Sei sulla pagina 1di 10

Chrétien de Troyes (1130 ca. – 1185 ca.

)
Vita e opere
o Nato forse a Troyes, risiedette certamente alle corti di Filippo d'Alsazia, conte di Fiandra, e di Maria
di Champagne. Dai suoi scritti si desume ch’egli possedesse un'ampia cultura, benché non fosse un
ecclesiastico. Era uomo di lettere pienamente consapevole del proprio ruolo e del valore
dell'opera letteraria come fonte di gloria e immortalità. Scrittore di corte, la sua attività letteraria
(1164-1190 circa) è legata ai bisogni intellettuali ed estetici di un élite aristocratico che leggeva i
suoi romanzi e li comandava. Egli era attirato dal meraviglioso bretone, ma sensibile alla realtà del
secolo.
o I suoi romanzi sono scritti in ottosillabi rimati a coppia (distici, stile del romanzo), con rime baciate
(AABBCC). Dialoghi vivaci, descrizione varie, fluidità dei versi.
o Tra le sue opere spiccano due canzoni d'amore (lingua d’oeil, C. è il più antico troviere) e cinque
grandi romanzi cortesi, in ottosillabi a rima baciata: Érec et Énide (circa 1170); Cligès (circa 1176);
Lancelot ou Le chevalier à la charrette (Lancillotto o Il cavaliere della carretta, tra il 1177 e il 1181);
Yvain ou Le chevalier au lion (Ivano o Il cavaliere del leone, tra il 1177 e il 1181); l'incompiuto
Perceval ou Le conte du Graal (Perceval o Il racconto del Graal, dopo il 1181). Sono perdute delle
opere quali Marc et Iseut la blonde (Marco e Isotta la bionda) sulla vicenda di Tristano e Isotta e
delle imitazioni di Ovidio. “Prima esperienza letteraria” dell’autore ispirata ai temi classici e
provenzali. I suoi romanzi saranno invece improntati sulla tradizione celtica e la materia di
Bretagna, interpretandole e adattandole ai desideri dei propri lettori e alle proprie preferenze
estetiche e morali.
o L’ultimo romanzo di Chrétien, il conte du Graal, rimase incompiuto. In seguito alla sua morte
vennero prodotte tre versioni conclusive differenti. Tuttavia, queste non muovono passi decisivi in
direzione di un riassetto particolare dell’opera. (vedi dopo)

Erec e Enide (1170 ca.)


Questo testo ci restituisce non solo alcuni tratti dell’autore stesso, ma anche il suo programma e metodo di
scrittura, che può risolversi in quello che Chrétien chiama “conjointure” (intreccio ben riuscito,
“congiungere, mettere insieme la materia”).

 Il romanzo di Chrétien racconta come dell’incontro e delle nozze di Erec, cavaliere di Artù, con
Enide, alla conclusione delle due avventure che si intrecciano: caccia al bianco cervo e giostra dello
sparviero. Successivamente racconta della colpa della recreantise di Erec, ossia del traviamento in
cui incorre in seguito alle nozze, (récréant = colui che dimentica la propria condizione di cavaliere, si
“disonora” rinunciando alla prodezza) e che lo ha fatto desistere da qualsiasi impegno benefico in
prima persona nei confronti della società cortese per abbandonarsi completamente alle gioie del
talamo coniugale. Erec ed Enide cominciano a dubitare l’uno dei sentimenti dell’altra, e decidono di
partire per una lunga serie di avventure. Durante il viaggio, i due condivideranno molte prove in cui
si aiuteranno a vicenda a superare dei pericoli sempre maggiori. Il superamento di queste prove
con l’amore e la prodezza permette ai due di riappacificarsi. Erec trionfa in un’ultima missione, la
“gioia della corte”, e rompe un incantesimo malefico, ristabilendo la felicità del paese.

I due sposi vivono una contraddizione: il loro amore è in parte fondato sulla prodezza di Erec, ma allo stesso
modo, questo (amore) gli impedisce di esercitare la sua prodezza. Unica soluzione: totale dedizione,
impegno e coraggio da parte di entrambi gli amanti, messi alla prova in delle avventure pericolose.
Equilibrio passione – prodezza (e compiti cavallereschi) ristabilito. La gioia personale riconquistata si riflette
sul regno. Il problema trattato nell'opera: conciliazione necessaria tra amore e prodezza della cavalleria,
poiché finora l'amore era stato esaltato come valore autonomo rispetto alla dimensione guerriera,
quest'ultima completamente indipendente. L'autore propone la sintesi di questi due aspetti della vita del
feudo: Erec è accusato di viltà a causa del suo amore per la moglie; la vicenda, dimostra al contrario che
l'amore per Enide porta Erec alla prodezza e quindi a realizzare compiutamente i suoi doveri di cavaliere.

Chrétien unisce qui tre elementi spesso incompatibili: amore, matrimonio e vita sociale.

