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Il libro

J , ,
lavora come corrispondente del “Financial Times”. Esperto di calcio e di
politica estera, nel 1982 è stato l’unico corrispondente estero inglese in
Argentina durante la guerra delle Falkland. Tra i suoi libri in tema calcistico,
When Beckham went to Spain (2004) e La roja (2012) sulla nazionale spagnola di
calcio.
L’autore

Diego Armando Maradona è stato uno dei migliori calciatori di tu i i tempi,


il più fantasioso, capace di numeri individuali imprevedibili ma anche di
trascinare i compagni di tu e le squadre in cui ha giocato. Durante la sua
tempestosa carriera ha militato nei migliori club in Sud America e in Europa
ed è stato una figura centrale in qua ro Coppe del mondo. Ma non è stato
solo questo: Maradona ha personificato il calcio sia come sport popolare sia
come grande business, contribuendo a un cambiamento epocale dell’intero
se ore.
Oggi, a sessant’anni, non corre più lungo il campo con il pallone incollato
alla punta dei piedi, ma continua a far parlare di sé: l’uomo Maradona ha
oltrepassato il ricordo del calciatore, fondendosi nella figura di un idolo
vivente, immortale e mitico.
Scri o da un premiato giornalista investigativo esperto di questioni
calcistiche e tifoso appassionato, questo libro, che ha fa o scalpore in tu o il
mondo, ripercorre le gesta del campeón dagli slum di Buenos Aires, dov’è
nato, all’apogeo sportivo, alle vicissitudini degli ultimi anni di carriera −
compresa la squalifica per doping ai Mondiali del 1994 negli Stati Uniti −,
a raverso un’accurata ricerca e le testimonianze dire e di chi ha assistito alla
sua parabola umana e sportiva.
Un ritra o a tu o tondo del più grande calciatore dell’era moderna e dei
retroscena politici e sportivi della sua straordinaria ascesa e delle sue molte
cadute.
Jimmy Burns

MARADONA
Maradona
A Vikki
«È Dio che mi fa giocare bene. È per quello che mi faccio sempre il segno della
croce quando scendo in campo. Se non lo facessi mi sembrerebbe di tradirlo.»

Diego Maradona

«Pelé aveva quasi tu o. Maradona ha proprio tu o. Si impegna di più, fa più


cose ed è più tecnico. Il problema è che verrà ricordato per un altro motivo,
ovverosia quel suo modo di infrangere le regole ogni volta che gli fa comodo.»

Sir Alf Ramsey (1986)

«L’unica cosa di cui non sono sicuro è se sia abbastanza grande come uomo per
giustificare l’ammirazione del pubblico di tu o il mondo.»

Pelé a proposito di Maradona

«La fama era il telefono che ogni se imana squillava qualche volta in più, per
richieste di interviste che non volevi rilasciare e non rilasciavi, la fama era la
gente che, pur con le migliori intenzioni, interrompeva i tuoi pensieri per la
strada, la fama era l’inibizione che ti tra eneva dal pisciare in un vicolo per
paura dei polizio i e dei titoli in prima pagina, la fama ti impediva di renderti
ridicolo sulla pista da ballo. La fama era l’impossibilità di ubriacarsi
anonimamente in qualche bar, il che significava l’impossibilità di cullare
un’ossessiva malinconia in una no e di rivelazioni.»

Norman Mailer, Il prigioniero del sesso


Introduzione

Questa è la storia di un talento calcistico naturale che crescendo si è


convinto di essere Dio, e ne ha pagato le conseguenze. I primi
trentasei anni della vita di Diego Maradona (1960-1996) sono lo
specchio di un’epoca durante la quale il calcio si è trasformato da
passatempo popolare a sport per eccellenza a livello mondiale; un
periodo durante il quale calciatori, tifosi e dirigenti si sono ritrovati
addosso una pressione mediatica e commerciale che trent’anni prima
sarebbe stata impensabile. Pur dichiarando di essere nato in mezzo
alla gente e di giocare per la gente, Maradona divenne di fa o un
ingranaggio fondamentale in una gigantesca macchina da soldi
alimentata da trasferimenti gonfiati, diri i televisivi, sponsor e
merchandising.
Mi considero fortunato perché poche cose mi danno più gioia del
giocare a calcio su una spiaggia spagnola in estate, o su un campe o
inglese nei fine se imana. Adoro condividere l’emozione colle iva
sugli spalti con la famiglia o con gli amici, che sia al Camp Nou, a
Wembley o alla Bombonera. Sono mezzo spagnolo e mezzo inglese,
con un tocco di origini italiane, per cui posso dire, felicemente, di
tifare Newcastle e Barcellona un giorno, Milan e Boca il giorno dopo.
Credo nell’istintiva universalità del calcio.
Sono nato in Spagna e sono cresciuto fra la cultura europea e
quella sudamericana, per cui era inevitabile che Maradona
interpretasse un ruolo centrale nella mia fascinazione per il pallone.
Sarebbe impossibile anche solo provare a capire Maradona senza
averlo visto giocare. Il suo repertorio apparentemente interminabile
di numeri, il carisma puro, il modo in cui riesce a toccare i propri
tifosi e a far infuriare i propri nemici. È probabile che, con le sue
giocate, Maradona abbia ispirato i giornalisti sportivi più di
g p g p p
qualunque altro atleta contemporaneo, ma le parole bastano solo
fino a un certo punto quando ci sono da descrivere le sue magie.
Di conseguenza, anche se mi soffermerò su alcune partite che
sono emblematiche del talento di Maradona con la palla tra i piedi,
alla fin fine questo libro non è la storia di un giocatore talentuoso a
caccia di gol. Il mio interesse principale è stato quello di studiare
Maradona come un fenomeno sociale, politico e religioso unico nel
suo genere. Nel far ciò ho tentato di andare al di là del Maradona
visto in tv e di far luce, in qualche misura, sui miti che l’hanno
circondato per tu a la sua carriera, dalle superstizioni e dagli
intrighi politici della natia Argentina alla complicità dei medici e
delle autorità calcistiche durante la Coppa del Mondo. Al centro di
tu o c’è una vita relativamente breve e costellata di incidenti e crisi
personali.
Per scrivere questo libro sono stati necessari non soltanto viaggi e
ricerche, peraltro non privi di rischi, ma anche la cooperazione di
numerose persone che mi hanno aiutato a far breccia nel mondo di
segreti, propaganda e illusioni che Diego Maradona si è lasciato
costruire intorno. Sono grato a Maradona più di quanto avrei mai
pensato fosse possibile quando lo vidi per la prima volta nel 1982, il
giorno in cui giocò male contro i russi mentre il suo Paese e il mio
erano in guerra per contendersi le isole Falkland. Nello stadio del
River Plate si levò il coro «Chi non salta è un inglese», e tu i
cominciarono a saltare. Mi sentivo vulnerabile quanto lo era stato
mio padre nelle vesti di diplomatico inglese in incognito a Madrid
durante la Seconda guerra mondiale, la volta che andò a una corrida
dove improvvisamente suonarono l’inno nazionale tedesco.
Maradona mi ha aiutato a capire perché il calcio dovrebbe
importare, e perché non dovrebbe importare affa o, e come possa
aiutare la gente a superare anche i momenti peggiori. Non avevo i
soldi, la pazienza o l’ingenuità che mi avrebbero concesso di
accumulare ore e ore di interviste al sogge o in questione. Ma nel
pieno delle mie ricerche lo psicanalista di Maradona mi disse che
stavo scoprendo più cose su Diego di quante ne avesse scoperte lui
stesso. Anche Osvaldo Ardiles mi rassicurò: «Il problema, a scrivere
un libro su Maradona, è che la verità fa male». Ardiles è uno dei
pochi fra giocatori, parenti e amici che in un secondo momento si è
rifiutato di lasciarsi intervistare per questo libro, con la scusa che,
non essendo un’opera autorizzata, sarebbe in qualche modo stato
sleale nei confronti di Maradona. Rispe o il loro a eggiamento
molto più di quello di altre persone che invece sembrano avermi
evitato perché avevano troppe cose da nascondere. Questo libro,
tu avia, non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di molti altri, sia
all’interno sia all’esterno della cerchia più intima di Maradona, che
mi hanno raccontato storie e mi hanno offerto commenti e
informazioni.
Diversi testimoni hanno chiesto di restare anonimi, mentre altri
sono citati apertamente in tu o il libro. Sono particolarmente grato a
Jorge Cyterszpiler, Carlos Bilardo, César Meno i, Marcos Franchi,
Vincenzo Siniscalchi, Nicolau Casaus, Se imio Aloisio e Terry
Venables per aver trovato un po’ di tempo da dedicarmi nonostante
la loro agenda fosse fi a di impegni ufficiali. Peter Parker mi ha
fornito un aiuto impagabile nelle prime ricerche, così come hanno
fa o Maria Laura Avignolo, Marcela Mora y Araujo e Gabriela
Cerruti.
Grazie di cuore anche alle persone che, in un modo o nell’altro,
hanno contribuito a rendere possibile questo libro: nel Regno Unito,
Simon Kuper, Peter Aspden, Simon Greenberg, William Lewis, Clay
Harris, Andy Anderson, Robin Pauley, Richard Lambert, Nina
Higgs, Brian Glanville, Tony Mason, Alan Tomlinson, Esteban
Cichello Hübner e lo staff sempre disponibile delle biblioteche di
Londra e del «Financial Times». In Spagna, Tom Burns, David White
e “Isa” degli uffici di Madrid del «Financial Times», l’ufficio stampa
e la biblioteca del Barcelona FC , “El Lobo” Carrasco, Paco Aguilar,
Luis Fernando Rojo, Manolo Salcedo, José Manuel García, José
Vicente Hernáez e le redazioni di «MARCA» ed «El País» al gran
completo; in Francia, Alejandro Valente e la redazione di «France
Football»; in Italia, Candido Cannavò, Andrea Buongiovanni, Elio
Trifari, Rosario Pastore, Jennifer Grego, Gustavo, Angelo e tu a la
redazione della «Gazze a dello Sport», Robert Graham, Bruno
Passarelli, Julio Algañaraz, Franco Esposito, Martin Bokhart,
Gerardo Kaiser e il personale del Consolato britannico a Napoli,
Carlo Iuliano e lo staff del Napoli, il personale dell’Hotel Paradiso,
Cristiana Sinagra, Juan Carlos Laburu e Paolo Paole i. In Argentina,
Roberto Guareschi, Ricardo Kirschbaum, Mariano Hamilton,
Ricardo Roa, Horacio Pagani, Nestor Straimmel e tu a la redazione
del «Clarín», Guillermo Blanco, Jorge Ruprecht, Ernesto Cherquis
Bialo, Amy Wright, Fernando Niembro, Ezequiel Fernández Moores,
Judith Evans, Mariano Grondona, Daniel Antonio Strada, Andrés
Federman, Mathew Doman, David Pilling, Rogerio García Lupo,
Silvina Wagner, Isidoro Gilobert, Pablo Llonto, Margarita Mitchell,
Emilio Mignone e Oscar Davila.
A Buenos Aires, un grazie speciale a Sonia de García e all’Hotel
Principado, Diana Tussie, John Fernandes e lo staff di Aerolineas
Argentinas per l’ospitalità e il sostegno logistico. Altrove, grazie ai
dirigenti passati e presenti della FIFA , compresi Andreas Herren e
Guido Trognoni. A Londra, la mia agente Caroline Dawnay è stata
sempre fonte di incoraggiamento, così come le mie editor Penny
Phillips, Jocasta Brownlee e Caroline Taggart.
Durante tu o il “proge o Maradona” nessuno mi ha offerto più
sostegno, ispirazione, e calore umano di Vikki Orvice. A lei, e alla
memoria di Fred, devo il mio ringraziamento più sentito.
Prefazione
Morire con Diego

Questa prefazione è la storia di due storie, o meglio di due storie che


sono diventate una sola, grazie ai miei incontri con un genio tragico
del mondo del calcio professionistico.
È la storia di quello che Diego Maradona disse e fece non appena
pubblicai questa sua biografia (non autorizzata), e di come scrivere
un libro su lui mise in moto tu a una serie di trasformazioni nella
mia vita. Lungo la strada, ognuno dei due ha preso qualcosa
dall’altro.
Mi perme o di dire che se questa storia è cominciata è stato
perché lo ha voluto Diego, che ha deciso di venire a Londra ai primi
di se embre del 1996, proprio mentre il mio libro arrivava sugli
scaffali delle librerie. Dopo la sua inesorabile discesa nell’inferno
della nevrosi provocata dalla droga, Diego aveva momentaneamente
riscoperto la gioia di vivere proprio mentre io stavo sprofondando in
un’apatia e in una depressione che potrei definire monumentali.
Poco prima che Diego giungesse nella capitale inglese, mi
chiamarono da Buenos Aires per farmi ascoltare la registrazione di
un’intervista che aveva rilasciato a una radio argentina. Quello che
ascolto è un Diego di o imo umore. Lui e sua moglie Claudia stanno
provando un’altra volta a concepire il primo figlio maschio: «Spero
che stavolta il mio sperma riesca ad arrivare alla meta» dice Diego a
un giovane reporter argentino mentre mangiano pasta e insalata di
pomodori nel suo appartamento. Qualche se imana prima aveva
lasciato il Boca Juniors e per l’ennesima volta aveva ammesso la sua
tossicodipendenza in pubblico, dopo aver sbagliato diversi calci di
rigore nelle ultime partite. Magari non segnerò come una volta,
sembra dirci, ma posso sempre scopare e procreare.
Dieci anni prima, nel 1986, durante quella storica partita con
l’Inghilterra, Maradona ringraziò Dio per il suo primo gol di mano.
Quando sbagliò quei rigori con la maglia del Boca diede la colpa a
forze infernali. «Sono le streghe. Ce l’hanno con me» dice ai media
locali. Anch’io temo di essere rimasto vi ima di un incantesimo, e
non certo buono. La mia stella è caduta dal firmamento e si è
infranta per terra. Sono cresciuto tra i gesuiti, ma nemmeno loro mi
hanno preparato a Diego.
Proprio quando pensavo di aver finito, di aver scri o l’ultimo
capitolo, Diego annuncia che verrà a Londra come ospite d’onore di
un festival internazionale del calcio giovanile, sponsorizzato da
Eurosport e Puma. Magari qui gli inglesi se lo ricordano come quello
che li ha fregati segnando di mano, ma lui di loro parla sempre con
affe o. Dopotu o giusto un anno prima è stato accolto con
entusiasmo all’università di Oxford, dove gli è stato conferito il titolo
onorario di «Ispiratore di sogni».
Ma non sono soltanto depresso, sono anche paranoico. Non riesco
a credere che Diego stia venendo a Londra semplicemente per tirare
due calci a un pallone a Ba ersea Park con una manciata di
ragazzini. Poco dopo aver ascoltato quell’intervista alla radio, mi
sveglio nel cuore della no e, madido di sudore: un a acco di panico
seguito a un incubo nel quale Diego mi inseguiva per Trafalgar
Square con un esercito di avvocati in completo gessato e guardie del
corpo che si portavano dietro delle custodie per violino.
A quel punto era passato quasi un anno dalla prima volta che
avevo partecipato al talk show più popolare d’Argentina al fianco
del procuratore di Diego, Guillermo Coppola, e dell’ex allenatore
dell’Argentina Carlos Bilardo, per annunciare che stavo preparando
un libro sulla vita di Maradona. Ora immagino che stia arrivando il
momento di pagare le conseguenze di quella spacconata
impertinente. Diego sta venendo a Londra per punirmi,
psicologicamente, fisicamente, e legalmente.
Poi mi torna in mente il vecchio consiglio della buonanima di mia
nonna spagnola: il modo migliore di affrontare un a accante è
a accare per primi. E così un sabato sera tardi, con due amiche
particolarmente decise come guardie del corpo, e armato di una
p g p
copia del mio libro, mi faccio strada fino al ristorante San Lorenzo,
vicino a Harrods, in quel di Knightbridge, dove, stando a una
soffiata, ci sarebbe Diego a cena.
A meno di non essere un giornalista, o di aver scri o un libro su
Diego Maradona, San Lorenzo è il genere di locale in cui si riesce a
entrare soltanto se si hanno molti soldi o un qualche titolo nobiliare.
Diego ci va per dimostrare che non esiste luogo al mondo in cui
non possa andare. Non sarà un aristocratico, ma è tanto tempo che si
è lasciato alle spalle la miseria della baraccopoli.
È seduto a tavola in compagnia di Coppola, del suo preparatore
atletico e di Gianluca Vialli. L’italiano del Chelsea è silenzioso e
sobrio (l’indomani ha una partita a Stamford Bridge), ma Diego ha
bevuto, e chissà cos’altro. Non sembra in grado di concentrarsi su di
me o sul motivo per cui ci troviamo lì. Non sembra neppure
ricordarsi che ci siamo già incontrati e che l’ho seguito da Buenos
Aires fino a Oxford passando per Napoli, Barcellona e Parigi, e che
ho scri o un libro su di lui.
Mi rendo conto che si tra a del genere di stato d’animo nel quale
potrebbe accadere qualsiasi cosa – bicchieri ro i, bo igliate in testa,
tavoli ribaltati – così come potrebbe non accadere assolutamente
nulla. Gli porgo il libro come se stessi porgendo una pistola al mio
avversario in una mano di roule e russa. Come se gli stessi
porgendo un pezze o della sua anima. Scarabocchiata sulla seconda
di copertina c’è la dedica: «A Diego, con umano senso della vita».
Quel che intendo dire è che credo che la mia biografia sia critica ma
veritiera. Ma come mi disse una volta Osvaldo Ardiles parlando di
Maradona: «La verità fa male».
Diego prende il libro come aveva preso il menu poco prima,
ignorando la dedica, e sfogliandolo con l’aria di uno che non ha lo
stomaco né la testa per rituffarsi nei meandri della propria anima,
perlomeno non qui e non adesso. Si ferma solo per guardare le
fotografie, ridacchiando come un monello davanti a una in
particolare: quella in cui posa con alcuni esponenti del clan
camorristico dei Giuliano nel 1986.
Se finora neanche io ho de o nulla, a parte «Tieni, Diego, ho
scri o questo libro per te!», è perché la mia paura ha ceduto il passo
q p p p p
a una sorta di fascino, mentre resto in a esa della reazione di Diego.
Lui continua a non dirmi niente, ed è allora che mi rendo conto che
forse mi vede più chiaramente di quel che sulle prime credevo
possibile, e che non ha intenzione né di ringraziarmi né di tirarmi un
cazzo o, ma solo di ignorarmi.
Ha preso la pistola, ha premuto il grille o, eppure è vivo e vegeto
e sta cenando da San Lorenzo. Dopo aver chiuso il libro e averlo fa o
scivolare sul tavolo verso Coppola, un gruppo di camerieri italiani
viene a chiedergli l’autografo. Li segue a ruota il proprietario del
ristorante, che lo abbraccia come un fratello perduto. D’improvviso
sembra che sia il centro dell’intero ristorante. In qualche maniera San
Lorenzo diventa una scenografia degna del Padrino, con gli italiani
che si baciano sulle guance in un rito di complicità.
«Diego, gran figlio di buona donna» penso fra me e me. «Mi sono
sba uto per scoprire in un anno quel che hai tenuto nascosto per
quasi tu a una vita, e non hai neanche una parola da dirmi.»
Al ristorante c’è un’unica tavolata che osserva la scena senza
adorazione, ma con un freddo distacco che rasenta il divertimento.
Gli uomini e le donne a questo tavolo sono inglesi di sangue blu,
gente che ha frequentato scuole private e che ha ereditato fortune
immense. Vanno a caccia, tirano al pia ello e giocano a polo. Hanno
smesso di fare shopping da Harrods il giorno in cui l’ha comprato
un arabo, ma per un motivo o per l’altro San Lorenzo rimane parte
del loro giro. Stasera il loro territorio rischia di essere invaso e si
rendono conto di quanto il pericolo sia tangibile quando una delle
donne si alza dal tavolo per andare in bagno. È alta, bionda, con la
pelle rosea tipica delle inglesi viziate dalla vita, una specie di sosia di
Lady Diana. Anche Diego fa per alzarsi, poi ad alta voce, in
spagnolo, le chiede di unirsi a noi. Il ragazzo di lei interviene e, con
un minimo di aggressività, in inglese, gli dice: «Scusi, signor
Maradona, ma lei è la mia fidanzata, ed è già impegnata al nostro
tavolo».
E Diego scoppia a ridere mentre la donna ci passa accanto, e i
camerieri ridono con lui, e lui si scusa con un tono che sa benissimo
che nessuno troverà credibile, men che meno il so oscri o. In quel
momento lo amo e lo odio, Diego Maradona.
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Magari sto ancora cullando un’ossessiva malinconia, ma
perlomeno Diego me e in chiaro che non sarà una serata di
rivelazioni. Avremmo potuto passarla insieme, a bere e magari a
sniffare coca, a parlare delle nostre vite, ma Coppola mi impedisce di
seguirli nel taxi che li porta dal ristorante San Lorenzo al night club
Ministry of Sound, e poi di nuovo al Dorchester Hotel, dove a volte
le pu ane si mescolano ai ricchi.
«Lo sai che a Diego quell’inglese lì non piace per niente» sussurra
Coppola con tono minaccioso a una delle mie amiche, indicandomi.
Al che mi rendo conto che la roule e russa è appena cominciata.

Secondo «News of the World», dopo la cena al San Lorenzo Diego si


fa raggiungere in albergo da diverse signorine. Sceglie una brasiliana
e insieme sniffano cocaina. Non ho prove certe che la storia del
giornale sia veritiera, ma immagino che a Mayfair tu o sia possibile
alle ore piccole della domenica ma ina. Quella sera vado a le o e
una parte di me cova una strana invidia. Senza nessuno accanto mi
sento abbandonato in questa ci à, come un cane senza guinzaglio.
Poi, così come era stato per Diego, le cose cominciano a me ersi
meglio. L’indomani, mentre Diego è a Ba ersea Park seguito da
centinaia di ammiratori, ricevo una telefonata da un’emi ente
televisiva di Madrid che mi invita a partecipare al suo programma
più seguito. È proprio la fuga di cui avevo bisogno. Con l’arrivo
dell’inverno inglese mi manca il sole e ho bisogno del calore e della
luce della Spagna, dove sono nato o o anni prima che nascesse
Diego.
Ma poi, come scopro qua ro giorni dopo quando volo a Madrid,
io e Diego cominciamo a seguirci l’un l’altro come un corpo e la sua
ombra. Diego ha lasciato Londra e si trova ad Alicante, nella Spagna
meridionale, per so oporsi all’ennesima cura disintossicante, come
al solito somministrata da uno specialista di cui pochi altri medici
hanno sentito parlare. Diego crede nei guaritori e non nella
professione medica, nei miracoli e nell’ispirazione divina, e nel
fregare la vita e la morte. È se embre, il momento in cui i migliori
calciatori d’Europa sono protagonisti di trasferimenti da record e
me ono alla prova il proprio talento in una nuova stagione. Ma ad
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Alicante, Diego Maradona, un tempo acclamato dai più come il
miglior calciatore di tu i i tempi, monta una scena che, fosse stata
Chicago, avrebbe potuto scriverla Norman Mailer.
Nel suo libro Il prigioniero del sesso, circa il prezzo della fama
Mailer ci dice: «La fama era il telefono che ogni se imana squillava
qualche volta in più, per richieste di interviste che non volevi
rilasciare e non rilasciavi, la fama era la gente che, pur con le migliori
intenzioni, interrompeva i tuoi pensieri per la strada, la fama era
l’inibizione che ti tra eneva dal pisciare in un vicolo per paura dei
polizio i e dei titoli in prima pagina, la fama ti impediva di renderti
ridicolo sulla pista da ballo. La fama era l’impossibilità di ubriacarsi
anonimamente in qualche bar, il che significava l’impossibilità di
cullare un’ossessiva malinconia in una no e di rivelazioni».
Con Diego sto imparando parecchio a proposito della fama. Ad
Alicante si lancia nell’ennesima confessione riguardo alla propria
tossicodipendenza durante un’intervista a una radio locale, prima di
stroncare il mio libro liquidandolo come una crocefissione. «Burns
mi ha coperto di merda» dichiara, prima di fare una lista di
giocatori, allenatori e agenti prontamente minacciati di ripercussioni
legali per l’aiuto che mi avevano fornito durante le mie ricerche sulla
sua vita. So che ovviamente non ha le o il libro, dato che non parla
inglese. Ma il suo preparatore atletico lo parla eccome, e gli avrà
le o le prime due pagine, che sono piene di ringraziamenti. Diego si
sente tradito e sostiene che i suoi amici siano diventati nemici.
Poche ore dopo ritorna in albergo e dice a Coppola che vuole
uscire. Per prima cosa vuole andare in un night club della zona, che
funge anche da bordello. Coppola sulle prime cerca di tra enerlo,
ma poi, come hanno fa o i procuratori e gli allenatori di Maradona
per tu a la sua carriera, cede e lo lascia andare, un’indulgenza
necessaria per colui che è, nel bene e nel male, un semidio dello
sport. Diego arriva al night club, vede alcuni clienti che parlano con
delle donne e dice al proprietario di pagare gli uomini, perché se ne
vadano.
Nelle prime ore del ma ino successivo rientra in albergo, stavolta
in condizioni mentali che un fa orino descrive come «molto strane
ed esaltate». Maradona resta bloccato in ascensore insieme a due
donne, a causa di un guasto ele rico. Anch’io soffro di claustrofobia
e di a acchi di panico, quindi fino a un certo punto capisco come
possa sentirsi in quel momento. Ma quel che succede dopo lascia
intendere quanto le nostre rispe ive esistenze siano lontane dal
coincidere del tu o.
Per Maradona l’esperienza dell’ascensore non è solo una
momentanea parentesi ansiosa. Diventa un bru o viaggio di andata
e ritorno all’inferno, una sensazione che l’ha tormentato in
precedenza, la soffocante impressione di essere in trappola, in
un’oscurità spaventosa da cui non è in grado di uscire, come
quando, da bambino, cade nel pozzo nero della baraccopoli e
comincia ad annaspare nella merda di tu o il vicinato prima che
arrivi zio Cirilo a salvarlo. Adesso, ad Alicante, Diego si sfoga con la
frenesia di un animale ca urato in qualche luogo selvaggio e
rinchiuso in una gabbia. In quella scena dell’ascensore, con Diego
che prende a calci tu o fino a che non si ritrova in un bagno di
sudore con un piede che gli sanguina, è proie ato il nemico che si è
sempre portato dietro, fuori e dentro di sé.
Più tardi, il dire ore dell’albergo scoprirà le conseguenze della
furia di Maradona allorché questa esplode di nuovo dopo che i
pompieri l’hanno soccorso. Tira calci e pugni a tu o quel che gli
capita a tiro, rompe tavoli e sedie, sbraita in piena no e. «Il tuo
lavoro è una montagna di merda» grida al perito assicurativo venuto
a valutare il danno.
L’episodio di Alicante avviene un anno esa o dopo che Maradona
è tornato in trionfo a giocare per il suo vecchio club, il Boca Juniors,
una volta scontata la squalifica di quindici mesi per essere risultato
positivo all’antidoping durante la Coppa del Mondo negli Stati
Uniti. Un déjà vu. La vita di Maradona è stata un’altalena di successi
e disgrazie. Noi che abbiamo seguito la sua carriera nel corso degli
anni siamo molto cauti a dichiararlo finito così come a proclamare la
sua eterna gloria. Eppure persino diversi amici intimi di Maradona
sussurrano in privato quel che hanno paura di dire in pubblico: se
Diego va avanti così, rischia di morire presto.
Sto pensando a Diego, mentre seduto su una sedia mi me ono
ombre o e fard per prepararmi alla mia apparizione in dire a
televisiva. Le pressioni della fama, le distorsioni e gli sconvolgimenti
che il denaro impone alla vita… Il programma è il più seguito della
televisione spagnola, e questo significa che ho fa o un pa o col
diavolo. In cambio di un biglie o di andata e ritorno per Madrid e
dell’opportunità di promuovere il mio libro in Spagna, ho acce ato
di partecipare a un programma televisivo che infila i reportage
giornalistici seri fra la comicità più becera e il porno soft.
Per un po’ me ne resto seduto nella sala d’a esa insieme all’altra
ospite. Si chiama Lucia, è una ragazza catalana sui venticinque,
trent’anni che ha l’aria di chi ha avuto una vita difficile. «Sono qui
perché maltra o il mio corpo da quando avevo dieci anni» mi dice
Lucia, sollevandosi la gonna e mostrandomi due grosse bruciature
sulle cosce. Ha cicatrici sui polsi dopo aver tentato una serie di
esperimenti con il sanguinamento.
Lucia mi racconta che ha subito violenza quand’era piccola, ed è
stata stuprata cinque volte sin dalla pubertà, l’ultima volta
nell’istituto psichiatrico vicino a Barcellona da cui è scappata per
partecipare al programma.
«Ce l’ho, un’altra vita, sai?» mi confida mentre i minuti ci
avvicinano all’ora della verità. «Mi piace scrivere, poesia in
particolare. Immagino sia la mia maniera di provare a scoprire
l’amore.»
Il primo ospite sono io. Mi ritrovo a dover sfru are vent’anni di
esperienza giornalistica per anticipare e controllare un’intervista
chiaramente costruita per far emergere soltanto gli aspe i negativi di
Diego.
Per quanto non possa ancora affermare che Diego sia il mio
migliore amico, cerco sinceramente di essere comprensivo e di
dipingere l’immagine di un uomo vi ima di gente che non dovrebbe
rovinare la vita delle persone: sedicenti medici e procuratori e
politici che hanno sfru ato Maradona per tu a la sua carriera.
L’intervistatore vuole che con la mia spada dia l’estocada finale a un
genio che potrebbe già essere ferito a morte, ma io concludo
l’intervista con una nota conciliatoria.
«È un peccato che Diego si sia scagliato contro il libro senza averlo
le o. Avremmo potuto sederci a bere qualcosa, piu osto» dico,
prima che la telecamera si sposti su Lucia.
Povera Lucia. Lei non fa la giornalista. È inesperta, una
commovente vi ima della vita, davanti alle foto della sua nudità
brutalizzata spia ellate su milioni di teleschermi mentre cerca di
spiegare perché fa quello che fa.
Quella sera io e Lucia ci ritroviamo nello stesso albergo di lusso
nel centro di Madrid, entrambi a spese della produzione. Il concierge
pensa che l’abbia caricata per la strada e mi lancia uno sguardo
d’intesa quando chiediamo due chiavi diverse. Poi, mentre stiamo
per salire in ascensore, mi volto verso di lei e le chiedo se le va di
unirsi a me e andare a bersi un ultimo bicchiere. «Non mi viene in
mente niente di meglio» dice Lucia, e in qualche modo la tensione di
una vita in rovina lascia momentaneamente spazio a un sorriso del
tu o innocente.

Diego ritorna a Buenos Aires, e io a Londra. Diego continua la sua


cura disintossicante – sembra eterno, questo braccio di ferro con le
streghe, questo sforzo disumano per venire a pa i col fa o di
invecchiare, di non poter mai più giocare a calcio come faceva una
volta.
Sento che siamo accomunati da quella lo a – io e Diego –, adesso
che mio padre è morto e che il libro è finito e sulla mia scrivania c’è
una cartolina che ritrae una qualche contadina vietnamita, senza
firma, con su scri o a mano “miss Saigon”. Me l’ha mandata una
mia ex finita nel sud-est asiatico, che mi ha lasciato col suo fantasma
e con l’ombra di Diego. I miei editori mi dicono che il libro sta
suscitando un enorme interesse, ma io non riesco a trovare la forza
di dire loro che quel che ho scri o di Diego non fa che ricordarmi
della situazione di qualcun altro.
«Come ti senti?» mi chiede un giorno un amico, mentre Londra è
stre a dal gelo dell’inverno. Mi sono rimesso a tirare due calci al
pallone in compagnia, nel parco lungo il fiume. «Mi sto
disintegrando, caro mio, mi sto disintegrando» gli dico.
Sono dov’era stato una volta Diego, sto affogando in questo
merdaio di esistenza. Il ricordo di suo zio Cirilo che lo traeva in
salvo dal pozzo nero gli rammentava la sua capacità di sopravvivere,
di stringere i denti, ma nel mio caso quello che fa davvero male è la
mia incapacità di lasciarmi alle spalle il libro.
Poi, proprio quando pensavo di aver finito di fargli pubblicità, il
telefono si me e a squillare. Da quasi due se imane i giornalisti
argentini mi cercano per chiedermi cosa pensi dell’ultimo scandalo
targato Diego. L’interesse per il mio libro è stato alimentato
dall’arresto di Coppola e dall’ipotesi che faccia parte di un giro di
narcotrafficanti. Diego soffre in silenzio la carcerazione del suo
amico e confidente, e in qualche modo riesce a convincersi che sia
tu o parte di una grande congiura contro di lui, di cui farebbe parte
anche il mio libro. Ormai le le ere dei suoi avvocati sono arrivate a
diverse persone che ho intervistato, per fare pressioni e convincerli a
ritra are le loro dichiarazioni.
L’accusa contro Coppola crolla quando viene fuori che la polizia
avrebbe piazzato la cocaina nel suo appartamento e che avrebbe
addiri ura archite ato una serie di false testimonianze. A quel
punto anche Maradona ha rilasciato una dichiarazione, nella quale
afferma che lui e il suo procuratore sono innocenti, in una breve
apparizione dinanzi al giudice istru ore che dimostra il perdurare
della sua popolarità: i cancellieri e una serie di altri dipendenti del
tribunale gli chiedono un autografo e si me ono in posa per una foto
di gruppo con la storia.
In passato questo tipo di adulazione ha alimentato in Maradona la
sensazione di essere al di sopra del bene e del male, e gli ha conferito
un potere straordinario nel proprio Paese. E allora per quale motivo
quando il mio editore argentino mi invita per un’altra tournée
promozionale colgo al volo l’opportunità?
Be’, quell’uomo non sme e di affascinarmi, e qualcosa dentro di
me mi dice che stiamo andando verso una risoluzione, che da
qualche parte, in qualche maniera, sogge o e biografo devono
chiarirsi, proprio là, nella sua stessa terra, dove tu o è cominciato, in
un modo che né lui né io abbiamo scelto né avremmo potuto
prevedere.
p
È così che il 2 aprile, mentre mi preparo a imbarcarmi sul volo della
British Airways dire o a Buenos Aires, non posso fare a meno di
ponderare il significato di quella data: il quindicesimo anniversario
del mio ba esimo del fuoco come corrispondente estero da Buenos
Aires per il «Financial Times». 2 aprile 1982: la folla che, tra bandiere
argentine e slogan anti-britannici, si riversava in Plaza de Mayo, e la
terribile sensazione di shock e di apprensione che mi colse al
pensiero che argentini e inglesi, di lì a poco, avrebbero potuto
ammazzarsi a vicenda per delle isole sperdute.
Alla vigilia dell’invasione ero andato a veder giocare Maradona in
un’amichevole contro l’Unione Sovietica. Nello stadio del River Plate
si era levato il coro «Chi non salta è un inglese». Tu i si erano messi
a saltare. Eppure era il miglior giocatore d’Argentina, non io,
d’essere destinato al fallimento sui campi da gioco della Spagna, il
Paese dov’ero nato. I media argentini potevano mentire a proposito
di quel che accadeva al fronte, ma potevano fare ben poco riguardo
alle partite trasmesse in dire a dalla Spagna, a meno di non
mandare lo schermo a nero e rischiare una sollevazione popolare in
tu o il Paese. Incollati ai televisori, milioni di argentini ignorarono le
notizie delle bombe che cadevano su Port Stanley e delle loro truppe
ormai costre e alla ritirata. Ma guardarono la nazionale cadere 1-0
contro il Belgio, e videro Maradona che si faceva espellere nella
partita contro il Brasile: il suo fallo eclatante sul difensore avversario
fu l’umiliante apice di una delle sue peggiori prestazioni con la
maglia dell’albiceleste.
Quindici anni dopo non sono esa amente in vena di celebrazioni
o commemorazioni: alcuni giorni prima della mia partenza, una
velata minaccia di morte indirizzata al so oscri o è stata spedita al
mio ufficio di Londra da un tizio che sostiene di essere un reduce
della guerra delle Falkland.
Quando facevo il corrispondente in Argentina ricevevo più
minacce di morte di quante abbia voglia di ricordarne. Alcune erano
chiaramente delle prese in giro, ma una era sembrata abbastanza
credibile da spingere il Ministero degli Esteri a consigliarmi di
lasciare temporaneamente il Paese. Così chiedo aiuto a un amico in
polizia: «Non è che l’MI 5 può fare un controllo prima che mi
imbarchi?» supplico. «Potrebbero volerci almeno due mesi» mi
rispondono.
Alla stazione Victoria, al banco del check-in per l’aeroporto di
Gatwick, un’impiegata della British Airways mi guarda strano.
«Scusi, signore, ma leggo sul computer che le servirà una sedia a
rotelle» mi dice. Mi ritrovo a dover discutere con lei, le rispondo che
dev’esserci un errore. «Non lo vede che sto in piedi?» le dico a un
certo punto, sebbene una parte di me abbia cominciato a sospe are
che Maradona mi abbia fa o un qualche folle e bizzarro malocchio.
Quando arrivo a Gatwick, qualcuno chiama il do or Burns dagli
altoparlanti. L’impiegata della compagnia aerea mi chiede ancora:
«Le serve una sedia a rotelle, signore?». A quel punto mi convinco
che è tu o uno scherzo di ca ivo gusto orchestrato da Diego.

Quando a erro a Buenos Aires, Ignacio, il dire ore delle pubbliche


relazioni di Planeta, il mio editore argentino, sembra sull’orlo di una
crisi di nervi. «Non mi è mai capitata una cosa del genere. Nessuno
vuole avere niente a che fare col tuo libro. Dicono che non vogliono
me ersi contro Diego. È come una mafia, da queste parti.»
A dire il vero Ezequiel Fernández Moores, un giornalista sportivo
di «Pagina 12», mi intervista nel giro di qualche ora. Ezequiel stesso
ha avuto non pochi problemi a causa della sua biografia non
autorizzata di un altro eroe argentino, il pugile Oscar Bonavena,
ucciso a colpi di pistola in un bordello di Las Vegas. Ma niente ci
può preparare a quel che succede dopo.
Mentre chiacchieriamo e beviamo un caffè nella hall del mio
albergo, scorgo Carlos Bilardo, l’ex allenatore della nazionale
argentina. Alcuni tifosi forse ricorderanno che è cresciuto alla scuola
più dura e pragmatica del calcio argentino – dove tu o è consentito
a pa o di assicurarsi la vi oria –, come mostrato in gioventù quando
giocava nell’Estudiantes, la miglior squadra argentina dei tardi anni
Sessanta. In una partita fra Estudiantes e Manchester United, Bilardo
rifilò una testata a Nobby Stiles, lasciando al compagno Carlos
Pachame l’incombenza di prendere a calci negli stinchi Bobby
Charlton.
Non serbo alcun rancore nei confronti di Bilardo. In un’occasione
mi ha addiri ura concesso un’ora del suo tempo, offrendomi punti
di vista utilissimi sul Mondiale del 1986 in Messico. Maradona non è
affa o contento della cosa. Ha fa o in modo che i suoi avvocati
scrivessero a Bilardo (e a dire il vero a tu i coloro che mi avevano
concesso un’intervista) minacciando di adire le vie legali a meno che
non neghi di aver mai parlato col so oscri o.
Vorrei salutare Bilardo, ringraziarlo in qualche modo per il suo
contributo, ma Diego è arrivato prima.
«Salve, Carlos, si ricorda di me? Jimmy Burns. L’ho intervistata
per la mia biografia di Diego.» Gli tendo la mano.
Bilardo la stringe, poi ritrae di colpo la sua appena mi riconosce.
«Sì che mi ricordo di te. Sei un figlio di pu ana. Va ene via
dall’Argentina, va ene a fare in culo.» Sembra che stia per darmi un
cazzo o ma alla fine opta per un’ultima offesa prima di andarsene.
«Avremmo dovuto tagliarti i coglioni.»
Lo scambio è descri o in forma censurata da Fernández Moores
nel giornale dell’indomani ma ina. «Burns è stato avvertito che il
lancio di Maradona. La Mano di Dio in Argentina non sarà cosa facile»
scrive.

Giorno 3. Comincio a sentirmi come si sente Diego quando gli


scende la coca, una sensazione di paranoia strisciante, alimentata
dall’a eggiamento surreale dei media argentini. Oggi un giornalista
radiofonico apre la mia intervista citando una poesia di Borges sulla
guerra delle Falkland. Parla di un inglese e di un argentino caduti in
ba aglia, i quali avevano in comune molto più di quanto si fossero
mai resi conto d’avere. «Avrebbero potuto essere amici» dice la
poesia, «ma si videro in faccia una volta sola, su isole troppo famose,
ciascuno era Caino e ciascuno era Abele. Li hanno sepolti insieme. Li
conoscono la neve e la cenere. I fa i che ho appena narrato risalgono
a tempi che non possiamo comprendere.»
Sto cercando di capire la pertinenza di tu o questo. Dovrei
cominciare un’altra guerra delle Falkland con Diego? Siamo forse
g g
come i personaggi della poesia – Juan Lopez e John Ward –
intercambiabili, in simbiosi, biografo/sogge o, sogge o/biografo?
«Signor Burns, è in linea? Mi sente? Tu o bene?» mi chiede
l’intervistatore.
Vorrei dirgli: «Mi hai spiazzato, bru o stronzo, proprio come
volevi». Invece gli dico: «Sì, ci sono, è solo che per un a imo mi sono
davvero commosso».
Poi cominciano le telefonate. Una donna con la voce stridula dice:
«Secondo me Burns è venuto a rubarci l’unica cosa che ci
appartiene». Un altro ascoltatore è più conciso: «Sei un figlio di
pu ana». Poi entra in scena Guillermo Coppola, procuratore di
Maradona recentemente scampato alla prigione. Coppola è in studio,
ed è pericoloso. «Burns è un bugiardo, e tu o quel che c’è nel suo
libro è una bugia» dichiara al pubblico radiofonico in prima serata.
«L’ha le o, il libro?» chiedo a Coppola in dire a radio. Lui
amme e di non averlo fa o.
Quella sera, a cena con alcuni vecchi amici argentini, la
conversazione ruota intorno al potere del mito nell’Argentina
contemporanea. «La gente qui pensa ancora che la diatriba volta a
stabilire se Evita sia morta vergine o meno sia una questione politica
seria» dice un giornalista che lavora per una stazione televisiva
argentina.
Giorno 4. Maradona crolla a terra durante una trasmissione
televisiva in Cile. Overdose? Infarto? No, va tu o bene, dice
Coppola, faceva solo troppo caldo nello studio. Ignacio trova
qualche altro giornalista locale disposto a parlare con me.
Giorno 5. Registro un’intervista per una delle trasmissioni
calcistiche più seguite d’Argentina. Il giornalista che fa le domande
amme e che la maggior parte delle mie risposte saranno
pesantemente tagliate. Gli chiedo quale sia il problema. «Ha scri o
un libro che parla di politica, di droga, di mafia. Sono argomenti
delicati, da queste parti. Noi non ne parleremo perché Diego
potrebbe risentirsi» mi dice.
Poi un altro programma con le chiamate del pubblico da casa.
L’intervistatrice è un’ex modella, Tete, che ora presenta un talk show
pomeridiano di grande successo. Il mio libro giace sul tavolino
p g g
davanti a lei, fresco di stampa e mai aperto. Lei chiaramente si
annoia a parlare di calcio, ma dichiara che è suo dovere
professionale affrontare un tema che in Argentina sta causando un
bel po’ di fastidi. Ancora una volta, Coppola partecipa in dire a per
fornire la sua opinione di esperto. Ancora una volta il procuratore di
Maradona mi accusa di essere un bugiardo. Lo segue a ruota l’ex
manager di Maradona, Marcos Franchi, che ho intervistato
nell’o obre del 1995. A de a sua mi sarei inventato il nostro
incontro.
Vado a parlare con Luis Moreno Ocampo, un avvocato del luogo
con cui avevo fa o amicizia durante il processo ai vertici della giunta
militare per violazioni dei diri i umani in seguito al confli o delle
Falkland. All’epoca era sostituto procuratore di Stato.
Adesso mi racconta di come sia diventato un personaggio
televisivo e si offre di mediare fra Franchi e il so oscri o ospitandoci
nel suo programma. «Sarete una manna per gli ascolti!» scherza.
Il programma di Moreno Ocampo si chiama Forum; gli ospiti
dicono quello che gli pare l’uno dell’altro dopo aver firmato una
liberatoria che li esenta da qualsiasi ripercussione legale. In un Paese
dove dimostrare una diffamazione è un’impresa lunga e costosa,
l’offerta mi tenta dato che rappresenta un’opportunità di me ere in
chiaro le cose. Franchi, al telefono, amme e di avermi concesso
l’intervista, ma poi decide di non partecipare al programma.
Giorno 6. Un fotografo insiste a farmi me ere in posa con un
pallone in equilibrio sulla testa, proprio come Maradona. Siamo nel
bel mezzo di calle Florida, la via dello shopping più famosa di
Buenos Aires. Sono ridicolo, una figura smilza in un completo
elegante, tu ’altro che atletico, ma la Mano di Dio fa in modo che il
pallone resti lì abbastanza a lungo per sca are una decina di
fotografie. Ormai però mi sto stancando di tu o quel circo, mi torna
in mente Mailer, Prigioniero del sesso, prigioniero di Diego: «La fama
era il telefono che ogni se imana squillava qualche volta in più, per
richieste di interviste che non volevi rilasciare… la fama era
l’inibizione che ti tra eneva dal pisciare in un vicolo per paura dei
polizio i e dei titoli in prima pagina…».
Mi danno un passaggio fino a un lo o di terreno vicino al cimitero
della Recoleta, dove di tanto in tanto, nel corso degli anni, hanno
sepolto varie parti del corpo di Evita. Lì un uomo con un cappellino
da baseball e un grosso microfono sferra un altro a acco per conto di
Maradona. Me endo in discussione addiri ura il mio diri o di
scrivere il libro, mi chiede: «Come si sentirebbero gli inglesi se si
presentasse un argentino che ha scri o un libro sul principe Carlo e
Lady Diana?». Io rispondo che secondo me ne sarebbero ben felici.
Giorno 7. Ultima serata a Buenos Aires, a metà della quale mi
dimentico che ho in programma un’ultima intervista per l’ora di
colazione. Si potrebbe dire che sia decisamente una serata alla Diego.
Sono circondato da musica, alcol, donne, canne, coca, trascinato fin
nel cuore delle luci abbaglianti di quella ci à infernale. Alcuni di noi
finiscono in una camera d’albergo a saccheggiare il minibar e
guardare l’alba sul Rio de la Plata, dopodiché arriva l’ora
dell’intervista, e mi ritrovo solo davanti a un microfono – in un
silenzio minaccioso – senza le parole per esprimere la rabbia che
provo nei confronti del mondo intero che mi si sta accanendo contro,
mentre il suocero di Maradona raccomanda agli ascoltatori di
boico are il libro.

Post scriptum. Primo giorno di ritorno a Londra. La primavera è


nell’aria ma mi sento distru o. Un’amica argentina che vive in
Inghilterra riceve una telefonata da Coppola. «Guillermo» gli chiede
«come mai ci siete andati giù così pesante, con Jimmy?»
«Be’» le dice Coppola, «da lui volevamo solo un trenta per cento.»
E poi mi ritrovo in una qualche libreria di Londra a stringere una
copia dell’edizione tascabile del mio libro, appena uscito, con la
sensazione che appartenga almeno in parte a qualcun altro. Mi dico
che gli eventi degli ultimi giorni mi hanno ricordato delle emozioni e
dei limiti insiti nel gioco del calcio. Ho amato e odiato Diego. Sto
uscendo dalla merda in cui sono finito per colpa di una persona a cui
volevo bene. D’ora in poi sarò più cauto con coloro che vivono il
calcio come un’ossessione. E ho anche bu ato via la cartolina da
Saigon.
1
La resurrezione

O obre 1995. A Buenos Aires è primavera. Tra la dolce fragranza dei


fiori di jacaranda, il ritmo incalzante dei tamburi e lo sventolio
frenetico delle bandiere, migliaia di tifosi si dirigono verso La
Bombonera, lo stadio del Boca Juniors. Bombonera in spagnolo
significa scatola di cioccolatini, ma non c’è niente che contenga nulla
di dolce, in quella scena. La fiumana di gente manda in frantumi la
tranquilla domenica della capitale più sofisticata di tu a l’America
Latina, come una tribù selvaggia a piede libero in una sala da tè. Gli
uomini – perché l’atmosfera allo stadio è ancora abbastanza ostile e
di donne e bambini se ne vedono pochi – sono a torso nudo e
sventolano le maglie e come catene. Avanzano implacabili, come se
stessero andando in guerra. Il capotribù, Diego Maradona, li osserva
dalla cima di un bus a due piani, lo sguardo scuro e risoluto, i capelli
tagliati corti e tinti dei colori di guerra del Boca, un telefonino in
mano. Il ritornello è scandito da un giornalista radiofonico dalla
voce isterica: «Arriva il nostro idolo, arriva il nostro idolo» ripete,
senza sosta. Oltre la terra incolta e le baracche mezze arrugginite
lungo il Rio de la Plata, il frenetico corteo passa accanto a un
ba aglione di polizio i in tenuta antisommossa, manganelli e
lacrimogeni pronti all’uso, prima di rivendicare irrevocabilmente il
territorio.
Una volta nello stadio, i tifosi riempiono le gradinate. Le
recinzioni altissime e il fossato che circondano il terreno di gioco
sembrano focalizzare e alimentare la loro passione. La Bombonera
vibra del ba ito dei piedi e dell’esplosione dei petardi, una danza di
guerra colle iva che cresce d’intensità col passare di ogni minuto.
In mezzo al campo c’è una scatola gigantesca, incartata, con un
fiocco sopra, che ruota lentamente sul pianale di un furgone. Ma per
p p g p
un a imo tu i gli occhi sono fissi sul serpente di plastica da cui
finalmente emerge Maradona, seguito dai compagni del Boca
Juniors. Un enorme ruggito lo saluta mentre si fa il segno della croce
e alza trionfalmente le braccia al cielo. «Maradooona…
Maradooona…» urlano i tifosi. Poi scende in campo un gigantesco
pallone gonfiabile, con le parole BENTORNATO DIEGO ! Per i
descamisados, gli scamiciati che non hanno mai perso la fede, è subito
magia. Il loro idolo prende la palla, se la porta come se niente fosse
da un piede all’altro, poi la stoppa col pe o e la lascia scendere di
nuovo. Poi, con la palla sempre vicino al piede, saltella fra le stelle
filanti che adesso riempiono lo stadio là dove la scatola ha
cominciato a dar segni di vita. Un’altra esplosione, la scatola si apre
come un petardo e ne escono le due figlie di Maradona vestite coi
colori del Boca, un regalo a sorpresa del maestro di cerimonie, il
miglior amico di Maradona nonché procuratore e messaggero
no urno, Guillermo Coppola. Sembra che l’intenzione sia di dare un
tocco di rassicurante innocenza per scacciare gli incubi del passato.
Sono trascorsi quasi quindici mesi dal giorno in cui Maradona è
stato estromesso, nel modo più disonorevole, dai Mondiali negli
Stati Uniti dopo essere risultato positivo all’antidoping. Molti
pensavano che quel momento avrebbe segnato una volta per tu e la
fine di una carriera eternamente sospesa fra successi e scandali. Ma
oggi alla Bombonera il dio è tornato, sprezzante, per dimostrare al
mondo che Maradona non muore tanto facilmente. È palese che gli
manchi l’accelerazione per saltare l’uomo e segnare, ma i suoi
passaggi sono praticamente perfe i e la sua visione di gioco è
incredibile. Nel giro di pochi minuti dà un qualche senso a una
partita tu ’altro che memorabile, creando le poche opportunità che il
Boca avrà di tirare in porta. Quando finalmente il gol arriva,
all’ultimo minuto della partita, Maradona non è coinvolto in prima
persona nell’azione. Eppure tale è stata la sua presenza nel corso dei
novanta minuti che nessuno dei sessantamila tifosi stipati nello
stadio ha nulla da obie are quando Diego esulta come se avesse
segnato lui. La palla entra in rete, e Maradona si volta e a raversa il
campo, alzando le braccia in trionfo all’indirizzo della sua famiglia,
di Coppola, delle telecamere. L’ultima volta che ha corso così verso
una telecamera è stato quando ha segnato il terzo gol contro la
Grecia, il suo primo gol di quel disgraziato Mondiale. Oggi, come
allora, vuole dire alla gente che è ancora il migliore, che non è così
facile sconfiggerlo. «Olé, olé, olé, olé, Diego, Diego!» canta in coro la
folla. Sì, Dio è tornato.
Il fa o che questa resurrezione, dopo quella che sembrava la
caduta definitiva, vada in scena qui alla Bombonera, ci ricorda che
non si può davvero separare Maradona dal Paese in cui è nato e
cresciuto. L’unica certezza, con Maradona, è che quando morirà,
indipendentemente da come accadrà, il suo funerale a Buenos Aires
sarà in pompa magna come quello di Evita, e persino allora la gente
si rifiuterà di credere che sia morto. Se è vero che in Argentina sono
pazzi di calcio, i sintomi più ovvi di questa passione sono i ferventi
rituali dei tifosi del Boca, molti dei quali hanno le stesse origini di
Maradona, una mescolanza fra immigrati poveri e stirpi indigene.
Tanti di loro vivono e respirano calcio perché non resta più
nient’altro in cui credere. L’Argentina ha una lunga tradizione di
falsi profeti.
Ogni giocatore argentino degno di questo nome dice che la sua
ambizione è di giocare nel Boca, un giorno. Maradona lo disse da
giovanissimo, ma poi si spinse un passo oltre. Ammise di avere una
seconda ambizione: quella di vincere un Mondiale. Ha condo o il
Boca alla vi oria in campionato quando aveva appena ventun anni.
È tornato alla Bombonera dopo aver guidato la nazionale alla
conquista della Coppa del Mondo, con la fascia da capitano. Le sue
prestazioni eccezionali ai Mondiali di Messico ’86 gli sono valse il
titolo di miglior giocatore di tu i i tempi. Alto meno di un metro e
sessantacinque, eppure con una forza di volontà e un equilibrio
fisico capaci di fargli sopportare una straordinaria gamma di
maltra amenti, Maradona ha unito la tecnica e la visione di gioco di
Pelé alla versatilità di Johan Cruijff. Ma in realtà Maradona è sempre
sembrato al di là dei paragoni, sfuggendo alle categorizzazioni con
la stessa facilità con cui ignorava le richieste dei presidenti e la
disciplina degli allenatori. Ed è lì che sta il suo carisma.
I suoi connazionali si sono innamorati di lui perché proie ava a
livello internazionale la narrazione di un successo argentino.
Sembrava rimediare ai tanti fallimenti della loro storia. Maradona ha
offerto agli argentini non soltanto un’identità, ma una via di fuga.
Vedevano la purezza del suo modo di giocare, e la chiamavano
poesia.
La popolarità di Maradona nel resto del mondo, invece, ha a into
la sua forza dal modo in cui incarnava l’idea stessa del successo, e
dall’ammirazione che si era conquistato grazie al suo talento naturale
per il calcio. La sua storia è la leggendaria ascesa di un genio il cui
destino manifesto è rappresentato alla perfezione dalle prime
immagini di Diego, nel filmato del servizio in cui un Maradona poco
più che bambino dà una dimostrazione del suo eccezionale controllo
di palla su uno dei campe i polverosi della baraccopoli. Una storia
che poi si è evoluta fino a diventare il mito del talento naturale che,
per quanto determinato a vincere, riusciva ancora a dimostrare, certe
volte, di essere follemente innamorato del calcio. Nelle giornate
giuste, Maradona si dimenticava chi fosse diventato, e
semplicemente scendeva in campo e giocava a pallone.
Gli aneddoti che illustrano l’universalità di Maradona sono una
moltitudine, e di solito dicono più sui singoli Paesi che non
sull’uomo in sé. Ma ce ne sono due in particolare che vale la pena
ricordare subito. Aiutano a capire fino a che punto Maradona sia
riuscito ad a raversare i pregiudizi culturali e i confini nazionali. Il
primo ha per protagonista un gruppo di turiste argentine in visita
alle piramidi, dove alcuni egiziani avevano iniziato a infastidirle. Le
donne erano sull’orlo della disperazione dopo che le loro richieste di
essere lasciate in pace erano state ripetutamente ignorate. Poi una di
loro all’improvviso si ricordò di una cosa che suo fratello, tifoso del
Boca, le aveva de o prima di partire: Maradona una volta aveva
giocato un’amichevole da qualche parte in Medio Oriente, per
inaugurare una scuola calcio per bambini. Così la donna si ritrasse
per l’ennesima volta e gridò: «Maradona!». Nel sentire quel nome, gli
egiziani si diedero una regolata, e nel giro di un a imo smisero di
pensare al sesso e cominciarono a parlare di calcio, consentendo alle
turiste di ba ere in ritirata pochi minuti dopo senza venir più
molestate.
La seconda storia vede Maradona nella metropolitana di Londra,
in incognito, con un cappello e un cappo o lungo, il bavero alzato a
coprirgli quasi del tu o il volto. In occasione di uno dei suoi rari
viaggi in Inghilterra – ha appena tenuto una lezione all’Oxford
Union – è in ritardo, come spesso gli accade, e ha un aereo da
prendere. Il giovane studente argentino che lo ha invitato lo
convince che la metropolitana per Heathrow è più veloce del taxi.
Lui acconsente a prenderla a condizione di potersi camuffare. Teme
che qualora lo riconoscano possano fargli perdere tempo, o persino
aggredirlo. Tu o sembra andare secondo i piani finché, a qua ro
fermate dal capolinea, un passeggero lo riconosce e ne annuncia la
presenza ad alta voce. Tu i interrompono all’istante le loro
conversazioni, e si voltano a guardarlo. Nel giro di pochi secondi
l’intera carrozza si è radunata intorno a lui per chiedergli un
autografo. Sono quasi tu i inglesi. Uno gli dice che non si è certo
dimenticato della Mano di Dio, ma che si ricorda anche l’altro gol che
Maradona segnò contro l’Inghilterra, una delle reti più celebri nella
storia del calcio.
Ma il talento è solo una parte della vicenda di Maradona. Il mito
di Maradona come Dio è stato alimentato e sfru ato da interessi
economici e da idiosincrasie nazionali e regionali. Sin dagli albori
della sua carriera, Maradona è stato sia commercializzato che
politicizzato. La sua immagine polverizzò qualsiasi record di
trasferimenti e incoraggiò la diffusione delle sponsorizzazioni e dei
diri i televisivi come elementi cruciali del legame sempre più stre o
fra il calcio internazionale e il libero mercato. C’era un aspe o ciclico
nel ritorno di Maradona al Boca, in più di un senso. L’accordo sui
diri i televisivi da dieci milioni di dollari che stava dietro al suo
ritorno era stato reso possibile dallo stesso uomo d’affari che aveva
firmato uno dei primissimi accordi di sponsorizzazione per il
giocatore sul finire degli anni Se anta.
Maradona scelse di giocare in Paesi nei quali il calcio si mescola
inesorabilmente alla politica, in maniera davvero passionale, e dove
la pressione mediatica sui campioni è immensa, senza però rendersi
p p p
conto fino in fondo che così facendo avrebbe dovuto interpretare un
ruolo che andava al di là di requisiti puramente sportivi. Alcuni
degli aspe i meno edificanti delle pressioni esterne subite da
Maradona sono riconducibili a individui che sostengono di
rappresentare la professione medica, ma che hanno cinicamente
anteposto gli interessi a breve termine di Maradona come macchina
da soldi alle considerazioni circa la sua sopravvivenza a lungo
termine come essere umano.
Sia gli aspe i tragici della vita di Maradona sia la sua capacità di
essere fonte d’ispirazione affondano le radici nella povertà della sua
infanzia. Essere il primogenito maschio di una famiglia povera
significò che già in tenera età gli toccò accollarsi il fardello di dover
sfamare la sua famiglia quasi da solo tramite il calcio, senza avere il
tempo o l’istruzione per poter prendere in considerazione o
esplorare eventuali alternative. Mi ricordo che una volta ero seduto
accanto ai genitori di Maradona, Chitoro e Tota, durante la sua
stagione con la maglia del Boca, e di aver visto in prima persona la
maniera ossessiva con cui sopra u o la madre seguiva la
prestazione di suo figlio in campo.
Allo stesso tempo è difficile immaginare Maradona con una storia
diversa. La baraccopoli gli ha dato la fame di successo e un sistema
di valori alquanto tormentato basato sulla superstizione e su un
sistema di espedienti, per tirare a campare. È meno chiaro invece
fino a che punto la vita di Maradona avrebbe potuto essere diversa
se si fosse scelto altri amici, altri procuratori, o se avesse giocato in
altri Paesi. Sia la sua tribù sia alcuni dei suoi consulenti sono
responsabili quanto i medici per le crisi personali e professionali che
ha patito nel corso della sua carriera. Troppi dei personaggi che
hanno fa o parte della vita di Maradona sembrano fare confusione
tra subordinazione e lealtà, e hanno finito con l’assecondare le sue
stramberie quando invece le critiche avrebbero potuto fargli meglio.
In un contesto più ampio, le ripetute accuse di ipocrisia mosse da
Maradona a certe istituzioni calcistiche sono tu ’altro che prive di
giustificazioni. Ben più di una volta dirigenti e funzionari hanno
chiuso un occhio davanti ai dife i di Maradona quando era nel loro
interesse, per poi stangarlo una volta deciso che avesse oltrepassato
p p g p
la data di scadenza. In questo senso i dirigenti di tu i i club in cui
Maradona abbia mai giocato, gli allenatori della nazionale, la
federcalcio argentina e dulcis in fundo la FIFA , l’organo supremo del
calcio mondiale, dovrebbero assumersi altre ante responsabilità. Il
loro evidente desiderio di sfru are Maradona innanzitu o a livello
commerciale non sempre ha fa o l’interesse del calcio.
Ma sarebbe davvero troppo semplicistico dipingere Maradona
come una vi ima di circostanze fuori dal suo controllo. In verità si è
sempre portato dietro, dentro di sé, il suo peggior nemico e il suo
migliore amico. La debolezza insita nel suo cara ere ha fa o sì che
non fosse in grado di gestire le pressioni del successo e della fama.
Non sopporta di venir toccato in mezzo alla folla, eppure cade in
una profonda depressione se pensa che la folla lo stia ignorando o gli
si sia rivoltata contro. Ho visto il meglio di Maradona quando, da
solo insieme a un paio di amici, fa qualcosa di semplice, come bersi
una birra o mangiare una pizza. Ha l’aria rilassata, a proprio agio
con se stesso e con il mondo che lo circonda, è generoso e divertente.
E ho visto il peggio di Maradona quando, ancora segnato dalla
no ata precedente, o rosso di rabbia e frustrato dopo una sconfi a,
irascibile e sentenzioso, gioca a fare il re di fronte a qualche suddito
adorante o in conferenza stampa. Possiamo solo immaginare quanto
sarebbero state diverse le cose se fosse andato a giocare in Inghilterra
anziché in Spagna, come gli aveva consigliato di fare Osvaldo
Ardiles. Magari avrebbe sentito meno il bisogno di parlare di
questioni che esulavano dal calcio. Magari avrebbe potuto anche
condurre una vita più tranquilla, meno complicata. Per quanto, dalla
tossicodipendenza di Paul Merson al calcio volante a un tifoso di
Eric Cantona, il calcio inglese sia tu ’altro che avaro di sorprese e di
polemiche.
Maradona resta comunque figlio del suo Paese. Le sue opinioni
politiche sono un guazzabuglio di idee raffazzonate che non sono
mai state messe alla prova in una vera discussione. Un documentario
televisivo realizzato in Inghilterra nel 1995 tentò di dipingerlo come
un rivoluzionario radicale, ma quando Maradona tesse le lodi di
Castro lo fa perché secondo lui è l’ultimo «vero patriarca con le
palle». Le opinioni politiche di Maradona sono poco più che un
rozzo ma fervente nazionalismo, che lo rende vulnerabile alle
manipolazioni del governo argentino di turno, quale che sia il suo
livello etico.
In Argentina il conce o inglese di fair play è senz’altro meno
riconosciuto e assai meno popolare del conce o di viveza. La parola
le eralmente significa vivacità, ma è usata per indicare l’arte di
arrangiarsi, o di fregare gli altri, pur non essendo mai utilizzata in
senso negativo. L’eroe nazionale argentino è un gaucho chiamato
Martín Fierro, che passa il tempo a barare e a farla franca. Maradona
stesso ammise in un’intervista del 1994 di portarsi appresso più la
viveza delle baraccopoli di Buenos Aires che non la schie ezza
dell’Argentina di provincia.
Un altro aspe o chiave nella vita del villero, ovvero di chi abita
nelle baraccopoli, è la lealtà a una cerchia molto unita di parenti e
amici, e un certo sprezzo delle istituzioni esterne. Di conseguenza,
pur essendo un personaggio pubblico, Maradona resta
straordinariamente inaccessibile. Le sue conferenze stampa sono
sempre eventi manipolati con grande a enzione, durante i quali
offre solo mezze risposte o solo le risposte che gli va di dare. Anche
nei faccia a faccia è molto sele ivo nella scelta dei giornalisti con cui
aprire parte di se stesso, e comunque lo fa solo per brevi momenti.
Tu o questo spiega almeno in parte come mai la sua
tossicodipendenza sia durata più a lungo di quanto si pensava
all’inizio. Ha ammesso solo molto tardi che aveva fa o uso di droga
per coprire e per nascondere fino a che punto la sua vita stesse
andando in malora. Dopo essersi costantemente rifiutato di
confessare alcunché, all’inizio del 1996 concesse al se imanale
argentino di costume «Gente» un’intervista preparata con
a enzione, nella quale fornì alcuni de agli circa il suo abuso di
stupefacenti e auspicò un miglioramento delle politiche di
prevenzione rivolte ai giovani.
Per più di qua ordici anni Maradona aveva giustificato il suo
rifiuto di discutere della questione con la scusa che al pubblico
doveva importare solo del suo talento calcistico. Usava
argomentazioni simili quando si rifiutava di confermare certi altri
g q
aspe i della sua vita fuori dal campo, come il figlio che ha avuto in
Italia o i suoi conta i con la camorra. La sua posizione sarebbe stata
difendibile se Maradona non fosse stato Maradona. In altre parole,
se non avesse sconfinato di sua spontanea volontà oltre i limiti della
sua carriera di calciatore professionista per abitare un mondo che gli
richiedeva un livello di responsabilità sociale che lui non era in
grado di assumersi, anche qualora ne avesse avuto intenzione.
È qui che i dife i di Maradona come essere umano emergono con
più forza. Chi lo elogia senza riserve dà grande importanza ai suoi
a acchi espliciti contro determinati simboli del potere, come la
dirigenza della FIFA , e la sua difesa dei poveri. La realtà è che Diego
Maradona ha passato molto più tempo a far parte dell’ingranaggio
universale della FIFA per lo sfru amento del calcio che non nei
quartieri piagati dalla povertà dove erano cresciuti i suoi genitori a
Esquina e Villa Fiorito, molto più tempo a difendere il suo diri o a
fare i propri comodi che non a dare l’esempio per le prossime
generazioni di calciatori che, seguendo il suo esempio, potrebbero
lasciarsi tentare dalla droga, o abbandonare i figli che avevano
promesso di crescere, o bere un bicchiere di champagne in
compagnia di un camorrista.
Ci aspe iamo troppo da quello che è il più commercializzato tra
gli sport, il calcio, e i calciatori si aspe ano troppo da loro stessi:
forse questi sono sintomi della commercializzazione stessa dello
sport. Questo libro di certo non sarebbe mai stato scri o se così non
fosse. Magari anni fa Maradona sarebbe passato alla storia come
l’ennesimo calciatore ossessionato da se stesso e non particolarmente
intelligente ma che nonostante tu o era il miglior giocatore nella
storia del calcio. Ma è diventato un mito nella propria epoca,
trascinando con sé milioni di persone, e deve farsi carico di questa
responsabilità.
Su una parte di Maradona non si può discutere: i momenti di
magia che ha regalato al calcio e il modo in cui, in certi momenti
della sua carriera, siano stati soffocati da arbitri mediocri, dalla
mancanza di professionalità dei suoi avversari e dalla pessima
gestione di funzionari che avrebbero dovuto essere più giudiziosi.
Eppure il dife o più tragico di Maradona sta in quanto lui stesso
abbia perpetuato, con le sue dichiarazioni e la sua condo a, il mito
della propria condizione quasi divina, senza però assumersi
pienamente la responsabilità delle sue mancanze. Troppo spesso
Maradona ha sperperato il proprio talento, negando non solo ai
tifosi ma a se stesso l’opportunità di godersi il suo calcio, puro e
semplice, con Dio davvero dalla sua parte.
2
È nato un bambino

Fu una stella, che brillava nell’emisfero australe e si rifle eva sulle


fredde piastrelle del pavimento dell’ospedale come una perla, ad
annunciare a Doña Dalma Salvadora Franco Maradona la nascita di
suo figlio Diego. Era il 30 o obre 1960, una domenica: il giorno della
messa e del calcio.
Le circostanze esa e della nascita, nel sobborgo popolare di
Avellaneda, a Buenos Aires, in un ospedale intitolato a Evita Perón,
restano avvolte nella leggenda. Tu avia una versione, né confermata
né smentita da Doña Dalma stessa, narra che il suo primogenito
maschio venne al mondo scalciando, non troppo tempo dopo le
prime contrazioni che erano cominciate sulla pista da ballo. Doña
Dalma, o Tota, come la chiamano di solito, fece partire un urlo che
sarebbe stato ripreso molti anni dopo dai telecronisti di tu o il
mondo. «GOOOOOOOOOL !» gridò, prima che il medico le mostrasse il
piccolo Diego ancora coperto di sangue e le dicesse:
«Congratulazioni, signora, è un maschie o sano, ed è tu o culo».
Così questo piccolo macho cominciò subito ad acquisire una sorta di
aura divina.

Quando nasci povero, un gioca olo, qualsiasi gioca olo, è qualcosa


di magico. Nella baracca dove Diego Maradona trascorse l’infanzia,
non c’erano né orse i di peluche né giochi ele ronici, però c’era un
pallone di cuoio. L’aveva regalato a Diego zio Cirilo, per il suo terzo
compleanno, poco dopo che aveva imparato a camminare, e per lui
era più prezioso di un diamante. «C’è tanta gente che ha paura ad
amme ere che viene dalla baraccopoli, ma io no» dirà poi in
un’intervista, «perché se non fossi nato nella baraccopoli non sarei
Maradona. Ero libero di giocare come i bambini di ci à oggi non lo
sono più. C’era spazio… per giocare come ci piaceva.» Poi aggiunse:
«Quel primo pallone è il regalo più bello della mia vita… il giorno
che me l’hanno dato ho dormito tu a la no e abbracciato al
pallone».
Durante il giorno lo prendeva a calci sul piazzale sterrato intorno
alla casa di Villa Fiorito, un sobborgo di Buenos Aires costituito in
gran parte da baraccopoli. Fu lì, mentre la palla rimbalzava
goffamente fra polvere e sassi, che il giovane Diego Maradona
imparò i primi numeri, trasformando gradualmente il suo gioca olo
anarchico in una fonte di ispirazione e di talento.
Zio Cirilo si sarebbe rivelato in vari modi una presenza
importante nella vita di Diego. Quando avrà avuto due anni, e
viveva in quella baracca senza acqua corrente né luce ele rica, Diego
una sera si perse nel cortile, al buio, e cadde nel pozzo nero. Dopo
avergli gridato: «Dieguito, tieni la testa fuori dalla merda» fu proprio
zio Cirilo a salvarlo, estraendolo dalle feci della famiglia per poi
passarlo a Tota così che potesse lavare via gli escrementi e consolare
il bimbo, in lacrime e so o shock. Tre decenni più tardi, quando
Diego Maradona, ormai preda della depressione e dell’insicurezza,
cercava di dare un senso alla sua tormentata esistenza,
quell’esperienza divenne il simbolo di tu e le sue emozioni e dei
suoi comportamenti. Immersa nel ricordo di quell’incidente così
traumatico c’era l’impressione di un’infanzia finita troppo presto,
oltre alla rassicurante dimostrazione che per quanto in basso si possa
cadere, ci si può sempre rialzare.

La sopravvivenza di fronte alle avversità ha segnato la famiglia


Maradona ben prima che fosse nata la sua stella. Sia da parte di
padre che da parte di madre, l’albero genealogico di Maradona è
oscurato da radici illegi ime, e persino il cognome resta un mistero.
Si riesce a risalire con un minimo di certezza soltanto di due
generazioni, fino all’alquanto primitiva ci adina di Esquina, nella
provincia nord-orientale di Corrientes, vicino al confine con
Paraguay, Uruguay e Brasile. Fu lì che il padre di Maradona, Diego,
e sua madre Tota nacquero e vissero fino ai primi anni della loro vita
q p
adulta, per poi trasferirsi verso sud, a Buenos Aires. Le famiglie di
Diego senior e Tota vivevano a neanche duecento metri di distanza
sulle rive del fiume Corrientes, in un villaggio che era cambiato ben
poco dai giorni che avevano preceduto la conquista spagnola
dell’America, quando la provincia subtropicale di Corrientes era
popolata dalla tribù indigena dei Guaraní.
Diego senior era di stirpe indigena, e fu cresciuto, come la sua
futura moglie, in un’affollata capanna sulla riva del fiume, fa a di
argilla e letame, e coperta di canne. Era una comunità pre-industriale
di cacciatori e pescatori, che a ventesimo secolo inoltrato era ancora
alle prese con la sofferenza e la miseria. L’esistenza di Diego
Maradona era poco meglio di quella di uno schiavo: lavorava come
facchino per una compagnia di trasporti del luogo, caricando fru a,
riso e legname su piccole chia e dire e verso sud, al porto di Buenos
Aires. Era un lavoro duro, che dava ben poche soddisfazioni. «Il
patrón, il capo, ti pagava quanto voleva e quando voleva, e di solito
era quasi niente» ricorda “Cacho” Galvaliz, che lavorava insieme al
padre di Maradona.
Con le sue spalle larghe e le gambe forti e tozze, Maradona senior
si guadagnò il rispe o dei colleghi, che lo consideravano una
persona semplice e un gran lavoratore, con uno spiccato senso della
solidarietà e la capacità di affrontare le avversità. Fu
soprannominato Chitoro, una via di mezzo tra “amico” e “toro”,
poco dopo essersi ripreso da un infortunio sul lavoro in cui si ruppe
tre costole caricando una cassa di cotone. Quando non c’era lavoro,
Chitoro andava a caccia di cervi, armadilli e serpenti tra le
piantagioni e le colline della zona, oppure prendeva una canoa di
legno e andava a pescare utilizzando le stesse trappole usate dai
Guaraní per millenni. Ma era un altro passatempo, che a Esquina
veniva coltivato religiosamente ogni domenica, a tenere occupato
Chitoro nei suoi sudati momenti di svago: il calcio.
Molti anni dopo, il rapporto fra il nome Maradona e il mondo del
calcio inglese sarebbe stato segnato dalle polemiche. Ma il calcio di
Don Chitoro a Esquina si giocava in circostanze meno confli uali, e
in fondo il calcio sudamericano deve le proprie origini ai marinai
inglesi che a raccavano nei porti di Montevideo, Santos, Rio de
g p
Janeiro e Buenos Aires nella seconda metà del diciannovesimo
secolo, e che prendevano a calci un pallone nel tempo libero mentre i
portuali caricavano e scaricavano le navi. Allo stesso modo, a
Esquina, Chitoro e i suoi amici traevano piacere da un gioco che non
costava nulla e che, nelle giornate buone, poteva regalarti il
divertimento di una grande festa. La domenica, verso mezzogiorno,
Chitoro e suo fratello Cirilo si trovavano quasi sempre con altri
parenti e amici per una grigliata a base di pesce o manzo salato, torte
fa e in casa e litri di vino. Poi i due fratelli, mezzi ubriachi, se ne
andavano a giocare la partita pomeridiana con la squadre a locale.
Juan Soto, un altro amico d’infanzia di Chitoro, li ricorda così:
«Bevevano tu i e due parecchio la domenica, prima di giocare.
Chitoro, anche quand’era ubriaco, non aveva nessun problema a
entrare subito in partita. Non era uno di quelli che aveva bisogno di
scaldarsi prima. Una volta in campo, non è che giocasse granché
bene, ma lavorava sodo. Giocava ala destra nel vecchio due-tre-
cinque. Mi ricordo un solo suo gol memorabile. Calciò la palla dalla
linea di metà campo, e una folata di vento la spinse in modo tale che
prese alla sprovvista il portiere, fuori dai pali, gli passò a giro sopra
la testa e si infilò in porta».
Fra gli abitanti di Esquina, però, è lo zio di Diego Maradona,
Cirilo, e non suo padre Chitoro, che viene ricordato per le sue doti di
calciatore, oltre che per il suo coraggio. C’è ancora una vecchia foto
sbiadita della squadra del San Martín che vinse il campionato di
Esquina del 1952. Terzo da sinistra, un Cirilo poco più che ventenne.
È più piccolo, e di parecchio, rispe o al resto della fila, e ha una
postura alquanto sprezzante, con la barba incolta e un berre o
appoggiato precariamente sulla testa. L’immagine non rende
giustizia al contributo vitale di Cirilo al successo della squadra. Si
guadagnò il soprannome di “Tapón”, Tappo, per la sua capacità di
bloccare persino le conclusioni più insidiose grazie a una
combinazione di riflessi e tenacia. Dopo ogni partita, Tapón si
sollevava la maglia per mostrare il torace coperto dai lividi e dai
tagli che si era procurato con le sue numerose parate.
Così una generazione di Maradona si conquistava con orgoglio le
proprie ferite di guerra sui campi da gioco, mentre le donne
p p g p g
aspe avano a casa, sempre affaccendate. La dedizione di Tota alla
casa e alla famiglia e la sua devozione religiosa semplice – fondata
sull’acqua benede a e sulle preghiere ai santi e alla Vergine Maria –
le aveva ereditate dalla madre, Salvatora Cariolochi, discendente di
immigrati poverissimi provenienti dal Sud Italia, che aveva dato alla
luce la figlia illegi ima all’età di diciasse e anni. Tota fu riconosciuta
ufficialmente dal padre, Atanancio Franco, solo a dicio ’anni, e
sembra che lei stessa avesse deciso di convivere more uxorio con
Chitoro, senza preoccuparsi di una costosa cerimonia nuziale fino a
che già non aveva messo al mondo tre bambine, le prime di ben o o
figli che avrebbe avuto a Esquina.
Nel 1950, a ventun anni, Tota lasciò per la prima volta Esquina e
Chitoro, partendo alla volta di Buenos Aires. Era l’epoca delle
migrazioni interne dalle province alla capitale, incoraggiate negli
anni del dopoguerra dal regime del generale Juan Perón e dalla sua
amante Evita, poi diventata la sua seconda moglie. Perón era un
ammiratore del socialismo nazionale di Mussolini e Hitler, e della
maniera in cui si poteva sfru are lo sport per sopprimere il dissenso
politico e alimentare invece il conce o di unità nazionale. Era anche
uno strenuo sostenitore della promozione del calcio fra le masse, e si
proclamava con orgoglio il «primo sportivo» della nazione, oltre a
diro are ingenti fondi pubblici per sostenere diversi club sia a livello
nazionale che a livello locale. Uno dei veicoli principali per tali
operazioni fu la Fondazione Eva Perón, sulla quale Evita esercitava
un forte potere. Inizialmente finanziata con due giornate di paga
so ra e dallo stipendio annuale di tu i i lavoratori del Paese, la
fondazione in seguito prese l’abitudine di rimpinguare le proprie
casse drenando i bilanci di altri ministeri e acce ando i contributi
«volontari» di privati e imprese.
Essendo calciatori dile anti, e per giunta di umili origini, sia
Chitoro che Tapón furono facilmente sedo i dalla promessa di Perón
di una Nuova Argentina basata sulla redistribuzione del reddito a
favore delle classi operaie. La loro squadra beneficiò dei
finanziamenti che la fondazione mise a disposizione dei campionati
giovanili ai qua ro angoli del Paese. E adesso potevano sognare un
lavoro pagato meglio, e più sicuro, nelle imprese di Stato che Perón
p g g p p
stava concentrando a Buenos Aires. La capitale argentina, almeno
questa era la promessa, non era più dominio esclusivo di proprietari
terrieri, inglesi, e giocatori di polo, bensì un luogo che offriva
opportunità ai descamisados, gli scamiciati, i cui cori «Perón, Perón»
avevano consegnato il potere al leader populista, allora colonnello
dell’esercito, il 17 o obre 1945.
Tu avia, sulle prime, l’idea di trasferirsi a Buenos Aires sembrò a
Chitoro meno alle ante di quanto non fosse sembrata a Tota. Per
Chitoro, il mondo industrializzato delle fabbriche e dei trasporti
urbani era un altro pianeta rispe o alla rustica esistenza sulle rive
del fiume che aveva condo o in gioventù come i suoi padri indigeni
prima di lui. Tota, invece, sentiva che c’era ben poco che la legasse a
Esquina. I suoi antenati italiani erano venuti in Argentina in cerca di
una vita migliore, e ancora non l’avevano trovata. Adesso l’esempio
stesso di Eva Perón la incoraggiava a voltare pagina. Anche Evita era
una figlia illegi ima di estrazione provinciale, eppure era riuscita a
trasformare l’intera Buenos Aires nel suo scintillante premio.
A Buenos Aires Tota non fece fortuna, bensì fatica, ma era pur
sempre una fatica pagata meglio della sua vita da casalinga a
Esquina. Venne assunta come serva nella casa di un famiglia ricca e
riceveva il salario minimo garantito da Perón per lavare i vestiti degli
altri e dar da mangiare ai loro figli. Due anni dopo tornò a Esquina,
dove le prospe ive di suo marito erano ancora peggiori di quando
era partita. Ironia della sorte, il fa o che il suo datore di lavoro fosse
antiperonista fece sì che Chitoro fosse lasciato a casa per motivi
politici. Il “boss” veniva continuamente multato e tormentato dalle
autorità locali. La cosa non fece che acuire le difficoltà in cui
l’impresa già versava a causa del declino dei trasporti commerciali
lungo il fiume. Tota era convinta che per la sopravvivenza della
famiglia sarebbe stato bene che si fossero trasferiti tu i a Buenos
Aires. Tornò nella capitale insieme alla madre e alla figlia più
piccola. Chitoro le seguì qualche se imana dopo con il resto della
famiglia, dopo aver venduto a malincuore la barca con cui andava a
pescare.
Si fece il viaggio verso sud su un ba ello a vapore, lasciandosi
pian piano alle spalle la natura che amava e rispe ava – un delta che
p p p p
pullulava di re ili e uccelli, con le sponde adorne di salici, eucalipti e
fiori galleggianti. Quando il ba ello raggiunse il porto di Buenos
Aires, gli occhi e le orecchie faticavano a dare un senso a tu o quel
cemento e a tu o quel rumore. La sua insicurezza di fondo si acuì
poco dopo che ebbe raggiunto la moglie. Tota abitava con alcuni
parenti che non le facevano pagare l’affi o. Ma il modesto comfort
della vita in una delle poche case legalmente registrate al catasto di
tu a Villa Fiorito durò poco, giacché ben presto i parenti ereditarono
una casa in un’altra zona di Buenos Aires e chiesero ai Maradona di
trovarsi un’altra sistemazione.
La famiglia andò quindi a vivere in una baracca abusiva che
Chitoro costruì con lamiere di recupero, ma oni sfusi e cartone.
L’intera baracca era grande pressappoco come l’ingresso della casa
in cui aveva lavorato Tota. Aveva tre stanze che sembravano degli
scatoloni, separate da porte fa e con dei sacchi di iuta che
garantivano ben poca privacy. Era un alloggio angusto, senza
fronzoli, dove i membri della famiglia non potevano certo avere
segreti, e dove i ruoli di madre e padre, donna e uomo, erano ben
definiti agli occhi di un bambino piccolo e facilmente
suggestionabile.
Quando i Maradona si trasferirono a Villa Fiorito, Perón era già
stato rovesciato da un golpe militare, ed Evita, piagata da un cancro
all’utero, era morta. Gli oppositori del regime di Perón non persero
tempo a mostrare al mondo la montagna di gioielli e i più di trecento
abiti sfarzosi che Evita aveva indossato durante il suo breve periodo
da vicepresidentessa. Perón venne liquidato come un di atore
nazista. Ma il mito peronista non morì. Per decenni, le classi operaie
e proletarie avrebbero continuato a venerare il peronismo come la
do rina della speranza, della giustizia e della liberazione. Il grido di
«Perón, Perón, Perón» e gli inni alla sua virilità continuavano a
riecheggiare sulle gradinate degli stadi. Evita sarebbe rimasta una
santa nella coscienza popolare, la sua morte idealizzata fino a
diventare una sorta di martirio mistico. Furono costruiti altari in suo
onore, e la gente si mise a pregare spesso Santa Eva; milioni di
argentini continuarono a sognarla, convinti che sarebbe tornata.
Evita aveva dichiarato che «ogni donna peronista, nel cuore della
g p
propria casa, sarà la sentinella dell’austerità, evitando gli sprechi,
limitando i consumi, e incrementando la produzione». Così le
casalinghe argentine, per quanto povere, divennero le «padrone del
destino nazionale». Grazie a Evita, poi, la passività della donna
andava virtualmente a completarsi nel suo doppio ruolo di moglie e
di madre. La chiave per realizzarsi stava nell’abnegazione e nel
sacrificio, e nel so ome ersi al volere del marito.
Quando nacque Diego Armando Maradona, il suo destino fu
segnato dalle circostanze. Dopo la nascita delle sue tre sorelle
maggiori, Diego venne al mondo con tu o il peso della
responsabilità che si addossa al primogenito maschio nei paesi latini
e nel Terzo Mondo. Il suo a eggiamento nei confronti della vita fu
influenzato anche dal contesto sociopolitico in cui la sua famiglia si
era inserita. È significativo che per tu a la sua vita Diego Maradona
abbia tenuto nella propria stanza una fotografia in particolare,
venerandola come una reliquia: ritrae un Maradona adulto fianco a
fianco con il generale Perón. L’ex presidente e il calciatore non si
incontrarono mai – quando morì Perón, Maradona aveva solo
qua ordici anni, ma quel fotomontaggio dimostra quanto Maradona
lo consideri un esempio.
Diego passò gran parte della sua prima infanzia in presenza delle
sorelle e di due donne determinate che la pensavano alla stessa
maniera: sua nonna Salvadora e sua madre Tota, che lo adorava. Gli
insegnarono a pregare la Madonna e determinati santi, e ovviamente
a farsi il segno della croce, instillando in lui anche l’idea della
responsabilità che il destino gli aveva conferito in quanto
primogenito maschio.
Mentre le donne insegnavano a Diego come stare al mondo,
Chitoro trovò lavoro in un luogo dove la sua forza e il suo innato
stoicismo – era un uomo che parlava poco e si lamentava di rado – di
certo lo aiutarono a sopravvivere: la fabbrica di farina d’ossa poco
distante. Ogni ma ina alle sei usciva di casa mentre la sua famiglia
dormiva ancora e percorreva il sentiero polveroso che dalle baracche
conduceva al canale inquinato chiamato Riachuelo. Il Riachuelo
aveva il colore del petrolio denso, e la sua acqua stagnante era
punteggiata di bolle marroncine. Puzzava. Altro che pesci, da quelle
p gg p q
parti c’era solo l’accumulo di rifiuti tossici provenienti dalle concerie
e dalle fabbriche di cellulosa, e la carne putrida delle vacche e dei
morti ammazzati. Una volta, quando Perón era salito al potere,
migliaia di scamiciati avevano a raversato il Riachuelo. Ma da allora
era tornato a fungere da confine ufficioso fra i ricchi e i poveri di
Buenos Aires.
Ogni ma ina, quando arrivava in fabbrica, Chitoro non aveva
occasione di dubitare da che parte del confine si trovasse lui.
All’epoca l’Argentina era ancora uno dei maggiori esportatori di
carne bovina al mondo, e l’industria della carne dava lavoro come
poche altre. Macinare ossa, come conciare pelli, era uno dei lavori
meno pagati e meno salutari in quel se ore. Le precauzioni in fa o
di igiene e sicurezza venivano tenute al minimo indispensabile per la
forza lavoro non specializzata e poco istruita. Le condizioni erano
spaventose, come racconta Máximo Arumayo, un tagliatore di canna
da zucchero boliviano emigrato a Villa Fiorito poco dopo che i
Maradona erano arrivati da Corrientes. Arumayo costruì una
baracca di fronte a quella dei Maradona. Ogni ma ina vedeva
Chitoro che andava in fabbrica, e poi lo vedeva tornare a casa,
esausto, dopo un turno di dieci ore. «Si faceva fatica, tanta fatica, in
quella fabbrica» ricorda Arumayo. «E l’igiene era pessima.
Ufficialmente quelle che macinavano erano ossa di bovino, ma ne
compravano di tu i i tipi. Non importava se erano ossa di un
animale malato, o morto da un bel po’, o se erano ossa umane.
Poggiavano tu o sul nastro trasportatore, e via. Il rumore era
terribile, e la polvere anche. La maggioranza degli operai ha avuto
problemi ai polmoni e poi è stata costre a ad andare in pensione in
anticipo. Ma Chitoro l’ha salvato suo figlio.»
3
Al tempio

Diego Maradona sulle prime provò a guadagnarsi da vivere come


tanti altri ragazzini della baraccopoli; giocava al ga o e al topo con i
controllori del treno oppure scroccava un passaggio su un camion
fino a una delle stazioni ferroviarie più affollate della ci à. Lì
provava a tirare su qualche peso aprendo le portiere dei taxi, o
vendendo qualsiasi ferro vecchio racca ato per strada. Una delle sue
imprese più redditizie consisteva nel recuperare la stagnola dei
pacche i di sigare e usati e poi rivenderla. La realtà della vita
quotidiana per chi viveva a Villa Fiorito sembrava lontanissima dalle
promesse di Perón ed Evita, per quanto entrambi continuassero a
essere venerati dai Maradona, tanto da morti quanto da vivi. Lo
Stato ormai non si prendeva più cura dei poveri. Per sopravvivere
toccava campare di espedienti. Per essere qualcosa di più, colmare il
divario fra la mera esistenza e una qualche forma di dignità, le
famiglie come i Maradona non avevano molte opzioni. Potevi fare il
criminale, naturalmente, diventare una specie di moderno Dodger il
Malandrino e unirti a una delle bande che de avano legge in luoghi
come Villa Fiorito. La baraccopoli in cui era nato Maradona aveva
fama di essere uno dei sobborghi più pericolosi di Buenos Aires: un
buen retiro per sicari, ladruncoli e magnaccia.
Che Diego Maradona non sia immediatamente scivolato nella
criminalità come tantissimi degli altri ragazzini del luogo lo si deve
in larga parte ai suoi genitori. Chitoro e Tota, sin da quando si erano
messi insieme a Esquina, si erano fa i la reputazione di gente onesta
e di gran lavoratori. Uno dei dogmi non scri i della famiglia
Maradona era che magari puoi evitare di pagare le tasse, ma non
puoi certo derubare il tuo vicino. Tu avia, elemento ancor più
cruciale, furono Chitoro e Tota a capire che la chiave del loro futuro
p
stava nel pallone che Tapón aveva regalato a suo nipote, e nel talento
naturale che aveva loro figlio di trasformarlo in qualcosa di magico.
L’impressione è che l’avessero intuito quando Maradona era ancora
molto piccolo. Da lì in poi due fa ori fecero sì che quel talento innato
fosse sfru ato fino in fondo: l’ossessione dei genitori di lasciarlo
giocare e sviluppare il proprio calcio, e la determinazione con cui
Diego stesso inseguì il successo. C’è una foto di Maradona da
piccolo, avrà qua ro anni al massimo. È in piedi con il pallone in
mano nel cortile davanti casa. È circondato da una recinzione di fil di
ferro, tu a storta e piegata a causa dei colpi presi da quei pali
improvvisati. Perché il bimbo calciava forte, e con determinazione,
ogni volta che il piede sinistro si stancava di danzare sul pallone.

