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Paolo Rumiz

A PIEDI

Feltrinelli, Milano 2012


NOTA DI COPERTINA

Paolo Rumiz scrive per «la Repubblica» e «Il Piccolo». Ha


pubblicato con Feltrinelli numerosi libri tra i quali "La leggenda dei
monti naviganti", "Tre uomini in bicicletta", "La cotogna di Istanbul".
Questo è il suo primo libro per lettori giovani.

«Un mattino di settembre presi il sacco e uscii di casa senza voltarmi


indietro. La mia meta stava a sud, un sud così perfettamente
astronomico che sarebbe bastata la bussola a raggiungerlo. Era la punta
meridionale dell'Istria, un promontorio magnifico sui mari ruggenti di
Bora, regina dei venti d'inverno, e di Maestrale, che è il più glorioso dei
venti d'estate. Una scogliera talmente ideale che è stata battezzata 'Capo
Promontore' (Premantura in lingua croata). Un luogo che tutti i lupi di
mare sanno riconoscere traversando l'Adriatico.»
Sette giorni per arrivare da Trieste a Promontore raccontati ai giovani
lettori letteralmente passo dopo passo da un camminatore d'eccezione:
Paolo Rumiz. Una narrazione che apre finestre su molti temi: le
frontiere da attraversare, i confini che cambiano, la guerra dei Balcani,
gli animali selvatici che si incontrano, l'orientamento con le stelle, le
mappe. Ma soprattutto una riflessione sull'importanza di camminare:
esercizio che abbiamo dimenticato, sostituendo sempre più spesso i
viaggi virtuali a quelli reali.
"A piedi" è una guida precisa da seguire, una lettura straordinaria che
diventa occasione di approfondimento e un testo che può ispirarealtri
viaggi e altri itinerari.
INDICE

A PIEDI
PRIMO GIORNO. Da Trieste a Gracischie
SECONDO GIORNO. Da Gracischie a Montona
TERZO GIORNO. Da Montona ad Antignana
QUARTO GIORNO. Da Antignana a Canfanaro
QUINTO GIORNO. Da Canfanaro a Valle
SESTO GIORNO. Da Valle a Fasana
SETTIMO GIORNO. Da Fasana a Promontore
A PIEDI

Alla memoria di Virgilio Zecchini,


che mi accompagna con le sue canzoni.

