere riuscita a penetrare all’interno delle Istituzioni al punto da non rappresentare un tipico e
“normale” fenomeno criminale, ma secondo Raufer «uno Stato nello Stato con territori, soggetti,
leggi e forze armate»3. Settore di interesse delle organizzazioni criminali albanesi è stato sempre la
gestione del traffico migratorio con il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (smuggling
of migrants) ed il connesso traffico di esseri umani (human trafficking). È in quest’ultimo “settore”
che si concretizza il predominio della mafia albanese all’interno di un intricato sistema che opera a
livello transnazionale nell’est Europa.
Per comprendere la nascita e l’evolversi di tali dinamiche è necessario adottare un approccio
sociologico che permetta di rilevare la realtà deviante del metodo criminale albanese e di quegli

3
Gli Stati Mafia, Limes QS, 2000.
elementi che hanno favorito la sua affermazione. A tal fine, si rende necessario indagare sulle
dinamiche storiche, politiche, culturali del Paese che giocano un ruolo chiave nella determinazione
del fenomeno oggetto di analisi. Secondo uno sguardo storico-sociale emergono degli elementi di
comprensione in merito allo sviluppo di condotte malavitose che spingono alla devianza criminale e
alla violenza più estrema. L’elaborato tenta di rispondere in maniera esaustiva alla complessità del
fenomeno esaminando, con peculiare attenzione, le dinamiche del modello criminale albanese in
Italia, soffermandosi sul modello organizzativo e reticolare in essa operante.

Quadro storico
All’alba del nuovo millennio, per effetto di profondi sconvolgimenti politici, economici e sociali
che hanno radicalmente trasformato il mondo, il nostro paese è stato assediato da nuove
organizzazioni criminali di origine straniera che ne hanno modificato gli scenari. Queste
organizzazioni sono infatti riuscite a integrarsi con successo nei traffici illegali, sfruttando il
processo di globalizzazione che ha reso possibile la permeabilità dei confini e dunque la facilità di
spostamento di persone e merci, favorita dall’affievolimento dei controlli sociali. Approfittando
della situazione disagiata e degradata di molti paesi, in particolar modo dell’est Europa, queste
organizzazioni hanno creato dei veri e propri mercati criminali transnazionali.
Tali gruppi criminali, inizialmente frammentati e diffusi prevalentemente nel nord Italia, operano
ormai su tutto il territorio in stretta sinergia con le mafie locali. Le attività criminali sono
diversificate sul territorio nazionale, soprattutto al Sud, dove sono sottoposte ad un rigido controllo
da parte delle organizzazioni criminali tradizionali (‘ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra),
realizzando delle alleanze particolari finalizzate al traffico di stupefacenti e di donne da avviare alla
prostituzione. Secondo alcune indagini del 2010 del commissariato di Castrovillari (città a nord
della Calabria, ai confini con la Basilicata), le cosche calabresi hanno consentito lo sfruttamento
della prostituzione di donne provenienti dall’Albania, in cambio di forniture di armi e droga.
La penetrazione, nonché la diffusione della malavita albanese nel nostro paese, è iniziata negli anni
’90 grazie ad una serie interconnessa di fattori che convogliano essenzialmente in un’unica matrice:
il disordine politico. Le condizioni di precarietà che contraddistinguono il paese sono effetto di un
susseguirsi di governi e di figure politiche che hanno contribuito alla destabilizzazione e alle
condizioni di estremo disagio del paese, responsabili dell’indolente processo di trasformazione
sociale.
Grazie all’apertura delle frontiere, a partire dal 1991 prese il via un esodo di massa senza precedenti
che spinse i cittadini albanesi alla fuga. L’esodo seguì un andamento irregolare, delineandosi
sostanzialmente in quattro fasi:
 La prima fase viene definita come azione protesta. Nell’estate del 1990, il rigoroso regime
dittatoriale portò il paese all’isolamento e le persone furono spinte a chiedere asilo politico alle
ambasciate straniere a Tirana.
 La seconda fase, la migrazione sfrenata, avvenne verso la fine del 1990 a seguito del
passaggio politico dal monopartitismo al bipolarismo. Nei tre anni che ne seguirono, più di 300.000
abitanti lasciarono il paese per dirigersi in Italia e Grecia, creando tensioni politiche e sociali nei
paesi ospiti. La situazione politica albanese del periodo passò alla storia come “l’epoca delle forze
oscure” in quanto non erano chiare quali fossero le forze politiche effettivamente attive . In questa
confusione politica, economica e sociale, il popolo albanese, convinto che la natura dello stato non
fosse sostanzialmente mutata, scelse di raggiungere il “paradiso” occidentale, piuttosto che lottare
per la trasformazione dell'Albania.
 La terza fase è quella della migrazione sensibile. Tra il 1993 e il 1995, i fattori di
immigrazione si affievolirono per effetto di un breve miglioramento delle condizioni economiche
del paese. Ci fu, inoltre, una migrazione interna dalle zone rurali alle città dovuta al progressivo
processo di urbanizzazione.
 La quarta ed ultima fase è quella della migrazione-fuga a seguito della crisi finanziaria
avvenuta nel 1997. La falsa democrazia e la struttura vacillante di un sistema politico corrotto
furono i fattori determinanti che spinsero i cittadini albanesi ad abbandonare la propria patria.
Seppure attualmente le condizioni politico-sociali dello stato albanese siano migliorate, il fenomeno
della migrazione non è cessato. Ciò che risulta essere mutato è però la destinazione. L’Europa non
rappresenta più la meta principale di attrazione in cui rifugiarsi per soddisfare i propri ideali di vita.
Le mete ambite raggiungono l’oltreoceano, come gli Stati Uniti.
Le crisi interne allo stato albanese emergono da una situazione storica di totale frammentazione
politica e nella quale si manifesta un brusco passaggio da un’economia comunista a un liberismo
incontrollato. Tali vuoti di potere sono stati colmati dalla criminalità emergente, rafforzata da una
struttura sociale dominata dalla corruzione dilagante e, ancor di più, dall’assoluta mancanza di
strutture deputate al contrasto del crimine organizzato.