CLIGÈS
Cligès, come lo stesso Chrétien indica nell’incipit del romanzo, fu composto dopo Erec e Enide, e altre sue
opere non pervenuteci (vv. 1-7), e ragionevolmente prima di Yvain e Lancelot. Questo secondo romanzo di
Chrétien fu probabilmente composto attorno al 1176. L'arte di Chrétien è molto matura. Dà alla materia
bretone ampiezza, respiro fantastico e risonanza umana profonda.
"Erec e Enide" hanno per tema la conciliazione tra il perfetto valore cavalleresco e il perfetto amore,
identificato con l'amore coniugale(=matrimonio), "Cligès" conferma questa concezione anti-trovadoresca
(amore adultero, no matrimonio, corpo e cuore divisi), negando, in polemica con il "Tristan", che possa
considerarsi perfetto quell'amore in cui cuore e corpo siano divisi. All’amore determinato dalla fatalità
magica (Tristano/Isotta), Chrétien oppone l’amore fondato su una scelta libera, spontaneo. L’unico
elemento in comune è la presenza di un filtro. Questo permette a Chrétien di risolvere le difficoltà del suo
soggetto. Egli cerca di penetrare l’interiorità dei suoi personaggi (monologo analitico).

Pochi testi medievali sono altrettanto esemplari circa la nozione di translatio, (traslazione che contiene in
sé la dinamica dell’innesto, del cambiamento, del mutamento e della modificazione): Cligès è una
celebrazione di questa nozione, laddove la translatio studii (storia è vista come una successione lineare di
trasferimenti di conoscenza o apprendimento da un luogo geografico e da un tempo all'altro) si unisce e
corrisponde a una translatio imperii (espressione medievale che indicava la traslazione dell’impero
dall’Oriente all’Occidente, dall’Impero bizantino al Sacro Romano Impero).
Il testo più antico in questo senso (1162–70) resta sin qui il famoso e citatissimo prologo di Chrétien de
Troyes al Cligès : « Voici ce que nous ont appris nos livres: la Grèce fut, en chevalerie et en savoir,
renommée la première, puis la vaillance vint à Rome avec la somme de la science, qui maintenant est
venue en France. Dieu fasse qu’on l’y retienne assez pour que l’endroit lui sourie, et que jamais ne sorte de
la France la gloire qui s’y arrêtée. Dieu l’avait prêtée aux autres, car quant aux Grecs et aux Romains, le
chapitre est clos désormais. On a cessé de parler d’eux, elle est éteinte, leur vive braise. » (vv. 30–44).
E in ogni caso l’esaltazione della Francia quale terminale della translatio già passata da Atene a Roma.

La leggenda arturiana affonda le proprie radici nella cultura greca, dalla discendenza di Enea fu colonizzata
l’isola di Bretagna, e a questa cultura la letteratura arturiana torna a volgersi. Chrétien sottolinea in
particolare la fedeltà della lontana Grecia all’Imperatore Artù. La Grecia svolge qui la funziona di contraltare
rispetto all’Impero romano (istituzione/impresa creata per diminuire l’importanza o il valore di un’altra),
rendendo possibile la fioritura di un mito britannico e celtico radicato all’altra civiltà fondatrice della cultura
europea e mediterranea, ossia quella greca.

Il romanzo apre con un ampio prologo


- ci fornisce importanti informazioni sull’autore, elencando le sue opere giovanili: oltre all’Erec et Enide
abbiamo volgarizzamenti di Ovidio, con cui fa una sorta di tirocinio.
- il distacco però riguarda anche il romanzo stesso, caratterizzato dall’ampiezza e dalla varietà degli spazi
dove si svolto le vicende: la corte di Costantinopoli, alcune città del Sacro Romano Impero e la tradizionale
corte arturiana.
- Chrétien fonde la nuova matière de Bretagne con la più antica e tradizionale matière de Rome, dando via
ad un intreccio al quanto complesso, in cui l’azione si sposta più volte dall’oriente all’occidente.
La vicenda non inizia nell’abituale corte di re Artù ma a Costantinopoli, capitale dell’Impero Bizantino. Qui
abbiamo la presentazione di quello che sarà il primo protagonista del romanzo, Alessandro, le cui vicende si
concluderanno a metà della storia con il matrimonio, come nell’Erec. La seconda parte invece vedrà come
protagonista le avventure del figlio Cligès.