Un mattino di settembre presi il sacco e uscii di casa senza voltarmi


indietro. La mia meta stava a sud, un sud così perfettamente
astronomico che sarebbe bastata la bussola a raggiungerlo. Era la punta
meridionale dell'Istria, un promontorio magnifico sui mari ruggenti di
Bora, regina dei venti d'inverno, e di Maestrale, che è il più glorioso dei
venti d'estate. Una scogliera talmente ideale che è stata battezzata
«Capo Promontore» (Premantura in lingua croata). Un luogo che tutti i
lupi di mare sanno riconoscere traversando l'Adriatico. Mi era venuta
voglia di andare, una voglia pazzesca e improvvisa, e in una settimana
contavo di farcela alla media «tranquilla» di una ventina di chilometri
al giorno. In tutto, centocinquanta chilometri da Trieste, la mia città.
Trieste sta in alto a destra sulla carta geografica d'Italia, ed è talmente
periferica che da lì è quasi impossibile fare un viaggio senza passare
una frontiera. Trieste non è Bologna o Napoli. Nella mia città cambia il
mondo e inizia il profumo d'Oriente. Fino a pochi anni fa per la
stazione ferroviaria di casa mia passava il più avventuroso dei tre
Orient Express, i favolosi treni passeggeri che raggiungevano il Sudest
dell'Europa attraversando i Balcani. Quello che sostava a Trieste era
denominato «Simplon», perché percorreva la famosa galleria del
Sempione, e a bordo di quei vagoni la scrittrice di romanzi gialli Agata
Christie ha ambientato un famoso assassinio. Il «Simplon» collegava
Parigi a Istanbul attraverso le Alpi Svizzere, Milano, Trieste, Belgrado,
Sofia, e la vera avventura cominciava appunto a Trieste, quando si
entrava nelle impenetrabili foreste di un paese che oggi non c'è più: la
Jugoslavia, crollata negli anni Novanta a causa di una guerra
sanguinosa che l'ha spezzata in sei stati più piccoli.
A Trieste la frontiera è così vicina che per raggiungerla basta un'ora e
mezza a piedi o mezz'ora in bicicletta. Quando partii per Capo
Promontore sapevo che avrei dovuto passarne due in meno di venti
chilometri: prima quella con la Slovenia e poi quella con la Croazia,
due dei sei stati che si sono sostituiti alla Jugoslavia. Due frontiere in
uno spazio così piccolo, mi direte, non è cosa normale. Il fatto è che
dalle mie parti le linee che separano i popoli con sbarre e dogane si
aggrovigliano in modo demenziale. La mia è una terra inquieta, e
nell'ultimo secolo i suoi confini si sono spostati in continuazione per
via dei due conflitti mondiali e infine della guerra che ha diviso la
Jugoslavia, eventi che hanno separato famiglie e generato molta
infelicità. Mia nonna materna, nata nel 1890, è vissuta sotto sei diverse
bandiere senza smettere di abitare a Trieste: Austria, Italia fascista,
Germania, Jugoslavia, governo angloamericano e poi definitivamente
Italia democratica. Così vanno le cose del mondo.
Questo è il racconto di un viaggio a piedi che può servirvi da guida,
se mai un giorno vorrete seguire le mie tracce sugli stessi affascinanti
terreni: qui troverete le indicazioni per ricostruire l'itinerario su una
mappa. Ma questo racconto è anche un modo per darvi una serie di
istruzioni tecniche sulla camminata in generale. Il bagaglio,
l'orientamento, l'andatura, l'alimentazione, gli incontri con gli uomini e
gli animali. Soprattutto, vorrei incitarvi a mollare gli ormeggi e andare,
perché camminare rischiara la mente, conforta il cuore e cura il corpo.
Gli uomini camminano sempre meno, sono diventati sgraziati, si
muovono curvi sui loro telefonini, hanno il collo storto per l'abuso del
computer, le spalle rovinate dall'utilizzo del mouse, lo stomaco
contratto dallo stress e la testa piena di segnali e rumori di fondo. Un
indonesiano, o un etiope, cammina in modo più nobile e felpato di noi,
e quando porta un bagaglio in equilibrio sul capo mostra un'andatura
eretta e sinuosa che noi abbiamo perduto da un secolo. Qualcuno dirà
che sono esagerato. Rispondo con una semplice osservazione fatta nelle
vie delle nostre città. Una volta c'erano solo gli scontri frontali fra
automobili: oggi è facile vedere scontri fra pedoni che si tagliano la
strada alla cieca, digitando messaggini.
Guardando queste cose, e guardando anche me stesso, mi accorgo che
non solo siamo diventati goffi e ridicoli, ma che stiamo anche perdendo
il senso della realtà. La nostra testa è cambiata. L'uomo che non
cammina perde la fantasia, non sogna più, non canta più e non legge
più, diventa piatto e sottomesso, e questo è esattamente ciò che il Potere
vuole da lui, per governarlo senza fatica, derubarlo di ciò che Dio gli ha
dato gratuitamente, e bombardarlo di cose perfettamente inutili a
pagamento. Chi cammina, invece, capisce, parla con gli altri uomini, li
aiuta a reagire e a indignarsi contro questa indecorosa rapina che ci sta
impoverendo tutti quanti. Il semplice fatto di mettere un piede davanti
all'altro con eleganza, di questi tempi, è un atto rivoluzionario, una
dichiarazione di guerra contro la civiltà maledetta dello spreco.
I viaggi si sognano a lungo e io sognavo da anni il capo delle
tempeste in fondo a quella penisola. Sognavo di tagliare l'Istria con un
mio itinerario, intendo dire una strada scelta da me; una pista da
individuare d'istinto, col fiuto di un buon cane da caccia. Ero stufo di
seguire le strade degli altri, di procedere su percorsi già segnati con in
mano una guida. Volevo ritagliarmi un'avventura mia, e lo spazio per
farlo c'era. Per l'avventura lo spazio c'è sempre, in qualsiasi parte del
mondo. Basta rinunciare alle strade battute e alle strumentazioni
elettroniche come il G.P.S. Non fatevi smontare da chi vi dice il
contrario. Basta prendere una mappa e scegliere la strada.
Per uno che va a piedi la scelta delle mappe è fondamentale ed è un
affar serio trovare quelle giuste. Oggi che si usano i navigatori
satellitari ne vengono prodotte sempre meno, ed è un peccato, perché
solo la carta vi dà la visione d'insieme e vi aiuta a sognare una strada.
Le carte buone devono anche indicare chiaramente ogni dettaglio
(ponti, sentieri, ferrovie, case isolate, foreste, scarpate rocciose o fiumi)
e devono essere quindi della scala giusta. L'ideale per chi cammina è
quella «uno a venticinquemila», dove ogni centimetro equivale a
duecentocinquanta metri (e di conseguenza a ogni chilometro «reale»
corrispondono quattro centimetri sulla mappa). Ma anche una buona
carta con una riduzione a cinquantamila può fare egregiamente il suo
servizio.
La strada che sognavo di fare era a metà fra la costa ovest e quella
est. Mi spiego: se la punta meridionale dell'Istria forma un angolo
acuto, la mia strada avrebbe dovuto spaccarlo in due come la freccia di
Guglielmo Tell aveva fatto con la mela sulla testa del figlio. Volevo
raggiungere quell'angolo magico con una linea retta che i testi di
geometria chiamano «bisettrice». Il territorio della penisola è
magnifico: montagne popolate da orsi, altopiani crivellati da grotte e
precipizi, paesi arroccati come in Toscana, vigne e sterminati uliveti. E
ancora salvia, rosmarino, e praterie di piante aromatiche agitate dal
vento e capaci di sprigionare profumi da sballo. E infine una costa
frastagliata di roccia bianca come la neve.
Nel Mediterraneo vi sono tre affascinanti penisole triangolari,
abbastanza simili fra loro, ed egualmente piene di leggende. La prima è
il Sinai, che con la sua punta meridionale entra nel Mar Rosso; è la
regione di aspre montagne desertiche dove Dio dettò a Mosè le tavole
della legge, dopo la fuga degli Ebrei dall'Egitto. Poi c'è la Crimea, terra
selvaggia come poche altre, a nordovest del Mar Nero, che fu
colonizzata dai Greci secoli prima di Cristo e poi da misteriose
popolazioni giunte dall'Asia. Infine c'è la mia Istria, dove l'Adriatico
finisce.
In Istria si incontrano tantissime cose. Due mondi, le Alpi e il
Mediterraneo; tre lingue, italiana, slovena e croata; e i segni forti di tre
dominazioni: Roma, che ha lasciato tra l'altro una grandiosa arena nella
città di Pola; Venezia, che per secoli in Istria ha avuto basi commerciali
costiere - Pirano, Rovigno e altre - sulle rotte del mare d'Oriente; e
infine l'impero d'Austria, che su quella penisola strategica ha costruito
porti e ferrovie ancora in funzione, e che si è dissolto con la prima
guerra mondiale.
Dicevo che non esiste viaggio senza sogno, e i sogni si covano a
lungo. Quel tuffo dal promontorio perfetto davanti ai primi fari delle
isole dalmate si affacciava continuamente nei miei dormiveglia o nelle
mie fantasticherie con storie di naufragi e velieri. Ma spesso anche la
realizzazione dei sogni è una cosa che si rimanda all'infinito. C'è
sempre una scusa per rinviare. Il lavoro, lo studio, il mal di schiena, le
scarpe che fanno venire le vesciche, l'assenza di alberghi confortevoli,
il tempo che è troppo caldo oppure troppo freddo, il rischio di cani
rabbiosi sulla strada.
Sappiatelo subito. Partire è difficile. Troverete un'infinità di amici e
parenti pronti a darvi degli alibi per non andare, a scoraggiarvi, a dirvi
che quello che volete fare è troppo faticoso, oppure che siete troppo
giovane o troppo vecchio o troppo grasso o troppo magro, oppure che
avete genitori o figli o fidanzate-fidanzati cui badare. Bugie,
naturalmente. Una delle più clamorose è che vi perderete perché non
conoscete la lingua del posto. Ebbene: persuadetevi che per
sopravvivere in qualsiasi territorio straniero bastano una cinquantina di
parole. Ma attenti, scegliete quelle giuste. Sapere come si dice
«telefonino» non vi servirà a niente. Sapere come si dicono acqua,
fuoco, locanda, mangiare, eccetera sarà fondamentale. Questo
minivocabolario sarà l'elenco dei vostri bisogni reali, mille volte più
importanti di quelli inculcati dalla pubblicità televisiva.
Comunque sia, si comunica anche senza sapere le lingue. Ricordo
che negli anni novanta, in Indonesia, andai a passeggiare tra le risaie in
una magnifica notte di stelle e incontrai un contadino che stava
controllando la crescita delle sementi. Aveva una piccola lampada a
petrolio. Ci sedemmo vicini, senza sapere niente l'uno della lingua
dell'altro, e parlammo. Il tono della voce, lo sguardo e il movimento
delle mani ci aiutarono a intenderci. Io capii che lui aveva sette figli,
abitava oltre una certa collina e aveva un centinaio di oche nel suo
pollaio.
Ma c'è un'altra, e ancor più clamorosa bugia che si dice a chi parte.
Quella che non c'è il tempo, perché c'è questo o quello da fare. Come se
non ne buttassimo via a tonnellate, di tempo, davanti a un computer che
ci propone viaggi solo virtuali, chattando. Il tempo è nostro! Non
permettete che vi sia sequestrato da altri. Non esiste nulla nella vita che
non possa essere rimandato. Ma voi non lo sapete ancora, perché non
avete conquistato la saggezza del camminatore.
E così, in mezzo a queste pressioni, si esita a lungo, si rinvia
all'infinito la realizzazione del sogno. Ma poi viene il momento che non
se ne può più, e allora bastano due minuti per decidere.
La spinta a partire si scatena spesso per circostanze casuali. Capita,
per esempio, che il tempo a disposizione improvvisamente ci sia, un
varco miracoloso in una foresta di impegni, una finestra di libertà che
non si ripresenterà più. Capita che il cielo sia clemente e che, in
aggiunta, il corpo dia violenti segnali di ribellione. Perdita delle chiavi
di casa, insonnia, malinconia, irritabilità, voglia di bastonare un tizio
solo per come cammina. Il nomade che abita dentro di noi reclama i
suoi diritti, non vuole più restare incatenato a una sedia.
Anch'io ho avuto il mio segnale, ed è stato particolarmente violento.
Due giorni prima della partenza, in ufficio ero in preda a una tale
tempesta di pensieri che nella fretta di portare un manoscritto da una
stanza all'altra sono finito in pieno con la fronte contro una porta a vetri
che m'era parsa aperta. Ho perso quasi i sensi, sono caduto sul
pavimento, poi il naso ha cominciato a sanguinare e a gonfiarsi come
quello di un'alce. Ho fermato l'emorragia con un fazzoletto, poi mi sono
guardato allo specchio del bagno, mi sono detto: «Rumiz, fai pietà» e
ho capito che era ora di preparare il sacco e andare.
Spesso capita che questo desiderio prepotente si risvegli nelle
stagioni di mezzo, aprile-maggio o settembre-ottobre, gli stessi mesi in
cui gli uccelli migratori si ripuliscono le penne e starnazzano senza
pace in vista della grande trasvolata verso altri climi. E' un istinto che
gli zoologi hanno codificato da tempo e si chiama «inquietudine
migratoria». Ecco, provate ad ascoltare anche voi questa frenesia che vi
ribolle dentro e obbedite al suo impulso. A me accade spesso di sentirla
quando il profumo di acacia invade l'aria a primavera o quando tira aria
di vendemmia sulle colline intorno alla città. Mi è successo anche quei
giorni di settembre in cui ho preso la strada del promontorio.
Confesso: avrei voluto partire con un ragazzino. Che ne so, un nipote
o il figlio di un amico. Non c'è niente di più perfetto di un'avventura
consumata in coppia da un adulto carico di esperienza e da un ragazzo
pieno di forza fisica e affamato di orizzonti. Ho ricordi magnifici delle
traversate in montagna compiute con i miei figli quando avevano
quell'età. Il sacco da riempire, le minestrine liofilizzate, il fornelletto a
gas, i bastoni telescopici, lo studio del percorso sulle mappe prima di
andare. E poi le notti nei rifugi, a chiacchierare a bassa voce in
camerata, nel letto a castello, o ad ascoltare la pioggia. Avevamo
sempre un milione di cose da dirci.
Gli occhi di un ragazzo fanno vedere di più e dilatano il mondo.
L'amico Fausto De Stefani, conquistatore di tutte le grandi montagne
della Terra, me l'ha spiegato con una storia. Nelle lande lontane del
Nepal, ai piedi dei giganti di ghiaccio dell'Himalaya, aveva costruito
una scuola per orfanelli che funzionava benissimo. Ma uno di questi
bambini era molto triste e si rifiutava di studiare. Quando Fausto gliene
chiese il motivo, il piccolo rispose che la sua vita non aveva più senso,
perché il papà gli aveva promesso di portarlo in pellegrinaggio alla
montagna sacra detta Kailash, ma poiché era morto, lui aveva dovuto
rinunciare al sogno. Fausto disse: «Se studi come si deve, sulla
montagna sacra ti ci porto io».
E così fu. L'orfanello si mise a studiare più di tutti i compagni, divorò
un libro dietro l'altro, passò gli esami a pieni voti e partì felice con il
mio amico alla volta del Kailash. I due trascorsero molti giorni in
cammino e molte notti in tenda a raccontarsi storie. A entrambi parve di
vedere per la prima volta le stelle dell'Asia e l'immensa montagna
nepalese. Eppure Fausto, l'alpinista dal cuore tenero, ne aveva
conquistato le vette più terribili. Ma anche per lui fu una grande
rivelazione. Da allora trasse un gusto speciale dall'insegnare i segreti
della natura ai bambini.
Pensate: basterebbe così poco per far sognare un ragazzino: riempire
un sacco, comprare una tendina e partire per una meta anche vicina. Nel
nostro mondo pochi genitori sono capaci di fare altrettanto con i loro
figli. E, non facendolo, non sanno quello che perdono. A dieci anni
l'uomo comincia a sognare i grandi viaggi, a sentire l'istinto della libertà
e della giustizia. Aveva dieci anni il miglior tamburino di Garibaldi,
quando vide per la prima volta il generale, di passaggio a Sala
Consilina. E avevano sedici anni molte delle camicie rosse che
partirono da Quarto nel 1860 per conquistare il regno delle Due Sicilie.
Solo a quell'età puoi credere di cambiare il mondo, e magari riuscirci.
Purtroppo, per il mio viaggio istriano non c'erano ragazzini a
disposizione e i miei figli erano diventati uomini da tempo. Così ho
dovuto fare quello che mi aveva detto anni prima il vignettista
Francesco Altan al momento di partire con me per una grande traversata
in bicicletta verso Istanbul. Dovevo - ripeto le sue parole - «portare a
spasso il bambino che è in me». Significava che dovevo cercare di
vedere il mondo con lo stesso occhio incantato di quando avevo dieci
anni, leggevo i diari di bordo di Cristoforo Colombo o le avventure di
Magellano dalle parti di Capo Horn, seguendone minuziosamente il
tragitto su un vecchio atlante Zanichelli. Arrendersi allo stupore è la
chiave di tutto. Il viaggio non è fatto per quelli che hanno smesso di
meravigliarsi della vita.
Viaggiare da soli non è affatto male e comporta non pochi vantaggi.
Ci si alza, si mangia e si cammina quando si vuole. Si parla con se
stessi, si ricordano cose dimenticate e non si deve rispondere a nessuno
delle proprie decisioni. Ma soprattutto è più facile fare degli incontri.
Un uomo solo che va a piedi suscita curiosità e tenerezza assai più di
una coppia o di un gruppo di uomini. E più facile fargli domande,
invitarlo a casa, offrirgli un letto. Quando ero in Ucraina o Romania, e
scendevo dal treno con lo zaino e la barba bianca, non passava un
minuto senza che qualcuno chiedesse «Dove vai?» o «Da dove vieni?».
E quelle domande preludevano quasi sempre a un invito a casa. A chi
viaggia solo spesso non serve prenotare alberghi.
La sera prima di partire ho preparato il sacco. Volevo che fosse
leggero, sei chili al massimo, per non appesantire l'andatura. Ci ho
messo dentro un telo impermeabile per la pioggia, un cappello da sole,
un minimo di biancheria, un pullover, braghe leggere e camicia di
ricambio. I pantaloni devono essere lunghi anche se fa caldo, perché
soprattutto in estate c'è il rischio di essere punti da insetti o spine. Ho
aggiunto un microscopico «necessaire» con spazzolino da denti e
qualche medicina, incluso il siero antivipera. Il tempo era ancora molto
caldo, nonostante l'estate fosse alla fine, e dovevo mettere in conto
anche il morso di un serpente.
Nelle tasche laterali dello zaino ho sistemato due borracce da un litro,
che non sono affatto troppe per un uomo solo che viaggia nella stagione
calda. Camminando si suda e si beve molto di più del solito. Due litri di
acqua e succhi di frutta bastano appena per quattro ore di cammino,
nella stagione calda, quando il sudore è più copioso. Per camminare un
giorno intero ne servono molti di più. Per darmi energia, ho riempito un
sacchetto con sette etti di frutta secca (un cocktail di albicocche, noci,
mandorle, uva passa e pinoli). Dai miei precedenti viaggi a piedi avevo
imparato che un etto al giorno di quella mistura può far sopravvivere
saltando il pranzo, che, nelle ore calde, spezzerebbe l'andatura,
portando via tempo e freschezza.
Non appesantite il sacco con altro cibo, se la vostra strada attraversa
dei villaggi. Troverete quello che vi serve sul cammino. Non parlo solo
di negozi di alimentari, ma anche dei frutti della campagna. Ogni
stagione ha i suoi, e soprattutto primavera e autunno li elargiscono con
abbondanza. Ciliegie, fragole e frutti di bosco a maggio-giugno;
albicocche, pesche, prugne e gocce d'oro in piena estate; castagne, uva,
fichi, noci, pere e mele da settembre in poi. Ne troverete senza
problemi, spesso nessuno li raccoglie. Comunque sia, chiedete sempre
ai contadini se potete prendere qualche frutto. Difficilmente si nega il
cibo o l'acqua a un viandante.
Dimenticavo: le scarpe. Potete sbagliare tutto, ma non quelle. Se
partite con scarpe inadatte, rischiate vesciche e unghie incarnite, quindi
il fallimento dell'avventura. Devono essere collaudate, dunque non
compratele all'ultimo momento, prima di partire. Un paio di scarpe
vecchie, magari brutte da vedere, è sempre meglio di un paio bello
lustro appena uscito dalla fabbrica. E ricordate: quando si fa una
traversata collinare, come questa mia lungo la penisola istriana, non c'è
nessun bisogno di scarponi speciali. Bastano scarpe leggere, e se sono
simili a quelle da città non fa niente.
Camminare bene è importantissimo. Chi cammina con le scarpe
giuste sta più diritto, assume nobiltà di portamento, fa più simpatia,
pensa meglio e vede di più il mondo che lo circonda. L'uomo è l'unico
animale eretto, ha accumulato nella sua storia centinaia di migliaia di
anni di cammino. E' capace di stare in piedi per guardare lontano. Io,
per camminare bene, ho scelto scarpe da jogging in cuoio, vecchie di
quattordici anni e con migliaia di chilometri nelle suole. E poiché, per
questioni di spazio, non potevo permettermi di averne un paio di
ricambio, ho portato con me una coppia di plantari di riserva da mettere
a fine giornata al posto di quelli macinati dalla strada.
Voi non ci crederete, ma in una traversata a piedi anche il diario di
viaggio sarà migliore se le scarpe funzionano. Già, pensavate mica di
partire senza un taccuino? Qui potrei raccontarvi molte cose, ma tutto si
riassume in questo: non esiste viaggio senza scrittura. Se camminate,
poi, vi pruderanno le mani dalla voglia di buttare giù qualche appunto.
L'andatura diventerà scrittura con una facilità tale che vi meraviglierete
di voi stessi. Seduti in casa vostra stavate a penare davanti a un foglio
bianco da riempire? Sulla strada vi scoprirete scrittori. Basta che vi
lasciate andare. Pensieri nuovi e freschi sgorgheranno all'improvviso e
voi dovrete fissarli immediatamente prima che scompaiano.
Il diario, vi diranno, è una cosa che si scrive la sera. Bugia! Il diario
va fatto «on the road», in certi casi durante la camminata. Da qui alcuni
consigli pratici: penna e taccuino si devono poter estrarre con rapidità,
come le pistole di un cowboy. Ho girato mezzo mondo e usato centinaia
di taccuini a causa del mio mestiere di giornalista, e posso dirvi che la
cosa migliore è procurarsene uno con la rilegatura a spirale, capace di
rimanere sempre aperto sull'ultima pagina, e abbastanza piccolo da
poter stare comodamente in una tasca esterna. E la penna - attenti - non
deve avere cappuccio, perché si deve poter aprire velocemente con una
mano sola: quindi prendetene una col pulsante posteriore, come ho fatto
io.
Quello che segue è appunto un diario, il diario del mio viaggio
solitario da Trieste alla punta meridionale dell'Istria, completato con
una serie di consigli su argomenti come l'orientamento con le stelle, le
previsioni del tempo, gli incontri con animali selvatici e molte altre
cose. Leggendolo potrete seguire la mia strada, ma inventarvene anche
una tutta vostra, con le varianti che vi piaceranno di più. Nessun
viaggio è perfetto, e nemmeno il mio lo è stato. Ho camminato troppo
nella seconda tappa e troppo poco nella quinta. Inoltre ho girato spesso
a vuoto per cercare un posto dove dormire. Sono tutti inconvenienti cui
potrete rimediare con un minimo di studio preventivo del territorio.
Attenti: già durante la lettura avrete bisogno di una mappa, altrimenti
faticherete a seguire la storia. Affrettatevi dunque a comprarla. Entrate
in una libreria e chiedete a voce alta «una carta dell'Istria». Quindi
iniziate a leggere. Se poi vorrete «leggere» la mia strada anche con i
piedi, continuate a servirvi di quella mappa, consumata dall'uso, con la
quale avrete ormai «fatto amicizia». Solo dopo scegliete le cose da
portarvi dietro, riempite il vostro sacco e mettetevi in cammino con
l'anima in pace.
Partire con l'anima in pace significa lasciare a casa diavolerie come
quella chiamata «iPod», che ti impedisce di ascoltare il silenzio o
sentire la musica della natura; oppure cose come il suo fratello
maggiore «iPad», lo schermo delle meraviglie che magari vi dirà in
ogni istante dove siete, ma vi toglierà il gusto di orientarvi guardando il
paesaggio. E poi, lo imparerete presto, una persona talvolta ha anche il
diritto di perdersi, di far sparire le sue tracce. Con quell'aggeggio,
invece, non avrete mai sorprese. Soprattutto, non sentirete mai il
bisogno di chiedere la strada a nessuno, e questo non va affatto bene,
perché i viaggi si fanno non solo per vedere luoghi ma anche e
soprattutto per incontrare persone.
Un ultimo avvertimento, quasi una superstizione. Quando si esce di
casa per iniziare un viaggio lungo, è buona norma non girarsi. Un
proverbio greco, adatto ai lupi di mare, dice: «Non guardare mai la riva
che lasci». Non guardare serve a evitare attacchi di nostalgia dopo
qualche chilometro. Nostalgia è una parola speciale, greca anche
questa: viene da "nostos", che significa ritorno, e dalla radice "alg", che
vuol dire dolore, ed è la stessa che si usa per «nevralgia». Nostalgia
significa «dolore da ritorno» o, meglio, quella cosa che vi fa ammalare
dalla voglia di tornare alle vostre cose care. Il passo più difficile dei
viaggiatori è sempre il primo, quello che si fa per uscire dalla porta. E'
un atto che costa fatica, ma rende liberi. Anche per questo i viaggi più
belli sono quelli che iniziano esattamente in quel punto. Partendo da
casa si possono prendere meglio le misure del mondo.
Nei tempi antichi, quando un esercito partiva per terre lontane e
misteriose, si tagliava i ponti alle spalle per stroncare sul nascere la
nostalgia di casa, che avrebbe indebolito la voglia di combattere dei
soldati. Allo stesso modo, alcuni esploratori delle Americhe bruciarono
le navi con cui erano arrivati fin oltre l'oceano, per obbligare se stessi a
ricominciare una nuova vita in quegli spazi sconosciuti. Sono atti che
indicano una decisione forte: ancora oggi si usa dire «tagliare i ponti»
quando si prende una nuova strada senza ripensamenti, e questo anche
se nessun ponte viene tagliato per davvero. E' quello che si definisce
una «metafora», altra parola greca importante nel nostro viaggio. Bene.
Credo di avere detto abbastanza per prepararvi alla mia storia. Venitemi
dietro.
PRIMO GIORNO