«L'Albania è rimasta bloccata e chiusa al resto del mondo, confinata in un ghetto


ideologico senza vie d'uscita, isolata da qualsiasi corrente culturale, sociale o politica,
ritrovandosi, dopo quarant'anni non solo allo stesso punto di partenza, ma con in più il peso
del ritardo accumulato in tutti i settori e le conseguenze negative, sopportate soprattutto a
livello individuale, dovute alla totale mancanza di libertà ed alla tolleranza passiva del
senso civico. Il collettivismo annienta la personalità e perverte il principio di responsabilità
individuale».4

A seguito del crollo del comunismo e della conseguente transizione democratica, l’Albania
attraversò un periodo di “buio” che ebbe inevitabilmente riflessi tragici sulla popolazione. Nel 1990
Ramiz Alia (successore di Hoxha) dovette annunciare il pluralismo politico con l’introduzione delle
prime elezioni libere. Tuttavia, il paese segnato da continue tensioni sociali e scontri civili, si
ritrovò ben presto sull’orlo del baratro. Esso fu travolto da una profonda crisi economica che piegò
il popolo delle aquile in ginocchio, devastato dalla miseria. La forte instabilità interna del paese, le
condizioni di povertà diffusa, la disoccupazione crescente e la mancanza di reali prospettive per il
futuro, spinse più della metà degli albanesi ad emigrare verso l’Europa, in particolare verso l’Italia,
considerata simbolo di civiltà e incarnazione dei principi democratici e umanitari.
Mentre il popolo albanese viveva nelle condizioni di precarietà e arretratezza generale, i media
italiani presentavano l’Italia come il sogno di libertà, attraverso la proiezione del progresso e del
benessere diffuso. Grazie alla prossimità geografica, le coste pugliesi divennero teatro di continui
sbarchi di migliaia di clandestini, mentre cresceva, assieme all’emergenza dell’accoglienza e del
primo soccorso da prestare a chi arrivava spesso in condizioni disumane, l’emergenza del traffico di
persone, un nuovo, lucroso affare per la malavita albanese e italiana.
Nel contesto albanese, la migrazione ha rappresentato una necessità vitale per sfuggire al clima di
precarietà estrema in cui versava il paese. La migrazione clandestina divenne ben presto un nuovo
affare, gestito da gruppi di malavitosi specializzati nel trasporto di clandestini. Si tratta di una vera e
propria agenzia di viaggio che si occupa del traffico di persone che intendono raggiungere paesi
vicini. Tuttavia, il prezzo da pagare è molto alto; spesso la somma di denaro è superiore al reddito
annuale medio di un cittadino. Solitamente i clandestini non hanno la disponibilità economica per
pagare lo scafista, con il quale si instaura un rapporto di dominio. Il clandestino, alla stregua di uno
schiavo, viene sottomesso a varie forme di sfruttamento controllate dagli stessi malavitosi albanesi.
Le potenzialità operative messe in campo con successo, hanno permesso la maturazione delle
strategie criminali e una maggiore strutturazione organizzativa al proprio interno, la quale non
sembra essere più assimilabile a quella dei gangster che affiancano funzionalmente altri aggregati,
ma delle vere e proprie associazioni a stampo mafioso. Il coinvolgimento nei diversi traffici, nonché

4
Muscardini, C., La democrazia lontana, il caso Albania, in Collana “Prometeo", n.3 (2002), p.4.
la collaborazione con altri gruppi criminali, ha assegnato ai clan albanesi la qualità della
transnazionalità.