ANALISI PROLOGO
Chrétien si nomina tre volte, due nel prologo (vv. 23 “Dont Chétien a fait ce roman”, e vv. 45 “Chrétien
commence son conte ») e una nell’ “explicit” (vv.6702 della mia versione, “Ici finit l’oeuvre de Chrétien”).
Al verso 23, con la presenza del nome dell’autore, possiamo considerare chiusa una prima parte del
prologo. Nonostante le importanti indicazione che Chrétien fornisce circa l’ipotetico libro-fonte (vv.18 – 21
« Cette histoire que je veux vous conter et retracer, nous la trouvons écrite dans un des livres de la
bibliothèque de monseigneur Saint-Pierre à Beauvais. », vv 22 23 « De là fut tiré le conte dont Chrétien a
fait ce roman. » ). Chrétien si mette in evidenza per poi nominarsi esplicitamente nel verso 23, mettendosi
implicitamente all’inizio della sua storia attraverso l’elencazione della propria opera (“Celui qui traita Erec
et Enide et…”).
La voce dell’autore si fa sentire molto nel prologo del romanzo, in cui aggiunge di aver trovato la sua storia
“già scritta” – verosimilmente in latino, visto che parla di un “livre très ancien qui atteste la vérité de
l’histoire” (vv.24-25). [e più avanti l’occorrere ,più avanti, la locuzione mettre en roman – “Cligès est né, en
souvenir de qui fut mise par écrit/mise en roman, cette histoire” vv. 2341-42 nella mia edizione critica Livre
en poche]. Su questi versi, 24,25, si apre una seconda parte del prologo, che sembrerebbe spiegare in parte
tanta insistenza sul carattere scritto della fonte invocata. Chrétien sottolinea la “vetusità” (l’antichità) del
libro, e l’autenticità della storia in esso contenuta. Poi il discorso si generalizza ai libri e alla continuità
culturale (« Par les livres que nous avons, nous sont connus les faits des anciens et ce que fut le temps
jadis. » vv. 27-29), gli uni e l’altra coinvolti nella memoria storica che traccia la translatio, il passaggio del
primato della chevalerie e della clergie dalla culla greca a Roma fino alla Francia, da dove il poeta si auspica
non vada più via.
Malgrado il rinvio ad una fonte antica, è sul presente che, in definitiva, Chrétien pone l’accento, tornando
per di più sull’idea di durata futura, non tanto dell’opera quanto dell’eccellenza culturale e politica del suo
stato. Il presente è qui anche la forma e la lingua del romanzo: il mondo greco e quello latino sono ora
“braci spente” e la loro parola tace, benché siano state due grandi civiltà. ( « On a cessé de parler d’eux
(Grecs et Romains), elle est éteinte, leur vive braise » vv. 42-43). E proprio su questo silenzio, « Chrétien
commence son conte, comme l’histoire la raconte», v. 44-45, chiudendo con questo “couplet” il prologo e
dando così l’avvio al romanzo vero e proprio.

I fatti notevoli del prologo sono : la notevole ipertestualità nutrita dalla cultura classica e al tempo stesso
l’apertura sul presente e sul futuro culturale e simbolico di una comunità linguistica e nazionale. Chrétien
porta enfasi sulla propria bibliografia, nell’apertura del romanzo, determinazione notevole della fonte
scritta dell’opera e la specificazione che si tratta di un libro scritto in latino. Chrètien si dice erede di una
tradizione, afferma di aver trovato la sua storia in un libro conservato in una chiesa e scritto in latino. Però,
Chrétien parla anche di novità a proposito della sua opera, e della cultura a cui appartiene, e indulge
nell’ostentazione della propria arte letteraria. Non se ne può inferire che una straordinaria consapevolezza
del proprio tempo da parte di un autore assi abile.

Argomentazioni (trama)
La storia è quella di un giovane uomo che viveva in Grecia al tempo di Re Artù. Romanzo bipartito.

Prima parte
- dalla Grecia alla corte di Re Artù
- “protagonisti”: Alexandre e Soredamor, genitori di Cligès

Nella prima parte si narra la storia del padre di Cligès, Alexandre, figlio maggiore dell’Imperatore di
Costantinopoli. Dopo aver sentito parlare di Re Artù, egli decide di partire per recarsi alla sua corte, con 12
dei suoi compagni, e farsi nominare cavaliere. Vengono accolti in maggio, a Winchester. Durante questo
periodo Re Artù si reca in Bretagna accompagnato dai Greci, affidando l’Inghilterra al conte di Windsor.
Durante il viaggio in mare e in seguito a terra, Cligès conosce una damigella della Regina Ginevra,
Soredamor, sorella di Galvano, della quale si innamora perdutamente. Amore che si reciproco reciproco,
ma non confessato. Inizialmente soffrono molto in silenzio.
In ottobre, la notizia del tradimento del conte di Windsor, che governava durante l’assenza di Re Artù,
costringe il Re a rientrare. Alexandre e i suoi compagni, nominati cavalieri, decidono di unirsi all’esercito e
assediare Windsor. Quando la Regina lo scopre, decide di offrire ad Alexandre una camicia di seta bianca
sulla quale Soredamor ha intrecciato/ricamato , alle due maniche e al collo, un suo capello con dei fili d’oro.

I Greci si distinguono nel combattimento, disarcionano 13 cavalieri dei quali ne recuperano 4, dandoli “in
dono” alla Regina, poiché sapevano che il Re li avrebbe impiccati. Alla fine, questi finiscono tra le mani del
Re, che decide di trascinarli attorno al castello. Alexandre visita Soredamor tutte le sere. Quella sera in
particolare, la Regina scoperte il capello d’oro sul polso di Alexandre. L’astuzia dei Greci che si rivestono con
l’equipaggiamento dei loro nemici morti per irrompere nel castello permette a Alexandre di imprigionare il
conte. Egli riceve così in ricompensa la coppa d’oro promessa al vincitore, il regno del Galles, e, grazie alla
Regina, ottiene anche la mano di Soredamor. In breve nacque il primo figlio: Cligès.

