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G L I A D E L P H I

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Ann-Marie MacDonald, drammaturga e attri-


ce canadese, ha scritto e recitato con successo
per il teatro, il c i n e m a e la televisione. Chie-
di perdono, uscito nel 1996, è il suo primo ro-
manzo e ha vinto numerosi premi, fra cui il
Commonwealth Writers Prize 1997.
Ann-Marie MacDonald

Chiedi perdono
T R A D U Z I O N E D I GIOVANNA G R A N A T O

ADELPHI EDIZIONI
TITOLO ORIGINALE:

Fall on Your Knees

Ringraziamo il Canada Council for the Arts


per il suo contributo alla traduzione

© 1996 A N N - M A R I E MACDONALD
Reprinted by permission of Alfred A. Knopf Canada,
a division of Random House of Canada Limited, Toronto, Canada
© 1999 A D E L P H I E D I Z I O N I S . P . A . M I L A N O

I edizione G L I A D E L P H I : maggio 2002


III edizione G L I A D E L P H I : febbraio 2007
WWW.ADELPHI.IT

ISBN 978-88-459-1702-8
INDICE

Fotografie mute 11

LIBRO 1 L'orto 15
LIBRO 2 Terra di Nessuno 147
LIBRO 3 Il ciabattino e i suoi folletti 195
LIBRO 4 La vecchia miniera francese 255
LIBRO 5 Diario di una ragazza perduta 301
LIBRO 6 La guida 331
LIBRO 7 La pallottola 441
LIBRO 8 Egira 483
LIBRO 9 L'albero genealogico 557
CHIEDI PERDONO

Dedicato con affetto e gratitudine


a Cheryl Daniels e Maureen White
«Perché non ti comporti sempre da brava ragazza, Kathy?»
«Perché non ti comporti sempre da uomo per bene, padre"?»
CIME TEMPESTOSE
FOTOGRAFIE MUTE

Ormai sono morti tutti.

Questa è una fotografia della città dove vivevano. New


Waterford. E una notte illuminata dalla luna. Immagina di
guardare dall'alto di un campanile le vivide sfumature di lu-
ce e ombra della fotografia. Un centro minerario a ridosso
di una scogliera che strapiomba su lembi di spiaggia roccio-
sa, dove il mare argenteo si frange e si rifrange, blandendo
la luna. Pochi alberi, erba rada. Il profilo di una torre di fer-
ro contro la lamina di peltro del cielo, cavi e puntelli incli-
nati a quarantacinque gradi. Binari che si allungano a pochi
passi dalla base di un imponente pendio di carbone lucci-
cante per dirigersi verso un arco dove scompaiono inghiot-
titi dalla terra. E dagli impianti e dai cumuli di carbone sbu-
cano i tetti appuntiti delle case dei minatori costruite, schie-
ra dopo schiera, dalla compagnia mineraria. Case della com-
pagnia. Città della compagnia.
Dai un'occhiata laggiù, alla via dove abitavano. Water
Street. Una strada di polvere compatta e sassi sparsi che, do-
po l'abitato, porta al grande cimitero a picco sull'oceano. Il
sospiro che senti è solo il mare.

Questa è una fotografia della casa com'era allora. Di le-


gno bianco, con una veranda coperta. E grande rispetto alle
case dei minatori. Nel salotto c'è un pianoforte, sul retro la
cucina dove è morta la mamma.

Questa è una sua fotografia il giorno che è morta. Le è


venuto un colpo mentre puliva il forno. Così, almeno, ave-
va detto il dottore. Certo, il viso non lo vedi per via del for-
no, ma che si era arrotolata le calze per le faccende lo ve-
di e, anche se la fotografia è in bianco e nero, il grembiu-
le è proprio nero, perché all'epoca era in lutto per Kath-
leen, e anche per Ambrose. Dalla foto non si capisce, ma
la mamma non parlava l'inglese molto bene. Mercedes
l'ha trovata così, metà dentro metà fuori dal forno, come
la strega di Hansel e Gretel. Cosa avrà avuto in mente di
cucinare quel giorno? Quando la mamma è morta, le uo-
va della dispensa si sono guastate tutte... dovevano per for-
za essere le uova, c'era una puzza di zolfo che si sentiva in
tutta Water Street.

Dunque questa è la casa al 191 di Water Street, New Wa-


terford, isola di Cape Breton, estremità orientale della Nuo-
va Scozia, Canada. E questa è la mamma il giorno della sua
morte, il 23 giugno 1919.

Questa è una fotografia di papà. Non è morto, sta dor-


mendo. La vedi la poltrona dov'è seduto? E la poltrona ver-
de chiaro con lo schienale alto. Ha i capelli intrecciati. Non
è un'usanza esotica. L'esotico era tutto dal lato della mam-
ma. Sono trecce che gli ha fatto Lily mentre dormiva.

Non ci sono fotografie di Ambrose, non si è fatto in tempo.


Questa è una fotografia della sua culla ancora calda.

L'Altra Lily è nel limbo. Ha vissuto solo tre giorni, è mor-


ta prima di poter essere battezzata ed è andata dritta dritta
nel limbo insieme a tutti gli altri bambini non battezzati e ai
pagani buoni. Non soffrono mica, se ne stanno lì senza fati-
ca e senza neanche saperlo. Si sa che Gesù qualche volta è
andato nel limbo a prelevare un pagano particolarmente
buono per portarselo in paradiso. Perciò c'è speranza. Altri-
menti... Ecco perché questa foto dell'Altra Lily è tutta bianca.
Non preoccuparti. Ambrose è stato battezzato.

Eccone una di Mercedes. Quel suo rosario di opale non


aveva prezzo. Un rosario di opale, ci pensi? Quando non lo
usava lo teneva sempre appuntato dentro al reggiseno, sul
cuore, sia per la protezione divina, sia in modo da avere
sempre l'occorrente per recitare una rapida posta quando
era mossa dallo spirito, cosa che succedeva spesso. Anche
se, come Mercedes amava sottolineare, quando senti il bi-
sogno di pregare e ti ritrovi senza rosario lo puoi recitare
con la prima cosa che ti capita a tiro. Lo puoi recitare con i
sassolini o le briciole di pane, per esempio. Ma Frances vo-
leva sapere: puoi dire il rosario con i mozziconi di sigaret-
ta? La risposta era sì, se hai il cuore puro. Con le cacche di
topo? Con le lentiggini di qualcuno? Con i puntini di una
foto di Harry Houdini sul giornale? Adesso basta, Frances.
Comunque, questa è una fotografia di Mercedes con in ma-
no il rosario di opale e un dito sulle labbra. Sta dicendo:
«Sssh».

E questa è Frances. Aspetta, però, lei non c'è ancora.


Questa è una foto in movimento. E stata scattata di notte,
dietro la casa, dove il torrente nero e luminoso scorre fra
gli argini stretti. Sull'altra sponda c'è l'orto. Immagina di
sentire il gorgoglio del torrente. Come una ragazza che sve-
la un segreto in una lingua quasi identica alla nostra. Quie-
te notturna, chiarore di mezzanotte. Tanto vale dirtelo:
una volta, un vicino ha visto in questo torrente la figura
straziata del figlio e, quand'è tornato a casa per cena, è ve-
nuto a sapere che era morto in un crollo alla Miniera nu-
mero 12.
Ma stanotte la superficie del torrente è come natura l'ha
fatta. Ed è sicuramente strano, ma non per questo sopranna-
turale, vedere la superficie incresparsi ed emergere dall'ac-
qua, fradicia e tremante, una ragazza in carne e ossa che
guarda dritto verso di noi. O verso qualcuno alle nostre spal-
le. Frances. Che ci fa in mezzo al torrente nel bel mezzo del-
la notte? E cosa stringe al petto con le braccia gracili? Un fa-
gotto scuro e bagnato. Non si è appena mosso? Che stai fa-
cendo, Frances?
Ma se anche rispondesse non sapremmo cosa dice, per-
ché è vero che questa è una foto in movimento, ma è anche
muta.
Le fotografìe di Kathleen sono andate tutte distrutte. Tut-
te tranne una, che è stata messa da parte.

Kathleen cantava così meravigliosamente che Dio l'ha vo-


luta in cielo a cantare per Lui nel Suo coro di angeli. E l'ha
portata via.
LIBRO 1
L'ORTO
IN CERCA DI FORTUNA

Tanto tempo fa, prima che tu nascessi, sull'isola di


Cape Breton viveva una famiglia di nome Piper. Il padre,
James Piper, riuscì a tenersi alla larga dalle miniere di car-
bone per gran parte della vita, questo perché sua madre era
vissuta nel terrore che, una volta cresciuto, prendesse la via
della cava. Gli aveva insegnato a leggere i classici, a suonare
il piano e ad aspettarsi qualcosa di meglio dalla vita, a di-
spetto di tutto. E James voleva la stessa cosa per i propri
figli.
La madre di James, figlia di un ricco costruttore navale,
veniva da Wreck Cove. Il padre era un calzolaio squattrinato
di Port Hood che si innamorò di lei prendendole le misure
dei piedi. Promise al padre della ragazza che non l'avrebbe
portata lontano. La sposò e la portò a Egypt, dove nacque
James. Egypt era un posto solitario, dall'altra parte dell'iso-
la, nella contea di Inverness, e James non ebbe mai un fra-
tello o una sorella con cui giocare. Il calzolaio barattò la sua
forma di ferro con una padella di latta, ma a Cape Breton di
corsa all'oro non si sentì parlare né allora né mai.
Il padre si arrabbiava quando James e la madre parlavano
gaelico, perché lui parlava solo inglese. Il gaelico era la lin-
gua madre di James. L'inglese gli appariva sempre secco e
brusco, come la luce del giorno dopo la pesca notturna, ma
sua madre si premurò che lo imparasse come un principi-
no, perché facevano parte dell'Impero Britannico e lui do-
veva farsi strada.
Una mattina, il giorno prima del suo quindicesimo com-
pleanno, James si svegliò con la consapevolezza di poter te-
nere testa al padre. Ma quando scese al piano di sotto, il pa-
dre se n'era andato e il pianoforte della madre era stato sman-
tellato pezzo per pezzo durante la notte. James impiegò sei
mesi a rimetterlo insieme. Ecco come diventò accordatore
di pianoforti.
A quindici anni James voleva soltanto darle a suo padre di
santa ragione almeno una volta. A quindici e mezzo voleva
soltanto sentire sua madre suonare il piano ancora una vol-
ta ma, prima che avesse finito di rimontarlo, lei morì dando
alla luce un bambino morto. James prese un plaid che aveva
tessuto lei stessa e i buoni libri che gli aveva insegnato a leg-
gere e li ficcò nella bisaccia del vecchio pony da miniera.
Rientrò in casa, si sedette al piano e si immerse nella Sonata
al chiaro di luna. Dopo quattro battute si interruppe, si alzò,
aggiustò il do diesis, tornò a sedersi e accennò l'avvio della
Barcarolle. Soddisfatto, si interruppe dopo cinque battute,
prese la bottiglia di acquavite dal cestino da cucito della ma-
dre, la versò sul piano e appiccò il fuoco.
Montò sul pony cieco e se ne andò da Egypt.

I parenti di Wreck Cove gli proposero di levigare barche.


James aspirava a ben altro. Intendeva arrivare a Sydney do-
ve, ne era sicuro, i pianoforti non mancavano.
Sydney era l'unica città sull'isola di Cape Breton, molte
miglia a sud di una strada che spesso scompariva dalla vista,
lungo un tratto di costa atiantica che non si risparmiava
quanto a baie e insenature, allungando il viaggio di giorni e
giorni. C'erano poche persone e quelle che incontrava ave-
vano sempre un piatto pronto per quel ragazzo dalla carna-
gione chiara e dall'aria pulita che sedeva dritto come un fu-
so e non chiedeva niente. « D a dove vieni, caro, chi è tuo pa-
dre?». Quasi tutti parlavano gaelico come sua madre, ma lui
rifiutava sempre l'offerta di un letto e perfino di un giaci-
glio di paglia: voleva che il prossimo tetto a riparo del suo
sonno fosse di sua proprietà. Il muschio è il conforto delle
pietre, e gli abeti, anziché serbare rancore a un suolo sotti-
le, contraccambiano protettivi con l'abbraccio decuplicato
dei loro rami la scarna terra che li ha generati. Perciò dor-
miva all'addiaccio, e non si sentiva solo, tante erano le cose
che aveva da pensare.
Seguendo l'oceano per buona parte del tragitto, James
scoprì che nulla è più congeniale alla lucidità del pensiero
di una limpida prospettiva marina. Dava respiro alla mente,
armonizzava lo spirito e depurava l'anima. Decise che a-
vrebbe sempre vissuto in vista del mare.
Non era mai stato in una città. Il freddo odore di roccia
del mare cedeva all'acre carbone bruciacchiato, e la foschia
grigia si andava screziando di arancione attorno a lui. Al-
zando lo sguardo vide nuvole infuocate levarsi a ondate dal-
le cataste della Compagnia canadese del Ferro e dell'Ac-
ciaio. Lasciavano nel cielo un velo ambrato che restava so-
speso, si addensava in archi color zafferano per poi gonfiar-
si, stendersi e sparire in un drappo cascante di finissima ce-
nere sul versante della città chiamato Whitney Pier.
Qui case di legno multicolore fiorivano tra le botteghe
dei maniscalchi e la caldaia della grande fabbrica, e qui
James si prese uno spavento, perché non aveva mai visto un
africano se non nei libri. Da un filo sventolavano lenzuola
pulite, e James condusse il pony sull'asfalto e attraversò un
ponte, poi si voltò a guardare l'edificio di mattoni anneriti
un miglio più in là sul lungomare e contemplò il nitore del-
l'acciaio nato nella fuliggine.
Intrecci di binari, una zaffata di catrame, a destra uno
schifoso stagno, e poi Pleasant Street, dove dei ragazzini
scalzi prendevano a calci un barattolo arrugginito. Seguì lo
stridio dei gabbiani fino al lungomare, dove le banchine del
porto di Sydney si aprivano a ventaglio su navi altissime pro-
venienti da tutto il mondo, scafi di ferro con una barba d'al-
ghe, riarsi dal sale, alcuni dal nome indecifrabile scritto in
svolazzanti caratteri pagani. Un uomo gli offrì lavoro come
scaricatore. «No, grazie, signore». Su una strada asfaltata,
rotaie nuove speculari ai cavi oscillanti lo condussero al cen-
tro della città, un vagone ferroviario elettrico sfavillava e
sferragliava alle sue spalle, il sole spuntava. Charlotte Street.
Estrose facciate di legno si ergevano su tre piani ai lati della
via, insegne arabescate decantavano un rimedio per ogni
cosa, le vetrine sbandieravano che non c'era nulla che non
si potesse comprare già confezionato, McVey, McCurdy,
Ross, Rhodes e Curry; Moore, McKenzie, MacLeod, Mah-
moud; MacEchan, Vitelli, Boutillier, O'Leary, MacGilvary,
Ferguson, Jacobson, Smith; MacDonald, McDonald, Mac-
donell. Più persone di quante ne avesse mai viste, vestite
meglio che di domenica, tutte dirette da qualche parte. Vi-
de i gelati. E, infine, la collina dove vivevano i ricchi.
Il pony si chinò a pascolare sul bordo del praticello ben
curato di qualcuno mentre James portava a termine le sue
considerazioni di viaggio. Avrebbe avuto abbastanza soldi
per comprarsi una grande casa, per i prodotti confezionati,
e per una moglie dalle mani morbide; per una famiglia che
gli avrebbe riempito la casa di bella musica e per il silenzio
dei buoni libri.
James aveva ragione. A Sydney c'erano un sacco di pia-
noforti.
L'OCCHIO SINISTRO

La prima volta che James vide Materia fu il 31 dicembre


1898, nella casa in collina del padre. James aveva diciotto
anni.
L'avevano chiamato per accordare il pianoforte a coda
dei Mahmoud in vista dei festeggiamenti. Non era la prima
volta che andava da loro: da un anno si occupava dello
Steinway, ma non aveva idea di chi lo suonasse tanto spesso e
con tanta foga da rendere necessari continui interventi.
Il pianoforte era al centro di un salone pieno di soffici di-
vani, poltrone con arabeschi dorati, tappeti sgargianti e ta-
volinetti con esili gambe e ripiani di marmo. Una sala pe-
rennemente parata a festa - perfino un po' pagana agli oc-
chi di James -, con quelle dorature agli specchi, le nappe ai
tendaggi e le voluttuose ottomane. Vassoi di noci e pasticci-
ni e statuette in porcellana dell'aristocrazia inglese ricopri-
vano ogni superficie, e alle pareti c'erano dei veri dipinti a
olio: uno, in bella mostra sopra il camino, raffigurava un ce-
dro del Libano in cima a un monte.
James veniva ricevuto alla porta della cucina da una don-
nina tonda e scura che all'inizio aveva scambiato per la ca-
meriera, mentre in realtà era la signora Mahmoud. Non lo
lasciava mai andar via senza avergli prima dato da mangiare.
L'inglese lo parlava poco, ma sorrideva molto e diceva:
«Mangia». In un primo momento James aveva temuto che
gli desse qualcosa di esotico e ributtante - montone crudo,
magari un occhio - e invece no: gustoso arrosto avvolto nel-
la sfoglia, un'insalata di tenera semola, pomodori e prezze-
molo con qualcosa che non aveva mai assaggiato: limone.
Impasti strani e squisiti, cose sott'aceto, cose racchiuse in al-
tre cose, cannella...
Un giorno, al suo arrivo, aveva trovato la signora Mah-
moud che chiacchierava in gaelico con un venditore ambu-
lante. James fu sorpreso e felice di trovare qualcuno con cui
parlare la propria lingua madre, visto che a Sydney non co-
nosceva quasi nessuno e comunque quelli che parlavano
gaelico per lo più vivevano in campagna. Sedettero al tavolo
di cucina e la signora Mahmoud gli raccontò dei loro primi
tempi in quel paese, quando lei e il marito giravano tutta l'i-
sola a piedi con un asino e due valigie vendendo stoffe. Per
questo aveva imparato il gaelico e non l'inglese. Si erano fat-
ti molti amici: la gente di campagna di solito ama le visite, e
gli acquisti sono in fondo solo un pretesto per fare il tè.
Spesso i due portavano messaggi da una famiglia all'altra at-
traverso le contee, solo le buone notizie però, insisteva la si-
gnora Mahmoud. E lo stesso faceva leggendo i fondi nella
tazza: «Vedo solo le cose buone». Così, quando scrutò le fo-
glie di tè sul fondo della tazza di James, lui non fu spaventa-
to né scettico ma si lasciò irretire con fede involontaria - e la
fede altro non è - quando gli disse: «Vedo una grande casa.
Una famiglia. C'è tanto amore. Sento della musica... Una ra-
gazza bellissima. Sento tante risate... Acqua».
Coi risparmi accumulati, i Mahmoud avevano avviato a
Sydney una fiorente attività. Il signor Mahmoud aveva com-
prato alla moglie quella splendida casa e le aveva detto di
smettere di lavorare e di godersi i figli. Figli che James non
aveva mai visto. I bambini erano tutti a scuola e i ragazzi più
grandi a bottega col padre. La signora Mahmoud sentiva la
mancanza degli amici gaelici conosciuti in campagna e non
vedeva l'ora di avere dei nipoti. Della sua patria non parlava
mai.

Il 31 dicembre la signora Mahmoud accolse James into-


nando Bliadhna Mhalh Ūr ma, invece di accompagnarlo nel
salone, rimase in cucina per seguire la ragazza irlandese in-
gaggiata per l'occasione, che aveva molto da imparare.
James si avviò da solo, ormai si sentiva a proprio agio nella
casa; si levò la giacca e si mise al lavoro.
Aveva già tolto alcuni tasti d'avorio ed era chino sotto il
coperchio, dietro il sorriso sdentato del pianoforte, così non
vide sopraggiungere Materia.
Ma lei lo aveva visto. Lo aveva spiato dalla finestra della
camera di sopra quando lui aveva bussato alla porta della
cucina con la sua brava cassetta degli attrezzi: un ragazzo
biondo pettinato con estrema cura. L'aveva sbirciato attra-
verso la ringhiera di mogano intagliato a viticci una volta
nell'ingresso, dove lui aveva appeso il soprabito nel riposti-
glio sotto le scale: quegli occhi così azzurri, quella pelle così
chiara. Impettito e impeccabile: colletto, cravatta e gemelli.
Una statuetta di porcellana. Pensa, toccargli i capelli. Pensa
se arrossisce. L'aveva guardato attraversare il corridoio e
scomparire sotto il grande arco del salone. L'aveva seguito.
Si fermò sotto l'arco, il peso su una sola gamba, a studiar-
lo un momento. E se gli tirassi le bretelle? Sorrise fra sé,
sgattaiolò fino al piano e picchiò sul do diesis. James balzò
all'indietro con un grido: lì per lì Materia temette di aver
esagerato, ecco, si è fatto male, ora andrà su tutte le furie, e
si morse il labbro. Lui si premette la mano su un occhio e
squadrò la colpevole con l'altro.
Gli occhi più scuri che avesse mai visto, in un bagno di luce.
Riccioli nero carbone che sfuggivano a due lunghe trec-
ce. Pelle estiva, il colore della sabbia accarezzata dalla ma-
rea. Magra nel grembiule verde e blu della Holy Angels.
Mentre l'occhio destro piangeva, il sinistro esultava. Le lab-
bra si schiusero in silenzio. Voleva dire: «Ti conosco», ma la
cosa non trovava conferma nella sua vita passata, così si li-
mitò a fissarla, infiammato e non sorpreso.
Lei sorrise e disse: «Io sposerò un dentista».
Aveva un accento che non avrebbe mai perso. Consonanti
addolcite, una « r » appena appena liquida, la tendenza ad
avvolgere le parole non con le labbra ma già nella gola. Il
suo contributo alla lingua inglese era musica allo stato puro.
« Io non sono un dentista » disse lui, imporporandosi fino
alle orecchie.
Materia sorrise, e guardò i tasti del piano sparsi ai suoi
piedi.

Aveva quasi tredici anni.

Se avesse picchiato sul mi bemolle, probabilmente le cose


avrebbero preso un altro verso, ma aveva picchiato sul do
diesis, e nessuno dei due aveva motivo di presagire sventure.
Si diedero un appuntamento. Lui voleva chiedere il consen-
so della madre, ma lei disse: «Non preoccuparti». Così la
aspettò tremante sui gradini del liceo, finché non la vide
uscire dal portone principale della scuola cattolica Holy An-
gels, sul lato opposto della strada. Le altre ragazze si riversa-
vano sui gradini in gruppetti chiassosi o a coppie appartate,
ma lei era sola. Appena lo vide si mise a correre. Gli corse
dritto fra le braccia e lui la sollevò, facendola girare come
una bambina, ridendo, e poi si abbracciarono. Lui temeva
che il cuore l'avrebbe ucciso, ignaro com'era della sua tenu-
ta. Con le labbra le sfiorò le guance, i capelli avevano un
profumo dolce e strano: un maleficio gli scivolò via di dosso.
La foschia salmastra che si levava dal porto di Sydney gli si
cristallizzò sulla peluria sopra le labbra, posandosi sulle ci-
glia; era Aladino in un frutteto grondante diamanti.
Lei disse: «Io ho cinque centesimi, e voi, signore?».
« Io ho settantotto dollari e quattro centesimi in banca, e
un dollaro in tasca, ma un giorno sarò ricco».
«Allora datemi il dollaro, Rockefeller».
Così fece, e lei lo portò al negozio di Wheeler in Charlot-
te Street, dove si fecero fotografare davanti al pannello di
un arco romano con un vaso di felci finte. James non sapeva
ancora nulla delle origini di Materia, ma sentì che quella fo-
tografia li aveva uniti per sempre.
Proseguirono fino alla Crown Bakery, dove divisero una
cassata napoletana e intrecciarono le loro iniziali sulla vetri-
na. Lui disse: «Ti amo, Materia».
Lei rise e disse: «Dillo di nuovo».
«Ti amo».
«No, il mio nome».
«Materia».
Lei rise e lui disse: «Non l'ho detto bene?».
«Sì, è carino, mi piace come lo dici».
«Materia».
E lei rise e disse: «James».
«Dillo ancora».
«James».
Sentendola pronunciare il proprio nome con quel delica-
to fruscio, avvertì per la prima volta un desiderio inequivo-
cabilmente fisico... e arrossì, convinto che chiunque potesse
accorgersene. Materia gli sfiorò i capelli, e lui disse: «Vuoi
tornare a casa?».
«No. Voglio stare con te».
Si erano incamminati sul Molo Vecchio che si dipartiva
dal lungomare, a guardare le navi provenienti da tutto il
mondo. Lui indicò col dito: « Quella è la Red Cross Line. Un
giorno ci salirò sopra e me ne andrò».
«Dove?».
«A New York».
«Posso venire con te?».
«Certo».
Lei era stata davvero promessa in sposa a un dentista
quando aveva quattro anni. Il dentista era ancora nella Pa-
tria Lontana ma, quando lei avesse compiuto i sedici anni,
sarebbe venuto a sposarla.
«E un'usanza barbara» disse James.
« U n po' antiquata, no?».
«Ma lui ti piace?».
«Non l'ho mai visto».
«E una cosa talmente... arretrata, è da selvaggi».
«E l'usanza».
«E com'è?».
«E vecchio».
«Oh, mio Dio! ».
Avevano risalito il Molo Vecchio mano nella mano. Alla
loro destra calava tiepido il sole, mentre a sinistra gli altifor-
ni della Compagnia canadese del Ferro e dell'Acciaio erom-
pevano in una nuova giornata di lavoro. Cominciò a cadere
una leggera neve arancione.

Ma Sydney è piccola. A quel punto erano in molti ad aver-


li visti assieme, e la cosa era giunta all'orecchio della signo-
ra Mahmoud, che l'aveva tenuta nascosta al marito. A Mate-
ria fu proibito di avvicinarsi all'accordatore di pianoforti.
Le fecero il terzo grado. «Ti ha toccato? Ne sei sicura?». Le
suore furono messe in allarme. Non la lasciavano mai sola, e
la notte la madre la chiudeva a chiave nella sua stanza.
Materia aveva sei anni quando erano attraccati nel porto
di Sydney e il padre aveva detto: « Guardate, questo è il Nuo-
vo Mondo. Qui tutto è possibile ». Era troppo piccola per ca-
pire che parlava ai suoi fratelli. La notte del suo tredicesimo
compleanno, Materia si calò giù dalla finestra e lasciò la Pa-
tria Lontana per sempre.
A me dal Libano sposa, a me dal Libano vieni. 17 febbraio
1899, notte senza luna, io son la rosa di Saron, il giglio delle val-
li. Partirono prima dell'alba su un cavallo preso a nolo, e si
sposarono quel giorno stesso ad Irish Cove, con una ceri-
monia protestante tenuta da un cappellano ex marinaio
che, in cambio di un quartino, non fece domande. Favi co-
lanti le tue labbra oh sposa, miele e latte nella tua bocca. Raggiun-
sero con le racchette da neve un capanno di caccia sul lago
Great Bras d'Or, che in autunno veniva usato da ricchi ame-
ricani, mi stravolgi la mente, sorella mia e sposa. Era tutto spran-
gato con delle assi, ma James si mise al lavoro — mi stravolgi
la mente con uno sguardo solo — schiodando le tavole dalle fine-
stre, restituendo loro la vista. Una volta dentro, non le per-
mise di aprire gli occhi prima di aver spazzato, acceso il fuo-
co e apparecchiato la tavola. Aveva pensato a tutto: c'erano
sciroppo di rosa, lenzuola di lino nuove, e il plaid che la ma-
dre aveva conservato in naftalina nella cassa del corredo, co-
me un Libano di aromi delle tue vesti l'odore. Le cantò una nin-
nananna gaelica che lo fece piangere perché, sempre che
fosse possibile, le voleva più bene nella lingua madre, Tu sei
l'Oasi Sprangata, sorella mia e sposa, la Sorgente Turata, la Fonte
Sigillata. La baciò con estrema delicatezza, non voleva spa-
ventarla; aveva ordinato per posta Quello che ogni marito deve
sapere, ma decise che all'occorrenza non l'avrebbe mai toc-
cata in quel modo, sarebbe morto piuttosto che spaventare
o far del male... lei allungò la mano per accarezzargli la nu-
ca: «Habibi,» gli sussurrò «BeHebak». Con le mie mani ho aperto
al mio amore.
Il secondo giorno Materia disse: «Restiamo qui per sem-
pre, se ci muoveremo sarà solo per andare a New York».
E lui: «Non vuoi una bella casa grande e dei bellissimi
bambini e che i tuoi genitori dicano: "Be', avevi ragione tu,
signora Piper"?».
« N o » , e rotolò sopra di lui, i gomiti ai lati del viso. «Vo-
glio restare qui per tanto, tantissimo tempo, » inarcò la pan-
cia contro quella di lui «per sempre, sempre...», mi abbeveri
di baci la tua bocca «Per sempre...» aveva sospirato lui.

Quando, il terzo giorno, James uscì dal bosco per fare


provviste, fu afferrato da due omaccioni e portato su un car-
retto a Sydney e poi nel retro dell'emporio di stoffe del si-
gnor Mahmoud, a Pitt Street. Mahmoud sedeva su una
sdraio, un uomo alto e sottile con le guance coriacee e i ca-
pelli neri e mossi.
«Signore...» disse James.
Mahmoud aveva bruni occhi screziati. James vi cercò Ma-
teria. «Signore...» disse James.
A un cenno del dito di Mahmoud, i due tolsero a James
scarpe e calze... James notò con un certo disgusto che ave-
vano bisogno entrambi di una bella sbarbata.
«... dov'è mia moglie?».
Mahmoud prese una cinghia di cuoio e gli frustò la pian-
ta dei piedi, che rimasero gonfi per giorni e giorni, sbuc-
ciandosi e crepandosi come carta velina bagnata.
Lo misero al ricovero giovanile dell'associazione cattoli-
ca e gli portarono da mangiare. Quando riuscì a cammina-
re di nuovo con l'aiuto di un bastone, i due lo scortarono
alla chiesa cattolica del Sacro Cuore. «Toglietemi le mani
di dosso » disse James, anche se non aveva sentito dire una
parola in inglese a nessuno dei due. «Luridi bastardi» ag-
giunse.
Materia lo aspettava'da sola all'altare, velata di nero. Non
lo guardò. Le avevano tagliato i capelli. Si scambiarono di
nuovo il giuramento, questa volta davanti a un sacerdote
cattolico. Era la prima volta che James metteva piede in una
chiesa cattolica. Puzza come un casino, pensò, anche se non
aveva mai messo piede neanche lì.
Alla signora Mahmoud, in fondo alla chiesa, si spezzò il
cuore: come faceva quel ragazzo pallido, senza una famiglia
e senza una vera religione, a sapere come si tratta una mo-
glie? E terribile per una madre sapere che la propria figlia
non conoscerà la felicità che lei ha conosciuto. Ma più che
altro, più che dolore, fu un'ondata di gelo. Perché aveva vi-
sto qualcosa nella tazza di James.

Mahmoud non aveva picchiato la figlia, e considerava


una sua debolezza non essere mai stato capace di alzare un
dito su nessuna delle figlie: ecco la radice del problema. Il
giorno dopo quell'orribile matrimonio, diede ordine alla
moglie di cancellare ogni traccia di Materia in casa. Andò al
negozio e si rinchiuse nella stanza sul retro, mentre la mo-
glie bruciava, tagliuzzava e impacchettava il ricordo della
figlia. La sorellina preferita di Materia, la graziosa Camille,
pianse per giorni. Lei e Materia sognavano di sposare due
bei fratelli: avrebbero vissuto fianco a fianco in una grande
casa bianca, e i loro figli sarebbero cresciuti insieme; ogni
sera Materia avrebbe spazzolato i magnifici capelli neri e li-
sci di Camille e loro avrebbero diviso la stanza, come sem-
pre. Camille scrisse a Materia una lettera con una scrittura
grande e ordinata e tanti cuori in fondo, ma il padre la
trovò e la bruciò. Disse a Camille di seguirlo in cantina e la
picchiò.

Non era tanto che l'accordatore di pianoforti fosse un


enklese, e nemmeno che non fosse né cattolico né facoltoso.
Il fatto è che era arrivato come un ladro nella notte e aveva
rubato la proprietà di un altro. «E mia figlia ha acconsenti-
to». Nella Patria Lontana c'era una parola per tutto questo:
'ayb. Non aveva una traduzione, in questo paese la gente
non poteva capire la profondità della vergogna, di questo
Mahmoud era sicuro. Impossibile riprendersela, Materia
era rovinata.
Ma Dio è misericordioso, e Mahmoud anche. In cambio
della vita, aveva concesso a James di convertirsi al cattolice-
simo. E aveva anche dato disposizioni che venisse costruita
una grande casa per gli sposi a nove miglia dalla costa, nei
pressi di Low Point. Così non avrebbe dovuto scacciarli
quando, di lì a un anno, sarebbero andati da lui a piangere
miseria. Una cosa del genere avrebbe ucciso la sua povera
consorte.

Quanto a quel cane dai capelli gialli che mi ha rubato la


figlia: possa marcire. Possa svegliarsi trovando tutto quanto
ha in bocca sparso sul cuscino, e possa Dio distruggere la
sua dimora... be', magari la dimora no.

Quanto a mia figlia: che Dio maledica il suo ventre.

La notte dopo l'orribile matrimonio di Materia, la signo-


ra Mahmoud aprì il cofanetto per le gioie in palissandro. La
piccola ballerina scattò in piedi e cominciò a ruotare sul rit-
mo dell'Anniversary Waltz. La signora Mahmoud sollevò il
velluto rosso che rivestiva il fondo e vi sistemò la lunga trec-
cia nera della figlia, schiacciandola bene. La coprì col vellu-
to e vi ripose le belle cose regalatele dal marito nel corso de-
gli anni: rubini, diamanti, pietre di luna e perle... Poi si
infilò nel grande armadio di quercia, dove lui non l'avrebbe
sentita, e sfogò il suo dolore.

Materia non rivide più la sua famiglia. Il padre lo proibì.


Le sorelle più piccole venivano prelevate all'uscita di scuola
e scortate a casa, finché non si sposarono. Ai fratelli più
grandi era stato proibito di uccidere quel bastardo inglese,
ma era sempre meglio per lui che si tenesse alla larga. Per
loro, da quel giorno, Materia era morta.
Un mese dopo, James e Materia si trasferirono nella loro
grande casa bianca di legno a due piani, con una soffitta.
Ma il fatto che fosse nuova non significa che non fosse infe-
stata dai fantasmi.
LOW POINT

La cosa che a James dava più fastìdio era quella scioc-


chezza dell' enklese. Non era inglese, lui, non aveva una goc-
cia di sangue inglese, era scozzese e irlandese, come il no-
vanta per cento degli abitanti di quell'isola abbandonata da
Dio, o semmai canadese. Quegli sporchi negri siriani.
« Libanesi » diceva Materia.
«Che differenza fa, tu stai meglio senza di loro».
A Low Point non c'era né una città né un paese. Una vol-
ta c'erano delle piccole miniere attorno, alcune risalenti ai
primi tempi dei francesi, ma ormai erano tutte chiuse, an-
che se, a Low Point, ovunque gratti trovi il carbone. L'abi-
tante più vicino era un ebreo che allevava bestiame kosher,
e James manteneva le distanze. Dio sa che razza di riti fanno
con galline e pecore...
Dietro la casa scorreva un torrente che sfociava nell'ocea-
no mezzo miglio più in là. L'Atlantico era visibile da ogni
punto, e questo fu determinante sia per James sia per Mate-
ria.
Seguendo il torrente, si camminava tra fili d'erba lunghi
e chiari riversi sull'acqua e, attenti a non inciampare nei sas-
si assopiti che spuntavano qua e là, si superava qualche bas-
so sempreverde, dall'odore pungente, perle di linfa zuppe
di pioggia. Alla vista del fungo scarlatto ci si arrestava stupì-
ti, o ci si chinava a sentire la purezza della corrente, dando
refrigerio agli occhi sopra il baluginio dei ciottoli maculati
di metallo sul fondale. Per poi arrivare, con le scarpe ba-
gnate e i capelli stillanti, a una strada sterrata che a sinistra
si snoda per quattordici chilometri fino a Sydney, e a destra
prosegue fino a Giace Bay. Qualcuno la chiamava Old Lin-
gan Road, altri Victoria o Old Low Point Road, ma col tem-
po è diventata semplicemente la Litoranea.
Se la attraversi, dopo pochi passi sei sul ciglio della sco-
gliera. Giù in fondo c'è l'acqua frastagliata. Non fa che cian-
gottare avanti e indietro sulla ghiaia tutto il giorno, a meno
che non sia brutto tempo. In lontananza è color malva, co-
me un paio di gelide labbra; da vicino è verde rame, grigio
fucile e, incurante del freddo, induce a una danza dei sette
veli le alghe, incatenate alle rocce per i capelli. In cima alla
scogliera, perfino in una rigida giornata d'inverno puoi se-
derti con le gambe penzoloni e farti lenire dal vento salma-
stro. E se fossi come Materia, rimarresti lì a guardare e ri-
guardare finché quella parvenza di sole non è sprofondata.
E ti metteresti a cantare. Magari non in arabo.
Col tempo, Materia aveva tracciato un percorso che anda-
va dalla casa bianca a due piani, lungo il torrente, attraverso
la Litoranea, fino alla scogliera.
All'inizio non avevano molti mobili. James aveva compra-
to all'asta un vecchio pianoforte verticale, e i primi tempi
Materia suonava e cantavano insieme da cima a fondo il re-
centissimo Musica per pianoforte. Certe volte lei gli faceva po-
sto sulla panca e insisteva perché suonasse, e lui accennava,
con entusiasmo, le prime note di qualche brano romantico,
ma subito si interrompeva, proprio come quando accordava
i pianoforti. Materia rideva e lo pregava di suonare un pez-
zo intero, ma lui rispondeva: « Non sono un musicista, teso-
ro, preferisco ascoltare te».
Col legno di cedro le costruì la cassa del corredo. Si aspet-
tava che imparasse a cucire e a lavorare a maglia - la madre
di James aveva follato da sola la lana, filato, tessuto, cucito,
intonando un canto diverso per ciascuna operazione, tanto
che lui, ancora piccolissimo, aveva finito per prendere la
stoffa scozzese e il tweed per delle notazioni musicali. Ma la
cassa del corredo rimaneva vuota. Per non farglielo pesare,
James la mise in soffitta, anch'essa peraltro vuota.
Non era granché come cuoco, ma sapeva fare il porridge
e arrostire la carne. Materia era giovane, e col tempo avreb-
be imparato. Nei fine settimana James accordava pianoforti
spingendosi fino a Mainadieu. Durante la settimana andava
a Sydney in bicicletta, dove la mattina spazzava il pavimento
degli uffici del « Sydney Post Newspaper » e il pomeriggio la-
vorava come commesso ai Magazzini McCurdy. Poi faceva la
spesa, pedalava fino a casa, cucinava e faceva le pulizie. Poi
preparava colletto e polsini per il giorno successivo. Poi sali-
va su per le scale e prendeva la sua amata fra le braccia.
Un giorno di primavera le chiese: « Che cosa fai tutto il
giorno, tesoro?».
«Passeggiate».
«E poi?».
«Suono il pianoforte».
«Perché non pianti un orticello, vuoi che ti porti qualche
gallina?».
• « Andiamo a New York ».
«Adesso non è possibile».
«Perché?».
«Abbiamo una casa, non voglio mica scappare via».
«Io sì».
James non voleva fuggire una seconda volta. Voleva resta-
re dov'era e fargliela vedere al suocero. Intendeva ripagar-
gli la casa. Cominciò a seguire tutte le sere i corsi per corri-
spondenza della Saint Francis Xavier University: arti libera-
li. Così avrebbe potuto studiare legge, e avere tutte le strade
aperte. Aveva gli adorati libri di sua madre, la sua Bibbia, il
suo Shakespeare, il Viaggio del Pellegrino e Sir Walter Scott,
ma sapeva di avere tante lacune da colmare se voleva diven-
tare un uomo colto. Un vero signore. I libri non erano una
spesa, erano un investimento. Dopo aver visto una pubbli-
cità sullo «Halifax Chronicle», ordinò dei classici in Inghil-
terra.
Anche se lavorava al «Sydney Post», leggeva lo «Halifax
Chronicle » per farsi un'idea del mondo al di fuori dell'isola:
il mondo reale. Per gli imbrattacarte del «Post» era soltanto
uno spazzino e, secondo quei viscidi filistei dei Magazzini,
era una fortuna avere un lavoro come si deve per uno senza
famiglia e senza santi in paradiso. Gliel'avrebbe fatta vedere
anche a loro, per quanto non ne valesse la pena, dati i tipi.
Una sera, quella primavera, schiodò il coperchio dell'im-
ballo e vi trovò un tesoro inestimabile: un libro più bello
dell'altro, Dickens, Platone, The Oxford Book ofEnglish Verse...
si soffermò su quest'ultimo, soppesandolo nella mano; ba-
sterebbe leggerlo da cima a fondo, pensò, per avere tutte le
strade aperte, sostenere una conversazione con la Regina.
L'isola del tesoro, I migliori saggi del mondo, L'origine della specie.
Li contò: nella cassa ce n'erano dodici, il che significava che
ora possedeva sedici libri. Ma ti rendi conto, pensava James,
tutto quel sapere adesso è qui, nella mia casa, sul pavimento
del mio salotto. Si sedette a gambe incrociate a contempla-
re quelle ricchezze. Quale aprirò per primo? Il bordo dora-
to delle pagine e le copertine cremisi con le incisioni d'oro
lo incalzavano.
Andò a rovistare in cucina e tornò con un paio di forbici.
Scelse un volume e aprì la copertina; il dorso scricchiolò,
spargendogli delle piccole scaglie in grembo... non impor-
ta, quello che conta sono le parole dentro. Prese la lama sot-
tile delle forbici e cominciò a tagliare meticolosamente le
prime pagine. Chiamò Materia, che era in casa, anche se
non la vedeva da un paio d'ore. « Materia » chiamò di nuovo
tagliando l'ultima pagina. Quando la vide apparire le disse:
«Dov'eri, tesoro?».
«In soffitta».
«Oh. E che ci facevi lassù?».
«Niente».
Lasciò perdere, magari se ne stava lassù a cucire di nasco-
sto qualcosa per il corredo, con l'intenzione di fargli una
sorpresa. A quel pensiero sorrise teneramente e disse: «Co-
me sei carina».
« Grazie, James ».
Aveva le trecce appena fatte e raccolte sul capo, e indos-
sava un abito a roselline con le maniche a sbuffo, nastrini in
tinta e crinolina.
«Guarda, tesoro,» le disse «qui c'è un libro che ti pia-
cerà».
«Perché non usciamo?».
«Per andar dove?».
«In città. A ballare ».
« Ma amore mio, qui ce la possiamo spassare gratis, e ve-
drai, sarà molto più divertente».
Le rivolse un caldo sorriso e la attirò accanto a sé sul diva-
no di crine. La cinse con un braccio e aprì il bel volume a
pagina uno. Lesse ad alta voce: «"Libro Primo. Di forme tra-
sformate in corpi strani intendo di trattare..."», assaporan-
do le parole e il caldo peso della moglie accoccolata accan-
to. «"Poi fiorì l'Età dell'Oro..."».
Leggeva, ed era calata la sera. «"Gli uomini non conosce-
vano ancora paesi diversi dal loro. Non c'erano ancora città
cinte di mura e fossati profondi..."». Leggeva, e nel focolare
le braci si freddavano volgendo al grigio. Allungandosi ver-
so la lampada per alzare lo stoppino, disse alla moglie: «Non
è molto meglio che stare in mezzo a degli sconosciuti?». E
girandosi verso di lei per averne conferma, vide che era
sprofondata nel sonno. La baciò sulla testa e tornò al libro:
«"Di Ferro è l'ultima, in niente buono o duttile..."».
• Continuò ad alta voce perché così leggevano lui e sua ma-
dre e quel pensiero rese la felicità di James assoluta, fino a
notte inoltrata: «"... Non si fermarono al grano e agli altri
frutti della terra, da consumare e conservare, ma andarono
avanti a scavare. E ad armeggiare insaziabili nelle viscere
della terra, in cerca di ricchezze che giacevano celate in luo-
ghi remoti prossimi all'inferno..."».

In piena estate Materia era incinta di tre mesi e non face-


va che piangere. James non si capacitava: le donne non do-
vrebbero essere felici per una cosa del genere? Cercò di es-
sere ancora più gentile. Le portava i dolci dalla città. Cerca-
va di farla leggere, così avrebbero avuto qualche argomento
di conversazione.
All'inizio fu sorpreso, poi costernato dalla sua indifferen-
za ai libri. Per farla appassionare alla lettura le assegnava un
capitolo al giorno di Grandi speranze e la interrogava a cena,
ma Materia era una pessima studentessa, e lui si rassegnò.
Non sapeva più cosa inventare per crearle dei diversivi adat-
ti, visto che ormai aveva smesso di sperare che si dedicasse ai
lavori di casa. Ma non c'era niente da fare e cercò di non es-
sere troppo severo con lei: era giovane, tutto qui.
Ma anche la sua pazienza aveva un limite.
«Materia, non puoi passare la giornata a vagare sulla
spiaggia e a strimpellare il piano», perché ultimamente ave-
va cominciato a suonare tutto quello che le passava per la te-
sta, cose senza capo né coda: mischiava frammenti di brani
diversi in modo bizzarro, suonava un inno a tutta velocità,
faceva di Pop Goes the Weasel un requiem in si minore, il tutto
calcando la mano come un mestierante da bettole. James lo
trovava inquietante, per non dire malsano. Inoltre quel fra-
casso gli impediva di studiare.
«Mi dispiace,James».
«Perché non suoni qualcosa di bello?».
Al che lei attaccò The Maple Leaf Rag e lui per la prima vol-
ta la sgridò. Lei rise, contenta di averlo indispettito. Da quel
momento decise di ignorarla. Cosa che la fece piangere - di
nuovo -, ma ormai James aveva capito i suoi trucchetti: vo-
leva solo attirare l'attenzione.

Per la festa dei lavoratori declinò un invito a un giro in


barca e un picnic con tutti i dipendenti di McCurdy. Si disse
che non aveva nessuna voglia di socializzare con signorini
preconfezionati, era già tanto che ci lavorasse gomito a go-
mito; il lusso fasullo della mondanità, anche una volta sol-
tanto, avrebbe potuto fuorviarlo. Ma in fondo tremava all'i-
dea di mostrare Materia a chicchessia. Era un sollievo che
vivessero in un posto sperduto. Non è che non l'amasse più,
anzi. Era solo che, negli ultimi tempi, gli era passato per la
mente che gli altri potessero vedere in lei qualcosa di stra-
no. Pensare che avesse sposato una bambina.

A settembre era gonfia e giallognola. James cominciò a


dormire su una branda vicino alla stufa della cucina. « E per
il tuo bene, tesoro. Ho paura di rotolarti sopra e schiacciare
il bambino».

Barn, barn, barn sui tasti del piano nel cuore della notte.
Niente più spiritosaggini, per quanto puerili, niente can-
zoncine maliziose, solo dissonanze. Bizze. E va bene, lascia-
mola sfogare. Pian, plin, plon fino a tarda notte. La mattina,
James si alzava dalla branda come se avesse dormito benissi-
mo, si impacchettava il pranzo, le dava un buffetto sulla te-
sta e pedalava al lavoro su cerchioni d'acciaio.

Per Halloween era grossa come una casa. Una sera, rien-
trando, James la trovò seduta al tavolo di cucina davanti a
una scodella di impasto per biscotti alla melassa, almeno co-
sì sembrava, visti gli ingredienti allineati sul tavolo. AJames
si scaldò il cuore. Il suo primo tentativo di cucinare. Le die-
de perfino un bacio per dimostrarle quant'era contento,
ma quando fece per affondare il dito nell'impasto scoprì
che la scodella era stata leccata da cima a fondo.
«Per l'amor del cielo, ma che hai fatto?».
Lei se ne stava lì con lo sguardo fìsso, nauseante.
«Rispondi».
Se ne stava lì seduta come una palla di lardo.
«Cos'hai che non va? Non usi il cervello? Non hai niente
da dire per giustificarti?».
Lo sguardo spento, la faccia flaccida. James afferrò la sco-
della.
«O sei soltanto una massa di impasto?».
Nessuna risposta.
«Rispondimi! ».
Le scagliò ai piedi la scodella, che andò in frantumi. Ma-
teria corse fuori a vomitare. James vedeva la sua enorme sa-
goma piegata sui gradini dietro casa. Ormai avrebbe dovuto
capire come evitarlo, anche un animale saprebbe regolarsi.
Be', se ne può restare là fuori finché non ho pulito questo
macello.
James spazzò il pavimento, lo sfregò anche. Quella sera
sbrigò un sacco di faccende, ed ebbe anche modo di ripu-
lirsi le idee. Chiuse il pianoforte e si mise in tasca la chiave.
Dopodiché disse: «Da oggi non cucino e non pulisco più.
Rimboccati le maniche, moglie, perché Dio sa se io mi rim-
bocco le mie».
Sembrava così triste e avvilita. James sentì una fitta di
pietà. Tutte le donne diventavano così brutte?
«Mi dispiace, J a m e s » disse Materia, e si mise a piangere.
Se non altro era meglio di quello strano sguardo fisso che
aveva sempre ultimamente. James si lasciò abbracciare, sa-
peva che l'avrebbe calmata. Non voleva essere cattivo. Spe-
rava che il bambino fosse biondo.
Materia salì in soffitta. Si mise in ginocchio, aprì la cassa
del corredo e respirò profondamente. James pensava che
Materia non avesse riempito la cassa perché non aveva nien-
te da metterci. Invece la teneva vuota di proposito, perché
niente interferisse fra lei e il magico sentore che la riporta-
va indietro nel tempo. Il cedro. Infilò la testa nella cassa
vuota e lasciò che quell'alito lieve la sollevasse, portandola
via... terra cotta e uliveti irrigati; il velo increspato del Medi-
terraneo, la fattoria di seta del nonno; l'oscuro elisir della
propria lingua, le mani della madre sporche di prezzemolo
e cannella, le mani della madre che le accarezzavano la
fronte, le intrecciavano i capelli... le mani della madre. L'o-
dore della cassa del corredo. I cedri del Libano. Smise di
piangere e si addormentò.
LA SIGNORA EBREA

La signora Luvovitz aveva visto la donna incinta seduta


sull'orlo della scogliera. Come un'entità che mette in guar-
dia le navi, o le adesca. Da quelle parti la gente credeva agli
spiriti maligni delle acque. L'immaginario della signora Lu-
vovitz ne era stato contaminato. Cosa ti puoi aspettare, con
tutti quei cattolici? Vedevano presagi dappertutto. Dov'era
nata lei, li chiamavano golem.
Magari quella donna ha qualcosa che non va, pensava la
signora Luvovitz, magari è ritardata. Quando era passata
dalla Litoranea per andare a Sydney col suo carico di uova,
qualche giorno prima, aveva sentito la donna cantare paro-
le prive di senso. Sarà stata una povera minorata che veniva
dalle colline, dal nord. Quelli non fanno che sposarsi fra cu-
gini. Ma finora non aveva mai visto la donna in faccia, per-
ché portava sempre un foulard scozzese chiuso come un pa-
raocchi.
La signora Luvovitz aveva chiesto al marito, Benny, se ave-
va visto la donna incinta, ma lui aveva risposto di no.
«Luvovitz, non puoi non averla vista».
«Eppure è così».
«Ma se è lì tutti i santi giorni ».
«Magari è un fantasma».
«Ma dai, Ben ».
La signora Luvovitz aveva deciso che la volta successiva le
avrebbe parlato, perché cominciava a sospettare di essere
diventata troppo celtica. Voleva assicurarsi che la donna fos-
se umana e non un segno. E se era un segno, bisognava ap-
purare alcune cose: « Quando la vedo di solito? Di mattina o
di sera?». Un auspicio visto di mattina significava che la
morte era ancora lontana. Visto di sera, significava stare al-
l'erta. Un bambino significava la molte di un innocente.
Quel giorno, la signora Luvovitz stava percorrendo la Li-
toranea di ritorno da Sydney, come al solito, dopo aver ven-
duto tutte le uova. - «Una dozzina di uova ebraiche, per
piacere». Tra lei e Benny, che consegnava la carne con il
suo furgone frigorifero, non avevano un attimo di respiro.
« Salve » disse la signora Luvovitz, fermando il cavallo.
Il foulard colorato svolazzava nella brezza marina; era
una bella giornata, ma forse non significava niente.
«Ehi, salve» ripetè la Luvovitz.
«Salve, salve! » gridava il piccolo Abe dietro di lei.
Il foulard scozzese si voltò e la Luvovitz disse a se stessa:
«Gott im Himmel!». Una bambina incinta. Una bimbetta scu-
ra, per di più, deve venire da lontano. O forse da Indian
Brook. La signora Luvovitz dimenticò fantasmi e golem. «Da
dove vieni, cara, chi è la tua mamma?» - adottando la for-
mula del luogo.
«Non ce l'ho la mamma».
«Sali sul carro, ragazza».
Fu una sorpresa scoprire che la bambina abitava nella
grande casa bianca di fronte alla loro. La signora Luvovitz
non l'aveva mai vista andare o venire, soltanto apparire, di-
ciamo cosi, sulla scogliera.
«Quanti anni hai?».
«Tredici e tre quarti».
Ahi-ahi-ahi, e sposata con quel giovanotto. Era illegale,
naturalmente. Dov'era andato a pescarla?... una sposa bam-
bina. In qualche posto di là dall'oceano, era italiana? Una
zingara? Che accento era il suo? La signora Luvovitz pre-
parò il tè, rimandando a dopo queste e altre domande. Si
sarebbe chiarito tutto, ci avrebbe pensato lei, ma prima il tè.
Nel suo paese di origine e in quello dove abitava ora, per tè
si intendeva un ricco spuntino. Mise un piatto di biscotti da-
vanti a Materia, che disse: «Che roba è?».
«Come sarebbe a dire "che roba è", è ruggalech».
Materia addentò uno dei biscotti ripiegati. Aveva un sapo-
re strano e familiare allo stesso tempo, cannella e uvetta.
« Buono » disse Materia.
«Certo che è buono».
Materia rivolse l'attenzione al piccolo Abe, che giocava a
nascondino.
«Dov'è la sua famiglia, signora Piper?».
«Non ce l'ho... può chiamarmi Materia».
«Qual è il suo cognome da signorina?».
«Mahmoud».
Santo cielo, chi non conosce i Mahmoud.
«Ibrahim?».
«Era mio padre».
«E Giselle».
Materia annuì.
La signora Luvovitz si ricordava di quando i Mahmoud gi-
ravano con un asino, due ceste cariche di merce appese ai
lati. Gran lavoratori, avevano realizzato il sogno di tutti noi.
Adesso avevano quel grande negozio di stoffe a Sydney.
«Come sarebbe a dire, allora, che non ha una famiglia?
Ce l'ha eccome, sono loro la sua famiglia».
Materia scosse la testa. «Io non ne faccio più parte».
«E perché mai?».
«Sono morta».
« Morta? Ma no che non è morta, che sciocchezza sarebbe
questo "Sono morta"?».
«E un'usanza...».
« L a conosco».
Osservare lo shiva per chi è sangue del tuo sangue quan-
do è vivo e vegeto... certe usanze è meglio lasciarle nella Pa-
tria Lontana. «Bevail suo tè, signora Piper».
« Può chiamarmi... ».
«E mangi. Deve mangiare per due, adesso».
La signora Luvovitz insegnò alla signora Piper a cucinare.

«Che roba è?» chiese James.


«Minestra di pollo con polpette di pane azzimo».
James guardò la scialba spugna che galleggiava nel bro-
do. Ne staccò un pezzo col cucchiaio, lo assaporò. Non era
poi tanto diverso da biscotti da tè inzuppati nella minestra.
« Una specialità araba?».
«Ebraica».
Non erano esattamente le persone che avrebbe scelto co-
me amici per sua moglie, ma lì, almeno, i bambini non li sa-
crificavano. E Materia aveva finalmente cominciato a com-
portarsi come una moglie, anche se i risultati tendevano al
pagano. Tanto meglio se i vicini erano stranieri, concluse
James: non si sarebbero accorti che c'era qualcosa di strano
nel fatto che avesse sposato una ragazza così giovane. E poi,
che gliene importava di cosa pensava di lui un contadino
ebreo?... Comunque, quel Luvovitz sembrava un tipo come
si deve. James ci era andato di persona per assicurarsene.
«Mi chiami Benny».
«Benny».
«Vuole assaggiare?».
«Cos'è?». Sembrava un pezzo di tabacco da masticare.
«Assaggi».
«... hm».
« L e piace?».
«Non male. E buono».
« L ' h o affumicato io... se vuole le posso vendere una muc-
ca intera per l'inverno, appena macellata, ne scelga una, so-
no tutte buone».
Non c'era niente di strano in quell'ebreo, a parte l'accen-
lo, la barba nera e le basette ricciute, e quello zucchetto.
James comprò mezza mucca.
«Però non la voglio kosher » disse James.
« B e ' , certo che è kosher, la macello io».
« Non voglio che le faccia strane cose ».
«Stia tranquillo, la vede quella mucca?».
«Mm».
«Gliela tengo da parte. E una mucca presbiteriana,
quella».
«Io sono cattolico».
Benny rise. James sorrise. In confronto alla famiglia di
Materia, i Luvovitz sembravano proprio bianchi.
1900

Giunta ormai al nono mese, Materia cominciò a non ve-


dere l'ora che il bambino nascesse. Questo perché un po'
alla volta si era affezionata a Abe Luvovitz, che aveva due an-
ni, e a Rudy, che aveva sei mesi. Naturalmente voleva un ma-
schio. Per suo padre non sarebbe stato facile ripudiare il
primo nipote, anche se a darglielo era una figlia femmina.
Questo si ripeteva Materia. Così avrebbe potuto rivedere
sua madre, e le sorelle... finalmente sarebbe stata una don-
na rispettabile. Cominciò a supplicare Nostra Signora: ti
prego, Maria Madre di Dio, fa' che sia un maschio.

James chiamò la bambina Kathleen, come la sua povera


mamma. Kathleen non fu la prima nata del nuovo secolo,
ma poco ci mancò, tanto che a James toccò trottare fino a
Sydney con quel brocco di pony e trascinare via il dottore
dagli strascichi di una festa di Capodanno. Arrivarono a
Low Point giusto in tempo perché il dottore dicesse alla si-
gnora Luvovitz che aveva fatto un buon lavoro. La Luvovitz
pensò: « Prova a farti uscire una rapa da quel coso che hai in
mezzo alle gambe, poi mi sai dire chi ha fatto un buon lavo-
ro». Ma si premurò di pensarlo in yiddish.
La Luvovitz disse a Materia quant'era fortunata. «Io ado-
ro i miei figli, signora Piper, ma per una donna ci vuole una
femmina».
Materia non aprì bocca.
James disse: «Ti amo, Materia».
E lei: «Badali moot».
Le diede un buffetto sulla testa e si mise a contemplare la
bambina. «Kathleen» disse. «Guarda, ha capito che si chia-
ma così! ».
La fece battezzare da un ministro presbiteriano.
« Bisogna chiamare un prete » disse Materia.
« E lo stesso Dio » disse James. Era già tanto aver soppor-
tato la trafila della conversione, ci mancava solo che sotto-
ponesse la figlia a una di quelle buffonate cattoliche.
Le prime due settimane la Luvovitz si prese cura di Mate-
ria e della neonata. Benny diceva: «Non t'immischiare».
«E chi s'immischia? Lei non ha la madre».
«Ma tu non sei sua madre».
« H a bisogno di una madre».
« H a bisogno di stare con la figlia, altrimenti come fa a
imparare?».

James si sentiva invincibile. Registrò il massimo delle ven-


dite per due settimane di fila. Entrò senza essere stato con-
vocato nell'ufficio di McCurdy e chiese un aumento.
«Mi dispiace ma per il momento non è possibile, Piper».
«Adesso ho una figlia, signore».
«Come tutti gli altri».
« Ma io valgo tre di quelli ».
« H a avuto un paio di settimane buone... continui così,
sarà l'impiegato del mese».
James girò i tacchi e provò una grandissima soddisfazione
a piantare in asso quel vecchio... che ci provi a rimpiazzar-
mi, gli sarà impossibile, è impossibile.
Sulla via di casa, in sella al ronzino malcerto, James era al
settimo cielo: non avrebbe fatto mancare niente a quella
bambina, ne avrebbe fatto una signora. Con tutti i privilegi.
Gliel'avrebbe fatta vedere a tutti. Si sentiva un re. Un crollo
improvviso, e James si ritrovò in piedi sulla Litoranea, il ca-
vallo giaceva morto fra le sue gambe. Non importava. Steso
lì nella fanghiglia c'era un bel gruzzolo, che valeva tanta
colla quanto pesava.
Fece il resto della strada a piedi elaborando un progetto.
I pianoforti si accordano ogni tanto, ma si suonano molto
più spesso. E chi suona il piano? Campagnoli che hanno im-
parato a orecchio, al rozzo ritmo di violini e cucchiai, tanto
per divertirsi. E i figli della gente di città, che non vuole ne-
gare nessun lusso ai propri pargoli. Degni compari di quei
falliti presuntuosi con i quali aveva lavorato da McCurdy,
per non parlare dei ricchi veri: JAMES H. PIPER impartisce
lezioni di pianoforte e di teoria e solfeggio a casa propria, a giovani di ambo i sessi.

Non si sarebbe dato la pena di licenziarsi dal «Sydney


Post»: bastava non farsi più vedere.
Arrivò a casa in pieno giorno, e trovò in cucina la Luvo-
vitz che dava da mangiare a sua figlia con un contagocce.
«Dov'è mia moglie?».
« Sta dormendo ».
Salì le scale due alla volta e la tirò su per un braccio. La
trascinò in cucina che guaiolava e piagnucolava a ogni gra-
dino.
«Grazie tante, signora, adesso ci pensa mia moglie».
La Luvovitz si alzò, pensando pensieri non in inglese, e la-
sciò la casa.
James scaraventò la moglie su una sedia e le mise la bam-
bina urlante fra le braccia. «Adesso falla mangiare».
Ma la madre frignava e farfugliava.
«Parla in inglese, Cristo santo».
«Ma bi'der. Biwajeaal».
Le mollò un ceffone. « S e non mangia lei, non mangi
nemmeno tu. Chiaro?».
Materia annuì. Le sbottonò la camicetta.
Visto che da Materia non era uscita una goccia di latte e
che la bambina era in preda alle convulsioni, quella sera
James permise alla signora Luvovitz di tornare. Le donne
andarono di sopra. E che urla si levavano dalla madre, men-
tre la Luvovitz provvedeva a fare il necessario. Giù, in salot-
to, James aprì la serratura del pianoforte e, per soffocare i
rumori, suonò a memoria le prime note di vari brani. Dove-
va investire in spartiti e quaderni. Sua figlia avrebbe suonato.
Nel giro di qualche giorno il sistema di pompaggio era a
posto e la piccola succhiava. Ma la madre non faceva che
piangere mentre le dava da mangiare. Una sera, durante la
quarta settimana di vita di Kathleen, James gliela strappò
inorridito dal petto.
«Cristo, le hai fatto male, le hai tagliato il labbro! » per-
ché il sorriso della bambina luccicava di sangue.
Materia se ne stava lì seduta, muta come al solito, il vesti-
to sbottonato, i capezzoli screpolati e sanguinanti che gron-
davano latte.
A J a m e s bastò un'occhiata per capire che la bambina an-
dava svezzata prima che si avvelenasse.

Anche se si era convertito al cattolicesimo, non aveva mai


dimenticato la sua confessione scozzese. Quegli smidollati
dei cattolici credono alla salvezza attraverso la fede... buon
per voi, statevene seduti sulle chiappe a credere quello che
vi pare, ma io, e quelli come me, sappiamo che l'unica è
puntare sul Lavoro, perché verrà la notte, ecc. ecc.. conti-
nuate così, dal nulla non nasce nulla.
Nel giro di un mese, James aveva abbastanza studenti
fra Sydney e Giace Bay da riuscire a sbarcare il lunario. Tut-
to il giorno, dalla mattina alla sera, do re mi fa sol la si do.
E, di notte, lo zombie dallo sguardo fisso che aveva sposa-
to. Perché l'aveva sposata? Quando sedeva sul panchetto
del piano, accanto a dodicenni o tredicenni, e vedeva i loro
occhi appannarsi a sentir parlare di do sotto il rigo, avverti-
va una fìtta allo stomaco al pensiero che sua moglie aveva la
loro età.
Come si era lasciato irretire da una bambina? C'era qual-
cosa che non andava in Materia. Le bambine normali non
scappano con gli uomini. Aveva letto che gli idioti clinici
hanno per forza di cose una natura animale ipersviluppata.
I .'aveva sedotto. Per questo non si era accorto che era una
bambina. Perché non lo era, non una vera bambina. C'era
qualcosa di anomalo, perfino di morboso. Magari era un di-
letto razziale. Si sarebbe documentato.
Materia voleva una cosa soltanto: restare di nuovo incin-
ta, così Dio avrebbe potuto mandarle un maschio. Ma non
era facile, visto che il marito non le si avvicinava nemmeno,
e si infuriava se era lei a toccarlo. Materia capì che Dio non
le avrebbe dato un'altra creatura, vedendo che non gli era
grata per quella che già aveva. Così pregò la Beata Vergine.
Pregò in soffitta, perché non c'era una chiesa nel raggio di
molte miglia e James non la lasciava più vagabondare. In gi-
nocchio, i gomiti appoggiati sulla cassa del corredo: «Ti
prego, Maria Madre di Dio, fammi amare la mia bambina».

Kathleen cresceva robusta. Capelli di seta rosso oro, occhi


verdi e pelle bianchissima. Materia si chiedeva da dove fosse
venuta. Di sicuro l'avevano scambiata di notte. La Luvovitz
non si permetteva ipotesi.
James vedeva Kathleen crescere più bella e forte ogni
giorno. E che corde vocali... la portava nei campi pietrosi a
far gare di strilli. Si spolmonavano finché non erano svocia-
ti e allegri. Adorava sentirla ridere. La portava in palmo di
mano.

Mentre dava alla piccola una pappa deliziosa al tavolo


della cucina, Materia si sporse in avanti e cinguettò: «Ya
Helwi. Ya albi, ya Amar. Te'berini».
La bambina sorrise e Materia disse in silenzio una pre-
ghiera di ringraziamento, perché in quel momento aveva
sentito un alito di qualcosa non molto dissimile dall'amore.
«Non farlo, Materia».
«Cosa?».
«Non voglio che cresca confusa. Parla in inglese».
«Va bene».
MINATORE DEL QUARANTANOVE

Kathleen cantò prima ancora di parlare. Era intonatissi-


ma. James era un accordatore di pianoforti... se ne intende-
va, lui: la sua figlioletta di diciotto mesi sapeva modulare,
benché senza parole, un Believe Me, If Ali Those Endearing
Young Charms impeccabile, dopo averglielo sentito suonare
una sola volta... James sedeva perfettamente immobile sul
panchetto del pianoforte e la guardava. E lei lo fissava di ri-
mando con adulta solennità.
Era un momento di apprensione e timore in ugual misu-
ra, come quando s'incappa in un enorme filone d'oro. II
prospettore crolla in ginocchio... cercava soltanto il carbo-
ne. Sarebbe bastato un fiotto di petrolio per urlare di gioia,
battezzarsi e pagare da bere. Ma la vista dell'oro è un'altra
cosa. L'uomo osserva un minuto di silenzio. Poi si alza in
piedi con le lacrime agli occhi. Come estrarlo nel migliore
dei modi? Come non farsi derubare nel frattempo?
A suo tempo si sarebbe trattato di sborsare un bel po'. Per
il momento, James accantonò i propri studi e cominciò col
farle lui stesso da insegnante. Per questo si preparava a fon-
di). Comprò un metronomo, un grammofono e iniziò una
collezione di dischi. Ordinò una caterva di spartiti e libretti
da New York, Milano, Salisburgo. Decise che non era trop-
po presto per cominciare col Vaccaj, Metodo pratico di canto.
Mozart componeva a tre anni. A tre anni Kathleen cantava:
«Manca sollecita / più dell'usato / ancorché s'agiti / con
lieve fiato / face che palpita / presso al morir».
A Materia fu consentito di tornare a suonare il piano, ma
esclusivamente gli spartiti che aveva davanti:
scale, intervalli, semitoni
«Questa lezione si comincerà con il prendere il tempo
Adagio poi si affretterà fino all'Allegro secondo l'abilità del-
l'allievo».
sincopato, ornamento, traduzione letterale
appoggiatura, introduzione al mordente
« L'Acciaccatura differisce dall'Appoggiatura perché non
toglie né il valore, né l'accento alla nota», salti di terza, salti
di quarta, salti di quinta, salti di sesta
«L'augelletto in lacci stretto / perché mai cantar s'ascol-
ta?».
Lezione XI, Il Trillo: «Voglio spiegare la mia angoscia».
Lezione XII, Le Volate: « Non posso credere ai miei pen-
sieri».
Lezione XIII, Modo per portare la voce: «Non posso ta-
cere su tutto».
Materia suonava. Kathleen compiva sette anni.
Materia osservava ogni cosa da grande distanza e, mentre
gli anni volavano, aveva sempre più nostalgia di suo padre,
dimenticando tutto tranne che una volta aveva tenuto tanto
a lei da preoccuparsi di trovarle marito. Con l'età i ricordi si
affievoliscono, e quelli belli sono anche i più caduchi: a fu-
ria di accarezzarle nella sua mente, la madre e le sorelle ave-
vano finito per cancellarsi come un tratto di gessetto, fino a
svanire nel nulla. Come pitture rupestri a lume di candela,
ormai riusciva solo a scorgerle con la coda dell'occhio nel-
l'oscurità. Mentre il ricordo del padre era imperituro. Obe-
lisco eroso fino a ridursi a una cupola di roccia: pietra di pa-
ragone del suo lutto.

«Sei troppo grassa».


Materia guardò James da lontano e disse: «Va bene ».
Lui scosse la testa. Il sabato sera gli altri uomini se ne an-
davano a spasso con le mogli. La domenica le portavano a
messa e insieme sedevano ai due lati di una sfilza di bambi-
ni. James no. Intanto, non dovevano pensare che aveva spo-
sato una donna così vecchia che poteva essere sua madre.
Ma, soprattutto, non voleva che stigmatizzassero la figlia so-
lo perché Materia si era lasciata andare mentalmente e fisi-
camente. Per non parlare della cosa peggiore: che aveva la
pelle scura. Lui cercava di non farci caso, ma l'aveva sempre
davanti agli occhi, ora che la benda era caduta.
Portava Kathleen dappertutto. Facevano lunghe passeg-
giate, prima nella bella carrozzina inglese, poi mano nella
mano. La lingua delle passeggiate era il gaelico. Con quei
capelli di fata e quel portamento attirava gli sguardi, sem-
brava una principessa. I suoi vestiti venivano dall'Inghilter-
ra. Niente di vistoso, solo cose di ottima qualità, come una
principessa vera. E James si occupava personalmente delle
proprie camicie immacolate, si rasava di tutto punto ogni
mattina. Quando passavano loro due, la gente si voltava.

Era il 1907 e ormai c'era una città. Era sorta dalla sera al-
la mattina con la Miniera numero 12. La 14, la 15 e la 16
erano seguite a ruota. Con l'arrivo della ferrovia erano arri-
vati anche i minatori. All'inizio venivano dalla costa orienta-
le e dall'Irlanda, dall'Inghilterra, dalla Scozia e dal Galles.
In seguito vennero da ogni dove. La Compagnia canadese
del Carbone fece incetta di terreni e costruì una marea di
case, pratiche abitazioni disposte due a due e rivestite di as-
si. C'erano una scuola, una chiesa cattolica, la macelleria
kosher dei Luvovitz, la drogheria di Maclsaac, e il Magazzi-
no della compagnia con tanta di quella merce da indurre le
mogli dei minatori in tentazione.
Il venerdì sera i minatori allungavano la busta paga alle
mogli che, dopo averla aperta, scucivano i soldi per un bic-
chiere. Il problema era che per la spesa del sabato, con o
senza la bevuta del venerdì, la busta paga bastava a malape-
na a sfamare una famigliola anche di sole sei persone. Ma la
compagnia si era inventata una soluzione: i «buoni della
compagnia». Era una forma di credito: nei negozi della
città dove si vendevano i prodotti che non si trovavano nel
Magazzino della compagnia, le signore pagavano in contan-
ti; nel Magazzino della compagnia si rifornivano di cibo,
scarpe, vestiti e kerosene usando i buoni. La busta paga si-
gillata del marito si assottigliava sempre più, finché il conte-
nuto finiva ben presto per ridursi al resoconto dettagliato di
quanto bisognava dare per l'affitto della casa della compa-
gnia, degli interessi sul debito con il Magazzino della com-
pagnia, e di quanto restava da spendere in buoni. Il Magaz-
zino della compagnia finì per prendere il nome di « Magaz-
zino della fregatura».
Eppure la gente continuava ad affluire, riempiendo le
strade che andavano da nord a sud e i viali che le interseca-
vano da est a ovest, uno su due battezzati con il nome di un
santo cattolico o di un magnate della compagnia mineraria.
La città cresceva come un fungo. Ancora non esisteva uffi-
cialmente e non aveva un nome, ma casa Piper si ritrovò al-
l'improvviso su una via, e la via aveva un nome: Water
Street.

Materia non metteva piede in una chiesa da quando si era


sposata. Adesso che c'era una chiesa cattolica a portata di
mano non c'era motivo di non andarci. Ma si sentiva inde-
gna. Nostra Signora non aveva risposto alle sue preghiere.
Materia non amava ancora sua figlia e sapeva che la colpa
era dentro di lei:
«Kathleen, taa'i la hown».
Materia si metteva la piccola in grembo e la stringeva fra
le braccia. Cantava parole irripetibili, dondolando:
Kahn aa'ndi aa'sfoor
zarifu ghandoor
rasu aHmar, shaa 'ru asfar
bas aa'yunu sood
sood metlel leyl...
Materia cullava la piccola e si sentiva triste... forse questo
si avvicinava all'amore? Lo sperava. Sentiva che la bambina
era fredda fra le sue braccia. «Ti riscaldo io» pensava. E
continuava a cantare. Kathleen restava perfettamente im-
mobile, schiacciata contro la mole dondolante. Materia ac-
carezzava i capelli d'oro infuocato e passava una bruna ma-
no calda su quei verdi occhi fissi. Kathleen cercava di non
respirare. Cercava di non capire la canzone. Cercava di pen-
sare a papà e a cose piacevoli - l'aria fresca e l'erba verde -,
•Il

preoccupata che papà lo venisse a sapere. E ne soffrisse.


C'era cattivo odore.
Materia la lasciava andare. Era inutile. Dio vedeva al di là
dei gesti di Materia, vedeva nel suo cuore. E il suo cuore era
vuoto.
Materia non andava più a piangere accanto alla cassa del
corredo: piangeva dovunque si trovasse, senza per questo in-
terrompere il lavoro o muovere un solo muscolo del viso.

« Ci dia un croccante e un paio di lune di miele » disse James.


La drogheria di Maclsaac odorava di pino, genziana e ca-
ramelle. Maclsaac infilò la mano nel barattolo inclinato, tra-
boccante di un arcobaleno di leccornie. Alle sue spalle scaf-
fali su scaffali di bottiglie e pacchetti che contenevano pol-
veri, essenze, oli e unguenti. Un rimedio per tutto.
Maclsaac allungò a Kathleen un bastoncino di salsapari-
glia come regalino extra, ma lei esitava, guardando James,
che disse: «Prendilo pure, tesoro, il signor Maclsaac non è
uno sconosciuto».
Maclsaac guardò Kathleen serissimo, abbassò la testa e
disse: «Dai, toccala».
Kathleen toccò la testa calva come una palla da biliardo e
sorrise. Maclsaac disse: « H o sentito dire che hai due pol-
moni così, piccola».
Lei annuì con aria assennata, succhiando il bastoncino.
Maclsaac rise e James si illuminò. I due uscirono dal nego-
zio. Dal suo trespolo sulla scala scorrevole la signora Mac-
lsaac disse: «Quant'è bella».
«Già, proprio un amore».
«Troppo. La perderanno presto».
I ,a signora Maclsaac badò al negozio mentre il marito si
avviava zoppicando verso la serra per bere un goccetto. Ave-
va l'atto la guerra boera.
A casa, Materia stava preparando un pasticcio - carne e
rognone, come lo faceva la madre di James - quando final-
mente capì che cosa le ronzava in testa da un po'. Era que-
isto: il battesimo di Kathleen non era valido, perché l'aveva
Officiato un ministro protestante. La bambina andava bat-
tezzata come si deve, in latino, da un prete cattolico. Dopo-
diché tutto sarebbe andato per il verso giusto. Lo disse a
James quando rientrò a casa con la piccola, ma lui rispose:
«Kathleen è stata battezzata da un ecclesiastico, un cristia-
no. La questione è chiusa».
Kathleen, le guance gonfie di caramelle, rivolse lo sguar-
do verde verso la madre. A Materia tutto sembrava meno
che battezzata.

James aveva insegnato alla figlia a leggere le parole subito


dopo averle insegnato a leggere la musica. A tre anni e mez-
zo Kathleen aveva condiviso il grembo di James con un libro
dalle illustrazioni terrificanti, grosso la metà di lei, che tuo-
nava: «"Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per
una selva oscura..."».
L'aveva avviata al latino a soli cinque anni, imparandolo
lui stesso nel frattempo: le sarebbe tornato utile per le can-
zoni italiane. Ordinò un'altra cassa di libri. Classici per bam-
bini, questa volta, e li leggevano a turno ad alta voce.
A James non restava molto tempo per le proprie letture,
benché i libri ormai fossero arrivati a ventitré, senza contare
l'Enciclopedia Britannica. « S e la leggi da cima a fondo,»
pensava James, guardando dentro la bacheca di vetro « sa-
prai tutto di tutto. Sarai stato dappertutto».
A scuola Kathleen imparò a stare in fila e a non guardare
a bocca aperta gli sfortunati, ma poco di più. Alla maestra
quella ragazzina di porcellana con gli occhi da sirena faceva
accapponare la pelle. Sembrava che portasse una maschera.
Non faceva che fissare un angolo del soffitto o fuori dalla
finestra, nell'attesa di qualcosa, un segno - che cosa? -, ep-
pure sempre con la risposta pronta: «Wolfe è morto sulla
Piana di Abraham, signora maestra». Braccia conserte sul
banco, schiena eretta. «Il quadrato dell'ipotenusa è uguale
alla somma dei quadrati dei due cateti, signora maestra». I
tratti del viso di una perfezione soprannaturale. «E sempre
"u" dopo la "q", signora maestra». Non era normale in una
bambina. Magari non era affatto una bambina.
Nel cortile della scuola Kathleen si animava, ma nel mo-
do più strano, mostrando una preoccupante inclinazione a
giocare con i maschi. Lanciava palle di fuliggine, la cartella
sollevata a fare da scudo, urlando di gioia con quel vestito di
lino da marinaretta, i boccoli al vento, alienandosi per sem-
pre la comunità delle ragazzine.
Ginocchia annerite e seta strappata erano la logica conse-
guenza dell'allegria, e James non la rimproverava mai per
aver rovinato i vestiti; ma quando Kathleen tornò a casa di-
rendo: «Pius MacGillicuddy c'aveva un dito in un barattolo
che l'hanno trovato nella miniera e che lui l'ha comprato
da un pischelletto » capì che era arrivato il momento di
mandarla alla Holy Angels di Sydney.
Le Suore della Congregazione di Notre Dame l'avrebbe-
ro educata secondo tutti i crismi: dalla grammatica alla bo-
tanica, dalla fisica al francese. Ma, soprattutto, la Holy An-
gels offriva un eccellente programma di musica. James
avrebbe voluto aspettare che Kathleen compisse dodici an-
ni, il tempo di mettere da parte abbastanza per pagare la
retta, ma non poteva rischiare: per allora i danni sarebbero
stati irreparabili. I soldi li avrebbe trovati.
Fece un orto sul retro della casa, sull'altra riva del torren-
te. Comprò un nuovo ronzino e un calesse. Percorse tutta
l'isola fino al Margaree per raccogliere terra senza traccia di
polvere di carbone. La moglie avrebbe dovuto imparare a
fare il sapone, il burro, e a cucirsi i vestiti. Da quel momen-
to dovevano spendere soltanto per la carne, e a loro Benny
faceva sempre un prezzo di favore. Anche per il concime gli
fece un prezzo di favore.
«Eccotelo, gratis. Tieni presente che è merda di mucca
kosher: avrai carote e patate kosher e ti ritroverai ebreo in
men che non si dica... se vuoi, alla circoncisione ci penso io,
lenza spese ».
James andò nel bosco e tagliò un melo giovane. Staccò i
rami, smussò le estremità e lo portò al centro dell'orto. In-
chiodò di traverso un'asse recuperata dal torrente e ci mise sopra un vecchio grembi
più e un fedora che aveva visto svolazzare in un prato. Lo
spaventapasseri non produsse il suo effetto finché James
non ebbe fatto una testa e un busto per dar corpo ai vestiti
con due sacchi di farina riempiti di paglia e impalati sul ba-
stone. Ogni tanto gli cambiava abbigliamento, quando un
vestito, quando un paio di pantaloni, ma non mancava mai
il cappello, a tenere gli uccelli sul chi vive.
«Kathleen, vieni qui».
Materia non le parlava più in arabo. Cosa voleva? Kath-
leen seguì la madre in cucina. La tinozza di stagno era pie-
na di acqua fumante. Il giorno successivo Kathleen avrebbe
fatto il suo ingresso alla Holy Angels e James la voleva tirata
a lucido. Il che comprendeva i capelli. Materia aveva il ter-
rore di lavarglieli, perché ogni volta Kathleen faceva un
pandemonio. Di solito James strillava da dietro la porta del-
la cucina: « Non è che cerchi di scannare quella povera crea-
tura?». Ma Materia, che aveva fatto il callo agli isterismi del-
la bambina, era diventata piuttosto sbrigativa: le sfregava la
testa, la immergeva, strizzava i capelli e ci passava il pettine,
tenendola ferma. James poteva sbraitare quanto gli pareva,
ma non sarebbe mai intervenuto nelle abluzioni della figlia.
Quella sera ci furono le solite proteste - «Ahi! Non tira-
re!... mi bruciano gli occhi! Basta! » -, ma quando Materia
prese come sempre Kathleen per i capelli e le rovesciò la te-
sta all'indietro per il primo risciacquo, la tenne sotto abba-
stanza da dire ai verdi occhi sommersi: « Rinunci a Satana?
Sì. E a tutte le sue pompe? Sì. Io ti battezzo in nomine Patris,
et Filii et Spiritus Sanati, amen». Ecco fatto. Nei casi di emer-
genza qualsiasi cattolico può battezzare un bambino. E, do-
po nove anni, questo per Materia era un caso di emergenza.
Adesso la bambina era salva. Adesso Dio l'avrebbe amata,
anche se Materia non ci riusciva, e le suore non avrebbero
pensato male di lei. Materia mollò la presa e la faccia di
Kathleen riemerse, annaspando.
Kathleen non pianse né protestò. Fu insolitamente docile
mentre la madre la sfregava con un asciugamano, attenta a
non indugiare sulle parti spregevoli del corpo.
Kathleen si svegliò urlando nel cuore della notte. Urlava
ancora quando il suo papà la prese in braccio, e lei gli si ag-
grappò mentre la portava dabbasso, cercando di capire
quello che farfugliava.
«Chi è che sta venendo a prenderti?» chiedeva James.
E quand'ebbe decifrato qualcosa di più: «Chi è Pete?».
E lei fra i singhiozzi glielo disse.
La portò fuori dalla porta della cucina, oltre le scorie di
carbone nel cortile, e poi sulla passerella del torrente, fino
nell'orto, davanti allo spaventapasseri.
«Dai, fagli saltare la capoccia» ordinò James.
Kathleen tremava come una foglia, quasi ammutolita dal
terrore. Il cappello dello spaventapasseri gettava un'ombra
sulla faccia priva di lineamenti. Non poteva vedere se sorri-
deva o era imbronciato.
«Avanti, chiudi il pugno» disse James.
Lei lo fece, continuando a piangere.
«Adesso fagli sputare l'anima! ».
Kathleen si mise a picchiare facendo cadere la testa dello
spaventapasseri, cappello e tutto.
« Così si fa! » disse James, e la sollevò in aria, e la riprese
lanciando il grido di guerra dei pellerossa.
Kathleen si abbandonò al riso, come prima al pianto. La
cosa si risolse in una delle solite gare di strilli, ma ora c'era-
no i vicini e in un attimo si accesero le luci in una schiera di
case della compagnia e si levarono urla di protesta più o
meno oscene. James rispose con quanto fiato aveva: «Chiu-
dete tutti quanti il becco e sentite questa! ».
E lui e Kathleen cantarono:
Quanto affetto! Quali cure!
che temete, padre mio?
Lassù in cielo, presso Dio,
veglia un angiol protettor.
Da noi toglie le sventure
di mia madre il priego santo,
non fia mai divelto e infranto
questo a voi diletto fior.
Così James si guadagnò la reputazione di ubriacone, an-
che se all'epoca era astemio.
Il giorno successivo piantò di nuovo la testa di paglia sul
palo e ci cacciò sopra il cappello. Non ci furono più incubi.
LA CAVA

Anche se era soltanto un vecchio calesse, James lo dipinse


di rosso a decori dorati, così Kathleen avrebbe viaggiato
avanti e indietro dalla scuola su qualcosa di carino. James
impresse su un lato le iniziali di Kathleen in similoro e la
battuta di rito era: « L a carrozza è fuori che l'attende, signo-
ra». Anche se significava rinunciare a qualche allievo di pia-
noforte, l'accompagnava per nove miglia fino alla Holy An-
gels tutte le mattine e ogni pomeriggio eia lì quando i dop-
pi battenti del portone si aprivano e lei si precipitava giù
dalle scale per corrergli incontro. Il venerdì pomeriggio si
trattenevano a Sydney e si spingevano fino all'approdo del
circolo nautico per guardare le navi nel porto.
« U n giorno salirai su una di quelle navi di linea, tesoro, e
te ne andrai».
Naturalmente Kathleen voleva che lui la seguisse, ma
James non le dava speranze. « Canterai per la gente di tutto
il mondo. Io non potrò essere sempre con te, ma sarò sem-
pre il tuo papà».
Al che lei si metteva a piangere e James la portava a pren-
dere il gelato alla Crown Bakery, le ciglia ancora bagnate
ma gli occhi che tornavano a sorridere. Kathleen non rima-
neva mai triste a lungo. La gente li guardava dovunque an-
classerò perché lei era bellissima e saltava agli occhi che era-'
no amici per la pelle.
James sapeva che un giorno o l'altro avrebbe dovuto
affidarla a dei professionisti, mandarla lontano, ma per il
momento... Esisteva un Dio. James aveva consacrato la pro-
pria vita a rendersi degno custode del dono di Dio. Solo co-
si poteva sopportare di insegnare ai rampolli di quella pic-
cola borghesia a fare scempio di Per Elisa. Farò qualsiasi co-
sa, disse a Dio e a se stesso. Mi tagliere un braccio, mi ven-
derò i denti, scenderò nella cava. Permetterò a mia moglie
di trovarsi un lavoro.
«Va bene» disse Materia.
James si preparò all'idea di vederla ridotta a pulire e cuci-
nare in casa di qualcun altro, o in un albergo. Le disse di
usare il cognome da ragazza. « S e sanno che sei sposata ti
pagano di meno » spiegò. Nessuno doveva sapere che la ma-
dre di Kathleen Piper faceva la cameriera.
Immagina la sua sorpresa quando, qualche sera dopo,
Materia uscì col vestito buono, i capelli ben acconciati sotto
il cappello.
«Dove vai, moglie?».
«Al lavoro».
In Plummer Avenue, il cuore della città che cresceva co-
me un fungo, dentro il Cinema Empire, lo schermo argen-
tato sfarfallava e altrettanto faceva il pianoforte nella buca
dell'orchestra. Trilli e terzine sembravano un naturale con-
trocanto alla frenetica danza di luci e ombre sovrastante.
Gli spettatori si ritraggono lentamente non appena la lo-
comotiva spunta all'orizzonte, scampanellandogli incontro
fra il cinguettio degli uccelli - è una giornata come un'altra
in campagna -, poi, di fronte alla minaccia sempre più in-
combente del treno, il primo presagio di catastrofe: brusco
trapasso da maggiore a minore, ciuf ciuf, eccolo che arriva,
sbatacchiando e sbarellando al fischio stridulo, scandito dal
wuu-wuu di avvertimento, attraverso il paesaggio, in un cre-
scendo di folle esaltazione, rovinando sopra i tasti, finché
tutto sfocia nel caos, fuggi fuggi di note e uccelli, e il cavallo
d'acciaio sfreccia tuonante sopra le nostre teste e ci oltre-
passa.
Il pubblico è senza fiato, già pregusta il prossimo terrore,
e tutto per un nichelino. Materia non riesce a credere che
la paghino per questo.
La scena successiva è più terrificante. Un uomo in abito
da sera ha intrappolato una giovane donna tutta curve in
camicia da notte sulle scale che salgono alla torre dell'oro-
logio. Non c'è bisogno di preambolo narrativo, alles ìst Mar,
le ombre strisciano, la torre è sghemba, la musica serpeggia
lungo la scala a chiocciola, il cattivo scorge la fioritura di un
bordo di seta e parte all'inseguimento su un tempo di sei ot-
tave verso la nostra eroina, che si aggrappa a un brandello
di melodia fanciullesca pencolante sull'abisso del mi acuto,
affacciato sulla strada otto ottave più in basso. Il cattivo lotta
con la vergine in un macabro valzer, Strauss diventa Faust
finché, proprio quando sembra che lei debba precipitare,
spiaccicarsi il cervello sulla chiave di basso e morire nei vi-
luppi della ragnatela al fondo del pentagramma, una visio-
ne tenorile perviene in un crescendo a risolvere le disso-
nanze, chiudendo in bellezza.
Di lì a poco, Materia suonava per i ceilidh locali e le com-
pagnie di vaudeville itineranti.

Nel dicembre del 1909, James mise Kathleen come inter-


na alla Holy Angels perché nella città fungo c'era una moria
di bambini. Scarlattina, difterite, colera, tifo, vaiolo, tuber-
colosi, lasciavano una scia di piccole bare bianche. Le esplo-
sioni di malattie erano tutt'altro che rare, ma questa era
un'altra cosa, questa era un'epidemia causata dallo sciope-
ro dei minatori. Le case a schiera erano vuote, gli sciope-
ranti erano stati sfrattati, alcuni messi alla porta in mutan-
de, strappati dal cesso e dalla culla, i crediti tagliati al Ma-
gazzino della compagnia. Le guardie della Pinkerton e gli
agenti speciali della compagnia andavano porta per porta,
finché ci furono più mobili in strada che nelle case. Furono
sfrattati perfino i minatori che la casa se l'erano comprata,
visto che la compagnia mineraria aveva messo una paura
del diavolo alla società ipotecaria. Le famiglie si accamparo-
no all'aperto in tendopoli cenciose, senza acqua corrente,
cibo poco o nulla, protezione dai venti invernali dell'Atlan-
tico quasi inesistente. Sulle scarne guance dei bambini fiori-
vano foruncoli scarlatti, il pus li soffocava o morivano stre-
mati dalla tosse.
Ma niente convinceva i minatori a tornare al lavoro. Nem-
meno una mitragliatrice dell'esercito piazzata sui gradini
della Chiesa dell'Immacolata Concezione a Cadegan Brook.
Padre Charlie MacDonald sosteneva che in quel periodo lui
era fuori città, ma la chiesa cattolica non mancò di dare il
proprio contributo per porre fine alle inutili sofferenze pro-
vocate dallo sciopero: il vescovo mandò un inviato speciale
alla città fungo per sgomberare convento, scuola, rettoria e
chiesa dalle famiglie dei minatori che il parroco, padre Jim
Frazer, aveva ospitato. Poi il vescovo spedì padre Frazer lon-
tano dall'isola.
James agì in fretta. Soldi per tenere Kathleen come inter-
na alla Holy Angels non ce n'erano, ma i soldi si trovano.
Non l'avrebbe lasciata nella città fungo a farsi contagiare
dai marmocchi dei minatori. Per finire zoppa, o con la fac-
cia piena di cicatrici, Dio non voglia. Quei cocciuti bastardi
se la sono andata a cercare, e adesso mi tocca mettere mia
figlia come interna in una scuola che non mi posso nemme-
no permettere, e da chi vado a bussare? Al sindacato degli
insegnanti di pianoforte? Dagli accordatori di pianoforte
uniti? Cristo in croce, no. Non ho nessuno, io.

«Tesoro, per un po' di tempo dovrai vivere a scuola».


Lei non voleva.
«No, io non ci sarò, e non potrò venirti a trovare molto
presto». James avrebbe osservato scrupolosamente la qua-
rantena. «Vedrai, sarà divertente, ti farai degli amici».
Lei piangeva. Lui disse, improvvisamente severo: « Giudit-
ta Pasta era storpia, e quando le chiesero come potesse can-
tare così divinamente e recitare così brillantemente sera do-
po sera, senza mostrare il minimo segno di sofferenza, lei
che cosa disse?».
«Fa male».
Le diede un buffetto sulla testa: «Così mi piaci».
Passò vari mesi senza vederla. Tra sé pensava: farà bene a
tutti e due.
Riuscì a volgere le disgrazie che lo sciopero gli aveva pro-
vocato a proprio vantaggio. Una mattina d'inverno, prima
dell'alba, si mise in spalla tre picconi nuovi di zecca, una pa-
la senz'ombra di ammaccature e una corda. Riempì di olio
di balena una lampada a forma di teiera, la fissò al cappello
con la visiera, agganciò un barattolo con la colazione alla
cintura e si recò con tre guardie della Pinkerton al cancello
numero 12, dove le divise kaki sorvegliavano la miniera con
le baionette in canna.
I soldati che lo fecero entrare non erano più amichevoli
del tiro incrociato di minatori in sciopero che aveva lasciato
all'esterno, con la differenza che i soldati non sputavano né
inveivano contro di lui chiamandolo «crumiro» e accusan-
dolo di uccidere i loro figli. Né gli promettevano di dare le
sue palle in pasto ai porci.
Entrò nella bocca della miniera, seguendo la luce tremu-
la della fiammella scoperta che aveva sulla fronte e le ombre
degli uomini che lo precedevano, e scese nel pozzo princi-
pale lungo i binari, allungando ogni tanto le mani per toc-
care la fune d'acciaio. Puzza asfittica di pony, di legno e ter-
ra umidi, porte di ventilazione che si spalancavano per ma-
gia, così sembrava, finché una voce infantile disse: «Ehi,
compare, che ora è?». Gira a sinistra, gira a destra, destra e
di nuovo sinistra, giù, giù, lungo un dedalo di rami vuoti
che fiorivano in stanze buie. Sentì cinguettare un uccellino.
La Miniera numero 12 era terribilmente umida e gassosa,
ma James non aveva termini di paragone. Spalava carbone e
lo metteva dentro un carrello in una stanza gocciolante che
non sapeva fosse sotto l'oceano. Era capitato di fianco a uno
che invece era esperto. Compito di quest'uomo era intacca-
re da sotto il muro, poi trivellare e posare e preparare le ca-
riche senza far saltare la miniera. James non riusciva a indi-
viduarne l'accento e non si rese mai conto che era un nero
di Barbados, sapeva soltanto che si chiamava Albert e che
grazie a lui non sarebbero morti. Barbados, Italia, Belgio,
Europa Orientale, Quebec... la Compagnia canadese del
Carbone aveva setacciato in lungo e in largo per far fronte
allo sciopero. Pochissime le voci inglesi nell'oscurità e quel-
le che c'erano avevano un accento marcato. James beveva tè
freddo e masticava tabacco per soffocare la polvere, e all'i-
nizio nascose, e poi divise, i suoi panini con la carne. Il car-
rello conteneva poco più di una tonnellata di carbone e,
quando era carico, lui e Albert lo spingevano dalla fronte
carbonifera verso la stretta galleria e lo facevano partire per
il suo viaggio. Dieci ore dopo emergevano in un'oscurità
ancora maggiore.
Gli stranieri venivano scortati nel vicino campo di lavoro
circondato da una palizzata, detto Fourteen Yard, per canta-
re, dormire o scommettere, mentre il Real Reggimento Ca-
nadese montava la guardia. James tornava a casa con quei
figli di puttana della Pinkerton, passando fra schiere di uo-
mini malconci che se solo avessero potuto lo avrebbero fat-
to a pezzi, perché per loro James non aveva scusanti - non
era alla fame e non era straniero -, davanti a donne sulla so-
glia di casa che lo fulminavano con gli occhi, borbottando:
«Dio ti perdoni». Una pregò per lui e poi lanciò un ferma-
porta di ferro, mancandolo per un pelo.
James guadagnava molto di più che con le lezioni di pia-
no. Le prime settimane piangeva in silenzio all'inizio di
ogni turno, finché il lavoro non tornava a spezzargli la
schiena. Ogni sera, a casa, dopo essere ridiventato bianco, si
metteva in ginocchio, giungeva le mani e chiedeva perdono
a sua madre per essere andato sottoterra.
IL PREZZO DI UNA CANZONE

«Come sei dimagrita. Bene» disse James a Materia duran-


te la cena.
Lei alzò le spalle.
«Cosa sogni a occhi aperti?». Non era l'espressione giu-
sta, Materia aveva sempre l'aria imbambolata.
« Houdini » disse lei.
«Chi?».
«Houdini».
James lasciò perdere. Aveva fatto una domanda stupida.
Da tempo aveva smesso di chiacchierare con lei e ormai si li-
mitava a ringraziare Dio del fatto che l'idiozia e la carnagio-
ne scura avessero risparmiato la figlia. E che la moglie aves-
se imparato a cucinare.
«Che roba è?».
«Kibbeh nayeh».
« Una specialità ebraica?».
«Libanese».
Benny le aveva passato senza parere la ricetta.
Chiunque può fare il kibbeh nayeh, chiunque può fare
qualsiasi cosa seguendo le indicazioni, ma per farlo bene...
ci vuole il dito benedetto. Alcuni dicono che dipende dalla
lunghezza delle dita di chi cucina, altri sostengono che di-
pende dall'odore di ciascuno, unico come un'impronta di-
gitale. E senz'altro un dono.
Il kibbeh, piatto nazionale di Siria e Libano, va fatto con
carne assolutamente fidata: per questo i Mahmoud si servi-
vano solo alla macelleria kosher dei Luvovitz. Mentre la si-
gnora Luvovitz e i figli stavano in negozio, Benny faceva le
consegne a Sydney, tenendo sempre per ultima la casa dei
Mahmoud sulla collina. Veniva accolto alla porta della cuci-
na da una donnina scura e tonda con una crocchia di ca-
pelli neri che si andavano ingrigendo. Benny non parlava
gaelico e l'inglese della signora Mahmoud era ancora esi-
tante, ma facevano in modo di scambiare due chiacchiere.
Benny fingeva sempre di credere che l'interesse della signo-
ra Mahmoud per la famiglia Piper fosse puramente casuale.
«Ma sì, certo, conosco i Piper: una bella signora, libanese
anche lei, non la conosce...? no...? ah, be', sì, hanno una
figliola deliziosa, Kathleen, va alla Holy Angels, canta come
un usignolo».
E quella mattina, quando Benny aveva chiesto alla signo-
ra Mahmoud la ricetta del kibbeh «per mia moglie», lei, sen-
za battere ciglio, si era diretta verso la dispensa e gli aveva
indicato gli ingredienti. Benny annotava tutto sulla carta
scura della macelleria mentre la signora Mahmoud mimava
l'intero procedimento, inclusa la croce che bisogna impri-
mere sulla carne quando è pronta. Benny si era messo a ri-
dere, aveva scosso la testa e invece aveva fatto una stella di
David.
La signora Mahmoud si era stretta nelle spalle e aveva
detto: «Come vuole», offrendogli il primo assaggio rituale
del kibbeh immaginario.
«Squisito» le aveva detto.
Quella sera, la signora Mahmoud guardava il marito man-
giare e pensava alla figlia perduta, che magari in quel mo-
mento serviva lo stesso piatto al proprio marito. Gli sarebbe
piaciuto? La amava ancora?
A nove miglia di distanza, James prendeva una forchetta-
ta di kibbeh e mangiava.
«E squisito» disse.
« Mangialo col pane ».
Seguendo l'esempio di Materia, versò un filo d'olio sulla
carne speziata e il tenero grano triturato, strappando tocchi
di pane azzimo e avvolgendoci bocconi di carne.
«Dove hai imparato a cucinarlo?».
«Non è cotto, è crudo».
James si fermò un attimo.
«Kosher?».
Lei annuì. Lui riprese a mangiare. Materia sentì una fitta,
pensando: «Siamo felici senza la bambina».
Gli sfiorò la nuca.
«Che fai?» disse lui.
«Niente» e tornò al lavandino.

Fino ad allora gli artisti del vaudeville erano stati bianchi,


e in certi numeri dei loro spettacoli di varietà si dipingeva-
no la faccia di nero, ma ora che la gente di colore migrava
verso i bacini carboniferi di Sydney cominciarono ad arriva-
re dagli Stati Uniti veri artisti di colore. Materia non riusciva
a capire perché anche loro si passassero il viso con il sughe-
ro bruciato e si dipingessero delle labbra gigantesche, però
sapeva che li preferiva agli altri. Fece incetta di ragtime,
two-step, cakewalk, canti processionali, lamenti, ninnenanne
delle piantagioni e gospel.
Quando arrestarono l'accompagnatore della Blackville
Society Tap Twizzlers a Giace Bay, Materia cominciò a suo-
nare per loro. Erano un trio di fratelli, e la madre era il loro
manager. Il più grande chiamava i suoi piedi per nome: il si-
nistro Alpha e il destro Omega.
Scarpe da tip tap, piedi sfavillanti che chiacchieravano, ci-
calavano, prendevano il volo e facevano il giro del globo
senza mai lasciare il centro del palco dell'Empire. Materia
guardava quei piedi e faceva partire le mani, pezzi del Rigo-
letto cozzavano con Coal Black Rose; Una voce poco fa altale-
nava con Jimmy Crack Corn, per poi frangersi contro le sue
stesse composizioni estemporanee, come per i film, solo
che con i ballerini c'era uno scambio diretto. Loro incitava-
no, adulavano, ribattevano e volteggiavano: ebano, avorio e
claquettes annullavano ogni melodia, in un groviglio di rit-
mi e di figure.
Materia era diventata una celebrità, soprattutto fra i gio-
vani.

«Ehilà, Materia, come andiamo, ragazza?».


«Per te è la signora Piper, amico» lo fulminò James.

Era una domenica di marzo e stavano imbiancando la facciata della casa. Dopo ch

« L o spettacolo».
La Blackville Society Tap Twizzlers le aveva proposto di se-
guire la tournée come accompagnatrice fissa. Erano in par-
tenza per l'Europa. Materia aveva detto di no. Tornando a
casa aveva pianto al pensiero di come avrebbero potuto es-
sere felici lei e James in giro per il mondo con uno spetta-
colo itinerante. Ma sapeva che non era il caso di chieder-
glielo.
Di lì a poco l'afflusso di artisti di colore si arrestò, perché
in città girava voce che i nuovi arrivati al bacino carbonifero
di Sydney venivano dalle Indie Occidentali e non erano
granché interessati ai divertimenti dei neri d'America. Ma
Materia aveva ancora il vaudeville e il cinema, e fintanto che
poteva suonare era felice. Giù, nella buca dell'orchestra, si
consolava con qualche infiorettatura. Ogni tanto una loco-
motiva sfrecciava incontro al pubblico al suono di I Love You
Truly, e lo investiva al ritmo della Sonata al chiaro di luna. I
cattivi lottavano con le vergini al suono della Marcia nuziale
e i tenori chiudevano in bellezza su Turkey in the Straw. Gli
artisti si lamentavano, ma il pubblico andava in visibilio
quando dai cilindri spuntavano i conigli accompagnati da
un martellio dissonante e le donne venivano segate in due a
suon di Nearer My God to Thee. Materia aveva sempre sorriso
suonando, ma ora, senza accorgersene, aveva cominciato a
ridacchiare fra sé. Questo la rendeva cara al pubblico, che
tanto più l'apprezzava per il fatto di essere un po' svitata.
In quel periodo James andava a far provviste a Sydney.
Con l'eccezione di Benny e di Maclsaac, evitava accurata-
mente gli altri negozi del posto. Perché mai farsi insultare,
visto che sborsava moneta sonante? Tutta la città soffriva per
via dello sciopero, non soltanto i minatori, e odiare un cru-
miro piaceva a tutti. Non andava mai a piedi, ma in calesse,
per non dare agli altri la soddisfazione di attraversare la
strada quando lo vedevano arrivare. «E tutto perché ho il
buon senso di provvedere alla mia famiglia». Perciò gli bru-
ciava, nelle rare occasioni in cui Materia lo accompagnava,
sentire un continuo: « Salve, Materia, come andiamo con gli
spettacoli, cara?». Quegli stessi che non lo degnavano nean-
che di un saluto si fermavano con quell'analfabeta a chiac-
chierare della sua carriera di pianista. A certa gente, nean-
che a dirlo, piaceva la musica da quattro soldi. E chissà dove
trovavano il denaro che dicevano di non avere per pagare
l'ingresso all'Empire. Ormai c'erano troppi irlandesi in
città per i gusti di James. Una casa su due era uno spaccio
abusivo di liquori, tutti una massa di cattolici ubriaconi. Se
lavorassero di più e si gingillassero di meno non si trovereb-
bero in un simile casino. James pensò alla cicala e alla for-
mica di Esopo e si ripropose di inserire la favola nella pros-
sima lettera a Kathleen.
Comprando un pacchetto di amido al negozio di Mac-
Isaac, ajames toccò sentirsi dire: « Sua moglie ha un gran ta-
lento, signor Piper».
James pagò. Maclsaac proseguì: «E come sta la piccola?».
«Sta bene».
« Quella sì che ha un dono ».
James annuì. Maclsaac aggiunse sorridendo: «Avrà preso
senz'altro dalla madre ».
James si girò e uscì dal negozio. Non avrebbe mai più por-
tato Kathleen lì dentro. Decise che non c'era da fidarsi di
quel pelato. Non gli piaceva come guardava i bambini con
quegli occhi azzurri lacrimosi e quel faccione rosso. Se gli
piacevano tanto perché non ne aveva di suoi?
Uscito James, la signora Maclsaac disse al marito: «Non
dovremmo lasciargli metter piede qui dentro».
Maclsaac sorrise teneramente alla moglie e poi andò a ri-
tirarsi nella serra. «A ogni giorno la sua pena».
Maclsaac era simpatico a tutti, anche se non tutti capiva-
no come potesse tollerare uno come Piper. Ma Maclsaac
non capiva che senso avesse far scontare alla famiglia di un
uomo gli errori di quell'uomo, perché era questo che si fa-
ceva isolando qualcuno. La gente si stringeva nelle spalle,
pensando che magari Maclsaac era un uomo pio. E lo era,
in un certo senso: passava un sacco di tempo a cercare erbe
medicinali nei campi dove gli altri vedevano solo pietre e
erbacce. Coltivava le piante nella serra. Non reclamava mai
i crediti. Peccato che bevesse.

Alla fine di quella settimana James, seduto davanti a latke


e melassa, disse: «Voglio che adesso lasci il lavoro, alla mi-
niera guadagno quanto basta».
Nessuna risposta. Lui alzò lo sguardo. Certe volte non si
capiva nemmeno se Materia recepisse una parola di quello
che le diceva.
«Mi hai sentito?».
«... Sì».
«E non andartene a zonzo per la città».
Infelici coloro che hanno un dono lasciato a germinare
nell'oscurità. La pallida pianta affonderà radici invisibili e
vivrà una vita esangue a spese della loro linfa.
La prima settimana senza l'Empire fu la più dura. La casa
vuota, e la sera James, che chiedeva cibo e nient'altro. Ma-
teria cercò la chiave del piano e alla fine riuscì a forzarela
serratura con un coltello, ma dopo qualche brano ripiombò
nel silenzio. Aveva bisogno di un palco, non di un sottotet-
to. Niente pubblico, niente spettacolo. Prese tutti gli sparti-
ti e li ficcò nella cassa del corredo.
Puliva la casa e non faceva che cucinare. Mangiava. Non
aveva il coraggio di trascorrere molto tempo con la signora
Luvovitz perché i ragazzi, Abe e Rudy, erano un rimprovero
alla sua anima. Come poteva amare i figli di un'altra donna
e non la propria figlia? L'interludio all'Empire sfumò e di-
venne irreale. Dì nuovo sola, con tanto tempo per pensare,
Materia ricadde sotto il peso della propria cattiveria: aveva
lasciato la casa paterna, aveva disubbidito ai genitori, li ave-
va disonorati. Aveva infranto i Comandamenti.
Devo andarmi a confessare, pensava, solo che... per otte-
nere il perdono devo essere sinceramente pentita, ma esse-
re pentita per la fuga significa esserlo per tutte le sue conse-
guenze. E non poteva. Desiderava ancora suo marito e an-
che quello era peccato: desiderare l'uomo e non il figlio
che nasce dall'atto coniugale. Ed eccola ancora una volta di
fronte al suo peccato originale.
Riprese a pregare la Beata Vergine. Il suo cuore fu
trafitto, e un orribile vapore sembrò esalare dalla ferita
quando si rese conto che in tutto quel tempo non aveva
pensato una sola volta alla figlia. Mai due righe, mai un pac-
chetto di dolci fatti in casa, non aveva nemmeno chiesto a
James: «Come sta la bambina?». Materia finì per avere una
chiara visione di sé, ed era mostruosa.
A chi poteva raccontarlo? A nessuno. Ma se non lo rac-
contava moriva.
La seconda settimana Materia uscì e andò fino alla sco-
gliera, ma non vi si attardò come faceva sempre. Scese fati-
cosamente fino alla spiaggia rocciosa e si mise a camminare.
Non cantava: parlava, parlava nella propria lingua madre al-
le pietre, finché fu stordita, il giorno volse al grigio, e lei
non ebbe più idea di dove si trovasse. Alla fine, come a volte
succede in quest'angolo di mondo, le nubi si levarono. Un
cielo in fiamme lambiva il mare con lingue striate di rosso e
oro. Materia si zittì. Piantata davanti all'orizzonte, si mise in
ascolto, finché non sentì cosa le andava dicendo il mare:
«Dallo a me, figlia mia. Io lo prenderò e lo purificherò e lo
porterò in una terra lontana, finché non sarà più il tuo pec-
cato, ma soltanto una curiosità alla deriva, tratta in secco e
resa innocente».
E così, giorno dopo giorno, Materia lasciò che la sua
mente un po' alla volta rifluisse. Finché non fu pronta a
staccarsene una volta per tutte.
QUANTO DOLOR

Mi piace tanto dividere e classificare e esamina-


re, sai sono tanto sola, ho tanto tempo per riflet-
tere, e papà mi sta educando a pensare.
CLAUDIA, DI A.L.O.E.