Fu un autotrasportatore part-time con un discreto orecchio per le


chiacchiere di quartiere a offrire a Diego Maradona la prima vera
opportunità della sua vita. José Tro a stava accompagnando a casa
un cliente quando quello gli disse che c’era un bambino, a Villa
Fiorito, che quando si tra ava di giocare a pallone sembrava avere
qualcosa di veramente speciale. Il cliente di Tro a, un uomo di nome
Carrizo, era un vicino di casa di Chitoro, e suo figlio Goyo giocava
spesso col piccolo Maradona. Chitoro, poco dopo essere arrivato a
Buenos Aires, aveva fondato una sua squadra, chiamata Estrella Roja
(Stella Rossa), ma quando gli presentarono Tro a si dimostrò aperto
a qualsiasi offerta relativa al futuro di suo figlio. Il suo stipendio
bastava a malapena a coprire le spese essenziali della sua famiglia
sempre più numerosa. In presenza di Tro a, Goyo e il padre
raccontarono meraviglie sul conto di Dieguito, e Chitoro non li
contraddisse. Anzi, acconsentì di buon grado quando Tro a gli
chiese se potesse presentare il giovane Diego a Francisco Cornejo,
allenatore delle Cebollitas (le cipolline), che erano le giovanili
dell’Argentinos Juniors, un club di prima divisione. Goyo fu
fondamentale in quell’occasione, giacché lui stesso era da poco stato
scoperto da Cornejo, e voleva che il suo amico Diego, di un anno più
piccolo, si unisse a lui per il primo passo di una carriera da
calciatore.
Cornejo ricorda ancora il primo giorno in cui Goyo Carrizo provò
a convincerlo a prendere Maradona: «Allenavo le Cebollitas da
qualche anno ed ero contento dei giocatori che avevo. Non è che
fossi particolarmente fissato col cercare nuovi talenti. Goyo venne da
me e mi disse che conosceva questo ragazzino a Villa Fiorito che
giocava meglio di lui. All’inizio pensai, capirai. Nel mondo in cui
vivevo io la gente veniva da me tu i a giorni a dirmi che conosceva
un ragazzino che era un fenomeno. Ma poi pensai, che cos’ho da
perdere? Così dissi a Goyo di portarmelo, e lui lo portò. È così che
cominciò tu o».
In un umido pomeriggio d’estate nel dicembre del 1968, Tro a
andò a prendere Diego Maradona, che aveva o o anni, e dalla
polvere di Villa Fiorito lo accompagnò fino al quartiere meno
squallido di La Paternal, dove incontrò per la prima volta Francisco
Cornejo. «Appena arrivato andò subito ad allenarsi con gli altri.
Sembrava provenisse da un altro pianeta. Sin dall’inizio sembrava
che riuscisse a fare quello che voleva col pallone. Dribblava meglio
degli altri, e controllava la palla allo stesso modo sia quando si
fermava sia quando si girava. Teneva la palla sulla testa o sul sinistro
per una vita.»
Diego Maradona era più piccolo degli altri giocatori, aveva una
stru ura fisica strana, incongrua, la testa troppo grande. «Era tozzo,
un po’ strano, sembrava un nano» fu la prima impressione di Tro a.
Per quanto riguarda Cornejo, in tu i i suoi anni nel calcio non aveva
mai visto un bambino così piccolo dimostrare doti simili. Ma anche
lui non era convinto del fisico di Maradona. Pensava che il bambino
fosse davvero un nano, che fosse più grande di quel che dicesse, e
che stesse mentendo a proposito della sua età per distinguersi fra
calciatori meno esperti. Prima di proseguire, pretese di vedere la
carta d’identità di Maradona. Il documento confermò che in effe i
aveva o o anni, come aveva de o suo padre a Tro a. Così, fra le
primissime polemiche, Diego trovò la sua prima squadra di calcio.
Fu un passo che avrebbe posto fine in maniera brusca alla sua
infanzia, proie andolo verso la fama e prome endogli il genere di
soldi che la maggior parte della gente non guadagna in tu a una
vita.
La prima partita che Diego giocò nelle Cebollitas segnò l’inizio di
uno stravolgimento graduale ma irreversibile nelle priorità della
famiglia Maradona. Il calcio, quel gioco innocente con cui passare il
tempo nei piazzali desolati di Villa Fiorito, divenne un’ossessione
per una famiglia decisa a sfuggire alla povertà alla quale sembrava
fosse stata condannata. Ben presto prese forma una routine
quotidiana: Chitoro, con la benedizione di Tota, usciva dalla
fabbrica, passava da casa a prendere il figlio prima che finisse i
compiti, e lo portava dri o da Cornejo al campo di allenamento. Per
un po’ i Maradona cede ero a Cornejo le redini del futuro di loro
figlio, consentendogli di diventare il mentore di Diego e di fa o il
suo tutore. Cornejo non fece nessuna fatica a farli acconsentire
affinché loro figlio andasse a farsi visitare da «Cacho» Paladino, un
medico di dubbia reputazione che si era specializzato nel dopare i
pugili con un misto di farmaci e vitamine; era anche alle dipendenze
dell’Huracán, altra squadra della prima divisione argentina.
Della visita dal medico, dove a Diego venne prescri o un ciclo di
pillole e iniezioni, Cornejo disse: «Diego era talmente piccolo
quando l’ho preso in squadra che non sembrava abbastanza forte
fisicamente. Volevo che Paladino me lo irrobustisse, che lo facesse
ingrassare un po’ e gli facesse prendere qualche centimetro in più.
Ho chiesto al medico di dargli delle vitamine e un po’ di altre cose
per favorire lo sviluppo. Cacho, gli ho de o, me imelo a posto.
Questo ragazzo qui diventerà un campione».
Paladino era un uomo corpulento, con un approccio brusco e
dire o che gli era valso l’apprezzamento di diversi giocatori e
allenatori nel mondo del calcio argentino. All’epoca non esisteva una
formazione specifica per la medicina sportiva, e le autorità
calcistiche e pugilistiche del Paese dovevano ancora assumere un
ruolo di vigilanza efficace sui metodi e sulle rice e utilizzati dai
medici con gli atleti infortunati o in ritardo nello sviluppo. Quando
lo intervistai, Paladino ammise che agli albori della medicina
sportiva si andava per tentativi ed errori, e che per quanto lui avesse
una laurea in medicina, molte delle sue pratiche le aveva imparate
d’istinto, nello spogliatoio. Come esempio di come il suo istinto
solitamente avesse ragione, ricordò con orgoglio una conversazione,
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al solito animata, che aveva avuto con Cornejo poco dopo aver fa o
le prime iniezioni a Maradona. Cornejo aveva descri o in termini
entusiastici il talento calcistico del ragazzino, per poi chiedere
consiglio a Paladino riguardo il futuro. «Ascolta bene quello che ti
dico» disse Paladino. «Non darlo a nessuno, tienitelo tu, e quando è
più grande vendilo e tieniti metà dei soldi. Meglio che fai così,
perché altrimenti ci rime i.»
Paladino non aveva ancora visto giocare Maradona, e in occasione
della prima visita lo trovò un po’ troppo smilzo, non
necessariamente in ritardo nello sviluppo, per la sua età, ma un po’
troppo leggero per diventare uno sportivo di livello e raggiungere
quello a cui aspiravano lui, il suo mentore, e la sua famiglia: la
gloria. Quando andai a trovare Paladino nel suo studio nell’o obre
del 1995, il do ore dichiarò, senza esitazione: «Quando abbiamo
finito, [Maradona] sembrava un puledro da corsa».

Le prime immagini di Diego Maradona mai ca urate su pellicola


risalgono a poco tempo dopo quella prima visita con Paladino. Senza
un a imo di esitazione il giovane calciatore dichiara alla telecamera
le due grandi ambizioni della sua vita: aiutare la sua squadra a
vincere il campionato e aiutare l’Argentina a vincere il Mondiale.
Maradona parla la lingua grezza della baraccopoli. Ha la pelle scura,
e i capelli che gli ricadono in boccoli disordinati sul volto. Il
ragazzino emana un’energia naturale.
Il filmato è arrivato fino a noi e ci ricorda dell’innocenza di quel
talento indomabile, ma la sua stessa esistenza costituisce anche uno
dei primi esempi della commercializzazione di Maradona. Il giovane
Diego, infa i, era già stato scoperto da un produ ore televisivo
argentino con il pallino dei bambini prodigio. A Maradona venne
chiesto di me ere in mostra le proprie abilità durante un popolare
programma di intra enimento del sabato. Una se imana gli diedero
un pallone, la se imana dopo un’arancia, quella dopo ancora una
bo iglie a, e gli dissero di mostrare ai telespe atori cosa riuscisse a
fare con quei tre ogge i. Con la destrezza di un cane ammaestrato,
Maradona mise all’opera il piede sinistro riuscendo a palleggiare con
tu i quegli ogge i per lunghi periodi, facendoli ruotare in aria di
q g gg p g p
tanto in tanto. La domenica invece ripeteva i suoi numeri,
esclusivamente col pallone, durante l’intervallo delle partite della
prima squadra, l’Argentinos Juniors. Maradona sembrava
perfe amente a suo agio davanti alle telecamere, e il pubblico se ne
innamorò a prima vista.
Certe volte capitava che l’intero stadio si entusiasmasse più
nell’intervallo che per le azioni viste in partita. Una di quelle volte fu
in occasione di un match fra l’Argentinos Juniors e i rivali del Boca
nel luglio del 1970, quando Maradona aveva dieci anni. La partita
iniziò in maniera tu ’altro che esaltante, con poca brillantezza da
ambo le parti, e il lavoro di squadra rido o a una perenne mischia
disordinata. Alla fine del primo tempo scese in campo il piccolo
Maradona, chiaramente deciso a dare il massimo nei pochi minuti
che aveva a disposizione. Imitando alla perfezione i giocatori più
grandi, si riscaldò correndo col pallone, tenendolo sempre vicino al
piede, zigzagando di qua e di là, passandoselo con delicatezza dal
sinistro al destro e poi di nuovo sul sinistro. Si fermò, e poi con
effe o a rientrare si portò la palla sulla testa, dove la tenne
inclinando appena il collo in maniera quasi imperce ibile. Lasciò
cadere il pallone, e poi lo tenne sul piede sinistro prima di rialzarselo
a giro e stopparlo di pe o. Ripeteva ogni numero almeno una decina
di volte, lanciandosi di tanto in tanto in uno sca o per sfoggiare la
sua straordinaria accelerazione. Poi arrivò il momento in cui i
giocatori riemersero dagli spogliatoi e l’arbitro fece segno al
ragazzino di calciare via il pallone e uscire dal campo. Ma prima che
avesse tempo di fischiare, la folla nello stadio proruppe
spontaneamente in un canto. «Fatelo restare, fatelo restare»
ripetevano i tifosi, con un entusiasmo solitamente riservato ai match
di boxe che valevano un titolo. E il giovane Maradona restò, anche se
fuori dal campo, vicino alla panchina, a pensare per la prima volta a
quanto potesse essere esigente quel grido tribale che si levava dagli
spalti.

Anni dopo, l’immagine del talento divino fa osi mago del pallone
finì per prevalere nelle innumerevoli storie su Maradona pubblicate
dai giornali, specie in Argentina. Eppure Maradona stesso,
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crescendo, non dimenticò mai l’umiliazione sociale dell’essere nato
nella baraccopoli. Quelle radici plasmarono la sua visione del mondo
e influenzarono la sua fame di affermarsi in quel mondo nel quale la
gente come lui aveva praticamente tu o contro. Da bambino scoprì
che i suoi genitori – un misto fra indigeni e poveri immigrati italiani
– appartenevano a quel se ore della società che le classi più abbienti
chiamavano con disprezzo cabecitas negras, testoline nere, o
semplicemente indios: gente senza terra, so opagata, servile e senza
radici; migranti e vagabondi. Di tu i i Paesi del Sud America,
l’Argentina è quello che ha avuto più successo nel campo della
pulizia etnica: i neri sterminati dalla febbre gialla; gli indios scacciati
dalle loro terre ancestrali a suon di conquiste e guerre civili. Agli
occhi dell’establishment, essere veramente argentini significava
essere bianchi e di origini puramente europee, meglio ancora se
nordeuropee, con una grossa tenuta nella pampa e una casa
altre anto sontuosa a Buenos Aires.
In Argentina, sin dalla fine del diciannovesimo secolo, le élite
cercarono di controllare lo sport così come avevano controllato la
politica e la cultura, con la comunità angloargentina in particolare ad
assicurarsi che il calcio restasse un gioco fondamentalmente
britannico. Solo gradualmente, con quel processo che andò
accelerando so o Perón, il calcio cominciò ad a rarre anche le
masse, mentre il polo manteneva tu o il suo snobismo e la sua
esclusività. La crescita del calcio come sport vero e proprio in
Argentina rifle é i cambiamenti nella stru ura sociale del Paese, con
l’immigrazione a rimpolpare le fila della classe operaia e di quella
medio-bassa, e le cabecitas negras che convergevano su Buenos Aires
chiedendo di poter partecipare alla vita della nazione. Tra la fine
degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Se anta restavano ormai ben
pochi inglesi sia in campo che sulle gradinate. Gli stadi erano
calderoni in cui ribolliva l’esuberanza delle masse, la valvola di sfogo
delle loro frustrazioni represse e delle loro aspirazioni. I ragazzini
emergevano dalla polvere, e su quei campi ben curati si
trasformavano in eroi.
Francisco Cornejo ricorda uno scambio di ba ute con Tota, agli
albori della carriera del figlio, che la dice lunga. «Questo ragazzo
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sarà la salvezza di noi tu i, Doña Tota» disse Cornejo alla madre del
bambino. «Voglia Iddio» rispose lei.
Cornejo era figlio di un immigrato spagnolo, e il suo destino era
stato quello di nascere qua rocento anni troppo tardi. Era un uomo
con grandi sogni ma di umili condizioni, che magari avrebbe fa o
fortuna se fosse arrivato in Argentina come conquistador nel
sedicesimo secolo. Invece per quasi tu a la vita fece le pulizie in una
banca, prima lavando i gabine i e poi, dopo essere stato promosso,
pulendo le scrivanie e i pavimenti dell’ufficio del presidente dopo
ogni riunione. In sostanza passò la vita a guardare gli altri che si
arricchivano, mentre a lui toccava accontentarsi delle briciole.
Cornejo adorava il calcio, e sarebbe anche potuto riuscire a trovare
una squadra. Ma da ragazzo si fece male a una gamba giocando,
l’operazione a cui dove e so oporsi andò male e lo lasciò zoppo a
vita. Questo non gli impedì di offrire i propri servigi a titolo
completamente gratuito come allenatore delle Cebollitas, la squadra
giovanile dell’Argentinos Juniors. Lavorava alla banca dalle sei del
ma ino alle due del pomeriggio e poi andava dri o al campo di
allenamento.
Quando gli portarono per la prima volta Diego Maradona,
Cornejo era un uomo di mezza età, faceva ancora le pulizie in banca
e riceveva dall’Argentinos un contributo simbolico. Ma si era
convinto ormai da tempo che se avesse voluto un futuro diverso,
avrebbe dovuto prendere i suoi sogni infranti e dedicarli ad altri
molto più giovani di lui. In Diego Maradona riscoprì tu a l’energia e
la speranza della sua infanzia perduta. E l’impressione è che
Maradona, dal canto suo, fu colpito e ispirato da quell’uomo che
aveva in sé sia la dedizione e la disciplina di Chitoro, sia l’amore per
il calcio di zio Tapón. A causa del suo lavoro, Chitoro fu un padre
relativamente assente, che usciva dalla fabbrica di farina d’ossa solo
per trascinare il figlio fino al campo da calcio. Per quanto in presenza
degli estranei restasse spesso in silenzio, Chitoro aveva un cara ere
irascibile, e sapeva senz’altro far sentire la propria presenza in casa,
facendo ricorso anche alla violenza fisica qualora l’istinto ribelle del
figlio lo rendesse necessario. Tota era ugualmente determinata ma in
maniera più dire a, troppo prote iva e al tempo stesso troppo
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dominante nei confronti di Diego. Era stata plasmata
psicologicamente dalle sue radici contadine italiane, e interpretava il
ruolo di matriarca che una società essenzialmente maschilista le
aveva imposto.
Chitoro e Tota vedevano Cornejo non solo come un tutore e un
amico di loro figlio, ma, cosa ancora più importante, come la persona
che sembrava più entusiasta all’idea di coltivare il talento naturale
del ragazzino e di prepararlo alla grandezza. Ogni pomeriggio i
Maradona, portandosi appresso la famiglia sempre più numerosa,
percorrevano la strada che conduceva al campo di allenamento delle
Cebollitas. Si fidavano di Cornejo, perlomeno fino a un certo punto,
ed erano ben felici di acce are la sua ospitalità. Fu Cornejo a
comprare a Maradona il primo paio di scarpini decenti, ed era
sempre lui che, insieme al suo autista Tro a, organizzava pranzi e
cene per il ragazzino, gli amici e i parenti. In un tale andirivieni, i
Maradona strinsero amicizia con Cornejo e Tro a, per quanto fosse
un’amicizia destinata a logorarsi una volta che divenne chiaro che la
famiglia voleva mantenere il controllo totale del figlio che vedeva
come la propria salvezza. Cornejo e Tro a, in mezzo ai parenti,
fecero del loro meglio per tenersi ben stre o il prodigio.
«All’inizio i genitori di Maradona mi tra avano benissimo, come
fossi stato il suo zio preferito» ricorda Cornejo. «Certo è che non mi
invitarono mai a cena. Ma comunque a casa di Diego ci andavo lo
stesso. Volevo tenerlo d’occhio, assicurarmi che non scappasse.»
Tu o considerato, sembra che Cornejo si sia dimostrato un primo
allenatore molto efficace con Maradona, stimolando il suo talento e
ispirandolo a fare grandi cose, in quanto fin dal principio si convinse
di aver trovato la stella che aveva sempre cercato. «All’inizio di ogni
stagione facevo due tabelle da uno a dieci. Una tabella per le
capacità tecniche, un’altra per l’impegno. Diego prendeva sempre
due dieci. Perché crede che abbia dedicato la vita a quel ragazzino?»
disse Cornejo.
Le sue grandi aspe ative, a quanto pare, si rivelarono giustificate
già nel giro di pochi mesi, una volta che Maradona cominciò a
giocare nelle Cebollitas. Il paragrafo seguente, pubblicato sul
quotidiano argentino «Clarín» il 28 se embre 1971, è il primo
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articolo di giornale a far riferimento a Maradona, nonostante il
cognome sia scri o Caradona a causa di un errore tipografico.

È mancino, ma sa come usare il destro. Diego Caradona, dieci anni, si è


guadagnato un caloroso applauso durante l’intervallo della partita fra
Argentinos Juniors e Independiente, dando davvero spe acolo con la sua rara
abilità di controllare il pallone e dribblare. Aveva la casacca troppo grande, e
non si capisce come faccia a vederci, con quella frangia sugli occhi. Sembra
scappato da un luogo desolato. Ma sa calciare, e alzarsi il pallone di sinistro o di
destro con la stessa facilità. Si muove come un calciatore nato. Non sembra
appartenere al nostro tempo, e invece eccolo qui; ha un amore tu o argentino
per il pallone, e grazie a lui il nostro calcio continuerà a nutrirsi di grandi
talenti.

Cornejo descrisse Maradona come «fantastico nel dribbling, con


un tocco di palla impareggiabile» e gli piaceva ricordare una partita
in particolare, quando Diego aveva dodici anni, durante il Torneo
Evita, che a distanza di anni ancora lo faceva commuovere. Le
Cebollitas giocavano contro una squadra chiamata Azul y Blanco nel
vecchio stadio del San Lorenzo a Buenos Aires. «Diego recuperò il
pallone vincendo un contrasto a centrocampo, poi partì palla al
piede, scartando due avversari, fino al limite dell’area. Il portiere lo
sfidò. Lui fece un passo di lato e si spinse in avanti la palla sulla
sinistra, poi le andò dietro, la controllò col sinistro, e girandosi la
infilò nella porta sguarnita. Mi ricordo che persino i tifosi che fino a
quel momento tifavano Azul y Blanco si misero tu i ad applaudire.»
Nonostante tu e le sue incursioni nel clan Maradona, però,
sembra che la sfera d’influenza di Cornejo si limitasse in larga parte
al terreno di gioco. Che fosse in allenamento o in partita, Cornejo
aveva un a eggiamento tosto e severo in fa o di disciplina, e si
aspe ava che i suoi giocatori obbedissero agli ordini. Con il senno di
poi, il suo successo nell’allenare Maradona fu dovuto non tanto alle
sue abilità di insegnante quanto al fa o che il suo pupillo era acerbo
e innocente, pieno dell’entusiasmo tipico dei giovanissimi. «Ero
molto dire o» ricorda Cornejo. «Mi aspe avo che tu i facessero il
proprio dovere. Se dicevo l’allenamento comincia alle nove,
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l’allenamento cominciava alle nove. Chiunque provasse a fare il
furbo ne pagava le conseguenze. Con Diego non ho mai avuto
problemi. Era innamorato del calcio, e all’epoca mi sembrava che
proprio per quello non mancasse mai. Che venisse in bus, in treno, o
sul pianale di un camion, non arrivò mai in ritardo a un allenamento
o a una partita.»
Eppure alcune delle cara eristiche più idiosincratiche, quella
miscela di autoindulgenza, narcisismo e spirito ribelle che avrebbe
marcato altre fasi della vita di Maradona, avevano già iniziato a
emergere in quel periodo senza che nessuno vi ponesse un freno, a
causa della famiglia, della società e di un nemico interiore ben più
difficile da identificare. Adrián Domenech fu uno dei primi
compagni di Maradona e diventò poi uno dei suoi migliori amici. Lo
presero nelle giovanili dell’Argentinos Juniors un anno dopo Diego,
sebbene fosse un anno più grande. «Quando entrai in scena io, tu i
parlavano già di Diego, dicevano che aveva qualcosa di speciale, che
era diverso dagli altri. Ben presto capii perché. Vederlo giocare
significava partecipare a qualcosa di stupefacente. Aveva un talento
enorme, nonostante fosse piccolo e mingherlino per la sua età.
Sembrava non fosse alto abbastanza per colpire il pallone di testa,
ma di sicuro sapeva correre palla al piede, e sapeva come calciare
una volta arrivato in fondo.»
Domenech fu testimone di uno dei primi esempi di come il talento
e le prospe ive di Maradona lo separassero dai comuni mortali, e di
come dirigenti e giocatori fossero complici in quel meccanismo.
Secondo le regole della Federcalcio argentina, Maradona non
avrebbe potuto giocare in squadra con Domenech, perché era ancora
troppo giovane. In sostanza, però, Cornejo e gli altri giocatori si
inventarono un modo per fargli giocare qualche partita, me endolo
saltuariamente in distinta so o falso nome e spacciandolo per un
tale Montanya. Ricorda Domenech: «Una volta giocavamo contro le
giovanili del Boca al campo di allenamento di Candela, e in quella
partita Diego aveva firmato la distinta col nome finto e l’arbitro non
aveva de o niente. Il primo tempo se ne rimase seduto in panchina.
A metà partita eravamo so o 3-0, così decidemmo di farlo entrare.
Lui segnò una triple a e ci fece pareggiare. Nella foga della partita,
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esaltandosi a vedere che stava girando dalla nostra parte, uno dei
nostri si dimenticò della storia di Montanya e gli gridò: “Vai Diego!”
A fine partita, l’allenatore del Boca andò da Cornejo e gli disse: “Se
questo qui è Montanya, io sono un cinese. M’hai messo dentro
Maradona”. Cornejo restò impassibile e non disse nulla, so o lo
sguardo dell’allenatore avversario che lo fissava. Poi l’altro sorrise e
diede a Cornejo una pacca amichevole sulle spalle. “Non ti
preoccupare, stavolta te la faccio passare. Quel ragazzino è
meraviglioso. Non faccio nemmeno reclamo. Come fai a lamentarti
quando hai appena visto uno giocare a calcio in quella maniera?”».

La prima esperienza internazionale di Maradona risale al 1971,


quando aveva undici anni, in occasione di un campionato giovanile
in Uruguay. Diego, però, trovò quell’esperienza umiliante. Laddove
gran parte dei compagni di squadra, di estrazione più benestante, fu
ospitata in case spaziose da famiglie della classe media, lui fu
spedito in una baracca senza acqua corrente di proprietà di un nero
disoccupato. Due anni dopo, invece, la trasferta in Cile con le
giovanili dell’Argentina si rivelò ben più appagante. Ospite del
governo militare del generale Pinochet, appena salito al potere,
Maradona si unì ai compagni nell’albergo a cinque stelle Carrera, a
Santiago, dove tre mesi prima i giornalisti occidentali erano stati
testimoni del colpo di Stato.
Dalla finestra della piccola suite in cui alloggiava Maradona, si
vedeva tu a la piazza principale di Santiago, fino al palazzo
presidenziale dove aveva vissuto Salvador Allende, il presidente
democraticamente ele o. Il palazzo era stato bombardato
dall’aviazione durante il golpe ed era ancora parzialmente in
macerie, ma, a quanto pare, il giovane Maradona e il resto della
squadra non fecero caso alla repressione degli oppositori politici in
corso in quel periodo. Maradona era un adolescente entusiasta, non
vedeva l’ora di giocare la prima amichevole allo stadio nazionale di
Santiago, ed era pronto a godersi al massimo quella vacanza premio.
La prima ma ina al Carrera, Maradona si rifiutò di scendere a far
colazione al ristorante, e insiste e invece affinché un cameriere gli
portasse la colazione a le o. Poi, poche ore dopo, segnò qua ro gol
per la sua squadra.
Intanto, a Villa Fiorito, Maradona aveva ben poche comodità e
ben poche soddisfazioni. Persino mentre già stava diventando un
grande calciatore, non riusciva a sfuggire alla quotidianità della vita
nella baraccopoli. Le autorità consideravano gli abitanti di Villa
Fiorito talmente pericolosi che si rifiutavano di costruire una
stazione di polizia permanente in quella zona, temendo che sarebbe
stata ogge o di assalti continui. La polizia preferiva invece entrare e
uscire dal quartiere a bordo di un furgoncino blindato Leyland.
Maradona sarà stato più prote o dai genitori rispe o a gran parte
dei suoi coetanei, ma ci sono elementi a sufficienza per dimostrare
che comunque non fu del tu o immune dalle manifestazioni più
brutali della privazione sociale e della frustrazione. Anni dopo,
rifle endo sulla sua infanzia, parlò della differenza che c’era fra il
mondo brusco di Villa Fiorito e Corrientes, la terra dei suoi avi.
Laddove nel primo «uno doveva vivere di espedienti e di istinto… e
succedevano cose bru e», a Corrientes Maradona trovò sempre
conforto nella natura, negli spazi aperti e nel senso di onestà e di
ordine che sembrava permeare quella comunità.
Una delle «cose bru e» che successero fu un incidente risalente ai
primi anni Se anta, in cui alcuni amici di Maradona circondarono,
rapirono, e aggredirono sessualmente una diciasse enne. La vi ima,
originaria del Nord dell’Argentina ed emigrata verso sud in cerca di
lavoro, all’inizio pensò di sporgere denuncia, ma poi decise di
lasciare Villa Fiorito e sparì dalla circolazione. Non è chiaro se fu
vi ima di intimidazioni o se qualcuno le pagò un risarcimento, ma
quell’incidente rimase per anni un segreto ben custodito.
Qualsiasi cosa abbia pensato Maradona di quella faccenda, di
sicuro non influenzò il suo crescente successo come calciatore.
Grazie sopra u o a lui, le Cebollitas divennero una delle squadre
giovanili più forti d’Argentina, e la loro stella indiscussa, il numero
10, a irava sempre più prepotentemente l’a enzione.
Ancora prima di quella vicenda, all’età di dodici anni, il giovane
Maradona fu conta ato per la prima volta da un club di prima
divisione, il River Plate campione d’Argentina. Cornejo rifiutò
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immediatamente l’offerta, con il sostegno dei genitori di Diego e dei
dirigenti dell’Argentinos Juniors, secondo i quali l’investimento
migliore consisteva nel tenersi Maradona il più a lungo possibile e
venderlo soltanto una volta che la sua valutazione si fosse
impennata. Erano certi che il puledro plasmato dal buon do or
Paladino sarebbe presto diventato un cavallo da corsa capace di
vincere qualsiasi premio, ma per il momento volevano tenerselo
stre o.
La loro fiducia in Maradona si rivelò ben riposta. Osvaldo Dalla
Buona, amico d’infanzia e suo compagno nelle Cebollitas, riassume
così l’entusiasmo colle ivo che ben presto cominciò a pervadere la
squadra in presenza del suo astro nascente: «Per gli altri ragazzi fu
una fortuna che il River non fosse riuscito a soffiarci Diego. Così
avemmo l’opportunità di assistere alla nascita e alla crescita di uno
dei migliori giocatori nella storia del calcio, di vedere da vicino le
cose straordinarie che era in grado di fare: davanti a lui, dieci
avversari sembravano dei birilli; grazie a lui si segnavano gol
impossibili, riusciva a fare dei passaggi incredibili. Eppure,
nonostante tu o il suo talento, restava un gran giocatore di squadra,
sapeva come incoraggiare e sostenere i compagni. Già all’epoca si
vedeva che sarebbe diventato un campione, specialmente per la sua
capacità di non lasciare mai passare una partita senza aver fa o
percepire la sua evidente superiorità a tu i, sia dentro che fuori dal
campo».
Ciononostante, il giovane Maradona già cominciava a dar segni
della tendenza al melodramma e della sregolatezza che avrebbero
segnato le fasi successive della sua carriera. Per prima cosa era molto
più bravo a vincere che perdere. Una volta, quando le Cebollitas
persero una partita dopo una lunga striscia di vi orie, si bu ò per
terra in mezzo al campo e scoppiò a piangere. Sembrava la reazione
tipica di un ragazzino viziato, abituato da troppo tempo ad averla
sempre vinta. Ma grazie agli scri i di una sua apologeta, la
romanziera argentina Alicia Dujovne Ortiz, quell’episodio finì
addiri ura per alimentare la leggenda. Secondo Ortiz, il giovane
Maradona, sconvolto da quella sconfi a, fu avvicinato da un signore
che lo consolò dicendogli: «Sme ila di piangere, ragazzo mio. Un
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giorno sarai il miglior numero 10 al mondo». Maradona si zi ì
all’istante, e poi l’anonimo testimone sparì, come fosse stato un
angelo custode. In altri casi era più difficile trovare un lato positivo,
come quando Maradona perse la pazienza con un arbitro e fu
immediatamente espulso.
Nel 1973, le Cebollitas persero in finale nel campionato giovanile,
tenutosi nella ci à di Cordoba, nel Nord del Paese. L’anno
successivo vinsero il campionato. E nel giro di pochi mesi, i dirigenti
dell’Argentinos Juniors avevano pronto il primo contra o di
Maradona, che lo promuoveva in prima squadra. Nonostante il
nome, il club non era mai stato del tu o a proprio agio con le origini
inglesi del calcio argentino. Era stato fondato nel 1904, in un periodo
durante il quale la crescente popolarità dello sport fra gli operai
portò alla nascita di una moltitudine di squadre locali e molti di
quegli operai, lavorando in se ori come quello della carne, vedevano
gli inglesi come colonialisti arroganti con una propensione per il
capitalismo e lo sfru amento, fintanto che non fossero occupati a
bere il tè. Il mo o del club, alla fondazione, era «Libertari Uniti».
Considerato troppo politico dalla neonata federcalcio argentina, il
mo o fu ben presto modificato e sostituito col più esoterico «Martiri
di Chicago», un riferimento a un gruppo di operai anarchici uccisi a
colpi di pistola negli Stati Uniti.
Nei primi anni Se anta i dirigenti del club si concentrarono su
Maradona e a quanto pare prestarono ben poca a enzione al resto
dei giocatori. Ricorda Se imio Aloisio, all’epoca vicepresidente del
club: «L’unico giocatore che ci sembrava stesse dimostrando di avere
classe era Maradona. Tu e le nostre speranze erano concentrate su
quel ragazzino che sembrava diventare più forte ogni partita che
giocava. Non ci preoccupavamo del fa o che gli altri giocatori della
squadra rischiassero di sprecare il loro talento per mancanza di
incoraggiamento».
In occasione del suo quindicesimo compleanno, Diego Maradona
riceve e un dono che dimostrava, sia a livello simbolico sia
economico, che il club aveva deciso di riservargli un tra amento
speciale: le chiavi del suo primo appartamento, grande abbastanza
da farci stare tu a la famiglia. Poche se imane prima José Tro a,
g p
colui che aveva scoperto Maradona, aveva fa o visita a Cornejo per
proporgli di redigere un contra o vincolante che desse ufficialmente
ai due il controllo su Maradona. L’idea arrivò fino a una bozza
dell’avvocato, poi Cornejo decise di lasciar perdere, temendo che
potesse me ere a repentaglio quello che, almeno così gli piaceva
pensare, era il rapporto speciale di fiducia reciproca che aveva
sviluppato col ragazzo.
Sia Cornejo che Tro a avrebbero rimpianto quella decisione.
Perché una volta che i dirigenti del club, con il beneplacito dei
genitori del giocatore, decisero di massimizzare i profi i
commerciali generati da Maradona, i suoi primi due mentori
divennero più superflui di un biglie o già timbrato. Cornejo non
dimenticherà mai il giorno in cui l’allenatore del club, Juan Carlos
Montes, venne a dirgli che Maradona serviva alla prima squadra.
Aveva sperato di tenerselo almeno un altro anno. Eppure, come chi
si ritrova travolto dalla passione di una storia d’amore, sembra che
non avesse pensato poi più di tanto al futuro. Cornejo disse a Montes
che il ragazzo non era disponibile, e decise di appellarsi dire amente
al presidente del club, Prospero Consoli. Fu un incontro teso, nel
quale Cornejo, con le lacrime agli occhi, supplicò, per il bene del
ragazzo e per il suo futuro, di farlo restare ancora un po’ nelle
giovanili, scontrandosi però con la durezza di Consoli.
«Avevo dedicato la vita a quel ragazzo, l’avevo allenato negli anni
della sua formazione, lo conoscevo meglio di chiunque altro, e mi
ritrovai lì a supplicare… ma Consoli non voleva saperne. Mi disse:
“Il presidente del club sono io, e tu fai quello che ti dico io”. E fu così
che ingaggiarono Diego Maradona.»
4
I primi amori

L’appartamento messo gratuitamente a disposizione dall’Argentinos


Juniors segnò un punto chiave nella vita dell’astro nascente: la
brusca fine dell’adolescenza e l’ingresso forzato nell’età adulta. Da
quel momento in poi il coccolatissimo primogenito maschio divenne
la principale fonte di reddito della famiglia, la quale, dal canto suo,
cominciò a vedere Diego come il principale punto di riferimento
della propria esistenza. Un anno dopo essersi trasferito
nell’appartamento di Villa del Parque, un quartiere popolare ma
relativamente agiato, distante anni luce dagli orrori di Villa Fiorito,
Chitoro aveva ormai lasciato il proprio lavoro alla fabbrica di farina
d’ossa e si dedicava praticamente a tempo pieno a gestire gli affari
del figlio. Sembrava tu avia che quel cambio di circostanze non
avesse avuto alcun effe o sulla sua personalità. Continuava a fare gli
stessi orari che faceva in fabbrica, un po’ per abitudine, un po’ per
senso di disciplina. Fu ben lieto dell’invito a trasferirsi nel nuovo
appartamento, non tanto perché questo inaugurasse un periodo di
benessere economico, quanto piu osto perché pensava che avrebbe
rinsaldato la famiglia, e in particolare perché così sarebbe stato più
vicino al figlio. Restava però fondamentalmente stoico, e nei
momenti più bui lo prendeva sempre la voglia di tornare appena
possibile alla natia Corrientes, così da poter riassaporare la vita in
mezzo alla natura.
Per quel che riguarda Tota, la nuova situazione acuì la sua
possessività. Sviluppò la tendenza a non fidarsi di nessuno al di
fuori di una ristre issima cerchia di parenti e amici, parlava
raramente con gli estranei e quando lo faceva me eva bene in chiaro
che la sua prima preoccupazione era di non perdere ciò che si era
conquistata.
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Sembra che Tota abbia acconsentito al rapporto fra Diego e la sua
prima fidanzata solo dopo essersi assicurata che la ragazza non
costituisse una minaccia al suo potere di matriarca sull’intera
famiglia Maradona né all’interdipendenza emotiva che si era venuta
a creare fra i genitori e il primogenito maschio. Claudia Villafañe era
la ragazza della porta accanto, passiva, disposta ad aspe are il
giorno in cui il ragazzo dei suoi sogni avrebbe acce ato di sposarla.
Fece la conoscenza dei Maradona quando un giorno, per puro caso,
incontrò Tota al supermercato. Tota era alla cassa, e non aveva
abbastanza soldi per pagare la spesa. Claudia era pochi passi più
indietro. La ragazza, timida, di bassa statura e di aspe o comune, le
offrì qualche spicciolo. Tota acce ò l’offerta e, dopo essersi segnata
nome e indirizzo, promise alla ragazza che avrebbe ripagato il debito
il giorno stesso. E così fece, mandando suo figlio Diego a fare la
conoscenza dei nuovi vicini, i Villafañe.
L’appartamento in cui si erano trasferiti i Maradona si trovava nel
classico tipo di condominio ormai sempre più di frequente occupato
da famiglie della classe operaia. Le camere da le o, la cucina e il
bagno si affacciavano su un corridoio centrale. E i nuovi arrivati e gli
inquilini di vecchia data, da qualunque luogo venissero, parevano
destinati a dar vita a una grande comunità. Nel caso dei Villafañe e
dei Maradona, sembra che il legame sulle prime sia stato
incoraggiato dal padre di Claudia.
Coco Villafañe era proprietario di un piccolo bar e arrotondava
facendo il tassista. Pur provenendo da una classe sociale
leggermente più agiata rispe o ai Maradona, pare che abbia
scommesso il suo futuro su quello che, quasi subito, aveva percepito
come l’inevitabile successo del ragazzo di sua figlia. Poco dopo che
Claudia e Diego si erano conosciuti, Coco decise di incoraggiare tra i
due un legame più stre o. Diego faceva visita regolarmente ai
Villafañe, cosa che provocò qualche ba ibecco con Tota quando
questa scoprì che i due piccioncini erano stati lasciati soli
nell’appartamento di Claudia, con il beneplacito di Coco. Non fu
esa amente un corteggiamento da fiaba. Il conce o di fedeltà
maschile non faceva parte della cultura argentina, e Diego, per
quanto fosse eccezionale in campo, non era molto diverso dalla
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maggioranza dei suoi amici quando si tra ava di rapportarsi con
l’altro sesso. Trasferitosi nel nuovo appartamento cominciò a godersi
le luci scintillanti della ci à una volta finito di giocare a pallone.
Come ricordò anni dopo un suo amico dell’epoca: «A volte uscivamo
in gruppo, a volte a coppie, Diego e Claudia, io e la mia ragazza. Ma
c’erano occasioni in cui mollavamo le ragazze e uscivamo da soli e
andavamo a ballare in una delle discoteche del centro. Ballavamo,
rimorchiavamo una ragazza qualsiasi e poi io e Diego ce ne
andavamo insieme, oppure uno dei due si fermava con la ragazza.
Dipendeva da chi aveva più successo». Quando erano insieme alle
rispe ive fidanzate, Maradona e i suoi amici amavano uscire a
mangiare pesce e zampe di rana. Ma quando erano da soli, le
destinazioni preferite erano i locali più libertini nel sofisticato
distre o a luci rosse di La Recoleta, a pochi metri dal cimitero in cui
sono sepolti i grandi della nazione.
A de a di tu i fu una delle rare fasi dell’esistenza di Maradona in
cui la sua vita professionale e quella privata seguirono ciascuna il
proprio corso senza avere ripercussioni negative l’una sull’altra.
Erano tempi di dedizione in campo e di brama giovanile per la vita
fuori dal campo, il tu o (o quasi) con la benedizione di parenti,
amici, dirigenti e allenatori.
Non è chiaro esa amente il momento in cui fu deciso che studiare
avrebbe rischiato di intralciare la carriera calcistica di Maradona
quanto una paternità imprevista. Ma Maradona stesso ha ammesso
che sin da piccolo lo studio era sempre venuto dopo gli allenamenti,
e non sembra che i genitori avessero altre priorità, anzi, Chitoro e
Tota hanno passato gran parte della propria vita ad alimentare
l’ambizione del figlio di diventare un grande giocatore. Era il loro
obie ivo tanto quanto il suo. José Tro a, l’autotrasportatore e aiuto
allenatore delle Cebollitas, ricorda che dai qua ordici anni in poi
Maradona cominciò a saltare le lezioni sempre più spesso. A un
certo punto Tro a si sentì talmente in colpa per l’effe o negativo che
gli allenamenti suoi e di Cornejo sembravano avere sulla carriera
scolastica di Maradona, che andò personalmente a parlare col
preside.
«Conoscevo il preside perché una volta giocava in una squadra
della zona, e amava il calcio quanto me» ricorda Tro a. «Gli dissi:
“Guarda, mi dispiace davvero che Diego sia sempre assente, ma devi
vedere come gioca a pallone”. Lo invitai a venire a vederlo giocare il
sabato successivo e gli promisi che avrebbe visto qualcosa di
speciale. Be’, lui venne. E noi vincemmo 4-0, con triple a di Diego.
In uno dei suoi gol dribblò diversi avversari, compreso il portiere, ed
entrò in porta col pallone. Alla fine della partita il preside venne a
dirmi che non aveva mai visto niente del genere. Il giovedì dopo,
Diego passò tu i gli esami, e il preside mi diede tre libri per lui, così
che potesse stare al passo con gli studi senza disturbarsi di andare a
scuola. Diego non li aprì nemmeno.»

Fra gli amici più stre i dell’adolescenza di Maradona, uno su tu i


avrebbe finito per avere un ruolo fondamentale nel suo successo
come calciatore: Jorge Cyterszpiler. Quando Maradona cominciò a
giocare nelle Cebollitas, ancora non conosceva il ragazzino che era
destinato a diventare il suo primo agente-procuratore. Cyterszpiler
aveva due anni in più di Maradona e viveva in un altro quartiere,
più benestante, a un isolato e mezzo di distanza dallo stadio
dell’Argentinos Juniors. Figlio di ebrei polacchi rifugiati,
Cyterszpiler era grasso e zoppicava vistosamente, avendo contra o
la polio in tenera età. Da piccolo era diventato la masco e ufficiale
dell’Argentinos Juniors. Aveva l’abitudine di mollare le stampelle e
di piazzarsi dietro la porta, in equilibrio precario, mentre il suo ben
più atletico fratello Juan Eduardo, di dieci anni più grande di lui,
correva su e giù per il campo. Quando Jorge aveva dodici anni, il
ventiduenne Juan Eduardo si prese accidentalmente un calcio nei
testicoli da un avversario, così forte che ebbe un’emorragia che finì
per ucciderlo. Jorge rimase sconvolto per un lungo periodo, smise di
frequentare lo stadio e si chiuse in casa con le veneziane abbassate.
Amici e parenti tentarono a più riprese di aiutarlo a risollevarsi e a
uscire dalla depressione, ma ogni sforzo fu vano, finché un giorno,
sei mesi dopo la morte di Eduardo, un amico di Jorge gli disse che
nelle Cebollitas giocava un ragazzino che faceva magie col pallone.
Jorge era abbastanza incuriosito da voler verificare di persona.
g p
E quando Jorge Cyterszpiler vide per la prima volta il giovane
Maradona, ne rimase immediatamente stregato. I suoi sca i in
velocità, il suo controllo di palla e tu i i tocchi inaspe ati che tirava
fuori per farsi strada fino alla porta avversaria ridiedero a
Cyterszpiler l’entusiasmo e la gioia che aveva provato guardando
giocare suo fratello. Il suo amore per la vita fu acceso di nuovo da
questo folle o indemoniato di Villa Fiorito che rubava la scena a
giocatori molto più grandi e più esperti di lui con i suoi giochi di
prestigio durante l’intervallo e con i suoi numeri da circo davanti
alle telecamere. Di lì a poco, Cyterszpiler cominciò a invitare
Maradona a casa sua, dove gli offriva da mangiare e gli faceva
conoscere altri lussi appannaggio del ceto medio, come l’acqua
corrente e gli arnesi di cucina, cose mai viste nella primitiva baracca
di Villa Fiorito. Maradona fu colpito anche dalla gentilezza
apparentemente istintiva di Cyterszpiler nei suoi confronti, che
sembrava trascendere la sua disabilità. Per il ragazzino della
baraccopoli, vedere come fossero riusciti a sistemarsi in Argentina
questi rifugiati ebrei, e come il loro figlio stesse riuscendo a vivere
una vita piena, era una rassicurante dimostrazione della possibilità
di superare persino le circostanze più avverse.
Oltre alle sue doti organizzative, Cyterszpiler portò nella cerchia
di Maradona anche un po’ di qua rini. Invitava Maradona al
cinema, oppure pagava il conto quando andavano a mangiare una
pizza. Quando Maradona giocava, Jorge gli portava una la ina di
Coca-Cola e dei bisco i. Altre volte sfru ava i suoi conta i in
famiglia e si procurava dei biglie i per l’arena del Luna Park della
capitale, dove andavano a godersi lo spe acolo dei pazienti del
do or Paladino che se le suonavano sul ring. Erano tempi in cui ci si
divertiva con poco, giacché il cinema e il cibo erano abbordabili, e i
biglie i per i match di boxe si trovavano a buon mercato dato che il
padre di Jorge conosceva l’impresario. Maradona e Cyterszpiler
condividevano con molti dei loro connazionali l’amore per il cinema,
sopra u o per le pellicole realizzate negli Stati Uniti e in Europa,
luoghi dove i sogni potevano diventare realtà, e così i punti di
riferimento per il loro futuro insieme si fissarono con facilità. Film
come La febbre del sabato sera con John Travolta o La stangata con Paul
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Newman e Robert Redford, che Maradona e Cyterszpiler videro
insieme, trovavano terreno fertile nel subconscio di qualsiasi
argentino pronto a cogliere le proprie occasioni.
Quando Maradona rinunciò all’istruzione superiore per
concentrarsi sul calcio, Cyterszpiler era ancora decisamente preso
dagli studi, e investiva nella le ura e nella scri ura il tempo che, non
fosse stato per il suo handicap, avrebbe probabilmente dedicato al
calcio come aveva fa o suo fratello. Quando Maradona riuscì a farsi
ingaggiare dall’Argentinos Juniors, Cyterszpiler fu preso alla
prestigiosa Università di Buenos Aires dove si iscrisse a Economia e
Commercio. Ma anziché allontanarli, le diverse strade che i due
amici stavano prendendo li portarono a formulare insieme un
proge o commerciale che avrebbe cambiato la storia del calcio.
Perché nel 1976 ormai Maradona e la sua famiglia avevano
cominciato ad accorgersi che il mondo intorno a loro stava
cambiando. Cominciavano a girare soldi sui quali sentivano di avere
ben poco controllo, e i leali scudi di gente come Cornejo venivano
messi da parte, sostituiti da uomini più scaltri e ambiziosi, con un
senso degli affari ben più raffinato. In Cyterszpiler, i Maradona
videro un amico di loro figlio, che a quanto sembrava aveva il fiuto
per gli affari.
Cyterszpiler, dal canto suo, si rendeva conto dei cambiamenti che
stavano influenzando la famiglia Maradona. Il crescente fermento fra
gli adde i ai lavori, i primi timidi segnali dell’adulazione popolare e
dell’interesse mediatico, le chiavi del nuovo appartamento, erano
tu i segni che Diego sarebbe diventato una stella. Quando andava
ancora a scuola, Cyterszpiler aveva lavorato part-time per
l’amministrazione dell’Argentinos Juniors, dove aveva avuto
l’opportunità di vedere dall’interno come si gestiva un club e come si
gestivano i rapporti del club con il mondo esterno. Da quel momento
in poi cominciò a sognare di guadagnarsi da vivere con il calcio,
un’ambizione che secondo lui poteva realizzarsi tramite il suo amico
Diego. Verso la fine del 1976, Maradona e Cyterszpiler fecero visita
alla redazione del quotidiano «Clarín» per un’intervista di cui si fece
un gran parlare. Maradona descrisse Cyterszpiler come un amico, e
so olineò in ogni maniera possibile che non era il suo agente e che
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non lo rappresentava in alcun modo. In verità l’intervista fu
un’operazione di disinformazione sapientemente orchestrata, che sia
Maradona sia Cyterszpiler ritenevano necessaria per stroncare sul
nascere qualsiasi reazione negativa potesse minacciare il loro
rapporto. Diverse se imane prima, Maradona aveva chiesto
formalmente al suo amico di occuparsi delle sue finanze, e
Cyterszpiler aveva acce ato.
Ricorda Cyterszpiler: «I primi tempi fu difficile avviare l’impresa.
Nel calcio argentino non c’era la concezione del procuratore,
nonostante in altri Paesi fosse una professione riconosciuta. Io e
Diego sapevamo bene che c’erano persone a cui l’idea non piaceva, e
che temevano che volessimo fregarli».
E di sicuro c’erano amici e conoscenti di Maradona che non si
fidavano delle intenzioni di Cyterszpiler: un sospe o basato in parte
sull’invidia nei confronti di una persona che, a quanto pareva,
capiva meglio di loro come girava il mondo, e in parte sulla paura
che il loro idolo e benefa ore si stesse allontanando dalla tribù
informale di cui aveva fa o parte sin dai tempi di Villa Fiorito, e che
questo potesse portarlo a limitare l’entità dei favori economici che
derivavano dal suo successo. Come dice uno dei detra ori di
Cyterszpiler, nonché amico d’infanzia di Maradona: «Cyterszpiler
aveva adocchiato la grande occasione fin dall’inizio. La sua
ambizione era quella di trovare il miglior calciatore sul quale far
soldi, e quando vide Diego pensò di averlo trovato».
A chi lo accusava di opportunismo a proposito del suo ruolo,
Cyterszpiler diceva di preferire la parola «vocazione»,
proclamandosi orgoglioso di essere stato il primo procuratore
d’Argentina e di aver contribuito con le sue capacità e le sue
competenze alla carriera di Maradona. Non aveva nessuna qualifica
formale, ma studiava con a enzione ritagli e articoli di giornale su
procuratori come Mark McCormack, che ha guadagnato milioni
gestendo gli interessi di personalità sportive del calibro di Jack
Nicklaus. Affabile di natura e appassionato di lingue, Cyterszpiler
cercava in ogni modo di imparare da altri procuratori e da varie
personalità del mondo dello sport, e mise insieme un folto dossier di
informazioni al fine di servire nel migliore dei modi il suo cliente
g
oltre che se stesso. Per migliorare le proprie doti di contabile, prese
con sé dei consulenti che si erano formati in studi come Price
Waterhouse e Arthur Andersen. «Il mio scopo» racconta, «era quello
di creare la prima società al mondo interamente dedita alla
promozione dell’immagine di un calciatore.»
5
I campi della morte

Il 20 o obre 1976, Diego Maradona, dieci giorni prima del suo


sedicesimo compleanno, divenne il più giovane giocatore nella storia
del calcio a giocare una partita in massima divisione. La famiglia
Maradona si presentò al gran completo per essere testimone
dell’ultima conferma del suo destino divino, in una partita fra
Argentinos Juniors e Talleres di Córdoba. Di quell’evento Maradona
dirà: «Ho sempre saputo che un giorno sarei diventato un campione,
ma non pensavo succedesse così in fre a… mi hanno chiesto cosa
abbia provato quando ne ho avuto la conferma. Be’, la conferma l’ho
avuta il giorno che ho giocato la mia prima partita in prima
divisione, perché era quello che avevo sempre sognato fin da
quand’ero un bambino e giocavo nei piazzali sterrati della mia amata
Villa Fiorito».
Montes, l’allenatore dell’Argentinos Juniors, decise di dare a
Maradona la prima chance tra i professionisti a metà del secondo
tempo. L’Argentinos Juniors perdeva 1-0. Maradona era seduto in
panchina quando Montes, inaspe atamente, gli disse di scaldarsi. Il
giovane calciatore avrà anche sognato quel momento per tu a la
vita, ma la sua prima reazione fu un senso di vertigine, davanti allo
stadio colmo di tifosi arrabbiati e frustrati, e il suo primo pensiero fu
che non poteva perme ersi di bruciare quell’opportunità.
Percependo quell’a imo di panico nel ragazzo, Montes gli disse, con
fermezza paterna: «Stai tranquillo. Tu entra e gioca come sai. Pensa
solo a divertirti».
Maradona rubò palla quasi subito a un avversario che, nonostante
diversi anni di esperienza, non ebbe neppure il tempo di chiedersi
come avesse fa o a perderla che già il nuovo arrivato se ne andava
dopo averlo scartato. Quel numero cambiò completamente il tenore
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della partita, con il Talleres che da quel momento in poi si mise a
giocare un calcio privo di fantasia ma difensivamente solido, basato
su una marcatura asfissiante di Maradona. Diego non fu granché
sostenuto dal resto della squadra, incapace di sfru are i pochi spazi
che lui riuscì a creare. A un certo punto, un cross di Maradona fu
bloccato all’interno dell’area da un difensore. Maradona andò a
lamentarsi con l’arbitro, sostenendo che fosse fallo di mano, e
reclamando un rigore. Il capitano lo tirò via e gli disse: «Sta’ zi o,
ragazzino, e fa’ come ti dicono i vecchi». Il Talleres riuscì a
sopravvivere all’assedio e a mantenere il vantaggio di 1-0.
Fu un ba esimo tu ’altro che esaltante per un calciatore destinato
a diventare il re, anche se il ma ino dopo l’opinione generale fra la
stampa sportiva fu che ci si trovava davvero davanti a un futuro
genio. A deludere era stata fondamentalmente la mediocrità di una
squadra che era stata in gran parte trascurata dai dirigenti del club.
Il «Clarín» riassunse alla perfezione: «L’ingresso del giovane
Maradona ha dato ai suoi maggiore movimento davanti, ma non è
bastato alla squadra per imporre il proprio ritmo alla partita; il
problema era che Maradona, un giocatore intelligentissimo, non
aveva nessuno a cui passare il pallone. I suoi sforzi sono stati quasi
sempre frustrati dalla marcatura ferrea del Talleres». Ci sarebbero
volute diverse partite prima che l’intelligenza calcistica di Maradona
riuscisse a infondere un minimo di fantasia nel gioco dei compagni,
un periodo durante il quale tu avia le abilità uniche del ragazzo
continuarono a ca urare l’a enzione. I giornali cominciarono ad
allungare le rubriche sportive per far posto ad articoli entusiasti
sull’astro nascente del calcio argentino. Gli esperti confrontavano gli
appunti ed erano unanimi nell’elogiarne il talento. Se imio Aloisio,
vicepresidente dell’Argentinos Juniors, nato in Italia, noto per la sua
franchezza disarmante e destinato a diventare uno dei procuratori
più importanti d’Europa, non dimenticò mai il giorno in cui
Maradona giocò la prima partita da titolare per il club. Fu verso la
fine della stagione, poche se imane dopo la sconfi a per mano del
Talleres, in un match contro il Newell’s Old Boys di Rosario.
L’Argentinos perse di nuovo, ma Maradona non sbagliò
praticamente nulla. Ricorda Aloisio: «In quella partita Maradona
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fece delle cose che pochissimi erano in grado di fare. Ma quello che
mi colpì più di tu o fu la gioia con cui giocava. La cosa che
sembrava unica era che a vederlo così non aveva nessuna paura, era
del tu o sicuro di sé, incredibilmente determinato. Era la prima
volta che giocava novanta minuti in una partita di prima divisione, e
lo fece con la tranquillità che ti aspe eresti da un giocatore con sei
anni di esperienza in più».
L’entusiasmo che Maradona stava cominciando a generare fra la
sua gente sembrava lontano anni luce dal buio che invece stava
avvolgendo il resto del Paese. Due se imane prima del suo debu o
contro il Talleres, il ministro degli esteri argentino, l’ammiraglio
César Guze i, si era ritrovato assediato da una calca inferocita di
giornalisti di tu o il mondo in occasione di un vertice
dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York. I
giornalisti stranieri, sulla base delle proprie esperienze personali e
delle testimonianze dei rifugiati, ritenevano che il governo argentino
fosse responsabile di una serie agghiacciante di violazioni dei diri i
umani. Da quando aveva preso il potere nel marzo dello stesso anno,
la giunta militare guidata dai generali Videla e Lami Dozo e
dall’ammiraglio Massera aveva perseguito l’annientamento
sistematico degli avversari politici. Sulle prime giustificata dalla
crescente brutalità del terrorismo di estrema sinistra, la repressione
nel giro di poche se imane era arrivata a incorporare una censura
totale e restrizioni alle a ività parlamentari e sindacali, nonché la
tortura e la sparizione di molte migliaia di vi ime innocenti.
Fra i torturati e i desaparecidos c’erano preti e insegnanti. Così come
commessi, medici, e giornalisti. Fra le persone rapite c’erano
ragazzini ben più giovani di Maradona, alcuni addiri ura ancora nel
grembo materno. Per tu o il periodo più buio della repressione, si
continuò a giocare a calcio come si era sempre fa o, per quanto la
tensione fosse palpabile appena so o la superficie.
Nel maggio 1976, due mesi dopo il golpe, due squadre di prima
divisione, Estudiantes e Huracán, si affrontarono a La Plata.
L’Huracán stava vivendo una delle stagioni più fortunate della sua
storia, grazie al talento di giocatori come Osvaldo Ardiles e René
Houseman. Fra le migliaia di persone presenti quel giorno allo
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stadio c’erano Gregorio Noya, un banditore d’asta trento enne, e suo
figlio di sedici anni, entrambi tifosi dell’Huracán. All’inizio della
partita un gruppo di simpatizzanti della guerriglia antigovernativa
dei Montoneros appese uno dei suoi striscioni in una delle curve
occupate dai tifosi dell’Huracán, liberando dei palloncini con i suoi
colori. Lo striscione fu rimosso dalla sicurezza, e alla fine del primo
tempo la polizia entrò nello stadio e aprì il fuoco. Un proie ile colpì
fatalmente Noya, perforandogli un polmone. La polizia a ribuì
l’omicidio ai terroristi di sinistra, versione contradde a da svariati
testimoni, fra i quali il figlio della vi ima.
Due giorni dopo Noya fu seppellito davanti a pochi parenti e
pochi amici stre i. La morte «accidentale» di un tifoso in
conseguenza dello scontro fra «le forze dell’ordine» e
«un’organizzazione illegale» fu menzionata solo di sfuggita dai
media argentini. Si continuò a giocare a calcio come se nulla fosse
accaduto, con dirigenti e giocatori che parevano essere ignari o
indifferenti di fronte a quello che stava succedendo ai desaparecidos.
Sembra che Maradona fosse sia ignaro sia indifferente per quel che
concerne la repressione dei militari, per quanto lui esageri quando si
dichiara completamente all’oscuro dei fa i. Per sua stessa
ammissione, «non aveva tempo» per la politica, all’epoca, e sostiene
di aver scoperto la natura della repressione soltanto in seguito al
crollo del regime. Anche dopo il ritorno della democrazia in seguito
alla guerra delle Falkland, Maradona continuò a fare dichiarazioni
politiche mal formulate e poco convincenti. Non aveva l’intelligenza,
per non parlare dell’istruzione, per potersi spingere molto oltre una
sorta di cruda retorica populista. E persino quella, troppo spesso,
sembrava minata dalla sua incapacità di me ere in pratica quel che
predicava.
La passività politica di Maradona si tradusse in una totale assenza
di suoi commenti sui desaparecidos durante gli anni del regime
militare. Questo non vuol dire che fosse inerte o che sia rimasto in
silenzio. Ma sia la sua condo a che le sue dichiarazioni lo lasciavano
in una posizione vulnerabile rispe o alle manipolazioni della giunta
militare. E non c’era dubbio che, a dispe o della morte di Noya e
delle rare provocazioni politiche da parte dei tifosi, la giunta era
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determinata a tenere una linea permissiva nei confronti del mondo
del calcio a pa o che servisse i suoi interessi politici e che lo si
potesse controllare. E i militari si videro offrire quel controllo su un
pia o d’argento dalla FIFA , quando fu confermato che l’Argentina
avrebbe ospitato la Coppa del Mondo del 1978, un evento destinato
a essere seguito dal mondo intero.
L’uomo scelto per guidare la nazionale argentina, César Luis
Meno i, a prima vista pareva un improbabile alleato della giunta per
una simile impresa. Meno i era cresciuto a Rosario, ci à con una
lunga tradizione di politica radicale e calcio spe acolo. Nel 1960 era
diventato una sorta di hippy sia in campo che fuori dal campo. Alto,
con i capelli lunghi e un’avvenenza sonnacchiosa, Meno i sviluppò
un tipo di calcio libero e creativo, basato su ritmo lento e tocchi
eleganti. Non si sposava facilmente con le marcature stre e e i lanci
lunghi che cara erizzavano le due squadre argentine nelle quali
militò in quegli anni: il Racing e il Boca Juniors. Nel 1967 optò per
l’esilio temporaneo, giocando prima nei Generals a New York
quindi, nel 1969, nel Santos, in Brasile. Dopo una breve carriera da
giornalista ritornò al calcio nel 1973, quando fu nominato allenatore
dell’Huracán. Quell’annata coincise con un periodo politicamente
sempre più burrascoso. Meno i si fece la reputazione di un
personaggio pubblico eloquente, con conta i nelle cerchie radicali
delle università e vicino alle cause della sinistra. Quando l’Huracán
vinse per la prima volta il campionato nel 1973, i membri dei
Montoneros sventolarono le loro bandiere senza impedimenti
mentre i giocatori facevano il tradizionale giro di trionfo.
Meno i fu nominato commissario tecnico della nazionale poco
dopo il fallimento dell’Argentina al Mondiale del 1974, e in seguito
al ritorno al potere del generale Perón con grande sostegno popolare
nel 1973. A quel punto Meno i era diventato molto famoso nel Paese
per la sua filosofia calcistica e come fautore di uno stile che, secondo
lui, era un’invenzione locale, capace di produrre alcuni dei migliori
giocatori della nazione, come la stella del Real Madrid Alfredo Di
Stéfano e Omar Sivori della Juventus. L’idea era di affidarsi a un
misto di eleganza tecnica, istinto e audacia, con l’enfasi sul dribbling
e una grande vitalità offensiva. Nei suoi scri i e nelle sue
dichiarazioni, Meno i parlava con fervore della propria missione:
riaffermare la superiorità calcistica dell’Argentina sulla scena
internazionale. Era esa amente il genere di discorso che piaceva alla
giunta. I militari presero il potere e si impegnarono, per usare le
parole di uno dei loro manifesti, a «estirpare le idee straniere e
sovversive dalla società argentina e far risorgere il conce o di uno
stato nazione superiore». E per raggiungere quello scopo, cosa c’era
di meglio del calcio?
Nel suo ruolo di massimo ispiratore di una squadra che avrebbe
potuto vincere la Coppa del Mondo, i militari vedevano Meno i non
tanto come un nemico, quanto come un alleato strategico. Maradona,
invece, non si inseriva tanto facilmente nello schema delle cose.
Volendo allestire una nazionale capace di esibire la superiorità a cui
la giunta aspirava, Meno i era ben informato sul giovane astro
nascente. Poco dopo la nomina a commissario tecnico gli giunse voce
che c’era un ome o della baraccopoli che a quindici anni stava
facendo vedere delle cose che nessun coetaneo era in grado di fare.
Nel giro di poche se imane decise di andare a giudicare di persona,
e vide giocare Maradona al debu o in prima divisione contro il
Talleres nell’o obre del 1976. La ma ina dopo la reazione dei media
fu abbastanza entusiasta da convincere Meno i che Maradona non
era un calciatore che si potesse facilmente lasciare fuori dai giochi.
Alla fine di febbraio del 1977, quasi un anno dopo il golpe
militare, Meno i convocò Maradona per un’amichevole della
nazionale contro l’Ungheria alla Bombonera del Boca Juniors. Due
giorni prima, aveva parlato con Maradona in privato dopo un
allenamento congiunto della prima squadra e delle giovanili.
L’allenatore aveva insistito a che Maradona evitasse i giornalisti per
tu o il fine se imana, in modo tale che stesse più tranquillo. Promise
anche che se la partita si fosse messa bene per gli argentini, aveva
buone probabilità di entrare. Maradona fece come gli dissero e si
a enne rigidamente a un semplicissimo programma pre-partita, ben
lontano dalle luci della ribalta.
Anni dopo, Maradona raccontò di quella domenica, e la sua storia
dimostra quanto la sua vita fosse ancora priva di complicazioni e
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contaminazioni. Non c’era traccia di problemi personali. Solo un
calciatore qualsiasi che si preparava per la partita: «Le parole di
Meno i mi avevano fa o molto piacere, ero tranquillo… volevo
riposarmi il più possibile, così mi sono alzato alle undici. Ho fa o un
bagno, poi ho guardato la tv in stanza fino a mezzogiorno. Poi sono
sceso giù e ho parlato coi compagni fino all’ora di pranzo. Sono
tornato in camera e ho guardato ancora un po’ di tv. Poi alle tre e
mezza siamo andati alla Bombonera».
Fu solo quando il bus della squadra raggiunse lo stadio e i tifosi si
affollarono intorno ai giocatori, che Maradona cominciò a sentire il
primo accenno di nervosismo pre-partita. «È incredibile la paura che
ti fa la folla, a volte» avrebbe ammesso in seguito.
L’Argentina dominò la partita fin dalle prime ba ute e si andò a
riposo con un comodo vantaggio di 4-0 sugli ospiti, con reti di
Bertoni e Luque. Dalle gradinate i tifosi cominciarono a reagire
d’istinto, cantando in coro, al ritmo dei tamburi e sventolando le
maglie e: «Maradooona, Maradooona, Maradooona!». Meno i
aspe ò. Al secondo minuto della ripresa, Luque segnò ancora. A
venticinque minuti dal fischio finale, andarono in gol per la prima
volta anche gli ungheresi. A quel punto Meno i non aveva niente da
perdere, e si giocò l’asso nella manica che gli sarebbe valso
definitivamente il favore dello stadio. Fece entrare Maradona per
Luque. Non era facile, dopo una simile prestazione, ma Maradona
aspe ava quel momento da una vita, per quanto fosse ancora
giovane, e l’entusiasmo dei tifosi nei suoi confronti aveva raggiunto
livelli febbrili. «Gioca come sai, stai tranquillo e svaria a tu o
campo» furono le ultime raccomandazioni dell’allenatore mentre
Diego Maradona esordiva con la maglia della nazionale argentina.
Il giovane fece sentire la propria presenza fin da subito,
orchestrando una serie di manovre dall’interno della propria metà
campo, e aprendo così le maglie della difesa ungherese per poi
lanciare Ardiles e Houseman quando non provava lui stesso la
conclusione in porta. A cinque minuti dalla fine passò la palla a
Houseman, proseguì la corsa e chiuse il triangolo giusto fuori
dall’area per poi far partire un tiro potentissimo che uscì di un soffio.
Alla fine della partita i compagni lo abbracciarono con affe o e la
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folla lo acclamò con entusiasmo. Poi tornò a casa con suo padre e
Cyterszpiler e guardò la replica della partita alla tv. A lui non
sembrava di aver giocato granché bene.
In una conversazione post-partita con Carlos Ferreira, giornalista
di «El Gráfico», la rivista calcistica più venduta in Argentina,
Maradona per la primissima volta offrì un’analisi de agliata di una
partita internazionale. «Ho fa o una serie di errori. L’ho passata a
Bertoni, quando c’era Felman smarcato sull’altra fascia; ho provato a
scartare un ungherese e non mi sono allungato abbastanza la palla;
ho rivisto anche il calcio che mi ha tirato uno degli ungheresi
quando non avevo nemmeno il pallone… anche se quello almeno ti
fa meno male quando lo guardi in tv. Dopo sono andato a dormire.
No, non ho sognato niente, ho dormito come non avevo mai dormito
prima in vita mia.»
Quella modestia e quella calma apparente avrebbero avuto vita
breve. Il servizio di tre pagine che «El Gráfico» dedicò a Maradona
era intitolato «Abbastanza giovane per le storie della buona no e,
ma tu ’altro che sordo agli applausi» e alludeva chiaramente
all’immaturità di Maradona. Segnò anche il passaggio definitivo del
calciatore dall’enclave privata della vita domestica all’arena pubblica
dell’a enzione mediatica, con tu e le sue pressioni e le sue esigenze.
Maradona stesso parlò delle pressioni che si andavano
accumulando su di lui in un’altra delle numerose interviste che
seguirono la partita con l’Ungheria. In quell’occasione sfoggiò più
che mai la determinazione con la quale ricercava il successo,
rifiutandosi, almeno a parole, di lasciare che quel successo lo
viziasse: «Quando ero più piccolo mi allenavo una volta al giorno.
Adesso mi alleno tu o il giorno. Non voglio che la gente pensi che
ho abbandonato i miei amici, ma il fa o è che fin da quando mi
hanno convocato per la partita con l’Ungheria non ho avuto un
a imo di tempo libero da passare nel quartiere. Non voglio che
qualcuno dica mai che mi sto montando la testa, che sono uno
spaccone». Il giornalista, notando una certa tensione nella sua voce,
gli chiese se stesse cominciando a stancarsi dei giornalisti. «No, non
è quello» replicò Maradona, «è solo che da quando ho giocato quei
pochi minuti contro l’Ungheria mi stanno tu i addosso, le riviste, la
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televisione, i giornali, e mi fanno tu i le stesse domande. È quello
che mi stanca. Io non sono nessuno, in realtà, e l’unica cosa di cui
posso parlare è della mia infanzia, e del mio idolo, Bochini…»
C’era ancora un’innocenza, nell’astro nascente, che lo lasciava
imperturbabile davanti alle luci della ribalta. Nella maggior parte
delle sue prime interviste parla con la stessa lingua semplice, la
stessa voce sommessa che aveva quando per la prima volta sfoggiò i
propri numeri davanti a una telecamera. Si esprimeva senza
presunzione, con frasi brevi che non si allontanavano mai troppo da
un’analisi piu osto terra terra del suo calcio. Ma una tale modestia
celava l’ultima ambizione che Maradona aveva preso a nutrire:
quella di vestire la maglia della nazionale ai Mondiali del 1978,
diventando il più giovane a farlo nella storia del calcio argentino.

Le convocazioni non si rivelarono affa o facili per coloro che vi


erano coinvolti più da vicino. Dopo l’ultima Coppa del Mondo c’era
stato un esodo verso l’Europa di molti dei migliori giocatori del
Paese, e Meno i si trovava alle prese con un dilemma: plasmare la
sua nuova filosofia sui calciatori che giocavano in Argentina, molti
dei quali dovevano ancora affermarsi in nazionale, o rischiare di
richiamare nel giro alcuni dei grandi nomi che militavano all’estero e
farli giocare in modo diverso nel contesto della nazionale? Durante
alcune delle amichevoli di preparazione nel 1977 e nei primi mesi
del 1978, Maradona fu lasciato fuori dalla squadra. Meno i lo inserì
invece nelle fila della nazionale giovanile e lo seguì a distanza di
sicurezza. La nazionale giovanile fece una bru a stagione, e
Maradona, cosa assai rara, non fu in grado di ispirare né se stesso né
i compagni affinché si sollevassero dalla mediocrità generalizzata. La
squadra non si qualificò per la fase finale che si sarebbe tenuta a
Tunisi, non essendo riuscita a vincere nemmeno una partita contro le
altre sudamericane nel girone di qualificazione.
Maradona ebbe modo di difendere la propria reputazione non
appena tornò al campionato con l’Argentinos Juniors. Restava
immensamente popolare fra i tifosi, nonché ogge o di un’a enzione
mediatica senza pari. Fra coloro che ne furono rapiti c’era Ezequiel
Fernández Moores. Giovane ed eloquente, laureato in giornalismo,
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Moores era un talento naturale come cronista sportivo, e finì col far
parte della ristre a cerchia di giornalisti argentini che seguirono gli
ultimi preparativi per il Mondiale:

Non c’era dubbio che la sua reputazione fosse già tale da eclissare quasi tu i i
suoi rivali per un posto nella lista finale dei convocati. L’unica cosa che
interessava a noi giornalisti era Maradona. Aspe avamo di vederlo giocare per
vedere se potesse davvero imporsi anche a livello internazionale. Era fra i
giocatori che Meno i convocò per un ritiro straordinario fuori Buenos Aires
prima di prendere la propria decisione. Mi ricordo l’intensità di quei giorni. Era
come se il calcio all’improvviso fosse diventato il centro di tu o quel che stava
succedendo in Argentina. Non si poteva, giacché non era consentito, parlare o
scrivere di qualsiasi altra cosa. Eravamo lì, so o la di atura, coi calciatori
circondati dai soldati.

Fu in quell’atmosfera di enormi aspe ative e di tensione generale


che Meno i disse a Maradona che non era stato inserito nella lista
finale dei ventidue convocati. Per il bambino prodigio che per tanti
anni aveva fa o di tu o per meritarsi l’approvazione dei suoi vecchi
fu sconvolgente sentirsi rifiutato dall’ultima di una lunga serie di
figure paterne che avevano segnato la sua vita. Senza aspe are che
Meno i gli spiegasse le sue ragioni, Maradona andò a chiudersi in
una stanza e scoppiò a piangere senza riuscire a controllarsi. Era
almeno la seconda volta in meno di un anno che faceva una scenata
del genere. Qualche mese prima aveva accompagnato le lacrime di
sua madre quando gli avevano de o che non aveva vinto un premio
sportivo a cui era candidato. In ambedue i casi sprofondò in un
vortice di desolazione e di insicurezza, e gli passarono per la testa i
pensieri più estremi. Giurò che non avrebbe mai perdonato Meno i
per quel tradimento, e disse che avrebbe abbandonato il calcio. Stava
male a livello fisico oltre che mentale, come se una persona cara
l’avesse improvvisamente preso a bo e. Ci volle l’incoraggiamento
di suo padre Chitoro, sempre presente quando la carriera del figlio
raggiungeva un nuovo bivio, e del suo vecchio amico e nuovo socio
in affari Cyterszpiler per tirarlo fuori dalla depressione. Cyterszpiler
capì subito che una notizia simile era ancora peggio a stomaco
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vuoto. Così ordinò diverse pizze e i tre passarono la no ata a
dispiacersi e rincrescersi. Fra lacrime, abbracci e discussioni
appassionate, il padre e l’amico persuasero Maradona che si tra ava
soltanto di una ba aglia persa, e che Meno i avrebbe rimpianto la
propria scelta. C’erano molte altre ba aglie da vincere, e ben più
redditizie. Oltretu o, il cuore d’Argentina continuava a ba ere per
lui. Qualche giorno dopo Maradona tornò a giocare con il suo club e
segnò tre gol, incluso quello della vi oria, nella successiva partita di
campionato contro il Chacarita.
Perché mai, dunque, Maradona fu escluso dalla Coppa del Mondo
in un momento tanto critico? Meno i mi disse che non convocò
Maradona perché pensava che fosse ancora troppo giovane, sia dal
punto di vista fisico che da quello emotivo, per poter gestire
un’eventuale sconfi a; un giudizio la cui validità, francamente,
parrebbe confermata proprio dalla reazione di Maradona
all’esclusione. «Si immagina cosa sarebbe successo se avessimo
perso, vista la pressione che si era creata? E penso che sarebbe anche
potuto accadere perché fummo sorteggiati in un girone molto
difficile, con la Francia di Platini, l’Italia e l’Ungheria.» Meno i,
inoltre, sostenne che il parere dei medici era che la muscolatura di
Maradona si stesse ancora sviluppando e che, per usare le sue
parole, «rischiava di subire un bru o fallo e di restare menomato per
il resto della carriera». Il c.t., oltretu o, aveva l’imbarazzo della
scelta. I talenti fra cui pescare non mancavano e Maradona, a suo
modo di vedere, doveva ancora dimostrare di essere il migliore.
La stella preferita di Meno i non era Maradona, bensì Mario
Kempes. Quando Kempes lasciò l’Argentina per andare a giocare nel
Valencia nell’agosto del 1976, Meno i pianse la perdita di quello che
definiva «l’unico membro indispensabile della squadra». E aggiunse:
«Il calcio argentino sentirà molto questa perdita. Sarà quasi
impossibile nei due anni che ci separano dalla Coppa del Mondo
inventarsi un giocatore in grado di emulare il suo ardore giovanile,
la sua potenza, e la sua esperienza con la nazionale».
Quando venne l’ora del Mondiale, la sua grande ammirazione per
Kempes non era stata affa o intaccata, al punto da eclissare qualsiasi
pensiero razionale potesse suggerire che Maradona fosse pronto e
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deciso a raccogliere il testimone. Nelle se imane immediatamente
precedenti al Mondiale, Meno i si vide con Alfredo Di Stéfano a
pranzo. L’ex giocatore del Real, nome di enorme prestigio a livello
internazionale, disse a Meno i che erano tanti anni che non vedeva
un giocatore in grado di giocare un calcio creativo come quello di
Kempes. Aveva salvato il Valencia dalla retrocessione e poi l’aveva
portato a un passo dalla vi oria nel campionato spagnolo.
L’allenatore del club aveva de o della propria stella: «È la più bella
macchina da calcio che ci sia in circolazione al momento».
Oltre a Kempes c’erano altri giocatori forti e d’esperienza che
vennero convocati per il Mondiale, come Villa e Alonso. Eppure la
decisione di Meno i di escludere Maradona alla vigilia della Coppa
del Mondo, sulle prime, lasciò l’amaro in bocca a molti. Se imio
Aloisio era talmente certo che Maradona sarebbe stato convocato che
prima ancora dell’annuncio della rosa aveva fa o visita al ritiro della
nazionale per convincere il giocatore a rinnovare il contra o con
l’Argentinos Juniors. «Pensavo che avrebbe giocato, che la sua
prestazione sarebbe stata superlativa, e che di conseguenza sarebbe
tornato dal Mondiale chiedendo somme che non saremmo stati in
grado di offrirgli. Dovevo blindarlo subito, prima che fosse al di là
delle nostre possibilità.»
Aloisio si presentò al ritiro ma si vide bloccare l’accesso a
Maradona da Ricardo Pizzaro i, vice di Meno i. Aloisio tu avia
aveva un alleato speciale nello staff della nazionale argentina, il
medico di squadra Ruben Oliva, e riuscì a parlare con lui mentre
Meno i, Pizzaro i e i giocatori erano impegnati in un allenamento a
porte chiuse. «Do ore, gli dissi, deve farmi un grosso favore. Veda di
trovare il modo di allontanare Diego da Pizzaro i e di farmici
parlare da qualche parte. Altrimenti sarà un disastro per il club.»
La richiesta era musica per le orecchie del do ore. Oliva non
aveva nessun legame speciale con l’Argentinos Juniors, e non aveva
un’opinione particolare su Maradona. Tu avia, durante la
preparazione al Mondiale, aveva sviluppato una certa antipatia nei
confronti di Pizzaro i, con il quale aveva litigato riguardo ai metodi
di allenamento e la forma fisica dei giocatori. Oliva, inoltre, vedeva
la nomina di Pizzaro i come una minaccia al suo ascendente su
Meno i. Il medico, un intelle uale di sinistra, sosteneva di essere il
mentore di Meno i, avendo instillato per primo nel commissario
tecnico argentino sia l’idea di avvicinarsi alla politica radicale sia la
sua visione di un calcio argentino nuovo e più dinamico. La mini-
congiura di Aloisio gli dava l’opportunità di vendicarsi di Pizzaro i
e riacquistare la propria influenza. Oliva avvicinò Maradona mentre
Pizzaro i stava parlando con alcuni suoi compagni, e poi, in un
momento di pausa durante l’allenamento, accompagnò Maradona
all’incontro segreto con Aloisio. Lì il giocatore acconsentì a rinnovare
il contra o. E così Maradona fu coinvolto nel primo dei molti
intrighi, grandi e piccoli, che avrebbero segnato la sua carriera.
Una se imana dopo, Aloisio si vide con Meno i per discutere dei
giocatori da convocare per la Coppa del Mondo. Aloisio sosteneva
con fermezza che Maradona fosse quello che potenzialmente aveva il
più grande talento individuale e che avesse già dimostrato di essere
un campione, ed era certo che avrebbe fa o lo stesso al Mondiale.
Meno i non ne era convinto, e insisteva col dire che Maradona era
troppo immaturo e che l’uomo che avrebbe poi scelto al suo posto,
Alonso, era un giocatore che potenzialmente avrebbe richiamato più
tifosi dato che giocava per un club più blasonato, il River Plate, il cui
stadio avrebbe ospitato la finale.
Secondo gli osservatori che all’epoca seguivano con a enzione le
vicende della nazionale argentina, Meno i aveva altre motivazioni,
più stre amente personali, per escludere Maradona. L’allenatore
aveva affrontato il percorso di avvicinamento alla Coppa del Mondo
convinto che l’avrebbe vinta. Uomo dall’ego smisurato, era
ossessionato dalla gloria che quella vi oria gli sarebbe valsa, e
temeva la rivalità con chiunque potesse me erlo in ombra. Aveva
ancora ben fresca nella memoria l’amichevole contro l’Ungheria,
durante la quale si era ritrovato quasi costre o a far entrare il
giovane talento al grido di «Maradooona, Maradooona».
Ricorda Fernández Moores: «Meno i vedeva la Coppa del Mondo
come la sua grande occasione. Non riusciva a concepire l’idea che ci
fosse una stella più luminosa della sua, e temeva Maradona, e
l’effe o che avrebbe potuto avere sulla squadra».
La sua opinione è confermata da una persona che aveva lavorato
con Meno i sin dai tempi dell’Huracán, e alla quale in seguito era
stato affidato un ruolo chiave nella preparazione della squadra per il
Mondiale del 1978. Ricorda infa i il do or Ruben Oliva: «Meno i
era paranoico riguardo a Maradona. Non voleva avere vicino
personalità ingombranti, o leader troppo carismatici. E non voleva
che gli imponessero le scelte, mai. Meno i era dell’opinione che se
avesse ceduto a quelle pressioni avrebbe perso la propria autorità».

Alla fine la Coppa del Mondo 1978 riuscì a lasciarsi alle spalle le
polemiche su Maradona e divenne uno degli eventi più sfru ati a
livello politico nella storia dello sport. Avvalendosi dei servizi della
compagnia americana di pubbliche relazioni Burson & Marsteller, e
facendo affidamento sul silenzio e la passività di una nazione
repressa dal terrore, la giunta fece del proprio meglio per
trasformare le prestazioni dell’Argentina al Mondiale in un ritra o
della disciplina e della superiorità della nazione. In un Paese pazzo
di calcio come l’Argentina, la giunta riuscì a imbrigliare le emozioni
popolari trasformandole in sostegno nei confronti della squadra e
dell’allenatore. Soltanto in seguito, quando gli omicidi ormai erano
solo un ricordo e la giunta era caduta da tempo, Meno i si scusò per
aver vinto per conto dei generali. Nel 1986 scrisse la seguente nota di
commiato a nome suo e di tu i i calciatori argentini che avevano
giocato per lui, compreso Maradona:

Molti potrebbero rimproverarmi di aver allenato la nazionale ai tempi delle


di ature, in un’epoca in cui l’Argentina ha avuto governi con i quali non avevo
nulla a che spartire, e che, anzi, erano in aperta opposizione al mio modo di
intendere la vita. E a loro io chiedo: cosa avrei dovuto fare? Allenare la squadra
in modo tale che giocasse male, ricorrere a trucchi, tradire i sentimenti della
gente? No, certo che no… Eravamo ben coscienti della situazione, e all’epoca
sapevamo tu i che giocavamo per il popolo argentino. Un popolo che in quel
momento aveva bisogno di un nuovo punto di partenza per poter fare qualcosa
di diverso insieme… Abbiamo cercato di giocare il meglio possibile perché
sapevamo di aver l’obbligo di restituire al popolo argentino lo spe acolo del
calcio. Possibilmente regalandogli una vi oria ma, in fin dei conti, anche solo
offrendogli il piacere di un calcio giocato con onestà. Ciascuno di noi aveva un
compito preciso, quando scendemmo in campo il giorno della finale: guardare
la gente sugli spalti. Non guarderemo la tribuna d’onore con le autorità, dissi ai
giocatori, guarderemo la gente sulle gradinate, là dove magari si siedono i
nostri padri, perché è là che troveremo i metalmeccanici, i macellai, i pane ieri e
i tassisti.

Quel che Meno i non affronta è il modo in cui i giocatori si


prepararono alla Coppa del Mondo, alle prese con dilemmi circa
vecchie abitudini dure a morire. Una mia fonte in campo medico mi
ha rivelato che nel 1978 «tu o il calcio argentino era dopato… diedi
il via a una grande ba aglia per cambiare tendenza». Ci riuscì solo in
parte. L’Argentina aveva giocatori che, nei propri club, venivano
regolarmente riforniti di anfetamine, e che in quella Coppa del
Mondo poterono contare su un sistema molto lasso in fa o di
campioni di urina. La FIFA non aveva ancora sviluppato una prassi
efficace per i controlli antidoping durante la competizione, e per
motivi politici sembra che i dirigenti argentini riuscirono ad
assicurarsi che nessuno dei loro giocatori risultasse positivo ai test
che venivano effe uati regolarmente. L’agnello sacrificale della
competizione fu lo scozzese Willie Johnston, che fu rispedito a casa
in maniera disonorevole e squalificato per un anno dopo che risultò
positivo. Aveva preso due pillole di fencamfamina per accelerare il
proprio gioco. Secondo altre testimonianze, dopo uno dei match di
quel Mondiale, Kempes e Alberto Tarantini erano talmente fa i che
dove ero continuare a giocare un’altra ora prima che l’effe o
cominciasse a scemare. Ma uno degli episodi più straordinari di quel
Mondiale ha per protagonista la moglie incinta del portaborracce
della nazionale argentina, la cui urina fu utilizzata al posto di quella
di un giocatore argentino in occasione di un controllo antidoping.
Quando ho chiesto a Meno i un parere riguardo a quell’accusa nel
novembre 1995 lui restò indignato e negò categoricamente che la sua
squadra avesse mai assunto sostanze vietate durante il torneo del
1978. Descrisse Kempes come «uno dei giocatori più puri che abbia
mai conosciuto nel calcio argentino» e fece una lista di membri della
squadra del 1978, come Ardiles, Bertoni, Galván, Olguin, Luque e
Passarella, che ebbero carriere di successo. «Se un giocatore si dopa,
dura a malapena tre anni. Dopo tre anni sono distru i, poveri
ragazzi, rovinati. La mia squadra giocava meglio di qualsiasi altra
nazionale argentina nella storia.»
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Il ragazzo della giunta

La vi oria dell’Argentina al Mondiale del 1978 alimentò nella giunta


al potere l’illusione di essere invincibile. Generali e ammiragli erano
più che mai consci di quanto il calcio potesse aiutarli a tenere so o
controllo la popolazione. E dopo la Coppa del Mondo, nessun
giocatore a irò la loro a enzione più di Diego Maradona. Sebbene
non avesse giocato, stava diventando un’istituzione nazionale, il cui
nome riecheggiava sempre più forte sugli spalti e in una nuova
ondata di servizi entusiasti realizzati dalla stampa sportiva. La
depressione che aveva avvinto Maradona dopo che Meno i lo aveva
escluso dalla squadra per il Mondiale ebbe vita breve. Grazie alla
straordinaria forza di volontà che lo avrebbe salvato a più riprese nel
corso della sua carriera, Maradona si lasciò alle spalle la delusione e
si impegnò piu osto a dimostrare che poteva raggiungere il successo
che gli era stato promesso sin dall’infanzia.
Con prestazioni che erano l’esa o opposto rispe o al disastro del
torneo precedente, un Maradona più sicuro dei propri mezzi e
maturato fisicamente condusse la propria squadra al successo nel
girone di qualificazione al campionato del mondo giovanile. In una
partita che fu seguita con a enzione dagli adde i ai lavori di tu o il
Sud America, l’Argentina sconfisse il Perù 4-0. I giornalisti brasiliani
presenti all’evento dichiararono che non vedevano un giocatore di
quel livello dai tempi di Pelé.
Meno i, diventato un eroe nazionale grazie al successo in Coppa
del Mondo, si era rilassato abbastanza da riuscire a me ere da parte
i pregiudizi personali. Tornò a seguire con a enzione il giovane
prodigio a cui aveva spietatamente assestato un metaforico cazzo o
nello stomaco. Appena sei mesi dopo il Mondiale richiamò
Maradona in nazionale per una serie di amichevoli, dopo aver
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informato i media che nell’ultimo anno il ragazzino di Villa Fiorito
aveva «acquisito la maturità che gli mancava, e ora ha il potenziale
per essere un grande giocatore». Non vedeva nessuna
contraddizione fra quella dichiarazione e le sue decisioni precedenti,
e ha sempre affermato di non aver mai dubitato neppure per un
istante che Maradona potesse diventare uno dei più grandi giocatori
nella storia del calcio. «All’età di sedici anni, il delfino del calcio si
era già annunciato al mondo. Ai miei occhi non c’era dubbio che un
giorno avrebbe ereditato lo sce ro che in precedenza era
appartenuto a Di Stéfano, Cruijff, e Pelé.»
Maradona dimostrò per la prima volta il proprio potenziale ai
giornalisti britannici in occasione di una partita a Hampden Park, a
Glasgow, nel giugno del 1979. Alla sua quinta apparizione in
nazionale all’età di dicio o anni, Maradona diede un contributo
fondamentale al 3-1 dell’Argentina sulla Scozia. Alex Montgomery,
sul «Sun», descrisse il gol che quel giorno lasciò sbalorditi 62.000
scozzesi, e che a suo modo di vedere confermava che non soltanto
Maradona era di gran lunga il miglior giocatore della selezione
argentina, ma anche il successore naturale di Pelé al vertice del calcio
mondiale: «Maradona era sulla fascia destra, palla al piede, con tre
scozzesi, compreso il portiere George Wood, che lo chiudevano in un
semicerchio. Fece un paio di finte, e mentre Wood si preparava a
difendere la porta da un pallone o, infilò il pallone fra il portiere e il
primo palo». L’ex nazionale scozzese Denis Law lo definì il gol più
sfacciato mai segnato a Hampden, e poi aggiunse: «Maradona ha
tu o. Il suo gioco non ha punti deboli degni di nota. È forte
fisicamente, coraggioso e tecnico. È una grande individualità che
lavora per il bene della squadra».
Poco dopo, con la nazionale under 20, Maradona vinse il suo
primo campionato mondiale giovanile a Tokyo. Festeggiò con
Cyterszpiler e Chitoro, che lo avevano accompagnato in Giappone.
Tu i e tre consideravano quella vi oria un passo fondamentale nella
carriera calcistica di Maradona, e sapevano che avrebbe
incrementato di molto il suo valore commerciale. Fu anche un evento
sfru ato al massimo dal regime militare. Il torneo di Tokyo coincise
con la visita a Buenos Aires di una delegazione dell’Organizzazione
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degli Stati americani, accorsa a monitorare la situazione dei diri i
umani nel Paese. I funzionari argentini da un lato ammonirono i
giornalisti di non guardare con troppo favore alla visita dell’OSA ,
dall’altro incoraggiarono un rinnovato fervore nazionalistico per il
campionato di Tokyo, nel quale l’Argentina era favorita per il titolo.
Complice il fuso orario, il fischio finale della partita arrivò appena
un’ora prima che la delegazione dell’OSA ricevesse il permesso di
aprire il proprio ufficio temporaneo a pochi isolati dalla Plaza de
Mayo, dove sorgeva il palazzo presidenziale. Mentre i delegati
dell’OSA si preparavano a raccogliere le prove fornite dai parenti dei
desaparecidos, la tv di Stato riciclò un vecchio titolo risalente al
Mondiale del 1978: «ARGENTINA CAMPIONE !» proclamava. Il
commento ufficiale esortava tu i i leali ci adini del Paese a invadere
le strade per dimostrare quanto fossero “felici”.
I giornalisti de «La Razón», il quotidiano della sera più diffuso,
che all’epoca era saldamente so o il controllo dell’esercito, vennero
prontamente inviati a casa dei Maradona, per intervistare Tota
prima della sua apparizione già fissata sulla tv di Stato. Circondata
da folle di vicini, Tota proclamò con orgoglio che suo figlio le aveva
telefonato tu i i giorni, durante il torneo. «L’ultima volta per
ripetermi quello che mi aveva sempre promesso. Non ti preoccupare,
mamma, torniamo a casa con la coppa.» Accanto a lei, più riservata e
timida, Claudia Villafañe dichiarava: «Conosco Diego molto bene, e
so quanto ci sta male quando non vince. Posso solo immaginare
come staranno festeggiando adesso».
Tota aveva preso un appuntamento dalla parrucchiera in vista del
suo impegno in tv. Solo quando i giornalisti la seguirono anche lì
sfoggiò la sua propensione per gli scoppi d’ira, ereditata poi dal
figlio. Seduta so o un casco, si mise a singhiozzare in maniera
incontrollabile prima di gridare a un giornalista di andarsene e di
lasciarla in pace. Poi pian piano si calmò e qualche ora più tardi era
sorridente in dire a televisiva in uno dei talk show più seguiti del
Paese. Il suo contributo più importante al programma fu alzare un
calice di champagne e brindare al figlio con l’aria di una regina
orgogliosa.
Un altro degli ospiti chiave della puntata del programma,
ufficialmente dedicata a Maradona, fu José María Muñoz, giornalista
di Radio Rivadavia, l’emi ente radiofonica più popolare del Paese.
Muñoz non soltanto era un simpatizzante del regime a cui doveva il
proprio posto di lavoro, ma aveva un pubblico vasto. Le sue
telecronache a perdifiato e la sua conoscenza tecnica del gioco gli
erano valsi il rispe o di migliaia di ascoltatori. Quel giorno, non
appena l’Argentina vinse la sua ultima coppa, Muñoz afferrò il
microfono come un posseduto ed esortò gli ascoltatori a convergere
sulla Plaza de Mayo per «mostrare a questi signori della
Commissione per i Diri i Umani che cos’è la vera Argentina». Il suo
messaggio toccò immediatamente un tasto sensibile nei tifosi. Aveva
a malapena finito di parlare che già alcuni si erano radunati fuori dai
suoi uffici, a cantare in coro il suo nome. Muñoz si unì ai tifosi, che
se lo issarono sulle spalle per portarlo in trionfo a fare il giro
dell’isolato. Tempo di tornare in ufficio, e le altre stazioni
radiotelevisive, allertate dai loro tutori militari, già rilanciavano
l’appello di Muñoz. Fra coloro che incitarono le masse a festeggiare
«questa magnifica vi oria per la nazione» c’era José Gómez Fuentes.
Tre anni dopo avremmo ritrovato Fuentes al microfono, in prima
linea nella campagna propagandistica della giunta durante la guerra
delle Falkland.
Fra le migliaia di persone che, so o gli occhi della polizia, si
riversarono nella Plaza de Mayo quel giorno del 1979 c’erano liceali e
operai ai quali era stata regalata una giornata di vacanza e di
trasporti pubblici gratuiti. Per contro, le madri e le nonne dei
desaparecidos, che con i loro cara eristici fazzole i bianchi sul capo
aspe avano pazienti di poter consegnare le loro prove ai delegati
stranieri sin dalle prime ore del ma ino, si trovarono la strada
sbarrata dalla febbricitante bolgia di tifosi e bandiere argentine, in
una cacofonia di sonagli, trombe e, tamburi, e invocazioni a
«Maradooona, Maradooona…» Un testimone oculare, il giornalista
francese Jean-Pierre Bousquet, descrisse l’evento come «uno degli
episodi più vergognosi negli annali del giornalismo radiotelevisivo
argentino».
E non era finita. Gli alleati della giunta non persero tempo a
mandare in dire a Maradona, che ringraziò la nazione per il suo
entusiasmo e parve ben felice dei messaggi di sostegno e
dell’adulazione ricevuta da una schiera di generali. Tornati a Buenos
Aires, Maradona e i suoi compagni furono invitati alla Casa Rosada
e, durante un evento debitamente ca urato dalla televisione di
regime, riceve ero le congratulazioni del capo della giunta, il
generale Videla.
Nel caso in cui ci fossero ancora dei dubbi riguardo al ruolo di
Maradona nell’impresa nazionale, il capo di gabine o dell’esercito
mandò al calciatore e a Meno i un telegramma pubblico per
ricordare loro che per Maradona era giunta l’ora del servizio
militare, e che una volta finiti i festeggiamenti avrebbe dovuto
compiere il suo dovere di recluta. Maradona si a enne debitamente
agli ordini, si tagliò i capelli, indossò l’uniforme e giurò fedeltà alla
bandiera per poi arruolarsi ufficialmente. La sua permanenza
nell’esercito tu avia fu breve. I militari ritenevano che sarebbe stato
molto più utile in campo che in caserma. Lo congedarono dopo
un’altra cerimonia di encomio. Porgendo a Maradona il libre o di
risparmio che spe ava a tu e le reclute, il suo comandante abbaiò le
seguenti parole: «La nazione ha bisogno di te, che così giovane sei
già un esempio nel mondo dello sport, affinché tu raccolga il
testimone della dedizione e dell’abnegazione al servizio della grande
impresa… Tu, giovane calciatore, potrai e dovrai diventare un
esempio. Potrai a causa della tua popolarità, e dovrai proprio perché
la tua condizione di personaggio pubblico porta con sé la
responsabilità del buon esempio».