- Alexandre: figura di cavaliere ideale e uomo perfetto

Seconda parte
- rientro in Grecia, a Costantinopoli, poi viaggio in GB (corte di Artù) e rientro
- “protagonisti”: Cligès, Fenice, Alis, Thessala

Nel mentre, l’Imperatore della Grecia muore, ma una tempesta coglie di sorpresa i messaggeri che stavano
andando a portare la notizia ad Alexandre, in Bretagna. Un solo messaggero sopravvive e racconta una
menzogna, dicendo che Alexandre è morto nel naufragio. Di conseguenza viene incoronato il fratello
minore, Alis. Tuttavia, Alexandre non tarda ad apprendere la notizia. Non vuole battersi col fratello, bensì
negoziare. Concludono quindi un accordo, al fine di evitare la sorte di Eteocle e Polinice (lotte fratricide):
Alis mantiene il titolo di Imperatore, ma è Alexandre che governa. Alexandre è d’accordo solo se il fratello
promette di non sposarsi mai, affinché Cligès possa ereditare il trono. Alis promette solennemente.
Purtroppo entrambi i genitori di Cligès muoiono precocemente.

I consiglieri di Alis lo costringono a sposarsi e lo convincono a dimenticare la promessa fatta al fratello.


L’Imperatore dell’Alemagna offre la mano di sua figlia, Fenicia, benché l’avesse già promessa al duca della
Sassonia. Alis si reca coni suoi migliori cavalieri a combattere in Germania. A Cologna, Cligès e Fenice si
innamorano a vista d’occhio. Alis e Fenice si sposarono, ma Fenicia chiede aiuto alla sua nutrice Tessela,
esperta nelle arti magiche. Rigettando di Isotta, Fenicia si fa preparare un filtro magico che avrebbe
impedito all’Imperatore Alis di possederla a letto, illudendolo tramite il sogno. Infatti, questo filtro l’avebbe
fatto addormentare subito, facendogli credere di esserti dilettato con la moglie.

Fedele alle raccomandazioni del padre, Cligès si reca a sua volta in Inghilterra, presso la corte di Re Artù.
Cligès parte con dei beni, dei compagni e quattro cavalli dai manti diversi. Una volta arrivato, il cavaliere
non si presentò subito, e l’indomani partecipò al torneo di Oxford, cambiando armatura ogni giorno in
modo che nessuno lo riconoscesse. Un giorno ha l’armatura nera, un giorno verde, un giorno vermiglia e
poi bianca. L’ultimo giorno si scontrò con messer Galvano (suo zio materno), che si batté arditamente e
dovette intervenire il Re per dividerli. Proprio in quel momento, Cligès manifestò la sua identità.
L’Inghilterra, la Francia e la Normandia diventano teatro delle sue gesta, fino all’arrivo della bella stagione.
Di ritorno in patria, Cligès e Fenice si incontrarono, il fuoco dell’amore si ravvivò e decisero allora che
Fenice si sarebbe finta morta (grazie ad un altro filtro di Tessela), così che entrambi potessero andarsene.

Mentre Fenice aiutava quindi Tessala a preparare il filtro che la facesse morire per finta, Cligès chiedeva a
Giovanni, suo fedele servo e famoso artigiano, se avesse un nascondiglio sicuro per loro due e Giovanni gli
offre la torre da lui costruita, con accanto un giardino/frutteto (verziere). Lo stratagemma riuscì (malgrado
l’arrivo improvviso di 3 medici di Salerno, che ricordandosi della storia della moglie di Salomone,
sottomettono la falsa morta/morte alla tortura?). L’Imperatrice muore e viene riesumata la notte stessa da
Cligès e Giovanni, in seguito rianimata da Tessala. Cligès e Fenice trascorrono 15 mesi d’amore nei
sotterranei della Torre. Al ritorno della primavera, desiderando rivedere la luce del giorno, Fenice passa
delle ore nell’orto sotto un albero fiorito, tra le braccia del suo innamorato. Tuttavia, un intruso e servo di
Alis, Bertrand, li vide addormentati. Alis iniziò subito la caccia al nipote. Cligès e Fenice fuggirono e
raggiunsero la corte di Re Artù per chiedere aiuto. Quando Artù stava per partire alla volta di Costantinopoli
per vendicare il cavaliere, Giovanni venne ad informarlo che Alis era morto. Cligès ritornò allora in patria,
dove venne accolto calorosamente e visse felice e contento insieme alla sua Fenice, che finalmente sposa e
della quale si fidava pienamente. ( Gli Imperatori che succedettero sul trono di Costantinopoli fecero
sorvegliare le mogli affinché non venissero ingannati come aveva fatto Fenice con Alis..)