Lo sciopero terminò nell'aprile del 1910, e a James, in


cambio della sua dedizione, venne assegnato un lavoro in
superficie come controllore del peso. Si era aspettato di ve-
dere Albert là fuori, il suo compagno di miniera, aveva spe-
rato di dargli un'occhiata alla luce del sole, ma Albert era
stato allontanato. Si era trasferito a Sydney con molti altri di
Fourteen Yard, stabilendosi in una zona di Whitney Pier no-
ta come Coke Ovens, dove erano in molti delle Indie Occi-
dentali: la Compagnia canadese del Ferro e dell'Acciaio sa-
peva apprezzare il valore di un uomo forte che resiste al ca-
lore. Coke Ovens era una comunità accogliente, con quelle
case dipinte di tutto fuorché di bianco strette attorno all'ac-
ciaieria, che portava il pane in tavola e una sottile polvere
arancione sul pane.
Nella città fungo le case della compagnia erano state nuo-
vamente affittate, il Magazzino della compagnia aveva ripri-
stinato i buoni, gli ultimi bambini erano stati seppelliti e
Kathleen tornò a casa. James aveva in serbo una sorpresa: la
luce elettrica e un gabinetto moderno completo di tazza, va-
sca smaltata e rubinetti di nichel dell'acqua calda e fredda.
Con l'orario che faceva all'imbocco della miniera, a
James non era più possibile accompagnare avanti e indietro
Kathleen alla Holy Angels. Così assunse uno di Coke Ovens
che aveva calesse e cavallo. James rimase sorpreso di quant'e-
ra giovane - Leo Taylor avrà avuto sì e no sedici anni -, ma
era un tipo a posto, James se ne era accertato.
«Niente deviazioni, dritto a scuola e dritto a casa».
«Sì, signore».
«Non voglio che le rivolgi la parola».
« N o , signore».
«Non la sfiorare con un dito».
«Non lo farò, signore».
«Guarda che ti uccido».
«Non si preoccupi, signore».
James aveva pensato che preferiva far accompagnare la
figlia da un ragazzotto timido piuttosto che da un adulto vo-
glioso. Il fatto che Taylor fosse di colore era per James
un'ulteriore garanzia della debita distanza fra guidatore e
passeggera.
Anche se nella città fungo non aveva più amici, per Kath-
leen era un sollievo essere tornata a casa. Il periodo da in-
terna alla Holy Angels era stato solitario. All'inizio piangeva
in silenzio prima di addormentarsi, confortata solo dai bi-
glietti e dai regalini che le mandava il padre. Ma sapeva di
costare sacrifici, sapeva cosa ci si aspettava da lei, e non si
era tirata indietro. Studiava sodo, obbediva alle suore e non
si lamentava mai, anche se pregava che una fatina buona le
mandasse un amico, perché alla Holy Angels non sapeva
con chi giocare. Niente maschi. Niente cenere incrostata
sulle ginocchia. Alle altre ragazzine non interessavano i
combattimenti con la spada e le avventure o chi riusciva a
inscenare la morte più spettacolare. Le altre ragazzine si
preoccupavano dei minuti misteri femminili, ignorati bella-
mente da Kathleen; e, soprattutto, nessuna di loro aveva
una carriera davanti a sé. All'inizio, le compagne di scuola
avevano fatto a gara per conquistarsi l'amicizia di Kathleen,
che era così bella, così intelligente. Ma lei non aveva indivi-
duato le gerarchie, aveva declinato gentili inviti a intreccia-
re i capelli delle altre, e con la corda per saltare aveva fatto
un lazo. Venne liquidata come un tipo strano finché non le
fecero terra bruciata tutt'intorno.
Kathleen si buttò nello studio, coltivando un noncurante
anticonformismo: la fusciacca bassa e legata davanti, il cap-
pello buttato all'indietro, le mani ficcate nelle tasche che
ordinava alla madre di cucirle sulle uniformi, i lunghi ca-
pelli sciolti e mossi. Le suore chiudevano un occhio. Per via
del dono.

Nell'autunno del 1911 salparono per il continente -James,


Kathleen e la sua insegnante di canto, Suor Santa Cecilia -
per un recital al Real Conservatorio Musicale di Halifax. Un
pubblico selezionato di professionisti.
«Guardami negli occhi».
Lo guardò. Lui evocò gli spiriti:
«Cosa diceva Stendhal di Elisabetta Gafforini?».
« Che tu la veda o soltanto la senta, il pericolo che corri è
lo stesso».
«Così mi piaci». Solito buffetto affettuoso sulla testa.
«Adesso vai là fuori e fagli vedere chi comanda».
Kathleen intonò il canto d'amore di Cherubino a Susan-
na dalle Nozze di Figaro. Gli insegnanti di New York City die-
dero a James il loro biglietto da visita; erano a caccia di una
nuova Emma Albani. Gli dissero quello che già sapeva.
Henriette Sontag aveva debuttato a sei anni, Maria Mali-
bran a cinque; Adelina Patti era ogni anno più giovane, la
sua leggenda già molto più avanti del suo essere mortale;
ma James prendeva la carriera di Kathleen talmente sul se-
rio che poteva permettersi di aspettare. E dalla pazienza che
si riconosce il vero giocatore. La sua voce era fatta per dura-
re, non per bruciare in una vampa di gloria adolescenziale.
L'avrebbe mandata un anno a Halifax per farsi il piede ma-
rino. Poi, a diciott'anni, a Milano.

Kathleen compì dodici anni.

«Quando il padre della Malibran le disse che, nel suo


Otello, doveva interpretare Desdemona ai livelli di Giuditta
Pasta, la guardò negli occhi e le giurò che se non avesse can-
tato alla perfezione nella scena in cui Otello uccide Desde-
mona l'avrebbe uccisa davvero».
Kathleen rise e disse: «Certo che ci sguazzi nel melo-
drammatico».
Materia si meravigliò. Che razza di impertinente, merita-
va un bel ceffone per essersi rivolta al padre in quel modo,
ma invece del ceffone ottenne una risatina e una strizzata
d'occhio.
Kathleen aveva un modo tutto suo di dondolarsi un po'
anche da ferma, specie quando si appoggiava al pianoforte.
Ancora non era consapevole della propria bellezza, ma aveva
i primi sospetti. Aveva cominciato a studiare la sua cammina-
ta, a soppesare l'effetto che aveva sugli altri. Provava davanti
allo specchio certe espressioni vissute. Cercò sul vocabolario
la parola «languido». Aveva adottato un tono di divertita su-
periorità e adorava prendere in giro il padre per la sua ro-
mantica ossessione per la Voce, ordinandogli di portarle l'u-
va e perfino di pelargliela. « Se devo diventare una diva, sarà
meglio che cominci a trattarmi come tale».
Lui adorava i suoi modi: il comportamento sbarazzino,
l'instancabilità nel lavoro, il fatto che cantava come un an-
gelo. Non in modo «angelico». La voce di un angelo. Alato,
fatale, vicino al sole.
«Quando la Malibran morì, troppo giovane, troppo pre-
sto... ».
• «Sì, sì, la sua voce entrò nel violino del marito. E gli asini
volano».
Kathleen aveva il mondo in pugno. Una ragazza moder-
na. James aveva letto della «donna nuova». E questo che di-
venterà mia figlia.

Un venerdì pomeriggio, nel marzo del 1912, mentre Ma-


teria è in cucina a preparare una magnifica cena muta e
James è mezzo sepolto dal vecchio pianoforte, Kathleen ap-
pare sotto l'arco del salotto.
Indossa l'uniforme della Holy Angels. E diventata alta.
Appoggiata sulla soglia, il peso su una sola gamba, si sente
già adolescente, anche se le manca ancora un po'. Sulla
bocca le serpeggia un sorriso alla vista del suo vecchio che
armeggia con le corde di quel decrepito veterano. Guarda
in basso, si morde il labbro, si avvicina silenziosa al piano e
batte su un tasto.
James salta su, si gira, benché i martelletti l'abbiano solo
sfiorato, le dà un ceffone e poi un pugno prima di accor-
gersi di chi è e di quello che ha fatto, e di come non avreb-
be mai dovuto, nemmeno se fosse stata Materia, anche se
Dio sa...
Sua figlia sta piangendo. È sconvolta. Le ha fatto male,
come? Con le mie stesse mani. Dio Santo.
Allunga le braccia, sfiora una spalla, un gomito, le cinge il
fianco e la preme contro di sé, non le ha mai, non le avreb-
be mai fatto del male, meglio morto, mi taglierei le braccia.
Sente così intensamente quello che sente lei, abbracciando-
la: «Non piangere». Una fatale empatia. «Calmati, ora,» la
gola riarsa e tesa, «sssh», la deve proteggere, la deve ripara-
re da... cosa? Da tutto. Tutto quanto.
Nel corpo gli entrano una vita e un calore che non senti-
va da... che raramente ha sentito. Con lui sarà al sicuro. Ti
terrò al sicuro, tesoro mio, oh, quanto ama quella ragazzi-
na. La tiene stretta, niente paura, mai e poi mai ti farei del
male. I capelli hanno un sentore di acerba primavera, la
pelle è la seta di mille telai, il respiro così lieve e fragrante,
miele e latte nella tua bocca... Poi inorridisce. La lascia andare,
staccandosi bruscamente, perché lei non si accorga di quel-
lo che gli è successo. Malato. Devo essere malato. Esce dalla
stanza e scappa dalla porta sul retro, oltrepassa il cortile e
attraversa il torrente fino all'orto, dove si calma abbastanza
da vomitare.
Materia riprende l'equilibrio sotto l'arco, dove ha appena
incespicato, scansata da James nella sua fuga. E venuta
quando ha sentito quel trambusto, e si è fermata sulla soglia
a guardare. Sta ancora guardando. Si dirige verso la figlia.
Kathleen ha un dente che si muove. È giovane, tornerà a
posto. C'è una quantità assurda di sangue sul tappeto. Sem-
bra peggio di quello che è. Materia prende Kathleen per
mano e la porta in cucina, dove la lava sotto il rubinetto. La
mette a letto e le porta qualcosa di tenero da mangiare.
Canta finché gli occhi verdi non si chiudono. Prende un
cuscino e lo appoggia delicatamente sulla faccia addor-
mentata.
Ma dopo un attimo lo leva. Se avesse l'animo integro, Ma-
teria saprebbe cosa fare. Chi salvare, e come. Amare la bam-
bina adesso sembra facile in confronto al compito di pro-
teggerla. È perché non ho superato la prima prova che
adesso devo affrontare la seconda.
Materia cerca di pensare al da farsi. Ma in certe circostan-
ze pensare non aiuta. Le arriva un alito di aria salmastra, il
gelo le lambisce la guancia, avverte un movimento sotto i
piedi, il letto si inclina e lei è su una nave di linea diretta a
New York, al suo fianco la bambina dai capelli cuor di fiam-
ma che si stringe al parapetto. Ma il momento svanisce pri-
ma che Materia possa afferrarlo, un debole messaggio tele-
grafato da un'abissale distanza di tempo e spazio, una paro-
la su due mancante.
Adesso Materia sa chi ha mandato Kathleen, e perché. E
per colpa sua che Dio è costretto ad agire in questo modo.
Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

Kathleen sapeva che il padre l'aveva picchiata per sbaglio


e che gli dispiaceva da morire. Sapeva che lavorava troppo,
e tutto per il suo bene. Niente di irreparabile, il dente si
riassestò nella gengiva. Gli preparò un biglietto per dirgli
che gli voleva bene. Scrisse una divertente poesiola sull'« ac-
cordo perduto». Si lasciarono tutto alle spalle.
LA PRIMA SOLUZIONE

La notte dopo, Materia concepì Mercedes.

Con sua grande sorpresa, Materia cominciò ad aspettare


con ansia questa creatura, e non le importava nemmeno
che fosse maschio o femmina. Era di nuovo Hebleh, e stavol-
ta le piaceva. La faceva sentire vicina a sua madre, il corpo
in espansione, i seni a valanga, le gambe fiacche. I suoi cruc-
ci andarono in remissione.
James continuava a non portarla da nessuna parte, ma la
notte tornò a essere vivo - dopo tutto è mia moglie. Quel
corpo scuro e quel cervello annacquato gli permettevano di
godere di lei senza complicazioni. Perché mai si era aspetta-
to da lei uno scambio di idee o degli stimoli mentali? Era
stato ingiusto. Certe cose un uomo le va a cercare altrove.
Finalmente James si sentiva normale.
Mise su qualche chilo; lei lo nutriva, la sera gli riempiva la
vasca, gli lavava la schiena, gli leccava l'orecchio ed entrava
nell'acqua. James glielo lasciava fare. Era placato. Si era sot-
tratto al demone che si era impossessato di lui il giorno che
aveva picchiato Kathleen.
Materia cercava di concepire nel dolore, dicendo a se
stessa che se si comportava da puttana tentando suo marito
anche dopo che era rimasta incinta era solo per evitare che
lui commettesse un peccato più grande. Nel matrimonio la
lussuria è come l'adulterio, e l'adulterio è un peccato mor-
tale. E scritto nei Comandamenti. Materia pregava che Dio
non si accorgesse del suo cuore impuro. In fin dei conti, le
sue azioni erano corrette.

Alla fine del 1912 nasce Mercedes. Materia le vuole bene.


Non deve sforzarsi, le viene naturale, è un Mistero Gaudioso.
Grazie Gesù, Giuseppe, Maria e tutti i santi. E anche Dio.
Materia non invidia alla Luvovitz il terzo maschio, Ralph,
nato due mesi dopo Mercedes; magari da grandi si spose-
ranno.
James non si oppone, anzi, non apre bocca quando Mate-
ria fa battezzare Mercedes dal sacerdote della chiesa cattoli-
ca della vicina Lingan. Materia ha ripreso ad andare a mes-
sa, non solo la domenica, ma tutti i giorni. Acqua santa nel
deserto, non sapeva di essere così assetata. Accende ceri e si
inginocchia a pregare, con Mercedes fra le braccia, ai piedi
della splendida Maria di due metri e mezzo. Ma non alza lo
sguardo. Guarda dritto negli occhi rubini del serpente ghi-
gnante che agonizza sotto il piede della Vergine.
Materia gli fa un'offerta sacrificale: suonerà soltanto in
chiesa, e soltanto dall'innario. Unica concessione, il libro di
canti yiddish della Luvovitz, il minimo che possa fare per
un'amica che le ha dato tanto. In fondo è lo stesso Dio.
Undici mesi dopo, la Luvovitz è di nuovo presente quan-
do Materia partorisce Frances. Meno male, perché Frances
è pronta per uscire di piedi. La Luvovitz infila le mani den-
tro e la capovolge. Non c'è molta differenza fra un vitello e
un bambino. Frances è nata con un pezzo del sacco amnio-
tico sulla testa, ottimo auspicio per chi viene al mondo su
un'isola, perché protegge dall'annegamento.
Frances sembra un po' denutrita ed è calva come una pal-
la da biliardo. Secondo Materia dipende dal fatto che l'ha
concepita subito dopo Mercedes e nel ventre non si era an-
cora ben riformata la preziosa sostanza. E il latte non è così
abbondante. Ragione di più per amare anche questa.
Frances viene battezzata all'Empire, in Plummer Avenue,
sede temporanea della nuova chiesa cattolica di Nostra Si-
gnora del Carmelo.
Mercedes è una brava bambina, segue tutto con gli oc-
chietti scuri, dorme quando è ora, vuole reggere da sola la
tazza e non lascia cadere una goccia. A sette settimane Fran-
ces ride.
Nel 1913, insieme a Frances nasce ufficialmente la città.
Ora la città fungo ha un nome: New Waterford.

James prova il normale orgoglio di un uomo la cui fami-


glia è in aumento. Fa i doppi turni, ma è un piccolo prezzo
da pagare. Quelle due bambine ne sono la riprova. Ormai il
suo demonio è talmente lontano che può rifletterci sopra:
lavorava troppo. Aveva picchiato la figlia per sbaglio e que-
sto l'aveva sconvolto. Il panico gli aveva procurato un picco-
lo inconveniente fisico. Privo di importanza. Che Cristo, an-
che gli impiccati hanno un'erezione.

Materia è di nuovo incinta.

James è contento di vedere che la moglie ha ritrovato la


ragione. Niente più vagabondaggi lungo la spiaggia, blate-
rando. Niente più spettacoli irritanti, come vederla in soffit-
ta con la testa ficcata nella cassa del corredo, sprofondata
nel sonno o in trance. Adesso, rientrando a casa dal lavoro,
non la sente più tormentare il pianoforte. Invasata dalla re-
ligione, sì, ma è tipico delle donne. E dopo la gravidanza
tornerà in forma.
Sembrano carine le due piccole, Mercedes allatta una
bambola e tuba con Frances. Frances ha i capelli, adesso.
Boccoli d'oro, occhi nocciola con barbagli di verde ridente,
la sua prima parola: «Buu! ».
Piove per tutto l'inverno. Plummer Avenue ha un nome
appropriato ed è inondata di fango, ma i Piper hanno tan-
tissimo carbone per proteggersi dall'umidità. Non appena
Kathleen torna a casa da scuola, si accende il fuoco e i ra-
diatori prendono vita sferragliando.
Materia guarda Kathleen salire le scale diretta in camera
sua, poi torna a impastare acqua e farina per gli gnocchi,
mentre James si lava alla pompa della cucina. Lo guarda di-
rigersi verso il salotto, già assorto nel suo «Halifax Herald»:
Notizie dalla vecchia ridente Inghilterra: dal 1880 a oggi, a ogni
tic tac dell'orologio la bandiera britannica si è spiegata su due nuo-
vi acri di territorio...
Cinque minuti dopo Materia si asciuga le mani nel grem-
biule e controlla James dalle ombre dell'ingresso. Non c'è
pericolo, è seduto in poltrona sotto la lampada... Sozodont:
fa bene ai denti che stanno male, non fa male ai denti che stanno
bene...
Materia torna in cucina, dove la cena è sul fuoco e Mer-
cedes dondola Frances nella culla. Apparecchia la tavola.
Dodici minuti dopo sale le scale per sbirciare attraverso la
porta che Kathleen ha lasciato socchiusa. Quella ragazza ha
la brutta abitudine di gironzolare mezza nuda, di buttarsi
sul letto a leggere, di lasciare le impronte dei piedi sulla car-
ta da parati mentre si spazzola i capelli, di provare accenti
diversi... Sì, è da sola. Materia accosta silenziosamente la
porta, si volta e scende fino alla carbonaia per alimentare la
caldaia. La casa non è mai calda abbastanza per l'orchidea
del secondo piano.
Tornata in cucina, Materia prepara un ponce al miele e li-
mone e riattraversa l'ingresso - J a m e s si è appisolato in pol-
trona, il giornale è scivolato per terra, Disappunto della Ser-
bia —, va di sopra, apre la porta di Kathleen, « Mamma! Non
sai bussare?», allunga alla giovin signora la bevanda e la
guarda sorseggiarla dalla tazza fumante. Una vena verde
luccica sotto la superficie del collo liliale di Kathleen, ri-
chiamata dal calore. Un'altra scorre dalla piega dell'ascella,
per scomparire sotto la camiciola di pura seta. Un rossore si
diffonde dalle guance fino alla gola, chiazzandole il petto.
Materia si trascina nuovamente in cucina, mescola il con-
tenuto della pentola e grida: «E pronto! ».
James si scuote dal suo sonnellino e arriva a tavola sfre-
gandosi le mani... «Dall'odore sembra proprio buono».
Materia grida di nuovo per chiamare Kathleen, che se ne
arriva tutta scollacciata, avvolta in un kimono. «Non c'è bi-
sogno di sgolarsi. Sono qui». Si siede scomposta su una se-
dia: «Che c'è da mangiare?».
Materia risponde: «Bollito misto».
«Mmm» fa James.
Kathleen geme, lui ride: «Fa bene, fa crescere i peli sul
petto».
Kathleen sussulta: che buzzurro.
Cucina casalinga di Cape Breton. Patate, rape, cavolo, ca-
rote e, se sei ricco, tutte le zampe di porco che vuoi. Ti vie-
ne l'acquolina in bocca solo a pensarci, se ti è capitato di
mangiarlo cucinato come si deve. Materia continua a supe-
rare se stessa in cucina, ogni cosa che tocca si trasforma in
nettare. Porta la pentola in tavola e scodella porzioni gene-
rose. In quel frangente, Kathleen si sente molto inglese:
«Niente cavolo per me, grazie, mamma cara, je refuse».
James se la sta spassando. Guarda Kathleen rimestare la
roba nel piatto e, dopo qualche secondo, si alza e le prepa-
ra un toast al formaggio.
Materia mangia la propria cena e poi quella di Kathleen,
inzuppando il pane nel brodo. James evita di guardarla -
curva sul piatto che mastica lentamente -, cerca di non pen-
sarci, è bovina, ecco cos'è. Kathleen rosicchia il suo toast al
formaggio, buttando le croste. La principessa sul pisello.

Se James ha dimenticato il demone, non così Materia. Lei


ha visto il demone, e lui l'ha guardata. Sa che tornerà. Adesso
Materia ha due vere figlie alle quali vuole bene, dunque è tut-
to chiarissimo. Una novena tira l'altra, Materia percorre tutte
le stazioni della Via Crucis, medita sui Misteri - Gaudioso, Do-
loroso, Glorioso - del rosario. Ottiene indulgenze parziali,
non spera in quella plenaria, non essendo mai libera dall'at-
taccamento al peccato, malgrado le frequenti confessioni.
La splendida Maria di due metri e mezzo dall'abito azzur-
ro e il dolce viso addolorato è stata trasferita da Lingan alla
nuova chiesa di Nostra Signora del Carmelo appena costrui-
ta a New Waterford, dove troneggia nella sua grotta con il
Bambin Gesù e il serpente.
Nella fredda oscurità, un alito pungente di dolce incen-
so nell'aria, Materia si inginocchia ai piedi di Nostra Signo-
ra e prega che James rimanga libero dal suo demonio il più
a lungo possibile. Prega il demonio e gli accende un altro
cero.

E una primavera capricciosa, talmente calda che Materia


non riesce quasi a muoversi: è enorme. Cosa ci sarà lì den-
tro, si chiede James. Sembra che stia covando una palla di
cannone da dodici pollici. Ciò nonostante va in chiesa tutte
le mattine con le due bambine nella vecchia carrozzina in-
glese di Kathleen. La signora Maclsaac la vede arrancare da-
vanti alla vetrina del negozio e si preoccupa per lei: nessuno
dovrebbe essere tanto vicino a Dio. Il signor Maclsaac la in-
vita a entrare per offrirle una soda al lampone. Materia
rifiuta, tutto le dà la nausea, ma le piccole bevono fino a far-
si venire i baffi rosa.
Più diventa grossa, più prega, perché James ha di nuovo
smesso di avvicinarsi a lei, e Kathleen diventa ogni giorno
più bella e incauta. Materia guarda le loro teste accostate
chine su un'addizione alla lavagna; guarda Kathleen sfilar-
gli davanti altezzosa col suo vestito più nuovo. Guarda la fac-
cia di James quando la ragazzina canta solo per lui.
Materia, sommersa dalla carne, sembra incapace di fare
un bel respiro profondo. A giugno comincia a dormire sul-
la branda in cucina, basta scale. Questo bambino le sta suc-
chiando la vita; niente più controlli improvvisi al marito e
alla figlia, non in quelle condizioni.
Siccome non le sta più niente, prende tre vestiti vecchi e
ne ricava uno: boccioli di rosa stampati sul davanti, taffettà
' verde ai lati e disegno scozzese dietro. Trascorre una gior-
nata comoda ma James, quando torna dice: «In no-
me del cielo, che ti sei messa?».
Gli chiede dei soldi. Compra uno scampolo di assurda co-
tonina fiorata e, con l'aiuto della Luvovitz, fa tre ampi vesti-
ti. La Luvovitz le offre vari metri di mussolina celeste chiaro,
ma Materia rifiuta. Le piacciono i fiori. James scuote la testa
ma non fa commenti.
In quei giorni Materia non fa che borbottare, le labbra in
continuo movimento, che rammendi un calzino o cambi un
pannolino. E, quel che è peggio, anche mentre compie il
suo percorso glaciale attraverso la città diretta in chiesa.
«Non girovagare per Plummer Avenue blaterando da so-
la, moglie ».
«Non parlo da sola».
«Ali no? E con chi parli?».
«Con la Madonna».
Cristo in croce.
Materia vede il demonio ghignare verso di lei dalla bocca
della fornace. Notte e giorno Materia secerne e tesse un dia-
fano sudario di preghiere nelle quali avvolge Kathleen. Ve-
de il corpo della figlia imbozzolato, sospeso, i verdi occhi
aperti. Ma nessuno può tessere in eterno, e i bozzoli prima
o poi si aprono, per sprigionare farfalle o cibo per i ragni.
Cos'altro ha da sacrificare? Ha offerto la sua musica tanto
tempo fa. Sarebbe anche disposta a mortificare la carne, ma
potrebbe nuocere alla creatura che ha in grembo. Non le
resta vanità da mortificare, offre così il suo grasso, i panni
logori, i riccioli sempre più radi. Ma il demonio non è sod-
disfatto.
Nella fredda oscurità della chiesa del Carmelo, Materia
fissa la stretta faccia verde del serpente e si fa il segno della
croce. Accanto a lei è inginocchiata la piccola Mercedes, le
manine nei guanti bianchi giunte intorno ai grani del rosa-
rio. Alle loro spalle, Frances cammina a quattro zampe sotto
le panche, strascicando la veste nella polvere, alla ricerca di
cose luccicanti. Materia fissa gli occhi rossi del serpente e
patteggia: se il demonio si limiterà a una sola figlia, quando
sarà il momento gli concederà Kathleen. Il demonio ghi-
gna. Accetta.
Poi Materia guarda in alto alla serena faccia di alabastro
di Nostra Signora e le chiede di porre freno al demonio.
Recita il Memorare: «Ricorda, o dolce Vergine Maria, mai
avvenne che chi si sia messo sotto la tua protezione, abbia
implorato il tuo aiuto o chiesto la tua intercessione, non ab-
bia ricevuto soccorso. Ispirata da tale certezza, io corro a te,
o Vergine delle vergini, Madre mia; a te io vengo peccatrice
e dolente, dinanzi al tuo cospetto; o Madre del Verbo fatto
Carne, non disprezzare le mie richieste, ma nella tua infini-
ta pietà ascoltami e rispondimi. Amen».

Nostra Signora penserà a qualcosa. Le sue vie sono mise-


ricordiose.
IL TERZO SEGRETO DI FATIMA

« Mi chiedo » osservò Emma « se i cattolici colti


credono davvero a tutti gli strani miracoli che
si dice avrebbero compiuto i loro santi ».
CLAUDIA, DI A.L.O.E.

Luglio è soffocante. Hanno tanti di quegli ortaggi da sfa-


mare un esercito. Lo spaventapasseri cuoce nei vecchi stiva-
li da miniera di James e nella variopinta veste di boccioli di
rosa, taffetà e riquadri scozzesi di Materia, il feltro sulle ven-
titré sopra la faccia inespressiva come al solito. Se ti è capi-
tato di ficcare le mani dentro un mucchio di fieno, tirando-
le poi fuori con la sensazione che siano uscite da un forno
bollente, allora sai di cosa è capace la paglia. Pete se ne sta
tranquillamente a rosolare. James innaffia l'orto con l'ac-
qua del torrente. Materia riempie barattoli su barattoli di
conserve, etichettandoli «Estate 1914».
Il 3 agosto James non va alla partita di baseball, e si perde
tutta l'euforia della vittoria di New Waterford su Sydney: lo
leggerà sulla prima pagina del «Post» il giorno successivo.
Ha già abbastanza da fare, tra il lavoro, l'orto e la figlia. Per
questo non va alle partite, né si siede a parlare di politica
davanti all'emporio di Maclsaac o a giocare a carte nel re-
tro. Così facendo rende vani gli sforzi dei più, decisi a non
fargli mai dimenticare che chi è stato crumiro, crumiro ri-
mane.
James risale Plummer Avenue per andare a comprare il
giornale. Non prende più il calesse: perché mai non do-
vrebbe andare a piedi per la città? Ci vive da prima ancora
che diventasse una città, da prima che ci fosse una compa-
gnia mineraria o anche solo un minatore.
Da un isolato di distanza, James dà l'impressione di cam-
minare sull'acqua, ma è soltanto il baluginio della cenere.
Non si muove niente quel pomeriggio, tanto meno un alito
di vento. Chi non si è rifugiato sulla spiaggia siede immobi-
le sotto la veranda di casa, i piedi in un secchio di acqua
ghiacciata. Una volta tanto, è la giornata ideale per stare
sotto terra.
James, come al solito, è vestito in modo impeccabile. Solo
una bestia o un incivile reagisce ciecamente alle vicissitudini
della natura. Le masse semianalfabete si mettessero pure in
mutande, convinte che il problema stia tutto lì. Lui passeg-
gia fresco fresco per la città, come un cetriolo vestito di lana.
Compra il «Post» da Maclsaac, dove sono seduti un paio
di vecchi, che ogni tanto si strizzano l'occhio. Maclsaac dor-
me come un sasso dietro la cassa. James lascia cadere le mo-
nete sul banco e, scorrendo i titoli mentre esce dal negozio,
non può reprimere una fìtta di orgoglio civico per la grande
vittoria sportiva della sua città. I vecchi lo seguono con lo
sguardo, poi rompono il loro vizzo silenzio per fare suppo-
sizioni su cosa renda un uomo insensibile al caldo torrido.
All'angolo di Seventh Street, una vecchia antillana scam-
panella accanto al suo carretto di arance. In cima alla pira-
mide di frutti ha posto un campione della merce spaccato
in due. Sanguinelle. James ne compra una.
Il sole ha cominciato a calare, arriva il fresco balsamo del-
la sera. I gigli riposano e l'aria si riempie di profumo azzur-
ro. Un cane abbaia, resuscitato dopo il caldo, e qualcuno ha
attaccato col violino una danza come lo strathspey, perché fa
ancora troppo caldo per il vorticoso reel. James svolta in Wa-
ter Street giusto in tempo per vedere Leo Taylor fermarsi di
fronte a casa con il calesse. E Kathleen di ritorno dalle pro-
ve. Aspetta che Taylor salti giù e le abbassi il predellino.
Scende dal calesse con la disinvoltura di un'aristocratica na-
ta. Taylor non dice una parola, e lo stesso fa Kathleen, che
non lo degna di uno sguardo. Per James momenti come
questo sono il sale della vita. Il sole che si crogiola a occi-
dente, profondendo sull'isola rarefatte sfumature di rosa e
ambra... c'è la vita intera racchiusa in un momento così. Dio
è nel Suo Paradiso, io nel mio.
Kathleen vede James e gli corre incontro come se all'im-
provviso avesse di nuovo sette anni, rompendo un incantesi-
mo per crearne un altro. E così eccitata, così nervosa: «Mi
viene da vomitare! ».
«Alcuni dei migliori cantanti vomitano sempre prima
dello spettacolo» le dice James.
Lei ride, divertita e disgustata, perquisendolo in cerca di
un regalino che è sicura di trovare. Eccolo!... un'arancia na-
scosta nel giornale.
È da settimane che si esercita. Stasera, per la prima volta,
canterà davanti a un pubblico pagante. Sarà pure la sede
dell'associazione culturale di Sydney. Saranno pure dei di-
lettanti e un pubblico di provinciali. Ma che differenza fa.
Un'esibizione è un'esibizione.
«Canta sempre come se fossi al Metropolitan» le dice
James. «Canta come se fossi alla Scala, e non dimenticare
mai il tuo pubblico».
Loro due non lo definiscono un debutto, però a suo mo-
. do è una prima, e non stanno nella pelle dall'agitazione.

Quella sera:

LA ORPHEUS SOCIETY DI SYDNEY PRESENTA

ELEGANTISSIME SCENOGRAFIE
MERAVIGLIOSI CONGEGNI MECCANICI
MISTERIOSI EFFETTI ELETTRICI
IN UNA MIRABILE PRODUZIONE DI

Don Giovanni scompare in un diavolio di vampe, trasci-


nato all'inferno da una statua. Silenzio. Applausi. «Bravo! »,
«Bis! », «Falla arrivare in cielo, amico! ». La sala è stipata, so-
lo posti in piedi. Hanno visto Tosca infilzare Scarpia e subi-
to dopo gettarsi nel vuoto in fondo al palco. Siviglia ha ce-
duto il posto a Nagasaki, le donne hanno fatto le sonnam-
bule, sono state sepolte in Egitto e nel cerone bruno, si so-
no pugnalate il giorno del loro matrimonio e sono impazzi-
le. Solo i pezzi forti, I N T E R V A L L O . I ventilatori ruotano sul
soffitto a volta, dove pergole frondose e giovani dipinti lan-
guono sulla riva di laghetti infestati di ninfe. In basso, gli
spettatori ronzano felici mentre si scollano dalle poltrone di
legno per dirigersi verso l'atrio, dove viene servito il tè con
( lolcetti ai datteri e bandierine inglesi.
James non si muove, la faccia sprizza impazienza e ansia,
lo stomaco mezzo sottosopra per quell'ora di ridicoli ansiti e
lensioni sul minuscolo palcoscenico. Suor Santa Cecilia gli
mette una mano sul braccio, ma lui non se ne accorge. Poi
lei si alza e si allontana frusciando per prendere una tazza di
lè, pensando che è un vero peccato, e anche un po' strano,
che la madre della ragazza non sia presente alla serata. Non
vedeva l'ora di conoscere la signora Piper, e di congratularsi
con lei per quella figlia così dotata. James ha un disperato bi-
sogno di aria, ma è paralizzato sulla poltrona. Non ha nessu-
na voglia di confondersi con quella massa di ignorantoni e
di sentirne gli spropositi. Tra cinque minuti tocca a Kath-
leen.
All'insaputa di James, una donnina scura e tonda con la
crocchia grigia si intrufola nella sala insieme a una donna di
colore alta e giovane. La signora Mahmoud è lì perché quel-
la mattina Benny ha fatto una consegna. In tutti quegli anni
è riuscita a resistere alla tentazione di appostarsi fuori dalla
I Ioly Angels per dare un'occhiata a Kathleen. Ha fatto di
lutto per non mandare un biglietto o una parola alla figlia
i ramite Benny. Ma quella sera la signora Mahmoud è anda-
la perché non può fare a meno di sentir cantare la nipote. E
Teresa, la domestica, che sa apprezzare gli spettacoli raffi-
nati, è stata felice di accompagnarla.
« Signore e signori, siete pregati di prendere posto per il
secondo atto ». Il pubblico rientra rumoreggiando: la crema
di Sydney, oltre a svariati melomani. La piccola orchestra
sinfonica di Sydney accorda gli strumenti. Le luci di sala si
spengono. Il direttore artistico attenua le luci della ribalta.
Si alza il sipario. Un cortile. Luna di mezzanotte. Una fonta-
na. Edera e rose rampicanti. Un gatto di cartone con gli oc-
chi che si aprono e si chiudono e una zampa che si muove...
|ames è sulle spine, siamo qui per la musica, non per effet-
lacci da quattro soldi. Un uomo con la gobba e un berretto
da giullare coi campanellini incede zoppicando sul palco.
L'attesa risucchia il sangue dalle mani di James, il corpo un
fascio rapito e contratto come le corde del primo violino.
E l'orchestra a vederla per prima. Poi appare da dietro lo
zampillo dipinto dell'acqua. Incandescente. Kathleen. Un
morbido abito bianco, i capelli sciolti, un'aureola di fuoco.
James si sporge leggermente in avanti... alt, alt, alt, fermi
tutti: guardate. Prima di ascoltare. Tu, là sopra, con quel
cappello tintinnante, sta' fermo.
Rigoletto urla: «Figlia!». Lei gli si getta fra le braccia:
«Mio Padre!». Padre e figlia si abbracciano. Piangono, si
giurano amore, lei gli chiede qual è il suo vero nome: «Pa-
dre ti sono, e basti».
Lei chiede chi era sua madre e cosa ne è stato di lei.
(Con effusione) «Moria».
«Oh padre, quanto dolor!... che spremere sì amaro pian-
to può?». Ma lui non può rivelarle niente, la ama troppo.
Tanto da tenerla chiusa a chiave...
«Non uscir mai».
«Non vo che al tempio».
«Oh tu ben fai».
... tanto che la ficcherà in un sacco e la pugnalerà per sba-
glio (Orror!)... ma questo viene dopo. Per il momento:
Quanto affetto! Quali cure!
che temete, padre mio?
Lassù in cielo, presso Dio,
veglia un angiol protettor...
Alle prime note il teatro è percorso da un fremito; i peli
scattano sull'attenti dietro le nuche; i tessuti erettili si agita-
no involontariamente sotto gli sparati delle camicie imper-
lati di sudore e i corpetti matronali, e dentro le pieghe più
remote delle tonache. Due cose possono suscitare un tale
brivido: una voce bella e qualcuno che cammina sulla tua
tomba. Ma soltanto la prima ti consente di condividere il
brivido con un teatro stipato.
Con l'involarsi del canto, la sala scompare e il calore si
dissipa. James non riesce a trattenere le lacrime. All'inizio è
imbarazzato, poi nota che anche altri si asciugano gli occhi.
Non è per via delle parole, che sono in una lingua straniera,
o per la storia, che molti non conoscono. È che una voce
bella e genuina squarcia delicatamente il petto, svela il cuo-
re e lo tiene palpitante contro una lama d'acciaio finché
non hai che un desiderio: essere trafitto. Perché la voce è
tutto ciò che non ricordi; non dovresti poter vivere senza, e
invece, tragicamente, vivi.
... Da noi toglie le sventure
di mia madre il priego santo,
non fia mai divelto e infranto
questo a voi diletto fior.
La cavatina giunge al termine, una canzonetta. La sala
piomba nel silenzio saturo di pace che può far seguito alla
musica e consentirti di dimenticare per un attimo i tuoi ne-
mici mortali: la carne e il tempo.
Cala il sipario. Applausi. James lascia andare la mano di
Suor Santa Cecilia. «Mi scusi, sorella».
Lei sorride, controllando con discrezione l'armonia di
ventisette ossa schiacciate.
Il baritono nei panni del gobbo esce sgraziato e si profon-
de in salamelecchi con tutta la boriosa umiltà del guitto, ma
James non lo degna di attenzione... eccola che arriva! Gli
applausi si levano alle stelle. « Brava! » grida la folla, « Bravis-
sima! », «Straordinaria! ». Il pubblico è tutto in piedi. Lei si
inchina, composta, maestosa. James non è mai stato così
fiero. A dispetto di tutte le sue ambizioni giovanili non
avrebbe mai osato sognare questo, lei, un dono di tale ma-
gnificenza. Kathleen appartiene al mondo, andrà via, James
lo sa e non ne fa un dramma, si unisce agli altri nell'applau-
so. Il baritono le prende la mano, la bacia - stupido lardoso,
levati dai piedi -, da un momento all'altro il macchinista
porterà fuori le rose che James ha preparato, non vede l'ora
di osservare la faccia di Kathleen - le hanno tirato addosso
delle margherite -, James si gira sulla sedia per individuare
il colpevole, il suo sguardo invece finisce dritto negli occhi
della suocera, ormai un'estranea. Teresa, la domestica, vede
il viso bianco e avido con gli occhi azzurri da ragazzino e
l'ossatura da rapace, e si chiede: come si permette di fissare
la signora Mahmoud?
Nel frattempo, il ragazzo che ha lanciato le margherite sta
correndo verso il palco, un furfantello dai capelli neri che
puzza ancora di latte. L'applauso nel teatro non si è spento.
James si gira di nuovo e vede il ragazzo saltare sul palco e ba-
ciare la figlia sulla guancia. Un boato, una risata, altri ap-
plausi; il ragazzo arrossisce e ridendo cade in ginocchio,
adorante. Lei lo insignisce cavaliere con una margherita,
James ha già infilato il corridoio, li deve fermare, quando:
«Signore e signori, per favore un attimo di attenzione! ».
L'anziano signor Foss, direttore della Orpheus Society, sta
scampanellando in fondo alla sala. James si blocca a metà
percorso in mezzo agli ottoni. Il boato della folla si smorza.
Tutti gli occhi sono su Foss, che si schiarisce la gola e, con la
stridula dignità che si confà alla gloria e alla speranza, an-
nuncia: « Gli uffici del "Sydney Post" hanno appena ricevuto
un cablogramma dal parlamento provinciale di Halifax. Og-
gi la Gran Bretagna ha dichiarato guerra alla Germania. La
Madre Patria chiama: il Canada non si tirerà indietro nell'o-
ra del bisogno. Signori e signore, siamo in guerra».
Due minuti di silenzio verranno quattro anni dopo, ades-
so è la pausa di una semiminima, sciolta dal ragazzo sul pal-
co che salta in piedi con spirito e lancia tre evviva seguiti da
una manciata di petali. La piccola orchestra sinfonica di
Sydney intona God Save the King. Il pubblico canta. James
raddrizza i panneggi del palco che all'improvviso si sono un
po' inclinati.

Quella notte, a dodici ore dallo scoppio della guerra,


Kathleen, seduta alla toeletta, si spazzola i capelli davanti al
grande specchio ovale. Non ha sonno, come potrebbe aver-
ne? Stasera ha cantato. Il mondo non sarà più lo stesso.
Chi è quella nello specchio? Si vede per la prima volta.
Non ha bisogno di luci soffuse, non alla sua età, non con
quel viso, e le tre candele esaltano a dismisura il suo fascino.
I capelli scintillano a ogni colpo di spazzola. La luce delle
candele scolpisce un antro nel buio che la circonda. Lo
specchio è una polla sacra dove vedere il proprio futuro: le
labbra gonfie di baci, gli occhi carezzevoli, vieni con me nel-
la mia casa in fondo al mare e ti amerò.
Si sbottona la camicia da notte. Il mio bel collo. Si scopre
una spalla bianca, ooh. Separa i lembi per svelare i seni, at-
lento, marinaio. La sua immagine fluttua al di là della su-
perficie crepuscolare, invitandola a calarsi in acqua.
Si passa la mano su un capezzolo che si contrae e rag-
grinza fino a diventare un punto che cerca calore. Si bacia
il palmo della mano, tenendo d'occhio lo specchio. Anco-
ra, questa volta con la lingua. Fa le prove di quello che sarà
il suo décolleté. Si acconcia i capelli: ragazza americana,
contadinella, matta, driade. E li lascia lì, ricadenti sulla
spalla.
È un autoritratto e l'artista è innamorato.
Sua madre le ha detto di non guardarsi troppo a lungo al-
lo specchio. Se quello che vedi ti piace troppo, alle tue spal-
le apparirà il diavolo. Questa storia l'ha sempre preoccupa-
la e, pur sapendo che è una sciocchezza, Kathleen non ha
mai indugiato a lungo. Ma stanotte si sente impavida, pron-
ta a verificare la teoria.
Si sorride. E rimane di sasso. Non riesce a muoversi. Non
riesce a distogliere lo sguardo o a rompere il sorriso che le
si tende in un ghigno finché sembra che stia ridendo di se
stessa. E allora che lo vede. Pete. Nell'ombra alle sue spalle.
La liscia testa imbottita. Il cappello. Le sue non orecchie. La
sua non faccia. Kathleen geme. Pete guarda: Ehi, ciao. Lei
non riesce a ritrovare la voce, è forse un sogno? In tono que-
rulo: Ciao, ragazzina. La sua non bocca: Ciao.
Kathleen schizza dallo sgabello di raso con un grido, cor-
RE alla cieca verso la porta passando attraverso Pete, per
quanto ne sa, si precipita fuori, si fionda in corridoio con lo
stridio di una granata e nella stanza dove il padre dorme da
solo. Si butta a peso morto sul letto, singhiozzando: «Voglio
dormire con te, stanotte! ».
Lui è già in piedi, pronto a uccidere l'intruso, ma i pugni
ritornano mani al momento di afferrarle le spalle. Lei sta
tremando.
«Sssh» le dice.
Nell'oscurità le accarezza delicatamente il viso, il pollice
le sfiora le labbra. «Ora calmati». La mano scivola intorno
alla calda nuca: «Calmati, tesoro». Le bacia una guancia,
quel suo caldo profumo... salta giù dal letto. La prende bru-
scamente per mano: «Vieni», rapida marcia verso la cucina,
luce accesa. Materia, nella branda, è già sveglia. «Un brutto
sogno, tutto qui, rimettiti a dormire, moglie». Latte caldo e
miele: «Questo ti rimetterà in sesto, ragazzina».
Kathleen sorseggia e si calma, mentre lui legge il giornale
e Materia fissa il linoleum che ingiallisce. Domani passerà la
cera.
Tornati di sopra, James trascina il materasso di Kathleen
nella camera delle bambine, dove Frances e Mercedes dor-
mono rannicchiate nel lettino. Kathleen guarda le sorelle e
sente il primo slancio di affetto nei loro confronti, dolci fa-
gotti di fiato infantile e sogni lattei. Si china a baciarle.
Quando si solleva, una ciocca di capelli resta attorcigliata
nel pugno di Frances. Apre delicatamente la manina e la
infila sotto le coperte.
Kathleen si infila nel suo giaciglio sul pavimento e dice al
padre: «Non te ne andare».
James dice: «Resto qui», e piazza una sedia vicino alla
porta, dove rimane a guardarla finché non si addormenta.
Poi torna nella sua stanza e chiude la porta a chiave.
Il giorno dopo, James batte sul tempo il demonio per la
seconda volta, e si arruola.

Quando James dice a Materia di essersi arruolato, lei si fa


' il segno della croce. Oh, no, pensa lui, e le dice perentorio:
«Non serve a niente chiedermi di non andare, ho già firma-
to». Lei corre dritto in chiesa. James scuote la testa. Potreb-
be anche andare a pregare il Kaiser, per quello che può ser-
vire. Ormai parte, ha deciso.
Materia arriva alla chiesa del Carmelo e va difilato alla
grotta di Maria. Lì si prostra meglio che può, visto il carico
non ancora nato, e ringrazia Nostra Signora di aver manda-
to La Guerra.
FOTOGRAFIA MOSSA

James decide che non c'è niente di male se si porta in


guerra una fotografia di Kathleen. Chiede a uno dei dipen-
denti di Wheeler di raggiungerlo a New Waterford. Vuole
ricordarla nello scenario domestico. Non una natura morta
Contro un fondale finto antico, una natura viva. Come lei.
Il 7 agosto, dopo la scuola, l'assistente di Wheeler arriva
con il suo armamentario stipato nel calesse di Leo Taylor,
fra lui e Kathleen.
« La fotografi qua fuori, » dice James « di fronte alla casa,
è una giornata così bella».
Nel cerchio di pollice e indice il fotografo sbircia Kath-
leen, che sta immobile sotto la veranda con le mani giunte e
i piedi in quinta posizione.
«Stupendo, signorina Piper, semplicemente stupendo».
Mentre Taylor scarica la roba, James gli va vicino e gli di-
re senza scomporsi: «Da oggi in poi, Taylor, qualsiasi pas-
seggero maschio viaggia davanti con te».
«Sì, signore».
Taylor trascina la scatola della macchina fotografica per
il cortile, strusciando in terra il lungo cappuccio «come la
testa mozzata di una suora» pensa Kathleen, compiaciuta
del proprio senso dell'orrido. Il fotografo descrive un arco
intorno a lei, cercando l'angolazione giusta, mentre Taylor
lo segue con l'attrezzatura. Kathleen ha ancora l'uniforme
della Holy Angels. James le ha detto di non stare a cam-
biarsi.
«Magnifico, rimanga in questa posizione, signorina Pi-
per».
Il fotografo pianta il treppiede nel terreno e scompare
sotto le gonne della macchina fotografica. Taylor fa scende-
re uri grosso cartoncino nero sull'obiettivo. Sono tutti in at-
tesa. Kathleen non muove un muscolo finché clic.
«Signorina Piper, temo di doverle chiedere di restare immobile».

«Mi scusi, non sapevo che stesse per scattare».


«Vuole rilassarsi un attimo?».
«No».
Kathleen torna a giungere le mani e sorride. Il fotografo
gira e rigira l'obiettivo per un tempo che sembra infinito.
Kathleen borbotta con l'angolo della bocca: «Scatti» pro
prio mentre clic.
«Signorina Piper, la prego».
«Scusi, mi dispiace. Questa volta non mi muovo».
Sorriso pudico, occhi che si fanno vitrei, passa un'eternità; lei vaga con l
grafia, Suor Santa Monica, senza il velo, sarà calva là sotto?
Vanno al gabinetto le suore? Kathleen si gratta il naso pro-
prio mentre clic.
Il fotografo fa capolino da sotto il cappuccio: «Non è una
cinepresa questa, signorina Piper».
James cerca lo sguardo di Kathleen e le fa l'occhiolino.
Lei sorride. Il fotografo torna a rannicchiarsi dietro la mac-
china: «Va bene, signorina Piper, è perfetto, uno... due...
tre... ».
James sgattaiola dietro la macchina fotografica e fa gli oc-
chi storti a Kathleen. Lei si accascia in avanti, le mani sulle
ginocchia, ridendo in direzione della macchina: «Papà!»...
mentre nello stesso istante, alla finestra dietro di lei appare
Materia e saluta... clic. Attraverso l'obiettivo, la mano di Ma-
teria si sfrangia in luce, incorniciando i capelli sfocati di
Kathleen. Materia doveva avere in mano qualcosa di lucci-
cante.
«Mi arrendo!». Il fotografo smonta il treppiede. «Non si
preoccupi, signor Piper, deve rimborsarmi solo la pellicola,
non voglio assolutamente niente».
«Stampi l'ultima, da bravo, gliela pago».
Leo Taylor rimette l'attrezzatura sul calesse. E un po' sor-
preso. Ai suoi occhi il signor Piper è l'austerità in persona.
Con lui ha sempre avuto una strana sensazione, quella che
si avverte con certi cani: meglio evitare gli occhi, non inner-
vosirli con movimenti bruschi. E adesso guardalo lì, che si
sbellica con la figlia come se fosse suo fratello, o il suo mo-
roso.
James e Kathleen stanno ancora ridendo quando il cales-
se si allontana in una nuvola color seppia e Materia batte sul
vetro con le forbici.
« L a cena è pronta» dice James.
«Cosa si mangia?» chiede Kathleen.
«Pasticcio di carne e rognone».
«Puah».
James le arruffa i capelli ed entrano in casa.
LIMBO

La bambina non era normale fin dall'inizio. Tanto per co-


minciare, praticamente non piangeva. Faceva un verso come
un gattino bagnato. Forse doveva andare così. Il tragico e
che né Materia, né James e nemmeno la signora Luvovitz eb-
bero la prontezza di battezzarla; e come avrebbero potuto?
Non aveva una particolare malattia, era perfino robusta. Sca-
duto il termine, era nata il giorno dopo che avevano fatto la
fotografia a Kathleen. Materia l'aveva forse indebolita quan-
do si era prostrata ai piedi di gesso di Maria qualche giorno
prima? Sembra un'idea bizzarra. E anche un tantino blasfe-
ma. No, era una bambina robusta con un bel battito cardia-
co e aveva vissuto tre giorni, poi era morta, nessuno sa per-
ché. Morte in culla. Succede, i bambini si bloccano, perché?
E un mistero. Diciamo che arrivano, si guardano attorno coi
loro occhietti ciechi e decidono di non restare.
Materia l'aveva chiamata Lily, ma non si può dire che
avesse davvero ricevuto un nome; non era stata battezzata e
perciò non era nessuno, e perciò era stata cremata. James
l'aveva messa, avvolta in un lenzuolo, dentro un cesto aran-
cione - era un po' stordito - e l'aveva portata all'ospedale di
King Street, ricavato da due case contigue della compagnia.
Ci fu per forza una sepoltura, ci fu per forza un periodo di
lutto. Questa era l'Altra Lily, prima della Lily che sarebbe stata
battezzata due volte, quasi a compensare la prima. L'Altra Lily.
Che vuoi fare dopo una cosa del genere? Non ti avvilisci,
non è il caso. Non preghi, le preghiere non raggiungono il
limbo. Devi avere fede, Dio aveva un buon motivo. Voleva
metterti alla prova, molto probabilmente. Dio non ci man-
da mai più di quanto possiamo sopportare. Offrila in sa-
crificio. Ricordati che era un'altra femmina.
Materia tira avanti. Pulisce la casa di notte, sbattendo e
sfregando da un cerchio di luce al kerosene all'altro finché
l'alba puzza di liscivia e lei attacca a infornare infornare
infornare. Chi se la mangia tutta quella roba? La porta dai
Luvovitz; ormai Abe e Rudy sono adolescenti, ragazzoni con
uno stomaco senza fondo. Materia ama vederli mangiare,
bei ragazzi sani che strizzano l'occhio alla madre, torreggia-
no sopra di lei, l'adorano. Bravi figlioli.
Mercedes e Frances sono deluse. Sconcertate. C'era la
nuova sorellina e poi non c'era più. Kathleen è arrabbiata;!
bambini non dovrebbero morire.
« B e ' , che aveva che non andava?».
«Non lo sappiamo» dice James.
«Che schifo di risposta idiota».
« L a vita a volte è uno schifo di cosa idiota». James si pic-
ca di dirle sempre la verità.
«Per me non sarà così».
«No, per te n o » .
La cosa che più sconvolge Kathleen è la faccia inespressi-
va della madre. Una fabbrica di bambini. Che assurdità. La
mia vita non sarà così.
James non sta tanto a rimuginarci. Gli dispiace per la
creatura, ma così non avrà un'altra bocca da sfamare. E Ma-
teria si è già ripresa. Come una giovenca. James cerca di
non pensarci. Peccato che sembri ancora incinta. Quando
tornerò dalla guerra sarà dimagrita.
Ma Materia d'ora in avanti sembrerà sempre incinta. La
gente continuerà a pensare che è di sei o sette mesi. Cosa
che tornerà utile.

James si arruola nel 94° Reggimento Victoria Argyll High-


landers. Il suo capitano parla gaelico, come l'ottanta per cen-
to dell'unità. James si offre subito volontario per prestare ser-
vizio oltreoceano, felice di qualsiasi addestramento lo porti
lontano da casa. Esercitazione con le baionette alla Caserma
Wellington di Halifax: infilzare dei sacchi che grondano sab-
bia, « da sotto in su, signorine, da sotto in su, o vi incastrate
nel torace! ». Un sergente inglese insegna come scavare trin-
cee immacolate, ben protette da sacchetti di sabbia: «Non
troppo profonde, ragazzi, non ci fermiamo a lungo! »... giu-
sto il tempo di schiacciare un pisolino, poi all'attacco del-
l'unno vigliacco. James è fra i più vecchi. Non lega con nes-
suno, non gli importa niente di re Giorgio né ha qualcosa
contro il Kaiser. Non vede l'ora di andare oltreoceano. «Da
sotto in su, signorine, da sotto in su! ».
Cinquant'anni di pace europea hanno generato ovunque
grande esuberanza. Moltissimi cavalli sono pronti a lanciar-
si al galoppo per l'Europa in due direzioni. Cape Breton si è
arruolata in massa, malgrado negli ultimi venticinque anni
l'esercito canadese abbia passato più tempo a sorvegliare le
proprietà della Compagnia canadese del Carbone che a
combattere. Ma i reclutatori ci hanno saputo fare - « poveri-
no, il Belgio, con quei crucchi assetati di sangue » -, le mi-
niere andavano a rilento, e poi non c'è ragazzo che non
smani dalla voglia di fare il soldato. Anche l'idea di prestare
servizio fianco a fianco con gli amici suona assai convincen-
te, intere città nello stesso tratto di trincea. La paura di tutti
è che «per Natale sarà finita». James spera che la guerra du-
ri due anni. Allora Kathleen sarà abbastanza grande da an-
darsene da casa. Sempre che lui ritorni.
Dopo il periodo di addestramento James presta servizio
nella difesa territoriale. Per tutto l'autunno, lui e il resto del
94" pattugliano la costa in uno stato di ansiosa frustrazione,
con l'angoscia che la guerra finisca prima che li mandino
oltreoceano. Li chiamano le giubbe lampone, perché non
hanno molto da fare oltre a raccogliere lamponi e consu-
marsi gli occhi in caccia di una nave tedesca fantasma.
James mangia a casa, ma dorme con altri due soldati in una
baracca sulla spiaggia di Lingan. Pronti, 'gnorsì, Pronti.
Alla fine James viene trasferito all'85° Battaglione Cape
Breton Highlanders d'Oltremare della Forza di Spedizione
Canadese. Gli hanno assegnato un fucile Ross. E un bene
che alla canna sia attaccata una lama, perché un conto è
sparare in un campo di conigli del Nord America, un altro
in mezzo al fango europeo, anche se nessuno ancora lo sa.
Insieme a trenta chili di equipaggiamento, assegnano a
James una giubba kaki, un kilt da combattimento di pelle,
una borsa di pelo di cavallo biondo e nero, un kilt di un vi-
vace scozzese e un berretto col fiocco rosso. I tedeschi non
mancheranno certo di vederlo arrivare. E con le cornamuse
del reggimento a precederli durante l'attacco, i tedeschi
non mancheranno certo di sentirli. Le cornamuse hanno
l'effetto di liquefare le budella del nemico, e in battaglia le
ginocchia nude incutono terrore nei fanatici. I tedeschi
finiranno col chiamare i reggimenti Highland «die Damen
von Halle», le signore dall'inferno.
Finalmente, un giorno del dicembre 1914, James è sul
vialetto, mentre Taylor carica la sua sacca da viaggio sul ca-
lesse in attesa di accompagnarlo al molo di Sydney. Nevica,
e James avverte l'insolito morso dell'inverno alle ginocchia.
Sa di indossare la fiera tenuta dei suoi antenati, ma sente
atrocemente la mancanza dei pantaloni. Materia non può
fare a meno di pensare a quanto sembri bello. James dà a
tutte un buffetto sulla testa. Frances gli fa il solletico alle gi-
nocchia, Mercedes gli offre il suo biscotto inzuppato, Kath-
leen gli butta le braccia al collo, non riesce a trattenere le la-
crime, lei che non piange mai, lei che non è una donniccio-
la. Gli si avvinghia al corpo, lui cerca di divincolarsi.
«Ora fai il bravo soldatino, devi badare a tua madre».
«No! ».
«Adesso basta, sssh... ».
Ma lei corre verso casa, spalanca la porta - papà, il mio
papà va via, potrebbe essere ucciso, o annegare prima anco-
ra di arrivare laggiù - sale i gradini due a due - e mi lascia
qui con questa donna orribile! Entra nella sua stanza, evi-
tando lo specchio, sbatte la porta, e la chiude a chiave.
«Addio gente, dite una preghiera per il vostro vecchio »,
Sa che Materia pregherà, ci rimetterà quella stupida testa
a furia di pregare.

E ha ragione. Materia prega talmente tanto che la testa


sembra davvero poco salda sul collo. Prega che venga ucciso
nelle Fiandre in modo rapido e indolore.
DI QUA DALL'OCEANO

Quando James se ne va, Materia torna a vivere. Si gode le


due figliolette: Mercedes è buonissima e Frances una buffo-
n e . Kathleen conduce una vita tutta sua, resta a scuola fino
a tardi a esercitarsi con Suor Santa Cecilia o a fare pratica
con il coro, come solista ovviamente. A casa è intrattabile,
ma se non altro è lontana dal pericolo, inshallah.
Che cosa darle da mangiare è sempre un rompicapo. Nien-
te che le vada a genio. Alza gli occhi al cielo, ti sbuffa in fac-
cia, prende ed esce dalla stanza. Materia ricorre alla vecchia
arma di James, il toast al formaggio, dividendolo accurata-
mente in quattro prima di metterglielo davanti: «SaHteyn».
«Mamma! Sei pregata di parlare inglese».
Kathleen, Mercedes e Frances hanno tutte l'impressione
che la madre non parli molto bene l'inglese, il che prima
non era vero, ma col tempo lo è diventato semplicemente
perché Materia non lo parla molto. E con chi dovrebbe far-
lo? Col marito no. E la Luvovitz ha sempre avuto la bontà di
mostrarsi poco esigente al riguardo: la loro amicizia ruota
attorno al cibo, ai bambini, alle vecchie canzoni yiddish. A
Materia basta sedersi al tavolo di cucina della Luvovitz e sen-
tirla sproloquiare di questo e di quest'altro.
Le prime a sparire erano state le preposizioni, poi si era-
no sgretolati gli avverbi, seguiti da intere proposizioni,
finché a Materia non erano rimasti che pochi verbi e so-
stantivi, i più granitici.
La differenza fra Kathleen e le due sorelline è che con
Mercedes e Frances Materia parla tantissimo, benché abbia
in parte dimenticato anche la propria lingua madre a furia
di non usarla, abbia dimenticato tutto fuorché il linguaggio
indelebile dei ricordi più lontani. Perciò Materia e le figlie
piccole parlano l'arabo dei bambini: l'arabo della cucina,
delle tenerezze e delle fiabe. Ya aa'yni, te'berinì.
Mercedes e Frances capiscono che l'arabo è una cosa fra
loro e la mamma. Ormai sono molte le persone di lingua
araba a Cape Breton, ma le sorelline credono che loro e la
mamma siano le uniche a parlarlo, oltre alla misteriosa po-
polazione di quel posto lontanissimo chiamato la Patria
Lontana. Un posto più bello di qualsiasi altro al mondo,
ma un posto dal quale è comunque una fortuna essere
scappati:
«Perché?».
«Per via dei turchi».
«Oh».
Un posto dove tutti parlano all'aperto la lingua privata e
domestica delle piccole Piper, e tutti somigliano alla loro
madre.
«Raccontaci di nuovo della Patria Lontana, mamma».
Sulla branda della cucina, prima che Kathleen rientri,
affondano nel morbido corpo di Materia, che fa da cuscino
alle due teste, con quel magnifico odore di pane appena fat-
to e di olio, una pentola di bezzella e riz con l'agnello sul fuo-
co, il coperchio che ronza sonnacchioso. Fuori, la piogge-
rella invernale offusca i vetri.
«Il Libano è il posto più bello del mondo. Soffia un venti-
cello leggero e fa sempre caldo. Le case sono bianche e
scintillano al sole come diamanti, e il mare è di un azzurro
cristallino. Il Libano è la Perla dell'Oriente. E Beirut, dove
sono nata io, è la Parigi del Medio Oriente ».
«Possiamo andarci a vivere?».
« N o » . Siete state fortunate a nascere su questa umida
roccia grigia nell'Atlantico, bella in un suo modo lugubre.
« Per via dei turchi?».
« Sì ».
Quest'isola, familiare ai famelici irlandesi e agli scozzesi
dalle ginocchia ossute che nella loro Patria Lontana erano
stati rimpiazzati dalle pecore.
«Mamma, che cosa sono le delizie turche?».
«Delle schifezze».
«Ah».
L'isola di Cape Breton non è una perla - ovunque gratti
trovi il carbone -, ma un giorno, fra milioni di anni, forse
diventerà un diamante. Il diamante di Cape Breton.
«Mamma, raccontaci di nuovo dijitdy e Sitdy».
« Il vostro jitdy era il mio papà. Lui e mia madre, la vostra
sitdy, sono venuti qua che non avevano niente e hanno lavo-
rato sodo. Hanno avuto molti bambini e hanno fatto fortu-
na».
«Perché non sono rimasti?».
«Avevano nostalgia della Patria Lontana».
« U n giorno andremo a trovarli, vero?».
« Quando sarai grande e avrai dei bambini tutti tuoi, po-
trà; andare».
«Mamma, raccontaci ancora della musulnana buona».
«Musulmana».
«Musulmana».
« Era una donna buona. Si chiamava Mahmoud. Tanti an-
ni fa, quando il vostro jitdy era bambino, al suo villaggio nel-
la Patria Lontana arrivarono i turchi. Cercavano i bambini
cristiani per ucciderli. La signora Mahmoud prese il vostro
jitdy e lo mise tra i suoi figli. Quando i turchi arrivarono alla
porta e dissero: "Ci sono bambini cristiani qui?" lei rispose:
"No! Questi bambini sono tutti miei". E per convincerli, si
portò il vostro jitdy al petto e lo fece poppare. I turchi se ne
andarono. Una volta diventato grande, il vostro jitdy prese il
nome della signora musulmana in segno di riconoscenza.
Anche se era davvero un cristiano».
«Oh... Mamma, ci fai vedere la fotografia?».
E Materia tira fuori la fotografia di lei e James davanti al
pannello dell'arco romano fatta al negozio di Wheeler quel
giorno di tanto tempo fa. Mercedes e Frances la studiano at-
tentamente: quando mamma e papà erano giovani. Nella
mente di Frances dietro l'arco certe volte c'è la Patria Lon-
tana, certe volte la Guerra.
«Quando torna papà?».
«Presto. Dobbiamo pregare».

Materia ha avuto notizie di sua sorella, Camille. Camille


ha aspettato fuori dalla porta della cucina dei Mahmoud
che il macellaio ebreo finisse la sua tazza di tè settimanale
con la madre. Quando è uscito, gli ha messo in mano un
pacchetto piatto e quadrato. Gli ha chiesto di darlo a Mate-
ria e, senza aspettare una risposta, è scappata via. Benny l'ha
passato alla moglie, che l'ha dato a Materia. Materia si è
messa a piangere quando ha aperto il regalo. Un disco ara-
bo. Sulla copertina, un acquerello di Beirut di notte. E an-
data subito a guardare se c'era un biglietto, quasi aspettan-
dosi la calligrafia infantile di anni addietro, sorridendo al ri-
cordo, anche se le spezzava il cuore; mia piccola Camille,
« sei la più bella di tutte noi, ya Helwi». Ma c'era solo un pez-
zo di carta da macellaio con le parole: «Mi sono sposata».
Almeno una volta alla settimana, Materia prende il disco
dalla cassa del corredo, porta il grammofono di Kathleen
giù in cucina e lo carica. Punta il braccio di ottone e piazza
la puntina sul vinile rotante:
Prima l'anticamera di brusio ovattato, cassa d'aria per un
altro mondo, poi... apriti sesamo: Il deerbeki batte il ritmo, ir-
rompono campanellini alle caviglie e piccoli cembali alle di-
ta, Voud atterra in punta di piedi, si dispiega uno strumento
a fiato, antenato senza gambe della cornamusa scozzese, si
solleva con le sue cannule ondivaghe su spesse corde che
ora ronzano all'unisono. Tutto si intreccia e pulsa in una
molle maglia che sta alla voce femminile penetrare: niente
parole ancora, solo un gemito fra gioia e lamento; l'orche-
stra rimane sospesa, sussultando poi tremula alla voce, li-
quirizia liquida lusinga: « Danza con me prima di farti ama-
re, dopo, tra poco».
Materia si alza e balla il dabke. E una danza che le ha inse-
gnato sua madre e lei l'ha insegnata a Frances e Mercedes.
Il dabke è una serie continua di passetti cadenzati in quarti
di cerchio che ti fanno oscillare i fianchi, muovere langui-
damente le spalle avanti e indietro e fluttuare le braccia sul-
la testa come la cima di un albero. Le mani sono alghe fles-
suose che ondeggiano sui docili polsi, circuendosi, sfioran-
dosi, amoreggiando fra loro.
E una danza così, una danza che riesce meglio se sei for-
mosa, però chiunque può eseguirla. E anche se la norma vuo-
le che sia un uomo a condurre una fila di belle ragazze, il
dabke è per tutti. Ai manimoni, ai battesimi, con bambini,
nonne, chiunque. Per questo gli occhi sono così importanti.
Perché lo scopo del dabke sta nell'alzarsi ed eseguirlo al cen-
tro della compagnia, dove hai uno sguardo per tutti finché
non scegli la persona che inviterai a entrare nella danza. Al-
lora abbassi le braccia verso di lei, le mani che ancora ondeg-
giano a suon di musica, e attiri quella persona finché non si
alza per unirsi a te, perché non può rifiutare. Dopodiché sarà
lei a prendere il centro.
Il dabke è tutto giocato su fianchi che oscillano, mentre se
ti trovi a un ceilidh, i passi di danza celtici sono giocati solo
su piedi e ginocchia. Tutti e due possono essere ballati in
cucina da chiunque.
Frances e Mercedes vanno pazze per il dabke. Lo ballano
finché Materia ce la fa e cioè, in quella prima fase, molto a
lungo. Materia insegna alle due bambine una miriade di
canzoni arabe e il modo di gemerle durante la danza. Il
trucco sta nel fatto che danza e canto sono irripetibili. Una
volta che lo sai, sei pronto per iniziare l'apprendistato.
Quando il prezioso disco si consuma, per ottenere qual-
cosa che somigli a canne e corde, Frances se ne esce con un
pettine e della carta cerata. Cosa tutt'altro che sacrilega agli
occhi di Materia che, anzi, la trova ingegnosa. E lo è.
Accosta la conchiglia all'orecchio. Sentirai il Mediterra-
neo. Apri la cassa del corredo. Sentirai l'odore della Patria
Lontana.
HOLY ANGELS

Forse aveva delle pretese eccessive, o una ridot-


ta tolleranza per le debolezze, umane, visto che i
suoi sforzi di stabilire un'amicizia si erano
sempre rivelati vani.
CLAUDIA, DI A.L.O.E.

Una cartina del mondo, il prospetto della sezione trasver-


sale di un vulcano e una raccolta di fossili decorano la clas-
se di Suor Santa Monica, insieme a una stampa a colori del-
la sua omonima. E appesa sopra la lavagna: santa Monica ha
un libro aperto in grembo, ma non sta leggendo; guarda
lontano, e sembra inconsapevole di un altro paio di occhi
che scrutano dal libro stesso, uno per pagina.
Quando Kathleen è sopraffatta dalla noia, il suo sguardo
va spesso a cadere sul quadro, unico punto concesso ai suoi
segreti sogni a occhi aperti non disapprovato da Suor Santa
Monica che, fra una lezione sulla crosta terrestre e una sul-
le capitali del mondo, appena può snocciola aneddoti sulle
vite dei Santi. Tutte le ragazze sanno che le Praterie sono il
granaio del Canada e che santa Monica era la madre del più
grande di tutti i Padri della Chiesa, sant'Agostino. Da giova-
ne, Agostino viveva nel peccato con un'africana, una paga-
na. La madre pregava per la sua redenzione, e un giorno,
passeggiando in un orto, Agostino udì la voce di un bimbo
gridargli: «Prendila! Leggila! ». Era la Bibbia a parlare. Ago-
stino abbandonò la concubina africana, si convertì al cri-
stianesimo e divenne il flagello dei fornicatori. E Rangoon è
la capitale della Birmania.
Quel pomeriggio, però, gli occhi di Kathleen non sono
appuntati sul quadro. Kathleen è lontano lontano, nella
campagna inglese, dove vive in una grande villa con il padre
vedovo...
«Kathleen! ».
Kathleen sussulta e porta lo sguardo al soggolo di Suor
Santa Monica che incombe su di lei.
«Sì, sorella?».
« Cosa potrebbe esserci di più impressionante della forma-
zione di una morena glaciale?». Suor Santa Monica, senza at-
tendere una risposta, afferra il romanzo di Kathleen mimetiz-
zato sotto Geografia dell'Impero Britannico.
«Claudia, di A.L.O.E. Chi è » - tono durissimo - «A.L.O.E.?».
Kathleen si sente avvampare. Abbassa lo sguardo. «... Una
gentildonna inglese».
«Come hai detto? Ce l'hai la voce, no?» risolini della clas-
se. «Usala».
Kathleen alza Io sguardo:
« Una gentildonna inglese ».
«Una gentildonna inglese, e poi?».
«Una gentildonna inglese, sorella».
Kathleen deglutisce mentre Suor Santa Monica scorre le
pagine. Le altre ragazze cominciano a bisbigliare. «Silen-
zio!». Silenzio. La suora sventola il libro sotto il naso di
Kathleen e ordina: « Condividi qualche gemma con la clas-
se».
Kathleen prende il libro e si morde il labbro.
«Forte e chiaro. Sono io la prima a non volermi perdere
una sola incantevole parola».
Kathleen apre a caso, legge: «"Spesso intravedo..."».
Cantilenando: «Non ti sento, Kathleen».
«"... vestaglie scure..."».
«Più forte».
«"... che sfilano nel piccolo spazio là fuori..."».
«Bene, continua».
«"... con qualcosa dell'anelito per il frutto proibito"».
Risatine tutt'in giro. Kathleen sospira, sbatte le palpebre.
Continua: «"Certo, a conoscere meglio la vita del convento,
ci si può fare un'idea di cosa sono il bene e il male. Più
il male che il bene, temo..."». Le altre tratteneono il fiato.
Kathleen aspetta, gli occhi sul libro, per favore, non farmi
continuare.
«Continua».
« " . . . ma papà mi ha assolutamente proibito di avere a che
fare con le donne cattoliche"».
Silenzio, scandalizzato e atterrito. Suor Addolorata. «Ra-
gazze, ascoltate e ponderate. Ecco un esempio di pura im-
mondizia, un testo infamante di una femmina della peggior
specie. Il rifiuto a pubblicare col suo vero nome testimonia
di un intento malvagio. Soltanto un idiota o un demonio
potrebbe trarre piacere dalle sue pagine; quale delle due
cose sei tu, Kathleen?».
Kathleen non riesce ad alzare lo sguardo. Tutt'attorno,
meschino senso di trionfo.
Si costringe a rispondere, cosa che è già di per sé una
sfida. « Nessuna delle due».
Suor Santa Monica confisca il libro e torna frusciando al-
la cattedra.
Suor Santa Monica è l'unica insegnante a non sottoscri-
vere l'intoccabilità di Kathleen Piper. Da tempo cercava
l'occasione per offrire alla ragazza il dono della mortifica-
zione, ma non è stato facile; Kathleen è una studentessa mo-
dello, ed è quasi impossibile puntare il dito sull'insolente
superbia che pervade il suo comportamento irreprensibi-
le... per non parlare di quel tocco di indimostrata ma in-
confondibile inverecondia. « L e darò una lezione» pensa
Suor Santa Monica, chiudendo a chiave l'oltraggioso volu-
me nel cassetto.
« S e ne pentirà» pensa Kathleen, che brucia di umiliazio-
ne fissando il calamaio. « L e trafiggerò il cuore con un pa-
letto, io sarò famosa e lei orribile e morta, mi piacerebbe ca-
varle gli occhi. Gliela faccio vedere io, anche se non ne vale
la pena». Kathleen si morde il labbro. Forte. «Gliela faccio
vedere a tutte quante». Sente di avere gli occhi pieni di la-
crime. Non piangere. No. Tieni duro. Guarda fisso.
Kathleen guarda fuori dalla finestra verso gli altiforni del-
la Compagnia canadese del Ferro e dell'Acciaio; vede se
stessa schizzare in fiamme dalla ciminiera e volare fino alla
Scala. O dovunque, purché lontano da questo buco di pae-
se, da questo schifo di roccia, da queste arpie di ragazze...
« H o detto vieni qua davanti». "
Kathleen trasalisce e solleva lo sguardo. La suora è lì che
aspetta sull'alta pedana davanti alla lavagna - Era Glaciale,
Cretaceo, estinzione di massa -, e adesso che vuole? Kath-
leen sguscia via dal banco, lasciando le impronte dei palmi
sulla superficie, impigliandosi con le calze di lana in una
scheggia, e avanza sotto il fuoco incrociato di occhi femmi-
nili.
« Girati verso la classe ».
Kathleen ubbidisce: e si ritrova di colpo al buio, sotto una
pioggia di fogli appallottolati e trucioli di matite.
«Visto che ti piace tanto imbottirti la testa di rifiuti,» dice
Suor Santa Monica « tanto vale che porti un cestino di rifiuti
come copricapo»,
Esplosione di risate.
«Orabasta, ragazze. Bene, Kathleen, cantaci qualcosa».
Kathleen è paralizzata. Sbatte gli occhi nell'oscurità del
cestino di metallo e sente il sudore colarle sotto le braccia,
fra le gambe.
« S e i o non sei un usignolo?» - bang!-, il metro sul fianco
del cestino.
A Kathleen viene risparmiata la vista di file e file di ragaz-
ze con le mani premute sulla bocca, che si tappano il naso
per non ridere, che accavallano le gambe... «Canta, ho det-
to! ».
Alla mente si affaccia dispettosa un'unica canzone, e lei
attacca, attutita e rimbombante: «"A casa ti riporterò, Kath-
leen..."» risate isteriche, la suora le lascia sbizzarrire «"attra-
verso le acque irate..."».
«Più forte».
«"Dove hai lasciato il cuore sin da quando eri la mia spo-
sa amata"». Un semplice filo di voce, Kathleen non ha altro,
e si spezza.
«Continua».
«"Sul viso rosa più non resta, l'ho vista perdere ogni in-
canto, se parli la tua voce è mesta, e gli occhi tuoi offusca il
pianto..."».
Kathleen sta finalmente piangendo. Impotente, furiosa.
La cosa peggiore è che odia quella canzone, fuori moda,
smielata, niente a che fare con lei, se non il nome: «"Indie-
tro ti riporterò, Kathleen, dove il tuo cuore più non soffra, e
quando il prato sarà verde alfin, a casa ti riporterò"».
Finita la canzone, Kathleen aspetta con terrore di essere
congedata... Come farà a togliersi il cestino dalla testa da-
vanti a tutte? Sa che prima o poi dovrà farlo. Un giorno o
l'altro. Deve andare in bagno. Ha l'impressione di essersi
fatta la pipì addosso per la vergogna. Non è possibile, se ne
sarebbe senz'altro accorta se... Kathleen si rende conto di
essere lì da un pezzo. E che Suor Santa Monica ha ripreso la
lezione.
«... E cosa ha provocato l'allontanamento della concubi-
na africana da parte di sant'Agostino?».
«Sorella, sorella, lo so io...».
« Una alla volta, ragazze ».
Kathleen resta immobile finché non sente la campanella
dell'ora di pranzo e Suor Santa Monica che esce frusciando
dietro l'ultima allieva.

Kathleen non ha amiche. Ha il suo lavoro, e ne è contenta,


perché di amiche, alla Holy Angels, non se ne parla proprio.
Non che Kathleen si sprechi più di tanto: «Che snob». Biso-
gna vederla lassù, anonima, con un cestino di metallo verde
al posto della testa a nascondere quella faccia presuntuosa.
Come fa la gente a dire che è tanto carina, con quei capelli
orribili, rossi. Rossi e basta. Non «ramati», o «biondo tizia-
no», rossi. Come un demonio, come una donnaccia. La stri-
gliata che le ha dato Suor Santa Monica le ha fatto abbassare
un bel po' la cresta.
La verità è che Kathleen non sa da dove cominciare per
farsi un'amica. Le è stato insegnato a vivere per quel luogo
glorioso che è il Futuro. Le amiche sono superflue. Tanto
più per via di quel tacito accordo di non portare nessuno a
casa. C'entra in qualche modo la mamma. Lei e papà non
lo direbbero mai, ma lo sanno tutti e due.
Le altre ragazze trascorrono le notti una a casa dell'altra,
infilate nello stesso letto a chiacchierare fino all'alba. Kath-
leen le sente bisbigliare nei bagni. Non ha modo di scoprire
che papà non le permetterebbe mai di passare la notte a ca-
sa di un'amica, perché tanto non la invitano. James ha in
mente di mandarla in Italia da sola, ma è un'altra cosa.
Quella è la Vita. Il resto sono Sciocchezze. E chissà che idee
potrebbero venire al padre di un'altra ragazza. Kathleen è
sempre scortata, ma lei non la vede in questo modo. La li-
bertà sta nell'essere isolata dall'invidia e dall'ignoranza del-
le persone di poco valore che solo temporaneamente la cir-
condano.
Ora, dopo cinque anni alla Holy Angels, Kathleen non ri-
conoscerebbe un'amica neanche se le azzannasse il polso,
che è all'incirca quello che si aspetta dalla massa delle altre
ragazze. Le evita accuratamente, come se fossero animali sel-
vatici che si aggirano intorno a una pozza d'acqua comune,
pronti ad avventarsi su di lei; non saprebbe nemmeno chi è
stato a farle male, né perché. Le teme, creature che la trafig-
gono con gli occhi, e non ha la minima idea degli argomenti
di cui parlano o di come ne parlino. Di come si aggreghino.
La verità è che Kathleen è tremendamente timida, anche se
nessuno lo sospetterebbe mai... dopo tutto canta di fronte a
sale piene di gente.
A segnare la sorte di Kathleen, comunque, è la presenza al-
la Holy Angels di molte cugine Mahmoud. Una è perfino sta-
ta in classe con lei per sei anni. Anche se Materia non ha vo-
luto che le figlie sapessero niente della vergogna dell'esilio
familiare, e si è inventata quella storia della Patria Lontana,
James ha raccontato a Kathleen la verità: Io e tua madre era-
vamo molto giovani. Siamo fuggiti insieme. E stato un errore,
ma la cosa peggiore è stato il comportamento dei Mahmoud.
Da barbari. C'è poco da sorprendersi, vengono da una parte
del mondo che per centinaia d'anni non ha conosciuto un at-
timo di pace. Hai delle cugine alla Holy Angels. Ignorale.
Non dargli l'occasione di snobbarti. Comportati come se fos-
si tu la padrona.
I Mahmoud sono ricchi e rispettosi delle convenzioni. Le
ragazze Mahmoud sono benvolute, tutte di un olivastro
scintillante con occhi chiari, sciarpa scozzese e inglese im-
peccabile. Gli è stato detto che Kathleen è la figlia del Dia-
volo e hanno pensato bene di tenersi alla larga. Fare amici-
zia con Kathleen significa fare un torto alle Mahmoud. Non
si può accontentare tutti.
Ma non c'è nello sciame un'amica potenziale, una che
ama i libri, una completamente scialba o talmente bella da
non lasciarsi intimorire? Una che non stia col branco, che
vada incontro a Kathleen da amica? No. La fortezza di Kath-
leen, la sua torre bianco avorio, è impervia e terribile. Nes-
suno ne entra o ne esce. Tranne il padre, Suor Santa Cecilia
e pochi ma fidati servitori che provvedono ai suoi bisogni.
Come la madre. Come il conducente del calesse.
Le altre ragazze placano l'invidia corrosiva e il timore che
hanno di Kathleen - prodigio di antisocialità - con una toni-
ca dose di odio razziale:
«Avrà anche la pelle come il latte, ma dovresti vedere la ma-
dre... nera come l'asso di picche, cara mia».
«Sì, certe cose rimangono nel sangue. La cugina della
madre di Evangeline Campbell ha saputo che a Louisbury
una ragazza ha fatto un figlio nero come il carbone, cara
mia, con tutt'e due le famiglie bianche come la neve e bion-
de bionde ».
«Tanto per cominciare non avremmo mai dovuto far en-
trare quelli di colore in questo paese».
« Mio zio ha visto una donna di colore che guidava un car-
retto con un carico di carbone e la mattina dopo è morto ».
«E poi hanno quell'odore...».
«Kathleen Piper viene da Coke Ovens! ».
E giù a ridere.
Naturalmente, non si confortano mai con questi discorsi
quando ci sono le Mahmoud. Non starebbe bene, loro sono
ragazze simpatiche, e ricche ricche. I maschi della Holy An-
gels si stanno già mettendo in fila.

Nessuna amica ha mai tentato di avvicinarsi alla camera


sulla torre.
TRE SORELLE

L
Frances ha scoperto un nuovo gioco: esplorare i misteri
di un'adolescente, Kathleen. Ma ahimè, è troppo piccola
per sapere come condurre indagini approfondite senza la-
sciare tracce.
«Vieni qui, brutta monella».
Frances sbuca da dietro Mercedes con un lampo colpevo-
le negli occhi, le mani da innocentina dietro la schiena, ed
entra nel boudoir di Kathleen.
« Se ti ritrovo da queste parti ti faccio inseguire da Pete »
dice Kathleen dal trono della sua toeletta, dove ha appena
scoperto il pettine al posto della spazzola e una caramella a
forma di cuore appiccicata a uno dei suoi bei fazzolettini di
pizzo.
«Chi è Pete?» chiede Frances.
«E il bodechean e ti trascinerà all'inferno! ».
Frances ride. Mercedes fa tanto d'occhi e dice: «Che cosa
brutta! ».
«A te no, tesoro ». Kathleen allunga le braccia e Mercedes
si avvicina. Kathleen se la mette su un ginocchio. «Non in-
segue le bambine buone. Cosa leggiamo?».
«I bambini del mare». Mercedes sceglie il preferito di Fran-
ces perché vuol bene alla sorellina, che non fa apposta a es-
sere cattiva.
Kathleen occhieggia il sorrisino sghembo di Frances.
«Vieni qui, birbantella, puoi ascoltare anche tu».
Frances si arrampica sull'altro ginocchio. Le due bimbet-
te si guardano e si agitano, le mani premute sulla bocca, le
guance che si gonfiano di estasi trattenuta.
«Smettete di contorcervi o vi infilzo su uno spillone e vi
uso come esca per pescare nel torrente».
Mercedes si ricompone; Frances ride sguaiatamente e le
chiede: «Posso giocare coi tuoi capelli?».
«Come si dice?».
«Per piacere».
«E poi?».
« Con la panna e una ciliegia e tanta frutta e una caramel-
la».
«E poi?».
«Con una spada e una cimice e un verme. E un sedere
nudo! ».
Mercedes dice fra sé per conto di Frances: «Scusa, caro
Gesù». Kathleen ride e Frances si sbellica, pronta ad affon-
dare tutt'e due le mani nel mare rosso, ma Kathleen la
blocca:
«Che parola sto pensando?».
«Lanterna».
« No ».
«Bastone».
«No, n o » .
«Fiammifero».
«No».
«Teiera».
«Giusto».
«Evviva! ».
«Non me li tirare o ti scuoio. "C'era una volta un piccolo
spazzacamino..."».
Kathleen ha cominciato a passare un po' di tempo con le
sorelline. All'inizio lo fa per papà, perché sa che altrimenti
durante il giorno, mentre lei è a scuola, non imparano al-
tro che il cicaleccio barbaro della madre: lo sente aleggiare
nell'aria quando rientra. Ma siccome la scuola e la guerra
vanno per le lunghe e Kathleen si sente sempre più sola,
finisce con l'avere caro, almeno quanto le sorelline, ogni
momento che passano insieme. La domenica mattina, la-
scia che si siedano su due sgabelli davanti alla porta della
sua camera - « Se mi va» - e di assistere alla sua toilette. Lo-
ro stanno più immobili che possono, ammaliate, mentre
Kathleen canta le più grandi canzoni del mondo con la sua
voce d'opera e si infila una camicetta bianca di cotone sul-
la sottoveste di pizzo ricamato. Fa un risvolto ai polsini, un
doppio nodo alla cravatta di seta a strisce, e si infila la gon-
na di lino marroncina svasata alle caviglie - « L a mia tenuta
da ciclista», la chiama, anche se non possiede una biciclet-
ta. Il pomeriggio, dopo la scuola, apre la porta della came-
ra proibita con le mani sui fianchi e borbotta: « E va bene,
potete entrare. Ma non voglio sentir volare una mosca! Sto
studiando».
Le bambine oltrepassano sempre la soglia con timore
reverenziale, perché la camera di Kathleen è il tempio del-
la raffinatezza. Sugli scaffali sono allineati tutti i libri per
ragazze possibili e immaginabili, da Piccole donne a Anne di
Green Gables. Le pareti sono tappezzate di fotografie di
grandi artisti e di stupendi capi intimi ritagliati dalle rivi-
ste.
C'è la fotografia di un uomo coi capelli scompigliati e la
cravatta svolazzante che si avventa sui tasti di un pianoforte.
È Liszt. Kathleen è innamorata di Liszt. Kathleen dice che
perfino il suo nome suona come un sospiro romantico. Mer-
cedes e Frances soffiano il nome l'una all'altra come una spe-
cie di aggettivo che si attagli a tutto quanto è divino: la gelati-
na di frutta, le lenzuola fresche di lino, i biscotti alla melassa
della mamma, sono tutti meravigliosamente «Liszt! ».
C'è la fotografìa di una bellissima donna bruna in abito
d'epoca, con una scollatura profonda, un enorme cappel-
lo e una rosa appuntata sul petto. E Maria Malibran. « L a
Malibran» dice Kathleen in tono melodrammatico. « L a
più grande cantante mai esistita». Kathleen ha raccontato
a Frances e Mercedes la tragica storia della Malibran, che
uscì a fare una galoppata col cavallo più indomito della
scuderia. Cadde, rimanendo impigliata col piede nella
staffa, e fu trascinata sulle pietre per un miglio. Rialzatasi,
si incipriò tagli e lividi e quella sera stessa cantò, magni-
ficamente, come al solito. Poi morì per una tumescenza al
cervello «a soli ventotto anni». Mercedes dice sempre fra
sé una preghierina per la Malibran, mentre Frances cerca
di collegare la bella signora della fotografia all'immagine
di lei che viene trascinata, con la testa che sbatacchia. E
terribile.
C'è un grande manifesto della «donna dai mille volti»,
anche se lì ne ha uno soltanto. Si chiama Eleonora Duse.
Ha neri occhi di brace e un mucchio di capelli neri. Papà le
ha spedito il manifesto dall'Inghilterra prima di andare al
fronte. La Duse è «la più grande attrice mai esistita». Sul
manifesto è nell'atrio di una bella casa. Indossa un soprabi-
to e ha la mano sul pomello della porta. E la locandina di
un dramma scandaloso intitolato Casa di bambola. Papà
gliel'ha spedita con una lettera, «per ricordarmi di non spo-
sarmi, mandando a monte la mia carriera» ha spiegato
Kathleen. Mercedes non capisce perché Kathleen non do-
vrebbe desiderare di sposarsi e avere dei bambini come la
mamma, ma Kathleen si limita a sbuffare: «Il matrimonio è
una trappola, piccola mia. Una trappola per aragoste gran-
de così».
Ogni pomeriggio, quando Kathleen apre la porta e a ma-
lincuore le fa entrare, Mercedes e Frances restano in ubbi-
diente silenzio per cinque eterni minuti, dopodiché Kath-
leen dichiara di aver finito i compiti. Poi c'è solo l'imbaraz-
zo della scelta con i divertimenti.
Spesso si mettono tutte e tre a pancia in giù sul letto di
Kathleen, il mento fra le mani, e sfogliano un prezioso nu-
mero di «Harper's Bazaar», scegliendo modelli e accessori
«per intenditori ».
«Questa sono io» dice Mercedes, e Kathleen legge la di-
dascalia. «"Un'elegante confezione di crèpe de Chine mal-
va pallido ravvivata da coccarde di seta finissima"».
«Chic» dice Mercedes saggiamente.
«Très chic» dice Kathleen.
«Io sono questa qui». Frances indica e Kathleen sta al
gioco. «"Si è invaghita di questo comodo e bel corsetto che
viene da La Resista. La brassière di pizzo rivela un incon-
fondibile tocco parigino"».
Frances ride e ripete: «Brassière! ».
Malgrado la guerra Parigi continua a sfornare moda in
abbondanza, anche se, stando alla rivista, gli stilisti tengono
duro solo per il bene delle povere sartine, che altrimenti
perderebbero il lavoro.
Kathleen insegna alle sorelle come simulare gli effetti del
belletto pizzicandosi le guance, e del rossetto mordendosi
le labbra senza pietà. «"La bellezza è un'arma potente"» leg-
ge, a un tempo sarcastica e soggiogata. «"La ragazza libera e
disinvolta va portata in sacrificio al Trono della Moda"».
Le sorelle cenano immancabilmente da Sherry's nella
Quinta Avenue, dove Kathleen le accoglie con accento fran-
cese: « Buonasera, mesdemoiselles, cosa gradite? Abbiamo Tar-
tine di Caviale, Voi au Vent di Animelle, Pasticcini di Pesche
al Brandy e Zuppa di Tartaruga Verde. O preferite Lingua
in Gelatina?».
Ma non ci sono soltanto frivolezze. Kathleen è una devota
lettrice della rubrica di Lady Randolph Churchill sulla guer-
ra, Accanto al samovar bollente. Le sorelle trattengono tutte il
fiato quando incappano nella fotografia di un casinò fran-
cese trasformato in ospedale. No... papà non c'è.
E Kathleen legge sempre ad alta voce l'ultima puntata di
una storia piccante mentre le bambine ascoltano, disorien-
tate, e sbirciano le illustrazioni da sopra la sua spalla: «"Vat-
tene! Non sei altro che un bruto!"».
Kathleen aspetta con ansia ogni nuovo numero di «Har-
per's Bazaar » che le passa la signora Foss dell'Orpheus So-
ciety, e l'assapora con un misto di delizia e di disgusto. C'è
per esempio una fotografia che Kathleen ha ritagliato per
attaccarla sulla parete, a ricordarle che i filistei non si limi-
tano alla sua città... si trovano perfino nell'alta società: la
fotografia dovrebbe ritrarre la grande Geraldine Farrar
che canta la Carmen al Metropolitan Opera House di New
York, ma in primo piano si vedono gli Astor che, nel loro
palco, si rimirano i gioielli a vicenda. Finora a Kathleen
non era mai passato per la mente che la gente potesse an-
dare all'Opera per ragioni diverse dalla passione per la li-
rica. «Che ti serva di lezione» pensa. E giura: «Quando
canterò io, a nessuno sarà consentito di guardare altrove
che sul palco! ».
Arriva sempre il momento che Kathleen scaglia «Har-
per's Bazaar» dall'altra parte della stanza, dichiarando di
essere «stufa di stupidaggini e chiacchiere e sciocchi pet-
tegolezzi che imbottiscono la testa di fesserie! ».
« Robaccia! » concorda Mercedes.
« Stupide chiappe bruciacchiate! » rincara Frances.
«Frances!».
Mercedes è sempre scandalizzata e Kathleen è sempre di-
vertita.
Poi tornano avidamente alle fiabe e ai Gemelli Bobbsey.
A VOI, DONNE DEL CANADA, ESORTARLI A PARTIRE

Io per la Nuova Scozia andavo un giorno a zonzo,


ecco che arriva un tizio, la faccia era di bronzo,
tutti vi chiama ha detto Re Giorgio al dovere,
c'è qui una giubba kaki che vi aspetta.
Per terra era volato e anche per mare quell'avviso,
e quando ho udito il suo invito,
« Quello sei tu » ho deciso.
MARCIA DELL'85° BATTAGLIONE D'OLTREMARE,
FORZA DI SPEDIZIONE CANADESE

I biglietti arrivano con una certa regolarità, sulle classiche


cartoline militari.
Cara moglie,
sto bene. Non preoccuparti. Abbraccia le ragazze.
James.
Non viene mai censurato niente: James non scrive mai ab-
bastanza da tradire qualcosa. Materia ha un tuffo al cuore
quando vede la posta perché la gratitudine e il cordoglio di
Sua Maestà hanno lo stesso formato. Strappa la busta spe-
rando di vedere il bordo nero, che però non c'è mai.
Nella primavera del '16, la signora Luvovitz compare sul-
la porta della cucina di Materia trascinandosi dietro il pic-
colo Ralph. Si sono invertite le parti, ora è la Luvovitz a
piangere. Vieni, vieni, siedi qui, tazza di tè. Si lascia cadere
sul tavolo in cucina e Materia manda via Ralph. Lui indugia
sulla soglia con Mercedes e Frances che si domandano co-
s'ha la signora Luv. La Luvovitz allunga le braccia senza al-
zare lo sguardo e afferra le mani di Materia. I suoi ragazzi
partono, Abe e Rudy. Pensavano che ne sarebbe stata fiera,
sono veri canadesi, loro.
«Non preoccuparti, torneranno presto» dice Materia.
Stando ai giornali, da un momento all'altro ci sarà per
forza uno sfondamento: quella situazione di stallo non può
durare in eterno.
La Luvovitz si soffia il naso, si sfrega il viso col fazzoletto.
« L o so, lo so, tu non puoi capire, là noi abbiamo... » e crolla
di nuovo «... abbiamo dei parenti», la voce è sempre più
stridula. « C ' è mia madre, là...».
«Tuoi in Polonia, non c'è guerra in Polonia».
«I parenti di Benny sono in Polonia, i miei sono tede-
schi».
Materia l'abbraccia e lei piange come una bambina. I
suoi ragazzi combatteranno contro la loro stessa carne, il lo-
ro stesso sangue. I Luvovitz sono veri canadesi, e i Feingold
sono veri tedeschi.

Nei pressi della Somme, nell'estate del '16, ci sono varie


novità: i canadesi hanno gli elmetti, e i fucili che il più delle
volte sparano. I tedeschi hanno le mitragliatrici. Il primo lu-
glio, il piano britannico è il seguente: un milione di granate
per distruggere il filo spinato dei crucchi. Caricatevi come
al solito il vostro zaino da trenta chili. Andate all'attacco.
Camminate verso le linee tedesche, a quel punto saranno
tutti morti. Continuate a camminare finché non raggiunge-
te Berlino.
Nel giro di quattro ore e mezzo, vengono uccisi cinquan-
tamila inglesi e canadesi. Quello stesso pomeriggio, il piano
britannico viene modificato: fate tutto come prima. Questa
volta, però, correte.
Abe viene ucciso mentre cammina, Rudy mentre corre.
Nessuno dei due ha ucciso un solo tedesco. Aleihem Ha'-
Shalom.

2 luglio 1916
Cara moglie,
sto bene...

La signora Luvovitz non si riprenderà mai. Resta in piedi,


deve farlo, ha un figlio piccolo, ha Benny. E poi c'è Materia,
che è ancora una bambina, mi ricordo quando l'ho trovata
sulla scogliera, come farebbe senza di me? Lei è rimasta
sconvolta dalla notizia dei ragazzi. Probabilmente suo mari-
to verrà ucciso, una vera benedizione, Dio mi perdoni, non
so perché ma quell'uomo mi fa paura. Benny dice che è un
pregiudizio. Non è vero. E superstizione. C'è qualcosa che
non va, non posso dimostrarlo, lo sento. Sarò anche meshu-
ga, ma una cosa è certa, piuttosto che mandare mio figlio
Ralph in guerra lo mutilo, gli inchiodo i piedi al pavimento.
Sui due continenti si comincia a capire l'antifona. I figli
più giovani vengono prelevati dai centri di reclutamento
prima che abbiano il tempo di dire: «Sedici anni, signore,
parola». Dovunque, i più giovani sono improvvisamente i
più vecchi.

Materia non aveva chiesto niente di tutto questo.

Ypres: gas - almeno uccide anche i topi. Passchendaele;


saper nuotare non serve a niente.

Cara moglie,
io sto bene...

Estate del '17. La Miniera 12, dove lavorava James, esplo-


de. Sessantacinque morti. La guerra ha provocato un im-
provviso rilancio dei bacini carboniferi di Sydney. Impiego a
tempo pieno, salari ridotti e scioperi proibiti dalla legge,
perché il carbone è d'importanza vitale nello sforzo bellico.
La produzione è stata accelerata, le gallerie di ventilazione
sono rimaste chiuse, il gas si è accumulato. La numero 12 è
sempre stata pessima in questo senso. Materia suona a mol-
ti funerali e medita sulla fortuna di James e sui propri in-
credibili peccati.
A chi confessarli? Certo non alla sua cara amica, la signo-
ra Luvovitz. Cerca di raccontarli al sacerdote. «Padre, mi
perdoni perché ho peccato, ho portato la guerra». Ma quel-
lo le dice che il suo è solo un peccato d'orgoglio: «Di' tre
volte il rosario e chiedi a Dio di renderti umile ». Così Mate-
ria si ritrova senza assoluzione. Con la mente va ogni giorno
alla scogliera e ogni giorno fa un tuffo a rondine, per un
istante priva di peso, sentendosi la ragazza magra di un tem-
po, poi l'improvviso sollievo dell'impatto contro le rocce. E
quello il suo posto, agogna la violenta carezza della spiag-
già, tornare ancora una volta viva in uno schianto di pietra e
poi morire. Pace. Ma ha le due bambine, e il suicidio è il
peccato imperdonabile.
Nell'autunno del 1917 Nostra Signora appare a tre bam-
bini a Fatima, in Portogallo, e svela tre segreti, l'ultimo dei
quali rimane a tutt'oggi esclusiva del Vaticano. Ma Materia
sa qual era il terzo segreto. Era questo: «Cari bambini, ho
mandato la Guerra Mondiale per proteggere per qualche
tempo ancora il corpo e l'anima di Kathleen Piper».
DULCE ET DECORUM

Con la piuma alla lesa va l'85°,


con orgoglio la porla e letizia.
E quel gran fanfarone del Kaiser Guglielmone
scoprirà chi è della Nuova Scozia.
Se insorgono guai, ci siamo qua noi,
e chi è nemico all'inglese soggiace,
con le sue cornamuse ecco l'85",
dal paese della foglia d'acero.
85° B A T T A G L I O N E D ' O L T R E M A R E , F S C

Deve avere un senso, siamo talmente tanti... non è mai


successo che in tanti si sacrificassero per così poco. Deve
avere un senso, altrimenti non ci sarebbe un simile spiega-
mento di forze; non ci sarebbero questa imponente rasse-
gna, questi bottoni di ottone, queste sottili ferite nella terra
lungo tutta l'Europa, queste solide travi che trattengono la
marea di fango e tessuti umani, questa minuziosa rete di mi-
nuscole mine, questi pidocchi, questi topi, questi stivali che
tornano alla polvere, queste dita sparse ai miei piedi, come
foglie, come denti caduti.
James ha trascorso tre anni in una piccola striscia di
Francia e Fiandre, evitando i cecchini per raccogliere i
morti e confortare i moribondi. Non è un soldato della sa-
nità, è solo che si offre spesso come volontario. Brigata di
installazione filo spinato, brigata di scavo, brigata di rico-
gnizione... che allegra brigata. Le stelle filanti, i fuochi
d'artificio e i coriandoli che li hanno accompagnati alla
partenza non sono niente in confronto ai vividi brandelli
umani che volano in aria e addobbano gli alberi che resta-
no nella terra del perenne novembre. Sono decorazioni
che rimarranno anni.
Cloruro di calce per uccidere la puzza, cordite per ucci-
dere i pidocchi, olio di balena per impedire ai piedi di mar-
ciré. Cinquantaquattro giorni di fila in una fossa comune di
vivi, allagata, ma lui non si lamenta mai. Ha prolungato la
vita di talmente tanti uomini che più di una volta è stato se-
gnalato nei dispacci. Da principio volevano insignirlo della
Croce della Regina Vittoria, ma col trascinarsi della Grande
Avventura, il fatto di essersi «distinto per il suo coraggio»
perdeva via via risalto nella guerra.
Una volta, un povero disgraziato l'aveva chiamato mam-
ma e si era attaccato ai bottoni sul suo petto. C'era poco da
sorprendersi. James aveva lasciato che quel ragazzo di Sas-
katchewan succhiasse uno dei suoi bottoni di ottone prima
di morire. Madre Patria.
Il fango che separa le trincee è noto come Terra di Nes-
suno. E un nome sensato per una striscia di terra contesa
che deve ancora essere conquistata da una delle due parti.
Ma James, come molti altri su tutta la linea, ha dimenticato
che è da qui che il nome prende origine. Nome che ha fini-
to per indicare una distesa di melma silenziosa fosca e spiri-
tata. Un limbo, grigio, giallo, verde, soprattutto grigio, e
vuoto, a parte i morti. I topi ci possono scorrazzare e rima-
nere topi. Gli uccelli lo possono sorvolare e rimanere uccel-
li; possono posarsi e strappare e mangiare e drizzare la testa
per fissare un attimo lo sguardo, imperlati e immobili, pri-
ma di beccare e mangiare di nuovo, e rimanere uccelli. Ma
nessun uomo può avventurarsi nello spazio fra le due linee
e rimanere uomo. E questa la differenza. Nessun uomo può
penetrarvi - né strisciando furtivo sulla pancia, né correndo
rumorosamente nella melma con mille repliche di se stesso
che sparano, cadono - da una parte o dall'altra per quanto
è dato vedere, e rimanere uomo. Puoi tornare uomo se rie-
sci a ritirarti di nuovo dietro le tue linee, ma fintanto che sei
lì in mezzo metti da parte la tua natura umana. Per questo è
la Terra di Nessuno.
Era il 1916, e James si era offerto volontario tante di quel-
le volte che gli altri cominciavano a pensare che cercasse la
morte. O era così, o qualcuno lo proteggeva, magari un an-
gelo di Mons, o belzebù. Non sapevano se stare vicino a
James portava fortuna o se significava beccarsi la prossima
pallottola che l'avrebbe mancato di un soffio. Prima di un
raid notturno o di un attacco all'alba, quando gli altri si infi-
lavano la bibbia nel taschino sinistro della giubba o baciava-
no lettere d'amore o zampe di topo portafortuna, James se
ne stava tranquillamente a leggere appoggiato a un fetido
sacco di sabbia, pieno di fango e resti di ex uomini.
Il primo gesto di «totale sprezzo della propria incolu-
mità» compiuto da James fu nell'autunno del 1915. Al cala-
re del buio erano usciti cinque uomini con i loro bouquet
di filo spinato ed erano tornati in quattro, ma nessuno ave-
va udito uno sparo o un urlo. Questo significava che il quin-
to si era perso, e vagava chissà dove senza punti di riferi-
mento. I razzi tedeschi sbocciavano in cielo da tre direzioni,
aggiungendo confusione al pericolo, illuminando a sprazzi
un albero crollato, un mare di crateri, cadaveri intercam-
biabili, ora rosa, ora bronzo, ora blu. Sul fronte occidentale
niente è colorato come la notte. James uscì a cercare il quin-
to uomo. Non era un amico, era uno qualunque.
Dopo due ore lo trovò che camminava verso le linee te-
desche. James lo portò indietro, ma non diventò amico né
suo né di nessun altro.
Il giorno di Natale del 1914, inglesi e tedeschi avevano
deposto le armi, si erano arrampicati fuori dalle trincee ed
erano entrati nella Terra di Nessuno. Si incontrarono a
metà strada fra le due linee e si scambiarono dei regali. Non
era tanto strano, visto che non era mai successo che dei
brav'uomini con tanto di famiglia e di lavoro dignitoso si of-
frissero volontari per tenersi sotto tiro a vicenda attraverso
una distanza breve e fissa come venti metri. Che cioccolato!
Che carne in scatola! Fu una tregua assolutamente sponta-
nea e non si è mai più ripetuta in misura così massiccia: for-
se dopo aver provato a farsi secchi coi proiettili di ordinan-
za si riesce ancora a entrare nello spirito natalizio, ma una
volta usato il gas c'è poco da festeggiare. Comunque sia, nel
Natale del 1916James si presentò con un regalo.
Di notte ti ripeti che gli ululati e i gemiti che senti fuori
vengono dai cani randagi, ma non è tanto facile se uno di
quei cani comincia a pregare. La vigilia di Natale, James ave-
va già riportato indietro due feriti ed era andato a cercarne
un altro. Alla luce di un razzo vide due portantini morti ste-
si ai lati di una barella con un uomo coperto di bende...
un'immagine insolita, dato che i due morti erano interi.
Prima che il bagliore finisse, James vide l'uomo sulla barella
agitarsi. Si avvicinò, ma soltanto per scoprire che era morto:
un festino per i topi, che durante il banchetto l'avevano ca-
povolto. James tirò dritto, a mosca cieca, tendendo l'orec-
chio a ogni suono che non fosse un frusciare o un rosic-
chiare. Si fermò per accovacciarsi su un gemito. Tastando
sentì braccia, gambe e budella (se le budella spuntano ap-
pena, vale la pena raccoglierlo; altrimenti, meglio finirlo in
silenzio). L'uomo non era tanto malmesso, anche se non
riusciva a camminare, e quando rispose ajames che gli chie-
deva «Come andiamo, amico?» con «Ich will nicht slerben, bit-
te»' James lo raccolse e si diresse verso est. Arrivati a pochi
passi dalla trincea tedesca, l'uomo gridò ai suoi camerati:
2
«Nicht schiessen, nicht schiessen!». James lo depose presso il
parapetto, si girò e tornò dalla sua parte.
James poteva comportarsi così perché aveva stipulato un
patto con se stesso: non avrebbe cercato di farsi uccidere e
non avrebbe cercato di sopravvivere. Poteva comportarsi co-
sì perché gli uomini che salvava gli facevano una pena terri-
bile. Nutrivano il desiderio più triste e più folle di tutti, il
desiderio di continuare a vivere.

1. «Non voglio morire, per favore» [N.d.T.].


