Sei sulla pagina 1di 103

Solo fino a un certo punto

1
Solo fino a un certo punto

SOLO FINO A UN CERTO PUNTO


di Bruno Magnolfi

Illustrazioni di Giulia Tesoro

E-book a cura di GM Willo

www.edizioniwilloworld.co.nr

www.rivoluzionecreativa.co.nr

This work is licensed under a


Creative Commons Attribution 2.5 Italy License.

2
Solo fino a un certo punto

Il testo e le immagini di questo libro si avvalgono della


licenza Creative Commons 2.5 Share Alike, che ne tutela i diritti
e ne permette la divulgazione non a scopo di lucro.

SOLO FINO A UN CERTO PUNTO

Storia di Bruno Magnolfi

Illustrazioni di Giulia Tesoro.

2010

3
Solo fino a un certo punto

Erano le 22,21 quando sono entrato nel letto, ed ho avuto


particolare cura per non scalzarlo troppo dal mio lato, in modo
che le coperte si mantenessero ben tese. Ho spento subito la luce
crollando di sonno e di stanchezza. Alle 2 e 43 ero già con gli
occhi aperti, e la radiosveglia accanto a me, coi suoi grandi e
luminosi numeri rossi, mi ricordava implacabile il passare lento
e inesorabile della notte.

4
Solo fino a un certo punto

Stamani mi sono svegliato come ogni mattina, alla stessa ora


di sempre, ritrovandomi quasi nella stessa posizione di ogni
giorno. Non mi sono meravigliato, in fondo non c’era proprio
nulla di cui meravigliarsi, anche perché davanti a me non avevo
alcuna altra possibilità se non quella di compiere i soliti gesti
usuali di ogni giorno.
Muovendomi lentamente ed evitando di disturbare il mio cane
che da sempre passa le notti sdraiato sopra al pavimento ai piedi
del letto, ho pensato che l’unica vera differenza rispetto ad un
altro qualsiasi dei miei risvegli fosse data dai pensieri. Certo, se
tutto era uguale fin nei dettagli dei colori del pigiama e nella
posizione del cane, forse l’unica vera differenza era quella,

5
Solo fino a un certo punto

anche se per dati oggettivi restava impossibile da vedere. Sicuro,


una volta in piedi, quando fossi stato completamente sveglio, ma
forse ancora prima, mentre ero intento ai riti di sempre, la barba,
l’acqua, lo specchio, ed anche una volta adempiuti i compiti di
ogni mattina, finito di preoccuparmi di qualsiasi piccola cosa,
bene, potevo pensare. Pensare qualsiasi sciocchezza,
immaginarmi le cose più strane e più ardite, fantasticare su tutto
ridisegnando anche gli oggetti che arredano la mia piccola casa e
che sembrano emergere dalla nebbia quando vengono rischiarati
dalla fioca luce della mattina appena abbozzata. Pensare anche
qualcosa di me, oppure degli altri, oppure di nessuno in
particolare. Prepararmi alla giornata nascente, o a quella
seguente, o a tutta la settimana, ai mesi, agli anni a venire,
progettare cambiamenti, trasformazioni, qualsiasi cosa, qualsiasi
cosa io potessi desiderare.

6
Solo fino a un certo punto

Subito dopo ho avuto paura di quel mio pensare. Ho preso il


latte dal frigo, l’ho versato freddo dentro un bicchiere, ci ho
messo dentro due cucchiaini di zucchero stando ben attento a
non prendere l’identico involucro riempito di sale, e dopo aver
fatto girare diverse volte quel latte, ne ho bevuto un bel sorso.
Se all’improvviso non avessi avuto pensieri, neanche uno
piccolo che ne valesse la pena; se non avessi avuto nessuna
fantasia, né sulla casa, né sui gesti di ogni giorno, né
quest’atteggiamento critico sui miei comportamenti giornalieri,
né su queste povere cose che ogni giorno mi vengono incontro,
che mi aiutano a ritrovare la mia personalità, la mia indole; se

7
Solo fino a un certo punto

non avessi il mio sentirmi persona che a volte si sdoppia fino a


farmi vedere ogni cosa con gli occhi dello specchio del bagno, o
del mio cane che alza la sua testa pelosa ad osservare la
medesima scena di ogni giorno. Se non avessi tutto questo,
ebbene, neppure sarei. O sarei altro.

Mi sono immaginato la giornata di fronte. Ed ho avuto voglia


di cambiarne la struttura, i contenitori stessi del suo ordinario
trascorrere. Poi mi sono reso conto che è del tutto impossibile.

8
Solo fino a un certo punto

Ma in fondo tutto questo è stato sufficiente: avere delle


possibilità, anche se non vengono neppure sfruttate, è già
sufficiente per poter essere vivi.

9
Solo fino a un certo punto

10
Solo fino a un certo punto

Alle quattro mi sono svegliato. Non di soprassalto, per un


rumore, o per qualcosa che avesse disturbato d’improvviso il
mio sonno. Senza alcun motivo, in modo direi quasi naturale,
come se il mio organismo avesse deciso che non era più ora di
dormire.
Mi sono girato su un fianco, ho osservato la mia fidata
radiosveglia, poi ho cercato ancora un’altra posizione. Avevo
appena fatto un sogno, poche immagini veloci e definite. Mi
trovavo sul retro di un magazzino, su un enorme piazzale
all’aperto ingombro dei materiali più insoliti, circondato, su tutti
i lati recintati fin dove potevo vedere, dai campi coltivati a mais,
esattamente come possono esserlo quelli oltre la periferia di una
città. Attorno era buio, solo il piazzale risultava illuminato a
giorno da grosse lampade piazzate sopra ai pali della recinzione.

11
Solo fino a un certo punto

E c’era tanta gente in giro, anzi, c’erano tutti, immobili, fermi e


in piedi nella forte luce elettrica.

In questa immagine statica solo il mio punto di vista si


muoveva. Spostato vicino ad un lato della recinzione,
lentamente io mi innalzavo, come sostenuto da un sottile filo di
ferro che mi tirasse verso l’alto. Anzi, guardando meglio mi
accorgevo che tra tutti gli altri pali della recinzione si erano
formati dei collegamenti di fili, di cavi d’acciaio, brillanti e
sottilissimi, ed io lentamente mi libravo nell’aria della notte
continuando a salire attorniato da quei cavi. Le persone mi
guardavano allibite ed io mi muovevo libero tra i pali come un
trapezista del circo.

12
Solo fino a un certo punto

13
Solo fino a un certo punto

Alzandomi dal letto ho cercato le mie pantofole, saggiando il


pavimento con i piedi scalzi nell’oscurità profonda della camera,
ma non le ho trovate, per quanto abbia setacciato una buona
porzione di mattonelle fredde. Ho pensato fossero dalla parte
opposta del letto, dal lato in cui, quando torno dal lavoro, in
genere mi tolgo le scarpe, o mi siedo per cambiarmi d’abito. A
passi scalzi ho evitato il cane che da sempre dorme, fedele ai
suoi comportamenti, sdraiato per terra, con la schiena
appoggiata al fondo del letto. Mi ha subito sentito ed ha tirato su
il capo peloso dal suo giaciglio formato da una vecchia coperta
stesa a terra. Forse mi ha guardato nel buio, come sempre, forse
ha avuto pena di me, come immagino spesso. Le mie pantofole
erano dove immaginavo fossero, e le ho subito calzate,
compiaciuto del risultato. In silenzio ho spalancato la porta della

14
Solo fino a un certo punto

camera da letto e sono uscito in corridoio, accostandola alle mie


spalle, senza richiuderla, ad evitare il cigolio della maniglia.

Sono andato dritto in cucina ed ho esitato un attimo ad


accendere la luce. I rumori della sera precedente, nella stanza,
sembrava si fossero posati sul pavimento, sulle pareti, sui
mobili; e un vago odore di verdure bollite era invece rimasto in
aria. Dal finestrone una luce tenue di mattino lontano e doloroso
attraversava i vetri disegnando i contorni sfuggenti delle cose.
Una mattina come tante, come tutte. Eppure unica, irripetibile,
senza un perché.
Ci sono delle volte che fingo di dormire. Sto al buio, coperto,
con gli occhi aperti e fissi al soffitto, o meglio, considerato il
buio, quello che credo sopra di me il soffitto. In questa posizione
posso solo pensare, ma non vorrei farlo, vorrei piuttosto che
un’ombra sfuggente nella stanza mi prendesse per mano

15
Solo fino a un certo punto

indicandomi qualcosa più importante, un elemento che avesse


valso la pena di essere stato qui, di esserci stato per tutto questo
tempo, per tutte queste notti vuote e senza senso.

16
Solo fino a un certo punto

La radiosveglia non è suonata neppure stamani. All’ora in cui


era puntata la suoneria ero già sveglio, anzi, lo ero già da molto
prima. Però sono rimasto ancora qualche minuto a contemplare
il niente di un altro inizio del giorno.
Il mio cane mi ha sentito dalla sua posizione solita, sdraiato
sul pavimento accanto al letto, e con deboli movimenti si è tirato
su per osservarmi meglio e sbadigliare. In cucina albeggiava e
tutto era esattamente come sempre.
Mi sono ricordato del sogno della notte uscente, e siccome
riconsiderandolo mi è parso bello, ho pensato che forse era il
caso di tenerlo a mente per raccontarlo a qualcuno durante la

17
Solo fino a un certo punto

giornata. Così ho passato mentalmente in rassegna le persone


che avrei probabilmente incontrato durante la mattina, ma
nessuna di loro mi è parsa adatta a delle confidenze intime.
Poi, mentre addolcivo con dello zucchero un bicchiere di latte
freddo, ho visto che il mio cane mi aveva seguito, continuando
timidamente ad osservarmi. Mi sono abbassato verso di lui e l’ho
accarezzato lentamente sul capo peloso. Così, sottovoce, ho
detto: “Lo vuoi sentire tu il mio sogno di stanotte?”, e lui mi è
parso acconsentire.
“Avevamo affittato una casa, io e la segretaria del mio
capoufficio con la quale a volte prendo qualche caffè al bar del
piano terra, più per non adempiere a questo rito da solo che per
la simpatia che emana. L’abitazione era davvero grande, formata
da molte stanze non allineate tra di loro, ma come piazzate lì in
maniera caotica. E la cosa buffa è che questa casa si trovava in
una città araba, forse Marrakech, forse Tunisi, non so.

18
Solo fino a un certo punto

Naturalmente io e la segretaria avevano stanze separate e ci


vedevamo anche assai di rado in quanto, per la vita che ognuno
di noi svolgeva, avevamo orari assai differenti. All’interno di
questo andamento delle cose tutto pareva piuttosto tranquillo e
per così dire ormai sedimentato. Ma all’improvviso arrivava uno
sconvolgimento imprevisto.
Due o tre persone con fare molto deciso arrivavano a casa
nostra e ci dicevano senza mediazioni che il nostro sfratto era
improrogabile, il contratto d’affitto era concluso e il giorno
seguente dovevamo liberare tutte le stanze. Per di più
all’improvviso crollava il soffitto rosso di una delle stanze più
belle, ed in mezzo al polverone che ne scaturiva pareva che la
nostra vita, la mia e quella della segretaria del capoufficio,
fossero alla rovina assieme a tutto il resto.
Mentre uscivo per andarmene, come affiorando alla mia
coscienza una nota di gusto e di delicatezza, pregavo la
segretaria di metter via ben protetti tutta una serie di piccoli
oggetti in porcellana: tazzine, piattini, soprammobili. Non so
dove li avrei portati, ma mi sembrava quasi più importante
proteggerli, in ogni caso.”
Il mio cane a questo punto si è accucciato, mi ha guardato per
un altro minuto, poi ha sistemato il muso sopra la sua zampa e
ha chiuso gli occhi.

