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Capitolo 4

L’intermediazione tra la società e la politica

1. I gruppi di pressione
Il rapporto tra l’individuo e il sistema sociale, da un lato, e il sistema politico, dall’altro, è in genere
mediato da canali, forme associative e modalità di espressione che variano nel tempo, nello spazio e
per tipologia.
Le principali funzioni che intercorrono tra la società e la politica sono quelle definite:
● dall’articolazione degli interessi: che designa il processo attraverso cui gli individui e i
gruppi formulano domande alle strutture decisionali politiche.
Essa è svolta, oltre che dai cittadini, dai gruppi di pressione e dai movimenti sociali;
● dall’aggregazione degli interessi: che designa la funzione di conversione delle domande in
scelte politiche alternative.
Essa è svolta dai partiti, dai leader politici e dalla burocrazia pubblica.

Un gruppo di pressione può essere definito come un insieme di persone, unite da interessi di vario
genere, che si mobilitano volontariamente per difendere e perseguire tali interessi, e che svolgono
molteplici attività strumentali al fine di esercitare condizionamenti e influenza sulla società in
generale e soprattutto sui processi decisionali della sfera politica.
Questa definizione descrive in realtà tra caratteristiche disposte in sequenza, ovvero tre stadi, che
danno luogo a tre diverse denominazioni:
● il primo stadio, che mette l’accento sull’insieme di persone unite da interessi comuni,
corrisponde al gruppo di interesse.
Esso rimane tale finché si muove nelle dimensioni (sociali, economiche, culturali) del non
politico;
● il secondo, che enfatizza il processo di mobilitazione per la difesa e il perseguimento di
quegli interessi, viene chiamato gruppo di pressione;
● il terzo, che prevede il ricorso a varie attività strumentali per esercitare condizionamenti di
influenza, è detto lobby.

Lo sfondo da cui muovere è quello che considera la compresenza di differenti gruppi di pressione
come condizione fondamentale delle teorie del pluralismo politico, contrapposte alle teorie
monistiche del potere statale.
Nella tradizione del pensiero politologico e filosofico la presenza ed il ruolo dei gruppi vengono
inscritti in tre famiglie di pluralismo:
● cristiano-sociale: l’uomo è una creatura di Dio ed il suo sviluppo avviene nelle comunità
naturali quali la famiglia, la parrocchia, le associazioni professionali ed il villaggio.
La sua identità civile gli viene data dalla società, non dallo Stato;
● liberal-democratico: la più radicale applicazione delle idee di uguaglianza e di libertà si
deve a Madison autore dei Federlist Paper.
Il disegno di Madison punta ad assicurare sia il massimo di democrazia, attraverso le
istituzioni politiche, sia il massimo di libertà degli interessi provati, attraverso
l’associazionismo.
Contro il rischio di abusi da parte delle istituzioni va previsto un complesso sistema di
checks and balances, mentre il miglior rimedio al settarismo delle fazioni può consistere
paradossalmente nel fare in modo che gli stessi gruppi si moltiplichino: una società animata
da numerosissimi gruppi di interesse. Inquadrati in un’unione federale più potente dei tredici
Stati pre-esistenti, è destinata a costituire, per Madison, la migliore garanzia di democrazia e
libertà.
La conferma della bontà della tradizione pluralistica americana si deve a Tocqueville nei
due volumi della Democrazia in America.
● socialista: si sviluppa prima e ai margini della traduzione totalitaria del marxismo operata
dall’Urss e dai paesi del socialismo reale.
La Francia, l’Inghilterra e la Jugoslavia, sono i principali paesi della sua elaborazione:
1) Francia: le idee pluraliste di tipo socialistico nascono dal connubio tra positivismo e
socialismo.
Saint-Simon, Fourier e Durkheim predicano l’importanza della associazioni professionali
e dei gruppi umani federati, per superare l’individualismo esasperato delle teorie liberiste e
le pretese astratte dello Stato;
2) Inghilterra: è la tradizione fabiana a produrre i contributi più significativi.
In un contesto caratterizzato dallo sviluppo industriale e dalla vita delle fabbriche, Cole
teorizza il Guild Socialism.
A suo avviso il metodo democratico deve soprattutto esercitarsi nelle gilde, che si
concretizzano in autonome organizzazioni di produttori e consumatori, professionisti ed
utenti.
E’ l’interazione di tali organizzazioni a formare il tessuto di una società che sia
contemporaneamente socialista e democratica.
A quest’area della sinistra britannica, può essere associato anche il pensiero di Laski, il
quale contrappone al preteso monismo della sovranità statale di Bodin, una sovranità
multicentrica, negoziata e federale, in quanto gli individui sono iscritti in una pluralità di
appartenenze, non assoggettabili ad una sola;
3) Jugoslavia: Kardelj, incaricato di redigere la nuova Costituzione del ’74, immise in essa
i tre principi della sua teoria: la proprietà sociale (né statale né privata), l’autogestione delle
fabbriche e delle fattorie ed il federalismo dei partiti e delle ragioni.

Gli inizi del ‘900 rilanciano le idee del pluralismo sociale e politico grazie alla rinascita della
Group Theory (1*).
Ne è pioniere Bentley che rigettando ogni approccio filosofico, giuridico-istituzionale e formale,
afferma la necessità di un metodo pragmatico, rivolto a rilevare in chiave strettamente sociologica i
comportamenti degli individui (comportamentismo).
Nel suo Il processo di governo, egli definisce i gruppi non sotto l’aspetto istituzionale ed
organizzativo, ma come flussi di attività e di interessi, che conferiscono agli individui appartenenze
multiple.
L’equilibrio sociale nasce in qualche modo dalla loro doppia funzione: da un lato, i gruppi
forniscono appunto agli individui appartenenze multiple, costringendo le persone a conciliare al
proprio interno le aspirazioni convergenti; dall’altro, essi concorrono con il loro pluralismo a
coprire tutta la mappa dei bisogni sociali.
Negli Usa la diffusione dei gruppi di interesse diviene un fenomeno sempre più accettato, ed entra a
far parte del senso comune della democrazia, specie sotto il presidente Roosevelt, che intende
l’uguaglianza dei gruppi (le pari opportunità di accesso al dibattito pubblico) importante tanto
quella dei cittadini.

Per registrare un nuovo contributo significativo alla Group Theory (2*) occorrerà aspettare il ’51,
quando esce il saggio di Truman, The Governmental Process.
Egli mette al centro della propria attenzione:
● le caratteristiche dei gruppi di pressione;
● il rapporto tra l’azione di tali gruppi e la democrazia;
● l’importanza dell’opinione pubblica.
Secondo Truman, un gruppo è tale perché i suoi membri sviluppano interazioni significative, che
portano ad assumere atteggiamenti condivisi.
Inoltre la vita delle associazioni è segnata profondamente da un democratic mold, che fa sì che
esse riproducano al loro interno le pratiche delle istituzioni democratiche quali le regole della
rappresentanza.
A questo aspetto se ne aggiunge un altro, che Truman chiama overlapping membership: un
lavoratore sarebbe indotto a rispettare le istituzioni democratiche in quanto, appartenendo a più
sottoinsiemi, finirebbe col farsi inevitabilmente carico della compatibilità di obiettivi associativi
parzialmente divergenti.

