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Presentazione

Uno strepitoso successo editoriale.


Un bestseller dal grande impatto
emotivo.
Una storia che sta conquistando il
mondo.

Nel passato di una donna è custodito il


futuro di un’altra.

Quanto può durare un ricordo? Tina se


lo chiede ogni sabato, davanti ai vestiti
usati che vende per beneficenza. E se lo
chiede quando, in una vecchia giacca,
trova una lettera che risale al settembre
1939. E che non è mai stata spedita. Chi
saranno mai Chrissie, la destinataria, e
Billy, l’uomo che nella lettera implora il
suo perdono? Qual è la storia che li
unisce? E che ne è stato di loro?
Inseguire quel ricordo ingiallito
diventa ben presto per Tina una ragione
di vita, l’unico modo per sfuggire a un
marito violento e a un’esistenza annegata
in un oceano di rimpianti. Con una
passione e un coraggio che non sapeva
neppure di avere, Tina inizia quindi a
scavare nel passato, intrecciando ricordi
arrossati dal sangue della guerra e
confusi dalle nebbie del tempo. Inizia a
lottare per cambiare. Per vivere,
finalmente. Perché sa che aggrapparsi a
quel ricordo significa non arrendersi,
sfidare il destino, scommettere sulla
propria felicità. E che non è mai troppo
tardi per perdonare. Soprattutto se
stessi.
Una storia che regala un crescendo di
emozioni e in cui ogni donna si può
identificare; un’autrice che sa raccontare
con slancio e sincerità la forza dei
sentimenti: ecco perché La lettera ha
entusiasmato i lettori di tutto il mondo,
diventando in brevissimo tempo un
autentico bestseller e rimanendo nel
cuore di chiunque abbia trovato, nella
vita dei suoi personaggi, una scintilla
della cosa più preziosa in assoluto: la
speranza.

Kathryn Hughes è nata ad Altrincham,


nella regione del Cheshire, dove vive
tutt’ora. Fin da quando era piccola, ha
sempre amato raccontare storie, ma
dopo l’università le ci sono voluti dieci
anni, due figli e diversi lavori prima di
dedicarsi a tempo pieno alla narrativa.
La lettera è il suo primo romanzo e si è
subito imposto come il caso editoriale
dell’anno.
www.editricenord.it

facebook.com/CasaEditriceNord

@EditriceNord

instagram.com/editricenord/

www.illibraio.it

Titolo originale
The Letter

ISBN 978-88-429-2781-5

In copertina: elaborazione da foto © Anja


Weber Decker/Arcangel Images
Art director: Giacomo Callo
Graphic designer: Marina Pezzotta

Copyright © 2013 Kathryn Hughes


The right of Kathryn Hughes to be identified as
the Author of the Work
has been asserted by her in accordance with the
Copyright, Designs and Patents Act 1988

First published in the English language in 2015


By Headline Review
An imprint of Headline Publishing Group

Extract from All Through the Night copyright


© 1884 Harold Boulton, translated from Ar
Hyd y Nos copyright © 1784 John Ceiriog
Hughes

© 2016 Casa Editrice Nord s.u.r.l.


Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Prima edizione digitale 2016

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto


d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non
autorizzata.
LA LETTERA
Per Rob, Cameron ed Ellen
PROLOGO
Oggi

Adorava le piccole cose. Il debole


ronzio di un enorme bombo peloso che
svolazzava solerte di fiore in fiore,
ignaro che dal suo compito dipendessero
le sorti dell’umanità. Il profumo
inebriante e la magnifica esplosione di
colore dell’aiuola di piselli odorosi che
aveva deciso di seminare nell’orto,
preferendoli ai loro cugini commestibili.
E poi suo marito che si massaggiava la
schiena dolorante mentre concimava le
rose senza fiatare, sebbene ci fossero
mille altri compiti di cui avrebbe
preferito occuparsi.
S’inginocchiò a strappare alcune
erbacce e sentì la manina tiepida della
nipote scivolare fiduciosa nella propria.
Tra tutte le piccole cose, quella era la
sua preferita, e ogni volta le regalava un
sorriso e un tuffo al cuore.
«Che cosa stai facendo, nonna?»
chiese la bambina.
Si voltò a guardare quel faccino
adorato, le guance arrossate dal sole
pomeridiano e il naso a patata sporco di
terra. Prese di tasca il fazzoletto e glielo
passò delicatamente sul viso. «Niente.
Sto solo strappando queste erbacce.»
«Perché?»
«Be’, perché non devono stare qui»,
rispose lei dopo un istante di riflessione.
«Ah. E dov’è che devono stare,
allora?»
«Da nessuna parte, tesoro. Sono
soltanto erbacce.»
La bimba sporse in fuori il labbro
inferiore, corrugò la fronte e poi disse:
«Non è mica bello. Tutti devono avere
un posto in cui stare».
La donna sorrise, le diede un bacio
sulla testa e lanciò un’occhiata al
marito. I suoi capelli, un tempo corvini,
erano ormai screziati di grigio e il volto
era solcato da rughe profonde, ma, per il
resto, lo scorrere degli anni era stato
clemente nei suoi confronti, e lei
avvertiva sempre un profondo senso di
gratitudine per averlo incontrato. Le loro
strade si erano incrociate contro tutte le
probabilità, e adesso erano destinati a
stare insieme.
«Sai che hai ragione?» disse,
rivolgendosi di nuovo alla nipote.
«Rimettiamole dov’erano.» Si mise a
scavare una piccola buca, meravigliata
di quanto ci fosse da imparare dai
bambini e fino a che punto la loro
saggezza fosse sottovalutata o addirittura
negata.
«Nonna?»
«Sì, tesoro?» disse lei, riscuotendosi
dalle sue fantasticherie.
«Tu e il nonno come vi siete
conosciuti?»
Si alzò e prese la bambina per mano,
scostandole una ciocca bionda dal viso.
«Dunque, vediamo un po’. È una lunga
storia...»
I
1

Marzo 1973

Stavolta sarebbe morta, ne era sicura.


Sapendo che le restavano ancora pochi
istanti, pregò in silenzio perché la fine
arrivasse in fretta. Sentiva un rivolo di
sangue tiepido e vischioso scorrerle
lungo la nuca, e aveva percepito
l’orrendo crac prodotto dal suo cranio
sfondato quando il marito le aveva
sbattuto la testa contro il muro. Le parve
di avere in bocca un sassolino, ma si
accorse che era un dente e cercò con
tutte le sue forze di sputarlo fuori. Lui le
stringeva le mani intorno al collo con
una forza tale che lei non riusciva né a
respirare né a gemere. I suoi polmoni
erano ormai a corto di ossigeno e la
pressione che avvertiva dietro gli occhi
era così intensa che – ne era certa –
prima o poi le sarebbero schizzati fuori
dalle orbite. Le venne un tremendo
capogiro e iniziò, con sollievo, a
perdere conoscenza.
Udì lo squillo, da tempo dimenticato,
della campanella della scuola e
all’improvviso aveva di nuovo cinque
anni. Il chiacchiericcio degli altri
bambini era quasi completamente
sovrastato da quel trillo incessante. Si
mise a urlare a tutti quanti di smetterla e
di colpo si accorse che ce l’aveva
ancora, la voce.
Rimase per un attimo con gli occhi
sbarrati a fissare il soffitto della camera
da letto, poi lanciò un’occhiata alla
sveglia che l’aveva appena strappata dal
sonno. Gocce di sudore freddo le
correvano lungo la schiena. Afferrò il
colletto della giacca del pigiama e lo
tirò su fino al mento, nel tentativo di
prolungare per pochi istanti il tepore del
letto. Col cuore che ancora le batteva
all’impazzata per via dell’incubo, espirò
piano dalla bocca e il suo respiro
tiepido rimase sospeso nell’aria gelida
della stanza. Si alzò a fatica e trasalì
quando i piedi scalzi toccarono il
pavimento in legno, ruvido e ghiacciato.
Diede un’occhiata a Rick, che per
fortuna dormiva: stava smaltendo la
bottiglia di whisky che si era scolato la
sera prima russando sonoramente.
Verificò che le sigarette fossero ancora
sul comodino, dove si era premurata di
posarle. Se c’era una cosa capace di
mettere Rick di pessimo umore era non
riuscire a trovarle subito appena
sveglio.
Si trascinò con calma in bagno e
chiuse la porta, cercando di non far
rumore. Ci sarebbe voluta un’esplosione
nucleare pari a quella di Hiroshima per
svegliarlo, ma Tina non intendeva
correre rischi. Per lavarsi, riempì una
bacinella d’acqua, come al solito gelata.
A volte, la scelta era tra mangiare e
scaldarsi. Da quando Rick aveva perso
il lavoro, i soldi per il riscaldamento
erano pochi. Per bere, fumare e
scommettere ci sono eccome, pensò lei.
Scese al piano di sotto e mise il
bollitore sul fornello. Il ragazzo dei
giornali era già passato e Tina estrasse
dalla fessura sulla porta il Sun per lei e
la Sporting Life per Rick. Il titolo della
prima pagina catturò la sua attenzione.
Era il giorno del Grand National. Al
pensiero della cifra che Rick avrebbe
sperperato alle corse, chinò la testa e
rabbrividì. Di sicuro, entro l’ora di
pranzo sarebbe stato troppo ubriaco per
uscire, e sarebbe toccato a lei piazzare
la scommessa. L’agenzia ippica era
proprio di fianco al charity shop dove
lei andava a dare una mano il sabato, e
Graham, l’allibratore, col passare degli
anni era diventato un amico. Benché
lavorasse tutta la settimana come
stenodattilografa presso un ufficio di
assicurazioni, Tina non vedeva l’ora che
arrivasse il giorno dedicato al charity
shop. Secondo Rick, era ridicolo che
facesse volontariato in un posto che
smerciava abiti di gente morta quando
avrebbe potuto benissimo lavorare in un
negozio vero e contribuire così a
rimpolpare ulteriormente le entrate
familiari. Ma, per Tina, era una buona
scusa per trascorrere la giornata lontana
dal marito, e poi le piaceva
chiacchierare coi clienti, intrattenere
conversazioni «normali», in cui non
doveva pesare ogni parola con estrema
attenzione.
Accese la radio e abbassò un po’ il
volume. Anche se le sue barzellette
erano trite e ritrite, Tony Blackburn
riusciva sempre a farla sorridere. Tony
stava giusto annunciando l’ultimo
singolo di Donny Osmond, The Twelfth
of Never, quando il bollitore cominciò a
fischiare. Tina lo agguantò subito, prima
che il suono diventasse troppo stridulo,
e mise due cucchiai di tè nella teiera
vecchia e macchiata. Quindi si sedette al
tavolo della cucina e aprì il giornale.
Dal piano di sopra giunse il rumore
dello sciacquone, e Tina trattenne il
fiato. Sentì l’assito scricchiolare e Rick
che tornava a letto, e tirò un sospiro di
sollievo.
«Tina! Dove sono le mie sigarette?»
urlò lui, paralizzandola.
Gesù. Fuma come una ciminiera.
Balzò immediatamente dalla sedia e
si precipitò sulle scale, salendo i gradini
due alla volta. «Sul tuo comodino. Ce le
ho messe io ieri sera», rispose
arrivando senza fiato di fianco a lui.
Fece scorrere la mano sul ripiano, ma
nel buio non riusciva a trovarle. Cercò
di controllare il panico. «Devo aprire un
po’ le tende. Non ci vedo.»
«Santo cielo, donna! È troppo
chiedere che un uomo possa avere le sue
sigarette quando si sveglia?» Aveva un
alito terribile, che puzzava di whisky
rancido.
Tina riuscì finalmente a trovarle:
erano per terra, tra il letto e il
comodino. «Eccole. Le avrai urtate
mentre dormivi.»
Rick la fissò per un attimo prima di
allungarsi a strapparle di mano il
pacchetto. D’istinto, lei indietreggiò,
coprendosi il volto. Lui le afferrò un
polso e i loro sguardi s’incontrarono per
un istante. Tina chiuse gli occhi e tentò
di ricacciare indietro le lacrime.

Ricordava bene la prima volta che Rick


l’aveva picchiata com’era successo
giusto il giorno prima. Al solo pensiero,
si sentiva ancora bruciare la guancia.
Non tanto per il dolore fisico, quanto
piuttosto perché in quell’istante si era
resa conto che niente sarebbe più stato
come prima. E il fatto che fosse
accaduto la loro prima notte di nozze
rendeva la cosa ancora più difficile da
accettare. Sino a quel momento, la
giornata era stata perfetta. Rick era
semplicemente magnifico, col suo nuovo
abito marrone, con la camicia color
crema e con la cravatta di seta. Il
garofano bianco appuntato all’occhiello
faceva di lui lo sposo ideale e Tina
pensava fosse impossibile amare
qualcuno più di quanto lei amava Rick.
A detta di tutti, anche la sposa era
splendida, coi lunghi capelli scuri
raccolti in un morbido chignon e
decorati con dei fiorellini, con gli occhi
azzurri che risaltavano sotto un paio di
spesse ciglia finte e con la carnagione
così bella al naturale da non aver
bisogno di trucco. Alla cerimonia era
seguito un allegro ricevimento in un
albergo poco costoso della zona, durante
il quale la coppia felice e gli invitati
avevano ballato per ore.
Quella sera stessa, mentre si
preparavano per andare a letto nella
camera dell’hotel, Tina aveva notato che
Rick era insolitamente silenzioso. «Tutto
bene, amore?» gli aveva chiesto
gettandogli le braccia al collo. «È stata
una giornata meravigliosa, vero? Sono
Mrs Craig, ormai. Non riesco a
crederci.» Poi, scostandosi da lui: «Ehi,
dovrò esercitarmi con la nuova firma».
Aveva preso carta e penna dal comodino
e scritto Mrs Tina Craig con uno
svolazzo.
Di fronte a lei, Rick continuava a
tacere. Si era acceso una sigaretta e
versato un bicchiere di champagne.
Dopo averlo ingollato in un sorso, si era
avvicinato a Tina, seduta sul letto.
«Alzati», le aveva ordinato.
Pur disorientata dal suo tono di voce,
Tina aveva obbedito.
D’un tratto, Rick aveva sollevato una
mano e l’aveva schiaffeggiata. «Non ti
azzardare mai più a prenderti gioco di
me», le aveva detto. Poi era uscito dalla
stanza, furioso.
Aveva trascorso la notte nel bar
dell’albergo, circondato dai bicchieri
vuoti, ed erano passati giorni prima che
si decidesse a spiegare a Tina qual era
stata esattamente la sua colpa. A quanto
pareva, Rick non aveva gradito il modo
in cui lei aveva ballato con uno dei suoi
colleghi di lavoro. Lo aveva guardato in
maniera troppo provocante e aveva
flirtato con lui di fronte agli altri
invitati. Tina non riusciva nemmeno a
capire di chi stesse parlando, ma quello
era stato l’inizio della fissazione
paranoica di Rick, secondo cui lei ci
provava con ogni uomo che le capitasse
a tiro. Tina si chiedeva spesso se non
avrebbe fatto meglio a lasciarlo il
mattino dopo. Ma, in fondo, era
un’inguaribile romantica e aveva voluto
dare una possibilità al suo matrimonio.
Era certa si fosse trattato di un caso
isolato, e Rick aveva dissipato ogni
dubbio che la assillava quando, per
scusarsi, si era presentato da lei con un
mazzo di fiori. Le era sembrato così
pentito e dispiaciuto che non aveva
avuto nessuna esitazione a perdonarlo
subito. Era stato soltanto pochi giorni
più tardi che Tina aveva notato, nascosto
tra i fiori, un biglietto. Sorridendo, lo
aveva estratto dalla busta.

In memoria della nostra amata


Nan.

Quella canaglia aveva rubato i fiori da


una tomba.

Adesso, quattro anni dopo, lei e Rick


rimasero a fissarsi negli occhi per un
istante prima che lui si decidesse a
mollare la presa. «Grazie, amore. Ora
fai la brava e portami il tè», le disse con
un sorriso.
Tina tirò un sospiro di sollievo e
prese a massaggiarsi il polso arrossato.
Dall’incidente della prima notte di
nozze, si era ripromessa che non sarebbe
mai diventata una vittima. Non si
sarebbe trasformata in una di quelle
mogli maltrattate che giustificavano il
comportamento inqualificabile del
marito. C’erano state diverse occasioni
in cui aveva minacciato di andarsene,
ma all’ultimo momento si era sempre
tirata indietro. Rick si dimostrava così
umile e contrito e, ovviamente, le
giurava che non avrebbe più alzato le
mani su di lei. In quei giorni, però, ci
stava dando dentro parecchio col bere e
i suoi eccessi di collera erano sempre
più frequenti. E ormai lei non ne poteva
più.
Il problema era che non aveva un
posto dove andare. Tina non aveva
famiglia e, sebbene avesse un paio di
amiche fidate, non poteva approfittare di
loro sino al punto di farsi ospitare. Era
col suo stipendio che pagavano l’affitto,
ma non c’era verso che Rick se ne
andasse di sua spontanea volontà. Così,
Tina aveva cominciato a mettere da
parte i soldi per la fuga. Se avesse
racimolato quanto bastava per una
caparra e un mese di affitto anticipato
per un nuovo appartamento, sarebbe
stata libera. Tuttavia si faceva più presto
a dirlo che a farlo; di rado riusciva a
risparmiare qualcosa, ma non importava
quanto tempo ci avrebbe messo: era
decisa ad andarsene. Il vecchio
barattolo di caffè che teneva nascosto in
fondo alla credenza della cucina si stava
pian piano riempiendo, c’erano già più
di cinquanta sterline. Ma, se
considerava che per l’affitto di un
monolocale, anche il più essenziale,
occorrevano circa otto sterline a
settimana e per il deposito almeno
trenta, doveva risparmiare molto di più
per poter compiere il grande passo. Nel
frattempo, avrebbe fatto buon viso a
cattivo gioco, cercando di tenersi il più
possibile alla larga da Rick e di non
contrariarlo.

Salì le scale per portargli il tè, insieme


con la Sporting Life che teneva ripiegata
sotto il braccio.
«Ecco qua», disse, tentando di
sembrare allegra.
Lui non rispose. Si era
riaddormentato, col cuscino dietro la
schiena, con la bocca aperta e una
sigaretta che gli penzolava dal labbro
inferiore screpolato.
Tina gliela tolse e la spense. «Per
l’amor di Dio, così finirai per
ammazzarci, tutti e due», mormorò. Mise
giù la tazza e valutò il da farsi.
Svegliarlo e affrontare la sua ira o
lasciargli il tè sul comodino? Quando lui
si fosse svegliato il tè sarebbe stato
freddo, il che lo avrebbe di sicuro fatto
arrabbiare, ma allora, per fortuna, lei
sarebbe stata in negozio, fuori pericolo.
La decisione non spettò a lei, però,
perché Rick si svegliò e aprì gli occhi.
«Il tuo tè è lì. Io vado al charity shop.
Tu te la cavi?» gli chiese.
Rick si sollevò facendo leva sui
gomiti. «Avevo la bocca arida come un
deserto. Grazie per il tè, amore.» Diede
un paio di colpetti sulla trapunta, per
farle capire di sedersi. «Vieni qui.»
Ecco com’era la vita con Rick. Un
attimo era un prepotente, cattivo e
malevolo, e quello dopo un angioletto.
«Scusa per prima. Sì, insomma, le
sigarette... Non volevo farti del male, lo
sai.»
Tina quasi non credeva alle sue
orecchie, ma contraddirlo non era mai
una bella idea, quindi si limitò ad
assentire.
«Senti, me lo faresti un favore?»
proseguì lui.
Lei si lasciò sfuggire un flebile,
impercettibile gemito e alzò gli occhi al
soffitto. Ci risiamo.
«Andresti a piazzare una scommessa
per me?»
Tina non poteva più mordersi la
lingua. «Pensi sia una buona idea, Rick?
Sai quant’è dura. Con uno stipendio
solo, non restano molti soldi per le
scommesse.»
«Con uno stipendio solo», la
scimmiottò lui. «Non perdi mai
occasione per farmelo pesare, vero,
ipocrita che non sei altro? Oggi c’è il
Grand National, Cristo santo. Tutti
scommettono.» Rick si alzò, afferrò i
pantaloni da dove li aveva abbandonati
la sera prima e tirò fuori di tasca un
rotolo di banconote. «Qui ci sono
cinquanta sterline.» Strappò il coperchio
dal pacchetto di sigarette e scrisse sul
retro il nome di un cavallo. «Cinquanta
sterline per vincere.» Le porse i soldi e
il pezzetto di carta.
Tina era sbalordita. «Dove li hai
presi?» chiese, indicando il rotolo di
banconote.
«Be’, non sono affari tuoi, ma, visto
che me lo chiedi, li ho vinti alle corse.
Allora, hai ancora il coraggio di dire
che è roba da fessi?»
Bugiardo. Le girava la testa. «È
molto più di quello che guadagno in una
settimana, Rick.»
«Lo so. Sono un genio, vero?»
Tina giunse le mani in preghiera e se
le portò alle labbra. Soffiò piano sulle
dita, cercando di mantenersi calma. «Ma
con quei soldi potremmo pagare le
bollette della luce o fare la spesa per un
mese.»
«Cristo, Tina. Sei così noiosa.»
Aprì le banconote a ventaglio.
Sapeva di non essere fisicamente in
grado di consegnare una somma così
grossa a un bookmaker. «Non puoi farlo
tu?» lo implorò.
«Lavori nel negozio a fianco, non è
questo gran disturbo.»
Tina sentì le lacrime affiorarle agli
occhi, ma aveva deciso. Avrebbe preso
quei soldi e ne avrebbe parlato con
Graham. Già altre volte le era capitato
di accettare del denaro da Rick e poi
non puntarlo. Il cavallo aveva
immancabilmente perso e lui non si era
accorto di nulla. Durante la corsa, Tina
aveva perso dieci anni di vita, però
quella volta era diverso. La posta in
gioco era troppo alta. Cinquanta
sterline, santo cielo.
All’improvviso, si ritrovò in preda al
panico. Sentì una vampata di calore
salirle dai piedi alla testa e il respiro
che diventava affannoso. Mormorando
qualche parola di scusa a proposito del
tostapane lasciato acceso, uscì senza
voltarsi dalla camera da letto, scese di
corsa le scale e si precipitò in cucina. Si
arrampicò su uno sgabello e allungò una
mano sul fondo della credenza, in cerca
del barattolo di caffè in cui aveva
nascosto i soldi per la fuga. Quando le
sue dita riconobbero la forma familiare,
Tina prese il barattolo e se lo strinse al
petto. Provò ad aprirlo, ma le tremavano
le mani, così cercò a tentoni uno
strofinaccio. Alla fine il coperchio
cedette e Tina sbirciò nel barattolo.
Dentro c’era soltanto qualche spicciolo.
Scrollò il barattolo e guardò di nuovo,
quasi fossero stati i suoi occhi a
ingannarla, prima.
«Bastardo! Bastardo, bastardo,
bastardo!» Cominciò a piangere, e i
singhiozzi divennero così forti da
scuoterle le spalle.
«Credevi di fregarmi, vero?»
Tina saltò giù dallo sgabello, si voltò
e vide Rick affacciato sulla soglia, con
un’altra sigaretta tra le labbra.
Indossava una canottiera ingrigita e
macchiata di tè e un paio di mutande
sporche. «Li hai presi tu! Come hai
potuto? Ho lavorato come una schiava
per metterli da parte. Mi ci sono voluti
mesi.» Si lasciò cadere a terra e prese a
dondolarsi avanti e indietro, col
barattolo sempre stretto a sé.
Rick la scavalcò e la sollevò di
forza. «Datti una calmata. Che credevi
di fare nascondendo i soldi a tuo marito?
E per che cosa li mettevi da parte, poi?»
Per fuggire da te, brutto ubriacone,
impiccione e perdigiorno che non sei
altro. «Doveva essere una... sorpresa.
Sì, insomma, una piccola vacanza per
noi due. Pensavo ci avrebbe fatto bene
prenderci una pausa.»
Rick ci rifletté un istante e poi lasciò
la presa sul braccio di Tina. Sembrava
perplesso. «Carina, come idea. Senti un
po’, quando quel cavallo taglia il
traguardo, ci facciamo una vacanza coi
fiocchi. Magari addirittura all’estero.»
Tina annuì, avvilita, e si asciugò gli
occhi.
«Su, vai a prepararti, se no farai tardi
al lavoro. Io me ne torno a letto. Sono
stanco morto.» Le diede un bacio sulla
testa e salì al piano di sopra.
Tina rimase sola in mezzo alla
cucina. Non si era mai sentita tanto
infelice e disperata come in quel
momento, ma era decisa a non
scommettere quei soldi. Le cinquanta
sterline erano sue e non le avrebbe certo
dissipate per una corsa di cavalli, Grand
National o no. Prese le banconote e le
infilò nella borsa, poi diede una rapida
occhiata al nome che Rick aveva scritto
sul pezzetto di carta.
Red Rum.
Guai a te se vinci, maledetto.

Tina arrivò in negozio e pescò le chiavi


dalla borsa. Sebbene l’avviso appeso
all’ingresso dicesse di non farlo,
qualcuno aveva lasciato un sacco di
abiti usati sul gradino davanti alla porta.
Per Tina era inconcepibile che qualcuno
potesse rubare vestiti donati in
beneficenza, ma era successo varie
volte. Anche in tempi come quelli, di
crisi economica, scioperi ed elettricità
razionata, era da non credere quanto in
basso potesse arrivare certa gente. Si
rimise la borsa in spalla, aprì la porta
ed entrò. Lavorava lì già da due anni, ma
l’odore di quel posto le faceva sempre
arricciare il naso. Gli abiti di seconda
mano hanno un odore tutto particolare,
che è identico in ogni charity shop o
bazar di abiti usati: naftalina mista a
sudore stantio e biscotti.
Per la seconda volta quella mattina,
Tina mise il bollitore sul fuoco, poi aprì
il sacco. Ne estrasse un completo da
uomo e lo sollevò per dargli una
controllata veloce. Era vecchissimo, ma
di ottima fattura e di una qualità in cui
non le era mai capitato d’imbattersi
prima. Tutto in pura lana vergine, di un
insolito color verdognolo, con una
striscia in oro chiaro.
Il campanello della porta d’ingresso
suonò e Tina interruppe la sua indagine.
«Bel vestito e, ehm... colore
meraviglioso. Lo credo bene che se ne
siano voluti disfare!»
Era Graham, il bookmaker
dell’agenzia ippica a fianco.
«Buongiorno. Mi sorprende che tu
abbia il tempo di fare due chiacchiere
oggi», lo punzecchiò Tina.
«Già, questo è il giorno più
indaffarato dell’anno per me, ma non mi
lamento», replicò Graham, fregandosi le
mani. «Nigel non ha ancora aperto,
quindi ho un paio di minuti.»
«È un piacere vederti», gli disse Tina
dopo averlo abbracciato.
«Allora, come stai oggi?»
Era una domanda trabocchetto.
Graham era al corrente della situazione
di Tina e in più di un’occasione aveva
espresso commenti sui suoi lividi o sul
suo labbro spaccato. Era sempre molto
gentile e Tina si sentì vacillare. Graham
la prese per un gomito e l’accompagnò a
una sedia. «Che ha fatto stavolta?» le
chiese, reclinandole il mento e
scrutandole il viso.
«A volte lo odio, Graham, sul serio.»
La attirò a sé e le accarezzò i capelli.
«Meriti molto di più, Tina. Hai ventotto
anni. Dovresti essere felicemente
sposata con un marito che ti ama e
magari un paio di bambini...»
Lei si scostò dall’abbraccio e i suoi
occhi sporchi di mascara sbavato
cercarono quelli di lui. «Così non mi
aiuti.»
«Scusa. Dimmi che cos’è successo»,
la incalzò, ricominciando a carezzarle
con delicatezza la testa.
«Non hai tempo per queste cose,
soprattutto oggi.» Ma Tina sapeva che,
di tempo per lei, Graham ne avrebbe
sempre trovato. Era perdutamente
innamorato di lei sin dal loro primo
incontro. Anche Tina gli voleva bene,
ma solo come se ne vuole a un caro
amico o a una figura paterna. Oltre ad
avere venticinque anni più di lei, era già
sposato, e Tina non era il tipo di donna
che rubava i mariti alle altre. «Vuole che
faccia una scommessa», disse, tirando su
col naso.
Graham estrasse di tasca un
fazzoletto stirato e inamidato e glielo
porse. «Niente di nuovo allora. È uno
dei miei migliori clienti. E oggi c’è il
Grand National.»
«È quello che ha detto anche lui. Ma
stavolta è diverso, Graham. Mi ha
chiesto di puntare cinquanta sterline.»
Persino Graham s’irrigidì di fronte
alla cifra. «E dove diavolo li ha presi
tutti quei soldi?»
«Li ha rubati a me», gemette Tina.
Graham parve confuso, ovviamente.
«A te? Non capisco.»
«Li stavo mettendo da parte, Graham.
Li risparmiavo per sca...» S’interruppe.
Non voleva affrontare quell’argomento
con lui proprio in quel momento. In
passato, Graham le aveva offerto del
denaro, ma lei aveva rifiutato. Un
briciolo di orgoglio e di autostima li
aveva ancora. «Il motivo non è
importante. Quello che conta è che sono
soldi miei e lui vuole che li punti su un
cavallo del Grand National.»
Graham non sapeva che cosa
rispondere, ma alla fine fu l’allibratore
che era in lui a prendere il sopravvento.
«Che cavallo?»
«Che importanza ha? Tanto io non lo
faccio.»
«Mi dispiace. Ero solo curioso, ecco
tutto... E se vince?»
«Non vincerà.»
«Come si chiama?»
Con un sospiro, Tina prese a
rovistare nella borsa in cerca del
pezzetto di carta e, quando lo trovò, lo
diede a Graham.
«Red Rum. Una chance ce l’ha, Tina,
devo essere sincero. È il suo primo
National, ma può persino partire
favorito. Anche se c’è un grosso
purosangue australiano, Crisp, che può
dargli filo da torcere. È probabile siano
appaiati.» Le mise un braccio intorno
alle spalle. «Ha una chance, ma nel
Grand National non ci sono garanzie.»
Tina si appoggiò a lui, accogliendo
con sollievo il conforto del suo
abbraccio. «Non piazzerò la
scommessa», disse con calma.
C’era una fermezza tale nella sua
voce che Graham capì che era inutile
discutere. «A te la scelta, Tina.
Qualsiasi cosa succeda, sarò qui per te.»
Lei sorrise e lo baciò su una guancia.
«Sei un amico, Graham. Grazie.»
In lieve imbarazzo, lui distolse lo
sguardo. «E comunque non si sa mai.
Potresti anche trovare una banconota da
cinquanta sterline nella tasca di quel
vecchio completo.»
«Esistono sul serio le banconote da
cinquanta sterline? Io non ne ho mai
vista una», scherzò lei.
Graham azzardò un sorriso. «Sarà
meglio che vada. Nigel si starà
chiedendo dove sia finito.»
«Certo, non ti trattengo più. A che ora
è la corsa?»
«Alle tre e un quarto.»
Tina guardò l’orologio. «Mancano
ancora sei ore.»
«Se cambi idea sulla scommessa
fammelo sapere.»
«Non succederà. Ma grazie.»

Quando se ne fu andato, Tina tornò a


occuparsi del sacco di abiti che avevano
lasciato davanti al negozio. Sollevò di
nuovo la giacca del completo e, memore
delle parole di Graham, fece scivolare
una mano nella tasca interna. Si sentì un
po’ ridicola, ma all’improvviso le sue
dita incontrarono qualcosa che sembrava
carta e il suo cuore ebbe un sussulto. Lo
tirò fuori. Non era una banconota da
cinquanta sterline, ma una vecchia busta
ingiallita.
2

Tina lisciò la busta color crema e la


osservò, incuriosita. Se l’avvicinò al
naso, inspirando l’odore di vecchio. Era
indirizzata a Miss C. Skinner, Wood
Gardens 33, Manchester. Nell’angolo in
alto c’era un francobollo che Tina non
aveva mai visto, sul quale non era
riprodotta, come c’era da aspettarsi,
l’immagine della regina Elisabetta II, ma
quella di un uomo che doveva essere re
Giorgio VI. Capovolse la busta e notò
che era ancora sigillata. Diede un’altra
occhiata al francobollo e si accorse con
stupore che non era timbrato. Per
qualche strana ragione, la lettera non era
mai stata spedita. In qualche modo,
aprirla le sembrava un gesto orribile e
invadente, un po’ come ficcare il naso
negli affari altrui, e tuttavia non poteva
buttarla. Il campanello della porta
d’ingresso suonò di nuovo, facendola
trasalire. Mentre infilava la busta in
borsa e accoglieva con un saluto il
primo cliente della giornata, Tina si
sentì inspiegabilmente arrossire.
«Buongiorno, Mrs Greensides.»
«Buongiorno, Tina cara. Sono passata
per il mio solito giretto. È arrivato
qualcosa di nuovo?»
Tina guardò il sacco di abiti che
avevano lasciato sulla soglia del
negozio e lo spostò con un piede dietro
il bancone. «Ehm, più tardi forse. Ho
qui qualche capo da sistemare.»
Voleva avere il tempo di perlustrare
bene tutto il sacco in cerca di eventuali
indizi sulla sua provenienza prima di
appendere gli indumenti che conteneva.
Il flusso costante di clienti che la
tenne impegnata per tutta la mattinata
contribuì a distoglierla dalla corsa ma,
alle tre in punto, Tina accese il
televisore portatile in bianco e nero
nella stanza sul retro. I cavalli si stavano
posizionando sulla linea di partenza e
Tina andò in cerca di quello che avrebbe
deciso il suo destino. Fu facile
individuarlo, grazie alla museruola
ricoperta di pelliccia e al grosso
diamante che il fantino portava sul
davanti della casacca (gialla, a detta del
commentatore). Con una danza sul posto,
i cavalli si allinearono dietro il nastro di
partenza, in bramosa attesa del via.
Finalmente, alle tre e un quarto, la
bandiera si alzò e il commentatore
gridò: «Partiti!»
I cavalli si avvicinavano al primo
ostacolo e Tina quasi non riusciva a
guardare. Sino ad allora, il
commentatore non aveva mai nemmeno
nominato Red Rum. Al primo ostacolo
ci fu una caduta, e Tina cercò
disperatamente di capire se si fosse
trattato di Red Rum, ma, no, lui era
incolume e continuò la gara. Ci fu
un’altra caduta al secondo ostacolo, ma
Red Rum se la cavò di nuovo, anche se
era molto indietro. Tina s’immaginava
Rick a casa, con una lattina di birra in
una mano e una sigaretta nell’altra, che
urlava contro il televisore, incitando il
cavallo e cavalcando la poltrona quasi
fosse lui il fantino. Mentre si
accingevano a saltare il Becher’s Brook
per la prima volta, Tina si coprì gli
occhi. Non s’intendeva granché di corse
coi cavalli, ma sapeva che
quell’ostacolo era difficile e aveva
mietuto parecchie vittime nel corso degli
anni.
Julian Wilson commentò: «Al
Becher’s Brook, passa Grey Sombrero,
seguito da Crisp in seconda posizione,
Black Secret terzo, Endless Folly
quarto, Sunny Ladd quinto, sesto
Autumn Rouge, settimo Beggar’s Way
che cade. Caduta di Beggar’s Way al
Becher’s».
Tina si lasciò sfuggire un sospiro
profondo. Non si era resa conto di aver
trattenuto il fiato e le girava un po’ la
testa. Red Rum non si era guadagnato
neppure una menzione. Rick non avrebbe
azzeccato il cavallo vincente nemmeno
in una corsa con un solo partecipante.
La porta del negozio si aprì e Tina
imprecò in silenzio mentre andava a
servire il nuovo cliente. Con sua somma
frustrazione, si accorse che si trattava di
Mrs Boothman. L’anziana signora amava
trattenersi a chiacchierare, e in un
qualsiasi altro giorno Tina sarebbe stata
più che felice di accontentarla. Da
quand’era rimasta vedova, Mrs
Boothman viveva da sola e i due figli
non si curavano granché di andare a
farle visita. Una tazza di tè e quattro
chiacchiere con Tina erano l’evento
culminante della sua settimana.
«Salve, Mrs Boothman. Sono
impegnata nel retro, al momento. Non mi
ci vorrà molto. Dia pure un’occhiata in
giro, intanto.»
Mrs Boothman la osservò perplessa,
e Tina sapeva il perché. Non le
occorreva dare un’occhiata in giro. Tutte
le volte che era passata in negozio, non
aveva mai comprato niente. «Non
preoccuparti, cara. Mi metterò qui buona
buona in un angolino finché non avrai
finito», disse la donna sollevando uno
sgabello e lasciando cadere
pesantemente la borsa sul bancone. «Hai
per caso la TV accesa nel retro?»
«Ehm... sì», rispose Tina con aria
colpevole. «Stavo solo guardando il
Grand National.»
«Non sapevo t’interessassero le
corse di cavalli», replicò Mrs
Boothman, sorpresa.
«Infatti non m’interessano, è solo
che...»
«Hai fatto una scommessa?»
intervenne Mrs Boothman.
«No, santo cielo, no», farfugliò Tina,
incerta su come si fosse ritrovata di
punto in bianco a dover accampare
scuse con Mrs Boothman.
«Io non ho mai scommesso in tutta la
mia vita. Il mio Jack diceva sempre che
era da sciocchi. Perché uno dovrebbe
sperperare a quel modo i soldi
guadagnati con tanta fatica?»
«Non ho fatto nessuna scommessa,
Mrs Boothman. Sono solo interessata
alla gara, ecco tutto», rispose Tina,
paziente. Era sulla porta che separava il
negozio dalla stanza sul retro, così
riusciva lo stesso a sentire la TV.
Adesso era Peter O’Sullevan a
commentare: «Crisp è in testa davanti a
Red Rum, ma Red Rum guadagna
terreno...»
Era secondo! Come accidenti era
successo? Tina si sentì mancare il
respiro.
«Tutto bene, Tina? All’improvviso
sembri un po’ pallida.»
«Sto b-b-bene.»
«Non immagineresti mai cos’è
capitato», bisbigliò Mrs Boothman con
fare cospirativo. «Hai presente la tizia
che sta al numero 9, quella
sgualdrinella... com’è che si chiama?»
«Trudy», rispose Tina con aria
assente, sforzandosi di ascoltare la TV.
«Esatto, lei. L’hanno pizzicata mentre
taccheggiava da Woolies, pensa un po’.»
Mrs Boothman incrociò le braccia e
storse le labbra, in attesa della reazione
di Tina.
«Ah, davvero?»
«È tutto quello che hai da dire?»
esclamò la signora. Non sembrava
granché contenta del fatto che un
pettegolezzo così succoso venisse
accolto con tale indifferenza.
Tina la ignorò e si concentrò sul
commento di O’Sullevan: «A due
ostacoli dal traguardo, l’edizione 1973
del Grand National vede Crisp ancora
nettamente in testa, con un peso di
settantasei chili sulla schiena a fronte
dei sessantasei di Red Rum, e sembra
che siano solo loro due a vedersela. Al
penultimo ostacolo, Crisp è davanti,
staccato da Red Rum, che salta
prendendo una bella rincorsa».
Tina si aggrappò alla cornice della
porta e respirò a fondo.
«Sei sicura di star bene, Tina?»
La voce di O’Sullevan proseguiva
implacabile in sottofondo: «Siamo
all’ultimo ostacolo del National,
adesso, e Crisp va ancora alla grande.
Supera bene l’ostacolo. Red Rum è a
circa quindici lunghezze da lui quando
salta. Crisp si avvicina alla curva e gli
restano ancora duecentocinquanta
metri da correre».
Tina era certa di aver preso la
decisione giusta a non scommettere. Red
Rum sembrava sconfitto, e troppo
indietro rispetto al cavallo in testa. Si
rincuorò un pochino. «Sto bene, grazie.
Ci prendiamo una tazza di tè?»
Ciò le fornì la scusa per tornare nel
retro, dove poteva guardare la
televisione. Mise su il bollitore, prese
tazze e piattini e poi rimase paralizzata
davanti allo schermo.
Il tono di Peter O’Sullevan era
cambiato: «Crisp comincia a perdere
concentrazione. È stato davanti da solo
per tutto il tempo e ora Red Rum lo
raggiunge. A circa duecento metri
dall’arrivo, Crisp è davanti ma Red
Rum guadagna terreno».
Le tazze cominciarono a tintinnare nei
piattini mentre Tina fissava incredula e
terrorizzata la TV. «No, no!» bisbigliò
con voce roca. «Mio Dio, ti prego, no.»
«Crisp sembra stanchissimo adesso.
Red Rum lo incalza. E Red Rum è il
cavallo che chiude alla grande. Red
Rum sta per vincere il National. Sulla
linea di traguardo, Red Rum strappa a
Crisp la vittoria ed è primo!»
Tina si sentì il sangue defluire dal
viso e le prese un nodo allo stomaco; si
lasciò cadere in ginocchio e le tazze da
tè andarono in mille pezzi. Con la testa
che le pulsava tra le mani, tremava come
un randagio intrappolato
dall’accalappiacani. Le lacrime avevano
cominciato a inondarle copiose le
guance, quando Mrs Boothman fece
irruzione nel retro. «Ma che diamine
succede? Hai fatto una scommessa,
vero? Che cosa ti avevo detto io? Il
gioco d’azzardo non porta mai a niente
di buono. Il mio Jack diceva sempre...»
«Mrs Boothman, per favore. Ho solo
bisogno di essere lasciata sola.»
Accompagnò fuori la donna, sprangò
l’ingresso ed espose il cartello con la
scritta CHIUSO. Premette la fronte contro
il vetro della porta, accogliendo con
sollievo il freddo della sua superficie.
Le venne da vomitare e sentì un fiotto di
bile e succhi gastrici affiorarle alla
bocca. Deglutì con forza e si stropicciò
la faccia. Sopraffatta dalla disperazione,
si trascinò nella stanza sul retro e spense
tutte le luci. Aveva bisogno di pensare a
che cosa fare, adesso. Rick si aspettava
che lei tornasse a casa con Dio solo
sapeva quanti soldi. Non aveva idea di
quale fosse l’ultima quotazione prima
della partenza, non aveva pensato che
quell’informazione le sarebbe tornata
utile, e adesso invece... Rick non gliela
avrebbe certo fatta passare liscia.

Se ne stava lì seduta al buio, non sapeva


neppure lei da quanto, quando un
picchiettio alla porta del negozio la fece
trasalire. Sgranò gli occhi per lo
spavento al pensiero che potesse essere
Rick. «Siamo chiusi», urlò con voce
stanca.
«Tina, sono Graham. Fammi entrare.»
Ci mancava solo questa, pensò. La
comprensione e la gentilezza di Graham
l’avrebbero di sicuro fatta crollare del
tutto. Si tirò su a fatica e aprì la porta.
«Scusa se non sono riuscito a venire
prima. È stata una giornata frenetica.»
«Tranquillo, Graham.»
Lui le guardò il volto striato di
lacrime. «L’hai visto in TV, dunque.»
«Mi ucciderà. Stavolta lo farà sul
serio.»
Graham infilò la mano nella tasca dei
pantaloni e ne tirò fuori un rotolo di
banconote.
«E questi cosa sono?»
«Quattrocentocinquanta sterline.
Tieni», disse lui premendogliele nel
palmo della mano.
«Non capisco.»
«Sstt.» Graham si portò un dito
davanti alla bocca. «Ho scommesso io
al tuo posto.»
«Tu?» chiese Tina, incredula. «Ma tu
sei il bookmaker, Graham. Non puoi
scommettere con te stesso.» Non doveva
prenderla in giro.
«Lo so. Ho mandato Nigel a piazzare
la scommessa da Landbrokes.»
Tina sentì che il mento cominciava a
tremarle. «Hai fatto questo per me?»
«Avevo una specie di presentimento
su quel cavallo. Non potevo rischiare. I
soldi in ballo erano troppi, partiva
favorito 9 a 1.»
«Ma c’è mancato così poco, Graham.
Ha quasi perso.»
Graham fece spallucce. «Senti, lì ci
sono quattrocentocinquanta sterline da
dare a sua signoria, e hai di nuovo le tue
cinquanta, quindi sono tutti contenti.»
«Se avesse perso, non me ne avresti
mai parlato, vero?»
Graham scosse la testa. «Ma non ha
perso. Non rimuginiamo su ciò che
poteva succedere.»
«Sinceramente, non so che cosa dire,
Graham. Mi hai salvato la vita.»
«Su, adesso non essere
melodrammatica.»
Tina prese il volto di Graham tra le
mani e gli schioccò un bacio sulla
bocca. «Grazie», disse semplicemente.
Graham arrossì. «Prego.» Poi,
assumendo un tono più serio: «Farei
qualsiasi cosa per te, Tina, ricordatelo».
«Non lo dimenticherò», rispose lei
infilando il denaro in borsa. «Meglio
che vada. Lui mi starà aspettando. Per
una volta almeno sarà di buon umore.»
3

Quando Tina infilò la chiave nella


serratura, aveva la testa che le pulsava,
la bocca secca e le mani che le
tremavano così forte che a stento riuscì
ad aprire. Entrò nell’ingresso buio e
sentì il televisore acceso. Dickie Davies
stava chiudendo l’ennesima puntata di
World of Sport e Rick era di certo
sdraiato sul divano, magari
addormentato, sicuramente ubriaco.
Diede un’occhiata in salotto, ma era
deserto.
«Rick, sono a casa.»
«Di sopra», replicò lui.
Lei salì le scale e tirò fuori il rotolo
di banconote dalla borsa.
«In bagno», disse Rick.
Tina spinse la porta e rimase senza
fiato. Rick aveva riempito la vasca di
schiuma e acqua bollente. Aveva
addirittura acceso un paio di candele.
Nella stanza c’era così tanto vapore che
i vetri erano appannati e Tina faticava a
vederci qualcosa.
Lui si chinò sulla vasca e fece roteare
la mano tra le bolle di sapone. «Ho
acceso il boiler», spiegò.
«Il boiler? Ma ci costerà...»
Le mise un dito sulle labbra per
zittirla. «Non hai niente per me?»
Tina gli porse i soldi. «Mi sono
tenuta le mie cinquanta sterline, se non ti
dispiace», gli disse in un tono che
sembrava più spavaldo di quanto non si
sentisse lei, in realtà.
Rick la ignorò e, prima d’infilare le
banconote nella tasca dei calzoni, ne
inspirò l’odore d’inchiostro. «D’ora in
poi sarà tutto diverso, te lo prometto.
Guardami.»
Lei dovette riconoscere che si era
davvero tirato a lucido. Si era vestito –
il che, nel suo caso, non era affatto
scontato, per un sabato pomeriggio –,
rasato e profumato. Non ne era sicura,
ma forse si era persino lavato i capelli.
Ovviamente, aveva l’alito che puzzava
di alcol, ma sembrava abbastanza
sobrio.
«Stamattina sono stato davvero
orribile, lo so. Puoi perdonarmi? Sono
così dispiaciuto.» La attirò a sé e
affondò il volto nei suoi lunghi capelli
scuri.
Tina rimase lì in piedi, rigida. Ci
erano già passati tante volte. Lui si
comportava da bastardo, lei era
sconvolta, lui si pentiva e le chiedeva
perdono. Lo respinse con calma. «Hai
bisogno di aiuto, Rick. Con la faccenda
del bere, intendo.»
«Sto bene, Tina. Posso smettere
quando voglio. Guarda... Ho smesso ora,
no?»
Tina sospirò. «Questa è per me?»
chiese, indicando la vasca.
«Certo. Forza, lascia che ti aiuti.»
Le fece scivolare la giacca dalle
spalle e la lasciò cadere a terra. Le
sbottonò lentamente la camicetta e,
mentre cominciava a baciarla sul collo,
lasciò scivolare via anche quella. Tina
chiuse gli occhi e Rick la spinse piano
contro la parete, le sue labbra che
trovavano quelle di lei. La baciò pieno
di desiderio.
«L’acqua si raffredda», disse Tina,
sgusciando via da sotto le sue braccia.
Rick cercò di nascondere il
disappunto. «Va bene, amore, scusa.
Resta pure a mollo quanto vuoi. Io vado
a preparare qualcosa da mangiare.»
Tina lo guardò sospettosa.
«Be’? Cosa credi, che non ne sia
capace? Te lo giuro, Tina, sono
cambiato. La vincita di questi soldi è il
nuovo inizio che ci serve.»
Pareva così sicuro di sé che, se non
avesse già sentito prima tutta quella
storia, Tina si sarebbe quasi lasciata
convincere. Ma Rick era un maestro nel
manipolare le donne, abilità che aveva
acquisito sin da bambino, e Tina sapeva
bene di chi era la colpa.

Richard Craig era nato in tempo di


guerra, figlio unico di George e Molly
Craig. Mentre il padre era lontano a
combattere per il proprio Paese, la
madre lo aveva portato a vivere in
campagna dalla sorella, che non aveva
figli, dove sarebbe stato al sicuro. La
sua era stata un’infanzia idilliaca: le due
donne adoravano il piccolo Ricky ed
esaudivano ogni suo capriccio. Perciò,
quando, all’età di tre anni, si erano
rifiutate di comprargli un trenino di
legno visto in un negozio di giocattoli,
per lui era stato un trauma.
«Costa un sacco di soldi, tesoro»,
aveva cercato di spiegargli la madre.
«Lo voglio.»
«Magari per il tuo compleanno.»
«Lo voglio adesso», aveva replicato
Ricky, incrociando le braccia,
imbronciato.
«Al tuo compleanno mancano solo
pochi mesi. Non devi aspettare tanto»,
era intervenuta la zia.
Ricky non aveva risposto; dopo aver
fissato le due donne inermi, aveva
iniziato a trattenere il respiro.
«Che stai facendo?» gli aveva chiesto
la mamma.
Le due donne lo guardavano atterrite.
La faccia gli era diventata paonazza, le
labbra bluastre. Poi era svenuto.
«Fai qualcosa!» aveva urlato la
madre.
La zia aveva piazzato il trenino di
fronte alla commessa sbigottita. «Lo
prendiamo.»
Quando, pochi istanti dopo, il
piccolo Ricky era rinvenuto, la prima
cosa che i suoi occhietti avevano messo
a fuoco era stata quel trenino di legno.
Adesso sapeva che, da lì in avanti, la
madre e la zia sarebbero state come
creta nelle sue mani.
La guerra era finita che Rick aveva
cinque anni, e suo padre era tornato a
casa. Rick aveva cominciato ad andare a
scuola e, com’era prevedibile, non gli
era piaciuta nemmeno un po’. Aveva
problemi di disciplina ed era stato
espulso da diversi istituti. All’età di
quindici anni, aveva abbandonato
definitivamente gli studi e, dopo aver
seguito un corso per diventare
controllore di autobus, aveva preso la
qualifica di autista. Giacché era bruno e
di bell’aspetto, non era mai stato a corto
di ammiratrici, e intratteneva rapporti
cordiali con tutti i passeggeri, specie
quelli di sesso femminile. I suoi unici
altri interessi erano i cavalli e i cani.
Ogni sabato mattina, accompagnava il
padre in agenzia ippica, e alle
scommesse seguivano immancabilmente
un paio di birre al pub. I giovedì sera li
passava sempre al cinodromo Belle Vue.
Quell’esistenza monotona era finita il
giorno in cui Tina era salita sul suo
autobus e i loro sguardi si erano
incrociati un secondo più del
necessario. Rick aveva detto diverse
volte che era stato in quel momento che
aveva capito che lei doveva essere sua.

Dopo il bagno, Tina si sentì leggermente


meglio. La giornata aveva esaurito le
sue energie fisiche ed emotive. Si
sentiva le palpebre pesanti per la
spossatezza e le membra come il
piombo. Udì lo sfrigolio della padella
provenire dalla cucina. Non era certo un
pasto da gourmet, ma almeno Rick ci
aveva provato. Quando lei entrò in
cucina, stava friggendo un paio di uova.
«Siediti, amore», le disse, scostando
una sedia. «Non ci vorrà molto. Per il
dessert ho aperto una lattina di pesche.
Possiamo mangiarle con un po’ di latte
condensato.»
«Perfetto, grazie.»
«Com’è andata la giornata in
negozio? Sei riuscita a vedere la
corsa?»
«Ehm... un pezzo, sì.»
«È stata assolutamente fantastica,
vero? Ero convinto che ormai avesse
perso, ma alla fine l’ha superato da
destra. Chissà com’era scocciato
Graham. Quanto mi piace quando il
bookmaker rimane fregato!»
«Be’, si è preso un bel po’ dei tuoi
soldi in questi anni.»
«Non cominciare, Tina...»
«Non era mia intenzione.»
«Senti, oggi abbiamo sbancato il
botteghino. Quattrocentocinquanta
sterline. Quando lavoravo sugli autobus
ne guadagnavo solo tremila all’anno.
Dobbiamo festeggiare. Occupati tu della
cucina; io faccio un salto da Manny a
prendere una bottiglia di champagne.»
«Champagne? Ma dove credi di
essere, Rick? Dubito persino che Manny
lo venda. Non credo ce ne sia molta
richiesta in zona.»
Rick si passò le dita tra i capelli. «Va
be’, quell’altra roba allora, Pomagne o
Babycham o come diavolo si chiama.»
«Non ce n’è bisogno. Io non bevo e tu
hai smesso, ricordi?»
Lui esitò per un istante. «Be’, quando
ho detto che smettevo, non volevo dire
del tutto. Posso farmi ancora un goccetto
ogni tanto, nelle occasioni speciali, e di
più speciali di così non è che ne
capitano spesso.»
«Sei un alcolizzato, Rick. Non riesci
a farti solo un goccetto ogni tanto.»
«Ah, adesso sei un’esperta, vero?»
«In effetti, sì. Vivere con te ha fatto di
me un’esperta sugli effetti
dell’alcolismo.»
«Non continuare a ripetere quella
parola. Chi sei tu per definirmi un alc...
sì, insomma, uno di quelli. Torno tra
cinque minuti», disse infilandosi il
giubbotto.
Tina scosse la testa. Non sarebbe mai
cambiato. Neppure riusciva a
pronunciarla, quella parola, figurarsi
chiedere l’aiuto di un professionista. Se
glielo avesse permesso, l’avrebbe
trascinata nel baratro insieme con lui.

La vita che Tina aveva condotto prima


d’incontrare Rick era ben più
promettente, il che rendeva la sua
situazione attuale ancor più angosciosa.
Figlia unica, primeggiava negli studi e
aveva brillantemente superato l’esame
di ammissione a una scuola secondaria
statale a indirizzo umanistico. I voti del
suo esame erano stati tra i più alti mai
registrati sino allora dall’istituto, e sia
lei sia la preside erano convinte che
dovesse iscriversi all’università. Tina
sperava di studiare inglese e far carriera
come giornalista. Il destino, però, aveva
altri programmi in serbo per lei. Suo
padre, Jack Maynard, era morto
all’improvviso a soli quarantacinque
anni e, nonostante le proteste dei suoi
insegnanti e della madre, Tina non si era
tirata indietro. Aveva lasciato subito la
scuola e, per aiutare a mandare avanti la
famiglia, si era trovata un lavoro
nell’ufficio di una piccola compagnia
assicurativa. Le sue mansioni erano
piuttosto umili, e commisurate alla paga,
ma Tina aveva frequentato una scuola
serale, dove aveva imparato a battere a
macchina e a stenografare. La sua
tenacia e la sua forza d’animo, alla fine,
avevano dato i loro risultati e Tina era
salita di livello, diventando la miglior
stenodattilografa della compagnia. Il
lavoro, però, era noioso e le ore
trascorse in ufficio lunghissime.
L’evento clou delle sue giornate era il
tragitto in autobus per tornare a casa.
L’autista del 192 era incredibilmente
attraente, e la salutava sempre con un
sorriso e una strizzatina d’occhio. Un
giorno, aveva trovato il coraggio di
chiederle di uscire a bere qualcosa e da
allora erano stati inseparabili. Tina
aveva dovuto rinunciare ai suoi sogni di
una carriera da giornalista, ma Richard
Craig li avrebbe più che compensati.

Si spostarono in soggiorno, dove


avevano acceso la stufa elettrica al
minimo. In mancanza del riscaldamento
centralizzato, la casa era sempre gelida.
Rick era già al suo terzo bicchiere di
vino – un bianco frizzante a buon
mercato – e iniziava a biascicare. Era
quello il problema, con lui. Poiché non
era mai completamente sobrio, gli ci
voleva poco per ricominciare a non
connettere. Tina era ancora al primo
giro. Il vino frizzante nemmeno le
piaceva, le dava il mal di testa.
Rick era stravaccato sul divano a
guardare The Generation Game. «Hai
mai visto premi più di merda di questi?
Che cavolo è un set per fonduta, Cristo
santo?»
«È un pentolino che serve a far
sciogliere il formaggio, in cui poi
immergi dei pezzi di pane.»
«Sembra disgustoso.»
«A quanto pare, è il massimo della
raffinatezza.»
«Spegni la tele e vieni a sederti
vicino a me, amore.»
Tina posò il bicchiere e gli si
avvicinò strascicando i piedi.
«Ce n’è ancora di spumante?» chiese
lui.
«Un pochino, sì. Ma non pensi di
aver...»
«Già bevuto abbastanza? No, penso
di no. Sto bene, Tina. Non essere così
noiosa, per favore. Rovinerai tutto.
Vieni qui.» La attirò tra le sue braccia e
cercò di baciarla.
D’istinto, Tina storse le labbra e
s’irrigidì.
«Qual è il problema, adesso?»
domandò Rick.
«Niente», rispose lei respingendolo
con gentilezza. «Vado a prenderti il
vino.»
Lui la afferrò per i polsi e la tenne
stretta. «Posso aspettare.»
La spinse di nuovo sul divano, si
sdraiò su di lei e le infilò la lingua in
bocca con un’irruenza tale che a Tina
venne quasi un conato di vomito. Lo
implorò di smetterla, ma non poteva
competere con la sua forza: con uno
strattone, lui le tirò giù i pantaloni e le
divaricò le gambe.
«Rick, aspetta.» Tentò di farlo
ragionare e di guadagnare tempo:
«Andiamo di sopra, così stiamo più
comodi».
Le diede uno schiaffo. «Credi forse
che sono nato ieri? Adesso stai zitta e
goditela, brutta vacca frigida.»
Tina voltò il capo dall’altra parte e
chiuse gli occhi. Non era la prima volta
che le usava violenza, ma giurò a se
stessa che quella sarebbe stata l’ultima.
Aveva permesso che la cosa durasse sin
troppo. Doveva venirne fuori. Ne
andava della sua vita.

La domenica era il giorno peggiore della


settimana per Tina, e ogni scusa era
buona pur di uscire di casa. Rick aveva
passato la notte sul divano, troppo
ubriaco persino per arrampicarsi
barcollante su per le scale, cosa di cui
lei era stata grata. Si sedette in cucina, si
scaldò le mani su una tazza di tè e
contemplò il disastro. La stanza puzzava
di unto e la padella usata per friggere le
uova stava congelando nella ciotola di
acqua fredda in cui l’aveva lasciata
Rick.
Lui comparve sulla soglia, i capelli
ritti in testa e le palpebre cascanti di
sonno. Indosso aveva ancora i vestiti del
giorno prima. «Dove sono le mie
sigarette?» chiese con voce cavernosa.
Poi, dandosi un pugno sul petto, emise
uno sbuffo disgustoso.
Tina fece una smorfia. «Buongiorno.
Io sto bene, grazie. E tu?»
«Che? Ah, già, è per ieri sera?»
Tina spinse il pacchetto di sigarette
sull’altro lato del tavolo.
Lui sollevò una sedia e si sedette di
fianco a lei.
«Eccole.»
«Si può avere un tè?»
«Il bollitore è lì.»
Rick trasse un lungo tiro dalla
sigaretta. «Hai ragione. Sono un
bastardo, ti meriti di meglio. Adesso,
per piacere, fammi un tè.»
«L’hai capita, finalmente.»
«Non è tutta colpa mia, però», ribatté
Rick, sulla difensiva. «Cioè, devi
prenderti anche tu le tue responsabilità.»
Tina posò la tazza e scosse la testa.
«In che senso è anche colpa mia, scusa?
Ieri sera ti ho detto di non comprare
alcolici perché mi avevi promesso di
non bere più, ma, no, tu la sapevi più
lunga. Hai detto che un paio di bicchieri
non ti avrebbero fatto male, che era
un’occasione speciale, bla bla bla...»
Rick le sbuffò in faccia una nuvola di
fumo grigio. «Ti ricordo pure che ieri tu
mi hai detto di non scommettere. Mmm.
Be’, chi è che la sapeva più lunga?»
«Quei soldi erano miei», disse Tina
con calma.
«Quello che è tuo è mio. Siamo in
società.»
«Bene. Dammi metà della vincita,
allora.»
Rick sghignazzò. «È tutta roba mia.
Tu non approvi il gioco d’azzardo,
ricordi?»
Ragionare con lui era impossibile e
Tina non ne aveva più l’energia. Quando
parlò, parve più coraggiosa di quanto
non si sentisse in realtà: «Voglio
lasciarti».
Rick le prese la mano. «Cristo, Tina.
So di essere stato un tantino... ehm,
entusiasta ieri sera, ma non c’è motivo
per essere avventati. Ti amo, lo sai.»
Lei riusciva a sentire quanto fosse
disperato. Era una scena che aveva già
visto. In quella fase, avrebbe fatto e
detto tutto il possibile pur di tenerla
buona. La sequenza le era ormai più che
nota. «Non capisci, vero? Ho paura di
te, Rick. Paura di quello che mi farai la
prossima volta. Sono stanca di
presentarmi al lavoro e dover mentire
sui miei lividi, stanca di camminare
sulle uova in casa mia, stanca di vivere
in questo porcile gelido e dover
lavorare tanto per pagare le bollette.»
«Ma...»
Tina sollevò una mano. «Non ho
finito. Hai un’idea di che cosa significhi
vivere nella paura? E perché dovrei,
poi? Sono io che mantengo entrambi. Tu
non contribuisci di un centesimo. Sei
solo un salasso per le nostre finanze e
per le mie emozioni.»
«Cioè, questa sì che è bella. Ieri sera
ti ho pure preparato da mangiare.»
«Uova e patatine? Se questo lo
chiami fare la tua parte, sei più
deludente di quanto pensassi.»
Rick prese a respirare con affanno e
a serrare i pugni, ma Tina proseguì. Non
si era mai opposta a lui in quel modo,
eppure in quel momento sentiva di
averne tutto il diritto. «Hai bisogno di un
aiuto che io non posso darti.»
Senza preavviso, lui si alzò, si
allungò sul tavolo e la prese per i
capelli. «C’è un altro, vero? Chi è?
Dimmelo, che prima ammazzo lui, e poi
ammazzo te.»
Tina lo guardò sprezzante. «Non c’è
nessun altro, Rick. Non riesci ad
accettare il fatto che ti sto lasciando per
colpa tua? È solo tua, la colpa.»
Lui le mollò i capelli, poi disse
calmo: «Perché mi costringi a farti certe
cose? Tina, per favore, non te ne andare.
Ho bisogno di te».
Tina allungò una mano per prendere
il soprabito e afferrò la valigia.
«Hai già fatto i bagagli? Puttana. Da
quanto tempo lo progettavi?»
«Oh, non so. Dal giorno in cui mi hai
colpito così forte in faccia che ho
dovuto farmi dare dei punti
sull’occhio.»
«Non è stata colpa mia, è stato
l’anello a...»
«Dal giorno in cui mi hai spaccato il
labbro con un pugno. Dal giorno in cui
mi hai spento la sigaretta sul braccio.
Dal giorno in cui mi hai stuprata per la
prima volta. Dal giorno in cui hai rubato
i miei soldi per scommetterli. Dal
maledetto giorno in cui ci siamo sposati.
Devo continuare?» Era la prima volta
che diceva quelle cose ad alta voce,
eppure, mentre parlava, Tina trovò
dentro di sé una forza interiore a lungo
sepolta, e con essa la convinzione che la
sua sanità mentale e la sua stessa
sopravvivenza dipendevano dal fatto che
se ne andasse.
Era ormai all’ingresso; aprì la porta
principale e la varcò a testa alta, senza
mai guardarsi indietro.
«Tina, torna qui. Mi dispiace.» A
Rick cedettero le ginocchia e si accasciò
a terra.
Non appena arrivò in strada, Tina
dovette compiere un grosso sforzo per
non mettersi a correre. Sentiva che
avrebbe potuto correre e correre
all’infinito. E avrebbe fatto meglio a
farlo quando Rick avesse scoperto che,
mentre dormiva, lei aveva frugato nella
tasca dei suoi pantaloni e gli aveva
portato via tutta la vincita.

Più tardi, quello stesso giorno, Tina


bussò alla porta di un’elegante villetta
bifamiliare e attese nervosa che
qualcuno venisse ad aprire. Comparve
una donna bionda e attraente, truccata e
ingioiellata di tutto punto. «Posso
aiutarla?»
«Lei dev’essere Sheila. Piacere, sono
Tina.» Le tese la mano, ma la donna la
ignorò. «Ehm... C’è Graham?»
«Vi conoscete?»
«Sì, sono un’amica. Lavoro nel
negozio di fianco al suo, di sabato.»
«Chi è?» chiese Graham dall’interno.
Sheila aprì un po’ di più la porta e
fece cenno a Tina di entrare. «Dice che è
una tua amica.»
«Tina!» esclamò lui arrivando
nell’ingresso. «Che è successo, tesoro?»
Alla vista dell’espressione
preoccupata di Graham, la voce di Tina
prese a tremare: «L’ho lasciato».
«Oddio. Vieni qui.» La prese tra le
braccia e la tenne stretta.
Sheila li osservava, confusa, e
Graham si voltò verso di lei. «Metteresti
su l’acqua per il tè, per favore?»
Tina si scostò dall’abbraccio. «È
tutto a posto. Grazie, Sheila, ma non ho
intenzione di trattenermi. Volevo solo far
sapere a Graham che cos’è successo. È
stato un buon amico per me e, se non
fosse stato per quello che ha fatto ieri,
non me ne sarei mai potuta andare.»
«Hai preso i suoi soldi?» chiese
Graham, incredulo.
Tina abbozzò un sorriso. «Ogni
singolo centesimo. Ho trovato un
piccolo monolocale in affitto. L’avevo
individuato qualche settimana fa, ma
allora non me lo potevo permettere. In
ogni caso, è ancora libero, quindi andrò
lì. Non è poi tanto male. I mobili sono
vecchi e le pareti così sottili che riesco
a sentire il tipo della porta accanto
persino quando cambia idea, ma almeno
è tutto mio.»
«Verrà a cercarti, lo sai», disse
Graham, serio.
«Non ne dubito. Sa dove lavoro, può
pure presentarsi in negozio, ma non
m’interessa. Non alzerà un dito su di me,
in pubblico. È troppo furbo per farlo.»
«Potrebbe seguirti, però.»
«Ti prego, non credi che non le
sappia già tutte queste cose? Perché
pensi mi ci sia voluto così tanto per
decidermi a mollarlo?»
«Scusa. Hai bisogno di una mano per
il trasloco?»
«Me ne sono andata portandomi via
solo una valigia, quindi non c’è granché
da traslocare, ma grazie lo stesso. Sarà
meglio che vada, ora. Ho un po’ di cose
da fare.»
«Come preferisci. Sabato faccio un
salto in negozio. Abbi cura di te.»