19
Solo fino a un certo punto

Mi sono svegliato davanti ad un piccolo golfo in una giornata


piena di sole e calma di vento. Il caldo accarezzava i piccoli
cespugli che si protendevano dalla piatta vallata alle spalle del
mare fino quasi a pochi metri dal bagnasciuga e poche barche
ancorate muovevano leggermente la prua, lasciando oscillare
assieme gli alberi fissati alle sartie.
Il sole era alto a metà del giorno e il promontorio di fronte
oscillava di vegetazione e di scogli rossastri. Incontravo una
donna, da sola, ma era troppa la mia timidezza per chiederle
come si chiamasse quel luogo, perché mi trovassi lì, o di
indicarmi una direzione, un senso, qualcosa verso cui

20
Solo fino a un certo punto

incamminarmi. Lei mi osservava a distanza, come avendo


intuito i miei dubbi, quasi interpretando le mie perplessità. Poi si
voltava, come cercando con gli occhi qualcosa che stava già da
un’altra parte, ed io mi sentivo all’improvviso deluso, ignorato,
ancora più solo.
Ma lei si voltava, ed io, con una sfumatura di coraggio, mi
avvicinavo a lei, ed arrivato a tre o quattro passi di distanza, mi
fermavo senza staccare gli occhi dalla sua espressione
vagamente interrogativa: “Vorrei tanto amarla,” dicevo, “starle
vicino, provare per lei un sentimento puro, che non avesse niente
di egoistico, come uno sdoppiarsi dentro ad uno slancio
indifferente ai risultati, senza alcun disegno, e vivere e brillare
per un attimo in quel gesto, e poi nient’altro”.
La donna era triste, fingeva di osservarmi ma era piena di
quel mare, di quel golfo, di quei campi che bagnavano le proprie
estremità nell’acqua salata. “Seguimi”, diceva, “la mia vita è
sacrificio, solo sacrificandoti puoi comprenderla”.

21
Solo fino a un certo punto

Erano le 22 e 15 quando sono entrato nel letto, avendo di


nuovo cura per non scalzarlo troppo dal mio lato, e che le
coperte rimanessero ben tese. Ero stanco, ed ho spento subito la
luce. Alle 2 e 56 ho riaperto gli occhi, e la radiosveglia accanto a
me, coi suoi luminosi numeri rossi, continuava a scandire il
trascorrere lento della notte. Ho pensato alla giornata di lavoro
che mi attendeva, ed ho passato lentamente in rassegna le varie
cose che non dovevo assolutamente dimenticarmi di fare, ma
mentre scorrevo i pensieri perdevo concentrazione, e il mio
interesse risultava attratto da altre cose, vaghe, quasi eteree,
casuali pensavo, fino a che un sottile dolore ad una spalla mi ha
riportato in fretta alla situazione.
Poi si è materializzato davanti a me un campo giallo di grano
maturo, e una stradina polverosa piena di sole e di caldo. Era
piacevole osservare quella distesa uniforme, senza asperità, e gli
alberi in fondo mostravano foglie di verde chiaro, ferme nella

22
Solo fino a un certo punto

luce forte. Con questa immagine credo di essermi


riaddormentato, ma non so precisamente quando ho iniziato a
sognare, anche se ad un certo punto mi sono ritrovato nella casa
dei miei genitori, un appartamento anonimo di un palazzo
anonimo.

Al piano superiore abita una donna severa e scostante con una


figlia, che da qualche tempo tutti sanno che ha iniziato a
drogarsi pesantemente e a battere il marciapiede, probabilmente
per comprarsi le dosi che le servono. Ha una zia, probabilmente
più comprensiva della madre, che a volte sale le scale per parlare
con la ragazza; certe volte alzano un po’ la voce, poi però spesso
si abbracciano e piangono assieme. Dai solai leggeri si sente
tutto quello che si dice dall’altra parte, e le vicende
dell’appartamento superiore per me non hanno quasi più segreti,
indipendentemente dalla mia curiosità.

23
Solo fino a un certo punto

Così quando dalla ragazza arrivano tre o quattro sbandati


malavitosi, se ne sente le parole, i discorsi, le risate forti, e
quando scendono le scale bussando alla porta dell’appartamento
dei miei genitori, so già che sono loro. Non ho niente di cui aver
paura, così apro la porta per chiedere il motivo di tanta
confusione. Ridono, vogliono drogarmi, forse per scherzo, per
impaurirmi. Riesco comunque a conservare un atteggiamento
calmo e meravigliato, ed il mio cane rimane tranquillo, in
disparte. Le cose vanno per le lunghe, ed io ad un tratto riesco
precipitosamente a fuggire per le scale, inseguito da qualcuno,

24
Solo fino a un certo punto

ma una volta in strada entro di corsa nel negozio subito di fronte


per telefonare alla polizia. Questa velocemente arriva e riesce
senza grossi problemi ad arrestare tutta la banda.
Dopo qualche tempo però uno di loro, o un loro amico
informato di tutto, si para davanti a me in strada mentre sto
rientrando a casa, quasi davanti al portone del palazzo. Lui alza
le mani in modo minaccioso ed io cerco di difendermi tirandogli
dei calci rapidi e nervosi che non arrivano a segno. Per un
movimento inconsueto fatto per schivarmi, quello cade a terra in
malo modo, e rimane lì, stordito. Io trovo una sbarra di ferro al
margine della strada, e con una forza residua che sembra però
mancarmi sempre più, brandisco l’arma tentando di colpirlo e di
sfondargli il cranio. Poi mi prende un’angoscia profonda
pensando che qualcuno della banda possa essere nello stesso
momento con la mia famiglia, ma non posso fermarmi.

25
Solo fino a un certo punto

Oggi mi sono svegliato di soprassalto e ho ripensato al sogno;


mi è tornato a mente un vecchio incubo di quando ero piccolo,
che forse ha una qualche relazione con questo, non saprei.
Avevo quattro o cinque anni ed abitavo in una casa che non
esiste più. C’era un cortile grande sul retro e noi abitavamo al
primo piano. Qualcuno, con la paletta per i dolci che è sempre
stata nel cassetto della credenza, con la sua strana forma
trapezoidale e orlata da piccole incisioni simmetriche, ha tagliato
a fette la mia mamma. Lei giace a pezzi sul cemento del cortile,
ed io provo una pena enorme, ma lei muove una parte della
testa, che forse è la parte più grossa che le è rimasta, pur con un
solo occhio, e con una voce fievole cerca di dirmi qualcosa che
purtroppo non capisco.

26
Solo fino a un certo punto

Rimango impietrito alla finestra del primo piano ad osservare


quel che rimane della mia mamma: non cerco di scendere giù da
lei, di avvicinarmi, di toccarla; mi limito a piangere di lei, a
disperarmi, con tutte le mie forze, senza poter fare altro.

27
Solo fino a un certo punto

Stamani il cane mi è venuto vicino e mi ha annusato. Aveva


un’espressione seria, come di chi vuole parlarti di qualcosa di
importante a cui tiene. Gli ho dato un biscotto, intanto io ne ho
mangiati due; poi ne ho allungato un altro verso la sua bocca
lunga e dentata. Mancavano tre minuti alle sei. Era presto.
Potevo ancora riempire il tempo con dei pensieri.

28
Solo fino a un certo punto

Alle quattro e un quarto esatte ero già sveglio. Mi sono girato


dalla parte opposta dei numeri luminosi della radio sveglia, e
sono stato contento di avere ancora molto tempo. Non arrivava
quasi nessun filo di luce fino al letto, ed un silenzio assoluto
ottenebrava la stanza. Ho pensato a me, senza motivo, e ho
immaginato di essere felice.
Avrei potuto alzarmi dal letto, andare in cucina e aprire il
frigorifero, forse versarmi qualcosa di fresco da bere; oppure, in
un silenzio circostanziato e teso, accendere la televisione per
guardarmi qualche programma assurdo della notte. Mi è parso
interessante far parte della schiera dei nottambuli che per un
motivo o l’altro riescono a modificare con la loro assiduità la
programmazione televisiva delle reti della notte, poi non ho

29
Solo fino a un certo punto

trovato niente d’interessante in tutto questo, e mi sono girato su


un fianco, il mio preferito.

Ma ormai non era più possibile dormire, ne avevo coscienza


piena e completa. Il sonno non sarebbe ritornato, tanto valeva far
qualcosa d’altro.

30
Solo fino a un certo punto

31
Solo fino a un certo punto

Svegliandomi la prima sensazione del giorno è stata


l’angoscia. Angoscia per quell’abbandono dello stato di sonno,
lasciare quel nido protetto nel quale rinchiudersi a tutto. Poi, con
un filo di coraggio, il secondo pensiero è stato sulla giornata in
cui far cominciare, fin da subito, le solite, usuali, piccole e
grandi attività alle quali dar corso, ineluttabilmente.
Il cane ha continuato i miei sogni, e il resto ha continuato
a venire verso di me come una pellicola cinematografica che
pian piano si svolge e attraversa per un momento un fascio di
luce formidabile, e poi si riavvolge sugli altri metri di se stessa,
ritornando nel buio.

32
Solo fino a un certo punto

La cucina, coi suoi lievi odori di cibi e di grassi scaldati


sopra ai fornelli, il bagno, con le luci taglienti accanto allo
specchio, le lamette da barba, con la loro sottile freddezza. Poi
sono uscito di casa.

33
Solo fino a un certo punto

Mi sono svegliato di soprassalto, stanotte, per un rumore


forte, profondo. Ho immaginato un cataclisma, una variazione
profonda dello stato delle cose, e se da un lato ne ho subito
avuto paura, dall’altro ho provato il gusto forte del dramma,
dell’affrontare realtà diverse dalle giornate ordinarie, forse
enormemente disagiate. Era solamente un tuono in avanguardia
al temporale che stava sopraggiungendo, e di lì a pochi attimi
una pioggia liberatrice ha iniziato a battere sull’asfalto della
strada e sopra ai tetti.
Mi sono sentito bene così protetto dalla mia casa e dalle
coperte del mio letto, ma poco dopo un’uggia incontrollabile mi

34
Solo fino a un certo punto

ha fatto sgusciare nell’oscurità della camera fino ad arrivare alla


finestra di cucina. Dopo poco i lampi di luce erano già radi e
lontani, ma una pioggia insistente continuava a rimbalzare sulle
superfici luccicanti.
Mi pareva viva la notte, con la sua aria trasparente di buio
profondo, denso ed infinito. L’ora canonica del mio risveglio
sarebbe sopraggiunta non prima di quarantacinque, cinquanta
minuti, e questo lasso di tempo era talmente breve da non
permettermi neppure di riprendere sonno. Nonostante questa
consapevolezza sono tornato a coricarmi, forse più per cercare
una meditazione cosciente che a riposarmi.
La radiosveglia lasciava debolmente tremare nell’aria alcune
note musicali distorte dalla cattiva sintonia, irriconoscibili
perfino a qualsiasi esperto di musica leggera tanto era forte la
loro corruzione, poi, schiacciato il pulsante, il silenzio era
tornato immediatamente. Anche la pioggia era cessata, ed il mio
cane annusava l’aria della stanza quasi a sentire la fragranza del
lavaggio notturno della città. Tutto, velocemente, era di nuovo
nell’alveo dell’ordinario.

35
Solo fino a un certo punto

Alle quattro e dodici minuti esatti un boato spaventoso mi ha


svegliato di soprassalto. Ho immaginato il tremare dei vetri alle
finestre, le sirene degli allarmi impazzite, l’improvviso black-out
di telefoni ed energia elettrica, ma niente di tutto questo stava
realmente accadendo. Dopo i primi istanti di paura irrazionale,
lentamente ho iniziato a rendermi conto che tutto appariva
regolare, come doveva essere, e che la notte scorreva lentamente
come sempre.
Allora ho chiuso di nuovo gli occhi e mi sono abbandonato
con calma sotto alle coperte, cercando di riflettere, ormai
sveglio, su ciò che poteva significare tutto questo. Era
ipotizzabile un collegamento personale con qualcosa o qualcuno
che mi avesse voluto trasmettere un segnale, e ne ho avuto
paura. Per un attimo ho pensato anche ad un evento accaduto ad
un parente, ad un amico, ma subito ho abbandonato l’idea.
Poi ho immaginato un qualcosa del quale non aver mai avuto
neppure idea dell’esistenza: una persona, un evento, un apparato,
un’entità segreta con la quale io fossi all’improvviso entrato in
contatto, o meglio, che avesse rivelato a me un qualcosa di
terribile ed inspiegabile. Ho immaginato giornate da trascorrere
sui quotidiani e i rotocalchi a cercare tra le notizie minori e più
ordinarie, un qualche tassello che ordisse una qualsiasi tela;
costruire enormi puzzle mentali rincorrendo legami e
collegamenti impossibili tra fatti ed eventi marginali, a grande
componente di inspiegabilità, di mistero, ai limiti
dell’incomprensibile.

