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Opinion maker o fornitori d’opinioni?

Carlo Bertani
carlobertani.blogspot.com
4 marzo 2011

“ . . . il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più
centro e l’albero sacro è morto.”
“Noi vogliamo che quest’albero torni a fiorire nel mondo del vero che non giudica.”

Alce Nero

Ho ricevuto, da una persona che conosco abbastanza bene, la segnalazione di una


discussione in un forum di ComeDonChisciotte, nella quale ero citato. L’utente RicBo, il
15 Febbraio 2011, criticava la gestione di CDC [ComeDonChisciotte] e, in genere, il mondo
dei blog che compaiono su quel sito, affermando che “raccoglie la cacofonia del mondo, la
superficialità, il qualunquismo, il complottismo vacuo, l’attivismo di tastiera, le analisi da
quattro soldi, il rivoluzionarismo da operetta.” Vale la pena di leggere il suo breve scritto
(che riporto integralmente), poiché è quasi un “vademecum” d’impressioni e di proposte
(condivisibili o meno) sul quale, chi vuole creare una rivista, dovrebbe riflettere.

Leggiamo:

Esiste, in Italia, un certo settore radical-chic che, grazie alle possibilitá dello strumento
chiamato blog, con il tempo si é guadagnato l’autorevolezza delle proprie opinioni. Ció ha
innescato una reazione a catena: l’aumento dei lettori e dei commenti favorevoli ingigantiva

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l’ego dei bloggers che sono arrivati ad elevarsi a ’tuttologi’, con tanto di piccoli eserciti di fedeli
al seguito.

Il ’tuttologo’ é la nuova figura sociale peculiare soprattutto del nostro Paese, per un mix
di ragioni che non ha eguali in altri paesi: lo stato effettivamente disastrato dell’informazione
in Italia e la conseguente ricerca di altre possibilitá comunicative ed informative (non crederete
mica a certi dati per cui l’87 per cento degli italiani si informa solo attraverso i telegiornali,
vero? Date un’occhiata alle statistiche dell’Unione Europea poi ne riparliamo, dicono cose ben
diverse), l’universalitá del nostro metodo educativo, soprattutto nelle facoltá umanistiche, per
il quale dobbiamo essere ’esperti’ di tutto un po’ (contrapposto all’estrema specializzazione
presente nella societá USA e nord europea, a cui stiamo purtroppo guardando come esempio),
la teatralitá del nostro essere latini, la particolaritá tutta italiana del leaderismo...

Dopo l’esempio del precursore Grillo, il cui blog é seguito da milioni di persone ed é stato
studiato in tutto il mondo, centinaia di altri personaggi si sono riciclati in quest’attivitá che
non so fino a che punto sia remunerativa per tutti in termini economici, certo lo é in quanto a
visibilitá. Non voglio fare un’analisi approfondita del fenomeno, giá lo hanno fatto in molti, io
ho apprezzato la critica feroce, giá qualche anno fa, del giornalista Paolo Barnard a quello che
lui chiama ’Antisistema’, ma non é l’unica.

La caratteristica principale del blogger ’tuttologo’ sta tutta in questa frase della giornalista
Debora Billi in un suo recentissimo ’post’ sulla tragedia libica:

Citazione:
...confesso che per una volta non riesco a formarmi un’idea precisa. Non sono in grado
di costruire una teoria, io che ho sempre una teoria pronta per ogni cosa. Succede.

Viva la sinceritá, verrebbe da dire. Il problema é che l’urgenza di scrivere comunque qual-
cosa, anche dieci righe, prende il sopravvento, anche se non si ha nulla di nuovo da dire o non
si conosce l’argomento se non superficialmente o si vuole insistere sulla propria opinione o si
vuole parlare d’altro o si crede di poter dare nuova luce a certi fatti o...

Insomma l’urgenza di soddisfare il proprio ego ed avere visibilitá é preponderante rispetto


ai contenuti.

Questo sito, CDC, é interessante proprio per questo: raccoglie la cacofonia del mondo,
la superficialitá, il qualunquismo, il complottismo vacuo, l’attivismo di tastiera, le analisi da
quattro soldi, il rivoluzionarismo da operetta (con alcune eccezioni ovviamente, ci sono eccome
articoli interessanti). Ecco quindi gli ormai famosi e tragici Massimo Fini, Gianluca Freda,
Debora Billi, Marco Della Luna, Marco Cedolin, Eugenio Benettazzo, Giulietto Chiesa (s anche

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lui), Daniel Estulin, Carlo Bertani e tanti altri (anche stranieri come no) fino ad arrivare al
commentatore che diventa blogger e spara (a salve) su argomenti economici.