Poco dopo il trionfale ritorno di Maradona da Tokyo, un nuovo


slogan si aggiunse alla lista sempre più lunga dei mantra che tanto
piacevano al regime militare per ispirare la popolazione. Prese piede
sulle gradinate gremite degli stadi più grandi d’Argentina, ma
ovviamente veniva ripetuto con un entusiasmo senza pari dai tifosi
del club di Maradona, l’Argentinos Juniors. Al ritmo martellante dei
tamburi emergeva con militaresca precisione dalle danze di guerra
tribali dei tifosi più sfegatati, i volti dipinti dei colori del proprio
p g p p p
club, il pe o nudo. «Maradona no se vende, Maradona no se va,
Maradona es Patrimonio Nacional» («Maradona non si vende,
Maradona non va da nessuna parte, Maradona è patrimonio
nazionale»).
I tifosi più infervorati erano gli appartenenti alle cosidde e barras
bravas, le gradinate selvagge, la versione Argentina degli hooligans.
Le barras erano figlie della crescita fenomenale del calcio, diventato
di gran lunga lo sport più popolare del Paese. Si tra ava di violenti
gruppi di teppistelli disoccupati, disposti a farsi assoldare dai
dirigenti dei club o da membri del governo per fare i loro interessi a
suon di intimidazioni. In cambio di tali servizi, i membri delle barras
si vedevano rimborsate tu e le spese di trasporto e il vi o, e
ricevevano biglie i omaggio per le partite o per qualsiasi altro
evento durante il quale si riteneva fosse necessaria una certa forza di
persuasione per convincere qualcuno. Fra i primi bersagli di queste
intimidazioni in seguito al golpe del 1976 ci furono alcune delle
madri e delle nonne dei desaparecidos, che scelsero di sfidare il divieto
posto dal governo alle manifestazioni pubbliche. Furono tormentate
di continuo, anche con la violenza, da sgherri prezzolati delle barras
che si fingevano membri inferociti della classe operaia.
Non c’è dubbio che le barras furono assoldate anche dai poteri
forti del calcio argentino, determinati a far sì che Maradona non si
trasferisse all’estero. Questi interessi emersero pubblicamente
quando il presidente dell’Argentinos Juniors, Prospero Consoli,
dopo il campionato giovanile del 1979, tentò di convincere
Maradona a prolungare il proprio contra o con il club. Consoli
aveva passato gran parte della sua vita come sarto ufficiale delle
forze armate argentine, o enendo il ruolo simbolico di caporale che
gli aveva fru ato un discreto guadagno, oltre allo stipendio che
prevedeva diversi benefici. Ormai si era ufficialmente congedato dai
suoi doveri militari e si stava rivelando ben più utile nei panni di
tirapiedi dell’esercito all’interno dell’industria del calcio. Aveva da
poco nominato il generale Guillermo Suárez Mason amministratore
delegato dell’Argentinos Juniors, affidandogli la gestione delle casse
del club. Fra le credenziali di Suárez Mason non c’erano né una
particolare conoscenza del se ore né un grande amore per lo sport.
p g p p
Tu avia trovò nelle barras un alleato naturale. In qualità di
comandante del corpo dell’esercito, Suárez Mason non era secondo a
nessuno in quanto a violazioni dei diri i umani. Ed era anche
corro o. Si piazzò nei consigli di amministrazione di diverse
compagnie di Stato, compreso il monopolio degli idrocarburi
Yacimentos Petrolíferos Fiscales e la compagnia aerea Austral, dalle
quali diro ava segretamente milioni di dollari pagati dai
contribuenti su conti correnti privati o su proge i di prestigio la cui
unica giustificazione era la quantità di mazze e che generavano.
Dopo il Mondiale del 1978, Suárez Mason non si fece scrupoli nel
perseguire i propri interessi calcistici utilizzando il conto spese che si
era messo a disposizione alla YPF . Viaggiando sull’elico ero della
compagnia, il generale faceva regolarmente visita alla sede
dell’Argentinos Juniors, per assicurarsi che la gestione della carriera
di Maradona rimanesse so o il suo stre o controllo. Suárez Mason
era un demagogo, con una propensione per gli a acchi preventivi
ogni volta che qualcosa rischiava di minare le basi del suo potere.
Dopo il campionato giovanile di Tokyo mise mano al bilancio
dell’Austral e diro ò 250.000 dollari nelle casse dell’Argentinos
Juniors affinché potesse far fronte agli obblighi contra uali nei
confronti della propria stella. L’accordo prevedeva che Maradona
ricevesse una maglie a e un cappellino con il logo dell’Austral in
bella vista, che sarebbe stato tenuto a indossare in determinati
servizi fotografici e in occasione della cerimonia per la firma del
nuovo contra o, cui fu dato ampio spazio sui media.
A quanto sembra quella trovata pubblicitaria, la prima di una
lunga serie di operazioni in cui Maradona si lasciò coinvolgere, non
fece granché per incrementare i flussi di cassa dell’Austral. Per
quanto riguarda il giocatore, di certo non parve giovare
all’immagine di quello che era ormai uno degli sportivi più amati
d’Argentina. La redazione di «Crónica», il tabloid pomeridiano più
diffuso del Paese, era talmente imbestialita dalla marche a per
l’Austral che pubblicò un editoriale a tu a pagina per condannare la
vicenda. Per non rischiare la chiusura o, peggio ancora, l’omicidio di
qualche cronista, l’articolo si guardò bene dall’implicare Suárez
Mason nella vicenda. Ma ai le ori non veniva lasciato alcun dubbio
circa la manipolazione cui Maradona era stato so oposto dai
militari. So o il titolo «L’Angelo del calcio non si merita di essere
costre o alle carnevalate», «Crónica» disse che Maradona non
sembrava un calciatore, bensì un astronauta o un pilota
automobilistico, obbligato a fare il pagliaccio per un pugno di dollari
in più. «La colpa non è di nessuno se non della società consumistica
che vuole assicurarsi la buona rendita dei suoi investimenti.
Maradona rimane lindo e puro come sempre…»
Era vero, ma fino a un certo punto. Perché, come lo stesso articolo
faceva notare, Maradona aveva cominciato a pronunciarsi su
questioni che, stre amente parlando, non avevano niente a che
vedere con il calcio, ma che parevano a enere agli obblighi del
calciatore quale militare di leva. Poco dopo aver firmato l’accordo
con l’Austral, Maradona dichiarò: «Ora che ho la fortuna di servire il
mio Paese anche come soldato, sto cominciando a capire fino in
fondo cosa significhi la sovranità nazionale. È tu o. L’Argentina è il
mio Paese e il mio Paese è come la mia famiglia… E se un giorno le
nostre forze armate dovranno difendere il nostro Paese, ci sarà anche
il soldato Maradona, perché prima di qualsiasi altra cosa sono un
argentino». Era una dichiarazione presa pari pari dal manuale della
giunta, scri a da militari come Suárez Mason e Consoli. All’epoca le
forze armate argentine stavano ancora minacciando guerra al Cile
per una disputa territoriale nel Canale di Beagle, oltre a continuare
la loro guerra interna contro i dissidenti politici.
Fra i militari argentini, tu avia, si erano venute a creare forti
divisioni interne. La rivalità fra Esercito e Marina si estese anche al
calcio, e Suárez Mason si trovò a dover difendere la propria
influenza su Maradona dalle avance di un contrammiraglio della
Marina, Carlos Lacoste. Lacoste aveva consolidato il proprio blocco
di potere nel regime in veste di presidente del braccio organizzativo
principale della Coppa del Mondo del 1978, l’EAM , ricoprendo al
contempo il ruolo di vicepresidente della FIFA , che avrebbe
mantenuto fino al 1982. Era anche nel consiglio di amministrazione
del River Plate, uno dei club più blasonati, e dopo la vi oria
dell’Argentina al Mondiale cercò di persuadere i dirigenti del club a
comprare Maradona. Il River Plate non riuscì mai a fare un’offerta
capace di convincere il giocatore. Ironicamente, fu poi beffato nel
1980 quando Maradona si trasferì in prestito per un anno agli
acerrimi rivali del Boca Juniors, dopo che Lacoste aveva sostenuto
pubblicamente e con decisione una norma emanata dalla Federcalcio
argentina per limitare i trasferimenti dei giocatori all’estero. Il Boca
quell’anno vinse il titolo, con grande disappunto di Lacoste. Il
contrammiraglio aveva dichiarato: «Non sono convinto dell’idea
secondo cui i giocatori non guadagnerebbero abbastanza nel nostro
Paese. Ci sono altri valori che dobbiamo tenere a mente. Abbiamo
organizzato una Coppa del Mondo con il consenso e la riconoscenza
di tu i gli argentini, e non abbiamo intenzione di ge are via quello
che ci sta fru ando». Il messaggio era fin troppo chiaro. Maradona
andava tenuto in Argentina fino a che i militari pensavano di poterlo
utilizzare per fini politici.
Un’idea molto precisa di quanto la di atura militare argentina
puntò sulla carriera dell’emergente Diego Maradona me la diede
Se imio Aloisio, il vicepresidente dell’Argentinos Juniors. Durante
la nostra intervista Aloisio per la prima volta rivelò pubblicamente
nei de agli i problemi che dove e affrontare per assicurarsi che il
rapporto fra il club e Maradona fosse basato su solide considerazioni
economiche anziché politiche. Già subito dopo la Coppa del Mondo
del 1978, Aloisio si era segretamente convinto che il club non potesse
più perme ersi di tenere Maradona. Gli introiti della società – gli
incassi veri, non i sussidi o enuti so obanco da Consoli tramite i
suoi amici nell’esercito – coprivano a malapena l’aumento dei costi
dovuto al rinnovo del contra o di Maradona. E il bilancio non era
soltanto in ca ivo stato, era anche inflessibile, giacché non lasciava
nulla a disposizione per gli altri giocatori e per sviluppare il resto
della squadra. Aloisio voleva vendere Maradona e utilizzare il
ricavato per rinforzare la squadra, migliorare le stru ure del club (e
quindi a rarre più tifosi) e assicurare la stabilità finanziaria della
società sul lungo termine.
«Il problema che mi trovavo ad affrontare all’interno della
società» mi disse Aloisio, «era che a Consoli e Suárez Mason
interessavano solo le manovre politiche. Maradona era la te a da cui
succhiavano tu i. Non solo Consoli e Suárez Mason, tu i quanti i
militari volevano che restasse in Argentina. Maradona era un buon
diversivo ogni volta che il regime si trovava in difficoltà. Faceva
felice la gente. I Romani usavano il circo, i nostri militari usavano il
calcio.»
7
Harry a Buenos Aires

Poco prima del Natale del 1978 (nel pieno dell’estate dell’emisfero
sud), uno degli allenatori più audaci del calcio britannico, Harry
Haslam dello Sheffield United, volò al di là dell’Atlantico, dire o a
Buenos Aires e determinato a concludere un affare. Le basi erano
state poste durante una serie di incontri segreti in quel di Sheffield
fra Haslam e Antonio Ra ín, ex capitano della nazionale argentina. I
tifosi britannici ricordavano Ra ín come il centrocampista alto e
tosto che aveva provocatoriamente fa o un giro di campo a
Wembley, scambiandosi insulti con la folla, dopo essere stato
espulso in un feroce quarto di finale contro l’Inghilterra. L’occasione
era il Mondiale del 1966, che l’Inghilterra, capitanata da Bobby
Moore, avrebbe poi vinto. Dodici anni dopo, l’uomo che i tabloid
britannici avevano riba ezzato «l’animale» era tornato in territorio
nemico con un ramoscello d’ulivo. Ritiratosi dal calcio giocato,
Ra ín aveva utilizzato la sua ampia rete di conta i sia in Argentina
che all’estero per affermarsi come agente a tempo perso o come
intermediario nel mondo del calcio argentino. Portava con sé una
lista di giocatori argentini in larga parte sconosciuti che ancora
dovevano entrare stabilmente nel giro della nazionale e che, di
conseguenza, non erano sogge i ai limiti imposti dalle autorità
argentine sui trasferimenti all’estero. La lista includeva il dicio enne
Diego Maradona, il quale, per quanto fosse già un astro nascente in
patria, restava ancora relativamente sconosciuto a livello
internazionale.
La ci à di Sheffield poteva sembrare distante anni luce da Buenos
Aires, ma lo United stava cercando una soluzione creativa ai propri
guai dopo la retrocessione del 1976. Con Haslam il club aveva
trovato un allenatore che aveva la reputazione di saper correre dei
p p
rischi, anche e sopra u o nell’imprevedibile arena del
calciomercato. Haslam sentiva che il club era pronto a una
rivoluzione, e che l’arrivo di un giocatore argentino avrebbe dato la
giusta scossa alla squadra, così preparò il viaggio in Argentina
insieme a Ra ín e a Oscar Arce, altro ex calciatore argentino che
aveva un contra o informale con lo Sheffield United in veste di
allenatore. All’inizio aveva pensato di portare con sé Keith
Burkinshaw e Terry Neill, rispe ivamente allenatori degli Spurs e
dell’Arsenal, anch’essi interessati ad acquistare dei calciatori
argentini. Pare che Haslam li avesse convinti che l’unica maniera di
inserirsi in quel mercato, prote o gelosamente dalla giunta, fosse
utilizzando Ra ín e Arce come intermediari. Sebbene Haslam fosse
l’allenatore dello Sheffield United, arrotondava ufficiosamente come
mediatore nelle tra ative all’estero, anche se pare si sia portato nella
tomba i de agli economici di questa situazione a dir poco informale.
Alla vigilia del viaggio in Argentina, Terry Neill decise di restare
in Inghilterra. Con il beneplacito di Haslam, il suo posto sull’aereo lo
prese Tony Pritche , un esperto cronista sportivo di Sheffield che
aveva seguito le sorti del club per quasi tu a la sua carriera.
Burkinshaw avrebbe utilizzato quel viaggio per aprire la strada al
futuro acquisto di Osvaldo Ardiles e Ricardo Villa, le due stelle
argentine del Mondiale, ma fin dall’inizio Haslam aveva ben chiaro
in testa il giocatore che avrebbe voluto portarsi a casa: Diego
Maradona. Sebbene i tifosi argentini fossero ancora intenti ad
adorare gli eroi che avevano conquistato la Coppa del Mondo, fra
giornalisti, allenatori, agenti e giocatori il fermento era tu o
concentrato su El Pelusa, il ragazzino con la zazzera – come era noto
Maradona all’epoca – la cui immaturità fisica celava una sicurezza e
un’ispirazione calcistica straordinarie. Haslam ebbe modo di
osservare personalmente il talento di Maradona come creatore di
gioco, regista e goleador, sia allo stadio dell’Argentinos Juniors che
in occasione di una trasferta nella località turistica di Mar del Plata.
Ricorda Haslam della sua visita all’Argentinos Juniors: «Ra ín mi
portò in questo stadio abbastanza sgangherato, non certo da
professionisti, con poche tribune coperte e senza nemmeno uno
skybox. Fummo costre i a guardare la partita da dietro la finestra in
y g p
uno degli uffici. Era il club di Maradona. Lui fece vedere qualche
numero già prima del calcio d’inizio, poi cominciarono a giocare.
Non riuscivo a credere che un ragazzino potesse essere così forte e
così completo. Grazie a Ra ín ero l’unico in lizza, capii subito che
quel piccole o valeva un milione. E di sicuro non guastò quando mi
dissero: “E aspe a di vedere i suoi due fratelli!”».
Fu a Mar del Plata, con le onde dell’Atlantico sullo sfondo, in
un’atmosfera vacanziera benede a dal sole costante e da alcuni dei
vini e dei prodo i i ici più pregiati di tu o il Sud America, che
Haslam conobbe Jorge Cyterszpiler. I due erano accomunati da una
personalità estroversa e vivace ed entrarono subito in sintonia. Come
molti dei suoi connazionali, Cyterszpiler era cresciuto con l’idea che
gli inglesi fossero degli snob rigidi e arroganti, ma in Haslam trovò
un uomo con un entusiasmo disarmante per la vita e una passione
smisurata per il calcio in particolare. «Mi ricordo di aver pranzato
con Haslam e di aver pensato: Alla fin fine è simpatico, ’sto tizio»
ricorda Cyterszpiler. Haslam si trovò bene anche con Se imio
Aloisio, che aveva dato formalmente il proprio beneplacito a che
Maradona fosse inserito nella lista dei potenziali trasferimenti di
Ra ín, in barba sia al presidente del club sia ai membri delle forze
armate. La presenza di Haslam in Argentina sfuggì alla stampa
locale ma fu monitorata con a enzione dal regime militare. Gli amici
che lo ospitavano dissero a Haslam che il diba ito sul consentire o
meno che Maradona si trasferisse all’estero era diventato una
questione politica talmente sco ante che bisognava mantenere a tu i
i costi un velo di segretezza intorno alle tra ative. La posta in gioco
era considerevole.
Come ricorda Tony Pritche : «Il ragazzo era il principe, il più
grande calciatore di tu a l’America Latina. Fin dal momento in cui
arrivammo era ovvio che se avesse lasciato l’Argentina sarebbe
scoppiato uno scandalo calcistico di livello nazionale. I conta i
argentini di Haslam misero subito in chiaro che se voleva Maradona
avrebbe dovuto portarselo via di nascosto, e che sarebbe stato
necessario allungare diverse mazze e a chi di dovere».
Pare tu avia che gli intrighi non intaccarono affa o l’entusiasmo
di Haslam nei confronti di Maradona. «Mi ricordo che quando
q
Haslam vide giocare Maradona per la prima volta ne rimase
assolutamente rapito» sostiene Aloisio. «A un certo punto si voltò e
mi disse: “Se imio, non c’è nessun dubbio che qui ci troviamo
davanti a un grande calciatore con un talento pazzesco”.»
Era un’impressione simile a quella che gli aveva fa o anni prima
Tony Currie, che nel decennio precedente aveva ca urato
l’immaginario del predecessore di Haslam, John Harris, nonché di
molti tifosi inglesi. Anche Currie aveva dicio o anni quando fu
acquistato da Harris, che pagò al Watford 26.500 sterline nel 1968.
Avrebbe condo o lo Sheffield United alla promozione, e poi a un
soffio dalle coppe europee, dimostrandosi un intra enitore naturale
e un mago del palleggio. I tifosi dello Sheffield ricordano che quando
Currie era al massimo della forma, era una gioia anche solo vedergli
passare il pallone. Per dirla con Tony Pritche : «Non calciava la
palla, la carezzava e la convinceva a fare quello che voleva lui. Che la
passasse lunga o corta, te la me eva su un pia o…».
Lo stesso si diceva del giovane Maradona che, come Currie, si
dile ava a dimostrare il proprio talento davanti ai tifosi adoranti con
gesti al limite dell’esibizionismo. Laddove Currie, dopo ogni gol,
mandava baci alle gradinate, Maradona a raversava in diagonale il
terreno di gioco per poi alzare al cielo il pugno chiuso in segno di
vi oria.
Currie acce ò di trasferirsi al Leeds in seguito alla retrocessione
dello Sheffield United nel 1976. Il prezzo del suo cartellino nel
fra empo era salito a 240.000 sterline. Quando Haslam vide giocare
Maradona, si rese conto all’istante di come il giovane argentino
avrebbe potuto colmare quel vuoto, ria izzare l’entusiasmo dei
tempi di Currie e riportare lo Sheffield United ai vertici del calcio
britannico e internazionale.
Quello di Haslam fu il primo approccio formale che Maradona
riceve e dall’estero, e l’entusiasmo dell’inglese colpì il calciatore, che
ancora si stava riprendendo dall’umiliazione di essere stato escluso
dalla squadra che aveva vinto la Coppa del Mondo. Parlando in
privato con Aloisio e Cyterszpiler, Maradona disse che lo stimolava
l’idea di giocare per una squadra inglese, ed era onorato che un
uomo come Haslam, con il suo gusto per il calcio-spe acolo, lo
g p p
avesse notato. Certo, avrebbe preferito ricevere un’offerta da uno dei
grandi club di prima divisione, come il Manchester United o il
To enham Hotspur, anziché da una squadra retrocessa nel
campionato cade o, ma l’avevano informato circa la storia dello
Sheffield United, e si rendeva conto del potenziale di quel club.
Il problema fu raggiungere un accordo sulla valutazione di
Maradona, dato che non aveva mai giocato in squadre straniere e
aveva ancora molto da dimostrare a livello internazionale. Non
avendo grandissime disponibilità economiche, Haslam doveva
cercare di concludere un affare che fosse nell’interesse del suo club
sul lungo termine. La cosa non sembrò importare più di tanto agli
argentini, che considerarono le 900.000 sterline offerte da Haslam
come l’apertura di un lungo negoziato durante il quale il prezzo
sarebbe gradualmente salito. Soltanto Aloisio era disposto a
intascare subito quei soldi e usarli per risanare le casse
dell’Argentinos Juniors. E poi aveva la sensazione che Maradona
sarebbe maturato se avesse giocato in Inghilterra: «Pensavo che
l’offerta di Haslam fosse favolosa. Conveniva a tu i, al suo club, al
nostro club e a Maradona stesso».
Il consiglio di amministrazione, tu avia, la pensava diversamente
e costrinse Aloisio, pare con il beneplacito di Cyterszpiler e dello
stesso Maradona, a presentare una controfferta da un milione e
mezzo di dollari. Haslam la trovò una cifra astronomica. Aveva
sperato di assicurarsi i fondi necessari per acquistare Maradona
tramite uno dei dirigenti più ricchi dello Sheffield, il commerciante
di lingo i Albert Bramall, ma le cifre che Maradona chiedeva, più la
pletora di commissioni che facevano parte dell’accordo, si rilevarono
eccessive per il consiglio di amministrazione dello Sheffield. Haslam,
pur con rilu anza, abbandonò l’idea di comprare Maradona, e si
assicurò invece i servizi di Alex Sabella, un’ala sinistra che aveva
visto all’opera con la maglia del River Plate. Avrebbe poi utilizzato i
propri conta i in Argentina per aiutare gli Spurs a concludere le
tra ative con Ardiles e Villa.
Con il senno di poi, ci si potrebbe fermare a rifle ere su quello che
sarebbe potuto accadere a Maradona, e al calcio inglese, se la
tra ativa con Haslam fosse andata in porto. Sabella ebbe un
p
rendimento altalenante allo Sheffield. Fu amato dai tifosi, ma la sua
mancanza di disciplina non lo aiutò certo ad affrontare l’inverno
rigido di Sheffield e il rigore degli allenamenti ortodossi di Haslam.
Ardiles, invece, migliorò moltissimo come calciatore giocando negli
Spurs, e si integrò così bene nella società inglese che decise di
fermarsi, diventando poi allenatore di Newcastle, Swindon e Spurs.
Indipendentemente da quello che sarebbe potuto succedere a
Sheffield, l’approccio di Haslam ebbe sicuramente un certo impa o
sulla carriera di Maradona. Una volta entrato nel mercato
internazionale, Maradona era destinato a restarci, facendo ormai
parte di quella mezza dozzina di giocatori capaci di suscitare
enorme interesse in tu o il mondo. Durante le tra ative con Haslam,
Cyterszpiler fece circolare un volantino secondo il quale Maradona
voleva giocare nell’Arsenal. Come previsto, qualcuno in Inghilterra
lo venne a sapere, e alcuni articoli della stampa sportiva suggerirono
che Haslam avesse agito come spia dell’Arsenal in Argentina.
Haslam negò fermamente, e non ci sono prove che si sia mai
discusso seriamente di un possibile trasferimento di Maradona a
Highbury. Il volantino però raggiunse il proprio scopo, ovverosia
alzare il profilo di Maradona all’estero. Cyterszpiler si ge ò a
capofi o nel proprio lavoro e passò i tre anni successivi a me ere
un’offerta contro l’altra nel tentativo di negoziare l’accordo più
redditizio per conto del suo amico e cliente. Maradona, nel
fra empo, coltivò la propria immagine di stella emergente in patria
aiutando il Boca a vincere il campionato. Il suo trasferimento
all’estero continuava a essere ostacolato dalla congiura dei poteri
forti del calcio argentino, tra cui la Federazione, grandi club come il
River Plate, il Boca e l’Argentinos Juniors, le barras bravas, alcune
figure del regime militare, e César Meno i.

La Juventus fu uno dei grandi club europei che si interessò a


Maradona in seguito al tentativo fallito dello Sheffield United. Con
la benedizione dell’avvocato Gianni Agnelli, il presidente Giampiero
Boniperti e il dire ore generale Pietro Giuliano volarono a Buenos
Aires per incontrarsi con Cyterszpiler e con i rappresentanti
dell’Argentinos Juniors. Con loro c’era Omar Sivori, il veterano
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oriundo italo-argentino che aveva molto da insegnare ai
connazionali circa i vantaggi di lasciare il calcio argentino per l’Italia.
Nel 1957 Sivori, con il suo sinistro letale, aveva fa o parte del
cosidde o Trio de la Muerte, il Trio della Morte, le stelle della
squadra argentina che aveva vinto il Campionato Sudamericano a
Lima. Un anno dopo tu i e tre vennero acquistati da club italiani,
cosa che lasciò devastata la nazionale argentina ma diede un grande
contributo al calcio europeo. Sivori ebbe una carriera di grande
successo giocando al fianco di Boniperti nella Juventus, per poi
diventare commissario tecnico dell’Argentina un decennio più tardi.
Sivori, che come Maradona era nato povero e aveva origini italiane,
era diventato milionario, ed era certo che se la giovane stella
argentina fosse andata in Italia sarebbe esplosa come era successo a
lui. Credeva inoltre che le obiezioni sollevate di fronte all’idea del
trasferimento non tenessero conto dell’interesse di Maradona, bensì
che rispondessero a esigenze politiche interne. Nessun club in
Argentina, secondo Sivori, poteva realisticamente offrire a una stella
come Maradona le cifre che invece era pronta a offrire la Juventus,
braccio calcistico di una delle aziende più potenti al mondo.
Gli osservatori della Juventus avevano avuto modo di ammirare
in prima persona il talento di Maradona in occasione dell’amichevole
che l’Argentina giocò contro l’Italia allo Stadio Olimpico di Roma il
26 maggio 1979. La partita finì 2-2 e si rivelò un duello gladiatorio fra
Maradona e il talentuoso centrocampista italiano Marco Tardelli. Il
controllo di palla di Maradona, il suo cambio di passo ele rico e il
suo tocco sicuro fecero alzare in piedi diverse volte il pubblico dello
Stadio Olimpico, e l’argentino finì col ba ere Tardelli per il titolo di
migliore in campo. Sivori non aveva dubbi riguardo al genio di
Maradona. Boniperti era un po’ più cauto. Come ricorda una fonte
vicina alla Juventus: «Per quel che riguardava la Juventus, i soldi non
erano un problema. Ma Boniperti qualche dubbio a proposito di
Maradona lo aveva. Pensava che avesse tu e le qualità che fanno
grande un giocatore, ma era anche convinto che si stesse ancora
formando, e c’era il rischio che quelle qualità svanissero con l’età.
Boniperti poi riteneva Maradona imprevedibile, e secondo lui
sarebbe stato opportuno aspe are prima di provare a ingaggiarlo».
pp p p p g gg
Ciononostante, Boniperti presentò quella che riteneva fosse
un’offerta creativa nel tentativo di aggirare le obiezioni sollevate in
patria al trasferimento di Maradona all’estero: il calciatore sarebbe
andato alla Juventus in prestito per una stagione, dopodiché gli
sarebbe stata concessa l’opportunità di tornare in Argentina in
tempo per la Coppa del Mondo del 1982, che si sarebbe tenuta in
Spagna. I colloqui con la Juventus furono titubanti da ambo le parti.
L’entourage di Maradona, però, ne gonfiò l’importanza nel chiaro
tentativo strategico di rafforzare la sua posizione negoziale con altre
pretendenti. Così i media argentini ripresero diffusamente una
notizia dell’ANSA secondo cui la Juventus sarebbe stata disposta a
pagare dieci milioni di dollari, quando in realtà, sempre che si fosse
parlato di cifre, la somma offerta era ben più modesta.
Quali che fossero le vere intenzioni della Juventus, il club non
riuscì a tenere il passo con chi invece perseverava nel tentativo di
accaparrarsi Maradona fin dal 1979, ovverosia il Barcellona. La
tra ativa, una delle più contorte nella storia del calcio, sfociò nel
trasferimento record di Maradona nel 1982. Secondo Sivori,
l’approccio della Juventus fu stroncato sin dall’inizio dal fa o che il
Barcellona aveva già inviato un negoziatore di primissimo piano per
una missione di ricognizione, in aperta sfida al mantra «Maradona
non si vende» che andava per la maggiore nella Federcalcio
argentina e fra gli adde i ai lavori.
Ricorda Sivori: «Ci furono discussioni franche e aperte, ma
Maradona sembrava chiaramente a disagio, in imbarazzo. Che
l’avesse fa o lui o Cyterszpiler per suo conto, aveva già firmato
quello che di fa o era un accordo di massima con il Barcellona; e si
sentiva anche turbato, quasi minacciato, dal fa o che ci fossero altre
circostanze che sembravano del tu o fuori dal suo controllo. Tu a
l’Argentina sembrava decisa a lo are per assicurarsi che non
andasse da nessuna parte».
8
Soldi, soldi, soldi

La storia del primo trasferimento da record di Maradona me e in


luce gli aspe i più commerciali e più cinici del mondo del calcio, ma
alla sua origine c’è una vicenda piu osto semplice. Nei primi mesi
del 1977, Nicolau Casaus, veterano vicepresidente del Barcellona,
deputato al coordinamento delle peñas, ovverosia le reti di tifosi
blaugrana diffuse in tu o il mondo, riceve e una telefonata dalla
località turistica argentina di Mar del Plata. Casaus, un gioviale
astemio con il sigaro sempre in bocca e un certo talento per la
diplomazia, era abituato, in una normale se imana, a ricevere
centinaia di telefonate da tifosi sparsi da Tel Aviv al Polo Nord, e a
liquidarle con risposte educate senza prenderle troppo sul serio.
Quella chiamata dall’Argentina, però, sembrava meritare
un’a enzione speciale. L’Argentina vantava il maggior numero di
peñas, Casaus aveva un legame sentimentale con il Paese, essendoci
nato, e la persona che l’aveva chiamato era un suo amico di nome
Beltrán, delle cui opinioni calcistiche Casaus si fidava.
Beltrán era un argentino figlio di immigrati catalani e gestiva una
pasticceria. Per quanto tifoso sfegatato del Barça, era un avido
appassionato della scena calcistica locale, e quello di cui era appena
stato testimone lo aveva reso a dir poco entusiasta. Poco prima,
infa i, aveva visto giocare Maradona in una delle sue prime partite
nella massima serie, in occasione della quale aveva dato un
contributo determinante alla vi oria dell’Argentinos Juniors contro
la squadra locale. «Questo Maradona è un genio assoluto» disse
Beltrán a Casaus. «Devi venire a vederlo di persona.»
Casaus ebbe l’opportunità di farlo durante i Mondiali del 1978,
quando fu spedito dal club in missione per raccogliere informazioni
e conta i. Non rimase particolarmente colpito dalla qualità del gioco
p p q g
espresso durante il torneo, ma la sua immaginazione fu ca urata
quasi subito dal giovane Maradona, che osservò a distanza mentre
giocava in campionato con il suo club.
«Quando tornai al Barcellona dissi a tu i: “Ascoltate, ho appena
visto questo giocatore meraviglioso. Credo che diventerà forte come
Di Stéfano o Pelé”. Per tu a risposta mi dissero di stare zi o. La
sensazione, dentro e fuori dal club, era che il vicepresidente avesse
esagerato, in quell’occasione. Secondo loro Maradona era troppo
giovane e aveva ancora troppo da dimostrare e io, dal canto mio, ci
avevo visto male» ricorda Casaus.
Casaus, tu avia, per quanto molto modesto, era tu ’altro che
facile da ignorare. Uomo d’affari in pensione, era molto rispe ato
nella Spagna democratica e ritenuto coraggioso e di saldi principi.
Durante la guerra civile spagnola, infa i, era stato condannato a
morte dal Generalissimo Franco per le sue simpatie verso i catalani.
Il suo stre o conta o con il fan club internazionale del Barcellona gli
perme eva poi di contare su un ampio consenso all’interno
dell’istituzione più popolare e influente di tu a la Catalogna.
Casaus non si lasciò scoraggiare dalla prima reazione del
consiglio di amministrazione. Era disposto ad aspe are, certo che
Maradona non fosse una meteora. Non passò molto che qualcuno gli
diede ragione. Nel dicembre 1978 «MARCA », il diffusissimo e
influente quotidiano sportivo spagnolo, pubblicò il suo primo
articolo de agliato su Maradona, a pagina intera e con tanto di
intervista organizzata da Cyterszpiler, intitolato «La nuova stella
argentina». Il pezzo confermò quel che Harry Haslam fu costre o a
scoprire nel modo più difficile: che Maradona non si sarebbe mosso
per meno di un milione di dollari. «MARCA » fece notare che «si tra a
di una cifra che sorpassa quelle pagate per Ardiles, Villa e Tarantini,
ma di chi stiamo parlando? Lo chiamano El Pelusa, quello con la
zazzera. È basso, tozzo, con una testa di ricci che non vede un paio di
forbici da mesi. Ha appena dicio o anni eppure è, potenzialmente, il
calciatore più costoso di tu a l’Argentina. Si direbbe che il mercato
sia saturo, eppure Maradona sembra in grado di offrire qualcosa di
speciale».
Meno di un mese dopo la pubblicazione di quell’articolo, Casaus
era di nuovo a Buenos Aires a raccogliere ulteriori informazioni sul
conto di Maradona. Quando lo intervistai a Barcellona all’inizio del
1995, ricordò con affe o i suoi primi incontri con il giocatore: «La
mia prima impressione fu che fosse un ragazzo meraviglioso,
semplice, che era diventato famoso decisamente troppo in fre a. Era
stato assai penalizzato dalla maniera in cui gli avevano riversato
addosso soldi, fama e popolarità prima ancora che potesse avere il
tempo di maturare appieno. Mi sembrava anche che fosse molto
radicato nel suo Paese e molto legato alla famiglia. Quando andai a
casa sua ci trovai tu i – genitori, fratelli, sorelle, cugini – e mi dissi
che sembrava una comune. Qualcosa mi fece pensare agli alberi e a
quanto sia rischioso sradicarli e trapiantarli. Maradona sembrava
dovere la propria esistenza al proprio Paese e alla propria famiglia
così come un albero deve la propria esistenza alla terra».
A Casaus, però, non piacque affa o Cyterszpiler. Pensava che il
procuratore di Maradona, così come il padre Chitoro, avesse fin
troppa fre a di parlare di soldi. «Cyterszpiler mi diede l’impressione
di uno tu o testa e niente cuore. Parlava solo di cifre. Gli importava
soltanto dei soldi.» Cosa che probabilmente non dovrebbe
sorprendere, dato che Cyterszpiler aveva intuito, a ragione, che
Casaus fosse uno specchie o per le allodole, con la missione non
dichiarata di spianare la strada alla squadra di negoziatori che
l’avrebbe seguito di lì a poco. Come ammise in seguito lo stesso
Casaus: «I dirigenti del Barcellona, dopo le loro reticenze iniziali,
non erano più sce ici riguardo all’acquisto di Maradona. Quello che
volevano era tra are con fermezza sul prezzo in modo tale da
concludere il miglior affare possibile… volevamo comprare
Maradona spendendo poco. Cyterszpiler invece voleva il massimo
che fosse riuscito a strappare».
Per i due anni successivi, ci furono tra ative incessanti fra
Barcellona e Buenos Aires. Quello che cominciò con la semplice
segnalazione di un tifoso con la passione della pasticceria divenne
col tempo un carosello di tra ative che coinvolse sempre più
persone. Finì con quel genere di pratiche non del tu o oneste che
avrebbero poi cara erizzato molti dei trasferimenti più clamorosi
degli anni O anta e Novanta.
Durante quel periodo, vari poteri si contesero l’egemonia sulla
vita di Diego Maradona. In Argentina gli sforzi di un dirigente che
sarebbe stato ben lieto di concludere subito le tra ative fra il
giocatore e il Barcellona furono stroncati da una campagna di
denigrazione pubblica e di intimidazioni. Già nel marzo 1979,
Se imio Aloisio, dopo essersi assicurato il sostegno della
maggioranza del consiglio di amministrazione del club, aveva
siglato un accordo col Barcellona nella capitale catalana. L’accordo fu
subito sconfessato pubblicamente dal presidente del club Consoli,
con il sostegno di una parte delle forze armate. Aloisio tornò a
Buenos Aires e fu accolto all’aeroporto da una protesta di barras
bravas assoldate dal regime. Poi riceve e una serie di minacce di
morte. Quando si presentò al match casalingo accompagnato dal
tesoriere del Barcellona, Carlos Tusquets, le barras bravas si alzarono
all’unisono per gridare: «Maradona no se vende». Aloisio sarebbe
poi stato costre o alle dimissioni in seguito a un golpe societario
orchestrato da Consoli.
Fra i rappresentanti più appassionati della campagna per
tra enere Maradona in Argentina c’era Meno i. L’allenatore della
nazionale aveva utilizzato il successo al Mondiale per coltivare la sua
idea di un calcio argentino puro basato sulla rinascita dell’identità
nazionalista. Ripercorrendo la storia del calcio argentino, Meno i
aveva notato come l’apertura del mercato internazionale in seguito
alla Seconda guerra mondiale avesse causato la fuga di alcuni dei
migliori giovani calciatori del Paese. I più talentuosi fra questi,
giocatori come Sivori (Juventus), Angelillo (Inter) e Di Stéfano (Real
Madrid) vinsero trofei in tu a Europa, lasciando il calcio argentino
alle prese con una lunga marcia nel deserto.
Meno i aveva superato le sue riserve iniziali a proposito di
Maradona. Ormai non dubitava che il giocatore fosse fondamentale
per le sue future ambizioni di allenatore. Nel maggio 1980 chiesero a
Meno i di descrivere cosa significasse per lui vedere Maradona
scatenarsi sul terreno di gioco. «È come essere un patito di musica
classica, da solo in una stanza, con un’orchestra sinfonica che suona
Beethoven solo per te» rispose lui, per poi descrivere Maradona
come «la cosa più vicina a Pelé che vi capiterà mai di vedere» e
ammonirlo che avrebbe voltato le spalle a una carriera in nazionale
qualora fosse andato al Barcellona. «I tifosi lo odierebbero. Non
sarebbe giusto» disse.
Imperterrito, il Barcellona non smise di lavorare all’acquisto di
Maradona, ma i negoziatori del club, smaniosi di tra are sul prezzo,
trovarono un avversario di tu o rispe o in Jorge Cyterszpiler. Il
procuratore di Maradona utilizzò a proprio vantaggio le norme e i
regolamenti argentini che limitavano i trasferimenti, in modo tale da
prolungare le tra ative. Al tempo stesso la grande visibilità che fu
data ai colloqui – con somme del tu o ipotetiche riguardo altre anto
ipotetiche offerte fedelmente riportate dalla stampa locale – diede a
Cyterszpiler enorme voce in capitolo quando si tra ò di affrontare
l’Argentinos Juniors e gli altri funzionari che erano titubanti a lasciar
partire Maradona prima della Coppa del Mondo del 1982.
Cyterszpiler non stava facendo i propri comodi. Stava
semplicemente facendo ciò che il suo amico di infanzia si aspe ava
da lui, niente di più e niente di meno: procurarsi quanti più soldi
possibile per Maradona e per la sua famiglia, in modo tale che non
dovessero mai più vivere la miseria e le umiliazioni di Villa Fiorito, e
al contempo garantire a Maradona la libertà di occuparsi di quello
che sapeva fare meglio: vincere partite di calcio.
A molti, nell’ambiente del Barcellona, conveniva dipingere
Maradona come un ragazzino ingenuo e ignorante, vi ima delle
manipolazioni di un procuratore senza scrupoli. Ma la realtà era ben
più complicata. Per tu a la durata delle tra ative, Maradona si
mantenne volutamente ambiguo nelle sue dichiarazioni pubbliche.
Con la stampa argentina e spagnola parlava del suo amore per la
propria nazione e della sua lealtà nei confronti della famiglia,
riservandosi tu avia il diri o di scegliere di andare all’estero qualora
non fosse stato adeguatamente remunerato in patria. Nei suoi
conta i con i procuratori italiani e spagnoli si dimostrò
manifestamente entusiasta al pensiero che i più grandi club europei
se lo contendessero. Ma parlando con i suoi compatrioti, Meno i su
tu i, dava l’impressione che la sua unica vera ambizione fosse quella
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di vestire i colori della nazionale. Maradona tu avia non stava
seguendo un copione scri o per lui da Cyterszpiler. Lui gestiva
d’istinto i suoi rapporti con la stampa, che rifle evano la sicurezza di
un ragazzo entrato giovanissimo nell’Olimpo del calcio, il quale
sentiva che il mondo, per volontà divina, fosse ai suoi piedi, in tu i i
sensi.
Dal punto di vista economico, la strategia di Cyterszpiler si rivelò
un successo straordinario. L’interesse del Barcellona per Maradona
si mantenne vivo e l’offerta del club raddoppiò di anno in anno. In
patria, intanto, l’industria del calcio argentino faceva i salti mortali
per stare al passo, essendo la valutazione di Maradona ormai ben al
di là di qualsiasi logica economica. Fu così che un Argentinos Juniors
sommerso dai debiti venne salvato da un sussidio di almeno 400.000
dollari così che potesse offrire un contra o più alle ante a
Maradona. A un certo punto la Federcalcio argentina sembrò sul
punto di rimangiarsi la parola, ma tenne fede all’impegno quando
Maradona minacciò di far causa al club per violazione dei termini
contra uali e minacciò la Federazione di lasciare il Paese. Dove
esa amente la Federcalcio argentina trovò il denaro per
quell’operazione non è mai stato chiarito, e resta il sospe o che
Maradona potrebbe essere stato pagato con fondi diro ati dagli
amici che Consoli aveva nel governo. Quando fu concesso il sussidio,
Consoli insiste e a dire che nel giro di poco tempo l’Argentinos
Juniors sarebbe stato in grado di autofinanziarsi, e che avrebbe
pagato Maradona grazie ai proventi di una lo eria speciale e
all’aumento del costo degli abbonamenti. Entro un anno avrebbe
invece ammesso pubblicamente quel che si sapeva fin dall’inizio: il
suo club non poteva più perme ersi il giocatore.
Così il 13 febbraio 1981 venne siglato un accordo con il Boca
Juniors, secondo il quale Maradona si sarebbe trasferito in prestito
dall’Argentinos Juniors fino al 30 giugno 1982 (la vigilia della Coppa
del Mondo in Spagna) e il Boca avrebbe poi avuto il diri o di
risca are il suo contra o. Il Boca pagò qua ro milioni di dollari,
oltre ad accollarsi più di un milione di dollari di debiti
dell’Argentinos Juniors. Acce ando di pagare Maradona in dollari, il
Boca gli conferì la statura che stava cercando, ma la cosa rese il club
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vulnerabile sul mercato altamente instabile della valuta estera. Nel
giugno del 1981, pochi mesi dopo la firma dell’accordo, l’Argentina
si ritrovò nel mezzo di una delle sue solite crisi finanziarie, con il
governo costre o ad annunciare una svalutazione del peso pari al
30%. Il Boca si ritrovò a sua volta sommerso dai debiti e
all’improvviso i biglie i e le altre fonti di reddito erano insufficienti
a coprire i costi di Maradona, così la società fu costre a a indebitarsi
ancora di più.
E così mentre due grandi club argentini scivolavano verso il
disastro economico a causa del loro rapporto con Maradona, una
terza entità prosperava: la Maradona Productions. La società
offshore registrata in Liechtenstein era stata fondata da Cyterszpiler
nei primi mesi del 1979 con l’approvazione di Maradona e dei
genitori. L’idea era di utilizzarla come un veicolo per le tra ative, e
di incanalarvi i proventi delle a ività di Maradona, che si tra asse di
sponsorizzazioni o di merchandising. La scelta del Liechtenstein
dava il doppio vantaggio di evitare il fisco argentino ed europeo
nonché di proteggere il nascente impero economico di Maradona da
qualsiasi controllo finanziario. Fra il 1979 e il 1981 la società strinse
una serie di accordi commerciali assai redditizi, i cui proventi furono
determinanti al fine di convincere Maradona a continuare a giocare
in Argentina.
Uno dei primi accordi fu stre o con la Puma, il cui braccio
argentino era dire o da uno degli imprenditori più in vista del
Paese, Eurnekian. Un altro grande colpo fu l’accordo con la Coca-
Cola. Nel tra are con i dirigenti locali della multinazionale,
Cyterszpiler e i massimi dirigenti dell’Argentinos Juniors
collaborarono a un’operazione di disinformazione strategica. Ai
primi di maggio del 1980, Consoli annunciò alla stampa argentina
che il Barcellona aveva acquistato Maradona per sei milioni di
dollari, rendendolo uno dei giocatori più pagati al mondo. Sebbene
diversi dirigenti del Barcellona si trovassero in quel momento a
Buenos Aires, in realtà non era stato firmato nessun contra o, dato
che si a endeva ancora una decisione della federazione argentina
riguardo alla trasferibilità o meno di Maradona. La falsa notizia fu
diffusa di proposito con l’intenzione di elevare ulteriormente
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l’immagine di Maradona all’estero e assicurarsi così il contra o con
la Coca-Cola. La notizia, che fu ripresa anche dalla stampa spagnola,
si rivelò poi quel che era – un’invenzione – ma solo dopo che la
Maradona Productions ebbe concluso l’accordo.
Nel vendere l’immagine del proprio cliente, Cyterszpiler si pose
pochissimi limiti. Il nome di Maradona ben presto fu associato a
prodo i di ogni genere, indipendentemente da quanta poca
a inenza potessero avere con il calcio. Così Maradona, con un
sorriso da stella del cinema, prestò la sua dentatura per la pubblicità
di un nuovo spazzolino da denti che, come garantiva lo spot,
avrebbe assicurato una buona igiene orale sia al lavoro che nel
tempo libero. Il tema della pulizia e della cura di sé si estese poi a
saponi e altri prodo i cosmetici associati al nome di Maradona.
C’erano quaderni di Maradona – ironia non da poco, visto
l’assenteismo cronico di Diego ai tempi della scuola – e un
bambolo o, chiamato Dieguito, sia in versione peluche che
modellino. Ogni contra o fu siglato dietro esplicita approvazione di
Maradona. Solo occasionalmente Diego si negò agli sponsor per
«ragioni sociali ed etiche». Non fumando, rifiutò l’offerta di
pubblicizzare una marca di sigare e. Non acce ò neppure di
prestare il proprio nome alla pubblicità di un vino, ritenendo che la
cosa potesse incitare all’alcolismo. E se è vero che queste eccezioni
erano tu avia gocce nell’oceano degli introiti che Maradona stava
cominciando a generare, dimostravano comunque una re itudine
morale che sarebbe venuta a mancare negli anni successivi.
Il conce o della Maradona Productions – il giocatore aveva diri o
a una fe a degli introiti generati dalla propria immagine – fu un
esempio che in futuro sarebbe stato ripreso da molti altri giocatori,
che furono così in grado di garantirsi una fonte alternativa o
supplementare di reddito. Quando Diego viveva in Argentina, la
cosa portò certamente benefici economici ben tangibili ai Maradona,
sebbene ancora oggi la famiglia continui gelosamente a mantenere
segreto il vero valore della società. Secondo Cyterszpiler, Maradona
nel 1982 guadagnava 65.000 dollari al mese senza contare i bonus, e
il suo reddito annuale proveniente da «altre fonti» era di circa un
milione e mezzo di dollari. Nel 1979, utilizzando fondi o enuti
tramite la Maradona Productions, Cyterszpiler aveva comprato a
Diego una casa di campagna nei pressi di Buenos Aires per 350.000
dollari. C’erano una piscina e una palestra costruita su misura, con
una stru ura in metallo incastonata in un muro di cemento contro la
quale il giocatore avrebbe potuto esercitarsi a passare il pallone.
L’anno successivo la compagnia spese oltre un milione di dollari per
acquistare una casa per Maradona e i genitori nel sobborgo di Villa
Devoto, a Buenos Aires. Dopodiché venne l’ora di una serie di
appartamenti per altri parenti e amici.
L’acquisto della magione di Villa Devoto fu molto chiacchierato,
cosa che infastidì i nuovi vicini dei Maradona. Il loro timore era che
la vita in quel tranquillo quartiere residenziale non sarebbe mai più
stata la stessa. E avevano ragione. Mentre le telecamere della tv e i
paparazzi si appostavano fuori dalla nuova casa, «Crónica» rischiò
di provocare l’invidia dei suoi le ori, in gran parte appartenenti alla
classe operaia, pubblicando un paginone con tanto di fotografie che
descriveva nei de agli i lussi di quell’abitazione. Fra questi
spiccavano una sala da pranzo decorata in marmo, una piscina
interna con tanto di cascata, sofisticate apparecchiature audio e di
cucina e numerose stanze, fra cui un appartamento per la servitù. I
Maradona avevano fa o parecchia strada dai tempi in cui
Cyterszpiler portava al suo amico Dieguito le bo iglie e di Coca-
Cola che questi non poteva perme ersi, in cui Chitoro prendeva a
mazzate carcasse bovine e Tota lavava a mano il bucato di tu a la
famiglia a pochi passi dal pozzo nero.
«Crónica», fedele alla sua identità di voce del popolo, approfi ò
dell’evento per scrivere una le era aperta a Maradona, che diceva:

Sai fin troppo bene, Diego, che l’invidia è un male assai comune fra di noi, e che
niente provoca invidia più del successo, dei soldi e della felicità. Ma questo non
ti ha fermato, Diego, dall’avere successo come calciatore e dal seguire il tuo
sogno di portare felicità alla tua famiglia. È da un po’ ormai che il tuo genio
riempie gli stadi, e hai fa o impazzire gli argentini. Ormai sei diventato il re del
calcio. Ma per essere un buon re non è sufficiente saper dominare il pallone,
bisogna anche che il trono sia degno del suo occupante. Hai bisogno di un
palazzo simile, e te lo meriti tu o…
Pur congratulandosi con Maradona, la le era era anche un velato
ammonimento circa i pericoli del successo e della fama. Da un lato, i
Maradona erano «arrivati» dal punto di vista sociale, dimostrando
persino agli ultimi fra gli oppressi, così come aveva già fa o Evita,
che a pa o di essere determinati e di avere Dio al proprio fianco, si
poteva vincere la povertà.
Eppure i Maradona stavano rischiando di alzare una barriera fra
loro e il mondo che si erano lasciati alle spalle, alimentando il
sospe o di amici e parenti e perdendo di conseguenza la loro lealtà e
la loro solidarietà. Il loro mondo era sì diventato più confortevole dal
punto di vista materiale, ma stava anche diventando più freddo, più
isolato. A casa, Tota e Chitoro facevano del loro meglio per
tramandare le tradizioni più semplici della famiglia. Lei preparava
pasta ed empanadas come aveva sempre fa o, radunando a tavola
tu i i figli, compreso Diego, ogni volta che era possibile. Chitoro
continuava ad alzarsi ogni ma ina poco dopo l’alba, scegliendo di
non rinunciare a una routine che aveva seguito sin da quando
lavorava in fabbrica. Ma la tensione causata dal sentirsi diversi da
gran parte del mondo esterno cominciò a farsi sentire poco dopo il
trasferimento a Villa Devoto. I rapporti di Tota con alcuni dei vicini
si fecero tanto problematici che lei un giorno corse gridando sul
marciapiede e crollò a terra in preda a una crisi di nervi. Nelle sue
orecchie riecheggiavano i pe egolezzi di chi diceva che i soldi
avevano dato alla testa del giovane Maradona. Durante alcune
partite cominciarono a volare gli insulti contro la sua famiglia. In
un’occasione si fecero tanto infervorati che Diego rilasciò una
dichiarazione per ammonire i tifosi che se non avessero mostrato più
rispe o per i suoi cari avrebbe abbandonato il calcio o se ne sarebbe
andato in Europa. I colloqui con il Barcellona intanto continuavano.
La tensione riaffiorò poco prima di una delle ultime partite che
Maradona giocò nell’Argentinos Juniors. Mentre stava entrando allo
stadio, un tifoso quindicenne lo spintonò leggermente per poi
chiedergli un autografo. Maradona si voltò e gli diede un pugno.
Accusato di violenza privata, fu condannato a due mesi con la
condizionale, ma in seguito l’incidente fu cancellato dalla sua fedina
penale grazie al favore di un giudice.
p g g
Maradona parlò in prima persona della pressione che la fama
cominciava a me ergli addosso in una serie di interviste molto
sincere. In una di queste, pubblicata nel dicembre 1979 quando
aveva appena diciannove anni, descrisse quanto fosse difficile far
felici tu i – e rispe are i propri obblighi contra uali – mantenendo
al contempo la sensazione di avere il controllo della propria vita.
Parlò con orgoglio di una festa del calcio a cui aveva partecipato per
aiutare a raccogliere fondi per i bambini bisognosi, e di come si
sforzasse di rispondere alle le ere degli ammiratori e di firmare gli
autografi. E poi ammise che c’era gente che, a de a sua, cominciava a
provare ad approfi arsi di lui. Fece l’esempio di una donna che gli
aveva chiesto di comprarle una casa, e di un uomo che gli aveva
chiesto un paio di occhiali da sole. Altre anto fastidiose, pensava
Maradona, erano le sempre più nutrite schiere di perfe i sconosciuti
che gli chiedevano di fare da padrino ai loro figli appena nati.
«Se mi mandano tremila libri di scuola da autografare, io li
autografo, ma quello che non posso fare è rilasciare tre interviste allo
stesso tempo. È quel genere di cosa lì che mi fa impazzire» disse alla
rivista argentina «Goles Match». «Ogni volta che ho un a imo libero
cerco di starmene a casa, perché appena esco mi ritrovo circondato
di gente.»
A dire il vero Maradona, come molti calciatori di quell’età, non
era affa o uno a cui piacesse stare in casa. Il calcio, per sua natura, fa
sì che gli allenamenti e le partite siano momenti di intensa
concentrazione, ad alto tasso di adrenalina, il che rende anche
necessari lunghi periodi di ina ività, durante i quali un giocatore
cerca di distrarsi con qualcosa di piacevole anziché intraprendere
a ività intelle ualmente dispendiose. C’erano serate durante le quali
Maradona sceglieva di fare quello che aveva fa o sin da quand’era
ragazzino, ovvero uscire con gli amici, mentre Claudia restava a
casa. La differenza era che ormai poteva raramente perme ersi di
farlo in segreto. Anche se non sempre lo coglievano sul fa o, c’era
una lista sempre più lunga di donne disposte a tradire la sua fiducia
e a spifferare qualsiasi indiscrezione alla stampa. Uno dei primi casi
fu quello della statuaria brune a definita la «Raquel Welch
argentina». Per quanto fisicamente somigliasse davvero all’a rice
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americana, era un soprannome leggermente fuorviante per Norma
Moro, donna dalle origini misteriose che sosteneva di essere una ex
torera e che lavorava come spogliarellista in un locale del centro di
Buenos Aires. Norma parlò di come avesse intrapreso una relazione
con Maradona dopo che lui era andato a vederla esibirsi in uno
spe acolo intitolato Circus Sexy, durante il quale indossava un bikini
in pelle di leopardo con tanto di stivali coordinati. «Sono stata un po’
di volte a vederlo giocare, ma ho dovuto sme ere perché lui diventa
molto geloso, e allo stadio una persona come me a ira molto
l’a enzione» confessò Norma.
Le a enzioni di donne come Norma – che fossero vere o
immaginarie – erano, in quella fase della sua vita, l’ultimo dei
problemi di Maradona. Scapolo, senza figli e con una fidanzata
abbastanza sicura del loro futuro da essere disposta a chiudere un
occhio, Maradona poteva perme ersi di fare il birbante e di passarla
liscia. Ciò che cominciava a turbarlo era il rischio dello sradicamento
sociale e la sensazione che la sua identità fosse minacciata dallo
sforzo di seguire la sua presunta vocazione divina alla grandezza
calcistica, so o le pressioni sempre più intense dei suoi obblighi
contra uali.
Giocare a calcio e vincere restava, come era stato sin dalla prima
infanzia, la sua motivazione principale. Eppure il suo rendimento in
campo stava cominciando a risentire di un problema che lo avrebbe
affli o per gran parte della sua carriera: la sua predisposizione agli
infortuni. A vent’anni appena, il corpo di Maradona già stava
soffrendo le conseguenze di uno sviluppo fisico artificialmente
pilotato e accelerato. Una volta infortunato, Maradona non perdeva
soltanto l’uso del piede o della gamba. Perdeva la propria linfa
vitale, o perlomeno così credeva.
9
Boca campione

Fu poco dopo l’accordo che prevedeva il trasferimento in prestito


dall’Argentinos Juniors al Boca che Maradona cominciò a mostrare i
primi segni della sua propensione agli infortuni. Il 20 febbraio 1980
aveva acconsentito, nell’ambito di quell’accordo, a festeggiare il
trasferimento giocando in un match fra le due squadre, cambiando
squadra alla fine del primo tempo. Al diciasse esimo minuto
Maradona si stirò un muscolo della gamba sinistra e fu costre o ad
abbandonare il campo. All’inizio della ripresa, con le squadre in
parità, riapparve indossando la maglia del Boca Juniors. In seguito
alla sua temporanea assenza, la qualità della partita era decisamente
calata. I tifosi del Boca cantavano il suo nome e i dirigenti lo
guardavano, aspe andosi di vederlo fare quel che era stato pagato
per fare. E così fece, gridando a un certo punto in direzione delle
gradinate: «Non vado da nessuna parte» e stringendo i denti fino
alla fine del match. Per le migliaia di tifosi presenti quel giorno, la
prestazione di Maradona aveva un che di eroico. Non sapevano che
era stato in grado di continuare solo dopo che un medico gli aveva
somministrato una massiccia dose di antidolorifici. Maradona
ammise poi che dopo la partita non aveva dormito per tre no i,
tanto era forte il dolore che era tornato a tormentarlo una volta
scemato l’effe o dell’iniezione.
Con il Boca, Maradona avrebbe poi vinto il suo primo
campionato. Come molte altre fasi della sua carriera, sembrava una
storia già scri a per mano divina ma resa possibile soltanto dalla sua
incrollabile forza di volontà. Sin da quando era bambino, l’ambizione
di Maradona era stata quella di giocare nel Boca. Aveva previsto che
anche i suoi due fratelli minori avrebbero vestito quella casacca, ma
il loro talento si rivelò ben inferiore a quello di Diego, e dove ero
accontentarsi di squadre minori.
Il Boca era stato fondato nell’omonimo quartiere popolare vicino
al vecchio porto di Buenos Aires, dove si era stabilita la comunità
italiana. Qui i primi immigrati avevano messo su casa e avevano
creato un’identità colle iva fra cantine e osterie dove si suonava il
tango. Era diventato uno dei club più noti di tu o il Sud America e
la sua posizione al vertice del campionato argentino di solito era
minacciata soltanto dagli storici rivali del River Plate. Giocare per
una di quelle due squadre era considerato un privilegio, ma nella
famiglia Maradona non ci fu mai alcun dubbio che il Boca sarebbe
stato la sua destinazione naturale. In quel club Maradona tornò alle
sue radici materne. E ogni volta che passava accanto all’enorme
murale che adorna uno dei tunnel che conducono negli spogliatoi,
pensava anche a suo padre. Perché ritra i sulla parete c’erano i
portuali che trascinavano i loro carichi, come aveva fa o Chitoro
tanti anni prima. I Maradona erano diventati ricchi, ma il Boca diede
loro l’opportunità di stare ancora una volta dalla parte del popolo.
All’inizio della stagione 1981-82 il Boca era in difficoltà. Il club
veniva da qua ro annate disgraziate, nelle quali non era riuscito a
vincere il campionato. Adesso c’era un nuovo allenatore, Silvio
Marzolini, ex giocatore del Boca. Maradona, insieme ad altri tre
nuovi acquisti, arrivò nell’ambito di una rifondazione della squadra.
Fra i giocatori che erano rimasti – compreso l’estroverso portiere
Hugo Ga i – inizialmente ci fu un certo risentimento di fronte al
tra amento da stella che veniva riservato a Maradona, e di fronte al
suo stipendio. Fra i dirigenti c’era anche il timore che le prestazioni
della squadra potessero risentire della rivalità in a acco fra
Maradona e Miguel Ángel Brindisi, il giocatore più prolifico del Boca
so o porta. Brindisi, una mezzala destra, era uno dei veterani più
noti del calcio argentino. Ex dell’Huracán, aveva giocato nella
nazionale argentina al Mondiale del 1974. Conformista, schivo e
modesto per natura, e industrioso per quanto poco creativo in
campo, era l’esa o opposto di Maradona sia nello stile che nel
temperamento. Le differenze fra i due erano evidenziate
dall’inarrestabile successo commerciale di Maradona, figura di
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interesse nazionale che ormai sembrava pronto a giocare per il Boca
un giorno e per il Barcellona il giorno dopo, a pa o che lo pagassero
di più. Nei primi anni Se anta, invece, Brindisi aveva acce ato con
orgoglio una medaglia conferitagli dal generale Perón in persona per
aver rifiutato le lusinghe dei club stranieri ed essere rimasto in
patria.
L’affabile e diplomatico Marzolini era ben conscio di quelle
tensioni interne e mise in chiaro a Maradona, con il dovuto ta o, che
da lui ci si aspe ava che giocasse per la squadra come tu i i suoi
compagni, e che rispe asse la disciplina tanto quanto gli altri. Era
una richiesta non da poco per una personalità come quella di
Maradona, la cui arroganza e il cui orgoglio crescevano di giorno in
giorno. Ci furono scambi roventi, dovuti alla reazione istintiva di
Maradona quando si ritrovò assogge ato al controllo dell’allenatore.
Miracolosamente, però, la tensione si dissipò in tempo per il primo
vero test di Marzolini.
Ripresosi dal suo ultimo infortunio, Maradona giocò per la prima
volta una partita intera con la maglia del Boca Juniors contro il
Talleres di Córdoba. La partita contro la squadra del nord,
tradizionalmente tosta e molto fisica, era uno degli incontri chiave
della stagione. Alla vigilia del match sembrava che il circo romano si
sarebbe radunato ancora una volta per vedere Maradona vincere o
morire. Alla fine, l’accoglienza che gli riservò quel giorno
l’impressionante Bombonera confermò che il giocatore aveva un
posto speciale nel cuore dei tifosi del Boca. Cosa ancora più
importante, divenne ovvio fino a che punto Maradona fosse
diventato un simbolo del successo calcistico nazionale. Come ricordò
in seguito un giornalista presente: «Tu a l’Argentina del calcio
avrebbe voluto essere allo stadio del Boca, quel giorno. E una piccola
parte di quel mondo – 65.000 persone – vibrava di un fervore che si
era visto raramente nella storia dello sport. Sulle gradinate come in
tribuna, tu i, senza eccezioni, erano a ra i dalla calamita di un
nome che oggi, in tu o il mondo, è sinonimo di calcio: Maradona».
Mentre le stelle filanti ricadevano sulle gradinate e lo stadio era
inondato dal gialloblu del Boca, un ruggito tribale colle ivo salutò
Maradona. I tifosi erano venuti a giurare fedeltà al proprio Re. In
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campo, Brindisi e Maradona non sarebbero potuti essere più diversi.
Il primo ben rasato, con le spalle stre e, meccanico nei movimenti; il
secondo, come fu ovvio sin dal momento in cui mise piede sul
terreno di gioco, un cane sciolto, tu o forza ed energia, i capelli
lunghi scompigliati dal vento, il corpo un barilo o di polvere da
sparo la cui miccia fu accesa in un istante dal tornado di entusiasmo
dei tifosi del Boca.
Eppure Maradona giocò esa amente la partita che Marzolini si
aspe ava da lui. Castigò i falli subiti dai compagni segnando
agevolmente due rigori, agli angoli opposti della rete, dopo aver
indo o in entrambi i casi lo sventurato portiere a tuffarsi dalla parte
sbagliata. Ma il più bello dei qua ro gol segnati quel giorno dal Boca
nacque da una scambio propiziato da Maradona grazie alla sua
straordinaria velocità di pensiero e di movimento. Entrato in
possesso di palla sulla linea di metà campo, partì in serpentina fra
un paio di avversari per poi raggiungere il limite dell’area. Lì, con
equilibrio perfe o, tenne palla mentre Brindisi sca ava alla sua
destra. Con un tempismo e un controllo di palla esemplari
Maradona superò un altro difensore e colpì la palla di sinistro per
Brindisi, che completò l’azione con una bordata al volo.
Tota ebbe modo di apprezzare la genialità di suo figlio, quel
giorno. Ed era anche fra i 60.000 tifosi che riempivano La Bombonera
la sera del 10 aprile 1981 per quello che era di gran lunga il più
sentito fra gli scontri che avrebbero deciso il campionato. Pioveva a
diro o, ma lo stadio ribolliva di entusiasmo in a esa del superclásico
fra Boca Juniors e River Plate.
La potenziale rivalità fra Maradona e Brindisi aveva ormai ceduto
il passo a un’intesa letale, con Maradona che dimostrava tu o il
proprio talento nell’agevolare e orchestrare le manovre, e che aveva
imparato ad a endere l’a imo giusto per l’ultimo passaggio a
Brindisi. Questo, tu avia, fu il match nel quale Maradona si consacrò
come il miglior giocatore in assoluto. Il Boca travolse il River 3-0, con
triple a di Maradona. Delle tre reti segnate quel giorno, una entrò
negli annali della storia del Boca come una delle più belle di sempre.
Maradona portò palla dalla propria metà campo e tenendola
incollata al piede si involò centralmente, superando con astuzia e
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abilità, uno dopo l’altro, avversari fra i quali c’erano giocatori di
classe come Passarella e Gallego. Poi si ritrovò faccia a faccia con
Fillol, il portiere della nazionale albiceleste. Anziché calciare a rete,
Maradona scartò sfacciatamente Fillol toccando la palla col destro,
me endolo a sedere come uno spaventapasseri abba uto dal vento.
Miracolosamente Tarantini, uno dei difensori del River, era riuscito a
recuperare e ora stava alle spalle di Fillol determinato a bloccare lo
specchio della porta. Tarantini, altro nazionale di grande esperienza,
tentò un tuffo disperato e rimase a gambe divaricate. Maradona fece
un altro passo di lato per poi entrare in porta palla al piede, la lingua
di fuori come faceva sempre quando colpiva per uccidere.
Nel giro di pochi secondi Maradona aveva fa o sembrare dei
dile anti due dei migliori calciatori del Paese, incoronandosi così
sovrano incontrastato. Qualsiasi incertezza fosse rimasta nella mente
dei dirigenti e dei compagni si dissipò in un istante, quando La
Bombonera eruppe in un tripudio di «Diego, Diego» e
«Maradooona, Maradooona». L’euforia della panchina del Boca non
fu da meno. Marzolini e Cyterszpiler balzarono in piedi, Marzolini
con le braccia tese per abbracciare Maradona mentre Cyterszpiler si
voltava a godersi il ruggito delle gradinate alle sue spalle.
L’emozione e l’entusiasmo del veder giocare Maradona quel giorno
si dimostrarono eccessivi per Marzolini. Poche ore dopo la partita
ebbe un a acco cardiaco.
Per fortuna Marzolini se la cavò e i festeggiamenti potevano
continuare. Nulla forse riassumeva il sentimento colle ivo meglio
del titolo di uno dei principali tabloid argentini il giorno successivo,
la cui prima pagina proclamava a cara eri cubitali: «IL BOCA È
GARDEL !». Evocando la figura del compianto Carlos Gardel, il
quotidiano tracciava un parallelo fra la prestazione di Maradona e la
gioiosa ispirazione del più osannato cantante di tango d’Argentina,
massima espressione culturale di un intero popolo.
Nelle partite seguenti, la stella di Maradona continuò la sua
ascesa nel firmamento, una parabola diametralmente opposta a
quella di Brindisi, con il ventunenne che ben presto superò il
veterano come miglior cannoniere della squadra. Maradona stesso
fece presente fino a che punto la squadra fosse passata da una
malcelata invidia a una necessaria dipendenza. Con Marzolini
convalescente e la stragrande maggioranza dei tifosi dalla sua parte,
non c’era nessuno che fosse in grado di contraddirlo o che volesse
provarci. Dopo un’altra prestazione ispiratissima nel maggio 1981,
Maradona commentò: «Oggi sono riuscito a giocare molto più del
solito. E questo perché adesso i miei compagni si fidano di me.
Sanno che possono passarmi la palla anche se sono marcato. Si
rendono conto che posso sempre superare un avversario e creare
una situazione pericolosa. Silvio [Marzolini] adesso gli dice di non
aver paura a passarmi la palla, che non li deluderò. E io non voglio
altro che avere la palla tra i piedi. È la cosa più bella che il calcio ti
possa dare!».
Due mesi dopo, il 4 agosto, il Boca ebbe l’opportunità di
conquistare il titolo, in trasferta contro il Rosario Central. Alla
squadra sarebbe bastato un pareggio per laurearsi campione. So o
di uno a zero, ebbe la sua prima e unica occasione al
se antaseiesimo minuto, quando conquistò un calcio di rigore. Lo
ba é Maradona, e lo sbagliò. Colpì la palla col sinistro, ma quella si
impennò verso l’alto, picchiando la traversa per poi uscire sul fondo.
Maradona gridò, gli occhi chiusi, il volto contorto, come se fosse
stato fulminato dal diavolo.
Una se imana più tardi, Diego ebbe di nuovo il destino sui piedi
durante la partita contro il Racing. Un altro rigore, stavolta segnato
senza esitazione poco prima dell’intervallo, si rivelò decisivo. Esultò
alzando gli occhi al cielo, ringraziando Dio e facendosi il segno della
croce. Alla fine della partita, i campioni fecero un giro di campo in
trionfo in un delirio senza precedenti di cori e fuochi d’artificio che
riecheggiava dal porto sino al centro di Buenos Aires. Davanti a tu i
correva Maradona, mezzo nudo e circondato dai tifosi, fra i quali suo
fratello Lalo, che si era messo la maglia numero 10 di Diego.
Stra onato e spintonato, la testa inarcata all’indietro e le braccia
larghe in una posa che ricordava una mezza crocifissione, Maradona
sembrava aver consegnato volontariamente al popolo la sua stessa
essenza. Rifle endoci più avanti avrebbe de o: «In quel momento ho
capito che il Boca è pura devozione, che la gente vive del Boca e per
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il Boca. Ho visto i tifosi negli occhi di Antonio Labat, un vecchie o
che lavora come custode di un parcheggio in centro. Gli avevo
promesso che avrei fa o del mio meglio. Spero di averlo reso felice».

La squadra vinse quel campionato con sangue, sudore e lacrime.


Eppure, nonostante tu a l’euforia del momento, la luna di miele fra
il giovane Maradona e il Boca non durò a lungo. Tre se imane più
tardi, nel pieno di una crisi economica sempre più profonda, il club
si ritrovò impossibilitato a pagare l’ultima rata del suo accordo con
l’Argentinos Juniors e fu trascinato in tribunale con l’accusa di aver
violato i termini del contra o, nel clamore della stampa.
Contemporaneamente, i conti correnti del Boca furono congelati per
ordine della Banca Centrale dopo una serie di assegni respinti. Fra
questi ce n’era uno pagabile alla Maradona Productions. L’interesse
nei confronti di Maradona all’estero, con il Barcellona sempre in pole
position, si ravvivò ulteriormente quando i brasiliani del San Paolo
offrirono se e milioni di dollari per il giocatore.
Maradona tornò da una tournée europea di ventun giorni con il
Boca, estenuante e tu ’altro che esaltante, e scoprì che non era più
venerato dal suo popolo. Le invidie e i sospe i continuavano a
ribollire appena so o la superficie, così come la convinzione che il
Boca non si sarebbe trovato in una situazione economica tanto
disastrata se non fosse stato per l’esorbitante prezzo della sua stella.
Apparentemente trascurati nel pieno del diba ito sulla crisi
economica erano i numerosi record stabiliti da Maradona. Poco più
che ventenne, aveva disputato 200 partite in prima divisione, oltre a
quelle con la nazionale e le amichevoli. Aveva segnato quasi 140 gol,
con una media di 0,68 a partita, per quanto quella cifra induca a
so ovalutare il suo contributo al gioco della squadra, dato che non
tiene conto dei gol segnati da altri ma creati da lui. In trentatré
partite con la maglia del Boca, ne aveva segnati venti. Quando andò
a rete nella sua duecentesima partita, festeggiò il traguardo con uno
dei suoi cara eristici colpi di teatro, saltando oltre il fossato che
separava il campo dagli spalti e aggrappandosi alla recinzione come
una scimmia in delirio. Quel gesto di solidarietà nei confronti dei
tifosi gli valse una giornata di squalifica ma lo rese immensamente
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popolare. Era la seconda se imana di o obre, e i guai finanziari del
Boca dovevano ancora venire a galla.
Maradona stava già patendo i dolori causati da un infortunio
ricorrente alla coscia sinistra. Ancora una volta fu curato con
iniezioni di antidolorifici per non fargli saltare alcuna partita. Per
contra o avrebbe dovuto disputare un certo numero di gare, oltre a
partecipare alle a ività pubblicitarie e ad altri impegni pubblici
procurati tramite la Maradona Productions. All’estero, in particolare,
ci si rese conto di quanto il Boca e, in misura minore, la nazionale
argentina, fossero diventati Maradona-dipendenti. La sua presenza
era condizione necessaria per la maggior parte delle partite.
Il 19 o obre Maradona non poteva più nascondere di sentirsi
stremato. In un’intervista rilasciata al «Clarín» supplicò per la prima
volta che gli fosse concesso di staccare dal calcio: «Voglio una pausa
non solo dagli allenamenti e dalle partite, ma anche dai viaggi. La
gente parla un sacco di me, ma così facendo stanno deformando
Maradona come essere umano, e bisogna che stia a ento… certo, è
vero che tu o quello che ho lo devo al calcio. Ma bisogna che
continui a divertirmi giocando a calcio, non che lo senta come un
peso e come una tortura».
Sembrava passato un secolo da quando Marzolini aveva
dichiarato che tu i i giocatori erano uguali. La posta in gioco era
troppo alta per dire a Maradona di stare zi o e fare il suo lavoro,
specialmente viste le possibilità dell’Argentina al Mondiale ormai
imminente. Così gli fu concessa una pausa, anche se non fu facile
trovare un luogo in cui rifugiarsi. I suoi momenti di svago, così come
il suo calcio, erano diventati proprietà della nazione. Maradona non
voleva altro che svegliarsi e sentirsi ancora il ragazzino povero di
Villa Fiorito, ai cui piedi la grazia divina aveva donato un tocco
mistico. Desiderava soltanto la protezione della sua famiglia e la
lealtà degli amici più vicini, e di essere considerato dal resto del
mondo come uno dei tanti argentini che amavano il proprio Paese.
L’estate precedente era tornato con i genitori a Esquina. Lì si
sforzò di ritrovarsi, sulle rive del fiume dove i suoi genitori erano
nati e avevano vissuto la vita semplice della campagna. Andò a
pescare, andò a caccia, si accampò so o le stelle su un’isola sperduta,
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cantò intorno al falò con gli amici. Si trovava spesso con gli altri a
Esquina e tirava calci al pallone per il puro piacere del gioco, come
avevano fa o un tempo suo padre e suo zio. Per un breve periodo,
riscoprì l’umanità semplice che temeva di aver perso per sempre.
Durante la sua permanenza, lo storico del paese, che amava quel
luogo e la sua gente, passò a Maradona un foglio di carta e gli chiese
di scrivere per quale motivo avesse scelto di passare le vacanze a
Esquina con Claudia e con la sua famiglia. La risposta di Maradona
fu semplice, scri a con un vocabolario di base e la grammatica
traballante di una persona che ha lasciato troppo presto gli studi:
«Sono venuto qui perché Esquina è bella, perché qui ho parenti e
amici, perché è dove sono nati i miei genitori… Mi piace molto il
fiume… e le donne sono schie e e calorose. E sono felici, e sanno
come reagire a un segno di amicizia quando te lo meriti…». Vidi di
persona il foglio originale, con gli scarabocchi quasi infantili di
Maradona, quando visitai il paese natio di Chitoro quindici anni
dopo. Lo storico l’aveva conservato fra i suoi ricordi più cari, come
una reliquia.
Eppure, persino a Esquina, Maradona si vide negare la possibilità
di vivere quell’idillio. La sua visita coincise con la tradizionale sfilata
di carnevale. In occasione della serata finale, Maradona divenne il
centro dell’a enzione mentre ballava per la strada con i protagonisti,
e ogni sua mossa nel mare di ragazze del luogo in abiti succinti fu
ca urata dai fotografi. Più tardi, quella sera, la famiglia Maradona fu
tra ata con tu i gli onori dalle autorità locali a un ballo di
beneficenza dove la presenza del calciatore costituiva l’a razione
principale. A Maradona fu chiesto di dare un contributo all’ospizio
del paese.
L’anno dopo, non tornò a Esquina. Quando Marzolini gli concesse
il permesso richiesto, scelse invece di andare a Las Vegas a vedere
uno dei suoi pugili preferiti giocarsi il titolo. Fu seguito per tu o il
tempo da giornalisti e telecamere. Le immagini rubate e inviate in
Argentina non davano l’idea di una fuga, bensì di evidente
opulenza: Diego accanto a una piscina al Caesar’s Palace.
Nel gennaio del 1982 Maradona concesse una delle interviste più
oneste della sua carriera a Guillermo Blanco, giornalista della rivista
g
calcistica argentina «El Gráfico». Le sue dichiarazioni fecero luce su
diversi aspe i della sua carriera. Per prima cosa divenne chiaro fino
a che punto avesse vissuto e continuasse a vivere per i genitori: «Ho
sempre pensato che se fossi diventato un buon giocatore i miei
genitori sarebbero stati felici e sarei stato in grado di dare alla mia
famiglia cose che non avevano mai avuto… Io voglio essere El
Pelusa, il ragazzino a cui la mamma e la famiglia vogliono tanto
bene. È quella la mia verità. La mia vita».
Al tempo stesso, vedeva nella povertà da cui veniva una
giustificazione a quello che era diventato: «Posso parlare della
povertà perché l’ho vissuta. Perché mio padre lavorava molto più
sodo di me eppure guadagnava il minimo indispensabile per non
farci morire di fame. È per questo che posso dire che la povertà è una
cosa bru a. Uno vuole un sacco di cose ma può soltanto sognarle».
Parlò poi della sua nostalgia di Villa Fiorito, «perché lì ho fa o delle
cose belle e delle cose bru e». Confessò di avere amici che non erano
stati altre anto fortunati ma non pensava di doversi scusare di
essere diventato ricco. «Io sono contento di quanto mi pagano, e mi
piacerebbe che lo fossero anche loro.»
Ma allora cosa rendeva Maradona così diverso nel riuscire ad
avere successo laddove gli altri avevano fallito? Si sentiva
privilegiato? «Certo, sì che sono privilegiato. Ma solo perché Dio ha
voluto così. Perché è Dio che mi fa giocare bene. È per quello che mi
faccio sempre il segno della croce quando scendo in campo. Se non
lo facessi mi sembrerebbe di tradirlo.»
Maradona parlò con Blanco verso la fine di una tournée
internazionale durante la quale il Boca aveva disputato diverse
amichevoli negli Stati Uniti e nell’Estremo Oriente. A quel punto
gran parte del pubblico argentino gli aveva perdonato la sua fuga a
Las Vegas e il suo successivo rifiuto di allenarsi con la nazionale,
liquidandoli come infelici ma momentanei colpi di testa. La tournée
aveva confermato che in Paesi dove il calcio stava acquisendo
sempre maggiore appeal commerciale, Maradona stava diventando
vendibilissimo.
Negli Stati Uniti, Maradona era già nel ristre o gruppo di
calciatori privilegiati al centro degli interessi calcistici che
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guardavano al futuro. Nel 1980 i New York Cosmos, strana
accozzaglia statunitense di stelle milionarie semi-pensionate o
comunque ormai prossime al ritiro, avevano organizzato una partita
contro l’Argentinos Juniors, a condizione che fosse garantita la
presenza di Maradona. Due anni più tardi in America alcuni
vedevano Maradona come un indispensabile investimento a lungo
termine, un elemento chiave di qualsiasi proge o volto ad assicurare
il successo commerciale di un’eventuale Coppa del Mondo a stelle e
strisce. Il Boca fu invitato a Los Angeles, dove affrontò El Salvador.
Maradona era nel proprio elemento, davanti a un pubblico composto
in larga parte da immigrati sudamericani.
In Giappone, dove la televisione stava contribuendo alla crescente
popolarità del calcio, Maradona fu seguito dappertu o come una
superstar. I giapponesi non si erano dimenticati della sua
prestazione al Campionato Giovanile del 1979. Sempre disposti a
guardare a Occidente alla ricerca di materiale che si potesse copiare
e migliorare, le autorità calcistiche giapponesi e gli sponsor a cui
erano legate non avevano dubbi sul fa o che Maradona fosse un
modello da seguire per garantire entusiasmo e tasso tecnico. I media
argentini gongolavano nel riportare l’adulazione con cui Maradona
fu seguito dai suoi ammiratori giapponesi. Lo fotografavano senza
sosta, lo importunavano per gli autografi, lo supplicavano di
regalare loro uno dei suoi riccioli. Comprarono la sua maglia e lo
guardarono giocare sia allo stadio che in televisione. Maradona girò
uno spot pubblicitario e giocò un paio di partitelle con dei ragazzini
giapponesi. Con il Boca disputò due amichevoli contro la nazionale
giapponese, una allo stadio Chua di Kobe e l’altra allo Stadio
Olimpico di Tokyo. I giapponesi lo adoravano, anche perché era
basso come molti di loro, ed era la dimostrazione vivente che tu i
potevano giocare a calcio. Era solo questione di copiare.
10
Il fa ore Falkland

Il 21 febbraio 1982, poco fuori Buenos Aires, il generale Leopoldo


Galtieri visitò il ritiro della selezione argentina in partenza per il
Mondiale. Lì, alla presenza delle telecamere, prese da parte Diego
Maradona e lo abbracciò. Nella prima metà del ventesimo secolo,
quando già il calcio stava diventando immensamente popolare in
Argentina, tu a una serie di presidenti lo avevano ignorato a
proprio rischio e pericolo. Ma Galtieri aveva un interesse particolare
ad assicurarsi che il simbolo del successo calcistico argentino fosse
dalla sua parte.
Nel 1981, poco dopo aver preso il potere con un golpe in cui
furono evitati spargimenti di sangue, Galtieri aveva segretamente
iniziato a formulare il più ambizioso proge o politico della storia
militare argentina: il recupero con la forza delle Malvinas, ovverosia
le isole Falkland, di proprietà dell’Inghilterra ma rivendicate
dall’Argentina da oltre 150 anni. Il regime militare si era convinto
che quella mossa avrebbe unito la nazione e neutralizzato i primi
segni di una vera opposizione politica dai tempi del colpo di Stato.
Fra coloro che si erano espressi contro la giunta c’era César Meno i,
il commissario tecnico della nazionale. Virtualmente intoccabile
dopo aver vinto la Coppa del Mondo del 1978, Meno i non si
esponeva poi troppo nel criticare i deludenti risultati economici e
sociali del regime.
Il regime però vedeva ancora in Maradona una stella
manipolabile. Le sue dichiarazioni pubbliche facevano pensare che
fosse politicamente ingenuo oppure che semplicemente la politica
non lo interessasse. Un mese prima aveva parlato a lungo della
propria vita e del calcio in generale, ma quando gli avevano chiesto
«E la politica?» la sua risposta era stata: «Non lo so, non saprei chi
scegliere… Io voglio solo che il mio Paese sia il migliore del mondo».
Maradona sembrava certo di poter contribuire a che il suo Paese
lo fosse. Assicurò al giornalista che era pronto a dare tu o se stesso
per conquistare la vi oria al Mondiale. «Mi preparerò bene, così non
deluderò nessuno. Il mio sogno è che l’Argentina sia di nuovo
campione.» Galtieri aveva apprezzato. Altre anto ben accolta fu la
decisione di Meno i di riconciliarsi con Maradona dopo che i
rapporti fra i due avevano toccato il punto più basso dal 1978.
Meno i aveva sospeso Maradona quando era tornato dalla sua
vacanza a Las Vegas, a causa del suo rifiuto ad allenarsi. Quando
Galtieri fece visita alla squadra, tu avia, Maradona era di nuovo tra i
convocati. «Maradona non sarà al 100%, ma è l’unico giocatore
chiave che abbiamo che sia in grado di coprire il 75% del campo»
disse Meno i per giustificare la sua indulgenza.
Sia Galtieri che Meno i speravano che Maradona si me esse
so o, ma così non fu, almeno non quanto ci si aspe ava da lui. Nei
mesi che precede ero il Mondiale, Maradona si dimostrò del tu o
imprevedibile. Evitava ancora le dichiarazioni apertamente politiche,
ma stava cominciando a criticare pubblicamente alcuni degli
interessi dietro l’industria del calcio. Così facendo minacciava di
me ere a repentaglio le alleanze strategiche, politiche e commerciali
che aveva costruito con la propria celebrità. Criticò quei dirigenti
«che invece di lavorare per i loro club sembra che si preoccupino
solo che gli facciano abbastanza foto». Il 28 marzo, ignaro come il
resto del mondo che Galtieri aveva appena dato il segnale segreto
per l’invasione delle Falkland, Maradona si lamentò anche delle
lunghe sedute di allenamento a cui erano so oposti i calciatori della
nazionale, affermando che avrebbero giocato meglio se avessero
potuto passare un po’ più di tempo in famiglia.
Appena qua ro giorni prima, mentre Galtieri e i suoi generali
erano chiusi in una sessione permanente, Maradona era stato
protagonista di una prestazione tu ’altro che esaltante durante
un’amichevole contro la Germania Ovest davanti a una folla di quasi
80.000 persone nello stadio del River Plate. Alla partita era presente
il giornalista britannico Hugh McIlvanney, che scrisse
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sull’«Observer» che Maradona era «meritatamente considerato più o
meno da tu i quanti, da Buenos Aires a Londra, il talento più
entusiasmante nel calcio di oggi». Tu avia durante la partita
Maradona era stato messo in ombra dal ventunenne centrocampista
tedesco Lothar Ma häus. «Sul campo nulla sembrava indicare»
rifle é più tardi McIlvanney, «che Maradona fosse più lento o meno
agile del solito. Ciò che ha fa o la differenza è stato il modo in cui
l’avversario è riuscito a limitare drasticamente le sue opportunità di
sfru are le proprie doti.»
McIlvanney, in realtà, aveva so ovalutato quanto il giovane
tedesco avesse fiaccato il morale di Maradona con dei contrasti
parecchio duri che lasciarono dei bru i lividi sull’inestimabile piede
sinistro dell’argentino. Maradona saltò altre sedute di allenamento.
Gli fecero delle altre iniezioni. Continuò a giocare. Durante
l’amichevole successiva, contro l’Unione Sovietica a Buenos Aires,
sembrava così fuori forma che alcuni tifosi lo fischiarono e gli
gridarono «Perché non ti alleni?» mentre veniva sostituito ben prima
della fine. Qualche giorno dopo, Maradona abbandonò
momentaneamente ogni pensiero avesse a che fare con la Coppa del
Mondo e partì insieme a Claudia per un altro viaggio di fuga e
riscoperta fra i pescatori e i cacciatori di Esquina.
Diversamente da quanto era successo nei suoi viaggi precedenti
nel luogo natio del padre, Maradona questa volta si comportò come
un uomo in fuga, mantenendo al minimo i suoi conta i con la gente
del luogo e respingendo con aggressività tu i gli approcci dei media
locali e nazionali. Eppure, persino nei momenti di crisi, poteva
contare su un giornalista che sarebbe stato dalla sua parte e al quale
pareva disposto ad aprire il cuore. Ancora una volta il prescelto per
il lavoro fu il suo vecchio amico Guillermo Blanco del «Gráfico». La
conversazione fra Blanco e Maradona su un’isola sperduta lo portò
di nuovo a fare da mediatore fra il calciatore e il mondo esterno. Era
stato rapito da Maradona sin da quando ne era diventato amico ai
tempi in cui era una giovanissima promessa dell’Argentinos Juniors,
e voleva che il suo pupillo tornasse ad avere il popolo argentino
dalla sua parte, com’era giusto che fosse.
La conversazione fra Blanco e Maradona, mentre condividevano
una grigliata davanti al fuoco, rivela la simbiosi fra giornalista e
giocatore, ma, cosa ancora più importante, me e in luce i difficili
rapporti fra il campione e la nazione che lo aveva creato:

BLANCO : Sono qui perché vorrei tu potessi dare una risposta alla
gente, dato che di recente non sembra esserci quella comunione
che esisteva prima. Dimmi, come ti senti?
MARADONA : Prima di tu o, come mi sento lo dico ai miei genitori,
alla mia ragazza, ai miei fratelli e ai miei amici. Non voglio articoli
sui giornali, non mi interessa se mi pagano o no… Con te posso
parlare perché tu sei tu…
BLANCO : Ti sono grato per il rispe o, dico davvero, però senza
volersi immischiare nella tua vita, credo che in un certo senso lo
devi alla gente. Perché la gente ti ha dato tanto…
MARADONA : Certo. E gli sono grato. Ma a volte la gente sbaglia… la
gente mi ha gridato che mi dovrei allenare dopo la partita con
l’Unione Sovietica… magari sono gli stessi che pensano che non
dia tu o in campo, che non ho voglia di fare le cose per bene…
BLANCO : Credo che la maggioranza delle persone non pensi affa o
queste cose, Diego. Credo che i tifosi vogliano soltanto che tu e i
tuoi compagni giochiate un bel calcio, e che li facciate felici. Non
credo che siano in malafede.
MARADONA : Però la gente di questo Paese non può continuare a
me ermi pressione così. È impossibile. Io non riesco a capire…
BLANCO : Voglio che mi dici come ti senti, qual è il tuo stato d’animo,
è per questo che ho passato un’ora e mezza in una canoa cercando
di trovarti…
MARADONA : Sono abbastanza tranquillo. Ma di una cosa puoi stare
sicuro: gli applausi me li prenderò diversamente da come facevo
prima, perché la gente non ha voluto darmi tempo… Segnerò per
i miei compagni, per quelli che mi vogliono bene, e per nessun
altro…
BLANCO : Rispe o la tua opinione, ma non so fino a che punto ti
convenga porti in questo modo. Ti sei meritatamente fa o un
nome, e vista la tua visibilità dovresti rafforzare l’idea che la gente
si è fa a di te. Ho la sensazione e il timore che tu non sappia come
gestire questa situazione…
MARADONA : Lo so, come gestirla… L’unica cosa che voglio fare è
dare una bella vita ai miei figli e a mia madre. Su quello sono
sempre stato chiaro.
BLANCO : A me sembra che tu sia chiuso all’angolo, eppure là fuori ci
sono un sacco di cose bellissime che magari non riesci ad
apprezzare fino in fondo. Fra questi c’è la voglia del pubblico di
vedere ancora le tue magie, di sentirsi felice quando ti guarda
giocare.
MARADONA : Quello che la gente deve capire è che Maradona non è
una macchina fa a per renderla felice. Non è una macchina da
baci e da sorrisi. Sono un ragazzo normale, come tanti, semplice, e
a volte capita che faccio felici le persone, certo, e quando succede
è felice anche Maradona. Ma il fa o è che la gente cambia
completamente idea se ogni tanto Maradona non fa la cosa giusta
o se gioca una bru a partita o dieci bru e partite. Ma perché non
possono perdonare Maradona? A volte basta solo una partita in
cui Maradona non gioca bene, o non segna, e si scatena l’inferno.
Una volta Maradona è grasso, poi si deve tagliare i capelli…
capisci che a quel punto ti senti uno schifo? È così.

Mentre Maradona e Blanco, sperduti nella natura, erano


impegnati in quei discorsi filosofici, migliaia di giovani sosia di
Maradona in uniforme, reclutati a forza nella provincia di Corrientes
così come in altre zone arretrate del Nord dell’Argentina,
cominciavano a scoprire per la prima volta la realtà della guerra
dopo essere stati spediti alle isole Falkland. All’inizio di maggio, un
so omarino britannico silurò l’incrociatore argentino General
Belgrano in un a acco che costò la vita a 365 membri dell’equipaggio.
La rappresaglia argentina non tardò ad arrivare, so o forma di un
devastante a acco con missili Exocet ai danni della HMS Sheffield. La
nazionale argentina, una volta che Maradona rientrò in gruppo, fece
la propria parte per la causa, me endosi in posa per una foto di
squadra dietro uno striscione che diceva: «LE MALVINAS SONO
ARGENTINE ». La paura del confli o trovò il modo di venire a galla
anche nel Regno Unito. Gli argentini che militavano nei club
britannici si ritrovarono presi di mira da gruppi di hooligan che
sventolavano la Union Jack. La Football Association, di conseguenza,
ritenne opportuna una certa prudenza e un certo buon senso, e
raccomandò che Ardiles e Villa fossero lasciati a casa dal To enham
per la finale di FA Cup a Wembley.
Maradona intanto continuava a perseguire i propri scopi. Dietro
le quinte, autorizzò Cyterszpiler a riprendere le tra ative per il suo
trasferimento al Barcellona. I colloqui ormai coinvolgevano più
negoziatori di un vertice europeo. Fra questi c’era Helenio Herrera,
un uomo che aveva avuto una carriera rimarchevole nel calcio,
guidando il Barcellona e l’Inter alla conquista di diversi trofei e
allenando anche le nazionali di Spagna, Francia e Italia. Tu ’altro che
un fautore della diplomazia discreta, Herrera comparve a Buenos
Aires nel pieno della guerra delle Falkland e confermò
pubblicamente ciò che Guillermo Blanco aveva intuito durante la sua
sessione di psicoterapia davanti al falò, ovverosia che Maradona non
ne poteva più della pressione dei tifosi argentini e non vedeva l’ora
di scapparsene a Barcellona.
L’accordo fu finalmente raggiunto a Buenos Aires dopo qua ro
giorni di tra ative alla fine di maggio. Mentre i coscri i argentini,
alle prese con l’avanzata britannica e con l’avvicinarsi dell’inverno
antartico, difendevano caparbiamente le trincee, l’astuto presidente
del Barcellona, José Luis Nuñez, pensò che fosse giunta l’ora del
colpo di grazia. Approfi ando della situazione politica assai confusa
e della crisi economica sempre più profonda del calcio argentino,
volò a Buenos Aires per apporre il proprio sigillo personale sul
trasferimento di Maradona tra ando con i dirigenti del Boca e
dell’Argentinos Juniors, i due club che teoricamente erano
comproprietari del giocatore. Come ricordò in seguito César
Meno i: «Quando Nuñez arrivò a Buenos Aires, chiuse tu o in
fre a. Mise i soldi sul tavolo, si accordò con i due club e dimostrò di
essere il più furbo di tu i».
A dire il vero le tra ative furono aspre e feroci come un incontro
di pugilato, e raggiunsero l’apice della tensione nello scontro fra le
personalità di Nuñez e Cyterszpiler. Nuñez si era fa o la sua idea
del procuratore di Maradona, che riteneva un rozzo parvenu
argentino che non aveva le competenze ada e per navigare nel
sofisticato mondo del calcio internazionale. Dal canto suo,
Cyterszpiler considerava Nuñez – basso quanto lui, e quasi
altre anto paffuto – un aspirante di atore e un pallone gonfiato, che
con la sua arroganza e il suo senso di superiorità incarnava i
peggiori aspe i della conquista spagnola delle Americhe.
A Cyterszpiler piaceva burlarsi di una singolare abitudine di
Nuñez: durante le tra ative, questi faceva avanti e indietro nella
stanza con le mani dietro la schiena, come Napoleone. Cyterszpiler
fu talmente segnato dall’esperienza delle tra ative con i catalani, che
ricordando gli eventi tredici anni dopo non era certo a corto di
epiteti: «Nuñez… che figlio di pu ana, che nano bastardo. Era
terribile!» mi disse.
Durante i colloqui, Nuñez diede l’impressione che stesse facendo
un favore agli argentini, a togliergli Maradona dai piedi. Cominciò
con l’offrire sei milioni di dollari, una somma simile a quella che era
stata pagata l’anno prima per il trasferimento dall’Argentinos
Juniors al Boca, ma che in termini reali so ovalutava
considerevolmente il giocatore, vista la svalutazione del peso
argentino. Cyterszpiler, con il beneplacito di Maradona, restò fermo
sul quello che considerava il giusto prezzo del suo assistito in quanto
star internazionale: se e milioni di dollari. «Gli dissi che se non gli
andava bene avrei tra ato con la Juventus» disse Cyterszpiler.
Alla fine fu Nuñez a cedere, in cambio di una clausola che
stipulava che Maradona sarebbe rimasto al Barcellona per almeno
sei anni, durante i quali ci si aspe ava che giocasse moltissimo. Le
tra ative, tenutesi in località innumerevoli, erano andate avanti a
intermi enza per ben qua ro anni. Gli ultimi de agli furono definiti
a casa di Cyterszpiler e all’Hotel Plaza, dove anni prima il giovane
Maradona, ancora ingenuo e innocente, era stato invitato a pranzo
dal lusinghiero emissario del Barcellona, Nicolau Casaus. Una volta
firmate le carte, Nuñez e Cyterszpiler misero temporaneamente da
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parte il loro reciproco antagonismo e si concessero, in compagnia
degli altri negoziatori, una cena sontuosa da Au Bec Fin, uno dei
ristoranti francesi più esclusivi di Buenos Aires. Il tu o in gran
segreto, ché dopotu o c’era una guerra in corso. «Volevamo tenerci
al riparo dalla stampa» ricorda Cyterszpiler.
Volevano anche, tu i quanti, una fe a di Maradona. Erano tu e
lì, le vecchie volpi del calcio che contava, per quell’ultimo round di
tra ative: procuratori, avvocati e banchieri. Un testimone, coinvolto
nelle tra ative fin dai primissimi conta i, riassunse così la
situazione: «Alla fine il trasferimento di Maradona al Barcellona si
trasformò in un bazar in cui tu i cercavano di guadagnarci
qualcosa… centinaia di migliaia di dollari se ne andarono in
commissioni. Fu uno spe acolo degradante. Io pensavo, tu o
l’impegno che ci ho messo, tu i quei sacrifici, e finisce così: tu i
quanti lì a spartirsi la torta. Anche se, alla fine, immagino che per
Maradona sia stato un buon affare. Il Barcellona pagò dei bei soldi».

