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CAPITOLO 1.

LA FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA

PREISTORIA E PROTOSTORIA

Durante il Paleolitico (40.000 ca.) tracce di occupazione umana si riscontrano in Grecia a partire dalle
zone settentrionali. Gli abitanti sono cacciatori e raccoglitori e conducono vita seminomade. Dal
7.000 ca. inizia il processo di sedentarizzazione che conduce al Neolitico (6.000-3.000 ca.). Si
formano comunità stabili, riunite in villaggi: la popolazione è dedita all’agricoltura e all’allevamento.
La transizione dal Neolitico all’Età del Bronzo, (3.500-3.000 ca.), corrisponde ad un ampliamento
dei circuiti di scambio, verso l’Egeo orientale e l’Europa centrale. I centri più importanti si spostano
dalle zone settentrionali a quelle meridionali: qui si sviluppano le grandi civiltà dell’Età del Bronzo,
quella minoica a Creta e quella micenea nella Grecia peninsulare.

LA CIVILTÀ MINOICA

Alla fine del 2.000 ca., l’equilibrio tipico del Bronzo antico si rompe, l’Egeo si scinde in due aree.
Creta e le Cicladi sono caratterizzate dall’espansione delle città, dall’adozione del sistema palaziale
e dal mantenimento di un intenso livello di scambi; nel Peloponneso e nella Grecia centrale e
settentrionale si registra invece una significativa regressione culturale. L’isola di Creta svolge (2.000-
1.450 ca.) un ruolo di primo piano, sia durante il periodo dei primi palazzi (2.000-1.700 ca.) sia
durante quello dei secondi palazzi (1.700-1.450 ca.), che rappresenta l’apogeo della civiltà minoica.
Durante la seconda fase palaziale i palazzi già esistenti, dopo una grave distruzione attribuibile a
cause naturali oppure alle lotte interne, vengono ricostruiti in forme più complesse. Tale fase è
caratterizzata dall’egemonia di Cnosso, che impone sull’isola una significativa unità culturale: la
denominazione deriva dal mitico re Minosse. Il sistema palaziale è un sistema di organizzazione
politico-sociale centralizzato, basato sul palazzo e sulle diverse funzioni: sede del potere politico,
esso svolge anche funzioni economiche, religiose e culturali. Dal punto di vista architettonico, il
palazzo ha una struttura complessa, che è alla base della tradizione cretese sul Labirinto. Intorno a un
grande cortile centrale, si raggruppano stanze di servizio, d’abitazione e di ricevimento, sale di culto
e teatri, magazzini e uffici. Un elemento dello sviluppo del sistema palaziale è costituito dai progressi
dei sistemi di notazione, dall’uso dei sigilli a quello della scrittura. In merito alla scrittura, i Cretesi
approntano un sistema autonomo: prima una scrittura ideogrammatica, definita geroglifica, poi la
cosiddetta Lineare A. Nel 1.450 ca. fa la sua comparsa a Creta la Lineare B. La religione è un aspetto
fondamentale della vita di palazzo: essa sembra avere una forte impronta naturalistica; le figure
interpretabili come divinità sono femminili e rappresentano una signora affiancata da animali.
LA CIVILTÀ MICENEA

In Grecia, il passaggio dal Bronzo antico al Bronzo medio, intorno al 2.000 ca., reca tracce di profondi
sconvolgimenti: molti villaggi sono distrutti, altri vengono abbandonati. Questi cambiamenti sono
stati attribuiti all’arrivo di popolazioni parlanti lingue indoeuropee, tra cui un proto-greco;
rivolgimenti interni ed evoluzione locale possono spiegare bene alcuni cambiamenti. Anche la Grecia
del Bronzo medio, afflitta da gravi turbolenze, non sembra regredire a forme di completo isolamento.
In Argolide, (1.700-1.650 ca.), Micene assume un’eccezionale importanza: l’ascesa dei Micenei si
colloca in un periodo che corrisponde alla seconda fase palaziale cretese. Le ricche sepolture di
Micene sono l’esito di incursioni a Creta, da dove vengono portate materie prime e artigiani, oppure
della massiccia invasione di genti indoeuropee. Inoltre, (1.600-1.450 ca.) si sviluppa l’organizzazione
di comunità micenee in vaste aree della Grecia meridionale e centrale. Il ritrovamento di sigilli
suggerisce lo sviluppo di procedure amministrative di tipo palaziale. Allo sviluppo di centri come
Micene e Tebe, fa riscontro l’inserimento a Rodi e a Creta (1.500-1.400 ca.). Con lo sviluppo
dell’architettura palaziale, (1.400-1.200 ca.), la cultura micenea è al suo apogeo. Con la conquista di
Creta, la cui civiltà declina dopo la distruzione, nel 1.380 ca., del palazzo di Cnosso, i Micenei
subentrano nella gestione delle rotte commerciali del Mediterraneo orientale. I palazzi micenei, come
quelli minoici, sono il centro del potere della vita religiosa, dell’amministrazione, dell’economia e
delle forze militari. La scrittura, Lineare B, proviene da Creta. Il cuore del palazzo, il megaron, in cui
si trova il focolare, è la struttura di rappresentanza del signore, il wanax. La produzione agricola e
l’allevamento sono controllati dal palazzo, come l’industria tessile e metallurgica. Il controllo del
territorio appare più ampio che nel caso dei palazzi minoici: ci si trova di fronte al primo esempio di
una politica a vasto raggio in Grecia.

L’ETÀ OSCURA (1.100-800 CA.)

I palazzi di Micene e Tebe subiscono una prima distruzione (1.300-1.200 ca.). Dopo la ricostruzione,
intorno al 1.200 ca., si ha una seconda ondata di distruzioni: le conseguenze di queste nuove
distruzioni sono gravi per il sistema politico, sociale ed economico che fa perno sui palazzi. I palazzi
e le fortificazioni decadono e scompaiono, sostituiti da più semplici tipologie abitative; l’abbandono
dei siti e lo spopolamento caratterizzano gran parte del continente greco e delle isole. Il passaggio
dalla metallurgia del bronzo a quella del ferro, come la scomparsa di oggetti di lusso attesta la fine
dei grandi viaggi di scambio: con una inversione di rotta rispetto all’età micenea, quella oscura è
caratterizza dall’ isolamento. Le distruzioni dei palazzi e i cambiamenti negli usi funerari sono
collegati con l’arrivo di popoli invasori. Alle distruzioni, causate da terremoti e incendi, sono seguite
le carestie che hanno messo in crisi il sistema centralizzato dell’economia palaziale.
Tale economia era orientata sul commercio internazionale e la chiusura di alcune rotte commerciali
potrebbe averla danneggiata: il numero eccessivo di persone da mantenere ha portato ad uno
sfruttamento spropositato delle superfici agricole, con notevole riduzione della proprietà agricola. Ne
sarebbe conseguita un’epoca di grave instabilità, caratterizzata dalla mobilità delle popolazioni: in
questo quadro andrebbe inserita l’invasione dorica. La fine della civiltà micenea sarebbe stata così
l’esito di una serie di cause convergenti che provocarono una lenta recessione. Le premesse per la
ripesa sono rintracciabili nel corso dell’età oscura e sono legate alla permanenza di forme di
interscambio. La Grecia, regredita al regionalismo dell’età oscura, torna così a imboccare, attraverso
la ripresa della mobilità, degli scambi commerciali e dei contatti culturali, la via che porta allo
sviluppo delle città e della navigazione, individuata come il principale indicatore di progresso della
civiltà greca.