Con il pretesto di rimanere fedeli alla presunta libertá di opinione sbandierata all’entrata
del sito ecco che si accostano nella stessa pagina articoli del filo-nuclearista Marcello Foa con
il pasdaran Fulvio Grimaldi (uno che nega la strage di Srebrenica, non dico altro), il leghista
Della Luna con il sociologo Bifo, il filo-capitalista Benetazzo con Barnard, il complottista con
il comunista. Un brodo primordiale che sconcerterebbe chiunque e si nota nella particolare
eterogeneitá della sottospecie creata dal fenomeno blogger-tuttologico: i commentatori, non
molti qui ma con elementi comuni, primi fra tutti il qualunquismo, l’intransigenza, la fede cieca
dei propri argomenti, la violenza comunicativa. L’anonimato e l’assenza di responsabilitá fanno
del commentatore un estremista ideologico molto pi aggressivo dell’autore dell’articolo, una
ragione che ha costretto pi di un blogger a chiudere la collaborazione (Bertani ad es.)

I blogs, i blogger, i commenti, tutto ció non fa altro che riprodurre un metodo comunica-
tivo e di relazioni di dominio e di potere in cui il dialogo é morto, la partecipazione anche.
Sarebbe meglio pubblicare molto meno, impedire i commenti, stabilire una linea comunicativa
ed editoriale che vada al di lá dello slogan voltairiano.

Anzitutto, alcuni, brevi dati analitici sul testo. Non ho corretto gli accenti, per mostrare
che il fantomatico RicBo probabilmente non scriveva con una tastiera italiana: molto prob-
abilmente vive in un Paese francofono o, comunque, all’estero. Questo potrebbe spiegare il
bizzarro “in Italia” all’inizio del pezzo, che letto in Italia sa di stranezza (anche perché i
blog sono un fenomeno mondiale). Il secondo rilievo è che RicBo si lamenta dell’anonimato,
ma si guarda bene dal firmare la sua critica. Il terzo è che, dopo aver sparato a zero
sull’inciviltà dei commentatori, definisce lo scrivente e tanti altri “famosi e tragici”: alla
faccia della gentilezza. Il quarto è che cita foschi “termini economici”, lasciando intendere
che l’attività di comunicazione debba essere sempre e comunque remunerata, poiché tale
remunerazione diventa (?) garanzia per il lettore di professionalità ed esperienza. Il che,
fa pensare che RicBo sia un giornalista o, comunque, una persona dell’informazione main-
stream. Non a caso, quel “sı̀, anche lui” riferito a Giulietto Chiesa sembra affermare: sı̀,
anche tu che hai tradito, che sei passato alle tribù del Web abbandonando il giornalismo
“con le stellette”. Difatti, altri giornalisti che sono spesso pubblicati su CDC e che pub-
blicano sui quotidiani non sono citati. Travaglio? Ida Magli? Vi sono poi alcuni elementi
che farebbero supporre l’origine della critica da un “parto di sottobosco”, ossia un “afflato”
scaturito dalla burocrazia europea di Bruxelles, ma non ci sono prove e, dunque, non è
possibile sostenerlo. Insomma, un sospetto e basta. Il breve articolo è invece interessante
per una serie di spunti che non vanno ignorati, di là del sito al quale RicBo rivolge la sua
critica, poiché entrano con determinazione ed impeto su un problema vasto ed aperto, ossia
la comunicazione. E, qui, sarà necessario approfondire.