36
Solo fino a un certo punto

Anche oggi mi sono alzato dal letto regolarmente, alla


medesima ora di ogni giorno. Sono andato in cucina e una
presenza mi ha scosso. Di fatto era tutto in ordine, proprio come
sempre, però un alito leggero pareva sortisse da un corpo
invisibile e immobile che mi osservava inespressivamente.

37
Solo fino a un certo punto

E’ sabato, oggi, e non devo andare a lavorare. Razionalmente


lo so, ma il mio corpo si sveglia alla stessa ora di ogni giorno,
nonostante quell’ora non mi faccia sentire troppo riposato. Così
inizio a girare per casa, in modo inquieto, senza sapere bene
cosa fare e a cosa dedicarmi. Il mio cane scodinzola ed
evidentemente vuole uscire.
Albeggia, ed io sono già fuori, a respirare un’aria frizzante e
pulita che nei giorni di lavoro mi pare sempre più pesante e
viziata di oggi. Passeggio avanti e indietro per strade che
costeggiano i giardini, ed il mio cane si attarda dietro a tracce di
odori che lo tengono attento ed impegnato. Poi torno a casa. Mi

38
Solo fino a un certo punto

sento stanco, e mi tolgo le scarpe. Poco alla volta le mie energie


si attenuano, ed anche la mia voglia di fare, repressa durante
tutta la settimana, si spegne lasciandomi inevitabilmente privo di
idee e di pensieri.
Lentamente rientro nel letto e spengo la luce. Non so che ore
siano, e forse neppure mi interessa.

39
Solo fino a un certo punto

Oggi mi sono svegliato undici minuti prima che la mia


radiosveglia iniziasse a spandere le sue note gracchianti della
solita musica commerciale fuori sintonia. Ho cercato di fingere
ancora di dormire in modo da non essere perfettamente cosciente
del mio stato di sveglio, ma è stato inutile. Ho acceso una
lampadina e ho tirato su il mio corpo solo parzialmente riposato.
Mi sono ricordato di far scattare il meccanismo di spegnimento
della radiosveglia e poi ho inforcato le pantofole.
Non ho trovato gli occhiali accanto al mio orologio da polso,
così ho pensato fossero rimasti in cucina dalla sera avanti, come
spesso mi capita, o sul bracciolo della poltrona, ma non era così.
Di là dalle tendine della finestra si intuiva l’approssimarsi
dell’alba, e lontano, forse da sopra un albero, si sentiva il
richiamo lugubre di un uccello notturno. Ho acceso la luce sopra
ai fornelli di cucina ed ho aperto il frigorifero. Era buffa la realtà
senza i miei occhiali: un senso di fastidio dato dalla incapacità
ad avere un’immagine completa e ricca di dettagli, si alternava
all’incompletezza fascinosa delle cose, più macchie di colore
spruzzate in maniera casuale nel panorama casalingo, che
oggetti completi e definiti nella loro immobilità e freddezza.
Pensavo ad una persona a cui avevo telefonato in sogno.
Avevamo parlato di un piccolo favore che avrei volentieri voluto
fargli, e scambiandosi reciproci complimenti ci eravamo messi
d’accordo sulle modalità.
Poi ero stato colto da alcuni dubbi e lo avevo richiamato.
Avevo di fatto scritto velocemente degli appunti sopra ad un
taccuino, ma senza i miei occhiali non riuscivo a rileggere
neppure nella mia scrittura. E così era accaduto poco dopo una
seconda volta. Con le mie telefonate temporeggiavo continuando
a pensare dove avessi potuto cacciare i miei occhiali, ma in

40
Solo fino a un certo punto

questo modo non prestavo sufficiente attenzione a ciò che mi


veniva detto.
In breve era come se continuassi ad avere certezze solo fino a
che lui rimaneva all’apparecchio, a spiegarmi la sua idea. Mi
appariva tutto chiaro e addirittura scontato fino al momento in
cui rimanevo da solo a ripensare a ciò che mi era appena stato
spiegato, ma da allora in avanti nascevano in me masse di dubbi.
Appena abbassavo il telefono tutto appariva nebuloso, poco
definito, senza i miei occhiali mi sentivo addirittura perso, e mi
vedevo costretto a doverlo richiamare per avere dettagli, ulteriori
spiegazioni, o addirittura per farmi ripetere ciò che mi era stato
appena detto due, tre volte. Era come se dentro alla mia testa le
istruzioni appena ricevute si confondessero tra loro, si
amalgamassero anche ad altri pensieri che niente avevano a che
fare con i primi, e la paura di non riuscire in modo completo e
soddisfacente nei miei intenti diventava superiore a qualsiasi
vergogna nel farsi ripetere ancora la stessa cosa.
Alla fine iniziavo a stare male, tutto questo si trasformava in
un tormento per me e per il mio conoscente, e immaginavo,
nonostante le mie scuse, di essere capito male, come se cercassi
un artifizio per evitare qualsiasi mio impegno. Intanto era
tramontata qualsiasi gentilezza ed ogni complimento che ci
eravamo scambiati inizialmente, e quella mia inconcludente
richiesta di spiegazioni, pur intervallata da pause di qualche
minuto, sembrava soltanto una posa ironica.
Poi arrivava inaspettato un cambiamento del tono di voce e
del modo di parlarmi da parte sua: di colpo lui metteva da parte
il piccolo favore e tutto il resto di cui inizialmente aveva parlato,
ed iniziava a trattare, come da conoscente della materia, dei
comportamenti iterativi, dell’instabilità emotiva, di
atteggiamenti mentali paragonabili a tic nevrotici, e le sue parole

41
Solo fino a un certo punto

erano dette al telefono con calma, con modi estremamente


tranquillizzanti. All’improvviso parlava in generale di un’attività
psichiatricamente interessante, di disturbi comportamentali
leggeri e curabilissimi, ma di una diagnosi da fare al più presto,
e di analisi psicologiche da mettere in campo anche per amore
della scienza.
Sorridevo tra me, e pensavo che per nessuna cosa al mondo
avrei parlato dei miei occhiali, e di come riuscissero a farmi
infilare quella continua serie di gaffe, di equivoci incredibili.
Continuavo a sorridere, immaginando in sedute ricorrenti e
parziali obiettivi a cui mirare, cure infinite e inconcludenti,
lunghi anni da trascorrere su lettini di analisti a parlare dei miei
più reconditi segreti. Immaginavo magri e seri medici occhialuti
in camice bianco a studiare i miei riflessi, a ponderare le mie
risposte su domande trabocchetto, tortuose interrogazioni
compresse di significati apparentemente camuffate da
sciocchezze infantili.

42
Solo fino a un certo punto

Spariva l’uomo, il conoscente, le sue richieste di favori, le


telefonate, e rimaneva solo il mio atteggiamento assurdo ed
adesso drammaticamente serio, pur pilotato da quella sparizione
inspiegabile dei miei occhiali, con quella mia incapacità
decisionale superiore a qualsiasi immaginazione, quasi un gusto
terribile e profondo dello stallo in cui verticalmente continuavo a
cadere.
Dopo anni di studi sul mio caso immaginavo la mia
rassegnazione ad un comportamento deviato, alla scoperta della
calma e della stabilità mentale solo all’interno di quel mio
perdurare con telefonate monotone e ricorrenti, quasi
un’ossessiva ricerca della spiegazione ulteriore, del dettaglio da
svelare, del superiore chiarimento, forse più certezza di gesto di
qualsiasi altra concreta abitudine.
I miei occhiali erano in bagno, sopra il piano del lavabo, dove
avrebbero potuto essere se non lì?

43
Solo fino a un certo punto

Ho sognato di nuovo di perdere i miei occhiali. Continuavo a


cercarli dappertutto nelle stanze di casa, ma non ne trovavo
traccia in alcun posto dove avrei supposto potessero essere, e ciò
lasciava montare dentro di me un’enorme irritazione,
sicuramente per il disagio della mia vista sminuita, ma anche di
più per il fatto in sé, per quel ritrovarmi preda della casualità,
come se io non fossi pienamente padrone neppure dei miei
oggetti personali. Non sono abituato a perdere le cose, a non
averne controllo, così la menomazione mi si è ingrandita, mi
pareva addirittura di non riuscire a vedere le cose, di camminare
e continuare a sbattere contro ostacoli a me ignoti.
A tratti mi pareva che il cielo, di là dalla finestra, fosse livido,
uniforme, incapace di definire i confini delle nuvole, e
soprattutto privo delle sfumature di colore che caratterizzano
ogni alba. Immaginavo un mondo privo di dettagli e soffrivo
della mia incapacità a cogliere i contorni e i particolari delle
cose. Poi rimanevo in silenzio, con gli occhi fissi sopra una
macchia di colore, e all’improvviso ascoltavo.
Piccoli rumori arrivavano alle mie orecchie in modo
disordinato e improvviso, e per la prima volta me ne sentivo
attratto, come se fossero loro, quei piccoli suoni, a rendermi i
particolari delle cose. Ascoltavo un’automobile lontana che
passava lungo la strada, il mio vicino di casa che si muoveva sul
balcone, qualche folata di vento che faceva frusciare la siepe del
giardino.
Starmene senza occhiali in fondo poteva essere anche una
scelta, un modo per acuire gli altri sensi, per rendersi conto di
altre cose, magari più recondite e nascoste del normale profilo
degli oggetti. Avere un’immagine più ampia, più completa, e
annullando i dettagli riuscire a cogliere l’interezza della realtà,

44
Solo fino a un certo punto

senza quel perdersi ossessivo su particolari scollegati, su


elementi singoli confinati ognuno nel suo isolamento.
Mi pareva un arricchirmi incondizionato, un elevarmi a
opinionista oggettivo e obiettivo, proprio per quel fondere i
particolari tra di loro, quel trascolorare ogni pennellata a
vantaggio del quadro d’insieme, e in questo sforzo affinare un
concerto di sensi tutti parificati nella composizione armonica
della realtà. Poi mi sono svegliato, e i miei occhiali erano come
sempre accanto alla mia radiosveglia.

45
Solo fino a un certo punto

Stamani è una giornata come tutte le altre. Non sono contento,


ma neppure mi sento particolarmente triste. Mi sono svegliato
presto nel silenzio assoluto della casa, ed adesso rimango ancora
sotto alle coperte ad assaporare i miei pensieri che scorrono
fluidi come sempre. Fuori, penso, sicuramente il freddo
pungente avrà reso sgradevole la strada, i marciapiedi, i muri
delle case ostili e squadrati nel buio della mattina invernale
dall’alba lenta e ritardataria. Lontano, la campagna apparirà
sicuramente biancheggiante della brinata della notte, e gli alberi
scheletriti appariranno immobili e silenziosi come monumenti al
freddo gelido e all’inverno. Sotto alle coperte il caldo del mio
corpo si è scavato, durante tutta la notte, un guscio accogliente e
magnetico, tanto da dilatare al massimo il momento in cui dovrò
decidere di alzarmi dal letto.
Forse potrei isolarmi dal resto del mondo, penso, evitare di
rispondere al telefono e staccare i fili elettrici dal campanello
della porta. Potrei rimanermene da solo e tagliare via per
qualche tempo i comportamenti rituali di ogni mattina. Non ho
voglia di affrontare le piccole difficoltà di tutti i giorni, uscire di
casa, raggiungere l’ufficio, scambiare i soliti buongiorno con le
stesse persone di sempre.
Potrei fuggire, tanto per rompere di botto con quanti si
aspettano da me lo svolgimento dei miei doveri di sempre.
Sparire, ecco la parola giusta; senza portarmi dietro niente, se
non i miei abiti con me stesso dentro. Arrivare in fretta alla
stazione e salire sopra a un treno, senza destinazione prefissata.
Mi immagino il mare, in una giornata fredda ma piena di sole,
oppure un piccolo paese di campagna, dove sedersi al tavolino
dell’unico bar, e bere lentamente qualcosa leggendo i titoli di un
giornale di provincia. Sulla spiaggia potrei trovare un cagnolino
a cui fare le carezze, lo stesso che potrebbe venirmi dietro alla

46
Solo fino a un certo punto

fine del paese di campagna, là dove dietro l’ultima casa si


aprono le colline grigie e offuscate da una leggera foschia e dalla
distanza.