Più tardi, quella sera, quando si mise


finalmente comoda con una tazza di
cioccolata, Tina cominciò a rilassarsi un
po’. Sfinita, lasciò cadere la testa
all’indietro sulla sponda del divano e
chiuse gli occhi. Iniziò a riflettere sui
suoi disastrosi quattro anni di
matrimonio e si sentì stranamente
svuotata. Non sapeva che cosa le
avrebbe riservato il futuro e ciò le
infondeva paura ed eccitazione al
contempo. Armeggiò nella borsa in
cerca di un fazzoletto e, non riuscendo a
trovarlo, rovesciò l’intero contenuto sul
pavimento. In cima a tutto quel
guazzabuglio c’era la busta che aveva
trovato nella tasca di quel vecchio
completo da uomo. Pur sentendosi una
tremenda ficcanaso, la prese e l’aprì,
cercando di non danneggiarla. La grafia
era abbastanza nitida ma insolitamente
infantile, come se l’autore fosse poco
avvezzo alla scrittura.
180 Gillbent Road
Manchester
4 settembre 1939

Christina, tesoro mio,

come sai, non sono molto


bravo in questo genere di cose,
ma il mio cuore è a pezzi e mi
spinge ad agire. Il modo in cui ti
ho trattata ieri è imperdonabile,
però, ti prego, sappi che se mi
sono comportato così è stato solo
perché ero sconvolto e non per
quello che provo per te. Questi
ultimi mesi sono stati i più felici
della mia vita. Non te l’ho mai
detto prima, lo so, ma ti amo,
Chrissie e, se tu me lo concedi,
voglio trascorrere con te ogni
giorno che ci resta per
dimostrartelo. Tuo padre dice che
non vuoi più vedermi e io non
posso biasimarti, ma la faccenda
ora non riguarda più soltanto noi
due, c’è anche il bambino da
considerare. Voglio essere un
buon padre e un bravo marito. Sì,
Chrissie, questa è la mia se pur
goffa proposta. Ti prego, di’ che
diventerai mia moglie e che
cresceremo nostro figlio insieme.
La guerra potrà anche separarci
fisicamente, ma le nostre anime
saranno legate per sempre. Ho
bisogno del tuo perdono,
Chrissie. Ti amo.

Tuo per sempre,


BILLY

Tina finì di leggere e, senza volerlo,


rabbrividì. Anche se nessuno l’aveva
mai chiamata così, il suo nome di
battesimo era Christina, e sentì
un’affinità immediata con quella
Chrissie. Era tutto così triste. Perché
Billy non aveva spedito la lettera? Che
ne era stato di Chrissie e del loro
bambino? Forse poteva provare a
scoprire chi erano quelle persone e
consegnare la lettera alla legittima
destinataria. Se non altro, sarebbe stata
una piacevole distrazione da tutti i suoi
problemi.
4

Primavera del 1939

Billy Stirling aveva sempre saputo di


essere bello, perché la madre non si
stancava mai di ripeterglielo. Perciò non
aveva meravigliato nessuno il fatto che,
all’età di ventun anni, avesse un fitto
stuolo di ammiratrici. I capelli neri,
portati un po’ troppo lunghi, erano
pettinati all’indietro con la brillantina;
la rasatura perfetta metteva in risalto la
carnagione scura, quasi bruna e, benché
fosse un accanito fumatore, aveva denti
di un bianco smagliante e perfettamente
diritti. Quando sorrideva, il suo volto
s’illuminava e sulle guance gli
comparivano due fossette che lo
facevano somigliare a uno scolaretto
sfrontato. La profonda cicatrice sul
sopracciglio sinistro gli conferiva
ancora più fascino e, ogni volta che
Billy spiegava il modo in cui se l’era
procurata, la storia veniva accolta da
sospiri compassionevoli da parte di
ragazze adoranti. Non che Billy
ricordasse nulla dell’episodio: era stata
la madre a raccontarglielo un mucchio di
volte.
Alice Stirling amava suo figlio con
un’intensità quasi feroce ed era
estremamente protettiva nei suoi
confronti. Il marito, Henry, era convinto
che lei lo viziasse troppo, ed era persino
un po’ geloso della quantità di affetto e
di attenzione che Alice riversava sul
ragazzo. Quando il loro primogenito,
Edward, era morto di consunzione in
tenera età, Alice era stata a lungo
inconsolabile e devastata dai rimorsi.
Niente di ciò che Henry diceva o faceva
sembrava persuaderla che non era stata
colpa sua. Chissà, se soltanto fosse
riuscito a risultare convincente, forse lei
gli avrebbe creduto. Ma Henry sapeva
solo che, quand’era tornato dalla Grande
Guerra, suo figlio era morto. Non era
nemmeno riuscito a prenderlo in
braccio.
Edward aveva solo cinque mesi
quand’era morto; il suo corpicino era
troppo fragile per sopportare i colpi di
tosse cronica accompagnati da
espettorati striati di sangue, le
sudorazioni notturne e la febbre. Anche
se la consunzione veniva spesso
associata a precarie condizioni
igieniche, Alice aveva fatto del suo
meglio per prendersi cura del figlio.
Erano poveri, e lei lo sapeva. Il cibo
scarseggiava sin dai razionamenti,
cominciati nel gennaio del 1918, ma
quella era una condizione che toccava
quasi tutte le famiglie durante la guerra,
e i figli degli altri non erano morti.
L’appartamento in cui vivevano in affitto
era un buco di una sola stanza, ma Alice
aveva cercato sempre di tenerlo pulito.
Era un posto umido e l’umidità si
attaccava a qualsiasi cosa. Edward era
stato un bimbo cagionevole sin dalla
nascita e nell’aria aleggiava l’odore del
latte che il piccolo rigurgitava
regolarmente. Quand’era ora di andare a
dormire, Alice avvolgeva il figlioletto
nelle coperte e lo portava a letto con sé;
se lo teneva vicino tutta la notte,
svegliandosi spesso per controllare che
respirasse ancora. Ciò nonostante, a
dispetto di tutti i suoi sforzi, Edward era
morto e il senso di colpa aveva
tormentato Alice fino a minare la
convinzione di essere una buona madre.
Quand’era tornato a casa dalla
trincea, Henry si era chiuso in se stesso
e per Alice era stato sempre più difficile
comunicare con lui. Si parlavano di rado
e il loro matrimonio pareva destinato
all’infelicità cronica. Pur dubitando
delle proprie capacità di madre, Alice
desiderava un altro figlio. In lei c’era un
vuoto che solo l’accudimento di una
nuova vita poteva colmare. Le
possibilità che Alice restasse incinta,
però, erano pressoché inesistenti, vista
la distanza che si era creata fra lei e il
marito.
Un giorno, non molto tempo dopo la
morte del piccolo Edward, Alice aveva
sentito per caso due donne che
spettegolavano nel negozio di alimentari
all’angolo. Aveva drizzato le orecchie e
si era avvicinata con circospezione per
ascoltarle. Quando aveva pensato di
aver udito a sufficienza, era uscita dal
negozio col cuore che le batteva forte e
si era precipitata a casa. Henry non
c’era e per Alice era stato un sollievo.
Si era cambiata in fretta e aveva
indossato il vestito della festa, con tanto
di cappello in pelliccia e guanti. Il
cappello puzzava di muffa, ma sarebbe
andato bene lo stesso. Alice gli aveva
dato una spazzolata veloce e se l’era
sistemato con cura, poi si era rimirata
nello specchietto quadrato appeso sopra
il lavello in cucina – che per loro
fungeva anche da stanza da bagno – e
aveva aggiunto pure una passata di
rossetto rosa. Sapeva che, vista la lunga
camminata che l’attendeva, avrebbe fatto
meglio a indossare le scarpe basse, ma i
tacchi erano molto più eleganti. Dopo un
ultimo controllo, e con una faccia che
era il ritratto della determinazione,
Alice si era chiusa la porta alle spalle e
si era avviata con passo svelto e deciso.
La facciata grigia dell’orfanotrofio
era piena di macchie vecchie di secoli, e
le erbacce crescevano in abbondanza
nelle grondaie. La vernice nera del
portone principale aveva da tempo
perso il suo lustro, ed era ormai tutta
scrostata e piena di crepe. Il luogo
aveva nel complesso un aspetto austero
e ben poco accogliente. Ciò nondimeno,
Alice aveva represso la propria
inquietudine e si era arrampicata lungo i
gradini di pietra della scalinata. Giunta
al portico d’ingresso, aveva scacciato
una ragnatela che le si era impigliata nel
cappello. Il grosso battiporta in ottone
era rigido e lei ci aveva armeggiato
parecchio prima di riuscire a convincere
l’anello di ferro a produrre una bussata
soddisfacente. Dopo quella che le era
parsa un’eternità, il pesante portone si
era aperto e una donna in un’uniforme
inamidata da infermiera l’aveva
squadrata da capo a piedi. «Sì? Posso
aiutarla?»
Era stato in quel preciso momento
che Alice si era resa conto di non
essersi preparata un discorso. «Salve...
Ehm... Io... Mi chiamo Alice Stirling.
Posso entrare?»
L’infermiera aveva incrociato le
braccia e l’aveva fulminata con lo
sguardo. «Ha un appuntamento?»
«Ho paura di no. È un problema?»
L’infermiera aveva sospirato e
scosso la testa, ma alla fine aveva
spalancato la porta. «Aspetti qui. Vado a
chiamare la direttrice.»
Nell’aria c’era odore di disinfettante
e di cavolo bollito, una combinazione
che la rendeva nervosa. Alice aveva la
bocca secca e la nuca imperlata di
sudore. Cominciava a pentirsi di essersi
messa il cappello.
«Che cosa posso fare per lei?»
Alice si era voltata. «Mi chiamo
Alice Stirling e sono qui per il
bambino.»
«Quale bambino? Abbiamo un sacco
di bambini qui.»
«Certo, mi scusi, non so come si
chiami.»
«Dovrà essere più precisa, temo.»
In lontananza si udiva il pianto di un
neonato; Alice aveva avvertito
all’improvviso una stretta alla gola e gli
occhi le si erano riempiti di lacrime. Le
aveva asciugate con la mano guantata.
«Si sente bene?» aveva chiesto la
direttrice, addolcendo parecchio il tono.
«In realtà, no. Ho perso mio figlio.»
«E pensa che possa essere qui?»
«Oh, no, certo che no. È morto»,
aveva replicato Alice dopo un istante di
smarrimento.
Di fronte alla franchezza di quella
risposta, la direttrice aveva preso Alice
per un braccio, l’aveva accompagnata
nel suo ufficio e aveva chiuso la porta.
«Forza, perché non mi racconta tutto?»
Alice aveva sentito l’irresistibile
desiderio di sfogarsi. «Il mio bambino,
il mio meraviglioso Edward, è morto
che aveva solo cinque mesi.
Consunzione, mi hanno detto. Non c’era
niente che potessi fare, ma so che
Henry...»
«Henry?» l’aveva interrotta la
direttrice.
«Mio marito. So che lui dà a me la
colpa. Dice di no, ovviamente, ma non
sono nemmeno stata capace di tenere
Edward in vita sino al ritorno di suo
padre dal fronte. Che razza di madre
sono? Non è mai riuscito a vedere suo
figlio. Adesso ci parliamo appena. Lui
beve troppo ed è molto freddo con me...
mai un segno d’affetto. È convinto che il
suo dolore sia peggio del mio perché io
almeno sono stata con lui per cinque
preziosi mesi.»
La direttrice le aveva porto un
fazzoletto. «Su, su. Non si biasimi.
Tantissimi bambini muoiono di
consunzione. È una cosa piuttosto
comune, e lei lo sa. Sono sicura che ha
fatto tutto quello che ha potuto.»
Alice si era soffiata rumorosamente il
naso. «Non è stato sufficiente, però,
vero?» Non sapeva per quanto ancora
avrebbe tollerato tanta tristezza.
La direttrice aveva dato un’occhiata
all’orologio sulla parete. «Per noi è
quasi ora del tè, e io devo
supervisionare. Perché non ci fa
compagnia?»
«Lei è molto gentile. Volentieri,
grazie.»
«Così può spiegarmi che cosa l’ha
portata qui. Ha accennato a un
bambino...»
Alice aveva seguito la direttrice in
mensa, dove i bimbi erano già seduti di
fronte a lunghi tavoli di legno. Lo
spuntino per il tè era molto frugale,
giusto due fettine di pane e burro.
Alice aveva capito che era lui
nell’istante stesso in cui l’aveva visto.
Era stata la spessa cicatrice sul
sopracciglio sinistro a confermarglielo.
Non appena il bimbo si era messo a
sbattere il cucchiaio sul seggiolone, lei
gli si era avvicinata. Subito, lui si era
fermato, aveva fatto un gran sorriso
sdentato e aveva teso le braccine in alto,
chiedendo di essere tirato su. Lei
l’aveva preso in braccio e ne aveva
inspirato l’odore di latte. Al polso
aveva un cinturino di carta con su scritto
il nome e la data di nascita: William
Edwards. 20 marzo 1918.
«Va tutto bene», gli aveva sussurrato
Alice in un orecchio. «La mamma è qui
adesso.»
Più tardi, nell’ufficio della direttrice,
Alice era stata messa a parte della storia
del piccolo Billy e di come fosse finito
in un orfanotrofio. Come Alice, anche la
madre di Billy, Frances Edwards, aveva
partorito durante la guerra, ma
disgraziatamente il padre, Albert, era
stato ucciso al fronte giusto un mese
prima della fine delle ostilità. L’11
novembre 1918, giorno dell’armistizio,
mentre le campane delle chiese dei
dintorni suonavano a festa, Frances
aveva preso in braccio il suo bimbo e,
tenendolo stretto a sé, si era buttata giù
da un ponte ferroviario. La donna era
morta sul colpo, ma Billy si era
miracolosamente salvato, procurandosi
soltanto un profondo taglio sul
sopracciglio sinistro. A quanto pareva,
il corpo della madre ne aveva attutito la
caduta. Nonostante i molti appelli,
nessun parente si era fatto vivo per
reclamare il bambino, e le autorità lo
avevano quindi messo in orfanotrofio.
Alice si era asciugata una lacrima
dall’angolo dell’occhio. «E dunque che
ne sarà di lui ora?»
La direttrice aveva alzato le spalle.
«Ce ne occuperemo noi. Sarà ben
accudito.»
«Lo prendo io. È un bambino senza
madre e io sono una madre senza
bambino. La prego, signora.»
La direttrice l’aveva guardata
perplessa. «Noi qui non abbiamo una
prassi formale per l’adozione, ma ci
saranno dei controlli e delle pratiche da
sbrigare.» Poi, dopo aver notato
l’espressione implorante di Alice, aveva
aggiunto: «Vedrò cosa posso fare».
«Grazie. Ne parlerò a mio marito»,
aveva replicato Alice con un lieve
sorriso.
Quando, due settimane dopo, Billy
aveva lasciato l’orfanotrofio, aveva con
sé due soli averi: l’anello di
fidanzamento della madre defunta e un
papavero delle Fiandre che Albert
aveva fatto essiccare e mandato alla
moglie dalla trincea. Al fiore era
allegata una lettera.

12 ottobre 1918
Mia cara Frances,

vorrei che tu vedessi questi


papaveri nei campi. Quando
ondeggiano al vento sono ancora
più meravigliosi. Questo l’ho
salvato dal fango delle Fiandre.
Abbi cura di nostro figlio. Non
vedo l’ora di conoscerlo.
Con tutto il mio amore e il mio
affetto, per sempre

ALBERT

Era morto in battaglia due giorni dopo.

Adesso, nella primavera del 1939, Billy


aveva ventun anni ed era molto
affezionato alla madre adottiva. Il
rapporto col padre, invece, era a dir
poco complicato. Billy era convinto che
il modo migliore per gestire la
situazione fosse mantenere le distanze. Il
che non era difficile, visto che Henry
Stirling passava gran parte del tempo al
pub o a bighellonare in giro. Non aveva
mai davvero accettato Billy come figlio
suo, e la quantità di amore e di
attenzione che Alice riversava sul
ragazzo non faceva che accentuarne il
rancore.
Una sera, Billy era seduto al bancone
del pub della zona col suo migliore
amico, Clark.
«Mi dispiace per te», gli disse Clark.
Billy fece una lunga tirata dalla
sigaretta e guardò l’amico. «Perché?»
«Be’, perché non hai mai la
possibilità di provare il fremito della
caccia. Sì, insomma, le ragazze cadono
ai tuoi piedi. Ti basta entrare in una
stanza per avere gli occhi di tutte le
donne presenti puntati su di te. Dove sta
la sfida?»
Lui fece spallucce e schioccò le dita
al barista. «Quando hai un minuto, altri
due rum, per favore, capo.» Si voltò
verso Clark. «Lo pensi sul serio? Non ti
è mai venuto in mente che le ragazze che
sono ossessionate dall’aspetto esteriore
sono vuote? Anche se può essere
divertente starci insieme una sera, subito
dopo mi annoiano. Io voglio una
relazione seria e stabile, come chiunque
altro.» Gli passò il bicchiere pieno.
«Salute!»
Clark non sembrava convinto. «Se
vado in giro con te, non ho uno straccio
di possibilità, è vero o no?»
Era vero eccome. Nella sala da
ballo, le ragazze si affollavano intorno a
entrambi, ma era con Billy che volevano
parlare, era Billy che doveva farle
volteggiare sulla pista ed era sempre
Billy che doveva riaccompagnarle a
casa al termine della serata.
«Sei il mio migliore amico, Clark. Ci
conosciamo da quand’eravamo bambini
con le braghe corte, le ginocchia
sbucciate e le facce sporche. Stai forse
dicendo che dovremmo smettere di
frequentarci perché così tu avrai più
chance con le ragazze?»
Clark sospirò. «No, certo che no. È
solo che ho l’impressione che non ne
incontrerò mai una.»
«Adesso basta però. Devi reagire,
smettila di piangerti addosso. Nessuna
donna vuole uno che affoga
nell’autocommiserazione.» Benché la
bassa statura, i capelli fulvi e le
lentiggini di Clark non fossero
esattamente una calamita per le ragazze,
i suoi penetranti occhi verdeazzurro
sembravano leggerti l’anima e il viso
era tutt’altro che brutto. Lo spiccato
accento del Black Country, un tantino
fuori luogo a Manchester, lo faceva
sembrare un po’ duro di comprendonio,
tuttavia era l’esatto contrario. Sarebbe
stato difficile trovare un tipo più serio,
affidabile e perbene di lui.
«Scusami, Billy. Ci facciamo un altro
bicchiere?» chiese Clark.
Lui guardò l’orologio. «Meglio di no.
La mamma mi avrà già preparato il tè.
Ci vediamo domani al Buck, okay?»

Il dancing The Buccaneer era la loro


meta preferita del venerdì sera. Nugoli
di ragazze ridacchiavano nervose sul
bordo della pista da ballo e si
guardavano furtivamente in giro nella
speranza di un invito. C’erano una band
di tre elementi e le luci soffuse a
sufficienza per creare l’atmosfera
romantica necessaria. Niente a che
vedere con le serate organizzate nella
sala della chiesa locale, dove il parroco
pretendeva di fare da chaperon e
separava le coppie che, secondo lui,
ballavano troppo appiccicate. Una volta
Billy era stato buttato fuori per aver
lasciato scivolare le mani troppo in
basso lungo la schiena della sua partner.
Ovviamente, l’episodio aveva scatenato
l’ilarità di Clark.
Al Buccaneer non c’erano simili
restrizioni e, dopo la conversazione
della sera precedente, Billy era deciso a
trovare a Clark una ragazza carina che lo
portasse a casa per presentarlo alla
madre, lo sposasse e gli desse dei figli.
O almeno che volesse ballare con lui. La
band era in ottima forma e farsi sentire
con la musica a tutto volume non era
facile. Billy mise le mani a coppa ai lati
della bocca e si avvicinò a Clark. «Hai
visto qualcuna che ti piacerebbe invitare
a ballare?»
«Non sono mica sordo!»
«Che ne dici di quelle due là in
fondo?» Billy indicò due ragazze che
avevano lanciato sguardi verso di loro
per tutta la sera. Una era alta, piuttosto
vistosa e truccata in maniera pesante.
Non appena colse lo sguardo di Billy,
scostò i capelli all’indietro con un gesto
provocante della testa. L’amica era
palesemente a disagio e guardava per
terra.
D’un tratto, Billy si raddrizzò e diede
un colpetto col gomito a Clark. «Cavolo,
stanno venendo da questa parte. Salve,
ragazze!»
«’Sera», fece Clark con un cenno del
capo.
«Abbiamo notato che ci guardavate»,
disse quella più alta, scuotendo di nuovo
i capelli. «Io sono Sylvia, ma potete
chiamarmi Syl, e questa è la mia amica
Chrissie.»
«Piacere. Io sono Billy e lui è
Clark.»
Clark annuì di nuovo e, prima di
stringere le mani alle due ragazze, si
asciugò il palmo sudato sulla gamba dei
pantaloni.
Chrissie sorrise con dolcezza, con gli
occhi azzurri che brillavano divertiti.
Pur essendo più riservata dell’amica,
era di gran lunga la più attraente delle
due. Con quei capelli arricciati con
cura, il colorito acceso e giusto un velo
di rossetto rosa sulle labbra, Billy
faticava a staccarle gli occhi di dosso.
Ma Syl aveva altri programmi: lo
afferrò per la cravatta e lo costrinse a
mettere giù il bicchiere. «Avanti,
vediamo che cosa sai fare.»
Billy tentò di protestare, ma fu
inutile. Syl lo aveva afferrato
saldamente per un braccio e lo stava
guidando verso la pista. Quando Clark e
Chrissie si sedettero a un tavolo, Billy
avvertì un inatteso moto di gelosia.
Syl era una brava ballerina, tuttavia
la modestia non era il suo forte. «Ehi,
formiamo una coppia fenomenale,
vero?»
Quando raggiunsero i loro amici al
tavolo, Chrissie e Clark erano così
immersi nella conversazione che li
notarono appena. Intanto la band era
passata ai lenti e le coppie
cominciarono a scivolare silenziose
sulla pista. Billy sapeva che quella era
la parte della serata che Clark temeva di
più, ma non quella sera. Senza dire
nulla, tese la mano a Chrissie, che la
afferrò timidamente e si alzò. Billy non
poté far altro che guardare Clark
scortarla sino alla pista e metterle le
mani intorno alla vita.
«Oooh, formano una bella coppia,
non trovi?» disse Syl.
Billy non riuscì a rispondere. Aveva
la tremenda sensazione di aver appena
perso qualcosa di prezioso. Qualcosa
che non era mai stato suo ma che
avrebbe dovuto esserlo. Clark teneva
Chrissie stretta a sé e si voltò a
guardarlo. Sollevò entrambi i pollici
dietro la schiena della ragazza e fece un
ampio sorriso, che Billy si sforzò di
ricambiare, sollevando il bicchiere. Non
sapeva spiegarselo, eppure si sentiva
come se gli avessero strappato il cuore
dal petto e lo avessero sostituito con un
pezzo di piombo. All’improvviso capì
che Chrissie era la donna della sua vita.
Peccato che al momento fosse tra le
braccia del suo migliore amico.
5

Primavera del 1939

Chrissie appoggiò la bicicletta al muro e


imprecò. Era caduta la catena, che le
aveva macchiato i calzini d’olio, e
adesso le sarebbe toccato proseguire a
piedi. Per fortuna, la giornata pareva più
estiva che primaverile e lei aveva quasi
finito il giro, quindi poteva anche
andarle peggio. In quanto figlia di un
medico e di una levatrice, era abituata a
dare una mano, e quel giorno stava
facendo le consegne quotidiane di
medicinali ai pazienti di suo padre.
Lavorava nell’ambulatorio di Wood
Gardens a Manchester, e le sue mansioni
variavano dal preparare le ricette al
lucidare gli armadietti delle medicine in
mogano pregiato. Suo padre, il dottor
Skinner, era un medico stimato, e
Chrissie aveva soggezione di lui, anzi,
ne era a dir poco terrorizzata. Con la
moglie, la figlia e persino coi pazienti, il
dottore era un vero e proprio cerbero.
Non aveva tempo da perdere con chi si
fingeva malato, e a chi si ostinava a
disturbarlo prescriveva un intruglio che
consisteva in realtà in una miscela di
lattosio e di qualche altra sostanza
disgustosa. Il composto aveva un odore
così cattivo da convincere il paziente
che si trattasse di un rimedio efficace
per il suo disturbo immaginario, inoltre
consentiva al dottore d’intascare tre
scellini e sei pence a bottiglia. Più di
una madre si era pentita di aver portato
il figlio dal dottor Skinner per un mal di
gola. Il giorno successivo, il malcapitato
bambino era finito lungo e disteso sul
tavolo della cucina di casa propria, e il
dottore gli aveva levato le tonsille con
la dose minima di cloroformio.
Eppure il medico godeva di una stima
tale che nessuno si era mai sognato di
mettere in discussione i suoi metodi, e
nella comunità si era ormai diffusa la
convinzione che fosse in grado di curare
qualsiasi cosa. Tutti i signori della zona
andavano a farsi visitare dal dottor
Skinner. A loro era concesso entrare
dalla porta principale e usare il
magnifico salotto di famiglia come sala
d’attesa. Chrissie serviva loro persino il
tè. Non esisteva un vero e proprio
sistema di appuntamenti, ma tutti davano
per scontato che i pazienti entrati
dall’ingresso principale avevano la
precedenza su quelli obbligati a passare
dal retro. Questi ultimi erano i meno
abbienti e faticavano a pagare le
parcelle del dottore, che li considerava
una seccatura. Disgraziatamente, erano
anche quelli che si ammalavano più
spesso della brava gente di Manchester
che aveva invece la possibilità di
pagare subito. Chrissie era spesso in
imbarazzo per l’atteggiamento
insensibile del padre, e più di una volta
aveva consentito ad alcuni pazienti di
andarsene senza pagare. Era diventata
piuttosto abile nel nascondere gli
ammanchi quando chiudeva i conti. Il
dottor Skinner sarà anche stato un
medico di talento, ma non era certo un
contabile.
Chrissie decise di lasciare la
bicicletta dov’era e prese la borsa di
carta marrone dal cestino appeso
davanti. Dentro, c’erano ancora quattro
bottigliette da consegnare. Era stata
Chrissie a preparare le medicine e ad
applicare con attenzione la ceralacca e
il cartellino bianco con sopra il nome
del paziente. Si accorse con sollievo che
due erano destinate alla stessa persona,
dunque le restavano ancora tre case da
visitare e poi aveva finito.
Per lei era importante non fare tardi
proprio quel giorno, perché la sera
aveva intenzione di sfidare le regole
ferree dei genitori e andare a ballare al
Buccaneer con la sua amica Sylvia. Lei
e Chrissie si conoscevano dai tempi
della scuola, ovvero da quando Sylvia
l’aveva presa sotto la propria ala
protettiva. Erano l’una l’opposto
dell’altra in quasi tutto, ma per qualche
strana ragione la loro amicizia era
resistita a ogni ostacolo, non ultimo la
disapprovazione dei genitori di
Chrissie. Erano convinti che Sylvia
avesse una pessima influenza sulla
figlia, e facevano di tutto per separarle.
Quella sera, però, il dottor Skinner e la
moglie sarebbero usciti, e Chrissie ne
aveva approfittato per organizzare una
sortita clandestina al Buccaneer. Le
bastava rincasare prima di mezzanotte, e
loro non si sarebbero accorti di nulla.
Terminate le consegne, Chrissie andò
a recuperare la bicicletta e la spinse fino
a casa. Ad aspettarla davanti al cancello
del giardino c’era Leo, il loro fedele
Airedale Terrier, la bestiola più leale,
coraggiosa e intelligente che Chrissie
avesse mai conosciuto. Ogni volta che
lei usciva, Leo la aspettava paziente sul
cancello e la accoglieva con un
entusiasmo incontenibile. Scodinzolava
come un pazzo e apriva la bocca in un
modo che sembrava quasi un sorriso. Se
il dottor Skinner era fuori per delle
visite e c’era bisogno che tornasse
d’urgenza in ambulatorio, mandavano
Leo a cercarlo nel quartiere con un
bigliettino legato intorno al collare.
«Ciao, Leo», lo salutò Chrissie,
grattandogli le orecchie. Gli aprì il
cancello cigolante, ma il cane saltò oltre
il muro di cinta e corse lungo il vialetto
sino alla porta di casa. Chrissie sentì i
genitori che parlavano in cucina e
rimase un po’ delusa. Era soltanto l’ora
del tè, ma lei doveva prepararsi per la
serata. Voleva arricciarsi i capelli, cosa
che richiedeva almeno un’ora e che lei
non poteva certo fare coi suoi al piano
di sotto.
Entrò in cucina, cercando di
assumere un’aria indifferente. «A che
ora uscite?»
«Buonasera a te, Chrissie», replicò
Mrs Skinner. «Tutto bene con le
consegne?»
«Cosa? Ah, sì, bene, tranne che la
catena della bici è caduta di nuovo.»
Indicò i calzini sporchi d’olio.
«Domani tuo padre te la rimette a
posto, vero, Samuel?»
Il dottor Skinner spense la sigaretta e
se ne accese un’altra. «È ora che impari
a trattarla meglio, quella bici. Se non è
la catena, è una gomma bucata o i freni,
maledizione.»
«Papà, non è colpa mia...»
Mrs Skinner accostò un dito alle
labbra e lanciò un’occhiataccia a
Chrissie, che si zittì subito. Poi, rivolta
al marito: «Su, Samuel, non essere
burbero. Perché non vai a farti un
bagno? Ti porto su un whisky».
«Ottima idea. Penso che lo farò. Sono
così stanco che forse sarebbe meglio se
me ne restassi a casa, stasera.»
Chrissie trattenne il respiro. Sylvia
sarebbe passata a prenderla entro un
paio d’ore.
Mabel Skinner accompagnò il marito
fuori dalla cucina e lo seguì al piano di
sopra. «Vedrai, ti sentirai molto meglio
dopo un bel bagno caldo. E poi ho
appena comprato un abito nuovo!
Sarebbe un peccato non sfruttarlo, non
credi?»
Chrissie tirò un sospiro di sollievo.
«Che c’è per cena?»
La risposta le arrivò dalla tromba
delle scale: «Niente, ma puoi farti un po’
di pane e marmellata, ti va? Io e tuo
padre mangeremo al ballo».
Meraviglioso, pensò Chrissie mentre
tagliava una spessa fetta di pane, ci
spalmava sopra del burro e ne allungava
un pezzetto a Leo, che sbavava in pacata
attesa di fianco a lei.
Finalmente, i suoi uscirono, non
senza aver prima impartito a Chrissie
una serie di raccomandazioni: «Non
dimenticarti di aggiornare le cartelle dei
pazienti di oggi, fai una lista di quelli
che devono ancora dei soldi per le
medicine e verso le dieci porta fuori
Leo per la sua ultima passeggiata».
Prima che avessero finito, Chrissie li
stava in pratica spingendo fuori dalla
porta. «Va bene. Divertitevi.»
«Fai la brava», la ammonì il dottor
Skinner prendendo a braccetto la moglie
e avviandosi con lei lungo il vialetto.
«Saremo di ritorno per mezzanotte e
mezzo, presumo.»
Chrissie li osservò finché non
sparirono dalla vista, poi chiuse in fretta
la porta e salì le scale due gradini alla
volta. Quando suonò il campanello, si
era già fatta il bagno, acconciata i
capelli e messa il suo unico vestito
carino. Aprì la porta di quel tanto che
bastava per consentire a Sylvia di
sgattaiolare dentro. «Non ti hanno
seguita, vero?» chiese sottovoce.
Lei la guardò con sufficienza.
«Stiamo andando a ballare, mica ad
arruolarci nei servizi segreti. Avanti,
fatti dare un’occhiata.» Squadrò l’amica
dalla testa ai piedi, per valutarne la
mise. «Non male. Però ti ci vorrebbero
un po’ di fard e del rossetto.»
«Mah, non so. Non voglio sembrare
un pagliaccio.»
«Guarda me. Sembro un pagliaccio,
io?»
Chrissie la guardò: il viso di Sylvia
era perfettamente truccato, con le
sopracciglia delineate e scurite dal kohl
nero, la pelle delle guance schiarita
dalla cipria e con le labbra rosso vivo.
Era uno stile che lei non avrebbe mai
sperato di poter replicare. «Certo che
no, ma tu sei molto più sofisticata di me.
Sei alta, elegante, sicura di te...»
Sylvia la prese per mano. «E tu sei
carina e dolce, una bambolina bionda.»
Chrissie non era sicura che fosse un
complimento, ma la ringraziò comunque.
«Forse è meglio se un po’ di
lucidalabbra lo metto, allora.»
«Brava», rispose Sylvia aprendo la
borsa.
«Oh, no, non il tuo. È troppo... sai...
Be’, non fa per me. Vado un momento di
sopra e vedo che cos’ha mia madre.»
Scese pochi istanti dopo, con le
labbra illuminate da un rossetto rosa
chiaro che parve guadagnarsi
l’approvazione di Sylvia. «Molto
meglio. Su, forza, andiamo a
scatenarci!» Aprì la porta e si avviò
lungo il vialetto.
Chrissie la seguì di corsa.
Quando le due ragazze arrivarono, la
sala era piena solo a metà e la gente non
aveva ancora iniziato a ballare, anche se
la band stava già suonando. Sylvia
suggerì di andare a bere qualcosa in
attesa che il locale si riempisse. Un paio
di minuti dopo, diede a Chrissie una
gomitata piuttosto dolorosa nelle
costole.
«Ehi, che succede?»
«Sstt. Guarda quei due, sono appena
entrati.»
Chrissie si voltò e vide due giovani
che si dirigevano decisi verso il bar.
«Quello alto è assolutamente
meraviglioso, non trovi? È mio!»
Chrissie dovette darle ragione. Quel
tipo era di una bellezza rara, e lei era
convinta che non l’avrebbe mai degnata
di uno sguardo. «Favoloso. Io però
preferisco l’amico. Ha una faccia
gentile, e sembra nervoso e insicuro,
proprio come me.»
«Gli chiedo di unirsi a noi?»
«Ma non dovremmo aspettare che
siano loro a chiedercelo? Cioè, sarebbe
troppo sfacciato», protestò Chrissie,
inorridita.
«Okay. Gli do tempo mezz’ora e poi
entro in azione.»
Quando i due passarono loro davanti,
Sylvia accavallò le gambe e sollevò un
po’ la gonna. Chrissie scosse il capo,
sconsolata, e prese a fissare il bicchiere.
La sua amica era davvero
incorreggibile.
La pista cominciò a riempirsi e
Sylvia notò che i due ragazzi non si
erano ancora allontanati dal bancone.
D’un tratto, quello più alto si girò verso
di loro. Sylvia catturò il suo sguardo e
non perse tempo. «Adesso!» Ancheggiò
attraverso la sala con Chrissie che la
seguiva a ruota.
I due fecero appena in tempo a
presentarsi che subito Sylvia trascinò
Billy sulla pista.
«Ci sediamo?» azzardò Clark,
porgendo a Chrissie una sedia. «Posso
portarti un altro drink?»
«No, grazie, devo ancora finire
questo.»
«La tua amica balla bene.»
«Anche il tuo amico.»
«Chi, Billy? Già, ha fatto un mucchio
di pratica. Credo che nessuna ragazza si
sia mai rifiutata di ballare con lui.»
Chrissie notò il velo di malinconia
nello sguardo di Clark. «Lascia perdere
Billy. Parlami di te.»
«Di me?» Clark sembrava sbalordito.
«Be’, che cosa vuoi sapere?»
Chrissie capì che era molto più
nervoso di lei, e ciò la rilassò un
pochino. Si strinse nelle spalle. «Da
dove vieni? Dal tuo accento, si direbbe
che non sei di queste parti.»
«Hai ragione. Sono nato a
Birmingham, ma ci siamo trasferiti a
Manchester quando avevo sette anni. Ho
conosciuto Billy alle elementari e siamo
amici da allora. I compagni mi
prendevano in giro perché parlavo in
maniera diversa, ma lui ha preso le mie
difese e, visto che era il ragazzo più
popolare della classe, tutti gli altri gli
hanno dato retta. Sarebbe stato terribile
senza di lui. In cambio, qualche volta gli
facevo i compiti. Non che sia stupido,
eh, intendiamoci, solo che era sempre
troppo impegnato con lo sport e tutto il
resto per pensare allo studio. Sua
mamma poi lo vizia tantissimo. Quel
ragazzo è una spanna sopra gli altri.»
Chrissie lanciò un’occhiata a Billy e
Syl sulla pista da ballo. Billy sembrava
distratto e continuava a guardare verso il
loro tavolo. Quando si accorse che
Chrissie lo stava osservando, le rivolse
un sorriso lieve e lei si sentì avvampare.
Distolse lo sguardo, imbarazzata. «A
quanto pare, ha trovato pane per i suoi
denti con Sylvia.»
«Oh, se la caverà. Lei è splendida,
non trovi? Billy si prende sempre le più
belle.»
Chrissie lo guardò dritto negli occhi
verdeazzurro, nell’attesa che si rendesse
conto di ciò che aveva appena detto.
Lui parve mortificato. «Oddio,
scusami. Non volevo dire... Tu sei molto
carina, ma in modo meno vistoso... Cioè,
tu non hai bisogno di tutto quel trucco e
di tutta quella roba, sei una bellezza al
naturale e...»
Chrissie sorrise. «Basta così. Ti
perdono.» Sbirciò l’orologio.
«Non ti sto trattenendo, vero?» le
chiese Clark.
«Per niente. È solo che devo essere a
casa entro mezzanotte, il che significa
che devo andarmene di qui per le undici
e mezzo.»
«C’è ancora un sacco di tempo»,
disse Clark, rilassandosi un po’. «Vuoi
una sigaretta?»
«No, grazie, non fumo, ma tu fai
pure.»
«Sicura?» Clark aprì il pacchetto di
Capstan e ne tirò fuori una. «Dimmi di
te.»
«Non c’è granché da dire, in realtà.
Lavoro nell’ambulatorio di mio padre, il
dottor Skinner. Mia madre è la levatrice
della zona e quindi a volte aiuto anche
lei, ma sono troppo impressionabile. Ho
assistito a tanti di quei parti che mi è
passata la voglia di fare sesso per
sempre.» Ma come le era venuto in
mente? Sarebbe voluta sprofondare
dalla vergogna. Sentiva che il volto le
stava diventando paonazzo. Non riusciva
a capire che cosa diavolo le fosse preso.
Clark rischiò di strozzarsi col drink
che stava bevendo e se lo schizzò sul
mento.
«Scusa, non intendevo che...»
Lui scoppiò a ridere e Chrissie fece
altrettanto, sino a che entrambi non ne
poterono più.
Quando Billy e Syl tornarono al
tavolo, stavano di nuovo parlando fitto.
La band aveva appena attaccato coi
lenti. Clark si alzò in silenzio e tese la
mano a Chrissie. Lei la prese e si lasciò
accompagnare sulla pista. All’inizio
erano entrambi timidi e impacciati;
Clark era goffo e le pestava i piedi, ma,
quando si furono abituati al contatto
fisico, cominciarono entrambi a
divertirsi. Clark non era molto più alto
di Chrissie, quindi non le era difficile
guardarlo negli occhi. Lui le sorrise e la
strinse di più a sé, consentendole di
cogliere l’odore della sua pelle, un
aroma fresco, agrumato, appena velato
di tabacco. D’un tratto, lei si chiese se
avrebbe tentato di baciarla, e cominciò
ad agitarsi. Respirò profondamente e
s’impose di calmarsi. Aveva diciannove
anni, santo cielo.
Mise le braccia intorno al collo di
Clark e, per riuscire a dare un’altra
occhiata all’orologio che stava dietro la
sua testa, lo attirò di più a sé. Lui chinò
il volto sul collo di lei e le strinse le
braccia intorno alla vita. Chrissie
rimase sorpresa quando vide che erano
già quasi le undici e mezzo. Doveva
sbrigarsi, ma le dispiaceva spezzare
l’incantesimo. Inveì in silenzio contro
suo padre.
Quando la musica cessò, lei e Clark
si separarono dolcemente.
«Mi dispiace, ma adesso devo
proprio andare.»
«Capisco. Vuoi che ti accompagni a
casa?»
Chrissie diede un’occhiata a Billy e
Sylvia. Lei gli stava accarezzando con
delicatezza il volto, e faceva scorrere le
dita sulla sua cicatrice. Lui sembrava a
disagio. «Sarebbe carino, grazie. Devo
solo accertarmi se a Sylvia stia bene.»
Com’era ovvio, Sylvia non aveva
nulla in contrario. Era letteralmente
rapita da Billy ed era felice che Clark e
Chrissie se ne andassero, così loro
avrebbero avuto tutto il tempo per sé.
Clark si avvicinò a Billy. «Non ci
credo. È adorabile», disse, entusiasta.
«Le ho proposto di accompagnarla a
casa. Non ti dà fastidio, vero? Del resto,
sembra tu abbia parecchio da fare qui.»
«No, amico. Vai pure. Buona
fortuna!»
Chrissie raggiunse Clark e Billy. «Sei
pronto?»
«Certo», rispose Clark prendendola
per mano.
«Arrivederci, Billy. È stato un
piacere conoscerti.» Gli strinse la mano,
e i loro sguardi s’incrociarono per un
istante. Chrissie rimase confusa da ciò
che lesse nei suoi occhi, così scuri che a
stento si distinguevano le pupille: un
misto di tristezza e desiderio incredibili.
«Ciao, Chrissie. Bada tu a Clark.» Le
fece l’occhiolino e lei arrossì.
Si sentiva come stordita, e per tenersi
in equilibrio si aggrappò al braccio di
Clark. «Ehm... lo farò. Ciao.»
Billy trattenne il suo sguardo e la sua
mano ancora per un istante, sino a che
Sylvia non lo fece alzare. «Avanti,
abbiamo tempo per un altro ballo.»
Clark e Chrissie si avviarono verso
l’uscita mano nella mano. Clark le aprì
la porta e Chrissie dovette combattere
contro la voglia irrefrenabile di voltarsi
indietro. Clark era molto carino e lei si
sentiva a proprio agio in sua compagnia.
Dunque perché aveva la netta sensazione
di starsene andando con l’uomo
sbagliato?

Anche se quella serata di aprile era


piuttosto fredda, quando Chrissie e
Clark arrivarono a casa di lei la
camminata li aveva scaldati e Chrissie
aveva un po’ di fiatone.
Clark guardò l’orologio. «Mezzanotte
e cinque. Direi che ce la siamo cavata
bene.»
Chrissie era sollevata. La casa era
buia, quindi i suoi genitori non erano
ancora rientrati. Adesso arrivava la
parte imbarazzante. «Non posso
chiederti di entrare, scusami. I miei
saranno qui fra poco e...»
«Non è un problema, ma mi
piacerebbe rivederti.»
Lei ripensò a Billy, allo scoramento
che aveva colto nel suo sguardo ed
esitò. Immaginò lui e Sylvia che
volteggiavano insieme nell’oscurità
della sala da ballo. In ogni caso, lui non
avrebbe mai provato interesse per una
ragazza ingenua e innocente come lei. Di
colpo, tornò al presente e
all’espressione trepidante dipinta sul
volto di Clark. «Piacerebbe anche a
me.»
«Davvero?» Clark sembrava stupito.
Chrissie sorrise. «Sì, davvero.
Domenica sono libera. Magari possiamo
uscire a fare una passeggiata.»
«Perfetto. Vengo a prenderti verso
l’una.»
Per un attimo, Chrissie avvertì una
certa agitazione. «Ehm, no. Ci vediamo
al parco, davanti al palco dell’orchestra.
Porto qualche sandwich e un fiasco di
vino, se ti va.»
«Non vedo l’ora.» Lui le sollevò una
mano e gliela baciò con dolcezza. Poi,
senza dire altro, si voltò e se ne andò.
Quando Chrissie aprì il cancello, si
bloccò, atterrita. Seduto sulla soglia
c’era Leo. Era certa di averlo lasciato in
casa, e ciò poteva significare solo una
cosa. I suoi genitori erano già rientrati.
6

Chrissie frugò nella borsa in cerca della


chiave. Nella fretta, ispezionò il
contenuto due volte prima di rendersi
conto che le aveva sempre avute nella
tasca del soprabito. Leo le girava
intorno alle caviglie, chiedendo di
essere coccolato. «Smettila, ti prego.
Devo entrare in casa.»
Varcò la soglia trattenendo il respiro.
La casa era buia e silenziosa. Il che era
molto strano, in effetti. Forse i suoi non
c’erano. Forse aveva lasciato aperta la
porta sul retro e Leo era uscito da lì.
Brancolò lungo il corridoio verso la
cucina e inavvertitamente sfiorò
l’interruttore. La luce improvvisa le fece
socchiudere gli occhi. Leo l’aveva
seguita fin lì e adesso lappava
rumorosamente l’acqua dalla sua
ciotola. La porta sul retro era chiusa e
sul tavolo c’erano due tazzine di caffè
sporche.
Chrissie udì uno scricchiolio sulle
scale e il cuore le balzò in petto. Il
panico si tramutò in terrore puro quando
si voltò e vide suo padre nel vano della
porta. Era furibondo: paonazzo in volto,
traeva profondi respiri, in silenzio,
come se non trovasse le parole giuste
per esprimere la sua collera. Mentre
Chrissie se ne stava lì tremante e Leo si
accucciava dietro di lei, il dottor
Skinner sollevò una mano e le diede un
violento schiaffo. Lei indietreggiò,
inciampò nel cane e cadde battendo la
testa sul pavimento di pietra. Sempre
senza dire una parola, il dottor Skinner
girò bruscamente i tacchi e tornò al
piano di sopra.
Sentendosi in bocca il sapore del
sangue, Chrissie avvertì un conato di
vomito. Si tirò a sedere, ma la stanza
prese a girare, così si sdraiò di nuovo a
terra e cominciò a piangere. Leo le
leccò la faccia, poi si acciambellò
accanto a lei, e insieme trascorsero la
notte sul pavimento duro e implacabile,
avvolti in un sonno agitato.

Sabato, all’ora di pranzo, Billy e Clark


si diedero appuntamento al pub per una
birra.
«Non sto più nella pelle», disse
Clark passandogli il bicchiere.
«Dove la devi vedere?» Billy sapeva
che avrebbe dovuto essere felice per
Clark, perché erano secoli che aspettava
quel momento, ma era geloso e faticava
a nasconderlo.
«Al parco, vicino al palco
dell’orchestra. Lei porterà un cestino
per il picnic.»
«Carino. L’hai baciata?»
«Be’, no, solo sulla mano.»
Billy si sentì sollevato. «Magari lo
farai domani, eh?»
«Non ho fretta, Billy. Non voglio
rovinare tutto. Penso che sia quella
giusta.»
«L’hai vista solo una volta.»
«Lo so, è ridicolo, ma è così dolce e
socievole e...»
«Come un Labrador.»
Clark scoppiò a ridere e sbuffò nel
bicchiere. «Vaffanculo, Billy. Sai
benissimo che cosa voglio dire.»
Era proprio quello il problema. Billy
lo sapeva eccome, perché si sentiva
esattamente allo stesso modo.
Il giorno successivo, Clark attendeva
Chrissie con ansia di fianco al palco.
Era già l’una e dieci e di lei non c’era
traccia. Ma non era ancora il caso di
allarmarsi, considerò Clark mentre
guardava l’orologio per l’ennesima
volta. La giornata era insolitamente
calda e lui cominciava a pentirsi di
essersi messo in giacca e cravatta.
Aveva la pancia in subbuglio e avvertiva
di nuovo il bisogno di andare in bagno.
Nei paraggi scorse qualche gabinetto
pubblico, ma non osò andarci, nel caso
Chrissie arrivasse mentre lui non c’era e
pensasse che non si fosse fatto vivo.
Spostò il peso del corpo da un piede
all’altro, si tirò nervoso i polsini e
lisciò la cravatta. Fissò gli ingressi del
parco, sperando di vedere Chrissie
comparire da lì. Se la immaginava
arrivare con un viso raggiante e fresco,
con in mano un cestino da picnic in
vimini e un plaid a disegni scozzesi, e
profondersi in scuse per il ritardo. Dopo
averle dato un casto bacio sulla guancia,
lui avrebbe insistito nel dire che, no, non
era affatto in ritardo, poi le avrebbe
detto quant’era bella. Lei sarebbe stata
un po’ trafelata, per via della corsa, e
insieme si sarebbero lasciati cadere
sulla coperta e sarebbero rimasti lì
sdraiati, con le dita intrecciate, quasi si
conoscessero da sempre.
All’una e mezzo Clark capì con
assoluta certezza che Chrissie non
sarebbe arrivata. Come poteva essere
stato così stupido da credere che
sarebbe venuta? Le ragazze come lei
erano sempre state fuori della sua
portata. Si accasciò nell’erba e strappò
via la corolla a un narciso. I suoi petali
presto sarebbero appassiti, diventando
l’ombra mostruosa del folgorante
sfoggio di speranza e felicità che erano
stati.

Sola nella sua stanza, Chrissie scrutò


con attenzione la propria immagine nello
specchio della toeletta. La ferita aveva
smesso di sanguinare, ma il labbro era
ancora gonfio e le pulsava la testa.
Provò una fitta al cuore quando guardò
l’orologio, e si chiese per quanto tempo
Clark l’avrebbe aspettata vicino al
palco dell’orchestra prima di andarsene.
Dentro di sé, si sentiva ribollire dalla
rabbia. Suo padre non aveva il diritto di
tenerla prigioniera a quel modo. Aveva
trascorso tutto il sabato chiusa in camera
con una razione minima di acqua e di
cibo. Ormai era domenica, ma non
pareva esserci nessuna speranza di
scarcerazione.
Sabato mattina aveva subito un lungo
interrogatorio da parte di entrambi i
genitori sulla scappatella della sera
precedente.
«Sono solo andata al dancing con
Syl», aveva protestato.
«Quale?» le aveva chiesto suo padre,
come se facesse qualche differenza.
«Il Buccaneer.»
«Quel luogo di perdizione?» Si era
voltato verso la moglie. «Che cosa ti
avevo detto, Mabel? Questa ragazza è
fuori controllo.»
Chrissie non era riuscita a trattenersi
ed era scoppiata a ridere.
«Samuel, non esagerare», lo aveva
ammonito Mabel. Poi, rivolta alla figlia:
«Se volevi uscire, ti bastava chiedere.
Ma mentirci così... è davvero
intollerabile, capisci?»
«Sapevo che non mi avreste mai dato
il permesso.»
«Chi è il ragazzo che era con te?»
aveva chiesto il padre all’improvviso.
Doveva averli visti dalla finestra.
Fortuna che non si erano baciati, aveva
pensato Chrissie.
«Si chiama Clark», aveva risposto
Chrissie in tono di sfida. «È un bravo
ragazzo, molto educato, e si è solo
assicurato che arrivassi a casa sana e
salva.»
«Che è successo a Sylvia?» aveva
domandato la madre.
«L’ho lasciata al dancing con l’amico
di Clark, Billy.»
«Quella ragazza ha una pessima
influenza su di te, l’ha sempre avuta»,
aveva borbottato Samuel.
Chrissie stava per prendere le difese
dell’amica, ma aveva aperto troppo la
bocca e il labbro aveva ricominciato a
sanguinare. Lo aveva tamponato con un
fazzoletto di carta.
Suo padre aveva distolto lo sguardo;
almeno aveva mostrato la decenza di
sentirsi in leggero imbarazzo. «Senti, mi
dispiace di averti picchiata. È solo che
ci preoccupiamo per te, ecco tutto.
Possiamo venirti incontro in qualche
modo e lasciarti uscire un po’ di più, se
vuoi, ma ieri sera hai passato la misura
e devi essere punita per questo.»
Come se un ceffone e una notte sul
pavimento della cucina non fossero una
punizione sufficiente, aveva pensato
Chrissie con amarezza.
«Passerai il resto della giornata in
camera tua», aveva detto la madre, con
lo sguardo fisso a terra, per evitare
l’espressione risentita della figlia.
«Ci passerai tutto il fine settimana»,
aveva aggiunto Samuel.
Mabel aveva scoccato
un’occhiataccia al marito prima di dire:
«Passerai il resto del fine settimana in
camera tua».
Pensando all’appuntamento con
Clark, Chrissie aveva fatto per
protestare, ma il padre aveva sollevato
una mano per farla tacere. A quel gesto,
Chrissie era trasalita.
«Basta! Vai subito in camera tua.»
Chrissie si era alzata, mesta, e si era
avviata per le scale.
«Più tardi ti porto qualcosina da
mangiare», le aveva detto la madre.
«Allora non dimenticatevi di portare
fuori Leo», aveva replicato Chrissie. «E
le bottigliette usate delle medicine
devono essere lavate prima di lunedì.
Ah, e bisogna disinfettare gli strumenti
chirurgici.» Le era sembrata una piccola
vittoria e, mentre chiudeva la porta della
stanza, un sorriso beffardo le era
comparso sulle labbra.
Si sentiva malissimo al pensiero di
piantare in asso Clark, ma dentro di sé
pregava che non gli saltasse in mente di
andare a casa sua a cercarla; altrimenti
il padre si sarebbe arrabbiato così tanto
che lei non avrebbe più messo il naso
fuori dalla sua camera. Non aveva modo
di contattarlo, dato che non ne
conosceva il cognome né tantomeno
l’indirizzo. Ma gli doveva una
spiegazione, e si sentiva in colpa da star
male. Clark avrebbe creduto che lo
avesse bidonato, e non se lo meritava.
Sembrava un ragazzo gentile e
premuroso. A Chrissie tornò in mente
l’espressione del suo volto quando lei
aveva accettato il suo invito. Dapprima
incredulo, era diventato euforico non
appena aveva capito che lei voleva
rivederlo. Adesso doveva essere a
pezzi.

Quella sera, quando Billy entrò nel pub,


appena in tempo per l’ultimo giro, il
barista gli fece subito cenno verso
l’angolo in fondo alla sala. Là, attorniato
da bicchieri vuoti e posaceneri
stracolmi, c’era Clark.
«Sta lì da quando abbiamo aperto»,
lo informò il barista. «Picchiava forte
alla porta. Faceva un fracasso
tremendo.»
Billy lo raggiunse e afferrò uno
sgabello. Con la cravatta storta e le
maniche arrotolate, Clark fissava
l’ennesimo boccale di birra, le palpebre
socchiuse sugli occhi arrossati.
«Ehi, tutto bene? Mi pare di capire
che con Chrissie non è andata.»
«Già, non è andata proprio.»
Il cuore di Billy prese a battere più
forte. «Che significa?»
«Non è venuta.» Clark non poté
celare l’amarezza nella sua voce. Si
accese un’altra sigaretta e tossì con
forza.
«Guarda in che stato sei. Non pensi
sia ora di finirla?»
«Finirla con cosa? Con le sigarette,
con l’alcol o con le delusioni?»
«Su, forza, riprenditi e raccontami
che cos’è successo.»
Clark si stropicciò la faccia. «Te l’ho
detto, non è venuta. Mi ha lasciato lì
come un idiota. Mi piaceva davvero.
Perché mi ha fatto questo?»
«Sono sicuro che una ragione c’è»,
replicò Billy, sperando di sbagliarsi.
«L’altra sera sembrava interessata, non
può aver semplicemente cambiato idea,
giusto?»
«Ho chiuso con le ragazze. Troppi
problemi: non ne vale la pena»,
concluse Clark.

Lunedì mattina, Billy era davanti


all’ambulatorio di Wood Gardens. Clark
gli aveva detto come faceva Chrissie di
cognome e che era figlia di un medico,
dunque non bisognava essere Sherlock
Holmes per scoprire dove abitasse. Non
sapeva nemmeno lui perché si trovasse
lì, né tantomeno che cosa avrebbe detto,
ma sentiva che doveva assolutamente
rivederla. Quel venerdì sera, Chrissie
aveva destato qualcosa in lui che era
difficile da spiegare. Forse perché –
cosa mai successa prima – era parsa più
interessata a Clark. Per tutto il tempo in
cui si era sorbito Sylvia – che sarà
anche stata bella, ma era insopportabile
– non era riuscito a smettere di pensare
a lei. E, ogni volta che aveva gettato uno
sguardo dov’erano seduti lei e Clark,
aveva avvertito una fitta lancinante di
gelosia.
Billy sapeva che Clark si era sempre
sentito inferiore a lui per via della sua
popolarità a scuola, ma in realtà era
Billy ad avere soggezione di Clark.
Mentre Billy lavorava nella panetteria
del quartiere e faceva un mestiere
tutt’altro che stimolante o ben pagato,
Clark era impiegato in una società di
recupero crediti. Una volta aveva
mostrato a Billy l’enorme registro
rilegato in pelle in cui annotava
minuziosamente ogni pagamento e gli
aveva spiegato che era suo dovere
assicurarsi che tornassero sempre i
conti. Billy aveva scosso la testa,
meravigliato, pentendosi di non essersi
impegnato di più negli studi. In
panetteria faceva i turni e spesso gli
toccava sgobbare di notte e dormire di
giorno. Almeno però aveva libero
accesso ai dolci.
D’un tratto, sentì un latrato e dal
viottolo che costeggiava la casa
comparve un grosso cane dal pelo riccio
nero e marrone chiaro, seguito da
Chrissie che spingeva la bicicletta. Da
dietro un cespuglio, Billy la vide far
cadere la bici mentre cercava di
capovolgerla. Esitò un istante, ma poi
uscì dal nascondiglio e aprì il cancello
del giardino. «Serve una mano?» chiese.
Il cane gli corse incontro per
salutarlo come fosse un vecchio amico.
Chrissie alzò lo sguardo e sollevò le
sopracciglia. L’aveva riconosciuto
subito. «Grazie, molto gentile.»
Billy si avvicinò e sistemò la
bicicletta in equilibrio su sellino e
manubrio. Notò immediatamente la ferita
sul labbro di lei e il livido giallognolo
sulla guancia.
«È scesa la catena. Mio padre
doveva sistemarla, ma si è dimenticato»,
spiegò Chrissie.
«Vuoi che lo faccia io?»
«Se non ti secca, te ne sarei molto
grata.»
Billy si tolse la giacca e arrotolò le
maniche della camicia. In una manciata
di secondi aveva sistemato la catena e
ribaltato di nuovo la bici dal lato giusto.
«Ecco fatto», disse, sfregandosi le mani
per togliersi le macchie d’olio. Mentre
lavorava, aveva notato che Chrissie si
guardava intorno, nervosa. E ora
sembrava ansiosa di andarsene. «Tutto
bene?»
«Vieni con me, per favore.» Spinse a
mano la bici lungo il vialetto e Billy le
tenne aperto il cancello. Camminarono
in silenzio per un paio di minuti, sino a
che non arrivarono al lotto quadrato di
vegetazione da cui Wood Gardens
prendeva il nome. Chrissie appoggiò la
bicicletta alla cancellata, poi si
sedettero su una panchina.
Con lo sguardo fisso davanti a sé,
Billy chiese: «Che cos’hai fatto in
faccia?»
Ascoltò il racconto inorridito.
«Tuo padre ti ha fatto questo?»
«Non è niente, in realtà. È stata tutta
colpa mia. Non sarei dovuta uscire di
soppiatto a quel modo. I miei genitori
sono severissimi. Si preoccupano per
me.»
Billy fumava di rabbia al pensiero
del dottor Skinner che alzava le mani su
Chrissie e poi la teneva segregata in
casa per l’intero fine settimana. Si voltò
a guardarla e le prese delicatamente il
volto tra le mani, sfiorandole col pollice
il labbro spaccato. Era un gesto audace,
non programmato; in fondo era uno
sconosciuto per lei. Chrissie sembrava
sbalordita ma anche felice che gli occhi
di Billy si fossero appuntati sui suoi.
«Come sta Clark?» chiese dopo un
po’.
La domanda spezzò l’incantesimo.
Billy la lasciò e distolse lo sguardo.
«Scusa. Ma mi sento malissimo per
averlo bidonato ieri.»
«Avevi le tue buone ragioni.
Prigioniera in casa tua...»
«L’hai visto? Gli devo una
spiegazione, però non ho idea di come
contattarlo.»
«L’ho visto, sì. Era parecchio
arrabbiato, a esser sinceri, ma gli
passerà, credo.»
«Soprattutto quando gli avrò detto il
perché.»
«Devi farlo per forza?»
«E perché no?»
Billy sapeva di essere ingiusto,
perfido addirittura, ma non poteva farci
niente. Si vergognava ad ammetterlo,
eppure voleva quella ragazza anche a
costo di sacrificare la felicità
dell’amico. «Chrissie, ascolta. Venerdì
sera, quando ti ho visto, non riuscivo a
toglierti gli occhi di dosso. Era con te
che volevo ballare, ma quella deficiente
di Sylvia mi ha rapito, in pratica. E poi
tu e Clark sembravate intendervela bene.
Quando mi ha detto che ti accompagnava
a casa ero distrutto.»
«Mi sentivo così anch’io, ma non mi
sarei mai sognata che un tipo così...
così... be’, sì, insomma... così bello
s’interessasse a me.»
Billy le prese una mano e la strinse
delicatamente tra le sue. «Tu sei bella,
Chrissie. Hai classe, stile, eleganza.
Sylvia non può reggere il confronto con
te.»
Lei arrossì e gli rivolse un sorriso di
falsa modestia. «Che è successo tra te e
Sylvia?»
«Niente. Per educazione, l’ho
accompagnata a casa, però le ho detto
che non potevo rivederla perché c’era
un’altra nella mia vita.»
«Ed è così?»
«Non ancora», le rispose lui con una
strizzatina d’occhio.
Chrissie balzò in piedi, preoccupata.
«Devo proprio andare.»
«Ti posso rivedere?»
«Mi piacerebbe, ma come la
mettiamo con Clark?»
Billy si vergognava ad ammettere di
aver completamente scordato l’amico.
«Gli parlerò io», la rassicurò.

Billy aveva pensato di tenere Clark


all’oscuro della sua relazione con
Chrissie, tuttavia si rese conto che non
era possibile, e in ogni caso sarebbe
stato da codardi. Poteva anche essere un
ipocrita buono a nulla, ma codardo
proprio no. La discussione non andò
granché bene.
«Che cosa vuol dire che stai uscendo
con Chrissie?» aveva chiesto Clark,
incredulo.
«Mi dispiace, sul serio, ma tra me e
Chrissie è come scattato qualcosa.
Proviamo tutti e due la stessa cosa e...»
Billy non era riuscito a finire la frase
perché Clark gli aveva stretto le mani
intorno al collo. «Non riesci proprio a
sopportare che io sia felice, vero? Qual
è il tuo problema? Lo sai quanto ci
tenevo a vederla, da quanto tempo
aspettavo una ragazza come lei, o una
ragazza qualsiasi, se è per questo, ma
devi sempre rovinare tutto. Cazzo, sei
incredibile!» Aveva spinto Billy contro
la parete. Aveva gli occhi incendiati
dalla collera e tracce di saliva ai lati
della bocca. Non sembrava neanche lui.
Preso alla sprovvista, Billy aveva
cercato di farlo ragionare: «Calmati,
amico...»
«Non sono tuo amico. Non voglio
rivederti mai più. Mai.»
Clark se n’era andato infuriato,
lasciando Billy a bocca aperta. Ecco
com’era andata. Un’amicizia nata sui
banchi di scuola rovinata per una
ragazza. Di sicuro era già successo
un’infinità di volte, e in ogni parte del
pianeta, ma Billy non si sentiva affatto
confortato da quel pensiero. Adesso il
suo proposito era rendere felice
Chrissie a qualunque costo.
Sfortunatamente, due uomini a lui
sconosciuti avrebbero cospirato contro
di lui. Uno era il padre di Chrissie, il
dottor Skinner, l’altro era allora
impegnato a invadere l’Europa,
fermamente deciso a espandere il
proprio impero.
7

L’estate del 1939 fu per Billy la più


felice della sua vita. Persino con la
minaccia costante della guerra che
incombeva sul Paese, lui era in uno stato
di perenne euforia. Nonostante la
disapprovazione del padre di Chrissie,
la loro relazione si era trasformata in
qualcosa di concreto.
Com’era prevedibile, Samuel Skinner
nutriva un’antipatia profonda per Billy e
lo tollerava a stento. Ai suoi occhi, non
era affatto un buon partito per la figlia,
tutt’altro. Non era altro che una
seccatura, un orfanello incastrato in un
lavoro senza sbocchi, idolatrato dalla
madre e sostanzialmente ignorato dal
padre alcolizzato. Il dottor Skinner si
ricordava bene la famiglia. Alice
Stirling era una donna ansiosa e, dopo la
morte del primogenito, aveva portato il
figlio adottivo in ambulatorio con
fastidiosa regolarità. Che la sua bambina
si fosse innamorata proprio di quel
ragazzo era una cosa che lo irritava in
maniera indicibile.
Se non altro, Chrissie aveva avuto il
buon senso di affrontare il padre di
petto, senza agire alle sue spalle.
All’inizio, il dottor Skinner immaginava
che si trattasse di una relazione
passeggera, senza importanza, e che
avrebbe avuto vita breve, ma ben presto
si era dovuto ricredere. La sua sola
speranza era che Billy venisse chiamato
alle armi e che ciò ponesse fine alla
questione.
Il primo incontro fra i due non era
andato bene. Il dottor Skinner non
vedeva Billy da quand’era bambino,
tuttavia si ricordava benissimo di lui, se
non altro per la cicatrice sul
sopracciglio sinistro, ancora ben
visibile.
«Buonasera, dottor Skinner», aveva
esordito Billy porgendogli la mano.
Lui l’aveva ignorato e si era voltato
verso Chrissie. «Ti voglio a casa entro
le dieci.»
Mabel era comparsa dalla cucina,
con ancora indosso l’uniforme da
levatrice. Era dovuta ricorrere a tutte le
sue doti di persuasione per convincere il
marito a concedere a Chrissie un po’ più
di libertà. «Tu devi essere Billy. Piacere
di conoscerti.» Poi, sotto lo sguardo
truce del marito, aveva stretto la mano al
ragazzo.
«Grazie, Mrs Skinner. E non si
preoccupi, sua figlia è in buone mani.»
«Forza, Billy, andiamo», lo aveva
incalzato Chrissie.
Mabel era sparita di nuovo in cucina
e Chrissie e Billy si erano avviati lungo
il vialetto, col dottor Skinner che li
osservava dalla porta.
D’un tratto, Billy aveva preso
Chrissie per un braccio. «Aspetta qui.
Ci metto solo un attimo.» Era tornato
alla porta proprio nell’istante in cui
Samuel Skinner la stava chiudendo. Ci
aveva infilato un piede in mezzo e aveva
accostato il volto a quello del dottore.
«Se si azzarda di nuovo ad alzare anche
solo un dito su sua figlia, la ammazzo
con le mie mani, glielo giuro.»
Il dottor Skinner non era quasi mai a
corto di parole, ma quella volta era
rimasto lì a guardare, incredulo e
attonito, mentre Billy se ne andava
infuriato e metteva a Chrissie un braccio
intorno alla vita con atteggiamento
protettivo.