Durante la guerra delle Falkland, il governo argentino enfatizzò


ancora una volta lo stre o legame fra politica e calcio. La televisione
argentina, so oposta a pesanti censure, intrecciò gli slogan
nazionalisti a sostegno dell’invasione delle isole ordinata dalla
giunta con le scene del trionfo della nazionale al Mondiale del 1978.
Lo stesso avveniva negli stadi, frequentati da molti dei teppisti
prezzolati utilizzati dal governo per dare un tocco popolare alle
manifestazioni antibritanniche in Plaza de Mayo. Durante la finale di
Coppa del Mondo del 1978 fra Argentina e Olanda il coro preferito
dai tifosi era stato «Chi non salta è un olandese». So o Galtieri,
diventò «Chi non salta è un inglese». Il coro riecheggiava nello
stadio del River Plate quando l’Argentina affrontò l’Unione Sovietica
durante le prime fasi della guerra. Fra i molti volantini creati e
stampati con fondi messi a disposizione dai servizi segreti argentini,
ce n’era uno che raffigurava un baby gaucho – non troppo diverso
dal Maradona bambino – con indosso una maglia dell’albiceleste, che
acce ava la resa del leone imperiale britannico.
Dopo l’invasione delle Falkland, il governo incoraggiò i giornalisti
a evitare le realtà della guerra e a confondere i soldati con i
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calciatori. Un esempio memorabile arrivò il Primo maggio – il giorno
in cui i britannici bombardarono per la prima volta le truppe
argentine – con il commento del cronista Nicolás Kasanzew, inviato
alle Falkland per una delle stazioni televisive controllate dai militari.
L’evento, che rappresentò il primo episodio di guerra aperta sulle
isole e causò numerose perdite, avrebbe dovuto essere un’occasione
per rifle ere. Ma Kasanzew descrisse l’avanzata degli aerei inglesi e
la risposta dell’artiglieria argentina come se si tra asse di un a acco
per vie centrali orchestrato da Kevin Keegan e della pronta reazione
di Maradona. Per la giunta militare argentina, il calcio era parte del
proge o politico, così come lo era stato nel 1978; soltanto che questa
volta il risultato fu una sciagurata autorete allorché l’Argentina
perse sia la guerra che il Mondiale.
Quando la guerra cominciò sul serio, la giunta fece sapere che la
nazionale argentina avrebbe anche potuto prendere in
considerazione l’idea di ritirarsi dalla Coppa del Mondo per rispe o
dei compatrioti al fronte. Era un gesto simbolico ma privo di
significato, e il regime sapeva che non sarebbe mai accaduto: la FIFA ,
so o la presidenza di João Havelange, si era impegnata molto per
tenere la politica fuori dalle competizioni. In seguito, quando i
coscri i argentini pativano la fame o saltavano in aria sulle colline
intorno a Port Stanley, Maradona acce ò il trasferimento al
Barcellona, diventando così un multimilionario con uno stipendio da
70.000 dollari al mese. Di lì a poco nacque l’espressione
«Maradollar». L’accordo, per una delle somme più alte mai pagate
nella storia del calciomercato, sarebbe diventato il nuovo esempio di
riferimento per la commercializzazione del calcio internazionale.
Mise anche fine alle diatribe volte a stabilire se Maradona potesse o
meno lasciare il Paese. La realtà, come Nuñez aveva corre amente
intuito, era che ormai nessun club argentino poteva perme erselo, e
il regime stava cominciando a perdere il controllo sul mondo del
calcio, fra le altre cose. Meno i, dal canto suo, o enne quel che
voleva, e cioè l’assicurazione che a Maradona sarebbe stato
comunque permesso di giocare in nazionale. E intravide anche la
possibilità di diventare, un giorno allenatore, del Barcellona.
Qua ro giorni dopo l’inizio della Coppa del Mondo, Maradona si
stirò un tendine durante un allenamento. «Mi sento come nel 1978
quando mi hanno tenuto fuori dalla nazionale. Non riesco proprio a
trovare il modo di risollevarmi l’umore» confidò a Horacio Pagani
del «Clarín», che era da tempo amico del giocatore. Il pensiero che
Maradona potesse essere indisponibile e che l’Argentina avrebbe
dovuto cominciare il Mondiale senza la sua stella ge ò Meno i e la
sua squadra in una vera e propria crisi. Meno i si rivolse così al suo
vecchio amico, il do or Ruben Oliva, medico della nazionale
argentina, per vedere cosa potesse fare.
Meno i e Oliva concordavano sul fa o che Maradona andasse
assecondato. Credevano che l’unico luogo in cui potesse realizzarsi
come uomo fosse sul campo da calcio, e che tu o fosse lecito a pa o
che gli si desse l’opportunità di farlo. Come mi disse Meno i: «C’è
solo un posto dove Maradona si sente abbastanza forte da affrontare
il mondo, ed è in campo, con la palla tra i piedi. Togli il pallone a
Maradona, ed è come portare via la Colt calibro 45 a un cowboy. Si
sente nudo».
Oliva si era fa o una certa reputazione in Argentina dopo aver
denunciato come, secondo lui, le squadre del campionato argentino
abusassero diffusamente di farmaci e operazioni chirurgiche
tu ’altro che necessarie. Aveva messo su uno studio a Milano e
aveva ricevuto l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per i
servizi resi alla nazionale olimpica – un riconoscimento a dir poco
equivoco vista la diffusa percezione che all’epoca fosse comune
evadere i controlli antidoping nel mondo dell’atletica italiana. Oliva
era un personaggio controverso da molti punti di vista.
Politicamente di sinistra, come Meno i, anch’egli aveva tu avia
partecipato pienamente alla Coppa del Mondo del 1978, e aveva una
rubrica su un quotidiano nella quale lodava regolarmente le virtù
atletiche dei calciatori argentini.
Il medico sosteneva che la maggior parte degli infortuni fossero
non tanto fisici quanto sintomatici di certi stato d’animo, e che i suoi
poteri di persuasione fossero sufficienti a rime ere in piedi un
giocatore e farlo tornare in campo. Era visto con sospe o dai
colleghi, ma osannato da alcuni dei suoi pazienti, che lo ammiravano
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non tanto come uomo di scienza, quanto come un guaritore dotato
di poteri magici. Quando cominciò il mondiale spagnolo, la sua
influenza su Maradona ormai era indiscussa. Il giocatore non si
fidava dei medici più ortodossi, ma in Oliva vedeva uno sciamano –
non troppo diverso dagli stregoni che conoscevano i suoi genitori a
Corrientes – dotato di poteri mistici che gli consentivano di guarire il
calciatore inviato da Dio.
Alla vigilia dell’esordio in Coppa del Mondo contro il Belgio,
Maradona fu dichiarato a disposizione. Resta da stabilire se un altro
medico avrebbe concordato con Oliva. Come dimostrano gli eventi
successivi, la forza di volontà da sola non è sufficiente a vincere una
partita. Sulla carta, l’Argentina era la squadra più forte. La
reputazione di Maradona, agli occhi del mondo esterno, sembrava
ancora inta a. Per dirla con le parole di uno dei più esperti
commentatori di calcio internazionale, il giornalista britannico Brian
Glanville, Maradona era già di per sé un’a razione: «Ventun anni,
forte di gamba, rapidissimo nel pensiero e nei movimenti, superbo
nella conclusione e dotato di grande senso ta ico». Dietro di lui una
schiera di altre stelle, tra cui Ramón Díaz, suo compagno ai tempi
del campionato giovanile, il suo «consulente» inglese Osvaldo
Ardiles e la stella del Mondiale del 1978, Mario Kempes.
Gli argentini, tu avia, giocarono una partita so otono. Maradona
stesso si dimostrò ben poco ispirato, spaventando la difesa belga in
un’unica occasione, quando la sua punizione andò a sba ere sulla
traversa. Il Belgio vinse 1-0. L’Argentina si accese nella gara
successiva, vinta 4-1 contro l’Ungheria, con Maradona finalmente
capace di dimostrare la sua vastissima gamma di talenti in una serie
di azioni, in due delle quali trovò anche la rete. Dopo aver ba uto El
Salvador, l’Argentina si qualificò per la fase successiva. Ma i
campioni in carica a quel punto persero con l’Italia e furono infine
eclissati dal Brasile in un incontro feroce e umiliante che culminò con
l’espulsione di Maradona a cinque minuti dalla fine per un fallo
plateale sul centrocampista brasiliano Batista. L’Argentina perse 3-1
e fu eliminata.
La triste sorte di Maradona al Mondiale di Spagna coincise con gli
ultimi giorni della guerra delle Falkland e con il crollo del regime
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militare in seguito alla resa dell’Argentina. Con l’eccezione forse di
Ardiles – che ancora giocava nel To enham e doveva quindi fare i
conti con il fa o che gli inglesi avessero ammazzato dei suoi
compatrioti – Maradona fu il giocatore della nazionale argentina più
traumatizzato dagli effe i della guerra. Prima di volare al Mondiale,
per quanto poco potesse aver pensato alla guerra, era stato ben
contento di credere alla propaganda di regime secondo cui
l’Argentina stava vincendo. Quando arrivò in Spagna, dove la
stampa riportava tu e le notizie senza censure, fu costre o a
guardare dri o in faccia la realtà a cui aveva voltato le spalle. Come
ricordò, anni dopo: «Eravamo convinti che stessimo vincendo la
guerra, e come qualsiasi patriota io ero fedele alla mia bandiera. Poi
però siamo arrivati in Spagna e abbiamo scoperto la verità. È stato
un bru issimo colpo per tu a la squadra».
I legami fra politica e calcio si erano fa i tanto stre i so o il
regime militare che forse era inevitabile che la sconfi a delle
Falkland frantumasse l’illusione di invincibilità che si era costruita
intorno alla figura di Maradona. In Spagna, il giocatore, come tu a la
squadra, non poteva contare sul sostegno popolare che il regime era
riuscito a manipolare in suo favore durante la Coppa del Mondo del
1978 in Argentina. Anzi, il senso di orgoglio nazionale con cui
Maradona si era venuto a identificare era stato massacrato sui campi
di ba aglia delle Falkland. In Spagna, i giornalisti argentini non
sentivano più di dover difendere l’onore della nazionale in qualsiasi
circostanza, come era stato loro ordinato di fare nel 1978. Il governo
aveva perso il suo potere di intimidazione, e la Spagna era ben al di
là della sua portata. La squadra argentina fu accusata di essere poco
motivata, scarsamente disciplinata e talmente incline alla ricerca del
piacere da rasentare l’edonismo. E non era un’esagerazione. Nel
lussuoso albergo sul mare presso Alicante dove alloggiavano i
giocatori, Meno i fu fotografato più volte mentre usciva dalla sua
suite cingendo alla vita una modella tedesca. In realtà non è che
facesse il dongiovanni più del solito, ma adesso d’improvviso lo
accusavano di passare più tempo a le o che ad allenare la squadra.
Fra gli episodi più turbolenti ce ne fu uno, del quale furono
testimoni diversi giornalisti, che sembrava riassumere alla
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perfezione il morale della nazionale argentina: la moglie di Tarantini
che fece una sceneggiata sulla spiaggia, durante la quale minacciò il
marito di andare a le o con un altro.
Fu in quell’atmosfera che Maradona si trovò sogge o a quel tipo
di a enzione mediatica che trovava difficilissimo gestire. Per quanto
concerneva la stampa locale, Maradona non era più il simbolo del
successo dell’Argentina, bensì l’ennesimo esempio dei suoi eccessi.
Portò con sé in albergo quel che i media spagnoli avevano preso a
chiamare con disprezzo il «clan» Maradona: genitori, fratelli, sorelle,
cugini, amici e Claudia Villafañe. Per Claudia occuparsi di pubbliche
relazioni significava baciare Maradona di fronte ai giornalisti e
dichiarare il più forte possibile: «Amore, sei un genio». Domingo
Trujillo, un cronista del quotidiano spagnolo «MARCA », scrisse in un
articolo che gli sembrava che Diego mangiasse, dormisse, e in
generale facesse tu o tranne che allenarsi.
Non sorprende poi tanto, quindi, che Maradona cominciò a
sviluppare una visione paranoica dei giornalisti e del pubblico in
generale: o erano con lui, o volevano crocifiggerlo ingiustamente. Ma
i commenti di una persona in particolare sembrarono far passare in
secondo piano tu i gli altri: quelli di Pelé, l’ex nazionale brasiliano il
cui trono di re del calcio Maradona sembrava destinato a ereditare.
In un articolo che scrisse in via eccezionale sul «Clarín», Pelé suggerì
che il talento di Maradona come calciatore fosse continuamente
minato dalle sue mancanze come essere umano. «L’unica cosa di cui
non sono sicuro è se sia abbastanza grande come uomo per
giustificare l’ammirazione del pubblico di tu o il mondo» scrisse.
Tre anni prima, Maradona era andato in pellegrinaggio a Rio de
Janeiro per realizzare uno dei suoi sogni di bambino: sedersi a
parlare con Pelé, che come lui era un bimbo della baraccopoli entrato
nell’Olimpo delle leggende. Nel 1958, due anni prima che nascesse
Maradona, il diciasse enne Pelé già veniva descri o come il miglior
calciatore mai nato in Brasile. Nel 1970, quando Maradona aveva
dieci anni, Pelé condusse il Brasile alla conquista del Mondiale in
Messico. In Spagna, nel 1982, Maradona si sentì tradito dal suo idolo,
e avrebbe covato quel risentimento per molti anni a venire.
I commenti di Pelé non fecero che contribuire a un’altra delle
pressioni cui era so oposto Maradona: il diba ito che infuriava sulla
stampa spagnola, dove alcuni sostenevano che il Barcellona lo avesse
pagato troppo. Non sorprende che l’accusa di spese stravaganti
arrivasse dai giornali di Madrid. Dal canto loro, Nuñez e gli altri
dirigenti del Barcellona si servirono della stampa catalana per
trasformare l’acquisto di Maradona nel simbolo del potere e
dell’ambizione del club.
Nel complesso, l’esperienza di Maradona al Mondiale del 1982 in
Spagna fu negativa. Il suo stato d’animo, che Meno i e Oliva
avevano creduto di poter influenzare, fu affossato anche dalle
ta iche grezze degli avversari. Fu l’allenatore di El Salvador a
identificare Maradona, senza mezzi termini, come il bersaglio per
eccellenza, e fu il difensore italiano Claudio Gentile a neutralizzarlo
nella maniera più efficace. Brian Glanville descrisse i ripetuti falli di
Gentile su Maradona – ignorati dall’arbitro – come «una macchia
sulla partita, sul torneo, e sull’eventuale vi oria finale dell’Italia».
Maradona fu preso a calci, cinturato e picchiato al punto di non
avere praticamente spazio per sfoggiare il proprio talento.
Parte della colpa si può a ribuire a Meno i, che fece giocare
Maradona troppo alto, rendendolo quindi più vulnerabile alla
marcatura di Gentile, sebbene Maradona stesso desse la colpa
all’arbitro, reo secondo lui di non averlo prote o a dovere, e agli
italiani per aver rido o la magia del calcio a una grezza scazzo ata
di strada.
Per Maradona, il Mondiale finì come era cominciato: in a esa di
un aereo che lo portasse sull’altra sponda dell’Atlantico. Solo che
questa volta non c’erano folle a osannarlo all’aeroporto, né orde di
giornalisti smaniosi di strappargli una dichiarazione, neppure un
singolo cacciatore di autografi. Rimase seduto, apparentemente
ignorato da tu i, un passeggero come gli altri in a esa dell’imbarco.
In un certo senso era finalmente libero dalla pressione che tanto lo
tormentava. Ma Maradona sapeva che ben presto avrebbe dovuto
affrontare una sfida ancora più difficile: tornare in Spagna e
dimostrare al mondo che il Barcellona aveva speso bene i propri
soldi.
11
Esaurimento a Barcellona

Era da quando Eva Perón aveva visitato la Spagna franchista nel


1947 che l’arrivo di una personalità argentina non generava tante
aspe ative fra i catalani. Venerdì 4 giugno 1982, Diego Maradona,
non ancora ventiduenne, accompagnato da Jorge Cyterszpiler,
a errò a Barcellona per firmare uno dei trasferimenti più costosi
nella storia del calcio. Circondato da tifosi adoranti e dai flash dei
fotografi, fu spinto nella limousine che lo a endeva e accompagnato
dall’aeroporto di Prat all’enorme quartier generale del Barcelona
Football Club.
La cerimonia della firma del contra o si svolse nella sala in cui si
teneva il consiglio di amministrazione, in pompa magna come un
tra ato di pace dopo una lunga guerra. Fra i presenti c’erano i
presidenti dei due club argentini coinvolti, il Boca Juniors e
l’Argentinos Juniors. Sull’altro lato del tavolo c’erano i banchieri, gli
avvocati, gli intermediari e gli uomini d’affari che amministravano il
Barcellona, uno dei club più ricchi del mondo. Affiancato da Juan
Gaspart e José María Minguella, rispe ivamente vicepresidente e
intermediario, due dei cervelli più fini del calcio europeo, sedeva il
presidente José Luís Nuñez, un megalomane basso e tozzo
determinato a dimostrare agli sce ici in quel di Madrid che il suo
club aveva il potere e la disponibilità economica per gestire una delle
stelle più controverse del calcio mondiale.
A godersi l’intera scena c’era Jorge Cyterszpiler. Lui non dubitava
di aver messo a segno il colpo più clamoroso della sua carriera di
procuratore. Per più di tre anni aveva messo un gruppo di
negoziatori contro l’altro, in modo tale da far alzare continuamente
la valutazione del suo amico d’infanzia, ormai diventato una
superstar internazionale. I de agli precisi del contra o furono tenuti
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segreti per proteggere tu i i personaggi che avevano intascato una
percentuale. Ma stando ai libri contabili ufficiali del club, il
Barcellona acce ò formalmente di pagare un totale di 7.300.000
dollari in sei rate, 5.100.000 all’Argentinos Juniors e i restanti
2.200.000 al Boca. Maradona avrebbe ricevuto uno stipendio di
almeno 250.000 dollari a stagione, senza contare i bonus. Nel
contra o firmato dal Barcellona con la società di Maradona, questa
venne definita l’unica «legi ima proprietaria di tu i i diri i
pubblicitari e commerciali del nome Maradona». Gli introiti
aggiuntivi che gli sponsor avrebbero generato nei sei anni successivi
erano stimati intorno ai tre milioni di dollari.
I discorsi dei presenti erano stati scri i alla perfezione per
l’occasione. Il presidente del Boca, Noel, parlò con l’emozione di un
padre che si separa dal suo figlio predile o. Disse che gli dispiaceva
veder partire Maradona ma assicurò ai suoi nuovi padroni che il
calciatore li avrebbe ripagati di ogni centesimo speso per acquistarlo.
«Mi congratulo con il Barcellona per aver ingaggiato il miglior
calciatore del mondo. Non ho dubbi che Maradona assicurerà il
successo del club e regalerà gioie e meraviglie ai tifosi» disse Noel. Il
presidente dell’Argentinos Juniors, Tesone, fu altre anto generoso
con i superlativi, dichiarando che si tra ava di una giornata storica
per il calcio: «Adesso il miglior calciatore del mondo gioca in uno dei
club più importanti e più gloriosi del mondo».
Poi toccò a Maradona prendere la parola. C’erano persone, dentro
e fuori da quella stanza, che da tempo si erano fa i l’idea che fosse
un giovane calciatore ingenuo e non troppo intelligente, susce ibile
alle manipolazioni del suo procuratore. Eppure ancora una volta
Maradona, con l’occhio ai giornalisti che lo ascoltavano, si giocò le
proprie carte alla perfezione, evitando qualsiasi commento sugli
aspe i economici e spostando invece l’a enzione là dove pochi
avevano dimostrato di avere il coraggio di sfidarlo: la sua
determinazione a giocare semplicemente a calcio, al meglio delle
proprie possibilità. «La carriera di un calciatore è molto breve, e
quindi è logico che uno provi a me ersi a posto per il futuro. Non so
se sono caro o se costo poco. Quello che posso dire, e quello che vi
posso assicurare, è che giocherò con tu o il cuore per aiutare il
Barcellona a raggiungere tu i i successi che merita.»
Infine parlò Nuñez – metà uomo d’affari, e metà celebrante –, che
accolse con soddisfazione le dichiarazioni di Maradona e aggiunse
un consiglio tu o suo: «Il nostro successo economico dipende dal
nostro successo calcistico… l’unica cosa che chiedo a Maradona è di
occuparsi della propria immagine sul campo e di dimostrarsi umile
con i compagni».
Eppure, nonostante tu e le belle parole e le pacche sulle spalle di
quel giorno, c’era un’immagine che più di tu e le altre avrebbe
dovuto lasciar presagire un disastro imminente: il contrasto fra
Maradona, con una maglie a e i capelli lunghi, l’aria di un puledro
schiacciato in un box, e i dirigenti del Barça, faccia solenne e
completo scuro, sicuri di sé in quella sala coperta di pannelli di
legno, piena di trofei e ritra i e poltrone di pelle spessa, là dove il
calcio si riassumeva in due parole: potere e soldi.

Il Barcellona faceva sembrare il Boca e l’Argentinos Juniors due club


dile antistici. Il suo mo o, «mès que un club», diceva tu o. Era il
più grande club al mondo, con oltre 110.000 abbonati e quasi mille
fan club sparsi da Pechino all’Ohio. Il suo quartiere generale in un
moderno sobborgo di Barcellona riduceva La Bombonera, lo stadio
del Boca dove Maradona aveva vinto il campionato argentino l’anno
prima, al ricordo di uno squallido cortile. Si tra ava di un imponente
complesso di stru ure amministrative, sportive e museali: una
ci adella al centro della quale si stagliava il gigantesco Camp Nou,
una delle grandi ca edrali del calcio.
Il Barcellona era arrivato dov’era grazie alla politica. Fondato nel
1899 da un gruppo di uomini d’affari svizzeri stabilitisi in ci à, il
club divenne un simbolo del nazionalismo catalano e trasse la
propria forza dalla sindrome da accerchiamento che inevitabilmente
si sviluppò durante la repressione franchista. I catalani videro i
propri diri i politici pesantemente limitati dal regime, e
cominciarono a esprimere la propria identità culturale al Camp Nou,
trasformando ogni partita contro il Real Madrid in una sorta di
dichiarazione d’indipendenza e la presidenza del club nel ruolo più
importante della società civile catalana.
Quando Maradona firmò il contra o nel 1982, Franco ormai era
morto da se e anni e la Spagna aveva un governo democraticamente
ele o. Eppure il Barcellona non aveva cambiato il proprio modo di
rapportarsi ai forestieri. Aveva mantenuto i suoi simboli di libertà
politica – bandiere catalane e lingua catalana – ma anche la sua
stru ura essenzialmente aziendale: ci si aspe ava infa i che tu i,
dirigenti, allenatori, giocatori e tifosi, fossero uniti nell’ideale del
Barça, senza spazio alcuno per deviazioni o indisciplina. A livello
dirigenziale, il vicepresidente Nicolau Casaus, che aveva interpretato
un ruolo cruciale nell’alimentare l’interesse del Barcellona nei
confronti di Maradona, restava il membro più anziano del consiglio
di amministrazione. Rispe o a quel diplomatico di lungo corso, il
presidente del club, José Luis Nuñez, era tu ’altro tipo di persona.
Nuñez era un tipo tosto, basco di nascita, un imprenditore del
se ore edilizio che gestiva il club come un feudo personale. O eri con
lui, o eri fuori. Dopo aver rivoluzionato la stru ura economica della
società, si aspe ava di restare su quella poltrona a lungo. In seguito
alla sua elezione nel 1978 aveva persuaso i membri del club – di fa o
i suoi azionisti – a incrementare le proprie quote e a pagarle in
anticipo. Con gli introiti supplementari aveva ampliato il Camp Nou
e aveva rilanciato gli investimenti, aumentando il numero di posti a
sedere e acquistando Maradona.
Nuñez era conscio dei rischi che correva comprando Maradona.
Per quanto fosse un eroe nazionale in Argentina, non aveva ancora
dimostrato nulla al di fuori del suo Paese. La sua prestazione
tu ’altro che esaltante al Mondiale – la sua prima vera sfida
internazionale – aveva ravvivato lo sce icismo degli spagnoli circa il
suo reale valore, sopra u o a Madrid.
Tu avia era determinato a dimostrare agli sce ici che avevano
torto. Aveva intenzione di sfru are appieno i talenti di Maradona in
modo tale da riempire il nuovo stadio per ogni partita e continuare
ad a irare sempre più abbonati. E sapeva di dover mirare in alto per
raggiungere i propri scopi. Nel decennio precedente il Barcellona era
passato a raverso una serie di alti e bassi, senza mai tornare davvero
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ai fasti degli anni di Helenio Herrera in panchina, e senza riuscire a
trovare un sostituto adeguato per la sua ultima stella straniera, Johan
Cruijff. Aveva appena vinto, a fatica, la Coppa delle Coppe, ma per
la maggior parte dei tifosi del Barça si tra ava di una magra
consolazione dopo i deludenti risultati in campionato, sopra u o
rispe o agli acerrimi rivali del Real Madrid. Nuñez aveva gli occhi
ben fissi sul campionato e sulla Coppa dei Campioni, con la pletora
di sponsorizzazioni e diri i televisivi che quei successi portavano
con sé. Perché il club tornasse a vincere, aveva bisogno di due cose
da Maradona, e due cose soltanto: disciplina e successi.
Quel che divenne chiaro nel giro di poco fu che a Barcellona la
gente non era disposta ad assecondare Maradona. I catalani si
aspe avano risultati, e in fre a, e non avevano intenzione di
tollerare le idiosincrasie del giocatore. Il 28 luglio 1982, tre se imane
dopo l’eliminazione dell’Argentina in Coppa del Mondo, Maradona
era al Camp Nou con il resto della rosa del Barcellona per la
tradizionale cerimonia di presentazione di inizio stagione. Quel
giorno c’erano 50.000 tifosi – un record per un’occasione simile – ma
la popolarità di Maradona fu temporaneamente eclissata da quella di
Bernd Schuster, protagonista del trionfo della Germania Ovest
all’Europeo del 1980, che era stato in seguito ingaggiato dal
Barcellona. A rimbombare per tu o il Camp Nou non era il coro
«Maradoooona», bensì «Schuuuster». Il centrocampista tedesco era
ormai prossimo al recupero dopo un infortunio al ginocchio che lo
aveva tenuto fuori dal Mondiale.
La terza stella straniera nella squadra del Barcellona era il
nazionale danese Allan Simonsen. A causa delle regole che
limitavano il numero di stranieri nelle squadre spagnole a due per
ogni partita, molti si aspe avano che il danese avrebbe perso il posto
da titolare, lasciando Schuster e Maradona nel ruolo di principali
motori della squadra rimodellata, allenata dal tedesco Udo La ek.
Maradona stesso sembrava convinto di aver raggiunto un punto di
svolta nella sua carriera. «Per me è arrivato il momento della verità»
dichiarò. «Non sono venuto qui per diventare la stella della squadra,
ma per essere un giocatore in più a disposizione della squadra,
perché Maradona da solo non può vincere le partite. È per quello che
p p p p q
spero che io e i miei compagni ci possiamo aiutare per fare in modo
che il Barcellona diventi campione.»
Fin dall’inizio Maradona fece di tu o per guadagnarsi la fiducia
dei suoi compagni al Barcellona. Fece subito amicizia con uno dei
giocatori più amati della squadra, «Lobo» Carrasco, che era stato
promosso dalle giovanili del club. Carrasco, due anni più grande di
Maradona, era un buon comunicatore, pronto sia a dare consigli che
ad ascoltare. Dal canto suo, Maradona era rimasto segnato
dall’incontro con i dirigenti del Barcellona, e l’umiltà di Carrasco gli
piacque subito. Furono compagni di stanza durante il ritiro ad
Andorra e nel corso di conversazioni che a volte andavano avanti
anche fino alle prime ore del ma ino, Maradona confidò a Carrasco
quello che pensava del nuovo contra o. Fuori dal campo, e lontano
dalle luci della ribalta, Carrasco trovò nell’argentino un’onestà e una
schie ezza che spesso non ci si aspe a da una stella di quel calibro.
«Fui molto colpito dalla sua umiltà, e da quanto fosse
essenzialmente umano. In Argentina era diventato un semidio, ma,
come me, sembrava fin troppo consapevole delle sue radici. Mi fece
capire quanto avesse lo ato per arrivare dov’era e quanti traguardi
sentiva ancora di dover raggiungere per garantire un futuro alla sua
famiglia. Dava l’impressione di essere un ragazzo pieno di sogni.
Sembrava ancora tremendamente innocente, e aveva fame. Aveva gli
occhi che sembravano due pia i. Voleva mangiarsi il mondo, e la
cosa mi spaventava. Più diventavo suo amico, più mi preoccupavo
per lui, e più avevo paura che sarebbe finita in tragedia» ricorda
Carrasco.
Qualsiasi insicurezza venisse a galla in privato nella stanza che i
due dividevano, si dissipava all’istante non appena entrava in scena
un pallone. «Era come un camaleonte. In campo si trasformava. Era
completamente sicuro di sé. Sembrava che avesse il controllo totale
del pallone. Quando Maradona correva palla al piede e dribblava
difese intere, pareva che ce l’avesse legata agli scarpini. Mi ricordo i
primi allenamenti insieme. Il resto della squadra a volte si fermava a
guardarlo. Nessuno era capace di generare un interesse simile. Per
noi era un piacere anche solo poter essere testimoni di quello che
riusciva a fare.»
Maradona era fin troppo consapevole del timore reverenziale che
incuteva in alcuni dei suoi compagni. Parlando del suo periodo a
Barcellona oltre dieci anni più tardi, definì Carrasco il suo
«complice» pur non avendo alcun dubbio su chi avesse imparato di
più dall’altro: «Carrasco provava a imitare tu o quello che facevo.
Capiva tu o molto in fre a e accanto a me fece enormi progressi».
Per gran parte della sua carriera, la presenza stessa di Maradona in
una squadra sembrò me ere in ombra e sminuire i giocatori meno
esperti. Ma a Barcellona i giocatori cresciuti nel vivaio come
Carrasco lo vedevano come un esempio. Il rispe o dei compagni, a
sua volta, contribuì ad alimentare l’autostima di Maradona nelle
prime partite che giocò con la maglia del Barcellona, durante le quali
regalò ai tifosi diverse magie.
Per quanto fosse ovvio che non era abituato ai rigidi metodi di
allenamento di Udo La ek, Maradona, come ampiamente previsto,
cominciò la stagione formando il tandem di stranieri con Schuster.
Simonsen restò in panchina. Secondo La ek il tedesco e l’argentino si
completavano alla perfezione. Ed era davvero così: i due intessevano
azioni meravigliose dalle loro posizioni al centro del campo,
realizzando reti che ricordavano i tempi d’oro di Cruijff. In una delle
prime partite della stagione, contro i rivali ci adini dell’Espanyol,
Maradona dimostrò anche di essere in grado di tirare fuori una
quantità straordinaria di risorse nascoste. Pur non avendo ancora
recuperato del tu o da un infortunio alla gamba, convinse La ek a
farlo entrare all’inizio del secondo tempo, con l’Espanyol che era
stato in grado di tenere il Barcellona sullo zero a zero. Nel giro di
pochi minuti aveva contribuito a quello che sarebbe stato l’unico gol
della partita. Undici giorni dopo, il Barcellona lasciò lo stadio di
Belgrado accompagnato da una prolungata standing ovation dei
tifosi dopo una strabiliante vi oria contro la Stella Rossa. Maradona
e Schuster segnarono due reti a testa, assicurandosi una vi oria per
4-2 contro i campioni iugoslavi.
Non si fosse tra ato del Barcellona, quel prome ente inizio
sarebbe semplicemente diventato il primo capitolo della storia di
una squadra di successo che si godeva l’immenso talento di un
giocatore che aveva firmato un contra o di sei anni. Ma la
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combinazione delle personalità di Nuñez, La ek, Schuster e
Maradona, nell’atmosfera schiacciante che era il Barcellona, si
dimostrò una miscela esplosiva e distru iva.
Maradona non perse mai davvero il rispe o dei compagni grazie
al suo cameratismo. La gente ancora ricorda come raccogliesse i
palloni dopo le sessioni di allenamento, un compito solitamente
riservato ai portaborracce. Ma quel che fin dal principio fece
preoccupare giocatori come Carrasco fu il pensiero che Maradona
potesse non essere in grado di gestire le pressioni che gli avrebbero
impedito di vivere la vita a cui si era abituato in Argentina. La storia
del Barcellona dimostrava con quanta facilità gli stranieri si
potessero dividere fra successi e disastri, spesso provocati da un
certo razzismo di fondo. Negli anni Se anta la sorte di Johan Cruijff
fece da contraltare a quella del peruviano di colore Hugo Sotil.
Laddove Cruijff imparò il catalano e prese casa con la famiglia, Sotil,
poco istruito, si guadagnò il soprannome di Re del Mambo a causa
delle sue imprese no urne. Cruijff sfru ò il proprio talento e diventò
il calciatore più influente d’Europa, tanto da non avere rivali per
diversi anni, mentre Sotil fu condannato senza appello sia in campo
che fuori, e lasciò il Barcellona in disgrazia.
Carrasco aveva un messaggio semplice per il nuovo arrivato:
me iti d’impegno, o il club ti distruggerà. «Mi ricordavo delle
esperienze di altri stranieri, e gli dissi: stai a ento quando esci la
sera. Lunedì o martedì va bene, ma se esci un venerdì sera, prima di
una partita, stai molto più a ento, e vedi di non farti beccare dai
giornalisti.» Maradona ebbe grosse difficoltà a seguire quel consiglio,
cosa che pagò carissima.
Per quanto grande fosse la solidarietà che si venne a creare fra lui
e i compagni, si dimostrò insufficiente a bilanciare il senso di
alienazione che cominciò quasi subito a rovinare l’avventura di
Maradona al Barcellona. Neanche un mese dopo l’inizio della sua
prima stagione, restò temporaneamente fuori dalla squadra a causa
di uno stiramento muscolare. Si rifiutò di farsi seguire dallo staff
medico del Barcellona, ritenendo che i medici fossero poco più che
tirapiedi dei dirigenti del club, ossessionati dal denaro. Insiste e
invece affinché il do or Oliva, suo vecchio amico, volasse in
Catalogna fin da Milano. Assunse anche in qualità di preparatore
atletico Fernando Signorini, uno degli argentini residenti a
Barcellona che si erano recentemente uniti al clan Maradona. La sua
esuberanza, i suoi modi affabili e la sua avvenenza giovanile
celavano il fa o che avesse dieci anni più di Maradona, e fosse
quindi leggermente troppo in là con gli anni per accollarsi il compito
di riportare uno dei calciatori più famosi del mondo all’apice della
forma fisica.
Era arrivato da poco a Barcellona, appena sposato e in cerca di
opportunità più alle anti di quelle che offriva la natia Argentina.
Aveva acce ato un lavoro da guardia no urna al Paseo de Gracia,
dove si trovano alcuni degli appartamenti più costosi di Barcellona, e
nelle giornate libere cominciò a frequentare gli allenamenti del
Barcellona vicino al Camp Nou. Fu grazie a sua moglie che riuscì a
introdursi nella cerchia più intima di Maradona. Lei era una maestra
di tennis del club privato frequentato da Claudia, la ragazza di
Maradona, e da Lalo, uno dei suoi fratelli minori. Lalo era mediocre
a tennis quanto a calcio, ma ebbe discreta fortuna in un torneo locale
dopo che lo misero in coppia con uno dei giocatori più quotati.
Signorini si ritrovò quindi invitato per la prima volta a casa di
Maradona, dove Diego in persona, dietro raccomandazione di
Claudia, gli offrì un posto da preparatore atletico.
Era un’offerta che Signorini sapeva di non poter rifiutare. «Ho
de o a Diego che avere una persona come me come preparatore
atletico l’avrebbe esposto alle critiche. E lui mi ha de o: “Me ne frego
di quello che pensa la gente. Ho bisogno di te”. Io ero sbalordito. Mi
aveva offerto un lavoro per cui la gente avrebbe fa o carte false.»
Ma era proprio quello il mondo che Maradona stava creando
intorno a sé: un mondo di alleanze personali basate su leggi non
scri e, codici di lealtà e rapporti clientelari non troppo diversi da
quelli che avevano segnato la vita dei genitori di Maradona in quel
di Esquina, e che la famiglia aveva poi sviluppato a Villa Fiorito. Era
un mondo nel quale Maradona poteva muoversi nelle vesti di
signore e padrone e concedersi quel che voleva sapendo che sarebbe
stato assecondato, a danno dei suoi rapporti con il club che lo aveva
acquistato.
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Oliva e Signorini erano d’accordo sul fa o che Maradona fosse un
giocatore speciale con bisogni speciali, e che solo loro sapevano quali
fossero questi bisogni. Ma i medici del Barcellona si ritenevano i
migliori in Spagna, e non amavano certo farsi fare la paternale da
uno stregone sudamericano. Dal canto suo, l’allenatore tedesco
La ek, ortodosso e autoritario, aveva bandito Cyterszpiler dagli
allenamenti, essendosi convinto che l’amico e procuratore di
Maradona avesse un’influenza negativa. E considerava l’entrata in
scena del dile ante Signorini un insulto alla sua professione.
Da lì in poi le comunicazioni fra Maradona e le gerarchie del
Barcellona si fecero sempre più problematiche. Maradona sarà anche
stato umile nello spogliatoio, ma in altri aspe i della sua vita privata
sembrava determinato a fare i propri comodi, e di testa sua.
Barcellona è una ci à di edifici grandiosi e archite onicamente
sofisticati, ma il palazzo che Maradona scelse come residenza nel
ricco quartiere di Pedralbes non sarebbe stato fuori posto a
Hollywood. Lo fece ristru urare e ordinò l’aggiunta di fontane
interne, una piscina dipinta con i colori del Barcellona e una
metratura sufficiente a ospitare la sua famiglia allargata e gli amici.
«Era il genere di casa talmente stravagante che ti lasciava
esterrefa o. Era così grande che sembrava chiedesse di essere
riempita» ricorda Juan Carlos Laburu, il cameraman personale di
Maradona nonché uno dei suoi primi ospiti. Maradona ricorda la
sua permanenza a Barcellona come «il periodo più triste della mia
carriera», specialmente in occasione del primo Natale passato
lontano dall’Argentina, con l’unico conforto della madre. «Mi
sentivo separato dal resto della mia famiglia e da Claudia» raccontò
poi.
Ma non passò molto che Maradona e Tota diedero il benvenuto
nella villa di Pedrales alla fidanzata, alla sorella Maria e a suo marito
Gabriel. Chitoro andava e veniva, giacché preferiva occuparsi degli
affari di famiglia in Argentina. Fra gli altri residenti c’era un gruppo
di amici e arrampicatori sociali che erano cresciuti con Maradona sin
da piccoli e ora contavano sulla sua protezione. Uno di questi era
Osvaldo Buona, ex giocatore dell’Argentinos Juniors che non era mai
riuscito a imporsi in patria ma che Maradona era riuscito a infilare in
p p
una squadra catalana di seconda divisione durante le ultime fasi
della tra ativa con il Barcellona. Un altro era Ricardo Ayala, de o
«El Soldadito», «il soldatino». Ayala era stato abbandonato in tenera
età a Esquina, e aveva vissuto i primi anni della sua vita per la
strada, a mendicare e rubacchiare, prima di essere preso in affido da
una coppia di mezza età che l’aveva costre o ad andare a scuola.
Maradona lo aveva conosciuto durante una delle sue prime visite
alla terra natia del padre, quando Ayala lavorava come domestico
per un imprenditore del luogo. I due ragazzi erano andati a pesca
insieme. A Maradona piaceva la ba uta pronta di Ayala, così come il
suo spirito d’avventura e la sua apparente irriverenza verso qualsiasi
forma di autorità. Così gli offrì un lavoro come suo autista e guardia
del corpo. Visto il suo nuovo ruolo, era un bene che El Soldadito si
fosse mantenuto duro e sveglio. Sia Buona che lui ricordavano a
Maradona alcuni degli amici con cui era cresciuto a Villa Fiorito e
che si era dovuto lasciare alle spalle sulla strada del successo. Di
fronte alla fredda sofisticazione e allo snobismo sociale di Barcellona,
Maradona aveva bisogno di quei ragazzi così come aveva bisogno
della sua famiglia. Non dubitava della loro lealtà, e sopra u o con
loro poteva perme ersi di essere se stesso.
Così loro scoprirono che alle dipendenze di Maradona il mondo
poteva trasformarsi. Buona ha parlato della grande avventura di
quando seguì Maradona in Spagna. Ha de o, a proposito di quel
periodo: «Ho scoperto una ci à bellissima dove si poteva fare una
vita simile a quella che si faceva a Buenos Aires. La domenica e il
lunedì facevamo esa amente quel che facevamo a Buenos Aires,
andavamo a ballare. C’era un sacco di vita no urna sulle Ramblas».
Sulle Ramblas, il famoso viale di Barcellona che va dal centro fino al
lungomare, ce n’erano di tu i i colori e per tu i i gusti: fioristi e
caffè, ristoranti e sex show.
La tribù di Maradona crebbe fino a includere compagni di
squadra e un assortimento di argentini emigrati a Barcellona che
fornivano tu a una gamma di servizi personali. Maradona scoprì
che c’era sempre qualche connazionale pronto a soddisfare qualsiasi
sua esigenza: il pizzaiolo che faceva una calabrese proprio come
quella del centro storico di Buenos Aires, vicino allo stadio del Boca;
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il barista che faceva i tramezzini so ili col pane bianco proprio come
quelli che Maradona si faceva fare per il compleanno quand’era
adolescente. C’era un amico che procurava la miglior carne argentina
per le grigliate e un altro che noleggiava video e forniva casse e di
Julio Iglesias, il suo cantante preferito. A Pedrales, Maradona si creò
un mondo a parte, una specie di Buenos Aires in miniatura, con il
suo nucleo tribale in stile Villa Fiorito alla quale appoggiarsi.
Il punto di conta o principale fra il castello di Pedrales e il mondo
esterno non era il Barcellona, bensì la Maradona Productions.
Cyterszpiler aveva stabilito la sede europea della società in uno dei
palazzi più lussuosi di Barcellona, dopo averla riba ezzata First
Champion Productions, ed ebbe subito un diverbio con i padroni
quando, senza chiedere il permesso, trasformò parte dell’ufficio in
una cucina così da poter sempre avere a portata di mano il suo cibo
preferito, un pia o di pasta. Il padrone si lamentò di come l’odore si
sentisse in tu o lo stabile e accusò Cyterszpiler di vivere come uno
zingaro. Gli disse di togliere di mezzo la cucina oppure di trovarsi
un altro ufficio. La cucina fu smantellata e fu così che Cyterszpiler
cominciò ad accorgersi che a Barcellona non poteva dare nulla per
scontato.
Nonostante ciò, non si lasciò demoralizzare. Restò in quell’ufficio
e assunse contabili e segretarie allo scopo di tenere alla larga il fisco e
qualsiasi altro intruso potesse creare imbarazzi. Fece poi arrivare
una troupe cinematografica da Buenos Aires e si mise all’opera per
realizzare uno dei suoi proge i più ambiziosi. Utilizzando materiale
d’archivio trafugato dall’Argentina e altri filmati esclusivi girati dalla
sua troupe, Cyterszpiler cominciò a preparare il materiale per una
Vita di Maradona in dodici lingue da distribuire in tu o il mondo.
Fece montare un video di se anta minuti con tanto di colonna
sonora, realizzato con le tecniche più avanzate in due diversi studi di
Los Angeles e New York, per un costo totale che superava il milione
di dollari.
Cyterszpiler poi tentò di stringere accordi pubblicitari con
McDonald’s e con la compagnia fotografica AGFA sulla scia di quelli
che aveva concluso con la Puma e la Coca-Cola prima del Mondiale.
In un certo senso la First Champions Productions, così gre amente
dedita alla commercializzazione, sembrava un altro mondo rispe o
alla vita semplice che Maradona ricercava in compagnia della
famiglia e degli amici. Eppure un mondo dipendeva dall’altro.
Maradona riuscì a vendere un’immagine di sé che lo ritraeva come
un ragazzo semplice, legato ai suoi cari, diventato una star
internazionale grazie alla sua genialità sul campo da calcio. Il
Maradona che avrebbe dovuto convincere gli spagnoli, grandi e
piccini, a dimenticare tapas e vino e a me ersi in coda per un Big
Mac e una coca. Chiunque può essere Maradona, dicevano i
pubblicitari, basta volerlo.
Eppure nel mondo reale di Barcellona certi uomini si
dimostravano più uguali degli altri. Per quanto Maradona volesse
fare una buona impressione, il mondo che si era creato era visto con
disprezzo crescente dai dirigenti più anziani del Barcellona.
Capitava di rado che lui li invitasse a casa sua, ma quello che
avevano sentito parlando con gli altri giocatori e coi loro alleati nella
stampa bastava a confermare l’impressione che il campione si stesse
comportando come un adolescente degenerato. Avevano sentito che
nella villa di Maradona c’erano abbastanza video porno da far
sembrare Copenaghen un convento di suore; che oltre alle grigliate
occasionalmente civilizzate c’erano anche scandalose feste che
andavano avanti fino alle prime ore del ma ino, con tanto di
prostitute e ospiti che inevitabilmente finivano in piscina. Come
ricordò in un’occasione Ramón Miravitillas, il vicedire ore della
popolare rivista «Interviú»: «Il mio rapporto con Maradona
quand’era al Barcellona consisteva nel dover ascoltare, e a quanto
pare screditare, una serie di approcci da parte di ragazze molto
giovani ma con gli occhi vecchi, stanchi e tristi, che in cambio di un
po’ di soldi erano disposte a dirmi quanto e da chi si erano fa e
scopare durante i festini organizzati dal clan».
L’unico membro del consiglio di amministrazione del Barcellona
che si era sempre mostrato comprensivo nei confronti di Maradona
era Nicolau Casaus. Ma persino lui cominciava a scoraggiarsi,
sebbene a ribuisse la colpa dell’infelicità del giocatore non tanto a
Maradona stesso, quanto piu osto al mondo che lo circondava:
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«Maradona arrivò a Barcellona e disse di essere pronto a dare tu o
se stesso per il club. Io gli crede i. Sembrava esa amente il suo
modo di vivere, tu o cuore, la testa non c’entra nulla. Ma col passare
del tempo mi resi conto che non aveva il controllo della propria vita.
Era Cyterszpiler a controllarlo. Me ne accorsi la prima volta che
andai a trovarlo nella casa nuova. Avrà avuto intorno se e, o o
persone, compresa Claudia. Era una muraglia umana, che non riuscii
a penetrare» disse Casaus, con rammarico, quando lo intervistai nel
1995.
Ai dirigenti del Barcellona non piaceva dover dedicare sempre
più tempo a passare al setaccio le voci di corridoio per poi scoprire
realtà con le quali avrebbero preferito non dover convivere. Le
dubbie a ività del clan Maradona si stavano espandendo oltre le
mura del castello di Pedrales, e si erano ormai estese al
chiacchieratissimo jet-set della ci à catalana. Qui la tensione fra le
classi più abbienti del posto e i sudacas, come venivano chiamati in
senso spregiativo gli immigrati sudamericani, vennero a galla nelle
rubriche di gossip della stampa locale, e un incidente in particolare
ca urò l’a enzione dei paparazzi. Una sera Maradona e un gruppo
di amici e parenti decisero di concludere una no e brava in centro
con una puntata in uno dei night club più esclusivi di Barcellona,
l’Up and Down. Il clan arrivò ridendo e parlando ad alta voce dopo
aver fa o bagordi in altri locali. Ben presto, tu avia, Maradona
decise che la sua cerchia non stesse ricevendo il servizio da VIP che
secondo lui si meritava, e che anzi il personale li stesse tra ando con
freddezza e ostilità. I presenti – quasi tu i catalani – di sicuro non si
sforzarono granché di nascondere la loro disapprovazione nei
confronti di un gruppo di persone che secondo loro non avevano né
classe né cultura. Non è mai stata fa a sufficiente chiarezza sulla
sequenza degli eventi di quella no e, ma sembra che a un certo
punto Maradona e un paio di suoi amici abbiano tentato, in modo
tu ’altro che sofisticato, di rimorchiare alcune delle donne presenti,
nonostante fossero tu e accompagnate. Scoppiò una rissa, e a
Maradona fu chiesto di andarsene.
Delle molte voci che arrivarono all’orecchio dei dirigenti del
Barcellona, sembra che solo una sia stata consciamente soppressa.
Nello specifico, che ad alcune delle feste che si tenevano a Pedrales, e
in occasione di alcune no i brave in centro, Maradona avesse fa o
uso di droga. Secondo alcuni resoconti, in certi locali aveva
l’abitudine di sparire in bagno con gli amici per poi riemergere
diversi minuti dopo con lo sguardo annebbiato. Il sospe o era che
sniffasse cocaina. Maradona avrebbe aspe ato quasi quindici anni
prima di confessare pubblicamente una dipendenza lunga una vita,
e che era cominciata lentamente a Barcellona. Ai tempi però liquidò
le storie scri e sul suo conto come menzogne, e minacciò di
denunciare per diffamazione i giornalisti che non gli piacevano.
«La prima volta che ho provato la cocaina è stato a Barcellona nel
1982, quando avevo solo ventidue anni. L’ho fa o perché volevo
sentirmi vivo. Nel calcio, come in tanti altri mestieri, la droga c’è
sempre stata. Non è un problema nuovo. E una cosa voglio dirla con
chiarezza: non ero l’unico che aveva cominciato a drogarsi. Un sacco
di altri giocatori lo facevano» disse Maradona nel gennaio del 1996.
Quand’era a Barcellona, l’uso occasionale di cocaina di Maradona
restò un segreto noto soltanto a una ristre a cerchia di amici leali, e
chiunque sospe asse qualcosa fuori dal clan non aveva il genere di
prova che avrebbe potuto pesare in sede di giudizio. Maradona era
talmente bravo a mentire riguardo alla sua dipendenza che il
comune di Barcellona addiri ura lo pagò per partecipare a una
campagna contro la droga. In televisione, in prima serata, andava
spesso in onda uno spot con Maradona sano come un pesce
circondato da bambini anch’essi sani come pesci su una spiaggia
catalana, e lo slogan: «Goditi la vita. La droga uccide». Gli sponsor a
quanto pare non sapevano che il giocatore aveva già sniffato, o stava
per sniffare, la sua prima riga di cocaina.
Non ci sono elementi per ritenere che quand’era al Barcellona
Maradona abbia mai assunto cocaina o altre sostanze proibite prima
di una partita, o che sia mai risultato positivo a un controllo
antidoping effe uato dai medici che lo seguivano. I dirigenti
avevano i loro sospe i, ma li tenevano ben nascosti, ritenendo che la
questione non fosse abbastanza seria da rischiare un bailamme sulla
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pubblica piazza. La società mantenne rigorosamente quella
posizione per anni, anche dopo la partenza di Maradona. Quando
nel 1995 intervistai alcuni dirigenti di lungo corso del Barcellona,
ancora insistevano col dire che i problemi con la droga di Maradona
erano cominciati soltanto dopo che si era trasferito in Italia.
C’erano anche altre questioni sulle quali gli alti dirigenti del
Barcellona non potevano concedersi il lusso di chiudere un occhio
quando serviva. Ai primi di novembre del 1982, neanche due mesi
dopo l’inizio del campionato, Maradona chiese a La ek di dargli una
tregua dall’incessante calendario di amichevoli, partite di
campionato e partite internazionali che era stato costre o a giocare
fin dal suo arrivo a Barcellona. La ek si rifiutò. Maradona andò in
Francia per un’altra amichevole, contro i campioni francesi del Paris
Saint-Germain. Lo fece con rilu anza, ma perlomeno mantenne
inta a la propria reputazione fra i compagni. Durante un litigio con i
dirigenti del Barcellona si era messo a dire che gli altri giocatori
avrebbero dovuto ricevere gli stessi generosi bonus che venivano
offerti a lui. Il Barcellona, apparentemente ispirato da tale
solidarietà, vinse 4-1, con Maradona che si scrollò di dosso la
stanchezza contribuendo al risultato finale.
Quella sera radunò gli amici intorno a sé e convinse metà dei
compagni del Barcellona a festeggiare la vi oria passando tu a la
no e e buona parte della ma ina seguente nei night club parigini. I
festeggiamenti vennero seguiti dai giornalisti catalani e francesi, e a
Nuñez giunse voce che Maradona aveva portato tu a la squadra a
fare i bagordi. Il presidente era furioso e in una dichiarazione
rilasciata mentre la squadra era ancora a Parigi rimproverò
pubblicamente Maradona: «Io non esco mai la sera… vedrò di
parlare con Diego Maradona perché tu i i nostri tifosi vogliono
vederlo giocare bene in campo e comportarsi in modo inappuntabile
fuori dal campo».
Maradona, sprezzante, replicò dicendo che le scelte che faceva
nella vita privata erano «solo affari miei» e aggiunse: «Se mi viene
voglia di uscire, vado dove voglio. Della vita che faccio fuori dal club
non dovrebbe importare niente a nessuno a meno che non mi
danneggi come atleta e come giocatore».
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Stando a quel che dice Cyterszpiler, quello scambio di bordate era
un pallido riflesso del dialogo che ebbe faccia a faccia con Nuñez.
Dopo aver le o la dichiarazione di Nuñez sui giornali, Cyterszpiler,
con la benedizione di Maradona, chiamò la sede del Barcellona
dall’albergo di Parigi. «Quando chiesi a Nuñez di spiegarmi perché
avesse de o quel che aveva de o, mi rispose che era per farci vedere
chi comandava. E io gli dissi: “Sei un figlio di pu ana”».
Quella che divenne nota come «la faccenda della no e a Parigi»
fece salire a galla la profonda incompatibilità personale fra
Maradona e Nuñez. Maradona, un po’ per istinto, un po’ per come
era stato cresciuto, si considerava al di là del bene e del male, tenuto
a rispondere soltanto a se stesso giacché era stato scelto da Dio per
essere un grande. Nuñez, proprio come Maradona, era un piccole o
che pensava in grande, solo che aveva altre priorità. Al Barcellona
aveva visto grandi giocatori andare e venire, ma nessuno di loro
aveva avuto successo grazie all’insubordinazione. Non riusciva a
concepire l’idea di gestire un club in cui uno dei giocatori simbolo si
me eva a fare il rivoluzionario.
Le tensioni fra i due si protrassero per tu a la permanenza di
Maradona a Barcellona, sempre a sobbollire piano piano per poi
esplodere di tanto in tanto in pubblico. Un altro scontro memorabile
fu quello del maggio 1983, quando Nuñez si rifiutò di lasciare che
Maradona andasse a Monaco di Baviera insieme a Schuster per la
partita di addio al calcio del nazionale tedesco Paul Breitner. I due
giocatori del Barcellona avevano grande rispe o professionale per
Breitner. Nuñez sosteneva che la partita fosse troppo vicina alla
finale di Coppa del Re, che per il Barcellona era una partita chiave.
C’erano qua ro giorni fra una partita e l’altra. Quel che fece
arrabbiare Maradona più di ogni altra cosa fu che Nuñez aveva
annunciato la propria decisione, così come era avvenuto durante la
controversia parigina, in una dichiarazione alla stampa, ma si rifiutò
di parlare dire amente con il giocatore. «Ho chiamato Nuñez e mi
ha ria accato in faccia dopo due minuti. Ha de o che era di fre a e
che doveva andare a vedere una partita delle giovanili. Quand’è
finita la partita sono andato da lui, e gli ho de o: Allora, possiamo
parlare, adesso? e lui se n’è andato senza dire niente.»
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Il diverbio, ovviamente, aveva ben poco a fare con il calcio. Era
una questione di principio. Maradona vedeva il ritiro del suo
passaporto da parte di Nuñez come un affronto intollerabile alla sua
libertà personale. Ma una società come il Barcellona non avrebbe
potuto né voluto acce are un’idea così libertaria, tanto che
l’indomani un gruppo di tifosi aggredì fisicamente Maradona
mentre si allontanava in macchina dopo un allenamento al Camp
Nou. Lui minimizzò l’episodio, sostenendo che i teppisti non
rappresentavano il resto del club. In privato, però, covava un
sentimento assai meno generoso nei confronti di Nuñez. A suo modo
di vedere, il presidente riassumeva in sé i peggiori aspe i di tanti
dirigenti del mondo del calcio, che tra avano i calciatori poco istruiti
con il disprezzo che un signore feudale nutriva per i servi della
gleba. Fin dall’infanzia, Maradona era stato viziato da benevole
figure paterne. Avrebbe sempre avuto difficoltà a fare i conti con le
fredde realtà dell’industria del calcio a cui una parte di se stesso era
inesorabilmente legata.
Il Barcellona, per gran parte della propria storia, aveva avuto nel
mondo del calcio la reputazione di un club segnato da ba aglie
intestine costanti e spesso aspre, e nel quale il peso della storia
politica e le necessità economiche avevano spesso alimentato dispute
fra giocatori, o fra giocatori e allenatori e dirigenti. Eppure, persino
per gli standard di una società come quella, l’era Maradona fu
traumatica. Al suo aperto confli o con Nuñez, Maradona aggiunse
una serie di ba aglie non meno pubbliche. Il rapporto con il
compagno Schuster era ambiguo. Maradona sapeva bene che
secondo Schuster il Barcellona aveva pagato per lui una cifra
esagerata, e che il tedesco temeva di essere messo in ombra dal suo
arrivo. La tensione creativa, tu avia, certe volte fa miracoli.
Maradona si impegnò per stabilire un’intesa con il tedesco che,
almeno in alcune partite, andò a tu o vantaggio del club. Durante
l’episodio di Monaco, i due giocatori si erano dimostrati solidali uno
con l’altro nel ribellarsi entrambi a quelle che ritenevano le ta iche
da bullo di Nuñez. Ma Maradona non rinunciò mai del tu o
all’ambizione di essere considerato il migliore in qualsiasi squadra
giocasse, e lasciò che il rapporto fra Schuster e Udo La ek, già
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tu ’altro che buono, si deteriorasse. In una famosa intervista, il
centrocampista tedesco arrivò a dare dell’ubriacone all’allenatore.
Anche per Maradona il rapporto con La ek fu tempestoso, e Diego
non ha mai negato in maniera convincente che ci fossero lui e
Cyterszpiler dietro il licenziamento di La ek e la sua sostituzione
con César Meno i nel marzo del 1983.

Meno i si era dimesso da commissario tecnico della nazionale


argentina dopo il fallimento nel difendere il titolo mondiale a
Spagna ’82, ma la sua reputazione era ancora tale da interessare il
Barcellona. La ek era durato poco più di una stagione prima che i
dirigenti si convincessero che era stata una stagione di troppo.
Ancora ben lontano dal tornare alle glorie degli anni di Cruijff, il
Barcellona stagione 1982-83 aveva mancato per il decimo anno
consecutivo la vi oria in campionato, e anche a livello europeo era
stato un anno frustrante. Nella Supercoppa Europea del gennaio
1983, aveva perso col punteggio complessivo di 3-1 la doppia sfida
con l’Aston Villa. Ma la vera umiliazione, che segnò il destino di
La ek, arrivò due mesi dopo, con la prematura eliminazione dalla
ben più prestigiosa Coppa delle Coppe. Il Barcellona si fece ba ere
dall’Austria Vienna, che schierava undici giocatori che, come fece
notare uno dei telecronisti, «messi insieme avrebbero fru ato sul
mercato meno del solo Maradona».
E tornò di moda la solita domanda: ma Maradona valeva davvero
tu i quei soldi? Nei primi sei mesi al Barcellona aveva segnato solo
sei gol in campionato, poi si era preso un’epatite virale. Avendo
coinciso con il primo Natale lontano dalla sua grande famiglia, la
mala ia fece precipitare Maradona in una delle sue periodiche fasi
depressive. Solo poche se imane prima aveva offerto un raro
spaccato dell’insicurezza che teneva nascosta al pubblico quando
aveva confessato a Domingo Trujillo di «MARCA »: «La solitudine mi
fa cagare addosso. Bisogna che sia circondato da persone che so che
mi vogliono bene. Sono il mio sostegno, mi danno la forza per
giocare. Gioco molto meglio quando ho la mia famiglia vicino».
L’infelicità di Maradona si fece sempre più profonda man mano
che i media cingevano d’assedio la sua casa, dove si rintanò per le
dodici se imane di convalescenza. Già da tempo si era fa o l’idea
che la maggioranza dei giornalisti del luogo fossero semplicemente
dei lacchè dei dirigenti del Barcellona, che fungevano da informatori
o da spacciatori di disinformazione. Cyterszpiler considerava i
nemici di Maradona alla stregua di «membri della Gestapo o agenti
della CIA ». Di sicuro, quando si tra ava di parlare dell’argentino, che
fosse in campo o fuori dal campo, per lo stuolo di cronisti che
seguiva Maradona nulla era insignificante. Di conseguenza quando i
media catalani ritennero opportuno raccontare al mondo che
possedeva 250 videocasse e e che il suo film preferito era E.T.,
Maradona lasciò correre. Solo quando un articolo suggerì che il suo
problema non fosse l’epatite, bensì la gonorrea, l’argentino minacciò
di sporgere denuncia per diffamazione.
Il recupero di Maradona e il suo ritorno in squadra seguirono di
pochi giorni l’arrivo di Meno i in panchina. Meno i aveva sempre
sostenuto di essere uno dei pochi allenatori al mondo in grado di
capire le idiosincrasie di Maradona e trasformarle in qualcosa di
positivo. I dirigenti del Barcellona lo avevano scelto nella speranza
che potesse riuscirci davvero.
All’inizio Maradona accolse l’arrivo di Meno i con l’entusiasmo
di un figlio perduto che ritrovava il proprio padre. Particolarmente
benvenute furono le modifiche al regime di allenamento che La ek
aveva imposto con tanto rigore. Là dove il tedesco prediligeva le
sessioni di allenamento ma utine, Meno i preferiva iniziare alle tre
del pomeriggio, un orario che, a sentir lui, era più compatibile con i
bioritmi naturali di un calciatore. Di certo era più compatibile con lo
stile di vita di Maradona e dello stesso Meno i. Entrambi amavano
la vita no urna di Barcellona – Maradona gestiva l’insonnia
andando a ballare o guardando la televisione fino alle prime ore del
ma ino – e avevano difficoltà a fare i conti con l’idea di doversi
alzare presto il ma ino successivo. «Per me Maradona era un
giocatore facile da gestire, un ragazzo capace di prendere ordini.
Non ho mai avuto nessun problema disciplinare con lui, né al
Mondiale né al Barcellona» mi disse Meno i. Di sicuro, almeno per
un certo periodo, il filosofo argentino portò alla squadra un nuovo
senso di armonia interna, ristabilendo uno stre o legame fra
Maradona e gli altri giocatori, compreso Schuster.
Maradona ritrovò l’entusiasmo per il gioco, superando la sua
istintiva rilu anza ad allenarsi con regolarità. Anche se la vi oria in
campionato, ancora una volta, si dimostrò al di là della portata dei
blaugrana, il nuovo duo argentino fece il suo dovere nella finale di
Coppa del Re del 4 giugno 1983 fra Barcellona e Real Madrid. Al
trentaduesimo minuto un passaggio di Maradona, ineccepibile per
tempismo e precisione, regalò a Víctor l’occasione del vantaggio per
il Barcellona. Il Real Madrid pareggiò poco dopo l’inizio della
ripresa, ma fu il Barcellona, grazie ad altre magie di Maradona e
Schuster, a dominare la partita. Al nono minuto di recupero, Julio
Alberto si involò in dribbling sulla fascia sinistra e crossò per Marcos
che, completamente smarcato, tirò al volo con una precisione tale che
il portiere del Real, Miguel Ángel, restò impalato a chiedersi cosa
diavolo fosse successo. Il Barcellona aveva vinto la coppa.
Nuñez sembrava cresciuto di dieci centimetri mentre il capitano
Sánchez guidava Maradona e il resto della squadra a farsi
consegnare il trofeo da Re Juan Carlos. Tu o sembrava perdonato.
Per le ventiqua r’ore successive, Barcellona festeggiò come da
copione, con Maradona e Meno i in cima alla lista degli eroi. Il
sindaco socialista della ci à, Pasqual Maragall, con un occhio al voto
nazionalista, organizzò un ricevimento e dichiarò: «Questo trionfo
esaudisce i desideri di un intero popolo». Solo il quotidiano locale
«La Vanguardia» osò azzardare un appello alla cautela: «Non va
dimenticato che la stagione non è stata il successo che avevamo
sperato. Fino a quando dovremo aspe are per vincere il campionato
e la più prestigiosa delle competizioni, la Coppa dei Campioni?».
Meno i non riuscì a vincere né l’uno né l’altra. Anzi, aprì a
Maradona un nuovo potenziale campo minato, trascinandolo in
un’asprissima polemica pubblica riguardo alla maniera in cui
andrebbe giocato il calcio. L’allenatore non aveva perso un briciolo
del proprio orgoglio in termini di filosofia calcistica, per quanto
questa potesse essere stata contradde a dai suoi stessi giocatori
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durante i due Mondiali in cui era stato commissario tecnico. Aveva
scri o una tesi erudita intitolata Calcio senza trucchi che aveva
venduto bene nell’Argentina del dopo Falkland. Nel testo
contrapponeva la sua ammirazione per uno stile calcistico libero e
creativo da un lato, e la “tirannia” del gioco difensivo e distru ivo
preferito dagli allenatori più autoritari.
Tale tirannia, secondo Meno i, aveva il suo esponente più brutale
in Xavier Clemente, allora allenatore dell’Athletic Bilbao, e che
sarebbe poi diventato commissario tecnico della Spagna. Pochi
giorni dopo il suo arrivo a Barcellona, Meno i si era imbarcato in
una diatriba con Clemente che fu ripresa con entusiasmo dalla
stampa spagnola, dichiarando sfacciatamente che «il giorno in cui la
Spagna [leggasi: Clemente] deciderà di essere un torero anziché un
toro sul campo da calcio, giocherà un calcio assai migliore».
Clemente mise in chiaro che non intendeva acce are lezioni da un
argentino impertinente che sembrava passare più tempo ad andar
dietro alle donne che a insegnare il calcio. Lo scontro si fece tanto
acceso che sembrava solo questione di tempo prima che le truppe
seguissero i propri generali in una sanguinosa ba aglia. Per
Maradona l’a eggiamento di Clemente nei confronti di Meno i era
un doloroso promemoria di quello che secondo lui era
l’a eggiamento razzista che stava alla radice dei suoi confli i con la
società spagnola. Era anche sempre più convinto che gli arbitri
spagnoli rendessero la vita più facile a chi praticava un calcio alla
Clemente, ado ando un a eggiamento troppo permissivo nei
confronti del gioco duro. Sosteneva inoltre che la pessima qualità
delle trasmissioni televisive spagnole incoraggiasse i giocatori a
comme ere falli quando sapevano di non essere inquadrati.
Maradona però già non sembrava in grado di acce are la sua parte
di responsabilità quando si tra ava di screditare il gioco del calcio,
con quei suoi tu ’altro che rari tuffi volti ad a irare l’a enzione
quando subiva un contrasto.
Fu in quel contesto che il Barcellona di Meno i si trovò ad
affrontare l’Athletic Bilbao di Clemente in uno scontro dire o al
Camp Nou, il 24 se embre 1983. La squadra aveva cominciato
malissimo la nuova stagione, perdendo due delle prime tre partite, e
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ora si trovava davanti il Bilbao, campione in carica. Il Barcellona
iniziò bene il match, dominando con facilità il primo tempo, e
subendo assai meno falli di quanti se ne aspe asse dai baschi, duri e
puri come loro solito. I padroni di casa andarono a riposo su un
comodo 2-0. Fu nel secondo tempo che accadde il disastro. Al
dodicesimo della ripresa, Maradona si lanciò per vie centrali in una
serpentina e pareva destinato ad andare a rete, quando fu falciato da
dietro dal difensore del Bilbao Goikoetxea. Persino per gli standard
dell’Athletic Bilbao, fu uno dei falli più brutali mai commessi nella
storia del calcio spagnolo. Edward Owen, un giornalista britannico
che stava assistendo alla partita, coniò la memorabile espressione «il
macellaio di Bilbao». Era il massimo dell’insulto per un popolo come
quello basco, che aveva usato termini di quel genere per descrivere
le repressioni subite per mano di una lunga serie di governi
spagnoli. Nella conferenza stampa al termine della partita Meno i
rispolverò la lunga tradizione del Bilbao in fa o di giocatori il cui
unico scopo era di azzoppare gli avversari. Accusò Goikoetxea di
appartenere a una «razza di anti-calciatori» e richiese che fosse
squalificato a vita. Goikoetxea, che in partita se l’era cavata con un
cartellino giallo, fu poi sanzionato con una squalifica di dieci
giornate dalle autorità calcistiche spagnole.
Fu una ben magra consolazione per Maradona. L’infortunio
subito ai tendini della caviglia sinistra fu talmente serio che
passarono tre mesi prima che potesse rime ere piede in campo.
Durante il periodo della riabilitazione, la nevrosi che lo aveva affli o
durante l’assenza per epatite tornò a tormentarlo. L’infortunio
alimentò il suo senso di persecuzione e di ingiustizia. Secondo Diego
la colpa fu di Goikoetxea quanto di Nuñez se la sua permanenza a
Barcellona fu un trauma.
In seguito all’infortunio, Maradona ancora una volta si rivolse alla
sua cerchia più intima in cerca di consolazione. La divisione che
separava il clan Maradona e il Barcellona si fece più ne a. I chirurghi
del Barcellona inizialmente operarono Maradona so o anestesia,
inserendo tre viti che secondo loro avrebbero aiutato il recupero. Ma
ben presto Maradona tornò a mostrare la sua solita diffidenza nei
confronti della medicina ortodossa, e ancora una volta mandò a
chiamare il vecchio amico Oliva. Il do ore veniva da Milano una
volta a se imana per visitare il paziente, e spesso contraddiceva le
prescrizioni dell’équipe medica del Barcellona. Ai primi di novembre
Oliva convinse Maradona a bu are via le stampelle e a riaffermare la
propria forza di volontà camminando sul piede infortunato. I medici
del Barcellona erano furiosi. Oliva continuava a sostenere che non
capivano la psicologia di Maradona. Per Natale, Maradona volò a
Buenos Aires dove fu raggiunto da Oliva. Lì il giocatore si so opose
al programma di recupero personalizzato messo a punto dal medico.
Cyterszpiler, che non si lasciava mai sfuggire un affare, fece filmare
l’evento dalla sua troupe. Il video che ne uscì, con Maradona che si
allenava sulle note di Flash dance e Rocky, fu poi venduto a
un’emi ente televisiva catalana.
Maradona tornò a disposizione del Barcellona nel gennaio del
1984. Nella prima partita, contro il Siviglia, sembrava un uomo
rinato, segnò due gol e trascinò la squadra a una convincente vi oria
per 3-1 dopo la quale tu o il Camp Nou festeggiò il suo rientro. Tre
partite dopo, per la prima volta dopo l’infortunio, si ritrovò davanti i
baschi, stavolta allo stadio San Mames di Bilbao. L’argentino giocò
come un ossesso, impavido di fronte all’avversario che gli aveva
quasi distru o la carriera, e guidò i compagni in una delle partite
più ca ive mai giocate in quello stadio. Le due squadre insieme
commisero più di cinquanta falli, un record. Maradona riuscì a
segnare due gol, che sancirono la vi oria dei suoi per 2-1.
Magari se Maradona avesse giocato per qualsiasi altra squadra,
quelle due prestazioni da sole gli sarebbero valse qualche lode e un
minimo di onore. Non per la prima volta e non per l’ultima nella sua
carriera di calciatore, aveva toccato il fondo per poi rialzarsi e
dimostrare di poter essere ancora fra i migliori. Ma il Barcellona era
il Barcellona, e l’eroismo personale non bastava a compensare la
mancanza di successi in campionato e in Coppa dei Campioni. In
campionato la vi oriosa vende a di Maradona contro il Bilbao fu
giudicata effimera. Il Barcellona chiuse la stagione al terzo posto, con
la doppia umiliazione di vedere il Real Madrid secondo e l’Athletic
Bilbao primo.
Un mese prima che il Barcellona scoprisse che ancora una volta
non avrebbe vinto il campionato, la squadra fu eliminata in Coppa
delle Coppe dal Manchester United. Lo United vinse 3-0 la gara di
andata all’Old Trafford. Poche ore prima dell’inizio della partita di
ritorno al Camp Nou, Maradona accusò uno dei suoi frequenti
dolori alla schiena. Era uno dei tanti problemi fisici di cui soffriva e
che dividevano le opinioni di Oliva e delle sue controparti catalane.
Mentre i medici discutevano le cause, Maradona insiste e per
giocare. Quando i suoi compagni cominciarono a cambiarsi per la
partita, lo portarono in infermeria e gli fecero una serie di iniezioni
di antidolorifici. Dopodiché fu dichiarato in grado di giocare. Le
punture anestetizzarono il dolore in fre a, ma pochi minuti dopo
l’inizio della partita Maradona cominciò a patire gli effe i collaterali.
Sia la concentrazione che i riflessi parvero abbandonarlo. Di questo
ovviamente, i più di 80.000 tifosi blaugrana presenti al Camp Nou
quella sera non sapevano nulla. Quello che videro fu la squadra di
casa che era so o contro i campioni inglesi, e Maradona che
d’improvviso non sembrava più in grado di calciare il pallone.
A guardare sempre più preoccupato dalla panchina c’era Meno i,
ben conscio che la sua sopravvivenza come allenatore era legata
all’esito di quella partita. Decise che non aveva scelta se non quella di
sostituire Maradona prima ancora della fine del primo tempo.
Uscendo dal campo, il giocatore fu sommerso dai fischi e dai buu dei
tifosi del Barcellona. Lui, anziché andare verso la panchina, continuò
a camminare fino agli spogliatoi. Poi, davanti a Cyterszpiler, divenne
isterico e si mise a singhiozzare in maniera incontrollabile, furioso
con il mondo che sembrava averlo tradito un’altra volta. A un certo
punto Maradona gridò: «Perché, perché mi sacrifico se poi quando
mi sforzo di giocare mi tra ano così?».
Quella sera vennero fuori tu a l’amarezza e la frustrazione che
aveva covato fin dai primi giorni dell’avventura a Barcellona.
Qualsiasi dubbio potesse aver avuto a proposito di eventuali
violazioni dei termini contra uali, decise in quel momento che
voleva andarsene. Trovò terreno fertile nel suo procuratore e amico
Cyterszpiler, giacché a quel punto Maradona era anche in seri guai
finanziari.
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Terry e Diego

La Maradona Productions era stata fondata su uno straordinario


volo pindarico: l’idea che Jorge Cyterszpiler potesse far fortuna per
sé e per il suo cliente come Mark McCormack aveva fa o con tante
altre personalità sportive di tu o il mondo. Sin dai primi titubanti
passi, mossi nel 1979 per stringere accordi di sponsorizzazione e
commercializzazione in Argentina, Cyterszpiler aveva già preso di
mira il mondo intero, facendo affari in Germania e in Spagna. Fu
allora che le cose cominciarono a sfuggirgli di mano. Più Maradona
diventava famoso, più era difficile controllarlo. Il giocatore era
imprevedibile, e la sua vita personale era caotica. E d’altra parte
anche il talento di Cyterszpiler aveva i suoi limiti. Era bravissimo a
tirare sul prezzo per un trasferimento, ma era meno capace a gestire
il mondo ben più complesso della commercializzazione
internazionale. E per quanto avesse l’istinto di un imprenditore,
sempre in cerca di nuove idee con cui far soldi, queste idee spesso
erano pensate male e realizzate peggio.
Verso la fine della permanenza di Maradona a Barcellona, la
società a cui il giocatore aveva prestato il proprio nome non
generava nemmeno introiti sufficienti a pagare i propri debiti. I
continui infortuni di Maradona, uniti all’incapacità del Barcellona di
vincere un titolo nazionale o europeo, avevano portato a una
drastica revisione al ribasso delle stime di bilancio per quel che
riguardava gli incassi pubblicitari e le sponsorizzazioni. Quella crisi
ebbe anche il suo lato farsesco. McDonald’s, a causa del piede
ingessato, fu costre a a filmare il giocatore inquadrandolo soltanto
dalla vita in su con il risultato che Maradona nello spot era
immobile, anziché in azione sul campo da gioco. Poco più tardi lo
sponsor abbandonò del tu o l’idea di utilizzare Maradona come
testimonial, e lo sostituì con l’immagine di un ragazzino qualsiasi.
Ci furono anche problemi con la distribuzione del film sulla sua
vita per il quale Cyterszpiler aveva speso più di un milione di
dollari. Aveva usato la sua équipe di produzione e i suoi studi a New
York e Los Angeles per doppiare il video in dodici lingue. Il
lungometraggio a irò subito l’a enzione dell’Arabia Saudita, ma il
risultato fu ben lontano dal successo mondiale in cui aveva sperato.
Le copie del video finirono in un casse o e anni dopo sparirono
senza che Cyterszpiler riuscisse a scoprire che fine avessero fa o.
Il mal di testa più grosso, tu avia, era la necessità di saccheggiare
continuamente le casse della Maradona Productions per foraggiare
lo stravagante stile di vita dello stesso Maradona. Cyterszpiler
ammise poi che la sua più grave mancanza in ambito professionale
fu la sua incapacità di controllare le spese folli del giocatore per
vestiti, macchine, donne, viaggi e in generale per divertirsi quando
non giocava a calcio. C’era anche il problema del clan, la folla di
parenti, amici e scrocconi vari che vivevano a spese del campione.
Cyterszpiler mi disse: «Bisogna ricordarsi che io ero sia un
procuratore che un amico. Da procuratore forse avrei dovuto
imporre un po’ più di disciplina. Ma da amico sentivo che c’era un
limite a quanto in là potessi spingermi nel controllare le sue finanze.
I soldi alla fine erano tu i suoi. Mi diceva, comprami quella casa o
quella macchina e io non avevo altra scelta che comprargliela… Le
spese folli erano parte della vita di Diego».
Per gran parte del suo periodo a Barcellona, i problemi economici
di Maradona restarono un segreto ben custodito, e ancora oggi i libri
contabili della Maradona Productions non sono stati mai ogge o di
accertamenti credibili, né tanto meno sono stati resi pubblici. Non è
inconcepibile – dato che possiamo basarci solo sulle loro parole – che
le difficoltà possano essere state esagerate di proposito da Maradona
e Cyterszpiler, così come avrebbe fa o in seguito il futuro
procuratore Coppola, al fine di evitare il fisco, sebbene, anche in
questo caso, non ci sia alcun elemento concreto. Resta il fa o che i
dirigenti del Barcellona presero la crisi finanziaria di Maradona
abbastanza sul serio da creare una nuova fonte di a rito con il
giocatore. Nei primi mesi del 1984 fu respinto un assegno emesso
della Maradona Productions per pagare i servizi e i rimborsi spese di
Oliva, il medico personale di Maradona. Cyterszpiler provò a girare
la fa ura a Nuñez, che si rifiutò di pagare, dato che Oliva
ufficialmente non faceva parte dell’équipe medica del club.
Terry Venables capì l’entità dei problemi economici di Maradona
poco dopo esser giunto a Barcellona in veste di nuovo allenatore del
club, nel maggio del 1984. Venables dirà poi che si era rassegnato a
perdere Maradona già pochi giorni dopo la sua nomina. Per quanto
si fosse speculato che Maradona odiasse gli inglesi a causa della
guerra delle Falkland, e che al nuovo allenatore semplicemente non
piacesse l’idea di gestire un giocatore di quel calibro, secondo
Venables si tra a di pure invenzioni. La ragione principale era che
Maradona, pur essendo uno dei giocatori più pagati al mondo, aveva
problemi di soldi, fondamentalmente perché, come disse Venables
stesso, «la gente viveva alle sue spalle».
«Come quasi tu i, avevo sentito le voci sul suo entourage. Ma non
mi resi conto di quanto fosse disperata la situazione, finché non
arrivai a Barcellona e feci le mie indagini. C’erano centinaia di conti
da pagare in tu a la ci à, firmati a nome di Maradona. La maggior
parte, ovviamente, non li aveva firmati lui, bensì la sua «famiglia»,
ovvero amici e scrocconi assortiti… Era stato praticamente
dissanguato, e l’unica soluzione era procurarsi il genere di somma
che un trasferimento avrebbe potuto fru are. Dargli mille sterline in
più a se imana non avrebbe neanche cominciato a risolvere il
problema» ricordò poi Venables.
Durante i tre mesi che separarono l’umiliazione della partita
contro il Manchester United e l’arrivo di Venables, Maradona e
Cyterszpiler misero a punto una strategia ben calcolata per restare a
galla. L’idea era, ancora una volta, di massimizzare la valutazione
del giocatore sul mercato, non prima però di aver messo i dirigenti
del Barcellona in una posizione nella quale non avrebbero avuto
altra scelta che lasciarlo andare. «La nostra strategia era semplice»
mi disse Cyterszpiler con la sua cara eristica schie ezza, «far
incazzare Nuñez in modo tale da assicurarsi che lasciasse andar via
Maradona.» Ricorda con gusto di aver suggerito come prima mossa
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che Maradona desse dei figli di pu ana ai catalani, bu ando lì la
frase nel corso di un’intervista con un giornalista amico. Esa amente
quel che fece Maradona durante un viaggio a New York. Quando
tornò a Barcellona negò di averlo mai de o, ma a quel punto sapeva
che il danno era fa o.
Nella sua opera di manipolazione della stampa sportiva,
Cyterszpiler si dimostrò senz’altro all’altezza dei dirigenti del
Barcellona. A metà del 1985 aveva fa o sapere ad alcuni reda ori
che aveva da raccontare una storia che avrebbe garantito loro di
vendere molte più copie delle interminabili cronache degli infortuni
di Maradona. Fece trapelare i de agli delle tra ative con la Juventus
e con il Napoli, provocando una fra ura nel consiglio di
amministrazione del Barcellona. Nuñez era titubante a lasciar andare
Maradona, non perché avesse imparato ad acce are
l’insubordinazione del giocatore, ma perché pensava che stracciare
l’importantissimo contra o che aveva firmato avrebbe dato ragione a
quei critici che gli avevano consigliato e chiesto di non comprarlo. In
segno di buona volontà, il vicepresidente Juan Gaspart disse a
Cyterszpiler che il Barcellona era pronto ad accollarsi i debiti della
Maradona Productions e a garantirne la stabilità sul lungo termine.
Altri dirigenti, compreso Casaus e il tesoriere Tusquets, credevano
che se Maradona voleva andarsene dovesse essere lasciato libero di
farlo, giacché obbligarlo a restare contro la sua volontà avrebbe
influito sulle sue prestazioni e avrebbe avuto ricadute negative sugli
introiti del club, in particolare quelli legati alla vendita dei biglie i.
Il momento chiave, alla fine, arrivò a de a di molti in occasione di
un altro feroce scontro fra Barcellona e Athletic Bilbao. Il 30 aprile
1984, il Bilbao vinse di nuovo il campionato. Una se imana dopo le
due squadre si incontrarono in finale di Coppa del Re a Madrid, alla
presenza della famiglia reale e di una folla di 100.000 persone stipate
dentro allo stadio Bernabeu. E almeno metà della Spagna quella sera
aveva gli occhi incollati allo schermo per vedere la partita.
La guerra fra le due squadre, che era stata dichiarata da Meno i e
Clemente, aveva ormai toccato anche Maradona che, emotivo come
al solito, colse al volo l’ennesima occasione per suscitare polemiche.
Alla vigilia della partita dichiarò: «Clemente non ha le palle per
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guardarmi negli occhi e darmi dello stupido». Clemente replicò:
«Maradona è sia stupido che castrato. È un peccato che un giocatore
come lui, che guadagna tu i quei soldi, non abbia alcuna qualità
umana».
La scena era quindi pronta per quella che, da una partita di calcio,
si trasformò in una violentissima rissa. Accadde alla fine della
partita. Il Bilbao aveva vinto di misura, con l’unico gol del match
segnato da Endika al tredicesimo minuto. Mentre la squadra
festeggiava la vi oria con il rituale giro di campo, i giocatori del
Barcellona cominciarono a tornare negli spogliatoi, chiaramente
arrabbiati dopo essersi visti sbarrare la via del gol dalla solita difesa
dura e solida dei baschi. Maradona, che ancora non aveva imparato
a perdere, sembrava particolarmente infuriato. E quando Sola, un
giocatore del Bilbao, lo salutò con un gesto che è l’equivalente
spagnolo di un vaffanculo, Diego esplose: tirò un pugno a Sola,
mandandolo al tappeto, e fu prontamente a accato da un gruppo di
giocatori del Bilbao. Fra questi c’era «il macellaio» in persona,
Goikoetxea. Dopo aver ro o la caviglia di Maradona in quel famoso
incidente, stavolta sferrò all’argentino un calcio che solo per
miracolo non lo azzoppò una seconda volta. Pochi, da ambo i lati,
restarono fuori dalla rissa che si scatenò. Volarono pugni e calci
degni di una guerra fra bande del Bronx, il tu o di fronte
all’inorridito Re Juan Carlos e a milioni di spagnoli davanti ai
televisori. I dirigenti del Barcellona fremevano di rabbia, convinti
che la reputazione di uno dei club più amati del mondo fosse stata
macchiata dall’irresponsabile brutalità di un cafone argentino.
Ricorda un dirigente: «Quando vidi quelle scene di Maradona che
menava le mani, e il caos che ne seguì, mi resi conto che non si
poteva continuare così». Da quel momento in poi Nuñez si
preoccupò soltanto di resistere abbastanza a lungo da poter
strappare il miglior affare possibile.
Maradona e Cyterszpiler, dal canto loro, erano decisi a porre fine
alla loro permanenza a Barcellona, e avevano dato un’accelerata alle
tra ative per il trasferimento al Napoli. I due erano d’accordo sul
fa o che il Napoli rappresentasse una sfida più interessante della
Juventus, a livello professionale. Il club stava rivoluzionando la rosa
p
– molti giocatori vennero venduti semplicemente allo scopo di far
posto a Maradona – non solo per evitare la retrocessione ma anche
nell’o ica di puntare all’alta classifica del campionato italiano nei
due o tre anni successivi. La Juve, per contro, era già ben salda al
vertice del calcio italiano, con stelle internazionali come il francese
Platini ben inserite in squadra. Dopo l’esperienza al Barcellona,
Maradona decise che per un po’ era stufo di club che si credevano
superiori agli altri, e nei quali le stelle erano in competizione fra loro.
Con le dimissioni di Meno i da allenatore del Barcellona dopo la
débâcle della finale di Coppa del Re, Maradona perse sia un amico
che un consigliere. Che non avesse colto quell’occasione per uscire
dall’ufficio di Nuñez sba endo le eralmente la porta era dovuto in
parte al fa o che l’accordo con il Napoli non era stato ancora
concluso e firmato. E aveva anche qualcosa a che vedere con Terry
Venables, l’uomo che Nuñez aveva scelto come sostituto di Meno i.
Come è stato spesso fa o notare, la reputazione di Venables va al
di là dei suoi successi. Nel 1984, poi, era poco noto fuori dal proprio
Paese, e Maradona non l’aveva mai sentito nominare. In Inghilterra
non aveva vinto trofei né da giocatore – con Chelsea e To enham –
né da allenatore – con Crystal Palace e QPR – e i suoi numeri non
erano certo quelli di Alex Ferguson, George Graham o Howard
Kendall. Da giovane, con la maglia del Chelsea, aveva anche giocato
al Camp Nou, ma il suo ritorno a Barcellona come allenatore non
aveva tanto a che fare col ricordo che aveva lasciato, quanto piu osto
con una raccomandazione.
Meno i mi disse: «Terry è arrivato al Barcellona grazie a me. La
maggior parte della gente non aveva idea di chi fosse». Meno i
invece aveva sentito parlare di Venables da un giornalista britannico
con cui aveva stre o amicizia durante la Coppa del Mondo, Jeff
Powell del «Daily Mail»: «Parlai con Powell e gli chiesi di farmi il
nome di un allenatore inglese competente. Questa è una squadra con
giocatori importanti. È essenziale che non sia un di atore. Un
tedesco ce l’hanno già avuto. Dev’essere in grado di conquistare i
giocatori». Powell raccomandò Venables. A sentire Venables anche
Bobby Robson e Doug Ellis misero una buona parola per lui con il
Barcellona.
Venables era su una lista di candidati che includeva Helmut
Benthaus dello Stoccarda, che aveva appena vinto il campionato
tedesco, e Michel Hidalgo, che di lì a poco avrebbe vinto gli Europei
con la Francia. Venables descrisse la scena quando lo intervistai dieci
anni più tardi. «Insomma, ero lì con alcuni pezzi parecchio grossi, e
io ero solo l’allenatore del QPR e non capivo nemmeno cosa ci facessi,
insieme a quella gente. Poi scoprii che volevano un inglese.
Pensavano che la squadra non fosse in forma fisicamente e che
avesse bisogno di essere messa so o e gli inglesi avevano una
reputazione tosta. Al Barcellona la sensazione era che Meno i,
avendo vinto un Mondiale, non fosse più tanto motivato. Volevano
qualcuno che ancora non avesse avuto successo.» E che costava
meno, avrebbe potuto aggiungere Venables.
L’argomento Maradona fu al centro del primo colloquio di
Venables con la dirigenza del Barcellona. «Volevano sapere cosa
avessi intenzione di farne, se volevo che se ne andasse o che
restasse… io gli dissi che mi sarebbe piaciuto lavorare con il miglior
calciatore del mondo, ma che capivo che c’erano stati dei problemi.
Ebbi l’impressione che i dirigenti volessero davvero che Maradona
se ne andasse, e che sperassero che, una volta sentita tu a la storia,
me ne convincessi anch’io.»
Venables si prese il tempo necessario prima di raggiungere un
verde o e guardò i video del Barcellona in azione. La sua opinione
era che non si tra asse di una squadra coesa, e che anzi fosse troppo
dipendente da Schuster e Maradona. Voleva far crescere i giocatori
spagnoli. «Era una squadra fa a di comparse con un paio di stelle in
mezzo.» Con l’aiuto dei dirigenti, si informò sulla situazione
finanziaria di Maradona, e concluse che dovesse essere una delle
ragioni principali per le quali il giocatore voleva lasciare il
Barcellona.
Parlò anche di Maradona con gli altri giocatori. E in questo caso le
opinioni erano quasi universalmente positive. «Quel che mi piaceva,
di Maradona» ricordò Venables, «era che tu i i giocatori ne
parlavano bene. È come Gazza. Piaceva a tu i, e allo stesso tempo
tu i si preoccupavano per lui. Maradona era un tipo generoso. Se
aveva successo voleva condividerlo.»
Alla fine Venables parlò con Cyterszpiler e con Maradona stesso.
Diego, d’istinto, ebbe una reazione cauta, quasi sce ica, di fronte a
Venables. Come tanti membri della classe operaia argentina non si
fidava degli inglesi, e non riusciva a immaginare un degno sostituto
di Meno i. Ma nella sua prima e unica conversazione con Venables,
restò positivamente colpito, e l’inglese gli parve una persona
modesta e alla mano, una boccata d’aria fresca rispe o ai dirigenti
catalani.
Venables, seguendo il consiglio del suo amico Bobby Robson,
aveva preso delle lezioni di spagnolo, un altro punto a suo favore
per quel che riguardava Maradona. L’unica condizione di Venables
era che Maradona parlasse lentamente e utilizzasse parole semplici
così che potesse capirlo. Anche questa richiesta fu ben accolta dal
giocatore, dato che non era particolarmente portato per i discorsi
accademici. Senza bisogno di ricorrere a un interprete, e dopo aver
trovato un punto d’intesa nella semplicità, Maradona aprì il suo
cuore all’allenatore, raccontandogli di tu a la frustrazione e la rabbia
che aveva provato da quando era arrivato a Barcellona. Era l’ultima
conferma che serviva a Venables per decidere sul da farsi. «Da quel
che Maradona mi disse mi feci l’idea che, se fosse rimasto, la
situazione a Barcellona si sarebbe fa a molto, molto difficile.
Sembrava che il danno fosse irreparabile.» E la questione sembrò
finire lì, almeno per quanto riguardava il loro futuro insieme.
Tu avia c’è una postilla nel rapporto fra i due. All’inizio del 1987,
durante il suo secondo anno alla guida del Barcellona, a Venables
venne chiesto dalla Football Association inglese di selezionare e di
allenare per un giorno la rappresentativa del Resto del Mondo che
avrebbe affrontato l’Inghilterra a Wembley per festeggiare il
centenario del campionato inglese. Dopo la vi oria al Mondiale del
1986, Maradona era un nome ovvio, una scelta personale di Venables
e degli organizzatori, i quali ritenevano che il suo potere di a irare le
folle non avesse eguali nel mondo del calcio. «Se fai una squadra del
Resto del Mondo, non puoi non me erci Maradona» ricorda
p
Venables. «All’epoca stava giocando in maniera eccezionale, e gli
organizzatori inglesi pensavano che coinvolgerlo sarebbe stato un
gran colpo.»
Portare Maradona in Inghilterra si rivelò un incubo logistico, con
il giocatore che chiedeva sempre più soldi. Le difficoltà di
comunicazione di sicuro non aiutarono. Ad agosto, pochi giorni
prima della partita, Venables si ritrovò con il Barcellona nel ritiro di
Andorra, in un albergo con un centralino minuscolo e inefficiente.
Ogni tanto cercava di conta are Maradona in Argentina, sia
dire amente che tramite il nuovo procuratore, Guillermo Coppola,
solo per sentirsi dire che il giocatore era a pesca nel Nord
dell’Argentina. Alla fine per convincere Maradona a giocare ci
vollero i poteri di persuasione di Osvaldo Ardiles in persona, una
somma spropositata (si disse che dalle 50.000 sterline inizialmente
sul pia o si fosse passati a 90.000, per una sola partita) e un aereo
privato messo a disposizione dall’imprenditore Terry Ramsden.
A livello di immagine fu un disastro su tu a la linea, ma
sopra u o per Maradona. Il fa o che, di fronte a un simile sforzo
economico, avesse causato tu i quei problemi per poi presentarsi sul
campo di Wembley chiaramente fuori forma e senza alcuna
intenzione di combinare granché alimentò la sensazione che fosse
una prima donna, oltre che un baro. Dopotu o era passato solo un
anno da quando aveva segnato con la Mano di Dio. Che interessi
avesse in realtà Ramsden non fu mai chiarito del tu o. Ma
Maradona non giocò mai per il suo Walsall a sostegno della
Fondazione Ramsden, come aveva promesso di fare in cambio delle
diecimila sterline che l’imprenditore aveva sborsato per il suo volo.
Ramsden in seguito fu processato e condannato per una serie di
frodi fiscali, e non provò mai più a organizzare una partita di calcio
in vita sua.
13
Re tra i padrini