Lo studioso che affronta nella maniera più netta tale questione e che ci permette di chiudere il
cerchio della Group Theory (3*) è Dahl.
Secondo quest’ultimo, un regime deve essere ritenuto tanto più democratico quanto più risulti
inclusivo (grado di partecipazione popolare ammessa) e quanto più sia aperto alla critica (grado di
dissenso pubblico consentiti).
Le condizioni dovrebbero essere le seguenti:
● elezioni dei rappresentati;
● elezioni libere e regolari;
● suffragio universale;
● diritto di presentarsi alle elezioni;
● libertà di espressione;
● libertà di associazione.
Questi requisiti non bastano a superare i limiti di efficacia e di produttività della rappresentanza
istituzionale.
La rappresentanza sostenuta dalla maggioranza numerica è però da correlarsi alla passività degli
elettori, mentre occorre far emergere l’intensità dei bisogni e degli interessi che possono essere
manifestati da minoranze, più o meno organizzate in gruppi ed associazioni.
Ecco allora che le condizioni sopradette dovrebbero essere integrate da altri requisiti:
● il controllo pubblico dell’agenda politica;
● la consapevolezza informata dei passaggi formativi della deliberazione politica;
● l’inclusione nei processi deliberativi.
Poiché lo svolgimento di queste attività dovrebbe avvenire prima delle elezioni, nel periodo tra
un’elezione ed un’altra viene dunque ad essere pienamente legittimato il ruolo dei gruppi di
pressione.
Questa prassi, secondo Dahl, deve essere propriamente chiamata poliarchia, piuttosto che con il
termine metafisico di democrazia, ed i cittadini dovrebbero educarsi nelle associazioni allo spirito
poliarchico.

Le tipologie di gruppi di interesse possono essere abbozzate sia in riferimento al livello di


strutturazione* sia in riferimento all’oggetto**.
In base al primo criterio*, una tipologia ormai classica è quella di Almond e Powell.
Essi distinguono tra:
● gruppi di interesse anomici: sono caratterizzati da un’organizzazione minima e da
un’attivazione non costante.
Le manifestazioni cui danno luogo possono consistere in dimostrazioni, blocchi stradali,
sommosse, fino ad arrivare all’assassinio politico;
● gruppi di interesse non associativi : si fondano su basi naturali (la parentela, l’etnia, la
regionalità) o di classe/ceto.
Funzionano in società semplici, si attivano in modo intermittente e le relative strutture
gerarchiche hanno al centro capifamiglia, capi religiosi e simili;
● gruppi di interesse istituzionali: hanno carattere formale e sono in genere costituiti da
personale professionale.
Si tratta di gruppi specializzati, cricche di burocrati o di ufficiali, ordini religiosi, collocati
all0interno di organizzazioni quali i partiti politici, le assemblee legislative, la burocrazia,
l’esercito e le confessioni religiose.
Muovono all’interno delle istituzioni per articolare gli interessi propri e di altri gruppi
sociali;
● gruppi di interesse associativi: hanno una struttura stabile, personale professionale a tempo
pieno e regole precise di funzionamento.
Svolgono esplicitamente compiti di rappresentanza degli interessi di categorie e gruppi
specifici.
Sono i sindacati dei lavoratori, le associazioni industriali e di commercianti, le
organizzazioni con denominazioni religiose o etniche, alcuni tipi di gruppi civici.
In base al secondo criterio**, i gruppi di pressione si possono distinguere per la natura
particolaristica e privata o per la natura generale e pubblica degli interessi tutelati:
● al primo, appartengono le lobby che difendono gli interessi di specifiche categorie di
produttori e/o venditori (es. petrolieri, fabbricanti di armi);
● al secondo, appartengono i gruppi che perseguono interessi riconducibili non ad una sola
categoria di cittadini o utenti, ma all’intera popolazione (es. ambientalisti, pacifisti anti-
militaristi);
● un tipo di gruppi di pressione che si collocano tra le due fattispecie è costituito da lobby
istituzionali locali e regionali e dalle organizzazioni che difendono interessi di massa.

Un altro modo di analizzare i gruppi di pressione è quello di tenere conto delle risorse da essi
possedute.
Le principali riguardano:
● il numero degli associati;
● la rappresentatività reale;
● le disponibilità finanziarie;
● le conoscenze intese come capitale sociale;
● le conoscenze intese come competenze tecniche e giuridiche;
● la collocazione nel processo produttivo e nei servizi;
● la gestione di risorse simboliche.

Considerando che i gruppi di interesse possono intervenire sui partiti ad almeno 4 livelli (elettorale,
interno all’organizzazione, sulle dichiarazioni pragmatiche, nel momento elettorale), si possono
individuare tra gruppi e partiti politici 4 tipi di relazione:
● neutralità: si ha quando un gruppo di persone non si schiera con nessun partito, perché ha
interessi trasversali e c’è alternanza dei partiti al potere;
● egemonizzazione: vede un gruppo in posizione dominante su un partito;
● simbiosi: si verifica quando il partito ed uno o più gruppi, senza rinunciare alle proprie
specificità, praticano rapporti di mutuo sostegno, nella consapevolezza di appartenere alla
stessa famiglia politica o ideologica;
● occupazione: si ha quando è il partito ad egemonizzare il gruppo di interesse, che può
nascere per filiazione dallo stesso partito.

L’applicazione di questa tipizzazione a contesti storici e geografici differenti consente di apprezzare


meglio il percorso seguito dai gruppi di pressione.
Le ricerche rivelano che la neutralità e l’egemonizzazione si ritrovano più facilmente
nell’esperienza statunitense; la simbiosi e l’occupazione nella zona continentale europea (e
particolarmente in Italia); mentre la Gran Bretagna si connota per una posizione intermedia tra le
due grandi aree (presenza di forti lobby autonome e rapporto simbiotico tra il partito laburista e la
Trade Union).

La diffusione di autonomi gruppi di interesse, enfatizzata dai politologi americani anche per la loro
funzione educativa al libero dibattito pubblico, sembra essere inversamente proporzionale alla
centralità e alla forza dei partiti nei sistemi politici.