Prima di allora, Billy non aveva mai


avuto relazioni importanti, perciò faceva
tesoro di ogni sensazione che quel
legame destava in lui. Sapeva che si
stava innamorando, e nemmeno lo
spregevole dottor Skinner sarebbe
riuscito a smorzare l’impeto dei suoi
sentimenti. Tuttavia era terrorizzato
dalla guerra imminente e dal pensiero
che avrebbero potuto spedirlo in
qualche sperduto campo di battaglia per
prendere parte a un conflitto di cui lui
capiva poco o nulla. Quando la Grande
Guerra era finita, Billy era appena nato,
ma sapeva che si era portata via la vita
di suo padre e, indirettamente, anche
quella di sua madre. E adesso un’altra
guerra minacciava di mandare a monte
la sua relazione con Chrissie. Era tutto
così assurdo.
Quel giorno, lui e Chrissie erano
andati a passeggio lungo un placido
ruscello. Il sole splendeva, il cielo era
azzurro e gli uccellini – zigoli gialli,
allodole e tordi – sembravano fare a
gara per stabilire chi cantasse con voce
più forte e melodiosa. Nell’aria
aleggiava l’odore dell’aglio orsino e
l’acqua era cosparsa di crescione.
Chrissie indossava il suo abito estivo
preferito: azzurro chiaro a piccoli pois
gialli con una cintura bianca stretta in
vita. Billy si era tolto la giacca e la
teneva su una spalla con una mano,
mentre con l’altra reggeva un cestino da
picnic pieno zeppo. Davanti a loro
trotterellava Leo, inseguendo tutti i
conigli che gli capitavano a tiro.
«Dove ti vuoi fermare?» chiese Billy.
Chrissie osservò con attenzione la
sponda del fiume. «Là in fondo, sotto
quella quercia. Sarà fresco e
piacevole.»
Allargarono insieme la coperta da
picnic sull’erba alta e si sedettero.
Chrissie aprì il cestino e ne estrasse
uova sode, sandwich con carne,
pomodori maturi e una crostata di frutta
fatta in casa. Leo si sistemò in mezzo a
loro e assunse la sua espressione più
carina. Dato che non staccava mai gli
occhi dai sandwich, alla fine una lunga
striscia di bava gli cadde dalla bocca e
atterrò sulla coperta.
«Leo, per l’amor del cielo», gli urlò
Chrissie. «Sciò.»
Il cane sgattaiolò via con la coda tra
le gambe.
«È così tranquillo, qui, non trovi?
Sembra impossibile che scoppi un’altra
guerra.»
Lui guardò le maschere antigas che
dovevano portarsi sempre dietro. «Non
lo so, Chrissie. Ma preoccuparsi non
serve a niente. Tanto vale goderci il
tempo che ci resta per stare insieme.»
«A sentire te, sembra quasi che la
guerra l’abbiano già dichiarata.»
Le prese le mani tra le sue. «Spero
non si arrivi a questo, ma dobbiamo
essere realisti. Come minimo, mi
toccherà fare l’addestramento militare.»
Le sistemò un ricciolo ribelle dietro
l’orecchio.
Gli occhi di Chrissie si riempirono di
lacrime.
Billy saltò in piedi. «Forza, andiamo
a fare una passeggiata a riva.»
«Che cosa? L’acqua è gelida.»
Lui aveva già cominciato a togliersi
scarpe e calze e ad arrotolarsi l’orlo dei
pantaloni. Leo si rianimò e si mise a
saltellare nell’acqua. Chrissie si tolse a
sua volta scarpe e calzini, e mano nella
mano scivolarono insieme sino al bordo
del ruscello.
Billy fu il primo a sfiorare l’acqua
col piede. «Cristo santo, è gelida!»
Lei scoppiò a ridere. «Te l’ho detto.»
«Sono sicuro che non era così fredda
quand’eravamo bambini.»
«Venivi spesso qui?» chiese,
sedendosi sulla riva.
«Sì, con Clark», rispose Billy, con lo
sguardo perso nel vuoto. Era immerso
nel ruscello sino alle caviglie e i piedi
gli dolevano dal freddo. «Venivamo
sempre qui dopo la scuola... a volte
invece di andare a scuola. Lo
chiamavamo Stony Brook. Non so
nemmeno se è il suo vero nome o se ce
lo siamo inventato. Di solito, andavamo
a pesca di sanguinerole con pezzi di
cotone fissati a un galleggiante di
sughero. Non appena i pesci ingoiavano
il cotone noi li catturavamo.» Il ricordo
lo fece sorridere. «Andavamo anche a
caccia di scoiattoli. La guardia forestale
pagava due centesimi e mezzo per ogni
coda. Topi d’albero, li chiamavamo.
Stavamo ore a cercare di prenderne uno
con le fionde che ci eravamo costruiti da
soli, ma non ci siamo mai riusciti.»
Quando si voltò verso Chrissie, aveva
gli occhi velati di tristezza.
«Ti manca, vero?»
Billy tornò a riva. «Più di quanto tu
possa immaginare. La settimana scorsa
ho fatto di nuovo un salto da lui, ma sua
madre mi ha detto che non era in casa. Io
però so che c’era. L’avevo appena visto
entrare.» Aiutò Chrissie a tirarsi in
piedi. «Su, andiamo a mangiare.»
Chrissie strappò un mazzetto di
crescione dal ruscello e scrollò via
l’acqua in eccesso.
Billy la guardò perplesso.
«Per ravvivare la carne in scatola»,
spiegò lei.
Quando, a pancia piena, si sdraiarono
l’uno accanto all’altra all’ombra della
quercia, Billy chiuse gli occhi. Era
davvero felice con Chrissie, nonostante i
problemi dati da suo padre. Era una
ragazza dolce e sensibile e sarebbe stata
una moglie perfetta. Era carina,
intelligente e di animo così gentile che
trovava difficile dire una parola cattiva
contro chiunque. Non c’era da stupirsi
che Clark si fosse preso una cotta per
lei, e che poi fosse rimasto tanto
sconvolto per come si erano comportati
lei e Billy.
Si tirò su a sedere e fissò il viso di
Chrissie. Pareva sonnecchiare; ne
osservò incantato le lunghe ciglia, le
labbra piene e rosa, le guance
lievemente arrossate dal sole e
spolverate di lentiggini. Strappò un
lungo filo d’erba e lo fece scorrere con
dolcezza sul suo volto.
Lei si riscosse e sventolò le mani.
«Oooh, che cos’era? Avevo qualcosa
sulla faccia.» Si mise seduta e colse il
sorriso malizioso di Billy. «Eri tu!»
Scoppiò a ridere, e si sdraiò di nuovo
sulla coperta, con le mani dietro la testa.
Billy si chinò su di lei e la baciò con
dolcezza sulle labbra. Lei aprì gli occhi
e gli prese il volto tra le mani,
avvicinandolo a sé. Lui la baciò di
nuovo, con più intensità e più insistenza.
Chrissie ricambiò, e Billy si girò
portandosi sopra di lei. Cercò di
schiuderle le gambe con le sue, ma un
brontolio sordo che sentiva vicino
all’orecchio interruppe le sue manovre.
Alzò lo sguardo e vide Leo che
ringhiava piano, senza mostrare i denti.
Chrissie ridacchiò e Billy rotolò di
nuovo sulla schiena. «Pussa via», disse,
agitando una mano. «Questo maledetto
cane ti fa passare la poesia.» Gli arruffò
il pelo sulla testa e Leo scodinzolò con
entusiasmo. «Accidenti, pensa sia un
invito a unirsi a noi!»

Chrissie amava Billy con tutto il cuore,


ne era certa. La situazione con suo padre
la stava a dir poco mettendo alla prova,
ma sperava che alla fine lui cambiasse
opinione e arrivasse ad accettare la loro
relazione. Era il lato fisico del loro
rapporto a spaventarla di più, soprattutto
perché era la sua prima esperienza con
un ragazzo. Tuttavia non aveva di che
preoccuparsi: Billy era un perfetto
gentiluomo e non la costringeva mai a
fare niente che la mettesse a disagio.
Quel giorno in riva al ruscello, non
fosse stato per Leo... Al pensiero,
Chrissie si ritrovò eccitata, e si sentì in
imbarazzo. Dopo tutto, era stata educata
in modo da comportarsi meglio di così.
Se solo suo padre avesse saputo fino a
che punto si erano spinti, sarebbe andato
su tutte le furie.
Col passare delle settimane, le
giornate si erano allungate ed erano
diventate più calde, e Billy e Chrissie
passavano molte ore al ruscello, tra il
rilassante mormorio dell’acqua che
scorreva sui ciottoli scintillanti e il
bestiame che pascolava placido nei
prati. Inoltre, cosa fondamentale, lì
potevano stare insieme lontani dalle
occhiatacce di disapprovazione del
dottor Skinner. Era un posto speciale, un
rifugio tranquillo alla periferia di
Manchester, un mondo lontano dalla città
immensa, tentacolare, coi suoi rumorosi
veicoli e con le ciminiere che eruttavano
volute di fumo nero.
Un giorno, nonostante il caldo
opprimente, il cielo aveva assunto un
aspetto sinistro, tinto com’era di grigio,
nero e viola; pareva uscito dal sogno di
un artista. C’era aria di temporale. Billy
e Chrissie si stavano avvicinando al
loro posticino preferito, sotto la quercia,
quando d’un tratto si bloccarono.
Entrambi avevano intravisto una sagoma
inconfondibile. Accovacciato in riva al
ruscello, di spalle rispetto a loro, c’era
Clark.
«Che facciamo?» bisbigliò Chrissie.
«Non lo so. Non ci ha ancora visti.»
«Vai a parlargli. Io aspetto qui.»
Dopo un attimo di esitazione, Billy si
avvicinò a Clark. Il cuore gli batteva
forte, quasi stesse cercando di balzare
fuori dalla cassa toracica. «Tutto bene,
amico?»
Clark trasalì e si voltò. «Cristo, mi
hai spaventato.»
«Che cos’hai lì?»
Sollevò un barattolo legato a un
pezzo di spago malconcio. «Spinarelli!»
Per un attimo i suoi occhi azzurri
brillarono dall’emozione, poi
s’incupirono. Si passò una mano bagnata
tra i capelli rossi e li scostò dal viso. Le
lentiggini erano più evidenti del solito e,
per un istante, fu di nuovo un ragazzino
di undici anni.
Billy sentì un groppo in gola. «Ci
siamo divertiti, eh?»
Clark sbuffò e posò il barattolo coi
pesci su una grossa pietra. Uscì
dall’acqua e si sedette pesantemente
sulla riva.
Billy si avvicinò cauto e si sedette
accanto a lui.
«Non prenderti troppa confidenza.»
«Senti, non possiamo essere di nuovo
amici?»
«Non possiamo essere di nuovo
amici?» lo scimmiottò. «Non siamo più
nel cortile della scuola.»
«Perché sei venuto qui?»
«Per riflettere», rispose Clark dopo
un istante. Infilò la mano all’interno
della giacca e ne estrasse una busta
marrone. «To’.»
Billy la aprì. «Ti hanno chiamato alle
armi?»
«Addestramento militare.»
Era solo questione di tempo. Da
quando, in aprile, il parlamento aveva
approvato la legge, tutti i giovani tra i
venti e i ventun anni dovevano seguire
un addestramento di sei mesi. Billy non
sapeva che cosa dire. «Clark, ascolta...»
Gli restituì la busta.
«Come sta Chrissie?» chiese Clark
guardandolo negli occhi.
Colto alla sprovvista, Billy strappò
un filo d’erba. «Bene, grazie. In realtà è
laggiù.»
Imbarazzata, Chrissie sgusciò da
dietro un albero. Era la prima volta che
vedeva Clark dalla sera del ballo.
«Ciao, che piacere...»
Clark si alzò, a disagio. «Sarà meglio
che vada. Sembra stia per piovere.»
Neanche a farlo apposta, una grossa
goccia di pioggia cadde sulla busta.
Clark si mise la giacca e tirò su il
bavero. «Ci vediamo.» Si arrampicò
sulla riva, affrettando il passo man mano
che la pioggia s’infittiva.
Chrissie guardò Billy con
un’espressione disperata.
«Aspetta!» gridò lui.
Clark si fermò.
Billy lo raggiunse. «Buona fortuna,
amico.» Gli tese la mano.
Clark la fissò per un istante. Poi,
molto lentamente, tirò fuori di tasca la
propria e strinse con decisione quella
dell’amico, guardandolo diritto negli
occhi e sorridendo timidamente.
Non si dissero nient’altro, ma
entrambi sapevano che le ostilità erano
cessate.
Clark si voltò e, senza mai girarsi
indietro, si diresse verso casa sotto la
pioggia battente. Billy corse da Chrissie,
che lo attendeva al riparo sotto l’albero.
«Tutto bene?»
Billy fissò il barattolo di Clark:
dentro c’erano due pesci che nuotavano
in cerchio, sbattendo contro il vetro nel
disperato tentativo di guadagnare la
libertà. Lo rovesciò nel ruscello. In un
bagliore argenteo, i pesci svicolarono in
direzioni opposte. Billy guardò in alto,
verso Chrissie, e sorrise. «Adesso sì.»
Nonostante il riparo della vecchia
quercia, la pioggia gocciolava giù dalle
foglie e sulla coperta dov’erano erano
distesi Billy e Chrissie. I lampi
rischiaravano il cielo e i tuoni
brontolavano come la pancia di un
elefante affamato.
«Non so se sia il posto migliore per
ripararsi», disse Chrissie.
Billy diede un’occhiata in giro. «Non
è l’albero più alto nei paraggi, dunque
penso vada bene.» Guardò il viso
ansioso di Chrissie. Aveva i capelli
fradici e appiccicati alla faccia. La aiutò
ad alzarsi. «Forza, è più asciutto vicino
al tronco.»
Si appoggiarono al tronco dell’albero
maestoso, nell’attesa che il temporale
cessasse. Nel campo, le mucche erano
tutte ammassate contro il recinto, e il
ruscello era gonfio e rapido, come se
cercasse di tener testa all’improvviso
afflusso d’acqua.
«Le scarpe!» gridò Chrissie, mentre
una massa d’acqua le inghiottiva.
Billy uscì allo scoperto alzò lo
sguardo verso il cielo, mentre la pioggia
gli scorreva lungo il collo,
strappandogli un brivido. Gli tornò in
mente un episodio dell’infanzia, quando
un temporale aveva sorpreso lui e Clark
proprio in quel luogo. Billy era
scivolato e si era strappato i pantaloni
su una roccia. Sapeva che sua madre non
gliel’avrebbe fatta passare liscia e
aveva paura a tornare a casa. Allora
Clark gli aveva proposto di scambiarsi i
calzoni. Per l’ennesima volta, il suo
amico l’aveva salvato. Soltanto diversi
mesi dopo Billy aveva scoperto la
sfuriata che si era preso Clark quando la
madre aveva visto in che condizioni
erano i suoi pantaloni.
«Billy, torna qui. Sei fradicio», gli
urlò Chrissie.
La voce di lei lo riportò al presente.
La raggiunse sotto l’albero. «Scusami,
ero distratto.»
«Hai una brutta cera. Che ti prende?»
«Stavo solo pensando a Clark. Non
riesco a credere che stia per partire. A
volte penso a lui come a un ragazzino, e
adesso va a combattere. Non so come
farà.»
«Non sta andando a combattere. Lo
hanno solo chiamato per un
addestramento militare. Non siamo in
guerra, ricordatelo.»
«Lo so, hai ragione, ma starà via per
sei mesi e a quel punto potremmo
esserlo.»
Chrissie gli mise una mano davanti
alla bocca. «Non dirlo. Non ci sarà
nessuna guerra. Non voglio perderti
ora.»
Billy si perse negli occhi azzurri di
lei, luccicanti di lacrime, poi la prese
fra le braccia e la strinse a sé.
«La tua camicia è zuppa. Lascia fare
a me.» Senza distogliere lo sguardo dal
suo volto, Chrissie gli sbottonò
lentamente la camicia e la fece scivolare
a terra.
Lui rispose con un bacio. Le passò la
lingua tra le labbra e, quando lei schiuse
la bocca, la spinse contro il tronco
dell’albero. Il contatto con la corteccia
ruvida le strappò un gemito. Billy chiuse
gli occhi e pensò a Clark. Avrebbe
dovuto esserci lui con Chrissie contro
quel tronco. Tutto ciò che aveva lo
aveva sottratto a Clark. A scuola era
Clark che gli faceva i compiti, per
compensare il fatto che Billy si fosse
degnato di essergli amico quando
nessuno lo considerava. In quel
momento, Billy si odiò. Spinse ancora di
più il suo corpo contro quello di
Chrissie, provocandole uno strillo
soffocato. Le alzò le braccia sopra la
testa e gliele immobilizzò contro
l’albero tenendole per i polsi con una
mano. Con l’altra, le sollevò la gonna.
Chrissie trattenne il respiro ma non lo
respinse, così lui le lasciò le braccia e
si sbottonò i pantaloni. Affondò il volto
nel collo di lei, il respiro sempre più
corto e veloce.
Non era così che Chrissie aveva
programmato di perdere la verginità, ma
se non altro era grata che non fosse
possibile rimanere incinta stando in
piedi.
8

Settembre 1939

Chrissie non riusciva a dormire ed era


sveglia da circa due ore. Si sedette al
tavolo della cucina e si versò la terza
tazza di tè. C’inzuppò dentro un altro
biscotto allo zenzero e lo succhiò con
aria mesta. In teoria, doveva servire a
calmare il senso di nausea, ma doveva
trattarsi di una diceria, perché lei stava
ancora malissimo. Udì il ragazzo dei
giornali sbattere il Daily Telegraph
dentro la cassetta delle lettere, con
l’ennesimo carico di notizie spiacevoli.
Si alzò di malavoglia e andò a prendere
il quotidiano. «Ultimo avvertimento per
la Gran Bretagna», le sbraitò addosso il
titolo di testa. Il giorno precedente,
Adolf Hitler aveva invaso la Polonia e
la guerra sembrava ormai inevitabile. I
rifugi antiaerei erano già stati
predisposti e migliaia di bambini
evacuati.
Chrissie si portò le mani al ventre e
sospirò. Il suo segreto avrebbe portato
più scompiglio e distruzione della
dichiarazione di guerra. Sussultò al
suono insistente del campanello e lanciò
un’occhiata all’orologio sulla parete.
Chi diavolo poteva essere alle sei e
mezzo del mattino? Chiunque fosse,
adesso stava anche bussando
rumorosamente alla porta.
«Va bene, arrivo», disse Chrissie,
irritata.
Aprì la porta e si trovò di fronte Mr
Cutler, vicino di casa nonché paziente
dell’ambulatorio. «Dov’è tua madre?
Maud è entrata in travaglio, e sta
facendo venire giù il soffitto a forza di
urla.» Scansò Chrissie ed entrò
nell’ingresso. «Dov’è? Mrs Skinner?»
gridò dalle scale.
«È a letto che dorme, o almeno
dormiva finché lei non ha cominciato a
buttar giù la porta.»
Mabel Skinner comparve sul
ballatoio. Si allacciò in fretta la cintura
della vestaglia, poi esclamò: «Mr
Cutler, che cosa c’è?»
«Maud sta per avere il bambino.
Venga subito, per favore.»
Chrissie e la madre si scambiarono
uno sguardo preoccupato. Mancavano
ancora quattro settimane al termine della
gravidanza. «Chrissie, per favore, vestiti
e preparami la borsa. Dovrò prendere
l’auto e accompagnare Maud in
ospedale.»
Mr Cutler sembrò in ansia. «Non può
far nascere il bambino in casa? Sa che
Maud voleva metterlo al mondo nel suo
letto.»
«No, non posso. Il bimbo era
previsto tra un mese; possono sorgere
complicazioni. Vista l’età di Maud,
penso sia meglio andare in ospedale.
Adesso vada a casa e mi aspetti lì.»
Chrissie rimase inchiodata al suo
posto. Nel giro di pochi mesi, anche lei
si sarebbe trovata nella stessa
condizione, le gambe divaricate nelle
staffe, a urlare dal dolore e a subire le
occhiate di disapprovazione delle
ostetriche, l’ira di suo padre, la
delusione di sua madre. Iniziò a
respirare con fatica e provò a dirsi che
sarebbe andato tutto bene. Billy le
sarebbe stato accanto e, finché fosse
stata con lui, poteva affrontare
qualunque cosa. Si aggrappò al telaio
della porta per tenersi in equilibrio.
La voce squillante della madre la
fece sobbalzare: «Chrissie, muoviti!»

Il giorno successivo, domenica 3


settembre, c’era un sole meraviglioso.
Una dichiarazione di guerra in una
mattina così bella pareva impensabile.
Gli Skinner erano seduti intorno al
tavolo della cucina ad ascoltare la radio
davanti a una tazza di tè, ciascuno
assorto nei propri pensieri. Chrissie
pensava – come sempre, ormai – al suo
bambino non ancora nato. Mabel al
figlio dei Cutler, nato il giorno prima,
troppo presto, troppo piccolo, e si
augurava che sopravvivesse. Il dottor
Skinner a come festeggiare il fatto che
Billy Stirling sarebbe presto uscito dalla
vita di sua figlia una volta per tutte.
Tempo qualche settimana e la cartolina
di precetto gli sarebbe arrivata di
sicuro.
Qualcuno bussò alla porta sul retro e
il dottor Skinner andò ad aprire. Era
l’ultima persona al mondo che
desiderava vedere in quel momento.
«Che cosa vuoi?»
«Volevo ascoltare la radio insieme
con Chrissie. È in casa?»
Chrissie sentì la voce di Billy e balzò
in piedi. «Entra, siediti.»
La baciò su una guancia e si
accomodò anche lui al tavolo. Prese
Chrissie per mano e guardò Mr Skinner
dritto negli occhi. Il dottore distolse lo
sguardo e si mise a trafficare con una
manopola della radio.
Alle undici e un quarto, Neville
Chamberlain, il primo ministro, parlò
alla nazione, con voce che tradiva una
malcelata angoscia: «Questa mattina,
l’ambasciatore britannico a Berlino ha
consegnato al governo tedesco una
comunicazione formale in cui si diceva
che, se entro le undici di stamattina
non li avessimo sentiti dichiarare che
erano pronti al ritiro immediato delle
loro truppe dalla Polonia, i nostri due
Paesi sarebbero stati in guerra. Devo
informarvi che nessuna dichiarazione
di tal sorta ci è pervenuta, e che di
conseguenza il nostro Paese è in
guerra con la Germania».
Chrissie, che sino a quel momento
aveva trattenuto il respiro, si lasciò
scappare un profondo singhiozzo. Billy
la abbracciò, lei si voltò e si aggrappò a
lui. Il dottor Skinner si accese con calma
una sigaretta e soffiò il fumo sopra il
tavolo. «Bene, ci siamo, allora. Farai
meglio a preparare le valigie, Billy.»
«Samuel!» urlò Mabel. «Smettila.
Non vedi che Chrissie è sconvolta?»
Billy si alzò. «È tutto a posto, Mrs
Skinner. Vieni, Chrissie, andiamo a fare
una passeggiata.»
Mentre si avviavano lungo il vialetto,
lei scrutò il cielo. «Pensi che sia
prudente?»
«Non credo che la Luftwaffe riesca
ad arrivare qui tanto in fretta.»
Le strade erano quasi deserte, salvo
qualche madre uscita di corsa per
andare a battezzare il proprio figlio. La
tensione nell’aria era tangibile, e
Chrissie si aggrappò al braccio di Billy.
«Ti chiedo scusa per mio padre.»
«È da quando ci siamo conosciuti che
me lo dici. Non mi accetterà mai, quindi
sarà meglio che ci facciamo l’abitudine.
In ogni caso, ha ragione. Dovrò partire.»
Chrissie si fermò e si coprì il viso
con le mani.
Billy le mise un braccio intorno alle
spalle e la strinse a sé. «Non so che
cosa dire. È terribile, lo so, ma non
posso farci niente.»
Erano arrivati al parco, e Chrissie si
lasciò cadere di peso su una panchina.
«È peggio di quanto pensi. Mi dai una
sigaretta, per favore?»
Stupito, le porse il pacchetto di
Woodbine.
Lei ne prese una, ma le tremavano
troppo le mani. «Puoi accendermela tu?»
«Certo.» Ne tirò una lunga boccata
prima di passarla a Chrissie.
Lei se la posò tra le labbra e aspirò.
«Non lo stai facendo bene. Respira
dai polmoni.»
Chrissie inspirò profondamente e
sentì il fumo riempirle il petto. Non
appena le arrivò nel naso, iniziò a
sputacchiare e a tossire forte e le
vennero le lacrime agli occhi. «Grazie»,
riuscì a dire, restituendo a Billy la
sigaretta. «Mi sento meglio.»
Lui scoppiò a ridere e la baciò
delicatamente sulla fronte. «Ce la
caveremo, lo sai.»
Chrissie non rispose e osservò i
bambini che correvano nel parco. Si
chiese se avessero capito ciò che era
successo quel mattino. Forse, ai loro
occhi, la guerra appariva come
l’avventura più emozionante del mondo.
Presto, però, sarebbero stati evacuati e
separati dalle loro famiglie per mesi,
magari anche anni. Il pensiero la fece
rabbrividire.
Billy si appoggiò allo schienale della
panchina con le mani intrecciate dietro
la testa, il viso rivolto al sole, gli occhi
chiusi. Lei gli posò il capo sul petto.
Sentiva il battito pacato del suo cuore, il
calore piacevole del suo corpo, il
profumo della camicia fresca di bucato e
la solida muscolatura del suo addome.
Non era sicura che sarebbe riuscita a
sopportare di separarsi da lui.
«Billy?» bisbigliò alla fine.
«Sì?» replicò lui senza aprire gli
occhi.
«Sono incinta.»
Per un istante lui rimase come
pietrificato. Poi si scostò lievemente da
lei, in modo da poterla guardare negli
occhi. «Che cosa? Come? Cioè, non può
essere. Non è possibile.»
«Be’, è ovvio che è possibile. Perché
lo sono», replicò lei con un pizzico
d’indignazione.
«Ma l’unica volta che abbiamo fatto
l’amore è stato sotto la quercia durante
quel temporale.» Billy si alzò e
appoggiò le mani sui fianchi. «Come hai
potuto permetterlo?»
Chrissie indietreggiò come se
l’avesse presa a schiaffi. «Io? Penso tu
sappia che per fare un bambino bisogna
essere in due.»
«Un bambino? Non ci posso credere.
Da quanto lo sai?»
«Sono al secondo mese.»
«E non mi hai mai detto niente? Ma
sei sicura?»
«Sono figlia di un medico e di una
levatrice. Certo che sono sicura.»
«Che disastro. Come hai potuto
essere così, così...»
«’Così’ cosa, Billy?»
Lui si accasciò di nuovo sulla
panchina, con la testa tra le mani. «L’hai
detto ai tuoi?»
Chrissie sbuffò. «Tu che ne dici?»
«Puoi darmi un minuto? Non riesco...
Senti, ho bisogno di starmene da solo
per accettare la cosa. Scusami. Sono
sconvolto.» Si alzò e se ne andò via
senza voltarsi indietro.
Chrissie rimase lì a guardarlo. Non si
era mai sentita così sola e abbandonata
in tutta la sua vita. Si sentì pervadere
dalla paura, e la paura mutò bruscamente
in rabbia. Come poteva farle quello? Si
guardò intorno, nella speranza che nel
parco ci fosse qualcuno pronto ad
accorrere in suo aiuto, ma erano tutti
assorbiti dalle proprie incombenze. Era
come se lei fosse invisibile. Si strinse le
braccia intorno al ventre e cadde in
ginocchio. Cominciò a singhiozzare in
maniera incontrollabile, col corpo
scosso dai sussulti.
Quando il figlio irruppe come una furia
dalla porta, Alice Stirling sollevò lo
sguardo dal lavoro di cucito. A forza di
spingere l’ago in quello spesso tessuto
oscurante, aveva le dita indolenzite, ma i
teli per la loro minuscola casa erano
quasi terminati. «Billy! Eccoti. Che
notizia terribile, hai sentito?» Lo
accompagnò al suo posto al tavolo della
cucina e gli massaggiò le spalle. Aveva
un aspetto tremendo, coi capelli arruffati
e con la fronte tutta sudata. «Che colpo
tremendo. So che alcuni se lo
aspettavano, ma in ogni caso...»
Billy si voltò verso sua madre,
perplesso. «Come lo sai?»
«Che cosa vuol dire ’come lo so’?
L’ho sentito alla radio. Sono andata dai
vicini e l’ho ascoltata insieme con Reg.»
«Ah, la guerra! Sì, è orribile. Ma,
come hai detto tu, ce l’aspettavamo. Era
solo questione di tempo.» Diede
un’occhiata in cucina. «Dov’è papà?»
«Non lo so. È uscito presto
stamattina.»
Billy abbracciò la madre. Si meritava
molto di più.
C’era l’arrosto in forno e, nonostante
tutto, Billy si sentì rincuorato da quel
profumino delizioso. Era solo un pezzo
di carne di seconda scelta, ma grazie
alla cucina di Alice Stirling avrebbe
avuto il sapore e la consistenza del
filetto più pregiato. Sua madre era
un’ottima cuoca. Le sue patate arrosto
erano leggendarie, le migliori al mondo,
dolci e morbide al centro, croccanti e
dorate all’esterno. Gli aveva preparato
anche la sua torta di mele preferita, che
adesso si trovava da parte in una teglia,
pronta per essere cotta.
«Fai anche la crema?» chiese Billy.
«E quando mai ho servito la torta di
mele senza crema?»
Billy sollevò lo sguardo su sua madre
e gli occhi gli si riempirono di lacrime.
Che ne sarebbe stato di lui se, anni
prima, non fosse andata a prenderlo in
orfanotrofio? Sapeva che la guerra li
avrebbe separati e sentì una fitta al
cuore all’idea del dolore che lei
avrebbe patito. La osservò china sul
lavello della cucina, mentre pelava le
patate.
«Ti voglio bene, mamma.»
Alice si fermò e si aggrappò al bordo
del lavello, per cercare di controllarsi.
Si asciugò le mani nel grembiule e si
voltò a guardare il figlio. «Anch’io ti
voglio bene, Billy. Non dimenticartelo
mai.» Attraversò la cucina e lo baciò
sulla fronte, senza fare cenno alla
lacrima che gli aveva rigato la guancia.
«Adesso apparecchi la tavola, per
favore?»
«Certo. Per quanti?»
Alice sospirò e riprese ad
armeggiare con le patate. «Uno di questi
giorni può darsi che tuo padre si ricordi
dove vive e ci onori della sua presenza.
Meglio farsi trovare pronti. Ah, e metti
anche qualche bicchiere per il vino.»
«Vino?»
«Sì. Abbiamo ricevuto una pessima
notizia, un po’ di vino ci tirerà su. In
fondo a quella credenza c’è una bottiglia
di rosso. Non mi ricordo nemmeno più
da dove arrivi, ma sono sicura che andrà
benone.»
«Accipicchia, dev’essere ben
nascosta se papà non l’ha trovata!»
«Su, su, Billy, mostra un po’ di
rispetto per tuo padre.»
«Certo. Scusa, mamma.»
Come facesse a essere così leale nei
confronti di quell’irresponsabile del
marito, lui non riusciva proprio a
capirlo.

Dopo aver finito di mangiare, Billy


scostò il piatto e si appoggiò alla
schienale della sedia. «Mamma, ho delle
novità.»
Alice si alzò per sparecchiare.
«Davvero? Che novità?»
Le afferrò una mano. Era ruvida e
callosa a causa di anni e anni di
faccende domestiche e lui si meravigliò
di non averlo mai notato prima. «Siediti,
per favore. Lascia stare i piatti adesso.»
Alice prese una sedia e
un’espressione preoccupata le offuscò il
viso. «Che cosa c’è, tesoro?»
«Chrissie è incinta.»
Lei si coprì la bocca con le mani.
«Oddio! Come hai potuto essere così
stupido?»
Billy si alzò e prese a camminare su
e giù per la stanza. «Hai ragione, sono
un idiota. Che cosa devo fare?»
Alice lo abbracciò stretto. «Andrà
tutto bene. Troveremo una soluzione.»
Diede un’occhiata ansiosa verso la
porta. «Comunque, meglio non dire
niente a tuo padre, per il momento.»
«Povera Chrissie. È stato un tale
colpo! Quando me l’ha detto ero così
sconvolto che sono corso via. Sarà
disperata. Non posso credere di essermi
comportato in modo così egoista.»
«Billy! Devi parlarle. Certo che sarà
disperata. Oh, mio Dio, che disastro, che
giornata!»
«Hai ragione, devo andare da lei. Mi
sono comportato davvero malissimo.»
Prese la giacca dallo schienale della
sedia e baciò la madre su una guancia.
«Ci vediamo dopo.»

Billy percorse i tre chilometri che lo


separavano dalla casa di Chrissie quasi
di corsa, col pranzo della domenica che
gli pesava sullo stomaco. Quando
arrivò, era senza fiato e la camicia
madida di sudore gli aderiva alla pelle.
Fece per dirigersi sul retro
dell’ambulatorio, ma cambiò idea e si
presentò davanti alla porta principale.
Appoggiò il dito sul campanello e lo
tenne premuto. D’un tratto, si sentiva
incredibilmente ostile nei confronti del
dottor Skinner e non gli importava di
disturbarlo. Udì Leo abbaiare e pregò in
silenzio che fosse Chrissie ad aprire.
Ahimè, fu la voce scortese del padre di
lei che sentì avvicinarsi lungo il
corridoio.
«Dottor Skinner, c’è Chrissie, per
favore?»
«No.»
La risposta colse Billy di sorpresa.
«Ah. Be’, sa dove posso trovarla?»
«No.»
«Sa quanto starà via?»
«No.»
Quanto odiava quell’uomo. Si sforzò
di parlare con calma: «Allora può
riferirle un messaggio da parte mia? No,
in realtà, ripensandoci bene, non si
disturbi. Aspetterò».
Senza dire altro, il dottor Skinner
chiuse la porta e tirò il chiavistello.

Seduta in cima alla scala, Chrissie


sorrise. Aveva sempre saputo che
sarebbe tornato, ma si era comportato in
maniera mostruosa e a lei occorreva un
po’ di tempo per raccogliere i pensieri e
le emozioni. Pensava che anche a Billy
non avrebbe fatto male riflettere sul suo
comportamento abominevole. L’avrebbe
lasciato lì per un’ora e mezzo e poi
sarebbe andata da lui.

Seduto sul marciapiede, Billy fumava


una sigaretta via l’altra e intanto
meditava sul proprio futuro. Comunque
lo guardasse, non appariva granché
roseo. La sua ragazza era incinta, il
padre di lei non sopportava nemmeno di
vederlo ed era appena scoppiata la
guerra; guerra in cui lui, volente o
nolente, avrebbe dovuto combattere. Un
suono di passi alla sue spalle lo fece
sobbalzare. Samuel Skinner si
accovacciò e gli parlò in tono
minaccioso all’orecchio: «È in casa, ma
non vuole vederti».
Billy si voltò. «Che cosa? Non le
credo.»
«Fai come ti pare, ma io te lo dico:
stai perdendo il tuo tempo. È ovvio che
avete avuto una specie di litigio. Lei non
mi dirà di che cosa si tratta, però ti
suggerisco di tornartene a casa e
dimenticarla per sempre.»
«Le piacerebbe, eh? Lei non sa un bel
niente. Dica a Chrissie che torno
domani.»
Il dottor Skinner si voltò e rientrò in
casa. Dal fondo della scala gridò:
«Chrissie, se n’è andato. Ha detto che si
era stufato di aspettare. Pensava non ne
valesse la pena e in ogni caso partirà
presto. Ha detto di farti la tua vita. Non
credo che rivedremo di nuovo quel
giovanotto».
Chrissie era sconvolta. Non poteva
crederci. Voleva solo farlo aspettare un
po’, e ora lui l’aveva lasciata. Non
poteva essere vero. Corse in bagno,
scossa dai conati di vomito. La nausea
stavolta non aveva nulla a che fare col
bambino che le cresceva in grembo.
9

Quando Billy rincasò, sua madre aveva


già rassettato la cucina e sedeva accanto
al camino a sferruzzare. Non appena lo
vide, si portò un dito davanti alla bocca:
il marito dormiva sulla sedia di fronte a
lei. «Le hai parlato?» chiese a bassa
voce.
Billy le fece segno di seguirlo in
salotto.
«Non accendere la luce. Non ho
ancora messo gli oscuranti alle finestre.
Non è ancora buio, lo so, ma non voglio
correre rischi.»
E così, nell’oscurità, Billy le
raccontò dell’incontro col dottor
Skinner.
«Quell’uomo è davvero spregevole.
Proprio non riesco a capire come abbia
potuto scegliere una professione che si
occupa di assistere il prossimo. Pensi
sia vero quello che ha detto, che
Chrissie non voleva vederti?»
«Non lo so, mamma. Può darsi. Sono
stato piuttosto spregevole anch’io.»
«Cambierà idea, vedrai. Deve farlo.
Il bimbo che porta in grembo è anche
tuo. Dalle un po’ più di tempo. Ha gli
ormoni in subbuglio, adesso, non
dimenticartelo. Sa che sei andato a
cercarla. Quando si sentirà pronta ti
parlerà, vedrai. Nel frattempo, perché
non le scrivi una lettera?»
«Una lettera? Mah, non so.»
«Pensaci, Billy. È molto più facile
descrivere ciò che senti per iscritto. Hai
la possibilità di chiederle scusa ed
esprimerle i tuoi sentimenti senza
preoccuparti di dire la cosa sbagliata.
Potresti spedirla. Sarebbe un gesto
carino, che le dimostrerebbe che ci hai
provato. Mmm? Che te ne pare?»
«Va bene. Lo faccio domani. Adesso
sono troppo stanco per pensarci. È stata
una giornataccia.»
«Che ricorderemo per tutta la vita, mi
sa. Adesso, forza, perché non mi aiuti a
mettere su questi altri teli?»
«Certo. Ho bisogno di fare
qualcosa.»
Quand’ebbero finito di coprire le
finestre, fuori era ormai buio e sulle
strade era calato un silenzio inquietante.
Billy scostò di poco un telo e diede
una sbirciata nell’ombra. L’oscuramento
era già in vigore. «Non si vede niente là
fuori.»
Sua madre si avvicinò e sbirciò dalla
finestra. «Lo so. Hanno spento i
lampioni delle strade. A quanto pare, se
hai bisogno di uscire di casa quand’è
buio, devi usare una torcia coperta con
della carta marrone. Chi guida
l’automobile non può nemmeno
accendere i fari.»
«È per la nostra incolumità, no?»
Billy scosse la testa.
«Devi aver fiducia nelle persone che
ci governano. Sanno quello che fanno.»
«Speriamo.» Si voltò e le diede un
bacio su una guancia. «Penso che andrò
a letto, se non ti dispiace.»
«Ma certo. Buonanotte, figliolo,
dormi bene. Tutto ti sembrerà diverso
domattina.»

Chrissie era seduta sul pavimento del


bagno, abbracciata alla tazza del water.
Non riusciva a immaginare niente di
meno dignitoso. Il suo ragazzo non
voleva più avere nulla a che fare con
lei, e adesso le sarebbe toccato
sopportare tutta la vergogna e
l’umiliazione da sola. Il pensiero di
dirlo ai suoi genitori le faceva tornare la
nausea. Per colpa dei continui conati di
vomito, le bruciava la gola e i muscoli
dell’addome le facevano male. Sentiva i
suoi che parlavano a voce bassa al
piano di sotto, in cucina. Capire che
cosa stessero dicendo era impossibile,
ma Chrissie poteva intuirlo: suo padre
doveva essere al settimo cielo. Billy
l’aveva lasciata e lui ci aveva visto
giusto. Udì dei passi sulle scale e
s’immobilizzò. Tese le orecchie e fu
sollevata nel constatare che si trattava di
un incedere dolce e circospetto, più
simile a quello di sua madre.
Un colpetto esitante alla porta del
bagno. «Chrissie? Per quanto ancora hai
intenzione di stare lì dentro? Sei in
bagno da ore.» Rimase in attesa di una
risposta, quindi tentò di nuovo:
«Chrissie, tesoro, non puoi startene lì
tutta sera. Fammi entrare, così possiamo
parlarne».
Chrissie seguitò a tacere.
«Va bene, allora. Me ne starò qui
seduta finché non sarai pronta a uscire.
Comunque tuo padre non è per niente
contento. Ha dovuto usare il bagno in
fondo al cortile.»
La notizia le strappò un sorriso. Suo
padre odiava dover uscire per andare in
bagno. Provò ad alzarsi, ma scoprì di
avere le gambe inchiodate; era così
rigida che riusciva a stento a muoversi.
Si sforzò e si mise in piedi, anche se
barcollava come un puledro appena nato
che compie i primi passi. Aprì la porta.
«Oddio! Che ti è successo? Sei in
uno stato orribile», esclamò sua madre,
sbigottita.
Chrissie aveva la bocca troppo
asciutta per parlare, così si limitò a
scansare la madre e a gettarsi sul letto.
Mabel la seguì in camera, dove
Chrissie si era distesa a pancia in giù, il
viso sepolto nel cuscino. Si sedette sul
bordo del materasso e prese ad
accarezzare la schiena della figlia.
«Forza. Non è poi così terribile. Billy
non era quello giusto, in fin dei conti.
Cioè, è un ragazzo abbastanza carino,
ma tu puoi avere decisamente di
meglio.»
Chrissie si tirò a sedere e guardò in
faccia la madre. Aveva il volto rigato di
lacrime e gli occhi gonfi e rossi. «Io lo
amo, mamma.»
Mabel esitò. «So che credi di amarlo,
ma sai davvero cos’è l’amore? Dopo
tutto, era solo il tuo primo ragazzo.»
«Vuoi smetterla di parlare di lui al
passato? Non è mica morto.» Sentì la
bile salirle di nuovo in gola e deglutì
con forza. Iniziò a tremare e si sdraiò
un’altra volta sul letto.
Mabel la fissò a lungo, quindi
impallidì e cominciò a tremare anche
lei. «Sgualdrina!»
«A te non la si fa, vero, mamma?»
«È tutto quello che hai da dire? A che
mese sei? Presumo sia Billy il padre.
Oddio, è per questo che ti ha lasciato?»
Chrissie si mise di nuovo seduta. La
reazione della madre l’aveva resa
spavalda. «A quale domanda vuoi che
risponda per prima?»
Mabel si alzò e si mise a camminare
su e giù per la stanza. «Non riesco a
crederci, stupida che non sei altro. Tuo
padre aveva ragione.» La sua voce
saliva di tono a ogni parola. «Tuo padre,
mio Dio!» Chiuse in fretta la porta della
stanza e ci si appoggiò contro, traendo
ampie boccate d’aria. Chrissie pensò
che stesse per svenire, ma tutto ciò che
disse fu: «Ho bisogno di riflettere».

Il pomeriggio successivo, mentre gli


inglesi cercavano di accettare il fatto di
essere ormai in guerra, Billy si sedette e
cominciò la sua lettera a Chrissie.
«Quanti ne abbiamo oggi, mamma?»
chiese.
«Quattro», gli rispose lei dalla
cucina.
Annotò con cura l’indirizzo in cima
alla pagina e aggiunse sotto la data. Il
difficile veniva ora. In circostanze
diverse, per un compito del genere
avrebbe chiesto l’aiuto di Clark; con
ogni probabilità, avrebbe finito per
scrivergliela lui, la lettera. Billy scacciò
dalla mente tutti i pensieri su Clark e
provò a concentrarsi. Senza avere idea
di come finire, esordì con un: Christina,
tesoro mio. Aveva l’impressione che
l’uso del suo nome per esteso rendesse
la lettera più sincera. Dopodiché le
parole fluirono con sorprendente
facilità, e Billy fu soddisfatto del
risultato. Scrisse con attenzione
l’indirizzo sulla busta e ci mise un
francobollo. Fece scivolare la lettera
nella tasca della giacca e chiamò sua
madre. «Esco a spedirla.»
Aveva pensato d’infilarla sotto la
porta di casa sua, ma non era ancora
pronto a incontrare di nuovo il dottor
Skinner. No, l’avrebbe messa in una
buca per le lettere e poi le avrebbe
lasciato un po’ di tempo per digerire le
sue parole prima di passare da lei.
Mentre camminava, si sentiva sollevato,
di buon umore, quasi, e all’improvviso
ebbe la sensazione che tra lui e Chrissie
le cose si sarebbero sistemate, alla fine.
Il morale migliorava ogni volta che
tastava la busta nella tasca. Sì, era stato
davvero un idiota, ma quella lettera
avrebbe aggiustato tutto.
10

1973

Tina lesse la lettera di Billy tre volte


prima di ripiegarla e appoggiarla sul
tavolino. Prese la tazza di cioccolata e
ne bevve un sorso. Era fredda come il
marmo. La giornata così densa di
emozioni l’aveva sfinita, ma le lenzuola
grigie e umidicce del letto singolo non
erano proprio invitanti. La lettera di
Billy l’aveva distratta da Rick, ma
adesso le venne il voltastomaco al
pensiero di ciò che aveva fatto. Era
completamente sola e tuttavia, anziché
libera, si sentiva isolata. Nel profondo
di se stessa, sapeva che lasciare quel
marito violento era la cosa giusta da
fare, eppure ciò che aveva davanti la
spaventava.
Si sdraiò sul divano piccolo e logoro
e chiuse gli occhi, cercando di levarsi
Rick dalla mente. Immaginò Billy che
scriveva la lettera a Chrissie
trentaquattro anni prima. Il giorno
precedente, c’era stata la dichiarazione
di guerra, quindi doveva esserci un
clima di profonda incertezza, ma perché
non l’aveva spedita? Forse aveva
cambiato idea e si era presentato di
persona. Forse era stato ucciso lungo il
tragitto. Tina rabbrividì e si rimproverò
per essere tanto tragica.
Era quasi mezzanotte quando strisciò
nel letto e diede una scossa al
materasso, così poco familiare e pieno
di bitorzoli, nel tentativo di mettersi
comoda. In quel preciso istante, avrebbe
dato qualsiasi cosa pur di trovarsi
rannicchiata nel suo letto, persino con
Rick che le russava di fianco, perché in
fondo la sua presenza aveva un che di
rassicurante. Non era abituata a dormire
da sola, e ogni minimo suono pareva
amplificarsi. Percepiva i passi fuori sul
pianerottolo, e le sembrava che si
fermassero proprio davanti alla sua
porta. Il frigorifero nell’angolo ronzava
rumorosamente e il rubinetto del lavello
gocciolava in maniera ritmica. Lei era lì
sdraiata con gli occhi sbarrati e quasi
non osava respirare. Si sforzò di
calmarsi, pensando alla ninnananna che
sua madre le cantava ogni sera quando
le rimboccava le coperte prima di
dormire.

Dormi, bambina, che la pace ti


accompagni
per tutta la notte.
Gli angeli guardiani Dio ti mandi
per tutta la notte.

Le era sempre stata di conforto, ogni


volta spazzava via il timore dei mostri
sotto il letto. Adesso non funzionava,
però, e lei si vergognò ad ammettere,
persino con se stessa, che se Rick fosse
venuto a bussare alla porta l’avrebbe
seguito subito, avrebbe fatto di tutto pur
di tornare all’intimità del suo letto.
Come un agnellino diretto al macello.

Il mattino seguente, Tina era un po’ più


su di morale. Era buffo come tutto
sembrasse decisamente migliore alla
luce del sole. Si lavò, si vestì e prese
l’autobus per andare al lavoro. Come al
solito, fu la prima ad arrivare in ufficio,
così mise l’acqua a bollire e dispose le
tazze.
«Buongiorno, Tina. Hai passato un
buon fine settimana?» le chiese Linda,
una delle colleghe con cui era più in
confidenza.
«Ne ho avuti di migliori.»
Lei si avvicinò e scrutò la faccia
dell’amica. «Rick?»
«L’ho lasciato», annunciò girandosi.
Linda posò le mani sulle spalle di
Tina e gliele strinse. «Bene, era ora. E
dove sei andata?»
Tina le raccontò gli avvenimenti del
giorno prima, e di com’era finita in
quello squallido monolocale.
«Dovevi venire da me. Che cosa ti
avevo detto? Per te, a casa mia, un letto
ci sarà sempre.»
L’abbracciò. «Lo so e ti ringrazio, ma
era una cosa che dovevo sbrigare da
sola.»
«Sei così orgogliosa, e così testarda.
Lui, l’hai sentito?»
Tina guardò nervosa in direzione
della porta, quasi si aspettasse di
vederlo comparire. Ebbe un sussulto
quando la porta si aprì, ma era solo
Anne. «Guardate! L’ho trovato qui
fuori», disse, tirandosi dietro un sacco
pieno di vestiti.
Tina e Linda si avvicinarono per dare
un’occhiata. «C’è un biglietto.» Linda
staccò il pezzo di carta dal sacco e lo
porse a Tina. «È per te.»
Ti sei presa il mio cuore e i miei
soldi. Prenditi pure i tuoi cazzo
di vestiti.

«Di chi è?» chiese Anne.


Tina corse alla porta e guardò fuori.
In strada, che camminava senza fretta
con indosso soltanto un paio di logori
slip grigi, c’era Rick. Più avanti, lo sentì
fischiettare mentre strappava le foglie da
una siepe.
Scosse il capo. Gesù, ci mancava
solo questa!

Passò una settimana, e poi un’altra, e


Tina non aveva avuto ulteriori contatti
con Rick. Suo malgrado, era
preoccupata per lui. Il tempo addolcisce
i ricordi. Sabato si trovava al charity
shop e stava prezzando alcuni abiti,
quando suonò il campanello. Alzò lo
sguardo: con sommo stupore, vide
entrare sua suocera. Nonostante il trucco
pesante e i capelli biondi acconciati alla
perfezione, Molly Craig sembrava più
vecchia della sua età.
«Molly, che piacere vederti», mentì
Tina. Non c’era nessun affetto tra le due
donne.
«Piantala. Sai benissimo perché sono
qui», rispose Molly, sgarbata.
«Davvero? Cerchi un completo
nuovo?»
«Non fare la spiritosa. Che cosa sta
succedendo tra te e Rick? Ho appena
fatto un salto da lui ed è in uno stato
pietoso. Dice che l’hai lasciato e che
non sa il perché.»
«Il perché lo sa eccome.»
«Be’, allora forse potresti
illuminarmi.» Molly afferrò lo sgabello
e frugò nella sua enorme borsa in cerca
delle sigarette, operazione resa
oltremodo disagevole dalle unghie
lunghe e rosse.
Tina sospirò. «Fai come se fossi a
casa tua. Vuoi una tazza di tè?»
«Non hai niente di più forte?»
«Caffè?»
Molly ignorò l’offerta. «Senti, non so
cosa sia successo tra voi, ma penso che
dovresti fare almeno una scappata da
lui. Sono passata di lì stamattina e quel
posto è un porcile. Sulla soglia c’era il
latte di una settimana, la posta
ammucchiata dietro la porta e un
tremendo odoraccio in giro.
Sinceramente ho pensato fosse morto. Le
tende erano tirate e gli ci sono voluti
dieci minuti per venire ad aprire.
Quando finalmente si è presentato,
ciabattando lungo il corridoio, ero
sconvolta. Sembrava un novantenne e
addosso aveva solo le mutande. È un
uomo distrutto, Tina. Di sicuro,
qualunque sia il problema che avete
avuto, lo puoi risolvere.»
Tina riuscì finalmente a
interromperla: «Te l’ha detto che mi
picchia?»
Molly ebbe la decenza di mostrarsi
allibita per un attimo, ma si ricompose
quasi subito. «Su, quale uomo non dà
uno scappellotto alla moglie di tanto in
tanto? Devi averla combinata grossa. È
sempre stato un tipo suscettibile, non è
una novità per nessuno. Ormai dovresti
sapere come trattarlo.»
«Sei incredibile, lo sai? In realtà è
colpa tua, che lo vizi da sempre. Sei tu
che hai creato questo mostro.»
«Mostro? Il mio piccolo Ricky! Non
esagerare.» Molly tirò una lunga boccata
dalla sigaretta e strinse le palpebre.
«Per piacere, Tina. Mi duole dirlo, ma
sai che lui stravede per te.»
«Sì, ed è così che mi stava
fregando.»
Molly ammorbidì il tono: «Sa essere
un diavoletto, ma ti ama, ti ama
davvero».
Tina era sul punto di cedere, tuttavia
si riscosse. «Lo so, e c’è una parte di me
che lo amerà per sempre, ma non posso
tornare, non ora.» Sapeva di dover
essere forte.
«Per favore, passa almeno a
trovarlo.»
Conosceva sua suocera da abbastanza
tempo per sapere che non sarebbe uscita
dal negozio sino a che non avesse
ottenuto quello che voleva. «Va bene,
faccio un salto stasera, quando torno dal
lavoro. In ogni caso, ho bisogno di
prendere qualche altra cosa.»
Molly tirò un sospiro di sollievo.
«Grazie.» In un gesto di finta solidarietà,
le diede un buffetto sulla mano, ma Tina
la ritrasse. «Gli dico allora che passi da
lui più tardi.» Si sollevò a fatica dallo
sgabello e uscì dal negozio. Missione
compiuta.
Tina era perfettamente consapevole
di essere appena stata raggirata, ma si
disse che sarebbe passata solo per
prendere alcune cose. Avrebbe spiegato
chiaro e tondo a Rick che non era tornata
e che non avevano futuro.

Più tardi, Tina era ferma davanti al


cancello del giardino di casa sua,
raccogliendo il coraggio di entrare.
Notò che le aiuole erano state sistemate
e l’erba del prato tagliata. Persino la
vaschetta in pietra per gli uccelli era
stata riempita d’acqua e i due nanetti da
giardino luccicavano. Si avviò lungo il
vialetto e fece per bussare alla porta, ma
poi si accorse che il campanello, che da
anni pendeva dai cavi, era saldamente
avvitato al suo posto. Era chiaro che
Molly aveva esagerato a proposito del
degrado in cui versava il figlio. Alzò un
dito esitante e premette il pulsante nero
e lucente. Benché se lo aspettasse, il
suono forte la fece trasalire.
Senza darle il tempo di riprendersi,
Rick aprì la porta. Tina lo guardò a
bocca aperta e cercò di raccapezzarsi.
Indossava un paio di jeans ultimo
modello a zampa d’elefante che ne
mettevano in risalto la vita stretta e una
camicia a scacchi in mussola di cotone
che Tina non gli aveva mai visto. I
capelli gli erano cresciuti e i riccioli gli
arrivavano sino agli zigomi. Era
sbarbato e profumava di agrumi. «Ciao,
Rick.»
«Tina, che piacere vederti. Entra, ti
prego.»
«Anche per me è un piacere, grazie.»
Si comportavano come due estranei,
non come marito e moglie.
Sulla moquette del corridoio c’erano
ancora i segni dell’aspirapolvere, e Tina
colse il profumino di qualcosa che
cuoceva in forno.
«Coq au vin, ma senza il vin. Vuol
dire ’vino’, in francese», spiegò Rick.
«Lo so. Spero non ti sia scomodato
tanto per causa mia.» Tina si guardò
intorno: il pavimento della cucina e il
piano di lavoro in formica erano
splendenti.
«Be’, quando la mamma ha detto che
passavi a trovarmi, ho capito che era il
momento di riprendermi. Se non hai
tempo di fermarti non importa. Posso
riscaldarlo e mangiarlo domani.»
Tina posò la borsa sul tavolo. «Ha un
profumo delizioso e d’un tratto mi è
venuta una gran fame.»
Rick tirò un sospiro di sollievo e
scostò una sedia. «Posso offrirti un
drink? Una bibita, voglio dire. Mi sono
sbarazzato di tutti gli alcolici.»
«Ah. Allora prendo un succo
d’arancia, grazie.»
«Credo che t’imiterò.» Rick aprì la
bottiglia. «E dunque come stai?»
«Abbastanza bene, grazie. E tu?»
«Più o meno lo stesso.»
Calò un silenzio imbarazzante ed
entrambi bevvero un sorso di succo.
«Da quant’è che non bevi, quindi?»
chiese infine Tina, sperando che il suo
tono apparisse distaccato.
«Da quando te ne sei andata, un paio
di settimane, anche se sembra di più.»
Sorrise, e Tina intravide un barlume
dell’uomo di cui si era innamorata.
«Grandioso, Rick. Sono davvero
contenta per te.»
Lui si alzò. «Metto il pollo in
tavola?»
«Sì, grazie. Vuoi una mano?»
«No, rimani pure lì seduta.»
Il pollo era tenero e saporito e per
nulla compromesso dall’assenza del
vino rosso. Dopo che ebbero finito di
mangiare, Rick sparecchiò mentre Tina
lo aspettava in salotto. Quando tornò,
aveva ancora in mano lo strofinaccio.
«Fatto. Ti andrebbe una tazza di tè?»
Tina diede un’occhiata all’orologio
sulla mensola sopra il camino. Indicava
l’ora giusta, dunque Rick si era
ricordato di caricarlo. «No, grazie.
Meglio che vada.»
Rick sembrò deluso ma non protestò.
«Grazie di essere venuta, Tina. È stato
splendido rivederti, davvero.»
«Anche per me, Rick.» Con sua
grande sorpresa, si rese conto che era
vero.
Fu solo quando rientrò nel
monolocale che si accorse di aver
dimenticato di prendere altri vestiti.
Poco male, sarebbe passata di nuovo
l’indomani. Stavolta lo avrebbe colto di
sorpresa, così avrebbe capito se era
davvero cambiato.

La domenica era l’unico giorno libero di


Tina, e quella domenica in particolare,
oltre a recuperare altri indumenti, aveva
qualcosa di speciale da fare. Sarebbe
andata a casa di Chrissie Skinner e le
avrebbe consegnato la lettera che
sarebbe stato suo diritto ricevere molti
anni prima. Certo, non si aspettava fosse
tanto semplice. Le probabilità che
Chrissie abitasse ancora al numero 33 di
Wood Gardens dopo tutto quel tempo
erano a dir poco remote, ma era
comunque un punto di partenza. Si era
fatta prestare da Graham il suo elenco
telefonico malconcio e aveva trovato
ancora l’indirizzo. Tina provò una forte
emozione nel salire sull’autobus che
l’avrebbe portata fin là. Stava leggendo
di nuovo la lettera quando il controllore
si rivolse a lei, con in mano
l’obliteratrice. «Dove devi andare,
tesoro?»
Tina riconobbe la voce e alzò lo
sguardo. «Stan, come stai?» Era un ex
collega di Rick.
«Che mi prenda un colpo! Tina Craig.
Di solito non viaggi sulla mia linea.
Come va?»
«Mah, non c’è male, non c’è male»,
rispose Tina dopo un istante di
esitazione.
«Tuo marito era al deposito, l’altro
giorno. Cercava ancora lavoro.»
Tina rimase sorpresa dalla notizia.
«Rick?»
«Già, non te l’ha detto?»
«Be’, no. Ci siamo separati.»
«Oh, mi dispiace. Lui non ne ha fatto
parola coi ragazzi.»
«È successo da poco. È un po’ una
ferita aperta, sai.»
«Capisco. Salutalo da parte mia se lo
vedi.»
«Lo farò.»
«Ci vediamo, cara. Abbi cura di te.»
Wood Gardens si trovava dalla parte
opposta di Manchester rispetto a quella
in cui viveva Tina, e lei non conosceva
la zona. La strada si snodava intorno a
una piazza, al centro della quale c’era un
giardino circondato da inferriate di
metallo. Tina spinse un cancello
arrugginito ed entrò. L’erba aveva
bisogno di una potatura e c’era una
panchina ricoperta di graffiti. Non
pareva esserci nessuna vecchia casa nei
dintorni, solo una fila di villette
dall’aspetto moderno che non potevano
essere già lì negli anni ’30. Tina stava
cominciando a pensare di aver fatto un
buco nell’acqua quando notò un’anziana
signora che camminava strisciando i
piedi e usava il bastone da passeggio
per scansare i rovi che le ostruivano il
passaggio. Ansimando, si sedette
pesantemente sulla panchina accanto a
Tina.
«Buongiorno», disse.
«Buongiorno.»
«Non l’ho mai vista da queste parti
prima. Si è appena trasferita?» L’anziana
donna fece un cenno in direzione delle
villette.
«Oh, no. Sono venuta soltanto a
cercare una persona. Abitava in questa
zona diversi anni fa, al numero 33.»
«Vivo qui da tutta la vita. Ho
trascorso molte ore felici in questi
giardini e ci vengo ancora ogni giorno.
Mi piace sedermi qui a riflettere. Se
chiudo gli occhi e mi concentro, riesco
ancora a sentire i bambini che giocano.
Mi piace. Ho una buona memoria per i
nomi, anche quelli di moltissimo tempo
fa. Non mi ricordo che cos’è successo
ieri, però!» Rise, scoprendo una fila di
denti gialli e macchiati. «Chi è che
cerca?»
«Chrissie Skinner, abitava al...»
La donna sollevò una mano. «Lo so
dove abitava.» Si sfiorò gli occhi con la
manica di lana. «Conoscevo bene la
famiglia. Il padre di Chrissie era il
medico di zona e la madre faceva la
levatrice. Chrissie l’aiutava ogni tanto.
Sono state loro a far nascere mio figlio.»
La notizia colse Tina alla sprovvista.
«Oh, santo cielo! Sa che ne è stato di
Chrissie? Ho qualcosa per lei.»
«Perché non ci prendiamo un tè? C’è
un locale tranquillo dietro l’angolo.
Possiamo farci una bella chiacchierata.»
«Sarebbe perfetto. Piacere, sono Tina
Craig», disse tendendole la mano.
L’anziana signora si alzò a fatica e
gliela strinse. «Maud Cutler.»

Seduta nel locale con una tazza di tè tra


le mani, Maud Cutler cominciò a
raccontare: «Ho ottant’anni, adesso, ma
mi sembra ieri. Era la vigilia dello
scoppio della guerra e io ero entrata in
travaglio del nostro Tommy. Il parto era
previsto per il mese dopo, quindi ero
preoccupata. Mio marito Jamie era
corso all’ambulatorio a prendere Mrs
Skinner. Era nel panico più totale. Era
mattina presto e lui aveva paura di
svegliare il dottore. Quell’uomo aveva
un caratteraccio... Chrissie è venuta ad
aprire e, nonostante l’ansia, Jamie si è
accorto che aveva un aspetto orribile. Di
solito era una ragazza così carina, ma
quel mattino sembrava pallida e tirata.
Comunque, siccome il bimbo era troppo
in anticipo, dovevamo andare in
ospedale, e Chrissie e sua madre ci
hanno accompagnati. Povero Jamie,
aveva così tanta paura di perdere me e il
bambino. Io allora avevo quarantasei
anni, lui solo trenta, ed era convinto che
saremmo morti entrambi». Bevve un
sorso di tè, e Tina fece altrettanto.
«Comunque, quando è nato Tommy, Mrs
Skinner lo ha portato via per rianimarlo.
Era livido, non respirava. Jamie è
andato con lei e il bambino e Chrissie è
rimasta con me. L’infermiera ha dovuto
portarle una padella perché le veniva da
vomitare. Il che non aveva senso, perché
Chrissie aveva assistito a un mucchio di
parti, ma poi ho capito. Era incinta. Nel
1939, sarebbe stata una pessima notizia
per qualunque ragazza nubile, ma per
una con un padre come il dottor Skinner
era un vero e proprio disastro. Chrissie
ne era terrorizzata. E lui, per di più,
nutriva un odio viscerale per il suo
ragazzo. Povera Chrissie, era
letteralmente distrutta dall’ansia e ho
finito per prendermi io cura di lei invece
del contrario. Non l’aveva nemmeno
detto al padre del bambino.»
«Sa che cos’è successo a Chrissie e a
suo figlio?» chiese Tina.
Lo sguardo di Maud si perse nel
vuoto, come se stesse davvero
guardando nel passato. «Una tragedia.
La povera Mabel Skinner è rimasta
uccisa durante l’oscuramento, investita
da un’auto che viaggiava a fari spenti.
Non l’aveva vista. Era vietato accendere
le luci, sa?»
«È terribile. E Chrissie?»
«Il padre l’ha cacciata di casa. Credo
abbia perso la testa dopo la morte della
moglie. Ha mandato la figlia in Irlanda,
dalla cognata. Non poteva sopportare la
vergogna. Per uno con la sua
reputazione, era un disonore. Nessuno
l’ha più rivista.»
«Lei conosceva il suo ragazzo?»
«Billy? No. Aveva due anni più di
lei, quindi suppongo sia partito per la
guerra. Ma perché le interessa tanto
questa storia?»
Tina le mostrò la lettera.
«Deve averglielo detto, allora. A
quanto pare, lui non l’ha presa troppo
bene. Come l’ha avuta?»
«L’ho trovata nella tasca di un
completo da uomo che qualcuno ha
lasciato fuori del charity shop in cui
lavoro. Non è mai stata spedita e ho
pensato che a Chrissie avrebbe fatto
piacere averla.»
«Mi spiace non poterla aiutare di
più.»
«Niente affatto. Lei è stata utilissima
e io le ho rubato già sin troppo tempo.»
«Ho molto gradito la sua compagnia,
Tina. È stato un piacere parlare con lei.»
Tina trovò a fatica il coraggio di
porle la domanda successiva. «E il suo
bambino? Il piccolo Tommy?»
«Deve la vita a Mabel Skinner. È
stato grazie alla sua abilità e alle cure
che gli ha prestato subito dopo il parto
se è sopravvissuto. Ogni anno, per
l’anniversario della sua morte, le
portiamo dei fiori sulla tomba. È sepolta
nel cimitero di St Vincent. Era una donna
eccezionale. Spero davvero che riesca a
trovare sua figlia.»
A Tina venne un improvviso groppo
in gola. «Grazie, Maud. Lo spero
anch’io.»
11

Il mattino seguente, Tina scrisse qualche


appunto su Chrissie e Billy. Sapeva che
all’epoca Billy abitava a Manchester, al
numero 180 di Gillbent Road, ma non
come si chiamasse di cognome. Sapeva
dove aveva vissuto Chrissie e come si
chiamavano i suoi genitori, e che sua
madre era rimasta uccisa durante
l’oscuramento. Se si fosse recata sulla
tomba di Mabel Skinner, avrebbe
scoperto la data della sua morte. Maud
Cutler aveva detto che il padre aveva
mandato Chrissie in Irlanda dalla
cognata, ovvero dalla sorella di Mabel.
Tina provò un’improvvisa emozione al
pensiero di giocare alla detective. Era
una piacevole distrazione dai suoi
problemi.
«Buongiorno, Tina, che stai
facendo?» la salutò Linda.
Lei trasalì; si voltò di scatto e
nascose nella borsa gli appunti che
aveva preso. Non sapeva per quale
motivo, ma voleva tenersi la lettera di
Chrissie per sé. «Niente. Stavo solo
buttando giù la lista della spesa. Come
va? Hai passato un buon fine
settimana?»
Linda si accasciò sulla sedia di
fronte a quella di Tina e, dopo aver
allontanato la macchina per scrivere,
appoggiò la testa sulla scrivania. «Sono
stremata. Ieri sera siamo andati da Bob e
Caroline e lui ha aperto una Party 7.
Siamo tornati a casa alle due.»
«Vi siete scolati una lattina di birra
da quattro litri di domenica sera? Che
vuoi che ti dica, chi è causa del suo mal
pianga se stesso. Guarda, ecco Mr
Jennings.»
Linda si tirò su con riluttanza e
accostò a sé la macchina per scrivere.
«Buongiorno, Linda. Hai un aspetto
orribile», la salutò Mr Jennings.
«Grazie, Mr J.»
Lui lasciò cadere un fascio di fogli
sulla scrivania. «Ho bisogno che tu me li
batta a macchina per le dieci.»
Linda diede un’occhiata all’orologio.
«Le dieci? Oh, Mr J., la prego, ho
un’ora soltanto.»
«Sarà meglio che cominci subito,
quindi.»
Se ne andò a grandi passi e Linda gli
fece una boccaccia alle spalle.
Tina sorrise. «Passamene un po’, ti
aiuto io.»
«Sei sicura? Cioè, hai già un sacco
da fare di tuo.»
«Dammeli prima che cambi idea, e
smettila di lamentarti.» La sua abilità
nello scrivere a macchina era
leggendaria. Le sue dita volavano sui
tasti e il campanello a fine riga suonava
in continuazione. Riusciva persino a
intrattenere una conversazione in
contemporanea. «Sabato ho fatto un salto
da Rick.» Guardò Linda ma senza
sollevare le mani dalla tastiera.
Linda smise di trafficare col nastro
della sua macchina e sollevò lo sguardo.
«Posso dire una cosa?»
«Posso impedirtelo?»
«Spero tu non stia pensando di
tornare con lui.»
«Certo che no. Solo che Molly è
passata in negozio e ha chiesto se potevo
fare un salto da lui, tutto qui. Ha detto
che era in uno stato pessimo ma, quando
sono arrivata, la casa era pulitissima e
c’era persino la cena pronta.»
«Quindi sapeva che saresti andata.»
«Già, Molly gliel’ha detto.
Comunque aveva un aspetto fantastico.
Ha perfino smesso di bere.»
«Mmm, mi domando per quanto
tempo, stavolta.»
«Piantala, Linda. Ci sta davvero
provando.»
«Oh, lo so. Ti dico solo di fare
attenzione.»
«Volevo passare da lui anche ieri ma,
tra una cosa e l’altra, ho fatto tardi. Ci
andrò stasera. Devo prendere qualche
altro abito. Non sa che ci vado, dunque
riuscirò a capire se si è trattato di
un’eccezione.»
«Preparati a restare delusa, allora.»
Il campanello di fine riga suonò di
nuovo e, con un gesto ampio e spavaldo
del polso, Tina riportò il carrello a
sinistra.