Il 5 luglio del 1984, appena dopo mezzogiorno, un elico ero con a


bordo Diego Maradona e il suo fedele amico e procuratore Jorge
Cyterszpiler fece ro a verso lo stadio San Paolo di Napoli. Maradona
aveva passato le ventiqua r’ore precedenti a evitare le migliaia di
tifosi napoletani che volevano semplicemente vederlo, fosse anche
solo di sfuggita. Dopo l’arrivo all’aeroporto internazionale, il suo
autista aveva fa o un giro largo per strade secondarie in modo da
aggirare i tifosi che avevano intasato l’autostrada. Più tardi, per
fungere da ulteriore diversivo sull’isola di Capri, fu ingaggiato un
sosia di Maradona che per un po’ riuscì a distrarre i paparazzi
dall’odore della loro vera preda, mentre il giocatore e il procuratore
sga aiolavano via per poi tornare sulla terraferma a bordo di una
motolancia. Giunse poi il momento di presentare il nuovo acquisto
ai tifosi. I sostenitori del Napoli l’avevano aspe ato per ore,
raggiungendo livelli di frenesia colle iva che persino per gli
standard degli stadi italiani sembravano rasentare l’isteria di massa.
Sin da quando erano filtrate le prime voci riguardo alle tra ative
con il Barcellona, l’arrivo di Maradona era stato a eso con una
reverenza e un senso di aspe ativa degni di una seconda venuta del
Cristo. Napoli aveva vissuto gran parte della propria storia fra
l’asservimento e il disastro, con le sue inclinazioni ribelli represse
dalla ricchezza e dal potere del Nord. La presenza costante della
morte era simboleggiata dal Vesuvio e dalle macerie lasciate
dall’ultimo grande terremoto. In ci à non esisteva passatempo più
popolare del calcio. Eppure il Napoli aveva sempre dovuto
arrendersi alle grandi della Serie A, sparse fra il Nord e il Centro del
Paese, senza mai vincere un campionato, figurarsi un titolo europeo,
nei suoi cinquanto o anni di storia. L’unico trofeo internazionale
q
nella bacheca del Napoli era quello di un torneo assai poco
prestigioso e ormai abbandonato da tempo, la Coppa delle Alpi.
Ma la ci à di Napoli non viveva di solo calcio, c’era molto di più.
Era una Babilonia sul Golfo, tanto pagana quanto mistica, un enorme
crogiolo di umanità dove ci si aspe ava che potesse succedere di
tu o. Maradona arrivò in un luogo in cui la gente si scervellava sulla
smorfia per estrapolare dai sogni i numeri del Lo o, e dove si
giocava religiosamente la schedina del Totocalcio, una ci à in cui il
diavolo e Pulcinella ti guardavano dalle vetrine dei negozi. Ma
Napoli era anche la ci à di san Gennaro, il vescovo martirizzato il
cui sangue appena spillato, imbo igliato da un devoto spe atore più
di millese ecento anni prima, continuava a liquefarsi e a solidificarsi
nel suo reliquiario d’argento diverse volte all’anno. La devozione al
patrono, fino al 1984, era stata eguagliata soltanto dalla venerazione
della Madonna, le cui statue circondate di candele si trovavano agli
angoli delle strade nei quartieri più poveri della ci à.
Con l’arrivo di Maradona i napoletani trovarono un terzo ogge o
per la loro adorazione. Non importava che la carriera del calciatore
fino a quel momento fosse stata tu ’altro che impeccabile, che ancora
dovesse dimostrare il suo valore in una Coppa del Mondo, o che
avesse deluso la maggioranza dei catalani andandosene in quel
modo. Era arrivato un giocatore che credeva nel destino e
nell’intervento divino, e che quando il fato gli sorrideva poteva
ancora giocare a calcio meglio di chiunque altro al mondo. Un
giocatore che era già lassù nell’Olimpo delle star internazionali,
eppure veniva da un’infanzia umile, come gran parte dei napoletani,
e aveva una mamma italiana. Maradona, Madonna, le parole
sembravano addiri ura confondersi tra loro. Arrivò sia come un
redentore sia come una madre, pronto a prendere il posto che gli
spe ava nel pantheon partenopeo.
Quando l’elico ero iniziò la sua discesa, i tifosi alzarono lo
sguardo al cielo. E solo nel momento in cui Maradona fu nascosto da
una calca di fotografi si resero conto, per un istante soltanto, che era
umano quanto loro. Non era in grado di camminare sulla testa dei
cronisti come Gesù aveva fa o sulle acque. I tifosi pretesero così un
altro ingresso trionfale, questa volta a raverso il tunnel che dagli
g q g
spogliatoi conduceva fin sul terreno di gioco, perché solo in quel
modo avrebbero potuto goderselo appieno. Così i dirigenti, nervosi,
organizzarono quella seconda entrata.
Pochi minuti dopo, Maradona spuntò dal tunnel come da
copione, stavolta non tanto come un angelo disceso da altezze
celestiali ma come se fosse uscito dal profondo del vulcano e dalla
faglia so ostante, un vero e proprio messaggero dell’apocalisse. Lo
stadio esplose di fuochi d’artificio e stelle filanti. Il boato che lo
accolse fu così improvviso e assordante che a Maradona parve
l’onda d’urto di un uragano. Sentendone l’impa o, fece una smorfia
e vacillò un istante, per poi continuare a correre. Indossava una tuta,
una maglie a bianca e una sciarpa del Napoli, e lasciò intendere fin
da subito che le tensioni della vita a Barcellona non lo avevano
prematuramente invecchiato, dimostrandosi anzi un ventiqua renne
ancora pieno di vigore giovanile e di amore per la vita, che fin da
quel momento ebbe la sensazione di aver trovato la propria casa.
Sorrise, salutò con la mano e mandò baci ai tifosi che lo
acclamavano: «Diego, Diego, Diego». Poi, al centro del campo, so o
gli occhi raggianti di Cyterszpiler, prese un pallone e cominciò a
palleggiare, da un piede all’altro, e poi daccapo, sulla testa e poi di
nuovo sui piedi, imprimendo al pallone un effe o pazzesco, per poi
bloccarlo col suo tocco felpato.
Prima di completare il giro dello stadio, prese un grappolo di
palloncini azzurri come la maglia del Napoli, e li lasciò volare in
cielo. Aveva portato la sua magia nella ci à della magia, e lo stadio
vibrava e fremeva dinanzi al suo Messia.
Fra i 70.000 presenti quel giorno allo stadio c’erano diversi
individui per i quali era particolarmente importante che Maradona
avesse successo. Uno di loro era Antonio Juliano, de o Totonno, ex
nazionale italiano diventato dirigente del Napoli. Juliano era una
sorta di eroe ci adino, con una storia non troppo diversa da quella
di Maradona. Nato in uno dei quartieri più poveri della ci à, era
stato scoperto giovanissimo da un osservatore e aveva militato nella
primavera del Napoli. Deteneva il record di presenze e di successi
fra i giocatori cresciuti nel vivaio. Da capitano aveva condo o il
Napoli alla vi oria in Coppa Italia nel 1976 (unico trofeo vinto dai
p pp
partenopei, che lo avevano già conquistato per la prima volta nel
1962), ed era uno dei pochi giocatori del Sud chiamati a
rappresentare l’Italia in ben tre edizioni della Coppa del Mondo. Sin
da quando era diventato dirigente del Napoli nel 1980, Juliano aveva
messo gli occhi su Maradona e si era convinto che fosse l’unico
calciatore in grado di riportare il club perlomeno alle glorie della
metà degli anni Sessanta, quando era arrivato secondo in
campionato in due stagioni consecutive grazie a un altro mancino
argentino che aveva brillato nel calcio italiano, Omar Sivori.
A guardare da vicino Maradona quel giorno allo stadio c’era
anche Corrado Ferlaino, il presidente del club, che, nonostante ci
fosse voluto del tempo, aveva acce ato di appoggiare Juliano nel
tentativo di ingaggiare l’argentino. Ferlaino era diventato presidente
del Napoli due anni prima, conquistando quella che era una delle
posizioni più importanti della ci à dopo un’astuta scalata al club, e
si era assicurato il sostegno dei poteri forti essendo già presidente di
una delle più grandi società edili della zona. Era un personaggio
controverso, che sulle prime, più che investire tempo e denaro nel
Napoli, sembrò concentrarsi sulla realizzazione di discutibili proge i
edilizi approvati in seguito al terremoto del 1980.
Solo quando l’entità dei problemi fra Maradona e il Barcellona
venne a galla, allorché si sparse la voce che il giocatore avesse messo
gli occhi sul campionato italiano, Juliano riuscì a convincere Ferlaino
che si tra ava di un’occasione imperdibile. Il fa o che la Juventus
avesse già espresso il proprio interesse nei confronti del giocatore,
poi, si dimostrò un ulteriore incentivo. A Ferlaino piaceva non poco
l’idea di ba ere la concorrenza di Gianni Agnelli, magnate della FIAT
e proprietario della Juventus, e di trasformare l’acquisto di
Maradona in un simbolo della rivalsa economica della regione nei
confronti del Nord e del potere politico centralizzato.
Le tra ative per il trasferimento di Maradona avevano richiesto
una serie di incontri segreti che coinvolsero Juliano e Cyterszpiler, a
Barcellona e a Ischia, fra il maggio e il giugno del 1984. Alla stampa
giunsero voci di altri incontri, messe in giro da personaggi vicini a
Maradona, che scatenarono un’invasione di cronisti sportivi italiani
nella capitale catalana in occasione di quel che si rivelò un
rocambolesco esempio di rischio calcolato che tenne i protagonisti,
ovvero Maradona, il vicepresidente del Barcellona Gaspart e
Ferlaino, con il fiato sospeso fino all’ultimo minuto. L’ultima data
utile per la registrazione dei nuovi tesserati presso gli uffici della
Lega Calcio a Milano era venerdì 29 giugno. Quel giorno Ferlaino
volò a Barcellona sicuro di concludere la tra ativa in tempo per
registrare il trasferimento prima della chiusura, nel tardo
pomeriggio. Lo fecero aspe are in un bar, in a esa di avere notizie
dell’incontro risolutivo fra Gaspart e Maradona al vicino Hotel Reina
Sofía. Quell’incontro però si concluse nel tardo pomeriggio con un
nulla di fa o, dato che Maradona aveva rifiutato l’ultima offerta di
Gaspart, che gli aveva proposto un adeguamento del contra o per
tra enerlo a Barcellona, ma non era riuscito a formalizzare il suo
svincolo. «Se resto al Barcellona, un giorno mi infortuno, l’altro non
mi presento in allenamento. Qui non gioco più e basta» aveva de o
poco prima della fine della riunione.
Con le lance e a ticche are implacabili, Ferlaino diede istruzioni
a uno dei suoi collaboratori di far pervenire una busta chiusa negli
uffici delle autorità calcistiche italiane. Quando i funzionari della
Lega Calcio si trovarono il lunedì successivo per esaminare la lista
degli ultimi trasferimenti, l’unico calciatore registrato a nome del
Napoli era Diego Maradona. Nella no e un misterioso messaggero,
con la benedizione di Ferlaino, era riuscito a introdursi negli uffici
della Lega Calcio e a sostituire il contenuto originale della busta.
Nel fra empo, in quelle quaranto o ore, Gaspart aveva rinunciato
alla propria azione di retroguardia per tra enere Maradona, e aveva
firmato un nuovo contra o record che fru ò al Barcellona circa
tredici milioni di dollari e al giocatore circa sei milioni e mezzo. I
dirigenti del Barcellona e Maradona, tu avia, non erano certo gli
unici che avrebbero avuto un tornaconto da quell’affare. In quel
giorno di festa al San Paolo, incombeva la potente e spietata
organizzazione che già diverse se imane prima si era messa in moto
per sfru are la presenza di Maradona in ci à: la camorra.
L’organizzazione aveva fa o molta strada dai suoi albori come
contrappeso prima al potere dei latifondisti nelle campagne del
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diciannovesimo secolo, poi alle forze di occupazione del Nord.
Aveva sviluppato una propria rete di conta i a Napoli durante la
Seconda guerra mondiale, dando vita a un mercato nero dapprima
con i tedeschi e poi con le forze alleate. Negli anni del dopoguerra la
camorra, così come la Mafia in Sicilia, aveva incrementato il proprio
controllo sulla società, grazie alla creazione di un’intricata rete di
influenza su alcuni se ori chiave dello Stato italiano, ma anche –
partiti come la Democrazia Cristiana, ed espandendo le proprie
a ività a qualsiasi area economica, lecita o illecita, potesse garantire
dei profi i.
Il suo modus operandi era basato su una miscela di rapporti
clientelari e intimidazione. La camorra manteneva la propria presa
sulla società tramite una catena di trasmissione umana lungo la
quale viaggiavano potere e influenza. In cima stavano i capi, i leader
delle famiglie che comandavano i quartieri poveri di Napoli come
baroni feudali. So o di loro vi erano i caporali e i sergenti, che
mantenevano l’ordine e si assicuravano della lealtà dei singoli,
coordinavano la fornitura di servizi ai clienti e gestivano le faide
assegnando il lavoro sporco a una manovalanza composta da tu a
una serie di bande e sicari. La camorra poteva contare su uomini di
potere così come su numerose famiglie cresciute in una società dove
disoccupazione e miseria erano ovunque. E aveva grande successo
anche nell’intimidire giornalisti e magistrati.
Non c’era luogo in cui la camorra si mescolasse alla gente di
Napoli in maniera più plateale che allo stadio San Paolo, dove i capi,
i sergenti e le loro orde di teppisti erano indistinguibili dalle migliaia
di altri tifosi che vivevano la propria ossessione colle iva per il
calcio.
Il giorno della presentazione di Maradona ai tifosi, durante la
conferenza stampa che seguì la festa, ci fu una domanda che si
distinse particolarmente dalle altre. La fece il giornalista francese
Alain Chaillou, assai meno entusiasta di quanto non fossero quel
giorno i suoi colleghi italiani. Chaillou chiese a Maradona se sapesse
o meno che i soldi utilizzati per assicurarsi il suo trasferimento erano
stati raccolti dalla camorra. Maradona o non sentì o non volle
sentire. La domanda fu quindi posta a Ferlaino, la cui reazione fu
q p
immediata. Con l’aria livida indicò la porta, al che gli uomini della
sicurezza entrarono subito in azione. «La sua domanda ci offende.
Napoli è una ci à onesta. Da presidente del club, le chiedo di
andarsene.» Chaillou fu circondato dai tirapiedi di Ferlaino e fu
allontanato in fre a e furia.
Ferlaino aveva costruito la propria fortuna nel se ore
immobiliare. Uno dei suoi zii era stato assassinato dalla camorra.
Durante il campionato che precede e l’arrivo di Maradona, si era
dovuta sospendere temporaneamente una partita allorché un
velivolo era planato a bassa quota sullo stadio San Paolo con uno
striscione che diceva «Ferlaino via, Juliano torna». Nelle sue
dichiarazioni pubbliche in seguito all’episodio, Ferlaino sostenne che
si era tra ato di un’operazione organizzata da camorristi a cui era
inviso, e che volevano far crollare il prezzo delle azioni del club. Si
guardò bene, tu avia, dallo spiegare come, esa amente, avesse
avuto a che fare con la camorra.
Il grosso dei fondi per il trasferimento di Maradona fu depositato
presso la banca del Barcellona, Banca Mas Sarda. Furono garantiti da
una cordata di banche napoletane, guidate dal Banco di Napoli e
dalla Banca della Provincia di Napoli, a raverso le quali venivano
riciclati soldi di provenienza più che sospe a. Ma prima che le
tra ative potessero concludersi, i dirigenti del Barcellona avevano
insistito all’ultimo minuto per un ulteriore deposito di seicentomila
dollari. Nelle ore che seguirono, migliaia di napoletani si
presentarono con i loro libre i di risparmio o con le tasche piene di
contante per depositare uno per uno i contributi presso una filiale
del Monte dei Paschi di Siena. Ci volle poco più di un giorno per
raccogliere la somma richiesta. Quel gesto apparentemente
spontaneo, degno di un Robin Hood – la povera gente di Napoli che
donava quel poco che aveva al suo povero club – sembrava
evidenziare fino a che punto la camorra fosse non tanto un gruppo
di persone o un individuo in particolare, quanto l’espressione di un
fenomeno sociale ben più ampio.
L’interesse della camorra nei confronti del Napoli era stato
considerevolmente alimentato dalla possibilità che arrivasse
Maradona dal Barcellona. Il club si aspe ava di triplicare le vendite
p p
di biglie i, con un conseguente boom del bagarinaggio, a ività nella
quale l’organizzazione eccelleva. E c’era anche la prospe iva di un
incremento delle a ività in altri se ori nei quali aveva interessi
particolari.
Maradona si rese conto di quanto fosse potente la camorra fin
dalle primissime ba ute della tra ativa per il suo trasferimento.
Quando ancora giocava nel Barcellona, mandò Cyterszpiler in
avanscoperta a Napoli affinché si me esse in conta o con i dirigenti
del club ma anche perché si facesse un’idea di come si vivesse in
ci à. Cyterszpiler si sentiva in dovere di accontentare il proprio
assistito e amico, ed era altre anto determinato a risollevare le sorti
della Maradona Productions. A Barcellona, Cyterszpiler aveva
dovuto a ingere a piene mani dalle riserve della società per
finanziare lo stravagante stile di vita di Maradona e del suo
entourage. Ma dava la colpa degli insuccessi dell’azienda anche ai
numerosi infortuni di Maradona e alla mancanza di armonia fra il
giocatore e i dirigenti del Barcellona. Era fiducioso che a Napoli
Maradona si sarebbe sentito molto più a casa e che sarebbe sbocciato
come calciatore. In termini commerciali, Cyterszpiler credeva che il
profilo di Maradona avrebbe fa o la fortuna della Maradona
Productions, dato che lì non ci sarebbero state altre stelle a
contendergli il palcoscenico.
Cyterszpiler, però, avrebbe scoperto che a Napoli non si potevano
dare per scontati neppure i diri i esclusivi sull’impero commerciale
di Maradona. Se ne rese conto poco dopo essere arrivato in ci à per
la sua prima missione esplorativa nella primavera del 1984, quando
le voci circa l’interesse della squadra partenopea nei confronti di
Maradona già dilagavano sulla stampa italiana. Dopo essersi lasciato
alle spalle l’aeroporto, stava per imme ersi sull’autostrada che
l’avrebbe portato in centro, quando notò un ambulante seduto a una
bancarella sul ciglio della strada. In vendita c’era la casse a pirata di
una canzone che di lì a poco sarebbe risuonata per tu o il San Paolo,
ma che nei quartieri poveri di Napoli era già un ritornello popolare,
e che diceva: «Oh mama, mama, mama/Oh mama, mama, mama/sai
perché mi ba e il corazón?/Ho visto Maradona, ho visto
Maradona/eh, mammà, innamorato son!».
Cyterszpiler restò talmente spiazzato nel vedere un prodo o a
marchio Maradona venduto senza il suo permesso che fermò la
macchina. Ricorda: «Chiesi al tizio come potesse vendere casse e di
Maradona se il Napoli ancora non l’aveva neanche preso. “E se poi
non viene?” gli chiesi. Quello mi guardò e fece spallucce. “Che mi
frega? Ho già venduto duemila copie in un giorno”».
Nelle tra ative che Cyterszpiler intavolò poi con i dirigenti del
Napoli, il problema del merchandising fu causa di diverbi e tensioni
fra le parti. Persino dopo la firma del contra o, Cyterszpiler era
molto reticente all’idea di cedere il controllo di quello che, come
aveva imparato in Argentina e in Spagna, era uno dei canali più
redditizi per la diffusione del marchio Maradona. Eppure più tempo
passava a Napoli più si rendeva conto che ormai il controllo sul
merchandising non era più in mano sua. Paolo Paole i, giornalista
televisivo e dirigente del Napoli, che sarebbe entrato a far parte della
cerchia più intima di Maradona durante la sua permanenza in Italia,
ricorda che una sera lui e Cyterszpiler uscirono da una pizzeria di
Mergellina, vicino al porticciolo, e notarono un altro esempio di
imprenditoria locale. A un semaforo c’era un ragazzo che vendeva
stecche di Marlboro gridando: «Sigare e Maradona, due al prezzo di
una». Paole i rammenta lo sguardo sgomento di Cyterszpiler e il
suo disappunto. «Quando Jorge gli chiese perché vendesse le
Marlboro chiamandole Maradona, il ragazzino semplicemente disse
che così ne vendeva di più. A quel punto, se ancora non l’aveva
capito, Jorge si rese conto una volta per tu e di non essere l’unico a
pensare che il nome Maradona fosse sinonimo di affari d’oro.»
Cyterszpiler sulle prime minacciò di denunciare per violazione
del copyright chiunque a Napoli vendesse illegalmente prodo i a
marchio Maradona. Poi però lo conta arono alcuni intermediari
della camorra e gli dissero che non era una buona idea fare affari a
Napoli senza prima aver trovato un’intesa con i difensori dei poveri,
come amavano definirsi i camorristi. A Napoli i venditori ambulanti
erano una componente chiave dell’economia locale e venivano gestiti
dalla camorra allo scopo di mantenere la propria rete di influenza fra
i poveri e gli indigenti, contribuendo intanto a finanziare le sue
a ività grazie alla percentuale tra enuta sulla vendita dei prodo i.
g p p
L’accordo offerto dalla camorra era che l’organizzazione criminale
avrebbe mantenuto il controllo sul merchandising a livello locale,
lasciando la promozione e gli accordi pubblicitari nelle mani della
Maradona Productions. Cyterszpiler pensò alla propria incolumità e
a quella di Maradona, e, pur con rilu anza, si rese conto che si
tra ava di un’offerta che non poteva rifiutare. Maradona stesso
appose il proprio sigillo sull’accordo, dichiarando pubblicamente
poco dopo il suo arrivo in ci à: «Sono contentissimo se i
commercianti di Napoli riescono a campare grazie alla mia faccia».
Era un commento che minimizzava il rapporto che si sarebbe poi
sviluppato fra Maradona e la camorra. Il calciatore fu subito
identificato dall’organizzazione come un personaggio pubblico che
si poteva e si doveva sfru are. «Devi immaginarti la camorra
dell’epoca come una gigantesca piovra con enormi tentacoli che si
infilavano in quasi tu i gli ambiti della vita della ci à» mi disse
Rosario Pastore, corrispondente della «Gazze a dello Sport».
«Maradona era un personaggio importante, impossibile da ignorare.
I camorristi volevano che la gente lo identificasse con loro. Lo
vedevano come un simbolo di potere.»
Nei mesi successivi al suo arrivo, la popolarità di Maradona a
Napoli sembrava non conoscere limiti. I tifosi del San Paolo si
godevano il calcio di Maradona e lo acclamavano. Nella prima
stagione al Napoli, Maradona giocò con tu a la freschezza e
l’ispirazione che lo avevano contraddistinto prima del trasferimento
a Barcellona. Era magro, pieno di energia, ed era ovvio che gli
piacesse il teatro del calcio italiano, con i suoi tuffi, il suo gesticolare,
e l’adulazione delirante dei tifosi. Dopo l’irreggimentazione
aziendale del Camp Nou, faceva di nuovo parte di una tribù
primitiva, come un san Gennaro con gli scarpini che trasformava
cose normali in miracoli.
Nel calcio italiano dell’epoca dominava ancora il catenaccio,
basato su un’implacabile marcatura a uomo con un libero piazzato
dietro una solida linea difensiva, formazione che di solito spingeva
gli avversari ad aprirsi. Al Mondiale del 1982 in Spagna, un
Maradona disorientato e poco motivato era stato neutralizzato
proprio dal catenaccio praticato dalla nazionale italiana, e dagli
p p p g
sforzi di Gentile in particolare. Adesso, a Napoli, Maradona
sembrava coprire il campo di polvere di stelle con le sue serpentine
fra gli avversari, e qualora non tirasse in porta lui stesso ispirava
compagni come Careca, De Napoli, Francini e Crippa ad andare a
rete con una precisione mai vista prima. Ancora una volta sembrava
che avesse il pallone legato agli scarpini, o che fosse in grado di
guidarne la traie oria con precisione assoluta come si fa coi missili. I
tifosi amavano il loro re, e lo osannavano con lunghi cori ogni volta
che, dopo aver segnato, faceva una capriola o mandava un bacio al
cielo, o semplicemente correva fino al se ore più affollato e
scalmanato dei tifosi a salutare con i pugni alzati.
La storia d’amore con Maradona non si limitava certo al San
Paolo, anzi, coinvolgeva la ci à intera. La cerchia intima di amici e
parenti, che a Barcellona si era sentita alienata, seguì Maradona
anche a Napoli, per crogiolarsi nella festa colle iva. Qui la parola
clan non si usava in senso dispregiativo. Esprimeva una realtà
sociale basata su relazioni informali di parentela e scambi di favori.
Con le sue sgargianti camicie di Versace e gli abiti di pelle, il clan dei
Maradona era indistinguibile dai clan di camorristi che dominavano
zone come i Quartieri Spagnoli e Forcella, e che passavano il tempo
nei caffè e nei night club del centro di Napoli. Nei sei anni che
trascorse nella ci à, Maradona fu senz’altro preda della camorra, che
lo andò a cercare, e non certo viceversa. L’organizzazione criminale
lo a irò nella cosidde a seconda società e per un po’ vide aumentare il
proprio potere sulla ci à di Napoli.
La camorra conta ò dire amente Maradona per la prima volta nel
gennaio del 1986, quando due emissari di uno dei clan camorristici
più potenti – quello dei Giuliano – si presentarono al campo di
allenamento del Napoli. «I Giuliano ti vogliono conoscere meglio»
era la sostanza del messaggio portato al giocatore. Non parlavano da
sicari di un’organizzazione criminale, bensì da tifosi che rendevano
omaggio alla grande star. Somigliavano a Maradona, parlavano
come lui, e sembra che né lui né il suo procuratore si siano opposti
all’idea di acce are l’invito scri o che fece seguito a quella visita.
Poche se imane più tardi Maradona fu uno degli ospiti d’onore a
una festa organizzata dal boss Carmine Giuliano, i cui interessi
g
includevano il calcio, il contrabbando di droga e tabacco e la
prostituzione. Era una classica festa di clan, con champagne a fiumi e
un assortimento altre anto generoso di pietanze varie. C’erano sosia
di Al Pacino e di Sophia Loren. Dall’esterno sembrava un’occasione
gioiosa, fa a di risate e pacche sulle spalle. Ma so o la superficie di
apparente convivialità si percepiva la tensione di chi sapeva di
essere lì perché doveva un qualche favore, o di chi ancora non aveva
saldato un debito. Ogni volta che passava Carmine, gli ossequi si
sprecavano. Con i suoi ricci, gli occhi scuri e infossati e la
corporatura tozza, Carmine somigliava a migliaia di napoletani
sparsi per il globo, dai caffè del centro ai pasta bar di New York.
Sarebbe potuto essere un cameriere così come un compagno di
Maradona. Eppure quell’uomo era la persona più temuta in quella
casa. Qualsiasi ordine avesse dato sarebbe stato prontamente
eseguito.
I Giuliano erano maestri nell’arte del clientelismo. Intuivano
d’istinto chi avesse bisogno di rassicurazioni e chi di solleciti. Quella
non era l’occasione giusta per discutere di affari nei de agli, ma
semplicemente un’opportunità per ricordare alla gente la statura
della loro famiglia. La loro opinione degli ospiti si poteva intuire
dalla maniera in cui li salutavano. Maradona, come Carmine, non
sembrava certo fuori posto a quella festa, anzi, fu al centro di
particolari a enzioni. Sin dal momento in cui arrivò, il fotografo
ufficiale lo seguì per ca urare i suoi incontri più illustri nel corso
della serata. Il lavoro principale del fotografo era di sca are quante
più foto possibili di Maradona in compagnia di questo o quell’altro
membro della famiglia Giuliano. I Giuliano, Carmine su tu i, lo
abbracciarono, lo baciarono, brindarono alla sua salute. Si portavano
appresso i loro sgherri più fidati e le donne più belle. In loro
compagnia Maradona si sentiva rilassato, al sicuro. Erano persone
ricche e potenti, che provenivano dalla strada proprio come lui.
Parlavano come lui, avevano la stessa visione del mondo. A
Barcellona i catalani lo avevano sempre fa o sentire un estraneo, un
parvenu sudamericano, un sudaca. Ma qui si sentiva napoletano
come gli altri. Fu la prima di una serie di feste organizzate dai
camorristi alle quali Maradona avrebbe partecipato nel corso della
q p p
sua permanenza a Napoli. Fra queste ci fu il chiacchieratissimo
matrimonio di un membro del clan dei Giuliano, che non fu troppo
diverso dalla scena di apertura del Padrino. Anche lì Maradona
venne fotografato come una sorta di masco e della camorra, per
legi imare l’occasione. Per un po’ queste fotografie vennero tenute
nascoste dai Giuliano, ma come altre sca ate nel 1986, sarebbero un
giorno tornate a tormentarlo.

Ben pochi si stupirono di quei primi conta i di Maradona con la


camorra. Il giocatore stesso sembrava dare scarsa importanza al fa o
di frequentare le loro feste. Gli sembrava naturale che
un’organizzazione che nel bene e nel male era così legata al mondo
del calcio volesse essere accostata pubblicamente alla stella di turno.
Lui era lì in veste di calciatore, non di complice. Il primo invito a una
festa dei Giuliano a quanto pare gli arrivò tramite Cyterszpiler, che a
sua volta era stato avvicinato da uno dei principali organizzatori del
fan club del Napoli. «Non avevo idea di cosa facessero i Giuliano.
Qualcuno mi ha chiesto di andare a casa loro e, come succedeva
spesso, io ho acce ato» disse Maradona la prima volta che qualcuno
gli chiese dei suoi legami con la camorra. Si tra ava in realtà di una
dichiarazione leggermente fuorviante, come ammise anche Vincenzo
Siniscalchi, l’avvocato italiano di Maradona, quando lo intervistai a
Napoli nel novembre del 1995: «Sapeva in linea di massima che
erano esponenti della camorra, ma questo non significa che facesse
parte dell’organizzazione».
Fu solo con il senno di poi che Maradona riuscì a commentare in
maniera meno frivola sul perché, pur restando ai margini, si fosse
lasciato tirar dentro quella confraternita criminale. «Io sono
diventato un beniamino della camorra non perché ero bello o perché
ero bravo, ma perché facevo felice la gente, la stessa gente che loro
poi magari sfru avano» dichiarò in un’intervista del gennaio 1996.
«In altre parole, quel rapporto per loro si riduceva a una questione di
soldi e di potere.»
Per capire come all’epoca il rapporto fra Maradona e la camorra
fosse socialmente acce abile, perlomeno a Napoli, bisogna conoscere
il contesto in cui quel rapporto si sviluppò. L’incoronazione di
q pp pp
Maradona quale re del calcio in quel di Napoli arrivò in un
momento in cui la camorra godeva ancora di una certa libertà di
movimento. Le campagne contro la corruzione dei giudici dovevano
ancora cominciare, e i pezzi grossi che decidevano i destini di
Napoli, che fossero politici democristiani, boss camorristi o la rete di
individui operanti nell’economia locale e legati all’uno o all’altro
gruppo, operavano ancora con impunità. Per quanto riguarda la
stampa, ben pochi giornalisti pensavano che valesse la pena dar
fastidio a quel sistema. Uno che la pensava diversamente era il
giovane cronista indipendente Giancarlo Siani. Nel 1985 decise di
indagare sui legami fra i politici locali e la camorra a Torre
Annunziata, con l’intenzione di vendere la storia a un quotidiano
nazionale. Siani fu ammazzato a colpi di pistola prima ancora che
avesse tempo di riordinare gli appunti. Un altro giornalista della
zona decise che il silenzio era meno rischioso della verità, e
sopravvisse. Anni dopo mi disse: «Devi capire come funzionava,
allora, a Napoli. C’era una frase che usavamo sempre per giustificare
le nostre mancanze professionali: Tengo famiglia. Ovvero: “Guarda,
non posso scrivere di camorra perché rischio di farmi ammazzare o
di far ammazzare un mio parente”».
Non era solo la camorra però, a potersi perme ere di
pavoneggiarsi in pubblico, apparentemente al di là del bene e del
male. Per un po’ Maradona divenne intoccabile quanto un boss. Era
prote o per via del suo successo in campo e della lealtà che quel
successo gli valeva, e ogni sua rappresentazione aveva una patina di
rispe abilità e re itudine degna di Madre Teresa. Maradona fu
ricevuto dal Papa e nominato ambasciatore dell’UNICEF . In Vaticano
andò il Maradona dell’intervento divino, concepito in una
baraccopoli, nato so o una stella angelica; il talento naturale che
ringraziava il suo creatore in pubblico, facendosi il segno della croce
prima di ogni partita e indicando il cielo dopo ogni gol. All’UNICEF
andava Maradona il bambino della baraccopoli che non avrebbe mai
potuto voltare del tu o le spalle alle proprie radici, e che quando
arrivò a Napoli non aveva ancora perso la generosità che l’aveva
sempre contraddistinto. Era il Maradona che, in una gelida giornata
di pioggia nell’inverno del 1985, si prese una pausa dalla sua fi a
agenda piena di eventi pubblici e obblighi contra uali per giocare
una partita di beneficenza con i fratelli Hugo e Lalo. In un’altra
partita di beneficenza rischiò di infortunarsi seriamente giocando sul
terreno disastrato di un campe o di periferia in una delle zone più
povere del Meridione. Mesi dopo si fece diecimila chilometri di volo
fino a Pasadena per giocare un’altra amichevole di beneficenza a
favore dei bambini poveri organizzata dall’UNICEF. A differenza di
altre stelle internazionali che avevano garantito di esserci, Maradona
mantenne la promessa. «La generosità di cui era capace all’epoca
Maradona è inimmaginabile nel mondo freddo e senza scrupoli che
è diventato il calcio moderno» ricordò Bruno Passarella,
corrispondente argentino che seguì da vicino Maradona in Italia.
Se da un lato le buone azioni di Maradona venivano amplificate
sui media, dall’altro si taceva sugli aspe i meno edificanti della sua
vita. Questo non perché Napoli sia una ci à discreta. Tu ’altro:
essendo una metropoli densamente popolata, per quanto possa
sembrare impenetrabile offre ben pochi nascondigli. Questa strana
dicotomia trovava la sua massima espressione nei quartieri più
poveri, che Maradona prese a frequentare. Le viuzze serpeggiano e
si intrecciano in un groviglio di ombre, un complesso labirinto
segnato dal tempo, fa o di stradine e vicoli ciechi, sagrati scalcinati e
dormitori improvvisati. Eppure molte delle porte sono aperte, e la
gente che chiacchiera nelle case sembra abituata a essere osservata
da fuori. Per la strada è tu ’altro che raro incontrare un gruppo di
persone che gesticolano con foga nel mezzo di un’appassionata
discussione su qualche tema, personale o politico che sia. Napoli
brulica di vita, e a livello superficiale, tu i vedono tu o.
Ma una tale trasparenza non può estendersi a tu i gli ambiti della
vita, in una ci à che da millenni me e i bastoni fra le ruote a
qualsiasi autorità esterna. Certi napoletani sentono di dover
rispondere solo a loro stessi, non certo al resto d’Italia, e tanto meno
al mondo intero, e in ci à prima viene la famiglia, poi il clan, e poi il
Napoli. Una società simile diede a Maradona la possibilità di vivere
la propria vita, se non senza farsi notare, quantomeno senza che
nessuno gli dicesse niente.
Nei primi mesi Maradona e la sua famiglia si stabilirono all’Hotel
Royal, uno degli alberghi più costosi della ci à, vicino al lungomare.
A un certo punto il gruppo contava più di venti persone. All’inizio
Maradona si impuntò e disse che si sarebbe trasferito soltanto se il
suo nuovo club gli avesse trovato una residenza di dimensioni simili
al palazzo in cui aveva abitato a Barcellona. Quel che gli offrirono fu
una moderna palazzina di due piani in via Scipione Capece, a
Posillipo, un quartiere residenziale benestante, per quanto assai
densamente popolato, abbarbicato su una collina che dà sul Golfo di
Napoli. I dirigenti del club gli dissero che era il massimo che fossero
riusciti a trovargli, data la scarsità di grandi residenze private in ci à
e la situazione assai caotica del mercato immobiliare in seguito al
terremoto.
Maradona lo trovò un segno di avarizia del tu o evitabile. La
residenza, col tempo, sarebbe diventata ogge o del contendere fra il
giocatore e la società. Lì per lì, tu avia, non lasciò che la cosa
influenzasse il suo stile di vita. A Napoli continuò a spendere in
maniera esagerata per sé e per la famiglia. Acquistò uno yacht e
accumulò un invidiabile parco macchine, alcune comprate a sue
spese, altre ricevute nell’ambito di vari accordi di sponsorizzazione.
Fra queste c’erano una Rolls-Royce immatricolata a Montecarlo e
un’edizione speciale, nera, della Ferrari Testarossa, simile a quella
che guidava il suo idolo cinematografico Sylvester Stallone. Si
tra ava di una macchina difficile da o enere, in circostanze normali.
Tu avia gli fu fornita nel giro di pochissimo tempo, dopo che
Cyterszpiler aveva parlato personalmente con l’avvocato Gianni
Agnelli convincendolo che l’immagine di Maradona al volante della
macchina sarebbe stata un’o ima pubblicità per la Ferrari e che
avrebbe ricordato al Sud che il vero centro di potere dell’economia
italiana era ancora altrove.
A differenza di quanto accaduto a Barcellona, dove si era sentito
rifiutato dall’alta società, Maradona a Napoli si rese conto nel giro di
pochi mesi che sarebbe potuto andare ovunque volesse. Si spostava
come un re nei propri domini, senza che i giornalisti lo me essero in
p p g
discussione, circondato unicamente da persone pronte a soddisfare
ogni suo bisogno. Le donne erano ancora più numerose delle barche
e delle automobili. Rincorrevano Maradona a fro e, sperando di
farsi fotografare e finire sui giornali per dare una spinta alla propria
carriera. Fra coloro che vi riuscirono ci fu Heather Parisi, la ballerina
californiana tu a gambe che, appena ventunenne, aveva conquistato
il pubblico me endo in mostra il proprio talento nei varietà del
sabato sera. Nel gennaio del 1985 ebbe una breve relazione con
Maradona mentre Claudia era in Argentina. Uno dei loro incontri
trovò ampio spazio sul se imanale «Oggi». Quel gennaio fu uno dei
più freddi mai registrati nella storia di Napoli, eppure la coppia, nel
pieno della se imana trascorsa insieme, diede alla rivista quel che
voleva apparendo sorridente e rilassata sul balcone
dell’appartamento di Maradona. Le foto esclusive, sca ate da un
paparazzo, furono poi vendute in tu o il mondo per una cifra che
secondo alcuni si aggirava sugli 8.000 dollari l’una.
Queste scappatelle, per quanto potessero temporaneamente
soddisfare gli appetiti di Maradona e rimpinguare le sue finanze,
facevano tu ’altro che bene all’armonia familiare. Le tensioni nel suo
rapporto con Claudia vennero a galla già poco tempo dopo il
trasferimento nella nuova residenza di Napoli. Ne fu testimone
un’argentina di nome Juana Bergara, che era stata assunta come
domestica nel 1985. Sebbene il suo contra o, firmato con la
Maradona Productions, prevedesse che avrebbe lavorato durante il
giorno alle dipendenze di Claudia, Juana si rese conto ben presto che
dietro le continue assenze di Claudia c’era un problema di fondo che
avrebbe potuto pregiudicare il suo posto di lavoro. Quando Juana
chiese alla segretaria della Maradona Productions quando sarebbe
tornata, le dissero di non aspe arsi una data precisa. «È una crisi
seria… Diego ha de o che non la vuole più vedere, e stavolta mi sa
che fa sul serio.»
La sorella di Maradona, Maria, che in quel periodo viveva
nell’appartamento al pian terreno con il marito, diede a Juana
un’altra informazione: «Mi disse che Claudia e Diego erano come
due estranei, che non si coccolavano più, non si scambiavano frasi
affe uose, solo insulti e parolacce, che spesso poi sfociavano in litigi
anche violenti».
Secondo Maria la tensione era alimentata dal fa o che Claudia
non andava più d’accordo con Tota, la persona che fin dalla più
tenera età era stata l’influenza predominante su Maradona. Eppure
sembra che suo figlio, prima di partire per Barcellona, le avesse de o
che se mai un giorno si fosse sposato, avrebbe sposato Claudia. La
sua potenziale nuora, poi, si era assicurata di intrecciare con il
giocatore un rapporto fa o anche di vincoli finanziari sin da quando
lui aveva cominciato a guadagnare. In particolare, i due erano
comproprietari degli immobili e avrebbero avuto pari responsabilità
nei confronti di eventuali figli. Si tra ava di considerazioni di natura
pratica che Tota e gli altri parenti di Maradona non potevano
semplicemente ignorare. Tota, donna pragmatica e arguta, si era resa
conto sin dai primi anni che probabilmente tollerare Claudia era nel
miglior interesse di suo figlio.
«Durante i primi mesi in cui lavorai a casa Maradona, Claudia
non la vidi mai; era come se la terra l’avesse ingoiata» ricorda la
domestica Juana. Il momentaneo annichilimento della relazione non
risparmiò le fotografie di Claudia che erano sparse per
l’appartamento. In un accesso di collera, racconta Juana, Maradona le
fece sparire tu e.
Dopodiché Maradona si ritorse contro Jorge Cyterszpiler. Nel
se embre del 1985, Cyterszpiler si trovava in Messico per tra are
alcuni diri i televisivi relativi a Maradona, quando ci fu un
terremoto devastante che distrusse centinaia di edifici e causò un
gran numero di vi ime. Cyterszpiler sopravvisse senza un graffio,
per poi ricevere una notizia che gli tolse davvero la terra da so o i
piedi. Non appena furono ripristinati i canali di comunicazione fra
Ci à del Messico e il mondo esterno, un amico gli telefonò da Napoli
per dirgli che Maradona l’aveva licenziato. Poche ore prima,
Guillermo Blanco e Juan Carlos Laburu, i due argentini che erano
stati assunti dalla Maradona Productions rispe ivamente come
responsabile delle pubbliche relazioni e cameraman, erano stati
convocati da Maradona in persona, che li aveva silurati. Con l’aria di
un freddo uomo d’affari che ha perso di vista i suoi operai tra il
p p
frastuono e le contorsioni meccaniche della catena di montaggio,
Maradona si limitò a dire che la Maradona Productions era nei guai,
che Cyterszpiler non era più il suo procuratore, e che anche loro
erano in esubero. Disse loro che avrebbero dovuto parlare di
eventuali somme a loro dovute con Guillermo Coppola, l’uomo che
Maradona aveva scelto per sostituire Cyterszpiler.
Fu uno shock terribile per coloro che furono messi alla porta. Tu i
e tre si consideravano non soltanto dipendenti di Maradona, ma suoi
amici leali. Blanco aveva passato la maggior parte della propria
carriera giornalistica a presentare Maradona al mondo, dipingendolo
come un genio del calcio e al contempo un ragazzo simpatico e alla
mano. In veste di responsabile delle pubbliche relazioni, prima a
Barcellona e poi a Napoli, era stato sempre presente per far da scudo
al proprio padrone quando i giornalisti più aggressivi lo pressavano
troppo. Laburu aveva lasciato un lavoro stabile, per quanto non
entusiasmante, alla televisione argentina per dedicarsi a tempo
pieno a ca urare su pellicola tu i gli aspe i della vita privata e
professionale di Maradona che potessero rivelarsi utili a promuovere
l’immagine del calciatore come un genio senza rivali. Nei primi
giorni a Napoli, quando Maradona alloggiava all’Hotel Royal, era
nel modesto alloggio di Laburu e della moglie che Maradona
fuggiva la sera per mangiare una pizza e giocare a carte, lontano
dalle luci della ribalta.
Ma forse nessuno aveva più motivi per sentirsi tradito di Jorge
Cyterszpiler, l’uomo che fin da ragazzino aveva dedicato tu e le
proprie energie a Maradona. Il giorno in cui gli arrivò la notizia del
suo licenziamento in Messico, davanti agli occhi di Cyterszpiler
passarono una serie di istantanee del loro passato insieme. Gli
ricordavano tu e della sua incrollabile amicizia: Cyterszpiler che
compra a Maradona una la ina di coca e un pacche o di bisco i, e
che lo invita agli incontri di pugilato, in un altro mondo rispe o alle
baracche di Villa Fiorito; Cyterszpiler che tra a con il Boca Juniors,
Cyterszpiler che tra a con il Barcellona, Cyterszpiler che tra a con il
Napoli. Se c’era stata una persona determinante nella carriera di
Maradona era stata proprio Cyterszpiler. Eppure tu o questo
sembrò non contare nulla il giorno in cui Maradona riceve e una
g
telefonata da Buenos Aires che lo informava che la Maradona
Productions era nuovamente sull’orlo della bancaro a. Una delle sue
recenti operazioni era stata un prestito concesso da Cyterszpiler e
risultato inesigibile. Non c’era alcun elemento a suggerire che
Cyterszpiler fosse rimasto indire amente invischiato in
un’operazione che di fa o defraudava la società che aveva
contribuito a creare, eppure era proprio quella l’accusa che albergava
nella mente di Maradona. Sospe ò che Cyterszpiler si stesse
approfi ando di lui, perché ormai stava diventando difficile
distinguere fra chi era suo amico e chi viveva alle sue spalle. Tu avia
nelle sue azioni non traspariva ombra di dubbio. Maradona esigeva
lealtà ed era spietato ogni volta che sospe ava un tradimento.
Di certo c’era che la Maradona Productions non si era mai ripresa
dai problemi economici in cui si era ritrovata a Barcellona. Anche a
Napoli le spese continuavano a essere eccessive, e gli introiti
irregolari, con Maradona che investiva nel proprio piacere personale
come se non ci fosse un domani e la camorra che riduceva i
guadagni derivanti dalla promozione della sua immagine.
«Maradona cominciò a spendere sempre più soldi, e Jorge
semplicemente non sapeva dirgli di no. Maradona diceva comprami
questo, e lui glielo comprava» ricorda un membro del suo staff.
Eppure i guai economici della Maradona Productions non erano
peggiori a Napoli di com’erano stati a Barcellona, e non bastano, da
soli, a spiegare la maniera in cui furono tra ati Cyterszpiler e gli
altri. Calza a pennello che Maradona avesse scelto il giorno della
festa di san Gennaro, patrono di Napoli, per comunicare le sue
drammatiche decisioni, come se ancora una volta fosse stato mosso
da un qualche intervento divino. Cyterszpiler, Blanco e Laburu,
tu avia, avrebbero passato gli anni successivi a fare i conti con
spiegazioni ben più terrene per il suo tradimento. Più ripensavano ai
tempi di Napoli, più si convincevano che lì era cominciato il declino
che avrebbe portato alla caduta di Maradona. So o la pressione delle
aspe ative di un’intera comunità, per non parlare di quelle dei suoi
genitori, tormentato dalle difficoltà insite nel tentativo di bilanciare
la sua professione e una vita domestica sempre più instabile,
Maradona ormai non si rendeva più conto non solo di chi fossero i
suoi veri amici, ma neanche di chi fosse esa amente lui.
14
Polvere di stelle

Nel dicembre 1985 Maradona conobbe una persona che per un breve
periodo lo aiutò a ritrovare se stesso: una ventiduenne napoletana di
nome Cristiana Sinagra. Apparteneva alla corte che si era formata
intorno alla sorella di Maradona, Maria, al marito Gabriel Esposito e
ai due fratelli minori di Maradona, Hugo e Lalo. La migliore amica
di Cristiana usciva con Hugo, mentre la sorella minore aveva messo
gli occhi addosso a Lalo. A Maria venne l’idea di ampliare quel
ménage quasi incestuoso presentando Diego a Cristiana.
Una sera, mentre Claudia era in Argentina, ne ebbe l’opportunità.
Maria organizzò una cena per gli amici nel suo appartamento al
piano terra, subito so o quello di Diego e invitò anche lui, che vide
per la prima volta Cristiana. La cornice e le circostanze resero quella
relazione praticamente inevitabile. In Cristiana, Maradona trovò una
persona che era chiaramente stata acce ata dalla sua tribù e che
tu avia sembrava diversa dalla schiera di donne facili che aveva
avuto per quasi tu a la sua carriera. Piccola, con un fisico modesto e
le borse so o gli occhi, Cristiana non era certo Heather Parisi. Ma
non era neanche Claudia. Non aveva motivo di essere ostile nei
confronti di Maradona. Aveva valori tradizionali, non era una
femminista, il che la rese inizialmente cauta, ma alla fine vulnerabile
alla seduzione di Maradona. Il suo racconto del loro rapporto lascia
intendere che per un po’ nella vita di Diego Maradona il vero amore
ebbe la meglio sulla lussuria.
Sembra che la coppia avesse inizialmente stre o un’amicizia
sincera. «Ci siamo conosciuti poco a poco. Ho scoperto che c’era una
parte di lui che era molto diversa dalla sua immagine pubblica. Il
Diego che conoscevo io non era quello che si vedeva sui giornali. Mi
sembrava capace di essere davvero fedele, e che gli stessero a cuore
p g
le cose davvero importanti nella vita. Non era arrogante, non era
decadente. Non beveva mai troppo, non si drogava. Era una persona
molto amorevole, gentile, sensibile, dolce, che con me sentiva di
potersi lasciar andare ed essere se stesso» mi disse Cristiana. Ci
eravamo dati appuntamento per vederci in un caffè nei sobborghi di
Napoli nel dicembre del 1995. Aveva scelto un posto da cui sapeva di
poter osservare chiunque entrasse, ed era accompagnata da due
amici. Dieci anni dopo quel fatidico primo incontro con Maradona, i
ricordi erano ancora vividi come allora, e lo stesso valeva per la
paura di una vende a nei suoi confronti. Solo in seguito, una volta
che mi ero conquistato la sua fiducia, si offrì di portarmi a vedere
quella che per lei era la prova inconfutabile che dimostrava la sua
versione degli eventi.
Tre giorni dopo, un pomeriggio umido sulle colline di Napoli,
dove l’odore dello zolfo vulcanico appesantisce l’aria, mi fece
conoscere Diego Jr., il figlio di Diego Maradona. Ci sedemmo a
guardarlo tirar calci a un pallone insieme a una decina di altri bimbi
di nove anni che giocavano nei pulcini. Eravamo ben lontani dai
piazzali polverosi di Villa Fiorito, in un grande campo di
allenamento all’interno di un complesso sportivo privato. I genitori,
come Cristiana, appartenevano alla borghesia. Eppure, al di là della
somiglianza fisica, era difficile dubitare che fra noi ci fosse davvero
un piccolo Maradona. Diego Jr. si distingueva dagli altri bambini per
sicurezza e abilità. Là dove la maggior parte dei compagni
faticavano a tener palla, Diego la prendeva come se fosse stata
sempre con lui, dribblando una serie di pale i di plastica per poi
tirare a rete. Dopo ogni gol, il ragazzino a raversava il campo di
corsa per andare dalla madre, guardando il cielo e stringendo i
pugni in una precisa imitazione del padre. Per quanto fosse destro
anziché mancino, sembrava determinato a fare tanta strada quanta il
papà, se non di più. Aveva de o a sua madre che la sua ambizione
era, un giorno, di giocare nell’Argentina.
Dieci anni prima, quando ancora Diego Jr. non era stato
concepito, Maradona aveva cambiato stile di vita, dando un taglio
alle scappate no urne e dedicando il proprio tempo libero ai
momenti intimi con Cristiana. Più tempo passavano insieme, più
p p p
Maradona trovava l’approvazione che aveva sempre desiderato
avere dalla sua famiglia. Sua sorella Maria fu fondamentale
nell’alimentare quel legame, stringendo con Cristiana un’amicizia
sempre più intima. Le due donne andavano insieme a fare shopping
e spesso si occupavano dei figli piccoli di Maria. Sopra u o, però,
Cristiana sembrava aver ricevuto il bollino di approvazione da parte
di Tota, la regina suprema della tribù dei Maradona, eterna
prote rice del suo geniale primogenito. «È una gran brava ragazza e
si merita di essere tra ata diversamente dalle altre ragazze di Diego,
che le usa per una se imana e poi le bu a via la se imana dopo»
confidò all’epoca Tota in una conversazione con la domestica.
Durante i momenti d’amore con Cristiana, Maradona le
sussurrava all’orecchio che avrebbe tanto voluto un figlio da lei.
Parlarono perfino di sposarsi. Lui le telefonava tu i i giorni dal
campo di allenamento. «Un milione di baci» era il suo saluto
preferito. Cristiana, presa dalla prima grande storia d’amore della
sua vita, era al se imo cielo, e divenne non tanto imprudente quanto
piu osto incurante delle conseguenze del sesso non prote o.
Quell’amore da fiaba si schiantò rovinosamente nell’aprile del
1986, quando per Cristiana divenne impossibile nascondere al resto
della famiglia Maradona il fa o che fosse incinta. Ha sempre
sostenuto di averlo de o subito a Diego, e pare che lui all’inizio
condividesse il suo desiderio di tenere il bambino. Ma quando la
notizia arrivò al clan, i parenti cominciarono a fare pressioni affinché
Cristiana abortisse. L’a eggiamento di Maradona, secondo alcuni,
cambiò dopo essersi confrontato con alcuni amici. Anche la famiglia
lo influenzò profondamente. Maria, sostenendo di conoscere suo
fratello meglio di quanto lo conoscesse Cristiana, le disse che la
scelta più sensata se voleva provare a salvare la relazione sarebbe
stata quella di liberarsi del bambino. Tota, invece, all’inizio aveva
dato la propria benedizione al rapporto, ma in un secondo momento
aveva de o al figlio di lasciarla perdere. Il Diego tenero e amorevole
svanì da un giorno all’altro, e al suo posto riemerse Maradona il Re,
il macho figlio dell’intervento divino, il moccioso viziato che aveva
sempre ragione, destinato a seguire la sua ambizione senza i fastidi e
le noie delle responsabilità terrene. Maradona cominciò a vedere
p
Cristiana non più come una salvezza ma come un peso, smise di
essere romantico e le riservò invece una serie di scenate aggressive.
A un certo punto il padre di Cristiana andò di persona a parlare con
Maradona e lo supplicò di dimostrare un minimo di senso di
responsabilità nei confronti della figlia. «Sì, il bambino è mio, ma
non voglio vedere Cristiana darlo alla luce» fu l’unica risposta che
o enne. A quel punto la relazione era a tu i gli effe i terminata e
Claudia stava per tornare in Italia, decisa a riconquistarsi il ruolo di
fidanzata di Maradona, il quale dal canto suo stava cominciando a
concentrarsi sulla prossima sfida: la Coppa del Mondo in Messico.
15
Fiesta messicana

Per quanti dubbi si possano avere sulla carriera di Diego Maradona,


c’è sempre stata di fa o un’opinione unanime riguardo al suo ruolo
nel Mondiale del 1986 in Messico. Fino a quel momento, nella storia
della competizione, era stato rarissimo che un solo giocatore
accentrasse su di sé l’a enzione dei media e l’entusiasmo popolare.
Per le centinaia di giornalisti e per i milioni di spe atori che
seguirono quel Mondiale dal vivo e in televisione, l’evento fu
praticamente dominato dall’inizio alla fine dal genio di Maradona.
Alla maggioranza di coloro che furono testimoni delle sue
prestazioni sembrò che, dopo i problemi di Barcellona e della Coppa
del Mondo del 1982 in Spagna, il ragazzo di Villa Fiorito, all’età di
venticinque anni, avesse scelto la capitale degli Aztechi per imporsi
definitivamente come il re del calcio.
Eppure dietro l’immagine del suo successo c’era un retroscena di
intense ba aglie personali, rivalità brutali e cinismo che all’epoca,
per la maggior parte, sfuggirono allo scrutinio del pubblico. Di tu i i
fardelli che in quell’estate Maradona portò con sé da Napoli fino in
Messico, il più pesante era senz’altro la nascita ormai imminente di
un figlio illegi imo a cui aveva acce ato di fare da padre salvo poi
rifiutarsi in un secondo momento. Prima della partenza aveva
rilasciato una delle solite interviste che di tanto in tanto concedeva a
un giornalista da lui scelto per aprire il proprio cuore. «Sì, mi sento
molto solo» disse a Ernesto Cherquis Bialo, all’epoca caporeda ore
della rivista calcistica argentina «El Gráfico», «ogni tanto mi viene
voglia di fare i bagagli e basta. Grazie al cielo c’è mia mamma con
me… Anche se ti posso dire che certe volte la vedo la ma ina e dico:
“Mamma, un giorno o l’altro vedrai che ce ne andiamo da qui”. Sul
serio. Sono messo male.»
Maradona aveva sperato che, interrompendo la relazione con
Cristiana Sinagra, la madre del bambino e forse l’unica donna che
avesse mai amato davvero, il problema potesse semplicemente
evaporare. La distanza che separava il Messico dall’Italia
inizialmente aveva alimentato questa sua illusione. Eppure il
problema tornò a tormentarlo con gli interessi quando, pochi giorni
prima dell’inizio della Coppa del Mondo, nella stanza di Maradona
al Club America, dove alloggiava la selezione argentina, arrivò una
telefonata dire amente da Napoli. In linea c’era il cognato Gabriel
Esposito, marito di Maria, che ragguagliò Diego su quello che a
Napoli di lì a poco sarebbe diventato «Il caso Sinagra», destinato a
conquistare le prime pagine dei giornali. A quel punto Cristiana era
all’o avo mese di gravidanza. Con l’appoggio della famiglia e di
alcuni amici, si era più che mai convinta di voler tenere il bambino.
Inoltre non era più disposta ad acce are passivamente il rifiuto di
Maradona ad assumersi qualsiasi responsabilità genitoriale. Disse a
Maria che aveva intenzione di rendere pubblica la nascita del
bambino, e di far sapere a tu o il mondo chi fosse il padre. Ed era
pronta a portare Maradona in tribunale qualora avesse insistito a
negare la paternità. Diego dopo quella conversazione era so o
shock, e per i due giorni successivi vagò fra i compagni con l’aria
tesa e sciupata.
Maradona era volato in Messico con una nazionale argentina che,
pur non essendo necessariamente la favorita per il titolo, era
generalmente considerata una delle pretendenti più quotate.
All’epoca pochi osservatori sembravano aver notato le tensioni e le
divisioni intestine e il senso di insicurezza della squadra che si
preparava a dar ba aglia in campo. L’Argentina doveva ancora
riprendersi dalle umiliazioni del Mondiale precedente. Nelle partite
di qualificazione e nelle amichevoli di preparazione, prima di partire
per il Messico, la squadra non era riuscita a trovare una sua coesione.
Anzi, gli scontri fra le personalità di alcuni dei suoi giocatori chiave
si fecero ancora più acuti. Fra questi c’era quello fra Maradona e
Daniel Passarella, rispe ivamente nuovo capitano e capitano uscente
della squadra. Passarella era uno dei giocatori più anziani ed esperti
di quell’Argentina, e si era risentito quando aveva dovuto cedere la
q g q
fascia a una persona giovane e imprevedibile come Maradona. Da
capitano, aveva guidato l’Argentina al trionfo nella Coppa del
Mondo del 1978, e il suo a eggiamento dispotico era perfe amente
in linea con quello del regime militare al potere in quegli anni. Non
aveva fa o obiezioni quando all’epoca Meno i aveva deciso di
escludere Maradona dalla squadra. Qua ro anni dopo, in Spagna,
aveva poi cercato di tenere alto il morale della squadra, salvo poi
vedere i compagni troppo indisciplinati sul campo, Maradona in
primis. Da allora Passarella, che tendeva a essere moralista, divenne
geloso del successo di Maradona, ritenendolo un giocatore
sopravvalutato e condannando l’irresponsabile decadenza della sua
vita privata. Una sera, durante la preparazione al Mondiale
messicano, un Passarella furioso aveva fa o irruzione in camera di
Maradona per interrompere una festa, gridando: «Se vuoi fare il
capitano, vedi di comportarti da capitano!».
Tu avia c’erano anche tensioni fra Maradona e Ricardo Bochini, il
più vecchio della rosa argentina. Da ragazzino Maradona aveva
inserito Bochini – de o El Bocha − nella lista dei suoi eroi calcistici,
insieme a Pelé e Johan Cruijff, dopo averlo visto condurre
l’Independiente alla vi oria in Coppa Libertadores. El Bocha era
stato descri o da un compagno come «il Woody Allen del calcio»,
un corpo minuto, all’apparenza tu ’altro che atletico, e una faccia da
fallito, eppure un talento col pallone che gli perme eva di dribblare
avversari più alti, più forti e più avvenenti lasciandoseli dietro come
statue di sale. Ormai trentase enne, El Bocha non era più quello dei
tempi migliori, e il titolo di giocatore più popolare d’Argentina gli
era da tempo stato so ra o proprio da Maradona. Tu avia era
sempre stato leale al capitano Passarella, e so o so o invidiava il
principino Maradona e la sua ascesa alla conquista del regno.
Alla fine Passarella, competitivo a livelli ossessivi, non riuscì
nemmeno a conquistarsi un posto da titolare, anche per colpa di un
a acco della Maledizione di Montezuma – le coliche che colgono
tanti turisti in Messico – e di un infortunio al polpaccio. El Bocha
restò seduto in panchina per quasi tu a la competizione. Entrò per
sei minuti appena al termine della semifinale, salutato da Maradona
con le parole: «Grande, maestro!». Non stupisce che, tornato in
p p
Argentina, El Bocha parlò del Mondiale in Messico come di una
competizione che personalmente avrebbe preferito dimenticare.
«Non mi sentivo campione del mondo» commentò, celando a fatica
il senso di umiliazione.
Ma l’Argentina, ovviamente, si laureò campione del mondo. E
quel successo fu merito della capacità di Maradona di perseverare,
nonostante la sua crisi personale, per tu a la durata del torneo.
Quella forza di volontà si manifestò praticamente sin dal momento
in cui la nazionale argentina mise piede al Club America. Ne fu
testimone oculare Paolo Paole i, il giornalista italiano diventato
amico del giocatore. Giovane ed estroverso, Paole i si era ingraziato
Maradona contribuendo ad accelerare la sua partenza dal Barcellona
e il suo trasferimento al Napoli con un’intervista televisiva
decisamente pro-Napoli. In Messico Paole i o enne in esclusiva
l’accesso privilegiato al Club America, mentre il grosso dei
giornalisti di tu o il mondo doveva accontentarsi delle conferenze
stampa improvvisate da Maradona da dietro la recinzione che
circondava il campo di allenamento. Quando Paole i vide per la
prima volta Maradona seduto nell’atrio del Club America, restò
sbalordito davanti alla trasformazione fisica e mentale del giocatore.
«Sembrava determinato, pieno di forza e di vigore giovanile» ricorda
Paole i. Altri cronisti che seguirono da vicino Maradona in quel
Mondiale, come Ezequiel Moores, avrebbero poi parlato di quanto
Maradona sembrasse lucido come non mai. In Messico sembrava
aver deciso di tenere in mente un solo pensiero: vincere.
In questo senso sembra che la sua principale fonte di ispirazione
fosse Carlos Bilardo, il nuovo commissario tecnico dell’Argentina.
Bilardo non aveva tempo per il filosofare da caffè del suo
predecessore César Meno i, a cui a ribuiva la colpa della
disorganizzazione e in generale della disfa a dell’Argentina nel
1982. Non aveva l’avvenenza da playboy di Meno i, né tanto meno
ne condivideva le posizioni politiche di sinistra. Come il suo
assistente Carlos Pachame, veniva dalla scuola più dura e
pragmatica del calcio argentino, dove tu o è consentito a pa o di
assicurarsi la vi oria. Lui e Pachame avevano imparato il calcio nelle
fila dell’Estudiantes, che aveva vinto un campionato e diversi trofei
p
internazionali negli anni Sessanta e che era diventato famoso in tu o
il mondo per il suo gioco sporco. In un memorabile scontro fra
Estudiantes e Manchester United, Bilardo aveva rifilato una testata a
Nobby Stiles, lasciando al compagno Carlos Pachame l’incombenza
di prendere a calci negli stinchi Bobby Charlton.
Ma, essendo un medico, Bilardo era anche in grado di applicare le
proprie conoscenze scientifiche al calcio, basando la propria strategia
e la preparazione di ogni singola partita sull’a enta osservazione e
analisi di ciascuno dei suoi giocatori così come degli avversari. Il
calcio di Bilardo era un calcio ecle ico. Per lui Maradona era un
giocatore che non si doveva ingabbiare con dogmi e filosofie, un
talento unico che andava guidato e coccolato in dosi a entamente
misurate.
Bilardo era stato vicino di casa di Francisco Cornejo, l’osservatore
dell’Argentinos Juniors che aveva scoperto Maradona da bambino.
Aveva visto per la prima volta Maradona che palleggiava
nell’intervallo di una partita di prima divisione, e ne aveva poi
seguito l’ascesa fin nel pantheon del calcio in veste di dirigente della
federcalcio argentina. Quando fu scelto per sostituire Meno i nel
1983, si consultò con quasi tu i i giocatori della nazionale prima di
volare a Barcellona per offrire a Maradona la fascia di capitano. La
mossa fu criticata dalla stampa spagnola, che la vide come una
distrazione tu ’altro che necessaria per un giocatore il cui rapporto
col Barcellona si era già fa o confli uale. Ma Bilardo non ebbe mai
rimpianti. «Parlai con lui per cinque ore, fin quasi alle tre del
ma ino, a casa sua. C’era anche sua mamma» ricorda. «Gli spiegai i
miei proge i per la squadra e lo vidi molto contento, molto
entusiasta… Davanti a me vedevo un grande giocatore, uno che
potenzialmente era il migliore del mondo… mi piaceva l’idea che
fosse il mio capitano sin dal primo giorno. Lo scelsi sulla base di
tu a la mia esperienza di medico, di calciatore e di allenatore.
Sapevo che essere capitano col tempo si sarebbe rivelato un grande
stimolo per lui. Sentivo anche che i giocatori l’avrebbero apprezzato.
Essendo il migliore, dava l’esempio ai compagni, e io potei
costruirgli la squadra intorno.»
Bilardo acce ò fin da subito che Maradona sarebbe stato tra ato
come un privilegiato in quella squadra. Laddove gli altri giocatori
erano sogge i a un programma di allenamento rigido e uguale per
tu i, oltre che a regole ferree che andavano dal sonno alle a ività
ricreative, a Maradona fu consentito di portare con sé il proprio
preparatore atletico, Fernando Signorini, e il «massaggiatore» Victor
Galindes. E, quando necessario, veniva tra ato con i guanti in modo
tale che fosse sempre di buon umore. «Mi resi conto quasi subito che
a lui serviva un regime diverso rispe o agli altri» mi disse. «Pensai
fra me e me che c’era Maradona e c’era il resto della squadra.»
Signorini e Galindes sembravano rifle ere tu e le contraddizioni
insite in Maradona. Signorini era estroverso e cortese, pur non
perdendo mai conta o con la realtà. Avendo trascorso gran parte
della sua vita professionale al di fuori dall’Argentina non era incline
agli intrighi come tanti altri membri del clan Maradona. E non aveva
perso neanche un briciolo della vivacità giovanile che aveva colpito
Maradona al club del tennis in quel di Barcellona. Di tu i i membri
dello staff argentino, era il più premuroso e il più disciplinato, e
provava sempre, spesso contro tu o e tu i, a convincere Maradona
dei benefici di una mente sana in un corpo sano.
Galindes, al contrario, incarnava gli aspe i più ruvidi
dell’esistenza di Maradona. Come lui cresciuto in mezzo alla miseria,
era uno degli amici che il giocatore aveva portato con sé a Barcellona
e che avevano immediatamente alienato i catalani. L’a eggiamento
di Galindes in ambito professionale importava molto meno della sua
lealtà tribale e della maniera in cui rappresentava un mondo che
Maradona non riuscì mai a lasciarsi del tu o alle spalle. Le sue
qualifiche di massaggiatore erano quantomeno dubbie. Passava
molto più tempo a trasportare a rezzature e vestiti per Maradona
che non a massaggiarlo, ed era come lui devoto alla Vergine di
Luján, una delle icone religiose più venerate d’Argentina, che Diego
e Galindes pregavano prima delle partite. In realtà era superstizioso
più che religioso, e credeva che si potesse far ricorso alla magia per
assicurarsi la vi oria sul campo da calcio. Quando non pregava o
non cercava di calcolare numeri fortunati, Galindes parlava la lingua
grezza e senza compromessi della baraccopoli con una voce che
g p p
pareva ghiaia. Aveva una personalità aggressiva che lo faceva
sconfinare facilmente nella violenza vera e propria. A Barcellona
aveva alimentato il senso di alienazione sociale di Maradona
accusando i catalani di essere volutamente razzisti nei confronti
degli argentini. Come il suo mentore, Galindes sembrava sentirsi
molto più a casa a Napoli e in Messico che non in Spagna.
Oltre a consentire a Maradona di scegliersi i collaboratori più
stre i, Bilardo si dimostrò flessibile anche per quel che concerneva il
tempo libero del giocatore. A Maradona era permesso di vedere la
famiglia e mentre gli altri membri della squadra dovevano essere a
le o entro mezzano e, Bilardo acce ava che Maradona fosse sempre
l’ultimo ad andare a dormire. Soffrendo anche lui d’insonnia, sin dai
tempi in cui studiava medicina facendo le ore piccole, Bilardo stava
spesso alzato fino alle due o alle tre del ma ino a conversare con il
giocatore.
Il tra amento speciale riservato a Maradona prevedeva anche che
potesse farsi curare da altri medici. Gli infortuni che lo avevano
tormentato sin dai suoi primissimi giorni da professionista si erano
aggravati a Barcellona ed erano tornati a farsi sentire anche a Napoli.
Il suo corpo pativa le conseguenze di un circolo vizioso di dolore,
recupero, e altro dolore, causato dal fa o che i medici che lo
curavano tendevano ad affidarsi alla psicologia e ai farmaci anziché
alle operazioni chirurgiche, per evitare che dovesse stare fuori a
lungo. Il suo corpo tozzo e muscoloso veniva costantemente
inondato di cortisone e altri antidolorifici, e la caviglia brutalmente
distru a dal «macellaio di Bilbao» era ancora tenuta insieme da una
vite. A Napoli la caviglia, fra ematomi e infiammazioni, continuava a
dargli problemi ogni volta che giocava una partita.
Prima di arrivare in Messico, Maradona fu spedito a Roma per
so oporsi a una serie di esami con il do or Dal Monte del CONI , per
assicurarsi che il suo sangue non contenesse sostanze che potessero
causare problemi durante i test antidoping al Mondiale. Il che era
parecchio ironico, vista la carenza all’epoca, in Italia, di politiche
credibili contro il doping. I medici argentini gli fecero esami simili
prima del Mondiale, e anche se c’è chi dice che alcuni fossero
risultati positivi, di sicuro non ci furono segnalazioni alla FIFA .
In realtà non ci sono elementi per ritenere che Maradona avesse
assunto sostanze proibite per migliorare le proprie prestazioni
durante la Coppa del Mondo in Messico. Stando a un funzionario
della FIFA , il giocatore fu so oposto a tre esami antidoping durante il
torneo e tu i e tre i test risultarono negativi, di conseguenza non se
ne parlò mai. Il mondo della droga, tu avia, continuava a bussare
alla porta della nazionale argentina. Durante la manifestazione un
membro delle famigerate barras bravas fu interce ato e arrestato
prima che potesse offrire ai giocatori una fornitura di cocaina per il
resto del torneo. Non è chiaro se Maradona fosse coinvolto in
quell’episodio o meno. Quel che è sicuro è che medici e funzionari
ancora una volta cospirarono affinché Maradona giocasse, quali che
fossero gli effe i a lungo termine sulla sua salute fisica. Maradona,
dal canto suo, non era certo una vi ima innocente. La sua forza di
volontà e la sua determinazione a raggiungere il successo gli fecero
acce are terapie che quasi tu i gli altri giocatori avrebbero rifiutato.
Gli infortuni di Maradona erano tali che prima dell’esordio in
Messico si era dovuto so oporre a un ciclo di iniezioni.
Ciononostante fu costre o a giocare con scarpini di diversi numeri
più grandi, da tanto che la caviglia gli si infiammava nel corso delle
partite. Il medico ufficiale della nazionale argentina era Raúl
Madero. Per un certo periodo, la sua equipe comprendeva un
do ore che secondo alcune voci era rimasto coinvolto nello scandalo
relativo al doping di un culturista. E pur essendo egli stesso laureato
in medicina, sembra che Bilardo avesse ben poche remore o scrupoli
riguardo alle terapie cui Maradona veniva so oposto. Come molte
delle sue ta iche in campo, si tra ava di mezzi giustificati dal fine.
«Era importante che Maradona giocasse, era importante averlo in
campo, indipendentemente dalle sue condizioni fisiche» ricordò poi
Bilardo. «Per me se era in grado di camminare e se riusciva a gestire
il dolore, doveva scendere in campo.»
La maggior parte degli adde i ai lavori era dell’opinione che
Maradona avesse incrementato il talento già espresso al Mondiale di
Spagna ’82. La sua prolungata esperienza professionale all’estero gli
aveva permesso di capire meglio il calcio mondiale, e in particolare
le a itudini e le ta iche delle squadre europee. Era maturato, come
giocatore. Dopo il periodo a Barcellona, fa o di luci e ombre,
sembrava aver ritrovato tu o il proprio entusiasmo e la propria
energia nelle sue prime due stagioni a Napoli. L’idea di guidare la
nazionale argentina gli aveva dato il genere di sicurezza di cui aveva
bisogno per superare la pressione dei suoi problemi personali. Da
quando Bilardo aveva preso le redini dell’Argentina nel 1983, la
squadra aveva tu ’altro che brillato, avendo vinto solo tredici delle
trentaqua ro partite disputate. Ma il genio di Maradona aveva
trovato forse la sua dimostrazione più lampante durante una partita
del girone di qualificazione sudamericano contro la Colombia. Il
match, come d’abitudine negli incontri fra le due squadre, si giocò in
un’atmosfera ostile. I tifosi rivali, a più riprese, gridavano insulti o
lanciavano ogge i in campo. A un certo punto un colombiano lanciò
un’arancia a Maradona. In qualche modo il calciatore la vide
arrivare, la stoppò col piede, la fece saltare sull’altro piede e
cominciò a palleggiare per poi calciarla con una forza spropositata
sugli spalti da dove era venuta. Maradona aveva fa o vedere trucchi
ben più elaborati sia a Barcellona che a Napoli, ma il gesto in sé
suggeriva che il ragazzo non aveva perso il gusto per la magia e per
il divertimento che aveva dimostrato già da giovanissimo la prima
volta che aveva palleggiato con un’arancia di fronte alle telecamere.
Bilardo arrivò in Messico ben cosciente che le sue sorti e quelle
dell’Argentina dipendevano in gran parte da Maradona. Altri
giocatori, come l’ala del Real Madrid Jorge Valdano e l’ex capitano
Daniel Passarella, parlando in privato con alcuni giornalisti avevano
confessato di temere che la genialità del campione potesse non
bastare a nascondere l’apparente debolezza della squadra. Valdano,
un intelle uale di sinistra che in termini di filosofia calcistica era di
scuola meno iana, si era ada ato con difficoltà al pragmatismo di
Bilardo, mentre l’opinione di Passarella sembrava ancora offuscata
dalla gelosia. Valdano nutriva un’enorme ammirazione per
g p
Maradona, ed era suo amico. Ma era altre anto consapevole di
quanto potesse essere vulnerabile l’Argentina di Bilardo. Con
Maradona, l’Argentina sarebbe anche potuta arrivare in finale. Senza
di lui, la ta ica messa a punto da Bilardo, un 4-3-3 con Maradona a
fare da chiave offensiva, sarebbe crollata come un castello di carte.
Come sempre la diplomazia toccò all’ex nazionale argentino
Osvaldo Ardiles, che riportò una sensazione di o imismo intorno
alla figura di Maradona. «Se dovessi scomme ere su chi sarà il
migliore dei nostri in questo Mondiale, punterei su Diego
Maradona» disse al giornalista britannico John Motson alla vigilia
della competizione.
E Ardiles avrebbe avuto ragione. Durante il torneo, giocatori
come Valdano e José Luis Brown, il difensore centrale che aveva
sostituito Passarella, contribuirono a risollevare l’Argentina dopo la
crisi che aveva preceduto la competizione. Ma fu Maradona a
emergere quale stella indiscussa, non soltanto della sua squadra, ma
dell’intero torneo. Il suo impa o fu riassunto alla perfezione da
Hugh McIlvanney alla vigilia della finale fra l’Argentina e la
Germania Ovest. «Non era mai successo, in più di mezzo secolo di
Mondiali, che il talento di un singolo calciatore incombesse in
maniera così pesante sulle aspe ative colle ive in vista della finale»
scrisse sull’«Observer». «L’impa o di Maradona va ben oltre il fa o
che sia indiscutibilmente il calciatore più forte e più entusiasmante
in circolazione al momento. È inseparabile dalla forte sensazione che
tu o quello che ha fa o vedere in campo qui in Messico sia una
dichiarazione d’intenti, e dalla convinzione del suo vasto pubblico
che Maradona abbia scelto lo stadio Azteca come la cornice per
dimostrare definitivamente il proprio genio.»
16
Falkland, secondo round

Le emozioni e le polemiche generate dalla prestazione di Maradona


durante il quarto di finale contro l’Inghilterra a Messico ’86,
sarebbero rimaste nella memoria di milioni di tifosi ben dopo la fine
dei Mondiali. Con l’eccezione del famigerato match fra El Salvador e
Honduras che aveva causato un confli o armato fra le due nazioni
nel 1969, mai era accaduto che un incontro internazionale fosse
preceduto da tante tensioni politiche e insulti reciproci. Qua ro anni
prima, in Spagna, l’espulsione che pose fine al Mondiale di
Maradona era sembrata il riflesso dell’umiliazione argentina sui
campi di ba aglia delle Falkland. Qua ro anni dopo, il suo incontro
con il vecchio nemico sul campo da gioco fu preceduto da una buona
dose di fanatismo nazionalistico da ambo le parti. Se i tabloid inglesi
facevano del loro meglio per dipingere la squadra inglese come una
versione aggiornata della task force dispiegata a suo tempo
nell’Atlantico meridionale − «Il Messico allerta 5.000 militari»
avvertiva un titolo; «Argentini, stiamo arrivando» strillava un altro –
anche gli equivalenti argentini fecero la loro parte. Equipararono
Maradona al generale José San Martín, l’eroe rivoluzionario
argentino del diciannovesimo secolo che aveva contribuito a liberare
il Paese dal giogo coloniale. «Stiamo venendo a prendervi, pirati!»
dichiarava in grasse o il titolone di «Croníca», populista come al
solito. Bastò quello a spingere interi gruppi di barras bravas a
prendere un aereo da Buenos Aires a Ci à del Messico, giurando
vende a per i fratelli morti alle Malvinas e bruciando bandiere
inglesi durante il viaggio.
Stando alle sue conversazioni con i giornalisti argentini, Valdano
vedeva la partita con l’Inghilterra come parte di un processo
diale ico volto a superare finalmente il colonialismo. L’estroverso
p
portiere Nery Pumpido, assai meno incline alla filosofia, dichiarò
senza giri di parole: «Ba ere gli inglesi sarebbe una doppia
soddisfazione dopo tu o quello che è successo alle Malvinas». In
privato, Maradona era vicino ai sentimenti più crudi delle barras
bravas, e come gran parte dei suoi connazionali trovava difficile
separare la sua visione degli inglesi dall’opinione prevalente in
Argentina, dove li si dipingeva come arroganti usurpatori
colonialisti. Questi sentimenti senza dubbio alimentarono la sua
determinazione a ba ere l’Inghilterra sul terreno di gioco. Ma nei
giorni prima della partita, Maradona tenne per sé le proprie
sensazioni, dimostrando un autocontrollo notevole di fronte a
un’intensissima pressione mediatica.
Poche se imane prima, in Inghilterra, i tifosi del To enham
Hotspur avevano avuto il privilegio di poter assistere a un’anteprima
del nuovo Maradona. Diego infa i aveva giocato a White Hart Lane
nella partita per l’addio al calcio di Osvaldo Ardiles. Fra coloro che
vestirono la maglia del To enham insieme agli argentini contro gli
ospiti dell’Inter c’era il futuro commissario tecnico inglese Glenn
Hoddle, che in seguito avrebbe ricordato quella partita come una
delle più divertenti che avesse giocato. Maradona e Ardiles furono
accolti dai tifosi degli Spurs con un applauso assordante. Maradona
non giocò al massimo, ma mise in mostra abbastanza doti tecniche
da cementare l’ammirazione di Hoddle e di migliaia di tifosi per
«questo genie o tarchiato».
Maradona, a sua volta, restò colpito dalle particolari doti tecniche
di Hoddle, che da bambino aveva imparato i suoi numeri guardando
i brasiliani alla tv e che da adulto dimostrava la fantasia e lo stile che
secondo molti osservatori esterni scarseggiavano nel calcio inglese.
Da quel momento in poi Maradona inserì Hoddle fra la manciata di
personalità del calcio inglese davvero degne della sua a enzione,
insieme a Pla , Keegan, Venables e Gascoigne.
Quando Maradona e Hoddle si rividero in Messico, le circostanze
erano ben diverse: grande tensione emotiva, chi vinceva prendeva
tu o. Hoddle era gratificato dal fa o che, nonostante tu o,
Maradona non si fosse dimenticato di lui. Quando i due giocatori si
ritrovarono nel tunnel dello stadio Azteca pochi minuti prima del
p p
fischio d’inizio di quel quarto di finale, Maradona a irò l’a enzione
di Hoddle, gli fece un occhiolino e gli mostrò il pollice alzato. Per
quanto Maradona avesse l’abitudine di parlare di se stesso in terza
persona, com’è consuetudine di re e divinità, va de o che la sua
umanità e il suo istinto naturale trasparivano sempre. «Quando
scendiamo in campo è la partita di calcio che importa, e non chi ha
vinto la guerra» dichiarò durante una conferenza stampa prima della
partita contro l’Inghilterra. «Senti, io gioco a calcio. Di politica non
so niente. Niente di niente» insiste e in un’altra occasione,
confrontandosi con John Carlin del «Times» di Londra.
Quel che i media non sapevano era fino a che punto la diplomazia
e il calcio si fossero intrecciati nei giorni che precede ero la partita.
In seguito ad alcuni incontri dietro le quinte fra gli ambasciatori del
Regno Unito e dell’Argentina, e a una telefonata a Bilardo da parte
del presidente argentino Raúl Alfonsín, l’allenatore argentino e la
sua controparte inglese Bobby Robson fecero di tu o per
depoliticizzare il match. Sin dai primi giorni del torneo, un incontro
fra Argentina e Inghilterra era apparso inevitabile, e Bilardo aveva
subito intimato a Maradona, in veste di capitano, e al resto della
squadra argentina, che in nessun caso avrebbero dovuto fare
commenti di fronte alla stampa che potessero aizzare gli animi dei
tifosi dell’una o dell’altra nazionale. «Dissi ai giocatori: “Señores,
siamo alla Coppa del Mondo, questo è calcio, se qualcuno vi chiede
qualcosa sulle relazioni anglo-argentine, voi parlate di calcio e
basta”. Sapevo che la guerra delle Malvinas era un ricordo fresco
nella mente di tante persone, ma non ero lì in cerca di vende a»
ricorda Bilardo.
L’allenatore inglese Bobby Robson ado ò una strategia simile,
come scrisse poi nel suo diario: «Non importava quanto mi sforzassi
di evitare le connotazioni politiche, non potevo nascondere il fa o
che qua ro anni prima fossimo stati in guerra con l’Argentina.
Quando radunai i giocatori dissi loro di non lasciarsi coinvolgere
nelle questioni politiche. Lo stesso valeva per me. Eravamo lì per
giocare a calcio, e io faccio l’allenatore, non il politico». Robson era
abbastanza certo che non avrebbe avuto problemi con i suoi
giocatori. La sua preoccupazione principale era che i tifosi argentini
g p p p p g
potessero provocare gli inglesi, che «fino a quel momento si erano
comportati bene», scatenando una rissa di fronte alle telecamere di
tu o il mondo.
Maradona affrontò la partita contro l’Inghilterra in un contesto nel
quale le sue prestazioni erano state agevolate da un arbitraggio
coscienzioso. In Spagna, sia durante il Mondiale che al Barcellona,
Maradona era stato frustrato talmente spesso da arbitri non
all’altezza che quasi non ebbe modo di esprimersi. Se da un lato i
falli volontari su di lui venivano spesso ignorati, dall’altro invece la
sua tendenza a esagerare le cadute e a dimostrare platealmente la
propria frustrazione veniva sempre prontamente punita. E quando
la sua tempra lo portava a dare in escandescenze allorché si
ritrovava impossibilitato a mostrare le proprie doti e a giocare a
calcio, anziché trovare comprensione veniva punito ancor più
severamente. In Messico, invece, Maradona trovò degli arbitri
disposti a tutelarlo, il che rese meno necessarie sia le rappresaglie
che le sceneggiate. Anche Bilardo lo aiutò, lasciandogli una notevole
libertà di movimento in campo al fine di evitare quel genere di
marcatura stre a con cui Gentile lo aveva neutralizzato quando
l’Argentina aveva affrontato l’Italia nel 1982. Come commentò
all’epoca l’ex commissario tecnico inglese Ron Greenwood, in
seguito alla vi oria dell’Argentina sull’Uruguay: «Sembrava che
fosse sempre coinvolto nell’azione… lo sgambe avano, lo
spingevano, ma lui non reagiva, semplicemente continuava a
giocare. E io pensavo: “Bravo, ragazzo, dieci e lode”».
Di certo, nella partita con l’Inghilterra, l’arbitraggio si dimostrò
dalla parte di Maradona in maniera più determinante che mai. Una
volta messa da parte la politica, restava una partita che pareva
destinata a diventare una lo a titanica non tanto fra due Paesi, o fra
due squadre, bensì fra due giocatori straordinari: Maradona e il
portiere inglese Peter Shilton. I loro rapporti con le rispe ive
squadre sembravano aver seguito una traie oria quasi parallela. Se
l’Argentina era ben conscia della sua dipendenza da Maradona,
molti giornalisti britannici pensavano che le chance di vi oria
dell’Inghilterra fossero diventate inseparabili dalla capacità di
Shilton di difendere la porta. Analizzando le possibilità di vi oria
p p
dei suoi prima della partita, Robson era abbastanza sicuro che
Shilton sarebbe stato aiutato da una formazione in grado di
controllare l’unico giocatore argentino che tu i gli inglesi temevano.
In una riunione pre-partita, Robson raccomandò ai suoi di stare in
guardia contro Maradona, dato che era in grado di cambiare una
partita in cinque minuti, ma di non farsi prendere da una fobia del
giocatore. Come scrisse nel suo diario: «Avevamo intenzione di
raddoppiare le marcature su di lui, di spingerlo fuori posizione. I
qua ro dietro avrebbero tenuto bene la linea, avremmo mantenuto
le distanze e l’avremmo aspe ato con pazienza». Se da un lato
Bilardo non era sicuro che la sua squadra fosse in grado di offrire a
Maradona il sostegno di cui aveva bisogno, dall’altro Robson era
cautamente o imista e aveva la sensazione che lo stesso valesse per i
suoi giocatori. L’Inghilterra aveva vinto le ultime due partite con tre
gol di scarto, e nei qua ro anni durante i quali Robson era stato al
timone non aveva mai perso con più di due gol di scarto. «Quella
volta mi sarebbe bastato un gol. Non era certo il momento di fare gli
ingordi» scrisse.
Il primo tempo si rivelò decisamente al di so o delle aspe ative,
con la difesa argentina che vanificò senza difficoltà gli inglesi e il loro
spudorato ricorso alle palle lunghe. Mentre Maradona conservava le
energie, Hoddle e Peter Reid a centrocampo si ritrovarono tagliati
fuori dalla manovra, e gli a accanti Gary Lineker e Peter Beardsley
avevano davanti un’impenetrabile muraglia argentina. Al decimo
minuto il primo fallo della partita costò a Terry Fenwick
un’ammonizione immediata da parte dell’arbitro tunisino Ali
Bennaceur, e l’episodio inibì il gioco degli inglesi da quel momento
in poi. Per quanto il tunisino avesse la reputazione di essere uno dei
migliori arbitri africani, Robson percepì subito il nervosismo del
dire ore di gara, e gli venne il sospe o che pendesse dalla parte
degli argentini.
Al quinto minuto della ripresa, a reti ancora inviolate, quel timore
trovò conferma. Maradona diede il via all’azione superando un paio
di difensori inglesi, prima di perdere il pallone con un passaggio
sbagliato in direzione di Valdano. Nella mischia che ne seguì, Steve
Hodge calciò all’indietro in pallone o sperando di trovare Shilton. A
g p p
quel punto Maradona, ben deciso a recuperare il possesso del
pallone perso pochi a imi prima, saltò insieme a Shilton. Fu uno
scontro di corpi e di mani, alcune più legi ime di altre. E la palla
rotolò in rete. Maradona era euforico e senza aspe are un verde o
corse a esultare coi compagni. Shilton e il resto della nazionale
inglese protestarono immediatamente per il tocco di mano. Il
portiere inglese era talmente disgustato dalla decisione che uscì di
corsa dall’area di rigore per segnalare l’irregolarità. Era la prima
volta che Shilton, solitamente calmo e misurato, si mostrava così
emotivo in pubblico. Il guardalinee e l’arbitro erano d’accordo sul
fa o che fosse gol. E a Maradona non interessava altro.
Qua ro minuti dopo, Maradona segnò di nuovo, e stavolta fu un
gol che sarebbe stato destinato a restare negli annali come uno dei
più belli della storia del calcio. Per dirla con Brian Glanville, fu un
gol «talmente insolito, quasi romantico, che avrebbe potuto segnarlo
un eroico scolaro, o un campione del passato, ai tempi in cui andava
di moda dribblare in serpentina. Non sembrava appartenere a un’era
come la nostra, con il suo calcio apparentemente razionale e
razionalizzato, nel quale il dribbling sembrava estinto quasi quanto
lo pteroda ilo». Prendendo palla nella propria metà campo e
tenendola talmente vicina al piede che sembrava vi fosse incollata,
Maradona si fece strada fra gli inglesi con movimenti che parevano
naturali come quelli di uno sciatore impegnato in uno slalom.
«Quando ho preso palla sulla destra e ho visto che Peter Reid non mi
avrebbe preso» ricorda Maradona, «ho sentito il bisogno di
continuare a correre. Sembrava che riuscissi a lasciarmi tu i dietro».
Con una finta verso sinistra si liberò facilmente di Gary Stevens.
Con la successiva spedì Terry Butcher dalla parte sbagliata,
facendolo sembrare una pecorella impaurita più che un difensore
della nazionale. Fenwick fece per dare una gomitata a Maradona, poi
esitò. Era già stato ammonito, e temeva le possibili conseguenze di
un fallo. «Non poteva sgambe armi. Avevo preso troppa velocità»
ricorda Maradona, che non aveva dubbi sul fa o che Fenwick
volesse a errarlo. Scrollatosi di dosso Fenwick, e senza perdere per
un istante il controllo del pallone, Maradona trovò il tempo di
saggiare la posizione di Shilton. Sembrava che il portiere inglese
gg p p g
stesse tentando disperatamente di indovinare la prossima mossa
dell’argentino, così Maradona andò avanti, aspe ando fino all’ultimo
prima di tirare. Quella frazione di secondo di rallentamento permise
a Butcher un’ultima azione di retroguardia. Cercò di interrompere la
corsa di Maradona tentando un contrasto, ancora una volta invano.
L’argentino rallentò, e senza sforzo alcuno si portò la palla dal piede
destro al sinistro per poi infilarla alle spalle di Shilton come se niente
fosse.
Stavolta gli inglesi non poterono far altro che tra enere il fiato per
la meraviglia. «Non si tra ò di un errore o di mancanza di disciplina
da parte nostra» ricordò poi Robson, «fu semplicemente il genio di
un giocatore che si scartò metà dei nostri per andare a segnare il più
bel gol del torneo.» Per quel che riguarda i compagni, videro quel
gol come la conferma definitiva che Maradona meritava un posto
speciale non soltanto nella loro squadra ma nel mondo del calcio in
generale. Fra gli argentini era il centrocampista Valdano quello che si
era trovato nella posizione migliore per aiutare a trasformare
l’assalto di Diego alla porta dell’Inghilterra in un lavoro di squadra.
All’inizio dell’azione Valdano sca ò sin oltre la metà campo e cercò
di farsi vedere da Maradona, per poi rendersi conto che per lui non
c’era alcun ruolo nella creazione di un gol che non si sarebbe mai
potuto provare in allenamento.
«All’inizio gli sono andato dietro, per senso di responsabilità, ma
poi mi sono reso conto che ero anch’io uno degli spe atori» ricorda
Valdano. «Sentivo che non c’era niente che potessi fare. Fu un suo
gol, la squadra c’entrava poco o niente. Fu un’avventura personale di
Diego, e fu assolutamente spe acolare.» L’Inghilterra avrebbe poi
accorciato le distanze, ma l’Argentina vinse la partita 2-1.
Nelle analisi del dopo-partita i cronisti, specie quelli inglesi, si
concentrarono sul primo gol di Maradona. A loro non sembrava ci
fosse alcun dubbio che avesse colpito la palla con la mano e che la
rete avrebbe dovuto essere annullata. I due giocatori più vicini alla
mischia, Shilton e Hoddle, erano assolutamente convinti che fosse
fallo di mano, e lo dissero chiaramente all’arbitro. «Alcuni dei
giocatori mi confessarono poi che non avevano visto e non sapevano
davvero cosa fosse successo fino a che non hanno visto i replay in
p y
televisione» ricordò poi Hoddle nella sua autobiografia. «Ma io vidi
proprio Maradona alzare il pugno per colpire il pallone. Devo
amme ere che provò a nasconderlo molto bene, accennando un
colpo di testa proprio mentre colpiva il pallone. Ma non mi aveva
certo fregato. L’avevo visto fare nelle partitelle della domenica
ma ina al parco vicino a casa mia, dove nessuno l’aveva mai passata
liscia.» Anche Shilton pensava di essere stato fregato, e non aveva
dubbi che l’unica maniera in cui Maradona poteva averlo ba uto in
quella situazione fosse usando la mano.
Terry Butcher era fra coloro che avevano dovuto rivedere l’azione
alla moviola per rendersi conto che Maradona aveva colpito la palla
con il pugno. In campo, però, la visuale di Butcher, come quella
dell’arbitro, era bloccata dalla testa di Maradona. Durante la partita
in realtà Butcher aveva anche chiesto a Maradona se avesse colpito la
palla di mano. «Lui sorrise e si indicò la testa» ricordò poi Butcher.
Nessun argentino, invece, era abbastanza vicino alla porta da
poter vedere cosa fosse successo. E a nessuno venne in mente,
nell’euforia che seguì il gol, di me ere in dubbio la parola del
capitano. Per quanto riguarda gli allenatori, se da un lato Robson era
certo di quel che aveva visto, Bilardo invece non si sbilanciò mai del
tu o. Robson continuò a protestare per anni, affermando che
Maradona aveva segnato di mano. Nessuno sulla panchina inglese
aveva alcun dubbio in proposito. Nel 1995, durante uno speciale
televisivo su Maradona, Robson ricordò: «Mi accorsi subito che
l’aveva colpita con la mano, e per un paio di secondi non mi
scomposi neanche. Poi mi resi conto che tu i quanti stavano
tornando a metà campo, compresi l’arbitro e il guardalinee, e lì per lì
la mia reazione fu, ma che cavolo, non l’hanno visto, e d’improvviso
mi resi conto di cosa stesse succedendo. Era gol. Eravamo so o di un
gol. Gliel’avevano dato buono».
Bilardo invece era saltato in piedi nell’a imo esa o in cui il
pallone era entrato in porta, e aveva gridato: «Gol!». Stando alla sua
versione, sia lui che Robson erano a sessanta metri dalla porta
inglese e potevano basarsi solo sulle reazioni dei propri giocatori.
Bilardo poi sentì da alcuni dei suoi che effe ivamente era possibile
che Maradona avesse segnato di mano, ma anche dopo aver chiesto
g p
di vedere un replay non era poi tanto sicuro. «Sul momento non mi
sembrava che l’avesse toccata di mano. Poi dopo aver visto il replay
pensai, be’, qualche dubbio c’era. Me iamola così. Non dico di sì o di
no. Non me o mai in discussione le decisioni degli arbitri.»
In un certo senso quel gol fu semplicemente un prodo o del
calcio commerciale, nel quale i tradizionali valori di corre ezza e
sportività erano stati sostituiti dal bisogno di vincere con qualsiasi
mezzo. In Soccer Match Control, un libro pubblicato più o meno nel
periodo della Coppa del Mondo in Messico, lo scri ore Stanley
Lover osservò come si tra asse di un esempio dell’arte di barare pur
ritenendo di essere moralmente nel giusto. L’arbitro è lì per essere
fregato, l’unico crimine è farsi beccare. Barare è diventato parte del
calcio così come lo sono diventati gli sponsor. Persino Hoddle, che in
seguito all’episodio si sentiva «assolutamente disgustato nel
profondo», più che dare la colpa a Maradona se la prese con l’arbitro
e il guardalinee (che era nella posizione di poter vedere) per essersi
lasciati sfuggire l’infrazione. Che la controversa rete di Maradona,
lungi dall’essere condannata, fu in realtà applaudita dai suoi
compatrioti la dice lunga su quanto gli argentini, per tradizione,
abbiano sempre interpretato in maniera tu a loro il conce o di
sportività. Il gol, specialmente essendo stato segnato agli inglesi, fu
visto come una dimostrazione della viveza, l’arte di arrangiarsi tanto
cara agli argentini.
Non c’è dubbio che, nel calcio, barare in campo faccia parte del
gioco. I calciatori provano a segnare in un modo o nell’altro. Un
buon arbitro è in grado di distinguere fra un peccatuccio e un
peccato mortale; un arbitro scarso invece punisce troppo o vede
troppo poco. Il primo gol di Maradona chiaramente è un esempio
della seconda categoria. Come disse in seguito Hoddle: «Tu i i
calciatori, almeno una volta nella loro carriera, hanno allungato un
braccio o provato a far entrare la palla con la mano, più per istinto e
per impudenza che per voglia di barare. E ben pochi se la sono
cavata».
Ma quel che poneva il gol di Maradona al di là di queste
considerazioni era la sua natura simbolica. L’avesse segnato
chiunque altro, ormai sarebbe stato dimenticato. Ma nel suo caso
q
divenne un esempio del suo genio imperfe o. Né subito dopo la
partita, né negli anni seguenti Maradona ammise mai la follia del
proprio gesto. Chiamò quella rete la Mano di Dio. Il che non voleva
dire che non avesse usato la mano, bensì che l’aveva usata e che
l’aveva passata liscia per intervento divino. I suoi compagni, Valdano
in primis, diventarono i suoi discepoli. Per loro entrambi i gol segnati
all’Inghilterra emanavano da un enorme talento individuale che per
tecnica e visione di gioco era al di sopra e al di là delle loro
possibilità. La loro percezione alimentò la tendenza di Maradona a
evocare la propria ispirazione divina.
Nel contesto della vita di Maradona non è difficile capire come
entrambi i gol segnati contro gli inglesi in Messico in quel giorno di
giugno fossero chiaramente opera dello stesso uomo. Il primo
mostrava il Maradona mascalzone diventato una stella, ma ancora
talmente insicuro da sentire il bisogno di barare. Il secondo mostrava
Maradona il talento assoluto, la cui tecnica eccezionale, la cui
combinazione di accelerazione, controllo di palla, forza e precisione
si traduceva in una grandezza ineguagliabile su un campo da calcio.
In Messico il piccolo e tarchiato Maradona restava abbastanza agile e
rapido da sfuggire ai suoi marcatori; la sua capacità di improvvisare
e la sua visione di gioco erano tali da perme ergli di sgusciare via
dagli angoli più angusti qualora non riuscisse a creare opportunità
straordinarie per i compagni, me endo loro la palla perfe amente
sui piedi. Un giocatore meno forte non avrebbe avuto altra scelta che
usare le mani. La tragedia di Maradona stava nel fa o che credesse
di doverlo fare, e di doversi poi giustificare, quando il suo genio
invece avrebbe dovuto renderlo superfluo.