Modello albanese
Grazie alle operazioni delle Forze di Polizia è stato possibile analizzare la fenomenologia del
modello albanese dalla quale emergono degli elementi comuni che lo caratterizzano e che
rispondono a delle precise logiche criminali. Attraverso una mole imponente di informazioni
accumulate nel corso di lunghe indagini, è stato possibile delineare un quadro in ordine alla struttura
reticolare che assume la società criminale albanese.
La prima caratteristica che emerge dalle analisi è il criterio dell’associazionismo stabile, il quale
presenta una forte connotazione etnica. La composizione delle organizzazioni è prevalentemente su
base clanica/familiare, il cui vincolo di sangue rappresenta il requisito per il coordinamento e la
gestione degli affari più importanti, poiché sorretti dal legame fiduciario. Il clan è il modello che
contraddistingue la società albanese, rappresenta il cuore della struttura che integra e protegge
l’individuo al suo interno, il cui vincolo della consanguineità assicura il mantenimento e la solidità
del gruppo. Inoltre, il vincolo di sangue è una conditio sine qua non che consente l’attribuzione a
incarichi di maggior rilievo e responsabilità.
I dati statistici in Italia ci suggeriscono che i delitti più efferati vengono commessi dal ceppo etnico
albanese, il quale è ritenuto, dalle forze investigative, essere il più pericoloso. Secondo Francesco
Minisci (esperto di criminalità organizzata nazionale e internazionale, originario di San Cosmo
Albanese, uno dei maggiori conoscitori della malavita albanese) una delle caratteristiche che
distingue le mafie straniere da quelle locali non è la brama di potere per affermare il proprio
dominio territoriale, ma semplicemente guadagnare soldi. Non avendo radici nel territorio nazionale
italiano e, dunque, non dovendo dimostrare prestigio criminale, queste organizzazioni scelgono dei
territori più inclini a soddisfare gli affari illeciti.
Il comportamento del delinquente albanese si configura come simbolo di una subcultura violenta di
cui fa parte. La rigidità, la disciplina interna, la clanicità e il legame di sangue aumentano
l’impermeabilità e l’affidabilità, mantenendo salda l’intera struttura. Il radicato controllo del
territorio, la spiccata capacità collusiva nonché le qualificate proiezioni esogene, hanno reso
l’Albania il punto cardine dei traffici di droga e di esseri umani.

«Il modello albanese si distingue non solo per la modalità operativa, ma anche per la solida
struttura, la quale ricorda quella della ‘ndrangheta per la presenza di gruppi a struttura
orizzontale, a base familiare o parentale, all’interno dei quali emerge la figura del capo ed
in cui vigono rapporti estremamente rigidi regolati da leggi consuetudinarie, tramandate
oralmente da generazione in generazione»5.
Il “capo supremo” opera in genere dalla patria e impartisce direttive ad una persona di sua fiducia, il
“sottocapo”. I destinatari di stupefacenti che operano nei diversi paesi esteri sono i cosiddetti
“stanziali” e “trafficanti”, i quali sono delegati a mantenere rapporti con le varie organizzazioni
estere. Infine, ci sono i “corrieri”, chiamati anche asini, geometri o contadini, poiché trattasi in
genere di persone di basso profilo culturale, addetti al trasporto.
Il modello organizzativo si articola essenzialmente su tre diversi livelli, ovvero:
1. Le grandi organizzazioni, atte alla gestione imprenditoriale di attività di “alto livello”. Tali
attività vengono gestite direttamente dalla madrepatria in modo da far riciclare gli introiti in altri
traffici nazionali, e sono relative prevalentemente al traffico di droga;
2. Le organizzazioni minori che gestiscono lo sfruttamento della prostituzione, la tratta degli
esseri umani e l’immigrazione clandestina;
3. Nei livelli più bassi della catena si trovano i piccoli gruppi criminali che tendono a stringere
delle alleanze reciproche, occupandosi occasionalmente di reati di basso profilo.
La criminalità albanese ha avuto negli ultimi anni un’evoluzione rapidissima, passando da piccole
bande composte da pochi elementi autonomi, non collegate tra loro, a veri e propri sodalizi. Essi
hanno acquisito, in taluni casi, assetti di tipo verticistico con caratteristiche assimilabili a quelle
tipiche associazioni a stampo mafioso come: rigidità delle regole interne, metodi di
assoggettamento, vincoli di coesione, omertà e di intimidazione esistenti fra gli affiliati. La
flessibilità organizzativa ed operativa è la caratteristica distintiva della malavita albanese, che
permette l’interscambiabilità dei ruoli. La mancanza di radicamento in un dato territorio consente ai
malavitosi albanesi la facilità di spostamento e dunque la prontezza di sfuggire ai controlli. Quando
essi si trovano in Italia, la strategia è quella di agire da latitanti: spostano spesso il loro domicilio, si
recano all’estero o in patria per alcuni periodi. Utilizzando le stesse rotte, la criminalità albanese è
riuscita nel tempo ad evolversi, compiendo una sorta di “salto di qualità” nei traffici illeciti più
remunerativi come il traffico di stupefacenti e armi.
Lo studio dei fenomeni criminali di origine albanese conferma la particolare aggressività e
propensione a porsi come soggetti di primaria rilevanza nella gestione del narcotraffico e della tratta
degli esseri umani per fini economici e/o sessuali e la conseguente riduzione in schiavitù.
L’uso della brutale violenza è un elemento che contraddistingue i clan albanesi. La loro strategia
punta alla conquista di posizioni di dominio nei traffici illeciti. In tali contesti la violenza può
sfociare in un omicidio tra membri appartenenti a gruppi diversi (extra-gruppo) o all’interno dello