E’ ora il caso di accennare alle situazioni in cui si verifica un rapporto diretto tra i gruppi di
pressione e la pubblica amministrazione.
Nella tradizione statunitense ed anglosassone (e oggi anche nella prassi della UE) tendono ed essere
diffusi i cosiddetti triangoli di ferro, ovvero la partecipazione congiunta ai processi decisionali su
specifiche politiche pubbliche di gruppi di interesse, agenzie burocratico-amministrative e
commissioni parlamentari.
Nei paesi scandinavi, all’inizio, e poi in Austria, Svizzera, Belgio, Olanda, ed anche in Italia a
partire dalla fine degli anni ’70 del ‘900, si afferma il neocorporativismo, inteso come la
realizzazione di grandi intese programmatiche da parte degli esecutivi politici nazionali, dei
sindacati più rappresentativi dei lavoratori e delle associazioni imprenditoriali.

I gruppi di pressione sembrano avere oggi un’importanza crescente nei processi decisionali
pubblici, accomunando, specie nell’ultimo decennio del 20esimo secolo, l’America e l’Europa.
I motivi di tale avvicinamento nel riconoscimento del ruolo dei gruppi di interesse, sono almeno
tre:
● la crisi dei partiti di massa europei e la loro trasformazione in partiti burocratici-
professionali;
● il deficit fiscale dello Stato, o almeno il ridimensionamento delle risorse pubbliche, e la
necessità di sostituire il modello decisionale del government con quello della governance;
● la ridefinizione degli assetti istituzionali e lo snellimento degli apparati pubblici, dal livello
locale e regionale, a quello nazionale e sovranazionale (Governo federale degli USA e UE).

Agli inizi del 21esimo secolo si contano negli Usa almeno 3.500 lobby tradizionali, che diventano
molte di più se si aggiungono i circa 5.000 Political Action Committee (PAC), che sono gruppi
privati indipendenti che finanziano le campagne elettorali per il Congresso o per la Presidenza per
promuovere singoli temi o pacchetti di temi.
Nel 2006, a Bruxelles operano circa 2.600 gruppi di interesse e 15.000 lobbisti; gli studi di
consulenza sono circa 250, mentre in crescita sono i think tank.
Se a queste lobby si aggiungono anche le rappresentanze degli Stati e quelle istituzionali, il numero
delle persone che agiscono influenzando il sistema comunitario sale a circa 55.000, con un rapporto
di quasi 2:1 con i 30.000 funzionari delle istituzioni europee.

I casi di corruzione e gli scandali hanno indotto il Congresso USA a regolamentare la materia fin
dalla metà dell’800, per proseguire poi con interventi continui fino all’ultima importante legge con
cui si è chiuso il ‘900 (il Lobbying Disclosure Act del 1955).
Più recente, anche se analogo, è il sistema di regole adottato dall’UE.
Al centro di tali normative tendono ad assumente rilievo tre condizioni:
● la registrazione pubblica delle lobby e dei lobbisti;
● la trasparenza dei loro contratti e dei loro contributi (finanziari o di altro genere, con
l’obbligo di rispettare eventuali limiti) nei riguardi di politici e funzionari;
● gli organismi e le modalità (in genere periodiche) di controllo della regolarità delle
precedenti condizioni.

Il politologo L.Graziano conclude il suo lavoro sul lobbismo riportando due massime da leggere
specularmente: ‘Dobbiamo smettere di pensare alle lobbies come schermo equivoco d’interessi
economici forti’, ma anche, ‘possiamo accogliere le lobbies nell’armamentario della democrazia
solo se rafforziamo la democrazia come ambito dell’uguaglianza’.

2. I movimenti sociali
Ci sono situazioni storiche in cui determinati bisogni sociali, interessi economici e politici, istanze
collettive di riconoscimento identitario, non trovano un’adeguata espressione né una sufficiente
rappresentanza nei gruppi di pressione e neppure nei partiti politici, che tendono ad aggregare
interessi in forme strutturate e istituzionalizzate.
I movimenti sociali si originano, insomma, in presenza di blocchi di sistema che impediscono
l’emersione e il soddisfacimento per via ordinaria di nuove esigenze che hanno spesso connotazioni
radicali rispetto all’ordine costituito.

I MS sono attori collettivi di tipo fluido, costituiti da un numero più o meno elevato di partecipanti,
che si mobilitano in modo solidale (al proprio interno), anticonvenzionale e conflittuale (verso il
sistema o la parte di esso avvertita come nemico), per trasformare in modo radicale l’ordine
dominante tramite l’affermazione di diritti non riconosciuti e/o il perseguimento di valori che
possono riguardare tanto questioni di identità quanto altri principi etici o socio-politici.

I caratteri dei MS sono:


● la fluidità: riguarda tanto il tipo di relazioni tra i soggetti che ne fanno parte, quanto le
modalità organizzative e la durata della mobilitazione;
● la mobilitazione: rappresenta la modalità processuale più intensa del rapporto che lega i
partecipanti ad un movimento, che rientra nel più ampio fenomeno del collective behavior;
● il ricorso ad azioni conflittuali: per i MS è giocoforza ricorrere a modalità di lotta
conflittuali, lungo un asse che può andare dall’uso di forme anticonvenzionali di protesta a
vari tipi di forzatura della legalità, fino all’esercizio della violenza;
● la forte solidarietà interna: con nuclei valoriali e credenze comuni;
● l’individuazione di un nemico comune: che può essere tanto reale quanto costituito
simbolicamente.

E’ opportuno presentare una tipologia dei movimenti che li associ a scenari socio-tematici.
Gli scenari sono i contesti storici caratterizzati da particolari combinazioni di formazioni
economiche, elementi culturali di base e assetti politico-istituzionali.
Possiamo registrare:
● scenari caratterizzati da questioni relative al riconoscimento di gruppi umani per la
costruzione di una nazione e/o uno Stato, per la liberazione da un’occupazione
straniera, per nuovi disegni di polity (es. movimenti nazionalisti o di liberazione
nazionale, movimenti a base etnica, movimenti autonomisti o secessionisti);
● scenari segnati dalla contrapposizione di classe (il principale riferimento è alla nascita e
allo sviluppo del movimento operaio nella seconda metà dell’800 e alle sue mobilitazioni
successive, inclusa l’ispirazione del pensiero marxista);
● scenari contraddistinti dalla lotta di soggetti collettivi per l’affermazione della
democrazia e per l’inclusione a pieno titolo nel sistema politico (es. vari tipi di
mobilitazione contro regimi autoritari o totalitari, movimenti per l’ottenimento del diritto di
voto, come quello delle suffragette inglesi);
● scenari connotati da apparati politico-istituzionali, magari democratici, ma poco
sensibili alle istanze di particolari categorie di persone, a nuovi diritti, a tematiche
culturalmente negate o sottovalutate.
Abbiamo i movimenti degli studenti, degli operai comuni, delle femministe, il movimento
antimperialista, i movimenti dell’antipsichiatria e contro il fenomeno
dell’istituzionalizzazione, dell’antiautoritarismo in tutte le sue forme, per un uso più libero
del corpo e della sessualità, nonché iniziative per la riappropriazione della città, con
particolare attenzione alla questione degli alloggi e dei servizi.
Successivamente, si originano da questo clima i single issue movements che si attivano per
la tutela dell’ambiente, la pace, la solidarietà internazionale;
● scenario della globalità, frutto dei processi di globalizzazione .
In contrapposizione all’ideologia neoliberista del globalismo, sostenuta dalle imprese
multinazionali e garantita da organi internazionali di scarsa democraticità (Wto – Bm – Fmi
- G8), nel 1999 a Seattle si registra la nascita del movimento no (o new) global, che è più
propriamente una rete di movimenti, un movimento di movimenti, i quali, pur muovendosi
da focalizzazioni specifiche, si ritrovano nella parola d’ordine ‘un altro mondo è possibile’.