Da Triste a Gracischie

[Nota dei curatori: Cartina che illustra la distanza (lunghezza 16900


metri, dislivello 540 metri, tempo 5/6 ore) tra Trieste e Gracischie
passando per: Prebenico (Prebeneg) - San Servolo (Socerb) - Kastelec
(Castelli) - San Sergio (Crni Kal) - Popecchio (Podpech) - Cristoglie
(Hrastovlje)]
Trieste, ore sei del mattino. Ho dormito poco, come sempre prima dei
viaggi. L'insonnia alla partenza è perfettamente normale. Sembra di
avere la febbre, la mente è bombardata dai dubbi. Ci si chiede: ce la
farò? Non sono troppo vecchio per una cosa così? E se dimentico
qualcosa di importante? Pioverà? Non farà troppo caldo? Ripeto:
tormentarsi di dubbi all'inizio fa parte del viaggio. Poi basterà un passo
fuori casa per spazzare via tutta quella nera nuvolaglia dalla mente.
Ormai lo so, mi è successo mille volte. Ora so che il nostro corpo è
sempre molto più forte di quanto possiamo immaginare.
Parto senza dirlo a nessuno, e di conseguenza nessuno mi saluta sulla
porta di casa e nessuno mi aspetta lungo la strada. Viaggerò in umiltà,
come un pellegrino, da perfetto sconosciuto. E' quello che cerco da
tanto tempo. Scomparire per un po'. Lasciar riposare la macchina della
mente. Azzerare il mio «file» troppo pieno. Scacciar via la folla di
pensieri che mi insegue giorno e notte. Il nome Paolo in greco vuol dire
«piccolo» ed è perfetto per l'umiltà che la camminata a piedi comporta
in un mondo dove governa l'arroganza delle automobili. Non ho
prenotato alberghi, salvo una locanda per la prima notte. Il resto lo
cercherò lungo il percorso, chiedendo informazioni alla gente. Ormai la
stagione turistica è alle spalle, un letto non sarà difficile da trovare.
L'alba è pulita, color mandarino. Do un ultimo controllo al sacco.
Come sempre, ho l'impressione di dimenticare qualcosa, e non so mai
esattamente cosa. Il fatto è che siamo talmente pieni di oggetti inutili
che a ogni partenza proviamo un leggero senso di colpa
nell'abbandonarli. A me non è mai accaduto di aver portato troppo poco
nei miei viaggi. Sempre, invece, mi è successo di aver preso troppo. Per
un viaggio di trentacinque giorni in Russia avevo un bagaglio di sei
chili, ma avrei potuto averlo di cinque.
Per finire, chiudo il telefonino. Ho deciso: se qualcuno mi cerca, che
lasci un messaggio. Voglio che questa settimana sia solo mia, e non
chiamerò nessuno se non per questioni urgenti. Voglio sentirmi libero.
Mi collegherò col resto del mondo soltanto la sera, il tempo
strettamente necessario. Ricordo una gita di molti anni fa, con mio
figlio Michele, che allora era quindicenne. Alla partenza gli chiesi se
era il caso di prendere il cellulare. E lui, con l'occhio furbo, rispose con
una domanda: «Siamo uomini o commercialisti?», al che io scoppiai a
ridere e lasciai il malefico grillo elettronico a casa. Poi prendemmo in
bicicletta la strada per Vienna, la nostra grande meta oltre le Alpi, felici
di essere irreperibili. Era il nostro modo di tagliare i ponti.
Alle sette e venti sono in via Carducci, nel centro di Trieste, per
prendere al volo il bus numero 40 per il villaggio di Prebenico, a sette
chilometri. E' il posto giusto per partire, sta a pochi metri dalla
Slovenia, ben alto sulla forra impressionante di un fiume chiamato
Ospo. I mezzi pubblici come il treno o il bus non vanno ignorati in un
viaggio a piedi. Sono meno inquinanti di un'automobile e lasciano la
libertà di salire e scendere quando si vuole. A Prebenico si è già alti sui
monti dell'Istria interna, la lunga catena di colline sui mille metri di
quota che prosegue ondulata verso sudest e consente di arrivare a piedi
fino a Fiume (Rijeka). La mia idea è di seguirla per un breve tratto e poi
piegare a destra in direzione sud verso le colline più basse della
penisola, per cercare il mio cammino sulla «bisettrice» istriana.
Il bus mi lascia su un curvone della strada. Attraverso il paese e
dietro un pozzo imbocco un sentiero che sale nel bosco verso il castello
di San Servolo. Dopo pochi metri sono già in Slovenia, e quasi non me
ne accorgo, perché non c'è più traccia di confine da quando la piccola
repubblica è entrata a pieno titolo nell'Unione Europea. San Servolo
(Socerb) è un posto arcigno, dalla vista immensa sull'Adriatico. Trieste
è ai miei piedi e pare già lontana. Proseguo in leggera discesa verso il
paesino di Kastelec, dove mi bevo l'ultimo buon caffè nella locanda di
Vlado e Marija. Ora si mette di mezzo l'autostrada per Lubiana-
Capodistria (Koper), ma in questo punto entra in un tunnel, così si può
passarle sopra agevolmente per un sentiero in salita subito dietro il
paese. Zigzag complicato fra radure, rimboschimenti, strade forestali,
un'immensa cava.
Un amico di nome Marco mi ha dato un lungo bastone ferrato di
ciliegio, e questo mi aiuta a prendere il passo giusto. Il bastone è utile:
scarica la schiena, mi fa stare più dritto, e può essere usato per tenere a
distanza i cani particolarmente aggressivi.
E' un inizio complicato, pieno di strade maestre da attraversare: la
Slovenia concentra qui tutti i collegamenti col suo piccolo pezzo di
mare. Ma poco oltre, l'orizzonte si allarga e nei boschi trovo frutta a
volontà. Fichi, prugne, noci, more. Lo scrittore Mario Rigoni Stern fece
mezza Europa a piedi nutrendosi così, quando tornò dal campo di
concentramento in Germania, alla fine della seconda guerra mondiale.
Ma rispetto a quel tempo oggi c'è una grande differenza. Allora le
campagne erano abitate: trovavi carrettieri, pastori, viandanti. Oggi io
non incontro anima viva. Sono così solo che, se mi capitasse un
incidente, ci vorrebbe parecchio tempo per essere soccorso da
qualcuno. Mentalmente, Trieste mi pare già lontana mille chilometri.
Ora sono sul Gran Ciglione, l'orlo dell'Istria montana ai margini di
una catena chiamata Vena. L'inizio è segnato dalla rupe vertiginosa di
San Sergio (Crni Kal). In cima c'è un castelletto, ora raggiungibile con
una passerella. Sulla torre più alta la bandiera slovena è visibile a
chilometri di distanza; in basso, nella foresta, il paese con un
caratteristico campanile storto. Sullo strapiombo della rupe, due
rocciatori appesi al nulla. Vento, silenzio. Il rombo lontano
dell'autostrada Lubiana-Capodistria, che mi ha seguito sinora,
finalmente si attenua. La vista sull'Istria è immensa sia sul lato
montano, a est, con il monte Taiano (Slavnik) e la Zbevnica, sia su
quello collinare a sudovest, con il vallone del Risano e le alture che
portano a Covedo e, oltre, a Portole e Stridone.
Lì mi taglia la strada un nuovo ostacolo: la ferrovia Lubiana-
Capodistria, che in quel tratto è a binario unico e si tuffa in discesa per
superare un dislivello pazzesco. L'Istria è come una grande scalinata
che scende in direzione sudovest, e quello del Gran Ciglione è lo
scalino più impressionante, con un dislivello di due, anche trecento
metri. La ferrovia deve superarlo con un sistema di lunghe discese a
mezza costa, curve simili a tornanti e gallerie acrobatiche sull'orlo di
scarpate. Ma l'andirivieni è impressionante, tutta l'economia slovena
passa per queste Termopili; fra un treno e l'altro hai solo pochi minuti
per saltare oltre la massicciata e ritrovare il sentiero, e non è facile
individuare il punto giusto per farlo, perché spesso la ferrovia taglia la
pancia rocciosa del Carso con trincee profonde e invalicabili.
Continuo sull'orlo dell'altopiano (ora la ferrovia è sotto di me) con
vista stupenda in tutte le direzioni. E' un tratto di strada dove in certe
giornate la Bora - il vento micidiale che viene da nordest - soffia così
furiosamente che è difficile reggersi in piedi. Pensate che pochi
chilometri più a monte, alle pendici del monte Auremiano (Vremscica)
il vento è stato capace di rovesciare un treno merci e si è dovuto
provvedere urgentemente costruendo una robusta muraglia di difesa.
Un giorno, su quella montagna, una raffica mi investì in modo così
selvaggio che dovetti aggrapparmi a un cespuglio per non finire in un
precipizio. In posti così l'erba è pettinata come il pelo sulla schiena di
un cavallo e non crescono alberi, così il paesaggio è visibile senza
ostacoli.
Forse è il caso che vi dica qualcosa su questo vento tremendo e
burlone che, quando scende a precipizio su Trieste o Fiume, fa volare
tegole, motorini, alberi e semafori, sposta le automobili, rovescia i tram
e impedisce alle navi di attraccare. Bora è un nome antichissimo,
segnalato già in Mesopotamia al tempo dei Sumeri come «Buriash»,
che è la dea del vento freddo del Nord. Da qui «Borea», che significa
appunto nord, e l'aggettivo «boreale» che viene attribuito a tutto
l'emisfero settentrionale della Terra. Da qui anche il termine «buriana»,
che vuol dire sfuriata di vento in mare.
La Bora è un vento basso e pesante che corre rasoterra esattamente
come un fiume e quando arriva sul mare non lo spazza ma lo percuote
con bastonate d'aria che lasciano sulla superficie il segno di
un'esplosione. Nasce quando sull'Europa centrale si stabilizza un'alta
pressione in presenza di una bassa pressione sull'Adriatico, ed è un
vento che ossigena il mare rigirandolo da cima a fondo come un
gigantesco mestolo. Senza venti così, il Mediterraneo, che è un mare
chiuso, sarebbe condannato a surriscaldarsi e imputridire. Invece la
natura provvede: e oltre alla Bora dell'Adriatico, ecco il Mistral sul
Tirreno e il Meltemi sull'Egeo. Due venti che soffiano forte e talvolta
rendono impossibile il passaggio anche di grandi navi.
Ma torniamo alla nostra traversata. Arrivo a Podpech, aspro paese
sovrastato da strapiombi e da un antico bastione di difesa, ultimo punto
da cui è possibile vedere il mare sul lato di Trieste. La torre fu costruita
per avvistare da lontano i pirati provenienti dalla costa, dove
sbarcavano dalle loro basi del Nordafrica. Una volta i pericoli
arrivavano più spesso dal mare che da terra, e questo è uno dei motivi
per cui su molte coste del Mediterraneo i villaggi più antichi sono
lontani dal mare. La pirateria nel Mediterraneo non è affatto una cosa
vecchia di secoli e secoli: pensate che nell'Adriatico - nonostante
l'attenta vigilanza delle navi di Venezia, dell'impero ottomano e di
quello austriaco - le loro ultime scorribande avvennero nel 1830 sulla
costa della Romagna e delle Marche. Anche il pericolo turco durò
molto a lungo. Un secolo e mezzo fa la Bosnia era ancora territorio del
gran sultano, e la Bosnia è assai più vicina di quanto si pensi:
centosessanta chilometri in linea d'aria da Trieste.
Ormai sono tre ore e mezza che cammino e la voglia di una bevanda
fresca comincia a crescere. Desiderio di mare, anche. Ma non lo vedrò
per chissà quanto tempo; non ho ancora preso le misure del mio viaggio
e non ho la minima idea di quanto ci metterò ad arrivare fino a Pola, la
città dove ho previsto di incontrare il mio Adriatico, l'ultima prima del
promontorio finale. I Greci antichi avevano un modo per definire la
meta che non si raggiunge mai: «supplizio di Tantalo» la chiamavano,
perché un certo Tantalo era stato condannato dagli dei a spingere in
cima a una collina una pietra che ogni volta veniva ributtata giù a
precipizio. Era un mito, ma serviva a spiegare una condizione umana di
fatica e sofferenza.
Nel paese di Podpech mi sdraio su una panca sotto un gran tiglio, con
i piedi su un muretto. Il tiglio è l'albero sacro dell'Europa centrale. Tigli
secolari segnano le piazze dei paesi e spargono un polline giallo e
profumatissimo a primavera. Sotto questi alberi si celebrano i
matrimoni e gli innamorati si scambiano baci. Ai tigli sono dedicati
diversi viali: il più famoso è a Berlino e si chiama Unter den Linden,
che significa appunto «sotto i tigli». Sopra di me si innalza uno
strapiombo di un centinaio di metri, popolato di uccelli. La mia mente
sogna, libera. Mi sento lontano da casa, come fossi già fra le selvagge
montagne che precipitano sulla Dalmazia. Ma certe rocce contorte di
Podpech somigliano anche alle Dolomiti Lucane.
Nel silenzio sento mille rumori. Due donne che chiacchierano. Una
radiolina. Un maiale che grufola. Non è neanche l'una e la seconda
borraccia è già agli sgoccioli. Camminando, dicevo all'inizio, si beve il
doppio e si mangia la metà, ed è giusto così. Il nostro mondo è popolato
di individui grassi che mangiano troppo e bevono troppo poco, e basta
una lunga camminata per sentire l'insofferenza per questa dieta. Mi
avvio verso il paese di Hrastovlje; il sentiero corre parallelo alla
ferrovia poi scende ripido nel fondovalle. Arrivo alle due del
pomeriggio e il paese è in fregola per la vendemmia. Due vecchi mi
invitano ad assaggiare il primo succo spremuto nella loro cantina. Una
donna mi porge un grappolo dal cancello del suo giardino. Un trattore
col rimorchio carico di uva si ferma per mostrarmi la meraviglia che
trasporta. C'è una fontana-lavatoio mormorante, magnifica, con una
tabellina che recita una preghiera alla Madonna per il dono di quel
liquido apportatore di vita. Nelle terre carsiche le sorgenti sono più
sacre e preziose che altrove, perché il terreno permeabile assorbe tutta
l'acqua e pochissimi ruscelli riescono a scorrere in superficie senza
essere inghiottiti. Il Carso è segnato da rocce bianche, terra rossa e
profondissime caverne scavate dall'acqua. Alcune di queste caverne
inghiottono fiumi interi, e se vi entrate sentirete l'acqua tuonare nel
buio, come accade in quella - impressionante - di San Canziano
(Skocjanske Jame), in Slovenia, a venti chilometri da Trieste. A San
Canziano il fiume catturato dalle profondità della terra si chiama
Timavo: la sua corrente riempie un dedalo di caverne e prosegue a
trecento metri sotto il livello del terreno fino in Italia, dove riemerge al
paese di Duino con molte risorgive.
Non tutto il corso del Timavo è stato scoperto, e gli speleologi
cercano di individuarne gli ultimi tratti nascosti calandosi in antri
vertiginosi. Ma che il fiume passi sotto il Carso, alle spalle di Trieste,
non vi è dubbio alcuno. I pastori e i contadini dell'altopiano sapevano
benissimo che, dopo le grandi piogge, le fessure nella terra
«fischiavano». Era l'acqua che riempiva il sottosuolo e spingeva l'aria
in superficie. Alcune grotte contengono, in profondità, autentiche
cattedrali di colonne generate nei millenni dal gocciolio dell'acqua ricca
di carbonato di calcio. Sono di due tipi: le stalattiti, appese al soffitto
delle cavità; e le stalagmiti, che crescono in senso contrario, dal
pavimento. Ogni tanto una di queste grotte crolla, perché il soffitto è
troppo sottile, e allora si forma una voragine chiamata «dolina». Dicevo
che nell'arida Istria l'acqua è più preziosa che altrove. Fra Trieste e Pola
è facile trovare chiesette o edicole dedicate alla Vergine santissima delle
fonti. Anche per me è cosa sacra, un bene indispensabile alla vita che
deve restare pubblico e di costo minimo. Chiamatela «acqua del
sindaco» e imparate a preferirla a quella a pagamento, l'acqua oscena
imprigionata in bottiglie di plastica che oggi la pubblicità ci costringe a
consumare per non fare brutta figura. Acqua di rubinetto: io ne bevo a
golose sorsate con senso di gratitudine per chi ha installato quel
servizio. E oggi che ho le labbra secche in quest'infuocata traversata
dell'Istria, mi tornano in mente gli antichi versi di un poeta persiano:
«La secchezza delle tue labbra è un messaggio dell'acqua».
Ma alla fine, perdonate, è la birra che vado a cercare. Quando fatico,
il desiderio di quella cosa gialla e spumeggiante aumenta a dismisura.
La birra è un magnifico reintegratore di sali minerali, quelli che si
perdono copiosamente sudando. Una volta, con l'amico Francesco Altan
andammo in bicicletta fino a Istanbul, e in diciotto giorni consumammo
in liquidi l'equivalente del nostro peso, di cui la metà in birra. Quaranta
litri di birra in milleottocento chilometri. Non li sentimmo
minimamente nelle gambe. Quando sudi molto, lo puoi fare. Il nostro
corpo non funziona più come a casa. Ovviamente non è cosa per
ragazzini. A loro consiglio una mistura di succo di mela e acqua
frizzante, che svolge egregiamente la funzione e ha lo stesso colore
giallo che tira su il morale.
Se dovete ordinare al bar questo nettare del viandante dite «"jabuka"»
(mela), con l'accento sulla prima «a», e «"mineralna voda"», laddove
"voda" significa ovviamente acqua. Succo si dice "sok". Qualche parola
croata o slovena vi renderà la vita più facile, anche se quasi tutti in
Istria capiscono un minimo di italiano. Per molti istriani l'italiano è la
lingua madre: soprattutto in prossimità della costa, molte comunità di
lingua veneta sono rimaste aggrappate ai loro secolari territori senza
cedere alle minacce di chi voleva espellerle. L'Istria, ricordatelo
sempre, è un territorio «plurale», dove convivono popoli diversi in
modo più pacifico che altrove, e quando incontrate qualcuno vi sarà
difficile capire in che lingua rivolgergli la parola.
A Hrastovlje me ne regalo due, delle mie amatissime birre, nella
"gostilna" (termine sloveno per dire osteria) in fondo al paese, con
inevitabile contorno di pane, prosciutto istriano, olive e peperoncini
sottaceto. Poi mi rimane il tempo per visitare la chiesa fortificata (anche
lì, paura dei pirati e dell'avanzata turca), che è una delle cose più belle
della Slovenia. Affrescato all'interno c'è un impressionante «trionfo
della morte» di epoca tardomedievale, una sfilata di scheletri in coda
per l'altro mondo, con vescovi e mendicanti, ricchi e poveri resi eguali
dalla falce della Nera Signora.
Dopo la birra, che notoriamente taglia le gambe, c'è una salita
pietrosa e ripida come un purgatorio, ma sulla cima della collina un'alta
torre di vedetta consente di riassumere tutta la tappa in un unico,
strepitoso colpo d'occhio. Scendo sull'altro versante per concludere la
prima giornata nel villaggio sloveno di Gracischie, dove trovo una
confortevole locanda con alloggio, di fronte alla cappelletta di Santa
Maria del Soccorso, sull'ultimo grande bivio stradale prima della
frontiera con la Croazia. Cena a base di crauti e salsicce, e sembra di
essere a Praga, non a trenta chilometri dal Mediterraneo. Scende il
silenzio. Alle cinque il traffico è già azzerato. Nubi rosa, luna color
pergamena, brume azzurre nelle praterie, bosco di un verde profondo.
Odore di campagna di una volta.
Domani mi aspetta la frontiera verso Pinguente (Buzet); un passaggio
rognoso, perché la sbarra croata e quella slovena distano più di tre
chilometri di noiosissimo asfalto e non esistono alternative pedonali
consentite. Non ho nessuna voglia di percorrerli in mezzo alle
automobili. Mi merito di meglio e ho in mente un'uscita clandestina, un
percorso partigiano sopra una fascia di rocce a picco.
Speriamo bene. Nella camera della locanda un maggiolino verde
smeraldo si è posato sul mio sacco rosso e non se ne vuole andare. Ho
nelle gambe un po' meno di venti chilometri a piedi, più sei in autobus,
ma mi sento lontanissimo da casa. Dormirò di un sonno esausto,
profondo e regolare, non disturbato nemmeno da piccoli risvegli.
SECONDO GIORNO