2. «Non sparate, non sparate! » [N.d.T.].
I BOBBSEYA CASA

Una sera, Kathleen ha dato ordine a Mercedes e Frances


di giocare per conto loro mentre lei finisce di scrivere una
lettera a papà: «... la scuola va benissimo... mi diverto un sac-
co...». Ormai il loro cicaleccio la distrae meno del silenzio
diligente.
Frances tiene le redini del carro coperto che hanno fatto
con il copriletto di Kathleen. « Da grande avrò tanti capelli e
sarò il capo di tutto e canterò e mangerò caramelle».
Mercedes è la pioniera con prole. «Anch'io, e da grande
andrò nella Patria Lontana a trovare Sitdy e Jitdy».
«Anch'io».
Kathleen alza gli occhi dalla lettera. «Ma che dite? non
sono nella "Patria Lontana"».
Frances schiocca la lingua in direzione dei cavalli, Merce-
des coccola la scimmietta e risponde: «Sì, perché hanno fat-
to fortuna... ».
«Però sentivano la mancanza della frutta e dei diaman-
ti...».
«Ma se vivono a Sydney» dice Kathleen.
Frances sbatte gli occhi e i cavalli scompaiono. I cuccioli
diventano fredda porcellana e gomma fra le braccia di Mer-
cedes. «... La mamma ha detto... ».
«Chi se ne frega di quello che ha detto, vivono a Sydney e
ci odiano, sono degli stupidi idioti del cavolo e noi stiamo
molto meglio senza di loro». Kathleen butta la matita sulla
scrivania e si alza in piedi. «Cosa leggiamo?».
Frances guarda Mercedes. Mercedes dice: « L a rivista».
« N o » decreta Kathleen.
« Scarpette rosse ».
Frances si entusiasma: «Oh, sì, e poi le tagliano i piedi».
Mercedes scoppia a piangere. Frances la segue a ruota.
« Ma no che non le tagliano i piedi » dice Kathleen.
Frances singhiozza: «E invece sì, e invece sì».
Mercedes piagnucola: «E invece sì».
« Se vi dico di no, è no ».
Ma sono inconsolabili: avvinghiate l'una all'altra piango-
no e vogliono la mamma.
«Che razza di sciocchine... su, leggiamo qualcos'altro».
Asciuga i due nasini, dà a Frances la spazzola e prende
Mercedes in braccio.
«Possiamo dormire con te stanotte?».
« E va bene, venite sotto... ».
«Evviva».
E dopo che si sono rannicchiate: «Adesso zitte e mosca e
ascoltate. Igemelli Bobbsey vanno al mare...».
E bellissimo quando Kathleen legge, perché fa tutte le vo-
ci e gli accenti diversi. «'"Ehi, sveglia, siete liberi, datevi una
mossa!' gridava Dinah, arrampicandosi sul vagone allo scalo
ferroviario. Dinah, la serva di colore, viveva con la famiglia
da tanto di quel tempo che i bambini la chiamavano Dinah
Bobbsey, anche se il suo cognome erajohnston"».
Al piano di sotto, Materia si torce le mani prima di darci
dentro a pulire e infornare. Oggi ha ricevuto un telegram-
ma: James torna a casa.
SCARPONI

In un freddo pomeriggio di aprile del 1917, nei pressi di


Vimy, James ha ricevuto da un soldato francese l'ispirazione
per la sua fabbrica di scarponi.
Il francese è emerso scheletrico dalla nebbia, i piedi nudi
che risucchiavano il letame giallo dove James andava in cer-
ca di feriti. Il francese ha infilato i pollici ai due lati della
trachea di James e l'ha sbattuto nella melma tenendogli la
testa sotto. Dopodiché si è dato da fare con gli scarponi di
James tagliando i lacci. James si è alzato di scatto e l'ha
infilzato. Fortuna che non si vedeva niente per la nebbia: i
francesi erano nostri alleati.
A partire da quel momento, James non pensa ad altro che
agli scarponi. E l'unica cosa che riesce a coprire il raschio
della baionetta fra le costole sporgenti del francese e la vista
di quello spaventapasseri trafitto mentre James cerca di
scrollarlo dalla lama: da sotto in su, signorine, da sotto in
su. Quello che conta sono gli scarponi. Più di armi, cibo o
strategia. Vinceremo noi perché abbiamo più scarponi, e
migliori, sono gli scarponi a decidere la storia. Piedi caldi e
asciutti ci consentiranno di continuare a farci uccidere più
a lungo del nemico. Quando i nemici avranno gli scarponi
consumati, non potranno più riversarsi a frotte verso il fuo-
co delle nostre mitragliatrici, e dovranno arrendersi. Io mi
preparerò alla prossima guerra fabbricando scarponi. Di-
venterò abbastanza ricco da mandare mia figlia al conserva-
torio di Halifax per un anno, e poi in qualunque parte del
mondo. Ma non a Milano o a Salisburgo, e nemmeno a
Londra. Il Vecchio Mondo è un cimitero. «"La campana
suona a morto, balli e canti sono un torto?"». Sono un torto
sì. La grande musica emigrerà e verrà nel Nuovo Mondo.
New York. Se il fiuto non l'inganna. Ha una lontana cugina
laggiù, una vecchia zitella con un nome buffo... Giles, sì, è
così che si chiama, e lavora con le suore. Le cose si mette-
ranno bene. Andrà tutto a meraviglia. Sputa e lustra, forza e
coraggio.
James comincia a lucidarsi gli scarponi ogni giorno, certe
volte tutto il giorno, perché spesso tutto il giorno si riduce a
quello. Tra squarci e lembi marcescenti, intorno alle dita
scoperte, i resti degli scarponi di James brillano letteral-
mente nella nebbia perenne. Gli altri lo chiamano «Ru-
dolph».
E questa fissa degli scarponi che risparmia a James un en-
nesimo turno di servizio, anche se si è offerto volontario. I
suoi superiori decidono che non è più in condizioni di com-
battere. Infilzare qualcuno è assolutamente normale nella
cultura del fango; lucidare ossessivamente un paio di scar-
poni che cadono a pezzi no. Quello è trauma da combatti-
mento. I superiori di James non si riferiscono a lui come
«Rudolph»; lo chiamano «Lady Macbeth».
Insieme a un'invisibile parte di se stesso, James perde un
dito del piede. Si stacca così, senza dolore. E viene preso e
portato via da un topo proprio sotto i suoi occhi. La perdita
del dito sarebbe bastata, anche senza il trauma; così, per ri-
guardo verso l'orgoglio di un uomo, i superiori di James
non scrivono «trauma» sul foglio di congedo, e nemmeno
«psicosi da guerra». E ufficialmente dichiarato invalido per
la ferita al piede.
James viene tirato fuori dalle pozze da annegamento di
Passchendaele e portato attraverso la Manica fino a Bucking-
ham Palace, dove viene insignito della decorazione al meri-
to «per estremo attaccamento al dovere di fronte al nemi-
co». Durante la cerimonia osserva le scarpe e le facce delle
persone e decide se stanno bene assieme.
Una nave lo riporta in patria per congedarlo con tutti gli
onori. Nessuno ha la più pallida idea di quanto sia stanco.
Lo sarà per il resto della vita.

Nel dicembre del 1917, quando James vede il porto di


Halifax dal ponte di coperta della nave trasporto truppe,
modifica i suoi progetti per Kathleen. Dovrà mandarla drit-
to a New York, Halifax è stata distrutta. Non sta a chiedersi
come o perché. La guerra ha scorticato il bordo del Cana-
da, tutto qui.
CARAMELLE DAGLI SCONOSCIUTI

Una guerra cambia le persone in vari modi. Può essere la


via più breve verso se stessi, oppure innescare tali mutazioni
che uno è come una larva, in atto di trasformarsi in crisalide
tra buio, umidità e mollettiere strettissime. Poi, sempre che
una granata non ti faccia saltare in aria, emergi dal tuo boz-
zolo kaki talmente cambiato rispetto a com'eri che hai pau-
ra di essere impazzito, perché a casa ti trattano come se fos-
si qualcun altro. Qualcuno che, per una bizzarra coinciden-
za, ha nome, domicilio e vincoli di sangue uguali ai tuoi, ma
che dev'essere morto in guerra. E non hai scelta: devi vivere
come un impostore, perché non ti ricordi chi eri prima. E
c'è una semplice ma orrenda spiegazione: sei nato in guer-
ra. Sei venuto fuori da una trincea, viscido, sanguinolento e
completamente formato.,
La Grande Guerra è quella che più di tutte ha cambiato
le cose.

James ha una cosa in comune con l'uomo che è partito


per la guerra tre anni prima: la figlia, Kathleen. Il 10 dicem-
bre del 1917 scende dal treno a Sydney, una granata ine-
splosa.
Si è esercitato per anni a essere presente e assente allo stes-
so tempo, perciò trova senza difficoltà la via che da Sydney
porta a New Waterford. Cammina per quattordici chilometri
ghiacciati di strada sterrata in abiti civili, la sacca da viaggio in
spalla, e la testa che a ogni passo dice: «Sydney, New Wa-
terford. Sydney, New Waterford». L'Europa è alla sua sinistra.
Sono in molti a vederlo entrare in città e percorrere
Plummer Avenue. Non sanno che è un eroe, sanno solo
che è sopravvissuto mentre i più sono morti... stanno an-
cora morendo. James sale i gradini che conducono alla
sua veranda e riesce a dire ciao alla moglie come fosse
qualcuno che una volta ha conosciuto, a dare un buffetto
a due ragazzine che squittiscono chiamandolo papà, e a
evitare gli occhi dell'unica persona che è fin troppo reale.
Le passa accanto per entrare in casa e salire in soffitta.
Mette la baionetta nella cassa del corredo. Ignora gli ordini
del medico militare e si mette immediatamente al lavoro.
Prima di riabituarsi a essere vivo deve mandarla via.
Kathleen è preoccupata, ma cerca di comportarsi da
adulta: non è che papà non mi vuole più bene, è che la
guerra è stata terribile.
James costruisce un capanno a una certa distanza dalla
casa, e un banco da lavoro da metterci dentro. Natale arriva
e se ne va, ma lui non se ne accorge, malgrado l'eccitazione
delle piccole e l'odore che arriva dal forno. Senza farne pa-
rola alla moglie, e con una bella dose di faccia tosta, scrive
al vecchio Mahmoud e senza mezzi termini gli propone l'af-
fare. Mahmoud fornisce la Compagnia canadese del Carbo-
ne e dell'Acciaio e James fornirà Mahmoud. Soltanto di
scarponi, ma non è un articolo da poco quando ci sono di
mezzo fabbriche e miniere. Mahmoud presterà a James il
denaro per iniziare e poi comprerà gli scarponi a un prezzo
all'ingrosso inferiore a quello che paga adesso per traspor-
tarli in nave da Halifax al suo magazzino di Sydney. James
comincia a fabbricare scarponi.
«Papà?».
«Sì, Kathleen?».
«Stai bene?».
«Non potrei stare meglio».
«... Oggi è il mio compleanno».
«Buon compleanno, cara».
«Grazie. Papà?».
«Sì?».
«Vuoi che ti canti qualcosa?».
«Mi piacerebbe, tesoro, ma ho da fare».

Mahmoud sviluppa un rispetto astioso per quel buono a


nulla di suo genero, ma chiude l'accesso al contatto diretto
con James e con la famiglia. A James va bene così. Si scambia-
no messaggi tramite Leo Taylor. James comincia a far soldi.
Va a scovare i biglietti da visita che aveva raccolto anni pri-
ma al recital di Kathleen a Halifax. Si informa. Scrive al di-
rettore del Metropolitan Opera di New York: «Gentile si-
gnore: chi, secondo la sua autorevole opinione, potrebbe
essere considerato in assoluto il miglior professionista nel
campo dell'insegnamento canoro?». Riceve la risposta e
manda un lungo telegramma a New York, a un uomo dal
nome che sembra tedesco. Arriva la risposta: «Sì, Herr ... ri-
ceverà Kathleen nel suo studio all'angolo tra la Sessanta-
quattresima e Central Park West, il 1" marzo 1918 alle ore
10». James scrive alla cugina zitella di New York, Giles: «... e
siccome mia madre ha sempre detto un gran bene di te...
Naturalmente sono pronto a rimborsarti ogni spesa...».
E arrivato il momento. Kathleen ha appena diciott'anni,
ma la sua voce è pronta. E la cugina Giles ha accettato di far-
le da chaperon. Inoltre, James non si fa molte illusioni: sa
benissimo dove la ragazza sarà più al sicuro.
Malgrado gli scarponi, diventa subito chiaro che un passo
del genere rappresenterà un duro colpo per le finanze fa-
miliari. James non ha esitazioni. Scrive a Mahmoud e gli
chiede apertamente del denaro per mandare la figlia a New
York.
La franchezza della richiesta sbalordisce Mahmoud ancor
più dell'approccio affaristico di James. Sprofondato in una
poltrona di raso color malva, i piedi in pantofole appoggia-
ti su un'ottomana coperta di cuscini, Mahmoud corruga la
fronte e legge il biglietto un'altra volta.
Circondato com'è da comode curve, è facile vedere quan-
to Mahmoud sia diventato spigoloso con gli anni. Gli affari
gli hanno corroso la carne e appuntito le ossa; la circospe-
zione ha contratto gli occhi, che sono penetranti come sem-
pre. I capelli, di un grigio acciaio uniforme, si sono dirada-
ti, e due profonde linee solcano i lati della faccia coriacea
dallo zigomo alla mascella. Ha finito per somigliare alla mo-
desta sedia di legno nel retro del suo negozio. Ormai sol-
tanto sua moglie, guardandolo, vede l'uomo alto, bruno e
bello di un tempo.
Mahmoud porta lo sguardo dalla lettera di James al vec-
chio pianoforte maledetto. La voce viene dalla parte dei
Mahmoud, naturalmente. Tutti nella sua famiglia, maschi e
femmine, cantano. Sono nati cantando. E un dono di Dio e
a quanto pare Dio e il signor Mahmoud hanno trasmesso
quel dono attraverso Materia - morta, per me è morta - alla
figlia maggiore di quel bastardo enklese. Tanto peggio. Non
è mia nipote.
Mahmoud solleva appena l'indice della mano sinistra, e
la moglie gli riempie la tazza di tè.
In cucina, Teresa Taylor trita il prezzemolo per il tabuleh,
chiedendosi perché Mahmoud tratti la moglie come una ca-
meriera ora che di cameriere può permettersene quante ne
vuole. In questo caso non si può ricorrere al solito luogo co-
mune sulle stranezze dei bianchi perché i Mahmoud non
sono proprio bianchi, o no? Certo è meglio tenerlo per sé,
se non si vuole rischiare grosso, ma sono qualcos'altro, un
po' scuri, diciamo. Di questi tempi, nella Nuova Scozia, si-
gnifica che per i Mahmoud l'ostacolo del colore, che pre-
clude moltissimi aspetti della vita sociale, è probabilmente
sormontabile. E i soldi c'entrano qualcosa.
Teresa è una bellezza. Anche se da quelle parti quasi nes-
suno lo ammetterebbe, a meno di non vederla in fotografìa
in un libro sull'Africa. Tutto in Teresa è alto: la faccia, e spe-
cialmente gli occhi. Tutto in Teresa è fine: le mani che ta-
gliano i pomodori a dadini, le solide caviglie, che si muovo-
no svelte fra bancone, tavolo e lavandino nove ore al gior-
no. La voce, con quella traccia di Barbados. E, sotto il vesti-
to, la croce che le ha regalato Hector.
Teresa non resterà signorina in eterno. E fidanzata e si
sposerà. Spreme il succo di tre limoni e dice una preghieri-
na di ringraziamento a Gesù per aver tenuto Hector al sicu-
ro. Nel 1914 si era offerto volontario per andare a combat-
tere oltreoceano, ma l'esercito l'aveva rifiutato: era una
guerra di bianchi quella, non volevano «un esercito a scac-
chi». Così Hector era andato a lavorare all'acciaieria, man-
dando a quel paese tutte le guerre. Adesso non lo possono
arruolare perché lavora in un'industria di importanza vita-
le. Teresa e Hector stanno mettendo da parte i soldi, così lui
potrà andare a studiare negli Stati Uniti per diventare pa-
store anglicano.
Teresa conosce Hector da sempre. Le loro famiglie erano
arrivate lì nello stesso periodo, quando lei aveva dieci anni,
da un'isola rigogliosa a una brulla, per permettere ai loro
padri di lavorare, prima nelle miniere, poi alla fabbrica. Te-
resa è cresciuta a Coke Ovens e, malgrado la battaglia in
corso contro la sporcizia diffusa da treni e ciminiere, non
vorrebbe vivere in nessun altro posto, tranne che a New
York. E lì che si trasferiranno lei e Hector una volta sposati.
Perciò Teresa non lesina nemmeno un'ora di lavoro dai
Mahmoud. E non è male, come lavoro. Le piace il cibo
che le hanno insegnato a preparare, come questo tabuleh,
per esempio. E un bel cambiamento rispetto agli inglesi e
agli scozzesi dai quali ha lavorato, carne e patate a non
finire e mai l'ombra di una spezia. I Mahmoud sono quasi
tutti molto socievoli e sanno come si dà una festa: sempre
a cantare, senza bisogno di alcol per spassarsela, non co-
me quei mangiapatate. E poi il signor Mahmoud paga be-
ne. Teresa ha già cominciato a comprarsi il corredo. E ve-
ro che lui pretende il meglio ma, a differenza di molti, è
disposto a pagare per averlo... non ha dimenticato le sue
origini, lui. Né si è mai preso licenze di nessun genere,
anche se ha un bel caratterino. Basta chiedere alle figlie.
Nel frattempo, Teresa lavora sodo, evita di capitargli fra i
piedi, e si dispiace per la signora Mahmoud: ha tutto
quello che il denaro può comprare, per non parlare di
una famiglia affettuosa e di uno stuolo di nipoti. Ma ha
anche un dolore segreto, Teresa l'ha capito. Teresa scola
l'acqua dal grano triturato che i libanesi chiamano bur-
ghul e lo avvolge nella carne speziata: stasera si mangia
kibbeh.
Nel grande salone, Mahmoud schiaccia un pisolino men-
tre la moglie, Giselle, sta a guardare. A parte la crocchia gri-
gia, non sembra affatto cambiata con gli anni. Stessa faccia li-
scia e rotonda, braccia rotonde, occhi miti. Per far piacere al
marito, porta l'anello con la pietra di luna e il filo di perle ve-
re. Con estrema cautela sfila il biglietto dalla mano del mari-
to e lo porta in cucina.
«Teresa. Leggi, per favore».
La signora Mahmoud non ha mai imparato a leggere l'in-
glese. Teresa legge la lettera a voce alta e poi dice: «Kath-
leen Piper... Quella ragazza che abbiamo sentito cantare al-
l'associazione culturale prima della guerra».
La signora Mahmoud annuisce. «Mia nipote».
Teresa inarca un sopracciglio. La ragazza che il mio fra-
tellino porta avanti e indietro da scuola. La principessa che
non gli ha mai rivolto una parola. Quella che ha la voce.
Però. «E sua nipote, signora Mahmoud?».
Giselle annuisce.
Quella notte, a letto, Giselle fa abilmente chiarezza riguar-
do alle intenzioni del marito. La mattina Mahmoud compila
un assegno. Dice a se stesso che lo fa per Giselle. Ma, scriven-
do il terzo zero, riflette sul futuro della voce di famiglia. Uni-
versalmente acclamata. La gloria, a coronamento del succes-
so di Mahmoud nel Nuovo Mondo.

Un incarico di tale importanza va affidato senz'altro a Te-


resa, e Mahmoud le mette in mano la busta dicendo: « Fatti
dare una ricevuta». Teresa si avvia verso New Waterford,
pregustando la rara visione che l'attende: il ramo reciso dal-
l'albero genealogico dei Mahmoud.
Materia apre la porta. Ha un grembiule, e in mano un
paio di forbici sporche. Stava tagliando i rognoni per il pa-
sticcio. La piccola Frances sbircia da dietro il fogliame del-
l'assurdo stampato floreale della madre. Lo sguardo di Ma-
teria si è allargato con gli anni, quasi riesca ad abbracciare
più mondo degli altri. Ma anche se sembra vedere di più,
non ha l'espressione di chi elabora quello che vede. Non
guarda, fissa. Adesso sta fissando Teresa.
Teresa riconosce lo sguardo di una persona non del tutto
presente. Teresa avrebbe scambiato quella donna grassa e
triste per una domestica, se non si fosse preparata a cogliere
la somiglianza con i Mahmoud, ravvisabile nella tonalità e
nella levigatezza della pelle, negli occhi, persi in una faccia
vacua.
« L a signora Piper?».
Materia annuisce. Teresa chiede con gentilezza: «E in ca-
sa suo marito, signora?».
La piccola Frances non ha mai visto una persona nera.
Tutti quelli che la circondano sono bianco gesso, a parte la
madre, che è marroncina. Si protende verso Teresa e le toc-
ca una mano. Quella con la busta. Teresa le sorride. Frances
raccoglie quel momento e lo mette in un posto sicuro insie-
me ad altri due o tre.
Nel frattempo, Materia ha borbottato qualcosa agitando
le forbici nella vaga direzione del capanno di fianco alla ca-
sa. Teresa si dirige verso il capanno, seguita da Frances. Ma-
teria torna ai suoi rognoni, zie, zac.
Dalla fessura della porta, Frances vede Teresa allungare
una busta a papà. Papà apre la busta e rimane per un pezzo
a guardarne il contenuto. Poi Teresa gli fa scrivere qualcosa
su un pezzo di carta e lo ripone nella borsa. Quando Teresa
esce dal capanno, trova Frances a ciondolare lì vicino.
« Cosa vuoi, tesoro? Dove li hai presi tutti quei bei capelli
biondi?».
Per tutta risposta Frances rimane in contemplazione.
Vuole tutto di quella donna favolosa, che è di sicuro una re-
gina venuta da un posto lontanissimo. Teresa riderebbe se
lo sapesse: la Regina di Whitney Pier, cara mia.
«Tieni, piccolina». Teresa allunga a Frances una caramel-
la proprio quando...
«Frances! ».
La bambina e la donna alzano lo sguardo e vedono la ra-
gazza d'oro scendere dal taxi che si è fermato di fronte alla
casa. Adesso Leo Taylor ha una vera macchina, una Ford
modello T con il nome stampato su un lato, Trasporti Leo
Taylor. Tiene la porta aperta e Kathleen gli passa davanti
senza degnarlo di uno sguardo. E lei che ha chiamato Fran-
ces, interrompendo il dolce scambio. Adesso incede solen-
nemente verso di loro e, in tono aristocratico, chiede a Te-
resa: «Posso esserle d'aiuto, signorina?».
Vai al diavolo, pensa Teresa: «No, signorina Piper, dovevo
soltanto consegnare una cosa a suo padre».
«Ehi, Trese, dai, vieni! ».
A Leo Taylor non piace trattenersi lì. Salendo sul taxi del
fratello, Teresa scuote la testa. Quei Piper: degli zotici che si
comportano come avessero sangue reale. La macchina si al-
lontana.
«Fammi vedere cos'hai in mano, Frances».
Frances apre la manina, svelando la caramella bianca e
nera alla menta e liquirizia. Un premio. Kathleen la prende
e la lancia, un ampio arco che attraversa il cortile, finché
non cade nel torrente con un piccolo plop.
« L o sai che non devi accettare caramelle dagli sconosciu-
ti, Frances. Soprattutto da quelli di colore».
SIGNORA LIBERTÀ

Giovane coni 'era, Claudia guardava il mondo


davanti a sé come un cavaliere alle prime armi.
CLAUDIA, DI A.L.O.E.

Kathleen a New York è in tutto e per tutto Kathleen. Que-


sto è l'effetto che fa una città, se è quella giusta. Lei ha per-
sonalità da vendere, niente passato e non ha mai respirato
tanta aria in vita sua. Viene da un'isola dell'Atlantico cir-
condata solo da aria di mare, eppure è nei corridoi a cielo
aperto di questa fantastica città, opera dell'uomo, che final-
mente riesce a respirare. E di quest'aria che vivono gli dèi.
Gli dèi che realizzano qualcosa. Non gli dèi che si gingilla-
no su antichi promontori esalando vapori fossili, nell'attesa
che qualcuno ricostruisca i frammenti di saghe dimenticate,
disfatte dal tempo. Quelli sono dèi che a furia di starsene
sulle rocce stanno per diventare di pietra.
I nuovi dèi, invece! Quel radioso coro baritonale. Dimo-
rano in ogni putrella d'acciaio, in ogni ponte sospeso, in
ogni sfavillante treno d'argento, in tutte le cose verticali e
orizzontali, nei vetri, nella ghiaia e nella sabbia. Fanno
grandi respiri e producono grandi suoni, e a ogni respiro e
a ogni suono schiudono un'altra fetta di cielo.
Quando Kathleen mette piede sul Molo 54, comincia a
scrivere mentalmente il libro della sua vita: E così giunse nel
Nuovo Mondo. Senti i tacchi delle sue scarpe comode risuonare sulla
passerella e decise che non sarebbe mai stata giudiziosa.
C'è una quantità incredibile di facchini in uniforme e di
furfanti senza uniforme pronti a sottrarle il baule, ma Kath-
leen lo trascina al centro della stazione e lo usa per sedersi
sotto il grande orologio, gli occhi bene aperti per scorgere
la lontana cugina; l'attesa non la disturba, la folla è un tea-
trino. E chiaro: tutto il mondo viene a New York.
Kathleen vuole diventare l'Eleonora Duse dell'opera. Se
c'è qualcuna in grado di farlo, è lei: una ragazza di forma-
zione classica e idee moderne sul realismo teatrale. Lo slan-
cio dell'artista nato, capace di travolgere gli animi di tutti.
Ha un motore dentro, con tanta di quella carica da averle
fatto diventare i capelli rossi nel grembo materno. Il sangue
misto celtico e arabo e la provenienza da un'isola frastagliata
al largo della costa orientale di un paese che, a detta di tutti,
è solo una calotta di ghiaccio polare sono sufficienti, secon-
do i canoni americani, sia ad ammantarla di un certo miste-
ro da diva, sia a stemperare l'esotico nel fascino di quell'A-
merica del Nord spazzata dai venti. Parlerà di carne d'alce in
salamoia e lingue di merluzzo affumicate e all'occorrenza
imprecherà in arabo, tanto per mantenere viva la leggenda,
ma è del Nuovo Mondo, lei, il dorato occidente. Non è una
reietta siciliana o castigliana, destinata alla gloria e poi a un
rapido declino. Come loro diventerà grande ma, a differen-
za loro, soprawiverà. Ha deciso che non smetterà mai di can-
tare. Canterà ancora a settantacinque anni.
Mangia un wurstel in un panino comprato da un ciccione
coi baffi neri che le ha raccontato la storia della sua vita in
un inglese sgrammaticato. La sua, di vita, invece, è appena
cominciata.
«Kathleen?». Kathleen si volta e vede una piccola zitella.
«Sono Giles. Benvenuta a New York, cara».
Giles, alla quale Kathleen è stata affidata, ha gli occhi
azzurrissimi e un elegante appartamento nel Greenwich
Village. A occhio e croce deve avere centodue anni. In
realtà ha trent'anni per gamba. Forse un tempo faceva
l'insegnante, questa è la prima ipotesi, o meglio, forse be-
neficia di quel vago eppure rispettabile mezzo di sostenta-
mento noto fra le eroine della letteratura inglese come
«vitalizio».
Da quando è in pensione, Giles lavora come volontaria
nell'infermeria di un convento, dove aiuta le vecchie suore
a morire. Il suo primo requisito per un impegno del genere
non è la compassione, né lo stomaco d'acciaio, e nemmeno
la religiosità, bensì il fatto che niente la scandalizza. Giles
ha accostato l'orecchio a molte bocche avvizzite per ascolta-
re confessioni che nessun prete ha mai udito... perché spes-
so, quando la fine è vicina, ci si sente confusi, colti dall'im-
provviso timore che magari durante la vita ci si è confessati
e pentiti delle cose sbagliate. Rispuntano antichi peccati, in-
trisi della purezza che possedevano un attimo prima di esse-
re catalogati e recisi in boccio. Dopo aver ascoltato, Giles
può commentare: « L o so, cara». A volte le ultime parole si
presentano sotto forma di domanda, il che le dà modo di ri-
spondere, dopo aver riflettuto: «Ogni tanto me lo chiedo
anch'io, cara, credimi». Ma Giles, per parte sua, non fa mai
domande.
Tutto questo fa di lei uno chaperon piuttosto inadeguato
per una giovane fuoriclasse come Kathleen.
Quella prima sera nella camera degli ospiti di Giles, che
affaccia sui tetti del Village e offre la vista dei più alti edifici
della terra, Kathleen apre un taccuino della Holy Angels
nuovo di zecca e scrive sulla pagina vergine:

New York, 29 febbraio 1918, h. 20


Caro Diario...

Il giorno dopo si presenta all'appuntamento, all'angolo


fra la Sessantaquattresima e Central Park West, in uno stu-
dio al quinto piano. La stanza è arredata magnificamente.
C'è un divano alla francese che tutto sembra meno che fat-
to per sedersi. A destra della porta, in cima a una colon-
netta di marmo, c'è un busto di Verdi. A sinistra c'è Mo-
zart. Sullo scintillante parquet, un tappeto persiano. Un
alto soffitto a cassettoni di mogano, una finestra gigante-
sca che dà sul parco, un pianoforte a coda. L'immacolata
figura di uomo color del grano con pizzetto, giacca a coda
di rondine, pantaloni affusolati e cravatta a strisce. Il mae-
stro. Originario di un qualche paese europeo. Brevi pre-
sentazioni, non viene invitata a sedersi, le viene detto di
cantare qualcosa.
Canta.
Una piccola stanza. Una grande voce.
Lo sguardo del maestro si posa su un angolo del tappeto,
disinteressato come un insetto, e lì rimane per tutta la dura-
ta del canto. Kathleen finisce. Il maestro alza gli occhi e co-
glie il rossore che le accende il viso, il luccicchio dell'occhio,
la pulsazione sul collo, le labbra ancora schiuse. E dice con
un filo di voce: «Abbiamo molto lavoro da fare ».
Attorno a un grande talento aleggia un che di corruttibi-
le. Un dono simile è precario per natura, tende a mettere in
crisi chi lo amministra. In lei c'è qualcosa di artificioso, un
soffio di avanspettacolo aggrappato alla scia della lirica. Il
maestro subodora tutto questo in Kathleen e riporta il pro-
prio sangue a una temperatura che sfugge all'odorato degli
animali selvatici. Ha davanti a sé un arduo compito. E mol-
to più facile forgiare la semplice perizia. Eppure, in un mi-
nuscolo punto sotto la parte più dura del cranio, il maestro
freme di eccitazione. Uno studente del genere non capita
tutti i giorni, al massimo due volte nella vita. Si prepara a
non mostrarle alcuna pietà.
Più Kathleen lavora sodo, più lontano si spinge nelle sue
passeggiate. Tra una sadica lezione di canto con il maestro e
una soffocante cena compassata con Giles, Kathleen per-
corre l'isola di Manhattan in lungo e in largo. Dall'East Ri-
ver allo Hudson; dal Battery Park allo Haarlem River.

Un giorno Kathleen si trascina su fino allo studio e trova


una ragazza seduta al pianoforte a coda del maestro. E Rose,
con un vestito rosa pallido, perfetto per una creaturina dal
viso schietto e dalla natura fiduciosa, cioè assolutamente
inadatto a Rose.
Rose è un'eccellente pianista, ma all'inizio Kathleen non
se ne accorge, per due ragioni. Uno, perché quando ti eser-
citi con un famoso bastardo di New York, con un occhio sul
Metropolitan e l'altro sull'oscurità, durante le lezioni non
noti le qualità di chi ti accompagna al piano, a meno che
non sia un incapace. La pianista in questione, poi, passa
doppiamente inosservata perché è nera, e quindi al di fuori
di qualsiasi sistema che alimenti e faccia progredire una vir-
tuosa della musica classica. Kathleen non vede Rose come
una pianista, ma come un'accompagnatrice.
Quando Rose guarda Kathleen per la prima volta, vede
una nata con la camicia e riporta gli occhi ai tasti. Quando la
guarda per la seconda volta, è per verificare che il suono che
ha appena riempito la stanza venga davvero da quella latton-
zola in piedi sul tappeto. La voce è degna di nota. La cantan-
te può andare all'inferno.
« Il pianoforte è scordato » dice Kathleen.
Di norma, Kathleen non dice una parola durante le lezio-
ni. Canta i suoni che il maestro le ordina e, nell'intimità del-
la sua testa, escogita mille ripicche assassine per annientar-
lo. Ma oggi non poteva stare zitta: a che serve avere un'ac-
compagnatrice se non si accorge nemmeno che il piano è
scordato? Kathleen ha rivolto l'osservazione al maestro, ma
Rose si rivolge a Kathleen: «Il piano è perfettamente accor-
dato. E lei che è scesa di tono ».
Kathleen la fulmina con gli occhi, tanto infuriata quanto
incredula. E l'accompagnatrice le restituisce uno sguardo
calmo, diretto. Insolente che non è altro, come si permette?
Con quei bei lineamenti intagliati nella faccia come una
scultura, che cozzano con le maniche a sbuffo e le treccine
da scolaretta. Kathleen distoglie sdegnata lo sguardo da
quella stecca da biliardo col vestito da quattro soldi. Si
aspetta che il maestro la riprenda o, meglio ancora, che la
licenzi. Ma quello invece se la prende con Kathleen. « S e
fosse meno intenta a prodursi in rumori e più ad ascoltare,
forse imparerebbe a sentire la differenza fra questo», il
maestro picchia su un tasto del piano, «e questo», il mae-
stro produce col naso un orribile colpo di clacson, eviden-
temente un'imitazione di Kathleen.
Kathleen si fa di brace. Il maestro le intima freddamente:
«Lezione Uno: La scala». Lezione Uno! Kathleen respira
profondamente e si dà una calmata in vista del gigantesco
passo indietro. Pensa a una spada scintillante affilata sui
due lati della lama, e intona la scala, riflettendo nel frattem-
po se è peggio Suor Santa Monica o questo insegnante di
canto che dentro di sé chiama il Kaiser. E, prima di essere
arrivata a metà della scala, decide: è peggio l'accompagna-
trice.
Rose esegue la scala e guarda la cantante. Decide che non
è bianca, e nemmeno rossa. E verde. Appena visibili, evi-
denziate dalla rabbia, le vene dei polsi, del collo, delle tem-
pie. L'unico dettaglio fisico a corroborare quella voce che,
come Rose sa, non ha origini umane. Quel verde devono es-
sere alghe. Quando le viene chiesto di suonare con le bri-
glie, Rose concede alla propria mente simili vagabondaggi.
Aiuta a sopportare il morso del freno. Rose non ha nessun
bisogno di fantasticare quando suona la sua musica, perché
non c'è differenza fra la sua musica e la sua mente. Tutta so-
la per ore e ore in una chiesa al secondo piano di Haarlem,
un bel po' più a nord dello studio. A briglia sciolta.
Ma per adesso: Lezione Uno - La scala. Kathleen guarda
in cagnesco l'accompagnatrice. Rose sbircia la cantante e
consente a una punta infinitesimale di curiosità di mesco-
larsi al disprezzo.

E il 1918. New York si avvia pian piano verso il centro del-


l'universo. Le sue strade pullulano di ragazze che lavorano,
di fanti, e di intraprendenti immigrati provenienti dai quat-
tro capi della terra. Kathleen è fortemente tentata di taglia-
re lezioni, capelli e orli. Ha dimenticato tutto della New
York alla moda di «Harper's Bazaar». E divorata dalla nuo-
va New York, più varia e favolosa alle due del pomeriggio su
Mulberry Street che a mezzanotte alle Ziegfeld Follies. Al-
l'estremità nord di Manhattan, Rose suona la sua musica
mentre, fuori dalla finestra della chiesa, Haarlem si sta tra-
sformando in Harlem. La madre di Rose l'ha tirata su per-
ché diventasse un esempio per La Razza, e la lista dei posti
dove Rose non può mettere piede diventa ogni giorno più
lunga. Ma Kathleen non è soggetta a simili restrizioni. Suo
padre è lontano, e l'unica domanda che le fa Giles è: «Cara,
ti diverti a New York?».
Prima Kathleen si innamorò di New York. Poi ebbe un
amore newyorkese. Successe tutto molto in fretta, com'è ov-
vio che succeda quando ti trasferisci da New Waterford a
New York a diciott'anni.
L'ORA DELLE BAMBINE

A casa, James è più rilassato. Con Kathleen lontana, può


tornare senza pericolo a trascorrere un'oretta dopo cena
nella sua poltrona. In un angolo del salotto sono poggiate
due casse ancora chiuse di libri, ma sono talmente tanti
quelli non letti nella bacheca di vetro che James le lascia in-
tatte. Ci sarà tutto il tempo, quando Kathleen sarà lanciata
nella carriera e lui non dovrà più lavorare tanto. Cinquanta-
due libri, senza contare l'Enciclopedia Britannica. Un gior-
no mi metterò seduto con tutti i miei libri intorno, e comin-
cerò a leggere.
Per il momento, comunque, c'è ancora troppo lavoro da
sbrigare. Per di più, James ha cominciato a dedicare la sua
preziosa ora serale alle piccole, delle quali si accorge per la
prima volta. Gli fa piacere scoprire che sono sveglie, tutt'e
due, e si rimprovera di averle lasciate finora nelle mani di
Materia. Ha intenzione di rifarsi. Per questo una sera, subito
dopo la partenza di Kathleen, le chiama e le fa avvicinare al-
la sua poltrona, le fa accoccolare una da una parte e una dal-
l'altra, apre un grande libro e legge: «"Nel secondo secolo
dell'era cristiana, l'Impero Romano comprendeva la regio-
ne più bella della terra e la parte più civile dell'umanità"». E
le due bambine ascoltano, sbalordite dagli strani nomi e dal-
le lunghe parole, ma incantate dalla voce intenta di papà,
dagli squarci di mondi meravigliosi che si svelano a un suo
comando e, soprattutto, dall'attenzione loro riservata.
E diverso dal brivido che hanno vissuto con Kathleen.
Con papà hanno la consapevolezza di qualcosa di raro e so-
lenne. Capiscono che le sta istruendo e rispondono con tut-
to il rispetto di cui sono capaci.
Mercedes ha quasi sei anni. Non manca mai di portare il
tè a papà, attenta a bilanciarlo lungo il percorso con il libro
della sera. E una brava bambina che prende molto sul serio
il suo ruolo di aiutante della mamma e di sorella maggiore
di Frances... anche se sembra venire su un po' scialbina, con
quei capelli cari che scappa. Ma ha begli occhi marroni e un
buon carattere. James, però, non può fare a meno di avere
un debole per Frances. E vivace, ha quasi cinque anni, con
quei riccioli d'oro brunito, quel sorrisino sghembo e mali-
zioso, luci verdi che danzano negli occhi nocciola. Ha sem-
pre uno scherzo pronto per papà: «Ti ho preso il naso! ». E
le vengono sempre in mente nuovi giochi da fare con Mer-
cedes. «Mercedes, dai, facciamoci la barba! ». «Mercedes, la
sai una cosa? Questi bottoni ci entrano giusto giusto nel na-
so». L'esperienza e gli errori hanno insegnato a Mercedes
quando dire «Va bene» e quando «Facciamo finta».
A James non piace sentire Materia e le bambine cicalare
in arabo, ma non si oppone. Controbatte semplicemente
con quell'ora speciale che trascorrono insieme dopo cena.
Alleggerisce il peso dei classici con racconti di fate e fila-
strocche. Alle bambine piacciono le poesie e le imparano
facilmente. Tenendosi per mano ai piedi della sua poltrona,
pulite come due bomboniere con indosso i vecchi vestitini
di Kathleen - azzurro per Mercedes, rosso per Frances -, gli
stivaletti abbottonati tirati a lucido, recitano cantilenando
con le vocette stridule: « H o un'ombra piccolina che mi se-
gue ovunque vado, E credo che mi serva ben di più di quel
che vedo. Parecchio mi somiglia, dai piedi al musetto, E mi
salta davanti se salto sopra il letto».
Dopodiché Frances squittisce di gioia e Mercedes fa la ri-
verenza. James sorride e applaude. Frances gli si arrampica
su un ginocchio, Mercedes gli appoggia una guancia sulla
mano e James sente sciogliersi il ghiaccio che ha nel petto.
Finalmente la guerra è finita. È tornato a casa, e in fondo le
cose si stanno mettendo bene.
Ti tengo nel mio castello
e non ti lascio andar via,
ma ti chiudo nella segreta,
nel torrione del cuor mio.
E lì poi ti terrò per sempre,
sì, per sempre, di anno in anno,
finché i muri ridotti in pezzi
in polvere franeranno.
Kathleen scrive meno di quanto James vorrebbe, ma ogni
tanto Giles manda una cartolina assicurandogli che va tutto
bene. A giugno arriva un pacco da parte di Kathleen che
contiene due marinaretti uguali, uno per Frances e uno per
Mercedes. Loro sono elettrizzate e portano immediatamen-
te i nuovi arrivati a conoscere il resto della famiglia di bam-
bole: «Guardate, bambini, sono arrivati i cugini america-
ni». C'è anche una lettera, e James chiama le figlie intorno
alla poltrona e la legge ad alta voce.
« Cari papà e mamma e signorine,
«Sto facendo meravigliosi progressi sotto l'esperta tutela
del mio insegnante di canto. Lui non potrebbe esserne più
felice, e così io. Giles è una meravigliosa compagnia e mi ha
consentito di fare tantissime esperienze culturali assai sti-
molanti. Ho avuto il piacere di visitare il Museo di Storia
Naturale e di andare a teatro alle serate di danza moderna.
Ci sono anche tantissime prime di musica moderna a
Manhattan, ed è un privilegio essere fra i primi a sentire
queste composizioni pionieristiche. Di qui passano anche
tanti soldati diretti al fronte, e ho intenzione di aiutare
Giles ad avvolgere le bende; peccato che non posso vantare
una grande abilità con i ferri, avrei compassione del povero
soldato che ricevesse un paio di calze fatte da me! Distrazio-
ni a parte, il mio tempo è quasi interamente dedicato a le-
zioni e esercizio, esercizio, esercizio. Se vi capita di incon-
trare Suor Santa Cecilia in città, salutatemela. Riscriverò
prestissimo.
Vi abbraccio, Kathleen».
Soddisfatto, James ripiega la lettera e se la infila nel ta-
schino del gilè. Poi racconta ancora una volta a Frances e
Mercedes di come, appena Kathleen avrà portato a termine
la sua preparazione, prenderanno il treno per New York e
andranno a sentirla cantare al Metropolitan Opera House.
Mercedes si immagina un palazzo bianco, con Kathleen se-
duta su un trono accanto a un bellissimo principe. Frances
vede un castello con le sirene che nuotano in un fossato pie-
no di sciroppo allo zenzero, mentre Kathleen affacciata a
un balcone canta, reggendo una spada.
L'estate vola via. Materia cucina, James lavora, le piccole
crescono robuste. In autunno sanno leggere. E avvenuto
per osmosi, come dovrebbe essere: dopo aver trascorso vari
mesi sul grembo di papà, a seguire con gli occhi le parole
che diceva, fingendo di leggere, arriva il giorno che non
hanno più bisogno di far finta. E solo che il vetro dello spec-
chio si è dissolto, e adesso sono libere di entrare in tutti i
mondi che vogliono, da sole o accompagnate. Grazie, papà.
Il 7 novembre James va con le bambine all'ufficio postale
e trova ad attenderlo una lettera da New York. La vista del
timbro gli procura il solito piacere, oggi però seguito da
una leggera sorpresa, perché non c'è il mittente e il suo no-
me e indirizzo sono scritti con una calligrafia femminile ma
sconosciuta. Mentre Frances e Mercedes si spartiscono al
millimetro un laccio di liquirizia, James apre la lettera e leg-
ge...
Il contenuto è in crudele contrasto con l'elegante grafia.
La firma è «Un'amica anonima». James piega e ripiega la
lettera fino a farla diventare minuscola, e riflette: o è uno
scherzo di cattivo gusto, o è vero. Parte la notte stessa.
Tre giorni e mezzo dopo, alle 6.05 del mattino dell'll no-
vembre 1918, scende i gradini della Grand Central Station.

Trova Kathleen. E la riporta a casa.


LIBRO 2
TERRA DI NESSUNO
SANTO NATAL

La prima notte d'estate del 1919, nella soffitta della casa


di Water Street, Kathleen, che giace in fin di vita - senza
rendersene conto, per via dello sforzo e dell'atroce dolore,
per via del sangue dovuto alla bomba incastrata nell'antica-
mera del suo ventre, che minaccia di esplodere prima di
toccare terra -, ha un attimo di tregua: scende la calma e il
dolore si dissolve e scompare insieme all'incessante pre-
ghiera della madre, che è come un gemito di sirena che an-
nuncia un raid aereo, Dio sta venendo, e supplica gemendo
Vieni o Signore, e implora Dio di passare sopra la casa e di be-
nedirla senza toccarla. O Signore, ascolta la nostra preghie-
ra. O Signore, stai con noi a distanza di sicurezza, adesso e
nell'ora della nostra morte...
Il bambino è messo di piedi. Qualcuno non uscirà vivo
dalla stanza. Bisognava fare una scelta, ed è stata fatta. O al-
meno le è stato concesso di presentarsi. Ogni rumore svani-
sce alle orecchie di Kathleen: la voce di Materia - che a quel
punto parla lingue strane, forse la lingua madre -, i pugni
del padre sulla porta... la butterà giù da un momento all'al-
tro. Kathleen levita nel più profondo e totale senso di sollie-
vo, di pace, di fluttuante assenza di dolore. Per lei ormai è
tutto finito, se ne accorgerebbe chiunque.
Materia se ne accorge. Se lo aspettava, lo accetta, a diffe-
renza di James, al di là della porta. Chiude piano gli occhi
della figlia, poi prende un paio di forbici - le vecchie forbi-
ci di cucina, appena affilate e sterilizzate per tagliare il cor-
done - e affonda la lama più appuntita nell'addome di
Kathleen poco sopra la topografia della testa sepolta. Prati-
ca un'incisione orizzontale e ci infila le mani; non c'è molto
tempo, il bambino può soffocare da un momento all'altro,
da un momento all'altro James sfonderà la porta, un taglio
non basta. Materia scolpisce il panico e ne fa una marcia
lenta, imbrigliandolo, adesso e nell'ora della nostra... fa un al-
tro taglio, verticale, che interseca il primo. Affonda le mani
giunte al centro del taglio a croce nel caldo pantano viscido
di vita, superando misteriose felci e fibre ondeggianti, cer-
cando una presa nel tesoro sommerso, ecco una caviglia, ec-
co un braccio, il tesoro vivente preso nella rete di dita. Con
una serie di precisi e terribili strattoni la preda viene tirata
fuori da dove era ficcata, a metà del canale ostruito, malgra-
do l'abbattersi delle maree sismiche scatenate da quei primi
aneliti gravitazionali. Il fagotto di minuscole membra, bran-
chie rudimentali e impronte digitali uniche viene tratto ver-
so la superficie lacera del suo piccolo mare agitato. I suoi
quattro occhi vengono trafitti dalla luce improvvisa che pe-
netra dai lembi frastagliati dell'ingresso al mondo esterno,
e in un istante eccolo venire alla luce attraverso la piaga nel
ventre di Kathleen.
L'aria gli schizza e gli spumeggia contro, minacciando di
soffocarlo - soffocarli, perché sono due, ma non ancora reci-
si, sono ancora un'unica creatura, davvero, segmenti ma-
schile e femminile uniti al ventre da un comune sistema ra-
dicale. Lui-loro è abituato a respirare sangue e potrebbe
soffocare in questa fatale scarica di ossigeno, soffocheranno
se rimangono in silenzio ancora a lungo, da un momento
all'altro diventeranno lucidi pesci blu. Ma i cordoni vengo-
no tagliati, zic-zac, e legati appena in tempo, e in un attimo
l'aria traumatizzante viene ingoiata e mitragliata nei polmo-
ni. Diventano bambini appena in tempo; scivolosi, sangui-
nolenti, nuovi, frignanti, occhiuti, furiosi, due.
Uno, il maschio, sanguina un po' da un taglio alla cavi-
glia. Quando sono calate le forbici aveva i piedi raccolti vici-
no alla testa della sorella. Da bravo mammifero, era sistema-
to per uscire di testa. Tecnicamente, dunque, è la gemella
responsabile della morte della madre, perché era lei quella
in posizione podalica. Ma è stata una roulette. I due sono
stati lì dentro a rivoltarsi in senso antiorario per settimane
prima che scoccasse l'ora della nascita.
Kathleen è una miniera abbandonata. Una miniera clan-
destina, messa a sacco, allagata; un pozzo in rovina e perico-
loso, svuotato di combustibile, carbone, felci fossili, anemo-
ni di mare e ossa, di creature metà piante metà animali, sen-
za speranza che una di esse si riveli un diamante.
James avrà visto anche di peggio. Dopotutto è stato in
guerra. Ora vede qualcosa da cui non si riprenderà mai. Al-
tro che psicosi da guerra. Altro che Terra di Nessuno.
In un fosso il minatore
scava e cerca in ogni vena
l'oro del Quarantanove
con sua figlia Clementina.
Chiara e bella, una fatina,
calza il cinquantatré,
le cassette delle aringhe
fan da scarpe a Clementina.
Oh mia cara, oh mia cara,
oh mia cara Clementina,
pur perduta ormai per sempre,
che peccato, Clementina.

Ecco cosa ha visto Kathleen poco prima dell'attimo di tre-


gua. Tra lo strazio e la liberazione ha visto, incorniciato dal-
la porta che pulsa come un attacco di cuore, Pete. Con la te-
sta staccata, Ciao ragazzina. Questa volta non le sta alle spal-
le nello specchio. E uscito allo scoperto. Ormai non corre ri-
schi. E dopotutto vuole soltanto darle un'occhiata, un'oc-
chiata come si deve, Ehilà, ciao. La sua non faccia infilata sot-
to il braccio, Ciao.
E quando ha guardato a sazietà, Pete china educatamen-
te il mozzicone di collo e se ne va. Lei accenna un gemito.
Segue la beata liberazione dal dolore. Un momento più bel-
lo di questo non è mai esistito. Basta. D'ora in poi non pos-
siamo fare altro che vederla attraverso gli occhi della ma-
dre, perché i suoi si sono spenti.
Il dilemma di Materia era questo: Faccio vivere la madre
estraendo i bambini pezzo dopo pezzo e schiacciando infi-
ne le teste per la completa espulsione dal corpo? E difficile
immaginare un peccato peggiore per un cattolico. Il pecca-
to non sta tanto nei particolari truculenti dell'operazione,
perché quelli che comporta la scelta giusta non sono da me-
no. Il peccato sta nel preferire la vita della madre a quella
dei figli. Per questo, c'è la dannazione eterna. Materia fa la
scelta giusta consentendo alla madre di morire e ai figli di
vivere.
Allora perché qualche giorno dopo Materia muore per i
rimorsi di coscienza? Perché ha fatto la scelta giusta per la
ragione sbagliata. Una ragione che era di per sé un peccato
mortale. Lotta due giorni contro la propria coscienza. Ma
Dio è ovunque. A Materia occorrono quarantotto ore per
ammettere che il suo gesto, giusto agli occhi della chiesa, è
omicidio agli occhi di Colui che tutto vede: la vera ragione
per cui ho fatto morire mia figlia è perché sapevo che per
lei era meglio così. Non la conoscevo bene, ma sapevo che
non voleva più vivere. Preferiva morire e io gliel'ho per-
messo.
Da questa prospettiva, Materia non ha salvato due bambi-
ni, ha praticato l'eutanasia su una giovane: ecco il peccato
mortale. Materia non può giurarlo, ma se la figlia avesse
chiesto a gran voce di vivere, lei avrebbe usato le forbici per
smembrare i figli anziché schiudere loro il cielo. Nel pro-
fondo del suo cuore ha il sospetto che sarebbe andata così.
E in questo sospetto Materia trova un gelido conforto: alla
fin fine è riuscita ad amare sua figlia.
Dio vede una breccia e si precipita dentro. Si sistema co-
modamente in fondo alla mente di Materia per un paio di
giorni, durante i quali lei ossessivamente non fa che pulire.
Il terzo giorno pulisce il forno, accendendo prima il gas
per ammorbidire le incrostazioni, ci vorrà un attimo. E così
stanca. Per tre notti non ha chiuso occhio, nemmeno un pi-
solino, e non ha mai faticato tanto. Si inginocchia davanti al
forno, sbirciando dentro, nell'attesa che il gas cominci ad
agire, le braccia incrociate sulla griglia. Ci vorrà un attimo -
appoggia la testa sulle braccia. E così stanca. Comincerà
a strofinare fra un attimo, un attimo soltanto...
Per l'ennesima volta quella settimana James deve improv-
visare una mente criminale, che per natura non ha. Spegne
il gas, trascina la defunta moglie di sopra, nel loro letto, le
avvolge il rosario fra le dita, dopodiché chiama il dottore e
il prete. Questo consente a Materia di essere sepolta nel ci-
mitero accanto a Kathleen invece che in un campo non
consacrato... il genere di posto dove soldati, suicidi e bam-
bini non battezzati scontano l'eternità, un'empia Terra di
Nessuno.
IL CARTONCINO FUNEBRE

Frances ha quasi sei anni. Ne avrebbe di domande da fare


sul cartoncino funebre, ma chiaramente non è quello il luo-
go né il momento. Mercedes è inginocchiata accanto a lei, e
piange, piange nei guantini bianchi, il fazzoletto già inzup-
pato. Papà ha la faccia impietrita. Se cambia il vento rimarrà
così per sempre. La signora Luvovitz, in un banco della fila
opposta, sta piangendo dietro il velo nero. E la prima volta
che mette piede in una chiesa. C'è anche la signora Mac-
Isaac con dei grappoli d'uva impolverati sul cappello. Fran-
ces decide che per lei il vento deve essere cambiato tanto
tempo fa. A occupare il posto di Materia all'organo c'è Suor
Santa Cecilia. O almeno, dovrebbe esserci lei dentro il
fluente abito nero, sotto il profilo gotico del bianco soggolo
inamidato. A Frances sembra logico che le suore portino
delle cattedrali sulla testa.
In fondo alla chiesa c'è uno stuolo di estranei. Gente dai
capelli neri e ricci, dalla solida stazza e dal viso liscio e oliva-
stro. Sono alcuni dei parenti sconosciuti di Frances. Lo sco-
nosciuto nonno Mahmoud non è presente. Per lui quel fu-
nerale è pleonastico. In quel preciso istante è chiuso a chia-
ve nel retro del suo negozio, curvo su una seggiola di legno,
e fa mostra di grande concentrazione su un libro mastro.
A portare il feretro sono Benny-il-Macellaio Luvovitz, pa-
pà e il signor Maclsaac. E tutto molto simile al funerale di
Kathleen di qualche giorno prima, tranne che per tre cose:
quel giorno la mamma, invece che stare dentro la cassa, era
seduta all'organo della chiesa. E il vecchio terrificante che
aveva sbirciato dentro la bara di Kathleen, borbottando del-
le brutte parole nella lingua della mamma, non c'è. Ma, co-
sa ancora più importante, Frances ha notato che in fondo,
in piedi accanto alla donnina scura e tonda con la crocchia
grigia, c'è una figura alta e magra: la signora scura che era
venuta con una busta per papà e una caramella per Frances
un anno intero e un pezzettino fa. Teresa è lì per qualche
motivo. Teresa la domestica. La Regina Teresa. Frances non
sente quando le viene detto di guardare dritto davanti a sé,
e dev'essere strattonata da papà, che farà i conti con lei do-
po, a casa. Se Frances si sbriga, forse ce la farà a uscire dalla
chiesa in tempo per correre dietro alla signora e saltare sul
taxi con lei, per non tornare mai più. Correranno insieme
in macchina verso la terra delle caramelle bianche e nere di
menta e liquirizia.
«Guarda davanti a te! ».
Frances le prenderà di sicuro dopo il funerale. Non ha il
coraggio di dare un'altra sbirciatina dietro di sé alla donna
dei suoi sogni. Così si concentra sul cartoncino funebre:
sant'Ambrogio. Il nome si stacca dal cartoncino, lasciandosi
dietro il sacro prefisso come una coda, e fluttua nella sua
mente, dove si propaga dolcemente fino a posarsi, tramite
un misterioso percorso associativo, sul neonato morto qual-
che sera prima fra le sue braccia. Ambrose. Sì. Lo chiamerò
così. Ambrose.
Nel giro di una settimana ci sono state tre morti al 191 di
Water Street. E due funerali. E tre battesimi. E tre sepolture.
E due cartoncini funebri, identici, inserire il nome. Che set-
timana. Quanto basta a farti sentire come se avessi inalato il
gas esilarante. E proprio in quel momento Frances muore
dalla voglia di ridere, non sa perché, sa solo che è in assolu-
to la cosa peggiore che uno potrebbe fare in quel momen-
to. Oh, no. Adesso che ha pensato di ridere non riesce più a
toglierselo dalla testa. Si copre la faccia con le mani e fa un
gran sorriso, cercando così di smaltire la risata, di farla eva-
porare in silenzio, senza scosse. Ma comincia a contorcersi e
a tremare. Preme le mani più forte contro la faccia e cede.
Non resiste più. E come quando sei fuori a giocare e ti viene
un'ondata di pipì, e tu non vuoi rientrare per andare in ba-
gno: te la fai addosso, una beata liberazione e al tempo stes-
so la peggiore delle umiliazioni.
A Frances viene risparmiata la pipì. Ma cosa c'è di peggio
di quell'insolente ridarella al funerale della madre, che vie-
ne due giorni dopo il funerale della sorella, venuto due
giorni dopo tutti i battesimi e la morte di... oh, no, le lacri-
me di riso le stanno scurendo i guanti bianchi di cotone.
Frances si aspetta di sentire la mano del padre prenderla
per la collottola, si aspetta di essere trascinata in castigo fuo-
ri dalla chiesa. E invece le arriva un buffetto gentile sulla te-
sta, la mano comprensiva del padre, l'offerta da parte della
sorella di un fazzoletto fradicio. Frances è sconcertata. Pen-
sano che sto piangendo.
In quel momento Frances impara qualcosa che le con-
sentirà di sopravvivere e resterà valido per il resto della sua
vita. Scopre che una cosa può sembrare un'altra. Che i fatti
relativi a una situazione non sono necessariamente indice
della sua verità. In quel momento, fatto e verità si separano
e cominciano a girovagare come i gemelli di una fiaba, nel-
l'attesa di essere riuniti da quella persona speciale che pos-
siede il segreto per distinguerli.
Qualcuno direbbe semplicemente che Frances aveva im-
parato a mentire.

Di tutti i segreti di Frances, Ambrose era il più grande. E


fu anche il regalo più importante che lei fece a Lily.
PITTURE RUPESTRI

Quando la porta della soffitta finalmente cedette, James


vide questo muto ritratto: La Morte e la Giovane Madre. Un
quadro di cattivo gusto, enfatico, melodrammatico; tipico
prodotto di una cultura focosa. Ingenua. Grottesca. Auten-
tica.
Non è una diafana scena di morte vittoriana. Niente pal-
lore femminile idolatrato, niente angolazioni agnostiche di
luce celestiale, niente marito dignitosamente contrito. Que-
sto è un ritratto dai colori lividi. Sopra un letto singolo dal-
la struttura di metallo è appeso un Cristo in croce. Ai lati
del crocefisso due quadretti: uno con la Vergine Maria che
mostra il suo sacro cuore in fiamme, l'altro con suo figlio
Gesù, anche lui con il cuore in mostra che, trafitto da una
corona di spine, stilla sangue prezioso. Hanno un'aria di as-
soluta compiacenza, Madre e Figlio. Hanno raggiunto un
comune livello di acuta sofferenza.
Sul letto giace la Giovane Madre. Gli occhi chiusi, i capel-
li rosso chiaro bagnati e sporchi sul cuscino. Le lenzuola so-
no nere di sangue. Ha il centro del corpo devastato. Una
donna grassa e scura che sembra molto più vecchia dei suoi
trentatré anni è sopra di lei. È la Nonna. Tiene per le cavi-
glie due neonati gocciolanti, uno per mano, come un ac-
quirente accorto che soppesi a occhio e croce una coppia di
polli. Gli occhi della Nonna guardano dritto l'osservatore.
Se questo fosse davvero un quadro, ci sarebbe anche un
demonio che sbircia da sotto il coperchio della cassa del
corredo ai piedi del letto, cercando di rubare l'Anima della
Giovane Madre. Ma verrebbe preceduto dall'Angelo Custo-
de, che aspettava dietro le quinte per guidare fino a Dio l'A-
nima che già si diparte. L'Anima, metà dentro metà fuori la
tomba del corpo, è in ottime condizioni, i capelli appena
pettinati, la camicia da notte immacolata, il viso privo di
espressione: la prima spoliazione divina ha avuto luogo, lei
si è disfatta della personalità come di una vecchia pelle. Do-
ve sta andando non le servirà. Sopra il crocefisso, il muro si
è smaterializzato. Aleggiano le nuvole. All'interno, da qual-
che parte, c'è Dio, in attesa.
Ma siccome questo non è davvero un quadro, bensì un
fermo immagine operato dall'occhio di James, gli elementi
soprannaturali sono, se presenti, invisibili. C'è la Giovane
Madre morta, la Nonna, i Neonati, le Icone, la cassa del cor-
redo. Che te ne fai di un quadro del genere? Non vorresti
vederlo mai più, eppure non riesci a bruciarlo o a sbatterlo
nell'immondizia. Te lo devi tenere.
Mettilo nella cassa del corredo, James. Sì. E il posto migliore.
Nessuno va mai a frugare lì dentro. E una follia, naturalmente.
Non puoi ficcare il ricordo di un istante in una realissima
cassa del corredo, neanche fosse un cimelio di famiglia. Ma
per un secondo a James sembra di vedere proprio quello:
un vecchio ritratto che tanti anni prima aveva nascosto nel-
la cassa del corredo e nel quale si è imbattuto di nuovo.
Quell'attimo di perplessità è un presagio; gli dice che non si
libererà mai di quella visione. Che di lì a quattordici anni
sarà altrettanto fresca, i colori non del tutto asciutti, proprio
com'è adesso.
James esce dalla stanza, ma non va lontano. Le gambe gli
cedono e sviene fuori dalla porta sfondata. Lui non sente i
primi vagiti dei bambini. La parte inconscia della sua mente
sì, però; è solo che non trasmette il messaggio. Lo conserva
su un pezzo di carta appallottolato sul pavimento della sua
caverna. Si è presa una pausa per ammirare le pitture rupe-
stri alla luce dell'oscurità.
Qualche attimo dopo, la mano di James scatta e agguanta
la caviglia di Materia, facendola quasi rotolare giù dalla
stretta scala mentre lei esce dalla stanza. La bocca di James
si apre una frazione di secondo prima degli occhi. «Dove
diavolo stai andando?».
«Vado a chiamare il prete ».
«No, non ci vai». Adesso è sveglio.
«Vanno battezzati».
«No».
«Devono essere battezzati».
«No! » ruggisce James.
«Li ucciderai, ucciderai la loro anima, tu sei il demo-
nio... ».
Lo sta colpendo a pugni chiusi sul viso. Se avesse le forbi-
ci a portata di mano, non ci penserebbe due volte a cavargli
gli occhi... «Ebn sharmoota, Kes emmak! Ya khereb bEytak, yaHa-
ra' deenak!». Se la baionetta fosse vicina, Materia non avreb-
be esitazioni. E Dio capirebbe. Perché non ci ha pensato
prima? Anche lei è sveglia adesso, dopo un sonno durato di-
ciannove anni. Se ci riesce lo ammazza.
Jàmes le stringe i polsi in una morsa. Con l'altra mano le
tappa la bocca. Lei strabuzza gli occhi. James le dice: «Chi è
l'assassino, eh?! Chi è l'assassino? Dio ti maledica, Dio ti ma-
ledica, ti maledica...». Comincia a scandire le maledizioni
sbattendole lentamente la testa contro il muro. Gli occhi di
Materia cercano di ragionare con lui, ma senza l'aiuto delle
parole diventano gli occhi di un cavallo, altrettanto muti, al-
trettanto terrorizzati. Ora è lui a piangere, le labbra incespi-
cano su sale e moccio, il naso sanguina, sta vomitando i sin-
ghiozzi maschili più strazianti, il muro comincia a prendere
la forma del cranio di Materia. A questo punto però sente le
fievoli urla dalla stanza, come di gattini. Prende Materia, la
trascina per tre piani fino alla carbonaia e la chiude dentro.
Poi deve uscire, camminare. E naturalmente buttare giù un
bicchiere dietro l'altro. Il fatto è che alcuni di noi non han-
no i numeri per il suicidio. Quando hai toccato il fondo, il
suicidio è un gesto troppo creativo per prenderlo anche so-
lo in considerazione.
Il che ci porta alla piccola Frances. In fondo alle scale del-
la soffitta. Stando all'educazione che ha ricevuto, e a quan-
to ha sentito e visto stasera, una sola cosa le è chiara: biso-
gna battezzare quelle due creature. Ma deve stare attenta. Si
deve sbrigare. Non deve assolutamente farsi scoprire. Ai
piedi delle scale, guarda di sopra.
Per molti mesi, la stanza della soffitta è stata un luogo di
pace e tranquillità assoluta. Fino a stanotte. La sorella mag-
giore è rimasta stesa là dentro senza dire una parola. A
Frances e Mercedes era concesso entrare per leggerle qual-
cosa e portarle il vassoio. Avevano letto Criniera al vento, L'i-
sola del tesoro, Casa desolata, Jane Eyre, Che cosa ha fatto Kaly,
Piccole donne e tutti i racconti dell'Antologia per bambini dei
santi e dei martiri. Di comune accordo avevano deciso di ri-
mandare la ricerca delle parole diffìcili a un altro momen-
to, pur di non interrompere la lettura ad alta voce. Avevano
anche costretto la madre a cercare le ricette del cibo per gli
ammalati trovate in Che cosa ha fatto Katy e in Piccole donne.
« Blanc-manger » sembra il preferito dalle fanciulle che lan-
guiscono. Non sono mai riuscite a scoprire cosa fosse. «Bian-
comangiare». Che sapore avrà?
Frances sapeva che Kathleen doveva essere molto malata
per via di quell'enorme gonfiore alla pancia. Mercedes le
aveva detto che era un tumore. «Dobbiamo pregare per
lei». Frances e Mercedes hanno pregato insieme per Kath-
leen. Hanno fatto un piccolo reliquiario e hanno rinuncia-
to a mangiare dolci finché non sarà guarita.
Ed ecco Frances ai piedi della stretta rampa di scale
che porta alla soffitta. Ha quasi sei anni. Non ha paura del
buio. Per giunta, dalla stanza arriva una lucina. E non è so-
la. C'è la sorella maggiore, Kathleen, lassù. E anche i bam-
bini. I bambini, che miagolano proprio come gattini. Fran-
ces va matta per i gattini. E scalza. Ha la camicia da notte
bianca e i capelli pettinati in due lunghe trecce. Arriva sul
ballatoio. E troppo bassa perché il suo occhio possa coglie-
re la nuova conca sul muro; fa lo stesso. La cosa importante
è che ha visto come si è formata, e adesso sta entrando nel-
la stanza e sta per vedere tutto. Varca la porta spaccata a
piedi nudi.
La differenza fra Frances e James è che lei, anche se vede
una versione dello stesso orribile quadro, è ancora abba-
stanza giovane da essere sotto l'influenza preponderante
della mente cavernicola. Quella non dimenticherà mai, ma
sottrae il quadro alla mente conscia - superbo furto d'arte -
e lo custodisce, girato contro il muro della caverna: ha deci-
so che «se dobbiamo continuare a funzionare, non possia-
mo avere questo quadro fra i piedi». Così Frances vede la
sorella e, a differenza del padre, dimenticherà quasi subito,
ma, come il padre, non si riprenderà mai.
Quello che vede Frances: il sangue rappreso. I quadri so-
pra il letto. Le forbici. E i bambini, che si agitano appena e
miagolano fra le gambe di Kathleen, dove sono stati incu-
neati per tenerli al sicuro finché non viene scovato il prete.
Ma allora... ecco il contenuto segreto del tumore di Kath-
leen; questo viene archiviato alla voce «Normale» nella
mente di Frances.
Frances escogita un sistema per trasportare tutt'e due i
bambini: allarga sul letto la parte anteriore della camicia da
notte bianca e ci piazza sopra i corpi sguscianti. Li avvolge
come in un comodo fagotto. Cullando il suo fagottino scen-
de cauta le due rampe di scale con le mutande in vista, at-
traversa la cucina, esce dal retro, passa sulle scorie di carbo-
ne nere come la pece del cortile, finché non arriva sulla
sponda del torrente. L'unica cosa che le fa paura è lo spa-
ventapasseri in mezzo all'orto. Se i giocattoli a mezzanotte
prendono vita, cosa succede agli spaventapasseri? Frances
evita di guardarlo. «Tanto è finto». Ma non lo vuole offen-
dere. Scarica amorevolmente le minuscole creature sull'er-
ba. E una bella serata tiepida.
Frances si rammarica di non aver frugato nella cassa del
corredo per cercare la veste e la cuffietta bianca di pizzo che
avevano lei, Mercedes e Kathleen quando sono state battez-
zate. Ormai è troppo tardi, non c'è tempo, devo farlo prima
che torni papà.
Frances vuole già bene al nipotino e alla nipotina. Non
c'è niente che non farebbe per assicurarsi che le loro anime
siano salve. Sa che altrimenti morirebbero col Peccato Ori-
ginale e finirebbero in quel non-posto, il Limbo, senza esse-
re nessuno per tutta l'eternità. Frances non ha mai assistito
da vicino a un battesimo, ma ha sentito il prete borbottare
muovendo appena le labbra, l'ha visto immergere la testa
del bambino nell'acqua. Il prete stava pregando, poco ma
sicuro, perciò deve pregare anche lei. Sbrigati, Frances. Fran-
ces si fa il segno della croce, In nomine Patris... Nel nome del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Guarda i due neona-
ti alla scarna luce lunare; «Prima le signore». Prende la
bambina e scivola sul sedere giù dalla sponda del torrente.
Entra fino a metà. L'acqua arriva alla vita. Alla vita della pic-
cola Frances, cioè. La camicia da notte si gonfia e galleggia
sulla superficie prima di impregnarsi d'acqua e scendere in-
torno alle gambe. Con il pollice fa il segno della croce sulla
fronte della bambina.
Adesso viene la parte dove si prega. Frances ci prova: « Ca-
ro Dio, per piacere battezza questa bambina». E poi la sua
preghiera serale preferita: «Angelo di Dio, che sei il mio cu-
stode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui
affidata dalla pietà celeste. Amen». Adesso la parte dove si
immerge la testa nell'acqua. Frances inclina cautamente la
bambina verso l'acqua. La creaturina è ancora scivolosa, le
sguscia dalle mani e affonda. Oh, no. Presto! Gallina, gallo,
pollo, a mollo! Frances si tuffa, afferra la bambina prima che
tocchi il fondo, poi riemerge tenendola stretta al corpo. Va
tutto bene. Il cuoricino di Frances batte come un passero
nelle fauci di un gatto, prende fiato, la creatura emette un
minuscolo vagito e la più dolce delle tossettine sputacchian-
ti. Va tutto bene, ha solo bevuto un po' d'acqua, va tutto be-
ne. Va tutto bene. Frances la culla dolcemente e le canta
una canzoncina composta lì per lì: «Bimba, bimba... bim-
ba, bimba... bimba, bimba». Ecco. Adesso almeno è bella
pulita.
Frances risale, appoggia la bambina sull'erba, le bacia le
manine e la testa e prende il maschio. Sa che bisogna stare
particolarmente attenti con i neonati, perché la loro testa
non è ancora chiusa, come se avessero un fosso o qualcosa
del genere in cima al cranio. Si chiama «fontanella», anche
se è fatta come una riga. Compare sotto lo strato di pelle az-
zurrina che la ricopre. Frances non l'ha vista sulla testa del-
la bambina, che ha una massa stranamente folta di capelli
neri. Ma eccola sulla zucca piumosa del maschietto: una
trincea poco profonda che gli divide in due la testa. Frances
entra di nuovo nel torrente e segue delicatamente col dito
la faglia azzurrina nel cranio del piccolo. E se qualcuno ci
ficcasse dentro le dita, che succederebbe? Morirebbe. Fran-
ces ha un fremito al solo pensiero che qualcuno possa fare
una cosa del genere. E se spingesse lei con le dita? Oh, no,
sbrigati, devi battezzarlo prima che sia troppo tardi. Prima che tor-
ni papà, o prima che le dita di chissà chi possano schiacciargli la te-
sta.
A Frances sfugge anche il maschio. Oh, no. Presto! Galli-
na, gallo, pollo...
«Che stai facendo, in nome di Dio?».
La testa di Frances si alza di scatto, proprio mentre è sul
punto di tuffarsi. E papà. C'è la grande V capovolta delle
sue gambe che incombe in cima all'argine. Tiene la bambi-
na in braccio.
«Vieni fuori di lì, maledizione! ».
E ubriaco, altrimenti non imprecherebbe mai in presen-
za di una creatura. Scende giù e acciuffa Frances per un
braccio, sollevandola senza difficoltà fuori dall'acqua, la ca-
micia da notte inzuppata che le penzola oltre i piedi: po-
trebbe essere la Sirenetta invitata finalmente sulla bella na-
ve Homo Sapiens, pronta a collaudare i piedi nuovi. Macchie
di sangue a parte.
L'acqua è scura. James non vede il bambino sul letto del
torrente. «No! » grida Frances mentre lui la mette giù sul-
l'erba. Non riesce a trovare le parole. Non riesce a dirglielo,
dirlo non è una scelta, lei è come in sogno e ha dimenticato
come si parla da svegli: «L'altro bambino è lì, sta per affo-
gare, dobbiamo tirarlo fuori! ». James la trascina verso casa a
furia di strattoni. Frances si divincola e torna indietro di
corsa. Lui la insegue barcollando. Lei raggiunge la sponda
del torrente e salta. All'attacco. Si immerge con un tonfo.
Raspa sul fondo in cerca del bambino, le bruciano i polmo-
ni, in quell'acqua è cieca come il neonato che non trova: lo
ha trovato. Riemerge per la seconda volta mentre James, va-
cillando un po', è arrivato sulla sponda del torrente. Fran-
ces si stringe al petto il bambino, che ha una contrazione e
non emette suono. Frances leva lo sguardo sul padre con in
braccio la neonata. Comincia a tremare.
James dice, o pensa: «Cristo santo. Cristo santo, Cristo
santo». Scivola giù dalla sponda, prende il bambino e com-
pie le operazioni per resuscitarlo. Ma non serve a niente, è
rimasto in acqua venti secondi buoni di troppo. I denti di
Frances cominciano a battere, mentre si chiede se la sua ca-
ramella bianca e nera è ancora sul fondo del torrente o se è
stata trascinata verso il mare.
BIANCOMANGIARE

Frances trascorre il giorno seguente a letto, a tremare.


Batte i denti, non riesce a scaldarsi. Fuori è giugno. Lei ha
le labbra viola.
Mercedes l'avvolge con varie coperte e la nutre di finto
biancomangiare. Finto perché per loro è un piatto inaccessibi-
le fuori dal reame della fantasia e perché, nei due giorni suc-
cessivi, Frances è in condizione di mangiare solo cibo finto.
Dov'è la mamma? Come la mettiamo con una bambina
congelata in una stanza e una neonata che scotta nell'altra?
È di sotto a pulire. La casa è tirata a lucido.
Frances smette di tremare in tempo per andare al funera-
le di Kathleen, ma non ha ancora mangiato niente di vero.
A questo punto gli avvenimenti di due notti prima, quando
sono nati i bambini, non fanno più presa sulla sua coscien-
za. Con il tremito ha eliminato anche quelli. La mente ca-
vernicola è entrata in creativa collaborazione con la mente
conscia, e ben presto le due imbozzoleranno la memoria in
una ricca tessitura di sogni e storie e pittura con le dita. Fat-
to e verità, fatto e verità... «Dov'è la mia camicia da notte,
quella con... ci ho versato qualcosa, la devo lavare, ti ricordi
il pesce che ho preso nel torrente quella volta?... L'ho pre-
so, l'ho preso, ci sono tanti pesci là dentro... aveva una stri-
sciolina azzurra ma l'ho lasciato andare, era soltanto un pe-
sce neonato, troppo piccolo per mangiarlo, l'ho ributtato
dentro, è nuotato via, verso l'oceano...».
Ma la camicia da notte non c'è più... consegnata alla terra
da James, che ne ha fatto un sudario per il neonato.
Quanto al pesce, lo sanno tutti che non ci sono mai stati
pesci nel torrente. Al massimo, nel torrente si prende la po-
liomielite.
Il giorno dopo il funerale di Kathleen, a tre giorni dalla
sua morte, Frances è ancora digiuna quando viene presa da
una smania insopprimibile. Va in cucina dove la mamma si
accinge a pulire il forno. Apre un lungo armadietto e toglie
il coperchio al barattolo della farina. Si riempie le mani di
polvere bianca e con attenzione attraversa la cucina e sale in
camera sua. Materia scopa la sottile traccia bianca dietro
Frances senza dire una parola, senza alzare gli occhi, senza
seguirla oltre il confine del linoleum.
Arrivata nella stanza, quella che divide con Mercedes,
Frances libera la farina dalle mani lasciandola cadere nel
bacile di porcellana vuoto sulla sua toeletta. Versa acqua
dalla brocca e la mischia con le mani finché ottiene un mor-
bido impasto appiccicoso. Prende l'impasto con tutt'e due
le mani, si raggomitola nel letto e comincia a succhiarlo. Al-
l'inizio succhia rapidamente, emettendo piccoli versi, poi,
col placarsi del desiderio, sempre più lentamente. Le palpe-
bre si fanno pesanti e si addormenta, la bocca piena della
molle massa.
Mercedes entra con un vassoio carico di prelibatezze invi-
sibili. Nel sonno, le labbra di Frances succhiano ancora un
po', a intermittenza. Mercedes appoggia piano il vassoio, at-
tenta a non rovesciare la caraffa di porto che si spargerebbe
sul biancomangiare. Si china su Frances e le tocca la fronte,
poi le stacca delicatamente il grumo glutinoso dalla bocca.
Lo porta di sotto, seguendo la traccia di polvere bianca fino
al linoleum della cucina, e si ferma. Non perché finisce la
traccia, ma per quello che vede: la mamma. Mercedes rima-
ne a fissare, con la pasta cruda tra le mani giunte come
un'offerta. Stava andando a cuocerla per Frances. Non biso-
gna mangiare la pasta cruda, fa venire i vermi. Mercedes sta-
va andando a cuocerla nel forno. Ma il forno lo sta usando
sua madre. Mercedes rimane lì a lungo, le mani piene di
umida polvere bianca.
NON VEDO, NON SENTO

La notte in cui nacquero Lily e Ambrose, Mercedes fu sve-


gliata dallo stesso baccano che aveva svegliato Frances. Solo
che Mercedes rimase a letto, mentre Frances sgattaiolò ver-
so le scale della soffitta. Mercedes si tirò le coperte fino al
mento e disse il rosario, anche se era troppo spaventata per
muoversi e prenderlo sotto il cuscino. In realtà fu dopo
quella notte che Mercedes cominciò a portare il rosario ad-
dosso, perché in certe occasioni un rosario è troppo lonta-
no anche se è solo sotto il cuscino. Così Mercedes aveva
adoperato le nappine del copriletto di ciniglia.
Mercedes fissa una fila di nappe bianche, ma ha qualche
difficoltà a proseguire il rosario, non perché sia un coprilet-
to, ma per via del Diavolo. Chi, se non il Diavolo, le bloc-
cherebbe la mente con l'immagine della manina gratta-
schiena di legno appesa allo specchio del comò? Adesso
non si vede, è troppo buio, ma c'è. Un lungo grattaschiena
con intagliate tre scimmie che fanno «non vedo, non sento,
non parlo», e all'estremità tre rebbi curvi come artigli per
grattarsi. Era un regalo scherzoso fatto alla mamma da un
amico dell'Empire. Mercedes ha appena capito che è un og-
getto del maligno, e domattina lo butterà nella spazzatura.
No, nella caldaia. Domattina. Quando ci sarà luce e i rumo-
ri che vengono dalla soffitta saranno finiti. Qualcuno di so-
pra ha cominciato a dare colpi nel muro. Forse stanno ap-
pendendo un quadro.
Mercedes combatte contro il Diavolo e vince. Riesce a far
scomparire il grattaschiena dalla mente, lo scaccia con la
prima preghiera che riesce a imporsi: «Angelo di Dio, che
sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me,
che ti fui affidata dalla pietà celeste. Amen». Presto, prima
che torni quell'immagine malvagia, presto: «Ave Maria, pie-
na di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le don-
ne e benedetto è il frutto del seno tuo, Gesù...», il rosario
ormai è ben avviato. E una volta avviato, puoi andare avanti
a sgranarlo finché vuoi o finché è necessario, sulla scia del
copriletto. Sì, nei casi di emergenza puoi dire il rosario
ovunque, se hai fede.
La casa è finalmente tranquilla. Dov'è Frances? Mercedes
sgattaiola silenziosa in corridoio. Alza gli occhi verso le sca-
le della soffitta. C'è una lucina lassù, ma tutto tace. Merce-
des non ha nessuna voglia di andarci. Forse quella cosa che
sta in fondo alla sua mente si prende cura di lei più di quel-
la in fondo alla mente di Frances. Chissà. Mercedes volta le
spalle alla porta della soffitta e si dirige verso la camera dei
genitori. Lungo il percorso mette il piede su qualcosa di ap-
piccicoso. Si rimprovera blandamente per non essersi messa
le pantofole, anzi, torna a tentoni in camera sua, trova le
pantofole e la vestaglia verde scozzese e se le mette, annoda
saldamente la cintura di flanella intorno alla vita e si liscia i
capelli, prima di tornare ad avventurarsi in corridoio. Rag-
giunge la porta della stanza dei genitori. E socchiusa. Resta
immobile, in ascolto. Niente. Neanche un fiato. Per un atti-
mo ha un tuffo al cuore, neanche un fiato! E abbastanza pic-
cola da temere che tutti e due i genitori possano essere
semplicemente morti nel sonno. Va piano piano verso il let-
to e allunga le mani come una sonnambula, sempre con l'o-
recchio teso. Saranno lì? Ci saranno i loro corpi? Si sveglie-
ranno e si arrabbieranno con lei? E peccato avere tanti dub-
bi. Se hai davvero fede in Dio, non te ne vai in giro aspet-
tandoti di trovare i tuoi genitori morti nel letto senza moti-
vo. Di' una preghierina. « Mi dispiace, caro Dio ». Adesso ab-
bassa delicatamente le mani sul letto e... niente, lenzuola
vuote. Che sollievo, non sono lì morti, non ci sono per nien-
te. Oh, no! Dove sono? In piena notte, dove sono i miei ge-
nitori? Dov'è la mamma, dov'è papà? Smettila, o farai arrab-
biare Dio, ti meriteresti di trovarli morti di sotto, uccisi da
un vagabondo.
I nervi di Mercedes, a quasi sette anni, sono ancora tene-
ri, ma quella notte inizia un processo che finirà per render-
li d'acciaio. Le sue piccole fibre nervose si arroventano. E la
notte della fonderia. Quando i nervi saranno arroventati a
dovere, quando saranno incandescenti, verranno immersi
nell'acqua fredda, per sempre temprati e forti. Forti abba-
stanza da reggere un edificio o una famiglia, forti abbastan-
za da impedire che la casa al 191 di Water Street crolli su se
stessa negli anni a venire. Resterà in piedi. Resterà in piedi
Ma per ora: va' di sotto...
Così prosegue la ricerca di Mercedes. Ascoltando, ascol-
tando. Guardando, guardando. Di sotto non trova nessuno.
A quanto pare è tutta sola in casa. Be', a parte Kathleen. O
magari se n'è andata anche lei. Magari se ne sono andati
tutti e l'hanno abbandonata. Puoi sempre andare a controllare,
Mercedes. Controlla in soffitta. No. « E poi,» risponde Merce-
des « Kathleen non parla più, non mi potrebbe dire dove so-
no andati». Non hai controllato nella carbonaia. «Non c'è
niente nella carbonaia, a parte il carbone e la caldaia».
Ci vorrebbe un tipo meno razionale per condurre il ge-
nere di ricerca volta a ottenere vere informazioni, il genere
di ricerca che fa scovare gli occhiali in ghiacciaia o le chiavi
della macchina nell'armadietto delle medicine. Del resto, ci
vuole un tipo meno razionale anche per sbagliare i posti co-
sì clamorosamente. O per congetturare: «Mmm, magari mia
madre è chiusa a chiave nella carbonaia, fammi dare un'oc-
chiata». E ci vorrebbe il tipo che non sa resistere ai guai per
salire i gradini che portano alla soffitta, dopo tutto il putife-
rio e i lamenti che ne sono usciti. Mercedes sa resistere. E
capacissima di non ficcarsi nei guai cedendo alla curiosità;
qualcuno deve pur farlo.
Torna in camera sua. Si avvolge le coperte sulle spalle co-
me un mantello e si mette in ginocchio sul letto, guardando
fuori dalla finestra la luna, alta sopra il cortile. Nostra Si-
gnora è sulla luna. La fredda luce bianca è il suo amore. An-
drà tutto bene. E finalmente Mercedes vede qualcosa che
non è un'assenza. È Frances, laggiù nel torrente. Tiene in
braccio qualcosa, lo culla... un fagotto. E sulla sponda c'è
qualcosa che si muove. Un animaletto. Un gattino. Anche
quello che ha in braccio dev'essere un gattino. Frances im-
merge il fagotto, poi si tuffa dietro di lui. Che sta facendo?
No! No, Frances vuole bene ai gattini, non li annegherebbe
mai. Gli sta facendo il bagno, ecco cosa. Porta a riva un gat-
tino e prende l'altro, ma Mercedes non vede cosa succede
dopo, perché in cortile arriva papà e va verso il torrente,
ostruendole la visuale. Uh, stavolta Frances le buscherà dav-
vero. Be', certo che non dovrebbe giocare nel torrente a
un'ora simile. Anzi, non è mai permesso giocare nel torren-
te. Non è mica una spiaggia. Mercedes assiste alla lotta, alla
reazione di Frances, così impunita da tornare di corsa al tor-
rente e saltarci dentro. Perché è così cattiva? Certe persone
sono fatte così.
Quando Frances arriva a letto è gelata. Mercedes fa fìnta
di dormire sodo, e nel suo sonno finto si stringe a Frances e
l'avvolge nella vestaglia scozzese. Frances è completamente
nuda. Anche questo è strano. Ma per quanto Mercedes la
tenga stretta stretta, Frances continua a tremare.
Mercedes non dormirà mai più una notte difilato. D'ora
in poi starà con l'orecchio teso anche nel sonno. Qualcuno
deve pur farlo.
La mattina, Mercedes nota il sangue sulla pantofola. Lo
lava via. L'unica altra cosa diversa quella mattina è che, se
guardi nell'orto, ti accorgi che lo spaventapasseri è sparito e
al suo posto c'è un masso.
L'ADORAZIONE DEL CORPO

James, con l'acqua al ginocchio, si allungò per deporre la


creatura morta sulla sponda opposta del torrente, poi uscì a
sua volta. Frances, la neonata stretta contro la camicia da
notte fradicia e macchiata, fece per tornare in casa.
«Resta dove sei! ».

Frances guarda papà che va sciaguattando nelle scarpe


bagnate verso lo spaventapasseri. James lo prende per le
gambe e lo strattona come se stesse sradicando un alberello.
La testa vacilla, cade e rotola nel torrente con un tonfo. Il
torrente comincia a trascinarla via. Frances guarda la testa
ballonzolare sull'acqua e pensa: «Vedrai che trova la mia ca-
ramella bianca e nera e se la mangia, e poi andrà a raccon-
tare in capo al mondo quello che ho combinato». La testa
viene trascinata sballottando verso il mare e scompare. Ma il
cappello è rimasto lì. Il feltro tutto smangiucchiato.
James strappa lo spaventapasseri dal terreno. Il corpo era
impalato su un bastone che doveva essere di legno fresco,
perché ora che papà ne ha estirpato dal suolo l'estremità
appuntita, si capisce che è vivo dalle pallide radici germo-
glianti. Così, dallo spaventapasseri prima o poi sarebbe
spuntato un albero. Con tanto di frutti. Gli sarebbe cresciu-
to un ramo dalla bocca, con una grande mela rossa sulla
punta. «Te lo immagini» pensa Frances. «Te lo immagini
un albero che ti cresce dentro». Te lo immagini vederti fo-
glie verdi dappertutto che crescono intrappolate sotto la
pelle, te lo immagini vedere le radici sottili attorcigliarsi sot-
to la pianta dei piedi, con le estremità bianche che cercano
un posto dove infilarsi. La terra è una calamita per le radici.
James scaglia lo spaventapasseri sull'altra sponda; che at-
terra con un rumore sordo accanto a Frances, il collo che
sanguina paglia, le gambe assurdamente divaricate ai lati
del fertile bastone di legno. Frances sente che la sta guar-
dando. Anche se è senza testa, lei riesce a vederne comun-
que l'espressione, triste e patetica: «Perché mi hai fatto
questo?». Steso lì come un soldato morente, con la gola mo-
rente vuole comunicarle un messaggio: la posizione del ne-
mico, un messaggio per l'amata che lo aspetta a casa, una
barzelletta, una poesia, l'indirizzo nitidissimo di quand'era
bambino, il ricordo di un ragazzo che beve da un ruscello
estivo in un dipinto, oppure ero io, è successo veramente? Fran-
ces non risponde. Distoglie lo sguardo dallo spaventapasse-
ri, pur sapendo che se non lo tiene d'occhio potrebbe muo-
versi. .Le braccia le si sono congelate intorno alla neonata
vischiosa. Frances fissa lo sguardo sul cappello dello spaven-
tapasseri. Il cappello è in terra, vicino a papà. E papà sta sca-
vando nell'orto. A mani nude.
James si interrompe. E ridicolo scavare con le mani, non
è mica una buca nella sabbia, e in un cortile di New Wa-
terford è ancora più ridicolo, perché appena sotto c'è il car-
bone, e in certi punti c'è carbone anche in superficie. E roc-
cia. James sta piangendo. Si copre la faccia con le mani, ri-
gandola di fango e fuliggine e sangue. Non ha mai pianto
così in vita sua, se non quando era molto piccolo. E in guer-
ra. Non è che abbia un'allucinazione e gli sembri di ritro-
varsi al fronte o di sentire nella testa le granate che esplo-
dono o di vedere uomini fatti a pezzi, non è a livello così co-
sciente. È solo che se qualcuno chiedesse allo strato del suo
io che si occupa delle convinzioni: «Dove siamo adesso?»,
quello risponderebbe: «In guerra, naturalmente». C'è una
trincea piena d'acqua. C'è un disgraziato con le mani san-
guinanti. C'è il corpo di un ragazzo. Naturalmente.
«Papà».
«No-o-o-o-o-o. No-o-o-o-ho-ho-ho-ho-ho». Come Babbo
Natale, però triste.
«Papà, scusa».
James si calma un po' e si dondola leggermente avanti e
indietro, emettendo soltanto qualche fievole suono, le mani
che ancora gli coprono la faccia.
« L a bambina ha freddo, papà».
James si alza, annaspando, vacillando un po', un piccolo
gemito a ogni respiro. Ma sono soltanto le scosse di assesta-
mento del dolore. Adesso è lucido, i sussulti nel petto passe-
ranno come un accesso di singhiozzo. Guarda Frances dalla
riva opposta. Attraversa il torrente e le prende la bambina
viva. Le giunture del gomito di Frances si sciolgono come
morbide molle, le braccia levitano liberandosi dal peso del-
la bambina ma trattengono l'impronta tiepida, un neonato
fantasma che sentirà fra le braccia per giorni e giorni. James
la manda a casa, con una spintarella.
«Adesso va' a letto, fila».
«Non farle male ».
«Non farò male alla bambina. Vai».
Frances si avvia.
«Aspetta. Togliti la camicia da notte».
Frances se la scolla dal corpo e James gliela sfila via. Fran-
ces guarda papà tornare nell'orto, dove fascia il neonato
nella camicia da notte e lo seppellisce a fior di terra.
Frances attraversa il cortile per rientrare in casa, assapo-
rando la novità dell'aria notturna sul petto nudo. Soltanto
ai maschi è concesso di provare quella sensazione. La luna è
luminosa, il bianco delle mutande risplende e lei finge con
se stessa di essere un maschio che si è spogliato per andare
a nuotare a Lingan. Saltella per il cortile sentendosi libera e
leggera, ed è soltanto quando si toglie le mutande fradice e
si rannicchia a letto accanto al tepore di Mercedes che co-
mincia a sentir freddo e a tremare.

Giù nella carbonaia, Materia dorme raggomitolata su un


cuscino di cenere dietro la caldaia. Sogna una placida diste-
sa di terra ricamata dalla siccità, poi un calmo mare di sab-
bia. Nel sogno sa che sotto la sabbia sono sepolti re e regine.
Un immenso fiume azzurro luccica in lontananza. Nel
fiume c'è qualcosa che le serve. Ma la sabbia la rende asson-
nata, assonnata come la neve artica. Al circolo polare artico
non è il freddo che ti fa addormentare finché muori, è il
pallore monotono del paesaggio, e il deserto ha lo stes-
so pallore monotono, anche se arabo. E il biancore, l'uni-
formità di tutto che ti fa uscire dalla vita dormendo, riarso o
gelato che sia, e finalmente così piacevole quando lo lasci
rotolare sulla mente come un mattarello sulla pasta.
Il chiavistello della carbonaia scatta e la parte di Materia
che è in volo viene catapultata nel corpo, gli occhi si aprono
all'impatto; è piombata nel risveglio. Le scarpe di James
sciaguattano pesantemente giù per la ripida scala di legno.
Incespica un po' al fondo, perché laggiù non c'è luce e lui
non ha portato una lanterna. Materia non muove un mu-
scolo. Adesso è un paio d'occhi, nient'altro. Un deserto con
gli occhi.
O James ha dimenticato che lei è lì, o non dà peso alla co-
sa. Strattona la porta della caldaia spenta e ci butta dentro
un mucchio di biancheria insanguinata, ci versa sopra del
kerosene e gli dà fuoco. L'improvviso bagliore che gli ac-
cende il viso impressiona perfino Materia, facendole venire
le lacrime agli occhi: niente è triste come il Diavolo. Le ven-
gono le lacrime agli occhi perché in quella luce, alla luce
del fuoco come alla luce di una candela, emerge l'autentica
bellezza di una persona. La luce di una candela è dolce e ca-
rezzevole e si accompagna perfettamente a un'atmosfera
idilliaca. Il vero James è quello illuminato dalle fiamme, e
manda in frantumi quel poco di cuore che le è rimasto: ri-
vederlo com'era tanto tempo fa, loro due soli nel capanno
di caccia, fuori stagione, lui che le regala il plaid della ma-
dre, e la canzone, e James incantato al suono della lingua
madre di Materia, James l'amava, ma lei non sapeva che
avrebbe dovuto salvarlo, non lo sapeva, non lo sapeva,
dev'essersi appena ferito cadendo perché ha la faccia spor-
ca, ha pianto e ha le guance rigate di sangue.
James versa un altro po' di combustibile sulle fiamme.
Materia non può restare ancora per molto vicino alla cal-
daia che brucia in quel modo. Se James non se ne va subito
sarà costretta a muoversi e a tradire la sua presenza. Ma
James chiude la porta panciuta e il bagliore si smorza, il dol-
ce supplizio della sua persona scompare e viene sostituito
dalle ombre del viso che lei ha imparato a conoscere; allora
Materia smette di sentire quel groppo alla gola.
Mentre lui solleva e sposta il proprio peso da un piede al-
l'altro per salire le scale, Materia si asciuga le lacrime dalla
faccia con le mani sporche di fuliggine. Disincastra il corpo
e lo trascina lungo il pavimento di cenere finché non riesce
a tenerlo in piedi, per tornare a essere nient'altro che un
paio di occhi ambulanti.

Prima dell'alba, mentre Mercedes è ancora immersa nel


sonno accanto a lei, Frances apre gli occhi e vede una don-
na nera che la fìssa. La donna allunga la mano e le sfiora la
fronte. Fa lo stesso con Mercedes e se ne va. Frances si riad-
dormenta. Caramelle. Sogna caramelle.

La notte è illuminata dalla luna. Guarda un po' Water


Street. Nel tratto desolato dove le case finiscono e il mare
addenta la terra, un albero getta una rete d'ombra che in
un punto si agita e si gonfia, come se producesse un frutto
oscuro che pende e poi si stacca dal ramo. E una figura,
spuntata da sotto le fronde sulla strada. Si ferma, andando
alla deriva sul posto, come una pianta in fondo all'oceano.
Poi riparte, percorrendo tutta la strada fino al cimitero. Pas-
sa tra le lapidi, fiorite insieme alla città, ma non si attarda
sul tumulo più recente. Continua fino all'orlo della scoglie-
ra. Lì si stende a pancia in giù e appoggia il collo sul ciglio
del precipizio, come se la terra fosse una gigantesca ghi-
gliottina. Guarda dritto al mare che si estende per seimila
chilometri verso est, e canta.
E possibile che l'Atlantico porti il canto sulle sue acque
finché, assetato e a brandelli, non raggiunga lo Stretto di
Gibilterra, si rianimi un po' con la frescura della propria
eco restituita dalla roccia millenaria e riprenda il viaggio
ruotando sul proprio asse malconcio alla volta del Libano,
dove finalmente rallenta e resta un attimo sospeso nell'aria
prima di discendere in morbide volute sulla proda sabbiosa
sottostante, per riposare infine in pace per sempre?
Quando la signora Luvovitz apre la porta sul retro alle tre
del mattino, le prende un colpo. Nell'orto c'è qualcuno. Sta
lì in piedi, un po' sbilenco, come piegato da un vento che
ora si è placato.
La Luvovitz si è svegliata perché ha sentito qualcosa. Una
donna che cantava, figuriamoci. Non è riuscita a capire le
parole. Benny dorme ancora. E difficile non pensare «ban-
shee»... certe volte gemono, certe volte piangono oppure
cantano dolcemente, ma il messaggio è sempre lo stesso:
qualcuno sta per dire addio alla vita. Quando la Luvovitz si
è svegliata del tutto, il canto è finito. Ma lei è andata co-
munque alla finestra... Niente. Per maggior sicurezza è sce-
sa e ha aperto la porta sul retro, ed è allora che le è preso un
colpo: nell'orto, di spalle, c'era una figura.
Un attimo dopo, quando ha riconosciuto la sagoma, la
paura si è trasformata in sorpresa.
«Materia?».
Materia non si volta, non si muove. E uno stelo maturo,
piantato a fior di terra, sbilanciato, sul punto di finire con le
radici all'aria. Basterebbe il fiato di un bambino.
La Luvovitz avanza tra fagioli e pomodori finché non è
abbastanza vicina a Materia da toccarle un braccio. E fred-
do, liscio, pieno. Materia ha i capelli sciolti. Scendono in
ispide onde nere a sfiorarle le spalle. Indossa uno dei larghi
vestiti di cotone che la Luvovitz l'ha aiutata a cucire, diven-
tato morbido a furia di portarlo, stampato a fiori selvatici
tutti sbiaditi.
Materia si volta e la Luvovitz la vede in faccia. «Gott im
Himmel».
Materia è in piedi nella vasca da bagno, mentre la Luvo-
vitz la lava. Sono in cucina, il fuoco è acceso. L'acqua è nera
per la polvere di carbone e il sangue. Il vestito di Materia è
in terra, sul davanti è tutto una crosta, bisognerà buttarlo
via. La Luvovitz la lava delicatamente, senza strofinare, sen-
za spugna, solo le sue mani scivolose di sapone, come se Ma-
teria fosse un neonato. E lattea la pelle di Materia, non per
il colore, ma per la consistenza, tutta curve e muscoli sodi
sotto una soffice guaina. Materia non dice una parola. Tutta
la fatica e la pena per distinguere una cosa dall'altra deflui-
te via per sempre, ora tutte le distanze sono uguali... la fac-
eia della Luvovitz e il Capo di Buona Speranza, il proprio
corpo caldo e il resto del mondo.
La Luvovitz ha mandato Benny a casa dei Piper per sco-
prire che sta succedendo, in nome di Dio. Arrivando, Benny
trova James con indosso una camicia bianca pulita, che sta
preparando il tè alle tre e mezzo del mattino. La casa è cal-
dissima, bollente. Kathleen è di sopra, morta sotto un fresco
lenzuolo di lino. In una culla accanto alla stufa c'è una neo-
nata che dorme.
«Mi dispiace per quello che ti è capitato, J a m e s » .
«Grazie, Ben. Vuoi bere qualcosa?».
«Una tazza di tè».

La mattina, Mercedes si sveglia accanto a Frances e vede


uno sbaffo nero sulla fronte della sorellina. Sembra cenere
del camino. Mercedes si lecca il dito e lo pulisce. Frances
continua a dormire. Vestendosi, Mercedes nota uno sbaffo
simile sulla propria fronte. Lo sfrega via. Frances si sveglia.,
« Mercedes, ho sognato che stanotte la signora che mi ha
dato la caramella entrava nella stanza».
«Quale signora?».
«La signora scura. Mi ha toccato la fronte».
Mercedes sa che si trattava del Diavolo e che c'era il rosa-
rio a proteggerle. E il Diavolo a lasciarti uno sbaffo di car-
bone sulla fronte. Sarebbe nel suo stile fare il verso al gesto
che il prete compie il mercoledì delle ceneri. E non avrebbe
potuto trattarsi di Nostra Signora. Lo sanno tutti che Nostra
Signora è bianca immacolata con un vestito azzurro.
«Era soltanto un sogno, Frances».
«Era bellissima».
Mercedes dice una preghiera in silenzio per la sorella.
«E la mia fata madrina» dice Frances.
Mercedes mette il rosario attorno al collo di Frances e
scende per aiutare la mamma a preparare la colazione.
Frances si gira su un fianco e trema.
In cucina c'è papà ad aspettare Mercedes. Le ha prepara-
to il porridge. Lei si siede a tavola.
«Buongiorno, papà».
«Mercedes, devi dimostrarmi che sei diventata grande».
La guarda. Hanno gli stessi occhi, solo che quelli di Mer-
cedes sono marroni. Hanno tutti e due la faccia come arena-
ria, anche se quella di Mercedes ha una sfumatura olivastra.
Mercedes capisce che sta per arrivare il peggio e apre il tova-
gliolo, sistemandoselo bene in grembo. E contenta di essersi
intrecciata i capelli con particolare cura quella mattina.
«Tua sorella Kathleen ci è stata portata via».
« E andata a New York?».
« E andata da Dio ».
Nello stomaco di Mercedes si apre una falla. La colma
prendendo il cucchiaio. «Grazie per la colazione, papà».
«Vorrei che ti occupassi di tua madre».
«Sta male?».
«No. Ma è molto stanca. Ha appena partorito».
« Oh ». Mercedes mostra educatamente i denti e le viene la
prima ruga permanente. «E un maschio o una femmina?».
« Un'altra sorellina per te ».
« O h » . Seconda ruga permanente.
« Mamma è molto triste per la perdita di Kathleen. E trop-
po stanca per badare alla creatura».
«Ci penso i o » .
«Tu sì che sei la mia bambina».
«Non preoccuparti, papà».
LA VERSIONE UFFICIALE

Sopportò le prove più ardue con una calma,


una forza e una rassegnazione che sono la mi-
glior riprova di una vita innocente.
EPITAFFIO, CIMITERO DI HALIFAX

Materia aveva seguito i dettami della religione cattolica;


era morta la madre. E James, naturalmente, che non era
presente al parto, non aveva potuto stabilire l'entità del pe-
ricolo né intervenire. Così non ci fu inchiesta, e il dottore e
l'impresario delle pompe funebri tennero i particolari per
sé e per le proprie mogli.

Era nata solo una bambina.

Kathleen era bellissima, Dio l'abbia in gloria, così giova-


ne. Sembrava viva, come se dormisse. L'hanno seppellita in
bianco, avrebbe dovuto essere il suo abito nuziale. L'in-
fluenza, sai com'è, su tre continenti non c'è una famiglia
che sia stata risparmiata. Anche lei, con quel dono divino e
tutta la vita davanti.

Lo sapevano tutti che Kathleen era incinta e che era mor-


ta di parto. Bisognava essere idioti per non averlo capito,
con quel rientro precipitoso e la segregazione in casa. Ma
quando succedono certe cose, si finge di credere che il
bambino sia nato dai nonni. Tutti si prestano alla finzione, e
gli unici che andrebbero a spifferare come stanno davvero
le cose al figlio illegittimo sono quelli talmente maligni da
vedersi subito bollati come bugiardi, cosa che sono, a dire il
vero. Perché la bugia a fin di bene dice sul bambino le cose
come stanno, e cioè « tu fai parte di questa comunità», men-
tre il maligno che dice la verità se ne serve per dar corpo a
una bugia, e cioè «tu non ne fai parte». E un sistema im-
perfetto, ma è quello invalso. E, col passare degli anni, i fat-
ti vengono erosi e dispersi dal tempo, finché sono più le
persone che non sanno di quelle che sanno.

Mahmoud a lutto

Mahmoud non vuole mai più vedere neanche l'ombra di


Materia, del marito o delle figlie. L'unico contatto che ha
avuto con la famiglia Piper negli ultimi diciannove anni è
stato l'affare stipulato con James, e se la sono cavata benissi-
mo senza mai incontrarsi una sola volta faccia a faccia. Ma
adesso basta.
Mahmoud aveva investito soltanto su Kathleen, era fiero
di lei, ma avrebbe dovuto saperlo che esporre la ragazza e il
suo dono al mondo era come sbatterla sul marciapiede, né
più né meno. E quella se n'era andata a raccogliere i frutti
della vanità (nel caso di James) e della stupidità (nel caso di
Materia) dei genitori e aveva finito per diventare una sgual-
drina. Ecco cos'era successo. Dove l'aveva fatto, da chi se l'e-
ra lasciato fare e quante volte, chi era stato, un qualche cane
di anglo figlio di una puttana enklese senza nessun rispetto
per le figlie di famiglia, o peggio, un ebreo, New York ne è
piena, o peggio ancora, uno di colore - quelli pullulano lag-
giù -, e una volta che ce l'hai nel sangue sonnecchia per ge-
nerazioni e salta fuori quando meno te l'aspetti, dov'era il
padre quando la figlia si faceva rovinare nella peggiore città
del mondo, dove tutti si accoppiano con tutti? E adesso ave-
vano una bastarda in famiglia, per giunta un'altra femmina,
mio genero è proprio dannato. Ha cominciato male e è fini-
to peggio, ma io me ne lavo le mani.
Mahmoud è furioso per il fatto di sentirsi soffocare dalle
lacrime, mentre guarda nella bara la ragazza bianca come
un giglio con i capelli ramati sparsi intorno al capo. Non l'a-
veva mai vista da vicino. E lo fa andare in bestia che osino
metterla nella tomba vestita di bianco, in bianco la vogliono
mandare a Dio che tutto vede! «E all'organo c'è quell'idio-
ta di mia figlia. Avrei dovuto spezzarle le dita quando è nata.
Avrei dovuto distruggere il pianoforte e uccidere Piper,
quel bastardo. Sono stato clemente e guarda qua che bel ri-
sultato».
Mahmoud individua Mercedes e Frances tutte tirate a lu-
cido sedute sulla panca accanto a James, che sembra slavato
come un cencio in quel vestito nero: « S e ha un po' di cer-
vello spedirà la grande dritta in convento e alla piccola tro-
verà marito prima che le cominci il ciclo, che il diavolo se li
porti tutti quanti».

La sedia a dondolo

La notte del funerale di Kathleen, James beve l'ultimo


bicchiere. E mezzanotte passata quando torna dal capanno,
si siede al pianoforte in salotto e suona. Le prime note della
Sonata al chiaro di luna e altri pezzi.
Di sopra, Mercedes si sveglia quando la musica si inter-
rompe. Frances non è a letto. Mercedes si alza e guarda fuo-
ri dalla finestra, aspettandosi di vedere Frances di nuovo giù
al torrente, ma non c'è. Mercedes esce dalla stanza e si fer-
ma sul ballatoio a guardare di sotto. C'è una luce che viene
dal salotto. E qualcos'altro che viene dalla cucina... un odo-
re. E notte fonda, ma mamma sta cucinando i rognoni per il
pasticcio. Quello che piace tanto a papà. Mercedes scende
un gradino. Due gradini. Tre. E si ferma ad ascoltare... un
piccolo verso, come un cucciolo. A Mercedes tornano in
mente i gattini nel torrente dell'altra sera e rabbrividisce.
Non le piace quando Frances se ne va a zonzo al buio. Vor-
rebbe che di notte se ne stessero tutti a letto. E anche lei
vorrebbe tornarsene nel suo bel lettuccio, ma adesso è lei la
più grande. Mercedes si appoggia leggermente al corrima-
no e scende verso la luce che si riversa alla base delle scale.
Gira intorno all'arco del salotto e si ferma.
Va tutto bene. Frances è viva, se così si può dire. E sulla
sedia a dondolo con papà. Che buffo, è come se Frances
guardasse Mercedes prima ancora di vederla comparire sul-
la soglia. È papà che fa quel verso come di un cucciolo. È tri-
ste perché Kathleen è morta. Adesso ha ancora più bisogno
delle sue bambine. Frances sta seduta composta e immobi-
le, non si agita per cambiare posizione. Mercedes aspetta
finché la sedia a dondolo non si ferma e Frances scivola giù
dal grembo di papà per raggiungerla. Mentre tornano di so-
pra mano nella mano Frances dice: «Non fa male». Merce-
des dice: «Non mi piace questa puzza di rognoni che cuo-
ciono». E Frances: «Neanche a m e » .
In camera, con Frances di nuovo accoccolata accanto a
lei, Mercedes comincia ad aver paura. E un po' di nausea,
anche se non riesce a capire perché. Si alza, va al lavandino
e vomita. Dev'essere stato quell'odore di rognoni che cuo-
cevano a scombussolarla; come mai la mamma si è messa a
preparare il pasticcio di carne a quell'ora di notte? Ed esi-
stono davvero dei posti dove la gente mette i bambini nei
pasticci e se li mangia? E peccato pensare una cosa del ge-
nere della mamma. Ma Mercedes non può farne a meno.
Lo sa che non può esserci davvero un bambino nel pastic-
cio, j n a sa anche che ogni volta che perde di vista Frances
succedono delle brutte cose.

Il primo Santissimo Sacramento

«Papà, dov'è la mamma?».


«Mercedes, devi dimostrarmi che sei diventata grande».

