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Storia contemporanea. Dal mondo europeo al mondo senza


centro – Lucio Caracciolo, Adriano Roccucci
Storia Contemporanea (Università degli Studi di Padova)

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Storia contemporanea. Dal mondo europeo al mondo senza centro –


Lucio Caracciolo, Adriano Roccucci

Capitolo 1. L’età cerniera 1756-1848: l’ingresso nell’età contemporanea

(L’età della transizione). Tra la guerra dei Sette anni, scoppiata nel 1756, e i moti del 1848 c’è stata un’età
di transizione che, con le sue trasformazioni, ha preparato il terreno ai fenomeni caratteristici dell’età
contemporanea. I principali fenomeni che caratterizzavano questo periodo furono l’industrializzazione, la
nascita della società di massa, la mondializzazione e l’affermarsi degli Stati nazionali.

1. Una rivoluzione geopolitica


(La guerra dei Sette anni). La guerra dei Sette Anni vide contrapposti Gran Bretagna, Prussia e Portogallo da
una parte e Francia, Spagna, Austria, Russia e Svezia dall’altra. La guerra si combatté sia sul fronte europeo
che in quello extraeuropeo coinvolgendo le popolazioni locali. Sul fronte europeo la sfida principale era tra
Austria e Prussia per la Slesia. In America, Africa e India lo scontro era tra Francia e Gran Bretagna: sul
fronte Nordamericano il conflitto scoppiò nel 1756 tra i territori della Louisiana e del Canada; in questa
zona vinsero gli inglesi nel 1760. Nel fronte Africano lo scontro terminò con la conquista delle basi francesi
del Senegal da parte della Gran Bretagna. In India la parte nord era stata invasa dagli eserciti persiani e
afgani che avevano approfittato della debolezza dell’Impero Moghul, nel centro si era affermata la
confederazione indù dei Maratha, mentre nella costa orientale si era affermata la Compagnia delle Indie
orientali Britannica. Qui, durante la guerra dei Sette anni, la Gran Bretagna conquistò la base commerciale
francese di Pondichéry ponendo fine alla presenza della Francia nella zona. Nel 1762 in sostegno alla
Francia, ormai in bancarotta, entrò in guerra la Spagna (dal 1700 governata dai Borbone), nonostante ciò la
superiorità navale inglese permise alla Gran Bretagna di conquistare le basi commerciali spagnole
dell’Avana e di Manilla nelle Filippine. Nel 1763 la pace di Parigi pose fine alla guerra nelle zone
extraeuropee, mentre quella di Hubertusburg chiuse il fronte europeo. La Francia perse il Canada, affidato
agli inglesi, e la Louisiana, affidata agli spagnoli.

(Il crollo del sistema francese e l’ascesa della potenza russa). Con la guerra dei Sette anni l’equilibrio
europeo basato sulla supremazia francese crollò, mentre si affermava la potenza marittima inglese e quella
russa che, dopo la quinta guerra russo-turca (1768-1774), entrò nello spazio europeo sconfiggendo la flotta
ottomana nell’Egeo.

(La crisi finanziaria conseguente alla guerra). La lunga guerra, però, comportò pesanti spese alle potenze
europee: la Spagna era allo stremo e faticava a mantenere il suo impero Sudamericano, mentre la Gran
Bretagna fece pesare parte delle spese militari e del costo della lotta ai nativi americani, alle tredici colonie.
Tale pressione fiscale applicata in una società autonomo e vogliosa di rappresentanza (anche per la loro
partecipazione alla guerra dei Sette anni) come quella americana fu la causa della rivolta dei coloni che non
vedevano rispettato il principio inglese “no taxation without rapresentation”.

(La guerra d’indipendenza americana e la nascita degli Stati Uniti). Il 16 dicembre del 1773, dopo il Boston
tea party, iniziò la repressione della corona nei confronti dei coloni ribelli che sfociò in una guerra di
indipendenza. Tappa fondamentale del conflitto è l’approvazione da parte del congresso di Filadelfia della
Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776. I coloni, nonostante l’iniziale difficoltà, riuscirono ad avere
la meglio sugli inglesi grazie alla Francia e alla Spagna che intervennero rispettivamente nel 1778 e nel
1779. Dopo la pace di Parigi del 1783 le colonie si riunirono in una confederazione. In seguito alle difficoltà
economiche post-belliche e alla mancata capacità dei singoli Stati di ordinarsi, nel 1787, con una nuova
Costituzione, le ex colonie diedero vita a un sistema federale dotato di un Presidente (il primo fu George
Washington nel 1789), di due camere (la Camera dei rappresentanti e il Senato) e una Corte suprema
indipendente.

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2. La “grande divergenza”. Percorsi dell’economia in Europa e Asia


(L’accelerazione demografica). Nel XVIII secolo la popolazione mondiale entrò in una fase di crescita: la il
1700 e il 1800 la popolazione crebbe del 40%. Mentre in Africa la popolazione rimase stabile, in America
raddoppiò grazie all’immigrazione, in Europa aumentò del 54% e in Asia del 46%. A livello numerico, in
Europa, la popolazione passò dai 125 milioni del 1700 ai 288 milioni del 1850.
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La transizione demografica
La transizione demografica è un processo che ha interessato l’Europa dalla seconda metà del XVIII secolo
alla seconda metà del XX. Tale transizione consiste nel passaggio da un regime demografico basato sull’alta
natalità e mortalità a uno che vede bassi tassi di entrambi i valori. In questo periodo l’età media è passata
dai 25-35 ai 75-80 anni, mentre i figli per donna dai 5 a meno di 2. Nella seconda metà del Settecento
(grazie a fattori come il minor numero di epidemie, di carestie, i progressi scientifici, ec.) ci fu sia una
diminuzione della mortalità che un aumento del benessere. Inizialmente alla diminuzione della mortalità
corrispose un aumento della popolazione, mentre nella seconda metà dell’Ottocento diminuì la fecondità
grazie all’innalzamento dell’età del matrimonio e alla diffusione di metodi di controllo volontario delle
nascite. Ciò portò al maggior invecchiamento della popolazione.
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(La prevalenza dell’agricoltura). Le economie erano ancora prevalentemente agrarie e la popolazione
mondiale era per l’80% contadina. Le carestie erano frequenti in tutto il mondo, Europa compresa, e
iniziarono a diminuire solo dopo la metà del XIX secolo grazie alle trasformazioni dell’industrializzazione.

(Dalla parità alla “grande divergenza”). Se nella metà del Settecento le economie e le società europee e
asiatiche erano egualmente sviluppate, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo l’Europa divenne più dinamica
accentuando le differenze tra i due continenti e dando vita a quella che verrà chiamata “grande
divergenza”.

(La rivoluzione industriosa). Con “rivoluzione industriosa” si indica il cambiamento dei consumi e la
riconfigurazione del lavoro che interessò la società europea nel corso del Settecento e che permise lo
sviluppo del commercio. In questo periodo cominciarono a diffondersi beni come il caffè , il tè e lo zucchero
e a svilupparsi sia i mercanti interni che i commerci internazionali tra paesi di produzione (Caraibi e Asia in
particolare) e paesi consumatori (Europa e Nordamerica). A favorire questi cambiamenti furono la
superiorità commerciale (grazie alle diverse compagnie di commercio), finanziaria (grazie alla nascita di
importanti banche come quella d’Inghilterra) e militare europea. Questi fattori permisero alle potenze del
Vecchio Continente di controllare le principali rotte commerciali.

(Elementi a favore dell’economia europea). A favorire lo sviluppo dell’economia europea furono diversi:
- La disponibilità di maggiori risorse materiali, territoriali e umane (grazie anche allo schiavismo).
- La legislazione che favoriva la proprietà, le attività produttive e il commercio.
- La presenza e la maggior capacità di utilizzare il carbone come combustibile e come mezzo per
ricavare energia.

(La rivoluzione industriale e le innovazioni tecnologiche in Inghilterra). L’Inghilterra, tra il 1760 e il 1850,
visse una serie di processi che prendono il nome di rivoluzione industriale. Il primo settore a vivere il
processo di industrializzazione fu quello cotoniero grazie all’introduzione di nuove innovazioni quali il
filatoio meccanico e il telaio ad acqua che diminuirono i costi di produzione aumentando la produttività.
Grazie all’introduzione delle macchine, inoltre, si passò dal sistema produttivo a domicilio a quello di
fabbrica. Altre innovazioni tecnologiche riguardarono il settore del ferro grazie alla fusione del metallo con
il carbone e all’invenzione della caldaia a vapore realizzata da James Watt nel 1774. Nonostante ciò bisogna
ricordare che l’industrializzazione fu un fenomeno graduale, tanto che i sui effetti cominciarono a vedersi
negli anni Venti e Trenta del Novecento quando cominciò a diffondersi la ferrovia.

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3. Ancien régime e Rivoluzione


(L’ancien régime). Con ancien régime s’intende il regime socio-politico che si è affermato in Europa dal XVI
secolo. A livello istituzionale l’ancien régime si caratterizza per la presenza di monarchie assolute che
godono di una legittimazione divina. In tale sistema non esiste una divisione dei poteri esecutivo, legislativo
e giudiziario che sono in mano al sovrano. La società si divide in ordini che godono di diversi statuti giuridici
e privilegi. A livello generale la società si divide in aristocrazia, nobiltà e terzo stato (che raccoglie tutti i
gruppi sociali che vanno dai mercanti ai contadini). Durante l’ancien régime esistevano statuti e leggi
diverse in base che si sovrapponevano in base alla zona e all’ordine di appartenenza: il clero godeva di
statuti e privilegi proprio, come la nobiltà. Non esisteva, dunque, l’uguaglianza davanti alla legge.

(La Rivoluzione americana e il rovesciamento ideologico dell’ancien régime). Il primo evento a stravolgere
questo regime socio-politico fu la Rivoluzione americana che, nella Dichiarazione di indipendenza, dichiarò
l’uguaglianza degli uomini e la sovranità popolare (che stabilì che la legittimità dei governanti viene dai
governati e non da Dio), rifacendosi alle teorie di John Locke e dell’illuminismo settecentesco. Inoltre nel
sistema americano si prevedeva un sistema istituzionale basato sulla separazione dei poteri e sulla
supremazia delle assemblee legislative che scardinava il sistema d’ancien régime.

(L’evoluzione del termine Rivoluzione). Con la Rivoluzione americana e, ancor di più, con quella francese e
grazie al pensiero del deputato inglese Edmund Burke, il concetto di “rivoluzione” assunse, alla fine del
Settecento, un nuovo significato. Se prima il termine veniva usato per descrivere i movimenti astronomici
indicando un moto circolare che torna al punto di origine, con le rivoluzioni del Settecento “rivoluzione”
diventa sinonimo di rottura, di distruzione del vecchio per creare qualcosa di nuovo.

(La Rivoluzione francese). i principali motivi che portarono alla rivoluzione in Francia furono due: le
mancate riforme per ammodernare il regno e risolvere la crisi finanziaria che lo affliggeva e la diffusione in
Europa dei principi della Rivoluzione americana a loro volta partiti dal pensiero di diverse correnti
filosofiche del Vecchio Continente. Il 14 luglio 1789 la popolazione parigina prese d’assedio la Bastiglia,
simbolo del potere dispotico, e da lì iniziarono le diverse fasi della rivoluzione: la prima fase di monarchia
costituzionale, la fuga di Luigi XVI, la sua esecuzione, la nascita della Repubblica, le rivolte
controrivoluzionarie (in particolare in Vandea), la guerra rivoluzionaria, il Terrore del Comitato di salute
pubblica guidato da Robespierre, il colpo di stato e il regime direttoriale.

(I principi in seno alla Rivoluzione). A guidare a livello ideali i capi della rivoluzione erano i principi
contenuti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto del 1789. Qui si stabilivano
principi quali l’uguaglianza dell’uomo, la sovranità popolare, la centralità della “volontà generale”
rappresentata dal potere legislativo (e, dunque, la supremazia del parlamento) e il principio di
rappresentatività. I principi della rivoluzione, riassumibili nel motto libertà, uguaglianza e fraternità,
influenzarono la politica europea e non solo per tutto il XIX e il XX secolo.

3. L’impero di Napoleone e il concerto europeo


(La presa del potere e il suo rafforzamento). Per quanto riguarda l’ascesa al potere di Napoleone la
parabola che il generale ha seguito è facilmente riassumibile: il 9 novembre (18 brumaio) del 1799, con un
colpo di Stato, salì al potere e diede vita a un consolato di cui lui era il primo console; nel 1801 si fece
proclamare con un senatoconsulto ratificato da un plebiscito, console a vita e nel 1804 imperatore dei
francesi.

(La Francia come modello universale da imporre). Sia Napoleone che la classe politica post-rivoluzionaria
avevano come principale scopo quello di diffondere la Rivoluzione e i suoi principi tramite la guerra
rivoluzionaria. Le guerre condotte dalla classe dirigente francese prima e da Napoleone poi, avevano lo
scopo di conquistare l’Europa per imporre il sistema amministrativo e sociale nato in Francia dopo la
Rivoluzione. Tale volontà nasceva dall’auto-identificazione dei francesi come portatori di cultura e civiltà e
dal mito della Grand Nation.

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(Napoleone e la modernizzazione amministrativa). In seguito alle conquiste fatte da Napoleone venne


portata avanti un’opera di modernizzazione dell’amministrazione dall’alto. Nell’Europa conquistata venne
razionalizzato il governo della società e il territorio: il territorio conquistato venne diviso in dipartimenti nei
quali i prefetti, rappresentanti dello Stato, fungevano da collegamento tra il centro e la periferia; venne
introdotto un nuovo apparato amministrativo; si diffusero discipline per una migliore gestione del potere
come la statistica, la cartografia e la topografia con le quali si poteva aver maggior conoscenza del
territorio, della società e dell’economia del territorio da gestire. Le riforme napoleoniche in campo
amministrativo vennero adottate anche da Paesi ostili come la Russia, d’altronde esse si ponevano nella
scia delle innovazioni introdotte dai dispotismi illuminati per avere una maggior conoscenza e un maggior
controllo sul territorio e la società. Inoltre tali riforme, il più delle volte, sopravvissero alla caduta
dell’Impero napoleonico costituendo le fondamenta dei futuri Stati nazionali.

(La fine del Sacro Romano Impero). Nel 1812 l’Impero francese aveva raggiunto la sua massima espansione
cacciando l’Austria dall’Italia, creando la Confederazione del Reno composta da sedici principati nella
Germania conquistata e dichiarando decaduto il Sacro Romano Impero. Anche se quest’ultimo era
diventato un riferimento poco più che simbolico, esso era il pilastro dell’ancien régime e la sua eliminazione
aveva, dunque, un significato forte.
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L’Italia nel periodo giacobino e napoleonico
Dal 1796 iniziò il dominio francese nella penisola. Il periodo che va dal 1796 al 1799 è chiamato trienni
repubblicano in quanto in questo lasso di tempo vengono istituite le Repubbliche giacobine, ovvero quella
Cisalpina (Emilia e Lombardia), Ligure, Romana e Partenopea. Nel 1799 gli unici territori italiani che non
erano in mani francesi erano la Sicilia, dove si erano rifugiati i Borbone, la Sardegna, dove si trovavano i
Savoia e il Veneto, dato agli Austriaci col trattato di Campoformio del 17 ottobre del 1797 in cambio del
riconoscimento dei territori conquistati. Nel 1799 l’esercito austro-russo, appoggiato da armate formate
perlopiù da contadini locali (come quella della Santafede in Calabria) liberarono la penisola dal dominio
francese fino al 1800 quando il ritorno delle armate napoleoniche ristabilirono il controllo. Nel 1806 la
penisola era di nuovo in mano francese, i territori del Piemonte, della Toscana, della Liguria di Parma e
dello Stato pontificio furono annessi alla Francia; quelli dell’ex repubblica Cisalpina, del Veneto e del
Trentino divennero prima Repubblica (1803), poi Regno d’Italia (1805), di cui Napoleone fu proclamato re;
nel sud fu proclamato il Regno di Napoli (1806) guidato da Gioacchino Murat dal 1808. Sicilia e Sardegna
rimanevano in mano ai rispettivi sovrani.
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(La fine dell’Impero napoleonico). Dopo la disastrosa campagna di Russia del 1812-13, nell’ottobre del
1813 l’esercito napoleonico fu sconfitto a Lipsia dalle truppe della coalizione antifrancese composta da
Prussia, Russia, Austria e Regno Unito. All’inizio dell’aprile del 1814 Napoleone abdicò e l’Impero cessò di
esistere. Nel 1815, tra il marzo e il giugno, Napoleone, sapendo del malcontento francese sotto il nuovo
sovrano Luigi XVIII, fuggì dall’isola d’Elba dov’era stato esiliato e riprese il potere. La coalizione antifrancese
si scontrò con l’Imperatore a Waterloo il 18 giugno 1815 sconfiggendolo definitivamente e relegandolo
nell’isola di Sant’Elena, nella parte centro-meridionale dell’Atlantico.

(Il congresso di Vienna). Il congresso di Vienna, convocato dal settembre del 1814 al giugno del 1815,
aveva lo scopo di ripristinare lo status quo precedente alla Rivoluzione (tentativo che si rivelerà impossibile)
e, soprattutto, stabilire un equilibrio continentale per evitare nuove guerre. I protagonisti della conferenza
furono i rappresentanti di Russia, Prussia, Austria, Gran Bretagna e Francia, rappresentata dal ministro degli
Esteri di Luigi XVIII Charles-Maurice de Talleyrand, Spagna, Portogallo, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi,
Confederazione Elvetica, degli antichi stati italiani e dei principati tedeschi.

(La riorganizzazione dei territori tedeschi). A livello generale la riorganizzazione dei principati tedeschi
operata da Napoleone non venne rigettata. Alla Prussia venne però assegnata la Vestfalia e i territori alla
sinistra del Reno; l’Austria rinunciava al Belgio e al Lussemburgo, uniti all’Olanda nel nuovo Regno dei Paesi
Bassi, in cambio del Tirolo e di Salisburgo (l’Impero asburgico si proiettava così verso il Mediterraneo e
l’Oriente); i 34 stati tedeschi e le 4 città libere vennero riunite nella Confederazione germanica il cui

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l’organo principale era la Dieta di Francoforte, presieduta dall’Imperatore d’Austria e in cui trovavano posto
i sovrani di Inghilterra, di Danimarca e dei Paesi Bassi in quanto rispettivamente re di Hannover, Duca di
Holstein e Granduca del Lussemburgo. La Confederazione, però, presentava da subito al suo interno il
conflitto tra Austria e Prussia per l’egemonia sugli stati tedeschi.

(Svizzera, Italia, Polonia). Per quanto riguarda la Svizzera essa si diede nuove istituzioni e proclamò la sua
neutralità perpetua. Nell’Italia si affermò la supremazia austriaca con il controllo diretto del Lombardo-
Veneto e con legami dinastici con gli stati del centro-nord. L’Impero Russo si estesa a ovest costituendo il
Regno di Polonia di cui lo zar prese la corona.

(Gran Bretagna). La Gran Bretagna, principale forza navale del mondo, decise di rafforzare il suo controllo
sulle linee commerciali con l’acquisizione di Malta, della colonia del Capo e dell’isola di Ceylon (attuale Sri
Lanka).

(Altri trattati internazionali). Oltre al congresso di Vienna ci furono altri trattati che andarono a modificare
la cartina d’Europa: gli accordi di Parigi del 1814 e del 1815 ridimensionarono i territori francesi a quelli
detenuti prima del 1790; l’Impero Russo ottenne la Finlandia dalla Svezia (che nel frattempo aveva
strappato la Norvegia alla Danimarca) e la Bessarabia (Moldavia) dall’Impero ottomano dopo una guerra
scoppiata nel 1806.

(Concerto europeo). Con “concerto europeo”, si indica l’insieme di relazioni che legarono le quattro
potenze europee (Austria, Russia, Francia e Prussia) più la Francia allo scopo di mantenere la pace e lo
status quo stabilito a Vienna. Il mezzo per mantenere la pace era la diplomazia, che sarebbe servita per
risolvere le controversie tra stati senza ricorrere alla guerra; il mezzo per preservare lo status qui furono,
invece, due alleanze: quella tra le quattro potenze con lo scopo di intervenire per sedare eventuali rivolte
interne agli stati e la Santa Alleanza: un’alleanza in chiave cristiana tra Austria, Prussia e Russia promossa
dallo zar nel contesto del conflitto anglo-russo. Lo scopo delle due alleanze era garantire che l’equilibrio a
Vienna, caratterizzato dalla mancanza di una potenza egemone nel continente, fosse mantenuta, infatti il
conflitto tra Gran Bretagna e Russia si riflettevano in scenari extraeuropei quali quello mediorientale e
asiatico.

5. Liberali, socialisti e romantici


(Restaurazione). Con “Restaurazione” la storiografia indica il periodo successivo al congresso di Vienna che
va dl 1815 al 1830. Tale termine indica il ritorno sui trini europei dei sovrani destituiti e il ritorno dell’ordine
pre-rivoluzionario. In questo periodo vennero reintrodotte monarchie autoritarie che reprimevano le
correnti liberali e rifiutavano l’eredità rivoluzionaria, pur mantenendo i cambiamenti introdotti in campo
amministrativo da Napoleone. Fu proprio grazie a questa modernizzazione, infatti, che le monarchie si
dotarono di apparati repressivi e di controllo efficienti. Ciò prova che i cambiamenti politici introdotti
dall’Imperatore erano irreversibili.

(Liberali). I nuovi protagonisti della politica ottocentesca erano i liberali, ovvero coloro che si riconoscevano
in principi quali il primato dei diritti individuali, il riconoscimento delle libertà di opinione, di stampa, di
associazione e di riunione, la presenza di una costituzione, l’adozione del principio della rappresentanza,
l’uguaglianza davanti alla legge e il primato di quest’ultima. Con i liberali, dunque, si affermò lo Stato di
Diritto, ovvero l’idea che fosse lo Stato la fonte del diritto e che le istituzioni fossero esse stesse sottoposte
ad esso. Centrale per i liberali erano le assemblee legislative e il suffragio ristretto, solitamente secondo
parametri di censo, essendo essi convinti che solo coloro che disponevano di mezzi economici fossero
indipendenti dall’influenza altrui. Le donne erano escluse perché considerate dipendenti dai mariti o dai
padri; ugualmente le popolazioni non bianche delle colonie non erano considerate, secondo stereotipi
razziali, in grado di poter decidere per se.

(Borghesia, società civile, opinione pubblica). il liberalismo era espressione della classe borghese che tra
Sette e Ottocento andarono a riunirsi in una serie di associazioni, circoli e club indipendenti dallo Stato

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andando a formare il tessuto della società civile. La borghesia si riuniva in caffè, teatri e salotti dove
avvenivano scambi di notizie, di idee e dove si leggevano giornali, libri e pamphlet. Nasceva così la moderna
opinione pubblica.

(Gli avversari dei liberali). A opporsi ai liberali c’erano i conservatori, i reazionari, ma anche i democratici.
Mentre i primi volevano ridurre l’allargamento della rappresentanza e rallentare il più possibile i progressi
in campo politico-istituzionale e i reazionari volevano un ritorno all’ancien régime, i democratici, invece,
erano per l’allargamento del suffragio alle classi popolari e per l’instaurazione di un sistema repubblicano.

(Nuova sensibilità verso la questione sociale e operaia). Con l’affermarsi del liberalismo si sviluppò anche
una nuova sensibilità verso le dure condizioni di lavoro e di vita degli operai delle fabbriche. Ciò si vede in
romanzi come “Oliver Twist” pubblicato da Charles Dickens negli anni Trenta dell’Ottocento, o negli scritti
di filosofi come Friedrich Engels.

(La nuova coscienza operaia). D’altro canto tra gli operai, nei primi anni dell’Ottocento, si diffuse una
nuova coscienza che li spinse a riunirsi in associazioni allo scopo di difendere i propri interessi. Con la fine
dell’ancien régime erano state abolite le corporazioni che, se da una parte, vincolavano i lavoratori,
dall’altra li difendevano. In questo periodo si affermò una legislazione antiassociazionistica per impedire
forme di mobilitazione dei lavoratori (un esempio sono i Combination Acts approvati in Inghilterra nel 1800
che rendevano illegali le associazioni operaie e le vertenze relative all’organizzazione e alla retribuzione del
lavoro). Le prime forme di organizzazione del mondo operaio furono le associazioni di mutuo soccorso che
sarebbero state gradualmente superate dai sindacati.

(Socialismo utopistico). A porre la questione sociale al centro delle proprie riflessioni e della propria attività
politica fu la corrente che si diffuse tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento e che prese il nome di
“socialismo”. Questo termine, in realtà, va a indicare una serie di correnti ognuna diversa dall’altra e
collegabile a diversi pensatori, i principali dei quali sono Henri de Saint-Simon, Charles Fourier, Pierre-
Joseph Proudhon e Robert Owen. Karl Marx inserì la maggior parte delle correnti a lui precedenti nella
categoria del “socialismo utopico” poiché tali pensatori, sebbene non propugnassero un’idea di società
astorica, sostenevano che il cambiamento sarebbe arrivato da un riformismo calato dall’alto.

(Socialismo rivoluzionario). Di diversa opinione erano invece altri pensatori socialisti che si ricollegavano
all’estremismo giacobino di Francois-Noel Babeuf e Filippo Buonarroti. Questi pensatori, infatti,
sostenevano che il cambiamento sarebbe arrivato solo con una rivoluzione violenta. Uno dei principali
sostenitori di questa corrente era il francese Auguste Blanqui, coniatore del termine “dittatura del
proletariato”. Nonostante ciò il movimento socialista avrebbe assunto una forte base teorica e
un’organizzazione politica ben articolata solo grazie al contributo di Karl Marx e Friedrich Engels,
soprattutto dopo il 1848.

(La rivoluzione romantica). A caratterizzare l’ambiente culturale tra Sette e Ottocento fu il Romanticismo,
un movimento che partì dalla Germania nel XVIII secolo ad opera del gruppo di intellettuali, poeti e filosofi
Sturm und Drang e che si diffuse in Europa ad opera di Madame de Stael. Tale movimento, erroneamente
identificato con l’eccesso di sentimentalismo e l’irrazionalismo, voleva affiancare al ruolo della ragione altre
dimensioni dell’antropologia umana. Il Romanticismo metteva al centro la soggettività dell’individuo e la
sua interiorità, valorizzando elementi quali l’immaginazione, la spontaneità e le emozioni. Il Romanticismo
non fu solo una corrente letteraria, ma influenzò anche l’arte, la religione, la scienza e la politica dando vita
a una vera rivoluzione culturale. Elementi del romanticismo furono fatti propri sia dal mondo liberale e
democratico che da quello conservatore e reazionario.

(La storicizzazione). Uno dei tanti elementi influenti della corrente romantica fu quello della storicizzazione
nell’analisi delle correnti culturali: ogni manifestazione dell’arte e della letteratura doveva essere inserita
nel contesto storico che l’aveva generata, dunque nel presente non aveva senso prendere modelli di

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riferimento di altre epoche come si fece all’epoca col classicismo. L’arte è storica e non ha senso prenderla
a modello in un’altra epoca.

(Una nuova universalità). Se l’illuminismo nel diritto naturale e nella ragione aveva individuato un
paradigma universale basato sull’uguaglianza e l’università del genere umano; col Romanticismo si diffuse
un nuovo tipo di universalità: questa corrente sosteneva che da caratteri universali si era sviluppata, per i
diversi percorsi storici intrapresi, una pluralità di soggetti culturali. Da questa visione i romantici fondavano
il diritto di ogni popolo a sviluppare una propria cultura specifica con pari dignità delle altre. La cultura
europea Sette-Ottocentesca aveva l’ambizione di imporsi come cultura e chiava interpretativa egemone nel
mondo. Per tale motivo il mondo della cultura europea cominciò a dotarsi degli strumenti, come la
cartografia e il sapere geografico, che gli permetteva di comprendere e analizzare le altre culture e che
alimentarono la sensazione europea di essere al centro del mondo.

6. L’idea di nazione e l’Europa degli Imperi


(Il carattere nazionale dei popoli). Il Romanticismo, valorizzando la storia, i miti e le tradizioni delle diverse
culture, favorì anche l’affermazione dell’idea di nazione vista come popolo che condivide una stessa cultura
(secondo la concezione di Johann Herder, pensatore tedesco della seconda metà del Settecento). Il
concetto di nazione si diffuse in Europa con le armate napoleoniche e assunse diverse definizioni in base al
periodo: nell’Ottantanove la nazione veniva identificata col Terzo Stato, centrale, più che la componente
etno-culturale, era la cittadinanza. Nonostante ciò gli stessi rivoluzionari fecero ricorso a elementi etno-
culturali per definire una nazione, sostenendo la discendenza francese da quella dei galli. In sostanza al
concetto politico di cittadinanza se ne univa sempre uno di etnico che aveva una funzione essenziale nella
costruzione dell’identità nazionale.

(La definizione delle identità nazionali). L’identità nazionale era un elemento formidabile, che riusciva a
mobilitare le masse in modo spontaneo e senza ricorrere alla coercizione. Nonostante ciò l’identità
nazionale doveva essere definite secondo un criterio di omogeneità. Quella della definizione delle identità
nazionali fu un’immensa operazione culturale e pedagogica portata avanti dagli intellettuali, dalle élite
politiche e favorite dai nuovi mezzi di comunicazione come la stampa. Quest’operazione si caratterizzava
per la raccolta di fiabe e racconti popolari, per la definizione di una storia e una cultura letteraria e artistica
nazionale e di una lingua. Essenziale in questo senso fu l’opera portava avanti dalla scuole e il legame
rappresentato dalla fede religiosa comune.

(Nazione: invenzione o è sempre esistita?). Il dibattito nelle scienze politiche e sociali si divide tra chi
afferma che la nazione sia un’invenzione e chi sostiene che sia sempre esistita. Nonostante ciò non c’è
dubbio che le nazioni moderne siano frutto di una costruzione culturale per la quale sono stati presi
elementi culturali, linguistici e religiosi preesistenti. Non mancano i casi in cui è prevalsa l’invenzione.

(La nazione a fondamento dello Stato e il caso greco). La diffusione dell’idea di nazione permise alla classe
politica delle nazionalità soggette ad altre potenze di poter legittimare l’indipendenza da queste e lo Stato
che ne sarebbe nato poi. Un caso emblematico è quello della Grecia. Qui il filo-ellenismo diffuso nel mondo
intellettuale non solo greco si riverberò sulla classe politica ellenica che riuscì a mobilitare la popolazione
contro il dominio ottomano. La causa greca vide l’appoggio di migliaia di volontari provenienti dall’Europa e
dell’opinione pubblica europea, fattore essenziale per spingere Gran Bretagna, Russia e Francia ad
appoggiare l’insurrezione. Nel 1830 la Grecia raggiunse l’indipendenza diventando un regno.

(Il territorio nazionale e l’omogeneizzazione). Per definire una nazione era essenziale stabilire dei confini
precisi che solitamente corrispondevano ai confini naturali ed etnici. Nonostante ciò era inevitabile che
all’interno delle nazioni ci fossero diverse minoranze che rendevano la popolazione dello Stato
disomogenea. Da questa necessità nascevano due tipi di politiche di omogeneizzazione: quelle che
tendevano ad assimilare le minoranze con politiche tese a imporre la lingua e la cultura nazionali; quelle
violente, le pulizie etniche, volte a eliminare fisicamente le minoranze.

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(Un modello di successo). Nonostante l’Ottocento non sia ancora il secolo degli Stati nazione, in
quest’epoca si diffuse l’idea di nazione che favorì la formazione dei primi stati e il sorgere dei nazionalismi
all’interno degli imperi multietnici.

(Gli imperi agrari). Nel XVIII centrali erano ancora gli imperi agrari, ovvero quegli stati molti estesi ed
etnicamente eterogenei la cui economia era principalmente agricola. Gli imperi agrari – i principali erano il
Giappone dei Tokugawa, la Cina dei Qing, la Persia, l’Impero ottomano, la Russia zarista e l’impero
asburgico – ospitavano il 70% della popolazione mondiale. La principale caratteristica di questi imperi era la
loro eterogeneità: essi si caratterizzavano per il loro multilinguismo, per la pluralità delle fedi e per
l’intreccio di gruppi etnici. Per fare un esempio i manifesti pubblici nell’Impero ottomano venivano
pubblicati in turco, arabo, armeno, bulgaro, greco, serbo, siriaco e francese. solitamente alle differenze
etniche corrispondevano quelle sociali: così succedeva che l’aristocrazia magiara e tedesca in Transilvania
(dove erano una minoranza) dominasse una maggioranza contadina fatta di romeni, serbi, croati e
slovacchi. In particolare, nella zona mediterranea, secoli di commercio avevano dato vita a intrecci di etnie
e lingue e nelle diverse città che si affacciavano sul mare si potevano sentire le lingue più svariate.

(Cosmopolitismo ottomano). L’Impero ottomano si estendeva dall’Europa alla Persia e aveva come suo
centro la capitale Istanbul. Il regime ottomano era a maggioranza mussulmana sunnita e il monarca era sia
sultano, ovvero detentore del potere secolare, sia califfo, ovvero massima istituzione religiosa. La
coabitazione delle differenti etnie e religioni erano il fulcro dell’Impero, infatti esso era organizzato in
millet, comunità religiose con funzioni amministrative.
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Il sistema dei millet
Il sistema dei millet era uno dei pilastri dell’Impero ottomano. Le minoranze religiose erano considerati
dall’Impero dei dhimmi, ovvero dei protetti, avevano una tassazione speciale e dei diritti limitati. Queste
minoranze erano organizzate in millet, cioè in comunità divise su base religiosa che godevano di una
limitata autonomia amministrativa. A capo dei millet c’erano le rispettive massime autorità religiose che,
considerati funzionari imperiali, esercitavano alcuni poteri civili, riscuotevano le tasse, amministravano la
giustizia su questioni di carattere comunitario e familiare e rappresentavano i fedeli davanti al sultano a cui
doveva versare le tasse da parte del millet. Le questioni riguardante il culto, la scuola e l’assistenza ai poveri
erano gestite dai millet. Queste strutture non erano divise per etnie, ma per religione: il millet ortodosso,
per esempio, riuniva greci, romeni, serbi, bulgari e via dicendo.
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(L’Impero russo). L’altro grande impero euroasiatico era quello zarista che dalla Polonia arrivava fino
all’Estremo Oriente. L’Impero russo si caratterizzava dal suo forte carattere centralistico, autoritario e
dall’ideologia che gli stava alla base, ovvero quella di essere la Terza Roma dopo Bisanzio. Ciò la spingeva a
una politica estera aggressiva. Altra caratteristica dell’impero era quella della sua composizione multietnica
e multireligiosa, anche se la componente maggioritaria era quella russa ortodossa. Per evitare scontri
interni e per far sviluppare la fedeltà nello zar anche da parte delle minoranze, l’Impero zarista preferì
mantenere le élite locali al loro posto, garantire la tolleranza religiosa ed evitare politiche di assimilazione
linguistica e culturale.

(L’Impero asburgico). L’altro grande impero multietnico fu quello asburgico che, dopo il congresso di
Vienna, si sbilanciò verso il Mediterraneo (Lombardo-Veneto, costa atlantica) e l’Oriente (Boemia,
Ungheria). Anche questo impero si caratterizzava per avere al suo interno diverse etnie e credi religiosi. La
linea che seguì il cancelliere Metternich per mantenere coeso l’Impero era quello di basare l’unità sulla
fedeltà alla dinastia. Con questo metodo la classe dirigente imperiale riuscì a tenere unito un variegato
universo di culture, religioni e ordinamenti.

7. Universi religiosi e secolarizzazione


(L’importanza della religione). La religione tra Sette e Ottocento era ancora un elemento importante nella
vita delle società, prova ne è il fatto che la religione è stato un elemento fondamentale nella definizione
delle diverse nazionalità, inoltre i riferimenti religiosi erano spesso usati nel linguaggio nazionalista.

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Nonostante il suo ridimensionamento, la religione rimane un elemento importante anche oggi, tanto che le
teorie secondo cui essa sarebbe dovuta tramontare col progredire della secolarizzazione è stata smentita
dai fatti. Il rapporto con la modernità, comunque, ha spinto le diverse chiese, non senza opposizioni
interne, a trasformare il loro modo di porsi con la società.

(L’attacco alla Chiesa cattolica da parte della Rivoluzione francese). Una radicale trasformazione nel
rapporto tra politica e religione inizia con la Rivoluzione francese. I rivoluzionari si scontrarono con la
Chiesa cattolica a cui furono confiscati i beni da rivendere per pagare il debito pubblico della nazione. Oltre
a queste requisizioni abolirono gli ordini religiosi e avocarono allo Stato l’istruzione e l’assistenza. Lo scopo
dei rivoluzionari per di dividere lo Stato dalla Cheisa, nonostante ciò non mancarono provvedimenti più
radicali che portarono, soprattutto durante il Terrore, alla persecuzione degli ecclesiasti, all’introduzione
del culto dell’Essere supremo e all’introduzione del calendario rivoluzionario. Quello attuato durante il
terrore fu il primo esperimento di religione politica dell’età contemporanea.

(Secolarizzazione). Quello avviato dalla Rivoluzione francese fu un processo che proseguì nei decenni
seguenti e che prese il nome di secolarizzazione, ovvero una progressiva estromissione della religione dalla
sfera pubblica e personale. Nell’ancien régime gli Stati erano confessionali (avevano una religione ufficiale)
e la religione era essenziale nella scansione del tempo, ad esempio con le sue festività, e nella
legittimazione del potere politico. Con l’avvento del liberalismo e nel corso dell’Ottocento la tendenza fu
quella di laicizzare progressivamente gli Stati. In particolare ciò avvenne nella legislazione dove la legge
morale dettata dalla religione si staccò progressivamente da quella civile, basti pensare all’introduzione del
divorzio. Inoltre lo Stato cominciava ad avocare a se funzioni che prima erano delle Chiese: se inizialmente
le nascite, i matrimoni e le morti venivano indicate nei registri delle Chiese, con l’avvento dell’anagrafe tale
funzione divenne prerogativa delle istituzioni pubbliche; la stessa cosa vale per l’istruzione. Altro concetto
essenziale introdotto nell’Ottocento è quello della cittadinanza: ora i diritti di una persona dipendono da
quest’ultima e non dal loro credo; ciò va a legittimare anche il pluralismo confessionale. La secolarizzazione
fu n fenomeno che si concentrò principalmente in occidente e che, dunque, riguardò primariamente il
cristianesimo.

(Movimenti di rinascita religiosa…). Davanti a questo processo le Chiese si videro obbligate ad adattarsi. In
realtà già all’inizio del Settecento cominciarono a diffondersi movimenti di rinascita religiosa: all’interno
dell’induismo si diffuse il sikhismo; all’interno dell’Islam sunnita il wahabismo, un movimento purista e
rigorista. Inoltre nei primi anni dell’Ottocento iniziò l’opera missionaria in Africa centrale e orientale; nel
mondo ortodosso nacquero nuovi movimenti monastici che recuperavano le pratiche ascetiche basate sulla
preghiera continua.

(… nel mondo protestante…). Nel protestantesimo si diffuse il movimento del “Risveglio”, connotato da un
forte spirito missionario incarnato dai predicatori itineranti e dalle numerose pubblicazioni. In particolare
questo movimento si sviluppò negli Stati Uniti favorendo una larga diffusione del cristianesimo nella
regione; diverse furono le correnti di rinnovamento anche all’interno dell’ebraismo.

(… nel mondo ebraico…). Particolarmente importante fu il movimento dell’haskalah, sorto in Germania,


che, ispirandosi all’illuminismo, proponeva una rilettura razionalistica dei testi sacri. Tale movimento,
inoltre, proponeva una rilettura universalistica dell’ebraismo, affermando che il messaggio contenuto nei
testi sacri fosse riferito a tutta l’umanità e non solo al popolo eletto.

(… nel mondo asiatico…). Nel mondo asiatico, invece, si assistette alla formalizzazione di quelle che prima
non vere proprie religioni, ma più un insieme di precetti morali e filosofici. In particolare ciò avvenne con il
Confucianesimo e con l’Induismo, in quest’ultimo caso la formalizzazione fu potata avanti per dare una
nuova dignità a questa religione per rispondere all’umiliazione subita dal dominio britannico.

(… nella Chiesa cattolica). Per affrontare la sfida con la modernità la Chiesa cattolica punto sulla
centralizzazione. In particolare con Pio IX e Leone XIII venne aumentata la centralità e l’autorità del papa

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come guida della cristianità, iniziarono le visite periodica dei vescovi al papa, vennero potenziati i
pellegrinaggi, si iniziò a fare uso della stampa e via dicendo.

8. Estremo Oriente, Estremo Occidente


Dopo la guerra dei Sette anni l’Europa cominciò a nutrire sempre più aspirazioni su scala mondiale, in
particolare in Asia.

(India). In India, dopo l’allontanamento francese, prese il via l’espansione inglese nel subcontinente. Fino
ad allora nessuna potenza era riuscita a competere con i rivali asiatici, ovvero persiani, afgani e potentati
indù.

(Cina…). La parte orientale del continente era dominata dalla potenza cinese. Lo Stato cinese esisteva fin
dal III secolo a.C. si era configurato come una monarchia assoluta legittimata da principi cosmici, il
“mandato celeste”. Centrale era la classe burocratica, chiamata dagli europei “mandarini”, assunta tramite
esami. Nel Settecento la Cina aveva un livello di sviluppo pari a quello dei paesi occidentali, aveva una forte
vocazione per il commercio, un’agricoltura sviluppata e una popolazione numerosa (430 milioni di abitanti).
La Cina col tempo si era espansa circondandosi di paesi tributari. L’Impero aveva una concezione del mondo
che vedeva esso stesso al centro, quella cinese era la cultura superiore e tra la Cina e gli altri paesi i rapporti
non potevano essere simmetrici. Alla fine del Settecento l’Impero era governato dalla dinastia Qing, ma
aveva raggiunto la sua massima espansione sotto quella dei Qianlong. Il suo territorio si estendeva fino ai
confini con la Persia. Già nel XVIII secolo, con una serie di campagne vittoriose, avevano stabilito il loro
dominio in quella parte di continente sconfiggendo i popoli nomadi.

(… i rapporti commerciali con l’Occidente…). Se a est i Giapponesi vivevano in isolamento, a ovest la Cina
intraprese dei rapporti che da una parte assicuravano a Mosca di intraprendere rapporti commerciali con
Pechino, dall’altra garantivano a quest’ultima che la Russia non si sarebbe alleata con i mongoli in funzione
anti-cinese (trattati di Nercinsk del 1689 e di Kjachta del 1727). A stravolgere gli equilibri nella parte
orientale del continente fu l’avvento della Gran Bretagna in India negli anni Sessanta del XVIII secolo e
l’arrivo delle compagnie commerciali europee. Ciò avrebbe, infatti, favorito la nascita di dinamiche
commerciali che avrebbero stravolto internamente la Cina nel XIX secolo. Per controllare i traffici, l’Impero
nel 1760 aveva introdotto il sistema Canton: i commerci con l’Occidente erano affidati a un cartello di
intermediari cinesi e gli scambi potevano avvenire solo nel porto di Canton.

(… la triangolazione anglo-indo-cinese…). Dopo essersi stabilita in India, la Compagnia delle Indie orientali
diede vita a un fruttuoso commercio di tè che si diffuse molto in patria. Dal commercio del tè con la Cina la
compagnia ricavava il 90% dei suoi profitti e nel XIX secolo un terzo delle entrate britanniche provenivano
dalla tassazione di questa bevanda. Nonostante ciò i prodotti europei non destavano interesse nel Celeste
Impero, infatti la compagnia usava come moneta di scambio l’argento americano. In seguito alla
Rivoluzione americana (e, dunque, alla minore disponibilità di argento) e alla rivoluzione industriale che
rendevano l’Inghilterra meno dipendente dal cotone indiano, quest’ultimo prodotto assieme all’oppio
cominciò ad essere venduto nel mercato cinese per finanziare l’acquisto del tè, dando così vita a una
triangolazione anglo-indo-cinese.

(… la fallimentare missione di Macartney). Nel 1793-94 il sovrano inglese mandò una missione guidata dal
conte di Macartney presso l’imperatore della Cina per proporre un allargamento degli scambi. L’imperatore
rifiutò e nella sua scelta fu decisivo il mancato rispetto del cerimoniale da parte del conte. Con questo gesto
la Cina provava di non essere dipendente dall’estero e di riuscire a mantenersi in piedi col suo regime
autarchico. All’epoca la Gran Bretagna non aveva la forza per imporre la sua penetrazione nel paese, ma le
cose cambiarono nel XIX secolo dopo la guerra dell’oppio.

(L’America…). Per quanto riguarda l’Estremo Occidente, ovvero l’America, i paesi del quel continente
raggiunta l’indipendenza si avviarono verso l’interconnessione mondiale.

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(… Brasile…). Con la conquista della penisola Iberica da parte di Napoleone, la casa regnante portoghese si
spostò in Brasile. Caduto l’Impero, Giovanni VI tornò in Portogallo lasciando la reggenza della colonia al
figlio Pedro I che, nel 1822, istituì una monarchia costituzionale indipendente che durò fino al 1889 quando
venne istituita una repubblica.

(… le colonie spanole…). Dopo la caduta dei Borbone in Spagna, nelle colonie spagnole dell’America si
formarono delle juntas, ovvero degli organi politici che assunsero le funzioni di governo. La costituzione di
Cadice approvata dall’assemblea costituente spagnola nella zona della Spagna non conquistata da
Napoleone fu un motivo di frizione con le colonie perché, nonostante il suo contenuto liberale, era
fortemente centralistica. Nel 1814, sconfitto Napoleone, ascese al trono Ferdinando VII che inviò truppe
nelle colonie per riprenderne il controllo. A partire dal Venezuela e dal Rio de la Plata ebbe inizio una
guerra d’indipendenza che finì nel 1824. I protagonisti dell’indipendenza furono Simon Bolivar,
repubblicano che liberò Colombia e Venezuela, e Jose de San Martin, fautore di una monarchia
costituzionale da affidare ad un principe europeo. Entrambi i liberatori sostenevano un progetto di
integrazione panamericana, nonostante ciò la conflittualità che caratterizzò l’America Latina subito dopo
l’indipendenza favorì la creazione di uno scenario politico frammentario: nel 1840 la Confederazione
centroamericana nata nel 1823 si sciolse in una moltitudine di stati; la Grande Colombia nata nel 1819, nel
1830 si divise in Colombia, Venezuela ed Ecuador; dal Perù si staccarono Bolivia e Cile; accanto al Rio de la
Plata (Argentina), nacquero Uruguay e Paraguay. Il Messico fu l’unico stato a rimanere integro nonostante
fosse segnato dal conflitto interno tra federalisti e centralisti e fosse minacciato dalla presenza
statunitense.

(… la dottrina Monroe). Dopo l’indipendenza latinoamericana gli Stati Uniti vollero imporre la propria
egemonia sul continente estromettendo le potenze europee dalla zona. Dopo aver riconosciuto gli Stati
latinoamericani nel 1822, negli States si affermò la dottrina Monroe che affermava tre principi base:
- La non colonizzazione delle Americhe da parte delle potenze europee.
- Il non intervento americano nelle questioni europee e viceversa.
- La separazione delle due sfere, Europa e America e la non reciproca ingerenza.
Con questa dottrina qualunque intervento europeo in terra americana sarebbe stato visto come
un’aggressione dagli Stati Uniti che sarebbero intervenuti. Così facendo gli States si posero come protettori
e padroni del continente.

Capitolo 2. La Rivoluzione europea


(La situazione dopo Vienna). Dopo e nonostante il congresso di Vienna, l’atmosfera che si respirava era
carica di aspettative. La società, in cui assumevano sempre una maggiore importanza gli intellettuali,
chiedeva l’allargamento della partecipazione politica. In questo periodo si diffuse ampliamente tra i ceti
borghesi il sostegno al parlamentarismo, al costituzionalismo, al suffragio ristretto se non universale. I
principi dell’Ottantanove e l’industrializzazione avevano creato dei sommovimenti sociali che non resero
solo la borghesia più attiva, ma anche i contadini, che volevano liberarsi dai vincoli feudali, e gli operai, che
invocavano diritti e giustizia sociale. A coronare questa situazione ci fu l’affermazione dell’idea di nazione,
centrale soprattutto nei moti del 1848. Questo elemento metteva in crisi il quadro europeo creato a Vienna
in quanto delegittimava i grandi imperi multietnici e la sovranità dinastico-territoriale. Come già detto,
infatti, per il nazionalismo erano centrali gli elementi etno-culturali. La questione nazionale è stata definita
dallo storico Lewis Namier un “vivaio della storia” in quanto da essa sono germinati idee, progetti e conflitti
che hanno caratterizzato i decenni successivi.

1. In attesa della rivoluzione


(Crisi economica e distruzione del tessuto socio-economico). Nel 1845 ebbe inizio una grave crisi
economica a cui si sommò la distruzione del tessuto socio-economico causata dal nascente sistema
capitalista. L’industrializzazione, infatti, aveva messo in crisi il sistema sociale ed economico pre-industriale
colpendo in particolare piccoli produttori e artigiani. Altra faccia della medaglia dello sviluppo industriale
era la questione sociale che riguardava primariamente la classe operaia, che viveva e lavorava in condizioni

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precarie. La conseguenza della crisi furono l’aumento della povertà e della disoccupazione che
contribuirono a destabilizzare lo scenario.

(Carestie europee: 1845-47). La crisi economica fu seguita dai cattivi raccolti del biennio 1945-46 a cui si
aggiunse la malattia della patata. Le carestie colpirono negativamente non solo le città, ma soprattutto le
sovraffollate campagne europee. Questa situazione fece scoppiare numerose rivolte in diverse regioni
europee (come quella di Berlino che prese il nome di “ricolta delle patate”) e una dura carestia in Irlanda
che causò la morte di un milione di persone.

(Il “Manifesto del Partito comunista”). Nel febbraio del 1848 venne pubblicato i “Manifesto del Partito
comunista” scritto da Karl Marx e Friedrich Engels su commissione della tedesca Lega dei comunisti. In
questo Manifesto, che si ricollegava ala questione sociale molti discussa all’epoca, i due filosofi esponevano
un programma rivoluzionario per il proletariato in cui si dettavano le fase per il raggiungimento della
società comunista.

(Aspirazione a regimi politici costituzionali). Nella prima metà dell’Ottocento, nonostante iniziassero a
diffondersi le idee socialiste e comuniste, le correnti rivoluzionarie erano ancora animate dai principi della
Rivoluzione francese. I rivoluzionari, infatti, portavano avanti rivendicazioni di stampo liberale a cui si
sommava, soprattutto all’interno degli imperi agrari, la questione nazionale. La principale richiesta era di
trasformare le monarchie assolute in monarchie costituzionali, dotate di un’assemblea legislativa e di una
costituzione.

(Aumento della popolazione studentesca e delle pubblicazioni a stampa). In questo contesto l’aumento
della popolazione studentesca trasformò le università in centri di diffusione delle idee liberali e dei progetti
nazionali. Altro fattore importante per la diffusione delle idee liberali e nazionaliste fu l’aumento delle
pubblicazioni a stampa, dei quotidiani e delle riviste. Ciò fu favorito anche dall’allentamento delle maglie
della censura. Anche in paesi come l’Impero russo e asburgico, dove il controllo sulla vita pubblica era più
serrato, si vennero a creare nuovi spazi pubblici (come sale di lettura e caffè) dove si sviluppavano dibattiti
culturali e politici.

(Esilio). Un altro elemento che ebbe una funzione primaria nella diffusione di questi ideali fu l’esilio. Molti
intellettuali, infatti, furono costretti dai rispettivi paesi all’esilio. questi spostandosi diffondevano le loro
idee. Le principali mete scelte per l’esilio erano i centri culturali, fra tutti Parigi.

2. Parigi capitale della rivoluzione, dal luglio 1830 a febbraio 1848


(Guerra civile svizzera e Rivolta di Palermo). L’ondata rivoluzionaria del 1948 mostrò i suoi primi segnali
nella guerra civile svizzera tra cantoni cattolici e protestanti (che videro la vittoria di questi ultimi) e a
Palermo, dove il 12 gennaio era scoppiata una rivolta.

(L’insurrezione di Parigi). Con la salita al trono francese di Carlo X nel 1824, successore di Luigi XVIII, il
nuovo monarca portò avanti un programma per ripristinare la sacralità della monarchia scontrandosi con le
opposizioni liberali. Nel luglio del 1830 la situazione degenerò e durante le tre “gloriose giornate” (27, 28 e
29) la popolazione insorse per le strade di Parigi facendo scappare il re. A sostituire Carlo X fu Luigi Filippo
di Orleans che accettò la Carta costituzionale revisionata dal parlamento e il titolo di re per volontà dei
francesi. Così facendo si stabiliva che la legittimità del sovrano arrivava dalla nazione e non da Dio.
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Le Rivoluzioni del 1830 in Europa
La rivoluzione di luglio fu la miccia che fece scoppiare una serie di rivolte nel resto d’Europa come sarebbe
successo poi nel 1848. Dopo la Francia, nell’agosto, insorse il Belgio che divenne indipendente dall’Olanda
dopo la conferenza di Londra del 21 gennaio 1831, con a capo Leopoldo I di Sassonia. Nel novembre fu la
volta della Polonia che, però, non venne sostenuta dalle potenze europee come nel caso del Belgio,
interessante a difendere gli equilibri di Vienna. Nel settembre del 1831 le truppe zariste entrarono a
Varsavia ponendo fine alla rivolta. In Italia le rivolte scoppiarono in Romagna, nei ducati emiliani e nella

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Legazione pontificia. Le rivolte furono però facilmente represse dalle autorità appoggiate dall’esercito
austriaco inviato da Metternich. Tumulti liberali scoppiarono e furono repressi anche in Svizzera e in alcuni
Stati tedeschi.
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(Regime orleanista). Quella che nacque dopo la Rivoluzione di luglio fu una monarchia liberale. Durante
questo regime fu portata avanti un’opera di riabilitazione della memoria della Rivoluzione e dell’Impero
napoleonico. Il recupero d queste memorie però contrastava con la realtà: le condizioni internazionali nate
dopo Vienna non lasciavano spazi alle ambizioni francesi, inoltre anche se le grandi potenze tolleravano i
cambiamenti interni al Paese non avrebbero mai accettato un’eventuale espansione. Finché la Francia
rimaneva l’unico Paese revisionista non sarebbe riuscita a scardinare lo status quo di Vienna. La realtà
modesta della Francia orleanista davanti a un passato glorioso come quello napoleonico, era motivo di
perdita di legittimità e di prestigio della monarchia di luglio. Inoltre internamente la tenta della monarchia
era indebolita dallo scontro tra il re appoggiato dai liberali, i repubblicani, che volevano allargare il
suffragio, e lealisti filo-borbonici, che volevano il ritorno all’ancien régime. In questo contesto cominciarono
a diffondersi anche le idee socialiste. Tra le file dei liberali, il professore della Sorbona e sostenitore del
regime orleanista, Francois Guizot teorizzò la “juste milieu” (giusto mezzo). Questa teoria di carattere
moderato vedeva nel “giusto mezzo” tra assolutismo e repubblica il sistema migliore per la Francia di allora.
Guizot, dunque, era il sostenitore di un parlamentarismo di carattere elitario. Quando divenne Ministro
degli Esteri, tra il 1840 e 1848, si distinse come ispiratore dell’azione di governo contrastando gli
allargamenti del suffragio e portando avanti una politica estera pacifica, visti come unici mezzi per
raggiungere lo sviluppo economico e sociale.

(Insurrezione del 22 febbraio). La situazione nel regno iniziò a peggiorare quando i repubblicani iniziarono
a fare un campagna per l’allargamento del suffragio. La manifestazione convocata il 22 febbraio de 1848
funse da detonatore. Dopo due giorni di scontri tra manifestanti e polizia, le truppe schierate a difesa del
Ministero degli Esteri spararono addosso alla folla. La protesta si trasformò in insurrezione e il sovrano fu
costretto a fuggire a Londra. Nasceva così un governo provvisorio che avrebbe dato vita alla Seconda
Repubblica francese.

3. Parabola di una Rivoluzione europea


(L’ondata rivoluzionaria). La notizia degli avvenimenti parigini, diffusesi rapidamente grazie ai nuovi sistemi
di trasporto e alla diffusione del telegrafo, creò una nuova ondata rivoluzionaria: il 3 marzo la dieta
ungherese, sulla spinta del leader liberale Lajos Kossuth, si disse favorevole a nuove riforme costituzionali
dell’impero; a Vienna un’insurrezione di operai e studenti spinse Metternich a dimettersi e a fuggire a
Londra; a Praga operai e liberali boemi scesero in piazza fino all’8 aprile, quando l’Imperatore annunciò
concessioni a loro favore. L’Imperatore il 15 marzo annunciò la convocazione di un’assemblea costituente,
mentre il 17 accordò all’Ungheria la nomina di un proprio governo.

(… la situazione italiana…). In Italia la notizia delle dimissioni di Metternich spinsero liberali e democratici a
scendere in piazza a Milano il 18 marzo. Qui, dopo cinque giorni di combattimenti (le “cinque giornate”),
l’esercito austriaco guidato dal feldmaresciallo Joseph Radetzky si ritirò nel Quadrilatero, ovvero tra le
fortezze di Verona, Peschiera, Mantova e Legnago. Davanti a questi eventi, il 23 marzo, il re di Sardegna
Carlo Alberto, dichiarò guerra all’Austria dando inizio alla prima guerra d’indipendenza. Il conflitto si
concluse con la sconfitta piemontese e con l’armistizio del 9 agosto. L’ultima città in cui i rivoluzionari
resistettero fu Roma, dove era nata la Repubblica Romana che nel luglio del 1849 fu costretta ad arrendersi
alle truppe della Francia di Luigi Napoleone Bonaparte.

(… la situazione negli Stati tedeschi). Tra il febbraio e il marzo la rivolta si diffuse anche negli Stati tedeschi.
Diversi sovrani, tra cui il prussiano Federico Guglielmo IV, fecero concessioni di stampo liberale. Qui alla
domanda di liberalizzazione dei sistemi politici si univa la questione nazionale, tanto che il parlamento di
Francoforte annunciò la convocazione di un’Assemblea costituente che si insediò in maggio nella città.

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(La Francia della Seconda Repubblica). Il nuovo governo repubblicano francese adottò provvedimenti
legislativi come la promozione delle libertà fondamentali, l’introduzione del suffragio universale e
l’abolizione della schiavitù nelle colonie. Nonostante ciò non furono fatte riforme sociali. L’unica eccezione
in questo campo fu quella proposta dalla componente socialista del governo che fece istituire gli Ateliers
Nationaux, ovvero delle istituzione in cui impiegare i disoccupati per la costruzione di opere pubbliche. Le
elezioni di aprile, però, portarono al governo, soprattutto grazie al voto dei contadini, i repubblicani
moderati, relegando all’opposizione radicali e socialisti. Il nuovo governo predispose la chiusura degli
Ateliers che si erano dimostrati inefficienti, provocando un’insurrezione che durò quattro giorni e fu sedata
dall’esercito regolare.

(Insurrezione a Vienna e Praga). Senza successo nel maggio e con successo nell’ottobre, gli ambienti più
radicali insorsero a Vienna istituendo comitati rivoluzionari duramente repressi dall’esercito regolare.
Stessa sorte toccò nel giugno ai rivoltosi asserragliati a Praga.

(Insurrezione a Francoforte). Nel mese di settembre anche a Francoforte scoppiò una rivolta guidata dalla
sinistra liberale in opposizione all’armistizio firmato dalla Prussia con la Danimarca con cui si sanciva la fine
della guerra per il controllo dei ducati di Schleswig e di Holstein. Anche in questo caso la rivolta fu repressa
dalle truppe regolari.

4. Dalle barricate alle frontiere


(L’affermarsi del nazionalismo). In breve tempo la questione nazionale fece passare in secondo piano gli
ideali liberali. In particolare in Germania e nell’Impero asburgico, dopo il ’48, cominciarono a palesarsi gli
scontri tra movimenti nazionali e Stati dinastici, oltre che tra nazionalismi diversi per motivi territoriali.
Negli Imperi agrari la questione nazionale divenne più conflittuale soprattutto per la presenza di diverse
etnie e per il fatto che spesso quelle minoritarie dominavano quelle maggioritarie. Nelle campagne di
questi imperi, dunque, la questione nazionale si legò a quella agraria che si caratterizzava anche per la
volontà dei contadini di liberarsi dalle varie servitù a cui erano sottoposti. Ciò successe nell’Impero
asburgico con una legge del settembre del 1848 con cui il parlamento emancipava i contadini.

(La causa nazionale polacca). Quella polacca rappresentava una delle cause più sentite dai nazionalisti
europei, in particolare di quelli tedeschi che vedevano di cattivo occhio l’avanzata russa verso ovest. Ben
presto, però, i nazionalisti tedeschi entrarono in conflitto su questioni territoriali, infatti nell’Assemblea di
Francoforte non furono inclusi delegati polacchi che comunque costituivano la metà della popolazione della
Prussia orientale in quanto questi territori venivano considerati di diritto del Regno della Prussia. Allo
scontro armato, però, si arrivò in Posnania dove alla fine i prussiano ebbero la meglio sugli insorti polacchi.
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La questione polacca
I polacchi erano stati titolari di un grande Stato, il Regno polacco-lituano che, dal XIV secolo, rappresentava
una delle principali potenze europee. La Polonia come stato cessò di esistere nel XVIII secolo quando i suoi
territori furono ripartiti tra Prussia e Russia. Il congresso di Vienna confermò questa situazione creando un
Regno di Polonia la cui corona, però, spettava allo zar. Proprio per tale motivo la causa polacca raccoglieva
la simpatia di molti nazionalisti europei. Nonostante ciò questa solidarietà non gli evitò la sconfitta nel 1830
per man russa. Dopo la rivolta del ’30 l Regno polacco fu incorporato alla Russia e buona parte dell’élite
fuggì in Francia.
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(Situazione nell’Impero austriaco). La situazione più complessa era presente nell’Impero asburgico dove le
nazionalità principali erano quella austro-tedesca, ungherese e italiana, ma dove esisteva una moltitudine
di minoranze soggette come serbi, croati e romeni che rivendicavano una loro autonomia. Il 1848 fu un
anno essenziale per le diverse nazionalità in quanto esse cercarono di ritagliarsi un margine di autonomia.
La nazionalità che riuscì a strappare qualche successo fu quella ungherese che si diede un proprio governo,
anche se la corona di Ungheria spettava all’Imperatore. L’Ungheria, dunque, ricevette in gestione un
territorio che corrispondeva a quella della Grande Ungheria (principalmente Ungheria, Slovacchia,
Transilvania, Croazia) andando però a scontrarsi militarmente con romeni, serbi e croati. Spesso non

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mancarono anche scontri tra nazionalità soggette come romeni e serbi. Approfittando della situazione
l’Austria si inserì nel conflitto e, ponendosi come protettore dei diritti delle nazionalità soggette e con
l’aiuto dello zar Alessandro I (che da una parte voleva mantenere lo status quo di Vienna, dall’altra era
avverso ai rivoluzionari avendo represso in patria nel 1825 una rivolta di generali liberali chiamati
“decabristi”, dal russo “dicembre”, mese in cui scoppiò la rivolta), riuscì a far capitolare gli ungheresi in
agosto. Dopo questo mese l’Impero era riuscito a ristabilire il controllo sia in Ungheria che in Italia
riprendendo Venezia e sconfiggendo Carlo Alberto, che nel frattempo aveva ripreso le armi in mano.

(La fine dell’esperienza liberale in Germania). In Germania, invece, l’esperienza liberale ebbe fine nel 1849
con il rifiuto da parte del re di Prussia della Corona di uno Stato tedesco unitario. Il rifiuto di Federico
Guglielmo IV derivava dal fatto che la corona gli era offerta da un organo nato da una rivoluzione. Al rifiuto
seguirono tentativi rivoluzionari di presa del potere repressi dall’esercito prussiano.

5. In Francia di nuovo l’Impero


(Ascesa di Luigi Napoleone Bonaparte). L’Assemblea costituente, nel novembre del 1848, aveva approvato
una costituzione che prevedeva l’elezione a suffragio universale del presidente della Repubblica. Alle
elezioni del dicembre si affermò con una vittoria schiacciante (75% dei voti) Luigi Napoleone Bonaparte,
figlio di un fratello dell’ex Imperatore. A favorire la sua vittoria furono una serie di elementi: il nome che lo
collegava a un passato glorioso e alla figura dell’uomo forte e il suo non essere né repubblicano né
monarchico che gli permise, assieme all’appoggio dei cattolici e dei conservatori, di ottenere un vasto
consenso nelle campagne. Divenuto presidente Luigi Napoleone diede vita a un governo composto da
monarchici e repubblicani conservatori. Per tenersi stretto il consenso dei cattolici e per crearsi una sfera
d’influenza nella penisola italiana dominata direttamente e indirettamente dagli austriaci, Napoleone
decise di inviare un corpo di spedizione a Roma per liberarla dai rivoluzionari e restituirla al papa.

(Il colpo di Stato del 2 dicembre 1851). Il 2 dicembre del 1851, Luigi Napoleone pose la capitale sotto stato
d’assedio, fece occupare l’Assemblea e arrestare alcuni leader politici conservatori e repubblicani e
proclamò la reintroduzione del suffragio universale, lo scioglimento dell’Assemblea nazionale e la stesura di
una nuova Costituzione. Così facendo, Luigi Napoleone si impadroniva del potere con un colpo di Stato.

(Il bonapartismo). Il metodo di governo adottato da Luigi Bonaparte prende il nome di “bonapartismo” e
consiste sul guadagnare il consenso con la demagogia e sul legittimarsi tramite i plebisciti. La costituzione
promulgata nel gennaio del 1852 faceva di Bonaparte un vero e proprio monarca, ma la su ascesa politica
raggiunse l’apice nel dicembre dello stesso anno quando, con un plebiscito, divenne Imperatore col nome
di Napoleone III.

(Finisce il ’48). Le rivoluzioni del ’48 furono un “vivaio della storia”, in quanto posero i semi per
l’affermazione dei pensieri liberali, democratici e socialisti e, soprattutto, del nazionalismo che da quel
momento sarebbe diventato il principale fattore destabilizzante degli stati dinastici e multietnici.

Capitolo 3. L’Europa e il mondo in cerca di nuovi assetti geopolitici


(La situazione europea dopo il 1848). Il concerto europeo riuscì a reggere ai moti del ’48, nonostante ciò
dopo questa data ci furono seri di mutamenti geopolitici che incrinarono l’equilibrio di Vienna: la Russia si
era rafforzata a Occidente e ciò fece nascere preoccupazioni in Francia, Gran Bretagna, Austria e Prussia; la
potenza asburgica si era indebolita rendendo ancora più instabile la situazione all’interno dei suoi territori;
infine la questione dell’unità tedesca rimaneva irrisolta; oltre all’Impero asburgico anche quello ottomano
si indeboliva costantemente rendendo instabili le zone controllate dalla Sublime Porta; la Gran Bretagna,
impegnata nei suoi possedimenti extraeuropei, si interessava sempre meno al Vecchio Continente e gli
scontri con la Russia nei territori fuori dal Vecchio Continente contribuivano a erodere il rapporto delle due
massime potenze che avevano preservato l’equilibrio di Vienna; sempre più centrali diventavano, inoltre gli
scenari extraeuropei dove si stavano affermando le nuove potenze, ovvero Stati Uniti e Giappone; infine

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l’avvento di Napoleone III, che voleva modificare lo status quo di Vienna, rappresentò un altro elemento di
instabilità.

1. Guerre civili e penetrazione economica in Asia


(Il commercio dell’oppio in Cina). Fino dagli anni Venti la Cina si diceva preoccupata per il commercio
illegale dell’oppio che dall’India raggiungeva Canton grazie alla Compagnia delle Indie orientali. Il
commercio dell’oppio causava due grandi problemi al Celeste Impero:
- Da una parte problemi socio-sanitari, infatti la dipendenza dagli oppiacei divenne una piaga in Cina.
- Dall’altra problemi economici. Il commercio dell’oppio, infatti, aveva sostituito quello dell’argento.
L’entrata dell’oppio nell’Impero, anzi, causava una fuoriuscita di argento usato per pagare questo
prodotto. Ne derivò una crisi economica che dimostrò come la Cina fosse diventata
commercialmente dipendente dall’Occidente.

(La prima guerra dell’oppio). Le tensioni create dal commercio illegale dell’oppio portarono all’intervento
della Gran Bretagna che usò la scusa della tutela del libero commercio (quando in realtà lo scopo era quello
di aprire un grande mercato come quello cinese al commercio con l’Occidente) per iniziare una guerra col
Celeste Impero nel 1839 (la prima guerra dell’oppio). Questa guerra si concluse nel 1842 con la vittoria
inglese e il trattato di Nanchino che impose l’apertura di altri quattro porti, riconobbe agli inglesi lo status
di partner commerciale favorito e il possesso di Hong Kong. Questi trattati passarono alla storia col nome di
“trattati ineguali”.

(Seconda guerra dell’oppio). la resistenza di alcuni funzionari cinesi all’applicazione del trattato di
Nanchino fu il casus beli della seconda guerra dell’oppio, tra il 1856 e il 1860. Questa guerra, che vide anche
la partecipazione dei francesi, si concluse con i trattati di Tianjin (1858) e di Pechino (1860) che imposero
l’apertura delle vie fluviali interne ai commerci e sancirono di fatto la dipendenza economica della Cina
dall’Occidente.

(“Grande divergenza” e crisi interna). A favorire il successo degli occidentali sulla Cina furono
principalmente due fattori:
- La “grande divergenza”, ovvero le grandi differenze nei campi dello sviluppo tecnologico ed
economico che cominciarono a differenziare la Cina e l’Occidente dal Settecento a favore di questi
ultimi.
- La crisi interna. Tale crisi era data dalle rivolte interne all’Impero. In particolare alla fine del
Settecento e nei primi anni dell’Ottocento, la Cina si trovò ad affrontare le rivolte religiose della
setta del Loto, la cui repressione fu molto dispendiosa. Altra rivolta centrale fu quella del 1851
detta dei Taiping. Questa fu una rivolta contadini con caratteri religiosi derivanti anche dal
cristianesimo. I Taiping - mossi sia dalle tensioni sociali nelle campagne, sia dall’odio del sud del
Paese verso una dinastia mancese - riuscirono nel 1853 a formare un regno autonomo con capitale
a Nanchino. La rivolta fu sedata solo nel 1864 e comportò dei costi altissimi per l’Impero.

(L’India e l’ammutinamento dei sepoys). Tra il 1857 e il 1859 una crisi investì il subcontinente indiano con
la ribellione nata dall’ammutinamento dei sepoys, i soldati indigeni dell’esercito della Compagnia delle
Indie orientali. Tale crisi scoppiò dopo che la Compagnia, che gestiva la colonia per conto della corona,
tentò di applicare una serie di riforme volte ad anglicizzare e cristianizzare la popolazione locale. La
reazione delle élite locali sfociò in rivolta dopo l’ammutinamento dei sepoys. La rivolta fu sedata dopo un
anno e spinse il governo britannico a sciogliere la Compagnia e a prendere il controllo diretto della colonia.

(Gli Stati Uniti sul quadrante asiatico). Nella metà dell’ottocento anche la nascente potenza statunitense
decise di affacciarsi sul continente asiatico dopo aver terminato l’espansione a ovest con l’acquisizione
della sovranità sull’Oregon (1846) e a sud con la presa del Texas, della California e degli Stati attualmente a
Sud-Ovest della federazione a danni del Messico (1848). Il concetto di Far west venne dunque esteso alle
cose del Giappone e della Cina. A rompere l’isolamento nipponico da secoli chiuso in se stesso sotto la
guida dei Tokugawa fu la squadra navale guidata dal commodoro Matthew Perry che costrinse il Shogun

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con il trattato di Kanagawa del 1854 che costrinse il Giappone ad aprire due porti alle imbarcazioni
americane.

2. Il travaglio di un nuovo impero continentale


(La centralità del commercio). Nel mondo americano grande importanza assunse il commercio. In
particolare durante le guerre napoleoniche aumentarono i commerci con l’Europa bisognosa di beni e
prodotti americani. Quella che si sviluppò in America fu una vera e propria ideologia del commercio, infatti
in politica estera la difesa della libertà di commercio divenne centrale, mentre divennero mezzi per
risolvere problemi di natura politica gli embarghi o i divieti di esportazione.

(La missione americana e il “destino manifesto”). Uno degli elementi che caratterizza l’America nelle sue
relazioni internazionali l’idea che essa avesse una missione volta a diffondere i propri principi di libertà e
democrazia. Il “destino manifesto” che la Provvidenza aveva affidato al Paese era quello realizzare il più
grande esperimento di libertà e autogoverno federale. In questa direzione andava la volontà americana di
espandersi territorialmente per creare un vasto impero continentale.
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I nativi nordamericani
All’arrivo dei primi coloni nel Nordamerica i nativi presenti erano probabilmente 5 milioni circa. I nativi
americani furono sterminati da malattie, guerre e migrazioni forzate. Tali popolazioni costituivano un
insieme complesso, diviso in almeno 12 grandi nazioni di gruppi linguistici differenti. Dal XVII secolo si
combatterono numerose guerre tra coloni e nativi. Dopo la guerra dei Sette anni, in cui i nativi
parteciparono per l’una o l’altra fazione, iniziò una nuova fase di scontri tra loro e gli anglo-americani. Con
l’indipendenza delle tredici colonie e l’espansione a ovest iniziò l’annientamento dell’indipendenza di
queste popolazioni che comunque cercarono di opporre resistenza. Grazie anche all’uso sistematico della
forza militare il territorio a disposizione dei nativi fu sempre più limitato fino a scomparire. Alla fine
dell’espansione a ovest queste popolazioni furono spostati nelle riserve. Durante la guerra civile e nel
periodo successivo si registrò una recrudescenza di scontri con queste popolazioni che durarono fino agli
anni Novanta.
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(Egualitarismo e individualismo). Quella statunitense era una società dai tratti nuovi. Qui veniva
esasperato l’egualitarismo e l’individualismo. Ogni individuo nasceva uguale agli altri ed era fautore del
proprio destino. Quella americana era una società composta in ampia fascia da una middle class fatta dal
self-made men che si riconoscevano in principi quale l’indipendenza, l’individualismo e l’egualitarismo,
anche se, a livello economico, era una società tutt’altro che ugualitaria.

(Capitalismo e democrazia). Quello americano era un sistema economico-sociale capitalistico, mentre


politicamente si riconosceva sulla democrazia e l’ampia partecipazione popolare al voto. Nonostante non ci
fosse il suffragio universale, negli States poteva votare la maggioranza degli uomini adulti, ciò favorì la
nascita di un sistema basato su partiti organizzati e presenti capillarmente sul territorio.

(Lo sviluppo economico). L’impetuoso sviluppo economico statunitense era reso palese da diversi fattori,
tra i principali troviamo:
- Lo sviluppo delle ferrovie che passarono da una trentina di chilometri nel 1830 a 50.000 chilometri
nel 1860. Lo sviluppo delle ferrovie, oltre a collegare il nord e il sud del paese con ovvi vantaggi nel
commercio interno, funse anche da propulsore per la colonizzazione dell’ovest dove spesso
arrivavano prima le ferrovie degli insediamenti.
- Nonostante l’industrializzazione stesse facendo grandi passi nel nord, l’agricoltura, concentrata nel
sud, rimaneva la punta di diamante del Paese. gli ampi spazi a disposizione permisero agli Stati
Uniti, negli anni Sessanta, di vantare i tre quarti della produzione mondiale di cotone mondiale e di
essere i primi produttori di mais. Ciò fu favorito anche dalla meccanizzazione del settore agricolo.

(Differenza tra nord e sud). Le differenze tra diverse zone della federazioni erano notevoli:

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- Nel nord-est in campo economico preponderante era il peso della manifattura, mentre
politicamente si era più vicini al centralismo federale e a una politica protezionista volta a difendere
la produzione nazionale dai beni provenienti in particolare dalla Gran Bretagna.
- Nel sud era prevalente la grande proprietà agricola, dove lavoravano gli schiavi, e, dunque si
sosteneva una politica liberoscambista per tutelare i commerci con l’estero. A livello politico
prevaleva la linea che chiedeva maggiore autonomia degli Stati dell’Unione.

(Motivi di frizione tra nord e sud). Oltre alla diversa visione di unione e alle differenze economiche tra nord
e sud del paese, i principali motivi di frizione che dividevano le due aree erano due:
- La volontà degli Stati del sud di espandersi a ovest per sviluppare anche lì le grandi proprietà
agricole. L’espansionismo dei paesi del sud era malvista dai coloni dell’ovest, piccoli e medi
proprietari che stavano sviluppando un’agricoltura di tipo capitalistico. Ciò spinse l’ovest ad
appoggiarsi al Partito repubblicano, fondato nel 1855 da esponenti liberali e antischiavisti.
- La questione della schiavitù. Nelle grandi proprietà del sud era impiegata manodopera schiavile
proveniente dall’Africa che viveva nella più totale povertà e sottoposta a un regime di lavoro
durissimo. Ad alimentare la divisione in questo campo tra società del nord e società del sud era il
movimento antischiavista.
Questi fattori favorirono la diffusione nel sud dell’idea di una secessione dal nord.

(L’elezione di Lincoln e la guerra di secessione). Alle elezioni del 1860 prevalse il repubblicano Abraham
Lincoln, un moderato che voleva preservare l’Unione ed evitare la diffusione della schiavitù nell’ovest.
Sebbene esso personalmente fosse contrario alla schiavitù, non aveva alcuna intenzione di abolirla negli
Stati dove era già esistente. Per i meridionali, però, Lincoln era il rappresentante degli abolizionisti. Fu la
goccia che fece traboccare il vaso. Carolina del Sud assieme a Mississippi, Alabama, Florida, Georgia,
Louisiana, Texas, Virginia, Arkansas, Tennessee e Carolina del Nord. decisero di dare vita agli Stati
Confederati d’America, un’entità politica separata dagli Stati Uniti. La contesa tra Unione e Confederazione
sfociò presto in guerra. La Confederazione era fortemente svantaggiata nei confronti dell’Unione, infatti
aveva 9 milioni di abitanti contro i 22 milioni del nord, inoltre non disponeva della stessa rete di ferrovie
(essenziale per lo spostamento delle truppe), della stessa potenza industriale, delle stesse risorse
finanziarie e commerciali. Durante una fase favorevole della guerra fu emanato da Lincoln, nel 1863, il
proclama di emancipazione degli schiavi. Questo proclama però valeva solo per gli stati schiavisti della
Confederazione e non per quelli unionisti, a riprova del fatto che Lincoln aveva come perno del suo
programma l’unità del Paese e non l’abolizione della schiavitù. La guerra di secessione, iniziata nel 1861 e
terminata nel 1865, fu la prima guerra moderna che vide contrapporsi due eserciti di massa, dotati di nuove
tecnologie belliche e portò alla mobilitazione di tutte le risorse umane e materiali dei due contendenti.
Conclusa la guerra, mentre si festeggiava la vittoria in un teatro a Washington, il 14 aprile 1865, Lincoln fu
assassinato da un simpatizzante sudista.

(La situazione postbellica). Nonostante fosse finita la guerra i contrasti tra nord e sud non terminarono.
Nella parte meridionale del Paese i proprietari terrieri mantennero il potere e inaugurarono un periodo di
segregazione razziale che perdurò anche nel secolo successivo. Una delle massime espressioni del razzismo
del sud fu il Ku Klux Klan, un’associazione segreta, apertamente razzista che si distinse per le sue azioni
violente verso le persone di colore. Nel nord del continente, invece, il conflitto aveva posto i presupposti
per lo sviluppo industriale successivo, inoltre la vittoria della guerra aveva rafforzato il governo federale,
divenuto più potente, centralizzato e armato. Le potenze europee non intervennero nel conflitto
riconoscendo di fatto la dottrina Monroe.

3. Guerra in Crimea
A cambiare gli equilibri europei fu la guerra di Crimea che vide contrapposti la Russia, che dalla seconda
metà del Settecento controllava quella regione, e Gran Bretagna, Francia e Impero ottomano. La partita in
questione era importante sia perché si voleva ridimensionare la potenza russa in espansione, sia perché in
gioco c’era il controllo del Mar Nero e del Mediterraneo orientale, dunque della porta del Medi Oriente a
cui le potenze, in particolare Russia e Gran Bretagna, cominciavano a guardare.

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(La frammentazione dell’Impero). L’Impero ottomano stava vivendo un difficile periodo di riforme, infatti
le guerre russo-turche della seconda metà del Settecento avevano messo in luce la sua debolezza anche in
campo militare, a ciò si sommava il fatto che in molti territori, come quelli nordafricani, l’esercizio del
potere era de facto in mano ai governatori locali e non al Sultano. La debolezza della Sublime Porta fu
evidente con la rivolta del governatore dell’Egitto Mehmed Alì che voleva rendersi autonomo dal Sultano.
In questo caso la vittoria dell’Impero ottomano fu dovuta all’intervento della Gran Bretagna che temeva
che l’indebolimento della Sublime Porta andasse a vantaggio della Russia.

(I movimenti nazionalisti). Altro fattore disgregante di questo impero erano i nazionalismi. All’inizio
dell’Ottocento la Serbia, dopo un’insurrezione, era riuscita a creare un proprio principato anche se sotto la
sovranità formale del Sultano. Più pesante per l’Impero fu l’indipendenza greca, nata da una rivolta
scoppiata nel 1830, questa infatti si risolse con la vittoria dei greci e con il raggiungimento dell’autonomia.

(La protezione di cattolici e ortodossi all’interno dell’Impero). Uno dei motivi di frizione tra le potenze
europee in zona ottomana era la questione religiosa. All’Interno del territorio ottomano, infatti, oltre a
esserci minoranze cattoliche, sotto la protezione internazionale francese, e ortodosse, protette dalla
Russia, c’erano anche i principali luoghi di culto delle due religioni. Quando l’Impero concesse ai cattolici le
chiavi di questi luoghi sacri nella metà dell’ottocento su pressione di Napoleone III, lo zar Nicola I tentò di
convincere il Sultano ritornare sui suoi passi. Dopo il rifiuto di questo, la Russia invase la Moldavia e la
Valacchia, prima sotto la sovranità ottomana.

(Le direttrici dell’espansione russa). Negli anni precedenti alla guerra di Crimea la Russia si era espansa
seguendo due direttrici: la prima verso gli Stretti con la presa della Crimea, la seconda verso i Balcani le
spartizioni polacche di fine Settecento e con l’annessione dell’Ucraina nella parte destra del fiume Dnepr.

(Gli errori di valutazione russi). San Pietroburgo vedeva di buon occhio l’indebolimento dell’Impero e una
possibile spartizione dei suoi territori. Lo zar Nicola I era convinto che in caso di una guerra russo-turca
Gran Bretagna e Francia non sarebbero intervenute ritenendo anche impossibile un’alleanza da le due
potenze. In realtà Vienna e Londra guardavano con diffidenza all’espansione russa, mentre Napoleone III
era pronto a sfidare la Russia che rappresentava uno perni della difesa dell’ordine di Vienna.

(Lo scoppio della guerra). Il Sultano, sicuro dell’appoggio inglese e francese, non cedette alle pressioni
russe e non ascoltò gli alleati che gli consigliavano di una risoluzione diplomatica del conflitto. Nell’ottobre
del 1853 la Sublie Porta dichiarava guerra alla Russia e nel marzo dell’anno seguente intervenivano anche
Francia e Gran Bretagna. Le truppe anglo-francesi, appoggiate da un contingente inviato dal Regno di
Sardegna sbarcarono in Crimea e presero d’assalto la fortezza russa di Sebastopoli che cadde nel 1855. Nel
frattempo le truppe russe entravano in Anatolia dal Caucaso, ma l’ultimatum lanciato dall’Austria alla
Russia costrinse il nuovo zar, Alessandro II, ad accettare un armistizio nel 1856. Con la pace di Parigi la
Russia perse la parte sud della Bessarabia (attuale Moldavia) e, inoltre, la pace stabiliva la smilitarizzazione
del Mar Nero.

(Conseguenze della sconfitta russa). La prima conseguenza della sconfitta russa fu il suo isolamento nel
contesto europeo e l’indebolimento della sua presenza in quello mediorientale. La pace di Parigi fu
percepita dalle élite russe come umiliante, ciò spinse tale potenza a trasformarsi da potenza garante
dell’ordine di Vienna a potenza revisionista. Nel mondo intellettuale russo questa sconfitta finì per favorire
gli ambienti slavofili (che volevano valorizzare i caratteri originari della cultura russa, con particolare
riferimento alla religione ortodossa e alle tradizioni del mondo contadino e delle comunità di villaggio) a
danno di quelli occidentalisti (che volevano uno sviluppo del Paese che prendesse d’esempio l’Europa).
Inoltre dopo l’umiliazione si diffusero, tra gli intellettuali e l’opinione pubblica, le idee panslave. Il
panslavismo russo vedeva nell’Impero zarista la potenza che doveva tutelare e liberare tutti i popoli slavi
sottomessi ad altre potenze per poi porsi alla loro guida.

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(La fine del concerto europeo). Comunque la principale conseguenza della guerra di Crimea fu la fine del
concerto europeo: l’umiliazione della Russia aveva spinto questo Paese a passare da Stato difensore
dell’equilibrio di Vienna, a potenza revisionista; il mancato appoggio di Prussia e Austria a San Pietroburgo
aveva sancito la fine della Santa Alleanza, mentre l’intervento inglese della cooperazione tra le due
potenze; la Francia era tornata a essere una potenza mediterranea. Da questa nuova posizione Napoleone
III - spinto dal prestigio nazionale e da preoccupazioni di politica interna - intraprese una politica di
espansione oltremare che, però, non seguiva una logica ben stabilita e, dunque, si rivelò fallimentare.
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Il Messico e la spedizione di Napoleone III
Dal 1824 il Messico era una Repubblica federale. Tra gli anni Trenta e Cinquanta il paese era stato govrnato
dai conservatori, nel 1854, però, salirono al governo i liberali guidati da Benito Juárez che applicò una
politica anticlericale e introdusse una seri di riforme in campo sociale, economico e politico. La reazione dei
conservatori provocò una guerra civile che andò dal 1858 al 1861 e dai cui uscirono vincitori i liberali. Il
rifiuto di Juárez di pagare i debiti con l’estero contratti dai governi conservatori spinsero Spagna, Francia e
Gran Bretagna a intervenire militarmente approfittando del fatto che gli States erano in piena guerra civile.
Nonostante il ritiro di Spagna e Gran Bretagna, Napoleone III decise di proseguire l’impresa e di instaurare
in Messico una monarchia cattolica. L’azione dell’imperatore francese erano dettate da questioni di
prestigio e dalla speranza di rafforzare la sua presa sull’elettorato cattolico. Mentre le truppe francesi
conquistavano Città del Messico nel giugno 1863, un’assemblea di notabili proponeva la corona a
Massimiliano d’Asburgo, fratello minore di Francesco Giuseppe. Il potere di Massimiliano fu da subito
contrastato dai partigiani di Juárez che controllavano il nord e il sud. Con la fine della guerra civile
statunitense, Washington facendo pressioni riuscì a far ritirare le truppe francesi. Privato dell’appoggio
francese, Massimiliano fu rovesciato, arrestato e fucilato nel giugno del 1867. Al potere tornarono i liberali
guidati da Juárez che governarono per altri nove anni, fino al colpo di stato del generale Porfirio Diaz.
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4. La questione tedesca e la nascita del Secondo Reich
(La nascita del Regno d’Italia). Il primo mutamento all’ordine di Vienna fu segnato dalla nascita del Regno
d’Italia proclamato il 17 marzo del 1861. Questo regno nasceva come uno Stato revisionista in quanto, con
l’uso delle armi, voleva appropriarsi dei territori della penisola. Nei nuovi equilibri geopolitici che venivano
a formarsi, dunque, centrale diventava la riorganizzazione degli eserciti, mentre perdeva peso a diplomazia
come strumento per redimere le controversie.

(La questione tedesca). Per quanto riguarda la questione dell’unità tedesca il dibattito si divideva in tre
frange: i sostenitori della “piccola Germania”, che voleva riunire gli Stati tedeschi sotto la guida della
Prussia escludendo però l’Austria germanofona; quelli della “grande Germania”, che voleva comprendere
nel nuovo soggetto politico anche l’Austria e, infine, i sostenitori della “terza Germania”, ovvero di uno
Stato federale con un potere centrale debole dove a dominare non dovevano essere né Austria né Prussia.

(Competizione fra Austria e Prussia per l’egemonia sullo spazio tedesco). La competizione tra le due
maggiori potenze germanofone per l’egemonia dello spazio tedesco, con il progressivo indebolimento
dell’Impero asburgico, andò a favore della Prussia. Quest’ultima nel 1834 era riuscita a creare un’unione
doganale, lo Zollverein, con la Confederazione tedesca da cui l’Austria fu esclusa. Il rischio di venire allo
scontro tra Austria e Prussia si concretizzò quando quest’ultima tentò di dare vita a un’associazione degli
Stati della Germania settentrionale e centrale. L’Austria intervenne minacciando guerra e la Prussia,
nel1850, fu costretta ad accantonare il suo progetto.

(Lo sviluppo della Prussia). Dalla seconda metà dell’Ottocento gli equilibri si spostano a favore della
Prussia: nel 1855 il paese intraprende un’intensa industrializzazione, nel 1860 domina la scena economica
tedesca grazie allo Zollverein, il sistema di istruzione e universitario prussiano raggiungono livelli eccellenza
rendendo Berlino una capitale concorrente, a livello culturale, con Vienna.

(Il sistema politico e l’avvento di Bismarck). Il sistema prussiano si caratterizzava per la centralità del e che
nominava il cancelliere e verso cui rispondeva il governo. Quest’ultimo era dominato dall’aristocrazia

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terriera e militare. Le resistenze del parlamento alla riforma dell’esercito spinsero re Guglielmo ad affidare
la guida del governo all’aristocratico Otto von Bismarck nel 1862. Bismarck era sostenitore di una politica
volta a indebolire l’Austria, oltre che della nascita di uno Stato tedesco a guida prussiana.

(Guerra austro-prussiana). Il casus belli della guerra austro-prussiana nacque dalla contesa dei ducati di
Schleswing e Holstein, precedentemente strappati dalle forze austro-prussiane alla Danimarca. Il contesto
internazionale era favorevole alla Prussia, infatti la Russia e Gran Bretagna avevano lo sguardo rivolto al
Medio Oriente, Napoleone III non era incline a intervenire e, anzi, vedeva di buon occhio l’indebolimento
dell’Austria tanto da favorire un accordo tra Italia e Prussia per entrare in guerra contro l’Austria su due
fronti. L’accordo tra i due Paesi, stipulato nel 1866, prevedeva la cessione all’Italia del Veneto. Nello stesso
anno scoppiò la guerra astro-prussiana (per la nostra storiografia terza guerra d’Indipendenza) che si
concluse nello stesso anno con la vittoria prussiana. Con la pace di Praga furono annessi alla Prussia i ducati
dello Schleswing e dell’Holstein e gli Stati della Germania centrale e settentrionale che si erano schierati
con l’Austria. La sconfitta austriaca fu anche una delle cause della trasformazione istituzionale dell’Impero
asburgico che nel 1867 divenne una duplice monarchia austro-ungarica.