L’ALTO E MEDIO ARCAISMO

L’età arcaica si distingue fra alto arcaismo, (730-580 ca.) e tardo arcaismo, (580-guerre puniche). Nel
periodo alto-arcaico, la Grecia si avvia a superare la regressione determinata dalla caduta dei palazzi
micenei, attraverso fenomeni quali il superamento delle condizioni di isolamento, la ripresa
dell’attività agricola, la crescita demografica, lo sviluppo dei centri di culto, la formazione delle prime
comunità cittadine, la riscoperta della scrittura. La Grecia alto-arcaica ha ancora una spiccata
caratterizzazione regionale. Sono distinguibili zone diverse: una occidentale, arretrata; una centrale,
unita sul piano culturale; l’Attica avanzata sul piano tecnologico e l’Eubea in posizione privilegiata.
La caratterizzazione regionale della Grecia si riflette nella lentezza del processo di formazione del
nome con cui i Greci si definiscono. In Omero, il nome Elleni identifica genti della Grecia
settentrionale, mentre per indicare i Greci nel loro insieme egli usa il nome Achei. La progressiva
affermazione del nome Elleni è legata al fatto che esso, diversamente da Achei, comprendeva insieme
agli Etoli e agli Ioni anche i Dori ed è rappresentativo delle tre grandi stirpi greche. Un’accelerazione
dei processi che conducono la Grecia fuori dall’età oscura si registra in Attica, in Eubea, in Argolide,
nella zona dell’Istmo con la formazione delle prime città. La polis presenta: da un lato strutture di
eredità micenea, come l’articolazione tra l’acropoli (la rocca fortificata in cui ha sede il tempio della
divinità poliade) e la città bassa (asty); dall’altro, novità nell’organizzazione del territorio, costituito
dall’integrazione fra il centro cittadino, l’asty e la campagna coltivata (chora) alla quale va aggiunto
il territorio confinante destinato al pascolo. Nel processo di formazione delle prime comunità
cittadine, il fattore religioso è l’elemento primario di definizione dell’identità.
POLEIS E STATI FEDERALI

La nascita della Polis è un fenomeno complesso che dà alla Grecia classica il suo assetto caratteristico,
consistente nella coesistenza di una spiccata unità culturale (etnica, linguistica, religiosa e giuridica)
e di un forte frazionamento politico, determinato dalla presenza di più di mille stati indipendenti, per
l’assetto urbanistico e monumentale, per la modalità di definizione della costituzione (politeia). Il
processo di formazione della polis, che inizia prima dell’VIII sec, presuppone i seguenti fattori: la
stabilità delle comunità sul territorio, lo sviluppo dell’economia agricola e la crescita demografica.
La natura della polis, costituita da uomini che si riconoscono in culti e in leggi comuni, emerge dalle
diverse valenze semantiche del termine: cittadella fortificata, acropoli, centro urbano, entità statale.
La polis è definibile come una società politica strutturata intorno alla nozione di cittadinanza.
L’ideologia della polis comporta che territorio e popolazione siano sentiti come una cosa comune;
che la popolazione debba partecipare alla sua gestione; che il potere debba essere esercitato per
periodi definiti e a rotazione; che il suo esercizio debba essere conforme alle regole fissate dalla legge.
Nel centro urbano, luogo politico e religioso, hanno sede le principali strutture funzionali (il pritaneo,
sede del focolare pubblico e delle magistrature; l’agorà, luogo di incontro e di mercato; il
bouleuterion, sede del consiglio; l’ekklesiasterion, sede dell’assemblea) e culturali (templi). Lo spazio
religioso, cioè la porzione di territorio che la polis riserva alle manifestazioni collettive della sua
religiosità, si dota di strutture architettoniche, affermando l’esperienza religiosa come fattore
unificante della comunità. Il centro urbano mantiene un rapporto di dipendenza con la sua chora: la
città greca non prescinde mai dall’attività agricola in quanto la proprietà della terra è una delle
modalità della partecipazione del cittadino alla comunità. La costituzione (politeia) è basata sulla
nozione di appartenenza e condivisone (essere cittadini, in greco, si dice partecipare alla politeia). La
composizione del corpo civico può essere definita sulla base di diversi criteri: nascita, proprietà
terriera e contributo militare. La città ha spinte egualitarie: quanto più ciascun cittadino si sente
partecipe del comune destino e a esso contribuisce tanto più richiede una condizione paritaria rispetto
ai concittadini, quella che i Greci chiamano isonomia (aver parte uguale), e alla gestione della
comunità. All’affermazione dell’isonomia contribuisce anche la riforma oplitica: si tratta di una
riforma militare per cui il nucleo dell’esercito è costituito da fanti armati, detti opliti; combattendo
insieme per la difesa della patria i contadini liberi rafforzano i reciproci vincoli di solidarietà e
l’integrazione nella comunità (koinon) richiedendo un trattamento paritario e una maggiore
partecipazione politica. Uguaglianza diventa una parola d’ordine sia per i cittadini della democratica
Atene, che rivendicano l’uguaglianza di diritti (isonomia) e di parola (isegoria), sia per quelli della
oligarchia Sparta, che si definiscono gli uguali (homoioi). La politeia costituisce il principio vitale,
capace di modellare il cittadino: il fine della polis è quello di far vivere bene l’uomo.
La Grecia non era fatta solo di poleis: accanto allo stato cittadino è presente lo stato federale. Esso è
caratterizzato dalla coesistenza di una cittadinanza federale con una cittadinanza locale. Nella
formazione degli stati federali, come in quella delle città, è fondamentale il ruolo del culto comune
in cui i vari gruppi locali si riconoscono; esso costituisce il fondamento identitario intorno a cui si
aggregano gli elementi della realtà federale. Lo stato federale caratterizza l’altra Grecia, periferica di
area centro-settentrionale, caratterizzata da un accentuato arretramento culturale. Rispetto alla polis,
l’organizzazione federale si caratterizza per una maggiore apertura rispetto al mondo cittadino: lo
scambio di diritti tra le realtà locali, la parziale rinuncia all’autonomia delle singole comunità in
cambio di vantaggi comuni, la minor partecipazione del cittadino al governo in favore della
rappresentanza rendono gli stati federali più capaci di integrazione e assimilazione rispetto alle poleis.
I valori della Grecia delle poleis sono identificati nei concetti di uguaglianza e libertà. Il Greco è
libero di fronte allo stato perché è polites, laddove il barbaro è schiavo perché vive con lo stato un
rapporto di sottomissione, non di integrazione. La civiltà greca si configura come civiltà della polis.

IL GOVERNO DELLE ARISTOCRAZIE

Nell’VIII sec. scompaiono le tracce delle antiche monarchie dei re, di ambito dorico, sostituite dalle
aristocrazie, caratterizzate da una forte componente egualitaria. I privilegi dell’aristocrazia si basano
sulla nascita, mentre la ricchezza si basa sul possesso delle terre, di beni come case, bestiame e servi.
La vita dell’aristocratico è legata all’oikos, la casa, che comprende anche la famiglia e la proprietà.
Le attività principali, oltre la gestione dell’oikos, sono la guerra e la politica. Le relazioni fra casate
aristocratiche vanno al di là delle comunità di origine e, attraverso rapporti di ospitalità (xenia),
assumono carattere internazionale: la xenia era una forma di ospitalità fondata sulla reciprocità che
prevedeva la mutua assistenza sancita con lo scambio di symbola. Gli aristocratici, per dare prova
della propria areté, si confrontavano con i propri pari negli agoni atletici previsti nei Giochi Olimpici
(iniziati nel 776 ca.). Sul piano militare, l’aristocrazia è legata al modello omerico del duello eroico.
La crisi dell’aristocrazia, dovuta a fenomeni come la diminuzione della produzione agricola e
l’impoverimento dei contadini, che minano le basi socioeconomiche dei regimi aristocratici, trova un
risvolto militare nel nuovo modo di combattere, la riforma oplitica. Con tale riforma, incentrata sul
ruolo dell’oplita (il fante armato), la guerra cessa di essere un privilegio aristocratico e si amplia fino
a comprendere anche i membri del demos, cioè della popolazione contadina residente sul territorio.
In cambio del contributo dato alla difesa della comunità, gli opliti richiedono e ottengono una
maggiore integrazione sociale e politica. La figura ideale del cittadino-soldato, che porta su di sé
l’onere e l’onore della difesa della città, è quella di un piccolo proprietario agricolo autarchico che
vive del proprio lavoro e non ha bisogno di svolgere altre attività artigianali o commerciali.
IL MOVIMENTO COLONIALE

Il movimento coloniale si inquadra nella ridefinizione dei rapporti sociali, economici e politici
dell’epoca della formazione delle città, quando si accresce la mobilità umana. Nell’VIII sec.
prevalgono le imprese individuali; nel VII sec. cresce, invece, l’incidenza dell’intervento statale. I
coloni provengono dalle regioni settentrionali del Peloponneso e dell’Eubea. Le destinazioni sono
l’Italia meridionale e la Sicilia. Una volta fondate, le colonie diventano comunità indipendenti che
mantengono relazione con la madrepatria solo sul piano linguistico, religioso e culturale. La
colonizzazione dà impulso agli scambi commerciali e alla navigazione. La crisi delle aristocrazie
terriere e la mobilità sociale sono accelerate dal movimento coloniale.

LA LEGISLAZIONE

La crisi delle aristocrazie fa emergere il bisogno di procedere a una codificazione delle leggi, capace
di garantire la certezza del diritto anche ai non privilegiati. Un ruolo importante tra i legislatori della
madrepatria ha lo spartano Licurgo (datato tra XI e VII sec): la legislazione, rhetra, si occupa di
definire i poteri delle diverse componenti dello stato spartano ed è all’origine dell’ordinamento che
caratterizza Sparta, conosciuto come kosmos, cioè l’ordine per eccellenza. Tale legislazione non è
mai messa per iscritto. Alla fine del VII sec. è attivo in Atene il legislatore Dracone: oltre a una
legislazione severa, egli avrebbe redatto anche una costituzione e una legge sull’omicidio.

