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Breve Introduzione

Nella terza enciclica di Papa Benedetto XVI dal titolo Caritas in Veritate, il Pontefice affronta,

forse per la prima volta nella storia della Dottrina sociale della Chiesa con così puntigliosa

attenzione anche ad alcuni aspetti propriamente tecnici del problema, la questione dell’economia e

delle sue componenti strutturali, dal mercato all’impresa. Queste questioni sono trattate sullo sfondo

e nel contesto del processo di globalizzazione in atto, che ha modificato radicalmente, oltre che il

sistema economico, anche le abitudini e gli stili di vita degli esseri umani.

Nella prima parte di questo lavoro di ricerca definirò in linee generali il concetto di

Globalizzazione, di Mercato e di Impresa. Nella seconda parte metterò in luce il pensiero della

Dottrina della Chiesa su questi argomenti.

Il processo di Globalizzazione, Il Mercato e l’Impresa

Con il termine globalizzazione si indica il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli

scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è una decisa convergenza

economica e culturale tra i Paesi del mondo. Il termine globalizzazione, di uso recente, è stato

utilizzato dagli economisti, a partire dal 1981, per riferirsi prevalentemente agli aspetti economici

delle relazioni fra popoli e grandi aziende. Il fenomeno invece va inquadrato anche nel contesto dei

cambiamenti sociali, tecnologici e politici, e delle complesse interazioni su scala mondiale che,

soprattutto a partire dagli anni ottanta, in questi ambiti hanno subito una sensibile accelerazione.

Sebbene molti preferiscano considerare semplicisticamente questo fenomeno solo a partire dalla

fine del XX secolo, osservatori attenti alla storia parlano di globalizzazione anche nei secoli passati.

Ma erano tempi diversi in cui la globalizzazione si identificava, pressoché essenzialmente, nell'

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internazionalizzazione delle attività di produzione e degli scambi commerciali. Con globalizzazione,

ci si riferisce oltre che allo sviluppo di mercati globali, anche alla diffusione dell'informazione e dei

mezzi di comunicazione come internet, che oltrepassano le vecchie frontiere nazionali. Nello stesso

campo il termine indica la progressiva diffusione dei notiziari locali su temi internazionali. Il

termine globalizzazione è utilizzato anche in ambito culturale ed indica genericamente il fatto che

nell'epoca contemporanea ci si trova spesso a rapportarsi con le altre culture, sia a livello

individuale a causa di migrazioni stabili, sia nazionale nei rapporti tra gli stati. Spesso ci si riferisce

anche all'elevata e crescente mobilità delle persone con una permanenza limitata temporalmente

(turisti, uomini di affari, etc.). Vanno considerate anche le critiche che sono mosse al processo di

globalizzazione. Perchè la globalizzazione può favorire lo sviluppo economico di alcuni stati, in

particolare quelli industrializzati e sviluppati, attraverso guadagni e profitti provenienti da un modo

di agire: il decentramento. Esso consiste nello spostare sedi industriali in paesi sottosviluppati, dove

la manodopera ha un costo inferiore. Così facendo offrono occupazione nei paesi più poveri, ma le

multinazionali decentrano le loro industrie in paesi in via di sviluppo che sono in questo modo

ostacolati a svilupparsi.

In economia, si intende per mercato il luogo - anche in senso non fisico - deputato all'effettuazione

degli scambi economici del sistema economico di riferimento; secondo un'altra definizione, più

finalistica, il mercato è l'insieme della domanda e dell'offerta, cioè degli acquirenti e dei venditori.

In termini equivalenti, il mercato è definito come il punto di incontro della domanda e dell'offerta.