CONFRONTO TRA CLIGÈS e TRISTANO E ISOTTA


In primo luogo le due trame sono molto simili. In entrambe, infatti, viene raccontata la storia di due amanti,
il cui amore viene interdetto dal matrimonio della fanciulla con lo zio del cavaliere. Vi è, quindi, un’esplicita
corrispondenza tra il personaggio di Cligès e Tristano, tra Fenice e Isotta, tra Re Marco e l’imperatore Alis e
tra l’ancella Brangania e Tessala. Non si dimentichi, inoltre, che, quando Re Marco e l’imperatore Alis
decidono di prendere moglie, lo fanno seguendo il consiglio di tre baroni. Questo numero di consiglieri
malintenzionati rimane costante in entrambe le opere.  Nella prima parte del romanzo di Cligès, quella in
cui viene raccontata la storia dei genitori del protagonista, vi è un esplicito riferimento al famosissimo
episodio della camicia. Nella tradizione dei racconti della storia di Tristano e Isotta, infatti, la  protagonista
ordina a dei servi di uccidere Brangania, in cambio della loro libertà, per timore che quest’ultima rivelasse al
re la verità sulla prima notte di nozze. In effetti, l’ancella fu la prima a coricarsi nel letto vicino al re, così che
quest’ultimo non scoprisseche Isotta aveva già perso la verginità. Così, per convincerli a non ucciderla,
Brangania spiega loro il motivo dell’odio di Isotta verso di lei, usando la metafora della camicia. B prestò la
sua camicia a I, poiché lei lacerò la sua. Questa immagine della camicia bianca simbolo di purezza, e quindi
di verginità, contrapposta alla camicia lacerata appartenente ad Isotta verrà recuperata molto spesso in
seguito. Importante è notare che Chrétien la recupera come elemento rivelatore dell’amore tra Alixandre e
Soredamor. Ginevra, infatti, dona ad Alixandre una camicia cucita con fili d’oro da Soredamor.
La fanciulla ha, però, utilizzato anche un suo capello biondo e l’ha inserito in mezzo ai fili d’oro. In questo
caso, quindi, Alixandre riceve in dono una camicia, rappresentante Soredamor, completamente bianca e
pura, al contrario di quella di Isotta. In questa scena vi è, anche, un’anticipazione del ruolo che la regina
Ginevra avrà nell’unione dei due amanti, ma, soprattutto, vi è una netta contrapposizione tra il personaggio
di Soredamor e Isotta. Non è, poi, da dimenticare che Chrétien recupera l’immagine della camicia anche
nell’Erec et Enide, sempre in contrapposizione ad Isotta. Enide, infatti, fino al momento del matrimonio,
indossa perennemente una camicia bianca tanto da essere denominata   pucele au cheinse blanc. È, perciò,
indubbio che Chrétien conoscesse questo episodio. L’ultimo richiamo implicito che è giusto citare è
l’episodio nel quale Cligès e Fenice vengono scoperti. In questa occasione Fenice e Cligés vengono sorpresi
a dormire nudi. Se già questo basterebbe ad accostare questa vicenda a quella di Tristano e Isotta, vi è un
elemento che toglie ogni dubbio, ovvero la presenza della spada. Episodio che si vede bene nella
ricostruzione fatta da Bédier: “Ma osservò che le loro bocche non si toccavano e che una spada nuda
separava i loro corpi”.

Per confermare definitivamente questo legame tra l’opera di Chrétien de Troyes e le vicende di Tristano e
Isotta, vi sono moltissimi riferimenti espliciti all’interno del romanzo con i protagonisti dell’altro. Un
esempio può essere il seguente: « l en savait plus en fait d’escrime et à l’arc que Tristan, le neveu de roi
Marc, et plus encore en fait d’oiseaux et de chiens de chasse. Aucun bien ne manquait à Cligès. », vv. 2743-
2746.

LA VITTORIA DEL MATRIMONIO NELLE OPERE DI CHRÉTIEN DE TROYES


È risaputo che con il passaggio dalle Chanson de geste al romanzo cavalleresco vi è un importante
cambiamento. La colonna portante del testo, infatti, non è più l’impresa collettiva, ma l’avventura
individualeche dialoga con Amore. Il protagonista, così, compie un cammino interiore scandito dalle prove
che deve superare e che sono ispirate dall’amore. Le opere di Chrétien rappresentano benissimo queste
caratteristiche, soprattutto Le chevalier au lyeon ed Erec et Enide nelle quali si possono individuare
facilmente le sue idee sul rapporto tra la cavalleria e l’amore e sul cammino interiore che il cavaliere
compie. Prendendo in considerazione l’Yvain, per esempio, si può notare come il protagonista venga
duramente rimproverato per aver trascurato la moglie, e come raggiunga la perfezione grazie al
superamento di innumerevoli prove e solo quando riesce ad ottenere il perdono dalla moglie. Ancora
meglio, si può dire che il cavaliere raggiunga la perfezione solo quando raggiunge la felicità coniugale; nei
romanzi di Chrétien, infatti, l’amore si realizza pienamente nel matrimonio.
Una volta appurata l’importanza del matrimonio per Chrétien, non si deve dimenticare il ruolo delle
avventure nei romanzi dello stesso. Come già accennato precedentemente, le avventure in quel periodo
erano prove che bisognava superare e grazie alle quali il cavaliere migliorava sé stesso.