Nell’avvicinarsi alla sua vecchia casa,


Tina infilò una mano in borsa e tirò fuori
la cipria. Se ne diede qualche colpetto
sul naso e si ravviò i capelli con le dita.
Rick socchiuse la porta.
«Ciao, Rick. Scusa se mi presento
senza preavviso, ma sabato mi sono
dimenticata di portar via qualche vestito
in più. Ti dispiace se entro e li prendo
adesso?»
«Tina. Certo, nessun problema,
entra.» Spalancò la porta e intanto
lanciò un’occhiata furtiva oltre la sua
spalla. «In realtà sono in compagnia.
Solo un’amica.»
«Oh, scusami. Se non è il caso, posso
tornare un’altra volta.» Tina si voltò per
andarsene prima che lui potesse vederla
arrossire.
«Non essere sciocca, ormai sei qui.
Questa è ancora casa tua.»
«Be’...»
Una vocetta stridula echeggiò dal
salotto: «Chi è?»
«Ehm, è soltanto Tina. È venuta a
prendersi dei vestiti.» Poi, rivolto alla
moglie: «Lei è Julie». Esitò prima di
proseguire: «Un’amica, come ti ho
detto».
Tina fece un cenno di noncuranza con
la mano. «Non devi giustificarti.»
«Lo so, ma non voglio che pensi che
mi sono portato a letto la prima che mi è
capitata.»
Tina si sentì gelare solo all’idea. Non
riusciva a immaginare Rick con un’altra
donna, e quell’inatteso moto di gelosia
la fece arrossire ancora di più. «Vado di
sopra a prendere la mia roba.» Per la
fretta, inciampò nell’ultimo gradino e
fece cadere la borsa, che si rovesciò per
terra.
Rick si chinò. «Aspetta, lascia che ti
aiuti.»
«No, ce la faccio. Torna pure da
Judy.»
«Julie», la corresse lui con un
sorrisetto. Stava forse gongolando per il
suo imbarazzo o era solo la paranoia che
ormai aveva preso il sopravvento?

Quando entrò in camera, Tina notò che il


letto era ben fatto e che nulla sembrava
fuori posto. Nessuna mutanda sul
pavimento, nessun posacenere
stracolmo, nessuna tazza con dentro
fondi di tè. Oltrepassò il letto, tirò
lentamente indietro la trapunta e prese il
suo cuscino. Lo annusò a fondo, come un
animale selvatico che fiuta il nemico.
Aveva un odore familiare, persino
confortante, che la fece piangere. Tirò
fuori un fazzoletto dalla manica e se lo
picchiettò sul mascara che stava già
cominciando a colare. Fece qualche
respiro profondo per ricomporsi, prese
qualche indumento dall’armadio e si
precipitò al piano di sotto. Sentì delle
voci in salotto, così sbirciò all’interno.
Rick e Julie erano seduti sul divano, lui
con un braccio intorno alle spalle di lei,
e lei con la testa di lunghi capelli biondi
sul petto di lui. Tina faceva fatica a
respirare.
«Io ho finito, Rick», riuscì a dire.
Lui balzò in piedi, scansando Julie.
«Ti accompagno alla porta.» La seguì
nell’ingresso. «Hai tutto quello che ti
serve?»
Tutto quello che mi serve è proprio
qui. Le ci volle un paio di secondi prima
di tornare in sé. Rick era un alcolizzato
prepotente che l’aveva umiliata,
derubata, violentata e picchiata. Era
decisa a rimanere forte.
Lui si chinò e la baciò su una
guancia. «Ci vediamo, allora.»
Tina si girò e se ne andò senza dire
altro, perché non si fidava a parlare.

La prima cosa a metterla in allarme fu il


sapore metallico che sentiva in bocca.
Poi cominciò a darle fastidio il gusto del
caffè e ad avere le nausee mattutine. E,
quando non le arrivarono le
mestruazioni, le sue peggiori paure
trovarono conferma. Aveva sempre
desiderato un figlio e la notizia avrebbe
dovuto entusiasmarla, ma il pensiero che
il concepimento fosse avvenuto durante
una violenza le faceva venir voglia di
piangere. Adesso riusciva a immaginare
come doveva essersi sentita Chrissie
quando aveva scoperto di essere incinta,
e provò una profonda empatia nei suoi
confronti. Benché fosse chiaro che
Chrissie e Billy si amavano, nemmeno il
loro bimbo era stato pianificato, e Tina
si chiedeva se Rick avrebbe avuto la
stessa reazione di Billy. L’idea la
riempiva d’angoscia, il che era strano,
perché sapeva che avrebbe preferito
tirar su da sola un figlio pur di non
tornare da Rick. La sua reazione, quindi,
non le sarebbe dovuta importare
granché.

La nascita del bambino era prevista per


Natale e, quando Tina era circa al quinto
mese, si rese conto di dover dire a Rick
che sarebbe diventato padre. Negli
ultimi tempi si erano visti solo di tanto
in tanto, ma erano andati d’accordo. E,
cosa ancor più importante, lui non aveva
bevuto un goccio d’alcol. Aveva ripreso
a lavorare come autista e guadagnava
uno stipendio dignitoso.
Tina contemplò l’ambiente che la
circondava. Sebbene il monolocale le
avesse fornito un po’ di pace e
solitudine, si sentiva disperatamente
sola. Aveva nostalgia di Rick e di quel
brevissimo periodo felice che avevano
vissuto, prima che l’alcolismo di lui
rovinasse tutto. Quello non era il suo
posto; non quel buco col suo arredo
cupo e antiquato e con la puzza di muffa,
dove il momento saliente della settimana
era attaccare i bollini sconto sui
cataloghi premi. Ogni tanto si concedeva
di fantasticare su una nuova vita con
Rick. Chissà se era davvero cambiato, e
se sarebbe rimasto così
definitivamente... Voleva scoprirlo. Lo
doveva a se stessa e al bambino. Ormai
aveva deciso. Era il momento di dire a
Rick della gravidanza.
Quella sera, quando andò a trovarlo,
lui era in cucina a stirare le camicie del
lavoro. Aveva indosso l’uniforme da
autista e Tina si sentì subito trasportare
indietro nel tempo, all’epoca dei primi,
travolgenti giorni della loro storia.
Rick iniziò a chiacchierare in
maniera affabile mentre lei metteva su
l’acqua per il tè. «Devo essere al lavoro
per le sei. Ho il turno serale.»
«Ah, okay. Ottimo.» Si sforzò di
nascondere il disappunto. «Senti, avrei
bisogno di parlarti.»
Rick sputò sul fondo del ferro da
stiro e lo premette con forza sul colletto
della camicia che stava stirando. «Di
cosa?» chiese, sollevando la camicia e
sistemandola su una gruccia.
«Rick, per favore, puoi sederti un
attimo?»
«Okay, certo. Tanto quella era
l’ultima.» Si sedette a tavola, di fronte a
Tina. «Che c’è?»
Tina si ritrovò all’improvviso con la
bocca secca. Cominciò a giocherellare
con la collana. «Be’, credo sia meglio
se lo dico e basta.»
«Lo credo anch’io.» Rick lanciò
un’occhiata all’orologio.
«Se vuoi torno un’altra volta.»
Lui le prese una mano. «Scusami. Vai
avanti, che cosa c’è?»
Tina si alzò, attraversò la cucina e
guardò fuori dalla finestra. L’erba era
perfettamente tagliata. Un piccolo
sentiero di pietra conduceva sino al
mucchio di foglie secche raccolte in
fondo. Il melo aveva appena cominciato
a mettere i frutti e, benché le piante
dell’aiuola fossero appassite, il giardino
era un’oasi di tranquillità in mezzo al
degrado della strada sul retro. Il muro di
mattoni che circondava il prato lo
rendeva un ambiente sicuro per un
bambino, e Tina notò che c’era
addirittura lo spazio per un piccolo
scivolo. Doveva andarsene da quel
monolocale. Si voltò a guardare Rick.
«Sono incinta.»
Ci fu un lungo, pesante silenzio,
durante il quale nessuno dei due si
mosse, poi, con mani tremanti, Rick si
coprì il volto, quindi si alzò e andò
verso il lavello per buttarsi dell’acqua
fredda in viso. «Non ci posso credere,
Tina», riuscì a dire alla fine. «Mi sento
come se mi avessero dato un calcio in
faccia. Negli ultimi mesi mi sono
impegnato tanto. Non ho più toccato un
goccio d’alcol, ho trovato un lavoro
come si deve, ho mandato avanti la casa,
e non ti ho mai fatto pressione. Ogni
volta che ti vedo, devo ricorrere a tutto
il mio autocontrollo per non mettermi in
ginocchio e chiederti di tornare da me, e
per tutto questo tempo tu ti sei vista con
un altro. Perché non me l’hai detto?
Pensavi forse che avrei ricominciato a
bere se avessi saputo di non avere
speranza?»
«Rick, sono al quinto mese. Il
bambino è tuo.»
A poco a poco i lineamenti di Rick si
distesero, il suo sguardo si rasserenò e
la sua bocca si atteggiò in un sorriso
incredulo. «Che cosa? Oh, mio Dio,
Tina. Sei sicura?» La prese tra le
braccia, la fece volteggiare, ma poi la
rimise giù di scatto. «Scusami. È solo
che non ci posso credere.» Puntò un dito
verso la sua pancia e la sfiorò con
dolcezza. «Non sento nulla.»
«Be’, è un po’ presto.»
Rick tirò indietro una sedia della
cucina e la accompagnò a sedersi. «Per
quand’è previsto il parto?»
«Per Natale.»
«È meraviglioso. Non ci posso
credere.» Scivolò sulla sedia di fronte e
le prese le mani tra le sue. «E adesso
che succede?»
Lei scosse la testa e abbassò lo
sguardo. «Non possiamo tornare come
prima.»
«No, te lo prometto. Sono una
persona diversa, adesso.» Le strinse con
più forza le mani. «Sei tu la mia priorità
ora, anzi, lo siete tu e il bambino. Ti
giuro che andrà tutto bene. Ti amo,
Tina.»
Lei ritrasse le mani e le mise intorno
al volto del marito. «Anch’io ti amo,
Rick.»
Era vero. Nonostante tutto, non aveva
mai smesso di amarlo.
12

Quando Tina si svegliò, il mattino


seguente, le ci volle qualche minuto per
rendersi conto di dove si trovava. Si
appoggiò sui gomiti e sbatté le palpebre
al buio. Poi le tornò tutto in mente in
maniera vivida. Era a casa. Rick
dormiva ancora della grossa quando lei
si alzò piano dal letto e scese di sotto.
Indosso aveva una camicia di Rick, che
le stava grande. Guardò fuori dalla
finestra e avvertì uno sfarfallio nella
pancia. Non sapeva se si trattasse del
bambino o dell’emozione per essere di
nuovo a casa. Non sentì Rick avvicinarsi
fino a che lui non l’abbracciò da dietro.
«Caspita, mi hai fatto prendere un
colpo.» Si voltò a guardarlo e sorrise.
Lui si chinò e la baciò teneramente
sulla bocca. «Dormito bene?» le chiese
portandole le mani dietro il collo, sotto i
lunghi capelli, e baciandola con maggior
passione.
Lei esitò, ma non lo respinse.
Avevano passato la notte abbracciati,
adesso però sembrava che Rick volesse
qualcosa di più. Non appena lei
cominciò a rilassarsi un po’ e a godersi
il fatto che, per la prima volta dopo
anni, suo marito la stesse toccando con
delicatezza, Rick la respinse e afferrò il
bollitore. «Vuoi un tè?»
«Ehm, sì, grazie.» Chiuse la camicia,
incrociò le braccia e si sedette a tavola.
Rick sorrise. «Non fare così, Tina.
Dobbiamo entrambi andare al lavoro. Ti
serve una mano per riportare qui la tua
roba stasera? Mi sono offerto di fare un
turno in più, quindi non stacco prima
delle sei, ma dopo sono tutto tuo.»
Tina cercò di conciliare il nuovo
Rick, che si offriva di fare straordinari,
con quello pigro e sfaticato di prima.
«No, va bene così. Ho solo una piccola
valigia. Me la caverò.» La verità era che
non voleva che vedesse il tugurio in cui
era vissuta.
In ufficio, Tina comunicò la notizia a
Linda. Come temeva, l’amica non ne fu
entusiasta. «Hai intenzione di fare
cosa?»
Tina continuò a battere a macchina.
Non riusciva a guardarla negli occhi. «È
cambiato, Linda, sul serio.»
«Ti distruggerà. Il lupo perde il pelo
ma non il vizio, ricordatelo.»
«Non sei corretta. La gente cambia, e
poi c’è dell’altro.»
«Che cosa?»
«Sono incinta.»
Linda si abbandonò all’indietro sulla
sedia, le mani intrecciate dietro la testa.
«Oh, Gesù, distruggerà tutti e due,
allora.»
«Come fai a essere così crudele?
Voglio che tu sia felice per me.»
Linda gettò alcuni fogli alla rinfusa
sulla scrivania. «Attenta, sta arrivando
Mr J.»
Entrambe si zittirono quando lui
passò e diede loro un’occhiata per
accertarsi che stessero lavorando sodo.
«Ascolta, appena usciamo di qui,
andiamo subito a bere qualcosa. Così
possiamo parlarne con calma», disse
Linda non appena Mr Jennings fu
abbastanza lontano.
«Non mi farai cambiare idea.»
«Forse no. Ma non potrei più vivere
in pace con me stessa se almeno non ci
provassi.»

Il pub era già affollato e l’aria densa di


fumo. Trovarono un tavolo relativamente
tranquillo nell’angolo e Linda andò a
prendere da bere. Tina era già passata
dal monolocale a prendere le sue cose e,
con quella valigia, si sentiva sotto gli
occhi di tutti.
Linda posò i bicchieri. «Ecco qui,
una chiara e una scura», disse, col
sacchetto di ciccioli tra i denti. Quindi
aprì la bocca e lo fece cadere sul tavolo.
Tina lo allontanò. «Favoloso. Proprio
quello che volevo, pezzi secchi e unti di
pelle di maiale.»
«Dalli a me, allora. Li mangio io.»
Linda aprì il sacchetto e l’aroma grasso
e pungente si diffuse nell’aria.
«Ho la netta impressione che sto per
sentirmi male.» Si tappò il naso.
«Come sei tragica. Bevi la tua birra e
smettila di frignare.»
Tina prese il bicchiere e sorrise.
«Credo di aver letto da qualche parte
che bere alcolici durante la gravidanza
può danneggiare il bambino. Pensi sia
vero?»
«Penso che sia l’ultimo dei tuoi
problemi. Quel bambino verrà cresciuto
da un padre violento, alcolizzato e
prepotente che ti ha picchiata in diverse
occasioni, e ogni volta tu lo giustifichi.»
«Mi picchiava solo quand’era
ubriaco.»
«Ci risiamo. Quindi secondo te è
giusto così?»
«Certo che no, ma te l’ho detto, sono
mesi che non beve. Non tornerei con lui
se non pensassi che sia cambiato. C’è di
mezzo anche un bambino, adesso.» Si
massaggiò la pancia e sorrise.
«Esatto! È un altro fattore da tener
presente. Che succede se fa del male al
bimbo?»
«Oddio, Linda! Non mi conosci
affatto, allora. Pensi che io avrei mai
preso in considerazione l’idea di tornare
da lui se avessi anche solo il minimo
sospetto che farebbe una cosa del
genere?»
«Lo dicevo per dire. Quando nascerà,
comunque?» chiese Linda.
«A Natale.»
Linda contò sulle dita delle mani.
«Quindi sei al quinto mese? In effetti di
recente ho notato una lieve rotondità nel
tuo punto vita.»
Tina sorrise. «Sii felice per me,
Linda. Lo amo.»
Sospirò. «Mi spiace, ma non posso
essere felice per te. So che l’amore
rende ciechi, ma non sapevo rendesse
anche stupidi.»
Erano le sette passate quando Tina
arrivò a casa. Aveva perso l’autobus e
le era toccato aspettare venti minuti per
il successivo. Rick era già a casa. E lei
avvertì un brivido di emozione quando
infilò la chiave nella porta. «Scusa, sono
in ritardo», gridò trascinando la valigia
nell’ingresso. «Ho perso l’autobus e...»
Si bloccò: Rick era in piedi in
cucina, con una sigaretta che gli pendeva
dalle labbra. «Pensavo avessi cambiato
idea.» Aveva un tono accusatorio e
piuttosto minaccioso.
«Certo che no.» Gli corse incontro e
gli gettò le braccia al collo, scansando
con abilità la sigaretta.
Lui non reagì; si limitò a starsene lì,
fermo e rigido.
«Mi spiace davvero. Mi sono fermata
a bere una cosa con Linda dopo il
lavoro, e così...»
Lui la respinse. «Sei stata al pub?»
Tina percepì le prime avvisaglie di
panico nella pancia. «Voleva parlarmi.
Mr Jennings non ci lascia chiacchierare
in ufficio, così lei mi ha proposto di
farci un drink insieme, e poi ho perso
l’autobus.» Era consapevole di apparire
terrorizzata e di stare parlando troppo in
fretta.
«Non pensavo di chiedere troppo
aspettandomi che mia moglie arrivasse
in tempo per il tè la prima sera del suo
ritorno, ma ovviamente Linda ha la
precedenza.»
«Tè?» Tina si fece piccola piccola
per oltrepassarlo e andò in cucina.
La tavola era apparecchiata per due,
con candele e tovaglioli e, al centro, in
un barattolo di marmellata, un mazzetto
di fresie, i suoi fiori preferiti. «Bene,
mangiamo, allora. Ho una fame da lupi.»
«È nella pattumiera.» Rick si voltò e
andò in salotto, lasciando Tina sola e
senza parole. Era in ritardo soltanto di
un’ora; avrebbe anche potuto aspettarla
un po’ di più. Si sedette a tavola e
contemplò l’impegno che si era preso.
Forse lei si stava comportando da
egoista. Era la sua prima sera a casa e
lui si era dato tanto disturbo. Forse
aveva ragione: sarebbe dovuta tornare
prima, sforzarsi di più. Forse era lei che
avrebbe dovuto preparare da mangiare.
Col cuore che le batteva forte, lo
raggiunse in salotto e si sedette accanto
a lui sul divano. Lui la ignorò e continuò
a leggere il giornale.
«Rick, mi dispiace. Puoi
perdonarmi?»
Lui posò il giornale sulle ginocchia e
la guardò. «Mi hai deluso, Tina, ecco
tutto. Pensavo fosse quello che volevi
ma, se nemmeno ti preoccupi di
presentarti in orario, mi domando se sei
convinta.»
«Ma certo che lo sono, Rick. Voglio
che noi tre siamo una famiglia.» Il mento
cominciò a tremarle e la sua voce si
ruppe.
«Be’, devi dimostrare un minimo di
impegno, allora, e cominciare a mettere
me in cima alla lista, una volta tanto.»
«Lo farò, Rick, scusa.»
In un istante, il suo umore cambiò:
sorrise e le mise le braccia intorno alle
spalle. «Brava ragazza. Che ne dici di
fare un salto qui sotto a prendere un po’
di fish and chips? È il minimo che puoi
fare.»
Tina tirò un sospiro di sollievo e lo
baciò su una guancia. «Certo. Non ci
metterò molto. Tu rilassati.»
Più tardi, mentre giaceva soddisfatta tra
le sue braccia, Tina si congratulò con se
stessa per aver preso la decisione
giusta. In passato, se fosse tornata a casa
tardi, Rick avrebbe avuto una violenta
crisi di rabbia e gliel’avrebbe fatta
pagare a suon di botte. Stavolta, invece,
avevano discusso con calma e Rick le
aveva fatto capire qual era stato il suo
errore. Linda si sbagliava: le persone
possono cambiare.
«Tina?»
«Sì?»
«Voglio che domani tu dia le
dimissioni.»
Lei fu colta alla sprovvista.
«Perché?»
«Be’, tra quattro mesi avrai un
bambino. Io ho un buon lavoro, ora, e
con ogni probabilità hai avanzato un po’
di quei soldi che mi avevi rubato. I soldi
del Grand National, hai presente?»
Il ricorso al verbo «rubare» la
innervosì, ma ammise che i soldi erano
ancora quasi tutti in banca. Non era stata
avventata e li aveva usati solo per i
bisogni essenziali come la spesa e
l’affitto.
«Siamo d’accordo, allora. Se ti va, il
sabato puoi continuare a lavorare in
negozio. Può essere carino se esci di
casa ogni tanto.»
Tina gli si accoccolò ancor più tra le
braccia e rifletté sulla generosità di suo
marito. Finalmente era pronto a essere
lui il sostegno della famiglia e a
mantenere lei e il bambino. Sarebbe
rimasta a casa e avrebbe soddisfatto
ogni loro necessità. Tutto sarebbe stato
perfetto.

La sera successiva, Tina era davanti


all’ampia scrivania in mogano di Mr
Jennings. La giornata volgeva al termine
e lei era ansiosa di tornare a casa.
Teneva la busta in una mano e la
sbatteva in maniera ritmica contro
l’altra.
«Che cosa c’è, Tina?»
«Sono le mie dimissioni, Mr J.» Gli
porse la busta.
«Non ho intenzione di accettarle»,
replicò lui, intrecciando le mani di
fronte a sé.
«Temo che dovrà farlo.» Lasciò
cadere la lettera sulla scrivania.
«Sei la mia miglior impiegata, Tina,
lo sai. Le altre sfigurano al confronto.
Posso chiederti perché?»
«Be’, mio marito ha un ottimo lavoro,
adesso, abbiamo qualche soldo da parte,
e in ogni caso sono incinta.»
«Capisco.» Mr Jennings prese la
busta e la aprì con calma. «Ed è quello
che vuoi?»
Tina non sapeva che cosa rispondere.
Era stata un’idea di Rick, ma lei ne
capiva la motivazione. Come poteva
prendersi cura di un bambino e al tempo
stesso lavorare? Rick aveva ragione. Il
suo posto era a casa, a badare a lui e al
piccolo.
«Sì, signore», disse alla fine.
La notizia lasciò Linda sbigottita.
«Non puoi andartene! Sapevo che
sarebbe successo. Sei tornata da cinque
minuti e lui già ti controlla. Potresti
rimanere almeno fino alla nascita del
bambino.»
«Rick non c’entra niente. È un’idea
mia.» Tina era seccata. Non solo perché
Linda era saltata subito a quella
conclusione, ma soprattutto perché
aveva ragione. Si gettò addosso il
soprabito in fretta e furia. «Senti, devo
andare. Non voglio far tardi.»
«Dio ce ne scampi. Vai pure, ci
vediamo domani.»

Tina era decisa ad arrivare a casa prima


di Rick e fargli trovare la cena pronta. In
realtà, ebbe il tempo di preparargli il
suo piatto preferito, lo shepherd’s pie,
farsi un bagno e rassettare la casa. Alle
otto, cominciò a preoccuparsi. Dopo la
piazzata del giorno prima, si aspettava
che fosse puntuale. Alle nove, decise di
chiamarlo al lavoro per sentire se
avesse fatto tardi. Marie, al centralino,
le disse che se n’era andato verso le
cinque. Prima che l’orologio segnasse le
dieci, Tina era stravolta. Lo shepherd’s
pie si era seccato e lei aveva i nervi a
pezzi. Il pensiero che gli fosse successo
qualcosa di brutto le riusciva
intollerabile, specie ora che erano
tornati insieme e con un evento così
importante da attendere con impazienza.
Per l’ennesima volta, sbirciò attraverso
le tende di velluto marrone e, per
l’ennesima volta, la vista della strada
deserta la lasciò delusa. Sollevò di
nuovo il ricevitore per sentire se dava
libero e accertarsi che funzionasse. Non
riusciva a stare ferma, e camminava su e
giù per la stanza mangiandosi le unghie,
un vizio che aveva perso anni prima.
S’immobilizzò non appena udì il rumore
di qualcosa che grattava contro la porta
d’ingresso e corse ad aprirla. Rick era lì
con la chiave sospesa a mezz’aria, che
cercava la serratura.
«Rick! Dove sei stato?» esclamò,
sollevata, gettandogli le braccia al
collo.
«Rilassati. Te l’avevo detto che
andavo a bere qualcosa coi ragazzi.
Tranquilla, mi sono limitato al succo
d’arancia. Mitch si sposa la prossima
settimana.»
«Mitch?»
«Be’, sì, Mike. Lo chiamiamo Mitch
perché somiglia all’omino Michelin.»
«Non fa niente. Ero
preoccupatissima. Non mi hai detto che
saresti rimasto fuori.»
«Davvero? Ero sicuro di averlo fatto.
È pronto? Ho una fame da lupi.» Si
chinò per baciarla sulla bocca.
Tina era felice che il suo uomo fosse
tornato. Se solo il suo alito non avesse
puzzato di birra, sarebbe stato tutto
perfetto.
13

Quando Graham entrò nel charity shop,


Tina era appollaiata su uno sgabello
dietro il bancone. Una folata di vento
soffiò dentro alcune foglie secche e
poco mancò che scardinasse la porta.
Era un settembre particolarmente freddo
e Tina rabbrividì. «Buongiorno,
Graham. Come stai?»
Come ogni sabato, era passato per
scambiare due chiacchiere prima che
l’agenzia ippica aprisse i battenti. Si
fregò le mani e ci soffiò sopra.
«Buongiorno, tesoro. Caspita, che
freddo fa fuori.» La baciò su una guancia
e le osservò il pancione. «Ma guardati!»
Tina scivolò giù dallo sgabello e
sospirò. «Mancano solo tre mesi. Non
vedo l’ora.»
«E a casa come va?»
«Graham, per favore, smettila di
preoccuparti. Va tutto bene, te l’ho
detto.»
«Sembri stanca.»
«È perché sono al sesto mese.
Immagina quanto stanca sarei se Rick
non mi avesse permesso di lasciare il
lavoro. Si sta prendendo davvero cura
di me, sai?»
«E non beve più?»
Tina si mise a sfaccendare con le
tazze da tè.
«Tina?»
«Be’, credo beva un bicchierino ogni
tanto – sì, insomma, coi colleghi al pub
–, ma non puoi di certo fargliene una
colpa. Ci va solo una volta alla
settimana, il venerdì sera, e credo sia
giusto. Lavora tantissimo. Non è come
prima.»
«Stai cercando di convincere me o te
stessa?»
«Sei cattivo come Linda. Io ho
fiducia in lui ed è questo che conta.»
Graham si ammorbidì. «Okay, mi
dispiace.» Indicò la busta sul bancone.
«Da dove viene? Sembra vecchia.»
Tina l’agguantò d’istinto e se la
strinse al petto. Non aveva parlato con
nessuno della lettera tranne che con
Maud Cutler, e non voleva cominciare
adesso. Non avrebbe saputo spiegare il
motivo, ma era una faccenda che
preferiva gestire da sola. Aveva
riflettuto a lungo se fosse il caso di
proseguire con la sua piccola indagine.
Magari Chrissie e Billy erano entrambi
felicemente sposati con altre persone,
ciascuno con una famiglia per conto
proprio, e quella lettera poteva causare
turbamenti indicibili. Forse uno dei due
era morto, e avrebbe solo riaperto
vecchie ferite. «Non è niente. Niente che
ti riguardi, comunque.»
Graham sembrò offeso. «Scusa.»
Tina si pentì subito del suo tono
brusco. Graham stava solo facendo
conversazione. «No, sono io che ti
chiedo scusa, Graham. Non avrei dovuto
essere sgarbata con te. Sei un caro
amico, davvero, ma io sto bene, sul
serio. Adesso beviamoci il nostro tè e
parliamo di tutto tranne che della mia
vita, ti va?»

Un ventoso venerdì pomeriggio di fine


ottobre, Tina arrivò finalmente davanti
alla villetta a schiera di Gillbent Road,
con in tasca la lettera di Billy.
Nonostante tutte le sue riserve, si sentiva
in qualche modo in dovere di scoprire
che cosa fosse successo ai due giovani
innamorati. Bussò alla porta e notò che
la vernice azzurra era scrostata e il
battiporta rigido a causa dello scarso
utilizzo. A quanto pareva, quella casa
non riceveva molte visite. Bussò di
nuovo, ed era quasi sul punto di
rinunciare quando udì un rumore
provenire dall’interno.
«Chi è?» chiese una voce anziana.
«Ehm, mi chiamo Tina Craig. Sto
cercando qualcuno che una volta abitava
qui.» Si accovacciò all’altezza della
buca delle lettere e la aprì con una
spinta della mano così da farsi sentire.
«Si chiamava Billy. Lo conosce?»
Ci fu un lungo silenzio e Tina rimase
incerta sulla mossa successiva da
compiere. Poi udì un chiavistello
scorrere e la porta si aprì leggermente:
dietro comparve un uomo sull’ottantina,
il volto solcato da rughe profonde, i
capelli folti ma candidi come neve, il
naso grosso e violaceo, le dita e i denti
macchiati di nicotina.
Tina si raddrizzò. «Ah, salve. Come
ho detto, sto cercando un certo Billy.
Credo abitasse qui diversi anni fa e mi
chiedevo se lei l’avesse conosciuto.»
Il vecchio signore si aggiustò sul
naso gli occhiali spessi. «Mai sentito»,
rispose con voce stridula ma decisa, e
chiuse la porta in faccia a Tina,
lasciandola lì a chiedersi che cosa fare.
Lei si strinse il cappotto intorno al
pancione per ripararlo dal freddo e si
massaggiò la schiena dolorante. D’un
tratto, si sentì molto sciocca a starsene lì
sul marciapiede davanti alla casa di un
estraneo.
Si guardò intorno e vide un’anziana
signora che avanzava con lentezza lungo
la strada tirando un trolley per la spesa
in tessuto a disegni scozzesi. La donna
fissò Tina e cercò di affrettare il passo,
ma le sue vecchie ossa non erano fatte
per la velocità, e le fece segno di
aspettare. Quando finalmente la
raggiunse, era senza fiato. «Posso...
Posso aiutarla?» le chiese ansimando.
Tina indicò la porta azzurra di fronte.
«È casa sua?»
«Decisamente sì. Ci vivo da
cinquant’anni, dal ’23.»
Tina venne colta di sorpresa. «Ah. E
il signore lì dentro è suo marito?»
L’anziana donna infilò la chiave nella
serratura e aprì la porta. «Henry, sono a
casa.» Poi, rivolta a Tina: «Sì, è mio
marito. Che cosa posso fare per lei?»
«Nulla, a dire la verità; suo marito ha
già risposto alla mia domanda. Cercavo
una persona che ha vissuto in questa
casa ma, se voi siete qui da
cinquant’anni, dev’essere l’indirizzo
sbagliato.»
L’anziana signora aveva gli occhi che
lacrimavano dal freddo; tirò fuori un
fazzoletto e se li asciugò. «Chi è che
cerca?»
«Be’, come le ho detto, suo marito ha
già confermato che non sa...»
«Come si chiama?» insistette la
donna.
Tina guardò negli occhi la sua
determinata inquisitrice. «Conosco solo
il nome di battesimo... Billy.»
Le mani incartapecorite della donna
si strinsero con più forza intorno
all’impugnatura del trolley. Le vene
bluastre sporsero in fuori e le nocche
sbiancarono. Lentamente, la donna
staccò una mano e la tese a Tina. «Alice
Stirling, piacere.»
Tina si sedette al tavolo della cucina di
fronte ad Alice, una tazza bollente di tè
forte in mano. Henry era su una poltrona
accanto al camino e guardava fuori dalla
finestra con aria assente.
«Non ha mai accettato Billy», esordì
Alice, accennando al marito.
«Non era mio figlio.» La voce di
Henry era incredibilmente forte in
confronto al suo aspetto fragile.
«Sta’ zitto!» esclamò Alice, stizzita.
Poi, rivolta a Tina: «Abbiamo adottato
Billy quando aveva otto mesi. I suoi
genitori erano morti e lui viveva in un
orfanotrofio. Era ben accudito, ma aveva
bisogno di una casa come si deve... sì,
insomma, di un padre e una madre. Noi
avevamo appena perso nostro figlio,
Edward, e il dolore era...» Deglutì con
forza, cercando di stabilizzare la voce.
«Il dolore era insopportabile, ma poi il
piccolo Billy è entrato nelle nostre vite
e...»
«Ha preso il suo posto. Lei non ha
mai più pensato a Edward nemmeno una
volta da quando lui è arrivato», la
interruppe Henry.
«Bada a come parli, vecchio scemo.»
Poi, guardando Tina: «Lo ignori».
Tina cominciò a sentirsi a disagio.
Allungò una mano in tasca, prese la
lettera di Billy e la porse ad Alice, che
la estrasse con cura dalla busta e
cominciò a leggerla. «Dove l’ha
trovata?» chiese quand’ebbe finito.
Tina glielo spiegò.
«Non capisco. Billy era seduto
esattamente dove si trova lei ora, a
questo stesso tavolo, quando ha scritto
quella lettera. Era stata un’idea mia – lui
non è mai stato molto bravo in questo
genere di cose –, ma era contento di
averlo fatto. Era felice di essere riuscito
a esprimere i suoi sentimenti, di dire a
Chrissie ciò che provava. Poi è uscito e
l’ha spedita.»
Tina capovolse la busta. «No, non
l’ha fatto. Guardi.»
Alice diede un’occhiata al
francobollo non timbrato. «È passato
tanto tempo. Sono confusa. Ero convinta
avesse detto che stava andando a
imbucarla, ma a quanto pare ha ragione,
non l’ha fatto. So che il giorno dopo è
andato da Chrissie e ha parlato con sua
madre, ma lei non sapeva nulla della
lettera. Gli ha detto che avevano
mandato Chrissie da sua sorella in
Irlanda e che il bimbo sarebbe nato là.
Billy ha implorato Mrs Skinner di dargli
l’indirizzo, e lei gli ha risposto che
avrebbe prima chiesto il permesso a
Chrissie.»
«E così si sono poi messi in contatto?
Billy e Chrissie si sono ritrovati?»
Alice chinò il capo e trasse un
profondo respiro. «No, purtroppo. Lui
non ha mai più saputo niente di Chrissie.
Mrs Skinner è stata investita da un’auto
quella sera stessa. È morta senza mai
aver ripreso conoscenza.»
«Billy è riuscito a scoprire che ne è
stato di Chrissie e del loro bambino?»
Alice scosse lentamente il capo. «Il
mio Billy è stato ucciso in guerra nel
1940. Aveva ventidue anni.»
Tina rimase lì seduta a bocca aperta.
Diede un’occhiata a Henry. Si era
appisolato nella poltrona.
Alice si tamponò gli occhi con un
fazzoletto.
«Mi spiace aver riaperto vecchie
ferite.»
«Non l’ha fatto. La morte del mio
Billy è una ferita che non si è mai
rimarginata. Sento la sua mancanza ogni
singolo giorno. So di non essere
imparziale, ma era davvero il figlio
perfetto. Magari non l’ho messo al
mondo io, però, per quello che mi
riguarda, era carne della mia carne e
sangue del mio sangue tanto quanto
Edward. Il dottor Skinner pensava non
fosse all’altezza di sua figlia, ma la
verità è che lo era fin troppo.» Poi,
indicando la pancia di Tina: «La vita è
un bene prezioso, Mrs Craig. Faccia
tesoro di ogni istante che vivrà con suo
figlio. Non troverà mai un altro amore
come questo».
«Lo farò, Mrs Stirling, grazie», disse,
col volto rigato di lacrime.
Alice si alzò a fatica dalla sedia e
rovistò nel cassetto di un vecchio
scrittoio. «Ecco, questo è Billy.» Fece
scorrere sul ripiano del tavolo una
fotografia malridotta che ritraeva un bel
ragazzo in uniforme. «Se riesce a
trovare suo figlio, gli dia questa e gli
dica che suo padre era l’uomo più bello,
gentile e coraggioso del mondo.»
Tina infilò la foto dentro la busta
insieme con la lettera. «Glielo prometto,
farò tutto quello che posso per
assicurarmi che Chrissie abbia questa
busta. Merita di sapere che Billy voleva
fare la cosa giusta. Forse non
scopriremo mai perché abbia cambiato
idea e non abbia spedito la lettera, ma
ha fatto del suo meglio per mettersi in
contatto con lei e io ho intenzione di
assicurarmi che lei lo sappia.»

Quando Tina lasciò Gillbent Road erano


le sei e mezzo di sera ed era già buio.
Mentre aspettava alla fermata, cominciò
a piovere a dirotto, e Tina aprì a fatica
l’ombrello. Per fortuna, vide l’autobus
in lontananza e si sentì un po’ più
rinfrancata. Dato che era venerdì sera,
Rick sarebbe uscito a bere coi colleghi e
avrebbe fatto tardi. Tina ripensò a
quello che le aveva detto Graham, ma si
sbagliava. Lei non ci vedeva niente di
male se, una sera alla settimana, Rick si
beveva un paio di birre. Se l’era
guadagnato, viste le ore di lavoro che si
sobbarcava per lei e per il bimbo.
Quando si sedette sull’autobus, i gas
di scarico del motore abbinati al forte
sballottamento le fecero venire la
nausea. Rifletté sulle parole di Alice e
d’un tratto si preoccupò di non essere in
grado di amare a sufficienza il suo
bambino. Si diede della stupida. Alice
voleva bene a Billy anche se non era suo
figlio naturale. Figurarsi quanto avrebbe
amato lei quel bimbo che aveva tanto
desiderato e portato in grembo per nove
mesi.
Quando rincasò, erano le sette
passate e la casa era buia. Chiuse a
chiave la porta e cercò a tentoni
l’interruttore. Con la carta da parati
marrone scuro, l’ingresso era
particolarmente cupo, e Tina si
ripromise di chiedere a Rick se non
fosse il caso di dipingere le pareti di un
colore più luminoso. Tastò lungo il muro
e trovò l’interruttore col palmo. Prima
di riuscire a premerlo, sentì una mano
calda sopra la sua e rimase di sasso.
«Rick, santo cielo, mi hai spaventata.
Non sapevo fossi a casa.»
Subito dopo, accaddero tre cose,
quasi in contemporanea. Innanzitutto,
Tina percepì un deciso odore di whisky;
poi si sentì girare la testa, non appena il
pugno di Rick entrò in contatto con la
sua guancia. Infine la bocca le si riempì
di sangue e lei deglutì e deglutì ancora,
cercando un senso a tutto ciò prima di
svenire.
14

1939

Camminando per la strada buia, Billy


cercava in tutti i modi di aguzzare la
vista. Però, la gente l’aveva presa
davvero sul serio, quella storia
dell’oscuramento. Non uno spiraglio di
luce filtrava dalle finestre, i lampioni
erano spenti e un’automobile procedeva
con cautela a fari spenti. Lui si sentiva
soffocare da quell’oscurità nera come
l’inchiostro. A suo avviso, si trattava di
una prassi ben più pericolosa della
minaccia di un bombardamento, ma le
regole non le aveva stabilite lui. Quando
svoltò l’angolo, rimase leggermente
disorientato e si sforzò di ricordare
dove fosse la buca per lettere più vicina.
Sembrava che il mondo intero fosse
cambiato all’improvviso. Mentre tentava
di orientarsi, si accorse della presenza
di una persona accanto a sé. Si fermò,
rimase in ascolto e udì sfregare un
fiammifero. Si voltò proprio nell’istante
in cui una piccola fiamma illuminò i
lineamenti inconfondibili del dottor
Skinner.
Billy si mise subito sulla difensiva.
«Mi sta seguendo?»
«Sì, stavo venendo da te.» Tirò una
lunga boccata dalla sigaretta e scrollò la
cenere sul marciapiede. «Dove sei
diretto? Non da mia figlia, spero. Te
l’ho spiegato, lei non vuole avere più
niente a che fare con te.»
«È stata lei a dirglielo?»
«Certo. A quanto pare, è rinsavita,
finalmente.»
«Posso farle una domanda, Samuel?»
Billy era certo che il ricorso al nome di
battesimo avrebbe enormemente seccato
il dottor Skinner.
Il medico, tuttavia, si limitò ad
assentire con un cenno del capo.
«Perché mi odia così tanto? Che cosa
le ho fatto di male?»
«Sono sicuro che un giorno sarai pure
un marito decente. Questo posto è pieno
di troiette per cui tu potresti
rappresentare un buon partito. Ma mia
figlia è speciale. Si merita qualcosa di
meglio del garzone di una panetteria,
orfano e analfabeta.»
Billy soffocò una risatina. Sapeva di
avere un asso nella manica e aspettava il
momento giusto per giocarlo. «Io,
almeno, ci tengo davvero alla felicità di
Chrissie, a quello che vuole.»
«Lei non sa che cosa vuole. Io sì,
sono suo padre.»
Billy notò che l’unica fonte di luce, la
sigaretta, si stava spegnendo. Frugò
nelle tasche in cerca dei suoi fiammiferi.
Desiderava vedere ogni muscolo, ogni
tendine, ogni nervo del volto di Skinner
mentre glielo diceva. Sfregò il
fiammifero e i lineamenti del medico
tornarono in piena luce. Sorrise. «Come
preferisce che la chiami, nonno o
nonnino?»
Per una frazione di secondo, prima
che il fiammifero si consumasse e Billy
dovesse lasciarlo cadere a terra, vide il
volto di Skinner. Aveva le palpebre
socchiuse e le labbra serrate in una linea
sottile, mentre le vene delle tempie
presero a pulsargli. «Sei un bugiardo»,
sibilò tra i denti.
«Davvero? Ne è sicuro?» chiese
Billy.
Tra loro era calato di nuovo il buio,
eppure Billy non aveva bisogno di
vederlo per cogliere l’intensità della sua
collera. Riusciva a percepirla, a sentire
il suo respiro che si faceva affannoso.
La sua rabbia era tangibile. «Io amo
Chrissie, dottor Skinner. So di non
essere il marito che lei avrebbe scelto
per sua figlia, ma Chrissie sta per
mettere al mondo il mio bambino e io
intendo tener fede ai miei impegni. Non
mi sottrarrò alle mie responsabilità.
Chrissie e il piccolo potranno sempre
contare su di me. Lavorerò sodo e...»
L’urlo del dottor Skinner lo
interruppe bruscamente. «Aiutami»,
disse in un rantolo. Poi, stringendosi il
petto, si accasciò sulle ginocchia.
Billy si chinò su di lui con le mani
davanti alla bocca.
Skinner indicò la tasca della sua
giacca. «Le pillole.»
Benché fosse convinto si trattasse di
uno stratagemma, Billy allungò una mano
nella tasca e ne estrasse una bottiglietta
marrone. Trafficò col coperchio, ma alla
fine riuscì ad aprirla e ne rovesciò il
contenuto sul palmo della mano. «Non
riesco a vedere bene. Quante?»
«Dai qua.» Skinner cercò a tentoni
nell’altra tasca, tirò fuori una piccola
torcia e il fascio di luce giallo illuminò
il mucchietto di pastiglie.
«Le torce sono vietate.»
«È un’emergenza.» Col pollice e con
l’indice che gli tremavano, afferrò due
pillole e se le infilò sotto la lingua. Poi
si mise seduto e si appoggiò a un
lampione. «Grazie», disse, e chiuse gli
occhi.
Billy non sapeva che cosa fare. Il
respiro del medico sembrava debole e
affaticato. La strada era deserta, e lui
non sarebbe stato in grado di trasportare
da solo un uomo grande e grosso come
Skinner. «Mi spiace, dottore. Le pillole
stanno facendo effetto?»
Aprì gli occhi. «È la verità? Hai
messo incinta la mia Chrissie?»
«Sissignore, è la verità ma, come le
ho detto, ho intenzione di fare la cosa
giusta.» Tirò fuori dalla tasca la lettera e
gliela porse. «Le ho scritto questa. Temo
di aver reagito piuttosto male ieri,
quando mi ha dato la notizia, e ho detto
cose che non pensavo. Sono passato da
casa sua per provare a rimediare, ma lei
non me l’ha lasciata vedere; così ho
messo tutto per iscritto. Stavo giusto
andando a imbucarla.»
Il respiro di Skinner era tornato
regolare. «Aiutami ad alzarmi.»
Billy lo afferrò sotto le ascelle e lo
aiutò a rimettersi in piedi.
Skinner si diede una spolverata e si
raddrizzò completamente. «Non ha
nessun senso spedirla, non ti pare?»
«Perché?»
«Pensaci. Ieri c’è stata la
dichiarazione di guerra. E ora niente è
più come prima. Il sistema postale di
sicuro andrà in malora e quella lettera
non giungerà mai a destinazione.»
Billy aveva i suoi dubbi in merito,
ma nessuno poteva più essere certo di
nulla, ormai. Sembrava che tutto fosse
cambiato dall’oggi al domani.
«Dalla a me, la do io a Chrissie»,
proseguì il dottor Skinner tendendo la
mano.
«Non saprei... Come faccio a essere
sicuro che gliela darà? Mi spiace, non
vorrei sembrarle irrispettoso, ma non mi
fido di lei.»
«Non posso biasimarti, ma è la
soluzione migliore.»
Con riluttanza, Billy gli consegnò la
lettera. «Passerò domani per assicurarmi
che Chrissie l’abbia avuta.»
«Non ne dubito.» Il dottor Skinner
prese la lettera e la infilò nel taschino
interno.

Chrissie e la madre erano sedute al


tavolo della cucina a parlottare
sottovoce quando il dottor Skinner
rincasò. Stavano discutendo su quale
fosse il miglior modo per comunicargli
la notizia del bambino. Sentirono
sbattere la porta d’ingresso; Mabel
allungò un braccio sul tavolo e strinse
una mano alla figlia. Chrissie rispose
con un sorriso ansioso. Il rimbombo dei
passi del dottore che si avviava su per
le scale senza nemmeno salutare le
lasciò entrambe confuse e preoccupate.
Mabel si precipitò nel corridoio e,
aggrappata alla ringhiera, chiamò il
marito. Chrissie si alzò e si fermò sulla
soglia della cucina, mordicchiandosi il
pollice.
«Samuel, sei tu? Qualcosa non va?»
Salì le scale e lo sentì muoversi
rumorosamente. Era in camera di
Chrissie. Con una certa trepidazione,
Mabel entrò. «Samuel?»
Girato di spalle rispetto a lei,
Skinner rovistava nell’armadio di
Chrissie: tirava fuori degli abiti e li
gettava sul letto. Si allungò verso il
ripiano più alto dell’armadio e tirò giù
una valigia marrone piuttosto malridotta.
Che infatti perse la maniglia e precipitò
a terra. «Dannazione! Mabel, per favore,
vai a prendermi un’altra valigia, e poi
fai in modo di mandare un telegramma a
tua sorella.»
«Un telegramma a Kathleen?
Perché?»
Il dottor Skinner si voltò a guardare
la moglie, il viso paonazzo, la fronte
imperlata di sudore, gli angoli della
bocca che schiumavano saliva. «Perché
tua figlia è una sgualdrina e non esiste
che rimanga in questa casa a mettere al
mondo un bastardo. Andrà in Irlanda da
Kathleen.»
Mabel si lasciò cadere sul letto.
«Samuel, calmati, per piacere. So che è
uno shock per tutti noi, ma...»
«Allora lo sapevi? Non ti azzardare a
difenderla. Non c’è nessuna scusa per
una cosa del genere. Non avevi nessun
diritto di tenermela nascosta. Che ne
sarà di quel bastardo quando nasce? Lo
metterai in una scatola in fondo al
giardino come una specie di animale?»
Mabel non aveva mai visto il marito
così furioso.
Le sue ultime parole furono come
veleno: «Se ne va domattina presto».
Il giorno seguente, Chrissie contemplava
la sua stanza per l’ultima volta. La carta
da parati con le sue vivaci rose rosse, la
vernice verde sgargiante, lo specchietto
e la spazzola posizionati ordinatamente
sulla toeletta... era tutto così familiare e
rassicurante. Come aveva fatto la sua
vita ad andare a rotoli in maniera tanto
repentina? Chrissie aveva rifatto la
valigia, preparata da suo padre a
casaccio la sera prima e, quando la
sollevò, si stupì nel constatare quanto
apparisse insignificante. Non un granché
per una che aveva vissuto diciannove
anni. Guardò la sua immagine patetica
riflessa nello specchio. Sebbene non
facesse freddo, aveva indosso il suo
miglior cappotto invernale; i capelli
ordinatamente arricciati e acconciati
sotto il cappello, il colorito pallido e
spento, gli occhi celesti offuscati e
colmi di cupa disperazione.
Si sedette alla toeletta e afferrò con
esitazione il fard che aveva acquistato di
recente. Con dita tremanti, se ne spalmò
un po’ sulle guance, pizzicandole
delicatamente. Il colorito acceso che ne
risultò la fece sentire leggermente
meglio. Che cavolo, pensò. Se mi
considera una puttana, tanto vale
sembrare tale. Si applicò due strati di
colore e il kajal nero sulle sopracciglia
e sotto gli occhi.
Sentì la voce dolce della madre in
fondo alle scale: «Chrissie, è ora di
andare».
Ripose i trucchi nella borsa, fece un
respiro profondo, sollevò la valigia,
diede un’ultima occhiata alla stanza e si
diresse al piano inferiore. I suoi genitori
la stavano aspettando.
«Scrivimi non appena arrivi da zia
Kathleen. Mi mancherai. Verrò a trovarti
ogni volta che posso e ci sarò quando
nascerà il bambino», disse la madre. Il
marito fece per intromettersi, ma lei lo
fermò con un’occhiataccia. «Mi spiace
che le cose debbano andare così, ma lo
capisci, vero? Tuo padre ha una
reputazione nella comunità e la vergogna
di avere una figlia che...»
«Mamma, possiamo per favore
evitare di analizzare la cosa per
l’ennesima volta? Sono una persona
orribile, che ha commesso un’azione
imperdonabile di cui pagherò le
conseguenze.» Chrissie abbassò lo
sguardo. «A dire la verità, pensavo che
Billy mi amasse, ma questo dimostra
quanto ci si possa sbagliare.»
In quel preciso istante, Leo entrò in
casa e si mise a girare intorno alle
gambe di Chrissie. Lei si chinò e gli
arruffò le orecchie. Il cane prese a
dimenarsi con foga.
«Addio, amico. Mi mancherai. Fai il
bravo.» Affondò il viso nel suo pelo e
ne inspirò l’odore delizioso per l’ultima
volta. Poi si raddrizzò e si rivolse a sua
madre. «Promettimi che ti prenderai
cura di lui.»
«Ma certo, Chrissie, te lo prometto.»
Abbracciò la figlia e la tenne stretta a
sé.
Chrissie soffocò un singhiozzo. Non
voleva dare a suo padre la
soddisfazione di vederla piangere. D’un
tratto, sentì un disperato bisogno di
andarsene. L’ingresso buio e cupo aveva
un che di claustrofobico, e sembrava non
esserci abbastanza aria per tutti.
Abbracciò sua madre un’ultima volta e
fece un passo indietro per rivolgersi al
padre. Quando lo guardò negli occhi
freddi, spenti, capì che le parole erano
inutili. Lasciò l’unica casa che aveva
mai avuto e si avviò fuori, per
cominciare un nuovo capitolo della sua
vita.
15

Più tardi, quella sera, con la pioggia che


sferzava le finestre, Mabel era in
ambulatorio ad aggiornare le cartelle dei
pazienti. Si trattava di un compito che di
solito sbrigava Chrissie – e con
un’efficienza che lei nemmeno poteva
sperare di eguagliare – e si rese conto
che sua figlia le sarebbe mancata molto
più di quanto avesse immaginato. Il
suono del campanello la fece
sobbalzare; Leo prese a sgambettare
frenetico lungo il corridoio, abbaiando
come un matto, e Mabel si staccò di
malavoglia dalle scartoffie e andò ad
aprire. Non era dell’umore adatto per
ricevere visite: era pallida e aveva gli
occhi iniettati di sangue. Afferrò Leo per
il collare, lo tirò indietro e aprì la porta.
A causa del tempo inclemente, il
visitatore si era calato il cappello sugli
occhi e sollevato il colletto della giacca
fin sulle orecchie, sulle prime, per cui
Mabel non lo riconobbe.
«Buonasera, Mrs Skinner. Mi scusi se
la disturbo, ma mi domandavo se potessi
scambiare due parole con Chrissie.»
Leo riconobbe la voce di Billy e
cominciò a guaire, entusiasta, mentre
Mabel mollava la presa sul collare.
Billy si chinò ad accarezzarlo.
«Ehm... È in casa?»
Mabel spalancò in silenzio la porta e
gli fece cenno di entrare.
«Grazie.» Billy si tolse il berretto e
si passò le dita tra i capelli.
«Seguimi», gli disse Mabel, con
calma, dirigendosi in cucina.
Una volta in piena luce, Billy si
accorse dell’aspetto di Mabel. «Tutto
bene, Mrs Skinner? Dove sono gli
altri?»
«Mio marito è uscito per una
chiamata d’urgenza e Chrissie è in
viaggio per l’Irlanda.»
«Per l’Irlanda? E a far cosa?»
Mabel si coprì il viso con le mani e
cominciò a piangere.
«Mrs Skinner, la prego, mi dica che
cos’è successo. Chrissie ha letto la mia
lettera?»
Lei si asciugò gli occhi e sollevò lo
sguardo su Billy. «Quale lettera?»
«Ieri sera ho dato al dottor Skinner
una lettera per Chrissie. Stavo andando
a imbucarla, ma l’ho incontrato e mi ha
convinto a dargliela. Ha detto che il
servizio postale non avrebbe più
funzionato, dopo la dichiarazione di
guerra. Gliel’ha consegnata?»
«Non so niente di nessuna lettera,
Billy. Tutto quello che so è che hai
spezzato il cuore a mia figlia e adesso la
mia famiglia è distrutta.» Mabel picchiò
i pugni sul tavolo. «Non ce la facevi
proprio a tenere le mani a posto, vero?
E poi l’hai gettata via come uno straccio
vecchio. È un bene che mio marito non
sia in casa, perché non credo riusciresti
a uscire tutto intero da qui.»
Billy cercò di calmarla: «Mrs
Skinner, mi ascolti, la prego».
Mabel piangeva a dirotto; si sedette e
appoggiò la testa sul tavolo, tra le
braccia conserte.
Lui fece qualche respiro profondo e
iniziò a camminare su e giù per la
stanza. «Senta, ammetto di non aver
preso bene la notizia del bambino. Ero
sconvolto. Voglio dire, io e Chrissie
abbiamo avuto... rapporti solo una volta,
ed è stato...»
«Risparmiami i dettagli, per favore.»
«Quello che intendevo dire è che la
nostra relazione è sempre stata basata su
quello che proviamo l’uno per l’altra.
Sono rimasto talmente sconvolto quando
mi ha detto del bambino che ho sentito il
bisogno di restare solo per abituarmi
all’idea. Me ne vergognerò in eterno, ma
sono scappato. Riuscivo a pensare
soltanto a come potevamo mettere al
mondo un figlio visto che era appena
scoppiata la guerra e io dovrò partire
per il fronte e lasciarla da sola. Ho
perso la testa, ma non perché non la
amo, anzi, per la ragione opposta.»
«Perché non le hai dette a lei, queste
cose?»
Il volto di Billy avvampò per
l’angoscia. «Ci ho provato. Sono
passato da voi due sere fa, ma il dottor
Skinner mi ha detto che Chrissie non
voleva vedermi.»
Mabel scosse la testa. «Samuel ci ha
detto che ti eri stancato di aspettare e
che in ogni caso pensavi non ne valesse
la pena. Devo ammetterlo, mi è parso un
gesto d’insensibilità estrema.»
«Tutte bugie. Non posso credere che
mi odi sino a quel punto.»
«Ti odiava già prima che mettessi
incinta nostra figlia, figurati adesso.»
«La lettera non gliel’ha data, vero?
Sapevo di non dovermi fidare di lui.
Come ho fatto a essere tanto stupido?»
«Sul fatto che tu sia stato uno stupido
non c’è dubbio. Comunque, che cosa
c’era nella lettera?»
«Una richiesta di scuse, una
dichiarazione e una proposta.»
«Vuoi sposarla?»
«Non sono mai stato più sicuro in
vita mia. La amo, Mrs Skinner, la amo
sul serio. Ho bisogno di vederla e
rimediare a tutto questo pasticcio.»
«È troppo tardi, Billy. È andata a
stare in Irlanda, da mia sorella. È là che
metterà al mondo il bambino, lontano da
occhi indiscreti e dai pettegolezzi.»
«Ma è qui che dovrebbe stare, con la
sua famiglia. La prego, Mrs Skinner, è
anche mio figlio. Non ho il diritto di
dire la mia sul luogo in cui nasce?» La
stava praticamente implorando. «Per
favore, mi dia il suo indirizzo, in modo
che possa spiegarle ciò che provo prima
che sia troppo tardi.»
«Te l’ho detto, Billy, è già troppo
tardi.»
«No che non lo è. O meglio, non
dev’esserlo per forza.»
Mabel guardò gli occhi scuri di Billy
e, sebbene fossero stravolti dal dolore,
riuscì a intuire perché Chrissie si fosse
innamorata di lui. Era davvero uno degli
uomini più belli che avesse mai visto e
in altre circostanze sarebbe stata
orgogliosa di averlo come genero.
Ammorbidì leggermente il tono: «Senti,
si sta facendo tardi e mio marito
potrebbe tornare da un momento
all’altro. Se ti trova qui... Be’, non c’è
bisogno che ti dica cosa succederebbe...
Scriverò a Chrissie io stessa domani e,
se vorrà, sarà lei a contattarti».
Billy chinò il capo. «Lo apprezzerei
molto, Mrs Skinner.»
«Dovrai avere pazienza, però. Mia
sorella vive in capo al mondo, senza
telefono, dunque ci vorrà del tempo.»
«Capisco. Grazie, Mrs Skinner. Le
prometto che non abbandonerò mai più
Chrissie.»
«Sarà meglio. Buonanotte, Billy.»
Lui recuperò il cappello e ricambiò il
suo saluto. «Buonanotte, Mrs Skinner.»

Più tardi, quella sera, quando il dottor


Skinner rincasò, entrò in cucina e si
scrollò la pioggia dal soprabito.
Mabel sollevò lo sguardo dal suo
lavoro di cucito. «Ormai dovrebbe già
essere arrivata alla pensione di Dublino,
o almeno credo. Povera ragazza,
costretta a fare quel viaggio da sola
nelle sue condizioni. E domani per lei
sarà un’altra lunga giornata. Dio solo sa
a che ora arriverà da Kathleen.»
Il dottor Skinner ignorò le
osservazioni della moglie e prese il
giornale.
Mabel posò il lavoro sul tavolo di
fronte a sé. «Perché non mi hai detto che
hai incontrato Billy, ieri sera?»
«Dev’essermi sfuggito di mente»,
disse, senza voltarsi, di modo che la
moglie non lo vedesse in faccia. «E
comunque, come fai a saperlo?»
«È stato qui. Cercava Chrissie. Dice
che ti ha dato una lettera per lei.
Dov’è?»
Stavolta, il dottor Skinner si girò,
mostrandole il viso sconvolto dalla
collera. «Proprio non capisce quand’è il
caso di smetterla, vero? Gli ho detto che
non c’è verso che faccia parte della vita
di Chrissie. Lei è bella e intelligente,
può avere chi vuole.»
«Lei vuole Billy.»
«Magari adesso la pensa così, ma è
solo per colpa di quel maledetto
bambino. Quando verrà dato in
adozione, lei tornerà in sé.»
«Di che diavolo parli? Lei vuole
tenerlo.»
«Finché avrò vita, farò di tutto perché
quei due non abbiano più nessun contatto
e quel piccolo bastardo finisca nella
casa che merita.»
«Chrissie non acconsentirà mai. Non
puoi costringerla a rinunciare a suo
figlio.»
«Lo vedremo.»
Mabel si alzò, rovesciando la sedia.
«Dovrai passare sul mio cadavere.»
Lo squillo improvviso del telefono
nell’ingresso li fece sobbalzare
entrambi.
Mabel sollevò il ricevitore. «Studio
medico, buonasera. Ah, salve, Mr
Henderson.» Dopo una breve
conversazione, Mabel tornò in cucina.
«Era Henderson. Sua moglie è entrata in
travaglio. Le si sono già rotte le acque,
quindi faccio un salto da lei. Quando
torno, cercheremo di sistemare questo
pasticcio. Voglio vedere la lettera che ti
ha dato Billy.» Indossò la mantellina blu
e si guardò intorno in cerca della borsa.
«Dovresti portarti dietro una torcia,
Mabel, è buio pesto là fuori. Vuoi che
venga con te? Non mi piace che tu esca
da sola.»
«L’ho già fatto centinaia di volte. E tu
non ti sei mai preoccupato prima. In ogni
caso, è vietato.»
Samuel rovistò nel cassetto della
cucina e trovò una vecchia busta
marrone, che avvolse intorno alla torcia.
«Tieni, prendi questa, è meglio di
niente.»
«Sei un vecchio mulo testardo,
Samuel Skinner, e a volte ti detesto.»
Era una bruttissima serata, e Mabel si
tirò il cappuccio della mantellina sopra
la testa stringendoselo intorno al collo.
Lottò contro il vento e la pioggia, e tentò
di evitare le pozzanghere gonfie
d’acqua. La torcia era quasi inutile e lei
faceva fatica a procedere sul
marciapiede. Inciampò in una mattonella
rotta, scivolò fuori dal cordolo e cadde
a testa in giù sulla strada. Non sentì
nemmeno l’automobile che la investì.
Avvertì soltanto l’odore di gomma
bruciata quando l’auto provò a frenare, e
poi la botta terribile che le spezzò la
spina dorsale come un fiammifero.
16

Kathleen McBride strinse il telegramma


al petto e scosse la testa, incredula.
«Santa Maria, Madre di Dio», bisbigliò,
facendosi il segno della croce.
Da quello che riuscì a desumere, la
nipote era in viaggio, incinta, verso casa
sua e lei non poteva farci niente. In un
moto di stizza, gettò il telegramma nel
fuoco e valutò la notizia. Era così tipico
di suo cognato sottrarsi a quel modo alle
proprie responsabilità. Era l’uomo più
disgustoso che Kathleen avesse
incontrato, e non gli aveva mai
perdonato di aver portato sua sorella in
Inghilterra. Mabel si era lasciata
totalmente incantare da lui e dai suoi
modi da protestante, e adesso, a quello
che sembrava, avevano educato la figlia
come una ragazzina viziata e di facili
costumi.
Dalla morte dei genitori, era toccato
a Kathleen mandare avanti la fattoria.
Era la maggiore di sei fratelli; degli altri
cinque, due erano morti in tenera età e
altri due erano egoisticamente emigrati
in America, in cerca di miglior fortuna.
Lei era l’unica che avesse a cuore la
fattoria e i sacrifici compiuti dai suoi,
che avevano faticato tutta la vita per
tirare avanti la baracca e garantire loro
un tetto sulla testa, ed era decisa a
salvaguardare i sani principi con cui era
stata educata e a far sì che la proprietà
restasse in famiglia.
La sua era un’esistenza semplice. La
fattoria non aveva elettricità né acqua
corrente, e la vita, in quella regione
brulla e implacabile ai piedi dei monti
Galtee, nel Sud dell’Irlanda, era una
lotta. La casa colonica era in pessime
condizioni e l’umidità risaliva impietosa
dal terreno paludoso, infiltrandosi nei
muri spessi e in rovina e annidandosi
nelle ossa. Il camino della cucina
serviva sia per riscaldare sia per
cucinare e non lo si lasciava mai
spegnere. La sera, Kathleen copriva le
braci con la cenere grigia e, al mattino,
quando la toglieva, il fuoco, sotto,
ardeva ancora e si riattizzava. L’acqua
veniva estratta dal pozzo prima di
colazione e messa sul fuoco a scaldare
in una tinozza. La torba per il camino
doveva essere presa dalla palude e fatta
seccare prima di poterla utilizzare.
Kathleen staccò un pezzo di torba
fresca e lo gettò nel camino. La stanza si
riempì subito di fumo e Kathleen tossì
con violenza. Si alzò e si raddrizzò
lentamente, massaggiandosi la schiena.
Aveva solo quarantacinque anni, ma i
decenni di duro lavoro in quel clima
rigido si facevano sentire.
Non sapeva a che ora né tantomeno in
che modo sarebbe arrivata la nipote, ma
non era affar suo. Nelle sue condizioni,
non poteva assolutamente restare alla
fattoria. Pur essendo da sola, Kathleen
arrossì al pensiero. Quella era una
piccolissima comunità, e la notizia di
una gravidanza al di fuori del
matrimonio si sarebbe diffusa come un
incendio indomabile. Kathleen riusciva
a immaginarsi i membri della
congregazione darsi di gomito mentre lei
prendeva posto in chiesa a capo chino,
per l’umiliazione. Santo cielo, che cosa
diavolo era venuto in mente alla sorella
di spedirle la sua bizzosa figlia?
Aprì la porta, si affacciò sul cortile e
chiamò: «Jackie, puoi venire qui un
momento?»
Jackie Creevy, diciannove anni non
ancora fiaccati da una vita di fatica
interminabile, sollevò lo sguardo dal
vecchio cavallo da tiro di cui si stava
occupando e balzò in piedi. «Sì, Miss
McBride, che cosa posso fare per lei?»
Kathleen sorrise con una sorta di
tenerezza, ma la preoccupazione era ben
incisa sul suo volto. «Oggi arriva mia
nipote. Non so esattamente quando, ma ti
spiace tenere gli occhi aperti e venire ad
avvisarmi appena la vedi? Non
rivolgerle la parola e non farle
domande. Suppongo che arriverà qui col
carretto proveniente dalla città.»
«Certo, Miss McBride. Sarà di
sicuro una gran bella cosa.»

Jackie si tolse il cappello e tornò da


Sammy, che lo aspettava paziente.
Strofinò le zampe del cavallo
raschiando via il fango con una spazzola
morbida, e intanto valutò la notizia. Nei
cinque anni che Jackie aveva trascorso
alla fattoria, Miss McBride non aveva
mai parlato della sua famiglia, e ora,
all’improvviso, una nipote veniva a
stare da lei. Non riceveva spesso visite,
dunque avrebbe dovuto esserne contenta,
eppure qualcosa nella sua espressione
gli aveva fatto capire che non si trattava
di un ospite gradito.
Jackie terminò di lustrare le zampe al
cavallo con una passata d’olio di ricino,
per proteggerle dall’umidità, e
accompagnò l’animale alla sua razione
di fieno nella mangiatoia. Fece un
fischio ai cani della fattoria che
dormivano in fondo al fienile,
accoccolati nella paglia. Scattarono
entrambi sull’attenti e si misero a guaire
intorno alle sue gambe. Chiamò Michael
e Declan, gli altri due braccianti della
fattoria, che stavano anche loro
schiacciando un pisolino, e tutti insieme
si avviarono lungo il sentiero per far
rientrare il bestiame per la mungitura
serale. Era solo una piccola mandria, ma
quel compito li avrebbe tenuti impegnati
per un paio d’ore buone. Mentre
camminava lemme lemme, Jackie si
chiese se quella nipote si sarebbe
trattenuta a lungo, e se avrebbe dato il
proprio contributo in fattoria. Avevano
bisogno di tutto l’aiuto possibile.