(Motivi della vittoria prussiana). A permettere alla Prussia di prevalere furono diversi motivi:
- L’ammodernamento dell’esercito e la vasta rete ferroviaria che permise una veloce mobilitazione
dell’esercito.
- La crisi finanziaria in cui versava l’Austria che non riuscì, dunque, ad ammodernare il suo esercito.
- L’apertura di due franti che alleggerì la pressione austriaca sul fronte prussiano permettendo alla
Prussia di guadagnare una vittoria decisiva a Sadowa in Boemia.
- L’ottima gestione della politica interna da parte di Bismack che annunciò il ripristino del governo
costituzionale (sospeso dopo lo scontro tra re e parlamento per la riforma militare), guadagnandosi
l’appoggio dell’opinione pubblica prussiana e degli altri Stati tedeschi.

(I provvedimenti liberali e i difficili rapporti con gli stati della Germania del sud). Dopo la guerra la Prussia
introdusse in Germania una serie di provvedimenti sociali ed economici di carattere liberale. Nonostante
ciò i rapporti con gli Stati meridionali, in particolare con il Wurttemberg e la Baviera, non erano facili sia
perché questi temevano l’espansionismo di Berlino, sia per la questione confessionale (in Prussia la
maggioranza era protestante, nei paesi del sud cattolica).

(La guerra franco-prussiana). In seguito alle richieste territoriali francesi che mirava all’annessione del
Lussemburgo, i rapporti franco-prussiani si sgretolarono. Il motivo dello scontro armato fu offerto dalla
successione spagnola nel 1870 a cui era stato candidato Leopoldo Hohenzollern (cugino del re di Prussia
Guglielmo I) segretamente sostenuto da Bismarck. La linea intransigente di Napoleone III, che temeva
l’accerchiamento, fecero ritirare la sua candidatura; nonostante ciò Bismarck, creando volontariamente un
incidente diplomatico, riuscì a spingere l’imperatore francese a dichiarare guerra alla Prussia. La guerra
scoppiata nel 1870 si concluse nel 1871 con la vittoria prussiana. Anche questa volta furono determinanti la
superiorità strategica e la rapidità nella mobilitazione delle truppe. A decidere le sorti della guerra fu la
battaglia di Sedan (1 settembre del 1870). Il 18 gennaio del 1871, a Versailles, fu proclamata la nascita del
Secondo Reich di cui entrarono a far parte anche gli Stati tedeschi del sud e di cui Bismarck era cancelliere.
Con il trattato di Francoforte del maggio 1871 si sancì l’annessione alla Germania dell’Alsazia-Lorena e una
forte indennità di guerra.

(La Comune di Parigi). Il 18 marzo 1871 una rivolta diede vita alla Comune di Parigi in cui si insediò un
governo rivoluzionario che portò avanti una serie di riforme sociali radicali. Il mancato appoggio delle
campagne e l’intervento delle truppe francesi posero fine all’esperimento rivoluzionario.

Capitolo 4. Il Regno d’Italia


(Italianità di natura culturale). Per quanto riguarda il caso italiano estremamente importante fu l’esistenza
nelle classi colte di un radicato senso di italianità di natura culturale che si trasformò in un’idea nazionale

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che mobilitò strati non poco importanti della popolazione pre-unitaria. Quello culturale, infatti, è stato un
fenomeno di primaria importanza per l’unificazione della penisola.

1. Frammentazione territoriale ed egemonia austriaca


(L’egemonia austriaca). Da Vienna l’Italia era uscita suddivisa in sette unità politiche. All’egemonia francese
sulla zona si sostituiva quella austriaca. Lo scopo di tale influenza era prevenire un rinnovato espansionismo
francese sulla penisola. Metternich vedeva nell’Italia un’area geografica e non un soggetto geopolitico, in
quanto divisa in stati di piccole e medie dimensioni che non potevano avere peso sulla scena politica
europea. Paradossalmente fu proprio l’egemonia austriaca, diretta nel Lombardo-Veneto e indiretta negli
altri stati (dettata da legami dinastici), a creare un collante nella penisola. Infatti uno degli elementi che
univa gli stati italiani usciti da Vienna era il nemico comune: l’Impero asburgico.

(Frammentazione italiana). Se il dominio napoleonico aveva puntato a omogeneizzare istituzionalmente e


territorialmente la penisola, in modo che sul territorio vigessero le stesse leggi e le medesime istituzioni,
dopo il 1815 fu reintrodotta la frammentazione politico-territoriale e la disomogeneità istituzionale con
l’applicazione di ordinamenti diversi da zona a zona.
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L’Italia del congresso di Vienna
Il congresso di Vienna aveva stabilito la nuova suddivisione della penisola. Essa dopo Vienna presentava
nove unità politiche: le Repubbliche di Genova e Venezia venivano soppresse, infatti la prima entrava a far
parte del regno di Sardegna, mentre Venezia assieme ai suoi possedimenti e alla Lombardia entrava sotto il
controllo diretto dell’Impero asburgico. Mentre il nord, dunque, si divideva in Regno di Sardegna e
Lombardo-Veneto, nel resto della penisola erano presenti: il Regno delle due Sicilie (nato dall’unione dei
Regni di Sicilia e Napoli sotto i Borbone), lo Stato pontificio che si spingeva fino a Bologna e alla Romagna, il
Granducato di Toscana, i Ducati di Modena, Massa e Carrara, Parma e Piacenza, Lucca. L’Austria era la
potenza egemone nella penisola grazie al controllo diretto del Lombardo-Veneto e ai legami dinastici con
vari Ducati.
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(L’eredità dell’esperienza napoleonica). Nonostante questi tentativi di restaurare l’ordine precedente la
Rivoluzione, il sistema napoleonico aveva messo radici influenzando la classe dirigente. Quella che venne a
crearsi nella penisola, infatti, era un connubio tra antico e moderno, tra ripristino del’assolutismo, dei
particolarismi cetuali e territoriali e adozione di strumenti tipici dello stato amministrativo napoleonico
come il monopolio statale della forza pubblica, l’apparato amministrativo dello Stato centrale e periferico e
la codificazione legislativa.

(Società segrete). Una cosa che però non poté essere cambiata fu la diffusione di una nuova cultura
politica, in particolare nel mondo borghese, dove si erano diffuse le idee liberali. Furono proprio queste
idee e la mancanza di libertà politica nei regimi del dopo Vienna a favorire la nascita di società segrete a cui
aderivano militari , spesso reduci degli eserciti napoleonici, studenti, artigiani, commercianti, professionisti
e proprietari. Le rivendicazioni di queste società erano diverse e andavano dal costituzionalismo al
socialismo passando per il repubblicanesimo. A più importante di queste nella penisola (anche se poi aveva
diramazioni in una parte d’Europa, era la Carboneria. Fu proprio la Carboneria ad animare i moti del 1820-
21 e del 1831.

(Moti del 1820-21). Nel 1820.21 i moti scoppiarono a Napoli in Sicilia e in Piemonte in seguito a quelli
spagnoli che avevano portato al ripristino della Costituzione di Cadice del 1812. Questa costituzione
prevedeva un parlamento eletto in triplice grado (gli elettori eleggevano un’assemblea che ne nominava
un’altra che a sua volta votava i deputati del parlamento) e assegnava il potere esecutivo al sovrano. Anche
se in un primo tempo i sovrani avevano sostenuto i moti costituzionalisti, le rivolte vennero ben presto
represse dall’intervento austriaco sia in Piemonte che a Napoli. A permetter tale intervento era quanto
stabilito dal congresso di Troppau del 1820 che permetteva l’intervento in paesi terzi in caso di sollevazioni
volte a infrangere l’ordine stabilito a Vienna. I moti siciliani avevano assunto dei caratteri peculiari, infatti
qui l’insurrezione assunse caratteri anti-borbonici anti-centralistici. Dal 1815 il Regno di Sicilia era stato

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annesso a quello di Napoli con la nascita del Regno delle Due Sicilie, ciò aveva comportato la fine
dell’indipendenza dell’isola e l’abrogazione della Carta siciliana, la costituzione concessa nel 1812 da
Ferdinando di Borbone. L’autonomismo isolano raccoglieva consensi sia tra la classe dirigente siciliana sia
tra i ceti popolari, tanto che questo fu l’unico caso in cui anche il popolo partecipò alla rivolta. Nonostante
la resistenza della popolazione, le truppe borboniche riuscirono ad avere la meglio e a instaurare un regime
repressivo sull’isola.

(Moti del 1831). La Rivoluzione di luglio del 1830 sfece scoppiare nel 1831 delle sollevazioni nei ducati di
Modena e Parma e nei territori pontifici di Bologna e Romagna. L’intervento delle truppe austriache, però,
sedò le rivolte.

(Motivi del fallimento). I motivi del fallimento dei moti del 1820-21 e del 1831 sono molteplici:
- Furono rivolte elitarie che non riuscirono a coinvolgere la popolazione con la sola eccezione del
caso palermitano.
- Furono moti di carattere regionalista, senza un vero coordinamento a livello nazionale.
- Il fronte rivoluzionario era diviso dalle lotte interne tra liberali e democratici.
- Il peso dell’Impero asburgico non permetteva a nessuno Stato italiano di contrastare da solo
Vienna.

2. Il discorso nazionale
I fallimenti dei moti del 1820-21 e del 1830 portarono alla nascita di diverse correnti di pensiero politico
che avevano come fine l’unità nazionale.

(Giuseppe Mazzini). Mazzini era nato a Genova nel 1805 ed era stato membro della Carboneria. Dopo il
fallimento dei moti del 1820-21 e del 1831 elaborò una sua concezione dell’attività rivoluzionaria. Egli
rifiutò il carattere settario delle società segrete e diffuse il suo pensiero con manifesti e scritti pubblicati
all’estero. Per perseguire i suoi scopi nel 1831 a Marsiglia fondò la Giovine Italia (ch arriverò a contare
50.000-60.000 affiliati). Il programma politico di Mazzini si poneva come fine la nascita di uno Stato
nazionale italiano repubblicano e democratico. Il mezzo per raggiungere questo fine era l’attività
rivoluzionaria. Nel discorso politico mazziniano centrali erano le metafore religiose, infatti espressioni come
“martirio”, “sacrificio”, “sangue versato”, “resurrezione” ricorrevano spesso nei suoi scritti. Quella di
Mazzini, dunque, era una religione civile. Lo stesso termine “Risorgimento” ha una derivazione religiosa,
infatti è sinonimo di “resurrezione”. Il pensiero mazziniano non si fermava all’Italia. Dal suo, punto di vista,
infatti, l’Italia unita nata dalla rivoluzione sarebbe stata la Terza Roma (successiva a quella degli imperatori
e dei papi) e avrebbe dovuto porsi come guida dei popoli oppressi per il raggiungimento dell’indipendenza.
In nome dell’emancipazione delle nazionalità soggette, Mazzini fondò la Giovine Europa (a cui aderirono
pochi intellettuali) che fu sgominata nel 1836 da un’operazione poliziesca.

(La letteratura nazional-patriottica italiana). Negli anni successivi al congresso di Vienna fiorì una
letteratura nazional-patriottica anticipata dagli scritti di epoca napoleonica di Ugo Foscolo e da quelli
precedenti di Vittorio Alfieri. I principali scrittori di questa corrente furono Alessandro Manzoni, Giovanni
Berchet, Silvio Pellico, Massimo d’Azeglio e Giacomo Leopardi. Le tematiche patriottiche trattane nei libri
erano perlopiù ricollegabili all’ambiente liberale e moderato. Alcune di queste opere, inoltre, divennero dei
veri e propri best seller: le “Poesie” di Berchet, ad esempio, ebbero quindici ristampe, “Le mie prigioni” di
Pellico nove. Nello stesso periodo tematiche nazional-patriottiche entrarono anche nel melodramma con
Gioacchino Rossini, Vincenzo Bellini e, soprattutto, con Giuseppe Verdi.
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Il federalismo democratico
Una delle correnti più importanti del dibattito risorgimentale era quello del federalismo democratico.
Questa corrente nacque attorno al giurista e filosofo Gian Domenico Romagnosi e i massimi esponenti
erano Caro Cattaneo e Giuseppe Ferrari. Cattaneo fu un raffinato intellettuale che diresse “Il Politecnico”,
una rivista riformista che funse da laboratorio di modernizzazione culturale e tecnico-scientifica. Secondo
l’intellettuale il regno piemontese era troppo piccolo e arretrato per porsi alla guida dei moti risorgimentali.

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Soprattutto dopo le “cinque giornate”, di cui fu uno dei dirigenti, Cattaneo si avvicinò alle idee del
federalismo democratico. Giuseppe Ferrari collaborò con Cattaneo durante la rivoluzione del 1848, fu un
critico sia del neoguelfismo di Gioberti che dell’unitarismo di Mazzini. Dopo il 1848 si avvicinò alle idee
socialiste. Il federalismo, per Ferrari come per Cattaneo, era il sistema che più corrispondeva alle tradizioni
storiche dell’Italia ed era quello più idoneo a garantire la libertà.
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(Gioberti e il neoguelfismo). Di centrale importanza nel dibattito politico italiano fu l’opera del prete
piemontese Vincenzo Gioberti dal titolo “Sul primato morale e civile degli Italiani”, pubblicato negli anni
Quaranta e da subito preso a manifesto dagli ambienti moderati. La dottrina esposta nel libro, definita
neoguelfa, sosteneva la creazione di una federazione di stati italiana divisa in tre territori, il nord, il centro e
il sud governate dai rispettivi sovrani. A capo di questa federazione doveva essere posto il papa, infatti per
Gioberti il primato italiano era da ricondurre proprio al papa e al cattolicesimo. L’opera dell’ecclesiastico
piemontese si inseriva nel filone del cattolicesimo liberale diffuso in tutta Europa e centrale nella penisola,
luogo dove il cattolicesimo aveva molta presa nella popolazione.

(L’idea di leadership del Regno di Sardegna). Un’altra linea interna al movimento moderato era quella di
Massimo d’Azeglio e Cesare Balbo. Entrambi criticavano Gioberti per il fatto che non teneva conto delle
posizioni reazionarie di papa Gregorio XVI. I due, di contro, sostenevano che la leadership doveva essere
affidata al Regno di Sardegna, ovvero l’entità politica più forte della penisola. In particolare Cesare Balbo,
nel suo libro “Delle speranze d’Italia”, sosteneva che l’unità poteva essere raggiunta solo per via
diplomatica con un “inorientamento” della potenza austriaca dall’Italia ai Balcani.

3. Un lungo Quarantotto
L’ondata rivoluzionaria del Quarantotto ebbe uno dei suoi epicentri in Italia. Qui gli storici parlano di lungo
quarantotto in quanto i moti furono anticipati da fermenti riformistici e da tentativi rivoluzionaria di
matrice democratica e Mazziniana, come la spedizione dei fratelli Bandiera del 1844, che si conclusero con
un fallimento facendo perdere slancio all’iniziativa dei democratici a favore di quella dei moderati.

(Pio IX). L’elezione di papa Pio IX nel 1846 fu ben vista dalla corrente moderata e neoguelfa. Il nuovo
pontefice, infatti, era consapevole della necessità di riformare lo Stato pontificio. Tra il 1846 e il 1847 il
nuovo papa portò avanti una seri di riforme volte ad amnistiare i colpevoli di reati politici, concedere una
moderata libertà di stampa, l’istituzione di una consulta e di una guardia civica. Queste iniziative
accrebbero la popolarità del papa e spinsero i neoguelfi a creare un’immagine patriottica del papa. Un altro
passo importante fu la creazione di una lega doganale tra Stato pontificio, Regno di Sardegna e Granducato
di Toscana.

(La rivolta di Palermo e l’inizio del ’48). Il 12 gennaio del 1848 scoppiò una rivolta a Palermo. Era il primo
segnale del Quarantotto europeo. La rivolta siciliana scoppiava ancora una volta in chiave anti-napoletana e
per il ripristino della Carta siciliana del 1812. Dopo il rifiuto di Vienna di intervenire, Ferdinando II fu
costretto a concedere una costituzione che, però, i siciliani non accolsero dando vita a un governo
provvisorio. La debolezza austriaca in questa fase e la paura dell’esplosioni di nuove rivolte spinsero il
granduca di Toscana Leopoldo II, il papa e il re di Sardegna Carlo Alberto a concedere uno Statuto. In
particolare in Piemonte si eliminò la legislazione discriminatoria nei confronti dei non cattolici concedendo
a questi gli stessi diritti civili e politici degli altri sudditi del regno.

(Le costituzioni piemontese e toscana).Gli statuti piemontese e toscano prendevano d’esempio le


costituzioni francese e belga rispettivamente del 1830 e del 1831. Queste carte costituzionali prevedevano
un parlamento bicamerale dotato di potere legislativo e diviso in camera bassa (eletta seguendo parametri
di censo e di istruzione) e camera alta (nominata dal sovrano), il potere esecutivo era affidato al sovrano a
cui rispondeva il governo.

(Le insurrezioni nel Lombardo-Veneto). La notizia delle dimissioni di Metternich nel marzo portarono allo
scoppio di rivolte nel milanese e nel veneziano. A Milano le proteste erano iniziate già a gennaio con lo

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sciopero del fumo, ovvero con la decisione dei milanesi di non fumare per non pagare le tasse sul tabacco.
Le repressioni austriache dei mesi successivi avevano surriscaldato ulteriormente gli animi, finché il 18
marzo 1848 Milano insorse. Dopo cinque giorni di guerriglia urbana (le “cinque giornate”), l’esercito
austriaco guidato dal feldmarescialo Joseph Radetzky si ritirò nel Quadrilatero, tra le fortezze di Verona,
Peschiera, Mantova e Legnago. Nel contempo le altre città lombarde passavano nelle mani degli insorti,
mentre si sollevavano anche le campagne colpite dalla crisi agraria scoppiata in Europa nel 1845. Nel
frattempo insorgeva anche Venezia. I rivoltosi, guidati da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo
proclamarono la ricostruzione della Repubblica di Venezia dopo la fuga delle truppe austriache.

(La prima guerra d’indipendenza). Sulla scia di quello che stava succedendo nel Lombardo-Veneto, Carlo
Alberto dichiarò guerra all’Austria. Volontari dal Lombardo-Veneto, dallo Stato pontificio e truppe
provenienti da Napoli e da Firenze si unirono alla guerra anti-austriaca, mentre i ducati di Modena e di
Parma lasciavano il potere in mano a governi provvisori di ispirazione liberal-nazionale. Pio IX, nell’aprile, si
rifiutò di affiancarsi alla guerra contro l’Impero asburgico in quanto non voleva spingere dei cattolici a
combattere altri cattolici. Con questa decisione del pontefice il sogno neoguelfo di una federazione italiana
presieduta dal papa crollò. Le vittorie piemontesi tra aprile e maggio spinsero Carlo Alberto a dichiarare
l’annessione del Lombardo-Veneto e dei ducati di Modena e di Parma. Tale decisione fu mal vista da Napoli
e dalla Toscana che, temendo la trasformazione della guerra nazionale in guerra di conquista piemontese,
ritirarono le loro truppe. Mentre Ferdinando II, ritirate le sue truppe, cominciò a dedicarsi alla repressione
dei liberali locali e alla ripresa della Sicilia, la controffensiva austriaca riuscì ad avere la meglio sulle truppe
piemontesi a Custoza il 22 luglio costringendo Carlo Alberto all’armistizio. Gli austriaci si rimpossessarono
del Lombardo-Veneto.

(La Repubblica romana). Dopo il fallimento del progetto neoguelfo e la sconfitta del re di Sardegna,
l’iniziativa tornò nelle mani dei democratici. Dopo l’assassinio del capo del governo pontificio Pellegrino
Rossi e le dimostrazioni di piazza, papa Pio IX fuggì a Gaeta. Nel febbraio del 1849 un’Assemblea costituente
votata a suffragio universale maschile dichiarò la nascita della repubblica romana e affidò il potere a un
triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi.

(Radicalizzazione in Toscana). In seguito i conflitti in Toscana tra liberali e democratici e poi tra i principali
leader democratici Giuseppe Montanelli e Francesco Guerrazzi, spinsero Leopoldo II a fuggire a Gaeta.

(Definitiva sconfitta di Carlo Alberto). Per riscattarsi dalla sconfitta del luglio del 1848, per evitare che la
gestione dei moti passasse nelle mani dei democratici e per paura dello scoppio di rivolte democratiche nel
regno, Carlo Alberto riprese la guerra contro gli austriaci, ma venne sconfitto a Novara il 23 marzo del 1849.
Dopo la sconfitta Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

(La capitolazione dei rivoluzionari). Dopo la sconfitta di Carlo Alberto, l’esercito austriaco poterono
rientrare a Modena e in Toscana dove fu re insediato Leopoldo II. In aprile fu la Francia di Luigi Napoleone a
intervenire per riconsegnare Roma al papa. Dopo la tenace resistenza della Repubblica e dei volontari
guidati da Giuseppe Garibaldi, i francesi ebbero la meglio. Nel frattempo gli austriaci riprendevano il
controllo dell’Emilia, mentre da sud avanzavano le truppe del Regno delle Due Sicilie. L’ultima a capitolare,
verso la fine di agosto, fu Venezia dopo una lunga resistenza alle truppe austriache.

(Motivi del fallimento e situazione post-rivoluzionaria). La principale causa del fallimento dei moti, oltre
che le divisioni interne tra i rivoluzionari, era l’isolamento internazionale di cui soffrirono gli insorti. Dopo il
Quarantotto divenne evidente che la questione nazionale non poteva essere risolta senza tener conto
dell’equilibrio europeo e di eventuali alleanze strategiche internazionali. Dopo i moti del ’48 il Lombardo-
Veneto fu posto sotto stato d’assedio fino alla fine degli anni Cinquanta e l’amministrazione fu affidata alle
autorità militari. Inoltre contingenti dell’esercito austriaco si stabilirono nei Ducati, in Toscana e in
Romagna. Nonostante ciò l’egemonia austriaca sulla penisola veniva intaccata dalla presenza militare
francese nello Stato pontificio.

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4. Il Piemonte
(Lo statuto albertino). Nonostante la sconfitta, il Regno di Sardegna fu l’unico stato a mantenere intatta la
sua indipendenza e il regime costituzionale nato con lo Statuto albertino. Tale statuto fu adottato nel 1848
e si ispirava alla costatazione francese del 1814. Esso prevedeva un parlamento diviso in due camere: un
Senato di nomina regia e una Camera elettiva. Il dritto di voto era concesso su base censita ria e di
alfabetizzazione e riguardava, dunque, il 2% della popolazione. Al governo spettava il potere esecutivo,
inoltre esso rispondeva al sovrano e il primo ministro era nominato da quest’ultimo. Il re aveva la facoltà di
sciogliere le camere, condivideva il potere legislativo con queste, poteva porre il veto sulle leggi ed era a
capo dell’esercito. Nonostante il sovrano godesse di vasti poteri secondo lo statuto, per approvare qualsiasi
cosa comportasse un onere finanziario serviva l’approvazione della camera bassa. Grazie a questo
elemento e alla pratica politica degli anni successivi che consisteva nel delegare al governo molte delle
prerogative regie, quella che si formò in Piemonte era de iure una monarchia costituzionale, de facto una
monarchia parlamentare.

(Il Regno di Sardegna come riferimento della causa nazionale). Negli anni successivi al Quarantotto, il
Regno di Sardegna divenne meta di molti esuli che avevano sposato la causa nazionale provenienti degli
altri Stati italiani. In particolare parte di questi proveniva dal mondo universitario e della stampa. Ciò
contribuì a far sviluppare una fiorente vita culturale nel regno che iniziò a sprovincializzarsi.

(Camillo Benso conte di Cavour). Figlio cadetto di una famiglia aristocratica piemontese, nacque nel 1810.
Inizialmente intraprese la vita militare, ma in seguito decise di dedicarsi agli studi e ai viaggi. Durante i suoi
viaggi in Europa fu influenzato dai liberali francesi e dal sistema economico e politico britannico basato sul
libero mercato, sulla modernizzazione dell’agricoltura e l’industrializzazione. Parlamentare del regno, nel
1850 divenne Ministro dell’Agricoltura e del commercio. Da quel momento avrebbe dominato la scena
politica italiano fino alla sua scomparsa.

(Il connubio). Nel 1852 fu chiamato a formare un governo. Il governo Cavour si reggeva sull’alleanza del
centro e della sinistra liberale. Tale manovra politica, che garantiva a Cavour una maggioranza vasta e
solida in parlamento, fu definita con disprezzo dai conservatori “connubio”. Grazie a questa maggioranza
Cavour poteva controbilanciare il potere del re, affermare il primato della Camera e portare avanti il suo
programma di riforme.

(La politica interna di Cavour). In politica interna lo scopo di Cavour era quello di modernizzare il Piemonte.
Per fare ciò il primo ministro attuò una politica doganale liberoscambista stipulando trattati commerciali
con altri paesi europei e abbassando i dazi; sostenne la costruzione delle linee ferroviarie; investì sul
potenziamento della flotta e del porto di La Spezia; favorì lo sviluppo commerciale e industriale del regno.

(La politica estera). Cavour, compresa l’importanza della dimensione internazionale per portare avanti
l’espansione del Piemonte a danno dell’Impero asburgico, in politica estera si avvicinò alla Francia di
Napoleone III, principale potenza revisionista dell’ordine di Vienna. Cavour era conscio anche del fatto che
il Piemonte poteva permettersi il rischio di una guerra contro l’Impero asburgico, in quanto il Regno di
Sardegna non sarebbe mai stato smembrato in caso di sconfitta, essendo esso uno Stato cuscinetto tra la
potenza francese e quella austriaca.

(La guerra di Crimea). La prima occasione di inserire il Piemonte nel contesto internazionale, fu offerta a
Cavour dalla partecipazione alla guerra di Crimea, a cui decise di partecipare un invito della Francia e della
Gran Bretagna. Nonostante il Piemonte non ottenesse vantaggi territoriali da questa guerra, la
partecipazione al conflitto permise al paese di presentarsi come nuovo attore internazionale e permise a
Cavour di parlare al congresso di pace di Parigi del 1856 in cui sollevò il tema della questione italiana. Con la
guerra di Crimea, inoltre, moriva il concerto europeo con la fine della Santa Alleanza e l’Impero asburgico
perdeva l’importante alleato russo. Quello che venne a crearsi, dunque, era il giusto contesto per
modificare gli equilibri europei vigenti.

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(Accordi di Plombières). L’ipotesi di un’alleanza franco-piemontese in chiave antiaustriaca si concretizzò nel


1858 quando Cavour e Napoleone III si incontrarono a Plombières. Sembra ch a convincere Napoleone III a
incontrare Cavour fosse stato l’attentato ai suoi danni compiuto dal rivoluzionario italiano Felice Orsini. In
realtà dobbiamo tenere conto del fatto che l’intervento nel quadrante italiano gli avrebbe permesso di
raggiungere il suo scopo: indebolire l’Impero asburgico e stravolgere l’ordine nato a Vienna. Nell’incontro
Cavour e Napoleone III decise che la Francia sarebbe dovuta intervenire l’anno seguente, che al Regno di
Sardegna sarebbe spettato il Lombardo-Veneto, mentre il Piemonte avrebbe dovuto cedere Nizza e Savoia
alla Francia. Il nuovo riassetto della penisola stabilito a Plombières prevedeva la formazione di una
confederazione italiana sul modello di quella germanica formata da tre stati: il Regno d’Alta Italia guidato
dai Savoia, quello del Centro Italia, in mano al Papa, e il Regno di Napoli dei Borbone. Tale progetto non
prevedeva l’unificazione perché Napoleone III vedeva di cattivo occhio la nascita di uno stato italiano
unitario che avrebbe contrastato i suoi interessi nel Mediterraneo, preferibile era invece la nascita di una
confederazione posta sotto la protezione, e quindi l’influenza, della Francia.

5. L’unificazione
(La seconda guerra d’indipendenza). La Francia aveva stabilito che sarebbe intervenuta in un eventuale
conflitto tra Austria e Piemonte solo se era la prima ad attaccare. Infatti in caso di guerra difensiva a fianco
dell’Impero asburgico sarebbero intervenuti Prussia e Stati tedeschi come prevedeva lo statuto della
Confederazione. Per indurre gli austriaci a lanciare un ultimatum al Piemonte, il regno iniziò a mobilitare
l’esercito e ad arruolare volontari. Verso la fine di aprile del 1859 l’Austria inviò un ultimatum al Piemonte
che lo rifiutò facendola così scendere in guerra. Le truppe piemontesi, supportate da quelle francesi e dai
volontari, sconfissero gli austriaci a Magenta, Solferino e San Martino. Nel frattempo in Emilia, Romagna e
in Toscana scoppiavano delle rivolte fomentate dagli agenti di Cavour, intanto ad allargare i possedimenti
Piemontesi oltre i territori stabiliti a Plombières. Dopo la cacciata dai rispettivi governanti, nelle regioni si
insediarono governi provvisori sostenuti da commissari piemontesi. Movimenti di truppe prussiane, lo
scontento dell’opinione pubblica francese per la guerra e il nuovo scenario nato con le rivolte in Italia
centrale spinsero Napoleone III a stipulare un armistizio con l’Austria l’11 luglio del 1859 a Villafranca,
prima che fosse conquistato il Veneto. L’Austria cedette la Lombardia, ad esclusione del Quadrilatero, alla
Francia che lo consegnò all’Italia. Cavour, escluso dalle trattative da Vittorio Emanuele II, si dimise.

(L’annessione di Firenze, Modena, Parma e Bologna). Nell’estate dello stesso anno assemblee elettive a
Firenze, Modena, Parma e Bologna si pronunciavano a favore dell’unione al regno. Napoleone III non
vedeva di buon occhio queste annessioni che mettevano in discussione la suddivisione dell’Italia in una
confederazione più facilmente controllabile dalla Francia. A guardare di buon occhio questo processo era
invece la Gran Bretagna che vedeva nella nascita di uno Stato unitario l’unico mezzo per mettere fine
all’egemonia francese o austriaca nella zona. Per tale motivo Londra si disse favorevole alle annessioni.
Nella prima metà di marzo si tennero i plebisciti che sancirono l’annessione al Piemonte di Firenze,
Modena, Parma e Bologna.

(Garibaldi e la spedizione dei mille). Un tentativo di rivolta a Palermo represso dalle truppe borboniche
fornirono l’occasione per organizzare una spedizione nel sud sotto il comando di Garibaldi. A convincere
l’eroe dei due mondi a partecipare alla spedizione furono due siciliani, Rosolino Pio e Francesco Crispi. La
spedizione composta da un migliaio di volontari mal armati partì da Genova il 5 maggio 1860 e sbarcò a
Marsala qualche giorno dopo. Dopo aver sconfitto l’esercito borbonico, i Mille presero d’assedio Palermo
dove nel frattempo scoppiò una rivolta. Presa la città, a fine luglio, Garibaldi, sconfitto nuovamente
l’esercito borbonico, entrò a Messina. A permettere alla spedizione di avere successo furono diversi fattori:
la formazione militare dei volontari, il carisma di Garibaldi, ma soprattutto il fatto che la spedizione funse
da detonatore per l’insurrezione del popolo siciliano stufo del dominio borbonico. Ad aggregarsi a
Garibaldi, durante il suo percorso, furono squadre di “picciotti”, ovvero gruppi di contadini appoggiati dai
proprietari e dal clero, patrioti della capitale e radicali dei ceti popolari. A spingere queste figure ad unirsi
alla spedizione furono diversi elementi: vincoli clientelari, il patriottismo e la ricerca di una riforma agraria
volta a distribuire le terre demaniali. Fu proprio per quest’ultimo motivo che, dopo la presa dell’isola,
scoppiarono scontri tra proprietari e contadini. La conflittualità sociale e le violenze spaventarono i dirigenti

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garibaldini che, per evitare l’anarchia, repressero con la violenza le rivolte. Il caso più famoso è quello di
Bronte, nella campagna etnea, dove i contadini massacrarono i proprietari terrieri e i garibaldini, comandati
da Nino Bixio, repressero la rivolta e ricorsero al tribunale militare per condannare i capi dei rivoltosi.
Nell’agosto i garibaldini superarono lo stretto di Messina difesi dalla flotta inglese che controllava la zona.
L’esercito garibaldino, ormai forte di 20.000 volontari arrivati principalmente dal nord, cominciò ad
avanzare nel continente. Nel settembre i volontari entrarono a Napoli senza colpo ferire mentre il re
Francesco II fuggiva a Gaeta.

(L’imprevedibile collasso del Regno delle Due Sicilie). Quello a cui si assistette fu l’inaspettato collasso del
Regno delle Due Sicilie. Mentre per il caso della Sicilia la cosa era spiegabile con l’astio verso il dominio
centralistico di Napoli e la ricerca di una maggiore autonomia dell’isola, per la parte continentale la
questione è diversa. Sebbene anche nel continente esistessero regioni dove agiva una forte opposizione
antiborbonica (principalmente in Calabria, in Basilicata e nel Cilento), il vero motivo del crollo del Regno era
la crisi di legittimità del regime borbonico a causa del malgoverno di Francesco II. Il regime borbonico non
era stato in grado di rispondere ai processi di ammodernarsi e il suo tentativo di liberalizzare il regime dopo
il 1848 non fece altro che alienato i settori sociali più vicini ad esso provocandone la disarticolazione
dell’apparato centrale e periferico che crollò con l’arrivo dei garibaldini.

(La discesa di Vittorio Emanuele II al sud). Sia per paura degli ambienti democratici e mazziniani che
facevano pressioni su Garibaldi per convocare l’elezione di un’assemblea che decidesse il da farsi, sia per
paura che il condottiero volesse puntare su Roma (cosa che avrebbe provocato l’intervento Francese),
Cavour chiese ed ottenne il permesso da Napoleone III di inviare l’esercito a sud per intercettare Garibaldi.
L’esercito piemontese guidato da Vittorio Emanuele II, conquistando Marche e Umbria, raggiunse Garibaldi
a Teano il 26 ottobre. Qui Garibaldi consegnò al re savoiardo le terre conquistate. Dopo che le richieste di
essere nominato luogotenente per un anno e di non disperdere i suoi volontari erano state rifiutate,
Garibaldi si ritirò a Caprera.

(La nascita del Regno d’Italia). Dopo i plebisciti in Sicilia, a Napoli, in Umbria e nelle Marche, il 17 marzo
1861 il parlamento proclamò la costituzione del Regno d’Italia. Il nuovo stato fu riconosciuto dai principali
paesi ad esclusione di Austria e Spagna. La nascita di questo Stato sancì la frantumazione dell’ordine di
Vienna.

Capitolo 5. L’era dell’industrializzazione


(Seconda rivoluzione industriale). Negli ultimi decenni dell’Ottocento l’industrializzazione partita
dall’Inghilterra assunse un’accelerazione e una diffusione tali da spingere gli storici a parlare di seconda
industrializzazione. Il cuore di queste trasformazioni fu L’Europa e l’America del nord, ma il fenomeno, che
mise in collegamento tutto il mondo, assunse una dimensione globale. Il risultato fu un pianeta
interconnesso e maggiormente unito all’egemonia europea.

1. Dall’Inghilterra all’Europa
(La Gran Bretagna “officina del mondo”). La Gran Bretagna era l’“officina del mondo” in quanto nell’isola
oltre la Manica si producevano due terzi del carbone e oltre il 50% del ferro e del cotone lavorato del
mondo. I mercati mondiali erano dominati dagli inglesi e dalla loro flotta, mentre il sistema finanziario
inglese governava i flussi di capitali a livello mondiale. Questa superiorità era stata permessa dall’adozione
di un sistema di liberismo puro, con l’abolizione di ogni tariffa e ogni dazio sulle merci, basato sulla totale
deregolamentazione del mercato governata dalla “mano invisibile” teorizzata dagli economisti classici come
Adam Smith e David Ricardo.

(Fattori di arretratezza dell’Europa continentale). I fattori che segnavano l’arretratezza dei paesi
dell’Europa continentale a confronto dell’Inghilterra erano molteplici:
- Territoriale, infatti erano presenti paesi estesi con scarse vie di comunicazione.
- Politico, la presenza di una serie di piccoli stati frammentati come in Italia e in Germania.

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- Fisiche, ovvero la presenza di barriere doganali anche all’interno degli stessi stati.
- Culturale, con il disprezzo dell’impresa d’affari.
- Finanziario, con strutture finanziarie arretrate.
- Sociale, per la presenza di grandi disuguaglianze.

(Elementi che favorirono l’industrializzazione nel continente). Nell’Ottocento intervennero una serie di
elementi a favorire lo sviluppo industriale del continente europeo:
- L’incremento demografico.
- La nascita di diverse unioni doganali, una su tutte lo Zollverein tedesco.
- Importanti interventi nel campo dei trasporti per potenziare le vie di comunicazione stradali e
fluviali, oltre che l’introduzione di nuovi mezzi di trasporto come le ferrovie. Tra il 1850 e il 1870 la
rete ferroviaria nel continente aumentò di 50.000 miglia.
- Lo sfruttamento dei bacini carboniferi per generare energia, ad esempio quelli della Rurh in
Vestfalia (in Germania, ad esempio, il consumo di carbone passò da 5100 coulomb a quasi 37.000
tra il 1850 al 1870).
- L’adozione di invenzioni tecnologiche e giuridiche già presenti in Gran Bretagna. Le invenzioni
tecnologiche adottate furono la macchina a vapore, i telai meccanici, l’uso di combustibili minerari
nella siderurgia (sempre in Germania la produzione di ghisa passò da poco più di 200 migliaia di
tonnellate metriche a più di 2200 tra il 1850 e il 1870) e la nascita dell’industria chimica. Per quanto
riguarda il lato giuridico, fu facilitata la nascita delle società a responsabilità limitata e furono
abbattute le barriere doganali, i dazi, venne ridotta la frammentazione monetaria e vennero
stipulati contratti commerciali.
- La trasformazione del sistema bancario che aumentò la disponibilità di capitali e la capacità di
attrazione dei risparmi. Essenziale fu la nascita delle “banche miste” che raccoglievano risparmi e li
investivano nella produzione industriale con l’acquisto di azioni. Questi nuovi istituti di credito,
fornendo prestiti a lungo termine, permisero lo sviluppo industriale nei paesi del continente.

2. Grande depressione e Seconda rivoluzione industriale


(Il calo dei prezzi delle derrate alimentari). Dal 1873 scoppiò una crisi finanziaria a Vienna che si propagò
in Europa e in America del nord fino al 1896 manifestandosi con il calo dei prezzi in particolare delle derrate
alimentari: si trattò della così detta “grande depressione”. Il calo dei prezzi fu conseguenza dell’arrivo dal
Nuovo Continente di grandi quantità di grano e di carne. A far crollare i prezzi furono l’introduzione di
macchinari, di nuovi concimi e i nuovi mezzi di comunicazione che ne abbatterono il costo di produzione e
di trasporto. Inoltre l’inscatolamento e la refrigerazione permise il trasporto a lungo delle derrate
alimentari deperibili.

(Incremento demografico e cambio delle abitudini di consumo). Tra il 1870 e il 1910 la popolazione
europea passò da 290 a 435 milioni di abitanti. Questo aumento diede una maggiore importanza al mercato
del Vecchio Continente. La caduta dei prezzi dei generi alimentari per effetto della “Grande depressione”,
inoltre, cambiarono le abitudini di consumo della popolazione europea che iniziarono ad acquistare, oltre ai
beni primari di consumo, anche manufatti.

(Protezionismo). L’accresciuta competitività dei mercati esteri che avevano causato il crollo dei prezzi
spinse la maggior parte dei paesi europei a introdurre una politica economica protezionista. Tale politica
consisteva nell’introdurre dazi doganali per difendere le imprese nazionali dall’agguerrita concorrenza
estera.

(La Seconda rivoluzione industriale). A cavallo tra Ottocento e Novecento, un profondo cambiamento
investì nel campo lavorativo, economico e commerciale i paesi europei e l’America settentrionale, tanto da
prendere il nome di Seconda rivoluzione industriale. Le innovazioni tecnologiche di questo periodo, frutto
delle scoperte scientifiche e sugli investimenti di capitali, permisero la maggior efficienza delle produzioni e
la lavorazione di nuovi materiali. Tra gli anni Sessanta e Ottanta dell’Ottocento una serie di innovazione

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fecero irruzione nella vita dell’uomo modificandola: motore a scoppio, telegrafo senza fili, telefono, la
lampada elettrica, la bicicletta, la plastica, ec.

(Acciaio). Uno dei tratti principali di questa Seconda rivoluzione industriale fu la sostituzione del ferro con
l’acciaio. Quest’ultima lega era preferibile al ferro per la sua maggiore plasticità e durezza ed era essenziale
per la costruzione non solo di macchine, ma anche di utensili, chiodi, navi e via dicendo. I nuovi
procedimenti Bessemer e Martin-Siemens (dai nomi degli ideatori) permisero di ottenere il materiale a
prezzi più competitivi del ferro, abbattendo il prezzo della lega dell’80-90%. Infatti, se nel 1850 la
produzione mondiale di acciaio ammontava a 80.000 tonnellate, nel 1900 raggiunse le 28 milioni di
tonnellate.

(L’industria chimica). Un altro settore simbolo della Seconda rivoluzione industriale era quello dell’industria
chimica che, grazie alle nuove invenzioni cominciò ad imporsi. Tra le invenzioni fondamentali in questo
campo c’era il metodo Solvay per la produzione di soda. La soda era essenziale per la produzione dell’acido
solforico e di tutte quelle sostanze chimiche necessari in diversi comparti dell’industria chimica, come
quello destinato alla creazione di esplosivi. L’avanzata di questa industria modificò a fondo la vita delle
persone con l’introduzione di coloranti sintetici, di prodotti derivanti dalla cellulosa, con la produzione della
plastica e via dicendo.

(L’energia). I processi di industrializzazione richiedevano una maggior quantità di energia. Essenziali, infatti,
furono le innovazioni in campo energetico. La macchina a vapore non poteva più supplire ai bisogni
dell’industrializzazione e ben presto fu sostituita dalla turbina a vapore. Altro elemento essenziale fu la
progressiva sostituzione del carbone con i combustibili liquidi quale il petrolio che permettevano l’uso del
motore a scoppio. Fu da gli anni Ottanta dell’Ottocento che l’industria petrolifera compì i primi passi, in
particolare negli States nacque il colosso Standard Oil fondato da John Rockefeller. Il controllo dei pozzi
petroliferi, da questo momento, iniziò a guadagnare importanza dal punto di vista economico e geopolitico.
Questa importanza aumentò all’inizio del Novecento, quando, grazie alla diminuzione del prezzo del
petrolio e alla migliore qualità dei suoi derivati, cominciò a sostituirsi al carbone.

(L’industria automobilistica). Alla fine dell’Ottocento risale la nascita dell’industria automobilistica che
aumentò l’importanza di quella petrolifera e della gomma. In quegli anni nacquero le case automobilistiche
protagoniste del XX secolo: la Ford (1869), la Renault (1896), la Fiat (1899) e via dicendo.

(L’elettricità). Un’innovazione centrale fu l’utilizzo industriale dell’elettricità resa possibile dalle innovazioni
scientifiche legate ai nomi di Benjamin Franklin e Alessandro Volta. L’elettricità aveva il vantaggio di poter
essere trasportata nelle lunghe distanze senza grandi perdite e di generare altri tipi di energia come il
calore, la luce o il movimento. L’applicazione dell’elettricità interessò prima il campo delle
telecomunicazioni con il telegrafo e l telefono, poi quello della metallurgia e della chimica, infine quello
dell’illuminazione. In quest’ultimo campo essenziale fu l’invenzione della lampadina a filamenti
incandescenti di Thomas Edison nel 1879. Negli anni Ottanta negli States, in Gran Bretagna, Belgio,
Germania, Francia e Italia nascevano le prime centrali termoelettriche e idroelettriche.

(Collaborazione tra scienza e tecnica). Il paradigma della Seconda rivoluzione industriale fu la


collaborazione tra scienza e tecnica. Se prima era l’invenzione tecnica a sviluppare la ricerca scientifica, con
la Seconda rivoluzione industriale iniziò ad essere la ricerca scientifica a generare nuove scoperte tecniche.
Proprio per tale otivo, le industrie divennero le principali finanziatrici della ricerca scientifica.

3. Meccanizzazione del lavoro


L’industrializzazione aveva introdotto la meccanizzazione nei processi di produzione, nel lavoro e anche
nella vita quotidiana.

(Il caso della macchina da cucire). Il caso emblematico in questo campo era l’invenzione della macchina da
cucire, il primo dispositivo domestico, da parte di Isaac Singer. Per la vendita di questa invenzione fu

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adottato un moderno sistema di marketing fatto di pubblicità, corsi per apprendere l’uso della macchina da
cucire e la vendita a rate della stessa. La macchina da cucire si affermò subito grazie alla sua economicità e
alla sua funzionalità. I principi della macchina da cucire furono adoperati anche in macchinari analoghi del
settore tessile e di altri comparti produttivi innovando la produzione di beni di consumo.

(Il fordismo e il taylorismo). La meccanizzazione del sistema produttivo permise la nascita del fordismo.
Questo sistema di produzione prevedeva l’esistenza di una catena di montaggio in cui il processo di
lavorazione era continuo e lineare ( ciò fu possibile anche con l’introduzione di macchinari quali i nastri
trasportatori) e dove gli operai svolgevano gli stessi movimenti per tutta la giornata lavorativa che
corrispondevano a una fase della catena di montaggio. In tale sistema il tempo di lavoro era dettato dalle
macchine all’operaio e non il contrario com’era prima. La produzione di pezzi standardizzati da assemblare
permetteva la funzionalità di questo sistema. Il fordismo prende il nome da Henry Ford che per primo lo
adoperò, nel 1909, per la produzione della Ford “T”, la prima utilitaria. Questa macchina, per l’alto numero
di esemplari e per i bassi costi di produzione, fu la prima macchina di massa. Tale modello di organizzazione
del lavoro si diffuse a livello mondiale. Il fordismo era frutto dell’applicazione del taylorismo, ovvero del
sistema ideato negli anni Ottanta dall’ingegnere Frederick Taylor che, introducendo ritmi di lavoro definiti
attraverso il cronometraggio di ogni fase produttiva, contribuì a trasformare l’operaio in un automa in linea
con i ritmi dettati dalla macchina.

4. Nuova economia: aumento di scala e finanziarizzazione


(Industrie ad alta intensità di capitale e loro ingrandimento). Le principali innovazioni tecnologiche
introdotte dalla Seconda rivoluzione industriale interessarono principalmente comparti produttivi che si
caratterizzavano per essere ad alta intensità di capitali e di energia. Per esempio, una di queste industrie,
era quella dell’acciaio che aveva bisogno di stabilimenti adeguati, altiforni e macchinari oltre che di una
grande quantità di energia che doveva essere a ciclo continuo. Queste imprese furono protagoniste di un
processo che le portò ad ingrandirsi per aumentare la produzione, abbattendo così i costi e aumentando i
guadagni. I colossi industriali che nacquero da tale processo erano presenti soprattutto negli Stati Uniti e
nel Giappone.

(Concentrazione verticale e orizzontale, i trust e i “cartelli”). La nascita di grandi colossi si accompagnò alle
concentrazioni verticali e orizzontali volte a eliminare la concorrenza, abbassare i costi di produzione e
massimizzare i profitti. Con concentrazione verticale s’intende l’inglobamento da parte di un industria di
altre aziende appartenenti alla filiera produttiva del medesimo prodotto; mentre per concentrazione
orizzontale s’intende la fusione di più aziende o l’inglobamento da parte di un’azienda più grande del
medesimo comparto produttivo. Quello che venne a crearsi, dunque, fu uno scenario industriale dove
avevano grande peso i trust, unioni di gruppi industriali, e i “cartelli”, accordi tra imprese concorrenti. Tali
forme di unioni industriali davano vita a oligopoli o a monopoli in diversi settori, tanto che, negli States, in
nome del libero mercato si iniziò a portare avanti una legislazione anti-monopolistiche.

(La gestione manageriale). A modificarsi era anche il sistema di gestione delle aziende. Queste, infatti,
passarono a una gestione di tipo manageriale, soprattutto se si trattava di imprese di grandi dimensioni. La
gestione non veniva più affidata ai proprietari e ai maggiori azionisti, ma a dirigenti, ingegneri e ragionieri.
Questo tipo di gestione si affermò principalmente negli States e in Germania.

(Il rilievo della finanza e la nascita delle banche centrali). Uno sviluppo industriale di questo tipo doveva
essere supportato da capitali che spesso un singolo imprenditore non poteva avere. Per questo acquisì
sempre maggior e importanza la finanza e il mondo delle banche. La volontà di governare il sistema
bancario e l’introduzione del gold standard, ovvero della convertibilità in oro della moneta il cui valore
andava in base alla riserva aurea posseduta dalla banca che l’emetteva, spinse i diversi stati a dotarsi di una
banca centrale: la prima fu la Gran Bretagna nel 1694, la seconda la Francia nel 1800, seguite poi da
Germania (1875), Italia (1893) e Stati Uniti (1913).

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(Il ruolo dello Stato nell’economia). Il ruolo dello Stato nell’economia tendeva a palesarsi non solo per
quanto riguarda la politica monetaria. Gli stati, infatti, potevano decidere le politiche doganali (liberiste o
protezioniste), di introdurre politiche anti-trust e anti-monopolio o meno e potevano intervenire
direttamente nella costruzione di infrastrutture o come clienti delle imprese industriali, in particolare quelle
militari.

(Investimenti esteri e multinazionali). Tendenze di fine Ottocento e inizio Novecento erano l’espansione
degli investimenti all’estero, di cui furono protagoniste principalmente le banche europee, e l’espansione
internazionale delle aziende con la nascita delle prime multinazionali.

5. Le infrastrutture del mondo: le reti di comunicazione


(Rivoluzione dei trasporti). Le innovazioni tecnologiche intervennero in misura rilevante anche nel campo
dei trasporti tanto da parlare di “rivoluzione dei trasporti”. Mezzi di trasporto più capienti, sicuri e veloci e,
dunque, più economici, permisero lo spostamento di una mole di persone e merci sempre maggiore. Questi
nuovi mezzi furono utilizzati anche nella guerra permettendo il movimento più veloce e sicuro di armi e
soldati. Grazie ai nuovi mezzi i tempi di percorrenza da un punto ad un altro si ridussero, così da rendere il
mondo più piccolo.

(Lo sviluppo mondiale delle ferrovie). Nonostante le divergenze da paese a paese e da continente a
continente, le ferrovie tra Otto e Novecento aumentarono. Tra il 1870 e il 1910, infatti, i chilometri di
ferrovie nel mondo aumentarono di quattro volte passando da 130,5 miglia a 640,4 per poi superare le 940
negli anni Trenta del Novecento. Le strade ferrate in questo lasco di tempo si affermarono come simbolo
della modernità, inoltre furono uno strumento che permise una maggiore integrazione del territorio
avvicinando la periferia al centro e permettendone, così, un maggior controllo. Casi eclatanti di lunghissime
tratte ferroviarie erano l’Union Pacific nel 1869 e la Transiberiana del 1905 che univa Vladivostok a Mosca.
Le ferrovie ridisegnarono anche le città passando all’interno dei centri urbani dove cominciavano a essere
costruite le stazioni che, in alcuni cosi, erano veri e propri monumenti, basti ricordare la stazione di Torino
Porta Nuova. Esse divennero centri nevralgici di città sempre più connesse al resto del mondo.

(La nuova cartina dell’Europa). Strade, ferrovie e vie fluviali andavano ricostruendo la cartina di Europa. Se
in alcuni casi queste nuove vie di comunicazione seguivano tracciati antichi, altre volte ne segnavano di
nuovi. In particolare le nuove vie di comunicazione si collegarono nelle zone produttive nate in
conseguenza dell’industrializzazione. Era uso comune, infatti, concentrare le attività industriali in delle zone
ben definite soprattutto per una questione pratica, infatti le fabbriche venivano collocate vicino alle
materie prime, ad esempio nei dipartimenti della Mosella in Francia, nella Vestfalia in Germania e nel
Donbass in Russia, ovvero in quelle zone dov’erano presenti miniere di carbone e di ferro.

(I trafori alpini). Grazie all’industrializzazione dell’Italia e agli sviluppi nell’ingegneria fu possibile costruire i
trafori alpini. I più famosi sono la galleria del Frejus (1871) che mise in collegamento Italia e Francia, quella
del San Gottardo (1882) tra Italia, Svizzera e Germani. Grazie a questi trafori l’Italia e il Mediterraneo si
mise in contatto con il continente, infatti, grazie alle ferrovie, si collegarono i porti al resto del territorio
europeo ampliando i flussi mercantili e migratori.

(Innovazioni in campo marittimo). L’ultimo trentennio del XIX secolo fu segnato anche dalle innovazioni nel
campo dei trasporti marittimi con l’affermazione dei piroscafi a vapore in ferro prima e in acciaio poi (nel
1870 il 90% del naviglio mondiale era a vela, nel 1900 il 75% era a vapore). Con l’introduzione di questa
innovazione era aumentata la capienza delle navi, la sicurezza del trasporto ed era diminuito il tempo di
navigazione. Ciò favorì il maggiore sviluppo dei commerci a lunga distanza (già iniziati con le innovazioni che
avevano riguardato la navigazione a vela) a cui si sommava quello degli alimenti, grazie alle nuove
tecnologie nel campo della refrigerazione. Con gli sviluppi in quest’ultimo campo divennero di consumo
comune prodotti come l’ananas e la banana.

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(Il canale di Suez). Oltre allo sviluppo di canali navigabili che permettevano il anche nelle zone interne, in
quegli anni furono costruiti due canali di grandi dimensioni che apportarono a grandi benefici economici in
campo commerciale:
- Il primo fu il canale di Suez inaugurato nel 1869 e costruito con finanziamenti francesi. Questo
canale metteva in comunicazione il mar Rosso con il Mediterraneo permettendo agli europei di
raggiungere l’oceano indiano senza circumnavigare l’Africa, riducendo considerevolmente i tempi
di navigazione per raggiungere quella zona.
- Il secondo fu il canale di Panama che collegavano il Pacifico all’Atlantico in modo di evitare alle navi
la circumnavigazione del continente americano a sud lungo il passaggio di capo Horn.

(L’emigrazione). Le innovazioni in campo navale, unito all’aumento demografico conseguente anche al calo
dei prezzi dei beni alimentari dovuto alla “grande depressione”, favorì la nascita di fenomeni migratori di
carattere transcontinentale. Tali fenomeni si svilupparono in particolare nella prima metà del Novecento e
riguardavano i cittadini europei che si spostavano negli Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Australia e
Nuova Zelanda. Questo fenomeno generò un mercato del lavoro transcontinentale che vedeva spostarsi
milioni di lavoratori da una parte all’altra del mondo, trasportando con loro stili di vita, religioni, idee
politiche, culture ma anche forme organizzate di criminalità. Quello delle migrazioni fu un fenomeno
globale che vide, tra il 1850 e il 1914, 60 milioni di persone lasciare il loro luogo di nascita. Tra il 1840 e il
1940 ci furono tre grandi processi migratori:
- Dall’Europa all’America (55-58 milioni di persone).
- Dall’India e dalla Cina meridionale nel Sud-Est asiatico (48-52 milioni).
- Dalla Cina nord-orientale e dalla Russia in Siberia, Manciuria e Asia centrale (46-51 milioni).
A questi processi bisogna aggiungere i circa 2 milioni di schiavi importati dall’Africa all’America Latina e il
milione di colonizzatori europei che arrivarono nella parte sud del continente americano tra l’inizio
dell’Ottocento e gli anni Settanta dello stesso secolo. Altri importanti flussi furono quelli interni agli stati e
interni ai continenti.
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La “grande emigrazione” europea
Il continente europeo ha conosciuto per circa un secolo dagli anni Trenta dell’Ottocento un fenomeno di
migrazione di massa. Tra il 1848 e il 1932 sono emigrati dal Vecchio Continente 18 milioni di persone con
destinazione extraeuropea, la maggioranza diretta negli Stati Uniti. Il picco del flusso fu raggiunto nel primo
quindicennio del Novecento. Aumento demografico, trasformazioni economiche in particolare nel campo
dell’agricoltura e rivoluzione dei trasporti furono i principali fattori che favorirono questa migrazione di
massa. Tra il 1800 e il 1913 la popolazione europea passò da 195 milioni a 458, essa si concentrava
soprattutto nelle campagne dove si registravano progressi tecnologici importanti (nuovi attrezzi, macchinari
e concimi chimici) che portarono a un aumento della produzione e a una riduzione del fabbisogno di
manodopera. La “grande depressione” peggiorò le condinzioni del mondo contadino tanto da spingere
l’eccesso di manodopera non assorbito dall’industria in espansione a espatriare prevalentemente verso le
Americhe, dove era alta la disponibilità di terre da lavorare. In particolare negli Stati Uniti lo sviluppo
dell’edilizia, dell’industria e lo sfruttamento di un sempre maggior numero di miniere creò un bisogno di
manodopera che fu supplito dai migranti europei. Affianco alla migrazione transcontinentale esisteva
quella intraeuropea. L’Italia fu lo stato da cui partirono più migranti, infatti tra il 1891 e il 1913 4 milioni di
persone emigrarono negli altri paesi europei.
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(Il telegrafo). A rendere il mondo più piccolo e interconnesso fu anche il telegrafo che, grazie all’energia
elettrica, permetteva l’invio di notizie, di prezzi delle merci e di valutazioni azionarie in breve tempo. Nel
1837 a Londra fu allestito il primo telegrafo, nel 1844 Samuel Morse, che sviluppò il principale codice di
comunicazione da utilizzare con lo strumento, creò la prima linea aperta al pubblico tra Washington e
Baltimora. I telegrafi, grazie agli ingenti investimenti, si diffusero dapprima in Europa e America del nord e
poi nel resto del mondo. Grazie all’uso dei fili di rame e dei cavi di gomma furono create le linee
sottomarine: la prima fu posta lungo la Manica nel 1851 collegando Francia e Inghilterra, mentre nel 1866
fu posto il primo cavo sottomarino transatlantico che collegò l’America all’Europa. Grazie alla nascita e allo
sviluppo del telegrafo si modificarono i modi di comunicare e nacquero le prime grandi agenzie di stampa

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internazionale. Il ruolo del telegrafo si sarebbe ridimensionato solo con le comunicazioni senza fili
sviluppate dal Guglielmo Marconi, con lo sviluppo della radiofonia e del telefono. Nonostante ciò tali
invenzioni si affermarono solo a partire dagli anni Venti del Novecento.

(Una nuova scala gerarchica geopolitica). Terminali e snodi ferroviari, navali e telegrafici, in questi anni,
assunsero una grande rilevanza strategica essenziale, aumentando l’importanza geopolitica di luoghi prima
poco considerati.

6. Un’economia mondiale a egemonia europea


(Dal mondo monocentrico a egemonia inglese al mondo policentrico). Tra il 1870 e il 1914 si registrò un
cambiamento degli equilibri del potere economico a livello europeo e mondiale. Nonostante la City
londinese rimanesse il centro del commercio e della finanza mondiale, la Gran Bretagna perse il suo
primato industriale che fu acquisito dagli Stati Uniti (già nel 1890 divenne la principale produttrice mondiale
di acciaio e ferro) seguita dalla Germania. Ai paesi che nel 1870 aveva già raggiunto un buon grado di
industrializzazione come Belgio, Francia e Germania, inoltre, si aggiunsero Russia, Italia, Svezia, Olanda e
Giappone a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Si passava, dunque, da un mondo monocentrico a egemonia
inglese a un mondo policentrico caratterizzato dalla competizione tra nazioni. Bisogna aggiungere, inoltre,
che se lo sviluppo degli States in futuro avrebbe modificato gli equilibri mondiali, quello della Germania
avrebbe cambiato gli equilibri europei rendendo il continente più instabile.

(Divario tra paesi industrializzati e resto del mondo). L’accelerazione impressa ai processi economici dalla
Seconda rivoluzione industriale accrebbe la disparità economica tra paesi industrializzati (Europa e America
del nord) e resto del mondo con rare eccezioni come quella del Giappone.

(Commercio su scala planetaria). Con le nuove innovazioni nel campo dei trasporti, soprattutto quelli via
mare, si espanse il commercio su scala planetaria favorendo la nascita di un sistema economico mondiale.
Tra il 1800 e il 1913, infatti, il commercio mondiale aumentò di 23 volte. I commerci a livello mondiale si
concentravano nel triangolo Europa/America del Nord e Australia/Nuova Zelanda, con la sola eccezione
delle colonie sudafricana e indiana. Tale processo favorì la concentrazione della ricchezza in alcune parti del
globo e in alcuni gruppi di persona, nonostante ciò non mancarono le eccezioni, città come Buenos Aires,
Rio de Janeiro, Bombay e Shanghai, infatti, presentarono importanti indici di ricchezza.

7. La conquista del tempo e dello spazio


(Sincronizzare il mondo). Lo sviluppo del commercio mondiale poneva il problema di creare un sistema
univoco per calcolare il tempo: i calendari erano molteplici così come le modalità per misurare il tempo
della giornata. Un uomo che viaggiava da Washington a San Francisco negli anni Settanta se avesse voluto
regolato il suo orologio a ogni città avrebbe dovuto farlo circa 200 volte. per risolvere il problema nel 1884
a Washington si tenne una conferenza in cui si definì la durata del giorno a 24 ore, si fissò il meridiano zero
a Greenwich e si divise il globo in 24 fusi orari. Inoltre questi furono anche gli anni dell’affermazione del
calendario gregoriano su tutti gli altri.

(Centralità della sincronizzazione nel mondo moderno). Nel mondo moderno la sincronizzazione divenne
un elemento essenziale nella vita associata moderna, fatta di orari lavorativi e scolastici. In questi anni
l’orologio divenne un oggetto di uso comune nelle società moderne.

(L’accelerazione della storia). Con la modernità si assistette anche all’accelerazione del divenire della
storia. Se le condizioni dell’uomo erano rimaste simili per secoli, tanto che l’universo contadino dell’inizio
del XIX secolo non era tanto differente da quello del XIV, nel corso dell’Ottocento i cambiamenti
cominciarono ad avvenire in tempi accelerati. L’accelerazione del tempo unita alla riduzione delle distanze -
data dalla radio, il telefono e le innovazioni in campo navale – inaugurò l’era della simultaneità che
modificò profondamente la percezione che uomini e donne avevano nel mondo. Ciò influenzò anche le
correnti artistiche, basti pensare al caso del futurismo italiano.

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Capitolo 6. L’urbanizzazione del mondo e la società di massa


(L’avvento delle masse). Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si realizzarono cambiamenti
radicali nelle forme della società occidentale prima e del resto del mondo nel corso del Novecento. In
quest’epoca, infatti, si afferma la massa. Secondo l’intellettuale spagnolo José Ortega y Gasset il fenomeno
delle masse consiste nel “pieno”: città piene di gente, case piene di condomini, treni pieni di viaggiatori,
caffè pieni di consumatori e via dicendo. L’avvento delle masse influenzò diverse dinamiche della vita
sociale, economica, ma anche politica, infatti esse, oltre a essere messe al centro nel discorso politico,
iniziarono a spingere per un allargamento della partecipazione politica.

(L’urbanizzazione). Un ruolo fondamentale nell’avvento della società di massa fu l’urbanizzazione. Nella


seconda metà dell’Ottocento la crescita delle città conobbe un’accelerazione, tanto che proprio in questo
periodo iniziò il processò che nel 2009 portò su scala globale al superamento della popolazione urbana su
quella rurale. Gli stili di vita e le tendenze del mondo urbano divennero egemoni da un punto di vista
economico, sociale e culturale.

(Binomio città-modernità). I tratti salienti della modernità hanno inciso soprattutto sul tessuto urbanistico,
sociale, economico, culturale delle città tanto che quest’ultima divenne simbolo stesso della modernità.

1. Il processo di urbanizzazione
(Aumento della popolazione urbana europea). Per capire la dimensione del fenomeno dell’urbanizzazione
è giusto citare i dati riguardanti l’aumento della popolazione urbana in Europa: se nel 1800 solo il 12% della
popolazione viveva in città, già nel 1910 la percentuale si era innalzata fino ad arrivare al 41%, per poi
superare la metà nel 1950 e raggiungere il 66% nel 1980. I paesi europei che conobbero un grande
incremento furono soprattutto Inghilterra e Germania che passarono dal rispettivo 23% e 9% del 1800 al
75% e 49% del 1910. Un caso particolare fu quello della Russia che conobbe un incremento con l’avvento
del regime sovietico, infatti la popolazione urbana dal 1910 al 1980 passò dal 14% al 61%.

(Le grandi città). La città moderna per antonomasia è la “grande città”. Nell’antichità solo Roma al massimo
del suo splendore aveva raggiunto il milione di abitanti, dopo questa solo Pechino, Hankow in Cina e Tokio
in Giappone nel XVIII secolo. La vicenda delle grandi città moderne cominciò nei primi anni del XIX secolo,
quando Londra superò il milione di abitanti. Nel 1850 fu la volta di Parigi, nel 1857 di New York e nel 1870
di Vienna. All’inizio del Novecento erano undici le città che superavano il milione di abitanti. A crescere,
oltre alle città europee, erano quelle americane e australiane, un caso emblematico fu Chicago nel Midwest
che passò in quarant’anni, dal 1850 al 1890 da 30.000 a 1.100.000 abitanti. Alle porte della Grande Guerra,
nel 1913, erano tredici le “grandi città”.

(Urbanizzazione e industrializzazione). Il fenomeno dell’urbanizzazione è da collegare a diversi elementi:


- L’industrializzazione fu uno di questi fenomeni, infatti la formazione di grandi stabilimenti
industriali favorì la concentrazione della popolazione nelle zone che li ospitavano come nel caso di
Birmingham, di Manchester e di Liverpool in Inghilterra. Altre città che crebbero furono i centri
finanziari, commerciali e ferroviari come Londra. Anche in questo caso, comunque, il fenomeno era
legato all’industrializzazione.
- Altro elemento che andò a favorire la nascita dell’urbanizzazione fu la transizione demografica che
provocò un aumento demografico senza precedenti. In Europa (contando anche l’Impero russo), la
popolazione passò da 195 a 422 milioni tra il 1800 e il 1900. Solo l’America conobbe uno sviluppo
simile passando nel medesimo lasso di tempo da 24 a 165 milioni,
- Altro fattore furono le innovazioni che interessarono l’agricoltura europea. Il miglioramento delle
tecniche di coltivazione e le nuove invenzioni tecnologiche ebbero il duplice effetto di aumentare la
produttività delle campagne e di liberare manodopera. Ciò sommato allo sviluppo mondiale anche
di derrate alimentari permise a un maggior numero di persone di vivere nelle città, inoltre la
manodopera rurale in eccesso si spostò nelle città per lavorare nell’industria in via di sviluppo.

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- La “grande depressione” con il conseguente calo dei prezzi dei prodotti alimentari. Questo fattore
generò flussi migratori intra ed extracontinentali che favorirono l’aumento della popolazione delle
città.

(Porti come centro delle reti internazionali tra città). Lo nascita di diverse reti di connessione tra le varie
parti del mondo favorirono lo sviluppo delle città che erano snodi fondamentali di queste reti. In questo
quadro centrali erano i porti, dove giungevano merci e persone provenienti da diverse parti del mondo.
Nell’Ottocento, infatti, furono proprio le città portuali a svilupparsi maggiormente, basti pensare al caso di
Londra, Marsiglia, New York, Shanghai, Hong Kong e via dicendo.

2. La città moderna
(Città motore della modernizzazione). Le città moderne, termine con cui si indicano quelle città con un
certo numero di abitanti e una certa estensione dello spazio urbano, erano il motore della modernità in
quanto in esse si concentravano conoscenze, informazioni, innovazioni tecnologiche, relazioni e
comunicazioni. Inoltre esse erano i luoghi in cui si elaboravano nuovi stili di vita che si sarebbero
progressivamente affermati su scala mondiale.

(I nuovi ritmi della vita urbana e la nuova mobilità). Lo stile di vita degli abitanti delle città moderne si
caratterizzava per l’accelerazione dei ritmi di vita. In particolare ciò fu comportato da un nuovo tipo di
mobilità. I centri urbani erano stati fino ad allora città pedonali, ma nell’Ottocento, in conseguenza allo
spostamento di numerosi lavoratori e all’ingrandimento dello spazio urbano, andò ad affermarsi una rete di
trasporti pubblici fatta di tram e metropolitane che permettevano spostamenti veloci e a costi accessibili.
Londra fu la prima città a fornirsi di una metropolitana (la sua costruzione iniziò nel 1860).

(Le città come “manufatti tecnologici”). Le città vennero sempre più a configurarsi come “manufatti
tecnologici”. La struttura urbanistica, infatti, iniziò a modificarsi con la pavimentazione di strade, l’aggiunta
di binari che passavano per i centri cittadini, la costruzione di stazioni ferroviarie e via dicendo. Oltre agli
elementi riguardanti il trasporto pubblico andava ad affermarsi l’illuminazione pubblica (che dilatava il
tempo della vita cittadina). Grazie alla nuova coscienza della classe politica riguardante l’igiene pubblica,
per evitare epidemie favorite dall’affollamento, vennero costruite tubature per incanalare l’acqua, le
fognature, venne promossa la purificazione dell’acqua e la raccolta delle acque sporche. In questo periodo,
inoltre, si affermò l’utilizzo del ferro e dell’acciaio per la costruzione di grattacieli, binari, lampioni,
tubature, ponti e strutture dalla valenza simbolica come la Torre Eiffel (costruita per l’esposizione
universale del 1889). Ferro e acciaio, dunque, divennero elementi comuni nella città moderna.

(Il mercato immobiliare e l’edilizia). Il continuo sviluppo e allargamento delle dei centri urbanistici ebbe
l’effetto di far sviluppare il mercato immobiliare ed edilizio. Uno dei fenomeni dell’età contemporanea era,
infatti, il progressivo aumento del valore delle proprietà immobiliari e dei terreni edificabili dove si sarebbe
poi espansa la città.

(Nuova cultura urbana). Con il processo di urbanizzazione si affermò una nuova cultura urbana che
avrebbe influenzato gli stili di vita anche del mondo rurale. Nelle città nacquero nuove forme di socialità
con la diffusione di caffè, club, taverne e osterie che diventavano luoghi di incontro o di confronto culturale
e politico. In questi anni si diffusero anche diverse tipologie di associazioni e circoli, in particolare cominciò
a fiorire l’associazionismo sportivo che coinvolgeva diversi gruppi sociali.

(Consumismo). A diffondersi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fu il consumismo: centrale
nella vita dei singoli divenne il consumo che fu favorito dalla produzione in massa che abbassò i prezzi e
dalla pubblicità che induceva gli individui ad acquistare prodotti non necessari. I grandi magazzini
cominciarono a diventare un altro punto di incontro e di socialità mentre , sempre in questi anni, vedevano
la luce i primi grandi marche come la Coca-Cola (1886). Il consumismo fu un fenomeno economico e sociale
che andò ad influenzare gli stili di vita e l’habitus mentale degli uomini e delle donne della società di massa.

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Cultura e società di massa
Il progressivo aumento della borghesia urbana nel corso del XIX secolo e l’avvento del’istruzione di massa
diedero vita ad un vasto pubblico di lettori. Fu in questo periodo , infatti, che le case editrici inventarono le
collane economiche e che cominciarono a diffondersi i giornali popolari a basso costo con tirature da un
milione di copie. Il giornalismo ebbe una funzione essenziale nel promuovere l’informazione, la
divulgazione culturale, nel diffondere nuovi linguaggi e nell’ampliare la dimensione dell’opinione pubblica.
L’unione tra interessi economici, sviluppi tecnici e produzione artistica favorirono lo sviluppo della
pubblicità che, raggiungendo le masse, ebbe l’effetto di promuovere i prodotti commerciali e di diffondere
nuovi gusti e stili di vita. Tra l’Ottocento e il Novecento, inoltre, cominciò anche a diffondersi l’industria
dell’intrattenimento: al teatro e ai concerti si affiancarono negli anni balli pubblici, nuovi generi di musica,
la radio e il cinema. In particolare quest’ultimo, nel Novecento, conobbe una diffusione di massa veicolando
stili di vita, nuove culture e nuovi valori. Questi nuovi mezzi di comunicazione, però, favorirono anche la
propagazione di una cultura standardizzata che sarebbe stata amplificata nel Novecento dalla televisione.
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(L’emancipazione femminile). I luoghi della socialità come i caffè, in questi anni, cominciarono ad essere
frequentati anche dalle donne che cominciarono a sviluppare una nuova visione del loro ruolo nella società:
nascevano i primi movimenti di emancipazione femminile e per il suffragio femminile di cui il primo fu
quello delle “suffragette” nato a Manchester nel 1865.

3. Un laboratorio per le società di massa: Chicago


Chicago è da prendere d’esempio per cogliere i tratti della società di massa nelle grandi città, non a caso
proprio qui nacque la sociologia urbana come disciplina scientifica.

(Punto di raccordo tra est e ovest). L’elemento che fece di Chicago una tra le principali aree di sviluppo
economico degli Stati Uniti fu il suo essere punto di collegamento tra est ed ovest per quanto riguarda le
comunicazioni e i commerci. Questa città, infatti, già nel 1850 divenne il principale centro ferroviario del
paese e punto di confluenza di canali navigabili che collegavano il lago Michigan a New York.

(Gli Stock Yards). Grazie alla sua posizione e dunque alla sua funzione di collegamento, Chicago divenne il
principale mercato di prodotti agricoli degli States. Inoltre qui fu anche elaborato un sistema di
alimentazione di massa basato sull’industrializzazione dell’allevamento. Nel 1865 furono inaugurati gli
Stock Yards, i più grandi mattatoi al mondo che nel 1910 si estendevano per 200 ettari. Gli animali
giungevano in questi mattatoi da tutto l’est del paese su treni e la carne lavorata veniva inviata nelle sedi di
distribuzioni e nei porti tramite carri-frigorifero. La lavorazione della carne si basava sull’utilizzo di una serie
di macchinari organizzati in una catena di “smontaggio” e sullo sfruttamento della manodopera.

(Produzione standardizzata e distribuzione di massa). Non a caso Chicago fu la prima città in cui ebbe
inizio la produzione di carne in scatola negli anni Settanta dell’Ottocento. Questo tipo di alimento inaugurò
l’alimentazione di massa, basata su prodotti standardizzati e prodotti in maniera seriale. Sempre a Chicago,
negli ultimi decenni del XIX secolo venne ideata la vendita per corrispondenza basata su cataloghi che da
subito fece grande concorrenza alla vendita nei grandi magazzini.

(L’incendio del 1871 e la ricostruzione). Nel 1871 Chicago fu distrutta da un incendio. La ricostruzione degli
anni successivi diede vita a un nuovo tipo di città basata sulla suddivisione del terreno in loti uguali dando
vita a uno sviluppo urbano pianificato e a scacchiera. L’altro elemento di novità inserito dalla ricostruzione
fu quello del grattacielo: essendo la prima città per produzione di acciaio, Chicago poté usare questo
materiale per la costruzione di uno scheletro metallico che faceva sviluppare gli edifici in verticale. Il
grattacielo divenne l’emblema dell’edificio di massa in quanto poteva ospitare un numero di persone
impensabili per qualsiasi edificio precedente.

(I prefabbricati). Chicago fu anche il luogo in cui fu sperimentato un nuovo metodo di costruzione di case
unifamiliari che venne messo a punto negli anni Trenta dell’Ottocento: i prefabbricati. Questo tipo di casa

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era composta da un insieme di strutture fatte di assi di legno e chiodi prefabbricate e prodotte in serie.
L’invenzione di questo tipo di abitazione ebbe il doppio effetto di creare delle case standardizzate e di dare
un accesso di massa alla proprietà della casa. La standardizzazione degli edifici, elemento visto in
precedenza solo nella Londra ottocentesca, divenne un tratto della modernità.

(Mezzi pubblici e di trasporto). L’estensione della città imponeva, per garantire spostamenti veloci al suo
interno, la creazione di un sistema di trasporti organizzato e tecnologicamente avanzato. Fu così che
Chicago si dotò della più estesa rete tramviaria del mondo che permise lo sviluppo dei sobborghi, in quanto
gli abitanti della città preferivano andare ad abitare in luoghi più salubri del centro affollato e inquinato.

4. Stratificazioni sociali ed etniche


(La questione sociale). Nell’Ottocento lo sfruttamento della classe operaia, costretta a ritmi massacranti e a
giornate lavorative di 15 ore senza distinzione di sesso e di età, era permesso dalla caduta del sistema
corporativo e dalla totale deregolamentazione del lavoro. Nell’Ottocento gli operai non avevano nessuna
certezza per il domani, in quanto potevano essere licenziati in qualsiasi momento, e per l’anzianità, in
quanto non esistevano le pensioni. Inoltre le politiche che rendevano illegale la nascita di associazioni di
lavoratori lasciavano i lavoratori spogli di ogni forma di difesa. Fuori dal luogo di lavoro, inoltre, la classe
operaia subiva una forma di segregazione, infatti essi erano costretti a vivere in quartieri degradati e
carenti di servizi, mentre le famiglie benestanti si concentravano in quartieri residenziali salubri e ben
serviti. In questi anni, con il progressivo sviluppo dell’industria e il prevalere di questa sull’agricoltura, la
conflittualità sociale si spostò dalla proprietà della terra e dal costo del pane, al salario e alle condizioni
lavorative e di vita degli operai.

(Le prime forme di reazione in Inghilterra e la nascita del sindacalismo). Già dai primi decenni
dell’Ottocento, in Inghilterra, si erano manifestate le prime forme di reazione allo stato di cose in cui
versava il mondo operaio. I primi movimenti in questo senso, anche se il primo riguardava il mondo del
lavoro e il secondo quello politico, erano il luddismo, formato da chi distruggeva le macchine considerate
causa dello sfruttamento, e il secondo il cartismo (1838-1848), che portava avanti una battaglia per il
suffragio universale. Nella prima metà del secolo, dopo la dura repressione al luddismo, nel Regno Unito e
negli altri paesi in via di industrializzazione si diffusero le società operaie di mutuo soccorso, mentre nella
metà del secolo, solo i Inghilterra, vennero riconosciute le Trade Unions. Queste ultime erano nuove forme
associative che superavano le differenze corporative di mestiere per difendere di fronte ai datori di lavoro
tutti gli operai, qualificati e meno qualificati. La principale arma a disposizione di queste associazioni era lo
sciopero che, però, rimase a lungo un reato.

(Le otto ore). Il primo maggio del 1867 era stato indetto negli States il primo grande sciopero per le otto
ore lavorative a cui vi avevano partecipato 10.000 lavoratori. Tale rivendicazione l’aveva avanzata Karl Marx
ed era stata fatta propria dalla Prima Internazionale. Nel 1884 la Federation of Organized Trades and Labor
Union, una delle prime sigle sindacali americane, presentò una mozione per rivendicare le otto ore
giornaliere di lavoro che sarebbe dovuta divenire effettiva entro il primo maggio del 1886.

(Chicago luogo di conflitto). Le città moderne erano anche luogo di conflitto. Prendiamo come esempio
ancora Chicago. Qui a fine Ottocento erano presenti 25 nazionalità il cui inserimento non fu facile. Nella
città, infatti, si registrarono casi di xenofobia, razzismo e di antagonismi tra una comunità e l’altra. Alla
questione etnica si sommava quella sociale, inasprita dall’arrivo in America delle idee anarchiche e
socialiste con i migranti. Negli anni Ottanta la conflittualità sociale era alta come dimostrano le diverse
manifestazioni e gli scontri con le forze dell’ordine:
- Nel 1884 la “marcia dei poveri” guidata dai leader anarchici sfilò nei quartieri ricchi.
- Nel 1885 la polizia sparò contro a una manifestazione uccidendo due cavatori.
- Nel 1886 la manifestazione dei lavoratori della McCormick (che produceva mietitrici meccaniche)
venne duramente repressa dalle forze dell’ordine.
- Il primo maggio dello stesso anno ci fu un’imponente manifestazione per le otto ore. Il giorno
seguente la polizia sparò a dei manifestanti davanti la McCormick uccidendone quattro.

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- Dopo lo scoppio di una bomba il 4 maggio durante una manifestazione a Haymarket Square in cui
morirono dei poliziotti e di cui furono accusati gli anarchici, quattro dei loro leader furono arrestati
e impiccati. L’Internazionale riunita a Parigi nel 1889 decise di proclamare il primo maggio festa dei
lavoratori in memoria dei “martiri di Haymarket”.

(Marx ed Engels: lotta di classe e rivoluzione). Nel corso dell’Ottocento diversi furono gli intellettuali che
teorizzarono società di eguali in cui veniva posta fine allo sfruttamento. Tali pensatori furono definiti da
Karl Marx “utopisti” prevedevano che tale società sarebbe nata in seguito a un’opera riformistica calata
dall’alto, inoltre tali pensatori non avevano creato una forte base teorica per il loro progetto. Fu proprio
Marx assieme all’amico Friedrich Engels a elaborare un sistema di pensiero compiuto e radicale. Marx ed
Engels elaborarono una visione materialistica della storia, secondo cui erano i rapporti di produzione il
motore della storia (nel pensiero dei due centrale era il sistema economico che rappresentava la
“struttura”, mentre tutto il resto era “sovrastruttura”). La classe operaia, che loro definirono proletariato,
aveva un ruolo fondamentale nella fase storica che stavano vivendo, ovvero quello di emanciparsi dallo
sfruttamento della borghesia abbattendo il sistema capitalistico con una rivoluzione violenta per dare vita a
una società comunista senza classi e senza Stato.

(La Prima Internazionale). Marx era convinto che bisognava dare vita a un’organizzazione internazionale
per coordinare il lavoro dei diversi movimenti operai, infatti nel 1864 a Londra fu tra i fondatori
dell’Associazione Internazionale, al cui interno erano presenti diverse componenti del movimento operaio
(anche rappresentanti mazziniani). Al suo interno una delle correnti più vivaci era quella anarchica guidata
dal russo Michail Bakunin, fautore di una società di uguali e di liberi da raggiungere tramite una rivoluzione
violenta per sovvertire lo Stato. Bakunin, nonostante il suo fine fosse lo stesso di Marx, entrava in conflitto
col teorico tedesco in quanto era contrario alla guida della rivoluzione da parte del partito e per il fatto che
non concepiva un primo periodo di dittatura del proletariato (in cui il proletariato si appropriava dello Stato
tramite il partito) per respingere la controffensiva borghese e collettivizzare i mezzi di produzione. Dopo
l’espulsione degli anarchici e dopo il fallimento della Comune di Parigi, nel 1872 la Prima Internazionale
venne sciolta.

(La nascita dei partiti socialisti). Essenziale per la riuscita del progetto marxista era la formazione di partiti
politici che facessero gli interessi degli operai. La diffusione dei partiti socialisti con alla base l’ideologia
marxista fu inaugurata con la fondazione, nel 1885, del Partito Socialdemocratico tedesco (Spd). Nel 1889
venne poi fondata l’Internazionale socialista, o Seconda Internazionale, a cui non aderivano singoli individui
come nella prima, ma i partiti socialisti. All’interno dei partiti socialisti si delinearono due correnti: quella
riformista, convinta che fosse essenziale portare avanti una politica gradualista di riforme per cambiare il
sistema anche con l’aiuto delle forze borghesi più progressiste, quella rivoluzionaria o massimalista, che si
poneva in modo intransigente, contraria a ogni compromesso con la borghesia e pronta a preparare il
campo per la rivoluzione.
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La SPD tra ortodossia marxista e revisionismo
La SPD fino alla Prima guerra mondiale fu il partito socialista più importante dell’Internazionale socialista. Il
suo programma, preso da esempio dalla maggior parte degli altri partiti socialisti, fu redatto da Karl Kautsky
e approvato al congresso di Erfurt del 1891. Tale programma si prefissava come obiettivo, in linea col
marxismo ortodosso, la socializzazione dei mezzi di produzione, inoltre il congresso stabiliva il sostegno alla
lotta sindacale, la partecipazione parlamentare col fine di emancipare il mondo operaio e proibiva ogni
collaborazione con le forze borghesi. All’interno della Spd, però, si affermò anche una visione revisionista
della dottrina marxista elaborata da Eduard Bernstein e influenzata dal riformismo dei circoli socialisti
britannici. Bernstein sosteneva che, in mancanza di segnali di cedimento del sistema capitalista, il compito
del partito doveva essere quello di portare avanti un programma graduale di riforme per migliorare la
condizione dei lavoratori. Le tesi revisioniste furono bocciate al congresso del 1899 e Bernstein fu espulso
dal partito. Nonostante ciò l’Spd si presentò come un partito che valorizzava la lotta politica democratica e
non la rivoluzione violenta, lo stesso Kautsky affermava che l’Spd era “un partito rivoluzionario, non un
partito che faceva rivoluzioni”. Proprio per tale motivo l’ala intransigente rivoluzionaria del partito legata al

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pensiero sindacalista rivoluzionario di Georges Sorel, guidata da Rosa Luxemburg e da Karl Liebknecht, uscì
dal partito per fondare, nel 1916, la Lega di Spartaco.
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6. Chiese cristiane e masse. Il cattolicesimo sociale
(L’attenzione delle chiese cristiane alle nuove forme di marginalità). L’avvento delle masse e la questione
operaia presentarono una sfida anche per le chiese cristiane che nel corso dell’Ottocento presero coscienza
delle nuove condizioni di vita delle classi popolari. Nel mondo protestante il movimento del Risveglio
promosse numerose iniziative di carattere assistenziale, educativo e sanitario. A Londra, ad esempio,
William Booth nel 1865 diede vita all’Esercito della salvezza, un’associazione che univa il progetto
dell’evangelizzazione a quello dell’assistenza ai poveri delle città. Anche nelle chiese ortodosse nacque un
nuovo attivismo sociale. Questa nuova coscienza spinse diverse figure del mondo cristiano a sostenere
pubblicamente i diritti dei lavoratori e una legislazione sociale che tutelasse gli operai.

(La chiesa cattolica: il Sillabo). Nel 1864 Pio IX pubblicò il Sillabo che determinò l’atteggiamento della
chiesa cattolica nei confronti della modernità. Tale documento raccoglieva i principali errori del tempo. Tra
gli errori elencati dal papa spiccava il progresso, il liberalismo e altri elementi che caratterizzavano la civiltà
moderna. Secondo alcuni pensatori in linea con il Sillabo, quello che bisognava fare era ricreare una società
che ripudiava la civiltà moderna e che aveva al suo centro la Chiesa. A spingere su queste posizioni un papa
inizialmente simpatizzante degli ambienti del cattolicesimo liberale fu la nascita della Repubblica romana
prima, e l’unificazione dell’Italia (con la sottrazione di territori allo Stato pontificio da parte dei Savoia) poi.
Tale situazione spinse Pio IX a reintrodurre il dogma dell’infallibilità del papa col Concilio Vaticano I del
1870.

(Le congregazioni). Nonostante la chiesa cattolica rifiutasse la modernità e il liberalismo visti come ostili al
cattolicesimo, essa rese la sua presenza nella società più capillare. Per fare ciò vennero create
congregazioni maschili e femminili con scopi educativi e assistenziali.

(La mobilitazione dei laici). A promuovere iniziative di carattere sociale furono anche i laici come il francese
Antoine Ozaman che nel 1833 fondò la Società di San Vincenzo de Paoli per il soccorso dei poveri di Parigi e
che conobbe da subito un’ampia diffusione in Francia. Nel 1848 Ozaman sostenne la necessità di
appoggiare i rivoluzionari che combattevano per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi
popolari. Oltre al caso di Ozaman, nell’Ottocento fiorirono associazioni cattoliche di stampo educativo,
culturale e assistenziale come società di mutuo soccorse, casse rurali e operative. Quello che stava
nascendo era un cattolicesimo sociale che rispondeva alle contraddizioni generate dalla civiltà moderna e
che si opponeva ad essa usando i suoi stessi strumenti.

(Cattolicesimo e socialismo). I cattolici in questo periodo si trovavano ad affrontare un nuovo avversario, il


socialismo, che però, come notarono diversi osservatori, aveva delle cose in comune col cattolicesimo tanto
da porsi come concorrente. Entrambi, infatti, avevano un ideale al di fuori e al di sopra della patria e
puntavano a creare un mondo nuovo dove vigevano i medesimi principi.

(Leone XIII e il Rerum Novarum). Nel 1878 salì al soglio pontificio papa Leone XIII che, anche se non
modificò l’intransigenza del suo predecessore, si accostò al mondo moderno per cercare di ricondurlo sulla
retta via. Per fare ciò era essenziale che i cattolici fossero presenti nella società contemporanea. Nel 1891
Leone XIII pubblicò l’enciclica Rerum Novarum con cui proponeva una “terza via” cattolica al liberalismo e al
socialismo: la proprietà privata era dichiarata intangibile, si condannava la lotta di classe in nome della
solidarietà interclassista e si chiedeva l’intervento dello Stato nella legislazione sociale in favore dei gruppi
più deboli (donne, bambini, vecchi e invalidi) e per la fissazione di un salario minimo dignitoso. In seguito a
questa enciclica iniziarono a fiorire diverse associazioni sindacali cristiane (nate sia per la volontà di
cristianizzare le masse che per rubare terreno ai socialisti) e movimenti che si definivano di “democrazia
cristiana” che spingevano all’allargamento del suffragio.

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7. Lo spazio della politica si allarga


(L’importanza delle amministrazioni pubbliche). La nascita di città abitate da centinaia di migliaia o da
milioni di abitanti imponeva la creazione da parte delle amministrazioni pubbliche di sistemi complessi per
la gestione dei servizi cittadini, dal trasporto pubblico alla raccolta dei rifiuti. Per permettere ciò leggi
nazionali e regolamenti comunali andarono a regolare la vita del cittadino in quei campi che
precedentemente erano lasciati all’autogestione della comunità o a regole consuetudinarie. Nel corso
dell’Ottocento, infatti, l’autorità pubblica cominciò a entrare nella vita del cittadino stabilendo, ad esempio,
dove questo doveva seppellire i suoi cari o le norme di igiene pubblica che doveva rispettare. Oltre ai
comportamenti da tenere nell’ambito cittadino la legislazione cominciò a intervenire nella vita del singolo
anche imponendo la scolarizzazione fino a una certa età, infatti la società moderna richiedeva lavoratori e
consumatori con un certo grado di alfabetizzazione e di istruzione, l’arruolamento nei nuovi eserciti di
massa basati sulla coscrizione obbligatoria e via dicendo. Oltre all’intervento nella vita del singolo cittadino,
l’autorità statale, nell’Ottocento, iniziava a intervenire anche in campo economico e lavorativo. In sostanza
con l’avvento della società di massa l’autorità pubblica e statale cominciava ad allargarsi e a regolare tutte
le sfere dell’esistenza umana.

(Richiesta di maggior partecipazione politica). Il sistema liberale si basava su una visione elitaria e dunque
sul suffragio ristretto in base al censo e all’educazione: nella Gran Bretagna degli anni Sessanta votava solo
il 2% della popolazione, mentre nell’Italia degli anni Ottanta poco meno del 7%. L’aumento dell’influenza
della politica nella vita dei cittadini, però, aumentava la richiesta di una maggior partecipazione politica da
parte della popolazione. La principale richiesta che, dunque, fu portata avanti fu quella del suffragio
universale maschile già introdotto in Francia nel 1848. Negli altri paesi l’itinerario per il raggiungimento del
suffragio universale fu più lungo e travagliato e l’obiettivo venne raggiunto perlopiù nel Novecento.