Nonostante quello che sembra preludere il titolo, dove compare solamente il protagonista maschile, il
ruolo di Fenice nella storia è essenziale. Se si osserva bene il romanzo, si nota che, in realtà, chi supera le
prove è Fenice: è lei che affronta la morte apparente, ma anche il dolore fisico, martoriata dai medici che
volevano costringerla a destarsi, per poter raggiungere la felicità nel vivere il suo amore e realizzarlo in un
vero matrimonio. Non è che il romanzo sia privo di avventure superate da Cligès che, anzi, dimostra il suo
valore molto spesso, ma è Fenice la vera eroina che porta entrambi a raggiungere la felicità. Fenice ha
un’anima attiva ed eroica, cui ripugna la passività di Isotta, sia di fronte alla  passione (filtro), sia di fronte
all’istituzione sociale e alle sue leggi costrittive. La passione di Isotta pare a Fenice non resanable, vale a dire
troppo fisica e fatale: passione a cui lo spirito non partecipa e che lo spirito non approva.

FALSO MATRIMONIO TRA FENICE E ALIS


A differenziare il Tristano e Isottae il Cligès è un elemento nella narrazione di non poco conto: l’imperatore
Alis, diversamente da Re Marco, aveva giurato di non  prendere moglie, in modo che alla sua morte il regno
sarebbe passato a Cligès. Per questo motivo, il vincolo coniugale che lega Alis e Fenice è nullo. Questo
permette alla coppia il diritto di ribellarsi al volere dell’imperatore spergiuro e di percorrere il cammino
verso la propria felicità. Anche l’imperato re greco ama molto il nipote, ma questo non basta a giustificare il
suo comportamento. Fenice stessa prende l’importante decisione di non donare il suo corpo all’imperatore
proprio per proteggere Cligès; infatti, se avesse partorito un figlio di Alis, Cligès non sarebbe più diventato
imperatore della Grecia.

CLIGÈS VS TRISTANO
Entrambi hanno un rapporto di vassallaggio con il rispettivo zio. Questo rapporto prevedeva una piena
fedeltà, tradendo la quale il cavaliere veniva macchiato di una grandissima onta.
Ciò che distingue Cligès da Tristano, e che, quindi, lo salva dalla vergogna, sono le due diverse personalità
dell’imperatore e del re.
- Re Marco, infatti, è un re molto premuroso che ama e stima il nipote, tanto da far nascere le invidie tra i
baroni della corte.
- L’imperatore, invece, sebbene si dimostri molto affezionato al nipote, tradisce il giuramento fatto al
fratello sposandosi e, in questo modo, disereda Cligès. Il tradimento di Cligès, quindi, non macchia la sua
cavalleria perché quello che l’eroe greco fa non è altro che riscattare un proprio diritto.

Continuando a parlare di fedeltà, anche rispetto alla propria amata Tristano risulta sleale decidendo di
sposare Isotta dalle Bianche Mani. Questo matrimonio è frutto delle angosce del protagonista che dubita
dell’amore di Isotta e la crede felice tra le braccia di Re Marco. Per una sua debolezza, quindi, cede alle
lusinghe del piacere di stare con una donna dello stesso nome della sua amata e molto bella, per arrivare
poi, la prima notte di nozze, a pentirsene. Riconoscendo il proprio errore, prende la decisione di non
consumare le nozze, così che il suo agire non solo fa soffrire Isotta la Bionda, quando viene a conoscenza
del suo matrimonio, ma anche Isotta dalle Bianche Mani che lo ama e non vive pienamente il suo amore.
Tristano è un perdente dal punto di vista cavalleresco  perché non riesce a superare le prove che gli
vengono proposte, anzi esce dalla prova più importante ferito a morte. Cligès, invece, è un vincente tanto
da essere paragonato a Gauvain.

FENICE VS ISOTTA
La contrapposizione di questi due personaggi femminili all’interno del Cligès è continuamente ribadito dalle
parole di Fenice: “ J’aimerais mieux qu’on me démembre plutôt que lui et moi fassions revivre l’amour de
Yseut et de Tristan dont on raconte les multiples folies, qu’il m’est honteux de redire. Je ne pourrais pas me
résoudre à la vie que mena Yseut. L’amour en elle fut trop avili, car son corps versait une rente aux deux,
quand son cœur était entièrement à un seul. Ainsi passa-t-elle toute sa vie sans se refuser à aucun des
deux. Cet amour manquait à la raison, mais le mien est si véritable que mon corps non plus que mon cœur
ne seront à aucun prix partagés. Jamais mon corps ne se prostituera, ils ne seront pas deux à se le
partager : qui a le cœur, qu’il ait aussi le corps ! Tous les autres, je les exlus. », (vv.3099-3118). Questo è un
passo famosissimo che bene contrappone le due donne. Ciò che salva Fenice dall’essere rimproverata per il
suo comportamento è proprio perché sfrutta un filtro per riuscire a non concedersi al marito.