Kathleen stava trascinando una pecora


morta fuori da un fosso quando il
bestiame entrò in cortile. Si asciugò le
mani sul grembiule e si diresse al
capannone della mungitura. Michael fece
entrare le mucche a una a una e Kathleen
legò un pezzo di spago intorno alle
zampe posteriori degli animali più
riottosi. Più di una volta le era successo
di ritrovarsi con un bracciante ferito e
fuori uso per giorni in seguito al rapido
e violentissimo calcio sferrato da una
mucca di cattivo umore. A eccezione
degli spruzzi di latte che colpivano i
secchi di metallo, sulla stalla piombò il
silenzio, e Jackie si voltò verso
Kathleen, che tirava le mammelle di una
mucca con più ferocia del solito. «Come
si chiama sua nipote, Miss McBride?»
azzardò.
Kathleen schiacciò ancora più forte,
costringendo la mucca a scalciare per
protesta con le zampe posteriori.
«Suvvia, Jackie, non è il caso che ti
preoccupi di simili, insignificanti
dettagli. Non starà qui molto.»
«Che peccato. Potrebbe farle
compagnia e aiutarla nelle faccende
domestiche.»
«È una ragazza di città, Jackie.
Dubito che sappia perfino da dove viene
il latte. Immagino le appaia come per
magia sulla soglia di casa.»
«Oh, be’. Può spiegarglielo lei, Miss
McBride.»
Kathleen si raddrizzò e mise lo
sgabello di fianco alla mucca
successiva.
«Com’è veloce stasera, Miss
McBride», disse Jackie con
ammirazione. Nessuno poteva accusarla
di non darsi da fare.
«C’è una pecora morta qui fuori. Puoi
metterla tu da parte per Pat?»
«Come no, Miss McBride.»
Pat era un commerciante della zona
che passava in tutte le fattorie della
vallata a prendere le uova, la panna, il
burro o gli ortaggi che avevano da
vendere, e poi portava i prodotti in città
e li proponeva ai diversi negozianti. Il
pagamento era immediato e Pat
tratteneva per sé una piccola
commissione. Kathleen gli consentiva di
portar via anche le pecore che morivano
per cause naturali. Non si dovrebbe
mangiare una pecora se non si sa di che
cos’è morta, ma Pat riusciva a spuntare
un buon prezzo per la lana. Poi ne
avrebbe bollito la carcassa e schiumato
il grasso che avrebbe rivenduto ai fattori
come lubrificante per le ruote dei carri.
Una volta ne aveva venduto un po’
perfino al farmacista di Tipperary, che
l’aveva trasformato in sapone e crema
per il viso.

Era quasi il crepuscolo quando Jackie si


sdraiò nel fienile. Dormiva su un letto di
paglia, rannicchiato accanto ai cani, con
una lampada a petrolio come unica fonte
di luce. Miss McBride gli forniva
coperte pesanti e gli portava sempre una
tazza di cioccolata calda prima di
ritirarsi per la notte. Jackie era felice lì;
lo era stato fin dal suo arrivo, quando,
all’età di quattordici anni, era rimasto
orfano e lei lo aveva accolto. Non
guadagnava molto, ma aveva vitto e
alloggio, e a volte Michael e Declan lo
portavano giù al pub con loro a giocare
a domino o a carte. Era una vita
semplice e alquanto abitudinaria, nella
quale un giorno non variava mai granché
dal successivo. Così, quando Jackie udì
il suono degli zoccoli dell’asino
trotterellare dentro il cortile, il battito
del suo cuore accelerò.
Si mise all’entrata del fienile e
guardò il carrettiere che smontava per
poi porgere una mano alla nipote di
Miss McBride. Lei la prese con
esitazione e saltò giù, dando al
contempo un’occhiata nei paraggi.
Jackie rimase affascinato dalla scena e
restò per qualche istante immobile prima
di ricordarsi le buone maniere. Avanzò a
grandi passi incontro all’ospite e si levò
il cappello. «Buonasera, lei dev’essere
la nipote di Miss McBride. Benvenuta a
Briar Farm.»
«Esatto. Mi chiamo Chrissie.
Piacere.»
Sembrava sfinita. Era pallida e
smunta, con labbra secche e screpolate e
i capelli biondi flosci e spettinati. Ciò
nonostante, Jackie pensò fosse la
creatura più bella che avesse mai visto.
Era di una dolcezza accattivante, ma
sembrava vulnerabile e lui sentì subito il
desiderio di proteggerla. Le prese la
valigia e l’accompagnò verso la casa.
«Mi chiamo Jack Creevy, ma tutti mi
chiamano Jackie.»
Chrissie sorrise. «Piacere di
conoscerti, Jackie.»
«Mi segua, la porto da sua zia.»
17

La casa colonica era minuscola, con un


tetto basso di paglia e due finestrelle su
entrambi i lati dell’ingresso principale.
Era decisamente vecchia e dava
l’impressione di poter crollare da un
momento all’altro, ma il bagliore che
proveniva dal camino, all’interno,
creava un’immagine accogliente e
Chrissie, alla fine, si sentì sollevata di
trovarsi lì.
Jackie la scortò fin sulla soglia e
bussò esitante alla porta. Sorrise a
Chrissie ed entrambi rimasero in attesa.
Finalmente l’uscio si aprì. Zia Kathleen
aveva i capelli completamente grigi, il
volto rugoso e segnato dalle intemperie
e camminava china in avanti, come se
avesse il doppio dei suoi anni. Scrutò
Chrissie con attenzione, poi si rivolse a
Jackie. «Acqua, per favore.»
«Certo, Miss McBride.»
Fu allora che Chrissie notò la piccola
vasca sulla parete di fianco alla porta
principale.
Jackie v’immerse le dita e gliene
spruzzò un po’ addosso. Qualche goccia
le andò negli occhi e lei scosse la testa.
«Acqua santa», sussurrò Jackie.
Kathleen tese la mano e Chrissie
gliela strinse, imbarazzata per il fatto
che il palmo sudaticcio rivelasse il suo
nervosismo. La mano della zia era
incredibilmente ruvida e callosa;
sembrava quasi che indossasse guanti di
pelle logori.
«Tu devi essere Chrissie. Entra,
prego. Puoi andare, Jackie, grazie.»
«Bene. Buonanotte, Miss McBride.
Buonanotte, Chrissie.»
Kathleen lo fulminò con lo sguardo,
ma la ragazza si voltò e gli fece un
piccolo cenno di saluto con la mano.
«Allora, che dici, lo togliamo, quel
cappotto?»
Chrissie obbedì e lo porse alla zia,
che se lo buttò su un braccio. Poi fece un
passo indietro e squadrò la nipote da
capo a piedi. «Be’, non si direbbe, in fin
dei conti.»
Lei si lisciò l’abito e si picchiettò la
pancia con una mano. «Sono solo al
secondo mese. Il parto è previsto per
aprile.»
Kathleen parve sollevata. «E stai
bene, sei in buona salute?»
«Sì, grazie.»
«E il padre del bambino?»
Chrissie non era in vena di subire una
simile raffica di domande da parte di
una perfetta estranea, per quanto fosse
una parente. Si limitò a scuotere la testa.
«Che cosa ti è saltato in mente,
signorina? I tuoi genitori non ti hanno
inculcato nessuna morale? Hai idea
della vergogna che hai recato a questa
famiglia?»
«Comincio a capirlo, sì.» Il mento
prese a tremarle e Kathleen ammorbidì
il tono.
«Ne parleremo più tardi. Sembri a
pezzi. Forza, siediti accanto al fuoco, ti
preparo una tazza di tè.»
Si sedette e si tolse le scarpe. «Non
mi dispiacerebbe un bel bagno, se non è
di troppo disturbo. Sono quasi due
giorni che viaggio.»
«Un bagno? Oh, Gesù, Giuseppe e
Maria! Ma dove credi di essere,
signorina?»
Chrissie diede un’occhiata in giro
nella stanza spoglia, col suo
arredamento misero, e si rese conto
dell’errore.
«L’acqua, la prendiamo dal pozzo che
c’è fuori e la scaldiamo qui dentro.»
Kathleen indicò la grossa tinozza
annerita appesa sopra il camino. «Non è
poi così male. Ti ci abituerai. I servizi
sono fuori, dietro il fienile.»
«E dove dormirò?» chiese,
trattenendo le lacrime.
«Là in fondo. C’è una camera da letto
sola.»
Chrissie si voltò e vide una brandina
sistemata in un angolo.
«Bene», disse Kathleen assumendo
un tono ufficiale. «A quanto pare, ci
toccherà imparare a convivere. Non so
per chi sarà peggio ma, finché starai qui,
dovremo cercare di andare d’accordo.
Mi sembra di capire che non hai nulla in
contrario a lavorare...»
Chrissie scosse la testa. «No, certo.
Do una mano... cioè, davo una mano
nell’ambulatorio di papà.»
«Sto parlando di lavoro vero,
signorina. Hai mai munto una vacca,
trasportato una balla di fieno, pulito una
stalla o raccolto le messi con qualsiasi
tempo, sole o pioggia?» la sbeffeggiò
Kathleen.
Chrissie scosse di nuovo la testa.
«Lo supponevo. Be’, non sei qui per
una vacanza. Mi aspetto che ti guadagni
la pagnotta.» Le porse un barattolo di
marmellata colmo di tè. «In tuo onore,
ho tirato fuori il mio miglior servizio di
porcellana.» Le fece l’occhiolino e
sorseggiò il suo tè, mentre Chrissie
abbozzava un debole sorriso.
Quando arrivò il momento di andare
a dormire, Chrissie ebbe il permesso di
accompagnare Kathleen al piano di
sopra, in camera sua. In un angolo, c’era
un tavolo con sopra un telo bianco e
immacolato, una candela a ciascuna
estremità e in mezzo tre statue, la
Madonna, san Giuseppe e una
riproduzione del Bambino Gesù di
Praga. Lungo il lato frontale, erano
disposti, in bell’ordine, dei fiori secchi.
«È il mio altare», disse Kathleen con
orgoglio. «Puoi pregare qui con me
prima di andare a letto.»
«Grazie.»
«La famiglia che prega unita resta
unita.»
Kathleen s’inginocchiò e Chrissie
fece altrettanto. Il pavimento in legno
era duro e implacabile sotto le
ginocchia, e lei si sforzò di trovare una
posizione comoda.
Kathleen intrecciò le mani e chiuse
gli occhi. «Ti ringraziamo, Padre santo,
per aver condotto Chrissie sana e salva
nella nostra casa. Invochiamo la tua
guida per l’infelice condizione in cui si
trova. Preghiamo perché la sua anima
possa espiare la sua colpa prima che lei
lasci questo mondo per l’altro. Ti
ringraziamo per i raccolti che abbiamo
sin qui ottenuto dai campi e ti preghiamo
affinché le nostre messi continuino a
crescere in abbondanza. Ti ringraziamo
perché vegli sulle nostre bestie al
pascolo. Ti preghiamo di continuare a
vegliare su Jackie e sugli altri, e di
preservarli dalle malattie e dalle
disgrazie nei mesi invernali. Ti
preghiamo, Padre, di perdonarci per i
nostri peccati. Amen.»
«Amen», ripeté Chrissie, e cercò a
fatica di rimettersi in piedi, ma Kathleen
la afferrò per un braccio e la costrinse a
rimanere giù.
«Santa Maria, Madre di Dio...» disse
Kathleen.
Chrissie lanciò un’occhiata furtiva
alla zia, incerta sul da farsi.
«Prega per noi», sussurrò Kathleen.
«Ah, sì. Prega per noi», ripeté
Chrissie.
«San Giuseppe...» Kathleen diede
una forte gomitata nelle costole alla
nipote.
«Prega per noi.»
«Amen», disse Kathleen, e finalmente
si alzò.
«Amen», le fece eco Chrissie,
imitandola.
«Mmm. Deduco che non sei una
fedele assidua», commentò in tono di
disapprovazione.
«No, in effetti. Sai, papà è un medico.
Crede nel potere della medicina più che
nella preghiera, quindi io non sono mai
andata molto in chiesa. Andavamo alla
messa di mezzanotte la vigilia di Natale,
e ovviamente ai matrimoni, ai funerali e
ai battesimi, ma a parte questo, no, non
posso dire di aver frequentato la
chiesa.»
«Forse, se l’avessi fatto, adesso non
saremmo qui a dirci queste cose.»
Kathleen serrò le labbra in una smorfia
di disgusto e scosse la testa. «Vai pure a
dormire, adesso. Ci alziamo alle cinque
e mezzo per le preghiere. Puoi
raggiungermi di sopra, davanti
all’altare. Poi c’è giusto il tempo di
andare a prendere l’acqua prima che le
campane della chiesa suonino per
l’Angelus delle sei. Dopodiché ci sono
la mungitura del mattino e la colazione.
Darai una mano per le faccende
domestiche, ma mai, in nessun caso,
dovrai parlare della tua situazione, né
con Jackie né con gli altri. Siamo
intese?»
Chrissie annuì, mesta. «Sì, zia
Kathleen.»
«Per lavarti, puoi prendere un po’ di
acqua calda dalla tinozza, e ai piedi del
tuo letto c’è un vaso da notte. Serve solo
per la notte, però; di giorno, devi usare
il bagno che sta fuori. Hai qualche
domanda?»
«No.»
«Bene, ci vediamo domattina, allora.
Buonanotte.»
Chrissie scese lentamente al piano di
sotto e accostò una sedia al fuoco. Era
impossibile scaldarsi in quel posto e,
quando espirò, il suo respiro rimase
sospeso in una nuvoletta. La zia aveva
sistemato il camino per la notte e il
calore che emanava era minimo. L’acqua
nella tinozza era ancora abbastanza
tiepida, però, e Chrissie ne versò un po’
in una scodella, prese una salvietta che
la zia le aveva lasciato sulla brandina e
lentamente cominciò a lavar via la
sporcizia che le avevano lasciato
addosso i due giorni di viaggio. Non
appena si tolse i vestiti e iniziò a
lavarsi, si mise a tremare in maniera
incontrollabile. In quel momento,
avrebbe dato qualsiasi cosa per un lungo
bagno in una vasca bollente.
Frugò nella valigia e trovò la sua
camicia da notte. Quando se la infilò
dalla testa, il ben noto odore di casa sua
la travolse. Wood Gardens aveva un
profumo molto particolare, con quel suo
sentore di medicinali, la fragranza della
cera d’api che usavano per lucidare gli
armadietti nell’ambulatorio e il
gradevole aroma della cucina di sua
madre. Chrissie sentì un’enorme,
improvvisa voglia di piangere. Le
mancavano tantissimo il suo letto, il
conforto delle braccia della madre e la
devozione incondizionata di Leo. Si
sdraiò tra le lenzuola e si tirò le coperte
sino al mento. Anche sotto tutti quegli
strati che la immobilizzavano, non
riusciva a scaldarsi le ossa e, a furia di
tremare, le stava venendo il mal di
schiena.
Si chiese che cosa stesse facendo
Billy in quel momento. Chissà se
provava qualche rimorso per il modo
insensibile in cui l’aveva lasciata... Lei
lo amava davvero ed era sicura che, se
solo ne avesse avuto la possibilità,
avrebbe saputo renderlo felice. Anche
sua madre avrebbe dovuto essere più
forte, e non consentire a suo padre di
cacciarla di casa a quel modo. Faceva
ancora parte della famiglia ed era decisa
a tornarci, un giorno, lei e il bambino.

Samuel Skinner strinse disperato la


mano della moglie, desiderando con
tutto se stesso che sopravvivesse. Le
ultime ventiquattr’ore gli avevano
irrimediabilmente cambiato la vita.
Aveva già detto addio alla sua unica
figlia, diretta in Irlanda per il disonore.
L’aveva costretta a partire appena in
tempo, prima che Billy venisse
strisciando a chiederle perdono.
Sembrava fosse riuscito a convincere
Mabel di voler sposare Chrissie. Era
assurdo. No, il bambino sarebbe stato
dato in adozione e sarebbe uscito per
sempre dalle loro vite. Si alzò e si passò
le mani tra i capelli. Gli era appena
tornata in mente la reazione che Mabel
aveva avuto quando lui le aveva
comunicato i suoi piani riguardo al
bambino. Dovrai passare sul mio
cadavere, gli aveva detto con aria di
sfida.
Si chinò su di lei e le accarezzò le
guance. «Mabel, Mabel, svegliati, ti
prego. Mi dispiace, Mabel.» La scosse
con dolcezza per le spalle, anche se
sapeva che non sarebbe servito a niente.
Le posò il capo sul petto, per trovare
conforto nel ritmo regolare del suo
respiro, ma la sua cassa toracica era
perfettamente immobile. Le strinse una
mano; sentì che il suo sangue stava già
diventando gelido. «Mabel, no! Ti
prego, non lasciarmi.» Emise un urlo
primitivo che fece accorrere
un’infermiera.
«Dottor Skinner, che cosa c’è?»
Lui cadde in ginocchio di fianco al
letto. «Se n’è andata», disse con voce
rotta. «Se n’è andata.»

Quando il dottor Skinner rincasò, erano


le due del mattino. Avrebbe dovuto
essere esausto, ma, in verità, aveva
l’impressione che non avrebbe mai più
dormito. Si versò una robusta dose di
whisky e si accasciò nella poltrona della
cucina. Leo grattava la porta sul retro e
guaiva per chiedere di uscire. «Vieni
qui, amico. Sei tutto quello che mi resta,
adesso», gli disse il dottor Skinner.
Leo si avvicinò lemme lemme e
lasciò che il dottore lo accarezzasse
sulla testa.
«Siamo rimasti io e te soli. Che cosa
faremo?»
Il cane si sedette ai piedi del padrone
e scodinzolò.
L’intera faccenda era colpa di quel
maledetto Billy. Se non avesse messo
incinta Chrissie, lei non sarebbe stata in
Irlanda, adesso. Mabel non sarebbe
uscita così agitata quella sera e forse
avrebbe visto la macchina che l’aveva
investita. Se solo Chrissie non avesse
messo gli occhi su quel... quel... Il dottor
Skinner scaraventò il bicchiere di
whisky in mezzo alla stanza e, quando
andò in frantumi, con una macchia di
liquido dorato che colava giù dal muro,
Leo si precipitò al riparo sotto il tavolo.
Skinner reclinò la testa all’indietro sullo
schienale della poltrona e chiuse gli
occhi. Ovviamente, non poteva dire a
Chrissie che la madre era morta. La
notizia l’avrebbe convinta a tornare di
corsa a casa, tra le braccia di Billy. No,
era meglio lasciare le cose come
stavano. Per quanto lo riguardava,
Chrissie era morta come sua moglie.
18

Chrissie era alla fattoria da due mesi


quando sua zia si ammalò. Aveva capito
subito che qualcosa non andava, perché
aveva visto un mucchio di pazienti di
suo padre con gli stessi sintomi. «Zia
Kathleen, penso che dovresti startene a
letto e non qui in cortile. Fa freddo e
peggiorerai le cose.»
«Come faccio ad andare a letto con
tutto il lavoro che c’è? Smettila di
agitarti, signorina, e lasciami spicciare
le mie faccende in pace. Non sono mai
stata malata un solo giorno in vita mia.
Stasera mi prenderò un bel cucchiaione
in più di malto e olio di fegato di
merluzzo e sarò in perfetta forma.» Tossì
violentemente, espettorò il catarro che le
si era accumulato in gola e sputò il
grosso globulo verde per terra.
Chrissie si voltò, disgustata, non
prima di aver notato le striature di
sangue rivelatrici. Quando lei le mise un
braccio intorno alle spalle, la zia
tremava; l’accompagnò vicino al muro,
in modo che potesse appoggiarsi a
riprendere fiato. Per via dell’ennesima
morsa di gelo implacabile, tutto il
terreno era duro come pietra. Il bestiame
vagava sconsolato per i campi e le
galline, che di solito razzolavano libere
per il cortile, erano ammucchiate l’una
addosso all’altra e gonfiavano le piume
nel vano tentativo di scaldarsi.
«Zia Kathleen, credo che tu sia molto
malata. Potrebbe essere tubercolosi. Ho
già visto questi sintomi diverse volte.»
Kathleen si asciugò gli occhi con un
fazzoletto ingrigito. «Assurdo.
Tubercolosi! Chi ha mai sentito una cosa
del genere? E dove mi sarei presa una
malattia che non ho mai nemmeno sentito
nominare?»
«L’hai già sentita, zia Kathleen, anche
se forse la chiami consunzione.»
Lei ci pensò su e per un istante parve
perplessa. «Be’, come ti ho detto, non
sono stata ammalata nemmeno un giorno
in vita mia.»
«Ragione in più, allora, per
andartene a letto subito. Posso sbrigare
io del lavoro in più; sono diventata
veloce nella mungitura. Per giunta, se
non erro, la tubercolosi è
contagiosissima. Non vorrai mica
infettare Jackie e gli altri, vero? E sono
sicura che non vuoi che la prenda io.
Sarebbe pericoloso per il bambino.»
Non appena Chrissie menzionò il
bambino, Kathleen si portò un dito
davanti alla bocca e si guardò intorno,
circospetta. «Forse hai ragione. Mi
sento uno straccio, quindi vado.»
«Siamo intese, allora. Appoggiati a
me, ti porto dentro.»

Più tardi, quel pomeriggio, mentre


Chrissie mescolava una pentola di brodo
di pollo sul fuoco, sentì la zia tossire
con violenza. Versò un po’ di brodo in
una ciotola, staccò un pezzo di pane
lievitato col bicarbonato di sodio da una
pagnotta che aveva cotto poco prima e si
avviò lentamente su per le scale. La zia
aveva il volto bianco come il gesso e gli
occhi rossi e gonfi. Sconvolta, Chrissie
le tastò la fronte, che, a dispetto
dell’aria umida e fredda, era bollente.
Appoggiò brodo e pane sul comodino,
corse di sotto e spalancò la porta.
«Jackie! Jackie!»
Jackie lasciò cadere a terra gli
attrezzi e uscì dal fienile, coi due cani al
seguito. «Che c’è?»
«Ho bisogno che tu vada di corsa in
città a chiamare il dottor Byrne, subito.»
«È per Miss McBride?»
«Sì. Sbrigati, per favore.»
Jackie girò immediatamente i tacchi,
prese il vecchio Sammy, che era legato
in cortile a gustarsi il suo fieno e, senza
darsi pena di sellarlo, gli saltò in
groppa. Gli diede un calcio nei fianchi e
il cavallo reagì all’istante. Uscirono dal
cortile al galoppo, con Jackie che
mulinava le braccia e tentava con tutte le
forze di restare aggrappato alla sola
cavezza.
Ci vollero due ore prima che fosse di
ritorno col medico. Chrissie gli spiegò i
sintomi mentre salivano insieme le
scale. «Credo si tratti di tubercolosi»,
concluse.
Il dottor Byrne la guardò accigliato.
«La ringrazio moltissimo, ma qui quello
che deve fare la diagnosi sono io.»
«Certo, mi scusi. Vuole una tazza di
tè, dottore? Ho già messo su l’acqua.»
«Due cucchiaini di zucchero, grazie.»
Poi si rivolse alla zia, che sembrava
sonnecchiare. «Allora, che succede?»
Kathleen si destò e si sforzò di aprire
gli occhi gonfi. «Dottor Byrne? Che cosa
ci fa qui? Non ho i soldi per pagarla,
non l’ho chiamata io. Sarà stata mia
nipote, non doveva impicciarsi.»
«Questo sarò io a deciderlo», replicò
il dottore aprendo la borsa e tirando
fuori un termometro. «In ogni caso, puoi
pagarmi con un pollo e una vaschetta di
uova.»
«Non sto bene, dottore. A essere
sincera, è un po’ che me ne sono
accorta.»
«Lo so, sono qui apposta.» Il medico
armeggiò con lo stetoscopio.
«No, non capisce.» Kathleen lo
afferrò per un polso. «Adesso che è qui,
ho bisogno che faccia una cosa per me.»
«È proprio quello che sto cercando
di fare, se me ne dai la possibilità.» Le
allontanò la mano.
«Là in fondo.» Kathleen indicò una
piccola cassettiera. «Nel primo cassetto
in alto c’è un biglietto arrotolato intorno
a delle banconote. Ho bisogno che lo dia
a padre Drummond.»
«Per chi mi hai preso? Sono un
medico, non un postino.»
Kathleen ebbe un altro violento
attacco di tosse. «La prego, dottor
Byrne. È importante.»

Più tardi, quella sera, dopo che il dottor


Byrne se ne fu andato, confermando con
riluttanza la sua diagnosi, Chrissie
mescolò del cacao in polvere in due
tazze di latte caldo. Grazie ai medicinali
che le aveva somministrato il medico,
sua zia dormiva della grossa. «Jackie?»
Colse il barlume della lampada a
petrolio in fondo al fienile e il debole
fruscio del fieno quando lui si mosse.
«Chrissie? Aspetta, un attimo e sono
da te.» Doveva essersi appisolato,
perché aveva pezzi di fieno tra i capelli.
«Ho fatto un po’ di cioccolata. È in
cucina.»
«Ah, grazie. Vuoi che venga a
prenderla?»
«No, voglio che vieni in casa con me,
così possiamo berla insieme.»
Jackie esitò. «Be’, non sono sicuro
che Miss McBride approverebbe. Mi
porta sempre la cioccolata fuori dalla
stalla.»
«Per favore, Jackie. Ci facciamo
compagnia e per di più lei dorme
profondamente. Il dottor Byrne le ha
dato una medicina per farla riposare.»
«Allora va bene, credo. Prendo solo
la giacca.»
Chrissie aveva attizzato il fuoco in
cucina e aggiunto della torba, e la stanza
era molto accogliente. Dopo essersi
accomodati con la confortante tazza di
cioccolata tra le mani, cominciarono
entrambi a rilassarsi. Chrissie si sentiva
a proprio agio in presenza di Jackie; non
fosse stato per lui, non pensava sarebbe
riuscita a tollerare quel posto. Dal suo
arrivo, zia Kathleen si era leggermente
ammorbidita, ma era sempre
irremovibile sul fatto che non si dovesse
dire niente a nessuno del bambino, e
quindi Chrissie era sempre piuttosto
sola. Negli ultimi due mesi, aveva
scritto alla madre diverse volte ed era
rimasta molto amareggiata nel non aver
ricevuto risposta. Tuttavia, secondo zia
Kathleen, non si trattava di un fatto
insolito. Le poste erano sempre state
inaffidabili e ci volevano mesi per
mettersi in contatto con qualcuno, e con
la guerra era ovvio che le cose fossero
peggiorate. Chrissie avvertì una fitta al
cuore quando pensò a sua madre, alla
sua casa, a Leo e a Billy. Nonostante il
suo comportamento, non era riuscita a
toglierselo dalla testa e gioiva
segretamente all’idea di portare suo
figlio in grembo. Era convinta che un
giorno sarebbero stati di nuovo insieme,
ed era quella certezza a darle la forza
per andare avanti. Si accarezzò con
delicatezza la pancia e sorrise tra sé.
«Un soldo per i tuoi pensieri.»
«Oh, stavo solo pensando a casa mia.
Sì, insomma, a quanto mi mancano tutti
quanti.»
«Non parli mai di casa tua, Chrissie.
Raccontami.»
Fece spallucce. «Non c’è molto da
dire, in realtà. Sono nata e cresciuta a
Manchester. Sono figlia unica, mio
padre è medico e mia madre levatrice.
Tutto qui.»
«Sembri molto triste, però. Perché
non te ne torni semplicemente a casa se
ti manca tanto?»
Sospirò. «Magari fosse così facile.»
Le lacrime cominciarono a scorrerle
piano sulle guance.
Jackie le mise un braccio esitante
intorno alle spalle, gettando un’occhiata
verso la scala. «Avanti, Chrissie, perché
non mi dici cos’è che ti tormenta? Non
pretendo di avere la risposta, ma sono
sicuro che confidarti ti farà stare
meglio.»
«Non posso», mormorò Chrissie.
«Di me ti puoi fidare. So che ci
conosciamo da poco, ma siamo amici,
no?»
Era vero. Per certi versi, Jackie le
ricordava Clark. Anche se era molto più
alto, aveva gli stessi capelli rossi e lo
stesso volto gentile. Chrissie si chiese
dove fosse Clark in quel momento. Con
ogni probabilità, stava combattendo da
qualche parte, e con lui forse anche
Billy. Probabilmente erano stati mandati
lontano, chissà dove, a difendere il loro
Paese, rischiando la vita ogni giorno.
Forse doveva considerarsi fortunata. Se
non altro, era al sicuro. L’Irlanda si era
dichiarata neutrale e non intendeva
prendere parte alle ostilità.
«Chrissie?» La faccia angosciata di
Jackie la riportò al presente.
Si ricompose. «Sto bene, davvero. È
di zia Kathleen che dobbiamo
preoccuparci, ora.»
«Hai ragione. Che cos’ha detto il
dottore?»
«Be’, per la tubercolosi, si può
provare con l’intervento chirurgico, ma
zia Kathleen non acconsentirebbe mai e
inoltre, a questo stadio, può non essere
necessario. Mio padre di solito
praticava una procedura che si chiama
’piombaggio polmonare’, in cui il
polmone infetto viene fatto collassare in
modo che abbia il tempo di riposare e
guarire, ma, quando ho accennato a
questa tecnica col dottor Byrne, lui
sembrava non sapere di cosa stessi
parlando. Se fossimo a Manchester, mio
padre la manderebbe in sanatorio, dove
il clima salutare e una dieta sana
l’aiuterebbero a combattere l’infezione,
però, a essere sincera, anche ammesso
che qui esista un posto del genere, zia
Kathleen non lascerebbe mai la fattoria,
vero? No, baderemo noi a lei. Io mi
assicurerò che mangi bene, si riposi in
abbondanza e si rimetta in forze. Tu
assumerai il controllo della fattoria, così
che possa stare tranquilla.»
«Potrei prepararle l’Irish stew che
faceva mia mamma. Sicuro come l’oro
che la rimette in piedi in un baleno.»
Chrissie lo guardò con tenerezza.
«Che gentile. Grazie, Jackie. Lo
apprezzerei molto e so che anche alla
zia farebbe piacere.»
«Farei qualunque cosa per Miss
McBride.»
«Ti mancano molto i tuoi genitori?»
«Eccome. Ero figlio unico, cosa rara
qui in Irlanda. Eppure mia madre non ha
più avuto figli dopo di me.»
«Che cosa gli è successo? Ai tuoi,
intendo.»
«Si sono presi la consunzione. Sono
morti a distanza di un paio di giorni
l’uno dall’altra. Ho tenuto la mano a mia
madre finché non ha esalato l’ultimo
respiro.» Infilò una mano nel collo del
maglione e tirò fuori una catena d’oro,
cui erano appesi tre anelli, che
tintinnarono brillando alla luce del
fuoco. «Sono le fedi dei miei genitori e
l’anello di fidanzamento della mamma.
Non me li tolgo mai.» Li baciò e li
rimise a posto, poi chiuse gli occhi e si
diede una leggera pacca sul petto.
Chrissie pensò alla sua, di madre.
Sapeva che, se le fosse accaduto
qualcosa, non sarebbe riuscita a
sopportarlo. «Mi dispiace, Jackie.»
Il suo volto s’incupì. «Questa tube...
tuberclo...»
«Tubercolosi», lo corresse Chrissie.
«Già, quella. Non è cattiva come la
consunzione, vero? Cioè, non potrei
sopportare di perdere anche Miss
McBride.»
Chrissie non osò dirgli che erano la
stessa cosa. «No, Jackie, non ti
preoccupare. Ci assicureremo che Miss
McBride si riprenda. Basta che tu torni
qui domani e le prepariamo insieme una
bella dose dello stufato di tua mamma.
Da come ne parli, sembra in grado di
resuscitare i morti.» Gli prese una mano
e aggiunse spavalda: «Miss McBride
non morirà, te lo prometto».

Il giorno seguente, Chrissie era seduta


accanto al camino a rammendare alcuni
sacchi. Era abituata a ricucire i calzini,
ma quel compito era molto più faticoso.
L’ago era ricurvo, appiattito e molto
affilato, e farlo passare attraverso il
tessuto spesso e robusto era un’impresa.
Jackie era di sopra con la zia, e le dava
da mangiare lo stufato di sua mamma.
Non conteneva molta carne, ma, per
compensare la carenza di proteine,
Jackie aveva affettato una gran quantità
di verdure fresche, e il risultato era un
brodo delizioso e nutriente che si
sarebbe rivelato più benefico di
qualsiasi medicina. Era su da un po’, e
Chrissie si chiese come mai ci stesse
mettendo tanto. Sua zia era così debole
che ne avrebbe sorbito solo un paio di
cucchiaiate, quindi Jackie avrebbe
dovuto essere già sceso...
Finì di rammendare un altro sacco e,
visto che l’acqua sul fuoco aveva
cominciato a bollire, mise il tè in
infusione per Jackie dentro un barattolo
di marmellata. Pur pensando che fosse
un’esagerazione, aggiunse i due
cucchiaini di zucchero che lui
desiderava, e salì lentamente le scale.
Spalancò piano la porta della camera
da letto e diede un’occhiata in giro.
Jackie era disteso accanto a Kathleen, la
testa sul cuscino e un braccio sul corpo
senza vita di lei.
«Jackie, che cosa diavolo stai
facendo?»
Lui si mosse leggermente ma non
rispose.
Con una sgradevole sensazione di
paura che le attanagliava la pancia,
Chrissie si avvicinò al letto per poi
indietreggiare inorridita alla vista del
volto cereo della zia. Quel po’ di colore
che Kathleen aveva se n’era andato,
lasciandola pallida come una statua
erosa dagli agenti atmosferici. «Oh,
Jackie. Perché non sei venuto a
chiamarmi?» Gli posò una mano sul
braccio.
Lui la scrollò e seppellì la faccia nel
cuscino.
«Jackie, mi dispiace tanto. So quanto
tenevi a Kathleen.» Appoggiò il
barattolo di tè sul comodino, poi con
dolcezza coprì il viso della zia col
lenzuolo. «Vieni giù, per favore.
Dobbiamo chiamare il medico.»
Lui si tirò a sedere e la guardò. «È un
po’ tardi, non credi? Mi avevi promesso
che non sarebbe morta.» La sua voce era
poco più di un singhiozzo soffocato.
Chrissie gli prese le mani tra le sue.
«Lo so, scusami. Evidentemente, stava
peggio di quanto pensassimo.»
«Perché capitano sempre a me? Tutti
quelli cui tengo muoiono. Sono qui da
cinque anni. Pensavo di aver trovato una
casa per la vita, e adesso questo.»
Lei guardò fuori dalla finestra, verso
il grigio del cielo novembrino.
«Dobbiamo andare in città a chiamare il
dottore. Sarà buio presto e io devo
provare anche a contattare mia madre.
Forza, Jackie, ci andiamo insieme.»
Si alzò e gli tese una mano. Lui gliela
prese con esitazione e la seguì. Sulla
soglia, si voltò a guardare la sagoma
senza vita che giaceva sotto le coperte.
«Addio, Miss McBride.» Cacciò
indietro le lacrime. «Non dimenticherò
mai quello che ha fatto per me.»
19

Era la mattina di Natale, e Chrissie e


Jackie sedevano in cucina accanto al
fuoco. Kathleen era morta da più di un
mese, ma la vita alla fattoria proseguiva
inesorabile. Erano appena rientrati dalla
mungitura del mattino, compito che
aveva richiesto il doppio del tempo,
perché quel giorno erano loro due soli.
Avevano concesso a Michael e Declan
una giornata libera per stare con le
rispettive famiglie, e loro avevano
accettato senza esitare. Il proprietario
della fattoria adesso era Jackie.
Kathleen gliel’aveva lasciata nel
testamento, assicurandosi in tal modo
che avesse una casa per tutta la vita,
così come gli aveva sempre promesso.
Benché non avessero legami di sangue,
Kathleen era arrivata a considerarlo
parte della famiglia. Sapeva che, sul
lavoro, Jackie aveva la stessa etica dei
suoi genitori e che, con lui, la fattoria
sarebbe stata in buone mani.
La cerimonia funebre era stata sobria
e raccolta, con solo Chrissie, Jackie,
Michael, Declan e padre Drummond.
Dopo diversi tentativi, Chrissie era
finalmente riuscita a chiamare casa.
Aveva parlato col padre in tono
distaccato, giusto per sentirsi dire che
sua madre era fuori per un’emergenza e
che in ogni caso non sarebbe potuta
venire al funerale. Suo padre non le
aveva nemmeno chiesto come stesse, e
da quel momento Chrissie aveva giurato
che non gli avrebbe mai più rivolto la
parola. Quando aveva sentito Leo
abbaiare in sottofondo, aveva pensato
che il cuore le sarebbe scoppiato dal
dolore.
Per il pranzo di Natale, Jackie aveva
ammazzato un pollo che stava ora
cuocendo in pentola. Un boccale di birra
tiepida – regalo di Michael e Declan –
era appoggiato sulla trave sopra il
camino. Chrissie versò due bicchieri
della bevanda scura e schiumosa e ne
porse uno a Jackie. «Salute. Buon
Natale.»
Jackie levò il bicchiere e lo fece
tintinnare contro quello di Chrissie. Lei
sorrise e bevve un sorso. Fece una
smorfia e lui scoppiò a ridere. «Bisogna
farci l’abitudine, credo.»
Chrissie si asciugò la schiuma dalle
labbra col dorso di una mano. «Sei
adorabile quando ridi.»
Lui guardò a terra, imbarazzato, e poi
si occupò del pollo. «Ancora un’ora e
sarà pronto.»
«Jackie, siediti, per favore. Ho
bisogno di parlarti.»
Lui sgranò gli occhi in preda al
panico. «Non hai intenzione di
andartene, vero?»
«Perché salti subito a questa
conclusione? Ho bisogno di dirti perché
sono qui e perché non posso ancora
tornare a casa. Mia zia ha insistito che
mantenessi il segreto, ma ormai non
vedo come si possa ignorare oltre
l’argomento.» Sbottonò il cardigan di
lana e si diede una lisciata alla
camicetta, in modo che la pancia fosse
ben visibile.
Jackie si accigliò e si mosse a
disagio sulla sedia. «Sei...»
«Sì. Sono quasi al sesto mese. È stato
mio padre a mandarmi qui; non poteva
vivere con la vergogna di avere una
puttana per figlia.»
«Non dire così!» Jackie
s’inginocchiò subito accanto a lei. «E il
padre del bambino?»
Chrissie sospirò. «Lui è... era...
l’amore della mia vita. Lo amavo con
tutto il cuore ma, quando gli ho detto di
essere incinta, non ha voluto saperne.»
Jackie serrò i pugni. «Bastardo...»
«Non dire così, non è stata colpa sua.
Penso fosse spaventato. Era appena
scoppiata la guerra, eravamo entrambi
giovanissimi, ci frequentavamo da poco
e mio padre lo detestava.» Chrissie si
asciugò una lacrima. «Lo amavo
davvero, però, e sono sicura che anche
lui mi amava...» Si schiarì la voce e si
raddrizzò. «In ogni caso, è tutta acqua
passata, ormai. Lui non ha idea di dove
mi trovi e io non ho idea di che cosa gli
sia capitato. Con ogni probabilità, è da
qualche parte a combattere.»
Jackie sollevò lo sguardo sui suoi
occhi celesti. «Cosa farai?»
«È proprio di questo che ti volevo
parlare. Mi chiedevo se potessi restare
qui, almeno sino alla nascita del
bambino. Poi me ne tornerò a
Manchester a testa alta e mio padre
dovrà semplicemente accettarlo. Non
appena mia madre vedrà il suo nipotino,
tutto si sistemerà.»
Jackie fece un debole sorriso e la
baciò dolcemente sulla fronte. «Mi
prenderò cura io di te e del bambino.
Questa sarà casa tua finché lo vorrai.»
Chrissie tirò un sospiro di sollievo.
«Grazie, Jackie. Non so che cosa farei
senza di te. E comunque, è ora che tu la
smetta di dormire nel fienile. Questa è
casa tua, adesso. Penso che dovresti
trasferirti nella camera da letto di mia
zia.»
«Oh, non potrei. Non mi sentirei a
mio agio.»
«Be’, prendi almeno il mio letto
laggiù nell’angolo. Mi trasferirò io di
sopra, per il momento.»
Lui parve dubbioso, ma alla fine
ammise che Chrissie aveva ragione. «Va
bene, allora. Se ne sei sicura.»
Chrissie sorrise e prese di nuovo in
mano il bicchiere di birra. «Salute!» Il
secondo sorso non fu più gradevole del
primo e, quando la birra le toccò le
papille gustative, lei rabbrividì.

Nei mesi invernali, la vita alla fattoria


andò avanti, e Chrissie e Jackie vissero
sereni nonostante le asprezze del clima e
il duro lavoro quotidiano. Agli inizi di
marzo, Jackie disse a Declan di
ammazzare un maiale per festeggiare il
ventesimo compleanno suo e di Chrissie.
Si era scoperto, infatti, che erano nati a
distanza di una settimana l’uno
dall’altra. La carcassa dell’animale
adesso era appesa a testa in giù, pronta
per essere immersa nell’acqua che era
stata messa a scaldare sul bruciatore a
torba.
Chrissie entrò nel capannone e si
avvicinò a Jackie. «Stai lavorando sodo.
Quando sarà pronto?»
Per via del vapore che fuoriusciva
dall’acqua, lui aveva la faccia rossa e i
capelli appiccicati alla fronte. Se
l’asciugò con una manica. «Ho paura
che ci vorrà ancora un po’.» Le mise un
braccio intorno alle spalle. «Tu, tutto
bene?»
Chrissie si massaggiò la schiena
dolorante. «Voglio solo che questo
bambino nasca.»
«Ormai è questione di poche
settimane.» Prese in mano i quattro piedi
che aveva tagliato via al maiale. «Li
gradiresti per il tè?»
Arricciò il naso, disgustata. «No di
certo. So benissimo in che cosa ha
camminato quel maiale.»
Jackie rise e cercò di non pensare a
quanto gli sarebbe mancata quando fosse
tornata a Manchester dopo la nascita del
bimbo.

Un paio di settimane più tardi, un


rumore insolito mise Jackie in allarme.
Un carretto trainato da un asino entrò in
cortile, i cani presero ad abbaiare con
foga e le galline a volare in aria in una
nuvola di polvere. Padre Drummond
smontò, legò l’asino a un pilastro e urlò
un saluto a Jackie.
«Padre Drummond, che piacere
inatteso! Perché non entra a bere una
tazza di tè?»
«Non dico di no, grazie.»
I due uomini spinsero la rigida porta
d’ingresso della casa. Chrissie stava
sferruzzando accanto al camino e
sollevò lo sguardo, sorpresa. «Padre
Drummond, che bello vederla. Metto
l’acqua a bollire. Jackie, vai per favore
a prendere il servizio bello?» Non
poteva lasciare che bevesse da un
barattolo di marmellata.
Quando furono tutti seduti davanti a
una tazza di tè, padre Drummond si
schiarì la voce e cominciò a parlare: «Il
fatto è che la gente, sì, insomma...
mormora».
«Di che cosa?» chiese Chrissie
inalberandosi subito.
Padre Drummond parve in evidente
disagio. «Ehm, tua zia mi metteva
sempre un pizzico di whisky nel tè. Ti
dispiace?» chiese, porgendole la tazza.
Jackie allungò un braccio a prendere
la bottiglia dallo scaffale in alto, soffiò
via la polvere e ne versò un goccio nella
tazza dell’ospite.
Il prete bevve un sorso. «Ah, molto
meglio. Dunque, dov’ero rimasto?»
«La gente mormora.» Chrissie
incrociò le braccia con aria spavalda.
«Ah, sì. Bene. Questa situazione in
cui siete. Voglio dire, vivere come
marito e moglie quando non siete
nemmeno sposati e...»
«Non viviamo come marito e moglie.
Io dormo al piano di sopra, nella camera
di mia zia, e Jackie là in fondo.» Indicò
la brandina nell’angolo.
«Capisco, ma il bambino...»
Jackie rispose con calma: «Il
bambino non c’entra niente con me,
padre. Non è mio, cioè. Chrissie è qui
come mia ospite e io mi prenderò cura
di entrambi finché lei non deciderà di
andarsene. Spero ardentemente che quel
giorno non arrivi mai, ma Chrissie è
libera di tornare alla sua vita di prima
quando vuole. La faccenda è soltanto
affar nostro, padre, e non lascerò che i
pettegolezzi la trasformino in qualcosa
di sporco. Chrissie significa tutto per
me. Non avrei potuto superare gli ultimi
mesi senza di lei, e non so che cosa farò
quando deciderà di andar via». Le
appoggiò saldamente le mani sulle
spalle.
Entrambi fissarono risoluti padre
Drummond, che se non altro ebbe la
decenza di mostrarsi in imbarazzo.
«Bene, vedo che hai ereditato
l’ostinazione di tua zia, Chrissie.
Tuttavia sono state già da tempo prese
disposizioni per la nascita del
bambino.»
«Disposizioni? Che genere di
disposizioni?»
Padre Drummond continuò in maniera
pacata ma decisa: «Tua zia mi aveva
informato sulle tue condizioni».
«Vuol dire della gravidanza?» lo
interruppe Chrissie.
«Sì, certo. Mi ha chiesto di trovarti
un posto dove tu potessi partorire, un
posto lontano da occhi indiscreti e dalle
chiacchiere, un posto in cui potessi
mettere alla luce il bambino in pace e al
sicuro.»
«Sta parlando di un ospedale?»
«Ehm, no. Ma della migliore
alternativa. Ho disposto che tu vada in
convento.»
«In convento? Ma io non sono
cattolica. È consentito lo stesso?»
«Come ti ho detto, tua zia mi ha
pregato di aiutarti e io le ho promesso
che l’avrei fatto. Fidati di me, per te è la
soluzione migliore.»
«Forse ha ragione, Chrissie»,
intervenne Jackie. «Immagina come
sarebbe partorire qui, in questa casa
umida, senza riscaldamento né acqua
corrente... E cosa succede se qualcosa
va storto?»
Chrissie dovette riconoscere che non
aveva tutti i torti. Con l’esperienza che
si era fatta a furia di assistere le pazienti
di sua madre durante il travaglio, era
ben consapevole dei rischi che correva.
«Quanto verrebbe a costare?»
«Niente, che diamine», spiegò padre
Drummond. «È questo il bello. Entri in
convento, dove si prendono cura di te e
del bambino, e in cambio fai qualche
lavoretto per le suore.»
«Che tipo di lavoro?» chiese
Chrissie circospetta.
«Be’, vediamo. Loro ritirano la
biancheria sporca dagli alberghi, dai
ristoranti, dalle canoniche della zona, e
hanno anche una piccola fattoria dove
coltivano ortaggi che poi rivendono. Tu
ci sei abituata.»
«Che ne pensi, Chrissie?» domandò
Jackie. «Sembra la soluzione perfetta.
Non potremmo mai permetterci di
pagare un ospedale, e Miss McBride
ovviamente pensava fosse meglio così.»
«Dai ascolto a Jackie.»
«Per quanto tempo dovrei
rimanerci?»
Padre Drummond esitò prima di
rispondere: «Dipende da te, Chrissie.
Potrai restarci finché vorrai».
«La fa sembrare una vacanza.»
«Be’, sarai ben accudita», replicò il
prete con una risatina nervosa.
«Secondo me, ci devi andare», la
incalzò Jackie.
Chrissie fece un debole sorriso.
«Intesi, allora, padre. Porti pure a
termine le disposizioni, per favore.»
Padre Drummond si alzò.
I due uomini si strinsero la mano e
Jackie lo accompagnò alla porta. «La
ringrazio davvero tanto, padre.
Apprezziamo il suo aiuto.»
Lui abbassò lo sguardo. «È dipeso
tutto da Miss McBride, non scordartelo,
figliolo.»
«Certo, padre. Stia bene.»
Quando padre Drummond risalì sul
carretto, tastò con la mano il biglietto di
Kathleen McBride che teneva nella tasca
interna. Come poteva ignorare le ultime
volontà di una donna in fin di vita, anche
se tali volontà avrebbero comportato un
dolore indicibile per la sua giovane
nipote?
20

1973

Tina era sdraiata sul divano del salotto,


senza avere la minima idea di come ci
fosse arrivata. La testa le pulsava a ogni
battito del cuore. Aveva l’impressione
che il labbro spaccato fosse enorme e
non riusciva ad aprire un occhio; le
sembrava come se qualcuno avesse
versato della colla tra le palpebre e le
avesse attaccate insieme. Con l’altro,
Tina riuscì a individuare la figura
indistinta di Rick che le ronzava intorno.
Provò a parlare, ma la sua lingua non
collaborò e rimase ostinatamente
attaccata al palato. Sentiva il sapore del
sangue rappreso, e le tornò in mente la
visita dal dentista che aveva fatto da
bambina, quando le avevano tolto due
denti. Il ricordo divenne all’improvviso
così vivido che Tina percepì perfino
l’odore del gas che avevano usato per
addormentarla. Dormire. Ecco di cosa
aveva bisogno, ciò che desiderava di
più. Se soltanto avesse potuto dormire,
si sarebbe svegliata e avrebbe scoperto
che era stato tutto un orribile incubo. Si
sentì sempre più sprofondare in uno
stato di buia incoscienza, che accolse a
braccia aperte.
Poco dopo, avvertì qualcosa di
tiepido sulla bocca. Si sforzò di aprire
l’occhio sano e vide Rick a pochi
centimetri da lei. Stava delicatamente
premendo un panno umido sul suo
labbro tumefatto. «Buongiorno, amore.
Come ti senti?»
Le ci volle un po’ per registrare la
domanda e ancora di più per formulare
una risposta. «Che cos’è successo?» fu
tutto quello che riuscì a dire.
Rick si voltò per immergere il panno
in una ciotola d’acqua tiepida e
l’applicò sulla guancia di Tina. «Hai
avuto un incidente. Ieri sera sei rientrata
tardi, era buio. Ti sono venuto incontro
nell’ingresso per sapere dov’eri stata, se
stavi bene, e tu devi essere inciampata.
Ho cercato di afferrarti, ma sei caduta e
hai battuto la testa contro la ringhiera.
Mi sono preoccupato di brutto. Sono
rimasto tutta la notte qui seduto con te.»
Tina era confusa. Ricordava
vagamente di aver incontrato Rick
nell’ingresso, ma tutto quello che
riusciva a rammentare dopo era il
dolore lancinante. Era sicura ci fosse
qualcosa, però... «Il bambino!» Cercò di
sollevarsi, ma lo sforzo le fece girare la
testa.
«Sstt, il bambino sta bene», tentò di
tranquillizzarla Rick.
«Come fai a esserne sicuro? Devo
vedere un medico.»
«No», urlò quasi Rick. «Niente
medici.»
Tina si sdraiò di nuovo sul divano.
«Mi fa male la testa, Rick.» Cominciò
silenziosamente a piangere.
Rick le passò con dolcezza una mano
sulla fronte. «Vado a prenderti un paio
di tachipirine.» Tornò pochi istanti dopo
con una tazza di tè e una fetta di pane
tostato. «Ecco, ti ho preparato qualcosa
per colazione. Non puoi prendere le
pastiglie a stomaco vuoto.» Le mise un
braccio intorno alla schiena e l’aiutò a
sedersi, sprimacciando i cuscini per
farla stare più comoda.
Lei abbozzò una smorfia quando il tè
caldo le sfiorò le labbra. «Mi spiace
doverti dare tutto questo disturbo.»
«Tina, sei mia moglie. In salute e in
malattia e tutto il resto.»
«E il tuo lavoro?»
Rick guardò l’orologio sulla mensola
del camino. Si era dimenticato di nuovo
di caricarlo. «Comincio il turno tra
un’ora. Te la caverai?»
«Sì, certo. Vai pure, starò bene. Che
giorno è oggi?»
«È sabato. Non preoccuparti del
negozio, ho già sistemato tutto io.»
Era troppo stanca per protestare.
«Okay, ho solo bisogno di riposare.»
«Brava ragazza.» Le schioccò un
bacio sulle labbra, provocandole
un’altra smorfia di dolore.
Rick era via da qualche ora quando
Tina cominciò ad avere fame. Fece
scivolare con cautela le gambe giù dal
divano e si mise seduta. Un tremendo
capogiro la travolse per qualche istante,
ma poi riuscì a stabilizzarsi e si tirò con
calma in piedi. Indossava ancora gli
abiti del giorno prima, e si sentiva
sporca e appiccicosa di sangue e sudore.
Barcollò sino in cucina e contemplò il
disastro. Rick si era evidentemente
preparato la cena, la sera prima, e i resti
erano sparsi ovunque. Uno strato di
fagioli in scatola era attaccato sul fondo
di una pentola, il piano di lavoro
cosparso di gusci d’uovo e su un piatto
unto c’erano due fette annerite di pane
tostato.
Tina sospirò e cominciò a
sparecchiare. Prese in mano un
bicchiere e notò che sul fondo c’era una
macchia sottile di liquido marrone.
Benché avesse l’impressione di spiare e
si odiasse per quello, se lo avvicinò al
naso e inspirò. L’odore del whisky
innescò in lei una repentina, vivida
messa a fuoco degli eventi della sera
precedente. Non era inciampata e a
colpirle il volto non era stata la
ringhiera ma qualcosa di ben più
pericoloso: il pugno di suo marito.
Barcollò sin nell’ingresso e si fermò ai
piedi della scala. Suo marito era un
ubriacone violento e non sarebbe mai
cambiato. Quella consapevolezza le fece
più male di qualsiasi altro livido che lui
le avesse procurato.
Immersa nell’acqua della vasca da
bagno, ponderò il da farsi. Era al
settimo mese di gravidanza, intrappolata
in casa con un marito violento. Graham e
Linda avevano ragione. Provava
vergogna e imbarazzo per la situazione
in cui si era cacciata. Se ne sarebbe
dovuta andare per sempre, stavolta, per
l’incolumità sua e del bambino, ma
l’idea di tornare in quel sudicio
monolocale la terrorizzava. Inoltre,
adesso non c’era modo di mostrarsi in
pubblico. Sembrava avesse combattuto
dieci round con Henry Cooper.
Quando Rick tornò a casa, Tina si
sentiva un po’ meglio, almeno
fisicamente. Era riuscita a preparare
qualcosa da mangiare, e si sedettero
entrambi al tavolo della cucina
abbozzando una normale conversazione.
«Com’è andata al lavoro?» chiese lei
in tono distaccato.
«Non male. Un paio di teppisti sono
saliti senza biglietto. Il controllore li ha
inseguiti ma senza speranza. Poi un
moccioso si è pisciato addosso e per
tutto il giorno il sedile ha puzzato di
pipì.» Si cacciò un’altra forchettata di
cibo in bocca. «Grazie per la cena,
tesoro. Dovevo essere io a prepararla,
però. Hai bisogno di riposo.»
«Sto bene.» Tina scansò il suo piatto
ancora pieno.
«Non lo vuoi?» domandò Rick
allungandosi per servirsi un’altra
porzione di purè di patate.
«Non ho fame.»
«Hai bisogno di rimetterti in forze, se
non per te, almeno per il bambino.»
Tina fece un profondo respiro e si
portò le mani davanti al volto. «So che
sei stato tu, Rick.»
Rick posò coltello e forchetta e calò
il silenzio. Le scostò le dita dal viso e la
guardò dritto negli occhi. «Sai che sono
stato io a fare cosa?»
«Ieri sera. Non sono inciampata. Sei
stato tu a darmi un pugno in faccia. Mi
ricordo la puzza di whisky e...»
Lui balzò in piedi. «Che cosa? Come
puoi pensare una cosa del genere? Un
pugno in faccia? Non lo farei mai...
Cioè, so di averti picchiata in passato, e
me ne pento più di ogni altra cosa, ma
sono cambiato, devi rendertene conto.
Stiamo per diventare una famiglia, ora, e
io non manderei mai tutto all’aria.»
S’inginocchiò di fianco a Tina e le
appoggiò la testa in grembo. «Non
riesco a credere che tu pensi una cosa
simile di me. Non mi sognerei mai di
picchiare una donna incinta.»
Tina era confusa. Lui sembrava
contrito e sinceramente scandalizzato al
pensiero che lei lo ritenesse capace di
tale violenza. Forse, dopo tutto, si era
sbagliata nel ricostruire gli eventi della
sera prima. Gli mise una mano sulla
testa e gli passò le dita tra i capelli folti
e scuri. «Scusami, Rick. La memoria
devi avermi giocato brutti scherzi.»
Rick sollevò su di lei uno sguardo
implorante. «Tina, ti prego. Devi
cominciare a fidarti di me se vuoi che la
cosa funzioni.»
«Lo so. È solo che...»
Lui si sollevò e le mise un dito sulle
labbra per zittirla. «Basta parlare.
Dimentichiamo la faccenda.»
Le strinse entrambe le mani e lei
sorrise, tentando d’ignorare
l’ammaccatura violacea ben visibile
sulle sue nocche.
21

Il clima divenne ancora più freddo e


umido, e l’intero Paese piombò in una
grave crisi quando, in seguito al brusco
rialzo del prezzo del petrolio, vennero
attuati ulteriori razionamenti di energia
elettrica. Rick e Tina ascoltarono alla
radio il discorso in cui il primo ministro
Heath annunciava alla nazione che
quello sarebbe stato il Natale più
difficile del periodo postbellico. Il
giorno successivo, le seicentocinquanta
lampadine dell’albero di Natale di
Trafalgar Square furono spente.
Fu in quell’atmosfera cupa che Rick e
Tina uscirono a comprare una
carrozzina. Tina l’aveva assillato per
settimane per convincerlo ad
accompagnarla. Le pareva fosse una
cosa che dovevano fare insieme e lui
aveva finalmente acconsentito. Si
addentrarono a fatica nelle strade
affollate e lui la prese per mano. Quando
un ragazzo che camminava nella
direzione opposta la urtò, facendola
inciampare, Rick la sorresse e si voltò
verso il giovane. «Ehi, tu, guarda dove
vai.»
Il ragazzo si accorse che Tina era
incinta e cominciò subito a profondersi
in scuse. «Mi dispiace tantissimo. Tutto
bene?» chiese sfiorandole un braccio.
Rick lasciò andare immediatamente
Tina e prese il giovane per il bavero
della giacca. «Non toccare mia moglie.
Non lo vedi che è incinta? Tu non le
interessi. L’unico che ha il permesso di
toccarla sono io. Capito?»
Il ragazzo alzò le mani, in un gesto di
resa. «Calmati, amico. Non avevo
nessun secondo fine. Scusa se ho urtato
tua moglie, okay?»
Rick grugnì e lo spinse contro il
muro. Tina se ne stava in disparte e
cercava di mescolarsi alla piccola folla
che si era radunata. Rick la prese per
mano. «Andiamo, tesoro.» Poi, rivolto
agli spettatori curiosi: «Lo spettacolo è
finito, gente. Levatevi dai piedi». Si fece
largo a grandi passi, trascinandosi dietro
la moglie.
«Santo cielo, Rick. Tutta quella scena
per cosa?»
«Non dirmi che non te ne sei accorta!
Quel buffone ti si è strusciato addosso.
Il modo in cui ti guardava... e sì che sei
quasi al termine. Che schifo.»
Tina sospirò. Rick era convinto che
ogni uomo con cui lei entrava in contatto
stesse cercando di portarsela a letto e
una parte di lei ne era anche lusingata,
perché era la dimostrazione di quanto
l’amava.
Dopo un po’, Rick iniziò ad avere il
fiatone, sia per la rabbia sia per la
velocità cui procedevano. Tina era
costretta a correre per stargli dietro.
«Così non va.» Rick si fermò e fece
un respiro profondo. «Non posso andare
a fare shopping adesso, sono troppo
agitato.»
«Rick, per favore, non rovinare tutto.
Sono secoli che aspetto questo
momento.»
Lui si diresse verso un pub dall’altro
lato della strada. «Che ne dici di fare un
salto qui dentro? Ci beviamo una cosa
veloce e mangiamo un boccone.»
Tina esitò. Sapeva che era una
pessima idea, ma voleva disperatamente
acquistare la carrozzina. Dopo aver
pranzato e trascorso un po’ di tempo
tranquilli insieme, forse lui si sarebbe
calmato. «Va bene, ma solo per poco.»
Rick si rianimò e la prese di nuovo
per mano. «Fantastico. Forza, allora.»
Attraversò la strada di corsa, schivando
il traffico, e Tina gli arrancò dietro.

Quella sera, Rick era sdraiato sul


divano, di pessimo umore. C’era stata
l’ennesima sospensione dell’energia
elettrica e loro due sedevano in silenzio,
circondati da candele. Inutile dirlo, il
pranzo al pub non si era rivelato
granché, come idea. Dopo diverse birre,
Tina aveva cercato di convincere Rick
ad andare a comprare la carrozzina, ma
lui aveva assunto un atteggiamento
battagliero e polemico, sostenendo che
non ne aveva nessuna voglia. Tina aveva
suggerito di prendere un autobus per
tornare a casa e Rick si era dichiarato
d’accordo, ma non prima di aver
effettuato uno dei suoi costosissimi e
assurdi acquisti. Acquisto che adesso
giaceva nel bel mezzo del salotto,
custodito in un’enorme scatola.
«Maledetto governo! Chi si credono
di essere, a tagliare l’energia elettrica a
questo modo?»
«Sono sicura che, se avessero saputo
che oggi avresti comprato un televisore
a colori, avrebbero fatto un’eccezione.»
Tina era furente. Una TV a colori, santo
cielo! Che cosa c’era che non andava
nel loro vecchio modello in bianco e
nero? Così i soldi per la carrozzina
erano andati. Era avanzato ancora
qualcosa della vincita al Grand
National, ma Rick aveva nascosto tutto
chissà dove. Tina sospirò e si alzò a
fatica. «Vuoi un tè?»
Rick la guardò incredulo. «Mi prendi
in giro?»
Tina si rese conto dell’errore e si
mise di nuovo a sedere. «Me l’ero
scordato.»
«Siamo qui seduti quasi al buio e tu ti
sei scordata che manca la corrente?»
«Rick, piantala, per favore. Non sono
in vena di discussioni.»
Lui scivolò sul divano e le bisbigliò
all’orecchio: «Sai di che cosa sono in
vena io?»
Tina ebbe un tuffo al cuore. «Rick, ti
prego, guarda in che stato sono. Sono
enorme.»
Le fece scivolare una mano nella
camicetta e le palpò il seno. «Anche
loro.»
Strofinò il volto sul suo collo e le
diede un morso doloroso all’orecchio.
Lei si voltò per chiedergli di smetterla,
ma lui le chiuse le labbra con un bacio e
le infilò la lingua in bocca. Tina si
sforzò di rilassarsi per non incorrere
nella sua collera, e provò a non
indietreggiare quando lui le si sdraiò
sopra con tutto il suo peso.

Il giorno successivo, la corrente era


tornata e Rick tirò fuori il televisore
dalla scatola. Quando lo accese, le
immagini proruppero in un
caleidoscopio di colori. Tutto sembrava
pervaso da un bagliore arancione e Tina
pensò che il vecchio schermo in bianco
e nero fosse molto più naturale. Rick
però era contento, e armeggiò con le
manopole per regolare il contrasto e la
luminosità finché non si ritenne
soddisfatto e si convinse di aver ottenuto
l’immagine perfetta.
Indietreggiò e ammirò il suo nuovo
giocattolo. «Guarda che roba,
nitidissimo. Ehi, è così perfetto che
quando vedrò un film western mi
arriverà la polvere negli occhi!» rise,
continuando a fare zapping fra i tre
canali. «Amore, per favore, passami
quella copia di Radio Times.»
Tina gli allungò la rivista, un numero
doppio che sbandierava la messa in
onda di programmi favolosi sotto le
festività: Morecambe and Wise, Look:
Mike Yarwood, The Black and White
Minstrel Show. A Tina non sfuggì
l’ironia insita nel fatto di guardare
quest’ultimo programma sul nuovo
televisore a colori. Lanciò la rivista sul
pavimento e Rick la raccolse, senza
badare al cattivo umore della moglie.
«Quando pensi che possiamo uscire a
comprare la carrozzina?» azzardò lei.
«Non avrai mica intenzione di
continuare con questa storia, vero?
Adesso ci sediamo qui e ci godiamo la
tele nuova. Ci andiamo la prossima
settimana.»
Tina si massaggiò la pancia. «Il
bambino potrebbe essere già nato per
allora.»
Rick smise di sfogliare Radio Times
e assimilò la cosa. «Accidenti, hai
ragione. Allora meglio se ce la
spassiamo finché si può. Vai a prendere
qualcosa da bere, per favore?»
Il sabato successivo, Graham entrò nel
charity shop. «Quand’è che hai
intenzione di smetterla? Dovresti essere
quasi al termine, ormai.»
«Buongiorno, Graham. Alla fine del
mese. Non vedo l’ora», replicò Tina.
Diede un’occhiata alla carrozzina
malconcia nell’angolo. L’avevano
donata al negozio qualche settimana
prima, e Tina aveva provato pena per la
povera madre che non si sarebbe potuta
permettere di meglio. Adesso, però, era
rassegnata al fatto che quell’aggeggio
vecchiotto e male in arnese sarebbe
stato l’unico in cui lei avrebbe
amorevolmente posato il suo bimbo
tanto atteso. Iniziò a tirar fuori i libri che
erano accatastati lì dentro.
Graham accorse subito. «Lascia che
ti aiuti.» Le prese una pila di volumi
dalle braccia e l’appoggiò sul bancone.
«Perché la stai svuotando? Qualcuno la
vuole?» Passò le dita sulla cappottina
impolverata e fece una smorfia alla vista
degli interni lacerati e scadenti.
Tina distolse lo sguardo, imbarazzata,
e mise altri libri sul bancone.
«No, ti prego, dimmi che non la
prendi tu», esclamò Graham.
«Oh, non è poi così male, in realtà.
Una passata di sgrassatore all’interno e
sarà come nuova.»
«Ma non dovevate andare a
comprarne una nuova?»
«L’abbiamo fatto. È una lunga storia,
ma alla fine siamo tornati a casa con una
TV a colori.»
Graham scosse la testa e si aggrappò
al bancone.
Tina gli posò con dolcezza una mano
sulla spalla. «Non è un problema tuo. Io
sto bene, sul serio. In ogni caso, al
bambino la carrozzina non servirà per
molto e la tele invece ci durerà anni.»
«Tu sei una santa. Non so come fai a
sopportarlo.»
Tina alzò le spalle. «Lo amo. So di
avere mille ragioni per odiarlo, ma non
ci riesco. E lui non si è comportato tanto
male da quella volta...» D’istinto, si
portò una mano alla guancia.
«Quale volta? Ti ha picchiato di
nuovo, Tina?»
«No, certo che no. Va tutto bene.
Siamo tutti e due emozionatissimi per il
bambino.»
Graham parve perplesso.
«Senti, lo so che le tue intenzioni
sono buone, ma sto cercando di far
funzionare le cose. Non voglio tu pensi
che sono una debole. So quello che
faccio. Non posso crescere un figlio da
sola, e sono sicura che Rick sarà un
ottimo padre. Se pensassi anche solo per
un attimo che farebbe del male al
bambino, me ne andrei, credimi. Non so
dove, ma non metterei a repentaglio
l’incolumità di mio figlio. Devi fidarti
di me, Graham.»