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Il nodo centrale della contesa se si è ponderato il testo non può sfuggire riguarda
l’identificazione della figura che è in grado ed è, in qualche modo, autorizzata a comunicare.
Ossia, chi genera cultura, poiché ogni sapere scritto, parlato, cantato, sussurrato, suonato,
dipinto costruisce la ”cattedrale” culturale d’ogni Paese. Anzi, per la scrittura, d’ogni area
linguistica. E si torna ancora una volta, di riffa o di raffa, a parlare d’intellettuali.
Senza voler inserire Gramsci come incipit della discussione, non si può eludere la
definizione d’intellettuale organico che diede, la lucidità con la quale descrisse Gram-
sci scriveva durante il Fascismo l’apparente dicotomia, quasi un ossimoro “storico”, fra
le indubbie capacità degli intellettuali dell’epoca e la loro pochezza, se riferita alla scarsa
o nulla incisività che ebbero nei confronti della società nella quale operarono. Riflettendo
su due intellettuali assimilabili alla Destra dell’epoca Croce e Gentile non può sfuggire
come il liberalismo d’entrambi fu sfregiato, nel nome delle esigenze del regime. Certo,
furono accontentati con cariche ed onori: per qualche anno Croce e poi Gentile furono
Ministri della Pubblica Istruzione, il secondo generò una riforma encomiabile per l’epoca,
ancorché depotenziata dalla “falla” della rigida separazione fra i saperi umanistici e quelli
scientifici e tecnologici. L’Italia Fascista passò oltre la laicità di Gentile un aspetto di
non secondaria importanza, per i successivi sviluppi che generò con un balzo felino, nel
nome della pecunia per ottenere l’acquiescenza dello IOR le necessità degli “otto milioni
di baionette”, bisognava pure che qualcuno provvedesse! e del necessario rapporto politico
con le gerarchie vaticane, per una maggior penetrazione del Fascismo nella società italiana.
Croce, invece, fu semplicemente tollerato a patto che non disturbasse troppo, cosa che a
parte qualche modesto distinguo si guardò bene dal fare.
Venne il dopoguerra, e gli intellettuali “organici” iniziarono proficuamente il loro la-
voro nella nuova Italia repubblicana, alcuni mostrando notevole intuito e pregevoli analisi
pensiamo ad Aldo Moro ma, di fuori dell’agone politico, non ci furono spazi reali per altri,
pensiamo a Sciascia (che lasciò presto lo scranno di parlamentare) ed a Pasolini. In altre
parole, le figure intellettuali che in qualche modo mostravano la necessità di progredire
oltre la vuota fase risorgimentale, di passare finalmente dal ruolo di sudditi a quello di
cittadini, furono bellamente ignorate. E, questo, possiamo scorgerlo nella letteratura come
nella musica o nella poesia: un intellettuale di rango, come Fabrizio de André, fu trattato
dalla RAI come un qualsiasi scrittore di canzonette. Solo oggi si radunano le sue memorie
e si creano fondazioni a lui dedicate: perché è morto e, più di tanto, non può più distur-
bare i manovratori. Identico destino hanno subito altri scrittori, poeti e musicisti, salvo
tirarne fuori uno dalla naftalina quando serve, come Vecchioni, e fargli vincere il Festival
di Sanremo, proprio mentre altri due intellettuali (?) a libro paga del Corriere della Sera,
ossia del quotidiano sostenuto dalla ”crema” dell’imprenditoria italiana[1], Stella e Rizzo
“curano” il film/documentario (non autorizzato) sulla vita di Silvio Berlusconi. Insomma,
ora che l’imprenditoria italiana si sta accorgendo del disastro economico creato dalla cop-
pia Berlusconi/Tremonti il rapporto debito/PIL che “veleggia” verso il 120 per cento, il
Paese attonito e fermo poiché non esiste più attività politica, meno che mai una direzione

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da seguire in Economia, al punto che la stessa Presidente Marcegaglia li ha più volte, pub-
blicamente, scaricati anche gli intellettuali possono, anzi devono, partecipare alla corrida
finale.

Ora, tornando al nostro fantomatico RicBo, potremmo chiedergli se sono queste le figure
che dovrebbero ricoprire i ruoli-guida dell’intellettualismo italiano: non si può affermare
che Heinrich Bll abbia avuto cosı̀ gran fortuna in Germania, e neppure il premio Nobel Ivo
Andric riuscı̀ ad andar oltre una carica diplomatica nella Jugoslavia di Tito. Un po’ meglio,
però, di come andò per Sciascia, Pasolini e de Andréo no? Oppure, vogliamo paragonare
la visibilità che hanno personaggi come Giuliano Ferrara e Vittorio Sgarbi i quali sono
tutt’altro che degli sprovveduti, intellettualmente parlando rispetto ad un Rodotà? Una
delle menti più “fini” della Repubblica? E non tiriamo in ballo l’omosessualità, per favore.