FORME DI COORDINAMENTO INTERNAZIONALE: LEGHE SACRE E ALLEANZE MILITARI

La frammentazione del mondo greco rende necessarie forme di collaborazione tra i diversi stati. I
Greci elaborano formule capaci di superare l’individualismo delle poleis. Le anfizionie, o leghe sacre
di popoli vicini, si riconoscono in un culto comune: città vicine, bisognose di reciproco aiuto,
celebrano insieme le feste e sviluppano legami di amicizia. Un carattere panellenico ha l’Anfizionia
delfico-pilaica, una lega sacra di dodici popoli della quale fanno parte Sparta e Atene. Essa costituisce
l’organismo capace di operare e fornire strumenti per un’azione comune: primo tra tutti la guerra
sacra, che può essere dichiarata dagli Anfizioni contro i violatori di norme anfizioniche. Un tentativo
diverso, privo di risvolti sacrali, è quello delle leghe militari o symmachiai, di natura in origine
difensiva, nelle quali un gruppo di poleis riconosce la guida, egemonia, di un’altra polis: a essa
vengono delegati il comando in guerra e la responsabilità di organizzare l’attività militare comune, in
caso di attacco ad uno degli stati membri. Di questa natura sono la Lega del Peloponneso, che riunisce
diversi stati peloponnesiaci sotto la guida di Sparta; le due leghe navali costituite sotto la guida di
Atene nel V sec (Lega delio-attica) e nel IV sec (Seconda lega ateniese).
CAPITOLO 2. LA GRECIA TARDO-ANTICA

ATENE

Terminata l’epoca dei re, la monarchia sarebbe stata sostituita prima da arconti decennali; infine, nel
682/1 iniziava la lista degli arconti annuali, scelti in base ai criteri della nascita e della ricchezza. Gli
arconti erano nove: l’eponimo, che dava il nome all’anno; il re, che conservava le competenze
religiose del sovrano: il polemarco, che era incaricato della guida dell’esercito; sei tesmoteti, che
erano i custodi delle leggi. Uscendo di carica, gli arconti entravano nel consiglio dell’Areopago e vi
restavano a vita: l’Areopago aveva competenza sui delitti di sangue, in materia religiosa e di custodia
delle leggi. La popolazione era riunita in quattro tribù, ognuna guidata da un re delle tribù. Il potere
era nelle mani degli aristocratici: il ruolo dell’assemblea del popolo era in origine limitato.

SOLONE

L’Attica soffriva di scarsità di terre coltivabili: i piccoli contadini, in caso di raccolti insufficienti,
erano costretti a chiedere in prestito cereali per la semina o per la sussistenza ai grandi proprietari
aristocratici, che potevano contare su raccolto maggiori. Essi finivano così per indebitarsi con i grandi
proprietari diventandone clienti e versando loro una quota del raccolto; se non erano in grado di farlo
cadevano in schiavitù. Ciò fece emergere, da parte dei piccoli contadini, una serie di rivendicazioni
economiche e sociali per l’aspirazione ad una maggiore uguaglianza. In Atene, Solone avviò un
processo di integrazione sociale e politica che fu il presupposto della democrazia; egli divenne arconte
nel 594/3. Solone affermò di aver divelto i cippi infissi nella terra e di averla resa, da schiava, libera
e di aver liberto quanti, in Atene, erano in stato di servitù. L’atto di svellere i cippi indica
l’annullamento delle ipoteche da cui la terra era gravata: la terra, liberata da questi obblighi, sarebbe
stata restituita ai vecchi proprietari; inoltre venne soppressa la schiavitù per debiti, con effetto
retroattivo. Il suo intento fu quello di realizzare un buon governo in cui ciascuno avesse pari diritti e
doveri a seconda del proprio ruolo e della propria capacità. A Solone è attribuita anche la riforma
costituzionale che comportava la divisione della cittadinanza in quattro classi di censo, valutate in
base al prodotto della terra, con scopo prima di tutto militare. Le quattro classi erano:
pentacosiomedimni (500 medimni), hippeis (cavalieri, 300 medimni), zeugiti (classe media, fanteria,
200 medimni), nullatenenti. L’appartenenza a queste classi regolava l’accesso all’esercito e alle
magistrature: la carica di tesoriere di Atene era riservata alla prima classe; l’arcontato e il servizio di
cavalleria alle prime due; le magistrature minori e il servizio nella fanteria oplitica alla terza; ai teti
erano concessi solo il diritto elettorale attivo, da esercitare in assemblea e l’accesso al tribunale.
PISISTRATO

Nel 560, Pisistrato, in contrasto con Solone, occupò l’Acropoli per sei anni; esiliato dal 555 al 545;
rientrò ad Atene, grazie ad un colpo di stato e rimase al potere fino alla sua morte avvenuta nel 527.
Pisistrato lasciò invariato l’assetto costituzionale e amministrativo dato da Solone. Cercò di favorire
lo sviluppo della piccola proprietà terriera e di migliorare la situazione della popolazione nelle
campagne. A lui si deve l’introduzione della dracma, la moneta con l’effige di Atena e della civetta,
che consentì una maggiore equità nelle relazioni economico-sociali e incentivò gli scambi
commerciali; inoltre, favorì le attività artigianali. Tutto ciò consentì una crescita della popolazione
rurale e cittadina meno dipendente delle clientele aristocratiche. Alla sua morte, il potere passò ai
figli, Ippa e Ipparco: il primo cacciato, il secondo assassinato.

CLISTENE

L’aspetto importante dell’opera di Clistene fu la ripartizione della popolazione su base territoriale.


Le tribù, che in Atene erano quattro, divennero dieci: ogni tribù comprendeva tre trittie, circoscrizioni
territoriali tratte una dalla zona costiera, una dalla interna e una dalla città. Ogni trittia comprendeva
diversi demi (demoi, villaggi di campagna o quartieri urbani); il demo costituiva la circoscrizione
territoriale e amministrativa di base. Ogni tribù doveva offrire: un reggimento di opliti, guidato dal
tassiarco, e uno stratego; 50 buleuti per la boulé dei Cinquecento. Quest’ultimo nuovo consiglio,
costituito da cittadini di età superiore a trent’anni, sedeva in permanenza, diviso in gruppi di 50
(pritani) nelle dieci parti (pritanie, cioè i turni) in cui era diviso l’anno amministrativo; era presieduto
ogni giorno da un pritano diverso con funzioni di presidente. Sia i buleuti e sia il presidente venivano
sorteggiati per assicurare la rotazione. La funzione della boulé era quella probuleumatica che
consisteva nel preparare i lavori dell’assemblea, la quale era aperta a tutti i cittadini con più di
vent’anni. Con questa riforma Clistene volle realizzare la piena integrazione della cittadinanza
ateniese spezzando i vincoli clientelari che costituivano la base del potere delle grandi famiglie
aristocratiche. Inoltre, Clistene istituì la procedura dell’ostracismo: esso consisteva nel designare, con
voto espresso a maggioranza da almeno 6.000 votanti, un cittadino ritenuto pericoloso per lo stato; il
voto veniva espresso, una volta l’anno, scrivendo il nome dell’interessato su un coccio (ostrakon). Il
più votato veniva allontanato dalla città per dieci anni e subiva la diminuzione dei diritti di carattere
parziale: perdeva i diritti politici, mantenendo quelli civili (matrimonio, patria e proprietà). La riforma
di Clistene assicurò ai cittadini ateniesi l’isonomia, l’uguaglianza dei diritti, e l’isegoria,
l’uguaglianza di parola, garantendo a tutti, senza discriminazioni di nascita e di censo, la possibilità
di partecipare agli organismi di carattere deliberativo (boulé) e giudiziario (tribunale del popolo).
LA COSTITUZIONE SPARTANA

Il legislatore a cui si fa risalire l’ordinamento spartano è Licurgo: a lui si attribuisce il passaggio di