(La nascita del partito moderno). Già nel Settecento si erano venute a formare delle entità politiche come
società segrete, associazioni e la massoneria (che però avevano un carattere settario e ristretto), ma solo
nella seconda metà dell’Ottocento vennero a formarsi i partiti moderni. I primi partiti nacquero come forze
extraparlamentari e solitamente si ponevano come forze anti-sistema, basti pensare a quello socialista. Il
Partito socialdemocratico tedesco fu il primo ad essere caratterizzato da un’adesione di massa, da una
struttura verticistica, da una disciplina di partito e dalla azione politica permanente e non solo limitata alle
campagne elettorali. I partiti politici moderni si profilavano come degli organismi complessi, organizzati a
livello nazionale con diramazioni locali. Gli organi dirigenti erano nazionali, provinciali e locali ed erano
eletti da congressi di delegati nominati dalle sezioni locali. La loro azione era dettata da un programma
dettato e votato da dirigenti e congresso, mentre i parlamentari diventavano rappresentanti del partito in
parlamento che agivano secondo le direttive della dirigenza partitica. Con la nascita del partito moderno si
affermarono due figure nel mondo politico: quella del politico di mestiere, in quanto i partiti avevano
bisogno di quadri dirigenti qualificati e permanenti, e del militante politico, ovvero di chi pagava l’iscrizione
al partito e forniva gratuitamente la sua energia per l’azione politica. Al’interno di questi partiti nascevano
nuove culture, linguaggi e simbologie che influenzavano l’immaginario degli aderenti.

(Il rapporto tra la politica e la massa). Con il progressivo avvento delle masse conseguire il consenso di
queste ultime diventava un elemento essenziale per politici, governi e partiti. Per conseguire questo
consenso diventava essenziale una comunicazione di massa. La comunicazione e la propaganda
diventavano elementi essenziali nella scena politica, i partiti in particolare, cominciarono a fornirsi di
tipografie e case editrici e a usare sistematicamente mezzi di comunicazione che potevano raggiungere un
gran numero di persone quali volantini, opuscoli, manifesti e, nel Novecento, radio, cinema e televisione.
Comizi di piazza e manifestazioni di massa diventavano elementi sempre più consueti nell’azione politica.

(Nazionalizzazione delle masse). Il progressivo avvento delle masse nella vita politica spingeva le classi
dirigenti a nazionalizzarle, ovvero a renderle partecipi di un patrimonio di valori, di storia, di interessi e di
tradizioni nazionali. In sostanza bisognava rendere le masse partecipi all’idea di nazione che nel corso
del’Ottocento aveva legittimato la nascita degli stati. Per svolgere questa azione pedagogica i principali
mezzi usati furono due: l’istruzione e la coscrizione obbligatoria. Oltre a questi due elementi furono

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utilizzati nuovi linguaggi politici ricchi di simbologia e di richiami a miti nazionali e vennero introdotte nuove
manifestazioni, feste e riti pubblici che prendevano la forma di una vera e propria religione civile. Con
l’avvento delle masse diventava essenziale suscitare emozioni nelle stesse e per farlo si creò un’“estetica”
della politica che si manifestava nei monumenti, negli edifici pubblici, nelle opere teatrali, nella letteratura,
nella retorica politica, nelle arti visive e nell’uso dei simboli.

Capitolo 7. L’Europa degli Imperi al centro del mondo


(Egemonia europea e imperialismo). A fine Ottocento l’Europa divenne il centro del mondo estendendo il
suo controllo diretto o indiretto in gran parte del pianeta. L’affermazione dell’industrializzazione, oltre a
dare vita a un’economia mondiale, impose la centralità economica dell’Europa con le sole eccezioni di Stati
Uniti e Giappone e divise il mondo in paesi ricchi e sviluppati a livello tecnologico ed economico e paesi
arretrati. Altro elemento caratterizzante di quest’epoca, legata all’egemonia europea, era l’imperialismo,
ovvero un sistema di dominio diretto e indiretto di paesi extraeuropei da parte di quelli europei si
concretizzava con la nascita di imperi coloniali. L’imperialismo ebbe il duplice effetto di spostare la nuova
conflittualità tra le potenze europee in zone periferiche e di accrescere le tensioni tra le stesse.

1. L’Europa di Bismarck
(Il Reich tedesco). Il 18 gennaio 1871 nasceva a Versailles, dopo la vittoria prussiana sulla Francia, il
Secondo Reich guidato da Guglielmo I. Il Reich andava configurandosi come una federazione di 26 Stati di
cui la Prussia era quello più importante occupando più della metà del territorio del Reich. Alla guida del
governo c’era il cancelliere che rispondeva al sovrano, mentre il parlamento (Reichstag) era eletto a
suffragio universale mediante un sistema uninominale a doppio turno. A livello economico e sociale il
neonato Reich fu sottoposto a politiche di modernizzazione di cui l’industrializzazione ne era l’emblema.
Con l’industrializzazione si sovrapposero alle differenze religiose (il Reich era diviso tra cattolici e
protestanti) quelle sociali con la nascita di un’ampia classe operaia. Le divisioni in campo sociale si
proiettavano in quello politico: oltre ai partiti liberali e conservatori al governo c’erano il partito cattolico
chiamato Zentrum (centro) e l’Spd.

(La politica interna di Bismarck). A dominare la scena politica durante il regno di Guglielmo I fu il
cancelliere Otto von Bismarck che, in politica interna, si basava sul sostegno di liberali e conservatori,
portava avanti una politica per delegittimare i suoi avversari e provvedimenti innovativi in campo sociale
per guadagnarsi il sostegno dei ceti popolari. La sua politica interna si articolò:
- In un primo momento con il Kulturkampf (lotta per la civiltà), ovvero una campagna anticattolica
affiancata da misure che nel 1871 prevedevano l’abolizione dei sussidi pubblici alla chiesa e degli
ordini religiosi, l’introduzione del matrimonio civile e il controllo statale delle scuole.
- In un secondo momento, tra il 1886 e il 1887, con le leggi contro i socialisti con cui metteva fuori
legge le attività del Partito socialdemocratico, dei sindacati collaterali e dava maggior libertà alla
polizia nella repressione delle attività politiche.

(La politica estera di Bismarck). A livello di politica estera lo scopo di Bismarck era quello di creare un
nuovo equilibrio europeo per tenere al sicuro la Germania nella fase di consolidamento del nuovo Stato.
Tale politica si tradusse con l’isolamento della Francia animata dalla voglia di rivincita e da una trama di
alleanze e intese che legassero le altre potenze alla Germania. Il sistema bismarckiano si basava:
- Sulla Lega dei tre imperatori, un’alleanza del 1873 tra Germania, Russia e Austria-Ungheria volta ad
evitare un’alleanza tra Russia e Francia che avrebbe comportato l’accerchiamento della Germania.
Tale alleanza era, però, debole in quanto l’Austria-Ungheria, dopo la perdita d’influenza in Italia e in
Germania, si era rivolta ai Balcani. Ciò comportava continue tensioni con la Russia. La fragilità della
Lega si mostrò dopo le rivolte antiturche in Bosnia-Erzegovina e Bulgaria del 1875 represse
crudelmente dalle truppe ottomane (“Bulgarian Horrors”) nell’indignazione generale dell’opinione
pubblica inglese e russa. Nel 1877 la Russia intervenne nel quadrante dei Balcani dichiarando
guerra all’Impero ottomano. Dopo la vittoria e con la pace di Santo Stefano del 1878 venne creato
un vasto Stato bulgaro. L’opposizione di Vienna e Londra sulla nascita dello Stato bulgaro spinse

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Alessandro II ad accettare l’invito al congresso di Berlino organizzato da Bismarck. Qui venne


stabilito il ridimensionamento della Bulgaria che venne trasformato in uno Stato tributario della
Sublime Porta, l’Austria-Ungheria otteneva l’amministrazione della Bosnia per trent’anni, gli inglesi
Cipro, la Russia le zone conquistate, la Serbia si vedeva formalizzata l’indipendenza, mentre
Montenegro e Romania l’ottenevano. Nonostante la conflittualità tra i due imperi che si
affacciavano nei Balcani, la Lega fu rinnovata nel 1881.
- La Triplice Alleanza, un accordo difensivo tra Germania, Austria-Ungheria e Italia per disincentivare
la Russia a entrare in conflitto con l’Austria-Ungheria nei Balcani. Nonostante ciò anche questa
alleanza era indebolita dal conflitto tra italiani e austro-ungarici.
- Con la fine della Lega a causa delle nuove conflittualità tra Russia e Austria-Ungheria, il trattato di
contro-assicurazione del 1887 con la Russia, con il quale la Germania si impegnava a non entrare in
guerra in caso di un attacco austriaco all’Impero zarista, mentre quest’ultimo si impegnava a non
scendere in campo affianco della Francia.
Nonostante l’opera diplomatica di Bismarck sia considerata un capolavoro, essa si basava su un equilibrio
fragile, infatti dopo l’uscita di scena del cancelliere nel 1890, congedato da Guglielmo II, tale equilibrio
crollò: già da subito, col nuovo sovrano, veniva meno il trattato di contro-assicurazione e la Russia si
avvicinava alla Francia.

2. Imperi continentali e modernizzazione. I casi ottomano e asburgico


(La “questione orientale”). La “questione orientale” non era altro che l’insieme di problemi internazionali
che affliggevano la parte di Europa dominata dall’Impero ottomano. Questa “questione” nasce dallo
spostamento della conflittualità europea, in particolare tra Russia e Austria, sulla zona dei Balcani
dov’erano presenti anche gli ottomani, dalla lotta anglo-russa nella zona mediorientale per il possesso di
quelle zone e dalla volontà della Russia di affacciarsi sul Mediterraneo a danno della Sublime Porta, dalla
nuova centralità assunta dal Mediterraneo occidentale, dominato dagli ottomani, dopo l’apertura del
canale di Suez.

(Le riforme ottomane). La debolezza dell’Impero ottomano, dovuta alla mancata modernizzazione del
paese, fu resa evidente dalla guerra greco-turca del 1887 per Creta. Nonostante la vittoria della Sublime
Porta, questa guerra dimostrava come le altre potenze fossero consce della debolezza dell’Impero e come
fossero pronte a fruttarla. La difformità dell’amministrazione territoriale e le diverse spinte nazionalistiche
erano il principale fattore disgregante dell’Impero. Per tale motivo, tra la fine del Settecento con Selim III, e
nel corso dell’Ottocento, furono portate avanti politiche per centralizzare il potere e modernizzare
amministrazione ed esercito. Dagli anni Trenta agli anni Settanta dell’Ottocento fu portata avanti una fase
riformistica detta tanzimat (riorganizzazione), con cui si stabilì l’uguaglianza dei sudditi eliminando la
centralità dell’elemento religioso e affermando l’ottomanismo, l’idea moderna di comune cittadinanza che
superava la divisione tra mussulmani e dhimmi. Lo spirito riformatore raggiunse l’apice con la
promulgazione di una Costituzione nel 1876 non senza l’opposizione dei Giovani ottomani, che
rivendicavano il ruolo fondamentale dell’islam. La tanzimat si concluse quell’anno e, in seguito alla guerra
russo-turca, la nuova Costituzione verrà sospesa.

(Le riforme di Abdulhamit II). Il nuovo sultano Abdulhamit II portò avanti, sul solco della tanzimat, un’opera
riformistica affiancata dall’inasprimento dell’autoritarismo per reprimere le forze disgregatrici. Se da una
parte fu potenziato il ruolo della polizia e la censura, dall’altra, grazie a finanziamenti esteri, furono
sviluppate le reti di comunicazione, in particolare quella ferroviaria e quella telegrafica. Nonostante ciò
aumentava anche l’indebolimento dell’Impero nei confronti delle altre potenze europee. Se da una parte,
infatti, la Tunisia passava alla Francia, l’Egitto agli inglesi, la Libia e il Dodecaneso agli italiani, dall’altra
l’impero, per portare avanti l’opera di modernizzazione, si indebitava con le potenze europee, tanto che nel
1881 le finanze ottomane furono poste sotto il controllo di un ente composto dai rappresentanti dei paesi
creditori.

(Il panislamismo). In questo contesto si diffusero le tesi panislamiste fatte proprie dal sultano per
rafforzare la sua presa sul mondo ottomano. Tali tesi volevano valorizzare la funzione religiosa del Sultano

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che, nel contempo, era anche Califfo, ovvero massima carica religiosa dell’Islam. Lo scopo era quello di
riunire l’umma attorno al Sultano-Califfo nella lotta contro il colonialismo europeo. A tal fine fu promossa
un’alleanza fra turco-ottomani e arabi in nome della medesima identità religiosa.
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I massacri degli armeni nel 1894-95
Gli armeni, stanziati tra l’Anatolia e la catena del Caucaso, è una popolazione cristiana convertitasi al
cristianesimo nel 301 a.C. Lo stesso alfabeto armeno fu codificato dalla Chiesa armena nel V secolo. Questo
popolo visse nella sua lunga storia sotto la dominazione straniera. Tale elemento favorì un movimento
diasporico che disseminò i membri della comunità dalla Persia all’Impero russo, dal Mediterraneo alla
Galizia. Nell’Ottocento quella armena era la comunità più numerosa, tanto che nella metà del secolo il suo
millet contava 2.400.000 membri. Nel corso dell’Ottocento questo popolo aveva sviluppato un vivace
movimento nazionale tanto che la questione armena fu portata all’attenzione del congresso di Berlino del
1878. Grazie a questa attenzione il congresso stabilì che le potenze europee dovessero tutelare la difesa dei
diritti del popolo armeno. Nonostante ciò l’incuria ottomana nei confronti dei loro diritti stimolò la nascita
di organizzazioni politiche che miravano all’indipendenza politica. L’uso di azioni terroristiche da parte di
queste era volto a suscitare l’intervento europeo. La risposta dell’Impero ottomano furono, però, i massacri
che si susseguirono tra il 1894 e il 1895 e che provocarono alcune decine di migliaia di vittime. L’efferatezza
della repressione ottomana e l’assalto alla Banca ottomana di Istanbul da parte di un gruppo armato di
nazionalisti armeni spinse le potenze europee a fare pressioni sulla Sublime Porta perché ponesse fine ai
massacri.
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(I Giovani Turchi e il CUP). Negli ultimi anni dell’Ottocento negli ambienti studenteschi si era formato un
gruppo di opposizione al regime di Abdulhamit II, che si ispirava ai principi del costituzionalismo moderno.
questo gruppo confluì successivamente nel Comitato unione e progresso (CUP) fondato nel 1869 di cui
facevano parte numerosi funzionari civili e militari con istruzione prettamente occidentali (tra questi c’era
anche Mustafa Kemal). Nel 1908 il CUP diede il via a una rivolta a Salonicco e in Macedonia costringendo il
sultano a ripristinare la Costituzione del 1876. L’obiettivo del CUP era quello di modernizzare il paese con
un programma costituzionalista e di modernizzazione di carattere occidentale per riuscire a emancipare il
paese dalle potenze europee. Il CUP dunque era un movimento culturalmente occidentale, ma
antieuropeo. Nel 1909, dopo aver represso una controrivoluzione, il Sultano fu deposto ed esiliato. Proprio
in questo periodo l’ideologia alla base del CUP si modificò abbandonando l’iniziale nazionalismo ottomano
per abbracciare quello turco-islamico.

(La nuova situazione dell’Impero asburgico). Nella seconda metà del XIX secolo l’Austria era segnata da
due elementi: i nazionalismi interni che agivano come forza disgregatrice spingendo la classe politica ad
attuare una politica di modernizzazione e la perdita dell’influenza in Italia e in Germania che proiettava
l’Impero verso i Balcani.

(L’Ausgleich). La situazione in cui versava l’Impero nella seconda metà dell’Ottocento rese obbligatoria una
riforma dello stesso. Tale riforma si concretizzò con l’Ausgleich del 1867 con cui l’Impero veniva diviso in
due Stati indipendenti, l’Austria e l’Ungheria, uniti nella figura del sovrano (che deteneva la corona di
entrambi gli stati) e da una comune politica estera, finanziaria e militare. La svolta dualistica, che si inseriva
nella logica asburgica della fedeltà dinastica come collante dell’Impero, avvicinava l’aristocrazia magiara
alla corona e rafforzava la nuova entità politica.

(I nazionalismi). Nonostante il sistema dualistico abbia permesso di placare il nazionalismo ungherese, la


seconda nazionalità nell’Impero dopo quella tedesca, esso non risolveva il problema delle nazionalità
soggette degli italiani di Trento e Trieste, dei croati, serbi, slovacchi, romeni e via dicendo.

(La questione linguistica). Una questione che divenne fondamentale fu quella della lingua. Nell’Impero
Austro-Ungarico il plurilinguismo nel tempo aveva portato nelle diverse zone al prevalere della lingua
dominante sulle altre, così a Trieste i cognomi venivano italianizzati, mentre a Praga germanizzati. Con
l’affermazione del nazionalismo la lingua divenne il principale elemento che indicava l’appartenenza a

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un’etnia piuttosto che a un’altra. Proprio per la nuova importanza assunta dalla lingua, i conflitti linguistici
sarebbero stati al centro delle discussioni in tribunale e in parlamento fino alla Grande Guerra. Sulla
questione linguistica, inoltre, le due parti dello Stato si comportavano in modo diverso: mentre nella parte
germanofona il tedesco non era lingua ufficiale (anche per la consistente presenza slavofona), nel Regno di
Ungheria il governo aveva imposto l’ungherese come lingua ufficiale.

(La modernizzazione economica). Dal punto di vista economico, mentre l’Ungheria era rimasta
prevalentemente agricola, l’Austria, dagli anni Sessanta fino alla Prima guerra mondiale, conobbe alti tassi
di industrializzazione. Le industrie si concentrarono fuori da Vienna, in Boemia, Moravia e Slesia.

(La vivacità culturale). L’Impero Austro-Ungarico, oltre ai progressi economici, presentava una certa
vivacità culturale, in particolare a Vienna, uno dei centri intellettuali più importanti dell’epoca. La capitale
imperiale vide la nascita della psicanalisi per opera di Sigmund Freud, pittori come Gustav Klimt e letterati
del livello di Karl Kraus.

(Questione sociale e questione etnico-nazionale). Le disuguaglianze economiche tra le diverse parti


dell’Impero e le trasformazioni della società apportate dall’industrializzazione si sommarono alla questione
nazionale intrecciando le due cose, fu così che all’interno del Partito socialdemocratica d’Austria nacque la
corrente austro-marxista (al cui interno spiccava il futuro cancelliere e poi Presidente Karl Renner) che
univa il marxismo alla questione nazionale proponendo la creazione di uno Stato federale plurinazionale. La
questione sociale e quella nazionale, però, si sovrapponevano soprattutto nelle campagne, dove le
differenze sociali tra aristocratici e contadini coincidevano con differenze etniche e religiose. Era così che in
Galizia erano presenti aristocratici polacchi cattolici e contadini ucraini greco-cattolici, in Transilvania nobili
magiari cattolici e contadini romeni ortodossi e via dicendo. Un caso emblematico è quello di Leopoli in
Galizia. La città era abitata prevalentemente da polacchi ed ebrei, erano presenti molti funzionari tedeschi
e, nelle campagne circostanti, la maggioranza della popolazione era ucraina. La città divenne un centro del
nazionalismo polacco e un focolaio di quello ucraino. Nonostante queste problematiche, fino alla Prima
guerra mondiale l’Impero non sembrava destinato a cadere anche perché conobbe, nonostante le
debolezze, riuscì a conseguire risultati positivi nel campo della modernizzazione.

3. Il “gigante” russo
(L’arretratezza del’Impero e le riforme). Per un Imperi come quello russo che voleva assurgere a grande
potenza il nodo dell’arretratezza era centrale. Le principali problematiche dell’Impero erano legate alla
mancata industrializzazione, il 90% della popolazione abitava nelle campagne, e dell’arretratezza della
società rurale e delle campagne. A evidenziare il ritardo della potenza russa fu la guerra di Crimea, dopo la
quale iniziò un’opera di riforme:
- La prima questione trattata fu quella dell’abolizione della servitù della gleba firmata dallo zar
Alessandro II il 19 febbraio 1861. I provvedimenti liberavano i contadini dalla servitù con la
concessione di un appezzamento di terra che dovevano essere riscattate ai proprietari. Le clausole
però favorivano i nobili permettendogli di vendere le terre a prezzi vantaggiosi e mantenere quelle
più produttive.
- A livello istituzionale la principale riforma riguardò l’istituzione del zemstvo, un consiglio
amministrativo elettivo.
- Fu poi fatta una riforma giudiziaria che introdusse il dibattimenti pubblico, l’inamovibilità dei giudici
e il verdetto emesso dalla giuria.
- Infine fu riformato l’esercito che modernizzò l’esercito e introdusse la leva obbligatoria di 6 anni
seguita da 9 anni di riserva.

(Effetti delle riforme). Le riforme volute da Alessandro II non erano esenti da carenze, in particolare rimase
la miseria nei villaggi e, inoltre, l’abolizione della servitù della gleba lasciò migliaia di contadini senza terra.
Nonostante queste carenze tali riforme influirono sulla struttura sociale dell’Impero: all’inizio degli anni
Ottanta quasi l’85% degli ex servi della gleba erano diventati proprietari, sebbene molti fossero indebitati

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con lo Stato che aveva anticipato il denaro per la riscossione delle terre; la terra di proprietà dei contadini
raddoppiò tra gli anni Settanta e i primi del Novecento; la produttività agricola e le cooperative
aumentarono. Altra effetto che ebbe l’opera riformistica di Alessandro II fu il progressivo declino della
nobiltà che non riuscì a ripensare il proprio ruolo sociale ed economico all’interno del mondo rurale
riformato. Nonostante ciò l’aristocrazia manteneva ancora le cariche dirigenziali nella società russa.

(L’autocrazia). Nonostante le riforme l’autocrazia restava il perno dello Stato: lo zar era la massima autorità
politica, era la principale fonte del diritto e la sua figura era sacralizzata secondo il modulo dell’assolutismo
di ancien régime. Costituzionalismo e parlamentarismo non erano contemplati nella Russia degli zar.

(L’opposizione antizarista). La mancata modernizzazione politica portò a malcontento che sfociò nella
nascita di gruppi rivoluzionari che, vista l’assenza di libertà politica, decisero di adottare la pratica del
terrorismo come mezzo di lotta. I principali oppositori dello zar erano i populisti, gruppo composto
prevalentemente da ceti colti che sostenevano un socialismo agrario basato sulle comunità di villaggio e
dalla proprietà comunitaria tipiche del mondo rurale russo. Da questo gruppo nacque un movimento di
giovani chiamato “Terra e libertà” che tentò di applicare il programma populista senza successo. Arrestati i
membri di questa associazione ne nacque un’altra più radicale, “Volontà del popolo”, il cui scopo era
abbattere l’autocrazia zarista usando come mezzo il terrorismo. Nel 1881 Alessandro II cadde vittima di un
attentato.

(Le politiche di Alessandro III). Il nuovo zar, Alessandro III, portò avanti una politica in linea con quella del
suo predecessore, caratterizzata dal conservatorismo politico, caratterizzato da un rafforzamento
dell’autocrazia zarista, e dalla modernizzazione economica. Negli anni Novanta il paese conobbe una forte
industrializzazione grazie anche all’uso di investimenti stranieri. La modernizzazione fu principalmente
opera del Ministro delle Finanze Sergej Vitte, alla guida del ministero dal 1892. Il nuovo ministro Vitte
sostenne un programma per la costruzione delle ferrovie già iniziato precedentemente (dal 1870 al 1913
furono costruiti quasi 60.000 chilometri di binari), lo sviluppo industriale (la base industriale tra 1890 e
1900 raddoppiò) che favorì la nascita di un tessuto urbano moderno soprattutto nelle città industrializzate
come San Pietroburgo e Mosca e la creazione di industrie carbonifere e metallurgiche nel Donbass.

(Fioritura culturale). Oltre agli sviluppi economici la Russia fu attraversata da una fioritura culturale, infatti
quest’epoca può vantare nomi come quello del musicista Cajkovskij, di pittori come Kandinskij e di scrittori
quali Tolstoj e Dostoevskij.

(Russia, mosaico plurinazionale). Le dimensioni, l’espansione e la mobilità interna innescata dai processi di
industrializzazione e urbanizzazione avevano trasformato l’Impero zarista in un mosaico plurinazionale.
L’unico censimento imperiale del 1897 aveva, infatti, registrato la presenza di 125 milioni di abitanti e di
130 nazionalità diverse all’interno dello Stato russo.

(Movimenti nazionali). La coscienza di tale differenziazione aveva favorito, nel corso dell’Ottocento, la
nascita di diversi movimenti nazionali che verso la fine del secolo passarono alla mobilitazione politica.
Questi movimenti avevano carattere antimperiale e antirusso e nelle campagne erano ostili anche alle
minoranze aristocratiche che soggiogavano le minoranze contadine di un’altra nazionalità. Nel mondo
rurale russo, dunque, si ripeteva quanto già era presente in Austria-Ungheria: contadini finlandesi contro
nobiltà svedese, contadini ucraini contro nobiltà polacca, ec. Due fenomeni su tutti di risveglio culturale
delle nazionalità soggette furono:
- Quello delle etnie mussulmane, in particolare dei tartari, raccolti attorno al movimento del tartaro
Ismail Gaspirali che aveva creato una sintesi tra Islam e modernità.
- Quello dei polacchi che nel 1863 insorsero andando però incontro a una dura repressione
dell’esercito zarista.

(Il nazionalismo russo e la russificazione). L’Impero russo era sempre stato attento a non portare avanti
politiche di russificazione e a favorire le élite locali nelle province dell’Impero per evitare conflitti. Sia

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nell’amministrazione che nell’esercito, infatti, molti erano i funzionari non russi. Nonostante ciò, sotto la
spinta del nazionalismo russo, l’Impero zarista decise di portare avanti politiche di russificazione e
maggiormente repressive verso le altre etnie. Dopo la rivolta in Polonia la russificazione si tradusse con
politiche restrittive verso la Chiesa cattolica e dall’eliminazione della lingua polacca nella vita
amministrativa, dell’istruzione e di altri ambiti della vita sociale. Nella stessa direzione andavano i
provvedimenti adottati contro l’uso dell’ucraino, del bielorusso e del lituano nella parte occidentale
dell’Impero, le politiche tese a favorire l’esodo dei tartari e delle popolazioni del Caucaso che lasciarono le
loro terre per l’Impero ottomano. Nonostante ciò la russificazione non fu portata avanti in modo uniforme
e coerente: se questa fu imposta a popolazioni come quella ucraina, polacca e bielorussa, per le popolazioni
baltiche, tedesche e finlandesi fu più blanda , mentre per le etnie mussulmane fu assente.

(Gli ebrei nell’Impero russo). Un paragrafo a parte è da dedicare alla questione ebraica all’interno
dell’Impero zarista. Dalla seconda metà del Settecento, con le spartizioni della Polonia, l’Impero aveva
acquisito una consistente minoranza ebraica. Questa minoranza, in seguito a dei provvedimenti imperiali,
poteva insediarsi solo nella zona occidentale dell’Impero. Secondo il censimento del 1897 gli ebrei nello
Stato russo erano poco più di 5 milioni. All’interno di questa minoranza esistevano differenze religiose
(c’erano ortodossi, appartenenti al movimento dell’haskalah e via dicendo) e sociali, in particolare nell’élite
di professionisti, intellettuali, imprenditori e banchieri si era radicato il pensiero sionista, ovvero il
nazionalismo ebraico di carattere socialista. Negli anni Ottanta dell’Ottocento la popolazione ebraica
dovette subire violenze antisemite da parte del nazionalismo russo spesso appoggiato dalle autorità zariste.
I pogrom, ovvero gli episodi di violenza antisemita di massa, si ripeterono in più occasioni e in più parti
dell’Impero, il più triste fu quello di Kisinev nel 1903. In particolare la partecipazione di una terrorista ebrea
all’assassinio dello zar Alessandro II causò una recrudescenza nelle violenze. Tale stato di cose portò
all’emigrazione, tra il 1881 e il 1814, di circa due milioni di ebrei.

(La situazione dell’Impero russo prima della guerra). Come nel caso dell’Austria-Ungheria, anche l’Impero
zarista non sembrava in procinto di cadere prima della Grande Guerra. Esso era afflitto indubbiamente da
delle problematiche legate alla questioni nazionale, contadina e istituzionali, ma era anche la potenza che si
stava sviluppando maggiormente a livello industriale, tanto da creare timore nelle altre potenze europee.

4. L’Impero britannico
(L’espansione e gli imperi coloniali). Tra il 1880 e il 1914 la gran parte del mondo, tranne le Americhe, era
controllata direttamente o indirettamente dalle potenze europee a cui si sarebbero aggiunti Russia,
Giappone e Stati Uniti. In particolare la Gran Bretagna aumentò la superficie dei propri territori di 10 milioni
di chilometri quadrati.

(L’egemonia navale ed economica). Per la maggior parte del XIX secolo la Gran Bretagna si pose come
potenza egemone. Tale posizione gli era garantita dalla superiorità della sua flotta e della sua economia,
che gli garantirono di mantenere il primato industriale, commerciale e finanziario. Per quanto riguarda la
l’egemonia navale, la Gran Bretagna aveva stabilito che la sua flotta doveva essere più numerosa della
somma delle due flotte più grandi del mondo, ciò permetteva agli inglesi di avere il dominio sul mare e,
dunque, sui traffici commerciali. A ciò bisognava sommare l’egemonia industriale, il liberoscambismo e il
possesso di numerose e importanti colonie che permettevano all’Impero britannico di essere il più fiorente
del mondo.

(L’imperialismo inglese). La maggior conflittualità tra gli stati europei, in particolare quella anglo-russa nel
quadrante mediorientale, e la pressione demografica causata dall’aumento della popolazione spinse
l’Inghilterra a rafforzare le sue posizioni imperialiste. Ciò si tradusse in un maggior espansionismo
territoriale portato avanti dalle due principali forze politiche dell’epoca: i conservatori guidati da Benjamin
Disraeli e i liberali di William Gladstone. Alla fine dell’Ottocento quello inglese era l’Impero più grande del
mondo e della storia, al suo centro c’era l’India per la sua importanza economica. Nel corso di questo
secolo diversi erano stati i possedimenti, alcuni ottenuti dopo delle guerre come Hong Kong, altri ceduti dai
sovrani locali come le isole Figi, altre ancora acquistate come Singapore.

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(Una compagine imperiale eterogenea). La compagine imperiale inglese era eterogenea. Essa si divideva
in.
- Dominions, colonie abitate da bianchi che si configuravano come entità statali dotate di
autogoverno, ma sottomesse alla corona. Tra l’Ottocento e il primo decennio del Novecento questi
Dominions erano Canada, Australia, Nuova Zelanda e Unione Sudafricana.
- Poi c’erano i vicereami come l’india che era governata da un viceré.
- Infine c’erano le zone in cui la Gran Bretagna aveva stabilito un controllo indiretto dal punto di vista
economico e commerciale, come nel caso di Brasile e Argentina, dove gli inglesi controllavano il
debito pubblico ed erano i principali partner commerciali.

(Il caso dell’Egitto). Per la presenza del canale di Suez e, dunque, per il passaggio delle rotte commerciali
con l’india, l’Egitto aveva una grande importanza strategica. Questo paese, sotto la protezione ottomana,
godeva di una vasta autonomia politica. Nel corso dell’Ottocento, inoltre, gli inglesi avevano sostenuto
l’Impero ottomano per evitare che la Russia diventasse troppo influente nel Mediterraneo orientale.
Davanti al progressivo indebolimento della Sublime Porta, la Gran Bretagna decise di acquisire i territori di
una certa importanza strategica nello scacchiere mediterraneo che appartenevano alla potenza ottomana.
Dopo aver ottenuto Cipro nel 1878 il governo inglese cominciò a guardare all’Egitto che nel frattempo
aveva assunto una grande importanza commerciale con la costruzione del canale di Suez. Tale canale era
stato ultimato nel 1869 ed era stato costruito con finanziamenti principalmente francesi, nonostante ciò
l’80% delle navi che lo attraversavano erano inglesi (di qui passava la rotta verso l’India). Nel 1875 il
governo di Disraeli assicurò alla Gran Bretagna il controllo del canale con l’acquisto del 44% delle azioni,
mentre nel 1882 il governo Gladstone decise di intervenire militarmente in Egitto per sedare una rivolta
antieuropea. Da questo momento in poi il paese passò sotto il controllo britannico.

5. La spartizione dell’Africa
(La fine della tratta degli schiavi). Nel 1807 la Gran Bretagna introdusse il divieto della tratta degli schiavi,
ne conseguì una marginalizzazione progressiva della presenza europea nell’Africa sub sahariana che durò
fino agli anni Settanta dell’Ottocento.
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L’abolizione della schiavitù
Nel 1807 il Regno Unito proibì la tratta degli schiavi dai suoi porti, mentre nel 1888 il Brasile abolì la
schiavitù. Tra queste due date si compì una progressiva eliminazione della tratta degli schiavi. Nel
Settecento la tratta degli schiavi era ancora molto diffusa e aveva portato in America circa 6 milioni di
schiavi africani. Nonostante ciò in quell’epoca non mancavano gli abolizionisti, in particolare erano i
cristiani a opporsi alla schiavitù in nome dell’uguaglianza dell’uomo di fronte a Dio. Nel corso
dell’Ottocento, inoltre, cominciarono ad affermarsi i principi liberali che favorirono la nascita di movimenti
abolizionisti a cui si sommava la scarsa redditività della tratta. Con la legge del 1807, oltre ad abolire la
schiavitù, la Gran Bretagna si impegnò a contrastare la tratta degli schiavi a livello mondiale tramite la
diplomazia da una parte (al congresso di Vienna riuscì a far firmare alle potenze una dichiarazione contro la
tratta, anche se rimase solo sulla carta) e organizzando squadre navali che intercettavano i mercanti di
schiavi dall’altra. Gli schiavi liberati venivano poi insediati a Freetown, una città in Sierra Leone fondata da
un’associazione filantropica inglese. La lotta allo schiavismo servì anche per dare una facciata civilizzatrice
all’espansione coloniale inglese. La schiavitù fu abolita in Danimarca nel 1792, in Francia nel 1794 e nel
1848 (nel 1802 era stata ripristinata da Napoleone), nel Regno Unito nel 1833, in Olanda nel 1860, negli
Stati Uniti nel 1865, a Cuba nel 1886, in Brasile nel 1888.
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(L’ espansione dell’Islam). Lungo le vie commerciali si assistette all’espansione dell’Islam, in particolare nel
bacino del Nilo, nell’Africa orientale e nella regione del fiume Niger. La diffusione della religione
musulmana favorì l’affermarsi di entità statali di fede islamica, in generale nell’Africa subsahariana si
affermarono diversi regni in Burundi, Ruanda, Uganda e via dicendo.

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(La Francia e il suo espansionismo coloniale). Anche se già nel 1830 la Francia aveva iniziato la conquista
dell’Algeria, completata nel 1847, solo negli anni Ottanta col governo del repubblicano Jules Ferry alla guida
della Terza Repubblica francese (instauratasi nel 1870-71) iniziò l’espansione coloniale. La politica coloniale
era portata avanti per innalzare nuovamente la Francia a rango di potenza dopo la sconfitta subita da
Napoleone III, ma ad essa si opponevano i radicali che, con il loro leader Georges Clemenceau, sostenevano
la posizione revanscista, ovvero la ricerca di una rivincita nei confronti della Germania. Il primo grande
intervento francese in ambito coloniale voluto dal governo di Ferry fu quello in Tunisia, all’epoca governata
da un bey (governatore) che godeva di un’ampia autonomia. Le mire della Francia sulla Tunisia erano state
riconosciute anche dal congresso di Berlino, nonostante l’opposizione italiana che vedeva in quel paese uno
sbocco per l’Africa vista la numerosa comunità presente in Tunisia. Dopo una spedizione francese nel 1881
il bey fu costretto ad accettare il protettorato francese con cui si poneva sotto la tutela della Terza
Repubblica consegna dogli di atto il controllo sulla politica estera e interna.

(Il congresso di Berlino). Quando i francesi occuparono il bacino del Congo i portoghesi, che possedevano
le zone costiere del Mozambico, dell’Angola e della Guinea Bissau, rivendicarono quei territori con
l’appoggio inglese che così agiva in chiave anti-francese. l’accordo anglo-portoghese che riconobbe le
pretesi portoghesi nel 1884 causò l’opposizione di Francia e Germania di Bismarck. quest’ultimo, allora, si
vide costretto a convocare un altro congresso continentale a Berlino nel 1884-85. In questo congresso si
stabilirono le effettive zone di influenza in Africa secondo il principio dell’“occupazione effettiva”, in
sostanza chi per primo occupava un territorio aveva il diritto di rivendicarne il dominio. Il congresso inoltre
affidò a Leopoldo II del Belgio lo Stato libero del Congo e la Namibia alla Germania, a cui seguirono le
annessioni di Camerun, Togo, Africa Orientale Tedesca (Tanzania), Burundi e Ruanda. La decisione tedesca
era legata a motivi di prestigio (non poteva essere l’unica potenza europea senza colonie), di politica
interna (aumentare il consenso alla vigilia delle elezioni) e di strategia (ostacolare la politica coloniale
inglese in vista di un riavvicinamento con la Francia).

(La rivalità anglo-francese). Dopo il congresso di Berlino iniziò la così detta “zuffa per l’Africa” tra Francia e
Inghilterra. La tensione era particolarmente palpabile in Sudan. Dopo la conquista dell’Egitto, la Gran
Bretagna decise di estendere il suo dominio nel bacino del Nilo espandendosi verso il Sudan. Qui nel 1882
gli ingesi dovettero affrontare la sollevazione mussulmana guidata dal mahdi (figura escatologica dell’Islam
che dovrebbe avere la funzione di la giustizia prima della fine del mondo) Muhammad Ahmad. Dopo aver
sedato la rivolta, nel 1898, le truppe inglesi si scontrarono con quelle francesi presenti nella città sudanese
di Fashoda. Dopo un mese in cui i contingenti si fronteggiavano, la Francia fu costretta a ritirare le truppe
davanti all’intransigenza inglese.

(La direttrice nord-sud dell’espansione britannica e quella ovest-est della Francia). Inghilterra e Francia
seguirono due direttrici diverse d’espansione coloniale. Mentre gli inglesi seguivano un asse nord-sud che
unisse il Cairo a Città del Capo da unire poi con una tratta ferroviaria, quella francese era ovest-est, anche
qui con un progetto ferroviario Senegal-Gibuti. Il Sudan fu terreno di scontro tra le due potenze perché
proprio qui i due assi si incrociavano. Con gli accordi siglati dai due paesi che riconoscevano ai britannici il
possesso del Sudan, gli inglesi ebbero partita vinta. Dopo tali accordi la “zuffa per l’Africa” ebbe fine. Ormai
le colonie inglesi erano un continuum interrotto solo dall’Africa Orientale Tedesca che, dopo la Grande
Guerra sarebbe passata sotto il controllo del Regno Unito.

(La colonia del Capo e le Repubbliche boere). Alla fine del Settecento gli inglesi si insediarono nell’ex
colonia olandese del Capo di Buona Speranza. Prima dell’apertura del canale di Suez questa zona era
essenziale per percorrere la rotta che portava all’oceano indiano e restava un’importante via in caso che il
passaggio per il canale fosse impedito. Una buona fetta della popolazione della colonia era composta da
boeri, ovvero i discendenti dei coloni olandesi. Questi avevano schiavizzato la popolazione autonoma fino al
1833, quando gli inglesi abolirono la schiavitù con una legge. In seguito all’approvazione di questa legge
14.000 boeri varcarono il confine settentrionale della colonia fondando le Repubbliche dell’Orange e del
Transvaal. Tali Repubbliche assunsero una grande importanza quando, tra gli anni Sessanta e Ottanta,
vennero scoperte miniere di diamanti e d’oro. Tali scoperte favorirono l’migrazione inglese nelle colonie

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che generò una crescente tensione. Quando l’uomo d’affari Cecil Rhodes divenne primo ministro del
Sudafrica, la colonia iniziò ad allargarsi fino a comprendere la Rhodesia. Nonostante ciò l’obbiettivo di del
primo ministro Rhodes era inglobare le Repubbliche boere.

(La guerra anglo-boera). A perseguire lo scopo di una guerra anglo-boera fu, però, il ministro delle Colonie
del Regno Unito Joseph Chamberlain. La guerra scoppiò nel 1899 e si concluse nel 1902 con la vittoria
inglese. La guerra fu particolarmente cruenta e si distinse per il rastrellamento della popolazione da parte
degli inglesi che rinchiusero uomini, donne e bambini in campi di concentramento in cui le pessime
condizioni igienico-sanitarie e la mancanza di cibo provocarono un tasso di mortalità al loro interno ari al
30%. La guerra e le atrocità ebbero un ampio eco mediatico causando scandalo per le condizioni presenti
nei campi. Nel 1910 nacque l’Unione Sudafricana che divenne un Dominion in cui si instaurò un regime di
apartheid, ovvero un sistema giuridico dove le persone di colore erano discriminate e private dei diritti
politici.

(La fine della spartizione dell’Africa e i costi della spartizione). La spartizione dell’Africa si concluse con la
conquista italiana della Libia e quella francese del Marocco, avvenute entrambe nel 1912. I costi della
spartizione, in termine di vite, furono numerosi. Oltre alle vittime delle guerre bisogna aggiungere quelle
della repressione della resistenza dei locali: due casi su tutti quello dell’Africa del Sud-Ovest dove la
repressione tedesca contro la resistenza degli herero portò al calo del 75% della popolazione indigena e
quello del Congo di Leopoldo II dove le società minerarie e del legname applicarono un regime di
sfruttamento efferato, fatto di persecuzioni, mutilazioni e uccisioni (l’orrore del Congo Belga fu
testimoniato dal libro “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad).

(Sfruttamento delle colonie). Con l’ondata di colonialismo e la creazione di rotte commerciali nel
continente nero, l’Africa viene inserita nel sistema economico mondiale. Il sistema coloniale si basava sulla
supremazia della madrepatria sulla colonia, i cui sistemi produttivi erano organizzati per soddisfare i bisogni
di materie prime di questa. Altro effetto della colonizzazione fu quella di immettere la cultura occidentale
nel continente che modificarono le lingue, l’organizzazione sociale e i riferimenti culturali.

(Modelli di governo coloniale). Le tipologie di governo che i colonizzatori instaurarono nelle colonie era
diverso da paese a paese: gli inglesi adottarono il sistema dell’indirect rule, un governo indiretto basato
sulla cooptazione delle istituzioni e delle autorità politiche locali che diventavano funzionari della corona.
Queste autorità politiche precoloniali, infatti, furono poste sotto il controllo del governatore generale. Il
sistema francese, detto di assimilazione, era totalmente diverso. Tale sistema era fortemente centralistico e
puntava nell’assimilare le popolazioni africane. A livello amministrativo i territorio furono divisi in
dipartimenti dov’era impiegato personale burocratico europeo. Lo scopo dei governi coloniali era quello di
civilizzare le popolazioni africane ritenute inferiori secondo una visione razzista dei popoli non europei
molto diffusa all’epoca.

6. Il dibattito sull’imperialismo
(Un nuovo vocabolo). L’espansione europea dell’Ottocento ebbe connotati diversi da quella precedente
definita colonialismo e necessitava di un nuovo temine per definirlo. Tale termine comparve negli anni
Novanta dell’Ottocento e fu “imperialismo”.

(L’analisi marxista dell’imperialismo). Diverse furono le scuole di pensiero che analizzarono questo nuovo
fenomeno, una delle più influenti fu quella marxista che collegava il fenomeno a motivazioni prettamente
economiche considerandolo conseguenza del capitalismo finanziario. In altre parole l’espansione del
sistema capitalistico avrebbe spinto le potenze europee a conquistare le zone rimaste ai margini del
sistema per integrarle. Altri criticarono la visione marxista facendo risalire le motivazioni della
colonizzazione a motivi culturali piuttosto che politici.

(Le molteplici cause dell’imperialismo). Al di là della diverse dottrine l’imperialismo non può essere
ricondotto a una sola causa, ma a molteplici:

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- Fattori economici. Alcuni dei fattori che spinsero le potenze alla corsa imperialista erano
economici. In primo luogo il bisogno di materie prime come il rame, di cui i principali giacimenti
erano in Cile, Perù, Congo e Zambia, il petrolio di cui molte riserve erano in Medio Oriente, il
caucciù per la produzione della gomma, presente in Congo e Amazzonia e via dicendo. In secondo
luogo l’allargamento dei consumi nelle società capitaliste aveva aumentato la richiesta di prodotti
esotici, dal tè ai frutti tropicali. In terzo luogo la sovrapproduzione e le politiche protezioniste che
avevano contratto i commerci con l’estero, avevano reso necessaria la conquista di nuovi mercati
per smaltire i prodotti che stavano saturando quelli interni. A questo bisognava sommare la ricerca
di nuovi campi di investimento per accrescere i capitali che, comunque, furono destinati
principalmente ad altri paesi europei come Italia e Russia, piuttosto che alle colonie.
- Fattori strategici. Altri fattori importanti furono quelli di carattere strategico. In primo luogo le
zone che permettevano il controllo di importanti vie marittime (un esempio su tutti l’Egitto dove
passava il canale di Suez) o dov’erano presenti basi per rifornire le navi di carbone. A ciò bisognava
aggiungere la difesa dei territori coloniali appena conquistati che, spesso, portava a un’ulteriore
espansione portata avanti non solo dalla madrepatria, ma anche da governatori della regione o da
privati che volevano difendere i propri interessi.
- Fattori di prestigio. L’espansione coloniale, inoltre, era fattore di competizione fra gli stati europei
e giocava un ruolo fondamentale sull’equilibrio delle potenze. Nella competizione fra potenze,
infatti, non era raro che venissero conquistati territori di poca o nulla importanza economica e
strategica al solo fine di evitare che li occupasse una potenza avversaria.
- Fattori tecnologici. Questi fattori più che essere una causa erano un mezzo. Infatti gli sviluppi in
campo militare, farmacologico e delle comunicazioni aumentava la capacità delle potenze europee
di espandersi.
- Fattori culturali e ideologici. Ultimo fattore era quello culturale e ideologico. Nella seconda metà
dell’Ottocento, con la diffusone delle teorie evoluzionistiche nel campo dello studio delle società, si
diffuse l’idea che l’uomo bianco portasse il “fardello” di civilizzare i popoli primitivi dall’alto di una
presunta superiorità culturale. Questa ideologia caratterizzerà anche parte della prima metà del
Novecento. Altro elemento culturale che influì molto fu il darwinismo sociale che vedeva applicate
le teorie dell’evoluzione alla società umana e agli stati: lo Stato era visto come un organismo
biologico destinato al decadimento, per evitare ciò questo doveva espandersi e sopravvivere. In
sostanza la visione era quella di un mondo guidato dalla legge della selezione naturale dove la
società che non riusciva ad adattarsi sarebbe caduta sotto i colpi di un’altra più forte.

7. Mondi coloniali
(Un universo di relazioni). Nonostante gli imperi coloniali fossero stati concepiti come entità
autosufficienti, le relazioni tra diversi imperi erano molte, inoltre tra madrepatria e colonia erano nati dei
flussi caratterizzati da movimenti di migranti, professionisti, pellegrini, missionari, di merci, denaro,
tecnologie, idee e via dicendo che non erano unidirezionali dalla madrepatria alla colonia, ma reciproci.

(Elite occidentalizzate e truppe coloniali). Una delle conseguenze della colonizzazione fu quella di dare alle
élite locali un’educazione occidentale. Ciò favorì l’occidentalizzazione delle élite che, nel secondo
dopoguerra, avrebbero maturato uno spirito anticolonialista ispirato a principi occidentali quali il
nazionalismo. Oltre alle figure politiche, a essere occidentalizzate furono altre figure intermedie come gli
intermediari commerciali, i traduttori e, soprattutto, le truppe coloniali.

(Esotismo). Sebbene gli europei ottocenteschi, in media, vedessero i popoli esotici come arretrati e
inferiori, l’esotico entrò nell’universo mentale dell’opinione pubblica. L’“esotico” e il “primitivo”, infatti,
influenzò avanguardie artistiche e fu protagonista di mostre sempre più diffuse. Oltre a coloro che
vedevano i “primitivi” come popoli da civilizzare, c’era anche chi era interessato a capire e studiare le
differenze culturali nel pieno rispetto della diversità.

(Le nuove tecnologie militari nelle guerre coloniali). Le guerre per la conquista delle colonie e la successiva
repressione delle rivolte, furono un campo di prova per le nuove tecnologie belliche. Qui vennero testate,

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ad esempio, le mitragliatrici Maxim, che sparavano 500 colpi al minuto e che causarono un alto numero di
morti. Gli eserciti coloniali furono i protagonisti di numerose carneficine e violenze compiute ai danni delle
popolazioni autoctone.

(Lo slancio missionario). Un’altra figura che si muoveva nelle periferie degli imperi era quella del
missionario. A portare avanti l’attività missionaria non furono solo i cattolici, ma anche i protestanti e gli
ortodossi. La crescita delle missioni era favorita e protetta dall’espansione coloniale ed ebbero anche
l’effetto di nobilitare la causa dei colonizzatori agli occhi dell’opinione pubblica. nonostante ciò sarebbe
sbagliato vedere nei missionari uno strumento della politica imperialista, infatti ad essi si dedicavano alla
diffusione della loro religione e alla difesa degli indigeni convertiti. In particolare la Chiesa cattolica, dopo il
fallimentare esperimento missionario in America Latina, troppo legato all’autorità secolare, in Africa decise
di smarcarsi dall’autorità politica. Per evitare l’intromissione di interessi nazionali, la Chiesa cattolica aveva
deciso di centrare la sua opera missionaria sulla romanità e sulla Santa Sede. Nonostante ciò il rapporto tra
questa e le potenze, sebbene all’insegna dell’autonomia dell’una dall’altra, non fu mai conflittuale. Grazie
alla colonizzazione e all’opera missionario, il cristianesimo si diffuse in Asia e in Africa assumendo una
dimensione globale. La sua diffusione portò a delle radicali modifiche sul piano sociale e culturale delle
popolazione con cui veniva a contatto, basti pensare all’importanza data agli emarginati e alla contrarietà
alla schiavitù.

(I migranti all’interno degli imperi coloniali). I migranti erano un’altra costante del mondo coloniale.
All’interno di questo gli spostamenti avvenivano da metropoli a colonia e da colonia a colonia. I lavori erano
diversi, fortemente gerarchizzati e passava da quello domestico a quello nelle miniere e nelle piantagioni.
Solitamente le differenze gerarchiche corrispondevano a quelle etniche.

(Il pluralismo all’interno degli imperi). Una delle caratteristiche degli imperi coloniali era il pluralismo
culturale, linguistico, religioso e giuridico al loro interno. Al loro interno vivevano diverse etnie che
comunicavano tra loro usando la lingua della metropoli, inoltre nelle colonie esistevano diversi statuti
giuridici che si differenziavano su base razziale a favore dei colonizzatori che godevano di maggiori diritti.
Questo elemento era palese nelle colonie francesi.

(Categorizzazioni all’interno delle colonie). Per mettere ordine al caos interno agli imperi coloniali, le
potenze coloniali usarono scienze quali la statistica, l’antropologia e l’etnografia per creare delle
categorizzare le popolazioni interne alle colonie e per mettere ordine. Le categorie create dai colonizzatori
furono poi fatte proprie dalle élite locali nella fase della decolonizzazione per creare identità nazionali.

Capitolo 8. La lotta per il potere mondiale


1. La politica mondiale
(Dalla competizione continentale a quella mondiale). Negli anni Novanta dell’Ottocento le spinte
dell’imperialismo avevano proiettato le questioni europee in una dimensione più ampia. In questo contesto
l’alleanza franco-russa nata in chiave antigermanica assumeva anche un aspetto antibritannico, infatti se
l’Inghilterra si scontrava con la Francia in Africa, in Asia entrava in conflitto con l’Impero zarista.
L’espansione coloniale, con il venir meno di territori coloniali, oltre a spostare la conflittualità europea in
zone extraeuropee rendeva lo scontro più aspro. Ormai i paesi europei non guardavano più alla logica
dell’equilibrio, ma a quello dell’espansione coloniale in un’ottica di potenza. Lo scopo non era più, dunque,
quello di creare un equilibrio tra potenze, ma di affermarsi come maggiore potenza nello scenario
mondiale.

(La Weltpolitik tedesca). Espressione di questo nuovo corso fu la Weltpolitik (politica mondiale) inaugurata
da Guglielmo II nel 1896. Lo scopo di questa dottrina era di trasformare la Germania in una potenza
mondiale come la Gran Bretagna e l’Impero zarista per competere per la supremazia mondiale. Le azioni
intraprese dalla Germania in Asia, dove ottenne concessioni in Cina, e in Africa, dove ottenne il suo “posto
al sole”, erano dettate da logiche di prestigio e rientravano nell’ottica della Weltpolitik. Nonostante gli

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interessi vitali della Germania, al contrario delle altre potenze europee, riguardavano la sicurezza del paese
in Europa, dov’era schiacciata tra Francia e Russia. A livello militare la Weltpolitik portò a un programma di
potenziamento della flotta navale da guerra. In realtà la corsa al riarmo navale fu un elemento che
caratterizzò tutte le potenze che spesero più risorse per la marina che per gli eserciti.

(Gli Stati Uniti come nuovo soggetto mondiale). Dopo la guerra di secessione, gli States il rinforzamento
dell’unità della federazione, l’integrazione dell’ovest, il dinamismo dell’economia, il potenziamento
dell’esercito e della marina gli permise di proporsi come nuovo soggetto nella sfida per la supremazia
mondiale. In quest’ottica, nell’ultimo trentennio dell’Ottocento la potenza americana si impegnò in una
penetrazione economica e commerciale in Europa e Asia.

(La crisi economica degli anni Novanta). Tra il 1893 e il 1898 gli Stati Uniti furono colpiti da una dura crisi
economica in seguito al crollo di alcune grandi compagnie ferroviarie e al costante calo dei prezzi dei
prodotti agricoli che diminuì il potere d’acquisto dei coltivatori. Alle tensioni sociali causate dalla crisi si
aggiungere quelle provocate dalla massiccia immigrazione proveniente soprattutto dall’Europa.

(La risposta imperialista e la guerra ispano-americana). Per far fronte alla paventata decadenza del paese
causata dalla crisi, la classe dirigente decise di attuare una svolta imperialista. Quello latino americano fu il
primo quadrante in cui la politica estera statunitense intervenne, forte della dottrina Monroe. La spinta
imperialista statunitense fu la causa dello scoppio della guerra ispano-americana. La guerra vide come
protagonista l’isola di Cuba, dove già da tempo le autorità spagnole non riuscivano a sedare la rivolta
indipendentista guidata da Josè Martì. Durante la guerra civile gli spagnoli fecero uso per la prima volta
nella storia dei capi di concentramento anticipando di poco quelli inglesi durante la guerra anglo-boera.
Una campagna di stampa che enfatizzava le violenze spagnole sull’isola, ma soprattutto la pressione degli
imprenditori statunitensi che avevano investito sulle piantagioni di canna da zucchero presenti nell’isola,
avevano spinto Washington a rivolgere lo sguardo su Cuba già da tempo. Il casus belli per dare inizio alla
guerra ispano-americana, che iniziò e terminò nel 1898, fu dato dall’affondamento di una nave da guerra
americana inviata nell’isola a difesa dei cittadini americani residenti a Cuba. In aprile il presidente William
McKinley dichiarò guerra alla Spagna. Le operazioni militari interessarono i possedimenti spagnoli di Cuba,
delle Filippine (dov’anche era in corso una rivolta indipendentista), di Guam nel Pacifico e di Portorico nei
Caraibi. Nell’agosto fu raggiunto l’armistizio e a fine dell’anno una pace firmata a Parigi che sanciva
l’annessione agli States delle Filippine (in cui scoppiò una cruenta guerra tra americani e indipendentisti
guidati da Emilio Aguinaldo), di Guam e di Portorico, mentre proclamava l’indipendenza di Cuba che, però,
rimaneva sotto tutela americana e presidiata dalle sue truppe. Un accordo siglato tra Cuba e Stati Uniti nel
1903 assegnò a questi ultimi la sovranità sul territorio di Guantanamo, dove fu fondata una base e stabilì il
diritto di Washington di intervenire militarmente nell’isola per preservarne l’indipendenza. L’annessione
delle Hawaii, che si sommavano a quelle delle Filippine e di Guam, proiettarono gli Stati Uniti verso l’Asia.

(Theodor Roosevelt e il canale di Panama). Con la presidenza di Theodor Roosevelt, dal 1901 al 1909, gli
Stati Uniti svilupparono la loro politica imperiale, non solo nel Pacifico e in Asia orientale, ma anche in
senso panamericano. Uno i casi più eclatanti dell’imperialismo statunitense in America Latina fu quello
rappresentato dal caso della Colombia. Qui il parlamento si oppose a concedere una fascia di territorio
nella regione di Panama dove voleva far passare un canale che collegasse l’Atlantico al Pacifico. A questo
punto gli States decisero di appoggiare gli indipendentisti panamensi che, dopo la vittoria, proclamò la
Repubblica di Panama sotto la tutela degli Stati Uniti. Nel 1914 venne, infine, inaugurato il canale.

(La “diplomazia del dollaro”). Il metodo principale che gli States avevano adottato per esercitare la loro
supremazia fu quello finanziario. Davanti ai debiti contratti dai paesi sudamericani e al rischio di default
della Repubblica Domenicana, Theodor Roosevelt portò avanti al così detta “diplomazia del dollaro”
perseguita dal suo successore William Taft. Essa consisteva in prestiti delle banche americane agli stati in
difficoltà con il vincolo di inserire esperti statunitensi negli organi fiscali del paese interessato,
sottoponendo cosi le sue finanze sotto il controllo di Washington. Questo metodo si affiancò ad un
aggiornamento della dottrina Monroe fatto dallo stesso Roosevelt in un discorso al Congresso del 1904, in

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tale discorso il presidente affermava il diritto degli Stati Uniti di intervenire in America Latina in caso del
mancato rispetto degli impegni finanziari o di eventi destabilizzanti nel sud del continente. Tali parole si
concretizzarono a Cuba, in Nicaragua, a Haiti, nella Repubblica Domenicana e in Messico durante la
rivoluzione.

(L’affermazione degli States a livello mondiale). Il nuovo dinamismo in politica estera presentato dagli
States era frutto dello sviluppo economico (nel 1913 gli USA avevano il PIL procapite più alto al mondo) a
cui si affiancava la crescita demografica, dovuta soprattutto ai flussi migratori che, tra il 1901 e il 1910
portarono negli States dall’Europa 9 milioni di nuovi residenti. A favorire questa affermazione era anche
una questione ideologica, infatti nella classe dirigente americana era radicata l’idea del “destino
manifesto”: essi erano convinti che l’America avrebbe dovuto affermarsi a livello mondiale assieme al suo
sistema ritenuto un modello universale superiore a qualsiasi altro.
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La Rivoluzione messicana
Tra Otto e Novecento il Messico era governato dalla dittatura militare di Porfirio Diaz. Sotto il regime di
Diaz la disparità sociale era alta, infatti l’1% della popolazione possedeva oltre la metà delle terre coltivate.
Questa situazione aveva provocato una serie di sollevazioni contadine che, tuttavia, non scossero la tenuta
del regime. Le cose cambiarono nel 1910 quando l’alleanza tra il ricco proprietario terriero liberale
Francismo Madero, il contadino e capo di un movimento armato Emiliano Zapata e il guerrigliero
proveniente dal mondo della mezzadria Francisco detto “Pancho” Villa portò allo scoppio della Rivoluzione
messicana. Le forze messe in campo dai tre portarono alla fuga di Diaz nel 1911 e all’insediamento di
Madero come presidente della nuova Repubblica. Nonostante ciò la tenuta del governo fu indebolita dai
conflitti tra i rivoluzionari di Zapata e i liberali di Madero che non volevano concedere una riforma agraria
per la redistribuzione delle terre ai contadini. L’instabilità generata da questo conflitto favorì il colpo di
stato del generale Victoriano Huerta. Con l’insediamento di Huerta la Rivoluzione si trasformò in guerra
civile. A contrastare il nuovo dittatore erano ancora gli eserciti di Zapata e Villa affiancati da quelli
costituzionalisti di Venustiano Carranza e sostenuto dagli States. Dopo la caduta di Huerta lo scontro
scoppiò tra costituzionalisti e rivoluzionari che, alla fine, furono sconfitti. Alla fine della guerra, nel 1917, fu
promulgata una costituzione liberale che, oltre a stabilire la laicità dello Stato e impostare una dura politica
anticlericale, nazionalizzò i beni del sottosuolo e introdusse una riforma agraria. La Rivoluzione
messicana, in cui erano morte più di un milione di persone, generò una serie di violenze che sarebbero
terminate solo negli anni Trenta: nel 1919 Zapata fu assassinato, nel 1923 fu la volta di Pancho Villa, mentre
nel 1929 scoppiò una guerra civile in seguito alle sollevazioni contadine contro ‘azione anticlericale del
governo, la così detta guerra cristeira dal grido lanciato dai contadini in rivolta “Viva Cristo Rey”.
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2. L’Impero russo e il corridoio euroasiatico
(Una potenza tra Europa ed Asia). La posizione dell’Impero russo, collocato tra il continente europeo e
quello asiatico, faceva di questa potenza un collegamento tra i due continenti, inoltre la sua posizione
faceva si che la sua politica estera guardasse sia all’Europa che all’Asia.

(L’espansione in Estremo Oriente). Fin dalla metà del Seicento l’Impero zarista aveva raggiunto le coste del
pacifico e si era affacciato in Estremo Oriente raggiungendo i confini della Cina. I confini tra i due paesi
erano stati, infatti, stabiliti dal trattato di Nercinsk del 1689. Nella metà dell’Ottocento, approfittando della
debolezza del Celeste Impero, San Pietroburgo aveva deciso di proseguire la sua avanzata in Estremo
Oriente acquisendo nuovi territori. Con l’accordo di Pechino del 1860 la Russia aveva annesso al suo impero
l’Amur e la costa del mar del Giappone fino ai confini della Corea. In questa zona fu fondato il porto di
Vladivostok. Negli anni Novanta, invece, lo zar si impegnò nella conquista della Manciuria.

(Il Caucaso). Nel XIX secolo la Russia aveva creato nel Caucaso una regione cerniera che collegava le
pianure della Russia europea e la penisola anatolica. Nella parte settentrionale della regione, la Russia si
scontrava con la resistenza di popoli di nazionalità diversa, ma accomunati dalla fede islamica. Negli anni
Venti dell’Ottocento i popoli della montagna si riunirono attorno alle confraternite sufi (un corrente mistica

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dell’Islam) e si posero alla guida dell’imam Samil che per 25 anni tenne testa all’esercito Russo. La
resistenza fu piegata solo nel 1859.

(L’espansione transcaucasica). Nel corso dell’Ottocento la Tussia si era espansa anche a danno dell’Impero
persiano: nel 1800-1801 aveva annesso il regno della Georgia, prima sotto la sovranità persiana, poi, con
una guerra russo-persiana durata dal 1804 al 1813, annesse Baku, l’Azerbaigian e alcune province armene
della Transcaucasia affermandosi in quella zona. Le zone conquistate avevano un’ampia rilevanza
economica in quanto erano presenti bacini petroliferi poi sfruttati da imprenditori russi, dai fratelli Nobel e
dall’americano Rockefeller.

(L’espansione in Asia centrale). Negli anni Sessanta la Russia diede inizio a una nuova espansione in Asia
centrale conquistando l’attuale Kazakistan, Uzbekistan e territori turkmeni sulle coste del mar Caspio.
L’espansione in questa zona era stata portata avanti per diversi motivi: risollevare il prestigio della Russia
dopo la sconfitta in Crimea, mettere in sicurezza i confini dell’Impero tramite il loro avanzamento,
l’affermazione della potenza russa nell’epoca dell’imperialismo, l’iniziativa autonoma di comandati militari
tollerata da San Pietroburgo.

(La missione civilizzatrice). Nelle zone dell’Asia centrale appena conquistate la popolazione era per lo più
nomade. Lo spostamento di popolazioni slave nella zona e il tentativo di “cicilizzare” le popolazioni
autonome imponendo la sedentarizzazione non fece altro che provocare conflitti tra slavo-occidentali e
autoctoni. Al contrario di quanto avveniva con le conquiste precedenti, le popolazioni dell’Asia centrale non
divennero suddite dello zar e le aristocrazie locali non furono cooptate nell’amministrazione. Queste zone
venivano trattate come colonie in cui si svilupparono monoculture di cotone finalizzate a rifornire
l’industria russa.

(Le rivalità anglo-russe, il “grande gioco”). la politica di espansione russa in Asia centrale rientra nel quadro
del conflitto anglo-russo. La Russia in questa zona si poneva come concorrente pericoloso per la Gran
Bretagna, in quanto minacciava il subcontinente indiano e le vie d’accesso terrestri a questa regione.
Centrale in questo scontro era la Persia che, dopo le due sconfitte subite contro i russi, era entrata nella
sfera dell’influenza zarista. Lo stesso sovrano persiano fu spinto nel 1837 dai russi a intraprendere una
spedizione in Afghanistan che, nel 1838, fu interrotta dall’arrivo di una flotta inglese nel golfo Persico. Fu
proprio in questo periodo che iniziò il “grande gioco”, ovvero la competizione tra inglesi e russi per il
controllo dell’Asia centrale che si concretizzò in azioni militari, pressioni politiche e penetrazioni
commerciali. Altro territorio fondamentale era l’Afghanistan, via d’accesso terrestre per raggiungere l’India.
Qui nel XIX secolo furono combattute due guerre anglo-afgane, mentre i russi conquistavano il
Turkmenistan nel 1884, zona dove passavano le principali vie carovaniere provenienti da Costantinopoli e
dalla Mesopotamia e dirette in Cina e in India. Proprio da qui l’anno seguente i russi attaccarono le truppe
afgane causando una crisi che fu risolta con un accordo con la Gran Bretagna che definiva i confini nord-
occidentali dell’Afghanistan. Questo paese, per la sua posizione geopolitica strategica, fu oggetto degli
interessi delle potenze occidentali fino all’inizio del XXI secolo.

(L’accordo anglo-russo sull’Asia). Il “grande gioco” si concluse nel 1907 con l’accordo anglo-russo sull’Asia.
Tale accordo trasformava il Tibet e l’Afghanistan in stati cuscinetto tra i due imperi, sanciva il rispetto da
parte delle due potenze della sovranità cinese sul Tibet, impegnava Russia e Gran Bretagna a rifiutare il
controllo della politica interna dell’Afghanistan, infine le due potenze divisero la Persia in due aree da loro
controllate indirettamente. Nella parte d’ingerenza britannica gli inglesi iniziarono sfruttare i giacimenti di
petrolio nel 1908, mentre nel 1911 la Russia represse una rivolta antieuropea intervenendo direttamente.
L’accordo anglo-russo andava incontro a diversi interessi delle due potenze: da parte inglese permetteva
alla corona di alleggerire le spese militari destinate alla difesa dell’India, mentre garantiva buoni rapporti
con la Russia nel periodo in cui la Germania stava portando avanti la sua Weltpolitik; da parte russa era
funzionale per stabilizzare la zona asiatica dopo la sconfitta nella guerra russo-giapponese e la crisi interna
del 1905.

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3. Il tornante orientale
(La centralità dell’Asia orientale). Nei primi del Novecento il geografo Halford Mackinder aveva definito la
zona euroasiatica l’“heartland”, il “cuore della terra”, chi controllava quella zona controllava il mondo.
Nello stesso periodo il senatore americano Albert Beveridge aveva affermato che chi controllava il Pacifico
controllava il mondo. Queste due affermazioni confermavano la rinnovata centralità dell’Asia orientale,
infatti se per gli inglesi la direttrice esposta dalla teoria della “heartland” era quella Europa-Asia, la linea
disegnata dal senatore americano era quella America-Asia. Effettivamente il quadrante asiatico, negli anni
Ottanta e Novanta, divenne centrale per la lotta per il potere mondiale. Qui si concentravano interessi
strategici ed economici, inoltre si presentavano sulla scena mondiale per la prima volta i due protagonisti
che avrebbero ridimensionato l’importanza dell’Europa: gli States che, dopo aver stabilito la propria
egemonia sul continente, si spinsero a ovest verso il Pacifico e oltre, e il Giappone che da lì a poco si
sarebbe affermato come potenza.

(L’espansione europea in Asia orientale e l’egemonia inglese). La presenza europea in Asia orientale
risaliva al XVI-XVII secolo. Partendo dall’India gli inglesi, nel corso dell’Ottocento, avevano occupato l’sola di
Ceylon, la Malesia e la Birmania, ciò si sommava al controllo dell’oceano indiano e all’influenza in Cina dopo
le due guerre dell’oppio che faceva della Gran Bretagna la potenza egemone sul territorio.

(L’Indocina francese). negli anni Cinquanta dell’Ottocento anche la Francia cominciò a imporsi sullo
scenario del’Asia orientale. L’intervento in Indocina veniva motivato con la difesa delle missioni cattoliche,
ma in realtà lo scopo era di insediarsi nella zona per espandersi a danno della Cina. Napoleone III conquistò
la Cocincina (Vietnam del sud) e impose un protettorato in Cambogia, mentre la Francia della Terza
Repubblica, dopo un conflitto con la Cina, impose un protettorato sul Tonchino e sull’Annam
(rispettivamente Vietnam del nord e centrale). Negli anni Novanta all’Indocina francese furono aggiunti il
Laos e la Birmania settentrionale. Un accordo anglo-francese del 1896 stabilì i confini tra Birmania e
Indocina francese mentre il Regno del Siam (Thailandia) rimaneva indipendente.

(Giappone: crisi del regime Tokugawa). A metà dell’Ottocento il regime dei Tokugawa era in crisi. Sul
territorio giapponese, infatti, diffuse erano le rivolte contadine, i nuovi movimenti religiosi di carattere
messianico, le sette popolari e le violenze in città. La necessità di trovare una risposta alla crisi dello
shogunato generò un ampio dibattito culturale. In particolare gli intellettuali dell’epoca avevano portato
avanti un’opera di ricostruzione dell’identità giapponese rifiutando il neoconfucianesimo dei Tokugawa e di
matrice cinese, rivalutando lo shintoismo condannando le dottrine straniere e rivalutando la figura
dell’Imperatore messa da parte dallo Shogun. In questo periodo, dunque, veniva a delinearsi un
nazionalismo giapponese antioccidentale e anticinese.

(Giappone: i trattati ineguali, la fine dello Shogunato e le riforme dell’era Meiji). L’accordo di Kanagawa
con gli Stati Uniti del 1854, in seguito alla missione del comandante Perry, mise fine alla politica
isolazionista e diede il un duro colpo al regime dei Tokugawa. A questo accordo ne seguirono altri con Gran
Bretagna, Russia, Franca e Olanda che inserirono il Giappone nelle reti di interconnessione mondiale
creando una dipendenza del paese dalle altre potenze com’era accaduto con la Cina. L’umiliazione subita
dal Giappone in seguito alla firma di questi trattati generò uno scontro tra governatori feudali e Shogun che
portò al crollo dello Shogunato nel 1868 e al ripristino del potere imperiale. Da questo periodo iniziò l’era
Meiji (del “governo illuminato”), coincidente col regno dell’imperatore Mutsuhito, durante il quale il
Giappone si modernizzò e adottò un sistema economico di tipo capitalista. L’opera riformistica, che
riguardava l’economia, l’amministrazione e la finanza, fu portata avanti da un’oligarchia composta dai
vertici militari e aristocratici di corte. Questa “rivoluzione dall’alto” portò all’apertura con l’occidente per
assorbirne tecnologie e conoscenze necessarie per l’industrializzazione e la modernizzazione dello Stato.
L’acquisizione delle conoscenze e dei modelli occidentali, però, non portò all’occidentalizzazione del paese,
anzi trasformarono lo shintoismo religione di Stato, organizzando il calendario in base ai riti di questa
religione, e iniziarono una campagna ostile contro il buddismo, considerata “religione straniera”, chiudendo
templi e obbligando migliaia di monaci ad abbandonare la vota religiosa. Il modello di sviluppo giapponese,
infatti, era riassunto dallo slogan “spirito giapponese, sapere occidentale”.

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(Giappone: politica estera ed espansionismo). La modernizzazione del Giappone andò di pari passo con lo
sviluppo di una politica estera che metteva al centro il paese nel quadrante dell’Asia orientale. Prima di
tutto la diplomazia giapponese ottenne una revisione dei trattati ineguali, poi inaugurò una politica
espansionistica nei confronti dei vicini:
- Nel 1874 il Giappone inviò una spedizione militare nell’isola di Taiwan.
- Nello stesso anno ne inviò un’altra nel Regno di Corea costringe nolo a firmare un trattato simile a
quelli ineguali precedentemente imposti al Gippone stesso.
- Nel 1879 invase il Regno delle Ryukyu, anch’esso come la Corea tributario della Cina.

(Cina: il logoramento dell’Impero). Il logoramento del Celeste Impero causato soprattutto dalle due guerre
dell’oppio peggiorò col logoramento dei regni tributari conquistati dal Giappone in oriente e dalla Francia
nell’Indocina. A completare il logoramento della Cina fu però la politica di “porte aperte” adottata da
Londra. Questa politica, sanzionata dai trattati “ineguali”, si caratterizzava per dazi di favore, porti aperti e
concessioni. La sovranità doganale, infatti, fu espropriata all’Impero negli anni Sessanta con l’istituzione di
un servizio di dogane marittime gestito dagli inglesi. Con i trattati ineguali la Cina assunse di fatto uno
status di “semi-colonia” nei confronti delle potenze europee che, nei confronti del Celeste Impero
attuavano quello che venne definito un “imperialismo formale”. Durante questo periodo le potenze
europee portarono avanti la “politica del cannone”. Essa consisteva nel mantenere squadre navali nel mar
della Cina a scopo intimidatorio. In sostanza l’esibizione della potenza militare e il ricorso a rappresaglie
erano i mezzi che le potenze europee usavano per garantire il rispetto dei trattati “ineguali”. La situazione
si complicò ulteriormente dopo la rivolta dei Taiping che indebolì le strutture statali che legavano il centro
alla periferia. Dopo questa rivolta, infatti, molti governatori provinciali assunsero un immenso potere tanto
da disporre di una propria finanza e di un esercito personale. Nonostante queste difficoltà l’Impero riusciva
a mantenere un maggior controllo e a impedire le infiltrazioni occidentali nella zona continentale, basti
pensare al mantenimento della sovranità in Tibet.

(Cina: la modernizzazione del paese). L’umiliazione subita dalla Cina a causa dei trattati e della
conseguente sottomissione alle potenze europee, spinse il paese a portare avanti un’opera di
modernizzazione e di industrializzazione favorita dall’acquisizione delle conoscenze tecniche occidentali. Il
rafforzamento della Cina allo scopo di creare una maggior resistenza alle ingerenze europee era portato
avanti dai membri del governo che appartenevano al movimento di riforma yangwu attivo negli ultimi tre
decenni dell’Ottocento.

(Cina: la guerra sino-giapponese). Tra il 1894 e il 1895 scoppiò la guerra sino-giapponese per la Corea. Per i
giapponesi quella regione era essenziale in quanto poteva essere la testa di ponte per i commerci nipponici
nel continente. A ciò si aggiungeva l’interessa per la Manciuria per l’approvvigionamento del carbone. In
seguito alla vittoria del Giappone venne firmato il trattato di Shimonoseki con cui si dichiarava
indipendente la Corea, si aprivano quattro porti al commercio col Giappone, a cui era riservato un
trattamento favorevole, si sanciva l’annessione a Tokyo di Taiwan, delle isole Pescadores e della penisola di
Liaodong nel sud della Manciuria. Infine si stabilì un’alta indennità di guerra che Pechino doveva pagare.
Con la perdita della Corea per mano Giapponese e dell’Indocina per mano Francese finiva il sistema
sinocentrico basato sugli stati tributari.

(Cina: conseguenze della guerra sino-giapponese). Le conseguenze della sconfitta nella guerra col
Giappone ebbe diverse conseguenze:
- L’affermarsi dell’Impero del Sol Levante come primo paese imperialista non occidentale.
- Con la perdita della Corea per mano Giapponese e dell’Indocina per mano Francese, la fine del
sistema sinocentrico basato sugli stati tributari.
- La fine dell’esperienza riformistica portata avanti dal movimento yangwu i cui esponenti furono
accusati del fallimento e cacciati dal governo.
- L’intervento delle potenze europee che imposero al Giappone di restituire la penisola di Liaodong
alla Cina. Questo intervento, però, costo al Celeste Impero la cessione in affitto del porto di

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Qingdao alla Germania e dell’accesso al golfo di Tonchino alla Francia. Dal suo canto la Russia
otteneva due porti nel Liaodong e l’autorizzazione a collegare la rete transiberiana con quella
ferroviaria cinese per raggiungere Pechino.
- Altra conseguenza pesantissima della guerra furono i prestiti che la Cina dovette chiedere alle
potenze europee per pagare i debiti di guerra. Tali prestiti, garantiti da un consorzio franco-russo e
uno anglo-tedesco, furono ripagati con le entrate delle dogane cinesi privando il paese, tra la fine
dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, di una cifra enorme. La penetrazione finanziaria
delle potenze europee nata trasformando la Cina in loro debitrice sortì l’effetto voluto di
espropriarla dei suoi capitali.
Nonostante ciò in questo caso non si assistette a una spartizione come nel caso dell’Africa, in quanto si
sapeva che la resistenza della popolazione locale rendeva impossibile una colonizzazione diretta.

(La rivalità russo-giapponese). Durante la rivolta dei Boxer la Russia fece entrare le sue truppe in Manciuria
trasformando quella zona di fatto in un protettorato. La presenza russa nella zona, però, era contrastata dal
Giappone che mirava a espandersi nell’area. L’antagonismo russo-giapponese si estendeva anche in Corea
dove l’Impero zarista cercava di limitare la penetrazione economica nipponica. Questa situazione favorì
un’alleanza tra Giappone e Gran Bretagna in chiave anti-russa nel 1902.

(La guerra russo-giapponese). Il mancato ritiro delle truppe russe dalla Manciuria nel 1904 spinse il
Giappone a dichiarare guerra all’Impero zarista. La guerra, sorprendentemente, si concluse a favore dei
nipponici che sconfissero sia per terra (a Port Arthur) che per mare i russi. La vittoria giapponese ebbe un
grande impatto nell’opinione pubblica, in quanto per la prima volta una grande potenza occidentale veniva
sconfitta da un paese non europeo. La vittoria nipponica spinse i movimenti nazionalisti asiatici a prendere
il Giappone da esempio. La pace, firmata a Portsmouth nel 1905 con la mediazione degli Stati Uniti,
garantiva al Giappone i suoi interessi economici in Corea e gli attribuiva la gestione delle ferrovie della
Manciuria meridionale. Alla pace seguì, nel 1907, un accordo segreto tra Russia e Impero del Sol Levante
con cui la Russia mantenne l’egemonia sulla Manciuria settentrionale e sulla Mongolia esterna, mentre il
Giappone sulla Manciuria meridionale e sulla Corea che fu annessa all’impero nel 1910. Uno degli elementi
più significativi sanciti dalla vittoria giapponese era la fine dell’egemonia europea nel mondo e dell’inizio di
un sistema mondiale policentrico.

(Sun Yat-sen e la Rivoluzione del 1911). Dopo il successo nipponico e proprio in Giappone, Sun Yat-sen,
rivoluzionario cinese, nel 1905, fondò la Lega che, adottato un programma repubblicano, promosse otto
insurrezioni in Cina senza successo. Nonostante ciò, la decisione del governo di Pechino di nazionalizzare le
ferrovie in una regione fece scoppiare una rivolta nella zona che si espanse trasformandosi in rivoluzione in
tutto il paese. La rivoluzione nel 1912 portò alla nascita della Repubblica cinese. Dopo tale rivoluzione Tibet
e Mongolia si dichiararono indipendenti, inoltre la nuova entità politica ereditava dall’impero la sua
subordinazione alle potenze straniere.
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La Repubblica cinese
La Repubblica cinese fu proclamata nel 1912 con capitale Nanchino e fu nominato suo primo ministro Sun
Yat-sen. Con la nascita della Repubbliche fu allontanata la classe dirigente legata alla dinastia ed eliminato il
sistema di selezione della burocrazia basato sugli esami. Nel frattempo si stava indebolendo l’esercito
centrale e il rafforzando quelli dei governatori locali. In tale contesto emerse la figura del generale Yuan
Shikai che prese il potere a Pechino, costruì un governo repubblicano e impose l’abdicazione all’imperatore.
Dopo trattative col governo di Nanchino Sun Yat-sen si dimise e Shikai venne proclamato presidente della
Repubblica. La gestione del potere da parte del generale fu autoritaria, in aperta opposizione col
Guomindang , il partito nazionalista cinese fondato nel 1912 e che era maggioritario in parlamento. Nel
1914 Shikai sciolse il parlamento e tentò di ripristinare la monarchia, ma fu fermato da una rivolta militare
che lo costrinsero a lasciare il potere. Dal 1916 ebbe inizio una fase di divisione interna tra i comandi
militari che portarono spinsero i “signori della guerra” in lotta fra loro.
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4. Pensieri europei per il mondo, interpretazioni mondiali della modernità


(Positivismo). Il pensiero europeo dagli anni Quaranta dell’Ottocento era fondato sul positivismo. Questa
corrente sosteneva che tutto ciò che riguardava l’uomo e la società, poteva essere tradotto in un sistema di
pensiero scientifico. Secondo la visione positivista con lo studio era possibile trovare leggi universali che
governavano i comportamenti dell’uomo e della società proprio come succedeva per la natura. Il
positivismo, oltre a spingere le discipline già esistenti, come la filologia, ad adottare un metodo di
scientifico, favorì la nascita di nuove discipline che studiavano i comportamenti dell’uomo e della società
come antropologia e sociologia. La tendenza ad analizzare la società con gli stessi canoni che si usavano per
lo studio della natura fece anche nascere delle dottrine come il “darwinismo sociale” che applicava i
precetti dell’evoluzionismo darwiniano alla società.

(La reazione antiscientifica). Tra Otto e Novecento, la consapevolezza che la scienza non poteva spiegare i
fenomeni che regolavano la vita dell’uomo e delle società, generò una reazione antiscientifica fatta propria
anche dalle avanguardie culturali. In questo periodo si diffuse tra gli intellettuali europei un habitus
mentale antiposivista, vitalista, antimaterialista e spiritualista. In questo cambiamento influirono, tra le
altre cose, la scoperta del subconscio e la psicanalisi di Freud. Oltre alla ripresa di alcuni temi del
Romanticismo e dell’Idealismo cominciava a diffondersi una concezione decadentista della vita moderna, in
particolare filosofi come Friedrich Nietzsche criticavano la decadenza psicologia e culturale della civiltà
contemporanea. La modernità, la vita in città e la società in una massa erano la causa della follia e delle
patologie del sistema nervoso.

(Il pensiero razzista). Il francese Arthur de Gobineau, nel suo “Saggio sulla disuguaglianza delle razze
umane” pubblicato negli anni Cinquanta, espose la sua persane idea sulla decadenza moderna. Secondo de
Gabineau il mondo era diviso in “razze” deboli e forti e la decadenza moderna era causata dall’incrocio
delle razze. La teoria razzista, che si dotò anche di un linguaggio scientifico, ebbe successo negli ultimi
decenni dell’Ottocento in Occidente. In quest’epoca si affermava il concetto di “razza” che divideva i gruppi
uomini in base caratteri morfologici (colore della pelle, tratti somatici, forma del cranio, ec.) da cui,
secondo le teorie dell’epoca, derivavano le caratteristiche psichiche e intellettuali. Questa nuova
concezione vedeva al vertice la “razza bianca”. La teoria razzista un forte impatto tanto da portare
all’applicazione di politiche di separazione razziale o, addirittura, di pratiche eugenetiche (ovvero volte a
“migliorare” la qualità genetica di una specie) quali la sterilizzazione degli elementi considerati degenerati
in nome della salvaguardia della specie. A sostenere le teorie razziste andava la stessa scienza, infatti tali
teorie trovavano un appoggio in discipline come la medicina, la psicologia, l’antropologia e la sociologia. Il
razzismo, in quest’epoca, si diffuse ampliamente sia tra la popolazione comune che nel mondo accademico.

(Il “mito ariano” e l’antisemitismo). A compiere un altro passo per lo sviluppo della teoria razzista fu
l’inglese naturalizzato tedesco Houston Chamberlain che nel 1899 pubblicò “I fondamenti del XIX secolo”.
In questo libro Chamberlain sosteneva la teoria secondo cui la storia era una guerra tra le razze che poteva
concludersi solo con la vittoria o l’annientamento. Secondo l’autore gli ariani dovevano affrontarsi con gli
ebrei per la lotta per la sopravvivenza. In Germania per la prima volta nasceva, dunque, la teoria della
superiorità ariana, ovvero dei popoli bianchi indoeuropei. L’antisemitismo, assieme all’antigitanismo, era
un tratto caratterizzante delle società europee, tanto che le teorie razziste erano adattate principalmente
agli ebrei e ai popoli romanì. Gli ultimi anni dell’Ottocento e primi del Novecento furono quelli delle
violenze antisemite di massa, i pogrom, soprattutto nelle regioni occidentali dell’Impero russo. Ai tratti
tipici del discorso razzista, in questi anni, si diffusero le teorie cospirative. La più celebre di queste è quella
dei protocolli dei savi di Sion, un documento che attestava un fantomatico complotto ideato dagli ebri per
conquistare il potere nel mondo e che in realtà, come rilevò il “Times”, era falso. A commissionarlo fu la
polizia segreta zarista. L’ebreo veniva sempre più identificato con l’elemento un elemento cosmopolita,
antinazionale, il “nemico interno” e il plutocrate della finanza internazionale. Due casi politici di
antisemitismo che divennero molto famosi furono quello di Dreyfus in Francia e di Bejlis in Russia:
- Il caso Dreyfus scoppiò all’inizio degli anni Novanta. Alfred Dreyfus era un ufficiale ebreo accusato
ingiustamente di aver fatto spionaggio a favore dei tedeschi. Due anni dopo la condanna
all’ergastolo emerse che il caso era tutto una montatura e che Dreyfus era innocente. Il caso

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assunse una risonanza tale che anche la politica si schierò. Le destre revansciste e clericali
sostennero, assieme alle associazioni antisemite e ai militari, la sua colpevolezza, mentre le forze
democratiche la sua innocenza. Anche se Drayfus fu nuovamente condannato, davanti alla sua
palese innocenza il Presidente della Repubblica lo graziò nel 1899.
- Il protagonista del caso Bejlis, invece, fu l’ebreo di Kiev Menachem Bejlis accusato di infanticidio
rituale. Dal processo del 1913 ne uscì assolto, ma il caso ebbe tanta risonanza quanto quello
Dreyfus.

(La reazione: nascita del nazionalismo ebraico). Come reazione all’antisemitismo, alla fine dell’Ottocento,
venne a definirsi su iniziativa dell’intellettuale ebreo di Budapest Theodor Herzl il sionismo, ovvero il
nazionalismo ebraico. Il programma sionista prevedeva la nascita dello stato di Israele in Palestina per porre
fine alla questione antisemita.

(Nuovi nazionalismi). L’antisemitismo era anche il segnale dell’affermarsi di nuovi nazionalismi. In


particolare nell’Impero zarista e in quello asburgico cominciava a diffondersi l’idea nazionale nelle
minoranze linguistiche soggette. Anche la Gran Bretagna fu colpita dalla nuova ondata di nazionalismo con
la nascita del partito indipendentista irlandese del Sinn Féin. Oltre all’Irlanda il nazionalismo si diffondeva
anche in Egitto e in India, dove furono adottate anche pratiche terroristiche, in Indocina francese, tra i boeri
e nell’Impero ottomano con i Giovani Turchi. Questi nuovi nazionalismi si affiancavano a quelli già esistenti
delle potenze coloniali che, in nome proprio dell’ideale nazionalistico e della grandezza del paese, avevano
intrapreso una politica estera imperialista. L’ideale nazionalistico, infatti, aveva in se il germe della
competitività con le altre nazioni, elemento che portava all’inasprimento degli antagonismi tra paesi. Il
nazionalismo, dunque, era legato a doppio filo con l’imperialismo, sia perché quest’ultimo era frutto del
primo nei paesi colonizzatori, sia perché per reazione aveva dato vita ai nazionalismi dei paesi colonizzati.
Solitamente i nuovi nazionalismi, anche se puntavano a recuperare le tradizioni locali, sostenevano una
modernizzazione del proprio parere secondo modelli occidentali: fu così per il Giappone che seguì la
massima “spirito giapponese, sapere occidentale”, ma anche per il mondo islamico dove si riuscì ad
assimilare le conquiste economiche, militari e tecnologiche occidentali senza capitolare dal punto di vista
culturale. Un esempio di rinnovamento del mondo islamico in chiave antioccidentale fu il modernismo
islamico nel pensiero del persiano Jamal al-Afghani, Secondo cui bisognava unire il ritorno a un Islam puro e
originario, il safardismo, allo sviluppo e al progresso.

Capitolo 9. Costruire lo Stato nazionale in Europa. L’Italia liberale tra


nazionalizzazione e modernizzazione
1. Il completamento dell’unificazione e la questione romana
(Il brigantaggio). Già all’indomani della nascita dell’Italia, nel 1860-61, in Abruzzo, Lucania e Puglia, si
formarono gruppi di guerriglieri che, spesso finanziati dai Borbone, si ribellavano al nuovo Stato a queste si
aggiunsero le rivolte di contadini contro i proprietari, la coscrizione obbligatoria e le nuove tasse. Il
fenomeno nel suo complesso prese il nome di “brigantaggio”. Ad affrontare il problema fu la Destra Storica
allora al governo. Essa era erede di Cavour che era vento a mancare nel giugno del 1861. Le autorità statali
affidarono la repressione all’esercito. Nel 1863 furono introdotte leggi straordinarie per la repressione del
brigantaggio e nel 1865 il fenomeno fu debellato.

(La terza guerra d’indipendenza). A permettere a paese di portare avanti fu il contesto internazionale, in
particolare la volontà della Prussia di imporsi sugli stati tedeschi a discapito dell’Austria. Dopo un’alleanza
militare in chiave antiaustriaca, favorita da Napoleone III che voleva trarre vantaggio dal conflitto austro-
prussiano, nel maggio del 1866 i due regni entrarono in guerra con l’impero asburgico nella guerra austro-
prussiana o Terza guerra d’indipendenza per la storiografia italiana. La guerra si concluse velocemente,
nonostante le sconfitte dell’Italia per terra a Custoza e per mare a Lissa. La partecipazione italiana,
comunque, ebbe la funzione strategica di impegnare l’Austria su due fronti alleggerendo quello prussiano.
Alla fine della guerra gli accordi stabilirono la cessione del Veneto a Napoleone III che lo donò all’Italia,
annessa successivamente con un plebiscito.