I modelli esplicativi che vengono elaborati sono almeno 5, e tendono a distinguersi tra quelli che
privilegiano l’aspetto del fenomeno e quelli che puntano a dare conto di tutta la complessità del
concetto di movimento:
● la teoria del comportamento collettivo (o collective behavior): questo modello trova la sua
formulazione nel lavoro di N.J.Smelser, Theory of Collective Behavior, il quale sostiene che
il CB è una mobilitazione sulla base di una credenza che ridefinisce l’azione sociale, che
scatta quando si verifica una tensione su una della 4 componenti dell’azione sociale, quali i
valori, le norme (ovvero le regole attraverso le quali i valori orientano i comportamenti), la
mobilitazione delle motivazioni (cioè il convincimento degli attori sulla bontà delle norme)
e le risorse (ovvero la disponibilità di mezzi per realizzare o meno in maniera coerente gli
scopi dell’azione.
Se la tensione si produce a livello delle risorse, le credenze atte a ristabilire l’equilibrio
possono essere di due tipi opposti: isteriche o di soddisfazione; la componente mobilitazione
delle motivazioni è ristrutturata dalla credenza ostile.
Le norme ed i valori sono ripristinati con credenze orientate alle norme e credenze orientate
ai valori.
La teoria di Smelser presenta due pregi di superficie insieme a due grandi limiti di fondo:
il primo pregio è quello di rinunciare alle dubbie interpretazioni psicologiche per interessarsi
direttamente alle azioni visibili e concrete; il secondo pregio è quello di aver prospettato uno
schema che funziona sempre o quasi; il primo limite è rappresentato dalla non sufficiente
distinzione tra comportamenti intenzionali e razionali dalle reazioni emotive e irrazionali; il
secondo limite è rappresentato dal fatto che essendo uno schema che funziona sempre, esso
finisce per abbracciare tutto e restituire una fotografia piatta della realtà, che permette di
cogliere poco e male le differenze di spessore, le cause strutturali e la natura storico-
economica dei conflitti sociali;
● l’approccio della mobilitazione delle risorse (resource mobilitazion o resource
management): secondo tale approccio, affinché un’azione collettiva decolli non sono
sufficienti stati di tensione o conflitti di interesse più o meno profondi; ciò che è necessario è
il possesso di risorse materiali e relazionali, e soprattutto il verificarsi di condizioni, appunto
strategiche, che consentano di impiegare e distribuire tali risorse per la realizzazione degli
obiettivi di movimento.
Questa impostazione tiene conto di tre caratteristiche:
1) un calcolo razionale di costi/benefici;
2) l’esistenza di reti di solidarietà ben sviluppate, tanto in senso orizzontale quanto in
senso verticale (non individui deboli o marginali, ma una buona organizzazione);
3) il rientro ‘negoziale’, una volta ottenuti i risultati auspicati, nell’alveo della
normalità istituzionale;
● il modello del processo politico (political process): esso fa riferimento al dato esterno della
struttura delle opportunità politiche, ovvero al modo in cui un determinato assetto
istituzionale o il ruolo giocato dagli attori politici inseriti nel sistema, influenzano l’agibilità
dei movimenti di partenza.
L’analisi comparata condotta in diversi paesi ha mostrato come i movimenti di protesta
tendono ad essere più moderati nelle situazioni in cui:
1) i sistemi politici sono più aperti e flessibili e le élite di governo hanno un orientamento
attendo e inclusivo;
2) il decentramento territoriale è maggiore e la protesta può scaricarsi a livello locale;
3) è facile trovare delle sponde interne nelle istituzioni, costituite dai partiti e dalle
burocrazie pubbliche che condividono almeno in parte gli obiettivi della protesta;
● la rideclinazione psicoanalitica dell’ipotesi frustrazione-aggressione: F.Alberoni, in
Movimento e istituzione. Teoria generale, premette una distinzione tra i fenomeni collettivi
di aggregato, che presentano le stesse caratteristiche a qualsiasi livello di contesto, e i
fenomeni collettivi di gruppo, che presuppongono una soggettività e che nascono da nuclei
di solidarietà sociale.
Detto ciò, Alberoni individua nel sociale, una dialettica ricorrente tra due condizioni:
1)lo stato nascente: in cui si pratica il linguaggio solidaristico, si presenta come una forma di
transizione tra un asserro istituzionale e l’altro;
2)lo stato istituzionale: caratterizzato da un linguaggio utilitaristico.
La confluenza di più nuclei di uno stato nascente dà luogo ai movimenti, che vengono a
definirsi come i processi storici che hanno inizio con lo stato nascente e che terminano con
la ricostruzione del momento quotidiano istituzionale.
Per comprendere come si arrivi allo stato nascente, e quindi ai movimenti, occorre
considerare il concorso di 4 elementi:
1) le precondizioni strutturali (il quando): diventano mature quando si indeboliscono le
aree di solidarietà preesistenti e si cercano forme di interazione alternative;
2) i soggetti (il chi): sono coloro che si sentono delusi e frustrati da situazioni da cui erano
legati con adesione profonda e leale, e da cui si aspettavano risposte che non sono venute;
3) l’esperienza fondamentale (il come): permette di vivere stati d’animo fuori
dell’ordinario, di liberazione, di rinascita o metanoia, di autodeterminazione;
4) la dinamica (il perché);
● l’adeguamento dell’approccio struttural-marxista allo studio dei movimenti degli anno
’60 e ’70: tra i suoi principali esponenti vanno citati A.Touraine e A.Melucci.
Secondo quest’ultimo, le azioni collettive possono manifestarsi a livelli diversi della
struttura sociale (o sistemi d’azione):
1) il sistema dei rapporti di classe;
2) il sistema politico;
3) l’organizzazione sociale.
In particolare, un MS è tale quando, all’unità interna, corrisponde una mobilitazione esterna
che non rispetta il quadro di compatibilità di uno o di tutti i tre livelli della struttura sociale
(o sistemi d’azione).
Ci sono tre tipi di movimenti:
1) movimenti di classe;
2) movimenti politici;
3) movimenti rivendicativi;
nonché le loro combinazioni come i movimenti politici di classe e i movimenti rivendicativi
politici e/o di classe.