Un’isola, piccola, appena accennata, sull’orizzonte di un mare


calmo che mostra tutte le miglia di distanza che mi separano da
là; oppure una chiesetta biancheggiante sopra un’altura senza
niente di significativo. Uno scopo, un senso, una direzione verso
cui guardare, a cui ispirarsi, e poi più niente, perché niente ha
più importanza, nient’altro.

47
Solo fino a un certo punto

“Chissà cosa pensi di me. Di me che cerco di sfiorarti con le


mie parole. A te che a volte mi sfiori in silenzio e non sai
riconoscermi.” Così avevo scritto sopra ad un foglietto quadrato,
ripiegato diverse volte su se stesso con cura, ed inserito di fretta,
ma con grande attenzione, dentro alla leva del freno di una
bicicletta da donna, proprio lì, attaccato al manubrio, che non ci
fossero equivoci.
Sapevo esattamente quando sarebbe stato ripreso, riaperto,
osservato in silenzio, con grande interesse, speravo, forse letto
d’un fiato, con dolcissimo incanto. O almeno speravo talmente
tanto che fosse stato così, da immaginarmi tutto per filo e per
segno. Uscivo di casa, al mattino, che ancora doveva albeggiare,
ed intorno osservavo le facciate delle case ancora offuscate di
sonno. Mi muovevo con calma, proprio evitando la fretta, ed in
breve comunque arrivavo davanti ad un portone ben chiuso, e ad
una finestra che certe volte a quell’ora mostrava un chiarore di
luce filtrante da dietro le persiane.

48
Solo fino a un certo punto

C’era un cortile, di fianco alla casa, e in fondo, appoggiata


con cura al muro perimetrale, quella bicicletta celeste.
Immaginavo una ragazza dolce, timida, ma allo stesso tempo
decisa e risoluta. Mi sentivo felice di quella presenza, tante altre
mattine ero andato a vedere se era lì, come sempre, magari
posizionata in qualche altro modo. Immaginavo la fretta di un
giorno o la maggior cura impiegata in un altro, quasi ne vedevo i
comportamenti studiandone il risultato.
Era stato un giorno qualsiasi che mi era nata la voglia di dirle
qualcosa. Neanche qualcosa di preciso, mi sarebbe bastato un
segno, una traccia qualsiasi. Così avevo sistemato un fiorellino,
strappato ad una piccola pianta che tenevo in cucina, proprio
sopra al manubrio, e mi ero accorto così che la giornata era
diventata migliore, serena, quasi gioiosa.

49
Solo fino a un certo punto

Il primo biglietto era arrivato più tardi, quando mi ero accorto


che nessuna variazione nei giorni seguenti era stata apportata
alla posizione della sua bicicletta. Se non c’erano risultati
tangibili, avevo pensato, non c’erano però neppure atteggiamenti
di ostilità. Una domenica di sole mi ero attardato lungo il
marciapiede di fronte con la scusa del cane, ed avevo aspettato il
momento in cui era uscita di casa, ad una distanza di qualche
decina di metri, così l’avevo osservata, catturando per me ogni
piccolo gesto dei suoi movimenti. Non aveva guardato verso di
me, e questa era la cosa importante.

Qualche mattina passando da lì mi ero sentito ridicolo, triste,


ma non vi avevo dato gran peso. Così ogni tanto mi tornava la
voglia di scriverle un pensiero, e in certi momenti questo mi

50
Solo fino a un certo punto

pareva bellissimo. Mi sentivo felice di quel mio comunicare, e


forse non c’erano neppure altre intenzioni tra i miei desideri.
Però stupendo era quel manifestarsi, quel cercare un canale di
scambio così esile e soffuso da non avere quasi alcun peso. In
fondo non aveva proprio importanza per nessuno se io lasciavo
un segno di me ogni tanto, solo per lei poteva essere qualcosa,
ed io speravo tanto lo fosse.

51
Solo fino a un certo punto

Questa mattina ho sentito la campana di una chiesa che


rintoccava per cinque volte. Ho aperto gli occhi ed ho pensato
che potevo permettermi di rimanermene nel letto ancora qualche
minuto, così ho cambiato posizione e sono tornato a chiudere gli
occhi. Solo quando la mia radiosveglia ha iniziato a gracchiare
ponendo fine a quel dolce limbo mi sono reso conto di una
stranezza. Non ci sono campanili né chiese vicino casa mia, e
non avevo mai sentito prima suoni di campane dalla mia camera.
Ho sorriso pensando di essermi sognato tutto quanto, ma
anche dopo che mi sono alzato dal letto ho continuato a provare

52
Solo fino a un certo punto

un soffuso senso di disagio. Possibile non avere coscienza di un


fatto concreto? Possibile non riuscire a delimitare il confine tra
la realtà e la fantasia? Superficialmente concludevo tra me che
non c’era da dare molta importanza a tutto questo, era sufficiente
esserne al corrente, ma di fatto un’inquietudine costante
manteneva l’argomento in primo piano tra i miei pensieri.
Se mi era possibile sognare una cosa come vera, pensavo,
allora era anche possibile farne una costruzione mentale più
spessa e articolata, addirittura trovarne un senso, una logica
spiegazione; era possibile inventare di sana pianta un mondo
intero di piccoli e grandi elementi articolati che dessero
addirittura un significato a ciò che sicuramente era più vero, la
realtà, ma non così vicino ai miei gusti e ai miei desideri, come i
miei sogni e le mie fantasie.
Il mio cane mi aveva osservato in silenzio, poi aveva
sbadigliato, ma in maniera composta, stirandosi e aspettando
qualcosa da quel risveglio. Era difficile dire quanto sarebbe stato
facile neutralizzare tutto quanto sotto un mantello di normalità.
Di fatto mi pareva sconcertante pensare che i miei spazi fossero
inventati, che le mie piccole abitudini di ogni giorno si fossero
poco a poco piegate alle mie fantasie, fino a risultare
significative e importanti solo per me, all’interno di un
microcosmo solamente mio.
Il mio solito bicchiere di latte freddo stentava a sciogliere lo
zucchero che vi avevo immerso, ma anche se cercavo di
osservarne i risultati con curiosità, di fatto sapevo benissimo che
anche quello era un gesto rituale, di ogni mattina.
Curioso immaginare di poter vivere all’interno di un piccolo
mondo costituito di elementi simbolici, ma mentre pensavo a
quanto potesse essere normale questo comportamento, al
contempo iniziavo a provarne un sempre maggiore disagio,

53
Solo fino a un certo punto

quasi paura. Era come se sapessi d’improvviso che tutto attorno


a me fosse poco a poco stato piegato ai miei voleri, fino a
perdere consistenza di realtà e di concretezza. Forse avrei
dovuto immediatamente aprirmi ad un’autocritica forte e
rigorosa su questi temi, fino a ritrovare un senso più comune, ma
questo mi pareva un compito enorme, faticosissimo, pieno di
insidie fatte di depressioni e di abbattimenti. Il mio mondo di
ogni giorno mi cullava quanto il caldo del mio letto, come era
possibile abbandonarlo, svuotarlo dei propri contenuti,
eliminarlo come fazioso e inconcludente?
Forse, al contrario, avrei dovuto spingere tutto quanto fino
alle estreme conseguenze, avrei dovuto costruire un mondo ben
più imponente e articolato, perché così richiedeva la mia
personalità, così richiedeva il mio volere profondo, la mia
necessità di vita. Solo pensare ai miei piccoli vizi di ogni giorno
spostava immediatamente la mia attenzione verso un magico
oblio del quale probabilmente non sarei riuscito a fare a meno,
tanto valeva saperlo e basta, e andare avanti così fino a costruire
un sistema intero, completo e perfetto, che mi permettesse
l’allontanamento da ogni infelicità.
Però sapere che tutto quanto rimaneva comunque fittizio e
sorretto soltanto dalla mia personalità e dal mio pensiero, ne
faceva cosa di poco conto, perlopiù elemento senza importanza.
Ma era comunque la mia vita in ballo, e se tutto questo ne
permetteva uno scorrere più leggero e sereno, non poteva essere
poco importante. E in ogni caso, anche volendo con tutte le mie
forze eliminare questa parte di me, ero cosciente che questo
sarebbe stato impossibile.

54
Solo fino a un certo punto

Continuo a svegliarmi presto, al mattino, e a cercare una


dimensione così intima e personale da non permettere ad una
qualsiasi insidia, neanche ad un piccolo rumore accidentale, di
disturbarne l’equilibrio. In un attimo, nel silenzio della notte,
sono cosciente di essere sveglio, e all’improvviso tutto quello
che poteva essere fino ad un attimo prima pura fantasia di sogni
e di pensieri fantastici, si trasforma in una dura realtà data dai
numeri luminosi della mia radiosveglia, e dal tempo che mi resta
fino al distacco inevitabile anche da questa ovattata realtà,
quando ineluttabilmente dovrò affrontare la giornata e i miei
soliti impegni. Allora chiamo a raccolta le mie piccole certezze
di ogni giorno, usufruisco delle mie residue frangiature
fantastiche a cavallo tra il sogno finale e la mia prima razionale
riflessione, e inizio a crogiolarmi nei miei usuali pensieri
costellati di immagini e personaggi consueti e rassicuranti.
Credo sia qui che riesco a trovare tutte le energie che mi
servono per affrontare in modo degno le difficoltà della giornata,
55
Solo fino a un certo punto

anche se a volte mi chiedo se le complicazioni che registro


durante le ore del giorno, non siano proprio loro a trasmettermi
l’energia necessaria ad avere, durante l’unico momento della mia
vera intimità, tutti i pensieri che servono per sentirmi vero e in
qualche modo unico.
Mi chiedo perché dovrei sentirmi unico, diverso da altri, dagli
altri colleghi dell’ufficio, per esempio, oppure da qualcuno dei
miei vicini di casa che a volte mi sembrano, quasi per gioco di
parole, così distanti e lontani dai miei modi di essere e di
pensare. Qualche volta ho riflettuto che probabilmente tutti
quanti provano, dentro loro stessi, sfaccettature più o meno
incomplete di ciò che io provo, ma anche se ciò è vero, accade
con un diverso grado di immedesimazione in ciò che a me passa
per la mente, e già questa è ineluttabilmente una diversità
incommensurabile.
Così mi pare che molto difficilmente qualcuno possa
assomigliarmi, ed anche questa riflessione, pur accarezzando
vagamente il mio ego, mi lascia un senso di solitudine e di
isolamento. Certamente continuo a pensare profondamente che
similitudini tracciate sulla riga della sensibilità e del rapporto
profondo con le minime cose di ogni giorno, devono per forza di
cose trovare in altri, simili modi di comportamento; però è la
difficoltà concreta e profonda nel riuscire a dare tracce di sé in
chiunque nutra un modo di essere e di pensare simile al mio, che
crea la difficoltà più forte ad avere contatti.
In fondo non ritengo di avere bisogno degli altri, almeno non
di quelli con cui non trovo praticamente niente di cui sentirmi
somigliante; e coloro che potrebbero essere come me, o
avvicinarsi molto ai miei modi di essere e di pensare, mi
incutono paura, meglio sfuggirli.