La prima cosa che James fece dopo aver trascinato il ca-


davere di Materia in camera da letto fu di correre a chiama-
re il prete - non per Materia, per lei era troppo tardi, ma
per la bambina. James l'aveva capito: c'è un Dio. C'è un Dia-
volo: male necessario. Uno sarà anche dannato, ma almeno
Dio ha un progetto per lui.
L'alternativa a credere è soggiacere al peso della colpa ir-
redimibile e di quella cosa senza senso che un tempo era il
libero arbitrio; darsi per vinto; ma qui c'è poco da scegliere.
Ha tre bambine senza madre che dipendono da lui.
Mandò avanti il prete e corse a cercare il dottore.
La piccola brucia per la poliomielite. O «paralisi infanti-
le». Non è necessario essere in età infantile per prenderla.
La casa è messa in quarantena. Non fa una grande diffe-
renza, visto che non c'è mai stato un gran viavai. Ma adesso
è ufficiale. Il dottore ha preso il barattolo di vernice nera e
ha spiattellato una X sulla porta, come ha già fatto su tante
altre. Ogni giorno, la gente sputa sulla porta principale e su
quella del retro, dichiarando: «Fuori la malattia da casa
mia! », ma la formula magica ha perso il suo potere. La ma-
lattia è ovunque.
A rubare la ribalta ai normali casi di difterite, TBC, scar-
lattina e tifo, è la spagnola. Non è necessario essere spagno-
li per prenderla. Tra il 1918 e il '19, l'influenza uccide in
tutto il mondo più milioni di persone di quanto abbia fatto
la guerra. Molti sono convinti che a diffonderla siano stati i
topi che mangiavano i cadaveri nelle trincee.
Nel cimitero è tutto un germogliare di piccole croci bian-
che fregiate di teneri agnellini. I bambini sono stati partico-
larmente colpiti. Mercedes ha appena finito la prima ele-
mentare. Va alla Nostra Signora del Carmelo e, fino alle va-
canze estive, ha dovuto frequentare le lezioni con una ma-
scherina bianca, come tutti gli altri bambini, per non
diffondere i germi. « Miss Polly ha una bambola: sta male,
che disdetta, così chiama il dottore: che venga in tutta fret-
ta. Scuote il capo il dottore: questa qui è morta da ore». In
tutta la città, la spesa viene lasciata davanti al cancelletto
d'ingresso insieme alla bottiglia del latte; nessuno vuole av-
vicinarsi. Perfino dottori e infermiere cadono come mo-
sche. Le consegne del carbone vengono attentamente sor-
vegliate: se un carretto consegna un carico che non hai mai
ordinato, sta' in guardia, qualcuno sta per lasciare la tua ca-
sa nella bara. Se un cavallo nero si ferma davanti a casa tua
senza motivo, di' le tue preghiere. Se di notte viene un ca-
vallo bianco, buonanotte al secchio.
Il dottore, in piedi accanto a James, guarda nella culla. Il
prete, sull'altro lato, indossa la tonaca e ha in mano delle
ampolle di acqua e olio benedetti. James non immagina che
la bambina è già stata battezzata. Questo faceva Frances nel
torrente, ma lui non lo sa; sa soltanto che Frances è cattiva.
Quanto alla notte del funerale di Kathleen... be', d'ora in
avanti non toccherà una sola goccia di qualcosa che sia più
forte del tè.
Il prete battezzerà la bambina senza sollevarla, perché
muoverla a quello stadio della malattia sarebbe molto perico-
loso. Chiede a James: «Chi le farà da padrino?».
« Io » dice James, visto che nella casa in quarantena non
c'è nessun altro, tranne il dottore, che è protestante.
Era tanto che la Chiesa cattolica aspettava al varco James,
il quale riva con la mente al suo battesimo forzato di tanti
anni prima, quando aveva sposato Materia. Stava dritto sen-
za chinare la testa, in atteggiamento di sfida, mentre un pre-
te gli farfugliava addosso delle parole: « L a voce del Signore
è potente. La voce del Signore è maestosa. La voce del Si-
gnore spezza i cedri del Libano...». L'aveva sopportata co-
me una messinscena. Ora però sa che nulla avviene per ca-
so, che sono tutte prove. La Chiesa offre tantissimi esempi
di uomini come lui, che si credevano dannati e invece sono
stati salvati. Mostri e martiri in ugual misura. E grazie a un
ultimo gesto, compiuto magari lontano da ogni sguardo,
nel profondo del cuore, nell'ora della morte, sono stati sal-
vati. Santificati, addirittura.
«E chi le farà da madrina?» chiede il prete.
James apre la porta, dietro c'è Mercedes in attesa. La fa ri-
manere sulla soglia, a una bella distanza dalla culla arroven-
tata. Mercedes si è appena pettinata i capelli in due trecce
irregolari, non è ancora abituata a farle da sola. Ha uno sca-
miciato di percalle azzurro e calze rosse, perché rosso e az-
zurro si intonano bene.
Il prete non batte ciglio. Agli occhi della Chiesa, una
bambina può fare da madrina nei casi di emergenza, e poi è
fin troppo evidente che la neonata presto sarà con Dio.
Padrino e madrina devono promettere che, nel caso suc-
cedesse qualcosa ai genitori della creatura, saranno loro a
crescerla nella fede cristiana. Di solito si tratta di un voto
ipotetico, ma non per Mercedes, perché la mamma è già
morta. «Adesso sono io la madre» dice a se stessa. « H o fat-
to anche la cresima, perciò sono pronta». A maggio, Merce-
des si era messa vestito e velo di un bianco immacolato e, in-
sieme alle compagne di scuola, tutte di un candore lucente,
aveva ricevuto dal vescovo lo schiaffo di rito. Da allora tre
sue compagne erano morte. Era morta Dottie Duggan, che
sedeva nel banco accanto a Mercedes. Dottie aveva la disgu-
stosa abitudine di mangiare la colla e di mettersi le dita nel
naso, ma adesso è un angelo del Signore. Il nome della san-
ta scelto da Mercedes era stato santa Caterina da Siena, an-
che se avrebbe voluto tanto Bernadette, ma Bernadette non
è ancora una santa; quando, oh quando lo sarà? Frances le
aveva suggerito Veronica, per via del fazzoletto magico.
«Non magico, Frances. Miracoloso».
Il prete si china sulla culla dove la neonata giace sul suo
piccolo letto di brace e le chiede: «Quo nomine vocaris?».
Sulla soglia, Mercedes e James rispondono all'unisono
per conto della bambina: «Lily».
James non ha pensato a un secondo nome. Ne è manca-
to il tempo. Prega soltanto che possa crescere e servirsi di
questo.
Il prete continua: «Lily, quidpetis ab Ecclesia Dei?».
Mercedes e James rispondono: « L a fede». Hanno la di-
spensa speciale per rispondere in inglese, perché Mercedes
è troppo piccola per aver appreso tutto quel latino; se non
fosse mancato il tempo, ci avrebbe provato.
Mercedes muore dalla voglia di dare un'occhiata alla
nuova sorellina. Guarda il prete chinarsi e soffiare delicata-
mente tre volte nella culla. Sta soffiando via lo spirito im-
mondo per fare spazio allo Spirito Santo. Il Consolatore.
«Exorcizo te, immunde spiritus... maledicte diabole».
Il prete rimane a lungo a benedire Lily e a pregare su di
lei. Mercedes e James recitano il Credo e il Padre Nostro.
Dopodiché il prete riprende con le domande: «Lily, abre-
nuntias satanae?».
«Rinuncio».
«Et omnibus operibus elusi».
«Rinuncio».
Il prete unge la fronte di Lily con l'olio mentre padrino e
madrina testimoniano la sua fede nello Spirito Santo, nella
santa Chiesa cattolica, nella comunione dei santi, nel per-
dono dei peccati, nella resurrezione dei morti e nella vita
eterna. Alla fine spruzza sulla fronte rovente l'acqua santa,
che a contatto con l'olio si imperla e freme, mentre il prete
la battezza «in nomine Patris, et Filli, et Spiritus Sancti».
Quando il prete si rivolge a Mercedes, lei trema per la so-
lennità del momento e dà a James il prezioso involto di raso
bianco che finora ha tenuto accuratamente ripiegato fra le
braccia. E la veste battesimale di famiglia. James la passa al
prete. Lily sta troppo male per indossarla, così il prete si li-
mita a posargliela sopra, dicendole di accettare quell'abito
bianco e di non permettere mai che venga macchiato.
Così, insieme al padre, e all'età di quasi sette anni, Mer-
cedes si assume la responsabilità dell'anima di Lily Piper.
Ora è la volta del dottore. Sbircia dentro la culla, scuote
la testa, dà un'occhiata a James, come a dire: «E nelle mani
del Signore», dà a Mercedes un leggero colpetto sulla spal-
la e se ne va col prete.

Agnello tra i lupi

«Frances,» dice Mercedes, allungandole una tazza di


cioccolata «la mamma se n'è andata».
«Dove?».
«-Da Dio».

Il cimitero faceva paura, anche se era una giornata di so-


le, con un venticello che soffiava dal mare. Guardarono la
bara della mamma calare nel terreno. Lanciarono tutt'e
due una manciata di terra. Quel gesto le fece sentire un po'
strane... non sembrava una cosa tanto bella da fare. La tom-
ba di Kathleen era proprio accanto a quella della mamma.
Kathleen è là sotto, pensarono Mercedes e Frances; anche
se Mercedes cercava di ricordare a se stessa che Kathleen
non era là sotto, era con Dio... Frances era molto preoccu-
pata per Kathleen: è buio là sotto. Come fa a respirare? Avrà
paura degli altri morti? A quest'ora saranno quasi tutti sche-
letri. Ci saranno i vermi?
Dopodiché tornarono a casa e papà tirò fuori dalla ghiac-
ciaia il pasticcio di carne e rognone e lo riscaldò nel forno.
Com'era possibile che ci fossero in tavola le cose che aveva
cucinato la mamma, se la mamma era sotto terra? James
mangiò, ma le due bambine non riuscirono nemmeno ad
assaggiare un boccone. Cercarono di trattenere il fiato
finché non ebbero il permesso di alzarsi da tavola. Frances
cercava di non pensare alla mamma che tagliava i rognoni
crudi con le forbici. Quel rumore: zic-zac.
La notte del funerale della mamma non riuscirono a dor-
mire. Sgusciarono fuori dal letto e si inginocchiarono da-
vanti alla porta di quella che era stata la camera di Kath-
leen, dove dormiva la loro nuova sorellina. Quante Lily ci
possono essere in una famiglia, si chiedeva Mercedes. Fran-
ces era preoccupata; le bambine che si chiamano Lily se ne
stanno lì immobili e poi vengono portate via. Papà l'ha chia-
mata Lily per qualcosa che ho combinato io, pensava Fran-
ces. E perché mi ricordi di qualcosa. Pregarono.
«Angelo di Dio, che sei il mio custode, ti prego, salva la
nostra sorellina, amen».
Cantarono per lei:
« Oh compagna di giochi! Vieni a me, le tue bambole por-
ta, tutte e tre - grida giù per la grondaia, entra nella carbo-
naia, se sul melo salirai saremo amiche più che mai».
Le raccontarono tutte le cose belle che avrebbero fatto
insieme, una volta guarita.
« Mangeremo caramelle a colazione » promise Frances.
« Faremo i cori » si impegnò Mercedes.
«Ci metteremo un bellissimo vestito da sera».
«Cucineremo cose buone per papà».
«Te lo promettiamo, Lily».
«Te lo giuriamo».
«Sulle nostre tombe».
«Sulle nostre ossa».
« Sui nostri rognoni ». Al che scoppiarono a ridere e papà,
da basso, urlò di andare dritto a letto; al che attaccarono
contemporaneamente a cantare sottovoce: «Disse il dottore
tutto afflitto: "Miss Polly, se ne vada dritto a letto!"».
Mercedes mise a letto Frances con la sua bambola prefe-
rita, una bella ballerina di flamenco in abito rosso. Frances
fece ballare lentamente la bambola per un po'. La fece an-
dare a casa a preparare dei biscotti alla melassa per i suoi
bambini: «Adesso fate i bravi,» disse la ballerina ai figli «io
devo studiare. E dopo, se non sono troppo stanca, forse an-
dremo nella Patria Lontana. Inshallah». Dopo un po' Fran-
ces disse: «Mercedes?».
«Cosa c'è?».
«E se papà muore?».
« Papà non muore ».
«Diventeremmo orfane».
«Papà non muore, Frances».
Ma Frances piangeva, la faccetta vispa tutta corrugata, le
lacrime bollenti come l'acqua della teiera.
«Frances, non ti lascerei essere un'orfana».
«Non voglio che papà muoia». Frances singhiozzava per
il povero papà, le sue due bambine perse nel bosco, con le
foglie come coperta e niente da mangiare. Piangeva per i
dolci uccellini e i tristi scoiattoli e per il povero papà, che
non può salvare le sue adorate bambine. Erano giorni che
non aveva così caldo.
«Frances, non ti lascerei essere un'orfana».
Ora Frances piangeva così forte che Mercedes si preoc-
cupò.
«Voglio che torni la mia ma-a-a-a-amma! ».
Mercedes accarezzò le trecce arruffate di Frances e bisbi-
gliò dolcemente: «Sta' tranquilla, piccolina, la mamma è
qui,».
Frances smise di piangere.
« Sono io la tua mamma, adesso » disse Mercedes.
Frances rimase immobile per un po'; poi disse: «Non è
vero».
«Sì che è vero, tesoro».
Frances si raggomitolò come una palla.
« L a mamma è qui,» la coccolava Mercedes «la mamma è
qui».
Frances si abbracciò le ginocchia finché tutte le ossa non
si toccarono. Trasformò gli arti in forti ramoscelli d'albero.
Fece della spina dorsale una verga elastica e della pelle una
corteccia fresca. Senza piangere.
Dopo quella notte Frances non pianse più per la mamma.
«È meglio che la mamma se n'è andata» si diceva, riper-
correndo nella mente tutte le cose terribili che non era as-
solutamente in grado di ricordare, tessendo insieme i fili in
un ingegnoso mantello da arlecchino. «Perché se fosse qui,
saprebbe quanto sono stata cattiva».
La Lily che visse

L'alba dopo il funerale di Materia sorge gioiosa. James di-


ce a Mercedes: «Vieni a vedere la tua figlioccia». Frances li
segue. Entrano nella stanza dell'ammalata, spogliata ormai
di tutto fuorché del sole radioso che si sprigiona dalla fine-
stra aperta, riversando sul lettino un pulviscolo baluginante
di spiritelli. Frances e Mercedes si avvicinano e guardano at-
traverso le sbarre. Papà è raggiante. Le bambine si aspetta-
no di vedere la versione paffuta e vellutata dei loro pupatto-
li, e invece lì dentro c'è una creatura dalla faccetta smunta,
sotto una massa di capelli neri che paiono ritti per lo spa-
vento. Occhi scuri carichi di intensa, vigile preoccupazione:
sembrano aver già visto troppo.
«Che cos'ha?» chiede Frances.
«Niente, è perfetta» dice James.
Sembra uno spauracchio, pensa Mercedes, e Frances di-
ce: « H a qualcosa».
E si busca uno scappellotto sull'orecchio.
Mercedes dice: «E bella», e si ripromette di confessare la
bugia.
James solleva la bambina. «E una campionessa».
Frances segue papà, la bambina e Mercedes di sotto. Van-
no a darle da mangiare. Dalla cucina proviene una dolce
musica tintinnante. Entrando vedono una ragazza di por-
cellana alta venti centimetri che gira sulla tavola. Ha gli sti-
valetti di pelle abbottonati e un vestito di seta verde limone
con varie sottogonne, e regge un parasole bianco e giallo
sopra i riccioli dorati. Alla base c'è una scritta: Una ragazza
d'altri tempi. E per Mercedes: «Perché sei stata proprio una
brava donnina».
« Oh, papà, grazie ».
Frances è contenta, felice che ci sia felicità in casa.
«Se vuoi è di tutte e due, Frances».
«No, è un regalo tutto per te, Mercedes».
Mercedes lascia che Frances la carichi: «Attenta, non
stringere troppo».
Frances la tratta con riverenza, anche se non riesce a fre-
nare la smania di capire da dove venga la musica.
La piccola sta abbandonata ma attenta fra le braccia di
Mercedes, mentre James le dà il latte con un contagocce.
James dice: «Si sta riprendendo. E un miracolo».
Ho in braccio un miracolo, pensa Mercedes.
« H a qualcosa» dice Frances sottovoce.
L'esperienza del suo amore newyorkese annuncia a Kath-
leen che è tempo di vivere il presente. E estate. Per Kath-
leen il Presente è un nuovo paese, inattaccabile da quelli
vecchi, perché i goti e i vandali dei vecchi paesi nemmeno
sanno che il Presente esiste. E invece è attaccabile. Verrà
violato. Kathleen è troppo giovane per saperlo. In questo
momento, d'estate, sta facendo l'amore. E appena nata.
Amore
ti amo
oh
tesoro
ti amo
tesoro, oh
oh
È un dialogo da primo amore. Le bocche non possono sa-
ziarsi di baci e non trovano mai abbastanza da baciare. L'o-
ceano invisibile fa fluttuare la stanza e il letto e gli amanti
come piante acquatiche, le braccia non riescono a smettere
di muoversi, fronde nell'aria liquida, le mani non cessano
mai di ondeggiare lentamente da parte a parte, accarezzan-
do l'amato, ciao... le dita non smettono mai di intrecciarsi,
viticci in un incessante bouquet, ogni parte oscilla, oscilla,
con violenza a volte, a volte appena. Un lievissimo sfiorarsi

IHIIIHIHIIHI
accende il bisogno di stare più vicini, e rompe la superficie
dell'acqua, non sarò mai abbastanza dentro di te, ingoiando
aria, non ti conterrò mai abbastanza, ora sulla terra ferma, non
ti stringerò mai abbastanza, il calore del deserto, bere te, amante
nella mia oasi che scintilli sotto una palma, qui mi ridurrò in ce-
nere e volerò via... finché quell'apice misericordioso viene
scoperto, ed ecco, il lento capitombolo giù dalla collina,
secchi d'acqua che si riversano al rallentatore, striando la
sabbia finché torna la dolce oscillazione, il fondo dell'ocea-
no, il tenue sfiorarsi che riaccende il mare.
Io ti voglio
voglio che
anch'io ti voglio
voglio che
oh, te
tanto, tanto
dolce
Oh
Oh
come miele
ti amo
sai di miele
amore
Quell'autunno James ricevette una lettera. Andò laggiù e
riportò Kathleen a casa il giorno in cui finì la guerra.
LIBRO 3
IL CIABATTINO E I SUOI FOLLETTI
CONTRABBANDO

1° aprile 1925. Giorno di scherzi... Anche se per Frances


ogni giorno è buono. Lei e Lily stanno giocando in soffitta
circondate da una frotta di bambole. Per il resto la stanza è
vuota, a parte la cassa del corredo. Lily ha quasi sei anni.
Frances ne ha undici. Si è autonominata baby-sitter, compa-
gna di giochi e tormentatrice di Lily. Che non desidera altro.
Lily non somiglia più alla strana bambina che era. Unica
traccia è la singolare attenzione dei begli occhi verdi, come
se fossero sempre pronti ad accogliere una verità solenne;
qualità che Frances apprezza particolarmente. I capelli neri
hanno preso una lucentezza castano ramata e, anche se al-
l'epoca un sacco di bambine e bambini portano i capelli al-
la Buster Brown, quelli di Lily, quando sono sciolti, le scen-
dono oltre la vita. Ha la pelle di pesca e crema e miele, sem-
bra baciata dal sole anche d'inverno. Ha le labbra come
Rose Red e un adorabile bernoccolino che le compare sulla
fronte quando è turbata. Frances le ha detto che è un corno
e che presto le spunterà fuori dalla pelle.
Oggi Lily è agghindata con un bel vestitino di taffettà verde
chiaro che le arriva al ginocchio, ornato di gale e con la cri-
nolina... non è un'occasione speciale, è solo che è la nostra
cara dolce Lily e a papà piace vederla vestita di tutto punto.
La maggior parte delle ragazze, grandi o piccole, hanno ri-
nunciato da un pezzo a crinoline e sottogonne: da quando
c'è stata la guerra le donne sono state fin troppo indaffarate
e non hanno certo bisogno di sentirsi intralciate da simili pa-
ramenti. Ma Lily non ha nient'altro da fare che essere felice.
Oggi, come al solito, ha una corona scintillante di trecce
che Mercedes ha stretto tanto che le tirano leggermente gli
angoli degli occhi. E Mercedes a occuparsi dei capelli di
Lily, ma per vestirsi o farsi il bagno Lily non vuole altri che
Frances. Non si discute. Anche se Lily non sa mai quando
Frances farà o dirà qualcosa di preoccupante - «Davvero,
Lily, sei stata adottata. Un giorno ti abbiamo trovata nell'im-
mondizia. Avevi bucce di patate appiccicate dappertutto».
Frances è filiforme. E bianca come un lenzuolo, di solito.
Tranne che per la lentiggine sul naso aquilino. E tranne
quando ride, o pensa a qualcosa di molto piacevole. Allora i
pezzetti di vetro verde negli occhi nocciola si accendono, il
naso le diventa rosa e sul setto compare una strisciolina
bianca. Lily sorveglia il naso di Frances come un marinaio
sorveglierebbe un faro. Quando compare la striscia, signi-
fica che Frances sta per superare il limite.
E che ne è stato dei bei riccioli biondo scuro di Frances?
Hanno ceduto il passo all'invasione di un sottobosco selvati-
co. «Riccioli naturali» è un eufemismo. Alla luce solare è
possibile cogliere un vago accenno dell'aureola bionda che
aveva prima. Purtroppo è stata cancellata da un tumulto
marrone che va dal bronzo al ruggine. Frances, come Lily e
Mercedes, porta le trecce, anche se le sue fremono di ric-
cioli, maestri dell'evasione, che, entro la fine della giornata,
sono riusciti a liberarsi. La frangetta se la taglia da sola.
A Mercedes le bambole non interessano più, ma Lily ha
una vera passione, e Frances lo stesso. Ha ancora tutte le
bambole di quand'era piccola. Quando non dormono sul
letto, vivono in soffitta. In questo momento sono tutte alli-
neate contro la cassa del corredo: c'è Maurice, la scimmia
suonatrice di organetto; c'è Scarlattina, la bimba con la te-
sta di porcellana; c'è Rose Difterite, col vestito di velluto ac-
corciato e rimodernato da Frances; ci sono i due marinai
gemelli, Tifo e TBC Vedetta, e il bambolotto Vaiolo. C'era
anche una bella signora col vestito da sera, Colera La Fran-
ce, ma è andata perduta chissà dove. Il posto d'onore è ri-
servato alla ballerina di flamenco col vestito cremisi e le
nacchere. La Spagnola.
Lily nutre grande rispetto per le bambole di Frances, ma
quella che ama con tutto il cuore è la sua Giglio-Cencioso-
delle-Valli. L'ha fatta la signora Luvovitz e Lily l'ha chiamata
così in onore del profumo preferito di Frances. Ha dei bei
riccioli castani di lana spessa, ideali per fare le trecce, tran-
ne dove Frances ha dato una scorciatina. Oggi Lily prende
Giglio-Cencioso-delle-Valli e senza un motivo le stacca la
bocca. Il dispiacere è amaro e immediato. E adesso?
« L'hai rovinata » osserva Frances.
«Non è vero ».
«L'hai rovinata eccome, da' qua, ci penso io».
« Cosa le vuoi fare?».
«L'aggiusto».
«Non la rovinare».
«E già rovinata».
Lily le allunga la bambola di pezza.
«Non preoccuparti, Lily, possiamo far fìnta che ha avuto
la lebbra... ».
«No! ».
« ... ma poi ha incontrato Gesù, che l'ha guarita».
Frances tira fuori una penna stilografica dalla tasca dello
scamiciato scozzese. Lily osserva, ed è pronta, all'occorren-
za, a salvarla strappandogliela di mano. Frances tiene im-
passibile la bambola fuori dalla portata di Lily ma, per tran-
quillizzarla, inclina la Cenciosa in modo da lasciarla assiste-
re all'accurata ricostruzione del sorriso. Lavorando Frances
canta: «Miss Polly ha una bambola: sta male, che disdetta,
così chiama il dottore: che venga in tutta fretta. Scuote il ca-
po il dottore: questa qui è morta da ore ».
Lily mugola: «No, Frances, la canzone non dice così! ».
Frances le restituisce la bambola: «Ecco fatto».
«Perché le hai fatto le labbra viola?».
« E stata troppo in acqua e le labbra le sono diventate vio-
la».
«E quando si riscalda?».
«Non si riscalderà mai».
«Frances! ».
«Che ci posso fare, Lily» le fa notare Frances in tono as-
sennato. «Sei tu quella che le ha strappato mezza faccia. Io
l'ho soltanto aggiustata, tutto qui, sembrava scema senza
bocca. Che razza di monella ingrata sei».
Lily fissa la Cenciosa.
«Grazie, Frances».
«Ti è andata bene che non è annegata».
Lily rintraccia dentro di sé il posto dove l'amore scopre
che adesso la Cenciosa le è più cara che mai. Frances guar-
da Lily che tranquillizza quella lurida cosa di stracci, e si at-
torciglia una spirale di capelli attorno a un dito.
«Lily...» dice Frances in tono confidenziale. « L o sai che
papà nel capanno ha una distilleria clandestina?».
«Non è vero. Lui fa gli stivali».
« E secondo te perché il whiskey di contrabbando lo chia-
mano bootleg whiskey? Perché papà lo fa con gli stivali».
«Frances».
«E io sono un'alcolizzata, da quando avevo sei anni. Non
dirlo a Mercedes. Mi sono attaccata alla bottiglia il giorno
che sei nata tu, e da allora, di nascosto, bevo sempre. Sono
ubriaca anche adesso».
A Lily non piace quando negli occhi di Frances compare
quel luccichio verde. E il primo segnale. Significa che sta per
raccontarne una delle sue.
«No, non sei ubriaca, Frances, non si sente la puzza».
«E talmente puro che non puzza per niente». Frances sa
come fare una voce calma e seria allo stesso tempo, la verità
pura e semplice, come un dottore: «Temo che le dovremo
amputare la testa, signora J o n e s » .
«Papà non ti lascerebbe».
«E lui a darmelo. Gli faccio da degustatrice».
« Guarda che lo chiedo a lui, Frances, non è vero ».
«Lily, se lo chiedi a papà gli darai un gran dispiacere. Lui
fa il whiskey soltanto per permetterci di vivere decentemen-
te. E io lo devo aiutare. Purtroppo ho preso il vizio, ma è un
sacrificio che mi tocca per aiutare te e Mercedes. Ci pensi se
non avessimo potuto permetterci un dottore? Ti avrebbero
tagliato la gamba».
Lily si mette a piangere.
«Frances, non voglio che sei alcolizzata».
Le lacrime di Lily cominciano a sgorgare, mentre la gola
si infiamma di dispiacere. «Dirò a papà di non dartene
più».
«Non piangere, Lily, non ti preoccupare, a me non im-
porta. L'ho sempre saputo che sarei morta giovane».
«No-o-o!». Lily si copre la faccia, le lacrime scorrono at-
traverso le dita. Lentamente, Frances abbraccia Lily e la cul-
la dolcemente mentre piange.
«Papà non è cattivo, Lily. Ci vuole tanto bene».
Frances chiude gli occhi e assorbe il caldo dolore di Lily
per il suo triste vizio. Si diffonde come una medicina nel
piccolo petto di Frances, che vive un prezioso momento
di pace. Cara Lily. Frances respira profondamente, e il viso
si distende fino a diventare liscio come la pelle di una bam-
bina.

«Frances, Lily... dove siete?».


A Mercedes non piace alzare la voce. Qualunque cosa val-
ga la pena di essere detta, vai la pena di dirla in tono civile.
Il che significa che deve salire un mucchio di scale.
Le trecce castano chiaro di Mercedes sono avvolte, come
si conviene, in una crocchia sulla nuca. Porta un cammeo
fissato al colletto rigido, e una gonna di serge azzurro che
arriva tre dita sotto il ginocchio. La modestia è sempre inap-
puntabile. Mercedes è una ragazzina esile che cura il suo
aspetto. Mercedes ha dodici anni e va per i quaranta.
Secondo piano. Nessuna traccia delle ragazze mentre, di
sotto, il fegato si raffredda nella padella. E ricco di ferro e
costa poco, col fegato non si sbaglia. Gliel'ha detto il signor
Luvovitz, e lui se ne intende. Ormai la spesa la fa quasi sem-
pre Mercedes. Il venerdì, papà le affida i soldi destinati alla
casa e il sabato mattina lei fa il giro dei negozi. Ultimamen-
te cucina quasi sempre lei. Dopo cena, lei e Frances lavano i
piatti. Poi Mercedes fa i compiti. E poi fa i compiti di Fran-
ces, ma racconta a se stessa che la sta solo aiutando, altri-
menti sarebbe un imbroglio. E Frances che fa? Gioca con
Lily o strimpella il pianoforte. Papà ha insegnato a Merce-
des a suonare, e sono arrivati al settimo anno, stando al pro-
gramma del Conservatorio di Toronto, ma con Frances si è
arreso già da un pezzo. Frances preferisce suonare a orec-
chio, ma solo quando papà è al lavoro.
Mercedes fa capolino nella camera di Frances e Lily. Non
sono neanche lì. Le dà sempre fastidio andare tardi a tavola,
come di solito avviene, anche se mai per colpa sua. Sospira
e non vede l'ora di arrivare alla fine della giornata quando,
sbrigate tutte le faccende, potrà dedicarsi al suo libro. In
questi giorni si sta sdilinquendo su Jane Eyre per la seconda
volta. Oggi è giovedì. Ancora due giorni e poi, meraviglia
delle meraviglie, sarà sabato e Mercedes, dopo aver fatto la
spesa, lavato e stirato, andrà come sempre a casa di Ffelen
Frye, la sua migliore amica... la migliore dopo Frances, cioè.
Helen Frye abita in una casa della compagnia, suo padre fa
il minatore, ma i Frye non sono poveri come le altre fami-
glie di minatori perché Helen è una vera rarità: è figlia uni-
ca. Gli altri figli sono morti. Perciò Helen ha una stanza tut-
ta per sé e dei vestiti mica male. Forse questo sabato Merce-
des e Helen andranno a vedere un film al Bijou. O lavore-
ranno a uno dei tanti progetti comuni; stanno preparando
una, trapunta e dei vestitini per i bambini che avranno. E
forse, cosa che hanno preso a fare di recente, parleranno
d'amore. Helen è innamorata di Douglas Fairbanks. Anche
Mercedes è innamorata, ma ancora non riesce a pronuncia-
re il sacro nome.
La porta che dà sulle scale della soffitta è socchiusa. Mer-
cedes rimane ai piedi delle scale, leggermente contrariata.
Cosa ci troveranno? Perché vanno a giocare lassù? Tanto
per cominciare, non c'è niente tranne la cassa del corredo,
e la chiave ce l'ha lei, e poi Frances è troppo grande per gio-
care; dovrebbe farsi delle amiche della sua età. Mercedes si
mette le mani intorno alla bocca e chiama nel buio della
tromba delle scale.
«Frances, Lily, è pronto».
Nessuna risposta. Poi un gemito sommesso e un fischio
che sembra il vento, solo che ovviamente non è il vento.
« Frances, non fare la sciocca, la cena si raffredda » conce-
dendosi un tocco di affettata esasperazione.
«Mercedes... ridammi il mio fegato».
«Perdinci, Frances...».
«Mercedes... sono sul primo gradino». Passo metallico.
« L a cena si raffredda».
«Mercedes... sono sul secondo gradino». Schianto.
«Va bene, morite di fame ».
Bisbigliando: «Mercedes... BUU!».
« A-a-a! ».
Perché? Perché funziona sempre?
Frances compare nel corridoio e balla una danza scozze-
se, il tutore d'acciaio sulla gamba sinistra che oscilla come
un randello.
«Frances, c'è papà di sotto... Frances! ».
Frances continua a ballare, scalciando a tempo con la
musica di Offenbach, cantando con accento scozzese: «Sai,
sai ballare il cancan, sai ballare il cancan » - accelerando —
« saiballareilcancansaiballareilcancan... ».
Lily si è accasciata in fondo alle scale della soffitta, fuori
di sé dal ridere, cercando di non farsela addosso; Mercedes,
suo malgrado, comincia a lasciarsi andare...
«Cos'è tutto quel baccano lassù?». Papà è sul primo gra-
dino.
Mercedes si aggrappa alla balaustra e dice: «Niente,
papà, arriviamo». Corre giù per le scale, allontanandolo:
« L a cena è pronta quando lo sei tu, papà», mentre Frances
slaccia le cinghie di cuoio del pesante tutore d'acciaio e lo
restituisce a Lily.
Recitano la preghiera di ringraziamento attorno al tavolo
della cucina: «Benedici o Signore noi e questi Tuoi Doni
che stiamo per ricevere grazie alla Tua generosità e a nostro
Signore Gesù Cristo, amen». Frances aggiunge: «Inshallah».
James le lancia un'occhiataccia e scuote leggermente la
testa. Lily sorride dietro il tovagliolo. Mercedes serve.
«Mmm,» dice Frances «cuoio e cipolle».
Scappellotto da parte di papà, stavolta se l'è cercata. Li-
mitiamoci a ignorarla.
«Queste carote sono del nostro orto, papà» dice Merce-
des.
James aveva lasciato che l'orto andasse in malora ma, da
un anno a quella parte, Mercedes l'aveva fatto resuscitare
sapendo quanto lui un tempo ci tenesse. Prima di tutte le
cose tristi che erano capitate. Va molto fiera delle carote
striminzite e delle strane patate che produce e non manca
mai di farlo presente quando la famiglia si nutre della gene-
rosità del loro terreno. James annuisce, le rivolge il suo de-
bole sorriso distaccato e continua a mangiare. Frances, in-
vece, ha qualche difficoltà.
Mangia. Mastica, mastica, mastica, offrilo alle povere ani-
me del purgatorio. Per Frances, nel migliore dei casi è un
problema arrivare alla fine di un pasto. Magari se mi infilo il
fegato nelle tasche un pezzetto alla volta... Ecco, stanotte,
mentre dormono tutti, incollo una grossa busta sotto la mia
sedia, così d'ora in poi...
«Mangia» le dice James.
La fronte di Lily si è increspata, ha le lacrime agli occhi,
ma continua coraggiosamente a mangiare.
«Non preoccuparti, non devi finirlo per forza» le dice
James.
Lily guarda Mercedes, odia darle un dispiacere. «Grazie,
Mercedes, è buonissimo».
James sorride con complicità adulta a Mercedes, che di ri-
mando si stampa un sorriso sulla faccia e toglie il piatto di
Lily, dicendole con voce gentile: «Lily, lo vorresti un toast al
formaggio?».
«Sì, grazie, Mercedes».
«Brava bambina» dice James.
«Personalmente gradirei un filetto mignon» dice Fran-
ces.
James la fulmina con un'occhiata... adesso si prende un
bel manrovescio.
Poi si gira verso Lily e le tira una treccia. E identica a sua
madre, stessa bocca incantevole e naso perfetto, stessi oc-
chi. E identica a Kathleen, a parte la disgrazia. E la cosa non
fa che rendermela più cara. Nel modo giusto.
Lily non sa a chi somiglia. Sa che aveva una sorella, ma è
morta, e la mamma è morta subito dopo per il dispiacere, e
papà ci vuole tanto bene.
James accarezza la dolce testolina di Lily, e lei sfiora la
mano di papà con la guancia. La mano si trasforma in un ra-
gno che le fa il solletico sotto l'orecchio; lei si dimena e
squittisce e lo fa smettere con un bacetto. Lily sente che
Mercedes disapprova, probabilmente pensa che è troppo
grande per quel gioco, ma Lily non riesce nemmeno a im-
maginare di essere troppo grande per giocare con papà.
Non vuole diventare mai così grande.
Nell'insieme James è soddisfatto della propria vita e, in
qualche modo, molto felice. Mercedes è una colonna. E Lily
è un tesoro. Insieme compensano Frances. «Com'è andata
la scuola oggi?» le chiede.
«Benissimo, abbiamo guardato un mucchio di fossili e
passato tutto il giorno su Jane Eyre». Il che è vero, Frances li
ha guardati i fossili: ha passato tutto il giorno sulla spiaggia
a leggere e a far rimbalzare i sassi.
James la guarda, e nel silenzio Frances si sente un po' sul-
le spine, ma mangia un altro boccone di fegato. Mercedes
aspetta accanto alla cucina. Si riserva di rimproverare dopo
Frances per aver preso in prestito il suo libro senza chieder-
glielo. Per il momento osserva papà. Lascerà cadere l'argo-
mento? James fa per aprire bocca ma Mercedes cinguetta:
«Papà, non indovinerai mai cos'è successo oggi» spingendo
il toast al formaggio davanti a Lily e rimettendosi a sedere.
«A Ronald Chism è scappato il ranocchio dalla tasca dei
pantaloni».
«E che è successo?» chiede Lily, tutt'orecchi.
« B e ' , il ranocchio errante non si trovava da nessuna par-
te, finché Suor Sant'Agnese non si è alzata dalla sedia e al-
lora è schizzato via da dietro l'orlo della tonaca; non vi dico
il divertimento della classe e lo sgomento di Suor Sant'A-
gnese».
James fa una risatina educata, Frances sbadiglia senza
freno.
James si concentra di nuovo sul piatto e Mercedes respi-
ra. Medita sull'amore di papà per Lily. E sulla sua rabbia ver-
so Frances. Prende la forchetta e si sente sola.

Quella notte, Mercedes entra di nascosto nella stanza che


Frances divide con Lily, si infila nel letto accanto alla sorella
e bisbiglia: «Frances... sei sveglia?».
«No, parlo nel sonno».
« Devi venire a scuola domani ».
«Oh, papà, sapessi che vi-i-ideve, quell'impevtinente del
Signov Vanocchio, temevo pvopvio balzasse nella sudicia
fessuva di Suov Sant'Agnese ».
«Frances! ».
«Stai ridendo».
« Non è vero ». Mercedes ride silenziosamente nel cuscino
per un po'. Alla fine si ricompone, si asciuga le lacrime e:
«Frances?».
«Eh?».
«Promettimi che domani verrai a scuola».
«E perché?».
« Suor Sant'Eustachia ti farà controllare e diranno a papà
che hai marinato la scuola».
«Embè? Così almeno movimentiamo un po' questo mor-
torio».
«Frances, ti prego».
«Va bene, va bene». Frances si gira dall'altra parte e co-
mincia a ronfare.
«Frances, posso dormire qui stanotte?».
«Fa' come ti pare».
«Grazie». Mercedes si rannicchia, stringendo fra i suoi i
piedi eternamente freddi di Frances.
«Aa'di aa'e'ley, Habibti».
«Non preoccuparti, Mercedes».
« Te'berini».
«Sì, sì».
«Buonanotte, Frances, ti voglio bene».
«Puah».
Mercedes ridacchia e si addormenta.
IL DEMONE DELL'ALCOL

James si sta arricchendo con il Temperance Act della


Nuova Scozia, e ancora di più con il Diciottesimo Emenda-
mento della Costituzione degli Stati Uniti, meglio noto co-
me Proibizionismo. Frances non lo sa per certo, ma ne ha il
sospetto. Nel cortile della scuola di Nostra Signora del Car-
melo due fratelli, che si chiamano entrambi Cornelius nel
caso uno dovesse morire, le hanno sbattuto in faccia la ve-
rità. «Tuo padre è un contrabbandiere!». E Frances di ri-
mando: «Ah, sì? E il vostro è un imbecille! ». Quelli l'hanno
inseguita, ma lei si è messa a correre, e quando Frances cor-
re non c'è verso di acchiapparla.
Frances ha già imparato che i ragazzi e i pescatori hanno
un vocabolario più ricco delle ragazze e delle suore, anche
se non è sempre sicura di cosa significhino esattamente le
parole assai efficaci che le piace usare. Sapeva che non
avrebbe trovato «contrabbandiere» sul dizionario, proprio
come non era riuscita a trovare una definizione soddisfacen-
te di «finocchio»; così era andata dal signor Maclsaac che, il
faccione rosso solcato da una smorfia allegra e il riso ranto-
lante da fisarmonica schiattata, le aveva detto cosa significa-
va, affrettandosi ad aggiungere: «Ma il tuo papà non è un
contrabbandiere, ragazzina, chi ti ha messo in testa certe
idee?».
Frances aveva immaginato che Maclsaac lo dicesse solo
per gentilezza. O è così o è uno stupido. Altrimenti perché
non si accorge mai di come le dita le diventano appiccicose
ogni volta che passa accanto al barattolo coi cuoricini alla
cannella e le gelatine di frutta? Frances aveva detto a Mer-
cedes la sua teoria sulla vera natura del lavoro di papà, ma
Mercedes si era limitata a dire: «Sciocchezze».
James è un contrabbandiere. Quando lavora, lo fa di not-
te. Esce di casa intorno alle undici e chiude a chiave le ra-
gazze. Accende una lanterna nel capanno, dove sugli attrez-
zi da ciabattino si accumula la polvere. Poi esce anche dal
capanno, chiude la porta a chiave e si allontana in macchi-
na, lasciando che la luce arda tutta la notte alla finestra.
Arriva alla foce di un certo corso d'acqua, dove va incon-
tro alle chiatte che vengono a remi dalle navi ancorate al
largo per la consegna. Sono navi che partono dalla colonia
britannica di Terranova, dove gli alcolici sono legali, e toc-
cano alcuni punti lungo la costa spingendosi fino a New
York. J a m e s trasporta un barile dopo l'altro e una cassa do-
po l'altra dal centro del corso d'acqua fino a un nascondi-
glio. La notte successiva ritorna, carica la sua automobile e
fa dei viaggi dal nascondiglio al padiglione segreto che ha
nel bosco. Solo che comincia a sentirsi troppo vecchio per
tutto quel sollevare e traghettare, e sta pensando di assume-
re un paio di uomini più giovani e più poveri di lui. Merce
che di questi tempi non scarseggia.
Nel '22 e '23 si susseguono gli scioperi, e lo scorso marzo
- siamo nel '25 - i minatori hanno incrociato di nuovo le
braccia. A James torna in mente il periodaccio di New Wa-
terford, prima della guerra. Fuori da Cape Breton, gli anni
Venti ruggiscono, ma da quelle parti il famoso boom del do-
poguerra non è mai arrivato. Non per la gente comune, al-
meno. Le cose sono andate di male in peggio. I politici e i
capitani di industria maledicono quel misterioso meccani-
smo, l'« economia mondiale». Persino James deve ammette-
re che è soltanto un eufemismo per « miserabili figli di put-
tana che hanno attinto di qui a piene mani senza restituire
un accidente». Molti figli di minatori vanno a scuola scalzi e
mangiano panini al lardo inzuppati nell'acqua per dargli
maggiore consistenza - e questo nei periodi di occupazione
a tempo pieno. Non lo sa ancora nessuno, ma Cape Breton
è la prova generale della Grande Depressione.
C'è poco da meravigliarsi che il contrabbando sia tollera-
to. Chi può biasimare un poveraccio se cerca di arrotondare
un po' le entrate? O se fa fermentare un po' di consolazio-
ne da condividere con amici e familiari intorno a un violi-
no? Perché è questo che fanno i più. E raro trovare uno del
posto che non venda liquori fatti in casa a prezzo di costo.
Come è raro trovare qualcuno che non abbia una fiasca ri-
posta da qualche parte, se non addirittura un tino sulla cu-
cina. Si racconta che Padre Nicholson avesse aperto la por-
ta della rettoria del Carmelo a uno straniero che aveva chie-
sto: «Dov'è che un cristiano può farsi un goccio da queste
parti, padre?». E il prete aveva risposto: « B e ' , figliolo, sei ca-
pitato nell'unico posto della città dove non ne troverai nem-
meno un goccio, però prova a vedere se il mio curato lo
vende». I pochi contrabbandieri seri sono per lo più brava
gente, un po' turbolenti ma non cattivi, e di sicuro né spi-
lorci né vendicativi. Perfino la polizia a cavallo sta al gioco e,
anche se l'hanno fregata un sacco di volte, ne è nato un ri-
spetto reciproco. C'è chi vince, c'è chi perde.
Naturalmente c'è la Lega delle Donne Cristiane per la
Temperanza, ma sono un gruppo protestante, e New Wa-
terford è una città cattolica. Perfino a Sydney, dove i prote-
stanti contrari all'alcol sono i più numerosi, i bar servono
superalcolici, con la vaga minaccia di dover eventualmente
pagare una penale simbolica per la prima infrazione. Alla
seconda infrazione sei costretto a chiudere, ma come gesto-
re devi godere proprio di una brutta fama per vederti bolla-
re come «seconda» la ventesima infrazione.
Non c'è da vergognarsi a distillare un po' di alcolici. Non
come lo fa la maggior parte delle persone. James, però, è
un professionista. Nel suo capanno, in mezzo a una radura
segreta nel bosco, prende scotch e gin autentici, vero li-
quore, e li taglia con il suo preparato, ravvivato dalla lisci-
via, che ribolle giorno e notte. Rimette poi il sigillo alle bot-
tiglie originali, ricavandone un bel profitto. Per fortuna
non ha amici a cui spifferarlo, altrimenti una cosa tira l'ai-
tra e, come niente, il poliziotto che si è appena presentato
a comprare un goccio per allietare il Natale si vede costret-
to, entro Capodanno, ad appiccare il fuoco alla tua distille-
ria, senza rancore.
Da professionista qual è, James vende soltanto a quelli
che con tutta probabilità pagheranno: a vari ricconi che be-
vono a casa e possono permettersi qualcosa di meglio della
classica ricetta a base di melassa, lievito e acqua. E alla mag-
gior parte dei bar e degli spacci clandestini, da Sydney
Mines a Giace Bay, dove il liquore viene ulteriormente dilui-
to. Non tratta più con i minatori, perché si è stufato di fare
il creditore. Ha letto sul giornale di spettacolari episodi di
violenza, giù negli Stati Uniti, dove le bande combattono
per il controllo delle zone e gli uomini indebitati fino al col-
lo vengono fatti fuori. Ma, nel caso di James, è sufficiente
minacciare di dirlo alle mogli dei malcapitati. James non ne
può più di sorbirsi le loro storie lacrimevoli. Se è vero che
hanno i figli alla fame, non dovrebbero scucire un penny
per il suo veleno. E non devono andare molto lontano per
trovare un buon esempio: James non tocca un goccio.
Tutto questo contribuisce a far sì che James se la passi be-
ne e sia sinceramente odiato. Perché? Perché non annego
nella loro stessa melma. Perché ho il coraggio e il buon sen-
so di provvedere alla mia famiglia.
Non solo il lavoro di James porta la carne in tavola, quan-
do i più sono fortunati se hanno il porridge, e vestiti come si
deve per le bambine, quando tanti vanno in giro con sacchi
di farina adattati, ma l'orario gli consente di dedicarsi a ciò
che conta: Lily.
James ha smesso di contare i libri: sono troppi. Mercedes
e Frances si sono tuffate in mezzo alle casse, con il suo inco-
raggiamento. Quanto a lui, ha appena il tempo di dare
un'occhiata al giornale prima di cena; per il resto, la gior-
nata è dedicata all'istruzione di Lily.
Ogni giorno studiano una lettera dell'Enciclopedia Bri-
tannica, per due ore. James assegna a Lily dei brani da me-
morizzare e la interroga per vedere sé li ha capiti. Lei scrive
brevissimi saggi su bruchi, binari, Bulgaria e la grossa Berta.
Lily ama imparare, ma soprattutto ama papà. Una volta
chiusi i libri, James porta Lily a fare delle passeggiate in
macchina. Certe volte stanno fuori tutta la sera; come quan-
do sono andati a St Ann a vedere la casa di Angus McAskill,
il Gigante di Cape Breton. Lily ha visto una fotografia del-
l'omone che teneva Pollicino sul palmo della mano. Il tene-
ro legame che univa il gigante e il piccolino l'ha molto col-
pita; era felice che si fossero trovati.
James ha ottenuto il permesso di non mandare Lily a
scuola. E zoppa, e come logica conseguenza dovrebbe esse-
re delicata. Tutti lo pensano... tutti tranne Frances. James
non approva del tutto l'intimità che è nata fra Lily e Fran-
ces, ma a Lily non può negare nulla. Cerca soltanto di non
perderle d'occhio. In fondo alla mente ha sempre l'episo-
dio del torrente, la notte in cui è nata Lily e lui ha sorpreso
Frances che cercava di annegarla. Lo sa soltanto James a chi
deve dire grazie Lily per quella gamba avvizzita, perché di si-
curo Frances era troppo piccola per ricordarsene. Era trop-
po piccola per ricordare anche l'altro neonato...
Ogni tanto all'alba, rientrando dalla notte di lavoro*
James si ferma al cimitero per una visita a Kathleen. Non la-
scia fiori. A che serve? Al più strappa un'erbaccia, se na-
sconde il nome. La lapide è solenne e priva di banali senti-
mentalismi. Recita semplicemente: «Amata Figlia». James
non si occupa della tomba di Materia perché ci pensa qual-
cun altro. «Sollevata dalle pene di questo mondo». Qualcu-
no, non sa chi, lascia anche dei fiori. James, in piedi, immo-
bile come una pietra, guarda il mare e sente quanto è di-
ventato piccolo il mondo. L'Europa è davanti a lui. La casa
è alle sue spalle. E ai suoi piedi...
A quell'ora c'è sempre una nebbiolina al largo, a circa un
miglio dalla costa. James è cattolico, ma non riesce a crede-
re alla vita ultraterrena. Almeno non per lui. A volte, però,
quando guarda la nebbia sull'acqua, si sente sereno.
PICCOLE DONNE

Mercedes è innamorata. È alto - almeno, così le pare -,


bruno, questo è certo, e bello, poco ma sicuro. I suoi occhi le
bruciano in fondo all'anima e sembrano dire: ho un tale bi-
sogno, un bisogno così disperato, di una donna onesta che
mi ami e mi domi. Porta un turbante. Il più delle volte lo si
trova nella sua sontuosa tenda a strisce, o al galoppo attraver-
so banchi di sabbia su un bianco destriero arabo. E Rodolfo
Valentino. Mercedes non sa se odiare Pola Negri con tutto il
cuore, o se pregare per lei, visto che le è stato affidato il suo
unico grande amore. Prega per Rodolfo Valentino ogni not-
te. Non ha mai sentito la sua voce, ma in qualche modo ha le-
gato la sua immagine muta al sontuoso baritono di Tita
Ruffo, del quale possiede tutti i dischi.
« Magari Rudy ha un'orribile voce nasale e parla con la li-
sca » dice Frances, spietata. « Magari nella vita vera è un na-
neroitolo». Come ha fatto Frances a indovinare il suo se-
greto? Mercedes è stata così attenta a non tradirsi, ma Fran-
ces è un fenomeno: si avvolge una tovaglietta da tè intorno
alla faccia a mo' di velo, sbatte le ciglia e dice svenevole con
un accento esotico buono per tutte le occasioni: «"Un gior-
no o l'altro mi pi-i-icchierete con quelle fo-o-orti manone.
Mi piacerebbe sape-e-ere che effetto fa"».
Mercedes l'ha detto soltanto a Helen Frye, innamorata
come lei, di Douglas Fairbanks. Mercedes asseconda la cot-
ta da scolaretta di Helen, anche se proprio non la condivi-
de: Fairbanks è un gran presuntuoso. Rodolfo Valentino è
infelice, appassionato e disperatamente bisognoso. Una vol-
ta Helen ha detto che è un grezzone, mandando quasi a
monte la loro amicizia. Ma il giorno dopo avevano fatto pa-
ce, e si erano descritte a turno la loro futura vita da sposate
con i rispettivi amorosi.
Ogni volta che Mercedes trascorre dei momenti partico-
larmente piacevoli con Helen, si sente un po' in colpa. Le
dispiace che Frances non abbia amici. A meno di non voler
definire «amici» quei ragazzacci che a scuola non fanno
che sghignazzare. Certe volte, nell'intervallo, Frances se la
svigna con loro dietro le latrine. Mercedes sa che probabil-
mente fumano, sputano e bestemmiano. E terribile. E poi,
chi sa che combina Frances quando scompare completa-
mente da scuola. Mercedes fa del suo meglio, ma è difficile
tenerla lontano dai guai. Per esempio, Frances non si perde
mai l'ultimo numero di quel terrificante giornaletto di H.P.
Lovecraft, «Weird Tales». Papà non ammette che circolino
per casa certe schifezze e Mercedes è sempre lì a nasconde-
re la merce illecita di Frances sotto il cuscino, o magari le fa
anche il favore di buttarla nella caldaia.
Quando Mercedes sente rimordere la sua coscienza di so-
rella, invita Frances a uscire con lei e Helen. Helen fa sem-
pre una smorfia di fastidio alla vista di Frances, e Mercedes
non può darle torto. L'ultima volta che sono uscite in tre, è
stato per andare al. Bijou a rivedere Douglas Fairbanks nel
Ladro di Bagdad. Frances faceva davvero saltare i nervi; reci-
tava ad alta voce tutte le didascalie un attimo prima che
comparissero sullo schermo, ma il peggio è stato quando ha
scandalizzato Helen dicendo: «Okay, guardate, adesso arri-
va la scena dove lo frustano e lui scappa dal palazzo, e sotto
i pantaloni gli si vede benissimo l'uccello».
Anche Frances è fanatica del cinema, ma ha altri idoli.
Lillian Gish. Lillian Gish. Lillian Gish. Ha i capelli perfetti,
gli occhi perfetti, la boccuccia perfetta. Così minuta e così
intrepida. Si piega ma non si spezza. Gli uomini, se non so-
no dei bruti sono degli imbranati o dei principi galanti che
arrivano troppo tardi. Quando Frances marina la scuola, la
puoi trovare giù alla spiaggia, che chiacchiera magari con il
pescatore di aragoste, o, se ha i soldi per il biglietto, alle ma-
tinée, stravaccata con le gambe penzoloni sul sedile di fron-
te, nell'oscurità estatica dell'Empire o del Bijou.
Priva di finanze com'è, spesso Frances trova la maniera di
convincere Mercedes a scucire dieci centesimi dai soldi per
la casa, salvo poi sgraffignarne altri cinque mentre lei non
guarda. Se Frances porta fuori Lily un sabato, allora è Lily
che usa la paghetta. Altrimenti Frances si serve direttamente
dal gruzzolo che Lily tiene in bella vista sulla toeletta che
hanno in comune. Frances prende solo quello che le serve -
« una cosuccia da niente » -, e sa che Lillian Gish farebbe lo
stesso. Hanno talmente tanto in comune: costrette a vivere
in povertà; ad abbassarsi a vergognosi stratagemmi e a solu-
zioni estreme pur di sopravvivere. E tutt'e due sanno cosa si-
gnifica vivere nell'« agonia dei ghiacci ».
Lily, da parte sua, va pazza per Mary Pickford. Ogni volta
che vede Pollyanna piange dall'inizio alla fine. Frances cerca
di ampliare i suoi orizzonti: «Ma insomma, Lily, non ti ren-
di conto che appena diventa zoppa si trasforma in una pal-
losa pappamolla?».
«No».
«Perché sei una pappamoila anche tu».
« N o n e vero! ».
Percorrono Plummer Avenue dirette a casa, dividendosi
una Havelock Iron Brew frizzante gentilmente offerta da
Lily.
« Proprio come in Che cosa ha fatto Katy, dove lei è una fu-
ria scatenata finché non si rompe la schiena, dopodiché di-
venta una poppante. Tale e quale a te».
«Io non sono una poppante, Frances».
«Ah no? Allora dimostralo».
Così Lily dà un pugno a Frances, che ride, le tiene la testa
distante con il braccio teso e la guarda dimenarsi. E quando
Lily è stremata: «Lily, di' bastardo».
Lily esita. Frances la pungola: «Cosa dicevo... una pop-
pante».
«Bastardo! ».
Frances si guarda attorno: «Piano, Lily, non urlare».
E Lily bisbiglia: «Bastardo».
«Di' cacca di vacca».
«Cacca di vacca».
«Di' Lily Piper è una cacca di vacca».
«Frances Piper è una scema merdosa».
«Lily!». Frances si ferma di botto. «Questa volta mi hai
davvero offesa».
A Lily si riempiono gli occhi di lacrime. « Scusa, Frances ».
Al che Frances le fa il verso e dice: «Pappamolla».
Se Frances riesce a tollerare la stupida infatuazione di
Lily per la Fidanzata d'America, lo Sceicco la manda in be-
stia, perché da quando Mercedes si è innamorata di Ro-
dolfo Valentino è finito il divertimento. Non vuole più gio-
care, non fa che perlustrare la casa e cucinare, e si compor-
ta come se si ritrovasse un cetriolo di traverso su per quel
che ha di più prezioso. Oppure lavora all'altra sua ossessio-
ne: l'albero genealogico. Un arido diagramma cosparso per
lo più da nomi di scozzesi defunti. Frances sa che Mercedes
si è sviluppata. Forse questo spiega tutto. Un pomeriggio di
gennaio era venuta la Luvovitz e si era chiusa a chiave in ba-
gno con Mercedes per più di un'ora. Dopodiché Mercedes
ne era emersa con un affabile sorrisetto di superiorità stam-
pato sulla faccia, perché la Luvovitz le aveva comunicato la
meravigliosa notizia che adesso era una donna. «E presto,
Frances,» aveva detto Mercedes tutta affettata «lo stesso mi-
racolo capiterà anche a te».
Ai bei tempi andati, invece, le tre sorelle giocavano assie-
me. Lily era la loro bambola, potevano farle tutto quello
che volevano. Finché non aveva cominciato a strillare. Allo-
ra avevano dovuto farla partecipare attivamente. Era u n o
spasso giocare con lei, perché si lasciava coinvolgere total-
mente.
«Giochiamo a Piccole Donne, va bene?».
«Va bene, Mercedes».
«Lily, tu sei Beth, va bene? E noi ti diciamo quanto ti vo-
gliamo bene e tu ci perdoni se ti prendiamo sempre in giro
e poi muori, va bene?».
«Va bene, Frances».
Mercedes faceva la materna Meg, e Frances J o , il ma
schiaccio che si taglia i capelli ma alla fine si sposa, e Lily la
ceva la delicata Beth, che era tanto buona e poi moriva.
Anche se le Piccole Donne del libro erano protestanti:
«Facciamo che sono delle vere cattoliche, va bene?», e Fran-
ces e Mercedes davano l'estrema unzione a Beth sul letto di
morte e le appoggiavano una reliquia sacra sulla fronte bru-
ciante, facciamo che è un pezzo della Sacra Sindone, va be-
ne? No, facciamo che è la lingua di sant'Antonio.
«Addio, care sorelle, pregherò per voi. Grazie per essere
sempre state delle sorelle così care e per avermi preparato
tanti toast alla cannella, e grazie a Jo, per avermi fatto gio-
care con la Spagnola, e a Meg, per essere sempre stata così
brava a cucinare. Ad... dio». Le palpebre di Lily tremolava-
no in modo convincente, poi lei rimaneva stesa immobile
senza respirare. Era uno spasso. Mercedes piangeva ogni
volta. I primi tempi piangeva anche Frances, ma in seguito
rovinava tutto dicendo: «Adesso andiamo a rubare i suoi
soldi e a spartirci i vestiti».
Più o meno un anno prima che Mercedes smettesse di
partecipare, il gioco si era intensificato, incupito, il tempo si
era dilatato e loro erano entrate in un altro mondo. Gioca-
vano a «Piccole Donne che Fanno la Via Crucis». Lily face-
va Beth che faceva Veronica che asciuga la faccia di Gesù
con un panno, e l'immagine del viso si stampa perfettamen-
te sul panno come dono per la sua gentilezza. Mercedes fa-
ceva Meg che faceva Simone di Cirene che aiuta Gesù a por-
tare la croce, e Frances voleva fare Jo che faceva Gesù, ma
secondo Mercedes sarebbe stato blasfemo, così a Frances
toccava fare il Buon Ladrone appeso accanto a Gesù. Cioè,
faceva Jo che faceva il Buon Ladrone.
Un passo ancora e si liberarono dei personaggi intermedi
di Piccole Donne, entrando nel mondo dell' Antologia per bam-
bini dei santi e dei martiri. Facevano il canone da cima a fondo.
Cominciavano sempre da san Lorenzo, che veniva arrostito
vivo sulla graticola e a metà diceva: « Potete girarmi, da que-
sta parte sono cotto», e diventava il santo patrono di quelli
che arrostiscono la carne per vivere. Al che ridevano a crepa-
pelle, perfino Mercedes. Tutte e tre si sentivano scandalose e
cattive ma, andando avanti, il gioco si faceva solenne e rive-
rente e raggiungeva picchi di fervore religioso.
Ciascuna aveva i suoi beniamini. Certe volte Frances era
santa Barbara, che aveva un padre pagano; quando volle di-
ventare cristiana, la portò su una montagna e le tagliò la te-
sta mentre lei pregava per lui. Oppure santa Winnifred, che
una volta aveva conosciuto un uomo che voleva approfittare
di lei, e al suo rifiuto lui le aveva tagliato la testa, ma quel
brav'uomo dello zio gliel'aveva rimessa a posto, lasciando
soltanto una sottile cicatrice bianca. O certe volte santa
Dymphna, che aveva un padre che voleva approfittare di lei,
ma lei era scappata col giullare di corte, e suo padre l'aveva
trovata in Belgio e le aveva tagliato la testa, solo che lei non
aveva uno zio così buono e allora era morta, diventando la
santa patrona dei pazzi.
La beniamina di Mercedes era Bernadette.
«Non vale, Mercedes,» diceva Frances «Bernadette non è
nemmeno santa, per ora». Vero, Bernadette era stata bea-
tificata solo di recente, ma siccome Mercedes era la più
grande, giocavano al gioco di Bernadette che è una figlia
bravissima e ha l'asma e vede Nostra Signora nella grotta di
Lourdes dove Nostra Signora le rivela tre segreti.
Lily voleva essere sempre e solo santa Veronica che asciu-
ga la faccia di Gesù, ma dopo l'ennesima volta era diventata
una gran noia e Frances e Mercedes cercavano di convin-
cerla a fare qualcun altro.
«Perché non fai il santo bambino che si ritrova con le ma-
ni e i piedi tagliati ma poi ne riceve degli altri belli nuovi
d'argento?».
«Perché non fai sant'Egidio che è il santo patrono degli
storpi, Lily?».
«Lily, vuoi fare santa Gemma che aveva la tubercolosi alla
spina dorsale ma Nostra Signora l'ha guarita?».
« N o , » diceva Lily «voglio fare Veronica».
Va bene, va bene... se non glielo lasci fare quella si mette
a strillare, così arriva papà e il gioco è bell'e finito.
Concludevano sempre le sacre rappresentazioni di estasi
fede e martirio glorioso con la stessa vicenda, in cui recita-
vano tutte contemporaneamente: quella di santa Brigida.
Santa Brigida era la ragazza più bella d'Irlanda ma voleva
farsi suora, però c'erano troppi giovani che la volevano spo-
sare, così lei pregava Dio: «Ti prego, caro Dio, fammi di-
ventare brutta».
E Lui l'accontentò.
Una dopo l'altra, Frances, Mercedes e Lily si contorcono
e avvizziscono fino a diventare brutte come streghe malva-
gie. Poi, curve e rinsecchite, raggiungono il convento con le
voci starnazzanti - «Salve, sorella, come te la passi oggi, ya-
ha-haa! » -, si inginocchiano alla balaustra dell'altare e av-
viene il miracolo: santa Brigida ritorna bella. «Sorella, ma
tu sei bellissima! ». «Anche tu, sorella! ». «Oh, sorelle, guar-
date che bei riccioli d'oro ho!». «E guardate io che belle
labbra! ». «Guardate il mio vestito da ballo! ». «E il mio! ».
Lunghi sabati e domeniche pomeriggio, mentre papà
smaltiva la nottata di lavoro dormendo sulla sua poltrona...
Non sono passati molti giorni, ma sembra un'eternità da
quando Mercedes ha avuto le sue cose e si è innamorata ed
è uscita di senno. Oh, be'. Se non altro Frances e Lily sanno
ancora come divertirsi.
LA CULLA DEL GATTO

Frances e Lily dividono la stanza. James avrebbe preferi-


to che Lily la dividesse con Mercedes, ma Lily ha insistito,
con tacito sollievo di Mercedes. Frances ha sistemato la
stanza in modo che offra due di tutto, e Lily sa esattamen-
te quale lato del tutto è suo e quale di Frances. Si potrebbe
pensare che Frances sia una sciattona, invece no, è molto
pulita e ordinata. Per Lily ha incorniciato una fotografia di
Mary Pickford con uno stupido grembiule di percalle, pre-
sa da una rivista. L'ha appesa accanto alla sua stampa a co-
lori di Gesù con gli agnelli. Gesù ha l'aria triste, natural-
mente, «perché sta pensando a quanto gli piacciono le co-
stolette d'agnello», dice Frances, ma Lily non ci casca. Le
altre pareti sono coperte dalla collezione di Frances, che si
fa sempre mandare le foto firmate. Ce n'è una di Lillian
Gish intrappolata su un lastrone di ghiaccio galleggiante.
C'è Houdini nudo e furioso in un bidone del latte. C'è
una vera locandina, che le ha dato una maschera dell'Em-
pire, di Theda Bara in Peccato, con le trecce incredibil-
mente lunghe e dritte sopra la testa come una pazza. Fran-
ces la chiama Capa di Capelli. Secondo Mercedes è una fo-
tografia immorale.
Una sera, Frances è seduta al suo lato della scrivania e,
penna alla mano, fa i «compiti»:
Cara Lillian Gish,
Le scrivo per chiederle cortesemente di mandarmi una
sua fotografia autografata di qualsiasi film. Li ho visti tutti.
Per me significherebbe molto perché sono zoppa e passo la
vita su una sedia a rotelle. Ho montato il cavallo più scate-
nato della scuderia, che mi ha trascinata per un pezzo ma
non sono morta, grazie al mio Angelo Custode. Mi piace-
rebbe correre e giocare come gli altri bambini, ma almeno
ho la fortuna che il mio caro papà mi scarrozza al cinema,
così posso vederla. Grazie.
Distinti saluti...

Frances ci pensa un attimo e poi... ecco, ha trovato il mit-


tente per la lettera. La firma, la ficca nella busta e la indiriz-
za al fan club di Lillian Gish a Hollywood, California. Poi al-
za gli occhi su Lily, in ubbidiènte attesa che arrivi l'ora di
giocare, e dice: «Va bene, Lily, vieni con m e » .
Lily segue Frances in soffitta.
«Volevo farti vedere una cosa ma, a ripensarci, forse non
sei abbastanza grande ».
«Sì che sono grande, Frances».
Sono sedute sul pavimento a gambe incrociate davanti alla
cassa del corredo. Bisogna sempre dire: « Questa era la came-
ra di Kathleen, eh, Frances?», e rispondere: «Sì, Lily, è qui
che è morta», prima di dedicarsi a qualunque gioco Frances
abbia in mente. Questa liturgia serve a onorare una storia
che non ha più bisogno di essere ripetuta, una storia che
Frances ha raccontato a Lily tanto tempo fa e tante volte:
« L a nostra bella sorella maggiore, Kathleen. Aveva i ca-
pelli rossi come un angelo in fiamme. E la voce di un ange-
lo. Dio l'amava così tanto che l'ha portata via. Aveva solo di-
ciannove anni quando è morta di influenza. Io ero lì quan-
do è morta e le ho chiuso gli occhi».
A questo punto tacciono sempre e cercano tutt'e due di
immaginare la scena nei minimi particolari. Poi Frances
continua: « L e sue ultime parole sono state: "Cara Frances,
tu sei la mia sorella preferita. E sei anche la più bella, dopo
di me. Ti prego, abbi cura di Lily"». Negli occhi di Frances
compare il luccichio verde, ma è un luccichio serio. Spauri-
to. Gli occhi di Lily diventano tondi e bagnati. Sulla fronte
le compare il bernoccolo.
«Perché ha detto di prenderti cura di me?».
Frances, senza staccare gli occhi da Lily, dice con voce pa-
cata: «Perché ti voleva bene, Lily».
« ... Anch'io le voglio bene». Lacrime.
Frances allunga una mano e accarezza appena i lunghi
capelli di Lily che non sono mai stati tagliati. Poi... «Bene,
basta coi piagnistei, mettiamoci a giocare».
E sottinteso che non bisogna accennare a Kathleen da-
vanti a papà, «perché, Lily, basterebbe nominarla per dargli
un dolore grandissimo».
Quella sera, Frances ha deciso che è arrivato il momento
di parlare di altre cose. Si ficca una mano in tasca e tira fuo-
ri la chiave della cassa. Lily fa un sospiro soffocato.
«Non fare tanto la melodrammatica, Lily».
«Cosa vuol dire mela drammatica?».
«Vuol dire stupida».
«Oh».
Frances si rimette in tasca la chiave. «E meglio di no. Sei
troppo piccola».
«Non è vero! ».
«Parla piano».
Bisbigliando con impeto: «Non sono piccola, Frances,
non lo dirò a nessuno».
Frances solleva un sopracciglio, scuote la testa e borbotta:
«Devo essermi bevuta il cervello», e infila la chiave nella
serratura. Solleva il coperchio. L'aroma di cedro... Frances
sente un nodo alla gola, sbatte gli occhi ed è passato. Lily sa
che non è il caso di fare domande.
«Chiudi gli occhi, Lily».
«Va bene».
«Qui dentro ci sono cose che non sei ancora pronta a ve-
dere».
Fruga, fruga.
« Dammi la mano ».
Lily ubbidisce. «Sembra seta».
«E puro raso. Apri gli occhi».
Frances ha una cosa che sembra un minuscolo abito da
sposa, un po' ingiallito dal tempo.
« Che bello » bisbiglia Lily.
«E la veste battesimale. L'abbiamo messa tutti, Kathleen,
Mercedes, io, tu. E Ambrose».
Lily alza lo sguardo. « Chi è Ambrose?».
Sul setto nasale di Frances compare la strisciolina bian-
ca. Di solito compare solo quando ride, ma ora non sta ri-
dendo.
«E tuo fratello, Lily».
Lily rimane impassibile a guardare Frances negli occhi, in
attesa. Frances dice: «Tieni, la puoi prendere».
Lily prende la veste e la culla fra le braccia, una cosa così
preziosa, un cimelio di famiglia.
Frances dice: «Ambrose è morto».
Lily aspetta. Ascolta. Frances racconta la storia:
«Il giorno che siete nati tutti e due, dalla porta della can-
tina è entrato un gatto randagio arancione. Ha salito tutte
le scale fino alla soffitta senza il minimo rumore. E entrato
qui dove dormivate tutti e due ed è balzato nella vostra cul-
la. Ha messo la bocca sulla faccia di Ambrose e gli ha suc-
chiato il respiro. Lui è diventato viola ed è morto. Poi il gat-
to ha messo le zampe sul tuo petto e stava per farti la stessa
cosa, ma sono arrivata io e ti ho salvata. Papà ha preso il gat-
to arancione e l'ha annegato nel torrente. Poi l'ha seppelli-
to nell'orto, dove prima c'era uno spaventapasseri, mentre
adesso c'è un masso. L'ho aiutato io».
Lily non muove un muscolo. Frances le toglie delicatamen-
te la veste dalle mani e chiama: «Trixie, vieni qui», facendo
un verso di bacetti. «Vieni, Trixie, vieni qui» finché non la
sentono salire le scale col suo passo irregolare e Trixie com-
pare nella stanza, sbatte gli occhi. Avete chiamato?
« Brava Trixie, vieni qui ».
Trixie si avvicina. Ubbidisce sempre quando Frances la
chiama. Trixie ha trovato Frances tre anni fa. E tutta nera
con gli occhi gialli. Però, che ne sai, magari sulla zampa an-
teriore mancante aveva una ciabattina bianca, non lo sapre-
mo mai.

«Frances, Lily, è pronto».


«Veniamo, Mercedes».
Di sotto, Mercedes fa capolino dalla porta per vedere se è
arrivata la Hupmobile di papà. Quel pomeriggio aveva una
consegna urgente a Giace Bay; qualcuno aveva assolutamen-
te bisogno di venti paia di scarpe. Mercedes è fiera che papà
lavori tanto, e sempre di notte, così può badare a Lily. Altri-
menti lei sarebbe costretta a lasciare la scuola. Papà corre l'i-
sola in lungo e in largo per consegnare merci che ritira a
Sydney, e di solito passa la notte a fabbricare scarpe nel ca-
panno. Mercedes ha visto il bagliore rassicurante della lam-
pada alla finestra, anche se non si sognerebbe mai di distur-
barlo: a papà non piace essere interrotto mentre lavora.
Mercedes è fiera che abbiano un'automobile, anche se sa
che dovrebbe soltanto essere grata al Signore. Eccola che ar-
riva, in perfetto orario, ballonzolando lunga e quadrata sulla
carreggiata. Ed ecco le ragazze venir giù dalla soffitta; a quan-
to pare per una volta si mangerà in orario. Quella sera Mer-
cedes ha preparato un'antica ricetta di Cape Breton che le ha
dato la signora Maclsaac: ceann groppi. In gaelico significa « te-
sta di merluzzo ripiena». Mercedes ci ha perso tutto il pome-
riggio e spera davvero che papà farà i salti di gioia: prendere
una grossa testa di merluzzo, una bella manciata di fegatini di
merluzzo, eliminare le parti sospette, prendere fiocchi d'ave-
na, semola, farina e sale, reggere la testa mettendo un dito in
ogni occhio e riempirla dalla bocca. Bollire.
James lancia il cappello sul gancio dell'attaccapanni e di-
ce: «Vieni a picchiare sui tasti, Mercedes, mi voglio scatena-
re in una danza con la mia ragazza preferita».
Mercedes sorride a papà e va ubbidiente in salotto, co-
stretta a vedere rimandata la cena: una tortura, come un ta-
cito complotto che coinvolga l'intera famiglia. Si siede al
piano e stringe i denti sentendo i risolini di Lily che corre
incontro a papà. Mercedes apre il vecchio Musica per pia-
noforte e suona.
Lily mette il piede sinistro su quello destro di papà, il de-
stro sul sinistro, e ballano al ritmo di Roses ofPicardy.
Poi papà finalmente dice: «Muoio di fame. Che c'è per
cena, Mercedes?».

Cena.
«Ma stai scherzando?» dice Frances.
Perfino James. «Sono sicuro che è buonissimo, Mercedes,
ma mi riesce un po' difficile mangiare una cena che mi guar-
da dritto negli occhi ».
Ridono tutti tranne Mercedes, che si alza e se ne va.
«Che le è preso?» chiede James.
Frances risponde: « H a le sue cose».
James trasale, talmente mortificato per averlo chiesto da
non accorgersi dell'inopportuna risposta di Frances. « B e ' . . .
mi scuserò con lei. Chi vuole i biscotti con la melassa?».
Di sopra, nella sua stanza, Mercedes si consola con l'albe-
ro genealogico. Ci lavora da quasi un anno. E un lavoro me-
ticoloso. Ogni volta che ha una nuova voce - ogni volta che
ha trovato del tempo prezioso per fare ricerche un po' più
approfondite alla biblioteca di Sydney, o nelle rare occasio-
ni in cui riceve una risposta che aspettava da tanto dagli ar-
chivi provinciali di Halifax - srotola accuratamente la gros-
sa pergamena di carta speciale sulla scrivania. Abbassa gli
angoli, prende riga e matita e traccia una netta, breve riga
verticale partendo da una delle tante lunghe orizzontali e
sotto ci scrive l'ultimo nome, che si appende lì, placida-
mente sospeso come un pezzo di frutta essiccato.
La pazienza che Mercedes mette in questo compito non
ha limiti. Ha in mente di fare una sorpresa a papà, che non
parla mai della sua famiglia, se non per dire che sono morti
tutti. Magari riuscirà a restituire a papà un frammento di
quanto ha perso.
Quella sera, dopo cena, Lily sale e trova Mercedes che sta
accuratamente ripassando tutte le righe a matita con l'in-
chiostro.
«Grazie per la cena, Mercedes».
Mercedes alza gli occhi di scatto per vedere se Lily le sta
dicendo una cattiveria. Ma Lily non è mai crudele di propo-
sito; Mercedes lo sa, e si pente del sospetto. Torna al suo la-
voro e si limita a dire: «Hmm ».
Lily si avvicina e guarda da sopra la spalla di Mercedes, af-
fascinata.
«Come mai non sembra un albero?».
«Albero è solo un modo di dire, Lily. Se sembrasse un al-
bero sarebbe arte. Questa è una carta».
«Come una mappa?».
«Più o meno».
«Col tesoro?».
«Ogni nome è un tesoro».
«E dove porta?».
«Anche "mappa" è solo un modo di dire. Non porta in
nessun posto». Mercedes si appoggia allo schienale. «Anzi,
in un certo senso porta in qualche posto: nel passato. Ci di-
ce da dove veniamo. Ma non ci dice dove andiamo. Quello
lo sa solo Dio».
«Io dove sono?».
«Tu sei qui, sulla stessa riga dove siamo io e Frances e
Kathleen, pace all'anima sua».
«Dov'è l'Altra Lily?».
«Lei qui non compare, tesoro».
«Perché?».
«Non è stata battezzata».
« Ma era nostra sorella ».
«Sì, e noi le vogliamo bene e preghiamo per lei, ma con
l'albero genealogico non c'entra niente».
« Dov'è Ambrose?».
Mercedes guarda Lily. «Chi è Ambrose?».
Lily guarda Mercedes. «Mi leggi una storia?».
«Certo, tesoro, mettiti la camicia da notte e scegline una,
io arrivo subito».

Alle tre del mattino, Mercedes sonnecchia sotto un dito


di luce lunare. Come al solito, la porta è socchiusa di qual-
che centimetro: non ha niente da nascondere, lei, e molto
da ascoltare. La porta comincia silenziosamente ad aprirsi.
Mercedes apre gli occhi. In tempo per vederla spostarsi e
fermarsi quel tanto che basta a far entrare una corrente d'a-
ria. O un bambino piccolissimo.
«Chi c'è?».
Nessuna risposta. Il soffice passo felpato appena udibile
di minuscoli piedini. Che si avvicinano al letto.
«Trixie?».
Silenzio. Trixie non entra mai in camera sua.
«Vattene, Trixie».
Mercedes scorge un bagliore biancastro con la coda del-
l'occhio. Le si gela il sangue. Non è Trixie. Mercedes alza la
testa. La cosa si muove nel fascio obliquo di luce lunare. Ec-
co... O Madre di Dio... un neonato sacrilego. Con una tenu-
ta che scimmiotta il primo santissimo sacramento. Merce-
des prova ma non riesce a dire: «Fuori».
Con la veste battesimale addosso, macchiata dall'abbrac-
cio scuro del diavolo.
«Fuori». Un bisbiglio incrinato.
Due occhi gialli.
«Fuori fuori fuori fuori, fuo-o-oril ». Direttamente dalle vi-
scere.
James si affaccia dalla porta, tasta, trova e tira la cordicel-
la della luce e si trova davanti Mercedes tremante, lo sguar-
do fisso, i denti scoperti, il rosario al petto.
«Che è successo?».
Mercedes parla, ma i singhiozzi carpiscono e lacerano le
parole; lui le afferra le spalle. «Guardami». La scuote.
« Guardami ». Lo guarda. Mercedes emerge ed esce dal vuo-
to. Dice: «Mi è sembrato di vedere qualcosa».
Lui annuisce e si siede sul bordo del letto. Le cose come i
fantasmi ci sono, e non ci sono. Questa casa, per esempio:
James deve ammettere onestamente con se stesso che ci so-
no posti e momenti che evita in casa propria. Non che ci
creda, ma c'è quel punto sulla nuca che ogni tanto freme
senza motivo. E allora che vorrebbe avere il diritto di prega-
re. Perché di questo hanno bisogno quelli che non trovano
requie. «Prega per noi» dicono con i loro gemiti e le loro
passeggiate notturne.
James si passa la lingua sulla patina secca e bluastra del
labbro inferiore e Mercedes nota che ha le ciglia lunghissi-
me. Parla con lei - con lei sola -, oh, sembra la prima volta
da quando era piccolissima.
«Tua nonna, mia madre, una volta ha visto qualcosa. No,
anzi. Sentito ».
Mercedes aspetta. Papà non ha mai accennato a sua madre
con nessuno, solo con me, adesso, in questo momento... e
forse tanto tempo fa con Kathleen. Mercedes trattiene il re-
spiro, per non rovinare quel momento, così fragile. Tutte le
cose belle, le cose non imbrattate, tutte le cose che non ap-
passiscono mai ma si rompono così facilmente, ecco cos'è lui.
« Musica » dice James. « Era una giornata di sole. Non sapeva
dire che strumento o che tonalità fosse, e nemmeno da dove
venisse, se dalla finestra o da dietro le sue spalle, ma soltanto
che aveva pensato: "Il paradiso dev'essere così". Era talmente
bello. E si era inginocchiata in cucina, dove si trovava, e aveva
detto una preghiera di ringraziamento per quel piccolo assag-
gio, capisci? Da allora non ha mai più avuto paura di niente ».
Mercedes abbozza quel suo sorrisetto. Trattiene le lacrime
in un serbatoio: non farebbero che guastare un momento del
genere consegnandolo alla muffa e a sicura rovina.
Una voce dalla porta. «Che succede?».
«Ehi, ragazzina». James va da Lily e la solleva, lei gli stringe
le gambe attorno alla vita. E troppo cresciuta per farsi prende-
re in braccio, pensa Mercedes, mentre risponde: «Mi era sem-
brato di...», ma coglie l'occhiata di papà e cambia versione.
«Niente, Lily, era solo un incubo che mi portava via».
«Hai visto il boduchean».
James ride sentendo l'antica espressione gaelica. «Non
esiste niente del genere, chi ti ha detto del bodechean?».
«Frances».
Zitta, Lily, una volta tanto non puoi startene zitta, ma
Mercedes dice: «Frances stava scherzando, non esiste nien-
te del genere».
«Mercedes, vuoi dormire con me e Frances?».
«No. Grazie, Lily».
«Da' a tua sorella il bacio della buonanotte, Lily».
Escono e Mercedes, tornata completamente in sé, si alza
e va al centro della stanza, spegne la luce e torna a letto al
buio, ricordandosi con sufficienza di quando credeva che
sotto il suo letto vivessero degli esseri dal collo lungo che
aspettavano solo di morderle le caviglie.
Si inginocchia accanto al letto e inizia il rosario. Appena
in tempo perché, col venir meno della sua superiorità, co-
minciava ad avere i primi sentori di quegli esseri dal collo
lungo. Inginocchiarsi accanto al letto è sempre la parte più
difficile, perché immagini che quelli ti si attorciglino attor-
no alle cosce e ti tirino giù. Non spingerti oltre con l'imma-
ginazione, non ti succederà niente del genere finché dici il
rosario. Con il cuore puro. Mercedes si disprezza per quelle
superstizioni infantili, sa che sono infondate, anche se non
riesce a smettere di contrarre i muscoli delle cosce. Queste
piccole genuflessioni spesso le procurano una spaventevole
sensazione un po' più su che agogna solo di essere annulla-
ta, ed è questa sensazione, più di tutte le altre, a ricordarti
che - mentre gli esseri dal collo lungo sotto il letto non esi-
stono, e il bodechean è soltanto un'idea pagana - il diavolo
esiste di sicuro. Santa Maria Madre di Dio, prega per noi pecca-
tori, adesso e nell'ora della nostra morte, amen.
Mercedes immagina la nonna sconosciuta immersa nella
luce del sole, mentre ringrazia in ginocchio di aver pregusta-
to il paradiso. Poi considera la visitazione che è appena stata
concessa a lei. Dio dà a ciascuno qualcosa di diverso.

Frances, in cantina, regge una lampada a petrolio davan-


ti alla fessura fra la caldaia e il muro annerito, dove Trixie si
è incuneata il più in fondo possibile. Ha la cuffietta di pizzo
a sghimbescio, e la veste di raso bianco è nera di fuliggine.
Quel pomeriggio, poco prima di cena, si era sottratta alla
presa di Frances ed era schizzata a rifugiarsi in cantina. Ai
gatti non piace farsi parare a festa. E rimasta dietro la cal-
daia finché la casa non è piombata nel silenzio. Poi è sgat-
taiolata su per le scale. Fino alla camera di Mercedes.
«Dai, Trixie».
Frances si deve sbrigare a svestire Trixie perché, se papà la
trova di nuovo così, quella finisce nel torrente insieme a lei.
«Trixie, per favore».
Trixie si lecca energicamente la zampa anteriore e si lava
la faccia.
«Trixie, taa'i la hown, Habibti».
Trixie alza gli occhi e si lascia trascinare fuori dall'angolo.
Frances slega la cuffietta. «Sei così carina, Trixie». E slaccia
i mille bottoni della veste battesimale. «Stai ferma, ho qua-
si... ».
Trixie si libera a suon di graffi e balza su per le scale. Fran-
ces la segue più lentamente. Arrivata all'ultimo gradino, la
luce della lampada si spande sulle scarpe di papà. Trixie or-
mai è lontana, grazie a Dio; tornerà fra due o tre giorni.
James aspetta che Frances abbia lavato e steso veste e
cuffietta.

Di sopra, Mercedes finisce il rosario. Anche mentre gri-


dava, aveva già identificato con la mente quanto aveva visto,
ma doveva aspettare che ci arrivasse anche il corpo. Spie-
garsi l'apparizione, però, non significa cancellarla. Era
un'apparizione demoniaca, indipendente da ogni media-
zione terrestre. Dio opera in modi misteriosi, ma i sistemi
del diavolo sono anche più arcani e spesso hanno un che di
assurdo, di buffo, direbbe qualcuno; non Mercedes. Buffa è
una cicciona che suona l'ukulele. Buffo è un uomo vestito
da donna in un musical di Gilbert e Sullivan. Buffo non è
un gatto nero zoppo, bardato come un diavolo neonato nel-
la veste battesimale di famiglia, a mezzanotte. Frances è un
vaso d'elezione. Come la mattina prima che la mamma mo-
risse, quando Mercedes e Frances avevano dei segni di car-
bone sulla fronte e Frances aveva detto che la notte era an-
data a trovarla una «donna scura». Ti prego, cara Madre di
Dio, ascolta la mia preghiera e accogli l'offerta del tuo sacro
rosario per preservare l'anima di mia sorella Frances, amen.
Mercedes non fa in tempo a rimettersi a letto che arriva un
altro fascio di luce e lei sbirciando vede ballonzolare a scatti la
testa di Frances che lui, il burattinaio, tiene per la collottola.
«Adesso chiedi scusa a tua sorella».
Mercedes non guarda. Non sopporta la vista di Frances
che sogghigna con il labbro insanguinato.

Più tardi, quando è tutto calmo, Mercedes scivola nella


camera che affaccia sul torrente. Si infila nel letto, si avvolge
intorno alla schiena gelata di Frances e le stringe la vita sot-
tile. Sull'altro lato, Lily fa finta di dormire. Tutt'e tre le so-
relle nello stesso letto... di questi tempi una cosa tanto me-
ravigliosa capita solo nelle occasioni tristi. Frances si è bu-
scata un'altra lezione da papà, Lily lo sa.
Mercedes si sente serena. Questo è quanto c'è di più vici-
no a uno stato di grazia, per strano che sia. E un mistero.
Godere il dono della pace con la tua sorella cattiva fra le
braccia. Ora non può succederti nulla, Frances, te'berini.
Mercedes getta col pensiero una rete di preghiere sulla
sagoma addormentata di Frances, più leggera dell'aria, del-
le ali trasparenti, più sottile della seta più sottile, per tenere
mia sorella al sicuro. Sssh, bambina, dormi, tua madre gui-
da il gregge...
L'ALBERO GENEALOGICO

Tre settimane e mezzo dopo, Mercedes ha dissotterrato


un altro fossile. Era sepolto sotto un centimetro di polvere
in una pagina dimenticata del registro ridotto in briciole di
una cappella. Un altro nome. In perfetto stato di conserva-
zione nella sua tomba solitaria, nell'attesa di essere riesu-
mato e innestato sull'albero genealogico di Mercedes, per
poi godere di un'eternità da natura morta in un contesto
pieno di significato.
A notte inoltrata, quando regna una beata tranquillità,
quando ha un momento tutto per sé, Mercedes si siede alla
scrivania, raddrizza la schiena e comincia a srotolare l'albe-
ro genealogico. Stringe gli occhi come colpita da una luce
improvvisa... srotola un altro po'... che roba è? Un'orgia di
ori e verdi e rossi rubino turbina e ulula per il foglio, che ro-
ba è?... srotola lentamente fino ad aprirlo del tutto e... dove
prima c'era un sobrio reticolo inciso a inchiostro con dedi-
zione amorevole e spassionata, c'è ora una vegetazione pen-
dula e fluttuante, un... un albero! Un albero. Sì, ora si vede,
è proprio un albero.
Colorato coi pastelli. Ogni nome antico è stato soppianta-
to da una scintillante mela rossa, ogni angolo retto sviato in
una serpentina di corteccia, su ogni tratto verticale si è svi-
luppato uno stelo frondoso carico di frutti. Le mele più
grosse forzano i rami inferiori su un'unica linea. Sono le so-
le mele che hanno dei nomi, scritti con maldestra calligrafia
infantile: «Papà», «Mamma», «Kathleen», «Mercedes»,
«Frances», «Altra Lily», e «Lily». Le mele Mamma e Kath-
leen hanno delle alucce dorate, mentre la mela Altra Lily ha
ali d'argento. Il muso nero e gli occhi gialli di Trixie sbircia-
no da un alto ramo tra foglie smeraldo. Nel frattempo, alla
base del tronco, dalla superficie del terreno spunta l'erba e
un torrentello azzurro scorre del tutto ignaro del dramma
che si perpetua più sotto, dove uno spaccato del terreno ri-
vela le radici di un albero che si conficcano e si ramificano
nel suolo circostante, costellato di lucidi pezzi di carbone e
pullulante di un cieco esercito di vermi. E lì, annidato tra i
pallidi rami sotterranei, c'è un forziere d'oro tempestato di
diamanti. Il tesoro sepolto.
Le lacrime di Mercedes cadono a imperlare gli scintillan-
ti colori a cera della nuova edizione riveduta e corretta del-
l'albero genealogico. In vita sua non ha mai pianto così
amaramente e così pacatamente.
Si sa di gente ingrigita o incanutita dalla sera alla mattina
per uno spavento o un'improvvisa e completa perdita della
felicità. I capelli di Mercedes, invece, si limitano a sbiadire.
Frances assiste al fenomeno. Stava meditando di sgattaiola-
re fuori di casa, quando è passata davanti alla porta di Mer-
cedes e ha visto la luce.
«Mercedes... sei sveglia?».
Mercedes è riversa sulla scrivania, perfettamente immobi-
le. Sarà morta? Sarà diventata di pietra? Di sale? «Merce-
des?». Frances si avvicina, si china a guardarla. Per la mise-
ria. Da quanto tempo sta così? La bocca spalancata tesa e
grinzosa agli angoli, gli occhi pesti e liquefatti, perfetta-
mente immobili. Frances tocca la spalla di Mercedes, che in-
camera una gran boccata d'aria, ed emerge dal suo film mu-
to per piangere come nella vita reale.
«Cosa c'è, Mercedes, che c'è, che è successo?».
Mercedes parla dal fondo della gola: « L a odio. Non sai
quanto la odio. Vorrei poterla uccidere. Vorrei che non fos-
se un peccato, la vorrei morta, vorrei che fosse morta, la
odio, la odio ».
Frances capisce Mercedes, e non la abbraccia, ma le acca-
rezza leggermente le trecce appena impallidite. Di cosa dia-
volo va blaterando?
« Ha rovinato tutto, » dice Mercedes « erano tutti felici pri-
ma che arrivasse lei, sono morti tutti, da quando è nata è an-
dato tutto storto, è viziata da far schifo e mi toccherà badare
a lei finché campa perché è zoppa, oh Dio, odio la mia vita,
odio la mia vita! ».
Mercedes singhiozza. Frances la consola come si fareb-
be con una farfalla dolce e delicata, se le farfalle si conso-
lassero.
«Sssh... Sssh, non fare così, non è niente».
«Cos'ha Mercedes?». Riverente, preoccupata, chiede Lily
dalla porta. Da quanto tempo è lì? Quanto avrà sentito?
Frances risponde gentilmente senza perdere un colpo:
« Ha fatto un brutto sogno, Lily. Torna a letto ».
Mercedes non si accorge della presenza di Lily. Continua
semplicemente a piangere. Lily se ne va. Frances guarda la
pergamena variopinta.

A letto, sotto le coperte, c'è un piccolo bagliore ultrater-


reno. Emana da una minuscola grotta formata dalle lenzuo-
la sorrette dal ginocchio di Lily. Fonte del bagliore è la Ver-
gine Maria. È di bachelite bianca fosforescente, e sovrasta di
una decina di centimetri la berlina di latta con dentro Lily,
Frances e Mercedes che si sono perse in piena notte fuori
città. Lontano, a una certa distanza dalla strada, hanno visto
un bagliore nel campo di un contadino. E lei era lì. Nostra
Signora. Dappertutto profumo di giglio delle valli. Devono
essere finite in mezzo a un campo che ne è pieno, ma è
troppo buio per vederli. Oppure quella fragranza proviene
da lei. La Beata Vergine ha per ciascuna delle sorelle un
messaggio che non dovranno mai rivelare. Nemmeno l'uria
all'altra. Questo il messaggio per Lily: La sua gamba non
guarirà mai. Non sarà mai come l'altra. Avrà sempre una
gamba cionca e una sana. C'è una buona ragione per que-
sto. Nostra Signora non dice qual è. «Adesso tornate alla
macchina e vogliatevi bene».
«Sì, Nostra Signora».
«Lily».
È Frances. Oh, no. Lily ha usato il suo profumo senza
chiederglielo. Ma Frances fa finta di niente.
«Lily».
Lily guida la macchina fuori dalla grotta e la fa uscire dal-
le lenzuola. Alza gli occhi verso Frances. Frances ha in ma-
no la pergamena.
«Che hai combinato, Lily?».
Negli occhi di Lily si formano lacrime che colano giù ma,
che lei sappia, non sta piangendo. « H o colorato l'albero ge-
nealogico».
«Ma Mercedes ci teneva tanto».
«Era una sorpresa». Adesso piange.
« L o sai che le cose degli altri non si toccano, Lily, special-
mente quando ci hanno lavorato tanto. Dovevi farne uno
tuo».
«Non ho resistito».
Frances sa che è vero. Si siede sul bordo del letto.
«Scusa, Frances».
«Non piangere, Lily».
Lily si butta fra le braccia di Frances per un bel pianto
consolatorio, e Frances la stringe.
«Frances?».
«Mm-hm?».
«Non sono morti tutti».
«Che vuoi dire?».
«Non sono morti tutti quando sono nata io».
«Certo che n o » .
«Papà non è morto. Mercedes non è morta. Tu non sei
morta».
« Mercedes era offesa, tutto qui, Lily, non diceva sul serio.
Lei ti vuole bene. Te ne vogliamo tutti».
Lily non può fare a meno di dare un'altra occhiata alla
sua opera. Svolge la pergamena e allunga la mano sotto le
lenzuola per prendere la statuetta fosforescente. Lei e Fran-
ces guardano insieme la pergamena alla luce della Vergine
Maria.
«Sei una vera artista, Lily. Gran bei vermi».
«Grazie».
«Cosa c'è nel forziere del tesoro?».
«Il tesoro».
«Che tesoro?».
«Ambrose».
«Lily, Ambrose me lo sono inventato».
« L o so».
La Vergine va perdendo il suo bagliore; il disegno non si
vede più. E ora di andare a dormire. Frances arrotola la per-
gamena.
«Che ne vuoi fare, Frances?».
« Mercedes non deve vederla mai più. Mi toccherà portar-
la alla discarica o bruciarla».
«No! ».
«Sssh! Non possiamo mica tenerla».
« L a potremmo seppellire».
Frances ci pensa su... «Nell'orto».

Frances e Lily, accovacciate nell'orto, lavorano alla luce


discreta di un moccolo. La Vergine Maria è nella tasca di
Lily. Insieme riescono a spostare il masso: una vera cata-
strofe per una comunità di esserini dalla morbida corazza
che si sparpagliano all'impazzata. Lily si meraviglia di co-
me siano riusciti a infilarsi sotto il masso senza restarne
schiacciati:
« L a pietra è il loro cielo».
«Sbrigati, Lily, non abbiamo tutta la notte».
L'orto sembra proprio un buon nascondiglio perché, an-
che se Mercedes è il giardiniere di famiglia, è assai impro-
babile che si metta a scavare sotto il masso. Papà ha messo il
macigno in quel punto «fanno che ha deciso di farne un
giardino roccioso» dice Frances. «Prima lì c'era uno spa-
ventapasseri, ma una notte si è strappato via dalla terra e se
n'è andato».
Lily si ferma e guarda Frances, ma Frances sta scavando
tranquillamente con un cucchiaio, non fa la voce paurosa
né niente del genere.
«Nessuno sa che fine ha fatto. Magari, se sei fortunata,
un giorno o l'altro torna a trovarci, Lily. Comunque sia,
papà il suo giardino roccioso non l'ha mai fatto, perché la
mamma è morta in quel periodo e lui non se l'è sentita di
continuare».
«Proprio quando sono nata io, eh?».
« Già, tu e Ambrose ».
«Frances, hai detto che Ambrose te l'eri inventato».
« H o cambiato idea».
«No, dai, Frances! ».
«Non fare la bambina, Lily, che cavolo, ti spaventi per
niente».
«Te lo sei inventato, Frances».
«E va bene, me lo sono inventato».
«Sì, Frances!».
« Lily, pensala come ti pare, io la penso come pare a me. E
se non sei abbastanza grande da darmi una mano, vuol dire
che bruceremo il tuo stupido disegno nella caldaia, così
papà lo verrà a sapere, va bene?».
«No».
«Allora smettila di frignare, Ambrose me lo sono inventa-
to».
Silenzio. Lily, soddisfatta, prende un cucchiaio e scava ub-
bidiente.
Frances fa il suo sorrisetto: «E invece no! ».
Lily si dà un contegno e cerca di non rispondere. Frances
si mette a ridere. Continuano a scavare. Frances chiama sot-
tovoce: « A-a-ambro-o-o-ose... Ambro-o-ose. Ti vuole Li-i-ily».
Frenetici scrosci di risate. Negli occhi di Frances schegge
di luce, e quella strisciolina bianca. Frances si rotola per ter-
ra scuotendo mani e piedi per aria come un cane, e sghi-
gnazza come un'indemoniata. Quando fa così, l'unica è l'a-
sciarla perdere finché non le passa, altrimenti è peggio. Lily
continua a scavare.
«Adesso basta». D'un tratto Frances ha ripreso il control-
lo. «Non vorremo mica dissotterrare le ossa del gatto aran-
cione».
Lily si ritrae. Si era dimenticata del gatto, ormai solo a
qualche centimetro. Frances depone la pergamena a fior di
terra. «Riposa in pezzi».
Lily la fissa intensamente, ma non c'è da preoccuparsi; a
parte il luccichio negli occhi, per fortuna Frances non ha ol-
trepassato il limite di guardia.
Lanciano una manciata di terra ciascuna, poi seppellisco-
no la pergamena e rifanno rotolare il masso al suo posto.
Ottimo lavoro. Basta sistemare un po' di quella pula secca
intorno alla base e nessuno si accorgerà di niente per un
milione di anni.
«Va bene, Lily, adesso vai a casa, io ti raggiungo ».
«Che vuoi fare?».
«Voglio dire una preghierina».
Lily ubbidisce. Si avvia sulla passerella sopra il torrente
con la sua andatura ferma e irregolare quando poc, le arriva
una palla di terra dritta sulla nuca. Si volta. Frances è piega-
ta in due in mezzo all'orto. E di nuovo partita. Oh, no.
«Frances, smettila, sennò ti vedono». Zoppicando furio-
samente, Frances corre fuori dall'orto, scivola lungo l'argi-
ne e si butta dritta nel torrente, agitando le braccia e facen-
do la sua imitazione di Lily - «Fuancis, smettila, smettila,
Fuancis! » - ridendo e zoppicando finché non raggiunge la
casa. Lily la segue lentamente. Perde il controllo, Lily lo sa.
Spera solo che papà non le abbia sentite fuori a quell'ora.
Altrimenti Frances non la passerà liscia. E Lily non potrà
farci niente, se non portarle il latte caldo dopo, e farla dor-
mire con Giglio-Cencioso-delle-Valli.

Ma è tutto a posto. Papà non è in casa. Non sta lavorando,


è solo che non riusciva a dormire. E andato a fare due passi
e si è ritrovato al cimitero, con una gran voglia di un bic-
chierino. Invece ha bevuto aria salmastra. Adesso, all'alba,
riprende la via di casa, tendendo l'orecchio per sentire il ru-
more degli scarponi da miniera lungo Plummer Avenue,
aspettandosi il fischiettio dei minatori. Poi si ricorda dello
sciopero. Senza motivo gli viene un nodo alla gola. Gli bru-
ciano gli occhi, ma non piangerà, non c'è tempo. Vuole es-
sere a casa quando le ragazze si svegliano.
PORRIDGE

«Ecco, papà».
Colazione. E un nuovo giorno e la notte è passata e io
sono qui con le mie ragazze. «Grazie, Mercedes. Mangia,
Frances».
«Non ho fame, papà».
« Mangia».
Frances scosta la pellicina del porridge. Sotto è ancora
bollente, ma la superficie si è rappresa e alcuni filamenti vi-
schiosi sono rimasti appiccicati alla punta del cucchiaio.
«Non giocare col cibo».
«E freddo».
Papà fa un cenno a Mercedes, che aggiunge un'altra cuc-
chiaiata fumante nella scodella di Frances. Frances fa una
smorfia.
« Nelle trincee avremmo dato un braccio per quello che ti
fa storcere il naso».
Frances immagina il braccio staccato. Vede un ragazzotto
con la faccia da luna piena, che sorridendo si stacca un
braccio, manica e tutto, e dice in un persuasivo accento
cockney: «Non fa male, amico, ora mi dai un po' di bro-
da?». Non ridere. Limitati a fissare questa schifezza grigia-
stra e luccicante. Ci sono dei morti là sotto.
«Mangia, ho detto».
Frances si mette il cucchiaio in bocca. Moccio.
«Ingoia».
Chi salverà Frances? Lily sta mangiando fino all'ultimo
boccone del suo porridge, la canaglietta. Non c'è modo di
ficcarne un po' nella sua scodella? Mercedes interverrà con
discrezione? Frances si arrovella per trovare un diversivo. Sa
che la sua gola non si aprirà di nuovo. Si bloccherà e lei vo-
miterà e papà...
« Rispondi a tua sorella».
«Che?».
Mercedes ripete calma: «Stai bene, Frances?».
«Sì, grazie, è proprio buono, Mercedes».
Chi salverà Frances?
«Quel benedetto gatto è di nuovo nel tuo orto, Merce-
des».
«Non importa, papà».
«Sta scavando». Posa il cucchiaio. «Non ne ricaveremo
un bel niente dall'orto con quella bestiaccia fra i piedi».
«Trixie non fa mai i bisogni da quelle parti, papà».
Si girano tutti e vedono Trixie fuori dalla finestra, la coda
che si muove a scatti attorno al masso. James tollera la gatta
di Frances perché Lily le è affezionata. Ma comincia a per-
dere la pazienza e sta già architettando una qualche bugia,
sai com'è, Trixie ha avuto una vita lunga e felice, ma a volte
i gatti prendono e scappano. Si alza da tavola.
Frances lo guarda andare verso la porta sul retro - oh gra-
zie Dio, grazie Gesù, Giuseppe, Maria e tutti i santi, non
peccherò mai più -, aspetta che sia arrivato a metà del cor-
tile, poi salta su e vuota la scodella nella spazzatura accanto
alla cucina. Mercedes non fa commenti, ma Lily sembra im-
provvisamente preoccupata.
« Rilassati, Lily, non lo saprà mai » le dice Frances.
Ma Lily non è preoccupata per il porridge. Ha visto papà
chinarsi sul masso.
James torna in cucina, ma non si siede. Resta in piedi a
un capo del tavolo con le braccia incrociate e chiede calmo:
«Chi ha spostato il masso?».
Frances ha la nausea. Sa che la vita era una passeggia-
ta quando c'era di mezzo solo il porridge. Lily diventa di
fuoco.
«Io, papà». Ci hai provato, Lily.
Papà le accarezza i capelli. Mercedes è spiazzata. Se cono-
scesse il crimine di Frances forse potrebbe... «Forse l'ho
spostato io lavorando nell'orto, papà». Ma non regge.
«Sono stata io». Frances, chiaro e tondo.
« Quando?».
«Ieri notte».
Silenzio. Com'è possibile sentire tanto freddo e sudare al-
lo stesso tempo? Da quanto tempo siamo seduti qui? Ma poi
qual è il problema?
Ceffone sulla testa.
«Te lo dico io qual è il problema, » - oh no, Frances, l'hai
detto a voce alta, pensavi di averlo solo pensato e invece
l'hai detto - «il problema è che hai fatto uscire tua sorella
in piena notte e avrebbe potuto prendersi una polmonite e
morire».
Frances: «Anch'io».
«Tu hai il dono della salute. Tua sorella è delicata».
«Io sto bene, papà» dice Lily, e starnutisce.
A Frances scappa da ridere, ma Mercedes abbassa lo sguar-
do. Non crede alle coincidenze, lei. James non ha staccato gli
occhi da Frances. «Che cosa diavolo stavate facendo?».
Frances riflette. E risponde: «Abbiamo piantato una co-
sa».
«Cosa?».
Lily salva Frances. «Abbiamo piantato un albero. Per la
famiglia».
Mercedes guarda Frances e mangia la foglia.
James chiede a Frances: «Sotto il masso?».
«E un albero molto forte». Grazie Lily.
James guarda Frances. Dovrebbe lastricare quel pezzo
d'orto e parcheggiarci la macchina. Ma non sarebbe giusto.
Dovrebbe dissotterrare quello che c'è e metterlo da un'altra
parte. Ma non ce la fa. E poi forse, dopo la notte scorsa, non
c'è nemmeno più. Guarda Frances. Di sicuro era troppo
piccola per ricordarsene. Ma se si ricorda... Che razza di
persona porterebbe fuori la sorellina di notte a riesumare i
resti di un neonato?
Frances incontra lo sguardo di James e fa: « Ho detto a
Lily che se scavavamo nell'orto forse trovavamo un tesoro.
Ma non abbiamo trovato niente».
James si rimette a sedere. Fissa lo sguardo sulle foglie di
tè in fondo alla tazza. Mercedes ne versa dell'altro bollente.
Lui sorseggia. Frances non riesce a credere alla propria for-
tuna. Mercedes dice una preghiera di ringraziamento e si
scusa con Dio per non essergli grata della propria famiglia.
James dice a Frances: «Mangia».
« H o già finito, papà, guarda».
«Ah, bene ».
No. Non è possibile che si ricordi.
BAMBINI D ACQUA DOLCE

A colazione e per tutto il giorno


me ne sto a casa con gli amici intorno.
Ma poi la notte me ne devo andare
nel Regno dei Sogni a girovagare.
ROBERT LOUIS STEVENSON
«li. R E G N O DEI S O G N I »

Nel cuore della notte una Frances ancora molto piccola è


in piedi nel torrente e guarda fisso. Noi. O qualcuno alle
nostre spalle. Stringe un fagotto fra le braccia esili. Con la
coda dell'occhio riesci quasi a scorgerlo, mentre se guardi
direttamente, non lo vedi. Come quando al buio cerchi di
guardare dritto un oggetto indistinto. E esasperante. Che
cos'è? E proprio quando cominciavi a pensare che fosse un
fotogramma in bianco e nero, l'acqua intorno alla camicia
da notte bianca di Frances si accende di azzurro. Fonte del-
la luce è un lucido pesce blu che guizza e nuota attorno alle
caviglie. E bellissimo. Lily si sveglia urlando.
«Lily, Cristo Santo benedetto!». Frances, sbiancata, sta
fissando la psicosi da guerra di Lily, ora muta, e dritta come
un fuso accanto a lei nel letto.
La lampadina sul soffitto si accende: è James avvolto nel
panico e nel plaid. «Che è successo?».
Mercedes appare dietro di lui, una nuova ruga le cova sul-
la fronte.
«Va tutto bene, ha avuto un incubo» dice Frances, li-
sciando la schiena irrigidita di Lily.
Lily si gira e guarda James, che va da lei e la prende in
braccio. Gli stringe braccia e gambe intorno al corpo e gli
appoggia la testa sulla spalla, gli occhi spalancati. Lui la cul-
la dolcemente da una parte all'altra, un po' sorpreso della
recente ondata di incubi sotto il suo tetto.
Lily dice: « H o sognato che ero un pesce».
Frances rabbrividisce. Mercedes si massaggia le tempie.
«Nel torrente» continua Lily. «E non riuscivo a respira-
re».
Mercedes va in cucina a scaldare del latte per tutti. Fran-
ces si gira dall'altra parte e salva Lillian Gish dai lastroni di
ghiaccio. James esce dalla stanza per tornare dopo qualche
minuto, subito seguito da Mercedes. Ha in braccio Trixie.
Trixie ha un'aria terrorizzata, ma sa benissimo che è me-
glio non muovere un muscolo quando si trova in quella
stretta. La depone delicatamente accanto a Lily, che affon-
da la faccia nello stupito pelo nero. Quando Mercedes di-
stribuisce il latte caldo, James se ne versa un po' sulla mano
e lo offre a Trixie. Trixie gli lancia un'occhiata, poi si piega
e lo lecca.
«Ti senti meglio, tesoro?» chiede James.
« Sì » risponde Lily.
Trixie si acciambella tra Frances e Lily; James rimbocca le
coperte e spegne la luce.
Mercedes, tornata nella sua stanza, sta finendo un'altra
volta Jane Eyre. Per lei è stato un sollievo quando Frances le
ha restituito il suo libro preferito apparentemente illeso.
Ora, con quel misto di soddisfazione e dispiacere che ac-
compagna la fine di un libro amato, Mercedes volta l'ultima
pagina e sul risguardo trova la scrittura inconfondibile di
Frances. E un epilogo, in cui la mano di Mr Rochester, ta-
gliata e persa nel fuoco, ritorna in vita e strangola il loro
neonato.
Mercedes chiude il libro e si limita a sospirare. Ormai ha
smesso di piangere e digrignare i denti. E più che evidente
che le sue sorelle riescono a mettere le mani su tutto quello
che per lei ha un minimo valore e a distruggerlo. Mercedes
è rassegnata. Per il momento. Un giorno sposerà un uomo
meraviglioso. Magari non Rodolfo Valentino, ma comun-
que meraviglioso. Avrà una famiglia tutta sua, gente che sa
come ci si comporta. A Frances sarà concesso di vivere con
loro, ma sarà il castello di Mercedes. E di suo marito, natu-
Talmente. Ma bisogna aspettare. Papà ha bisogno di lei. Ave,
Maria, piena di grazia, il Signore è con te...

« S e eri un pesce, come mai non riuscivi a respirare?».


Frances non ha toccato il suo latte. E sul comodino, co-
perto da una pellicina rugosa.
«Stavo annegando».
«I pesci non annegano».
«C'eri anche tu, Frances».
«Nel torrente?».
«Eri piccola».
«... Lo so».
«Cosa avevi in braccio?».
«Niente... non mi ricordo. Rimettiti a dormire. Era solo
un sogno».

La mano di Lily avvampa di rosso intorno alla Vergine di


bachelite: fili conduttivi scarlatti sotto la linea della vita, del
destino, del cuore, della testa, il palmo sanguina luce.

Più tardi, quella notte, Frances viene svegliata da un peso


sul petto. Apre gli occhi e guarda la faccia assorta di Trixie
che fissa la sua a un paio di centimetri di distanza. La zam-
pa nera di Trixie è sospesa immobile, con la punta bianca a
mezz'aria. Da un angolo della bocca le penzola un filamento
avvizzito e vischioso di qualcosa che sembra vomito di uovo
crudo. Frances sbatte gli occhi e Trixie torna al bicchiere di
latte tiepido sul comodino; ignorando Frances, si strofina il
muso sporco di latte, abbassa la testa e beve.

La prima volta che Ambrose appare a Lily è tutto nudo, a


parte i brandelli decomposti della vecchia camicia da notte
bianca di Frances dove era stato avvolto perché riposasse in
pace. Ne ha dei pezzi attaccati qua e là, che si sollevano appe-
na perché, quando Ambrose arriva, c'è un leggero venticello.
Isolato e protetto nel ventre dell'orto, non ha sognato perché
non ha dormito. Cresceva. Ha il corpo striato di terra e car-
bone, ma per il resto è pallido come una radice. Anche se ha
esattamente la stessa età di Lily, è già un uomo mentre lei è
ancora una bambina. Questo perché sono stati in ambienti
tanto diversi. Di che colore sono gli angelici ciuffi di capelli
sotto lo sporco e la fuliggine? Rossicci. Ambrose è ai piedi del
letto. Frances dorme. Lily è in un punto intermedio. Per for-
za, altrimenti vedrebbe una cosa del genere senza gridare?
Vedrebbe una cosa del genere sapendo che non può essere
un sogno, perché c'è il fondo del mio letto; c'è mia sorella
che dorme; c'è la mia bambola di pezza; e c'è Trixie acciam-
bellata in mezzo a noi con un occhio aperto. E c'è Ambrose.
Anche se Lily non ha ancora riconosciuto il suo gemello.
«Chi sei?».
L'ha detto? Sembrerebbe di sì, visto che il tizio che la sta
guardando dal fondo del letto apre la bocca per rispondere.
E, nel farlo, dalla bocca gli sgorga dell'acqua che schizza sul
pavimento. Adesso Lily urla. Adesso è «sveglia», tornata in
quello stato che costituisce un luogo preciso su una cartina.
Questo è il luogo chiamato Sveglio. Sul lato opposto di que-
sta linea c'è il paese di Addormentato. E vedi questa zona
ombreggiata, intermedia fra i due? Non indugiarci. È la Ter-
ra di Nessuno.
Lily è tornata sana e salva a Sveglio e si aspetta di vedere la
faccia esasperata di Frances profilarsi sopra di lei. Si aspetta
di vedere la luce sul soffitto accendersi per la seconda volta e
papà prenderla di nuovo in braccio, chiedendosi com'è pos-
sibile che abbia avuto due incubi nella stessa notte. Ma non
c'è nessuna luce e Frances continua a dormire. In effetti Lily
non ha urlato. Anche se il suono del suo grido è bastato a
svegliarla, a quanto pare non era altro che un gemito, per-
ché la casa attorno a lei continua a respirare regolarmente,
espandendosi e contraendosi, sognando. E, visto? Non c'è
nessun uomo ai piedi del letto. Non c'è acqua sul pavimen-
to, mentre ci sarebbe, se lui ci fosse stato davvero.
Lily questo sogno non lo racconta a nessuno perché fa
troppa paura raccontarlo. Anche se il sogno di Frances nel
torrente col fagotto scuro e il lucido pesce blu ha fatto urla-
re Lily svegliando tutta la casa, il sogno dell'Uomo d'Acqua
dolce dal quale si è svegliata con un gemito era molto più
spaventoso.
PREGHIERA DI UN BAMBINO PER UNA MORTE FELICE

O Signore, mio Dio, accolgo dalla Tua mano qual-


siasi morte vorrai inviarmi con tutto il dolore, le pene
e l'angoscia.
O Gesù, Ti offro fin d'ora la mia agonia e tutte le pene
della mia morte.
O Maria, concepita senza macchia, prega per noi che
veniamo a te! Rifugio dei peccatori, Madre di chi è in
agonia, non lasciarci nell'ora della nostra m,orte, ma
procuraci perfetto dolore, sincero pentimento e remis-
sione dei nostri peccati, rendici degni del santissimo
Viatico e rafforza il Sacramento dell'Estrema Unzio-
ne. Amen.
S U O R MARY A M B R O S E , O R D I N E DEI PREDICATORI
'•' ...... . . . .1. ., :. . .!..••.: •. : -I ,, ... ........ \....,.