Tina chiuse il negozio in anticipo e si


preparò alla lunga camminata verso casa
con la carrozzina. Ficcò le chiavi del
negozio in tasca e si maledisse per
essere uscita un’altra volta senza borsa.
La carrozzina non era poi tanto male,
in effetti. Le sospensioni erano ancora in
buono stato e attutivano bene i colpi.
Tina si chiese meravigliata quanti
neonati avesse già trasportato nel corso
delle sue vite precedenti. E, d’un tratto,
mentre la spingeva con orgoglio per le
strade, si sentì viva. Di lì a un paio di
settimane, ci avrebbe portato a spasso il
suo piccino, e gli estranei avrebbero
sorriso con affetto, chiedendole se
potevano dare una sbirciatina. Lei
avrebbe scostato le coperte e mostrato il
più bel bimbo che si fosse mai visto.
Rick, tutto fiero, lo avrebbe portato al
lavoro, e gli altri autisti e controllori si
sarebbero radunati intorno per ammirare
quell’adorabile bambino. Tutti
avrebbero convenuto che non ne
avevano mai visto uno più delizioso.
Con la testa affollata da simili
pensieri, per Tina fu una sorpresa
ritrovarsi a un certo punto nella strada di
casa. Non sembrava poi così lontana, se
si spingeva una carrozzina. La lasciò
sulla soglia ed entrò nell’ingresso.
«Vieni a vedere che cos’ho!» Si tolse il
cappotto e lo appese all’attaccapanni.
«Rick, dove sei?»
Andò in cucina.
Rick guardava fuori dalla finestra.
«Eccoti. Non mi hai sentita entrare?
Ho una carrozzina. È di seconda mano,
ma è comoda da spingere e dopo una
bella ripulita sarà...» S’interruppe
bruscamente non appena Rick si voltò
verso di lei con un’espressione
minacciosa dipinta sul volto. Aveva
qualcosa in mano, un pezzo di carta, e
Tina lo riconobbe subito.
«Avevo mal di testa», cominciò lui
con calma, sforzandosi di nascondere la
collera. «Non riuscivo a trovare le
pastiglie nella dispensa, poi mi sono
accorto che avevi lasciato la borsa sul
tavolo della cucina. Dentro non c’erano
medicine, ma ho trovato questa.»
Sollevò la lettera di Billy e una
sensazione di paura si annidò nella
pancia di Tina. «Bene, bene, Christina»,
la schernì, usando il suo nome per
intero. «Quando avevi intenzione di
parlarmi di questo Billy?»
Tina era sconvolta. «Oddio, Rick, hai
frainteso. Quella lettera non è per me.
Guarda la data, per l’amor di Dio.»
Ma lui non la stava ascoltando. Si
scagliò in avanti e la prese per i capelli.
Lei urlò, terrorizzata, ma Rick la
schiaffeggiò, le strinse un polso e la
colpì all’addome. Tina boccheggiò e si
piegò in due dal dolore, quindi cadde a
terra. L’ultima cosa che vide fu la foto
sbiadita di Billy Stirling che svolazzava
sul pavimento.
«Ti sbagli», continuava a ripetere.
Non c’era nessuno che potesse
sentirla. Udì la porta principale sbattere
e cercò di mettersi in piedi. Poi avvertì
un liquido tiepido tra le gambe.
«Il bambino», sussurrò. E perse i
sensi.
22

Accecato dalla collera, Rick si precipitò


in strada, con la lettera di Billy stretta
nella mano destra. Avvistò un autobus
che si avvicinava e, anche se era
distante dalla fermata, tese la mano. La
vettura rallentò ma senza fermarsi. Per
Rick non fece nessuna differenza.
Afferrò la sbarra di metallo e salì a
bordo.
Il controllore rimase sbalordito.
«Ehi, non si può saltare su e... Ah, sei tu,
Rick. Dove vai così di fretta?»
«Gillbent Road, Frank.» Lo scansò e
si lasciò cadere sul sedile più vicino.
«E adesso lasciami in pace.»
Quando arrivò a destinazione,
davanti al civico 180, era ormai in
preda a un completo attacco d’ira.
Aveva un disperato bisogno di bere.
Bussò alla porta e attese con
impazienza. Due secondi dopo, bussò di
nuovo, e questa volta urlò pure: «So
tutto di te, Billy. Vieni fuori e affrontami
da uomo a uomo». Picchiò di nuovo alla
porta, e stavolta sentì un movimento
all’interno.
L’uscio si socchiuse piano. «Che
fracasso. Mi dia almeno il tempo di
arrivare alla porta.»
Rick fu oltremodo sorpreso nel
trovarsi di fronte un’anziana signora, ma
la spinse da parte in malo modo ed entrò
nel salottino. «Dov’è?»
«Chi? Mio marito?»
Rick la guardò dall’alto in basso e la
derise: «Non penso proprio. Billy. È suo
figlio?»
La donna s’irrigidì. «Chi lo
desidera?»
Lui la prese per un gomito. «Niente
scherzi. So che abita qui e che si è
scopato mia moglie.»
«Su questo ho i miei dubbi. Billy è
morto da più di trent’anni.»
Rick si bloccò. «Che cos’ha detto?»
La donna lo guardò dritto negli occhi.
«Senta, non so chi lei sia, ma non mi fa
paura. Non può piombare qui e accusare
mio figlio di simili nefandezze. Come le
ho detto, è morto. È caduto in battaglia
nel 1940.»
Senza essere invitato, Rick si
accasciò in una delle poltrone accanto al
camino.
«Ma prego, si accomodi», commentò
sarcastica la signora.
Lentamente, Rick distese la lettera
che aveva tenuto stretta in mano sin da
quand’era uscito di casa e cominciò a
leggerla con più attenzione. Quand’ebbe
finito, si prese la testa tra le mani. «Oh,
mio Dio, che cos’ho fatto? Che cos’ho
fatto?»
23

Se Sheila l’avesse scoperto, l’avrebbe


ucciso. Tuttavia Graham prese una
manciata di banconote dal rotolo che
aveva in tasca e la diede alla commessa.
«Grazie. Sono sicura che sua moglie
ne sarà felicissima.»
«Non è per mia moglie», disse lui
dopo un istante di esitazione.
La commessa gli lanciò uno sguardo
d’intesa. «Ops, chiedo scusa.» Pigiò
qualche bottone sul registratore di cassa.
Con un trillo sonoro, il cassetto si aprì e
la commessa v’infilò le banconote.
Graham s’innervosì. «No, non è come
pensa. È per un’amica.»
La commessa fischiò. «Dev’essere
una buona amica, allora.»
«Sì, è così. Un’ottima amica.» Non
sapeva nemmeno perché stesse parlando
di quell’argomento con una perfetta
estranea. Era troppo sincero; prima o
poi si sarebbe cacciato nei guai per
quello.
Salutò la commessa e spinse la
carrozzina – un modello Silver Cross
nuovo di zecca e di gran lusso – sul
marciapiede. Sentì la porta scattare
dietro di lui e, quando si voltò, vide la
commessa esporre il cartello CHIUSO.
Arrivò al furgone imprecando contro
le strade bagnate che lasciavano tracce
di terra e sporco sulle ruote intonse.
Sapeva che era un gesto eccessivo, ma il
pensiero di Tina che spingeva quello
sgangherato aggeggio di seconda mano
lo aveva davvero scosso. Quando c’era
di mezzo lei, non capiva più nulla,
eppure non poteva farci niente. Sperava
soltanto che Rick non ci fosse quando le
avesse consegnato il regalo.
Si fermò davanti a casa Craig e vide
che era al buio. Confuso, diede
un’occhiata ai lampioni in strada; erano
tutti accesi, quindi non c’era stata
un’altra interruzione dell’elettricità.
Lasciò la Silver Cross nel furgone e
suonò il campanello. Davanti alla porta
d’ingresso, c’era la carrozzina
sgangherata del charity shop.
Dopo aver suonato per la terza volta,
rinunciò e tornò indietro. Accese il
motore, che si avviò tossicchiando, poi
però gli venne in mente che poteva
lasciare la Silver Cross nel capanno sul
retro e infilare un biglietto sotto la porta.
Sarebbe stata una bella sorpresa per
Tina, quando fosse rientrata.
Guidò la carrozzina lungo lo stretto
viottolo che costeggiava la casa e,
arrivato al capanno, dovette forzare la
porta per convincerla ad aprirsi.
L’interno era stipato di cianfrusaglie, tra
cui un tosaerba e parecchi attrezzi da
giardino in disuso, ma, con qualche
piccolo spostamento, Graham riuscì a
farci stare anche la carrozzina. Esitò per
un attimo e poi, spinto come da uno
strano presentimento, sbirciò dalla
finestra della cucina. Al buio, i suoi
occhi impiegarono un po’ per adattarsi, e
il cervello qualche secondo in più per
registrare l’immagine che si presentava
davanti a lui. Con un colpo rapido del
gomito, spaccò la finestra della porta sul
retro, allungò un braccio per arrivare
alla chiave e irruppe in cucina.
«Tina, Tina...» Un singhiozzo gli uscì
dalla gola. «Gesù, che ti è successo?»
Corse al telefono dell’ingresso per
chiamare il 999. Le sue dita erano
tremanti e maldestre, e gli ci vollero tre
tentativi prima di comporre il numero.
Tornò da Tina e le s’inginocchiò
accanto. Gli tremavano le mani e quasi
non osava toccarla. Il viso di lei
appariva etereo, le labbra avevano una
venatura bluastra e il vestito sollevato
lasciava scoperta un’ampia porzione di
coscia bianchissima. Graham lo abbassò
con cautela, per preservarne il pudore, e
fu allora che se ne accorse. Una chiazza
rosso scuro tra le gambe, che si era
allargata sul linoleum. Graham capì
d’istinto che non le sarebbe più servita
nessuna carrozzina.
24

La prima cosa che notò fu l’odore.


Disinfettante, e poi qualcos’altro di
meno rassicurante che la mise in
agitazione. L’acro, pungente sentore del
sangue. Aprì gli occhi e cercò di
sollevare la testa dal cuscino, ma
sembrava pesante come una palla
medica. Un braccio era rigido e le
pizzicava all’interno del gomito.
Allungò il collo e si accorse di essere
attaccata a una flebo. Si sentiva la bocca
secca e impastata, le labbra screpolate.
Ma c’era anche dell’altro, qualcosa di
molto più sinistro. Si sentiva vuota.
La porta della sua stanza si aprì
piano e Graham entrò con in mano un
caffè. Non appena si accorse che lei era
cosciente accorse al suo capezzale. «Sei
sveglia!» Le passò una mano sulla fronte
e le accarezzò i capelli, ancora
impiastricciati di sudore.
«Graham! Che ci fai qui? Dove
sono?»
Le prese una mano e gliela baciò sul
dorso. «Sei in ospedale, tesoro.» Gli
occhi gli brillarono di lacrime e lui
distolse lo sguardo, cercando di
ricomporsi.
«Graham?»
Fece un respiro profondo. «Mi
dispiace davvero.»
Tina sollevò una mano per fermarlo.
«Lo so. Ho perso il bambino.»
«Oh, Tina.» Graham si chinò su di lei
e la baciò sulla fronte.
«Dov’è Rick?»
Graham strinse i pugni, cercando di
controllarsi. «Il più lontano possibile da
qui, se ci tiene alla pelle. Hai intenzione
di sporgere denuncia, immagino.»
Tina era sfinita. «Non voglio
pensarci ora. Ho solo bisogno di
vederlo.»
Graham scosse la testa, incredulo.
«Dopo quello che ti ha fatto, Tina?
Ragiona, ti prego.»
Le lacrime cominciarono a scorrerle
lungo le guance. Cercò di asciugarsele
con la mano, ma il movimento fece
oscillare la flebo. «Il mio bambino. Il
mio bambino non c’è più», sussurrò.
Proruppe in atroci singhiozzi e
Graham la prese tra le braccia,
cullandola avanti e indietro. «Va tutto
bene. Sfogati.»
«Era un maschio o una femmina?»
«Una bella bimba. Una perfetta,
adorabile creaturina.»
Tina lo allontanò per guardarlo più
da vicino. «L’hai vista?»
«Sì, sono stato qui con te tutto il
tempo. Be’, non per il parto vero e
proprio – ho aspettato in corridoio –, ma
dopo mi hanno lasciato entrare.»
«Voglio vederla.» La sua voce era
sorprendentemente calma.
«Certo, vado a chiamarti
un’infermiera», rispose Graham dopo un
istante di esitazione.

Quando Tina abbassò lo sguardo sulla


neonata, si meravigliò di quanto fosse
perfetta. Aveva gli occhi chiusi e le
ciglia lunghe e nere che le lambivano le
guance. Sembrava dormisse, e che da un
momento all’altro dovesse aprire gli
occhi e rivolgere uno sguardo adorante
alla madre. «Sei sicuro che sia...»
«Non aveva nessuna possibilità di
sopravvivere, Tina. Quel bastardo ti ha
colpita con una tale violenza da
provocarti un distacco intempestivo
della placenta. Hai perso moltissimo
sangue. È un miracolo che non sia morta
anche tu.»
Tina chiuse gli occhi. «Magari lo
fossi.» Strinse la sua piccina al petto. «È
tutta colpa mia. Non sarei mai dovuta
tornare da lui. Tu e Linda me l’avevate
detto, che ero una pazza, ma non vi ho
ascoltato. E adesso la mia bambina ha
pagato con la vita. Non me lo perdonerò
mai.»
Graham strinse le lenzuola nel pugno.
«Qui c’è solo una persona cui dare la
colpa, Tina, e non sei tu.»
«Katy», sussurrò Tina.
«Scusa?»
«La chiamerò Katy.» Azzardò un
debole sorriso.
«È un bellissimo nome.» Graham tirò
fuori il fazzoletto e si soffiò il naso.
Tina cominciò a cullare la sua bimba
e a cantare con dolcezza, dondolando a
tempo con le parole:

Dormi, bambina, che la pace ti


accompagni
per tutta la notte.
Gli angeli guardiani Dio ti mandi
per tutta la notte.

Tina sorrise e accarezzò delicatamente il


viso della piccola, poi si voltò verso
Graham, che la osservava da una sedia
lì vicino. «Puoi chiedere all’infermiera
di venire a prenderla?»
Lui balzò in piedi. «Solo se ti senti
pronta.»
Suonò il campanello e pochi istanti
dopo comparve un’infermiera. Tina
sistemò la coperta rosa di Katy in modo
che le avvolgesse il faccino. «Non
voglio che prenda freddo.» Abbassò lo
sguardo sulla sua bimba perfetta e la
baciò in fronte. «Addio, mio piccolo
angelo. Non ti dimenticherò mai. Dormi
bene.» E lasciò andare sua figlia.
Era mezzanotte passata quando Tina si
destò da un sonno intermittente. Graham
russava piano su una sedia accanto a lei.
Tina lo guardò con affetto e sorrise.
Dopo tutto, gli uomini perbene
esistevano ancora. I suoi pensieri
tornarono a Rick e lei si sentì montare
dentro la collera. Il cuore cominciò a
batterle più forte, e rimpianse di non
avere abbastanza energia per dare sfogo
alla rabbia, ma il trauma l’aveva
prosciugata di tutte le forze. Dietro sua
insistenza, Graham aveva tentato di
telefonare a Rick, ma senza mai ricevere
risposta. Tina aveva pensato di chiamare
la suocera, tuttavia non era in grado di
affrontare né lei né le giustificazioni che
avrebbe senza dubbio accampato per il
comportamento abominevole del figlio.
Con ogni probabilità, lui era ubriaco
fradicio chissà dove, incapace di
affrontare la realtà. Tutto quello che
Tina riusciva a ricordare, a parte il
dolore lancinante, era lui che usciva di
casa furibondo con la lettera di Billy in
mano, quella sua testaccia piena di
pensieri folli, cieco di fronte alla verità.

Rick tornò a casa alle prime ore del


mattino. Dopo la sua visita in Gillbent
Road, era entrato nel pub più vicino per
cercare di raccogliere le idee. Si era
reso totalmente ridicolo e, quando aveva
riletto la lettera di Billy, questa volta
con calma e da cima a fondo, aveva
capito che razza di stupido idiota era
stato. Il problema era che amava
tantissimo Tina ed era terrorizzato al
pensiero che lei lo lasciasse per un altro
uomo. La sua gelosia si era ormai
trasformata in una paranoia di
proporzioni colossali. Tina non era solo
bellissima, ma anche gentile e
premurosa, e la sua calma e la sua
intelligenza lo lasciavano senza parole.
Sapeva di non essere il miglior marito
del mondo. Spesso si comportava male e
perdeva la ragione, a volte sino a
rasentare la follia, ma la amava
profondamente.
Tracannò un’altra birra e si alzò
barcollando. Aveva deciso. Sarebbe
diventato un marito di cui andare fieri.
Sapeva di aver deluso Tina troppe volte,
ma era determinato a rimediare ai propri
errori. Sarebbero stati due genitori
fantastici e affettuosi; ai loro figli non
sarebbe mancato nulla, e la loro sarebbe
stata una famiglia unita e indistruttibile.
Quando infilò la chiave nella toppa,
notò la vecchia carrozzina sulla soglia e
si fermò. Non ricordava di averla vista
quando si era precipitato fuori qualche
ora prima. Entrò in punta di piedi
nell’ingresso per non svegliare Tina.
Aveva un disperato bisogno di un
bicchiere d’acqua. La lunga camminata
sino a casa gli aveva fatto smaltire la
sbornia, però gli aveva fatto venire sete.
Accese la luce in cucina e aprì il
rubinetto, lasciando scorrere l’acqua per
qualche istante, per farla raffreddare.
Ingollò due bicchieri e poi si fermò
quando sentì qualcosa scricchiolare
sotto i piedi. Si chinò a terra ed esaminò
i pezzi di vetro. Accigliato, si raddrizzò
e si accorse della finestra rotta nella
porta sul retro.
«Che diavolo...» Il cuore gli
martellava nel petto e aveva di nuovo la
gola secca. Si allontanò dalla porta,
mentre la paura montava in lui come
mercurio. Si voltò lentamente. C’era
qualcosa che non tornava in cucina. Un
rivolo di sudore gelido gli scese lungo
la spina dorsale.
Fu allora che la vide. In preda al
panico, indietreggiò e si appoggiò al
lavello. Si coprì il volto con le mani e si
strofinò gli occhi, poi si costrinse a
guardare di nuovo. Era ancora là. La
macchia rosso scuro sul pavimento che
non poteva essere altro che il sangue di
sua moglie. Si voltò e vomitò nel
lavandino.
Dopo essersi accertato che il loro
letto fosse vuoto, Rick tornò in cucina e
prese una sedia. Appoggiò la testa sul
tavolo e chiuse gli occhi. Il suo respiro
si fece più corto, poi d’un tratto il suo
corpo si mosse di scatto e lui si mise di
nuovo in allerta. Si alzò e cercò una
penna. Ne trovò una accanto al telefono
nell’ingresso, poi frugò nella tasca dei
pantaloni e tirò fuori la lettera tutta
accartocciata. Con le mani che gli
tremavano, la lisciò, la capovolse e
scrisse una parola soltanto: Scusa.
Quando uscì di casa per l’ultima
volta, sembrava un derelitto. Sapeva con
assoluta certezza che Tina non lo
avrebbe mai perdonato. E non si
aspettava né pretendeva che lo facesse.
Si trascinò per strada, e le concesse
finalmente quello che meritava. La
libertà.
25

Tina era seduta sul bordo del letto e


faceva oscillare le gambe con aria
assente. Era in ospedale da quasi una
settimana, ormai, e di Rick ancora
nessuna traccia. Graham era passato da
casa loro un paio di volte, in primo
luogo per pulire la cucina e sbarazzarsi
delle carrozzine, ma Rick non si era
visto. Alla fine Tina aveva telefonato a
Molly, ma neppure lei l’aveva sentito.
Già sconvolta dalla notizia della morte
del nipotino, la donna si era preoccupata
moltissimo quando aveva saputo che
Rick era scomparso. «Sarebbe stato un
padre meraviglioso», aveva
singhiozzato.
Sentì bussare alla porta e Graham
fece capolino. «Sei pronta, tesoro?»
Tina scivolò giù dal letto e prese la
borsa. Barcollò lievemente e Graham la
sostenne per un braccio.
«Vacci piano. Ecco, ti ho portato il
cappotto. Fuori si gela.»
Quando lo indossò, Tina si rese conto
che c’era qualcosa di diverso, ma non
riusciva a capire cosa. Poi ci arrivò. Era
riuscita ad allacciare tutti i bottoni.
L’ultima volta che se l’era messo, era
quasi al nono mese di gravidanza. Il
labbro inferiore cominciò a tremarle e
se lo morse con decisione.
«Tutto bene?» chiese Graham.
«Tu che dici?» rispose lei con aria
sfinita.
«Scusa, domanda sciocca.»
«No, scusa tu, Graham, ma, ti prego,
non continuare a chiedermi come sto.»
«Certo. Senti, perché non vieni a
stare da me e Sheila? Non mi piace
pensarti tutta sola in quella casa. E che
succede se lui torna?»
«Se torna, pazienza. Ho bisogno di
vederlo. Ci sono parecchie cose che
dobbiamo chiarire.»
«Posso occuparmene io. Non c’è
bisogno che tu lo riveda. Non dopo
quello che ti ha fatto.»
«Invece sì. Ho bisogno di parlargli.
Di cose che avrei dovuto dirgli molto
tempo fa.»
Il suo tono fece capire a Graham che
non c’era margine di discussione.
Quando arrivarono a casa, Tina fu
sorpresa di quanto sembrasse
accogliente. Graham l’aveva pulita da
cima a fondo e aveva persino messo un
albero di Natale in salotto. Tina si
abbandonò sul divano e tentò di levarsi
gli stivali.
«Lascia fare a me.» Con uno
strattone, Graham glieli tolse e li posò a
terra. «Una tazza di tè?»
«Volentieri, grazie.»
Qualche minuto dopo, Graham tornò
col vassoio del tè. «Ho trovato questa.»
Le porse la lettera di Billy.
Tina la prese e notò quant’era
sgualcita. Quando provò a lisciarla, la
vide. Una parola. Una parola vergata in
uno scarabocchio infantile era tutto ciò
che lui pensava si meritasse. Rimase a
fissarla per un lungo istante, prima di
dire: «È tornato».

Seduti sul divano, Graham e Tina erano


avvolti in un silenzio per nulla
imbarazzante, quanto piuttosto
gradevole. Graham masticava la punta di
una penna e rifletteva sulla soluzione di
un cruciverba, mentre Tina sfogliava con
aria assente una copia di Woman’s
Weekly. C’erano ricette per biscotti
natalizi, istruzioni per ricavare
confezioni regalo da un rotolo di carta
igienica e consigli per pensierini
dell’ultimo minuto. Tina lasciò cadere la
rivista a terra. Per quello che la
riguardava, il Natale era cancellato e un
giornale pieno di allegria per le feste
non avrebbe certo cambiato le cose.
Graham era stato gentile a metterle
l’albero in salotto, di sicuro l’aveva
fatto con le migliori intenzioni, ma lei
aveva solo voglia di buttarlo giù e
rompere tutte quelle palline da quattro
soldi. D’un tratto, le venne voglia di
stare da sola. Si voltò verso Graham.
«Non è il caso che tu vada da Sheila? Io
sto bene, sul serio. Sei stato un amico
meraviglioso, Graham, davvero, ma hai
la tua vita e prima o poi devi tornarci.»
«Ne hai passate di tutti i colori, Tina.
Voglio solo assicurarmi che tu stia bene.
So di essere una vecchia lagna, ma ho
paura che Rick torni.»
«Non lo farà. Per un po’ non si farà
vedere in giro, ne sono sicura. Si
vergogna troppo per tornare con la coda
tra le gambe.»
Il campanello suonò ed entrambi
rimasero di sasso. Si guardarono negli
occhi, senza muovere un muscolo. Tina
fu la prima a reagire. «Vado io.» Tentò a
fatica di alzarsi.
«Oh, no che non ci vai tu», disse
Graham spingendola con delicatezza di
nuovo sul divano. Sbirciò dalla finestra,
ma il vetro ghiacciato non gli faceva
vedere nulla. Mise la catenella e
socchiuse la porta.
Sulla soglia vide una bella ragazza
dai capelli rossi con in mano una
casseruola avvolta in uno strofinaccio.
«Ah, salve. Sono venuta a trovare Tina.»
Tranquillizzato dal suo aspetto,
Graham rimosse la catenella e la invitò
a entrare. «E lei sarebbe...»
«Linda. Sono una sua collega. Lei
c’è?» Fece capolino dalla porta del
salotto proprio mentre Tina alzava lo
sguardo.
«Linda, oh, mio Dio, entra. Grazie di
essere venuta.»
Le due donne si abbracciarono con
affetto, poi Linda afferrò tutt’e due le
mani di Tina e la scrutò con attenzione.
«Come ti senti? È una domanda stupida,
lo ammetto, ma non so che altro dire. Io
sono una completa frana in situazioni del
genere.»
Tina sorrise. «Non c’è bisogno che tu
dica nulla. Mi basta che tu sia qui.»
Graham si schiarì la voce. «Che cosa
vuoi che faccia di questa?» domandò,
accennando alla casseruola che aveva in
mano.
«Oh, per il momento, mettila in
cucina, grazie», lo istruì Linda. Poi,
rivolta a Tina: «Ho fatto una lussuosa
fish pie». Rovistò nella borsa e tirò
fuori una bottiglia di vino. «Metteresti
questa in frigo, per favore?»
Tina era impressionata. «Hai fatto
una fish pie?»
«Una lussuosa fish pie», la corresse
Linda.
«E che cos’ha di lussuoso?»
«Ha dentro i gamberoni.»
Tina rise per la prima volta da quella
che pareva un’eternità.
Graham tornò nella stanza. «Voi due
avrete un mucchio di cose da dirvi. Sarà
meglio che vada.» Si voltò per uscire.
«Aspetta», gli disse Tina. Lo
abbracciò e gli posò il viso sul petto.
«Senza di te non ce l’avrei mai fatta a
superare tutto questo, lo sai.»
Graham si chinò e le diede un bacio
in cima alla testa. «Per te ci sono
sempre, Tina. Chiamami se hai bisogno
di qualcosa, qualunque cosa.»
Lo guardò con gratitudine. «Grazie,
lo farò.»

Dopo la lussuosa fish pie e mezza


bottiglia di vino, Tina si sentì rilassata
come non le accadeva da tempo.
Raccolse le gambe sotto il sedere e
strinse un cuscino al cuore. Linda era
sempre stata brava a tirarla su di
morale. Avevano avuto giusto il tempo
di riscaldare la fish pie prima che
tagliassero di nuovo la corrente, e
adesso sedevano in salotto alla luce
delle candele.
«Dove pensi che sia?» azzardò
Linda.
Tina fece roteare il vino nel
bicchiere. «A essere sincera, non ne ho
idea. Non ha amici con cui sia in
particolare confidenza e sua madre non
l’ha sentito. Forse si aggira barcollando
da un pub all’altro.» Esitò un istante
prima di aggiungere: «Grazie».
«E di che cosa?» chiese Linda.
«Di non aver detto: ’Te l’avevo
detto’.»
«Be’, non nego di averlo pensato, ma
al momento è l’ultima cosa di cui hai
bisogno.»
Per la seconda volta nella serata,
Tina sussultò al suono del campanello.
«E adesso chi è?» chiese Linda. Notò
che Tina stava per alzarsi. «No, vado
io.»
Qualche istante dopo, ricomparve in
compagnia di due poliziotti in uniforme.
Tina si sentì girare la testa quando si
alzò per salutarli.
«Mrs Craig?» chiese nervoso uno dei
due.
«Sì, sono io. Che cosa posso fare per
voi?» Si sforzò di mantenere la voce
calma.
«Brutte notizie, temo», continuò
l’altro agente. «Suo marito, Richard
Craig, è stato trovato... be’, è stato
trovato morto.»
Benché sconvolta, Tina provò
dispiacere per il giovane agente
costretto a darle la notizia. «Morto?»
«Sì. Mi spiace molto, Mrs Craig.»
«Morto?» ripeté Tina. «Come?
Dove?»
Linda la cinse con un braccio.
Il poliziotto si schiarì la voce e
abbassò lo sguardo sul suo taccuino.
«Lo ha trovato un signore che portava a
spasso il cane lungo lo Ship Canal.»
Tina si sentì cedere le ginocchia e si
aggrappò a Linda per sorreggersi. «Non
capisco. Come può essere morto?»
I due poliziotti si guardarono, poi il
primo agente spiegò: «Per saperlo con
certezza dovremo aspettare i risultati
dell’autopsia, ma dalle prime indagini
risulta che è soffocato nel suo vomito».
Lei fece una mezza risata. «Mi sta
dicendo che era ubriaco, quindi?
L’hanno trovato morto vicino al canale
perché era ubriaco?»
Il poliziotto scambiò uno sguardo
d’intesa col collega. «Be’, nessuno la
mette in questi termini.»
Quando gli agenti se ne furono andati,
Linda prese il controllo della situazione.
«Beviti un bicchiere di whisky. Hai
subito un brutto colpo.»
Che ironia, pensò Tina. Frastornata,
portò il bicchiere alle labbra. L’odore
del liquore le richiamò alla mente tanti
ricordi dolorosi. «Mi sento imbrogliata,
Linda. Volevo disperatamente rivederlo.
Avevo bisogno di rivederlo, e ora lui ha
avuto l’ultima parola, e io non avrò mai
la possibilità di dirgli quanto...»
Scagliò il bicchiere di whisky nel
lavandino, dove andò in frantumi,
costringendo Linda a scansarsi,
allarmata.
Tina piangeva, tutto il suo corpo era
scosso da profondi singhiozzi; si lasciò
scivolare lungo la parete e poi a terra,
digrignò i denti e urlò con rabbia: «E
non avrò mai la possibilità di dirgli
quanto lo odio!»
II
26

1974

William Lane si raddrizzò e appoggiò le


mani sulle reni. Dopo un paio di respiri
profondi, si asciugò la fronte imperlata
di sudore e bevve una lunga sorsata da
una bottiglia d’acqua. Nonostante la
mole di lavoro, era il periodo dell’anno
che preferiva. La raccolta della linfa
dagli aceri da zucchero cominciava
verso la fine di febbraio e terminava
all’incirca sei settimane più tardi,
quando William toglieva l’ultimo
secchio fissato alla base degli alberi. Il
liquido ambrato e appiccicoso che si
otteneva veniva poi bollito sino a
ricavare lo sciroppo denso e ricco che lì
in America piaceva tanto, soprattutto a
colazione coi pancake.
Sentì suo padre che spaccava la legna
nel garage e provò un’improvvisa
ondata d’affetto per lui, insieme con una
buona dose di senso di colpa per ciò che
stava per fare. I suoi genitori lavoravano
sodo per garantire un buon tenore di vita
a tutta la famiglia e, visto tutto
l’impegno che ci mettevano, si
meritavano certamente di più.
Ovviamente loro non sarebbero stati
d’accordo: sua madre adorava occuparsi
della pensione; le piaceva conoscere
gente nuova e trattava i clienti come
fossero membri della famiglia.
William trasportò l’ultimo secchio
nel capanno dello zucchero. Il bollitore
riscaldato a fuoco vivo era ustionante e
la linfa dolce che vi bolliva dentro si
stava addensando alla perfezione.
William sapeva che, una volta
imbottigliato ed etichettato lo sciroppo
col loro marchio, il Lane’s Maple Syrup,
sarebbe stato il momento giusto. O
almeno era ciò che gli suggeriva la testa.
Il cuore gli diceva tutt’altro.
Un mese più tardi, col sole di maggio
che riscaldava il terreno e con lo
sciroppo d’acero già tutto distribuito,
William si sedette sulla sua valigia,
lottando con le cinghie. Quando
finalmente riuscì a chiuderla, la fece
scivolare giù dal letto e la posò accanto
alla porta. Picchiettò una mano sulla
tasca della giacca e tastò la sagoma
rassicurante del passaporto e del
biglietto aereo.
La voce cordiale di sua madre gli
arrivò dalle scale: «Will, tesoro,
ricordati di fare colazione prima di
partire. Ho preparato i pancake ai
mirtilli. Vieni a mangiarli finché sono
caldi».
Trascinò la valigia giù per le scale
col cuore colmo d’angoscia. Era una
vita che aspettava quel momento, e
adesso gli sembrava di tradire l’affetto
della madre. I suoi genitori avevano
provveduto a lui per trentun anni, e ora
lui li prendeva a pesci in faccia. Non se
lo meritavano.
L’aroma dei soffici pancake gli
inondò le narici non appena entrò in
cucina. Sua madre gli sorrise e si
asciugò le mani nel grembiule. «Eccoti.
Avanti, accomodati, stavo giusto per
metterli in tavola.»
William prese una sedia e ci si lasciò
cadere sopra. Appoggiò la testa sulle
mani e curvò le spalle come un vecchio.
Sua madre gli posò una mano sulla
schiena e gli scompigliò i capelli come
fosse un ragazzino di nove anni. «Forza,
Will, hai aspettato tanto questo giorno.»
Cercò di mantenere ferma la voce.
Con gli occhi lucidi e le lacrime che
minacciavano di uscire a fiumi alla
prossima parola gentile della madre,
William sollevò lo sguardo e incrociò
quello di lei. Si schiarì la gola. «Mi
sento come se vi stessi tradendo, te e
papà.»
Sua madre si sedette accanto a lui.
«Ne abbiamo già discusso a lungo. Tuo
padre e io ti appoggiamo
completamente. Saremo sempre i tuoi
genitori e ti vorremo sempre bene. Sei il
nostro figlio adorato, e mi addolora
vederti lottare in cerca della pace
interiore.» Gli diede una pacca sulla
schiena. «Pregherò perché tu la trovi.»

Un’improvvisa folata di vento rischiò


quasi di scardinare la porta quando
Donald Lane entrò a passi pesanti in
cucina, con una carabina appesa a una
spalla e due conigli morti nella mano
libera. «Buongiorno, figliolo, come
stai?» domandò, cercando di sembrare
disinvolto.
«Bene, credo.»
«A che ora ce l’hai il volo da
Idlewild?»
William scosse la testa e abbozzò un
sorriso. «Si dice JFK, papà. Si chiama
così da undici anni.»
Donald grugnì e posò la carabina sul
tavolo. «È la stessa roba.»
«L’aereo parte stasera, ma vado via
tra poco. Mi dà un passaggio Dirk.
Abbiamo qualche ora di strada e voglio
arrivare con largo anticipo.»
Donald si voltò verso la moglie.
«Caffè, Martha?»

William aveva sempre saputo di essere


stato adottato. Durante la sua infanzia
idilliaca nel New England, però, la cosa
non aveva mai avuto importanza. I suoi
genitori adottivi erano le persone più
gentili, oneste e devote che si potesse
sperare d’incontrare, e il fatto che non
avessero mai avuto figli induceva
William a dubitare dell’esistenza di quel
Dio che loro invece veneravano con
tanto rispetto. Se c’era una donna nata
per essere madre, quella era Martha
Lane.
I primi tre anni della sua vita,
William li aveva trascorsi con la madre
naturale, in un convento dell’Irlanda del
Sud, dov’era venuto alla luce. Ne era
sempre stato consapevole – i genitori
adottivi non gliel’avevano mai tenuto
nascosto –, ma non riusciva a ricordarsi
granché né della sua «vera» madre né
del posto in cui aveva vissuto da
piccolo. Quando aveva circa dieci anni,
si era trasferito coi genitori in una
fattoria del Vermont e, un giorno, mentre
sua madre era carponi a strofinare il
pavimento col sapone Sunlight, William
era entrato nella stanza. Da dietro,
quella figura curva con indosso un
grembiule sporco e un fazzoletto legato
in testa avrebbe potuto essere chiunque,
e per un attimo William ne era rimasto
confuso. Poi l’odore del detergente gli
aveva pervaso le narici e lui era rimasto
lì, frastornato, incapace di muoversi. Il
profumo di limone l’aveva riportato
d’un balzo alla sua prima infanzia. D’un
tratto, aveva visualizzato un lungo
corridoio pieno di ragazze che
strofinavano il pavimento sino a farlo
splendere come uno specchio. Con
calma, era uscito dalla stanza in
silenzio.
Qualche anno dopo, Jenna, la sua
fidanzata dell’epoca, che non era certo
nota per le sue abilità culinarie, gli
aveva preparato una cenetta romantica.
Lui aveva infilato la forchetta nella
montagna di purè, costellata di grumi
spessi e duri nei punti tralasciati dallo
schiacciapatate, poi aveva messo giù le
posate e guardato fisso fuori dalla
finestra.
«Tutto bene, Will?» gli aveva chiesto
Jenna.
«Pandy», aveva risposto William.
«Questo è pandy.»
Jenna era parsa offesa. «Non sembra
un complimento.»
«No, non è un insulto, scusa. È così
che lo chiamavano. Ricordo che mia
madre me lo dava sempre.» Aveva
cominciato a massaggiarsi le tempie, nel
tentativo di richiamare alla memoria
un’immagine più precisa, ma non ci era
riuscito. Per quanto si sforzasse, il viso
della madre rimaneva avvolto
nell’ombra, eppure il pensiero di lei era
accompagnato sempre da tenerezza e
devozione.
Adesso, sotto il portico di casa coi
genitori, William si preparava a dir loro
addio.
Sua madre aveva in mano un
fazzoletto a fiori e se lo picchiettava
sugli occhi. Suo padre abbracciò forte il
figlio, che ricambiò con affetto. «Grazie,
papà, che mi permetti di farlo. So quanto
dev’essere difficile per te e la mamma.
Voglio solo che tu sappia che vi voglio
un mare di bene. Sarete sempre la mia
mamma e il mio papà e vi sono grato per
tutto quello che mi avete dato. Non vado
in cerca di una nuova mamma, ho solo
bisogno di sapere da dove vengo e
perché sono nato dove sono nato.» Prese
sua madre per mano e la baciò su una
guancia.
«Torna presto, figliolo. Ci
mancherai.» Martha si voltò in fretta e
rientrò in casa.
«Papà...»
«Non preoccuparti. Starà bene. Basta
che le assicuri che tornerai a casa sano e
salvo, ecco tutto. E, se trovi l’altra
mamma, dille grazie.»
William lo guardò perplesso. «E per
cosa?»
Donald tirò su col naso. «Per averci
concesso il dono più prezioso, un figlio
di cui essere orgogliosi. Un figlio che ha
reso le nostre vite complete.»
«Lo farò, papà, grazie. Abbi cura
della mamma.»
Qualche ora più tardi, dopo aver preso
posto sull’aereo per il lungo volo
transoceanico che lo aspettava, William
tirò fuori il foglio di carta che gli aveva
dato sua madre. Ne conosceva già a
memoria tutti i dettagli, ma lo rilesse
comunque per l’ennesima volta. Era nato
nel convento di St Bridget’s Sacred
Heart, vicino a Tipperary, il 10 aprile
1940, e la donna che l’aveva partorito si
chiamava Bronagh Skinner. Aveva
vent’anni quando l’aveva messo al
mondo, e quindi ora ne aveva
cinquantaquattro. Ripiegò il foglio a
metà e lo infilò nella tasca della giacca.
Mentre vedeva l’orizzonte newyorkese
sparire fuori dal finestrino, provò un
moto di eccitazione e inquietudine al
contempo. Comunque fosse andata,
avrebbe ritrovato le sue radici.
27

William impiegò qualche istante per


capire dove si trovasse. Il suo orologio
interno era tutto scombussolato e lui
aveva dormito più di quanto avrebbe
voluto. Gettò via la spessa trapunta e
andò in bagno. La sua immagine lo
lasciò di sale: palpebre pesanti, cerchi
scuri sotto gli occhi e capelli che
parevano non aver mai visto un pettine
in vita loro. Si lavò la faccia con
l’acqua gelata e si avvicinò alla finestra.
Sotto di lui si stendeva la città di
Tipperary, con le sue facciate dai colori
vivaci e dove, stando alla sua guida,
l’accoglienza era calorosa. Quella
riservatagli dalla proprietaria della
pensione in cui alloggiava lo era stata di
sicuro. Sua madre sarebbe rimasta
colpita.
Diede un’occhiata alla stanza e
assentì in segno d’approvazione. Era
stata ridipinta di recente e l’odore di
pittura aleggiava ancora nell’aria
nonostante il grosso vaso di fiori freschi
che Mrs Flanagan aveva posizionato
sulla specchiera. Un colpetto
improvviso alla porta lo fece trasalire.
Afferrò un asciugamano per coprirsi e
socchiuse la porta.
«Ah, scusi il disturbo, Mr Lane, ma
mi chiedevo se gradiva la colazione. Io
di solito smetto di servirla alle dieci, ma
posso capire che lei sia stanco dopo il
lungo viaggio...» Il suo leggero accento
irlandese trasudava cortesia.
«Oh, sì, grazie, Mrs Flanagan. Mi
dispiace tanto. Che ore sono?»
«Vediamo.» La donna tirò indietro la
manica della camicetta e diede
un’occhiata all’orologio. «Sono le meno
un quarto.»
«Le dieci meno un quarto?»
«Ehm, no, le undici.»
«Perbacco, è più tardi di quanto
pensassi. Non vorrei causarle altro
disturbo, ma all’improvviso mi è venuta
una fame da lupi.»
Sul volto rubicondo di Mrs Flanagan
si allargò un ampio sorriso. «Bene, è
deciso allora. La colazione sarà in
tavola tra quindici minuti.»

La sala da pranzo era piccola ma


accogliente, anche se era affollata di
mobili in mogano scuro. Alle finestre
c’erano delle tendine a rete e William
pensò fosse un peccato, perché
impedivano la vista sulla bella cittadina.
Sorseggiò la tazza di caffè che gli aveva
servito Mrs Flanagan, poi tirò fuori una
cartina e la allargò sul tavolo.
Mrs Flanagan entrò con la colazione.
«Ecco, questo la preparerà ad affrontare
la giornata.»
A William venne subito l’acquolina
in bocca. C’erano grosse e succulente
salsicce, pomodori grigliati,
sanguinaccio, due uova fritte e un paio
di enormi crocchette di patate fatte in
casa. «Ma è un banchetto, grazie!»
«Prego, s’immagini.» La donna fece
un sorriso radioso e uscì dalla stanza,
lasciando William a divorare la
colazione.
Dieci minuti dopo tornò per chiedere
se desiderasse qualcos’altro. William si
abbandonò all’indietro sulla sedia e si
massaggiò la pancia. «Era tutto
meraviglioso, signora. Sono sazio.»
«Be’, se lo dice lei. Non voglio che
nessuno dei miei ospiti si alzi con la
fame, specie se ha fatto un viaggio così
lungo per venire sin qui.»
«Credo che non avrò più bisogno di
mangiare per il resto della giornata.»
Lei scoppiò a ridere e iniziò a
sparecchiare. «Dica un po’, è la prima
volta che viene in Irlanda?»
William ebbe un attimo di esitazione.
Non se la sentiva di mettersi a
raccontare il suo passato, soprattutto a
un’estranea. Mrs Flanagan, intanto,
indugiava in attesa della risposta a una
domanda che non le era sembrata
particolarmente difficile.
«Mmm, no. Ho trascorso quasi tutta
la vita in America coi miei genitori
adottivi, ma sono nato qui.»
«Be’, da non crederci. È nato qui a
Tipperary?»
«Poco lontano, penso. In un
convento.»
Lei si rabbuiò e cominciò a impilare
piatti e tazzine senza più guardarlo negli
occhi. «Dal suo accento non si direbbe.»
William decise d’insistere. «Il St
Bridget’s Sacred Heart. Lo conosce?»
Mrs Flanagan incrociò il suo sguardo
e socchiuse le palpebre. «Ma certo. La
mia amica che gestisce il Cross Keys
Hotel manda lì a lavare la biancheria:
lenzuola, tovaglie, quel genere di cose.»
«La sua amica manda la biancheria in
un convento?» chiese lui, perplesso.
Lei mise giù i piatti e si sedette sulla
sedia di fronte a quella di William. «Che
cosa sa della sua vera madre?»
«Non molto, soltanto il nome»,
rispose lui con una scrollata di spalle.
«E vuole andare al convento?»
«Sì, certo. È lo scopo del mio
viaggio.»
«Non si aspetti troppo. Insomma, se
hanno mandato sua madre in convento, ci
saranno state ottime ragioni.»
«Che cosa le fa pensare che ce
l’abbiano mandata?»
«Mi creda, Mr Lane, nessuna ragazza
sana di mente entrerebbe in quel posto
di sua spontanea volontà.»
William corrugò la fronte.
«Senta, come glielo posso dire? Quel
posto è pieno di ragazze che hanno
recato disonore alla famiglia, o di
depravate, se preferisce. Rimanere
incinta al di fuori del vincolo
matrimoniale è un peccato, ma le suore
si assicurano che le anime di quelle
poverette vengano mondate attraverso il
duro lavoro. Visto che le famiglie non ne
vogliono più sapere di loro, le
accolgono, e in cambio le ragazze si
guadagnano da vivere occupandosi del
bucato, dell’orto e creando rosari.»
«Ma sono libere di andarsene quando
vogliono, vero?»
«Bah, credo di sì. Senta, non so altro.
Le sto solo dicendo che è una
benedizione che le suore siano lì per
aiutare quelle ragazze se persino le
famiglie le ripudiano.»
William si fregò il mento. «Quindi mi
faccia capire. Sta dicendo che mia
madre è stata ripudiata dalla sua
famiglia?»
Mrs Flanagan si alzò. «Non sto
dicendo niente. Le ho solo spiegato
come funziona di solito. Ogni ragazza è
un caso a sé. Cerchi di non farsi troppe
illusioni. Le suore saranno parche
d’informazioni. Quel posto è chiuso e
inespugnabile come una fortezza.»
William ripiegò la cartina. «Sarebbe
così gentile da fornirmi le indicazioni
per arrivarci? Così potrò almeno
constatarlo di persona.»
«Certo, nessun problema.» Mrs
Flanagan tirò fuori una penna dalla tasca
del grembiule. «Posso scrivere qui sul
retro?»

La corsa in autobus durò circa mezz’ora


e, al momento di scendere, William era
l’unico passeggero rimasto a bordo.
L’autista indicò la strada. «Io devo
fermarmi qui. Prosegua a piedi in quella
direzione per un paio di chilometri e lo
troverà sulla sinistra. Non può
sbagliare.»
William lo ringraziò con un cenno del
capo e saltò sul ciglio erboso. Le porte
si chiusero con un sibilo e lui si ritrovò
all’improvviso completamente solo
nella campagna quieta. La temperatura si
era alzata e i raggi di sole filtravano
dagli alberi. I campi erano pieni di
pecore, e tutto era così calmo che
William riusciva quasi a sentirle
masticare.
Si mise lo zaino in spalla. Mrs
Flanagan aveva insistito per dargli un
thermos di caffè e una grossa fetta della
sua famosa porter cake, una torta a base
di frutta secca e Guinness. Dopo un po’,
si fermò per togliersi il maglione e
arrotolarsi le maniche della spessa
camicia a scacchi. Si levò il berretto da
baseball e si passò le mani tra i capelli
madidi di sudore. La guida turistica gli
aveva garantito temperature fresche
accompagnate da abbondanti piogge.
Rabbrividì involontariamente quando lo
zaino aderì alla camicia bagnata e
appiccicosa, ma affrettò il passo al
pensiero che ormai la sua meta distava
solo poche centinaia di metri.
Alla svolta successiva, intravide il
convento in cui aveva vissuto nei suoi
primi tre anni di vita. Si fermò e respirò
a fondo, appoggiando le mani a un
albero per sorreggersi. Era convinto che
la vista dell’edificio gli avrebbe
rammentato qualcosa, ma non fu così.
Ancora pochi passi e si trovò finalmente
di fronte ai cancelli principali. Un lungo
vialetto carrabile conduceva sino al
portone d’ingresso, ma i cancelli erano
chiusi e William non vide altre entrate.
Camminò intorno al perimetro e alla fine
si ritrovò sul retro della proprietà. Il
cortile posteriore era circondato da muri
spessi, alti una cinquantina di metri e
ricoperti da schegge di vetri rotti. Qui
dentro prendono la sicurezza molto sul
serio, pensò William. Entrarci sarebbe
un’impresa per chiunque.
O anche uscirne, considerò, grave.
Tornò davanti ai cancelli principali e
sbirciò attraverso le inferriate. Da
quello che riusciva a intuire, il convento
era imponente. Un enorme edificio
grigio, con una scalinata in pietra che
saliva sino al portone principale
pitturato di nero. Le pareti erano
ricoperte di edera verde scuro e a
sinistra dell’entrata c’era una statua in
marmo bianco ben conservata.
William si sedette sul ciglio erboso,
frustrato. Aveva percorso migliaia di
chilometri e, adesso che era lì, pareva
non ci fosse modo di entrare. Tirò fuori
la torta di Mrs Flanagan. Il primo morso
fu un sogno, un trionfo di frutta succosa
unita al gusto ricco della Guinness. Si
versò una tazza di caffè ed estrasse la
cartina. Dietro la curva, c’era un
minuscolo paesino – o meglio, quattro
case in croce – e William stava giusto
considerando di andare a piedi sin là,
quando vide un furgone avvicinarsi
lungo la strada. Sventolò le braccia per
attirare l’attenzione del conducente, che
subito rallentò e mise la testa fuori dal
finestrino. «Che cosa posso fare per
lei?»
William ripiegò in fretta la cartina e
si avvicinò. «Sta andando al convento?»
«Sì, certo.»
«Oh, fantastico. Sto cercando di
entrare, ma a quanto pare i cancelli non
si aprono.»
L’autista del furgone rise. «Questo
posto non accetta visitatori occasionali.
Ha degli affari da sbrigare qui?»
«Sì, diciamo di sì.»
«Le suore l’aspettano, quindi.»
«No, non esattamente... Senta, ho
fatto un lungo viaggio per arrivare sin
qui e ho solo bisogno di entrare e di
parlare con una responsabile.»
«Intende la madre superiora? Be’,
buona fortuna, allora.» L’autista fece un
cenno con la testa in direzione del
vialetto. «Ecco che ne arriva una. Sta
per farmi entrare. Per accedere bisogna
essere attesi, sa.»
William guardò l’anziana suora
avanzare lungo il vialetto, con l’abito
nero che sfiorava appena la ghiaia.
«Ahi, ahi, è sorella Mary. Non andrà
da nessuna parte con lei. Senta, salti nel
retro col bucato, che ce la porto io
all’entrata. Mi lasci fuori da questa
storia, però, eh.»
William sorrise con gratitudine. Aprì
il portellone posteriore e si arrampicò
dentro, infilandosi tra i mucchi di
lenzuola sporche. Mentre aspettava che
il furgone procedesse, si sdraiò e rise
tra sé. Si sentiva un clandestino, ma se
non altro aveva finalmente fatto un passo
verso sua madre.
28

William aveva atteso a lungo che il


furgone si fermasse. Era stato sballottato
dagli scossoni mentre l’autista
s’inerpicava sino all’ingresso, aveva
udito alcune voci confuse e poi,
all’improvviso, il portellone posteriore
si era spalancato e il suo nascondiglio
era stato inondato di luce.
Si affacciò strizzando le palpebre al
sole.
«La via è libera ora. Presto, salti giù
e si presenti davanti al portone
principale. Se le chiedono come ha fatto
a entrare, dica soltanto che le è capitato
per caso di arrivare insieme col furgone
della biancheria e che è salito a piedi
fino all’ingresso. Non le crederanno
mai, ma almeno è dentro.»
William afferrò lo zaino e balzò giù.
«Grazie mille, amico. Le sono
debitore.» Tese la mano all’autista.
L’autista gliela strinse e gli fece
l’occhiolino. «Le auguro di trovare
quello che cerca.»
William salì i gradini in pietra sino al
pesante portone principale e, non
vedendo il campanello, bussò sul legno
duro e implacabile. Con una smorfia di
dolore, si massaggiò la mano, ma si
ricompose all’istante quando si aprì la
porta. «Buon pomeriggio. Mi chiedevo
se potessi scambiare due parole con una
responsabile.»
La suora che era venuta ad aprire lo
osservò dubbiosa. «Ha un
appuntamento?»
«Be’, no, ma sono venuto...»
Non fece in tempo a finire la frase
che la suora gli sbatté la porta in faccia.
William rimase a bocca aperta un istante
prima che la collera gli facesse montare
il sangue alla testa. Strinse i pugni e
trasse un respiro profondo. Senza badare
al dolore alla mano, picchiò di nuovo
alla porta e continuò sino a che la suora
non tornò ad aprirgli. «Ma che sgarbata!
Come stavo cercando di dire, vorrei
parlare con una responsabile. Ho fatto
molta strada per arrivare fin qui e non
me ne andrò finché non avrò visto
qualcuno che possa aiutarmi nella mia
ricerca. Quindi, se non le dispiace,
potrebbe per cortesia andare a chiamare
chi di dovere, prima che mi accampi qui
fuori? E non creda che non ne sia
capace. Ho un thermos, una torta e tutto
il tempo che voglio.»
Senza dire una parola, la suora fece
per richiudere la porta, ma William fu
più veloce e la bloccò con un piede.
«Tolga quello stivale», gli intimò la
suora.
«Neanche per sogno», replicò
William, scansandola per entrare
nell’ingresso. Fu subito travolto
dall’odore di limone che ben conosceva.
Si guardò intorno e notò un gruppo di
ragazze in fondo al corridoio.
Indossavano tutte un informe scamiciato
marrone e ai piedi sembravano portare
vecchi stracci. William all’inizio era
perplesso; solo dopo si accorse che li
stavano usando per pulire il pavimento.
Una ragazza con la testa rasata si voltò
verso di lui. William notò il pancione e
sviò lo sguardo, imbarazzato, non prima
però di aver colto il timido sorriso della
ragazza.
«Bernadette, voltati subito, schifosa
tentatrice che non sei altro», la
rimproverò aspramente la suora che
sorvegliava il gruppo. «Non hai proprio
imparato niente? Non vedi in che stato
sei? Temo per la tua anima, ragazza mia,
sul serio.»
William si schiarì la voce, a disagio,
e si voltò verso la suora. Ora che la
porta era chiusa, si rese conto
dell’atmosfera opprimente che regnava
nel convento.
«Non ci piacciono gli intrusi. Aspetti
qui: vado a vedere se c’è suor
Benedicta.»
William chinò il capo con rispetto.
«Grazie, signora, ma preferisco
considerarmi un visitatore e non un
intruso, se non le spiace.»
Mentre aspettava, il gruppo di
ragazze se ne andò strascicando i piedi e
nel corridoio calò un silenzio innaturale.
Fu per quello che William trasalì
quando una voce gli disse: «Sono suor
Benedicta. Che cosa posso fare per
lei?»
Era una donna alta, dal viso
rubicondo e dai penetranti occhi azzurri;
aveva già la bocca contratta in una
smorfia di arcigna determinazione.
«Buongiorno. Mi chiamo William
Lane, e si può dire che io sia arrivato a
casa. Sono nato qui.»
Se la suora fu stupita da
quell’affermazione, non lo diede a
vedere. «Ripeto: cha cosa posso fare
per lei?»
William fu preso in contropiede. «È
lei la responsabile?»
La suora assentì con un lento cenno
del capo. «Sì.»
«Senta, suor Benedicta, non voglio
darle disturbo. Sono venuto soltanto per
sapere se mi può aiutare a rintracciare
mia madre. So che è stata reclusa qui
dentro...»
«Ospite», lo interruppe la suora.
«Non reclusa.»
William chinò la testa. «Certo, mi
scusi. So che è stata ospite qui. Io sono
nato nell’aprile del 1940. Immagino
teniate dei registri e qualsiasi
informazione sarete in grado di fornirmi
sarà molto ben accetta.»
Le labbra di suor Benedicta si
allargarono in un sorriso d’intesa. «La
sua ingenuità è disarmante, Mr Lane. Da
questa parte, prego.»
William la seguì nel suo ufficio, al
centro del quale c’era un’ampia
scrivania in mogano ricoperta da cataste
di fogli di varie altezze. Una targa sul
muro recitava: POI LA CONCUPISCENZA,
QUANDO HA CONCEPITO, PARTORISCE IL
PECCATO. GIACOMO 1,15.
Suor Benedicta prese posto dietro la
scrivania e fece accomodare William su
una sedia di fronte a sé; quindi puntò i
gomiti sul tavolo e si sporse verso di
lui. «Mi dica, Mr Lane, vuole bene ai
suoi genitori?»
«Ma certo, che diamine, li amo più di
qualunque altra cosa», rispose William,
indignato.
«E le hanno dato una casa
accogliente, vero? Si sono presi cura di
lei?»
William si mosse irrequieto sulla
sedia. «Non è questo il punto. Ho la loro
piena benedizione nella ricerca della
mia vera madre.»
«La sua vera madre è quella che l’ha
cresciuto, che la prendeva in braccio
quando cadeva, che la consolava di
notte dopo un brutto sogno, che...»
William alzò una mano. «Ha ragione,
sorella. Ciò che voglio dire è che ho la
loro piena benedizione nella ricerca
della mia madre naturale. Meglio?»
«Il suo atteggiamento non mi piace,
Mr Lane. Non credo lei comprenda
appieno l’importanza di ciò che
facciamo qui. Tutte quelle che arrivano
da noi sono donnacce, depravate
respinte dalla società e ripudiate dalle
loro stesse famiglie, alle quali non
hanno arrecato altro che disonore. Noi
diamo loro una casa, le accudiamo
durante tutta la gravidanza e poi ci
assicuriamo che i loro figli vengano
assegnati a genitori amorevoli. Le
aiutiamo a mondare le loro anime
tramite il duro lavoro. Queste ragazze
sanno che saranno condannate
all’inferno se diranno a qualcuno di aver
avuto un bambino, quindi, le garantisco,
Mr Lane, che la sua ricerca non fa bene
a nessuno. Le suggerisco di andarsene
subito, e d’inginocchiarsi a ringraziare il
buon Dio perché questo convento ha
agito nel suo interesse e l’ha sistemata in
una casa accogliente e affettuosa.»
William si sentiva come uno scolaro
disobbediente al cospetto della preside,
una sensazione intensificata dalla
bacchetta sottile appesa alla parete
dietro suor Benedicta. Si chiese se
l’avessero mai usata su sua madre, e
dovette faticare per tenere a freno l’ira.
«Suor Benedicta, non sto mettendo in
dubbio ciò che fate, e ovviamente vi
sono grato per la famiglia in cui sono
cresciuto, ma qui ho trascorso i primi tre
anni della mia vita. Ho persino alcuni
ricordi frammentari di quel periodo, ma
non riesco a richiamare alla mente il
viso di mia madre. Mi sento come se mi
mancasse un pezzo della mia vita, e non
trovo pace. Per lei che differenza fa? La
prego, mi dia le informazioni di cui
disponete su mia madre e io me ne
andrò. Non vi darò più nessun fastidio.»
Suor Benedicta sospirò e scosse la
testa. «A quanto pare, lei non ha
ascoltato una sola parola di quello che
ho detto.» Si alzò e si diresse a un
enorme schedario. Con una chiave che
portava appesa a una catena intorno al
collo, lo aprì e tirò fuori un grosso
raccoglitore in pelle. Lo sbatté sulla
scrivania facendo volare per terra un
fascio di fogli. «Come si chiamava sua
madre?»
Di colpo, il cuore di William
sobbalzò di speranza. «Bronagh
Skinner.»
«E dice di essere nato nel 1940?»
Lui annuì e si sfregò le mani sudate
sui pantaloni.
Suor Benedicta sfogliò il registro per
quella che parve un’eternità. I nomi
presenti nell’elenco erano letteralmente
centinaia, e William provò un certo
conforto nel constatare di non essere
l’unico in quella condizione. Poco dopo,
la suora prese la stilografica e annotò un
numero su un pezzo di carta. Si alzò,
sollevò il raccoglitore e lo rimise al suo
posto nello schedario. Poi lo richiuse e,
mentre si appendeva la chiave al collo,
guardò William negli occhi. «Aspetti
qui», gli ordinò, e uscì dall’ufficio.
Erano trascorsi quindici minuti, e di
suor Benedicta ancora nessuna traccia.
William si alzò e iniziò a camminare su
e giù per la stanza. Andò alla finestra e
guardò il giardino. Diverse ragazze, tutte
palesemente incinte, stavano zappando
un orto sotto lo sguardo attento di una
suora. Una di loro inciampò e cadde in
ginocchio. Sembrava avere problemi a
rialzarsi e un’altra ragazza le porse la
mano per aiutarla. La sorvegliante
intervenne subito e le separò. William
non riusciva a sentire che cosa si
dicessero, perché la finestra era chiusa,
ma vide la ragazza che era caduta
accucciarsi per ripararsi dalla suora che
aveva alzato una mano. William non
ebbe dubbi: quella poveretta era
abituata a essere percossa.
La porta dell’ufficio si aprì di nuovo.
«Oh, scusi, cercavo suor Benedicta»,
disse una donna di mezza età in uniforme
da infermiera.
«È uscita un attimo. È andata a
cercare alcune informazioni per me.»
«Ah, capisco.»
«Che cosa c’è, infermiera?» Suor
Benedicta era tornata con un sottile
fascicolo marrone sotto il braccio.
«Ho bisogno di dirle due parole,
sorella.» Poi, accennando a William: «In
privato».
«Non può aspettare?» replicò,
scocciata.
«Mi spiace. Ci vorrà solo un
minuto.»
Suor Benedicta accompagnò
l’infermiera in corridoio e chiuse la
porta. Incuriosito, William attraversò la
stanza e accostò l’orecchio all’uscio. Le
due donne parlavano sottovoce, ma lui
riuscì comunque a sentire la
conversazione.
«Si tratta di Colette, sorella. Ha
appena partorito e ha una brutta
lacerazione. Ha bisogno che le si metta
dei punti.»
«Conosce le regole, infermiera.
Niente suture. Se si è lacerata, pazienza,
sia fatta la volontà del Signore. Espierà
le sue colpe. Doveva pensarci prima di
cacciarsi in questa situazione.»
«Sorella! Sa che è stata violentata!»
«Così dice. È una tentatrice. Se l’è
cercata. Adesso la smetta di farmi
perdere tempo, ho delle faccende da
sbrigare.»
Non appena sentì che la porta stava
per riaprirsi, William tornò al centro
della stanza.
Suor Benedicta gli lanciò
un’occhiataccia. «Si sieda.» Riprese
posto alla scrivania e cominciò a
scorrere le pagine.
William si allungò per dare una
sbirciatina, ma la scrivania era troppo
ampia e l’unica cosa che riuscì a
distinguere fu un numero: 40/65.
Finalmente suor Benedicta si fermò
ed estrasse un foglio di carta da lettere
ingiallito. «Vede la firma in calce?»
William si sporse e intravide un
nome scritto in una grafia piuttosto
infantile: Bronagh Skinner.
Allungò un braccio per prendere la
lettera, ma suor Benedicta la tirò via
prima che riuscisse a toccarla. «Sua
madre ha rinunciato per iscritto a tutti i
diritti su di lei il giorno in cui lei è stato
dato in adozione. Non dovrà mai
contattarla e in questa lettera sua madre
ha giurato di non intromettersi nella sua
vita né di avanzare rivendicazioni nei
suoi riguardi. Noi non le riveleremo mai
dove si trova, Mr Lane, quindi temo che
il suo viaggio sia stato solo una perdita
di tempo. Ora, se non le dispiace, ho del
lavoro da fare.»
Il suo tono sprezzante non lasciò
dubbi sul fatto che l’incontro fosse
terminato.
William si alzò e rimise lo zaino in
spalla. Detestava quella donna.
«Tornerò, sorella. Ci conti.»
«Come le ho detto, sta perdendo il
suo tempo.»
Ma William non aveva nessuna
intenzione di mollare, e nulla, specie
quella donna spregevole, gli avrebbe
impedito di trovare sua madre.
29

Quando William fu di nuovo fuori, il


sole stava tramontando e l’aria pungente
gli ricordò che si era ancora solo agli
inizi di maggio. Si rimise addosso il
maglione e si avviò verso la fermata
dell’autobus. Percorse due chilometri in
meno di venti minuti, tanto era disperata
la sua voglia di allontanarsi da quel
luogo ripugnante. Alla fine era così
accaldato che dovette togliersi il
maglione. Guardò l’orario dell’autobus
che era inchiodato a un palo. La corsa
successiva era prevista dopo cinquanta
minuti. Con un gemito, William si lasciò
cadere sconsolato sul ciglio della
strada. D’un tratto, si sentì esausto, non
solo per via dell’alterco con
l’inflessibile suor Benedicta, ma anche
per via del jet leg.
Usando lo zaino come cuscino, si
sdraiò nel prato e accolse con sollievo
il contatto dell’erba fresca con la
schiena sudata. Quando uno scampanio
lo svegliò di soprassalto, gli sembrò di
aver dormito per ore. Il sole era
scomparso e, da dietro le palpebre
chiuse, William ebbe l’impressione che
fosse stato coperto dalle nubi. Si
appoggiò sui gomiti e si stropicciò gli
occhi. A oscurare il sole però era stato
un essere umano in bicicletta. Essendo
in controluce, non si riuscivano a
distinguerne i lineamenti, ma William
capì che si trattava di una donna per via
della massa di capelli ricci che le
circondava il viso.
«Spero di non averla spaventata. Ho
suonato il campanello per assicurarmi
che non fosse svenuto.»
William si alzò a fatica e fu solo
allora che riconobbe l’infermiera del
convento. «Niente affatto. Stavo solo
schiacciando un pisolino in attesa
dell’autobus. Mi auguro di non averlo
perso.» Arrotolò una manica e guardò
l’orologio. Aveva dormito dieci minuti.
«L’autobus passa ogni ora e dieci:
può aspettare qui quello delle cinque e
dieci o venire da me e prendere poi
quello delle sei e dieci, che è l’ultimo.»
«Venire da lei? E perché mai?»
«Perché deve dirmi tutto ciò che sa
se vuole che l’aiuti a trovare sua
madre.»