Quello che può sorprendere, oltretutto, è che nemmeno Tristano riuscirà a giacere con Isotta dalle Bianche
Mani, perché si sente in colpa nei confronti della sua amata. In realtà, tutte e due le regine sono nella stessa
condizione iniziale: sono sposate con lo zio dell’uomo che amano. Quello che Chrétien critica a Isotta,
quindi, non è il fatto di avere una relazione extraconiugale, ma che si arrenda al proprio destino e non
combatta come Fenice per i propri diritti. Questo viene spiegato molto bene dalla Maranini: «L’amore di
Fenice non è un amore onesto che si contrappone ad uno disonesto: è un amore che afferma il proprio
diritto alla vita.»
Ancora una volta il peccato di Isotta non era tanto quello di amare un uomo che non fosse suo marito, ma
di lasciare che la passione avesse la meglio su di lei e, quindi, di non essere artefice del suo destino,
rinunciando alla felicità. Fenice rimane ferma nelle sue decisioni, non si lascia sopraffare dalla  passione,
riuscendo così a risultare vittoriosa.

Ultime osservazoni
Secondo il fin amor il vero amore è extraconiugale e per essere tale non deve mai essere raggiunto, così da
continuare a mantenere viva la tensione amorosa. Da questo punto di vista quello di Tristano e Isotta non è
fin’amur  , ma non è nemmeno un amore felice: è solamente un amore guidato dalla passione.
L’ultima considerazione che si vuole fare riguarda il rapporto tra amore e morte all’interno dei due romanzi.
Nel Tristano e Isotta la morte è legata all’amore in quanto entrambi gli amanti muoiono per questo. Nella
prima parte del Cligès si riscontra, ancora una volta, una morte legata all’amore, ovvero quando Soredamor
muore di dolore per la  perdita del marito; nella seconda parte del romanzo, invece, una finta morte
diventa il mezzo per raggiungere la felicità. Non per nulla, infatti, l’eroina del romanzo si chiama Fenice,
come l’uccello mitico che risorge dalle sue ceneri; così farà anche Fenice che sopporta il dolore e la
reclusione in una torre lontana dalla mondanità della corte e che, proprio per questo, merita di risorgere ad
una nuova vita contraddistinta dalla felicità coniugale.

Le chevalier à la charrette (1177-1181)

 Poema in lingua d'oïl composto in versi "octosyllabes" in rima baciata: il testo è incentrato
sull'amore adultero tra la regina Ginevra, moglie di re Artù, e Lancillotto del Lago, il più valoroso dei
cavalieri della Tavola Rotonda. Lancillotto parte in missione al fine di trovare Ginevra, la sua
innamorata, rapita dal perfido Meleagant e rinchiusa in una torre. Il prode cavaliere, pur di salvare
la donna amata non esita a salire con proprio disonore su una carretta destinata a portare i
condannati al patibolo. (= ricerca sottomessa alle convenzioni cortesi)

Paradosso: dopo l’apologia del matrimonio e la critica a Tristano e alla concezione trovadorica dell’amore,
Chrétien illustra, in questo romanzo, un tema opposto alle sue visioni personali, esaltando l’adulterio e la
sottomissione dell’amante alla Dama.

Lancillotto incarna l’immagine medievale del perfetto amante, i cui sentimenti si elevano al misticismo, al
di sopra della misura umana. Lancillotto mette in pericolo la propria vita al fine di liberare la sua amata e
conquistare la propria felicità. L’impresa individuale diffonde i propri benefici sulla comunità.

Chrétien scrisse il Lancillotto su invito della sua protettrice Maria, contessa di Champagne, figlia di Eleonora
d'Aquitania e Luigi VII di Francia. Non completò la sua opera, lasciando il compito di portarla a termine a
Godefroi de Leigni.

« Yvain  » ou  «  Le chevalier au lion » (1177-1181)

 Composto negli stessi anni del Romanzo precedente, narra la storia di Yvain, cavaliere di Re Artù.
Yvain vendica suo cugino uccidendo il cavaliere responsabile. Si innamora però della sua vedova,
Laudine, e decide di sposarla. Tuttavia, Gawain lo convince a imbarcarsi in un'avventura
cavalleresca. Yvain non vuole rinunciare alle prodezze per amore (riferimento a Erec). La moglie
acconsente, a patto che lui ritorni dopo un anno, promessa che però Yvain non mantiene cosicché
lei lo respinge. Yvain si infuria ma alla fine decide di riconquistare l'amore della donna. Egli salva un
leone da un serpente, dando poi in seguito prove di virtù cavalleresche e di lealtà con l'aiuto del
felino. Alla fine Laudine permette a lui e al leone di tornare nella fortezza.

Ritorno al problema prodezza-amore già esplicitato nell’Erec e Enide. La prodezza di Yvain è un ostacolo
“apparente”, poiché è “utile”, è esercitata nel mondo reale, messa al servizio degli oppressi, e gli permette
quindi in seguito di riconquistare l’amore della sua sposa.
Lucidità e generosità caratterizzano una morale originale, adattata ai desideri di un’élite. Morale ottimista e
profana, per questo Chrétien cercherà di integrare i valori sacri con quelli più mondani della cavalleria
cortese nel romanzo successivo

«Perceval » ou «Le conte du Graal» (dopo il 1181)