Da Gracischie a Montona

[N.d.c. Cartina che illustra la distanza (lunghezza 29300 metri,


dislivello 430 metri, tempo 8/9 ore) tra Gracischie (Gracisce) e
Montona (Motovun): passando per: Socerga - Pinguente (Buzet).]
Alle sei e mezzo mi sveglia una fame da lupi. Niente dolorini, la
macchina muscolare tiene. Nei piedi non ho nemmeno una vescica e le
ossa non fanno male, dunque anche la carrozzeria è a posto. Per la
millesima volta devo riconoscere che in viaggio si guarisce e che il
fisico si scassa solo tra le scartoffie. La colazione slovena è linda e
inaffrontabile: salumi, uova, fichi, succhi, tè, yogurt, pane, brioche
fresca e un bicchierino di grappa di prugne. Spazzolo uova e salumi,
porto con me i fichi. Il mio bioritmo e la dieta sono già mutati. L'uomo
al bar mi dà un'occhiata d'ammirazione quando gli dico che vado a
Premantura. Riempio le borracce di succo di mela al market oltre la
strada. La giornata è bella. Di prima mattina il verde intorno è cosparso
di brume azzurre.
Prendo una via contrabbandiera tra i boschi. L'ho scelta per evitare il
posto di confine sloveno, che mi costringerebbe a prendere una strada
battuta dal traffico. Ho voglia di cancellare le tracce, di diventare un
clandestino irreperibile. Non sarebbe male, da queste parti, studiare una
strada munita di un posto di confine aperto solo a ciclisti ed
escursionisti a piedi. Ma visto che non c'è, me la cerco da solo. E' il mio
piccolo atto propiziatorio allo smantellamento di questa frontiera
destinata comunque a cadere nel 2013, con l'allargamento dell'Unione
Europea alla Croazia. Sono infrazioni come queste, peccati veniali
rispetto alle regole imposte dai potenti, a raddoppiare il gusto
dell'andare. Naturalmente non me la sento di invitarvi a seguire fino in
fondo la mia strada contrabbandiera, e temo dovrete deviare proprio in
questo punto, dove sorge una chiesetta isolata di nome San Quirico. Da
lì inizia un sentiero che porta in basso verso il posto regolare di confine.
Lo troverete facilmente. Ma a San Quirico non c'è anima viva, sento
solo il mio respiro. Vento leggero, la gobba del monte offre soprattutto,
sulla destra, un perfetto terreno di lancio per deltaplani, o falchetti.
Vedo in basso il posto di confine sloveno. Ancora più in basso, nel
fondovalle, la frazione di Mlini, dove c'è una casa assai speciale, che la
frontiera tra Slovenia e Croazia - frettolosamente tracciata dopo la
disintegrazione della Jugoslavia - ha diviso in due come una mela.
Dopo la chiesa il sentiero si fa contorto e pietroso. Lascio sulla destra
un bunker affacciato su strapiombi, poi mi calo fra le rocce verso Dvori,
quattro case in bilico fra la Croazia e la Slovenia.
Il sole picchia, ma sono protetto dalla boscaglia, un intrico di carpini,
frassini e querce che mi fornisce un'ombra provvidenziale. Lontano, in
mezzo al nulla, la tettoia azzurra del confine croato e, più in là, il
campanile di Pinguente. Scendo ancora fino a una strada bianca, prendo
a destra verso una gola che taglia la fascia rocciosa. Trovo un cartello
con la scritta «Attenzione confine», ma sembra rivolto alle sole
automobili e lo ignoro. Poi una sbarra col lucchetto. Due tornanti, e
sono sullo stradone asfaltato; il posto di confine è ancora lontano, ma il
territorio croato comincia subito, proprio lì dove la strada bianca si
ricongiunge con quella asfaltata. Sono oltre, con un piccolo tuffo al
cuore.
Ora non ho scelta, c'è solo la strada delle automobili. Alla sbarra con
bandiera a scacchi chi arriva è diviso in tre categorie: auto, camion,
pullman. I camminatori non sono contemplati. Un po' per sfottere,
cammino in bilico sulla mezzeria, poi mi metto in coda con le auto.
Controllo annoiato dei poliziotti alla mia carta d'identità. L'unica ombra
è quella generata dal cartellone con la scritta «Dobrodoshli, Croatia»,
cioè «Benvenuti, Croazia». Sotto l'insegna c'è un'erbetta fine, un
provvidenziale tappeto morbido dove posso rimettermi un po' in ordine.
Fa caldo, e restare a piedi scalzi è una goduria. Cambio un po' di euro
per la valuta croata e riparto con buona andatura lungo la strada statale.
L'asfalto è semivuoto, e le poche auto di passaggio mi sfiorano come
se non esistessi. Il pedone è invisibile, quasi un ostacolo da abbattere
nel videogioco della guida. Cerco in alto con lo sguardo, verso le
montagne, e sulla mia sinistra ecco la massicciata della linea ferroviaria
per Pola. C'è un merci che scende, lentissimo, fa un lungo giro sopra
Pinguente, poi punta a sudest fin contro le pendici del Montemaggiore
(Uchka), la cima più alta dell'Istria, formidabile balcone sulle isole
dalmate. Lì gira su se stesso e torna indietro per perdere ancora
pendenza e trovare la strada di Pola. Il locomotore diesel lancia un
fischio lungo che rimbomba negli aspri valloni della terra carsica. Ah, il
treno... è l'unica cosa che sento amica in questa transumanza solitaria.
L'automobile è cosa ostile.
Scendo verso l'arcigno castello di Pietrapelosa. La valle è verdissima,
senza traffico, percorsa da torrenti di acqua pulita. Mi concedo non uno
ma due pediluvi tra pesciolini e gamberetti. I piedi vanno trattati bene,
vivaddio. Da loro dipende la riuscita del viaggio. Ma c'è dell'altro, ed è
che si scrive con i piedi. Non mi stancherò mai di ripeterlo: la scrittura
è figlia del cammino. Anche i pensieri, anche i ricordi nascono dal
ritmo regolare dell'andare. Lo capisco dal mio taccuino, già bello pieno
di pensieri al secondo giorno di viaggio.
Mi segue una cinciallegra, vola di ramo in ramo senza perdermi di
vista, e io so bene che è Virgilio, un amico che ho perduto da pochi
mesi. Virgilio cantava come nessuno (insieme facevamo dei gran cori) e
sapeva chiamare gli uccelli. Ora cammina con me, è il mio angelo
custode. Penso che con lui la mia traversata sarebbe stata ancora più
bella. Chissà, forse ho scelto di farla solo per ritrovarlo. Un amico
morto può scegliere di abitare dentro il corpo di un vivo e io sento che
Virgilio abita in me, mi indica la strada esattamente come il poeta dallo
stesso nome guidò Dante Alighieri all'Inferno, nella "Divina
Commedia". Ogni tanto faccio i suoi gesti, parlo con la sua voce, rido e
canto come lui. E' con Virgilio che ho messo per la prima volta le mani
sulla roccia, quasi mezzo secolo fa. E' da allora che sono assetato di
questo mondo arido di pietre e di ulivi, che segna il passaggio dal
Mediterraneo alle terre degli slavi.
Verso la strettoia alla confluenza col fiume Quieto (Mirna) il vento
aumenta tra i pioppi. Sotto il castello c'è una "konoba" - termine che
indica l'osteria - con bungalow e birra garantita, posto ideale per
chiudere la giornata. Potrei dormire lì, ma i camminatori sono strani, si
accendono di voglie improvvise e irrazionali, e io non riesco a
fermarmi perché ho in mente un'altra meta, Montona (Motovun), un
magnifico villaggio fortificato in cima a una collina. Per arrivarci ci
sono ancora tre ore di cammino; è appena l'una, e la cosa mi pare
fattibile. Da solo, penso, andrò veloce. In tutto, dalla mattina, sono
quasi trenta chilometri. Sono tanti, per uno che non è allenato, ma la
mia testardaggine migratoria non conosce ragioni.
Pergola con succo di mela all'incrocio con lo stradone del Quieto.
Faccio il pieno, visto quello che deve venire: un vallone monotono che
non finisce mai. A monte di Ponte Portòn, una strettoia rocciosa della
valle del Quieto, volteggiano i falchetti e il vento accelera come tra
Mostar e Pocitelj nella valle della Neretva, magnifico fiume bosniaco
che collega al Mediterraneo le feroci montagne dei Balcani. Vado per
un tratto lungo l'asfalto, però col traffico è un inferno, e al primo
ponticello passo sulla riva sinistra, segnata da un largo sentiero in terra
battuta. Ma anche lì è una galera di monotonia. Non c'è un paese, una
locanda. Niente. E Montona, che appare falsamente vicina nella vampa
del pomeriggio, peggiora il supplizio.
Incontro un gregge con un giovane pastore. Sollevo il bastone in
segno di saluto, lui ricambia e sorride. E' un macedone, viene dal cuore
del mondo pastorale dei Balcani. I camminatori si riconoscono a
distanza e fanno amicizia in fretta. Gli offro un po' della mia frutta
secca, lui mi dà un po' del suo vino. Passo sotto il ponte dell'acquedotto
che costeggia il fiume su piloni; ora ho Montona a due passi, duecento
metri più in alto. Sono cotto, e arrivarci è un altro supplizio. La strada,
che finisce davanti alla grande porta, è una lunga spirale pavimentata
con lastre rese lisce dai troppi passaggi: accecano nel controluce della
sera. Una birra grande, subito ("Veliko pivo", si dice), con tanto di
cameriere. Il premio perfetto per il camminatore. Trovo da dormire per
puro caso, il paese è pieno di turisti arrivati dalla Germania. Oggi a
Montona non si parla più italiano, che è la lingua dei suoi abitanti
originari, costretti a emigrare dopo la seconda guerra mondiale. Ma nei
mesi d'estate non si parla nemmeno il croato, che è la lingua dei nuovi
padroni di casa. Per le strade senti solo tedesco e inglese. I luoghi
hanno una voce, e Montona sembra averla perduta. Intanto il sole
affoga nella bruma color prugna, dalla terrazza del ristorante vedo il
luccichio lontano di Grisignana (Groznjan), un villaggio colonizzato da
artisti sull'altro lato della valle del Quieto. Sul mio tavolo con vista
arrivano "minestra de bobici" (a base di granturco), frittata con
prosciutto istriano e vino "teran", aspro, rosso e rugginoso per il ferro di
cui è piena la terra rossa di queste parti. Ultimo atto, a suggello del
godimento: mi levo le scarpe e appoggio i piedi surriscaldati dal
cammino sul selciato fresco della sera.
TERZO GIORNO