Le costanti strutturali dei movimenti sono:


● i soggetti ed i nuclei ideologici: i movimenti hanno in genere origine da minoranze attive
che corrispondono a nuclei interni di vettori collettivi.
I vettori più efficaci e ricorrenti sono le classi sociali, le élite politico-militari, i gruppi
etnici, nazionalisti e religiosi e le generazioni.
L’innesco di un movimento è in genere opera di soggetti culturalmente e professionalmente
preparati.
In questo ambito è opportuno distinguere tra capi e seguaci.
I leader dei movimenti svolgono funzioni di elaborazione ideologica, di guida strategica e di
identificazione simbolica;
● le modalità organizzative e decisionali: sono individuabili almeno due tipi di figure da un
lato i leader e, dall’altro, individui con ruoli strumentali (addetti alla comunicazione, al
servizio d’ordine, alla realizzazione di striscioni, slogan, ecc).
Le forme di decisione e di incontro sono le riunioni, le assemblee e, oggi, i sociali network
del web.
Nei movimenti più recenti il criterio è diventato quello in cui ogni gruppo è libero di portare
avanti i propri obiettivi e le proprie modalità d’azione a condizione che se ne assuma la
responsabilità e se ne faccia direttamente carico;
● le forme di mobilitazione: l’efficacia dell’azione di un movimento si misura dai risultati he
le sue mobilitazioni sono in grado di raggiungere.
A tal fine, vengono adottare diverse tattiche, che possono essere ricondotte a tre tipi di
logiche:
1) logica dei numeri: le forme di protesta che si iscrivono in questa logica sono le grandi
manifestazioni di piazza, i cortei, la raccolta firme per petizioni ed il referendum;
2) logica del danno: le forme di protesta che si iscrivono a questa logica sono gli scioperi, i
boicottaggi, gli attentati e gli atti di violenza contro cose o persone;
3) logica della testimonianza: consiste soprattutto nella pratica della non violenza, e le
forme di protesta che si iscrivono a questa logica sono gli scioperi della fame, le marce
pacifiste, le occupazioni di strade o spazi pubblici, happening spettacolari, forme di
disobbedienza civile (obiezione fiscale, militare, ecc);
● i riferimenti esterni e gli esiti: lo sbocco di un’azione collettiva può riguardare sia la fine
dei movimenti in sé (dissoluzione veloce, repressione, estinzione per rinuncia e
istituzionalizzazione) sia la ricaduta politica della pressione della sfera pubblica.
Quest’ultima può variare a seconda che sia abbia a che fare con movimenti riformisti o con
movimenti radicali e/o rivoluzionari: nel primo caso, le mobilitazioni possono incidere
positivamente sulle politiche pubbliche, tanto nell’allargamento degli spazi della democrazia
quanto nel maggior riconoscimento dei diritti sociali; nel secondo caso, possiamo avere la
vittoria del movimento rivoluzionario e cambio di regime o, all’opposto, una mobilitazione
reattiva delle forze conservatrici e un restringimento degli spazi della democrazia.

3. I partiti politici
Il partito politico ha una funzione di ponte tra la sfera sociale, costituita da individui, gruppi e
movimenti, e la sfera del potere politico, corrispondente al parlamento ed al governo.

Iniziamo dunque con il richiamare alcune definizioni classiche del partito politico, per poi
procedere a sottoporre lo stesso oggetto a 5 tipi di analisi:
● funzionale;
● storico-tipologica;
● organizzativa;
● relazionale (dei tipi di voto);
● sistematica (dei tipi di partito).

Weber definisce i partiti politici come associazioni fondate su una adesione libera, costituita alfine
di attribuire ai propri capi una posizione di potenza all’interno di un gruppo sociale, e ai propri
militanti attivi possibilità per il perseguimento di fini oggettivi, o per il raggiungimento di vantaggi
personali, o per entrambi gli scopi.
I partiti sono nella loro intima essenza delle organizzazioni liberamente create e miranti ad un
reclutamento libero; il loro fine è sempre la ricerca di voti per elezioni a cariche politiche.

Sartori, si richiama a quest’ultimo aspetto quando descrive il partito come ogni gruppo politico
identificato da un’etichetta ufficiale che si presenta alle elazioni, ed è capace di collocare attraverso
elezioni candidati per le cariche pubbliche.

In un’ampia ricognizione analitica, possono essere considerate funzioni dei partiti:


● l’elaborazione ideologica, simbolica e programmatica in senso lato: che costituisce il
patrimonio immateriale di un partito, il suo nucleo valoriale, la sua visione e la sua
missione;
● la socializzazione politica;
● l’integrazione sistemica e la mobilitazione politica, rispetto a spinte disordinate e
centrifughe;
● la strutturazione delle domande, ovvero l’aggregazione degli interessi : è quella che
distingue meglio un partito da un gruppo di pressione o da un movimento.
Infatti, se quest’ultimi si fanno portabandiera di interessi analitici e/o esclusivi
(articolazione degli interessi), i partiti operano per loro natura una mediazione tra le
istanze particolari e le istanze generali, riconducendo il tutto a condizioni di compatibilità
sistemica attraverso il filtro della doppia visione politica;
● la strutturazione del voto;
● il reclutamento del personale politico (interno al partito ed esterno come delega nelle
istituzioni);
● il concorso all’organizzazione del potere di governo : inteso, da un lato, come
partecipazione al gioco delle alleanze e delle mediazioni per l’elaborazione delle norme
costitutive e per la definizione degli equilibri parlamentari e dell’esecutivo; dall’altro, come
esercizio del cosiddetto party-government;
● l’influenza nella formazione delle politiche pubbliche;
● l’auto-mantenimento.
Le prime tre funzioni sono soprattutto di tipo identitario, mentre le altre sei hanno un carattere
razionale e strumentale.

Le radici sociali delle divisioni politiche che prefigurano l’avvento dei partiti di massa sono messe
bene in luce da S.Rokkan.
Secondo quest’ultimo, i due processi paralleli di costruzione dello Stato nazionale e della
rivoluzione industriale sono segnati ognuno da due fratture.
Nel primo caso abbiamo:
● il conflitto tra coloro che, per interessi e cultura, sostengono la centralizzazione dello Stato e
coloro che difendono le istanze sociali ed identitarie delle province e delle periferie
(frattura centro/periferia);
● il conflitto tra l’affermazione di autonomia e di sovra-ordinazione del potere politico e i
privilegi di status storicamente detenuti dalla Chiesa (frattura Stato/Chiesa).
Nel secondo caso, si presentano:
● il conflitto degli interessi dei latifondisti agrari con gli interessi nell’emergente borghesia
industriale (frattura città/campagna);
● il conflitto dei proprietari e dei datori di lavoro co la classe costituita dagli affittuari, dai
braccianti e dagli operai (frattura capitale/lavoro).
In corrispondenza con i fronti contrapposti sulle quattro fratture, tendono a costituirsi i partiti
politici d’origine socio-economica e culturale:
● dalla prima frattura scaturiscono i partiti regionalisti;
● dalla seconda i partiti liberali, ma anche i partiti confessionali;
● dalla terza i partiti dei contadini;
● dalla quarta i partiti conservatori, di destra, da un lato, ed i partiti socialisti, di sinistra,
dall’altro, più o meno riformisti o radicali.