Con l'articolazione degli studi della disciplina, si sono nel tempo attribuite crescenti attenzioni allo

sviluppo di specifiche branche del mercato, costituenti i mercati specifici per i quali valgano

peculiarità funzionali, di andamento e di organizzazione tali da renderli analizzabili individualmente

(ed anche in comparazione con gli altri). Si parla dunque al plurale di "mercati" poiché non solo se

ne avrà pluralità finché persisterà una pluralità di sistemi economici indipendenti (ad esempio i

sistemi nazionali), ma anche all'interno stesso di un sistema economico possono individuarsi

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prevedibili ed analizzabili movimenti dei soggetti economici raggruppabili per categorie di

localizzazione, tipologia, modalità ed innumerevoli altre caratteristiche. Si hanno così i mercati

regionali (intendendosi per "regione" una porzione significativa, per qualità o quantità dei soggetti o

degli scambi, del sistema generale), oppure i mercati internazionali. Un'antica partizione scolastica

individuava intanto una prima distinzione tipologica merceologica generale, per il tipo di oggetto

degli scambi, fra il mercato mobiliare (oggi più noto come mercato finanziario) ed il mercato

immobiliare; le classificazioni merceologiche, infinite quanto le merceologie, hanno consentito di

definire una quantità non inquadrabile di atomistici mercati, che sono oggetto di utili studi da parte

degli interessati. Altre differenziazioni possono riguardare il modo (anche pratico) di effettuazione

degli scambi (ad esempio il recente mercato telematico, distinto dal mercato tradizionale). I singoli

agenti economici sogliono essere distinti, a seconda della loro funzione, in due categorie principali,

compratori e venditori. Compratori e venditori, secondo una delle citate definizioni, interagiscono

per formare i mercati. Un mercato è in questo senso un insieme di compratori e venditori che

interagiscono, generando così delle opportunità di scambio. Un mercato perfettamente

concorrenziale soddisfa quattro condizioni: a) tutti i partecipanti al mercato sono in ogni momento

al corrente delle opportunità che il mercato offre; b) i compratori e i venditori sono piccoli e

indipendenti; c) l'inserimento di nuovi prodotti è semplice; d) esiste facilità di movimento di capitali

da un settore ad un altro. Un mercato concorrenziale è inoltre composto da molti compratori e molti

venditori, in modo che nessun singolo compratore o venditore può esercitare un'influenza

significativa sui prezzi. Alcuni mercati, pur essendo formati da molti produttori, sono di tipo non

concorrenziale, cioè in esso singoli operatori (anche riuniti in cartello) sono in grado di influenzare

i prezzi dei prodotti. I mercati garantiscono la possibilità di effettuare transazioni tra compratori e

venditori. Una certa quantità di un bene è venduta ad un prezzo specifico. Di solito in un mercato

perfettamente concorrenziale si stabilisce un unico prezzo di mercato. Se i mercati non sono

perfettamente concorrenziali, imprese diverse possono praticare prezzi diversi per lo stesso

prodotto.
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Impresa (da imprendere), sotto il profilo giuridico, è un'attività economica professionalmente

organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi. L'impresa è perciò

caratterizzata da un determinato oggetto (produzione o scambio di beni o servizi) e da specifiche

modalità di svolgimento (organizzazione, economicità e professionalità). Quindi l’impresa è

un'organizzazione di uomini e mezzi finalizzata alla soddisfazione di bisogni umani attraverso la

produzione, la distribuzione o il consumo di beni economici. Sotto il profilo economico, va

aggiunto che deve essere condotta con criteri che prevedano un’adeguata copertura dei costi con i

ricavi, altrimenti si ha consumo e non produzione di ricchezza. Inoltre l'impresa può essere definita

come un sistema sociale tecnico aperto: un sistema è un complesso di interdipendenze di parti

rispetto ad un obiettivo comune e quando si tratta di un sistema sociale tecnico le parti sono

costituite da beni e persone (attrezzature, risorse umane, conoscenze e rapporti sociali). Un sistema

aperto, inoltre, scambia con l'esterno conoscenza e produzione. Pertanto, l'impresa è un complesso

di interdipendenze tra beni e persone che operano scambiando con l'esterno conoscenza e

produzione e perseguendo un comune obiettivo consistente nella produzione di valore.