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(La questione romana). L’obiettivo successivo della classe politica italiana era Roma. I problemi in questo
caso erano tre: un attacco al territorio del pontefice massimo avrebbe provocato la condanna di tutta
l’opinione pubblica cattolica e delle potenze cattoliche; Napoleone III, principale alleato dell’Italia,
proteggeva la città con una guarnigione di soldati; la chiesa cattolica era fortemente radicata nella società
italiana tramite giornali, scuole, istituzioni ecclesiastiche, istituti assistenziali e via dicendo. Un attacco al
papa avrebbe generato l’ostilità allo Stato italiano di numerosi settori della società italiana.

(I difficili rapporti tra il Regno e la Chiesa). I rapporti tra Regno e Chiesa già da subito non erano idilliaci.
Già il regno piemontese, dopo il 1848, aveva portato avanti una politica volta a ridurre i privilegi della
Chiesa ad esempio con la legge Siccardi, con cui il Regno di Sardegna aveva eliminato il foro ecclesiastico,
ovvero il privilegio che sottraeva il clero dal pagamento dei tributi civili, e il diritto di asilo nei luoghi di
culto. L’avanzata verso sud del 1860 da parte di Vittorio Emanuele II per incontrare Garibaldi, inoltre, aveva
sottratto al Pontefice le Marche e l’Umbria, incrinando ancora di più i rapporti con Pio IX che nel 1864
pubblicò il Sillabo, con cui condannava la società moderna.

(I tentativi garibaldini per prendere Roma). Negli ambienti democratici e mazziniani Roma ricopriva
un’importanza assoluta, da una parte era ancora vivo il ricordo della Repubblica Romana, dall’altra aveva
molto seguito l’dea della terza Roma, a cui Dio aveva affidato il compito di porsi da guida ai popoli oppressi.
I tentativi dei democratici per prendere la Città Eterna furono due, entrambe le spedizioni avevano come
guida Garibaldi e si conclusero con un fallimento. La prima spedizione avvenne nel 1862 quando il generale,
partito dalla Sicilia con un gruppo di volontari alla volta di Roma, fu bloccato sull’Aspromonte dall’esercito
italiano; la seconda avvenne nel 1867, dopo la firma della Convenzione di settembre. Questo patto tra la
Francia e l’Italia stabiliva il ritiro delle truppe francesi in cambio del rispetto delle frontiere dello Stato
pontificio. I francesi lasciarono lo stato pontificio nel 1866 e l’anno seguente i volontari garibaldini
penetrarono nel territorio pontificio per essere sconfitti a Mentana da una spedizione francese.

(La guerra franco-prussiana e la breccia di Porta Pia). Ad offrire l’occasione di liquidare lo Stato pontificio
fu la sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana. Dopo la sconfitta di Sedan e la caduta di
Napoleone III, lo Stato italiano lanciò un ultimatum a Pio IX che lo rifiutò. Il 20 settembre 1970 l’artigieria
italiana aprì una breccia presso Porta Pia e le truppe presero Roma. Il Lazio venne annesso con un plebiscito
e il 1° luglio 1971 a capitale venne trasferita da Firenze a Roma. Dopo la presa di Roma il parlamento
italiano approvò la legge delle “guarentigie” con cui regolò i rapporti tra Stato e Chiesa garantendo
l’indipendenza della Chiesa e dichiarando i territori vaticani esenti dalle leggi italiane e sotto il controllo del
pontefice massimo.

(“Non expedit”). La legge delle “guarentigie” non attenuò l’intransigenza di Pio IX che pubblicò il “non
expedit” nel 1874. Con questo documento il papa invitava i cattolici a non partecipare alla vita politica del
Regno, impediva la loro partecipazione alle elezioni ad eccezione di quelle amministrative. Ciò poneva un
grande problema a un paese composta per la stragrande maggioranza da cattolici.

2. Stato e nazionalizzazione
(Costruzione dello Stato e nazionalizzazione degli italiani). Costruire lo Stato italiano e nazionalizzare gli
italiani erano due processi fondamentali. Da una parte bisognava creare un’ossatura istituzionale, giuridica
e amministrativa solida, dall’altra bisognava nazionalizzare la popolazione perché questa ossatura tenesse.

(Pedagogia patriottica). Al fine di nazionalizzare le masse lo Stato promosse una pedagogia patriottica
coinvolgendo tutto il mondo della cultura e dell’istruzione: intellettuali, università, scuole, editoria, artisti e
via dicendo. Le opere monumentali, artistiche, letterarie, oltre all’intervento del mondo dell’insegnamento
avevano il fine di creare un’identità nazionale comune a tutt’Italia e, in particolare, alla borghesia. Centrale
nella creazione di una pedagogia patriottica fu anche la figura del sovrano: le ricorrenze della famiglia reale
i suoi simboli, la diffusione delle associazioni monarchiche, l’anniversario dello Statuto Albertino furono
tutti elementi che funsero da collante per la società italiana attorno all’idea nazionale. Oltre alla scuola e

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alla cultura in generale, altro fattore di nazionalizzazione fu la coscrizione obbligatoria introdotta con
l’estensione della legge piemontese e perfezionata con la riforma Ricotti del 1975.

(Monarchia costituzionale di fatto parlamentare). Lo Statuto Albertino divenne la costituzione di tutto il


regno. Tale carta istituiva una monarchia costituzionale, ma il potere che questa dava alla camera permise a
Cavour, grazie alla larga maggioranza che deteneva, di rendere il parlamento protagonista, trasformando
quella del regno in una monarchia parlamentare di fatto.

(La classe politica). La classe politica post-unitaria era composta da uomini politici appartenenti al mondo
liberale. Queste figure si dividevano in due grandi fazioni, la “Destra storica” e la “Sinistra storica”. I due
raggruppamenti non corrispondevano a partiti organizzati, bensì a singoli individui che agivano secondo
logiche regionali o che seguivano i leader più carismatici. Dunque non esisteva nessuna struttura partitica
all’interno dei due schieramenti.

(La Destra storica). I prima a governare l’Italia unita furono i parlamentari della Destra, che guidarono il
paese dal 1861 al 1876. La Destra era composta prevalentemente da proprietari terrieri e i gruppi
dominanti al suo interno erano quello piemontese e quello tosco-emiliano. A livello ideologico erano di
tendenze moderate, inclini al liberismo e all’individualismo.

(L’unificazione giuridica e il centralismo). L’unificazione giuridica del regno era uno dei primi passi
fondamentali da compiere. Nel processo di unificazione giuridica la classe politica si trovò di fronte alla
scelta se adottare un sistema centralistico o decentralizzato. Alla fine, anche in nome della salvaguardia
dell’unità appena raggiunta, si decise per un’organizzazione statale centralistica. Il processo di unificazione
giuridica e centralizzazione avvenne in diverse tappe:
- Nel 1861, con i decreti proposti dal’allora primo ministro Bettino Ricasoli, fu introdotta
un’amministrazione territoriale uniforme su tutto il territorio nazionale che venne suddiviso in
province guidate da un prefetto (che rappresentava il potere esecutivo).
- Nel 1865 furono promulgati quattro codici validi su tutto il territorio nazionale: quello civile (che
introduceva il matrimonio civile), di procedura civile, commerciale e della marina mercantile.
- Sempre nel 1865 venne approvata dal parlamento una legge di unificazione amministrativa che
sospendeva le ultime differenze normative adottate dagli stati preunitari applicando la legislazione
piemontese su tutto il territorio.
Se lo stato si era andato a definire come fortemente centralistico, così non fu per il sistema elettorale. Il
sistema adottato divideva il regno in circoscrizioni elettorali in cui, secondo il sistema uninominale, si
votava un singolo deputato al parlamento nazionale. Tale sistema permetteva di collegare il locale allo
Stato centrale secondo un vettore che andava dalle periferie al centro.

(Il censimento e il problema dell’alfabetizzazione). Una delle prime questioni da affrontare da parte della
classe dirigente fu quella di conoscere il paese. per fare ciò vennero usati gli strumenti messi a disposizione
della statistica. I primi censimenti avevano rivelato che in una popolazione di 22 milioni di abitanti il 78%
delle persone sopra i cinque anni era analfabeta. La questione dell’alfabetizzazione divenne di primaria
importanza per il regno, tanto che nel 1861 la legge Casati sulla scuola fu estesa a tutto il regno, mentre nel
1877, con la legge Coppino, si resero obbligatori e gratuiti i primi due anni di frequentazione della scuola
primaria, tanto che nel 1900 l’analfabetismo scese al 56% della popolazione sotto i cinque anni.

(La Sinistra storica). Alla Destra nel 1876, anno del raggiungimento dell’agognato pareggio in bilancio,
successo la Sinistra. Questo raggruppamento era composto dalla sinistra piemontese guidata da Agostino
Depretis, da ex democratici mazziniani e garibaldini, come Francesco Crispi, che di fatto avevano accettalo
la monarchia. Altro grande fazione al suo interno era quella dei deputati meridionali che avversavano i
governi della Destra per le dure misure finanziarie adottate per il raggiungimento del pareggio in bilancio.
Se la Destra era espressione dei notabili e dei proprietari terrieri, la sinistra lo era dei gruppi borghesi
emergenti.

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(La riforma elettorale del 1882). La Sinistra storica salì al governo nel 1876 dopo che il governo di Destra fu
messo in minoranza sulla questione relativa al finanziamento delle ferrovie. Dal 1876 al 1887 la scena
politica fu dominata dal leader di punta della sinistra, Agostino Depretis. Una delle esigenze della Sinistra
era quella di allargare il suffragio. Con la legge elettorale del 1882 poterono votare tutti coloro che avevano
compiuti i 21 anni, avevano un titolo di studio primario o superavano una certa quota di reddito. Gli elettori
passarono da poco più del 2% della popolazione a quasi il 7%.

(Il “trasformismo”). L’allargamento del suffragio, ovviamente, mutò gli assetti politici e favorì la
trasformazione delle forze politiche. Proprio in questo mutato scenario, Depretis inaugurò una nuova
pratica politica chiamata dai suoi detrattori “trasformismo”. Questo sistema si basava sulla creazione di una
larga maggioranza parlamentare composta dalla Sinistra di Depretis e dalla Destra di Minghetti che,
nonostante le divergenze ideologiche, si univano per la loro comune appartenenza alle forze liberali, per
contrastare l’ascesa delle forze democratico-radicali e per evitare ulteriori allargamenti del suffragio. Tale
sistema creò una forte stabilità politica ma fu anche causa di corruzione e clientelismo. Il “trasformismo”,
visto da molti come una degenerazione del sistema parlamentare, diede vita a delle correnti
antiparlamentari che avrebbero caratterizzato la vita politica anche in futuro.

3. Collocare l’Italia nel mondo


(La debolezza della cultura cartografica). A fine Ottocento la copertura cartografica del territorio nazionale
italiano era incompleta, gli stessi amministratori non conoscevano con recisione l’estensione dei confini
amministrativi. Questa carenza comportava una scarsa produzione cartografica nazionale e un massiccio
afflusso della cartografia straniera, in particolare tedesca. Anche l’Atlante Stieler prodotto in Italia nel 1908
era profondamente era organizzato in una prospettiva germani centrica che ripartiva il continente in
Europa centrale, meridionale e occidentale. Questa carenza rifletteva la scarsa visione geopolitica della
classe politica italiana.

(Gli assi est-ovest e nord-sud). I due assi in cui si proiettava l’Italia erano quelli est-ovest, che dal Veneto
proiettava il paese nei Balcani, e quella nord-sud che inseriva l’Italia in una prospettiva continentale come
appendice mediterranea dell’Europa da una parte e dall’altra la proiettava verso l’Africa. L’asse nord-sud fu
quello che assunse una maggiore importanza per inserire il paese nel contesto continentale, inoltre questa
visione rendeva palese il dualismo che si era creato tra nord e sud con la “questione meridionale”, una
frattura che la classe politica cercò di ricompattare per evitare la spaccatura del paese.

(L’inserimento nel contesto europeo). L’inserimento dell’Italia nel contesto europeo era essenziale per
dare legittimità attorno al nuovo Stato. Inoltre essere riconosciuti come parte del vecchio continente voleva
dire essere riconosciuti come potenza agli occhi del mondo. L’inserimento dell’Italia nel contesto europeo
fu sancito da alleanze che mutarono nel tempo:
- Subito dopo l’unità, l’Italia si inseriva nel contesto europeo grazie all’alleanza con la Francia di
Napoleone III che si concretizzò anche con il trattato di libero scambio tra i due paesi stipulato nel
1863. Un cambiamento si profilò in seguito alla guerra franco-prussiana che, oltre a causare la
disfatta di Napoleone III, riconfigurò attorno a Bismarck gli equilibri europei.
- Dopo la caduta di Napoleone III nacque la necessità per l’Italia di trovare una nuova collocazione
internazionale, funzionale sia per consolidare la sua legittimità internazionale, sia per ottenere il
riconoscimento di uno statuto di potenza. A complicare la ricerca di nuove alleanza internazionali
era l’ostilità della Santa Sede e, dunque, di quelle potenze in cui l’elettorato era a maggioranza
cattolico. L’uscita dall’isolamento internazionale si cominciò a vedere quando in Germania fu
portato avanti il Kulturkampf. Se da una parte il rapporto con la Francia si deteriorava sia perché al
governo c’erano i conservatori e i clericali, sia per la “questione tunisina” (la Francia vi impose un
protettorato nel 1881 nonostante questa regione fosse d’interesse italiano sia per la vicinanza che
per la presenza di una sostanziosa comunità italiana), quello con la Germania, dove l’elettorato
cattolico era meno influente nelle scelte del governo, si rinsaldò con la firma della Triplice Alleanza
da parte di Depretis nel 1882. Con questa alleanza difensiva si impegnavano Germania, Austria e
Italia a intervenire affianco dei contraenti se attaccati da altre potenze. Nonostante ciò questa

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alleanza presentava dei problemi interni. Infatti l’alleanza con l’Austria-Ungheria, poco amata
dall’Italia, aveva generato la protesta degli irredentisti, ovvero di coloro che volevano riconquistare
le terre “irredente”, Trento e Trieste.

(Vocazione mediterranea). L’Italia, per la sua posizione geografica, era proiettata verso il Mediterraneo.
Proprio la posizione dell’Italia in mezzo al Mediterraneo, che limitava l’influenza francese in questo mare
(ecco perché la Francia fu sempre contraria alla nascita di uno stato unitario nella penisola), garantiva al
regno l’amicizia della Gran Bretagna in chiave anti-francese. Con l’apertura del canale di Suez anche la
configurazione del Mediterraneo era cambiata, passando da un asse ovest-est a un asse nord-sud. Il
Mediterraneo, inoltre, rimaneva il principale centro delle ambizioni della classe politica italiana fortemente
influenzata dalla cultura umanistica e che, dunque, vedeva in esso il Mare nostrum. Dopo che la conquista
della Tunisia era sfumata a causa dei francesi, lo Stato italiano riuscì ad ottenere la baia si Assab in Eritrea
dal 1882. Da qui partì una spedizione militare che occupò Massaua. Nel 1887, nei pressi di Dogali, una
colonna italiana fu massacrata dalle truppe etiopi. Questo fatto spinse l’Italia a inviare un corpo di
spedizione che invase l’Eritrea dando inizio all’espansione coloniale italiana.

4. L’inizio del processo di modernizzazione


(La politica protezionista). Negli anni Settanta dell’Ottocento la classe politica italiana non poté mancare
alla sfida dell’industrializzazione del paese. In seguito alla “grande depressione” l’Italia, come gli altri paese,
decise di adottare una politica economica protezionista per proteggere la produzione nazionale dalla
concorrenza estera. Questo tipo di politica permise, inoltre, lo sviluppo industriale. Il 1887 presenta una
data importante per l’Italia dell’epoca, in quanto proprio quell’anno fu introdotta la tariffa dogana, salì al
governo Crispi al posto di Depretis, ci fu la disfatta di Dogali e fu riconfermata la Triplice Alleanza. Per
quanto riguarda la tariffa doganale, essa intervenne a proteggere la produzione cerealicola, zuccheriera,
cotoniera, siderurgica e meccanica. Nonostante le critiche da parte degli intellettuali liberisti e
meridionalisti essa rappresentava un provvedimento inevitabile per lo sviluppo industriale del paese.

(La crescita industriale). Mentre l’agricoltura soffriva per la “grande depressione”, l’industria cominciava a
cogliere i frutti della costruzione di infrastrutture e dell’ammodernamento dell’economia portata avanti
negli anni precedenti. In particolare essenziale si rivelò lo sviluppo delle ferrovie iniziato da Cavour. Negli
anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento cominciarono a nascere le principali e più importanti industrie
italiane: Pirelli, Edison, Montecatini e Fiat (quest’ultima nel 1899). Il calo del costo delle materie prime che
si era verificato a livello internazionale permise lo sviluppo dell’industria siderurgica che si avvaleva anche
delle nuove tecnologie in quel campo. Nel 1884, infatti, nacque la Società italiane delle acciaierie, fonderie
e altiforni di Terni. Nello sviluppo industriale ebbe un ruolo anche lo Stato italiano sia con la sua politica
economica imperialista, sia con l’espansione coloniale. Quest’ultima, infatti, spinse il paese ad acquistare
forniture militare dalle industrie siderurgiche e meccaniche favorendone lo sviluppo.

(Crisi e modernizzazione del sistema bancario). Il passaggio successivo fu quello di creare un sistema
bancario capace di sostenere lo sviluppo di un’economia industriale. A spingere verso la riforma del sistema
bancario fu una crisi degli istituti di credito italiani. Le banche italiane negli anni Ottanta, infatti, avevano
ampliamente finanziato il settore edile nonostante la scarsa industrializzazione e le difficoltà in campo
agricolo causate dalla “grande depressione”. Tale situazione creò una crisi del sistema bancario e al
fallimento della Banca romana nel 1893. Contemporaneamente emerse lo scandalo politico che legava il
mondo della politica a questo istituto. Sempre nel 1893 venne fondata la Banca d’Italia che doveva svolgere
la funzione di una vera e propria banca centrale. In seguito vennero creati due banche miste con lo scopo di
fornire credito alle industrie: la Banca commerciale italiana (1894), che si avvalse di capitali tedeschi, e il
Credito italiano (1895), che si avvalse di capitali italiani. Le banche miste, nonostante la loro utilità per
modernizzare il sistema bancario italiano, furono veicolo dell’influenza della finanza tedesca nella penisola,
sostituendosi in questo campo alla Francia che era legata alle banche fallite nel 1893. Questo elemento,
assieme alla guerra commerciale intrapresa da Crispi nel 1887 nei confronti della Francia e all’affermazione
dei tedeschi come primi partner commerciali della penisola, favorì l’indebolimento dell’influenza francese
in Italia e il rafforzamento del legame tra questa e Germania.

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5. Una società in trasformazione


(Urbanizzazione e riorganizzazione territoriale). Per quanto riguarda l’urbanizzazione, una delle
caratteristiche della parte centro-settentrionale della penisola, anche in epoca preunitaria, era quella di
essere ricca di città. Il collegamento tra queste città fu rafforzato dallo sviluppo delle reti di comunicazione,
inoltre la nuova importanza ricoperta dai centri urbani favorì lo spostamento della popolazione dalle
campagne alle città, in particolare quelle più importanti. L’unificazione dell’Italia portò a una
riconfigurazione della burocrazia sia a livello centrale che periferico. Le nuove funzioni assegnate ai centri
amministrativi portò allo sviluppo della burocrazia, quindi dell’attività terziaria.

(Industrializzazione e aumento demografico). Uno dei principali elementi che portò alla crescita dei centri
urbani nel settentrione fu l’industrializzazione. Tra il 1903 e il 1914 quasi un milione di operai affluì per
lavorare nelle medio e grandi imprese, concentrandosi nel così detto “triangolo industriale” compreso tra
Genova, Milano e Torino (ovvero dove maggiormente si era sviluppata l’industrializzazione. In questi anni è
da registrare anche un importante aumento demografico: se nel 1861 la popolazione ammontava a 25
milione, alla vigilia della Grande Guerra era salita a 37 milioni.

(Cambiamenti sul piano sociale). Oltre alla nascita di un proletariato urbano e di una classe operaia
soprattutto nel nord, in questi anni cominciava a declinare l’importanza della nobiltà terriera e a crescere
quella della borghesia. La stessa classe dirigenti, nei primi anni dell’unità composta da proprietari terrieri,
con l’allargamento del suffragio si facevano sempre più spazio i borghesi. Questa classe sociale era
composta da professionisti, burocrati e dalla sempre crescente classe imprenditoriale. Gli sviluppo nel
campo amministrativo e dell’istruzione e l’aumento del numero delle leggi avevano fatto lievitare anche il
“ceto medio”, ovvero quella parte di borghesia, composta da funzionari, impiegati pubblici e insegnanti,
che facevano da cerniera tra la classe dirigente e i gruppi subalterni. Tra il 1881 e il 1911 il “ceto medio”
aumentò del 33%.

(Nuovi stili di vita). Il ceto borghese si affermava col suo stile di vita e con il suo modello familiare.
Maggiore importanza assunse la socialità, l’associazionismo e il tempo libero. Si affermò in questi anni, ma
soprattutto in quelli a venire, lo sport, l’alpinismo, basti pensare alla nascita del Club alpino italiano (Cai),
del turismo col Touring club. Si affermarono così nuovi aspetti della cultura di massa che fra le due guerre si
sarebbero radicati anche in una parte della classe popolare.

6. Progetti di rafforzamento dello Stato


(La nascita del proletariato urbano e la crisi nelle campagne). L’inizio dell’industrializzazione aveva
provocato la comparsa del proletariato urbano oltre che di una classe operaia concentrata nell’Italia
settentrionale. D’altro canto le campagne italiane, a parte alcuni casi come quello della pianura padana, si
caratterizzavano per l’arretratezza diffusa. Ciò sommato all’eccesso demografico e all’impoverimento dei
contadini causato dalla “grande depressione”, provocò un esodo verso le città.

(Contrapposizione borghesia/classi popolari). La società che si andava formando in Italia era prettamente
una società borghese che si fondava sull’esclusione delle classi popolari operaie e contadine. I due universi
culturali vivevano in una sostanziale situazione di incomunicabilità. Nei primi anni Ottanta si cominciarono a
registrarsi anche le prime mobilitazioni delle classi popolari di carattere sociale e politica. Tra i lavoratori si
diffondevano le società di mutuo soccorso, le cooperative e, nel 1881 la prima Camera del lavoro,
inaugurando sindacalismo italiana.

(Nascita del Partito socialista italiano). Nel 1892 a Genova, in seguito alla divisione tra anarchici e socialisti,
fu fondato il Partito dei lavoratori italiani, un partito dal chiaro orientamento marxista che nel 1983, al
congresso di Reggio Emilia, prese il nome di Partito socialista dei lavoratori italiano e in quello di Parma del
1895 di Partito socialista italiano. Il Psi aveva un’organizzazione strutturata, basata sull’adesione volontaria,
presentava sedi locali, una direziona nazionale e locale e, dal 1896, un quotidiano: l’“Avanti!”. Il Psi si
presentava come il primo partito moderno d’Italia. Il mondo socialista in quest’epoca dava rappresentanza

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alle masse di persone che erano state escluse dalla vita politica dal sistema liberale, inoltre si presentava
come istanza antisistema.

(L’opposizione cattolica). L’altro movimento antisistema che andava a rappresentare le masse popolari
escluse dal sistema liberale era il mondo cattolico. Il mondo cattolico perseguiva la sua linea di
intransigenza nei confronti del sistema liberale e della modernità e non partecipava alla vita politica del
paese. i cattolici laici si riunivano attorno all’Opera dei congressi fondata nel 1874. Con l’enciclica Rerum
novarum di Leone XIII del 1891 ci fu un’intensa mobilitazione del mondo cattolico italiano con la fondazione
di società operaie, cooperative e casse rurali. Le classe popolari, dunque, erano rappresentate da due
movimenti antisistema.
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L’intransigentismo cattolico in Italia
La posizione intransigente della chiesa era iniziata con Pio IX che, dopo il 1870, diede indicazione ai cattolici
di non partecipare alla vita politica del Regno. Ciò comportava il suo mancato riconoscimento. La presa di
posizione del papa ruppe in due il fronte cattolico italiano che si divise in “intransigenti”, che sostenevano
quanto detto dal papa, e “transigenti”, che chiedevano di poter partecipare alla vita politica del Regno con
posizioni conservatrici. La gran parte della popolazione, però, seguiva la linea degli “intransigenti” non
partecipando alle elezioni politiche. Nonostante ciò il non expedit non riguardava le elezioni comunali e
provinciali, infatti i cattolici si distinsero per il loro attivismo in ambito amministrativo a cui si aggiunse
quello in ambito sociale, editoriale e giornalistico. L’attività associazionistica cattolica portò, nel 1874, alla
nascita dell’Opera dei congressi. Una nuova generazione di intransigenti si affermò negli anni Novanta.
Questi giovano, che si definivano”democratici cristiani”, si opponevano allo stato liberale soprattutto
perché volevano l’emancipazione delle classi popolari. la questione romana veniva messa in secondo piano.
Sostenitore di questa linea e dell’idea di coniugare democrazia e cristianesimo era il prete marchigiano
Romolo Murri. Pio X, succeduto a Leone XIII, osteggiò i democratici cristiani e Murri, tanto che nel 1904
sciolse l’Opera dei congressi e pose l’associazionismo cattolico sotto il controllo dell’episcopato. Nel
frattempo, nella corrente clerico-moderata all’interno della chiesa, sulla linea antiliberale prevalse quella
antisocialista.
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(L’allargamento delle basi sociali del sistema politico). Nonostante la tendenza della classe politica fosse
quella di rallentare l’allargamento del suffragio e l’avvento delle masse nella politica. Davanti alle spinte che
richiedevano una maggior democratizzazione del paese le soluzioni percorribile erano due: cercare di
governare questo processo, rafforzare il centro per controllare le dinamiche della società civile. Con i
governi Crispi il paese tentò inizialmente la seconda via.

(La politica interna del primo governo Crispi). Francesco Crispi successe a Depretis come leader della
Sinistra e salì alla guida del governo nel 1887. Crispi portò avanti una serie di riforme con cui rafforzò
l’esecutivo a discapito del parlamento e rafforzò il ruolo del ministro dell’Interno. Se da una parte con la
nuova legge amministrativa rafforzò le autonomie locali, dall’altra rafforzò le prerogative dei prefetti. Nella
stessa direzione andò col nuovo codice penale: da una parte il codice scritto da Giuseppe Zanardelli
eliminava la pena di morte e introduceva il diritto di sciopero, dall’altra il testo unico di pubblica sicurezza
dava maggior poter discrezionale alla polizia oltre che la possibilità di ricorrere a provvedimenti lesivi della
libertà personale.

(La politica estera del primo governo Crispi). La politica estera di Crispi, filo-tedesco e estimatore di
Bismarck, si caratterizzò per una tensione dei rapporti con la Francia con cui scoppiò una “guerra
commerciale” particolarmente dannosa per le colture specializzate del meridione del paese, i cui prodotti,
in particolare olio, vino e agrumi, avevano un importante mercato in quello francese. L’altra caratteristica
della politica estera di Crispi era l’impegno nell’espansione coloniale in Africa. Crispi voleva risollevare il
prestigio dell’Italia dopo la disfatta di Dogali del 1887 e far affermare il paese come potenza. In quest’ottica
l’Italia aveva iniziato la sua penetrazione in Somalia e nel 1890 era riuscita a dare vita alla Colonia Eritrea.

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(Il secondo governo Crispi). La crisi bancaria che colpì il presidente del consiglio di Sinistra Giovanni Giolitti
e i moti dei fasci siciliani crearono il contesto adatto per il ritorno di Crispi al governo nel 1893. Salito al
governo, Crispi condusse un’azione repressiva ai danni delle rivolte popolari siciliane a cui seguì
l’emanazione delle legge anti-anarchiche che in realtà erano volte a colpire il Partito socialista dei lavoratori
che fu sciolto. Tale politica si accompagnò alla chiusura del parlamento per un anno per evitare la
discussione sul coinvolgimento di Crispi nello scandalo della Banca romana. La politica accentratrice di
Crispi trovò una dura opposizione nello “Stato di Milano”, ovvero nella borghesia lombarda stufa degli
eccessi statalisti e accentratori del presidente del consiglio. Il fallimento della sua politica espansionista nel
1896, con la disfatta militare di Adua in Etiopia, portò alla sua caduta.

(Il governo Rudinì). Con la caduta di Crispi si affermò il governo di Destra guidato dal marchese Antonio di
Rudinì. Esso portò avanti una politica di contenimento della spesa pubblica (ampliata da Crispi per pagare le
spedizioni coloniali), il ripiegamento in campo coloniale e il riallacciamento dei rapporti con la Francia. Il
brutto raccolto del 1897 provocò una crisi cerealicola che spinse le classi popolari a scendere in piazza. Le
rivolte furono represse duramente, in particolare a Milano le truppe guidate dal Generale Bava Beccaris
cannoneggiarono la folla causando centinaia di morti. La politica repressiva si indirizzò poi verso socialisti,
repubblicani e cattolici, ovvero ai soggetti vicini alle classi popolari, con arresti, chiusura di giornali e
scioglimento di associazioni. Il tentativo compiuto da Rudinì e da Umberto I di creare un “governo forte”
per arginare i sommovimenti sociali e le forze vicine ai ceti popolari furono fallimentari e non fecero altro
che rafforzare cattolici e socialisti.

(Il governo Pelloux). Dopo la caduta di Rudinì il re affidò il governo al generale Luigi Pelloux con lo scopo di
portare avanti un disegno politico autoritario volto a bloccare le trasformazioni sociali e la
democratizzazione del sistema. Nel 1899 Pellox presentò una serie di provvedimenti volti a rendere
permanenti le misure di limitazione della,libertà d’espressione, di stampa, di associazione e di scioperi
adottate nell’anno precedente per far fronte alla crisi sociale. L’opposizione in parlamento di un fronte che
andava dalla sinistra liberale di Giolitti e Zanardelli ai moderati determinò la sconfitta del governo. I
tentativi di svolta autoritaria finirono nel 1900 quando alle elezioni ebbero successo i socialisti e la sinistra
liberale e quando, nel mese di luglio, Umberto I, principale sostenitore di questo disegno, fu assassinato
dall’anarchico Gaetano Bresci.

7. L’età giolittiana
(Superamento della crisi, sviluppo industriale e diminuzione dell’analfabetismo). Il sistema liberale era
riuscito a superare la crisi di fine secolo senza ricorrere a misure extracostituzionali, anzi difendendosi da
queste in parlamento e con l’esito delle elezioni di inizio Novecento. Nel frattempo lo sviluppo industriale
stava procedendo con lo sviluppo di settori quali l’elettrico, il chimico e il meccanico, favoriti dalla ripresa
economica. Prova ne è il fatto che tra il 1896 e il 1913 la crescita del Pil italiano era la terza al mondo con
una percentuale di crescita del 2,8 annua. Lo sviluppò industriale, però, si sviluppo principalmente nel
“triangolo industriale” Genova-Milano-Torino. La crescita dell’industria ebbe sia l’effetto di accrescere la
classe operaia, sia di modificare la composizione della classe dirigente, ormai composta da professionisti e
industriali. Altro fattore positivo era il calo dell’analfabetismo che passò a poco più del 46% nel 1911.
Questo calo fu favorito dall’espansione del sistema scolastico.

(Turati e il socialismo riformista). Dopo l’affermazione nelle elezioni del 1900, lo stesso anno, al congresso
di Roma, la lotta tra intransigenti e riformisti si era risolta a favore di questi ultimi guidati da Filippo Turati. I
riformisti erano favorevoli a portare avanti una linea gradualista per cambiare il sistema e all’alleanza con le
forze borghesi per perseguire i loro scopi.

(Il conservatorismo riformista di Sonnino). All’interno della componente liberale l’avversario di Giovanni
Giolitti, esponente della sinistra liberale, era Sidney Sonnino. Sonnino era un conservatore con tendenze
riformistiche, infatti sosteneva il rafforzamento dell’autorità dello Stato e, al contempo, un’azione
riformatrice volta porre rimedio alla questione sociale in modo da neutralizzare i socialisti e inserire le
masse popolari nel sistema liberale.

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(La visione di Giolitti). Giolitti invece aveva una visione diversa, esso aveva posto come perno nel suo
progetto politico la riforma tributaria e la coalizione con democratici, radicali e socialisti. Altro elemento
che caratterizzava la visione di Giolitti era il suo atteggiamento nei confronti dei conflitti sociali: lo statista
era favorevole alle libertà sindacali e di sciopero e sosteneva la neutralità dello Stato negli scontri tra
lavoratori e datori di lavoro. La forza statale, in questi casi, doveva intervenire solo per mantenere la
sicurezza pubblica. lo scopo di Giolitti era quello di integrare le masse popolari nel sistema liberale.

(Il governo Zanardelli e l’avvento di Giolitti). Il nuovo re, Vittorio Emanuele III, che condivideva la visione
giolittiana, affidò la formazione del governo a Zanardelli che nominò Giolitti come ministro degli Interni. Il
governo Zanardelli promosse una legislazione sociale che tutelò il lavoro di donne e minori, introdusse
un’assicurazione volontaria per l’anzianità e una obbligatoria contro gli infortuni. Nel 1903 Giolitti sostituì
Zanardelli che venne a mancare.

(I governi Giolitti). Il programma di Giolitti incontrò non poche difficoltà: il processo di industrializzazione,
infatti, esasperava la questione sociale e quella meridionale, dato che lo sviluppo si concentrava nel nord.
Ciò rendeva instabile la maggioranza all’interno del Partito socialista la cui dirigenza passava ora ai
riformisti ora ai massimalisti. Ciò faceva dei socialisti degli alleati su cui non si poteva contare per portare
avanti il programma giolittiano. Proprio per tale motivo i governi Giolitti, che si susseguirono dal 1903 al
1911 con brevi interruzioni, erano appoggiati a volte dalle forze democratiche altre da quelle moderate.
Oltre a queste forse, Giolitti cercò di fare ricorso all’alleanza con i cattolici che, con Pio X sciolsero nel 1904
l’Opera dei congressi e si resero disponibili a un’alleanza con i liberali per contrastare l’avanzata socialista.
Requisito essenziale per portare avanti il programma giolittiano era quello di mantenere una larga
maggioranza in parlamento e ciò avveniva con l’alternanza delle alleanze e con l’uso dei prefetti durante le
elezioni per intervenire nei collegi uninominali in favore dei candidati giolittiani. Per portare avanti questo
programma, inoltre, era essenziale coinvolgere sempre più nel governo le due forze antisistema per
antonomasia: i socialisti e i cattolici. Il sistema di governo di Giolitti, caratterizzato dallo stretto controllo
della maggioranza parlamentare, dall’uso dei prefetti durante le elezioni e dalla centralità del primo
ministro, venne definito, soprattutto dopo il “lungo ministero” dal 1906 al 1909, “dittatura giolittiana” dai
suoi detrattori. In questo periodo si radicò, infatti, un forte antigiolittismo.

(L’incapacità del mondo liberale di modernizzarsi). Il disegno giolittiano aveva lo scopo di modernizzare il
sistema liberale in modo che potesse gestire il processo di modernizzazione del paese. Nonostante ciò la
mentalità del mondo liberale e dello stesso Giolitti era ancora legata a una logica elitaria e dunque non
pronta a intraprendere questo disegno, prova ne era la contrarietà di trasformare il movimento liberale in
un partito organizzato moderno. lo scopo di Giolitti, infatti, era di inserire le nuove forze politiche che
rappresentavano le istanze delle masse senza cambiare il sistema politico liberale, ma ciò si rivelò
impossibile.

(La crisi economica del 1907 e la radicalizzazione sociale e politica). La crisi finanziaria mondiale del 1907
provocò un arresto dello sviluppo, un’intensificazione della concorrenza internazionale e un inasprimento
dei conflitti sociali. Tale evento rappresentò una cesura che segnava l’inizio della fine del sistema liberale.
Tale crisi ebbe un effetto radicalizzante nella società e nella lotta politica: da una parte il movimento
sindacale e socialista assunsero un atteggiamento più intransigente, dall’altra il mondo borghese, per
reazione, estremizzò la sua tendenza antioperaia, antisocialista e imperialista.

(L’imperialismo giolittiano). I motivi che spinsero Giolitti a intraprendere una politica imperialista in Africa
furono diversi: la spinta interna di parte dell’opinione pubblica influenzato dal neonato movimento
nazionalista che, dopo l’annessione della Bosnia da parte dell’Austria-Ungheria, alimentò la reazione
patriottica (l’Austria aveva agito senza chiedere nulla all’Italia e senza che questa avesse dei vantaggi
territoriali come invece stabiliva la Triplice); la spinta dei gruppi economici sulla classe dirigente che
vedevano in una guerra coloniale un aumento dei profitti oltre che una la spinta per l’industrializzazione;
l’idea diffusa nella classe politica che l’imperialismo fosse essenziale per affermarsi come potenza. La

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guerra di Libia iniziò nel 1911 dopo un’operazione diplomatica del governa volta a garantirsi l’appoggio
delle potenze europee e si concluse con una vittoria italiana l’anno seguente.
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La guerra italo-turca
Dopo la presa della Tunisia da parte della Francia, le mire italiane si spostarono sulla Libia. La scelta di quel
paese era ricollegabile a due fattori: non era ancora stata conquistata dalle altre potenze, una sua
conquista da parte di altri avrebbe ostacolato la proiezione mediterranea dell’Italia. Prima della spedizione
il governo italiano portò avanti una vasta opera diplomatica che si concretizzò con l’accordo italo-francese
del 1901, quello italo-britannico del 1902, quello italo-austriaco sempre del ’92 e quello italo-russo del
1909. Con questi accordi venivano riconosciuti gli interessi italiani in Libia. Nel settembre del 1911 l’Italia
dichiarò guerra all’Impero ottomano, che deteneva la sovranità della Libia. Nonostante la resistenza nel
novembre la Libia venne presa. La conquista successiva delle isole ottomane del Dodecaneso nell’Egeo,
spinsero l’Impero ottomano a firmare la pace a Losanna nell’ottobre del 1912 che riconosceva l’annessione
della Libia all’Italia. Nonostante ciò le truppe italiane rimasero nel Dodecaneso. In Libia proseguiva la
resistenza anticoloniale e, di fatto, l’Italia controllava solo le coste.
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(L’ultimo governo Giolitti). Il quarto ed ultimo ministero Giolitti durò dal 1911 al 1914. Durane il suo ultimo
governo Giolitti portò avanti una legge per imporre il monopolio di Stato sulle assicurazioni sulla vita. Tale
legge fu contrastata dalle assicurazioni, dalla Camera di commercio, dal movimento antiprotezionista e dai
liberal-conservatori della camera. Altra riforma promossa e contrastata da parte delle opposizioni fu quella
del 1912 per introdurre il suffragio universale maschile. Lo scopo era sempre quello di inserire i ceti
popolari nel sistema liberale. Le elezioni del 1913, con la nuova legge elettorale, complicarono il quadro
della composizione del parlamento in cui trovarono spazio anche i cattolici. Giolitti, infatti, per garantirsi la
maggioranza in parlamento si accordò con l’Unione elettorale cattolica italiana, guidata da Ottorino
Gentiloni, per ottenere i voti dei cattolici. Questi ultimi decisero di scendere a patti per contrastare
l’avanzata dei socialisti, elemento che portò alla sospensione del non expedit. In cambio del voto dei
cattolici il governo di Giolitti si impegnava a contrastare tutte le leggi che andavano contro il magistero
della Chiesa. Paradossalmente l’appoggio cattolico provocò la fine del giolittismo, infatti nel 1914 lo statista
fu costretto a dimettersi a causa delle dimissioni della componente radicale del governo. L’esecutivo, allora,
fu affidato dal re all’esponente conservatore Antonio Salandra che ottenne l’appoggio di liberali,
nazionalisti e cattolici in chiave antisocialista.
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Il ruolo della stampa nell’Italia liberale
Tra la metà dell’Ottocento e il Novecento la stampa conobbe un’ampia diffusione grazie all’aumento degli
alfabetizzati e all’utilizzo di nuove tecnologie come la stampa di fotografie e la produzione industriale di
macchine da scrivere. I giornali si trasformarono spesso in grandi aziende in cui erano coinvolti i gruppi
industriali che investivano su questi anche per aver un mezzo di pressione nei confronti dei governi e una
certa influenza nell’opinione pubblica. D’altra parte, l’importanza politica dei giornali spinse la politica a
intervenire nel mondo del giornalismo con controlli, censure e sequestri. Nella seconda metà dell’ottocento
italiano nacquero testate che avrebbero avuto una lunga esistenza, tra queste: il genovese “Secolo XIX”, il
napoletano “Il Mattino” e il milanese “Corriere della Sera”. Quest’ultimo, nel primo venticinquennio del
Novecento, si organizzò come una moderna impresa editoriale sul modello del “Times” e assunse una
grande autorevolezza anche internazionale. Il “Corriere della Sera”, durante l’era giolittiana, era il principale
giornale oppositore di Giolitti, “La Stampa” di Torino era il principale giornale filo-giolittiano e il “Giornale
d’Italia”, nato a Roma, sosteneva le posizioni della destra liberale. Anche i cattolici si erano dotati di diverse
testate giornalistiche e lo stesso fecero i socialisti con la fondazione dell’“Avanti!” nel 1896.
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(La crisi del 1913 e l’ulteriore radicalizzazione del contesto politico e sociale). Con la crisi economica di
sovrapproduzione del 1913 il contesto sociale e politico si radicalizzò ulteriormente: lo sciopero del 1914
diede vita alla “settimana rossa”, dal 7 al 14 giugno, di contro ci furono diversi episodi di reazione
antisocialista da parte delle forze moderate e dei borghesi. D’altra parte il successo di socialisti e cattolici
dimostrò il ruolo determinante giocato dalle forze antisistema che volevano portare avanti un
cambiamento radicale del sistema politico. Il tentativo di Giolitti di mettere al passo coi tempi il sistema

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liberale senza modificarlo sensibilmente si dimostrò fallimentare tanto quanto il tentativo portato avanti in
precedenza di bloccare le spinte ai cambiamenti sociali e politici con una svolta autoritaria.

Capitolo 10. Il grande tornante: la prima guerra mondiale. Atto primo


(Dibattito sulle cause della prima guerra mondiale). La ricerca delle cause della prima guerra mondiale è
un argomento ancora dibattuto in storiografia. Spesso essa si è indirizzata a ricercare un “colpevole”.
Questa visione è quella che era stata adottata anche dalle potenze vincitrici subito dopo la guerra, infatti
nel trattato di Versailles, all’articolo 231, riconosceva la Germania come colpevole della guerra. Tale
argomento è stato dibattuto ampiamente dagli storici che lo sostenevano e quelli che lo negavano.
Nonostante ciò il compito della storia non è quello di fare da “tribunale” o di trovare un “colpevole”, ma di
comprendere i processi storici. Se il giudizio di responsabilità ha senso sul piano etico e politico, lo ha meno
su quello storico, infatti spesso il confine tra vittima e carnefice è labile, inoltre un giudizio di carattere etico
sugli eventi intaccherebbe la comprensione oggettiva dei fenomeni storici.

1. L’Europa dei blocchi verso la guerra


(La logica della potenza mondiale). Nell’Europa alle porte del Novecento erano cambiati gli obiettivi dei
paesi europei: ora lo scopo non era più quello di cercare un equilibrio europeo, ma quello di imporsi come
potenza. Infatti secondo la logica delle classi politiche dell’epoca, solo così un soggetto geopolitico sarebbe
riuscito a sopravvivere. Alla logica dell’equilibrio si era sostituita quella del potere mondiale.

(Alleanza franco-russa, l’Intesa cordiale e la Triplice intesa). La logica della politica mondiale aveva spinto
l’Europa a dividersi in due blocchi. Oltre alla Triplice Alleanza, pian piano, si stava affermando un altro
blocco. Esso cominciò a nascere con l’alleanza franco-russa dopo il mancato rinnovo del trattato di contro-
assicurazione con la Germania. Questa alleanza aveva una funzione antitedesca in Europa e una valenza
antibritannica in Africa, dove lo scontro era tra Francia e Gran Bretagna, e un Asia, dove a fronteggiarsi
erano russi e inglesi. Secondo la politica estera tedesca tale conflitto negli scenari europei avrebbe
impedito un’alleanza tra Russia e Francia da una parte e Gran Bretagna dall’altra. In realtà la necessità per
mantenere i rispettivi imperi aveva spinto queste tre potenze a evitare il conflitto e ad avvicinarsi. Dopo
l’accordo sul Sudan del 1899, nel 1904 fu siglata l’Intesa Cordiale tra Francia e Gran Bretagna con cui i
francesi riconoscevano il dominio degli inglesi sull’Egitto e questi ultimi sostenevano le pretese della
Francia sul Marocco. Nel 1907, invece, ci fu un avvicinamento anglo-russo nel quadrante mediorientale.
Tale situazione si rifletté anche nel continente in cui l’alleanza franco-russa, l’intesa anglo-francese e la
convenzione anglo-russa diedero vita alla Triplice Intesa che si opponeva alla Triplice Alleanza. Per motivi di
sicurezza da una parte e per motivi di politica imperiale dall’altra, l’Europa si era divisa in due blocchi.

(Le crisi marocchine). In tale cornice alcuni eventi relativi a questioni extraeuropee rischiarono di far
degenerare la situazione tra i due blocchi. Un clima particolarmente teso lo crearono le due crisi
marocchine, una del 1905 e l’altra del 1911. Queste crisi videro Francia e Germania confrontarsi per
l’influenza sul Marocco. Il protettorato francese imposto al paese alla fine delle due crisi aveva reso
evidente l’isolamento della Germania. Ciò sommato alla diffusione del sentimento antitedesco in generale
legato alla competizione per il potere mondiale e in particolare in Francia per lo spirito revanscista e alla
totale esclusione della Germania dalla vicenda marocchina (al contrario di come venne fatto in passato con
i vari congressi) portò a una progressiva incomunicabilità e alla nascita, nella classe dirigente tedesca, della
paura dell’accerchiamento.
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Prima e seconda crisi marocchina
La prima crisi marocchina scoppiò nel 1905 a causa della visita del Kaiser al Sultano del Marocco, paese
minacciato dalle mire francesi. Con questo gesto la Germania si pose come protettrice del paese. in una
conferenza del 1906 sulla questione marocchina la Germani fu isolata e la Francia aumentò la sua influenza
sul Marocco. La seconda crisi marocchina scoppiò nel 1911 quando la Germania inviò una cannoniera nei
pressi del porto di Agadir per fare pressione sulla Francia e ottenere qualcosa in cambio della rinuncia delle
proprie pretese sul Marocco. La convenzione convocata per risolvere la crisi riconobbe il protettorato

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francese sul Marocco, mentre concesse alla Germania una striscia di territorio nell’attuale Repubblica del
Congo.
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(Militarizzazione generale). Il logoramento dei rapporti tra potenze avveniva in contemporanea con la
generale militarizzazione delle potenze che competevano per il potere mondiale. Nonostante l’iniziale
opposizione per e alte spese militari, dopo la crisi marocchina e dopo quella balcanica vennero approvati
ampi piani di riarmo al fine di ingrandire il potenziale bellico dei paesi e di intimorire gli avversari. Ciò
accrebbe il senso reciproco di diffidenza. In particolare la Germania portò avanti un piano di riarmo navale
in chiave anti-inglese, ma già nel 1913 il comando tedesco rinunciò al piano per l’alto costo davanti al
conseguente sviluppo della marina navale inglese che voleva mantenere la sua supremazia sui mari.

(La crescita dell’influenza dei militari sulla politica). La politica di riarmo e la crescita degli eserciti
portarono all’aumento dell’influenza dei vertici militari sulla vita politica, nonostante rimanessero
sottoposti alle autorità civili. In particolare questa influenza riguardava la politica estera. Da questo punto
di vista aveva un certo pesa la concezione strategica dei vertici militari delle diverse potenze che a piani
difensivi preferivano offensive preventive.

2. Accelerazione balcanica
(I nazionalismi balcanici). Anche se temporaneamente, con l’accordo austro-russo del 1897, i conflitti tra i
due imperi si erano stabilizzati nella zona balcanica, qui continuavano a essere attive gruppi di guerriglieri
serbi, bulgari e macedoni, in particolare in Macedonia. Il nazionalismo serbo si era rafforzato dopo un colpo
di stato che aveva portato un cambiamento di dinastia nel 1903 nel Regno della Serbia. L’obiettivo dei
nazionalisti serbi divenne quello di costruire la Grande Serbia comprendente il territorio serbo, albanese, in
parte macedone e in parte greco. Questo programma era fortemente destabilizzante per i Balcani.

(L’indebolimento dell’Impero ottomano). Inoltre la debolezza dell’Impero ottomano lasciava libertà di


movimento ai nazionalisti dei paesi balcanici. Dopo la Rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908, ad esempio,
la Bulgaria dichiarò la sua indipendenza.

(L’annessione della Bosnia-Erzegovina). Ad accendere la miccia nei Balcani fu, però, l’annessione della
Bosnia-Erzegovina da parte dell’Impero austro-ungarico avvenuta nel 1908. Questo gesto causò poteste tra
l’opinione pubblica russa, serba e italiana. L’opinione pubblica spinse gli stessi governi a contrapporsi
all’iniziativa asburgica, tranne nel caso italiano in cui la protesta era legata alla richiesta di un “compenso”
per la conquista fatta dall’alleata. La crisi terminò l’anno seguente, quando l’intervento di Berlino riuscì a
far accettare a San Pietroburgo e a Belgrado l’annessione facendo capire alle due potenze che in caso
contrario era pronta a scendere in guerra affianco dell’Austria-Ungheria.

(Effetti dell’annessione della Bosnia). L’annessione della Bosnia da parte dell’Austria-Ungheria ebbe una
serie di “effetti collaterali”:
- La Russa si sentì umiliata dall’atteggiamento austro-ungarico sui Balcani. Ciò provocò una
riaccensione delle rivalità tra i due imperi.
- Si rafforzarono i nazionalismi , in particolare quello russo, che vedeva nella Russia la protettrice dei
popoli slavi, e quello serbo. Quest’ultimo spostò il suo sguardo, prima concentrato sulla Macedonia,
anche sulla Bosnia. In Serbia nacque una nuova associazione irredentista, “Difesa nazionale”,
diffusa anche in Bosnia, mentre nel 1911 gli ambienti militari diedero vita a un’organizzazione
clandestina terroristica chiamata “Unione o morte!” e detta “Mano Nera”.

(Guerra italo-turca). A rendere ancora più evidente la debolezza dell’Impero ottomano, con non poche
conseguenze per il quadrante balcanico, fu la guerra italo-turca. L’Italia nel 1911 intraprese la sua politica
coloniale volta a conquistare la Libia sotto il dominio ottomano. L’Impero ottomano decise di firmare la
pace a Losanna nel 1912 dopo che Roma ebbe occupato le isole del Dodecaneso nell’Egeo. La sconfitta
ottomana da una parte aveva messo in chiaro la debolezza dell’Impero, dall’altra aveva messo in luce il
disinteresse delle potenze europee, in particolare della Gran Bretagna, verso la sua integrità. Con la presa

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dell’Egitto l’Impero ottomano perdeva importanza agli occhi degli inglesi, mentre dall’altra parte l’influenza
tedesca nella zona si faceva più viva, infatti la Germania investiva sull’ammodernamento delle
infrastrutture, dell’esercito e sullo sviluppo delle ferrovie.

(La prima guerra balcanica). La conseguenza nel quadrante balcanico della vittoria dell’Italia fu la
formazione di una Lega composta da Serbia, Bulgaria, Montenegro e Grecia e favorita dalla Russia che
aveva come scopo quello di espellere gli ottomani dai Balcani. La prima guerra balcanica scoppiò nel 1912 e
finì nello stesso anno con la vittoria della Lega: la Bulgaria arrivò a trenta chilometri da Istanbul, serbi e
montenegrini avanzarono in Albania e in Macedonia, i greci puntarono alla conquista di Salonicco. Alla fine
della guerra la Sublime porta rinunciava ai suoi possedimenti europei e cedeva Creta alla Grecia. Nel
contempo la pace stabiliva la nascita di uno Stato albanese indipendente avvenuta nel 1913.

(La seconda guerra balcanica). le dispute interne alla Lega per la spartizione dei territori conquistati, in
particolare della Macedonia contesa tra Bulgaria, Serbia e Grecia e le violenze serbe verso la popolazione
bulgara nelle terre occupate da Belgrado, portarono a un secondo conflitto nel 1913. Il conflitto vedeva
contrapposti Serbia, Romania, Impero ottomano e Grecia alla Bulgaria. La guerra finì lo stesso anno con la
sconfitta della Bulgaria e la pace di Bucarest che tolse ai bulgari gran parte dei territori conquistati
precedentemente. La situazione dopo le due guerre balcaniche vedeva la Sublime Porta che manteneva
come unico territorio nella zona la Tracia orientale e la Serbia che aveva raddoppiato i suoi territori e la sua
popolazione. Durante le azioni belliche furono centinaia i soldati militari che caddero, a ciò bisogna
sommare le violenze commesse verso la popolazione civile, in particolare verso quelle verso i bulgari da
parte dell’esercito serbo. Le violenze verso la popolazione causò un esodo di massa dei mussulmani verso
l’Impero ottomano.

(Conseguenze delle guerre balcaniche). Le principali conseguenze delle guerre balcaniche furono:
- L’inasprimento dei rapporti tra Austria-Ungheria e Russia.
- L’avvicinamento della Russia alla Serbia e alla Romania e l’allontanamento dalla Bulgaria, dato che
nella seconda guerra balcanica lo zar aveva appoggiato lo schieramento anti-bulgaro.
- L’alleanza con la Serbia, paese più potente della zona balcanica, spostava gli equilibri di potere nella
zona a favore della Russia e faceva perdere importanza internazionale all’Austria che non era più la
garante degli equilibri in quella regione.

(La rinascita nazionale in Francia). Se la Francia negli ultimi decenni aveva seguito una linea volta a non
farsi coinvolgere nelle questioni balcaniche, dopo la crescita delle tensioni nella zona ci fu un cambiamento
di politica, tra il 1912 e il 1913, operata dal repubblicano Roymond Poincaré. Tale politica rese la Francia più
aggressiva in linea con la strategia adottata dal nuovo capo di Stato maggiore Joseph Joffre, nominato nel
1911, che aveva una visione più offensiva che difensiva in caso dello scoppio di una guerra. Ne derivò un
aumento delle spese militari e l’allungamento a tre anni del servizio militare. Dal punto di vista estero la
politica francese fu volta a rafforzare la cooperazione militare con la Triplice Intesa e a finanziare la
costruzione di ferrovie in Russia per permettere uno spostamento di truppe più veloce in caso di guerra.

(Le difficoltà dell’Impero austro-ungarico). A trovarsi nella situazione di maggior difficoltà era l’Impero
austro-ungarico che, dopo le guerre balcaniche, era stato relegato a una posizione secondaria nei Balcani.
Inoltre la volontà della Serbia di unire tutti i popoli slavi sotto un’unica bandiera era una minaccia per
l’Impero che, al suo interno, presentava minoranze slovene croate e serbe. In particolare l’irredentismo
nella componente serba era parecchio diffuso ed era alimentato da una serie di associazioni clandestine
sostenute dagli ambienti militari di Belgrado.

(La guerra preventiva). Le diverse crisi che si presentarono tra il 1905 e il 1913 contribuirono ad accentuare
le tensioni e la conflittualità tra le potenze. A ciò si sommava l’incremento delle spese militari e l’aumento
dell’influenza dei vertici dell’esercito. Il riarmo russo in grande stile aveva spaventato Austria-Ungheria e
Germania, in particolare i vertici militari di quest’ultima avevano calcolato che, di questo, passo nel 1916-
1917 lo sviluppo militare russo avrebbe raggiunto livelli talmente alti da rendere inutile qualsiasi piano di

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guerra. Tra i vertici militari tedeschi, guidati da Helmuth Johann von Moltke e austriaci si affacciava l’idea di
una guerra preventiva.

(Nazionalismo e ideale di guerra). In questi anni in ambienti minoritari, ma influenti, si diffuse un


nazionalismo sempre più intransigente e un’ideale di guerra che dava a questo uno scopo purificatore e
rigeneratore davanti a una realtà percepita come immobile, decrepita e moralmente corrotta.

(Internazionalismo pacifista). Nonostante ciò, tra Otto e Novecento non mancava una fiducia nella capacità
degli stati di risolvere pacificamente le proprie controversie. Negli anni a cavallo tra i due secoli si era
diffuso nel mondo scientifico, culturale, giuridico e accademico un internazionalismo pacifista. In queste
direzioni andavano le due conferenze di Ginevra (1864 e 1906) in cui vennero stabilite delle convenzioni sul
trattamento dei malati e dei feriti di guerra dando vita al diritto internazionale umanitario. Con le
conferenze di pace dell’Aia del 1899 e del 1907 volute dallo zar Nicola II, invece, si regolamentò la
conduzione della guerra per terra e per mare con l’obiettivo di bandire comportamenti particolarmente
inumani. La Grande Guerra scoppiò dopo quarant’anni di pace in Europa. Un periodo così lungo di pace
aveva contribuito a diffondere nella classe dirigente l’idea che l’Europa si stava indirizzando verso una
stagione di pace permanente. Ciò portò i paesi a sottovalutare la situazione. Nonostante ciò fino al 1914
una guerra globale non era inevitabile.

3. Come scoppia una guerra


(L’attentato di Sarajevo). In questo contesto il 28 giugno 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina,
fu assassinato assieme alla moglie l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono imperiale d’Austria. A
compiere l’atto furono alcuni giovani nazionalisti serbi, tra cui Gavrilo Princip, assoldati da esponenti della
“Mano Nera” per realizzare l’attentato. L’obiettivo era l’arciduca in quanto questo era sostenitore della
nascita di un impero trialistico, in cui il terzo polo, dopo l’Austria e l’Ungheria ì, sarebbe dovuto essere un
Regno degli slavi con capitale Zagabria. Tale riforma dell’impero avrebbe assopito i nazionalismi locali e
messo fine al progetto espansionistico serbo. Secondo l’Austria-Ungheria il mandante dell’attentato era
l’uomo chiave della politica serba, Nikola Pasic che, in realtà, era estraneo ai fatti e non era intenzionato a
intraprendere una guerra contro l’Impero austro-ungarico dopo essere usciti da due guerre balcaniche che
avevano messo a dura prova il paese.

(Il sostegno di Berlino). Dopo l’attentato Vienna decise di seguire la linea intransigente, senza escludere
l’opzione di intraprendere una guerra contro la Serbia. Berlino da subito diede il suo appoggio all’alleata
nella convinzione che al massimo sarebbe intervenuta la Russia, ma non la Francia e l’Inghilterra. In
particolare la Gran Bretagna era già impegnata nella crisi irlandese. La Germania non voleva far scatenare
un guerra generalizzata, ma era disposta a scendere in campo in un conflitto. Fu essa stessa, infatti, a
spingere l’Austria-Ungheria a inviare un ultimatum alla Serbia. D’altra parte nemmeno l’atteggiamento
serbo aiutava a preservare la pace: qui erano imminenti le elezioni e il dibattito elettorale aveva assunto
toni nazionalisti e aspramente anti-asburgici. Ciò fu uno dei fattori che spinse Francesco Giuseppe a sposare
la causa della guerra contro i paesi balcanici.

(Dall’ultimatum allo scoppio della guerra). Il 23 luglio Vienna lanciò un ultimatum alla Serbia a cui
dovevano rispondere entro 48 ore. L’ultimatum presentava dieci richieste alcune delle quali inaccettabili.
L’Austria-Ungheria, infatti, chiedeva a Belgrado di far partecipare funzionari austriaci nella repressione dei
movimenti irredentisti e di affidare all’Austria-Ungheria le indagini sull’attentato. Queste richieste in
particolari erano inaccettabili in quanto ledevano la sovranità del Regno serbo. quest’ultimo, infatti, accettò
parte delle richieste, mentre rifiutò quelle citate. L’Impero austro-ungarico ritenne insoddisfacente. A
questo punto l’Inghilterra tentò di mediare mettendosi in contatto con Berlino ricevendo un diniego sia da
questa che da Vienna, irritata per non essere stata contattata direttamente dall’Inghilterra. Il 28 luglio
l’Impero austro-ungarico dichiarò guerra alla Serbia. Il 30 luglio lo zar Nicola II iniziò a mobilitare l’esercito.
Il 31 la Germania lanciò un ultimatum alla Russia a cui chiedeva di fermare la mobilitazione, al contempo
Berlino lanciava un ultimatum alla Francia chiedendole che dichiarasse la sua neutralità in caso di una

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guerra tra Russia e Germania entro 18 ore. I due ultimatum rimasero inascoltati e il 1° agosto la Germania
dichiarò guerra alla Russia.

(Il piano Schlieffen). L’iniziativa tedesca di inviare un ultimatum anche alla Francia era dettata sia dalla
paura di un accerchiamento, sia dalle pressioni dei vertici militari che, già nel 1905, avevano preparato un
piano in caso ci fosse il rischio di una guerra su due fronti. Il piano elaborato da Alfred von Schlieffen
prevedeva la neutralizzazione della Francia passando dal Belgio prima che la Russia potesse finire di
mobilitare l’esercito per poi concentrare le proprie forze sul fronte orientale. Il piano tedesco, però, non
teneva conto che la violazione della neutralità del Belgio avrebbe causato l’intervento inglese.

(La violazione della neutralità del Belgio e l’ingresso in guerra della Gran Bretagna). Il 2 agosto Berlino
chiese al Belgio la possibilità di passare sul suo territorio con le truppe, transito che fu negato. A questo
punto, il 3 agosto, l’esercito tedesco occupò il Belgio per attaccare la Francia da nord. La violazione della
neutralità del Belgio e la paura che la Germania potesse impossessarsi nella Manica la spinse a intervenire il
4 agosto.

(Una guerra non voluta e non prevista). La guerra in questione non fu né voluta, né prevista. Ad Austria e
Germania sarebbe bastata una vittoria sulla Serbia. Ciò che spinse i due paesi germanofoni ad agire così fu
la tenuta dell’Impero per la prima e la solidarietà all’unica alleata che la salvaguardava dall’isolamento per
la seconda. Gli errori di valutazione fatti dai rispettivi comandi militari vedevano una possibile guerra contro
la Russia o al massimo la Russia e la Francia. Quello che prese avvio nel 1914 fu una guerra dal profilo
inedito per la durata, per la mobilitazione che comportò e per le nuove tecnologie impiegate in guerra.

4. La guerra in Europa
(Atteggiamento popolare di fronte alla guerra). Quello dell’entusiasmo collettivo per la guerra in realtà è
un mito. La ricerca storiografica ha rivelato come gli atteggiamenti fossero diversi. In particolare solo parte
degli ambienti culturali e urbani fu entusiasta dell’inizio della guerra, mentre la maggior parte degli europei
guardava ad essa con rassegnazione. Ciò si vedeva particolarmente nel mondo operaio e contadino. Il
fronte dell’opposizione alla guerra era inizialmente abbastanza vasto e coinvolgeva i partiti socialisti e il
Labour Party inglese, oltre al mondo religioso, nonostante ciò l’opinione pubblica mutò dopo il 1° agosto.
Con il venire avanti della guerra, infatti, essa fu pervasa da un patriottismo difensivo che la spinse ad essere
favorevole alla guerra. Il motivo del cambio di linea dell’opinione pubblica, dunque, è da ricercare nella
paura di un invasione della propria patria. In particolare ciò si vide in Francia, in Germania e in Inghilterra
dopo l’occupazione del Belgio, mentre in Austria-Ungheria e in Russia era più la fedeltà dinastica a fare da
collante attorno alla causa della guerra.

(I volontari). L’adesione alla guerra si manifestò con il fenomeno dei volontari. Nella maggior parte dei
paesi esisteva la coscrizione obbligatoria e a presentarsi erano giovani che non avevano ancora l’età per la
leva o persone di classi più anziane. A spingere queste persone ad arruolarsi era o l’entusiasmo dei giovani
borghesi spinti dall’idealismo o che volevano sottrarsi alla routine o il patriottismo difensivo. Non
mancarono nemmeno gli emigrati che rientravano in patria per combattere. Si calcola che in Francia e in
Germani i volontari furono circa 300.000, nonostante ciò il paese con più volontari fu il Regno Unito che
solo nel 1916 introdusse la leva obbligatoria. Un ruolo importante qui lo giocò il patriottismo difensivo
dopo l’occupazione del Belgio e il ritiro del contingente militare stanziato a Mons, oltre che le atrocità
tedesche nei territori occupati.

(Unità nazionale). Davanti alla guerra i partiti misero da parte le loro rivalità ideologiche e diedero vita a
dei governi di Unità nazionale. A ciò corrispondeva un allargamento del potere dell’esecutivo a discapito del
parlamento e delle autorità militari a discapito di quelle civili: le politiche economiche riguardanti gli
approvvigionamenti e la produzione bellica, il più delle volte, fu affidata all’autorità militare.

(I patiti socialisti davanti alla guerra). Nonostante la tradizione di solidarietà internazionale, la maggior
parte dei partiti socialisti sostenne l’impegno bellico in nome del patriottismo difensivo e a causa della

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paura di essere isolati politicamente e di essere tacciati come nemici della nazione. Gli unici che si
dichiararono contrari alla guerra furono i partiti socialisti di Russia, Serbia e Italia. Questa situazione causò
la fine della Seconda Internazionale.

(Le “battaglie delle frontiere” e la battaglia della Marna). La guerra iniziò con l’invasione del Belgio e con
le “battaglie delle frontiere” anche lungo il confine franco-tedesco dell’Alsazia e Lorena. Da subito la guerra
si profilava come di massa e industriale. Già nelle prime battaglie molti furono i morti. L’avanzata tedesca,
che arrivò nei pressi di Parigi, fu fermata dalle truppe tedesche e britanniche tra il 5 e l’11 settembre lungo
il fiume Marna. Questa cruenta battaglia portò alla perdita, tra morti e feriti, di 250.000 soldati tedeschi,
altrettanti francesi e 13.000 inglesi. La sconfitta nella battaglia della Marna segnò il fallimento del piano
Schlieffen. Da questo momento il fronte occidentale si bloccò e dalla guerra di movimento si passò a quella
di posizione e di logoramento e lungo le linee vennero costruite delle trincee. Il fronte si stabilizzò con i
tedeschi che occupavano gran parte del Belgio e parte della Francia nord-occidentale. Nel 1915 alcune
offensive francesi e britanniche si risolsero con un nulla di fatto.

(Il fronte balcanico). Nel frattempo la guerra iniziava anche nel fronte balcanico, dove il 12 agosto le truppe
austriache invasero la Serbia per poi perdere il territorio in dicembre. Anche qui il fronte si bloccò,
soprattutto perché l’Impero austro-ungarico fu costretto a spostare la maggior parte delle truppe nel fronte
orientale per affrontare i russi.

(Il fronte orientale). Nella metà di agosto erano iniziati gli scontri in Prussia tra russi e tedeschi e in Galizia
tra austro-ungarici ed esercito zarista. Le truppe tedesche guidate da Paul von Hindenburg ed Erich
Ludendorff sconfissero i russi prima nella battaglia di Tannenberg in agosto, poi in quella dei laghi Masuri
(Polonia) in settembre. Se le truppe zariste perdevano coi tedeschi, in Galizia avevano la meglio sugli
austro-ungarici confitti nella battaglia di Leopoli nel settembre. Prima una controffensiva austro-tedesca su
Varsavia, poi l’offensiva russa sui Carpazzi provocarono nella primavera del 1915 la distruzione dell’esercito
regolare austriaco. L’utilizzo di nuove leve e di ufficiali di supplemento da parte dell’Impero austro-ungarico
causò problemi di comunicazione linguistica e crepe nell’esercito che si manifestarono con l’aumento delle
diserzioni. Nonostante ciò, un’offensiva austro-tedesca nel maggio del 1915 portò alla sconfitta dei russi
nella battaglia di Gorlice, favorita dalle divisioni interne allo Stato maggiore russo. Nell’estate gli austro-
tedeschi avevano riconquistato la Galizia, mentre nell’estate i tedeschi conquistarono la Polonia, la Lituania
e la parte meridionale della Lettonia. Nel fronte orientale la guerra non era di posizione come in quello
occidentale, ma maggiormente di movimento.

(Entrata in guerra della Bulgaria e crollo della Serbia). Sul fronte balcanico, nel 1915, si registrò la discesa
in campo della Bulgaria affianco agli Imperi centrali, mentre la Grecia rimase neutrale. Le truppe tedesche,
austro-ungariche e bulgare, nell’ottobre sconfissero l’esercito serbo, occuparono la Serbia e nel 1916
conquistarono il Montenegro.

(La guerra di logoramento). Sia sul fronte occidentale che su quello orientale la guerra assumeva le
dimensioni di una guerra di logoramento. In quest’ottica gli Imperi centrali non avevano abbastanza risorse
e uomini per sostenere una guerra di lungo periodo e a peggiorare le cose c’era il posto di blocco navale
imposto dalla Gran Bretagna. Gli Imperi centrali furono isolati dai mercati internazionali tanto che già nel
1915 la Germania introdusse i razionamenti alimentari. Anche l’Austria-Ungheria ebbe a confrontarsi con la
difficoltà di reperire cibo, soprattutto dopo l’occupazione della Galizia che privò Vienna di una importante
riserva di granaglie. La situazione peggiorò quando la Gran Bretagna firmò un accordo con i Paesi Bassi che
fino ad allora avevano esportato le loro eccedenze in Germania. Anche le esportazioni dei paesi neutrali
come Danimarca e Svizzera si contrassero. Negli Imperi centrali si diffusero fame e malnutrizione.

(Le battaglie di Verdun e della Somme). I vertici militari tedeschi e austriaci si resero subito conto che era
essenziale sbloccare la situazione per evitare che i fronti interni crollassero. Nel 1916 lo Stato maggiore
tedesco decise di sferrare un attacco in un luogo preciso per mettere in ginocchio l’esercito francese. Nel
frattempo gli austriaci decisero di sguarnire il fronte orientale per realizzare una spedizione punitiva contro

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l’Italia che nel frattempo era scesa in guerra affianco dell’Intesa. L’attacco fu sferrato a febbraio presso la
piazzaforte di Verdun in Lorena. In questa battaglia i tedeschi inaugurarono l’uso delle truppe d’assalto,
composta da soldati specializzati, che dovevano infiltrarsi nelle linee nemiche. La battaglia di Verdun si
concluse all’inizio di settembre con un fallimento. I caduti furono 250.000. a salvare le truppe francesi dalla
disfatta fu il coordinamento delle truppe del’Intesa, infatti le offensiva lanciate dai russi sul fronte orientale
nel giugno e quella inglese sulla Somme nel luglio, impedirono al comando tedesco di destinare tutte le
truppe disponibili a Verdun. Anche la battaglia della Somme, nel nord della Francia e finita in novembre,
causò numerose vittime.

(L’offensiva russa sul fronte orientale). Approfittando dell’indebolimento dell’Austria-Ungheria nel fronte
occidentale, a causa dello spostamento di truppe per la spedizione contro l’Italia, la Russia sferrò
un’offensiva nella parte meridionale del fronte guidata dal generale Aleksej Brusilov. Davanti all’attacco il
capo dello Stato maggiore austriaco, Franz Conrad, fu costretto a chiedere l’aiuto della Germania. Con
l’afflusso di truppe tedesche, l’Austria riuscì a contenere l’offensiva russa.

(L’entrata in guerra della Romania). Nell’agosto del 1916 entrò in guerra la Romania affianco dell’Intesa
dichiarando guerra all’Impero austro-ungarico e invadendo la Transilvania, mentre a sud l’esercito
dell’Intesa formato da francesi, britannici, italiani, serbi e russi attaccava da Salonicco i bulgari in
Macedonia aprendo un nuovo fronte. L’esito sul fronte romeno fu disastroso: dopo aver respinto l’offensiva
romena gli austro-tedeschi in dicembre entrarono a Bucarest e invasero gran parte della Romania. A quel
punto la Russia fu costretta ad allungare il fronte di 320 chilometri per evitare che gli Imperi centrali
penetrassero in Ucraina dalla Romania.

(La situazione della guerra alla fine del 1916). Alla fine del 1916 la guerra stava andando in favore degli
Imperi centrali che avevano conquistato Romania, Serbia, Montenegro, Belgio, Francia nord-occidentale,
Polonia, Lituania e parte della Lettonia. Le forze dell’Intesa, invece, avevano conquistato piccole porzioni di
territorio: Gorizia sul fronte italiano e la Galizia orientale su quello russo.

5. L’Italia in guerra
(L’Italia nella Triplice Alleanza). Allo scoppio della guerra l’Italia era legata alla Triplice Alleanza da un
trentennio. In particolare la penisola era legata da molteplici fili con la Germania sia dal punto di vista
economico, finanziario, culturale e accademico. Più contrastato era il rapporto con l’Austria, infatti essa
possedeva ancora i territori irredenti di Trento e Trieste. A ciò bisognava aggiungere il rinnovato vitalismo
delle associazioni irredenti e l’aumentato antagonismo con Vienna dopo la crisi bosniaca del 1908 che mise
in concorrenza i due paesi per l’egemonia sull’Adriatico e per l’influenza politica e la penetrazione nei
Balcani.

(La dichiarazione di neutralità). La Triplice Alleanza aveva uno scopo difensivo e, dunque, obbligava i suoi
contraenti a entrare in guerra solo in caso di aggressione, ma questo non era il caso né dell’Austria-
Ungheria, né della Germania. Il governo guidato da Antonio Salandra, dunque, decise di dichiarare la
neutralità dell’Italia il 2 agosto per prendere tempo.

(Scontro fra neutralisti e interventisti). Nei mesi successivi fino al maggio 1915 in Italia si consumò lo
scontro politico tra i neutralisti e interventisti. In questo paese, più che in altri, la divisione provocò una
linea di frattura profonda.

(Fronte neutralista). Il fronte neutralista era composto da:


- Socialisti che, fedeli al principio di solidarietà internazionale, rifiutavano una guerra che avrebbe
mandato dei proletari a uccidere altri proletari.
- I cattolici, contrari alla guerra soprattutto se questa prevedeva di scendere in campo contro
un’altra potenza cattolica come l’Impero austro-ungarico.

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- I liberali giolittiani (ovvero la maggioranza del parlamento) che erano consci che l’Italia non fosse
pronta a sostenere una guerra e volevano raggiungere gli obiettivi degli irredentisti con la
diplomazia.

(Fronte interventista). Il fronte interventista era più variegato e sosteneva l’entrata in guerra affianco
all’Intesa sia per le contese territoriali con l’Austria, sia, in alcuni casi, per il legame col mondo francese e
britannico. Il fronte interventista era composto da:
- Repubblicani e democratici (Come Ivanoe Bonomi) interventisti, mossi dalla volontà di completare
l’opera rinascimentale con la presa di Trento e Trieste e di combattere l’autoritarismo e il
militarismo degli Imperi centrali in nome dei principi liberal-democratici.
- Correnti minoritarie del socialismo, da esponenti del sindacalismo rivoluzionario a membri del Psi
come Benito Mussolini direttore dell’“Avanti!” che, uscito dal partito, fondò il giornale “Il Popolo
d’Italia”. I motivi che spingevano questi socialisti all’intervento era la credenza che la guerra
capitalista si sarebbe trasformata in guerra rivoluzionaria.
- I nazionalisti, la componente di destra del fronte interventista che, anche se inizialmente favorevoli
ad entrare in guerra affianco della Triplice Alleanza, volevano scendere in campo assieme all’Intesa.
I nazionalisti erano favorevoli alla guerra per una questione prettamente ideologica, solo così si
sarebbe potuta trasformare l’Italia in una potenza mondiale.
- Infine c’erano intellettuali come Gabriele D’Annunzio, avanguardie artistiche come quella futurista
fondata da Filippo Tommaso Marinetti e riviste come “La Voce” di Giovanni Gentile.

(La vittoria mediatica degli interventisti). Nonostante gli interventisti rappresentassero una parte
minoritaria della popolazione, essi riuscirono a imporsi sul campo mediatico e a conquistare le piazze grazie
anche al sostegno del principale quotidiano italiano dell’epoca “Il Corriere della Sera”. L’adesione di
intellettuali e giornalisti diede un ampio eco alle tesi interventiste, inoltre la capacità nell’uso dei nuovi
mezzi di comunicazione e la strategia di riempire le piazze si rivelò vincente.

(Il patto di Londra e l’entrata in guerra). Nel frattempo il governo e soprattutto Salandra e il ministro degli
Esteri Sidney Sonnino, portavano avanti una partita diplomatica che coinvolgeva ambasciatori, vertici
militari e lo stesso re Vittorio Emanuele III. Dopo un tentativo di mediazione della Germania che promise
compensi territoriali da parte dell’Austria in cambio della neutralità, il governo portò a termine le trattative
con l’Intesa firmando il patto di Londra il 26 aprile 1915. Con questo accordo l’Italia si impegnava a entrare
in guerra con l’Intesa e, in cambio, dopo la guerra avrebbe ottenuto Trentino, Tirolo del sud,Trieste, Istria
(senza Fiume), Dalmazia, un protettorato in Albania e una serie di compensi indefiniti in caso di
dissoluzione dell’Impero ottomano e parte delle colonie tedesche. Il 20 maggio, davanti a dimostrazioni di
piazza anche violente, fu spinto ad approvare la cessione di pieni poteri in caso di guerra (votarono contro
solo i socialisti che fecero proprio il motto “né aderire, né sabotare”)”. Il 24 maggio 1915 l’Italia entrava in
guerra. In luglio l’Italia mobilitò un esercito di un milione e centomila soldati.
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Il maggio radioso
La dichiarazione di guerra dell’Italia fu preceduta da un’intensa mobilitazione di piazza tra il 13 e il 20
maggio del 1915, chiamate dagli stessi interventisti “radiose giornate”. Già il 5 maggio, con l’orazione del
poeta-vate Gabriele D’Annunzio all’inaugurazione a Quarto del monumento dedicato ai Mille, si respirava
aria di guerra. La situazione sembrò cambiare con il ritorno a Roma di Giolitti, contrario all’entrata in guerra
dell’Italia. La sua linea fu sostenuta dalla maggior parte dei parlamentari che fecero recapitare nella sua
abitazione dai 250 ai 300 biglietti da visita per mostrare il loro sostegno a Giolitti e alla politica di neutralità.
La notizia delle dimissioni presentate da Salandra il 13 maggio scatenò una serie di proteste interventiste di
piazza. La stessa sera D’Annunzio tenne un discorso in Campidoglio che incitava le folle alla violenza. I suoi
discorsi animarono le piazze anche nei giorni seguenti, sotto la regia di un comitato segreto di gruppi
politici pro guerra. Dopo aver saputo del patto di Londra, Giolitti fece un passo indietro, il 16 maggio il re
rifiutò le dimissioni di Salandra e il 20 il parlamento, sotto la pressione dei dimostranti interventisti, ratificò
la decisione dell’entrata in guerra. Nonostante rappresentassero una minoranza del paese, gli interventi
ebbero successo grazie alla loro capacità di usare i moderni mezzi di comunicazione, di riempire le piazze e

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la capacità di D’Annunzio di creare con la sua retorica un linguaggio ricco di simbolismi e un’estetizzazione
della politica.
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(L’impreparazione italiana). Da subito si vide in diversi elementi l’inefficienza e l’impreparazione
dell’esercito italiano: artiglieria e munizioni non erano sufficienti, i comandati e in particolare il capo di
Stato maggiore Luigi Cadorna, non avevano fatto tesoro di quanto successo negli altri fronti disponendo
l’esercito secondo canoni e visioni belliche superate, la mobilitazione dell’esercito fu lenta così da eliminare
l’effetto sorpresa. Da subito anche il fronte italiano divenne una guerra di posizione, anche se con la
caratteristiche di avere il fronte in zone principalmente montane. Ciò diede vita a degli scenari peculiari,
con trincee scavate nella roccia, il largo uso di truppe alpine e condizioni climatiche rigide, particolarmente
in inverno.

(1915: le prime quattro battaglie dell’Isonzo). Nonostante l’inferiorità numerica, gli austriaci erano favoriti
sia dal fatto che partivano da posizioni rialzate e quindi gli italiani dovevano effettuare i loro attacchi in
salita, sia dalla disponibilità di armi migliori. Da giugno a dicembre del 1915 l’offensiva italiana si concentrò
nelle quattro battaglie combattute sull’Isonzo, le quattro spallate, durante le quali gli italiani persero
180.000 uomini e gli austriaci 140.000. Tutte e quattro le guerre furono degli insuccessi, con insignificanti o
nulle conquiste territoriali. Ciò contribuì a incrinare i rapporti tra Cadorna, che chiedeva più uomini e
materiali, e Salandra che chiedeva conto degli insuccessi.

(1916: la Strafexpedition). Dopo una quinta offensiva italiana sull’Isonzo, anche questa fallimentare, tra il
maggio e il giugno del 1916 ci fu un’offensiva austriaca voluta da Conrad per punire gli italiani per il loro
tradimento. La spedizione punitiva (Strafexpedition), inizialmente travolse l’esercito italiano colto di
sorpresa avanzando per una ventina di chilometri in Valsugana, Asiago e Val d’Astico. Nonostante la
resistenza italiana e l’offensiva russa guidata da Brusilov in Galizia costrinse il comando austro-ungarico a
sospendere la spedizione. A fare le spese dell’offensiva austriaca fu Salandra che fu costretto a dimettersi.
A sostituirlo fu Paolo Boselli che formò un governo di unità nazionale da cui i socialisti continuavano ad
essere esclusi.

(1916: La sesta battaglia dell’Isonzo). Nei primi di agosto Cadorna decise di applicare il piano che aveva
preparato per la presa di Gorizia dando avvio alla sesta battaglia dell’Isonzo. L’offensiva italiana colse di
sorpresa gli austriaci che non si aspettavano un attacco così a ridosso della Strafexpedition, inoltre il
contingente austriaco era indebolito dal trasferimento di truppe nel fronte orientale per contrastare
l’attacco dei russi. L’offensiva si concluse un successo italiano e la presa di Gorizia. Nell’autunno seguirono
altre tre battaglie dell’Isonzo conclusesi con ingenti perdite in entrambi i fronti e senza significative
modificazioni territoriali.

6. Una guerra mondiale


(Una guerra mondiale). La guerra in Europa assunse presto una dimensione mondiale, infatti nella guerra
furono coinvolte anche le colonie sia con l’arruolamento di truppe autoctone, sia perché i conflitto si spostò
in quei territori. Inoltre, anche se in tempi diversi, entrarono nel conflitto anche paesi extraeuropei come il
Giappone e gli Stati Uniti. Altri fronti che vennero toccati furono Cina, Medio Oriente, Africa subsahariana
e Cile.

(L’entrata in guerra dell’Impero ottomano). Alla fine dell’agosto del 1914 entrò in guerra anche l’Impero
ottomano affianco degli Imperi centrali. Nel novembre il Sultano Mehmed V, in qualità di Califfo, invocò la
jihad contro britannici, francesi e russi senza però ottenere la sollevazione dei popoli mussulmani. Nel 1914
l’esercito ottomano attaccò quello russo nel Caucaso, ma l’esito fu disastroso per l’impreparazione
dell’esercito ottomano ad affrontare le rigide condizioni climatiche delle zone montane. Seguirono nel 1915
e nel 1916 offensive russe che penetrarono fino al mar Nero e al lago di Van. La zona degli stretti non era di
importanza secondaria, così la Russia convinse francesi e britannici a inviare una spedizione nella zona. La
spedizione a Gallipoli attuato nell’aprile del 1915 che coinvolse 75.000 tra soldati francesi e britannici fu un
fallimento.

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(La guerra nel quadrante mediorientale). Un altro fronte per l’Impero ottomano si aprì in Iraq, dove le
truppe inglesi, principalmente formate da soldati indiani, nel 1915 entrarono in Mesopotamia puntando sul
Baghdad. Qui, nel 1916, le truppe ottomane ebbero la meglio. Le cose andarono diversamente in Persia
dove le manovre ottomane e tedesche volte a far scendere il paese affianco degli Imperi centrali fallirono
con l’occupazione di Teheran da parte dei russi. Nel frattempo i britannici cominciarono a fomentare le
tribù arabe perché si ribellassero contro i turchi. La strategia funzionò. Particolarmente famosa è la vicenda
dell’ufficiale Thomas Edward Lawrence, detto Lawrence d’Arabia, che riuscì a conquistarsi il favore delle
tribù della penisola arabica. Nel 1917 una nuova offensiva britannica conquistava Baghdad, mentre una
spedizione composta da soldati britannici, indiani e australiani prese Gerusalemme verso la fine dell’anno.

(L’accordo di Sykes-Picot e la dichiarazione Balfour). In questo scenario due furono gli eventi importanti
che avrebbero segnato la storia futura del quadrante mediorientale: gli accordi tra Francia e Inghilterra per
la ripartizione dell’area mediorientale dopo la guerra, suggellata dall’accordo segreto del maggio del 1916
firmato dai due negoziatori, il britannico Mark Sykes e François Picot e il discorso del ministro degli Esteri
britannico Arthur Balfour del 1917 in cui prometteva la creazione di un focolaio nazionale ebraico in
Palestina.

(L’Estremo Oriente). La presenza di una squadra navale tedesca in Asia orientale, che minacciava gli
interessi economici britannici in Cina e in India, spinse l’Inghilterra a chiedere al Giappone, con cui era
legato da un’alleanza firmata nel 1902, a scendere in guerra affianco all’Intesa. Tokyo, che voleva
espandersi nel Pacifico e in Asia orientale a danno dei tedeschi, verso la fine di agosto del 1914 dichiarò
guerra alla Germania e occupò i suoi possedimenti delle isole Marianne, Caroline e Marshall. Anche i
Dominions inglesi ne approfittarono: la Nuova Zelanda conquistò le isole Samoa, l’Australia la Nuova
Guinea tedesca, l’arcipelago di Bismarck e le isole Salomone. Mentre le potenze erano impegnate nel fronte
Europeo, il Giappone portò avanti una politica volta ad affermare la propria egemonia in Cina presentando
al governo della Repubblica, nel 1915, ventuno richieste con cui ponevano sotto il proprio controllo la
politica economica e le scelte internazionali cinesi. Di queste richieste ne furono accettate sedici, ma
comunque il potere del Giappone sulla Cina fu rafforzato imponendo la partecipazione di Tokyo nella
gestione delle miniere di ferra e stabilendo concessioni per porti e isole. Inoltre nel 1917 il Giappone riuscì
a spingere la Cina a scendere in campo con l’Intesa così da rafforzare il proprio profilo internazionale. Pur
rimanendo formalmente neutrale, la Repubblica cinese inviò alle potenze dell’Intesa armi e operai.

(La guerra nel Pacifico). L’entrata in guerra del Giappone da una parte proiettò l’espansionismo nipponico
sia verso il continente che il Pacifico, dall’altra contrappose i suoi interessi nel Pacifico con quelli degli
Stares. Tale intervento, inoltre, mise fine alla centralità europea per una visione più mondiale. Nel
quadrante del Pacifico, dopo la perdita delle basi di rifornimento in seguito alla loro conquista da parte dei
giapponesi, la squadra navale tedesca in Asia orientale fece rotta verso il Cile per rifornire le navi. Qui il
governo, benché neutrale, simpatizzava per la Germania. Al largo delle coste cilene la squadra navale
tedesca riuscì a sconfiggere quella britannica. Nonostante ciò, nel dicembre del 1914, la squadra navale fu
annientata da una lotta britannica nelle Folkland, al largo dell’Argentina. Nel 1915 il pericolo delle flotte
navali tedesche era stato debellato, per questo il Reich decideva di adottare i sommergibili per dare il via a
una guerra sottomarina.
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La guerra sottomarina
In risposta al blocco navale inglese la Germania intraprese una guerra sottomarina, unico mezzo per
sopperire alla supremazia navale dell’Intesa. Nei primi di febbraio del 1915 il Reich dichiarò che le acque
attorno alla Gran Bretagna e all’Irlanda erano zone di guerra. Da questo momento in poi le navi
commerciali del nemico sarebbero state attaccate, mente non sarebbe stata garantita l’incolumità del
naviglio dei paesi neutrali su quelle rotte. La prima campagna sottomarina del 1915 ebbe effetti modesti in
quanto la Germania aveva pochi sottomarini e il loro operato non dissuase la navigazione mercantile dei
paesi neutrali. D’altro canto la campagna sottomarina presentò una serie di incidenti come l’affondamento,
nel maggio del 1915, della nave passeggeri Lusitania in cui rimasero uccisi anche cittadini statunitensi. A

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causa degli effetti sull’opinione pubblica per questo incidente, in particolare in quella statunitense, la
campagna fu interrotta. Nel 1917 la campagna, su pressione dei militari, fu ripresa. Questa volta, però, la
Germania poteva contare su 110 sottomarini. I primi mesi provocarono grandi perdite tra il naviglio
commerciale e i l’azione commerciale dei paesi neutrali fu paralizzata. Le contromisure prese dall’Intesa di
far scortare i convogli mercantili da navi militari, però, ridusse drasticamente le perdite. La ripresa della
guerra sottomarina, inoltre, causò una frattura tra rapporti di Berlino e Washington e fu uno dei fattori che
convinse gli States a scendere in guerra affianco dell’Intesa. Nonostante i risultati raggiunti, la guerra
sottomarina fu un fallimento.
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(La guerra in Africa). La guerra toccò anche l’Africa dov’erano presenti alcune colonie tedesche. Nell’agosto
del 1914 il Togo fu conquistato dalle truppe anglo-francesi, fino al 1916 durò la resistenza tedesca in
Camerun, mentre più complicata fu la situazione nell’Africa sud-occidentale, attuale Namibia. L’Unione
Sudafricana nel settembre del 1914 dichiarò guerra al Reich nonostante l’opposizione del Labour Party,
della popolazione nera e quella boera. Tra la primavera e l’estate del 1915 l’Unione Sudafricana conquistò
l’Africa sud-occidentale e con la firma della tregua permise alla popolazione tedesca nella zona di
proseguire le sue attività nella zona sotto l’amministrazione sudafricana. Il conflitto più duro in questo
quadrante riguardò l’Africa orientale tedesca, corrispondente alle attuali della Tanzania, del Ruanda e del
Burundi. Alle truppe tedesche si opposero le truppe britanniche affiancate da quelle belga provenienti dal
Congo che nel 1916 conquistò Ruanda e Burundi. Alle truppe inglesi e belga si aggiunsero quelle portoghesi
(il Portogallo nel 1916 entrò in guerra affianco dell’Intesa). Le truppe tedesche riuscirono a resistere in
Zambia fino alla fine della guerra. La guerra in Africa assunse sue peculiarità: qui erano presenti diverse
etnie in combattimento, inglesi, indiani, tedeschi, indigeni, belgi, sudafricani e portoghesi, la guerra fu di
movimento e non mancarono saccheggi e requisizioni durante gli spostamenti delle truppe.

(Il coinvolgimento di truppe coloniali). Aspetto significativo della Grande Guerra fu l’utilizzo di truppe
coloniali in particolare da parte della Francia e della Gran Bretagna. In termini assoluti fu quest’ultima, fra le
due, a coinvolgere più indigeni delle colonie nella guerra. La partecipazione alla guerra da parte delle
truppe indigene ebbe una funzione essenziale nella creazione di un’identità nazionale nei paesi colonizzati.
Nel caso inglese la guerra fu un fattore fondamentale per il raggiungimento dell’indipendenza da parte dei
Dominions e per lo sviluppo di aspirazioni indipendentistiche per popolazioni come quella indiana.