Da Montona ad Antignana

[N.d.c. Cartina che illustra la distanza (lunghezza 18620 metri,


dislivello 520 metri, tempo 5/6 ore) tra Montona ed Antignana passando
per: Scropetti (Shkropeti) - Pisino (Pazin).]
In tutti i viaggi solitari si passa un momento di crisi, e a me la crisi
arriva la seconda notte, con insonnia e cupe malinconie. Non sono le
gambe che fanno male, ma l'anima. Penso che viviamo un'epoca
orrenda, priva di libertà, un'epoca senza tiranni ma con poteri occulti,
nascosti nelle banche e nei bunker delle mafie. Rifletto che nei miei
viaggi ho incontrato tanta brava gente, ma questo non mi consola. I
buoni mi sembrano rassegnati, incapaci di reagire alla rapina dei
malvagi organizzati. Quelli che non si mostrano mai.
Mi sento spaesato. Forse è colpa di Montona, con la sua piazza piena
di gente che ride e banchetta in lingue di paesi lontani. Forse dipende
dalla luna piena che alle sette di sera, puntuale, è spuntata dal monte, e
dall'inevitabile cagnara di ululati che si diffondono giù a valle, nei
paesini di Livade, Visinada e Piemonte. O magari è il lago di nebbia un
po' vampiresca che dilaga sotto il mio balcone, come quella che
avvolge i castelli della Transilvania. Al mattino lo specchio mi rimanda
una faccia strana e inselvatichita, già bisognosa di un barbiere. Che ci
fai qua da solo, vecchio mio?, mi dico. Sei matto.
Ma mi basta rifare il sacco, varcare le mura, scendere lo stradone, e il
magone se ne va. Ormai lo so, il viaggio guarisce, e camminare
guarisce ancora più in fretta. Pergole, orticelli, tini pieni di mosto che
fermenta, fichi spiaccicati sul selciato, rugiada: l'autentica Montona sta
fuori dalla sua sommità turistica. Bisogna imparare a non accontentarsi
mai del centro dei luoghi. Rispetto al giorno precedente sento un
cambiamento netto nell'aria. Per la prima volta qualcuno mi chiede
dove vado; è un contadino che guida un trattore. C'è più comunicazione
tra gli abitanti e i forestieri di passaggio.
Scendo per scalette in arenaria verso lo stradone che conduce a Pisino
(Pazin) e mi chiedo chi è più felice di me, con quella linea da seguire
che mi porta al mare per la strada più lunga. E' come andare a Santiago
de Compostela, la più famosa meta di pellegrinaggio del mondo. Anzi,
è ancora meglio, perché questa strada è solo mia. E poi comincio a
prendere le misure dell'Istria. Sono a un terzo del percorso e per la
prima volta capisco quanto ci metterò per arrivare alla meta. Ne sono
quasi certo: una settimana.
Salita, asfalto, ombra lunga che mi accompagna sulla destra. Per la
prima volta da quando sono partito mi guardo alle spalle. Ora non ho
più paura della «nostalgia», la voglia di andare lontano mi brucia dentro
come una fiamma potente. Il panettone solitario di Montona è
magnifico visto da sud. Entro in un mondo diverso, molto più agricolo
e meridionale. Fa caldo già alle otto e mezzo; ho preso con me una
bottiglia d'acqua in più, non si sa mai.
I campi sono disseminati di zucche gialle-rosse-verdi, enormi e
fantastiche. Sembra che tutta l'Istria si prepari a un formidabile
Halloween. Attraverso alcuni paesini dai nomi molto veneti, Caldier,
Marussi, Novacco, Scropetti, e in pochi metri mi accorgo che l'arenaria
(pietra granulosa color grigio-marrone) è scomparsa come materiale da
costruzione. Ora le case sono tutte in pietra bianca o grigio chiaro, il
duro calcare istriano. La terra pare un campo da tennis, tanto risplende
di un rosso mattone simile a quello dei tavolati africani.
E l'Istria, per chi non lo sapesse, è realmente un pezzo d'Africa. Lo è
esattamente come la Puglia e la Sicilia sudorientale, che le somigliano
moltissimo, con i loro aridi tavolati di calcare disseminati di ulivi. Per i
geografi siamo in Europa, ma i geologi la pensano diversamente: per
loro l'Italia è il punto di contatto fra l'Europa e l'Africa. Spinte da quella
cosa che si chiama «deriva dei continenti», Europa (anzi Eurasia) e
Africa si spostano come zatteroni sulla superficie della Terra, con un
movimento lentissimo, millimetrico e inavvertibile. Ma quel
movimento è quanto basta a generare uno scontro che solleva montagne
(Alpi e Appennini) e produce terremoti. Lo zoccolo africano comprende
tutto l'Adriatico e gran parte della Pianura Padana, e si spinge come un
cuneo nella pancia dell'Europa in direzione nordovest.
E ora comincia, in questo mondo arido e assordato dalle cicale, la
traversata verso il grande «crepaccio» che spacca l'Istria in due: la valle
della Draga, che dal cosiddetto Canale di Leme (Limski Kanal), sale
dalla costa e diventa in breve una specie di fiordo serpentiforme senza
mare, dove il calore si imbottiglia e le vipere tengono convegno. E' la
terza e più profonda delle valli che ho incrociato sulla mia strada dopo
quella del Risano e del Quieto. E' lunga una quarantina di chilometri e
va a morire a due passi dalla cittadina di Pisino, nei pressi di una
spaventosa voragine chiamata «Foiba». E' forse il più impressionante di
una serie di precipizi dallo stesso nome, dove alla fine della seconda
guerra mondiale molti «nemici del popolo» furono gettati dai vincitori
jugoslavi, con una procedura di giustizia sommaria che fece sparire
parecchi innocenti, tra cui molti italiani. Una buia stagione di vendette.
Skrapi, Livaki, Jurasi. I nomi si fanno più slavi. La solitaria Livaki è
stupenda, con le sue antiche case in pietra, ma mezzo paese è stato
mangiato dall'edera spaccasassi. Con la spinosa robinia, un'altra pianta
infestante, l'edera è il grande segnalatore dell'abbandono delle
campagne. Noi abitanti di città ci incantiamo di fronte alla massa
compatta del verde, ma ignoriamo che quel verde ha distrutto
coltivazioni costate anni, e talvolta secoli, di fatica. La boscaglia
distrugge i muretti a protezione degli orti, fa franare i terrazzamenti
delle vigne, cancella le tracce dei sentieri, fa della campagna un terreno
selvaggio, da cinghiali, trasforma case piene di vita in sculture terribili
abitate solo dal vento.
Specialmente da quando la gente ha cominciato a scappare dalla
campagna, il paesaggio si è riempito di queste «case degli spiriti». Ce
ne sono di ogni tipo, e in particolare in Italia, che è la capitale mondiale
dell'incuria. Fari, miniere, fortezze, strade, ferrovie, stazioni, fattorie,
fabbriche, antiche ville nobiliari popolate da spettri. Rovine rassicuranti
oppure sinistre. In alcune ho provato brividi di paura, in altre non avrei
dormito neanche a pagamento. Ma tante mi hanno comunicato serenità,
perché la natura con la sua bellezza aveva ripreso lo spazio
abbandonato dall'uomo. Luoghi del vento, ruggini gloriose, ruderi
consumati dalla pioggia, dal sole o dal mare. Posti con una voce, che il
camminatore attento sa cogliere.
A Livaki, dunque, un abitante del posto mi dice come continuare.
Prendo deciso la strada che mi ha indicato, ma proprio in quel momento
un cagnetto vigliacco tenta di mordermi a tradimento, da dietro. I cani
piccoli sono spesso i più cattivi, perché attaccano in silenzio, senza
abbaiare. Già due volte sono stato morso alla caviglia da questi
piccoletti isterici, e ho dovuto farmi le iniezioni antirabbiche perché
nessun padrone si era fatto vivo, figurarsi, a rassicurarmi sulla salute
dell'animale. Stavolta me ne accorgo in tempo, e il bastone di ciliegio
mi aiuta a tenere a distanza il cagnetto ipercinetico. Poter usare un
bastone è un grande vantaggio del pedone rispetto al ciclista, che ha le
mani occupate e di conseguenza i polpacci indifendibili.
Proseguo lungo una comoda strada sterrata, ma ai due lati comincia
una sterpaglia impenetrabile. Per entrarvi avrei bisogno di una roncola
o un machete, il coltello da giungla dei "conquistadores" spagnoli. Di
nuovo i segni inconfondibili dell'abbandono. Non c'è nessuna radura
dove farsi una breve dormita all'ombra di un bell'albero come la quercia
o il tiglio. I pascoli sono scomparsi. Dappertutto, mosche fastidiose.
Dopo Muntrilj piego a sudest. Il terreno diventa più aperto, con belle
vigne allineate. Su un dosso, all'improvviso, compare il
Montemaggiore. Sto bene: la camminata è un macinino che tritura
nebbiose malinconie e sputa sana rabbia, finché l'andatura diventa un
canto interiore.
Verso l'una e mezzo un contadino in groppa a un trattore si ferma per
guardarmi andare, poi mi fa segno di salire sul rimorchio. «Prendi» mi
dice. Il carro è pieno di uva appena raccolta. Scelgo un grappolo
piccolo e lui quasi si arrabbia, mi incita in lingua croata: «Ancora,
ancora!». Lo saluto con le mani piene, riparto verso Antignana (Tinjan)
mangiando grappoli a pieni bocconi. Una benedizione.
Antignana è deserta all'ora di pranzo. Sento rumore di stoviglie nelle
case. L'unica locanda della piazza è chiusa. Trovare da dormire è
difficile, ma trovare da mangiare può esserlo di più. Cerco alla cieca per
circa un chilometro, poi vedo finalmente un bar aperto, senza nemmeno
un avventore. La banconiera è in cucina, e in assenza di lavoro frigge
per se stessa zucchine impanate, la mia passione. In cambio di mezzo
euro me ne dà un cartoccio intero. Ma è la sete che comanda sulla fame.
Chiedo un succo di mela, seduto a gambe larghe sotto una pergola.
Ascolto il silenzio dell'estate col sole allo zenit e sento il corpo che se la
gode. La testa che svuota dei cattivi pensieri.
Apprendo che a un chilometro e mezzo abita una certa Dora, che ha
stanze libere in una frazione di nome Surani. Però si trova nella
direzione opposta. Allungare la strada è una cosa che capita a chi, come
me, parte senza programmare i punti di sosta. Ma non sono chilometri
buttati via, perché le deviazioni sono spesso quelle che offrono incontri
interessanti. Sulla strada trovo la suocera di Dora, Marija, che sa un po'
di italiano. Mi dice che la stanza c'è. Le chiedo se si può cenare da
qualche parte. «"Cossa volete magnar"? mi fa la vecchia in una specie
di dialetto veneto, dandomi del «voi». «Quello che c'è» rispondo.
«"Kruha, sir, teran, prshut"», che significa pane, formaggio, vino
terrano, prosciutto. «Ma lei la parla italian o croato?» «Un poco un
poco» dico. E' una donna simpatica, con un casco di capelli candidi.
«Se vuole,» le dico «mangiamo insieme a casa sua, così
chiacchieriamo.» Risposta: «"Ah, mi no posso, co vien scuro sero
porton e vado in leto" non posso, quando viene buio chiudo il portone e
vado a letto. Sono i ritmi millenari della campagna.
«Ma voi piuttosto dove andate?» mi chiede assai curiosa. «Vado da
Trieste a Promontore» rispondo. «Ci vado da solo, con mie "noge"»,
che in croato vuoi dire gambe. «E perché?» chiede quella. «Perché è
bello» rispondo senza convincerla. Camminare senza uno scopo pratico
è cosa incomprensibile a chi abita la campagna. Fino a un secolo fa
nessuno al mondo ha mai navigato gli oceani per il gusto di navigare o
scalato montagne per il semplice gusto di scalare. Dietro l'esplorazione
c'era sempre una concreta necessità: trovare l'oro, le spezie, segnare
nuovi e più comodi attraversamenti delle Alpi.
Il campanile batte le tre, la mia giornata di cammino è già finita. Un
letto al fresco mi aspetta tra vecchie mura. La sera arriva Dora, che
vedo per la prima volta e mi cucina le migliori patate fritte della mia
vita. Le mangio con le mani una per una, le sento scricchiolare sotto i
denti. Poi arriva il prosciutto salato istriano, lo finisco con vino rosso
refosco sotto la luna piena, in mezzo a un reggimento di grilli. Scrivo
sul diario qualche parola su quel momento: «Sale la luna leggera dal
monte». Sento che la frase suona bene. Gli accenti sono ben distribuiti.
C'è un buon ritmo, lo stesso della mia camminata. Ormai lo so: chi va a
piedi produce immagini più belle.
Ricordo che una sera d'inverno, segnata da freddo e vento forte, me
ne andavo a piedi alla stazione di Trieste. Ero curvo sotto le raffiche di
Bora e chiuso nel mio cappotto. D'un tratto rividi la scena dei soldati
napoleonici di ritorno dalla Russia nella bufera. Mi venne in mente la
parola «pastrano» e lì, camminando controvento, inventai una cantilena
che, ripetendosi, accompagnò la mia andatura fin quasi alla stazione.
Questa: «Venne l'inverno con passo pesante». E poi: «Sembrava un
granatiere intabarrato / in un pastrano carico di neve». Anche quelle
frasi suonavano bene, erano versi che nascevano dal passo. E di colpo
mi ricordai che nell'antica Grecia i versi erano costruiti da gruppi di
sillabe ritmiche chiamati, non a caso, «piedi».
Mi raggomitolo felice nel mio letto, la casa è fresca che quasi ho
bisogno di una coperta, e nel dormiveglia mi accorgo che anche il
respiro, anche il battito del cuore, seguono il ritmo del mio cammino.
Penso al cielo stellato sopra di me e dico a voce bassa: «Ogni respiro è
una lode di Lui». Non so se è una preghiera o una poesia. So solo
d'istinto che si legge così, fondendo le vocali che si toccano: «ò-gni-re,
spì-roèu-na, lò-de-di, lui»; ùn-due-tre, ùn-due-tre, ùn-due-tre, un. Di
certo è una cosa che fa bene, una cosa che puoi ripetere anche cento
volte, sentendo solo un grande conforto. La cassa armonica dei polmoni
va su e giù regolare, la voce bassa risuona nel diaframma. Passo dalla
veglia al sonno guidato dalla mia cantilena.
QUARTO GIORNO