5
(DIA, Progetto Shqiperia. La criminalità albanese in Italia, Roma, Ottobre 1999).
stesso gruppo (intra-gruppo), per punire alcune condotte non conformi alle regole del clan. Infatti,
la primaria regola di condotta si estrinseca nella semplice retorica di “chi sbaglia paga, anche con la
vita, se necessario”. Tuttavia, tra le organizzazioni malavitose albanesi non esiste un vincolo
gerarchico, in quanto esse operano in piena autonomia. Tra i diversi gruppi vige un rapporto di
rispetto reciproco al fine di evitare ogni attrito. Tale accordo si identifica con la pax mafiosa, che
assicura una pace stabile volta alla non competizione nelle attività criminali tra le diverse
compagini.
La società albanese è ancora relegata ad un modello familiare fortemente patriarcale ed autoritario,
con un codice educativo sorretto da un insieme di valori tradizionali. Esistono degli elementi che
richiamano la tipica formazione della società albanese e che affondano le radici nell’antico codice
“Kanun di Lekё Dukagjini”, ovvero una raccolta di norme consuetudinarie risalenti al 1400,
tramandata oralmente e sopravvissuta alle insidie del tempo. Tale codice venne istituito al fine di
dare una solida tradizione al popolo albanese, allora dominato dai turchi. Le continue dominazione
che il popolo è stato costretto a subire nel corso della storia, ci confermano come il codice
rappresenti il modo per conservare una propria identità nazionale. Seppure attualmente non in
vigore, il codice rappresenta la base culturale della società albanese, le cui tradizioni, i costumi ed i
precetti morali, condizionano sensibilmente la cultura schipetara ed inevitabilmente la vita dei clan.
I gruppi criminali traggono la loro radice socio-culturale proprio dalle regole in esso disciplinate, in
quanto l’insieme delle norme costituisce una necessità per la sopravvivenza dell’organizzazione che
permette di controllare la condotta dei suoi membri. I tentativi di cambiamento e d’inversione
culturale e giuridica dei governi democratici succedutisi dopo la caduta di Henver Hohxa, con
l’introduzione di codici civili e penali ispirati alle più avanzate democrazie occidentali, sono apparsi
vani. È il Kanun a guidare la popolazione, attraverso l’autorizzazione all’uso della violenza, che
viene giustificata e, a volte, imposta.
Il Kanun è diviso in 12 libri, ognuno dei quali contiene norme che regolano la società albanese.
L’onore, l’ospitalità, il sangue, l’uguaglianza ed il legame sociale sono i valori cardini disciplinati
dal codice. Il decimo libro istituisce la cosiddetta “Besa”, intesa come una promessa solenne,
ovvero l’autentica misura dell’onore. Besa è intraducibile in qualsiasi lingua ed indica il rispetto dei
patti, delle regole e dell’ordine, garantito dal codice d’onore dell’uomo schipetaro.
I princìpi contenuti nel Kanun riflettono una società primitiva, priva di un governo centrale. È per
tale ragione che la famiglia, fortemente autoritaria, assolve la funzione privilegiante, la cui struttura
patriarcale è guidata da un capo famiglia, solitamente la persona più anziana, che esige il rispetto e
la sottomissione dei suoi membri. La figura della donna, invece, è quasi totalmente assoggettata alla
volontà dell’uomo, il quale vanta una sorta di diritto di proprietà su di essa. Le donne passano dalla
proprietà del padre e dei fratelli alla proprietà del marito. In virtù di questa cultura estremamente
primitiva, risalente ad un passato molto lontano, avviene una sorta di legittimazione dello
sfruttamento indicibile verso le donne, le quali tendono autonomamente a giustificare i perpetrati
abusi subiti. La subordinazione di genere, nonché l’inferiorità sociale alle quali le donne albanesi
sono educate, impedisce loro di percepirsi come sfruttate. Il ruolo della donna è di sudditanza e di
assoggettamento al potere dell’uomo. La sottomissione femminile è talmente accentuata da
consentire all’uomo l’esercizio giustificato della violenza. Alcune norme contenute nel Kanun
autorizzano esplicitamente il marito albanese a “punire” la donna, anche legandola e bastonandola,
nei casi in cui essa si dimostri insubordinata al suo volere. Il Codice considera quella della donna
una figura superflua in famiglia, e da ciò si comprende il motivo che spinge gli uomini albanesi a
far prostituire le proprie donne, riducendole nella misera condizione di schiavitù.