Il Mondiale in Messico rafforzò enormemente la reputazione di


Maradona come uno dei più grandi calciatori di tu i i tempi, per
quanto le polemiche possano aver macchiato la sua immagine a
livello personale. La vi oria dell’Argentina per 3-2 sulla Germania
Ovest nella finale si rivelò quasi deludente dopo le polemiche e le
magie viste nel match con l’Inghilterra. Ma Maradona trionfò nel suo
personale duello gladiatorio con il centrocampista Lothar Ma häus,
riuscendo comunque a giocare nonostante la marcatura dura e
q g
asfissiante del tedesco grazie alla sua abilità tecnica e alla sua
disciplina. E alla fine fu proprio Maradona a indirizzare la partita in
favore dell’Argentina, rendendo possibile il gol decisivo con un
passaggio delizioso al centrocampista Jorge Burruchaga.
Fu un epilogo degno di un torneo che aveva confermato fino a che
punto Maradona fosse maturato come giocatore in seguito al suo
trasferimento in Europa nel 1982. Era arrivato in Messico con la vita
privata a pezzi, la squadra in crisi e conscio del fa o che la sua
reputazione di essere uno dei migliori, se non il migliore in assoluto,
sarebbe stata messa a dura prova nel Mondiale più seguito di
sempre. Tu e quelle pressioni avrebbero schiacciato una personalità
meno forte della sua. E invece in Messico Maradona sembrò in grado
di trasformare le sue tensioni interiori in uno spirito comba ivo e
positivo. Fuori dal campo prese lezioni di anticapitalismo dal suo
compagno Jorge Valdano, di simpatie socialiste, e a accò
pubblicamente il presidente della FIFA João Havelange. Criticò i
vertici dell’organizzazione per aver costre o i calciatori a giocare a
mezzogiorno, so o un sole rovente, semplicemente per questioni di
diri i televisivi, in modo tale che si giocasse negli orari ritenuti più
redditizi nell’o ica del mercato globale. Così facendo, Maradona
chiaramente non teneva in considerazione il proprio contributo alla
commercializzazione del calcio. E poteva perme erselo. In Messico
era riuscito a toccare le corde giuste nel cuore dei tifosi del Terzo
Mondo, che si identificavano con lui dal punto di vista etnico e
sociale. La ola messicana nacque allo stadio Azteca, per riportare un
po’ di gioia dopo il terremoto, e fu Maradona a cavalcarne la cresta,
grazie alle magie che aveva regalato in campo.
Qualsiasi dubbio potesse esserci sulle sue dichiarazioni politiche,
la sua qualità come calciatore era ormai fuori discussione. In Messico
il Maradona imprevedibile, lunatico ed egoista di Spagna ’82 lasciò
spazio a un giocatore che non soltanto sembrava abbastanza sicuro
dei propri mezzi da sapere come usarli al meglio, ma che aveva
anche umiltà a sufficienza per fare quello che gli altri si aspe avano
da lui. Nonostante l’ispirazione del tu o individuale dell’azione che
condusse al secondo gol contro l’Inghilterra, in altre partite sfoggiò
la propria capacità di dialogare sfru ando la precisione dei suoi
tocchi di prima e dei suoi passaggi con effe i devastanti. Una
flessibilità che si rifle é anche nei suoi movimenti per il campo, e nel
modo in cui faceva regolarmente mangiare la polvere agli avversari
con sca i fulminei. Giocando in quella maniera Maradona riuscì a
trascendere la commercializzazione del gioco e le terribili condizioni
climatiche di quel torneo, e dimostrò più di chiunque altro una
dedizione totale al gioco del calcio.
Nel valutare la prestazione di Maradona, Havelange e il suo
luogotenente Joseph Bla er, i padroni della FIFA , si ritrovarono alle
prese con un dilemma. Ci sono tre diverse relazioni sul match fra
Inghilterra e Argentina, commissionate dalla FIFA e poi archiviate nei
faldoni confidenziali dell’organizzazione, e nessuna delle tre
contiene l’ombra di una critica nei confronti di Maradona o
dell’arbitro in relazione al gol della Mano di Dio. Forse era nella
natura della FIFA chiudere un occhio davanti a una polemica che alla
fin fine non ebbe alcun impa o sul successo commerciale della
Coppa del Mondo. Anzi, il modo in cui le prestazioni di Maradona,
nel loro complesso, avevano ca urato l’immaginario popolare
confermava che il calciatore sarebbe stato una risorsa preziosissima
per i tornei che si sarebbero tenuti negli anni a venire. E gli affaristi
del calcio non potevano certo ignorare quel dato di fa o.
Ciò che complicava i loro calcoli era la sensazione sempre più
ne a che Maradona fosse non soltanto un giocatore difficile da
controllare o restio a rispe are norme e regolamenti, ma che
sembrasse anche prontissimo a sfidare l’autorità stessa della FIFA .
Anni prima, un’insubordinazione simile sarebbe stata in qualche
modo schiacciata o liquidata. Ma il potere della televisione e il
fascino che il fenomeno Maradona stava cominciando a esercitare sui
media in generale faceva intuire agli uomini di Zurigo che avevano a
che fare con un calciatore che non sarebbe stato facile neutralizzare.
Maradona tornò in Italia in trionfo dopo aver fa o tappa a Buenos
Aires. Nella capitale argentina fu protagonista dell’euforica sfilata
dall’aeroporto alla Casa Rosada, il palazzo presidenziale dove il
presidente Raúl Alfonsín lo invitò a mostrare la Coppa del Mondo
dal balcone di fronte a migliaia di tifosi. Ele o con un convincente
mandato popolare in seguito al crollo del regime militare nel 1983,
Alfonsín aveva perso gran parte del proprio sostegno non essendo
riuscito a contrastare l’iperinflazione. Ancora una volta Maradona si
lasciò sfru are a fini politici, onorando con la sua presenza la sede di
un governo so o assedio e regalando ad Alfonsín, per quanto
temporaneamente, un’aura di successo. Era da quando il generale
Galtieri era apparso sul balcone ad annunciare la storica riconquista
delle Malvinas nell’aprile del 1982 che non si vedevano così tanti
argentini in festa davanti alla Casa Rosada.
Ma persino quel fervore popolare si rivelò relativamente mite
rispe o alle manifestazioni di estasi colle iva che circondarono
Maradona quando guidò il Napoli alla conquista del primo scude o
della sua storia nella tarda primavera del 1987. Nei suoi sessant’anni
di esistenza, il Napoli, come la ci à che rappresentava, era stato
relegato a un ruolo secondario in campionato. Il calcio italiano, come
l’economia e la politica, era stato tradizionalmente dominato dal
Nord, nella fa ispecie dalle due milanesi e dalla Juventus, con
saltuarie eccezioni come quella della Roma e poche altre. Grazie a
Maradona, Napoli poteva finalmente scrollarsi di dosso il proprio
complesso di inferiorità e farsi beffe del resto d’Italia, perlomeno nel
calcio, argomento che nella maggioranza delle famiglie italiane
suscitava le passioni più travolgenti. Nel calendario della ci à, il 24
maggio 1987 sarebbe entrato a far parte di una manciata di date che i
napoletani non potranno mai dimenticare.
Il giorno il cui il Napoli si assicurò il primo scude o, la vita
amministrativa della ci à si interruppe bruscamente, sostituita da
una folle atmosfera carnevalesca che sarebbe andata avanti quasi
una se imana. I napoletani scesero in strada come non facevano
dalla liberazione da parte degli Alleati nella Seconda guerra
mondiale. Come ricordò in seguito uno dei tanti tifosi in festa: «La
sera che abbiamo vinto lo scude o, Napoli è impazzita. Tu i sono
usciti a festeggiare, non importavano l’età o il ceto sociale, tu i
condividevano un sogno».
Si misero in scena a mo’ di sfo ò dei finti funerali per le milanesi.
Per anni il Napoli era stato associato all’asinello, che era il suo
p
simbolo; adesso i napoletani, travestiti da asinelli, tiravano la coda al
diavolo del Milan, che ai loro occhi simboleggiava il Nord. Per
quanto riguarda Maradona, la vi oria confermò la sua condizione di
re e di santo. Strade e bambini presero il suo nome, intere famiglie
gli offrivano benedizioni colle ive e volevano che facesse da padrino
ai figli. Era più napoletano dei napoletani, nato nei vicoli e
incoronato dal successo. Le stelle erano chiaramente dalla sua parte.
17
So o il vulcano

Persino nel momento del suo trionfo più grande, il mondo di


Maradona si andava inesorabilmente legando a interessi più sinistri.
Durante i festeggiamenti per la vi oria in campionato del Napoli nel
1987, fu il clan dei Giuliano a organizzare molte delle feste di strada,
distribuendo gratuitamente spumante e cibo ai tifosi. La camorra si
era preparata per quel giorno sin da quando il Napoli aveva
acquistato Maradona dal Barcellona, così come i suoi predecessori
avevano fa o per la vi oria degli Alleati. Nel 1987 i capi dei clan
avevano ancora abbastanza controllo sulla vita politica ed economica
della ci à per trasformare la vi oria dello scude o in un’occasione
per riaffermare il proprio potere e la propria influenza.
Quella sera di maggio una ristre a cerchia di giornalisti fidati capì
che anche il rapporto di Maradona con la gente di Napoli non era
più così semplice come sembrava. Dopo aver seguito la partita che
aveva assegnato lo scude o – un pareggio per 1-1 in casa contro la
Fiorentina – i cronisti furono invitati da un dirigente a una festa
privata in onore di Maradona. Il dirigente diede loro le indicazioni
per arrivarci, ma si raccomandò di non divulgare alcun de aglio
della serata, per il loro bene. Bruno Passarella, corrispondente da
Roma per «El Gráfico», è l’unico fra quei giornalisti a essere mai
andato vicino a descrivere la vera natura del mondo in cui
Maradona stava scivolando. Passarella raccontò la serata come
segue, ma si rifiutò di aggiungere altro:

Quella sera Maradona si rifugiò in una casa di Nola, uno dei molti comuni
satellite che circondano Napoli. Quando chiedemmo chi fosse il padrone di
casa, nessuno fece nomi e cognomi. La villa era costruita come un bunker, con
cancelli telecomandati, telecamere di sorveglianza ovunque e un enorme
mastino napoletano incatenato vicino all’ingresso principale. Fu una serata
stravagante e dissoluta, con il Moët et Chandon servito a fiumi in calici bordati
d’argento, un enorme schermo sul muro che trasme eva in continuazione i gol
di Maradona e un sacco di ospiti con anelli smisurati alle dita. Era un’atmosfera
che sapeva lontano un miglio di arricchiti, di soldi riciclati in fre a e facilmente,
il genere di soldi che a Napoli aveva portato fortune inaspe ate a determinate
persone. All’alba tornammo a Napoli, e nessuno di noi giornalisti era riuscito a
capire chi ci avesse ospitato.

Maradona l’anno prima aveva festeggiato a Buenos Aires il suo


trionfo in Coppa del Mondo, con il suo amore di sempre Claudia
Villafañe di nuovo al suo fianco. Era una Claudia molto diversa dalla
ragazza che schivava timidamente le telecamere agli albori della
carriera calcistica di Maradona. Ed era diversa anche dalla Claudia
che, umiliata dalla promiscuità di Maradona, era fuggita da Napoli.
Questa Claudia era chiaramente pronta a tu o pur di riconquistare il
proprio posto nel mondo affollato di celebrità che era andato
fiorendo intorno a Maradona. Si era tinta i capelli biondo platino e si
era fa a una plastica al naso. Il suo guardaroba non era più quello di
una ragazza acqua e sapone dei sobborghi di Buenos Aires, bensì
quello di un’aspirante star. Al di fuori Claudia si era trasformata nel
sex symbol di plastica che tanto sembrava piacere a Maradona.
Qua ro se imane dopo il Mondiale, Claudia si ricongiunse con
Maradona per una chiacchieratissima vacanza romantica su un’isola
polinesiana. Maradona disse che erano anni che aveva promesso
quella vacanza a Claudia, ma che aveva dovuto aspe are. I media
argentini celebrarono la «luna di miele» come un meritato premio a
Maradona per la sua presunta astinenza sessuale durante il torneo.
Solo in seguito, quando Maradona tornò in Italia all’inizio della
nuova stagione, il passato da cui era momentaneamente fuggito lo
riacciuffò con gli interessi. Il 20 se embre 1986, la sua ex amante
Cristiana Sinagra diede alla luce un bambino, che fu prontamente
ba ezzato Diego Armando. In un’intervista alla RAI , Cristiana
annunciò che il bimbo era stato concepito durante la sua relazione
con Maradona, che era durata qua ro mesi, dal dicembre del 1985
all’aprile del 1986. La notizia provocò vere e proprie scosse
telluriche. Cristiana e il bebè furono presi d’assedio da dozzine di
giornalisti smaniosi di avere altri de agli. Sin dall’inizio Cristiana
diede l’impressione di essere non tanto una donna respinta quanto
una donna senza nulla da nascondere. Il bebè per lei era la cosa più
naturale del mondo. Per contro, Maradona reagì come un ladro colto
sul fa o in piena no e. I giornalisti lo raggiunsero al termine di una
partita fra Napoli e Udinese, una delle peggiori prestazioni della sua
carriera calcistica, in cui aveva sbagliato un sacco di passaggi ed era
parso che quasi non gli interessasse segnare. «Di quello non so
niente, assolutamente niente» fu il suo unico commento sulla donna
che aveva amato. In realtà Maradona cominciò a temere seriamente
di perdere il controllo della propria vita. Dalla clinica in cui aveva
partorito, Cristiana perseverò, sentendo di avere dalla sua il
sentimento popolare. Il suo avvocato, Enrico Tuccillo, ben noto per
acce are casi di alto profilo dalla parte della gente comune, rilasciò
una dichiarazione in cui ammoniva Maradona che se non avesse
pubblicamente riconosciuto suo figlio sarebbe stata inoltrata una
causa di paternità. Maradona si rifiutò categoricamente. Così Diego
Jr. divenne il centro di un’aspra ba aglia legale che sarebbe durata
quasi cinque anni. Ma Maradona ne avrebbe patito le conseguenze
ben prima che la causa si risolvesse a favore di Cristiana.
Il «caso Sinagra» fece perdere a Maradona un po’ della sua
napoletanità. In una ci à nel quale i legami con la famiglia allargata
erano parte integranti del tessuto sociale – dove, come dice un
popolare de o napoletano, «i figli so’ figli» – Maradona cercò di
abdicare alle sue responsabilità di padre. E il crimine sembrava
ancora più ripugnante giacché gli era stata accordata la condizione
di re e di santo. La passione colle iva e il culto che si erano andati
costruendo intorno a Maradona rendevano il figlio una sorta di
erede al trono, per quanto il rilu ante padre all’epoca non se ne
rendesse conto. La comprensione della gente nei confronti di
Cristiana, e il modo in cui i media fecero irruzione come bulldozer
nella vita privata di Maradona, sarebbero dovuti essere segnali
sufficienti. Maradona sarebbe rimasto il Re di Napoli soltanto se
avesse governato il proprio regno come volevano i suoi sudditi.
g p p g
Ma oltre a creare la prima incrinatura nel rapporto fra Maradona
e la gente di Napoli, il caso Sinagra avrebbe avuto effe i profondi
sopra u o sulla vita emotiva di Maradona. Claudia, che era incinta
quando Cristiana diede alla luce il bimbo, nei due anni successivi
avrebbe dato a Diego due figlie. Ma il pensiero di aver respinto il
figlio maschio che aveva sempre voluto, e la sua incapacità di
controllare quegli eventi, lo costrinsero a cercare conforto nella sua
nuova unità familiare. Gli amici intimi cominciarono a vedere dei
cambiamenti significativi in seguito al Mondiale in Messico e al caso
Sinagra. Maradona sembrava nuovamente in balìa dei malumori di
cui aveva sofferto in passato, solo che stavolta erano più profondi e
lo avrebbero portato a lunghi periodi di depressione e improvvisi
scoppi di collera. Divenne meno disponibile, più arrogante, sempre
più incurante dell’immagine di sé che dava al mondo esterno.
Adesso Maradona aveva un nuovo procuratore, Guillermo
Coppola. «Sono venuto a fare un lavoro che è al tempo stesso molto
semplice e molto complicato: rime ere in sesto le finanze di Diego e
consentirgli di gestire i suoi averi senza problemi» dichiarò Coppola
poco dopo essere arrivato a Napoli nel gennaio del 1986 per
sostituire Jorge Cyterszpiler. Alcuni mesi prima Maradona aveva
confidato ad Alfredo Di Stéfano, suo compatriota e leggenda del
Real Madrid, che la ca iva gestione del suo patrimonio da parte di
Cyterszpiler lo aveva portato fin sull’orlo della bancaro a.
Senza le disabilità fisiche di Cyterszpiler o la nostalgia
dell’infanzia passata insieme, Coppola portò nell’esistenza di
Maradona toni e modi più duri e cinici del suo predecessore. Era un
trento enne divorziato dall’aspe o giovanile, con un debole per le
donne prosperose, i vestiti di Versace e i night club. Era anche un
laureato in economia e commercio e un ex impiegato di banca che si
era costruito una rete di conta i fra i potenti dell’industria del calcio
argentina facendo da consulente finanziario a diversi giocatori di
primo piano. Si era fa o un nome nel 1975 quando aveva speculato
con successo in borsa per conto di un paio di giocatori che non
avevano nulla di meglio da fare coi loro soldi. Aveva triplicato il loro
investimento sul mercato delle obbligazioni, di fa o giocando
d’azzardo durante una se imana di particolare volatilità dovuta a
p
voci di colpi di Stato, svalutazione della moneta locale e inflazione
dilagante. Da lì in poi aveva pazientemente assemblato il proprio
portafoglio di clienti, e nel 1985 ormai lavorava per più di 180
calciatori. Fra questi c’erano Oscar Ruggeri e Ricardo Gareca, due
stelle argentine per le quali facilitò un controverso trasferimento dal
Boca Juniors al River Plate.
Coppola si era sempre dichiarato personalmente fiero del fa o
che gran parte dei suoi primi rapporti con i giocatori fossero basati
su favori personali più che su pagamenti formali. «Io gli procuravo i
contra i, e in cambio ricevevo un Rolex, dei biglie i aerei, una
motocicle a, dei vestiti. Quando ho chiuso l’accordo per Ruggeri e
Gareca mi hanno dato le chiavi di una Mercedes nuova di zecca.» A
presentarlo a Maradona fu uno dei suoi clienti più discutibili, un
giovane calciatore del Boca Juniors di nome Carlos Damian
Randazzo. Alcuni mesi prima Randazzo era stato sospeso dal club
dopo essere stato accusato di possesso e spaccio di stupefacenti.
Quell’incontro fu sufficiente a creare fra Maradona e Coppola
un’amicizia che sarebbe sopravvissuta a molti altri scandali.
Maradona affidò a Coppola alcune operazioni finanziarie in quel di
Esquina, fra cui l’acquisto, in circostanze discutibili, di alcuni terreni
di pregio sul fiume Corrientes dove Maradona aveva intenzione di
far costruire una villa. Per Coppola diventare il procuratore di
Maradona fu il coronamento di una vita dedicata alla ricerca del
potere, del piacere e del denaro. A Napoli divenne l’alter ego del
calciatore, non tanto un angelo custode quanto piu osto un amico
fidato che si assicurava che Maradona avesse a disposizione
abbastanza soldi da poter realizzare le proprie fantasie. Il nuovo
procuratore si mosse in fre a per capitalizzare ulteriormente su
diversi contra i pubblicitari firmati dal suo predecessore,
aggiornando la valutazione del proprio assistito alla luce della sua
ormai indiscussa fama di «miglior calciatore del mondo» in seguito
al mondiale messicano. Anch’egli di origini italiane, si rese conto di
poter concludere o imi affari con i napoletani. E fin dall’inizio
gode e della piena fiducia di Maradona.
C’era una parte di Maradona alla quale Coppola incuteva quasi
un timore reverenziale. Coppola veniva dalla fascia meno abbiente
pp
del ceto medio – era un uomo che si era fa o da solo trasformando la
propria vita in un successo, e di certo non se ne vergognava − e il
giocatore nutriva una certa ammirazione per il finanziere del bel
mondo che, nonostante avesse dieci anni più di lui, sembrava in
grado di vivere una vita piena assai meglio del ventenne medio.
Appena arrivato a Napoli, Coppola si stabilì all’Hotel Paradiso
che, tra la vista mozzafiato sul Golfo di Napoli, il servizio
impeccabile e la posizione centrale, era uno degli alberghi preferiti
da coppie illecite e sposini in luna di miele. Situato a poche centinaia
di metri dalla casa di Maradona, divenne una comoda destinazione
per molte delle sue scappatelle. Il giocatore e il procuratore spesso
finivano lì dopo aver cenato insieme e, non di rado, dopo aver
passato la no ata in uno dei molti night club di Napoli,
accompagnati da donne rimorchiate la sera stessa. Al di là dello
stimolare la vita no urna di Maradona, Coppola dedicava il resto
del proprio tempo ad approfi are del suo fiuto per gli affari allo
scopo di risanare i bilanci del calciatore.
Per massimizzare l’efficienza diede vita a un triumvirato che
comprendeva lui stesso, il commercialista Juan Marcos Franchi e
l’avvocato Daniel Bolotnicof, entrambi in grado di parlare
correntemente l’inglese nonché esperti di diri o commerciale
internazionale. Tanto per cominciare riba ezzarono la Maradona
Productions, la cui reputazione era stata macchiata a più riprese sin
dai tempi del Barcellona. Il nome che scelsero stavolta fu DIARMA (DI
come Diego, AR come Armando, e MA come Maradona). Poi,
adoperando le pratiche utilizzate dagli esperti di evasione fiscale e
da chi desiderava sfuggire agli occhi indiscreti del fisco, Coppola
mantenne la registrazione della nuova società in Liechtenstein. Cercò
inoltre di vendere Maradona come una potenziale stella televisiva e
strappò un contra o per un programma sportivo a cadenza
se imanale su una televisione locale per un valore complessivo che
superava il mezzo miliardo di lire.
Ma il colpo finanziario più grande di Coppola arrivò a metà del
1987, allorché si rivelò un negoziatore tosto e astuto quanto il suo
predecessore convincendo il presidente del Napoli Ferlaino a fare un
grande sforzo economico per estendere il contra o di Maradona a
cinque anni. L’accordo fru ò più di se e milioni di dollari – oltre
dieci miliardi di lire – e secondo Coppola assicurava che «i figli di
Maradona mangeranno caviale per il resto della loro vita».
Bolotnicof arrivò a Napoli con il preciso compito di districarsi nel
caos amministrativo che Maradona a ribuiva alla gestione di
Cyterszpiler e del suo entourage. Ma ciò che più lo colpì, sulle
prime, fu lo stato d’animo del giocatore: «Quel che mi lasciò di sasso
fu che fra un allenamento e l’altro sembrava non facesse altro che
starsene seduto in camera sua con le persiane abbassate a guardare
la televisione, tu o il giorno e tu a la no e. Sembrava comportarsi
come un prigioniero in casa propria. Gli chiesi quale fosse il
problema. Lui mi disse che la gente non gli perme eva di fare una
vita normale. C’era addiri ura chi si arrampicava sugli alberi di
fronte a casa sua per vederlo meglio dalle finestre. Il Napoli gli
promise una casa con un parco intorno e un bel muro perimetrale
per dargli più privacy, ma non mantenne mai la parola».

Il 1° maggio del 1988, alla penultima giornata di campionato, il


Napoli vide evaporare le proprie speranze di vincere il secondo
scude o consecutivo quando fu ba uto per 3-2 dal Milan, allenato
da un determinatissimo Arrigo Sacchi. I tocchi magici di Maradona
non riuscirono a ispirare i suoi, e la sua prestazione fu messa in
ombra dal genio ta ico dei due olandesi, Marco van Basten e Ruud
Gullit. La perdita dello scude o vide Napoli ancora una volta
relegata alla posizione di rivale povera delle potenze del Nord,
un’onta che non sarebbe stata lavata fino all’anno successivo, quando
la squadra di Maradona vinse la Coppa UEFA . Nessuno prese quel
ribaltamento di sorti più personalmente del presidente Corrado
Ferlaino. Il magnate dell’edilizia era livido al pensiero che il successo
del Milan avrebbe incrementato il prestigio di un altro uomo d’affari,
il presidente rossonero Silvio Berlusconi, ricchissimo padrone delle
reti Fininvest.
Le tensioni crescenti fra Maradona e Ferlaino inizialmente si
incanalarono in una disputa fra il giocatore e l’allenatore del Napoli,
O avio Bianchi. Era sempre servita una particolare miscela di
diplomazia e pragmatismo per avere a che fare con Maradona, e a
Bianchi mancarono entrambe le doti proprio quando la sua stella
cominciò a esibire alcuni dei sintomi patologici che tanto lo avevano
tormentato a Barcellona. Bianchi si era guadagnato il soprannome di
«sergente di ferro» e la sua reputazione di uomo spietato davanti ai
problemi venne a galla con gli interessi poco dopo la sconfi a contro
il Milan. Bianchi fece licenziare ben sei dei suoi giocatori, che
avevano minacciato di scioperare giacché si opponevano ai suoi
metodi. Maradona, che aveva rilasciato una dichiarazione a sostegno
dei compagni in segno di solidarietà, era furioso. Dichiarò
pubblicamente che Ferlaino avrebbe dovuto scegliere fra lui e
Bianchi. Il presidente sulle prime appoggiò senza esitazioni il suo
allenatore e ricordò a Maradona che aveva appena rinnovato il
contra o. Non erano che le bordate iniziali di un confli o pubblico
che si sarebbe fa o sempre più aspro, e che avrebbe avuto
ripercussioni ben più serie della sua precedente guerra con il
Barcellona.
Sin dai primi giorni della crisi, la decisione di Maradona di sfidare
Ferlaino mandò in frantumi il sostegno colle ivo su cui aveva potuto
contare sin dal suo arrivo in ci à e che aveva toccato l’apice in
occasione della conquista del primo scude o del Napoli. Carlo
Iuliano, dirigente di vecchio corso e responsabile dell’ufficio stampa
del Napoli, fu uno dei tanti il cui affe o personale e professionale nei
confronti di Maradona fu intaccato dall’a eggiamento del giocatore.
«Credo che Maradona sprecò l’opportunità che gli era stata offerta
all’inizio di costruire un rapporto davvero solido con Ferlaino. Il
presidente era stato il suo più grande tifoso. E lo sarebbe rimasto se
solo Maradona si fosse comportato diversamente.»
Il problema, ovviamente, era che Maradona era un calciatore
senza precedenti sia dal punto di vista professionale sia da quello
della personalità. I suoi collaboratori diranno che non fu Maradona a
gestire male il suo rapporto col Napoli, bensì il Napoli a fraintendere
Maradona. Pochi dei suoi amici intimi gli furono più vicini negli
ultimi anni a Napoli di Marcos Franchi, l’uomo che Coppola si era
portato dietro come commercialista e che in seguito avrebbe finito
p g
per sostituire Coppola nel ruolo di procuratore. «Il problema era che
Ferlaino non si comportò tanto diversamente da qualsiasi altro
presidente di una società calcistica. Per lui i calciatori non erano altro
che dei dipendenti. E Maradona semplicemente non voleva essere
tra ato come un dipendente. Non si era mai visto un genio con un
padrone. Fu quello a rendere Maradona incontrollabile. Ci fu un
momento in cui, nelle gerarchie del Napoli, Maradona era diventato
più potente del presidente. E questo Ferlaino non poteva acce arlo.
Voleva ingabbiare Maradona, e ci provò con tu i i mezzi a sua
disposizione. Inevitabilmente ne scaturì una lo a di potere che fu
comba uta a tu i i livelli immaginabili.»
Ancora una volta gli infortuni di Maradona divennero sia un
sintomo sia una causa di confli i. Il do or Ruben Oliva veniva
regolarmente da Milano per visitarlo di persona. Come già era
accaduto a Barcellona, il giocatore aveva deciso di non aver nulla a
che fare con i chirurghi o anche solo con l’équipe medica del club, e
si lasciava curare soltanto da Oliva. In questo, Maradona aveva il
pieno sostegno della madre. Poco dopo il trasferimento di Maradona
in Italia, Oliva aveva ricevuto una telefonata da Tota: «La cosa
migliore del trasferimento in Italia è che così sarà più vicino a Diego.
Spero di poter contare su di lei».
Oliva riteneva che ci fossero pochissimi dolori o fastidi che un
calciatore non potesse superare con un minimo di psicologia
elementare. Era un fautore deciso e convincente delle proprie idee,
con un buon occhio per le debolezze dei suoi clienti, che di solito era
abile a sfru are, e pensava di potersi occupare della nevrosi di
Maradona semplicemente alimentando la sua forza di volontà. Paolo
Paole i, uno dei migliori amici di Maradona a Napoli, una volta,
vide il do or Oliva in azione. «Ero a casa con Diego quando arrivò
Oliva. Mi ricordo che era venerdì, e c’era una partita la domenica in
cui Diego voleva giocare ma pensava che non ci sarebbe riuscito a
causa di un infortunio. Diego si infilò una rivista fra i denti e la
morse mentre sentiva il dolore dell’enorme siringa con cui Oliva gli
stava facendo un’iniezione. Una volta finita, Oliva disse a Diego:
“Vedrai che domenica giochi sicuro”. Più tardi, quando
accompagnai Oliva all’aeroporto, il do ore si voltò a guardarmi e mi
p g p g
disse: “Ragazzo, ti confesso un piccolo segreto. Ho fa o un’iniezione
a Diego, ma lo sai cosa ci ho messo dentro?” “No” risposi. “Acqua”
disse lui.»
Maradona quella domenica giocò. Tu avia, dal 1988 in poi,
cominciò a saltare sempre più di frequente gli allenamenti del
Napoli. Nel maggio del 1989 si dichiarò indisponibile alla vigilia di
una sfida cruciale in casa del Bologna, dichiarando di soffrire di uno
dei suoi ricorrenti fastidi alla schiena. Un mese dopo si assentò di
nuovo, stavolta per una partita contro l’Ascoli, sostenendo di avere
un problema di stomaco. Nel giro di una se imana era di nuovo in
campo al San Paolo, in casa contro il Pisa, ma poi chiese di essere
sostituito dopo appena diciasse e minuti di gioco, per la prima volta
da quando era arrivato a Napoli, a causa di un apparente stiramento
muscolare alla gamba destra. Mentre usciva dal campo zoppicando, i
tifosi si misero a fischiare, sfogando la propria rabbia con gesti e
insulti rivolti alla tribuna presidenziale, dove c’erano Coppola e
Claudia, che teneva in braccio Dalma, la primogenita appena nata.
Maradona uscì dallo stadio furioso, e in una delle sue solite reazioni
impulsive si disse pronto a lasciare subito Napoli. Sentiva che era
stato offeso l’onore della sua famiglia, e si sentiva tradito anche a
livello personale. Soltanto che, anziché andarsene, aggiunse
quell’episodio alla sua lunga lista di lamentele contro il club e la
ci à, con la determinazione di un ergastolano che sa che l’unico
modo per restare sano di mente sarà, prima o poi, la fuga.
Pochi episodi affilarono la determinazione di Maradona più della
decisione di Ferlaino di rifiutare unilateralmente, e senza neanche
tra are, l’offerta di Bernard Tapie, proprietario e presidente
dell’Olympique Marsiglia, che era intenzionato a comprare
Maradona. Dopo che il Napoli aveva vinto la coppa UEFA , Maradona
aveva de o a Ferlaino che sentiva di aver fa o tu o il possibile per il
club, e che gli sarebbe piaciuto trasferirsi in un altro Paese europeo
nel quale il mondo del calcio fosse meno esigente che in Italia.
Eppure il giocatore venne a sapere dell’offerta dell’Olympique
Marsiglia quando lesse sui giornali che Tapie era stato a Napoli e se
n’era andato a mani vuote. Tapie sarebbe poi stato arrestato e
incarcerato in Francia per il suo coinvolgimento in uno scandalo
finanziario. Come per tanti altri punti di svolta nella carriera di
Maradona, la domanda sorge spontanea: e se fosse andato via?
Magari sarebbe stato trascinato nella corruzione del calcio francese, e
la sua carriera sarebbe finita prematuramente. Oppure ne sarebbe
uscito indenne e avrebbe evitato il declino e la caduta che ne
segnarono il destino nei suoi ultimi mesi a Napoli e una volta
tornato a Buenos Aires.
Quel che è indubbio è che il tentativo frustrato di Tapie di
comprarlo ebbe un impa o fortemente negativo sul rapporto fra
Maradona e Ferlaino, alimentando la sensazione di Maradona di
essere tenuto in trappola contro la sua volontà. Fu il punto di ro ura
irrimediabile; da lì in poi Maradona scatenò le sue raffiche emotive
in ogni direzione, alimentando l’impressione che il Re di Napoli
stesse perdendo il controllo.
Quando il Napoli si qualificò per la finale di Coppa UEFA ,
Maradona uscì a cena per festeggiare insieme a Coppola e ad altri
amici alla Stangata, uno dei ristoranti più famosi della ci à. Il
gruppo uscì alle cinque del ma ino, e Maradona si mise a cantare e a
ballare in mezzo alla strada. I suoi festeggiamenti furono interro i
da una signora anziana che abitava accanto al ristorante, che si
affacciò alla finestra e gli gridò di star zi o. «Basta!» sbraitò. «Chi
diavolo ti credi di essere, il padrone di Napoli?» Maradona alzò lo
sguardo, e con un enorme sorriso urlò il suo nome a pieni polmoni
come facevano da anni i tifosi di tu o il mondo: «Sono
Maradooooona». Nel riconoscerlo, la signora proruppe in un
applauso spontaneo e gli mandò un bacio sentitissimo.
Simili gesti di adulazione popolare, tu avia, si stavano facendo
sempre più rari dopo la débâcle del mancato trasferimento a
Marsiglia. Maradona si trovava invece al centro di voci sempre più
insistenti secondo le quali le sue prestazioni so otono e le sue
numerose assenze erano legate alla sua vita no urna
apparentemente spericolata. Dal canto suo, il calciatore si convinse
che qualcuno stesse orchestrando una campagna mediatica contro di
lui. Cominciò a sfogare la sua rabbia sui media, cercando addiri ura,
senza riuscirvi, di far bandire certi giornalisti dagli allenamenti e da
alcune partite. Il suo programma televisivo se imanale, che era
cominciato come una redditizia campagna di pubbliche relazioni, si
trasformò in un pulpito dal quale poteva lanciare a acchi personali
contro i suoi presunti detra ori.
I giornalisti facevano spallucce davanti alle teorie complo iste di
Maradona, e consideravano le sue accuse alla stregua di sintomi
paranoici. Il fa o che certi giorni pensasse bene di andare a far visita
di persona a certe redazioni per apostrofare a male parole i cronisti
non faceva che legi imare i dubbi circa il suo equilibrio psicologico.
In un’occasione prese un brandello di giornale e lo infilò in bocca a
un giornalista reo di aver scri o un articolo critico nei suoi confronti.
Nell’estate del 1989 Maradona lasciò Napoli dire o in Argentina,
minacciando di non tornare mai più. Da Buenos Aires prese subito
un aereo per Esquina, sperando ancora una volta che tornando alle
proprie radici potesse ritrovare se stesso. Ma non era altro che una
fuga, che peraltro fece ben poco per alleviare la tensione crescente
che si era lasciato alle spalle. A Napoli i tifosi, la stampa e i dirigenti
del club covavano la profonda sensazione di essere stati traditi. Una
serie di interviste condo e nel quartiere di Forcella – una delle
roccaforti del clan dei Giuliano – dimostrò fino a che punto il
sentimento popolare si fosse ritorto contro Maradona. In un
sondaggio del «Ma ino» venne fuori che alcuni degli abitanti di
Forcella avevano minacciato vende e personali contro il giocatore,
mentre altri si erano offerti volontari per volare a Buenos Aires a
pregarlo di tornare.
Maradona ormai era preso in un circolo vizioso di dichiarazioni e
controdichiarazioni. Più lo criticavano, più diventava paranoico,
alimentando l’ira dei suoi critici quando poi reagiva in maniera
sempre più velenosa. Mentre era in Argentina, Coppola rilasciò una
dichiarazione a nome di Maradona nella quale sostenne che il
calciatore e la sua famiglia erano vi ime di una campagna di
intimidazioni e molestie che pareva orchestrata a tavolino. La
dichiarazione faceva un riferimento specifico alla partita fra Napoli e
Pisa, che Diego aveva abbandonato dopo soli diciasse e minuti e che
aveva visto i tifosi sfogare la propria rabbia lanciando bo iglie e in
g p p g
direzione di Coppola e di Claudia. Menzionava anche alcuni episodi
mai chiariti come una misteriosa intrusione nell’appartamento di sua
sorella Maria a Napoli – dire amente so o quello di Maradona – e
dei danni causati a una delle sue automobili da parte di ignoti.
«Tu o questo mi convince che sia stata orchestrata una campagna
contro di me, che ha per bersaglio la mia compagna, le mie figlie, i
miei fratelli e le mie sorelle e i miei genitori, allo scopo di me erli in
una situazione davvero pericolosa.»
A quel punto c’erano pochissimi elementi, o forse neanche quelli,
per corroborare anche solo una delle accuse di Maradona. L’episodio
allo stadio sembrava la reazione spontanea di un gruppo di tifosi
delusi più che un a acco premeditato. La presunta persecuzione di
Maradona e della sua famiglia non si era spinta oltre le solite
pressioni della folla e gli occasionali episodi di stalking che
accompagnano la vita delle celebrità di tu o il mondo. Il danno
all’automobile era stato denunciato alla polizia due anni prima, ed
era stato causato dal lancio di un sasso contro il parabrezza da parte
di un tifoso. Il colpevole non era mai stato trovato e nessuno aveva
mai rivendicato l’accaduto. Il riferimento a quel che era successo
nell’appartamento della sorella di Maradona, invece, apriva scenari
potenzialmente più inquietanti. Nel descrivere un’intrusione nella
quale erano stati toccati mobili e documenti ma apparentemente non
era stato rubato nulla, Maradona sembrava puntare il dito contro la
camorra, dato che quel tipo di azione dimostrativa era una delle
tante strategie usate dai clan per intimidire le vi ime.
Maradona avrebbe poi negato ogni responsabilità per quella
dichiarazione, lasciando Coppola ad affrontare la tempesta, ma quel
tentativo di limitare i danni non convinse nessuno. La dichiarazione
fu il risultato di un doppio errore di calcolo. Sembra che Maradona e
Coppola non avessero altro movente se non quello di creare una
scusa dietro la quale Maradona potesse trincerarsi per giustificare la
sua prolungata assenza da Napoli. I due speravano inoltre che la
dichiarazione sarebbe valsa loro la comprensione dei tifosi, e che
persuadesse Ferlaino ad ado are un tono più conciliatorio nei
confronti della sua stella, o perlomeno che lo convincesse a lasciarlo
andare alle sue condizioni. Ciò che né Maradona né Coppola
pp
avevano capito, a quanto pare, era che Napoli ormai si sentiva
sempre più tradita da Maradona, e che la sua condizione di
privilegiato gli era ormai sfuggita di mano.
Durante i primi anni al Napoli, non ci fu nessuna congiura da
denunciare, giacché Maradona aveva rispe ato il proprio ruolo da
protagonista. Non c’era stato bisogno di giustificarsi per la sua vita
no urna, né per le strane amicizie che faceva. Giocava bene a calcio,
e regalava trofei e coppe e prestigio al Napoli. Era l’unica cosa che
importava. Se c’era stata una congiura, era stata la congiura del
silenzio, nella quale dirigenti e giornalisti ritenevano che fosse
meglio chiudere un occhio davanti ai lati più oscuri della vita di
Maradona: la sua presenza alle feste organizzate dalla camorra, e il
sospe o che ogni tanto si drogasse. Adesso, agli occhi dei tifosi e di
alcuni membri della malavita, si stava comportando poco meglio di
un pentito, rompendo il silenzio che ci si aspe ava dai congiurati e
cercando il perdono con il tradimento. Per quanto concerneva il
mondo che l’aveva prote o, il dado era tra o. Maradona non poteva
più contare sulla gente di Napoli affinché lo tenesse al riparo dalle
indiscrezioni e dagli scandali. Non era più una congiura, era guerra
aperta.
Pochi giorni dopo quella dichiarazione, «Il Ma ino» pubblicò una
foto a qua ro colonne di Maradona che brindava a champagne con
due figure di spicco nel clan dei Giuliano, Raffaele e Carmine. Era
una delle fotografie sca ate a una festa alla quale Maradona aveva
partecipato tre anni prima, ma che erano state tenute con discrezione
al riparo dagli occhi del pubblico. La didascalia diceva: «È assurdo
pensare che qualcuno possa voler sfidare la camorra minacciando il
suo idolo». Il ragionamento era chiaro, per quanto non del tu o
convincente. Come era possibile che ci fosse la camorra dietro a una
campagna per screditare un giocatore sul quale una volta
guadagnava soldi a palate, e tramite il quale aveva consolidato il
proprio potere su tanti tifosi?
Congiure e complo i, per loro natura, sono difficili da dimostrare.
Ma ci sono perlomeno prove indiziarie a suggerire che durante
quell’estate la camorra abbia orchestrato e manipolato la repulsione
del pubblico contro il presunto tradimento di Maradona, allo scopo
p p p
non di distruggerlo bensì di rime erlo in riga. I padrini non erano
inclini a lasciare che i loro figli predile i li sfidassero in pubblico, e
non erano disposti a fare eccezioni nemmeno per Maradona.
18
Ambasciatore dello sport

Il bo a e risposta pubblico con la gente di Napoli durò per quasi


tu a l’estate del 1989. Verso la fine, fu dichiarata una tregua. Se c’era
qualcosa che consentiva sempre a Maradona di scrollarsi di dosso
una crisi, era il pensiero di una nuova sfida, e a quel punto
all’orizzonte incombeva la prospe iva di un’altra Coppa del Mondo
– Italia ’90. Ancora una volta la sua forza di volontà aiutò Maradona
a tirarsi fuori dalla depressione in cui era precipitato durante la sua
assenza da Napoli. Come era già successo e sarebbe continuato a
succedere, a più riprese, per tu a la sua carriera, il temporaneo
abbandono degli allenamenti e delle partite era stato seguito da un
rapido aumento di peso e dalla perdita di tono muscolare. La
trasformazione era il risultato degli abusi a cui il suo corpo era stato
so oposto per mano dei medici sin dalla più tenera età. Le iniezioni
da culturista della sua adolescenza erano state seguite da punture di
cortisone per alleviare gli infortuni. L’immagine di Maradona che ci
si faceva guardandolo alla televisione, ovverosia quella di una
dinamo piccola e compa a, celava l’innata fragilità del suo fisico.
Solo la sua forza di volontà e le riserve di energia che nascondeva
chissà dove perme evano al suo corpo di riprendersi anziché
ritrovarsi inutile come quello di un sollevatore di pesi in pensione.
Alla fine di quell’estate si so opose a un programma di allenamento
intensivo e a una dieta ferrea, che gli fece perdere il grasso in eccesso
e gli fece riacquistare il tono muscolare, perme endogli di tornare ad
allenarsi con i compagni, se pur con leggero ritardo.
Se mai ci fu un momento in cui Maradona avrebbe potuto me ere
una pietra sopra il passato e dedicarsi semplicemente al calcio,
sarebbe stato quello. I napoletani avrebbero potuto riprendere ad
amarlo con la stessa facilità con cui gli si erano rivoltati contro.
g
Purtroppo Maradona, oltre ai nemici esterni, si portava dietro anche
quelli interni. Se da un lato sosteneva di voler essere lasciato in pace,
dall’altro non durava molto senza la scarica di adrenalina che gli
davano le luci della ribalta. Così, poche se imane dopo il suo rientro
in Italia, il mondo intero fu invitato a essere testimone di uno degli
eventi più stravaganti mai organizzati da uno sportivo: il
matrimonio con Claudia.
Sin da quando era diventato un calciatore di fama mondiale,
Maradona aveva resistito alle pressioni che gli venivano fa e
affinché regolarizzasse la relazione con la fidanzata di sempre. La
chiacchieratissima «luna di miele» con Claudia dopo il Mondiale in
Messico non era stata preceduta dalle nozze, e lo stesso valeva per la
nascita delle sue due figlie, Dalma e Giannina. Quando Maradona
era piccolo i suoi genitori fecero del loro meglio per nascondere il
fa o che fosse un figlio illegi imo, ma ormai la fama e la ricchezza
consentivano a Diego di sbandierare il suo sprezzo delle regole
formali della chiesa ca olica. Riteneva di averne lo stesso diri o
delle centinaia di coppie dell’alta borghesia argentina che da sempre
riempivano le rubriche sulle riviste di pe egolezzi con le storie delle
loro infedeltà. Vivere la propria vita privata esa amente come
voleva gli dava la sensazione di essersi liberato del suo passato, e che
i soldi e il successo avessero portato con sé l’acce azione sociale.
L’organizzazione del matrimonio di Maradona fu la più eclatante
manifestazione di arrivismo sociale in Argentina da quando Eva
Perón aveva sperperato milioni di dollari per il suo guardaroba.
Come gli altri totem che Maradona aveva utilizzato per darsi forza in
momenti chiave della sua carriera – la prima grande casa di famiglia
a Buenos Aires, il castello di Barcellona, il suo yacht e la sua flo a di
automobili a Napoli –, la scala e la portata del matrimonio erano il
suo modo per dire al mondo che lui era lassù fra i grandi e fra i
potenti, e che non doveva favori a nessuno. Era anche la sua maniera
di dire ai tifosi, così come Evita aveva de o agli «scamiciati», che
chiunque può farcela a pa o di avere talento, ambizione e Dio dalla
propria parte.
Il matrimonio fu segnato dal gusto dell’appariscente e del lusso in
puro stile hollywoodiano. Claudia indossava un vestito cucito su
p y
misura dallo stilista più famoso del Paese. I giornali lo analizzarono
nei minimi particolari: pesava quindici chili, era tempestato di perle,
decorato con filo d’oro e pizzo importati dalla Svizzera e da Lione,
per un costo stimato intorno ai trentamila dollari. Con un ulteriore
schiaffo all’alta società di Buenos Aires, che vedeva i nuovi ricchi
come dei parvenu, i Maradona riuscirono ad assicurarsi l’appoggio
della chiesa ca olica e la possibilità di celebrare il rito religioso nella
ca edrale di Buenos Aires. Affiancati dalle figlie nel ruolo di
damigelle d’onore, so o gli occhi di una chiesa strapiena di gente, i
Maradona andarono verso l’altare per farsi benedire in un tripudio
di musica, incenso e paramenti.
Dopo la cerimonia, intra ennero quasi millecinquecento ospiti
alla festa organizzata al Luna Park, l’arena pugilistica che Maradona
aveva frequentato da bambino. Avevano noleggiato un jet per far
arrivare gli ospiti stranieri. Coppola era il braccio destro di
Maradona e di fa o il maestro di cerimonie, e aveva gestito gli
aspe i mediatici, assicurandosi che chiunque contasse qualcosa ci
fosse e organizzando una serata di divertimenti sfrenati. Fra gli
ospiti c’erano i compagni di squadra e diversi dirigenti del Napoli,
fa i arrivare fino in Argentina dove li aspe ava una stanza in un
albergo a cinque stelle, tu o pagato. «Fu un’occasione organizzata in
maniera perfe a, ed eravamo tu i sinceramente toccati dall’essere
stati invitati» ricordò poi il responsabile della comunicazione Carlo
Iuliano.
Ma alla fine il matrimonio, che di certo non contribuì affa o
all’immagine di Maradona come il campione del popolo, finì per
intaccare ulteriormente la sua reputazione, rafforzando l’immagine
di una stella che non era più in grado di controllare l’effe o che
aveva sul mondo circostante. Quel giorno sia Maradona che Claudia
fecero fatica a mantenere la facciata di un amore da favola.
Maradona in particolare sembrava teso. Entrando nell’ufficio dello
stato civile spintonò un fotografo che aveva cercato di avvicinarsi, e
più tardi lo videro fare avanti e indietro in una stanza come un leone
in gabbia. Il corteo che poi si snodò lungo le vie di Buenos Aires, con
Maradona e Claudia seduti a salutare la folla da una limousine
decappo abile, aveva un che di surreale. Lo sposo sembrava un
pp p
pavone imbalsamato in vestaglia, e l’ironia dei suoi gesti non passò
inosservata ai giornalisti che seguirono l’evento. Il matrimonio si
svolse nel pieno di uno sciopero nazionale degli autotrasportatori, i
quali sostenevano che il loro stipendio non bastasse per dare da
mangiare alle loro famiglie.
I giornalisti italiani che erano riusciti a infiltrarsi nella
controllatissima lista degli ospiti si concentrarono su altri scandali.
Ci fu chi sostenne che fossero arrivate prostitute da tu o il mondo
per far felici degli ospiti, e che quella sera la cocaina fosse uno degli
stimolanti più facili da trovare al Luna Park. Accuse fermamente
negate da Marcos Franchi, il commercialista di Maradona, che aveva
aiutato Coppola a organizzare il matrimonio. Franchi sostenne che le
presunte prostitute fossero in realtà delle interpreti, e che la storia
della cocaina si riferisse alle zuccheriere sui tavoli degli ospiti. Ma
anche quell’ennesimo tentativo di limitare i danni non riuscì a
salvare la situazione che si era andata creando negli anni che
Maradona trascorse a Napoli, e che si deteriorò ulteriormente nei
mesi che precede ero la Coppa del Mondo del 1990.

Ai primi di maggio del 1990 ci fu un curioso incontro al bar di un


albergo di Vienna, fra Maradona e il giornalista argentino Fernando
Niembro. Maradona si trovava nella capitale austriaca con la
nazionale argentina per un’amichevole di preparazione in vista dei
Mondiali. Era il genere di evento che Niembro, essendo uno dei
giornalisti sportivi radiotelevisivi più famosi d’Argentina, di solito
me eva in agenda, tu avia in quell’occasione era volato a Vienna
passando per l’Italia con una missione stre amente politica:
presentare una richiesta speciale a Maradona per conto del
Presidente argentino Carlos Menem, del quale Niembro era
diventato il portavoce ufficiale. Menem voleva nominare Maradona
Ambasciatore dello sport, di modo che l’Argentina fosse
rappresentata a livello internazionale da una delle figure più famose
nella storia del calcio mondiale, e aveva intenzione di conferirgli
quella nomina consegnandogli personalmente il passaporto
diplomatico alla vigilia della Coppa del Mondo. Cosa Maradona
avrebbe dovuto fare in seguito fu lasciato volutamente sul vago, ma
g g
il presidente si era assicurato il sostegno di diverse grandi imprese
argentine per finanziare un’eventuale tournée promozionale del
giocatore in tu o il mondo. Fra coloro che erano pronti a foraggiare
la grande offensiva diplomatica di Menem c’era Amalita Fortabat, la
presidentessa della più grande impresa edile argentina e una delle
donne d’affari più ricche del mondo.
La decisione di offrire a Maradona un ruolo simile sarà potuta
sembrare eccentrica, ma era il risultato di un preciso calcolo politico.
Un anno prima Menem era salito al potere con un programma di
ispirazione peronista. Basso, con base e lunghe e folte come quelle
di Facundo Quiroga, il famoso gaucho del diciannovesimo secolo,
Menem aveva ria izzato alcune delle emozioni più selvagge dell’era
di Perón. Il responsabile della sua campagna ele orale era stato
nientemeno che Jorge Cyterszpiler, il procuratore che aveva
trasformato Maradona da un ragazzino di strada in una star
internazionale. Nonostante il modo in cui era stato licenziato,
Cyterszpiler si considerava ancora un amico leale di Maradona, e
ricordava i tempi passati al fianco del calciatore come i più
appaganti della sua vita. Tu avia una rete sempre più a iva aveva
cominciato a operare intorno alla figura di Ramón Hernández, il
segretario privato del presidente Menem nonché uno dei suoi
collaboratori più fidati. Hernández e Carlos Menem, il figlio del
presidente, erano amici di Coppola, e facevano parte dell’alta società
di Buenos Aires, sempre invischiata in un mondo di intrighi politici,
frivolezze sociali e pratiche commerciali discutibili.
Fu in quel contesto che le affinità naturali fra Menem e Maradona
furono deliberatamente incoraggiate dietro le quinte. Menem era
tu ’altro che un aristocratico. Gli snob di Buenos Aires inizialmente
storsero il naso davanti a quel figlio di immigrati siriani che
chiamavano con spregio El Turco. Non era mai vissuto in una
baraccopoli, ma suo padre aveva lavorato sodo per guadagnarsi da
vivere girando in sella a un mulo per i villaggi dell’Argentina
se entrionale a vendere i suoi prodo i. L’ascesa di Menem, come
quella di Evita e quella di Maradona, era in un certo senso tipica di
una nazione emergente con una popolazione composta in gran parte
da immigrati. Dimostrava che la società, nonostante il bigo ismo e la
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xenofobia che la permeavano, era abbastanza flessibile da consentire
ai discendenti di una famiglia di poveri immigrati di far parte di una
nuova Argentina. Si tra ava di un Paese che ricercava una propria
identità fra i suoi vecchi miti – i gaucho e i liberatori diventati eroi –
e uno stravagante consumismo. Menem e Maradona mescolavano la
propria devozione nei confronti di Perón e della Vergine Maria con il
proprio amore per il calcio, le macchine sportive e le donne.
Tu avia nel maggio del 1990 Menem già faticava sia a mantenere
il proprio livello di popolarità in patria sia a farsi nuovi amici
all’estero. Era una situazione speculare a quella di Maradona,
sebbene le ripercussioni della crisi del giocatore a Napoli non fossero
ancora state assimilate dai media argentini. A Buenos Aires, Diego
Maradona restava un eroe, l’argentino più importante del mondo.
Per contro, il nuovo presidente stava tentando di imporre una
parvenza di ordine economico in un Paese devastato
dall’iperinflazione e periodicamente distra o dagli scandali che
trapelavano dalla casa presidenziale. Le sceneggiate di Zulema,
l’irascibile moglie di Menem, e le stravaganze dei due figli, Carlitos e
Zulemita, erano i segreti peggio custoditi d’Argentina. All’estero gli
investitori e gli adde i ai lavori dei Paesi più sviluppati trovavano
ancora difficile prendere sul serio un presidente con la sua
reputazione di demagogo terra-terra.
E lì entrò in scena Fernando Niembro, un giornalista che aveva
dedicato gran parte della sua vita professionale ad assicurarsi che il
calcio scorresse nelle vene dei suoi compatrioti ed era stato
testimone oculare della straordinaria influenza che lo sport poteva
avere sulla società e sulla politica. Nel 1978 aveva visto in prima
persona come la vi oria argentina in Coppa del Mondo avesse
trasformato i giorni bui della giunta militare in una festa trionfale. E
così nel 1986, quando l’Argentina, grazie a Maradona, aveva vinto il
Mondiale per la seconda volta, e il Paese ritrovò l’orgoglio nazionale
duramente colpito dalla guerra delle Falkland. Adesso incombeva
un altro Mondiale, e l’Argentina era di nuovo fra le favorite.
Assicurare al presidente l’appoggio del calciatore più amato del
Paese avrebbe come minimo fornito ai compatrioti di Menem e al
mondo intero un’utile distrazione, e se tu o fosse andato per il
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meglio avrebbe permesso al regime di identificarsi ancora una volta
con l’idea stessa del successo.
Ricordò poi Niembro: «Avevo seguito Maradona da vicino sin dal
1976, e non avevo mai dubitato del suo genio. Viveva per il calcio,
respirava calcio e in giro per il mondo ormai era più famoso di Pelé e
del Papa. Quando mi venne l’idea, Menem era preoccupato per la
propria immagine. Voleva a irare investimenti e rassicurare i
mercati. Gli ricordai degli sportivi che con le loro imprese avevano
dato prestigio internazionale all’Argentina, come il campione
automobilistico Fangio. Gli dissi che ero certo che Maradona gli
avrebbe aperto molte porte in tu o il mondo, e che il Mondiale di
Italia ’90 era un’occasione imperdibile».
Niembro non ebbe molte difficoltà a convincere il presidente a
portare Maradona alla sua corte. La sua più grande fantasia,
dopotu o, era quella di poter essere Maradona. «Il calcio è la cosa
che più mi ha formato fisicamente, e mi ha dato anche una certa
spiritualità» aveva de o. Il suo sogno di bambino era quello di
giocare per l’Argentina. Lo aveva realizzato soltanto dopo essere
diventato presidente, indossando la maglia della nazionale nel corso
di un allenamento. Poi aveva selezionato un proprio undici per un
match di beneficenza contro una squadra guidata da Bobby
Charlton. «Non si muove di un metro. Se ne sta a centrocampo e i
suoi compagni gli passano la palla e lui fa questi passaggi molto
facili e sicuri a chiunque gli sia più vicino» osservò poi Charlton
quando gli chiesero del talento calcistico di Menem.
Per Marcos Franchi, uno dei pochi membri della cerchia intima di
Maradona che si relazionavano al giocatore con sincera
comprensione anziché per interesse personale, quest’idea del
passaporto diplomatico avanzata da Niembro sfidava il buon senso.
«Quando si tra a di capire Maradona bisogna fare una distinzione
fra un personaggio pubblico e un personaggio popolare. Diego era
un personaggio popolare, gli davano una maglie a da calcio perché
giocava bene: scendeva in campo ed era il migliore di tu i, fine del
discorso… Un bel giorno vanno da lui a offrirgli un passaporto
diplomatico ufficiale, senza che lui sappia cosa diavolo significhi. Gli
offrirono un ruolo da ambasciatore. Ma la gente che era stata
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coinvolta in quella decisione, si era presa la briga di chiedersi se
Diego fosse preparato a livello mentale, psicologico o intelle uale
per accollarsi una responsabilità del genere? No, nessuno lo fece,
perché se ne fregavano. L’unica cosa che contava era che ormai
avevano deciso che doveva fare l’ambasciatore e così andarono a
consegnargli un passaporto» disse Franchi.
Il 7 giugno del 1990, alle 18:35, il presidente Menem arrivò in
un’affollatissima sala stampa vicino allo stadio di San Siro a Milano,
formalmente per consegnare il passaporto a Maradona e annunciare
al mondo che l’Argentina aveva un nuovo ambasciatore dello sport.
Fra le centinaia di giornalisti presenti c’era il romanziere inglese
Peter Davies, che osservò curioso alcune delle eccentricità più
memorabili di Italia ’90. «Maradona fece aspe are Menem un quarto
d’ora. Ma quando sei a capo di un bordello come l’Argentina,
diciamocelo, hai bisogno di Maradona molto più di quanto lui potrà
mai aver bisogno di te» scrisse Davies nel suo libro All Played Out.
«Menem, per riciclare la famosa frase originariamente pronunciata a
proposito del candidato presidenziale americano Michael Dukakis,
sembrava un cucciolo di squalo appena uscito dall’uovo. O meglio,
con quei capelli assurdi e quel ghigno nervoso stampato in faccia,
uno scoia olo intinto nel petrolio.»
La maggioranza dei giornalisti presenti erano argentini, e in
prima fila c’erano le telecamere delle televisioni che trasme evano
senza riserve i resoconti entusiasti del trionfo diplomatico di Menem
per gli spe atori a Buenos Aires. C’era l’allenatore dell’Argentina
Carlos Bilardo, e c’era il procuratore di Maradona, Guillermo
Coppola. Menem dominava la scena, fiancheggiato da dirigenti
altre anto raggianti. Maradona stesso, di fronte alla complicità di
una tale adorazione reciproca, si dimenticò per un momento chi
fosse e dove fosse, e per un a imo crede e sinceramente a tu a la
messinscena. La persona che più lo aveva spinto ad acce are il ruolo
di diplomatico era stata sua madre, Doña Tota, eternamente dedita a
guidare il figlio lungo la strada segnata per lui dal Signore.
Maradona dedicò quell’occasione a lei e a Chitoro. «I miei genitori
sicuramente saranno fieri di loro figlio, oggi. E adesso cominciamo a
difendere l’Argentina» disse al suo pubblico.
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Menem si assicurò di sfru are al massimo quell’occasione,
utilizzando quanti più superlativi possibile. «Oggi inauguriamo qui
una nuova forma di accreditamento, un nuovo tipo di diplomazia…
Platone diceva che lo sport rende gli uomini saggi e pacati, il genere
di uomini di cui il mondo di oggi ha bisogno.»
Peter Davies fu tra quelli che restarono tu ’altro che colpiti. «Il
mondo ha bisogno di uomini saggi e pacati come Diego?» fu la
domanda retorica di Gary Lineker quando Davils gli chiese una
reazione alla nomina diplomatica dell’argentino. E qualcun altro
borbo ò all’indirizzo di Davies: «Vuol dire che adesso sme erà di
barare?».

Italia ’90 sarà ricordata come il torneo delle lacrime. Lacrime versate
di fronte a milioni di telespe atori da due dei personaggi più
particolari del mondo del calcio, l’inglese Paul Gascoigne e
l’argentino Diego Maradona, per quanto le ragioni dietro al pianto
dei due fossero molto diverse.
Mostrare in pubblico le proprie emozioni non è facile per gli
inglesi. Piangere è una cosa che sarebbe meglio fare con discrezione
o non fare proprio. Eppure, come osservò Ian Hamilton, uno dei
biografi di Gascoigne, le lacrime di Gazza nella semifinale contro la
Germania Ovest lo trasformarono da ragazzaccio del calcio a
celebrità nazionale. Quelle lacrime erano sopra u o per se stesso –
era stato ammonito, per la seconda volta durante il torneo, il che
significava che avrebbe dovuto saltare la finale qualora l’Inghilterra
l’avesse raggiunta − ma poi, al triplice fischio dell’arbitro, riuscirono
ad alimentare una dimostrazione colle iva di emozioni profonde, un
senso di compassione e di sincera delusione per come l’Inghilterra
avesse perso una partita giocata con tenacia ed eroismo. Le lacrime
di Gascoigne a Torino ebbero un’eco simbolica e divennero «roba da
trasformare in poster, maglie e, sciarpe e tazze».
Le lacrime di Maradona invece arrivarono al termine della finale
che l’Inghilterra non era stata in grado di raggiungere, contro la
Germania Ovest. Niente eroismo in quella partita, né tanto meno
tracce di magia. Fu una faccenda brutale e sgraziata, probabilmente
la finale più bru a e scorre a nella storia della Coppa del Mondo.
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Due argentini furono espulsi, andando ad aggiungersi ai qua ro che
erano già stati sospesi nel corso di un torneo nel quale l’Argentina si
era contraddistinta per il gioco sporco. Maradona fu fischiato e
canzonato per tu a la partita dal pubblico per lo più italiano.
La crescente impopolarità degli argentini a Italia ’90 aveva fa o
venire al commissario tecnico Carlos Bilardo un’idea innovativa per
limitare i danni. Bilardo riteneva che l’inno argentino fosse troppo
lungo, e che non fosse ada o alle partite. Secondo lui distraeva i
giocatori e dava a quella tifoseria ostile troppo tempo per sfogare la
propria rabbia prima ancora che fosse cominciata la partita.
Perlomeno voleva che l’inno fosse accorciato, con il taglio del lungo
finale operistico durante il quale gli argentini giurano
coraggiosamente di essere pronti a morire per la bandiera. Tu avia,
avendo la sensazione che quel proge o avrebbe provocato una
protesta nazionalista in Argentina, Bilardo decise di non forzare
troppo la mano in Italia. Cosa che però avrebbe rimpianto.
Infa i fu proprio mentre i giocatori erano schierati rigidi
sull’a enti durante l’esecuzione dell’inno nazionale prima della
finale che i tifosi italiani riversarono tu o il loro livore sugli
argentini. I buu e i fischi del pubblico coprirono la musica e
ridicolizzarono la solennità e la cerimoniosità dell’occasione.
Maradona reagì insultandoli apertamente di fronte alle telecamere:
«Hijos de puta» scandiva, «figli di pu ana». Le parole non si
sentivano ma non bisognava essere dei fenomeni a leggere le labbra
per capirle. I telecronisti di tu o il mondo se ne accorsero, così come
milioni di telespe atori. Per quanto riguarda invece le sue lacrime,
caddero come pioggia in una grondaia, trascurate e mal acce e.
Maradona aveva pianto troppo, a quel punto. Come le costanti
proteste che rivolgeva agli arbitri e le sue comunicazioni con il cielo,
i suoi sca i emotivi cominciavano a stancare. Per i milioni di tifosi
che ne furono testimoni, erano come minimo una reazione esagerata,
o addiri ura, secondo alcuni, l’ennesima dimostrazione dello
squilibrio mentale di Maradona. In Italia sembrò che fosse
Maradona, e non Gascoigne, quello che aveva ceduto so o
pressione.
Le condizioni che avevano portato a quell’ultimo esaurimento
emotivo di Maradona si erano andate accumulando nei mesi che
avevano preceduto il torneo. Nel novembre del 1989 il nuovo
allenatore del Napoli, Alberto Bigon, lo aveva lasciato fuori dalla
squadra giusto un’ora prima della partita valida per il secondo turno
di Coppa UEFA contro il We ingen, per motivi fisici. Aveva saltato
diversi allenamenti e si pensava che la sera prima si fosse concesso
una delle sue scappate edonistiche. Proprio come aveva fa o in
occasione dell’episodio che aveva forse coinvolto la camorra tre mesi
prima, Maradona tornò a parlare di un complo o ai suoi danni. Il
mese dopo la sua paranoia raggiunse nuove ve e quando dichiarò
che il sorteggio del Mondiale era stato truccato.
Quella dichiarazione, a sostegno della quale non esisteva alcuna
prova, era l’ultima di una serie di sparate contro le massime autorità
del calcio mondiale, che la FIFA liquidò ufficialmente come un
sintomo dell’immaturità di Maradona a livello personale. Il
segretario generale, Joseph Bla er, disse all’epoca: «O è stupido, o è
ca ivo». Era un sentimento che stava cominciando a diffondersi
anche fra i tifosi italiani, infastiditi da come Maradona sembrava
sentirsi in dovere di parlar male di qualsiasi cosa non fosse ispirata
da lui in persona. Nel fra empo però la sua capacità di ispirare non
sembrava più quella di una volta.
A Natale il Napoli era ancora una volta ai primi posti della
classifica, ma Maradona aveva segnato soltanto sei gol in sedici
partite, tre dei quali su rigore. L’idea di giocare un altro Mondiale e
di capitanare la nazionale argentina gli fece ritrovare la motivazione,
almeno per un po’. Cominciò ad allenarsi più seriamente e si
so opose a una cura per perdere altro peso e rinforzare la
muscolatura. Diede anche un taglio alle iniezioni di cortisone. Per
alcune se imane sembrò ritrovare un po’ del suo genio, e tanto bastò
per guidare il Napoli alla conquista del suo secondo scude o. Ma
quel successo si rivelò una vi oria di Pirro. La gioia dei napoletani
era decisamente so otono se la si paragonava all’estasi colle iva che
aveva circondato Maradona quando la squadra aveva vinto il primo
scude o nel 1987. E in qualsiasi caso fu ben presto messa in ombra
dalle reazioni del resto d’Italia.
Molti italiani nati e vissuti a nord di Napoli non avevano mai
potuto vedere Maradona. Adesso il loro rancore era alimentato dalle
circostanze controverse nelle quali il Napoli superò il Milan in
classifica a poche giornate dalla fine. Il club di Maradona riceve e
due punti a tavolino dal giudice sportivo dopo che il centrocampista
del Napoli Alemao fu colpito da una monetina lanciata da un tifoso
avversario durante la trasferta contro l’Atalanta. Il presidente del
Milan, Silvio Berlusconi, affermò pubblicamente che l’episodio era
stato esagerato in maniera spropositata, e che Alemao fingeva di
aver patito un infortunio inesistente. La sua obiezione venne
respinta, ma fu sufficiente ad alimentare il sospe o che il Nord fosse
stato fregato dai parvenu del Sud, guidati dal re di tu i i parvenu:
Diego Maradona.
Dopo aver conquistato il secondo scude o col Napoli, Maradona
rilasciò questa dichiarazione: «Voglio dire una cosa ai miei
compatrioti argentini. Dedico questo trofeo, questa nuova gioia, al
mio vecchio. Ho parlato con lui al telefono appena è finita la partita,
e abbiamo pianto insieme… Mi ha de o che era felice per me e per
chi mi è stato vicino, ma per nessun altro. Non si dimentica che la
gente mi ha dato dell’irresponsabile quando tu i sanno la fatica che
ho fa o per arrivare dove siamo arrivati, dal fondo fino in cima… ho
pianto, abbiamo pianto insieme. E la vi oria la dedico a lui, perché
ha sofferto per me».
Dio il Padre, Dio il Figlio, nientemeno. Eppure l’immagine che
altri avevano di Maradona sembrava ben lontana dalla divinità.
Quando arrivò l’ora di Italia ’90, era cominciato a circolare un video
che divenne assai popolare nel Paese ospitante, Cicciolina e Moana
«Mondiali». Le protagoniste erano Moana Pozzi e Ilona Staller, in arte
“Cicciolina”, pornostar nonché deputata della Repubblica. Il film
narra le imprese delle due volu uose fate madrine che fanno il
proprio dovere di patriote sfiancando fisicamente gli avversari della
nazionale azzurra prima delle partite. Il ca ivo per eccellenza del
film, nonché il bersaglio principale delle due protagoniste, è
Maradona, interpretato da un a ore sovrappeso e dipinto come un
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uomo talmente innamorato di se stesso che, pur avendo ceduto alle
lusinghe delle due avvenenti bionde, conclude la scena che lo vede
protagonista masturbandosi, talmente narciso da complimentarsi
con il proprio membro al grido di «Bravo, bueno!»
Quando iniziò il Mondiale Maradona si era ormai convinto che
anche se gli italiani del Nord gli si erano rivoltati contro, la sua
popolarità al Sud sarebbe stata sufficiente per convincere gli
spe atori a stare dalla sua parte per tu a la durata del torneo. In più
di un’occasione si era dichiarato convinto che i tifosi del Napoli
avrebbero sostenuto, persino contro la loro stessa nazionale, il
giocatore che, quasi da solo, aveva regalato loro tanti trionfi. Così
facendo rischiò di minare lo spirito di una competizione che la FIFA ,
da anni, si sforzava di proteggere dagli intrighi politici e dalle
vende e personali.
Maradona avrebbe potuto risparmiarsi un po’ del vituperio che lo
seguì ovunque andasse se si fosse astenuto dal fare simili
dichiarazioni e si fosse piu osto concentrato sul calcio. Ma la magia
che in Messico l’aveva accompagnato ovunque si vide di rado a Italia
’90. Giocò come un ossesso, ma c’era ben poca gioia nelle sue azioni.
Chi gli stava vicino dava la colpa, almeno in parte, alla carenza di
istruzioni da parte di Carlos Bilardo, e alle pressioni che si erano
accumulate su di lui sin da quando il suo rapporto con il Napoli
aveva iniziato a incrinarsi. Maradona influì ben poco sulla gara di
esordio dell’Argentina contro il Camerun. I campioni in carica
persero 1-0, e lo stadio San Siro di Milano esplose in un boato di
approvazione. Maradona trovò maggior calore quando l’Argentina
si trasferì proprio a Napoli per la sfida con l’Unione Sovietica. Per un
po’ il sempiterno coro «Diego, Diego» tornò a riempire lo stadio San
Paolo allorché i tifosi argentini e i napoletani unirono le forze per
sostenere il proprio eroe. Ciononostante, la vi oria dell’Argentina fu
adombrata da una svista arbitrale, dovuta ancora una volta a una
scorre ezza di Maradona. Il dire ore di gara svedese Fredriksson
non lo vide sollevare la mano destra nella propria area di rigore per
deviare un colpo di testa di Oleg Kuznetsov che sarebbe altrimenti
finito dri o in rete.
Solo nella sfida disputata a Torino contro il Brasile Maradona
parve recuperare abbastanza forza di volontà e di gambe per
dimostrare in maniera ne a il suo talento, la sua tecnica e la sua
visione di gioco. Le squadre si erano equivalse, tanto che a o o
minuti dalla fine erano ferme sullo 0-0. E poi Maradona tirò fuori il
coniglio dal cilindro: si insinuò con apparente facilità fra le maglie
della difesa brasiliana, superò il libero e infine fornì l’assist per il gol-
partita del suo amico Claudio Caniggia, il capellone biondo che due
anni prima si era trasferito dal River Plate al Verona. Quando
l’Argentina tornò a Napoli per affrontare in semifinale proprio
l’Italia, Maradona divenne ancora una volta il peggior nemico di se
stesso, e lasciò campo libero alla propria arroganza riaccendendo
una polemica nazionale che mal si confaceva al clima di festa nel
quale gran parte dei tifosi aveva seguito la competizione.
Maradona tentò di trasformare la partita in un confronto socio-
politico, dichiarando: «Gli italiani chiedono ai napoletani di essere
italiani per una sera dopo che per 364 giorni all’anno li chiamano
terroni. La gente questo non lo dimentica». Il suo plateale tentativo
di dividere fu giudicato un capolavoro di guerra psicologica da
alcuni commentatori argentini, ma non fece altro che smorzare
l’entusiasmo per quello che in circostanze diverse sarebbe stato un
affascinante incontro fra due antiche rivali. I giornalisti presenti alla
partita percepirono una compostezza innaturale fra i tifosi, il cui
sostegno all’Italia non era neanche lontanamente parente delle bolge
viste a Roma e Milano. Alla fine soltanto i tifosi argentini uscirono
soddisfa i da una partita che si era dovuta risolvere ai calci di
rigore, con Maradona che segnò quello decisivo.
Per Maradona, tu avia, il Mondiale di Italia ’90 sarebbe finito
com’era cominciato, fra i fischi e i lazzi del pubblico. Era difficile
credere che si tra asse dello stesso Maradona che aveva trionfato in
Messico, figuriamoci poi il Maradona che aveva regalato tanta gioia
a tanti tifosi quando il Napoli aveva centrato l’obie ivo del primo
scude o. Era il segnale che qualcosa si era irrevocabilmente
incrinato nell’esperienza italiana di Maradona. E il peggio doveva
ancora venire.
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Vende a all’italiana

Il processo per cui una cerchia intima nata dalla fiducia e dalla lealtà
tribale cede e il passo a un’insidiosa rete di malavitosi era
cominciato il giorno stesso in cui Maradona era entrato in conta o
con la camorra nel 1985. Come disse Francesco Maglione, avvocato
di diversi camorristi, alla giornalista spagnola Maruja Torres del
quotidiano «El País»: «Appena arrivò a Napoli, Maradona chiese chi
fosse la persona più potente in Italia. Non voleva conoscere il
sindaco, o un intelle uale di spicco, ma uno dei boss della camorra».
Si rivelò un sentimento reciproco, con i capi dei clan altre anto
ansiosi di essere identificati con la stella argentina.
Alla fine del 1990, tu avia, la sinistra rete in cui Maradona si era
lasciato trascinare non era più immune dallo scrutinio delle autorità
esterne. In tu o il Paese, magistrati e forze dell’ordine avevano dato
il via a una grande offensiva contro la criminalità organizzata e
Maradona non poté più contare sul silenzio omertoso che lo aveva
prote o sin dal suo arrivo a Napoli. Fra i segni di quel cambiamento
radicale c’erano le neanche troppo velate allusioni che cominciarono
a circolare sulla stampa italiana a proposito dei problemi di
Maradona con la droga. Il 22 novembre 1990, il giorno dopo la
partita fra Napoli e Fiorentina, in occasione della quale Maradona si
era messo fuori squadra, la «Gazze a dello Sport» pubblicò un
articolo firmato da uno dei suoi cronisti locali più affermati, Franco
Esposito. «Sembra quasi che Maradona non stia bene, che
fisicamente sia uno straccio» scrisse Esposito. «Un male oscuro
sembra affliggere il più grande calciatore del mondo… Di quale
misteriosa mala ia soffre Maradona?» Come un numero crescente di
colleghi, Esposito non aveva dubbi che Maradona stesse
rapidamente precipitando in una tossicodipendenza che lo stava
p p p p
rovinando come calciatore. Dal canto loro, i dirigenti del Napoli,
sempre più arrabbiati con il campione a causa dei numerosi episodi
di insubordinazione, per la prima volta mancarono di smentire
immediatamente le voci. E per quanto riguarda la zona grigia, ormai
non assicurava più alcuna protezione a Maradona. Anzi, con la
polizia che stringeva sempre più il cerchio, prostitute e spacciatori
non vedevano per quale motivo Maradona non si potesse tradire.
Così le prove che i critici di Maradona cercavano da tempo per
suffragare le loro conge ure vennero fuori nei primi giorni del 1991.
Appena dopo la mezzano e del 7 gennaio, il giorno dopo che il
Napoli, con Maradona in campo, aveva perso 1-0 contro la Juventus
a Torino, squillò il telefono in casa di tale Carmela Cinquegrana.
Quarantasei anni portati male, e un aspe o rozzo, da contadina,
Cinquegrana era una delle madame più note di Napoli. Contribuiva a
gestire un giro di prostituzione in alcuni dei quartieri più squallidi
della ci à per conto di un altro capo clan camorrista, Mario Lo
Russo.
Cinquegrana era mezza addormentata quando suonò il telefono,
ma l’uomo all’altro capo del telefono, con la voce burbera e l’accento
napoletano, andò dri o al punto: «Mi ha dato il numero Diego… per
due donne» disse. «Sì» rispose Cinquegrana, reagendo alla richiesta
con navigata professionalità. «Donne buone, mi raccomando»
continuò l’uomo. «Vogliamo vederci in via Manzoni, vicino
all’Airone.» L’Airone era un piano bar vicino alla residenza di
Maradona e all’Hotel Paradiso. «Diego è lì?» chiese Cinquegrana.
«Voglio parlare con lui.» Le dissero che non c’era. Ma più tardi il
telefono squillò un’altra volta. Erano le 3:38 del ma ino. Stavolta la
voce all’altro capo del telefono sembrava proprio quella di
Maradona. Chiese ulteriori de agli sulle ragazze che Cinquegrana
aveva promesso di procurare. L’accordo fu confermato.
Poco più di due se imane dopo, il marito della Cinquegrana, un
altro personaggio della no e napoletana di nome Mario Falcone,
ebbe una conversazione telefonica con un amico: «Non sono venuti
stasera, ma è venuto lui» disse Falcone. «Voleva della “roba”…
Maradona è venuto qua, voleva le femmine e la “roba”.»
Le conversazioni furono interce ate dai carabinieri del Nucleo
Napoli 1 nell’ambito di un’indagine su un sospe o giro di cocaina e
prostituzione che si estendeva dal Sud America all’Italia passando
per la Francia. L’indagine, nome in codice Operazione Cina, a capo
della quale c’era il maggiore Vi orio Tomasone, inizialmente si
concentrò su Lo Russo, Cinquegrana e il marito, e Italo Jovine,
proprietario di un complesso turistico chiamato Chalet Park. Ma ben
presto l’ambito delle indagini si estese fino a includere casa
Maradona. Secondo alcune testimonianze ricevute dalla polizia, era
stato il cognato di Maradona Gabriel Esposito a presentare al
calciatore Jovine, nipote di un capo clan della camorra con
precedenti per spaccio. Jovine, a sua volta, aveva presentato
Maradona a Cinquegrana. Un ulteriore anello della catena che
collegava Maradona al mondo della droga e della prostituzione era
un altro ex manovale della malavita con cui Maradona aveva fa o
amicizia per poi renderlo il suo segretario ufficioso, o meglio l’amico
che organizzava le sue no i brave ogni volta che riusciva a fuggire
dalla vita domestica e dal calcio. Si chiamava Felice Pizza. I compiti
principali di «Geppino», com’era soprannominato, erano quelli di
trovare delle donne che raggiungessero Maradona all’Hotel Paradiso
e di procurarsi della cocaina.
Nelle 10.000 ore di interce azioni telefoniche registrate nel corso
dell’indagine, il nome o la voce di Maradona comparivano in undici
occasioni. In seguito alle interce azioni, Maradona e Geppino furono
interrogati dalla polizia. Maradona fu assolto da qualsiasi accusa di
coinvolgimento con il giro di Lo Russo, ma le interce azioni diedero
il via a una seconda azione legale dei magistrati napoletani nei suoi
confronti, indagandolo per possesso e distribuzione di cocaina. Uno
dei primi rapporti dei carabinieri sosteneva che «il famoso calciatore
Diego Maradona, in diverse occasioni, chiedeva alla signora
Cinquegrana della “roba” in quantità non irrisorie. Si pensa che
intendesse cocaina».
La conferma che era in corso un’indagine sul conto di Maradona
portò con sé una valanga di testimonianze indiscrete da parte di
prostitute e modelle dal fisico statuario che sostenevano di aver
partecipato a orge a base di coca con la superstar, in vari alberghi e
p p g p g
appartamenti privati. Fra le descrizioni più esplicite c’era quella di
una brasiliana di nome Susy, che lavorava al Club 21, uno dei bar
più sordidi della zona a luci a rosse del porto. La ragazza sosteneva
che dopo essere stata portata in un albergo, Maradona l’aveva pagata
fra le 500.000 e le 750.000 lire per una no e di sesso atletico senza
preservativo. «In particolare gli piaceva succhiarmi l’alluce» dichiarò
Susy. Maradona, secondo la sua testimonianza, aveva anche un
debole per altre pratiche sessuali meno convenzionali alle quali Susy
gli disse che si sarebbe prestata solo se lui le avesse dato un milione
di lire. Lui disse di no, e lei si rifiutò. «Sarà un artista, sarà famoso,
sarà un grande campione del mondo, ma questo non gli dà nessun
privilegio quando è a le o con me» spiegò Susy, per poi aggiungere
che Maradona aveva assunto cocaina in sua presenza, ma lei no.
Quando ormai si era fa o avanti un vero e proprio harem per
denunciare Maradona come un tossicomane malato di sesso, spuntò
un altro testimone, che offrì la deposizione potenzialmente più
infamante contro il giocatore. Il 5 marzo un altro elemento della
zona grigia, tale Piero Pugliese, accompagnato dal suo avvocato, un
ex consigliere comunale neofascista, si presentò senza appuntamento
al Palazzo di Giustizia e pretese di vedere il procuratore a capo
dell’inchiesta su Maradona. Pugliese incarnava gli stre i legami che
esistevano fra il calcio e la camorra. Di giorno faceva la guardia
giurata per il Napoli. Solo dopo venne fuori che arrotondava facendo
il sicario per la mafia locale.
Nel 1989, Pugliese aveva temporaneamente abbandonato
entrambe le a ività dopo essere stato presentato a Maradona da un
amico. Si vide offrire un lavoro come messaggero e autista part-time.
«Pugliese era in un bru o giro, legato a certe frange dei tifosi del
Napoli che anche Diego cominciava a bazzicare sempre più spesso»
disse un amico intimo del giocatore. Nel 1989, Pugliese fece parte di
un ristre o gruppo di napoletani invitati al matrimonio di
Maradona. Nella capitale argentina incontrò una donna, Alessandra
Bertero, e la presentò a Guillermo Coppola. Bertero in seguito acce ò
di fare da corriere fra Buenos Aires e l’Italia per conto della DIARMA ,
la società di marketing di Maradona.
Secondo Pugliese, nel 1989 Coppola e Maradona si ritrovarono
coinvolti nel traffico di droga e gli chiesero di fare da faccendiere,
assegnandogli quindi un ruolo chiave. Pugliese assoldò la Bertero
affinché ritirasse un pacco a Buenos Aires e lo consegnasse a lui
all’aeroporto internazionale di Roma. Da lì Pugliese tornò a Napoli
in macchina per consegnarlo a Coppola. A Bertero fu de o che il
pacco conteneva giornali e riviste. Pugliese disse ai magistrati che,
all’insaputa della sua amica, nel pacco c’erano in realtà due chili di
cocaina. Sostenne che Coppola e Maradona sapevano entrambi cosa
contenesse il pacco, dato che entrambi gestirono a vista la consegna.
Pugliese riceve e venti milioni di lire da Coppola tramite un conto
corrente presso una banca di Napoli, intestato alla DIARMA e sul
quale Coppola e Maradona avevano diri o di firma. L’avvocato di
Pugliese, inoltre, registrò in segreto le conversazioni che
confermavano il coinvolgimento di Coppola nell’operazione
bancaria e un invito personale di Maradona a Pugliese affinché lo
andasse a trovare a casa.
Le accuse di Pugliese portarono all’apertura di ulteriori
procedimenti nei confronti di Maradona, accompagnati, come
generalmente accade in Italia, da fughe di notizie ben orchestrate su
cui furono costruite una serie di storie infamanti riguardo al mondo
della droga nel quale Maradona si era lasciato trascinare. Sia
Maradona che Coppola in seguito ammisero di essere stati presenti
alla consegna del pacco, ma negarono che contenesse cocaina. Di
certo non furono in grado di negare il legame con Pugliese. Coppola
disse di aver dato i venti milioni di lire a Pugliese dopo essere
venuto a sapere che l’autista part-time voleva costruire una scuola
calcio alla periferia di Napoli. «Mi sembrava una buona idea, e lui mi
promise di restituire il denaro entro trenta giorni» fu la spiegazione
di Coppola. Maradona disse che Pugliese gli chiese un altro prestito
mentre lui era a Roma ad allenarsi con la nazionale argentina per i
Mondiali del 1990, quella volta per acquistare dei terreni. Pugliese
apparentemente aveva promesso che sarebbe stato in grado di
ripagare il debito giacché di lì a poco avrebbe dovuto incassare una
vincita al Lo o.
Le donne che avevano divulgato le loro avventure con Maradona
sparirono in fre a così com’erano apparse. I giornalisti che
scavarono alla ricerca di nuovi scandali trovarono una marea di
testimoni farlocchi, fra cui una falsa Susy pronta a rivelare ulteriori
de agli in cambio di soldi. Soltanto che la vera Susy era tornata in
Brasile per tentare la carriera di modella. L’a endibilità di Pugliese
come testimone si dimostrò più difficile da liquidare. Avendo
confessato cinque omicidi in ambito malavitoso per poi offrire nuove
informazioni sulla camorra, l’ex sicario o enne non soltanto la
protezione della polizia, ma anche un a eggiamento più
comprensivo da parte degli inquirenti. Le testimonianze dei pentiti
erano diventate un’arma fondamentale nella lo a alla criminalità
organizzata. Pugliese, quindi, era un testimone che le autorità non
sentivano certo di poter maltra are, almeno fino a che restava
a endibile.
Nelle successive deposizioni Pugliese cambiò la sua versione.
Sostenne addiri ura che il pacco fosse stato introdo o in Italia a
bordo dell’aereo che trasportava l’intera squadra argentina e il suo
commissario tecnico Carlos Bilardo, e che Maradona, per tu i i sei
anni trascorsi a Napoli, fosse stato sul libro paga della camorra.
Bilardo e Maradona negarono entrambe le accuse. Pugliese sostenne
inoltre che Maradona, per ordine della camorra, aveva
deliberatamente sabotato gli sforzi della sua squadra nel campionato
1987-88, giacché l’organizzazione criminale non voleva pagare
milioni di lire a coloro che avevano scommesso su una nuova vi oria
del Napoli. A quella storia proprio non crede e nessuno, nemmeno
chi ci aveva perso dei soldi.
Tu avia le testimonianze di Pugliese sollevarono diversi
interrogativi a proposito dell’a endibilità di Coppola. La posizione
del procuratore di Maradona davanti alla giustizia italiana si fece
ancora più precaria quando, nel giro di un anno, si ritrovò
invischiato in un secondo procedimento penale, stavolta legato a un
omicidio commesso in un night club di Buenos Aires. Fra coloro che
testimoniarono contro Coppola in Italia c’era Massimo Crippa,
centrocampista del Parma e della nazionale. Disse agli inquirenti che
aveva visto Coppola offrire cocaina a Maradona durante una festa a
pp
bordo di una barca ancorata nel Golfo di Napoli nel 1990. La coca era
stata consegnata personalmente a Coppola da un corriere a bordo di
un motoscafo. «È arrivata la coca» Crippa sostenne di aver sentito
dire a Coppola. Coppola stesso, poco dopo essere tornato nella natia
Argentina verso la fine del 1990, dichiarò che Maradona «non si
droga e non si è mai drogato». Affermò anche di essersi «separato»
temporaneamente da Maradona perché gli mancavano le due figlie e
la madre ormai anziana.
Per la sua difesa, Maradona si affidò a Vincenzo Siniscalchi, uno
degli avvocati più affermati di Napoli. Siniscalchi aveva difeso
alcuni terroristi delle Brigate Rosse ed era politicamente avverso alla
corruzione istituzionale che si era radicata in Italia negli anni del
dopoguerra. Per quanto avesse un sospe o istintivo nei confronti di
Coppola, provava compassione verso Maradona che vedeva come
un ragazzo povero, poco istruito ma sincero, che aveva fa o fortuna
con l’unica passione della sua vita, il calcio. Pensava che la stella del
Napoli, ormai ventinovenne, ragionasse «come un quindicenne» e
che questa sua immaturità lo rendesse susce ibile alle pressioni e
quasi del tu o incapace di sconfiggere i poteri che cospiravano
contro di lui.
Siniscalchi non negò mai che il suo cliente avesse fa o uso di
stupefacenti, ma considerava la cosa un crimine da poco nel più
ampio contesto della corruzione istituzionalizzata che, come ben
sapeva, a Napoli era dilagante. Essendo uno degli avvocati
partenopei che si ba evano contro la camorra sia come sintomo sia
come causa di quella corruzione, Siniscalchi non si era mai imba uto
in elementi che potessero suggerire un coinvolgimento a ivo di
Maradona con l’organizzazione, per quanto riconoscesse che il suo
cliente avrebbe potuto inavvertitamente essere stato usato dai clan e
dai loro sgherri. L’avvocato, di fondo, credeva che il caso di
Maradona non avesse nulla a che fare con la droga ma che fosse
invece tu a una questione di potere.
Di conseguenza, nelle sue deposizioni, Siniscalchi fu più che
contento di lasciare che Maradona facesse riferimenti neanche
troppo velati a una presunta congiura nei suoi confronti. In una delle
sue dichiarazioni, Maradona denunciò una «vende a da parte di
p
qualcuno per qualche partita che non dovevo vincere» e aggiunse
che potevano esserci dietro «interessi calcistici». Contrariamente alle
speculazioni dell’epoca, non si riferiva al suo rifiuto di collaborare
con il mercato nero delle scommesse sul calcio italiano, saldamente
nelle mani della camorra. Maradona ha sempre sostenuto di non
aver mai perso di proposito una partita per truccare un risultato, e
non ci sono elementi per contraddirlo. Anzi, sembra proprio che la
camorra avesse acce ato sin dall’inizio che la presenza in campo di
Maradona era talmente tangibile, e le sue prestazioni talmente
uniche che qualsiasi truffa sarebbe stata subito evidente.
Le partite che non avrebbe dovuto vincere erano piu osto partite
che aveva vinto unicamente grazie alla sua testardaggine e alla sua
forza di volontà, e contro forze considerevoli. Una di queste era la
vi oria dell’Argentina sull’Italia al Mondiale del 1990. Ma in realtà
la rabbia e il risentimento della gente del luogo erano figlie delle
partite che Maradona aveva perso o non aveva giocato, e questo agli
occhi della camorra e dei tifosi giustificava, se non un complo o,
quantomeno uno sforzo ben orchestrato per me ere in ginocchio l’ex
Re di Napoli.
In un sistema giuridico come quello italiano, dove una semplice
accusa, ancora non provata, può venire divulgata ovunque, e dove i
singoli casi impiegano un sacco di tempo per andare a processo o
anche solo per vedere formulati i capi d’accusa, le interce azioni, le
indiscrezioni e le testimonianze di Pugliese rappresentavano un
violentissimo a acco colle ivo contro Maradona. Quando Pugliese
lanciò le sue accuse, Maradona decise che non c’era altra alternativa
che lasciare l’Italia, e diede istruzioni al suo nuovo procuratore
Marcos Franchi di fare tu o il possibile per rescindere il suo
contra o con il Napoli. «Nelle mie ultime se imane in Italia non feci
altro che cercare di capire come potessi aiutare Diego a rompere con
il Napoli» ricordò poi Franchi, a cui toccò quindi il ruolo che uno dei
suoi predecessori aveva già dovuto interpretare a Barcellona.
Da parte sua, il Napoli non era più disposto a offrire a Maradona
la protezione che gli aveva concesso in passato. Il 17 marzo 1991 lo
staff medico del club abbandonò il suo approccio fin lì alquanto lasso
e so opose Maradona a un doppio controllo antidoping dopo una
p pp p g p
partita casalinga con il Bari. Il primo fu condo o personalmente dal
dire ore dello staff medico, il do or Arcangelo Pepe, il secondo da
un paio di medici esterni scelti dal club e approvati dal giocatore.
Entrambi i test risultarono positivi. Nell’urina di Maradona furono
trovate tracce di cocaina, residui della polvere che aveva sniffato un
paio di sere prima. Furono sufficienti a far sca are la squalifica
immediata e a far avviare un procedimento nei suoi confronti da
parte del giudice sportivo.
«Come sportivo, dico ancora una volta che non ho mai tradito i
principi che ispirano una pratica leale e corre a dello sport, al quale
ho partecipato con entusiasmo e passione» dichiarò poco dopo
Maradona. La difesa di Siniscalchi, leggermente più elaborata, si
dimostrò tu avia ancor meno convincente. In sostanza l’avvocato
sostenne che il suo cliente meritava di essere esonerato in ambito
calcistico perché aveva assunto cocaina semplicemente a scopo
ricreativo e non per migliorare le proprie prestazioni. Maradona
avrebbe a eso altri sei anni prima di amme ere pubblicamente cosa
stesse davvero succedendo in Italia. «A Napoli la droga era
ovunque, praticamente me la portavano su un vassoio» disse in
un’intervista alla rivista «Gente», nella quale affermava inoltre che
aveva cercato di proposito di risultare positivo all’antidoping in un
disperato tentativo di chiedere aiuto per risolvere una dipendenza
che ormai lo affliggeva da tempo.
La sera del 1° aprile 1990, Maradona si fece largo per l’ultima
volta fra la calca che circondava perennemente la sua casa di Napoli.
In lacrime, con l’aria stanca, accompagnato da Franchi, prese un
aereo e tornò in Argentina. Il giorno successivo, i compagni e i tifosi
si ritrovarono in silenzio allo Stadio San Paolo, le loro emozioni
sospese fra rabbia e tristezza, come fossero a un funerale. Il contrasto
con le scene di giubilo sfrenato che avevano accolto l’arrivo di
Maradona sei anni prima era impressionante. Era davvero caduto
dalle stelle alle stalle.
Eppure, per Maradona, l’incubo era tu ’altro che finito. Qua ro
se imane dopo, la polizia fece irruzione nell’appartamento che
aveva affi ato a El Soldadito, l’autista e amico che aveva strappato
alla povertà del paesello natio di suo padre. La polizia trovò
p p p p
Maradona sul le o di Soldadito, dove era crollato dopo aver bevuto
e sniffato cocaina tu o il giorno con alcune amiche. Accanto alla
stella prostrata c’erano diversi grammi di droga. Uno dei polizio i
scosse Maradona. Svegliandosi, il calciatore, con lo sguardo
annebbiato e la barba da fare, sembrava far fatica a capire dove si
trovasse. «Dov’è Claudia?» gli chiesero. Lui cercò di pensare alla
moglie, ma a malapena riusciva a orientarsi nel tempo e nello spazio.
«No… sì, Claudia è a casa… questa non è casa mia» borbo ò.
Da quando era tornato dall’Italia, Claudia e Franchi avevano
cercato di convincerlo a farsi aiutare da un professionista, ma non
furono in grado di de are la linea. Diego era ormai fuori controllo,
stava precipitando sempre più a fondo nella voragine della sua
tossicodipendenza e la cosa gli valse ben poche simpatie. Quando i
giornalisti furono avvertiti dalla polizia dell’imminente irruzione a
casa del Soldadito, Maradona non poteva neppure più contare
sull’appoggio del presidente Menem, suo vecchio alleato.
Ritrovandosi egli stesso so o assedio da parte dei media per i suoi
continui problemi coniugali e per il coinvolgimento di un parente
stre o in un giro di droga, Menem fu ben felice, in quell’occasione,
di lasciare che la giustizia facesse il suo corso. Il sospe o di molti,
mai fugato in maniera del tu o convincente, era addiri ura che lui
stesso avesse ge ato Maradona in pasto ai lupi per salvare la pelle.
20
Fare i conti con la coca

Una domenica sera d’aprile, quando l’inverno è imminente a Buenos


Aires, Diego Maradona guarda la sua famiglia come non l’ha mai
guardata prima. Nel suo appartamento di Buenos Aires – non quello
in cui la polizia lo ha arrestato poche ore prima per possesso di
stupefacenti, ma quello che divide con la moglie Claudia e le due
figlie piccole da quando è tornato dall’Italia – si è radunato il nucleo
della tribù dei Maradona, come fosse una veglia funebre. Oltre a
Claudia ci sono i genitori di Maradona, Tota e Chitoro, le sue sorelle
e i suoi fratelli e il suo procuratore Marcos Franchi.
Maradona è vestito sportivo: pantaloni della tuta e maglie a. È
scalzo. Dovrebbe essere una domenica come le altre, il momento
giusto per rilassarsi con gli amici e la famiglia dopo il calcio. Invece
si trova a dover fare i conti con il silenzio della sua famiglia, e con
l’umiliazione del ritrovarsi sogge o a uno scrutinio scientifico.
Perché l’atmosfera è condizionata dalla presenza nella stanza di
personaggi che normalmente non frequentano casa Maradona: due
psicologi che fanno parte di un’équipe medica nominata da un
giudice per aiutare Maradona a uscire dal buco nero in cui è caduto.
Per quanto possa non piacergli, Maradona non ha altra scelta che
me ere da parte l’orgoglio. Essendo stato arrestato con l’accusa di
possesso e consumo di cocaina, è fuori su cauzione, in a esa della
fine delle indagini. E ai sensi della legge argentina, l’alternativa alla
terapia è il carcere.
Sin da quando riesce a ricordarsi, Maradona ha avuto una
posizione di privilegio nella sua famiglia. Il primogenito maschio,
adorato dalla madre, sempre incoraggiato dal padre, venerato dai
fratelli e dalle sorelle, era diventato il salvatore della famiglia,
strappandola alla povertà e regalando loro un posto nella società che
pp p g p
conta grazie alla sua fama e al suo successo. Quella sera, però, i
Maradona non sono lì per adorarlo, ma per farsi testimoni di una
tragedia della quale non riescono a farsi una ragione. Nei loro occhi
non c’è la solita adulazione, sono pieni di pena e disincanto. Per
quanto riguarda gli psicologi, l’intensità dei loro sguardi fa capire a
Maradona, senza dubbio alcuno, che in quel momento, in quella
stanza, non è né una stella né un eroe, ma semplicemente un
paziente. D’istinto, prova a chiudersi. I medici lo hanno
accompagnato per tu a la sua carriera, ma lui si è sempre fidato
soltanto di quelli che stavano al di fuori dell’ortodossia
professionale.
Questi psicologi vengono da istituzioni prestigiose in cui il calcio
non fa parte dei programmi di studio. A loro non frega nulla che
Maradona sia il più grande calciatore del mondo o un pescivendolo.
È un tossicodipendente, e va curato. A loro modo di vedere non si
possono accordare privilegi o immunità a coloro che soffrono di
quello che soffre lui. Durante il primo incontro, lo sguardo negli
occhi di Maradona non lascia alcun dubbio allo psicologo che dirige
l’équipe, il do or Ruben Navedo. Il giocatore ha radicata in sé una
profonda reticenza a me ersi nelle mani degli altri. «È come se mi
stesse dicendo, con lo sguardo, io non credo negli strizzacervelli, non
credo in queste cose e basta. Così per la prima volta chiedo a Diego a
cosa stia pensando, come si senta, e lui mi risponde: “Non credo in
queste cose”. Così gli dico: “Be’, allora parliamone” e a quel punto
finalmente cominciamo.»