Da Antignana a Canfanaro

[N.d.c. Cartina che illustra la distanza (lunghezza 14450 metri,


dislivello 200 metri, tempo 4/5 ore) tra Antignana e Canfanaro
passando per: Corridico (Kringa).]
Cielo bigio. Le previsioni dicono pioggia, ma nessuno ci crede. In
Istria non piove da otto mesi. Per far colazione devo tornare ad
Antignana, quasi due chilometri solo per un tè che mi bevo sulla
terrazza di un bar, sull'orlo della valle della Draga ancora piena di
bruma. Chiedo consigli su come entrare in quella gola selvaggia, ma i
giovani non conoscono la strada. Per orientarsi ci vorrebbe gente dai
sessant'anni in su, quella che non sa usare il G.P.S. ma sa perfettamente
dove abita. Scendo all'avventura, meglio così, prima per una strada
asfaltata del tutto priva di traffico, poi per un sentiero di fondovalle.
Sono completamente solo. Nel fondo della Draga non ci sono villaggi.
Solo campagna. Attraverso radure inselvatichite, coperte di ragnatele
imperlate di rugiada. Nella luce bassa del mattino brillano come
candelabri.
Proseguo con passo regolare, lungo i meandri di un fiume che non
c'è, perché l'estate se l'è mangiato con la siccità. Campi di granturco,
zucche enormi come quelle che si trasformarono in carrozza nella storia
di Cenerentola. Praterie di menta, hanno un odore fortissimo. Il sentiero
zigzaga, si ramifica, entra in tunnel di sterpaglia e querceti. Mi sento
nella parte più arcana del viaggio, qui, sotto la linea di galleggiamento
dello «zatterone» istriano. Sulla destra, in alto, il campanile di Kringa,
che ha fama di ospitare vampiri. La direzione è perfetta. Sud. In fondo
non ho che la mia meta, Promontore, e il grande tuffo verso il mare
aperto.
In questo verdissimo cordone ombelicale sento il filo del viaggio che
mi si srotola dietro la schiena. Ormai da Trieste saranno un centinaio di
chilometri. Uno due, uno due, il metronomo procede regolare. Ora
incrocio un'altra strada, quella da Kringa a San Pietro in Selve, e subito
sul sentiero c'è un forte odore di selvatico, come di mufloni. Sento
campanacci a distanza, poi mi si para davanti un cane pastore armato di
pessime intenzioni.
I cani vanno affrontati sempre con decisione. Guai a manifestare
paura. Fermo lì, animale, gli dico già con gli occhi, mostrandogli il
bastone con una mano e una pietra con l'altra. Ho sempre un sasso in
tasca, pronto per ogni evenienza. Poi gli ordino: «Vieni qua», con voce
dura. La bestia si calma, si avvicina un po' e mi fiuta, quindi torna
indietro. Il difficile viene dopo: si tratta di girarsi e allontanarsi con
dignità, fingendo sicurezza. Ci provo, guardando dietro con la coda
dell'occhio. Quello non si muove, e dopo cinquecento metri finalmente
tiro il fiato sotto un tiglio. I cani possono essere un incontro poco
piacevole e i camminatori hanno i loro trucchi per tenerli a bada. C'è
chi riesce a spaventarli con la macchina fotografica e chi usa lo spray al
peperoncino. Qualcun altro tiene alla cintura una pistola scacciacani,
che produce un gran fracasso ma non fa male a una mosca. A me basta
il bastone. Nei miei viaggi a piedi ho incontrato molti animali allo stato
selvaggio. Cervi, volpi, cinghiali, lupi. Trieste e l'Istria sono al confine
di grandi foreste ed è facile imbattersi negli animali che le abitano.
Nella mia città una signora aveva adottato un cagnolino affamato che
rovistava nelle immondizie e dopo qualche mese quel cane risultò
essere un lupo. E' accaduto anche che un capriolo sceso troppo in basso,
spaventato dal traffico del mattino, non abbia avuto altra via di fuga che
il tuffo in mare in cima a un molo, a cento metri dalla piazza principale.
Un giorno, in un condominio di periferia, ho sentito due coinquiline
discutere sul menu - pastone di mais o patate - da scaldare per «Toni»,
che poi ho scoperto essere un cinghiale diventato quasi domestico a
furia di visite serali. Figuratevi dunque cosa potreste incontrare
attraversando l'Istria lungo il mio selvaggio sentiero del Sud.
Niente però è paragonabile all'incontro con l'orso. Ne ho incrociati di
frequente, perché la Slovenia - che sta a pochi chilometri da Trieste - è
il paese d'Europa con la massima densità di orsi.
I bestioni scendono spesso verso la mia periferia e vengono a far
merenda nei pollai dei dintorni.
Il primo orso lo incontrai negli anni settanta appunto in Slovenia,
durante una traversata con gli sci. Ci aspettava ritto su due zampe, in
fondo alla radura sfolgorante della prima neve dell'anno. Si dondolava,
e stando in piedi disegnava nell'aria con le zampe anteriori strani
segnali, non si capiva se minatori, di fastidio o di ansia. Poi si rimise
giù e cominciò a muovere verso di noi, sempre scuotendo la testa.
Eravamo in tre, paralizzati sui nostri sci, e non aspettammo di capire
le sue intenzioni. Girammo su noi stessi e via, più veloci del vento:
infilammo al contrario le nostre tracce nei boschi impenetrabili della
Slovenia. Corremmo per una ventina di minuti senza mai guardare
indietro, e i primi due della fila non ebbero mai il tempo di controllare
se il fiatone che sentivano dietro era del compagno o dell'orso.
L'ultimo, che ero io, rimase incollato al trenino per paura di restare solo
col bestione, e fu così che polverizzammo ogni record di velocità.
L'orso è un golosone simpatico e raramente aggressivo, ma non si sa
mai. Un giorno me ne andai in bicicletta oltre confine e mi fermai a far
merenda accanto a un camioncino che un apicoltore sloveno aveva
trasformato in contenitore di alveari. Molti sloveni quando vanno in
pensione attrezzano una di queste arnie su ruote e portano in giro le loro
api, spostandole a seconda delle fioriture. Mi misi a chiacchierare con
l'uomo, che prendeva il sole a una trentina di metri dalla sua
minifattoria semovente, grondante di miele di montagna. A un tratto
sentimmo un trambusto e vedemmo che il camioncino si agitava. La
porta del cassone era aperta. L'orso era entrato dentro.
«E adesso non ci resta che aspettare che finisca» disse rassegnato lo
sloveno. Aspettammo. Dopo un po' il bestione mise fuori il muso,
circondato da una nube di api imbestialite ma egualmente in stato
d'estasi e del tutto indifferente alla nostra umana presenza. Era ubriaco
di miele. Scese la scaletta d'accesso e barcollando ritornò nel bosco
inutilmente seguito dalla nube di insetti.
Nel mondo slavo l'orso ha un nome magnifico, "medved", parola che
contiene "med", cioè miele. La sua golosità impenitente è diventata
soprannome, quindi nome.
Alla fine degli anni sessanta andai sui monti del Durmitor, punto più
arcano del selvaggio Montenegro, per scalare qualche cima, ma mi
venne la febbre e rimasi due giorni da solo nella tendina mentre gli altri
arrampicavano. Nel delirio, portai le riserve di cibo nel mio abitacolo,
senza pensare che era meglio appenderle a un ramo. La notte mi svegliò
un rumore e dopo un po' vidi l'ombra di un orso proiettata dalla luna sul
telo della tenda. Era chiaro che sarebbe entrato, così feci l'unica cosa
possibile. Mi alzai di scatto urlando, in modo tale che fosse la tenda
intera a muoversi come uno spettro nelle tenebre. Funzionò. L'orso
scomparve. Appesi i viveri all'albero e la febbre mi passò all'istante per
lo spavento.
Ma torniamo alla nostra traversata a piedi. La mia meta della giornata
è un posto di nome Canfanaro (Kanfanar), ma ho camminato così di
buona lena che alle undici e mezzo sono già a tre chilometri dal paese.
Troppo presto. Decido per un'allungatoia, fino a Duecastelli, la rocca
che chiude la Draga in direzione del Canale di Leme. Nelle selve,
intorno, chiesette dai nomi bizantini, Agata, Elia, Petronio. Il crepaccio
gira verso ovest, ora ho la mia ombra sulla destra. In alto, sul lato nord,
una fascia rocciosa simile a un canyon. Uno due, uno due, la macchina
sembra inarrestabile.
Il sole picchia di nuovo, e in un campo di zucche incrocio un trattore
con un anziano a bordo.
Mi studia a lungo, poi mi dice: «Tu vai lontano». Non è una
domanda, ma un'affermazione: quasi una profezia. «Come l'hai
capito?» gli chiedo. Risposta: «Perché vai piano». Ed è vero: il
viandante non ha affatto il passo del gitante; è uno che guarda lontano e
non ha mai fretta. La simpatia tra me e gli abitanti di questo angolo
dell'Istria è immediata. Quando supero la chiesetta di Santa Maria e le
rovine dell'antico abitato di Duecastelli, trovo due giovanotti che mi
guardano e chiedo loro: «"Koliko kilometara do prve pive?"» quanti
chilometri per la prima birra?
La frase burlona va immediatamente a segno. I due si guardano
ridendo, poi uno si piega verso una borsa ai suoi piedi - una borsa frigo
- e ne estrae una birra, stupendamente fresca. «Bevi, omo» mi
rispondono in veneto. Si chiamano Dorijan e Luciano. Mi fanno sedere,
mi chiedono se ho degli sponsor, non gli pare possibile che faccia
questa cosa solo per diletto. Dico di no, che viaggio perché mi piace.
Anche a loro, come alla vecchia Marija, sembra inconcepibile che uno
possa sfacchinare così, alla mia età, per puro piacere. E intanto il sole
picchia.
Il cielo ha brontolato un po' ma senza pioggia, e ora è tornato il
sereno. Fino al cimitero di Canfanaro, pieno di vecchie lapidi in
italiano, segno forte di una presenza quasi scomparsa, sono tre
chilometri roventi e la birra evapora in fretta. Per fortuna in piazza c'è
una locanda per spegnere la sete. Dovrei essere arrivato, e invece non
sono arrivato per niente. L'unica stanza libera è in una frazione di nome
Debeljuhi, a due chilometri. Due chilometri da fare ovviamente a piedi,
e nella direzione sbagliata. Chilometri che domani dovrò ripercorrere al
contrario. Il mondo non è fatto per chi va a piedi.
Avanzo tra i camion, ma è come se non li vedessi. Chi si concentra
sul cammino riesce a ignorare il mondo, quando serve. A Debeljuhi la
signora Mirijana, cui ho telefonato dal bar, mi aspetta sullo stradone, mi
fa accomodare sotto una pergola, poi Vinko, il marito, arriva con
un'altra birra a digiuno ed è impossibile dire di no, per un fatto di buona
educazione. Per non crollare, mangerò una scatoletta di carne di
nascosto, in camera mia. Per la sera c'è già uno spiedo acceso e un
invito a cena e intanto un bel sole aranciato cala tra le vigne.
Ma la sera in famiglia è una trappola. A cena finita cominciano i
racconti e arriva il vino novello di paese, servito in caraffe di cui perdo
presto il conto. Malvasia istriana a gradazione bassissima, un nettare
dolceamaro. Lo imparai da bambino, quando i miei mi dimenticarono
nella cantina di zia Edda a Muggia, il primo paesino costiero dell'Istria
per chi viene da Trieste, e io bevvi il «vin novo»; ne bevvi così tanto
che mamma mi ritrovò addormentato e felice per terra tra le botti.
Alla fine perdo ogni ritegno e intono vecchie canzoni istriane. «"In
mezo al mar xe un bastimento, aspeta el vento per navigar".» E poi, a
ricordo di mia nonna, che era appunto istriana, un antico lamento
d'amore perduto: «E tutti hanno e tutti hanno il cuor contento, la più
misera son io, che ho perduto l'amor mio, e mi tocca di morir».
Malinconia, ma di quella che fa bene all'anima.
Continuiamo fino a mezzanotte, in un mix di italiano e croato, col
vino leggero che rende superflua la grammatica. In tavola si è formato
un trio di originali. C'è Miro, un gigantesco divoratore di insalate,
irruente e astemio, con la passione dei viaggi di frontiera. Poi Vinko
dagli occhi di fuoco, barba bianca fiammeggiante da profeta. E ci sono
io, l'italiano che va a piedi sotto un sole infernale solo per farsi un tuffo
a Promontore. Mirijana, la moglie di Vinko, fa la coppiera come la
schiava di Menelao durante la guerra di Troia. La notte di luna sembra
aver coperto il mondo di ragnatele d'argento, simili a quelle che ho
visto nel fondo della Draga, il crepaccio che spacca in due il triangolo
istriano.
Salgo nella mia stanza fresca pronto a cadere in un sonno profondo e
senza interruzioni. Sono passati solo quattro giorni e il mio corpo
funziona già a meraviglia. Cantare e mangiare in allegria fa bene, mette
in pace con se stessi. E' parte integrante del viaggio. Chi si sposta con
mezzi lenti, chi batte la strada con umiltà, fa molti più incontri di un
automobilista frettoloso o un frequentatore di aeroporti. Quegli incontri
generano automaticamente dialogo, scambio di cibo, buon vino,
racconto, canzoni. E quello che si chiama «convivio», il massimo dello
scambio fra gli uomini. Anche questo vorrebbero toglierci, i padroni
dell'economia, per fare di noi dei consumatori obbedienti, silenziosi e
solitari. La musichetta nei supermercati e negli alberghi serve
esattamente a questo: farci tacere. Esiste un solo antidoto a una simile
malattia: la rivoluzione dell'andare.
QUINTO GIORNO