La Preghiera per una morte felice è tratta da un libro per


bambini intitolato II mio dono a Gesù. La preghiera è l'ultima
del libro, il che ha un significato ben preciso. Il libro è un
dono fatto da Mercedes a Lily, senza una ragione. Una ven-
tina di minuti fa Mercedes è entrata dicendo: «Tieni, Lily,
questo è un regalino per te senza una ragione particolare».
Dopodiché Mercedes è andata a casa di Helen Frye.
E una calda giornata di sole e Frances e Lily dovrebbero
essere giù alla spiaggia, con Lily nella vecchia carrozzina in-
glese, e Frances che la spinge correndo fra scogli e ciottoli,
sguazzando nella schiuma, mentre tutte e due urlano di ter-
rore e di gioia. Invece sono bardate di toghe e turbanti pre-
si dal cassetto della biancheria, confinate in casa perché
papà dice che non è sicuro giocare fuori. Anzi, ha accompa-
gnato in macchina Mercedes a casa di Helen Frye nella No-
na Strada e ha intenzione di andarla anche a riprendere. Lo
sciopero dei minatori si è trascinato fino a giugno, assu-
mendo una brutta piega.
Gli agenti speciali della compagnia hanno dato in escan-
descenze: minchioni ubriachi a cavallo, armati di fucili e ba-
stoni, abbattono la gente per strada... donne, bambini, indi-
scriminatamente. I capi adesso si sono riuniti in un mono-
polio chiamato Compagnia dell'Impero Britannico del Car-
bone e dell'Acciaio. Questa volta, non solo hanno tagliato i
crediti al Magazzino della compagnia, hanno tagliato pure
l'acqua e l'elettricità a New Waterford. Per tutta la settima-
na scorsa, squadre munite di secchi hanno sudato a portare
acqua dai pochi pozzi alle case. All'ospedale di New Wa-
terford, i bambini bruciano di sete per la nuova esplosione
di tutte le vecchie malattie con quei nomi così carini.
La gente non può trascinare secchi all'infinito mangian-
do così poco per reggersi in piedi. E molti, ricominciando a
vedere quasi quotidianamente le piccole bare bianche, si so-
no persuasi del fatto che il modo migliore di utilizzare le ul-
time gocce di energia è prendere a mazzate i responsabili.
Dopo aver accompagnato Mercedes, James va fino a Syd-
ney per comprare acqua in bottiglia e kerosene, con l'ordi-
ne tassativo alle ragazze di «non mettere il naso fuori di ca-
sa». A parte le giornate di sole perse, le ragazze non si
preoccupano più di tanto. E divertente tornare a usare sol-
tanto lampade e candele, «come ai vecchi tempi». Frances
vorrebbe avventurarsi fuori da sola, ma Lily è talmente
preoccupata che ha giurato di fare la spia.
Stanche di giocare alle Mille e una notte, Lily e Frances
stanno ora meditando sul Mio dono a Gesù. Come le sue sorel-
le prima di lei, Lily è già una buona lettrice. Ma non ha avuto
modo di leggersi il libricino da sola perché Frances gliel'ha
strappato di mano, l'ha aperto all'ultima pagina - fa così con
tutti i libri - e l'ha letto ad alta voce. Lily ha capito tutto della
preghiera per una morte felice, tranne una parola.
«Cos'è un viatico?».
«E una parola sacra che significa biancheria pulita».
«Adesso posso vedere il libro, Frances?».
Lily allunga la mano, ma Frances allontana il libro e spie-
ga: « Quando stai per morire e il prete viene a darti l'estre-
ma unzione, prende della biancheria pulita dal tuo cassetto
e la benedice. Poi te la mette. Oppure, se è una situazione
di emergenza e non c'è un prete, può benedirla chiunque.
Perciò la biancheria dev'essere pulita, dev'essere immacola-
ta come la Beata Vergine ».
«Io ce l'avevo la biancheria pulita quando ero piccola e
stavo per morire?».
«Sì ».
« Benedetta da Padre Nicholson?».
«No, da me... Lily, guarda! ». Frances ha appena notato il
nome sul frontespizio del Mio dono a Gesù. « Questo libro è
stato scritto da una suora che si chiama Mary Ambrose! ».
Lily rimane rispettosamente senza fiato: «Conosce nostro
fratello?».
« Potrebbe essere un messaggio per noi da parte di Am-
brose ».
Lily fissa estasiata il frontespizio mentre Frances trae le
conclusioni.
« Ambrose agisce attraverso quella suora, e ha anche fatto
in modo che Mercedes comprasse il libro per poi dartelo,
così sai che veglia su di te».
Si guardano, unite dalla scoperta.
« Mi vede sempre?» chiede Lily.
« Sì ».
«Quando sono cattiva?».
« Sì ».
«E va a dirlo a Dio?».
«Dio sa tutto».
«Ah, già». Per un attimo Lily se n'era dimenticata.
«Ambrose ti vede quando dormi. Sa quando sei sveglia».
«Come Babbo Natale».
«Non essere blasfema, Lily».
«Scusa».
«Non dirlo a me, dillo a Dio».
Lily giunge le mani, chiude forte forte gli occhi e sussur-
ra: «Scusa, caro Dio», e poi si fa un rapido segno della cro-
ce. Farsi il segno della croce dopo una preghiera è altret-
tanto essenziale che mettere il francobollo su una lettera.
Altrimenti il messaggio va a finire dritto dritto nel limbo
delle preghiere.
«Frances, la sai una cosa? In realtà Dio è Babbo Natale e
Babbo Natale è Dio».
«Non credo, Lily».
« Ma Dio ci fa dei doni e sa tutto, proprio come Babbo Na-
tale ».
« Già, ma Babbo Natale non fa venire la lebbra e i terre-
moti, stupida, non fa mozzare le gambe alla gente e non gli
manda l'affondamento del Titanio».
Frances torna al libro e ignora Lily.
«Frances?».
Nessuna risposta.
«Frances?».
«Che vuoi?! ». Sbatte giù il libro delle preghiere.
«Ambrose mi porterà dei regali?».
«Un pezzo di carbone, se fai la cattiva».
«E se faccio la brava?».
«A Ambrose non importa se fai la brava o la cattiva, Lily».
«Oh».
«Gli importa soltanto che stai bene, e sei felice».
« Come mai?».
«Perché ti vuole bene ».
Frances guarda Lily dritto negli occhi. Lily assume l'e-
spressione più seria e attenta che ha.
« L o sai chi è Ambrose, Lily?».
«E il nostro fratellino che è morto».
«E il tuo angelo custode».
Lily aggrotta la fronte. «Tutti hanno un angelo custode,
vero, Frances?».
«Sì, ma molti non sanno chi è il loro. Tu sei fortunata. Sai
chi è il tuo, e che è tuo fratello e veglia su di te. E ti vuole be-
ne. Ti vuole bene davvero, Lily».
«Non piangere, Frances».
«Non sto piangendo».
«Sì che piangi».
Frances si asciuga gli occhi. Ha la gola serrata. Sì, sta pian-
gendo. Perché? Non si sentiva triste finché non ha comin-
ciato a piangere.
«Frances?... Frances, andiamo di sopra a guardare nella
cassa del corredo ».
Ma Frances sta piangendo.
« Frances, vuoi fare il bagno a Giglio-Cencioso-delle-Valli?
Puoi farlo. Se vuoi le puoi fare il bagno... Ti vuoi mettere il
mio tutore? Te lo lascio mettere se ti va».
Frances ha fatto cadere II mio dono a Gesù. Lily lo raccoglie
e legge in silenzio, studiando le immagini colorate. Quando
Frances si sentirà meglio, Lily le chiederà cosa significa
INRI. E quella cosa scritta sulla pergamena che è sempre in-
chiodata in cima alla croce di Gesù. INRI.
Lo chiederò a Frances, pensa Lily. Frances lo saprà.
Più tardi, quel pomeriggio, Mercedes torna a casa, pian-
gendo anche lei, ma per una ragione diversa. In macchina,
ha detto a papà che lei e Helen avevano parlato dei poveri
bambini che sono all'ospedale. James si è limitato ad annui-
re. La Luvovitz gli ha detto che le ragazzine di quell'età si
commuovono facilmente; l'ultima cosa da fare è dirgli di
non piangere. Guarda Mercedes entrare sana e salva in ca-
sa, poi gira la macchina e si dirige nuovamente in città, per-
ché si è dimenticato di passare dall'ufficio postale.
Mercedes sale in camera sua in punta di piedi e chiude si-
lenziosamente la porta. Non vuole vedere nessuno, non vuo-
le dare spiegazioni. Si stende a faccia in giù e piange nel cu-
scino. Oggi un minatore di nome Davis è stato ucciso. C'era-
no stati dei tafferugli alla centrale elettrica, giù al lago. I mi-
natori erano andati lì per spazzar via gli agenti della compa-
gnia e riattivare luce e acqua per la città. Avevano bastoni
pietre e tizzoni. La polizia aveva armi e cavalli, ma i minatori
avevano vinto. Solo che qualcuno ci aveva rimesso le penne e
il povero Davis, che nemmeno partecipava allo scontro, era
rimasto ucciso. Stava tornando a casa con il latte per il figlio
più piccolo, gli avevano trovato un biberon in tasca. Ora a
New Waterford ci sono altri sette orfani di padre.
Ma non è per questo che Mercedes sta piangendo. Oggi
pomeriggio, il papà di Helen Frye è tornato a casa con una
pallottola nel polso. Mentre la moglie gliela toglieva, il si-
gnor Frye ha bevuto una lunga sorsata da una bottiglia di
medicina e ha detto a Mercedes che era «terribilmente di-
spiaciuto, perché so che sei una brava ragazzina, Mercedes.
Ma io ho una figlia soltanto, capisci, e non mi va che fre-
quenti una Piper».
A Mercedes si sono riempiti gli occhi di lacrime e si sentiva
la faccia in fiamme. Era mortificata, come se qualcuno l'aves-
se sorpresa nell'intimità più vergognosa, ma non riusciva a
capire cosa potesse aver fatto di male. Mentre la signora Frye
continuava a scavare nel polso del marito, lui è sbiancato ma
non ha battuto ciglio e ha detto con voce gentile parole che
hanno dilaniato Mercedes. Ha detto che il padre di Mercedes
era un poco di buono. Un contrabbandiere. Un crumiro. Un
nemico della città. Poi ha detto a Helen di andare di sopra e
ha chiesto a Mercedes di aspettare in salotto che il padre pas-
sasse a prenderla in macchina.
Ora Mercedes si raggomitola su un fianco e gli occhi le
cadono su Rodolfo Valentino, appollaiato nella sua cornice
sulla toeletta, accanto alla statuirla di porcellana della Ra-
gazza d'Altri Tempi. Valentino stimola nuove lacrime, ma
sono lacrime consolatorie. Almeno ho ancora te, amore
mio. E la Ragazza d'Altri Tempi le ricorda quanto sia genti-
le il suo papà. Lo è, è un uomo bravo e gentile. E se - se -
papà è costretto a fare certe cose, è solo perché ci vuole
troppo bene e non abbiamo una mamma che si prenda cu-
ra di noi. Nuove lacrime. A Mercedes sembra di sentire la
mamma cantare, e questo è troppo. Si copre la testa con il
cuscino e scaccia il suono dalla mente. Allontana il ricordo
e si concentra sull'unica cosa importante: la mia famiglia.
Aiutare mio padre, che è tanto bravo; che tutto il giorno si
prende cura della sua figlioletta zoppa. Se il signor Frye e
tutti gli altri vedessero papà con Lily, allora capirebbero.
Mercedes si è calmata e ora gli occhi vanno all'immagine
di Bernadette nella grotta con Nostra Signora di Lourdes.
Bernadette è stata beatificata. Un giorno la faranno santa.
L'hanno disseppellita trovandola fresca come una rosa - è
l'odore di santità. Anche lei era una ragazzina zoppa. Maga-
ri la gente odiava anche suo padre.
Mercedes ha pianto fin quasi a addormentarsi ma, prima
di sprofondare, nella sua mente prende forma un piano.
Domani porterà Lily a fare una passeggiata. Andranno in-
sieme in ospedale, ma non nei reparti, non vuole che Lily si
prenda qualcosa, soltanto all'accettazione. E una volta lì,
Mercedes vuole che Lily regali tutti i loro vecchi libri di
fiabe e i vestiti smessi, insieme a varie torte che cucinerà lei
stessa, ai poveri bambini che soffrono. La gente vedrà... Che
brav'uomo...

James ci ha messo una vita per arrivare all'ufficio postale,


perché molte strade non erano transitabili. Sul cofano della
macchina era tutto un rimbalzare di pietre e a un certo pun-
to è calata un'orda di giovinastri che ha cominciato a sba-
tacchiarla a destra e sinistra. Lui è sfrecciato in mezzo come
un lampo, solo che brulicava anche Plummer Avenue. Un
branco di poliziotti appiedati della compagnia veniva spinto
a calci verso la prigione da due ali di folla. Le donne corre-
vano dietro ai prigionieri brandendo spilloni da cappello
che non mancavano di usare. La notte si prospettava tutt'al-
tro che tranquilla.
Arrivato a Shore Street, James aveva parcheggiato per pro-
seguire a piedi lungo le stradine dietro l'ufficio postale. A-
vrebbe potuto rimandare la commissione al giorno dopo, ma
aveva pensato che magari l'ufficio postale e la metà degli
edifici sulla strada principale sarebbero stati dati alle fiamme,
e lui stava aspettando dei soldi.
Entra nell'ufficio postale, ritira i contanti e fa per uscire
quando: « C ' è anche una lettera, signor Piper».
James allunga la mano e prende la busta dall'impiegato.
E raro che arrivi posta. A volte ci sono pacchetti e fotografie
per Frances, che James esamina prima di consegnarglieli:
ha confiscato più di una bottiglia di «Coca Wine: per l'affa-
ticamento mentale e l'astenia». In quel momento gli avve-
nimenti della giornata avvolgono l'ufficio postale in un ron-
zio, con la gente incollata ai vetri che guarda passare la fol-
la, ma intorno ajames tutto svanisce in un'immobilità silen-
ziosa alla vista del nome sulla busta: Kathleen Piper.
Per una frazione di secondo perde conoscenza. Come un
lampo dentro la testa, accompagnato dal flash di una mac-
china fotografica. Poi, intorno a lui riaffiora il rumoreggia-
re degli animi eccitati e per un attimo pensa che la ragione
di tutto quel frastuono stia nel fatto che qualcuno ha man-
dato una lettera a Kathleen Piper. Qualcuno ha scritto a mia
figlia, non sapendo - o forse sapendo - che è morta.
E bastata la vista di quel nome. In lettere vergate da mano
vivente, così diverse da quelle incise nella pietra ai margini
della città... ecco perché quella luce nella sua testa è bale-
nata e svanita alla fugace idea che lei fosse ancora viva.
Dev'essere così la pazzia, pensa James, con la differenza che
lì il bagliore dura per sempre. Non sarebbe poi tanto male.
Soltanto una volta tornato in macchina si decide ad apri-
re la lettera. Gli ricorda un'altra lettera, tanto tempo fa.
Anonima. Terribile. Aveva cambiato tutto. Rompe il sigillo.
Apre il foglio: una raffinata calligrafia femminile. Legge:
Cara Kathleen,
non puoi sapere quanto mi dispiace apprendere del tuo
tremendo incidente. Si capisce benissimo che sei una ragaz-
za molto coraggiosa. E sei anche fortunata ad avere un pa-
dre tanto caro. Forse un giorno potrai lasciare la sedia a ro-
telle e tornare a correre e a giocare. Lo spero tanto. Ti man-
do una fotografìa autografata per la tua collezione insieme
ai miei migliori auguri.
Con affetto,
Lillian Gish

James spinge l'avviamento elettrico della Hupmobile e si


dirige verso casa. Ha intenzione di portare Frances nel ca-
panno e farsi spiegare quello scherzo.

Quella notte, Mercedes, Lily e papà sono sulla veranda a


scrutare la processione di torce lungo la città. Frances è di
sopra, a letto, con un panno bagnato sulla faccia. James ha
caricato la macchina e fatto il pieno, nel caso fossero costret-
ti a'una fuga precipitosa. L'esercito non arriverà prima di un
paio di giorni e, nel frattempo, è meglio tenersi pronti.
Prima i minatori bruciano la lavanderia Numero 12. Poi
saccheggiano il Magazzino della compagnia, senza appicca-
re il fuoco, per paura di incendiare tutta la città. Poi vanno
alla prigione per linciare gli agenti della compagnia. Ma il
prete gli va incontro e li convince a non farlo. Sono già ab-
bastanza gli orfani di padre a New Waterford.
31 ottobre 1918
Gentile Signor Piper,
sua figlia è in grave pericolo. Sapendo che Kathleen è
una ragazza di buona famiglia e baciata da un prodigioso
dono musicale, sento il dovere verso di lei, signor Piper, e
verso il mondo intero, di suonare il campanello d'allarme.
Signore, essendo di un altro paese, probabilmente lei è ab-
bastanza fortunato da non avere familiarità con l'espressio-.
ne « commistione di razze ». E un male moderno che sta mi-
nando il tessuto della nostra nazione. Al momento minaccia
di intaccare sua figlia. Attirata da abili lusinghe e piaggerie,
sua figlia è finita in una rete di musica senza Dio e di immo-
ralità. Io assisto impotente, perché sono invalida. Parlo co-
me una che ha imparato a proprie spese se le dico che, sca-
valcando le barriere imposte dalla natura, sua figlia non fa
che cercare la propria rovina e potrà finire soltanto con il
soccombere alle tracce oscure della bestia che è nell'uomo.
Forse non è troppo tardi. Sua figlia è ancora giovane. Se
crede può ignorare, se non addirittura condannare, le in-
formazioni di una sconosciuta. E stata la coscienza a dettar-
mi questa lettera. Avendo assolto il mio dovere di cristiana,
le porgo i miei saluti.
Un'amica anonima
LIBRO 4
LA VECCHIA MINIERA FRANCESE
PER NON DIMENTICARE

Il piede di Lily sanguina. Lei non lo sa, perché le corna-


muse soffocano il dolore. A questo servono le cornamuse.
Ma se anche sentisse il dolore e si accorgesse che ha il dietro
della calza inzuppato di sangue, Lily non smetterebbe di
marciare, perché è al settimo cielo. Sta sfilando per Plum-
mer Avenue con la bandiera della Nuova Scozia. Il suo cuo-
re e i polmoni sono grandi e a riquadri scozzesi, come i sac-
chi d'aria che alimentano le canne. E, per una volta, la sua
camminata è ideale. 11 molleggio sincopato delle gambe si
innesta in controtempo sull'ondivaga scansione della musi-
ca. Lily ha un sorriso a trentadue denti stampato sulla faccia
e le lacrime agli occhi: le cornamuse la fanno sempre senti-
re tragica ed euforica insieme. Con un tulipano appuntato
sulla fascia scozzese, si sente come un prode soldato. E ITI
novembre 1929, Anniversario dell'Armistizio. Oggi cele-
briamo La Guerra che ha posto Fine a Tutte le Guerre.
New Waterford è schierata al gran completo, su due ali,
lungo tutta Plummer Avenue. C'è perfino James, non in ve-
ste di veterano, ma di padre orgoglioso. Mercedes è al suo
fianco davanti alla libreria Cribb. La macelleria kosher dei
Luvovitz, sul marciapiede opposto, è chiusa, le saracinesche
abbassate. Non c'è pericolo che loro dimentichino questo
giorno, ma la signora Luvovitz preferisce che venga celebra-
to in casa, lontano da sfoggi e clamori di Onore e Sacrificio.
Dovrebbe esserci anche Frances, che invece è all'Empire a
guardare ancora una volta Louise Brooks nel Vaso di Pando-
ra, prima che venga fiutato e bandito dalle autorità.
La sfilata ondeggia verso il Monumento ai Minatori. An-
che se è stato eretto in memoria dei sessantacinque morti
nell'esplosione del '17, è diventato il simbolo di tutti gli al-
tri uccisi in battaglia, all'estero come in patria: di quelli co-
me Davis, freddato per strada, e di quelli che sono stati o sa-
ranno fatti saltare in aria o asfissiati dai gas in trincea o in
miniera. Le cornamuse piombano nel silenzio. Lily e il resto
della parata proseguono la marcia al rullo spoglio dei tam-
buri, per arrestarsi infine davanti al monumento. Due mi-
nuti di silenzio.
Si sente l'oceano. Si sentono gli uccelli e il vento. Si sen-
tono i papaveri mareggiare nei campi delle Fiandre tra i
filari delle croci: «Noi siamo i Morti. Fino a qualche giorno
fa eravamo vivi, avvertivamo l'alba, vedevamo lo splendore
del tramonto, amavamo ed eravamo amati». Gli uomini
hanno il volto inespressivo, le mani unite davanti a sé. Le
donne hanno un'aria grave. Ognuno ricorda i propri cari
che saranno sempre giovani.
Poi un gemito straziante, un mugolio acuto, si levano i
bordoni e le cornamuse riattaccano la marcia, e a tutti vie-
ne da piangere, anche se del lamento funebre si incaricano
le cornamuse. Uno strumento primitivo a fiato risveglia
qualcosa di molto antico e pone il dolore in una lunga e
consolante prospettiva. Forse perché la canna è il più anti-
co strumento musicale presso tutte le genti.
Lily si sente al sicuro fra le dure, pelose, pallide ginocchia
maschili che tengono il tempo fra kilt oscillanti, calzettoni e
borse di pelo che sbatacchiano. Prova cameratismo nei con-
fronti degli uomini, come se avessero combattuto assieme.
Le piacerebbe essere un soldato. Ha dieci anni. Da grande
le piacerebbe essere un veterano. Non si lascerebbe intimo-
rire dal dolore o dalle pallottole, si lancerebbe all'attacco e
andrebbe alla carica con le ginocchia nude. Papà ha preso
la medaglia al valor militare. Lo sa perché gliel'ha detto il si-
gnor Maclsaac.
E soltanto quando cornamuse e tamburi si arrestano e gli
ottoni alla retroguardia intonano Rute Britannici che Lily av-
verte la prima fìtta al piede sinistro, quello piccolo. Lo stiva-
letto marrone, con la speciale suola rialzata che le ha fatto
papà, è saldamente imbrigliato tra i sostegni d'acciaio del
tutore, solo che, essendo nuovo, sfrega contro la parte su-
periore del tallone. Una chiazza rossa si è diffusa intorno al-
la caviglia. Lily butta un occhio, ma non perde una battuta.
Ci sono papà e Mercedes. Ci sono i due Maclsaac. A loro
Lily riserva un sorriso virile, nelle intenzioni almeno. Sono
in molti, non solo quelli che conosce, a restituirglielo.
Lily non sa dello stigma che grava sul padre, e tutti - non
solo i suoi familiari - cospirano per tenerla all'oscuro. Ci so-
no un'infinità di bambini con il tutore alle gambe, certi
hanno anche la gobba, ma Lily è l'unica a marciare. E an-
che la più bella bambina mai colpita dalla malattia. E la più
dolce. In città grazie a Mercedes la conoscono tutti, ma è
soltanto merito suo se tutti le vogliono bene.
New Waterford non è cambiata molto. Il Magazzino della
compagnia non esiste più; dopo il sacco del '25 il monopo-
lio non l'ha mai riaperto. Molti minatori sono tornati al la-
voro con un salario decurtato dell'otto per cento, mentre
altri, finiti sulla lista nera come bolscevichi, hanno dovuto
sconfinare a sud, chi a Boston e chi nelle fabbriche o negli
accampamenti di boscaioli del New England. E stato l'inizio
di un esodo verso sud e ovest, che non accenna ad arrestar-
si. Il crollo del '29, che ha fatto tremare il mondo, è stato re-
gistrato come una lieve oscillazione a Cape Breton, dove la
Depressione ci mette un po' a far breccia, visto che è in cor-
so da una vita. Tra l'altro, è opinione diffusa che la catastro-
fe della Nuova Scozia si sia verificata nel 1867, con la Confe-
derazione. Da allora in poi, sono state tutte scosse di asse-
stamento. Nessuno riesce a pensare che gli anni Trenta pos-
sano essere peggiori degli anni Venti. E, come ama dire R.B.
Bennet: « L a prosperità è dietro l'angolo».
Ma niente riesce a smorzare l'orgoglio civico, e l'af-
fluenza di oggi ne è la riprova. La popolazione di Cape
Breton ha conciliato la lealtà verso il Re e il Paese con il
disprezzo e lo scetticismo per tutto quanto «viene da fuo-
ri» - quei coglioni del Canada settentrionale e le inutili
bombette di Whitehall. E fieramente orgogliosa dei suoi
veterani, pur avendo il dente avvelenato nei confronti del-
l'esercito canadese, che tanto spesso ha invaso i bacini car-
boniferi. Eppure, le forze armate hanno finito per diven-
tare l'unica possibilità, per i disoccupati e i lavoratori po-
veri, di lasciare questa maledetta roccia dimenticata da
Dio, che amano più dell'aria che respirano. Poi hai voglia
a dire «casa mia casa mia» se sei lontano. Nel novembre
del 1929 è in atto un processo che porterà molte più per-
sone a coltivare la nostalgia anziché il proprio orticello.
La Commemorazione dei caduti tende a risvegliare un
sacco di sentimenti contrastanti.
In un periodo del genere, il proibizionismo appare dop-
piamente ridicolo. A sera, le cucine saranno invase da musi-
ca, parenti e chiacchiere. Si faranno girare boccali e tazze di
tè. I poliziotti a cavallo chiuderanno un occhio su bar e ri-
trovi clandestini e ai divertimenti serali si accompagnerà
più di una rissa.
James non lavorerà, stasera. E di sicuro non socializzerà,
anche se è questa l'unica sera per riparare i ponti: dopo-
tutto è un veterano, e decorato per di più. Ma durante
l'anno sono due le notti in cui non si fida di trovarsi ac-
canto una bottiglia, e questa è una: vuole dimenticare, lui,
non ricordare, il giorno della firma dell'Armistizio. Per
tutta la città, la gente non fa che scambiarsi la domanda di
rito: «Ti ricordi dov'eri il giorno che è finita la guerra?».
James lo ricorda fin troppo bene. Era a New York. Era nel-
l'appartamento di Giles al Greenwich Village. Stava en-
trando dalla porta d'ingresso, che non era chiusa a chiave.
Aveva chiamato senza ottenere risposta. Sta percorrendo il
corridoio, l'appartamento odora di lavanda, sta cercando
Kathleen, la trova... stop
Stasera James ha bisogno di stare al sicuro a casa, in seno
alla famiglia.

Frances è già lì a suonare il piano, immaginando la sua


futura vita di schiava bianca che fa la ballerina di varietà al
Cairo, mentre suona la musica proibita della mamma presa
dalla cassa del corredo - papà dice che è musica da negri,
mettila via. Sta ballonzolando sullo sgabello a suon di Coal
Black Rose quando James e Mercedes si precipitano in casa
con Lily. Papà porta Lily di sopra seguito da Mercedes. Fran-
ces lascia il pianoforte e, salendo i gradini due alla volta, va
in bagno, dove papà sfila la calza che si è appiccicata al mi-
nuscolo piede di Lily e Mercedes prende l'acido fenico. Lily
non grida per il dolore, si limita a guardare, sopra la spalla
di Mercedes, in direzione di Frances che sta sulla soglia.
Frances dice: «Non preoccuparti, scricciolo di pan di zenze-
ro», che è uno dei loro codici speciali, aggiungendo: «Hayo-
la kellu bas Helm». Lo sguardo di Lily non ha cedimenti men-
tre risponde: «Inshallah». James lancia un'occhiata a Fran-
ces ma non apre bocca. Mercedes benda il piede di Lily pre-
gando che dopo non scoppi una scenata.
Inshallah è la parola magica di Lily. Appartiene a un lin-
guaggio che, come ben sa, non bisogna utilizzare di giorno
se non in caso di emergenza. Perché le parole sono come i
desideri di un genio: non vanno sprecate. Lily non ha nem-
meno una comprensione rudimentale dell'arabo; per lei è
qualcosa di onirico. La sera, a letto, quando le luci sono
spente da un pezzo, lei e Frances parlano quella strana lin-
gua. La loro lingua da letto. Frances usa espressioni che ri-
corda a metà e racconta frammenti di antiche storie, intrec-
ciandole a brani di canzoni, riempiendo le molte lacune
con parole di sua invenzione che si avvicinano al suono del-
la lingua della Patria Lontana della mamma. Lily conversa
con disinvoltura nella lingua inventata, senza sapere quali
parole sono autentiche, quali inventate, quali ibride. Il si-
gnificato sta nella musica e nell'intimità del loro letto-tap-
peto magico. Mille e una notte.
Quella sera, quando Mercedes va in cucina a preparare la
cioccolata calda per tutti, Lily scivola via dal grembo di papà
sulla poltrona con lo schienale alto senza svegliarlo e chiede
sottovoce a Frances di rifarle la fasciatura: Mercedes l'ha
stretta un po' troppo.
SEDICI ANNI

Frances è cresciuta di cinque centimetri. Adesso è alta un


metro e mezzo e grande abbastanza da lasciare la scuola. E
lo farebbe, se non fosse che papà da quell'orecchio non ci
sente. Frances vuole andare per il mondo a farsi un po' le
ossa prima di arruolarsi nella Legione Straniera come infer-
miera. Vuole attraversare il deserto travestita di giorno da
cammelliere e di notte da ammaliatrice, contrabbandando
documenti segreti per gli Alleati. Mata Hari e i suoi sette ve-
li. Solo che Frances sfuggirebbe al plotone di esecuzione al-
l'ultimo momento. Ma la risposta di papà, che non tiene in
nessun conto la stravaganza delle ambizioni di Frances, è
sempre la stessa: «Anche le spie - soprattutto le spie - devo-
no avere una cultura».
Già Mercedes si vergogna perché Frances si è fatta boccia-
re due volte. Non è che faccia una grande differenza, visto
che tutte e due hanno cominciato un anno prima perché sa-
pevano già leggere e fare le divisioni. Perciò, secondo i cal-
coli di Frances, in realtà lei è stata bocciata solo una volta.
Frances si sedeva sempre in fondo alla classe con i ragazzi
grandi, finché l'insegnante non ha capito che era meglio
spostarla davanti. Ha legato molto con i due Cornelius. Cor-
nelius il giovane è diventato carino, gli amici lo chiamano
Occhibelli. Si aspettano tutti che si faccia prete, perché nes-
suno ce lo vede come minatore o come soldato. Cornelius il
grande è una canaglia, detto Petalo. Tre anni fa Frances ha
visto il coso di Petalo, ma lei non gliel'ha mai fatta vedere.
Si limitava a estorcergli informazioni proibite e sigarette in
cambio di false speranze. Secondo Petalo, Frances prima o
poi gli avrebbe fatto vedere di cosa era capace, ma ogni vol-
ta Frances gli diceva: «Non sei altro che un bruto. Smam-
m a » . Petalo ha lasciato la scuola l'anno scorso e se n'è an-
dato nel Vermont a tagliare legna e a terrorizzare gli ameri-
cani, perciò, a parte Occhibelli e Mercedes, che non conta-
no, Frances non ha uno straccio di alleato alla Scuola del
Carmelo. A meno di non voler chiamare Suor Sant'Eusta-
chia Martire un'alleata.
E la preside, cioè la nemica numero uno di Frances.
Non perché abbia minacciato di espellerla, ma perché si
rifiuta di farlo. E in che altro modo Frances potrebbe an-
darsene da scuola? Ne ha combinate di cotte e di crude,
ma nessuna è sembrata grossa abbastanza a Suor Sant'Eu-
stachia: la sua fede - a giudicare da come crede in Frances -
potrebbe smuovere le montagne.
«Frances, tu hai ricevuto dei doni dal Signore: quando ti
deciderai ad applicarti?».
Silenzio. Odore di cera d'api. Frances è sulle spine.
La Suora non demorde. «Ci sono delle borse di studio
per gli studenti brillanti, ma dovrai metterti sotto e ottenere
buoni risultati».
«Sì, Suor Santa Stucca, grazie tante».
Frances crede che Suor Sant'Eustachia non se ne ac-
corga.
Oppure: «Frances, perché fai certe cose?». Domanda che
può riferirsi a tutto, dal rubare o danneggiare le cose altrui,
al ridurre una compagna di scuola in lacrime dicendole che
i suoi genitori sono appena morti in un incidente d'auto:
« L a testa di tua madre è schizzata via di netto».
«Perché, Frances, quando sappiamo che in fondo sei una
brava ragazza?».
«Mi dispiace, sorella. Cercherò di comportarmi in un
modo degno di tutti gli sforzi che lei fa per me ».
«Perché non in un modo che sia degno di te, Frances?».
Silenzio. Frances alza gli occhi al povero Gesù deluso sul-
la croce. Li abbassa sulle proprie dita gialle di nicotina.
«Cosa vuoi fare da grande, Frances?».
« L a parassita del varietà».
La suora non fa una piega. Frances diventa rosso barba-
bietola sotto lo sguardo azzurro perlaceo. Alla fine: « L o sai,
Frances, a volte sono le ragazze più sfrenate a rivelare la vo-
cazione pur forte ».
Manco morta, manco morta mi faccio suora.
«Ma non c'è bisogno che diventi suora per farti una buo-
na cultura e intraprendere una carriera gratificante. Oggi-
giorno le donne possono fare tutto. Tu sei intelligente, Fran-
ces, sei baciata dalla fortuna».
Già, la Fortuna, con quel suo alito fetente.
Frances si chiede: cosa ci vorrà mai per liberarsi? Perché
Suor Sant'Eustachia non fa altro che battere su un livido
vecchio e dolorante, e questo rammenta a Frances che razza
di mela marcia in realtà lei sia.
Frances è lì che smania nell'attesa che la sua vita cominci.
Ha tagliato da sola le maniche a quasi tutti i vestiti e li ha ac-
corciati: i tagli irregolari fanno furore. Ha deciso che ha
una figura perfetta, il che non è affatto vero. Si toglie i fioc-
chi dalle trecce, se le lega intorno alla fronte e, grazie al ro-
sario di opale di Mercedes, sperimenta lo stile fronte in-
gioiellata. Nel cassetto, dentro un calzino spaiato, nasconde
un rossetto Rosa d'Arabia che ha sgraffignato da Maclsaac. Si
è bruciacchiata i capelli cercando di stirarseli e ha sempre da-
vanti agli occhi Louise Brooks, con quel taglio alla maschietta
nero come l'ebano.
Louise Brooks ha spodestato Lillian Gish nel cuore e sul-
la parete di Frances. Lillian sopravvive soltanto in veste ono-
raria, sola soletta sul verginale lastrone di ghiaccio. Louise
arde sotto un nero velo vedovile, sorride con aria furba in-
dossando lo smoking, civetta da sopra il bordo di una coppa
di champagne, fa la smorfiosa sulle ginocchia di Jack lo
Squartatore, e siede scomposta tra un mucchio di canaglie,
vestita solo di una manciata di piume. E la migliore e la peg-
giore ragazza del mondo. E anche la più moderna. Frances
muore dalla voglia di essere «venduta al peccato», costretta
a salire sul palco e a frequentare «case di malaffare», dove
la vita sarà anche tragica, ma è un vero spasso.
Nel frattempo, marina la scuola per andare alla spiaggia o
al cinema. Ultimamente ha cominciato a macinare a passo
più o meno sostenuto i quattordici chilometri della Litora-
nea fino a Sydney, dove punta verso le banchine del lungo-
mare e gironzola attorno alle navi. Sta pensando di imbar-
carsi clandestinamente. Chiacchiera con i marinai dei mer-
cantili provenienti da tutto il mondo e per qualche penny li
intrattiene con i suoi procaci passi di tip tap e di Charleston.
E per un quarto di dollaro si lascia toccare il petto da qual-
che sporcaccione prima di darsela a gambe.
L'unica cosa che trattiene Frances dallo scappare via è
Lily. Prima di cominciare la propria vita dev'essere sicura
che Lily sia a posto. Cosa significhi «a posto» non è chiaro.
Frances lo capirà al momento. Intanto si accontenta di un
nuovo diversivo: il 12 novembre segue James nel suo na-
scondiglio nel bosco.
E stato difficile, perché non aveva una macchina per seguir-
lo, e poi lui se ne sarebbe accorto. Perciò si era acquattata die-
tro il sedile della Hupmobile, sotto una coperta.
Quando la macchina si ferma, Frances lo sente scendere.
Poi sente arrivare un'altra automobile. Sembra più un auto-
carro. Sente la voce di James e quella di un altro, morbida e
profonda. Aspetta finché non sente i passi allontanarsi, poi
si tira su pian piano e sbircia dal finestrino. C'è un capanno
col fumo che esce dalla cima di un piccolo comignolo - ave-
vo ragione!
Ha un moto di esultanza che la induce a riabbassarsi, qua-
si avesse fatto rumore. Torna a sbirciare giusto in tempo per
vedere James uscire dal capanno e darle le spalle. Lì vicino
c'è un rimorchio con sopra una struttura di legno coperta
da un'incerata. L'altro uomo esce dal capanno con un gros-
so barile sulle spalle.
Ha un'aria familiare, ma Frances non riesce a inquadrar-
lo. E ben piazzato, anche se non straordinariamente alto,
con il petto e le spalle ampi; si vede che è forte, ma non ha
nulla di spigoloso. Il corpo è una pila di cuscini, la faccia un
dichiarato invito a entrare e mettersi a proprio agio. Fronte
bombata e onesta, occhi grandi... c'è un elemento di fondo
che Frances si arrovella per identificare. Finché ci arriva:
sembra gentile, qualcosa in lui le ricorda Lily. Forse per
questo ha un'aria familiare. L'uomo fa scivolare il barile
dalle spalle sul retro del suo autocarro, dove Frances vede
stampato un nome: «Trasporti Leo Taylor». Anche questo
suona familiare, solo che le sfugge.
Frances guarda l'uomo trasportare un barile dopo l'altro
e una cassa tintinnante dopo l'altra mentre James aspetta.
Quando l'altro hai Hnito, lega assieme i lembi dell'incerata.
James si toglie un rotolo di biglietti dalla tasca e ne sfila
qualcuno. L'uomo dice: «Grazie, signor Piper».
E James dice: «Di niente, Leo. Non correre».
LASCIATI CHIAMAR MIA REGINETTA

« L o sai perché hai una gamba cionca, Lily?».


«Perché quand'ero piccola piccola ho avuto la polio, ma
Dio ha voluto che vivessi».
E un sabato pomeriggio di pioggia. Frances e Lily stanno
giocando al Carro Coperto sul letto di Mercedes. Mercedes
sta facendo volontariato all'ospedale e papà è andato Fran-
ces-sa-dove. Il copriletto di ciniglia è la copertura del carro e
dietro ci sono i loro figli: Rose Difterite, Giglio-Cencioso-
delle-Valli, la Spagnola, Maurice e tutti gli altri. Sono una fa-
miglia di pionieri diretta alla frontiera, e fra poco ci rimet-
teranno lo scalpo. Lily ha finalmente in pugno le redini.
«L'hai presa nel torrente».
I cavalli si arrestano. Lily aspetta.
«L'hai presa nel torrente perché appena sei nata la mam-
ma ha cercato di annegarti».
«Frances,» - labbro tremante, questa è la cosa peggiore
che Frances abbia mai detto - «la mamma mi voleva bene,
non mi avrebbe mai fatto del male».
«Eri una bambina scura scura. Tu e Ambrose».
«Frances, papà dice...».
«Non è tuo padre».
«Sì che lo è! ».
« Chiudi il becco, Lily, altrimenti non ti racconto niente ».
Sottovoce: «Sì che lo è!».
Frances si alza e va verso la porta. «Non fa niente, Lily,
tanto è chiaro che non t'importa un fico secco di sapere chi
è il tuo vero padre ».
«Sì che m'importa».
Frances dà una lunga occhiata a Lily, come a valutare la
sua capacità di reggere la verità. Poi: «Tuo padre è un nero
della zona di Coke Ovens, a Whitney Pier».
Lily incassa.
« L a mamma ha cercato di annegarti perché eri scura».
Ogni volta che Frances racconta la vera storia, la storia di-
venta un po' più vera.
«Sono io che ti ho salvata, Lily».
Lily si morde il labbro. Le labbra di Frances si sono fatte
bianche e tese. La gola è una fune bianca.
«Dall'anneglamento?».
«Annegamento, scema, non anneglamento».
Frances butta in terra le bambole e comincia a rifare il
letto. Le nere sopracciglia seriche di Lily tremano. « L a
mamma ha ucciso Ambrose?».
« G i à » . Improvvisamente sbrigativa, una bella sprimaccia-
ta al cuscino. .
Lily si mette a piangere.
Frances fa notare con ragionevolezza: «Aveva paura che
papà la uccidesse ».
«Ma lui non l'avrebbe fatto! ». Lily singhiozza.
Frances resta un attimo a guardare. Prova sempre un im-
menso sollievo quando Lily si mette a piangere. Le siede ac-
canto, la circonda con un braccio e accarezza la dolce testo-
lina. Cara Lily.
«E va bene, Lily... papà non farebbe mai male a nessu-
no».
«Mai».
«Non ti dico più niente, sei troppo piccola».
«Non è vero! ». Lily si ritrae, si sfrega via le lacrime dalle
guance.
«Sì che lo sei, Lily. Sei una dolce bimbetta».
«Dimmelo, Frances! Sono grande».
«Piccola».
«Grande! ».
«Minuscola».
«NO!».
«Oui».
«DIMMELO!». Lily paonazza, pugni che percuotono il
letto.
Frances si lascia cadere sul cuscino, le mani dietro la testa,
e si mette a cantare, un piede che ballonzola a tempo ap-
poggiato sul ginocchio dell'altra gamba: «Mademoiselle di
Armentières, pa-a-arlez-vous?». Lily comincia a smantellare il
letto appena rifatto. « Mademoiselle di Armentières, pa-a-ar-
lez-vous?» - copriletto strappato da sotto Frances - «Made-
moiselle di Armentières» - lenzuola buttate all'aria, rosario
attaccato con una spilla da balia - «quarantanni senza che
un bacio si faccia veder» - Lily è così arrabbiata che quasi
sviene - « trallallero parlez-vo-o-ous» - si aggira come una fu-
ria per la stanza, acchiappa un librone e strappa il dorso.
Estirpa interi blocchi di pagine e li butta dalla finestra, e ci
fionda dietro anche la rilegatura sventrata, come fosse un
sasso, fa una mezza piroetta sulla gamba robusta, col tutore
d'acciaio che svetta a lato, e scorge la Ragazza d'Altri Tempi
che suona Lasciati chiamar mia reginetta. Regge un parasole
giallo. Vive su un centrino tutto suo sopra la toeletta di Mer-
cedes. Lily l'agguanta.
«Dimmelo, Frances, o la faccio in mille pezzi».
«Non ti dico un bel niente, sei una pazza scatenata».
Lily alza il braccio: «Dimmelo».
«No».
Lily si ferma: l'idea di scagliare la Ragazza d'Altri Tempi
in terra è un'enormità che minaccia di concretarsi, perciò si
limita a lasciarla cadere. Sbatte in terra, parasole e testa.
Tac. Patapumfete. Ruzzola, ruzzola. Lily guarda sconvolta
quello che ha combinato. Frances spara la battuta finale.
«Se tutto questo è per farmela pagare, hai fatto cilecca,
hai soltanto distrutto le cose più care a Mercedes».
Di nuovo. Oh, no. Lily resta impalata con la bocca aperta
e la fronte aggrottata. Oh no, oh no, oh no.
«E va bene, Lily. Te lo dico,» Lily non si ricorda nemme-
no di cosa Frances sta parlando « ma devi giurare ».
Lily rimane impalata.
«Non preoccuparti, Lily, dopo puliamo».
«Ma ho rotto delle cose».
«Dopo le aggiustiamo, non ti preoccupare. Giura».
«Giuro».
«Devi giurare su qualcosa».
«Uhm... su Giglio-Cencioso-delle-Valli».
Il che le fa venire da piangere, perché immagina come si
sentirebbe se qualcuno arrivasse e facesse a Giglio-Cencio-
so-delle-Valli quello che lei ha appena fatto alla Ragazza
d'Altri Tempi. Giglio-Cencioso-delle-Valli con la testa stacca-
ta, pezzetti di stoffa grigia che fuoriescono. Ma Frances vuo-
le mettere ben altre poste in gioco.
« Giura sulla gamba cionca».
«Sulla mia gamba piccola».
«Che te la possano tagliare se lo dici a qualcuno».
Lily si guarda le gambe: la destra, quella forte, e la sini-
stra, quella come un fuscello. Nella schietta calza di lana
beige, che pende come pelle vuota nelle briglie d'acciaio; la
scarpa alta e stretta con quella mite faccia da cavallo, il mor-
so di ferro fissato sotto la suola. Il tallone sta molto meglio,
c'èjsolo una crosta dopo l'Anniversario dell'Armistizio.
«Va bene» dice Lily. «Non preoccuparti, gambina, man-
terrò il giuramento».
«Va bene. Allora. La mamma era impazzita dalla vergo-
gna per quello che aveva fatto con l'uomo di Coke Ovens.
In più stava morendo per una ferita, perché papà le aveva
tagliato la pancia con la baionetta per far uscire te e Am-
brose». Adesso mettetevi comodi. «Era notte fonda. Papà
l'aveva lasciata che dormiva ed era andato a cercare il dot-
tore. Ma lei si alzò, anche se era tutta squarciata». Frances è
scivolata nella voce paurosa, quella della storia del gatto
arancione. E la voce che usa quando racconta la verità. «Io
ero alla finestra della mia stanza e avevo la vestaglia scozze-
se. Ho visto la mamma giù al torrente. Ambrose era sul fon-
do. Stava per fare la stessa cosa con te, ma ha alzato gli occhi
e ha visto che la stavo guardando, così si è fermata. C'era
una luna luminosissima e io sono rimasta lì a guardarla ne-
gli occhi finché non è arrivato papà e l'ha trascinata in casa
insieme a te. Poi è morta».
« Povera mamma » piagnucola Lily.
Frances sbatte gli occhi, finalmente. «Povera mamma?
Ma se ha cercato di annegarti, idiota, sono io che ti ho sal-
vato».
«Perché non hai salvato la mamma?».
«Nessuno poteva salvare la mamma».
«Hai salvato m e » .
«Sì, tontolona, ti ho salvata».
«Grazie, Frances». Lily abbraccia Frances. «Papà lo sa?».
«Che ti ho salvato? S ì » .
« Lo sa che non è il mio vero padre?».
« Sì, ma non devi mai farne parola, Lily, ci resterebbe ma-
lissimo. Perché, anche se non sei sua, ti vuole bene più che
a noi».
«Vuole bene anche a te, Frances».
«Sì, ma a te più di tutti».
« Deve voler bene più di tutti anche a te ».
«Sì, Lily, se vogliamo è così».
«Io ti voglio bene più di tutti, Frances».
«E papà e Mercedes?».
«Anche a loro voglio bene più di tutti».
«Non è possibile voler bene più di tutti a mezzo mon-
do».

Mercedes ha trascorso la mattinata all'ospedale di New


Waterford. Ha letto ad alta voce a un veterano asfissiato dai
gas in guerra, ha svuotato padelle, ha cambiato l'acqua ai
vasi e in generale si è resa utile. Avrebbe portato anche Lily,
ma papà vuol essere sicuro che il piede sia perfettamente
guarito prima di arrischiarsi a farla uscire. Dopo l'ospedale,
Mercedes è andata alla chiesa del Carmelo e ha aiutato le
suore a pulire la balaustra della comunione e a spolverare
l'altare. Ha acceso un cero, si è inginocchiata ai piedi della
stupenda Maria alta due metri e mezzo e ha detto qualche
preghiera per mamma, Kathleen e Rodolfo Valentino e per
tutte le povere anime prigioniere del purgatorio.
Valentino è morto da tre anni. Quel giorno, saputa l'in-
credibile notizia, Mercedes aveva fatto di tutto per non cor-
rere a casa di Helen Frye. Aveva trovato la forza di impedir-
selo. E facile, davvero: basta che non ti muovi, così non fai
niente di cui potresti pentirti. Mercedes aveva trascorso la
giornata seduta, esausta, sul bordo del letto, a fissare la foto-
grafia di Rodolfo Valentino. Quando si era alzata, era stato
per sostituire la sua faccia nella cornice con una poesia che
aveva trovato nel «Reader's Digest» intitolata Non ti lagnare.
Mercedes attraversa sempre la strada quando vede Helen
Frye. Helen guarda mestamente Mercedes, anche se ha
smesso di salutarla. A quest'ora i Frye avranno capito quanto
si sbagliavano, senza dubbio Helen avrà versato la sua brava
dose di lacrime amare. Così imparano. Dopo quell'episodio,
Mercedes non ha più perso tempo con delle stupide ami-
che. E stata troppo occupata con la scuola e la famiglia. Que-
sto l'ordine delle priorità: Dio, famiglia, scuola, pianoforte,
amici.
Mercedes sta per compiere diciassette anni: novembre è
l'unico mese in cui lei e Frances hanno la stessa età. Merce-
des è all'ultimo anno delle superiori. Ha già in tasca una
borsa di studio per andare alla St Francis Xavier University,
sul continente. Di sicuro, per allora papà avrà trovato il mo-
do di fare a meno di lei. Cerca di non essere troppo egoista,
ma ha un tale desiderio di andare all'università. Ormai è
troppo tardi per l'altra ambizione, quella di essere la mi-
gliore studentessa che abbia mai onorato i corridoi della
Holy Angels. Si è data da fare per essere la migliore che ci
sia mai stata alla Scuola del Carmelo, e tra i migliori della
provincia. Tra questo e cucinare, pulire e fare anche da
baby-sitter... Mercedes cerca di non essere orgogliosa, ma
soltanto grata. Pensa a quante ragazze non riescono nem-
meno a finire le scuole superiori. Pensa a quei poveri bam-
bini che dividono un unico paio di scarpe con tutta la fa-
miglia.
Mercedes esce dalla chiesa, apre l'ombrello e percorre
Plummer Avenue attraverso una fìtta pioggerella, rivolgen-
do educati cenni di saluto a destra e a sinistra. Malgrado la
giovane età, sono in molti a chiamarla «Signorina Piper».
Viene spontaneo. Da una parte per il suo atteggiamento e
per le opere buone. Dall'altra per come si concia. E fasciata
di tweed, tutta azzimata, in camicetta bianca e cravattino ne-
ro, con guanti e paglietta messa di traverso sulla crocchia
sbiadita. Non manca mai di indossare guanti e cappello,
non solo per decoro ma perché, estate e inverno, si scurisce
immediatamente. A Parigi, Coco Chanel ha appena inven-
tato l'abbronzatura, ma la notizia non è giunta a New Wa-
terford. Sotto tutto il resto, Mercedes ha il suo bravo busti-
no e la sottoveste. Frances le ha detto che sembra appena
uscita dalla Macchina del Tempo, ma il buon gusto non pas-
sa mai di moda. A dire il vero, la civiltà è un sottile strato di
vernice: cos'altro abbiamo per distinguerci dalle bestie nei
campi, a parte, naturalmente, un'anima immortale? Le buo-
ne maniere, e un abbigliamento appropriato.
Coltivare la virtù della carità le ha fatto capire, tra le altre
cose, che i Mahmoud di Sydney hanno bisogno delle sue
preghiere. Perciò, oltre che per i morti, Mercedes prega per
i parenti sconosciuti. Sta pregando per loro in questo mo-
mento, dentro di sé, mentre oltrepassa la nuova pompa di
benzina e rivolge un cenno di saluto al signor MacIsaac. In
chiesa le era sfuggito di mente, ma non esistono momenti
inopportuni quando si tratta di pregare. E questa la cosa
meravigliosa. «Ti prego, caro Dio, non giudicare troppo se-
veramente i Tuoi servi di Sydney che hanno rinnegato la lo-
ro carne e il loro sangue. Amen ».
Anche se Mercedes era troppo giovane per reagire mise-
ricordiosamente ai primi catastrofici venticinque anni, si è
data molto da fare per correre ai ripari. E il tempo non
manca: in fondo, siamo solo nel 1929. Nel Ventesimo secolo
penosamente ferito ma ancora giovane, Mercedes conclude
la sua preghiera con un discreto segno della croce impresso
con pollice e indice uniti ed entra nel negozio kosher dei
Luvovitz a comprare un arrosto per la cena di domenica.
Il negozio di gastronomia dei Luvovitz si è ingrandito, e
adesso vende frutta, verdura, cibo in scatola, cibo essiccato e
cesti di generi alimentari sfusi, perché sono pochi quelli che
possono permettersi di comprare la carne regolarmente.
Mercedes apre la porta con uno scampanellio, e Ralph
Luvovitz alza gli occhi da dietro il bancone. Al vederla, le
punte delle sue adorabili orecchie a sventola diventano ros-
se come le strisce del grembiule che indossa. Mercedes gli
sorride, e in quel momento sembra giovane com'è. Scam-
biano qualche battuta scherzosa, evitandosi e incontrandosi
con gli occhi, e lui la tira per le lunghe mentre misura e ta-
glia la carta, srotola lo spago, sceglie il pezzo buono per l'ar-
rosto, lo avvolge e lo lega. Finita la trafila sembra essergli
sfuggito di mente che Mercedes sta aspettando di ricevere il
pacchetto. E Mercedes non glielo ricorda.
«Come va col clarinetto, Ralph?» gli chiede.
«Mi esercito»...
«Bene, siamo...?».
«Siamo...? scusa...».
«Scusa».
Sorriso.
«Siamo sempre d'accordo per domenica sera?» chiede
Ralph.
«Oh, sì. Posso portare le ragazze?».
«Certo, ottima idea».
Sorriso.
Mercedes riflette, e non è la prima volta, sul fatto che i lu-
minosi occhi castani e i riccioli biondo rossiccio di Ralph in
qualche modo sono più avvenenti del turbante e del torvo
sguardo nerofumo di Rodolfo Valentino. Sarà perché baste-
rebbe allungare la mano per toccarlo. Arrossisce di nuovo e
fa per prendere l'arrosto. Ralph lo lascia cadere.
Si conoscono da sempre, ma all'improvviso, negli ultimi
mesi, hanno cominciato a essere incredibilmente formali.
Cambiamento che non è sfuggito alla signora Luvovitz, oc-
cupata con l'inventario all'altro capo del corridoio.
Mercedes è una brava ragazza. Una ragazza meravigliosa.
L'ho aiutata a venire al mondo. Volevo bene a sua madre co-
me a una figlia. Ma.
Il problema è che, se i Luvovitz devono avere dei nipoti -
nipoti ebrei -, non può certo essere una shayna maidela cat-
tolica a darglieli, o sì?
« Non ti agitare » le ha detto Benny.
« Come faccio a non agitarmi? Non vorrai un nipote cat-
tolico ».
«Non sarebbe male avere un nipote».
La signora Luvovitz rimane senza fiato e non riesce a pro-
seguire la discussione. Benny le dice: «Dai, vieni qui».
Lei si avvicina. Lui dice: «Vorresti che andasse a scuola e
vorresti che rimanesse a casa». Lei annuisce. Lui dice: «Vor-
resti che facesse il dottore e vorresti che facesse il droghie-
re». Lei annuisce di nuovo, sorridendo adesso tra le lacri-
me. « E » continua Benny «dovrebbe sposare una bella ra-
gazza ebrea e andare a vivere a due passi da noi». Lei an-
nuisce, infilando un fazzoletto fra la spalla del marito e il
proprio naso.
« Lo sai, Liebchen, siamo stati noi a venire qui. Se fossimo
rimasti nella Patria Lontana ci sarebbero state un sacco di
belle ragazze ebree. Non è colpa di Ralph se l'abbiamo fatto
nascere qui». Si interrompe. «E non è colpa sua se...».
Ma non ha bisogno di continuare. Lo sanno tutti e due.
Se Abe e Rudy non fossero rimasti uccisi in guerra, la signo-
ra Luvovitz non si farebbe tanti problemi all'idea che Ralph
sposi Mercedes.
Da sopra i barattoli di detersivo olandese, la Luvovitz
guarda Mercedes contare i soldi da dare a Ralph e guarda
lui sistemarli meticolosamente nella cassa. Lo vede mentre
lascia scivolare un bocciolo di cioccolato nella mano di Mer-
cedes prima che vada via.
Mercedes esce dal negozio kosher dei Luvovitz con la te-
sta tra le nuvole. A chi somiglieranno i figli miei e di
Ralph? Un pensiero che mantiene il rosa acceso sulle guan-
ce per vari isolati. Mercedes Luvovitz. Moglie di Ralph Lu-
vovitz. I loro figli saranno cattolici, naturalmente.
Mercedes lascia galoppare la fantasia, poi, all'altezza di
King Street, tira le redini e si ricorda di aprire l'ombrello.
Chissà se Frances e Lily hanno fatto quel picnic. Speriamo
di no, con questo tempo.
Svolta in Water Street e vede che papà non è ancora rien-
trato. Meglio così. Ho voglia di stendermi un po' prima di
preparare la cena.
Mercedes sale in camera sua. La casa è tranquilla. Lily e
Frances avranno finito per fare il picnic. E carino da parte
di Frances giocare tanto con Lily, così Lily non resta sempre
affidata a me, anche se vorrei che Frances avesse un'amica
della sua età. Una brava ragazza.
Mercedes si stende sul letto rifatto alla perfezione e lascia
che gli occhi vaghino soddisfatti per la stanza. Ha soltanto
cose belle. Libri. Sul comodino ha incorniciato la vecchia
fotografia di mamma e papà sotto l'arco. E, nascosta in un
posto sicuro, c'è l'unica fotografia rimasta di Kathleen...
hmm, che ci fa in terra, è sempre infilata dentro Jane Eyre,
dove papà non la può trovare. Mercedes raccoglie la foto e
la mette sul comodino. La rimetterà nel libro dopo aver
schiacciato un pisolino.
I suoi occhi si posano sonnacchiosi sulla parete sopra la
toeletta dove ha appeso il ritratto di Nostra Signora che ap-
pare a Bernadette nella grotta di Lourdes. Rose gialle sboc-
ciano ai piedi di Nostra Signora e, disposte ad aureola in-
torno alla testa, le parole che ha detto a Bernadette: «Io so-
no l'Immacolata Concezione». Tra loro scorre un ruscello,
quello che si è trasformato nelle acque guaritrici di Lourdes
e che oggi fornisce quarantacinquemila litri al giorno per
tre. Nostra Signora è apparsa a Bernadette sei volte per tre.
Ha detto tre volte a Bernadette di abbeverarsi al ruscello,
cosa che Bernadette ha fatto dopo aver gettato via le prime
tre manciate d'acqua. Nostra Signora le ha rivelato tre se-
greti, che Bernadette si è portata nella tomba. Bernadette si
è sottratta alla notorietà facendosi suora. In convento si è
adoperata nell'ospedale e nella cappella, lottando tutta la
vita per tenere a bada il suo caratteraccio. Quando le chie-
devano cosa stesse facendo, Bernadette rispondeva: «Vado
avanti col mio lavoro: essere malata». Tre giorni dopo la Fe-
sta dell'Immacolata Concezione era stata costretta a metter-
si a letto. A trentasei anni è morta di asma, tubercolosi e un
tumore al ginocchio. Ha ricevuto l'estrema unzione tre vol-
te. Alla sua morte tre suore si sono inginocchiate accanto a
lei e adesso tre milioni di fedeli all'anno si riversano nelle
tre basiliche di Lourdes, dove ogni tanto le acque operano
una guarigione miracolosa.
A Mercedes è venuto molto sonno pensando a Bernadet-
te. Staccandosi dall'immagine, gli occhi vanno com'è logico
a cadere sulla statuina della cara Ragazza d'Altri Tempi. Gli
occhi di Mercedes si spalancano. Diabolico.
La Ragazza d'Altri Tempi ha il parasole al posto della te-
sta e la testa al posto del parasole. Regge con eleganza i ric-
cioli verso il sole con l'inanimato parasole giallo piantato
come una bandiera nel collo vuoto. Frances.
Mercedes sbatte gli occhi per ricacciare le lacrime. Sem-
pre la stessa storia... appena ho qualcosa di bello, qualcosa
di pulito. Va alla toeletta, riparando alle lacrime con un sot-
tile polso tremante.
Esamina il corpo. I pezzi sono stati incollati in quel mo-
do, a questo non c'è rimedio. Non subito, almeno. Che far-
ne, dove metterla nel frattempo perché non sia come una
puzza oscena, invisibile eppure soffocante? La cassa del cor-
redo. E rimasta chiusa a chiave da quando Frances ha mes-
so a Trixie la veste battesimale. Mercedes ha la chiave.
Prende, senza guardarla, la statuina sfigurata, che tintin-
na appena appena. Avviandosi, prende la foto di Kathleen
per rimetterla tra le pagine di Jane Eyre, ma J a n e si è invola-
ta. Non è sullo scaffale accanto alla finestra. Non si vede da
nessuna parte. Deve averla presa in prestito Frances. Di
nuovo.
Una cosa per volta. Mercedes darà la caccia al libro dopo.
Si mette Kathleen in tasca e si avvia verso le scale che porta-
no in soffitta. Ascolta. Silenzio. Sale le scale.
La soffitta è talmente vuota. Nient'altro che la cassa del
corredo. A contraddistinguere la soffitta c'è solo un altro
elemento, che è a sua volta un'assenza: il segno di una cro-
ce sul muro, a metà altezza, dove prima c'era un crocifisso.
Mercedes si ricorda di quando quella era la stanza di Kath-
leen. Prima che ci morisse, in pace, nel sonno.
La cassa del corredo è un buon posto per conservare cose
come la Ragazza d'Altri Tempi rovinata, perché la soffitta è
completamente separata dal resto della casa, in uno stato di
perpetua quarantena. E davvero una stanza abbandonata.
Ecco il perché della tristezza che si avverte, ritiene Merce-
des. Triste come una chiesa sconsacrata. Se la prossima vol-
ta mi ricordo, magari ci rimetto il crocifìsso. O forse no, al-
trimenti non potrei conservarci cose come la Ragazza d'Al-
tri Tempi rovinata. Mercedes vede il vantaggio pratico di
avere una non-stanza in casa.
Apre la cassa del corredo. L'odore di cedro forma una
nube viva e soffice, resuscitando un dolore antico. Merce-
des non ha nessuna voglia di star lì a rovistare nel passato.
Prende la prima cosa che le capita - la veste battesimale è in
cima alla pila dopo l'episodio di Trixie - e ci avvolge la Ra-
gazza d'Altri Tempi. Dopo le peripezie di quella veste, quel-
lo non può certo essere considerato un gesto dissacrante.
Abbassa il coperchio e chiude a chiave. Rimane un attimo
nella più vuota delle stanze. Poi se ne va, chiudendosi pian
piano la porta alle spalle.
Quando arriva in soggiorno si sente più calma. Papà rien-
trerà da un momento all'altro e lei non deve lasciar inten-
dere che qualcosa non va. Si siede al pianoforte. Di sicuro
Lily ha urtato la stamina senza volerlo, dopo tutto è una
bambina - barn, barn, barn sul do diesis inceppato, papà dice
sempre che lo deve aggiustare e non lo fa mai. Mercedes ha
come l'impressione di aver perdonato Lily per l'episodio
dell'albero genealogico e adesso si predispone a perdonare
Frances per aver mutilato la Ragazza d'Altri Tempi. Apre le
Canzoni nel cuore di tutti a pagina trentadue. Stranamente,
Mercedes ha sempre trovato molto più facile perdonare
Frances che Lily, anche se Frances ha un'ispirazione satani-
ca e Lily è indiscutibilmente innocente. Mercedes ha biso-
gno di perdonare Frances esattamente come Frances ha bi-
sogno di consolare Lily.
Mercedes fa per sfiorare i tasti ma si interrompe e si
infila la mano in tasca, dove ha dimenticato Kathleen. Tira
fuori la foto e l'appoggia sul leggio, accanto allo spartito.
Kathleen ha l'uniforme della Holy Angels, le mani sulle gi-
nocchia, e ride. Era proprio bella. Intorno ai capelli è un
pó' sfuocata perché non riusciva a star ferma abbastanza
da farsi fotografare. Ecco, Mercedes dice mentalmente a
Kathleen, puoi ascoltare e guardare mentre ti suono una
canzone.
Mercedes comincia a suonare. E a cantare con trasporto:
«"Sto invecchiando, mio tesoro. Strie d'argento in mezzo
all'oro, ingrigiscono la testa, poco è il tempo che ci resta.
Ma mia cara tu sarai, sarai, per me bella più che mai. Sì! Mia
cara resterai, per me bella più che mai"».
Trixie, Frances, e poi Lily entrano in una teoria silenzio-
sa. Lily ha la faccia annerita dal carbone, a parte un grosso
ovale intorno alla bocca. Mercedes le vede ma continua a
cantare. Frances guarda Mercedes e scommette fra sé che
non è ancora andata in camera sua.
Frances, Lily e Trixie si siedono sul divano ad ascoltare.
«"Con le rose a primavera, ti dirò, scesa la sera: Oh mia
sola, mio amor, mai e poi mai potrai invecchiar"».
Papà è sulla porta. La canzone finisce.
«Era bella, Mercedes».
«Grazie, papà».
«Suona qualcos'altro, cara» dice attraversando la stanza
per andarsi a sedere nella sua poltrona.
« Suona Oh mia cara Clementina» è la richiesta di Lily.
«Che caspita ti sei fatta alla faccia?».
«Abbiamo fatto una recita truccate da negre nella carbo-
naia, papà» dice Lily.
James guarda Frances. Frances si limita a restituire lo
sguardo. Papà sorride a Lily:
«Vieni qua, bricconcella».
Lily salta in grembo a papà.
«Continua a suonare, Mercedes».
Mercedes suona e papà e Lily cantano, accoccolati insie-
me nella sua poltrona. Frances li guarda come impietrita.
Lily si sgola sulla sua parte preferita: « le cassette delle arin-
ghe fan da scarpe a Clementina». Lily si chiede sempre che
ne è stato di Clementina, la figlia del minatore del Quaran-
tanove, «perduta ormai per sempre», dove?
La canzone finisce; papà si toglie con delicatezza Lily dal-
le ginocchia e si alza.
« Sai che ti dico, Mercedes, ora prendo e sistemo quel do
diesis».
«Oh, grazie al cielo, papà, è talmente fastidioso». Merce-
des è una signora. E capace di parlare con papà in quel mo-
do. Frances non riesce a crederci. James solleva il coperchio
del piano e guarda dentro. «Dagli un colpetto, Mercedes».
Lei ubbidisce.
« E una sciocchezza, » dice James « vado a prendere gli at-
trezzi». A quel punto vede la fotografia. La ragazza che ride
piegata in avanti alonata dalla fretta: «Papà! ». La casa è alle
sue spalle e si vede Materia che saluta dalla finestra della cu-
cina. Ha in mano qualcosa che luccica, e si sfrangia in con-
troluce sull'obiettivo. A James sembra di sentire Kathleen
che ride rivolta a lui, senza nessuna paura, senza niente di
cui aver paura. Non come adesso in questa stanza. Adesso è
il cupo passato. Allora era il luminoso presente. La sente ri-
dere. Sente l'acqua scorrere nel torrente, e la mano di Ma-
teria che saluta sfrangiandosi, anche se la faccia si vede ap-
pena. Kathleen ha quattordici anni. Ti credi al sicuro, fin-
ché non vedi un'immagine del genere. Allora sai che sarai
per sempre schiavo del presente, perché il presente è più po-
tente del passato, non importa quanto tempo fa il presente
sia avvenuto.
Se solo non l'avesse lasciata andare tanto lontano da casa.
Se solo fosse andato con lei a New York. Non sarebbe suc-
cesso niente. Non sarebbe mai rimasta incinta. Non che mi
dispiaccia che sia nata Lily, Lily è il mio conforto, ma la mia
prima figlia... Ora sarebbe con me. Oh mia cara. Il respiro as-
sale i polmoni di James, che esce dalla fotografia in bianco e
nero per tornare nella stanza a colori viventi.
E si guarda intorno. La mia figlia brava. La mia figlia cat-
tiva. E la cara figlia di mia figlia... con la faccia nera. Non va-
le la pena arrabbiarsi per così poco, anche se Frances fa cer-
te cose al solo scopo di farmi arrabbiare.
«Che ci fa questa qui?» chiede a Mercedes, sommessa-
mente. Non ci sono fotografie di Kathleen da nessuna par-
te. Non c'è un solo arcolaio in tutto il regno, per così dire, e
tu ti vai a pizzicare il dito.
Mercedes risponde: «Mi dispiace, papà».
Frances fissa James. «Sono stata io».
Mercedes ruota sullo sgabello del pianoforte. Vuole dire
a Frances: no, con te ci andrà molto più pesante, non devi
espiare per aver rovinato le mie stupide cose assumendoti la
colpa di questo. Ma Frances si scava deliberatamente la fos-
sa. « Kathleen era mia sorella e mi piacerebbe vederla ogni
tanto».
James diventa sempre più bianco. La parte azzurra degli
occhi si va arroventando.
Frances lo attizza. «E poi perché non possiamo? Aveva
qualcosa che non andava? Era forse pazza o roba del gene-
re?». Il tono è disinvolto e insolente.
Mercedes non trova la voce. E autunno nella sua bocca e
la lingua non può che frusciare. A Lily non piace quando
papà guarda Frances in quel modo. Non è più papà. Non il
suo papà.
«Era per caso una puttana?». Frances, in tono sollecito.
Ahhh, ci ho azzeccato. Guardalo lì, tutto acceso come una
candela pasquale.
James dice calmo a Frances: «Vieni con m e » .
Frances fa spallucce e si alza, indifferente, rivolgendo un
ghigno a Mercedes. Mercedes si copre la faccia con le mani.
James dice a Mercedes: « Porta tua sorella a fare un giro ».
«Andiamo, Lily».
Lily ha il bernoccolo sulla fronte, ma ubbidisce.
Frances si trascina lemme lemme incontro a James, che a
quella vista scatta, l'afferra per la collottola e la scaraventa
fuori dalla porta. Mercedes spinge Lily fuori casa.
«Dove andiamo, Mercedes?».
«Fuori».
« H o rotto la tua cosa preferita».
«Non m'importa, Lily, cammina per favore»... giù per le
scale della veranda.
«Frances l'ha incollata ma l'ho rotta io e ho strappato an-
che il tuo libro, non volevo».
« Sono soltanto cose, Lily, non hanno nessuna importan-
za».
Volente o nolente a Lily tocca starle dietro, Mercedes la
tiene per il polso.
«Scusa, Mercedes».
Nessuna risposta.
«Mercedes... ».
«Adesso basta, Lily».
Si trascinano per la città finché non raggiungono la sco-
gliera sopra la spiaggia. Mercedes rimane a fissare il mare
grigio. Lily si siede sul ciglio con le gambe penzoloni.
«Perché io non l'ho mai vista quella fotografìa?».
« L o sai benissimo, perché papà non vuole pensare a
Kathleen. Gli fa troppo male».
«E tu l'hai nascosta?».
«Sì. Nel libro che tu hai distrutto. Perciò è saltata fuori».
«E il libro che a Frances piace leggere. Perciò senza vole-
re l'ho distrutto. Perché Frances senza volere me l'ha fatto
distruggere».
«Ah, ecco. Allora deve ringraziare te per qualunque cosa
papà le farà».
«Perché hai messo la fotografìa sul piano, Mercedes?».
Mercedes si raggela. Già, perché? Sicuramente non di
proposito. Mercedes gira lentamente la testa e guarda Lily.
La vede cadere sugli scogli sottostanti. L'unica cosa a non
rompersi sarebbe quella gamba avvizzita nel tutore d'ac-
ciaio.
Senza guardare Mercedes, Lily si alza e ritorna verso la Li-
toranea. Si volta per guardare se Mercedes la segue, ma
Mercedes è inginocchiata sul precipizio, di fronte all'ocea-
no.
«Mercedes» chiama. «Non cadere, Mercedes».
Mercedes si fa il segno della croce e si alza. Dio la perdo-
nerà. Gli ha fatto una promessa.

In Water Street, le pareti esterne del capanno battono a


intermittenza come una grancassa con pedale che all'inter-
no tiene il tempo. Nel capanno l'esecuzione ha avuto inizio.
Afferrata alla gola in levare, Frances è sulle punte, poi la
schiena si schianta al muro in battere, due crome di testa
contro il legno, le nocche un chiocchiolio involontario.
Nella pausa di una minima lui le accende il viso esangue
con l'azzurro stoppino dei propri occhi, e i versi ci danno
dentro con spirito: «Che diritto hai, non hai nessun diritto,
nessunissimo diritto nemmeno di nominarla, chi sarebbe
una puttana, di', chi sarebbe una puttana! ». Le due battute
successive sono come la prima, poi si passa al secondo movi-
mento, piroettare la compagna dal muro fino al banco da
lavoro, che la coglie al fondoschiena, acciaccatura in bilico
perché lei, essendo giovane, rimbalza. Staccato sulla faccia,
poi Frances estende la sua gamma di percussione e si fa tam-
burello silenzioso. Porta a compimento questa parte fingen-
do con se stessa di essere davvero Giglio-Cencioso-delle-Val-
li, il che la fa ridere e scatena in lui la seconda strofa: «Non
ti permetto di nominarla,» nota accidentale al naso che si
risolve in un grande accordo maggiore: «Hai - Ca - Pi - To
- Be - Ne?». Siamo passati al tono solenne; d'ora in avanti
sotto con le semibrevi. Lei vola contro un altro muro e lui
segue la traiettoria, prendendosela comoda ormai, perché
ci avviamo al gran finale. Ultimo schianto di legna e tessuti,
e siamo alfine al melodamma: « Ti strappo via la lingua dal-
la bocca». Lei gli fa la linguaccia e sente sapore di sangue.
Inserto finale nelle viscere. Frances si piega in due sul pavi-
mento. Danza moderna.
Per prima cosa Mercedes portò a Frances la Spagnola e
gli altri suoi amati figli, disponendoli amorevolmente sul
letto. Anche se Frances non si accorse del loro arrivo, Mer-
cedes sapeva che la loro presenza l'avrebbe rincuorata. Poi
prese un catino e un panno per pulirle la faccia.
Il gonfiore fa sembrare Frances ancora più giovane dei
suoi sedici anni, soprattutto ora che è circondata da tutte le
bambole. Alla fine parla, impastando un po' le parole.
«Dov'è Trixie?».
«Stai tranquilla, Trixie sta bene».
Frances ha male dappertutto, e lo trova rilassante. E una
sensazione piacevole che non prova quasi mai.
Mercedes strizza il panno: «Non dovresti farlo arrabbiare
così».
« S e lo merita».
«Sei tu quella che ci rimette».
Frances ingoia cautamente. «Mi dispiace per le tue co-
se».
« Non preoccuparti, Frances. Non dovevi prenderti la col-
pa della fotografia».
«Sì che dovevo».
«Perché?».
«Perché le cose stanno così, Mercedes. Non puoi cam-
biarle ».
«Non sono d'accordo, non ha senso, non dovrebbe pic-
chiarti per qualcosa che ho fatto io ».
«A te non ti picchierebbe».
«Appunto, non c'era bisogno di picchiare nessuno».
«Sì, ce n'era bisogno. E poi, così almeno posso fargliela
pagare».
«Per cosa?».
Frances guarda Mercedes e accenna un sorriso, che fa
luccicare la cicatrice fresca sul labbro inferiore.
«Per quella cosa che tu non sai. E chi non sa non soffre».
Mercedes non dice niente. Frances allunga la mano verso
Rose Difterite, l'abbraccia e chiude gli occhi.
Mercedes ha detto a papà di aver incenerito la fotografia
nella stufa. Ma è una bugia. Lei non può separarsene. La-
scia Frances a dormire, ma prima di andare nella carbonaia
a mantenere la promessa che ha fatto a Dio, sale le scale del-
la soffitta per la seconda volta. Mercedes sa che papà non
guarda mai nella cassa del corredo. La foto sarà assoluta-
mente al sicuro lì dentro.
Quando la casa è tranquilla, Trixie sfreccia su per le scale
in camera di Frances e Lily e balza quatta quatta sul letto. Si
rannicchia fra le bambole nella piega del braccio di Fran-
ces. Sta un po' a guardare Frances dormire. Poi mette la te-
sta sul cuscino, allunga la zampa e l'appoggia sulla fronte di
Frances. Nessuna delle due si muove fino al mattino.
NOI SIAMO I MORTI

...Io tutto solo devo andare


nessuno a dirmi cosa fare
lungo fiumi e presso stagni
su per i pendii dei sogni...
ROBERT LOUIS STEVENSON
« I L REGNO DEI SOGNI»

Un'apertura nella terra a un terzo di una ripida china di


calcare, erba rada e suolo scarno. Pini strambi che crescono
qua e là paralleli al pendio. Un arco nella terra. Nessuna
iscrizione. Una miniera clandestina abbandonata. Una mi-
niera con accesso a pozzo, di quelle che tagliano la parete di
una collina e scavano in orizzontale.
Ogni volta che qualcuno scopre una vecchia miniera da
quelle parti, pensa di aver scoperto la vecchia miniera fran-
cese, che non è legata all'idea di un tesoro, ma è solo il pri-
mo buco scavato allo scopo di estrarre il «sole sepolto». So-
no queste le cose che assumono importanza quando man-
cano le cattedrali.
« E la vecchia miniera francese » dice Frances. « Nessuno
sa che è qui».
Frances e Lily, ai piedi della collina, guardano in alto. Al-
le loro spalle c'è il bosco, dove Frances ha appena inciso i
pini con le forbici da cucina per ritrovare la via. Solleva una
mano per schermarsi gli occhi alla maniera di un coman-
dante della Legione Straniera, a dispetto del cielo rannuvo-
lato di Cape Breton. L'incavo dell'occhio sinistro, quasi
guarito, è giallino, mentre il destro è ancora una sacca mal-
va, ferite riportate nell'ultimo scontro faccia a faccia con gli
algerini, monDieu!
Nella sua divisa azzurra da Guida, Frances è convinta di
avere un'aria ardita. Il fazzoletto perfettamente annodato,
l'angolazione del berretto che non sgarra di un millimetro, il
borsino di pelle agganciato alla cintura. Le mancano soltanto
i distintivi. Deve ancora guadagnarsene uno. Deve ancora
presenziare a un secondo raduno di Guide. Lily ha l'unifor-
me da Coccinella. Papà le ha finalmente permesso di iscriver-
si perché è un secolo che non prende nemmeno un raffred-
dore. Quel pomeriggio Frances avrebbe dovuto accompa-
gnarla al suo primo raduno di Coccinelle, e invece l'ha por-
tata lì. Hanno fatto tutta la strada a piedi, miglia e miglia.
Frances ha detto a Lily che si sarebbe guadagnata il distintivo
di camminatrice.
«Ci sono uomini morti lì dentro, Lily. E diamanti».
«Come in Aladino ».
«Esatto».
«Adesso andiamo a casa, Frances».
«Entriamo».
.Frances fa per prendere la mano di Lily, ma lei la ritrae.
«E dai, Lily, soltanto una visitina».
«No, Frances, ci sono i morti là dentro».
«I morti sono assolutamente innocui».
«E i fantasmi?».
«Quelli non esistono».
«E allora a chi la facciamo la visita se sono tutti morti?».
«A Ambrose».
Lily scruta la faccia di Frances. «Ambrose è morto ».
«Non è vero».
«E invece sì, è annegato, l'hai detto tu».
« Sì, è annegato, ma non è morto, Lily, è un angelo, non ti
ricordi? E diventato un angelo, succede. Ed è lì dentro. E lì
che vive. Secondo me è arrivato il momento di fartelo cono-
scere».
«No».
«Dai, ci sono io».
«No».
Frances afferra il braccio di Lily e la tira, come se cercasse
di far salire le scale a un cane.
«Ti guadagnerai un distintivo per questo, Lily».
«Non voglio andare lì dentro, Frances». Lily ha la voce
che trema dalla paura.
«Se non ti guadagni il distintivo dell'angelo custode, non
potrai avere le ali per volare fino alle Guide ».
Frances attacca a ridere e Lily sa che le cose si stanno met-
tendo male. Hanno cominciato a scalare la china, con Lily
che si torce nella stretta di Frances. Frances l'abbranca co-
me un sacco di patate e se la carica in spalla. Lily smette di
dibattersi. Si arrampicano verso l'imboccatura della minie-
ra. Entrano.
Non c'è granché da vedere: una manciata di travi e puntel-
li putridi, una pala arrugginita. Frances porta Lily più avanti.
Diventa buio. L'aria è stantia. Seguono una curva nel tunnel e
perdono di vista la luce dell'entrata. Frances procede lenta-
mente nell'oscurità umida e informe.
Lily chiede calma: «E se ci perdiamo?».
«Non è possibile. Ambrose ci troverà».
Lily piagnucola.
«Lui ti vuole bene, Lily, non aver paura».
«Voglio andare a casa».
«Siamo a casa. Siamo a casa sua».
Frances si ferma e la mette giù. Le sue dita cercano il gan-
cio sul borsino da Guida. Sfila una sigaretta e accende un
fiammifero sulla fibbia della cintura. La lingua di fuoco illu-
mina: una pozza d'acqua stagnante a qualche centimetro dai loro
piedi, mio Dio, quant'èprofonda?E laggiù, appoggiato al muro...
Lily urla. Frances si accende la sigaretta e soffia sul fiammi-
fero.
« C ' è qualcuno qui, Frances». La voce di Lily trema.
« L o so».
«E in piedi laggiù. Dall'altra parte dell'acqua».
Frances tira una grande boccata. «Com'è?».
« H a la tuta. E un piccone. E un cappello con la visiera».
« Ha una lampada sul cappello?».
«Sì. Di quelle a teiera».
«Dev'essere morto da un bel pezzo».
Frances soffia invisibili cerchi di fumo.
«Frances»... La paura di Lily ha varcato il limite.
«Non è Ambrose, Lily. E un minatore morto».
Frances accende un altro fiammifero: la pozza, il muro che
trasuda... Lily urla di nuovo e la fiamma svanisce.
«Non èuri minatore, Frances».
«E cos'è?».
«Lia una maschera».
«Una maschera di Halloween?».
«Una maschera antigas. Ha un fucile con una baionetta
al fondo».
«Un soldato morto».
Frances accende un altro fiammifero: l'acqua nera, mura di
pietre e terra...
«Non c'è più» dice Lily.
«Ambrose l'ha portato via perché sapeva che avevi paura.
Bambina. Bambina Coccinella».
« Qui non c'è Ambrose ».
«Sì che c'è».
«Dove?».
Frances butta la sigaretta che sfrigola a contatto con la
pozza invisibile.
«Qui dentro».
Lily guarda in basso, stordita dal buio. «Gli angeli vivono
in paradiso».
«Vivono dove diavolo gli pare e piace».
«Faccio la spia. Hai fumato e bestemmiato».
«Va' pure a spifferarlo. Io e Ambrose ci occuperemo co-
munque di te».
«Ambrose non esiste».
« La notte si tuffa in questa pozza e nuota in un fiume sot-
terraneo che, quando sbuca in superficie, si trasforma nel
nostro torrente. Lui prende fiato e nuota nell'acqua bassa,
lungo e bianco, finché non arriva a casa nostra. Allora si ar-
rampica sull'argine e, gocciolando, attraversa lentamente il
cortile e apre la porta della cucina. Passa accanto al forno,
imbocca il corridoio e attraversa il salotto. Sale le scale sen-
za fare rumore e passa davanti alla porta della soffitta, poi
entra nella stanza dove dormi tu. Si mette ai piedi del letto
e ti guarda. Ha i capelli rossi.
«Dopo se ne va, ma non può tornare indietro a nuoto.
Deve spostare il masso nell'orto e scendere in un tunnel che
ormai è troppo piccolo per lui, finché non arriva alla triste e
solitaria miniera. Cammina per miglia e miglia a piedi scal-
zi, passando accanto a tutti i soldati e minatori tranquilla-
mente appoggiati ai muri. E ogni volta che fa il percorso a
ritroso verso la pozza gli si spezza il cuore. Perciò lo capisci
quanto ti vuole bene, Lily, se fa un viaggio del genere una
notte dopo l'altra».
Silenzio. Lily si fa la pipì addosso.
I passi di Frances si allontanano rapidi e svoltano alla cur-
va finché Lily non li sente più. Ha i calzettoni da Coccinella
fradici. Sviene.
Non sentendo più Lily piangere o urlare, Frances torna
di corsa nel buio e accende un altro fiammifero. Oh, mio
Dio: «Lily! ». Ma Lily giace immobile, morta per un attacco
di cuore a dieci anni, può succedere: «Lily!». Frances la
scuote, le butta acqua sulla faccia, e lei si sveglia. Frances la
prende a cavalluccio, la porta fuori dalla miniera e si fa
metà della discesa sdrucciolando tra pietre e terriccio. Arri-
vate al fondo, l'appoggia contro un albero coperto di mu-
schio e, le mani sulle ginocchia, riprende fiato.
Lily apre gli occhi. «Frances, mi sono fatta la pipì addos-
so».
«Non ti preoccupare, adesso andiamo subito a casa e ti
cambi, d a i » .
Lily resta seduta. «Frances, e se Ambrose è il diavolo?».
«Non è il diavolo. Io lo so chi è il diavolo, e non è Am-
brose».
« E chi è?».
Frances si accovaccia come se stesse parlando con
Trixie. «Questo non te lo dirò mai, Lily, puoi diventare
grande quanto vuoi, perché il diavolo si vergogna. Si ar-
rabbia se qualcuno lo riconosce e, appena succede, lui poi
lo perseguita. Io non voglio che il diavolo ti perseguiti».
«A te ti perseguita?».
« Sì ».
«Gesù può vincere il diavolo».
« S e Dio vuole».
«Dio è contro il diavolo».
«E Dio che ha fatto il diavolo».
«Perché?».
« Per divertimento ».
«No, per metterci alla prova».
« S e lo sai, cosa me lo chiedi a fare?».
« Papà dice che non esiste il diavolo, che è solo una fanta-
sia ».
«Il diavolo vive con noi».
«Non è vero».
«Tu lo vedi ogni giorno. Il diavolo ti abbraccia e mangia
accanto a te».
«Papà non è il diavolo».
«Io non ho detto questo... ».
Frances ha lo sguardo asciutto, miccia nell'occhio; la voce
è un mucchio di fieno che prende fuoco al centro, la bocca
una linea cucita. «Sono io il diavolo».
In quel preciso istante Lily smette di aver paura di qua-
lunque cosa Frances possa dire o fare. Smette di aver paura
di qualunque cosa in assoluto. Allunga la mano e prende
quella di Frances. La mano bianca che odora sempre di
fiorellini di campo, giglio delle valli. La mano che ha sem-
pre allacciato i bottoni e le stringhe di Lily e fabbricato fan-
tastici oggetti. Stringe la mano di Frances e le dice: «Non
preoccuparti, Frances».
La faccia pesta di Frances si corruga e la fronte crolla sul-
le ginocchia mandando di sghimbescio il berretto da Gui-
da. Le braccia magrissime circondano le gambe, e piange.
Lily accarezza la schiena robusta mentre Frances continua a
borbottare qualcosa.
Anni dopo, Frances ricorderà che stava dicendo: «Scusa-
mi, scusami, Lily, scusami».
Ma la memoria gioca brutti scherzi. Memoria è un sinoni-
mo di storia, e non c'è niente di più inaffidabile.
IL PRIMO MIRACOLO

La mia anima urla in preda all'angoscia,


talmente assetala di purificazione e candore.
Anche (piando dormo la mia anima smania
di darsi completamente a Gesù.
Ah, mio Salvatore, il mio cuore sanguina
di dolore e amore. Oh, Gesù, tu lo sai, mio Gesù!
ANONIMO
«I SEGRETI DEL PURGATORIO»

Mentre Frances e Lily erano alla vecchia miniera france-


se, Mercedes era a casa, nella carbonaia, a mantenere la
promessa fatta a Dio.
«Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa». La
penitenza non le ha soltanto sollevato l'anima, ha anche
fornito a Nostra Signora l'occasione di instillare nella sua
mente l'idea di un fondo per mandare Lily a Lourdes. Per-
ché non ci ho pensato prima? Ma Mercedes conosce la ri-
sposta. Non è stata degna di ricevere l'ispirazione finché
non ha riconosciuto i propri peccati e non ha implorato
umilmente il perdono di Dio.
Naturalmente Mercedes ha reso una piena confessione:
«Padre, mi perdoni, perché ho peccato... ho desiderato che
la mia sorella zoppa precipitasse e morisse, ho dato un di-
spiacere al mio povero genitore, ho lasciato che la mia so-
rella preferita pagasse per un mio peccato. Ho una sorella
preferita». Le è stata assegnata una regolare penitenza di
preghiere, ma lei ha escogitato una penitenza privata sup-
plementare, nella carbonaia.
Anche se non ha detto a nessuno della penitenza, ha detto
a papà e a Frances del fondo per Lourdes, perché possano
contribuire, e lo ha detto a Lily, perché Lily possa sperare. Ci
sono già quasi due dollari nel barattolo del cacao ed è sol-
tanto una settimana. Di questo passo, Lily potrà andare a
Lourdes quando avrà quattordici anni. E un'età buona per
una guarigione. Sul punto di diventare donna. Lily sarebbe
perfetta senza quell'afflizione.
Mercedes si alza in piedi, si toglie la sottoveste bianca e la
nasconde dietro la caldaia. Resta un attimo nuda nell'oscu-
rità a dire una preghiera di ringraziamento all'Immacolato
Cuore di Maria. Benedetta fra le Vergini, Madre Misericor-
diosa, Vergine Potentissima, Sede di Saggezza, Torre d'Avo-
rio, Rosa Mistica, Regina degli Apostoli, dei Martiri e di tut-
ti i Santi, Madre Incontaminata, prega per noi. Bianca Rosa
di Purezza, la più Incantevole, il Gioiello più Squisito mai
creato da Dio, Grandioso Scrigno di Misteri, Principessa di
Bellezza, che la morte possa non essere che un preludio al
tuo bacio, amen.
Poi si veste e sale a lavarsi la lingua prima che qualcuno
rientri.
Ha già apparecchiato per la cena quando Lily e Frances
arrivano con un bel po' di ritardo dalle Coccinelle e dalle
Guide. Lily va dritto in bagno a lavare uniforme e calzettoni
di lana «per un distintivo di pulizia». Frances va dritto a let-
to per evitare la cena. Per quello nessuno ha ancora inven-
tato un distintivo. Mercedes dice a papà che Frances è «in-
disposta», sapendo che lui non farà altre domande. Certe
bugie non sono un peccato, sono un sacrificio. Mercedes va
di sopra a prendere Lily.
Lily è inginocchiata scalza vicino alla vasca da bagno, così
Mercedes si accorge che la ferita sul tallone sinistro si è ria-
perta. Non va mica bene, ormai sono passate due settimane
dall'Anniversario dell'Armistizio. Mercedes strizza l'unifor-
me da Coccinella di Lily e immerge il piede malato in acqua
tiepida salata.
«Domani dobbiamo farlo vedere al dottore».
Ultimamente Lily ha notato qualcosa di diverso in Merce-
des. Ora, per esempio, i suoi movimenti: si sono fatti... flui-
di. Mercedes prende delle bende pulite dall'armadietto. Fa-
scia la ferita con delicatezza ed efficienza, senza stringere
troppo questa volta; allora perché Lily si spaventa guardan-
do il tessuto bianco girare torno torno il piede piccolo?
«Ecco fatto».
«Grazie, Mercedes».
Mercedes sorride a Lily con la pace che porta la peni-
tenza. Lily tende simultaneamente la bocca a est e a ovest.
E si sente di nuovo un po' impaurita perché quello di
Mercedes è il genere di sorriso che sembra rivolto alla per-
sona che hai alle spalle, solo che alle tue spalle c'è il muro.

Per cena mangiano sardine e pane tostato; nessuno ha


molta fame.

Quando Lily si infila nel letto, Frances sta già dormendo.


E un attimo dopo dorme anche lei.

È Ambrose. Ai piedi del letto, la guarda come fa sempre


lui. Lily è di nuovo in quella zona tra i due confini. Questa
volta lo guarda attentamente. I grandi occhi verdi, che si
agitano anche nella penombra. La fronte liscia con un ac-
cenno di bernoccolo. Il corpo pallido, ombre verdi soffoca-
te sotto la pelle. Pancia d'avorio, strani morbidi frammenti
annidati fra le cosce. Non un pelo, a parte la testa di un sot-
tile filato arancione angelico.
Lily gli chiede: «Chi sei?».
È pronta all'inondazione, ma lui non apre la bocca. Le
mostra invece il palmo delle mani. E liscio.
Gli chiede di nuovo: «Chi sei?».
Lui apre la bocca e l'acqua si riversa fuori, ma Lily rimane
in quella zona intermedia e non emette un suono finché lei
e il letto e Frances che le dorme accanto non sono fradici.
Non è tanto male. L'acqua, che stava dentro di lui, è calda.
Quando tutta l'acqua è uscita, lui è ancora lì che guarda,
guarda, i palmi vuoti davanti a lei.
Lily chiede per la terza volta: «Chi sei?».
Ambrose pronuncia le sue prime parole. Ha una voce
buia, perché vive in un luogo buio. «Io sono Nessuno».
«Non aver paura, Ambrose. Non aver paura. Noi ti vo-
gliamo bene».
Ambrose dice: « C i a o » .
«Ciao» dice Lily. «Ciao, ragazzino. Ciao».
Lily si sveglia perché Mercedes le sta facendo delle spu-
gnature alla testa. «Si sta svegliando».
«Ambrose» dice Lily.
« Delira». La voce di Mercedes ha l'effetto di un interven-
to chirurgico sulla pelle di Lily.
«Chi mi ha tolto la pelle?».
« E fradicia di febbre ».
Lily seppellisce la faccia nel cuscino inzuppato, perché la
luce è un'operazione agli occhi.
« L a luce è spenta, Lily, vedi? E tutto spento».
E arrivato papà con il dottore. E un buon segno che sia
scoppiata la febbre, sempre che la temperatura non ripren-
da a salire. Cancrena. Da qualche parte nel bisturi di luce
Lily sente il dottore parlare con papà e le sue sorelle: «Hai
fatto bene, Mercedes». Dovranno tenerla d'occhio per tutta
la notte, e se la temperatura sale, se sale... Escono in corri-
doio, Lily non sente più niente, solo Mercedes che grida
qualcosa, poi Frances rientra e le canta delle canzoni. Belle.
Bellissime canzoni tristi in chiave minore, lunghi racconti
cantati che i nostri antenati cantavano sulle navi venendo in
questo paese, in altre lingue.
Tutto questo a mezzanotte. Alle 3.30 del mattino Lily si
sveglia. La luna ammanta di luce la finestra. Ai due lati,
Frances e Mercedes sono sprofondate nelle poltrone sotto
lenzuola illuminate, come cumuli di neve ombrati d'azzur-
ro. E la vigilia di Natale. I pastori si sono addormentati sotto
i loro greggi di neve. Lily si mette seduta nel letto. La pelle
non è più irritata. Si sente fresca e tranquilla, un chiaro di
luna. Cammina tra i cumuli di neve e i loro dormienti im-
mersi nel sonno per andare alla finestra, dove è stata invita-
ta. Oh, ma non è la luna, non c'è luna stanotte, la luce viene
dal torrente.
Ambrose è nel torrente. Si sporge fuori per salutare, il
braccio sinistro sopra la testa, il destro allungato sulla riva.
La parte inferiore del corpo è nascosta dall'argine, sembra
un tritone che saluta Lily nella lenta immensa ninnananna
dell'oceano, ciao... La pelle non è più bianca ma ambrata, e
il bagliore ha risvegliato Lily dal suo letto di fuoco in un le-
nitivo latte roseo. Lily appoggia una mano sul vetro: ciao...
Ambrose è l'astro sommerso, è lui il sole sepolto, sta dicen-
do: vieni, Lily, vieni. Sorella mia. E io ti guarirò. L'Oasi Spranga-
ta, la Fonte Sigillata, tanta acqua non riesce a spegnermi. Dice: la
primavera nel mio orto si riversa dal Libano, vieni da me e ti darò
requie. E Lily dice: SÌ, Dorme ma ha il cuore vigile: sì, sto arri-
vando, Ambrose. Aspettami, fratello, sto arrivando.
Lily lascia i dormienti della neve presso la finestra e scen-
de le scale, attraversa la cucina, esce dalla porta sul retro,
cammina scalza sulle scorie di carbone del cortile, non po-
trebbe fare nemmeno un passo con il tallone ferito, ma non
c'è dolore. Solo il bagliore di Ambrose che l'aspetta nel tor-
rente, il suo grande fratello bambino. Lui apre le braccia.
Lei gli va incontro con la camicia da notte bianca. Lui la sol-
leva e la culla, la testa di Lily appoggiata nell'incavo della
sua spalla sinistra, il braccio destro a circondarle il corpo.
Lily non si è mai sentita così calda e pacifica, ho gli occhi aper-
ti o chiusi, non importa. Non si avverte quasi cambiamento
tra l'aria e l'acqua, le ci vuole un po' a capire come mai ora
si sente più leggera e stretta in un abbraccio ancora più te-
nero... le ci vuole la vista dei propri capelli che si aprono a
ventaglio intorno alla testa e l'infittirsi della morbida luce
arancione per rendersi conto che adesso è sott'acqua, la
guancia contro il petto di Ambrose, il corpo ricurvo intorno
al suo primo compagno: Nella mia casa di madre ti condurrei,
nella stanza del mio impregnare... Lily non si è mai abituata a
essere sola. Girano nell'acqua e girano ancora, poi Ambrose
la riporta un'altra volta in superficie e il torrente le gronda
di dosso. La depone delicatamente sull'argine e a lei si spez-
za il cuore. Cominciano a scenderle le lacrime perché lui
sta andando via... Non te ne andare!'Lui si allunga sul dorso e
sprofonda... Portami con te! Il corpo di Ambrose ridiventa
bianco e si scioglie in frammenti scintillanti finché tutti i
pezzi scompaiono. Lily si stende a faccia in giù, perpendico-
lare al torrente, la testa che penzola dalla sponda, le braccia
allungate verso il punto dove ha visto il fratello per l'ultima
volta.
E così che Mercedes la trova alle cinque del mattino, sot-
to la prima nevicata della stagione.

Mercedes incolpò se stessa della febbre che stava consu-


mando Lily e che avrebbe potuto avere come conseguenza
la perdita della gamba o peggio. Perciò, dopo la visita del
dottore, andò dritto nella carbonaia. Mentre Frances canta-
va al buio per Lily, Mercedes era nuda sotto la tela di sacco,
inginocchiata vicino alla caldaia, a offrire il proprio sacri-
ficio a Dio.
Tiene un pezzo di carbone tra le mani unite, lo innalza e
china il capo: «Per mia colpa». Quando l'ha fatto la setti-
mana prima era serena, un sorriso stupido sulle labbra.
Questa volta, invece, piange lacrime di fuoco. Questa volta è
davvero penitente. Era questo il problema, la prima volta.
L'orgoglio. Era orgogliosa di se stessa per aver inscenato la
propria penitenza nella carbonaia, per aver istituito il barat-
tolo del cacao per Lourdes. Era compiaciuta di sé mentre la-
vava e fasciava il piede di Lily con una perizia che secondo
lei superava quella delle suore all'ospedale di New Wa-
terford. La sua pietà era orgoglio dietro la maschera del dia-
volo, la sua penitenza nient'altro che una nuova occasione
di peccato, oh, quante volte dobbiamo imparare la stessa le-
zione? Dio ha reagito subito, colpendo Lily. «Per mia col-
p a » , Mercedes riesce a stento a far uscire le parole e, come
dà il primo morso al carbone, mastica e ingoia, il dolore la
sopraffa. E penosamente consapevole di come abbia offeso
Dio e di come Dio, nella sua infinita misericordia, le abbia
fornito questa seconda occasione di cui non è degna. « Mia
grandissima colpa». Dà un altro morso al carbone...
Quand'ebbe finito nella carbonaia, Mercedes si alzò va-
cillando, si rimise la camicia da notte e andò di sopra, dove
lavò via fuliggine moccio e lacrime dalla faccia, si sfregò la
lingua come meglio potè, prese il rosario di opale e andò a
vegliare Lily. Si addormentò su una poltrona di fronte a
quella di Frances. Quando si svegliò senza motivo, alle 4.55,
Lily non c'era più. Obbedendo a un vecchio istinto, Merce-
des guardò fuori dalla finestra giù al torrente.

La sera dopo, quando Lily apre gli occhi e guarda nella


bocca di Mercedes che prega, le capita per la prima volta di
pensare che sta sognando, altrimenti perché Mercedes a-
vrebbe la lingua nera?
Lily dormiva durante l'estrema unzione e dormiva men-
tre il dottore diceva che a quel punto non serviva a niente
neppure amputare la gamba, ed era per caso sonnambula?
Dormiva mentre papà appoggiava la testa sul suo petto, sin-
ghiozzando. Dormiva mentre Frances corrompeva e minac-
ciava Dio: « Ehi tu, bastardo, sarò buona, okay? Tu non la uc-
cidere e io non fumerò più, okay? Non bestemmierò, non
farò più arrabbiare quello stronzo maniaco di mio padre, e
dirò il rosario dieci volte al giorno e mi farò suora, danna-
zione, okay? Amen ».
Ma a svegliare Lily erano state le preghiere bisbigliate di
Mercedes.
Lily chiede: «Come mai hai la lingua nera, Mercedes?».
Mercedes grida: «Oh, grazie a Dio... Papà! Papà! ».
Lui si precipita nella stanza - « Oh, grazie a Dio » - e si in-
ginocchia accanto a Mercedes al capezzale di Lily.
Lily dice: « H o fame».
Papà e Mercedes ridono e si abbracciano e ringraziano
ancora Dio. Frances indugia sulla soglia e dice a Dio: «Non
ti crederai mica che mi faccio suora per questo».
Mercedes evita accuratamente anche solo di pensare che
la guarigione miracolosa di Lily abbia a che fare con il suo
atto di contrizione nella carbonaia. Significherebbe solleci-
tare ancora l'infinita misericordia di Dio. Perciò si sente sol-
levata quando Lily fornisce la propria spiegazione.
«E stato Ambrose a guarirmi. Mi ha lavata nel torrente».
«Chi è Ambrose?».
«Il mio angelo custode».

Mercedes lo racconta al prete. Lui annuisce ma le dice che


per certe cose è estremamente importante andare coi piedi
di piombo. Se il laico non ci mette niente a fare di un tor-
rente un santuario e di una bambina di dieci anni una santa,
Roma vuole qualcosa di più di un episodio isolato. La cosa
migliore è mantenere la calma e vigilare in attesa di segni.
Così fa Mercedes. Cerca di non soffermarsi troppo sui se-
gni che, a posteriori, saltano subito all'occhio, come la gam-
ba avvizzita di Lily: spesso i santi vengono colpiti durante
l'infanzia; il suo bel faccino: specchio dell'anima; le tragi-
che circostanze della nascita: povera bambina orfana di ma-
dre. Immagina se Lily rivelasse di avere la facoltà di guarire.
O se fosse lo strumento di un miracolo postumo di Berna-
dette a Lourdes. Mercedes fa di tutto per tenere a freno
quei pensieri, perché conosce a proprie spese le maschera-
te del diavolo. E uno sbeffeggiatore e un mimo, traffica in
immagini riflesse e linee parallele. Basta pensare a tutti i
presunti santi che la chiesa ha dovuto bruciare qualche se-
colo fa. Santi e messi del demonio tendono a prendere le
mosse allo stesso modo. Bisogna controllare attentamente
per vedere quale forza si precipiterà a reclamare l'anima ad
alta conduttività del candidato; non c'è dubbio che sarà l'u-
na o l'altra. Mercedes sa che se il diavolo coglie il minimo
sentore di ambizione da parte sua, verrà a prendersi Lily.
Ma siccome Mercedes non può fare a meno di desiderare
che Lily si riveli una santa, cerca di desiderarlo solo per il
bene di papà. La suprema giustificazione.

Frances non ha bisogno di raccontare a Lily altre storie su


Ambrose, perché lui è diventato la storia di Lily. Frances è
finalmente riuscita a consegnarglielo. Lily sta bene. Per il
momento. Frances può occuparsi di altre cose. Della pro-
pria vita.
Saccheggia il barattolo per Lourdes. Si mette l'uniforme
da Guida e si imbarca clandestinamente sulla Hupmobile.
Arrivata alla distilleria di James, sgattaiola fuori e si nascon-
de tra i cespugli finché non arriva l'autocarro di Leo Taylor.
Aspetta che finisca di caricare e che torni da James per ri-
scuotere la paga, poi schizza dagli alberi nel retro dell'auto-
carro, e scompare dietro casse e barili.
«Grazie, signor Piper».
«Di niente, Leo. Non correre».
Frances fa capolino fra i lembi di tela cerata e guarda la
Litoranea filare sotto di lei. Si volta e ghigna come un cane
nel soleggiato vento marino; lascia che le trecce svolazzino
alle sue spalle.
Arrivati a Sydney l'autocarro rallenta e si ferma nella zona
di Coke Ovens, a Whitney Pier. Frances rimane acquattata
mentre Taylor scende, va dietro l'autocarro e slaccia la tela
per la prima consegna. Quando l'ampia schiena si è voltata,
lei salta fuori e poi alleggerisce il carico di un ulteriore chi-
lo e rotti. Aspetta dietro un pilastro del ponte della ferrovia
canadese, puzzolente di catrame, che lui riparta. Poi va ver-
so la casa di assi fatiscenti e bussa alla grande porta di ferro.