La prostituzione straniera in Italia


Il fenomeno della prostituzione si inserisce nel quadro dell’immigrazione clandestina divenendo
una piaga sociale diffusa, favorita dall’indifferenza e dalla disinformazione del mondo occidentale.
Nonostante i vari richiami normativi, come il Protocollo addizionale alla Convenzione ONU di
Palermo ratificato nel 2000, che ha sancito le regole per l’individuazione e la repressione di questi
reati, lo sfruttamento della prostituzione, nonché la tratta delle donne in Albania, non è ancora un
reato pienamente contrastato, bensì lasciato all’indifferenza generale.
Le motivazioni economiche, politiche e sociali spingono un gran numero di giovani donne ad
intraprendere percorsi migratori segnati fin dall’inizio da una prospettiva di sfruttamento. Le
ragazze che cercano di fuggire da un clima di depredazione in cerca di condizioni di vita migliori
finiscono per divenire vittime di un incubo senza precedenti, cadendo nel giro di una grande
manipolazione.
Come anticipato, il mercato della prostituzione in Italia è gestito dalle mafie straniere che hanno
saputo ottenere una sorta di monopolio in tali attività grazie alle strategiche modalità criminali
messe in atto. Tra i vari gruppi etnici inseriti nel racket della prostituzione, spicca il clan albanese
che gestisce il sistema in stile manageriale, fungendo da anello di congiunzione con gli altri gruppi
criminali. La “professionalità” impiegata per arginare i vincoli legali è una delle caratteristiche
fondamentali del modello criminale albanese. Esso segue un preciso disegno che si compone di
diverse fasi che vanno dal reclutamento, al trasferimento e per finire allo sfruttamento di giovani
donne e bambine, provenienti da paesi poco sviluppati, e da destinare al traffico della prostituzione.
Questo traffico è reso possibile grazie alla connivenza di forze politiche nel paese delle aquile che
favoriscono e addirittura incentivano la tratta delle ragazze. Il pernicioso meccanismo prevede la
collaborazione di diversi gruppi che operano congiuntamente, ma in luoghi diversi. Il gruppo
primario opera in madrepatria, il quale recluta le ragazze e impartisce le direttive al gruppo
secondario che si occupa, invece, dell’introduzione e del successivo sfruttamento delle giovani
donne. L’Italia è la destinazione finale o di transito (in direzione nord-Europa) per le ragazze
albanesi, rumene, russe, moldave e bulgare. È bene precisare che nei primi anni Novanta le ragazze
straniere costrette a prostituirsi erano prevalentemente di origine albanese. Il contesto di
oppressione nel quale erano costrette a vivere era così insostenibile ed opprimente da costringerle a
fuggire dalla loro terra, affidandosi a malintenzionati e divenendo facili prede per la criminalità. I
trafficanti che operano all’interno del paese, in quanto addetti al reclutamento, sono giovani uomini,
particolarmente persuasivi, che svolgono attività di copertura. La figura dello sfruttatore coincide
spesso con il trafficante, il quale usa violenza fisica e psicologica nei confronti della fidanzata,
moglie o sorella per farla prostituire. Come si evince, il legame familiare rappresenta il cemento
della relazione con donne succubi e incapaci di reagire, le quali spesso si rifiutano di denunciare gli
stessi sfruttatori. Per tale ragione, difficilmente si riesce a discernere la vittima dalla volontaria.
Oggi le aree di origine delle ragazze sono ampliate ed il numero di ragazze albanesi è drasticamente
diminuito. Ciò è dovuto ad una serie di fattori: miglioramento delle condizioni di vita del paese;
accordi con paesi comunitari volti alla promulgazione di leggi più severe atte alla prevenzione e alla
sanzione di detti reati; campagne di sensibilizzazione per contrastare il fenomeno dell’immigrazione
clandestina, al fine di rendere le ragazze più informate e consapevoli. Inoltre, le organizzazioni
criminali albanesi stringono accordi con gruppi criminali di altri paesi, allargando il bacino di
reclutamento e riuscendo così a conquistare una posizione di dominanza nel settore.
Le mafie autoctone non gestiscono direttamene l’industria del sesso a pagamento, ma si occupano