A partire dall’800, i partiti politici hanno attraversato un’evoluzione tipologica che la letteratura
socio-politica ha riassunto nei seguenti modelli:
● il partito dei notabili: questo partito, individuato tra gli altri da Ostragorski, nasce
storicamente in Europa nel periodo della concessione delle prime costituzioni e nell’ambito
dei parlamenti eletti a suffragio ristretto su base di censo.
Si tratta di un partito di rappresentanza individuale (Neumann), le cui finalità sono
rappresentate dalla difesa degli interessi dei proprietari terrieri e dei borghesi di cui esso è
emanazione.
Dal punto di vista organizzativo, è una forma di associazione senza una struttura burocratica
stabile.
Il suo funzionamento è rimesso al coordinamento dei notabili eletti in parlamento (in questo
senso è un partito interno al sistema istituzionale) e all’attivazione, nel periodo elettorale, di
comitati di benestanti locali per il sostegno dei propri candidati, a conferma appunto
dell’esistenza di robusti legami di interesse dei parlamentari con gli starti sociali più elevati
delle rispettive comunità;
● il partito di massa: è caratterizzato da una forte organizzazione burocratica, basata sul
funzionariato professionale, articolata su più livelli e diffusa capillarmente sul territorio.
Se i partiti dei notabili erano associazioni di rappresentanza individuale, i partiti di massa
sono soprattutto partiti di integrazione sociale.
Nel caso dei partiti social-comunisti, gli organismi previsti sono (dal basso verso l’alto): la
cellula, la sezione, vari tipi di comitati (comunale, provinciale, nazionale), nonché
organismi dirigenti come la direzione e la segreteria.
Un ruolo fondamentale è svolto dall’ideologia, la quale, con il suo apparato di simboli,
consente di cementare la socializzazione politica e di sviluppare il senso di appartenenza
degli iscritti e dei militanti;
● il partito pigliatutti: in presenza di un elettorato sempre più omogeneo e pragmatico e in un
clima in cui l’integrazione socio-politica può considerarsi ormai avvenuta, Otto
Kirchheimer teorizza il diffondersi del catch-all party.
L’obiettivo principale di questo partito è la massimizzazione dei consensi in quello che
viene considerato a tutti gli effetti il mercato elettorale.
La logica che esso assume è quella di un’impresa commerciale che punta ad ampliare fino a
360 gradi il target degli acquirenti dei propri prodotti (candidati e policy).
Dal punto di vista organizzativo, poiché il target è costituito dagli elettori e la propaganda
avviene soprattutto attraverso i media, ciò che serve non è un’organizzazione burocratica
pesante, fatta di funzionari e militanti, tipica del partito di massa, ma un’organizzazione
leggera in cui i leader, che rivestono un ruolo cruciale, si appoggiano su esperti di
comunicazione politica, sondaggi e media planners;
● il partito cartello: il cartel party, o partito cartellizzato, è stato così definito da Katz e
Mair, in riferimento ai problemi di finanziamento (funzione di auto-mantenimento)
derivanti dalle trasformazioni organizzative dei partiti.
La progressiva diminuzione delle entrate interne (tesseramento di massa) e di quelle esterne
(sponsorizzazioni legali) fa in modo che i partiti presenti in parlamento, a prescindere dalle
loro divisioni politiche, diano luogo a forme collusive, per assicurarsi il finanziamento
tramite risorse pubbliche.
Lo Stato, più che la società, torna così ad essere la principale nicchia di insediamento e di
alimentazione di questi partiti politici, che restano (sempre meno) differenti nei programmi
ma simili all’istinto di sopravvivenza;
● il partito personale: enfatizza il ruolo del capo al punto di rovesciare l’assunto consolidato
che vede nel partito l’organizzazione finalizzata alla selezione e al sostegno dei leader.
Il questo caso è il leader a trasformare radicalmente, o addirittura a creare, il partito,
ponendo la propria persona e, per i propri seguaci, carismaticamente il proprio corpo, a
simbolo unitario e identificativo del partito stesso;
● il partito movimento: sono connotati dall’origine movimentistica e spesso dalla parzialità
degli interessi.
Tra di essi è possibile ricomprendere:
1) i partiti monotematici: single issue parties, da single issue movements, partiti dei
pensionati, dei consumatori, dei cacciatori, degli automobilisti, delle donne;
2) i partiti della sinistra libertaria ed ecologista: partiti ambientalisti, della democrazia
partecipativa e per la de-professionalizzazione della politica;
3) i partiti post-industriali di estrema destra: partiti populisti e xenofobi;
4) i partiti basati sull’etnicità: partiti etno-regionali, leghe.

Un’analisi a parte merita la questione del rapporto tra gli elettori e i partiti.
Criterio delle motivazioni soggettive e degli esiti elettorali previsti:
● voto utile o strategico;
● voto espressivo.
Criterio della logica della scelta:
● voto di appartenenza: identificazione tra l’individuo ed il partito;
● voto di opinione: si fonda su una scelta razionale dei programmi;
● voto di scambio: equivale alla controprestazione di un favore ricevuto.
Altre classificazioni:
● voto di parcheggio: comportamento elettorale che si correla con lo stato di particolare
incertezza in cui vengono a trovarsi determinate categorie di indidivui;
● voto di protesta.

L’analisi del sistema dei partiti – criteri da considerare:


● criterio numerico: (Duverger – sistemi monopartitici, bipartitici e multipartitici);
● criterio di rilevanza: (Sartori – può valere come potenziale di coalizione o come potenziali
di intimidazione o di ricatto)
● criterio di polarizzazione ideologica: esprime il livello di eterogeneità dei partiti presenti
in parlamento e l’eventuale conventio ad exludendum.

La combinazione dei tre caratteri , dà luogo, secondo Sartori, ad una tipologia di sistemi di partito,
a sua volta articolata in due classi:
● sistemi non competitivi: corrispondono tendenzialmente ai regimi totalitari o autoritari, e
possono essere monopartitici o a partito egemone;
● sistemi competitivi: tipici dei regimi liberal-democratici, possono caratterizzarsi per essere
a partito predominante, bipartitici, multipartitici limitati (a pluralismo moderato),
multipartitici estremi (a pluralismo polarizzato), atomizzati.