Dovremmo, allora, chiederci: l’intellettuale è destinato a ricoprire ruoli politici? Nem-


meno la Cina millenaria, quella dei Mandarini, fece quel passo, relegandoli all’ambito delle
amministrazioni: l’unico a sfuggire alla regola fu Ciu-En-Lai, che potrebbe essere giusta-
mente definito “L’ultimo Mandarino”. Se l’intellettuale, dunque, non è adatto, destinato,
necessario all’agire politico in prima persona non dilunghiamoci troppo su questa disser-
tazione, cosı̀ è e per ora non si notano cambiamenti in senso opposto qual è il suo ruolo
nella società? Quello di creare cultura, conoscenza, per fare in modo che chi deve compiere
delle scelte (il politico) possa attuarle con il massimo grado di conoscenza della società e
dei problemi che si troverà di fronte: la Cina, resse per migliaia d’anni in quel modo e tutti
gli imperatori dai Qin ai Manchù non vennero meno a questo principio, e non è proprio
detto che la consuetudine sia, oggi, ignorata.

Stiamo, però, sempre parlando d’intellettuali per tornare a Gramsci organici al loro
tempo, alla loro cultura e, soprattutto, al potere. Possiamo, oggi, affermare che il potere
e non solo in Italia sia in grado d’interpretare il mutamento sociale? Grillo visto che
RicBo lo cita, ricordiamolo ha più volte posto all’indice la clamorosa ed abissale ignoranza
informatica del ceto politico italiano, che non significa non saper inviare una mail: vuol
dire non capire che una rivoluzione tecnologica è in atto, e che non si possono osservare
le rivoluzioni seduti al tavolino del bar, aspettando ))che passino”. Perché, dopo essere
transitate, non esiste più nulla dell’antecedente: nemmeno il bar.

Un secondo compito dell’intellettualismo, quindi oltre la proposizione è la critica:


avvisare per tempo dei rischi che corre una società basata sui fossili per l’approvvigionamento
energetico, è un calzante esempio in tal senso. Oppure, la gestione del territorio, la qualità
del lavoro e la ragione stessa del lavorare, come, quando e quanto, ecc. Ci sarebbe un
mare magnum da esplorare e da porre all’attenzione, poiché nel lessico comune, oramai, il
termine “politica” è diventato quasi sinonimo di “quelle robette, quegli scambi che si fanno
a Roma”.

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Spesso, dal Web giunge quasi un grido di dolore: perché non nasce finalmente un par-
tito nuovo, di gente onesta e capace, che prenda in mano le redini della Nazione? Il fatto
è che di partiti-fotocopia magari con le migliori intenzioni ne esistono tanti, forse troppi.
Più volte ho attaccato l’IDV di Antonio di Pietro, e non a caso: le molte defezioni dal suo
partito e le “svendite” non sono casuali, poiché è un partito che richiamo alla legalità a
parte ha ben poco da raccontare. Oh, certo: ci sarà da qualche parte un programma
con mille cose scritte, ma quando mai se ne sente parlare? L’unico, costante richiamo è
un antiberlusconismo di facciata, che finisce poi in modo rocambolesco e farsesco per
fornire proprio i due deputati che fanno sopravvivere Berlusconi! Sentiamo parlare spesso
di Vendola come del ”nuovo che avanza” ed è pregevole l’esperimento delle cosiddette “fab-
briche” ma stentiamo ad intravedere proposte organiche: va detto, per onestà, che Vendola
stesso ha richiamato l’urgente necessità di una fase creativa, dell’effettiva realizzazione di
quel “cantiere” che doveva essere quello bolognese di Prodi, iniziativa che all’epoca non
produsse nulla. E si finı̀ con un Mastella che affossò il Governo, perché non emanava in
fretta e furia una legge ad personam per la moglie.
Nutriamo dei sospetti sull’avventura vendoliana, perché questo claudicante PD ci ri-
corda il vecchio PCI il quale, alla sua sinistra, voleva sempre una stampella: lo PSIUP,
Democrazia Proletaria, Rifondazione Comunistadomani Sinistra e Libertà? Non a caso,
Veltroni fu l’unico ad attaccare alla sua sinistra, e s’è visto com’è finito: Bersani, difatti,
lavora nel vecchio ”solco” del PCI. Noi, vorremmo semplicemente non essere presi, ancora
una volta, per i fondelli: ancora ricordiamo la famosa “notte delle pensioni” del 2007,
quando i partiti della sinistra estrema non furono manco invitati, e Damiano peggiorò
ancora la controriforma Maroni. Ecco dove le fasi di preparazione, di riflessione, di sed-
imentazione del pensiero non sono sufficientemente valutate: si va sempre ad elezioni, si
va in televisione, bisogna fare in fretta, raccontare qualcosa, si fa un programmaanzi, no-
bisogna subito “mediarlo” con gli alleati. Togliamo le Province? Ma sı̀, tu dillo, tanto lo
dicono tutti Crediamo bene che Berlusconi, con le sue proposte chiare riducibili ad un
“prendere ai poveri per dare ai ricchi” finisca per vincere, poiché i “poveri” sono storditi
da mille, diversi input, dai quali non riescono a districarsi. Quando non c’è di peggio, ossia
la solita “pappetta” con i berluscones, vedi la mancata legge sul conflitto d’interessi.
Proprio da queste vicende, si nota che l’aspetto della critica, da parte degli intellettuali,
riveste un’importanza del tutto singolare nella società italiana vista la lunga esposizione
all’anestetico cui è stata sottoposta dagli anni ’80 in poi che non ha certo aiutato il Paese
a crescere: siamo ancora qui a domandarci se sia meglio costruire il fantomatico “muro di
Ancona” e non riusciamo a toglierci da queste paludi. Rimaniamo ostinatamente legati
alle energie fossili con l’ultimo decreto “Milleproroghe” (già un Governo, un qualsiasi
governo che vara un provvedimento con quel nome, dovrebbe riflettere su cosa sta facendo:
si può “prorogare” qualcosa all’infinito?!?) è stato dato un altro “colpo” al solare ed alle
rinnovabili in genere, poiché l’ENI è la principale “cassaforte” del Tesoro, e dunque non
si disturbino i manovratori dell’ENI. La Francia ci supera per presenze turistiche, ma la