Da Canfanaro a Valle

[N.d.c. Cartina che illustra la distanza (lunghezza 12150 metri,


dislivello 50 metri, tempo 4/5 ore) tra Canfanaro (Kanfanar) e Valle
(Bale) passando per: Salambati - Krmed].
Via di buon'ora, ma sempre troppo tardi per questo sole mediterraneo
che non molla. Parto con quattro litri d'acqua, tè e succo di mela. Con
un pugno di frutta secca, non ho bisogno d'altro per arrivare alla meta
quotidiana. Dio, quanto è bello andare, trovare il proprio passo! Il
viaggio è entrato in me, e questo accade quando si smette di fare
miserabili programmi. Quello che incontro, incontro. E non sfinitemi
con storie del tipo: «Hai sbagliato strada, avresti potuto vedere questo e
quello». Il viaggio non è fatto di luoghi, ma di persone. I bambini lo
sanno benissimo. I miei figli, quando erano piccoli, battevano la fiacca
se c'era da visitare musei o cattedrali. Ma pedalavano con entusiasmo di
fronte alla prospettiva di un incontro.
Anni fa, scavalcando l'Appennino lungo un sentiero chiamato «Via
Francigena» in direzione di Roma, nel registro dei pellegrini di un ex
monastero lessi di una polacca di nome Agnieszka che vi aveva passato
la notte solo ventiquattro ore prima di me. Non ne conoscevo l'età né il
volto, ma mi piacquero le sue considerazioni scritte in lingua inglese e
decisi di camminare più veloce per acchiapparla. Dopo due giorni, dalle
parti dell'Amiata, vidi una tipa con lo zaino che si dissetava sul
sentiero. «"You are Agnieszka"» le dissi. E lei: «"Nein, ich bin
Margarete". No, io sono Margherita. E possiamo lo stesso fare un pezzo
di strada insieme». Era una tedesca, però stava sul mio cammino e mi
era simpatica. Nei viaggi è inutile cercare. Basta aspettare e prendere al
volo quello che capita.
Ma ecco, appena fuori Canfanaro, l'antica linea ferroviaria per Pola.
La stazione, di epoca austriaca, è in pietra bianca istriana e il binario
unico sotto il sole sembra il Far West. Leggo gli orari pensando al mio
viaggio di ritorno: potrei partire da Pola col vecchio trenino a motore
diesel, che fino a ieri era tirato da una locomotiva. Un tizio della mia
età, con una misera borsa della spesa, si lamenta che di lì non passa più
nessuno e i tempi sono magri. «Era meglio la vecchia Jugoslavia»
brontola. «Il denaro girava, e da Belgrado [la capitale dello stato che
non c'è più] arrivava un treno al giorno con dodici vagoni zeppi di
turisti.»
Un secolo fa era ancora meglio, ai tempi dell'impero austriaco.
Austria, Ungheria, Boemia, Slovenia, Croazia, Bosnia, un pezzo delle
attuali Polonia e Romania facevano parte di uno stesso stato e non
c'erano confini di mezzo. I treni non avevano ostacoli. Si poteva partire
da Vienna la sera in vagone letto, per essere al mattino all'imbarcadero
per le isole Brioni, tra le più belle del Mediterraneo. Oggi è un disastro,
l'impero si è ridotto in briciole, le frontiere sono aumentate e gli stati si
sono venduti anche le strade ferrate, mandando in pensione le linee
periferiche. «Privatizzazione» la chiamano, ma è solo un gigantesco
imbroglio. Il risultato eccolo: Trieste, che ai primi del Novecento era al
centro di una rete formidabile, oggi è un binario morto. Non vai più da
nessuna parte: né a Vienna, né a Budapest, né a Belgrado, né tantomeno
a Pola, raggiungibile solo dalla Slovenia e con un penoso passaggio di
frontiera.
Faccio incontri speciali. In un villaggio di nome Salambati trovo un
albero di profumatissime mele cotogne acerbe ancora coperte di
peluria, un frutto raro che una volta si metteva negli armadi insieme alla
biancheria per proteggerla dalle tarme. Più in là ecco un enorme
vespaio che ronza come una centrale idroelettrica. Poi trovo la pelle di
una vipera, una magnifica guaina color giallo-argento, simile alle
squame di uno sgombro.
E arriva all'improvviso, inconfondibile, il primo profumo di mare,
portato da un soffio di vento. Difficile spiegare che cosa significa per
chi arriva impolverato da giorni di terraferma. Vieni a tuffarti, ti dice.
Butta via i tuoi vestiti sporchi e nuota sotto il pelo delle onde. E l'invito
a uno sposalizio, a un battesimo. Sento che cambia tutto, è come se
tentassi di raggiungere non un promontorio, ma la prua di una nave.
Annuso ancora l'aria, cerco verso ovest il mio Adriatico, la striscia
azzurra che toglie il fiato, ma è ancora nascosta dagli ulivi. Mi prende
una strana indolenza: forse è il Mediterraneo, il caldo africano di
quest'estate in cui sarebbe cosa saggia passare le ore più calde al fresco
di una pergola, sorseggiando bibite, invece che camminare da soli. A
poca distanza dalla strada vedo una rotonda capanna di pietra, simile a
un piccolo trullo pugliese. Si chiama «casita» ed è il rifugio dei pastori
nelle ore troppo calde e l'unico riparo nelle notti di maltempo. O
meglio, lo era, perché oggi i pastori hanno di meglio per dormire.
Intorno, i campi in terra rossa sono divisi da muretti in pietra costruiti a
regola d'arte. Quei muretti non sono solo un segno di proprietà o un
confine, ma anche un modo per sistemare ordinatamente le pietre
estratte dal terreno. In Istria la terra è irta di sassi, e per rendere arabili i
cambi bisogna toglierli uno per uno.
Ancora qualche chilometro e oltrepasso su un ponte l'autostrada che
scende a sud verso la città di Pola. Sono giorni che non sento il rombo
dell'alta velocità, e ora il rumore dei camion mi squassa come un
terremoto. Ripenso ai binari appena attraversati a Canfanaro e mi
accorgo che, mentre la ferrovia rende fertile il territorio, l'autostrada lo
desertifica. L'autostrada uccide i paesi, come gli outlet o i supermarket.
A Krmed, un lindo villaggio, è annunciata la cittadina di Valle, una
delle più belle dell'Istria: «Siete sulla buona strada» sta scritto su un
cartello blu. Una vecchia in nero mi offre un bicchiere d'acqua fresca.
Poco oltre, mi saluta una pastora scalza, su un prato con tre vacche.
Avrà sì e no vent'anni. Poi incrocio un SUV color amaranto con un tizio
rapato e poco raccomandabile a bordo.
E' allora che vedo uscire dal bosco un tipo strano, barba lunga e
capelli grigi selvaggi, un bastone di due metri e una bisaccia fuori moda
sulle spalle. E' francese, ha un'età indefinibile e si chiama Guillaume.
Sta andando a piedi come me, ma in un'altra direzione: Sarajevo, che
intende raggiungere nel giro di venti giorni, per continuare verso la
Macedonia. Non ha nessuna carta e nessun G.P.S. Ha scelto di viaggiare
orientandosi solo con i grandi segni del terreno: montagne, città, fiumi.
Nei viaggi capita di incontrare dei solitari molto speciali. Questo è un
grande taciturno, forse è uno che vuol far sparire le tracce di sé. Un
pentito della civiltà dei consumi, un francescano dei nostri giorni. Lo
guardo attraversare un campo di ulivi e poi perdersi in direzione del
Montemaggiore, alto all'orizzonte come la gobba di un capodoglio.
Una volta incontrai un solitario che non avrei mai dimenticato. Una
donna. Non ne ricordo più il nome, ma la faccia ce l'ho stampata
davanti. Avrà avuto quarant'anni e pareva uscita da un altro tempo.
Abbronzata come un boscaiolo, portava capelli a caschetto, tagliati alla
buona. C'era qualcosa di medievale in lei. Si era fermata a bere a una
fonte, in un paesino sloveno di dieci abitanti. Sulle spalle aveva uno
zaino e a tracolla una bisaccia da cui sbucava un quadro a tempera. Io
passavo di lì, in gita col mio compagno preferito, Virgilio, e la donna -
accortasi che parlavamo italiano come lei - ci chiese la strada per un
altro villaggio. Ci mostrò la sua carta e vedemmo con sbigottimento che
era in scala uno a duecentomila, buona per automobilisti e non per
camminatori.
Era un tipo speciale. Viveva di ciò che dava il bosco. «D'autunno»
disse «è impossibile soffrire la fame. Trovo uva, castagne, bacche di
ogni tipo. E poi mi regalano zucche, patate.» Spiegò che veniva dalle
valli del Friuli Orientale e andava a piedi da sola a un santuario in
località Strugnano, alto sul mare dell'Istria. Pregava spesso, ma non era
cattolica e nemmeno cristiana. Le sue divinità erano effigiate in piccole
icone indiane, riposte nella bisaccia. Il santuario lo cercava solo per
ascoltarne l'energia segreta. L'Istria, disse, era piena di luoghi sacri più
antichi di Cristo. Raccontò che dormiva sotto gli alberi con una coperta
e un telo e la pioggia non era un problema per lei.
Poi ci narrò la sua storia. Viveva in una grotta, e si preparava
all'inverno raccogliendo la legna del bosco. Le chiedemmo come si
procurava il cibo. Spiegò che ogni tanto scendeva a valle per prestare
lavoro in cambio di cibo. Niente denaro, l'aveva bandito dalla sua vita.
Il resto era eremitaggio puro, senza trucchi. Una scelta di vita: per
vivere, non per suicidarsi in spazi selvaggi o scrivere libri alla moda.
Era piemontese, figlia di ricchi industriali, e aveva mollato il suo
mondo da vent'anni. Della vecchia pelle aveva rinnegato tutto, persino
il cognome. Rifiutava di avere documenti e la polizia, comprensiva, le
ristampava ogni tanto una denuncia di smarrimento della carta
d'identità.
La fuggitiva parlava senza nascondere nulla, quasi meravigliata che
non la deridessimo. Non sfuggiva al mondo, lo attraversava e basta. A
piedi era stata fino all'estrema Ucraina, quattromila chilometri
dormendo «dentro i covoni» nei mesi freddi. Poi l'avevano trovata
senza passaporto dalle parti del Don e l'avevano messa in galera con
l'accusa di spionaggio. «Lì ho imparato a cantare. C'era una donna
dolcissima che mi insegnava ballate stupende. Sono stati i giorni più
belli della mia vita.» Le regalai un bloc-notes, le dissi che non poteva
non scrivere quelle cose. In cambio, lei ci offrì due mazzetti di fiori
gialli minuziosamente annodati con fili d'erba, poi se ne andò, soletta,
verso la notte.
Riparto con passo regolare su un tappeto di ghiaia a bordo strada, una
corsia larga e senza strappi. Uno due, uno due. Che bella è l'andatura di
pianura, consente di respirare meglio. Ma ora vorrei tessere un elogio
delle mie scarpe. Sento che fanno scricchiolare il terreno. Senza di loro
non sarei così felice, qui tra gli ulivi. Hanno quattordici anni, sono
bianche e marroni, ma la terra rossa istriana le ha rese di un colore
uniforme. Una sera le ho viste da lontano, nella vetrina di un negozietto
di campagna, e le ho fatte mie. Cuoio, un fasciame perfetto. Non sono
mai riuscito a farne a meno. Nemmeno stavolta. Dicevo che nei viaggi
a piedi non bisogna mai partire con scarpe nuove. Queste sono a fine
carriera, e ora le onoro con una nobile traversata oltre due confini. Le
sento che parlano con la Terra. E sento la Terra che parla con loro.
Finisco su un rettilineo pieno di camion. E' la strada statale per Pola,
ma grazie a Dio dopo un chilometro trovo un sentiero parallelo a
occidente e con quello arrivare a Valle è una bellezza. La frescura sul
lato nord della chiesa che incontro è incomparabile. Mi fermo, basta per
oggi. Ci sono dei giorni in cui il corpo richiede una tappa breve, e io
scelgo di ascoltare il consiglio.
Valle è un gran bel posto. Camere linde per i viaggiatori e
conventicole di uomini in piazza, come nella vecchia Grecia. Una
barbiera bionda mi ripulisce allegramente di barba e peluria selvatica
accumulata in una settimana. Ma altri segnali disturbano. I bancomat
sono tutti stranieri e al supermarket dove faccio scorta di succhi di
frutta per la tappa dell'indomani, i pomodori e le zucchine sono
d'importazione. Eppure intorno la campagna è verdissima. La Croazia
ha fatto una guerra in nome dell'indipendenza, ma oggi è in mano alle
multinazionali. L'imbroglio, alla lunga, viene fuori.
Divoro una pasta casalinga con seppioline in umido nella locanda di
un certo Virginio. Poi mi indicano una pensione di nome Lav sul lato
opposto del paese, ed è un'altra delizia di ombra. C'è un bel patio
ventilato, cucina macedone e una rovignese bionda di nome Ruza che
mi stappa una birra dicendo: «"Ovdje cete se odmoriti dobro"», qui
riposerete bene. Sperando di aver trascritto giusto.
Scende un tramonto desertico ai colori di pesca, cui segue una notte
da manuale di astronomia, con greggi di stelle che migrano sopra il
campanile e Vega insolitamente luminosa, quasi un rogo azzurro. In
assenza di luna, le stelle d'estate sono una magnificenza. Sono loro che
indicano la strada. La mia è semplicissima: sud perfetto. Dunque mi
basta cercare la Stella Polare, che è l'unico astro immobile del cielo, a
nord, e andare nella direzione contraria. E qui è importante che dia un
po' di istruzioni su come trovare le stelle più importanti. I viaggi a piedi
sono fatti anche per questo: per uscire dalla troppa luce delle città e
guardare finalmente sopra di noi.
I nostri occhi sono talmente offesi dalla luce del mondo urbanizzato
che per riabituarli al buio ci servono almeno due ore di oscurità
completa. Ricordo che in un viaggio nell'Africa nera gli abitanti del
posto vedevano benissimo nel buio, mentre io inciampavo da tutte le
parti. Se abbiamo una carta delle stelle con cui imparare i segreti del
cielo, non dobbiamo leggerla con la luce di una torcia elettrica normale,
ma con una pila frontale a luce rossa, che non offende gli occhi (e non è
affatto facile da trovare nei negozi). Nelle barche a vela la bussola in
coperta ha la luce rossa esattamente per questo motivo. Ma la cosa
migliore è studiare la mappa del cielo di giorno, e poi perdersi nella
contemplazione dell'infinito durante la notte.
Dunque. La chiave del cielo è l'allineamento tra il Grande Carro, la
Stella Polare e la costellazione di Cassiopea, inconfondibile perché
sembra una «W» ed è spesso sulla verticale all'inizio della notte. E ora
andiamo in cerca del «Triangolo estivo», sul quale i naviganti si
orientano dal tempo dei Fenici. Si comincia dalle ultime due stelle del
timone del Grande Carro, che vi porteranno dritti ad Arturo sfolgorante.
Se ora tracciate una linea fra Arturo e la Polare, avrete la base di un
triangolo equilatero che ha come altro vertice Vega. E Vega, a sua volta,
è il vertice di un altro triangolo, più piccolo, ma luminosissimo,
formato anche da Deneb e Altair, stelle di grande luce e dagli stupendi
nomi arabi. Vega, Deneb e Altair formano il cosiddetto «Triangolo
estivo». Un consiglio per raffinati: in mezzo al triangolo cercate
Albireo, una stella poco conosciuta che cambia continuamente
luminosità, come una candela. E poi non dimenticate Regulus, altra
meraviglia del cielo, nella costellazione del Leone.
Le gelide stelle d'inverno sono un'altra storia, perché nel tempo delle
notti lunghe la Terra guarda dalla parte opposta del cielo. In quei mesi
la chiave della volta planetaria si chiama Orione, con tre stelle
vicinissime che costituiscono la sua «Cintura», la quale sta più o meno
sull'Equatore celeste, la linea che separa l'emisfero Sud e quello Nord
del cielo. Anche queste stelle hanno stupendi nomi arabi simili a una
formula magica: Alnitak, Alnilam e Mintaka. A nord della Cintura
troverete due assolute meraviglie: Betelgeuse a sinistra e Bellatrix a
destra. A sud, quasi simmetricamente, brillano Saiph a sinistra e
soprattutto Rigel, a destra. Ancora più a sud, sulla sinistra, bassa
sull'orizzonte e solitaria nell'emisfero australe, troverete Sirio, favoloso
diadema lontano milioni di anni luce, che vanamente cercherete nel
cielo d'estate. Allo zenit, intanto, cioè sulla verticale sopra di voi,
troverete un piccolo grumo di stelle minori a forma di aquilone: le
Pleiadi. Sono loro che da millenni dicono all'uomo che viene l'inverno.
Ma torniamo alla mia notte di settembre sotto il cielo istriano. Nella
locanda c'è musica quasi turca e anche la carne alla griglia sfrigola sul
fuoco alla moda dei turchi. Dal giorno della partenza, è come se avessi
fatto un salto di mille chilometri a sud. Lo spazio intercorso fra la cena
«svizzera» nel paesino sloveno di Gracischie, la prima sera, e gli
spiedini balcanici di Valle, pare infinito. Sento già l'Egeo, la Siria, il
cielo pulito del deserto. Gino, un indigeno di lingua veneta addetto agli
spiedi, mi spiega una scorciatoia tra i campi per arrivare più
rapidamente al mare, una bella strada bianca fra cicale, ulivi e «casite»,
con gran vista sull'arcipelago delle isole Brioni.
SESTO GIORNO