La vita professionale di Maradona si è bruscamente interro a, e


coloro che gestiscono i suoi affari si rendono conto che senza l’aiuto
dei medici il futuro è tu ’altro che roseo. Franchi, il procuratore, è
ancora all’oscuro della vera storia della tossicodipendenza di
Maradona. Diego gli dice che sniffa cocaina solo da qualche mese.
Ma quel che preoccupa Franchi e il resto della famiglia, Claudia in
particolare, è la realtà di avere in casa un depresso, un uomo che
sembra aver perso di vista da dove viene e dove sta andando, che
sembra aver perso qualsiasi motivazione. In tuta e maglie a,
Maradona ha ancora un’aria sprezzante, ma ha ricominciato a
p
prendere peso, e le sue condizioni psicologiche sono disastrose, non
c’è verso che possa giocare a calcio. In seguito alla positività al
doping in Italia e poi all’arresto a Buenos Aires, è diventato anche
invendibile. Le aziende giapponesi sono le prime a rescindere i
contra i promozionali una volta apprese le notizie.
Così viene avviata la strategia elaborata dagli psicologi. Alcuni
degli aspe i chiave sono già stati a uati in precedenza, in occasione
degli altri «bassi», assai meno drammatici, della sua carriera: la
disintossicazione che imponeva una dieta ferrea a base di fru a
fresca e verdure, molta acqua e niente alcolici. C’è anche un
programma quotidiano di allenamenti in una palestra poco distante,
e jogging al parco Palermo di Buenos Aires. Altre misure
costringono Maradona a ulteriori sacrifici, ai quali è assai meno
abituato. Franchi e gli psicologi, d’accordo con i genitori di
Maradona, «scelgono» le sue frequentazioni. Coloro che sono visti
come influenze negative sono, almeno per il momento, tagliati fuori
dalla sua cerchia, e viene loro impedito di conta arlo. Primo fra tu i,
Guillermo Coppola. I medici e Franchi lo considerano senza alcun
dubbio «il ca ivo del film», una figura di cui Maradona non ha certo
bisogno sulla strada della riabilitazione. Danno la colpa a Coppola
per aver trascinato Maradona nelle no i brave di Napoli, per poi
abbandonarlo proprio nel momento in cui il rapporto del giocatore
con il Napoli raggiungeva un punto critico. Coppola ritiene di essere
stato incolpato ingiustamente. Dice a chiunque sia disposto ad
ascoltarlo che il suo periodo in Italia ha coinciso con i più grandi
successi calcistici di Maradona. Si considera, come Maradona,
vi ima di giochi di potere mossi dall’invidia.
Coloro ai quali viene concesso di conta are Maradona sono il suo
primo procuratore, Jorge Cyterszpiler, e i due ex commissari tecnici
della nazionale, Carlos Bilardo e César Meno i. Dei due, Meno i
dimostra una particolare nobiltà d’animo. Dopo che ha lasciato il
Barcellona, lui e Maradona non sono rimasti esa amente in o imi
rapporti. Si sono scontrati pubblicamente a proposito di questioni
calcistiche e non hanno più avuto conta i di altro tipo. Meno i però
telefona a Maradona non appena viene a sapere della retata a casa
del Soldadito. «Lo so che ultimamente fra noi le cose non sono
andate benissimo» dice al suo ex pupillo, «ma qualsiasi cosa ti serva,
io ci sono.» Maradona non dimenticherà mai la generosità di quel
gesto.
La ragione per cui al primo procuratore e ai due allenatori viene
concesso di far visita al giocatore è che tu i e tre sembrano aver
avuto un ruolo positivo nel me ere a fru o il talento calcistico di
Maradona, e sono stati capaci di dargli degli «obie ivi» per cui
lavorare, rispe andolo anche a livello personale.
Maradona ancora trova difficile, nella nube di nevrosi e paranoia
che lo avvolge, distinguere fra i veri amici e coloro che vogliono
semplicemente approfi arsi di lui. Ma fra quelli che chiedono di
vederlo c’è Adrián Domenech, con il quale ha stre o amicizia ben
prima di diventare famoso. È stato con Domenech che Maradona,
nella prima adolescenza, aveva trascorso alcuni dei rari momenti di
autentica felicità della sua vita. Avevano giocato insieme, ancora
inesperti, nelle giovanili dell’Argentinos Juniors, e ogni tanto
uscivano per andare a vedere un film o mangiare una pizza con le
loro ragazze, senza paparazzi a spintonarli e senza il fardello di
contra i multimilionari. Più tardi, quando Maradona diventò ricco e
famoso, offrì a Domenech, che non aveva avuto il suo stesso
successo, di pagare per il suo matrimonio e una luna di miele a
Barcellona. Domenech rifiutò. Secondo lui il suo matrimonio era una
sua responsabilità, e voleva continuare a non dover altro che la
propria amicizia a Maradona. Dieci anni dopo, una ma ina
Domenech si svegliò e vide la foto del suo vecchio amico spia ellata
su tu e le prime pagine dei giornali e sugli schermi televisivi. Non
vedeva Maradona praticamente da quando si era trasferito in Italia,
ma il giorno del suo arresto per possesso di cocaina restò
profondamente turbato.
Nelle se imane successive, Domenech prova a far breccia nel
senso di segregazione che sembra schiacciare Maradona. «È
prigioniero in casa sua, non può più semplicemente cambiarsi e
uscire per andare al cinema come facevamo una volta. Ha i
giornalisti davanti al portone di casa, e poi, anche se volesse, i medici
non glielo perme ono.» Si dedica senza riserve a Maradona, mangia
quando mangia lui, si allena insieme a lui e contribuisce a ricostruire
q g
nell’amico un minimo di autostima. Se ci sono dei buoni nella vita di
Maradona, di certo Domenech è uno di questi.
Un altro giocatore che viene coinvolto quasi subito affinché aiuti
Maradona nella riabilitazione è Sergio Batista, il barbuto
centrocampista dell’Argentina. Batista e Valdano sono fra gli amici
più intimi di Maradona nel giro della nazionale. Valdano è il filosofo
della squadra argentina, l’intelle uale di sinistra sempre in grado di
identificare le congiure capitaliste nel mondo del calcio, l’uomo che
per primo aveva incoraggiato Maradona a criticare pubblicamente la
FIFA durante la Coppa del Mondo del 1986 in Messico. Quando
Maradona viene arrestato dalla polizia argentina, annuncia che
quell’a o è parte di una congiura volta a distogliere l’a enzione dai
problemi del governo argentino e distruggere un genio del calcio.
Una simile affermazione, però, fa tu ’altro che bene a Maradona,
nell’o ica di risalire la china. Se c’è una cosa che non gli è mai
mancata è la paranoia. Batista ha un ruolo più positivo, e sin
dall’inizio si offre volontario semplicemente per tenere compagnia al
giocatore, lontano dalle luci della ribalta. Condivide con l’amico i
ricordi di tempi migliori, quando i due riuscivano a divertirsi senza
che le loro prestazioni in campo ne risentissero. Una volta i due
giocatori, alla vigilia di un’importante sfida della nazionale
argentina, si divertirono a filmare con una telecamera una finta
intervista, durante la quale l’argomento di discussione principale era
il sesso. Batista ricorda a Maradona che una volta era un capitano,
l’ispiratore di vi orie storiche, l’orgoglio di un’intera nazione, la
stella indiscussa del calcio mondiale.

Maradona, per sua natura, è un introverso. Con gli amici non ha mai
perso di vista le proprie radici, e ricorda sempre i tempi duri di
quand’era bambino, ma quei ricordi non sono mai sogge i a nessuna
autoanalisi, e le sue opinioni sul mondo che lo circonda sono
raramente coerenti. Adesso, per la prima volta nella sua carriera, è
costre o a passare al setaccio la propria vita in modo tale da aiutare
se stesso e gli altri a capire la natura del suo male. Si trova a dover
riordinare i pensieri, a dover decidere se vuole davvero continuare a
giocare a calcio o piu osto ritirarsi, a dover scoprire se è possibile
scegliere liberamente il proprio destino anziché esserne prigioniero.
La droga è un argomento che finora ha discusso soltanto con una
ristre a cerchia di amici molto intimi. Su quel tema è stato talmente
riservato che non ha neppure cercato di spiegarlo ai genitori. Sin da
quando era bambino la cosa di cui gli importava di più era la loro
approvazione e adesso teme che lo ripudino. Comincia, nelle sue
sedute di analisi, a condividere quel lato di sé con altre persone che
non hanno nessun interesse nella droga, se non il desiderio di
vederla sparire dalla sua vita.
Gli passano davanti agli occhi i momenti nei quali la sua
tossicodipendenza lo ha portato a far male alle persone che amava,
oltre a me ere a repentaglio la sua carriera. Tu o comincia con il
primo assaggio di cocaina a Barcellona, solo per divertirsi, per
arrivare in Italia al punto in cui la sua dipendenza era sia un sintomo
sia una causa del disastro che la sua vita stava diventando. Claudia
lo aveva visto sniffare cocaina durante una festa a Barcellona e lo
aveva rimproverato. Ma soltanto in seguito la droga, con le relative
sequele di no ate clandestine, ma ine impossibili e sbalzi d’umore
imprevedibili e spesso violenti, aveva cominciato a pregiudicare
seriamente il loro rapporto. Il legame che era stato ufficializzato in
quel matrimonio in stile hollywoodiano era già so o pressione a
causa dell’infedeltà di Maradona.
«Ti fa sentire vivo» arriverà a dire Maradona, «ma la verità è che
non ti aiuta, non ti rende forte. Ti rende più debole, comincia a
ucciderti piano piano.» Si ferma. Pensa. Continua. «All’inizio è uno
shock emotivo enorme. Ti senti come se volessi spaccare il mondo.
Poi ti prende una solitudine e una paura terribile. E allora cominci a
riempirti di dubbi, e comincia a crollare tu o…» Ricorda di come
girasse per casa, chiudendo le porte a chiave così che le bambine non
lo vedessero sniffare, e delle volte in cui si dimenticava di farlo e si
ritrovava talmente fa o di coca da non riuscire a comunicare con
loro.
Maradona sostiene di non aver mai preso cocaina con l’intenzione
di migliorare le sue prestazioni, né riconosce pienamente l’impa o
negativo che la droga ha avuto sulla sua motivazione e sulle sue
g g
abilità di calciatore. In preda ai postumi, ha saltato allenamenti e
partite, ha giocato male in diverse occasioni e ha perso resistenza e
concentrazione.
Quello che si ricorda è la frustrazione di un’infanzia trascorsa in
mezzo alla miseria, nella quale genitori e figli non hanno né il tempo
né i soldi per condividere le proprie verità interiori. Si ricorda di suo
padre, che giorno dopo giorno torna dalla fabbrica di farine d’ossa e
non parla d’altro che di lavoro, dedicando quel poco tempo libero
che ha ad assicurarsi che Diego si concentri sul calcio.
Come tanti altri tossicodipendenti prima di lui, Maradona
racconta il suo passato con un misto di tristezza, rimpianto e
sollievo: senso di colpa e rimorso per aver deluso la sua famiglia e
alcuni dei suoi amici, sollievo al pensiero di non dover più
nascondere il suo problema. Eppure riesce a non lasciarsi sopraffare
dalla vergogna, non si sente ancora un fallito. Fra le immagini della
sua infanzia che periodicamente tornano a galla durante le sue
sedute di analisi, ce n’è una più nitida delle altre: il ricordo di
quando cadde nel pozzo nero dietro casa e fu salvato da suo zio
Cirilo. È un’immagine che lo rassicura, gli ricorda della sua capacità
di sormontare anche le crisi peggiori della vita e rinsalda la sua
convinzione che basteranno la forza di volontà e la voglia di vincere
per tornare al successo nonostante le sue mancanze personali, come
già è accaduto in passato.
Con il trascorrere del tempo, però, nonostante la terapia continui,
Maradona comincia ad avere la sensazione che gli psicologi lo
tra ino non soltanto come se fosse malato, ma come se l’unica
maniera per andare avanti fosse un cambio di vita radicale. La sua
paranoia si riaccende. Teme che vogliano anestetizzargli la
personalità, trasformando la sua riabilitazione in un’ossessione
scientifica. Un giorno fa un incubo. Sogna di tuffarsi nella piscina
della sua casa di campagna a Moreno, nella pampa argentina. Arriva
al fondo della piscina e lo tocca con le dita. Quando si gira e prova a
tornare a galla, si rende conto che l’acqua è diventata nera e non
vede niente né riesce a muoversi. Quando finalmente ce la fa, alza la
mano ed è tu a nera. Poi comincia ad annegare. E a quel punto si
sveglia, madido di sudore.
g
Maradona si so oponeva a due sedute al giorno. Un uomo che ha
la licenzia media, e la cui unica passione nella vita è stata il calcio, si
ritrova sul divano di fronte a due discepoli di Freud e Jung che gli
chiedono della sua infanzia e delle sue paure più profonde. Dopo un
po’ sente di non aver quasi più niente da dire. Odia i lunghi silenzi
che accolgono la sua incapacità di ricordare. Gli dà fastidio dover
passare tu o quel tempo senza un pallone fra i piedi, a parlare con
due accademici che probabilmente non hanno mai visto una partita
in vita loro. «Allora, a cosa stai pensando?» gli chiede il secondo
psicologo, con accento peruviano, all’inizio di una sessione
pomeridiana. «Ma a cosa cazzo devo pensare, che eravate qui
appena due ore fa?» sbo a Maradona. Chiamano Claudia, le
chiedono di far calmare suo marito. Ma, almeno per stavolta, lei è
completamente dalla sua parte. «Sentite, io non mi sono mai drogata,
ma neanch’io saprei più che cosa dirvi» afferma.

Il conce o di sconfi a non è un conce o che Diego Maradona riesce


a gestire bene. Sin da quando è entrato nell’immaginario colle ivo
nei panni del giovane mago del pallone che faceva vedere i propri
numeri alla tv, ha avuto ben chiaro in testa che è il migliore di tu i.
Quando arriva in Italia, l’immagine che ha di sé, alimentata dai
media e dai tifosi, lo lancia ben oltre le normali aspirazioni della
maggioranza degli eroi sportivi. Diviene un santo, un messia, inviato
da Dio, e che per conto di Dio agisce sulla terra. Il calcio si riveste di
intercessione divina. In Messico, quel gol rubato diventa la Mano di
Dio, ed è seguito da un’azione tanto geniale che ca ura
l’immaginario del pubblico perché va ben oltre il talento e la tecnica
dei calciatori normali. In Italia Maradona cade, ma la sua
autoproiezione è quella di un martire sacrificato dalla stessa che
gente che fino a un a imo prima l’aveva adorato. È vi ima non della
sua debolezza, ma del tradimento e della congiura organizzata dai
novelli farisei. Le sue dichiarazioni ai tribunali italiani e argentini
sono un appello alla clemenza che sfida le leggi di Cesare. Maradona
non si assume quindi la responsabilità del suo consumo di droga.
Per lui è colpa della pressione che altri gli hanno messo addosso.
Eppure le pressioni pubbliche possono portare alla resurrezione
di Maradona tanto quanto alla sua crocifissione, perlomeno in
Argentina, dove l’identità di un’intera nazione è legata a un
ragazzino della baraccopoli che si è guadagnato la fama di uno dei
migliori calciatori di tu i i tempi. Pochi giorni dopo essere tornato
nel suo Paese dall’Italia, è accolto come un eroe da migliaia di tifosi
quando viene notato tra la folla all’inizio di una partita allo stadio
del Boca Juniors. «Olé, olé, olé, olé… Diego, Diego…» cantano tu i.
E sugli spalti rimbomba un altro coro: «In Argentina c’è una banda,
una banda di vigilantes, che ha ordinato l’arresto di Maradona. Ma
noi lo sappiamo, che pippa anche Menem». Qualche giorno dopo
Maradona viene accolto da simili espressioni di solidarietà di strada
quando esce dalla centrale di polizia dopo l’arresto. I tifosi insultano
i polizio i, e applaudono il giocatore. Per molti degli osservatori
esterni, quelle immagini di Maradona – la barba da fare, fisicamente
uno straccio, arrestato per droga – sembrerebbero sancire la fine
della storia. Ma agli occhi di molti suoi compatrioti, persino quelle
immagini hanno un che di divino: i polizio i si trasformano in
centurioni, la folla piange davanti alla passione del suo redentore e
di nuovo si mormora di tradimenti e congiure. Come nazione
l’Argentina non può dare la colpa a Maradona, non lo farà mai. In
un sondaggio condo o dal tabloid più venduto del Paese, il
«Clarín», il 71% degli intervistati si dichiara convinto che Maradona
sia innocente. Una percentuale simile dice di vederlo ancora come
un idolo.
Maradona e la sua gente sono legati a doppio filo. Hanno bisogno
l’uno dell’altra. Quando lui compare davanti al giudice Amelia
Berrez de Vidal, dopo il suo arresto per possesso di cocaina, gli
chiedono quanta droga abbia tra ato. Ma quello sul banco degli
imputati non è un criminale qualunque; è Maradona, che si rifiuta di
riconoscere un regno che non sia il suo. La sua dichiarazione al
giudice ha in sé lo sprezzo mite di Cristo dinnanzi a Pilato. «Signora
giudice, l’unica cosa che ho tra ato in vita mia è il calcio, per il mio
Paese, e questo posso giurarglielo sulle mie figlie.» Maradona sente
di non avere nulla di cui dover rispondere.
Poco dopo il suo ritorno dall’Italia, Maradona pensa di sme ere per
sempre e di dedicarsi al cento per cento alla moglie e alle figlie. Ma
gli eco di «Olé, olé, olé, olé, Diego, Diego» che ogni tanto sente lo
dissuadono da un simile sacrificio. Al calcio deve la propria
esistenza. Sente che la cura per la sua dipendenza non è stare
sdraiato sul divano a sciorinare la storia della sua vita, bensì
a ingere a quella forza di volontà che in passato gli ha fa o ritrovare
la dedizione e la determinazione per vincere. I medici che si
prendono cura di lui, e il suo procuratore Franchi, hanno i loro
dubbi. Non credono ai complo i, solo alla fragilità umana. In Italia
Maradona perde il controllo della propria vita e ha bisogno
dell’aiuto altrui per affrontare i problemi che lo affliggono. Fra loro,
gli altri discutono di cosa sia meglio per lui.
Dopo tre mesi di riabilitazione, Maradona dice che è stufo di
parlare della sua infanzia e, senza dirlo a nessuno, sme e di
presentarsi alle sedute. Di sua iniziativa comincia ad abbozzare un
cauto ritorno all’unico mestiere che abbia mai imparato. La squalifica
di quindici mesi infli agli dopo la positività all’antidoping in Italia
lo esclude dal calcio professionistico. Ma non gli impedisce di
segnare due gol in un torneo di calcio indoor per dile anti. Pochi
giorni dopo gioca in una partita di beneficenza per la quale si è
allenato con il Boca Juniors. Fra coloro che seguono da vicino il
recupero di Maradona c’è Carlos Bilardo, uno dei pochissimi
allenatori che sono riusciti a ispirare il giocatore con una cauta
miscela di lassismo e disciplina. È stato agli ordini di Bilardo che
Maradona ha raggiunto quello che si può ritenere il picco della sua
carriera, nel 1986 in Messico. Bilardo non è più il commissario
tecnico della nazionale, essendosi dimesso dopo Italia ’90, ma è
diventato allenatore del Siviglia, in Spagna, e vuole che Maradona si
unisca a lui una volta scontata la squalifica. Sulla carta, il Siviglia
sembra trovarsi in una situazione precaria quanto quella del Napoli
quando il club per la prima volta tentò Maradona nel 1984. È un club
del Sud che non è mai stato in grado di rivaleggiare per successi e
per blasone con i grandi club del Centro e del Nord, sopra u o Real
Madrid e Barcellona. Ancora una volta si ritrova in lo a per evitare
la retrocessione dalla prima divisone spagnola. Eppure Bilardo me e
p p g pp
in chiaro fin da subito con Maradona che il suo obie ivo per l’anno
successivo è quello di portare il Siviglia fra il quinto e l’o avo posto
in classifica. «Dobbiamo acce are che il campionato per un po’ se lo
giocheranno il Real e il Barça» dice.
Ad alcuni dirigenti del Siviglia non piace l’idea che possa arrivare
Maradona. Lo considerano un rischio, perché a parte il fa o che è
troppo difficile da gestire, ormai non sono sicuri che ne valga la
pena. Tu avia il presidente del club, Luis Cuervas, e il
vicepresidente José María del Nido sono dalla parte di Bilardo.
Quell’anno Siviglia ha a irato l’interesse del mondo intero grazie
all’Expo. Ormai non è più una delle tante ci à della provincia
spagnola: c’è un nuovo aeroporto internazionale, una rete di
superstrade, e un treno ad alta velocità per Madrid. Avere Maradona
significherebbe continuare a cavalcare l’onda dell’Expo, dato che il
giocatore si porterebbe dietro contra i televisivi e sponsorizzazioni.
L’offerta di Bilardo è accolta molto bene anche da Marcos Franchi
e da Ruben Navedo, l’unico reduce dell’équipe di psicanalisti che
seguiva il giocatore. Insieme a Bilardo riescono a persuadere
Maradona che quell’opportunità gli offre una sfida per tornare al
calcio professionistico, riducendo però tante delle pressioni che
l’avevano fa o precipitare nel buco nero. C’è un unico problema. Il
Napoli si considera ancora proprietario del cartellino di Maradona e,
nonostante le sue luci e ombre, si aspe a che il giocatore onori i
propri obblighi e torni per giocare l’ultimo anno previsto dal
contra o firmato nel 1987. Lo dichiara dunque incedibile e all’inizio
rifiuta un’offerta di quasi sei miliardi di lire dal Siviglia dopo che
Cuervas ha annunciato che Maradona è già suo. Maradona sente che
tornare in Italia equivarrebbe a condannare se stesso alla condizione
di morto vivente. Al di là dei carichi pendenti a suo nome, sia quelli
per droga sia la causa di paternità, non ha perso la convinzione che
sia in a o un complo o contro di lui volto a crocifiggerlo
definitivamente. Tramite il procuratore Franchi e l’avvocato
Bolotnicof, pone al Napoli condizioni che sa già che il club non potrà
soddisfare: vuole una villa a Capri, una vacanza garantita ogni sei
se imane e la cancellazione di un debito per oltre qua ro miliardi di
lire. Il Napoli dopo la sua partenza è precipitato in una profonda
p p p p p p
crisi economica, e fatica persino a trovare le garanzie bancarie per gli
investimenti. Non può perme ersi di stare a guardare. Il Siviglia, dal
canto suo, ha già promesso pubblicamente che acquisterà Maradona.
Nel mezzo di questa apparente impasse entra in scena un
mediatore, nella persona del segretario generale della FIFA Joseph
Bla er. A prima vista potrebbe sembrare strano che la FIFA voglia
dare una mano. Maradona ha infranto le regole e ignorato la
disciplina. Ha accusato la FIFA di essere un’organizzazione dispotica
e senza amore per il calcio. Eppure Bla er si rende conto che in
quest’occasione ha tu o da guadagnare a venire in aiuto a Maradona
per farlo tornare al calcio giocato. Nel bene e nel male Maradona
resta una delle poche personalità autenticamente carismatiche nel
mondo del calcio. Bla er e Havelange hanno gli occhi già puntati sul
Mondiale americano del 1994, e Maradona potrebbe contribuire a
renderlo un grande successo commerciale, oltre che a sostenere la
nascita della nuova lega calcistica americana. Come dice un adde o
ai lavori della FIFA : «I nostri dirigenti vogliono dimostrare che fanno
tu o il possibile per il bene del calcio, e l’intercessione per conto di
Maradona ha fornito un’opportunità perfe a dal punto di vista delle
pubbliche relazioni. Alla fine per il Siviglia prendere Maradona
divenne una decisione emotiva, mentre per il Napoli fu una
decisione razionale liberarsene. E la FIFA in quel momento trasse
vantaggio da entrambe le situazioni».
Bla er è talmente convinto dei vantaggi dell’operazione che, con
la benedizione di Havelange, si incarica personalmente delle
tra ative fra le tre parti in causa. Poco importa che i regolamenti
della FIFA specifichino che tali mediazioni vadano portate avanti
dall’apposita Commissione per lo status dei giocatori. È nella natura
del governo dispotico tanto caro all’asse Havelange/Bla er che le
decisioni chiave vengano a volte imposte con la forza dai vertici.
Le tra ative si protraggono per mesi e si risolvono con una
riunione di cinque ore fra Bla er e i dirigenti dei due club nel
quartier generale della FIFA a Zurigo. In un’intervista con l’autore nel
marzo del 1996, Bla er ricorda quella serata di fine se embre del
1992 come un successo di cui continua ad andar fiero. Il tempo, e le
critiche sempre più forti al regime di Havelange per la mancanza di
trasparenza e responsabilità, senz’altro hanno fa o la loro per
contribuire all’aura mitica dell’evento. «Quella sera spiego che
Maradona è come un membro di una famiglia. Ha deluso la sua
famiglia ed è stato punito. Però ha scontato la propria pena. E ora
quella stessa famiglia deve fare tu o il possibile per riportarlo a
casa» mi dice Bla er.
Eppure, nonostante insista col dire che la sua intermediazione è
avvenuta «per motivi etici», il contra o che viene infine siglato
contiene termini economici che riportano senza mezzi termini il
nome di Maradona nel mondo del grande business. Ironicamente,
l’accordo da quasi dieci miliardi di lire per il trasferimento di Diego,
acce ato dal presidente del Napoli Ferlaino, comprende la cessione
dei diri i tv al consorzio televisivo Telecinco, facente capo in parte al
suo rivale Silvio Berlusconi, il presidente del Milan.
È come se improvvisamente tu i siano felicemente pronti a far
parte di una famiglia calcistica universale, grazie a Diego Maradona.
Dopo la firma del contra o, Bla er dichiara alla stampa mondiale
che la FIFA ora si aspe a che Maradona «la sme a di fare commenti
ingiuriosi nei confronti dei dirigenti, siano essi di un club, di una
federazione o degli organismi internazionali». Raccontacene un’altra,
Joseph.

Siviglia, la ci à di Don Juan e della Carmen, è, nelle parole dello


scri ore spagnolo Camilo José Cela, «come il blu del cielo e il verde
degli ulivi», sempre cangiante, in grado di ispirare anche le menti
più spente. Non c’è traccia dell’esclusiva sofisticatezza di Barcellona
o di alcune zone di Buenos Aires. Certo, ha la sua buona dose di
santi e crocifissi, ma non si è mai presa troppo sul serio, e non ha mai
preso troppo sul serio nessuno… è una ci à gitana dove il calcio,
come la corrida, si gioca e si guarda in un clima di fiesta.
A Siviglia piace molto la ola messicana. Se una partita comincia ad
annoiare, poi, i tifosi la animano ba endo le mani a ritmo di
flamenco, o con qualche coro impertinente sulle note di
Guantanamera o della Marsigliese. Per tirare avanti, a Siviglia, basta
avere un certo senso dell’umorismo e una cosa che i gitani chiamano
duende, che in realtà significa anima. Da sempre lo stadio Sánchez
Pizjuan di Siviglia è il preferito per le partite della nazionale giacché
i baschi, i catalani e i castigliani che giocano insieme per la Spagna
sanno che qui si possono me ere da parte le lealtà tribali in
un’atmosfera di buonumore tipicamente andaluso. Quale altro stadio
al mondo potrebbe mai avere un enorme murale sulle sue pareti
esterne con gli stemmi di tu i i club della nazione?
Il Siviglia, grazie all’arrivo di Maradona, vende migliaia di
abbonamenti in più, per l’invidia dei rivali ci adini del Betis, che si
considerano piu osto il club della classe operaia e che non hanno
mai avuto grandi risorse a disposizione. Nel giro di qua ro giorni
dall’arrivo di Maradona, il Siviglia ha già incassato l’equivalente di
oltre qua ro miliardi di lire solo al bo eghino. Maradona prende
casa in un comodo e spazioso appartamento di lusso affi atogli da
un amico torero chiamato Espartaco, in un tranquillo sobborgo
residenziale lontano dal centro. Impara a ballare il flamenco e
fantastica di diventare un torero, addiri ura una no e sogna di
arrivare a Siviglia vestito da matador con dei colori che da sempre gli
piacciono in modo particolare, verde e oro. In campo, prova a
ritrovarsi, e fa vedere sprazzi della magia di una volta in tandem con
Simeone, in due partite memorabili, una contro il Real Madrid e
l’altra contro lo Sporting Gijón. Ma queste sono solo due delle
ventisei partite che riuscirà a giocare per il Siviglia.
È difficile oggi trovare un tifoso che riesca a ricordarsi qualcosa
delle altre ventiqua ro. Maradona resta sovrappeso e proprio non
riesce ad a enersi alla disciplina. La formula utilizzata da Bilardo al
Mondiale, quel misto di indulgenza e severità, a Siviglia non
funziona. Bilardo ricorre troppo alla prima, e non abbastanza alla
seconda. I tentativi dell’allenatore di assicurarsi che Maradona si
riveli un investimento vantaggioso per il Siviglia sono tu ’altro che
agevolati dalle pretese del nuovo commissario tecnico della
nazionale argentina, Alfio Basile, ex difensore del Racing, la cui
filosofia calcistica è a metà fra la «poesia» di Meno i e il
pragmatismo di Bilardo. Basile richiama Maradona per una serie di
partite della nazionale. I dirigenti del Siviglia sono irritati dalle
p g g
continue assenze del giocatore, ma lui parte comunque. Per tu a la
sua carriera si è sempre opposto a qualsiasi tentativo di limitare la
sua libertà di movimento, in barba a qualsiasi contra o, e di certo
non farà un’eccezione per un uomo burbero e di destra come il
presidente Cuervas dopo aver avuto a che fare con gente del calibro
di Nuñez e Ferlaino.
A Siviglia è di nuovo perseguitato dagli scandali. Una sera la
polizia lo ferma per eccesso di velocità mentre guida la sua Porsche a
200 all’ora lungo uno dei viali principali della ci à; un’altra volta
scatena una rissa fra ubriachi in una ben nota discoteca del luogo. Il
bu afuori gli impedisce di entrare perché ha le scarpe da ginnastica.
«Con chi credi di parlare?» gli dice Maradona. «C’è gente che
morirebbe per baciare queste scarpe.»
Le sue bravate hanno una risonanza tale che la stampa locale, fino
a quel momento disposta a chiudere un occhio, non può più
perme ersi di ignorarle. Siviglia è una ci à piccola, dove le
indiscrezioni girano in fre a. I giornalisti ne trovano persino all’ora
della siesta, quando i vicini spiano e mormorano, curiosi di vedere
chi vada e chi venga da casa Maradona. Uno dei locali che Diego
bazzica più di frequente è un noto bordello chiamato La Casita.
Spesso porta con sé i compagni di squadra. In un’occasione, grazie a
Maradona, la dissolutezza di un’intera squadra di calcio diventa
ogge o di un articolo di denuncia su una rivista.
In Spagna non sono puritani, ma persino in Andalusia, fra i ricchi
e i potenti, c’è una certa ortodossia sociale che reagisce quando si
sente minacciata dall’anarchia. Maradona spinge al limite la
tolleranza dei sivigliani. I dirigenti del club non sono le persone più
amate della ci à, hanno sperperato cinicamente le risorse del club,
investendo pochissimo nello stadio e speculando per profi o
personale sui terreni che lo circondano. Non possono perme ersi di
farsi prendere per il naso da Maradona. La dissolutezza del
giocatore viene così documentata con precisione da una squadra di
investigatori privati assoldati da Cuervas. Armato di un pesante
faldone, il presidente del club dice a Maradona che se non si me e a
giocare come si deve verrà accusato di non rispe are il suo contra o.
Maradona decide che tanto il contra o non gli piace e dice che vuole
andarsene.
Il punto di ro ura arriva durante la partita fra il Siviglia e il
Burgos nel giugno del 1993. A trenta minuti dalla fine della partita,
con il Siviglia sopra di un gol, Bilardo ordina la sostituzione di
Maradona. L’allenatore è sempre più cosciente della pessima forma
del giocatore, che troppo spesso continua a saltare gli allenamenti.
Lo ha guardato perdere il ritmo per un’ora di gioco, e decide che con
lui in campo non riuscirà a tenere insieme la squadra per il resto
dell’incontro. Maradona lo prende come un insulto personale, si
sente tradito dall’unico allenatore di cui, istintivamente, si è sempre
fidato. In un plateale a o di sfida va verso Bilardo, gli dà del figlio di
pu ana e lo spintona. «Questa la risolverò con Bilardo da uomo a
uomo» dice ai giornalisti. «Sempre che Bilardo sia un uomo…» La
violenza verbale continua dopo la partita negli spogliatoi, dove
Maradona e Bilardo vengono alle mani. È un incidente che Bilardo
vorrebbe dimenticare, e del quale parla soltanto con rilu anza.
«Durante quella partita pensavo che Diego non stesse giocando
granché bene… poi viene da me e mi insulta… dopo la partita sono
andato a casa sua, dove mi hanno de o che non c’era, che era andato
a Madrid. Poi sono tornato un’altra volta, e l’ho trovato, e ci siamo
messi a parlare. Ci siamo de i quello che volevamo dirci, e poi
abbiamo deciso di lasciarci quell’episodio alle spalle» ricorda
Bilardo. «Ci siamo dati delle bo e da orbi» è invece il ricordo di
Maradona.
Bilardo da quel momento si convince che Maradona ha preso una
decisione, che i suoi giorni a Siviglia sono contati e non c’è modo di
tornare indietro. La partita contro il Burgos sarà la sua ultima
apparizione con la maglia del Siviglia.
«Me ne vado perché non mi vogliono bene» dice Maradona. «Ma
voi sapete cosa mi piace davvero. Stare coi gitani. Qui a Siviglia,
l’unica Vergine che mi interessa è la Vergine Gitana.»
Siviglia dovrebbe essere un punto di svolta nella vita di Diego
Maradona. Un momento per pensare di lasciare il calcio, punto e
basta. Per un po’ prende in considerazione quell’idea, ma il pensiero
di non giocare mai più, di abbandonare quello che era stato messo al
g p q
mondo per fare, lo riempie di orrore. Confida i suoi dubbi più
profondi a coloro che hanno tollerato i suoi sbalzi d’umore sin da
quand’era in Italia: il procuratore Franchi, il preparatore atletico
Signorini. Quando è ancora a Siviglia gli fa visita il suo psicologo.
Insieme riconoscono che le dipendenze non si possono curare, si
possono solo fermare o gestire, e che se Maradona vuole
sopravvivere, dovrà camminare sulla so ile linea fra la sua
condizione di semidio e le fragilità umane che ne hanno già causato
la caduta in passato.
Maradona non sa acce are la sconfi a. Se le cose non hanno
funzionato, si convince, non è perché ha perso la voglia di giocare,
ma perché alla fin fine Siviglia non è stata una sfida all’altezza delle
aspe ative. Soltanto i suoi compatrioti ormai sono disposti a offrirgli
ciò di cui ha bisogno, chiedendogli di guidare la nazionale al
prossimo Mondiale negli Stati Uniti. Eppure in Maradona c’è ancora
il paziente, una parte di lui che dà la colpa della sua dipendenza alle
pressioni della notorietà, e che vuole disperatamente essere lasciata
in pace con coloro che sente di poter amare e di cui sente di potersi
fidare. In passato è bastata la forza di volontà a risolvere le
contraddizioni di Diego Maradona. Ma dopo Siviglia non è più tanto
sicuro di sé. Ha bisogno dell’approvazione altrui per poter
cominciare a credere di nuovo in se stesso.
Ma ultimamente la sua vita è stata piu osto avvilente dentro e
fuori dal campo. Per la seconda volta soltanto nella sua carriera,
Maradona ha patito l’onta più grande. È stato lasciato fuori dalla
nazionale per gli incontri decisivi delle qualificazioni alla Coppa del
Mondo giacché Basile non lo considera più indispensabile. L’ultima
volta era accaduto nel 1978, quando Meno i lo aveva giudicato
troppo inesperto per rappresentare l’Argentina al Mondiale. Adesso
Basile accampa la scusa della vecchiaia, non della giovinezza,
ritenendo che non sia più in grado di superare i suoi problemi fisici e
psicologici. Maradona si sente umiliato. «Non giocherò mai più per
Basile, neanche se viene a pregarmi in ginocchio» dice, a caldo.
Ancora una volta coloro che lo circondano non hanno altra scelta
se non quella di tenere in considerazione le sue precarie condizioni
psicologiche prima di firmare un altro contra o. Nonostante il
p g p
programma di riabilitazione, continua a entrare e uscire da una
depressione indo a dalla droga. Sa bene quanto sia facile perdere la
ro a, quanto sia difficile ritrovarla. Solo in seguito ricorderà una
no e nella quale pensò di essere impazzito definitivamente. Come
sempre quando decide di sniffare a casa, Maradona se ne va in
bagno, al buio, per non disturbare Claudia e le bambine. Sono le
qua ro del ma ino. Lui sta dividendo le righe di coca, una accanto
all’altra, quando sente bussare piano alla porta. «Papà, posso
entrare?» sussurra una voce di bimba. È Dalma, la figlia più grande.
Lo prende talmente alla sprovvista che non sa cosa dire. Bu a la
cocaina nel gabine o. Apre la porta, e Dalma entra e si siede sulla
tazza. «Cosa c’è, papà? Perché sei qui invece che a dormire?» gli
chiede. Maradona sta tremando. «No, piccola, non riesco a dormire.»
Poi non riesce più a tra enersi e si me e a parlare, e parlare, e
parlare, senza sapere di cosa stia parlando. Una sensazione orribile,
una sensazione veramente orribile, dirà in seguito…

Dopo la disgrazia di Siviglia e la ro ura con Basile, Maradona riesce


ancora una volta a evitare l’esaurimento nervoso appoggiandosi ai
suoi genitori e rifugiandosi nelle sue radici. Con la madre e il padre
ritorna alla loro natia Esquina. Lì, ancora una volta, gioca a calcio
quando gli va, evita i giornalisti e va a pesca. Comincia a sentirsi di
nuovo in pace con se stesso, per quanto la sua anima sia ancora
tormentata da una certa inquietudine. Marcos Franchi sa che deve
tornare a giocare a calcio, ma il problema sta nel trovare una squadra
ada a a lui viste le fragili circostanze in cui versa la sua vita.
Maradona non guadagna più come una volta, e ci sono parecchi
dubbi sulle sue possibilità di assicurarsi un nuovo contra o che sia
redditizio. Al di fuori dell’Argentina, la sensazione crescente è che
stavolta sia davvero al capolinea.

O obre 1993. A Maradona viene data un’altra opportunità quando


gli offrono un contra o apparentemente fa o su misura. Stavolta è il
turno del Newell’s Old Boys, retaggio della presenza britannica in
Argentina e del suo contributo agli albori del movimento calcistico
nazionale, e fondato nel 1903 nella ci à di provincia di Rosario da
p
alcuni ex studenti dell’istituto commerciale anglo-argentino. Non
soltanto è una delle «piccole» della prima divisione argentina, ma è
anche una delle due sole squadre di Rosario, ed è l’altra, che porta il
nome della ci à, la più famosa. Secondo il folklore locale, il più
grande tifoso dei gialloblu del Rosario Central era Ernesto Che
Guevara, nato proprio a Rosario. Poco importa che il Che abbia
lasciato l’Argentina da giovanissimo per dedicare la sua vita alla
rivoluzione internazionalista a Cuba. Il suo spirito è ancora vivo
sugli spalti della ci à, al punto che alcuni intelle uali argentini di
sinistra come Osvaldo Bayer implorano Maradona di non tradirlo. E
allora perché Maradona, che non ha mai amato particolarmente gli
inglesi e sostiene di stare dalla parte del popolo, sceglie il Newell’s?
Lui giustifica quella scelta adducendo la nuova filosofia che
sostiene di aver sviluppato a Esquina e viaggiando per l’entroterra
argentino. «Potrà sembrare un cliché» dice, «ma quest’anno ho avuto
la fortuna di viaggiare per tu a l’Argentina, di osservare il mio Paese
e di conoscerlo meglio, e ho cominciato a rendermi conto che ci sono
intere zone che sono state trascurate. Voglio decentralizzare il calcio.
Non può essere un bene avere le venti squadre più forti nel raggio di
venti chilometri.» In realtà le ragioni sono ben più semplici. Walther
Ca aneo, il presidente del Newell’s, fa di tu o per convincere
Franchi e Maradona che è in grado di raccogliere abbastanza fondi
tramite le imprese di Rosario e gli sponsor, per poter rilevare il
contra o del giocatore con il Siviglia – circa qua ro milioni di dollari
– e pagargli uno stipendio mensile di circa 25.000 dollari. Viste le
circostanze si tra a di un’offerta che i consulenti finanziari di
Maradona ritengono sia stupido rifiutare.
Una volta che il contra o è firmato e depositato, Maradona riceve
la benedizione della Vergine di Rosario prima di dirigersi verso lo
stadio per la cerimonia di presentazione, che segna l’ennesima
risurrezione della sua carriera e il ria izzarsi delle speranze di tu a
una nazione. Mentre la folla esplode, Maradona riceve una targa
commemorativa. «Possa Nostra Signora di Rosario proteggerti come
uomo e come idolo» c’è scri o, «e possa il miracolo di oggi essere un
esempio di fede, speranza e carità. Bentornato alla vita!»
Maradona gioca solo poche partite nel Newell’s Old Boys, ma non
sembra che ci me a il cuore. Ancora una volta non ci sono titoli da
vincere, in palio c’è solo una posizione leggermente migliore in
classifica. Eppure la gente lo segue ovunque, la pressione che si sente
addosso è enorme fin dal principio. Pur di perdere peso si è
so oposto ancora una volta a un regime basato su dieta ferrea e
farmaci dimagranti, apparentemente ignaro delle nefaste
conseguenze di un approccio del genere. Il fa o che sembri crollare
ben prima della fine delle partite dopo un tremendo sca o di energia
all’inizio di ciascun incontro, il fa o che sia senza fiato durante le
interviste e che abbia la faccia tirata in maniera innaturale non
preoccupa i dirigenti delle televisioni, i giornalisti e gli altri che
vedono in lui un’opportunità per rilanciare il calcio e per riempirsi le
tasche. Fra coloro che adesso incoraggiano Maradona ad andare
avanti c’è anche Basile, il commissario tecnico della nazionale. La
fortuna, infa i, lo ha ormai abbandonato. Dopo una serie di partite
senza Maradona da cui l’Argentina era uscita imba uta, l’albiceleste
viene massacrata per 5-0 dalla Colombia di Freddy Rincón e
Faustino Asprilla. Gli argentini odiano farsi ba ere dai colombiani.
La sconfi a è un’umiliazione nazionale, e il «Gráfico» la commenta
in lu o con una prima pagina interamente nera.
Alla fine, tu avia, è il richiamo della tribù che torna a tormentare
Basile, così come era stato per tanti allenatori prima di lui. A ogni gol
dei colombiani nello stadio del River Plate, un coro fin troppo
familiare sale sempre più forte dagli spalti: «Maradooona…
Maradooona… Maradooona…».
Ben presto l’unica domanda che Basile e gli altri vogliono fare a
Maradona non è se giocherà il prossimo Mondiale, bensì: quando
sarà abbastanza in forma da poter tornare in nazionale? «La cosa
fondamentale è che continui a giocare» dice il commissario tecnico.
Fra i dirigenti della Federazione argentina ci sono però alcuni che
non vedono di buon occhio un eventuale ritorno di Maradona. Fra
questi Julio Grondona, storico presidente della federcalcio.
Conservatore e austero, con il gusto della diplomazia, Grondona è
sopravvissuto a vari avvicendamenti al governo del Paese. I
presidenti, che fossero membri di una giunta militare o ele i
p g
democraticamente, si sono sempre assicurati che tenesse per sé le
proprie idee politiche. Con il passare degli anni Maradona gli piace
sempre meno, essendo il suo esa o opposto per origine (spagnolo
lui, italiano Maradona) e per a eggiamento. Grondona ritiene
Maradona uno spaccone, un ribelle squilibrato che infrange troppe
regole. Ha dovuto dedicare sin troppo tempo ad assicurarsi che
l’immagine dell’Argentina come nazione in campo calcistico potesse
sopravvivere alle innumerevoli cadute del campione, e ormai è
stanco. Teme che la presenza di Maradona nella vetrina del
Mondiale americano possa rivelarsi un disastro.
Tu avia Grondona non è certo il tipo da incaponirsi ad andare
contro corrente, e verso la fine del 1993 si convince che opporsi al
ritorno di Maradona probabilmente gli costerebbe il posto. La
convergenza di interessi televisivi, pubblicitari e societari che
compongono l’industria del calcio argentino vuole che torni a
risollevare le loro sorti colle ive ormai in declino. Grondona, di
conseguenza, non fa alcuna obiezione in pubblico quando Basile, pur
con rilu anza, convoca Maradona per il cruciale spareggio
intercontinentale contro l’Australia. È una sfida che l’Argentina deve
assolutamente vincere per potersi qualificare al mondiale americano.
E la vince, grazie a Maradona. Ancora una volta, Diego torna in auge
quale salvatore della patria.
Nelle se imane successive, intorno a Maradona tornano ad
accumularsi le implacabili pressioni delle aspe ative popolari.
Ancora una volta vogliono che dimostri di essere il migliore al
mondo. Dopo l’euforia iniziale, però, le sue prestazioni per il
Newell’s deludono, e i soliti dubbi circa chi sia e dove stia andando
lo fanno ripiombare nelle sue vecchie abitudini.

Nel febbraio del 1994 Maradona soccombe all’irrazionalità della sua


mente tormentata. È tarda estate, e si sta rilassando nella sua casa di
campagna a Moreno con un gruppo di amici, alcuni compagni di
squadra del Newell’s, suo padre Chitoro e il suo zio preferito, Cirilo.
Fuori dai cancelli sono appostati alcuni giornalisti, nella speranza di
strappargli una dichiarazione a proposito del suo contra o con il
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Newell’s, che è già praticamente carta straccia, e dei suoi proge i per
il futuro. Maradona chiede loro di lasciarlo in pace, e di lasciare in
pace le sue figlie. I giornalisti acce ano a pa o che rilasci almeno
una dichiarazione. Lui si me e a insultarli. Uno dei suoi amici
prende un tubo da giardino e comincia ad annaffiarli. Un altro si
prende gioco di loro fingendo di masturbarsi. Maradona prende un
fucile ad aria compressa e inizia a sparare verso il cancello, colpendo
qua ro giornalisti.
I feriti fanno causa a Maradona. Due cedono alla pressione del
suo entourage e pa eggiano, mentre gli altri la considerano una
questione di principio e vogliono assicurarsi che la giustizia valga
per i ricchi e famosi così come per le persone qualunque. Il
magistrato inquirente, determinato ad affermare la propria
indipendenza dalle dire ive che vengono da Buenos Aires, è deciso
a trasformare Maradona in un esempio. Ma ben presto si rende
conto degli interessi che Maradona è in grado di mobilitare in tu o il
Paese. Se pur con discrezione, il presidente Menem in persona gli fa
pressioni affinché sia clemente, mentre Grondona lo spinge nella
direzione opposta, il che suggerisce che l’astio del capo della
Federcalcio argentina nei confronti di Maradona non si è affa o
placato. Grondona ritiene che Maradona vada perseguito come
qualsiasi altro ci adino e che, qualora venga giudicato colpevole di
aggressione, debba finire in galera. Gli fa rabbia che, ancora una
volta, Maradona abbia trasformato lo sport che tanto ama in una
fonte di scandali nazionali.
Ignaro degli intrighi politici dietro le quinte, il pubblico tende a
simpatizzare per Maradona. Coloro che sostengono che meriti di
essere tra ato come un criminale qualunque, indipendentemente
dalla sua condizione, sono una minoranza, perlomeno sulla stampa
argentina. Al contrario, l’episodio pare confermare con ulteriore
chiarezza che Maradona è ormai fra gli eroi sportivi nazionali le cui
stravaganze – per quanto vergognose – vengono acce ate
incondizionatamente per il bene del Paese. Fra questi c’è Carlos
Monzón, il campione di pugilato argentino perdonato dal popolo
nonostante abbia ucciso la moglie strangolandola per poi ge arla dal
balcone, e «Ringo» Bonavena, che resta un eroe nazionale nonostante
sia morto durante una sparatoria in un bordello di Las Vegas.
Menem, alcuni giocatori del Boca Juniors e Marcos Franchi sono
fra coloro che suggeriscono pubblicamente che ciò di cui Maradona
ha bisogno non sia un’altra azione legale, bensì un periodo di pace in
cui la stampa lo lasci vivere tranquillo. Molti tifosi di Maradona
semplicemente vedono l’episodio di Moreno come una conferma che
è lui il re. Per usare il linguaggio della curva, ha avuto le palle di dire
a quei segaioli dei giornalisti dove dovessero andarsene.
Alla fine è Maradona stesso a dimostrare quanto potere sia ancora
in grado di esercitare sul popolo argentino. Con la causa aperta in
tribunale, e i giornalisti a cui aveva sparato ancora in piena
convalescenza, conferma al pubblico la sua disponibilità a capitanare
l’Argentina durante la Coppa del Mondo negli Stati Uniti.
L’annuncio è accolto con l’euforia popolare che è lecito aspe arsi in
un Paese pazzo per il calcio e nel quale esiste un unico grande
sacerdote.
21
Positivo

Nel tardo pomeriggio del 30 giugno 1994 il presidente della


Federcalcio argentina Julio Grondona per poco non si ritrovava un
cellulare ficcato in gola mentre usciva dal Co on Bowl di Dallas,
dove aveva osservato l’allenamento della sua nazionale in vista della
sfida di Coppa del Mondo contro la Bulgaria. Pochi istanti prima
una calca di giornalisti, sopra u o argentini, aveva cinto d’assedio
l’adde o stampa della FIFA Andreas Herren. Volevano che fornisse
una spiegazione a endibile per il febbrile viavai di medici e alti
dirigenti della FIFA durante le ultime ventiqua ro ore. Nel
linguaggio burocratico della FIFA , un secco no comment o un
tentativo di evitare una domanda dicono più di mille parole. Sono la
conferma che sta succedendo qualcosa. E in quest’occasione
l’incapacità dell’adde o stampa a far chiarezza sulla situazione fu il
segnale di cui i giornalisti avevano bisogno per convergere su una
preda più facile.
In collegamento telefonico con una stazione radio di Buenos
Aires, Grondona confermò quello che era trapelato ai giornalisti
argentini già diverse ore prima, ma che gli stessi non avevano avuto
il coraggio di divulgare: Diego Maradona, il loro eroe, il mago, genio
del calcio e idolo internazionale, era risultato positivo all’antidoping.
Maradona era venuto a saperlo ventiqua ro ore prima. A
informarlo era stato il suo preparatore atletico, Fernando Signorini,
mentre era ancora mezzo addormentato nella sua stanza al Babson
College di Boston, la ci à dove l’Argentina aveva disputato i primi
due incontri della fase a gironi. Svegliare Maradona, piano ma con
fermezza, dal suo sonno profondissimo e prepararlo per un
allenamento o per una partita era diventato parte integrante del
lavoro di Signorini sin da quando Maradona lo aveva assunto alle
proprie dipendenze a Barcellona nel 1983. Di fronte all’immobilità di
Maradona, Signorini fece quello che aveva fa o innumerevoli volte:
«Diego, forza… andiamo, dai… alzati…» gli disse, scuotendolo per
le spalle. Ma solo quando Signorini pronunciò le parole «è tu o
finito» Maradona mostrò un barlume di coscienza. Ancora mezzo
addormentato, si ricordò di chi fosse e di dove si trovasse.
Nel corso della se imana precedente era stato di o imo umore,
come se l’incubo dell’ultimo Mondiale in Italia fosse accaduto su un
altro pianeta. I giornalisti, argentini e non, si erano entusiasmati di
fronte a questo Maradona dimagrito, apparentemente in forma, che
passava gli allenamenti sulla linea del fallo laterale a chiacchierare
amichevolmente con alcuni dei tifosi più eccentrici di quella Coppa
del Mondo, un trio di anziani togati che seguiva la squadra
argentina ovunque andasse. Guidò l’Argentina a una convincente
vi oria per 4-0 sulla Grecia e a un sudato 2-1 sulla Nigeria. Dopo la
seconda partita fu accompagnato fuori dal campo da un’infermiera
della croce verde che gli disse che era uno dei due argentini
selezionati per un test antidoping. «Tranquilli, gli farò vedere che
valgo più di ciò che pensano» aveva de o ad alcuni amici, sicuro di
non avere nulla di cui preoccuparsi in un torneo nel quale tu o stava
andando per il verso giusto. Doveva essere il suo grande ritorno, e di
certo Diego aveva illuminato la prima fase di USA ’94 con il suo
calcio. Era uno dei pochi giocatori di cui la maggioranza degli
americani avesse mai sentito parlare. A Boston non ci furono fischi.
Quelle immagini gli balenarono davanti per poi disintegrarsi una
volta che riuscì ad aprire gli occhi abbastanza da vedere
l’espressione sul volto di Signorini. «Cosa c’è, Fernando?» chiese. «Ci
hanno fa i fuori» replicò Signorini. «Il test è positivo e hanno deciso
di squalificarti.» Maradona si sentì come risucchiato da un buco
nero. Senza dire una parola si alzò dal le o barcollando e andò in
bagno. «Mi sono ammazzato di allenamenti, mi sono ammazzato di
allenamenti e adesso mi fanno questo!» gridò, prima di scoppiare a
singhiozzare. Signorini raramente si stupiva di quello che faceva
Maradona, ma la scena di cui fu testimone quel giorno – una stella di
livello mondiale rido a in un istante a un ro ame umano – fu una
scena che non avrebbe dimenticato facilmente. In seguitò raccontò:
«Sembrava che gli fosse crollato il mondo addosso. Piangeva dal
profondo della sua anima, completamente fuori controllo».

Era dall’assassinio di John Fi gerald Kennedy che una notizia


proveniente da Dallas non provocava simili reazioni in tu o il
mondo come accadde il giorno che seguì l’annuncio della positività
di Maradona all’antidoping. Il grosso dei giornalisti britannici, che
avevano cominciato a cambiare a eggiamento nei confronti del
campione nelle prime fasi del torneo, ritornarono alla loro opinione
precedente, condannandolo per l’ennesima volta come un baro
recidivo e una vergogna per il calcio. Alcuni, come Ian Ridley
dell’«Independent on Sunday», furono più comprensivi. Sostenendo
che fosse stato abba uto da un a o di pura follia, Ridley scrisse:
«Coloro che hanno una passione per il calcio pari a quella di
Maradona, tu avia, ricorderanno a lungo dove fossero ieri, e coloro
che venivano grigliati a 40° so o il sole della ci à texana non
dimenticheranno il gelo che li avvinse quando vennero a sapere
dell’accaduto. Dicci che non è vero, Diego».
Voci simili si levarono in altre parti del mondo dove Maradona
era ormai da tempo assurto al rango di divinità. A Dacca, più di
20.000 bengalesi scesero spontaneamente in strada per protestare, al
grido: «Se non lasciate giocare Maradona, Dacca brucerà». Non
sorprende, tu avia, che la nazione più sconvolta fu ovviamente
l’Argentina. Il rinnovato entusiasmo dei compatrioti nei confronti di
Maradona lo aveva persuaso a rinunciare al suo semi-ritiro per
provarci ancora una volta e giocare con la sua nazionale negli Stati
Uniti. «La mia unica ambizione è di rappresentare i colori del mio
Paese un’ultima volta e poi ritirarmi» aveva de o. Migliaia di tifosi
argentini erano volati a Boston, e milioni erano rimasti incollati alle
radio e ai televisori per le prime due partite. Era da quando
Maradona aveva capitanato la squadra contro l’Inghilterra al
Mondiale del 1986 che l’Argentina non sentiva un senso di unità
nazionale come quello che scaturiva dall’ambizione di vincere negli
Stati Uniti, il Paese che incarnava tu o ciò che gli argentini amavano
e al contempo odiavano sopra ogni altra cosa.
Quando lui segnò il terzo gol contro la Grecia dopo aver
agevolato una straordinaria combinazione fra tre compagni, il
radiocronista più amato d’Argentina aveva gridato «Gardel è vivo,
Gardel è vivo!», un riferimento al leggendario cantante di tango
argentino morto a Parigi negli anni Trenta.
Ma quando trapelò la notizia del test antidoping, gli argentini non
pensarono al magico tango di Gardel, bensì al giorno della sua morte
nel giugno del 1935, che, come la morte di Perón, lasciò gran parte
della nazione disperata e orfana. Gli argentini, storditi, erano so o
shock o piangevano. Solo gradualmente, proprio come era accaduto
in seguito alla sconfi a argentina nella guerra delle Falkland, il lu o
si trasformò in rabbia contro i presunti colpevoli. Quelli pronti a tirar
fuori pubblicamente le responsabilità personali di Maradona erano
una minoranza, e vennero prontamente additati come traditori. Fra
questi c’era Bernardo Neustadt, un telecronista che aveva preso
l’abitudine di fare il bastian contrario al solo scopo di incrementare
gli ascolti. In un a acco senza quartiere contro Maradona, dipinse il
giocatore come un tossico irresponsabile e una vergogna nazionale.
Ma la stragrande maggioranza degli argentini restava dalla sua
parte. Non soltanto la società continuava a identificarsi
emotivamente con lui, ma senza di lui la gente rischiava di perdere
soldi, prestigio e influenza. Non era facile smarcare un’industria
calcistica che, nel bene e nel male, aveva puntato sulla resurrezione
di Maradona. Se si fosse scusato pubblicamente forse ci sarebbe
potuta essere una vera catarsi colle iva. Tu avia l’immagine che
Diego scelse di dare al mondo fu quella del genio tra ato in modo
ingiusto, che ancora una volta era stato vi ima di una congiura.
«Mi hanno tagliato le gambe» disse nella sua prima conferenza
stampa dopo l’annuncio della squalifica, per poi insinuare che la
FIFA , rappresentata dal presidente João Havelange e dal segretario
generale Joseph Bla er, avesse scelto di punirlo per vendicarsi delle
sue insubordinazioni. «Questa è davvero una bru a storia. Mi
piacerebbe credere in Havelange e Bla er, ma dopo questa faccenda
qui, be’… meglio che non dica niente…» Si tra ava di un’accusa che
la FIFA , ben cosciente della popolarità di Maradona in quasi tu i i
suoi Stati membri, avrebbe fa o di tu o per negare. In un’intervista
rilasciata nel marzo 1996, durante le ultime fasi della preparazione
della prima edizione di questo libro, Joseph Bla er elencò quelli che
secondo lui furono i suoi continui tentativi di reintegrare Maradona
nella «grande famiglia del calcio mondiale»: «Ho sempre pensato
che Diego Maradona fosse un calciatore meraviglioso. Uno dei
momenti più tristi della mia vita fu quel giorno negli Stati Uniti
quando mi resi conto che era risultato positivo al test. Dopo tu i
quegli sforzi, fu una delusione enorme».
Eppure una volta che Maradona mise in moto la macchina
mediatica, non ci fu modo di fermare i mercanti di complo i
argentini, che presero a ricamare come non mai su quella vicenda.
Uno degli sforzi più fantasiosi fu quello di Fernando Niembro, il
giornalista argentino che aveva persuaso il presidente Menem a
nominare Maradona Ambasciatore dello sport alla vigilia della
Coppa del Mondo in Italia. Con l’approvazione di Maradona, e con
la collaborazione di un altro scri ore, Niembro pubblicò un romanzo
intitolato Inocente, nel quale realtà e finzione si mescolavano nel
tentativo di convincere i le ori più ingenui che non solo tu o è
possibile, ma addiri ura probabile. Nel resoconto fantastico di
Niembro sul Mondiale del 1994 viene raccontata la straordinaria
storia di come Maradona sarebbe stato vi ima di un complo o della
CIA volto ad assicurare l’ordine e la stabilità del torneo. A un certo
punto un agente della CIA si traveste da prete e porge a Maradona
un’ostia drogata.
L’uomo che in realtà somministrò a Maradona il cocktail di
farmaci prima del match contro la Nigeria non era però un agente
della CIA , bensì un tale Daniel Cerrini, membro della cerchia intima
di amici e consulenti fidati che periodicamente veniva, del tu o o in
parte, rinnovata. L’avevano presentato a Maradona nell’estate del
1993, poco dopo che era tornato in Argentina in seguito alla breve
parentesi post-Napoli durante la quale aveva militato nel Siviglia.
Era sovrappeso, fuori forma, depresso dopo una stagione deludente.
Cerrini, per contro, aveva tu i gli a ributi di un Adone: modi pacati
e rassicuranti e un bel viso eternamente abbronzato sopra un corpo
gonfio di muscoli scolpiti con cura maniacale. Cerrini gestiva la
palestra New Age di Buenos Aires. Era anche un culturista la cui più
grande impresa era stata vincere il titolo di Mr. Sud America Junior
o o anni prima. Il resto delle sue credenziali erano a estati da
preparatore atletico e dietista rilasciati da istituti privati, nessuno dei
quali era legalmente riconosciuto a livello professionale in
Argentina.
Dal momento del suo primo incontro con Cerrini, sembra che
Maradona lo avesse visto come il suo ideale fisico, e quindi fu
facilmente sedo o da quella che, secondo Cerrini, era una maniera
rapida e sicura verso il recupero e il benessere. Il metodo Cerrini era
basato su una combinazione di allenamenti intensivi, dieta ferrea e
supplementi di vitamine e minerali, oltre all’utilizzo di farmaci
dimagranti ed energetici per un periodo limitato. Maradona vi si
so opose volontariamente nel tentativo di perdere peso e ritrovare
la forma in tempo per l’inizio della nuova stagione che avrebbe
giocato con la maglia del Newell’s Old Boys. Apparentemente
Cerrini riuscì a rovesciare le sorti della forma fisica di Maradona,
facendogli perdere tu o il grasso in eccesso e ridandogli tono
muscolare. Il volto paffuto di Maradona durante le ultime se imane
a Siviglia divenne scavato, tirato sulle ossa, quasi emaciato.
Maradona giocò soltanto se e partite con il Newell’s prima di
licenziarsi in seguito a una disputa relativa al suo contra o. Ma uscì
da quell’esperienza convinto, ancora una volta, di potersi e di
doversi concentrare sull’obie ivo di disputare i Mondiali. Per questo
insiste e che Cerrini facesse parte della sua équipe personale e che
lavorasse fianco a fianco con il suo storico preparatore atletico
Fernando Signorini. Alcune se imane prima della tournée
internazionale che l’Argentina intraprese per prepararsi alla Coppa
del Mondo, i tre si rifugiarono in una fa oria isolata nel mezzo della
pampa argentina. Era una delle classiche trovate di Signorini, figlia
della sua a enta analisi della vita personale e professionale di
Maradona durante il decennio precedente.
«Scelsi quel posto perché era spartano. La tv funzionava a
malapena e mancava l’acqua calda. L’unico lusso era una piccola
radio sulla quale ascoltavamo la musica e seguivamo qualche partita
di calcio» ricordò poi Signorini. «Mi ricordo che poco dopo essere
arrivati parlai con Diego. Gli dissi: “Senti, Diego, se vuoi tornare al
top, bisogna che cominciamo dal fondo. Ripensa a com’era ai tempi
di Villa Fiorito. Senti la fame”. Ben presto si mise a farsi la barba al
sole proprio come aveva visto fare a suo padre da bambino.»
Ciò che preoccupava Signorini era la presenza di Cerrini. Più cose
scopriva sul suo conto, meno si fidava di lui. Fra coloro che avevano
fa o indagini sulla storia di Cerrini per conto di Signorini c’era il
do or Néstor Lentini, capo dell’Istituto Nazionale Argentino di
Medicina Sportiva. Lentini confermò non soltanto la sua totale
mancanza di credenziali mediche convincenti ma, ancor peggio, il
legame fra Cerrini e un test antidoping positivo che aveva causato
l’espulsione della sua ragazza da una competizione di body building
nel 1989, con l’accusa di aver usato steroidi anabolizzanti.
Nonostante quella scoperta, né Signorini né Lentini provarono a
convincere Maradona a liberarsi di Cerrini. Era sempre stata una
regola non scri a nella cerchia intima di Maradona che nessuno
avrebbe denunciato un individuo fino a che quello non avesse perso
la fiducia del giocatore in persona. Finché il gran capo era contento,
bisognava a enersi a quella complicità tribale, e Cerrini fino a quel
momento si era assicurato che Maradona lo fosse.
Le tensioni nell’ambito dell’equipe medica di Maradona
sobbollirono so o la superficie durante le se imane che precede ero
il Mondiale. Negli anni precedenti la squadra argentina aveva potuto
contare su un regime assai lasso a livello di controlli medici, sapendo
che i test antidoping sarebbero cominciati solo dopo l’inizio dei
tornei. Prima della Coppa del Mondo negli Stati Uniti, però, la FIFA
aggiornò i regolamenti riservandosi il diri o di condurre test
antidoping a sorpresa anche durante le qualificazioni. Lentini si
fidava talmente poco di Cerrini e dell’influenza che aveva su
Maradona che prese ad analizzare regolarmente i campioni d’urina
del giocatore per assicurarsi che Cerrini non avesse introdo o
sostanze illegali nel regime farmacologico di Maradona. Ernesto
Ubalde, il medico ufficiale della nazionale argentina, approvava
l’idea dei controlli, anche perché era risentito per la propria
incapacità di conquistarsi la fiducia di Maradona come aveva fa o
Cerrini.
Fra Cerrini e Signorini c’erano costanti discussioni su quale
dovesse essere il peso forma di Maradona. Signorini sospe ava che
la dieta di Cerrini non fosse stata creata per un calciatore che aveva
davanti obie ivi sul medio e lungo termine, quanto per un atleta che
aveva bisogno di ritrovare in fre a la forma per una competizione di
breve durata. I culturisti che si erano allenati con Cerrini avevano
scoperto quanto facilmente perdessero le forze e riprendessero peso
una volta raggiunto il picco della condizione. Secondo Signorini il
metodo di Cerrini era pieno di potenziali rischi in un torneo come la
Coppa del Mondo, e lui era deciso a renderlo meno estremo. «A me
pareva che Cerrini avesse sempre giudicato il proprio successo da
quanto venissero bene lui e i suoi pazienti in fotografia. Non mi
sembrava una garanzia che Diego avrebbe giocato bene» mi disse.
Maradona era tornato da Siviglia che pesava 92 chili. Nel mese o
poco più durante il quale si preparò a giocare nel Newell’s Old Boys
scese fin poco sopra i 70. Quello era il peso che Cerrini voleva che
Maradona mantenesse per i Mondiali. Secondo Signorini, 77 chili
sarebbero stati molto meglio. I due erano in disaccordo su quali
metodi avrebbero garantito a Diego velocità, agilità e forza, evitando
al tempo stesso la disidratazione. I giorni della Coppa del Mondo in
Messico, quando a Maradona era stato concesso di mangiare quando
e come volesse, erano ormai un lontano ricordo. All’insaputa del
mondo esterno, il ritiro della nazionale argentina subito prima del
Mondiale americano fu cara erizzato da un’atmosfera quasi
surreale, con Maradona al centro di una polemica interna sul suo
peso forma.
Per la partita d’esordio dell’Argentina contro la Grecia, Maradona
pesava 76 chili e 800 grammi. Disse a Signorini e Cerrini di non
essersi mai sentito meglio. Dal ritiro argentino si sparse la voce che
Maradona era in forma smagliante e che non vedeva l’ora di giocare.
Ma qualcuno, che aveva seguito la carriera del giocatore fin dagli
q g g g
esordi, era preoccupato dal Maradona che aveva visto durante un
allenamento di rifinitura a Boston. Come raccontò Horacio Pagani,
veterano cronista sportivo per il quotidiano «Clarín» di Buenos
Aires: «Quando arrivai negli Stati Uniti, tu i vennero da me a dirmi
che Diego era in splendida forma fisica, ma quando lo vidi allenarsi
non riuscii a credere ai miei occhi. Dopo dieci minuti sembrava già
senza fiato. Più tardi, quando lo intervistai, subito dopo che aveva
dato ai medici il campione d’urina per il test antidoping, continuava
a dire di sentirsi benissimo. Diceva che stava vivendo alcuni dei
momenti più felici della sua vita. O non era del tu o conscio di ciò
che aveva preso, oppure era un impostore totale».
Due giorni prima della partita con la Nigeria, un altro dei pochi
intervistatori con cui Maradona si sentisse a proprio agio, in questo
caso José Manuel García del quotidiano sportivo spagnolo «MARCA »,
andò a fargli visita nel suo albergo di Dallas. Era dalla breve stagione
disputata con il Siviglia nel ’92-’93 che García non passava un po’ di
tempo da solo con Maradona. Restò colpito da quanto sembrasse in
forma e dal suo umore decisamente positivo. L’unico problema di
Maradona era che sembrava si fosse preso un raffreddore a causa del
contrasto fra il caldo schiacciante del Texas e l’aria condizionata
esagerata dell’albergo. Faceva fatica a parlare e aveva il naso
bloccato. García chiuse la conversazione con la sua tipica ironia
andalusa: «Diego, mi sa che ti stai pigliando una bru a influenza. Mi
sa che è meglio che me ne vada prima che mi cacci in malo modo».
Sorridendo, Maradona si alzò dal divano su cui era seduto e disse:
«Non ti preoccupare, adesso vado dal Prof. Mi darà qualcosa per il
naso così riesco a dormire meglio».
Il Prof era il soprannome di Signorini. Prima della partita con la
Nigeria, il decongestionante fu solo uno dei vari farmaci che i medici
incoraggiarono Maradona a prendere. Fra questi c’era un integratore
dimagrante che Cerrini gli aveva inserito nella dieta. Al suo arrivo
negli Stati Uniti, Cerrini aveva acquistato quell’integratore per
sostituire il prodo o che aveva portato con sé dall’Argentina. Era
disponibile negli Stati Uniti senza bisogno di prescrizione, ed era
usato diffusamente nello sport dile antistico, ma conteneva un
principio a ivo incluso nella lista di sostanze proibite della FIFA .
Cerrini in seguito sostenne che si fosse tra ato di una svista, e non di
negligenza, tanto che non pensò neanche di informare Maradona
prima della partita. Maradona da parte sua negò di aver violato i
regolamenti della FIFA e di aver assunto intenzionalmente una
sostanza proibita per migliorare le sue prestazioni.

Il 1° luglio 1994, il comitato organizzatore della Coppa del Mondo


fece circolare un memorandum che de agliava i risultati di due
diversi test di laboratorio sul campione di urina consegnato da
Maradona cinque giorni prima. Il titolo era «Campione numero FIFA
220, raccolto il 25 giugno 1994 a Boston, match numero 23, Giocatore
D.A. Maradona, Argentina, Identificativo UCLA CWA O4» e il
memorandum elencava le sostanze che Maradona avrebbe assunto:
«I campioni A e B contenevano le seguenti sostanze proibite dal
Regolamento Antidoping della FIFA , Capitolo 3.5.A (Stimolanti),
reda o dal Comitato Medico Sportivo della FIFA per la Coppa del
Mondo 1994: efedrina, metefedrina, fenilpropanolamina=norefedrina
(sostanze proibite); pseudoefedrina, norpseudoefedrina (sostanze
non proibite, ma vista la composizione chimica e gli effe i biologici
simili a efedrina e norefedrina, è possibile che si tra i di metaboliti)».
Il memorandum era il risultato di un sistema di controlli
antidoping che la FIFA era andata perfezionando in vista del torneo
americano. Nel caso di Maradona, il sistema aveva inizialmente
coinvolto il medico ufficiale della nazionale Argentina, il do or
Ubalde, che aveva comunicato tramite un modulo ufficiale (0-1) tu i
i farmaci assunti da ciascun giocatore, con le rispe ive dosi, oltre ai
de agli di qualsiasi terapia a cui i giocatori si fossero so oposti nelle
se antadue ore prima della partita. Il modulo, debitamente
compilato, fu consegnato all’antidoping e non conteneva alcun
riferimento a sostanze proibite, ma secondo Ubalde includeva tu e
le informazioni che gli erano state fornite dal resto dell’equipe
medica prima dell’incontro. Alla fine del primo tempo di Argentina-
Nigeria, il numero 10 di Maradona, stampato su un dische o di
plastica, fu uno dei due estra i a sorte per ciascuna squadra da due
piccoli sacche i di tessuto per mano di un componente del Comitato
Medico Sportivo della FIFA , con un commissario FIFA e un
rappresentante ufficiale di ciascuna squadra a fare da testimoni.
Al termine della partita fu chiesto a Maradona di fornire un
campione di urina, ancora una volta in presenza degli adde i della
FIFA , campione che fu separato in due fiale, sigillate e spedite ai
laboratori della FIFA a Los Angeles. Dopo che il primo test risultò
positivo, la FIFA , sempre nel rispe o dei regolamenti, consentì alla
delegazione argentina di far valere il proprio diri o a un secondo
test, sulla seconda fiala. Fra gli argentini che confermarono il
risultato del primo test e che non sollevarono alcuna obiezione circa
il corre o svolgimento degli esami c’era lo stesso avvocato di
Maradona, Daniel Bolotnicof.
In tu o erano passati quasi cinque giorni dal momento in cui
Maradona fu accompagnato fuori dal campo a Foxboro e
dall’annuncio ufficiale della FIFA , durante una conferenza stampa al
Four Seasons Hotel di Dallas, che un giocatore era stato squalificato
dal torneo dopo essere risultato positivo all’antidoping. In quei
giorni, la crescente consapevolezza che ci fosse di mezzo Maradona
aveva suscitato una straordinaria serie di discussioni dietro le quinte
fra i dirigenti della FIFA . Nella storia di una delle istituzioni sportive
più potenti del mondo, pochi giocatori avevano tormentato i pensieri
dei dirigenti quanto Maradona. La sua mancanza di disciplina,
dentro e fuori dal campo, e le sue continue sfuriate contro le autorità
si dimostrarono un fa ore destabilizzante in uno sport che avrebbe
dovuto autogestirsi grazie a un regolamento universale. Tu avia,
allo stesso modo, Maradona negli anni aveva evidenziato fino a che
punto il calcio si fosse trasformato in una gigantesca macchina da
soldi. Si era dimostrato in grado di a rarre folle oceaniche, di fare
l’intra enitore in televisione e, pur non essendo un diplomatico, era
il calciatore più famoso del pianeta e, perlomeno in gran parte del
Terzo Mondo, anche il più amato.
In Maradona la FIFA aveva un giocatore che aveva dimostrato a
più riprese di essere in grado di generare milioni di dollari. Era
arrivato negli Stati Uniti pronto a tirare la cinghia e a concentrarsi
sul calcio giocato. Lui e gli altri calciatori si ritrovarono a dover
giocare nelle ore più calde del pomeriggio in un’estate rovente, come
richiesto dai contra i televisivi siglati dalla Federazione. Eppure
Maradona non fece questioni, a differenza di quanto invece era
successo in Messico nel 1986. Alcuni campanelli d’allarme
suonarono, fra i funzionari della FIFA , dopo il suo primo gol contro la
Grecia, quando Maradona corse verso una telecamera e si lasciò
andare a un urlo liberatorio. Magari voleva semplicemente
annunciare al mondo che era tornato, ma l’immagine della sua
espressione indiavolata trasmessa a miliardi di telespe atori in tu o
il mondo fu una nota dissonante in un torneo che avrebbe dovuto
divertire, non essere il palcoscenico per delle vende e personali. Si
potrebbe sostenere che, se non si fossero a enuti scrupolosamente ai
regolamenti, i funzionari avrebbero potuto giustificare il controllo
antidoping su Maradona sulla base di quelle inquadrature e
dell’euforia che lo aveva contraddistinto sin dal suo arrivo negli Stati
Uniti. Non ci sono elementi per sostenere le affermazioni di
Maradona secondo le quali il controllo antidoping fosse parte di una
grande congiura contro di lui.
Soltanto in seguito, quando i risultati del test erano stati
confermati, tornarono a galla tu i i vecchi pregiudizi della FIFA nei
confronti di Maradona, e con gli interessi. Ormai era visto come un
peso, il ragazzaccio del calcio mondiale, che ancora una volta aveva
passato il segno. Dato il disperato desiderio della FIFA di convincere
gli americani che valesse la pena dare un’opportunità al calcio, non
poteva esserci spazio per i ribelli, e tanto meno per i tossici incalliti.
Nessun funzionario era più disposto a proteggerlo.
Julio Grondona, lo storico presidente della Federcalcio argentina,
guidò la carica colle iva. Alcuni suoi colleghi si aspe avano che
spingesse per insabbiare tu o. Al contrario, non appena Maradona
fu trovato positivo all’antidoping, Grondona disse in privato ai
colleghi della FIFA che potevano contare sulla sua «totale
collaborazione» nell’imporre qualsiasi sentenza avessero ritenuto
opportuna. La reazione più dura fu quella di Lennart Johansson, il
presidente dell’UEFA , sostenuto dal presidente della Federcalcio
italiana Antonio Matarrese. Entrambi avevano seguito da vicino le
tumultuose vicende di Maradona quando giocava in Europa e
pensavano che la sua influenza sul mondo del calcio fosse
sostanzialmente negativa. Secondo loro nei grandi club europei
militavano molti giocatori che potevano vantare un talento simile a
quello di Maradona, senza causare tante polemiche. Sembra che
Matarrese in particolare avesse fa o fatica a perdonare Maradona
per come aveva cercato di dividere gli italiani ai Mondiali del 1990.
Alla fine, però, toccò a Joseph Bla er e João Havelange decidere
come punire Maradona in una maniera che salvaguardasse le pretese
di giustizia e di integrità della FIFA . Il successo di Havelange nel far
sì che le precedenti edizioni della Coppa del Mondo fossero turbate
il meno possibile da questioni religiose, politiche ed etiche era stato
l’elemento principale che gli aveva permesso di coinvolgere aziende
come Adidas e Coca-Cola, sempre interessate al mercato globale.
Quelle multinazionali, a livello di sponsorizzazioni, erano l’ancora di
salvezza finanziaria della FIFA .
Havelange era anche ben conscio della popolarità di Maradona
nel Terzo Mondo, e dava grande importanza alla presenza di
compagini latinoamericane e africane al torneo. C’era una forte
componente di interessi politici personali in tu o questo, dato che
Havelange doveva la sua lunga carriera da presidente alle alleanze
strategiche che aveva stre o con i dirigenti delle federazioni del
Terzo Mondo. Con il sostegno di Bla er, perciò, resiste e alle
pressioni di coloro che, nel comitato internazionale, volevano
espellere l’Argentina dal torneo. Maradona fu automaticamente
sospeso per il resto della competizione, ma nel tentativo di smorzare
le polemiche sul suo caso per il prosieguo del torneo, si aspe ò
l’esito di tre diverse indagini prima di infliggere ulteriori sanzioni.
Una delle indagini fu condo a da Julio Grondona, le altre due da
membri della Commissione Medico Sportiva della FIFA , nelle
persone del cileno do or Antonio Losada e dello svizzero professor
Jir ˇ í Dvor ˇ ák. Maradona approfi ò di quella tregua per assicurarsi
un redditizio contra o con la televisione argentina per commentare
l’ultima partita dell’albiceleste.
Il comitato organizzatore della Coppa del Mondo che si riunì a
Zurigo il 24 agosto 1994 – esa amente due mesi dopo la partita con
la Nigeria – per deliberare sul caso di doping di Maradona stabilì
che il giocatore non fosse colpevole di aver assunto di proposito
sostanze proibite per migliorare le proprie prestazioni, e che non
fosse al corrente dei principi a ivi specifici contenuti nei farmaci che
facevano parte della sua dieta. Ciononostante lo dichiarò colpevole
di aver violato i regolamenti antidoping della FIFA . Ritenne poi che
Cerrini fosse stato responsabile di aver somministrato le sostanze
proibite. Sia Maradona che Cerrini furono squalificati da ogni
a ività calcistica per quindici mesi, ed entrambi furono condannati a
pagare un’ammenda di 20.000 franchi svizzeri. Nel punire Maradona
anziché il solo Cerrini, la FIFA si era dimostrata più severa di quanto
non fosse stata nel 1986. Durante il Mondiale in Messico, infa i, un
calciatore spagnolo era risultato positivo ma fu esonerato dopo che
le autorità calcistiche spagnole avevano sapientemente diro ato la
colpa sul suo medico. Nel raggiungere il verde o sulla complicità di
Maradona, i funzionari della FIFA presero in considerazione la sua
storia di tossicodipendenza. Così facendo tracciarono un parallelo
fra il caso di Maradona e quello di Willie Johnston, l’ala scozzese
estromessa dal Mondiale del 1978 in Argentina, anch’egli con
trascorsi da tossicodipendente. La squalifica imposta dalla FIFA a
Johnston era stata di soli dodici mesi, ma allo scozzese fu anche
impedito di vestire nuovamente la maglia della sua nazionale. E di
certo nessun funzionario argentino osò proporre una punizione
simile nei confronti di Maradona quando tornò dagli Stati Uniti.
Al contrario, pochi giorni dopo il verde o della FIFA , Havelange
riceve e un appello senza precedenti per conto di Maradona. In una
le era di cinque pagine, il presidente Menem, sostenendo di parlare
a nome dei tifosi non soltanto del suo Paese ma del mondo intero,
supplicò clemenza. Era una le era straordinaria, che me eva in luce
gli interessi politici di Menem quanto la natura di Maradona come
simbolo nazionale. Menem in sostanza suggeriva che Maradona
andasse tra ato come un caso eccezionale, che gli andassero
garantiti dei privilegi, e che nonostante il suo plateale sprezzo delle
regole in così tante occasioni gli si dovesse perme ere di continuare
a giocare a calcio.
«Mi ha molto preoccupato sentire Maradona dichiarare
pubblicamente [dopo il test] che si sentiva come se lo avessero
ucciso» scrisse Menem. «Penso quindi che si debba tenere in
considerazione l’impa o psicologico che un tale periodo di ina ività
potrebbe avere su un giocatore con una personalità come quella di
Maradona… in qualità di presidente del popolo argentino so di non
sbagliarmi quando dico di rappresentare tu i in questa mia
intercessione per conto di Maradona in modo tale che possa
terminare la sua carriera di sportivo non come un giocatore
sanzionato dalla FIFA , bensì dando gioia ai tifosi di tu o il mondo
con la magia del suo calcio.»
Menem sapeva che Havelange aveva, per gran parte della sua
carriera, gestito la FIFA come lui aveva gestito l’Argentina, vale a dire
come un signore della guerra medievale, sopprimendo il dissenso e
stabilendo rapporti clientelari, e pensava che appellarsi dire amente
a lui fosse la mossa giusta. Havelange gli era solidale, ben cosciente
della popolarità di cui ancora godeva Maradona, ma aveva le mani
legate dai regolamenti della FIFA , che rendevano impossibile
impugnare una decisione presa dalla commissione: anche solo
provandoci avrebbe rischiato di scatenare grandi proteste. Quanto
seriamente la FIFA prendesse il caso di Maradona lo dimostra il
verbale di una riunione interna tenutasi poco dopo l’annuncio della
squalifica. In quell’occasione Joseph Bla er, fiancheggiato da
Havelange, descrisse il caso di Maradona ai membri del Comitato
Medico Sportivo come «il più serio» durante la Coppa del Mondo e
confermò il suo appoggio ufficiale alla squalifica. Ringraziando il
professor Dvorˇák per «il suo contributo scientifico in tale questione»
Bla er concluse: «La decisione che abbiamo raggiunto si è rivelata
corre a». Poi prese la parola il presidente del Comitato Medico
Sportivo, il belga Michel D’Hooghe, che mise in chiaro che il caso
sarebbe servito da lezione e avrebbe aperto la strada a un
rafforzamento dei regolamenti antidoping. D’Hooghe dichiarò: «Il
caso di Maradona ha ge ato un’ombra sull’intero torneo»,
aggiungendo che era di fondamentale importanza che in futuro la
raccolta delle informazioni sul regime farmacologico, anche in
relazione ai farmaci assunti autonomamente dai giocatori, fosse
migliorata al fine di prevenire ulteriori abusi, e che in generale i
controlli antidoping diventassero più severi. I convenuti
approvarono una raccomandazione per il Comitato Esecutivo
affinché in futuro ciascun giocatore fosse assogge ato all’autorità
della propria federazione nazionale e fosse seguito esclusivamente
dal medico di squadra.
Quella proposta riformista però dava per scontata l’onestà e la
professionalità delle federazioni e dei medici di squadra. E acce ava
anche la fallacia secondo cui alla FIFA sarebbe bastato effe uare test
antidoping durante il torneo e le relative qualificazioni per rispe are
uno dei suoi principi cardine: la salvaguardia dell’etica sportiva e la
protezione dell’integrità fisica e mentale dei giocatori. In quella
riunione chiave dopo i Mondiali americani, i vertici della FIFA
bocciarono ancora una volta l’introduzione di controlli a sorpresa da
effe uarsi so o la supervisione dire a della FIFA durante gli
allenamenti dei singoli club, anche se gli stessi medici della FIFA
amme evano in privato che fosse proprio quello l’unico deterrente
credibile contro i dopati, che spesso potevano contare sulla
complicità dei consulenti medici e persino dei dirigenti dei club. La
riunione presieduta da Bla er concluse che «dal punto di vista
pratico, è sostanzialmente impossibile condurre dei test antidoping
durante gli allenamenti dei singoli club».
Sia nella sentenza ai danni di Maradona che nelle riforme
proposte, la FIFA ingannò il pubblico a proposito della vicenda del
giocatore. Le prove mostrano che la responsabilità per quanto
accaduto andrebbe suddivisa in maniera più ampia di quanto non si
ammise allora, e che c’è bisogno di regolamenti ben più severi di
quelli che per ragioni politiche e commerciali sono considerati
acce abili dalla FIFA . Le interviste con molti dei personaggi coinvolti
suggeriscono che la colpa sia da a ribuire alla stru ura
amministrativa a dir poco caotica della rappresentativa argentina,
compresa la totale mancanza di controlli su Maradona stesso da
parte dello staff tecnico. Il sistema di controlli che alcuni membri
dell’equipe medica argentina avevano imposto nelle se imane che
avevano preceduto il Mondiale si rivelò inefficace, e in qualsiasi caso
quando Maradona arrivò negli Stati Uniti era già stato abbandonato.
I rapporti fra Cerrini, il dietista di Maradona, e il do or Ernesto
Ubalde, il medico di squadra, erano pessimi, il livello di sfiducia
reciproca enorme, e di conseguenza nessuno dei due comunicava
all’altro cosa stesse facendo. Al contempo pare che Cerrini avesse
sempre maggior ascendente su Maradona, a scapito di Ubalde e del
preparatore atletico Signorini, che videro il loro controllo sulla
condo a del capitano scemare sempre di più con l’avvicinarsi
dell’esordio mondiale.
Il Maradona che aveva ceduto a Cerrini non era il Maradona che i
giornalisti e milioni di telespe atori avevano visto prepararsi per il
Mondiale. Dietro la sua spavalderia, si celavano un’acuta insicurezza
e paranoia. Si sentiva tu a la sua età, e pativa gli acciacchi causati
dagli anni durante i quali non si era tra ato bene. Allo stesso tempo
era pienamente cosciente di quanto il resto della squadra dipendesse
da lui, e della responsabilità che doveva caricarsi sulle spalle.
L’inguaribile sospe o di Maradona nei confronti della medicina
convenzionale era ormai diventato un’ossessione. Cerrini potrà
essere sembrato un ciarlatano agli altri medici, ma per Maradona era
l’ultimo di una lunga serie di guaritori sui quali poteva contare
affinché lo aiutassero a fare magie.
Uno dei membri della cerchia intima di Maradona, coinvolto da
vicino negli eventi di USA ’94, mi disse: «Quando arrivammo negli
Stati Uniti, Diego ancora una volta dimostrò la sua totale mancanza
di fiducia nella medicina convenzionale. Sentiva di essere diverso da
tu i gli altri giocatori, sia psicologicamente che mentalmente, e
quindi pensava di meritare un tra amento speciale, degno della sua
condizione speciale. Voleva vincere quel Mondiale a ogni costo e si
era convinto che solo Cerrini potesse aiutarlo. Ovviamente era
un’idea del tu o sbagliata, e che sarebbe potuta venire soltanto a un
nevrotico».
Secondo le pratiche standard seguite dalle équipe mediche di
squadra durante una Coppa del Mondo, Cerrini avrebbe dovuto
informare Ubalde, il medico ufficiale, dei cambiamenti apportati
all’ultimo momento al regime farmacologico di Maradona. Ubalde in
seguito sostenne che né lui, né Signorini, né il cardiologo di squadra,
do or Roberto Peydro, furono informati della cosa. Eppure
incolpare di negligenza professionale il solo Cerrini, come fece Julio
Grondona nella sua relazione alla FIFA , pare ridicolo. Come
Maradona stesso andò vicino a dichiarare in pubblico dopo la
squalifica, Cerrini fu scelto come capro espiatorio dai dirigenti
argentini, dai medici e dalla FIFA , per coprire la loro complicità nella
vicenda.
Questo dietista un po’ eccentrico di cui quasi nessuno aveva
sentito parlare era perfe o per la parte del ca ivo di turno. La realtà,
tu avia, è che Cerrini riuscì a combinare quel che combinò perché
nessun dirigente argentino era disposto a fermarlo. Finché
Maradona gli era fedele, sentivano di non poter fare altro che
lasciargli campo libero. L’importante era che Maradona giocasse
quel Mondiale. Quel che andava fa o per raggiungere quello scopo
contava molto meno. E le gerarchie della FIFA erano dello stesso
avviso.
Squalificando Maradona e rifiutandosi di assumersi maggiori
responsabilità, la FIFA agì con un occhio di riguardo per i propri
interessi commerciali. Disonorando il giocatore anziché acce are che
la colpa fosse in parte del sistema poteva rassicurare il pubblico che
al di là di quell’episodio infelice – su cui la stampa aveva
chiaramente ricamato – si era tra ato di un Mondiale esente da
doping. Era un messaggio che agli sponsor piaceva molto.
Ma quanta responsabilità aveva Maradona? Di certo non era nella
sua natura fare troppe domande a Cerrini, e men che meno
so oporsi ai controlli ufficiali nonostante i medici glieli avessero
proposti. Come mi disse un alto funzionario della FIFA coinvolto
nelle indagini in difesa della sua organizzazione: «Maradona non
chiedeva cosa stesse mangiando o cosa stesse bevendo. Se si fidava
di qualcuno, come chiaramente si fidava di Cerrini, si fidava
ciecamente. Anche se avesse avuto qualche dubbio in seguito alla
sostituzione di uno dei farmaci che prendeva, in realtà preferiva non
sapere. Voleva soltanto giocare, con qualsiasi mezzo necessario».
Alla fine la posizione ado ata dalla FIFA fu, in realtà, piu osto
clemente, dato che concesse a Maradona, un giocatore con un
passato da baro, il beneficio del dubbio. Non lo accusarono di essersi
dopato di proposito per migliorare le proprie prestazioni, come fece
invece il Comitato Olimpico Internazionale con Ben Johnson. La FIFA
però stabilì anche che accampare la scusa dell’ignoranza da parte di
un giocatore chiaramente incline alle manipolazioni non sarebbe mai
stata una linea difensiva acce abile. La negligenza e la mancanza di
professionalità dimostrate da chi voleva compiacere Maradona, che
lui acce ò senza remore, rischiarono di distruggere lo spirito dei
Mondiali del ’94. Eppure quel che successe negli Stati Uniti non era
un’aberrazione sportiva, bensì parte di uno schema ricorrente che si
era andato sviluppando sin da quando Maradona era diventato una
star.
22
Inseguendo Diego