della logistica e della protezione dei coloro che ne sono coinvolti. La speciale abilità della malavita
albanese, infatti, è rappresentata dalla fiducia saputasi conquistare con le mafie nazionali, in modo
particolare con la ‘ndrangheta, con la quale ha stretto accordi di non belligeranza e di
approvvigionamento di sostanze stupefacenti a buon mercato da distribuire nel territorio calabrese.
Ciò permette di moltiplicare i guadagni e assicurarsi, attraverso le armi fornite dagli albanesi, quegli
arsenali necessari ad ogni cosca mafiosa a condurre le azioni di morte. In cambio, le cosche
calabresi hanno consentito a quelle albanesi di gestire lo sfruttamento della prostituzione, la cui
organizzazione risulta poco avvezza a gestire questo settore. Le mafie tradizionali hanno
considerato da sempre il mercato della prostituzione non adatto a “uomini d’onore”, primariamente
per il rispetto di quelle regole presenti nel codice etico-criminale dell’associazione;
secondariamente perché rappresenta un mercato poco profittevole, prediligendo traffici illeciti che
presentano maggiori introiti. Inoltre, persiste l’impossibilità pratica di gestire il reclutamento delle
ragazze nei paesi di origine. Le organizzazioni mafiose locali accettano accordi con quelle straniere
poiché le rotte destinate all’immigrazione clandestina vengono sfruttate come canali per il trasporto
di merce illecita (droga e armi) nelle diverse regioni.
Il successo delle organizzazioni malavitose esogene dipende soprattutto dalla loro disponibilità di
reclutamento del “personale”. Lo sfruttamento è facilitato proprio dalle condizioni di clandestinità
in cui si realizza l’ingresso e la permanenza sul territorio, sorretto dalla disinformazione delle
ragazze in merito a leggi e diritti. L’asimmetria informatica non consente loro di tutelarsi, ma di
affidarsi al loro sfruttatore, avendo lui e la subcultura clandestina (scarsamente integrata) come
unico referente. Si tratta di giovani donne, spesso minorenni, con un basso livello di istruzione,
scarsamente informate a livello di prevenzione sanitaria e con una situazione familiare
particolarmente problematica. Le ragazze che risentono del clima di subordinazione familiare e
sociale affidano ad un conoscente o al proprio fidanzato la possibilità di ricercare una vita migliore
aldilà dei confini nazionali; esse vogliono restituire dignità alle loro esistenze, ignare che la
“normale” posizione di subordinazione, diventa una schiavitù. Le prostitute straniere, infatti sono
considerate le “schiave del sesso” poiché a tutte gli effetti diventano una merce su cui esercitare
diritti di proprietà. Molto spesso, infatti, vengono vendute dalle loro stesse famiglie che versano in
condizioni di estrema precarietà perché considerate un peso economico. La malavita albanese ha
dunque sfruttato la deprivazione e la stenuante e utopica ricerca di autonomia di queste donne, al
fine di trarre dei profitti sulle scelte forzate di queste, in quanto prive di alternative valide.
Lo schema prevede l’adescamento di giovani donne provenienti dall’Est Europa, in cerca di lavoro
in Italia, ed il successivo acquisto da trafficanti ucraini, rumeni, bulgari e moldavi seguita una
successiva nuova vendita da parte dei malavitosi albanesi. Il “principio di garanzia” è il principio
cardine secondo il quale solo una persona di nazionalità albanese può fungere da garante ad un’altra
etnia. Infatti, mentre i clan albanesi gestiscono l’attività di ragazze provenienti da nazionalità
diverse, il mercato delle donne albanesi è inaccessibile agli altri gruppi criminali.
Le ragazze destinate al meretricio vengono sistematicamente violentate, costrette a consegnare ai
loro sfruttatori i documenti e tutte le somme guadagnate, vivendo in uno stato di totale carcerazione
che impedisce loro eventuali fughe. Inoltre, le ragazze sono soggette a continue minacce di
ritorsioni ai familiari rimasti in madrepatria, onde evitare ribellioni. Si tratta di una vera e propria
condizione di schiavitù che si estrinseca nel rapporto asimmetrico tra vittima e padrone, il quale
vanta su di essa un vero e proprio diritto di proprietà privata.