Sparta da un pessimo governo all’eunomia, la rhetra. La rhetra consisteva in una riforma
costituzionale, che prevedeva, da una parte, la divisione della popolazione in tribù e in cinque
suddivisioni territoriali, dette ohai, dall’altra, l’istituzione degli organismi fondamentali: la diarchia
(i due re, guide per la loro funzione militare), la gherousia (il consiglio degli anziani) e l’assemblea
del popolo (che deteneva la sovranità). A capo dello stato spartano erano i due re: i loro poteri erano
di carattere militare, religioso e giudiziario. Per controllare i re furono istituiti cinque efori e si
stabilirono leggi secondo le quali i re non sarebbe andati insieme in guerra. La successione dinastica
spettava al primogenito maschio. I re facevano parte, insieme ad altri ventotto membri di età superiore
ai sessant’anni scelti tra le famiglie più importanti, della gherousia, un consiglio incaricato di
preparare le proposte da presentare all’assemblea; li eleggeva il popolo per acclamazione.
L’assemblea del popolo, l’apella, era composta dagli Spartiati, i cittadini di pieno diritto, e si riuniva
una volta al mese: essa non poteva discutere le proposte, ma solo approvarle o respingerle; decideva
sulla pace, sulla guerra e sui trattati di alleanza; eleggeva gli efori. Gli efori erano cinque e venivano
eletti dall’apella fra tutti i cittadini, la carica era annuale e il presidente, l’eponimo, aveva il compito
di presiedere l’apella e la gherousia. Gli efori avevano funzioni di controllo sui re,
sull’amministrazione dello stato e sull’educazione dei giovani. Lo stato di cittadinanza dipendeva
dall’essere figli di cittadini, dall’aver raggiungo i trent’anni di età, dall’aver seguito il ciclo educativo
previsto (l’agoghé). I proventi derivavano dal kleros, il lotto di terra assegnato al cittadino e coltivato
dagli iloti, così da permettergli di dedicarsi alla funzione che gli era propria, quella del guerriero. Gli
iloti, che coltivavano la terra degli Spartiati, consegnando loro parte del raccolto, non erano liberi,
ma erano stati assoggettati. L’agoghé costituiva l’aspetto più particolare dell’ordinamento spartano:
si trattava di un sistema educativo rigidamente controllato dallo stato e orientato, per i maschi, alla
formazione di guerrieri dotati della virtù del coraggio, per le femmine alla generazione di cittadini
sani e forti. I bambini restavano in famiglia fino a sette anni, poi vivevano in comunità. Il risultato di
questo sistema sociale fu una comunità di cittadini uniti da un forte sentimento di uguaglianza e
solidarietà. Era una comunità chiusa perché timorosa degli effetti che le influenze esterne potevano
produrre sui suoi cittadini, e immobilistica perché la sua sopravvivenza era legata ad un equilibrio
sociale precario. I contatti con l’esterno erano temuti al punto che venivano praticate espulsioni
periodiche degli stranieri (xenelasiai). Sparta si chiuse così ad ogni influenza esterna: essa divenne
molto prudente nel prendere iniziative che la portassero ad impegnarsi lontano dal Peloponneso.
CAPITOLO 3. IL QUINTO SECOLO

LA PRIMA GUERRA PERSIANA

Nel 491, mentre le forze persiane si raccoglievano in Cilicia, ambasciatori del Re furono inviati in
tutta la Grecia a chiedere acqua e terra, cioè un atto di sottomissione. I Greci del continente accolsero
questa richiesta, invece Atene e Sparta si opposero e uccisero gli araldi. Nel 490, prese avvio la
spedizione persiana con l’obiettivo di estendere il controllo nell’Egeo. Dall’Eubea i Persiani
passarono in Attica sbarcando a Maratona con 200.000 uomini. Milziade, eletto stratego, convinse
gli Ateniesi a uscire dalla città per scontrarsi a Maratona (le forze ateniesi erano di 10.000 uomini).
Milziade attaccò battaglia: l’esercito greco, forte sulle ali e debole al centro, sfondò ai lati e cedette
al centro, aggirando l’armata persiana. Le perdite ammontarono: per i Persiani, 6.400 uomini, per i
Greci, 192 caduti. La vittoria di Maratona fu sentita come un evento eccezionale, perché la volontà
di difendere la propria libertà aveva potuto superare la sproporzione delle forze in campo.

TRA LE DUE GUERRE

Nel 483/2, Temistocle propose, con la legge navale, di procedere alla costruzione di una flotta di 200
navi. La svolta fu radicale, sia sul versante della politica estera (Atene cercherà la fortuna sul mare),
sia su quello interno (nella flotta i teti, esclusi dalla falange oplitica, serviranno come rematori,
integrandosi nelle forze militari cittadine e ottenendo in cambio la promozione sociale e politica).

LA SECONDA GUERRA PERSIANA

Il nuovo re persiano Serse, dopo la morte del padre Dario (486 ca.), convinto di vendicarsi di Atene
progettò una grande spedizione di conquista, con forze navali e di terra. Anche Serse chiese la
sottomissione dei Greci prima di iniziare la spedizione e la ottenne da gran parte della Grecia
settentrionale e centrale. Nel 481 l’esercito persiano passò l’Ellesponto. Nel 481, i Greci si riunirono
all’Isto di Corinto con l’intenzione di organizzare la resistenza: la Lega degli Hellenes comprendeva
Atene, Sparta e Corinto, mentre il comando venne affidato a Sparta. Nel 480, furono inviati alle
Termopili 4.000 opliti, tra i quali 300 Spartiati guidati dal re Leonida; intanto, la flotta greca, forte di
324 navi, si attestava al capo Artemisio, sulla costa settentrionale dell’Eubea. All’avvicinarsi delle
forze persiane, il grosso dei Greci fu fatto ritirare: Leonida trattenne solo i 300 Spartiati: dopo tre
giorni di resistenza, Leonida fu accerchiato dai Persiani giunti attraverso un sentiero mostrato loro
dal traditore Efialte; invece, le navi greche riuscirono a contrastare la flotta persiana all’Artemisio,
infliggendole molte perdine e provocandone il ritiro a Salamina. L’esercito di terra persiano,
attraverso le Termopili dilagò nella Grecia centrale e invase l’Attica che venne saccheggiata.
Su consiglio di Temistocle, la popolazione ateniese era già stata evacuata e gli uomini erano saliti
sulle navi. La decisione di Temistocle di combattere sul mare fu decisiva per la salvezza della Grecia:
Temistocle chiese di combattere a Salamina. Nell’autunno del 480, la flotta greca costrinse quella
persiana a dare battaglia nello stretto braccio di mare tra Salamina e l’Attica. Nello scontro, i Persiani
non riuscirono a far valere la loro superiorità numerica e le loro navi, non riuscendo a manovrare,
vennero in gran parte distrutte. La vittoria greca di Salamina fu decisiva per le sorti della guerra;
tuttavia, Serse riteneva di poter ancora vincere in uno scontro militare di terra: nel 479, invase l’Attica
che venne nuovamente evacuata; gli Spartani si concentrarono all’Istmo con 10.000 uomini, sotto il
comando di Pausania, riunendosi con le truppe ateniesi. I Persiani si ritirarono in Beozia e si
accamparono a Platea. Qui, in agosto, 11.000 soldati greci si scontrarono con 300.000 Persiani: la
morte del comandante persiano sul campo decise la vittoria dei Greci che travolsero gli avversari.
Dalle guerre persiane l’identità greca uscì consolidata, sulla base di un modello di carattere culturale:
i Greci si erano accorti di essere molto diversi dai Persiani per riferimenti di valore e stile di vita.

ATENE E SPARTA: IL MODELLO DELLA DOPPIA EGEMONIA

Il pericolo di lasciare l’iniziativa militare nell’Egeo agli Ateniesi fu visto con lucidità da Pausania,
uomo ambizioso e ricco di iniziativa, che non condivideva la prudenza degli Spartani. Nel 478,
l’egemonia spartana fu contestata dagli alleati, scontenti di Pausania e della sua autorità. Gli Spartani
richiamarono Pausania in patria: così facendo essi colsero l’occasione per rinunciare in modo
definitivo all’impegno nell’Egeo; essi non erano intenzionati a continuare la guerra contro la Persia
perché avrebbe costretto Sparta ad impegnarsi fuori dal Peloponneso. Gli Spartani lasciarono agli
Ateniesi l’iniziativa della guerra: non volevano che i loro cittadini entrassero in contatto con il mondo
esterno con il rischio di destabilizzare il loro precario sistema sociale. La cessione dell’egemonia sul
mare agli Ateniesi costituisce il presupposto dell’equilibrio della Grecia basato sul bipolarismo, che
dipendeva dalla spartizione delle sfere di influenza sulla base della vocazione continentale di Sparta,
potenza oplitica, e di quella marinara di Atene, potenza navale. Sparta era una potenza terrestre con
tradizioni militari incentrate sull’esercito oplitico: aveva un’economia basata sull’agricoltura e
rifiutava scambi commerciali; aveva una situazione sociale esplosiva, con un numero limitato di
Spartiati che tenevano la gran parte della popolazione in stato di inferiorità. In queste condizioni,
l’obiettivo di un impero coloniale, che non comportasse la necessità di impegnarsi lontano dal
Peloponneso appariva come il più realistico. Invece, Atene perseguì una politica di potenza, cogliendo
nel 478 l’opportunità di assumere il patronato dei Greci d’Asia e fondando, su questo impegno, la sua
pretesa di sostituire Sparta come prostates dei Greci. La sua, infatti, era una potenza navale, non
terrestre: povera dal punto di vista agricolo, aveva un’economia legata agli scambi commerciali.
LA PENTECONTETIA