56
Solo fino a un certo punto

57
Solo fino a un certo punto

Stamani mi sono svegliato sognando di trovarmi nella stessa


posizione in cui ero veramente. Ho aperto un occhio ed ho
pensato che forse stavo sognando di essere sveglio, in attesa
dell’ora per alzarmi. Ma se, come si dice, i sogni sono, o
dovrebbero essere, evasione dalle consuetudini e dalla realtà
ordinaria, per quale motivo, mi chiedo, a me succede quasi il
contrario?
Mi sono tirato su nella fioca luce della mia camera da letto, ed
ho intravisto il mio cane che continuava beatamente a dormire
nel suo solito angolo: per un momento ho invidiato il suo
disinteresse per i problemi esistenziali, poi ho scostato le coperte
ed ho cercato le mie pantofole.
In cucina l’oscurità profonda della notte, di là dai vetri della
finestra, lasciava un lieve spazio ad un’alba ancora lontana e
costellata di grandi nuvoloni che si immaginava a malapena nel
contrasto della profondità scura del cielo. Ho versato il mio latte
e l’ho addolcito con lo zucchero. Poi mi sono seduto al tavolo.
Non c’era niente di speciale in tutto quello che stavo facendo,
un inizio di giornata esattamente identico a mille altri
assolutamente intercambiabili tra loro, una serie concatenata e
meccanica di operazioni così masticate e decantate sino a farne
uno strato di roccia geologicamente inattaccabile, marmo o
granito così compatto e antigraffio da risultare neppure
lavorabile. Eppure, nonostante tutto questo, mi sentivo bene, ero
contento.
Impossibile a volte chiedersi il motivo di certi stati d’animo,
anche perché il rischio finale potrebbe anche essere quello di
non riuscire a prolungarne gli effetti, di interromperli insomma,
lasciando un’amarezza e un disagio ancora più inspiegabili.
Così, con gli occhi nel piccolo vortice che il movimento
rotatorio del cucchiaino provocava dentro al latte, pensavo a

58
Solo fino a un certo punto

come far sprigionare da me quella mia voglia di ridere e di


essere contento, anche se pareva una ricerca inutile.
Poi mi sono vestito in fretta e sono uscito. Fuori era quasi
chiaro, e assieme al mio cane che continuava ad annusare l’aria e
qualsiasi cosa esistente, sono scivolato lungo il marciapiede
noto. Nella penombra del cortile c’era la bicicletta. L’ho
osservata per un lungo attimo, cercando di immaginarmi la
ragazza mentre stava pedalando, poi, in un attimo, ho preso una
decisione dalla quale, pensavo, non sarei mai più tornato
indietro. Sarei andato ad aspettarla, una di quelle sere, sarei
rimasto sul marciapiede tutto il tempo che sarebbe occorso, e poi
le avrei fatto un cenno, le avrei parlato, le avrei spiegato tutto, di
me e di tutto quello che mi passava per la testa.
Mi sono sentito leggero allontanandomi da lì, ed ho
immaginato con forte realismo la scena in cui lei avrebbe alzato
gli occhi dalla strada e dalla bicicletta, e dapprima con serietà,
poi allargandosi in un sorriso delizioso e spontaneo, avrebbe
ascoltato le mie parole e le mie confidenze. Probabilmente non
avrebbe detto nulla pur rimanendo colpita e favorevolmente
sorpresa di quella improvvisa conoscenza, poi mi avrebbe detto
il suo nome ed io mi sarei sciolto dentro a quel dolce suono.

59
Solo fino a un certo punto

Certe volte le giornate sembrano tutte uguali. Pare quasi


impossibile che le stesse sensazioni provate per tante volte di
seguito continuino a ripresentarsi. Andarsene a letto,
addormentarsi con le stesse immagini di ogni sera negli occhi, e
poi dormire come sempre, ricercando le stesse posizioni del viso
e delle mani per far tornare tutto esattamente lo stesso di ogni
giorno.
Certe volte invece di abbandonarmi alle stesse sensazioni e
agli stessi pensieri di sempre, mi sforzo di immaginare qualcosa
di diverso. Non è facile, è un po’ come nuotare controcorrente,
però è piacevole quando riesco a provare la sensazione che
qualcosa di importante può essere a portata di mano. Mi sforzo
anche di fare progetti, e in questo modo mettere a confronto cose
abbastanza realistiche con pensieri completamente assurdi. A
volte arrivo a conclusioni talmente improbabili che pare anche a
me impossibile. Così metto in relazione i miei pensieri con il
modo di essere che era tipico di mia mamma e di mio papà,
prima che venissero a mancare.
Penso: “chissà cosa avrebbero detto in questo caso?”, e così
trovo una moderazione e una supervisione delle mie riflessioni
che non mi fa perdere mai il senso delle cose. E’ come se il loro
ipotetico giudizio, a volte anche severo, funga come monito per
il doveroso contenimento dei miei voli di fantasia.
Mi sono anche sforzato, qualche volta, per trovare uno stile di
giudizio altrettanto moderato anche in altre persone; un modo di
pensare e di essere che fosse paragonabile a quello che era dei
miei genitori, ma per un motivo o per l’altro mi è sempre
sembrato, il loro, il miglior metro di misura.
Così da qualche tempo mi si è conficcata nella testa la
credenza che il miglior pensiero al mondo sia quello moderato.
Rifletto che mescolando tra loro i vari giudizi di tante persone si

60
Solo fino a un certo punto

arriva ad un pensiero che si innalza cercando di contenerli tutti,


e questo punto di arrivo non contrasta con nessuno di loro,
mostrando un alto punto di equilibrio. Manca di passione, è
vero, un modo d’essere del genere, però permette di mantenere
indifferenza e neutralità nei confronti di tutto o quasi.
Sorrido a tutti con la mia certezza in tasca, senza esagerare;
vado in ufficio e non ho da guardare nessuno di traverso per i
piccoli torti che a volte subisco; incontro i miei vicini di casa
che hanno sempre da ridire per quelle rare volte che il mio cane
abbaia, per un gatto che sente miagolare o per un rumore
insolito, e mi sento al di sopra di tutto questo, quasi superiore
nei miei punti di arrivo. Mi sento tollerante, morigerato, a posto
e in pace con il mondo.
Però quando vado a letto e cerco di prendere sonno, tutt’altre
idee iniziano a passarmi per la testa. Mi sento vuoto nella mia
moderazione, e la giornata trascorsa mi appare inutile, priva di
elementi significativi che siano in qualche modo ricordabili. E’
assurdo, ma è come se mi mancasse qualcosa di importante, ed il
mio sonno arriva in modo agitato, come se qualcosa dentro di
me reagisse ai miei comportamenti pacati e tranquilli tenuti
durante la giornata. I miei sogni sono forti, a volte violenti,
rapidi, tanto da non lasciare traccia nella mia memoria del
mattino, solo il sapore di qualcosa che è passato in fretta, ed ha
scaricato dentro di me reazioni convulse e contraddittorie.

61
Solo fino a un certo punto

Ho sognato di starmene in un piccolo albergo di campagna,


per non so quale motivo, assieme ad un mio vecchio amico che
purtroppo da molto tempo ho ormai perso di vista. Si sta seduti
nel giardino, e con tutta la calma che può infondere un luogo
come quello, si parla di un vecchio film di cui lui è stato autore.
Ma mentre si parla, forse grazie al potere forte di
immedesimazione, ci si ritrova ambedue sopra ad un autobus
che ci porta da qualche parte poco chiara.
Cambia la scena e ci ritroviamo ai piedi di un enorme palco
dove tra poco dovrà esibirsi qualche musicista che però non so
chi sia. Io e il mio amico ci muoviamo tra le file di sedie in

62
Solo fino a un certo punto

maniera nervosa, e si continua sempre a parlare di qualcosa,


come cercando nervosamente di riempire qualsiasi vuoto ed ogni
pausa silenziosa. Lui non mi guarda mai, continua a muoversi e
a parlare, gesticolando espressivamente con un’immancabile
sigaretta accesa tra le dita.
Ad un tratto io mi ricordo di avergli scritto una lettera, diversi
anni fa, alla quale lui non ha mai risposto. Gliene chiedo il
motivo, interrompendolo bruscamente e quasi in malo modo, ma
lui non dà importanza alla cosa, ed anche adesso, nuovamente,
neppure mi risponde.

63
Solo fino a un certo punto

Mi prende sempre una certa apprensione quando passo


davanti al cortile della bicicletta. Mi soffermo sempre un po’
troppo ad osservarne la posizione, ne soppeso ogni particolare e
confronto la forma ed il colore con ciò che avevo in memoria.
Ho immaginato che qualcuno da qualche finestra possa essere lì
ad osservarmi certe volte, senza alcun altro intento se non quello
di capire cosa io cerchi, che cosa mi passi per la testa.
Ritengo odioso dovermi difendere da certi curiosi sempre in
agguato, ma sicuramente non posso fare molto, se non
guardarmi attorno con circospezione cercando di intuire
qualsiasi sguardo. Naturalmente il pericolo maggiore da cui mi

64
Solo fino a un certo punto

tengo distante più che da qualsiasi altra cosa, resta l’incontro


improvviso e accidentale con lei. Tremo solo all’idea di farmi
sorprendere mentre osservo il cortile o la sua bicicletta; non
sarei più capace di tornare fino lì se questo succedesse, e meno
che mai di metterle un altro biglietto sotto alla leva del freno.

Così rallento impercettibilmente il passo osservando con la


coda degli occhi ciò che mi interessa, e continuo ad approfittare
del mio cane, che sembra abbia capito, ed annusa con insistenza
sempre in quella zona, tanto da farsi richiamare, e invitarlo a
continuare dritto per la strada. Sono innocenti sciocchezze,
penso, ma non posso fare a meno di rincorrere per tutta la
giornata, certe volte, quel momento in cui di nuovo potrò
passare da lì. Contemporaneamente rifletto e immagino ciò che
saprò scriverle ancora, come e fino a che punto riuscirò ad
incuriosirla, farle capire quanto possiamo essere simili.

65
Solo fino a un certo punto

In genere continuo a camminare con il mio solito passo


cadenzato, e immagino, tanto per dare colore ai miei pensieri,
che lei esca dal suo portone, raggiunga in fretta, senza essere
vista, la sua bicicletta ancora fresca delle carezze del mio
sguardo, ed arrivando al marciapiede mi osservi allontanarmi
lentamente, solo col mio cane. E’ un pensiero così forte, intenso,
ricorrente, che certi giorni mi pare sia già accaduto, ed allora
sogno accada ancora. Sarebbe come se all’improvviso la mia
personalità fosse svelata e riconosciuta degna di attenzione.

66
Solo fino a un certo punto

Stamani mi sono svegliato presto, quasi di soprassalto, con un


senso di disagio che pareva non mi avesse abbandonato mai
durante il sonno. Ho aperto leggermente gli occhi senza
muovermi, e nel buio della mia camera da letto ho avuto
l’impressione netta che qualcuno fosse lì, in piedi, nella stanza,
fermo ad osservarmi. Non ne ho avuto paura, ma mi sentivo
determinato a conservare per me qualcosa che in ogni caso non
avrei voluto mostrare. Potevo prendere tempo, ma ad un certo
punto avrei dovuto alzarmi, accendere la luce, evidenziare che
mi ero accorto della presenza.
Continuavo a starmene immobile, fermo nel letto e coricato
su di un fianco, voltato dalla parte del comodino. La
radiosveglia mostrava in luce rossa le cinque e dieci, ed ancora
avevo qualche tempo prima di alzarmi. Nessun rumore arrivava,
ed io sarei rimasto volentieri ancora in quella posizione prima di
fare qualsiasi movimento, se non fosse stato per quella presenza
che mi agitava profondamente.
Ho chiuso gli occhi ed ho immaginato potesse dissolversi,
non tanto per magia, quanto per la mia forte determinazione, una
specie di prolungamento della mia volontà così potente da
eliminare alla radice i miei disagi. Ho pensato a lungo e mi sono
concentrato sulla mia capacità d’essere e di volere. In certi casi i
poteri della mente possono essere enormi e sconosciuti, ed io ho
richiamato dentro di me tutto ciò che potesse servirmi per
scacciare ciò che era per me disagio, afflizione, incongruenza
con le mie abitudini.
Quando sono tornato con la mente a riosservare la staticità
della stanza, la presenza era ancora lì, immobile come prima,
solo che adesso era come metabolizzata dall’armadio, dai mobili,
dalle pareti stesse, e solo vagamente rimaneva estranea alla mia
camera da letto. Io stesso, oltre agli oggetti, pareva tollerassi

67
Solo fino a un certo punto

molto meglio la nuova situazione, ed anche se i miei occhi non


riuscivano a scrutare nel buio ciò che soprattutto mi giungeva
sotto forma come di un alitare leggero e caldo nella stanza, mi
sentivo tranquillo, conscio di avere la situazione in pugno, sotto
il mio controllo.
Per qualche attimo ho chiuso nuovamente gli occhi, e subito
un sonno profondo e intenso mi ha portato via, fasciandomi la
mente con un sogno rapidissimo e insensato, quasi una serie di
immagini proiettate sopra alle pareti del mio cervello in rapida
sequenza. Ad un tratto quelle immagini diventavano dei dipinti
veri e propri, e in un corridoio lungo ed austero di una galleria
d’arte desueta, osservavo il divenire di uno stesso quadro che
progrediva trasformandosi, andando ad inserirsi nella cornice
successiva dopo aver subito piccoli ritocchi e cambiamenti.
Guardavo meglio e vedevo un gruppo di persone sopra la riva
di un lago, in silenzio, che camminava ognuno per proprio
conto, e in mezzo a loro io stesso, molti anni addietro, quasi un
ragazzo, con un’espressione triste e rassegnata. Nelle tele
successive la scena cambiava di poco: ognuno continuava a
muoversi per proprio conto, e anch’io cercavo di fare come gli
altri. Non avveniva niente di essenziale, neppure si capiva verso
quale direzione si dovesse immaginare quel progredire della
scena.
Così chiedevo qualche spiegazione al guardiano della galleria
che se ne stava in piedi da una parte, ma faceva segno con
grande serietà che non era possibile parlare, era doveroso
rispettare il massimo silenzio. Uscivo, ma la luce di un cielo
bianchissimo velato di una sottile foschia dietro alla quale si
immaginava il sole, mi accecava gli occhi, lasciandomi da solo
nel forte chiarore del giorno.