Reclutamento, trasporto e sfruttamento


Con il crollo del blocco sovietico, l’Albania è divenuta una dei maggiori bacini di reclutamento di
ragazze destinate illecitamente alla prostituzione. Il popolo schipetaro ha sfruttato la condizione
politico-economica emergenziale del paese per sviluppare delle strategie di interessi gestendo il
traffico di armi e di esseri umani. Le prime gestioni organizzate della tratta di ragazze albanesi si
verificarono intorno al 1992 attraverso una rete informale di clan composti da 7/8 persone che
gestivano dalle 2 alle 4 ragazze e che svolgevano la loro attività in maniera del tutto autonoma. La
tratta delle giovani donne albanesi seguiva un iter: reclutamento tramite inganno, rapimento,
acquisto o accordo reciproco; soggiorno in una città dell’Albania; attraversamento su un gommone
della famosa rotta balcanica che raggiunge le coste di Otranto; infine, successiva sistemazione della
ragazza su strada nella località destinata. Inizialmente, la città di Berat era il fulcro della tratta. In
seguito, le basi operative più gettonate furono città più piccole, come Durazzo. L’afflusso di donne
albanesi in Italia raggiunse il suo apice tra il 1996 ed il 1998; in seguito ci fu un progressivo declino
dovuto principalmente alla difficoltà di trasporto delle ragazze, grazie ad interventi normativi
protesi a maggiori controlli essendo l’Albania un paese extra-CEE.
Per quanto riguarda la differenza tra traffico di migranti e tratta degli esseri umani, è bene
sottolineare che il primo, detto anche smuggling of migrants è un reato contro lo Stato in quanto
implica l’accordo tra il trafficante e l’immigrato. La tratta degli esseri umani, invece, è chiamata
human trafficking, ed è un reato contro la persona che implica forme di sfruttamento.
Il reclutamento avviene per lo più nelle zone rurali dove l’informazione risulta essere scarsa e la
“necessità culturale” di sposarsi giovani espone le ragazze ad accettare delle proposte di matrimonio
che si riveleranno poi essere una trappola. La “tecnica dell’innamoramento” è una delle
metodologie usate dai criminali albanesi per adescare le ragazze. Tale tecnica prevede un
preliminare periodo di soggiogamento da parte dello sfruttatore che, fingendosi innamorato,
convince la ragazza a seguirlo in Italia, promettendole ed assicurandole un futuro più sicuro e
prospero. Al fine di rendere più credibile l’inganno, questa modalità era spesso seguita da un
fidanzamento ufficiale il quale, secondo la tradizione albanese, fungeva da vincolo che impediva
alla ragazza di rientrare in patria o di abbandonare il proprio compagno.
L’inganno pertanto è una delle modalità di reclutamento attraverso il quale false promesse vengono
avanzate da amanti o sfruttatori, che convincono giovani ragazze in condizioni economiche precarie
a venire in Italia, assicurando loro di svolgere lavori ben retribuiti nonché socialmente accettabili. Si
evince come il contesto socio-culturale rappresenta il massimo fattore di spinta che facilita il
reclutamento delle giovani vittime. Le offerte vengono promosse da false agenzie di viaggio atte al
trasferimento delle ragazze e che garantiscono loro un lavoro sicuro come baby-sitter, cameriere o
bariste. Una diversa modalità di adescamento si attua mediante inserzioni pubblicitarie su giornali o
televisioni locali che promettono delle vantaggiose offerte di lavoro all’estero. Un'altra modalità di
reclutamento è il rapimento di donne estremamente giovani strappate da famiglie particolarmente
povere e disagiate. Tuttavia, quest’ultima è una pratica poco utilizzata. Esistono inoltre dei rari casi
in cui le donne albanesi decidono di prostituirsi spontaneamente, affidandosi a connazionali
criminali con l’intendo di dividere gli introiti attraverso una sorta di rapporto contrattuale.
Alla fase del reclutamento segue quella della tratta. Seppure le rotte per l’ingresso in Europa sono
mutate a seguito di misure normative volte a prevenire e reprimere l’odioso reato dello human
trafficking, esso continua a persistere utilizzando rotte differenti. Le ragazze dei paesi dell’Est
vengono condotte in Albania da un intermediario e comprate da albanesi appartenenti alla
criminalità organizzata che si impossessano dei loro documenti originali, fornendo in cambio quelli
falsi. Dall’Albania o dal Montenegro si imbarcano clandestinamente per l’Italia, dove vengono
accolte dai complici dei loro padroni. Da quel momento sono destinate al meretricio, i cui proventi
vengono consegnati quasi totalmente al protettore-padrone. La mobilità è una caratteristica del
modello criminale albanese che prevede un continuo spostamento delle ragazze al fine di non essere
facilmente individuate dalle forze dell’ordine. Naturalmente è lo sfruttatore a decidere dove fare
prostituire le ragazze, le quali sono costantemente minacciate di morte o picchiate selvaggiamente,
totalmente piegate al volere del padrone.
Le ragazze da avviare al meretricio sono costrette a subire ogni genere di pressione fisica o
psicologica. Spesso, vengono rinchiuse in una stanza buia per giorni, con la possibilità di vedere
solo coloro i quali portano loro i pasti. Soggette ad orari massacranti (dalla mattina alla tarda sera),
le vittime sono costrette a prostituirsi anche se malate e nel periodo del ciclo mestruale, o addirittura
durante la gravidanza, finché ciò non diventa fisicamente impossibile. Il benessere delle ragazze e la
tutela della loro salute non è oggetto di preoccupazione per gli sfruttatori. Si tratta di clandestine e
dunque l’accesso alle cure sanitarie del paese è a loro proibito, oltre che rischioso nel caso in cui
dovessero essere trasportate in ospedale. Quando si decide di aiutarle, il massimo è portarle in
qualche farmacia; d’altronde rappresentano per queste associazioni malavitose di beni di facile
sostituzione, in quanto le ragazze bisognose che possono cadere vittima di questo sfruttamento,
sono purtroppo numerose al mondo. Queste “schiave” hanno il compito di portare a casa ogni sera
una certa somma di denaro, che viene puntualmente a loro sottratta interamente. Nei casi in cui la
cifra quotidiana non venga raggiunta o qualora la ragazza venga scoperta ad aver sottratto una parte
del denaro, la pena è essere picchiata senza pietà. 6 Gli aguzzini sottopongono le ragazze a continui
controlli, come la conta dei profilattici ad inizio e fine giornata. Essi pattugliano la zona a bordo di
autoveicoli e, quando manca il contatto visivo, subentra il controllo telefonico. Secondo numerose