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cosa sembra non riguardarci: che ci frega se possediamo la metà del patrimonio artistico
mondiale, noi lo lasciamo crollare! Vengono meno turisti? E noi li tassiamo di più, col
“federalismo municipale”! Ogni anno che passa arriva l’infinito tormentone delle “quote
latte”, ma pochi ricordano che in Italia esistono almeno 400 (stima per difetto) tipi di
formaggio, mentre nel Nord Europa la sbobba è sempre la solita: cambia l’involucro, rosso
o giallo. Qualcuno riflette sulla potenziale ricchezza che ne potrebbe derivare? E i vini?
L’olio? La varietà di gusti della nostra cucina? Certo, parlare d’energia diffusa e di 400
diversi tipi di formaggio fa impazzire i contabili “razionalizzatori” della burocrazia europea
meglio la grande centrale, e due soli tipi di formaggio, molle e duro, cosı̀, poi, si dà il via alla
grande competizione sui prezzi! difatti, oggi, parecchi intellettuali (quasi sempre esteri)
sono dei feroci critici della globalizzazione, pensiamo a Latouche od a de Benoist.

Insomma, alla navigazione di cabotaggio sarebbe preferibile qualche “incursione” nelle


“blue water”, lontano dalle paludose coste del consueto, del bilancio a sei mesi, della
tradizione “perché cosı̀ è sempre stato”, ecc. In questo senso, una profonda “immersione”
nella Costituzione del 1947! sarebbe salutare. No, nulla: l’Italia è da celebrare per i
valori Risorgimentali, e addirittura un bravissimo Benigni si presta a ricordarli dal pulpito
dell’Ariston: Vecchioni, Benigni, Stella, Rizzo e compagnia cantante sono da considerare le
punte di diamante dell’intellettualismo di sinistra? Come i due “furbetti” Ferrara e Sgarbi
lo fanno per la destra? Ecco dove il cosiddetto “intellettualismo italiano ufficiale” si mostra
per quel che è: la solita zuppetta “organica” al potere, pronta a seguire questo o quello,
basta che se magna. La differenza, rispetto alle passate generazioni, è tutta nel maggior
livello d’istruzione (per questo attaccano la scuola pubblica): gente che non è più disposta
a farsi menare il can per l’aia da direttori di testata che cambiano seggiola come si fa sul
tram, cercano altrove sponda. Dove la trovano? Chi lo fa?

“Quando non ci sono cavalli, trottano anche gli asini”, verrebbe da dire, e ci scusi-
amo quindi con RicBo se abbiamo incrinato l’idilliaca pace della Turris Eburnea, ma se
questa masnada di “tuttologi” s’è accaparrata i favori di un largo pubblico (lui stesso lo
sostiene, “Date un’occhiata alle statistiche dell’Unione Europea”) non sarà perché nella
Torre d’Avorio regnava un silenzio di tomba? E non siamo solo noi a porre all’attenzione
il problema: in una recente trasmissione radiofonica sull’Unificazione, Stella stesso ri-
conosceva che la storiografia ufficiale è stata pensata e plasmata soltanto per le aule uni-
versitarie, per i seminari degli “addetti ai lavori”. Si crea cosı̀ una situazione paradossale:
”si sa” che l’avventura dei Mille fu protetta dalle fregate britanniche, che i generali bor-
bonici furono corrotti col denaro, e che quei debiti di guerra e corruzione furono suc-
cessivamente pagati con l’oro del Regno delle Due Sicilie, ma “chi”, effettivamente, lo sa?
Un sapere protetto, nelle collane dedicate agli studiosi, trova scarso appoggio in qualche
rapida trasmissione Tv a tarda ora, maqual è il contraltare? Decine, centinaia, migliaia di
trasmissioni Tv nelle quali si cita il Meridione come un problema atavico, senza soluzione,
senza mai analizzare le ragioni di quel dissesto.