Tucidide chiama pentecontetia i quarant’anni compresi tra il 478 e il 431, tra la presa di Sesto e
l’inizio della guerra del Peloponneso. Durante questo periodo la potenza ateniese crebbe e il timore
che ne derivò agli Spartani fu il motivo più vero della guerra. La spartizione delle sfere di influenza
appariva un fatto acquisito: essa corrispondeva alle caratteristiche delle due città egemoni, ma non
alla visione politica dinamica e aggressiva di uomini come Pausania e Temistocle, l’uno disposto a
condurre Sparta sulla via dell’impero navale nell’Egeo, l’altro a utilizzare lo strumento della Lega
delio-attica in funzione antispartana. Entrambi scomparirono dalla scena politica: Pausania,
richiamato a Sparta, fu accusato di trattare con i barbari e di aspirare alla tirannide, quindi fu ucciso;
Temistocle fu accusato di medismo, venne ostracizzato e morì in Persia. L’uscita di scena di Pausania
e Temistocle consentì l’affermazione di coloro che intendevano evitare la contrapposizione diretta
fra i due blocchi, favorendo un bipolarismo in grado di garantire un equilibrio stabile alla Grecia. Con
il tempo, però, si generò un clima di sospetto sorto tra potenze di diverso carattere, l’una statica e
tradizionalista, l’altra dinamica e innovativa, con la maggior difficoltà di mantenere un equilibro sulla
base della divisione delle sfere di influenza. Quella dell’anno 462 si presenta come una svolta di
rilievo nella storia di Atene e di tutta la Grecia: sul piano internazionale, Atene abbandona la
prospettiva della spartizione in sfere di influenza e rivendica l’egemonia sull’intera Grecia; mentre
sul piano interno, liberata dal condizionamento del rapporto con Sparta e dall’effetto frenante del
consiglio dell’Areopago, a cui pose fine nel 462 la riforma democratica di Efialte, si avvia al processo
di democratizzazione sotto la guida di Efialte e Pericle. La svolta politica del 462 determinò una
grave destabilizzazione, aprendo un periodo di guerra fredda. Nel 446 fu conclusa tra Sparta e Atene
una pace trentennale: Atene avrebbe perso Megara, ma conservato Egina; mentre le città neutrali
sarebbero state libere di aderire all’una o all’altra coalizione. La pace cercava di assicurare stabilità
attraverso il riconoscimento dell’esistenza delle due zone di egemonia: l’accordo funzionò.

3.1 EFIALTE

Efialte era il leader del partito democratico e a lui si deve la riforma democratica: essa sottrasse
all’Areopago tutte quelle competenze aggiunte che il consiglio aveva accumulato nel tempo in
materia di controllo della vita politica e costituzionale, ma che i democratici ritenevano non
originarie, e nel redistribuirle alla boulé dei Cinquecento e all’assemblea popolare. L’Areopago
doveva tornare ad essere un organo giudiziario chiamato a giudicare sul sangue versato. Dalla riforma
uscì potenziato il tribunale popolare: esso era costituito da 6.000 giudici sorteggiati annualmente tra
i cittadini che operavano divisi in corti ristrette e presiedute dagli arconti. Efialte morì assassinato.
1.2 PERICLE E LA DEMOCRAZIA REALE

Pericle, figlio di Santippo e di Agariste, nipote di Clistene, fu il successore di Efialte alla guida dei
democratici: egli determinò il corso della politica ateniese fino al 429, anno della sua morte. Egli
seppe stabilire con il popolo un rapporto di fiducia: univa l’autorevolezza che gli derivava dalla
tradizione familiare a una serie di qualità personali eccezionali. Ne conseguì una democrazia guidata
immune dal rischio di derive autoritarie e demagogiche. Pericle introdusse il misthos, la retribuzione
delle cariche pubbliche ed estese l’accesso all’arcontato agli zeugiti, i membri della terza classe; in
seguito, anche i teti furono ammessi alle magistrature superiori. In questo modo, Pericle intendeva
incoraggiare la reale partecipazione di tutti i cittadini che, nella democrazia ateniese, erano chiamati
all’assunzione di responsabilità di governo. Tali responsabilità comportavano il rivestimento delle
magistrature, la partecipazione alle decisioni in assemblea e l’esercizio del potere giudiziario. Nel
definire le caratteristiche del governo democratico, Erodoto evidenzia i principi della sovranità
popolare, dell’uguaglianza, della partecipazione e si esprime nella possibilità di sottoporre a
rendiconto i magistrati, nella messa in comune di ogni decisione e nel sorteggio delle magistrature.
L’oggetto principale della democrazia ateniese era l’assemblea popolare, ekklesia, formata da tutti i
cittadini di età superiore ai vent’anni. Ciò che appare caratteristico della democrazia ateniese è il
diritto di discutere le proposte che venivano portate all’assemblea dalla boulé o da singoli cittadini.
La boulé, oltre a preparare i lavori dell’assemblea, aveva competenze di carattere amministrativo e
giudiziario; la sua composizione, che corrispondeva in modo sostanziale a quella dell’assemblea,
garantiva un’efficace collaborazione tra i due organismi. Ogni cittadino ateniese godeva così non solo
del diritto di voto, ma anche del diritto di parola. Il voto poteva essere espresso in diverse forme:
l’assemblea ateniese votava per alzata di mano, oppure per mezzo di gettoni che venivano conteggiati.
L’attività edilizia promossa da Pericle si orientò sui grandi lavori di restauro sull’Acropoli: il
Partenone, il tempo di Atena Parthenos, fu costruito tra il 447 e il 438. Nel 450, Pericle fece votare
una legge che limitava l’accesso alla cittadinanza di pieno diritto ai figli di padre e madre ateniesi:
essa intendeva sottolineare il senso di appartenenza al corpo civico originario. In tutte le poleis diritto
di cittadinanza e residenza non coincidevano; dal godimento dei pieni diritti, appannaggio dei liberi
maschi adulti, erano esclusi le donne, gli stranieri liberi e gli schiavi. Lo straniero fuori dalla sua
comunità era privo di tutela giuridica; egli poteva aspirare al massimo al godimento di alcuni diritti
(commercio, proprietà, matrimonio). Chi prendeva residenza stabile in un’altra città assumeva lo
statuto di meteco (metoikos); in Atene egli aveva l’obbligo di porsi sotto la protezione di un cittadino
che assumeva la funzione di patrono; era, però, escluso dalla partecipazione politica. Lo straniero
resta distinto dal cittadino, ma può ricevere una serie di concessioni che ne migliorano la condizione
e ne favoriscono, se non l’integrazione, almeno la convivenza con i cittadini della comunità.
Il rapporto che si viene a creare è di natura contrattuale: la polis non esclude lo straniero, ma ne può
apprezzare l’attività in campo economico, fiscale e militare. Gli schiavi, di origine greca o barbarica,
divenivano tali per lo più in seguito a prigionia di guerra. Sul piano giuridico lo schiavo era una
proprietà, non persona, e quindi non era soggetto di diritto. Tuttavia, soprattutto se domestici, essi
godevano di una larga autonomia. La qualità della vita era buona sia per gli schiavi domestici che per
quelli impiegati nelle funzioni amministrative. Le donne, benché libere e cittadine, erano escluse da
ogni forma di partecipazione politica. Nella polis greca, la donna libera e cittadina (asté) era definita
dal matrimonio (nel quale svolgeva un ruolo passivo: era data in moglie dal padre in base ad un
accordo con la famiglia dello sposo in cui non aveva parte alcuna), dalla procreazione (obiettivo del
matrimonio era la generazione di figli legittimi) e dal lavoro domestico. Essa viveva segregata
nell’oikos, fuori da ogni dimensione politica: il suo ruolo nella polis si riduceva a quello di strumento
di trasmissione della cittadinanza.