68
Solo fino a un certo punto

Aprendo gli occhi la stessa sensazione di abbagliamento


rimaneva dentro di me, come fossi riuscito a trasportare un
oggetto da una dimensione all’altra, e dopo avere velocemente
acceso la luce del comodino ed essermi guardato attorno in ogni
angolo della mia camera da letto, trovavo finalmente la certezza
di essere da solo.

69
Solo fino a un certo punto

Non sono più passato davanti al cortile della bicicletta da


molto tempo. Non che l’argomento mi sia diventato indifferente,
anzi, mi costa molto tenere questo atteggiamento; piuttosto cerco
di trovare dentro di me uno sforzo di volontà che mi faccia
sentire ancora capace di scegliere e di desiderare. E’ come se
tenessi dentro di me una possibilità talmente vera e importante
che da sola è quasi sufficiente a farmi sentire bene, vivo, aperto
alle possibilità che ogni pur piccola porzione di futuro può
offrirmi.
A volte è come se mi staccassi da me stesso, e alzandomi in
volo sopra ai tetti delle case fino ad abbracciare tutto il quartiere,
individuassi la mia persona che cammina sopra al marciapiede
ad una distanza di poche decine di metri da quel cortile. Nel mio
pensiero questo avviene contemporaneamente all’uscita di casa
della ragazza: lei scende le scale con passo veloce, apre il
portone facendo scattare la serratura, arriva nello stretto cortile e
si guarda rapidamente attorno. Poi arriva alla sua bicicletta, la
osserva per una frazione di secondo e constata concretamente
ciò che aveva già notato arrivando, ma che ancora poteva essere
una svista: non ci sono biglietti, neppure oggi, ed un leggero
moto di delusione del quale non sa dare conto la prende di
nuovo, pur lasciando in aria un filo di speranza.
Tutto avviene come ogni giorno, ed ogni gesto ha un suo
metodo ed una sua finalità. Il mio cane non mi pare troppo
contento di quel leggero cambio di itinerario, visto che non
stiamo più andando al solito giardino, però si adegua a ciò che io
propongo senza mostrarsi contrariato. In realtà non sono ancora
riuscito a trovare cosa scrivere su un nuovo biglietto che vorrei
lasciarle al freno della bicicletta. Non è facile dire qualcosa che
ogni volta abbia il sapore della novità, che sia delicato come

70
Solo fino a un certo punto

vorrei che fosse, e che conservi un certo stile. In fondo non la


conosco, non so quali siano i suoi pensieri, le sue attese.
Oggi è una giornata come tutte le altre, penso, non succederà
niente di importante, neppure se volessi. Ripercorro i miei soliti
pensieri come itinerari consueti, e mi sento nella mia solita
posizione di stallo, in cui per prendere qualche pur piccola
decisione dovrei procurare una piccola violenza ai miei modi di
essere, per cui lascio che le cose scorrano senza alcun intoppo.
Mio padre e mia madre non avrebbero certo nulla da dire, e
questa sensazione, invece di rassicurarmi, mi agita, non so
perché.

71
Solo fino a un certo punto

Continuo a fare i soliti giri attorno al quartiere ma poi,


qualcosa mi sorprende. Velocemente rientro in casa con una
folgorazione in testa che pare lasciarmi senza fiato.
All’improvviso voglio sapere tutto di lei, il suo nome, i suoi
gusti, le sue preferenze, le sue scelte; dov’è che va ogni giorno
con la sua bicicletta, quali sono i suoi orari, tutto, anche se
questo significa andare a casa sua, presentarsi, farsi riconoscere,
oppure pedinarla, starle dietro ogni giorno per intuire i suoi
pensieri, i suoi comportamenti, tutto.
Mi viene l’affanno a pensare tutte queste cose assieme, ma
quando arrivo al mio portone di casa mi calmo. Non c’è motivo,
penso, per tutto quel veloce circolare di sangue nelle vene, posso
pensare con calma tutto quanto e trovare la soluzione migliore,
quella moderata, senza colpi di testa. Entro in casa e mi viene
già da sorridere: non avrei mai fatto niente di ciò che avevo
pensato, e se lo avessi fatto avrei sciupato tutto, ero sicuro.
Allora mi siedo al tavolo della cucina dopo aver preso un
quaderno ed una penna. Con le forbici ritaglio un piccolo
foglietto, ma subito lo straccio. Ne piego un altro delle stesse
dimensioni e lo strappo lungo le piegature: va già molto meglio.
“Ciao. Ti voglio bene”, scrivo. Non riesco a dire altro, a dirle
niente. Piego il foglietto diverse volte fino a farne un involtino
delle dimensioni di un grosso francobollo e lo ripongo
velocemente nella tasca della giacca. Va già bene, è già una
prosecuzione precisa dei miei desideri.

72
Solo fino a un certo punto

Continuo a dormire e forse sogno. Nei sogni il prigioniero è


libero e il re perde ogni sua potenza. Il silenzio della notte che
avvolge le case è una culla magica dentro la quale lievitano
pensieri fantastici, senza connessione con ciò che siamo
veramente.
Mi ritrovo dentro una chiesa e sul fondo c’è un pianoforte a
disposizione di chi vuole suonarlo. Attorno ci sono diversi
ragazze e ragazzi convinti di saper suonare e che ridendo e
parlottando strimpellano qualcosa sopra alla tastiera. Penso che
mi piacerebbe tanto saper suonare bene per dar loro una lezione,
ma non è così. In fondo alla chiesa, superando il pianoforte e il
gruppetto di ragazzi chiassosi, si passa per una porta e si
attraversano alcune stanze. Poi si sale per qualche scalinata
angusta, e tramite una con la forma a chiocciola si raggiunge una
piccola ma alta piattaforma che domina il paese e il fiume che
l’attraversa.
La piattaforma non ha senso: è un semplice quadrato di
cinque o sei metri di lato senza alcuna ringhiera o parapetto, e il
senso di vertigine che provoca è forte. Guardo il fondo del
paese, dove finiscono le case e la campagna verdeggia di campi
coltivati e alberi in file regolari. Conosco una persona che
quando parla della sua campagna si commuove, ma adesso non
ricordo neppure come si chiami.
Non conosco neppure quel paese, però ne sono attratto, vorrei
tanto poter dire che vi sono nato, o che vi ho vissuto l’infanzia e
dei momenti belli e spensierati. Torno a scendere le scale
svogliatamente: vorrei starmene lì a lungo, osservare il cambio
dei colori del paesaggio durante lo scorrere del giorno e della
luce del sole.

73
Solo fino a un certo punto

74
Solo fino a un certo punto

Anche stamani mi sono svegliato presto, dopo aver dormito


profondamente per circa tre ore. Ho pensato che avevo tanto
tempo prima di alzarmi, e questo mi ha fatto stare bene. La mia
non è un’insonnia vera; probabilmente le poche ore di sonno
sono sufficienti a riposarmi. Però quando mi sveglio non so
come impiegare il tempo, e questo mi crea angoscia.
Il letto rimane una calamita fortissima che difficilmente riesco
ad abbandonare, e d’altronde non saprei proprio cosa fare
girando per casa a quell’ora con la vestaglia stretta sul pigiama e
le pantofole ai piedi. A volte ho provato a leggere qualcosa, ma
mi sono sempre sentito così sciocco che ho smesso quasi subito.
Ma forse stamani è diverso, ho pensato.
Ho inforcato i miei occhiali ed ho aperto un vecchio
quotidiano rimasto sopra al comodino da chissà quanto tempo.
Ho scorso qualche vecchio titolo senza interesse, poi ho provato
un brivido. Mi sono vestito in fretta e sono uscito. Fuori era
ancora notte, ma io mi ero fatto scivolare nelle tasche una
piccola torcia elettrica. In fretta ho raggiunto il cortile della
bicicletta dove qualche giorno avanti avevo lasciato il mio
biglietto, ed ho osservato a lungo e con una certa soddisfazione
che il mio biglietto era stato rimosso, non c’era più.
Ho girato attorno alla bicicletta un paio di volte, poi ho
acceso la torcia per osservare meglio i dettagli. Per terra,
leggermente coperto dalla ruota, c’era un foglietto, uno scontrino
rilasciato da un negozio a comprova di qualche acquisto fatto da
qualcuno, un elemento normalmente senza alcuna importanza,
ma che ai miei occhi è subito apparso estremamente
interessante. Intanto non c’era alcuna cifra a testimoniare un
pagamento effettuato da un cliente del negozio, ma solo una fila
di zeri accanto alla voce “totale”; e poi, soprattutto, era riportato
il nome e l’indirizzo dell’esercizio: “Luisa - Abbigliamento da

75
Solo fino a un certo punto

donna”, risaltava in grassetto nella parte alta, e nel rigo


sottostante l’indirizzo del negozio.
Frettolosamente ho messo lo scontrino in tasca, ho spento la
torcia e mi sono incamminato velocemente verso casa. Non so
bene cosa mi vorticasse nella testa, ma all’improvviso un
tumulto forte e irresistibile mi prendeva. La ragazza della
bicicletta forse svolgeva lavoro di commessa, oppure era in
qualche modo legata a quel negozio, e se questo fosse stato vero,
allora non era un caso quello scontrino a terra: era una traccia
messa per me, per indirizzarmi verso di lei.

76
Solo fino a un certo punto

Sono rientrato velocemente in casa, ed una volta accesa la


luce di cucina sono tornato ad osservare ciò che avevo trovato:
un sottile senso di imbarazzo pareva prendere campo dentro di
me; non riuscivo neppure a mettere a fuoco la cosa migliore da
fare, anzi, una parte di me pareva quasi voler fuggire da quelle
possibilità che forse mi erano offerte.