Capitolo 11. Il grande tornante: la prima guerra mondiale. Atto secondo


1. Una guerra di massa e industriale
(Gli eserciti di massa). La Grande Guerra si profilò come la prima guerra di massa, infatti durante questa gli
eserciti basati sulla circoscrizione obbligatoria erano di massa. Basti pensare che gli stati belligeranti
mobilitarono più di 70 milioni di uomini. Inoltre gli eserciti facevano propri una serie di fattori caratteristici
della massificazione: la standardizzazione dei servizi e degli oggetti della vita quotidiana, l’anonimato, la
forte burocratizzazione, la centralità della comunicazione, ec. L’esperienza di milioni di soldati fu quella di
ritrovarsi ad essere parte di un gran meccanismo impersonale accanto a milioni di altri soldati uguali a loro.

(La trincea). La guerra fu combattuta per lo più nelle trincee, fossati in cui l’dea di pieno della società di
massa era un’esperienza constante. Nelle trincee si viveva gli uni stretti agli altri, in condizioni igieniche
assai precarie, dove pungente erano gli odori di feci, urina e dei cadaveri in putrefazione gettati appena
fuori dai fossati e, a colte, ricoperti di calce. Nelle trincee, proprio per la presenza di queste precarie
condizioni, si diffondevano le epidemie. Solitamente i soldati passavano dalle due alle quattro settimane a
rotazione in trincea, ma in alcuni casi, come nei fronti montani dell’Italia, la permanenza poteva essere di
mesi. Altro problema non indifferente era quello delle forniture intermittenti di cibo e della scarsezza
dell’acqua. A ciò si aggiungevano le esperienze visive e sonore, come le giornate di bombardamento prima
di un assalto, che causava disagi psichici ad un alto numero di soldati.

(Primo incontro con la modernità). L’esperienza della guerra significò per la maggioranza dei soldati, in
gran parte contadini, il primo contatto con la società di massa e con la meccanizzazione del sistema

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industriale. I contadini-soldato e le nuove generazioni si trovavano di fronte a un mondo meccanizzato fatto


di armi altamente mortali, gas, biciclette, autovetture, telegrafi, ec. Elementi che precedentemente erano
una rarità diventavano di uso quotidiano.

(Spersonalizzazione e la morte di massa). In questo contesto il soldato, inoltre, viveva l’esperienza della
spersonalizzazione: esso era un anonimo fante tra tanti, con una divisa uguale a quella degli altri per
esigenze di mimetizzazione. A ciò si sommava la convivenza quotidiana con l’orrore della morte di massa:
nella prima guerra mondiale morirono poco più di 10 milioni di feriti, tra i 30 e i 40 milioni furono i feriti. I
soldati, negli assalti, vedevano morire o uccidevano un alto numero di uomini con armi nuove come la
mitragliatrice, inoltre, anche durante i momenti di quiete, la convivenza con la morte era costante, infatti
nella “terra di nessuno” giacevano insepolti per settimane i cadaveri dei caduti.

(La fine dello scontro ravvicinato e dell’immaginario eroico della guerra). Con l’uso di nuove armi lo
scontro ravvicinato, tranne nel caso degli assalti alle trincee nemiche quando riuscivano, venivano meno.
Ora si potevano uccidere numerosi soldati da una lunga distanza e ciò favoriva a spersonalizzare anche il
nemico che si aveva di fronte. Questo nuovo modo di fare guerra ribaltava e cancellava il carattere eroico e
cavalleresco della stessa che ancora vasta influenza aveva soprattutto sull’immaginario delle classi istruite.

(Le vecchie strategie e il trauma delle prime battaglie). Nonostante il cambiamento epocale nel modo di
fare la guerra, le strategie militari si basavano su concezioni passate, sull’assalto dei fanti e la centralità
della cavalleria. Le prime battaglie, proprio per tale motivo, furono traumatiche, infatti l’uso delle vecchie
strategie in presenza di armi nuove causò un altissimo numero di vittime che costrinse gli eserciti a
trincerarsi.

(Le mitragliatrici). Grazie agli sviluppi tecnologici l’esercito era stato dotati di nuove armi che
incrementavano ampliamente la capacità distruttiva di un esercito. Tra queste c’era l’artiglieria, che
permetteva di colpire l’avversario da lunga distanza, ma soprattutto la mitragliatrice che sparava dai 400 ai
600 colpi al minuto col modello Maxim, quello più all’avanguardia e adottato dagli eserciti nel 1914. La
mitragliatrice era un’arma che poteva provocare una morte di massa.

(L’artiglieria pesante). Altra arma largamente usata era l’artiglieria pesante che, a confronto dei
cinquant’anni precedenti, aveva decuplicato la sua potenza distruttiva. L’artiglieria divenne l’elemento
indispensabile che avrebbe preceduto gli assalti di fanteria al fine di indebolire le difese del nemico. In
realtà esse non facevano altro che eliminare l’effetto sorpresa.

(I gas e l’aeronautica). A precedere gli assalti, dal 1916 in poi comparvero anche i gas, utilizzati prima dai
tedeschi e poi diffusisi anche negli altri eserciti. Oltre ai dirigibile Zeppelin, venne potenziata la produzione
degli aerei che, inizialmente venivano usati come ricognitori o per battaglie aeree, poi, verso la fine della
guerra, per bombardare.

(Una guerra industriale). La Grande Guerra fu la prima guerra industriale, in quanto non si basava più
solamente sulla capacità strategica dei generali e sul valore dei soldati, ma soprattutto sulle nuove armi e
sull’uso delle nuove tecnologie belliche che dovevano essere supportate da un sistema industriale
efficiente senza il quale la guerra sarebbe stata persa.

2. Guerra totale: fronte interno e “cultura del nemico”


(Mobilitazione industriale e ruolo dello Stato nell’economia bellica). In una guerra come questa, oltre alla
mobilitazione dell’esercito, ci fu una mobilitazione industriale per rispondere alle esigenze di questo. A
riconvertirsi alle esigenze belliche non furono solo le industrie che si occupavano della produzione di armi e
veicoli, come la siderurgica e la meccanica, ma anche quella alimentare e degli indumenti. Mentre
l’economia si riconvertì secondo le esigenze belliche, lo Stato divenne il primo committente dell’industria.
In tutti gli Stati vennero creati ministeri che si occupavano degli armamenti e delle munizioni, affiancati da
enti o agenzia statali che si occupavano del reperimento e della ridistribuzione delle materie prime. Il

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maggior intervento dello Stato nell’economia portò all’ampliamento della burocrazia statale. Per sostenere
le spese per armare e cibare i propri eserciti, gli Stati avevano bisogno di vasti capitali. I governi ricorsero a
prestiti internazionali, ad esempio le forze dell’Intesa si indebitarono con gli States, ed emisero nuove
obbligazioni interne al paese per attrarre finanziamenti dai cittadini.

(La guerra totale, la militarizzazione della società). La Grande Guerra fu anche una guerra totale, in quanto
coinvolgeva in modo totalizzante la vita della società, dalla politica alla cultura passando per l’economia. Gli
eserciti di massa crearono il problema della carenza di manodopera . Tale elemento favorì il coinvolgimento
nel sistema produttivo di giovani e donne oltre che l’esenzione dal fronte da parte degli operai specializzati.
L’uso delle donne in settori prima riservati agli uomini (nelle fabbriche, nelle amministrazioni, nelle aziende
di trasporto pubblico, al fronte come infermiere e via dicendo) fu essenziale per la presa di coscienza da
parte delle femmine della propria condizione e nel processo di emancipazione futuro. Nel caso della
Germania furono utilizzati anche prigionieri, mentre in quello della Francia manodopera dalle colonie, dalla
Cina e spagnola. La società e in particolare la vita produttiva fu posta sotto una rigida disciplina militare,
infatti fu abolito il diritto di sciopero e quest’ultimo fu paragonato all’ammutinamento, mentre eventuali
organizzatori di scioperi sarebbero stati giudicati da una corte marziale.

(Fronte interno e fronte esterno). Nella Grande Guerra per la prima oltre a un fronte esterno, dunque,
c’era un fronte interno, caratterizzato dalla mobilitazione di tutta la società per sostenere lo sforzo bellico. I
due fronti erano continuamente legati, non solo per l’afflusso di merci da una parte all’altra, ma anche per i
rapporti fra esercito e società: nuove classi di leva che venivano chiamate al fronte, soldati che tornavano
per la licenza, lettere (nonostante queste fossero censurate) e via dicendo.

(La propagando nel fonte interno). Un elemento essenziale era la tenuta del fronte interno, oltre che di
quello esterno, da cui dipendevano i rifornimenti dell’esercito. Per la tenuta del fronte interno essenziale
era alimentare l’adesione della popolazione alimentando sentimenti ed emozioni tramite i nuovi mezzi di
comunicazione di massa. Grazie alla propaganda e a un nuovo linguaggio si riuscì a elaborare nuove idee,
simboli, miti, immagini, parole d’ordine che ebbero una certa presa nell’immaginario collettivo. Centrale
per il funzionamento della propaganda nel fronte interno fu il controllo dell’informazione da parte degli
organi militari. I giornalisti potevano avere accesso solo agli uffici stampa dell’esercito che davano una
visione edulcorata dell’andamento della guerra, inoltre per tenere alto il morale interno interveniva anche
la censura nelle comunicazioni private tra il fronte esterno e quello interno.

(La propaganda internazionale). La propaganda giocò un ruolo centrale anche negli scenari internazionali.
Nel corso del conflitto, infatti, si consumò uno scontro anche culturale tra le due fazioni: la guerra venne
trasformata dalla propaganda internazionale uno scontro tra civiltà e barbarie, tra bene e male, con il
governo degli stati belligeranti che si contendevano il favore dei paesi neutrali per attrarli dalla loro parte.

(La propaganda per le truppe). Centrale, ovviamente, era anche mantenere alto il morale delle truppe,
infatti eserciti di massa e composti da diverse classi sociali e, a volte, da diverse nazionalità, come quelli che
si presentavano durante la Grande Guerra, non potevano essere tenuti uniti solo con la fedeltà dinastica e
la disciplina. Centrale per mantenere alto il morale della truppa era dunque anche la propaganda nel fronte
esterno che si concretizzava in cinema da campo, opere teatrali, giornali da trincea, conferenze tenute da
intellettuali reclutati nell’esercito.

(Le nuove tecniche della propaganda). La propaganda nel fronte interno si dotò di tutti quei mezzi già usati
anche in campo politico: cartellonistica, pubblicità commerciale, immagini e cartoline di guerra volte anche
a incentivare l’arruolamento volontario. I contenuti della propaganda furono alimentati da una vasta
mobilitazione del mondo intellettuale, artistico e accademico che caricò la guerra di significati di carattere
nazionalistico. La cultura nazionalista divenne nel periodo della guerra quella egemone, mentre non c’era
spazio per tutte quelle che si opponevano alla guerra o alla visione nazionalista.

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(La mitizzazione della guerra e la sua sacralizzazione). Le classi dirigenti e i circoli intellettuali portarono
avanti un’opera di mitizzazione della guerra. Essa fu vista come un elemento purificatore, che avrebbe
liberato la nazione dalle infezioni morali che gli avevano contaminato il corpo. La guerra venne anche posta
come sinonimo di giovinezza e rinnovamento: alla grigia quotidianità pre-bellica, si contrapponeva la
rigenerazione nazionale portata dalla guerra. La propaganda ebbe anche la funzione di sacralizzare la
guerra. Così facendo si dava una valenza religiosa a quest’ultima, oltre che alla nazione. Sempre più
centrale divenne il culto del soldato che divenne il “martire” che si sacrificava per salvare la patria. Lo
sviluppo di una propaganda fatta di immagini, miti, simboli e via dicendo, era essenziale per riuscire a
resistere a una guerra che diventava sempre più lunga.

(La “cultura del nemico”). Così come esisteva un fronte interno, parimenti esisteva un nemico interno.
Durante la guerra si affermava la tendenza a semplificare, a fare una netta distinzione tra “noi” e il
“nemico” trasportando la guerra anche sul fronte interno e su quello politico.

(La disumanizzazione del nemico). Lo scontro propagandistico tra Imperi centrali e Intesa mobilità il mondo
intellettuale di entrambe le fazioni e fece assumere alla guerra i tratti di una crociata, di uno scontro tra
civiltà e barbarie. Se per la Germania la guerra assunse la dimensione di una lotta tra lo spiritualismo e
l’eroismo contro il mercantilismo e il materialismo anglo-francese; dalla parte opposta si diffuse una vera e
propria ossessione antitedesca. L’avversione per tutto ciò che era tedesco assunse caratteri parossistici:
dalla discriminazione dei cittadini di origine tedesca nei paesi dell’Intesa, all’abolizione delle parole di
origine germanica, come nel caso di San Pietroburgo che dal 1914 divenne Pietrogrado, cambiando il
suffisso germanico –burg, con quello slavo –grad. Quello che venne fatto nei confronti del nemico fu
disumanizzarlo, demonizzarlo. La propaganda arrivò, infatti, ad attribuire caratteristiche subumane e
bestiali al nemico, fino a paragonarlo ai parassiti o ad altri animali repellenti. Tale disumanizzazione
permetteva di giustificare e rendere accettabile agli uomini al fronte e a quelli a casa un tale sacrificio di
sangue e di fatica.

3. Violenza senza limiti


(Una nuova violenza). La Grande Guerra si caratterizzò per il suo concentrato di violenza alimentato da
nuove armi. La brutalità della violenza della guerra segno i militari, ma anche la popolazione civile anche
dopo il conflitto. Il conflitto, infatti, andò a toccare anche la popolazione civile con rappresaglie,
aggressioni, stupri, lavori forzati, deportazioni, internamenti, genocidio. Alla violenza contro le persone c’è
d’aggiungere anche quello contro il patrimonio sia privato, sia culturale (distruzione di città, di opere d’arte,
di biblioteche).

(Lo “stupro del Belgio”). Un caso eclatante di violenza contro la popolazione civile fu quello che seguì
l’invasione del Belgio da parte dei tedeschi. Le forze del Reich nell’agosto del 1914 uccisero
deliberatamente più di 5500 cittadini belgi e più di 900 francesi tra i quali donne e bambini. Questa violenza
verso la popolazione civile fu definita “stupro del Belgio”. A spingere le truppe tedesche a questo eccidio
furono da una parte la paura di dover affrontare una milizia di civili armati, dall’altra la diffusione la falsa
notizie di violenze di belgi e francesi verso soldati tedeschi. Ovviamente da subito le violenze tedesche
vennero usate dall’Intesa a scopo propagandistico contro la Germania.

(Le violenze contro i civili nei Balcani e sul fronte orientale). Brutalità nei confronti della popolazione
furono portati avanti sia dalle truppe serbe che da quelle asburgiche durante l’invasione della Serbia. Anche
in Galizia l’esercito austro-ungarico perpetrò violenze verso i civili che erano sospettati di connivenza col
nemico russo. Nei Balcani i bulgari deportarono e uccisero serbi e greci in Macedonia, i serbi violentarono e
uccisero musulmani bosniaci, mentre i greci compirono violenze in Albania. Nel complesso durante la
Grande Guerra si verificò una brutalizzazione dei rapporti tra militari e civili.

(I campi di concentramento). Come successo nella guerra ispano-americana prima e in quella anglo-boera
poi, anche nella prima guerra mondiale furono utilizzati i campi di concentramento dove furono internati gli
“stranieri nemici” residenti nel paese.

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(I prigionieri di guerra). Nonostante il trattamento dei prigionieri di guerra fosse stato stabilito dalle
convenzioni di Ginevra e dell’Aia, il comportamento nei loro confronti non rispettava quanto stabilito alle
conferenze. Il numero dei prigionieri di guerra fu straordinariamente alto: tra gli 8 e i 9 milioni dei quali
gran parte sul fronte orientale. La gestione di una tale mole di prigionieri era difficile, infatti le condizioni in
prigionia erano precarie, con fame e malattie. Inoltre non mancarono le uccisioni arbitrarie o l’uso dei
prigionieri per i lavori forzati. Particolarmente infelice fu il destino dei prigionieri italiani dell’esercito
austro-ungarico. Tra questi si registrò una mortalità molto più alta che delle altre nazioni, infatti ne
morirono 100.000 su 600.000, gran parte a causa di malnutrizione e malattia. Tale mortalità si spiega con la
linea di intransigenza tenuta dai vertici militari e dai politici che non inviavano vestiti, cibo e medicine nei
campi (come invece facevano gli altri paesi) poiché volevano evitare che si diffondesse l’idea che nei campi
di prigionia le condizioni di vita fossero buone per paura di incentivare le diserzione. A questa linea si
oppose la Croce Rossa, la Santa Sede e l’opinione pubblica, ma senza successo. Altro elemento
caratteristico fu l’uso, soprattutto da parte dei tedeschi nel Belgio occupato, del lavoro coatto spacciato per
lavoro volontario.

(Confine tra lecito e illecito). Durante la guerra il confine tra lecito e illecito era in realtà molto labile. La
decisione della Gran Bretagna di attuare il blocco navale, infatti, non era poi così lecita dato che l’effetto si
ripercuoteva sui civile che facevano la fame, lo stesso si poteva dire dell’attacco dei sottomarini tedeschi a
convogli civili a dei bombardamenti dei Zeppelin prima e degli aerei poi su Londra e Parigi.

(Il genocidio degli armeni). La deportazione e lo sterminio degli armeni nell’Impero ottomano rappresentò
il fenomeno più grave di utilizzo della violenza verso i civili. La disastrosa campagna del Caucaso tra la fine
del 1914 e il 1915 aveva acuito l’ostilità turca verso gli armeni accusati di connivenza coi russi. A ciò seguì
un’ampia operazione di sterminio di questo popolo promossa dal governo. All’epoca lo Stato ottomano
vedeva al potere il CUP che stava portando avanti un’opera di turchizzazione della popolazione. Una rivolta
armena a Van nell’aprile del 1915 animata dall’avvicinarsi dell’esercito russo portò all’arresto delle élite
armene e all’approvazione della “legge provvisoria di deportazione”. Da questo momento cominciarono le
deportazioni e i massacri della popolazione armena con un’operazione orchestrata e gestita dal potere
centrale. I deportati venivano spostati in località nel deserto siriano, anche se molti morivano prima di
raggiungere la destinazione o perché massacrati già all’inizio della deportazione o perché lasciati senza
scorta e assaltati dai banditi lungo la strada. Tra il 1915 e il 1916 per i sopravvissuti furono aperti dei campi
di concentramento. La stima delle vittime del genocidio, chiamato dagli armeni stessi il “Grande Male”,
oscilla tra gli 800.000 i 1,5 milioni.

(La persecuzione delle minoranze cristiane). Per seguire l’obiettivo di turchizzare, sotto l’insegna anche
della religione Islamica, la popolazione dell’Impero, in particolare dopo la perdita dei territori europei, lo
Stato ottomano iniziò un periodo di repressione della popolazione cristiana nel suo territorio nazionale, che
nell’Anatolia consisteva nel 30% della popolazione. Di questo 30% la maggioranza era armena, che oltre ad
avere una fede religiosa diversa dall’Islam aveva sviluppato una propria identità nazionale. In particolare il
ministro dell’Interno, nonché leader del CUP, Mehmed Talat fu uno degli organizzatori della deportazione
degli armeni nonché dell’Organizzazione speciale, una milizia alle dipendenze del ministero dell’Interno che
si occupò della repressione diretta degli armeni. Per legittimare la deportazione degli armeni agli occhi della
popolazione anatolica non cristiana guadagnandone così il consenso fu usata la questione religiosa.

4. Esce la Russia, entrano gli Stati Uniti


(Segnali di stanchezza sui fronti interni). Tra il 1916 e il 1917 non mancarono segnali di cedimento nei
fronti interni, provocato da una progressiva carenza di approvvigionamenti che portò a forme di
razionamento alimentare nelle città. I segnali di cedimento furono diversi:
- In Germania, dove dal 1916 era stato adottato il “Piano Hindemburg” con cui si militarizzava la vita
lavorativa per raggiungere determinate quote di produzione (programma poi applicato anche in
Austria, ma dalla dubbia efficienza economica), si ebbero scioperi nel 1916, nel 1917 e anche nel
1918. Gli scioperi furono causati dalla penuria di cibo, in particolare nell’inverno 1916-17 sia la

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Germania che l’Austria-Ungheria soffrirono di un’importante penuria alimentare, tanto che


quell’inverno fu definito “inverno delle rape”.
- In Italia nell’agosto del 1917 ci fu una rivolta operaia a Torino con barricate e saccheggi, che fu
sedata dall’esercito. Tale rivolta, a cui parteciparono operai e donne, fu sostenuta dall’ala
massimalista del Partito socialista radicalizzatasi dopo gli eventi rivoluzionari in Russia.
- In Francia la stanchezza e i segnali di cedimento si videro al fronte, dopo la fallimentare offensiva
sullo Chemin des Dames. Tra il maggio e il luglio del 1917 decine di reggimenti si rifiutarono di
tornare al fronte. Altro fattore della stanchezza per la guerra era la rottura dell’union sacrée nel
fronte interno, infatti nell’autunno del 1917 la sinistra parlamentare si disse favorevole alla ricerca
di un accordo di pace. La conseguenza della rottura dell’unità nazionale fu la nascita di un esecutivo
di centro-destra senza i socialisti e guidato da Georges Clemenceau in nome dell’intransigenza
bellica.
- Le fratture interne alla Gran Bretagna, invece, si sentivano soprattutto sul fronte irlandese dove, il
lunedì di Pasqua nell’aprile del 1916, l’Irish Volunteers, un’associazione nazionalista irlandese
paramilitare, proclamò la nascita della Repubblica Irlandese. La rivolta di Pasqua fu domata dalle
truppe britanniche dopo una settimana di combattimenti per le strade di Dublino. L’agitazione,
però, perdurò per tutta la guerra con una recrudescenza nel 1918 quando fu imposta la
circoscrizione obbligatoria in Irlanda.
- Anche nel fronte interno austro-ungarico le cose peggioravano, se da una parte l’Ungheria non
faceva pervenire all’Austria le derrate necessarie, dall’altra le spinte interne delle diverse
nazionalità si facevano sentire sempre più a causa della pressione delle élite intellettuali e politiche
in esilio.

(La mediazione per la pace). Nel dicembre del 1916 la Germania fece pervenire all’Intesa tramite gli Stati
Uniti una proposta di pace che fu però rifiutata. La proposta di pace fu dettata dalle difficoltà interne agli
Imperi centrali e dal tentativo di ingraziarsi l’opinione pubblica americana. Dopo la Rivoluzione di febbraio
del 1917 e la caduta degli zar venne meno uno dei principali motivi di adesione della Spd alla guerra, ovvero
la lotta contro il dispotismo zarista. All’interno dei socialdemocratici tedeschi, dopo gli avvenimenti russi, si
consumò la scissione di una componente pacifista e rivoluzionaria. Nel luglio de 1917 il parlamento tedesco
approvò una risoluzione di pace non vincolante per il governo votata da socialdemocratici, cattolici del
Zentrum e liberali progressisti. Nel contempo l’Internazionale socialista promosse una conferenza di pace a
Stoccolma che fu, però, boicottata dai partiti dell’Intesa che non mandarono loro delegazioni.

(La Chiesa cattolica davanti alla guerra). Nonostante inizialmente molte Chiese nazionali avevano aderito
alla guerra patriottica, con l’eccezione di quella irlandese e della Santa Sede, la presenza di cappellani
militari e di preti e religiosi nelle file dei combattenti aveva messo la Chiesa cattolica a contatto con la
realtà della guerra. Inoltre la guerra aveva messo cattolici a combattere e uccidere altri cattolici e ciò
andava contro a una religione universalistica come il cattolicesimo. Per questo motivo il papa Benedetto XV
aveva optato per la via della mediazione. Nonostante la mancanza di risultati, nell’agosto del 1917 il
pontefice massimo pubblicò una nota che ebbe grande risonanza e che andava a indicare la guerra come
un’“inutile strage”. Ovviamente il nazionalismo reagì negativamente a una tale definizione e condanna della
guerra.

(Dalla caduta degli zar alla pace di Brest-Litovsk). Il caso più clamoroso di cedimento del fronte interno fu
quello dell’Impero russo a causa delle dure condizioni interne, del malcontento e della contrarietà alla
guerra. Segnali evidenti del prossimo cedimento furono i scioperi del febbraio e i numerosi
ammutinamenti. In particolare uno di questi scioperi si trasformò nella Rivoluzione di febbraio che portò
alla caduta degli zar e all’insediamento di un governo provvisorio. Dopo il rifiuto di una pace senza
annessioni da parte della Germania, il governo decise di proseguire la guerra. Dopo un’offensiva in Galizia
nel luglio del 1917, nel settembre la controffensiva austro-tedesca portò allo sfaldamento dell’esercito
russo. Il contesto favorì Lenin che, nell’ottobre, diede via a una rivolta con cui prese il potere. Saliti al
potere i bolscevichi vennero, nel dicembre, iniziate le trattative che portarono nel marzo del 1918 alla pace
di Brest-Litovsk. Più che una pace questa era una resa, infatti la Russia perdeva i territori di Polonia,

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Finlandia, paesi baltici, Ucraina, Bessarabia e Crimea, inoltre dovette rifornire, come riparazione, la
Germania di petrolio, cereali, locomotive, artiglieria e munizioni.

(Gli Stati Uniti dalla neutralità all’entrata in guerra). Nonostante gli States, seguendo la loro tradizione di
non intervento nel Vecchio Continente, si fosse dichiarata neutrale nel 1914,il suo contributo durante il
periodo di neutralità fu essenziale per l’Intesa che, proprio dagli Stati Uniti ricevevano crediti finanziari e
forniture di armamento. La neutralità per gli States fu molto vantaggiosa, infatti il paese, durante il periodo
della guerra, raddoppiò le sue esportazioni. Per quanto riguarda le simpatie dell’establishment americano e
del presidente Woodrow Wilson eletto nel 1912, queste andavano per la Gran Bretagna per le affinità
culturali, linguistiche, per le connessioni finanziarie ed economiche e per l’ostilità verso il militarismo
tedesco. Nonostante ciò l’élite politica americana doveva anche tenere conto delle minoranze interne del
paese, infatti la grande componente ebraica e svedese, ostile all’Impero zarista e la numerosa comunità
irlandese e antibritannica, non favorivano una politica di interventismo affianco alle potenze dell’Intesa. I
fattori che convinsero Wilson, rieletto sostenendo la neutralità nel 1916, a entrare in guerra contro gli
Imperi centrali furono molteplici:
- La paura che una sconfitta di Francia e Gran Bretagna non avrebbe permesso a queste due potenze
di ripagare i debiti contratti durante la guerra con gli States.
- La ripresa della guerra sottomarina indiscriminata che era stata interrotta e già nel 1915 aveva
causato la morte di cittadini statunitensi con l’affondamento della nave passeggeri Lusitania. La
ripresa della guerra sottomarina fu una violazione dei diritti dei paesi neutrali a cui gli States
risposero nel febbraio del 1917 con la rottura dei rapporti diplomatici con Berlino.
- L’intercettazione nel marzo da parte dei britannici di un telegramma del ministro degli Esteri
tedesco che invitava il Messico a scendere in guerra contro gli Stati Uniti in cambio dei territori
persi nel 1848.
- L’affondamento di tre mercantili statunitensi che convinsero l’opinione pubblica americana a
scendere in guerra contro gli Imperi centrali.
Il 6 aprile del 1917 gli Stati Uniti scendevano in guerra assieme a numerosi stati sudamericani, alla Liberia,
la Cina e il Siam (attuale Thailandia).

(La mobilitazione degli Stati Uniti). Il presidente Wilson promosse una visione della guerra come di una
lotta della democrazia contro il militarismo. Quello che voleva fare il presidente era proporre la sua visione
del mondo riassunta sui suoi Quattordici Punti presentati al Congresso nel gennaio del 1918. Con l’entrata
in guerra gli States provarono i processi di mobilitazione totale analoghi a quelli adottati dagli altri paesi
europei: vennero costruite agenzie federali per gestire la produzione industriale, fu allestito un sistema di
propaganda, furono limitate le libertà, il potere federale fu aumentato a discapito di quello dei singoli stati
e via dicendo. A soffrire dell’entrata in guerra furono in particolare le comunità tedesche che furono
oggetto di vessazioni, mentre i 10.000 immigrati tedeschi che non avevano ancora ricevuto la cittadinanza
americana furono internati. Per quanto riguarda l’esercito, gli States introdussero la circoscrizione
obbligatoria mobilitando quattro milioni di uomini tra il 1917 e il 1919 dei quali due milioni raggiunsero
l’Europa.

5. Vittoria per logoramento


(1917: offensive anglo-francesi nel fronte occidentale). Dopo l’offensiva sulla Somme, nel marzo del 1917 i
tedeschi si attestarono lungo la linea “Siegfried” dotata di imponenti fortificazioni. Nel corso del 1917 gli
anglo-francesi tentarono diversi assalti per sfondare le linee nemiche. Nonostante ciò questi attacchi si
rivelarono vere e proprie carneficine senza risultati. Anche l’offensiva sullo Chemin des Dames lanciata dai
francesi nell’aprile si rivelò un insuccesso con la caduta di 130.000 soldati francesi. Dopo gli insuccessi
francesi venne nominato capo di Stato maggiore Philippe Pétain che, dopo gli ammutinamenti di maggio e
luglio e le ingenti perdite negli ultimi assalti, decise evitare nuovi attacchi. La palla passò allora ai britannici
che tra il luglio e il novembre si impegnarono nell’offensiva di Ypres. Nonostante l’uso di carri armati alla
fine del novembre, l’esito della battaglia fu in soddisfacendo dato che la controffensiva tedesca riprese le
posizioni perdute.

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(Il fronte italiano: la disfatta di Caporetto). Dopo un’offensiva a maggio sull’Isonzo, una in giugno
sull’Ortigara e un’altra sull’Isonzo in agosto, conclusesi senza successo, le truppe austro-tedesche
passarono all’offensiva e il 24 ottobre sfondarono a Caporetto travolgendo la II armata. La rotta che seguì la
caduta del fronte causò 280.000 prigionieri, 350. 000 militari sbandati, 400.000 civili in fuga. Nel novembre
l’esercito italiano si riorganizzò lungo la linea del Grappa-Piave arrestando l’avanzata austriaca. Il Capo di
Stato, Luigi Cadorna, che non aveva approntato adeguate strategie difensive e aveva accusato i propri
soldati per la disfatta, fu allora rimosso dal suo incarico dal presidente del consiglio Vittorio Emanuele
Orlando e sostituito da Armando Diaz. Con Diaz la disciplina militare fu resa più blanda (con Cadorna era
molto dura e sovente si ricorreva a fucilazioni sommarie e decimazioni), fu rivolta una maggiore attenzione
alle condizioni di vita dei soldati, fu istituito il servizio P (propaganda) per promuovere tra le truppe la
propaganda di guerra. Da questo momento in poi, inoltre, la guerra sul fronte italiano divenne difensiva:
non c’era più da conquistare, ma da riprendersi il territorio occupato dal nemico. Ciò rafforzò la
motivazione dei soldati e anche del fronte interno.

(Le offensive tedesche nella primavera del 1918). All’inizio del 1918 i comandi tedeschi organizzarono
un’offensiva per la primavera volta a fiaccare inglesi e francesi in modo da arrivare a una conclusione del
conflitto. La prima offensiva si ebbe in marzo sulla Somme dove i tedeschi riuscirono a sfondare e arrivare
ad Amiens dove furono però bloccati da una controffensiva anglo-francese. un’altra operazione tedesca che
puntava sui porti della Manica fu fermata, mentre nel maggio le truppe del Reich arrivarono a 90 chilometri
da Parigi iniziando a bombardarla. L’avanzata fu però interrotta dalle truppe francesi coadiuvate dal quelle
statunitensi.

(La controffensiva dell’Intesa). Nell’agosto le forze dell’Intesa iniziarono la loro controffensiva riprendendo
le posizioni precedentemente perse contro i tedeschi, mentre nel settembre truppe francesi, britanniche,
americane e belghe sferrarono un’offensiva nel fronte delle Fiandre e di Vedun costringendo l’esercito
tedesco alla ritirata. A questo punto, davanti a un esercito esausto e a un fronte interno che soffriva la
penuria alimentare, i vertici militari e in particolare Ludendorff chiesero al governo di avanzare una
proposta di tregua.

(La fine della guerra sul fronte italiano). Nel frattempo sul fronte italiano, mentre aumentava la
disgregazione interna all’Impero austro-ungarico a causa di agitazioni operaie e di rivendicazioni
nazionaliste, l’offensiva di giugno che doveva far cadere l’Italia venne respinta sulla linea Grappa-Piave dagli
italiani. Nell’ottobre fu l’esercito italiano a passare all’offensiva dal Piave verso Vittorio Veneto. Dopo alcuni
giorni di combattimenti gli italiani sfondarono le linee austriache mentre l’esercito imperiale si disgregava.
Il 3 novembre l’esercito italiano entrò a Trento e a Trieste e nello stesso giorno a Padova veniva firmato
l’armistizio che poneva fine alle ostilità il giorno seguente. Anche qui la vittoria fu favorevole grazie al
logoramento interno del nemico.

(La fine della guerra). Mentre la guerra sul fronte italiano finì il 4 novembre, il 30 ottobre le truppe
britanniche erano già giunte ad Aleppo facendo capitolare l’Impero ottomano. Il 5 novembre l’Intesa
accettò la proposta di pace della Germania, dove nel frattempo scoppiarono rivolte rivoluzionarie sul
modello russo che fecero abdicare e fuggire in Olanda Guglielmo II il 9 novembre. L’11 novembre veniva
firmata la pace in un vagone ferroviario in un bosco vicino a Compiègne. In realtà la guerra proseguì in
Russia dove, dopo la Rivoluzione d’ottobre scoppiò una guerra civile, e nella Turchia post-ottomana dove i
confini stabiliti a Sèvres nell’agosto del 1920 furono subito contestati. La Grande Guerra lasciò sul terreno
di guerra più di 10 milioni di soldati morti a cui si devono aggiungere i civili, attorno ai 7 milioni. I feriti
erano più di 20 milioni. Oltre a queste perdite la guerra aveva posto fine a imperi secolari, aveva modificato
l’universo mentale di intere generazioni, aveva introdotto un nuovo modo di fare guerra, una nuova società
e un nuovo quadro geopolitico mondiale con l’indebolimento delle potenze coloniali europee e la comparsa
di una nuova protagonista: gli Stati Uniti, potenza semicontinentale, senza avversarsi vicini (quindi
geopoliticamente sicura al contrario delle potenze europee) e convinta di avere la missione di diffondere il
suo modello in quanto superiore e universale.
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Il culto dei caduti


La Grande Guerra fu una guerra di massa che generò una morte di massa che traumatizzò la società
europea. Era difficile trovare nelle famiglie dei paesi coinvolti qualcuno che non avesse un parente caduto
in guerra. Dopo la guerra i paesi investirono le proprie energie per lo sviluppo di una memoria pubblica che
andava a intrecciarsi con il lutto privato: cerimonie, commemorazioni, lapidi, monumenti, cimiteri si
diffusero in tutta Europa. In Italia, negli anni Venti, in ogni comune fu istituito un “parco della
rimembranza”, giardini pubblici in cui furono piantati alberi in ricordo dei morti in guerra originari di quei
comuni. L’elenco dei nomi era il modo per far uscire dall’anonimato quella massa di soldati uccisi a cui,
spesso, non si riusciva nemmeno a dare un nome. In quasi tutti i paesi si sviluppò il culto del “milite ignoto”:
la salma non identificata di un soldato morto in guerra fu scelta per rappresentare simbolicamente tutti i
caduti e fu sepolta in un luogo simbolico, come nell’Arco di Trionfo a Parigi, nella cattedrale di Westmister
in Inghilterra e nel Vittoriano a Roma. Quei monumenti in cui furono tumulati i militi ignoti divennero gi
“altari della patria”. Attorno al culto del milite ignoto e dei caduti si poteva compattare la comunità
nazionale , così come veniva nelle giornate dedicate alla fine della guerra nei paesi vincitori: l’11 novembre
in Francia e in Inghilterra, il 4 novembre in Italia. Tali giornate, i monumenti e i culti legati alla Grande
Guerra ebbero una funzione centrale nel sacralizzare la nazione negli anni tra le due guerre mondiali.
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Capitolo 12. Le conseguenze della Grande Guerra
1. Le strategie dei vincitori: pace o guerra con altri mezzi?
(Protagonisti e assenti alla conferenza di pace di Parigi). Nella conferenza di pace di Parigi, inaugurata il 18
gennaio 1919, erano presenti gli Stati vincitori, mentre assenti erano gli sconfitti e la Russia rivoluzionaria. I
“Grandi” che presiedevano il Consiglio dei Quattro, massimo organo deliberativo della conferenza, avevano
però idee contrastanti su quello che doveva essere l’ordinamento post-bellico: Francia e Gran Bretagna,
rappresentati rispettivamente da Georges Clemenceau e da David Lloyd George, volevano stabilire nuovi
equilibri europei basati sull’esclusione della Russia bolscevica e sulla riduzione della Germania in uno stato
d’impotenza, oltre che proteggere i propri imperi coloniali. Inoltre la Francia voleva imporsi come potenza
egemone nel continente, mentre la Gran Bretagna, che non vedeva di buon occhio l’esistenza di una
potenza egemone nel continente, cercava di porre un freno alle pretese dell’alleato francese; l’Italia
rappresentata da Vittorio Emanuele Orlando era principalmente interessata ai guadagni territoriali, in
particolare Trieste, Istria, Dalmazia, Trentino e Alto Adige; gli Stati Uniti, rappresentati da Woodrow Wilson
si proponeva obiettivi più ambiziosi e ideologici, ovvero quello di dare vita a un nuovo mondo basato sui
principi dell’autodeterminazione, della democrazia-liberale e sulla coabitazione tra gli Stati basata sulla
Società delle Nazioni.

(I Quattordici Punti di Wilson). Il 18 gennaio del 1918 Wilson aveva presentato davanti al congresso i suoi
Quattordici punti dove si riassumeva l’idea wilsoniana di ordine mondiale post-bellico. I Quattordici Punti
erano anche una risposta al progetto utopico bolscevico e alla proposta di Lenin di una pace senza
annessioni né riparazioni. I Quattordici Punti erano divisi in otto obbligatori e in sei auspicabili. I primi otto
prevedevano: diplomazia aperta e non più segreta, libertà di navigazione, disarmo generale, rimozione
delle barriere doganali, risoluzione delle dispute coloniali, ricostituzione del Belgio, evacuazione del
territorio russo delle truppe straniere, istituzione della Società delle Nazioni, ovvero di un’istituzione
sovranazionale che avrebbe dovuto risolvere pacificamente e in modo trasparente le dispute tra paesi. Nei
sei punti auspicabili invece c’erano: il ritorno dell’Alsazia-Lorena alla Francia, l’autonomia delle minoranze
nell’Impero ottomano e in quello austro-ungarico, l’aggiustamento delle frontiere secondo caratteristiche
“nazionali”, evacuazione dei Balcani dalle truppe straniere, internazionalizzazione dei Dardanelli e
ricostituzione della Polonia con uno sbocco sul mare. Alla base di tutto c’era il principio
dell’autodeterminazione dei popoli che però causò non pochi problemi e l’espansione a livello globale della
dottrina Monroe. Per quanto riguarda il primo punto, gli stessi collaboratori di Wilson erano scettici: il
concetto di autodeterminazione dei popoli era, infatti, difficile da applicare in un’Europa ricca di minoranze.
Per quanto riguarda il secondo punto lo stesso Wilson aveva affermato che gli Stati dovevano accettare di
comune accordo la dottrina Monroe in modo che nessuna nazione non si estendesse più a danno dell’altra.
I punti proposti da Wilson erano inconciliabili con la visione dei “Grandi” e alla fine il presidente americano

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cedette su diversi punti a costo di vedere approvato quello che riteneva fondamentale per il suo progetto,
ovvero quello che istituiva la Società delle Nazioni. Il colpo di grazie all’universalismo americano di Wilson
fu dato, non dall’imperialismo britannico o dal revanscismo francese, ma dal Senato americano che nel
novembre del 1919 si rifiutò di ratificare la pace di Versailles non riconoscendo così la Società delle Nazioni.
Ciò era dettato da due elementi: il Senato era restio ad aderire a un’istituzione internazionale che ne
avrebbe limitato la sovranità, la politica estera americana fino ad allora si era basata non sul creare legami
geopolitici con altre potenze esterne, ma sullo sviluppo di una propria proiezione esterna.

2. La “vittoria (non troppo) mutilata”


(Il fallimento della delegazione italiana). Nonostante facesse parte dei “Grandi” l’Italia non riuscì a
mostrarsi all’altezza del compito incidendo sull’esito della conferenza e qualificandosi come socia dell’élite
internazionale. Ciò era dovuto principalmente al fatto che la delegazione italiana, di cui erano parte il primo
ministro Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, si erano focalizzati
principalmente sulle rivendicazioni territoriali italiane, senza guardare al più vasto quadro della situazione
europea.

(Il problema del crollo austro-ungarico). Un altro problema che si presentò all’Italia fu quello del crollo
dell’Impero austro-ungarico. Infatti lo stato peninsulare voleva privare l’avversario delle terre irredente per
espandere la propria influenza nei Balcani e nel Mediterraneo e non farlo crollare. Il crollo di Vienna,
invece, aveva creato turbolenze nel confine orientale italiano con la nascita del Regno jugoslavo, composto
da Serbia, Croazia e Slovenia, sostenuto dalla Francia in chiave anti-tedesca e anti-italiana.

(Le contraddizioni nelle pretese italiane). Le pretese italiane a Versailles sono riassumibili con lo slogan
“Patto di Londra più Fiume”. In sostanza l’Italia richiedeva il Trentino, l’Alto Adige, Trieste, Istria, parti della
Dalmazia, le isole del Dodecaneso, altri avamposti balcanici e Fiume. La contraddizione interna a questa
richiesta stava nel fatto che da una parte la delegazione italiana richiedeva il rispetto del Patto di Londra,
frutto della diplomazia segreta osteggiata dai Quattordici Punti, dall’altra richiedevano Fiume in rispetto del
principio wilsoniano di nazionalità. La richiesta di Fiume da parte della delegazione italiana fu rifiutata dai
francesi, che sostenevano il Regno di Serbi, Croati e Sloveni e dagli americani che facevano notare come nel
caso di altri territori quella italiana fosse una minoranza.

(Dal breve ritiro della delegazione italiana al trattato di Saint-Germain). A questo punto, per aggirare la
resistenza di Orlando, Wilson si rivolse direttamente all’opinione pubblica italiana. La nostra delegazione,
offesa dallo sgarbo, si ritirò in patria accolta da una folla acclamante. In realtà la mossa fu
controproducente in quanto i “Grandi” proseguirono i lavori tagliando fuori l’Italia dalla spartizione delle
colonie tedesche. Ciò spinse la delegazione a tornare. Nel giugno Vittorio Emanuele Orlando, messo in
minoranza in parlamento, fu costretto alle dimissioni e sostituito dal liberale riformista Francesco Saverio
Nitti che nel settembre del 1919, col trattato di Saint-Germanin imponeva il tricolore al trentino e all’Alto
Adige fino al Brennero e alla val Pusteria.

(L’impresa di Fiume). Dopo la firma della pace, il poeta-vate Gabriele D’Annunzio, influente sia nell’esercito
che nei confronti dell’opinione pubblica, si lanciò con alcuni reparti militari ribelli e con una milizia
volontaria all’occupazione di Fiume, proclamandone l’annessione all’Italia. Nitti si oppose all’occupazione
nonostante il sostegno che essa otteneva dall’opinione pubblica. l’occupazione durò 16 mesi e fu stroncata
con la violenza nel così detto “Natale di sangue” del 1920 dal governo Giolitti. Col trattato di Rapallo del
novembre del 1920, infatti, l’Italia aveva stabilito con il Regno jugoslavo i reciproci confini: l’Italia otteneva
quasi l’intero Litorale austriaco, pezzi di Carinzia e Carniola, Zara e alcune isole croate, mentre Fiume veniva
eretta a città libera fino al 1924, quando Roma in accordo con Belgrado si accordarono perché il cento
storico e parte del territorio costiero passassero all’Italia. Ciò comunque non basto a mettere fine al mito
dannunziano della “vittoria mutilata” che rimase vivo nella memoria e nella retorica del nazionalismo
italiano e nel fascismo.

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3. Il caso della Germania e le sue ripercussioni americane


(Le imposizioni alla Germania). La Repubblica di Weimar, nata dopo la caduta del secondo Reich, fu
sottoposta a una serie di imposizioni:
- Con l’articolo 231 del trattato di pace fu costretta ad assumersi la responsabilità della guerra.
- Fu esclusa dalla Società delle Nazioni.
- Il suo esercito fu ridotto al minimo con 100 mila soldati e sei navi.
- Furono imposte pesanti riparazioni, che ammontarono a 20 miliardi marchi oro.
- Fu sottoposta a dolorose amputazioni territoriali che la privavano dell’Alsazia e della Lorena, di
parte della Prussia, della Slesia, di Danzica e di un corridoio che da Danzica si univa alla Polonia
distaccandola dai suoi possedimenti della Prussia orientale.
In tutto la Germania perdeva più di 70.000 kmq di territorio e più di 6 milioni di abitanti. Nonostante ciò per
le sue dimensioni e per la sua collocazione, la Germania rimaneva virtualmente una potenza animata,
inoltre, da un forte spirito di rivincita, segnato da punizioni considerati da molti tedeschi ingiuste e umilianti
e da una sconfitta non accettata e considerata frutto del tradimento di leader politici interni e di oscuri
complotti internazionali.

(La mancata applicazione dei principi wilsoniani). Il caso tedesco dimostra come i principi wilsoniani
rimasero inascoltati. Infatti qui non fu per nulla rispettato il principio di autodeterminazione su base
nazionale, altrimenti l’Austria non sarebbe rimasta divisa dalla Germania, l’Alto Adige non sarebbe andato
all’Italia e i 3 milioni di sudeti alla Cecoslovacchia. Altri milioni di tedeschi inoltre erano disseminati tra la
Polonia, la Romania, l’Ungheria e la Jugoslavia. L’autodeterminazione, inoltre, non valeva per le colonie che
rimanevano sotto il controllo delle potenze vincitrici. A dare il colpo di grazie ai principi wilsoniani fu il
rifiuto del Senato di rettificare la pace che si tradusse nella non adesione alla Società delle Nazioni. Altro
elemento frutto della Grande Guerra fu il definitivo avvicinamento americano alla Gran Bretagna come
potenza alleata.

4. La questione nazionale nell’Europa centro-orientale


(Il crollo degli imperi multinazionali). La Grande Guerra aveva portato alla caduta dei tre maggiori imperi
multinazionali dell’epoca: la Russia zarista, l’Impero austro-ungarico e quello ottomano. La caduta di questi
imperi apriva la strada a una moltitudine di nazionalismi prima soffocati dall’esistenza di queste grandi
entità. A dare fiato a questi irredentismi era anche il principio di autodeterminazione proposto e difeso da
Wilson che, però, era inapplicabile in quanto metteva in conflitto diverse nazionalità per medesimi territori.

(La spartizione dell’Ungheria). Il caso più traumatico di transizione da un Impero multinazionale a uno
Stato nazionale fu quello della spartizione dell’Ungheria. Con il trattato di Tranon ai più dei 300.000 kmq
del regno magiaro ne rimasero 93.000 e dei 21 milioni di abitanti, poco più di 7 milioni e mezzo.

(La Polonia). Il più importante Stato a riemergere a est di Berlino fu la Polonia. Al suo interno esistevano
consistenti minoranze germaniche, ebraiche, baltiche, russe, ucraine. Il nuovo paese, tra il 1918 e il 1921, si
scontrò con Germania, Cecoslovacchia, Lituania, Ucraina e soprattutto con la Russia bolscevica per ampliare
i suoi domini.

(La Romania e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). Ad avvantaggiarsi del crollo dell’Impero austro-ungarico
furono soprattutto la Romania e il Regno jugoslavo. Mentre la Romania annetteva la Transilvania, la
Bessarabia, la Bucovina e la Dobrugia meridionale; il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, invece, era già di suo
uno stato multietnico che presentava i tre popoli che davano il nome all’entità politica a cui si sommavano
minoranze bosniache, albanesi, turche, tedesche, italiane e via dicendo.

(La Cecoslovacchia). Anche la Cecoslovacchia assorbiva sul versante ungherese diversi territori sloveni che
accentuarono il carattere multietnico del paese che era composto solo per il 51% da cechi.

(La questione ebraica in Europa orientale). A rendere instabile l’assetto dell’Europa orientale era anche la
questione ebraica. In questi territori gli ebrei erano il bersaglio favorito dei nazionalisti, in particolare

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polacchi, che li consideravano nemici interni. Spedizioni punitive e pogrom a loro danno erano all’ordine
del giorno e, all’epoca, l’emigrazione sionista verso la Terra d’Israele, all’epoca Mandato britannico di
Palestina, era ancora agli albori.

5. Sulle rovine della Sublime Porta


(La Turchia di Ataturk: dal trattato di Sèvres a quello di Losanna). La decomposizione dell’Impero
ottomano si concluse con la firma, nel 1923, del trattato di Losanna fra la Turchia di Mustafa Kemal
(Ataturk) e le potenze vincitrici della prima guerra mondiale. Il nuovo stati si configurava come
geograficamente anatolico, religiosamente mussulmano ed etnicamente turco secondo i precetti del
movimento dei Giovani Turchi. La configurazione della Turchia era stata stabilita dal trattato di Sèvres che
rappresentava un’umiliazione per la Turchia tanto che si venne a creare una fobia nei confronti degli
imperialismi europei. La configurazione territoriale era frutto:
- dei trattati segreti tra Francia e Gran Bretagna del 1916 con cui le due potenze si dividevano le
spoglie ottomane nel Medio Oriente. La Repubblica francese metteva le mani su Siria e Libano,
mentre l’impero britannico sulla Palestina e l’Iraq. Anche vaste zone anatoliche furono occupate
dalle potenze.
- Il Dodecaneso rimaneva in mano all’Italia.
- Smirne veniva occupata dai greci.
- L’esercito veniva ridotto a 50 mila unità senza aerei o torpedinieri.
- Veniva creato un vasto stato armeno, mentre la questione curda, seconda etnia per dimensioni
all’interno della Turchia, veniva lasciata in sospeso.
I nazionalisti turchi, davanti a questa situazione, si prefissarono di liberare l’Anatolia, cacciare i greci dalla
Tracia orientale ed eliminare la monarchia fantoccio messa al potere dalle potenze vincitrici. Nel 1922 le
forze nazionaliste presero Istanbul, nel luglio del 1923 venne formato il trattato di Losanna e nell’ottobre
venne proclamata la Repubblica di Turchia. Dopo la guerra nazionale condotta da Mustafa Kemal, col
trattato di Losanna, vennero espulsi dal territorio turco un milione e mezzo di greci mentre oltre
trecentomila turchi passarono dai territori ellenici a quelli turchi.
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Sykes-Picot
L’accordo Sykes-Picot è l’accordo sull’Asia Minore firmato nel maggio del 1916 dai rappresentanti francese
e britannico Francois Picot e Mark Sykes. Il patto fu svelato nel novembre del 1917. A questo accordo si
affiancava quello, sempre segreto, di Costantinopoli dell’aprile del 1915 che assegnava alla Russia alcuni
territori anatolici, gli Stretti e Istanbul. In particolare l’accordo Sykes-Picot affidava alla Francia parte
dell’Anatolia, della Mesopotamia, la costa siriana e il Libano, mentre lasciava alla Gran Bretagna alcune
province ottomane in Iraq e Baghdad. La Palestina, sempre secondo l’accordo, veniva affidata al controllo
internazionale. Sia l’accordo di Sykes-Picot che quello di Costantinopoli, esempi dell’imperialismo europeo,
nel dopoguerra non furono rispettati sia in parte per la contrarietà americana verso i trattati segreti, sia per
il crollo da una parte dell’Impero zarista, dall’altra di quello ottomano.
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6. Dopo Versailles. Perché la pace fu una tregua
(La demonizzazione della pace di Parigi). La pace di Parigi è stata vista come la principale responsabile
dello scoppio della seconda guerra mondiale. In realtà nessuna potenza che prese parte alla pace voleva
una nuova guerra totale, in particolare gli Stati Uniti di Wilson che tentarono di promuovere un sistema
post-bellico che fosse destinato a mantenere la pace in casi di contenziosi fra paesi.

(Gli errori insiti nella pace). Nonostante ciò la pace non fu altro che un compromesso tra i vincitori e
neanche tutti (a guardare bene due vincitori delusi furono l’Italia, che pure faceva parte dei “Grandi” e il
Giappone). Uno dei grandi errori della conferenza fu quello di non coinvolgere da una parte le potenze
sconfitte, in primis la Germania, dall’altra la Russia bolscevica:
- L’esclusione della Repubblica di Weimar dai trattati di pace contribuì a diffondere il mito creato
dalle élite militari tedesche della “pugnalata alle spalle”, ovvero della teoria infondata secondo cui
la guerra sarebbe stata vinta se non fosse stato per il tradimento di una parte della classe politica. A
ciò si sommava la volontà di rivincita tedesca in seguito a una pace considerata umiliante e a dei

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debiti di guerra che affossarono l’economia tedesca. Il mancato pagamento di alcune rate delle
spese di guerra spinse le truppe franco-belga a occupare il bacino della Rurh nel gennaio del 1923
inasprendo ancora di più i rapporti con la Germania. La situazione fu risolta solo con l’intervento
americano che, tramite il Piano Dawis (1924), ammorbidì la pressione finanziaria su Berlino e
impose alle truppe franco-belghe di lasciare la Renania.
- La Russia bolscevica, se da una parte fu esclusa dai trattati di pace in quanto non riconosciuta dagli
altri paesi, dall’altra versava in una guerra civile contro i “bianchi”, ovvero le truppe zariste,
finanziate dagli stessi paesi dell’Europa occidentale che avevano inviato anche loro corpi di
spedizione nel territorio russo. Ciò favorì l’avvicinamento tra Germania e Russia che nell’aprile del
1922 firmarono il trattato di Rapallo con cui le due potenze si riconoscevano. Inoltre la Russia si
impegnavano in segreto ad aiutare la Germania a riarmarsi, mentre i tedeschi vendevano ai russi
prodotti e tecnologie.
L’altro grande errore compiuto dalla conferenza fu quello di calcolare gli effetti dei diversi nazionalismi. In
questo caso il principio di autodeterminazione si rivelò un vaso di Pandora. Dopo la guerra sorsero diversi
stati che si confederarono tra loro, come il Regno jugoslavo o la Cecoslovacchia, ma a questi si sommavano
una miriade di piccoli stati che volevano espandersi o di minoranze che volevano creare un proprio paese.
la moltiplicazione delle frontiere, le reciproche rivendicazioni dei nazionalismi sarebbero stati elementi che
si sarebbero fatti sentire anche nel secondo conflitto mondiale.

Capitolo 13. L’Impero rosso. Nascita e consolidamento dell’Unione Sovietica


1. 1905: modernizzare l’autocrazia o preparare la rivoluzione?
(I segni di vitalità dell’Impero zarista). Nonostante le evidenti difficoltà dell’Impero zarista, esso presentava
anche elementi di vitalità a partire dalle riforme dell’Ottocento che avevano permesso lo sviluppo delle
prime industria, anche se concentrate nelle città principali come San Pietroburgo e Mosca, e dunque di una
classe operaia.

(Partito socialdemocratico russo). Il dinamismo portato dalle riforme ottocentesche e la nascita di una
classe operaia portò allo sviluppo del Partito socialdemocratico russo nel 1898. Il partito si basava sulla
dottrina marxista diffusasi in Russia tra gli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento per opera di Georgij
Plechanov, fondatore del partito. Nel secondo congresso del partito, tenutosi tra Bruxelles e Londra nel
1903, si consumò la frattura tra l’ala massimalista maggioritaria (bolscevichi, termine che deriva dalla
parola russa “maggioranza”) e riformisti, i menscevichi (“minoranza”). La rottura avvenne sulla visione
dell’organizzazione del partito che il leader dei bolscevichi. Il leader dei bolscevichi, Vladimir Il’ic Ul’janov
noto con lo pseudonimo Lenin, voleva un partito basato sul centralismo democratico, composto da
rivoluzionari di professione. Il partito doveva avere il compito di organizzarsi come guida di una rivoluzione
in Russia, che Lenin voleva attuare nonostante l’arretratezza del paese. di diversa idea erano i menscevichi,
convinti che prima si dovesse passare per una fase di rivoluzione borghese e liberale.

(Nascita del Partito socialista-rivoluzionario). Nel frattempo, nel 1901, gli eredi del populismo si erano
riuniti nel Partito socialista-rivoluzionario che continuava ad adottare il terrorismo come mezzo di lotta
politica nei confronti del dispotismi zarista. I socialisti-rivoluzionari avevano reinterpretato la dottrina
marxista in senso ruralista, essi erano convinti che il capitalismo fosse un sistema estraneo alla Russia e
voleva creare una società basata sulle comunità di villaggio tipiche della Russia.

(Partito democratico-costituzionale). Nel frattempo anche i circoli del liberalismo russo si erano riuniti in
un’organizzazione clandestina, l’Unione della liberazione, che nel 1905 avrebbe dato vita al Partito
democratico-costituzionalista, noto anche come partito dei “cadetti”.

(Rivoluzione del 1905). Dopo la sconfitta nella guerra contro il Giappone, nel 1905 scoppiò una rivoluzione
che metteva in luce tutte i problemi che affliggevano l’impero zarista: la questione istituzionale, la crescita
dei movimenti nazionalisti, la questione contadina e la questione operaia. La crisi scoppiò a San Pietroburgo
in gennaio quando una protesta operaia fu repressa nel sangue nei pressi del palazzo d’Inverno. A questo

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evento seguirono altri scioperi operai, tumulti nelle campagne ad opera dei contadini e repressi dai militari,
proteste dei settori borghesi che chiedevano una riforma politica e istituzionale, agitazioni nazionaliste
nelle periferie, violenze tra diverse etnie e pogrom. Al di là dei fermenti nazionalistici, le richieste dei
rivoltosi erano l’introduzione del suffragio universale, la convocazione di un’assemblea costituente e il
riconoscimento delle libertà individuali. Davanti alle richieste e alla formazione di consigli, soviet, di operai,
lo zar Nicola II concesse diritti e libertà civili e istituì un parlamento elettivo, la Duma, anche se con poteri
limitati. Dopo queste concessioni i bolscevichi tentarono la carte dell’insurrezione nei quartieri industriali di
Mosca, ma le rivolte furono represse.

(Situazione dopo la Rivoluzione e suoi effetti). Quella che venne a crearsi dopo le concessioni fatte dallo
zar, quando la situazione tornò alla normalità e il governo fu affidato a Sergej Vitte, non fu in realtà una
monarchia costituzionale. Il parlamentarismo era molto blando e le leggi vedevano nello zar ancora un
autocrate. Quella che venne a crearsi fu un’autocrazia semi-costituzionale. Nonostante istituzionalmente e
politicamente le cose fossero cambiate poco, la Rivoluzione del 1905 aveva lasciato una sua eredità:
- L’abolizione della censura aveva favorito la nascita di giornali e di un fiorente dibattito politico. A
ciò si affiancava la creazione di numerosi movimenti politici nazionalisti, come l’Unione dei
musulmani di Russia, liberali e conservatori.
- Il fiorire del dibattito politico aveva portato al nascere i nuove teorie. Proprio a questi anni risale la
teoria di Lev Trockij e di Aleksandr Parvus della “rivoluzione permanente” secondo cui la rivoluzione
non doveva essere un evento circoscritto, ma di lunga durata e fatto di tappe.
- Dopo la Rivoluzione del 1905, lo sviluppo di nuove associazioni come l’Unione del popolo russo e le
Centurie Nere, dai carattere xenofobi e antisemiti, favorirono la radicalizzazione del nazionalismo
russo. Per opera di quest’ultimo si contarono numerosi pogrom sostenuti anche dalle autorità
locali. La discriminazione verso gli ebrei continuò anche dopo il 1905, infatti non fu loro concesso il
diritto di voto e furono mantenute le misure discriminatorie nei loro confronti.

(Stolypin e il tentativo di riforma dell’Impero). Nel 1906 fu chiamato alla guida del governo il monarchico
conservatore Petr Stolypin che portò avanti un’opera riformistica all’insegna dell’autocrazia modernizzata.
Se da una parte Stolypin faceva reprimere duramente i tumulti rivoluzionari e i gruppi terroristici (di uno di
questi cadde lui stesso vittima nel 1911 a Kiev), dall’altra portò avanti una politica riformatrice volta a
rinnovare la classe dirigente in una prospettiva antinobiliare e portare avanti una riforma agraria volta a
costruire uno stato di contadini benestanti che sarebbero dovuti diventare la base si cui creare un mercato
interno funzionale a supportare l’industrializzazione. Dopo la morte di Stolypin il governo si pose su
posizioni immobiliste, nonostante l’attività della Duma per il cui accesso erano state comunque ristrette le
procedure elettorali.

(Gli impulsi riformatori nella Chiesa ortodossa). Sull’onda dei sommovimenti del 1905, dopo l’editto di
tolleranza verso le altre religioni emanato dallo zar nello stesso anno, la Chiesa ortodossa russa fu
attraversata da impulsi riformatori. La richiesta della Chiesa era quello di convocare un concilio per
discutere del patriarcato. Questa istituzione era stata abolita da Pietro il Grande che l’aveva sostituita con
un sinodo guidato da un funzionario imperiale, il procuratore generale che era elevato a rango di ministro.
Ciò aveva comportato la sottomissione della Chiesa allo Stato. Lo scopo riformistico della Chiesa era quello
di reintrodurre la figura del Patriarca per rendere autonoma la Chiesa. La mancata convocazione del sinodo
da parte dello zar creò una frattura tra quest’ultimo e la Chiesa, allentando il binomio autocrazia e
ortodossia.

(L’incapacità di governo di Nicola II). Altro fattore che influiva negativamente nella tenuta dell’Impero era
l’incapacità di governo di Nicola II, che divenne palese dopo la morte di Stolypin, figura dal forte carisma.
Nel periodo successivo alla morte del primo ministro divenne ancora più influente a corte la figura del
monaco Grigorij Rasputin, legato a sette ereticali. Questa influenza alienò allo zar la simpatia delle élite
politiche e religioe.

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2. L’Impero in guerra: il crollo del centro


(Sette anni di guerra). Con l’entrata in guerra nel 1914, la Russia dava iniziò a un conflitto che si sarebbe
concluso nel 1921 dopo la fine della guerra civile seguita all’avvento dei bolscevichi e all’uscita dalla Grande
Guerra. I sette anni di conflitto mutarono pesantemente la mentalità della società e della classe politica che
avrebbe guidato il paese nel periodo subito successivo. Inoltre la Russia aveva dato un grande contributo di
sangue: i soldati richiamati furono 15 milioni, tra militari di lavoro e contadini arruolati con la leva
obbligatoria, tra i tre e i quattro milioni morirono solo durante la prima guerra mondiale, terminata per la
Russia nel 1917.

(L’andamento della guerra nel fronte). Da subito l’andamento della guerra non fu dei migliori per la Russia
che nella primavera-estate del 1915 aveva perso la Polonia, la Galizia, la Lituania e la Lettonia davanti
all’avanzata austro-tedesca. Le cose non andarono meglio quando, nell’autunno dello stesso anno, Nicola II,
contro il parere dello Stato maggiore, decise di prendere il comando dell’esercito. Così facendo
abbandonava la capitale e il governo e, inoltre, legava il futuro della sua dinastia all’esito della guerra.

(Le carenze industriali). Come tutti gli altri paesi, anche la Russia per sostenere la guerra doveva mobilitare
il fronte interno e avere sia un’industria sia un’agricoltura adeguate a sostenere un’economia di guerra.
Nonostante ciò la Russia era scarsamente modernizzata. La scarsa industrializzazione e soprattutto la scarsa
presenza di ferrovie in un territorio vasto come quello dell’Impero si fece sentire durante la guerra nella
mobilitazione delle forze e, in particolare, nell’estate del 1916 quando una vittoriosa offensiva in Galizia si
dovette arrestare per la carenza di rifornimenti.

(La Rivoluzione di febbraio). Andamento della guerra negativo, scarsità di generi alimentari e
brutalizzazione dei comportamenti sociali legata alla guerra crearono il terreno fertile per la Rivoluzione di
febbraio. Questa scoppiò nel marzo del 1917 (marzo per il calendario gregoriano, febbraio per quello
giuliano in vigore in Russia) a Pietrogrado. Lo zar, abbandonato dalle componenti monarchiche della società
e dall’esercito che si rifiutò di intervenire contro i manifestanti, abdicò. La rivolta nel frattempo si diffuse
nella periferia, mentre non si trovò nessuno disposto a sostituire Nicola II. Con la caduta dello zar crollò
anche l’Impero.

3. 1917: vuoto di potere e Rivoluzione bolscevica


(Vuoto di potere). Dopo la caduta degli zar si venne a creare un vuoto di potere che voleva essere colmato
da una parte dal governo provvisorio guidato da Georgij L’vov, sostenuto dagli esponenti liberali della
Duma, dall’altra dai soviet degli operai e dei soldati egemonizzati dai socialisti. Tra questi spiccava quello di
Pietrogrado.

(Le questioni da gestire durante la rivoluzione). Mentre i soviet erano seganti dalle fratture interne, il
governo provvisorio era bloccato su due delle questioni centrali nel periodo rivoluzionario: la guerra e la
distribuzione delle terre ai contadini. A ciò si aggiungevano le mobilitazioni nelle periferie che assumevano
una dimensione nazionalista e indipendentista. Mentre sulla questione ecclesiastica la convocazione del
concilio nell’agosto del 1917 favorì le spinte riformistiche all’interno della Chiesa ortodossa russa,
nell’aprile una crisi di governo scatenata dalla decisione di proseguire o meno la guerra portò alla nascita di
un esecutivo formato da liberali e le ali più moderati dei socialisti che decise per il proseguimento del
conflitto affianco dell’Intesa.

(Il ritorno di Lenin e l’insurrezione del 4 luglio). In questo contesto ritornò in Russia Lenin che era in esilio
in Svizzera. Il suo rientro fu favorito dalla Germania che voleva rendere ancora più instabile la situazione
interna al paese. Arrivato in Russia si mise alla guida del partito assieme a Trockij, passato dalle iniziali
posizioni mensceviche a quelle bolsceviche. L’obiettivo di Lenin era la presa del potere e per raggiungere
tale scopo riteneva necessaria la rivoluzione di massa. Il primo tentativo di insurrezione bolscevica per la
presa del potere dopo il ritorno di Lenin avvenne il 4 luglio del 1917. Davanti a manifestazioni operaie e di
reparti militari contrari a una nuova controffensiva promossa dal governo, un corteo armato guidato da
militari ribelli e da milizie bolsceviche assediò il soviet di Pietroburgo per convincere menscevichi e

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socialrivoluzionari ad assumere la linea della rivoluzione. Il tentativo fu bloccato dalle truppe governative.
Trockij e altri leader bolscevichi furono arrestati, mentre Lenin riparava in Finlandia. Dopo questo
fallimento Lenin si convinse che era inutile avere la maggioranza nei soviet, dominati da menscevichi e
socialrivoluzionari, per iniziare la rivoluzione, l’iniziativa doveva essere presa direttamente dai bolscevichi.

(Il governo Kerenskij e la Rivoluzione d’ottobre). Nel frattempo si era insediato il governo del
socialrivoluzionario Aleksandr Kerenskij che si dimostrò subito instabile. In agosto, davanti al tentativo di
colpo di stato del generale Lavr Kornilov, Kerenskij chiese l’appoggio dei soviet e dei bolscevichi. In
particolare quest’ultimi si rivelarono essenziali nel bloccare il colpo di stato che aveva messo a nudo la
debolezza del governo. Mentre ciò accadeva in patria l’esercito era alla deriva e i contadini avevano iniziato
ad assaltare le proprietà terriere. In questo contesto Lenin, con le sue Tesi d’Aprile, si pronunciò a favore
della pace e della redistribuzione delle terre. Ciò, sommato al ruolo giocato dai bolscevichi nella sconfitta di
Kornilov, fece ingrossare le file del partito di Lenin e permise a Trockij di mettere in minoranza menscevichi
e socialrivoluzionari nel soviet di Pietrogrado. Il 24 ottobre 1917, forte di 20-30 mila armati, Lenin ordinò la
presa del palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio, e prese il potere.

4. Da una guerra all’altra: la formazione di una cultura politica


(I primi decreti del nuovo regime). Le prime mosse del leader bolscevico dopo la presa del potere furono
quelle di dichiarare la pace e di ridistribuire la terra. A questi si aggiunse un decreto
sull’autodeterminazione dei popoli. Queste politiche garantirono a Lenin l’appoggio dei contadini,
dell’esercito e delle minoranze nazionali. Per quanto riguarda le politiche del nuovo governo verso la
Chiesa, che da fine ottobre del 1917 si era dotato di un Patriarca, esse andavano nella direzione di separare
Stato e Chiesa e quest’ultima dall’istruzione. Con un decreto del gennaio del 1918, di carattere fortemente
antireligioso, il governo bolscevico privò la Chiesa di personalità giuridica, dunque della facoltà di avere
proprietà, e proibì agli ecclesiastici di insegnare. Al decreto seguì una lunga serie di uccisioni di ecclesiastici,
alla chiusura di monasteri e alla liquidazione di reliquie. Questa linea era dettata sia dal carattere
antireligioso del marxismo-leninismo, sia dalla volontà di eliminare un potere che entrava in competizione
con lo Stato e che era stato il pilastro dello zarismo.

(L’Assemblea Costituente). Primo obiettivo di Lenin era quello di consolidare il proprio potere. Alle elezioni
dell’Assemblea Costituente, però, i bolscevichi presero il 24%, mentre vincitori ne uscirono i
socialrivoluzionari che godevano dell’appoggio delle campagne. Nel frattempo era nato un governo
rinominato Consiglio dei commissari del popolo che si caratterizzava per il forte legame col partito e per
essere dotato di un braccio armato, la polizia segreta chiamata Ceka. Dopo i risultati dell’elezione
dell’Assemblea, Lenin la fece sciogliere.

(L’inizio della guerra civile e la pace con la Germania). Per evitare la disgregazione della Russia dovuta alle
spinte separatiste dei diversi nazionalismi, il governo di Lenin decise di intervenire con la forza. Con
l’invasione dell’Ucraina separatista iniziò la guerra civile. Il 3 marzo del 1918, davanti all’avanzata tedesca,
Lenin decise però di firmare la pace di Brest-Litovdk, con cui riconosceva l’indipendenza dell’Ucraina, della
Polonia, della Finlandia e dei paesi baltici. Questa scelta fu dettata dalla salvaguardia dello Stato, non tanto
della rivoluzione che avrebbe invece dovuto far propendere la decisione verso il proseguimento della lotta,
come d’altronde voleva la maggioranza dei dirigenti del partito.

(La guerra civile). La situazione che si venne a creare dopo la firma della pace fu quella della Russia storica
in mano ai bolscevichi e circondata da forze ostili, a volte in contrasto tra loro: a ovest c’erano nuove
formazioni statali come l’Ucraina, poi c’erano zone in mano ai socialrivoluzionari come la Siberia, a eserciti
contadini come quello guidato dall’anarchico Nestor Machno in Ucraina orientale, territori in mano ai
“bianchi”, ovvero le truppe zariste. A ciò si aggiunse l’invasione delle potenze straniere dopo la pace di
Brest-Litovsk: la prima a non rispettarla fu la Germania che invase la Crimea, poi ci fu la Romania che
occupò la Bessarabia, gli inglesi che presero Murmansk e i giapponesi e gli statunitensi che entrarono
nell’Estremo Oriente russo. In risposta a queste minacce il governo creò l’Armata Rossa guidata da Trockij e
impose il “comunismo di guerra”, ovvero la mobilitazione di tutto il paese, come in tempo di guerra, la

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militarizzazione della politica e dell’economia e l’espansione del controllo statale su tutti gli aspetti della
vita politica, economica, sociale e culturale del paese. La guerra civile si concluse con la capitolazione dei
“bianchi” nel 1919. A questa seguì la ripresa dei territori perduti nel 1920 e con la fine della guerra col
trattato di Riga del 1921 con la Polonia che inizialmente aveva sconfitto l’Armata Rossa in Ucraina, ma che
poi era stata sconfitta a sua volta. La guerra si concluse con la ripresa di quasi tutto il territorio che fu
dell’Impero con l’eccezione della Polonia, di parte dell’Ucraina e parte della Bielorussia, della Finlandia, dei
paesi baltici e della Bessarabia.

5. Uno Stato federale-imperiale


(Nascita dell’Urss e organizzazione della nuova entità statale). Alla fine del 1922 l’ex impero venne
riorganizzato dai bolscevichi in uno stato plurinazionale e federale chiamato Unione delle Repubbliche
Socialiste Sovietiche (Urss). La federazione era formata da Repubbliche organizzate su base nazionale (alla
sua nascita erano Russa, Ucraina, Bielorussa e Transcaucasica) a loro volta divise in regioni, province e
distretti. A fare da contrappeso al carattere federale dell’entità statale c’era il partito che guidava lo stato
ed era fortemente centralizzato. Inoltre le affinità del sistema sovietico con quello imperiale erano
molteplici e si amplificarono soprattutto nel periodo staliniano: forte potere centrale, centralità della lingua
e della cultura russa, tendenza all’espansionismo, centralità di Mosca che, anche dopo l’elezione di San
Pietroburgo come capitale, era la città in cui si incoronavano gli zar. Sotto Lenin, infatti, Mosca ridivenne
capitale dello Stato quasi come a dare un segno di continuità con il passato. Non mancarono comunque
elementi ci cesura con questa, ad esempio con l’adozione del calendario gregoriano alla fine del gennaio
del 1918.

6. Il Partito comunista: controllo dello Stato e messianismo ideologico


(La rivoluzione globale e il Komintern). Subito dopo la fine della guerra le rivoluzioni diffuse rendevano
possibile, secondo l’ottica della dirigenza bolscevica, lo scoppio di una rivoluzione globale che rimaneva tra i
principali obiettivi leniniani anche dopo la fine della guerra. In nome della rivoluzione globale nel 1919 i
bolscevichi crearono la Terza Internazionale, o Komintern, che raccoglieva tutti i partiti che si riconoscevano
nell’esperienza bolscevica. Nonostante ciò il Komintern si differenziava dalla Prima e dalla Seconda
Internazionale dal fatto che al su interno egemoni erano i bolscevichi. Il Komintern, dunque, da una parte
era uno strumento della politica estera sovietica, dall’altra un mezzo per promuovere la rivoluzione.

(Il partito Comunista dell’Unione Sovietica). Nel marzo del 1919, al suo VII congresso, il Partito bolscevico
prese il nome di Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus). Nello stesso congresso il Partito si era dato
un’organizzazione gerarchica ponendo al vertice un ufficio politico, il Politbjuro, e una segreteria centrale. Il
Partito con le sue strutture divenne l’ossatura dello Stato, infatti gli organi locali e quelli centrali avocarono
a se il potere decisionale, il controllo sugli organismi statali, sugli enti pubblici e la nomina dei quadri
dirigenziali. Questo sistema, secondo cui per ogni organismo statale ne corrispondeva uno di partito, creò
un’ipertrofia burocratica peggiorata dall’ampliamento delle prerogative dello Stato e dalla
nazionalizzazione di banche e imprese.

7. La NEP: guerra contadina e compromessi


(La “guerra contadina”). La guerra civile comportò la rottura tra i bolscevichi e i contadini, in particolare a
causa delle requisizioni imposte dal governo con l’adozione del “comunismo di guerra” per sostenere
l’esercito e le città. Proprio a causa di queste requisizioni nel 1918 scoppiarono la così detta “grande guerra
contadina” che a più riprese avrebbe messo in difficoltà il regime sovietico fino al 1932-33. La risposta di
Lenin alle rivolte fu la repressione spietata.

(La “Nuova politica economica”). Con la fine della guerra, però, Lenin, vista la situazione nelle campagne
(dove si era formato un esercito contadino che a Tambov aveva dato vita ad uno “stato autosufficiente”) e
il fallimento del “comunismo di guerra”, decise di andare incontro al mondo contadino introducendo nel
1921 la “Nuova politica economica” (NEP). Con la NEP fu abolito il sistema di requisizioni, sostituito con una
tassa in natura, e permessa la commercializzazione delle eccedenze a cui corrispondeva una parziale

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liberalizzazione del commercio. A fiaccare la resistenza contadina, però, fu la carestia tra il 1921 e il 1922
che provocò un milione e mezzo di vittime. La NEP diede comunque inizio a un periodo di ripresa
economica.

(Un compromesso momentaneo). Oltre a una politica economica a favore dei contadini che era
ricollegabile più al programma socialrivoluzionario che a quello bolscevico, il governo portò avanti politiche
di indigenizzazione volte a valorizzare i localismi e le classi dirigenti delle diverse nazionalità. A ciò si
aggiungeva il coinvolgimento dei professionisti e dei tecnici formatisi nel periodo zarista. Queste politiche,
assieme alla NEP, erano considerate dalla classe dirigente bolscevica come dei compromessi momentanei,
nati per superare un momento di difficoltà.
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La politica sovietica delle nazionalità (1917-1939)
Per evitare che le periferie sfuggissero dal loro controllo, da subito i bolscevichi doverono elaborare una
politica delle nazionalità. Terminata la guerra civile si sviluppò su un dibattito sul destino futuro delle
repubbliche sovietiche: mentre Lenin sosteneva che le repubbliche dovevano avere tra di loro pari diritti tra
cui quello di uscire dall’Unione, Stalin affermava che le repubbliche sovietiche dovevano essere sottomesse
a quella russa. Alla fine passò la linea di Lenin e nacque una federazione di repubbliche basato sul principio
nazionale, a sua volta definito su base linguistica. Nonostante ciò non fu mai definita la procedura per
uscire dall’Unione. Il sistema federale che si venne a creare era però bilanciato dall’esistenza di un partito
centralistico e verticista i cui organi centrali detenevano il potere politico nel paese. Dal 1923 si iniziò ad
applicare una politica di “indigenizzazione”, infatti al XII congresso del partito si stabilì che gli organi locali
dello stesso dovevano essere cooptati tra le élite locali. Inoltre la politica di “indigenizzazione” ebbe
applicazione anche in campo culturale e linguistico. Questa politica fu progressivamente abbandonata negli
anni Trenta per volere di Stalin favorevole a un sistema centralistico e russocentrico.
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(La stretta sul controllo del partito). A fare da contraltare alle aperture verso i contadini e le diverse
nazionalità ci fu la stretta sul controllo del partito: con il X congresso del 1921 si impedì la formazione di
correnti interne, con l’XI del 1922 Lenin impose l’introduzione del segretario generale, infine vennero
rafforzati gli apparati repressivi del partito.

(Nuovo attacco alla Chiesa ortodossa). All’inizio degli anni Venti, nonostante i duri colpi subiti, la Chiesa
ortodossa restava ancora una realtà importante in contrapposizione col dominio bolscevico. La campagna
per la requisizione degli oggetti preziosi della Chiesa avviata tra il 1921 e il 1922 fu l’occasione di sferrare un
nuovo colpo. La repressione degli anni Venti colpì la comunità e la Chiesa ortodossa, mentre quella degli
anni Trenta anche le altre confessioni.

8. Dopo Lenin: la lotta per il partito


(La morte di Lenin e l’asceso di Stalin). La malattia di Lenin e la sua morte nel 1924 diede inizio a una lotta
per il potere all’interno del partito che prese il carattere di una lotta di carattere ideologico. Già dal 1922
venne nominato segretario generale Joseph Stalin che pian piano si impose come figure guida anche del
Politbjuro (e quindi del paese) grazie all’appoggio di Grigorij Zinov’ev e Lev Kamenev. Lo scontro all’interno
del partito si concentrò principalmente tra Stalin, sostenitore del “socialismo in un solo paese” (ovvero di
far sviluppare il socialismo nell’Urss senza esportare la rivoluzione aspettando che ci fossero i presupposti
adatti per farlo) e Lev Trockij. Il conflitto tra i due inizialmente riguardò la politica economica da portare
avanti: se il primo si alleò all’ala “destra” del partito, cappeggiata da Nikolaj Bucharin, che sosteneva il
mantenimento del NEP, il secondo, alla guida dell’ala “sinistra” riteneva necessario lo sviluppo
dell’industria. L’alleanza tra Stalin e Bucharin bastò per isolare Trockij che nel 1928 fu confinato in
Kazakistan e nel 1919 espulso dall’Unione Sovietica. Dopo l’isolamento di Trockij all’interno del partito fu la
volta di Zinov’ev e Kamenev. Nel 1927 la dirigenza del partito era saldamente in mano a Stalin e a Bucharin.
Alla fine anche queste due figure si scontrarono sempre sulla questione della NEP: questa volta era Stalin a
sostenere l’industrializzazione e in particolare lo sviluppo dell’industria pesante. Alla fine vinse quest’ultimo
la partita.

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9. La “grande svolta”: la distruzione delle campagne


(La fine della NEP e la “grande svolta”). Il 1929 fu l’anno della “grande svolta”, ovvero quello in cui Stalin
posta fine al NEP, iniziò la collettivizzazione forzata delle terre, dando inizio alla seconda fase della “grande
guerra contadina”, ed emanò il primo piano quinquennale. Il nuovo scontro con il mondo contadino fu
proposto dal partito come una lotta di classe rivolta contro i kulaki, termine con cui si iniziò a indicare i
contadini benestanti. Il programma di collettivizzazione forzata prevedeva la costruzione di grandi aziende
agricole collettive chiamate kolchoz. Tra il gennaio e il febbraio 1930 la “dekulakizzazione” delle campagne,
ovvero il sequestro delle proprietà dei kulaki, portò alla deportazione di 2 milioni di persone in Siberia e
nell’Asia centrale. Le oltre 10.000 azioni di protesta nelle campagne spinsero Stalin a moderare l’opera di
collettivizzazione, moderazione che fu solo momentanea.
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L’Ucraina sovietica
Allo scoppio della rivoluzione i territori ucraini in mano all’Impero sfuggirono al controllo di Pietrogrado.
Nei primi di novembre del 1917, infatti, la Rada, ovvero l’assemblea ucraina, proclamò la nascita della
Repubblica popolare ucraina indipendente, nonostante l’opposizione dei comunisti ucraini che, sostenuti
dai bolscevichi, organizzarono la resistenza. Negli anni seguenti, fino al 1921, l’Ucraina fu attraversata dalla
guerra civile, dall’occupazione degli Imperi centrali prima e della Polonia poi. Con la pace di Riga, del marzo
del 1921, l’Ucraina tornava alla Russia e il 30 dicembre del 1922 prendeva il nome di Repubblica socialista
sovietica ucraina. La RSSU raccoglieva diverse nazionalità, anche se quella maggioritaria era l’ucraina.
Durante i primi anni venne portata avanti dalle élite locali un’opera di “ucrainizzazione” a livello culturale e
linguistico che ebbe effetto. La popolazione contadina, però, rimase sempre ostile al mondo sovietico e si
piegò solo dopo l’Holodomor. Con Stalin, nonostante la fine dell’esperimento del comunismo nazionale e la
russificazione, venne mantenuta la nomina dei quadri locali nella RSSU, anche se adesso questi avevano
una formazione russo-sovietica. Con la seconda guerra mondiale la RSSU si ingrandì inglobando la Galizia
polacca e di altri territori romeni e cecoslovacchi. Nel 1954 si ampliò nuovamente con l’annessione della
Crimea. Nel suo complesso, quella dell’Ucraina fu una storia complessa e drammatica, violenta durante la
guerra civile, la collettivizzazione forzata, la seconda guerra mondiale con l’occupazione nazista prima e le
deportazioni e gli scambi di popolazione operati dai sovietici poi.
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(La carestia del 1932). Nella primavera del 1932 si registrarono i primi segnali di carestia che colpì l’Ucraina,
il Caucaso e le regioni del Don e del Volga. Le vittime provocate dalla carestia furono 3 milioni e mezzo in
Ucraina, dove l’evento viene ancora ricordato col nome di Holodomor, e centinaia di migliaia nel Caucaso.
La carestia del 1932, frutto delle politiche agricole del regime, pose fine anche alla “grande guerra
contadina”.

10. Il potere di Stalin: modernizzazione e terrore


(Il piano quinquennale). Il piano quinquennale fu introdotto in contemporanea con la collettivizzazione
forzata delle terre. L’obiettivo era quello di accelerare l’industrializzazione dell’Unione Sovietica, in
particolare l’industria pesante, e il piano andava a indicare gli obiettivi da raggiungere nei cinque anni
successivi.

(Il lavoro forzato dei kulaki e la nascita dei GULag). Per raggiungere gli obiettivi del piano venne utilizzato
massicciamente l’uso dei lavori forzai, in articolare impiegando i kulaki deportati nei nuovi campi di lavoro.
In Unione Sovietica si venne a creare un vero sistema di campi di concentramento, i GULag (acronimo di
“Direzione principale dei campi di lavoro correttivi”). Il primo prototipo di campo di concentramento fu
quello aperto nel 1920 in un monastero nell’arcipelago delle isole Solovki nel mar Bianco, dov’erano stati
reclusi oppositori politici, intellettuali e religiosi.
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Il sistema del GULag
Con “Direzione principale dei campi di lavoro correttivi”, o GULag nel suo acronimo, s’intende il sistema
concentrazionario sovietico ufficialmente fondato nel 1930. In realtà il primo campo fu quello delle isole
Solovki sul mar Bianco, già attivo nel 1920. Qui, in un monastero trasformato in un campo “rieducativo”,
furono imprigionati oppositori politici e religiosi di diverse confessioni. Negli anni seguenti il sistema

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concentrazionario si sarebbe ampliato con la nascita di campi di lavoro correzionale, cantieri, complessi
minerari e imprese che sfruttavano il lavoro dei detenuti. In particolare negli anni che precedettero la
seconda guerra mondiale il lavoro forzato fu utilizzato per realizzare grandi opere dell’“edificazione
socialista”. L’apice dello sviluppo del sistema concentrazionario si registrò nel biennio 1937-38, in
corrispondenza del “grande terrore”, quando l’alto numero di condanne sovraffollò i campi nonostante le
fucilazioni e la diffusione delle epidemie negli stessi. Molti dei campi rimasero aperti fino agli anni
Cinquanta e oltre. Non è possibile avere un numero preciso dei prigionieri, ma si calcola che dal 1934 al
1941 furono quasi 4 milioni di persone a passare attraverso il sistema del GULag.
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(Il consolidamento del regime attraverso la polizia politica). Uno dei perni fondamentali del potere politico
sovietico era l’uso della polizia politica, l’OGPU ("Direzione politica di Stato generale"), che nel 1934 fu
assorbita dal Ministero dell’interno, il NKVD, e dal 1936 era guidata da Nikolaj Ezov, un dirigente di partito
staliniano. In quegli anni la polizia politica divenne il braccio esecutivo della politica di Stalin, che dopo la
“grande svolta” si era affermato come leader carismatico e al contempo temuto.

(Le purghe staliniane e il “grande terrore”). Dopo la vittoria per la guida del partito, Stalin, per avere il
totale controllo sullo stesso, diede inizio a una serie di purghe per eliminare vecchi avversari e dirigenti che
avevano acquisito troppo potere. Dopo l’assassinio del capo del partito di Leningrado (San Pietroburgo)
Sergej Kirov, di cui tutt’ora l’omicidio non è riconducibile a Stalin, iniziò un’epurazione che colpì per primi
Zinov’ev e Kamenev accusati dell’omicidio. I due, nei tre grandi processi contro i dirigenti politici tenutisi tra
il 1936 e il 1938, furono condannati a morte assieme a Bucharin. Tra il 1937-38 le purghe non riguardarono,
però, solo i dirigenti o ex dirigenti del partito, in questo biennio si diffuse il “grande terrore”, ovvero un
periodo di purghe che colpì l’esercito, tutti i settori della società civile ei i gruppi nazionali sospetti. Con
l’ordine 00447, emanato il 30 luglio del 1937, furono arrestati più di 250.000 persone di cui quasi 73.000
erano da fucilare. Nel solo periodo tra il 1937-1938 gli uomini del NKVD arrestarono più di 1 milione e
mezzo di persone e ne condannarono più di 1 milione e 300 mila. Secondo le cifre più attendibili il numero
totale delle vittime delle purghe staliniane fu attorno al milione. Le purghe finirono nel 1938 per volere di
Stalin che rimosse Ezov dalla guida del NKVD. La repressione era scoppiata in vista di una futura guerra su
due fronti contro la Germania, nel 1933 era salito al potere Hitler, e il Giappone, che nel 1931 aveva invaso
la Manciuria. La paura di una guerra su due fronti spinse il regime staliniano ad annientare i nemici interni,
o presunti tali, preventivamente.

(Lo statalismo russocentrico dell’Urss). Anche se al XIX congresso del marzo del 1939 venne annunciato il
raggiungimento del socialismo in Unione Sovietica, quello che si era andato a creare era in realtà un paese
statalista e russocentrico con elementi in comune al precedente regime imperiale.

Capitolo 14. Il fascismo in Italia


1. La crisi del dopoguerra
(L’economia italiana dopo la guerra). La guerra aveva fatto crescere in modo abnorme alcuni settori
industriali, soprattutto quelli siderurgici e metallurgici stimolati dalle necessità belliche. I costi di questa
espansione furono enormi per lo Stato, principale cliente per le forniture belliche, tanto che si era
fortemente indebitato con Gran Bretagna e Stati Uniti creando una forte dipendenza con l’estero. A questo
problema si sommava la necessita di riconvertire le fabbriche per il periodo post-bellico.

(I problemi sociali conseguenti alla guerra). A causa delle difficoltà economiche, nella primavera-estate del
1919, scoppiarono proteste in città per il caro-vita, scioperi operai e contadini che si concretizzarono con
l’occupazione delle terre. Ciò fece acuire nella classe borghese l’antisocialismo e la paura di un risvolto
rivoluzionario delle proteste. A ciò si sommavano le difficoltà economiche che affliggevano questa casse a
causa dell’inflazione ch erodeva i risparmi. Altro fattore che andò ad esacerbare i disagi fu il reintegro dei
reduci che, delusi dalla situazione in cui si vennero a trovare nel dopoguerra, si riunirono in associazioni di
ex combattenti e mutilati.

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(Le rivendicazioni territoriali e la “vittoria mutilata”). La questione riguardante quali terre spettassero
all’Italia dopo la guerra era fortemente sentita dall’opinione pubblica. la proposta della delegazione italiana
a Versailles era riassumibile con la formula “il patto di Londra più Fiume”. La campagna portata avanti dai
nazionalisti sulla questione dei territori adriatici e l’atteggiamento della delegazione italiana, che nell’aprile
del 1919 si ritirò brevemente come segno di protesta, diffuse nell’opinione pubblica l’idea che l’Italia non
fosse stata ripagata in modo equo per il contributo dato. Fu proprio in questi anni che si diffuse il mito della
“vittoria mutilata”, espressione coniata da Gabriele D’Annunzio, che contribuì a infiammare l’opinione
pubblica che iniziava, su spinta dei nazionalisti, ad accusare i socialisti e la classe dirigente liberale di essere
responsabile delle rinunce territoriali. In particolare i socialisti furono visti come i principali sabotatori della
guerra, i rinunciatari per antonomasia, i nemici interni.