LA GUERRA DEL PELOPONNESO: DUE BLOCCHI A CONFRONTO

A partire dal 435 la situazione precipitò verso lo scontro, sulla base di quelle che Tucidide chiama le
cause che portarono alla rottura del trattato del 446: i conflitti relativi a Corcira e a Potidea e il blocco
imposto dagli Ateniesi a Megara. In tutti e tre i casi la radicalizzazione dello scontro fra i due blocchi
coinvolse Atene e Corinto, più che Atene e Sparta. Il vero motivo fu la crescita della potenza ateniese
e il timore che essa incuteva a Sparta. L’intervento ateniese fra Corcira e Corinto fu ritenuto dai
Peloponnesiaci, nonostante la prudenza con cui gli Ateniesi si erano mossi, una violazione del trattato
di pace. Nel caso di Potidea, furono gli Ateniesi a fare il primo passo consapevoli dell’ostilità dei
Corinzi. Anche in questo caso Corinto e Atene si trovarono in stato di guerra aperta. La tregua fra
Atene e Sparta, tuttavia, sembrava durare ancora perché l’azione dei Corinzi, non concordata con la
Lega del Peloponneso, era da considerare di carattere privato. I Corinzi accusarono gli Ateniesi
sostenuti dai Megaresi, per questo motivo gli Ateniesi colpirono i Megaresi in quanto amici dei
Corinzi. Sul versante peloponnesiaco, mentre Sparta era divisa tra la prudenza di Archidamo e
l’aggressività di Stenelaida, Corinto era determinata alla guerra. Lo sviluppo della potenzia ateniese
e la contrapposizione crescente tra i due blocchi stavano mettendo in discussione l’idea di egemonia
propria della tradizione spartana: un’egemonia di terra, legata all’ambito peloponnesiaco e tendente
a garantire l’equilibro della Grecia attraverso la divisione delle sfere di influenza che non
comportasse, per Sparta, un impegno lontano dalle sue zone di interesse. Gli Ateniesi chiesero agli
Spartani di non rompere la tregua e di cercare una soluzione comune, tuttavia l’assemblea spartana e
quella degli alleati si espressero a favore della guerra convenendo che gli Ateniesi avevano violato il
trattato.
4.1 LA GUERRA ARCHIDAMICA

La prima fase della guerra del Peloponneso, che Tucidide definisce guerra decennale, prende il nome
di archidamica dal nome del re spartano Archidamo, responsabile della strategia spartana. A questa
prima fase seguì un periodo intermedio, dal 421 al 413, che Tucidide definisce guerra incerta e
sospetta durante il quale la guerra continuò sebbene non in forma globale; negli anni dal 413 al 404,
quelli della guerra decelaica (dall’occupazione spartana del demo attico di Decelea) o ionica (dallo
spostamento della guerra sul fronte egeo), si ebbe invece una ripresa del conflitto globale.
All’invasione dell’Attica, Pericle reagì con una strategia che puntava sulla possibilità di Atene di
ricevere rifornimenti dal mare: raccolse tutta la popolazione dell’Attica entro le mura della città
abbandonando le campagne alle devastazioni. Nel 430, giunse in Atene una pestilenza: il fatto che la
popolazione fosse ammassata entro le mura della città favorì enormemente il contagio. Dopo
l’invasione dell’Attica, sconvolti dall’epidemia, gli Ateniesi accusarono Pericle e lo deposero.
Rieletto nel 429, egli morì lo stesso anno a causa della peste. Dopo la sua morte, Atene venne
governata da uomini politici inadeguati che commisero molti errori: ad esempio, estendere il conflitto.
Nel 425, gli Spartani si trovarono assediati sull’isola di Sfacteria da una flotta ateniese: vennero
catturati 120 Spartiati. Nel 424, Sparta prese l’importante decisione di portare la guerra contro Atene
in Tracia: Brasida attaccò e prese Anfipoli. Nel 422 Cleone cercò di riprendere Anfipoli: nella
battaglia trovarono la morte sia Cleone che Brasida. A Sparta e Atene i sostenitori della pace aprirono
le trattative: nel 421 si giunse alla conclusione della pace di Nicia. Il criterio fu quello dello status
quo ante: Sparta avrebbe dovuto restituire Anfipoli, mentre Atene Pilo e i prigionieri di Sfacteria.
Seguì un trattato di alleanza bilaterale tra Atene e Sparta che riproponeva il bipolarismo.

4.2 DALLA PACE DI NICIA ALLA SPEDIZIONE IN SICILIA: ALCIBIADE

Nel 416/5 la città di Segesta, con la quale Atene aveva stabilito un trattato, richiese l’intervento
ateniese contro Selinunte e Siracusa, quest’ultima amica di Sparta. Nonostante l’ostilità di Nicia,
l’assemblea si fece indurre da Alcibiade a concedere aiuto. Una notte vennero mutilate le Erme che
si trovavano in diversi luoghi di Atene. L’accusa, infondata, venne fatta ricadere su Alcibiade. Nel
415, la flotta ateniese giunse a Catania, dove arrivò una nave incaricata di riportare Alcibiade in Atene
per essere giudicato, ma egli riuscì a fuggire a Sparta. Agli Spartani, Alcibiade diede preziosi consigli
tra i quali quello di inviare le truppe in Sicilia. Dopo l’importante vittoria ottenuta via mare da
Siracusa la situazione per Atene precipita. Nel 413 giunsero nuovi rinforzi guidati da Demostene, ma
la situazione era compromessa: gli strateghi decisero la ritirata su Catania, ma l’esercito ateniese
venne distrutto e sconfitto durante la marcia di ritirata dove morirono Nicia e Demostene.
LA GUERRA IONICA O DECELEICA

L’ultima fase della guerra prese il nome di deceleica, dall’occupazione spartana di Decelea; tuttavia,
si parla anche di guerra ionica per lo spostamento del fronte di guerra nell’Egeo. La fortificazione di
Decelea fu un danno enorme per Atene: l’occupazione da parte di Sparta privava Atene di ogni risorsa
proveniente dall’agricoltura e rendeva difficile l’arrivo di rifornimenti. Gli Spartani compresero che
Atene andava colpita nell’impero: il satrapo persiano Tissaferne volle finanziare la guerra contro
Atene. Alcibiade, scappato da Sparta, trovò rifugio presso Tissaferne dove sperava nel richiamo in
patria. Nel 412 la flotta ateniese si trovava a Samo: Alcibiade contattò gli anti democratici ateniesi
promettendo ad Atene, in cambio del rientro in patria, l’amicizia del satrapo e il denaro del re; infine,
Atene avrebbe dovuto instaurare un regime non democratico. Nel 411, ad Atene, Pisandro diede avvio
al colpo di stato che portò alla caduta della democrazia: insistendo sulla gravità della situazione e sul
tema della salvezza, egli convinse l’assemblea ad inviarlo presso Tissaferne. L’ambasceria presso il
satrapo andò a vuoto e Pisandro, recatosi a Samo, si accordò con gli oligarchici sami, poi si diresse
ad Atene con l’ordine di istituire la oligarchia. La mancanza di uomini capaci di prendere la guida del
popolo portò l’assemblea a votare il provvedimento che aboliva il misthos e che instaurava il consiglio
dei Quattrocento. La boulé dei Cinquecento fu sciolta e i Quattrocento si instaurarono al suo posto.
Il regime instaurato fu una oligarchia estremista; tuttavia, l’esperimento fu di breve durata: a farlo
cadere furono sia la resistenza della flotta di Samo che dissidi interni fra gli oligarchici. A Samo, una
lotta tra oligarchici e democratici fu risolta a favore dei democratici: si formò un governo ateniese in
esilio. Ad Atene, gli oligarchici trattavano la capitolazione con Sparta: quando giunse la notizia della
perdita dell’Eubea, il regime cadde e fu sostituito dal governo dei Cinquemila. Nel 410, venne
ripristinata la democrazia. Dopo la perdita dell’Eubea, la guerra continuò nell’Ellesponto: nel 411,
gli ateniesi vinsero a Cinossema, nel 410 ad Abido e Cizico. Con la battaglia di Cinossema si
interrompe il racconto di Tucidide e iniziano le Elleniche di Senofonte. La svolta a favore di Sparta
arrivò con l’invio dello spartano Lisandro nella Ionia: uomo di eccezionale capacità, riuscì ad
assicurarsi l’appoggio finanziario di Ciro. Nel 407, la flotta ateniese fu sconfitta a Nozio. Nel 406,
alle isole Arginuse, gli Ateniesi sconfissero gli Spartani, ma a causa di una tempesta non fu possibile
raccogliere i naufraghi; ciò scatenò in Atene una campagna contro gli strateghi che furono deposti
dalla carica, sottoposti a processo per tradimento, giudicati colpevoli e condannati a morte. Nel 406,
Lisandro fu inviato nell’Egeo dove sconfisse gli Ateniesi ad Egospotami: Atene si trovò assediata per
terra dai re Pausania II e Agide, per mare da Lisandro. Gli Ateniesi, stremati dalla carestia, trattarono
la resa con Sparta: si dovevano abbattere le Lunghe Mura e le fortificazioni del Pireo, consegnare
quasi tutte le navi e sottoscrivere una alleanza difensiva e offensiva con Sparta. Nel 404 Atene
capitolò: Lisandro entrò al Pireo, gli esuli furono richiamati in patria e le mura vennero abbattute.
CAPITOLO 4. IL QUARTO SECOLO