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In egual modo, si trattano le altre questioni storiche: giorni della Memoria e del Ricordo
per non memorizzare né ricordare nulla, se non la solita campana di una sola parte. Poi,
giunge un sistema elettronico qui è la rivoluzione! che consente a tutti di pubblicare:
qualcuno lo fa bene, altri meno, ma lo fanno. Gli italiani che volevano informarsi lasciando
le tette di mamma Rai, cosa trovavano? Potevano chiedere al solito docente universitario
una conferenza, certoma quando, e dove? L’impressione che si ricava dalle critiche di RicBo
è che sia il lamento della cultura elitaria, che si vede sopravanzata e che non sarò certo io
a gioirne, perché di raffinata cultura si tratta sta sbiadendo. E veniamo all’impossibilità
d’essere “tuttologi”.
In realtà, l’affermazione è esagerata e priva di senso: se qualcuno mi chiede di scrivere
sulla teologia zoroastriana, cortesemente rifiuto per non incorrere in brutte figure. Anche
nei giornali non si chiede al redattore di necrologi di preparare l’articolo di fondo o, come si
diceva un tempo, ”di terza”. Non voglio, però, nascondermi dietro ad un dito, poiché è vero
che quasi sempre gli articoli d’approfondimento del Web toccano più comparti, spaziano da
un universale all’altro. Se si parla di petrolio, difficilmente si riescono ad eludere questioni
finanziarie, economiche, di politica estera, militari e tecnologiche: che, poi, chi lo fa sappia
realmente compiere la sintesi è un altro paio di maniche, ma ritorniamo al gran silenzio
che aleggia nella Torre d’Avorio. Qui, c’è un altro aspetto che sfugge alla breve analisi di
RicBo. Senza voler ammantare con il termine “filosofia” la simbiosi delle conoscenze, il
loro progredire grazie alla critica, ossia con la dinamica interna ad ogni processo creativo,
non è che sotto l’aspetto “istituzionale” (termine preso a prestito, per meglio definire
quel comparto di “cultura” che finisce per diventarne l’antitesi stessa) l’attuale cultura
è priva della seppur minima incisività sull’agire quotidiano? Manca il collante, la liaison,
il canale di collegamento. E’ un problema di tutti: nessun politico può rivolgersi ad
altri per migliorare le proprie scelte (anche fosse possibile farlo, e non fosse controllato
dalla disciplina di partito!) ma nemmeno l’imprenditore sa con ragionevole certezza dove
volgere il guardo, poiché la piccola navigazione di cabotaggio della politica lo costringe
ad un mefitico rapporto simbiotico con il sottobosco della politica, che è totalmente privo
di scelte strategiche. E il giovane? Può, ragionevolmente, capire quale potrà essere il
suo posto all’interno della futura società? Dove trova corrispondenza e risposte? Piccolo
cabotaggio: evitare gli scogli e cercare un approdo per la sera, niente di più. Il giovane è
disorientato, privo di punti di riferimento per la navigazione d’altura della vita.
RicBo mette all’indice i bloggher come se fossero degli imbonitori o dei predicatori
televisivi hanno oramai “tanto di piccoli eserciti di fedeli al seguito” come se avere
persone che ti stimano sia un peccato originale da purgare, ovviamente se non fai parte
della giusta Casta. Date le premesse sopra esposte, si è domandato, RicBo, da dove nasce
questo “seguito”? Nel mio caso, da anni ed anni di lavoro gratuito e volontario: certo,
sono un fesso che lo fa solo perché gli piace. Oppure come affermava Pasolini perché
quando provi il bisogno di scrivere non puoi sedarlo, devi assecondarlo. Si deve scrivere
solo a comando? Altra obiezione.