Dopo che il test antidoping di Maradona risulta positivo al Mondiale


americano del 1994, qualcuno affi a un aereo privato e vola sullo
stadio di Boston trascinando uno striscione: «Maradona Prima
Donna» c’è scri o, come fosse un epitaffio. Pare che Maradona sia
caduto definitivamente in disgrazia al termine della sua turbolenta
carriera. I cronisti all’inizio hanno elogiato la sua capacità di uscire
dal tunnel delle pubbliche umiliazioni e tornare in campo. In
America si è allenato volentieri, di buzzo buono, e poi ha giocato
due partite con determinazione, facendo valere la sua tecnica,
«me endo in campo quello che resta del suo talento», come ha
scri o il giornalista britannico Ken Jones sull’«Independent». Adesso
quegli stessi cronisti scrivono lunghe riflessioni, quasi dei necrologi,
su un genio disastrosamente sregolato, finito in miseria sull’ultima
frontiera del calcio.
Tornato in Argentina, però, Maradona non si arrende, non può
arrendersi. Essendo impossibilitato a giocare a calcio, si me e alla
prova come allenatore, prima con il Deportivo Mandiyu, piccolo
club di provincia, e poi con il più ambizioso Racing in prima
divisione. È passato soltanto un anno da quando in un’intervista ha
dichiarato di non riuscire a vedersi come allenatore. «Come faccio a
insegnare ai giocatori quello che so fare solo io?» dice all’autrice
argentina Alicia Ortiz quando è ancora a Siviglia. Ma un anno è un
sacco di tempo nella vita di Diego Maradona. La sua breve parentesi
da allenatore si rivela un disastro, non tanto perché i giocatori non
riescono a imitare il suo talento naturale, quanto piu osto perché il
talento che hanno non viene sfru ato al meglio. Maradona si rivela
una distrazione più che un’ispirazione. Il Mandiyu retrocede al
termine di una partita nella quale lui viene ripreso mentre sbraita
p q p
all’indirizzo dell’arbitro dandogli del «ladro e bugiardo» nonché del
«codardo smidollato senza palle». Anche la sua avventura al Racing
si rivela breve e controversa. In quel periodo scappa di casa e
sparisce per diversi giorni, per quel che si direbbe un’abbuffata di
alcol e droga. Lo trovano dopo che Claudia si appella al presidente
affinché la aiutino a cercarlo.
Che Maradona non cada definitivamente in rovina lo si deve in
gran parte al ritorno di Guillermo Coppola nella sua vita.
Lentamente ma inesorabilmente Coppola ricostruisce la sua amicizia
con Maradona, che si era interro a quando si era dimesso da suo
procuratore nel 1991. Non è certo l’uomo più amato d’Argentina:
alcuni amici di Maradona lo considerano responsabile della
tossicodipendenza che ne aveva causato il crollo a Napoli e la polizia
argentina lo ha indagato per il suo sospe o coinvolgimento
nell’assassinio del proprietario di un night club di Buenos Aires.
Eppure Coppola è sicuro di poter aiutare Maradona. Secondo lui il
modo migliore di averci a che fare è assecondarlo nel privato e
gestire bene i suoi affari.
Cosa ancor più importante, Coppola ha dalla sua una rete
capillare di conta i e un grande talento per le tra ative. A Napoli era
stato voluto da Maradona affinché me esse a posto le sue finanze.
O o anni dopo, Maradona si rivolge ancora una volta a Coppola
perché lo tiri fuori dal casino in cui si è cacciato. E lui lo fa
reinventando Maradona e dandolo in pasto agli interessi
commerciali che dominano la televisione argentina. Nell’ambito di
una complessa tra ativa riesce a far sì che l’emi ente televisiva
America 2 di fa o finanzi il ritorno di Maradona al Boca Juniors in
cambio dei diri i esclusivi per una serie di partite. È un colpo
davvero notevole dato che dopo la Coppa del Mondo il valore di
mercato di Maradona sembra essere crollato ai minimi storici.
Dopodiché si inventa una serie di trovate pubblicitarie volte a
ristabilire il profilo internazionale di Maradona senza che debba
neppure dare un calcio a un pallone.
Nel se embre 1995, con un fax inviato personalmente da
Maradona, la stampa di tu o il mondo è invitata a Parigi per il lancio
del nuovo sindacato internazionale dei giocatori. L’evento di
g
«solidarietà», con tempismo perfe o, coincide con una controversa
sentenza del procuratore generale della Corte di Giustizia europea,
Carl O o Lenz, che dà ai giocatori molto più controllo sul proprio
cartellino.
Maradona arriva all’Hôtel Le Méridien Étoile, albergo a cinque
stelle di Parigi, con una maglie a nera e un orecchino fa o con i
denti da la e della figlia. Ha l’aria stanca dopo il volo no urno da
Buenos Aires, ed è meno magro di quanto dovrebbe essere,
considerato che ha passato un mese in Uruguay ad allenarsi con
Daniel Cerrini. Maradona non gli dà nessuna colpa per l’accaduto,
dato che si è convinto di essere stato vi ima di una trama ben più
ampia ordita contro di lui dalla FIFA . Continua a servirsi di Cerrini in
barba alle disposizioni diramate dalla FIFA dopo il Mondiale
americano, secondo le quali i giocatori dovrebbero affidarsi soltanto
a medici approvati ufficialmente dalle loro squadre.
I giornalisti si sono radunati nella hall dell’albergo, ma Maradona
viene accompagnato in fre a oltre il grosso della calca fino al
ricevimento privato dietro il cordone del servizio di sicurezza. Io
sono fra i pochi privilegiati a cui viene concesso di fare tappezzeria.
Un facchino si danna dietro alla valigia di Maradona, e uno del suo
entourage gli strilla: «Stai a ento a quella borsa, ci sono le
medicine!». Plus ça change, più le cose cambiano, più rimangono
uguali, mi dico in silenzio. Mentre Maradona si fa fare un massaggio
in camera, Didier Roustan, giornalista di France 2 e amico di Eric
Cantona, confabula con due dei suoi avvocati, Bolotnicof da Buenos
Aires e Siniscalchi da Napoli. Sembrano a ori di un poliziesco
francese. In realtà stanno parlando di grosse somme di denaro.
Roustan, più faccendiere che giornalista, avendo contribuito
all’organizzazione dell’evento ora è preoccupato per i flussi di cassa.
La discussione, che non viene mai risolta del tu o, verte
sull’opportunità o meno di chiedere ai campioni intervenuti, alcuni
dei quali milionari, di versare 7.000 dollari a testa in segno di buona
volontà verso la confraternita del calcio. Laddove Roustan sembra
prendere a cuore l’idea del sindacato, Bolotnicof e Siniscalchi la
vedono semplicemente come un’opportunità pubblicitaria per il loro
cliente. Il che spiega la loro rilu anza a parlare troppo di cifre.
Quando Maradona riappare, con l’aria rinfrancata ma
dimostrando comunque più dei suoi trentaqua ro anni, si è ormai
radunata un’intera squadra composta da undici stelle. I più in vista
sono coloro che, come Maradona, hanno avuto problemi con le
autorità: Gianluca Vialli, che al momento si rifiuta di giocare in
nazionale; George Weah, che si è appena trasferito dal Paris Saint-
Germain al Milan scatenando una bufera; e ultimo, ma non certo per
importanza, Eric Cantona che, come Maradona, sta scontando una
squalifica per aver sferrato un calcio da kung-fu a un tifoso
incollerito.
Maradona è segretamente sollevato nel vedere tanta gente
all’evento. Prima di lasciare Buenos Aires è stato preso dal panico,
temendo che forse, dopotu o, potesse aver davvero perso credibilità
fra i colleghi, e che Parigi potesse trasformarsi in un’umiliazione
pubblica, peggio ancora di Boston. Eppure non appena vede le stelle
che si sono sforzate di venire, il suo pensiero corre a quelli che
invece non sono venuti. La sua rabbia è dire a in particolar modo
contro Pelé, Platini e Franz Beckenbauer, diventati tu i e tre
burocrati della FIFA . È deluso anche dal fa o che nessun argentino e
nessuno spagnolo si sia preso la briga di venire, sebbene diversi suoi
ex compagni, fra cui Valdano e Redondo, siano giusto al di là del
confine.
Ma quest’evento è figlio del desiderio di me ersi le delusioni e le
crisi alle spalle, e di segnalare al mondo che Maradona è tornato. Si è
presentata più gente del previsto, dice Maradona ai giornalisti.
Nomina Ruud Gullit e Hristo Stoichkov fra coloro che gli hanno
espresso il loro sostegno al telefono, e Gascoigne e Pla fra gli inglesi
che ci sarebbero stati se non avessero avuto altri impegni. Più tardi,
durante un’affollatissima conferenza stampa, Maradona e Cantona si
abbracciano per onorare lo spirito dell’eroe dell’indipendenza
argentina, il generale San Martín, la cui statua adorna la vicina
stazione del metrò Argentine. Nella capitale che è stata teatro di
innumerevoli insurrezioni radicali – e nella ci à in cui la FIFA è stata
fondata con nobili ambizioni nel 1904 – i due milionari ribelli
affermano di voler apporre il proprio sigillo su una nuova carta dei
diri i del calciatore. Cantona spiega che il calcio è uno sport che dà
gioia a milioni di persone e che di conseguenza i calciatori meritano
di essere tra ati con rispe o. Maradona riesce ad ampliare il
significato della parola rispe o fino a includere la comprensione nei
confronti di quei giocatori «ingiustamente» so oposti a test
antidoping le cui conseguenze sono del tu o sproporzionate alle
violazioni commesse.
L’unica nota stonata è che i due protagonisti, Maradona e
Cantona, hanno entrambi un ego spropositato. Sembrano a disagio
in presenza l’uno dell’altro, quasi come se la sala stampa non fosse
abbastanza grande da contenerli tu i e due, neanche fossero due top
model costre e a contendersi un’angusta passerella. A un certo
punto Maradona perde la pazienza dopo l’ennesima digressione
pseudo-filosofica di Cantona e interrompe le domande dei giornalisti
dicendo: «Se Eric va avanti così mi sa che stiamo qui tu o il
pomeriggio».
Nonostante la tensione, Maradona rimane uno degli idoli assoluti
di Cantona. «Col tempo, si dirà che Maradona è stato per il calcio
quello che Rimbaud è stato per la poesia e quello che Mozart è stato
per la musica» disse durante un’intervista nel 1995. Fu nel gennaio
di quell’anno che i due si incontrarono a Parigi per parlare della
creazione del sindacato. Cantona acce ò di partecipare a pa o che
Maradona ne fosse il presidente. Il francese riteneva che le cose
importanti fossero il talento calcistico di Maradona e la sua
popolarità, specie nel Terzo Mondo, e che la sua vita privata non
contasse. Credeva che i geni non soltanto si potessero ma si
dovessero perdonare per le loro debolezze umane.
Maradona si trovava nella capitale francese per l’annuale
kermesse del Pallone d’Oro assegnato da «France Football». C’era
anche Coppola, ad assicurarsi che Maradona si divertisse grazie a
qualche fuga nei night club, fra cui il Queen’s, il locale gay par
excellence della Parigi bene.
Dopo l’annuncio del sindacato, Cantona e gli altri giocatori si
dileguano in fre a, lasciando campo libero a Maradona che si lancia
g p
in una serie di dialoghi improvvisati, dimostrando di non aver
affa o perso la sua storica capacità di sedurre i media. Quando gli
chiedono un commento sul calcio britannico, offre un tributo
personale alle doti di allenatori quali Glenn Hoddle e Kevin Keegan:
«Il calcio inglese una volta era molto statico» dice, «sembrava che i
giocatori aspe assero il pallone neanche dovessero paracadutarlo da
un bombardiere. Adesso si muovono tu i. Hoddle e Keegan hanno
trasformato il gioco. E adesso mi piace guardare il calcio inglese da
Buenos Aires. Complimenti».
Più tardi, circondato da giornalisti sopra u o argentini, euforici
all’idea di tu o il materiale che avranno sui taccuini dopo l’evento,
Maradona dà l’impressione di essere sinceramente entusiasta del
proge o. Dichiara che la sua speranza è che il suo sindacato sia in
grado di occuparsi delle frustrazioni e delle lamentele dei calciatori
di tu o il mondo, ricchi e meno ricchi, secondo cui va posto un freno
al potere dei dirigenti dei club e dei funzionari della FIFA . Solo
quando un giornalista con l’accento svizzero gli fa una domanda
provocatoria chiedendogli se per caso la sua intenzione non sia
quella di strappare alla FIFA la sua ricchezza più grande, Maradona
taglia corto, sospe ando che voglia solo provocarlo, o, peggio, sia
una spia agli ordini di Monsieur Havelange e Monsieur Bla er.
L’annuncio del sindacato, in effe i, ha causato un certo allarme
presso il quartier generale da cui i due governano il calcio mondiale.
Agli uomini di Zurigo non piacciono le rivoluzioni. Si rilassano solo
quando ricevono i resoconti da Parigi, rassicurati dal fa o che
l’armata rivoluzionaria di Maradona parli molto ma concluda poco.
A Parigi, Maradona si dimostra un uomo dalle molteplici facce:
arrogante, manipolatore, paranoico. Solo in privato, con la cerchia
più intima e fidata, tira fuori l’altro lato del suo cara ere. Quando la
calca di giornalisti sparisce, si rilassa su una poltrona in uno dei
salo i vuoti dell’albergo. Le sue preoccupazioni principali sono due:
primo, come e dove comprare delle bambole per le figlie; secondo,
come procurarsi un panino al formaggio decente. L’Operazione
Bambole, come la chiama Maradona, ha la precedenza assoluta, e
Coppola prova dapprima a conta are un negozio di gioca oli sul
cellulare, per poi assoldare una collega affinché concluda l’acquisto,
mazze a di dollari alla mano. Solo quando la questione è sistemata,
Maradona si passa una mano sullo stomaco: «Adesso, vediamo di
trovare quel panino, sto morendo di fame. Andiamo, dai». Ridiamo
tu i insieme. Come dice il mio collega che sostiene di conoscere
Maradona molto meglio di me: «Quando Diego è di buon umore, è
facilissimo cadere nella trappola e pensare che sia un tizio
normalissimo».
Soltanto più tardi si scopre che mentre i media di tu o il mondo si
stavano radunando per ascoltare le parole rivoluzionarie di
Maradona, Coppola era in giro a organizzare la serata al Queen’s (è
un fine conoscitore della vita no urna parigina) e a occuparsi del
resto della lista della spesa del suo assistito: camicie e crava e da
Versace in Rue du Faubourg Saint-Honoré. Per quanto riguarda
l’Operazione Panino al Formaggio, si rivela tanto facile quanto
camminare sulle acque. Appena esce dall’albergo, Maradona viene
immediatamente riconosciuto da un paio di fotografi che per non
saper né leggere né scrivere sono rimasti in zona. Ben presto si
unisce a loro una crescente folla di curiosi, disposti a fare follie per
un autografo, una pacca sulle spalle o anche solo uno sguardo al
campione. Maradona indossa un paio di occhiali scuri con la
montatura d’oro e, apparentemente deliziato dall’a enzione
popolare, si me e a passeggiare pavoneggiandosi lungo Boulevard
St-Cyr. A un certo punto un ragazzo di strada si fa largo tra la folla e
prova a farsi fotografare abbracciato al campione. Maradona fa una
smorfia e lo spinge da parte con decisione. Poi prova a rilassarsi, ma
adesso sembra travolto dalla pressione che gli si è creata intorno.
Resta pur sempre un individualista imprevedibile e viziato con la
sua bella dose di problemi.
D’improvviso Coppola si stacca dall’entourage e va verso la
strada, serpeggiando nel traffico fino a che non interce a una Rolls-
Royce decappo abile. La guida un autista, e il proprietario, un uomo
d’affari dai capelli argentati, sembra sinceramente sorpreso davanti
al volto abbronzato di Coppola e al suo completo Versace. «Ferma,
ferma» strilla Coppola. «C’è Maradona, gli può dare un passaggio?»
Non ha in mano una pistola, ma il suo tono di voce dice tu o. È la
p
domanda di un uomo convinto che il mondo di Maradona sia al di là
del bene e del male. Senza aspe are la risposta, Coppola salta sul
sedile posteriore, seguito a ruota da Maradona e da un amico. I tre
ridono come pazzi. Pochi secondi dopo, l’uomo dai capelli argentati,
livido in volto e senza parole per lo shock, fa cenno all’autista di
ripartire. Immagino che vadano verso il tramonto, come in un film di
Hollywood. Poi mi ricordo che siamo a Parigi, e che quello è
Maradona.
Il ma ino dopo mi tolgo le ragnatele dagli occhi e prendo un
treno per Londra di buon’ora. Un’intrepida collega che da mesi cerca
di farsi rilasciare un’intervista da Maradona decide di tornare
all’albergo. In teoria Maradona dovrebbe aver preso un aereo di
primo ma ino e fa o ro a verso Istanbul, dove ha acce ato di fare
una comparsata in una partita di beneficenza per i bambini della
Bosnia. Ma dopo la no ata che gli ha organizzato Coppola, il
campione è a le o, mezzo morto. Anche Coppola e l’avvocato
Bolotnicof sentono i postumi della sbornia, e sanno che tentare di
svegliare il loro assistito è un rischio che non vale la pena correre.
La mia collega non è certo di primo pelo. Ma persino lei rimane
interde a davanti alla scena che le si para davanti quando la fanno
entrare in camera di Coppola. L’uomo a cui piace definirsi il miglior
amico e consulente del «giocatore numero uno al mondo» giace sul
le o completamente nudo, si gra a le palle e ride. Il bersaglio del
suo scherno è un tale Bayram Tutumlu, un turco dalla reputazione
tu ’altro che immacolata il quale tu avia ha speso un sacco di soldi
per organizzare la partita di beneficenza a Istanbul e che adesso va
avanti e indietro per i corridoi dell’Hôtel Le Méridien Étoile con le
mani nei capelli. Maradona esce dal letargo alle tre del pomeriggio.
Arriverà a Istanbul giusto in tempo per la partita.
Da lì Maradona prende un aereo per Seul, dove con un giorno di
ritardo si aggrega al Boca Juniors. La visita è stata ogge o di intensi
diba iti dietro le quinte. Fra coloro che hanno seri dubbi in
proposito ci sono alcuni dei consulenti più in vista assoldati dal
comitato istituito dal governo sudcoreano per candidarsi a ospitare il
Mondiale del 2002. Uno di questi rivelerà poi all’autore: «Eravamo
dell’idea che Maradona fosse imprevedibile. Aveva trascorsi da
p
tossicodipendente e fama di baro. A nostro modo di vedere non era
il genere di persona che volevamo fosse accostata alla nostra
candidatura. Il rischio era che la visita di Maradona si rivelasse un
autogol e comprome esse tu o».
Ma la Corea del Sud subisce anche notevoli pressioni dal governo
argentino, con il presidente Menem in testa. Coppola (amico di suo
figlio e di almeno un altro funzionario in vista del governo) ha
convinto sia lui sia altri rappresentanti dell’industria del calcio
argentina che Maradona garantirà il successo diplomatico e
commerciale della visita ufficiale di Menem a Seul. Alla fine il
governo sudcoreano si convince anche che Maradona e il Boca
Juniors contribuiranno ad alzare il profilo del calcio sudcoreano,
oltre a conquistarsi il voto dell’Argentina per la candidatura a
ospitare il Mondiale. (In realtà Julio Grondona, il rappresentante
argentino nel comitato esecutivo della FIFA , sostenne la candidatura
del Giappone fino a che la dirigenza non decise di optare per
un’organizzazione congiunta durante una riunione tenutasi a Zurigo
nel maggio 1996.)
La visita di Maradona diventa un caso politico. «Fu gestita
dire amente dai due governi» ricorda un funzionario sudcoreano.
La mia fonte avrà modo di pentirsi della decisione. Maradona non è
mai stato e non sarà mai un gran diplomatico. È troppo impulsivo,
troppo individualista. Ge a scompiglio fra il personale dell’albergo
in cui alloggia e non si presenta per un servizio fotografico ufficiale
organizzato in largo anticipo e in occasione del quale avrebbe
dovuto dare una breve lezione di calcio ad alcuni bambini
sudcoreani.
Dal punto di vista argentino nulla di tu o ciò conta davvero. I
de agli negativi di quel viaggio sono a entamente esclusi dai
resoconti spediti a Buenos Aires, che dipingono Diego come un
genio risorto. A Seul è presente una nutrita rappresentanza della
tribù di Maradona e delle sue varie branche: una carrellata di veri
amici e parassiti, parenti, procuratori passati e presenti, funzionari,
intermediari, magnati della televisione, giornalisti, tu i esaltati
all’idea che Diego torni al calcio. Ancora una volta un’intera
agglomerazione di poteri forti sembra dipendere quasi solo da lui. E
così, ancora una volta, il dio torna fra i mortali.

O obre 1995. Di ritorno in Argentina per alcune ricerche relative a


questo libro, nelle cinque se imane che passo a studiare Maradona
a iro l’a enzione dei media locali più di quanto l’abbia mai a irata
durante i cinque anni e mezzo nei quali feci il corrispondente da
Buenos Aires, e mi occupavo di guerre, governi rovesciati e crisi del
debito. I colleghi giornalisti mi seguono da La Bombonera fino al
vecchio accampamento in riva al fiume a Corrientes dove è nato il
padre di Maradona, chiedendomi un’intervista. Qualora ce ne fosse
bisogno, la situazione mi ricorda del ruolo centrale di Maradona
nella psiche colle iva argentina.
Quando torno a Buenos Aires mi invitano a partecipare per la
prima volta al talk show più popolare d’Argentina, Hola Susana, per
una puntata speciale dedicata a Maradona. La presentatrice del
programma, Susana Giménez, appartiene a tu a l’Argentina, vecchia
e nuova. Quand’era una giovane a rice era balzata agli onori delle
cronache rosa per essere stata l’amante del campione di boxe Carlos
Monzón. Fu fortunata a uscirne viva. Monzón faceva fatica a
distinguere le sue donne dai suoi sparring partner: dopo un litigio
arrivò perfino a spingere giù dal balcone la donna che aveva
sostituito Giménez.
Monzón morì poi in un incidente d’auto mentre era fuori con la
condizionale, e Susana tornò a dedicarsi alla sua carriera. La conosco
quando ha da poco compiuto cinquant’anni, quando ormai è una
celebrità, un sex symbol e la presentatrice di talk show più amata
d’Argentina. Bionda tinta, sfrontata, sembra una Zsa Zsa Gabor più
giovane. Per sua stessa ammissione è la prova vivente della magia
della chirurgia, e si definisce una «nonna pioniera, coi jeans e le te e
di plastica». Fa anche felicemente parte, come tanti membri
dell’entourage di Maradona, della Nuova Argentina del presidente
Menem, dove una visita al chirurgo per un lifting o un ritocchino,
così come una camicia di Versace, è uno status symbol. Ma Susana
non è certo un’oca giuliva, e Maradona non è certo uno stupido. Lei
ha fa o carriera in televisione, come Maradona sui campi da calcio,
p
grazie alla capacità di capire istintivamente cosa voglia e a cosa
tenga la maggioranza degli argentini.
L’ingresso del suo studio è una piscina piena di le ere, quelle che
riceve dagli ammiratori soltanto in una se imana. Questa non è che
una delle molteplici puntate che Susana ha dedicato a Maradona: in
parte perché lo ammira, proprio come ammirava Monzón, per aver
sempre fa o e de o quello che sentiva, e poi perché garantisce
grandi ascolti. Ho guardato un frammento di una delle puntate
precedenti. Susana si veste da majore e e guida una compagnia di
Granaderos, la guardia d’onore del presidente dell’Argentina, in una
sfilata davanti a Maradona, sua moglie e le figlie. La mia puntata è di
tu ’altro tenore, gestita con cautela per evitare polemiche. «Io non
dirò mai niente di critico su Diego» mi confida, cive uola, «perché
voglio che torni nel mio programma!» Fra una se imana è il
compleanno di Maradona, e vuole realizzare un reportage della
festa.
Gli altri ospiti sono Coppola, il giornalista argentino Fernando
Niembro, l’ex commissario tecnico della nazionale Carlos Bilardo, il
telecronista argentino Mariano Grondona e un argentino do orando
a Oxford di nome Esteban Hübner. È Hübner a venir chiamato in
causa per primo, giacché è la ragione stessa per cui si fa la puntata.
Ha invitato Maradona a tenere una lezione a Oxford, e Giménez,
impropriamente, definisce l’occasione «il più grande onore
accademico mai conferito a uno sportivo internazionale». Hübner
racconta di quando lavorava in un albergo di Buenos Aires dove
aveva alloggiato Maradona. Diego gli era piaciuto subito e da allora
aveva sviluppato un’ammirazione nei suoi confronti che non faceva
che crescere col passare del tempo. Una volta giunto a Oxford, fu
preso dall’ossessione di portare il suo idolo nel Regno Unito.
Quando prende la parola, Grondona ricorda che Maradona è
l’unico argentino di cui gli stranieri chiedano mai, e che quindi si
merita di essere invitato nella ci adella degli studi accademici.
Grondona è visto dai suoi connazionali come uno dei più grandi
pensatori d’Argentina, un ex professore universitario che crede nella
televisione «intelle uale». Chiude il suo contributo allo spe acolo di
Giménez ricordando al pubblico le qualità mistiche di Maradona. «È
p q
nato in una stalla» medita Grondona. (In realtà Maradona è nato in
un ospedale che porta il nome di Eva Perón.)
Niembro partecipa in quanto già autore di un libro su Maradona,
il racconto romanzato della sua disfa a al Mondiale negli Stati Uniti,
nel quale il calciatore viene dopato e incastrato dalla CIA . Difende la
sua tesi di fondo, e cioè che Maradona è stato la vi ima innocente di
un complo o della FIFA volto a liberarsi di lui. Per sua stessa
ammissione, Niembro non ha uno straccio di prova, ma sa che è una
teoria che tocca il cuore di molti argentini, e fa vendere libri. Il fa o
che, a più di un anno di distanza dalla Coppa del Mondo, si senta
ancora abbastanza sicuro di sé da spia ellarla in faccia al pubblico in
studio e a milioni di telespe atori dimostra fino a che punto gli
argentini siano disposti a prendersi in giro, quando si parla di
Maradona.
Il resto del tempo c’è Bilardo che ricorda ammirato le doti tecniche
di Diego come calciatore, e Coppola che dichiara quanto sia
entusiasta il suo assistito all’idea di tornare a giocare a calcio col
Boca. Per quanto mi riguarda, li avverto che Maradona potrebbe
trovare una certa ostilità al suo arrivo nel Regno Unito. «Gli
chiederanno della droga, e della Mano di Dio, anche se ovviamente
nessuno si è dimenticato quel suo secondo gol contro l’Inghilterra…»
E così è, in una serata nella sala diba iti dell’Oxford Union che
riassume Maradona in una maniera che pochi dei presenti, sul
momento, afferrano davvero. L’immagine che Coppola tenta di
proie are al mondo esterno è quella di un Maradona che finalmente
si guadagna il rispe o di tu i dopo anni di ingiustizie e
maltra amenti per mano di giornalisti e burocrati. Poco importa che
il do orato di Maradona sia farlocco, l’associazione di ebrei
ortodossi che ha organizzato l’evento non ha certo l’autorità di
consegnargli tocco e toga. Quel che conta è la pergamena che celebra
Maradona come il Maestro Ispiratore dei Sogni di Oxford. E almeno
in un senso quei sogni sono rappresentati da come Maradona
acconsenta a palleggiare con una pallina da golf e a tenere un
pallone in equilibrio sulla testa. La richiesta arriva da uno studente
che gliel’ha visto fare in allenamento durante USA ’94.
Diego schiva le domande sulla Mano di Dio e sulla droga con un
po’ di ironia. «Non è stata la droga a farmi sme ere di giocare, ma
ho fa o un errore e lo acce o» dice. «Ci sono un sacco di uomini
potenti nel calcio. Hanno cercato di uccidermi, di distruggermi, ma
non ce la possono fare. Mi vogliono distruggere perché sono uno dei
pochi giocatori che dice cose che a questa gente non piacciono.» E la
Mano di Dio, Diego? Hai rimpianti? Hai mai pensato di scusarti?
Stringendo in mano un braccio di plastica donatogli da uno degli
studenti, Maradona sorride angelico. «All’epoca ha risolto tu i i
problemi» dice. È molto semplice.
Maradona tiene la sua «lezione» con tono monocorde e voce
incerta, come se stesse leggendo un testo scri o da altri senza essersi
preparato abbastanza. In effe i è opera di Coppola e Bolotnicof, e
offre al pubblico un livello di coerenza filosofica che Maradona da
solo non è in grado di esprimere. Come ritra o di una vita, è
chirurgicamente sele ivo se non addiri ura disonesto. «Da bambino
il calcio mi dava una scarica di gioia» dice, «ma non capivo come la
gente che dava quella gioia si potesse mai considerare superficiale o
vuota. Il mio destino era di regalare quel genere di felicità alla
gente… mi interessava solo giocare e sentire il clamore sugli spalti,
questa chimica imprevedibile che sfugge alle definizioni. Il mondo
dei grandi affari non mi interessava per niente. Ma dato che era
parte del calcio, dovevo tenerlo presente.»
La lezione termina con una velata critica alla FIFA e al modo in cui
il calcio ha perso la sua purezza per colpa di uomini senza scrupoli
interessati solo ai soldi. L’ospite d’onore poi offre al pubblico il suo
credo, le qua ro nobili verità di Diego Armando Maradona:
«Famiglia, amicizia, solidarietà, giustizia». Cos’altro ci si può
aspe are da Dio?
23
Maradona redivivo

Buenos Aires, gennaio 2010. Quest’anno c’è il mondiale.


All’apparenza, Maradona è un uomo trasformato; il suo ultimo
episodio di condo a irresponsabile – un’inve iva sboccata contro
alcuni giornalisti – ha fa o scendere il suo indice di gradimento ma
si sta rivelando un semplice contra empo sulla strada della
redenzione come allenatore della nazionale. Le infedeltà del passato
sono perdonate e Diego vive apertamente con la sua ultima
fidanzata mentre l’ex moglie gestisce le sue finanze. Si è riconciliato
con le figlie – nonno affe uoso del bebè di una, moglie di un altro
calciatore; padre solidale dell’altra, una giovane a rice di successo. È
dimagrito, e da un po’ ormai non ha problemi di salute. La sua
vecchia dipendenza dalla cocaina sembra solo un lontano ricordo.
Questa perlomeno, è l’immagine pubblica. Eppure, a scavare so o
la superficie, Maradona rimane quel genio imprevedibile ed
eccentrico che ho scoperto facendo le mie ricerche per la prima
edizione di questo libro quindici anni fa. Il suo occasionale ricorso
alla violenza – verbale o fisica – è figlio del suo ambiente quanto dei
suoi demoni interiori: l’essere cresciuto nella terra senza legge della
baraccopoli, la sua lunga tossicodipendenza, i parassiti e gli
opportunisti che a loro volta sono diventati dipendenti da lui.
L’Argentina è lo Stato fallito dell’America Latina, sempre al di
so o del suo enorme potenziale economico. È famosa per la
corruzione endemica tra politici e uomini d’affari e tra i faccendieri
che popolano l’industria del calcio da cima a fondo. È un mondo nel
quale Maradona entra ed esce con facilità, dato che i poteri forti si
assicurano che, nonostante le sue mancanze umane e lo spreco del
suo talento, gli sia sempre concesso di dare al pubblico un altro
pezzo di sé. Per quanto possa blaterare contro l’establishment, ha
p q p
passato gran parte della sua vita adulta nutrito tanto dai potenti
quanto dai tifosi duri e puri che lo venerano da Buenos Aires a
Baghdad. La sua arroganza e la sua naturale inclinazione alla
vende a ne hanno intaccato la popolarità in giro per il mondo, ma il
ricordo colle ivo dei suoi tifosi più fedeli è fa o dei momenti di
pura magia che ha prodo o sul campo, con il talento naturale di chi
ha imparato a controllare il pallone nella polvere ben prima di
diventare ricco.
La Boca, il quartiere vicino al vecchio porto di Buenos Aires, è il
luogo dove il mito di Maradona come idolo del popolo ha resistito
più a lungo. Il Boca Juniors è il club per cui il giocatore stesso ha
sempre fa o il tifo. Al Boca piace considerarsi la casa degli
emarginati e ha sempre a irato a sé innumerevoli sosia di Maradona
dalla pelle scura. Murales e sculture lo ritraggono sia all’interno che
all’esterno della Bombonera, lo stadio che lo ha accolto sia da
calciatore che da ultrà. Per quanto il museo sia dedicato a tu a una
schiera di eccentriche leggende, dal «Ra o» Ra ín a Ga i de o «il
Ma o», Maradona ha il posto d’onore, essendo considerato
all’unanimità il più grande di tu i.
Una sera tardi, nel se embre 1996, Diego Maradona siede di
fronte a me al tavolo di un ristorante italiano di Londra e guarda la
copia della prima edizione di questo libro che gli ho appena
regalato. Dopo averlo seguito per mesi in giro per il mondo, speravo
che questo potesse essere un momento chiave che mi desse
l’opportunità di saggiare la sua disponibilità a fare i conti con se
stesso. Ma non sarebbe stata una no e di rivelazioni, quella.
Maradona era affiancato dal suo procuratore dell’epoca, Guillermo
Coppola, e da Gianluca Vialli. A vederli così tu i e tre insieme
sembravano invischiati in chissà quale congiura, anche se
ovviamente potevo solo tirare a indovinare circa la natura della
conversazione che avevo interro o. Immaginavo avesse qualcosa a
che fare con le voci secondo le quali Maradona voleva giocare nel
Chelsea. Qualsiasi cosa fosse, non ne avrebbe più parlato in quella
sede, e ben presto lo vidi allontanarsi nella no e, dire o verso il
cuore pulsante della movida londinese.
Maradona tenne per sé la sua reazione al mio libro per diversi
giorni per poi rivelarla a sorpresa in quel di Alicante, nel Sud della
Spagna, dove si era recato per una «cura». Mentre confessava per
l’ennesima volta la sua tossicodipendenza, a accò tu i coloro che mi
avevano aiutato, accusandoli di tradimento. «Burns mi ha coperto di
merda» dichiarò alla radio spagnola.
Ad Alicante, Maradona si concesse anche una delle sue no i
brave. Fa e le ore piccole, tornò in albergo in condizioni
psicologiche che un testimone oculare definì «molto strane e
disturbate». Poi restò bloccato in ascensore quando andò via la
corrente e prese a calci la porta fino a farsi sanguinare il piede. Dopo
che i pompieri lo trassero in salvo, continuò a prendere a calci tavoli
e sedie, strillando fino all’alba, quando il dire ore dell’albergo gli
presentò il conto per i danni. Con Diego ormai prossimo ai
trentase e anni, ben oltre la sua data di scadenza come giocatore, a
guardare in giù sull’orlo dell’abisso, sembrava che quello potesse
essere l’inizio dell’ultimo capitolo della sua turbolenta vita. Ma era
caduto dalle stelle alle stalle già in passato, per poi rialzarsi ogni
volta. E quel colpo di scena si rivelò tu ’altro che l’ultimo nella sua
caotica esistenza.
Poche se imane prima, dopo aver sbagliato ben cinque rigori in
una fase decisiva del campionato argentino, Maradona aveva
annunciato la sua intenzione di lasciare il Boca Juniors. L’uomo che
aveva invocato una divinità benevola per giustificare la disonesta
rete segnata agli inglesi a Messico ’86 adesso dava la colpa alle
streghe che gli avevano fa o il malocchio. Continuava a comba ere
con un problema di droga per il quale chiese aiuto a una schiera di
medici. I dirigenti del Boca Juniors avevano confessato in privato il
loro timore che potesse crollare fatalmente in campo nel bel mezzo
di una partita, che il suo cuore semplicemente cedesse so o lo stress
causato dall’abuso di droga. In una delle sue cara eristiche
esplosioni spontanee in dire a televisiva nazionale, dichiarò:
«Maradona il calciatore è morto». In realtà continuò a giocare nel
Boca fino all’o obre del 1997, ma persino allora i servizi e gli articoli
su come avesse finalmente appeso le scarpe al chiodo, ba endo
un’onorevole ritirata dalle prime pagine del calcio mondiale, si
rivelarono prematuri.

Nel gennaio del 2000 Maradona vide la morte in faccia.


Estremamente sovrappeso e affe o da un disturbo cardiaco che
sosteneva di aver ereditato dal padre, ebbe un collasso mentre si
trovava in vacanza in Uruguay, nella località turistica di Punta del
Este. Fu ricoverato in ospedale per ipertensione e per un’irregolarità
del ba ito cardiaco. Coppola era con lui, e disse prontamente ai
giornalisti che l’episodio non aveva nulla a che fare con la droga,
mentre un altro amico, il presidente Menem, liquidò tu o come «un
a acco di stress». Più tardi la polizia uruguayana rivelò che le analisi
del sangue e delle urine di Maradona dimostravano «un consumo
eccessivo di cocaina».
Le immagini sca ate al suo capezzale, che Coppola riuscì a
vendere a caro prezzo dopo aver tra ato per conto del suo cliente,
mostravano Maradona in ripresa. Ma aveva preso dodici chili da
quando aveva smesso di giocare circa tre anni prima. Era gonfio, con
gli occhi tumefa i, e teneva duro. Fosse stato un altro, più o meno
chiunque altro, sarebbe morto quel giorno. Ma la sua capacità di
recupero – o magari solo la sua buona sorte – ha sempre sbalordito i
medici che lo hanno curato. La telefonata che mi informò che
Maradona sarebbe stato fra noi anche nel nuovo millennio mi arrivò
proprio mentre stavo conversando online con alcuni dei suoi tifosi.
Micky da Liverpool disse che Maradona aveva ancora più mercato di
quanto ne avrebbe mai avuto Michael Owen. Charly da San Jose,
California, disse che Maradona era meglio di Pelé. Qualcuno in quel
di Kathmandu insiste e che Maradona era il re del calcio, mentre un
medico argentino ricordò di quando alcuni guerrieri di chissà quale
tribù afghana l’avevano tenuto ostaggio puntandogli un’arma alla
tempia, per poi lasciarlo andare dopo che invocò gridando il nome
di Maradona. I tifosi di tu o il mondo ancora lo adoravano per il
giocatore che era stato.
Fu in quel periodo che Jon Smith, il procuratore calcistico
internazionale che aveva rappresentato Maradona fra il 1987 e il
1993, concluse che il calciatore ormai non era più il prodo o
p p
vendibile in tu o il mondo che era stato un tempo. Mi disse che sul
finire degli anni ’90 aveva conta ato tre diversi club di Premier
League offrendo Maradona come allenatore, e che tu i e tre gli
dissero prontamente di andare a quel paese.
Ma con Maradona non si può mai prevedere niente, e pochi giorni
dopo il collasso in Uruguay già stava recuperando all’Avana, ospite
del suo amico Fidel Castro, con il conto in banca rimpinguato dal
suo agente che intanto vendeva altre interviste e fotografie esclusive
per placare la fame dei media di tu o il mondo. Maradona parlava
addiri ura di sé in terza persona, burlandosi dei deliri di coloro che
avevano pronosticato la sua imminente dipartita. «Diego Maradona
salirà in paradiso soltanto quando ci saranno tu i e qua ro i Beatles
ad aspe arlo» dichiarò. Dall’Avana il giornalista britannico David
Jones suggerì che l’uomo che un sondaggio mondiale della FIFA
aveva da poco incoronato come il più grande calciatore del
ventesimo secolo «non soltanto ha manie di grandezza, ma è
completamente uscito di senno».
L’ultimo soggiorno di Maradona al complesso termale e turistico
di La Pradera rasentò la farsa. Si alzava tardi ogni ma ina, poi si
concedeva un brunch con fru a fresca e succhi di fru a che gli
veniva servito da due chef in cappello bianco su un carrello
d’argento. Occasionalmente si trascinava fino a una piccola palestra
dove, dopo solo qua ro serie da dieci di piegamenti sulle braccia,
qua ro serie da dieci di elevazioni delle gambe e alcune rotazioni
delle spalle appena abbozzate, si riduceva «ad ansimare come un
tricheco asmatico». Con una sconvolgente chioma tinta di arancione,
un tatuaggio di Che Guevara sul braccio flaccido e un cardiomonitor
fissato all’abbondante girovita, assomigliava a un Harpo Marx
troppo gonfio. Nulla di tu o ciò sembrava preoccupare Castro, che
trovò il modo di sfru are a fini politici la sua presenza sull’isola. I
media locali lo dipinsero come il buon pastore della gente comune,
contrapponendolo al Golia del Nord (gli Stati Uniti) che si erano
rifiutati di concedergli un visto dopo lo scandalo doping al Mondiale
del 1994. «Grazie a incontri come questo che ho appena avuto con
Fidel, il mio cuore resisterà, e questo Diego sarà in circolazione
ancora per un bel po’» dichiarò Maradona dopo un incontro con il
líder máximo, un altro immortale, come lui.
Nel giro di un anno, nel 2001, Maradona stava piangendo in
pubblico, non per la prima volta. Piangeva per l’emozione di sapere
che c’erano ancora abbastanza argentini che lo rispe avano a tal
punto che non riuscivano ad acce are che qualcun altro indossasse
la sua maglia numero 10, persino a questo punto della sua vita,
quando ormai stava dicendo addio, per l’ennesima volta. La maglia,
firmata dall’Argentina del 2001 – gente come Javier Saviola, Gabriel
Batistuta, Javier Zane i, Hernán Crespo, Juan Román Riquelme,
Andrés D’Alessandro, Marcelo Gallardo, Pablo Aimar e Juan
Sebastián Verón – gli fu consegnata durante una partita di addio al
calcio fra una selezione argentina guidata da Diego e una selezione
del Resto del Mondo che sembrava una carrellata di ragazzacci del
calcio, giocatori di talento e leggende del passato, uomini come
Carlos Valderrama, Hristo Stoichkov, Eric Cantona e René Higuita.
Era novembre a Buenos Aires, caldo, soleggiato, con l’odore dolce
dei fiori di jacaranda sbiaditi. Prima della partita, Maradona, con un
turbante in testa, aveva fa o visita al suo amico e ormai ex
presidente Menem, che era agli arresti domiciliari in seguito
all’accusa di corruzione. I giornalisti rivelarono in seguito che
all’Hilton di Buenos Aires, dove si era stabilito con il suo entourage,
Maradona girava per i corridoi con una maschera di Osama bin
Laden che aveva acquistato dopo l’11 se embre e che aveva
indossato alle feste in maschera in quel de L’Avana.
Il giorno della sua partita d’addio indossò la maglia numero 10 e
aspe ò fino a che un gruppo rock argentino chiamato I Ra i
Paranoici avesse finito di cantare la sua dedica: «Voglio che Diego
giochi per sempre». Poi uscì dal tunnel della Bombonera, la sua
adorata arena, come aveva fa o innumerevoli volte in passato,
travolto dal ruggito di 60.000 tifosi sfegatati, gladiatore del popolo,
con le sue giovani figlie accanto. Lo stadio era adornato con il
gialloblu del Boca e il bianco e il celeste dell’Argentina. Le barras
bravas affollavano gli spalti. Saltavano per la gioia, cantando
«Maradoo, Maradoo» e srotolarono un enorme striscione sul quale
campeggiavano le parole «Grazie, Diego». Era un segno del loro
p gg p g g
debito nei suoi confronti, a eterna memoria del suo genio. Che
l’evento fosse stato reclamizzato come l’addio definitivo, l’ultima
apparizione di Maradona nel pieno della peggior crisi economica
argentina negli ultimi anni, fu un colpo paragonabile
all’organizzazione del match fra Ali e Foreman nello Zaire di
Mobutu. Questa era la versione maradonesca di un evento sportivo
per la gente di tu o il mondo, la sua reinterpretazione della celebre
«rissa nella giungla».
Eppure stavolta, alla Bombonera, non c’era in gioco nessun titolo.
L’eterna fiducia di Maradona in se stesso era concentrata sulla sua
indiscussa corona di miglior calciatore ad aver mai calcato i campi
da gioco. Una buona dose di realtà suggeriva che, a o antaqua ro
chili, l’uomo che tro erellava per il campo fosse un tantino
sovrappeso per i suoi quarant’anni.
In Maradona restava un bisogno disperato e insoddisfa o di dare
un significato alla vita, di ritrovare un senso, uno scopo, di me ere a
fru o il suo talento e il suo genio. Nel 1997, subito prima di
precipitare per l’ennesima volta in un vortice di droga, abbuffate e
sbornie, Diego aveva promesso non soltanto di aiutare il Boca a
tornare grande, ma anche di aiutare l’Argentina a qualificarsi per la
Coppa del Mondo del 1998 in Francia, riconquistando il suo posto in
nazionale. Le cose andarono in tu ’altra maniera. Il coronamento di
quel sogno avrebbe dovuto aspe are, ma il bisogno disperato di
giustificare se stesso restava vivo.
In Io, Diego, l’autobiografia pubblicata nel 2000, Maradona parla
del suo talento naturale: la sua capacità di ruotare le caviglie era uno
dei fa ori che gli perme evano di fare cose col suo piede sinistro che
la maggior parte dei comuni mortali fatica a fare con la mano destra.
All’estrema rotazione delle caviglie si aggiungeva una visione
panoramica del campo e l’abilità di prevedere il risultato di una
determinata azione prima degli altri. A Jorge Valdano piaceva
raccontare di come dopo quel secondo gol contro l’Inghilterra nel
1986, Maradona gli disse: «Ti ho visto che ti sei smarcato, ma non te
l’ho passata perché pensavo di potercela fare da solo». Al che
Valdano diceva: «Quel figlio di buona donna, non fosse bastato tu o
quello che stava facendo, mi aveva anche visto!».
q
Ma solo Maradona stesso poteva descrivere quel secondo gol
come il genere di gol che sogni di fare da bambino: involarti sulla
destra per poi superare Beardsley, Reid e Butcher, vedere Valdano
smarcato sulla sinistra ma decidere di fare da solo, scrollarti di dosso
Fenwick fintando a rientrare per poi superarlo sull’esterno, a irare
Shilton fuori posizione e poi bu arla dentro, lasciando Butcher a
raccogliere i cocci dopo un tardivo tentativo di recupero. Ricorda
Maradona: «Ogni volta che lo riguardo, mi sembra quasi una bugia
che sia riuscito a segnare quel gol. È quasi un sogno… eppure ho
segnato il più bel gol della mia vita».
Per Maradona, la sua prestazione e la vi oria dell’Argentina
nell’estate del 1986 furono uno schiaffo morale a tu i coloro che
avevano criticato la squadra allenata da Carlos Bilardo nelle ultime
se imane della preparazione. «Una volta che ci hanno dato la coppa
siamo tornati negli spogliatoi e ci siamo messi a cantare i cori più
osceni della curva» ricordò in un’occasione. «Erano dedicati a tu i…
eravamo tu i in piedi sulle panche, a gridare come pazzi: “E questo
è per tu i voi stronzi là fuori”.»
Pur amme endo la propria tossicodipendenza, Maradona ritiene
che almeno due dei test antidoping incriminati siano parte di una
non meglio specificata congiura, e ha sempre negato di aver mai
assunto sostanze per migliorare le sue prestazioni. Per quanto
riguarda quella partita contro l’Inghilterra allo stadio Azteca, ha
ammesso di aver usato la mano per segnare il primo gol agli inglesi,
ma non prova alcun rimpianto, né si sente in dovere di scusarsi. Il
gol, ha più volte affermato, era una dolce vende a per tu i i chicos
argentini uccisi «come uccellini» nella guerra delle Falkland. Lo fece
sentire una versione argentina di Dodger il Malandrino che rubava il
portafoglio a un inglese.
Maradona se l’è sempre presa con gli arbitri, con la FIFA , coi
giocatori arraffoni e coi politici corro i, schierandosi, come è lecito
aspe arsi, dalla parte dei tifosi sinceri. «Sono la voce di quelli che
non hanno voce, la voce di tanta gente che si sente rappresentata da
me perché io ho sempre un microfono davanti mentre loro non
avranno mai la possibilità di averne uno nelle loro povere vite
dimenticate da Dio.» Non si è mai sentito in dovere di giustificarsi
per essere rimasto in un silenzio di tomba durante gli ultimi giorni
del regime militare che costò la vita a un numero di argentini
stimato fra i 9.000 e i 30.000 fra il 1976 e il 1983. Dopo aver giocato a
un tiro di schioppo dai «campi della morte» (l’appartamento di
Maradona, all’epoca, era poco distante da uno dei più famigerati
campi di detenzione della giunta), fu ben lieto di farsi fotografare in
compagnia di alcuni fra i membri più in vista della camorra
napoletana, non perché fosse uno di loro, ma perché si divertiva.
Alla fine della sua autobiografia insiste e col dire che, arrivato all’età
di quarant’anni, poteva in tu a onestà affermare di non aver mai
fa o male a nessuno se non a se stesso, e di non dovere nulla a
nessuno se non alla sua famiglia.
Nel 2001, quando tornò alla Bombonera per la sua partita di
addio, lo fece dopo l’ennesima tormentata ba aglia per rime ersi in
forma, durante la quale si era so oposto a un intervento chirurgico
in Colombia. I suoi tifosi più sfegatati non parvero cogliere l’ironia:
tornare in forma nella patria della polvere bianca. Soltanto quando
l’arbitro fischiò il calcio d’inizio Maradona capì fino a che punto era
stato sacrificato sull’altare dell’illusione colle iva. Sin dalle prime
ba ute fu chiaro che non era abbastanza allenato per giocare più di
una manciata di minuti a un ritmo competitivo. Così la partita fu
coreografata in modo tale da andare incontro a lui per com’era in
quel momento. Gli altri giocatori rallentarono l’andatura, mollarono
un po’ nei contrasti, e si assicurarono che toccasse palla il più
possibile. Sembrava talmente lento di testa e di gambe che a
malapena azzardava un contrasto, e sbagliò anche diversi passaggi.
C’era qualcosa di profondamente triste nel vedere quei gesti
caritatevoli nei confronti del miglior calciatore che il mondo avesse
mai avuto. Ma dire che il pathos fu rido o a pantomima
significherebbe sminuire l’affe o sincero per Maradona che spinse i
giocatori a quel gioco complice per proteggere la sua dignità.

Data la sua pessima forma, tu i sapevano che Maradona non


sarebbe stato in grado di segnare un gol da solo. Con l’Argentina in
vantaggio grazie alle reti dei compagni, arrivò un calcio di rigore che
gg g p g g
Maradona potesse ba ere. Lui si fece avanti, col pe o all’infuori e le
gambe come tronchi, e infilò la palla in rete, non senza la complicità
di Higuita, il portiere, che praticamente non tentò neppure di
pararlo. Più tardi Maradona si creò un’occasione da gol quando
tentò di superare Higuita con un pallone o da trenta metri. Stavolta
il portiere trasformò quel missile dire o so o la traversa in una
parata spe acolare, respingendo la prodezza di Maradona con un
colpo dello scorpione simile a quello che il colombiano aveva
sfoggiato contro l’Inghilterra a Wembley. A quel punto eravamo a
secondo tempo inoltrato e Maradona riusciva a malapena a
camminare, altro che tro erellare. Zoppicava vistosamente ed era
madido di sudore. Era difficile non provare compassione per
quell’uomo, rido o a una comparsa malrido a nel gioco che tanto
amava, messo in scena in suo onore ma non certo giocato come lui
ben sapeva che andava giocato. Ma Maradona aveva già vissuto certi
momenti, nei quali aveva faticato a riconciliare il suo amore per il
calcio e il disastro della sua vita personale, e se l’era sempre cavata.
Con l’aria di un uomo pericolosamente senza fiato, prese una
bo iglia d’acqua e se la versò in testa – un ba esimo rituale –
proprio quando la partita sembrava sgonfiarsi come un palloncino
bucato. Momentaneamente rinfrescato, si lanciò in una performance
per il pubblico di casa, strappandosi la maglia dell’Argentina per
rivelare so o quella del Boca Juniors. Era come se il film della sua
vita stesse passando al rallentatore. Gli vennero di nuovo le lacrime
agli occhi quando mostrò il dito medio alle celebrità, ai politici e ai
dirigenti calcistici che avevano pagato per un posto comodo in
tribuna VIP e fece un gesto di solidarietà verso la curva e le tribune
dove stavano i disoccupati e quelli dalla pelle scura, i teppisti e i
ladri.
Fu esa amente in quel momento che i più fedeli fra i fedelissimi
di Maradona, gli scamiciati folli e senza legge della curva ultrà nota
come la doce (la dodici, così soprannominata perché con la sua
passione equivale a un dodicesimo uomo in campo), già da tempo
lanciatisi in una danza tribale che faceva vibrare La Bombonera,
fecero partire una salva di petardi che pareva una raffica di
artiglieria e che colmò lo stadio intero dell’odore e dell’eco della
polvere da sparo. La cacofonia dei cori raggiunse una frenesia e
un’energia tali da tracimare fin oltre lo stadio, in tu o il Paese, per
tu o il pianeta, lasciando i telecronisti di tu o il mondo senza
parole, costre i a ripetere sciocchezze come: «Sono scene
incredibili». Maradona fu portato in spalla dai compagni, gli occhi
rivolti al cielo, le braccia spalancate a mo’ di supplica, mentre
piangeva come non aveva mai fa o prima, per i suoi fallimenti e per
le sue vi orie, per i tempi passati e per il tempo che passava, e per il
fascino ipnotico dell’immortalità.

Al di fuori dello stadio, l’Argentina come nazione precipitava nella


crisi più profonda a memoria d’uomo, so o la presidenza di
Fernando de la Rúa. Una forte sfiducia nella capacità del governo di
affrontare l’aggravarsi del deficit del se ore pubblico, unito a un alto
tasso di disoccupazione, causò una corsa agli sportelli che a sua volta
condusse all’odiatissimo corralito, ovvero il divieto di prelevare
denaro contante. Ci furono disordini sia a Buenos Aires che in altre
zone del Paese. Nella capitale negozi e banche furono saccheggiati e
qualcuno tentò di dar fuoco al parlamento. Gli scontri fra i
manifestanti e la polizia in tenuta antisommossa causarono la morte
di ventise e civili e centinaia di feriti nel peggior caso di violenza
politica dalla fine della guerra delle Falkland, quasi vent’anni prima.
La nazionale argentina si stava preparando per la fase finale del
Mondiale 2002 in Giappone e Corea del Sud, nella speranza che una
vi oria avrebbe risollevato il morale della nazione, come era
accaduto nel 1978. In un clima di disintegrazione politica, si diceva
che Maradona avesse intenzione di candidarsi alla vicepresidenza
dell’Argentina al fianco dell’ex presidente peronista Carlos Menem,
recentemente scampato al carcere.
Dopo che de la Rúa fu costre o alle dimissioni, l’Argentina entrò
in un periodo di limbo politico durante il quale diversi presidenti ad
interim faticarono a mantenere il controllo. I manifestanti e alcuni
se ori dei media incolparono pubblicamente la classe politica,
utilizzando lo slogan «que se vayan todos» («che se ne vadano tu i»).
Nel gennaio del 2002 un nuovo presidente ad interim, Eduardo
g p
Duhalde, ex governatore peronista di Buenos Aires, abolì il tasso di
cambio fisso, consentendo al peso argentino di svalutarsi per più di
due terzi del proprio valore e ge ando più di metà del Paese so o la
soglia di povertà. L’anno successivo si tennero nuove elezioni e
Néstor Kirchner, un altro peronista, giurò da presidente il 25
maggio. L’Argentina, un Paese che un tempo aveva superato
l’Europa per prosperità e che avrebbe dovuto essere autosufficiente
per cibo e petrolio, si ritrovò con una classe media decimata e ampie
fasce della popolazione sempre più malnutrite.
Con un linguaggio che ricordava il populismo del generale Juan
Perón e di Evita, Kirchner promise di affrontare i problemi sociali
avviando una drastica rinegoziazione del gigantesco debito
nazionale e annunciando un riallineamento in politica estera che
rompeva con gli Stati Uniti per avvicinarsi ad altri leader nazionalisti
dell’America Latina come Hugo Chávez in Venezuela ed Evo
Morales in Bolivia. Anche se si mosse in fre a per perseguire i casi
ancora aperti di violazioni dei diri i umani da parte dei militari e
per purgare la magistratura dai giudici accusati di corruzione, lo
stile politico di Kirchner rifle eva quello del suo passato di
governatore della provincia di Santa Cruz, ricca di petrolio.
Cominciò a comandare l’Argentina come un feudo personale,
facendo favori agli amici, fra cui contra i commerciali assai
redditizi, e costruendosi una rete di potere al di fuori del
parlamento, fra le autorità locali, i sindacati e un so oproletariato
disincantato.
Maradona cominciò ad appassionarsi al nuovo clima politico e
pensava che potesse giovare ai suoi interessi. Nel 2004 divorziò da
Claudia Villafañe, sua fidanzata di sempre e moglie che tanto aveva
patito, dopo aver ammesso di essere il padre di un ragazzo italiano
di nome Diego Sinagra, nato quando giocava nel Napoli. Finì poi per
trasferirsi in una nuova abitazione nel lussuoso quartiere
residenziale di Ezeiza, vicino ad acri di terreno di proprietà della
Federcalcio argentina, dove la nazionale ha il suo imponente centro
di allenamento. Nel 2004, la zona era una roccaforte peronista,
alleata del governo. Si vociferava che l’acquisto della casa di
Maradona fosse stato facilitato dal sindaco Alejandro Granados, il
j
cui figlio era proprietario di un club della zona – ben foraggiato – e
aveva una serie di interessi economici tu ’altro che limpidi. Solo più
tardi sarebbe venuto fuori che Maradona, dopo essersi inserito in un
mercato immobiliare di alto valore, si alleò con Granados, i suoi
amici, Kirchner e il partito peronista che aveva dominato la politica
argentina sin dalla presa del potere da parte del generale Perón nel
1945. Nell’aprile del 2008, Granados annunciò che Maradona era
diventato un membro del partito peronista e che gli era stata
assegnata la tessera con il leggendario numero 10. Nell’agosto del
2009 Diego sostenne con entusiasmo l’azione del governo volta a
riportare nelle mani dello Stato i redditizi diri i televisivi per il
calcio.
Qua ro anni prima di diventare ufficialmente un peronista, il 18
aprile 2004, Maradona fu ricoverato nel reparto di terapia intensiva
di un ospedale di Buenos Aires per un sospe o infarto in seguito a
un’overdose di cocaina, l’ultimo di una serie di spaventi che
l’avevano portato faccia a faccia con la morte. Eppure ancora una
volta gli articoli che lo davano per spacciato si rivelarono esagerati.
Nel giro di un anno, ormai obeso e fuori forma, acce ò di so oporsi
a un bypass gastrico per sgonfiare lo stomaco e ridurre l’appetito. In
seguito all’operazione si a enne a una dieta ferrea a base di cibi
facilmente digeribili, e niente alcol. Una delle storie che circolavano
in passato suggeriva che durante una delle sue abbuffate, Maradona
si fosse mangiato se e pizze e diverse torte, oltre a bere fiumi di
champagne. Poche se imane dopo essersi fa o cucire lo stomaco da
un medico colombiano, era visibilmente dimagrito, e di lì a poco
intraprese una carriera da presentatore televisivo che si rivelò breve
ma redditizia.
Nelle trenta puntate del talk show chiamato La Noche del 10
Maradona riuscì a ospitare una parata di stelle internazionali, da
Pelé a Mike Tyson, da Robbie Williams a Julio Iglesias, passando per
il suo politico preferito, Fidel Castro. Alcuni cantarono, altri dissero
qualche parola. Nella prima puntata Maradona e Pelé si
scambiarono le maglie e delle rispe ive nazionali dopo averle
autografate, palleggiarono di testa per quasi un minuto, e suonarono
un tango, con Pelé alla chitarra e Maradona alla voce. Pelé elogiò
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Maradona, elevandolo a esempio di come si possano ba ere le
dipendenze e definendolo un’ispirazione per suo figlio, che era stato
anch’egli arrestato per droga. Maradona pianse qualche lacrima nel
ringraziare pubblicamente la sua famiglia e i suoi amici per come lo
avevano aiutato a rime ere in sesto la propria vita. Quello spe acolo
portò il programma in ve a alla classifica degli ascolti, ma non tu i
erano convinti. Qualche giorno dopo, su YouTube, comparve una
parodia nella quale un pupazzo con le fa ezze di Maradona faceva
una serie di proposte indecenti ad alcune ragazze in carne e ossa in
un pub inglese, per poi concludere lo spe acolo abbandonandosi
alla dissolutezza e sniffando grosse quantità di cocaina da una
zuccheriera.
Quando Maradona intervistò Robbie Williams, il pubblico si trovò
davanti a un’altra seduta di ammirazione reciproca, nella quale i due
concordarono sul fa o che le donne argentine fossero le più sexy del
mondo, e che George W. Bush fosse «un idiota e un assassino». Il
filone politico continuò ovviamente quando intervistò Castro in
un’altra puntata. Maradona disse al pubblico che intervistare il
leader cubano era sempre stato il suo sogno, sebbene i due si fossero
già incontrati in diverse occasioni. L’alleanza di Maradona con il líder
máximo era figlia dell’istinto ribelle che si portava dietro sin
dall’infanzia trascorsa a Villa Fiorito. «Per me è un dio» disse a
proposito del vecchio leader prima di sbarcare all’Avana con la sua
troupe. Nell’intervista di cinque ore (pesantemente tagliata e
trasmessa nell’ultima puntata del programma) Castro elogiava
Maradona per la sua solidarietà verso l’ultima campagna
latinoamericana contro l’imperialismo statunitense. «Abbiamo
lo ato per tanti anni contro gli Stati Uniti» disse il líder máximo,
all’apparenza felice di mostrare al mondo che, contrariamente a
quanto si diceva, né lui né Maradona avevano un piede nella fossa.
Gli ascolti dell’ultima puntata de La Noche del 10 furono inferiori
rispe o a quelli delle prime puntate, il che suggeriva che la
popolarità di Maradona restava, come sempre era stato, legata più al
calcio che alla politica. I telespe atori cominciavano a stancarsi di un
programma spudoratamente autopromozionale e che non sembrava
lasciar presagire un suo ritorno al calcio. Eppure nei giorni
p g pp g
successivi Maradona si ge ò in un’arena a lui del tu o nuova,
manifestando contro la presenza di George W. Bush al Summit delle
Americhe tenutosi nel 2005 in Argentina. I telegiornali dell’epoca lo
mostrano intento ad a irare l’a enzione del resto del mondo su una
conferenza altrimenti scialba e politicamente sterile alla quale
parteciparono mezzibusti provenienti da ambo le sponde del Rio
Grande. Si vede Maradona alla guida di un colorato treno di
manifestanti dire o a Mar del Plata per unirsi alle migliaia di
persone giunte sulla costa per partecipare a una manifestazione e
«dire no a Bush». Il treno fu temporaneamente riba ezzato Alba
Express, in onore della «Alleanza Bolivariana per le Americhe»
(l’Alba era l’accordo regionale di cooperazione economica promosso
da Castro e dal presidente venezuelano Chávez). Quando Chávez
salì sul podio davanti agli oltre 40.000 partecipanti a un raduno anti-
globalizzazione e anti-Bush in uno stadio poco distante, Maradona
era al suo fianco. Non tu i erano contenti. Il presidente messicano
Vicente Fox, stre o alleato di Washington, sostenne che Maradona
era ideologicamente confuso. «Ha un bel piede per il calcio, ma non
ha un gran cervello per i discorsi» disse il signor Fox ai giornalisti.
Era di nuovo sulla bocca di tu i.
Quando ancora presentava il suo programma televisivo, tornò al
Boca Juniors nel ruolo di vicepresidente. La sua decisione di
assumere Alfio Basile come nuovo allenatore, mantenendo però egli
stesso uno stre o rapporto con i giocatori, rese possibile un notevole
miglioramento nelle prestazioni dopo una stagione deludente. Il
Boca andò poi a vincere il campionato argentino nonché la Copa e la
Recopa Sudamericana, un successo che pose la prima pietra della
lunga e paziente campagna di Maradona per realizzare la sua
ambizione: diventare allenatore della nazionale.
Prima ancora che quella campagna cominciasse, tu avia, gli
ingranaggi pubblicitari della Maradona S.p.A. ripresero a girare
freneticamente quando la BBC riuscì a convincerlo a rilasciare
un’intervista a Gary Lineker. A meno di non essere disposti a pagare
enormi somme di denaro, o enere un’intervista con Maradona era
diventata un’impresa sempre più difficile per la maggior parte dei
giornalisti dopo il suo ritiro dal calcio giocato. Lineker stesso lo
aveva scoperto con sua grande frustrazione nel 1997, dopo che era
volato fino in Argentina a girare un documentario televisivo per il
quale Maradona pensò bene di non presentarsi. Stavolta la BBC
riteneva di avere a che fare con un sogge o più affidabile, visti i suoi
successi nel superare i problemi di peso e di droga e le nuove
motivazioni che aveva trovato nei ruoli di star televisiva e dirigente
del Boca. Il proge o avrebbe dovuto coincidere con la vigilia della
Coppa del Mondo, un evento che sin dal 1986 era stato personificato
da Maradona, le cui straordinarie prestazioni riassumevano il meglio
del calcio.
Una prima troupe guidata dal dire ore sportivo della BBC Jason
Bernard e da un mediatore arrivò a Buenos Aires il 6 marzo, al
termine di un’estate soffocante, e per prima cosa incontrò Claudia
Villafañe, l’ex moglie di Maradona diventata sua manager. Sulle
prime la sua maggior preoccupazione fu assicurarsi che la troupe
della BBC si fosse portata dietro un catalogo di borse di lusso da
Londra, come promesso. Lineker arrivò due giorni dopo Bernard e
riuscì a stringere un buon rapporto con Maradona a cena.
Per i cinque giorni successivi la troupe della BBC fu baciata dalla
fortuna e riuscì a filmare Maradona con la famiglia e con gli amici,
mentre giocava a calcio, faceva il presentatore, esultava dalla tribuna
VIP della Bombonera e parlava con Gary come se fossero stati amici
da una vita. I due si incontrarono mentre Maradona si stava
cambiando per un incontro di beneficenza al quale era presente un
nutrito contingente di barras bravas che avevano ricevuto in regalo i
biglie i. Come fece notare poi Bernard, era la prima volta che
Maradona e Lineker si rivedevano dopo la partita per il centenario
del campionato inglese a Wembley nel 1987; e Gary,
prevedibilmente, era nervoso. Ma quello che seguì sembrava quasi
un copione. I due si abbracciarono e Maradona disse: «Piacere di
vederti, amico mio». Quando si strinsero la mano, Lineker chiese
scherzosamente «È questa la mano?» in riferimento alla famosa
Mano di Dio. Maradona rispose: «No, era la sinistra».
Lineker, per usare le parole del giornalista sportivo Jim White,
sembrava «l’immagine della salute: magro, elegante, vestito in
maniera impeccabile con la sua camicia rosa e il completo nero»,
l’esa o contrario dell’intervistato, che aveva passato il decennio
precedente «braccato da demoni ai quali deve aver venduto l’anima
in cambio del trionfo al Mondiale». L’ultima volta che White aveva
visto Maradona su uno schermo televisivo gli era sembrato
«distru o dall’alcol, dalla droga e dal cibo spazzatura», neanche
fosse «una folle trovata, come quando David Blaine cerca di vedere
quanto riesce a sopravvivere legato a chissà quale diavoleria
meccanica: l’ex genio del calcio si era trasformato in un ciccione
quasi perfe amente sferico». Stavolta però White fu piacevolmente
sorpreso da quanto Maradona sembrasse in forma. E quello che in
altri tempi sarebbe potuto essere una crudele umiliazione pubblica si
rivelò invece un affascinante servizio sportivo, con un impeccabile
Lineker che conversava amabilmente in spagnolo con un Maradona
apparentemente rilassato, cortese e di buon umore. Diego poté
contare sul sostegno della famiglia, nonostante il divorzio, e
riservare l’ampia gamma delle sue emozioni per le reti del Boca e,
ironia delle ironie, per il momento in cui l’arbitro mancò di ravvisare
un fallo di mano degli avversari.
Per i telespe atori britannici c’erano in serbo altre sorprese, non
ultimo il racconto di Maradona stesso, divertente per quanto
provocatorio, delle ormai leggendarie reti segnate allo stadio Azteca
nel 1986. «Gli altri non sembravano tanto sicuri di festeggiare con
me» commentò davanti al filmato d’archivio nel quale si rivide
correre verso la bandierina del corner allo stadio Azteca dopo la
Mano di Dio. «Io dicevo: “Ragazzi, forza, esultiamo per bene, come
si deve”.» Qualche mese dopo le speranze argentine di bissare i
successi mondiali del 1978 e del 1986 si infransero a Berlino quando
l’albiceleste fu ba uta 4-2 dalla Germania ai calci di rigore dopo un
tesissimo quarto di finale. L’incontro rievocò il ricordo della finale
del 1990 a Roma, quando gli allora campioni in carica capitolarono
sempre contro i tedeschi, perdendo per 1-0 dopo un rigore
controverso, con tanto di rissa in campo fra giocatori e funzionari di
ambo gli schieramenti. L’onore dell’Argentina fu ripristinato quando
g g p q
la nazionale vinse il titolo olimpico a Pechino nel 2008. Quella
vi oria fu degna di nota per due ragioni: la conferma dello
straordinario talento del giovane calciatore del Barcellona Lionel
Messi e la presenza incombente di Maradona.
Quando si scese in campo per la prima partita del torneo calcistico
di quell’Olimpiade, la stragrande maggioranza dei tifosi allo stadio
sosteneva i padroni di casa della Cina. Ma, per usare le parole di un
telecronista: «Le cose cambiarono quando sui maxischermi
comparvero le immagini di un Diego Maradona dall’aria rilassata».
La visione di Maradona, che fosse in tribuna o in cabina con i
telecronisti, evocava l’idea stessa di celebrità, e i cori a sostegno della
Cina mutarono ben presto in incitamenti all’Argentina. Era difficile
capire il motivo esa o. Era per il ricordo di Maradona come stella
del calcio o per il suo sostegno a Castro e le altre rivoluzioni? Certo è
che la popolarità della squadra argentina, incarnata da Maradona,
non sfuggì agli sponsor, ai pubblicitari e ai dirigenti televisivi, per i
quali il meraviglioso gioco era sinonimo di affari d’oro.
Fu durante quell’Olimpiade che Maradona fece un ulteriore passo
verso il coronamento del suo sogno di allenare la nazionale. Quando
l’Argentina vinse la medaglia d’oro, lui corse negli spogliatoi e si unì
ai giocatori nei festeggiamenti neanche fosse stato il loro allenatore,
per quanto l’eroe del momento fosse in realtà l’allenatore della
rappresentativa olimpica Sergio Batista. Tu avia in Batista, altro
reduce del Mondiale di Messico ’86 che aveva recentemente preso in
carica le nazionali giovanili argentine, Maradona trovò non un
rivale, quanto un utile alleato e un a ento osservatore. Dopo le
Olimpiadi, mentre Batista spariva nell’ombra, Maradona si tenne in
conta o con diversi dei giocatori che avevano vinto l’oro, grazie alla
sua amicizia con Gabriel Heinze e i suoi legami personali con Sergio
“Kun” Aguero, compagno della figlia minore Giannina, dalla quale
aveva avuto un figlio. L’opportunità di me ersi in gioco arrivò nella
tarda estate, con l’Argentina in crisi nel girone di qualificazione alla
Coppa del Mondo e la pressione che montava su Alfio Basile, a meno
di un anno dalla sua nomina ad allenatore della nazionale. Basile fu
costre o alle dimissioni nell’o obre 2008 dopo aver centrato soltanto
qua ro vi orie in nove partite, e in particolare dopo la sconfi a per
q p p p p
1-0 contro il Cile. L’Argentina non perdeva con i vicini andini da
trentacinque anni.
Dopo la partita, una complessa rete di poteri e interessi contribuì
a fare pressioni a sostegno della candidatura di Maradona alla
panchina della nazionale, nonostante i timori che la sua personalità
fosse poco ada a al ruolo in questione. La campagna dei suoi
sostenitori passò per le telefonate personali al presidente della
Federcalcio argentina Julio Grondona da parte di tre presidenti
latinoamericani: il venezuelano Chávez, il boliviano Morales e lo
stesso capo di Stato argentino, Néstor Kirchner. Tu i e tre si erano
alleati politicamente con Maradona durante la sua ultima fase
antistatunitense. Grondona e altri funzionari della Federcalcio
argentina furono anche informati di quanto la valutazione
commerciale della nazionale potesse impennarsi con Maradona al
timone. Per esempio il Renova Group, di proprietà del miliardario
russo Viktor Vekselberg, che nel 2006 aveva comprato i diri i
televisivi per ventiqua ro amichevoli dell’Argentina per 18 milioni
di dollari, era sicuro che avrebbe raddoppiato i profi i previsti visto
l’interesse suscitato dall’ultimo ritorno di Maradona. Per quanto
riguarda l’ambito squisitamente calcistico, Heinze e Aguero avevano
già guidato l’equivalente di una rivolta di spogliatoio contro Basile, e
avevano persuaso altri giocatori della squadra argentina a votare
“con i piedi” in favore di Maradona, in quel che un funzionario della
Federcalcio argentina descrisse come l’equivalente di una «manovra
di palazzo».
Per quanto molte delle manovre si fossero svolte dietro le quinte,
sembravano assolutamente ovvie agli occhi di Riquelme, giocatore
chiave nella squadra di Basile e unico membro del colle ivo a
schierarsi pubblicamente contro Maradona. In verità alla questione
di principio se ne aggiungeva una puramente egoistica. Questo
perché Riquelme temeva di perdere la sua influenza sulla squadra
so o la tutela di Maradona, ma era anche sinceramente contrario alla
maniera subdola in cui era stato orchestrato il licenziamento di
Basile. Riquelme si ritirò dalla nazionale argentina, dicendo di
Maradona: «Non pensiamo allo stesso modo. Non abbiamo lo stesso
codice etico. Finché sarà l’allenatore della nazionale, non potremo
lavorare insieme».
Riquelme era ammirato per il suo stile di gioco elegante e
composto e per la sua capacità di aprire le difese con passaggi
ficcanti e punizioni precisissime. Da quando era tornato dall’Europa
per chiudere la carriera al Boca era diventato una specie di eroe
locale. Ma i critici, alcuni dei quali erano vicini a Maradona,
sostenevano che la sua personalità ingombrante in campo fosse più
un peso che una risorsa. Quando non era in forma la squadra
crollava e il suo modo di giocare rendeva difficile cambiare modulo.
Il playmaker del Boca Juniors, che aveva giocato più di cinquanta
partite con la maglia dell’Argentina segnando diciasse e gol,
ufficialmente saltò le prime due partite della gestione di Maradona a
causa di impegni con il club. Tu avia la sua decisione di ritirarsi
dalla nazionale seguì una dichiarazione nella quale Maradona
alludeva al fa o che la squadra avrebbe potuto girare meglio senza
di lui. In un’intervista Maradona infa i dichiarò che si alzava alle
qua ro tu e le ma ine per pensare alle convocazioni, e che aveva
rifle uto moltissimo su come introdurre Riquelme senza causare
problemi alla squadra.
Senza Riquelme, e con Maradona in panchina, un’Argentina fino
a quel momento opaca cominciò a giocare bene, ba endo la Scozia e
la Francia in amichevole e poi il Venezuela in una partita valevole
per la qualificazione ai Mondiali. Tu avia le polemiche si riaccesero
nelle partite successive, nelle quali la squadra tornò a inciampare, a
cominciare dall’umiliante sconfi a per 6-1 in casa della Bolivia,
festeggiata dai tifosi boliviani su YouTube come una sacrosanta
vende a per la discriminazione razziale subita dai loro parenti e dai
loro amici emigrati in Argentina. Una serie di qua ro sconfi e in
cinque partite lasciò l’Argentina inchiodata nella posizione che
avrebbe reso necessario passare per uno spareggio intercontinentale.
A salvare la reputazione della nazionale e di Maradona ci pensò
Martin Palermo, veterano del Boca Juniors, segnando un
drammatico gol al novantatreesimo minuto che sancì la vi oria per
2-1 sul Perù. Maradona, in estasi, esultò scivolando con la pancia sul
campo mezzo allagato. Il gol della vi oria, secondo lui, era
l’ennesimo miracolo di san Palermo.
Pochi giorni dopo la squadra affrontò l’Uruguay in una partita
che doveva assolutamente vincere per assicurarsi un posto al
Mondiale. Fino a quel momento il torneo di qualificazione era stato
un o ovolante, a ribuito in gran parte all’eccentricità di Maradona
come allenatore. La sua campagna per controllare e dirigere la
nazionale lo aveva coinvolto in una chiacchieratissima rissa con
Carlos Bilardo e aveva causato una disputa con la Federcalcio
argentina circa la nomina di certi collaboratori. Nel suo primo anno
al timone, Maradona convocò più di se anta giocatori e sperimentò
con difese a qua ro, centrocampi a sei e qua ro punte in campo, il
tu o condito da un regime di allenamenti creato per accomodare la
sua abitudine, dura a morire, di alzarsi tardi. Quel regime – sempre
che di regime si possa parlare – confondeva stelle come Lionel Messi,
Gonzalo Higuaín e Carlos Tévez, che erano stati plasmati dalla
disciplina dei club europei nei quali militavano. Poche se imane
prima che Maradona prendesse le redini della nazionale, il nuovo
allenatore del Barcellona Pep Guardiola era venuto a sapere che
Messi – erede naturale di Diego – usciva troppo spesso la sera con
Ronaldinho, e aveva ammonito il giovane che, se avesse continuato a
presentarsi stanco agli allenamenti, sarebbe stato cacciato.
«Qual è il tuo sogno?» chiese Guardiola a Messi in una riunione
d’emergenza.
«Be’» rispose il giovane calciatore, «un giorno mi piacerebbe
diventare il più grande al mondo, come Diego.»
«Bene, allora hai due opzioni: continui ad andare alle feste, e nel
giro di pochi giorni sei fuori. Oppure cominci ad andare a le o
presto e ad alzarti in tempo per arrivare puntuale agli allenamenti, e
allora magari diventerai uno dei migliori al mondo.»
Nel giro di pochi giorni, Ronaldinho fu scaricato dal Barcellona e
Messi si era affidato al regime di Guardiola, che da molti punti di
vista era l’esa o contrario di quello di Maradona. Nei mesi successivi
Messi, come Tévez, sarebbe stato ogge o di critiche costanti da parte
dei tifosi argentini, che lo accusavano di non giocare al meglio. Ma i
giocatori faticavano ad ada arsi alla maniera in cui Maradona
g
allenava, a come cambiava continuamente organico e modulo. A
quel punto aveva convocato se anto o giocatori, tanto che persino i
giornalisti sportivi più esperti faticavano a rintracciare un qualche
metodo nella sua follia. Martin Samuel del «Mail on Sunday» fece
notare che aveva tra ato la panchina dell’Argentina «come un
ragazzino a cui regalino l’ultima edizione di FIFA per la Playstation e
un secchiello di Smarties blu».
Nella partita decisiva per la qualificazione alla Coppa del Mondo,
l’Argentina ba é l’Uruguay 1-0. La vi oria fu messa in ombra dalla
filippica sboccata e sessualmente esplicita di Maradona all’indirizzo
dei numerosi giornalisti che lo criticavano: «C’era gente che non
credeva in questa squadra e che mi ha tra ato come meno di niente»
dichiarò un Maradona dallo sguardo indemoniato, stringendosi il
pacco. «Oggi siamo alla fase finale del Mondiale senza l’aiuto di
nessuno se non il nostro onore. Tu i voi che non avete creduto in
noi, e chiedo scusa a tu e le donne presenti, potete succhiarmi il
cazzo e continuare a succhiarmelo. Io sono bianco o nero, non sarò
mai grigio in vita mia. Potete andare a prendervelo in culo.»
Vi ima, cavaliere, ribelle sprezzante, volgare aggressore: soltanto
Diego Maradona poteva riuscire a essere tu e e qua ro le cose in
un’unica dichiarazione, e passarla liscia. Due mesi dopo riemerse
dall’ennesima squalifica della FIFA e volò a Pretoria per passare in
rassegna la stru ura dove l’Argentina avrebbe alloggiato, essendosi
assicurato una serie di redditizie apparizioni in vista della Coppa del
Mondo. Nonostante le qualificazioni tu ’altro che esaltanti,
l’Argentina guardava al torneo con la speranza che la Mano di Dio le
sarebbe venuta in soccorso assicurandole la vi oria. Alla squadra
argentina non mancavano certo le stelle: Messi, Higuaín, Tévez,
Sergio Aguero, Nicolas Burdisso, Javier Masquerano e Diego Milito
tanto per citarne alcune. Al di là del fa o che bisogna sempre avere
la fortuna dalla propria parte, restava il dubbio di fondo, ovvero se
Maradona potesse riuscire o meno a fonderli in un colle ivo con una
personalità chiara, capace di ba ere gli avversari. Una responsabilità
enorme – e una fe a considerevole del marketing dietro la squadra
Argentina – ricadeva sulle spalle di Messi, calciatore dell’anno e uno
dei più grandi a livello mondiale. Al Barcellona il talento naturale di
Messi è sostenuto da una squadra molto motivata e coesa, che gli
perme e di realizzarsi. Per contro, le prestazioni poco incisive di
Messi in diverse partite del girone di qualificazione ai Mondiali
sembravano a ribuibili almeno in parte a un sistema che sembrava
fare troppo affidamento su di lui quale playmaker e dire ore
d’orchestra. Ciononostante, Maradona sembrava avere grandi
speranze di poter ripartire dalla prestazione dell’Argentina contro
l’Uruguay, in occasione della quale Messi aveva dialogato bene con
Verón. Di certo, con Maradona in panchina e il Sudafrica quale Paese
organizzatore, la Coppa del Mondo del 2010 non sarebbe stata un
evento noioso. Tu o era possibile, dagli interventi divini alle lacrime.
Postfazione

Ho avuto occasione di constatare per l’ennesima volta quanto sia


eterna la leggenda di Diego Maradona mentre correvo dietro a
Cristiano Ronaldo. Nel marzo del 2019 mi sono ritrovato davanti alla
leggendaria maglia numero 10 del Napoli nella pizzeria di Torino
che mi avevano consigliato dopo la mia visita alla sede della
Juventus, dove avevo parlato della prima stagione di Ronaldo in
Italia con tifosi e dirigenti.
La casacca azzurra campeggiava come un totem accanto al poster
di un altro eroe meridionale, il comico Totò. Sebbene Diego non si
trovasse fisicamente lì accanto me, di certo non era ancora passato a
miglior vita, diversamente da Totò. E la presenza di Maradona su
questo pianeta, così come la sua eredità calcistica, è un tema che
continua ad affascinare, e che se da un lato ria izza antiche rivalità
regionali, dall’altro trascende i confini, le razze e le culture.
La mia puntata in quella pizzeria mi fece ripensare ancora una
volta all’eredità calcistica di Maradona, anche perché poco tempo
prima avevo fa o visita all’o imo Asif Kapadia durante la
preparazione del suo documentario Diego Maradona che, a de a del
regista, era stato in parte ispirato dalla le ura di questa biografia.
Come affermò Kapadia, intervistato da una rivista in occasione
dell’uscita del film nel giugno del 2019: «Ho le o il libro di Jimmy
molto tempo fa, quando ero uno studente, e ricordo di averlo trovato
o imo. A dire il vero appena l’ho finito ho pensato subito che
sarebbe stato bellissimo, un giorno, fare qualcosa su Diego
Maradona, bastava solo pensare alla vita che aveva fa o. Ho
conosciuto Jimmy, e so che ha fa o ricerche molto approfondite, è
andato fino in Argentina a cercare Maradona. Se vuoi scrivere un
libro o fare un film su una persona, sopra u o se vuoi fare un lavoro
p p
onesto, a volte ti tocca fare arrabbiare qualcuno. Se una volta che hai
finito sono tu i felici e contenti del risultato, vuol dire che non hai
scavato abbastanza».

Nel marzo 2019 stavo esplorando la rivalità fra Ronaldo e Leo Messi,
che inevitabilmente ha in Maradona il punto di riferimento e il
metro di paragone. La Coppa del Mondo del 2010 in Sudafrica ci ha
fornito una prospe iva affascinante sul rapporto complicato e
ambivalente fra Maradona e Messi, la prima stella argentina in grado
di poter aspirare a ereditare il suo sce ro di miglior giocatore di tu i
i tempi, in Argentina se non addiri ura nel mondo intero.
Come avrei poi scoperto, quel rapporto non consisteva tanto nella
tensione fra i rispe ivi ego – dato che all’epoca Messi non sembrava
averne uno – quanto piu osto in una malcelata rivalità freudiana fra
un padre ingombrante e un figlio discreto, in competizione non già
per l’affe o di una moglie o di una madre, bensì per l’ammirazione
di un Paese intero.
Con l’incombere del Mondiale sudafricano i dubbi di Maradona
circa la personalità di Messi avevano lasciato spazio a un aperto
corteggiamento nel mentre che l’allenatore dell’Argentina faticava a
plasmare una squadra coesa e a trovare un sistema di gioco che
potesse assicurare la qualificazione. Messi, che il c.t. Maradona
considerava il suo giocatore più importante nonostante non
indossasse la fascia di capitano – assegnata a Javier Mascherano –,
finì con l’essere considerato dagli argentini come una causa e al
tempo stesso una vi ima delle disfunzioni della squadra. Solo nelle
ultime fasi del torneo si cominciò ad a ribuire la responsabilità delle
prestazioni so otono dell’Argentina anche alle mancanze di
Maradona come allenatore.
In tu a onestà Maradona voleva aiutare Messi ad alzare al cielo la
Coppa del Mondo, e fece ciò che pensava di dover fare per
raggiungere quell’obie ivo. Per questo accolse il suggerimento di
Messi quando questi propose di abbandonare il 4-4-2 per sostituirlo
con un 4-3-1-2 o un 3-4-1-2 e incentrare il gioco sui tre uomini più
avanzati evitando di scoprirsi troppo.
Il nuovo modulo funzionò abbastanza bene nelle prime fasi del
Mondiale 2010, perlomeno contro squadre come la Nigeria, che
lasciavano ampi spazi agli avversari. Allo stadio di Ellis Park i tifosi
argentini si misero a saltellare sugli spalti per sostenere la squadra
con i propri cori, mentre un Maradona sovrappeso e leggermente a
disagio gesticolava a bordo campo. Fra i giocatori sul terreno di
gioco il migliore fu senz’altro Messi, anche se fu la rete del
compagno Heinze ad assicurare la vi oria.
Maradona ebbe ulteriori motivi per festeggiare nella partita
successiva, vinta 4-1 contro la Corea del Sud sempre grazie a Messi,
e poi in occasione del 2-0 rifilato alla Grecia. A ventiqua ro anni
esa i dal famigerato gol segnato con la Mano di Dio contro
l’Inghilterra, il calciatore divenuto allenatore si ritrovò a saltare di
gioia nell’area tecnica.
Dopo la partita contro la Grecia, Maradona rispose per le rime ai
giornalisti che avevano dubitato della sua squadra e della sua
gestione, e si dichiarò soddisfa o della prestazione di Messi.
«Bisogna che la gente si rilassi» insiste e, con la sua solita
spavalderia. «Questa squadra dimostrerà tu o il suo potenziale.»
Venne fuori poi che il potenziale della squadra – compreso quello di
Maradona e Messi – non era sufficiente per vincere il Mondiale.
Dopo aver ba uto il Messico, infa i, l’Argentina fu eliminata ai
quarti di finale dalla Germania, con un secco 4-0, il peggior margine
di sconfi a per l’albiceleste sin dal 1974.

In Argentina le critiche travolsero Messi ben più di Maradona.


Dopotu o Diego, da giocatore, grazie al suo genio aveva condo o
una squadra simile, tu ’altro che entusiasmante, alla conquista della
Coppa del Mondo. Eppure, non per la prima né per l’ultima volta,
un mondiale deludente si rivelò per il calcio argentino
un’umiliazione che rasentava il lu o. Se da un lato era la
dimostrazione che Messi doveva ancora guadagnarsi la mitologica
condizione di novello eroe nazionale, dall’altro i tifosi si resero
conto, anche se tardivamente, che Maradona era pur sempre umano,
visto come le sue carenze da allenatore erano state messe
crudelmente a nudo.
Eppure Fernando Signorini, uno dei più vecchi amici di
Maradona, all’epoca preparatore atletico della nazionale, ricorda con
tenerezza il Mondiale in Sudafrica. Come mi rivelò lo stesso
Signorini, per lui fu un privilegio essere testimone delle circostanze a
dir poco uniche che avevano fa o incrociare Maradona e Messi in
quell’occasione. «Fu un’esperienza meravigliosa, per quel poco che
durò: Diego, ogni volta che i due parlavano lontano dai rifle ori,
mostrava grande affe o e rispe o per il giovane Messi. Tu a quella
storia secondo la quale fra i due ci sarebbe stata una qualche sorta di
rivalità se l’erano inventata i media» mi disse.
Diversi anni dopo averlo intervistato per la prima volta, rividi
Signorini quando tornai a Buenos Aires, dove già avevo vissuto e
lavorato come giornalista durante gli anni O anta. Mi raccontò la
meravigliosa storia di un allenamento a cui aveva assistito durante la
preparazione alla Coppa del Mondo del 2010, con Maradona nei
panni del commissario tecnico e Messi in quelli dell’allievo.
«Ci eravamo allenati una quarantina di minuti quando Diego
gridò: “Basta, tu i nello spogliatoio”. E mentre tu i si incamminano
mi accorgo che Leo prende la palla e se la piazza sulla sinistra
dell’area di rigore, davanti alla porta vuota. Calcia, e la palla si
impenna sulla sinistra, tre metri sopra la traversa. Messi fa un gesto
rassegnato e poi si incammina sconfortato verso lo spogliatoio, le
spalle curve, il capo chino. Al che gli vado dietro, gli me o un
braccio sulla spalla e gli dico: “Stai diventando il miglior giocatore
del mondo, ti pare possibile rientrare nello spogliatoio dopo una
ciaba ata simile?”
«A quel punto sento Diego che dice: “Aspe a un po’, va’, vieni
qui...”. Dopodiché posa la palla nello stesso identico punto, arretra
un paio di metri e, poggiando una mano sulla spalla di Messi, gli
dice: “Guarda, quando vai a colpire il pallone, non tirare indietro il
piede così in fre a. Perché se no poi la palla non sa cosa fare...”.
«E in quel momento Diego prende la rincorsa e piazza la palla in
rete. E lì, in quei due, ho visto riassunta la storia del calcio argentino.
Era l’esa o contrario di quello che diceva qualcuno, che Diego era
geloso di Leo. Non c’era verso. Se sei geloso di qualcuno non hai
nessuna di voglia di insegnargli un bel niente.»
g g g
Di sicuro la presenza di Maradona nel ruolo di commissario
tecnico diede al Mondiale del 2010 un’aura che mancò nell’edizione
successiva, nella quale Diego non era più un personaggio centrale.
Come mi disse la tradu rice inglese di Maradona, la giornalista
argentina Marcela Mora y Araujo: «Diversi personaggi, come Juan
Sebastián Verón, si diedero molto da fare per difendere
pubblicamente Messi dalle pesanti critiche che gli venivano rivolte
da certi giornalisti. Questo, insieme all’evidente legame creatosi con
l’ego supremo del Maradona allenatore, contribuì a far cambiare
tono alla stampa. A un certo punto del torneo, l’amore conquistò
tu o, e per quanto l’Argentina non abbia vinto quel Mondiale, le
scene di Messi e Maradona che si divertivano con i rispe ivi talenti
deliziarono tu i».

Maradona, dopo la Coppa del Mondo del 2010, perse il posto di


commissario tecnico. E, com’era successo in precedenza di fronte a
tu e le avversità e le umiliazioni della sua carriera, insinuò di essere
stato vi ima di un’ingiustizia perpetrata dai poteri forti, e incolpò il
sempiterno presidente della Federcalcio argentina Julio Grondona
(morto di recente, non prima di essere stato implicato nello scandalo
corruzione che ha travolto la FIFA ) e il dire ore s