L’EGEMONIA SPARTANA E LE SUE CONTRADDIZIONI

Divenuta egemone della Grecia, Sparta dovette fare i conti con il problema della difesa
dell’autonomia, la quale era stata la bandiera del blocco antispartano nella guerra del Peloponneso.
La questione dell’autonomia dei Greci d’Asia da difendere contro il Re, e di tutte le poleis greche da
tutelare contro ogni tentativo di prevaricazione, diventava per Sparta di ineludibile attualità. Sparta si
impegnò ad applicare il principio di autonomia, a partire dall’area peloponnesiaca: l’intento era quello
di mantenere la frammentazione del mondo greco per poterlo più facilmente controllare. Il criterio
dell’autonomia venne imposto da Sparta come principio di organizzazione panellenica. Ora, Sparta
si trovava a dover gestire un impero di proporzioni enormi e assai più articolato del blocco
continentale di cui era stata egemone. La difesa a oltranza dell’autonomia, che impediva la
costituzione di entità statali forti, e l’appoggio ai gruppi filo spartani costituivano le modalità di
gestione dell’egemonia, non molto adeguate alla nuova situazione. Sparta dovette fare ricorso a
metodi nuovi: la trasformazione dei trattati bilaterali che la legavano ai suoi alleati in alleanze di
carattere offensivo e difensivo, che obbligavano gli alleati non solo ad avere gli stessi amici e gli
stessi nemici degli Spartani, ma anche a seguirli dovunque li conducessero. Inoltre, la necessità di
controllare l’impero marittimo ereditato da Atene indusse gli Spartani a imporre guarnigioni
comandate da capi detti armosti, a esigere un tributo e a insediare governi oligarchici. Questa politica
era contraria alle tradizioni spartane, non solo perché la impegnava per terra e per mare lontano dal
Peloponneso, ma anche perché alterava la compagine interna dello stato aumentando i malcontenti.

LISANDRO E L’IMPERIALISMO SPARTANO

Nei cambiamenti introdotti nel sistema egemonico spartano le responsabilità di Lisandro furono
determinanti. Fu lui a imprimere alla politica spartana la spregiudicatezza necessaria a imporre nelle
città greche una presenza politica e militare in contrasto con l’ideale di libertà e autonomia che Sparta
aveva proclamato dal 432/1; fu lui a garantire a Sparta, attraverso il rapporto con la Persia, le risorse
necessarie per gestire un impero terrestre e navale. Ma egli fu anche responsabile delle scelte che
delegittimarono l’egemonia spartana, alienando a Sparta le simpatie dei sui alleati. A Sparta, erano
mal sopportati il suo personalismo, le sue ambizioni di potere, la sua indifferenza per i valori
tradizionali, il rapporto con la Persia e il disprezzo delle autonomie cittadine. L’ambiente spartano
manifesta, nei confronti di Lisandro, diffidenza verso una personalità non imbrigliabile negli schemi
tradizionali, che imponevano al singolo di annullarsi nella collettività, e disagio per chi aveva
condotto Sparta ad una politica dispendiosa e impopolare. Lisandro morì in battaglia nel 395.
ATENE, I TRENTA TIRANNI E LA RESTAURAZIONE DELLA DEMOCRAZIA

Sembrano evidenziarsi, dalle fonti, le gravi responsabilità di Teramene: su sua iniziativa il popolo
sarebbe stato costretto, in presenza di Lisandro e degli Spartani, ad abbattere la democrazia, ad
adottare la non meglio definita patrios politeia e a designare un collegio di 30 membri, tra i quali
Teramene e Crizia. I Trenta instaurarono una oligarchia la cui durezza meritò ai suoi esponenti il
nome di Trenta Tiranni: essi costituirono il consiglio e le magistrature come pareva a loro e
deliberarono su come trattare la città a loro piacimento, dopo aver disarmato il popolo ed essersi
assicurati l’appoggio degli Spartani. I Trenta inaugurarono un clima di terrore: condanne a morte,
esili, sottrazione di diritti, confische colpirono in modo indiscriminato coloro in cui i Trenta
identificavano oppositori o possibili fonti di guadagno; i diritti politici furono ristretti a 3.000
abbienti; chi non era iscritto al catalogo dei Trenta restava privo di tutela ed esposto all’arbitrio dei
Tiranni. Il governo dei Trenta durò un anno circa: la crisi fu avviata da una frattura interna, di cui fu
protagonista, ancora una volta, Teramene. Egli si dissociò dai comportamenti tirannici ispirati da
Crizia: tale dissociazione non aveva ragioni umanitarie, ma nasceva dalla preoccupazione che
atteggiamenti troppo estremistici impedissero che l’oligarchia potesse essere mantenuta; pertanto,
egli chiese a Crizia di aprire la partecipazione politica ad un numero adeguato di cittadini. Teramene
e Crizia si affrontarono davanti alla boulé. Con una procedura irregolare, Crizia cancellò Teramene
dalla lista dei Trenta e lo condannò a morte. Intanto, Trasibulo, con un piccolo gruppo di esuli,
occupava, nel 403, la fortezza di File, al confine con la Beozia. Attaccati dai Trenta, gli uomini di
File riuscirono a respingerli, a raggiungere il Pireo e ad attestarsi sulla collina di Munichia. Qui,
l’esercito di Trasibulo affrontò e sconfisse i Trenta: nella battaglia morì Crizia e il potere passo ad un
collegio di Dieci, che chiese l’aiuto di Sparta. Lisandro si apprestava ad intervenire, ma il re Pausania
II, in odio a Lisandro, non si impegnò a fondo sul piano militare e fece opera di mediazione tra le due
parti. Nel settembre-ottobre 403, Trasibulo e si suoi rientrarono in Atene e restaurarono la
democrazia, impegnandosi a mantenere l’alleanza con Sparta e a concedere l’amnistia ai cittadini
compromessi con i Trenta. Dopo la restaurazione della democrazia, gli Ateniesi si dedicarono alla
ricostruzione dello stato sul piano della convivenza civile, dell’organizzazione politica e
amministrativa. La democrazia ne uscì rinsaldata: fu introdotto il misthos per incentivare la
partecipazione del popolo all’assemblea. La condanna di Socrate fu uno dei più clamorosi errori
giudiziari della storia. Nel 399, il filosofo, percepito dall’opinione pubblica come il cattivo maestro
che aveva prodotto uomini come Crizia venne accusato di corrompere i giovani e di non onorare gli
dei della città. Socrate riconobbe i superiori diritti della polis, rifiutando di sottrarsi con la fuga
all’ingiusta condanna a morte.
CAPITOLO 5. ALESSANDRO E L’ELLENISMO