(L’impresa fiumana). In questo contesto Gabriele D’Annunzio si pose alla guida dell’impresa fiumana il 12
settembre del 1919 un gruppo di armati conquistò la città. L’impresa fu portata avanti da volontari e da
reparti militari e fu possibile grazie alla connivenza degli alti comandi dell’esercito e degli ufficiali di truppa
che non fermarono l’avanzata verso il porto istriano da parte del gruppo di legionari. Lo scopo dell’impresa,
oltre all’annessione della città all’Italia, era far cadere il presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti.

(La crescita dei socialisti e la nascita del Partito popolare). Le tensioni sociali, sommate agli eventi russi,
favorirono la crescita del Partito socialista che raggiunse i 100.000 iscritti. D’altro canto, nel gennaio del
1919, nasceva il Partito popolare, un partito aconfessionale dunque non cattolico, ma formato da cattolici.
Le rivendicazioni di questo partito era quelle della corrente democratica all’interno del mondo cattolico,
quindi rappresentanza proporzionale, voto alle donne, potenziamento delle autonomie locali. Sotto la
direzione di don Luigi Sturzo, suo fondatore, esso si configurò come un partito di massa. I popolari erano
collegati al mondo associazionistico e sindacale cattolico, proprio come i socialisti erano legati alle leghe,
alle cooperative e ai sindacati “rossi”. Nel 1920 il partito contava già 250.000 iscritti.

(I cambiamenti legati all’affermarsi dei partiti di massa e la legge elettorale proporzionale). L’affermarsi
dei partiti di massa, il socialista e il popolare, mise ulteriormente i crisi il sistema liberale, infatti se da una
parte il Partito popolare aveva privato i liberali dell’elettorato cattolico, dall’altra l’affermazione di
quest’ultimo e del Partito socialista si era tradotta nell’affermazione delle forze antisistema. A riprova di ciò
fu la richiesta da parte di queste due liste di una nuova legge elettorale proporzionale che avrebbe
disarticolato il sistema su cui si basava il sistema liberale che si reggeva sul sistema uninominale. Le lezioni
del novembre del 1919, con la nuova legge elettorale proporzionale, segnò la sconfitta dei liberali, infatti
questi si dividevano in diversi gruppetti che in totale avevano raccolto 200 seggi, mentre dall’altra parte i
socialisti ne raccoglievano 156 e i popolari 100. Se nel 1913 la classe liberale godeva di circa il 67% dei
consensi, nel 1919 arrivò a contarne poco meno del 39%.

(Il “biennio rosso”). Le problematiche sociali, assieme alla vicenda russa che aveva suscitato speranze
rivoluzionarie nelle masse popolari, portò alla radicalizzazione del confronto sociale e politico. Se da una
parte, all’interno del Partito socialista, si erano affermati i massimalisti, che comunque non si posero mai
alla guida di una vera rivoluzione, dall’altra, nel mondo borghese, montavano l’antibolscevismo e le
tendenze reazionarie. Le piazze dell’epoca erano segnate da scioperi, comizi dei socialisti, manifestazioni
patriottiche e antibolsceviche. A coronare il “biennio rosso”, ovvero il periodo di tensioni che si
susseguirono tra il 1919 e il 1920, fu lo sciopero agrario nel bolognese che durò dall’estate all’ottobre del
1920 con la vittoria dei contadini sui proprietari, e l’occupazione delle fabbriche in febbraio. Dopo un
braccio di ferro tra industriali e operai questi ultimi decisero di occupare le fabbriche dando inizio a una
crisi che si concluse grazie alla mediazione del governo Giolitti che portò all’accettazione da parte degli
industriali delle richieste degli operai.
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Il “biennio rosso” in Europa
Il biennio 1919-1920 fu un periodo di grande turbolenza per tutta l’Europa e in alcuni casi sfociò in
fenomeni rivoluzionari come in Germania e in Ungheria. In Germania il movimento spartachista di Rosa
Luxemburg e Karl Liebknecht, nel gennaio del 1919, tentò l’insurrezione sul modello Russo. L’iniziativa fu

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repressa e i due leader furono assassinati dai “corpi franchi”, milizie formate da militari smobilitati. In
Ungheria, nel 1919, una coalizione tra socialisti e comunisti era riuscita a porsi alla guida del governo nel
tentativo di creare una Repubblica sul modello Sovietico. Il primo ministro socialista Bela Kun da subito
portò avanti una riforma agraria radicale, la nazionalizzazione delle banche e delle industrie e politiche di
repressione verso la borghesia e i proprietari terrieri. Il fallimentare scontro contro i romeni, sostenuti da
Francia e Gran Bretagna, segnò la fine del regime comunista ungherese che fu rovesciato da un colpo di
stato militare che portò al potere l’ammiraglio Miklos Horthy. Il nuovo regime autoritario di segno opposto
scatenò da subito un’ondata di “terrore bianco”.
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(La fine dell’occupazione di Fiume). Nel mese di ottobre del 1920, mentre in patria finiva il “biennio rosso”,
voci di un complotto di nazionalisti e militari che avrebbero dovuto far perno su Fiume per prendere il
potere e la normalizzazione della questione adriatica col trattato di Rapallo del novembre, spinsero il
governo Giolitti a mettere fine all’occupazione fiumana. Il giorno di Natale del 1920, l’intervento della
marina italiana, mise fine alla reggenza del Carnaro.

2. L’avvento del fascismo


(Fondazione dei Fasci di combattimento). In questo contesto, il 23 marzo 1919 a piazza Sansepolcro di
Milano venivano fondati da Benito Mussolini i Fasci di combattimento con un programma anticlericale,
repubblicano e prettamente di sinistra. La caratteristica principale di questo movimento era però il suo
carattere antiparlamentare e violento. L’esordio elettorale dei Fasci di combattimento fu però fallimentare,
infatti l’unica lista presentata a Milano raccolse solo alcune migliaia di voti. Il congresso del maggio 1920
spostò l’orientamento del movimento a destra. Da allora gli interessi da difendere divennero quelli della
borghesia e dei ceti medi.

(Caratteristiche dei Fasci di combattimento). I Fasci di combattimento erano frequentati perlopiù da ex


arditi, ex combattenti e studenti. I militanti si erano organizzati in squadre paramilitari che recuperavano
simboli, rituali e miti della guerra e introducevano la violenza nella lotta politica. La militarizzazione e la
violenza nel mondo politico era il frutto della brutalizzazione della società portata dalla Grande Guerra,
infatti il fenomeno delle milizie armate nei partiti politici non era un fattore unicamente italiano.

(L’attacco al movimento socialista). Le milizie dei Fasci, le così dette “camice nere”, fecero propria la
bandiera dell’antisocialismo e cominciarono, finanziate dai proprietari terrieri, ad attaccare le leghe rosse,
le cooperative, le case del popolo e le amministrazioni comunali socialiste nella pianura Padana. Tra
l’autunno del 1920 e la primavera del 1921 lo squadrismo si allargò in Emilia, Romagna, Toscana e Puglia.
Nel primo semestre del 1921 i fascisti distrussero 17 sedi di giornali, 59 case del popolo, 150 circoli
socialisti, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine e circa 200 sedi di associazioni
culturali e ricreative. Le vittime delle violenze di quella che andava a delinearsi come una guerra civile
furono 340, mentre i feriti quasi 1400.

(Frammentazione delle forze rivoluzionarie). A favorire il movimento fascista fu sia l’appoggio degli agrari
e delle forze dell’ordine (che vedevano nello squadrismo un argine al sovversivismo), sia la frammentazione
delle forze rivoluzionarie. Segnale di questa frammentazione fu la nascita del Partito comunista italiano,
nato da una scissione col Psi. Tale scissione era dovuta alle direttive della Komintern che aveva imposto agli
altri partiti socialisti di cambiare il nome in “Partito comunista” e di espellere l’ala riformista. Il Psi decise di
non adeguarsi a questa linea e al congresso di Livorno del gennaio 1921 nacque il Pci composto dai
massimalisti di sinistra raccolti attorno alla rivista “Ordine Nuovo” fondata da Antonio Gramsci e Palmiro
Togliatti.

(L’entrata dei fascisti in parlamento e l’immobilismo del sistema politico davanti al fascismo). La politica
italiana sottovalutò fortemente il fenomeno fascista e la classe dirigente liberale si convinse di poterlo
usare per contrastare le forze “sovversive” per poi renderlo innocuo istituzionalizzandolo. Seguendo questa
strategia Giolitti convocò nuove elezioni il 15 maggio del 1921 e fece presentare i liberali in “blocchi
nazionali” a cui prendevano parte anche i fascisti. La campagna elettorale fu particolarmente violenta

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(morirono un centinaio di persone). Le elezioni ebbero l’effetto di legittimare i fascisti e permettere loro di
eleggere una trentina di deputati. La frammentazione delle forze parlamentari costrinse il governo Giolitti
alle dimissioni che fu sostituito con un esecutivo guidato da Ivanoe Bonomi che fu ben presto sostituito da
Luigi Facta. L’instabilità del sistema politico era legato all’incapacità della classe politica di rispondere al
fenomeno fascista: i liberali sottovalutavano il fascismo ed erano scettici a una alleanza coi cattolici, i
socialisti erano dilaniati dalla lotta interna tra massimalisti e riformisti, i popolari erano divisi tra chi voleva
allearsi coi socialisti in chiave anti-fascista e chi era contrario. Il risultato di ciò fu la paralisi del sistema
politico e la ebole risposta davanti al fenomeno fascista.

(Dal “Patto di pacificazione” alla nascita del Partito nazionale fascista). Nell’agosto del 1922 Mussolini
firmò un “patto di pacificazione” coi socialisti e la CGL promosso da Bonomi per mettere fine allo stato di
guerra civile in cui si trovava il paese. l’adesione di Mussolini al patto fu contrastata dai ras, ovvero dai capi
provinciali del fascismo, tra i quali spiccavano Dino Grandi a Bologna, Italo Balbo a Ferrare e Roberto
Farinacci a Cremona. Mussolini non poteva permettersi di rimanere senza le milizie che rappresentavano la
forza del movimento fascista. Per tale motivo il futuro duce accettò il non rispetto del “patto di
pacificazione”. Nel novembre del 1921, al congresso i Roma, riuscì a ottenere dai ras la trasformazione del
movimento in partito. Questa mossa, assieme al “patto di pacificazione”, serviva a dare un volto
istituzionale al movimento che con la sola violenza non sarebbe arrivato a una vittoria elettorale. Le milizie
furono inquadrate all’interno del nuovo Partito nazionale fascista che si organizzò come un partito di massa
con al vertice il Duce del fascismo Benito Mussolini.

(La prosecuzione delle violenza fasciste, la marcia su Roma e Mussolini al governo). Il percorso che
Mussolini intraprese per la presa del potere fu ambiguo: se da una parte dava un voto istituzionale al
Partito e, nel convegno del 24 ottobre 1922, subito prima della marcia su Roma, rassicurava la classe
dirigente affermando che il fascismo riconosceva la monarchia, l’esercito, la religione cattolica, era
favorevole al capitalismo e al liberalismo e voleva portare ordine e sicurezza in paese, dall’altra lasciava
mano libera alle sue squadre che occupavano violentemente i capoluoghi di provincia. A segnare il successo
di Mussolini fu la marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Le milizie fasciste insorsero nell’Italia settentrionale
e centrale occupando palazzi governativi, uffici telegrafici e postali e stazioni ferroviarie. Nel frattempo le
camice nere cominciavano a raggiungere la Capitale e Mussolini si metteva in contatto con esponenti del
mondo liberale ed economico. La tardiva proposta di Facta di introdurre lo Stato d’assedio fu rifiutata dal re
che voleva un governo Salandra partecipato dai fascisti. Venuta meno l’ipotesi dell’introduzione dello Stato
d’assedio il Duce del fascismo ebbe gioco facile per imporsi come candidato alla presidenza del consiglio. Il
31 ottobre nasceva il primo governo Mussolini sostenuto da liberali, popolari, nazionalisti e dai radicali del
Partito democratico sociale. Quella che venne a compiersi tra il 27 e il 31 ottobre del 1922 fu una
rivoluzione ibrida, caratterizzata da una parte dall’insurrezione fascista, dall’altra dall’opera di mediazione
di Mussolini che gli permise di ottenere l’incarico di primo ministro seguendo l’iter previsto dallo Statuto
Albertino. Dal 1919 alla salita al governo da parte di Mussolini la guerra civile iniziata dagli squadristi aveva
causato all’incirca 3000 morti.

3. La nascita di un nuovo regime


(Violenze squadriste e violenze di Stato). La salita al governo di Mussolini non segnò la fine delle violenze
squadriste, anzi a queste si affiancarono quelle degli apparati dello stato. De eventi eclatanti che segnarono
il proseguo delle violenze furono l’uccisione di oltre venti militanti di sinistra nel dicembre del 1922 a Torino
e l’assassinio del parroco don Giovanni Minzoni nell’agosto del 1923 ad Argenta.

(L’unione del Partito fascista con l’associazione nazionale). Un passo importante per il Partito fascista fu
quello di inglobare l’Associazione nazionale italiana (ANI). Ciò permise al PNF di arricchirsi di 1500 sezioni,
25.000 camice azzurre (la milizia nazionalista) e 30.000 iscritti. D’altro canto entrarono a far parte del
Partito i quadri dirigenti nazionalisti, tra i quali spiccavano figure autorevoli che collegarono il fascismo alla
corte, agli ambienti militari e ai circoli conservatori del paese. La fusione, inoltre, segnava un’ulteriore
virata a destra del fascismo.

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(La fascistizzazione dello Stato e il maggior controllo di Mussolini sul Partito). La fascistizzazione dello
Stato inizialmente avvenne progressivamente e con due iniziative: la costituzione del Gran Consiglio del
Fascismo nel dicembre del 1922, massimo organo di partito guidato da Mussolini che indirizzava anche
l’azione di governo, e la creazione, nel gennaio del 1923, della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale
che inquadrava le squadre che ora dipendevano dal primo ministro. Queste due creazione avevano il
duplice scopo di fascistizzare lo Stato e di limitare il potere dei ras a favore dei vertici del partito.

(La legge Acerbo e la conquista della maggioranza in parlamento). Dopo la salita al governo e il
rafforzamento della sua posizione all’interno dello Stato e del Partito, il problema che doveva gestire
Mussolini era quello di assicurarsi una salda maggioranza parlamentare. Per fare ciò il Duce del fascismo si
mosse in due modi:
- Indebolì il peso del PPI, riversando contro i suoi militanti la violenza squadrista e ponendosi come
nuovo interlocutore con la Santa Sede. Per fare ciò portò avanti politiche, come il salvataggio della
Banca di Roma e l’introduzione dell’insegnamento religioso obbligatorio nelle scuole, con cui
avvicinò i vertici della Chiesa che cominciarono a vedere nei popolari un ostacolo e non più una
risorsa nella risoluzione della questione romana.
- Col voto dei fiancheggiatori liberali (i sostenitori del governo) fece approvare la legge elettorale
stesa dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbi. Tale legge dava due terzi dei
seggi alla lista che avrebbe vinto superando il 25% dei voti.
Grazie a ciò e alla presenza costante della minaccia squadrista, le liste governative, composte per due terzi
da fascisti e per il resto da liberali, vinsero col 65%. La maggioranza del parlamento passò dunque ai fascisti.

(L’omicidio Matteotti e la “secessione dell’Aventino”). Il sequestro e l’uccisione del deputato socialista


Giacomo Matteotti, avvenuta nel giugno del 1924, in seguito alla denuncia delle violenze fasciste durante le
elezioni, spostò l’opinione pubblica su posizioni antifasciste e generò la sospensione dei lavori parlamentari
da parte della minoranza, la “secessione dell’Aventino”. Il governo Mussolini entrò in crisi in quanto parte
dei fiancheggiatori minacciavano di togliere la fiducia al governo. Nel frattempo le violenze fasciste
continuavano colpendo intellettuali oppositori come il liberale Pietro Gobetti. In questo contesto il filosofo
Giovanni Gentile promosse nell’aprile del 1925 il “Manifesto degli intellettuali fascisti” firmato tra gli altri
da Luigi Pirandello e Giuseppe Ungaretti, mentre Benedetto Croce promuoveva nello stesso anno il
“Manifesto degli intellettuali antifascisti firmato anche da Luigi Einaudi ed Eugenio Montale.

(La svolta dittatoriale e le “leggi fascistissime”). Trovato un accordo con i fiancheggiatori (per calmarli
bastò sostituire qualche ministro fascista troppo coinvolto) e davanti alle pressioni dello squadrismo che
volevano un’accelerazione della “rivoluzione fascista”, Mussolini decise di portare intraprendere una svolta
autoritaria: in un discorso alla Camera del 3 gennaio 1925 dichiarò la “secessione dell’Aventino”
incostituzionale e si assunse la responsabilità morale dei crimini fascisti compiuti fino ad allora. Il passo
successivo fu quello di emanare le leggi dette “fascistissime” architettate da Luigi Federzoni e Alfredo
Rocco, con cui si sancì la morte dello Stato liberale e la nascita di quello fascista. Con le leggi emanate tra il
1925 e il 1926: fu rafforzato l’esecutivo dando al primo ministro, trasformato in capo del governo, il potere
di nominare e rimuovere ministri e di proporre leggi, furono rafforzati i poteri dei prefetti a cui erano
sottoposti i podestà che si sostituivano ai sindaci eletti, furono messi fuori legge tutti i partiti tranne quello
fascista, gli aventiniano furono esautorati dal loro ruolo di deputati, la stampa venne fascistizzata, il dirotto
di sciopero venne abolito assieme ai sindacati a cui si sostituirono quelli fascisti, venne introdotto il
Tribunale speciale per i delitti contro lo Stato e la pena di morte per i reati contro la sicurezza nazionale,
venne creta l’OVRA, la polizia segreta, e il “confino”. L’opera di fascistizzazione dello Stato venne
completata con l’adozione, nel 1928, di un sistema elettorale a collegio e lista unica (con questa nuova
legge il Gran Consiglio del fascismo stilava una lista di deputati votata in blocco a livello nazionale con un
“sì” o con un “no”), con la trasformazione del Gran Consiglio in un organo costituzionale (aveva nuove
prerogative istituzionali tra cui quella di scegliere il successore al trono), con la maggior compromissione
dello Stato con il Partito (il segretario del partito veniva nominato dal capo dello stato e questo assumeva il
diritto di sedere tra i membri di numerose istituzioni statali).

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(L’atteggiamento dei cattolici e di Pio XI verso il fascismo). All’interno del Partito popolare, nonostante
l’esistenza di una minoranza clerico-fascista, la maggioranza, tra cui spiccava Sturzo, erano composta da
antifascisti o contrari a compromettersi con il fascismo. Anche negli ambienti dell’Azione Cattolica c’era
diffidenza verso il fascismo che voleva imporre il monopolio dell’educazione delle giovani generazioni. Nel
mondo ecclesiastico non mancò chi elogiava Mussolini come salvatore della patria dal bolscevismo, ma
molti erano estranei al fenomeno fascista che si caratterizzava per la violenza, fenomeno estraneo al
cattolicesimo. La politica di Pio IX verso il fascismo fu prudente, esso era conscio dell’incompatibilità tra
questo e il cristianesimo, ma decise di adottare una linea di non opposizione al regime. L’obiettivo primario
dei vertici della Chiesa, infatti, era quello di risolvere la questione romana.

(la ricerca di una soluzione per la questione romana e i “Patti lateranensi”). La soluzione della così detta
questione romana e la conciliazione tra lo Stato italiano e la Santa Sede venne raggiunta l’11 febbraio del
1929, dopo una serie di incontri tra fiduciari italiani e vaticani che coinvolsero lo stesso Mussolini.
L’importanza della risoluzione della questione romana stava nel successo a livello di consenso che ciò
avrebbe portato a Mussolini e al fascismo sia a livello nazionale che internazionale. I patti firmati a palazzo
Laterano e che posero fine alla questione romana erano tre: il primo prevedeva il riconoscimento dello
Stato Italiano da parte della Santa Sede e di questa da parte del regno oltre che della sovranità del papa sul
territorio vaticano; il secondo trattato regolava i rapporti tra Stato e Chiesa; il terzo stabiliva il risarcimento
che lo Stato italiano doveva dare a quello pontifici per i territori e i beni sequestrati durante il Risorgimento.

(Il conflitto fra il fascismo e il mondo cattolico). Nonostante la pacificazione non tardarono a presentarsi i
conflitti tra Stato fascista e Chiesa cattolica. Questa conflittualità era data dalle tendenze totalitarie del
regime che trasformava la Chiesa in un ente concorrente in particolare sul monopolio dell’istruzione. Il
conflitto tra fascismo e associazioni giovanili cattoliche raggiunse il suo apice nel maggio del 1931 quando
Mussolini fece chiudere i circoli dell’Azione Cattolica. Il papa rispose con l’enciclica “Non abbiamo bisogno”
con cui condannò la concezione totalitaria dello Stato e dell’educazione propria del fascismo. Un nuovo
compromesso con fu raggiunto nel settembre dello stesso anno.

4. I caratteri del regime


(La violenza). Il fascismo era figlio della Grande Guerra e dei processi di brutalizzazione portati alla società
da questi. La violenza, dunque, era un elemento costitutivo del fascismo. Nell’Enciclopedia italiana alla voce
fascismo, firmata da Mussolini stesso e scritta con l’ausilio di Giovanni Gentile, si scrive che la pace
perpetua non è possibile e che la guerra è l’unico mezzo per spigionare le energie umane e nobilitare i
popoli. Per il fascismo, dunque, violenza e guerra sono due elementi positivi e imprescindibili.

(La centralità dello Stato). La visione del fascismo era organicistica, dove non era il singolo a contare, ma il
tutto e dove centrale, dunque, era lo Stato. Sempre secondo la voce dell’Enciclopedia scritta da Mussolini e
Gentile, per il fascista tutto era Stato e nulla di umano e spirituale poteva esistere al di fuori dello Stato.
Secondo la logica fascista, dunque, era lo Stato il principio dominante e perché ciò si realizzasse nella realtà
esso doveva essere totalitario e totalizzante, dunque doveva servirsi di ogni strumento utile, dalla violenza
alla cultura passando per l’uso dei moderni mezzi di comunicazione, per trasformare i singoli sotto il profilo
antropologico, per creare l’uomo nuovo fascista.

(L’inquadramento delle masse). Per raggiungere il suo obiettivo, ovvero di mettere al centro lo Stato e di
creare l’uomo nuovo fascista, il fascismo decise di inquadrare le masse nello Stato. Esso fu il primo regime
di massa. Per fascistizzare la popolazione il fascismo si dotò, da una parte di un funzionale apparato di
repressione, dall’altra di una serie di organizzazioni collaterali al partito per educare la popolazione e
irreggimentare ogni aspetto della vita del singolo.

(La propaganda fascista). Altro elemento fondamentale per la riuscita del progetto fascista era la
propaganda. Il regime diede vita a una vera e propria fabbrica del consenso. La propaganda inizialmente fu
gestita da un ufficio stampa presso la Presidenza del Consiglio, poi dal Ministero della Cultura popolare
(Minculpop) nato nel 1937. Per influenzare e condizionare la popolazione l’ufficio di propaganda prima e il

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Minculpop dopo, seppero sfruttare i mezzi di comunicazione messi a disposizione dalla modernità. La radio
per tutti gli anni Trenta fu il principale organo di propaganda, essa fu disposta in tutti gli edifici pubblici e
negli ambienti di socialità popolare come caffè e osterie. A questa si affiancò, nella seconda metà del
decennio, il cinema dove venivano trasmessi i cinegiornali prima della proiezione dei film. Il controllo ferreo
sulla stampa fu l’altro mezzo essenziale. Molte erano anche le pubblicazioni rivolte alle donne e ai bambini
di diverse fasce d’età.

(I miti del fascismo). Nel discorso fascista erano diffusi i miti. Questi erano tipici della comunicazione
moderna poiché erano degli elementi utili a legare le masse attorno a un’identità comune. I miti fatti propri
dal fascismo furono diversi: la guerra, la nazione, la romanità. Quest’ultima in particolare non era solo un
richiamo all’Impero romano, ma un obiettivo per il futuro, un programma politico. Quello che si era
prefissato il fascismo era di creare una nuova Roma grande come quella del passato.

(I riti del fascismo). Il fascismo fu trasformato in una vera e propria fede politica, in una religione laica. Per
tale motivo la ritualità era molto curata: feste nazionali, eventi pubblici, commemorazione di martiri
fascisti.

(Il Duce come archetipo dell’uomo nuovo e il culto del capo). Al centro della propaganda e mito fondante
del fascismo era il duce. Esso era rappresentato come il capo carismatico e interprete della nazione. In lui si
vedeva l’archetipo dell’uomo nuovo fascista. Mussolini, dal canto suo, curava molto il suo rapporto con le
masse. Esso, infatti, si propose come una persona vicina al suo popolo, capace di capirlo e di parlargli. Prova
di ciò fu il fatto che fu il primo capo del governo a visitare il paese in tutte le sue regioni. A favorire il suo
ascendente verso le masse fu anche la capacità oratoria che si caratterizzava per l’uso di alcuni elementi
introdotti da D’Annunzio. Quello che si creò attorno a Mussolini fu un vero e proprio culto del capo
alimentato dalla propaganda e dal partito. Nonostante ciò sarebbe sbagliato interpretare il fascismo come
mussolinismo, il mito del Duce era un elemento fondante e fondamentale, ma era l’altra faccia del progetto
volto a creare una società fascista per uno stato fascista.

(La struttura gerarchica del partito fascista). Il partito fascista fu organizzato in modo fortemente
gerarchico. Dopo il 1925 non furono più convocati congressi e la vita dentro al PNF era dettata dagli ordini
dall’alto a cui bisognava solamente obbedire. I gerarchi erano nominati da Mussolini su proposta del
segretario del partito, quest’ultimo era nominato da Mussolini stesso. A partire dal 1925 i gerarchi furono:
Roberto Farinacci (1925-26), Augusto Turati (1926-30), Giovanni Giuriati (1930-31), Achille Starace (1931-
39).

(Dualismo Stato-partito). Il rapporto tra Stato e partito nell’Italia fascista era di compenetrazione e al
contempo di conflitto. Se nei primi anni del regime i ras provinciali tendevano a imporsi sui prefetti, dal
1927, una circolare governativa stabiliva che i prefetti erano le massime autorità in provincia in quanto
rappresentanti dello Stato. A questi, dunque, i federali fascisti (segretari provinciali del PNF) dovevano
obbedienza. Con questa circolare il partito veniva sottoposto allo Stato, ma nel contempo gli stessi prefetti
erano ben inseriti nel mondo fascista; inoltre il partito fascista, al contrario dei rappresentati dello stato,
poteva vantare un gran radicamento negli ambienti locali e nella società grazie ai gruppi rionali e alle
organizzazioni parallele. Il problema principale di questo dualismo era che il confine tra competenze delle
autorità statali e delle gerarchie del partito non era netto e ciò provocava una certa conflittualità.

(Il controllo sul lavoro e il corporativismo). Il processo sul controllo del mondo del lavoro da parte del
fascismo ebbe il suo primo grande successo nell’ottobre del 1925 con il patto di palazzo Vidoni a Roma, con
cui le organizzazioni padronali riconoscevano solo i sindacati fascisti, nati tra il 1919 e il 1921 ad opera di
sindacalisti rivoluzionari, come interlocutori nelle vertenze. Il passo successivo fu fatto con le leggi
“fascistissime” con cui si resero illegali gli scioperi e le serrate e si riconoscevano solo i sindacati fascisti. Per
proporre una “terza via” tra capitalismo e comunismo, per eliminare la lotta di classe nel mondo lavorativo
e per porre sotto il controllo dello Stato il mondo del lavoro, il regime fascista tentò di dare vita a un
sistema corporativo: nel 1926 venne istituiti il Ministero delle Corporazioni, nel 1930 il Consiglio nazionale

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delle corporazioni, nel 1934 vennero create le corporazioni vere e proprie, organi in cui rappresentanti dei
lavoratori e degli imprenditori redimevano le loro questioni sotto la supervisione dei rappresentanti dello
Stato. Alla base del corporativismo c’era il concetto di “produttori” che riuniva in un unico ceto
imprenditori e lavoratori di un settore. Questi non dovevano lottare l’uno contro l’altro, ma collaborare per
il bene del settore produttivo che rappresentavano. Nonostante la centralità ideologica che ricopriva, il
corporativismo fu un fallimento.

(“Quota novanta”). Gli interventi in campo economico da parte del regime furono diversi. Uno dei più
famosi fu quello del 1926, voluto da Mussolini stesso e chiamato “quota novanta”. Lo scopo era quello
attuare politiche deflazionistiche per portare il valore delle lire in rapporto alla sterlina a 90 lire per una
sterlina, mentre da dopo la guerra questo valore era fisso a 153 lire per una sterlina. L’apprezzamento della
moneta, anche se andava a colpire le industrie esportatrici poiché toglieva competitività alle merci italiane
all’estero, facilitava le industrie che dipendevano dall’acquisto di materie prime o macchinari dall’estero e
favoriva l’afflusso di capitali. Le aziende che più beneficiarono di quota novanta, infatti, furono industrie del
settore metalmeccanico come la Fiat e la Breda, chimico come la Montecatini e via dicendo.

(L’intervento statale in economia dopo la crisi del ’29). Altro esempio di intervento economico in
economia da parte dello Stato fu quello avvenuto dopo la crisi del ’29. Lo Stato italiano fu colpito meno di
altri da questa crisi dato che, dopo una prima gestione di stampo liberista dell’economia col ministro
Alberto de Stefani, già dal 1925 col ministro Giuseppe Volpi si era intrapresa una politica autarchica.
Nonostante ciò la crisi partita dagli Stati Uniti destabilizzò il sistema bancario italiano obbligando lo stato a
intervenire: nel 1932 venne creato l’Istituto mobiliare italiano (Imi) che aveva lo scopo di finanziare a medio
e lungo termine le industrie colpite con l’emissione di obbligazioni; nel 1933 venne creato l’Istituto
ricostruzione industriale (Iri) che doveva intervenire nel salvataggio e risanamento delle aziende
acquistandone le quote azionarie. Questo istituto, che sopravvisse al fascismo, nel 1940 controllava il 45%
della produzione italiana di acciaio, l’80% della cantieristica navale e circa il 50% della produzione di ami e
munizioni.

5. L’Italia fascista nel mondo


(Il fascismo come modello). Il fascismo aveva l’intenzione di porre l’Italia come protagonista nel contesto
mondiale, ma anche, presentandosi come terza via, di proporsi come esempio per altri movimenti e regimi.
Il regime di Mussolini, in effetti, non mancò di ispirare quelli spagnoli di Primo de Rivera (1923-1930) prima
di Francisco Franco (1939-1975), quello portoghese iniziato da Antonio de Oliveira Salazar (1932-1974) e
quello nazista (1933-1945).

(I Fasci all’estero). La propensione del fascismo a proporsi come modello e a curare la sua immagine
all’estero lo spinse a sostenere le forze che lo tenevano come modello e a penetrare nelle comunità italiane
all’estero verso le quali venne iniziata un’opera di fascistizzazione con la creazione dei Fasci italiano
all’estero che facevano largo uso della propaganda. Altro compito dei Fasci all’estero era quello di
contrastare l’influenza sull’opinione pubblica degli antifascisti italiani che erano fuggiti principalmente in
Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti.
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L’antifascismo
Diverse furono le forme di opposizione al fascismo, quella dell’antifascismo fu la forma che decise di porti al
di fuori della cornice istituzionale del fascismo per presentare un’alternativa politica. Dopo il novembre del
1926, con l’introduzione del regime a partito unico, gli antifascisti furono costretti alla clandestinità o
all’esilio. Leader, dirigenti di partito o intellettuali come Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo Palmiro Togliatti,
Giuseppe di Vittorio e via dicendo, lasciarono l’Italia. All’estero i partiti aboliti dal fascismo in Italia vennero
rifondati coinvolgendo non pochi italiani emigrati. Il paese che ospitò più esuli fu la Francia con Parigi. Il
partito che in Italia riuscì a organizzarsi meglio nella clandestinità fu quello comunista con circa 10.000
iscritti fino al 1932, quando l’azione della polizia del regime riuscì a smantellarlo. Tra i dirigenti del Partito
comunista d’Italia che furono arrestati ci fu Antonio Gramsci che nel 1937 morì dopo 9 anni di prigionia per
problemi di salute peggiorati anche dal regime carcerario a cui fu sottoposto. L’altra esperienza significativa

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nel campo dell’antifascismo fu quella di Giustizia e Libertà (GL) fondata a Parigi nel 1929 su iniziativa di
Carlo Rosselli. GL organizzò in Italia alcuni gruppi clandestini, il più attivo dei quali fu quello torinese. Le
attività del movimento furono contrastate dal regime e il suo fondatore, Carlo Rosselli, assieme al fratello
Nello furono uccisi da estremisti francesi assoldati dal regime nel 1937, mentre i gruppi furono decimati
dagli arresti. Un diverso itinerario seguirono i cattolici che andarono in esilio, si ritirarono in Vaticano, come
Alcide De Gasperi o si inserirono negli ambienti dell’Azione Cattolica. Nonostante ciò il loro operato era
fortemente limitato dalla conciliazione tra lo Stato e la Chiesa. Inizialmente il fronte antifascista era
spaccato e vedeva da una parte i comunisti e dall’altra i socialisti, repubblicani e via dicendo. L’unione del
fronte antifascista avvenne solo con la salita al potere di Hitler, quando il VII congresso del Komecom del
1935 approvò la linea dei fronti popolari. La stagione di unità del fronte antifascista fu inaugurata dai
volontari internazionali nella guerra civile spagnola.
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(Le ambizioni del fascismo in politica estera). Il principale artefice della politica estera dell’Italia fascista fu
Mussolini, affiancato dal personale diplomatico e dal ministro degli Esteri quando non era lui a ricoprire
questa carica: Dino Grandi dal 1929 al 1932 e Galeazzo Ciano dal 1936 al 1943. Gli ambiti di interesse
prioritari del regime furono il Mediterraneo e l’Europa danubiano-balcanica. La politica estera fascista
portò:
- Nel 1924 al patto di amicizia italo-jugoslavo che permise l’assegnazione di Fiume all’Italia.
- Grazie all’appoggio della Gran Bretagna, tra il 1926 e il 1927 all’ottenimento del protettorato
sull’Albania che venne annessa al Regno nel 1939.
- All’avvicinamento dell’Italia all’Inghilterra grazie ai rapporti intrapresi da Mussolini con Austen
Chamberlain e Winston Churchill.
- All’accordo di amicizia e di non aggressione con l’Unione Sovietica nel 1933.
La politica estera adottata dal regime, detta del “peso determinante”, voleva porre l’Italia come ago della
bilancia degli equilibri europei, come la principale mediatrice tra interessi contrastanti per ritagliarsi uno
spazio e status geopolitico. La politica del “peso determinante” divenne più difficilmente applicabile con
l’avvento di Hitler, nonostante ciò il Duce riuscì a salvaguardare l’autonomia dell’Austria finché i rapporti di
forza glielo permisero. Questa linea fu proseguita fino al 1938 con la conferenza di Monaco che fu l’ultimo
atto di questa politica.

(I progetti coloniali e la conquista dell’Etiopia). La politica del “peso determinante” avrebbe dovuto dare il
consenso necessario al fascismo per espandersi nelle sue aree di interesse. I processi di espansione
coloniale italiani, dopo i successi sul fronte balcanico, guardavano al Mediterraneo e in particolare
all’Etiopia. L’interesse verso l’Etiopia era dato sia da una questione interna, si voleva aumentare il consenso
del regime riparando allo smacco subito ad Adua, sia da una questione geopolitica, infatti il paese era
bagnato dal Mar Rosso, ciò comportava un certo controllo delle rotte che passavano nel canale di Suez e
una conseguente maggior importanza italiana nello scacchiere mediterraneo. Mussolini era convinto che il
ruolo giocato alla conferenza di Stresa nel 1935 per arginare il revisionismo tedesco avrebbe indotto Londra
e Parigi a non opporsi all’impresa etiope. Nei primi giorni di ottobre del 1925 l’Italia attaccò l’Impero
d’Etiopia, Stato membro della Società delle Nazioni. Quest’ultima comminò delle all’Italia anche se lievi.
L’opinione pubblica mondiale, inoltre, condannò il gesto. Nonostante ciò l’opinione pubblica italiana
supportava fortemente l’impresa, influenzata dalla campagna propagandistica messa in piedi prima e
durante il conflitto dal regime. Inoltre dal punto di vista diplomatico Mussolini riuscì a relazionarsi bene co i
governi contrari all’impresa senza far perdere all’Italia il ruolo che stava giocando nel fronte Europeo
davanti all’aggressivo revisionismo tedesco. Nei primi di maggio del 1936 Mussolini dichiarò finita la guerra
e la nascita dell’impero. Il costo della guerra fu alto e andò a incidere su risorse che lo Stato poteva
investire per l’ammodernamento dell’esercito.

(Dopo la conquista dell’Etiopia). In realtà le operazioni militari in Etiopia proseguirono anche dopo il 1936 a
causa del movimento di resistenza etiope che si era andato a formare. L’esercito italiano reprimeva le
rivolte con un alto grado di spietatezza, usando anche i gas contro la popolazione civile. L’apice della
violenza fu però raggiunto nel 1937 quando, dopo il fallimentare attentato ai danni del generale Rodolfo
Graziani, venne dato il via a una repressione generale e spietata: Addis Abeba fu messa sotto sacco dalle

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milizie fasciste e dai militari provocando migliaia di morti e centinaia di religiosi della Chiesa ortodossa
etiope furono massacrati.

(Il sostegno a Franco e l’avvicinamento a Hitler). A indebolire i rapporti dell’Italia con Francia e Gran
Bretagna e ad avvicinare il paese alla Germani fu la partecipazione alla guerra civile spagnola affianco di
Franco. La decisione era dettata da una questione ideologica, la lotta contro il comunismo e il socialismo, e
geopolitica, rafforzare le proprie posizioni nel Mediterraneo a discapito della Francia. L’intervento fascista
in Spagna si concretizzò con l’invio di un corpo di spedizione. Nonostante il mantenimento di buoni rapporti
con la Gran Bretagna, con cui nel 1937 venne siglato il gentlemen’s agreement sullo status quo nel
Mediterraneo, Roma si avvicinava sempre più a Berlino come alleato subalterno. L’uscita nel dicembre del
1937 dalla Società delle Nazioni da parte dell’Italia segnava la decisione di Mussolini di porsi sulla linea
revisionista e bellicista intrapresa anche dalla Germania nazista.

6. Controllo totalitario, fascistizzazione, razzismo


(La stretta del controllo fascista sulla società). Lungo tutti gli anni Trenta il partito intensificò la sua presa
sulla società italiana. Due casi eclatanti di questa stretta furono l’obbligo della tessere per gli impiegati
statali e parastatali e il giuramento al regime da parte dei docenti universitari (1931). Già dal 1926 si
cominciarono a togliere ai ministeri le competenze sulle attività ricreative per affidarle al partito, ad
esempio dal 1926 si iniziò ad affidare la gestione dell’opera dopolavoro, associazione con 3 milioni di
iscritti, al PNF.

(L’influenza fascista sulle nuove generazioni e il monopolio sull’educazione). Più difficile fu da parte del
fascismo la presa del monopolio dell’istruzione in mano al Ministero della Pubblica istruzione e fortemente
influenzato dalla Chiesa tramite le sua associazioni giovanili. Per aver presa sui giovani il fascismo da subito
aveva dato vita alle associazioni dei balilla e degli avanguardisti che si occupavano dei ragazzi che andavano
dagli 6 agli 18 anni. Già nel 1926 venne creata l’Opera nazionale balilla, affiancato dalle associazioni
femminili, alle dipendenze prima del partito e dal 1929 del Ministero dell’Educazione nazionale che si
sostituì a quello della Pubblica istruzione. Nel 1937 venne creata la Gioventù italiana del littorio (GIL) alle
dipendenze del partito in cui confluirono tutte le associazioni giovanili precedenti. Alla fine del 1941 erano
8 milioni gli iscritti al GIL. Un ramo particolare dell’associazionismo fascista giovanile era quello dei Gruppi
universitari fascisti (GUF), in cui si svilupparono nuove visioni critiche nei limiti concessi dal regime.

(Il sistema previdenziale e assistenziale e le politiche a favore della natalità). Negli anni Trenta il regime
fascista perfezionò il sistema previdenziale concentrando la sua gestione in tre enti, l’INPS, l’INAIL e l’INAM.
Oltre a ciò il PNF sviluppò un’ampia attività assistenziale, dall’assistenza medica e dai sussidi per poveri agli
asili nido e le colonie per bambini. Queste politiche avevano un carattere palesemente paternalistico.
Centrali per il regime furono anche le politiche a favore della natalità in cui centrale era l’Opera nazionale
per la protezione della maternità e dell’infanzia (ONMI). Lo scopo di queste politiche era, ovviamente,
quello di incrementare la crescita demografica. All’OMNI si affiancavano diverse associazioni femminili
volte a promuovere un immagine tradizionalista della donna, quella di madre, sposa ed educatrice.

(L’autarchia e il maggior controllo dello stato nell’Economia). Anche se politiche autarchiche erano già
state adattate negli anni precedenti, dopo le sanzioni della Società delle Nazioni e l’aggressione dell’Etiopia,
lo Stato fascista imboccò in modo ancora più spinto la strada dell’autarchia. Questa nuova politica
economica rafforzò la presenza dello Stato nell’economia.
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Il ruralismo fascista e la bonifica integrale
La politica agraria fascista rientrava pienamente nella logica autarchica, infatti il suo scopo era quello di
aumentare la produzione al fine di diminuire l’acquisto di grano dall’estero che costituiva il 15% delle
importazioni totali. La “battaglia del grano” lanciata nel 1925 aveva come fine il raggiungimento
dell’autonomia cerealicola del paese, oltre che essere un ottimo veicolo di propaganda. In realtà la
“battaglia del grano”, anche se aumentò la produzione del grano, colpì le colture sacrificate a questa e andò
a discapito della modernizzazione del settore agricolo, i cui investimenti erano vincolati alle colture

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cerealicole. Un altro aspetto della politica ruralista fascista era la “bonifica integrale”, cioè il programma di
recupero del territorio paludoso da mettere a coltura. Per la bonifica furono creati Consorzi di bonifica in
cui furono inseriti i proprietari dei terreni obbligati a partecipare alla riqualificazione del territorio. Agli
interventi di bonifica fu connessa una politica di sostegno della mezzadria con l’obiettivo di favorire la
stabilità sociale nelle campagne, rafforzando inoltre il legame tra i contadini e la terra con queste forme di
contratto. La principale opera di bonifica realizzata dal regime fu quella delle paludi pontine tra il 1930 e il
1934 in cui furono recuperati circa 60.000 ettari di terra divisi in poderi e affidati a coloni per lo più veneti.
Oltre a ciò la bonifica portò alla nascita di nuove città, il caso più famoso è quello di Littoria, ora Latina.
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(La fascistizzazione della vita quotidiana). L’operazione per fascistizzare gli italiani acquisì una spinta
maggiore sotto la segreteria di Achille Starace. L’invasività della strategia adottata da Starace raggiunsero
livelli parossistici che allontanarono, invece di avvicinare, la popolazione dal fascismo. Alcuni esempi della
fascistizzazione della vita quotidiana sono: l’introduzione del “voi” fascista al posto del “lei” borghese, la
sostituzione della stretta di mano col saluto romano, l’esasperazione del culto del Duce, la proposta di
continue esercitazioni ginniche e la proposta a modello dell’uomo atletico, virile e soldato. Lo scopo di
Starace era quello di modificare antropologicamente gli italiani per trasformali nell’uomo nuovo fascista.

(L’uomo nuovo e la razza nuova). Negli anni Trenta il regime sviluppò anche un’organica politica razzista i
cui scopo era di creare la razza nuova eliminando tutti coloro che erano considerati “antirazza”, tra i quali
figuravano gli oppositori politici: la dissidenza politica assumeva caratteri antropologici e razziali. La politica
razzista del regime favorì la diffusione dell’antislavismo nelle zone del Nord-Est italiano e
nell’antiafricanismo nelle colonie. Qui in particolare venne creato un regime di apartheid giustificato dalla
presunta inferiorità naturale delle popolazioni locali. Qui vennero introdotte anche politiche che
impedivano i rapporti tra italiani e locali per paura del meticciato e per mantenere la “purezza del sangue”.

(L’antisemitismo e le leggi razziali). Per quanto riguarda l’antisemitismo, esso fu presente fino dall’età
giolittiana negli ambienti nazionalisti e, dopo la guerra, si era manifestato significativamente nella rivista
“La Vita italiana” di Giovanni Preziosi. Qui venivano pubblicati articoli su presunti complotti “demo-pluto-
giudaico-massonici”. Secondo queste teorie del complotto esistevano dei piani orditi da fantomatici
plutocrati ebrei che controllavano le democrazie capitaliste e borghesi. Da questi ambienti l’antisemitismo
si trasferì in quelli fascisti. La campagna di stampo antisemita raggiunse l’apice nel 1938 quando vennero
pubblicati il “Manifesto degli scienziati razzisti” nel luglio e le leggi razziali nel novembre. Queste leggi
introducevano una serie di norme discriminatorie nei confronti degli ebrei che: venivano esclusi
dall’amministrazione civile e militare, venivano espulsi dal PNF, subivano delle restrizioni se liberi
professionisti, venivano espulsi dalle scuole sia come insegnanti che come studenti e non potevano sposarsi
con gli italiani di “razza pura”. Nel gennaio del 1938 fu fatto anche un censimento degli ebrei italiani che
sarebbe stato poi usato nel 1943 dai nazisti per le deportazioni. La politica antisemita introdotta dal regime
non fu frutto di una diretta pressione tedesca, ma una libera decisione di Mussolini. Lo scopo principale era
quello di creare un nemico interno contro cui mobilitare le masse per radicalizzare l’esperimento totalitario
del regime.

(La reazione della società italiana alle leggi razziali). Le reazioni della società verso la politica antisemita
del regime furono diverse. Non mancarono il rifiuto e l’indignazione che nel tempo si affievolì a causa della
repressione delle manifestazioni di solidarietà verso il popolo ebraico e della propaganda d’odio messa in
campo dal regime. Nonostante tra il 1943 e il 1945 ci sia stata la collaborazione della Repubblica Sociale
nella deportazione degli ebrei, non mancarono reti di solidarietà, solitamente imbastite dalla Chiesa
cattolica, per aiutare la fuga degli ebrei dai territori occupati o per dare loro rifugio.

(L’adesione massiccia ma non costante degli italiani al fascismo). Per quanto riguarda il tema del consenso
di massa verso il fascismo si può dire che essa fu dovuta a diversi fattori di cui i principali sono la
coercizione, la propaganda e l’assistenzialismo. L’adesione al regime non fu uniforme e costante per tutto il
ventennio e per la maggior parte del tempo fu dettata dal conformismo. Lungo gli anni Trenta segnali di

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disaffezione al regime si fecero sempre più comuni, in particolare causati dall’inefficienza, dai problemi
economici e dall’abuso di potere dei gerarchi piccoli e grandi.

Capitolo 15. Da Weimar a Hitler


1. Le fragili radici di Weimar
(La nascita della Repubblica di Weimar). Dopo al fine della Grande Guerra e la fine del Reich, in Germania
era nata, per volontà degli alleati, dei socialdemocratici tedeschi e del Zentrum la Repubblica di Weimar,
una liberal-democrazia parlamentare. Nonostante ciò la Repubblica nasceva con dei presupposti poco
favorevoli:
- I tedeschi non accettavano la sconfitta, infatti il Reich era crollato senza che gli avversari fossero
entrati nel loro territorio e avessero vinto militarmente, inoltre la Germania aveva ottenuto la
vittoria sulla Russia e diversi suoi territori.
- Quello che fu considerato l’“armistizio della vergogna”, con cui la Germania si arrendeva e veniva
umiliata, fu accettato e firmato dai rappresentanti della Repubblica. Infatti i vertici militari, nel
momento della difficoltà, lasciarono al governo civile l’ingrato compito di firmare l’armistizio. Ciò
delegittimò la classe politica della Repubblica e la Repubblica stessa, considerata un’imposizione
delle potenze vincitrici e non frutto dell’espressione del popolo tedesco.
- Infine i vertici militari e i circoli nazional-conservatori diffusero il mito del “colpo alle spalle”,
secondo cui il Reich aveva perso a causa di un complotto ebraico-bolscevico. Secondo questa
visione gli ammutinamenti e la stessa rivoluzione di novembre che nel 1918 diede vita a una
repubblica dei soviet in Baviera ad opera degli spartachisti, anche se di breve durata, facevano
parte di questo complotto.
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Rivoluzione di novembre
La così detta rivoluzione di novembre dell’autunno/inverno 1918-1919 chiuse la parabola guglielmina e
sfociò nella fondazione della Repubblica di Weimar la cui costituzione venne varata l’11 agosto 1919. Le
cause della rivoluzione furono le sofferenze patite dalla popolazione durante la guerra e l’incapacità del
Reich di dare il giusto spazio alla classe operaia, inoltre dal 1916 il governo del paese fu tenuto dallo Stato
maggiore dell’esercito guidato da Paul von Hindemburg ed Erich Ludendorff che mettevano davanti agli
interessi della popolazione gli obiettivi militari. In questo clima nell’ottobre del 1918 scoppiò la rivolata dei
marinai di Kiev. Di qui la rivolta si estese in tutto il paese e il 9 novembre a Berlino fu proclamata la
Repubblica. Dopo la fuga dei Kaiser le richiesta di fondare repubbliche consiliari sul modello sovietico
furono respinte dalla classe dirigente della Spd che lasciò che la rivolta degli spartachisti fosse repressa nel
sangue con l’aiuto dei corpi franchi.
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(I tentativi di colpi di Stato). Se da una parte, negli anni Venti, gli eventi russi avevano favorito la nascita di
diversi tentativi di colpo di Stato da parte dei comunisti, dall’altra il mancato riconoscimento della
Repubblica e la propaganda revanscista avevano fatto lo stesso con i gruppi dell’ultradestra che in diversi
casi tentarono il putsch (come Hitler nel 1923) per emancipare il paese dalle “catene di Versailles”.

(L’instabilità politica). La Repubblica da subito fu guidata da un governo di centro-sinistra composta da Spd,


Zentrum e liberali, nonostante ciò già dal 1920 persero la maggioranza assoluta. Da allora fino alla fine della
Repubblica, la Germania visse in periodo di instabilità politica i cui governi si basavano sul compromesso tra
le forze di governo e i loro avversari antidemocratici, antirepubblicani e antiparlamentari spesso dotati di
milizie paramilitari che usavano la violenza come mezzo di lotta politica. Alla destra delle forze governative
c’erano tutti i gruppi conservatori, reazionari e revanscisti che si facevano portavoce delle élite militari,
terriere ed economiche, alla sinistra, invece, c’erano i comunisti che contendevano ai socialdemocratici i
consensi dei lavoratori delle fabbriche e dei contadini.

(L’iperinflazione). Un’altra sfida che si trovò ad affrontare la Repubblica di Weimar fu la crisi economica.
Questa crisi, legata ai debiti contratti durante la guerra e al pagamento delle riparazioni, causò un
fenomeno chiamato iperinflazione che toccò l’apice nel 1923: il reichsmark si svalutò talmente tanto che

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nelle campagne si tornò al baratto, le banche venivano rifornite con carriole di banconote e il valore della
singola banconota era inferiore di quello della carta su cui era stampata. Nel novembre del 1923 un dollaro
valeva 4,2 trilioni di marchi. La crisi si affacciava in un momento tragico, in cui c’erano operai e contadini in
piazza per le loro rivendicazioni e soldati smobilitati da ricollocare.

(L’occupazione della Rurh e la risoluzione della crisi). Dopo il mancato pagamento di alcune rate delle
riparazioni dovuto alla crisi economica, l’esercito franco-belga invase la Rurh per mettere pressione al
governo di Berlino. Il gesto generò una crisi da cui si uscì solo con due piani inglesi, il Dawes del 1924 e il
Young del 1929, con cui si ridusse e infine sciolse il debito di guerra tedesco e si riaprì il mercato tedesco ai
crediti internazionali.

(Gli effetti della crisi del ’29). Dopo un’iniziale ripresa della Germania, nel ’28 si cominciarono a cogliere
segni di recessione che si accentuarono con il crollo della borsa di Wall Street l’anno seguente. La crisi che
travolse il mondo occidentale pesò sui consensi della classe dirigente di Weimar che per contrastare la crisi
applicò politiche di austerità inasprendo i problemi sociali. A trarre vantaggio dalla situazione furono gli
opposti estremismi e in particolare, dagli anni Trenta, i nazionalsocialisti.

(La questione territoriale e dell’Anschluβ). Un’altra questione fondamentale che si trovò ad affrontare la
classe dirigente di Weimar fu quella territoriale. Per far risalire la Germania a rango di potenza era
necessario riappropriarsi dei territori abitati da popolazione a maggioranza tedesca sottratti al paese dopo
Versailles. Ad avvalorare questa visione era il principio di autodeterminazione dei popoli basato sulla
nazionalità proposto da Wilson e il più delle volte rimasto inascoltato a Versailles. Oltre ai territori della
Polonia e della Cecoslovacca dove erano forti le comunità tedesche c’era la questione dell’Austria, in
particolare in Germania era presente una forte corrente favorevole all’Anschluβ, ovvero all’annessione
dell’Austria alla Germania.

(Nascita e diffusione della Geopolitik). A favorire la diffusione della questione territoriale fu la fondazione
e la diffusione, anche in ambiente scolastico e nelle università, della Geopolitik, della geopolitica. Questa
disciplina, partendo dalla geografia, ridisegnava i confini dei paesi secondo parametri etnici. Molte furono,
tra gli anni Venti e Trenta, le riviste dedicate ai temi geopolitici.

2. La parentesi Stresemann
(Il quinquennio di Stresemann tra equilibrio economico e politico). Nel quinquennio 1924.1929 si registrò
un equilibrio economico che si tradusse in equilibrio politico, ciò fu possibile sia grazia al prevalere della
politica di appeasement britannica su quella revanscista francese, sia per i piani d’aiuto americani e la linea
di pacificazione portata avanti dall’allora ministro degli Esteri Gustav Stresemann. Sostenitore dell’Anschluβ
e di una Grande Germania che comprendesse tutti i territori in cui la componente maggioritaria era quella
tedesca, Stresemann portava però avanti una politica di compromesso con le potenze vincitrici. Lo scopo di
Stresemann era quello di riportare la Germania ad essere attore paritario delle altre potenze che volevano
creare un nuovo equilibrio europeo in cui Weimar fungesse da cordone antisovietico.

(Gli accordi di Locarno e l’ammissione della Germania nella Società delle Nazioni). La politica di
pacificazione portata avanti da Stresemann ebbe degli indubbi suggessi come i trattati di Locarno nel 1925
in con cui Germania, Francia e Belgio sancivano l’inviolabilità dei confini stabiliti a Versailles e la
smilitarizzazione della Renania e i trattati tra Germania, Francia, Belgio, Polonia e Cecoslovacchia che
impegnavano questi paesi a risolvere in modo pacifico le controversie territoriali. Sulla scia di questi eventi
nel 1926 la Germania fu ammessa alla Società delle Nazioni. Nel 1928 venne stipulato il trattato più
irrealistico della storia, il patto Kellogg-Briand, dai nomi del segretario di Stato americano e il presidente
francese, che sanciva la rinuncia della guerra come strumento di politica nazionale. Nel 1929 Stresemann
moriva.

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3. L’avvento di Hitler
(La grande depressione in Germania). Il crollo della borsa di Wall Street causò una depressione che colpì
anche l’Europa, legata finanziariamente agli Stati Uniti. La crisi colpì la classe operaia, ma anche la
borghesia provocando l’aumento della disoccupazione, il crollo del commercio, il crollo dei consumi e lo
sconvolgimento dei sistemi economici. Anche in Germania la crisi si diffuse portando al fallimento di
banche e a una crisi economica che rafforzò i partiti estremisti.

(Hitler, il Partito nazionalsocialista dei lavoratori e il suo programma). tra questi partiti c’era quello
nazionalsocialista dei lavoratori, un partito minoritario che nel 1928 aveva preso poco più del 2% e guidato
da Adolf Hitler, ex pittore mediocre, soldato nell’esercito bavarese durante la prima guerra mondiale e
leader del partito nazista nel partito nato a Monaco nel 1919. Il programma del partito nazionalsocialista,
redatto in 25 punti, era un minestrone ideologico che mescolava pangermanismo, antidemocratico,
antibolscevismo, antisemitismo e darwinismo sociale. Proprio per tale motivo il nazismo non è visto da
molti come un’ideologia articolata e forte come invece fu il comunismo, che aveva forti basi teoriche; esso
si basava sulla supremazia del Fuhrer Adolf Hitler, tanto che, potremmo dire, senza Fuhrer non c’era
nazismo.

(La seduzione sulle masse di Hitler e la retorica della “razza superiore”). L’elemento che andava a favore di
Hitler era la sua capacità oratoria che incantava le folle. La retorica hitleriana era vuota di contenuti e ricca
di slogan. Al centro del discorso hitleriano c’era la supremazia della razza ariana identificata con quella
tedesca. Tutti gli altri popoli erano gerarchicamente inferiori, in particolare gli slavi che dovevano essere
schiavizzati e usati come manovalanza, gli ebrei e gli zingari che dovevano essere eliminati in quanto “virus”
che contagiavano la “purezza della razza”. Questa comunità di popolo, secondo Hitler, aveva il diritto al suo
spazio vitale che gli era stato privato da Versailles.

(Il putsch di Monaco, il carcere e la stesura del Mein Kampf). I nazisti da subito si dotarono di una milizia,
le SA o camicie brune, che si impegnavano begli assalti squadristi contro sindacati e gruppi di sinistra. Nel
novembre del 1923 il tentativo fallito di putsch promosso dai nazisti costò il carcere a Hitler. Nei mesi di
prigionia dove scrisse il Mein Kampf, libro dove parla della sua funzione per la Germania e dove espone il
suo programma per il paese.

(L’instabilità dei governi di Weimar e i elettorali successi dei nazisti). Dopo la morte di Stesemann e la crisi
del ’29 finì lo “spirito di Locarno”. L’ultimo governo democratico fu quello del 1930, dopo di che si
susseguirono governi di emergenza guidati da cancellieri nominati dal presidente Paul von Hindenburg: fino
al 1932 fu cancelliere il conservatore Heinrich Bruning, dopo di che, tra il 1932 e il 1933, si susseguirono
Franz von Papen e Kurt von Schleicher. Questi governi si rivelarono inconcludenti e senza consenso. Nel
1933 Hindenburg e i conservatori decisero di appoggiarsi ai nazisti per trovare consensi, infatti il Partito
nazionalsocialista aveva ottenuto più del 18% nel 1930, più del 37% nel 1932 e più del 31% alla fine di
quell’anno. Il 30 gennaio 1933 il presidente Hindenburg nominò Hitler cancelliere.

(Hitler cancelliere). Lo scopo di Hitler era, però, quello di avere tutto il potere. Dopo aver scatenato le sue
SA contro gli oppositori, in particolare i comunisti, indisse nuove elezioni per il 5 marzo. Il 28 febbraio
l’incendio del Reichstag permise a Hitler di dichiarare lo Stato di emergenza con un decreto che eliminava le
libertà di stampa, di opinione, di associazione, di riunione ed eliminava l’inviolabilità di domicilio. In questo
consenso, con i comunisti apertamente perseguitati e le opposizioni sotto pressione, i nazisti presero quasi
il 44% dei consensi. Grazie all’alleanza col Partito tedesco-nazionale, baluardo della destra reazionaria, i
nazisti ottennero la maggioranza in parlamento. Il passo successivo fu quello di far votare al parlamento
una legge suicida che dava tutti i poteri al cancelliere. Per passare questa legge aveva bisogno di 3/4 dei
consensi che Hitler ottenne grazie ai voti dei deputati nazisti, dei tedesco-nazionali, alla non presenza di
comunisti e della maggior parte dei socialdemocratici fuggiti dal paese, dei cattolici Zentrum e dei liberali
che si piegarono davanti alle minacce naziste.

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(La liquidazione degli oppositori e delle resistenze interne al nazismo). Ottenuti pieni poteri, Hitler
cominciò ad eliminare l’opposizione estera ed interna al partito. Nel primo caso la mossa attuata da Hitler
fu quella dell’abolizione di tutti i partiti ad eccezione di quello nazista. Il partito venne preso d’assalto da chi
voleva saltare sul carro del vincitore tanto che già a maggio furono bloccate le iscrizioni. Nel secondo caso
fu preparata un’operazione di repressione interna per eliminare le SA che volevano una seconda ondata
rivoluzionaria: nella notte del 30 giungo 1934, la “notte dei lunghi coltelli”, la polizia segreta (Gestapo)
eliminò i presunti ribelli e gli elementi socialisteggianti all’interno del movimento. Vittima della repressione
fu lo stesso Ernst Rohm, colonnello generale delle SA. Dopo la repressione e la morte del presidente
Hindenburg nei primi di agosto, Hitler raccolse nella sua figura le cariche di cancelliere, presidente e capo
dell’esercito. Nonostante la sua parabola politica e i suoi successi futuri, Hitler non riuscì mai a guadagnarsi
le simpatie degli junker, che lo consideravano un “plebeo”, e dei vertici dell’esercito.

Capitolo 16. La Germania dalla dittatura alla guerra


1. L’instabile (non-)Stato hitleriano
(Una rivoluzione culturale). Lo scopo del nazismo era quello di dare vita a una rivoluzione culturale prima
che sociale. Lo scopo era quello di dare vita a una comunità di popolo tedesca, omogenea, riunita attorno
alla figura del Fuhrer e votata a raggiungere gli obiettivi da lui prefissati.

(Le SS e i campi di concentramento). Nel 1934 tutte le strutture di polizia e paramilitari del partito furono
riunite nelle SS formate già nel 1925 e guidate da Heinrich Himmler. Questo corpo, guardia personale del
Fuhrer, ebbe ampi compiti e poteri di polizia entrando spesso entrando spesso in conflitto di competenza
con la Gestapo. Le SS avevano anche compiti di sorveglianza nei campi di concentramento. Nel marzo del
1933, sul modello di Dachau, ne nacquero diversi. Qui nell’anteguerra venivano rinchiusi tutti gli oppositori
(in particolare i comunisti e i socialdemocratici) e quei soggetti che venivano considerati “asociali”,
“degenerati” o appartenenti a una “razza inferiore”. Qui venivano anche fatti esperimenti eugenetici su
individui non degni di appartenere alla razza germanica volti a migliorare la stirpe.

(Le politiche razziali e la “notte dei cristalli”). Uno degli scopi principali del nazismo era quello di estirpare
il “virus ebraico” dalla Germania. Nonostante qui la popolazione ebraica fosse solo lo 0,75% del totale, a cui
bisogna sommare gli individui di origine ebraica allontanatisi dalla comunità, il sentimento antisemita era
fortemente radicato nell’opinione pubblica. Appena salito al potere Hitler invitò la popolazione a boicottare
le attività gestite da ebrei. Visto che l’appello rimaneva inascoltato, il Fuhrer decise di passare dalle parole
ai fatti: prima, nel 1933, gli ebrei furono estromessi dall’amministrazione pubblica e dalle scuole, poi, nel
1935, con le leggi di Norimberga fu applicato un regime discriminatorio. Gli ebrei persero i diritti civili, si
videro colpiti nelle loro proprietà e nei patrimoni e fu loro impedito di sposarsi con gli “ariani”. A ciò il
governo sommò un paradossale “sionismo”, infatti, per coloro che potevano permetterselo, garantiva
l’emigrazione in Palestina su pagamento. Il culmine della campagna antisemita fu raggiunto nella notte tra
il 9 e il 10 novembre del 1938 quando, dopo l’attentato di un ragazzo ebreo a un diplomatico tedesco a
Parigi, le squadre scatenarono un pogrom in tutto il Reich, compresa l’Austria, distruggendo e dando alle
fiamme sinagoghe, negozi e case di ebrei.

(Il culto del Fuhrer e il totalitarismo nazista). Il mantenimento delle promesse, i successi economici e,
dopo, quelli militari, la propaganda e le diverse organizzazioni di massa che seguivano l’individuo dalla
nascita alla tomba, come la Gioventù hitleriana, crearono un apprezzamento trasversale che a volte si
trasformava in un vero e proprio culto, nei confronti di Hitler da parte dei tedeschi. Il nazismo, grazie alla
propaganda, alle sue diverse strutture e alla repressione si proponeva come un’ideologia totalitaria e
totalizzante il cui scopo era quello uniformare tutte le menti all’ideale hitleriano secondo cui il singolo non
contava nulla nei confronti del tutto per cui doveva essere disposto a sacrificarsi, inoltre centrale non era la
nazione, ma la comunità di sangue di cui ogni tedesco “razzialemente puro” era membro. Il
nazionalsocialismo, in relatà non aveva niente né di socialista, tanto che tutti i proclami socialisteggianti
come la nazionalizzazione dei trust non vennero mai rispettati (anzi, da subito i grandi industriali si
compromisero con il regime, mentre questo si occupava della liquidazione dei sindacati sostituiti dal Fronte

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tedesco del lavoro che raccoglieva tutti i produttori senza lasciare alcuno spazio di contrattazione agli
operai), né di nazionalista, in quanto il nazismo non basava la propria visione su caratteri nazionali, ma
razziali.

(Lo stato nazista, un’anarchia più o meno organizzata). Quello che si venne a creare nel regime nazista fu
un caos dei poteri a livello locale e centrale, dato dalla presenza di apparati statali, partitici e parapartitici
con competenze che spesso si sovrapponevano. Gli stessi sottoposti di Hitler erano in continua lotta tra di
loro per il controllo di cariche sempre più vicine al Fuhrer, gli stessi ordini del Fuhrer, che erano legge,
venivano interpretati e applicati in modi diversi da gerarca a gerarca, infine allo stato di diritto era
subentrato uno stato d’eccezione permanente, dove gli individui erano soggetti al volere dei gruppi
dominanti senza diritto di appello. Il caos che rappresentava il regime nazista fu definito dall’esule Franz
Neumann un’“anarchia più o meno organizzata”, un non-stato dove a prevalere era il caos giurisdizionale
per la gestione del potere, la lotta per la sopravvivenza politica, l’ambizione e la volontà del capo.

2. Le politiche economiche e sociali


(Il consenso e la politica economica). Il consenso attorno a Hitler non fu solo frutto della propaganda di
Goebbels, ma anche dei successi economici ottenuti soprattutto grazie al ministro dell’Economia dal 1934
al 1937 Hjalmar Schacht, economista liberale ed ex direttore della Banca Centrale. Schacht fu poi sostituito
nel suo ruolo da Hermann Goring che curò il passaggio all’economia di guerra. Schacht durante i suo
ministero rovesciò l’austerità weimariana promuovendo un programma keynesiano ante litteram, in
particolare venne promossa la costruzione di numerose infrastrutture che ridussero radicalmente la
disoccupazione, tanto che nel 1937 c’era una carenza di manodopera che fu supplita con l’uso dei lavori
forzati. Punta di diamante di questo progetto fu la costruzione di autostrade incentivata dalla diffusione
della Volkswagen, la “macchina del popolo”.

(Il riarmo e il benessere di massa). L’altro volano dell’economia tedesca fu il riarmo, portato avanti
prudentemente all’inizio per non allarmare la Francia e la Gran Bretagna, ma accelerato nel marzo del 1935
quando Hitler annunciò la rinascita della Wehrmacht in violazione del trattato di Versailles. In pochissimo
tempo, grazie allo sviluppo economico e alle diverse organizzazioni, i tedeschi passarono dalla povertà
diffusa a un rado di benessere modesto, ma accessibile alle grandi masse: graie a organizzazioni come Forza
dalla Gioia furono offerte a impiegati e operai opportunità di svago e di sport mai godute prima, turismo e
crociere di regime, prima accessibili solo all’aristocrazia o all’alta borghesia, divennero accessibili a tutti.

(La vita culturale). In questo periodo la vita letteraria e artistica, nonostante i limiti imposti dal regime, non
era ancora del tutto conforme ai dettami nazisti. Nonostante esistessero indici di “arte degenerata” e di
“musica degenerata” creati da Goebbels nel 1937, in Germania erano riusciti ad arrivare i film
hollywoodiani, la musica jazz e le traduzioni di libri famosi.

(I riti di massa). Come tutte le religioni laiche anche quella nazista aveva i suoi riti e i suoi miti. Il calendario
tedesco, ad esempio, era ritmato dalle celebrazioni riguardanti il Fuhrer e la sua vita, come l’anniversario
della presa del potere, il ricordo dei martiri del putsch di Monaco o il suo compleanno.
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Il rogo dei libri
Dopo il discorso all’Opera di Berlino di Goebbels del 10 maggio 1933 contro i libri “infetti” e “non tedeschi”
e il successivo rogo dei libri, in tutto il paese si diffusero i roghi. A cadere vittima della propaganda nazista
furono le letture comuniste, socialdemocratiche, di autori ebraici e tutte quelle considerate dal regime
antinazionali e corrosive dello spirito pubblico. Due giorni prima l’organo di stampa del partito,
l’“Osservatore popolare”, aveva fatto un elenco di tutti i testi e degli autori proibiti. Tra questi figuravano
Karl Marx, Friedrich Engels, Albert Einstein, Franz Kafka, Thomas Mann e via dicendo. La base ideologica di
questa strage di libri fu fornita dalle 12 tesi affisse da militanti studenteschi nazisti in licei e università in cui
si parlava della necessità della “purezza” di ogni opera letteraria e scientifica, in particolare dall’ebraismo.
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(La Chiesa cattolica e i protestanti). Per quanto riguarda il rapporto con le Chiese, il regime, nonostante

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fosse anticristiano, preferì la via della concordia. Con la Chiesa cattolica il regime hitleriano fece un
concordato nel 1933. La grande maggioranza dell’episcopato cattolico guardava con indifferenza se non con
sostegno al regime, considerato come un argine al bolscevismo. Poche furono le voci che si levarono contro
il nazismo da parte del clero cattolico. Il caso più eclatante è quello del vescovo di Munster Clemens von
Galen che denunciò il razzismo e il neopaganesimo nazista, mentre nel 1941 condannò il programma
segreto di eutanasia T4, destinato a “purificare la razza”. La condanna della politica razzista del regime
nazista avvenne solo nel 1937, quando Pio XI pubblicò l’enciclica “Con bruciante preoccupazione”. Per
quando riguarda il mondo protestante, esso si divideva in fiancheggiatori, critici e oppositori. Alcuni
ecclesiastici furono infatti arrestati e altri, impegnati in forme di resistenza, giustiziati. Ad opporsi sempre al
regime furono invece i testimoni di Geova che tra il 1937 e il 1939 costituivano il 5-10% della popolazione
dei campi di concentramento.

3. La Grande Germania
(Il progetto pangermanista). Il progetto pangermanista nazista prevedeva inizialmente la ripresa dello
“spazio vitale” tedesco, ovvero di tutti quei territori sottratti alla Germania abitati in maggioranza da
tedeschi, anche se i nazisti davano un accento razziale alla questione. Il pangermanesimo era un elemento
condiviso da buona parte dell’opinione pubblica tedesca, in particolare dagli ambienti nazionalisti, inoltre,
durante la Repubblica di Weimar, anche alcuni esponenti socialdemocratici erano affascinati
dall’aspirazione ad unificare tutte le popolazioni di lingua tedesca. Gli obiettivi geopolitici in questo campo
furono portati avanti senza causare conflitti da parte di Hitler, almeno fino all’invasione della Polonia a cui i
“guardiani di Versailles” risposero con la guerra.

(La fiducia nella non opposizione franco-britannica). Le mosse di politica estera di Hitler nello scacchiere
europeo erano dettate dalla convinzione del mancato intervento franco-britannico e della presenza di un
contesto favorevole dovuti a:
- La paura del comunismo che portava queste potenze a vedere la Germania nazista come un
cordone antibolscevico tra loro e l’Unione Sovietica.
- La politica di appeasement inglese e la certezza che la Francia non era disposta a intraprendere
un’altra guerra contro la Germania.
- La convinzione che la Gran Bretagna era troppo impegnata nel quadrante orientale con i
Giapponesi e a domare i nazionalismi nelle colonie per iniziare una guerra.
- L’isolazionismo statunitense e sovietico.

(Gli alleati revisionisti). Hitler era conscio del fatto di non avere né alleati né nemici. All’inizio del suo
governo non aveva nemmeno le simpatie di Mussolini che aveva elevato a esempio da seguire. A riprova di
ciò ci fu il mancato del colpo di Stato filonazista in Austria fallito anche a causa della contrarietà del Duce
del fascismo che schierò quattro divisioni sul Brennero. Mussolini, infatti, inizialmente non si fidava di Hitler
e voleva mantenere l’Austria autonoma come Stato cuscinetto tra i due paesi. Le cose cambiarono nel 1935
con l’impresa etiope che venne condannata dalla Società delle Nazioni, ma non dalla Germania nazista.
L’avvicinamento definitivo tra Italia e Germania avvenne nel 1936 con la partecipazione di entrambi alla
guerra civile spagnola affianco a Franco. Nel novembre dello stesso anno furono battezzati l’asse Roma-
Berlino e il patto anti-Komintern con Tokyo a cui Roma aderì l’anno seguente. I destini tra le due nazioni
furono suggellati con il Patto d’acciaio del maggio 1939. Nonostante ciò le élite militari tedesche
diffidavano dell’alleato italiano, considerato militarmente troppo debole e politicamente poco affidabile.

(Gli accordi e il riarmo). Nel 1933 la Germania abbandonava la Società delle Nazioni e nel 1934 firmava un
trattato di non aggressione con la Polonia per rompere l’isolamento a cui l’aveva costretta la Francia. Nel
1935, inoltre, Hitler firmò un accordo navale con Londra che limitava la flotta tedesca al 35% di quella
Inglese (anche se composta per il 50% da sottomarini). In pubblico Hitler si proclamava come difensore
della pace e molti in Europa erano disposti a credergli, ma in realtà queste tattiche erano solo mosse per
prendere tempo mentre stava portando avanti un ampio piano di riarmo.

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(Il recupero di Saar e Renania). In questo contesto internazionale assai propizio, Hitler poté ricominciare a
recuperare le terre tedesche a occidente: la prima fu la Saar nel 1935, a cui annessione fu sancita da un
plebiscito promosso dalla Società delle Nazioni, la seconda fu la Renania occupata dalle truppe tedesche nel
marzo del 1937 che con questo gesto stracciavano il trattato di Locarno.

4. La guerra di Spagna
(Una guerra civile con coinvolgimento internazionale). Quella spagnola non fu solo una guerra intestina,
ma anche una guerra in cui si affrontarono le diverse potenze, delineando quali sarebbero stati gli
schieramenti futuri. Inoltre fu la prima volta in cui Italia e Germania collaborarono militarmente.

(L’alzamiento contro la Repubblica). La guerra civili scaturì dalla ribellione (alzamiento) delle Forze armate
spagnole guidate da diversi generali, tra i quali poi emerse Francisco Franco, contro la legittima Repubblica
spagnola nata nel 1931 dopo l’abdicazione di Alfonso XIII. La guida del paese era affidata al Fronte popolare
– composto da comunisti, socialisti, repubblicani e anarchici – che alle elezioni del febbraio del 1936
avevano vinto sul Fronte nazionale che raccoglieva le destre. La scintilla che fece scoppiare la rivolta fu
l’assassinio del leader monarchico Josè Calvo Sotelo da parte di un poliziotto di tendenze socialiste. Dopo
questo fatto le truppe in Marocco e nella zona metropolitana insorsero appoggiate dalla Falange, un
movimento filo-fascista, dai monarchici, dai reazionari, dai proprietari terrieri e dai clericali. A porsi a difesa
della Repubblica furono, invece, le fazioni governative con l’appoggio di operai, braccianti e una parte
consistente della borghesia. Il problema principale del fronte repubblicano erano, però, le fratture interne,
infatti non mancarono scontri interni come quelli del 1937 in cui i comunisti filosovietici repressero i gruppi
combattenti del Poum composti da trozkisti.

(La neutralità delle democrazie, l’intervento delle altre potenze). Entrambi gli schieramenti spagnoli
potevano contare sull’aiuto di forze esterne. Mentre Francia e Gran Bretagna si dichiararono neutrali, Hitler
e Mussolini scesero in campo affianco di Francisco Franco: l’Italia fascista inviò 50 mila uomini e la marina a
bombardare le coste repubblicane, la Germania nazista testò i suoi carri armati e i caccia della Luftwaffe
con effetti disastrosi come quelli causati a Guernica nella primavera del 1937. Dalla parte repubblicana,
invece, intervenne l’Unione Sovietica finanziando i combattenti e rifornendoli di armi, cari armati e aerei.
Inoltre dall’Urss arrivarono commissari politici che si occuparono anche della liquidazione di anarchici e
trozkisti. Oltre agli aiuti sovietici arrivarono 40 mila volontari da tutta Europa organizzati nelle Brigate
internazionali. Fra questi c’erano anche dei battaglioni italiani come il Garibaldi o le brigate di Giustizia e
Liberta. Alla guerra civile parteciparono nomi illustri come Palmiro Togliatti, Luigi Longo e Giuseppe Di
Vittorio.

(La vittoria di Franco). Dopo quasi tre mesi di duri combattimenti, i nazionalisti di Franco riuscirono a
conquistare Madrid a fine marzo del 1939 e il primo aprile si conclusero le ostilità col trionfo franchista.

5. La via tedesca alla guerra mondiale


(La militarizzazione dell’economia). Per riconquistare lo spazio vitale era essenziale portare avanti il riarmo
e Hitler era convinto che la Germania doveva passare all’azione entro il 1943-45, data dopo la quale il
vantaggio militare del Reich sarebbe terminato. Per tale motivo il Fuhrer affido al capo della Luftwaffe,
Goring, la gestione dell’economia col fine di velocizzare il riarmo. Il passo successivo fu accantonare gli
ufficiali tiepidi della Wehrmacht e sottoporre la guida dell’esercito direttamente a Hitler.

(L’annessione dell’Austria). Il primo obiettivo della Germania era l’Austria: dopo aver fomentato i nazisti
locali la Wehrmacht nel marzo del 1938 invadeva l’Austria senza trovare opposizione. Anche Mussolini,
ormai diventato alleato subordinato della Germani, non si oppose alla cosa, anche perché non aveva più la
forza per farlo. Nonostante l’iniziale accoglienza, il comportamento arrogante degli occupanti e i pogrom
che seguirono alimentarono il sentimento indipendentista. Dopo l’occupazione l’Austria venne annessa al
Reich. Le previsioni di Hitler sul non intervento anglo-francese si rivelarono fondate: la Gran Bretagna non
era disposta a iniziare una guerra per un’azione di Berlino che comunque riteneva giustificata dalla logica

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wilsoniana dell’autodeterminazione, mentre la Francia non aveva concepito strategie attive e sperava
ancora nelle promesse di pace di Hitler.

(I sudeti in Cecoslovacchia e la conferenza di Monaco). Il secondo obiettivo di Hitler era la Cecoslovacchia,


in particolare rivendicava il diritto dei sudeti di associarsi al Reich. Anche in questo caso la Gran Bretagna di
Chamberlain portò avanti la sua politica di appeasement, nonostante l’opposizione di Winston Churchill,
mentre la Francia confidava nell’esercito cecoslovacco che era di buona caratura. Il governo di Praga,
spaventato dalla minaccia nazista, riallacciò i rapporti con la Gran Bretagna, mentre con la Francia era già
legata da un’alleanza. Berlino fissò la data di invasione al 1° ottobre del 1938, ma prima di questa data
intervenne la diplomazia. Londra, Parigi e in parte anche Roma erano ancora legati a una visione
diplomatica che, visti i tempi, era già passata. Quella i Monaco, infatti, fu l’ultimo atto in questo senso.
Contro voglia Hitler la proposta di Mussolini di una conferenza con Chamberlain ed Édouard Daladier,
primo ministro francese. Il 29 settembre a Monaco i quattro leader si incontrarono e il Fuhrer ottenne ciò
che diceva di volere, ovvero l’annessione dei sudeti al Reich in cambio della rinuncia alla guerra e
dell’impegno a preservare i confini cecoslovacchi.
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Sudeti
Con il termine sudeti si intende sia la catena montuosa tra Germania e Cecoslovacchia, sia la popolazione
tedesca che abitava quella zona. La dissoluzione dell’Impero asburgico e il principio di autodeterminazione
wilsoniano creavano vita alla questione dell’appartenenza statuale dei sudeti. In particolare nella regione in
cui vivevano queste popolazioni si radicò la volontà di ricongiungersi alla Germania, ma sia la minoranza
slava, sia il governo cecoslovacco, che possedeva quelle zone dopo il trattato di Saint-Germain del
settembre 1919, erano contrari. La volontà dei sudeti di passare sotto la sovranità della Germania fu ben
rappresentata dal Partito tedesco dei sudeti, nato nel 1933 e guidato dall’avocato Konrad Heinlein. Il
partito negli anni fu infiltrato dai seguaci di Hitler allo scopo di radicalizzare il conflitto. Alla fine, alla
conferenza di Monaco, gli anglo-francesi cedettero alle pressioni tedesche e acconsentirono all’annessione
dei sudeti al Terzo Reich che avvenne nel settembre del 1938).
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(L’occupazione della Boemia e della Moravia). Nonostante le promesse fatte a Monaco, le continue
minacce di invasione fecero capitolare Praga, totalmente abbandonata dagli anglo-francesi, che si arrese
alle truppe tedesche che non trovarono resistenza. Anche Polonia e Ungheria, in accordo con la Germania si
spartirono dei territori cechi e slovacchi. In questo caso il territorio conquistato non fu annesso al Reich, ma
trattato come una colonia in quanto la popolazione in questione non era tedesca, ma slava.

(L’occupazione della Polonia). L’obbiettivo successivo fu la Polonia che Hitler rivendicava denunciando
maltrattamenti sulla minoranza tedesca e rivendicando i territori precedentemente appartenuti al Secondo
Reich e poi affidati a Varsavia dalla pace di Versailles. Per Hitler, in realtà, la Polonia era un serbatoio di
risorse e manodopera per il Reich. La data per l’attacco della Polonia fu fissato per il 26 agosto del 1939 e
questa volta il Fuhrer non accettò mediazioni convinto anche della non entrata in guerra anglo-francese. le
ultime illusioni inglesi e francesi sul mantenimento della pace evaporavano; Londra e Parigi corsero ai ripari
formalizzando trattati di difesa con Polonia, Romania e Grecia, nel frattempo venivano avviate trattative
segrete con Mosca che, però, fallirono per la reciproca diffidenza. Andate male le trattative con i anglo-
francesi, Stalin, conscio che l’Unione Sovietica non era pronta a una guerra con la Germania, accettò
l’offerta fatta in extremis da Hitler: i due paesi firmavano un accordo di non belligeranza e si dividevano la
Polonia. Il 23 agosto fu sugellato il patto Molotov-Ribbentrop, dal nome dei ministri degli Esteri sovietico e
tedesco, che sconvolse il mondo. Il 1° settembre le truppe tedesche iniziarono l’invasione della Polonia,
mentre l’Unione Sovietica l’attaccava da est. La “guerra lampo” (Blitzkrieg) portata avanti dai tedeschi
portò in poco tempo alla caduta di Varsavia, ma anche allo scoppio della seconda guerra mondiale.

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Capitolo 17. La seconda guerra mondiale: tempo primo (1939-1941)


1. La guerra europea comincia in Polonia
(L’invasione della Polonia e la strana guerra). Il 1° settembre 1939 una cinquantina di divisione tedesche
iniziarono l’invasione della Polonia. Per Francia e Gran Bretagna rimanere neutrali anche in questo caso
significava abdicare al proprio ruolo e rango di potenze mondiali. Nonostante ciò la Polonia crollò già ai
primi d’ottobre, senza dare il tempo alle due potenze di aprire un fronte sul Reno. I mesi successivi, fino al
10 maggio del 1940, si caratterizzarono per la mancata discesa in campo degli anglo-francesi che si stavano
preparando alla guerra. Il periodo in questione, definito “strana guerra” infatti non era frutto della politica
di appeasement del ungo tempo che serviva per mobilitare l’intero apparato industriale e bellico dei due
grandi paesi. A ciò bisogna aggiungere la sicurezza della Francia di essere ben difesa dalla linea Maginot e
dall’idea di entrambi i paesi di avere il tempo dalla propria quando, in realtà, Hitler mordeva il freno per
accelerare le operazioni belliche. Il Fuhrer intendeva chiudere al più presto la partita principalmente perché
era convinto di avere una vita breve davanti a se.
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Linea Maginot
La linea Maginot era un sistema di fortificazioni permanenti eretto dalla Francia lungo la frontiera con
l’Italia, la Svizzera, la Germania, il Lussemburgo e il Belgio ideata dal ministro della Guerra André Maginot.
Tale linea difensiva era composta da avamposti, barriere anticarro, filo spinato, artiglierie, caserme
sotterranee e diverse infrastrutture come le ferrovie. Nella concezione francese questa doveva essere una
linea difensiva invalicabile in caso di attacco italiano o tedesco, ma era un progetto legato ancora a una
visione di guerra basata sulla trincea. Quello che non veniva tenuto conto era il rinnovato potenziale
dell’aviazione e dei reparti corazzati, cosa invece tenuta ben presente dal comando tedesco. Questa linea
difensiva, inoltre, non presentava fortificazioni permanenti in alcune zone considerate invalicabili, a
cominciare dalle Ardenne da dove invece passarono i tedeschi. La linea Maginot ebbe un effetto psicologico
negativo sui francesi che si convinsero di essere al sicuro dietro di essa. Ciò li spinse a rinviare l’offensiva
fino all’invasione tedesca.
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(Il governo della Polonia occupata, l’eliminazione di polacchi ed ebrei). Anche la Polonia come la
Cecoslovacchia fu ridotta dal Fuhrer a una colonia del Reich. Lo scopo qui era quello di ripopolare la zona
con tedeschi, tentativo che fallì a causa della carenza di coloni, e di schiavizzare la popolazione slava. La
zona denominata Governatorato Generale, centrata su Varsavia e Cracovia, doveva invece essere la zona
destinata ai polacchi e ridotta alla sussistenza. L’occupazione nazista si tradusse anche nell’eliminazione o la
prigionia di milioni di polacchi e, dal 1941, lo sterminio degli ebrei. La somma delle vittime in Polonia, sia
nella metà nazista che in quella sovietica, è di circa 6 milioni.

2. Le campagne del nord


(L’invasione sovietica dei paesi baltici e della Finlandia). Dopo la presa della Polonia lo sguardo di Stalin si
rivolse ai paesi baltici. Lo scopo era quello di creare una fascia di paesi che proteggesse la Russia dal futuro
e inevitabile scontro con le “potenze imperialistiche”, scontro che i sovietici cercavano di rinviare il più
possibile per preparare il paese alla guerra. Nel giugno del 1940 Estonia, Lettonia e Lituania furono invase.
L’altro obiettivo di Stalin era la Finlandia la cui conquista avrebbe rafforzato la protezione di Leningrado.
Dopo inutili trattative, nel novembre del 1939 l’Armata Rossa passò all’offensiva. Le truppe finlandesi
riuscirono a resistere e l’unica cosa che ottenne Stalin fu l’espulsione dell’Urss dalla società delle Nazioni.
Una nuova offensiva sovietica nel marzo del 1940, però, permise all’Unione Sovietica di acquisire alcune
regioni orientali della Finlandia.

(L’invasione tedesca di Norvegia e Danimarca). Per anticipare uno sbarco anglo-francese in Scandinavia
che avrebbe interrotto i traffici di materiali ferrosi provenienti dai porti svedesi ed essenziali per l’industri
bellica tedesca, Hitler preparò un piano d’invasione: nei primi di aprile del 1940 i paracadutisti e la marina
tedesca occuparono i principali porti norvegesi mentre la Wehrmacht occupava la Danimarca. La spedizione
anglo-francese i difesa della Norvegia fu un fallimento e il paese in giugno fu occupato dall’esercito
tedesco. Alla Svezia fu risparmiata l’invasione. In questo caso il Fuhrer, che in realtà voleva tenere fuori i

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“fratelli” scandinavi dalla guerra, diede ordine di trattare con rispetto popoli che considerava ariani tanto
quanto quelli germanici.

(Nuovi leader pronti alla guerra in Francia e Gran Bretagna). L’aggressività sovietica e tedesca nella
regione scandinava ebbe come effetto la vittoria elettorale, in Francia e Gran Bretagna, di leader pronti a
combattere la guerra fino in fondo. Nel marzo del 1940 in Francia venne eletto Paul Reynaud che subito
strine un patto con Londra per assicurarsi reciprocamente contro qualsiasi pace separata; nel maggio in
Gran Bretagna Winston Churchill sostituiva Neville Chamberlain.

3. Hitler a Parigi, Mussolini a Mentone


(La minaccia anglo-francese a ovest). A campagna polacca in corso, Hitler aveva già cominciato a pensare a
un piano d’invasione della Francia, infatti la conquista dello spazio vitale non sarebbe mai stato sicuro con
la minaccia ad occidente rappresentata da Francia e Inghilterra. Altro elemento che andava contro ala
Francia era il revanscismo tedesco nei suoi confronti. Nonostante ciò Hitler non aveva progetti sul come
organizzare la zona occidentale anche perché non aveva ben chiaro come classificare radialmente la
popolazione oltre Reno.

(La strategia per sconfiggere i francesi). Il piano di invasione della Francia prevedeva un Blitzkrieg, dunque
una guerra lampo, che aggirando la linea Maginot passando per il Belgio, doveva invadere il paese da nord
con reparti corazzati per poi puntare su Parigi e accerchiare l’esercito francese costringendolo alla resa. La
guerra doveva essere veloce così poi la Germania si sarebbe potuta occupare dell’Unione Sovietica. Una
guerra lunga e di logoramento, inoltre, si sarebbe tradotta in una sconfitta a lungo andare.