If I should take a notion,


to jump in to the ocean,
t'ain't nobody's business if I do, do, do, do...
I swear I won 't call no copper,
ifl'm beat up by my Poppa,
t'ain't nobody's business if I do...
Sabato 31 agosto 1918
Caro Diario,
non so da dove cominciare. Devo buttare giù tutto ades-
so, finché è recente; sono sotto il mio albero di Central Park
e abbiamo l'intero pomeriggio fino all'ora di cena. Devo
riandare indietro di qualche giorno perché, malgrado quel
gran lamentarmi che non succedeva niente, capisco solo
adesso che succedevano un mucchio di cose e che tutte
quante portavano a quello che ti devo raccontare, che è
TUTTO.
... Di te non mi vergogno, Diario, perché tu sei me. Tu
non ti sentirai in imbarazzo, tu non ti lasci scandalizzare, tu
sai che in amore non c'è niente di sporco, perciò con te cer-
cherò di essere altrettanto libera che nei miei pensieri. Pri-
ma che mi dimentichi, fammi rivolgere una sentita preghie-
ra di ringraziamento per Giles. E la persona meno curiosa
sulla faccia della terra. Senza la sua totale assenza di vigilan-
za la mia vita non sarebbe mai potuta cominciare. Se papà
sapesse che razza di guardiana scioperata è, arriverebbe qui
in un battibaleno per rinchiudermi dalle suore. Il che mi ri-
corda che farei meglio a scrivergli. Oh, ma ti sto annoiando,
vero, Diario? Muori dalla voglia di sapere. Mettiti tranquil-
lo, apri il tuo cuore, e io comincerò dall'inizio e te lo svelerò
così come si è andato svelando a me...
LIBRO 5
DIARIO DI UNA RAGAZZA PERDUTA
BABY BURLESQUE

Un pannello di venti centimetri si spalanca di scatto e


due occhi marroni la fissano da sotto un unico sopracciglio.
Frances solleva una bottiglia del migliore di James. Il pan-
nello si richiude e, un attimo dopo, la porta di ferro si apre.
Dietro c'è un omaccione. Capelli neri ondulati, naso come
un pugno, braccia come cannoni, pelle che se vedesse un
po' più di sole sarebbe olivastra. Giovane e, verrebbe fatto
di pensare, drogato. La fissa senza espressione, ostruendo le
tenebre all'interno, dove lei muore dalla voglia di sbirciare.
« Chiudi quella cazzo di porta, Boutros, che è tutta 'sta lu-
ce».
Un omino dà di gomito a quello più giovane e, buttando
l'occhio non su Frances ma su quanto ha al di sopra della
spalla, la afferra per il braccio. «Entra, entra».
Frances è dentro.
L'interno del ritrovo clandestino fa dimenticare l'ester-
no. E l'unica casa scolorita di Coke Ovens. Vernice grigia
scrostata, finestre sprangate da assi: per trovarla devi sapere
cosa vai cercando, perché sembra disabitata, a parte il piano
superiore, dove un ciuffo di stracche petunie e di garofani
indiani spelacchiati si aggrappa alla vita in una fioriera, su
un davanzale che domina la discarica di scorie della Com-
pagnia del Ferro e dell'Acciaio. Sopra c'è il ponte della fer-
rovia. Siamo a Railway Street.
Frances strizza gli occhi fra le ombre polverose e la stanza
prende forma. Panche lungo i muri. Strisce di carta da para-
ti con tracce di fogliame penzolano dagli angoli del soffitto,
incrostate di nicotina e incuria. In terra, un'autentica spu-
tacchiera d'ottone traboccante di viscidume marrone, e va-
rie lattine arrugginite che assolvono la stessa funzione. Una
pila di mozziconi di sigaretta scopati al centro del pavimen-
to. Un bancone di fortuna - una lamiera di ferraglia poggia-
ta su due fusti dell'olio -, bottiglie e barili, non uno spec-
chio, non un bicchierino da liquore, niente incisioni di navi
o treni, niente foto in uniforme, niente eroi della boxe a or-
nare le pareti. Nell'angolo opposto, una pianola sfregiata.
Frances guarda la faccia tirata e giallastra dell'omino. La
nera peluria ispida si intona perfettamente agli occhi.
«Chi t'ha mandato, devi fare la tua buona azione?». Ri-
dacchia sotto i baffi. Frances si sente improvvisamente ridi-
cola con la divisa da Guida, che secondo lei era perfetta co-
me abito di scena.
«E un costume» balbetta. «Faccio...».
«Fai cosa?».
Non riesce a rispondere. Le sopracciglia tremano. E fu-
riosa con se stessa... una bambina. Una poppante, Frances.
Si morde la guancia e abbassa lo sguardo.
«Ti ho fatto una domanda».
Lei lo guarda. Quell'uomo è qualcosa di nuovo. Non è
una suora, non è un teppistello, non è il padre.
«Fuori dai piedi. Avanti, aria».
La spinge verso la porta, Frances incespica e sbotta: « Fac-
cio il varietà».
Lui si ferma e ride, le mani in tasca: una risata maligna,
senza allegria, la lingua appuntita che si affaccia sul labbro
inferiore mentre una mano fa tintinnare gli spiccioli. Bou-
tros, accanto a lui, non ha cambiato espressione: è rimasto
impalato a fissarla. Sta' a vedere che mi salta addosso, e non
avrà pietà di me, né io di lui. Frances si guarda intorno, ma
non c'è modo di scappare. Il gigante muto è piantato fra lei
e la porta: perché non se n'è andata quando l'omino unto
gliel'ha detto? Tutt'a un tratto Frances vuole filare dritto a
casa da Lily e Mercedes.
«Come ti chiami, ragazzina?».
Frances dice: «Devo andare. Scusate il disturbo».
L'omino le fa cenno di avvicinarsi. Frances torna lenta-
mente verso di lui. Le strappa la bottiglia di mano. Tutto in
lui è una molla pronta a schizzarti nell'occhio. Frances non
10 vede muoversi, sa solo che si ritrova a sbattere l'osso sacro
su una delle panche.
« L a prego, signore, voglio solo andare a casa».
«Dai, tesoro, dicci come ti chiami».
Frances non risponde. Lui le stringe il mento fra pollice e
indice - Frances si rende conto che è più forte di quanto
non sembri - e le scuote la testa fino a farle bruciare il collo.
Frances comincia a rilassarsi.
«Fai la brava, adesso? Eh? Mi vuoi rispondere?».
In fondo non fa tanto male. «Vaffanculo» ribatte.
Lui l'acciuffa per i capelli e la rimette in piedi. Frances è
estasiata dal potere di quella parola, sguinzagliata qui per la
prima volta contro un adulto. Gli ride in faccia e sputa:
«Chi ti credi che sono, guarda la bottiglia, idiota».
Lui le assesta un bel ceffone, un occhio già all'etichetta.
La esamina, le labbra ancora socchiuse e increspate. Torna
a guardarla e scuote lentamente la testa. Frances si aggiusta
11 berretto. L'uomo lancia la bottiglia a Boutros senza guar-
dare e le chiede: « L o sa che sei qui?».
«No, ma lo saprà».
«Stronzate».
Frances si stringe nelle spalle.
Lui ripete: «Stronzate, se glielo vai a dire ti uccide... ».
«E poi uccide te. Mi hai messo le mani addosso». Solleva
il mento e si guarda il naso. «Papà non ne sarebbe conten-
to».
L'uomo ci pensa su. Poi dice: «Tu quale sei?».
«Frances».
Lui socchiude gli occhi. «Che cosa vuoi, Frances?».
«Un lavoro».
Lui riattacca a ridere, ma Frances lo guarda dritto negli
occhi. Lui smette di ridere e le chiede: «Che sai fare?».
« S o ballare. So cantare e so suonare il piano».
Lui la squadra dalla testa ai piedi. «E basta?».
Lei torce la bocca in un ghigno che si augura sia da vera
dura. « S o fare tutto».
Lui sbotta in una risatina. Poi un'altra, e annuisce. «Sei
forte, Frances». Senza staccarle gli occhi di dosso, dice a
Boutros: «Saluta tua cugina». Frances guarda Boutros. Un
blocco di cemento con gli occhi. Si rigira verso l'omino.
«Che cavolo dici?».
«Io sonojameel. Sono tuo zio, bambola».
E allora che Frances scorge, tra le tende grigio-giallogno-
le nell'oscurità di una porta secondaria, una donna paffuta
che la fissa in un modo che la sconvolge. Soltanto quelli che
mi conoscono davvero bene mi odiano così. Chi può essere?
Poi, sentendosi rivoltare lo stomaco, Frances identifica l'al-
tra faccia di una medaglia che conosceva e amava tanto.
«Camille, vieni a fare la conoscenza di tua nipote, cara»
dice Jameel.
Ma Camille si gira e scompare nel magazzino. Frances
sente i passi lenti e pesanti sulle scale. E troppo orribile.
Non questi uomini, non gli sputi marroni nelle lattine, i
mozziconi sul pavimento, il tanfo d'alcol e di vomito... ma il
fatto che quella donna odiosa sia la sorella della mamma.

Il sabato successivo, senza aspettare che James esca per i


suoi giri notturni, Frances salta giù dal letto, si mette la divi-
sa da Guida, lega insieme due lenzuola, le annoda e fissa
un'estremità al termosifone. Scavalca la finestra e si cala giù
dal muro. Una volta che è atterrata sana e salva, Lily riawol-
ge la scala. Lily dormirà a pezzi e bocconi fino a poco prima
dell'alba, nell'attesa di sentire un pezzetto di carbone con-
tro il vetro della finestra. Aiutando Frances, ha scelto il ma-
le minore: anche se è terribile non sapere dove sua sorella
trascorrerà la lunga notte, immaginare come diventerà la
sua faccia se papà la scopre è ancora più terribile. «Ti pre-
go, caro Dio, fa' che Amorose vegli su Frances».

Ain't she sweet? She's a' walkin down the Street.


Now I ask you very confidentially, ain 't she sweet ?

La gente coi soldi compra gli alcolici senza farsi notare e


li consuma a casa attenendosi al cerimoniale. La gente co-
mune si passa allegramente la boccia in cucina. Perdigiorno
e giovinastri attaccabrighe vengono al ritrovo clandestino di
Jameel a Whitney Pier per fare a botte, giocare a carte e
stordirsi. Minatori, marinai dei mercantili e operai dell'ac-
ciaieria, a volte dolci,,a volte acidi, come i soldati. Qualche
ubriacone di pura formaldeide, il sognatore strambo e ap-
partato di passaggio, un veterano senza ferite apparenti.
Niente musica, nessuno che giri la manovella della vecchia
pianola. Il posto non è abbastanza festoso da ispirare più di
un piagnisteo corale all'ora di chiusura. I clienti sono tutti
bianchi, a eccezione di due o tre marinai americani. Di si-
curo nessuno dei presenti è di Coke Ovens. Non ci sono
donne. Non ci sono turisti... non siamo a Harlem. Niente
rampolli che bazzicano i quartieri bassi. Frances è l'unica
principessa perduta ad aver oltrepassato quella soglia. Sua
zia Camille non conta, perché non è lì di sua spontanea vo-
lontà. Se ne sta di sopra finché non è ora di scendere a svuo-
tare le sputacchiere e lavare il piscio intorno all'ingresso.
Frances arriva davanti alla porta di ferro, prende un'ulti-
ma boccata d'aria di Coke Ovens e penetra nel confuso fra-
stuono dello spaccio, passando sotto il braccio di Boutros
come se fosse un ponte. L'aria si taglia a fette, non solo per
via del fumo, ma anche per la massa scura di voci e membra
maschili, sudicie tenute da lavoro, puzza di grasso dell'asse
motore, zolfo e sudore. Ormeggio mobile, beccheggiante,
scafi massicci e sporchi nella notte, e Frances ci naviga in
mezzo senza neanche una pagaia o una barra. Cosa potreb-
be esserci di più spaventoso? Essere notata e presa nella re-
te? O speronata accidentalmente? Frances trova Jameel e
sfodera la faccia tosta di ordinare da bere con quella che
spera suoni come la voce dell'esperienza, impaziente di gu-
stare il primo vero assaggio di peccato. Jameel le dice di
scordarselo e di andare a lavorare.
Frances si guarda intorno. Lavorare... Niente palcosceni-
co. Niente luci della ribalta. Di sicuro niente teste che si vol-
tano ammutolite quando lei si avvicina al piano. Da che par-
te cominciare? Frances vorrebbe una fata madrina che la
dotasse di piume di struzzo, di petto, fianchi, labbra e ros-
setto... un roco contralto, come immagina sia la voce di
Louise Brooks. Figuriamoci. Un metro e mezzo scarso, piat-
ta come un'asse da stiro con due bernoccoli, i fianchi come
bacchette: a sedici anni Frances è già come sarà in futuro. È
in piedi davanti alla pianola, non c'è lo sgabello. Mancano
alcuni tasti, altri sono cariati ai bordi, altri ancora sono in-
tatti ma muti. I rulli butterati e ingialliti sono eredità di un
locale di fine secolo morto e sepolto.
Frances si volta verso l'indifferente borboglio di quella
calca e si sente squagliare le ginocchia. Per impedirsi di
scappare, si mette a scalciare quel suo simulacro di tip tap
che al porto le ha reso un bel po' di penny. Nessuna reazio-
ne. Nemmeno un «buu»... Frances è invisibile. Una grossa
cozza di muco striato di tabacco si spiaccica per caso accan-
to alla sua scarpa. Le viene un po' da vomitare, chiude gli
occhi, stringe i pugni e si costringe a cantare, strillando con
quanto fiato ha negli stretti polmoni: «"Mademoiselle di Ar-
mentières, parlez-vousì Mademoiselle di Armentières, parlez-
vous? Mademoiselle di Armentières, quarantanni e nessu-
no glielo schiaffa nel seder, trallallero pa-arlez vou-ous"».
Niente da fare. Quello che nel cortile della scuola scanda-
lizza, lì passa inosservato.
Setaccia tutto il suo repertorio, ma non serve a niente.
Chi ha voglia di guardare una Guida pelle e ossa che fa un
assolo di foxtrot da quattro soldi rubato allo schermo, e tan-
tomeno di ascoltare la sua vocetta da pupattola? Di sicuro
non Jameel, che vuole prenderla per un orecchio e buttarla
fuori. L'acchiappa per il fazzoletto, lei si divincola e, con
una disperata sortita in extremis, atterra sulle ginocchia di
qualcuno e gli ruba il bicchiere - «Ehi! » -, butta giù d'un
fiato, annaspa stordita, poi sbeffeggia in una parlata da ci-
nematografo: «"Oh, perbacco dolcezza, com'è che gli ange-
li ti hanno permesso di lasciare il paradiso?"». Sgattaiola tra
fianchi stretti e spalle larghe, ne ruba un altro a un uomo
con tre jack - «Che ti credi di fare?» - e lo tracanna, pro-
mettendo: «"Quel che ho io non si trova nei libri"», tossen-
do, farfugliando, lanciando un bacio. Jameel la segue con
una bottiglia, calmando le acque, facendo segno a Boutros:
« Sbarazzati di lei ». Quando Frances ha ingollato il terzo bic-
chiere in rapida successione da un «"gran bell'omaccione
mica male"» ed è convinta di avere esofago e petto in fiam-
me, all'improvviso le spuntano le ali ai piedi, che diventano
giu-giu-giulivi, e aziona la manovella della pianola. Il martel-
lio meccanico di un esercito chiodato intona Corning thru' the
Rye; Frances si sfila la divisa con una contorsione e resta in
mutande e maglietta saltabeccando tra cancan e reel scozze-
se. Quelli cominciano a guardare.

Il lunedì, Frances marina la scuola e va da Chism Culone,


il barbiere. Gli mostra una fotografia di Louise Brooks.
Quello scuote la testa.
«Non so tagliare i capelli alle signore... ».
«Io non sono una signora».
«Ascolta, cara... ».
Frances afferra le forbici, si mozza una treccia e dice:
«Adesso li aggiusti».
«Cristo Santo, figliola! ».
Gli altri uomini, che al suo ingresso avevano lanciato
un'occhiata da sopra gli scacchi cinesi, e quando era spro-
fondata nella poltrona del barbiere avevano sollevato un
sopracciglio, adesso le rivolgono un sorrisetto. «Così si
fa».
Chism Culone scuote la testa e fa del suo meglio. «Non
capisco perché non vai a Sydney in un vero salone di bellez-
za».
I giocatori di scacchi ridacchiano e parlano con la erre
moscia chiamandolo «Pierre».
«Non c'ho tempo d'andarmene a zonzo per Sydney» di-
ce Frances, assaporando la sua nuova grammatica da pupa
di gangster. «C'ho altro da fare, io».
Venti minuti dopo eccola in Plummer Avenue, la testa
una zazzera di molle del letto arrugginite. Il Canada ha ap-
pena trovato un'altra reginetta.
Irrompe nella drogheria di Maclsaac. « Salve, signor Mac-
Isaac, potrei avere una scatola di spilli?».
« Mi piace il tuo taglio di capelli, Frances, è proprio alla
moda».
Appena si volta, Frances sgraffigna un pacchetto di siga-
rette turche confezionate. Lui le dà gli spilli e una caramel-
la al limone e le chiede: «Cos'hai intenzione di fare dopo
che ti sarai diplomata l'anno prossimo?».
« B e ' , credo che mi darò all'insegnamento, signor Mac-
Isaac. Secondo me è importantissimo che i bambini partano
bene nella vita, ed è questo che un bravo insegnante deve
fare per loro».
«Siete proprio in gamba, voialtre. Un dono di Dio siete,
tutte e tre».
Frances si ficca la caramella in bocca e lascia gli spilli sul
bancone.
Entra nel cortile della scuola, gremito per la ricreazione
del mattino. Frances ha deciso che oggi è il suo ultimo gior-
no di scuola. Se non verrà espulsa dopo quello che ha in
mente di fare, allora non c'è giustizia. Si accende una siga-
retta e si guarda intorno cercando il mezzo per il suo fine.
Mercedes, dentro, sta pulendo una lavagna. Guarda fuori
dalla finestra e vede sua sorella fumare sotto gli occhi di tut-
ti. E che cosa avrà mai sulla testa? Uno strano cappellino...
di capelli. Oh Signore. Quando Mercedes esce, Frances se
n'è andata da qualche parte con Occhibelli Murphy. Che
vorrà mai dal povero dolce Occhibelli?
In realtà, da qualche tempo « Occhibelli » si è trasformato
in «Occhibigotti», e ormai sono in molti a chiamarlo «Bi-
gotto» o «Padre Biscotto», tanto sono convinti tutti quanti,
lui compreso, della sua vocazione al sacerdozio. Così Mer-
cedes rimane sotto il portico della scuola a sbattere la pelle
di daino contro i gradini di pietra, senza riuscire a scrollarsi
di dosso una sensazione sgradevole - pur sapendo che qua-
lunque ragazza sarebbe perfettamente al sicuro con Corne-
lius «Padre Biscotto» Murphy.
Quando la campanella suona la fine dell'intervallo, Oc-
chibelli esce barcollando da una delle latrine in disuso e
corre singhiozzando in mezzo ai compagni che saltano la
corda o giocano a hockey o a campana, attraversa la strada,
il campo da baseball e fila dritto a casa. Perché ha le mani
sull'inguine? Mercedes scruta il mare di ragazzini in cerca
di Frances e la localizza mentre si allontana con tutta calma
dalle latrine. Ma che sarà successo, in nome di Dio? Gli stu-
denti si riversano su per le scale e passano accanto a Merce-
des, facendo congetture sulla natura dell'ultimo misfatto di
Frances Piper: «L'avrà preso a calci nei coglioni». «Gli avrà
messo un serpente in mezzo ai gioiellini». Mercedes segue
con lo sguardo Frances che si allontana, poi fa un bel respi-
ro, raccoglie spazzole e pelli di daino e se ne torna in classe,
sperando per il meglio.
Quel pomeriggio James riceve un biglietto da Suor
Sant'Eustachia. Frances è stata espulsa.

A metà della cena, Frances arriva a casa e si unisce alla fa-


miglia al tavolo di cucina. « Mmm, semolino bollito con se-
molino ».
Lily è sbalordita alla vista della testa tosata di Frances ma,
prima di poter fare commenti, James invita lei e Mercedes a
lasciare la tavola. Le due depongono forchette e coltelli ed
escono senza una parola. James si alza e solleva la mano.
Frances non si ritrae. Non uno sguardo, non una contra-
zione involontaria dei muscoli alla prospettiva. Si limita a
prendere la forchetta di Lily e comincia a mangiare. James
lascia cadere la mano lungo il fianco. Dice, improvvisamen-
te stanco: «Non so che hai intenzione di fare ». Lei continua
a masticare. James ha l'accortezza di allontanare il piatto da
Frances. «Mi hai sentito, Frances?».
Lei alza gli occhi, fingendo una sbadataggine da santerel-
lina: «Come hai detto?».
« S e vuoi continuare a vivere qui... in qualunque cosa ti
sei imbarcata... tieni fuori Lily».
Frances si riprende il piatto e dice: «Non preoccuparti,
papà».
Guardandola, James si sente più che stanco. Quella faccia
insolente, quei riccioli appena falciati. Perduta. Ormai per
sempre. Che ne è stato di lei? La mia piccola Frances. James
sospira. Ora non può pensare a tutto questo. E troppo. Là
dentro è troppo buio, e a lui mancano le energie. La guar-
da, i gomiti sul tavolo, che canticchia a bocca chiusa mentre
mastica. Poi se ne va, senza aver alzato un dito su di lei.
Frances ne uscirà comunque sempre pesta.

Frances aveva detto a Occhibelli che le serviva il suo con-


siglio a proposito di un terribile peccato che qualcuno le
aveva confessato. Una volta nell'oscurità della latrina col
suo puzzo antico, Frances l'aveva sbattuto in terra e, con un
ciuffo di capelli in un pugno e un ginocchio pressato sullo
sterno, gli aveva ficcato la mano libera nei pantaloni.
Gliel'aveva acchiappato e tirato su e giù mentre lui frignava.
Più gli diventava duro e più frignava, non potendo evitare
nessuna delle due cose, e siccome aveva solo quindici anni,
non c'era voluto molto.
Frances si era pulita la mano sul pavimento e se n'era an-
data. Missione compiuta. Mica gli ho fatto male o che so io.
Arrivato a casa, alla madre di Occhibelli era bastata un'oc-
chiata per capire, a lui restava solo da dire il nome dell'ag-
gressore. Il padre di Occhibelli era morto, buon per Fran-
ces, e Petalo era lontano. La vedova Murphy era andata a
scuola a riferirlo a Suor Sant'Eustachia, usando meno paro-
le possibili.
Se in qualcuno albergava ancora un briciolo di fede sul
fatto che Frances in fondo era buona, questo episodio l'ave-
va cancellato.

La mattina dopo, Mercedes arriva a scuola presto come al


solito e ha tutto il tempo, prima che suoni la campanella, di
riempire un secchio d'acqua e sapone e lavare via una scrit-
ta* scarabocchiata sul muro laterale con un carboncino:
« FRANCES PIPER BRUCIA ALL'INFERNO ».
FRASCHETTE E FARFALLONI

Infila un altro nichelino dentro il nickelodeon,


io voglio soltanto le e la mu- la mu- la musica.
Tutto io farei per te, tutto quello che vuoi tu,
io voglio soltanto amarti e la mu- la mu- la musica.

Ora che c'è lo spettacolo, gli uomini cominciano a por-


tarsi appresso l'amichetta. Jameel rimedia un paio di tavoli
e si mette un grembiule. Le donne guardano dosando in-
credulità, vergogna o fascino, mentre i loro uomini ostenta-
no indifferenza. Frances ha sventrato la pianola, estirpando
i rulli, ed è lei stessa a picchiare sui tasti, dapprima suonan-
do la vecchia musica da vaudeville della mamma presa dalla
cassa del corredo, poi a orecchio, basandosi sui dischi che i
marinai le portano da New York.
Una sera Frances è una diva strampalata di quart'ordine
che gorgheggia con la sua vocetta da soprano Moonshine
Blues e Shave 'emDry. Annunciando, un'ottava sopra la nor-
ma: « " / can strut my pudding, spread my grease with ease, 'cause
Iknow my onions, that's why I alwaysplease"». Il sabato succes-
sivo la vedrà nuda dalla vita in su, imparruccata con la vec-
chia borsa di crine che James portava in guerra, mentre
canta I'm Just Wild about Harry in similarabo. Un colpo di
eye-liner e trasforma la lentiggine che ha sul naso in un
punto esclamativo, si imbelletta le guance, si dipinge la
bocca a cuore e danza nuda dietro un rudimentale venta-
glio di piume di gabbiano: «"I wish I could shimmy like my sis-
ter, Rate"».
I primi guadagni li investe in belletti e costumi vari. Co-
mincerà come Rodolfo Valentino, vestaglia a righe e tur-
bante. Mentre una mano stuzzica i tasti del piano, Frances si
sfila la vestaglia e rivela Mata Hari in una caligine di viola e
rosso. I sette veli vengono via uno a uno al ritmo di Scotland
the Brave e, casomai qualcuno corresse il rischio di sentire
più la fregola che il divertimento, c'è sempre una sorpresa
ad ammosciare il malizioso o a stimolare l'ingenuo. Per
esempio può spogliarsi, restando con un pannolino, e poi
ficcarsi il pollice in bocca. «"Yes my heart belongs toDaddy, so I
simply> couldn't be ba-ad..."».
Per carburare occorre un po' di bumba: all'inizio Frances
riceve buona parte della paga in forma liquida, finché non
si fa furba. L'alcol è solo un mezzo: ispira la rivista che la ve-
de interprete unica, e la rende intoccabile quando porta
fuori gli uomini uno per volta. Perché il denaro vero non è
nel locale. E sul retro.
Frances è una lettera sigillata. Non importa dove sia stata o
chi l'abbia palpeggiata: a nessuno è dato mettere le mani sul
contenuto, per sudicia che sia la busta. E non c'è vapore in
grado di aprirla, poco ma sicuro. Per due verdoni Frances ti si
agita sulla patta abbottonata il tempo che ci vuole. Costoso,
ma considera anche solo le spese di guardaroba. Un lavoret-
to di mano costa due e cinquanta: Frances lo fa con un guan-
to speciale che conserva ancora dalla prima comunione. Ag-
giungi cinquanta centesimi e ti compri un cicaleccio, una
canzone, qualsiasi nome vuoi sentire. Per toccarle il piccolo
petto devi scucire un dollaro extra; niente da fare sotto la cin-
tola. Questo è il menu, prendere o lasciare. Se ride di te non
la picchiare, altrimenti chiama a gran voce Boutros.
Frances comincia a fare soldi. Dopo essersi comprata ab-
bastanza ninnoli e fronzoli per agghindarsi, comincia a na-
scondere i soldi in un posto segreto. Per Lily. Non per una
«guarigione»: Frances non contribuisce alle smanie devote
di Mercedes. In realtà non sa perché è sicura che i soldi so-
no per Lily. Li mette da parte «casomai». Casomai che? Ca-
somai.
Frances rimane tecnicamente vergine per tutto il tempo.
Per che cosa si sta risparmiando? Non sa dirlo. E una sensa-
zione. Le resta qualcosa da fare. «Per Lily». Cosa, Frances?
Qualcosa.
Ogni notte, dopo che gli ultimi ubriaconi sono stati rac-
cattati dal pavimento e depositati fuori, Frances passa dalle
stanche tende che danno sul magazzino e si cambia. Una
notte, all'inizio della carriera, aveva salito le scale in punta
di piedi e aveva scoperto la zia Camille seduta in cucina a fa-
re un solitario sotto una fioca lampadina gialla. Alla vista di
quella massa sconsolata così simile e diversa dalla mamma,
Frances aveva di nuovo avvertito una fitta di tristezza. Ca-
mille era troppo assorbita dalle carte per accorgersi di Fran-
ces che sbirciava dallo stipite. Frances aveva guardato Ca-
mille sorseggiare il tè e barare.
Frances non può fare a meno di chiedersi com'è finita lì,
sposata con Jameel. Ma, del resto, pensa che fine aveva fatto
la mamma. Magari anche Camille è scappata di casa. Le ri-
flessioni di Frances sulle storie d'amore prendono le mosse
dall'ultima scena del Vaso di Pandora: quando Louise Brooks
alla fine la dà gratis a un tipo, quello la uccide.
Frances non ha nessuna voglia di scavare più a fondo nel-
lo squallido mistero della zia Camille, perciò non ha fatto
altre incursioni nei territori domestici dello spaccio. All'ora
di chiusura, si toglie il costume tra casse e barilotti nel geli-
do magazzino e si lava la faccia e le mani sotto il rubinetto. I
costumi non li lava mai. Si infila le calze di lana beige, gli
scarponi neri abbottonati, divisa e cappello da Guida, e ri-
prende la strada per New Waterford.
Lily è sempre puntuale alla finestra, pronta con il lenzuo-
lo, anche se ormai nei fine settimana papà non torna più a
casa prima di Frances. James non vuole esserci quando
Frances «sgattaiola» dentro o fuori. Non vuole sapere dove
va. La mattina dà un'occhiata nella sua stanza, aspettandosi
quasi di scoprire che se n'è andata. Fuggita con un uomo,
magari. Magari morta in un fosso.
«Raperonzolo, Raperonzolo, butta la treccia!» gracchia
Frances, e Lily cala il lenzuolo annodato. Di solito Frances è
abbastanza sobria quand'è il momento di arrampicarsi,
sempre che non abbia sgraffignato una bottiglia per il ri-
torno.
«Vuoi un sorso, Lily?».
«No, grazie».
«Vieni qua, bamboletta». Lily sale sui piedi di Frances e
piroettano mentre Frances canta: «"Let's dance, thoughyou've
only a small room, moke ityour ballroom, let's dance"».
Mercedes è nel buio della porta, spettrale nella camicia
da notte bianca.
« Ti fai un cicchetto con me prima di andare a letto, coc-
ca?».
«Frances, sei ubriaca».
Frances comincia a sciorinare: «Sopra la panca la capra
campa, sotto la panca la capra crepa. Dillo in fretta, Lily».
«Frances, è ora di andare a letto». Mercedes cerca di as-
sumere un tono calmo e autorevole allo stesso tempo.
«La piscia sia con te, sorella». Frances ride.
Ogni tanto, se si sente in vena e Frances è sufficiente-
mente ubriaca, Mercedes le mette un braccio intorno alla
vita, la porta nella vasca da bagno già pronta e la striglia ben
bene, con la divisa e tutto. Altrimenti sarebbe impossibile
starle accanto, perché Frances si lava sempre e soltanto la
faccia e le mani. E non lava mai la divisa. Mercedes rovista
nel borsino da Guida in cerca di fazzoletti imbrattati, ma
trova soltanto un lurido guanto bianco.
«Dov'è l'altro guanto, Frances?».
«Ne uso solo uno».
«Oh. Be', se è pulito non guasta».
Mercedes lo strofina sotto l'acqua calda, chiedendo:
«Non ti sta un po' piccolo ormai?».
«Serve allo scopo».
Mercedes non indaga oltre.
Nelle serate di relativa sobrietà, Frances si rannicchia ac-
canto a Lily e le spiffera whiskey nell'orecchio: «Lily. Noi
siamo i morti, » - Lily fa finta di dormire - « solo che non lo
sappiamo. Crediamo di essere vivi, ma non è vero. Siamo
morti tutti insieme a Kathleen e da allora infestiamo la ca-
sa». Lily prega per tutti, nel caso Frances avesse ragione.
Nelle serate relativamente sobrie, Lily le confida le sue
paure.
«Frances, devo proprio andarci a Lourdes?».
«No. Non devi fare niente che non vuoi».
Lily infila il piede piccolo tra le caviglie di Frances.
«Frances. Al akbar inshallah?».
« In fallah in ti ragnettino ».
«Ya koosa scricciolo di pan di zenzero kibbeh?».
«Shalom bi' salami».
«Aladdin bi' sesamo».
« Bezella ya aini Beirut ».
«Te'berini».
«Te'berini».
«Tipperary».
Ogni notte, sbronza o del tutto sobria, Frances infila i sol-
di per Lily nel posto segreto.
LA BENEFATTRICE

Mercedes è al primo posto fra i diplomati del 1930, segui-


ta da Ralph Luvovitz. E lei a tenere il discorso di commiato,
dove sprona i giovani cittadini suoi coetanei a imparare da-
gli errori del passato, ad accogliere le numerose sfide del
presente e a riporre la propria fede in Dio e nel Suo unico
Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo, amen.
James è seduto in fondo all'auditorio con Lily e i Luvo-
vitz. Per Frances non è consigliabile farsi vedere nei paraggi
della scuola, perciò quella sera è assente, anche se qualche
ora prima Mercedes, entrando in camera sua, ha trovato
sulla toeletta un nuovo cofanetto rilegato in pelle delle ope-
re complete di Charlotte Brontè. Oh, Frances! Che spesa,
malgrado la dubbia fonte del denaro impiegato. Che gene-
rosità. Mercedes è scoppiata a piangere e ha abbracciato
Frances dicendole che le voleva bene. Frances ha detto a
Mercedes di non infradiciarle la divisa.
Dopo la cerimonia dei diplomi, Mercedes, Lily e James
vanno a prendere il tè dai Luvovitz. Lily torna a domandar-
si, ma non lo chiede, perché a casa della Luv gli specchi so-
no sempre tutti coperti. Mercedes e Ralph suonano la triste-
allegra musica klezmer al piano e al clarinetto, mentre il si-
gnor Luvovitz canta e balla con compiaciuto imbarazzo del-
la moglie.
Quando le teste di Mercedes e Ralph si chinano accostate
sul vecchio libro di canti yiddish, il signore e la signora L si
scambiano complicate occhiate ai due capi del salotto.
James non se ne accorge: si limita a godere la musica, inso-
litamente rilassato. Una cordiale serata in compagnia di vec-
chi amici. Dovremmo farlo più spesso. Per la prima volta da
anni assapora una sensazione di normalità. Da che Frances
è sempre più assente, per James è diventato possibile sentir-
si, di quando in quando, una brava persona.
«Prenda un altro ruggalech, J a m e s » .
«Grazie, Ben, non dico di no. Sono ottimi, signora».
Ralph li scorta a casa e si trattiene in veranda con Merce-
des. Le dice che sta per partire. Non per sempre. Potranno
scriversi.
«Promettimi che mi scriverai, Mercedes».
«Ma certo, Ralph».
I suoi hanno risparmiato per mandarlo alla McGill Uni-
versity di Montreal.
«Pensavo che andassi alla Saint X » . Mercedes mantiene
salda la voce. La Saint Francis Xavier University è a un gior-
no soltanto di treno. È lì che intende andare lei, quando la
famiglia potrà fare da sé. Ma Montreal...
«E una grande occasione».
«Ma certo, Ralph».
Partirà la prossima settimana, tutto così all'improvviso.
Andrà a stare dai Weintraub, amici dei parenti della madre
che di recente sono emigrati da Monaco. Gli hanno trovato
lavoro in una panetteria. Ralph diventerà dottore. Da quel
ragazzo coscienzioso che è, non si azzarda a fare proposte
che ancora non è in grado di mantenere. Aspetterà di esser-
si laureato, dopodiché chiederà a Mercedes di diventare sua
moglie.
«Mercedes... ».
« Sì, Ralph?».
II cuore le batte così forte che teme di avere le crespe del-
la camicetta di seta gialla in subbuglio. Ralph si china bru-
scamente e le sfrega le labbra con le proprie. E se ne va, la-
sciando Mercedes senza fiato.
Al piano di sopra, Mercedes si raffredda le guance contro
la pelle scarlatta del suo Jane Eyre nuovo di zecca.
Mercedes e Ralph si scambiano fervide lettere ricche di
notizie per tutta l'estate e l'autunno. Quella corrisponden-
za dà a Mercedes la forza di andare avanti; di rinviare l'ini-
zio della propria vita. Ha rifiutato la borsa di studio per la
Saint Francis Xavier University: come può pensare di andar-
sene da casa se Lily è ancora una bambina? Mercedes è tal-
mente abituata a fare tutto per papà che le sembra naturale
destinargli anche questo sacrificio. Ma dal profondo emerge
un altro intento: è Frances che ha bisogno di qualcuno che
badi a lèi. Più di papà. Più di Lily. E se quando sono lonta-
na, al college di Antigonish, una notte Frances non tornasse
a casa?
Nel frattempo, a Mercedes il lavoro meritorio non man-
ca. Ha il suo progetto: Lily. Non ci sono stati altri «segni»
manifesti dopo la notte della malattia di Lily, a novembre.
Mercedes non tiene conto dei riflessi rossicci che da allora
sono comparsi fra i capelli di Lily, anzi, cerca di non farci ca-
so. E ricorda a se stessa che i miracoli da soli non bastano a
indicare quella speciale vicinanza a Dio che è la santità;
verrà tenuto conto anche della Vita. A tale scopo, raddop-
pia i propri sforzi caritatevoli con Lily al seguito.
Ora che non va più a scuola, l'abbondanza di tempo libe-
ro che Mercedes ha a disposizione si riduce a poco o niente
una volta passati in rassegna i bisogni della comunità. Mer-
cedes impara una preziosa lezione: se pensi di essere buona,
prova a fare del bene. Ti renderai immediatamente conto
di quanto sia irrisoria la tua gocciolina di bontà. Soprattutto
in una città mineraria. Soprattutto durante la Depressione.
Mercedes si piega con ferma determinazione alla propria
missione: se immergersi nella miseria maleodorante dei me-
no fortunati fosse piacevole, non verrebbe considerato un
sacrificio. Dallo in offerta alle povere anime del purgatorio.
E ricorda, il tempo è fondamentale: i santi che si sono rive-
lati nell'infanzia, raramente hanno vissuto abbastanza da di-
ventare adulti. La vita di Lily è già stata dolorosa e Mercedes
si aspetta che sia breve. Prega. Basta che Lily viva abbastanza
da festeggiare il quattordicesimo compleanno. Nel baratto-
lo per Lourdes ci sono quasi trenta dollari.
Mercedes ha osservato lo speciale dono che Lily ha con i
veterani. All'ultimo piano dell'accogliente ala occidentale
dell'Ospedale Generale di New Waterford, vive un pugno di
uomini resi ospiti permanenti dal tipo di ferite e dalla man-
canza di una famiglia. Alcuni sono privi di braccia o di gam-
be. Tre sono stati asfissiati dai gas: sono perfettamente sani
e integri a parte i polmoni. Se ne stanno seduti in silenzio
accanto alla finestra con la loro maschera a ossigeno finché
il sole non tramonta e non è ora di stendersi perfettamente
immobili sotto le tende a ossigeno. Dietro le maschere, gli oc-
chi si sono allargati e le rughe intorno alla bocca si sono atte-
nuate. Sembrano grossi bambini, e forse è per questo che
amano veder arrivare Lily. Sono adulti bambini e lei è una
bambina adulta.
Lily non batte ciglio quando incontra l'uomo senza fac-
cia: una colata amorfa di pelle infantile coi buchi del naso e
una bocca priva di labbra che non ne vuole sapere di chiu-
dersi. Lui non maschera quella faccia che non c'è perché
non esce mai di lì e nel reparto ci sono tutti abituati; tanto
più che non può farsi paura da solo: non ha occhi. Il suo
piacere supremo è una sigaretta e, adesso, toccare la faccia
di Lily. Ha scoperto il bernoccolo sulla fronte, e lo diverte.
Giura che prima era ancora più brutto e mostra a Lily una
fotografia a riprova. Lily concorda sul fatto che era una vera
schifezza e lui ride. Mercedes prende nota della cosa in
quanto degna di essere inserita nella Vita di Lily Piper per-
ché, a sua conoscenza, quell'uomo non ha mai fatto molto
più che bofonchiare oscenità, figurarsi ridere.
A Lily i veterani non fanno ribrezzo. Le dispiace per loro,
hanno subito delle ferite orribili, ma la pietà è un balsamo
velenoso. Lily ha vissuto in prima persona la pietà, ma non
sapeva come definirla, sapeva soltanto che le metteva una
paura tremenda. Era come scomparire e diventare un fan-
tasma. Avendo vissuto la propria sparizione, sa benissimo
quant'è importante per le persone essere viste, perciò con
gli occhi non si limita a guardarle - anche quelle cie-
che -, ma le cerca, casomai si fossero perse anche loro e a-
vessero bisogno di essere ritrovate.
Giocano a ramino, finché lei non impara il poker. Gli uo-
mini asfissiati dai gas sono gli unici a non ridere mai, anche
se si divertono.
Tornando a casa Mercedes la subissa di domande, e Lily
ha sempre come la sensazione di deluderla quando le ri-
sponde sinceramente: «Mi sono divertita».
Ogni sera, concluso l'operato della giornata, Mercedes si
concede un magnifico foglio bianco: «Caro Ralph...».
Lily potrebbe raccontare a Mercedes cose che produrreb-
bero tutt'altro effetto, ma non le viene mai in mente di far-
lo. Per esempio che il signor Maclsaac ha smesso di bere.
Lui dice a Lily che è stata lei a guarirlo. Le dice che lei ha « il
dono». E successo un giorno che Lily gli aveva chiesto di
farle vedere dove coltivava il medicinale e Maclsaac l'aveva
portata nella serra.
Maclsaac è anche lui un veterano, della guerra boera,
però. Anche quella è stata una brutta guerra. A sentir lui
non ne esiste una bella. Siccome zoppicano tutti e due dalla
stessa parte, si diverte a dirle che dovrebbero partecipare in
coppia a un accidenti di corsa a tre gambe. Le dice quanto
somigli alla sua bellissima sorella Kathleen: «Dio l'abbia in
gloria». Soprattutto adesso che le sta spuntando il rosso fra
i capelli. «Capelli di fata» li chiama Maclsaac, uno scintillio
nel mite occhio cisposo. «Non preoccuparti, cara, è una
bella cosa».
Erano entrati nella serra passando da una porta coi pan-
nelli di tela. Si respirava un'aria misteriosa, umida come un
lago sotterraneo. Dappertutto c'erano vasi di piante, ciascu-
na con una particolare proprietà, ma nessuna, a quanto
sembrava, in grado di guarirlo.
Ma la cosa miracolosa era sulla loro testa. Lily aveva alza-
to gli occhi al tetto di vetro. Il sole era spuntato da dietro
una nuvola filtrando attraverso i minuscoli pannelli. Davan-
ti agli occhi di Lily aveva preso forma un esercito: ombre in
verde e grigio, una spettrale milizia in uniforme, che le sor-
rideva da lassù. Per sempre giovani.
Negativi di vetro. Maclsaac faceva la collezione: dopo la
guerra ne erano stati scartati tantissimi, perché nessuno
chiedeva le ristampe di certe foto una volta che i soggetti
erano stati uccisi.
« Sono i miei figli » aveva detto. « Noi non abbiamo cono-
sciuto la felicità di averne uno nostro, perciò penso a tutti
quelli che hanno perso i loro e a come forse anch'io avrei
perso i miei, date le circostanze».
La signora Maclsaac era morta all'inizio di quell'anno e
tutti si aspettavano che lui la seguisse a ruota, col ritmo che
aveva preso, praticamente sempre sbronzo.
Lily aveva detto: «Sarò io sua figlia».
Lui aveva riso con quella sua risata ansimante, poi si era
coperto la faccia. Le aveva preso la mano e se l'era messa
sulla testa calva. Dopo un po' le aveva restituito la mano e
aveva alzato gli occhi chiedendole un favore.
«Ogni volta che passi davanti alla mia porta, di' un'Ave
Maria per me. Lo farai?».
Lily promise, e lo fece. Lo fa ancora. Non l'aveva detto a
nessuno perché le era parsa una faccenda privata. Di lì a po-
co gridavano tutti al miracolo perché Maclsaac aveva rinun-
ciato alla bottiglia. Anche se non c'era un'anima in città che
non gli dovesse dei soldi, non ce n'era uno che non preferis-
se vederlo vivo e vegeto dietro il suo bancone.
Maclsaac avrebbe vissuto abbastanza da prolungare il cre-
dito durante tutta la Grande Depressione e morire ricco,
sulla carta.
A Lily non era parso di tradire papà quando aveva detto a
Maclsaac che sarebbe stata sua figlia. Frances avrebbe detto:
«E perché papà non è il tuo vero padre». Ma Lily sa che lo
è. Proprio come sa che è possibile volere a ognuno più bene
di tutti. Anche se non può fare a meno di voler più bene di
tutti a Frances.
L'UOMO DELLO ZENZERO

Jameel ha imposto il pagamento del biglietto per gli spet-


tacoli serali. A Boutros fa indossare un fez. Ha sostituito la
tenda scolorita con una di perline. Ci sono portaceneri, ci
sono bicchieri. Alza il prezzo del veleno. Continua a dare a
Frances un nichelino a serata. A settembre ha la faccia tosta
di chiederle una fetta dei suoi guadagni con i clienti privati.
Ne ottiene una revisione degli accordi.
«Sta' a sentire, bello, io ho trasformato questo letamaio
in una Mecca culturale, perciò non venirmi a dire che vuoi
partecipare ai miei guadagni, sono io che da adesso parteci-
po ai tuoi, compare, mi devi il cinquanta per cento degli in-
gressi, altrimenti esco di qui e vado a spifferare tutto».
«Col cazzo».
«Sessanta».
«Quaranta».
«Orevuàr».
La afferra per un braccio. «Quarantacinque».
«Fotti ti».
«Cinquanta».
« Fammi accendere ».
Lui le accende la sigaretta. « E va bene. Adesso sei dentro,
perciò se fai qualche cazzata ti taglio la gola come farei con
un uomo».
«Procurami un piano che sia un piano».
Boutros non conferma e non smentisce la minaccia di Ja-
meel: si limita a contare la metà degli ingressi serali e ad al-
lungarla a Frances.
«Ehi, Boutros» fa lei. «Chi l'avrebbe detto che sapevi
contare».
Gli strizza l'occhio e si dirige verso il magazzino per to-
gliersi il pannolino e la tenuta da vedova allegra.
In un posto del genere arrivare a farsi trattare da uomo è
la cosa migliore: la minaccia di una gola tagliata, e solo
quella, semplifica la vita a una donna. Frances va in banca a
cambiare le monete e i biglietti da due dollari in banconote
più grosse per farle entrare tutte nel suo nascondiglio.
Quando la reginetta di Whitney Pier compie diciassette
anni c'è una torta, i regali e compagnia bella. La clientela,
che col crescere della notorietà di Frances si è fatta più va-
ria, canta «Tanti auguri». Una donna, che Frances chiama
La Contessa perché sembra la lesbica del Vaso di Pandora, le
regala un biglietto di sola andata per Boston. La Contessa,
donna di grande cultura, laggiù ha un'organizzazione di
qualche tipo: l'ha descritta mille volte a Frances che, pur
riuscendo a non fare gli occhi storti a dispetto di quanto ha
dovuto bere, ancora non ha capito bene se la donna gesti-
sce un night-club o un istituto per ragazze ribelli. « L e mie
intenzioni sono assolutamente oneste, Fanny» dice la Con-
tessa, al che Frances le sbadiglia in faccia, strizzandole l'oc-
chio. Un fochista di nome Henry regala a Frances l'ultimo
disco di Bessie Smith, Black Mountain Blues. Lei gli dà un ba-
cione con lo schiocco, poi allunga la mano per il quarto di
dollaro e tutti ridono. Archie MacGillicuddy, detto Calzino
Bianco, che, lo sanno tutti, è un frocetto, se ne arriva con il
coso fuori dai pantaloni gaiamente impacchettato, con tan-
to di fiocco e cartellino: «Per Frances». Frances dice a Bou-
tros di aprirglielo lui: «Avanti, Butruzzo, più piccolo il pac-
co, più bello il regalo». Boutros rifiuta. Sulla porta d'ingres-
so compare Leo Taylor in tempo per vedere Jameel sfilare
tra la folla portando sulle spalle uno scricciolo di puttana
pittata con parasole. Taylor urla al di sopra del fracasso: « Si-
gnor Jameel, ho quello che mi ha ordinato».
Jameel mette giù Frances e varie mani le coprono gli oc-
chi prima che possa voltarsi: « Chi ha spento la luce?! ». Bou-
tros esce con Taylor. Tornano pochi istanti dopo, le vene del
collo gonfie, facendo passare pian pianino dalla porta un
pianoforte verticale come nuovo.
Taylor, che consegna gli alcolici il pomeriggio dei giorni
feriali, non ha mai visto com'è il locale in azione, e a lui sta
bene così. Non gli piacciono gli ubriachi, e le prostitute lo
deprimono: sono tutte figlie di qualcuno. Questa è abba-
stanza piccola da essere una bambina, anche se è senz'altro
impossibile; tanto meglio se le coprono la faccia con le ma-
ni. Però non gli sfuggono gli enormi riccioli rossi della par-
rucca, e le mani che fanno ruotare il parasole, di un bianco
liliale fino ai polsi, dove cominciano due maniche di sudi-
ciume. Sudiciume che si è accumulato a contatto col tempo
e nient'altro. E non può evitare di sentire il suo odore men-
tre depone un'estremità del pianoforte davanti a lei. Odora
di bambina trascurata, quel triste odore di latte acido e pipì
stantia. Taylor esce per tornare con uno sgabello da pia-
noforte, ma lei è già seduta di spalle, che intona con falsa
pudicizia Lasciati chiamar mia reginetta. Gli urta i nervi quella
voce da ragazzina.
Frances non perde una sola nota mentre Boutros smette
di stare a quattro zampe per farsi sostituire dallo sgabello.
Leo Taylor se ne va con un leggero senso di nausea. La
porta di ferro si richiude alle sue spalle mentre il piano pas-
sa come d'incanto dallo svenevole al boogie. Rimonta sul-
l'autocarro e avvia il motore. Vorrebbe tanto tornare a casa
per dare alla moglie e ai bambini il bacio della staffa, ma
non c'è tempo. Insieme agli alcolici, deve trasportare a New
York aragoste vive per tutte le antiche famiglie raffinate e i
gangster nuovi di zecca che se le possono permettere.
Imbocca l'autostrada 4 verso sud e, a tenergli compa-
gnia, evoca la voce e l'immagine della moglie. Richiama al-
la mente ogni amato particolare: gli ispidi capelli color
ruggine, il viso marrone chiaro costellato di lentiggini
marrone scuro, gli occhi da tiratore scelto. Magra e agra,
pensa ridacchiando. Rimangono in comunione di spirito
per tutta la strada fino allo Stretto di Canso finché, abban-
donata l'isola, pensa che sarebbe il caso di lasciarla dormi-
re un po'. «Buonanotte, Addy» dice, sorridendo all'idea
di quante gliene direbbe per la sua scemenza se lo vedesse
chiacchierare con lei ad alta voce nell'autocarro che si
infila sul traghetto. Vede il suo sorriso beffardo mentre si
allunga per baciarlo: «Buonanotte, Zenzero» gli dice.
«Non correre».
Non lo chiamano Zenzero perché è un negro chiaro. E
scuro come la sorella, Teresa. Lo chiamano Zenzero perché
fa fermentare vere bibite allo zenzero secondo una ricetta
antillana tramandatagli dalla madre, Clarisse. Clarisse le
vendeva, ma Zenzero può permettersi di regalarle in giro.
Ha le braccia forti e il ventre morbido dell'uomo felice.
Spesso si chiede come mai la vita è stata tanto generosa con
lui, e si mette a elencare le sue fortune: un buon lavoro, dei
bei figlioli sani e una moglie d'acciaio.

Quella notte Frances sgattaiola come sempre nel letto


accanto a Lily, ma di lì a poco si sveglia da un altro incubo.
Ci sono sogni ai quali ormai è abituata, come quello dove
si amputa una gamba e la dà a Lily, solo che è della misura
sbagliata. Ci sono sogni ai quali non si abituerà mai, come
quello dove per sbaglio mette Lily in forno e la cucina, ma
la mamma sembra non accorgersi che l'arrosto è Lily e
non se ne accorgono nemmeno gli altri a tavola. Ma quel-
la notte Frances si sveglia con la gola stretta da un urlo
muto: mamma è nell'orto sul bastone dello spaventapasse-
ri, con il vecchio fedora e uno dei suoi sformati vestiti a
fiori tutto incrostato sul davanti: ha in mano le forbici per
il pasticcio di carne e rognone con un pezzetto di cartila-
gine rosa penzoloni. Ma la cosa peggiore è che è senza fac-
cia. Mamma!...
Frances è decisa a non assistere al finale di quel film mu-
to, nel caso dovesse aggiungersi il sonoro. Ha bisogno di
dormire in un posto che tenga fuori i sogni. Un posto vuoto
e assolutamente silenzioso. La soffitta, trovandosi in peren-
ne stato di choc, è entrambe le cose.
Trixie segue Frances che attraversa il corridoio trascinan-
do una coperta e una pila di cuscini fino alla porta delle sca-
le della soffitta. Frances la apre, ma sia lei sia Trixie esitano.
Il problema è che, se anche la soffitta non è infestata, le sca-
le lo sono.
Frances rimane scalza in fondo alle scale a guardare su
verso lo stretto passaggio. Sente tirare il cuoio capelluto,
come se avesse ancora le trecce. Nell'oscurità, il suo corpo
si distende e si contrae violentemente, come se fosse un
elastico: improvvisamente lungo tre metri e curvo, poi pic-
colissimo, come un neonato. « H o dimenticato di metter-
mi la vestaglia»... Frances rivede nella propria mente la ve-
staglia verde scozzese. «Ma cosa dico, quella vestaglia non
ce l'ho più da quando io e Mercedes eravamo piccole e
avevamo tutte le cose uguali». Frances è sul primo gradi-
no. Un gelo umido lungo la spina dorsale le riporta il cor-
po alle normali dimensioni e l'assale la paura, perché sen-
te delle voci. Appena sott'acqua, sono ancora voci di pesci,
ma stanno per gorgogliare in superficie, tra un attimo ca-
pirà cosa dicono. Frances comincia a borbogliare piano
piano con le mani sulle orecchie e si costringe a salire il se-
condo gradino. Ombre bagnate sfilano ciabattando, Kath-
leen è lassù. No, non è lei, sono solo i gattini, stop... devo-
no essere battezzati... no... «chi è l'assassino?!»... no... «tu
sei il diavolo!»... no, no, no, no, per tutte le scale, finché
non'è in cima e apre la porta.
Arrivare in soffitta è come arrivare nel deserto dopo es-
sere quasi annegati. Frances si chiude la porta alle spalle.
Trixie balza silenziosamente sul davanzale. Frances si sten-
de sul pavimento. Chiude gli occhi e sprofonda in un son-
no vuoto, senza più nessun bisogno di temere la morte per
sogno.
Il giorno dopo Frances si sveglia più sobria di quanto non
sia mai stata da quasi un anno a quella parte. Trova nel borsi-
no da Guida un biglietto ferroviario per Boston, ma non ri-
corda come ci sia finito. Va alla stazione di Sydney e lo riven-
de in cambio di contanti. Non ha nessuna intenzione di la-
sciare l'isola finché non ha guadagnato abbastanza per Lily. E
non ha portato a termine qualcos'altro. Che cosa, Frances?
Qualcosa. Lo saprà al momento buono. Frances è un com-
mando che si addestra per una missione così segreta che
neanche lei sa cos'è. Ma è pronta. Ogni notte il percorso a
ostacoli. Manovrare dietro le linee. Camuffata per mimetiz-
zarsi col terreno.
La notte prima della fine della guerra, Kathleen slaccia
una fascia smeraldo dalla vita del suo nuovo, scandaloso ve-
stito di chiffon verde chiaro e l'avvolge torno torno la falda
del fedora nerofumo del suo amore. Fa scivolare la mano
sul davanti della camicia coi bottoncini a rombo e insinua la
coscia tra le ampie gambe dei pantaloni neri a righe mar-
roncine.
Nei quartieri alti ci sono club misti dove possono andare.
E c'è quel posto intimo a Central Park. Devono fare atten-
zione, ma non è facile. Sono talmente giovani, dimenticano
che il mondo non è in amorosa sintonia col loro amore.
LIBRO 6
LA GUIDA
NON TI LAGNARE

È il maggio del 1931, e Mercedes è angosciadssima: Ralph


non si fa vivo da otto settimane. Non ha intenzione di chie-
dere sue notizie alla Luvovitz perché è poco signorile da
parte di una fanciulla dare l'impressione di correre dietro a
un ragazzo, e Mercedes non vuole sembrare «facile»... so-
prattutto agli occhi della futura suocera. Per non dire che
se Ralph avesse dei problemi i suoi lo saprebbero, e invece
non sembrano darsi pensiero. Ciò nonostante, Mercedes si
affaccia al negozio dei Luvovitz varie volte alla settimana, e
c'è sempre qualcosa, chissà com'è, che le è sfuggita...: «Oh,
signora Luvovitz, non ci crederà, mi sono dimenticata di
prendere mezzo chilo di sanguinaccio per papà».
Un giovedì pomeriggio, Mercedes si ripresenta al nego-
zio per comprare una scatola di sale che la mattina ha di-
menticato. Battendo il prezzo sulla cassa, la Luvovitz fa a
Mercedes un sorrisetto strano e le chiede: «E allora, come
sta tuo padre, cara?».
« Oh, sta bene, signora Luvovitz, grazie ».
Tutte e due annuiscono e si sorridono, ma nessuna fa per
congedarsi. Mercedes chiede: «E il signor Luvovitz come
sta?».
«Oh, lo conosci, sta magnificamente, cara, magnifica-
mente».
Mercedes fa un risolino e annuisce.
La signora Luvovitz chiede: «Come stanno le tue sorel-
le?».
«Lily sta magnificamente, grazie, e Frances sembra... be',
per Frances sono un po' preoccupata, sa com'è, deve anco-
ra trovare la sua strada... ».
«Siamo tutti preoccupati, cara, ma lei è una... in fondo, lo
sai, è a posto».
«Sì, grazie».
La Luvovitz prende un barattolo di Ovomaltina e lo al-
lunga a Mercedes. «L'hai mai provato questo? Lo facciamo
arrivare dall'Inghilterra».
«Oh, davvero? No, mai».
«Tieni, provalo, ti piacerà».
« O h » . . . Mercedes arrossisce e fa per prendere il portafo-
glio, non sapendo bene... ma la Luvovitz le appoggia una
mano sulla sua e, nel tono familiare di rimprovero che ri-
mette Mercedes a suo agio: «Ehi-ehi, ma che ti credi di fare,
metti subito via quei soldi».
Mercedes dice: «Grazie tante, signora Luvovitz, lei è vera-
mente molto gentile» e si sente scema, consapevole che si
sta profondendo in ringraziamenti perché il sorriso della
Luv è diventato un po' eccessivo. In realtà Mercedes non ha
mai visto un sorriso tanto forzato sul viso di quella cara don-
na. Mercedes sorride a sua volta, morendo dalla voglia di
chiedere: « H a notizie di Ralph?». Invece la ringrazia di nuo-
vo e si volta per andarsene, ma la Luvovitz butta lì: «Hai no-
tizie di Ralph?».
Mercedes si gira. Adesso è davvero preoccupata. « No, oh
mio Dio...».
«Sta bene, sta bene, i nostri amici ci scrivono che sta be-
ne, sta a meraviglia, è solo che... ».
« Oh, bene, questa sì che è una buona notizia... ».
« Non abbiamo ricevuto nemmeno una lettera da lui e mi
chiedevo...».
«Oh mio Dio». Si guardano un attimo, poi Mercedes
scuote la testa. «Mi dispiace, ma anch'io è un pezzo che
non ne ricevo».
Mercedes è sconcertata e imbarazzata da quanto segue.
La Luvovitz stringe le mani di Mercedes fra le proprie e di-
ce, con il mento corrugato in un sorriso, per trattenere le la-
crime: «Sei una brava ragazza, Mercedes, una ragazza mera-
vigliosa».
«Grazie, signora Luvovitz». Mercedes lascia cadere l'Ovo-
maltina nella borsa a rete e per poco non dimentica il sale,
aggiungendo: «Non appena avrò notizie di Ralph glielo
farò sapere».
Ma la Luvovitz si è girata verso gli scaffali, tutta presa a si-
stemare una scatola di spugnette abrasive.

Tre settimane dopo, la sospirata lettera arriva. Mercedes


la porta in camera sua, salendo insolitamente le scale due
gradini alla volta. Si tuffa sul letto baciando la busta prima
che la testa tocchi il cuscino, e resta un attimo stesa su un
fianco a carezzare il sigillo. Caro Ralph. In tutti quei mesi i
suoi lineamenti si sono affinati e la voce si è fatta più
profonda nella mente di Mercedes, che sospira, coglie il
rossore sulle proprie guance nello specchio della toeletta e
ordina: «Non fare la ragazzetta scema, signora Mercedes
Luvovitz»... al che le scappa da ridere e abbraccia il cuscino
e ci affonda la faccia. Alla fine si ricompone abbastanza da
aprire la lettera. «Cara Mercedes,» - caro Ralph - «è una
bella presunzione da parte mia scrivere questa lettera a te
che sei una ragazza così speciale e potresti avere tutti i cor-
teggiatori che vuoi invece di sentirti impegnata con me, ma
credo sia meglio parlar chiaro, perché se non lo faccio po-
tresti pensare che sono un vigliacco. Ecco come stanno le
cose. Mi dispiace terribilmente se ti ho dato modo di spera-
re... ».
Quando Mercedes è in condizione di alzarsi, va alla toe-
letta e toglie la fotografia di Ralph dalla cornice, scoprendo
la poesia con la quale aveva sostituito la fotografia di Ro-
dolfo Valentino quasi cinque anni prima. Torna al letto e si
siede perfettamente immobile, decisa a far rifluire il pro-
prio sangue in subbuglio; e ci riesce al punto che non può
più, neanche volendo, stringere il pugno. Un po' alla volta
la temperatura cala mentre fissa le sagge parole nel riqua-
dro, cancellando Ralph.
Arrivata la sera, è perfettamente calma. Lucida, anzi, per
la prima volta da quando si è presa quella cottarella per il
figlio del droghiere. Un ebreo. Santo cielo. E intanto tra-
scuravo chi ha bisogno di me.
Mercedes scende di sotto con la testa in perfetto equili-
brio sul collo, il tocco della mano a ingentilire la balaustra.
Stasera Frances farà il bagno, non si discute. Mercedes en-
tra in cucina, va dritta al barattolo per Lourdes e conta i sol-
di. Hmm. Dobbiamo darci un po' più da fare, eh? Accende
un fornello e fa fuori la fotografia accartocciata del ragazzo
dalle orecchie a sventola. Prepara un'abbondante cena per
papà. L'addolora pensare a come negli ultimi tempi abbia
trascurato i suoi doveri di cuoca, mentre papà, che è tanto
gentile da non farglielo pesare, dice soltanto: «Non starti a
preoccupare, Mercedes, tornando mi fermerò a prendere
qualcosa di pronto». Decide che d'ora in poi in tavola non
mancherà mai niente. Povero papà.
Mercedes non ha detto a nessuno della lettera, perciò
quando, all'inizio di giugno, i Luvovitz raggiungono Sydney
in macchina per riunirsi felicemente al figlio, non sono pre-
parati a conoscere sua moglie. Mariejosée è minuta e pie-
notta nei punti giusti. Scura e graziosa. Cattolica e incinta.
L'increscioso incidente non offusca in nessun modo il fatto
che lei e Ralph sono innamoratissimi.

Non ti lagnare

Ho visto una fanciulla, d'oro il crine


e l'ho invidiata, così bella e fine.
Dalla navata zoppicando incede:
un sorriso, una gruccia: è senza un piede.
Perdonami oh Dio quando mi lagno,
io ho due gambe, e il mondo in pugno.

Mi son fermata ad acquistar dei dolci,


11 giovane commesso mi ha ammaliato.
Ero in ritardo... ma con lui ho indugiato.
Mi ringraziò alla fine: «Lei è altruista
con chi non ha la vista».
Perdonami oh Dio quando mi lagno
io ho due occhi, e il mondo in pugno.
Poi ho visto un bambino, occhi celesti.
Guardava gli altri piccoli far festa.
«Coraggio, caro, agli altri vatti a unire».
Lui, fisso innanzi a sé, non potè udire.
Perdonami oh Dio quando mi lagno...
ANONIMO
DONNE SCURE

Una notte di marzo del 1932 Frances, nel gelido magazzi-


no dello spaccio, si sta rimettendo la divisa da Guida. Anche
se soffre il freddo più di tanti altri, lo benedice perché fa
sembrare i vestiti così freschi. Quella sera si prende un mez-
zo spavento: una flaccida voce femminile le tonfa addosso
come una medusa: « Sei una poco di buono ».
Frances alza gli occhi. La chiazza di buio più scura è ine-
quivocabilmente Camille.
«Ehilà, zia Camille».
«Sei una svergognata».
Frances si tira su le luride calze di lana: «Siamo tutte so-
relle sotto il visone, bella mia».
«Perché non t'ammazzi?».
Frances scoppia a ridere e se ne va.
A una prima occhiata, con la divisa da Guida, è diffìcile
credere che Frances sia una diciottenne e non una bambina
di dodici anni. A una seconda occhiata, è difficile credere
che sia mai stata una bambina. Camille la guarda allonta-
narsi e si chiede: che avrà fatto mia sorella per meritarsi
questo? Ma, del resto, che avrò fatto io per meritarmi la mia
vita?
Dopo che Materia, la figlia più grande di Mahmoud, era
scappata con il bastardo enklese, lui aveva dato la seconda
figlia a Tommy Jameel, ritenendo sufficiente il fatto che fos-
se libanese. Non era sufficiente. Adesso Mahmoud lo sa; Ja-
meel non è suo genero.
Per fortuna restavano tre figlie, che gli avevano permesso
di compensare la perdita delle prime due. Sono tutte felici.
Due hanno sposato dei bravi ragazzi libano-canadesi di Syd-
ney e la più piccola ha sposato un dottore... un enklese, ma
un tipo a posto. E i maschi hanno fatto tutti buoni matri-
moni: tre hanno preso mogli che venivano dalla Patria Lon-
tana: l'ideale. Tre hanno sposato delle canadesi: una libane-
se, due del posto. Un figlio si è fatto prete, Dio è grande. In
tutto finora fanno quaranta nipoti: ventiquattro sono Mah-
moud, quindici dei quali maschi. Mneshkor allah.
Camille avrebbe avuto da scegliere, quanto a mariti. Era
davvero la più bella, di quelle che spiccano tra tanti figli.
Avrebbe potuto essere Camille MacNeil, Camille Shebib o
Camille Stubinski. Invece è Camille Jameel. Non ne fa una
colpa a papà... lei per papà ha una venerazione. E come po-
trebbe farne una colpa a Materia, che idolatrava? Perciò
odia Frances, la puttana che vive al solo scopo di disonorare
la memoria della povera Materia.
Camille è una donna semplice che voleva una vita sempli-
ce. Invece ne ha avuta una complicata. E dove l'avevano
portata le sue moine e le sue lunghe ciglia? Alla bettola di
Jameel. Papà aveva dato a Jameel una bella dote, e Dio solo
sa che fine hanno fatto quei soldi. Camille non ha qualità
particolari. Le avevano insegnato certe cose, e lei quelle
avrebbe saputo fare. Al mondo non dovrebbero occorrere
eroine, ma se poi ce n'è bisogno e una non è tagliata non
sta a noi giudicare. Dovremmo limitarci a dire: povera Ca-
mille, è diventata una megera come tante altre al posto
suo... e girarle al largo.
In fondo al cuore, però, c'è ancora speranza. Una radura
nel bosco. Non quando guarda i suoi cinque figli, tutti ri-
succhiati dal padre non appena erano stati grandi abbastan-
za da trasportare una cassa o correre a riferire un messag-
gio. Non quando guarda il marito, che la prima notte di
nozze non si era nemmeno dato la pena di radersi... e subi-
to dopo aveva ispezionato prima se stesso, poi le lenzuola,
per assicurarsi che non l'avessero fregato. No. In fondo al
cuore, la radura è dove Camille sosta come un cervo, e
aspetta che papà si accorga di lei.

La notte successiva, il fantasma nero come l'inchiostro è


di nuovo lì che aspetta nel magazzino. Frances non si sente
granché tranquilla: Camille è tipo da starsene seduta come
un salame finché un bel giorno agguanta un'ascia.
«Ciao, zia Camille, che vai cercando?».
«Fai schifo».
«Ehi, ma che bel completino ti sei messa».
«Sei la vergogna di mio padre».
«Come sta, penso sempre di passare a trovarlo».
«Non sei degna di mettere piede nella casa di mio pa-
dre».
Frances chiude la sicura del borsino rigonfio da Guida e
se ne va. Camille le ha appena dato un'idea.

L'indirizzo è sull'elenco telefonico. Frances arriva a una


casa sulla collina. Sgattaiola da una siepe a un albero. Da un
arbusto a un muro laterale... lo scivolo per il carbone è giu-
sto giusto per un bambino. Una volta entrata nella casa del
nonno, le postazioni strategiche non mancano. E c'è un sac-
co da rubare, non si sa da dove cominciare.
Sulla parete interna del fastoso salone c'è una grata.
Non è raro vedere la faccia di Frances fra i viticci di ferro
battuto, solo che a nessuno viene in mente di guardare.
Lo stanzino in fondo alle scale è pieno di soffici cose scu-
re. Quando una fessura della porta è aperta, è possibile
scorgere una sottile striscia bianca che interrompe lo spic-
chio di oscurità. E Frances che sbircia. Mani frettolose in
cerca di pellicce e scialli le hanno sfiorato i riccioli senza
percepire la differenza. E se, una notte, l'occupante della
camera da letto padronale al piano di sopra dovesse sve-
gliarsi e guardare senza motivo sotto il letto, potrebbe tro-
varcela stesa con le braccia incrociate sul petto, a fissare il
punto dove dorme il cuore di Mahmoud. Sempre che non
lo stia scrutando attraverso le sbarre di ottone ai piedi del
letto.
Frances si impregna della lunga sagoma sottile del non-
no, la pelle dalla tonalità e dalla consistenza flessuosa del
cervo anziano. N o n ci vede nulla della mamma, se non il co-
lore della pelle, l'ebano liquido degli occhi - anche se quel-
li di lui sono aguzzi - e l'ondulazione dei capelli grigio ac-
ciaio. Si sente attanagliare da un'improvvisa nostalgia per la
nonna, e si chiede come sia possibile sentire la mancanza di
qualcuno che non si è mai avuto. La sorprende, però, indi-
viduare una somiglianza familiare: c'è qualcosa di Mercedes
nella spigolosità del corpo di Mahmoud, nel portamento e
nel tronco inflessibile. Frances conclude, e non è la prima
volta, che lei dev'essere una trovatella.
Ne riporta sempre un regalo per Lily. Un pettine a coda
di puro argento con i denti di tartaruga. Un anello con una
pietra di luna. Una treccia.

Lily accarezza la nera treccia secca, come se fosse una


creatura che potrebbe morire di spavento da un momento
all'altro.
« Era della mamma » dice Frances.
«Posso tenerla?».
«E tua».
«Dove l'hai presa?».
« Ho trovato una botola, come nelle Mille e una notte. Con-
duce a un giardino sotterraneo. Laggiù, sugli alberi cresce
di tutto: gioielli, capelli... E bambini che non sono ancora
nati».
Secondo Lily, con quelle parole Frances si riferisce alla
vecchia miniera francese. Non le piace pensare a Frances lì
dentro tutta sola a caccia di tesori. A derubare i morti. Lily
la supplica di portarla con lei, ma Frances dice che il giardi-
no arabo è una «missione solitaria». Quando Frances porta
a Lily una singola perla, però, Lily comincia a preoccuparsi,
perché significa che Frances si è tuffata. Ha paura che possa
decidere di annegare nella pozza della vecchia miniera
francese. Lily lo sa quant'è grande la tentazione di respirare
l'acqua, perciò chiede a Ambrose di proteggere Frances. Ti
prego, caro fratello, salva la nostra adorata Frances dall'an-
negamento, come hai salvato me.
La prima volta che Frances rimase fuori tutta la notte, a
Mercedes parve di impazzire. Si toglieva e si rimetteva la ca-
micia da notte, si torceva le mani e fu varie volte lì lì per
uscire... ma non avendo la più pallida idea di dove andarla a
cercare, presto tornava a vegliare al tavolo di cucina. E se
Frances avesse telefonato mentre lei era fuori?
Mercedes si tormentava in silenzio per non preoccupare
papà, immerso in un sonno più che necessario e insolita-
mente profondo sulla sua poltrona. La mattina, scendendo,
Lily aveva trovato Mercedes seduta in cucina a sbucciare ci-
polle.
«Che stai cucinando, Mercedes?».
«Niente, Lily, torna a letto».
«E mattina... Frances non è ancora tornata?».
Mercedes si era asciugata inavvertitamente gli occhi con
le mani di cipolla, ritrovandosi a inghiottire impotente le la-
crime.
«Mercedes... ».
«Non fare la sciocca, Lily, sto solo affettando le cipolle».
«Non preoccuparti per Frances, Mercedes, ho chiesto a
Ambrose di vegliare su di lei».
Mercedes aveva afferrato Lily e l'aveva abbracciata. Lily
aveva sentito qualcosa di duro premerle contro la spina dor-
sale - Mercedes si era dimenticata di posare il coltello -, ma
era troppo educata per dire qualcosa. James era entrato in
cucina sfregandosi le mani, ristorato, malgrado la notte pas-
sata sulla poltrona vestito: « Chi ha voglia di uova e pancet-
ta? Le preparo io».
«Oh, papà,» aveva detto Mercedes «non preoccuparti
per Frances, tornerà di sicuro».
E così era stato, quel pomeriggio, con una minuscola bal-
lerina intagliata per Lily.
Ora Mercedes ha smesso di preoccuparsi quando Frances
scompare come un gatto per giorni e giorni, sicura che c'è
chi la protegge grazie alla speciale intercessione di Lily. Mer-
cedes lo annota come un altro segno e lo aggiunge alla lun-
ga lista del rapporto che un giorno sottoporrà al vescovo.

Mahmoud non si accorgerà mai della sparizione della


treccia, perché non immagina neanche lontanamente che
sia sopravvissuta all'epurazione di Materia. Frances l'ha tro-
vata sotto il velluto rosso che riveste il fondo del portagioie
di Giselle, rischiando grosso.
Mahmoud, nel letto all'estremità opposta della stanza,
dormiva come un ciocco. Frances era alla toeletta della
buon'anima di sua nonna, a ispezionare il bottino esposto
davanti a sé. Spazzole, pettini e specchi d'argento. Un porta-
gioie di palissandro. Sollevando il coperchio era scattata una
ballerina rosa accompagnata da una musica d'organetto.
Frances aveva richiuso il coperchio di botto, voltandosi verso
Mahmoud che aveva mugugnato, si era girato e aveva guar-
dato dritto verso di lei. Erano rimasti così, a fissarsi, finché
lei non aveva capito che stava ancora dormendo. Lo aveva sa-
lutato con la mano. Gli aveva fatto un gestaccio col medio.
Era tornata al portagioie e l'aveva appena schiuso... sì, ora
riusciva a vedere la ballerinetta a faccia in giù. Infilando un
dito nella fessura, Frances l'aveva tenuta nella posizione del
cigno morto mentre lei apriva e saccheggiava il portagioie.
Aveva sollevato il rivestimento di velluto per controllare se
c'era un doppiofondo con dei soldi, e così facendo si era im-
battuta nella treccia nera che era lì attorcigliata nel suo nido
di gioie. Doveva essere senz'altro della mamma, altrimenti
perché nasconderla? Le cose delle ragazze perdute sono
sempre proibite. Frances aveva infilato treccia e gioielli nel
borsino da Guida, lasciando solo un filo di perle vere. Aveva
sradicato la ballerina, filamenti di velluto rosso che penzola-
no dai piedi sulle punte, pensando di lasciarla sul cuscino di
Mahmoud come un regalo del topolino dei denti, ma poi
aveva deciso che sarebbe piaciuta a Lily. Alla fine aveva preso
le perle e, tagliato accuratamente il filo con i denti, ne aveva
tolta una arrotolando le altre nel portagioie di palissandro,
peraltro vuoto, per poi uscire pian piano dalla stanza col bot-
tino.
Ma Frances in realtà vorrebbe rubare Teresa, che conti-
nua a lavorare per Mahmoud, o essere rubata da lei. Teresa
della caramella bianca e nera. La Regina Teresa, travestita
da cameriera. Frances non si lascia ingannare dalla sua
sporta o dall'abbigliamento semplice. Sembra quasi vanità
da parte di una con il viso di Teresa indossare vestiti così
umili, che servono solo a esaltare la bellezza di chi li porta.
Spiando per la prima volta Teresa che entrava dalla porta
della cucina con la propria chiave, Frances aveva avuto la
folle certezza che ora Teresa fosse la signora Mahmoud... la
mia nonna adottiva! Ma leresa se n'era andata alle sei del
pomeriggio, dopo aver preparato la cena per Mahmoud, e
Frances aveva capito che aveva una casa dove tornare, con
tanto di bambini fortunati, neanche a dirlo.
In cucina c'è una porta che dà sulla cantina e a Frances
piace sedersi dietro la sua scheggia di luce e guardare Tere-
sa all'opera. Resta lì ore e ore, fino a trasformarsi nell'impa-
sto che Teresa sta lavorando, o nel bicchiere dove versa il
latte, o nel grembiule dove si asciuga le mani. Le dà una pa-
ce tale che una volta si è addormentata, ruzzolando per tut-
te le scale della cantina. Quando Teresa era scesa a vedere
cos'era quel baccano, Frances si era nascosta e, anche se
moriva dalla voglia di dire: « Sono io, mi sono fatta male », si
era limitata a un: «Miao».
Un giorno arriva un uomo e si siede in cucina a mangiare
mentre Teresa lavora. Si chiama Zenzero - « Entra, Zenzero,
tesoro ». E il suo tesoro, ma non suo marito - Teresa dà una
voce a Mahmoud in soggiorno: « C ' è mio fratello, signore».
Zenzero ha una tuta, ma non è un minatore, ha un'aria
troppo sana. Frances lo riconosce subito: è quello che por-
tava Kathleen avanti e indietro da scuola con la Ford nera
modello T. Aveva riaccompagnato Kathleen il giorno che
Teresa aveva dato a Frances la caramella a strisce bianche e
nere. Aveva chiamato Teresa e se n'erano andati insieme, e
Kathleen aveva preso la caramella di Frances e l'aveva butta-
ta nel torrente. Frances si ricorda perfino cosa avevano
mangiato a cena quella sera... pasticcio di carne e rognone.
Frances si chiede perché le si imprimono nella mente certi
dettagli stupidi come una cena, quando darebbe qualsiasi
cosa per ricordare altre cose, come l'ultima volta che ha
sentito il tocco di sua madre.
Mahmoud arriva mentre c'è Zenzero e dice: «Salve, L e o »
e Frances per poco non perde di nuovo l'equilibrio sui gra-
dini, scossa dalla collisione di due uomini nella sua mente.
Frances vede il nome impresso sul retro dell'autocarro dei
liquori parcheggiato di fronte alla distilleria di James, poi,
in dissolvenza, l'autocarro si trasforma nella Ford modello
T, ma il nome impresso rimane: «Trasporti Leo Taylor».
Zenzero dice: «Salve, signor Mahmoud».
Mahmoud chiede col suo accento ombroso: «Ce l'hai
con te la tua specialità?».
«Come no, signor Mahmoud, e forte come piace a lei».
La sorpresa di riconoscere Leo Taylor supera di gran lun-
ga quella di vedere il nonno tracannare una bottiglia marro-
ne della «specialità». Frances non avrebbe mai detto che fos-
se un bevitore. E non lo è, naturalmente, è solo una bibita al-
lo zenzero. Frances lo capisce quando Teresa ne versa un
bicchiere per sé e uno per il fratello, e capisce anche che sta
morendo di sete. Vedendo l'oro frizzante scivolare tra le lab-
bra di Teresa e scenderle nella gola, Frances smania dalla vo-
glia. Leo Taylor sorseggia il suo bicchiere lentamente.
Guardando, Frances ricorda quando ha detto a Lily che il
suo vero padre era un nero di Coke Ovens. E a Leo Taylor
che pensava, dopo averlo visto alla distilleria di James. Aveva
raccontato a Lily quella storia per scoprire se era vera. Co-
me la storia del vecchio gatto arancione che aveva soffocato
Ambrose, e papà l'aveva seppellito nell'orto. Come la storia
della mamma che aveva annegato Ambrose nel torrente, e
quella della vecchia miniera francese. Frances ha bisogno di
raccontare una storia a voce alta per indovinare quanto c'è
di vero sotto la superficie.
Nelle circoscritte spedizioni notturne su per le scale della
soffitta, Frances ha visto un'immagine che non sapeva di
possedere: Kathleen con la pancia rosso-nerastra, i capelli
sudati, due minuscole creature vive tra le gambe. Non c'è
nessun altro nell'immagine, tranne la persona che guarda:
devo essere io. In fondo alla mente c'è una voce che Frances
non riesce ancora a distinguere; è più un vento che geme,
anzi un sospiro, e nel sospiro è una domanda. La domanda
è: come sono finiti nel torrente i bambini, Francesi La voce si fa
più vicina, è sul primo gradino. In parte per soffocarla, in
parte per darsi sostegno lungo il tragitto, Frances racconta a
se stessa un'altra storia.
In cima alle scale della cantina del nonno, dietro la fessu-
ra della porta, guardando Teresa e il fratello che bevono la
loro bibita allo zenzero, Frances bisbiglia forte, svelta e sot-
tovoce, come Mercedes quando dice il rosario: Kathleen è la
madre di Lily, Ambrose è annegato non si sa perché, Kathleen non
era sposata, aveva un tumore nella pancia ma non proprio, c'era
un padre segreto, era Tornerò... lui l'accompagnava a scuola con la
macchina e si sono innamorati, ecco perché papà dice di non suo
nare la musica da negri che c'è nella cassa del corredo... papà ha
mandato Kathleen a New York ma Zenzero l'ha seguita con l'au
carro, papà l'ha riportata a casa ma era troppo tardi, è morta di g
melli... lo conosci l'Uomo dello Zenzero, l'Uomo dello Zenzero,
mo dello Zenzero, lo conosci l'Uomo dello Zenzero, sta in Via d
Zenzero. Amen, Lily e Amorose.
«Ciao, Zenzero bello» dice Teresa sulla porta della cuci-
na. «Non correre».
Teresa lava i bicchieri e Frances scende con passo felpato
i gradini della cantina. Parte della sua storia è vera. E parte
è abbastanza vera. Frances scoprirà dove abita Zenzero e
comprerà una cassa di bibita allo zenzero.
Risale sculettando lo scivolo per il carbone e sbuca sotto
una stoccata di luce.

Zenzero ha visto una ragazzina sulla Litoranea tra New


Waterford e Sydney. Bighellona lungo il ciglio del fossato,
guardando dovunque tranne dove mette i piedi. Perché le
permettono di vagabondare da sola sull'autostrada e per-
ché non è a scuola? Chi è il padre? Dov'è la madre? Indossa
sempre una divisa da Guida: strano, perché sembra più una
Coccinella che una Guida.
La terza volta che Zenzero passa, vanno tutti e due nella
stessa direzione, perciò rallenta un po', con una mezza in-
tenzione di offrirle un passaggio, ma cambia idea, non vuo-
le spaventarla. Lei però alza gli occhi quando l'autocarro
rallenta e Zenzero la vede in faccia nello specchietto latera-
le. Gli si stringe il cuore. Chi permetterebbe a sua figlia di
percorrere da sola la Litoranea un giorno dopo l'altro? Lui
no di sicuro. Ha tre figlie: due Coccinelle e una Guida.
Rabbrividisce e tira dritto. Dà un'occhiata alla medagliet-
ta di San Cristoforo appesa al retrovisore. Zenzero non ha
mai avuto un incidente, è un buon autista, ma ultimamente
la strada gli fa dei brutti scherzi. Prima la vedeva nel suo in-
sieme e per lui guidare era naturale come battere le palpe-
bre o respirare, mentre ora è come se vedesse ogni singolo
tratto di strada nel momento in cui le ruote ci passano so-
pra. Ai lati, ogni pietra, ogni albero è isolato dal resto, e lui
non si aspetta più di veder continuare la strada dietro la cur-
va. Guidare gli dà da vivere: le allucinazioni sono un lusso
che non si può permettere.
E dall'ultimo viaggio a New York che Zenzero non si sen-
te in forma. Non è mai del tutto riposato, o del tutto sveglio.
E come se dentro la testa fosse rimasta aperta una finestra
che lascia entrare uno spiffero. Non riesce a raggiungerla
per chiuderla. Ma riesce a guardare fuori, anche se non ve-
de altro che nebbia. Gli invade la mente, offuscando la sua
serenità, facendolo rabbrividire. Eppure lui continua a guar-
dare. Perché là fuori, nella nebbia, sente qualcosa che lo
guarda.
Sua moglie, Adelaide, sa che qualcosa non va, ma come fa
Zenzero a spiegarle quel che non sa spiegare a se stesso? A
New York ha ascoltato della musica. Sembra assurdo, lo sa,
perciò il minimo che possa fare è tenerselo per sé. Può la
musica gettare un sortilegio? Sì. Lo sanno tutti. E tutti ride-
rebbero di lui se lo dicesse.
Era successo in un club di Harlem. Zenzero aveva tempo
da perdere in attesa di un carico di vestiti da riportare in
Pitt Street, ai Magazzini Mahmoud. Ogni volta che Zenzero
si trova in un posto pieno di altri neri è come se si liberasse
di un peso che non sapeva di avere finché non gli cade di
dosso. Aveva passeggiato per Lenox Avenue sentendosi leg-
gero. A Harlem Zenzero si era sentito felice, ma anche solo.
Casa e non casa. Era entrato in un piccolo club della Cento-
trentacinquesima Strada, dove i negri erano i benvenuti
tanto fra gli spettatori quanto sul palco. Un trio suonava
musica tranquilla per un pubblico tranquillo. Tutta la scena
era oltremodo insolita. Niente spettacoli di varietà, niente
trombe o hi-de-ho. Pianoforte, basso e flauto. Zenzero era
stato ad ascoltare.
Fulcro del trio era il pianista. Un tipo magro dalle dita
lunghe e sottili, polsini decorati a mano. Talmente bravo da
scegliere di suonare dentro la musica. La cosa non era alla
portata di tutti, e il pianista non si faceva un vestito nuovo
da una vita. Pantaloni lisi, camicia bianca aperta sul bel col-
lo lungo. Un fedora nerofumo sulle ventitré, con una fascia
di seta verde luccicante.
Tre minuti o tre ore dopo, Zenzero aveva riconosciuto
che il pezzo era Honeysuckle Rose, ma questo non gli aveva
impedito di confondere il braccio sinistro con il destro
quando aveva fatto per sollevare il bicchiere di birra. La co-
sa strana è che Zenzero aveva gusti semplici in fatto di musi-
ca. Per lui un pezzo da cantare con tutta la famiglia era il
massimo. Non poteva certo dire di intendersene. Eppure
quando il pianista aveva concesso alle proprie dita di posar-
si come bruma sui tasti per il successivo motivo interstellare,
Zenzero si era dovuto fermare ad ascoltare.
Fu la notte, sulla via del ritorno a Cape Breton, che si re-
se conto della faglia che gli si andava aprendo nella testa, e
per ben due volte dovette ricordare a se stesso di fermarsi
quando la terra finiva: una volta perché era il momento di
imbarcarsi sul traghetto, e un'altra perché era arrivato a ca-
sa. Aveva abbracciato Adelaide come se fosse il primo cibo
solido che mangiava da settimane.
Eppure non è riuscito a scacciare l'inquietudine, e visioni
come quella della piccola Guida perduta lo preoccupano
forse più del solito. La terza volta che la vede, Zenzero in-
tende parlarne con Adelaide, ma gli sfugge di mente, salvo
tornargli quella notte in sogno. Vede la faccetta bianca e
smunta nello specchietto laterale, vicinissima: i seri occhi
verde scuro, una lentiggine sul naso. Sembra ancora una
bambina, ma indicibilmente vecchia. E la faccia più triste
che abbia mai visto. Zenzero si sveglia, anche se non è un in-
cubo. Gli viene in mente per la prima volta che la piccola
Guida potrebbe essere un fantasma. Che cosa gli sta dicendo
con gli occhi? «Ecco come sono morta... Prega per m e » .
Zenzero si asciuga la faccia... è bagnata, anche se il resto del
corpo non lo è, per cui non può essersi trattato di un sudore
notturno. Che strano. Va a controllare i bambini nei loro let-
ti. Quando torna guarda la moglie dai capelli color ruggine,
che sembra pronta a battersi anche nel sonno. Grazie, Dio,
per Adelaide.
Il giorno dopo, a pranzo, quando porta a Mahmoud la
sua bibita in regalo, Zenzero intende parlare alla sorella Te-
resa della piccola Guida, ma di nuovo gli sfugge di mente.

Jameel guarda Frances di traverso. «Perché lo vuoi sa-


pere?».
«Dimmelo e basta».
Frances l'ha svegliato in pieno giorno e lui ha l'itterizia
come il sole.
«Perché?».
« Perché se non me lo dici do fuoco alla tua cazzo di ca-
sa».
Jameel scatarra la nicotina della notte precedente. «Sta'
attenta a te, non ti dico altro, Leo Taylor ha una moglie in-
cazzosa».
«Non è sua moglie che mi interessa».
«Abita nella casa viola di Tupper Street».
Frances si gira per andarsene; Jameel scuote la testa e
l'avvisa: «Poi non venire a piangere da me ».
Ma lei lo ignora.

A Zenzero Taylor prende un colpo quando, alzando gli


occhi dalla conchiglia che ha in mano il figlio più piccolo,
vede in cortile la piccola Guida che lo fissa. E un fantasma.
Che vuole?
«Posso avere un po' della sua bibita allo zenzero?».
Adelaide si affaccia sulla porta posteriore. «Che vuoi?».
Frances la guarda. I capelli rossicci della donna indicano
a Frances che non è tipo da farsi ingannare. Meglio non ri-
spondere.
Adelaide non stacca gli occhi da Frances. «Chi è quella,
Zenzero?».
«Non lo so, tesoro». Poi rivolgendosi a Frances: «Come ti
chiami, bambina?».
Frances se ne va. Suo figlio fa per inseguirla ma Zenzero
lo prende in braccio.
Adelaide e Zenzero guardano Frances scomparire in fon-
do al vicolo, dopodiché Adelaide dice: «Quella non è una
bambina». E rientra in casa.
SALE

Per prima cosa Mahmoud si accorge che manca un petti-


ne d'argento, il che lo porta dritto al portagioie di palissan-
dro. Lo apre. Uno spoglio perno di metallo scatta su e ruo-
ta al suono dell'Anniversary Waltz. Il portagioie è vuoto, a
parte le perle. Tremando per l'incredulità, le afferra... sci-
volano via dal filo spargendosi sul pavimento.
«Teresa! » ruggisce.
In un attimo lei è lì, che si asciuga le mani punteggiate di
bianchi grani di burghul — stava preparando il kibbeh -, e un
attimo dopo deve ritenersi fortunata se lui non ha chiamato
la polizia: « Prendi le tue cose e vattene ».
Mahmoud contatta la figlia minore, che organizza una
squadra di soccorso di parenti femmine. La famiglia non si
risparmia certo quanto a premure, ma occuparsi a tempo
pieno della casa di un vecchio è un altro discorso. Dovran-
no trovare un rimpiazzo a pagamento, perché il successo
della famiglia di Mahmoud è tale da non lasciare una sola
donna con le mani in mano.
Mahmoud ha schierata davanti a sé una sfilza di ragazze
irlandesi e di colore e di campagna, ma non sembra deci-
dersi per una nuova Teresa, perciò tocca a Camille sobbar-
carsi buona parte del carico. Lei è quanto di più vicino ci sia
a una vedova.
La cosa che fa infuriare Mahmoud è che si era illuso di
potersi fidare di Teresa, di pensare che fosse diversa. E allo-
ra che la vipera colpisce. Non avrebbe mai dovuto dimenti-
care il suo colore. Possono essere le persone migliori del
mondo ma, al pari dei bambini, non bisogna affidargli trop-
pe responsabilità. In questo senso sono come una donna
della peggior specie, perfino gli uomini... a proposito, ora
che ci penso, chissà se il fratello le teneva bordone.
E una tremenda scocciatura, all'età di Mahmoud, dover
spiegare ogni minima cosa a ciascuna delle parenti che si
occupano di lui. Fanno tutte del proprio meglio, ma la cru-
dele verità è che nessuna di loro lo conosce come Teresa. E
- questa è la verità più crudele - nessuna di loro prepara i
piatti libanesi divinamente come lei. Meglio della sua stessa
moglie, che Dio l'abbia in gloria e che Dio mi perdoni. Te-
resa sembrava leggergli nel pensiero. Rendeva tutto così fa-
cile. E Mahmoud sapeva che, a tempo debito, avrebbe la-
sciato che lei si occupasse delle sue faccende intime senza
per questo rimetterci un briciolo di dignità. Questo sì che
significa essere una donna in gamba. E qual è il suo prezzo?
Altro che rubini. Accidenti. Cos'era qualche gingillo in con-
fronto? Non ci avrebbe pensato due volte a darglieli tutti,
fino all'ultimo ninnolo e... ma che vado pensando? Sono
uno stupido vecchio. E qual è il mio di prezzo? Un cavolo,
se non sto attento. Ho bisogno delle mie figlie in un mo-
mento del genere, il sangue del mio sangue, e questo non fa
che dimostrarlo.
Per Mahmoud è una sofferenza accorgersi che i furti non
cessano con la partenza di Teresa. Ricominciano man mano
che l'assistenza della figlia Camille si fa più assidua.
Mahmoud se la prende con se stesso. Nella Patria Lonta-
na non avrebbe mai dato una figlia a Jameel, perché lì la
differenza sostanziale fra le due famiglie sarebbe stata chia-
ra. I Jameel sono arabi. Noi Mahmoud siamo più mediterra-
nei. Più prossimi a essere europei, in effetti. Nel nuovo pae-
se, dove accogli a braccia aperte un compatriota che parla
la tua stessa bellissima lingua, certe differenze finiscono
per offuscarsi. La stessa lingua armonica, umorosa, pregna
com'è d'acqua e di terra. Che sollievo sedersi a mangiare o
a giocare a carte con qualcuno, un qualsiasi Jameel per
esempio, che condivide quella lingua. Che sollievo dal gelo
dell'inglese, che è esattamente come immergere la lingua
nell'acqua ghiacciata. D'altra parte, per Venklese siamo tutti
«neri siriani». Mahmoud si era accorto troppo tardi che i
suoi vecchi valori dovevano proprio essersi dissolti, se aveva
dato la sua figlia più bella a uno sporco arabo semibarbaro.
Povera Camille, una brava ragazza che ha dato alla luce solo
maschi, e cinque per di più... che spreco. E lui, come se non
bastasse, ci ha rimesso Teresa.
Mahmoud, seduto accanto al letto, si scioglie in lacrime.
Si è rifugiato lassù per sfuggire a una nipote pasticciona. E
seduto sulla poltrona coi volant intonata al copriletto - il
tocco di Giselle, rustico francese, Dio l'abbia in gloria -, e
gli occhi gli cadono sulla riproduzione in mogano appesa al
muro delle Mani giunte di Dùrer. L'aveva comprata mia mo-
glie. Un fremito remoto per Giselle dà la stura a lacrime
amare, perché quelle sono le mani di Teresa.
Avanti, fatti un bel pianto e chiudiamo la faccenda. Do-
podiché mettiti in ginocchio e ringrazia Dio che quell'ara-
bo-ha rovinato tua figlia Camille facendone una ladruncola,
e che tu hai licenziato Teresa per un misfatto commesso da
Camille. Ringrazia Dio, perché lo sai che altrimenti, e fra
non molto, avresti chiesto a Teresa di sposarti.
Mahmoud scivola dalla sedia e si accascia in terra sulle gi-
nocchia. Dev'essere stato Dio a intervenire quando le perle
sono andate all'aria: se Mahmoud avesse pensato con la
propria testa, non avrebbe mai potuto credere che la ladra
fosse una donna alla quale, negli ultimi quindici anni, ogni
settimana aveva affidato i soldi per le spese domestiche. Era
stato Dio a parlare per bocca sua. Grazie. Infinita saggezza,
infinita misericordia, non ne sono degno.
Mahmoud si inginocchia e piange sulle sue mani giunte.
Sotto il letto, Frances ascolta, affascinata.

Anche Teresa sta piangendo, ma di rabbia. È a casa sua,


seduta sul divano a due posti sotto la fotografia ritoccata a
mano di Bridgetown, a chiedersi che farà. La cosa peggiore
è che insieme al lavoro si è giocata la reputazione. E a che
prezzo? Un'accusa ingiusta, per una cosa così al di sotto di
lei e di quello che è il suo ambiente. Come ha osato quel
vecchiaccio odioso? Tale e quale agli altri, solo peggio. Luri-
di, schifosi, spregevoli siriani... oh, Signore, io ci provo, ma
Tu me lo rendi difficile. Com'è possibile perdonare e al
tempo stesso vivere?
Finisce sempre così: quelli che non sono di colore non
sopportano che uno di colore diventi troppo bravo in qual-
cosa. Teresa se la prende con se stessa per aver creduto di
essere indispensabile a Mahmoud. La superbia precede la
caduta. Faceva tutto per lui. Si ricordava tutti i nomi e tutti i
compleanni di tutti i nipoti, e andava a comprare l'infinita
sequela di regali a suo nome. Si ricordava quale piatto pia-
ceva a quale figlio e lo cucinava quando veniva a cena. Sa-
peva se rammendare un calzino o buttarlo via, sapeva dove
lui aveva lasciato il fermacravatte di diamanti e gli occhiali
da lettura, gli depositava i soldi in banca, gli pagava le bol-
lette e gli curava i calli. Se non avesse fatto il proprio lavoro
così bene Mahmoud non se la sarebbe presa con lei, licen-
ziandola dopo essersi inventato una sporca bugia. E invece
sì. L'avrebbe licenziata perché era sfaticata «come tutta la
tua gente». Finisce sempre così, comunque sia, e tu rimani
a leccare il sale e a pregare Gesù di portar via l'odio.
Hector si allunga per asciugarle una lacrima, e lei riattac-
ca a piangere. Sono sposati da tredici anni. Hector se ne sta
buono buono tutto il giorno, seduto sotto la coperta ad
aspettare il suo ritorno. Signore, grazie per Zenzero, Adelai-
de e i loro bambini, grazie Dio per i nostri bravi vicini, altri-
menti a quest'ora Hector sarebbe morto di solitudine.
Hector non è stato licenziato, lui non è mai stato accusa-
to ingiustamente di qualcosa e, a differenza dell'amato Zen-
zero, non è mai ricorso a mezzi illeciti per procurarsi da vi-
vere. Hector aveva un buon lavoro all'acciaieria. Lui e Tere-
sa erano sposati da quattordici mesi quando gli era caduta
sulla testa una sbarra arroventata. Ora, se lo tieni per mano,
può fare brevi passeggiate, anche se passa la maggior parte
del tempo sulla sedia a rotelle.
Hector e Teresa avevano rimandato i figli a un secondo
momento, perché lui voleva diventare ministro di culto e si
sarebbero trasferiti a New York, dove avrebbero avuto dei
bambini americani e una vita migliore. Teresa accarezza la
mano di Hector e va a prendergli un pannolino pulito nel
cassetto della biancheria. Ha smesso da tempo di immagi-
nare come sarebbero stati i loro figli.

Jameel fa irruzione nella stanza di Boutros al secondo pia-


no e dice: «Di' a Leo Taylor che stasera deve portare una
cassa di bibite allo zenzero».
Boutros, davanti alla finestra spalancata, si gira e dice:
« L a prendo io, papà».
«Chiudi il becco e fa' come ti dico».
«Perché?».
Jameel allunga la mano e assesta a Boutros una scoppola
sulla nuca: «Ecco perché».
«Ahi».
Jameel ride e spiega: «Tua cugina lo vuole qua».
Boutros non dice niente. Jameel scuote la testa, che Cri-
sto, bisogna spiegargli proprio tutto a 'sto bamboccio, tale e
quale la madre... « L a regina di Saba, Frances la zozzetta, dà
la caccia al suo culo nero».
Boutros sta tremando. Difficile dirlo di uno grosso come
lui. Ha diciannove anni e tra qualche tempo le suonerà a
suo padre. Jameel ride di Boutros, gli prende il faccione fra
le mani, gli schiaccia le guance e gli dà uno scappellotto af-
fettuoso. «Fa' come ti dico, vai».
Jameel esce e Boutros torna a girarsi verso la finestra
aperta. Prende dal davanzale un oliatore ammaccato e fini-
sce di annaffiare i suoi garofani indiani e le sue petunie.
Il nome Boutros significa Pietro. Pietro significa roccia, e
su questa roccia Jameel ha costruito la sua rivendita. E la
maledizione di Boutros essere il maggiore. Ha quattro fra-
telli più piccoli. Per lo più sono identici a Jameel, cioè per-
fetti per essere i maggiori, tranne quello di mezzo, che sicu-
ramente prenderà la strada del sacerdozio. Boutros sogna
di risparmiare abbastanza da comprare una fattoria; di spo-
sare sua cugina Frances e portare lei e la madre, Camille, in
campagna, dove vivranno felici e contenti. Avranno un sac-
co di bambini e lui li amerà tutti, ma più di tutti amerà la
moglie, e renderà gli ultimi anni della madre i più felici del-
la sua vita. All'apparenza Frances è una puttana pittata e
ubriacona, ma Boutros non si lascia ingannare, perché la
ama e un giorno, quanto prima, intende salvarla.
« Papà vuole che stasera vieni a portare una cassa di bibite
allo zenzero».
Zenzero alza gli occhi su Boutros che occupa tutto il vano
della porta. Adelaide dice dalla cucina: « Portatela da te, ra-
gazzo».
«Papà dice che deve venire lui».
«Sta' tranquilla, Addy, ci metto poco». Zenzero fa per
prendere la giacca.
«Non adesso,» dice Boutros «stasera dopo mezzanotte».
«E perché?» vuole sapere Adelaide.
«Non lo so, signora Taylor, papà ha detto così ».
«Gli costerà» dice Adelaide, versando tè caldo nella tazza
di Teresa: Adelaide ha preparato un dolce di frutta secca e
si è offerta di far saltare la capoccia al vecchio Mahmoud.
Zenzero fa a Boutros: «Digli che verrò». Ma Boutros non
se ne va subito. Rimane un attimo a squadrare Zenzero. Poi
si gira e se ne va senza una parola.
«L'avete visto?» chiede Zenzero alle donne, tornando in
cucina. « Mi guardava a bocca aperta manco fossi un fanta-
sma».
«In quella famiglia sono tutti suonati» dice Adelaide,
pensando non soltanto al vecchio avvoltoio che ha licenzia-
to Teresa, ma a quella cafona di Camille: vent'anni a Coke
Ovens e non ha mai detto buongiorno ad anima viva. Per
non parlare del ramo di New Waterford. E un peccato che
Zenzero debba mescolarsi con certa gente.
«Il Signore abbia pietà di loro» dice Teresa, stringendo le
mani intorno alla tazza.
«Pietà un corno,» fa Adelaide «tieni, tesoro». Adelaide
mette un piatto di ciambelline davanti a Zenzero. Lui le dà
un bacio, si siede e allunga quella con più marmellata a
Hector, che sorride estasiato.
E Adelaide che prepara tutte quelle semplici delizie della
Nuova Scozia. Viene da una comunità di Halifax chiamata
Africville. Va fiera del suo sangue afro-irlandese-lealista del-
l'Impero unito, fiera di essere stata battezzata nel bacino di
Bedford, e non si stanca mai di ricamare sull'esplosione del
1917 - sono stata risparmiata per una buona ragione: per
darti un cazzotto sul naso, vecchio mio... per ballare con te
stasera, tesoro... per veder crescere i miei figli.
Più tardi, quando Teresa e Hector se ne sono andati, do-
po aver messo a letto i bambini Adelaide dice, senza guar-
darlo: «Non andare in quel posto, L e o » .
«Devo andarci, piccola».
«Allora torna subito, non stare a perder tempo».
«Non ne ho nessuna voglia».
«Vieni qua» dice, guardandolo.
Lui sorride e ubbidisce.
Zenzero porta la cassa davanti all'ingresso della rivendita
di Jameel. Odia quel posto. Sente che dentro c'è la solita
baldoria. La puzza d'alcol arriva fin là fuori, ha l'odore del-
la materia prima per fare l'emetico. Povera moglie di Ja-
meel.
Ripensandoci, decide di passare dal retro. A Zenzero non
piace usare le entrate di servizio, ma in questo caso preferi-
sce non farsi notare dalla folla che si volta come una bestia
stomacata ogni volta che entra qualcuno, per non parlare di
quella poco di buono al pianoforte, che puzza di bambino
malato. Dovrei lasciare questo lavoro, vedere se mi prendo-
no all'acciaieria. Ma Zenzero sa che lavoro non se ne trova
né lì né altrove. Non ce n'è nemmeno per i bianchi.
Zenzero sente come un colpo allo stomaco quando, en-
trando nel freddo magazzino, scorge la sudicia divisa da
Guida buttata sui barilotti vuoti, le calze, il cappello, il bor-
sino. Istintivamente si guarda intorno in cerca del corpo nu-
do: ecco cosa succede alle ragazzine abbandonate a se stes-
se, avrei dovuto scoprire chi era, avrei dovuto darle un pas-
saggio... Non vedendola si calma un po'. Ma questo non
vuol dire che non sia stata trascinata fuori da uno degli
ubriaconi di Jameel e violentata. Zenzero è improvvisamen-
te furioso: dover lavorare per uno come Jameel, dover con-
tribuire a tenere in piedi un posto del genere a due passi da
dove crescono le sue figlie. Zenzero bussa. Boutros apre la
porta e dice: «Papà è laggiù».
Zenzero si fa strada a spintoni fra la folla con la sua cas-
setta, passando accanto alla sgualdrina al pianoforte - «"Jee-
pers creepers, where'd ya get those peepers"» - e trova Jameel. «Ja-
meel, che ne è della ragazzina con la divisa da Guida?».
«Per te sono il signor Jameel, bello».
Zenzero sbatte giù la cassa e prende Jameel per il bavero.
«Dov'è, maledetto?».
Un dolore freddo alla nuca, e Zenzero si ritrova a guardare
le scarpe di Boutros. Jameel ride sopra di lui: «Ti tira, eh?»
Una goccia fredda schizza sulla fronte di Zenzero, che al-
za gli occhi. La prostituta dalla parrucca arancione beve a
garganella da una bottìglia di bibita allo zenzero. Vede la
pelle bianca sotto il mento e il colletto sudicio.
«Eccotela qui, Leo bello» ridacchia Jameel. «Serviti pu-
re. Solo contanti».
Lei abbassa su Zenzero i seri occhi verde scuro. Dagli an-
goli della bocca imbrattata di rosso le gocciola la schiuma
dorata. Lui si copre gli occhi con le mani.

« Smetto, non voglio più guidare » è tutto quello che Ade-


laide riesce a cavargli di bocca venti minuti dopo.
Ha bisogno di farsi un bel pianto, lasciamoglielo fare.
«Hai lavorato troppo, eh, perché non ci dai un freno?».
Lui non può fare altro che annuire e singhiozzare stretto
a lei finché non si addormenta.
Adelaide lo abbraccia e conta cinque settimane dall'ulti-
mo viaggio a New York. C'è qualcosa che non va.
La mattina sembra tutto un brutto sogno. Lui dice a Ade-
laide: «Jameel ha una ragazzina che batte lì dentro». Ade-
laide ascolta. «E mi ha fatto pensare alle nostre figliole e a
cosa succederebbe se...».
«Capisco, tesoro». Lui è troppo sensibile. «Perché non te
la prendi comoda oggi?».
«Sto bene, Adelaide, mi sento bene».
E sale sull'autocarro.
Allontanandosi, si rende conto che ha dimenticato di rac-
contare a Adelaide il succo della storia: che la prostituta
bambina è la piccola Guida che quel giorno era entrata nel
loro cortile, e che l'ha vista lungo la strada e nello spec-
chietto laterale del suo sogno. Ma se n'è dimenticato. E co-
s'è che aveva detto Adelaide quel giorno a proposito della
Guida? «Non è una Guida». Chiaramente non una vera, lui
adesso lo sa.
Stasera lo dirò a Adelaide, pensa, e imbocca la Litoranea.
IL RATTO NEL SERRAGLIO

All'inizio, Frances si chiedeva quando Teresa sarebbe tor-


nata dalla sua vacanza o dalla malattia o da quello che era.
Ma quel pomeriggio, sulla Litoranea che la porta a New Wa-
terford, l'assale un pensiero terribile. E se Teresa è stata li-
cenziata? E se Mahmoud l'ha incolpata dei furti? Sarebbe
pazzo a... figurarsi, soltanto ieri lei si è presa una pastorella
Rovai Doulton e un pescatore cinese dal pianoforte, mentre
Teresa se n'è andata da tre giorni.
Zenzero, nel suo autocarro, si rende conto che sta perlu-
strando la Litoranea in cerca della Guida. Vuole parlarle,
tutto qui, ma non allo spaccio. Vuole scoprire chi è suo pa-
dre, dov'è la sua famiglia, se ce l'ha. E se non ce l'ha, maga-
ri lui e Adelaide possono fare qualcosa.
Frances non guarda e non smette di camminare quando
sente l'autocarro frenare sul morbido ciglio della strada die-
tro di lei.
«Ehi».
Lei si ferma ma non si volta.
«Mi scusi, signorina».
Si volta e alza gli occhi su Leo che si sporge dal finestrino
della cabina. Avevo ragione, pensa Zenzero, dodici al massi-
mo. Lei monta sul predellino e gli siede accanto. Lo ha già
inquadrato come un brav'uomo... questo significa che ci
vorrà un po' di tempo.
«Come ti chiami, cara, chi è tuo padre?» le chiede rimet-
tendosi in strada.
« Mi chiamo Frances Euphrasia Piper. Mio padre è James
Hiram Piper, mio nonno è Ibrahim Mahmoud. Non so il se-
condo nome».
Zenzero non stacca gli occhi dalla strada. E sconvolto,
non sa che dire.
«Davvero?» dice. «Conoscevo tua sorella Kathleen».
« L o so».
Le dà un'occhiata. Lei lo sta guardando.
«L'accompagnavo in macchina, sai, sono Leo Taylor».
« L o so».
Zenzero vede sfilare un albero alla sua sinistra. Poi una
pietra. Un'altra pietra. Dice cose normalissime e ha la sen-
sazione di mentire, anche se così non è. «E un vero peccato
che se ne sia andata in quel modo così giovane, era davvero
una bella ragazza».
« L o so. L'ho vista».
«Hai visto le foto, no?».
«Me la ricordo benissimo».
«Ma non dovevi essere ancora nata». Ridacchia fra sé,
quella è davvero una bugia.
«Avevo quasi sei anni» dice lei. «Mi ricordo tutto».
Zenzero frena e accosta, un sasso dopo l'altro.
«Che c'è?».
«Pensavo fossi una bambina».
«Sei il fratello di Teresa, eh?».
« G i à » . Si sente un po' stordito. E la guida, non posso più
guidare.
« C o m ' è che non va più da mio nonno?».
« E stata licenziata. Lui dice che ha rubato, ma non è ve-
ro».
« S e ne pentirà».
Zenzero si raddrizza sul sedile. «Sta' a sentire, lo sa tuo
padre quello che fai; e perché lo fai, visto che vieni da una
famiglia e da una casa come si deve?».
«Perché sono una poco di buono».
Lui la guarda. «Non è vero».
«E tu che ne sai?».
Zenzero sospira. Gli si inumidiscono gli occhi e dice: « Ba-
sta guardarti negli occhi. Sei soltanto perduta».
« S o benissimo dove sono».
«Questo non significa che non sei perduta».
Le prende una guancia nel palmo. Ha occhi saggi. Lo
fanno sentire così profondamente triste che bisogna assolu-
tamente fare qualcosa. «Voglio che vieni a casa con me e
parli con mia moglie, è una donna buona».
«Vuoi essere mio amico?».
«Vorrei aiutarti, cara».
«Allora portami con te».
«No, non posso».
«Per mia sorella l'hai fatto».
«A tua sorella non ho mai fatto attraversare mezzo conti-
nente».
«E dove la portavi?».
«A scuola e ritorno, che ti credi?».
«Omino dello Zenzero... ho bisogno di qualcuno che si
prenda cura di me. Sono cresciuta, ma dentro sono solo
una bambina. Voglio che mi trovi, perché mi sono perduta,
mi sono perduta in un posto tutto buio, ti prego, ti prego, ti
prego, ti prego, oh, hai un buon odore».
Lui le toglie la mano e la spinge senza rudezza al lato op-
posto del sedile. «Dove vuoi che ti porti?».
«All'Empire».
Infila New Waterford a tutto gas e Frances scende di fron-
te al cinema. Danno film sonori quel giorno, ma Frances
compra lo stesso il biglietto. Ha bisogno di pensare un po'.
Ora sa cosa deve portare a termine per Lily. Anche se rima-
ne ancora una certa faccenda da sbrigare.