77
Solo fino a un certo punto

Stamani mi sono svegliato di soprassalto. Ho immediatamente


preso coscienza che era domenica, non dovevo andare a lavorare
né in nessun altro posto, non avevo appuntamenti, potevo
prendermela comoda; eppure un senso vago di angoscia mi
spingeva a rimanermene malvolentieri sotto alle coperte del mio
letto, pur non avendo cose particolari da fare se non occuparmi
di me stesso e della mia abitazione.
Sentivo il mio cane in cucina che beveva l’acqua con la lingua
dalla sua ciotola, e mi sentivo riconoscente di quel rumore
familiare e vivo, quasi incoraggiante. Con un leggero sforzo mi
sono alzato, ho inforcato le pantofole e la vestaglia, ed ho
raggiunto la cucina. Il cane mi ha guardato ed io gli ho fatto un
complimento. Poi mi sono sentito triste.
In fondo credo che niente nella mia vita mi sia mai andato
particolarmente bene. I piccoli traguardi che sono riuscito a
raggiungere, lavorare, avere una casa mia, possedere un cane, mi
sono costati sacrifici, forse anche superiori a ciò che sarebbe
stato possibile ipotizzare. Non mi sono mai legato a nessuno,
forse per diffidenza, forse per il gusto forte e profondo di
starmene da solo; e questo forse chiude già la strada a tante
piccole gioiose emozioni.
Ma quante innumerevoli volte ho continuato a ripercorrere
questo pensiero restando ogni volta in equilibrio tra la vita
solitaria che conduco e quello spingermi in fuori, verso gli altri,
che reputo fondamentale per una vita completa, e che è sempre
mancato tra le mie inclinazioni. Questo rimanermene sdraiato
alla domenica mattina, senza nessuno di cui occuparsi
veramente, senza la ricerca continua e spontanea di un
miglioramento della relazione, del risolvere dolcemente e con
slancio i piccoli problemi e le normali ansie di ogni giorno,
ebbene, alla lunga diviene insopportabile, anche se

78
Solo fino a un certo punto

fortunatamente solo in certi giorni. Io mi alzo, svolgo i compiti


quotidiani di sempre quasi senza pensarli, e mando avanti un
giorno dietro all’altro, quasi senza distinzioni.
La segretaria del mio capoufficio con la quale a volte
condivido un caffè di fretta al bar del piano terra è sposata ed ha
due figli. Certe volte mi parla della sua vita coniugale, e se non
sembra esattamente una persona felice, anche se lei dice di
esserlo, almeno è sicuramente una persona molto occupata. Non
invidio niente di quello che mi racconta, però lei è sicuramente
una persona molto diversa da me.
A volte mi pare di essere arrivato ad un punto senza ritorno,
come se le mie decisioni da questo momento in avanti non
fossero più libere, ma obbligate dalle condizioni costruite giorno
dopo giorno dai miei inconsapevoli comportamenti. Forse è
proprio questo ciò che normalmente mi accade, ma preferisco
non pensarlo perché mi pare terribile.
Il mio cane si accuccia vicino a me e a volte mi guarda forse
cercando di intuire il filo dei miei pensieri. Probabilmente vorrei
che qualcuno mi indicasse dove sta la mia fonte d’errore, dove il
motivo della mia costante inquietudine, ma non saprei cosa dire
di me, da che parte iniziare per spiegare la mia vita, le mie
giornate, il mio riflettere incessante. La mia solitudine spesso mi
fa perdere di vista valori importanti: rimango ad assistere
passivo lo scandire del tempo dato dalle mie piccoli abitudini,
ma voglio che restino così solo le cose del passato, ciò che ormai
non riuscirei più a cambiare, il resto, ciò avviene adesso o che
avverrà nel futuro, dovrà essere diverso, mai più elemento di
acritiche consuetudini.
A volte sogno di dovermi sottoporre a degli esami, situazioni
in cui oscure commissioni di esperti fanno domande ambigue e
indagatrici cercando di sondare il grado della mia preparazione,

79
Solo fino a un certo punto

ed è il non riuscire a capire cosa effettivamente gli altri si


aspettino da me l’elemento più doloroso nei miei pensieri. Nel
mio sogno mi sento succube completo delle domande oziose che
affiorano da dietro imperiose scrivanie, ma dentro di me sento di
poter ancora contare su qualcosa che mi fa sfuggire a questa
morsa.
In qualcosa sono superiore a tutto quello che mi trascina
contro la mia volontà, e riesco, grazie a quel qualcosa, ad essere
me stesso, non completamente spersonalizzato come si vorrebbe
fossi. E’ come nuotare dentro ad una corrente alla quale non
posso far fronte, cosciente però di avere legata attorno a me una
cima ben salda assicurata ad una riva capace di sostenermi e di
salvarmi. I miei sogni si imbrogliano sempre quando tento di
arrivare all’epilogo della situazione, e tutto quanto pare
capovolgersi senza far mai risultare né vincitori né vinti.
In fondo ogni giorno vorrei essere diverso, ma questo
desiderio si spegne velocemente, alle prime monotone azioni e
ai primi pensieri di ogni mattina. E’ troppo semplice lasciarsi
trascinare sul terreno più familiare, quello dove ci si muove
senza necessità di critica, dove si percorre ad ogni chiusi il solito
sentiero, e l’abitudine è padrona di ogni azione. E’ durante la
notte che tutto sembra orribile, e i desideri appaiono leggeri, a
portata di mano. E quando sogno sono libero.
Sto bene quando penso di aver assolto i miei compiti; soffro
solo quando non so più quali essi siano. Esco di casa, respiro
l’aria fresca della sera mentre il mio cane annusa ogni odore
interessante si presenti, ed io sono tranquillo, posato in mezzo ai
piccoli valori delle persone che normalmente mi assomigliano.
Poi torno a casa, sposto il mio punto di vista, e tutto crolla
mostrando risultati angoscianti e menzogneri. Vorrei tante altre

80
Solo fino a un certo punto

cose che non ho, ma assolutamente non saprei proprio come fare
per averle.
Mi convinco che l’apice di tutto sia non accettare
acriticamente ciò che mi piace, o che mi fa piacere, ma poi
ritengo non sia possibile vivere immerso nell’acredine di chi
svolge un ruolo ordinariamente apatico, oppure odioso, anche
per se stesso.

81
Solo fino a un certo punto

E’ già qualche giorno che sto sperimentando un


comportamento molto interessante. Come sempre mi sveglio
molto presto al mattino, spinto da qualcosa al mio interno che
non riesco a controllare. Rimango lì, a rigirarmi nel buio della
mia camera da letto e ad osservare accanto a me la radiosveglia
coi suoi luminosi numeri rossi. Lascio scorrere i pensieri, chiudo
gli occhi e cado in un dormiveglia assurdo in cui perdo
cognizione del tempo pur conservando la coscienza di essere lì,
esattamente dove mi trovo.
A volte riapro gli occhi ed è passato appena un minuto o due;
altre volte il tempo scorre estremamente più veloce, e in un
attimo se n’è andata mezz’ora o anche di più. E’ quasi diventato
un gioco per me entrare in questa fase del risveglio definitivo. I
miei pensieri sono veloci, confusi, e vanno via per loro conto,
lasciandomi ansimante a rincorrerli, ed appena riapro gli occhi
svaniscono tutti, immediatamente.
Il mio capoufficio ha fissato un colloquio con me per domani.
Mi sono sentito morire quando mi ha avvertito, forse per la
paura di aver combinato qualche errore nello svolgere il mio

82
Solo fino a un certo punto

lavoro, o per qualcosa di cui dovermi spiegare, o dispiacermi,


pentirmi di aver provocato disservizi. Poi, lentamente, ho
digerito la cosa come un qualsiasi elemento del mio lavoro,
ritrovando l’indifferenza di ogni giorno.
Anzi, ho pensato, probabilmente ci sono elementi nuovi di cui
devo cominciare ad occuparmi, e forse devo essere avvertito di
alcuni comportamenti da tenere, informazioni delle quali tenere
conto, chissà. Sono quasi contento che qualche variazione venga
a rompere la monotonia delle mie giornate di lavoro.
Certe volte ho pensato che fosse proprio il mio lavoro a
spaventarmi, a non farmi dormire bene, a farmi svegliare sempre
troppo presto al mattino. Ma poi ho deciso che è impossibile,
non ci può essere alcuna relazione tra una cosa e l’altra. Il mio
sonno ha una sua natura propria: è assolutamente
indipendentemente da qualsiasi altro elemento. Mi consolo e mi
affeziono sempre più al mio dormiveglia quotidiano. Non sono
mai troppo stanco, non sento particolarmente questo problema.
Anzi, la mia voglia di dormire e riposarmi certe volte mi sembra
sia in funzione di ritrovare quello stato di strana veglia che ogni
mattina si ripropone.
Tutto questo mi è parso più che ragionevole in questi ultimi
giorni, ho pensato che anche i miei genitori non avrebbero avuto
nulla da dissentire, ma poi, stanotte ho fatto un sogno. Tutto è
iniziato come i miei sogni di sempre, con una mia leggera
apprensione spiegata da situazioni poco chiare, quasi confuse.
Mi ritrovavo su una strada serpeggiante di una scogliera a picco
sopra al mare. Era notte ed un treno lentissimo e malandato mi
aveva scaricato in una zona che non conoscevo affatto.
Alcuni ragazzi che stavano dalla mia parte mi avevano
spiegato da cosa guardarmi, ma non era molto chiara né la nostra
strategia, né quella degli altri. Si diceva che forse ci sarebbe

83
Solo fino a un certo punto

stato uno sbarco, forse c’era già stato, non si sapeva che pensare,
fatto certo era che si vedevano distintamente delle luci sul mare
neanche troppo lontane, e al disopra, più in lontananza, aerei
veloci che si incrociavano con traiettorie inconcludenti.
Eravamo tutti quanti scesi dal treno presso una vecchia
stazione in disuso, e sulla strada si era fermata immediatamente
una vecchia grossa auto di marca incomprensibile. Eravamo
saliti sopra tutti quanti, strizzandoci un po’ sopra ai sedili, ma
dopo poche centinaia di metri eravamo di nuovo fermi presso
una piazzola di terra battuta. I ragazzi velocemente parlavano tra
loro senza che io riuscissi a capire la situazione, poi quello che
guidava si rivolgeva a me dicendomi di scendere lì, che loro
sarebbero tornati più tardi, o avrebbero mandato qualcuno, di
stare attento comunque, di non fidarsi di nessuno.
La macchina ripartiva sollevando polvere e lasciando nell’aria
un forte odore di benzina e olio mal bruciati ed io mi ritrovavo
solo, al margine di una strada non frequentata, nella notte
rischiarata da una luna velata da nuvole che si rincorrevano
veloci. Guardingo andavo avanti, in fondo senza neppure sapere
se era quella la direzione giusta, cercando di tenermi fuori dalla
strada, il più possibile a ridosso di una recinzione rugginosa e in
qualche caso anche divelta, di là dalla quale si intravedeva un
bosco di alberi radi.
In un punto poi la recinzione arretrava dalla strada ed io
andavo ad infilarmi in un angolo protetto da cespugli. Avevo
intravisto degli uomini che camminavano ognuno per proprio
conto e mi avevano fatto nascere qualche sospetto: adesso avevo
bisogno di starmene immobile e capire. Poi, con calma aprivo la
sacca che mi avevano dato i ragazzi prima di andarsene e della
quale mi ricordavo solo adesso. Dentro c’era una piccola balestra

84
Solo fino a un certo punto

di precisione ed un fascio di sottili frecce, e quest’arma così


insolita e insidiosa mi faceva subito sentire più tranquillo.
Intanto dentro al bosco si vedevano le luci di alcune torce
elettriche che sondavano il buio, e capivo che lo sbarco doveva
già essere avvenuto. Uno degli uomini mi aveva visto e con un
fucile in mano si stava avvicinando. Mi coglieva il panico solo a
vedere avanzare verso di me questa figura risoluta, e scagliavo
con mani tremanti una prima freccia che si perdeva nel buio.
L’uomo si fermava e dava il segnale agli altri dalla parte opposta
da dove mi trovavo. In un attimo ero braccato e mentre cercavo
di ricaricare la balestra sentivo alle mie spalle che qualcuno
parlava nervosamente e a voce alta per organizzare un piano
contro di me.
Nella concitazione di poche frazioni di secondo, saltavo fuori
dai cespugli tirando una freccia quasi a caso, e mentre correvo
via mi rendevo conto di aver colpito un uomo. Continuavo a
scappare a perdifiato lungo la strada sopra la scogliera,
costeggiando dei margini fortunatamente molto cespugliosi,
mentre avvertivo gli uomini dietro di me che mi braccavano con
l’aiuto anche dei cani. I latrati mi facevano sentire disperato, e
continuavo ad inciampare con il fiato agli sgoccioli mentre mi
sentivo tutti quanti addosso.
Proprio quando stavo per cadere e per lasciarmi andare a ciò
che sarebbe accaduto, l’auto dei ragazzi si fermava accanto a me
in una nuvola di polvere, ed in due o tre, in una frazione di
secondo, mi prendevano di peso gettandomi all’interno della
vettura in malo modo, appena il tempo per chiudere le portiere e
ripartire. Un attimo e via, ero salvo, ma in balia di una situazione
incontrollabile e pericolosa.
Poi una sospensione senza tempo si materializzava dentro di
me. Mio padre e mia madre mi avevano camminato accanto

85
Solo fino a un certo punto

senza guardarmi, senza espressione, ed io mi ero sentito


ignorato. Non riuscivo a capire cosa dovessi fare: qualcosa di
importante sicuramente mi sfiorava, ma non riuscivo a coglierne
né il senso né il grado. Avrei voluto essere solo, ma capivo che
era impossibile.
Il mio risveglio era impellente, era come ne sentissi il lento
approssimarsi, pur continuando a ritardare qualsiasi eventualità.
L’ondeggiare del tempo adesso era un elemento della coscienza,
quasi un fastidio la sua mancanza di controllo. Avrei voluto
continuare a sognare, trovare degli elementi su cui far ruotare le
mie esperienze, le mie fantasie, tramite i quali convogliare i miei
pensieri verso qualcosa di innocuo, quasi di cosciente. Alla fine
mi svegliavo, ed era una delusione ritrovare tutto uguale.