(L’invasione e l’occupazione di Parigi). Il 10 maggio 1940 iniziò l’offensiva: le colonne della Wehrmacht
penetrarono in Belgio, Olanda e Lussemburgo attraversando le Ardenne che i francesi, a torto,
consideravano impenetrabili per le forze corazzate tedesche. In una settimina al’esercito tedesco,
appoggiato dalla Luftwaffe, aveva messo fuori gioco la Francia: le truppe francesi e inglesi erano chiuse in
una sacca lungo la Manica, mentre dal porto di Dunkerque iniziava la missione di salvataggio per portare le
truppe nell’isola inglese. Da qui 300 mila soldati, soprattutto inglesi, furono salvati. Se Hitler avesse agito
tempestivamente costringendo alla resa questi uomini la Gran Bretagna si sarebbe trovata senza buona
parte del suo esercito e sarebbe stata messa in condizione di non nuocere per un lungo periodo. Gli storici
dibattono ancora adesso sui motivi dell’esitazione del Fuhrer. Il motivo, secondo molti, stava nella volontà
di Hitler di non voler cominciare una guerra contro l’Impero Britannico con cui voleva raggiungere un
accordo di pace (così da garantirsi anche il non intervento statunitense). Nonostante ciò Hitler non aveva
calcolato la determinazione di Churchill. Il 14 giugno le avanguardie tedesche presero Parigi. Nel frattempo
il primo ministro Reynaud si dimise lasciando il suo posto al maresciallo Philippe Pétain che firmò la resa a
Compiègne, nello stesso vagone ferroviario in cui la Germania aveva firmato la sua resa nel novembre del
1918. In un mese e mezzo il Fuhrer aveva sconfitto la Francia umiliandola.

(L’entrata in guerra dell’Italia). Quando la vittoria tedesca sulla Francia sembrava imminente, Mussolini
volle saltare in extremis sul carro dei vincitori: il 10 giugno l’Italia dichiarò guerra alla Francia e alla Gran
Bretagna. Il ritardo nell’entrata in guerra della penisola era dettato dalla consapevolezza che l’esercito
italiano, dopo l’Etiopia e la Spagna, era in condizioni pietose, nonostante ciò la paura della fine della guerra,
dell’esclusione dell’Italia dalla divisione delle spoglie della Francia e la paura che la non belligeranza
avrebbe causato le ire di Hitler e la conseguente invasione dall’Austria spinsero il Duce, contro il parere di
gerarchi come Italo Balbo, del Re e del Vaticano, di entrare in guerra. A questo punto l’Italia inviò 15
divisioni a combattere contro le 3 divisioni francesi nel confine occidentale con la Francia. I successi furono
inesistenti e le truppe regie avanzarono di pochi chilometri arrivando a Mentone, mentre Milano e Torino
erano bombardate. Nonostante ciò l’Italia ottenne, dopo la capitolazione francese, una zona di occupazione
nel sud-est della Francia.

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(Il governo collaborazionista di Vichy). Dopo la capitolazione la Francia fu divisa in una zona occupata nella
parte nord e in quella occidentale, mentre nel centro e nel sud-est si insediava nella città di Vichy un
governo collaborazionista guidato da Pétain e sotto la supervisione tedesca.

4. Ma Londra non si arrende


(De Gaulle e il movimento “Francia Libera”). Un manipolo di soldati e generali francesi non accettarono la
sconfitta e organizzarono la resistenza ponendosi sotto la guida del generale di brigata Charles de Gaulle,
capo del movimento Francia Liberata, che si trovava in esilio a Londra. Churchill, per impedire che le colonie
francesi con la flotta stanziata in Africa, passassero sotto il controllo tedesco, riconobbe De Gaulle come
alleato e rappresentante della Francia occupata. Nonostante ciò, per sicurezza, la flotta inglese nel luglio
distrusse quella inglese stanziata nel proto algerino di Mes-el-Kebir per evitare che i tedeschi se ne
appropriassero.

(La resistenza inglese e il sostegno americano). Da quando Churchill era salito al governo si era opposto a
qualsiasi compromesso con la Germania e aveva intrapreso la resistenza a oltranza mobilitando tutte le
risorse dell’Impero. Lo scopo era quello di resistere nella speranza di un intervento degli Stati Uniti. Tale
intervento non era impossibile in quanto, sia Churchill che Franklin Roosevelt erano consci che la Germania,
se avesse vinto in Europa, avrebbe potuto usare il continente per poi aggredire il Nuovo Mondo. Una
vittoria dell’Asse si sarebbe tradotta per gli States nella conversione a una politica di guerra permanente
che avrebbe messo fine al “sogno americano” basato su uno stile di vita caratterizzato dal benessere
materiale. Proprio per tale motivo, nel marzo del 1941, Roosevelt avviò un programma di affitto e prestiti di
armi e aiuti destinato principalmente alla Gran Bretagna.

(L’operazione “Leone Marino”). A questo punto Hitler si trovava a un bivio: attaccare l’Unione Sovietica o
rendere al’’impotenza la Gran Bretagna. Alla fine optò per la seconda per evitare di dare inizio a una guerra
su due fronti. A tale scopo Hitler nel luglio del 1940 preparò l’operazione “Leone Marino” che doveva
essere preparata da bombardamenti della Luftwaffe contro industrie e città per demoralizzare la
popolazione. In seguito doveva avvenire l’invasione dell’arcipelago. L’operazione “Leone Marino”, già a
settembre, si rivelò un fallimento in quanto le perdite dell’aeronautica furono numerose, la produzione
industriale non fu bloccata e la popolazione mantenne alto il morale. Inoltre l’invasione dell’isola si era
rivelata impossibile per la superiorità navale inglese. A questo punto la Hitler decise di occuparsi del fronte
sovietico preparando l’operazione “Barbarossa”.

5. Fronte sud-est, dai Balcani al Nordafrica


(I fronti italiani). L’idea di Mussolini, per non dimostrare la dipendenza dell’Italia dalla Germania, era quella
di portare avanti una guerra parallela e di conseguire delle vittorie che non facessero sembrare Roma la
parente povera di Berlino. I fronti in cui si impegnò l’Italia furono due: il Mediterraneo e i Balcani. A
contrapporsi alle mire espansionistiche fasciste era l’Impero Britannico contro cui Mussolini indirizzò la
propaganda.

(Il fronte africano e l’intervento tedesco). La prima offensiva italiana si concentrò in Nordafrica: dalla Libia i
200 mila soldati italiani guidati da Rodolfo Graziani dovevano occupare l’Egitto britannico così da prendere
Suez e puntare ai giacimenti petroliferi mediorientali. Nonostante ad opporsi agli italiani ci fossero solo 30
mila inglesi, nel 1941 le truppe regie erano riuscite a spingersi solo fino a Bengasi. Le motivazioni di questo
fallimento erano molteplici: la scarsa mobilità italiana, infatti benzina e camion scarseggiavano, l’inferiorità
dei carri armati leggeri italiani a confronto dei blindati britannici, i temporeggiamenti di Graziani. La
Germania voleva rimanere fuori dallo scacchiere africano, ma non poteva permettere che gli italiani
venissero travolti in Africa, in quanto ciò significava concedere il Mediterraneo agli inglesi oltre che un
trampolino di lancio da cui minacciare il continente. Per tale motivo Hitler decise di mandare un robusto
contingente, l’Afrika Korps, guidato da Erwin Rommel in aiuto agli italiani. Da questo momento in poi gli
italiani ebbero un ruolo subordinato anche nel fronte africano e ciò si tradusse in un’ulteriore umiliazione.

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(Il fronte balcanico e il soccorso tedesco). L’altro fronte in cui si impegnò Mussolini fu quello balcanico. In
particolare nell’ottobre del 1940 si diede inizio all’invasione della Grecia dall’Albania. Da subito Hitler
considerò la spedizione un errore, infatti dopo pochi chilometri l’avanzata italiana fu fermata e dopo poche
settimane l’avanzata verso Atene si ridusse nella difesa dell’Albania dalla controffensiva ellenica. Anche qui
la Germania si vide costretta a intervenire che nell’aprile del 1941 presero prima la Jugoslavia, per evitare
che passasse in campo nemico, e la Grecia.

(Gli insuccessi bellici italiani e il declino del regime). I palesi insuccessi militari del regime segnarono l’inizio
della fine del fascismo. Il fallimento bellico fu sempre frutto dell’impreparazione dell’esercito e
dell’incapacità dei comandi. L’avventurismo di Mussolini cominciò ad essere criticato sia dalla monarchia
che dalle gerarchie del partito. Inoltre la popolazione cominciava a sperimentare i sacrifici connessi alla
guerra e l’umiliazione di essersi ridotti a satellite della Germania. L’aspirazione italiana a intraprendere una
guerra parallela si rivelò disastrosa, inoltre divenne sempre più palese che l’alleanza Roma-Berlino-Tokyo
era tutto fuorché basata su strategie coordinate: ognuno seguiva i propri interessi e apriva i propri fronti.
Questo fu uno dei motivi del fallimento dell’Asse.

6. Operazione “Barbarossa”
(L’attacco tedesco e il triplice fronte). Il 22 giugno 1941 la Germania riversò contro l’Unione Sovietica 3
milioni e mezzo di soldati, più di 3000 carri armati, quasi 3000 aerei e più di 7000 cannoni. Alle 152 divisioni
tedesche si aggiungevano 14 divisioni finlandesi, altrettante romene e un corpo di spedizione italiano
formato da 60 mila uomini (Csir: Corpo di spedizione italiano in Russia). Mussolini, nonostante la
contrarietà di Hitler, decise di inviare il corpo di spedizione per riparare all’umiliazione subita in Nordafrica
e dimostrare di essere il “primo alleato” della Germania. Nonostante ciò il corpo di spedizione era mal
equipaggiato e non era pronto per affrontare l’inverso russo. L’attacco tedesco aprì nel vasto territorio
russo tre fronti:
- Fronte settentrionale a Leningrado.
- Fronte centrale a Mosca.
- Fronte meridionale a Kiev e nel Caucaso.
Durante tutta la guerra Hitler non seppe definire quale dei tre fronti fosse il più importante, anche se
particolare attenzione fu riservata all’Ucraina per le risorse agricole e al Caucaso per quelle energetiche. La
vastità del fronte (più di 2000 chilometri), l’allungamento delle linee di rifornimento e l’impossibilità di una
Blitzkrieg in un fronte così vasto contribuì a demoralizzare le truppe.

(Le condizioni dell’Armata Rossa durante l’attacco). Alle truppe naziste si contrapponeva l’Armata Rossa
composta da 4 milioni e 700 mila soldati, di cui la metà era stanziata negli Urali, e poco meno di duemila
carri armati. Tali forze furono prese di sorpresa dall’attacco tedesco, infatti il Cremlino era convinto di aver
rimandato lo scontro con il patto di non belligeranza almeno fino al 1942. Inoltre Stalin era convinto che
Hitler non avrebbe aperto un altro fronte senza prima aver liquidato la Gran Bretagna. La principale
preoccupazione del dittatore, fino ad allora, era infatti il fronte contro il Giappone. Il problema principale
che affliggeva l’Armata Rossa all’epoca era la scarsità di ufficiali, infatti degli 80 mila ufficiali 30 mila erano
stati arrestati o fucilati durante le purghe staliniane, mentre altri 10 mila erano stati degradati o esonerati.
All’epoca di “Barbarossa” la riorganizzazione dell’Armata Rossa era appena stata cominciata e pochi erano
gli ufficiali di esperienza ereditati dalla prima guerra mondiale. Tra questi spiccava Georgij Zukov, massimo
stratega dell’Armata Rossa.

(La fulminante avanzata tedesca e i massacri nazisti). Le condizioni in cui versava l’Armata Rossa spiegano
la fulminea avanzata della Wehrmacht che già nell’estate-autunno del 1941 aveva posto sotto assedio
Leningrado, mentre nel novembre dello stesso anno era arrivata alle periferie di Mosca, Kiev, Odessa e
Rostov, pronta ad avventarsi sul Caucaso. Nonostante ciò, contrariamente alle previsioni di Hitler, l’Unione
Sovietica non collassò, inoltre, anche in quelle zone dove i tedeschi furono visti come liberatori (Ucraina e
paesi baltici), le truppe naziste divennero subito invise alla popolazione a causa dei massacri compiuti ai
danni dei civili.

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(La svolta nazionalista di Stalin e la “grande guerra patriottica”). La situazione in cui si veniva a trovare
l’Unione Sovietica spine Stalin a lanciare la carta del patriottismo per legare la popolazione contro il nemico
occupante: nei primi di luglio del 1941 Stalin lanciò via radio la “grande guerra patriottica” combattuta non
in nome del comunismo, ma della tradizione della grande Russia. Un fattore che in questa fase andò a
favore dell’Unione Sovietica fu la grande disponibilità di uomini, infatti, nonostante le quasi tre milioni di
perdite, il Cremlino riusciva a rimpinguare le file dell’Armata Rossa. A ciò si aggiunse la presenza
dell’apparato industriale e bellico che, durante l’invasione, fu fatto spostare dalla Russia europea agli Urali.

(Le difficoltà dell’esercito tedesco e la controffensiva sovietica). Dopo la vittoriosa e fulminea avanzata, la
Wehrmacht cominciava a sentire il peso della carenza di effettivi, impegnati nei diversi fronti (tra cui quello
Nordafricano) o nel mantenimento delle zone occupate, del vantaggio logistico e morale dell’unione
Sovietica che era avvantaggiata e motivata dal fatto che combatteva sul suo territorio nazionale,
dell’ostilità delle popolazioni occupate e delle condizioni climatiche dell’inverno in arrivo. La prima svolta
della campagna di Russia si ebbe all’inizio del dicembre del 1941, quando l’Armata Rossa, rafforzata dalle
truppe provenienti dalla Siberia, respinsero le avanguardie tedesche a Mosca e iniziarono la controffensiva.
Nonostante il contrattacco russo non fosse decisivo, metteva fine alle speranze tedesche di schiacciare
l’Unione Sovietica con una breve campagna.

Capitolo 18. La seconda guerra mondiale: tempo secondo (1941-1945)


1. Le premesse della guerra fra Washington e Tokyo
(Le mire espansionistiche giapponesi). Già dai primi anni Trenta il Giappone, sotto la morsa della crisi
economica globale e le spinte degli ultra-nazionalisti che simpatizzavano per fascisti e nazisti, cercò di
costruirsi un vasto spazio coloniale a danno della Cina – all’epoca guidata dal Guomindang che aveva
stabilito la capitale del Paese a Nanchino, ma che aveva un controllo solo nominale sul territorio cinese – e
delle colonie europee in Asia. Per l’Impero del Sol Levante le priorità erano acquisire territori ricchi di
materie prime di cui non disponevano e sostenere le proprie ambizioni di grandezza tramite
l’espansionismo militare.

(La conquista della Manciuria). Nel 1931 un corpo di spedizione nipponico aveva conquistato la Manciuria,
ricca di risorse naturali, imponendo un governo fantoccio. Questo era il primo passo di una sorta di
“dottrina Monroe” giapponese. I nipponici infatti si ponevano come potenza egemone dell’Asia orientale.
Lo scopo dell’Impero del Sol Levante era quello di controllare la Cina e i mari adiacenti a fini sia economico-
commerciali che imperiali. Per fare ciò, però, era necessario spodestare le potenze occidentali dal loro
ruolo egemone nella regione.

(L’invasione della Cina). Nel luglio del 1937 il Giappone lanciava una violenta offensiva contro il nord della
Cina, che poi si estese nel centro e nel sud-est coinvolgendo aree di diretto interesse occidentale e zone
ben controllate dal governo di Nanchino. Conseguenza dell’attacco degli interessi occidentali fu il maggior
avvicinamento a Berlino che si concretizzò prima col patto anti-Komintern del 1936, poi col patto Tripartito
del settembre del 1940. Con questo patto Roma, Berlino e Tokyo si promettevano assistenza reciproca in
caso di guerra e si dividevano il mondo in tre macroaree geografiche: alla Germania spettava l’Europa,
all’Italia il Mediterraneo e al Giappone l’Asia e il Pacifico.

(La dipendenza del Giappone dalle importazioni e la guerra economica con gli States). Il principale tallone
d’Achille del Giappone era la sua dipendenza dalle importazioni, in particolare per quanto riguardava le
materie prime e, in particolare, il petrolio e l’acciaio acquistati principalmente da Stati Uniti e Gran
Bretagna. Questa linea di rifornimenti si interruppe nel 1939 quando l’opinione pubblica americana,
indignata dalle violenze nipponiche in Cina, spinse il governo ad abrogare il trattato commerciale con Tokyo
e a intraprendere una guerra economica con questa che minacciò la sopravvivenza stessa dell’Impero del
Sol Levante. Con l’attacco tedesco dell’Urss, la stretta economica di Washington si accentuò. Tale scelta fu
dettata dalla paura di Roosevelt di un attacco su due fronti alla Russia che avrebbe portato alla caduta
dell’Unione Sovietica e alla spartizione tra le due potenze delle sue immense risorse. A quel punto

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l’America si sarebbe trovata in una condizione sfavorevole a livello internazionale. A questo punto per il
Giappone si presentarono due possibilità: attaccare l’Unione Sovietica per accelerare la caduta del regime
comunista o attaccare States e Gran Bretagna per preservare la linea di rifornimenti. L’embargo americano
spinse Tokyo verso la seconda scelta. Iniziata la crisi, il Giappone intraprese trattative segrete per il ritiro
dell’embargo con gli Stati Uniti. Questi chiedevano il ritiro totale dei giapponesi dalla Cina. Davanti a queste
condizioni la scelta era tra capitolare o passare all’offensiva: il 1° dicembre il Consiglio della Corona
deliberava per l’offensiva su Pearl Harbor.

(Le strategie pre-belliche statunitensi). Da subito Roosevelt si era dimostrato dalla parte della Gran
Bretagna, in particolare dopo la caduta della Francia che era vista come un rischio anche per gli States. La
Casa Bianca, allora, aveva cominciato a portare avanti una politica di aiuto verso i fratelli inglesi,
nonostante ciò l’intervento non era ancora possibile a causa della contrarietà dell’opinione pubblica, che si
sentiva sicura e lontana dallo spettro della guerra, e di buona parte del Congresso, formato da neutralisti e
isolazionisti. Nonostante ciò gli States, per tutelarsi, occuparono la Groenlandia e l’Islanda tra l’aprile e il
luglio per evitare che la Germania potesse usarle come base d’appoggio per una futura invasione del Nuovo
Mondo. Roosevelt, anche davanti all’opposizione dell’opinione pubblica e del Congresso, era convinto che
l’entrata in guerra dell’America fosse inevitabile, per tale motivo decise di giocare la carta dell’idealismo e,
in un discorso al Congresso nel gennaio del 1941, definì l’America come la garante mondiale delle Quattro
Libertà: di parola, di culti, dal bisogno e dalla paura, proponendo una visione anche più radicale
dell’universalismo wilsoniano che non teneva conto delle questioni sociali.

(La firma della Carta atlantica). Il 14 agosto 1941 venne formata la Carta atlantica da Roosevelt e da
Churchill al loro primo incontro alla baia di Terranova. In questo documento d’impronta wilsoniana veniva
definito il futuro ordine mondiale. Il documento affermava principi come l’autodeterminazione dei
popoli,l’espansione della democrazia e il non riconoscimento delle terre conquistate con la forza. Con
questo documento non si andava contro non solo a quello che rappresentavano i regimi fascista e nazista,
ma anche a all’imperialismo nipponico contro cui montava sempre più la critica dell’opinione pubblica
americana anche per l’influenza che su di essa aveva la “Cina Lobby”, un gruppo di pressione molto
influente.
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La Carta atlantica
La Carta atlantica era un’affermazione di principi ispirata ai valori del liberalismo e dell’internazionalismo
wilsoniano, influenzato anche dai principi esposti da Roosevelt nel discorso sulle Quattro Libertà. I principi
fondati della carta, che dovevano ridisegnare l’ordine mondiale postbellico, erano otto:
1. Stati Uniti e Gran Bretagna non puntavano a ingrandimenti territoriali.
2. Eventuali cambiamenti di frontiera dovevano avvenire per consenso.
3. Tutti i popoli avevano diritto all’autodeterminazione.
4. Le barriere doganali dovevano essere abbassate.
5. Si doveva ricercare la cooperazione economica fra tutte le nazioni e sviluppare il benessere sociale.
6. Bisognava combattere per un mondo libero dalla paura e dal bisogno.
7. La navigazione doveva essere libera.
8. Gli aggressori andavano disarmati e dopo la guerra bisognava concordare u n disarmo comune.
Churchill non era entusiasta della parte della Carta che parlava del diritto dell’autodeterminazione dei
popoli, in quanto rappresentava una bomba a orologerie per l’Impero coloniale britannico. D’altra parte il
primo ministro inglese non era nelle condizioni di obbiettare, in quanto l’aiuto americano era essenziale per
la sopravvivenza del Regno Unito e la firma della Carta atlantica era un altro passo verso l’alleanza con gli
States.
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(Pearl Harbour e la dichiarazione di guerra della Germania agli States). Il 7 dicembre del 1941
l’aeronautica giapponese attaccava la flotta americana stanziata a Pearl Harbor, nelle Hawaii, distruggendo
6 corazzate e mettendone fuori gioco 2. Molti aerei furono gravemente danneggiati e i morti, tra soldati e
civili, furono quasi 2500. Con questo attacco e con la seguente dichiarazione di guerra da parte di Hitler e
Mussolini agli States, si apriva un nuovo fronte che spostava a sfavore dell’Asse gli equilibri bellici, in

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particolare in un momento segnato dal fallimento dell’operazione “Leone Marino” e dall’impantanamento


di “Barbarossa”. La scelta di Hitler di dichiarare guerra agli Stati Uniti fu sicuramente dettata dalle clausole
del patto Tripartito, ma anche da una sottovalutazione del potenziale bellico americano e dalla convinzione
che il paese si sarebbe impegnato e logorato nel Pacifico lasciando campo libero alla Germania
nell’Atlantico.

(Una guerra globale). Dal dicembre del 1941 la guerra assunse una dimensione mondiale. La guerra
coinvolgeva tre oceani, il Pacifico, l’Atlantico e l’indiano, mentre impegnava diversi paesi divisi in due
fazioni: l’Asse composta da Germania, Giappone e Italia affiancate dai satelliti (Bulgaria, Romania,
Jugoslavia e via dicendo) e l’Alleanza, composta da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica a cui si
aggiunsero, verso la fine della guerra, numerosi paesi tra cui alcuni che avevano aderito precedentemente
all’Asse. Nonostante il carattere mondiale la guerra si caratterizzava per la presenza di una moltitudine di
fronti: Stalin contro Hitler, Gran Bretagna contro Italia e Germania in Africa, angloamericani contro il
Giappone nel Pacifico e in Asia e contro Hitler in Europa.

2. La Shoah e la guerra di Hitler


(Il progetto hitleriano di eliminazione degli ebrei). Per Hitler la guerra avrebbe dovuto risolvere una volta
per tutte la questione ebraica. Tra il 1941 e il 1945 furono 6 milioni gli ebrei sterminati, assieme a centinaia
di migliaia di appartenenti al popolo romanì e di altre “razze inferiori”. Lo scopo di questa operazione era
quello di “purificare la razza” e di germanizzare lo spazio vitale. Lo stesso Fuhrer disse che l’espansione a
est aveva come fine la germanizzazione mentre le popolazioni locai, considerate inferiori, dovevano essere
trattate “come pellerossa”. Dove non poteva arrivare l’emigrazione forzata, secondo la visione nazista,
sarebbe arrivata la “soluzione finale”. Il termine che fu adottato nel dopoguerra per indicare lo sterminio
degli ebrei fu “Shoah”, termine ebraico biblico che si può tradurr in “catastrofe”.

(Responsabilità personali e collettive dello sterminio degli ebrei). Per quanto riguarda le responsabilità
dello sterminio degli ebrei è fuor dubbio che ci siano state responsabilità individuali – quella di Hitler, degli
organizzatori del genocidio, degli esecutori materiali – però non sarebbe esatto stabilire una responsabilità
collettiva del popolo tedesco, nonostante sia appurato che milioni cittadini del Reich sapessero.

(Dall’espulsione degli ebrei alla soluzione finale in oriente). La svolta nella politica di sterminio degli ebrei
avvenne nel 1941, dopo l’attacco dell’Unione Sovietica e l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Secondo Hitler
la conseguenza ovvia di una guerra contro queste potenze la potenza “giudaico-bolscevica” e quella
“giudaico-pluto-democratica” era l’iniziò della liquidazione degli ebrei. Con la conquista dell’Europa dell’est,
che fece acquisire alla Germania territori abitati da milioni di ebrei, si mettevano da parte le politiche volte
a far emigrare la componente ebraica in Palestina e in America – che tra il 1933 e il 1941 avevano fatto
uscire dal Reich circa 500 mila gli ebrei – e si diede inizio alla “soluzione finale”. I principali artefici dello
sterminio furono Reinhard Heydrich, assassinato dai partigiani cecoslovacchi nel 1942, e Heinrich Himmler,
capo delle SS.

(Dalle fucilazioni di massa alle camere a gas). Non appena occupato il territorio sovietico ai soldati della
Wehrmacht e alla SS fu affidato il compito di fucilare sul posto tutti gli ebrei, i partigiani e i comunisti che
trovavano. Nonostante ciò il trauma causato nei soldati che letteralmente impazzivano durante le
fucilazioni di massa, spinse i vertici a cambiare metodo. Fu così che si ricorse all’uso dei gas venefici in
camere mobili o in quelle presenti nei campi di sterminio. I campi si concentravano soprattutto nell’est, in
particolare in Polonia, dov’era presente il famigerato campo di Auschwitz, dove furono uccisi più di un
milione di ebrei.

(Il ruolo dell’Italia nell’eliminazione degli ebrei). Alla deportazione e allo sterminio degli ebrei presero
parte anche i satelliti del Reich oltre che l’alleato italiano. Anche l’Italia, verso la fine della guerra, si dotò
del suo campo di sterminio nella Risiera di San Sabba, a Trieste, destinato allo sterminio di ebrei, partigiani
e oppositori politici. Durante l’occupazione nazista dell’Italia dei 50 mila ebrei presenti nel paese, 10 mila
furono trucidati dai nazisti con l’aiuto dei fascisti e dei collaborazionisti. Il caso più famoso di rastrellamento

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degli ebrei fu quello del Ghetto di Roma dell’ottobre del 1943. Nonostante ciò non mancarono casi di
disobbedienza e di aiuti agli ebrei, in particolare da parte di reti clandestine organizzate dalla Chiesa
cattolica. In Francia le vittime della Shoah furono 80 mila, 1/4 degli ebrei presenti prima dell’occupazione.

(Il mondo viene a conoscenza dei campi di sterminio). Già nel dicembre del 1942 cominciarono a filtrare le
prime notizie della “soluzione finale” e da subito i membri della coalizione antihitleriana affermarono che i
crimini sarebbero stati puniti, nonostante ciò nessuno pianificò una strategia per la liberazione dei campi o
per l’aiuto degli ebrei. Nonostante le critiche mosse a Pio XII per il suo silenzio, oggi sappiamo del
coinvolgimento del clero e dello stessi Vaticano nel salvataggio di migliaia di ebrei in Italia e non solo.

3. Midway-El Alamein-Stalingrado: le svolte militari della guerra mondiale


(La rapida crescita della potenza militare statunitense). Hitler aveva calcolato che gli States avrebbero
impiegato cinque anni per convertire la loro economia per la guerra, ma i suoi calcoli si rivelarono errati: se
nel 1940 gli Stati Uniti avevano 331 carri armati e quasi 13 mila aeroplani, nel 1942 disponevano già di quasi
25 mila carri armati e poco meno di 49 mila aerei. Nel 1944 il 40% del materiale bellico era prodotto dagli
States le cui fabbriche, al contrario di quelle italiane, tedesche e giapponesi, erano ben lontane dai
bombardamenti. Inoltre gli Stati Uniti non soffrivano della stessa carenza di materie prime dell’Asse.

(L’ipotesi di una strategia comune contro l’Impero britannico). Dopo Pearl Harbor il Tripartito si trovò
fortemente in svantaggio sul fronte bellico e l’unico modo che aveva per portarsi in vantaggio era quello di
applicare una strategia comune e non di combattere ognuno per se. Già nel gennaio del 1942 la diplomazia
tedesca si impegnò per convincere i giapponesi di applicare una strategia comune. Tale strategia prevedeva
un’operazione a tenaglia dall’Asia sud-orientale, dal Caucaso e dal Nordafrica per circondare l’Urss, in modo
che non potesse più ricevere aiuti dagli Stati Uniti, e puntare sull’India per conquistarla, facendo pressione
sui nazionalismi locali, in modo da far crollare l’Impero britannico. Sul come sconfiggere gli Usa, Hitler
ammetteva in privato di non avere alcuna idea.

(Le incertezze strategiche dei giapponesi). Per quanto riguarda il Giappone i vertici dopo Pearl Harbour
erano indecisi sul da farsi. Le strategie tenute in conto erano due: l’ammiragliato proponeva di proseguire
la guerra nel Pacifico spingendosi alla conquista delle Midway e da li delle Hawaii; altri suggerivano di porsi
sulla difensiva e di concentrarsi sul continente e, appoggiandosi ai nazionalisti di Subhas Bose, liberare
l’India dal controllo dei britannici. Il rischio di perdere l’India, in cui oltre ai nazionalisti di Bose era nato il
Partito del Congresso guidato da Mahatma Gandhi, spinse Londra a promettere l’indipendenza a guerra
finita.

(Il progetto giapponese per l’Asia). Il progetto del Giappone in Asia, considerata “sfera di coprosperità
asiatica”, si basava, come l’idea dello “spazio vitale” tedesco sulla superiorità razziale. Nonostante ciò, al
contrario della Germania, il primo obiettivo dei giapponesi era di cacciare i “bianchi” dal continente e per
farlo erano disposti a mettere da parte i pregiudizi di sangue e creare una grande comunità di Stati asiatici,
anche se basata sulla superiorità nipponica. Per Hitler, invece, la creazione di una comunità europea era
impensabile perché, secondo la sua visione, gli altri popoli non erano degni di convivere con quello
superiore tedesco. La linea giapponese si affermò soprattutto nel 1943 quando il nuovo ministro degli
Esteri, Mamoru Shigemitsu, nel novembre convocò la conferenza della Grande Asia dell’Est a cui
parteciparono i rappresentanti di Giappone, Manchukuò, Cina, Birmania, Filippine e Thailandia, insomma
tutti i nazionalismi asiatici antieuropei. Alla base del progetto della Grande Asia dell’Est c’era il motto “l’Asia
agli asiatici” e la lotta dello “spiritualismo orientale” contro il “materialismo occidentale”. L’asiatismo
giapponese, anche se solo di facciata, mobilitò una serie di movimenti anticoloniali che volevano
approfittare della guerra per raggiungere l’indipendenza.

(Le sconfitte giapponesi nel Pacifico). Il primo colpo d’arresto subito dall’Impero del Sol Levante fu nella
battaglia delle Midway, nel giugno del 1942, quando la marina nipponica perse quattro delle sue migliori
portaerei. Gli americani inflissero un’altra severa sconfitta ai giapponesi nella campagna di Guadalcanal,
presso le isole Salomone (agosto 1942 – febbraio 1943). Da allora la sconfitta del Giappone divenne

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questione di tempo e non sarebbe bastato riunire attorno a se i nazionalismi asiatici per compensare
l’inferiorità strategica.

(Il fronte nordafricano: da El Alamain allo sbarco alleato in Algeria e Marocco). Nei primi di luglio del 1942
le truppe italo-germaniche guidate da Rommel avevano raggiunto El Alamein, a novanta chilometri da
Alessandria. Nonostante ciò i britannici, guidati dal nuovo comandante Bernard Montgomery, riuscirono a
radunare forze almeno il doppio più numerose di quelle italo-germaniche, peraltro esauste. Con la vittoria
nella battaglia di El Alamein (ottobre-novembre 1942), l’VIII armata di Montgomery sfondò le linea nemiche
mentre Rommel, disobbedendo a Hitler, batteva in ritirata. Raggiunta la Tunisia nel maggio del 1943 le
truppe italo-germaniche furono costrette ad arrendersi. La sconfitta dell’Asse in Nordafrica fu suggellata
dallo sbarco angloamericano in Marocco e in Algeria dove fu subito sconfitta la blanda resistenza posta
dalle truppe fedeli a Vichy.

(Il summit di Casablanca). Nel gennaio del 1943, mentre le truppe angloamericane sconfiggeva quello che
restava delle truppe italo-germaniche, Roosevelt e Churchill si incontrarono in Marocco a Casablanca.
Stalin, che fu invitato, non partecipò ufficialmente perché troppo impegnato in patria, ma anche perché
irritato dalla sbarco in Nordafrica e dalla mancata apertura di un secondo fronte europeo che avrebbe
alleggerito la pressione tedesca sull’Armata Rossa. La principale decisione che venne presa a Casablanca fu
quella di imporre la resa incondizionata all’Asse. La cosa assicurò Stalin che temeva una pace separata degli
angloamericani con la Germania.

(La svolta nel fronte russo con la battaglia di Stalingrado). La svolta nel fronte russo avvenne nella
battaglia di Stalingrado. La città era un obiettivo primario per Hitler, dato che la sua presa avrebbe aperto
alle truppe tedesche la strada verso il Caucaso e il petrolio del Caspio, obiettivo fondamentale dato che il
carburante cominciava a scarseggiare. A Stalingrado la resistenza sovietica fu tenace. Nella città si combattè
strada per strada, casa per casa. Iniziata nel settembre del 1942, la battaglia si concluse nel febbraio del
1943 con la resa (nonostante l’ordine di Hitler di resistere fino alla morte) del feldmaresciallo Friedrich von
Paulus e di quello che restava della VI armata. La battaglia, che divenne un simbolo, ebbe un forte effetto
per entrambe le potenze in gioco: in Germania i vertici militari cominciavano a chiedersi che senso avesse
proseguire la guerra, in Unione Sovietica, invece, si profilava la possibilità di liberare la patria e di marciare
fino a Berlino.

4. Crollo del fascismo e collasso dell’Italia


(I bombardamenti alleati sull’Italia). Nella fine di ottobre del 1942 iniziarono i bombardamenti alleati
contro cui l’aeronautica e la contraerea italiana non potevano niente. I bombardamenti si concentrarono
soprattutto sul “triangolo industriale”. Col passare del tempo i bombardamenti si intensificarono
culminando nel bombardamento di Roma del luglio 1943 che causò 3000 morti. Lo scopo dei
bombardamenti sui centri abitati era quello di demoralizzare la popolazione e far cedere il fronte interno
(cosa che effettivamente avvenne).

(Fattori che delegittimarono il regime). Il fascismo e Mussolini, anche dopo l’entrata in guerra, erano
sostenuti da un ampio consenso, come prova l’alto numero di volontari presentatisi nelle caserme. La
popolarità del regime cominciò a calare dopo le prime sconfitte militari in Francia e nei Balcani.
L’andamento della campagna africana e le privazioni causate dall’economia di guerra furono altri motivi
dello scontento verso il regime. Dopo la sconfitta in Africa e la ritirata di Russia la popolarità per il fascismo
e per il Duce era scomparsa e i bombardamenti alleati contribuirono ad aumentare l’odio e il risentimento
verso il regime. Questo malcontento divenne palese con lo sciopero di Torino del 5 marzo 1943.nel nord
cominciavano a organizzarsi i nuclei antifascisti che poi avrebbero dato vita alla Resistenza. Nonostante ciò
gli antifascisti pronti a imbracciare le armi contro il regime erano una minoranza, la maggioranza della
popolazione era composta da non-fascisti che non capivano più per quale motivo erano entrati in guerra e
che volevano solo la conclusione del conflitto.

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(La ricerca di una via d’uscita). Davanti a questa situazione i vertici militari, la corte, ma anche le alte
gerarchie fasciste cominciarono a cercare una possibile via d’uscita. Già dal febbraio del 1943 i canali
diplomatici si mossero per cercare un accordo con gli alleati senza capire che dopo Casablanca l’unica
soluzione era la resa incondizionata. Da una parte c’era anche chi, come Dino Grandi, che voleva far
dimettere il Duce per poi cercare un rovesciamento di alleanze che avrebbe permesso all’Italia di
mantenere i territori anteguerra e la classe politica fascista. La paura della dirigenza fascista era che la loro
caduta avrebbe comportato o il caos o l’avvento del comunismo.

(Lo sbarco anglo-americano in Sicilia). A sostenere lo sbarco in Sicilia fu Churchill che puntava a colpire il
“ventre molle” dell’Asse per privarla di un alleato. Lo sbarco in Sicilia avvenne il 10 luglio 1943. Man mano
che gli alleati sgomberavano l’isola vi insediavano, in veste di amministratori, i mafiosi locali e, secondo
alcune fonti, anche italo-americani, che riuscivano a mantenere l’ordine e che erano rancorosi verso
Mussolini che aveva, a suo tempo, portato avanti un’operazione per eliminare la Mafia nell’isola affidata al
“Prefetto di ferro” Cesare Mori. In generale durante tutta l’avanzata gli alleati, salutati come liberatori dalla
popolazione, cercarono di non lasciare vuoti di potere che potevano essere presi da comunisti e socialisti.

(L’incontro a Feltre tra Hitler e Mussolini e la caduta del Duce). Mussolini capì che la sua unica speranza
era quella di separarsi dal suo alleato germanico. Nell’incontro con Hitler a Feltre del 19 luglio 1943 il suo
scopo era quello di chiedere un appoggio militare alla Germania nella speranza di un rifiuto che gli avrebbe
dato il motivo di defilarsi dalla guerra. Nonostante ciò durante l’incontro parlò solo Hitler che lo investì di
minacce. Contemporaneamente truppe tedesche si ammassavano nel Brennero pronte ad occupare la
penisola in caso di un nuovo tradimento italiano. In quegli stessi giorni i gerarchi del partito avevano
maturato l’idea di destituire Mussolini per sacrificarlo e salvare loro stessi. L’operazione fu avvallata da re
che voleva salvare il trono e sondare un cambio di alleanze al quale, però, gli alleati non erano disponibili.
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943 a palazzo Venezia il Gran Consiglio del fascismo votò a
maggioranza l’ordine del giorno proposta da Dino Grandi con cui si sollevava il Duce, si riaffidava il
comando dell’esercito al re e si tonava allo Statuto. Il giorno seguente Mussolini veniva convocato a Villa
Savoia, destituito da Vittorio Emanuele III che lo sostituì con Pietro Badoglio (che stava negoziando
segretamente con gli angloamericani) e arrestato dai Regi Carabinieri. Con la caduta di Mussolini il regime e
il fascismo evaporarono. La gente scese in piazza a festeggiare la fine della dittatura, nonostante ciò
Badoglio alla radio annunciava la continuazione della guerra.

(L’armistizio e la fuga del re e del governo). Ben presto il cambio di casacca si rivelò impraticabile e il re
diede ordine di firmare, il 3 settembre, l’armistizio di Cassibile, presso Siracusa. Davanti all’esitazione di
Badoglio di annunciare l’armistizio, Dwight Eisenhower lo rese pubblico l’8 settembre, costringendo il
nuovo capo del governo italiano ad annunciare la fine delle ostilità contro gli alleati. L’annuncio di Badoglio
fu, però, vago in quanto non veniva dichiarata guerra alla Germania, ma si annunciava solo di rispondere in
caso di aggressione. Il 9 settembre re, corte e governo fuggirono nella Brindisi liberata, dando vita al
“Regno del Sud” sotto la stretta dipendenza alleata, lasciando l’esercito allo sbando. Solo la flotta si salvò
consegnandosi a quella britannica stanziata a Malta. A questo punto la Wehrmacht cominciò la sua discesa
nella penisola incontrando poca resistenza e a prendere il controllo nelle zone sotto la direzione italiana. I
casi più famosi di resistenza alle truppe tedesche furono quello di Cefalonia, dove caddero quasi 2000
uomini, e di porta San Paolo a Roma. Tra l’8 settembre del 1943 e la fine della guerra 650 mila soldati
finirono internati, 180 mila accettarono di unirsi ai tedeschi e alcune migliaia si diedero alla macchia
unendosi alla Resistenza.

(L’occupazione nazista del nord). Dopo la discesa tedesca fino alla linea difensiva “Gustav”, che correva dal
Garigliano al Sangro passando per Montecassino, la zona occupata venne posta sotto al controllo del
feldmaresciallo Albert Kesselring. Il 12 settembre Mussolini vene liberato dalla sua prigionia a Campo
Imperatore sul Gran Sasso dai tedeschi e posto alla guida della Repubblica Sociale Italiana, una repubblica
fantoccio instaurata nel nord per appoggiare i nazisti e occuparsi della repressione interna. La repubblica fu
da subito privata dei territori del Sudtirolo e della costa adriatica, compresa Trieste, annessi al Reich.

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(La Repubblica Sociale Italiana). La Repubblica Sociale fu posta formalmente sotto la guida di un Mussolini
fiaccato dall’insuccesso. Al PNF si era sostituito il Partito fascista repubblicano che aveva recuperato i tratti
socialisteggianti e anticapitalisti del primo fascismo. Alla base del nuovo partito c’era il programma varato il
14 novembre al congresso di Verona. Questo programma proponeva un progetto para-rivoluzionario
inapplicabile, soprattutto in tempo di guerra, che però attirò diverse figure, dai sostenitori del razzismo
come Giovanni Preziosi ai comunisti in camicia nera come Nicola Bombacci, passando per i fascisti fanatici
come Alessandro Pavolini. La Repubblica di Salò (dalla città dov’era informale del Governo) era dotata di un
apparato burocratico civile che versava nelle casse naziste svariati miliardi di lire come spese di
occupazione, una diplomazia, una polizia e delle Forze armate. I combattenti schierati nel fronte interno
dalla Repubblica Sociale erano circa mezzo milione, a dimostrazione di come il fascismo e Mussolini avesse
ancora presa in una parte, anche se molto minoritaria, della popolazione.

(Il Regno del Sud). Nel sud invece si era formato il Regno del Sud, guidato dal re e da Badoglio che,
nell’ottobre, aveva dichiarato guerra alla Germania. A questo punto l’Italia assumeva il titolo di Stato
nemico, ma cobelligerante. A riprova di ciò reparti italiani furono inseriti nello schieramento antitedesco già
dal dicembre del 1943. Nel Regno, il 9 settembre del 1943, i nuovi e vecchi partiti antifascisti si riunirono
nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Al suo interno un ruolo preminente lo aveva il PCI che si trovò
a partecipare, assieme a socialisti, democristiani, azionisti, liberali e democratici del lavoro, al secondo
governo Badoglio, nato nell’aprile del 1944, e al successivo governo di Ivanoe Bonomi. Col ritorno di
Palmiro Togliatti, il PCI, su indicazione di Stalin, aveva messo da parte l’ideologia per appoggiare un governo
che sostenesse l’impegno bellico. Paradossalmente il PCI si dimostrò più moderato dei repubblicani che non
entrarono nel secondo governo Badoglio perché contrari alla monarchia.

(Il movimento partigiano). Nel frattempo, dopo l’8 settembre, i militanti dei diversi partiti, alcuni renitenti
alla leva di Salò e soldati in clandestinità avevano dato vita a gruppi partigiani che si opponevano al
nazifascismo. Tra questi i più numerosi i organizzati erano i comunisti riunitisi nelle Brigate Garibaldi. il
rapporto tra partigiani e alleati non fu mai idilliaco, questi ultimi si servivano dei primi, ma stentavano ad
aiutarli e a rifornirli. In particolare dopo la caduta di Montecassino, lo sfondamento della linea “Gustav”, la
presa di Roma il 4 giugno del 1944 e il proclama del generale inglese Harold Alexander, con cui chiese ai
partigiani di tornare a casa, i rapporti si incrinarono ancora di più. Nel frattempo gli alleati si arenavano
lungo la linea “Gotica”, tra Carrara e Pescara, per ragioni metereologiche. Alla fine il rapporto tra alleati e
partigiani si stabilizzarono quando il Comando supremo alleato del Mediterraneo, il 7 dicembre del 1944,
firmò un accordo col Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI): al CLNAI venivano delegati i
poteri amministrativi fino alla fine della guerra, dopodiché il Comitato li avrebbe restituiti al governo
militare alleato e avrebbe consegnato le armi.
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Liberazione di Roma
L’occupazione nazista della capitale era iniziata l’8 settembre del 1943 e, nonostante il governo avesse
proclamato Roma “città aperta” e quindi priva di difese, i tedeschi vi avevano installarono reparti delle
Forze armate e delle SS. Nel gennaio del 1944 le truppe angloamericane erano sbarcate ad Anzio, ma
invece di approfittare dell’impreparazione dei tedeschi, colti di sorpresa, decisero di radunare le forze
piuttosto che marciare subito sulla capitale. I tedeschi al comando di Kesselring ne approfittarono
sbarrando la strada agli americani e dando vita a uno scontro durato quasi sei mesi. Durante l’occupazione
nazista la popolazione romana dovette subire le violenze degli occupanti. Il caso più grave fu quello delle
Fosse Ardeatine: 335 innocenti furono fucilate come rappresaglia per la morte di 33 militi tedeschi uccisi da
una bomba piazzata dai partigiani in via Rasella. Tra il 4 e il 5 giugno del 1944 le avanguardie delle V armata
americana guidata dal generale Mark Clark entrarono a Roma accolti come liberatori.
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(L’insurrezione generale e l’uccisione di Musolini). Fra il 23 e il 25 aprile 1945 scattò l’insurrezione
generale nelle grandi città del nord: mentre i reparti tedeschi stavano collassando e i russi entravano a
Berlino, i partigiani riuscirono in alcuni casi ad anticipare gli alleati e a liberare le città. Il 27 aprile Mussolini
fu bloccato a Dongo mentre fuggiva in Svizzera vestito da tedesco e fucilato il giorno seguente. Il 29 aprile il
suo copro fu esposto assieme a quello di altri 16 gerarchi e dell’amante Claretta Petacci a piazzale Loreto di

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Milano, presso un distributore di benzina, come vendetta per la fucilazione e la lunga esposizione dei
cadaveri di 15 partigiani avvenuta nello stesso luogo il 10 agosto del 1944.

(La Resistenza: tra guerra civile e di Liberazione e il ruolo dei partigiani nella guerra). La guerra partigiana
fu sempre vista solo come una guerra di Liberazione, nonostante ciò molti ambienti della destra neofascista
e non sostenevano anche la tesi secondo cui quella tra partigiani e repubblichini fu una guerra civile.
Questo argomento è sempre stato al centro delle polemiche politiche tra destra e sinistra. Oggi la
storiografia riconosce che quella avvenuta tra il 1943 e il 1945 fu una guerra di Liberazione dall’occupante
nazista e civile contro il fascismo. Anche sul ruolo e l’utilità bellica delle brigate partigiane si discuteva e si
discute molto. La cosa certa è che quello italiano fu il movimento resistenziale più grande dell’Europa
centro-occidentale: i combattenti clandestini furono almeno 100 mila al tempo del proclama Alexander e si
raddoppiarono nelle ultime settimane di guerra. I caduti partigiani furono circa 35 mila a cui si sommano
migliaia di civili massacrati dai nazifascisti come rappresaglia a Marzabotto in Emilia, Sant’Anna di Stazzema
in Toscana, nelle Fosse Ardeatine a Roma e via dicendo.

5. Agonia e fine del Terzo Reich


(Le difficoltà militari del Terzo Reich e le speranze di Hitler). Dopo la vittoria sovietica a Stalingrado la
situazione peggiorava ogni giorno per l’Asse: la guerra degli U-Boote era stata interrotta nel maggio del
1943 per le ingenti perdite, l’Armata Rossa continuava ad avanzare e l’offensiva di Kursk dovette essere
annullata per inviare truppe in Italia dove si era aperto il fronte meridionale. Nonostante ciò Hitler sperava
che il fronte alleato, così eterogeneo, si sarebbe rotto. La speranza in particolare ricadeva sul popolo
britannico, considerato razzialmente affine. Il Fuhrer credeva infatti di riuscire gli inglesi ad unirsi a lui nella
lotta antibolscevica. Con la morte di Roosevelt nell’aprile del 1945, alla vigilia del crollo tedesco, Hitler si
convinse che si sarebbe ripetuto il “miracolo della casa di Brandeburgo”, quando nella seconda metà del
Settecento, durante la guerra dei Sette anni, Federico II, con i russi alle porte, fu salvato dalla morte della
zarina Elisabetta. Ciò, però, non si sarebbe mai realizzato: Gli americani, capito che l’unica potenza del
dopoguerra dopo quella statunitense sarebbe stata quella sovietica, avevano deciso di tenersi amica l’Urss
per evitare una terza guerra mondiale subito dopo la seconda.

(L’incontro di Québec). Nell’agosto del 1943 si tenne l’incontro di Québec fra Churchill e Roosevelt dove si
stabilì che l’invasione dell’Europa sarebbe iniziata nella primavera del 1944 dal nord della Francia. Inoltre i
due si accordarono segretamente sul quando utilizzare la bomba atomica che era quasi stata ultimata nei
laboratori americani. Stalin accolse con sollievo la notizia dell’apertura di un altro fronte in Europa e
promise che, caduta la Germania, sarebbe entrato in guerra contro il Giappone.

(L’ordine mondiale postbellico). In questi tempi i diversi leader cominciarono anche a pensare all’ordine
postbellico futuro. Il progetto di Roosevelt era assai idealista, infatti prevedeva l’esistenza di “quattro
poliziotti” – Stati Uniti, Urss, Gran Bretagna e Cina – che avrebbero vegliato sul nuovo ordine mondiale. A
ciò aggiungeva la sua contrarietà alle ambizioni francesi e britanniche di mantenere i propri imperi.
Diversamente da Roosevelt, Churchill era preoccupato di mantenere il più possibile integro l’Impero
britannico. La sua idea era spartirsi l’Europa in zone di influenza secondo percentuali concordate, ma né
Roosevelt, né Stalin vollero compromettersi. Stalin, dal canto suo, era convinto che a guerra finita le truppe
sarebbero rimaste padrone del territorio occupato.

(La conferenza di Tehran). I tre Grandi si incontrarono per la prima volta insieme a Tehran tra il 28
novembre e il 1° dicembre del 1943. L’ordine del giorno era lo sbarco angloamericano in Francia che Stalin
avrebbe sostenuto lanciando un offensiva a oriente. Per quanto riguarda l’ordine postbellico l’unica cosa
che venne decisa fu di far slittare la Polonia a ovest a danni della Germania e di consegnare all’Urss la
Prussia orientale.

(Le priorità di Hitler). Informato dei colloqui di Teheran da una spia, Hitler decise di dare priorità al fronte
occidentale attenendosi a quanto scritto nell’ordine 51 del novembre del 1943. La preoccupazione era
principalmente quella di uno sbarco angloamericano che avrebbe portato le truppe avversarie subito a

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ridosso del Reno, mentre nel fronte orientale la tattica di fare “terra bruciata” avrebbe permesso alla Reich
di prendere abbastanza tempo per inchiodare gli angloamericani nella Manica e poi riversare tutte le forze
contro l’Armata Rossa.

(Lo sbarco in Normandia e la liberazione di Parigi). All’alba del 6 giugno del 1944 scattava l’operazione
“Overlord”. Lo sbarco in Normandia riuscì soprattutto grazie ai depistaggi dell’intelligence alleata che aveva
convinto i tedeschi che lo sbarco sarebbe avvenuta a Calais. All’operazione militare parteciparono 2 milioni
di soldati con 12 mila aerei e 7 mila navi. In Francia diedero il loro contributo anche i maquis, i partigiani
francesi, con le loro azioni di sabotaggio. I 600 mila soldati tedeschi non poterono nulla contro gli
angloamericani che il 24 agosto liberarono Parigi. Il 25, per le vie della città, sfilò Charles de Gaulle assieme
alle forze della Francia Libera e del contingente alleato. Grazie a de Gaulle la Francia fu considerata
appartenente allo schieramento dei vincitori, nonostante il governo di Vichy e la collaborazione di molti
francesi con i nazisti. Grazie al generale la Francia poteva trovare un posto tra i Grandi.

(L’avanzata dell’Armata Rossa). Nel frattempo l’Armata Rossa era passata all’attacco contro il gruppo delle
armate Centro (operazione “Bragation”). Le forze tedesche furono sconfitte celermente. La Germania, a
questo punto, si trovava con le truppe angloamericane sul Reno e quelle sovietiche in Prussia orientale e
nella Polonia centro-settentrionale. Sul fronte balcanico le truppe sovietiche stavano penetrando in
profondità, mentre i satelliti dell’Asse, come Bulgaria e Romania, tentavano di cambiare campo. A questo
punto Stalin, ormai sicuro della vittoria, decise di sottomettere definitivamente la Polonia, porta d’accesso
per la Russia: dopo aver rotto col governo polacco in esilio riconobbe un governo fantoccio, il Comitato di
Lublino, con il quale l’Urss stabilì nel luglio il confine con l’Unione Sovietica presso il fiume Bug. Nel
frattempo a Varsavia scoppiava un’insurrezione(agosto-settembre 1944). I sovietici che erano alle porte
della città non intervennero in aiuto degli insorti su ordine di Stalin. Quando la repressione nazista ebbe
eliminato l’élite nazionalista polacca, il dittatore sovietico diede ordine di prendere la città. A ciò si
sommava il massacro di Katyn dell’aprile-maggio 1940, con cui i sovietici avevano ucciso 22 mila prigionieri
polacchi e che, dopo la riconquista, cercarono di attribuire ai nazisti. La via per fare della Polonia un
satellite dell’Urss era sgombra.

(Le diverse strategia degli alleati). Già nelle strategie adottate dalle future potenze vincitrici si
intravedevano gli scenari europei futuri: mentre gli States avanzavano lentamente per preservare le forze
contro il Giappone, l’Urss usava tutte le sue risorse per spingersi il più possibile dentro l’Europa, sapendo
che da ciò dipendevano i futuri confini tra l’Unione Sovietica e le future avversarie imperialiste. Vani furono
i tentativi di Churchill, spaventato che a un Hitler si sostituisse uno Stalin, di spingere gli americani ad
avanzare fin’oltre Berlino per sottrarre i territori ai sovietici. Gli americani non erano disposti a uno scontro
con la Russia.

(La conferenza di Jalta). Tra il 4 e l’11 febbraio del 1945 a Jalta si tenne l’ultima conferenza dei tre Grandi.
Oltre a definire un vago ordine postbellico, basato sull’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu), e alla
conferma della disponibilità dell’Urss di entrare in guerra contro il Giappone entro tre mesi dalla fine della
campagna tedesca, si parlò principalmente di come dividere la Germania in zone di influenza. Alla fien fu
deciso che:
- La Germania doveva essere divisa in quattro zone di occupazione, ognuna di responsabilità di un
vincitore (Urss, Usa, Gran Bretagna e Francia).
- Anche Berlino venne divisa in quattro zone di occupazione gestite dalle quattro potenze vincitrici.
- Mentre alla Polonia venivano dati territori tedeschi a occidente per sopperire a quelli sottrattigli
dall’Unione Sovietica a oriente.

(L’attacco finale su Berlino). Dopo l’accordo di Jalta gli States decisero di risparmiare uomini e lasciare
l’onere e onore di prendere Berlino ai sovietici. Dopo aver scaricato una valanga di fuoco su Berlino,
l’Armata Rossa prese Berlino in una battaglia strada per strada durata due settimane. Il 25 aprile sovietici e
angloamericani si incontravano in Sassonia, il 30 Hitler si toglieva la vita e tra il 7 e il 9 maggio, con due
cerimonie separate, i tedeschi si arrendevano prima agli angloamericani e ai francesi, poi ai sovietici. Per

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vendicare le violenze delle SS e della Wehrmacht, le truppe sovietiche, nelle fasi finali del conflitto e nelle
prime fasi dell’occupazione, portarono avanti una “pulizia etnica” di tedeschi che causarono dalle 500 mila
ai 2 milioni di vittime.

(L’adesione della popolazione al regime e la resistenza morale degli oppositori). La cosa che colpì
maggiormente gli alleati fu la numerosa adesione al regime fin durante e dopo l’ultima battaglia. I tedeschi
non erano dispiaciuti di aver cominciato la guerra, ma di averla persa. Inoltre cedettero fino all’ultimo a un
rovesciamento della situazione, grazie alle Wunderwaffen (“armi meravigliose”), di cui il V1 e il V2 lanciati
contro Londra e l’Inghilterra meridionale erano degli esempi. Per quanto riguarda gli oppositori, questi
diedero vita a una resistenza che era morale, non pratica, nessuna città fu liberata dai tedeschi come invece
avvenne in Italia, anzi uomini, donne e bambini si unirono in milizie volontarie per contrastare l’Armata
Rossa. L’unico atto di vera resistenza fu il fallito attentato del colonnello Klaus von Staffenberg, ideato da
una rete che andava dall’opposizione socialdemocratica ad alcuni alti ufficiali della Wehrmacht. Tutti i
congiurati furono catturati e fucilati.

6. Fine del Giappone e fine della guerra


(La visione giapponese: guerra per le materie prime). Quando il Giappone aveva iniziato la sua espansione
aveva deciso di dare la precedenza all’acquisizione di materie prime di cui scarseggiava. Lo stesso attacco ai
danni degli americani fu una conseguenza di un blocco economico che strozzava l’Impero del Sol Levante
che cominciava a soffrire della carenza di materiale ferroso e di combustibili fossili. L’espansione nipponica
nel pacifico aveva permesso al Giappone di appropriarsi dalle risorse presenti nelle diverse isole, ma, a
causa dell’arretratezza gestionale e tecnologica, non seppe sfruttarle: nel 1940 i giapponesi compravano a
caro prezzo dalle Filippine e dalla Malesia tre milioni di tonnellate di materiali ferrosi, dopo la conquista di
questi territori riuscivano a importare dalle due isole appena 100 mila tonnellate. A rendere la situazione
ancora più difficile fu l’insufficiente disponibilità del naviglio commerciale, in parte sequestrato dalla marina
militare.

(L’occupazione delle isole e la guerra sul fronte asiatico). Nella seconda metà del 1943 il Giappone
controllava ancora l’Indocina, le Indie olandesi e il Pacifico. La strategia degli States fu quella di recuperare
le isole conquistate dai nipponici per usarle come basi navali e aeree in vista dell’invasione del Giappone.
Ma oltre alla guerra nel Pacifico si combatteva anche una guerra nel continente, dove il Giappone cercava
di fare leva sullo spirito antieuropeista dei nazionalismi locali, principalmente contro l’Impero britannico.

(Le mire indipendentiste dell’India e la battaglia di Imphal). In particolare l’obiettivo giapponese era
l’India. Dopo aver permesso del governo dell’India Libera a Singapore (ottobre 1943), l’Impero del Sol
Levante attaccò l’India dalla Birmania affiancato dall’Esercito nazionale indiano fondato da Subhos Bose
(gennaio 1944). La speranza di Bose era che parte della popolazione si sarebbe ribellata al dominio
britannico affianco a loro, ma la speranza di rivelò illusoria e Bose con suo esercito fu sconfitto nella
campagna dell’Assam. O scontro decisivo conto i giapponesi, invece, avvenne nei dintorni ella città di
Imphal, dove i nipponici si scontrarono con la XIV armata anglo-indiana. La battaglia, durata dalla mese di
marzo a quello di luglio, si concluse con la sconfitta delle truppe giapponesi che subirono diverse perdite. In
particolare, ad abbattere il morale dei giapponesi, fu la resa di alcuni reparti: la prima resa dall’inizio della
guerra di soldati del dio-imperatore.

(La strategia giapponese in Cina e i comunisti di Mao). In Cina le cose andarono meglio per il Giappone.
Qui i contrasti tra Chiang Kai-shek e lo Stato maggiore americano permise la riuscita dell’operazione
“Ishigo” dell’aprile 1944, con cui i nipponici sottrassero agli americani le basi aeree della Cina meridionale,
da cui partivano bombardamenti verso la madrepatria. Il rovescio militare mise in luce l’incapacita e
l’impreparazione dei nazionalisti giapponesi e spinse Washington ad appoggiarsi ai comunisti di Mao
Zedong. La speranza era di una svolta democratica dei maoisti, cosa che non sembrava impossibile dato che
nei territori da loro controllati, oltre a un’efficiente amministrazione, c’era una certa apertura verso altre
forze politiche. L’iniziale sconfitta nel continente fu compensata dalla conquista dell’isola di Saipan, nelle

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Marianne del luglio 1944, da dove potevano partire i bombardieri americani per colpire Tokyo. La perdita
dell’isola costrinse il primo ministro, Hideki Tojo, che aveva guidato il paese dal 1941, alle dimissioni.

(Le prospettive di un trattato di pace). Mentre portava avanti la propria resistenza, il Giappone, tramite
l’unione Sovietica, cercava di mediare una pace con una clausola fondamentale che prevedeva che
l’imperatore Hirohito rimanesse sul trono. Dopo il tanto sangue versato a Iwo Jima e a Okinawa anche gli
americani sembravano propensi a una pace che salvasse il trono e la faccia dell’Imperatore, ma ciò andava
contro il precetto alleato della resa senza condizioni. Nel frattempo a Tokyo la classe dirigente e militare si
era divisa in due: da una parte influenti politici favorevoli a una pace che salvasse il trono, dall’altra l’Alto
comando che volevano resistere fino alla fine in nome dell’onore.

(I bombardamenti americani e l’entrata in guerra dell’Urss). Nel frattempo i bombardamenti americani


proseguivano. A luglio il bilancio fu: la distruzione del 43% della superficie delle 63 città principali,
l’eliminazione del 46% della capacità industriale del paese e 22 milioni di persone morte, ferite o rimaste
senza casa. A ciò si aggiunse, inoltre, la sconfitta della Germania che metteva l’Unione Sovietica nelle
condizioni di dichiarare guerra al Giappone. Nonostante ciò, nel frattempo, a Washington Roosevelt,
deceduto nell’aprile del 1945, era stato sostituto dal suo vice Harry Truman, ostile verso l’Urss soprattutto
dopo quanto successo in Polonia. Truman si trovava davanti a un dilemma: tenere fuori dallo scacchiere
asiatico l’Urss e far cadere con le proprie forze il Giappone, ma ciò avrebbe comportato ingenti perdite, o
far partecipare anche l’Urss nella partita asiatica rischiando che questo si creasse una vasta zona
d’influenza.

(Il progetto Manhattan, la bomba atomica e la resa del Giappone). A sciogliere il dilemma fu la notizia che
a luglio il programma Manhattan, iniziato nel 1939, aveva prodotto tre ordigni atomici. Premier britannico e
presidente americano si trovarono d’accordo sull’utilizzo dell’arma sia per far arrendere il Giappone
risparmiando i soldati, sia per dimostrare ai sovietici che erano gli americani i numeri uno del dopoguerra.
Dopo aver intimato nuovamente la resa senza condizioni a fine luglio, rifiutata dai nipponici che chiedevano
il mantenimento dell’imperatore sul trono, gli americani decisero di impiegare l’atomica e l’Unione
Sovietica di entrare in guerra. Il 6 agosto fu lanciata la prima atomica su Hiroshima causando 90 mila morti,
il 9 fu lanciata su Nagasaki causandone altri 40 mila. Nel frattempo l’Armata Rossa sfondava in Manciuria e
in Corea. Le grandi vittime causate dall’atomica e la paura di un’invasione sovietica spinsero il Giappone, il
14 agosto, ad arrendersi e, il 2 settembre, a firmare una pace senza condizioni. Il Giappone veniva posto
sotto il controllo di un governo militare americano, questa volta senza nessuna creazione di zone di
competenza con sovietici.

Capitolo 19. All’origine delle due Europe (1945-1961)


1. Logica della guerra fredda
(Definizione e caratteri della Guerra Fredda). Per guerra fredda s’intende la fase che va dalla sconfitta della
Germania nazista nel 1945 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Il periodo si caratterizzò la
divisione del mondo in due blocchi che corrispondevano alla contrapposizione tra Usa e Urss. Il nome
“Guerra fredda” si deve al fatto che le due potenze non si scontrarono mai direttamente a livello militare,
anche perché entrambe possedevano la bomba atomica e il rischio era quello di scatenare una guerra
atomica da dove nessuno sarebbe potuto uscire come vincitore. La posta in gioco principale tra le due
potenze era il controllo o l’influenza dell’Europa. Comunque il periodo postbellico e la guerra fredda si
presentavano con diverse caratteristiche:
- L’ascesa di due potenze extraeuropee. Con la seconda guerra mondiale le potenze europee
finivano di suicidasi lasciando il posto a due potenze extraeuropee sullo scenario del dominio
mondiale. Entrambe queste potenze, comunque, non volevano che l’Europa finisse sotto l’influenza
dell’altro, ma operavano in modo che finisse sotto la propria.
- Spartizione della Germania. Per l’egemonia nel continente il controllo della Germania era
essenziale, nonostante ciò la sua conquista non era possibile senza scatenare la terza guerra
mondiale. L’alternativa che fu trovata fu quella di spartirsi sia la Germania che Berlino, dove

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nacquero la Repubblica Democratica Tedesca, un satellite sovietico nella parte est della città, e la
Repubblica Federale di Germania, di fatto un protettorato statunitense.
- Contrapposizione militare, economica e ideologica. A suggellare la divisione dei due blocchi fu
anche la contrapposizione militare, che vedeva contrapposti i paesi del Patto Atlantico (1949) a
quelli del patto di Varsavia a guida sovietica (1955), economica, con la nascita della Comunità
economica europea (1957) da una parte e il Comecom sovietico (1949), e ideologica, da una parte i
blocco liberaldemocratico-capitalista e dall’altro il sovietico-comunista. Entrambi i fronti avevano
intrapreso un’intensa lotta ideologica, esasperata con i mezzi di comunicazione, che aveva una
dimensione internazionale: da una parte si volevano diffondere i valori americani di libertà e
individualismo in tutto il mondo, dall’altra si volevano diffondere quelli collettivisti e egualitari del
comunismo.
- Le ingerenze nei diversi paesi. La lotta tra i due blocchi era caratterizzato anche dalle ingerenze di
Urss e Usa nei paesi europei: da una parte gli americani incentivava la sinistra anticomunista,
dall’altra l’Urss faceva lo stesso coi movimenti pacifisti e inoltre finanziava i Partiti Comunisti.

2. Meccanica della spartizione (1945-1949): il caso tedesco


(Gli equilibri diseguali tra i vincitori e la superiorità statunitense). I cinque vincitori della guerra, che
divennero anche membri permanenti con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tre
erano di grado nettamente inferiore confronto a Urss e Usa: la Cina era dissanguata dalla guerra civile, la
Gran Bretagna era diventata l’ombra di quello che era prima e lo stesso valeva per la Francia umiliata da
Hitler. Quanto a Stati Uniti e Unione Sovietica, nemmeno loro erano pari: l’Urss usciva dalla guerra avendo
perso 26 milioni di uomini, perdita demografica da cui non si riprenderà mai più, mentre nel 1945 l’America
esprimeva la metà del volume dell’economia mondiale e un terzo del commercio su scala globale. Il dollaro
era diventata, dopo gli accordi di Bretton Woods (1944), la moneta di riferimento degli scambi
internazionali, inoltre gli States, col loro “sogno americano”, con prodotti di multinazionali come la Coca-
Cola, la musica leggera, il cinema hollywoodiano e via dicendo, aveva assunto una grande attrattiva
culturale e geopolitica.
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Nazioni Unite
L’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) era stata concepita da Roosevelt come strumento del nuovo
ordine mondiale che avrebbe dovuto sorvegliare sulla pace internazionale e sui diritti umani. Al contrario
della Società delle Nazioni, l’Onu è sopravvissuta all’usura nonostante la limitatezza della sua influenza sugli
affari internazionali che non gli permise di far sempre rispettare i principi contenuti sulla Carta fondativa.
L’Onu fu concepita nei negoziati di Dumbarton Oaks (1944) fra States, Gran Bretagna, Unione Sovietica e
Cina. L’idea alla base di Roosevelt era quella di affidare ai “Quattro Grandi” il compito di vigilare sulla pace
mondiale e dirimere le controversie internazionali. Il 25 aprile del 1945 si aprì la conferenza di San
Francisco che avrebbe discusso e varato la Carta delle Nazioni Unite, entrata in vigore il 24 ottobre dello
stesso anno, in seguito alla ratifica dei cinque membri permanenti – Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia, Cina
– e della maggioranza dei 46 stati firmatari. L’organo decisionale dell’Onu è tutt’ora il Consiglio di Sicurezza,
composto dalle cinque potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Ognuna delle cinque potenze ha
diritto di veto, dunque basta il voto contrario di una per bloccare una risoluzione. Questo elemento
indebolisce i poteri dell’Onu. Oltre al Consiglio di Sicurezza, altro organo fondamentale, è l’Assemblea
generale, dove si riuniscono i rappresentanti di tutti gli Stati membri (51 all’origine, 193 oggi), anche se le
sue risoluzioni sono simboliche.
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(La spartizione dell’Europa). Nonostante le aspettative che aveva avuto Roosevelt espressa nella
Dichiarazione dell’Europa liberata uscita da Jalta in cui si prometteva libertà e democrazia per tutti gli
europei, era ormai evidente che quello che stava nascendo nell’immediata fine della guerra era un’Europa
divisa in due secondo il principio, ribadito da Stalin a Tito, “chiunque occupi il territorio gli impone il proprio
sistema sociale”. In assenza di un progetto condiviso ne venne presentato uno di provvisorio che vede la
spartizione del Reich e di Berlino.

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(Migrazioni incrociate tra le varie zone d’influenza e gli accordi di Potsdam). Dall’inverno 1944-45 fino ai
primi anni Cinquanta dall’Europa centro-orientale fuggono, sotto la pressione sovietica, tra i 12 e i 14
milioni di tedeschi per rifugiarsi nelle zone di occupazione americane, inglesi e francesi. Nella parte
occidentale i profughi della Germania dell’est divenne una lobby politica influente. Nel frattempo, nei primi
di agosto del 1945, con gli accordi di Potsdam venivano invocati i principi di de-nazificazione della
popolazione, smilitarizzazione e democratizzazione delle Germania. Nonostante ciò ogni occupante
interpretò questi principi a suo modo. In particolare la de-nazificazione fu presto messa da parte dalle
potenze, in particolare da quella americana e da quella sovietica, che recuperarono le risorse umane
(scienziati, tecnici, intellettuali) del Reich.

(Le due Repubbliche tedesche). Nel 1949 nascono sia la Repubblica Federale di Germania, dall’unificazione
delle zone di occupazione francese, inglese e americana, con capitale Bon e la Repubblica Democratica
Tedesca, satellite dell’Urss, con capitale Berlino Est. Berlino Ovest, invece, si trova circondato dal territorio
del satellite sovietico. Per quanto riguarda le due Germanie:
- Nella Repubblica Democratica Tedesca, dopo spietate rappresaglie dell’Armata Rossa, gli occupanti
smantellano le industrie pesante e le sposta in Unione Sovietica. A livello politico i partiti borghesi
vengono emarginati, i socialdemocratici e i comunisti vengono uniti nel Partito socialista unitario
(SED) che nel giro di pochi anni diventerà un partito bolscevico a tutti gli effetti.
- Nella parte occidentale gli approcci furono diversi, infatti i francesi adoperano un approccio
punitivo non dissimile a quello sovietico, diversamente gli inglesi favoriscono e gli americani non si
lasciano andare a violenze e a livello politico, soprattutto gli inglesi, favoriscono i partiti anti-
comunisti. Per quanto riguarda i passi per la creazione delle Repubblica Federale, il primo fu fatto
all’inizio del 1947 con la nascita della bizona, frutto dell’unione della zona statunitense e di quella
inglese. Il secondo passo fu fatto a inizio estate del 1948 con la creazione del marco che sancisce la
frattura tra Germania Ovest e Germania Est. L’Urss rispose con la creazione del marco orientale,
chiamato popolarmente “marco incollato” poiché, per carenza di carta venne fatto incollando
coupon sulle vecchie banconote.

(Il blocco sovietico di Berlino e il ponte aereo). Contro la riforma monetaria della Germania Ovest e come
forma di pressione per cacciare il blocco occidentale da Berlino Ovest, l’Urss bloccò tutti gli accessi alla
parte occidentale della città. In tutta risposta Truman diede vita a un ponte aereo per rifornire la città. Ciò
costrinse Stalin a togliere il blocco. Con la vittoria della “battaglia di Berlino” (1948-49), gli States
dimostrano di essere disposti a non cedere di un passo su Berlino e la Germania, facendo capire ai sovietici
che un tentativo di prendere la città o il paese avrebbe fatto scoppiare una nuova guerra.

3. Nascita e precario consolidamento dell’impero sovietico (1949-1953).


(Le strategie di controllo sovietiche). In tutti i satelliti conquistati la strategia di controllo sovietica è la
stessa e si risolve con l’eliminazione della democrazia:
- Vengono impiegati leader dell’esilio moscovita o affidabili e posti sotto la vigilanza degli ufficiali
politici dell’Armata Rossa.
- Vengono liquidati gli oppositori e le élite, mentre i partiti vengono resi innocui e riuniti in un fronte
guidato dal partito unico operaio guidato dai bolscevichi.
- Viene portata avanti una riforma agraria che collettivizza la terra, viene statalizzata l’economia,
gestita secondo la pianificazione socialista e in vista dei bisogni sovietici.

(L’Austria). Il caso dell’Austria è simile a quello della Germania, anche qui il paese è diviso in quattro zone
gestite dalle potenze vincitrice, ma la scarsa portata geopolitica dell’Austria, la forte presenza statunitense
e la debolezza dei comunisti locali spinge Stalin a intraprendere un percorso di neutralità negoziata con le
potenze occidentale volto a rendere autonomo il paese. La neutralità dell’Austria venne stabilita nel maggio
del 1955.

(La Finlandia). Il caso della Finlandia è particolare se non unico. Qui l’Unione Sovietica non ha bisogno di
imporre una Repubblica sovietica in quanto, la paura di un’invasione basta a non fare entrare il paese, che

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comunque rimane una democrazia parlamentare, nella sfera di Washington. Questo particolare caso, in cui
una democrazia assimilabile all’occidente decide la neutralità per non sfidare il blocco sovietico, prende il
nome di “finlandizzazione”.

(La Polonia). Centrale nel disegno Sovietico era la Polonia la pianura che avrebbe potuto costituire il
corridoio di passaggio di un futuro attacco occidentale. Inoltre la Polonia era zona di interesse sia inglese,
per una questione “di onore” come disse Churchill, in quanto già una volta la Gran Bretagna era entrata in
guerra in seguito all’invasione di quel paese, e per una questione elettoralistica negli States, dove la
componente polacca aveva un certo peso. La zona, per la scarsa presa dei comunisti, fu di difficile controllo
per l’Urss che comunque adotto lo stesso metodo adottato altrove: l’unificazione dei socialisti e dei
comunisti in un unico partito bolscevico e la liquidazione delle forze borghesi.

(La Cecoslovacchia). Un altro caso particolare è quello della Cecoslovacchia, stato di recente formazione e
dalla robusta struttura industriale. Già nel dicembre del 1945 il paese venne sgomberato dall’Armata Rossa.
Qui il successo dei comunisti che prendono il 38% alle elezioni del 1946 sfocia in un governo di coalizione.
Quando però il paese aderisce al piano Marshall, considerato da Stalin un mezzo americano per strappare
al suo dominio l’Europa orientale, l’Armata Rossa allestisce un colpo di Stato che porta al potere Klement
Gottwald.

(La repressione del dissenso). Per assicurarsi una maggior presa sui satelliti Stalin, nel 1953, da inizio alla
repressione del dissenso allestendo processi farsa. Inoltre, già nel 1947, era stato fondato il Kominform
(Ufficio di informazione dei partiti comunisti e laburisti) che si sostituiva la Komintern (sciolto nel 1943 per
andare incontro agli alleati nella guerra contro Hitler) e che aveva il medesimo compito, ovvero dettare la
linea a tutti gli altri partiti comunisti.

(Albania e Jugoslavia). In Albania e in Jugoslavia, contrariamente dalle altre Repubbliche, il socialismo si


affermò in seguito alla vittoria dei gruppi di partigiani, con l’aiuto dell’Armata Rossa, guidati da Enver Hoxha
nel primo caso e da Josip Broz, nome di battaglia Tito, nel secondo. Mentre la piccola Albania si vede
costretta ad aderire al patto di Varsavia, Tito intraprende una via jugoslava al socialismo, meno illiberale e
sperimentale (si pensi all’autogestione delle imprese, alla fine mai realizzata). Ciò porta alla rottura con
l’Urss e all’espulsione della Lega dei comunisti jugoslavi dal Kominform.

(L’Europa centro-orientale come cintura di sicurezza dell’Urss). Alla scomparsa di Stalin nel 1953 il “blocco
socialista” è integrato nel sistema centrato su Mosca: i satelliti dell’Est Europa erano concepiti come una
cintura di sicurezza volta a difendere l’Urss da una futura invasione imperialista, ma anche come il punto di
partenza della propagazione della rivoluzione marxista-leninista.

4. L’Europa atlantica
(La politica statunitense nei confronti dell’Europa). Appena salito alla presidenza nell’aprile del 1945,
Truman non trovò nessun piano riguardante il ruolo futuro degli States. Nell’ultimo periodo di guerra erano
due le posizioni che si affrontavano: quella isolazionista, che voleva riportare a casa i propri soldati e
lasciare che l’Europa si occupasse da sola della propria difesa, e quella più attenta al rischio di
sovietizzazione dell’Europa e influenzata dall’élite militare e industriale, interessata a rafforzare la macchina
da guerra americana, cosa che non sarebbe successa se fosse passata la tesi isolazionista. La politica che
viene adottata da Truman è una via di mezzo dell’isolazionismo e del roll-back (respinta indietro), ovvero
della guerra contro l’Urss. Tale politica prende il nome di “politica di contenimento” e ha come fine quello
di impedire ai sovietici di espandersi in Europa. Gli Stati Uniti si auto-investono nuovamente di una
missione universalista, quella di difendere i popoli liberi dalle aggressioni esterne. Tale politica viene
annunciata da Truman al congresso quando Londra chiede aiuto a Washington nello scacchiere greco, dove
una guerra civile scoppiata nel 1946 vede contrapporsi monarchici, finanziati dagli inglesi, a comunisti. La
politica di contenimento era frutto della convinzione che Stalin non avrebbe intrapreso una campagna di
conquista dell’Europa e dall’impossibilità di portare avanti un programma di riarmo subito dopo la guerra
per il quale non c’era il consenso.

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(Il contenimento dell’Urss in pratica). I tre pilastri su cui si basa il contenimento sovietico in Europa sono il
Piano Marshall (1947), il Patto Atlantico (1949) e l’integrazione europea iniziata con la Comunità europeo
del carbone e dell’acciaio (1951), divenuto poi Comunità economica europea (1957):
- Piano Marshall. Il piano Marshall, o European Recovery Program, fu uno strumento di diplomazia
economica che consisteva nel far affluire nelle casse dei paesi dell’Europa occidentale 13 miliardi di
dollari per impedire il collasso economico che, sicuramente, avrebbe portato al successo dei
comunisti che avrebbero sfruttato il malcontento popolare. Stalin era consapevole della funzione di
questo piano, per tale motivo, quando esso venne proposta ai paesi dell’Est, Stalin intervenne per
impedirlo.
- Patto Atlantico. Il 4 aprile del 1949 gli Stati Uniti si legarono a Gran Bretagna, Canada, Italia,
Francia, Olanda, Lussemburgo, Norvegia, Danimarca, Islanda e Portogallo in un’alleanza che sanciva
la nascita di un blocco occidentale antisovietico. Il trattato formato a Washington istituisce
l’Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (NATO) e la dota di un robusto apparato
militare. Lo scopo dell’alleanza era quello di contenere Stalin. In questa fase l’America chiede anche
un sacrificio alle potenze coloniali: quello di rinunciare alle proprie colonie. Qui, infatti, Stalin
avrebbe potuto ergersi a campione dell’anticolonialismo dando così la possibilità ai comunisti di
prendere le redini della guerra di liberazione dalla madrepatria. Infine Truman, cosciente che prima
o poi Germania e Giappone sarebbero ridiventate potenze mondiali, comincia ad adoperarsi per
attirarle sul suo carro prima che slittino nel campo avversario. In particolare in Europa chiede u
sacrificio alla Francia che deve accettare l’integrazione della Germania Ovest nella Nato.
- Integrazione europea. Il processo di integrazione europea è frutto dell’influenza americana nel
continente, infatti senza Piano Marshall e NATO non ci sarebbe stata possibile la riconciliazione
franco-tedesca su cui si basò poi l’Unione Europea. La prima tappa dell’integrazione europea è la
nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca) che mete in comune la produzione
di queste risorse strategiche in sei paesi: Italia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Germania Ovest e
Francia. Il passo successivo è la creazione, coi trattati di Roma del 1957, della Comunità economica
europea (Cee) e della Comunità atomica europea (Eurotom) che daranno luogo a un mercato
comune. Questa integrazione, mal vista da Mosca, nasce per tenere fuori l’Urss dall’Europa, ma
anche per tenere sotto controllo la Germania e per dare inizio a un processo di creazione di uno
Stato federale europeo dai confini ancora non ben definiti.

5. Dal disgelo al muro


(La morte di Stalin e il “disgelo). Dopo ma morte di Stalin, nei primi di marzo del 1953, alla guida del paese
si pone una “direzione collettiva” da cui ben presto emerge Nikita Chruscev. All’avvento di Chruscev
corrispose una relativa apertura nel fronte interno: alcuni prigionieri politici vennero rilasciati dai GULag, le
maglie della censura vennero allentate e si iniziarono a portare avanti politiche economiche volte a
incentivare i consumi. Questa stagione di “disgelo” tra i due blocchi raggiunge l’acme quando nel 1956, al
XX congresso del Pcus, Chruscev lesse il rapporto segreto sui crimini di Stalin. Alle aperture interne
corrispose un tentativo di apertura verso gli Stati Uniti, per dare vita a una “coesistenza pacifica” tra i due
blocchi. Lo scopo di questo avvicinamento era di mettere fine alla logica della deterrenza, che aveva spinto
le due potenze a portare avanti il riarmo e lo sviluppo di arsenale atomico, che rischiava di sfuggire di
mano. I principali segnali dati da questo “disgelo” erano la pace in Corea del giugno 1853, che metteva fine
alla guerra in Corea, che aveva portato le potenze occidentali e quelle comuniste (Urss e Cina) sull’orlo di
una guerra atomica; il riavvicinamento tra Urss e Jugoslavia (1955); la liquidazione del Kominform (1956).

(I tentativi di risolvere la questione tedesca). Il culmine della stagione del “disgelo” si raggiunse con la
convocazione della conferenza di Ginevra del luglio 1955 a cui partecipavano Urss, Usa, Francia e Gran
Bretagna. Lo scopo era quello di risolvere la questione tedesca, ma la conferenza finì con un nulla di fatto.
Su questa questione aveva tentato di trovare una soluzione anche Stalin che, un mese prima di mrire, aveva
proposto il ritiro degli eserciti occupanti dal territorio tedesco per permettere la riunificazione della
Germania. Lo scopo del dittatore era quello di sacrificare la Germania orientale per evitare che quella
occidentale entrasse nella Nato. Le potenze occidentali decidono di non accettare la proposta sovietica e di

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far entrare la Repubblica federale nella Nato. In risposta a ciò i sovietici creano il Patto di Varsavia. Il frutto
della stagione del “disgelo” fu quello di mantenere lo status quo: né Mosca né Washington erano pronte a
una guerra o a una pace, ma erano disposte a riconoscersi le rispettive sfere di influenza. Come spesso
succede nelle dittature, i segni di apertura vengono interpretati come occasione per portare cambiamenti
radicali. Le principali conseguenza del disgelo sono:
- Lo sciopero degli operai di Berlino Est che scoppia nel luglio del 1953 contro le durissime norme di
produzione introdotte dal governo tedesco-occidentale. Lo sciopero, ben presto, si trasformò in
una serie di rivolta in altre città della Repubblica Democratica Tedesca. Sebbene questa protesta
non coinvolgesse i ceti medi e i contadini e fosse rivolta al governo tedesco-orientale e non all’Urss,
l’Armata Rossa intervenne a sedare le rivolte.
- Nel giugno del 1956 un’altra rivolta di operai scoppia in Polonia dove prende subito caratteri
antisovietici. Anche il questo caso la rivolta viene repressa nel sangue dall’Armata Rossa. La prova
del carattere indomabile della Polonia viene di lì a poco dimostrato dal tentativo dei comunisti
locali di creare una propria via nazionale al socialismo.
- Tre mesi dopo la rivolta esplode in Ungheria dove milioni di ungheresi si mobilitano contro
l’occupazione sovietica. Anche i questo caso, come in quello della Germania, l’appoggio occidentale
è solo a parola, in quanto nessuno vuole intervenire al di là della “cortina di ferro”. Anche in questo
caso interviene l’Armata Rossa, ma la dura repressione provoca scandalo nell’opinione pubblica e
nei partiti comunisti euro-occidentali, a partire dal Pci, creando una frattura tra questi e Mosca.

(Dalla crisi di Berlino del 1958 al muro). Nel novembre del 1958 scoppia una nuova crisi tra i due blocchi
per la questione di Berlino, quando l’Urss lancia un ultimatum agli occidentali perché sgomberino le loro
zone di occupazione nella città entrò l’estate. Lo scopo di tale ultimatum era quello di creare divisioni
all’interno dell’Alleanza atlantica tra americani ed europei ed evitare il crollo di Berlino Est che vedeva i suoi
cittadini scappare nella parte ovest della città. Gli americani, i francesi e i britannici, però, respinsero
l’ultimatum. Nonostante ciò, gli americani non avevano nessuna intenzione di modificare lo status quo in
Germania. Sulla questione, infatti, c’era un’“intesa silenziosa” fra le diverse potenze che non volevano una
Germania riunita, riarmata e autonoma tra l’Est e l’Ovest. Per uscire da questa crisi, nell’agosto del 1961, il
governo di Berlino Est d’intesa con Mosca a costruire un muro che isola Berlino dal resto del paese. anche
in questo caso, l’occidente risponde con una condanna verbale, capendo che il provvedimento non valeva
una guerra atomica.

Capitolo 20. La costruzione dell’Europa occidentale


(Perché nasce l’Unione Europea). Il progetto d’integrazione europea nacque dalla disfatta della seconda
guerra mondiale. Questa guerra non solo distrusse Germania e Italia, ma colpirono duramente anche le
potenze vincitrici. Francia e Gran Bretagna, nel secondo dopoguerra, cominciarono a perdere i loro imperi,
le loro economie erano danneggiate e a livello mondiale si erano affermati come prima potenza gli Stati
Uniti, tanto che alla sterlina si era sostituito il dollaro come valuta internazionale. Quello europeo fu anche
un progetto favorito dagli americani per integrare anche economicamente quella parte d’Europa nel blocco
occidentale. Nonostante ciò l’Europa la creazione di un’unione europea non è da iscrivere solo al clima di
guerra fredda, alla sua base ci fu anche un forte idealismo oltre che la sincera volontà da parte dei paesi di
portare avanti il progetto di un’unità politica sovrannazionale.

1. L’Europa come idea


(Le varie concezioni di Europa). Alla base dell’idea di Europa ci sono state diverse visioni, le principali delle
quali sono:
- L’Unione Paneuropea Mondiale. In realtà la prima idea di Europa è nata dopo il disastro della
Grande Guerra. L’idea venne al conte Richard Kalergi che nel 1922 promosse l’Unione Paneuropea
Mondiale a cui aderirono importanti personalità come Albert Einstein e Thomas Mann. Kalergi al
tempo abbozzò un disegno di federazione e di nazione europea. Tale schema prevedeva un’unione
doganale, seguita da una monetaria, dell’esercito e della giustizia.

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- Il manifesto di Ventotene. Altro punto di riferimento dell’idea di Europa è il manifesto di


Ventotene redatto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni durante il confine nell’isola.
Il manifesto fu pubblicato nel 1944 col titolo “Per un’Europa libera e unita” e si proponeva
l’abolizione di un’Europa fatta di stati nazionali.
Entrambe le idee alla base dell’Europa erano accomunate dall’abolizione del nazional-militarismo per unire
gli europei, nonostante ciò l’idea di Europa compariva in un periodo in cui il clima era avvelenato dalla
pedagogia nazionalista, da rancori e da odi. L’europeismo, infatti, era per lo più un elemento delle élite
“illuminate”, nonostante ciò tutte le forze politica (ad esclusione dei comunisti che vedevano nel progetto
un’espressione del capitalismo), dai cattolici conservatori alle forze laiche e radicali, credettero e portarono
avanti questo progetto.

2. Stazione prima: carbone e acciaio


(L’economia come fattore di unione). Il motore dell’unità europea fu l’economia. Dato che l’idea di Europa
non aveva molta presa nell’opinione pubblica, la classe politica decise di collegarla allo sviluppo economico:
l’unità economica dell’Europa avrebbe favorito le economia interne al progetto in nome di un
protezionismo verso l’esterno. D’altra parte anche l’unità tedesca era iniziata con un’unione doganale
(Zollverein). In quest’ottica ache il piano Marshall fu centrale, infatti permise alle economie europee di
ripartire e di guardare al progetto comunitario che all’epoca aveva anche una valenza antisovietica, oltre
che lo scopo di favorire lo sviluppo economico in modo da creare una maggior adesione verso i sistemi
democratici e da limitare il consenso verso i partiti comunisti che avrebbero potuto sfruttare disagi
economici e sociali per guadagnarsi la maggioranza, soprattutto nei paesi, come l’Italia, dove questi partiti
erano forti.

(La “dichiarazione Schuman” e la “teoria Monnet”). Il 9 maggio del 1950 il ministro degli Esteri francese
Robert Schuman, con al famosa “dichiarazione Shuman” redatta da Jean Monnet, mise la prima pietra del
progetto comunitario. Nella dichiarazione si promuoveva l’dea di portare avanti una progressiva
integrazione degli stati a partire dall’economia. Era la prima volta che si voleva tentare la creazione di uno
Stato in modo pacifico, partendo dall’unità economica e non da una conquista militare. Nella fattispecie la
proposta del ministro francese era quella di mettere in comune le principali risorse energetiche e
industriali: il carbone e l’acciaio. La teoria secondo cui l’unità fosse raggiungibile seguendo un processo di
progressiva integrazione economica prese il nome di “teoria Monnet”. Tale teoria affermava che i vantaggi
dell’integrazione economica avrebbero creato sempre un maggior consenso verso il progetto europeo da
parte della popolazione e dell’opinione pubblica.

(Nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio). La “dichiarazione Schuman” trovò
applicazione nel trattato di Parigi dell’aprile 1951 (entrato però in vigore nel luglio del 1952) che sancì la
nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca). Alla Ceca aderirono sei paesi – Italia,
Francia, Germania, Lussemburgo, Belgio e Olanda – i cui governi nominavano i 9 membri dell’Alta autorità.
Altre istituzioni della Ceca erano l’Assemblea parlamentare, eletta dai parlamenti dei sei paesi aderenti e
con funzioni consultive, il Consiglio, composto da membri dei sei governi che avevano la funzione di
coordinare le iniziative dell’Alta autorità con quella dei singoli stati, e la Corte di giustizia, che doveva
vigilare sull’applicazione del trattato.

(Le reazioni britannica e americana). L’iniziativa della Ceca fu definita dallo stesso Schuman un “salto nel
buio” perché non si sapeva a cosa avrebbe portato e fu intrapreso senza prima chiedere agli americani.
Nonostante ciò questi ultimi in seguito si dissero favorevoli al progetto. Di altro avviso erano gli inglesi, che
non erano disposti a cedere parte della propria sovranità a degli organi non eletti democraticamente.