 Malgrado le precauzioni e l’approvazione della madre, il giovane ed ingenuo Perceval decide di


seguire la sua vocazione di cavaliere. Raggiunge la corte di re Artù. Qui, messosi in luce per coraggio
e virtù, viene nominato cavaliere dal sovrano. Perceval si innamora di una giovane, ma nonostante
l’amore reciproco di Biancofiore, egli decide di ripartire. Scoprirà poi che la madre, vedendolo
partire, era rimasta uccisa dal dolore.
Iniziano così le nuove avventure, durante le quali il giovane giunge al castello del Re Pescatore che
reca su di sé un'inguaribile ferita: sino a quando non sarà rimarginata regneranno sulla sua terra
tristezza e carestia.
Cresciuto al riparo da tutto, anche dalla religione cristiana, Perceval farà un incontro inatteso: avrà
la rivelazione del Cristo in una straordinaria liturgia del venerdì santo. Nella sala del castello
meraviglioso scorgerà in successione diversi oggetti, tra cui una lancia sanguinante - obiettivo della
successiva ricerca di Galvano - e un graal - coppa o recipiente rotondo e profondo - che al suo
apparire sprigiona una grande luce. Questi oggetti erano stati portati in una stanza celata ai suoi
occhi. Al suo risveglio tutto è sparito, nessuno a parte lui sembra essere presente nel castello, e
ricomincia così le sue peregrinazioni. Durante una lunga serie di nuove avventure, dovrà rendersi
degno di ritrovare il graal, e viene a conoscenza della sua appartenenza alla Famiglia del Graal e del
fatto che il Re Pescatore è suo zio.

Qui si ferma il racconto, rimasto incompiuto. Diversi autori hanno tentato di dare una risposta ai
quesiti lasciati in sospeso da Chrétien, che ha visto molti continuatori della sua opera, ma nessuno
saprà mai realmente come sarebbe andata a finire la storia.

Chrétien crea un mito: unifica temi cristiani ed elementi pagani, forniti da una leggenda misteriosa.
Ideale cavalleresco rinnovato, fondato in gran parte su valori religiosi. Perceval non esita a dedicarsi
all’impossibile: la missione del Graal diventa un itinerario iniziatico che conduce l’eroe a ritrovare la
grazia.

Il ciclo del Graal


Alcuni autori cercarono di continuare l’opera incompiuta “Perceval” di Chrétien. Tra questi si distingue
soprattutto Robert de Boron, alla fine del XII secolo.
Robert de Boron, la cui opera in versi ci è tramandata interamente in prosa, trasforma il Graal nel calice
dell’ultima cena, nel quale Giuseppe d’Arimatea conserva il sangue di Cristo. Robert de Boron sposta il
tema del Graal sul misticismo religioso. L’opera tradotta in prosa di Robert de Boron si mescolerà alla
nascente produzione letteraria in prosa, dando origine ad un fiorente ciclo di prose sul Graal.

 “Estoire du Graal”, prima opera in versi, Graal trasformato nel calice dell’ultima cena.
 “Merlin”, seconda opera, narra della via di Merlino, del regno di Uter Pendragon, della creazione
della Tavola Rotonda. Porta a compimento la sintesi di Boron tra i temi cristiani e i miti celtici, tra
l’universo evangelico e il mondo arturiano.

Prima metà XIII secolo = costituzione di un vero e proprio ciclo, il Lancillotto-Graal, detto anche Ciclo di
Lancelot-Graal, Ciclo della Vulgata o Ciclo dello Pseudo-Walter Map (1215 – 1235). Romanzi di portata
“mistica” e meravigliosa che sviluppano numerosi temi della leggenda di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola
Rotonda, dedicando un particolare rilievo ai temi dell'amore fra Lancillotto e Ginevra e della ricerca del
Graal. Insieme in prosa suddiviso in 5 parti:

 “La storia del Santo Graal” e “Merlin”, riprendono i caratteri dell’opera di Boron
 “Lancelot” ritraccia la carriera del giovane, educato da una fata, fatto cavaliere da Artù, innamorato
della Regina Ginevra. L’amore colpevole di Lancillotto è fonte della sua prodezza. E’ grazie ad esso se
Lancillotto riesce a diventare il cavaliere migliore del mondo: discreto, generoso, devoto.
Apologia cortese dell’amore del perfetto cavaliere per la sua Dama.
 “La queste del Saint Graal” rovina i valori esaltati dal romanzo precedente. Quest’opera presenta
Galaad, figlio di Lancillotto, come esempio di cavaliere perfetto. Egli prende parte alla missione di
ricerca della santa reliquia, il Graal. Questa missione coinvolge i prodi in degli episodi simbolico-
allegorici che terminano con la visione di Dio, solo per i cavalieri davvero toccati dalla grazia. Tra
questi c’è Galaad. Lancillotto, nonostante i meriti e il pentimento, viene invece condannato in
quanto adultero.
Quest’opera non esalta l’unione dei valori religiosi e cavallereschi, bensì utilizza gli uni per
condannare gli altri.
 «  La mort le roi Artu  » ci riporta in un mondo dalle dimensioni umane facendo scomparire l’ideale
universo arturiano.

Insieme delle opere coerente, ma resta difficile pensare che sia dovuto a un autore unico. Gli autori delle
opere sono sconosciuti.