Il processo di Globalizzazione, il concetto di Mercato e Impresa economica nell’enciclica

Caritas in Veritate.

Un insieme di problematiche fino a ad alcuni decenni fa limitatamente avvertibili viene in questa

enciclica posto al centro dell’attenzione della Chiesa.

Il problema della globalizzazione, e dell’incidenza che essa sta avendo sia sulle problematiche

economiche ma anche sul destino stesso dell’uomo, è al centro dell’enciclica ed appare il tema più

ampiamente trattato.

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La valutazione del processo di globalizzazione che Benedetto XVI fa nella Caritas in veritate non è

negativo, afferma che “rappresenta una grande opportunità e che è stato il principale motore per

l’uscita dal sottosviluppo di intere regioni”. In effetti un’intensificazione dei collegamenti fra le

economie mondiali e dei commerci, una più agevole circolazione dei capitali e una più ampia

condivisione di conoscenze e tecnologie appaiono fattori favorevoli allo sviluppo. Non mancano

però gli aspetti critici di questo processo su cui l’enciclica si sofferma diffusamente, individuando

una serie di nodi problematici.

Alcune aree del mondo hanno vissuto una consistente crescita economica, determinata dalla

globalizzazione, ma al tempo stesso hanno sofferto un impoverimento della qualità delle relazioni

tra uomini, mettendo a rischio la coesione sociale e la stessa cultura dei gruppi umani coinvolti in

questo processo. Gli antichi assetti sociali sono stati sconvolti.

Come afferma Papa Benedetto XVI nell’enciclica con la globalizzazione “è cresciuta la ricchezza

mondiale in termini assoluti, ma sono aumentate le disparità”, soprattutto a danno delle aree del

mondo economicamente meno sviluppate. Con il risultato che a questo supersviluppo consumistico

si contrappongono situazioni di miseria disumanizzante e sono cresciute le ingiustizie.

La sfrenata concorrenza che la globalizzazione ha causato ha determinato in vaste aree del mondo

una “riduzione delle reti di sicurezza sociale” e ha provocato una dequalificazione del lavoro

umano. Si è favorito lo sviluppo economico, ma si è ostacolato lo sviluppo del “primo capitale da

salvaguardare e da valorizzare” e cioè la persona umana.

L’intensificazione degli scambi culturali e il diffondersi, grazie allo sviluppo delle nuove

tecnologie, della rete delle comunicazioni, hanno favorito una migliore conoscenza fra i diversi

gruppi umani, ma al tempo stesso rischiano di annullare l’identità dei popoli. Questo ha favorito un

appiattimento culturale, causa di una omologazione delle culture e delle stesse fedi religiose,

ponendo le basi per l’affermazione di “un pericoloso relativismo etico”.

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Alla luce di queste nuove problematiche, il Pontefice nell’enciclica si preoccupa di indicare delle

“soluzioni nuove” a questi problemi, pur senza indicare soluzioni “propriamente tecniche”.

Per il Pontefice il sistema economico e produttivo devono recuperare la centralità del lavoro, sotto

tre punti di vista. Deve essere garantito l’accesso di ogni uomo e di ogni donna a questa

fondamentale espressione della vita personale. Deve essere garantita inoltre ai lavoratori

un’adeguata tutela. Infine deve essere attivato un efficiente meccanismo di redistribuzione del

reddito. Si garantirà cosi “uno sviluppo di lunga durata”.

Bisogna evitare “l’appiattimento della cultura nella sua dimensione tecnologica”, dotando il

processo di globalizzazione di un adeguato fondamento culturale ed etico. E’ necessario evitare,

inoltre, che il processo di globalizzazione si concentri soltanto in alcune aree del mondo,

condannando altre aree a una permanente condizione di sottosviluppo. L’enciclica sollecita a questo

riguardo un generale riassetto dei rapporti fra nazioni sviluppate e aree arretrate, una migliore

organizzazione del commercio mondiale, e una più equa distribuzione delle risorse, così da poterne

beneficiare tutto il pianeta delle acquisizioni della scienza e della tecnologia.