3. Il motore franco-tedesco
(L’alleanza franco-tedesca). L’Unione si reggeva e si regge sull’alleanza franco-tedesca. Lo stesso Schuman
aveva affermato che essa sarebbe stata possibile solo se Francia e Germania avessero messo da parte il loro
conflitto secolare. La Francia fu incline ad accettare questa alleanza in particolare perché vedeva

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nell’Europa un mezzo per creare una comunità federale a guida francese e una garanzia sul non ritorno
dell’aggressività imperialista tedesca. In sostanza per la classe dirigente francese, l’integrazione europea
aveva lo scopo di tenere divisa la Germania e rialzare la Francia al rango di potenza. Dal suo punto di vista
Bonn era incline ad accettare l’egemonia della Francia per proteggere la crescita della Repubblica Federale
e per essere riabilitata sulla scena continentale. Tale elemento dimostra come la progressiva unificazione
del contenente sia stata frutto di interessi particolaristici degli stati e non dalla stessa spinta ideale che
animava i padri fondatori.

(Il progetto della Comunità europea di difesa). La guerra in Corea (1950-1953), che aveva portato il mondo
sull’orlo di una guerra tra i due blocchi, spinse gli States a spingere per il riarmo della Repubblica Federale.
La Francia era decisa ad accettare solo nel caso in cui ‘esercito di Bonn sarebbe andato a confluire in un
esercito europeo. Nel maggio del 1952 i paesi della Ceca firmarono il trattato che istituiva la Comunità
europea di difesa (Ced). Nonostante ciò l’esercito europeo non vide mai la luce poiché il parlamento
francese, che non aveva nessuna intenzione di perdere il proprio esercito, votò contro la rettifica del
trattato nel 1954. Così facendo la Francia metteva fine all’esistenza di un Europa anche militare, che
avrebbe garantito un’egemonia francese, preferendone una economica che, nel lungo tempo, fece
emergere la primazia tedesca, forte della sua industria e dei suoi commerci.

4. I trattati di Roma
(Eurotom e la Comunità economica europea). Il 25 marzo 1957 vennero firmati i trattati di Roma dai
rappresentanti dei Sei. Il primo trattato riguardava l’Eurotom, ovvero il progetto che metteva in comune la
ricerca atomica, il secondo riguardava l’istituzione della Comunità economica europea (Cee), ovvero la
creazione di un mercato unico europeo sul fronte industriale e agricolo basato sull’abolizione dei dazi
interni e il mantenimento di dazi verso l’esterno. L’Eurotom, alla fine, si rivelò un fallimento, infatti i
finanziamenti destinati al progetto furono esigui. Parigi, inoltre, decise di portare avanti un programma
atomico autonomo per costruirsi un arsenale nucleare. La bomba atomica per i francesi aveva un doppio
fine: quello di fungere da deterrente davanti al riarmo tedesco voluto da Washington e quello di mostrare
al mondo il ruolo autonomo e sovrano della Francia. Diversa fu la vicenda della Comunità economica
europea, frutto della visione monettiana, il cui scopo era quello di rendere gli stati europei sempre più
interconnessi fino alla creazione di un’entità politica europea. Gli stessi nazionalisti non guardarono di
cattivo occhio la Cee, vendendo in essa uno strumento che, nel contesto di allora, andava a favorire gli stati
membri. La speranza delle forze nazionaliste, era che il progetto europeo era lontano dallo svilupparsi al
punto di dare vita a un’entità che metteva in dubbio la sovranità nazionale.

(La Politica agricola comune). Uno dei primi frutti della Cee fu la Politica agricola comune (Pec). Essa fu
creata soprattutto sulla spinta della Francia, dove il mondo agricolo andava a costituire una lobby non
indifferente. Lo scopo era quello di assicurare ai suoi produttori gli stessi privilegi di cui godevano con le
norme nazionali. Anche la Pac fu uno strumento che da una parte andava verso la liberalizzazione del
mercato interno europeo, dall’altro imponeva dazi verso l’esterno.

(Le istituzioni della Cee). La Cee era dotata, inoltre, di istituzioni in parte ereditate dalla Ceca:
- L’Assemblea parlamentare, che manteneva il suo carattere consultivo.
- La Corte di Giustizia, che veniva potenziata per far si che le sue decisioni potessero prevalere sui
regolamenti nazionali.
- Il Consiglio, ovvero l’istituzione esecutiva formata da rappresentanti dei governi che si divideva a
seconda delle materie trattate (ad esempio c’era la Commissione Affari Generali che riuniva i
ministri degli Esteri dei paesi aderenti. All’interno del Consiglio inizialmente le proposte passavano
all’unanimità, ma poi fu introdotto il voto a maggioranza.
- La Commissione, formata da 9 membri nominati dai governi che avrebbero dovuto rappresentare la
comunità europea, ma che sovente fecero gli interessi del proprio paese. La Commissione aveva
vasti poteri, dal monopolio della proposta legislativa alla sua esecuzione. Lo scontro tra Consiglio e
Commissione, dunque tra eletti e non eletti, sarà una costante in Europa.

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Quella che nasceva era un’Europa ibrida, difficilmente inseribile nelle categorie politologiche attuali: né
stato nazionale, né organizzazione sovranazionale.

5. Approfondimento e/o allargamento: il nodo inglese


(L’approfondimento e l’allargamento). Lo sviluppo della Cee poteva andare in due direzioni:
l’approfondimento, ovvero il potenziamento delle istituzioni europee per rafforzare l’unità politica del
continente, di allargamento, che consisteva nell’inglobare nuovi paesi nella Comunità. Negli anni Sessanta e
Settanta fu quest’ultimo indirizzo a prevalere.

(I motivi della richiesta di ingresso del Regno Unito). I motivi per cui il Regno Unito era disposto a ebtrare
nella Cee, erano due:
- Economico, infatti aderire al mercato unico significava avere a disposizione i mercati di paesi in
forte crescita come la Germania, che tra il 1950 e il 1958 aveva un tasso di crescita del Pil di +7,8%,
e l'Italia, che l’aveva del +5,8%.
- Geopolitico, infatti l’entrata nella Cee avrebbe messo fine all’isolamento internazionale inglese e
avrebbe dato maggior peso al paese agli occhi di Washington, soprattutto dopo la perdita delle
colonie e del primato della sterlina.

(Il negoziato, le resistenze dell’asse franco-tedesco e l’assenso italiano). I negoziati per l’entrata del Regno
Unito durarono dodici anni, dal 1961 al 1973. Il principale motivo della lentezza fu l’opposizione francese –
a cui si affiancavano i tedeschi che avevano rafforzato, non fidandosi degli States che vedevano la
Repubblica Federale più come un futuro campo di battaglia che come un paese alleato da difendere –
l’intesa con la Francia. Tale avvicinamento fu sancito dal trattato dell’Eliseo del gennaio 1963 che poneva le
basi di una vera e propria alleanza strategica tra i due paesi. Le resistenze di De Gaulle erano dettate sia
dalla contrarietà di vedersi affiancare da un’altra potenza in Europa, rompendo l’asse franco-tedesco su cui
si reggeva, dall’altra dalla paura che l’entrata del regno Unito si sarebbe tradotto nel maggior controllo da
parte di Washington quando quello che si voleva creare era un terzo polo autonomo da Urss e Usa, anche
se alleato di quest’ultimo. Contrariamente la diplomazia italiana era favorevole all’entrata inglese nella Cee
sia perché la presenza di una potenza atlantica e la maggior connessione tra Cee e Nato erano viste come
una maggior tutela per la Repubblica italiana e per la sua esistenza, sia perché speravano di rompere l’asse
franco-tedesco, per crearne uno franco-anglo-tedesco in cui sarebbe potuta entrare l’Italia come quarto
Grande.

(L’entrata di nuovi paesi nella Cee). I primi nuovi paesi a entrare nella Cee furono Regno Unito, Danimarca
e Irlanda il 1° gennaio del 1973. La Norvegia non entrò in seguito al referendum che rovesciava la decisione
del parlamento che aveva votato a maggioranza l’entrata nella Comunità. Qui preponderante fu il peso
della lobby dei pescatori che si vedevano minacciati dalle regole europee. Nel 1981 fu la volta della Grecia e
nel 1986, dopo la caduta delle rispettive dittature che non erano in linea coi principi liberali e democratici,
della Spagna e del Portogallo. Mente Grecia e Portogallo non diedero gran prova di se soprattutto sotto il
profilo economico, la Spagna aveva avviato con l’integrazione una robusta crescita economica. Con
l’entrata dei paesi ibero-mediterranei all’interno della Comunità si creò una disomogeneità economica che
pesa tutt’ora.

6. La via della moneta unica


(I limiti dell’integrazione economica). La principale debolezza dell’integrazione economica, anche dopo
l’adozione dell’Atto unico, era che non stava in nessun modo portando all’unità politica. Altra cosa che
serviva per fare breccia nelle mura delle sovranità nazionali era introdurre una moneta unica. Il primo
progetto in questa direzione fu il “piano Werner”, dal nome del primo ministro lussemburghese che lo
aveva proposto. Nonostante ciò i tempi non erano maturi e il progetto finì nel cassetto.
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L’Atto unico europeo
L’Atto unico fu il più importante passo verso la creazione del mercato unico dopo che le crisi petrolifere
degli anni Settanta e Ottanta avevano creato un lungo periodo di stagnazione per le economie europee

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(“eurosclerosi”). L’Atto unico, firmato nel febbraio del 1986 ed entrato in vigore nel luglio del 1987,
limitavano tutte le pratiche che ostacolavano gli scambi in campo comunitario. Il senso dell’Atto unico,
comunque, fu soprattutto politico, infatti in questo caso le spinte comunitarie di Francia Germania e Italia
riuscirono a vincere la resistenza dei rappresentanti britannici dopo lunghi negoziati. Oltre al mercato
unico, l’Atto introduceva il voto per maggioranza e politiche regionali con l’introduzione di un fondo
europeo destinato a incrementare la coesione economica e sociale fra le regioni europee.
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(La fine dell’ancoraggio del dollaro all’oro, la fluttuazione delle valute europee e il “serpente
monetario”). L’idea della moneta unica tornò di attualità dopo la decisione del presidente americano Nixon
di sganciare il dollaro dall’oro (agosto 1971). Tale decisione mise in crisi il sistema di cambi che portò a
fluttuazione nei cambi delle valute europee come ne caso del marco che fu apprezzata causando danni al
settore delle esportazioni e dei commerci. Una delle proposte avanzate per stabilizzare le rispettive
economie dalle fluttuazioni dei cambi fu quella della moneta unica. Gli europeisti, inoltre, speravano che
questo passo avrebbe reso inevitabile l’unione politica, visto il disinteresse, se non la contrarietà,
dell’opinione pubblica sulla questione. Per portare avanti il progetto di unità monetaria venne introdotto
nei sei paesi della Cee più Regno Unito, Irlanda e Danimarca, il “serpente monetario”. Questo meccanismo
determinava un margine di fluttuazione degli scambi tra le valute dei paesi aderenti del 2,25%. L’obiettivo
era quello di favorire la stabilità monetaria nella fase mondiale che si era creata dopo lo sganciamento del
dollaro dall’oro. Questo meccanismo, però, venne travolto prima dalla speculazione sulla sterlina, che fece
uscire il Regno Unito dal “serpente”, poi dalla crisi petrolifera del 1973 che provocò una forte inflazione che
costrinse Italia e Francia ad uscire dal “serpente” sancendone il fallimento. Nel dicembre del 1974 fu
dichiarata la fine del “serpente”. I forti divari fra alcuni paesi a basso tasso d’inflazione, come la Germania,
e altri esposti all’aumento dei prezzi, come l’Italia, vissero in modo diverso il “serpente”: per i paesi come la
Germania era uno strumento di disciplina monetaria, per l’Italia era un meccanismo penalizzante.

(Il rilancio europeista franco-tedesco). Nello stesso 1974 in Francia divennero presidente Valéry Giscard
d’Estaing e cancelliere Helmut Schmidt in Germania. Questi due, per motivi diversi, rafforzarono l’asse
franco-tedesco in senso europeista. Se il primo vedeva nell’Europa l’unico mezzo per cancellare il rischio di
una futura dominazione tedesca, il secondo era convinto che una maggior integrazione europea avrebbe
permesso alla Germania di non rimanere isolata. Il proseguimento del progetto di integrazione europea
non poteva, ancora una volta, che andare in direzione della moneta unica.

(La nascita del Sistema monetario europeo). Su spinta dell’asse franco-tedesco, dunque, nel 1979 nacque il
Sistema monetario europeo (Sme). Lo Sme si basava sulla determinazione di una parità di cambio tra le
monete dei paesi aderenti che non superasse il margine del 2,25% in più o in meno. Per Italia, Spagna e
Portogallo lo spazio di movimento fu del 6%, mentre la Grecia non riuscì a sottoscrivere il patto. Con lo Sme
l’opinione pubblica italiana si divise tra chi, come Giulio Andreotti e il governatore della Banca d’Italia Paolo
Baffi, era critico nell’ancorare la lira a un meccanismo che avrebbe ridotto la possibilità di fare svalutazioni
competitive e chi affermava che, grazie allo Sme, l’Italia avrebbe portato avanti una politica monetaria
virtuosa.

(Lo scontro tra “monetaristi” ed “economisti”). Altro scontro, anche se un po’ più silenzioso, fu quello tra
“monetaristi” ed “economisti”. La prima categoria era composta da politici europeisti che vedevano nella
moneta unica la scintilla che avrebbe portato a un’Europa unita anche politicamente; la seconda categoria
era composta da chi, come i dirigenti della Bundesbank, sostenevano che prima bisognava rendere
omogenee le economie e le culture monetarie e poi procedere all’introduzione della moneta unica. In
sostanza sostenevano che l’unità politica avrebbe dovuto portare alla moneta unica e non l’opposto.

Capitolo 21. La sfida USA-URSS nel mondo postcoloniale


1. Gi indipendentismi asiatici nella guerra fredda
(I non-allineati). La competizione tra Usa e Urss si inseriva con il macrofenomeno geopolitico della
decolonizzazione. La disfatta dell’Impero giapponese e l’incapacità delle potenze europee di mantenere le

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proprie colonie in Asia e in Africa, avevano alimentato le rivendicazioni indipendentiste del Terzo Mondo. A
ciò si sommava la delegittimazione del colonialismo a livello politico-ideologico. All’interno della guerra
fredda i paesi che portavano avanti il processo di decolonizzazione dovevano decidere se inserirsi nel
blocco occidentale o in quello sovietico. L’alternativa era quella di scegliere la strada del non-allineamento.
Capofila di quest’ultima tendenza erano India e Jugoslavia. I non-allineati, dopo la conferenza di Bandung
(Indonesia) nell’aprile del 1955 a cui parteciparono 29 paesi, si riunirono in un movimento con lo scopo di
delineare una terza forza che non dipendesse da una superpotenza o dall’altra. Il termine Terzo Mondo
coniato dal demografo francese Alfred Sauvy nel 1952, dunque, non andava a indicare solo i paesi meno
sviluppati dell’Africa, dell’Asia e dell’Oceania, ma anche un soggetto terzo accanto al Primo Mondo
(Occidente) e al Secondo (Urss). Nonostante il tentativo di creare un terzo blocco, i paesi del Terzo Mondo
erano troppo diversi dal punto di vista culturale, sociale ed economico per imporsi come un movimento
coeso, inoltre l’indipendenza dei paesi terzomondisti dalle logiche della guerra fredda e dall’influenza di
una delle due superpotenze era spesso teorica. Il “terzomondismo” esistette solo nella mente dei suoi
ideologi.

(L’Asia teatro di scontri indiretti tra Usa e Urss). Il primo teatro di scontro indiretto tra Usa e Urss fu l’Asia.
Qui la lotta per l’indipendenza delle popolazioni locali contro i colonizzatori si tradusse in conflitti locali se
non in guerre indirette tra States e Unione Sovietica come nel caso della Corea e del Vietnam. Se
inizialmente gli Stati Uniti mantennero un basso profilo nel quadrante asiatico, con l’avvento della Cina
comunista Truman cambiò strategia: da una parte si favorì la ripresa economica del Giappone per farne il
perno della presenza anche militare statunitense nella zona del Pacifico; dall’altra il presidente americano
spinse le potenze europee con colonie nella zona di evacuarle sia per riservare le proprie finanze alla lotta
all’Urss in Europa, sia per evitare che tra i movimenti indipendentisti delle colonie prevalessero le
componenti comuniste. Possiamo dunque dire che Washington era favorevole alla decolonizzazione a parte
in quei casi, come in Vietnam, dove tale processo si sarebbe tradotto in una vittoria dei comunisti. Lo
scontro ideologico intrapreso da Washington contro l’avanzata del comunismo gli fece perdere di vista il
fatto che spesso i movimenti di liberazione esibivano una grammatica marxista-leninista come strumento
per spingere il popolo alla lotta più che per fede. Dall’altra parte nel mondo coloniale l’Urss si poneva come
una potenza anticolonialista e antimperialista pronta a tendere la mano a questi paesi.

2. La partizione del Raj


(La rinuncia britannica dell’India e le diverse visioni sul futuro del Raj). Il segnale della fine dell’Impero
britannico come potenza mondiale fu segnato dalla rinuncia al Raj. Qui le due principali forze che
combattevano per l’indipendenza del paese, il Congresso ispirato da Mahatma Gandhi e la Lega
mussulmana di Mohammed Ali Jinnah, proposero due visioni diverse del futuro assetto dell’India. Per il
Congresso l’India doveva sviluppare una struttura fortemente centralizzata e garantire i diritti delle
minoranze religiose, oltre che della maggioranza induista; per la Lega mussulmana, invece, l’India doveva
essere unita ma fortemente decentralizzata in modo da garantire maggiore autonomia alle regioni a
maggioranza mussulmana. Le due visioni erano inconciliabili e il negoziato promosso nel 1946 dal governo
laburista britannico non servì a evitare la spartizione, infatti nell’agosto del 1947, dall’ex colonia inglese,
nacquero due entità statali: l’India induista e il Pakistan mussulmano.

(L’indipendenza dell’India e del Pakistan e la questione del Kashmir). La spartizione che nacque dopo il
raggiungimento dell’indipendenza vedeva un Pakistan diviso in due territori a maggioranza mussulmana: la
parte occidentale centrata sul Punjab e quella orientale nella provincia del Bengala. A dividere queste due
zone c’erano circa 1500 chilometri di territorio indiano. La partizione non fu pacifica, infatti essa si
caratterizzò per lo spostamento di circa 10 milioni di persone da uno Stato indipendente all’altro in base al
credo religioso. A ciò si sommavano i massacri compiuti dai gruppi estremisti. Lo stesso Gandhi cadde
vittima di un attentato di un estremista hindu. A complicare lo scenario c’era anche la questione del
Kashmir, regione in cui il sovrano hindu optò per l’annessione all’India nonostante la contrarietà del 70%
della popolazione di fede mussulmana. Ne derivò una guerra indo-pakistana nel 1948 seguita da altre mai
risolutive. Il Kashmir rimase diviso in due lungo una “linea di controllo” provvisoria tutt’ora vigente.

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3. La Cina rossa
(La ripresa della guerra civile e la vittoria dei comunisti). Durante la seconda guerra mondiale i nazionalisti
del Guomindang guidati da Chiang Kai-shek e i comunisti guidati da Mao Zedong interruppero la guerra
civile per combattere l’invasore nipponico. Alla fine delle ostilità gli americani favorirono un negoziato per
creare un compromesso basato sull’unità nazionale. Nonostante ciò le grandi divergenze fra le due fazioni
portarono alla ripresa della guerra civile. Nonostante l’iniziale superiorità dei nazionalisti, i comunisti
ebbero la meglio e il 1° ottobre del 1949 venne battezzata la Repubblica popolare cinese. Nel frattempo il
Guomindang si rifugiò a Taiwan dove proclamò la nascita della Repubblica di Cina. Mao riuscì a prevalere
grazie all’abilità tattica e al sostegno da parte di un’ampia popolazione popolare che andava dai contadini ai
borghesi nauseati dalla corruzione del Guomindang.

(Mao e il comunismo cinese). Di fatto anche quello di Mao era un nazionalismo, infatti il leader comunista
aveva preso la dottrina marxista-leninista e, privata del suo carattere internazionalista, l’aveva adattata alle
esigenze del suo paese. L’obiettivo da raggiungere era la confuciana “Grande Armonia” radicali riforme
sociali, culturali ed economiche di cui furono esempio sia il “grande balzo in avanti”, che per le avventate
scelte economiche adottate portò a una grave carestia che causò la morte di circa 30 milioni di persone, sia
la “Rivoluzione culturale” degli anni Sessanta, che si tradusse in violenze verso i revisionisti e i borghesi in
nome dell’egualitarismo radicale.

(La politica di Mao per il consolidamento dell’unità cinese). La priorità geopolitica di Mao era quella di
recuperare i territori che erano stati della Cina imperiale come lo Xinjiang, la Mongolia e il Tibet. Il quadro
in cui si trovò Mao dopo la vittoria nella guerra civile era quello di una Cina che a nord era infiltrata
dall’Unione Sovietica, a est aveva il Giappone filo-americano e a sud, nell’Indocina dei territori coloniali
francesi. In questa situazione il dittatore cinese si vide costretto ad allearsi con Stalin per poter recuperare
parte dei territori del nord. Nel febbraio del 1950 venne firmato un accordo di reciproca assistenza in caso
di guerra tra Urss e Cina che, per quest’ultima, era un’assicurazione sulla vita; in cambio la Repubblica
popolare cinese dovette accettare l’indipendenza della Mongolia esterna (di fatto assorbita nel blocco
sovietico), l’apertura di Port Arthur alla flotta sovietica e il rilascio di concessioni minerarie ai sovietici in
Manciuria e nello Xinjiang. Nel frattempo, nel gennaio del 1950, sia Cina che Urss avevano riconosciuto la
Repubblica Democratica del Vietnam. Quest’ultima minacciava la sfera di influenza occidentale in Asia
meridionale, tanto che Washington cominciò a far affluire diversi aiuti nell’Indocina francese.

(I timori statunitensi sull’alleanza sino-sovietica e l’ipotesi di una Cina destabilizzante per l’Urss). Con la
fondazione della Repubblica popolare cinese e il suo mediato schieramento affianco all’Urss negli States si
sviluppò un dibattito su chi avesse “perso la Cina”. Questo paese, infatti, era importante per gli americani
che avrebbero voluto nella zona uno Stato amico appartenente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu come
quarto “Grande” incaricato di vigilare sulla pace mondiale. Ben presto, però, divenne evidente che
l’alleanza Cina-Urss si basava sulla reciproca sfiducia e andava a coprire una sempre più viva rivalità russo-
cinese. Nel gennaio del 1950, infatti, già il segretario di Stato americano Dean Acheson aveva colto che la
principale minaccia per l’integrità della nuova Cina era l’Urss e che dunque la Repubblica popolare cinese
avrebbe potuto svolgere in Asia lo stesso ruolo di Tito in Europa, rompendo il fronte comunista (cosa che
Stalin voleva scongiurare con l’accordo del febbraio dello stesso anno). Nonostante ciò a Washington
prevalse la linea di diffidenza nei confronti della “Red China”.

4. La guerra di Corea
(La divisione della Corea). Dopo lo sgombero delle foze giapponesi dalla Corea il paese venne diviso in due
lungo il 38° parallelo, con il Nord sotto il controllo sovietico e in Sud vigilato dagli americani. Sotto la tutela
delle due potenze nel 1948 nacquero due diversi paesi: la Repubblica Democratica Popolare di Corea con
capitale Pyongyang, guidata dai comunisti coreani di Kim Il-Sung, e la Repubblica di Corea con capitale
Seoul nel sud governata da un partito affine al Guomindang guidato da Syngman Rhee.

(L’invasione della Corea del Sud da parte del Nord). Nel 1950, con il beneplacito di Stalin, Kim Il-Sung
decise di attaccare la Corea del Sud convinto del non intervento americano o comunque di un loro

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intervento tardivo. il motivo principale che aveva spinto Kim ad attaccare la Corea del Sud era quello di
anticipare la conquista di Taiwan da parte dei cinesi, azione che avrebbe portato gli americani nel
continente impedendo alla Repubblica popolare del nord di inglobare la Repubblica del sud. Alla fine del
giugno del 1950 le truppe nordcoreane oltrepassavano il 38° meridiano. Truman, con il consenso dell’Onu,
intervenne subito facendo sbarcare nel sud del paese un contingente internazionale guidato dagli
americani. L’Urss non poté porre il veto perché stava boicottando il Consiglio di Sicurezza per la mancata
accettazione al suo interno della Repubblica popolare cinese, sostituita dalla Repubblica cinese di Taiwan
come membro permanente. Il successo dell’intervento americano spinse Truman a ordinare alle truppe di
superare il 38° parallelo. A questo punto Kim dovette ricorrere all’aiuto di Mao che mobilitò subito i suoi
“volontari” per spedirli sul fronte coreano. Il contingente internazionale e le truppe sudamericane, prese di
sorpresa, cominciarono ad arretrare finché, nel gennaio del 1951, i nordcoreani ripresero Seoul. A questo
punto il generale Douglas MacArthur chiese l’utilizzo della bomba atomica, ma Truman si oppose sapendo
che ciò avrebbe causato una guerra contro la Cina.

(I negoziati). A questo punto l’unica via da prendere fu quella dei negoziati che ripristinarono, nel 1953, la
linea divisoria tra le due coree più o meno dov’era prima. In questo frangente Stalin era riuscito a utilizzare
sia i nordcoreani, sia i cinesi: per quanto riguarda il primo caso li aveva spinti in una guerra che, se andava a
buon, fine avrebbe aggiunto una Corea interamente comunista nel blocco asiatico; per quanto riguarda il
secondo caso era riuscito a spingere la Cina in guerra contro gli States in modo che non potessero più porsi
come la Jugoslavia asiatica. Le conseguenze della guerra in Corea furono principalmente due: la leadership
cinese, sentendosi usata da Mosca, decise di agire con una sempre maggior autonomia rispetto all’alleato,
mentre gli americani rafforzarono la loro presenza in Asia lasciando truppe schierate in difesa di Seoul,
Taiwan, stroncando l’idea di Mao di prendere l’isola e rafforzando gli aiuti ai francesi in Vietnam.

5. La guerra del Vietnam


(La sconfitta della Francia e la conferenza di Ginevra). Nel maggio del 1954 la Francia perdeva la parte
settentrionale del Vietnam dopo essere stata sconfitta dalle truppe vietnamiti guidate dal generale Vo Giap.
Qualche giorno dopo la conferenza di Ginevra, a cui parteciparono Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia,
Gran Bretagna, Cina, Cambogia, Laos e due delegazioni vietnamiti rivali, stabilirono la divisione del paese
lungo il 17° parallelo. Nel nord, ad Hanoi, si insediò il governo comunista, nel sud a Saigon il governo fu
affidato al debole imperatore Bao Dai.

(I timori di Washington e il suo sostegno al regime del Sud). Washington non fu soddisfatta del
compromesso di Ginevra, così, la paura che il regime vietnamita del nord conquistasse tutto il paese
aprendo al blocco comunista la conquista di tutta l’Indocina e da qui dell’Asia, gli States decisero di
appoggiare Ngo Dinh Diem. Quest’ultimo, salito al potere dopo elezioni fraudolente, si rivelò un dittatore
sanguinario e incapace di eliminare la guerriglia vietcong che si era riunita nel Fronte di liberazione
nazionale appoggiato da Hanoi. Gli States, a questo punto, si trovarono di fianco a una doppia
contraddizione: da una parte appoggiava una potenza coloniale, la Francia, per il mantenimento della sua
colonia, dall’altra sosteneva un dittatore sanguinario andando contro ai principi di democrazia e di libertà
alla base degli Usa stessi.

(Il governo di Ho Chi Mihn e l’americanizzazione del confitto). L’idea americana che il governo di Hanoi
fosse un burattino della Cina a sua volta spinta dall’Urss era fallace. In realtà i vietcong portavano avanti
una guerra di carattere nazionalistico, anche se con l’aiuto di Cina e Urss. Ho Chi Mihn non era un burattino
di Mao. Nonostante ciò John Fitzgerald Kennedy, insediatosi alla Casa Bianca nel 1961, non era disposto a
guardare l’alleato sudvietnamita piegarsi. A questo punto venne avviata un’americanizzazione del conflitto:
gli States iniziarono a inviare “consiglieri militari” a supportare il regime di Diem. Furono gli stesso
americani ad avvallare il colpo di Stato che fece cadere il dittatore sudcoreano, sostituito da giunte militari
antidemocratiche e incapaci di fronteggiare i vietcong.

(Dall’incidente del golfo di Tonchino all’offensiva del Tet). Nell’agosto del 1964 dopo un misterioso
incidente al golfo del Tonchino – nel quale, secondo la versione ufficiale di Washington, alcune torpediniere

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nordvietnamite avevano attaccato una nave americana – il presidente americano Lyndon Johnson ottenne
dal Congresso l’intervento in Vietnam. Johnson fece schierare oltre mezzo milione di soldati che,
nonostante i bombardamenti, non riuscivano a venire a capo della guerriglia vietcong con risultati
devastanti per la propria immagine e per il morale delle proprie truppe. Il colpo più duro Washoington lo
prese nel fronte interno dove cresceva il movimento pacifista, sostenuto anche da un’opinione pubblica
che non capiva il senso di una guerra in Vietnam. L’opinione pubblica europea, inoltre, spinse i propri
governi a prendere le distanze da Washington. Dopo l’offensiva del Tet (capodanno vietnamita) nel gennaio
del 1968 da parte di nordvietnamiti e vietcong era evidente che la vittoria non era affatto a portata di
mano. Dopo aver deciso di non candidarsi per un secondo mandato, Johnson nell’ottobre dello stesso anno
annunciò in televisione l’avvio dei negoziati.

(I negoziati di Parigi, la caduta di Saigon e la nascita della Repubblica socialista del Vietnam). A gestire la
pace fu il successore di Johnson, Richard Nixon. Quest’ultimo fece ritirare parte rilevante delle truppe per
dare un segnale all’opinione pubblica americana, nonostante ciò la guerra proseguì fino al 1973, quando
furono firmati gli accorsi di Parigi. Con tali accordi gli americani si ritiravano dal Vietnam, mentre Hanoi
prometteva di non appoggiare più il Fronte di liberazione nazionale. In realtà il governo del Nord continuò a
infiltrare uomini nel sud e ad aiutare i vietcong fino al 1975 quando fu presa Saigon, ribattezzata Ho Chi
Mihn City. Nel luglio del 1976 il paese riunificato prese il nome di Repubblica socialista del Vietnam. La
sconfitta in Vietnam fu uno shock per gli americani, tanto che si cominciò a parlare di “sindrome del
Vietnam”, ovvero della riluttanza degli States di scendere direttamente in guerra, almeno che stata sicura la
vittoria. In Indocina, sull’ondata della vittoria vietnamita, nel 1975 salirono al potere regimi comunisti
anche in Laos e in Cambogia. In particolare in quest’ultimo si affermarono i Khmer Rossi di Pol Pot,
intellettuale formatosi in Francia, che tentò di dare vita a un regime autosufficiente e senza moneta. Le
carestie e le repressioni dei Khmer Rossi causarono la morte di 1,5-2 miliardi di persone. Nel 1978 la
Cambogia filo-cinese venne invasa dal Vietnam filo-sovietico dando inizio a una breve guerra tra Hanoi e
Pechino.

6. Il quadrante africano tra decolonizzazione e guerra fredda


(I motori della decolonizzazione in Africa). Alla fine della seconda guerra mondiale nessuna potenza era
pronta a liberare le proprie colonie, nonostante ciò due decenni dopo in quasi tutta l’Africa si era compiuto
il processo di decolonizzazione. Il processo di decolonizzazione, dunque, fu molto veloce, basti pensare al
1960, l’“anno delle indipendenze africane”, in cui nacquero 18 nuovi paesi. I motivi che spiegano la velocità
di questo processo sono molteplici:
- Le potenze coloniali erano impegnate a tenere in piedi le economie della metropoli dopo la guerra
e non avevano risorse da destinare al mantenimento dei possedimenti coloniali. Quello che
interessava a queste potenze era mantenere il controllo sulle risorse delle colonie e non più di
guidarle direttamente.
- Anche qui come in Asia, gli States facevano pressione sui propri alleati europei perché non
spendessero risorse nelle colonie, ma le usassero per contenere l’Urss. A ciò si aggiungeva la
preoccupazione che Mosca riuscisse ad attrarre le colonie proponendosi come campione della
decolonizzazione. In realtà l’Urss non aveva risorse adeguate per dare un serio sostegno ai gruppi di
indipendenza nel continente nero.
- Nelle esigue élite africane si erano diffuse idee che non erano compatibili con la dipendenza da una
madrepatria. In alcuni casi l’anticolonialismo si mescolò al marxismo dando vita a una forma inedita
di socialismo africano. Per un breve periodo si affermarono anche la corrente panafricana che
voleva cacciare i colonizzatori dal continente nero ed abolire i confini da lui creati.

(L’indipendenza del Ghana). Di chiara impronta panafricana era il primo movimento anticoloniasta di
successo, quello della Costa d’Oro britannica. Sotto la leadership di Kwame Nkrumah quel territorio,
ribattezzato Ghana, venne liberato nel 1948. In questo caso la Gran Bretagna decise di conservare i legami
economici e politici con l’ex colonia attraverso la struttura del Commonwealth, schema che sarà seguito da
Londra anche in futuro.

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(L’indipendenza dell’Algeria). Diverso era il metodo usato dalla Francia con le colonie. La Repubblica
francese aveva, infatti, deciso di intraprendere forme di indipendenza guidata, convinti di dover portare
avanti una “missione civilizzatrice”. Questa strategia era frutto del metodo di assimilazione adottato dal
paese durante l’era coloniale. Tale metodo prevedeva la progressiva integrazione politica, sociale e
culturale delle colonie in modo che potessero organizzarsi sul modello francese. tale metodo, però, si rivelò
fallimentare infatti nelle colonie francesi furono il più delle volte i popoli soggetti a imporre la
decolonizzazione. Il caso tipico fu quello dell’Algeria, dal 1848 considerato parte integrante della Francia.
Qui la rivolta armata, guidata dal Fronte di liberazione nazionale (Fln), scoppiò nel 1954. Dopo aver
stroncato un tentativo di colpo di Stato da parte di un gruppo di generali francesi ribelli, De Gaulle,
richiamato alla guida del paese nel 1958, concedeva l’indipendenza all’Algeria con gli accordi di Evian del 18
marzo 1962. La guerra civile causò più di 1 milione di vittime.

(L’indipendenza del Congo belga). Nel 1960 il governo belga si vide costretto ad abbandonare il Congo,
colonia ricca di diamanti, rame, cobalto e uranio. Nello stesso anno scoppiarono rivolte nelle regioni del
Katanga e del Kasai, aree strategiche in quanto ricche di minerali e sede degli interessi delle aziende
occidentali. Il governo del primo ministro Patrice Lumumba, di simpatie comuniste, si rivolse all’Unione
Sovietica per ottenere aiuto e reprimere la ribellione. Nel gennaio del 1961, dopo essere stato arrestato dal
generale e nuovo presidente Mobutu, venne assassinato con la complicità della Cia. Questo evento portò
alla radicalizzazione dei movimenti indipendentisti africani, tanto che alcuni si avvicinarono alle teorie
marxiste.

(L’indipendenza dell’Angola, della Guinea Bissau e del Mozambico). Dopo la “Rivoluzione dei garofani” del
1975, con cui il Portogallo si liberò dalla dittatura instaurata da Antonio de Oliveira de Salazar, Lisbona
decide di concedere ‘indipendenza alle colonie dell’Angola, del Mozambico e della Guinea Bissau. Sia in
Angola che in Mozambico, però, le forze autoctone entrarono in conflitto, esponendosi alla
strumentalizzazione dei due blocchi. In entrambi i paesi vinsero le forze filosovietiche: in Mozambico il
FRELIMO, in Angola, appoggiati anche da guerriglieri cubani e dallo stesso Ernesto “Che” Guevara, il MPLA.
Nonostante ciò bisogna ricordare che quello africano era un fronte secondario sia per i sovietici, che non
avevano molte risorse da destinarvi, sia per il blocco occidentale.
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Apartheid
Apartheid è una parola che in lingua afrikaans significa “separazione”. Tale parola venne usata in Sudafrica
per definire le politiche di segregazione razziale ch vigevano ancora dai tempi del dominio britannico.
L’apartheid era, dunque, lo strumento usato dalla minoranza bianca per dominare la maggioranza di colore
e fu particolarmente sviluppata nel 1948 quando andò al potere l’Afrikaner National Party, che
rappresentava i nazionalisti bianchi. Le fondamenta teoriche dell’apartheid stabilivano che c’era una
gerarchia tra le “razze” che vedeva al vertice quella bianca. Inoltre, a livello geopolitico, a ogni “razza”
corrispondeva un territorio monoetnico. I neri, ad esempio, erano assegnati agli esigui territori del
Bantustan. Dopo la seconda guerra mondiale, però, sorsero dei partiti contrari all’apartheid, uno fra tutti
l’African National Congress, il cui leader Nelson Mandela fu il primo presidente nero del Sudafrica post-
apartheid.
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(Le difficoltà degli stati africani dopo l’indipendenza). A livello generale il processo di raggiungimento
dell’indipendenza da parte del contenente nero ebbe successo e fu il più delle volte pacifico. Lo stesso,
però, non si può dire della costruzione degli stati sul modello occidentale. In Africa, infatti, i diversi tentativi
di raccogliere l’ex territorio della colonia in quello di uno stato nazionale si rivelò fallimentare a causa di
istituzioni consolidate e di élite politico-amministrative capaci. A ciò bisogna aggiungere la volontà delle ex
potenze metropolitane di mantenere uno stretto controllo sulle risorse economiche e sulle élite politiche
delle ex colonie. Un altro elemento che andò a sfavore dei nuovi stati fu quello etnico-religioso. I nuovi
paesi, infatti, mantenevano i confini stabiliti dai colonizzatori che all’epoca non avevano tenuto conto dei
fattori etnici e religiosi che dividevano la popolazione all’interno della stessa colonia. Queste fratture
emersero dopo la decolonizzazione e, a volte, sfociarono in guerre. Il caso più rilevante fu quello della
Nigeria dove le etnie mussulmane degli hausa e dei fulani si scontrarono con quella cristiana degli igbo che

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volevano l’indipendenza. il tentativo di secessione, con la proclamazione della Repubblica del Biafra nel
1967, scatenò un conflitto di tre anni che vide la sconfitta dei secessionisti e oltre tre milioni di morti.
Davanti a questi conflitti e alle continue ingerenze straniere il progetto panafricano restò sulla carta.

7. Il quadrante latinoamericano: non solo Cuba


(Usa e Urss in America Latina). Dalla dottrina Monroe in poi l’America Latina era sempre stata il “giardino
di casa” degli Stati Uniti. Qui le leve a favore dell’Unione Sovietica erano assai poche, nonostante ciò
l’atteggiamento americano eccessivamente securitarista spinse diversi paesi verso Mosca. L’eccesso di
securitarismo spingeva la Cia a vedere dei pericolosi nemici comunisti anche in dittatori o leader che in
realtà non erano vicini ai bolscevichi, due casi su tutti il primo Fidel Castro e Salvador Allende. Altro fattore
che rendevano gli statunitensi invisi ai propri vicini era la dipendenza economica che i latinoamericani
soffrivano nei confronti degli States. Questi ultimi, infatti, vedevano diverse loro multinazionali, una tra
tutte la United Fruit, gestire le materie prime locali con il beneplacito della classe politica corrotta.

(La politica geostrategica e l’intervento in Guatemala). Dopo la seconda guerra mondiale gli States, per
mantenere il controllo in America Latina, usò la leva geostrategica. Questa si concretizzò con la conferenza
interamericana di Rio de Janeiro (1947) in cui venne stipulato un contratto di mutua difesa. In sostanza gli
States si riservavano il ruolo di intervenire in caso di ingerenze sovietiche. Altro frutto di questa politica fu
l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) del 1948. Frutto di questa politica fu l’intervento statunitense
in Guatemala tra il 1953 e il 1954. In questo caso la vittima designata era il presidente del paese Jacopo
Guzman, un socialista democratico che aveva danneggiato gli interessi della United Fruit portando avanti
una parziale espropriazione delle terre di proprietà della multinazionale. Mentre la Cia addestrava dei
guerriglieri anti-governativi, gli States ottenevano all’unanimità (tranne per il voto contrario del paese
interessato) l’approvazione della risoluzione per il Guatemala dai paesi dell’OSA (Guatemala a parte).
Davanti a questa situazione Guzman chiese aiuto a Mosca, ma ciò gli costò il potere: i guerriglieri addestrati
dalla Cia entrarono nel paese mentre l’aeronautica americana bombardava la capitale. Guzman fu costretto
a fuggire dal paese, mentre la riforma agraria veniva abolita.
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Peròn
Juan Domingo Peròn (1895-1974) fu il massimo leader dell’Argentina del Novecento. La sua ideologi, da lui
stesso definita giustizialista, mescolava l’autoritarismo al nazionalismo e alla giustizia sociale. Questa nuova
corrente politica sopravvisse al dittatore e ispirò diversi partiti argentini sia di destra che di sinistra nel
continente sudamericano e in particolare in Argentina. Peròn iniziò la sua carriera politica dopo il colpo di
stato del 1943, dove si pose alla guida del Ministero del Lavoro. Durante il suo ministero Peròn preparò la
sua ascesa assumendo il controllo dei sindacati e promuovendo politiche che lo resero popolare. Dopo un
breve periodo di prigionia, nel 1945 vinse le elezioni presidenziali e fondò il suo partito. Durante il suo
governo figura centrale fu la compagna Evita Duerte, poi Eva Peròn, che accentuò i caratteri populisti del
peronismo fino alla sua morte nel 1952. Negli anni Cinquanta il regime peronista assunse una dimensione
sempre più autoritaria e personalistica finché non fu rovesciato da una rivolta militare nel 1955. Peròn visse
in esilio per diciassette anni e nel 1973, dopo la caduta del regime militare, tornò in patria e fu rieletto
presidente. Nonostante ciò il mandato ebbe breve durata, infatti nel 1974 Peròn, già cagionevole di salute,
morì d’infarto a Buenos Aires.
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(Cuba: la Rivoluzione, lo sbarco della Baia dei Porci e la crisi missilistica). Qualche anno dopo il Guatemala,
gli States si trovarono ad affrontare una nuova sfida a Cuba dove, il 1° gennaio del 1959, il corrotto e
sanguinario Fulgencio Batista era stato rovesciato da una rivoluzione nazionalista guidata da Fidel Castro
che godeva di un gran sostegno popolare. La rivoluzione di Castro mescolava elementi socialisteggianti con
il nazionalismo di Josè Martì. Tanto bastava agli States per vedere in lui un bolscevico travestito e per
Chruscev un possibile alleato alle porte del territorio statunitense. Il successore di Eisenhower, John
Fitzgerald Kennedy, tentò da subito di sradicare il regime castrista usando metodi analoghi a quelli visti in
passato in Guatemala: la Cia organizzò e lanciò contro castro, nell’aprile del 1961, un gruppo di esuli cubani
filo-Batista che sbarcarono nella Baia dei Porci per tentare da lì il colpo di stato. La spedizione fu un
fallimento sia dal punto di vista militare, sia per le conseguenze. Infatti, dopo questo attacco, Castro, oltre a

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diventare più popolare, si avvicinò a Mosca anche ideologicamente. Anche in questo caso l’estremo
securitarismo statunitense creò a Washington un nuovo nemico. Conseguenza del tentativo di colpo di
stato orchestrato dagli americani, fu la decisione di Castro di ospitare sull’isola missili sovietici armabili con
testate nucleare. Quando, nel 1962, gli aerei spia scoprirono le navi che portavano le armi si toccò l’acme
della guerra fredda: Kennedy impose l’embargo a Cuba e intimò ai sovietici di ritirarsi, nel mentre entrambi
i paesi si mobilitavano. Alla fine la diplomazia segreta, tra cui quella di papa Giovanni XXIII ebbe la meglio.

(La politica del progresso e il suo abbandono con l’intervento a Santo Domingo). Dopo il fallimentare
sbarco nella Baia dei Porci, Kennedy comprese che la strategia che si doveva adottare per evitare che i
paesi latinoamericani cadessero sotto l’influenza sovietica era un’altra: favorire il progresso in modo da
alleviare i disagi economici e la conflittualità sociale. Tale politica prese avvio nell’agosto del 1961 quando,
a Punta Este in Uruguay, venne inaugurata l’Alleanza per il progresso che, secondo le intenzioni di
Washington, doveva essere un progetto di sostegno allo sviluppo economico, sociale e politico. Tale
progetto era volto a favorire riforme agrarie che prevedessero la redistribuzione della terra, la costruzione
di scuole, ospedali, case, la promozione dell’educazione pubblica e l’affermazione delle istituzioni
democratiche. Dopo qualche iniziale risultato, il piano si rivelò fallimentare anche per gli scarsi
finanziamenti americani. Da questo punto in poi Washington tornò a proporre una politica aggressiva e nel
1965 il presidente Johnson inviò 20.000 marines per rovesciare il governo di sinistra a Santo Domingo.

(Il colpo di stato in Cile). L’esempio più eclatante della politica statunitense in America Latina è il colpo di
stato di Augusto Pinochet, un generale che con l’appoggio della CIA rovesciò il presidente regolarmente
eletto Salvador Allende l’11 settembre del 1973. Nonostante Allende non fosse un fantoccio di Mosca e un
pericolo per gli States, esso era comunque una valida alternativa al modello sovietico: un marxista che era
salito al potere con regolari elezioni e che voleva raggiungere il socialismo tramite la democrazia. La
decisione del presidente americano Richard Nixon di appoggiare il colpo di stato era dettata dalla paura che
il caso cileno potesse essere preso d’esempio da altri paesi dove i partiti comunisti erano forti come, ad
esempio, l’Italia.

Capitolo 22. Il Medio Oriente in fiamme (1948-1991)


1. La nascita di Israele
(Il conflitto per il territorio palestinese e l’immigrazione ebraica in Palestina). Nel contesto della
decolonizzazione uno dei casi più problematici fu quello della Palestina, all’epoca sotto l’amministrazione
inglese. Qui infatti, alla decolonizzazione si sommava lo scontro tra la popolazione palestinese, a
maggioranza mussulmana, e quella ebraica, che voleva fondare nella zona uno Stato di Israele. Dopo il 1945
la Shoah fu un fattore di legittimazione del sionismo, la cui leadership guidata da David Ben Gurion aveva
rivendicato la creazione di uno Stato di Israele centrato su Gerusalemme già nella riunione all’hotel
Baltimore di New York del maggio 1942. Tra il 1945 e il 1948, nonostante i controlli britannici, ci fu una
corposa immigrazione di ebrei in Palestina. Il governo inglese, all’epoca guidato dai laburisti, era contrario
alla creazione di uno Stato ebraico nella zona, ma dopo attentato all’hotel King David, quartier generale
inglese, nel luglio del 1946, il governo decise di ritirarsi dalla zona.

(La mediazione dell’Onu e la Dichiarazione d’indipendenza dello Stato di Israele). A questo punto la
questione venne affidata all’Onu che nel novembre del 1947 con una risoluzione decise di dividere il
territorio in due stati: Palestina e Israele con Gerusalemme e Betlemme sotto il controllo dell’Onu. Gli
israeliani accettarono la risoluzione, gli arabi no. Mentre la popolazione araba si ribellava, il governo
laburista israeliano guidato da Ben Gurion si occupava di dare vita a uno Stato dall’impronta laica e
socialista, oltre che favorire la diaspora ebraica verso Israele. Il 14 maggio 1948 Ben Gurion decretò la
nascita dello Stato d’Israele con la Dichiarazione d’indipendenza basata sui valori della libertà, della
democrazia, della giustizia sociale e sull’uguaglianza dei cittadini, compresi quelli arabi.

(L’intervento dei paesi arabi, la vittoria israeliana e la naqba palestinese). In quel momento le milizie
israeliane controllavano 1/5 dell’ex Mandato inglese di Palestina, ma il 15 maggio Egitto, Iraq, Siria, Libano

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e Giordania si unirono alla resistenza palestinese nel tentativo di eliminare la nuova entità statale (Prima
guerra arabo-israeliana). In una prima fase Israele sembrava avere la peggio, ma dopo la tregua tra il giugno
e il luglio del 1948, il nuovo stato si riarmò e si preparò. Nel gennaio del 1949 ci fu l’armistizio dopo la
naqba, la “catastrofe”, come viene ricordata dai palestinesi. Lo Stato ebraico, infatti, dopo la guerra si era
ampiamente allargato rispetto ai confini originali, specie in Galilea e nel deserto del Negev. Nonostante la
vittoria, Israele fu costretta ad accettare la spartizione di Gerusalemme con la Giordania e la cessione di
Gaza all’Egitto.

2. Da Suez alla pace Israele-Egitto


(L’ascesa di Nasser e il panarabismo). La vittoriosa guerra d’indipendenza israeliana delegittimò
fortemente la monarchia egiziana che, nel luglio del 1952, cadde in seguito a un colpo di stato portato
avanti da un gruppo di ufficiali tra i quali emerse Gamal Nasser. Nasser si fece da subito portavoce del
panarabismo, proponendosi come leader della nazione araba e come avversario del sionismo.
Contemporaneamente il leader egiziano sperimentò una politica economica di carattere socialista e si
avvicinò al blocco sovietico.

(La nazionalizzazione del canale di Suez e l’intervento anglo-farncese). La rottura tra Nasser e il blocco
occidentale avvenne nel luglio del 1956 con la nazionalizzazione del canale di Suez. La nazionalizzazione del
canale attirò sull’Egitto le ire di Francia e Gran Bretagna che temevano che il petrolio diretto in Europa
cadesse nelle mani di Nasser e dell’alleato sovietico. A questo punto le due potenze europee si accordarono
con Israele per liberarsi del leader egiziano: la Francia fornì le armi allo Stato israeliano, oltre al sostegno di
un progetto per la creazione della bomba atomica, mentre in cambio l’intelligence israeliana forniva a
quella francese informazioni sull’Algeria. Contemporaneamente sia il governo francese che quello inglese si
dissero disposti intervenire militarmente contro Nasser.
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Nasser
Gamal Nasser (1918-1970) fu presidente dell’Egitto e massimo esponente del panarabismo, ideologia che
predicava l’unità di tutti gli arabi. La sua vicenda politica inizia col colpo di stato del luglio del 1952, dopo il
quale riesce ad emergere sugli altri ufficiali. Divenuto presidente nel 1956 cerca di portare avanti
l’industrializzazione del paese mantenendo stabili rapporti sia con i sovietici che con gli statunitensi. Il
rifiuto degli States di finanziare il progetto della diga di Assuan, spinge Nasser a nazionalizzare il canale di
Suez nel 1956. Dopo la sconfitta subita contro anglo-francesi e israeliani, da cui l’Egitto ne usc’ salvo grazie
all’intervento delle superpotenze, Nasser si avvicina sempre di più all’Urss. Grazie alla sua popolarità nel
mondo arabo, Nasser riuscì a portare avanti il progetto panarabo di fusione di Egitto e Siria sotto il nome di
Repubblica Araba Unita (1958). Nonostante ciò il distacco tra i due paesi avvenne già nel 1961. Nasser
rimase in carica, nonostante la sconfitta nella guerra dei Sei giorni, fino alla sua morte avvenuta nel
settembre del 1970).
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(I piani di Ben Guron contro l’Egitto). Per quanto riguarda Israele, Ben Guron aveva accettato di aiutare gli
anglo-francesi per rafforzare il controllo dello Stato israeliano sulle conquiste fatte con la guerra
d’indipendenza. lo scopo era quello di conquistare la penisola del Sinai, lo stretto di Tiran, il Libano e di
smembrare la Giordania. L’intervento israeliano da il via alla seconda guerra arabo-israeliana.

(L’attacco al Sinai appoggiato dagli anglo-francesi e l’intervento delle superpotenze). In seguito


all’accordo segreto tra i tre paesi, verso a fine di ottobre del 1956 le truppe israeliane occupano Gaza e il
Sinai. A questo punto, come d’accordo, inglesi e francesi lanciano un ultimatum per il ritiro delle due parti
concependolo in modo da essere inaccettabile per l’Egitto. Davanti all’ovvio rifiuto, nei primi di novembre,
gli anglo-francesi inviano una spedizione di paracadutisti contro l’Egitto. A intervenire, a questo punto, sono
le superpotenze: l’Urss minaccia attacchi missilistici in Francia, Inghilterra e Israele, mentre gli States,
presieduti da Eisenhower, minaccia sanzioni economiche e l’espulsione dall’Onu di Israele e richiama
all’ordine i due paesi europei. Il 9 novembre Ben Gurion ritira le truppe e nella zona vengono schierati i
caschi blu dell’Onu.

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(La guerra dei Sei giorni). La terza guerra arabo-israeliana, o guerra dei Sei giorni, scoppiò per una nuova
recrudescenza tra i già tesi rapporti tra Israele e vicini arabi. Tra la fine del 1966 e i primi del 1967 gli scontri
con le milizie palestinesi con base in Giordania si intensificarono. La situazione peggiorò quando
l’intelligence sovietica diffuse un’informazione falsa secondo cui Israele stava ammassando l’esercito nella
frontiera con la Siria. A questa notizia Nasser rispose inviando l’esercito in Sinai e reclamando il territorio
occupato dalle forze dell’Onu senza successo. In risposta al diniego dell’Onu Nasser chiuse lo stretto di
Tiran, spingendo Israele a intervenire. Il 5 giugno del 1967, dopo che le truppe erano entrate nel Sinai,
l’aviazione israeliana liquidava quella di Egitto, Siria e Giordania. Dopo il cannoneggiamento giordano di
Gerusalemme ovest, le truppe israeliane, il 7 giugno, dilagarono fino al fiume Giordano. Dopo due giorni le
truppe israeliane tolsero ai siriani le alture del Golan. Il 10 giugno, sotto pressione delle Nazioni Unite e
dell’Urss, il governo israeliano di Levi Eshkol dichiarò il cessate il fuoco. In questi sei giorni di guerra Israele
aveva triplicato il suo territorio.

(La questione di palestinesi nel territorio israeliano). Dopo la guerra dei Sei giorni a Israele si presentò la
questione ancora aperta su cosa fare con la popolazione araba dei territori conquistati. La soluzione più
razionale, avvallata anche dalla risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, era quella di restituire
parte dei territori conquistati in cambio della pace e del riconoscimento dello stato di Israele. Nonostante
ciò lo status quo che si era creato era favorevole a Israele che non aveva nessuna intenzione di cambiarlo,
inoltre al nuovo primo ministro Golda Meir non interessavano le sorti dei palestinesi che non lo
consideravano nemmeno un popolo.

(L’avvicinamento tra Urss e Siria e di Egitto e States). Mentrew da una parte la Siria si avvicinava all’Unione
Sovietica anche per creare i presupposti per riconquistare le alture del Golan, in Egitto Nasser veniva
stroncato da un infarto nel 1970. Al suo posto salì al potere Anwar al-Sadat. Il suo obiettivo era di
riconquistare i territori perduti e di modernizzare il paese. A tale scopo al-Sadat decise di passare dalla
parte degli americani per attirare investimenti stranieri e per recuperare pacificamente i territori perduti.
Davanti all’intransigenza israeliana e all’indifferenza statunitense, però, al-Sadat decise di allearsi con il
dittatore siriano Hafez al-Asad per scatenare una guerra contro Israele.

(La quarta guerra arabo-israeliana). Il 6 ottobre del 1973, giorno della festa ebraica dell’espiazione (Yom
Kippur), le truppe egiziane e siriane presero di sorpresa Israele occupando il Sinai e le alture del Golan. La
controffensiva del Tsahal (esercito israeliano) fu devastante. Alla fine delle ostilità, il 22 ottobre, le truppe
israeliane erano a 90 chilometri da Cairo e a 30 da Damasco, nonostante ciò per la prima volta gli arabi
avevano ottenuto una sorta di pareggio in una guerra contro Israele.

(L’embargo petrolifero nei confronti dell’occidente e la pace tra Egitto e Israele). Durante questa
campagna, davanti all’appoggio occidentale a Israele, l’Organizzazione dei paesi arabi esportatori di
petrolio, guidata dall’Arabia Saudita, decise di imporre un embargo per protesta. Dall’ottobre del 1973 e
per i sei mesi seguenti il costo del petrolio in Occidente quadruplicò, mettendo a dura prova i paesi colpiti.
La pressione prodotta da questo gesto spinse gli States ad impegnarsi maggiormente nella risoluzione della
questione arabo-israeliana. Il frutto di questo impegno furono gli accordi di Camp David del 1978 che
consentirono all’Egitto di recuperare il Sinai in cambio della pace e del riconoscimento di Israele. Al-Sadat
pagò questo “tradimento” nei confronti del mondo arabo con la vita, infatti nel 1981 venne assassinato da
un jihadista egiziano.

3. La causa palestinese e i suoi nemici


(L’impronta nazionalista alla lotta palestinese). La fine del panarabismo impose ai palestinesi di dare
un’impronta nazionalista alla propria lotta, la prima cosa che dovevano fare era quello di farsi riconoscere
come popolo senza Stato. La conflittualità territoriale tra palestinesi e israeliani per la costruzione dei
rispettivi paesi rendeva impraticabile la prospettiva dello Stato binazionale.

(L’Organizzazione per la liberazione della Palestina). La prima organizzazione che aveva come scopo quello
di portare avanti la lotta palestinese fu l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), nata nel

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1964 su iniziativa della Lega Araba, composta da Egitto, Siria, Arabia Saudita, Iraq, Transgiordania e Libano
allo scopo di tutelare gli interessi arabi nella regione. L’OLP raccolse diversi gruppi di resistenza, da quelli
marxisti al movimento nazionalista laico Fatah. A capo dell’OLP, dal 1969 al 2004 fu eletto Yassir Arafat e
dopo la morte di Nasser e la guerra dei Sei Giorni l’organizzazione si trovò libera di portare avanti la lotta
palestinese senza le ingerenze della Lega Araba. L’Organizzazione guidata da Arafat aveva due scopi:
portare all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale la questione palestinese e proporsi come
embrione di uno stato palestinese. Nonostante ciò si trovava ad affrontare una forza militare come quella
israeliana e ciò costrinse l’organizzazione a spostarsi negli stati arabi disposti a dargli ospitalità.
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Arafat
Yassir Arafat (1929-2004) forse nacque e studiò all’università nel Cairo dove giovane entrò in contatto con i
Fratelli mussulmani. Fu membro dell’esercito egiziano e partecipò nella guerra del 1956 contro Israele. Fu
fondatore e leader della principale organizzazione combattente palestinese Fatah, nata nel 1956 e
presidente dell’Organizzazione della liberazione della Palestina dal 1969. Arafat, mentre era alla guida
dell’OLP mostrò sia la faccia del fedayn intransigente, disposto a ricorrere al terrorismo contro Israele, sia
quella del politico dialogante che, dopo gli accordi di pace con lo stato sionista, gli fece guadagnare il Nobel
per la Pace. La parabola del leader palestinese cominciò a declinare con il fallimento del vertice di Camp
David del 2000 con cui doveva nascere una Palestina indipendente affianco a Israele.
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(Il Settembre Nero in Giordania). Una delle prime basi trovate dai palestinesi fu la Giordania. Qui, però, la
tensione tra transgiordani, beduini e rifugiati palestinesi sfociò, nel settembre del 1970, in conflitto: il re di
Giordania Hussein fu preso di mira da fedayn palestinesi che nel contempo crearono un loro governo
popolare nel nord del paese. lo scopo dei fedayn era quello di abbattere la monarchia e di partire dalla
Transgiordania per riconquistare i territori perduti. Nonostante ciò la reazione di re Hussein fu spietata:
migliaia di rifugiati e combattenti palestinesi furono uccisi dalle forze armate giordane, mentre lo stesso
campo palestinese si spaccò in chi combatteva il sovrano e in chi lo sosteneva. Questa fu la prima grande
sconfitta dell’OLP, oltretutto ad opera di un paese arabo.

(Il terrorismo internazionale dell’OLP). L’ala più estremista del movimento, a questo punto, si convinse che
l’unico modo per recuperare la visibilità perduta era quello di ricorrere al terrorismo internazionale. Il
gruppo che più si distinse fu quello chiamato Settembre Nero, responsabile degli attentati alle Olimpiadi di
Monaco del 1972 che costarono la vita a 11 atleti israeliani. Altri attentati a loro attribuiti furono quello
all’aeroporto di Fiumicino del 1973 e il sequestro della nave Achille Lauro nel 1985 che provocò una crisi dei
rapporti tra Stati Uniti e Italia.

(La difficile situazione in Libano e l’invasione israeliana). Cacciati dalla Giordania i leader dell’OLP
trovarono rifugio in Libano. Qui le vicende del movimento palestinese si incrociarono con quelle delle
fazioni libanesi e con gli interventi di Siria e Israele a sostegno delle diverse fazioni. Il Libano, infatti, si
reggeva su un delicato equilibrio tra cristiani maroniti e mussulmani sunniti e sciiti. L’afflusso dei palestinesi
ruppe gli equilibri in favore della fazione mussulmana e nel 1975 scoppiò una guerra civile tra questi e
cristiani maroniti. Con la vittoria della destra in Israele e l’elezione di Menachem Begin nel 1977, lo stato
israeliano intensificò i rapporti con le milizie dei cristiani maroniti per colpire i palestinesi in Libano. L’anno
successivo il Tsahal occupò la parte meridionale del paese. in seguito all’aumento dei lanci di missili
palestinesi verso la Galilea e il tentato assassinio dell’ambasciatore israeliano a Londra, nel giugno del 1982
l’esercito israeliano invase il Libano che dare il colpo di grazia all’OLP e mettere al potere i cristiani maroniti.
Nonostante ciò la resistenza mussulmana creò una situazione di stallo che portò al cessate il fuoco nel
maggio del 1983. L’episodio più drammatico della guerra fu l’assedio israeliano di Beirut, dov’erano
asserragliati 15 mila guerriglieri palestinesi, evacuati grazie alla mediazione americana. Il quartier generale
dell’OLP, a questo punto, si spostò a Tunisi.

(Il massacro di Sabra e Shatila). Durante la guerra in Libano, l’assassinio del leader maronita scatenò nel
1982 la rappresaglia delle milizie cristiane che, coperte dall’esercito israeliano, tra il 16 e il 18 settembre,
uccisero migliaia di uomini, donne, anziani e bambini palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila. Dopo

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questo massacro l’immagine di Israele come David che combatte contro il Golia arabo si rovesciava: ora
erano i palestinesi a passare dalla parte dei deboli perseguitati dagli israeliani agli occhi di parte
dell’opinione pubblica.

(L’Intifada a Gaza e in Cisgiordania). Questo mutamento della percezione si accentuò nel 1987, con lo
scoppio della prima Intifada, una rivolta palestinese a Gazza e in Cisgiordania fatta di atti di disobbedienza
civile e di violenza limitata a causa della carenza di mezzi. Le immagini riportate dai mass media
dell’esercito israeliano che respinge in armi i rivoltosi armati di fionde, pietre e molotov causò un grave
danno d’immagine allo Stato di Israele.

4. La diffusione dell’Islam politico


(I Fratelli mussulmani). La sconfitta nella guerra dei Sei giorni fu uno smacco per il panarabismo e il
socialismo arabo, tanto che a diffondersi tra le popolazione mediorientali fu l’Islam politico. Tra i vari gruppi
assertori di uno Stato basato sulla legge islamica (shari’a) c’erano i Fratelli mussulmani, gruppo nato nel
1928 in Egitto. Il suo fondatore, Hassan al-Banna, predicava una dottrina basata sul ritorno alla fede
islamica di Maometto e dei quattro califfi (salafismo), la shari’a, la lotta contro le ingerenze occidentali e
coloniali, l’abolizione dei confini tra gli stati della dar al-islam (“casa dell’Islam), ovvero delle terre a
maggioranza mussulmana in vita della rinascita del califfato. Con la formazione e i successi dello stato
sionista si impose nei gruppi integralisti il precetto della jihad (guerra santa). Nel corso della seconda metà
del Novecento la dottrina professata dai Fratelli mussulmani si diffuse nei paesi con una forte componente
mussulmana. Nei diversi paesi la dottrina veniva declinata o in modo pacifico, con lo scopo di cambiare
dall’interno lo Stato e con la creazione di un welfare fatto di scuole, ospedali e associazioni sportive, o
violento.

(Il successo dei Fratelli mussulmani in Palestina e la nascita di Hamas). In ambito palestinese i Fratelli
mussulmani decisero di incrociare l’elemento religioso con quello nazionale riscuotendo molti consensi. In
particolare dopo la guerra del 1967 si diffusero nella striscia di Gazza occupata dagli israeliani. Inizialmente
la stessa Israele favorì questi gruppi nel tentativo di creare uno scontro interno tra nazionalisti di Arafat e
integralisti. I due obiettivi che si era prefissato il ramo dei Fratelli mussulmani in Palestina erano di
islamizzare la popolazione e di raggiungere l’indipendenza. In occasione della prima Intifada del 1987 la
struttura si evolvette dando vita ad Hamas, braccio armato dei Fratelli mussulmani in Palestina, che si
impegna nella jihad contro Israele. Anche dentro Hamas e ai Fratelli mussulmani, comunque, si sviluppò
una corrente favorevole al confronto e disponibile ad accettare la creazione di due Stati nella regione.

(La rivoluzione islamista di al-Utaybi in Arabia Saudita). Più radicale fu l’islamismo sviluppatosi in Arabia
Saudita all’ombra delle petrolmonarchie. L’alleanza strategico-energetica tra emirati e States, corruzione e
ingiustizia sociale, favorì lo sviluppo di questi gruppi che nel novembre del 1979 occuparono la Grande
Moschea della Mecca. Solo dopo due settimane e l’intervento delle forze speciali francesi convertitesi
frettolosamente all’Islam permise la liberazione dei ribelli guidati da Juhayman al-Utaybi.

(La resistenza islamista afgana contro l’Unione Sovietica). Lo jihadismo, oltre che in queste due zone, si
sviluppò, col favore degli americani, anche nell’Afghanistan occupato dai sovietici. Il principale teorico dei
gruppi jihadisti afgani era Abdallah Azzam che voleva creare nella zona un califfato da cui poi sarebbe
partita la jihad. Trasferitosi in Pakistan, Azzam entrò in contatto con Ayman al-Zawahiri, fondatore di al-
Qa’ida e Osama bin Laden. Azzam e al-Zawahiri entrarono subito in conflitto sulla strategia da seguire:
mentre il primo voleva dare priorità alla costruzione di un califfato afghano-pakistano, il secondo voleva
portare la jihad in tutti gli stati retti da regimi corrotti e marionette dell’Occidente come l’Egitto e l’Arabia
Saudita. Alla fine ebbe la meglio al-Zawahiri in quanto nel 1989 Azzam morì in seguito ad un attentato
organizzato o dall’intelligence sovietica o dallo stesso al-Zawahiri.

5. La Rivoluzione iraniana e le guerre del Golfo


(Il governo dello scià Pahlavi e le cause della Rivoluzione). La Rivoluzione iraniana fu per molti versi frutto
del riformismo repressivo attuato dalla dinastia Pahlavi, instauratasi in Persia nel 1925. Lo scopo del

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riformismo dello scià Muhammad Reza era quello di modernizzare la Persia seguendo il modello intrapreso
da Ataturk in Turchia. Ad apporsi al progetto erano i comunisti, messi fuori legge nel 1949, e i nazionalisti
che, durante il loro governo nel 1951, erano stati rovesciati da un colpo di stato organizzato dallo scià e
appoggiato dagli anglo-americani, quando il primo ministro aveva nazionalizzato l’Anglo-Iranian Oil
Company. La monarchia di Muhammad Reza di fece sempre più repressiva dagli anni Sessanta e Settanta e
la crisi economica della metà degli anni Settanta creò il contesto adatto per la rivoluzione. La veloce
urbanizzazione, l’impoverimento dei ceti medi, l’incertezza del ceto mercantile, i timori del clero sciita per
la diffusione degli usi e dei costumi occidentali, l’allargamento della forbice sociale furono i fattori alla base
della rivoluzione.
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Sunniti e sciiti
Quella tra sunniti e sciiti è la principale linea di faglia all’interno della religione islamica. I 4/5 dei
mussulmani sono sunniti, mentre il 15% è sciita, il resto fa parte di gruppi di modesta influenza. La
principale differenza tra le due correnti è che i sunniti riconoscono nel Profeta e nei quattro califfi che lo
succedettero le guide dell’Islam, mentre gli sciiti sostengono che il successore doveva essere il cugino del
Profeta, Alì, e non Abu Bakr. Inoltre gli sciiti danno una grande importanza agli imam, visti com discendenti
di Alì. Sia i sunniti che gli sciiti si dividono in diverse scuole, ad esempio in Arabia Saudita prevalgono i
sunniti di una scuola particolarmente rigorosa e puritana, mentre in Iran, a maggioranza sciita, prevale la
corrente dei duodecimali. Questa frattura religiosa in Medio Oriente si presenta tutt’ora anche come una
frattura geopolitica che vede da una parte la fazione sunnita a guida saudita e quella sciita a guida iraniana.
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(La rivoluzione del 1979). A causa del contesto economico e della predicazione dall’esilio parigino
dell’ayatollah Khomeini, scoppiarono delle rivolte che costrinsero lo scià a lasciare Teheran nel gennaio del
1979. Il primo febbraio l’ayatollah tornò nel suo paese natale. Il suo ritorno diede un forte impulso di
carattere islamista a una rivoluzione a cui avevano partecipato diverse correnti politico-ideologiche.
All’interno del movimento rivoluzionario, ad esempio, esistevano correnti islamico-marxiste come quella di
Ali Shariati che miscelava precetti islamici con principi quali la giustizia sociale. Anche se inizialmente
l’ayatollah Khomeini non era estraneo a questi postulati, arrivato al potere decise di soffocare questa
corrente per tutelare i ceti benestanti del paese.

(L’Iran postrivoluzionario). Il nuivo sistema istituzionale che venne a crearsi in Iran era un compromesso tra
democrazia e teocrazia. Qui il potere era affidato al clero godeva della legittimità popolare, nel contempo la
massima autorità per guanto riguardava l’interpretazione del diritto coranico era la Guida suprema
incarnata dall’ayatollah Khomeini. In Iran, dunque, nasceva uno Stato in cui erano presenti parlamento,
presidente della Repubblica e governo che, però, dovevano sottostare alla legge coranica interpretata dal
clero. Tale sistema, ovviamente, non mancava di conflitti tra autorità politica e religiosa, in particolare dopo
la formazione dei pasdaran, le milizie rivoluzionarie volute dal Khomeini.

(L’occupazione dell’ambasciata americana di Teheran). Uno degli eventi più eclatanti di poco successivi
alla rivoluzione, fu l’occupazione dell’ambasciata di Teheran del novembre del 1979 che rompeva
definitivamente i rapporti tra Iran e Stati Uniti. Affianco alla minaccia dei Fratelli mussulmani ora, nello
scacchiere mediorientale, si presentava anche quella iraniana che, in nome dell’esportazione della
rivoluzione, si legava a diversi gruppi jihadisti di altri paesi come Hezbollah in Libano. L’avvento del regime
khomeinista rappresentò un problema anche perché nasceva nella zona in cui sono presenti i due terzi dei
giacimenti petroliferi mondiali e un terzo di quelli di gas.

(L’Iraq di Saddam Hussein e la guerra contro l’Iran). Proprio in nome del possesso delle materie prime e
per le questioni di carattere religioso spesso interne all’Islam, la zona mediorientale fu teatro di diversi
conflitti tra i quali i più sanguinosi furono la guerra tra Iraq e Iran, che durò otto anni dal 1980 al 1988, e
quella del Golfo del 1990-1991 che vide come protagonisti americani e iracheni. In entrambi i casi il fattore
scatenante delle guerre fu l’Iraq di Saddam Hussein. Dittatore e leader del partito Baath, Hussein era
espressione della minoranza sunnita del paese che teneva sotto scacco la maggioranza sciita e i curdi
iracheni. Oltre che dei sunniti, il regime difendeva anche la corposa minoranza cristiana. L’Iraq, a livello di

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politica internazionale, si presentava come alleato del blocco sovietico e come sostenitore della linea
intransigente nei confronti dello stato di Israele. La guerra contro l’Iran scoppiò alla fine del settembre del
1980. L’obiettivo dell’invasione dello Stato khomeinista era triplice: evitare che gli sciiti iracheni seguissero
l’esempio di quelli iraniani, per Hussein affermarsi come principale leader panarabo, mettere le mani sul
petrolio iraniano. Saddam era convinto della vittoria per diversi motivi: credeva che il nuovo regime
instauratosi a Teheran, essendosi appena insediato, fosse debole, credeva nell’appoggio di parte degli
iraniani scontenti del regime, contava sul fatto di avere le spalle coperte dall’Unione Sovietica, sul
silenzio/assenso degli States e sul finanziamento da parte delle petrolmonarchia ostili a Teheran. In realtà,
quella che per Saddam doveva essere una guerra lampo, fu una guerra lunga otto anni da cui entrambi i
paesi uscirono sfiniti. Nel 1988 l’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq era fallita. Dopo la guerra Hussein non
restituì i prestiti fattigli dalle petrolmonarchie, anzi pretese dagli emiri di non produrre petrolio in eccesso,
così facendo il prezzo del greggio sarebbe aumentato e le casse irachene ne avrebbero giovato.

(L’invasione del Kuwait e la prima guerra del Golfo). Pressato dalle minacce di una secessione curda e di
una rivolta sciita e spaventato dal milione e mezzo di soldati smobilitati che avrebbero potuto creare
disordini in patria o tentare il colpo di Stato, Hussein decise di intraprendere un’altra guerra. Il casus belli
dell’invasione del Kuwait da parte delle truppe di Bagdad fu fornito dal rifiuto dell’emiro di due isolette
come risarcimento della presunta estrazione illegale di petrolio iracheno. Davanti all’atteggiamento
ambiguo di Washington, Hussein si sentì sicuro di intervenire e il 2 agosto del 1990 il suo esercito aveva già
occupato l’intero emirato. A questo punto l’Arabia Saudita, con l’esercito iracheno alle porte, chiese aiuto
agli States e il presidente George H. Bush intervenne per difendere gli alleati. Dalla metà di gennaio del
1991, con l’avvallo dell’Onu e l’appoggio di una coalizione internazionale, gli States diedero inizio
all’operazione “Desert Storm”. La supremazia statunitense fu schiacciante: l’aeronautica distrusse diverse
infrastrutture civili e le basi militari irachene, mentre a fine febbraio la guerra finiva con le truppe irachene
che fuggivano dal Kuwait. Liberato l’emirato, Bush ordinò ai soldati di avanzare, infatti un attacco all’Iraq
avrebbe rotto la coalizione araba alleata degli States e sarebbe potuta degenerare in una rivoluzione sciita
simile a quella iraniana. Nonostante la sconfitta, dunque, il regime di Hussein rimase in piedi.

Capitolo 23. La Repubblica dei partiti


(Le caratteristiche dell’Italia post-bellica). I caratteri peculiari della Prima Repubblica nell’immediato dopo
guerra erano principalmente tre:
- Dal punto di vista esterno venne trasformata in un semiprotettorato americano. L’Italia venne
considerata dalle potenze alleate uno stato sconfitto, nonostante la guerra di Resistenza e il cambio
di campo dell’8 settembre, quindi il paese non aveva altra alternativa che aderire al blocco
atlantico. Nonostante lo status di paese sconfitto, l’Italia non subì gravi amputazioni territoriali
come la Germani, infatti venne privata solo delle colonie e di alcuni territori ad est, come l’Istria e la
Dalmazia, che passarono sotto la sovranità della Jugoslavia di Tito.
- Dal punto di vista interno quella che stava nascendo era una democrazia consociativa. Questo
sistema, che durò per tutta la Prima Repubblica, si basava sulla collaborazione della maggioranza, in
cui spiccava sempre la Democrazia Cristiana, e l’opposizione, nella quale il partito più forte era il
Partito comunista. Da tale collaborazione, obbligata in quanto nessun partito riusciva a raggiungere
la maggioranza assoluta, nascevano leggi e ripartizioni formali dei posti negli apparati pubblici e
parastatali. Tale sistema, col tempo, diede vita a una corruzione sistematica che si concretizzava
nell’elargizione da parte delle imprese pubbliche di fondi neri.
- Sempre dal punto di vista interno, la terza caratteristica del paese era la scarsa efficienza dello
stato che aveva ereditato il sistema burocratico e amministrativo dal ventennio fascista che, a sua
volta, lo aveva ereditato dal Regno. Sotto questo punto di vista, infatti, la Repubblica non era poi
così differente dal Regno d’Italia.

(I partiti italiani e la loro collocazione nella guerra fredda). Dal punto di vista partitico, nell’Italia post-
bellica si riproducevano le fratture esistenti sia durante la guerra civile, tra antifascisti (tutti i partiti
dell’arco costituzionale) e neofascisti (il Movimento Sociale Italiano), sia quelle della guerra fredda, con i

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partiti filo-americani da una parte (Dc in testa) e quelli filo-sovietici (Fronte Popolare). I principali partiti che
vissero da protagonisti la storia della Prima Repubblica furono: Democrazia cristiana, erede del Partito
popolare di don Luigi Sturzo, Partito comunista, Partito socialista, Movimento sociale italiano, Partito
d’Azione (che scomparirà quasi subito dalla scena politica) e altri partiti minori quali Partito
socialdemocratico italiano (nato da una scissione interna al Psi), partito liberale e partito repubblicano. Una
delle caratteristiche dei partiti della Prima Repubblica riguardava la loro lealtà; se formalmente tutti i
partiti, tranne il Movimento sociale e i monarchici, erano leali alla Repubblica, nella realtà la Dc era fedele
alla Santa Sede e in parte minore agli americani, mentre i partiti del Fronte Popolare (Pci-Psi) all’Unione
Sovietica.

1. Nascita della Prima Repubblica


(La situazione dell’Italia post-bellica). L’Italia uscì dalla guerra in un regime di occupazione militare alleato.
Solo il 1° gennaio 1946 fu restituito al regno il Nord del paese ad eccezione del’Alto Adige e della Venezia
Giulia che rimasero sotto l’occupazione alleata. Per quanto riguarda il Regno, nel dopoguerra esisteva una
sorta di diarchia tra la monarchia, rappresentata dal sovrano Vittorio Emanuele III e dal luogotenente
Umberto, salito al trono nel maggio del 1946 dopo l’abdicazione del padre, e il CLN, composto da
democristiani, socialisti, comunisti, azionisti, liberali e repubblicani. All’interno del CLN i partiti principali
erano il Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti che, seguendo le direttive di Stalin che voleva evitare
il rischio di una terza guerra mondiale, aveva rifiutato ogni velleità rivoluzionaria e accettato l’inevitabile
collocazione del paese all’interno del blocco occidentale; il Partito socialista di unità proletaria, guidato da
Pietro Nenni, che si poneva in linea col Pci con cui aveva fatto un patto d’azione dando vita alla coalizione
del Fronte Popolare; la Democrazia Cristiana, nata nel settembre del 1942 come partito antifascista legato
al Vaticano. La situazione emergenziale in cui si trovava l’Italia nel dopo guerra e il consenso popolare di cui
godevano comunisti e socialisti, spinse il leader democristiano Alcide De Gasperi a collaborare in un
governo di coalizione nazionale composto da Dc, Fronte Popolare e partiti minoritari (azionista,
repubblicano e liberale). La situazione in cui versava l’Italia dopo la guerra, dal punto di vista economico,
sociale e morale, era critica: le industrie erano a terra, l’agricoltura si limitava alla sussistenza, il mercato
nero e la povertà imperversavano. Nel centro-nord, inoltre, gli strascichi della guerra civile continuavano a
generare vendette dei vincitori (antifascisti) sui vinti (fascisti), tanto che la zona compresa tra Parma,
Reggio Emilia e Modena si guadagnò il nome di “triangolo della morte”. A ciò si sommavano le spinte
secessioniste della Sicilia, lo scontro con la Jugoslavia sui confini orientali e la questione istituzionale, sulla
quale la maggioranza delle forze politiche concordava nel preferire la repubblica alla monarchia.

(Il primo governo post-bellico). Il primo vero esecutivo post-bellico che si trovò ad affrontare queste
questioni nacque nel dicembre del 1945 e vedeva come primo ministro De Gasperi, come vice Nenni e
come ministro alla Giustizia Togliatti.

(La nascita della Repubblica, l’Assemblea costituente e l’entrata in vigore della Costituzione). La
questione istituzionale si sbloccò il 2 giugno del 1946 quando il popolo italiano andò a votare per scegliere
tra la monarchia e la repubblica. Quest’ultima vinse con più di 12 milioni e 700 mila voti, la monarchia
raggiunse il buon risultato di più di 10 milioni e 700 mila voti, mentre quasi un milione e mezzo di schede
furono dichiarate nulle. Il referendum istituzionale ebbe l’effetto di spaccare in due il paese, infatti nel sud
aveva prevalso la monarchia con più del 67% dei voti, mentre nel centro-nord aveva prevalso la repubblica
rispettivamente con il 63 e il 64% dei voti. I risultati furono contestati dagli sconfitti che lamentarono
irregolarità e brogli, tanto che il paese si trovò sull’orlo di una nuova guerra civile quando gli ambienti di
corte chiesero al sovrano Umberto II di attuare un colpo di Stato. Il suo rifiuto e l’esilio della famiglia dei
Savoia in Portogallo scongiurò questa eventualità. Assieme al referendum istituzionale venne eletta
l’Assemblea costituente. le elezioni videro il trionfo del Fronte Popolare che raggiunse il 40% seguito dalla
Democrazia cristiana col 35, gli azionisti presero solo l’1,4% dei suffragi. L’Assemblea costituzionale lavorò
incessantemente per la stesura della Costituzione che fu ultimata nel dicembre del 1947. Il 1° gennaio del
1948 la Costituzione dell’Italia repubblicana entrò in vigore.

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(La fine della coalizione antifascista, la scissione di palazzo Barberini e quella interna al movimento
sindacale). Proprio mentre i padri costituenti stavano scrivendo la carta, la coalizione antifascista venne
meno. La rottura del fronte antifascista fu un prodotto dalla guerra fredda e dalla divisione del mondo in
due blocchi. Ormai la collaborazione tra la Dc filo-americana e Fronte Popolare filo-sovietico era
impossibile. Nel gennaio del 1947 De Gasperi andò in viaggio negli States, qui Truman gli offrì aiuti
economici e lo incoraggiò ad emanciparsi da comunisti e socialisti. La fine del governo di coalizione
antifascista presupponeva la nascita di un governo a guida Dc e appoggiato dagli altri partiti moderati
minori. Tale svolta fu resa possibile anche dalla scissione di palazzo Barberini dell’11 gennaio 1947, quando
Giuseppe Saragat ruppe con l’ala filosovietica del Partito socialista italiano di unità proletaria dando vita al
Partito socialista italiano dei lavoratori. Dopo la scissione il Psiup riprese il nome di Psi. La fine della
coalizione antifascista, che si concretizzò con la caduta del primo governo De Gaspari il 20 gennaio del
1947, portò nel 1948 a una scissione del sindacato che si divise in CGIL (Confederazione Generale Italiana
del Lavoro) filo-comunista, CISL (Confederazione Italiana Sindacati Lavoro) cattolica e UIL (Unione Italiana
del Lavoro) socialdemocratica.

2. Costituzione geopolitica e costituzione politica


(Il secondo governo De Gasperi e l’ingresso nella NATO). Verso la fine di maggio del 1947 il Presidente
della Repubblica Enrico De Nicola incarica De Gasperi di formare un nuovo esecutivo. Il leader della Dc
esclude Pci e Psi e crea una maggioranza coi partiti minori (liberali, repubblicani e socialdemocratici). La
decisione di De Gasperi era in linea col contesto internazionale e col posizionamento dell’Italia nel blocco
occidentale sancito dalla partecipazione del paese alla fondazione della NATO nell’aprile del 1949.

(La pace di Parigi). Nonostante ciò l’Italia entrava a far parte del blocco su un piano non paritario con gli
alleati, dato che veniva considerato uno stato sconfitto. Questo elemento fu lampante nella pace di Parigi
del 10 febbraio del 1947 che per l’Italia fu punitivo. Con questo trattato venivano modificati i confini del
paese che perdeva le coloni, parte della Venezia Giulia, l’Istria, la Dalmazia, il Dodecaneso e Rodi. Il trattato
di pace, inoltre, trasformava Trieste in un territorio libero, sovrano e indipendente. La questione triestina
venne risolta solo nel 1954. Per quanto riguardava la Valle D’Aosta rimaneva territorio italiano assieme
all’Alto Adige dopo il trattato De Gasperi-Gruber del settembre del 1946 (dal nome dei primi ministri
italiano e austriaco) con cui la regione acquisiva un’ampia autonomia culturale, economica e
amministrativa. Nella stesura del trattato di pace le potenze alleate non tenerono conto della lotta
Partigiana e della cobelligeranza del Regno dopo l’8 settembre, andando in contrasto con la Costituzione
che vedeva nella Repubblica un frutto della Resistenza, la stessa Resistenza che riscattò il paese dall’onta
fascista.

(L’approvazione della Costituzione italiana). Dopo la firma della pace di Parigi, il 22 dicembre del 1947,
venne approvata con 453 voti favorevoli e 62 contrari la Costituzione della Repubblica Italiana. La carta
costituzionale era frutto di un compromesso tra forze cattolico-democratiche e marxiste, da qui
l’importanza del lavoro e della giustizia sociale che più volte si riscontrano nei diversi articoli. La
Costituzione, oltre ad esporre i principi fondamentali della Repubblica nei primi 12 articoli, disegnava
l’architettura istituzionale della Repubblica secondo i principi parlamentarista e bicamerale. Il principale
organo della Repubblica era ed è il Parlamento, diviso in Camera e Senato. Queste concedono e revocano la
fiducia ai governi e nominano il Presidente della Repubblica.

(Le elezioni del 1948). Con la fine della legislatura furono indette nuove elezioni il 18 aprile del 1948. Ad
affrontarsi erano due coalizioni: la Dc affiancata da socialdemocratici, liberali e repubblicani e il Frante
Popolare composto da comunisti e socialisti. La campagna elettorale fu all’insegna della vasta mobilitazione
delle masse, ma anche delle proteste sociali e della violenza che si susseguirono anche dopo il voto, come
nel caso della strage di Portella della Ginestra in Sicilia, dove i banditi di Salvatore Giuliano spararono sui
lavoratori riuniti in comizio per il 1° maggio del 1947. Uno dei rischi più sentiti durante queste elezioni era
quello dello scoppio di una nuova guerra civile; se, infatti, all’interno del Pci c’era un’ala guidata da Pietro
Secchia pronta all’insurrezione (tenuta a bada da Togliatti e dallo stesso Stalin da Mosca), dall’altra parte gli
americani avevano approntato un piano in caso di vittoria o colpo di stato delle forze marxiste. Tale piano

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prevedeva in sostanza un colpo di stato, attuato con l’appoggio degli ambienti dell’esercito e della polizia
non ancora de-fascistizzati, per dare pieni poteri al ministro dell’Interno Mario Scelba (Dc) che, durante il
suo ministero, continuò l’operazione di schedatura dei sovversivi o dei presunti tali. Nella campagna
elettorale un ruolo fondamentale lo giocò la Chiesa che si impegnò a sostituire la Democrazia cristiana
costituendo Comitati civici e denigrando i “senza Dio”. Il risultato delle elezioni, alla fine, premiò la Dc che
ottenne più del 48% dei voti e la maggioranza assoluta alla camera, mentre il Fronte Popolare si fermò al
31%. Dopo la sconfitta tra le file del Psi cominciò a serpeggiare l’idea di staccarsi dal Pci, mentre all’interno
di quest’ultimo si rifaceva strada la proposta insurrezionale, soprattutto dopo l’attentato a Togliatti del 14
luglio 1948. Nonostante ciò la dirigenza del partito e lo stesso Togliatti chiamarono all’ordine i militanti che
avevano dato vita a episodi insurrezionali nelle città del nord, consci anche del fatto che Stalin non sarebbe
intervenuto in caso di una guerra civile.

3. Dalla ricostruzione al miracolo economico


Il periodo che va dalla metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta e che ebbe il suo culmine tra il
1958 e il 1963, è il periodo del “miracolo economico”, durante il quale l’Italia si sviluppò fino a diventare
una potenza industriale e commerciale capace di competere a livello mondiale.

(La situazione socio-economica dell’Italia post-bellica e le riforme). Nonostante ciò il periodo subito
successivo alla guerra fu molti duro; secondo l’“Inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla”
svolta tra il 1951-52, era classificato misero l’11% delle famiglie italiane. La disparità, inoltre, sanciva una
spaccatura tra nord, dove le famiglie misere erano l’1,5%, e sud, dove superavano il 28%. La capacità della
spesa dei cittadini del sud era di due terzi di quella del nord, inoltre solo il 40% della popolazione viveva in
abitazioni non affollate. Le città soprattutto del sud, infine, presentavano una serie di baracche e di rifugi di
fortuna. Davanti a questa situazione urgevano riforme che poterono essere attuate grazie agli aiuti
americani (Piano Marshall). Tali aiuti, però, dovevano essere affiancati da riforme perché fossero funzionali
nel medio-lungo termine. Così, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, vennero fatte diverse riforme come
quella tributaria (1949), quella agraria (1950) e quella sull’edilizia, basata sul Piano Fanfani, dal nome del
giovane ideatore nonché esponente dell’ala di sinistra della Dc, Amintore Fanfani. Con tale piano vennero
finanziate e costruite diverse case popolari.

(La spinta dell’industria pubblica). nel piano di ricostruzione i di rilancio economico del paese centrale era
l’impresa pubblica: l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, nato sotto il fascismo, durante la Prima
Repubblica si sviluppò fino a diventare uno dei conglomerati industriali più grandi al mondo. All’IRI, inoltre,
si affianca l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), fondato nel 1953 da Enrico Mattei che, da subito, entrò in
contrasto con le altre compagnie energetiche internazionali.

(L’impatto sociale e culturale dello sviluppo economico). Con il superamento della crisi e il passaggio da
una società agricola a una industriale, mutavano anche i costumi. I principali effetti del benessere sulla
popolazione furono:
- La migrazione dal sud al nord alla ricerca di lavoro che svuotava le campagne e riempivano le città
industrializzate , o dal bel paese all’Europa centro-settentrionale.
- La diffusione di nuove tipologie di consumo in particolare nelle città industrializzate del nord e tra
le nuove generazioni. Se nel 1951 il 70% delle spese era destinato agli alimenti, alla fine del
decennio cominciarono a diffondersi nuovi beni di consumo enfatizzati dalle pubblicità.
- Il cambiamento degli stili di vita con l’inizio della motorizzazione di massa portata avanti dalla Fiat
della famiglia Agnelli con la diffusione della Fiat Topolino e la creazione della Seicento e della
Cinquecento, dalla Pirelli con la produzione della Vespa e con la Innocenti che ideò la Lambretta.
Sempre su questo punto grande peso ebbe la diffusione dei frigoriferi, dei telefoni, delle radio e,
dal 1954, della televisione.
- Il benessere, la diffusione di mezzi di comunicazione come la radio e la tv e la maggior affluenza nei
cinema liberi dalla censura di regime, permise la diffusione della cultura americana coi film di
Hollywood e i cartoni animati, ma anche lo sviluppo di una cinematografia nostrana con il
neorealismo di registi di alto calibro come Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica.

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