6
Pastore G., Badolati A., (2013), Banditi e schiave. I femminicidi, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza.
intercettazioni effettuate dalle forze di polizia, i “papponi” imponevano alle donne di non perdere
tempo nemmeno per mangiare, al fine d’incrementare i profitti. Le ragazze ottengono la libertà, con
i relativi documenti, solo se consegnano al protettore una somma pari al prezzo pagato per
l’acquisto e il guadagno che il protettore stesso si era prefissato.
L’uso della violenza è appannaggio costante del rapporto tra sfruttatore e sfruttata, e destinato anche
ai familiari della vittima. La paura per la loro incolumità e per quella dei loro cari è così forte da
impedire alle ragazze di ribellarsi anche quando soggette ai controlli da parte delle forze di polizia.
Il modus operandi del trafficante, a prescindere dalle modalità di reclutamento, è quello di
instaurare un rapporto affettivo con la ragazza, ponendosi come punto di riferimento e figura
rassicurante, al fine di stabilire una relazione di dipendenza psicologica e affettiva, assopendo
comportamenti di ribellione. Molto spesso, la sottomissione della vittima sfocia nella cosiddetta
“sindrome di Stoccolma” che presenta una situazione paradossale: a seguito delle aggressioni
subite, la vittima stringe dei legami intensi con il suo aguzzino, giustificando atti violenti e di
sfruttamento e instaurando una sorta di alleanza e solidarietà.
La brutalità e l’efferatezza tipica del modello criminale albanese trova la sua chiave sociologica di
lettura nel ruolo riconosciuto dalle donne nell’organizzazione sociale e familiare albanese. Quando
una donna viene ridotta in schiavitù per denaro, o addirittura viene venduta a terzi come un oggetto
di proprietà, significa che l’etica di chi pone in essere azioni del genere è assente. Ma quando a
usare questi metodi sono più gruppi di soggetti, è segno di distorsione nella formazione di quelle
persone. In un paese segnato per anni da perpetrati abusi, e messo in ginocchio da uno stato corrotto
che ne ha manipolato le sorti, l’uso della violenza e la crescente criminalità sono il riflesso di una
società deviante. Lo stato di disordine generale che ha caratterizzato le vicissitudini endogene e le
continue barbarie subite hanno reso stagnante lo sviluppo del paese. Il popolo, ancora relegato ad
una società primitiva in quanto dominata per anni dal caos politico che ha smarrito l’identità di una
nazione, è rimasto aggrappato alla cultura tradizionale.
Francesco Minisci durante un’intervista, dichiara:

«Cinquant’anni di dittatura, di chiusura to- tale rispetto all’esterno, di annullamento del


pensiero e delle coscienze, hanno forgiato negativamente le personalità più deboli e più
inclini al delitto. L’aver annientato completamente la capacità di autoresponsabilità –
perché a tutto pensava il regime – ha creato una miscela che è esplosa subito dopo la
caduta del regime stesso. La povertà di quegli anni ha innescato un meccanismo di rivalsa
che ha scatenato la corsa al denaro attraverso modalità illecite ma anche efferate. E sono
proprio l’efferatezza e l’assenza di scrupoli alcune tra le più spiccate caratteristiche dei
criminali albanesi, frutto della disabitudine – inculcata dal sistema dittatoriale – alla
moralità. L’assenza di riferimenti morali conduce all’assenza di rispetto per la persona e la
vita umana, che viene a valere quasi niente.»7
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7
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