Spesso Camille si è immaginata vedova. Così tornerebbe a


casa a prendersi cura di papà e lui capirebbe che è lei l'uni-
ca figlia che lo ami davvero. Camille ne ha fatto una malat-
tia, quando è rimasto tutto solo in quella grande casa dopo
la morte della mamma, con soltanto una donna di colore a
servizio. Ci ha pianto sopra. E l'unica cosa che l'abbia fatta
piangere dai primi tempi del matrimonio, quando ancora
aveva la forza di piangersi addosso. Perciò, ora che Teresa se
n'è andata, Camille si sente nel suo elemento. L'unico ram-
marico è che la sera è costretta a tornare a casa.
Camille sa che Teresa non è una ladra. I gioielli spariti dal
portagioie di palissandro della mamma sono ricomparsi al-
lo spaccio, a incrostare le dita di Frances, a penzolarle dalle
orecchie o a luccicarle intorno a quel collo striminzito. Dal
suo borsino da Guida spunta la coda d'argento di un petti-
ne. Se Camille potesse incenerirla con gli occhi, a quest'ora
Frances sarebbe già stata spazzata via dal vento, ma Camille
ha un'ottima ragione per tenere la bocca chiusa sui gioielli.
Perquisisce da cima a fondo la casa del padre per scopri-
re la breccia da dove si è intrufolata quella peste. In canti-
na scorge la colpevole crepa di luce che incornicia la ribal-
ta in cima allo scivolo del carbone. Per il momento ci in-
chioda sopra una tavola e sale a telefonare al negozio di fer-
ramenta.
Frances attende paziente dentro lo stanzino che Camille
metta giù il telefono e torni in cucina; poi, senza il minimo
rumore, sale i gradini due a due e si fionda nella camera pa-
dronale, dove si prepara per lo spettacolo di stasera. L'ulti-
mo, su quel palcoscenico.
Camille ha tappato il buco del topo, ma del topo non ha
fatto parola. Se papà scoprisse che non è stata Teresa a ru-
bare, la riassumerebbe, spedendo Camille a casa dal marito.
Mahmoud ha trascorso come sempre la giornata al nego-
zio, seduto fuori a incidere la pietra saponaria e a giocare a
scacchi con gli altri vecchi mentre i figli mandano avanti le
cose. Hanno ampliato l'azienda e ora sono una delle princi-
pali compagnie marittime di import-export, con un grosso
magazzino a Sydney e sede centrale a Halifax. L'imbarco è a
due passi. Mahmoud non ha mai giocato in borsa, non ha
mai comprato a credito, e ne è stato ripagato. L'economia
mondiale è in ginocchio, ma l'azienda di famiglia si espan-
de. I giovani Mahmoud onorano il padre facendogli sentire
che il capo è sempre lui, basta un: «Ma certo, papà, come
dici tu » prima di procedere con le mosse che ritengono più
opportune.
Mahmoud ha trascorso una piacevole giornata a brontola-
re coi nipoti e a guardare il via vai della strada. Tutti lo cono-
scono, tutti lo rispettano. Indossa una camicia scozzese e
giacca e cravatta grigio tortora, come ogni altro giorno della
sua vita lavorativa. Oggi è mercoledì, e tornando a casa non
vede l'ora di mangiare il koosa ripieno come lo sa preparare
Teresa. Ultimamente la memoria gli fa simili scherzi. E me-
glio se se lo ricorda prima di aprire la porta d'ingresso; allo-
ra può predisporsi all'assenza di Teresa. Ma se fa tutto il per-
corso fino alla cucina, e va ai fornelli per assaggiare quello
che c'è nel piatto coperto... «Teresa! » chiama incredulo per
come ha massacrato col sale la sua specialità... ma poi si vol-
ta e vede Camille in cima alle scale della cantina.
«Che c'è, papà?».
«Niente».
Non ce l'ha con Camille. Neanche la cuoca migliore della
famiglia può competere con Teresa, e Camille è la peggiore.
Un'altra conseguenza di quel matrimonio sbagliato - una
moglie infelice è per forza di cose una pessima cuoca -, e
perciò la colpa è solo sua, e lui lo sa bene. Proprio come è
colpa sua se è una ladra. Perché mai non dovrebbe avere le
belle cose della madre, visto che non ha molto di più, nem-
meno qualche dote culinaria? Mahmoud la perdona.
«Hai fame, papà?».
Lui grugnisce e si trascina via. Non vuole vedere il sorriso
giallognolo di Camille, lei lo fa sentire stanco. Schiaccerà
un pisolino prima di cimentarsi con la cena che, al solito, sa-
prà di Mar Morto. La perdona, perché non le vuole bene.
Si consola pensando alle altre figlie, alle quali vuole be-
ne... a Dio piacendo, quella che ha i ragazzi grandi presto
sarà vedova e mi libererà da Camille, Dio perdonami, non
volevo.
Dopo cena, Mahmoud beve un bicchierone d'acqua e si
addormenta in salotto sulla sua poltrona di raso color mal-
va. In quei giorni niente placa la sua sete o la sua stanchez-
za. Pensa molto a Giselle. Non nel solito modo, come alla
cara estinta, ma come se fosse appena uscita dalla stanza. E
per la prima volta in trentadue anni accoglie il ricordo di
Materia, che gli appare con le trecce nere e il sorriso biri-
chino. Mahmoud è inconsapevole del sorriso sulle proprie
labbra... la hown, ya Helwi. Somigliava a sua madre ed era
scappata più o meno all'età che aveva Giselle quando lui l'a-
veva sposata, ma c'era una bella differenza, eccome se c'era.
Quello era successo nella Patria Lontana, dove tutto li acco-
munava.
Allora la Patria Lontana faceva parte della Siria e tantissi-
ma gente emigrava per l'America. Lui e Giselle erano finiti
a Cape Breton per colpa di un bugiardo di capitano mezzo-
sangue che, dopo essersi intascato i soldi, li aveva scaricati
su quella roccia brulla. Giorni e giorni a scrutare l'orizzonte
nell'attesa di avvistare la terra e finalmente... Terra! Si aspet-
tavano di veder grandeggiare la Statua della Libertà, di at-
traccare a Ellis Island prima di essere traghettati verso Man-
hattan, l'isola benedetta. Avevano gettato l'ancora a Syd-
ney e il capitano li aveva sbattuti fuori... «Che differenza fa,
sempre un'isola è, no?».
Anche il padre di Jameel era su quella barca. Mahmoud
non poteva sapere che Jameel padre stava scappando dai
creditori siriani, perché aveva detto che stava scappando da
turchi e drusi come tutti gli altri. Quando si era trattato di
parlare di sé, Mahmoud aveva risposto: «quei maledetti dia-
voli di musulmani». In realtà se n'erano andati perché la fa-
miglia di Giselle voleva far arrestare lui e rinchiudere lei in
convento. Ma era ben diverso dal caso di Materia col ba-
stardo enklese... tanto per cominciare, lui e Giselle erano
della stessa razza, cultura, lingua e religione. Anche se la fa-
miglia di Giselle non era dello stesso avviso. Erano dottori e
avvocati, loro, parlavano più il francese che l'arabo, si con-
sideravano più mediterranei, se non addirittura europei.
Erano di Beirut. Lui invece era un arabo del sud. Era torna-
to in Libano, terra natia, dopo aver trascorso l'adolescenza
a raccogliere cotone in Egitto. Non ditelo a me cosa vuol di-
re lavorare.
Mahmoud aveva portato Giselle in un posto migliore al di
là dell'oceano, dandole tutto quello che le avrebbe dato la
famiglia, e anche di più. Non appena era stato possibile, le
aveva proibito di lavorare, anche se, da quella brava donna
che era, all'inizio si era opposta. L'aveva onorata, non aveva
mai alzato un dito su di lei in preda alla rabbia... non ce n'e-
ra mai stato bisogno. Le aveva dato una bella casa, domesti-
ci, gioielli a ogni ricorrenza. Un negligé di seta fatto arriva-
re da Beirut per compensare il fatto che non aveva mai avu-
to un'abito da sposa: tre tonalità di azzurro Mediterraneo e
un velo con una frangia di perle vere. Il velo era per puro
divertimento, naturalmente, uno scherzo romantico. Veder-
la vestita così era incredibilmente eccitante.
Se solo quegli arroganti dei suoi avessero visto la posizio-
ne che Mahmoud si era fatto nel Nuovo Mondo.
«Papà?... Papà».
Svegliandosi con un mezzo gemito, vede Camille. Ha il
cappotto e la stanza è buia.
«Io vado, papà».
«Dov'è tua madre?».
Sta parlando arabo, ma lei risponde in inglese, per aiu-
tarlo a tornare in sé: «Svegliati, papà, vuoi qualcosa prima
che me ne vada, una bella tazza di tè?».
Oh. Cosa? È ora di andare a letto, dov'è Ter...? Oh. «No,
no, no, ora vado a letto ».
Camille fa per aiutarlo, ma lui, alzandosi, inavvertitamen-
te le dà una spinta.
«Ti accendo la luce, papà».
«No, no, va' a casa, Camille». Oh, la sua vita... che ne è
stato della sua vita?
Per Camille non c'è altro da fare: gli ha tirato fuori il pi-
giama, lui non vuole la luce. Mahmoud raggiunge la base
delle scale e, agitando appena la mano, dice senza voltarsi:
« Grazie, Camille ».
Se le altre figlie potessero sentire papà dire grazie... «A
me non dice mai grazie». «Nemmeno a me, cara». «Non
mi ha mai detto altro che "Chiudi quelle gambe"». Mah-
moud ringrazia Camille perché non le vuole bene.
Camille lo guarda salire lentamente le scale finché non lo
vede scomparire nell'oscurità del pianerottolo. Poi se ne va,
pur sapendo che è un peccato lasciare un vecchio solo in
quella grande casa per tutta la notte, anche se è lui a insiste-
re. «Sono l'unica a preoccuparmi?» si chiede.
Ma non è la sola. C'è qualcun altro che si preoccupa tanto
da tenergli compagnia per tutta quella lunga notte solitaria.

Qualche ora dopo, Mahmoud si sveglia sorridendo al suo-


no di un duetto comico arabo. Marito e moglie si punzec-
chiano sulla fedeltà, dopodiché attaccano una canzone d'a-
more. Si era fatto portare quel disco da Beirut insieme a
molti altri. Lui e Giselle si sedevano fianco a fianco sul diva-
no e non erano mai stanchi di ridere delle stesse battute.
Poi lei danzava per lui e lui per lei, ma soltanto quando i
figli erano fuori, e non sempre. Che momenti impagabili...
Il sorriso gli muore sulle labbra quando si rende conto
dell'impossibilità di quella musica. Non sarà mica morto?
Non ci sarà un ladro in casa? Suonare i suoi vecchi dischi
gracchiami? Perché?
Si mette la vestaglia di velluto, si lega la cinta attorno alla
vita e scende silenziosamente le scale. E morto. Dev'essere
così. C'è Giselle.
Di là dell'arco, il salotto irradia lume di candela e tre to-
nalità di azzurro Mediterraneo. Volteggi, oscillazioni, quarti
di giro, fianchi che invitano, dita che si intrecciano nell'a-
ria, polsi che si accarezzano sopra la sua testa, le perle del
velo dondolano al ritmo dei fiati, dei tamburi e dei gemiti
del canto d'amore.
Mahmoud è invaso dal desiderio e gli duole il cuore: nuo-
vamente eccitato dopo un così lungo periodo di inattività,
non è mai stato particolarmente atletico. Lei lo ha visto, e
adesso lo invita a entrare nella danza. Ohhh. Mahmoud ol-
trepassa l'arco, non sa nemmeno come. Lei si piega in avan-
ti nel cerchio luminoso, si schiude la seta azzurra sui seni in
ombra... avvicinati per vedermi meglio, Habibi. Lei ha gli oc-
chi che sprizzano allegria al di sopra del velo, e le dita titil-
lano il vuoto tra lei e l'amato, più vicino, più vicino. «Gisel-
le » sussurra lui, allungando le mani. Lei ridacchia e ride an-
che lui, senza sapere cosa c'è di divertente: « Giselle, » sus-
surra «Habibti».
Ma lei scivola via dal cerchio di luce e svanisce. La chiama,
ma non risponde. Prende un candelabro, sapendo che è me-
glio non accendere la luce elettrica quando si insegue una
visione, e perlustra il pianterreno; la cantina. Torna su in sa-
lotto. Soffia sulle candele e accende la luce elettrica perché
sa che lei non c'è più. Il disco è finito, rimane solo il sospiro
ripetitivo al centro... Mahmoud mette a posto la puntina e
torna in camera. Apre l'armadio di quercia della moglie, do-
ve tutti i suoi bei vestiti sono ancora appesi tra la naftalina.
Là, in fondo, il baluginio azzurro col suo velo sussurrante.
Deve aver sognato. Ma allora le candele? Il disco? Sto uscen-
do di senno. Oppure non era lei. Non m'importa. Allunga la
mano per toccare la seta, ma è impossibile sentirla se nelle
mani hai una vita di lavoro. La tocca ma non la sente, pro-
prio come ha visto quello che non può aver visto. Non m'im-
porta cos 'eri, torna da me Ti prego Ti prego Ti prego Ohhh.
E il suo ultimo fremito, la sua ultima fitta d'amore, fresca
e dolorosa come la gioventù trapiantata oltre il tempo e un
oceano. Ora non gli resta che morire, ma gli ci vorrà un po',
perché è un abitudinario e si è abituato a essere vivo.
LADRO NELLA NOTTE

A Frances non importerebbe se Zenzero fosse un uomo


crudele. Lei farebbe la stessa identica cosa. Gentilezza o cru-
deltà, dipende tutto dal caso, e qual è peggio del resto? La
crudeltà è più facile da sopportare, perciò forse è peggio la
gentilezza. L'unico problema è come indurre un brav'uo-
mo a fare una cosa cattiva.
Frances smette di bere. Vuole essere perfettamente in sé
per quello che l'aspetta. Frances senza alcol spaventa un po'
i suoi clienti. Niente più cicalecci sdolcinati o baci per un
bicchierino: prende i soldi sull'unghia e li serve a freddo
con il guanto della comunione. Coperta dai gioielli della
nonna, non si dà più la pena di togliersi la divisa da Guida
imbrattata di carbone, e al piano suona Chopin gridando
versi di blues senza mai cambiare tono, malgrado il coro di
buuu. Quando si spoglia, non canta e non sculetta, si sveste
come un automa e si sgola con voce plumbea: « IRENE
BUONANOTTE. IRENE BUONANOTTE. BUONANOTTE
IRENE. BUONANOTTE IRENE. TI SPREMERÒ NEI MIEI
SOGNI». Non diverte più, ben presto l'attenzione dei clien-
ti si rivolgerà altrove. E un po' come se Frances li disprezzas-
se quando è sobria e non c'è nulla di più insolente: che di-
ritto ha?
Frances vuole tremila bigliettoni per Lily prima di ritirar-
si come stella delle stalle, perciò alza la tariffa. Anche que-
sto non viene preso bene... alcuni cercano di servirsi e dar-
sela a gambe, mentre altri si rifanno dell'insolenza sulla sua
faccia. A uno Boutros ha spezzato un polso e a un altro ha
spappolato lo zigomo, ma a Frances non importa se i suoi
clienti la picchiano, le importa soltanto di non essere vio-
lentata: vuole che niente interferisca con i suoi piani.
Ormai è una settimana e mezzo che Zenzero Taylor se n'è
andato con l'autocarro. Frances ha tenuto la casa viola sotto
sorveglianza. Sa che tornerà domani perché si accosta tanto
da poter origliare. Ha un obiettivo, sa come raggiungerlo.
Guarda la luna e aspetta l'occasione.
Quella notte Boutros segue come sempre Frances fino a
casa. Non cerca più di fare la strada con lei, che lo manda
sempre a quel paese. Perciò la scorta di nascosto fino a New
Waterford e la guarda sgattaiolare sul retro della casa di Wa-
ter Street. Resta lì davanti nell'attesa di veder comparire il
bagliore della candela alla finestra dell'abbaino. Quella se-
ra, mentre aspetta, i fari di una macchina che passa colgono
due barbagli gialli alla finestra della soffitta: c'è un demo-
nio lassù che se ne sta accucciato in attesa di Frances! Bou-
tros è a metà della veranda quando la luce di Frances getta
un'aureola di pelo nero intorno a due occhi gialli. La guar-
da andare alla finestra, sedere sul davanzale e coccolare il
gatto. La faccia di Boutros si addolcisce. E contento di vede-
re che non è l'unico amico di Frances.
Finora, Boutros non ha sorpreso nessuno che cercasse di
tendere un'imboscata a Frances sulla via di casa. Dovesse
mai succedere, lo farebbe fuori. Zac. Come niente.

Quando Zenzero torna, il giorno successivo, imbandisce


un Natale in pieno agosto sul tavolo della cucina. Rotoli di
merletti bianchi e nastri colorati, metri e metri di stoffe. Un
campionario di sole, luna e stelle contro un blu notte fumo-
so, una pezza di pois smeraldini su nero cangiante, fiori pri-
maverili per le femmine, flanella grigia per i maschi. Cara-
melle, ananas e un intero cervo sotto ghiaccio nel retro del-
l'autocarro.
A Adelaide si inumidiscono gli occhi alla vista delle stoffe.
Le signore per le quali cuce comprano bei tessuti, ma nien-
te di tanto animato. È lei che ha confezionato i vestiti per
quasi tutù i matrimoni in bianco di Sydney. Per le signore
usa seta, raso e organza, e per la sua famiglia usa la fantasia.
Spesso da un lavoro rimane un bel ritaglio, ma se la signora
non lo chiede indietro Adelaide lo regala a una vicina, per-
ché vestire i figli con le pezze avanzate è contrario al suo co-
dice professionale. Piuttosto trasformerebbe i sacchi della
farina in perfetti scamiciati, cosa che in realtà fa. Prima che
Teresa fosse silurata, i clienti più importanti di Adelaide era-
no i Mahmoud, e se ci aggiungi che il periodo non è dei più
rosei, Leo non può buttare i soldi per certe sciocchezze.
Madeleine, Sarah, Josephine, Cleo, Evan, Frederick e Car-
very sciamano alla vista dei dolci, strillano, si azzuffano, se li
dividono, e Adelaide vuole sapere: «Che cavolo sarebbe tut-
ta questa roba, signor Taylor?».
Zenzero la guarda raggiante. «E un bel mucchio di nien-
te, così, senza ragione».
Lei tocca la stoffa. « Che hai combinato, hai svaligiato una
banca? Sarà meglio per te». Stanno risparmiando per paga-
re la scuola ai bambini, come ha potuto?
Lui l'anticipa. «Mi sentivo così felice, Addy, che se non
uscivo a buttare un po' di soldi scoppiavo, perché ti amo.
Perché sei la migliore delle donne, la più tosta, la più tre-
menda, la più carina e io non posso credere che sei mia!».
La solleva in un abbraccio vigoroso, facendola volteggiare.
«Sei pazzo, lo sai? Sei completamente suonato, e mettimi
subito giù! ». Molla un cazzotto ossuto sulla soffice spalla di
lui. «Mettimi giù, che ti faccio saltare la capoccia! ».
E lui ubbidisce. «Fatti sotto» dice lui fintando col j a b de-
stro, e lei gli va sotto con un gancio sinistro, è forte lei... jab,
j a b sugli avambracci sollevati e i pugni danzanti di lui, gli as-
sesta un bel destro allo stomaco, finché è costretta a piegar-
si in due perché ride tanto che teme di farsela sotto, e non
riesce più a colpirlo, accecata com'è dalle lacrime.
«Invita i vicini» le dice. «Io vado a prendere Treese e
Hector. Evan, tesoro, voglio un bel falò in cortile».
Evan non se lo fa dire due volte. Ha dodici anni, è il mag-
giore.
Cervo alla brace e pannocchie bollite, ce n'è per tutto il
vicinato, e tutto il vicinato è nel cortile. Il sole è calato, il
fuoco è alto, e così la luna. Hector è seduto sotto la coperta,
sorride a occhi spalancati e batte il piede a tempo di reel, se-
guendo il violino del vecchissimo Prince Crawley. Teresa si
sente bene per la prima volta da quando è stata licenziata.
Aveva dimenticato i dolci piaceri della compagnia, del sem-
plice starsene a chiacchierare con le persone, circondati da
bambini, cibo e musica. Ha preparato un curry di pesce da
far resuscitare i morti - riproponendosi come regina della
cucina antillana - e una tinozza di gelato per raffreddare i
bollori. Arriva al punto da lasciarsi convincere da Adelaide
a cantare: « Solo per te, Addy, e solo per questa volta». Tere-
sa ne intona una che sua madre, Clarisse, cantava sempre a
lei e Zenzero:
«"Astuta mangusta, sei astuta, ma il cane ti conosce bene.
Astuta mangusta, sei astuta ma il gatto è sulle tue tracce..."».
E a che serve una canzone se non la balli? Teresa è un'ec-
cellente ballerina quando le prende la mattana. E una volta
che ha cominciato a muoversi scoppia di felicità...
«"La mangusta andò nella cucina, prese le due più grasse
galline, le mise nel taschino del panciotto, l'astuta mangu-
sta..."».
La folla si unisce, l'atmosfera si scalda, Hector ride e bat-
te le mani e tutte le bambine sono in piedi per unirsi a Te-
resa, che ha un sorriso a trentadue denti, i fianchi si sono
fatti impudenti, le dita schioccano, le mani battono: «Sotto,
ragazza! ».
«"Si direbbe che hai corso un bel miglio, si direbbe che
sei allo squaglio, si direbbe che hai il sangue in subbuglio,
bevi tè selvatico, bevi tè selvatico..."».
Comincia a improvvisare versi, e la cosa si fa divertente
perché inventa pettegolezzi in rima d'ogni genere sui pre-
senti, che le rispondono a tono. Alla fine Teresa riporta la
canzone al ritornello che cantano tutti in coro, scuote la
gonna sulle fiamme per ringraziare. Non ha ancora ripreso
fiato quando nota Adelaide che fissa lo steccato, attenta co-
me una gatta. Prima che possa dire: «Che succede, cara?»
Adelaide è schizzata, oltre lo steccato e giù per il vialetto.
Adelaide incalza la veloce figurina e l'acchiappa senza
difficoltà per il colletto.
« Che cosa vuoi, eh? Perché ronzi attorno alla mia fami-
glia?».
«'Fanculo... ahi».
Adelaide conosce l'arte sottile di torcere le braccia.
«Come ti chiami, ragazza?».
«Harriet Beecher Stowe, ah ah... ahio! ».
Teresa le ha raggiunte. Frances la vede, e non può evitare
di parlarle.
«Ciao, Teresa».
Adelaide guarda Teresa. «Chi è, Treese?».
«Non lo so, Addy».
«Teresa». Frances posa gli occhi su di lei. «Non ti ricordi
di me?».
Frances si dimentica di mentire. Si dimentica che Adelai-
de le tiene il polso bloccato dietro la schiena, è tentata di di-
re tutto a Teresa. Perché Teresa capirebbe. Teresa le tocche-
rebbe la fronte e tutto svanirebbe, tutto il peso di tutte le co-
se che Frances sa e non sa. Il peso terribile della sua pesan-
tissima mente.
« Dio » dice Teresa. Ha appena visto la doppia fila di pie-
tre preziose alle dita di Frances. «Dove hai preso quegli a-
nelli, bambina?».
«Li ho trovati». E dolce come latte... mi ha chiamato
«bambina».
Arriva Zenzero, ma si ferma a una certa distanza. Adelai-
de si volta verso di lui: «E di nuovo lei, non lo so chi è o che
diavolo va cercando».
Adelaide non fa in tempo a dirlo che trova una risposta
all'ultima parte della domanda: abbassando gli occhi sulla
prigioniera, vede che Frances fa a Zenzero l'occhio di tri-
glia.
«Chi è questa, Leo?» chiede bruscamente Adelaide, guar-
dandolo in faccia.
Lui torna a guardare la finta Guida, e Adelaide sa che sta
per sentire una bugia.
«Non lo so, Addy».
Leo non le ha mai mentito. Si potrebbe dire che Adelaide
ha un sesto senso per le bugie, ma lei non ci trova niente di
tanto arcano. Distinguere la verità da una bugia è facile, co-
me il dolce dal salato.
« Non vi preoccupate » dice al marito e a sua sorella. « Tor-
nate a divertirvi, io arrivo subito». Ma loro indugiano. «A-
vanti, Gesù Cristo in croce, vi volete muovere! ». E loro se ne
vanno.
Adelaide sposta il polso di Frances di mezzo centimetro
così da avere tutta la sua attenzione. Poi avvicina la faccia
fino a trovarsi occhi negli occhi. Con calma e determinazio-
ne: « Se ti trovo di nuovo a gironzolare intorno a casa mia,
se tocchi i miei bambini o mio marito, io t'ammazzo».
«Sì, signora».
Adelaide lascia andare il polso di Frances e torna nel cor-
tile.
Teresa e Leo hanno detto a tutti che Adelaide ha sorpre-
so un guardone, un bianco, e gli ha messo una paura del
diavolo. Ridono tutti, perché compatiscono chiunque pesti
i calli a Adelaide, e quando la vedono attraversare il cancel-
letto con la faccia scura scoppiano di nuovo a ridere. Ade-
laide marcia dritto dentro casa e ne esce subito dopo con
l'armonica a bocca. Attacca The Old Rugged Cross. Viene fuo-
ri blues in quel modo, ed è così che suona meglio. Teresa
piange sempre quando sente quel pezzo, come un cattolico
stanco quando sente l'Ave Maria. Risate e lacrime, tutto in
una sera: è stata una festa magnifica.
A parte quella Guida sporca con gli anelli della signora
Mahmoud. Dove diavolo li sarà andati a pescare? Al merca-
to nero? Nei bassifondi? A quest'ora il ladro vero avrà preso
il volo. Vedendoli, Teresa era rimasta troppo sconvolta per
pensare al da farsi, ma ora sa che non c'è rimedio. A che
servirebbe prendere gli anelli o dirlo a Mahmoud, lui non
le crederebbe mai, l'ha già dimostrato. E poi quello non si
merita la verità - perdonami, Signore, solo tu sai cosa ci me-
ritiamo -, quindi perché mettere in agitazione Adelaide per
nulla? The Old Rugged Cross ricorda a Teresa di porgere l'al-
tra guancia e di non farla tanto lunga, quel che è stato è sta-
to. Prince Crawley si unisce con il violino, in molti cantano
e Hector canticchia a bocca chiusa. Così la serata si conclu-
de nel migliore dei modi.
Teresa spinge la sedia a rotelle di Hector verso casa, e lun-
go la strada allontana una domanda inquietante. Come fa-
ceva quella piccola randagia a sapere il mio nome?
Zenzero fa in modo di essere a letto prima di Adelaide. Si
vergogna a far finta di dormire mentre lei si sveste e si insi-
nua accanto a lui. Non ha fatto nulla di male, lui, ma come
spiegarlo? Una piccola bugia innocente e immotivata. Non
conta niente.
Lei sta un po' a guardarlo, poi lo chiama dolcemente col
suo nome segreto... non «Zenzero», un altro. E un nome
intimo. Lui si muove appena, ma non apre gli occhi. Lei gli
bacia la spalla e si stende accanto a lui. Adelaide farebbe
qualsiasi cosa per la sua famiglia.

Il giorno dopo.
Adelaide torna a casa dalla merceria Beel con un incarto
di bottoni nuovi scintillanti.
«Josephine, Evan, venite qua che vi mangio vivi, cos'è
questo odore?».
«Scusa, mamma... Scusa, mamma».
Due soffici lobi infilzati da pollici e indici che sembrano
stiletti: «Ve lo dico io cos'è questo, è il vostro fratellino Car-
very che gioca coi fornelli! ».
«Sissignora... Sissignora».
Lobi liberi, ah.
«E vostro fratello. Voi ne siete responsabili e siete respon-
sabili l'uno dell'altro»..
«Sissignora... Sissignora».
«Non dovete mai e poi mai permettere che capiti qualco-
sa ai vostri familiari».
«Nossignora... Nossignora».
Poi li minaccia dicendo che quando il padre tornerà a ca-
sa avranno il resto, e i due bambini respirano di sollievo,
perché dal padre avranno un: «E allora, com'è andata?» e
un posto sul morbido cuscino del suo ventre.

Al tavolo della cucina.


Adelaide si siede coi suoi bottoni e le pezze di tessuto pre-
zioso. Calzoni alla zuava principeschi per Frederick, panta-
loni da gran signore per Evan, camicie e colletti bianchi per
tutti e due, vestiti della festa ornati di fiocchi per le ragazze,
una camicia da smargiasso fatta di sole, luna e stelle per Leo
e una uguale per il piccolo Carvery. E alla fine, anche se si
sente mortificata a perderci tempo - « Lo faccio solo per far-
ti piacere, signor Taylor» -, senza maniche, sinuoso, scolla-
to, raso nero a pois verde tropicale. Vedendo Adelaide con
quel vestito, dovrai invitarla a ballare per sentirtela scivolare
fra le braccia come un pesce sgargiante.

Alla matinée.
«E cominciato il film?».
«E quasi finito».
«Uno, per piacere».
Zenzero allunga un nichelino ed entra all'Empire. E un
film muto, Diario di una ragazza perduta, interpretato da Loui-
se Brooks. Poca gente. Dovrebbe essere facile individuare
Frances, se c'è. Si mette in cima alla gradinata e aspetta che
gli occhi trasformino le ombre in sagome. Ecco il profilo del
cappello da Guida. Prima fila al centro, ma non è sola.
Il film finisce: «SE CI FOSSE PIÙ AMORE A QUESTO MONDO,
NESSUNO SAREBBE MAI PERDUTO». Si accendono le luci, e
lui guarda Frances alzarsi dal suo posto. Sembra in compa-
gnia di una bambina, anche se ormai Zenzero ci pensa due
volte prima di saltare alle conclusioni. Ma no, quella è pro-
prio una bambina, lo vede quando si alza in piedi e si volta
a prendere il maglioncino dalla spalliera della poltrona.
Una gran bella bambina, con lunghi capelli rosso oro che
le scendono oltre la vita, e ha un che di familiare. Non ca-
pisce come abbia fatto a scambiare Frances per una bambi-
na, ora che la vede accanto a una vera. Anzi, il suo viso ha
qualcosa di vecchio. Rimane a guardare. Le due percorro-
no la fila fino al corridoio e la bambina dai capelli lunghi
sembra vacillare. Poi di nuovo, a ogni passo, sempre dalla
stessa parte. Dev'essersi fatta male, pensa, ma quando su-
pera l'ultimo posto della fila e risale il corridoio verso di
lui, capisce. Povera piccola, che peccato. La più giovane
delle Piper, naturalmente, ed ecco chi mi ricorda, la sorella
più grande, Kathleen. Più si avvicina, più la somiglianza si
fa prodigiosa.
Zenzero aspetta che Frances lo veda. Ma, ammesso che lo
veda, fa finta di niente. Sta chiacchierando con la sorellina:
«Sabato prossimo danno // vento, con Lillian Gish, parla di
una bella ragazza che va nel West, ma quando ci arriva il
vento le fotte il cervello».
«Come fa a fotterlo?».
«Non dire "fottere", Lily, di' "alterare"».
«Alterare».
Frances circonda Lily con un braccio e oltrepassa Zenzero.
«Ciao, Frances».
La bambina dai capelli lunghi si volta a guardarlo con
quei suoi occhi verdi: è così uguale a Kathleen, ma è anche
tanto diversa, perché Kathleen non l'ha mai degnato di uno
sguardo. Frances non si gira, si limita a tirarsi dietro la so-
rella, facendole quasi perdere l'equilibrio. Zenzero è confu-
so. Cos'è, uno schiaffo morale? E se è così, a che scopo? Gli
sembra di essere lo sconcio segreto di qualcuno. Ma non lo
sono. Non ho fatto niente di male, e non ho intenzione di
farlo. No e poi no!
Ma le deve parlare. Deve dirle che non può appostarsi in-
torno a casa sua in quel modo, e che non può stargli ap-
presso come una puttana, non è quel genere di uomo, lui.
Sì, deve parlarle quanto prima. Cioè allo spaccio. Stanotte,
sabato.

Siccome Zenzero non ha nessuna intenzione di rimettere


piede in quel vaso di Pandora, non ci pensa nemmeno a
uscire di casa prima delle tre del mattino, quando sa che
esce lei.
«Scusa, Addy, mi sono dimenticato di dirtelo, Jameel mi
ha chiesto di passare all'orario di chiusura».
Seconda bugia. Come fa Adelaide a proteggere la propria
famiglia se non sa da che cosa? Quando aveva visto che nel-
le intenzioni della finta Guida verso suo marito non c'era
niente di buono aveva avuto un brivido. Lo guardava come
un demonio: affamata ma paziente.
Adelaide sente la porta d'ingresso chiudersi alle spalle di
Zenzero. Si rigira nel letto chiedendosi: che vorrà da lui? E
che ci potrà mai trovare Leo in quella lurida bestiolina bian-
ca? Ragazzotta svitata, spiritello maligno, figlia di nessuno...
Adelaide balza a sedere non appena capisce: gli fa pena.
Oh, no. Oh, no, no, no, no, no.
Zenzero aspetta dietro un pilastro di legno sotto il ponte
della ferrovia che la clientela si riversi fuori dal locale di J a -
meel. Il piano sta andando a un miglio al minuto... La mar-
cia funebre. Usciti gli ultimi festaioli, Zenzero va sul retro;
vuole bloccarla prima che una macchina la riporti a casa.
Dall'angolo dell'edificio la guarda uscire. Nel fascio di luce,
vede che si è rimessa la divisa ma ha ancora il trucco e la
chincaglieria. Là dentro molti uomini, e anche le donne
che la prendono a ridere, la vedono come il loro clown. Già
il ruolo della puttana è brutto, ma dove si è mai sentito di
una puttana clown? Zenzero si chiede come dev'essere ve-
dere attraverso gli occhi di quelli che la trovano divertente
o sexy. Frances chiude a chiave la porta del magazzino e
Zenzero sta per rivelare la sua presenza quando lei prende e
si allontana nel buio... cosa? Dove va?
Niente schiamazzi, non vuole che Jameel ficchi il naso.
Torna davanti all'edificio. Nessuna macchina in attesa, e
non ha sentito nessun motore. Sulla sua testa, il picchiettio
di un bastone contro le traversine della ferrovia. Guarda in
alto, attraverso i tralicci, ai piedi d'ombra che filano fra le
assicelle e li segue trottando di sotto. Il terreno sale, unen-
dosi alla ferrovia, e lui corre su per la scarpata, senza più un
briciolo di fiato, ma Frances continua a precederlo a tutta
birra, facendo le traversine tre alla volta con le braccia spa-
lancate. Ormai sono ai margini della città, e lei butta via il
bastone. Zenzero si piega a riprendere fiato... non è certo il
tipo dello sportivo. Quando si raddrizza la vede un bel pez-
zo avanti, nella luce lunare; sembra saltellare su e giù in un
frenetico tip tap sul posto, anche se diventa sempre più pic-
cola. Le trotta dietro.
Alla sua sinistra, scuri lampi argentei sull'acqua di là della
scogliera; il rumore del respiro, il martellio nel petto soffo-
cano quello dei propri passi insieme ai grilli e alle rane che
ora cantano tra l'erba alta che costeggia le rotaie. Stanno
procedendo paralleli alla Litoranea. Lei non ha smesso un
attimo di correre, è così che torna a casa. Dio. Sono fuori
città, non c'è nessun pericolo a chiamare: «Fra...», e si ri-
trova faccia a terra sulle rotaie puzzolenti di piscio, l'aria
mozzata nelle budella; solo ora la schiena registra il colpo
che l'ha scaraventato in avanti... qualcosa gli afferra un pu-
gno di capelli e lo sbatte e lo risbatte e lo risbatte ancora sul
pietrisco, poi, il buio.

Quella notte, Frances spegne la candela prima di entrare


in soffitta. C'è la luna. Dai riquadri della finestra quattro
rettangoli di luce sono planati, svenuti, sul pavimento. La
luna può far impazzire gli uomini, ma sa calmare una ragaz-
za scatenata, perché è fredda, precisa, è lucida. Specialmen-
te in una stanza così vuota. Frances si ferma, si lascia placa-
re. Poi va alla finestra. E una notte che invita alla contem-
plazione.
Al piano di sotto, sul retro della casa, Lily guarda il tor-
rente dalla finestra della sua camera. Le labbra si muovono
appena, come se bisbigliasse rivolta a qualcuno laggiù, ma
non si vede un'anima, solo schegge scintillanti di luna nel-
l'acqua. Dall'altra parte del corridoio, direttamente sotto la
finestra della soffitta dove Frances si è appena installata,
James dorme profondamente, sognando a profusione, co-
me ha cominciato a fare da quando Frances ha meno peso
nella sua vita. E tornato bambino, e sono soltanto lui e la
madre in un campo di fiori selvatici. Anche Mercedes sta
dormendo nella sua camera spoglia; dalle palpebre legger-
mente schiuse degli occhi marroni trapela una lamina di
bianco. Sogna di acciaio, del colore grigio, di matasse di ca-
pelli grigi su un telaio.
Accarezzando la pancia di Trixie, Frances si accorge di es-
sere stata seguita. Riesce a intravedere Boutros laggiù, an-
che se lui non può vederla. E lì che sbircia in attesa che
compaia la candela a riscaldare la stanza. Sta fissando i vetri
della finestra, dove non vede altro che la luna.
Frances non si è mantenuta tecnicamente vergine per far-
si violentare da uno di quella stazza... altrimenti perché mi
avrebbe seguita fino a casa? Frances ha in mente La moglie
cattolica. Anni prima aveva curiosato nella stanza di Ralph
Luvovitz mentre avrebbe dovuto essere insieme a tutti gli al-
tri a suonare la musica klezmer al piano di sotto, e gli aveva
sgraffignato Quello che ogni ragazzo dovrebbe sapere. La moglie
cattolica era stato molto più facile da reperire, solo che è
molto più complicato. Una moglie cattolica deve avere sem-
pre in mente un grafico che traccia il laborioso viaggio del-
l'ovulo, risoluto come un rompighiaccio, fino al punto di
intersezione con un'infinità di motoscafi da corsa. Questo
ha buone probabilità di verificarsi in media sei o sette gior-
ni al mese, mentre per il resto ci sono buone probabilità
che non si verifichi. E un metodo basato sul ritmo. Come
nella comicità: è tutta questione di trovare il tempo giusto.
Il ritmo è un peccato, naturalmente, ma solo veniale e san-
cito a Roma dal Santo Padre, sempre che l'atto riproduttivo
non sia accompagnato da lussuria e dalla speranza di non
restare incinta. (A meno di non compiere l'atto riprodutti-
vo per sventare la lussuria del marito nei riguardi di un'altra
donna, nel qual caso è un peccato cedere alla sua lussuria,
ma mitigato dall'intento di evitargli di commettere un pec-
cato più grosso con una donna che non è sua moglie. Poi
vai a confessarti e sei a posto). Qualsiasi altro metodo di
controllo delle nascite è un peccato mortale per il quale vai
dritto all'inferno, se non hai ricevuto l'assoluzione in punto
di morte.
Le mestruazioni di Frances sono pressoché inesistenti,
anche se nella loro scarsità sono regolarissime. Stanotte è il
primo dei cinque o sei probabili giorni fertili, e il pensiero
di Boutros che gironzola laggiù in cortile le dà i brividi: se è
già abbastanza orribile il pensiero di lui che le monta sopra,
figurarsi quello di un suo virgulto che esce da lei di lì a no-
ve mesi. Deve affrettare le cose. E infastidita. Non era pro-
prio il caso che Zenzero Taylor si rivelasse un brav'uomo.
VIA DOLOROSA

«Un paio di ubriaconi mi sono saltati addosso fuori dal


locale di Jameel».
Terza bugia.
«Ahi, Addy, fa' piano! ».
Adelaide estrae un'altra scheggia di legno e spara l'acido
fenico sulla fronte martoriata di Zenzero. Fortuna che è la
parte più forte del cranio. Fortuna anche che il naso e i den-
ti hanno solo strusciato sul pietrisco, è la fronte che ha pre-
so in pieno la traversina della ferrovia. Fortuna soprattutto
che la calda, ronzante ninnananna dei binari d'acciaio sotto
di lui l'aveva svegliato in tempo perché rotolasse via lascian-
do passare il treno del carbone di mezzogiorno. Chi è il suo
angelo custode?
«Voglio sapere chi è quella, niente balle».
«Cosa?». Ma c'è poco da fare lo gnorri. Come ha potuto
pensare anche solo per un secondo che se la sarebbe bevu-
ta? «E una delle Piper di New Waterford».
Adelaide si sente gelare, ma si limita ad annuire e dice:
«Frances». Sa che quella cattiva si chiama Frances.
«Non lo so che cosa vuole. Ieri notte l'ho seguita, ma mi
sono saltati addosso prima che potessi chiederglielo, non so
chi o quanti erano».
Adelaide lo guarda. Aspetta il resto.
«Mi dispiace, Addy. Una volta le ho dato un passaggio,
non c'è altro, non so perché ho mentito finora». Si sente
improvvisamente stanco. « È lei la ragazzina dello spaccio e
io la volevo aiutare. Pensavo che la potevamo aiutare ».
Adelaide piega una morbida fasciatura bianca per la fron-
te. «In quella famiglia hanno un sacco di guai, Leo. Quella
ragazza non è a posto con la testa. Ti farà sbattere in prigio-
ne per stupro».
Zenzero è sconvolto. «Ma io non potrei mai, mai...».
«I Piper hanno i soldi. Tu sei di colore, e la ragazza ti vie-
ne appresso».

Con la fasciatura intorno alla testa e la faccia che si sta ri-


marginando bene, Zenzero bussa alla porta di ferro.
«Che vai cercando, bello, vuoi un aumento, eh?».
«No, signor Jameel, io mollo tutto, dica a Piper che mol-
lo anche lui».
«Diglielo tu».
Zenzero gira i tacchi e se ne va, dicendo: «Vedrà come se
ne accorge quando non mi farò vivo per il prossimo ordi-
n e » . Zenzero vuole fare il vuoto fra lui e tutto quanto ri-
guarda i Piper.
«Negro di merda, porta via il culo dalla mia proprietà...
Boutros! ».
Zenzero se ne sta già andando ma non ha intenzione di
mettersi a correre. Si dà un'occhiata alle spalle e vede il ra-
gazzone sulla porta. Zenzero non ha paura di Boutros, mal-
grado la botta sul collo che si è preso quella volta che aveva
afferrato Jameel... il ragazzo stava solo proteggendo suo pa-
dre. Zenzero sa che certi tipi ci pensano due volte prima di
passare alle maniere forti.
«Negro di merda» bofonchia Jameel. «Prendi la macchi-
na» a Boutros, senza guardarlo.
«Papà, sto per sposarmi».
Jameel si gira e molla un ceffone a Boutros: «Va' a pren-
dere quella cazzo di macchina! ».
Questo intomo alle cinque.

«Problemi di che genere?» chiede Zenzero.


Zenzero sa quanto basta sui Piper: quello che sanno tutti
e quello che ha scoperto facendo avanti e indietro da casa
loro per anni. Adesso trasporta gli alcolici di Piper, e questo
10 porta sempre e soltanto alla distilleria nel bosco, dove Pi-
per si limita a dire: «Grazie, Leo, non correre».
Ma Adelaide sa quello che le ha detto Teresa. Teresa non
si sarebbe mai sognata di dire certe cose al fratello minore.
Zenzero era un bambino dolcissimo, e le viene naturale te-
nerlo alla larga dalle cose spiacevoli. Tra l'altro, certe cose
si possono benissimo raccontare a un'amica, ma bisogna
guardarsi dallo spiattellarle in giro. Parlare di certe cose
con un marito o un fratello che ci sono cari, fa solo danno.
Le donne come si deve parlano di queste cose come gli epi-
demiologi identificano e seguono il corso della malattia
senza allarmare il pubblico. E un compito che spetta alle
donne. Gli uomini non ci sono tagliati per natura e ne do-
vrebbero essere protetti proprio come le donne non do-
vrebbero scendere nelle miniere. Gli uomini sono troppo
ingenui.
«Dimmelo, Addy».
E arrivato il momento dell'inoculazione. Adelaide fa un
respiro profondo.
« La madre si è suicidata. Era la figlia di Mahmoud, Mate-
ria, scappata con Piper. Mahmoud l'aveva ripudiata. La loro
figlia, quella con la bella voce che tu portavi in macchi-
na... ».
«Kathleen...».
« H a avuto una figlia illegittima, la ragazzina zoppa.
Quando sua figlia stava morendo di parto, Piper non ha
chiamato il dottore, e così l'ha uccisa. Pearleen Campbell,
che lavora all'impresa di pompe funebri Ferguson, lavando
11 corpo ha visto che mani inesperte le avevano squarciato la
pancia; Pearleen e Teresa sono cresciute insieme, perciò Te-
resa lo sa. Anni fa, Teresa ha portato un grosso assegno a Pi-
per da parte del vecchio Mahmoud. Ti dico solo questo: la
cantante se ne va a New York, mentre la madre sta con le
pezze al culo. La cantante era una puttana. La madre è mor-
ta il giorno dopo che hanno sotterrato la figlia, addosso non
aveva un segno, ma quando l'hanno portata da Ferguson
aveva i capelli che puzzavano di gas. Teresa è andata al fu-
nerale della madre e ha visto che la piccola Frances rideva.
Questo è quello che so io, e Dio solo sa cos'altro c'è, o come
è venuta su quella Frances. Ha i suoi bravi motivi per essere
pazza, bello mio, ma questo non ne fa un'innocentina».
Questo dopo cena. Zenzero si è messo la camicia di sole
luna e stelle per mangiare, come segno di liberazione da
tutte le brutture. Focaccia di granturco e melassa, fagioli e
bistecca alla Cape Breton: prendere mezzo chilo di morta-
della, affettarla, poi abbrustolirla. Si festeggia, anche se
mollare il contrabbando di alcolici significa trovarsi di
nuovo a corto di grana. Zenzero non si era mai reso conto
di quanto i Mahmoud fossero importanti per la sua fami-
glia finché Teresa non aveva perso il lavoro, Adelaide i
clienti, e lui buona parte delle consegne legittime. Ci man-
cavano solo le parentele illegittime... Ultimamente le cose
sono andate di male in peggio per chiunque; ai Taylor in
confronto è andata bene. Se non altro hanno messo da
parte per il futuro dei figli. Possono cominciare a intacca-
re da lì.
I bambini sono a letto. Teresa è appena arrivata con Hec-
tor, che allunga a Adelaide un pane di datteri con il suo lar-
go sorriso sciocco.
«Grazie, caro! ».
«Dov'è il tuo uomo, Addy?» chiede Teresa.
« Giù a New Waterford a dire a Piper che se ne va».
«E perché se ne va?».
«Siediti, facciamoci un tè».
Grazie a Dio per il tè, grazie a Dio per Teresa, con lei pos-
so parlare. Hector annuisce nella sedia a rotelle mentre
Adelaide racconta a Teresa tutta la storia di Frances e con-
clude con: « Io gli faccio non ci andare e lui mi dice che è da
"conigli" non guardare uno negli occhi quando lo molli do-
po tutti questi anni». Sorseggia il tè. «Se non altro ci abbia-
mo fatto una croce sopra».
Teresa non ha detto una parola.
«Treese?».
«Sì, cara, è pazza, sono tutti suonati quelli». Ma Teresa è
distratta, e si alza. «Voglio solo guardare Carvery prima di
andarmene».
A Teresa piace tanto guardare Carvery che dorme. Sem-
bra Zenzero quand'era piccolo e Teresa doveva badare a lui.
Quando aveva sposato Hector, voleva avere un bambino
dolce come Zenzero. Anche Carvery ha ereditato il caratte-
re del padre. Sprofondato nel sonno nella sua minuscola ca-
miciola di sole luna e stelle. Dolce, dolcissimo bambino.
«Zia Teresa?». E Evan che bisbiglia.
«Dimmi, amore».
« Oggi Leary Manolesta è entrato di nascosto nel guarda-
roba e mi ha fregato la colazione, ha detto che era cibo da
negri».
«E che ne ha fatto?».
« Ha detto che la buttava ma io ho visto che se la mangia-
va».
«Aveva fame».
« Mamma dice che dovrei fargli saltare la cucuzza. Secon-
do te dovrei?».
«Io credo che non abbia abbastanza da mangiare».
«Allora perché non me lo chiede senza prendermi a pa-
rolacce?».
« Si vergogna, perciò cerca di far vergognare te ».
«Io non mi vergogno di un bel niente. Dovrei solo fargli
sputare sangue per tutte le scemenze che dice, eh, zia?».
«Se vuoi fare un gesto davvero cristiano, ogni giorno, sen-
za che nessuno se ne accorga, mettigli in tasca metà della
tua colazione. E per il resto dimenticati di lui e concentrati
sulle tue cose. Tu sei grande e forte. Puoi battere qualsiasi
ragazzo della tua età, ma se cominci così nel cortile della
scuola il gioco finirà per essere: "chi riesce a battere Evan?".
Allora saranno i ragazzi più grandi a stuzzicarti e quando
verrà fuori l'insegnante se la prenderà solo con te. Non vor-
rai fare il pugile, da grande?».
«No, voglio fare il veterinario».
«Allora dimentica le botte e concentrati sullo studio e li
batterai tutti perché, tesoro mio, molti di loro hanno un so-
lo destino: finire sottoterra».
«O all'acciaieria».
«Giusto».
Teresa torna di sotto. « Ho detto a Evan di non fare a bot-
te, me l'ha domandato».
«Bene, gliel'ho detto io di domandartelo». Secondo Ade-
laide tutti i bambini dovrebbero essere circondati da un cer-
to numero di adulti che li amano, di modo che uno possa
dirgli di fare a botte, un altro di non farlo, e un altro ancora
di non stare tanto a preoccuparsi.
Teresa se ne va con Hector. E presto, non hanno nemme-
no giocato a carte. Adelaide rimane sulla soglia a guardarli
allontanarsi. Accennare a un argomento legato anche solo a
un lontano parente di Mahmoud sembra ancora scombus-
solare Teresa. Devo pensare a qualcosa di carino da regalar-
le. Le farò uno scialle. Anche se è difficile, perché Teresa
vuole soltanto dare. Ricevere la mette in imbarazzo.
Teresa spinge Hector a casa passando per il vicolo, in mo-
do da essere completamente sola. L'ha sconvolta sapere che
quella era Frances Piper. La nipote ripudiata di Mahmoud.
Lo spiritello dalla faccetta smunta, i riccioli scarmigliati e gli
anelli della signora Mahmoud. Ha trovato il modo di in-
trufolarsi in casa - è piccola abbastanza - e di rubare per
vendetta in pieno giorno. Ha rubato il mio lavoro. Il mio
buon nome. Il buon nome di mio fratello. Gli ha rubato il
pane dalla tavola. E adesso vuole rubare lui.
Teresa non poteva raccontare a Adelaide dei gioielli pro-
prio adesso. Aggiungerlo alla storia di Zenzero, rincarare la
dose con la sua migliore amica? No. Significherebbe river-
sare tutta l'amarezza in un'unica tazza, così vedi quanta ti
tocca berne. Teresa ha come un senso di vertigine, potreb-
be impazzire dalla rabbia... Oh Gesù, dolce Signore Gesù, ti
prego, non farmi provare odio. Occupati dei crudeli e dei
pazzi, e lascia che io mi occupi della mia famiglia, amen.
Mentre prega, Teresa ha un'intuizione sconvolgente: la
notte che era nel vicolo con Adelaide, Frances l'ha ricono-
sciuta. Questo significa che mi ha spiato. Di giorno, a casa di
Mahmoud, quando pensavo di essere sola. La ragazza che rideva al
funerale della madre. Teresa rabbrividisce. E mi spiava mentre
ballavo e cantavo la canzone di mia madre.
Il ladro che più devi temere non è quello che si limita a
rubare le cose.

Zenzero non è ancora rientrato. Le undici. Adelaide, fat-


to insolito, sta mentendo a se stessa. «Si è fermato da Beel
per una partita a carte, ha bucato, ha deciso di fare un'altra
corsa per Piper al doppio del prezzo, tra un istante lo sa-
prò». Dev'essere veramente spaventata per fare così, quan-
do sa benissimo che: «Quella se l'è preso». Alla fase delle
bugie segue quella dell'incazzatura: «Razza di imbecille, ra-
giona col culo lui, può impacchettare le sue cose e andare a
stare con quella diabolica troietta bianca» quando sa benis-
simo che: «Quella è marcia, è pericolosa, e adesso è con
lui ».

Alle sei di quel pomeriggio, Jameel e Boutros arrivarono


nel posto tra i boschi dove Piper distilla e taglia i liquori.
«Quel negro di merda ci ha piantati in asso» dice Jameel,
scendendo dal lato del passeggero.
James detesta quelli che parlano così. Una persona civile
non ha bisogno di ricorrere a un gergo da bettola per calca-
re la mano.
«Dalle sue parti ne trovi quanti ne vuoi» è tutto quello
che ha da dire James mentre passa barili e casse a Jameel
che li passa a Boutros che li lancia nel retro della Kissel
Brougham nera a otto cilindri nuova fiammante, dove sono
stati tolti i sedili e montate le tendine.
James evita più che può di guardare Jameel. Gli dispiace
che quel genere di lavoro presupponga contatti con certa
gente. Basettoni corti su una carnagione giallognola, capel-
li unti neri come l'ebano e la puzza stantia di pane fritto.
James detesta Jameel con quei suoi «negro di qua» e «ne-
gro di là», perché si vede lontano un miglio che Jameel si
caca sotto dalla paura di essere preso per uno di colore.
Uno che va in giro con le sue paure scritte in faccia è un
idiota. E poi, pensa James, Jameel non sarà nero ma poco ci
manca: è di colore; perché certamente bianco non è. James
è grato al cielo che tutte le sue ragazze siano venute così
chiare. Ma è evidente che c'è nel sangue una tendenza
morbosa, ereditata da Materia, che ha spinto Kathleen a
prediligere il colore scuro. James si è fatto spedire un'altra
cassa di libri. Si è buttato a pesce su Freud nel tentativo di
scoprire a chi dare la colpa della perversione di Kathleen.
Freud definisce le donne «il continente nero». James non
potrebbe essere più d'accordo. Non odia i neri, vuole sol-
tanto che stiano alla larga dalla sua stirpe.
«Vi toccherà fare tre o quattro viaggi» dice James, con-
tando i soldi.
«Sta' a sentire, Jimmy, sarà meglio che ci compriamo un
autocarro, io e te, e che lo facciamo guidare da uno dei miei
ragazzi». James si lascia chiamare «Jimmy» da Jameel per-
ché è meglio che sentir uscire «James » da quella boccaccia
lurida. E poi, se ti lasci chiamare da qualcuno con un nome
che non è il tuo, ogni volta che lo senti ti ricordi che chi lo
pronuncia è un coglione.
«Non voglio soci, Jameel, tu lo paghi, io lo noleggio».
Il retro della macchina è stipato, e Boutros chiude il ba-
gagliaio stracarico. In quel ragazzo James rivede Materia. La
stessa ottusità... sta lì a fissarmi come se fosse sul punto di di-
re qualcosa, e poi non apre bocca. Niente da dire, ecco co-
sa, non ha un pensiero che è uno in quella zucca. Una vena
di idiozia in famiglia, aggiungiamo pure quella.
Boutros mette in moto. Jameel si infila dentro accanto a
lui. «Ci vediamo fra un paio di settimane, Jimmy».
«È meglio che ti fai rivedere fra un'ora».
«Come sarebbe?».
James si affaccia sul finestrino aperto del passeggero.
« H o assunto Leo Taylor perché sapevo di potergli affidare
la merce, e finché non sono convinto del rimpiazzo ti riten-
go personalmente responsabile».
«Ehi amico, ma di che parli? Li fa Boutros i giri».
«E tu l'accompagni».
«Ti fidi più di un negro che di mio figlio, eh?».
«Gli affari sono affari, Jameel. O ti fai rivedere fra un'ora
o mai più». James si stacca dal finestrino.
Jameel tira fuori la testa: «'Fanculo, Piper, tu e le tue arie
del cazzo, lo sai o no, brutto stronzo, che fornisci il mio lo-
cale anche di passera marca Piper? E che lei si scopa il tuo
bel moretto, Leo Taylor?».
James guarda attraverso il parabrezza Boutros, che lo sta
ancora fissando. Jameel ridacchia sotto i baffi. Non può
mettergli le mani addosso con quel bestione accanto.
«Di chi stai parlando, Jameel?» gli chiede senza alzare la
voce.
«Di tua figlia Frances, bello» con un ghigno camerate-
sco.
«Io non ho una figlia che si chiama così ».
Però, ha le palle.
« S e non ti vedo qui fra un'ora, Jameel, il nostro accordo
finisce qui».
Si gira e si avvia con calma verso il capanno.
Jameel è una furia, testa e spalle fuori dal finestrino: «Se
la sono fatta tutti, bello! Tutti tranne te, mi sa, o te la sei fat-
ta pure tu?».
Boutros parte a tavoletta e Jameel sbatte la testa sulla cro-
matura esterna. «Cazzo! ». Boutros si becca un cazzotto sul-
l'orecchio ma non sembra accorgersene, tutto preso com'è
a guardare nello specchietto retrovisore James che scompa-
re nel capanno.
Dentro, James beve il suo primo bicchiere da tredici anni.
Chiuderà questo affare con Jameel nel giro di qualche ora.
Dopodiché rimedierà un fucile e andrà da Leo Taylor a fare
due chiacchiere.

« Rallenta, o avremo la polizia alle costole ».


Boutros non registra l'ordine.
« T ' h o detto rallenta».
Ma Boutros infila Low Point a una media di cento all'o-
ra. Durante i tre giri successivi Boutros non apre bocca, e
non c'è gusto per Jameel, abituato com'è a contare sui «Sì
papà, è vero papà» ogni volta che lascia spazio per un re-
spiro. Jameel resta immusonito in macchina mentre Bou-
tros prende gli alcolici da Piper, che è ogni volta più sbron-
zo e anche lui muto come un pesce. E così che ti frega un
enklese, pensa Jameel, col silenzio. Usano il ghiaccio, mica
scemi, ma non hanno niente di umano. Sentimenti zero.
Di suo figlio Boutros, però,Jameel non pensa «silenzioso»,
pensa «fesso».
Boutros è calmo perché ha deciso che quella sarà la gran-
de notte. Prenderà dalla cassaforte del padre i soldi che a
buon diritto si è guadagnato, poi passerà a prendere Fran-
ces e fileranno via. Dove vuole lei. Niente fattoria, niente
madre, quelli erano i sogni di un bambino, l'adulto sa che
deve portare Frances fuori dall'isola, e subito. Lì ci sono
troppi uomini che andrebbero fatti fuori, primo fra tutti il
padre di lei. Che razza di uomo è per ripudiare la figlia?
Frances è un diamante, passato da una lurida zampaccia al-
l'altra, ma mai svalutato. Gli uomini che la maneggiano non
lasciano segni perché il suo valore è ben al di sopra di loro.
Duro, indifeso, sepolto. Glielo senti nella voce e glielo vedi
negli occhi, e lei sta aspettando che un minatore forte e im-
pavido scenda a salvarla riportandola in superficie, dove po-
trà brillare come merita.
Boutros deve portarla via quella notte stessa, prima che
succeda qualcosa, non sa cosa. Ha avuto una bruttissima
sensazione quando suo padre si è messo a punzecchiare Pi-
per dicendogli che anche lui doveva essersi fatto la figlia.
Boutros sa che dev'essere così. Perché Frances faccia quello
che fa proprio sotto il suo naso, Piper deve sapere che è già
rovinata, e lo sa perché è stato lui a rovinarla. Ma Boutros sa
che nessuno è tanto potente da poter rovinare qualcosa di
buono che Dio ha creato. Giobbe l'ha dimostrato. Il diavolo
ci può provare, ma non ha speranza.

Perché Adelaide ha creduto a Zenzero quando le ha


detto che andava a sistemare le cose con Piper da uomo a
uomo? Perché era stanca di non credergli. A volte la gente
quando è stanca fa cose che normalmente non farebbe.
Materia aveva schiacciato un pisolino con la testa nel for-
no. Questo non è nello stile di Adelaide: lei, quando è
stanca, non capta più il sapore della verità. In un momen-
to di spossatezza voleva che fosse tutto a posto, ma i desi-
deri non hanno mai sistemato un bel niente. Ecco cosa
succede quando Adelaide smette per un attimo di mo-
strarsi dura.
Se non avesse tanta fretta, correrebbe fuori in gabinetto a
liberarsi della cena, ma non c'è tempo, perciò si avvia tre-
mando verso la merceria Beel all'angolo. « Ha per caso visto
mio marito stasera, signora?» è una domanda retorica. La si-
gnora Beel fila dritto a casa di Adelaide a badare ai bambi-
ni, mentre lei si occupa dei suoi problemi. Wilfrid Beel è lì
coi suoi capelli bianchi da filosofo. Si offre di accompagnar-
la in macchina dovunque voglia andare.
«Te lo faccio sapere, Wilf».
Esce e si dirige verso casa di Teresa.
Quel pomeriggio, Zenzero aveva appena messo Carvery
nella culla quando si era accorto di una luce in garage. Era
uscito e aveva aperto la porta a due battenti sui fari sfolgo-
ranti del suo autocarro. Dopo un attimo di accecamento,
aveva sentito un pianto sommesso.
«Chi è là?» aveva detto.
Ancora il piagnucolio sommesso.
Viene dalla cabina. Zenzero apre dalla parte del guidato-
re e vede una sagoma scura rannicchiata contro lo sportello
opposto. Una vocina fa: «Non lo dire a nessuno».
Ha un sussulto all'esofago dalla paura. E lei. Raggiunge
istintivamente le luci, che si spengono al rallentatore.
« H o paura» dice lei, la voce soffocata dietro le mani.
«Non voglio farti del male».
Lei dice qualcosa che lui non riesce a capire, appena per-
cettibile e resa incomprensibile dal dolore.
«Non puoi stare qui, Frances».
Il pianto riprende: pacato, ritmico, svigorito. Come un
bambino che ha pianto tanto da addormentarsi, poi si è
svegliato, e ora non piange più per farsi sentire, ci ha ri-
nunciato.
«Cosa c'è?».
Singhiozzo sommesso, la voce è fradicia e sfinita: «... mi
ha picchiato».
«Cosa?» fa lui, mettendo un piede sul predellino. Lei si ri-
trae d'istinto, spaventata.
«Sssh, sssh, non voglio farti del male, cosa c'è?».
«Non è la prima volta».
«Che è successo?».
«Non te lo posso dire».
«Sì che puoi. Però non puoi stare qui, Frances, vieni in
casa».
«No-o-o». Nuovo terrore, nuove lacrime.
« Come faccio ad aiutarti se non vieni dentro?».
«Portami in un posto sicuro».
«Dove?».
«Un posto che conosco dove lui non mi può trovare».
«Chi?».
«Mio padre».
«Frances. Tuo padre ti ha picchiata?».
Nessuna risposta. Rumore di una mano che asciuga un
naso bagnato.
«Che cosa ha fatto?».
Ora ha un tono più adulto. Intrepido. «Gli ho fatto salire
il sangue alla testa».
« Dimmi cosa ti ha fatto ».
La voce si fa fredda. « E colpa mia, » - tira su col naso -
« sono una poco di buono, ha ragione lui. Perché a qualcu-
no dovrebbe importare di me, perché dovrebbe importare
a te, pensano tutti che sono cattiva».
Zenzero ha trovato un fiammifero in tasca. Mentre lo ac-
cende, lei indietreggia e si copre la faccia con le mani:
«No! ».
La guarda, raggomitolata nell'angolo, così fragile. Allun-
ga il braccio, le sposta delicatamente una mano dalla faccia
e, un attimo prima che la fiamma si estingua: «Oh, mio
Dio». E sconvolto. Chi può fare una cosa del genere?
«Non mi guardare, sono orribile».
«Non sei orribile».
«E invece sì, vattene ».
«Sei ferita. Adesso ci penso io, vado a chiamare mia mo-
glie».
«No! » sibila lei.
Ne va della sua vita. «Non deve saperlo nessuno. Stasera
sono venuta qui perché mi posso fidare solo di te. Se qual-
cuno lo viene a sapere, se lui scopre dove sono, viene a uc-
cidermi». Fa un respiro profondo. «Se non mi vuoi aiutare
ti capisco, hai già i tuoi problemi, grazie lo stesso». Lo scat-
to dello sportello nell'oscurità.
«Aspetta, aspetta...».
Lei si ferma, i piedi penzoloni.
« . . . dove vuoi andare?».
«È a circa cinque chilometri da New Waterford. Non la
conosce nessuno, è una vecchia miniera. Ho qualcosa da
mangiare e dei soldi. Se riesco a stare lì un paio di giorni,
lui penserà che ho già lasciato l'isola. Allora riuscirò a farmi
dare un passaggio fino al traghetto e ad andarmene».
«Andartene dove?».
«Andarmene e basta».
Lui esita.
«Come non detto» fa lei. «Scusa il disturbo, signor Tay-
lor».
«Ti ci porto».
Silenzio.
« H o detto che ti ci porto, Frances».
« . . . Dio ti benedica».
«Aspettami solo un attimo».

Boutros, al volante, è sereno. Stanno tornando a Sydney,


è l'ultima corsa per quella sera, il sole è tramontato da un
pezzo dopo una giornata di fuoco. Se Frances è d'accordo,
andranno nella Columbia Britannica. Vuole diventare agri-
coltore. Ciliegie. E uva, da vino. Il pensiero di un frutteto
tutto suo, con Frances libera e florida tra file di nodosi albe-
ri in fiore, frutti rigogliosi, viti cariche... immagina di riem-
pire le foglie di vite con riso e agnello, a lui piace cucinare,
basta che siano cose avvolte intorno ad altre cose. La guida
è un posto meraviglioso per sognare.
Boutros non ama la violenza. E soltanto il lavoro che ha
sempre fatto per suo padre. Si tratta per lo più di entrare
nella violenza degli altri e spegnerla, come quando cerchi a
tentoni un interruttore in uno scantinato stipato di roba.
Per riuscirci è spesso costretto a far male. Raramente si ar-
rabbia. Anche se la notte scorsa, sui binari, con Taylor si è
arrabbiato. Boutros l'ha risparmiato per il bene della signo-
ra Taylor. E una che lavora sodo, lei, non merita di ritrovar-
si vedova. E Taylor sembra aver imparato la lezione, ritiran-
dosi in buon ordine.
«Cristo, vuoi rallentare, brutto deficiente! ». Jameel ha i
nervi a pezzi.
Nel senso contrario arriva l'autocarro di Leo Taylor.
Sfreccia accanto alla macchina sul lato della Litoranea che
costeggia la terra. L'apertura di un secondo dei fari scatta
una fotografia che la pellicola degli occhi di Boutros gli re-
stituisce in bianco e nero: Frances nella cabina, che guarda
dritto verso di lui, la faccia ridotta un macello. E Taylor al
volante che la guarda e ride.
«Che cazzo fai! ». Jameel si aggrappa al cruscotto e sbatte
contro lo sportello mentre si sente un fracasso di vetri nel
bagagliaio - «Merda! » - e la Kissel scarta nell'inversione a
U, filando a tutta velocità dietro l'autocarro su una scia di
whiskey di segale.
«Leo Taylor ha preso Frances».
Jameel sbraita: « E chi cazzo se ne frega! » e lo prende a
sberle.
Boutros alza una mano per non perdere la visuale, hanno
quasi raggiunto l'autocarro.
«E mia cugina».
«E una puttana! ».
«Non parlare di lei in quel modo».
Jameel comincia a ridere. Boutros trema.
«Ti sei preso una cotta, eh? Ti sei preso una cotta per la
puttana? L'hai fiutata? Ah ah! ».
Boutros è tutto uno sbattere d'occhi.
«Ti metti a frignare ora, piagnone?» Boutros ha davvero
le lacrime agli occhi.
« Ehi frocetto, cagasotto, ehi, il mammone si mette a fri-
gnare ora? Su, dai... ».
La testa di Jameel fa esplodere il parabrezza, mandando
in frantumi la visuale di Boutros, che tira la faccia fuori dal
finestrino appena in tempo per sterzare al sopraggiungere
di un carico di suore. Ha ancora la mano intorno alla nuca
del padre quando la Kissel sfreccia fuori strada, oltre il fos-
sato e la scogliera a centoventi all'ora, finché il terreno si
trasforma bruscamente in aria silenziosa. Jameel muore pri-
ma che tocchino gli scogli.
Le suore girano la macchina e tornano indietro: tre scen-
dono per vedere cos'è successo e le altre tre tornano a New
Waterford a chiamare un'ambulanza. Quando quella che
gioca a rugby riesce a raggiungere la riva, vede un uomo sol-
tanto, la testa tranciata di netto. L'altro verrà trovato il gior-
no dopo. Il macchinista aveva fermato il treno del carbone
un pochino troppo tardi, comunque l'omaccione steso sui
binari era già morto.

«Vado soltanto a parlare con Piper, poi prendo e torno


dritto a casa » aveva detto Zenzero a Adelaide poco dopo le
nove.
«Ti amo...».
Gli aveva procurato una fitta sentirle pronunciare il suo
nomignolo, ma non stava mentendo per se stesso, e questa
volta una ragione c'era: proteggere quella povera ragazza
massacrata che lo aspettava nell'autocarro. Di lì a un paio di
giorni sarebbe sparita da quella roccia, e questo gli dava un
senso di leggerezza già mentre diceva la bugia.
E una serata nuvolosa, ma Zenzero vede bene la faccia di
Frances passando accanto alle fiamme dell'acciaieria. Il san-
gue le incrosta il naso e riempie la cunetta che scende fino
al labbro superiore, spaccato e gonfio sul lato sinistro. An-
che l'occhio sinistro è gonfio e nero. Altro che un padre di-
sattento, quel Piper. Questo spiega tutto.
«Che ti è successo?» gli chiede Frances, e per un attimo
Zenzero non capisce a cosa allude, tanto è concentrato sul-
le sue, di ferite.
«Ieri notte» dice «uno mi ha menato». Sente che sta ar-
rossendo. «Ti stavo seguendo a casa, lungo le rotaie. Ti vo-
levo chiedere una cosa».
«Cosa?».
« B e ' , adesso so la risposta, volevo chiederti perché conti-
nuavi a ronzarmi attorno».
«Perché sei l'unico uomo per bene che conosco».
Zénzero prova un senso di vergogna. Ormai Sydney è alle
loro spalle. Sulla Litoranea acquista velocità.
«Scusa se ho fatto finta di non vederti al cinema» dice lei.
«Ma per il bene di Lily è molto meglio che lei non sappia
niente».
«E la tua sorellina?».
Si volta a guardarla. C'è buio sufficiente a ingoiarle le fe-
rite e ad accenderle gli occhi. Lei gli rivolge un calmo sguar-
do d'intesa. E come un invito a riposare... dice: lascia per-
dere, smetti di lottare, io so. Capisco qualcosa di così pro-
fondo che pensi sia già passato. Ma non è così. E dentro di
te. Lasciamelo toccare.
«Lily» fa lui. «Che bel nome». Si sente un cretino. Qual-
cosa gli ha colpito lo stomaco come un liquore infuocato e
si sta diffondendo nelle membra. Lo scaccia via. « Bella cop-
pia facciamo io e te, eh?» ridacchia.
«Che vuoi dire?».
E una voce così adulta da farlo sentire uno sbarbatello,
ma si affretta ad aggiungere: «Voglio dire noi due con le
facce peste, sai che spettacolo». Si gira verso di lei e ride,
contento di vederla sorridere debolmente alla luce di una
macchina che sopraggiunge. Frances tiene d'occhio la stra-
da mentre i fari della Kissel sfilano accanto all'autocarro.
«Non può andare più veloce questo coso?» vuol sapere.

A casa di Teresa, Hector si dondola tranquillamente ac-


canto alla cucina, seguendo con gli occhi la conversazione.
Adelaide è preoccupata da morire.
«Devo andare a cercarlo, Teresa, quella se l'è preso, od-
dio! ». Si piega tenendosi lo stomaco.
«Adesso datti una calmata, te lo dico io cosa facciamo,
Addy. Per prima cosa andiamo a controllare se lei è a casa,
perché se c'è non è il caso di preoccuparsi... chiediamo a
Wilf Beel di accompagnarci in macchina, facciamo così, sta'
a sentire: io busso alla porta e dico che il vecchio Mahmoud
sta morendo e all'ultimo momento vuole vedere le sue ni-
poti, e se Piper mi dice scordatelo, gli lascio intendere che
dal testamento potrebbero saltare fuori dei soldi, capito?
Dopodiché dico anche che Mahmoud le vuole tutte o nes-
suna, così scopriamo se Frances è in casa... che fai, mettiti a
sedere».
«Dov'è il fucile di Hector?».
«Che ne vuoi fare?».
«Non fare domande assurde e smettila con le tue idee as-
surde».
Hector fissa Adelaide con tanto d'occhi e indica col dito
la credenza più alta. Adelaide si arrampica sul bancone del-
la cucina e Teresa l'afferra per le ginocchia.
«Attenta a te, Treese».
«Addy, ora smettila... ».
Pam, una pedata all'indietro nello stomaco. «Scusa, ca-
r a » . Adelaide tira giù il fucile da sopra l'armadietto. «Gra-
zie, Hector».
«Quell'aggeggio manco funziona più» dice Teresa, anco-
ra in terra.
Adelaide spara al soffitto. Teresa urla.
«Funziona». Adelaide salta giù dal bancone, con la calma
di chi ha oltrepassato il limite.
Teresa parla in fretta. «E va bene, Addy, andiamo a pren-
dere Wilf e giriamo in macchina finché non li troviamo,
non serve a niente andare a casa loro, hai ragione, tanto lei
non c'è, è con lui, perciò calmiamoci e andiamo a fare un
giro».

Quando i Jameel se n'erano andati con l'ultimo carico,


James era ubriaco fradicio. Era montato nello stretto abita-
colo della sua berlina lustra, una Buick del 1932, e aveva
messo in moto. È di un color marroncino. I gangster hanno
macchine nere. Era tornato a New Waterford a velocità mo-
derata. Aveva deciso di non stare a cercare un fucile; per uc-
cidere a distanza ravvicinata niente è meglio di una baionet-
ta. In realtà il fucile non è che un'appendice, utile se la la-
ma si è incastrata fra le costole e devi sparare per liberarla.
Ma se hai un minimo di esperienza sai come evitare di far
rumore. Da sotto in su.

« Fermati ».
I rami di pino si piegano e stridono contro l'autocarro di
Zenzero. Non c'è nemmeno la strada. Spegne il motore.
«Da qui bisogna andare a piedi» dice Frances. «Dammi
la mano».
Lui ubbidisce. E necessario, in fondo lei conosce la strada
e lui no, e poi è una notte così buia. Una mano così magra e
morbida.

Mercedes sta spolverando il pianoforte. Ha tolto tutte le


statuine e le bambole e sta per passare l'olio di citronella
tjuando entra papà: « Dammi le chiavi della cassa del corre-
do, Mercedes».
Puzza d'alcol. Mercedes è spaventata.
«Che succede, papà?». Ma sa che è meglio allungare la
mano con la chiave mentre glielo chiede.
«Non preoccuparti, cara, ci metto un attimo».
Fa i gradini a due a due, senza fretta. Mercedes riawita il
tappo sull'olio di citronella, si asciuga le mani e lo segue in
cima ai due piani che portano alla soffitta. James è in ginoc-
chio con il contenuto della cassa sparso sul pavimento.
«Che è successo alla Ragazza d'Altri Tempi?» chiede gen-
tilmente, tenendola in mano.
« L ' h o fatta cadere spolverando, papà, non te l'ho detto
per non darti un dispiacere».
«Ti porterò una bambola nuova, Mercedes». Ricomincia
a rovistare. «Mi dispiace fare tutto questo disordine».
Trixie balza giù dal davanzale ed esce tenendosi rasente al
muro. Mercedes si sente di ghiaccio. Ha un tono così strano,
un palmo più in là del normale: sarà in proporzione a quan-
to ha bevuto? Quell'odore le ricorda la nausea che ha sem-
pre, anche quando sta bene.
James trova sul fondo quello che cercava: « O h i » . Si aspet-
tava di doverle dare una bella affilata, invece è taglientissi-
ma, anche se si ricorda di averla riposta smussata dalla guer-
ra. Tanto meglio, pensa, succhiandosi un paio di goccioline
dalla punta del dito.
«Dove stai andando, papà?».
Le dà un pesante buffetto sulla testa, quell'uomo che non
la tocca mai. «Tu resta qui a badare a tua sorella».
«Che ci fate voi due lassù?». Lily, dal fondo delle scale.
« Torna a letto » ordina Mercedes.
James scende di corsa e dice a Mercedes: «Devo trovare
Fr-ances».
«No! ». Mercedes ha urlato.
Lily è sconvolta... quel suono è più strano di papà che la
bacia sulla testa con un lungo coltello in mano. Mercedes
infila d'un balzo la tromba buia delle scale della soffitta, fre-
nandosi e ridandosi lo slancio con il palmo delle mani con-
tro le pareti. Quando atterra in corridoio James l'afferra
per i polsi, lasciando quasi cadere la baionetta, ora inclina-
ta. Lily non stacca gli occhi dalla baionetta.
« Non ho intenzione di far del male a Frances. Voglio bec-
care quello che ha approfittato di lei, tutto qui». Ecco, ora
comincia a sentire l'alcol. « L a mia bambina... ».
Si gira verso la rampa che porta giù nell'ingresso e ap-
poggia la mano con la baionetta sulla balaustra: «Torno su-
bito».
Mercedes mette una mano sugli occhi di Lily. Poi spinge
il padre giù dalle scale.

Il terreno si impenna bruscamente verso l'alto. Sono arri-


vati alla collina tagliata dalla miniera.
«Bisogna arrampicarsi un po'» dice Frances.
«Vado avanti io» dice lui. E insieme attaccano il pendio.
Frances annaspa, la mano scivola via da quella di Zenze-
ro, che allunga un braccio e l'acchiappa per la manica della
divisa: «Tutto bene?».
« S ì » . Lei si rialza. «... Ahi».
«Aspetta». La solleva. Leggera come una piuma. Lei deve
per forza passargli un braccio intorno al collo e, con pacata
dignità: «Grazie». Zenzero la porta in cima alla salita.
«Eccoci». La depone delicatamente davanti a un arco di
buio assoluto.
«Puoi andare, signor Taylor».
Lui è in difficoltà. Non può mica mollarla lì al buio, no?
«Aspetta, Frances, ce l'hai una torcia, non hai una coper-
ta o qualcosa del genere lì dentro?».
«Non preoccuparti per me, starò bene. Addio».
Si volta, diventa pura ombra, e viene ingoiata dalla bocca
della miniera.
«Frances?».
Ma lei non risponde. Zenzero sposta il peso del corpo. Si
affaccia nell'oscurità: «Frances».
Esita. Entra nella cava.
Tastando la parete umida con una mano, l'altra tesa in
avanti, camminando piano, piano, cercando di sentire i pas-
si di lei: «Frances?». Perché bisbiglia, e perché lei non ri-
sponde? Un passo, un altro, e un altro, sul terreno irregola-
re. Toglie la mano dalla parete e accende un fiammifero...
nient'altro che lucentezza madida su un lato e, sotto di lui,
gli scarponi impolverati che lo guardano fiduciosi. La luce
si spegne. Un passo. Un altro. Tutt'e due le mani tese ora,
cammina per due lunghi minuti. Sbatte con la punta del
piede contro una pietra che rotola un istante, tre secondi di
silenzio, poi un tonfo bagnato. Quel rumore si chiama ta-
gliare la gola al diavolo: niente spruzzi, acqua profonda. Il
cuore scalcia, lui fa per artigliare il muro ma è più lontano
di quanto pensasse, fatto questo che lo scaglia nel vuoto del-
la direzione opposta... atterra ai propri piedi, sbattendo la
spalla. Il suolo era più vicino del previsto. Resta un momen-
to raggomitolato su un fianco, sentendosi quasi male per il
sollievo. Cadere al buio in un pozzo allagato, profondo Dio
sa quanto... prima giù a piombo, poi il panico, non sai più
dov'è sopra e dov'è sotto, è così che si annega, anche se sei
un buon nuotatore.
Fa un bel respiro e si è appena rimesso in piedi quando:
«E se è caduta lì dentro?». Non ha sentito gli spruzzi, ma del
resto se n'è andata così in fretta, potrebbe essere successo
prima che lui entrasse nella miniera, o è così o... accende
l'ultimo fiammifero, sì, un'enorme pozza, acqua nera... ma-
gari è scivolata sotto la superficie, avendo già in mente di
annegarsi quella notte. Il fiammifero si spegne. Si abbassa
cautamente fino a terra, si stende pancia in giù e affonda un
braccio nell'acqua, una preghiera in testa, il cuore pieno di
terrore, tastando in giro. Freddo. Niente. Qualcosa come
seta. Oh Gesù! Avanza gridando sulla cenere, strattonato da
un'improvvisa presa malferma intorno al polso, giù nell'ac-
qua, immerge testa spalle vita, le ginocchia si aggrappano al
bordo mentre afferra un braccio invisibile con tutt'e due le
mani, la tira su insieme a lui, emerge in superficie con lo
scroscio di una possente ramazza.
E nuda. Zenzero trova le ascelle e la stende sul terreno
scabro, lei non reagisce, ha gli occhi chiusi, lui lo sente a
tentoni, cerca la bocca, la apre, annaspa per prendere fiato
- quelli che annegano cercano di annegare chi li salva -, le
infila una mano sotto la testa e preme la bocca sulla sua,
aprendo il taglio sul labbro, sente il sapore del sangue e gli
ricorda la vita ancora calda, respira dentro di lei, che tossi-
sce e si mette a piangere.
«Stai bene, Frances, non volevo farti male, tesoro, tieni».
Vuole togliersi la giacca, la camicia, avvolgerla, ma i vestiti
sono fradici, perciò l'avvolge con le sue braccia.
«Scusa,» piange lei «scusa» e gli si avvinghia.
«Sta' tranquilla, sta' tranquilla». Le dà dei colpetti sulla
spalla.
Un attimo dopo il tremito si placa e lei gli accarezza la nu-
ca, gli bacia il collo, gli sfiora l'orecchio: «Grazie». Gli ap-
poggia una coscia fra le gambe, e gli graffia involontaria-
mente la bocca con le labbra: «Scusa».
«Non ti preoccupare».
«Non mi lasciare, ti prego, ho tanta paura del buio», più
vicino.
«Non ti lascio, ma...». Lo imbarazza accorgersi che ha
un'erezione, finora non sapeva di desiderarla, e ancora non
lo sa: «Scusa», facendo per scostarla.
«Non ti preoccupare» sussurra lei, baciandogli la boc-
ca, e gli si avvinghia: « Ohhh » fa lei e gli affonda le dita
nelle spalle. Lui senza volerlo l'avvicina di più, lei sospira
di nuovo e fa scendere le mani: «Non preoccuparti Omi-
no dello Zenzero», una voce così dolce, gli sbottona i
pantaloni e scivola ancora verso di lui: «Non preoccupar-
ti...» e lo chiama col suo nome segreto. Lui geme. Soffe-
renza e desiderio, perché a quel punto Frances è sopra di
lui e tutt'attorno a lui, che può soltanto muoversi dentro
di lei.
Il nome intimo di Zenzero non va messo per iscritto. E
già abbastanza brutto che lo sappia Frances.

Quando la mano di Mercedes le scopre gli occhi, Lily ve-


de il padre accartocciato ai piedi delle scale. La baionetta si
era fermata prima, a una distanza di sicurezza di sei gradini.
A posteriori, Mercedes calcola che James aveva pochissime
probabilità di finire vicino alla lama, vista la posizione della
mano sulla balaustra e il fatto che al momento della caduta
non stringeva l'arma con forza. Inoltre, era sufficientemen-
te ubriaco perché la caduta non risultasse letale. Ma Merce-
des guarda in faccia la realtà: l'ha spinto. I calcoli sono ve-
nuti dopo. Non ha letto il dottor Freud, lei. Non è tipo da
cercare conforto nell'inconscio. Lei è una che si assume le
sue responsabilità. Decide in quel preciso istante di inter-
rompere le penitenze nella carbonaia. Improvvisamente le
trova solo una gran lagna. Sì, confesserà il peccato di aver
spinto suo padre, ma ormai sa che non c'è buona azione
che non si accompagni immancabilmente al male. E questo
che ci viene dal peccato originale. E questo che ci rende
umani. La necessità stessa del peccato è la croce che dob-
biamo portare.
Dio non mi ha messo su questa terra per restare a guar-
dare mentre uccidono mia sorella Frances. Picchiata è una
cosa. Toccata impropriamente è una cosa. Infilzata con una
baionetta è un'altra. Spinto. Sii forte abbastanza da soppor-
tare il peso del peccato che va di pari passo con ciò che è
giusto. C'è una santa sola in questa famiglia, e non sono io.
Dio ha fatto di Mercedes un giudice. Nessuno ti ama per
questo. Non come una bambina zoppa incline alle visioni.
Che Mercedes tiene in palmo di mano. Non come una don-
na disonesta zimbello della gente. Che Mercedes ama mol-
tissimo.
Mercedes, rigida come l'acciaio, fissa James. E opinione
comune che le persone dagli occhi marroni sotto sotto ab-
biano un cuore d'oro. Guarda meglio.
Lily scende cautamente le scale a piedi nudi, reggendosi
a tutti e due i corrimano. Si piega su James. Dall'angolo del-
la bocca gli cola una striscia di bava. Gli accarezza i capelli e
gli dà un bacio sulla guancia. Lui sbatte le ciglia. Lily guarda
Mercedes, e dice: «Non è morto».
«Bene. Ora va' a letto».

Raggomitolata in fondo alla cassa del corredo lasciata


aperta da James, Trixie sente Frances chiamare il suo nome
e balza fuori, scende le scale a passi felpati, attraversa il cor-
ridoio ed entra nella stanza che Frances divideva con Lily.
Ma Frances non c'è. C'è soltanto Lily inginocchiata davan-
ti alla finestra, le mani giunte sul davanzale, che guarda
fuori. Trixie le sfiora le piante dei piedi mentre Mercedes
passa frusciando davanti alla porta della stanza, la baionet-
ta che le balugina in mano. Su, nell'oscurità della soffitta,
Mercedes ricaccia tutto nella cassa del corredo il più in
fretta possibile, schiacciando giù il coperchio a protezione
da aria e tarme.

Frances spalanca gli occhi. Ha appena sognato Trixie.


Continuava a chiamarla, ma Trixie era chiusa in una scatola
e soffocava. Era solo un sogno. Non muoverti. Non svegliare
quest'uomo che adesso mi sta schiacciando.
Frances non vuole essere costretta ad alzarsi disperdendo
fra le gambe anche una sola goccia delle preziose sostanze
di Zenzero. E se lo sveglia sarà costretta ad alzarsi, perché
lui si metterà a sbraitare che vuole uscire da là dentro, chie-
dendosi in nome di Dio che cosa ha fatto, e se va via sarà co-
stretta a seguirlo, perché non ci pensa manco morta a farsi
cinque chilometri a piedi. Non in quella che si augura sia la
sua delicata condizione. Resterà immobile un altro paio
d'ore.

«Muovi le punte dei piedi».


James geme e ciondola la testa. Mercedes gli versa altra
acqua gelata sulla faccia e lui si distende di scatto.
« Bene » dice Mercedes. Si mette dietro di lui, gli infila le
mani sotto le braccia e con uno strattone lo mette a sedere.
«Adesso aiutami» gli ordina. Lui si mette faticosamente
in ginocchio. Lei lo fa alzare, poi lo trascina come un ciocco
in salotto, dove crolla sul divano e sviene di nuovo. Merce-
des resta un attimo a guardarlo a braccia conserte, poi si al-
lontana per tornare con una coperta. Gliela butta addosso.
Il ricordo di quello che lei e Frances non possono sapere
insieme ad alta voce avanza un passo dopo l'altro verso la
superficie della sua mente. Mercedes ha tenuto quel ricor-
do in cima a una pila di cose nei suoi recessi. Non sepolto,
ma lì, dove può vederlo ogni volta che passa davanti alla
porta aperta. Fintanto che lo tiene depositato lì dietro, sarà
portata a credere che faccia tutt'uno con le vecchie cianfru-
saglie. Fintanto che non ne parla, esperti e dilettanti tende-
ranno a ignorarlo: la cornice dorata coperta di polvere, lo
stato di abbandono del dipinto, incrostato dall'incuria... chi
potrebbe indovinare quale opera si cela là sotto?
Ma l'opera si è risvegliata. Si è strappata dalla cornice e
ora si avvicina sempre più... stop. Basta così.
Mercedes toglie il tappo all'olio di citronella e prende lo
straccio. Se deve guardare ciò che preme ormai dietro i suoi
occhi, è meglio tenere le mani impegnate.
E stato qui, in soggiorno. Il dipinto emerso dalla pila di
cianfrusaglie si intitola Papà e Frances sulla sedia a dondolo.
Ma non c'è mai stata una sedia a dondolo, né in questa stan-
za né altrove. Soltanto la poltrona verde chiaro con lo schie-
nale alto. Lo straccio bianco di Mercedes gira e rigira, fa-
cendo emergere là lucentezza color mogano del pianoforte.
Era la notte del funerale di Kathleen. Mi sono alzata per-
ché Frances non era nel letto. Sulle lenzuola e sul cuscino,
come di neve, si vedeva la sua impronta. Ho guardato fuori,
verso il torrente, ma non c'è. Bene. Magari è scesa a man-
giare qualcosa. Le sarà venuta fame, sono due giorni che va
avanti a cibo immaginario. Adesso scendo anch'io a prepa-
rare un toast alla cannella. Immaginavo me e Frances a
mangiare toast alla cannella e a bere cioccolata in cucina,
ma non mi ero messa né la vestaglia scozzese né le pantofo-
le, e adesso capisco che in realtà non credevo alla storia del
toast alla cannella. Succedono brutte cose quando Frances
lascia il letto. Io non ho paura del buio. Avevo due lunghe
trecce. Scendendo le scale ho sentito come il verso di un
cucciolo. Sono scesa fino alla luce che si riversava dall'arco
del salotto sulla destra. A sinistra c'è la cucina buia e una
puzza come il dentro di un corpo. In salotto ci dev'essere la
lampada da lettura accesa, quella gialla col paralume pie-
ghettato sopra la poltrona con lo schienale alto. Raggiungo
l'arco. Avevo ragione, è la lampada da lettura. Frances è lì,
che già mi guarda. Mi chiedo da quanto mi sta aspettando.
Allora aveva i boccoli biondi e nessuna ruga d'espressione.
E seduta in grembo a papà, di lato, la faccia rivolta a me.
Dondola. E lui a dondolarla. Ma non funziona, lei è sveglis-
sima. Lui non mi vede perché sta guardando in mezzo ai ca-
pelli di Frances. Ha la bocca un po' aperta, una luna nuova
arrovesciata. E lui a fare quel verso. La pelle della faccia
sembra tirata indietro dalla risacca, la testa tesa in avanti per
non annegare. La mano destra è sospesa, sfiora appena la
bionda aureola arruffata che Frances si fa rigirandosi sul cu-
scino, e la mano sinistra risale da sotto in su dentro la cami-
cia da notte, come quella di un burattinaio. Lui dice qual-
cosa che non riesco a sentire, poi respira forte dal naso, poi
«la mia bambina», e un «bellissima» smozzicato, poi se la
spinge fra le gambe e le appiccica una mano sul petto, l'al-
tra che lavora ancora di sotto, adesso sono voltati tutti e due
dalla stessa parte, ma Frances gira la faccia per non staccare
gli occhi dai miei. Lui butta la testa all'indietro mentre se la
schiaccia fra le gambe una volta, un'altra, tre volte e mezza,
finché trema rivolto al soffitto. E allora che la paura esce da
lui, che si avvolge intorno a Frances e le piange nei capelli.
Io e Frances continuiamo a guardarci finché lui non si ad-
dormenta in quel modo, dopodiché lei gli sguscia via da sot-
to le braccia e viene verso di me. «Non fa male» dice. Ades-
so vedo un pezzo di lui dalla stretta apertura dei pantaloni.
Vado a prendere la copertina all'uncinetto dal divano e glie-
la metto addosso senza guardare di nuovo, non sta bene
fissare. Dalla cucina all'altro capo del corridoio arriva uno
sfrigolio. Non mi piace quella puzza di rognoni che cuocio-
no. «Neanche a me» dice Frances. Torniamo di sopra a let-
to e io le canto delle canzoni finché non mi addormento. Il
giorno dopo Frances aveva succhiato l'impasto e la mamma
era morta in cucina.
Il piano è uno specchio, ma Mercedes non sta fissando se
stessa, fissa il padre svenuto sotto la coperta all'uncinetto.
«Mercedes?».
«Che fai in piedi, Lily?».
«Frances è tornata?».
«No».
«Sei preoccupata questa volta?».
«Sì».
«Io lo so dov'è. Me l'ha detto Ambrose ».
Lily non può dire a Mercedes come fa a sapere dove va
Frances quando non torna a casa. Significherebbe spiffera-
re che Frances le ha fatto fare la pipì addosso dalla paura
quel giorno alla vecchia miniera francese, quando avrebbe-
ro dovuto essere al raduno Scout. Significherebbe anche ri-
velare che era stata Frances la prima a parlarle di Ambrose,
a dirle dove vive e cosa fa la notte. Se Mercedes lo scopre,
potrebbe cominciare a trattare Frances come se anche lei
fosse speciale agli occhi di Dio. A Frances non piacerebbe.
Potrebbe scappare. O peggio, se Mercedes scopre che Am-
brose è un regalo di Frances, potrebbe pensare che Ambro-
se è malvagio.
Mercedes sa che Frances è cattiva, ma le vuole bene lo stes-
so, perché essere la buona della famiglia sarà anche difficile,
ma essere la cattiva è peggio. Lily lo capisce. Chi è che Lily
ama al mondo più di Frances? Neanche papà. Chi al mondo
teme più di Mercedes, con quel barattolo del cacao che si
sarà riempito venti volte prima del suo quattordicesimo
compleanno, quando faranno il viaggio a Lourdes insieme a
una massa di altre persone speciali che si vanno a bagnare
nel torrente di Nostra Signora, lasciandosi per sempre alle
spalle il loro essere speciali? Lily ha promesso a se stessa, alla
sua gamba piccola, che, numero uno, non permetterà mai
che le venga tagliata. E, numero due, non permetterà mai
che venga cancellata da un miracolo. Che idea tradire un ar-
to così valoroso, che ha retto e marciato ben oltre il suo do-
vere. Dire: ecco la tua ricompensa, devi smettere di esistere e
diventare una falsa gemella della gamba buona. La sua gam-
ba è speciale perché è così forte. Lily ha imparato, però, che
agli occhi degli altri è speciale perché è debole. Nessuno,
nemmeno Nostra Signora, metterà mai la sua acqua santa
sulla gamba piccola.
Non posso raccontare a Mercedes la vera storia di Am-
brose, pensa Lily. Mercedes mi vuole bene perché sono spe-
ciale agli occhi di Dio. Se pensa che sono speciale agli occhi
del diavolo, potrei essere costretta a scappare. L'ho visto, at-
traverso le fessure delle dita di Mercedes, com'è che papà è
finito in fondo alle scale.
«Dove?». Il viso di Mercedes non ha espressione.
Lily alza gli occhi su Mercedes e sulla fronte le compare
un accenno di bernoccolo. «Ambrose dice che non c'è da
preoccuparsi. L'uomo che è con lei non è cattivo».
Lily è sicurissima che se non altro l'ultima parte è vera.
Oggi papà era al lavoro, Mercedes era andata a pulire la sa-
crestia della chiesa di Nostra Signora del Carmelo e Lily era
in camera sua che iniziava un diario - « Caro Diario, lascia
che mi presenti» - quando Frances era corsa giù dalla
soffitta passando davanti alla porta della camera e Lily, ve-
dendola di sfuggita, aveva gridato: «Frances! ».
Ma Frances aveva superato d'un balzo gli ultimi cinque
gradini, atterrando con un tonfo nell'ingresso e scattando
come una molla verso la porta. Lily aveva infilato le scale
più in fretta che aveva osato: «Frances, che ti è successo?»,
incespicando incollata al corrimano fino a metà rampa.
«Frances! ».
«Fuances! » l'aveva presa in giro lei, spalancando la porta
e voltandosi per fare un ghigno a Lily, il lato sinistro della
faccia tutto insanguinato, il fazzoletto da Guida tutto zuppo
intorno al collo. A Lily erano venute le lacrime agli occhi,
ma Frances aveva detto, con l'aria di chi afferma un'ovvietà:
«Non preoccuparti, Lily, non è sangue vero».
Ed era sparita.
Lily era salita in soffitta, ma non aveva trovato altro che il
secchio vuoto del carbone. Toccando il bordo, il dito era di-
ventato rosso. Aveva assaggiato. Sale e ferro. Era andata in
bagno a lavare il secchio, e l'aveva riportato in cantina.
Lily non può raccontare a Mercedes che Frances si è pic-
chiata da sola. Mercedes potrebbe pensare che Frances è
pazza. Altra cosa che potrebbe farla ritenere speciale agli
occhi di Dio.
«Vatti a vestire, Lily».

Mercedes non ha mai guidato la macchina. James la par-


cheggia sempre con la seconda inserita, e in seconda rima-
ne per tutto il tragitto, con Mercedes aggrappata al volante
che scruta l'oscurità illuminata.
« H a la faccia pesta, ma non è stato quell'uomo».
« L o so, Lily».
Lily punta lo sguardo su Mercedes e si arrischia a tastare il
terreno: «Io ho visto com'è successo».
Mercedes le restituisce lo sguardo. « Lui ha visto che guar-
davi?».
«Non credo».
«Non preoccuparti, Lily, non la toccherà mai più». A Lily
arrivano sulla punta della lingua le parole: «Non è stato
papà», ma non le dice. E calata la nebbia, e adesso si trova-
no in mezzo a un soffice vuoto: è come se avessero smesso di
procedere e la macchina oscillasse dolcemente da una par-
te all'altra. Mercedes riporta gli occhi sul parabrezza cieco:
«Non glielo permetterò».
Arrancano in silenzio per un po'. Per capire dov'è il ci-
glio della strada bisogna tenere la mano fuori dal finestrino
finché non si sentono sfilare gli aghi di pino. Lily, tutta pre-
sa da questo compito, ha un sussulto quando qualcosa di ge-
lido si posa sull'altra mano.
«Di' una preghierina per papà insieme a me, Lily». E
Mercedes chiude la mano attorno a quella di Lily. « Chiedia-
mo a Dio di perdonarlo».
«Perché non sa quello che fa...» dice Lily.
«Recitiamo una posta».
«Hai portato il rosario?».
«Non ci serve il rosario, Lily. Abbiamo la fede».
Ma Mercedes ha bisogno di contare qualcosa, perciò con-
ta i nocchi del volante di legno, uno per ogni preghiera bi-
sbigliata, facendoseli scorrere sotto le dita. Uno. Per uno.
Per uno.
Quando la mano sinistra di Mercedes ha fatto tre giri del
volante, l'altra ha prosciugato il calore da quella di Lily, la-
sciandole fredde tutt'e due. Una maggiore pressione delle
schiene contro il sedile indica che la strada ha cominciato a
salire. Gli ultimi filamenti di nebbia accarezzano la macchi-
na, restituendola a tempo, spazio e notte.
«Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, com'era
in principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli... ».
«Gira qui».
«Non c'è una strada, Lily».
« L o so».
Sobbalzano e annaspano fra lo stridio dei rami finché al-
la luce dei fari compare il retro di un autocarro. Mercedes
sente occhi e stomaco liquefarsi. Legge il nome dipinto so-
pra: «Trasporti Leo Taylor».
«Non è un uomo malvagio, Mercedes».
I fari svaniscono dall'autocarro. Scendono dalla macchi-
na. Mercedes ha portato la vecchia lanterna da miniera di
papà. L'accende.
Lily considera peccato lasciar credere a Mercedes che sia
stato papà a picchiare Frances. Ma lui in passato l'ha fatto.
Alla verità si può attingere anche a distanza di tempo senza
che per questo si deteriori. E disponibile in magazzino, per
così dire. Lily sa che l'uomo nella miniera con Frances non
l'ha picchiata, ma è preoccupata lo stesso. Nei film, quando
una ragazza vuole conquistare un uomo, si veste bene, si in-
cipria il naso e si mette un po' di rossetto. Ma per che razza
di uomo una ragazza si pesta la faccia credendo così di ren-
dersi più attraente?
Lily e Mercedes camminano piano, facendosi strada in
mezzo alla boscaglia, piegando all'indietro i rami l'una per
l'altra. Lily si sforza di individuare i segni che Frances aveva
inciso sugli alberi quel giorno di novembre di quasi tre anni
prima. Con Mercedes non ne ha fatto parola. Non si note-
rebbero mai dopo tutto quel tempo, a meno di sapere che
ci sono. Frances li aveva incisi uno per uno con le forbici da
cucina. Le forbici non sono cambiate dai tempi antichi. Gli
egiziani avevano forbici e ombretti e gioielli e gattini pro-
prio come noi, sta scritto in un bellissimo libro dorato che
Lily ha ricevuto per Natale da papà: I segreti di re Tut. Ma non
avevano la ruota.
«Secondo te gli egiziani avevano la ruota, Mercedes?».
«Non ne ho la minima idea e nemmeno mi interessa».
«Secondo me ce l'avevano, ma la consideravano troppo
sacra per rappresentarla. Oppure volevano tenerla segre-
ta».
Mercedes si ferma. «Quanto c'è ancora?».
«Siamo a metà strada». Hanno appena superato l'albero
segnato con una R... la quarta di sette lettere, separate cia-
scuna da sette alberi.
« In fondo, » continua Lily « adoravano il sole e il sole è ro-
tondo ». Lily conta sette alberi e si ferma di nuovo.
Mercedes solleva la lanterna verso una scanalatura nella
corteccia che Lily sta scrutando.
«Che stai guardando?».
«o» legge Lily. Poi si gira verso Mercedes. «Ci siamo qua-
si».
Mercedes sa soltanto che la sorella ha qualcuno che la
guida, lassù. Fissa gli occhi in quelli di Lily, e Lily sente la
schiena aprirsi come un libro ai lati della spina dorsale, su
un corridoio buio e infinito pieno di qualcosa che Merce-
des concupisce. E lo sguardo della Venerazione. Come lo
sguardo della Pietà, fa paura. Ma Lily ha imparato come ri-
manere Lily mentre sottostà a un simile sguardo. Tiene gli
occhi come si terrebbero le braccia guardando qualcuno
che corre il pericolo di cadere dall'alto: immobili, salde, te-
se. Questo dissuade la persona dal saltare uccidendo se stes-
sa e chi sta sotto: del resto, forse voleva solo sapere che c'e-
ra qualcuno pronto a prenderla. Il modo che ha Lily di
guardare quando con calma tiene gli occhi così è quello
che i cultori di Pietà o Venerazione chiamano «beatifico».
«Sei stanca, Lily?» chiede Mercedes con gentilezza, con-
sentendo alla schiena di Lily di richiudersi.
«No. Ci siamo quasi».
E continuano a camminare, s. E finalmente: E.
«Lassù». Lily indica.
Mercedes solleva la lanterna verso la brusca pendenza. « È
meglio che tu aspetti qui, Lily».
«No. E meglio che vengo».
Si prendono per mano e risalgono di traverso la collina.
A differenza di Frances, Mercedes stava attenta ai raduni
delle Guide e ha imparato come si scala una salita scoscesa
senza cadere, come si attraversa a nuoto una corrente senza
pericolo.
Mercedes sa che Frances ha frequentato gli uomini, si
chiede solo come abbia fatto in tutto quel tempo a non re-
stare incinta. Ma stanotte è diverso. Deve essere diverso, se
papà era tanto sconvolto. «Diverso come?» si era chiesta
Mercedes non appena James era finito lungo disteso ai pie-
di delle scale. Si è fatta e rifatta quella domanda ed è arriva-
ta a una risposta. E stata Lily a fornirle lo spunto quando ha
detto che Frances non era con un «uomo cattivo». Frances
dev'essersi innamorata e sta progettando di scappare con
quell'uomo, chiunque sia. Ma perché scappare? Dev'esserci
qualche ostacolo. L'uomo dev'essere sposato.
Che ne sarebbe di Frances, in fuga con un uomo non vin-
colato dalla legge a prendersi cura di lei? Quanto tempo
riuscirebbe chiunque, uomo o donna, a sopportare Fran-
ces? Chi, se non Mercedes, sa come amare Frances? E dove
si troveranno Frances e il suo amante quando lui ne avrà ab-
bastanza? Lontani centinaia, migliaia di miglia, magari in
un altro paese. Frances nei guai, senza soldi e senza amore,
morirebbe lontano da casa. Mercedes non ci può nemmeno
pensare. Le brucia la gola, le infiamma gli occhi. Cara Fran-
ces. Mia piccola Frances, sola, moribonda, senza nessuno
che la ami perché non c'è nessuno che ricordi.
Mercedes procede di buona lena, ci sono quasi: « Sbriga-
ti, Lily». Grazie Dio, grazie Gesù, Giuseppe e Maria e tutti i
santi per Lily, che ha l'ispirazione divina. Se la premonizio-
ne di Lily si rivela giusta ed evita a Frances di scappare via,
allora sì che sarà un miracolo. Giusto il tempo di contattare
l'arcidiocesi non appena Frances sarà a casa sana e salva.
La vecchia lanterna da miniera illumina il bordo dell'ar-
co: terra sventrata, una frangia d'erba aggrovigliata, una fes-
sura di calcare e, all'interno, la trama lucente delle pareti.
Le pitture rupestri non si conserverebbero mai qui dentro,
troppo umido.
Mercedes chiama piano: «Frances».
Lily bisbiglia: «Il tunnel fa una curva, e poi c'è una pozza
di acqua profonda».
Ti prego, Dio, fa' che sia un uomo buono.
Entrano.
«Frances».
Si starà nascondendo, pensa Mercedes, perciò procede
pian piano, spostando la lanterna da una parte all'altra, esa-
minando ogni angolo e recesso. Lily tiene gli occhi sui pro-
pri piedi, aspettandosi un urlo di terrore quando Mercedes
vedrà il minatore morto, il soldato morto. Ma non arriva.
Come spesso le accade con le cose che ricorda, Lily si chie-
de: era un sogno? E successo davvero? Ero proprio io?
La galleria comincia a curvare a sinistra.
Frances si è sentita chiamare e spinge Zenzero via da lei.
Lui si sveglia, nel gelo dell'infelicità, con un carico di scuse.
« Zitto » fa lei. «Arriva qualcuno ».
Tasta intorno a lei in cerca del masso sotto il quale ha na-
scosto la divisa.
«Resta qui, Frances, vado io a vedere chi è ».
« È mia sorella e Cristo solo sa chi altri » ficcandosi in fret-
ta i vestiti.
Lui è sconcertato. L'acqua della pozza non era altrettanto
fredda.
«Frances, non volevo approfittarmi di te».
Lei ride, tirando a sé le scarpe.
Questa volta sentono entrambi il suo nome.
«Gesù mio». Lui si cerca la patta e l'abbottona. I passi di
Frances fanno per allontanarsi. Lui si allunga di scatto e
l'acchiappa per un bicipite, così fragile.
« U h » . Si contorce, ma lui non la molla.
«Dove stai andando?».
«A casa».
«Che ti piglia?».
«Levami le mani di dosso».
«Mi dispiace se ti ho toccata, se ti ho messa nei pasticci, se
ti ho fatto male... ».
Lei ride. Lui la lascia andare.
« Sta' a sentire, » - e il tono è affaristico - « non ci pensare.
Abbiamo avuto tutti e due quello che volevamo».
«Tu volevi che ti aiutassi».
«E l'hai fatto, grazie tante. Se la cosa non funziona vorrà
dire che sono sterile, visto che tu evidentemente non lo
sei».
Al che lui l'afferra di nuovo, schiacciandole i gomiti con-
tro le costole. «Che vorresti dire?». E scioccato dalla propria
rabbia.
«Tranquillo, vecchio mio, da te non voglio altro. E se tie-
ni la bocca chiusa io farò altrettanto».
Ma lui non la molla. Il suo respiro bollente le soffia sulla
faccia. Zenzero sente che potrebbe spezzarla in due in un
attimo, come niente, e questo gli fa paura. Frances sa benis-
simo che se un uomo vuole davvero farti male, il primo col-
po arriva entro tre secondi. Ormai ne sono passati dieci, e
lui se ne sta ancora lì ad ansimare.
«E dai, Leo. Ti è piaciuto, si capiva».
«Ti ho salvato la vita».
«Il mio culo peloso, hai salvato».
Lui temporeggia, ancora non vuole incassare.
«E tuo padre? Non puoi tornare, ti ucciderà».
Lei mette su un'aria da gran dama. «Mio padre non mi
ha mai toccato nemmeno con un dito». La lascia andare.
Dietro la curva compare una luce. Frances le va incontro.
Zenzero non vedrà mai chi o in quanti sono venuti a cer-
carla. La cosa che forse più di tutte lo fa vergognare è star-
sene rincantucciato, forte della promessa che lei gli ha fatto
di non dirlo a nessuno. Ma che ne sarebbe della sua fami-
glia se quella notte venisse ucciso? Disgrazia e disonore.
Al pensiero della propria famiglia, Zenzero emerge da
quello che ora gli sembra un torpore narcotico. Lì, nella mi-
niera gocciolante, la sua testa è limpida e integra per la pri-
ma volta da non sa più quanto tempo. Da New York. 11 cuo-
re è pesante, gronda e si strugge, ma è suo. Si sente intensa-
mente presente in ogni minima parte del corpo e il corpo è
più spossato di quanto non fosse l'ultima volta che ha guar-
dato... come il corpo di una persona amata, creduta morta
da tanto, che ritorna: sembrerà più vecchia, ma molto più
simile a se stessa di qualunque particolare registrato nella
memoria o nelle fotografie. Zenzero scoppia di gioia e di
dolore per essersi riunito a se stesso. Il perdono.

Il sole sta per comparire. Il fucile dondola sulle ginocchia


di Adelaide, che non può evitare uno sbadiglio. Teresa
scambia un'occhiata con Wilfrid Beel. Wilf dice: «In fondo
a questa strada c'è un capanno di caccia che usavo spesso, se
c'è ancora potrebbe essere un buon posto per... ».
«Lascia perdere, Wilf» dice Adelaide. «Torniamocene a
casa, probabilmente a quest'ora lui è lì che mi aspetta».
Teresa tira un sospiro di sollievo. Hanno scarrozzato
Addy per tutta la notte, sfiancandola sulle strade sterrate,
spingendosi fino a metà strada da Meat Cove, e alla fine ha
funzionato. La preoccupazione di Teresa non-era che la ri-
cerca portasse a qualcosa. Voleva solo tenere Adelaide lon-
tana dalla casa dei Piper con quel fucile. Certo che è di mic-
cia corta mia cognata, che Dio la benedica, piglia subito
fuoco. Non serve a niente dirle che Zenzero non tocchereb-
be quel fantasma di ragazza nemmeno con le pinze.
Adelaide ha ragione. Quando si fermano davanti a casa
sua, la luce è tanta che attraverso i vetri della porta del gara-
ge si vede che l'autocarro di Zenzero è lì al sicuro.

Facendosi incontro a Lily e Mercedes dentro la miniera,


Frances si era limitata a dire: «Avete portato la macchina?».
Mercedes si sentiva talmente sollevata da non accorgersi
che Lily si era spinta dietro la curva dalla quale era compar-
sa Frances. «Lily, ora andiamo a casa».
«E l'uomo?».
« H a un mezzo suo» aveva risposto Mercedes. Non aveva
nessuna voglia di vedere cosa c'era dietro la curva, lei. Le ba-
stava che Frances fosse pronta a lasciarselo alle spalle.
Tornate a casa, Frances si rifiuta di fare il bagno: «L'ho
fatto l'altra sera». Quando Mercedes ricorre alle maniere
forti da capoinfermiera, Frances resiste come una gatta, av-
vinghiandosi mani e piedi ai bordi della vasca, e Mercedes si
arrende. Allora Frances si lava le mani, la faccia e i piedi
mentre Mercedes aspetta con un asciugamano pulito.
«Sei innamorata?».
Frances si limita a sbuffare.
«Hai intenzione di rivederlo?».
«Insomma, sei gelosa, Mercedes?».
«Non voglio che tu ti faccia del male».
« Magari sei lesbica, Mercedes, ci hai mai pensato? Ci hai
mai provato? Se vuoi possiamo provarci insieme». Frances
ride senza trovarlo divertente, niente sembra più tanto di-
vertente, avverte un delizioso senso di stanchezza che sale
piano piano.
«Hai fame?» chiede Mercedes.
« Sì ».
«Preparo dei toast alla cannella». E fa per uscire.
«Mercedes?».
Mercedes si blocca sulla porta del bagno, ma non si volta.
Frances continua: «D'ora in poi farò la brava. Voglio avere
un bambino sano».
Mercedes fa un respiro e abbassa la testa.
«Mercedes?».
«Sì?».
«Ci facciamo anche una cioccolata?».
«Certo».