Il Pontefice traccia anche il quadro etico e culturale, prima ancora che economico, all’interno del

quale collocare questa “auspicabile nuova fase” dello sviluppo. Il punto di partenza è rappresentato

dalla riaffermazione (contro i suoi negatori, teorici dell’autosufficienza del mercato) della

connessione fra etica ed economia. A giudizio del Pontefice la globalizzazione potrà rappresentare

una grande risorsa per il futuro dell’umanità solo se “sarà illuminata e sorretta da un’alta coscienza

morale”.

Il mercato, abbandonato a se stesso non è in grado di elaborare valori e tanto meno creare le

condizioni di quella coesione sociale di cui la stessa economia ha bisogno per poter funzionare.

“Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può espletare la propria

funzione economica”. Esso infatti, “non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue

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possibilità”. Un pensiero ricorrente nell’enciclica è proprio il richiamo alla strutturale non-

autosufficienza del mercato. L’attività economica, per il Papa, non deve avere come punti di

riferimento solo la redditività e il profitto, ma deve essere orientata ai valori umani, nel

perseguimento del bene comune, che si esprime soprattutto nel servizio alla persona. E’

inaccettabile la tesi secondo la quale il sistema economico dovrebbe soltanto “produrre ricchezza”,

delegando alla politica e all’etica il compito di dotare tutti gli uomini di un adeguato ammontare di

beni e risorse. Di qui i ripetuti richiami al recupero della dimensione etica dell’economia, perché

alla fine “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale” e quindi nell’ambito

dell’agire economico non è sufficiente la logica del contratto come forma di regolazione degli

scambi, ma si “esige un di più, quella logica della gratuità e del dono che supera l’ambito dell’agire

economico”. Questa nuova fase, più orientata a un autentico sviluppo umano, può essere avviata

solo se si eviterà di rassegnarsi ad “atteggiamenti fatalistici”. La globalizzazione è “una realtà

umana che va guidata al fine di favorire un orientamento culturale personalistico e comunitario”.

L’obiettivo è orientare la globalizzazione dell’umanità in termini “di razionalità, di comunione e di

condivisione”.

Sullo sfondo e nel contesto del processo di globalizzazione in atto, l’enciclica affronta, forse per la

prima volta nella storia della Dottrina sociale della Chiesa, la questione dell’economia e delle sue

componenti strutturali, dal mercato all’impresa.

Il punto di partenza del discorso è, per il Pontefice, la ricerca di “soluzioni nuove alla luce di una

visione integrale dell’uomo” e l’esigenza che le scelte economiche non facciano aumentare in modo

eccessivo e inaccettabile le differenze di ricchezza. Riconosce, però, che alcune diseguaglianze

sono inevitabili. L’aumento massiccio della povertà non è soltanto moralmente inaccettabile, ma

anche politicamente ed economicamente dannosa per una società. Constata che anche se la

globalizzazione ha avuto alcuni effetti positivi, essa non ha sensibilmente migliorato la situazione

del mondo sotto il profilo di una più equa distribuzione dei beni della terra, anzi in alcuni casi è

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stato addirittura peggiorato. Ciò indica i limiti degli attuali modelli di sviluppo, capaci di aumentare

la produttività ma non di farne partecipe tutti gli uomini. Per il Pontefice, è necessario quindi un

mutamento di rotta, un nuovo corso dell’economia, di cui nella Caritas in Veritate si offrono delle

linee guida, anche sulla base delle più recenti ricerche condotte da pensatori ed economisti di

ispirazione cattolica ed umanistica. Il Pontefice continua offrendo una nuova visione della categoria

di mercato e di un nuovo modo di fare impresa.