4. Le élites
In senso generale un’élite è una ristretto gruppo di persone caratterizzate dal fatto di occupare la
posizione al vertice, ricevendone un riconoscimento di superiorità, dei di versi assi di cui si
compone una società (economico, culturale, scientifico, politico, ecc).
Gli aspetti che connotano un’élite sono tre:
● la ridotta numerosità;
● il possesso di abitudini, abilità o risorse, in misura tale da consentire a tale minoranza di
eccellere in un determinato settore;
● il riconoscimento sociale della superiorità che quel possesso comporta.
Le élite politiche possono essere considerate come piccoli gruppi di persone che esercitano il potere
e influenza sostanziale sulla sfera pubblica della decisioni politiche.

L’espressione classe politica a volte è usata come sinonimo e a volte è differenziata da classe
dirigente e/o governante.
Diversamente dall’uso che fa Marx del concetto di classe dominante, Mosca e Pareto parlano di
classe politica per indicare la minoranza che governa.
In particolare Mosca distingue tra classe politica, intesa in senso stretto, e classe dirigente, intesa in
senso più generale.
La tesi degli elitisti che appartengono alla scuola del realismo politico è che ogni società sia
caratterizzata dalla giustapposizione tra una minoranza di governanti ed una maggioranza di
governati.

Si deve a Mosca, Pareto e Michels la ripresa in epoca contemporanea di una tradizione di studi che
verrà battezzata del realismo politico:
● Mosca: che è autore di opere quali Sulla teorica dei governi e governo parlamentare. Studi
storici e sociali (1884) ed Elementi di scienza politica (1886), usa materiali storici ma con
metodo positivista andando a cercare le costanti nella storia.
Secondo Mosca, esistono due classi di persone: quella dei governanti (è sempre la meno
numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi che
ad esso sono uniti) e quella dei governati (più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in
modo più o meno legale e fornisce i materiali di sussistenza e quelli che alla vitalità
dell’organismo politico sono necessari).
A suo avviso, i motivi che conducono al prevalere della classe dei governanti sono di volta
in volta diversi: la nascita, il valore militare, il merito personale, la ricchezza, la superiore
indole morale.
Ma ciò che si presenta come una costante è l’organizzazione, perché nel fatto è fatale la
prevalenza di una minoranza organizzata, che obbedisce ad un unico impulso, sulla
maggioranza disorganizzata.
Mosca riconosce una sostanziale differenza tra la tendenza democratica e la tendenza
aristocratica: nella prima, il ricambio della classe dirigente avviene tramite la sostituzione o
il completamento dei suoi membri con elementi provenienti dalle classi dirette o dai
governanti (dal basso verso l’alto); nel secondo è il frutto di un processo di cooptazione che
opera dall’alto verso il basso.
Il suo auspicio era che il ricambio della classe politica fosse aperto a persone di qualità
morali e intellettuali superiori;
● Pareto: il problema che si pone riguarda la qualità della composizione dell’èlite ed i
meccanismi di ricambio, più o meno aperti o chiusi.
Rifacendosi a Machiavelli, egli sostiene che le élite politiche devono avere un mix
equilibrato di leoni, per la forza, la solidità delle convinzioni e lo spirito equanime, quanto
volpi, per l’astuzia, la flessibilità e la capacità di adattamento.
L’attaccamento al potere, però, può progressivamente provocare una diminuzione delle
caratteristiche solide dei leoni ed un aumento degli atteggiamenti di furbizia e di cinismo,
tipici della volpe; ed in questo caso, nuovi soggetti dotati di forza possono avanzare e
spingere per subentrare alla vecchia élite.
Nelle società in cui il sistema politico è aperto, il ricambio avviene in modo continuo e
regolare.
In presenza di élite chiuse e in via di decadimento, il fenomeno della circolazione delle élite
può invece effetti dirompenti, tanto che Pareto non manca di ricordare come la storia sia un
cimitero di aristocrazie.
Anche se la morale resta quella del fiume che scorre e delle piene: ‘tutto cambia perché
niente cambi’;
● Michels: nella Sociologia del partito politico nella democrazia moderna, egli enuncia la
legge ferrea dell’oligarchia, come tendenza ineluttabile delle organizzazioni, incluse quelle
nate per perseguire obiettivi di democrazia.
Egli sostiene infatti che:
1) nei partiti di massa, in cui la forza non è costituita dalla ricchezza di un fondatore ma dal
numero degli iscritti, esiste il problema della rapidità e dell’efficacia delle decisioni;
2) il modo migliore per risolvere tale problema è rappresentato dall’organizzazione;
3) ma chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia.
Le cause di tale tendenza sono 4:
1) il sorgere di una differenza oggettiva di conoscenze tra i leader e la base;
2) l’esistenza di uno squilibrio di potere per il fatto che i leader controllano anche la cassa e
la stampa di partito;
3) la psicologia dei dirigenti nel sentirsi indispensabili;
4) il bisogno psicologico di rassicurazione delle masse.
Nel corso del tempo, il pensiero di Michels, passa dal marxismo al positivismo: nelle sue
opere finali spariscono i termini ‘classe e partito’ e compaiono quelli di ‘massa e duce’.

Il dibattito sulle élite viene ripreso a partire dagli anni ’30 del ‘900 anche nella sociologia
statunitense.
Gli autori che mettono al centro della propria attenzione le élites del potere, sono:
● H.D.Lasswell: secondo questo autore chi ricerca il potere lo fa soprattutto per compensare
privazioni e perché è stato attratto dalla promessa che il potere serva a vincere una bassa
stima di sé, attraverso la modifica di sé stessi o dell’ambiente in cui si opera.
Un quadro non propriamente lusinghiero articolato in tre tappe.
1) all’inizio del percorso della tipica personalità politica ci sarebbero sempre movimenti
privati, caratterizzati essenzialmente da un desiderio intenso ed insoddisfatto di deferenza;
2) la mancata risposta a questo desiderio nella cerchia primaria, fa sì che le stesse brame
vengano successivamente trasferite su oggetti pubblici, ovvero su persone e attività connesse
con il processo politico. Ma ciò ancora non basta a dare una risposta esaustiva alla domanda
interna e a quella del pubblico esterno;
3) scatta allora il terzo momento, in cui il trasferimento viene razionalizzato in termini di
interesse pubblico;
● J.Burnham: in The Managerial Revolution, egli afferma che la rulling class è quella che
controlla i mezzi di produzione e che beneficia di più dei ricavi della distribuzione dei beni
prodotti grazie a quei mezzi.
Dall’avvento della rivoluzione industriale, a suo avviso, si sarebbero succedute due élite:
1) nel primo periodo, avrebbero prevalso i capitalisti borghesi;
2) nel secondo periodo (che egli attualmente analizza), si starebbero affermando i tecnici.
Uno degli effetti di un lungo periodo da lui ipotizzati a motivo della rivoluzione in corso,
riguarda l’avvicinamento del modello di governo tra le società destinare ad essere guidate
entrambe da élite manageriali;
● C.W.Mills, critica i 4 capisaldi della democrazia statunitense:
1) la possibilità pratica della contestazione del sistema da parte dei lavoratori per il tramite
delle loro rappresentazioni sindacali;
2) l’esistenza di ceti medi autonomi come presupposto per riprodursi di un’opinione
pubblica indipendente;
3) una modalità ascensionale maggiore che nel resto del mondo;
4) il pluralismo e l’apertura dei gruppi dirigenti.
Mills denuncia il declino dei un’opinione pubblica veramente libera e critica a causa di tre
fenomeni:
1) lo spostamento della vita americana dalla provincia alla grande città;
2) l’indebolimento del pubblico, ormai diventato massa;
3) il tradimento di molti intellettuali che, per interesse personale, coprono l’élite.