ALESSANDRO E IL SOGNO DELL’IMPERO UNIVERSALE

Alla morte di Filippo, il figlio Alessandro, nato nel 356 ed educato da Aristotele, fu acclamato re
dall’assemblea del popolo macedone. Alessandro, prima si impegnò in una spedizione contro i barbari
destinata ad assicurare i confini del regno; poi cercò di assicurarsi il rispetto dei Greci, che di fronte
alla morte di Filippo, avevano sperato in una possibile riscossa. Egli si fece incoronare tago dei
Tessali, stratego autokrator della Lega di Corinto e membro del sinedrio anfizionico. La prima fase
della spedizione, con cui Alessandro intendeva realizzare il programma di Filippo, ma anche
legittimare con una guerra vittoriosa la sua sovranità, iniziò nel 334 quando il re mosse da Pella verso
l’Asia. La propaganda ufficiale giustificò la spedizione in chiave panellenica, come una guerra di
vendetta contro i Persiani. Nella primavera del 334, Alessandro sconfisse l’esercito persiano: la
vittoria gli consentì di prendere le capitali della Frigia e della Lidia. Le città greche dell’Asia Minore
si schierarono con il liberatore Alessandro, che provvide ad instaurare governi democratici al posto
delle oligarchie filopersiane. Nell’autunno del 333, Alessandro si scontrò con l’esercito di Dario III
ad Isso e gli inflisse una grave sconfitta. Il tesoro e la famiglia reale caddero in mano di Alessandro,
mentre Dario fuggì oltre l’Eufrate, da dove inviò proposte di pace, ma Alessandro le rifiutò. Con la
conquista dell’Egitto, nel 332/1, iniziò la seconda fase della spedizione: nel 331, fu fondata
Alessandria. Assicurato il controllo delle regioni conquistate, Alessandro si diresse verso la
Mesopotamia dove, nel 331, ottenne a Gaugamela una grande vittoria sull’esercito di Dario e occupò
la capitale Babilonia. Alessandro congedò i Greci dal suo esercito, mostrando di ritenere conclusa la
fase ellenica della sua spedizione. Nel 330 si verificò la prima frattura con l’elemento macedone: i
compagni più autorevoli mal sopportavano l’evoluzione della monarchia macedone in senso
orientalizzante. Nel 329, Alessandro diede inizio alla sottomissione delle satrapie superiori: dopo
averle conquistate, Alessandro prese in sposa la figlia del satrapo, Rossane, stringendo un forte
legame con i barbari. Inoltre, Alessandro diede ordine di inserire nel suo esercito anche i giovani
persiani, detti epigoni, con l’obiettivo di creare un esercito misto. Queste aperture nei confronti
dell’elemento barbarico non venivano accolte di buon grado dai compagni. Nel 328, durante un
banchetto, Alessandro, in preda al vino, uccise Clito. Alessandro adotta nella sua corte usi e costumi
orientali: si manifesta lo scontro tra la visione macedone della regalità, che vedeva il sovrano come
il migliore dei suoi pari, e quella orientalizzante, che isolava il sovrano in una dimensione di
eccezionalità sovrumana. Nel 326, Alessandro arrivò in India: la sua intenzione era quella di
proseguire verso la valle del Gange ma l’esercito rifiutò di seguirlo in ulteriori avventure.
Irritato, Alessandro avrebbe voluto continuare ma i sacrifici sfavorevoli lo convinsero a rinunciare.
Nel 324, Alessandro ritornò in modo trionfale a Susa dove volle dare un chiaro segnale della sua
volontà in merito ai rapporti fra le diverse nazionalità nell’immenso regno. Nelle nozze di Susa, 80
compagni e 10.000 soldati presero in moglie donne persiane e lo stesso Alessandro sposò Statira,
figlia di Dario e Perisatide, figlia di Artaserse. L’intento di Alessandro era di creare una aristocrazia
mista di elementi greco-macedoni e asiatici, in posizione identica di fronte al sovrano. Tuttavia,
questa politica trovò scarso consenso presso i Macedoni. La necessità di adattare la tradizionale
regalità macedone a una situazione diversa da quella del momento della sua ascesa al trono nel 336,
fu percepita dalle fonti greche come la conseguenza della corruzione con cui il contatto con il lusso
dell’Oriente e l’adulazione dei barbari avevano corrotto Alessandro. Da Susa, Alessandro inviò due
richieste ai Greci: il richiamo di tutti gli esuli e la concessione di onori divini alla propria persona: il
richiamo degli esuli, se poteva esprime una volontà di pacificazione del mondo greco, costituiva però
una violazione degli impegni di non interferenza nelle vicende interne; la richiesta di onori divini
costituiva una grave offesa ai Greci, i quali ritenevano che il rendere culto divino a una persona fosse
lesivo della dignità dell’uomo libero. Alessandro morì improvvisamente a Babilonia nel 323: egli
lasciò un figlio illegittimo avuto dalla persiana Barsine e mai riconosciuto, mentre la moglie Rossane
era incinta. In questa situazione, i Macedoni, in modo legittimo, acclamarono re, con il nome di
Filippo II, Arrideo, il fratellastro di Alessandro, unico esponente superstite della famiglia reale, e il
figlio postumo del sovrano defunto, qualora fosse stato maschio, che venne chiamato Alessandro IV.

IL PROBLEMA DELLA SUCCESSIONE E LA FORMAZIONE DEGLI STATI ELLENISTICI: DAL 323 AL 281

Il periodo successivo alla morte di Alessandro fu caratterizzato dallo scontro tra forze unitarie, che
intendevano mantenere unito l’impero di Alessandro, e forze centripete, che invece tendevano a
provocare un frazionamento del vastissimo territorio in regni di minore estensione e di maggiore
omogeneità interna. Un primo compromesso fra i più autorevoli compagni di Alessandro fu raggiunto
nel 323 a Babilonia. Si trattò di un equilibrio instabile che provocò la lotta tra questi stessi compagni
causando tre guerre dei diadochi (i successori di Alessandro): la prima dal 321 al 320, la seconda dal
319 al 316 e la terza dal 315 al 311. Si dovette aspettare fino al 301 per giungere ad una relativa
stabilizzazione che trovò espressione in una serie di alleanze matrimoniali destinate a legare tra di
loro i diadochi. Dopo quarant’anni di guerre e di spartizioni, i quattro stati territoriali nati dalla
divisione dell’impero di Alessandro si erano ridotti a tre per la definitiva scomparsa del regno di
Lisimaco tra Europa e Asia. Di questi tre, due si erano oramai assestati: l’Egitto era stabilmente
guidato da Tolomeo II, mentre la Siria era guidata da Antioco I. Soltanto la Macedonia appariva
ancora instabile: la vittoria sui Galati assicurò ad Antigono II, detto Gonata, il trono macedone.
LE MONARCHIE TERRITORIALI: DAL 281 AL 220 CA.

Con la stabilizzazione dei grandi regni nati dalla disgregazione dell’impero di Alessandro si entra
nella fase di massimo splendore dell’ellenismo. Il termine ellenismo nasce dal verbo hellenizein
(parlare greco) e fa riferimento allo sviluppo della koiné, la lingua comune, un greco di uso
quotidiano. Esso è dunque un concetto culturale che coinvolge la lingua e lo stile di vita, in un quadro
politico ampio e articolato, caratterizzato dall’incontro e dalla mescolanza di svariate etnie e culture.
L’ideale della monarchia ellenistica ha in sé elementi sia greci che orientali. Il sovrano ellenistico è
prima di tutto un guerriero vittorioso, re per diritto di vittoria. La monarchia si regge sulle capacità
del sovrano di guidare l’esercito e di amministrare nel modo migliore; le qualità eccezionali
legittimano la funzione del re e caratterizzano il suo rapporto con i sudditi: benevolenza, liberalità,
umanità si esprimono nelle relazioni con le diverse componenti del regno. Il sovrano fa uso di
elementi di regalità e vive isolato dal popolo all’interno di una corte. I dignitari si affiancano al re al
vertice di un complesso apparato burocratico. La corte, centro del potere e luogo cui affluivano da
tutto il mondo greco artisti e intellettuali, sostituì così la polis come centro propulsivo in senso politico
e culturale, della vita del mondo ellenistico. I grandi regni ellenistici erano caratterizzati dalla grande
estensione territoriale, con conseguente eterogeneità geografica ed economica, con una popolazione
numerosa ed etnicamente composita. La struttura dello stato prevedeva una capitale cui si affiancava
una chora in cui si trovavano altre città o diverse capitali. Il potere centrale si serviva di funzionari
intermedi per tenere i rapporti con i distretti in cui il territorio era diviso per ragioni amministrative.
Il nuovo ruolo svolto dalle città è una delle caratteristiche dell’ellenismo. La polis assunse una
caratterizzazione più omogenea; le istituzioni erano simili tra loro e comprendevano un consiglio,
un’assemblea, tribunali e magistrature elettive: si trattava di democrazie moderate nell’ambito delle
quali si formavano aristocrazie di notabili. La polis si ridusse a una comunità di uomini liberi in cui
si viveva una dimensione più culturale che politica: il corpo civico era greco. Dal punto di vista
economico la città viveva dello sfruttamento agricolo del territorio, cui si aggiungevano i proventi,
anche fiscali, provenienti dal commercio. Burocrati e coloni, insieme a mercenari, artigiani che si
spostavano nell’universo ellenistico furono i grandi diffusori della lingua e dello stile di vita greci.
La città ellenistica, concepita come centro culturale piuttosto che come forma di stato, può essere
considerata più adatta a favorire forme di integrazione. Furono le grandi capitali a divenire i centri
culturali di prim’ordine: da Alessandria a Pergamo. Delle città greche, Atene conservò il suo ruolo
culturale, sede di scuole filosofiche e retoriche. Alla coscienza dei limiti della politica internazionale
greca, la rigida difesa dei valori della libertà e dell’autonomia dei singoli stati con la conseguente
mancanza di una visione globale capace di garantire un equilibrio stabile, sembra accompagnarsi la
coscienza della loro insuperabilità.

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