«Entrate a prendere un tè?».


Wilf e Teresa declinano educatamente l'invito. Adelaide
entra in casa, stanca morta.
Zenzero ha preparato tè e biscotti, e si è appena fatto un
bagno e cambiato. Dice alla moglie: «Addy, adesso ti rac-
conto tutto, dopodiché mi dici se vuoi che me ne vado».
«Comincia a darmi una tazza di tè, L e o » . Sprofonda su
una sedia della cucina con un sollievo fisico che avrebbe un
senso se avesse camminato tutta la notte, invece di andare
in macchina.
Quando lui conclude il racconto, le lentiggini di Adelai-
de sono più pronunciate, ma dipenderà dal fatto che è stan-
ca. Lui rompe il silenzio che segue con: «Vuoi che me ne va-
do?».
«No».
«Posso restare solo se riesci a perdonarmi, altrimenti non
ha senso».
Lo guarda da sopra il tè. E come se dal viso gli si fosse di-
leguata una foschia. E tornato. Adelaide avverte un brivido
retroattivo al pensiero di come debba essersi smarrito va-
gando in un deserto che non gli apparteneva.
«Riesci a perdonare te stesso?» gli chiede.
« Credo di averlo già fatto. Perché, vedi, lei è uscita com-
pletamente da me ».
«Ti credo».
«Ma mi perdoni?».
«E quello che ho appena detto».
«Tu hai detto... ».
«Ti perdono». Non piange mai, Adelaide. Ma quando lo
fa, sono lacrime al peperoncino.
«Scusa» dice lui.
Lei lo avvolge con i suoi lunghi muscoli, le scapole aggra-
ziate, l'aureola rossiccia. «Non lasciarmi mai».
«Non lo farò mai, mai».
«Ti amo».
«Ti amo ».
Gli fa correre una mano sul centimetro di morbidi capel-
li irsuti, gli strizza le spalle, gli si abbandona nella piega del
ventre, sentendosi sostenuta dalle sue braccia, che sono for-
ti come sembrano. Si stringono e pensano ai loro bambini
sentendo che non c'è limite a quello che possono fare in-
sieme, a quello che possono dare l'uno all'altra. Gli fa scivo-
lare le mani lungo i fianchi. Di sopra, il piccolo si sveglia.
Mattina.
UN NUOVO RADIOSO MATTINO

All'altro capo della città, Camille prepara il suo primo tè


da vedova. La notizia del figlio non è ancora arrivata, però
sa già del marito. Poco prima di mezzanotte, un poliziotto
giovanissimo aveva picchiato alla porta. Lei non gli aveva
aperto, temendo un'irruzione, ma poi si era detta: che dif-
ferenza fa? Tanto non è che il marito le facesse fare la bella
vita che spetta quasi di diritto alla moglie del gestore di un
locale affermato. Perciò aveva aperto e il poliziotto le aveva
detto: « Mi dispiace, signora, ma devo darle una brutta noti-
zia» con la faccia lunga, ma con esito diametralmente op-
posto al prevedibile.
Il primo dei figli di Camille che era tornato a casa aveva
avuto qualche difficoltà ad aprire la porta, ostruita com'era
dal peso di un baule.
«Mamma, che succede?».
Lei aveva sceso pesantemente le scale con una cappelliera
in una mano e una valigia col suo abito da sposa nell'altra.
«Tuo padre è morto, io me ne torno a casa».
Ora Camille prepara una tazza di tè come piace a papà e
gliela porta in camera. E l'alba. Lui non sa che è lì. Gli farà
una sorpresa.

Mercedes, seduta allo sgabello del piano, resta a guardare


James finché all'alba di botto spalanca gli occhi. È un'abitu-
dine che ha preso in guerra. Mercedes gli illustra la sua po-
sizione.
« Cosa ti ricordi di ieri notte?».
James sbatte gli occhi innocenti, azzurro cristallino.
«Sveglia» gli dice. In quel momento, l'ultima cosa che
Mercedes vuole è vederlo come un ragazzino scapigliato.
James scatta a sedere, e trova ad aspettarlo il mal di testa. Gli
attanaglia il cranio facendolo invecchiare di quei qua-
rantanni che lo riportano alla realtà.
« Che è successo?» chiede.
«Ti sei ubriacato e sei caduto».
Lui trasale e guarda il pavimento. Poi ricorda: «Dov'è
Frances?».
«Frances sta dormendo, mettiti seduto».
Ora che è completamente sveglio, registra il tono insolito
di Mercedes. La guarda, e si rimette lentamente a sedere.
«Che ho fatto?».
«Hai cercato di toccare Lily».
Le mani di James corrono alla faccia disgregata per impe-
dirle di spargersi sul tappeto, dalle dita filtra un gemito.
Mercedes avverte una fitta di rimorso, dopodiché conficca
la punta della sua bugia da sotto in su: « Mi è toccato trasci-
narti via a forza».
Lui si piega in due, colpito alle costole, il gemito si fa
guaito. Mercedes accetta la resa. «Lei non si è svegliata».
La testa comincia a fare no dietro le mani e lui lascia il di-
vano senza raddrizzarsi, farlo implicherebbe la perdita delle
viscere; esce barcollando dalla stanza, dalla casa. Mercedes
sente avviare il motore della macchina. Se suo padre decide
di buttarsi con la macchina da una scogliera, pazienza. E se
per questo Mercedes brucerà in purgatorio un millennio di
più, è solo il prezzo che paga chi ha a che fare con Dio.
Quello che conta è che ha riscattato Frances. Finalmente.
Mercedes non è né una santa né una peccatrice. In un cer-
to senso sta nel mezzo. E per lei che hanno inventato il pur-
gatorio.

Davanti a una colazione tarda e insolitamente abbondan-


te, Frances legge sul «Cape Breton Post» dell'incidente. Per
Jameel, be', poco importa, tanto i suoi giorni come regina
dei beoni sono finiti, ma per Boutros... che sollievo. Quel
modo che aveva di guardarla. Non come gli altri. Covava,
come se volesse qualcosa che lei non metteva in vendita. E
cosa poteva essere se non uno stupro.
«Sei sicura di volere dell'altro porridge, Frances?».
« Guarda, Lily, questi sono un nostro cugino e uno zio ac-
quisito».
Lily riempie la scodella di Frances e legge il titolo: « L ' e -
roica morte di un uomo di Whitney Pier». L'articolo riferi-
sce che una Kissel 8 cilindri del 1932 nuova di zecca ha ster-
zato per evitare un carico di suore della Congregazione di
Notre Dame di ritorno alla Holy Angels dopo una serata tra-
scorsa alle prove del coro.
«Mercedes era lì! ».
« Embè? ».
« B e ' , ha detto che Suor Santa Monica le ha offerto un
passaggio ma lei ha detto che preferiva andare a piedi. Se
avesse accettato il passaggio le suore non avrebbero incon-
trato la macchina con su nostro cugino e nostro zio e non ci
sarebbe stato l'incidente».
« Già, Lily, e se un milione di miliardi di invertebrati non
fossero morti qua attorno uno stupido trilione di anni fa,
non avremmo la ghiaia sul vialetto ».
Lily prosegue la lettura. «Dice che vedendo la macchina i
poliziotti hanno capito che alla guida doveva esserci un al-
tro perché "Il signor Jameel occupava il posto del passegge-
ro. Boutros Jameel è stato trovato sui binari. Dopo essere
andato a sbattere per evitare le suore, ha camminato per
due chilometri in direzione di New Waterford nello spasi-
mo della morte, presumibilmente in cerca di un dottore
per il padre"».
Frances si sente accapponare la pelle. Pensa, quell'enorme
morto vivente che arranca verso New Waterford, pronto a but-
tarsi di peso addosso a lei con l'ultimo suo respiro. Il fatto che
ci abbia messo tanto a crepare dà la misura di cosa le sarebbe
toccato se le avesse messo addosso le sue zampacce.

Il giovane poliziotto guida la volante nel bosco lungo una


pista squassata di terra battuta, seguendo una piantina trac-
ciata alla bell'e meglio. Come uomo d'affari Jameel non era
proprio da buttare. Annotava scrupolosamente tutte le tran-
sazioni in un piccolo taccuino rilegato in pelle che il poli-
ziotto gli ha trovato nel taschino sul luogo dell'incidente. Ja-
meel aveva avuto l'accortezza di non usare nomi veri. Nome
in codice per James: Il Bastardo Enklese. Tracciare a matita
la piantina che conduce alla distilleria del Bastardo Enklese
era stata una misura incauta ma temporanea: l'aveva dise-
gnata seguendo le istruzioni di James al telefono quando
Taylor li aveva mollati.
X indica il punto, ma quando il giovane poliziotto quella
mattina lo raggiunge, aspettandosi di acciuffare l'uomo o di
appostarsi in attesa, della X non rimane che un quadrato di
terra carbonizzato e alcune tavole affumicate. Questo, il
corpo del reato. Il poliziotto fa dietro front e riprende la via
di Sydney. Non vede la Buick marroncina parcheggiata in
un fossato lì vicino.

«Andrà a raccontare di essere stata stuprata?».


«No».
Il «Cape Breton Post» è sul tavolo della cucina di Teresa.
Lei e Adelaide concordano sul fatto che Zenzero non pote-
va scegliere un momento migliore per mollare Jameel. Hec-
tor è al solito posto, a dondolarsi. Teresa versa altro tè per
Adelaide.
«Come fai a esserne tanto sicura?» chiede Teresa.
«Perché ha avuto quello che voleva, l'ha detto lei».
«E cioè?».
«Un figlio».
Teresa è presa dalle vertigini, ma non lo dà a vedere. Si
siede con cautela e comincia a girare e rigirare il tè, chie-
dendo: «E tu ci credi?».
« Certo, se ha fatto bene i calcoli. Lo capisci subito se ci
sei rimasta, sai, io ci ho sempre azzeccato, fin dal primo».
Adelaide si pente subito, perché sta lì a parlare con Tere-
sa di come una donna sa di essere incinta, quando il destino
di Teresa è di non esserlo mai, anche se era in cima ai suoi
desideri.
Adelaide si è sempre chiesta come un danno alla testa
possa compromettere le capacità sessuali di un uomo. A
Hector quella sbarra d'acciaio non è mica caduta in mezzo
alle gambe, il suo seme dev'essere rimasto lo stesso di pri-
ma, e poi sotto non è paralizzato, è solo limitato in genera-
le. Fosse stata Adelaide, prima si sarebbe accertata se fun-
zionava ancora, e poi ci avrebbe fatto un figlio. Hector ado-
ra i bambini. Se la sarebbero cavata. Lei e Zenzero li avreb-
bero aiutati. Ma Adelaide sa che Teresa è diversa, più fine,
diciamo. Ha una regalità vera, non snobistica, insomma,
una finezza innata. Non potresti mai immaginare Teresa
mettersi a cavalcioni di un uomo distrutto per cavarne il se-
me. Perciò, ammesso che Hector funzioni ancora, Adelaide
sa per certo che Teresa non l'ha appurato. Teresa ha supe-
rato i quaranta. Tra poco sarà troppo tardi, se non lo è già.
« Addy, e se è vero?».
«Non preoccuparti, Treese, ho già un'idea».
«Addy...».
«Treese, non fare domande, perché non anticipo un bel
niente, questa volta non voglio che qualcuno mi faccia cam-
biare idea o che mi porti in macchina a casa del diavolo».
Adelaide dà a Hector un buffetto sulla testa e se ne va a casa
a preparare la cena. «Grazie per il tè, bella».
Teresa la vede prendere la porta e se ne torna in cucina,
dove Hector sta fissando la credenza più alta con sguardo
preoccupato.
« Non preoccuparti, tesoro, » gli dice Teresa «è ancora lì ».
Ma va nello stanzino a prendere una scala, con l'intenzio-
ne di dare un'occhiata, tanto per essere sicura. Teresa non è
tipo da arrampicarsi sul bancone di una cucina.

Adelaide non ha detto a nessuno quello che intende fare.


Ha perdonato Zenzero. Ha perdonato Teresa per averla de-
pistata la notte prima. Ma ha avuto la dimostrazione che, in
quella faccenda, può fidarsi solo di se stessa. Ha program-
mato tutto nei minimi particolari e questa volta non la fer-
merà nessuno.
Subito dopo cena, prende la bicicletta con i lunghi cesti-
ni di vimini attaccati ai lati. Nel periodo d'oro della sua atti-
vità ci metteva intere pezze di stoffa. Oggi, in uno ha messo
qualcos'altro. Percorre la Litoranea in direzione di New Wa-
terford. Primi accenni di uno splendido tramonto.
Adelaide potrebbe aspettare tre mesi e scoprire se Fran-
ces è davvero incinta prima di fare quello che ha in mente.
Ma a che serve? Se non è incinta è facile che ricominci a tor-
mentare Leo, a ronzargli attorno. La parte più inquietante
dell'inquietante racconto di Leo è che Frances conosceva il
nome segreto con cui lo chiama Adelaide. Per saperlo dove-
va essere stata praticamente a letto con loro. E una ragazza
capace di ferirsi da sola, che rischia di annegare per ottene-
re quello che vuole... figurati se una così non userebbe il ri-
catto, se non accuserebbe Leo di stupro pur di strappargli
quello che vuole. Adelaide spinge più forte sui pedali, igno-
rando il cielo fiammeggiante alla sua destra e l'acqua scin-
tillante a sinistra.

Mercedes cammina verso casa dopo un incontro con il


prete, che ha accettato di informare il vescovo. Sarà poi Sua
Grazia a decidere se è il caso di avere un colloquio con Lily
riguardo alla crescente lista di episodi straordinari... senza,
naturalmente, lasciar intendere a Lily la ragione delle sue
domande. Mercedes offre il viso al sole obliquo. Tutto si è
fatto di un oro rosseggiante, Dio infonde la più soave delle
benedizioni: «Tutto è bene nel mondo». Le sventure di
Frances hanno raggiunto il culmine proprio quando la san-
tità di Lily si è completamente svelata, e Mercedes è grata di
ritrovarsi a gestirle entrambe. Domani andrà a confessarsi e
otterrà l'assoluzione per i torti fatti al padre.
Arrivando a casa, le mette un po' di inquietudine vedere
che la macchina non c'è ancora, e resiste a una vera e pro-
pria ondata di terrore alla vista di Suor Santa Monica che
l'aspetta in salotto. Mercedes conosce Suor Santa Monica
tramite il coro, dove hanno legato subito, anche se in mo-
do formale. Ma in quel particolare momento, alla vista di
soggolo e abito, Mercedes riesce solo a pensare «brutte
notizie». Lily ha fatto accomodare la suora e le ha offerto
una tazza di tè e un dolcetto ai datteri. Mercedes si acco-
moda sulla poltrona con lo schienale alto e congeda gen-
tilmente Lily, corazzandosi per ricevere la notizia della
morte del padre.
E invece no. Si tratta di tutt'altro. Suor Santa Monica
era al volante quando Boutros le aveva tagliato la strada
filando a tutta birra incontro alla morte, ma lei qualche at-
timo prima aveva visto Frances su un autocarro con un uo-
mo di colore.
«Volevo dirtelo subito, Mercedes, ma poi mi è passato di
mente pervia dell'incidente».
Mercedes confida a Suor Santa Monica quella che po-
trebbe essere l'incresciosa condizione di Frances.
«Dio mi perdoni».
«Sorella, lei non ha nessuna colpa».
Ma sanno tutt'e due che nessuno è senza colpa.
« S e avessi reagito con prontezza Frances non avrebbe
avuto modo di mettersi sulla via della tentazione ».
«Sorella, mi rincresce gravarla di questo peso, solo che
devo pianificare le cose per Frances e non so a chi altri ri-
volgermi per ricevere buoni consigli».
«Ma certo».
E il minimo che Suor Santa Monica possa fare. Sono
tante le cose da discutere. A che punto Frances dovrà la-
sciare New Waterford, il luogo dove avverrà il parto... «Mi
interesserò per il convento di Mabou. Hanno un ottimo
ospedale».
Sapere che sarà un bambino di colore è fondamentale
per deciderne il futuro. Tanto per cominciare, oggi come
oggi tenerlo è fuori discussione. L'illegittimità è una
macchia tremenda ma invisibile, mentre l'incrocio delle
razze non può essere tenuto nascosto. Né la madre né il
bambino meritano di vivere la doppia onta. Questo in
un'ottica caritatevole. Stando così le cose, il secondo pro-
blema diventa la scelta dell'orfanotrofio più adatto, te-
nendo conto del fatto che, date le circostanze, l'adozione
sembra improbabile: quante buone famiglie cattoliche
bianche sarebbero disposte a prendere un bambino di
colore? Soprattutto se sarà un maschio. Quanto alle buo-
ne famiglie cattoliche di colore, sono ben poche, visto
che la loro comunità è prevalentemente anglicana sull'i-
sola e battista sul continente. E forse è meglio così, pensa
Mercedes, visto che quel ramo della famiglia umana già
normalmente ha difficoltà a tirare su i propri figli, figu-
rarsi quelli altrui.
«Grazie, sorella».
Suor Santa Monica sfila in bianco e nero lungo la strada,
passando accanto a Adelaide in bicicletta. Adelaide non rie-
sce proprio a immaginare come sia possibile fare voto di ca-
stità, poi le viene davanti agli occhi Teresa e non ha nessuna
difficoltà a vedersela suora. Solleva il coperchio del cestino
di vimini per controllare il suo carico e smonta dalla bici-
cletta davanti alla casa dei Piper.

Intanto a casa di Teresa e Hector il fucile è scomparso da


sopra la credenza. Hector è fuori di sé, emette urla stridule
che gli fanno colare un filo di bava lungo il mento, il suo
linguaggio è tutto negli occhi. In qualche punto dentro la
sua testa, Hector è ancora del tutto presente, anche se co-
stretto in un buco di appartamento sul retro che affaccia sul
vecchio cervello. Teresa cerca di rassicurarlo. « Hector, teso-
ro, ora datti una calmata, andrà tutto bene».

« Mercedes, » chiama Lily dalla finestra del salotto « sta ar-


rivando una signora».
«Non gridare, Lily, chi è?».
«Non lo s o » .
Mercedes apre la porta e sta per spiegare che le consegne
vanno fatte sul retro, ma le basta un'occhiata per capire che
la donna non è lì per vendere qualcosa.
«Potrei vedere la signorina Frances Piper, per piacere?».
Ora Mercedes sa esattamente di chi si tratta.
«Mia sorella è indisposta. Vuole accomodarsi?».
Adelaide lancia un'occhiata alla bicicletta e Mercedes ag-
giunge: « Le garantisco che lì è al sicuro, ma può tranquilla-
mente metterla in veranda se preferisce».
«Sì, preferisco».
In salotto, Adelaide occupa il posto sul divano appena li-
berato da Suor Santa Monica.
Frances ha scorto Adelaide dalla finestra della soffitta, ed
è sgattaiolata in corridoio con lo stomaco ancora in subbu-
glio dalla paura. Si calerebbe giù dalla finestra del secondo
piano, ma non osa fare niente che possa danneggiare la
nuova vita dentro di lei. Frances non è più vestita da Guida;
si è messa un vecchio grembiulone della mamma preso dal-
la cassa del corredo. Informe e ampio. Anche se è incinta da
un solo giorno, Frances ritiene che non sia troppo presto
per rivestire il ruolo. Stampato floreale di rossi e verdi tro-
picali sbiaditi. Ha l'odore della mamma... impasto per il pa-
ne, acqua di rose, pelle umida e cedro. Non c'è scampo, per
uscire Frances dovrà scendere le scale e passare davanti al-
l'arco del salotto. Ma come? Resta a indugiare in cima alle
scale.
Mercedes non stacca gli occhi dall'ospite.
«Lily, va' a preparare dell'altro tè, per piacere».
Lily se ne va riluttante. Raramente ha visto una persona
nera da vicino. E affascinata dalle lentiggini di Adelaide.
Anche Adelaide dà una bella occhiata a Lily, la bambina
uscita dallo squarcio nel ventre di Kathleen Piper.
Lasciando il salotto, Lily viene colpita in testa da Giglio-
Cencioso-delle-Valli. Alza gli occhi e vede Frances in cima
alle scale che mima una chiusura lampo sulla bocca. Lily
raccoglie Giglio-Cencioso-delle-Valli e sale zitta zitta le scale.
In salotto il tè non è mai arrivato, ma Mercedes se n'è di-
menticata, ammaliata com'è da quanto la signora Taylor va
dicendo: «Accoglieremmo il bambino in famiglia come se
fosse nostro. Non lo saprebbe mai, né lui né nessun altro».
Gli occhi di Adelaide si inaspriscono appena appena quan-
do aggiunge: «Ma lei dovrà assumersi la responsabilità di
sua sorella, signorina».
Quest'ultima osservazione strappa Mercedes al senso di
soggezione che si era impossessato di lei di fronte alla sba-
lorditiva offerta della donna... da non prendere nemmeno
in considerazione, naturalmente, ma cristiana negli intenti,
per quanto mal indirizzata. Un velo di umidore si stacca
definitivamente da Mercedes ed evapora per farsi pioggia
altrove.
« Signora Taylor. Nella misura in cui è possibile per chic-
chessia essere custode di mia sorella, io lo sono. Quanto alla
possibilità di un bambino - e non è ancora detto -, sarò sem-
pre io ad assumermi la responsabilità del suo benessere».
«Lei saprà amarlo?».
Mercedes è, ancora una volta, sbalordita. La sua rabbia
viaggia come un nuvolone temporalesco in una giornata se-
rena. Adelaide non si lascia intimorire. Sta aspettando una
risposta.
«Ora può andare, signora Taylor».
Mercedes si alza, ma Adelaide resta seduta e dice: «Vede,
io lo saprei amare. E ho meno ragioni di lei per farlo, cara».
Non c'è traccia di affetto in quel «cara».
«Non sarà certo lei a insegnarmi qual è il mio dovere, si-
gnora Taylor».
«Ragazza, il suo problema è proprio il dovere». Ora Ade-
laide si alza e si allontana, aggiungendo: «Tenga sua sorella
alla larga da mio marito o le sparo, incinta o no».
E se ne va. Mercedes comincia a tremare. Fortuna che
nell'armadietto dei medicinali c'è lo sherry.
Attraversando New Waterford, Adelaide riflette sulla stra-
nezza della famiglia Piper. E, come se non bastasse, uscendo
dal salotto aveva incrociato la piccola Lily che spingeva fuo-
ri dalla porta una vecchia, grossa carrozzina, stipata di bam-
bole, con sopra un gatto vivo. Avrà un tredici, quattordici
anni, e gioca ancora a fare la mamma. Adelaide aveva guar-
dato la ragazzina zoppa scendere sferragliando con la car-
rozzina i gradini della veranda, le molle arrugginite delle
ruote tese sotto quello che sembrava un peso enorme. Che
diavolo ci sarà là sotto, si era chiesta Adelaide... fiaschette di
liquore?

Anche Teresa ha una bicicletta. E quella vecchia di Hec-


tor. Ha la canna, naturalmente, e Teresa non è per niente
contenta che il vestito resti sollevato in mezzo, ma è inevita-
bile. Comunque lei è abbastanza alta da non sembrare del
tutto ridicola. Ai vecchi tempi scorrazzava spesso su quella
bicicletta, ma come passeggera, sul manubrio, davanti a Hec-
tor che pedalava e scartava per strapparle urletti e risatine.
Ora, mentre procede traballando, si domanda stupita: ero
proprio così ragazzina? Era stata una vera donnina. Una
principessa. Tutto doveva essere a puntino, la tavola impec-
cabile quando Hector veniva a cena a casa di sua madre. E
siccome anche lui era un vero signore, o almeno si avviava a
diventarlo, perché all'epoca era ancora un briccone, la com-
binazione era perfetta. Non erano troppo giovani, comun-
que, per fare progetti sul futuro. Lui avrebbe studiato per di-
ventare ministro della chiesa anglicana. Si sarebbero trasferi-
ti negli Stati Uniti. Volevano un mucchio di bambini. Sono
quelli come noi che dovrebbero avere dei bambini, si dice-
vano. Teresa sognava di fondare una dinastia che sarebbe
stata di grande esempio non solo per la propria razza, ma
per chiunque l'avesse conosciuta.
Al di sotto di questo nobile intento c'era una voce, blocca-
ta in fondo al pozzo senza corda né scala, che urlava: « Gliela
farò vedere! Gliela farò vedere a tutti! ». Voce esultante, esu-
berante, che le giungeva appena; ma era la sua ferocia il pun-
tello della signorile dignità e determinazione di Teresa, che
non aveva idea del potenziale racchiuso in quella rabbia, ca-
pace di smuovere le montagne, di arrampicarsi trionfante
fuori dai pozzi. Teresa non conosceva la propria forza. Con
l'incidente di Hector la voce era salita di tono, ma era ancora
ovattata dalla determinazione a sopportare tutto paziente-
mente con l'aiuto del Signore. Quando aveva ingiustamente
perso il lavoro, la voce non aveva più rivali, e le giungeva for-
te e chiara. Non diceva più: «Gliela farò vedere», diceva:
«Gliela farò pagare». Era passata all'odio. Quell'odio che lei
pregava Gesù di allontanare, ma che tra le altre cose le aveva
permesso di tirare avanti. A questo punto, come avrebbe po-
tuto privarsene? Quel genere di odio è come ferraglia anima-
ta. Che arrugginisce, corrode dentro, filtra negli organi vitali.
Teresa ne è affetta. Può uccidere.

Adelaide si ferma davanti alla drogheria di Maclsaac. E


l'orario della chiusura serale, e trova il proprietario sul pun-
to di andarsene.
«Signor Maclsaac, sono Addy Taylor, vengo da Pier».
«Salve, signora Taylor».
Allunga la vecchia mano rossa e lei la stringe. Maclsaac
ha gli occhi limpidi in questi giorni, ma sempre buoni.
Adelaide affonda le mani nel cestino di vimini. « Si faccia
una bevuta di questa, signor Mac».
Stappa una bottiglia marrone. Maclsaac scuote la testa:
sono due anni che non tocca un goccio.
« E la migliore bibita allo zenzero che abbia mai assaggia-
to» dice Adelaide.
Lui sorride. La prende e beve. E vero. Dolce, all'inizio, poi
ti arde in fondo alla gola fino a farti tintinnare il cerume.
«Come si chiama?».
«Clarisse's, Distillato delle Isole».
«Lei è dei Caraibi, signora Taylor?».
Adelaide ride: « Sono di Halifax da centocinquantasei an-
ni, signore, e lei di dov'è?».
«Di qui da ottanta o novant'anni e, che io sappia, prima
ci sono state l'isola di Skye, l'isola di Man e, vediamo un po',
l'isola di Wight».
« L a sua gente aveva un debole per le isole».
«Avremmo dovuto imparare la lezione, eh?».
Lui ansima e lei ride. Maclsaac ordina tre casse per vede-
re come funziona al negozio.

Dopo che Adelaide si è allontanata in bicicletta Frances si


tira su dalla carrozzina. « Come una strega sulla scopa » pen-
sa con un brivido. Ha spedito Lily a casa, dicendole che ha
bisogno di «entrare in comunione con la natura».
Parte del nuovo regime salutista di Frances consiste in
una moderata ginnastica. In fatto di gravidanza non si sa
mai a cosa credere, visto che nei film gli aborti sono un
espediente narrativo comodissimo, come le scale più vici-
ne, mentre in libri come Le grandi pioniere certe femmine
combattono con gli orsi e i raccolti di grano fino al mo-
mento del parto. Frances ha deciso per l'aurea mediocrità
delle regolari passeggiate lungo l'oceano. Alle eroine ro-
mantiche viene sempre ordinato di respirare aria di mare.
A meno che non abbiano la tubercolosi, nel qual caso ven-
gono esiliate nella terra dove crescono le arance sanguinel-
le. Frances non ha notato nessuna tendenza tubercolotica
nella propria persona. Anzi, con la convinzione di essere
incinta l'immagine che si è fatta di sé è quella di una don-
na molto più imponente. Lenta e formosa, con il seno in-
vece del torace.
Trixie l'ha raggiunta per la passeggiata. C'è un qualcosa
nel comportamento vigile e nell'andatura trotterellante do-
vuto all'assenza di una zampa, che fa sembrare Trixie più
canina che felina. E poi ha l'abitudine di lanciare rapide oc-
chiate a Frances, controllando come un cane. Raggiungono
il ciglio della scogliera. Trixie segue Frances mentre scende
di traverso il pendio roccioso, astenendosi dalla precedente
abitudine di scendere carponi a capofitto. Arrivata in fon-
do, Frances si sofferma a prendere una profonda boccata di
aria salmastra.
Punta a nord e comincia a vagare, come se fosse nell'ac-
qua tiepida, o se dondolasse ritmicamente sull'infinita sab-
bia bagnata di una spiaggia dove non è mai stata ma che
saprebbe istintivamente come percorrere. La camminata
si adatta ai nuovi fianchi, diventati, secondo la definizione
comune, «gravidi».
Continuano a camminare. F il momento migliore dell'e-
state. Manca poco alle otto di sera, il sole ha messo in risalto
il verde dell'oceano e inondato il cielo di un lenitivo balsa-
mo di fuoco. Giornate come questa sono davvero uniche.
Frances si ferma a guardare il mare, che freme alla carezza
del sole. Sente la mamma vicina... come se non se ne fosse
mai andata. Frances prova una sensazione familiare ma in-
dicibilmente antica, che non sapeva nemmeno di aver di-
menticato. La felicità. A differenza del suo nuovo corpo im-
maginario, questa è una sensazione genuina.
Trixie alza gli occhi e vede Teresa in piedi sul costone. In
controluce, Teresa è maestosamente più scura e luminosa
che mai. Vista dal basso e a questa distanza, la sua imponen-
te statura è ancora più imponente. In questa luce, a que-
st'altezza, tutto diventa una nitida linea al carboncino. Il
corpo di Teresa è un deciso tratto verticale. Il centro del
corpo è intersecato da una linea orizzontale lunga metà del-
la sua altezza, che spicca contro la vampa rosso oro della se-
ra. Frances guarda in alto, e nell'istante di quella crocivisio-
ne sente una freccia attraversarle il cuore. La freccia è amo-
re, il dolore si riversa fuori e il dolore è fede, la fonte che ha
scagliato la freccia era sofferenza. «Teresa» pensa Frances,
e le labbra si muovono intorno al nome mentre distende le
braccia e le allunga verso la donna in piedi lassù.
La linea orizzontale che attraversa Teresa ruota come l'a-
sta di un compasso fino a scomparire nel tratto verticale del
suo corpo e, un attimo dopo, risuona uno sparo. Frances
rimbalza nell'aria e cade supina sui sassi della spiaggia.
SANGUE PREZIOSO

Nessuno sa esattamente quanto Hector capisca, nemme-


no Teresa. Ha smesso da tempo di cercare tracce del suo
amato: era l'unico modo che aveva di scendere a patti con
la sua perdita. E poi, il dottore aveva detto che i danni al
cervello avevano fatto di Hector un allegro vegetale. Anche
se gli unici ricordi che ha di prima dell'incidente sono sen-
sazioni olfattive, Hector ha rimparato a capire l'inglese co-
me fa un bambino, sulla base di nomi verbi e concetti. Po-
trebbe anche rimparare a leggere, se a qualcuno venisse in
mente di insegnarglielo. Diversamente da un bambino,
però, non riuscirà mai a dire le parole. Non gli rimane che
il linguaggio dei cani.
«Ehi, ehi, Hector, che ti succede, ragazzo?».
Il vecchio Wilf Beel ha raggiunto la sedia a rotelle di Hec-
tor e l'ha spinta sul ciglio della strada. Hector emette i suoi
versi e dà zampate alla giacca di Wilf, la bocca che schiuma
dal panico, e Wilf chiede: «Ti sei perso, Hector?».
Hector geme di frustrazione, poi diventa una furia quan-
do Wilf gira la sedia a rotelle verso casa e comincia a spin-
gere.
«Uh, uh, uh, ragazzo...» fa Wilf. Ma Hector picchia sui
braccioli e contorce la testa nello sforzo di guardare Wilf.
«Volevi andare a trovare Leo e Adelaide, è così, Heck?».
E Hector può solo far ballonzolare la testa e illuminarsi
senza gioia per trasmettere il messaggio forte e chiaro: SI!
GESÙ CRISTO ONNIPOTENTE, SÌ!
«Oh, be', non mi costa nulla accompagnarti».
E Wilf rigira di nuovo la sedia e spinge Hector, più lenta-
mente, è vero, di come viaggiasse con la propria carica, ma
se non altro seguendo una linea molto più dritta.
«Dov'è Teresa, eh, Hector?».
Hector ignora la domanda, ma Wilf non ci fa caso.

Teresa è incredula. Qualche minuto prima stava filando


in bicicletta lungo la Litoranea - ormai dopo più di dodici
chilometri ci aveva preso la mano - quando il suo sguardo
era stato attirato da una figura sulla spiaggia. Indossava co-
lori sgargianti, infiammati dalla luce piena del sole al tra-
monto. Quel vestito aveva un che di familiare. Teresa aveva
messo giù la bicicletta ed era andata sul ciglio della scoglie-
ra per guardare meglio. La vista del vestito aveva risvegliato
un'emozione legata a tutt'altro momento. Comprensione,
e... pietà. Sì. Le dispiaceva per lei, per la donna che aveva
aperto la porta con quel vestito, oh, tantissimo tempo fa,
una bambina bionda fra i piedi, era la moglie di... è il vesti-
to di Materia Piper. Il braccio sinistro di Teresa era stato
percorso da una saetta di pelle d'oca quando aveva ricono-
sciuto il vestito e chi lo indossava, e anche quell'andatura
inane e dondolante evocava il nome di Materia. Ai piedi
della donna trotterellava un cagnolino nero. Chissà se allo-
ra i Piper avevano un cane, aveva cercato di ricordare Tere-
sa mentre lentamente li seguiva in parallelo lungo la sco-
gliera, il fucile infilato fra le braccia incrociate.
Quella povera donna... Teresa aveva sempre desiderato
di fare una piccola cosa per Materia perché, di tutte le per-
sone mai incontrate, pareva l'unica che se la passava peg-
gio di lei.
Teresa non crede ai fantasmi, ma si aspettava ugualmente
di vedere la figura scomparire da un momento all'altro in
una vampa nella luce dell'oceano.
«Magari è un segno,» aveva pensato «mi chiede di non
far del male a sua figlia».
E Teresa aveva provato compassione per la donna che
non era abbastanza forte da vivere, ma lo era abbastanza da
farsi varco attraverso la morte per proteggere la figlia.
Aveva deciso di andarsene in pace quando la figura aveva
smesso di camminare e si era voltata a guardarla. Il volto del
diavolo albergato in veste di pietà. Teresa aveva visto Frances
sollevare le braccia in segno di trionfo, un sorriso beffardo a
incresparle le labbra, e sibilare il nome «Teresa». Aveva fat-
to ruotare il fucile di centottanta gradi, l'aveva bloccato con
la spalla, aveva puntato e sparato. Il demonio era balzato al-
l'indietro, afflosciandosi come una bambola di pezza.
Ora Teresa rimane sospesa col fucile fumante che le on-
deggia davanti, cercando di afferrare quello che ha fatto.

Hector arriva stremato nella cucina di Adelaide e Zen-


zero.
«Hector, tesoro, adesso pensa a calmarti, andiamo noi a
cercare Teresa, d'accordo?».
Zenzero si è già avviato per controllare a casa di Teresa. E
preoccupante. Hector non va da nessuna parte se non l'ac-
compagnano. E non intende calmarsi.
«Hector, è successo qualcosa a Teresa?».
Lui agita la testa, fa « no » in un modo che capiscono solo
quelli che lo conoscono. Poi fa «sì» con doppia insistenza,
finché finalmente gli viene un'idea. Indica. Verso la creden-
za più alta della cucina di Adelaide.
«Che c'è, Hector? Vuoi qualcosa? Non c'è niente lassù,
ragazzo, che vuoi?».
Lui emette una serie di gemiti frustrati, ma non abbassa il
braccio puntato, anche se comincia a tremolare. Adelaide si
stringe nelle spalle, va verso il bancone e si è mezza arram-
picata quando capisce, e rimane impietrita.
«Oh Gesù, Hector».
Si volta e lui annuisce solennemente: «Sì. Sì. Sì. Sì. S ì » .
«Sei bravissimo, Hector» gli dice mentre afferra il gol-
fino: «Tu resta qui coi bambini», ed è fuori dalla porta.

Teresa ricomincia a respirare e il fucile riacquista peso


contro la spalla e fra le mani. E fatta. Il cuore comincia a
martellare con gran fracasso per risvegliare la mente. Lei si
allunga, afferra la canna con tutt'e due le mani e scaglia il
fucile che capitombola sulla spiaggia, dove spara di nuovo
fra una gragnola di sassi. Questo colpo Teresa lo sente e la
spinge a correre come la pistola del via nelle orecchie di un
velocista. Corre con pesanti falcate lungo la scogliera, al-
l'impazzata, non sa dove va finché non si ritrova a svoltare
insieme ai binari in direzione di New Waterford, e anche al-
lora sa soltanto quello che le balugina davanti, non dove è
diretta. La Miniera numero 12, colosso inattivo alla sua de-
stra, le casette della compagnia, che sfrecciano come pali
del telefono accanto a un treno a tutto vapore. Non sta cor-
rendo come una signora, sta correndo come un campione.
L'ultima cosa della quale si accorge è che sta salendo a per-
difiato i gradini dell'Ospedale Generale di New Waterford,
e ne deduce che è venuta a cercare aiuto per la ragazza che
ha ucciso.

Rombando verso New Waterford nell'autocarro al fianco


di Zenzero, Adelaide urla: «Fermati! ».
E la bicicletta di Hector appoggiata vicino ai binari, dal la-
to che dà sull'oceano. Adelaide salta giù dall'autocarro pri-
ma che sia fermo e si lancia dall'altra parte della strada.
Zenzero la segue e guarda in basso insieme a lei.
«Oh Signore».
Trixie è acciambellata intorno alla testa di Frances. Ha
trascorso i dieci minuti seguiti alla sparatoria a praticarle un
doloroso massaggio al cranio con i suoi artigli mai spuntati.
Due persone sono sdrucciolate giù dalla collina e adesso si
dirigono verso lei e Frances facendo scricchiolare i sassi.
Quando si avvicinano, Frances ripete le parole che ha
borbottato per tutto il tempo: «Ahi, Trixie, smettila».
Gli occhi di Frances si sono fatti due fessure, l'unico colo-
re che ha sul viso è la minuscola lentiggine sul naso, è ridi-
ventata pelle e ossa, una piccola donna in un grande vestito.
Ha una pietra di uguale peso in ciascuna mano. E ora di
dormire.
«Credi che sia il caso di muoverla?».
«Non abbiamo molta scelta» risponde Adelaide.
E difficile individuare la ferita e capire dove mettere le
mani per sollevarla, c'è troppo sangue. Trixie continua a
massaggiare e per una volta non riesce a smettere di parlare.
Zenzero fa scivolare le braccia sotto Frances e la solleva con
cautela. Questa volta è chiaro che non sta fingendo, tanto
che torna a chiedersi come abbia potuto abboccare quando
aveva fatto la commedia. Decide di darsi pace, e ammette
che è una grande attrice. Adelaide raccoglie il fucile e co-
minciano a risalire il pendio. Trixie li segue con gli occhi im-
ploranti di un mendico. Guarda l'autocarro allontanarsi,
dopodiché sfreccia attraverso il campo diretta a casa.
Frances sanguina sul vestito di Adelaide con i piedi ap-
poggiati sulle ginocchia di Zenzero, che cerca un compro-
messo fra velocità e assenza di scossoni.

Nell'atrio dell'Ospedale Generale di New Waterford han-


no dato a Teresa una tazza di tè. La prima a imbattersi in lei
era stata la capo infermiera. Se ci fosse stata la bella interna
che viene da fuori, a quell'isterica avrebbe sparato qualcosa
in vena, altro che una tazza di tè. La capo infermiera invece
ha notato che, tè o non tè, il semplice gesto di allungare le
mani per ricevere qualcosa che non va versato sembra avere
un profondo effetto calmante su chiunque, tranne che sui
veri pazzi.
«Allora, cara, se la ragazza è morta, a che le serve un'am-
bulanza?».
Teresa bilancia la tazza fra le mani e mette insieme la pri-
ma frase vera dai colpi di fucile: «Magari è ancora viva. E
giù alla spiaggia. Le hanno sparato».
Ecco un esempio di come il tè possa risultare più efficace
dell'oblio narcotico.
La capo infermiera si alza all'istante e si allontana fru-
sciando: la palla deve restare in gioco. Teresa aggiunge: « L e
ho sparato io».
L'infermiera l'ascolta, pensa: «Una cosa alla volta» e pro-
segue verso il pronto soccorso.
L'inutile ambulanza viene inviata giusto in tempo per
sfiorare un incidente con l'autocarro di Zenzero, che ha ac-
cantonato l'assenza di scossoni in favore della velocità. Gli
occhi di Frances hanno cominciato a farsi vitrei, e anche se
le hanno urlato nelle orecchie per tutto il breve tragitto,
Adelaide non poteva certo sapere che punzecchiarle il cra-
nio poteva aiutarla a non andarsene.
Teresa ha portato la tazza alle labbra per il primo sorso
quando Adelaide irrompe nell'ingresso sbraitando: «E pos-
sibile avere assistenza da queste parti?». Due giovani infer-
miere corrono a sostenere Adelaide, fradicia di sangue, ma
lei sbotta: «Non per me!», e girandosi a indicare Zenzero
che entra con Frances in braccio, vede con la coda dell'oc-
chio Teresa curva su una sedia contro il muro a bere il tè. La
capo infermiera ritorna con le sue scarpe silenziose. Ha
l'occhio esperto, lei, perciò oltrepassa Adelaide senza batter
ciglio, prende Frances dalle braccia grondanti di Zenzero e
la porta incontro alla barella che si precipita verso di loro
spronata dalle due infermiere più giovani. La capo infer-
miera ci stende sopra Frances mentre è ancora in movimen-
to, si precipitano attraverso una serie di porte oscillanti e
scompaiono nella sala operatoria.
Fortuna che la capo infermiera è stata in guerra. Ci sa fa-
re con le ferite d'arma da fuoco.

Questa volta, Lily non ha la minima idea di dove possa es-


sere Frances. Ambrose non si è fatto vedere. Mercedes scac-
cia Trixie dalla poltrona con lo schienale alto e al suo posto
trova una chiazza di sangue. Ancora umida.
«Trixie, vieni qui».
Ma lo sanno tutti che i gatti non vengono. Mercedes fru-
ga in tutta la casa finché non scova Trixie in cantina tra la
caldaia e il muro. Se è successo qualcosa alla gatta, Frances
ne farà una malattia.
«Vieni qui, Trixie ».
No.
Mercedes allunga la mani, ma Trixie si ritrae di più. Mer-
cedes va in cucina e torna con un piattino di aringhe affu-
micate, ma quella è l'esca che Frances usa sempre quando
vuole giocarle qualche tiro.
Lily dà il suo contributo. «Magari se parli in arabo vie-
ne».
Mercedes ha un crampo al collo. «Oh, Lily, per l'amor
del cielo... ».
«Trixie. Inshallah».
Trixie mette una zampa avanti.
«Trixie,» fa Mercedes «taa'i la hown, Habibti... ya Helwi».
Trixie sguscia in avanti.
Mercedes esamina Trixie sul bancone della cucina - «Te-
berini» -, tampona il sangue con un panno umido finché di-
venta chiaro: «Non c'è nessuna ferita».
Lily solleva il panno insanguinato e lo porta alla lingua.
Mercedes le punta gli occhi addosso. Lily assaggia e dice:
«Credo che Frances sia nei guai».
« O h Dio,» pensa Mercedes mentre aridi singhiozzi anna-
spano in cerca d'aria «farò del mio meglio, oh Signore, ma
quand'è che mi darai requie?».
Mercedes telefona all'ospedale, poi acchiappa il cappel-
lo: «Resta qui, Lily».
«Quando torna papà?».
Ma Mercedes è già fuori dalla porta.

Mercedes trasale alla vista dell'autocarro di Taylor par-


cheggiato davanti all'ospedale. Entra e si ritrova faccia a fac-
cia con la signora Taylor, un uomo che dev'essere il mari-
to, e una sconosciuta con le mani strette intorno a una tazza
di tè.
«Che è successo?» chiede Mercedes sull'attenti, la schiena
rivolta al muro color verde dolore. Teresa è persa in un mon-
do di preghiera tutto suo. Mercedes la inquadra subito come
persona per bene. L'unica non striata di sangue. Il sangue di
mia sorella.
«E stata ferita» risponde Adelaide. «L'abbiamo trovata
noi e l'abbiamo portata qui. Le avrei telefonato, ma è man-
cato il tempo per pensare».
Mercedes si rivolge a Adelaide, che ha il vestito di cotone
imbrattato di colpa scarlatta. «Veda di rifletterci bene,» di-
ce scacciando il tremito dalla voce «perché dovrà raccon-
tarlo alla polizia».
Teresa comincia a pregare in modo udibile. Mercedes
chiude gli occhi e si unisce a lei. Non si concede il lusso del-
le lacrime. Le lacrime non manterranno Frances in vita.
Mercedes ha lo stomaco schiumante, la gola contratta. Si ri-
trae dal tumulto del proprio corpo verso il punto inconta-
minato appena sopra l'arcata sopraccigliare, fucina di pre-
ghiera. La preghiera manterrà Frances in vita.
Arriva un'infermiera dell'accettazione.
« Sua sorella è ancora in sala operatoria, signorina Piper.
Le porto una tazza di tè?».
Quando la giovane infermiera torna con altre tre tazze fu-
manti, Mercedes è seduta accanto a Teresa. Si tengono per
mano, pregando insieme in silenzio, gli occhi chiusi, le teste
chine. Adelaide prende il vassoio e pensa tra sé: «Potrei
scrivere un libro. Eccome se potrei».
Arriva Lily con una borsa. Zenzero nota la coda nera che
pende tra i manici di legno. Si alza e le cede il posto.
« Grazie, signore ».
Lily mette sotto la sedia la borsa, che ha un piccolo sus-
sulto. Adelaide e Zenzero si scambiano un'occhiata. Lily
non fa domande sulle macchie di sangue; ben presto saprà
se ha due sorelle o una. Mercedes ha sentito l'inequivocabi-
le ingresso metallico di Lily, ma non apre gli occhi. Non
vuole abbandonare la stretta della sconosciuta compagna di
preghiere. Questa donna brava e forte. Si avverte la forza
della sua fede.

Il problema delle ferite addominali è la perdita di san-


gue. La capo infermiera ha eseguito su Frances un inter-
vento chirurgico da campo che è una meraviglia, ma sarà il
tempo a decidere, per il momento è un'incognita. L'infer-
miera si presenta alla folla variegata che attende all'accet-
tazione e chiede a Mercedes: « Qual è il suo gruppo sangui-
gno, cara?».

In fondo alla sala di risveglio, dalla vena nel braccio de-


stro di Lily scaturisce un tubicino. Il tubicino alimenta
una sacca appesa a un sostegno di metallo, dalla quale
spunta un secondo tubicino che finisce nella mano di
Frances. Mercedes sta dritta come un soldato di primo pe-
lo ai piedi del letto a fissare le sorelle. Le tendine bianche
non sono tirate intorno al letto perché la sala non ospita
nessun altro.
Frances non si è mossa, non ha sbattuto le palpebre du-
rante il silenzioso pasto di sangue. Mercedes sta cercando di
pensare a cos'altro promettere a Dio in cambio della vita di
Frances, quando le viene in mente che il terzo miracolo di
Lily potrebbe essere in atto. Ma no, non pensare a questo,
non permettere a orgoglio e ambizione di entrare nella
stanza di un ammalato, limitati a pregare. Mercedes percor-
re in punta di piedi i quindici metri che la separano dalla
porta ed esce per non disturbare l'opera di Lily.

All'accettazione, la mano di Mercedes e quella di Teresa


stanno di nuovo pregando insieme. Una giovane infermiera
tocca la spalla di Mercedes, che per due volte non ha senti-
to chiamare il proprio nome. A quel tocco Teresa alza gli oc-
chi.
L'infermiera dice: «Sua sorella è sveglia, signorina Pi-
per».
Mercedes scatta in piedi, ma l'infermiera continua: « H a
chiesto di una certa Teresa».
Teresa si alza, lascia andare la mano di Mercedes e segue
l'infermiera. Mercedes guarda Teresa salire le scale e si
chiede come fa Frances a conoscerla.
«Chi è quella?» chiede all'infermiera dietro la scrivania.
«È mia sorella» risponde Zenzero.
L'unico vantaggio di tutta questa storia, pensa Mercedes
guardandolo, è che se Frances è incinta quella ferita la farà
sicuramente abortire. Lui non si direbbe cattivo, ma la mo-
glie sembra capace di uccidere. E venuta a insultarmi con la
scusa della carità cristiana, è uscita da casa mia, ha dato la
caccia a mia sorella e le ha sparato come a un cane. La pa-
gherà. La impiccheranno.
Adelaide guarda altrove.
Mercedes si alza. «Infermiera?».
La giovane infermiera alza gli occhi dalla scrivania: « Gra-
disce altro tè, signorina Piper?».
«Posso usare il telefono, per piacere?».
«Ma certo».
Adelaide e Zenzero stanno a guardare mentre Mercedes
chiama la polizia.

La capo infermiera smuove la sacca del sangue, dice a Te-


resa: « Solo pochi minuti » e su richiesta di Frances chiude la
tenda. Si mette a sedere a portata di voce, e di mano, e si
concentra sul bollettino delle corse.
Teresa è sorpresa di vedere un gatto acciambellato ai pie-
di del letto.
«Frances. C'è Teresa».
Dopo aver bisbigliato all'orecchio di Frances, la ragazza
zoppa dagli occhi verde mare si volta a fissare Teresa. Fran-
ces apre gli occhi ma non gira la testa.
« Dovrebbe mettersi dove può vederla, signora » dice Lily.
Teresa si sposta sul lato destro del letto pensando a quan-
to Lily somigli alla madre cantante.
«Teresa». La voce di Frances è quasi solo aria.
« Sì ».
Teresa si china riluttante fino ad accovacciarsi accanto al
letto... non ci pensa nemmeno a inginocchiarsi, qualunque
cosa abbia fatto. Guarda da vicino gli occhi di Frances. Noc-
ciola. Anzi, marroni con scaglie di verde conficcate o galleg-
gianti.
«Teresa. Raccontami di mia madre».
« . . . Io non conoscevo tua madre».
« Sei venuta al suo funerale ».
« Sì ».
«Dovevi conoscerla un po'».
«Un pochino».
«Cosa sapevi?».
Teresa fa un respiro. « Mi faceva pena, tutto qui » e la sor-
prende sentirsi il pianto in gola. Per chi? Per qualcuno che
nemmeno conosceva.
«Mi avevi dato una caramella».
«Io?».
«Menta e liquirizia».
«Non mi ricordo di te».
«Allora avevo i capelli biondi».
Teresa pensava che la bionda fosse l'altra, quella che ha ap-
pena pregato con lei. «Eri troppo piccola per ricordartene».
«Mi ricordo tutto».
Frances chiude un attimo gli occhi, trattenendo dietro le
palpebre l'immagine del maestoso viso di Teresa. Che aspet-
ta. Cerca la bambina alla quale aveva dato la caramella.
Frances riapre gli occhi.
« E mi ricordo che sei venuta accanto al letto e mi hai toc-
cato la testa, così non avrei avuto paura».
«Non ero io».
«E chi era, allora?».
E Teresa fa quella piccola cosa che avrebbe sempre voluto
fare e non ha mai fatto. «Era tua madre, bambina».
Frances chiude gli occhi finché sembra che si sia riaddor-
mentata, poi sorride e dice: «Grazie, Teresa».
E si addormenta.

Al piano di sotto, Mercedes va su e giù con un'andatura


appena meno formale di una lenta marcia militare. Il passo
rassicurante della Real Polizia Canadese a Cavallo interrom-
pe il lamento di cornamuse nella sua testa.
«Signorina Piper?». Un uomo tremendamente giovane,
no? «Quale sarebbe il problema?».
Mercedes inarca leggermente un sopracciglio, anticipan-
do il tipo di insegnante che è destinata a diventare.
« Mia sorella versa in condizioni critiche per via di una fe-
rita da arma da fuoco causata dalla donna che vede seduta
lì». Fa un gesto senza guardare.
Il poliziotto guarda Adelaide e chiede, tirando fuori il tac-
cuino: «E esatto, signora?».
Mercedes sbotta: «Ma certo che è esatto, guardi i vestiti! ».
E, voltandosi, finalmente inquadra le chiazze di sangue e le
collega all'assenza di macchie sulla donna che è di sopra. « Oh
Dio». La sua impalcatura di orgoglio cede e la faccia crolla,
tanto che la stessa Adelaide potrebbe cominciare a perdonar-
la, ma non ne ha il tempo perché Mercedes ha già infilato le
scale, lasciando un po' spiazzato il poliziotto. Che si rivolge a
Adelaide: «Signora, devo chiederle di seguirmi al...».
«Tra un attimo, ragazzo» fa lei, sfrecciandogli accanto
per salire le scale.
Zenzero la segue, e altrettanto fa il poliziotto. Sono state
un paio di giornatacce per la recluta. La notte prima ha co-
municato a una donna la notizia che il marito era morto in
un incidente d'auto e quella l'ha presa come un bollettino
meteorologico. Oggi non è riuscito a procurarsi le prove di
una produzione illegale di alcolici e in quel preciso momen-
to è sul punto di svenire... Sopporta la vista del sangue, ma a
condizione che non lo colga alla sprovvista. Segue la proces-
sione su per le scale, deciso a riscattarsi con un arresto.
Ora Mercedes sta correndo, scivola sulla cera e si aggrap-
pa allo stipite lanciandosi dentro la sala di risveglio, vede sul
fondo il letto protetto dalla tenda come un calice ammanta-
to. Gli corre incontro pregando. Dall'interno proviene un
suono. La capo infermiera coglie lo sguardo negli occhi di
Mercedes da sei metri di distanza, si alza, mette da parte il
bollettino delle corse e le afferra i polsi prima che possa
strappare la tenda. Mercedes ricomincia a respirare sotto lo
sguardo d'acciaio dell'infermiera, e ascolta. Qualcuno sta
cantando. La capo infermiera libera Mercedes e apre deli-
catamente la tenda.
Teresa torreggia su Frances, cantando sottovoce una nin-
nananna antillana. Una mano poggia lievemente sulla fron-
te di Frances. Frances, Lily e Trixie dormono. L'infermiera
e Mercedes rimangono a guardare, raggiunte da Adelaide,
poi da Zenzero, poi dal poliziotto. «Dunque, quale sareb-
be...». Mercedes lo zittisce con un'occhiata.
Teresa finisce la canzone. Si gira verso l'agente. «Sono
pronta a seguirla».
Lily e Trixie aprono gli occhi. Teresa fa per allontanarsi
dal letto, ma viene bloccata dalla stretta di Frances sulla sua
mano. Frances, la faccia ancora segnata dai colpi che si è in-
flitta il giorno prima, si volta verso il pubblico che riempie
lo spazio della tenda schiusa e parla: «Mercedes?».
Ma perché all'improvviso Frances ha l'accento inglese, si
chiede Lily.
«Sono sinceramente dispiaciuta di aver recato offesa e
dolore alla mia famiglia. Ufficiale, mi arresti, faccia pure,
perché, ritrovandomi con un figlio e senza marito, mi sono
spinta sull'orlo del torbido baratro dove ho rivolto l'arma
contro me stessa. Oh, fossi morta! ».
Frances volge il viso al fondo della scena e si lascia sfuggi-
re un singhiozzo. Dopodiché l'infermiera sgombra la stan-
za. « L o spettacolo è finito, gente».

E fu così che Frances liberò Teresa dall'odio.

Nove mesi e mezzo dopo, Teresa dà alla luce una bambi-


na perfetta che chiama Adele Claire. Adelaide aveva ragio-
ne: Hector funziona ancora.
29 ottobre 1932

Gentile signor Piper,


in qualità di esecutrice testamenta-
ria delle ultime volontà della signori-
na Giles M. MacVicar, di recente
scomparsa, e secondo il volere della
stessa, accludo qui alcuni effetti della
sua defunta figlia, Kathleen.

Distinti saluti,
Lucy Morriss
LIBRO 7
LA PALLOTTOLA
TU SEI BENEDETTA FRA LE DONNE

I punti della capo infermiera erano una bellezza. Ormai


sono stati tolti da un mesetto, lasciando solo un timido sor-
riso sotto la cassa toracica di Frances, sul lato destro. E il ma-
lizioso allargarsi del sorriso a indicare le forze all'opera den-
tro Frances, che si accarezza la pancia e restituisce il sorriso:
Ciao.
Mercedes nota con approvazione: «Stai mettendo su pe-
so ». Frances si è appena alzata dalla vasca da bagno fumante
e Mercedes l'ha avvolta in un grande asciugamano riscaldato
sul termosifone. E il primo di novembre, ma Mercedes va
bruciando carbone dall'«incidente», a luglio, sapendo che
Frances è facile alle infreddature. E Frances si è lasciata im-
mergere, lavare e asciugare, docile come un bambino intor-
pidito.
E stata così pacifica, la convalescenza di Frances. Si siede
a tavola senza scalpitare e consuma pasti abbondanti. Sorri-
de invece di ghignare. Ha smesso di vagabondare e trascor-
re le giornate in veranda con addosso una copertina; la se-
ra, quando se la sente, passeggia lungo la scogliera con Lily
e Trixie. Frances è diventata pulita e soffice, odora di buo-
no. E la faccia si è riempita. Gli occhi sono calmi, non più
sfuggenti. La strisciolina bianca sul naso, indice di scherno,
non è mai comparsa, nemmeno una volta. Ha i seni. Pieni.
Al centro, due aloni color malva sfociano in brune erezioni,
l'unica parte del corpo a non essere in voluttuoso riposo. E
i capelli che vanno in tutte le direzioni hanno cominciato a
farsi lucidi. Una cuffietta di rame scoppiettante e fili biondo
puro. Frances è carina. Sì, proprio carina.
« Ormai sono quattro mesi, è un pezzo che volevo farti ve-
dere una cosa» risponde Frances, tranquilla sotto il pettine
che Mercedes le sta passando tra i riccioli bagnati. Merce-
des si ferma, guarda in basso e toglie una ciocca dorata dal
pettine.
«Frances, non è possibile».
L'infermiera aveva detto a Mercedes che, dopo lo sparo,
ci avrebbe pensato la natura a risolvere il problema di Fran-
ces. Sarebbe stata come una mestruazione particolarmente
dolorosa. Mercedes ha aspettato che le cominciassero i
crampi, ma Frances deve aver sofferto in silenzio; certo è
impossibile che sia ancora...
«Guardami». Frances è in piedi, nuda, serena sulle pia-
strelle del bagno.
Mercedes guarda. E sente pizzicare una vampa di rossore.
C'è poco da far finta che si sia presa cura di una bambina.
Ha lavato, accarezzato, nutrito, asciugato una donna che sta
sbocciando come una rosa di serra. I capezzoli sembrano
pronti a scoppiare e a spargere semi, i peli rossicci del pube
pendono fieri come un grappolo d'uva. Una foglia di fico
qui non farebbe al caso: maturo e fresco, rosa e granuloso
come quel frutto, l'intero carico genitale di Frances, dal lab-
bro che avviluppa le labbra al clitoride sulla prua, è in co-
stante moto ondulatorio in risposta alle nuove più profonde
maree del corpo. E come eccitata quasi di continuo, sente il
suo veliero dai soffici bordi aprirsi, chiudersi, imbarcare ac-
qua dall'interno. Il suo corpo sta facendo l'amore con se
stesso. Finora, Frances non aveva idea di cosa fosse tutto
quel trambusto.
Per una volta, Frances è priva di ironia. E di fronte a qual-
cosa di più grande: Se Stessa. O almeno quella parte di sé ri-
velata dal nuovo corpo. E così che ci visita la Beata Vergine.
Si installa nella nostra carne e ne fa scaturire amore. Nulla è
di ironico al momento del primo amore. E Frances è inna-
morata. Del proprio corpo, e di quanto va procreando.
«Frances. Non puoi essere ancora incinta. Non dopo
quello che è successo».
Frances risponde: « Soprattutto dopo quello che è succes-
s o » . Prende la camicia da notte bianca dal termosifone e se
la infila dalla testa, dicendo: «Grazie, Mercedes».
Uscita Frances dal bagno, Mercedes si sente male. Im-
provvisamente orbata, crolla in terra e appoggia la guancia
contro lo smalto della vasca. L'ultima acqua rimasta deflui-
sce nello scarico e lei, senza nemmeno rendersene conto, si
mette a piangere. E lo stesso dolore rimasto in attesa, im-
bottigliato, in vista della morte di Frances. Perché è stato
stappato e degustato ora? «Frances... mia piccola Frances».
Mercedes cerca di tappare la bottiglia, annaspando in tutta
fretta come se non sapesse che si tratta di una bottiglia ma-
gica, capace di tornare a riempirsi all'infinito.
Si butta acqua fredda sulla faccia e capisce di aver pianto
perché Frances se n'è andata davvero... la sua Frances, cioè.
Questa nuova Frances dice grazie; si preoccupa della pro-
pria salute, è ansiosa di essere madre. La mia Frances non è
una madre. La mia Frances è una bambina. Pestifera ma
tanto cara. La mia bambina.

James ha avuto il primo colpo apoplettico. Ma non lo sa


nessuno, neanche lui. Semplicemente sembra, e si sente,
più vecchio. Su un lato del viso, le fondamenta hanno un
po' ceduto. Ora l'occhio sinistro è sempre leggermente son-
nacchioso, il lato sinistro della bocca perennemente afflitto.
E con la mano sinistra non riesce a stringere bene il pugno.
Tutto il lato del corpo è in un « torpore da risveglio ».
In realtà il colpo era stato un'esperienza di per sé piace-
vole, anche se strana. Successe dopo che aveva incendiato la
distilleria nel bosco, il giorno del disastro, quattro mesi fa.
Aveva innaffiato di benzina la distilleria, le aveva dato
fuoco e si era messo a correre. Le fiamme erano salite fino
al cielo, perciò il giovane poliziotto aveva trovato poco più
che terra incenerita. Forse era stata l'esplosione a innescare
il colpo in James... a far tremare un delicato pezzetto della
parete arteriosa finché non aveva ceduto, inondando una
piccola zona circostante del cervello. I neuroni erano anne-
gati.
Al risveglio, James aveva perso la cognizione del tempo.
Aveva notato che il sole era allo stesso punto di quando era
scappato, balzando via dall'esplosione. Alzandosi, dopo qual-
che passo si era trovato alle prese con il nuovo squilibrio del
corpo, che l'aveva fatto cadere sulla sinistra.
In quel particolare frangente James aveva un'infinità di
ragioni per sentirsi stordito, visto quello che aveva passato.
L'idea di aver avuto un leggero colpo apoplettico gli sareb-
be sembrata assurda. Troppa grazia. Si era tirato su e aveva
camminato con cautela da un albero all'altro fino a rag-
giungere il margine sventrato della radura, dopodiché si
era trascinato carponi fino alla chiazza annerita dov'era sta-
ta la sua industria. Era fredda. Così aveva capito che erano
passate almeno ventiquattr'ore.
Si era addormentato. O era svenuto. Aveva riaperto gli oc-
chi sulla luna nuova, alta nel cielo stellato. Per un attimo
non ebbe passato. Non era nessuno, nessun uomo. Era l'a-
ria limpida della notte. Un istante dopo, però, era un pozzo
saturo di ricordi. Sagome corrose delle cose di un tempo,
tanto alterate da risultare irriconoscibili. Si era messo a
quattro zampe, la testa una palla da demolizione, accecato
dal dolore. Colla fusa gli ingorgava le vene del lato sinistro,
dove avrebbe dovuto scorrere sangue. Il lato destro del cor-
po ebbe un assaggio di cosa significasse trascinare il sinistro
come un camerata ferito, mentre cercava di rimettersi in
piedi e, con la mano destra, si aggrappava a un arboscello
sbrindellato. Ci rimase: anatrato tanto da permettere alla
linfa di saldare la mano all'esile fuscello e, nel liberarsi,
James ci rimise uno strato di pelle.
Ogni tanto, quando la gravità aveva la meglio sul nuovo
allineamento del suo orecchio interno, si lasciava cadere
con cautela sulle ginocchia. Abbassava la testa per consenti-
re a una nuova ondata di sangue di assalire il cervello. Face-
va un male cane, ma era l'unico modo per non perdere i
sensi. Certe volte il peso della testa lo faceva cadere ulte-
riormente, dalle ginocchia sulle mani, e la sinistra, non riu-
scendo ad aprirsi all'impatto, picchiava la terra pietrosa con
le nocche. Dopo quell'attimo di riposo, il soldato sano si ca-
ricava in spalla il ferito e proseguiva di qualche altro metro,
il palmo destro che perdeva sangue, la mano sinistra con le
nocche lacere.
La macchina era a un centinaio di metri dai resti della di-
stilleria. All'alba ne aveva percorsi venticinque. Dopodiché
si era addormentato. O era svenuto.
Ma il colpo di per sé gli diede una grande felicità. Fece
un sogno, anzi, qualcosa di più. Vide sua madre. Era adulto,
proprio come è adesso:
Come altre volte che ha sognato di lei, è annunciata da
una musica lontana, che viene da ogni parte. Una vecchia
melodia al pianoforte, indicibilmente dolce e pregna di si-
gnificato, inesprimibile ma familiare ajames come il battito
del suo cuore. Sa che sua madre è in quella musica. Le la-
crime sgorgano e cadono, rinfrescandolo. James è nella ra-
dura di un bosco verdissimo. Niente pini, niente oscurità
come lì intorno, ma antica vegetazione caduca, alta e avvol-
gente. Tra querce e olmi c'è una betulla. Sa che è sua ma-
dre: guarda la corteccia bianca dell'albero e riconosce il suo
vestito.
Si stende, raggomitolato sotto la betulla, e sente la voce di
lei: Ciao. Sa che se si volta a guardarla in faccia andrà via,
perciò si concentra su un filo d'erba che ha davanti agli oc-
chi e lei gli parla, chiamandolo col suo nome gaelico: Ciao,
Seamus. Moghraidh. M'eudail. Le lacrime gli leniscono il viso,
riarso dalle fiamme.
Le parla. Le chiede di perdonarlo. Sente la mano di lei,
fredda, sulla guancia. James sa che lo sta guarendo, ma capi-
sce anche che così si prepara ad allontanarlo da sé: « N o ! » .
Sente che lo sta condannando a tornare a un inferno che lui
non ricorda nemmeno più: «No! ». Apre gli occhi.
Poi li richiude per il sole. E riprende il viaggio verso la
macchina.
Io cerco la via del ritorno
ma non ci riesco di giorno
né in modo chiaro rammento
la musica strana che sento.

«Se papà è morto, spetterà a me badare alla famiglia».


Era il crepuscolo del giorno dopo la sparatoria. Frances
era fuori pericolo grazie all'infermiera che aveva previsto il
peggio, ma James non era ancora ricomparso. Mercedes sta-
va permettendo all'eventualità che il padre fosse morto di
affacciarsi alla mente. Seduta in veranda, guardava la strada
sbucciando una melagrana che, per un capriccio, aveva
comprato da una vecchietta antillana all'angolo della Setti-
ma Strada.
« S e papà è morto, dovrò mettermi a insegnare. Venderò i
suoi attrezzi».
La sequela logica di pensieri rassicurava Mercedes, anche
se l'appendice la lasciava un po' sconcertata: « S e papà è
morto, staremo meglio».
Aveva affondato i denti nel dolce graspo rubino. « Se non
è morto» - doveva considerare anche quella possibilità -
«vorrà dire che il mio lavoro sarà più impegnativo».
Quando Mercedes aveva scorto la sagoma della Buick die-
tro i fari, i suoi piani erano abbastanza risoluti da soppor-
tarne la vista. Aveva osservato la macchina procedere lenta-
mente in seconda, genuflettersi a ogni buca della strada, e il
suo primo pensiero era stato: «Dovrò imparare a guidare».
Aveva incrociato le braccia e guardato la macchina che gi-
rava nel vialetto per poi arrestarsi con un sobbalzo. Mentre
i fari si spegnevano aveva visto James ciondolare la testa al-
l'indietro, la bocca aperta. Un attimo dopo l'aveva sentito
armeggiare a lungo con la maniglia. La portiera si era aper-
ta e lui era uscito. Nell'oscurità crescente, l'aveva visto men-
tre si calava lentamente sulle ginocchia. Aveva proceduto in
quel modo lungo il viottolo ghiaioso fino alla veranda.
L'unica cosa che Mercedes non aveva calcolato era che il
padre tornasse da penitente. Una cosa del genere poteva in-
tralciare i suoi piani. Non le restavano energie per essere la
figlia di un brav'uomo; ne aveva solo abbastanza per essere
il capo di quella famiglia.
Quando lui aveva raggiunto i gradini della porta d'ingres-
so, salendo a quattro zampe, Mercedes si trovava abbastanza
vicina da udire lo sforzo nel suo respiro e da capire che non
era penitente, ma stava semplicemente male. Credeva che
non l'avesse vista, così trasalì alle sue parole: «Ciao, cara».
Ora era tutto accasciato contro la porta. In Mercedes l'i-
stintiva mortificazione venne sostituita da un freddo buon
senso: tanto valeva giocare a carte scoperte. Sì, ti ho visto ca-
dere e non ho mosso un dito per aiutarti.
James aveva alzato gli occhi e l'aveva guardata. Gli occhi si
erano fatti più giovani, più azzurri. O magari era solo un'il-
lusione prodotta dalla faccia, che era invecchiata. Ma que-
sto Mercedes ancora non riusciva a vederlo, vedeva solo che
gli occhi sembravano più giovani e che metà della faccia era
in ombra. Soltanto più tardi, alla luce elettrica, capì che
non si trattava affatto di un'ombra, almeno non nel senso
comune del termine.
Si era alzata dalla sobria sedia di legno e aveva fatto en-
trare il padre nella casa buia.
«Papà! ». Lily si era buttata alla cieca giù dalle scale, scal-
za, in camicia da notte, e gli si era avvolta attorno: « Papà, il
mio papà».
E ancora così bambina... Mercedes aveva cercato di pen-
sarlo con affetto.
James aveva dato a Lily un buffetto sulla testa più goffo
del solito.
« Ti sei ferito le mani » aveva gridato Lily stringendole fra
le sue e tastandole: la sinistra piegata e indifesa con le noc-
che seghettate, la destra forte ma con il palmo coperto di
croste.
«Preparo un po' di tè» aveva detto Mercedes, crescendo
di un paio di centimetri nel percorso dall'ingresso ai fornel-
li, mentre rabbrividiva leggermente all'insolito filo di vento
che le trapassava il nuovo spazio tra le vertebre.
James vacillava un po' sostenuto soltanto da Lily, era il
momento per lui di lasciarsi nuovamente cadere, ma lei
glielo impediva.
«Sta' attenta! ». Temendo di farle male.
«Non preoccuparti, papà, mettimi la mano sulla spalla».
Lui cercava di evitarlo, preferendo pendere verso il mu-
ro, ma lei l'aveva preso per la vita e lo teneva stretto; lo
guidò verso il soggiorno affidandosi alla sua forte gamba de-
stra.
James si ritrovò lungo disteso per la seconda volta in due
giorni. Lily gli sollevò le gambe sul divano e accese la lam-
pada da lettura. Capì subito che aveva avuto un colpo apo-
plettico e le vennero le lacrime agli occhi. Si sedette al suo
fianco e gli mise la mano fresca sulla faccia lesa. Lui chiuse
gli occhi, troppo esausto per non concedersi il sollievo delle
lacrime, che presero forma sotto le lunghe ciglia bionde e
rotolarono tra le nuove cavità del viso.
«Ti voglio bene, papà».
Mercedes raggiunse l'arco del salotto con il vassoio del tè
e si arrestò nella chiazza di luce gettata dalla lampada da let-
tura. Sprofondò in una crepa temporale senza versare una
goccia. Quando ne riemerse, il tè era ancora fumante e Lily
stava emanando un fiato altrettanto caldo sul petto di
James, dove poggiava la sua testa addormentata. James gia-
ceva supino, addormentato o in stato comatoso, e Lily gli si
era distesa a fianco come una foglia fredda, la mano destra
chiusa sotto il mento di lui come un fiore notturno.
James dormì per buona parte della settimana seguente.
Quand'era sveglio, mangiava un poco di qualsiasi cosa Lily
gli portasse, poi l'ascoltava leggere ad alta voce. Fiabe e
Freud, finché non si fu rimesso abbastanza da accorgersi di
aver perso interesse per le cose che prima gli piacevano tan-
to. Ora preferiva sentirsi leggere lo « Halifax Chronicle » da
cima a fondo. Le cose si stavano facendo di nuovo interes-
santi in Europa.
Quando Frances tornò dall'ospedale, James era seduto e
stava intagliando un bastone.
Lily e Mercedes avevano un bel da fare con due convale-
scenti, ma se la cavavano benissimo. E i pazienti, da parte lo-
ro, erano angelici: riconoscenti, non si lamentavano e si ri-
prendevano. Mercedes non ricordava un periodo più felice,
perché anche quando la mamma era viva c'era sempre una
nuvola, una costante minaccia di turbolenze. Mentre ora è
tutto così calmo, così luminoso.
L'unica cosa penosa di quelle giornate serene era la ten-
denza di James a parlare di Materia. È normale parlare con
affetto dei morti, ma dato il ritardo di quattordici anni,
Mercedes la viveva come una sorta di dolorosa intrusione. E
meno male che non aveva ancora nominato Kathleen.
James scolpì una testa di cane in cima al suo bastone e
andò a fare una lenta passeggiata con Lily. Avviò un nuovo
progetto nel capanno. Per la prima volta dopo anni riprese
in mano gli attrezzi da ciabattino. Il lavoro procede a rilen-
to, James deve fare i cond con il problema alla mano sini-
stra. E non si lascia sfuggire una parola su quello che sta fa-
cendo. Il capanno è zona vietata a tutti tranne che a Trixie.
Dev'essere una sorpresa.
Tutto questo, e il paradiso... fino al giorno in cui Frances
si alza dalla vasca da bagno e Mercedes non può più negare
a se stessa che sua sorella è ancora incinta.
SORELLE DELLA MISERICORDIA

« L e sorelle saranno pronte quando arriverà il momento,


Mercedes».
«Grazie, Suor Santa Monica».
Mercedes ha avuto un colloquio con Suor Santa Monica
nell'aula di geografia della Holy Angels, sotto l'immagine a
colori che occupa ancora il posto d'onore sulla lavagna.
Santa Monica: patrona delle madri. Flagello delle concubi-
ne africane.
« N e hai parlato con Frances?».
«Non ancora, sorella. Temo che possa rifiutare di sepa-
rarsi dal bambino».
«In tal caso, forse è meglio non parlargliene».
«E quello che pensavo».
« Esistono altre vie ».
«Vie più discrete».
«Appunto».
Gli ingranaggi sono stati messi in moto. Da qui a cinque
mesi, Frances verrà ricoverata all'ospedale del convento di
Mabou. Dopodiché il bambino verrà affidato a un orfano-
trofio idoneo.
«Che bella stampa, sorella».
«Grazie, Mercedes».
È ora che Mercedes faccia una chiacchierata con Lily. Lily
ha tredici anni. Mercedes voleva rimandare finché non si
fosse sviluppata, ma a quanto pare Lily comincerà tardi...
magari è un altro segno. Magari non perderà mai una goc-
cia di sangue. Sarebbe sicuramente un'indicazione della be-
nevolenza divina. In ogni caso, dato che lo stato di Frances
sarà presto evidente, è arrivato il momento.
«Lily. Lo sai da dove vengono i bambini?».
«Vengono da Dio».
Sono in cucina a fare i biscotti, le braccia bianche di fari-
na fino al gomito, come i guanti da teatro delle signore.
Mercedes si imporpora. «Certo. Ma Dio opera attraverso
la nostra carne per creare nuova vita». Non male. Mercedes
si rilassa. Magari non sarà tanto dura.
«Questo lo so, Mercedes» dice Lily, tenendo decorosa-
mente gli occhi bassi sull'impasto che ha sotto i pugni.
«Come fai a saperlo?» sbotta Mercedes.
«Me l'ha detto Frances».
Tutto sommato non sarà una passeggiata.
«E che cosa ti ha detto, Lily?».
Lily arrossisce appena, in modo assai aggraziato, e conti-
nua a lavorare l'impasto.
«Allora?». Mercedes sta aspettando.
«E una cosa privata, no?» fa Lily, e guarda da una parte
mordendosi il labbro.
«Sì. Molto privata. E tra due persone e Dio».
Lily non dice niente.
«Lily, io non sto... io non... non sto cercando di farti ver-
gognare o di metterti in imbarazzo, voglio soltanto prepa-
rarti per certe... bellissime... cose che ti capiteranno nello
sviluppo». Le mani di Lily hanno continuato a lavorare,
mentre Mercedes ha smesso ed è andata alla pompa del la-
vandino per nascondere l'imbarazzo.
Lily risponde con naturale delicatezza: «Non preoccupar-
ti, Mercedes. Ho avuto le mie prime mestruazioni nel marzo
scorso e Frances mi ha detto cosa fare ».
Però. Cos'altro ci sarà che non mi è dato sapere in questa
casa, si chiede Mercedes, pompando energicamente l'ac-
qua. Lily dà un'occhiata furtiva alla sorella maggiore. Capi-
sce improvvisamente di averla offesa. Non aveva mai pensa-
to che Mercedes potesse sentirsi esclusa da una cosa del ge-
nere. Aveva solo pensato che Mercedes preferisse restarne
fuori. Lily vorrebbe scusarsi, ma sente che servirebbe solo a
far sentire la sorella più umiliata.
«Mercedes, davvero Frances avrà un bambino?».
«Così te l'ha detto».
«Sì, ma non ero sicura che fosse vero».
«E vero». Mercedes sciacqua via ogni traccia di farina e
impasto, poi prende un panetto di liscivia e chiede: «Fran-
ces ti ha detto com'è che è rimasta incinta?».
« Sì ».
A quel punto Lily ha il viso in fiamme; non si sente in col-
pa per ciò che sa, ma prova quel senso di discrezione e im-
barazzo di chi viola a malincuore la riservatezza altrui.
Mercedes sfrega una spazzolina di setole sulla liscivia inu-
midita e si strofina dalle unghie ai gomiti.
«Be'? Cosa ti ha detto, Lily?».
Lily lavora l'impasto umilmente, sagomandolo con cura.
« Mi ha detto che è rimasta incinta dopo la notte passata
con il signor Taylor nella miniera... ».
Le mani di Mercedes sono sterili.
Lily continua dignitosamente: «Ma dopo che le hanno
sparato ha abortito».
Mercedes chiude col polso la pompa dell'acqua e solleva
le mani per far colare l'acqua verso i gomiti. Chiede: «Allo-
ra come spiega Frances la sua attuale condizione?».
Lily risponde: « L a pallottola». E continua a modellare
l'impasto.
Mercedes si contamina le mani con una tovaglietta pulita,
asciugandole, riasciugandole e riasciugandole ancora. «Te
l'ha detto per evitare di dirti la verità, Lily».
«No. Lei ci crede davvero».
Mercedes si ferma. Piega la tovaglietta. « Guarda che non
è così che si rimane incinte».
« L o so, Mercedes».
Mercedes ha perso la pazienza. «Ma insomma, mi vuoi di-
re in nome di Nostro Signore Gesù Cristo in croce che acci-
denti sai tu dei fatti della vita! ».
Semplicemente i fatti, pensa Lily, ma non lo dice. Si toglie
invece il grembiule ed esce dalla cucina mormorando:
«Scusami».
Mercedes non ci capisce niente. Quella ragazza è un enig-
ma. Santa o non santa, possibile che in questa casa non si
possa avere una conversazione decente con nessuno?
A quel punto vede la scultura:
Un pene e una vagina pudichi nell'atto dell'accoppia-
mento, che già si vanno afflosciando perché l'impasto è sta-
to lavorato troppo.

«Frances, perché sei andata a raccontare a Lily quella sto-


ria della pallottola?».
«Perché è vera».
Mercedes proprio non se l'aspettava. Era pronta a una
battuta oscena o a un'altra bugia, ma non a una cosa del ge-
nere. Che Frances è mai questa? La stessa strana persona
che è emersa dalla vasca da bagno qualche giorno prima.
«Tu ci credi davvero, Frances?».
Frances, infagottata su una brandina da campeggio in ve-
randa, guarda sfilare la strada serale. Trixie dà la caccia alle
farfalle in cortile. Frances fa un'altra cosa non da Frances:
allunga la mano e prende quella di Mercedes. Frances ha la
mano calda. Sorride.
«Sono felice, Mercedes. Sono felice».
Il sorriso di Frances è sincero. Contiene il ricordo di tutti
gli altri suoi sorrisi, i falsi ghigni di una vita, nulla è stato
bandito dalla sua faccia... ma si è aggiunto qualcosa di in-
commensurabile.
«Andrà tutto per il meglio, Mercedes».
Mercedes stringe la mano di Frances e le rimbocca la co-
perta.
«Non preoccuparti, Mercedes, non sono pazza».
«Non sono preoccupata». Frances avrà sempre bisogno
di me.
«Non essere triste, Mercedes».
«Sono felice, cara». E Mercedes sorride attraverso le la-
crime, liberando con una carezza la fronte della sorella dai
riccioli.
«Mercedes?».
«Dimmi, cara».
« Non prendertela per Lily. Ha fatto una scultura perché
si vergognava troppo di usare le parole ».
« Hai ragione, » dice Mercedes, serena, alzandosi per an-
darsene «Lily è una perfetta innocente ».
«O è così o è posseduta dal diavolo».
Mercedes si volta di scatto.
« Scherzo, Mercedes ».
E sul naso di Frances compare la strisciolina bianca, a
sconvolgere momentaneamente i piani impeccabili di Mer-
cedes.

«Quando puoi cominciare, Mercedes?».


«Anche oggi, Suor Sant'Eustachia».
Mercedes assapora l'odore di lucido per mobili nel-
l'ufficio della preside al Liceo del Carmelo. I bei libri con-
sunti allineati sugli scaffali, Gesù sulla Sua croce laccata,
l'ampia scrivania di quercia con penna e calamaio immaco-
lati, nitidi appunti arrotolati nelle caselle. E questo il tipo di
ufficio che Mercedes vorrebbe un giorno. Un giorno mi ta-
glierò tutti i capelli ed entrerò in convento. Insegnerò. O
magari entrerò in un ordine contemplativo.
Mercedes tronca questa fantasia sul nascere, perché di
colpo le viene in mente che tutti i membri della sua famiglia
dovrebbero essere morti o sposati prima che lei possa di-
ventare la sposa di Cristo. E siccome il matrimonio è assai
improbabile per chiunque di loro, il suo sogno equivale a
volerli tutti morti. O forse no: Frances potrebbe seguirmi
come invalida. No?
«Come sta Frances?».
«Oh, a meraviglia, Suor Sant'Eustachia, robusta e... ».
«Terrà il bambino?».
Mercedes è turbata dalla franchezza della domanda, an-
che se certo non si fa illusioni sul fatto che tutta l'isola di
Cape Breton sia ampiamente informata riguardo al nuovo
scandalo dei Piper.
« B e ' , credo... direi che con tutta probabilità Frances de-
ciderà di darlo in adozione ».
«Ma davvero».
Mercedes si sente improvvisamente avvampare sotto il ba-
gliore degli occhiali di Suor Sant'Eustachia. Perché? Non
ho fatto nulla di male.
La suora continua: «Dio opera in modi misteriosi. Fran-
ces potrebbe finalmente trovare se stessa allevando un
figlio».
«Ma certo, sorella, non c'è dubbio».
Mercedes sorride, sapendo di mentire, mentre si chiede
che forma dare al peccato per confessarlo quella domenica,
sempre che di peccato si tratti. Sì. E no. Mi fa male la testa.
«Comincio con quelli delle elementari, sorella?».
« Sì ».
Mercedes si alza. «Grazie, Suor Sant'Eustachia».
Ma Suor Sant'Eustachia è tornata alle sue carte.

James si gode il ritiro. La sua poltrona è circondata da


una torre crescente di libri. E l'altro suo progetto, insieme a
quello segreto nel capanno. Ha aperto l'ultimo pacco e
svuotato gli scaffali di tutti i libri che non ha mai avuto il
tempo di leggere. Prima li ha contati: centotré. Poi ha co-
minciato ad accatastarli nell'ordine in cui intende leggerli,
gli ultimi a formare le fondamenta. E un lento processo me-
ditativo. Sa però quale intende leggere per primo, e l'ha
messo da parte per fare da guglia alla parete: il Paradiso di
Dante. Avendo letto l'Inferno anni prima, ha deciso di salta-
re a pie pari il Purgatorio, perché smania per la visione bea-
tifica e il ricongiungimento con Beatrice.
Ora riposa dalle sue fatiche, sulla poltrona dietro il para-
petto di parole parzialmente edificato, e lascia fluttuare la
mente sul posto. La solerte figlia maggiore manda avanti la
baracca. Quella scapestrata della seconda si predispone a
crescere un figlio di colore... eh già, non l'ha mica dimenti-
cato, lui. Ha semplicemente dimenticato come una cosa del
genere possa aver suscitato istinti omicidi nel suo cuore; la
nascita di un innocente. E Lily. La mia consolazione.
Uno scoppio di cannone in lontananza lo scuote dalle
sue fantasticherie. Lily è in piedi accanto alla poltrona che
gli pettina i capelli. «Non preoccuparti, papà... ».
«Che...?».
«Sono le undici». Ma James è ancora confuso. «Di matti-
n a » . Lily prende una ciocca di capelli e li intreccia, spiegan-
do dolcemente: «E la commemorazione dei caduti».
«Oh».
Osservano insieme due minuti di silenzio, poi James chia-
ma con la voce che si è ridotta a un filo: «Frances».
Frances e Trixie entrano lentamente. «Sì, papà?».
«Suona qualcosa, cara».
« Cosa vuoi sentire?».
« U n o di quei vecchi brani».
Frances attacca: «"Swing low, sweet charìot, comin for to carry
me home..."»
«E bella».
«"Swi-ing low, sweet cha-ario-ot, com-infor to carry me home...'"».
Alle quattro e mezzo, tornando a casa dal suo primo gior-
no come insegnante, Mercedes assiste all'ultimo fenomeno:
Frances che suona The Maple Leaf Rag mentre papà sonnec-
chia sulla poltrona, una massa di treccine che gli spunta dal-
la testa. Frances smette di suonare e se ne va: « Preparo io la
cena, Mercedes».
Mercedes non ha obiezioni. Di recente Frances ha rivela-
to un talento naturale per la cucina. Non fa che preparare
arrosti e curry, stufati e sformati. E un mistero. Frances è co-
me quelle strane persone che una mattina si svegliano e
suonano l'opera completa di Bach senza aver mai preso una
lezione.
« Papà » dice Mercedes. Lui decontrae gli occhi e li sbatte
in varie direzioni prima di metterla a fuoco. Mercedes gli
sta davanti con un pacchetto marroncino. «E arrivato que-
sto per te ». Glielo deposita in grembo e se ne va.
James guarda il timbro postale. New York. L'indirizzo è
scritto con una calligrafia filiforme da vecchia signora. Nota
con sollievo che non si tratta della stessa calligrafia che anni
prima aveva composto quella lettera infamante. Ma chi può
essere, allora? Gli ci vuole un po' per sciogliere i lacci.
All'interno c'è un biglietto color lavanda piegato sopra
un viluppo di carta velina bianca.

Cena.
Mercedes prende posto a capotavola. Lily mette un vas-
soio di kibbeh nayeh al centro, seguito da una ciotola di tabu-
lek, una casseruola traboccante di kusa stufato e una pento-
la di bezzella e riz. Mercedes apre il tovagliolo e si chiede do-
ve Frances abbia imparato a cucinare - o a non cucinare, sa-
rebbe il caso di dire - il cibo della loro madre. Il kibbeh sem-
bra identico a quello della mamma, con la differenza che al
centro non è impressa una croce, ma un ghigno da zucca di
Halloween...
«Frances».
«Sì, Mercedes?».
«Oh, non importa».
Dal corridoio si sente arrivare il piede lento di James in-
sieme al clangore sincopato del bastone. Si fa strada fino al-
la cucina e raggiunge il suo posto all'altro capo del tavolo.
Mercedes cerca gli occhi di Frances, ma Frances sembra
non notare niente di insolito, oh, santi numi... «Papà» fa
Mercedes.
«Che c'è?».
« . . . Niente ».
E va bene. Che mangi pure con le treccine. Non fa male a
nessuno. Sempre meglio che provocare una scenata a tavo-
la. Come ai brutti vecchi tempi.
Recitano la preghiera di ringraziamento. James non sem-
bra sorpreso dal banchetto libanese imbandito davanti a lui.
Schiaccia la sua porzione di kibbeh con la forchetta, la spruz-
za d'olio di oliva, stacca un pezzetto di pane azzimo, ci av-
volge un pezzetto di kibbeh e mangia. Compitamente, come ha
sempre fatto, anche quando lavorava alla miniera, consape-
vole di quanto sia intimo il gesto di mangiare.
«Hai superato te stessa, Frances» dice. «E buono almeno
quanto quello di tua madre».
Mercedes sa che dovrebbe essere contenta, ma quella
strana nuova pace fra papà e Frances le dà ai nervi.
« Grazie, papà, » risponde Frances tirando avanti la sedia
«ho imparato guardando».
«Allora hai una memoria fotografica. E indice di genia-
lità».
Le sopracciglia di Mercedes salgono al soffitto... Limitia-
moci a dire che è stato un giorno pieno di sorprese. Prende
la forchetta e assaggia poco convinta il kibbeh. E più che de-
lizioso. E come se la mamma fosse qui. Mercedes chiude un
attimo gli occhi rievocando un periodo prezioso che sa ine-
sistente: quando la mamma era viva e noi eravamo tutti tan-
to felici. Quand'era quel periodo, dov'era quel paese? La
pioggia comincia a picchiettare sulla finestra della cucina,
Frances solleva il coperchio dalla pentola fumante di bezzella
e riz e Mercedes ricorda: era durante la guerra. In cucina
con la mamma e la Patria Lontana. Così felice. Mercedes
riapre gli occhi.
«Cosa c'è che non va, Mercedes?».
«Assolutamente nulla, Lily».
Mercedes si concede un attimo di rilassamento. Si appog-
gia allo schienale e osserva soddisfatta le maniere impecca-
bili della sua famiglia. Si crogiola nella loro conversazione
calda ma educata. Tutti, a quanto pare, hanno avuto una
giornata interessante. Frances distribuisce un'altra porzio-
ne. Lily allunga il tovagliolo e pulisce una macchietta di ci-
bo sul lato sinistro della bocca di James, una piccola cortesia
che non richiede ringraziamenti né imbarazzo. A tavola tut-
to tranquillo.
Frances versa l'acqua bollente nella teiera e Mercedes si
allarma notando che James scorge la propria immagine nel
bollitore. La testa irta di treccine. Il lato destro della bocca
si apre in un sorriso abbastanza ampio da compensare il si-
nistro che non ne è più capace, e ride tanto da piombare in
un pericoloso silenzio tra un respiro affannoso e l'altro. An-
che Frances e Lily ridono, fino ad avere male alla gola e le
lacrime agli occhi, i gomiti che sbattono sul tavolo facendo
tintinnare le posate. Si unisce perfino Mercedes e, una volta
cominciato, non riesce a smettere nemmeno dopo che gli
altri si sono ricomposti, per venire subito contagiati di nuo-
vo da lei.
Sfiniti, recuperano le forze con una teglia di succulente
ciambelline appena sfornate. Sorseggiano il tè. Ascoltano la
pioggia. Nel mondo esterno regnano la fame e la desolazio-
ne, ma lì dentro c'è una piccola oasi di pace.
Finalmente, pensa Mercedes, siamo una famiglia. Papà è
vecchio, Frances è pazza, Lily è zoppa e io sono zitella. Ma
siamo una famiglia. E presto ci sarà qualcuno in più. Per la
prima volta il pensiero di tenere il bambino di Frances
sfiora la mente di Mercedes.
EFFETTI PERSONALI

«Frances,» aveva detto James dopo la magnifica cena li-


banese «vieni qui. Ho una cosa per te».
Frances l'aveva raggiunto in salotto. Si era seduta sullo
sgabello del piano e lui le aveva allungato l'involto di carta
velina bianca.
«Cos'è?».
« Un paio di oggetti che appartenevano a tua sorella Kath-
leen ». E aveva lasciato la stanza.
Frances tira fuori una candela nuova dal cassetto della cu-
cina. Sale le scale che portano alla soffitta, dove le voci sono
più forti che mai. Si ferma, vorrebbe che parlassero una alla
volta e la smettessero di urlare. «Sto ascoltando» dice Fran-
ces. Ma il vacuo baccano continua a infuriare, e lei prose-
gue l'ascesa.
Ora Frances e Trixie siedono sul pavimento della soffitta
con la candela accesa. Frances guarda l'involto che ha in
grembo. Scosta i lembi di carta velina. In cima a una soffice
pila c'è un quaderno. Sulla copertina è impressa la bandie-
ra britannica, quella della Nuova Scozia e il cimiero della
Holy Angels. Nello spazio con la scritta Nome: la firma pom-
posa «Kathleen Piper». E in quello con la scritta Argomento:
in tratti altrettanto sgargianti: « L a vie en rose! ».
Frances prende il quaderno. Lo apre all'ultima pagina e
legge:

Oh, Diario. Mio fedele amico. C'è amore, c'è


musica, non ci sono limiti, c'è lavoro, c'è la pre-
ziosa sensazione che questo è un momento di
grazia dove tutto si concentra e si distilla a crea-
re il resto della mia vita. Non credo in Dio, credo
in tutto. E sono sbalordita dalla mia fortuna.

Poi Frances torna alla prima pagina e comincia:

New York, 29 febbraio 1918, h. 20


Caro Diario,
no, non voglio usare questa formula. Appartiene
all'infanzia. Questo quaderno servirà a registra-
re i miei progressi come cantante. Registrerò so-
lo i fatti utili a migliorare la mia tecnica. Bando
alle ciance...

Quando Frances arriva di nuovo all'ultima pagina, la cera


cola dal mozzicone di candela ormai agli sgoccioli. Chiude
il diario. «Buonanotte, Kathleen».
Rivolge l'attenzione a quel che rimane nell'involto di car-
ta velina.
Poi apre la cassa del corredo.

Il giorno dopo, James raggiunge Frances in veranda.


«Hai abbastanza caldo?».
«Sì papà, grazie».
Ma lui ha portato il vecchio plaid che distende comunque
su lei e Trixie. «Ecco». Si siede alla destra di Frances, su una
sedia della cucina accanto alla brandina da campeggio.
Guarda lontano, niente in particolare, e comincia a parlare:
«Andai a New York perché avevo ricevuto una lettera».
Frances non lo interrompe. Non lo guarda. Sa che lui si
dileguerebbe se lo facesse, perciò si rilassa e ascolta la sua
storia.
«Era il giorno dell'Armistizio. Scesi alla Grand Central
Station e andai a piedi fino alla casa dove lei abitava, perché
non c'era verso di trovare un taxi. Le strade erano piene di
gente. Io non sapevo che fosse finita la guerra... ».
La voce si smorza. Rimangono per molto tempo a pro-
prio agio in un silenzio immobile, finché lui dice rivolto a
un punto a media distanza: « B e ' , è ora di lavorare un po'».
Prende il bastone e arranca verso il capanno. Trixie lo se-
gue.
Gli ci vogliono sei giorni. Ogni mattina Mercedes li lascia
in veranda e ogni pomeriggio, tornando, li vede dalla stra-
da. E come se non si fossero mossi... anche se Lily le assicu-
ra che sono stati debitamente nutriti e abbeverati. Hanno
un'aria così placida, seduti fianco a fianco, gli occhi di cia-
scuno su un diverso pezzo di cielo. Come vecchi amici. Papà
e Frances.
A Mercedes piacerebbe sedersi a chiacchierare con un
vecchio amico, ma non ne ha. Aveva Helen Frye. E, soprat-
tutto, aveva Frances. Dov'è Frances, adesso?
Avvicinandosi, Mercedes vede le labbra di James che si
muovono. Che starà raccontando a Frances? Un giorno do-
po l'altro? Ma si è sempre già zittito quando Mercedes arri-
va a portata di voce.
Il gelido diciassette novembre, percorrendo Water Street
di ritorno da scuola, Mercedes scorge il fiato di James, che
parla, parla, ma quando lei raggiunge la veranda le parole
hanno rinunciato ai loro fantasmi fumosi. Li saluta come al
solito entrando in casa, e finalmente sente qualcosa.
«Ma i bambini come sono finiti nel torrente, papà?».
Mercedes rimane impietrita sulla soglia. Poi si precipita
in corridoio e, senza togliersi il cappotto, corre su per le sca-
le in camera sua. Si appoggia alla porta, infila una mano
nella camicetta e cerca il rosario di opale.
James allunga la mano curva senza guardare. Trova la te-
sta di Frances e le dà dei colpetti, dicendole dolcemente per
tutta risposta: «Sono cose che appartengono al passato».
«Io c'ero» dice Frances. «Non è vero?».
James si alza. «Credo che andrò a lavorare un po'». E si
avvia lentamente verso il capanno. Il suo racconto è finito.
Frances rimane a guardare le quindici tonalità di grigio
nel cielo.
Benny Luvovitz accompagna James e Lily con la slitta e
aiuta James a tagliare l'albero adatto.
Tornando a casa da scuola, Mercedes apre la porta di Mac-
lsaac facendo tintinnare i sonagli natalizi e trova Frances
che succhia un bastoncino di cannella chiacchierando e ri-
dacchiando con il vecchio, che sorseggia una bibita allo
zenzero. Maclsaac alza gli occhi: «Buon Natale, Mercedes».
Gli scaffali non traboccano più come ai vecchi tempi, ma lui
tira giù una scatola impolverata di croccante.
«Grazie, signor Maclsaac».
«Non manca molto, eh?».
«A cosa?» chiede Mercedes.
«Al grande evento». Il signor Maclsaac guarda Frances
raggiante. Mercedes infila il dolce nella borsa della scuola,
dicendo: «Andiamo, Frances, è ora di tornare a casa». Si di-
mentica di prendere la polverina per il mal di testa che era
entrata a comprare.
Mercedes prende Frances per il braccio e impone un'an-
datura rapida lungo Plummer Avenue, davanti a vetrine che
non hanno da vendere altro che locali vuoti - «affittasi,
affittasi, affittasi» -, almeno così non ci sono occhi implo-
ranti dietro i banconi.
Frances vuole fare un salto dai Luvovitz a comprare l'uva
passa per farcire il dolce.
«Vado io a prendere l'uva passa, Frances, tu torna a casa.
Fa freddo».
«No, voglio fare un salutino».
Mercedes ha i soldi contati pronti in mano, ma la signora
Luvovitz piazza uno sgabello davanti a Frances dicendole:
«Quando arriva il momento, taier, chiamami», e le offre un
parere esperto sul sesso del nascituro. « L a pancia è alta,
dev'essere una femmina, o forse un maschio particolarmen-
te vivace». La Luvovitz le strizza l'occhio. Frances sorride e
chiede: «Come sta Ralph?».
Mercedes prende un barattolo di lievito per evitare di
sentirsi mortificata dall'occhiata sollecita che la Luvovitz
lancia nella sua direzione. Questa ha un attimo di esitazio-
ne, poi tira fuori una fotografia del nipote più perfetto del
mondo: Jean-Marie Luvovitz.
Frances caccia un urlo: « H a le orecchie a sventola! ».
«Come sarebbe a dire "a sventola", te le do io le orecchie
a sventola! ».
Ma Frances ride e così pure la signora Luvovitz. Mercedes
raddrizza la testa e va al bancone. Butta un occhio sulla fo-
to, poi guarda la Luvovitz dritto negli occhi e dice educata-
mente: «Congratulazioni».
Finalmente fuori, Mercedes dice: «Sarebbe meglio che in
questi giorni non uscissi, Frances. Fa troppo freddo per an-
dartene a zonzo, ti prenderai un accidente».
Frances non risponde. Svolta nella Nona.
«Frances». Ma dove diavolo...? Oh, buon Dio.
Frances bussa alla porta di Helen Frye. Mercedes osserva
dall'oscurità della strada la porta aprirsi e Helen comparire
nel riquadro di luce. Frances si gira di lato per dare risalto
al proprio sfrontato profilo, e si volta verso Mercedes come
se la stesse aspettando. Mercedes vede Helen sollevare len-
tamente la mano in cenno di saluto. Ma Mercedes non
muove un dito in risposta. Un attimo dopo, la mano di He-
len ricade lungo il fianco. Mercedes sente Frances dire:
«Buon Natale, Helen».
Frances raggiunge Mercedes sulla strada e si avviano ver-
so casa. Frances prende Mercedes sottobraccio. Mercedes
rabbrividisce.
A casa, papà e Lily hanno cominciato a decorare l'albero.
«L'anno prossimo a quest'ora ci sarà una piccola peste a
ruzzare sotto l'albero» dice James, infilzando scrupolosa-
mente un chicco di pop corn. Frances attacca a infornare.
In salotto, Mercedes con la coda dell'occhio scorge un asse-
gno sul pianoforte; compilato da James con la sua calligrafia
tremolante, intestato al Fondo di Assistenza di Nostra Si-
gnora del Carmelo: tre zeri. Mercedes l'accartoccia e lo but-
ta nel fuoco. Soldi fatti col contrabbando di alcolici o no,
questa famiglia non può sopravvivere col salario di un'inse-
gnante donna alle prime armi. Papà vorrà anche scaricarsi
la coscienza dilapidando i suoi guadagni disonesti, ma Mer-
cedes mette il benessere della famiglia avanti a tutto. Qual-
cuno deve pur farlo.
Quella sera, subito dopo cena, con la scusa del lavoro da
sbrigare e di un mal di testa, Mercedes si ritira di sopra. Una
piccola bugia. Non è la testa a farle male. Una volta in ca-
mera sua, spegne la luce e si butta sul letto vestita. Da sotto
le arrivano i canti natalizi - Frances al piano che canta con
papà e Lily: «"God rest you merry gentlemen, let nothingyou dis-
may..."». A Mercedes si riempiono gli occhi di lacrime. Non
è giusto che Frances goda dell'affetto di papà e dell'appro-
vazione di una sfilza di negozianti per qualcosa che dovreb-
be farle nascondere la faccia dalla vergogna. Non è giusto
che Suor Sant'Eustachia abbia fatto di tutto per far sentire
lei quella cattiva... quando tutti sanno che lei è quella buo-
na. Non è giusto che Frances abbia un figlio, mentre a Mer-
cedes è stato negato un marito. Non c'è niente di giusto, ma
non è per questo che Mercedes piange senza ritegno nel cu-
scino. Mica invidia a Frances il nuovo affetto che suscita su
tutti i fronti... In fondo è stata lei la prima ad amare Fran-
ces. Sa che troverebbe perfino la forza di sopportare l'onta
di crescere il bambino. Ma non può sopportare di perdere
Frances. Ed era questo a farle male quella sera mentre rien-
travano a casa. La nuova Frances non è più una bambina ri-
belle. E nemmeno una poco di buono. La nuova Frances è a
proprio agio ovunque, soprattutto nel proprio corpo che
cresce, e gli amici non le mancano. Sembrano tutti convinti
che la maternità sia la cosa migliore che potesse capitarle.
Tutti tranne Mercedes. Perché lei sa che, una volta avuto il
figlio, Frances non avrà più bisogno di una madre.
Mercedes si copre la faccia con il braccio e lascia che nel
proprio cuore si riapra la vecchia ferita. Dove se ne andrà
Frances, la mia bambina? Sparirà. Morirà, e io non avrò nes-
suno da amare e da accudire. La piccola Frances diventerà
un fantasma di bambina derelitta, che piange di notte sulle
scale, fredda e trasparente, con le trecce d'oro arruffate e lo
sguardo fiero: «Non fa male». E io non la potrò consolare.
Mercedes piange fino a tornare arida e vuota. Poi si solle-
va e si siede sul bordo del letto. Di sotto stanno suonando
Santo Natal. Prende un fazzoletto pulito dal cassetto del co-
modino e si soffia il naso. Si rifa le trecce al buio. Ecco. Non
ti lagnare. Tutto a posto.

Le burrasche di gennaio ghiacciano a mezz'aria le onde


dell'oceano, i pini tintinnano nei loro paramenti di ghiac-
cio, e dentro fa caldo.
«"Hitler nominato Cancelliere"».
Lily sta scorrendo i titoli per James.
«Ci sarà un'altra guerra» dice lui. E aggiunge un altro li-
bro alla parete.
Frances si siede col suo pancione al pianoforte e suona
My Wild Irish Rose.
«Canta, Lily» dice James, sprofondando nella sua pol-
trona.
Di sopra, Mercedes segue i corsi per corrispondenza del-
la Saint Francis Xavier University. Incrementa le sue poten-
zialità di guadagno.

Febbraio non finisce mai, ma non importa.


Lily regge il giornale alla giusta distanza dai nuovi occhia-
li di James, così lui può distinguere la fotografia: Il Cancel-
liere Hitler e Sua Santità Papa Pio XI. Si stringono la mano.
«To'» fa James. «Guarda guarda».
E piomba improvvisamente nel sonno, come fa di re-
cente.

Marzo arriva come un leone.


«"Franklin D. Roosevelt eletto Presidente". Vuoi vedere la
foto, papà?». Guardano insieme la fotografia dell'uomo alto
e occhialuto in piedi su una piattaforma addobbata di stelle
e strisce, che saluta: «"Si impegna a rimettere in piedi l'A-
merica"».

1° d'aprile. Il sole mattutino si riversa dalla finestra nella


soffitta.
« Rose Difterite » dice Frances.
Lily le allunga la bambola sbrindellata, sempre bella.
Frances tiene Rose Diffy sulla cassa del corredo aperta, e re-
cita: «"La gioventù dorata un dì perviene, come spazzacami-
ni, alla cenere"».
Frances la depone accanto alla Spagnola, Tifo e TBC Ve-
detta, Vaiolo, Scarlattina e Maurice. Trixie e Lily assistono
solennemente. In terra, accanto alla cassa del corredo, è di-
stesa la veste battesimale.
«Musica prego, Lily».
Lily dà la carica alla Ragazza d'Altri Tempi e la mette in
terra per farla ruotare, la testa graziosamente in equilibrio
sulla mano. Trilla: «"Lasciati chiamar mia reginetta, sono in-
na-a-morata di te-e..."». Trixie segue con gli occhi la statui-
na, pronta ad avventarsi nel caso deviasse dal proprio peri-
metro.
Frances raccoglie la veste battesimale e la depone delica-
tamente sulle bambole. « L a prossima volta che aprirò que-
sta scatola, sarà per far indossare questa veste al mio bim-
bo».
«E per riprenderti le bambole».
«No».
Frances fa per abbassare il coperchio, ma Lily la blocca a
metà.
«Frances, hai dimenticato questa».
«E tua, Lily».
La fotografia di Kathleen. Quella che Mercedes teneva
dentro Jane Eyre prima che Lily facesse il libro a pezzi, sem-
bra passato tanto di quel tempo. Lily resta un attimo a con-
templarla. La mamma è sullo sfondo, alla finestra.
«Cos'ha in mano la mamma?» chiede Lily.
« L e forbici».
«Sta salutando».
« Sì ».
Gli occhi ancora sulla fotografia, Lily si succhia lentamen-
te prima il labbro superiore e poi quello inferiore, liberan-
doli poco alla volta dal morso.
«Questa fotografia è di Mercedes» dice, alla fine.
«Non è vero».
« Io non la voglio ». Lily abbassa lo sguardo.
«E carina, vero?».
Lily non dice niente. Non alza gli occhi.
«E tua madre, Lily».
La Ragazza d'Altri Tempi ha smesso di ruotare, ma Trixie
non le stacca gli occhi di dosso, non si sa mai. Frances con-
tinua dolcemente: «E morta. Non è stata colpa tua».
Lily resta seduta assolutamente immobile ad ascoltare,
ammantata dai capelli che ultimamente ha cominciato a
portare sciolti e che sfiorano il pavimento intorno a lei co-
me una cortina di fuoco.
« E andata a New York » dice Frances. « Era una cantante
lirica. Lì è successo qualcosa. Papà l'ha riportata a casa. Lei
è rimasta stesa in questa stanza senza dire mai una parola.
Amorose è annegato nel torrente. E stato un incidente. Tu
non sei annegata, ma hai preso la poliomielite. Io c'ero».
Più Frances racconta, più si ricorda. Come se fosse tutto
accantonato, in attesa dietro il più etereo degli scenari tea-
trali - magari un trasparente -, e venisse improvvisamente
rivelato da un gioco di luci; il paesaggio si dissolve per mo-
strare il campo di battaglia, che c'era già da prima.
« La notte che sei nata. Non so perché ti ho portata al tor-
rente. Ti volevo bene. Non l'ho fatto perché non ti volevo
bene. Ti ho portata nell'acqua, ti tenevo in braccio e prega-
vo». Frances si accarezza la pancia, ha sentito un calcio, ma
va tutto bene.
«Hai battezzato anche Ambrose?».
« Sì ».
Restano un lungo momento sedute insieme, senza parla-
re, respirando la soffice nuvola di cedro.
Frances rimette la Ragazza d'Altri Tempi nella cassa del
corredo, poi si volta a guardare Lily, che sta crescendo.
«Lily. Se vuoi chiedermi qualcosa, ti dirò la verità».
Lily ha lasciato cadere la fotografia della ragazza che ride.
Alza gli occhi.
«Ambrose ti vuole bene, Frances».
Frances prende la mano di Lily e se la mette sulla pancia.
«Eccolo. Si sente. Adesso è sveglio».
Lily sente il gorgoglio. Appoggia l'orecchio in quel punto.
«Cosa senti, Lily?».
«L'oceano».
Fuori il clacson strombazza: Mercedes ha imparato a gui-
dare. Frances e Lily vanno alla finestra e salutano. Papà è in
piedi accanto alla macchina, appoggiato al bastone, alza la
testa e sorride. Lily si allontana dalla finestra per chiudere
la cassa del corredo prima di scendere, ma vede che l'ha già
fatto Frances. Si ferma in cima alle scale e dice: «Vieni, Fran-
ces?». Frances la raggiunge subito; non c'è bisogno di chiu-
dere la cassa del corredo, perché vede che l'ha già fatto Lily.
E una bella giornata per una corsa in macchina alla volta
di Mabou. Frances avrebbe preferito avere il bambino a ca-
sa con la signora Luvovitz, ma ci ha rinunciato perché Mer-
cedes sembrava tenerci tanto... «Loro sono attrezzati per le
emergenze, Frances, è ancora più sicuro che andare in
ospedale, ti prego, cara, f