La tesi elitista, rilanciata per la società statunitense da Mills, provoca due diverse reazioni nella
comunità scientifica: una serie argomentata di critiche provenienti da più parti, ed uno sviluppo
meno pessimistico delle teorie classiche in chiave di elitismo democratico.
Le critiche provengono tanto dai fautori della scuola pluralista, quanto da autori di ispirazione
marxista, sulla falsariga della posizione gramsciana.

Nel primo caso il principale studioso di riferimento è R.Dahl.


La critica dei pluralisti può riassumersi in 3 punti:
● così come enunciata, la tesi elitista, in particolare nella versione della convergenza
monopolistica di Mills, è semplicistica e riduttiva;
● la sua sostenibilità è possibile solo mettendola alla prova con un rigoroso metodo analitico;
● i risultati di molteplici ricerche empiriche condotte con tale metodo non sembrano
giustificare la tesi della prevalenza di una sola élite unitaria, bensì di un quadro poliarchico.

Nel secondo caso, la critica all’elitismo di autori marxisti, quali P.M.Sweezy e N.Poulantzan,
riporta invece il discorso sull’equivoco della diversa declinazione del concetto di classe.
Per costoro, la classe dominante non è riducibile ad una frazione della società identificata sulla base
ad elementi psicologici o organizzativi (sovrastrutturali).
Sweezy, ad esempio, contesta a Mills l’idea che possano essere considerati classe dominante i
militari e i politici di professione.
In senso marxiano, per cogliere l’effettiva dimensione e la logica d’azione della classe dominante,
occorre piuttosto avere riguardo all’intero sistema del capitalismo monopolistico, tenendo presente
che esso funziona e si riproduce a prescindere dal ruolo giocato dalle singole persone.
Di tutt’altro genere è la riflessione che si produce sul rapporto tra elitismo e democrazia.
Secondo J.A.Schumpeter, la dottrina classica della democrazia con si fonda su basi realistiche.
A suo avviso, la cosiddetta volontà generale è una costruzione ideologica, ed è ottimistico pensare
che lo stesso popolo sia composto di individui sempre in grado di compiere scelte razionali.
In Capitalismo, socialismo e democrazia, egli ridefinisce la democrazia come possibilità di scelta,
da parte dei cittadini, di un élite cui affidare il compito dell’agire politico per conto di una
collettività.
La condizione della democraticità viene così ad essere riposta nel fatto che sul mercato politico
(anche in questa definizione si riconferma la sua ottica da economista) si giochi una vera
competizione tra una pluralità di élite.

R.Aron suggerisce di studiare di volta in volta:


● l’origine sociale e le modalità di reclutamento dei dirigenti (politici, alti burocrati,
intellettuali);
● le qualità apprezzate in loro e i relativi modelli di carriera;
● le concezioni di vita e gli atteggiamenti che essi manifestano;
● il grado di coesione e di solidarietà che si registra nell’intera categoria.
Sulla base di tali indicatori, Aron abbozza una classificazione che ha agli estremi due tipi di élite
giustapposte:
● una unitaria o unificata, presente nei regimi di partito unico di tipo sovietico;
● l’altra divisa e frammentata, che si correla con i regimi costituzionali pluralistici.

Il reclutamento della leadership può avvenire:


● per via ereditaria, ad esempio nelle monarchie;
● attraverso processi di cooptazione, specie nei partiti centralizzati;
● sia tramite elezioni, nei regimi democratici con sistemi elettorali a liste aperte;
● o con sistemi misti di cooptazione-elezione, liste con candidature pilotate.
Per i dirigenti della burocrazia pubblica ci si può avvalere tanto di criteri di cooptazione (nomina
diretta), quanto di criteri semi-automatici, costituiti da selezioni sulla base di esami e del possesso
di titoli vari.

Ma è nelle situazioni fuori dal comune che la questione della formazione della leadership assume
una grandissima rilevanza.
Da un punto di vista teorico generale, meglio ancora del concetto ambiguo e a tratti incerto di leader
carismatico (promosso da Weber), la categoria che permette di ricondurre a sintesi più fattori è
quella di leader situazionale.
Secondo M.Edelman la leadership non va intesa come una qualità che un individuo ha o non ha.
Essa viene sempre definita da una situazione specifica e si riconosce nella risposta dei sostenitori
alle parole e gli atti di un individuo.
Se la risposta è favorevole e si forma in seguito, c’è leadership; in caso contrario non c’è.
Ma il destino delle leadership situazionali (più o meno carismatiche), specie di quelle nate in
condizioni sociali molto particolari, è quello di soggiacere nel medio-lungo periodo al giudizio
popolare sulla corrispondenza tra le aspettative suscitate e i risultati raggiunti.
La vera questione è come mai in alcuni paesi la leadership messa in discussione, accetta di uscire di
scena in maniera pacifica, vivendo il suo ciclo di vittoria/sconfitta come fisiologico, e in altri il
leader non vuole rinunciare al potere, e per questo attua tutta una serie di accorgimenti per resistere
al suo posto (drammatizzazione, e denuncia di nemici interni/esterni)?
La risposta non sta solo in fattori politologici (presidenzialismo, enfasi sugli esecutivi, sistemi
elettorali particolari) o richiamando le componenti strutturali dei contesti (organizzazione
dell’economia, ruolo dei mass media).
Sociologicamente sono assai importanti gli aspetti che concernono la tradizione civica e la cultura
politica dei popoli.
La storia insegna che una pratica democratica consolidata da secoli, alimentata con intensi momenti
partecipativi dal basso, sorvegliata da un’opinione pubblica espressione di una società civile libera e
pluralistica ( si pensi alla funzione delle associazioni descritta da Tocqueville nella Democrazia in
America), ha molte più probabilità di difendere e mantenere la democrazia dagli attacchi di
leadership autoreferenziali e con tendenze autoritarie, rispetto a paesi in cui tali condizioni non
esistono o hanno una tradizione molto più breve.

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