Da Valle a Fasana

[N.d.c. Cartina che illustra la distanza (lunghezza 17490 metri,


dislivello 60 metri, tempo 5/6 ore) tra Valle e Fasana passando per:
Peroi (Peroj)].
Parto prima del levar del sole, in tempo per incrociare una specie di
uccello del paradiso che corteggia la piscina in cerca d'acqua da bere.
Poi strada in ghiaia bianca e campi rossi. Ulivi. Finocchietto e
chioccioline in cerca d'acqua anche loro. Lo zatterone istriano si inclina
verso il grande promontorio finale. Mi sembra impossibile essere
arrivato fin qua così rapidamente, camminando a un ritmo tanto
modesto.
Viaggiare verso un promontorio è un po' come la vita. Lo spazio si
restringe ai due lati della strada, e hai sempre meno strade da scegliere.
Ma il gusto del cammino e degli incontri aumenta nel conto alla
rovescia verso il mare. Le esperienze fatte lungo il cammino aiutano a
godere ogni minuto da vivere che resta. E alla fine c'è il viaggio
supremo, il grande salto nell'ignoto. Ed è come se tutte le anime in
partenza si dessero appuntamento sui faraglioni, nelle notti di tempesta.
Come se il faro fosse lì non solo per orientare le navi di passaggio ma
anche per svelare la presenza delle anime, con le sue sciabolate nella
spruzzaglia.
Caldo, ombra lunga che mi accompagna sulla destra. A un chilometro
da Peroj trovo il primo mare, ma non ho voglia di tuffarmi. Resto a
guardare un'acqua troppo immobile, troppo abbacinante. Per il mare ho
bisogno di vento, l'Adriatico senza vento è una cosa senza senso. Così
vado avanti, con passo lungo e regolare. Il bastone mi aiuta. Ormai lo
muovo in perfetta sincronia con la camminata. Un colpo ogni quattro
falcate. Ho imparato quel passo da un vecchio pastore del Molise, che
tra il mare e la montagna aveva nelle gambe migliaia di chilometri con
le sue mandrie.
A Peroj constato che il mio portamento incute rispetto nella gente. Un
po' come quello dei pellegrini in terra di Russia. All'inizio del viaggio
gli automobilisti mi guardavano con compatimento. Ora non più. E' il
segno della mia metamorfosi. Una settimana è sufficiente a imprimere
nel corpo del viandante questo impressionante mutamento.
Il primo giorno siete sbilenchi, pieni di timori, chini sul telefonino in
attesa di chiamate dal mondo che abbandonate. Vi sentite stupidi e
miserabili di fronte ai viaggiatori veloci.
Il secondo giorno prendete un po' di ritmo e quel ritmo genera musica
nella vostra testa. E' il segno che il groppo si scioglie. Sputate veleni e
incamerate pensieri. L'andatura comincia a miscelare memorie,
fantasie. Vi accorgete di bere il doppio e mangiare la metà. Il corpo si
rigenera. «"El camino te limpia"» dicono gli spagnoli del
pellegrinaggio a Santiago de Compostela, chiamato per l'appunto
«"camino"»: il cammino ti pulisce. Il terzo giorno la solitudine non è
più un problema. Anzi, il fatto di essere soli vi facilita l'incontro. «Dove
vai?», «Da dove vieni?» sono domande che nessuno vi farebbe se foste
in gruppo. Invece ora ve le pongono in tanti.
Il quarto giorno tutte le vostre funzioni vitali sono tarate a meraviglia,
le paturnie inutili sono sparite. Gli scaffali della mente sono spolverati e
in ordine. Il passaggio dal sonno alla veglia è istantaneo e privo di
incertezze. La pioggia o il caldo non vi infastidiscono più.
Il quinto giorno vi rendete conto con stupore di avere imparato a
camminare. Lo capite dal rispetto con cui vi guarda la gente. Siete
eretti, nobili. Irradiate calma e soddisfazione. Se avete un bastone da
pellegrino è ancora meglio: il suo ritmo sincronizzato con la camminata
manda segnali chiarissimi di autorità e forza.
Dal sesto giorno in poi vi passa del tutto la voglia di tornare.
Camminate guardando solo avanti, i ponti con la vecchia vita sono
tagliati completamente. Vi prenderà il desiderio di sparire e cambiare
identità. E in effetti siete profondamente diversi. Avete perso la vecchia
pelle sullo stradone impolverato, come fa il serpente. Da quel momento
potrete andare ovunque, travolgerete qualsiasi ostacolo. La gente
sentirà da lontano il messaggio di felicità che mandate con la vostra
andatura, senza nessun bisogno di parlare.
Quando arrivo a Fasana, sul molo dove partono i battelli per le isole
Brioni, trovo un esercito di turisti tedeschi grassi. Mio Dio, ma perché
siamo diventati così brutti noi europei? Ne sono sempre più convinto:
uno dei motivi è che abbiamo smesso di camminare. E mezzogiorno,
ormai sono cinque ore che sono per strada, ho fatto una ventina di
chilometri; penso di fare una sosta e poi di ripartire per raggiungere
Pola con un ultimo colpo di reni.
Ma è una pia illusione. Dopo un bicchiere di malvasia e due calamari
alla griglia, mi accorgo che continuare è impossibile. Il clima è
africano. Trentacinque gradi sullo stradone, e anche il mare è un brodo
infrequentabile. L'unico rifugio di frescura è la navata della chiesa dei
Santi Cosma e Damiano, santi che più bizantini non si può, eredi dei
gemelli greci Dioscuri, protettori della fertilità maschile. Annaspo in
cerca di un'agenzia turistica e trovo una stanza benedetta con doccia,
ventilatore e frigo acceso.
La sera, in una locanda, mi arrendo definitivamente al mare.
Calamari alla piastra con contorno di bietole all'aglio e malvasia con
acqua frizzante ghiacciata. Sono circondato di tedeschi a battaglioni che
parlano: Dio, quanto ridono e parlano, rossi come gamberi, ma oggi è
come se non esistessero. Sono chiuso in una bolla di felicità e assaporo
la mia lussuosa solitudine. E intanto il vino mescola le lingue nella
testa. "Blitve je bone, mi vado do Premantura", avete una "Sliva"?
Il mare è tremendamente immobile, una nera palude. Cammino nel
buio verso la riva, ma non ne sento lo sciacquio. Mi barrico in camera
alle dieci - domani mi sveglierò alle sei - e mi dedico allo stato dei
piedi, che peraltro stanno straordinariamente bene. Solo due vescichine
all'interno dei mignoli. Lavo, rilavo, ungo, butto polvere di penicillina
nella ferita. I piedi sono importanti. Da loro dipende la mia andatura, il
mio portamento, il mio modo di incontrare le persone sulla strada.
SETTIMO GIORNO

Da Fasana a Promontore

[N.d.c. Cartina che illustra la distanza (lunghezza 31220 metri,


dislivello 230 metri, tempo 9/10 ore) tra Fasana e Promontore passando
per: Pola (Pula) - Valbonassa (Valbonasha)].
Non è male partire prima dell'alba, all'ora della raccolta immondizie e
della pipì dei cani. L'ultimo strappo del viaggio comincia con una luna
panciuta a forma di salvadanaio sulla destra, e con il luccichio del paese
di Dignano verso sinistra. Ne vedo svettare il campanile nell'alba color
albicocca. La direzione sud dell'andare è quasi perfetta, e con essa la
sensazione dell'appuntamento col grande equilibrio dei cieli che sta per
scoccare con l'equinozio d'autunno del 21 settembre. Non è male
cercare la strada in bilico fra il giorno e la notte. Luna, stelle, sole: tutto
quadra.
Pola si annuncia con puzza di smog già a dieci chilometri. Il profumo
di campagna in cui sono stato immerso per giorni ha reso il mio naso
assai più sensibile agli escrementi delle città. Ma che importa, marcio
con passo «legionario» verso la città romana. A furia di andare, ho
conquistato il mio posto sulla strada. Potrei seguire la costa meno
trafficata a sud di Fasana, ma la frenesia dell'arrivo prende il
sopravvento. Tiro dritto, sogno caffè e cornetti caldi, voglio fare
colazione in piazza, fra le case venete e le rovine romane, all'ombra
dell'anfiteatro.
L'inizio è incoraggiante: la strada maestra è costeggiata da una
comoda traccia pedonale con un tappeto morbido di aghi di pino. Ma
poi tutto finisce, la via si infossa tra due scarpate rocciose, il
marciapiede scompare, il traffico aumenta e rischio anche di essere
investito. Un gatto morto e un riccio spiaccicato mi dicono che è meglio
cambiare strada. Alle 6.55 sorge il sole, e trovo una via di fuga sulla
destra, lungo file di villette e cancelli con i soliti cani isterici. Ormai è
la periferia di Pola. Condomini color lavanda e zafferano. Rumorose
scolaresche con zaino. Il ponte della ferrovia. Case austriache e fasciste,
condomini comunisti, infine l'Arena, più grande di quanto immaginassi.
Sono le otto e la città è ancora intorpidita. Ha un lento risveglio
mediterraneo, come Trapani o Algeri. Fatico a trovare un bar aperto, per
farmi il primo cappuccino del viaggio. A un tavolo due croate di mezza
età chiacchierano intercalando parole italiane. Cose tipo: «"Ja sam"
pronta» o «"Ja sam" stufa». Una delle due ha un fiore nei capelli, è un
segno di un'altra cultura. Un'italiana non lo metterebbe mai. Sorseggio
la mia tazza e calcolo la strada fatta. Solo sette giorni fino a qui: pare
impossibile, invece è stato facilissimo. Intorno a me colonnati romani e
gru, navi militari, nobili magazzini austroungarici. Ma la leggenda della
grande marineria istriana e dalmata non è più leggibile. Anche qui,
come a Riccione, il mare è degradato a turismo.
Risalgo dalle rive verso la periferia sud della città, chiedo la strada
giusta per Promontore a un tipo in canottiera azzurra. «"Con mi la pol
parlar italian"» risponde in dialetto veneto. Ha la mia età e anni prima
ha lavorato a Trieste al cantiere navale San Marco; mi indica la via per
Promontore, sul lato sinistro dello stadio di calcio. Ora viaggio a est-
sudest, direzione che a quest'ora significa un controluce micidiale.
«Viva» auguro a un'anziana. «Viva» è una parola che funziona con
tutti - italiani, sloveni e croati - ma la donna anziana mi individua
all'istante come italiano. «"Chi te son ti?"» chiede. «"Son triestin"» le
rispondo. Lei si chiama Veronica. Le dico che vengo a piedi da casa
mia, e quella mi chiede che strada ho fatto. Vuol sapere ogni
chilometro. Antignana, Canfanaro, Valle. «"Tuto mi so"» conclude
«"perché son vecia. Otanta ani go. I fioi no sa niente de l'Istria".»
Significa: io so tutto di quei posti perché sono vecchia. Ho ottant'anni. I
giovani invece non sanno niente dell'Istria.
Si leva il Borin, regalo di lusso. La camminata si fa più leggera, ora
Pola è tutta alle spalle. A Valbonassa faccio incetta di fichi, gli alberi
sono pieni di frutta. Campi di bietole, ultimi segni di vendemmia, una
croata mi offre un grappolo di malvasia e mi augura buon viaggio. Per
tutta la strada ho visto ripetersi questo segno di omaggio al forestiero in
tempo di vendemmia. In cima a una piccola altura compare il mare, blu
cobalto, increspato dalla Bora. In primo piano un windsurf, a distanza
la gobba del Montemaggiore.
Ore dodici: infilo una strada bianca in salita verso ovest, cerco di
cavalcare l'ultima propaggine dell'Istria con l'Adriatico sui due lati.
Prendo quota nella macchia, attraverso un mare di pini agitati dal vento,
salgo ancora fino a una sella dove tutto si spalanca: la baia di Medolino
sulla sinistra e il mare aperto sulla destra, con una vela solitaria, gonfia
e inclinata verso il faro di Porer, quello che segna al largo la punta
dell'Istria. La vista è strepitosa. La meta è a portata di mano. Il vento
salso del mio mare mi saluta.
Adriatico. Che magnifico spazio di navi, di pesci e di isole. Entra
nella pancia dell'Europa come nessun altro. Ha un colore più verde e un
odore meno salmastro di altri mari. Il suo arcipelago d'oriente, la
Dalmazia, segna già la strada per le isole greche. E' pieno di leggende e
di storie di grandi capitani. E' stato la culla di Venezia, la più grande
delle repubbliche marinare. Con lo Ionio, ha conosciuto tremende
battaglie navali: Anzio e Lepanto, solo per dirne due. E' il più riparato e
fertile del Mediterraneo, quello dove nascono più pesci. A renderlo tale
è anche la diversità tra le sponde. Quella d'oriente rocciosa, frastagliata
e senza fiumi; quella d'occidente rettilinea, sabbiosa, ricca d'acqua
dolce e lagune. Tra queste due rive, vicinissime, si genera un
cortocircuito vitale incredibile. A ovest i pesci depongono le uova, a est
si accoppiano, e le correnti aiutano il trasferimento da un lato all'altro.
Basterebbe lasciarlo un po' in pace, questo mare troppo pescato, per
farne nuovamente una culla di vita.
Sono felice. Scendo dalla collina verso la piazza di Promontore. Lì
sento due tipi chiacchierare in dialetto istro-veneto, e chiedo loro dove
si può dormire. Il mio progetto è di mollare il sacco da qualche parte e
di fare gli ultimi cinque chilometri in leggerezza fino a Capo
Promontore. Invece niente: il più robusto dei due mi invita a pranzo a
casa. Branzini e buon vino. Impossibile resistere. Fabio, così si chiama,
mi fa accomodare in un cortiletto di quelli d'una volta, con pergola e
pozzo per l'acqua piovana, tira fuori acqua gasata fresca e una bottiglia
di tocai, poi declina le sue generalità: Fabio Misso, che però era
Miskovic prima che il fascismo cambiasse i cognomi troppo slavi di
queste parti. Onoratissimo.
Fabio ha già chiesto alla moglie, una brava bosniaca di nome
Ivancica, di preparare per l'ospite il lettone di famiglia, al primo piano.
«Vieni a vedere» dice, e mi mostra il cimelio. Una piazza d'armi di
centosettant'anni, dove chissà in quanti avranno vissuto nascita, amore
e morte dai tempi della battaglia di Solferino. «E' ovvio che tu dormi
qua» annuncia. E intanto la moglie ha già preparato la tavola. Gran
giornata. Vento leggero di Bora, tocai freddo, le storie che chiamano
altre storie e nel racconto l'Istria si mescola alla Bosnia, all'Austria e
all'Italia del Nordest. Alla fine il letto centenario mi conquista e mi fa
perdere i sensi.
Poi è l'ultimo strappo. Cinque chilometri per il promontorio dei
promontori, l'imbarco di tutte le rotte e il trampolino di tutti i tuffi del
Mediterraneo. Il vento è calato, fa molto caldo e io vado solitario sulla
strada in terra battuta, in mezzo a canneti talmente impolverati
dall'assenza di pioggia che pare abbia nevicato. Graffi di jet nel cielo
desertico. Piccole baie solitarie, ciottoli bianchi, mare trasparente. Poi il
tuffo da Punta Kamenjak. Nuotando, guardo il mucchietto dei vestiti
appoggiati alla roccia giallina del promontorio. Alle mie spalle, le isole
dalmate, in fila verso sudest.
Ci ho messo sette giorni per arrivare qui. Potevo anche impiegare
meno tempo, ma faceva troppo caldo, e poi non avevo nessun record da
battere. Dopo l'una era impossibile camminare in questo settembre
africano. Fatti un po' di conti, ci ho messo quarantadue ore, e il calcolo
non significa nulla, tranne che è la misura del mio territorio.
Quarantadue ore dalla porta di casa. Ne avevo immaginate molte di più.
Non avevo ancora fatto i conti con la legge di tanti viaggi a bassa
velocità: la lentezza accorcia lo spazio anziché allargarlo.
Non ci credete? Cerco di spiegarmi. Nel 2001, quando arrivai a
Istanbul in bicicletta, fui colto da un'inattesa delusione. Durante il
percorso mi ero pregustato a lungo la soddisfazione che avrei provato
per quella performance. Invece all'arrivo mi dissi: «Ma come, tutto
qui?». Di colpo, l'Europa mi era parsa piccola. Molto più piccola che se
avessi fatto il viaggio in aereo. Perché? Non trovai subito la risposta.
Due giorni dopo, tornando a casa in volo, passai sopra la strada che
avevo fatto in bici e mi accorsi che riconoscevo ogni villaggio, ogni
ponte, ogni fiume, ogni bivio. Ecco cos'era accaduto: il terreno
sconosciuto mi era diventato familiare perché la bassa velocità me lo
aveva fedelmente stampato nella testa.
Allora capii. Era come la storia di Achille e la tartaruga. Dice un
aforisma greco che Achille corre come un matto, ma la lenta tartaruga
arriva sempre prima di lui. Ora non entro nei dettagli di questo gioco
d'intelligenza, posso solo dire che oggi, dopo questo viaggio a piedi,
l'Istria mi pare molto più piccola di prima. Anche qui, a Capo
Promontore, mi viene da pensare: «Ma come, tutto qui?». E' la
controprova del teorema che la lentezza rende la strada più breve. La
velocità rettilinea, invece, non accorcia affatto lo spazio, come presume
il signor Albert Einstein. La velocità, credetemi, è solo una galera che
rende noioso qualsiasi percorso e dilata le distanze all'infinito.