Grace Quinn lavorava come levatrice al


convento da tantissimi anni – trentasei,
per l’esattezza – e aveva fatto nascere
un’infinità di bambini. Seduto accanto a
lei sul suo divano bitorzoluto a motivi
floreali, William era ipnotizzato dalla
sua voce pacata, dai suoi occhi grigi e
infossati e dal suo sguardo perso sul
soffitto mentre lei raccontava:
«Immagino si stia chiedendo come
faccia a lavorare in un posto così
avvilente...»
William sbuffò. «Non mi è parso un
ambiente allegro, devo ammetterlo. E
quella suora... Un vero fenomeno.»
Grace intrecciò le mani in grembo.
«So che alcuni dei loro metodi possono
apparire poco ortodossi, e un estraneo
potrebbe considerarli addirittura
crudeli, ma quelle ragazze non hanno
nessun altro posto in cui andare. Il
disonore che hanno recato alle famiglie
è umiliante. Che razza di vita avrebbe
avuto lei, se avessero permesso a sua
madre di tenerla?»
«Non ne ho idea, ma ha colto nel
segno: se le avessero permesso di
tenermi. Non ha avuto scelta, giusto?
Sono rimasto con lei per tre anni,
dopodiché mi hanno preso e spedito in
America. Non mi fraintenda, voglio
molto bene ai miei genitori, tuttavia mi
sembra una cosa crudele, tutto qui.»
«Lo so, ecco perché voglio aiutarla.»
Andò a prendere carta e penna da una
scrivania e tornò a sedersi. «Mi dica
tutto quello che sa.»
William si schiarì la voce. «Mia
madre si chiamava Bronagh Skinner e io
sono nato il 10 aprile 1940.»
Grace sollevò lo sguardo dal foglio
con la penna ancora a mezz’aria. «Tutto
qui?»
«Ah, aveva vent’anni.»
«Non è granché.»
William si ricordò all’improvviso
del fascicolo che aveva portato in
ufficio suor Benedicta. «Il numero del
suo fascicolo è 40/65.»
Grace parve stupita. «Però, lei è un
vero detective. Significa che è stato il
sessantacinquesimo bambino nato nel
1940.» Prese un appunto e lo sottolineò
diverse volte, come se il dato fosse di
particolare rilevanza. «Bene, rammenta
qualcosa del periodo trascorso in
convento? Qualsiasi cosa possa
rinfrescarmi la memoria...»
William si alzò e si mise a
camminare avanti e indietro per la
stanza. «Mi ricordo l’odore del sapone e
il purè grumoso che ci davano da
mangiare, credo lo chiamassero pandy.»
«Nient’altro su sua madre? Io ero al
convento solo da due anni quando lei è
nato e, siccome le suore hanno avuto il
permesso d’imparare il lavoro di
levatrice solo a partire dal 1950, devo
essere stata io a farla nascere.»
William chiuse gli occhi e si prese la
sella del naso tra le dita. «Qualcos’altro
c’è.»
Grace si sporse in avanti, in attesa.
«Mi dica.»
«Be’, mi cantava spesso una cosa.»
William cominciò a intonare un
motivetto. «Non ricordo le parole, è
così frustrante... Riesco quasi a sentirla,
ora, ma c’era qualcosa di diverso in
lei...»
«Diverso?»
«Il suo modo di parlare. Non
sembrava uguale a quello degli altri.» Si
lasciò cadere di nuovo sul divano, con
la testa tra le mani. Dopo un po’, prese a
oscillare piano avanti e indietro.
«Dormi, bambino, che la pace ti
accompagni...»
Grace levò lo sguardo dai suoi
appunti. «Per tutta la notte.»
William alzò la testa e sorrise. «Gli
angeli guardiani Dio ti mandi...»
Ed entrambi conclusero all’unisono:
«Per tutta la notte».
Grace posò una mano su quella di
William. «Sono gentile con le ragazze,
sa? Cerco di metterle il più possibile a
loro agio. Ho dedicato la mia vita a quel
posto. Non mi sono mai sposata né ho
avuto figli miei.»
«Proprio non capisco il perché di
tutto quell’ostruzionismo da parte di
suor Benedicta. Che differenza può fare
per lei se io rintraccio o no mia madre?»
«Penitenza, William. Sua madre ha
avuto un figlio al di fuori del vincolo
matrimoniale e agli occhi del Signore
ciò rappresenta un peccato, ma, grazie al
duro lavoro che si è dovuta sobbarcare
alla lavanderia, ha mondato la macchia
della sua anima e si è assicurata
l’accesso in paradiso.» Gli accarezzò la
mano. «Stava dicendo che sua madre
sembrava diversa dagli altri. In che
senso?»
«Certe parole... Non saprei... Le
pronunciava in maniera differente, con
le vocali più aperte e...»
Grace si portò una mano alla bocca.
«Gesù santo, adesso me la ricordo! Era
inglese!»
William spalancò gli occhi. «Se la
ricorda? Vuole dire che sono per metà
inglese?»
«Se è la ragazza che ho in mente io,
lei è completamente inglese, William. E
non si chiamava Bronagh, ma Christina.»
30

«È un ragazzo fortunato.» Grace aveva


gli occhi che brillavano per l’emozione.
«Devo essere sincera con lei, le
possibilità che mi ricordassi di sua
madre erano piuttosto scarse, ma
Bronagh era difficile da dimenticare.»
«Ha detto che si chiamava
Christina», intervenne William.
«Quando entrano in convento, le
ragazze si vedono assegnare un nuovo
nome, scelto dalle suore. Un nome più
santo, se preferisce. Santa Bronagh era
una badessa del VI secolo e non mi
meraviglierei se saltasse fuori che il
giorno in cui sua madre è arrivata in
convento fosse appunto santa Bronagh.
Era così che spesso si sceglievano i
nomi al St Bridget.» Mise giù gli appunti
e si diresse verso la libreria. Dopo aver
sfogliato le pagine di un volume vecchio
e pesante, trovò finalmente quello che
cercava. «Ah-ah! Santa Bronagh è il 2
aprile. Il che quadrerebbe alla
perfezione. Sua madre è entrata in
convento il 2 e lei è nato otto giorni
dopo.»
«Un’altra tessera del puzzle, dunque!
Ha detto che era difficile
dimenticarsela.»
Grace si sedette di nuovo sul divano
di fianco a William e gli prese una
mano. «Poveretta. Tutte le ragazze che
entrano in convento hanno storie tristi da
raccontare, ma la sua mi aveva davvero
toccato il cuore. Veniva da Manchester,
credo. L’avevano mandata a stare da una
sorella della madre in Irlanda, nella sua
fattoria. Non avevamo mai avuto ragazze
inglesi prima, e nemmeno dopo se è per
questo. Non era neppure cattolica.»
Azzardò un sorriso sghembo. «Quel
dettaglio me lo sono tenuta per me, però.
Comunque, anche sua madre era una
levatrice, e quindi ne sapeva parecchio
di parti. Negli anni successivi alla sua
nascita mi ha persino dato una mano. Era
sempre così gentile con le altre ragazze,
e loro legavano molto con lei.»
William scosse la testa. «Come ha
fatto a finire in convento se era
inglese?»
«Ah, questa è la parte triste della
storia. Una combinazione tra un padre
severissimo e una madre arrendevole.
Da quanto ho capito, era stata cresciuta
nella bambagia. Le avevano proibito di
frequentare ragazzi non adatti a lei, o
ragazzi in genere, se è per questo, finché
una sera non ha conosciuto Billy. Oh,
non la finiva mai di parlare di lui. Billy
di qua, Billy di là... Ha pianto per tutto
il parto, invocando il suo nome e
guardando verso la porta come se si
aspettasse di vederlo entrare da un
momento all’altro a implorare il suo
perdono.»
Lui la osservava, rapito. Finalmente
sua madre stava prendendo forma ai suoi
occhi come una persona reale e non più
solo come un nome. «Di che cosa
doveva perdonarlo?»
«È questa la stranezza. Dopo quello
che le aveva fatto, non riuscivo a
credere che lui contasse ancora così
tanto ai suoi occhi, ma Bronagh diceva
che il vero amore è in grado di
sopportare tutto. A quanto pare, quando
lui aveva scoperto che era incinta, aveva
perso la testa ed era scomparso. Non
uscivano insieme da molto e ovviamente
il padre di lei non era entusiasta. Era un
medico, un uomo rispettabile, e la
reputazione era tutto per lui. Ma,
incredibile a dirsi, lei non ha mai
smesso di amare Billy. Ecco perché le
ha dato il suo nome.»
«Quindi lei amava Billy ma, a quanto
sembra, lui non la ricambiava. Si sono
mai ritrovati?»
«Non saprei. Bronagh ha lasciato il
St Bridget tre anni dopo il parto. È
quella la regola. Ti occupi del bambino
per tre anni e poi sei libera di andartene.
Da sola, però, sia inteso. Nessuna
ragazza ha mai avuto il permesso di
portare con sé il figlio. Se vuoi
andartene prima, dev’essere un parente a
reclamarti pagando una grossa somma.
Si tratta di una cifra che quasi nessuna
famiglia può permettersi, né ha interesse
a versare, visto che le ragazze sono tutte
ripudiate. Il più grande desiderio di
Bronagh era crescerla, ma è stata vittima
delle circostanze. L’avevano privata di
tutti i suoi diritti e non poteva più fare
nulla. Non è un sistema perfetto, ma è
così che funziona al St Bridget.»
William rabbrividì al pensiero di
quel sistema inflessibile e si domandò
che razza di religione fosse quella che
consentiva cose del genere. I suoi
genitori erano entrambi persone timorate
di Dio e lui era stato cresciuto nel
rispetto della Bibbia, ma un regime del
genere era senza dubbio inammissibile.
Di certo, sua madre non aveva idea di
quali crudeltà si macchiassero in quel
convento. «Dov’è andata dopo?» chiese.
«Ho paura che questa sia la parte
della storia che non conosco. So che la
fattoria di sua zia non era distante dal
convento. Tutte queste informazioni
saranno di sicuro in quel fascicolo, ma
metterci le mani mi sarà difficile, se non
impossibile.» Grace sospirò.
«La prego. Ho fatto tanta strada e
adesso che sono arrivato così vicino...
Non posso rinunciare.» Si sforzò di
nascondere l’impazienza. In fondo,
Grace non era tenuta ad aiutarlo.
Lei si morse il labbro inferiore,
cercando di ricordare.
Tra loro calò il silenzio.
«Sono passati trentaquattro anni,
William», disse infine lei, frustrata.
Chiuse gli occhi per concentrarsi e
rivolse il viso al soffitto. D’un tratto, il
vecchio orologio a pendolo suonò le sei
ed entrambi sobbalzarono.
«L’autobus!» urlò William, saltando
in piedi. «Perderò l’autobus!»
«Oddio. Il tempo è volato. Prenda la
mia bicicletta e vada alla fermata. La
lasci appoggiata alla siepe, la recupero
domani.»
William afferrò il suo zaino e se lo
mise in spalla. «Non so come
ringraziarla, Grace.»
«Oh, sparisca. Mi ringrazierà quando
avrà trovato sua madre. Domani è il mio
giorno libero; perché non viene a
prendere il tè, così le dico che cosa
sono riuscita a scoprire... Non si faccia
troppe illusioni, però. Ha visto lei
stesso quanto può essere testarda sorella
Benedicta.»

Quando William tornò nella pensione di


Mrs Flanagan, fu il gradevole profumo
del prosciutto cotto ad accoglierlo e il
suo stomaco cominciò subito a
brontolare dalla fame: si era quasi
scordato di avere appetito.
«Ah, è tornato. Novità?» lo salutò
Mrs Flanagan.
«Aveva ragione riguardo alle suore.
Non sono state di nessun aiuto.» William
si lasciò cadere con un sospiro sul
divano e chiuse gli occhi.
«Ha l’aria esausta. Vuole fare un
riposino prima di cena? Gliela tengo in
caldo.»
«Lei è molto gentile, signora, ma ho
l’impressione che, se vado a dormire
adesso, la cena mi toccherà mangiarla a
colazione.»
«Benissimo. Vada a darsi una
rinfrescata; io, intanto, servo in tavola.
Tra cinque minuti è pronto.»
Dopo la cena a base di prosciutto
cotto, purè di patate e cavolo, William si
sentì sazio e spossato dalle emozioni
della giornata. Ringraziò Mrs Flanagan e
salì al piano di sopra. Sapeva che era un
errore buttarsi sul letto prima di essersi
spogliato o lavato i denti. Aveva
intenzione di chiudere gli occhi per
cinque minuti soltanto, ma gli effetti del
jet lag presero il sopravvento e, quando
riaprì gli occhi, il sole già filtrava
attraverso le tende di velluto rosso e i
granelli di polvere vorticavano tra i suoi
raggi. William si stropicciò gli occhi e,
con la bocca impastata, barcollò verso il
bagno alla disperata ricerca dello
spazzolino da denti.
Arrivò a casa di Grace pieno di
speranze e aspettative. Lei, però, lo
aveva avvertito di non farsi troppe
illusioni. Senza la chiave, quella che
suor Benedicta teneva sul petto, non le
era stato possibile recuperare il
fascicolo. Sedettero entrambi al piccolo
tavolo in legno della cucina di Grace. Il
bucato era appeso a un filo accanto alla
stufa e l’aroma della torta che cuoceva
in forno gli ricordò i profumi di casa e
la meravigliosa cucina di sua madre.
Cercò di scacciare il senso di colpa.
«Che cosa c’è che non va, William?»
chiese Grace.
«Stavo solo pensando a mia madre;
la mia mamma negli Stati Uniti.»
Grace gli diede un buffetto sulla
mano. «Hai la sua benedizione, no? Solo
perché desideri sapere da dove vieni
non significa che le vuoi meno bene. Ho
l’impressione che sia una donna gentile
e generosa, e su questo punto suor
Benedicta aveva ragione. I tuoi genitori
sono meravigliosi, vero?»
Non fidandosi della propria voce,
William si limitò ad assentire con un
cenno del capo.
«Bene. Ci prendiamo un’altra tazza di
tè mentre aspettiamo la torta?» proseguì
Grace.
William sorrise. «Sarebbe fantastico,
Grace, grazie.»
La donna riempì il bollitore e lasciò
cadere due bustine nella vecchia teiera
macchiata. «È frustrante sapere in quale
armadio è riposto il fascicolo ma non
essere in grado di aprirlo. Mi sento così
impotente.»
«Non si preoccupi. È stato gentile da
parte sua provarci. Gliene sono grato,
sul serio.»
Grace riempì la teiera e tornò al
tavolo. Rimosse il copriteiera, fatto a
maglia a strisce rosa e azzurre e con un
pompon in cima, e William sorrise tra sé
al pensiero di una teiera con un
cappello. I suoi genitori non ci
avrebbero mai creduto. «Comunque, se
ci pensi bene, il tuo viaggio non è stato
una perdita di tempo, no?»
«In che senso?»
«Be’, quando sei arrivato qui, tutto
quello che sapevi era che tua madre si
chiamava Bronagh Skinner e che aveva
vent’anni, giusto?»
«Sì, quindi?»
«Adesso sai che il suo vero nome era
Christina Skinner e che era nata a
Manchester nel 1919 o 1920.» Grace
fece una pausa, sperando che William
capisse l’antifona ma, di fronte alla sua
espressione assente, spiegò: «Non
capisci? Potresti andare a Manchester a
cercare il suo certificato di nascita. Al
suo arrivo in convento, che sappiamo
essere avvenuto agli inizi di aprile,
aveva già vent’anni. Quindi la sua data
di nascita va collocata in un giorno
antecedente all’aprile 1920.» Versò il tè.
«E perché pensa che ciò potrebbe
rivelarsi utile?» chiese William, la
mente ancora stordita dalle fatiche del
viaggio.
«Il certificato ti rivelerebbe non
soltanto la data e il luogo di nascita, ma
anche i nomi dei suoi genitori. Sono
quasi sicura che ci sia anche il cognome
della madre da nubile. Se solo riuscissi
a ricordarmi come si chiamava la zia...
È così frustrante. So che era zitella e che
è morta poco prima dell’ingresso di
Christina in convento. So pure che aveva
ereditato la fattoria dai genitori quindi,
se riusciamo a trovare il cognome da
nubile della madre di Christina, c’è la
possibilità che qualcuno conosca la
fattoria.»
William intrecciò le mani dietro la
testa e appoggiò la schiena alla sedia.
«Lei è un portento, Grace.»
La donna arrossì lievemente. «Ma
figurati. Saresti arrivato anche tu allo
stesso risultato, alla fine.»
«Pensa ci sia la probabilità che sia
tornata a Manchester?»
Grace scrollò le spalle. «Non lo so,
William. È possibile, credo. Voglio dire,
quando l’hanno mandata qui era una
donna perduta, ma poi era libera di
tornare. Non penso ci fosse granché a
trattenerla in Irlanda, dunque, sì, direi
che è probabile sia tornata nella sua
città natale.» Poi, dopo una pausa: «Però
Manchester è una grande città: le
possibilità di rintracciarla sono davvero
poche».
«Lo so. Ha ragione, devo prima
scoprire dove si trova la fattoria. Se
riesco a trovare quella, magari ci sarà
qualcuno che saprà dirmi dov’è andata.»
Grace aprì la porta del forno, e il
profumo delle mele aromatizzate alla
cannella riempì la stanza. Posò la torta
dorata sul tavolo.
«Lasci, faccio io.» William prese il
coltello e affettò la torta.
Grace sventagliò la mano per
disperdere un pennacchio di vapore che
si era levato tra loro.
«Sa, penso proprio che farò una
capatina a Manchester. Sono arrivato sin
qui sorvolando l’Atlantico; che vuole
che sia un altro piccolo balzo al di là
del mare d’Irlanda? Devo trovare la
chiave per svelare il mistero.»
31

Un passeggero del traghetto aveva detto


a William che a Manchester pioveva
sempre. Lui non sapeva se fosse vero o
no, ma in quella giornata d’inizio
maggio il cielo era azzurro e terso come
una piscina. William aveva trovato un
bed and breakfast non troppo caro in
periferia, a pochi minuti di autobus dal
centro. La proprietaria gli aveva
procurato una cartina della città e
cerchiato di rosso la sua destinazione.
Ora William sedeva al piano
superiore dell’autobus rosso, una novità
che gli aveva strappato un sorriso a
trentadue denti. Scese davanti al Palace
Theatre e spiegò la cartina. Guardò in
direzione di St Peter’s Square, ed eccola
lì, proprio come gli aveva garantito la
proprietaria del bed and breakfast,
l’ampia cupola della Manchester’s
Central Library che sovrastava
l’imponente edificio neoclassico di
pianta circolare. Il portico corinzio
all’ingresso era alto due piani e sorretto
da sei possenti colonne in pietra. Nel
salire i gradini, William ebbe
l’impressione di entrare in un palazzo
romano invece che in una biblioteca
comunale. Gli interni sontuosi, con gli
eleganti infissi in legno di quercia e
noce inglese, evidenziavano la
maestosità della costruzione.
Quando entrò nella Great Hall, la
sala principale – nota in origine come
Reading Room –, William non riuscì a
immaginare un luogo più tranquillo in
cui dedicarsi agli studi letterari o
scorrere con calma i giornali del
mattino. Non senza una certa
trepidazione, si avvicinò alla giovane
bibliotecaria seduta dietro il banco
informazioni. «Buongiorno, signora. Mi
chiedevo se lei potesse aiutarmi...»
«Sono qui apposta», replicò la donna
con un sorriso. «Che cosa posso fare per
lei?»
«Mi servirebbe la copia di un
certificato di nascita.»
La bibliotecaria, dal cui tesserino
William apprese che rispondeva al nome
di Miss Sutton, estrasse un modulo da
sotto il bancone. «Mi occorrono alcuni
dati. Innanzitutto, vuole che il certificato
le arrivi per posta o preferisce ritirarlo
subito?»
William fu sorpreso dall’apparente
semplicità della procedura. «Lo ritiro
subito, grazie. Non dispongo di un
recapito stabile qui nel Regno Unito.»
Miss Sutton sorrise con dolcezza. «Ci
avrei scommesso che non era di queste
parti. Canadese?»
«Cercherò di non offendermi», ribatté
William con una risata. «Sono
americano, del Vermont. Ma sono nato in
Irlanda e i miei genitori sono inglesi.»
Poi, di fronte all’espressione perplessa
di Miss Sutton, aggiunse: «È una lunga
storia».
«Me la dovrà raccontare, prima o
poi», disse Miss Sutton con un mezzo
sorriso.
Caspita, pensò William, ma le
ragazze inglesi sono tutte così avanti?
«Magari...»
«Stavo solo scherzando! Dunque,
come si chiama?»
Si ricompose. «William Lane.»
«E la persona del certificato?»
«Christina Skinner.»
La penna di Miss Sutton scorreva
rapida sul foglio e, senza alzare lo
sguardo, la donna proseguì: «Data di
nascita?»
Era confuso. «La mia data di
nascita?»
«No, quella di Christina Skinner»,
replicò Miss Sutton con un’occhiata
fulminante.
«Be’, non la so con esattezza. So solo
che è compresa tra l’aprile del 1919 e il
marzo 1920.»
«Ha altri dettagli? Indirizzo, luogo di
nascita, nome del padre?»
Lui si sentì improvvisamente
ridicolo. «No, è un problema?»
«Per me no, ma a lei toccherà cercare
negli indici del General Register per
localizzare la Christina Skinner giusta.
Non posso chiedere la copia di un
certificato di nascita con così poche
informazioni.»
William sospirò. «E come devo
fare?»
Miss Sutton indicò un tavolo in un
angolo della stanza. «Aspetti lì: vado a
prenderle il primo.»
Due ore dopo, William aveva
l’impressione che i suoi occhi non
sarebbero più stati capaci di mettere a
fuoco l’orizzonte. Stare chino a leggere
quei registri gli aveva affaticato
terribilmente la vista e gli stava venendo
il mal di testa. Aveva un disperato
bisogno d’aria fresca. Si avvicinò al
banco e si rivolse a Miss Sutton, con cui
ormai era entrato un po’ in confidenza.
«Scusa se ti disturbo, Karen», bisbigliò.
«Ho bisogno di uscire a prendere una
boccata d’aria. Puoi tenermi il posto al
tavolo?»
«Certo. Stai procedendo bene?»
«Ho trovato due probabili Christina
Skinner, ma ho un altro registro da
esaminare. Torno tra una mezz’ora.»
Mentre vagava per le strade di
Manchester, William si domandò se sua
madre fosse mai passata lungo quei
marciapiedi. Possibile che lei vivesse
proprio lì, a Manchester? E che ne era
di Billy? Perché aveva abbandonato
Christina proprio nel momento in cui lei
aveva più bisogno di lui? Non pareva un
padre di cui andar fieri, poco ma sicuro.
William pensò a Donald, alle sue mani
callose e alla sua schiena curva,
testimoni del lavoro instancabile che
faceva nella loro fattoria del Vermont
per mantenere la famiglia. Il solito senso
di colpa per la sua ricerca lo sommerse
di nuovo, e William provò
un’improvvisa nostalgia di casa.
Desiderava ardentemente la tranquillità,
la pace e l’affetto della sua famiglia, i
profumi della cucina di sua madre,
l’aroma penetrante e la solitudine del
suo capanno dello zucchero. Manchester
era un altro mondo al confronto, e
William iniziò a chiedersi se fosse stato
saggio imbarcarsi in un’impresa simile.
Ciò nondimeno, nel profondo del suo
cuore nutriva l’insaziabile desiderio di
conoscere le circostanze della sua
nascita. Aveva già scoperto che la madre
avrebbe voluto tenerlo con sé. Il fatto
che fosse stata costretta a rinunciare a
lui lo riempiva di tristezza e collera al
contempo. Aveva bisogno di conoscere
tutta la storia dei suoi genitori naturali,
da come si erano incontrati al motivo
per cui il padre era scappato in modo
tanto insensibile. Con tale rinnovata
determinazione, William salì di nuovo le
scale della biblioteca per riprendere la
sua ricerca.
Quando si presentò da Karen Sutton con
una lista di tre probabili Christina
Skinner, era quasi l’ora di chiusura.
Karen le diede una rapida scorsa. «Vuoi
richiedere tutti e tre i certificati?»
William ci pensò su un istante.
«Quanto tempo ci vorrà?»
«Qualche giorno, forse di più.»
«Se ne richiedo uno alla volta, potrei
essere fortunato e beccare quello giusto
al primo colpo, oppure potrei riceverlo
per ultimo, e nel frattempo avrei perso
almeno due settimane. Non ho
abbastanza soldi per rimanere in
Inghilterra così a lungo, e comunque i
miei genitori hanno bisogno di me a
casa.»
«Possiamo spedirti i certificati negli
Stati Uniti», propose Karen.
William la guardò fregandosi la
fronte.
«Non voglio metterti fretta, ma la
biblioteca chiude tra dieci minuti.»
«Scusa. Direi allora che mi tocca
richiederli tutti e tre insieme», concluse
William.
Quando Karen cominciò a prendere
nota dei dati, fu raggiunta da una
collega, una signora dai capelli grigi e
dall’aria invadente, con indosso gonna e
giacca di tweed marrone e un filo di
perle opache al collo. Sbirciò oltre la
spalla di Karen e fece scivolare gli
occhiali sulla punta del naso per vederci
meglio. «Christina Skinner? Abbiamo
già quel certificato di nascita. L’hanno
richiesto la scorsa settimana ed è in
attesa del ritiro.»
William e Karen si guardarono a
bocca aperta, sbalorditi, poi lei si voltò
verso la collega. «Mi scusi, Mrs
Grainger, quindi abbiamo già qui un
certificato di nascita di una certa
Christina Skinner?»
«Te l’ho appena detto, no? Adesso,
forza, metti in ordine la scrivania che
devo chiudere.»
Karen radunò un fascio di fogli e
infilò in un barattolo alcune penne
sparse sul ripiano. «Sarebbe possibile
dargli un’occhiata, giusto per vedere se
è quello che serve a William?»
«Certo che no. Quel certificato è
stato pagato e appartiene alla persona
che l’ha richiesto. Solo lei può aprire la
busta.»
Karen levò gli occhi al soffitto, quasi
si aspettasse una risposta simile. Mrs
Grainger era chiaramente fissata con le
regole e la burocrazia.
«Quand’è che questa persona verrà a
ritirare il certificato?» chiese William.
«Non lo so. È arrivato soltanto ieri,
quindi lei passerà domani o
dopodomani. Dipende da quant’è
urgente», rispose Mrs Grainger con
un’alzata di spalle.
Possibile che quello fosse proprio il
certificato di nascita di sua madre?
William non riusciva a pensare chi altri
potesse essere stato a richiederne una
copia. Chissà, forse aveva fratelli o
sorelle che come lui la stavano
cercando... O magari era stata proprio
Christina a richiederlo... Oppure,
qualcun altro di totalmente diverso...
William aveva un disperato bisogno di
risposte.
Ora che Mrs Grainger si era
allontanata dal banco informazioni per
riporre alcuni libri negli scaffali,
William si rivolse a Karen. «Ho bisogno
di sapere chi ha richiesto quella copia.»
Lei si voltò per controllare Mrs
Grainger: si era appena arrampicata su
una scaletta con in mano un volume
particolarmente massiccio e si stava
allungando per raggiungere lo scaffale
più alto. «Dammi un minuto.» Prese a
rovistare in fondo a un cassetto sotto la
scrivania e ne estrasse una chiave.
Quindi, senza distogliere lo sguardo da
Mrs Grainger, si avvicinò a uno
schedario e aprì il cassetto in cima. Le
sue dita si muovevano agili e svelte
mentre scorreva con rapidità i fascicoli.
Trovò quello che cercava ed ebbe
giusto il tempo di dare un’occhiata
veloce prima che la collega la
richiamasse: «Non hai ancora finito,
Karen?»
«Devo giusto mettere in ordine le
ultime cosette, Mrs Grainger», rispose
lei. «Ci vediamo fuori tra cinque
minuti», disse a William con una
strizzatina d’occhio.

Nel centro di Manchester era l’ora di


punta, e William guardava la gente
rincasare dal lavoro. La piazza era piena
di traffico, rumore e gas di scarico dei
motori; i ritardatari correvano a
prendere l’autobus e i clacson
suonavano senza posa. Udì dei tacchi
che scendevano i gradini dietro di lui e
si voltò per salutare Karen. Lei lo prese
per un braccio e lo accompagnò sulla
strada, lanciandosi occhiate furtive oltre
la spalla. «È proprio dietro di me»,
bisbigliò. Lo spinse in fretta
nell’ingresso di un negozio e attese che
Mrs Grainger li superasse, gli occhi
fissi sul marciapiede davanti a sé.
William e Karen tirarono un sospiro
di sollievo e lei ridacchiò, nervosa. «Mi
sento come un contrabbandiere di armi.»
Lui sorrise. «L’hai visto? Hai il nome
della persona che ha richiesto il
certificato?»
«Sì. L’ha ordinato una certa Tina
Craig. Ti dice qualcosa?»
Scosse la testa. «Mai sentita. In fin
dei conti, però, non conosco nessuno qui
a Manchester. Potrebbe essere un’altra
Christina Skinner.»
«Forse sì e forse no. Ma un modo per
scoprirlo c’è.»
«E quale?» chiese William.
«Torna domani e aspetta che lei si
presenti.»
«E che succede se non viene?
Potrebbe decidere di non passare a
ritirarlo per giorni, addirittura
settimane.»
«Dipende da quant’è grande la tua
voglia di vedere quel certificato»,
concluse Karen facendo spallucce.
32

Prima di salire le scale della biblioteca,


Tina scrollò l’ombrello. La strada
risplendeva delle gocce di pioggia che
rimbalzavano sul selciato e le
inzuppavano le suole sottili dei sandali.
Si maledisse per essere stata così
sciocca. Gli stivali sarebbero stati una
scelta ben più azzeccata quel giorno, ma
era maggio, dopo tutto, e lei si era
categoricamente rifiutata di rispolverare
il guardaroba invernale. Prese il
portacipria dalla borsa e aprì lo
specchietto. I capelli lunghi erano
appiccicati alle guance e sul viso erano
colate lunghe strisce di mascara, in
teoria resistente all’acqua. Si passò una
mano sotto gli occhi per asciugarsi ed
entrò nella Great Hall. Si accostò al
banco informazioni e vi appoggiò
l’ombrello. Una piccola pozza d’acqua
si formò subito sul pavimento tirato a
lucido. Tina fece scorrere le dita tra i
capelli e si rivolse alla giovane donna
seduta dietro il bancone. «Salve, sono
venuta a ritirare la copia di un
certificato di nascita che ho richiesto.»
«Il suo nome?»
«Tina Craig.»
«Certo. Prego, si accomodi.» La
ragazza indicò una fila di sedie imbottite
lì vicino, poi si voltò verso uno
schedario e si mise a sfogliare i diversi
fascicoli. Rivolse a Tina un sorriso
contrito. «Mi scusi, devo dire una parola
a una collega».
«Nessun problema, non ho fretta.»

William era seduto in un angolo,


nascosto dietro un giornale. Karen
picchiò la mano sul tavolo e lui sollevò
lo sguardo, allarmato. «Ehi, che cosa
pensi...»
«È qui.»
Non furono necessarie ulteriori
spiegazioni. William si alzò, ripiegò con
cura il giornale, lo infilò sotto il braccio
e seguì Karen al bancone, dove lei tirò
fuori una busta da un cassetto. «Mrs
Craig, ecco il suo certificato.»
La donna, che era seduta in attesa,
prese la busta e la ripose nella borsa.
«Grazie mille. Arrivederci.»
William restò lì, muto e attonito, a
guardarla andar via senza voltarsi
indietro. Lanciò a Karen uno sguardo
afflitto, ma poi prese la sua decisione.
«Devo seguirla.»
La ritrovò sotto il portico, che
litigava con l’ombrello.
«Signora, mi scusi. Permette una
domanda?»
Lei si guardò intorno, sorpresa.
«Dice a me?»
«Se non le spiace. Non ci vorrà
molto...» In un attimo, William si ritrovò
prigioniero di quegli straordinari occhi
azzurri, resi ancor più magnetici dalla
sbavatura di mascara nero. Sentì un
rivolo di pioggia colargli dentro il
colletto e rabbrividì. Tina fece un passo
verso di lui, offrendogli riparo sotto
l’ombrello. Si guardarono in silenzio
per un istante che a loro parve eterno,
due completi estranei che condividevano
uno spazio non più grande di una
mattonella.
Infine fu lui a rompere il ghiaccio.
«Mi chiamo William Lane ed è da un po’
che l’aspetto.»
«Da tutta la vita, immagino.»
William rimase per un momento di
sasso, poi arrossì e capì che di essere
stato frainteso. «Oh, no, non intendevo
quello. Volevo solo dire che aspettavo
venisse a ritirare quel certificato di
nascita.»
«Mi scusi, pensavo ci stesse
provando.»
«In che senso, scusi?» chiese
William, perplesso. Era come se non
parlassero la stessa lingua.
«Sì, insomma... che ci stesse
provando con me», spiegò Tina con
un’alzata di spalle e un leggero sorriso.
William osservò con attenzione il suo
volto. Pur essendo indubbiamente bello,
c’era un velo di tristezza nei suoi occhi.
«Senta, che ne dice se ricominciamo da
capo? C’è un posto dove possiamo
parlare?»
«Oh, non saprei. Nemmeno la
conosco.»
«La prego, è importante. Non ci
metteremo molto», insistette William.
«Be’, c’è un bar all’angolo.
Possiamo andare lì.»
«Perfetto. Si va?» disse William.

Una volta che furono seduti davanti a


una tazza di caffè, William cominciò a
raccontare la sua storia: «Sono arrivato
sin qui dall’America nella speranza di
trovare la mia madre naturale. Sono nato
in un convento in Irlanda nel 1940 e mi
hanno sempre detto che mia mamma si
chiamava Bronagh Skinner».
Quando menzionò il nome Skinner,
Tina si mosse nervosa sulla sedia, ma
non lo interruppe.
«Sono stato al convento per vedere
se potevano aiutarmi, ma non c’è stato
verso. Le suore non ne volevano sapere
di darmi informazioni. In ogni caso, una
levatrice che lavora lì si è presa a cuore
la mia situazione e si è offerta di darmi
una mano. È saltato fuori che si ricorda
di mia madre perché era inglese, ed era
proprio di qui, di Manchester. E il suo
vero nome non era Bronagh ma
Christina. Sono andato in biblioteca per
richiedere una copia del suo certificato
di nascita e ho scoperto che mi avevi
preceduto. Non so se si tratti della
stessa Christina Skinner che cerco io,
ma, mi chiedevo, non ti dispiacerebbe se
gli do un’occhiata?»
Tina sapeva già con certezza che
quello era il certificato della madre di
William. Sia Alice Stirling sia Maud
Cutler le avevano detto che, per il
disonore recato alla famiglia, Chrissie
era stata mandata in Irlanda. Si chinò a
prendere la borsa, mentre William la
osservava speranzoso. Tina prese una
busta, ma non quella che le aveva dato
Karen Sutton bensì un’altra, vecchia e
ingiallita. Con un gesto solenne, la fece
scivolare sul tavolo. «Credo tu debba
leggere questa.»
William la prese con le mani che gli
tremavano. «È indirizzata a Miss C.
Skinner.»
«Tua madre», confermò Tina.
«Non capisco.»
«Leggila. Poi ti spiegherò tutto.»
William sfilò con delicatezza la
lettera, lanciò un’occhiata a Tina e
cominciò a leggerla, una volta e poi
un’altra. Infine la posò sul tavolo e la
lisciò. «Dove l’hai trovata?»
«Lavoro in un charity shop e
qualcuno ha lasciato una borsa di vecchi
abiti sulla soglia, tra cui c’era pure un
completo da uomo. La lettera era nella
tasca interna della giacca. Come vedi,
non è mai stata spedita. Quando l’ho
aperta, ero così commossa dalle sue
parole e disorientata sul perché Billy
non l’avesse mai imbucata che ho
giurato a me stessa di provare a
rintracciare Chrissie e consegnargliela
di persona. Penserai che non sono affari
miei, ma quella lettera mi ha toccato il
cuore», concluse arrossendo un po’.
«Il bambino di cui parla sono io.»
Gli occhi di William si velarono di
lacrime. «Pensavo avesse abbandonato
mia madre. Lei era convinta che lui non
volesse più saperne. Grace mi ha detto
che non ha mai smesso di amarlo, anche
se lui l’aveva trattata così male, e ora
trovo questa.» Sollevò la lettera davanti
alla faccia e ne aspirò l’odore. «Perché
non l’ha spedita? Che cosa gli è
successo?»
Tina sapeva che non c’era un modo
delicato per comunicare la notizia.
«Dopo aver trovato la lettera, sono
andata al 180 di Gillbent Road e, che tu
ci creda o no, i genitori di Billy vivono
ancora lì.»
William sgranò gli occhi, incredulo.
«I miei nonni sono qui a Manchester?»
«Sì.» Vedendolo così entusiasta, Tina
sorrise, ma poi continuò in tono grave:
«Tua nonna, Alice Stirling, mi ha
raccontato tutto. Lei e il marito hanno
adottato Billy quando aveva otto mesi.
Ho mostrato ad Alice la lettera e mi ha
detto che era stata lei a suggerirgli di
scrivere a Chrissie. Billy era andato a
casa sua, il giorno dopo, e aveva parlato
con la madre, ma lei non sapeva niente
della lettera. Gli si era spezzato il cuore
quando aveva saputo che Chrissie era
stata mandata in Irlanda e aveva
implorato Mrs Skinner di dargli
l’indirizzo. Lei gli aveva promesso di
contattare Chrissie a nome suo».
«E poi che cos’è successo? Si sono
ritrovati?» chiese William impaziente.
Tina scosse la testa. «Mabel Skinner
è rimasta uccisa durante l’oscuramento
quella sera stessa e, per quanto ne so,
non si è mai messa in contatto con la
figlia.» Rovistò di nuovo nella borsa e
tirò fuori la foto di Billy. «Questo è tuo
padre.»
William la prese e la scrutò con
attenzione. «Era un bell’uomo. Sai che
cosa gli è capitato?»
Tina si fece coraggio. «È morto in
guerra nel 1940. Mi dispiace
moltissimo.»
Le lacrime presero a sgorgare
copiose, adesso, e William le asciugò
col dorso della mano.
Lei gli porse un tovagliolo di carta.
«Era un brav’uomo, William. Non ha
mai abbandonato tua madre. L’amava e
voleva che fossero una famiglia. Alice
ha detto che sarebbe stato un padre
meraviglioso.»
«Mia madre non l’ha mai saputo,
però. Se solo avesse ricevuto quella
lettera, le cose sarebbero andate in
maniera diversa.»
«Lo so. Ecco perché ho sentito che
dovevo fargliela avere.»
«Ed è per questo che hai richiesto il
suo certificato di nascita?»
Tina assentì. Raccontò a William di
quand’era andata a Wood Gardens.
«Maud Cutler conosceva bene gli
Skinner. Mi ha detto che il dottor
Skinner aveva un pessimo carattere e
che avevano mandato Chrissie in
Irlanda.»
«È incredibile. Grazie infinite per
tutta la premura che ti sei data. Avresti
potuto semplicemente buttare la lettera
nella spazzatura, ma il fatto che tu abbia
dedicato del tempo a cercare mia madre
è...» William cercò la parola adatta.
«Be’, è davvero straordinario.»
«Quella lettera mi ha incuriosito
subito, da quando l’ho trovata, più di un
anno fa.» Tina bevve un altro sorso di
caffè e guardò le gocce di pioggia
scorrere sulla finestra. Il vetro interno si
era appannato e, in silenzio, con aria
assente, ci tracciò sopra una linea. «In
ogni caso, nella mia vita sono successe
un sacco di cose nel frattempo, quindi
per un po’ l’avevo accantonata. Quando
mi ci sono imbattuta di nuovo, mi è
venuto in mente che forse Chrissie non
voleva essere trovata. Cioè, e se fosse
felicemente sposata, adesso, e non
volesse che qualcuno le rammentasse il
passato?»
«È un dubbio che ho avuto anch’io»,
ammise William.
«Alla fine ho deciso di partire dal
certificato di nascita. Ho pensato che
avrei sempre potuto cambiare idea.»
In quel momento una cameriera con
un grembiule macchiato di caffè si
presentò al loro tavolo. «Scusate, non
voglio essere scortese, ma desiderate
altro? Abbiamo la gente in coda per i
tavoli.» Indicò la porta, dove una fila di
persone dall’aria irritata stava
guardando dalla loro parte.
William si alzò. «Ci scusi tanto. Ci
siamo lasciati trascinare.» Aiutò Tina a
infilarsi l’impermeabile e le fece cenno
di dirigersi verso l’uscita.
Una volta in strada, rimasero
immobili l’uno di fronte all’altra, senza
sapere che cosa dire. La pioggia era
cessata e le spesse nubi si erano
diradate, lasciando spazio ai raggi del
sole.
«Facciamo due passi?» suggerì
William. «Non ti sto trattenendo, vero?
C’è qualcuno che ti aspetta? Un marito,
fidanzato...»
Tina scosse la testa. «Nessuno.
Forza, andiamo verso i Piccadilly
Gardens.»
Trovarono una panchina abbastanza
tranquilla e rimasero per qualche minuto
in silenzio a osservare gli impiegati che
li oltrepassavano di fretta reggendo
buste per il pranzo di carta marrone con
dentro panini e frutta.
«Di’ un po’, come hai fatto a trovare
così in fretta il certificato di nascita di
mia madre partendo solo dal suo
nome?»
Tina sorrise. «Be’, come ti ho
spiegato, la mia prima tappa è stata
Wood Gardens, dove ho conosciuto
Maud Cutler. È stata lei a darmi i nomi
dei genitori di Chrissie. Mi ha anche
detto dov’è sepolta Mabel. Porta ancora
un mazzo di fiori sulla sua tomba ogni
anno. Sai, Mabel ha salvato la vita a suo
figlio. Era nato prematuro e...» Chiuse
gli occhi, tornando con la mente alla sua
bimba.
«Tutto bene?»
«Sì. Stavo solo... Niente. Comunque,
una volta saputi i nomi dei genitori, è
stato facile richiedere il certificato di
nascita giusto. Gli diamo un’occhiata?»
William si era completamente
scordato del documento. «Sì, per
favore.»
Tina allargò il foglio sulle ginocchia.
«Ecco il nome che mi serve»,
esclamò William, eccitato. «Posso?»
Prese il certificato e lo osservò più da
vicino. «McBride. È il cognome della
madre di Chrissie da nubile, dunque
deve essere anche quello della zia. Il
che mi sarà di enorme aiuto quando
tornerò in Irlanda. La famiglia
McBride.» Gli occhi gli brillarono
dall’emozione. «Qualcuno dovrà pur
ricordarsi qualcosa. Sto per trovare mia
madre!» Restituì il certificato a Tina.
Lei lo rifiutò. «Tienilo tu.» Frugò
nella borsa. «Ed è giusto che tu abbia
anche queste.» Gli porse la lettera e la
foto di Billy. «Buona fortuna, William.»
Si alzò e gli tese la mano. «È stato un
piacere conoscerti.»
«Vieni con me», replicò lui.
Tina fece un passo indietro,
sbalordita.
«Voglio dire, per favore, vieni con
me. In Irlanda. Non sarei mai arrivato
fin qui senza di te e mi piacerebbe
davvero che tu mi fossi accanto per
scoprire come va a finire.»
Tina sapeva che era assurdo persino
pensare di andare così lontano con un
uomo che nemmeno conosceva. Aveva
fatto la sua parte. Che non era nulla di
speciale, l’avrebbero fatto quasi tutti, in
realtà. Non gli doveva nulla, eppure,
quando lo guardò in quei suoi occhi
marrone scuro, si rese conto di quanto
somigliasse a suo padre, era davvero
impressionante. Billy era morto, ma lì,
di fronte a lei, c’era il figlio che le
chiedeva di accompagnarlo in un
viaggio che sognava da tutta la vita. Ed
era stata lei a renderlo possibile. Lei gli
aveva dato le informazioni necessarie
per rintracciare la madre. Provò
un’emozione che non avvertiva da mesi.
Era un’idea folle, avventata e
assolutamente assurda.
Lasciò crollare la testa all’indietro e
scoppiò a ridere. «Sarebbe un onore,
William.»
33

Tina spinse con forza la grossa porta


verde della cabina telefonica e si sentì
subito grata per la quiete che vi regnava.
Chissà perché, per lei le cabine
telefoniche erano come dei rifugi,
avevano il potere di calmarla all’istante.
La sensazione di essere tagliati fuori dal
mondo esterno, la libertà di poter
raccogliere i pensieri e riflettere sul
caos che imperversava altrove. Certo, la
maggior parte delle cabine di
Manchester puzzava di urina, ma quella
in cui si trovava ora, a Tipperary, era
semplicemente deliziosa, senza odori
orribili che annebbiavano i sensi.
Afferrò il grosso ricevitore nero e
compose il numero. Dopo qualche
squillo, udì all’altro capo la voce di
Sheila e imprecò in silenzio. Non le
restò che infilare la prima moneta.
«Sheila? Sono Tina. Mi passeresti
Graham, per favore?»
Per fortuna, Sheila era scorbutica
come al solito: si limitò a borbottare
qualcosa, posò la cornetta e chiamò il
marito. Dopo quelli che le parvero
secoli, udì finalmente la voce di
Graham: «Tina?»
Prima che avesse il tempo di
rispondere, il telefono emise un bip
continuo. Tina mise un’altra moneta
nella fessura. «Ciao, Graham. Ascolta,
non ho molti soldi quindi sarò breve.
Hai ricevuto il mio biglietto?»
«Stamattina. Che diavolo ci fai in
Irlanda?»
«È una lunga storia. Ricordi quella
lettera che ho trovato l’anno scorso?»
«No, quale lettera?»
«Dai, quella infilata nella tasca del
completo che qualcuno aveva lasciato
davanti al charity shop. Sono sicura di
avertelo detto.»
«Non me lo ricordo, ma che c’entra
col fatto che sei finita in Irlanda?»
Bip... bip... bip.
Tina cominciava a perdere la
pazienza. Ficcò altre monete nella
fessura. «Devo fare presto. Quando i bip
ricominciano, è finita. Non ho più soldi.
Ascolta e non dire nulla, okay? Per farla
breve, sono venuta in Irlanda per
cercare di rintracciare la donna cui è
indirizzata la lettera. Sono qui insieme
col figlio, che la sta cercando anche lui.
Volevo soltanto farti sapere che sto bene
e non ti devi preoccupare per me.»
Graham sembrava del tutto confuso.
«Con chi è che sei? Quando torni?»
I bip ricominciarono. Tina ignorò le
sue domande e lo salutò in fretta.
Nel riappendere il ricevitore, lo sentì
gridare: «Non la smetterò mai di
preoccuparmi per te!»

Intanto, William aspettava Tina nel


salotto della pensione di Mrs Flanagan.
«Tutto bene? Vuoi un po’ di tè?»
chiese con la bocca piena.
Mrs Flanagan aveva appena servito
un vassoio con una grossa teiera colma e
crocchette di patate con salmone
affumicato, di cui William si stava
abbuffando con entusiasmo.
«Scusami, ma sono una meraviglia.
Sei riuscita a parlare col tuo amico?»
Tina si sedette di fianco a lui sul
divano e si versò una tazza di tè. «Sì,
grazie. Gli ho lasciato un biglietto per
dirgli dov’ero, ma lui si preoccupa per
me.»
William addentò un’altra crocchetta.
«Chi, Graham? È un tuo ex fidanzato?»
chiese, facendo uscire dalla bocca
qualche briciola.
Gli lanciò un’occhiataccia. «Voi
americani parlate sempre con la bocca
piena?»
Lui bevve una lunga sorsata di tè e
fece un ampio sorriso. «Scusami, è una
pessima abitudine, lo so. Ho paura di
non essere granché raffinato. Sono solo
un ragazzo di campagna.»
«Sono appena le quattro. Perché stai
mangiando? È un pranzo tardi, una cena
in anticipo?»
«È Mrs Flanagan. Secondo lei ho
bisogno di mettere su peso!»
Tina sorrise. «Per rispondere alla tua
domanda precedente, Graham è solo un
carissimo amico. Mi è stato di grande
aiuto negli ultimi mesi e gli devo molto.
Non sarebbe corretto da parte mia
partire senza fargli sapere che sto bene.»
«Una specie di figura paterna,
quindi?» chiese William.
«Mmm... una specie di fratello,
direi.»
Mrs Flanagan fece capolino da dietro
la porta. «Gradite qualcos’altro?»
«Lei è troppo gentile, Mrs Flanagan,
ma credo proprio che quello che c’è
basti e avanzi.»
«Benissimo. Chiamatemi se volete
dell’altro.» Uscì dalla stanza,
lasciandoli di nuovo soli.
«Allora, qual è il piano?» chiese
Tina.
«Dunque, domani mattina ti presento
Grace Quinn. In fondo, se non fosse stato
per lei, non sarei mai venuto a
Manchester e noi non ci saremmo mai
incontrati. Vedremo se si ricorda dei
McBride e di dove abitano.»
«Mi sembra un ottimo piano.»

Tina trovò il cottage di Grace


semplicemente incantevole e pensò che
non avrebbe affatto sfigurato su una
scatola di cioccolatini. Mentre salivano
per il sentiero dalla pavimentazione a
lastre irregolari sino alla porta rosso
vivo, i muri di pietra bianca colpiti dal
sole erano così abbaglianti da doversi
riparare gli occhi. Una volta entrati,
ricevettero la calorosa accoglienza di
Grace, contentissima per il fatto che
William avesse portato anche Tina. Si
sedettero intorno al tavolo della cucina e
William tirò fuori il taccuino. «Il nome
da nubile della madre di Christina
Skinner era Mabel McBride. Le dice
qualcosa, Grace?»
Lei posò le mani intrecciate sul
tavolo e rifletté con attenzione. L’ultima
cosa che voleva era deludere quel
giovane e la dolce ragazza che era
venuta con lui, ma dovette ammettere
che non conosceva nessuno che si
chiamasse così. «Mi dispiace, William,
sul serio, ma quel nome non significa
niente per me.»
Lui cercò di nascondere lo sconforto.
«Non si preoccupi. Sono arrivato sin qui
e non ho intenzione di mollare. A
Manchester ho scoperto cose da non
credere.» Sfogliò il taccuino ed estrasse
la lettera di Billy. «Ecco, legga questa.»
Grace mise gli occhiali e lesse la
lettera. «È incredibile. Dove l’hai
presa?»
Tina le spiegò in che modo era
entrata in possesso della lettera e che
era stata lei a scovare il certificato di
nascita di Christina.
«Aveva ragione, Grace», intervenne
William. «Il padre di Chrissie era
medico e la madre levatrice.»
«Povera ragazza, non aveva idea che
Billy volesse sposarla. Se penso al
tormento che ha patito durante il parto e
alla perenne tristezza che aveva negli
occhi... Quando ti ha preso in braccio
per la prima volta, il suo sorriso ha
illuminato la stanza, ma i suoi occhi... se
la guardavi negli occhi, lo capivi. In
loro c’era un dolore che non si sarebbe
mai placato.» Grace si soffiò il naso con
calma. «Quello che mi sfugge è il
motivo per cui Billy non ha spedito la
lettera. Voglio dire, l’ha scritta con tanto
amore e sentimento, non posso credere
che non l’abbia inviata.»
Tina le raccontò quello che le aveva
detto Alice Stirling: Billy era uscito per
imbucare la lettera, ma era anche lei
sconcertata sul perché avesse cambiato
idea.
«È la storia più straziante che mi sia
mai capitato di sentire», commentò
Grace tirando su col naso. «Sai che cosa
sia successo a Billy?»
Tina e William si guardarono. Fu lui
a rispondere: «È morto in guerra nel
1940». Aprì di nuovo il taccuino.
«Questa è la sua foto.»
Grace guardò il bel giovane in
uniforme. «Gli somigli proprio.»
Ripiegò il foglio a metà e fece per
restituirlo a William, ma si bloccò.
«Ehi, guarda, c’è scritto qualcosa.»
Osservò con attenzione il retro della
lettera. «’Scusa.’»
Lui la scrutò di nuovo. «Non me
n’ero accorto. E tu, Tina?»
Tina s’irrigidì. Percepì la ben nota
sensazione di disgusto affiorare dentro
di lei. Partiva dalla bocca dello stomaco
e strisciava sino a farle bruciare la gola
e darle il vomito. Si tappò la bocca con
una mano.
«Tutto bene?»
Lei sentì il labbro superiore
cospargersi di gocce di sudore e tutto il
suo corpo colmarsi d’odio. «Sto b-b-
bene», balbettò. Si alzò. «Grace, le
spiace se uso il bagno?»
Grace lanciò un’occhiata ansiosa a
William. «Ma certo, cara, da quella
parte.»
Tina si rifugiò in bagno e si buttò
dell’acqua fredda in faccia. Aveva il
petto e il collo arrossati, il viso
chiazzato di rosso. Si appoggiò al bordo
del lavandino e respirò profondamente,
tentando di rallentare le pulsazioni. Rick
era morto da cinque mesi, ormai, ma
aveva ancora il potere di sconvolgerla.
Di solito, Tina riusciva a tenere sepolto
dentro di sé il disprezzo che provava
per lui. Non voleva che la divorasse o la
definisse. Rick aveva sabotato gli ultimi
cinque anni della sua vita e lei era
decisa a impedirgli di fare lo stesso coi
successivi cinque.
Quando si fu calmata, tornò in
soggiorno e trovò William e Grace
seduti davanti a un piatto di scones al
latticello. Evidentemente, l’ospitalità
irlandese era incentrata sul cibo.
William si voltò non appena la sentì
entrare. «Stavamo consultando una
cartina. Abbiamo segnato il convento,
qui, guarda.» Le indicò il punto in cui
aveva disegnato una crocetta rossa.
«Adesso sappiamo che la zia di Chrissie
viveva nella zona, ma in una zona rurale
come questa potrebbe voler dire che
stava anche a parecchi chilometri di
distanza.» Fece un cerchio intorno
all’area del convento. «Questa è la zona
compresa in un raggio di circa cinque
chilometri.» Disegnò un altro cerchio,
più ampio. «E questa invece è l’area
compresa in un raggio di dieci. È un po’
approssimativo, ma, in mancanza di un
compasso, è il meglio che possa fare.»
«Mio fratello viene a trovarmi,
stasera», annunciò Grace. «Gli chiederò
di segnarmi tutti i pub compresi nei due
cerchi. Può essere un buon punto di
partenza: per le comunità rurali, i pub
sono una risorsa oltre che una miniera
d’informazioni.»
William sorrise a Tina. «Sei pronta
per quest’impresa?»
«Ma certo.» Il suo entusiasmo era
contagioso e ormai era troppo tardi per
tornare indietro. Tina non sapeva se
sarebbero riusciti a rintracciare sua
madre ma, a prescindere dal risultato,
voleva comunque essergli accanto.
34

William e Tina erano al Malt Shovels, il


terzo pub che visitavano. Il fratello di
Grace li aveva segnati tutti sulla cartina,
quattro nel cerchio interno e tre in quello
esterno. Il che significava sette pub da
controllare in un raggio di dieci
chilometri intorno al convento.
William prese la sua mezza pinta di
Guinness e ne bevve un sorso. «Almeno
il proprietario di questo pub sa come
fare affari, visto che qui servono da
mangiare. Ordiniamo qualcosa? Ho una
fame da lupi.»
Tina sorrise. «Ma pensi sempre al
cibo? Non ho mai conosciuto nessuno
che mangi così tanto. Secondo me, hai il
verme solitario!»
«Tutto quel pedalare da un pub
all’altro mi ha messo appetito.» Poi,
indicando la lavagna: «Guarda, fanno
l’Irish stew. Interessante...»
Lei gli diede una gomitata affettuosa.
«Cominci a sembrare irlandese.»
«Be’, in fondo lo sono, no? Sono nato
qui, anche se non ci sono cresciuto.»
Alzò il boccale in direzione del barista,
che fece un cenno col capo e cominciò a
riempirgliene un altro.
«Ne sei proprio sicuro? Ci resta
ancora un pub da controllare in questa
zona; non vorrai mica farti beccare
ubriaco in sella a una bicicletta?»
«Credo tu abbia ragione. Senti,
ordiniamo qualcosa da mangiare e poi
cominciamo a chiedere un po’ in giro.
Questo posto sembra un tantino più
incoraggiante degli ultimi due.»
«Okay. Io prendo solo un’insalata.
Voglio lasciare un posticino per quello.»
Indicò il menu sul tavolo e William si
sporse per vedere meglio.
«Pudding di pane e burro? Che
accidenti è?» Arricciò il naso,
disgustato.
«Aspetta e vedrai. Faccio portare due
cucchiai. Ti garantisco che ti piacerà.»
Lo sguardo di Tina divenne nostalgico.
«Era la specialità di mia mamma. Lo
faceva alla perfezione, con fette di pane
spesse ricoperte di burro cremoso, pezzi
di frutta morbidi e succosi e la giusta
dose di crema inglese. L’esterno era
sempre leggermente croccante e
caramellato e, ammesso che ne
avanzasse un pochino, mangiato freddo
il giorno dopo era ancora più buono.»
William sorrise. «Non mi hai ancora
parlato della tua famiglia. Racconta.»
Tina afferrò un filo che pendeva dalla
manica del suo maglione, sviando lo
sguardo. «I miei genitori sono morti.»
«Oddio, scusa. Non volevo turbarti.»
«Non potevi saperlo. Mio padre è
morto quando avevo sedici anni e mia
madre è mancata sette anni dopo. Non ha
mai superato il trauma. Può sembrare un
luogo comune, ma erano davvero due
anime gemelle. Comunque, io sono figlia
unica e mi sono ritrovata orfana a
ventitré anni.» Azzardò un debole
sorriso. «Ma avevo un buon lavoro
d’ufficio e nei fine settimana lavoravo al
charity shop, quindi non ero mai sola.
Adesso lavoro nel charity shop a tempo
pieno.»
«Che ne è stato del lavoro
d’ufficio?»
Tina esitò. «È una lunga storia. L’ho
lasciato quando sono rimasta incinta.»
«Hai un figlio?»
«No, la mia bambina è nata morta.»
D’istinto, William le prese una mano
e se la premette contro una guancia.
«Non so che dire. Povera cara. E il
padre? Eri sposata?»
Tina stava perdendo l’appetito. «Sì,
ma è morto anche lui.»
William era esterrefatto. «Quanto
dolore può sopportare una persona?»
Tina guardò davanti a sé con calma.
«Per lui non ho versato lacrime. Allora,
ordiniamo?» chiese afferrando il menu.

Il sole cominciava a calare quando


William e Tina uscirono dal pub.
Nell’aria aleggiava l’intenso profumo
delle siepi di biancospino e la sera si
era fatta fresca e pungente.
«Altro tempo perso», commentò
William infilando i pantaloni nelle
calze. Lanciò un’occhiata a Tina, che
trafficava col cestino davanti della
bicicletta di Grace. Era rimasta in
silenzio per tutta la cena e William si
maledisse per averle riaperto vecchie
ferite. «Sei pronta per un altro pub?»
«Un altro?»
«L’ultimo nel cerchio interno. Se col
prossimo non abbiamo successo, ce ne
restano ancora soltanto tre.»
«Sei sicuro che la tua bici ce la
faccia?» Tina ridacchiò e guardò il
vecchio catorcio arrugginito che
William aveva preso in prestito dal
vicino di casa di Grace.
«Lo so. L’ha rifiutata pure Noè,
perché gli sembrava troppo antiquata»,
commentò William con una smorfia.
Tina scoppiò in una risata. «Che
buffo che sei.»
«Sei adorabile quando ridi. Sai, mi
spiace per prima. Spero non pensi che
mi stessi impicciando.»
«Era del tutto ragionevole da parte
tua chiedermi della mia famiglia. Non
potevi immaginare che avessi alle spalle
una storia degna di Shakespeare. Forza,
proseguiamo. Dov’è il prossimo?»
L’ultimo pub della serata era poco
più di un minuscolo cottage dal tetto di
paglia. L’interno era buio e tetro, con
finestre minuscole e l’assito in legno
così malconcio che nemmeno la segatura
riusciva a mascherarlo. C’era una
decina di tavoli, intorno ai quali
sedevano gruppi di uomini anziani,
alcuni intenti a giocare a carte o a
domino, altri a fissare il fondo dei
bicchieri. Non appena William e Tina
entrarono, tutti sollevarono lo sguardo.
William salutò con un cenno del capo e
prese Tina per un braccio.
«’Sera», disse la barista, che aveva
l’aria di un generale dell’esercito.
«Cosa posso servirvi?»
William si voltò verso Tina. «Oh, per
me solo un succo d’arancia.»
«Due, per favore.»
Siccome non c’era da sedersi, si
appoggiarono al bancone e osservarono
la stanza. La curiosità iniziale era
scemata e gli avventori abituali erano di
nuovo immersi nel loro mondo. William
si rivolse alla barista. «Permette una
domanda? Conosce una famiglia che
abita in una fattoria nei dintorni, i
McBride?»
La barista smise di lucidare il
bicchiere che aveva in mano e si
accigliò. «Dovrà essere più preciso,
temo. McBride è un cognome piuttosto
comune da queste parti.»
William sospirò. Era stata la stessa
storia in ogni pub. A quanto pareva, non
avevano abbastanza informazioni. «Ho
paura sia tutto quello che sappiamo. La
famiglia si chiama McBride e viveva in
una piccola fattoria in una zona
impervia, anche se si parla di più di
trent’anni fa.»
La barista continuò a strofinare
energicamente il bicchiere. «In ogni
caso, perché volete saperlo?»
William si schiarì la voce. «Sto
cercando di rintracciare mia madre.
Sono nato qui trentaquattro anni fa al
convento di St Bridget e sono stato
adottato. Ho vissuto in America, ma
sono tornato per cercare mia madre.»
La barista storse le labbra. «Capisco.
Ha provato al convento, immagino, e le
suore sono state perfettamente inutili...»
William lanciò a Tina uno sguardo
d’intesa. «Può dirlo forte.»
«Bene, vediamo se riusciamo a fare
di meglio. Ha detto che la faccenda
risale a trenta e passa anni fa, vero?»
William e Tina assentirono.
La barista mise giù il bicchiere e
chiamò uno dei clienti che giocavano a
carte, che si accostò al bancone. «Che
c’è, Morag?»
La donna accennò col capo a William
e Tina. «Questi due cercano una certa
famiglia McBride, padre. Pensa di
poterli aiutare?»
«McBride hai detto? Non riesci a
essere più precisa?»
Morag sorrise. «È quello che ho detto
anch’io.» Si girò verso William e Tina.
«Lui è padre McIntyre, il prete della
nostra parrocchia. Se c’è qualcuno in
grado di aiutarvi, è lui.»

Mezz’ora dopo, William e Tina si


ritrovarono fuori dal pub con in mano un
pezzo di carta. A padre McIntyre non era
venuta in mente nessuna famiglia
McBride che corrispondesse alla vaga
descrizione fornitagli da William, ma
conosceva un uomo che forse poteva
ricordarsene. William lesse il nome che
gli aveva scritto il prete. «Bene, ecco il
nostro compito di domani.» Infilò il
foglio nella tasca della camicia e montò
in sella al suo rottame. «Speriamo che
questo padre Drummond ci aiuti a
trovare un’altra tessera del puzzle.»
35

Quando William e Tina tornarono alla


pensione, Mrs Flanagan era già a
dormire. William cercò a tastoni sotto lo
zerbino e trovò la grossa chiave con cui
aprì la serratura cigolante. Varcarono la
soglia in punta di piedi.
«Ti andrebbe un cicchetto prima di
andare a dormire?» bisbigliò lui.
Dopo un attimo di esitazione, Tina
annuì. Accomodatisi in salotto, ciascuno
con un bicchiere di whisky in mano, si
rilassarono un po’ e smisero di parlare
sottovoce. Tina reclinò la testa
all’indietro sul divano e chiuse gli
occhi. Il whisky le bruciò nello stomaco
e l’odore le risvegliò il ricordo di Rick.
All’improvviso sentì la gola serrata in
una morsa e le lacrime cominciarono a
scorrere sulle guance. Pregò in silenzio
che William non se ne accorgesse, ma
lui era troppo perspicace.
«Tina, stai bene?» Accorse al suo
fianco. «Santo cielo, stai piangendo.»
«Sto bene, William, sul serio, non
preoccuparti.» Scacciò una lacrima col
mignolo e fece un sorriso forzato.
Lui le prese il bicchiere e lo posò sul
tavolino, poi le strinse le mani tra le sue.
«È da quando ti ho incontrato che ho
percepito una grande tristezza in te. È
nei tuoi occhi, Tina. Sei così bella, e hai
un sorriso meraviglioso, ma i tuoi occhi
non ridono mai. Sei stata così gentile
con me, a venire sin qui, e io ti voglio
aiutare. Dimmi che cosa c’è che non
va.»
Povero William. Aveva l’aria di uno
cui stesse per spezzarsi il cuore; non
c’era dubbio che la sua preoccupazione
fosse sincera. Tina indicò il bicchiere
sul tavolino. «Ti dispiace?»
Lui glielo ridiede.
«Lo vedi questo liquido?» Agitò con
tale violenza il bicchiere che il whisky
uscì e le finì in grembo. Lei non parve
accorgersene. «Questo liquido»,
proseguì in tono più astioso, «mi ha
letteralmente rovinato la vita e ha ucciso
mia figlia.»
William posò il suo bicchiere:
all’improvviso gli era passata la voglia
di bere. «Ti va di parlarmene?» chiese,
cauto. «Mi piacerebbe aiutarti, se
posso.»
«È troppo tardi, William. Troppo
tardi. Sono stata una completa idiota,
cieca di fronte all’evidenza. Adesso lo
capisco.»
William le strinse di nuovo le mani.
«Vai avanti.»
Tina fece un respiro profondo,
sciolse le mani dalla sua presa e se le
passò sulle cosce. «Mio marito era un
violento, William», esordì. Lui fu sul
punto di dire qualcosa, ma lei lo zittì,
mettendogli un dito davanti alle labbra.
«Tutti l’avevano capito, tranne me. Il
mio amico Graham, la mia amica Linda,
il mio capufficio, tutti avevano capito
quello che stava succedendo tranne me.
Oh, no, io ero convinta che sarebbe
cambiato ed ecco perché sono tornata da
lui, perché gli ho concesso una
possibilità via l’altra. Dopo avermi
picchiata, lui era sempre così
dispiaciuto, così umile e incredibilmente
affettuoso... A volte si metteva persino a
piangere per il modo in cui mi aveva
trattata e a me spiaceva per lui.» Scosse
la testa. «Ovviamente, ogni volta
giurava che non avrebbe più alzato un
dito su di me, e io, come una stupida, gli
credevo. Ma poi c’era sempre qualcosa
che lo faceva infuriare, di solito
un’inezia. Mi convinceva che ero stata
io a fare qualcosa di male, e io gli
credevo di nuovo. Alla radice di tutto
c’era il bere, certo, ma sarebbe troppo
semplicistico dare la colpa soltanto
all’alcol. Era un prepotente che mi
manipolava in ogni maniera possibile.
Ho pensato di lasciarlo per anni, ma non
ne ho mai avuto il coraggio. Mi diceva
sempre che mi avrebbe trovata e avevo
paura di lui. Inoltre, avevo
l’impressione di abbandonarlo quando
invece lui aveva chiaramente bisogno
d’aiuto. Comunque, un giorno mi sono
fatta animo e me ne sono andata. Ma la
verità è che mi sentivo sola. Mi
mancava.» Si voltò verso William.
«Riesci a crederci? Mi mancava!»
Lui scosse la testa, ma non disse
nulla.
«A quel punto, ha smesso di bere.
Sembrava cambiato. Se l’era cavata
bene senza di me e per qualche ragione
ciò mi aveva ferito. Si era trovato un
lavoro e non mi aveva mai assillata per
convincermi a tornare con lui. Si era
rimesso in sesto ed era diventato l’uomo
che avevo sempre sognato. Era come se
non avesse più bisogno di me, ma la sua
era tutta una tattica per raggiungere un
obiettivo a lungo termine, ovvio. Poi ho
scoperto di essere incinta e non mi è
rimasta altra scelta che tornare con lui.
O almeno era quello che mi dicevo. Per
un po’ è stato fantastico e io ero al
colmo della felicità. Per lui era lo stesso
e ci sentivamo tutti e due emozionati per
il bambino. Graham e Linda mi dicevano
che ero pazza, ma io ero convinta di
aver preso la decisione giusta. Che cosa
ne sanno loro? pensavo.» Scoppiò in
una risata falsa, forzata. «Parecchio,
come si è scoperto poi.»
«Che cos’è successo dopo?» La voce
di William era densa di emozione.
Tina indicò il bicchiere. «Ecco cos’è
successo. Ha ricominciato a bere. Poco,
all’inizio, ma era una spirale destinata a
precipitare irrimediabilmente verso la
catastrofe. Avrei dovuto capirlo, ma
avevo idealizzato il mio matrimonio a
tal punto che lo giustificavo sempre.
Adesso mi rendo conto che m’illudevo,
certo, però questo è il senno di poi, di
chi ha una visuale perfetta, a
trecentosessanta gradi.»
William s’irrigidì prima di porle la
domanda successiva: «Che cos’è
capitato a tua figlia? Mi hai detto...
Com’è... sì, insomma...»
Tina si sfregò il volto con le mani,
poi sollevò lo sguardo su William, fece
un respiro profondo e gli raccontò ciò
che era accaduto quel terribile giorno.
«Mi sento male», sussurrò William.
«Se Rick non avesse trovato la lettera di
Billy, tu avresti ancora tua figlia.» Si
alzò, aprì la finestra a ghigliottina e
aspirò grosse boccate d’aria fresca.
Tina si avvicinò a lui e gli posò le
mani sulle spalle larghe. «Io non la vedo
così. Ho imparato a non farlo. Rick era
un violento, un uomo prepotente e
malvagio, e qualsiasi cosa avrebbe
potuto scatenare la sua collera. È lui che
va biasimato, e nessun altro. Mi ci è
voluto un po’ per accettarlo, ma adesso
so che è così. È questa convinzione a
spronarmi ad andare avanti, un passo
alla volta. La vittima ero io, anzi, lo
eravamo io e la mia bambina, e non è
stata in nessun modo colpa mia.»
William si voltò e l’abbracciò stretta.
Affondò il volto tra i suoi lunghi capelli
scuri, che emanavano il profumo
dell’erba appena tagliata e di un falò
serale. «Non sai quanto mi dispiace», fu
tutto quello che riuscì a dire.