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Le persone che seguono i blog sempre secondo RicBo sono ovviamente una pletora di
deficienti ed ignoranti, giacché non sono ancora approdati alla Retta Via e, dunque, sono
rimasti abbindolati da questi imbonitori di bassa lega. Si rende conto che, in questo modo,
ha dato del deficiente a milioni d’italiani? E, visto che il mondo dei blog presuppone la
lettura, l’analisi, la criticanon ha proprio insultato persone che passano le giornate a seguire
le pruderie del Grande Fratello. Allora torno a sottolineare il gran silenzio della Turris
Eburnea quelle persone cercano qualcosa, desiderano qualcosa, vorrebbero partecipare a
qualcosa: in definitiva, cercano l’agorà, la forma primordiale della democrazia, che in Italia
è oramai un ricordo. Forse lo fanno scaricando semplicemente sul Web “la cacofonia del
mondo”: possiamo accettarlo? O, forse, dovremmo prima chiedere loro di purificare quelle
afonie, rettificandole con puro spirito kantiano? Ma, se le persone che dovrebbero essere
preposte allo scopo gli intellettuali se ne sbattono allegramente, preferendo l’abbuffata
nella greppia, a chi dovrebbero rivolgersi?

RicBo ha dunque per il commentatore poca stima, perché lo nota animato da istinti
quasi “animali”: è “un estremista ideologico” che si nutre con “il qualunquismo, l’intransigenza,
la fede cieca dei propri argomenti, la violenza comunicativa”. Per certi versi può essere
vero, ma generalizzare è sbagliato: soprattutto, bisognerebbe chiedersi in quale ambiente
sociale e culturale è toccato loro vivere. Non sono mica stati i bloggher, ad aver inventato
il Grande Fratello e l’Isola dei Famosi! Se non si desidera avere a che fare con persone del
genere e chi scrive lo ha provato si chiude semplicemente la collaborazione con il sito in
questione: c’est facile, ou non? Anche sul mio blog c’è stato chi ha tentato di trasformare
la discussione in rissa, ma io memore di quel che succede quando una classe sfugge al
controllo non ci ho pensato due volte: via, cancellati. Gridi alla censura? Il mugugno è
libero, ma vai a farlo da un’altra parte.

Se fosse una semplice questione d’ordine, la cosa finirebbe qui, ma RicBo al termine
del suo intervento pone degli interrogativi seri, che bisogna meditare:

“Sarebbe meglio pubblicare molto meno, impedire i commenti, stabilire una linea co-
municativa ed editoriale che vada al di là dello slogan voltairiano.”

E’ comprensibile che un sito come CDC una semplice vetrina espositiva non abbia
una linea editoriale, poiché questa è la scelta di chi lo cura: una valutazione che ha il
pregio della vasta diffusione, ma il difetto della scarsa elaborazione, da parte dei lettori,
dei contenuti. Se, invece, una rivista Web parte da un gruppo coeso, significa che già esiste
una linea editoriale e, dunque, che i commentatori non potranno pretendere di contrastarla:
il Web è vasto, vivaddio, e c’è posto per tutti! Il rischio in questo frangente RicBo ha
ragione è quello della totale paralisi, poiché l’inveterata abitudine di scontrarsi come
tifoserie calcistiche finisce per subissare, con gli strepiti e gli slogan, chi cerca un colloquio
pacato e fruttifero.

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Potremmo, allora, focalizzare meglio il problema mediante un esempio: noi tutti vivi-
amo in un sistema di pensiero “libero”, nel quale, però, non è in discussione il capitalismo.
In altre parole, possiamo scegliere all’interno di una panoplia ”chiusa” d’opzioni: quella
dell’economia pianificata e gestita dallo Stato giusta o sbagliata essa sia non è concessa. E’
fuori dal novero delle possibilità concesse. Altro esempio: la soluzione del problema palesti-
nese potrebbe passare attraverso la semplice soluzione di un solo Stato con normalissime
elezioni, parlamento, ecc. Come avviene con tutti i difetti che già Churchill esponeva in
Europa. Già, ma l’opzione che Israele possa trasformarsi in uno Stato non-confessionale è
fuori del novero, non è nemmeno proponibile. E potremmo continuare.