Per quanto riguarda il mercato l’enciclica ne riconosce in generale il valore, in quanto per questa via

è possibile lo scambio di beni e servizi in vista del soddisfacimento dei fondamentali bisogni della

persona. Ma nello stesso tempo, si osserva che, il mercato lasciato a se stesso, non riesce a garantire

né una giusta ripartizione dei beni né la coesione sociale, anzi può più spesso accentuare le

diseguaglianze, per effetto dell’esasperazione della concorrenza, incrementare e accentuare la

conflittualità sociale. Né appare accettabile che questo sia un prezzo da pagare al progresso

economico, quasi che l’economia di mercato abbia strutturalmente bisogno di una quota di povertà

e di sottosviluppo per poter funzionare al meglio. Il mercato dunque non può essere abbandonato a

se stesso, come se fosse capace da solo di regolarsi ed eventualmente di correggersi, ma deve essere

orientato, in modo da favorire una più equa ripartizione delle risorse e, conseguentemente, la

giustizia sociale.

Per quanto riguarda l’attività d’impresa, l’enciclica sollecita con forza nuove forme di agire

economico. La stessa impresa tradizionale ha bisogno di aprire i propri orizzonti, superando

l’esclusivo riferimento a chi in essa ha investito le sue risorse (gli erogatori di capitali) per aprirsi a

altri portatori di interessi: dai lavoratori operanti nella stessa impresa ai consumatori. Il punto è il

passaggio da una responsabilità limitata a una responsabilità sociale dell’impresa, nella cui gestione

non si dovrebbe tenere conto solo degli interessi dei proprietari e degli azionisti. L’impresa

tradizionale non dovrebbe essere l’unico soggetto economico, ad esso dovrebbero affiancarsi altri

soggetti, nei quali possano svilupparsi nuove forme di imprenditorialità capaci di favorire una

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maggiore dinamicità, e una superiore equità, del sistema produttivo. Di qui l’incoraggiamento

all’ampliamento dell’iniziativa economica a un’area intermedia tra imprese finalizzate al profitto

(profit) e organizzazioni non-profit, come ad esempio strutture di aiuto ai paesi arretrati, imprese di

utilità sociale ecc.. Viene così meno come unico punto di riferimento dell’economia, la

finalizzazione di ogni struttura produttiva al profitto, anche se nell’ambito della “finanza etica” non

può essere escluso, ma potrebbe diventare “uno strumento per realizzare finalità umane e sociali”.

Conclusione

In conclusione, il Pontefice ha affrontato l’attuale problema della globalizzazione, mettendo in

risalto come questo abbia causato l’effetto di far crescere la ricchezza, ma al tempo stesso ha fatto

crescere le disparità soprattutto a danno dei Paesi meno sviluppati. Nell’enciclica propone

l’obiettivo di orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di razionalità, di comunione e di

condivisione al fine di assottigliare quanto più possibile le diseguaglianze tra gli uomini. Afferma

che l’economia non deve essere orientata solo al conseguimento di un profitto, ma che si deve

instaurare un rapporto tra economia e valori etici. Perciò nell’enciclica riconosce che il mercato non

può essere lasciato libero a se stesso, perché non garantisce una giusta ripartizione dei beni, né la

coesione sociale, anche il mercato deve essere orientato per una più equa ripartizione delle risorse.

Infine nella Caritas in Veritate mostra la preferenza per un nuovo “terzo settore”, intermedio fra i 2

classici, l’impresa pubblica e quella privata. Una nuova forma di economia fondata su imprese

solidaristiche e comunitarie, finalizzate a obiettivi di giustizia e di solidarietà.

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Bibliografia

Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate, 2009;

S. Zamagni, Fraternità, Dono, Reciprocità nella “Caritas in veritate”, Università di Bologna,

Bologna 2009;

L. Bruni, La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane, Il Margine, Trento 2008;

M. Simone, Il bene comune oggi: Un impegno che viene da lontano, EDB, Bologna 2008;

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