Padre Drummond non era abituato ad


alzarsi presto. A novantasei anni, sentiva
di essersi guadagnato il diritto di restare
a letto quanto gli pareva, anche tutto il
giorno, magari. Tuttavia la sua perpetua-
alias-infermiera-alias-dittatrice lo aveva
informato che attendevano visite per le
dieci del mattino. Perciò gli toccava
buttarsi giù dal letto alle otto, se voleva
avere il tempo di farsi lavare, radere e
vestire per tempo. Padre Drummond
inclinò la testa con riluttanza per
consentire a Gina di cospargergli la
faccia di schiuma da barba. La donna
impugnò il rasoio a mano libera e glielo
passò sul volto, tenendogli la pelle ben
tesa. I ciuffetti di peli grigi vennero via
con facilità e Gina asciugò la lama con
una salvietta. Alla seconda passata, gli
fece un piccolo graffio e una minuscola
macchia di sangue si mescolò alla
schiuma.
Padre Drummond non ne fu affatto
entusiasta. «Gina, per l’amor del cielo.
Non puoi per una volta farmi la barba
senza che mi serva una trasfusione di
sangue?»
«Tsè», esclamò Gina, spazientita. «La
smetta di esagerare, padre. E comunque
non capisco proprio cos’abbia contro i
rasoi elettrici. Sarebbe molto più facile
per me.»
«È una vita che uso il rasoio a mano
libera e non ho nessuna intenzione di
cambiare le mie abitudini proprio ora.»
Gina levò gli occhi al soffitto e
terminò il compito. «Ecco qui, padre
Drummond, fatto.»
«Mmm. Ce le ho ancora, le
orecchie?»
Gina lo ignorò e cominciò a togliergli
la casacca del pigiama. «Gliene serve
uno pulito. Non so come faccia a
macchiarsi sempre così sul davanti.
Vediamo un po’... Vuole mettersi un
abito?»
Padre Drummond parve confuso.
«Chi è che viene?»
Gina era esasperata. «Gliel’ho detto.
Si chiama William Lane e sta cercando
sua madre, una certa Christina Skinner.
Dice che l’hanno mandata qui
dall’Inghilterra per avere il bambino.
Abitava con la zia, che di cognome
faceva McBride, e ha partorito in
convento. Padre McIntyre pensava che
forse lei si ricordasse della famiglia
McBride, anche se ho i miei seri dubbi,
visto che le ho già detto le stesse cose
dieci minuti fa e lei se le è già
dimenticate.»
Padre Drummond la guardò
accigliato mentre lei lo strofinava
implacabile sotto le braccia con un
guanto di spugna ruvido. Quella donna
non sapeva di che cosa stesse parlando.
Non c’era niente che non andasse nella
sua memoria.

Gina accolse con calore William e Tina


e li accompagnò nel salotto attiguo. La
casa dell’anziano prete era enorme e gli
interni odoravano di chiuso. Tina
arricciò il naso.
«Metà delle stanze non viene più
utilizzata. Qui ormai ci siamo solo io e
padre Drummond», spiegò Gina in tono
di scuse.
«Oh, è bello, però. Voglio dire, è un
edificio davvero imponente», replicò
Tina, osservando il rivestimento a
pannelli in legno di quercia.
Padre Drummond li aspettava accanto
al camino. A dispetto del tiepido clima
di maggio, nel focolare ardeva un fuoco
vivace e l’anziano sacerdote aveva una
coperta di lana a motivi scozzesi avvolta
intorno alle gambe.
William gli tese la mano. «Sono
William Lane, padre Drummond. Grazie
di averci ricevuti. Lei è la mia amica
Tina Craig.»
Lei gli porse a sua volta la mano, e il
prete gliela strinse con un gesto
sbrigativo. «Perdonate se non mi alzo.»
«Si figuri. Cercheremo di non rubarle
troppo tempo. Credo che lei possa
conoscere una certa famiglia McBride
che vive da queste parti», disse William.
Poi gli raccontò del viaggio che aveva
compiuto sin lì e della lettera di Billy.
Di come Tina si fosse ripromessa di
consegnarla a Chrissie e del loro
incontro a Manchester. E, quando gli
spiegò che le suore del convento non lo
avevano aiutato per niente, padre
Drummond sviò lo sguardo. «Perciò,
capisce, padre, lei è la nostra ultima
possibilità. So che è passato moltissimo
tempo, ma, chissà, magari è in grado di
tornare con la memoria a più di
trent’anni fa e dirci se ricorda qualcosa
dei McBride. Se riuscissimo a trovare la
fattoria in cui era stata mandata mia
madre, forse là troveremo qualcuno che
sa cosa le è capitato. C’è qualcosa della
mia storia che le suona familiare?»
Padre Drummond lo guardò a lungo,
poi si massaggiò le tempie e chiuse gli
occhi. William pensò si fosse
addormentato. Alla fine, il vecchio
riaprì gli occhi e guardò diritto in quelli
di William. «Mi spiace, no, non
rammento nessuna famiglia McBride che
corrisponda a quella descrizione.»
William e Tina si avviarono a piedi
lungo il viottolo che conduceva alla
fermata dell’autobus.
«Bene, altro tempo perso. E adesso
che facciamo?»
Tina gli strinse un braccio.
«Continuiamo a cercare, tutto qui.
Dovremo soltanto estendere le ricerche.
Abbiamo ancora quei tre pub da
controllare. Avremo un po’ di fortuna,
prima o poi, vedrai.»
Il suo ottimismo strappò a William un
sorriso. «Grazie, Tina. Sai davvero
come tirarmi su di morale.»
36

Alla fine del mese, William giunse


all’amara conclusione che le sue
ricerche erano terminate. Nessuno nei
paraggi si ricordava la famiglia
McBride che cercava lui, e William
aveva esaurito tutte le piste possibili.
Era arrivato il momento di tornare a
casa. La partenza era prevista per le
prime ore del mattino successivo.
Tina era nella sua stanza, e riponeva
con cura le proprie cose in valigia
quando William bussò alla porta. Lei
diede una lisciata alla maglietta che
aveva in mano e la mise in cima al resto.
«Entra pure.»
William fece capolino dalla porta.
«Hai quasi finito?»
«Sì, più o meno. Vieni.»
Entrò nella stanza e si lasciò cadere
sul letto.
«Tutto bene, William?» Tina gli mise
una mano sulla spalla e gliela strinse.
Lui allungò un braccio e intrecciò le
dita alle sue. «Non posso credere che
non l’abbiamo trovata. Eravamo a tanto
così! È davvero frustrante essere tanto
vicini e non riuscire a individuarla.»
Tina si sedette sul letto al suo fianco
e gli posò la testa su una spalla. «Non
arrenderti, William, intesi?»
Le diede una pacca sul ginocchio e si
riprese. «Non lo farò. Adesso, forza,
godiamoci la nostra ultima serata
insieme.»

«Questo posto mi mancherà, sul serio»,


disse William un paio d’ore dopo,
mentre tornavano verso la pensione.
«Voglio dire, l’Irlanda è un Paese
cordiale e accogliente. E il cibo...» Si
tastò la pancia in segno di
apprezzamento. «Se resto qui ancora un
po’, diventerò un bue.»
Tina sorrise e lo prese a braccetto.
«Ho amato ogni istante trascorso qui.
Era proprio il toccasana che mi ci
voleva e so che noi due saremo sempre
amici.» Lo guardò in faccia. «Ci terremo
in contatto, vero? C’è un oceano che ci
separa, lo so, ma possiamo scriverci e
magari, di tanto in tanto, sentirci al
telefono. È costoso, però...»
William le posò un dito sulle labbra.
«Godiamoci la serata e non pensiamo al
ritorno a casa. Ti andrebbe di fare due
passi prima di rientrare da Mrs
Flanagan?»
Un acquazzone d’inizio estate aveva
reso il selciato luccicante, ma l’umidità
era quasi da clima tropicale.
Camminarono nel parco e si sedettero su
una panchina rimasta asciutta, protetta
dalla chioma di un salice piangente.
«Non posso credere che domani a
quest’ora sarò a casa», disse William.
«Immagino tu non veda l’ora di
riabbracciare i tuoi genitori.»
«Certo, ma ho l’impressione di averli
traditi», replicò lui dopo un istante di
riflessione.
«In che senso?»
«Be’, loro mi hanno dato tutto il loro
appoggio nella ricerca della mia madre
naturale, ma io so di avergli procurato
un enorme dispiacere, e adesso scopro
pure che non è servito a niente. Sarebbe
stato meglio se avessi lasciato le cose
come stavano.»
«Be’, ma, se così fosse stato, non ci
saremmo mai incontrati.»
William ci pensò su un momento.
«Incontrarti è stata la parte migliore
della storia. Non riesco a immaginare
che cosa avrei provato se avessi
affrontato questo viaggio da solo. La
delusione per non aver trovato mia
madre sarebbe stata molto più difficile
da sopportare senza di te al mio fianco.»
Allungò una mano e le carezzò con
tenerezza una guancia.
«Oh, William, ci conosciamo da così
poco, ma ho l’impressione che tu faccia
già parte della mia vita. Dopo Rick,
pensavo che non mi sarei mai più fidata
di un uomo.» Si voltò per celare il lieve
rossore del suo viso. «So che sembra
ridicolo, e sono sicura che, una volta
tornato in America dalla tua famiglia, ti
dimenticherai di me.»
Rise. «Ti sbagli, Tina. Io non ti
dimenticherò mai. In ogni caso, non ho
intenzione di abbandonare le ricerche di
mia madre. Sono certo che tornerò in
Irlanda, prima o poi, e a Manchester ho i
miei nonni.»
«Pensi di andare a trovarli?» chiese
Tina speranzosa.
«Un giorno.»
«Allora fa’ in modo di venire a
trovare anche me.»
Lui si alzò e le porse la mano.
«Forza, si sta facendo tardi. Meglio se
torniamo da Mrs Flanagan.»
Tina esitò, ma William le strinse il
palmo con forza e lei non vide la
necessità di opporre resistenza.
Quando, ancora mano nella mano,
svoltarono nella strada della pensione
era quasi buio, ed entrambi erano a tal
punto assorti nei rispettivi pensieri che
c’impiegarono un po’ prima di rendersi
conto che Mrs Flanagan li stava
chiamando davanti alla porta d’ingresso.
William affrettò il passo. «Che cosa
c’è?» chiese col fiato corto.
«Eccovi, vi stavo aspettando», urlò
lei.
Sebbene fosse molto più piccola di
William, gli mise le mani sulle spalle e
lo guardò negli occhi. «C’è un signore in
salotto. Ora, non vorrei che pensaste sia
mia abitudine far entrare degli
sconosciuti in casa mia a quest’ora, ma
per lui ho fatto un’eccezione.»
«Vada avanti», la incalzò lui.
«Ho fatto un’eccezione perché voleva
aspettarla. Gli ho detto che partite
domani mattina presto, capisce?» Mrs
Flanagan trasse un respiro profondo e
poi fece un ampio sorriso. «William, il
signore seduto in salotto dice di
conoscere sua madre.»
III
37

In trentacinque anni, poche cose erano


cambiate a Briar Farm. In fondo, era
un’esistenza semplice cui entrambe le
persone che ci abitavano erano abituate.
C’era stato un avvicendarsi dei
braccianti, certo, e così pure degli
animali, ma l’essenza della fattoria era
la stessa: lunghe ore di lavoro
massacrante in cambio di una
ricompensa minima. Quando Chrissie
era arrivata a Briar Farm, tanti anni
prima, l’aveva considerata una
soluzione temporanea e, se qualcuno le
avesse detto che sarebbe stata ancora lì
trentacinque anni dopo, lei lo avrebbe
liquidato come un pazzo farneticante.
Anche se la vita non era stata granché
generosa con lei, Chrissie aveva trovato
una sorta di consolazione nell’intimità
dell’ambiente che la circondava e
nell’uomo di buon cuore con cui viveva.
Generoso, leale e devoto, Jackie Creevy
era stato la sua roccia, e il pensiero di
non avergli potuto dare di più era per
Chrissie una perenne fonte di tristezza.
Nel corso degli anni, si era offerta
diverse volte di andarsene, così che
Jackie potesse trovarsi una moglie,
avere dei figli e vivere a Briar Farm con
la propria famiglia, ma lui non aveva
mai voluto saperne. Non perché Chrissie
non tenesse a lui. Al contrario, Jackie
era l’unica persona su cui poteva fare
affidamento. Erano stati così in tanti a
tradirla, in passato: suo padre, che
l’aveva mandata in Irlanda; sua madre,
che, pur avendole promesso di
mantenersi in contatto, l’aveva del tutto
abbandonata; e zia Kathleen, che aveva
fatto in modo di rinchiuderla in quel
convento, dove aveva patito tre anni
d’inferno, tre anni orribili che Chrissie
non avrebbe augurato nemmeno al suo
peggior nemico. E poi, ovviamente,
Billy. A distanza di tanto tempo,
Chrissie ancora non riusciva a capire
perché l’avesse respinta in maniera così
crudele. L’aveva amato davvero e
sapeva che anche lui provava lo stesso
per lei... allora perché il bambino aveva
cambiato tutto?
Il bambino. Non passava giorno
senza che Chrissie non pensasse a lui.
Tentava d’immaginarselo adulto, forse
con una famiglia propria, e non come il
piccolo spaventato di cui conservava il
ricordo. Il giorno in cui glielo avevano
portato via e accompagnato in
automobile all’aeroporto di Shannon
perché cominciasse la sua nuova vita
lontano da lei, qualcosa era morto
dentro Chrissie. Per tre anni se n’era
presa cura, finché non l’avevano
costretta a firmare i documenti con cui
lo cedeva a una coppia di americani
senza figli. L’umiliazione cui la
sottoponevano in convento non era stata
nulla in confronto all’angoscia e alla
desolazione che aveva provato quando
le avevano strappato via il suo adorato
ometto. Aveva lottato come una pazza
quando l’avevano obbligata a dirgli
addio. Aveva cercato di ricomporsi
giusto il tempo per abbracciarlo l’ultima
volta prima che lo mettessero
sull’automobile. Lui aveva teso le
manine verso di lei attraverso la
portiera dell’auto aperta. «Mammina, io
no voio andale.»
Chrissie aveva allungato le braccia,
ma era troppo tardi. Le avevano sbattuto
in faccia la portiera e lei aveva sentito
qualcuno che la tirava indietro mentre la
macchina si allontanava lungo il
viottolo. Il piccolo William si era messo
in piedi sul sedile posteriore e aveva
guardato dal finestrino, il viso contratto
in una smorfia di dolore mentre urlava
chiamando la madre. Chrissie non era
riuscita a sentirlo, ma il suo faccino
chiazzato di rosso era rimasto impresso
nella sua memoria in maniera indelebile.
Sapeva che sarebbe stato ben accudito.
Ma sapeva pure che nessuna madre
avrebbe potuto amarlo quanto lei. Nei
tre anni che avevano trascorso insieme,
aveva riversato tutte le sue attenzioni su
quel bimbo, e ne aveva fatto il centro
del suo mondo. Forse Billy non lo
voleva, ma lei aveva abbastanza amore
da dargli per tutti e due.
Ovviamente, nel corso degli anni,
Chrissie aveva provato a rintracciare
suo figlio, ma le suore erano state
irremovibili. L’avevano costretta a
firmare un documento di rinuncia, in cui
s’impegnava a non contattarlo mai più.
Quante volte le avevano sventolato in
faccia quel pezzo di carta...
Adesso Chrissie era in cucina, in
attesa che l’acqua bollisse. Quello era
uno dei pochi cambiamenti, davvero
opportuno, che avevano attuato. Il
pentolone in mezzo alla stanza che
serviva a scaldare l’acqua era stato
eliminato e al suo posto, infilato nel
punto in cui una volta si trovava il
camino, c’era un fornello in ghisa. A
dire il vero, bisognava ancora usare la
torba presa dalla palude come
combustibile, ma, se non altro, si faceva
tutto dentro il forno e Chrissie poteva
chiudere la porticina per tener fuori il
grosso del fumo. Versò l’acqua nella
piccola teiera malconcia, mise il tè in
infusione e attese che fosse pronto.
Dalla finestra vide Jackie condurre il
cavallo da tiro per il cortile. Il vecchio
Sammy era morto già da diversi anni e
Jackie ne aveva acquistato un altro – un
esemplare non domato di tre anni,
enorme, alto quasi diciotto spanne, di
colore scuro e con una stella bianca sul
muso – alla fiera dei cavalli. Jackie
aveva detto a Chrissie di averlo scelto
perché gli ricordava Boxer, il cavallo
della Fattoria degli animali di George
Orwell. E, siccome rammentava che il
cavallo del romanzo era stoico di fronte
alle avversità, incredibilmente leale e
lavoratore instancabile, era convinto
che, se avesse chiamato il nuovo
acquisto con lo stesso nome, forse gli
avrebbe trasmesso anche un po’ della
sua etica del lavoro.
Purtroppo non era andata così. Da
quando si trovava alla fattoria, Jackie
non si era mai imbattuto in un animale
più testardo, irascibile e indolente di
quello. Boxer non avrebbe potuto essere
più diverso dal suo omonimo.
Chrissie attraversò il cortile con due
tazze di tè in mano e ne porse una a
Jackie. Al suo arrivo, Boxer sbuffò e la
guardò di sbieco, mostrando il bianco
degli occhi. «A volte sembra
indemoniato.»
Jackie diede una pacca sul fianco al
cavallo e prese la tazza. «Ma no, sta
benone, non è così, amico?»
Lui vedeva sempre il lato migliore di
tutti, uomini e animali.
Boxer sbuffò di nuovo e picchiò lo
zoccolo anteriore per terra.
«Grazie per il tè.» Jackie bevve un
sorso e poi appoggiò la tazza sulla
staccionata. «Stavo pensando: che ne
dici se stasera andiamo a cena in città?»
«Un po’ costoso, non ti pare?»
«Secondo me, sarebbe carino
concederci una pausa. Avresti
l’occasione, una volta tanto, di metterti
in ghingheri, scioglierti i capelli,
svagarti un po’. Sono secoli che non lo
facciamo.»
Povero Jackie, non la smetteva mai di
preoccuparsi per il suo benessere.
Chrissie talvolta pensava di non
meritarsi tanta gentilezza e generosità.
Una parte di lei desiderava amarlo nel
modo in cui lui l’amava, ma già una
volta le avevano spezzato il cuore in
maniera irreparabile, e non aveva
nessuna intenzione di ricascarci.
In attesa della risposta, Jackie bevve
un altro sorso di tè.
«Va bene, facciamolo. Al diavolo i
soldi», disse lei, raggiante.
Il volto di Jackie si aprì in un largo
sorriso. «Brava ragazza», le disse
facendole l’occhiolino.
Di fronte al suo entusiasmo, Chrissie
sorrise a sua volta e gli strinse un
braccio. Nonostante gli anni di duro
lavoro, il tempo era stato clemente con
lui. Il suo volto era segnato dalle
intemperie e dalle lunghe ore passate
all’aria aperta, i suoi capelli erano
diventati più chiari e screziati qua e là
di grigio, ma era rimasto sempre in
buona salute; il solo indizio evidente
dell’avanzare dell’età si manifestava
quando, dopo essere rimasto per un po’
seduto o sdraiato, si alzava gemendo e
portandosi le mani alla schiena.
Una volta che ebbero dato da
mangiare e da bere a tutti gli animali e li
ebbero messi al riparo per la notte,
Chrissie e Jackie salirono sul loro
vecchio furgone sgangherato e si
diressero in città. Mentre percorrevano
il sentiero pieno di solchi della fattoria,
il veicolo oscillava con violenza da una
parte all’altra suscitando la risata
nervosa di Chrissie. Quando arrivarono
sulla via principale, il tragitto divenne
più uniforme e lei poté smettere di
tenersi al cruscotto e rilassarsi un po’.
La strada aveva un’unica carreggiata, ma
per fortuna incontravano di rado altri
veicoli provenienti dalla direzione
opposta. Perciò, la vista di due ciclisti
che, dopo una curva, venivano diritti
verso di loro li colse di sorpresa. Jackie
frenò di colpo e il furgone sbandò contro
una siepe. Il biancospino graffiò il vetro
come unghie su una lavagna e Chrissie si
coprì le orecchie con le mani.
«Cristo onnipotente! Non me
l’aspettavo», esclamò Jackie, che di
solito non imprecava mai.
I due ciclisti, una coppia sulla
trentina, sollevarono le mani in segno di
scusa, smontarono dalle biciclette e le
spinsero oltre il furgone.
L’uomo era particolarmente
dispiaciuto. «Mi scusi, signore. Non
avremmo dovuto viaggiare fianco a
fianco.»
Jackie annuì, mise la prima e
proseguì per la sua strada.
«Strano. Mi domando dove stiano
andando», considerò Chrissie.
«Hai ragione, è strano. Lui non era di
sicuro di queste parti. Dall’accento,
sembrava americano», replicò Jackie.
38

Dopo aver affrontato il sentiero


sconnesso che portava alla fattoria,
William e Tina arrivarono finalmente a
Briar Farm. Ci avevano impiegato più
tempo del previsto. Avevano preso
l’autobus fin dove possibile, dopodiché
avevano proseguito in bicicletta. Ci
avevano messo un po’ a convincere
l’autista a lasciarli salire con le bici, ma
alla fine aveva ceduto. Non era tardi,
tuttavia immaginavano che sarebbero
giunti lì molto prima di sera.
Appoggiarono le biciclette allo steccato
ed entrarono in cortile. Il sole, basso nel
cielo ma ancora caldo, proiettava una
luce dorata sugli edifici della fattoria. A
parte qualche gallina che razzolava in
giro, il posto era stranamente deserto.
«Sembra non ci sia nessuno.»
William si passò le dita tra i capelli.
«Meglio accertarsene.»
Si piazzarono davanti alla porta
pesante e bussarono, trattenendo il fiato
per l’emozione. Il cuore di William
prese a martellargli nel petto e la bocca
gli divenne di punto in bianco arida. Era
una vita che aspettava quel momento.
L’uscio era così spesso che il suono
prodotto dalle sue nocche si sentì
appena ma, rispettoso come sempre,
William attese qualche minuto prima di
provare di nuovo.
«Credo non ci sia nessuno. Che
facciamo?» chiese Tina.
William sbirciò all’interno da una
finestra. «Hai ragione. Non c’è nessuno.
Ci tocca aspettare, immagino. Diamo
un’occhiata in giro.»
Camminarono sino al grosso fienile
in fondo al cortile, ma un fruscio
proveniente dall’interno li bloccò.
William bussò all’ingresso. «Ehilà, c’è
qualcuno?»
Per tutta risposta, una muta di cani
inferociti prese ad abbaiare,
scagliandosi contro il portone.
Terrorizzati, William e Tina tornarono di
corsa verso la casa.
«Be’, se c’è qualcuno nei paraggi,
adesso di sicuro sa che siamo qui!» Col
cuore che pareva sul punto di
scoppiargli, William saltò il muro di
pietra che circondava il giardino, aiutò
Tina a fare altrettanto e si sedettero
l’uno accanto all’altra, meditando sul da
farsi. «Non possono rimanere fuori tutta
la notte. Non con tutti questi animali da
accudire.»
Sentirono tirar su col naso e grugnire
in un altro capannone più basso e ne
dedussero che si trattasse di un porcile,
mentre, in un recinto vicino, c’era un
cavallo dall’aria parecchio irrequieta.
Tina guardò il tramonto con le
palpebre socchiuse. «Se non altro, è una
bella serata.» Saltò giù dal muretto e si
diresse alle biciclette; dal cestino
davanti, tirò fuori un thermos e un
pacchetto avvolto nella carta da forno;
quindi tornò da William. «Oh, che tesoro
quella Mrs Flanagan! Guarda: torta allo
zenzero.»
«Non ce la faccio. Sono troppo
nervoso per mangiare.»
Tina ne aveva già tagliate due fette e
stava per dare un morso alla sua, ma
cambiò idea. «Hai ragione, forse è
meglio aspettare.»
William rise. «Non essere sciocca.
Tu fai pure. Io mangerò la mia più
tardi.»
«Stai bene?» chiese Tina in tono
serio. Era del tutto insolito per lui
rifiutare il cibo. Gli posò una mano sul
ginocchio e, con un sorriso, lui ci mise
sopra la propria.
«Vuoi scherzare? Dopo anni di
angosciose ricerche, per non parlare del
viaggio che mi ha portato qui da
oltreoceano e che mi ha spinto ad
attraversare due volte il mare d’Irlanda,
adesso sto finalmente per incontrare mia
madre. Certo che sto bene. Sono
nervoso, sì, ma anche emozionato.
Andrà tutto bene, vedrai.»
Col loro furgone scassato, Chrissie e
Jackie avevano impiegato quasi un’ora
per arrivare alla periferia di Tipperary.
Ora che le tranquille stradine di
campagna avevano ceduto il passo a
corsie più ampie, Jackie poté accelerare
un po’. «Ci siamo quasi. Hai fame?»
Chrissie gli sorrise con affetto. «Una
fame da lupi.»
«Pensavo di andare al Cross Keys.»
«Il Cross Keys? Non possiamo
permettercelo.»
«Lascia fare a me.» Allungò un
braccio e le diede una pacca sul
ginocchio.
Chrissie gli accarezzò con dolcezza
una guancia, poi d’un tratto si portò una
mano alla bocca. «Oh, mio Dio!»
D’istinto, Jackie frenò. «Che c’è?»
«Le galline! Ho dimenticato di
ritirare le galline. Ma come ho potuto,
dopo quello che è successo?»
Il mese precedente, poco prima del
crepuscolo, una volpe aveva fatto
irruzione nel cortile e fatto una vera
strage. Di fronte a quello scempio,
persino Jackie era rimasto sconvolto e si
era precipitato nel fienile a prendere la
carabina. Quella volta la volpe era
scappata, ma lui e Chrissie si erano
ripromessi di fare più attenzione in
futuro. Il giorno successivo, Jackie era
dovuto andare al mercato ad acquistare
altre galline.
«Dobbiamo tornare, mi spiace.»
Al mondo non c’era uomo più
paziente di Jackie Creevy. «Pazienza,
riproveremo un’altra volta.»
«Te lo prometto.» Gli lanciò
un’occhiata: sbarbato e profumato,
indossava una camicia bianca inamidata,
che di rado usciva dall’armadio, e
pantaloni beige che sarebbero risultati
poco pratici in una giornata lavorativa.
«Mi dispiace davvero.»
«Smettila di scusarti. So che non te lo
perdoneresti mai se succedesse qualcosa
alle galline.»
Lei si morse un labbro e guardò fuori
dal finestrino mentre Jackie faceva
inversione a U in mezzo alla strada.
«Non preoccuparti, dovremmo essere
di ritorno prima del crepuscolo. Sono
sicuro che, quando arriveremo a casa,
non troveremo altre scene
raccapriccianti ad attenderci.» La
guardò e le sorrise con affetto.
39

Il sole era ormai dietro le montagne


quando Chrissie e Jackie arrivarono alla
fattoria. Chrissie scese dal furgone col
cuore in gola e si guardò freneticamente
intorno, in cerca delle galline. Le trovò
accanto al fienile grande, che
razzolavano tranquille. Chrissie le
radunò e le accompagnò nel pollaio. Poi
fece uscire i cani per l’ultimo giro,
riempì loro le ciotole d’acqua e andò a
controllare la mangiatoia di Boxer. Solo
a quel punto si accorse che Jackie era
fermo davanti alla casa a parlare con
due estranei. Si domandò chi diamine
fossero. Non passava molta gente da
quelle parti. Si avvicinò piano, con
ancora in mano il secchio di metallo, poi
affrettò il passo.
Jackie si girò a guardarla.
«Chrissie...»
Le girava la testa. Si fermò a qualche
passo di distanza dal gruppo, sentendo
gli occhi di tutti puntati su di lei.
All’improvviso le lacrime le
impedirono di mettere a fuoco; aprì la
bocca per dire qualcosa, ma il tonfo del
secchio che le era caduto di mano coprì
la sua voce.
Si portò le mani alla bocca, poi si
avvicinò esitante al giovane che la stava
guardando con tanta intensità e, d’un
tratto, il tempo sembrò non essere
passato. «Billy? Oh, mio Dio, Billy. Ho
sempre saputo che saresti tornato.»
Corse verso di lui e affondò la testa
nel suo petto, mentre le lacrime
iniziavano a scendere copiose. Si scostò
leggermente dal suo abbraccio e lo
guardò in faccia. Era ancora così bello,
come se il tempo per lui non fosse
passato; gli prese il viso tra le mani,
cercando la cicatrice sul sopracciglio
sinistro. Ma non c’era, si rese conto
all’improvviso. Quell’uomo non era
Billy, ovvio. Come poteva essere stata
tanto stupida?
Jackie le mise le mani sulle spalle e
la invitò a voltarsi. «Questo non è
Billy», le disse con dolcezza.
Lei abbassò la testa e bisbigliò: «Lo
so, mi dispiace».
Lui le sollevò il mento. «Non è Billy,
è suo figlio, tuo figlio. È William.»
Chrissie si sentì cedere le ginocchia,
al punto che Jackie dovette sorreggerla.
«Oddio. Il mio bambino», disse, con la
gola serrata e la voce ridotta a un debole
sussurro. Fu allora che le gambe non
ressero più e lei cadde a terra, nascose
la testa tra le mani e prese a oscillare
lentamente avanti e indietro. «Mi hai
trovato, non posso credere che tu mi
abbia trovato.»
Jackie si rivolse a William.
«Portiamola dentro.»
L’interno era caldo e accogliente; in
quanto ospiti, William e Tina si
accomodarono sulle poltrone, mentre
Chrissie e Jackie presero posto sulle
sedie. Era chiaro che non ricevevano
spesso visite.
«Non posso crederci, William. È un
miracolo. Sei davvero qui?» Chrissie gli
sfiorò di nuovo una guancia.
«Sì, neanch’io riesco quasi a
crederci. Ci sono stati momenti in cui
non speravo più di trovarti. Non ce
l’avrei mai fatta senza di lei», disse
guardando Tina.
Chrissie gli accarezzò una mano,
quasi fosse un cucciolo scappato di
casa. «Non ti ho mai dimenticato,
William. Ho cercato anch’io di
rintracciarti, ma le suore non me l’hanno
permesso. Come hai fatto a trovarmi?»
«Be’, è una lunga storia.» Le
raccontò dei genitori, che gli avevano
dato la loro benedizione, del viaggio in
Irlanda e di quando si era recato al
convento, ma le suore erano state a dir
poco reticenti. Poi le parlò di Grace
Quinn.
Chrissie sgranò gli occhi. «Grace
lavora ancora lì?»
«Sì, è stata lei a dirmi il tuo vero
nome. Io prima di allora pensavo ti
chiamassi Bronagh. È stata Grace a
convincermi ad andare a Manchester per
cercare il tuo certificato di nascita.»
«Già, le avevo detto di essere
cresciuta a Manchester. Grace è stata
davvero gentile con me, lo era con tutte
le ragazze, in realtà. Non credo che sarei
riuscita a resistere in quel posto senza di
lei.»
«A ogni modo, sono andato a
Manchester ed è lì che ho conosciuto
Tina.»
Chrissie la guardò, chiedendosi che
cosa c’entrasse lei in tutta la faccenda.
«Dubito che ti avrei trovato se non
fosse stato per questa ragazza. L’ho
conosciuta alla biblioteca di
Manchester, dove sono custoditi i
registri dell’anagrafe, e ho scoperto che
aveva già richiesto lei la copia del tuo
certificato.»
Chrissie si rivolse a Tina. «E a che
scopo?»
Tina diede un’occhiata a William,
senza sapere che cosa dire. Lui infilò
una mano nella tasca della giacca e tirò
fuori la lettera di Billy. «Voleva
rintracciarti perché pensava dovessi
avere questa.» Con mano tremante,
consegnò la lettera a sua madre.
Lei la aprì e rimase a fissare quella
grafia che una volta le era così familiare
ma che aveva da tempo dimenticato. Si
voltò verso Jackie. «Mi prendi gli
occhiali, per piacere?»
Poi, con trentacinque anni di ritardo
rispetto al dovuto, lesse le parole che le
avrebbero cambiato la vita.

180 Gillbent Road,


Manchester
4 settembre 1939

Christina, tesoro mio,

come sai, non sono molto


bravo in questo genere di cose,
ma il mio cuore è a pezzi e mi
spinge ad agire. Il modo in cui ti
ho trattata ieri è imperdonabile,
però, ti prego, sappi che se mi
sono comportato così è stato solo
perché ero sconvolto e non per
quello che provo per te. Questi
ultimi mesi sono stati i più felici
della mia vita. Non te l’ho mai
detto prima, lo so, ma ti amo,
Chrissie e, se tu me lo concedi,
voglio trascorrere con te ogni
giorno che ci resta per
dimostrartelo. Tuo padre dice che
non vuoi più vedermi e io non
posso biasimarti, ma la faccenda
ora non riguarda più soltanto noi
due, c’è anche il bambino da
considerare. Voglio essere un
buon padre e un bravo marito. Sì,
Chrissie, questa è la mia se pur
goffa proposta. Ti prego, di’ che
diventerai mia moglie e che
cresceremo nostro figlio insieme.
La guerra potrà anche separarci
fisicamente, ma le nostre anime
saranno legate per sempre. Ho
bisogno del tuo perdono,
Chrissie. Ti amo.

Tuo per sempre,


BILLY

Nella casa regnava il più assoluto


silenzio. Chrissie sollevò lo sguardo,
ripiegò con cura la lettera e la infilò di
nuovo nella busta. Poi si voltò a
guardare Tina. «Come ne è venuta in
possesso?» chiese, con voce rotta per
l’emozione.
Tina le raccontò tutta la storia. «Non
riuscivo a capire perché mai avesse
scritto una lettera del genere e poi non
l’avesse spedita. Dovevo saperne di
più.»
Spiegò a Chrissie che era stata a casa
dei genitori di Billy e che Alice Stirling
si ricordava di quando Billy aveva
scritto la lettera e poi era uscito a
imbucarla. «Alice mi ha detto che era
venuto a casa sua il giorno dopo, ma lei
era già stata mandata in Irlanda. Sua
madre gli aveva promesso di mettersi in
contatto con lei e di farle sapere che era
passato e che voleva starle vicino.»
Chrissie guardò dritto davanti a sé.
«Non l’ha mai fatto.»
William si mosse sulla sedia, a
disagio. «Non le è stato possibile.»
«Avrebbe potuto fare di meglio. Ho
sempre saputo che aveva terrore di mio
padre, ma tacere una cosa simile è
imperdonabile.»
«Ma è morta...»
«Immagino di sì, ormai. Ho tentato
varie volte di contattarla, in questi anni.
Non è neppure venuta al funerale di sua
sorella, sai? E sì che mi aveva promesso
che sarebbe stata al mio fianco quando
fossi nato tu. Ma, non appena me ne sono
andata da Manchester, si è dimenticata
di me.»
William e Tina si guardarono, poi lui
si schiarì la voce e le disse, con
dolcezza: «Chrissie, tua madre è morta
un paio di giorni dopo lo scoppio della
guerra. L’ha investita una macchina
durante l’oscuramento. È morta prima
che io nascessi».
«Che cosa? Non può essere. Vuoi
dire che è morta prima ancora che
arrivassi alla fattoria? Oddio, perché
mio padre non me l’ha detto?»
Tutto tornava, adesso. Sua madre non
l’aveva abbandonata, in fondo, e suo
padre le aveva impedito di dirle addio.
Chrissie prese un respiro profondo e
lottò per tenere a freno la collera. Non
voleva mettere in imbarazzo i suoi
ospiti, ma non servì a nulla. Il disprezzo
e il rancore accumulati negli anni verso
suo padre riaffiorarono sino a
esplodere, scatenando una furia
vulcanica. «Dio, odio quell’uomo!
Come ha potuto fare una cosa del genere
a sua figlia? Non gli bastava
allontanarmi da Billy e cacciarmi di
casa?» Scoppiò a piangere.
Jackie la prese tra le braccia e lei si
abbandonò a singhiozzi così potenti da
non riuscire quasi a respirare.
40

William e Chrissie uscirono a prendere


una boccata d’aria fresca. La luce del
giorno si stava affievolendo, ma fecero
lo stesso quattro passi in cortile.
Chrissie prese William a braccetto e
sollevò lo sguardo verso il cielo chiaro
in cui cominciavano a brillare le prime
stelle.
«Ti va di raccontarmi il resto della
storia?» gli chiese.
«Voglio che tu sappia tutto. Te lo
meriti. Sei sicura di essere abbastanza
forte?»
Chrissie tirò su col naso. «In tutti
questi anni, ho cercato di non pensare a
mia madre. Il suo abbandono è stato un
duro colpo per me. Sapevo che mio
padre era capace di tutto, ma da lei non
me lo sarei mai aspettato. Ero convinta
che mi volesse davvero bene. E adesso
scopro che è morta poco dopo la mia
partenza per l’Irlanda. È incredibile.
Come può un padre tener nascosta una
cosa simile alla figlia?»
William scosse il capo. «Non so,
Chrissie. Non riesco a capirlo.»
«Sai se è ancora vivo?»
«Di lui non sappiamo niente, temo.
Quando Tina è andata a Wood Gardens,
ha scoperto che tutte le vecchie case
erano state abbattute. È stato allora che
ha incontrato Maud Cutler, ed è stata lei
a dire a Tina che tua madre era rimasta
uccisa durante l’oscuramento.»
«Maud Cutler. Santo cielo, non
sentivo quel nome da anni.»
«Da Maud, Tina ha scoperto anche
come si chiamavano i tuoi genitori,
perciò le è stato relativamente facile
ottenere una copia del tuo certificato di
nascita. Una volta ottenuto quello,
insieme col nome di tua madre da
nubile, siamo tornati a Tipperary e
abbiamo cominciato a chiedere in giro.
Nessuno sapeva nulla e sembrava che
tutti i nostri sforzi fossero stati vani.
Avevamo addirittura già preparato le
valigie. Stavamo per tornarcene a casa,
io in America e Tina a Manchester.»
Fece una breve pausa. «Dio, quanto mi
mancherà quella ragazza.»
«Dunque com’è che mi avete
trovato?»
«Be’, siamo usciti per la nostra cena
di addio e, quando siamo rientrati, Mrs
Flanagan ci ha detto che in salotto c’era
un uomo che diceva di conoscere mia
madre.»
«E chi era?»
«Un tizio di nome Pat. A quanto pare,
passa di qui perché consegna i vostri
prodotti in città. Per caso aveva sentito
qualcuno parlare in uno dei pub in cui
siamo stati e ha rintracciato Mrs
Flanagan.»
«Pat, certo. È da una vita che viene
qui alla fattoria, da prima che ci
arrivassi io. Da non crederci... Caro,
vecchio Pat.»
«E questo è quanto. In poche parole,
è così che siamo arrivati sino a te.»
William mise un braccio intorno alle
spalle della madre.
«C’è ancora una cosa che desidero
chiederti», disse Chrissie, a voce così
bassa che lui la udì a stento.
William intuì che cosa stesse per
domandargli e il cuore cominciò a
battergli più forte.
«Sai che cos’è successo a Billy?»
Si girò a guardarla e le prese le mani
tra le sue. «Non c’è un modo facile per
dirlo. È caduto in battaglia nel 1940. Mi
dispiace moltissimo, Chrissie.»
Lei liberò le mani dalla sua stretta e
si voltò. Tastò la manica in cerca del
fazzoletto e se lo tamponò piano sugli
occhi. «Lo amavo davvero.» Si girò di
nuovo verso di lui. «In tutti questi anni,
l’ho sempre considerato un vigliacco,
per non essersi assunto la responsabilità
delle sue azioni, per avermi lasciata
sola. Se avessi ricevuto questa lettera,
non sarei mai venuta in Irlanda. Sarei
rimasta con lui, a Manchester. Sapevo
che avrei potuto superare qualsiasi
ostacolo con lui al mio fianco ma,
quando mio padre mi ha detto che Billy
non voleva più saperne di me, ho capito
che non ce l’avrei fatta da sola.
Potevamo essere una famiglia, William.
E magari non sarebbe stato ucciso se
avesse saputo che alla fine della guerra
aveva qualcosa di così importante cui
tornare. Forse non è stato abbastanza
prudente.» I suoi singhiozzi risuonavano
nella fattoria silenziosa.
William la prese tra le braccia. «Sstt,
parlare così non serve a nulla.»
«Perché non ha spedito quella
lettera? Avrebbe cambiato tutto.»
«Non lo sapremo mai, ma l’ha scritta,
no? Almeno sai che cosa provava. È
tutto quello che hai, e dovrà bastare.»
«Questa faccenda è stata un tale
colpo, William. Ho l’impressione di
potermi svegliare da un momento
all’altro. Grazie, grazie di avermi
trovata! Non sai che felicità mi hai
regalato. Vorrei solo che tuo padre
potesse vederti ora. Sarebbe così
orgoglioso di te. Gli somigli tantissimo.
Sono sicura che sarebbe stato un padre
meraviglioso.»
«È la stessa cosa che ha detto sua
madre a Tina. Guarda, Alice Stirling le
ha dato questa.» Infilò una mano nella
tasca della giacca.
Chrissie prese la vecchia fotografia
in bianco e nero di Billy e la osservò
mordendosi il labbro inferiore. «Era
davvero un uomo bellissimo. Guardalo,
in quell’uniforme... Che diamine ci avrà
visto in me?»
«Ti amava, Chrissie, adesso lo sai.»
Lei fece per restituire a William la
foto, ma lui la rifiutò.
«No, tienila tu.»
«Ma è l’unica fotografia che hai di
tuo padre.»
William pensò a Donald, laggiù in
Vermont, a quell’onesto lavoratore
instancabile che era il cardine della loro
famiglia, e che aveva faticato tutta la
vita per dare a William la casa migliore
che si potesse desiderare. Era Donald
suo padre e William aveva un mucchio
di foto sue. La ricerca dei suoi genitori
biologici era conclusa e, sebbene
ottenere risposte in merito alle sue
origini gli avesse fatto ritrovare la pace,
non avrebbe mai dato per scontate le due
persone che l’avevano cresciuto e reso
l’uomo che era.
Spinse la foto verso Chrissie. «Ti
prego, tienila tu.»

Quando William e Tina annunciarono di


dover davvero rientrare, era ormai sera
tardi.
«Ma è buio. Non potete tornare in
bicicletta a quest’ora. Potete rimanere
qui, nel fienile.»
«Nel fienile?» chiese Tina.
Jackie scoppiò a ridere. «Io ci ho
dormito per anni. Starete abbastanza
comodi. Vi porterò anche una tazza di
cioccolata.»
Scambiò un’occhiata con Chrissie,
che sorrise al ricordo. Che giornata era
stata, quella. Il suo unico figlio era lì
con lei, e che bell’uomo era diventato!
Le suore gli avevano di sicuro trovato
due genitori affettuosi e gentili, doveva
riconoscerlo.
Più tardi, distesa nel letto, Chrissie si
tirò le coperte fin sotto il mento. Anche
in piena estate, la sua stanza non era mai
calda, e le toccava mettersi la camicia
da notte di flanella tutto l’anno. Prese la
cioccolata preparata da Jackie e ne
bevve un sorso. Lo sentiva al piano di
sotto che raschiava via le braci dalla
cucina e le preparava per il mattino.
Jackie dormiva ancora nella brandina
sistemata nell’angolo, anche se Chrissie
aveva ribadito un’infinità di volte che
doveva prendersi la camera da letto. Lui
non voleva saperne, ovviamente. Era
troppo gentiluomo.
Prese la foto di Billy dal comodino e
la osservò di nuovo. Dovevano
avergliela scattata poche settimane dopo
il loro ultimo incontro, ma sembrava più
vecchio. Forse era l’uniforme. Il
pensiero che fosse partito per la guerra
senza sapere cos’era successo a lei e al
bambino le riusciva insopportabile.
Afferrò un’altra volta la lettera e la
rilesse da cima a fondo, poi se l’accostò
al naso, nella speranza di percepire una
traccia qualsiasi del suo odore. Alla
fine, ripiegò il foglio e c’infilò dentro la
foto.
«Oh, Billy, ti amavo così tanto»,
singhiozzò.

Il mattino seguente, Chrissie si svegliò


con una gran confusione in testa. Cercò
di concentrarsi sugli eventi della sera
prima, e per un attimo si allarmò al
pensiero che potesse essersi trattato
soltanto di un sogno. Si sedette sul letto
e passò una mano sul comodino. Sentì il
fruscio del foglio di carta tra le dita e,
con un sospiro di sollievo, strinse la
lettera di Billy al petto. Per tutti quegli
anni, aveva pensato che ci fosse
qualcosa di sbagliato in lei. Perché mai
un uomo abbandonerebbe la donna che
ama e il loro figlio? Certo, le suore non
erano state di nessun aiuto e l’avevano
convinta che era stata tutta colpa sua.
L’avevano indotta a pensare di non
valere niente e l’avevano mortificata a
tal punto che ancora adesso era certa di
non meritare la felicità. Lisciò la lettera
e la lesse un’altra volta. La sapeva già a
memoria, ma non si sarebbe mai stancata
di guardare la grafia minuta e infantile di
Billy.
E, soprattutto, finalmente ora si
sentiva di nuovo capace di amare.
Aveva sprecato quasi una vita a
elaborare il lutto per il suo amore
perduto, negandosi l’opportunità di una
relazione con un altro uomo. E
quell’uomo le era rimasto accanto per
tutti quegli anni, con una devozione e
una pazienza incrollabili. Se lei avesse
continuato a indulgere alla propria
tristezza avrebbe pregiudicato per
entrambi l’occasione di una vera
felicità. Era giunto il momento di porre
rimedio. Era pronta.
Scese al piano inferiore avvolta in
una coperta e con un paio di calzini
spessi per proteggere i piedi dal freddo
pungente del pavimento in pietra.
Benché fosse ancora presto, Jackie si
era già alzato, aveva acceso il fuoco,
messo su il bollitore e stava facendo
saltare uova e pancetta in una padella.
Era girato di spalle, perciò non si era
accorto di lei, e d’un tratto il piccolo
cottage le apparve sotto una luce
diversa. Certo, il mobilio era ancora
scarno ma adesso alle finestre, invece
dei sacchi di tela, c’erano tendine in
cotone a quadretti rossi. Jackie aveva
barattato un po’ di uova in cambio di
qualche scampolo di tessuto, e insieme
avevano cucito le tende accanto al
camino. Sul ruvido pavimento di pietra
di fronte alla cucina c’era un vecchio
tappeto che avevano recuperato in un
mercatino delle pulci e che le consentiva
di cucinare senza che il freddo le si
arrampicasse su per le gambe. Con una
forchetta, Jackie trasferì la pancetta in
un piatto e il profumo le fece venire
l’acquolina in bocca. Poi lui si tagliò
una spessa fetta del pane che Chrissie
aveva cotto il giorno prima e la fece
cadere nella padella in cui aveva
rosolato la pancetta, per assorbirne
l’unto.
Chrissie si guardò di nuovo intorno e
per la prima volta vide quel posto per
ciò che era: casa sua. Attraversò la
cucina e, con molta cautela, per non
spaventarlo, posò la guancia sulla
schiena di Jackie e lo abbracciò.
41

Con le mani intirizzite dal freddo, Tina


cercò d’infilare la chiave nella
serratura. Nonostante il cielo limpido, le
temperature erano glaciali e uno spesso
strato di ghiaccio ricopriva il manto
stradale, come glassa su un biscotto di
asfalto. La porta alla fine cedette e per
poco Tina non finì lunga e distesa in
negozio. Raccolse la massa di pubblicità
che si era accumulata sullo zerbino e il
cartone di latte lasciato sulla soglia. Che
schifo, pensò, vedendo che gli uccellini
erano di nuovo riusciti a bucare la
stagnola.
Dopo essersi riscaldata un po’, si
accomodò sullo sgabello dietro il
bancone, infilò una mano nella borsa e
prese una lunga busta azzurro chiaro.
Dentro, c’erano diversi fogli di carta
sottile. Sorrise all’idea di poter scoprire
le novità di William. Erano passati sei
mesi da quando si erano separati, ma, da
allora, si erano scritti quasi ogni
settimana.
Era così assorta nella lettura che il
suono del campanello della porta la fece
trasalire.
«Scusa, tesoro, non volevo
spaventarti», disse Graham.
«Tutto bene, non ti preoccupare.
Stavo leggendo la lettera di William. A
quanto pare, da loro c’è meno quindici
adesso, e le previsioni dicono che farà
ancora più freddo. Pensa un po’.»
«Tremendo, direi.» Si sedette sullo
sgabello di fronte a quello di Tina e la
guardò leggere.
«Aaah», esclamò.
«Che dice?»
«Che gli manco tantissimo e che
pensa a me ogni giorno.»
«E tu provi lo stesso?»
«Non ho nessuna intenzione di
ricascarci, Graham. Certo, lui mi manca.
Siamo diventati molto uniti
quand’eravamo in Irlanda, ma vive a
migliaia di chilometri da qui. Possiamo
essere solo amici.»
«Per adesso, ma ho paura che tra
poco prenderai baracca e burattini e lo
raggiungerai.»
Tina posò la lettera. «E sarebbe tanto
brutto?»
«Per me. Non voglio perderti.»
Tina gli prese le mani. «Graham, ti
voglio un mondo di bene e la tua
amicizia significa moltissimo per me.
Sei la mia roccia, ma non ti appartengo e
quindi non mi puoi perdere.»
Graham parve imbarazzato. «Lo so. È
solo che sento di doverti proteggere,
dopo tutto quello che hai passato.»
Tina sollevò una mano per farlo
tacere. «No, non rivanghiamo il passato,
ricordi?»
«Certo, ma è trascorso quasi un anno
da quando... sì, insomma...»
«Da quando ho perso la bambina? Lo
so benissimo, Graham, grazie.» Sapeva
anche di cominciare a sembrare
insofferente. «William mi rende felice,
okay? E tu vuoi che io sia felice, vero?»
«Lo desidero più di qualunque altra
cosa, Tina. Te lo meriti.»
«Bene. E ora posso finire la lettera?»
Graham scivolò giù dallo sgabello.
«Vado ad aprire, allora.»
Tina girò la pagina che aveva in
mano. «Oddio!» Si portò una mano al
petto.
«Che c’è?»
«Chrissie e Jackie si sono sposati!
Un paio di settimane fa, in una cappella
poco distante da casa, loro due soli. Non
è romantico? William dice che ha
ricevuto una fotografia per posta e che
hanno tutti e due l’aria raggiante. Oh,
sono davvero felice per loro. A quanto
pare, Chrissie alla fine è riuscita a
liberarsi del ricordo di Billy e ad
andare avanti. Starà bene, ora. Jackie è
un uomo meraviglioso. Chi l’avrebbe
mai detto!» Tirò su col naso, commossa.
Graham le posò le mani sulle spalle.
D’istinto, Tina si appoggiò a lui, che le
schioccò un grosso bacio in cima alla
testa.
«Grazie, Graham.»
«E per cosa?»
«Perché ti prendi cura di me. Anche
se sei peggio di un padre, un fratello e
un poliziotto messi insieme, lo apprezzo
molto.»
Lui sorrise, si chiuse la porta alle
spalle e le mandò un bacio attraverso il
vetro.
Tina tornò a concentrarsi sulla lettera
di William e, quando arrivò all’ultimo
paragrafo, cascò quasi dallo sgabello.
Sentì una vampata di calore salirle al
viso e al collo e un formicolio dietro la
nuca. Era contenta che Graham non fosse
lì ad assistere alla sua reazione.
Nel periodo che precedeva il Natale, il
charity shop era sempre pieno di gente e
quel giorno non faceva eccezione. Tutti
rovistavano tra gli scaffali in cerca di
occasioni, e Tina faceva affari d’oro. Al
momento, c’erano cinque o sei persone
in negozio, il che rendeva la stanza, già
di per sé piuttosto piccola,
particolarmente affollata. Per giunta, i
clienti erano imbacuccati in pesanti
cappotti, e almeno tre di loro avevano
persino un trolley. Tina si fece strada a
fatica e appese altri abiti sulla
rastrelliera. Un uomo anziano che era
già venuto qualche volta in passato stava
parlando con un altro cliente. Doveva
essere sull’ottantina, ma la sua voce era
forte e vigorosa, anche se leggermente
roca. Indossava una lobbia e spessi
occhiali dalla montatura scura e,
sebbene camminasse piuttosto curvo, si
vedeva che era molto alto. Tirò fuori
dalla tasca un fazzoletto sporco e
ingrigito e si asciugò il naso, poi si tolse
gli occhiali e se lo passò sugli occhi
lucidi e arrossati. Non si radeva da un
paio di giorni e, a giudicare dall’odore,
era anche da più tempo che non si
faceva un bagno. Le sue dita, grosse
come banane, erano blu per il freddo e il
dorso delle mani era ricoperto di
piaghe. Nonostante la mole, aveva un
aspetto fragile e Tina provò subito pena
per lui. Avanzava strascicando i piedi e
scorreva gli abiti appoggiandosi
faticosamente al bastone da passeggio.
«Cerca qualcosa di particolare?» gli
chiese Tina in tono gentile.
Lui si voltò a guardarla; le iridi
azzurre erano velate dalla cataratta e il
bianco degli occhi era ingiallito. «Oh,
stavo solo dando un’occhiata in giro, sa.
Così almeno ho qualcosa da fare.»
«Mi chiami se le serve aiuto.»
Lui annuì e tornò a interessarsi agli
abiti appesi. Tina afferrò una pila di
tascabili vecchi e malconci e cominciò
ad accatastarli su uno scaffale vicino.
Accanto a lei, l’anziano signore prese un
completo da uomo dalla rastrelliera.
Allungò il braccio e lo scrutò con
attenzione. «Santo cielo!» esclamò,
senza rivolgersi a nessuno in
particolare. «Non l’avete ancora
venduto, questo?»
42

L’uomo riappese l’abito sulla


rastrelliera e Tina tornò a impilare i
tascabili. Stava pensando all’ultima
lettera di William e a quanto fosse
meraviglioso che Chrissie e Jackie si
fossero sposati. Avevano sofferto tanto
nella vita, e Tina era felice che entrambi
avessero trovato il loro lieto fine. Tutto
ciò non sarebbe successo se lei non
avesse scovato la lettera in quel
completo...
Si fermò un istante e ripercorse
mentalmente la scena che aveva appena
visto, poi mollò sullo scaffale i libri
rimasti e si voltò in cerca dell’anziano
signore. Le ci volle qualche secondo per
rendersi conto che se n’era andato. Si
precipitò alla porta e, incurante dell’aria
gelida, sporse la testa fuori dal negozio:
lui avanzava con cautela sul
marciapiede ghiacciato.
«Mi scusi!» urlò.
Nessuna risposta.
Si preparò ad affrontare il freddo e,
con indosso solo una sottile camicetta di
satin, Tina lo raggiunse in strada. «Mi
scusi!»
Stavolta lui si girò.
«Perdoni il disturbo, ma le
spiacerebbe tornare un attimo in
negozio?»
L’uomo parve confuso. «Che
negozio?»
«Il mio. Il charity shop in cui è
appena stato.»
«Pensa che abbia rubato qualcosa? In
un charity shop?»
Tina fu colta alla sprovvista. «No,
certo che no, anche se la sorprenderebbe
sapere di quali bassezze è capace certa
gente. No, mi chiedevo solo se potessi
scambiare due parole con lei.»
L’anziano signore sembrò scettico.
«La prego, è importante», insistette
lei.
«Va bene», disse l’uomo di
malavoglia.
Lei lo prese per un gomito e lo
riaccompagnò in negozio.
Una volta dentro, lo invitò a sedersi e
aspettò che tutti i clienti fossero usciti.
Poi chiuse la porta col catenaccio e girò
il cartello sul lato CHIUSO.
«Che sta succedendo qui?» chiese
l’uomo, sospettoso.
«Non si preoccupi, non ho intenzione
di tenerla prigioniero. Voglio solo che
non ci disturbi nessuno.» Si sedette di
fronte a lui e intrecciò le mani sul
bancone. Si sentiva come un’agente di
polizia che interroga un sospettato.
«Quel vestito che ha preso in mano
prima. È sicuro di essere stato lei a
donarlo?»
«Certo che ne sono sicuro. Sarò
anche vecchio e decrepito, ma le posso
assicurare di non aver ancora perso la
ragione.»
«Ovviamente, mi scusi. Mi
domandavo se fosse in grado di dirmi
com’è entrato in possesso di
quell’abito.»
«Be’, è stato molto tempo fa, ma me
lo ha realizzato su misura un sarto di
Deansgate. Era un capo molto costoso,
all’epoca, davvero di ottima fattura.
Ecco perché mi ha stupito vedere che
nessuno l’avesse comprato.»
«Quindi, mi faccia capire: il
completo apparteneva a lei?»
«Esatto.»
Tina si schiarì la voce. «Il nome
Billy Stirling le dice qualcosa?»
L’uomo sgranò gli occhi. «E questo
che c’entra?»
«Un attimo di pazienza, per favore,
Mr... ehm, mi scusi, non so come si
chiama.»
«Skinner, dottor Skinner.»
Tina restò a bocca aperta.
«Qual è il problema?» chiese il
dottor Skinner.
«Sto solo cercando di mettere
insieme i pezzi.»
«Mi ha appena chiesto se il nome di
Billy Stirling mi dice qualcosa. Non
sono sicuro del perché lo voglia sapere,
ma, sì, disgraziatamente conosco la
persona in questione.»
«Come fa a conoscerlo?»
«Anni fa faceva la corte a mia figlia.
O meglio, le è stato dietro finché non
l’ha messa incinta e io ho dovuto
cacciarla di casa. È stato per il suo
bene, ma la cosa ha finito per
distruggere la mia famiglia. Ho perso
mia moglie e mia figlia per colpa sua, e
adesso non ho più nessuno.»
Il puzzle cominciava a ricomporsi.
«Dottor Skinner, sa niente di una lettera
indirizzata a sua figlia? Era nella tasca
del completo e il mittente è Billy
Stirling.»
Il dottor Skinner fece una risatina di
scherno. «Sì, ricordo. È stato quand’è
scoppiata la guerra. Lui continuava a
importunare mia figlia e, quando gli ho
detto di sparire, non ha voluto darmi
ascolto, cercava imperterrito di mettersi
in contatto con lei. Non era degno di lei,
ma Chrissie non riusciva a capirlo. Ho
cercato di separarli, ma poi ecco che lui
le scrive. Esco per assicurarmi che lui
non si avvicini mai più a Chrissie e lui
esce a sua volta per spedire la lettera. È
stata solo fortuna se sono riuscito a
intercettarlo in tempo. Mi sono offerto di
consegnargliela io e lui ha accettato.
Non si fidava di me, però, e ha detto che
l’indomani sarebbe passato a verificare
che gliel’avessi data. Non mollava mai.
Non appena sono rientrato a casa, ho
preso accordi per mandare via Chrissie.
Ho messo la lettera in tasca e me ne
sono completamente scordato. Ecco che
cosa mi dice il nome Billy Stirling»,
concluse dopo un’alzata di spalle.
«Non ha mai letto la lettera, vero?
Era ancora sigillata quando l’ho
trovata.»
Il dottor Skinner alzò di nuovo le
spalle.
«Mi domando se avrebbe fatto
qualche differenza, in caso l’avesse
letta.»
«Ne dubito.»
Tina pensò a tutte le vite distrutte
dall’egoismo di quell’uomo. A Billy,
che era partito per il fronte senza più
speranze; a Chrissie che, cacciata di
casa e privata dell’affetto della madre,
era stata costretta a rinunciare a suo
figlio. Tina ricordava l’angoscia e il
senso di colpa che William aveva
provato mentre cercava la sua madre
naturale. E Jackie aveva pazientemente
aspettato che la donna che adorava si
rendesse conto che ciò che cercava era
lì da sempre.
«Non crede che Chrissie avesse il
diritto di leggere la lettera?»
«Non crede che io avessi il diritto di
proteggere mia figlia?»
«Lei dice di non avere più nessuno.
Pensa mai a Chrissie e a suo figlio? Non
vorrebbe sapere che ne è stato di loro?»
Skinner abbassò lo sguardo. «Non ho
pensato a loro per anni. Dopo la morte
di mia moglie, mi sono buttato a
capofitto nel lavoro. Per un uomo della
mia importanza, era umiliante avere una
figlia così ribelle. Col passare del
tempo, mi sono imposto di dimenticare
lei e il bambino.»
Tina gli lanciò un’occhiata
sprezzante. «Io l’ho letta, dottor Skinner.
So che non era indirizzata a me, ma è
stato più forte di me. So dove vive
Chrissie e so anche dove vive suo figlio.
Le ho consegnato io la lettera che
avrebbe dovuto leggere tanti anni fa. Lei
non riusciva a credere che Billy
l’avesse abbandonata e nessuno di noi
riusciva a capire come mai lui non
avesse mai spedito la lettera. Bene,
adesso lo sappiamo, non è vero?
Avrebbero potuto essere una famiglia,
avrebbero dovuto essere una famiglia,
ma la sua crudeltà gliel’ha impedito.»
Se anche il dottor Skinner fu sorpreso
dalla notizia, non lo diede a vedere. Si
limitò all’ennesima scrollata di spalle.
«Come le ho già detto, era per il suo
bene.»
«Per il suo bene? Lei non ha nessuna
idea delle sofferenze che ha causato,
vero? Sua figlia la disprezza, dottor
Skinner. Le ha rovinato gli anni migliori
della sua vita. Per fortuna, dopo aver
letto la lettera, ha trovato la pace. Si è
ricongiunta col figlio ed è finalmente
felice, nonostante tutti i tentativi che lei
ha fatto per impedirglielo.»
Il dottor Skinner tirò fuori di nuovo il
fazzoletto e si asciugò gli occhi. «Lei
non c’era, signora, e non sa di che cosa
parla. S’impiccia di cose che non
conosce.»
Tina pensò a quello che aveva fatto
quell’uomo, alla disperazione che aveva
provato Chrissie in convento. In realtà,
lei lo sapeva eccome che cosa
significasse perdere un figlio e,
quand’era venuta a sapere di come
avevano strappato William dalle braccia
di Chrissie, aveva avvertito quasi un
dolore fisico. E pensò a Billy, che aveva
riconosciuto il proprio errore ed era
pronto a stare accanto alla ragazza che
amava e a formare con lei una famiglia
felice. A Billy, che era rimasto ucciso in
battaglia e non aveva mai conosciuto il
suo meraviglioso William. Avrebbe
potuto essere tutto diverso se l’uomo che
le sedeva di fronte avesse agito in
maniera corretta e consegnato la lettera
a sua figlia.
Tina si alzò e fece un respiro
profondo. «Dottor Skinner, in tutta la
vita non mi è mai capitato d’imbattermi
in un uomo più vendicativo di lei e, mi
creda, di prepotenti ne so qualcosa.
Quella lettera, Billy l’ha scritta col
cuore e meritava di essere letta, ma il
suo comportamento egoista ha cambiato
per sempre la vita di moltissime
persone, lei compreso.»
Il dottor Skinner abbassò gli occhi e
sussurrò: «Come sta?»
«Chrissie? Ah, perché, gliene
importa qualcosa?»
«Me n’è sempre importato. Ecco
perché ho fatto quello che ho fatto.»
Nell’alzarsi per andarsene, lasciò
cadere a terra il bastone.
Tina si chinò a prenderlo e glielo
porse.
«Era mia figlia e, a dispetto di ciò
che ne pensa lei, le volevo bene.»
Lei gli aprì la porta. «Addio, dottor
Skinner.»

Dopo che il dottor Skinner se ne fu


andato, Tina prese la borsa e tirò fuori
di nuovo la lettera di William. L’aveva
già letta varie volte, e la sottile carta per
posta aerea azzurra era quasi consunta,
ma l’ultimo paragrafo le strappò un
altro, ampio sorriso.

Non ho mai amato nessuna come


amo te. Non riesco a immaginare
di trascorrere il resto dei miei
giorni senza di te. Non amerò mai
nessun’altra così tanto. Tina, ti
prego, vieni in America e
sposami.

Strinse la lettera al cuore, piangendo di


gioia.
Molto tempo prima, un giovane aveva
scritto una lettera simile alla sua
innamorata. Se non l’avesse fatto, lei
non sarebbe stata lì, ora, nell’impaziente
attesa di trascorrere il resto della sua
vita con l’uomo che amava.
Alzò lo sguardo al cielo e gli occhi le
si riempirono di lacrime. «Grazie,
Billy», mormorò.
EPILOGO
Oggi

Erano nel portico davanti a casa,


sull’altalena di fronte all’orto di erbe
aromatiche, assaporando l’intenso
aroma della lavanda che si diffondeva
nella brezza tiepida. Tina bevve un
sorso di tè freddo. Ogni volta che lo
assaggiava, sorrideva tra sé. Chi
l’avrebbe mai detto che una brava
ragazza inglese come lei avrebbe preso
il tè freddo, senza latte né zucchero e
con una fetta di limone!
«Che storia triste, nonna.» Ava
risucchiò l’ultima goccia di limonata
fatta in casa da una cannuccia e infilò il
bicchiere vuoto tra le ginocchia. Dato
che le sue gambette erano troppo corte
per toccare terra, chiese a Tina di
spingere l’altalena e lei l’accontentò.
Ava aveva ragione, era una storia triste,
ma Tina si era da tempo rincuorata al
pensiero che fosse finita bene. In fondo,
se Billy avesse spedito la lettera, lei non
avrebbe mai conosciuto William. E già
da diversi anni era scesa a patti con
l’idea che l’enorme perdita di Chrissie
era stata la sua fortuna.
Diede un’occhiata a suo marito e
avvertì il solito moto d’amore che,
anche dopo tutti quegli anni, le faceva
sempre palpitare il cuore e arrossire le
guance. Lui intercettò il suo sguardo,
afferrò le cesoie e tagliò una grossa rosa
rosa. Ne aspirò il profumo inebriante
per un attimo e poi la sollevò verso di
lei. Poiché lui era dall’altra parte del
prato, Tina non riuscì a sentire la sua
voce, ma non ebbe nessun dubbio su
quello che le aveva detto.
Ti amo.
RINGRAZIAMENTI
Un sentito grazie alla mia famiglia e ai
miei amici, che mi hanno spronato ad
arrivare sino alla fine, e in particolare a
coloro che hanno letto le prime stesure e
dispensato i loro saggi consigli e la loro
esperienza: mio marito, Robert Hughes,
mia figlia Ellen, mio figlio Cameron e i
miei genitori, Audrey e Gordon Watkin.
Gli amici che mi hanno regalato un
po’ del loro tempo, pur avendo di
meglio da fare: Yvonne Lyng, Kate
Lowe, Grace Higgins e Helen Williams.
Un ringraziamento speciale anche a
Wendy Bateman, per l’incoraggiamento
e l’entusiasmo contagioso.
Sono in debito con tutto il team della
Headline, ma soprattutto con Sherise
Hobbs e Beth Eynon.
Sono inoltre grata alla mia agente,
Anne Williams, per avermi fatto da
guida durante l’intero processo
editoriale e per aver risposto con
pazienza alle mie innumerevoli
domande.
Infine, benché il convento di St
Bridget sia del tutto immaginario,
istituzioni come questa sono realmente
esistite, e vorrei rendere omaggio a tutte
le ragazze che hanno sofferto a causa di
un sistema così crudele e spietato. La
storia di Chrissie rispecchia il dolore di
più di trentamila ragazze, molte delle
quali ne recano tuttora i segni.

K.H.
Indice

Presentazione

Frontespizio

Pagina di copyright

Prologo

I
1

2
3

10

11

12

13

14
15

16

17

18

19

20

21

22

23

24

25
II
26

27

28

29

30

31

32

33

34

35

36
III
37

38

39

40

41

42

Epilogo

Ringraziamenti

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«La vita di un libro non finisce con


l’ultima pagina.»