Rompendo questo schema, nasce una linea editoriale che non è una proposta politica,
bensı̀ la necessaria base di discussione per trovarla: i siti che si pongono come semplici “es-
positori” dell’esistente, di ciò che viene prodotto dal ”mercato” dei blog, questo problema
non l’hanno, ma tempo su tempo non si schioderanno mai dall’impostazione delle tifos-
erie contrapposte. In alternativa una rivista che desiderasse diventare punto di riferimento
culturale per un’area che non è “anticapitalista” od ”anti-israeliana”, bensı̀ di chi si pone
il problema del superamento del capitalismo, giacché l’attuale forma “mercatista” è falli-
mentare, idrovora di risorse e incapace di dare serenità e certezze alle popolazioni, cosı̀ come
una soluzione al problema palestinese che ponga fine all’inutile stillicidio di vittime in-
somma, una rivista che ponesse come incipit la discussione su un nuovo modo d’interpretare
i fenomeni prima le esigenze delle popolazioni, poi quelle del capitale sarebbe un luogo
dove chi sostiene, invece, quei modelli non avrebbe senso. Sarebbe inutile la loro parte-
cipazione, giacché sarebbero in contraddizione con gli obiettivi liberamente scelti da un
gruppo di persone. Sarebbe come se, dopo essersi messi d’accordo per costruire insieme
una casa, altri pretendessero di partecipare per costruire un aeroplano: nulla in contrario
alla costruzione d’aeroplani, ma andate a farlo da un’altra parte!

In questo modo, il problema posto da RicBo trova soluzione in parte seguendo proprio
le sue indicazioni poiché non si può parlare di censura se un intervento è contrario ai
principi generali di una rivista, agli obiettivi che si prefigge. Anche perché seguendo il
dettato dell’art. 21 della Costituzione il Web è il vero “moltiplicatore” delle possibilità
d’espressione, e dunque non si priva nessuno di quella, giusta e necessaria, attività.

Da qui, discende la prassi di cancellare senza doverlo giustificare qualsiasi intervento


che non sia in argomento, poco rilevante o di disturbo, poiché finirebbe per depotenziare
il lavoro altrui. Quale lavoro?

Quello di cercare risposte ad una serie d’interrogativi:


• La forma di Stato italiana è, attualmente, coerente con un armonico sviluppo delle
personalità, con il necessario benessere e la protezione sociale?
• L’attuale ripartizione della ricchezza è compatibile con il dettato costituzionale?

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• La politica estera italiana è coerente con le necessità ed i principi ai quali s’ispira la
Nazione?

• Le attuali scelte in campo energetico sono, nel medio-lungo periodo, convenienti?

• La diffusione della popolazione sul territorio è la migliore per la salvaguardia dell’ambiente


e per il reperimento delle risorse?

• L’imprenditoria deve essere solo privata oppure lo Stato deve mantenere dei precisi
ambiti?

• I frutti dell’impresa appartengono totalmente all’imprenditore oppure ci deve essere


una forma di compartecipazione nella gestione?

• Quali percorsi si possono individuare per la previdenza sociale? E’ pensabile e real-


izzabile un reddito di cittadinanza che superi la questione?

• Come uscire dal dilemma impunità/eccessiva lunghezza dei processi nell’ordinamento


giudiziario?

• Come armonizzare e far diventare contributo culturale l’immigrazione?

• Il “pianeta lavoro” è oggi coerente, per forme e diffusione, con l’attuale fase di dein-
dustrializzazione?

Questa è una breve lista d’argomenti, ai quali se ne potranno senz’altro aggiungere


altri.

Una rivista che riuscisse ad incidere ed a proporre una ”palestra” d’argomenti sui quali
dibattere, diventerebbe rapidamente un vero e proprio faro per la cultura italiana: ben
presto, sarebbero in tanti ad arrivare, proponendosi come scrittori o come commentatori.
E, questo con buona pace di RicBo è probabilmente l’unico antidoto al pericolo del
”monismo” che già Tocqueville intravedeva nella Rivoluzione Francese: quel ”monismo”
fatto di un pensiero unico tranquillizzante come l’arsenico, che sta avvelenando l’Italia ed il
Pianeta poiché costituito da assiomi incontrovertibili: economia “libera”, Stato “leggero”,
diritti “compatibili” e via discorrendo.

Carlo Bertani potrà anche essere “famoso e tragico” sul primo aggettivo mi viene da
ridere, sul secondo ammetto che una riflessione (personale) sia utile ma saranno proprio
mille giovani indiani, con le loro timide frecce di carta quando si leverà l’alba di un buon
giorno per vincere a scompaginare le schiere dei corazzati del pensiero unico. Nessun
altro potrà mai farlo. Saranno vittoriosi proprio dove le colonne degli eserciti regolari
dell’informazione ancora una volta, con buona pace di RicBo hanno fallito.

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