86
Solo fino a un certo punto

Per recarmi in ufficio prendo l’autobus. D’inverno è notte


quando arrivo alla fermata a qualche centinaio di metri da casa
mia. Ci sono sempre due o tre persone che arrivano alla fermata
prima di me, quasi sempre i soliti. L’ultimo marciapiede lo
attraverso rallentando il passo. Si vede tutta la prospettiva della
strada da dove arriva il mezzo pubblico, così non c’è nessun
motivo per raggiungere in fretta il resto dei passeggeri. Penso
che gli altri mi abbiano notato in tutti questi anni, non vorrei
dover parlare con qualcuno.
In genere, già nel momento in cui sto per uscire di casa mi
immagino la strada che porta alla fermata dell’autobus, e quelle
solite due o tre persone immobili nella foschia notturna. A volte
guardo la mia porta di casa ancora chiusa e penso a quel
diaframma che mi divide da tutto ciò che sta aspettandomi.
L’autobus è sgradevole e rumoroso, e fuori dai finestrini
scorrono le case. Mi immagino nell’atto di uscire dal portone e

87
Solo fino a un certo punto

mi appaio come una persona anonima tra le tante che svolgono


attività tanto ordinarie da apparire indistinguibili.
Quando sono ancora in casa penso a tutto questo e a volte mi
sembra tutto assurdo, inutile. Ma è fino a che sono ancora tra le
mura della mia casa che mi sento ancora forte, sicuro del mio
essere, dei miei gesti, del mio poter pensare. Tutto questo è un
lampo dietro ai miei occhi mentre il mio risveglio inizia a
martellarmi come ogni mattina, quando la mia radiosveglia è
ancora lontana dal segnare l’ora in cui devo alzarmi dal letto.
Vedo la mia giornata scorrere, e mi immagino possa essere
diversa, ricca di qualcosa che non so intuire cosa sia, ma che
vorrei.
Odio profondamente quelle solite due o tre persone che
stazionano alla fermata dell’autobus al mattino. Ti osservano ma
senza insistenza, abbassano gli occhi e muovono qualche timido
passo da una parte o dall’altra del marciapiede. Quando arriva
l’autobus sporgono una mano per farsi vedere dall’autista, come
se ognuno fosse solo, indifferenti al fatto che un autista
d’autobus solo se avesse perso la ragione potrebbe ignorare un
capannello di persone sotto alla sua fermata.
Forse pensano qualcosa, si formano delle opinioni,
sicuramente sono anche pronti a deprecare moderatamente
chiunque non sia o non si senta esattamente come loro. Quando
saliamo sopra l’autobus spariscono, inghiottiti dall’eterogeneità
dei passeggeri. Da dentro casa mia, solo il forte rumore
dell’autobus che accelera lungo la strada vicina, carico di gente,
mi fa venire i brividi. Certi giorni mi siedo accanto al finestrino
e cerco di ignorare tutti. Ma mio padre e mia madre non me lo
permettono, e mi chiedono di alzarmi e di lasciare il posto ad un
anziano, a una signora, ad una donna con il pancione da

88
Solo fino a un certo punto

gravidanza. Mi sento toccare, strusciare, ed ho il ribrezzo di tutto


quel contatto.

E’ la mia radiosveglia che si accende, sintonizzata sempre su


stazioni radio casuali, che fa la differenza nella mia giornata; il
resto lo avverto come un ingranaggio meccanico che si muove
indipendentemente dai miei pensieri e dalla mia volontà. Il mio
cane mi guarda evitando opinioni, ed anche lui svolge
regolarmente la sua parte.

89
Solo fino a un certo punto

Stamani sull’autobus c’era la solita gente, e anche in ufficio,


evidentemente. A metà mattinata il mio capo mi ha visto e mi ha
fatto cenno di seguirlo nel suo ufficio. Il mio lavoro si è fatto
spreciso, diseguale, a volte pieno di errori, dice. E’ costretto a
trasferirmi ad altre attività, dove la mia incoerenza lavorativa e
la mia sbadataggine non possano avere ripercussioni gravi. Lo
sto ad ascoltare senza grande interesse. In fondo me lo
aspettavo.
Esco dal suo ufficio con gli occhi bassi e mi metto
immediatamente a liberare i cassetti della scrivania. D’ora in
avanti la mia stanza sarà quella dell’archivio, proprio in fondo al
corridoio, niente scrivania, solo un piccolo scrittoio, una sedia e
un paio di mobili di metallo con le schede. Tutto sta prendendo
una piega che porterà anche ad altri cambiamenti, ma nonostante
quanto possa cercare di resistere, forse è un processo inevitabile,
penso. Mia madre e mio padre arriccerebbero il naso di fronte a
tutto questo, senza dirmi niente mi farebbero sentire
estremamente in colpa. Anche se io oggi non mi sento così.

90
Solo fino a un certo punto

Ieri mi sono alzato dal mio letto come faccio ogni giorno. Mi
sono lavato nel bagno poi ho cercato i miei vestiti e li ho
indossati, come sempre. Ho trafficato in cucina con il latte, lo
zucchero e i biscotti secchi, proprio come ogni giorno. Poi ho
scostato la tendina ed ho guardato fuori l’aria della notte che
lentamente svaporava lasciando spazio ad una debolissima alba
nascente. Tutto uguale ad ogni giorno.
Ma quando mi sono seduto per un attimo al tavolo della
cucina ho sentito dentro di me qualcosa di diverso. I miei
pensieri erano i soliti, ma era come se cercassi con la normalità
di ogni giorno di coprire qualcosa, di evitare a me stesso
l’incombenza di affrontare un argomento difficile. Sapevo che
cos’era, ma il solo pensarci mi costringeva a prendere delle
decisioni, fare delle scelte, e questo era proprio quanto avrei
voluto evitare.
Oggi, poi, mi sono svegliato di nuovo con la stessa sensazione
che mi è apparsa anche sotto forma di un sottile dolore alla
schiena. Ho cercato di muovermi flettendo il busto, ho ruotato
velocemente le spalle e le braccia, ho piegato il collo e la testa in
ogni direzione possibile, mi sono chinato in avanti cercando di
sfiorare i piedi con le dita, poi ho maturato una specie di affanno
sgradevole che mi ha fatto sentire uno stupido dentro al suo
pigiama da notte.
Dovevo andare al negozio indicato sopra lo scontrino, non
esisteva alcuna alternativa. Ho sorriso dello stato nervoso che mi
provocava il dover prendere una decisione del genere, poi mi
sono vestito ed ho cercato di pensare ad altro. Quando sono
uscito di casa era già l’ora giusta per l’autobus, ma una corrente
elettrica insidiosa e rapidissima ha attraversato tutto il mio corpo
in un attimo. Non mi sono guardato attorno, forse poteva essere
accaduto un cataclisma durante la notte, macerie in strada e

91
Solo fino a un certo punto

cadaveri dappertutto, ed io probabilmente non me ne sarei


neanche accorto. In un momento ho percorso la strada, quasi
correndo, non avevo alcun bisogno di pensare, tutto mi arrivava
come un istinto, come se per tutti quei giorni non avessi avuto
altra attrattiva che quella, quasi che l’acqua contenuta dalla diga
crollata avesse preso naturalmente il suo corso, la via più breve
verso valle, e sono arrivato al cortile dove la bicicletta se ne
stava lì, come sempre, senza alcuna variazione.
Non posso evitare di recarmi in ufficio, almeno questa
mattina, ho pensato, nonostante il mio affanno, nonostante il mio
evidente malessere, ma con lo stesso slancio che mi ha spinto
fino a qui, con lo stesso coraggio che mi ha fatto infilare i
messaggi sotto al freno della bicicletta, ho deciso di chiedere un
semplice permesso di lavoro, la cosa più stupida del mondo, e il
giorno seguente chiarire tutto quanto era possibile.
La giornata, da quel momento in avanti, è scorsa come
sempre, incappucciata nei doveri quotidiani costituiti da un
impegno minimo e da una frequente osservazione delle
variazioni delle lancette dell’orologio. La segretaria del
capoufficio non ha cercato di evitarmi anche se ha tenuto un
contegno molto serio con me, così sono andato a prendermi un
caffè, a metà mattina, da solo, ma senza alcuna ansia. Mi sentivo
addirittura sollevato per come le cose stavano sistemandosi. Era
come se gli assestamenti che stavano verificandosi,
scongiurassero la possibilità di ritrovare tutto ancora invariato, e
questo, a parte il nervosismo dato dalla mia inerzia naturale, alla
fine mi sembrava positivo.
Per la mia giornata libera nell’ufficio ragioneria si disse che
non c’erano problemi, ed anche questo era un tassello della
costruzione nascente, un altro elemento naturale che si
aggiungeva al resto senza strappi, come la lenta mutazione dei

92
Solo fino a un certo punto

colori del cielo durante una giornata. Più tardi uscii dal lavoro e
tornai a casa con l’autobus. Il mio cane mi aspettava paziente
come sempre, così presi il guinzaglio per portarlo a fare il solito
giro. Ero libero il giorno seguente, potevo alzarmi tardi, girare in
pantofole per casa, ascoltare la radio con completa indifferenza
per le segnalazioni dell’orario. Avevo un appuntamento in
centro, ma potevo aspettare qualsiasi momento buono per
andarvi.
Durante la notte un sogno leggero ha tenuto compagnia ai
miei soliti pensieri. Una senso di positivo e di sorridente
sprizzava dal mio sogno, ed anche quando sono apparse le figure
del mio precedente datore di lavoro assieme alla ragioniera e al
figlio del capo, persone che mi avevano portato quasi
all’esaurimento nervoso quando svolgevo presso di loro
mansioni di magazziniere, non ho provato il senso di angoscia
che avrei immaginato.
Anzi, tutti si sono dimostrati gentili e carini nei miei
confronti, chiamandomi con il mio nome e sorridendomi. In
fondo mi sentivo un po’ eroe di una storia, protagonista di
qualcosa che trovava il suo senso via via che veniva prodotto,
Non so se tutto questo affanno era imparentato con una certa
particolare soddisfazione, però ero contento di essermi messo su
una via senza ritorno, cioè un percorso che mi stava portando da
qualche parte da dove non avrei mai rimpianto ciò che ero stato.

93
Solo fino a un certo punto

La mattina è iniziata come sempre, ed io ho perso tempo in


qualcosa che neppure ricordo. Quando sono uscito di casa mi
sentivo un po’ confuso, però ero deciso ad andare fino in fondo
ai miei propositi. Ho preso l’autobus e sono sceso in centro. Ho
percorso una strada, poi ho girato a destra ed ho camminato
ancora per qualche centinaio di metri. C’erano molti negozi nella
zona, e quando assieme ad altra gente sono confluito nella strada
verso cui ero diretto, non riuscivo a rendermi conto se avrei
dovuto andare a destra o a sinistra.
Mi sono guardato attorno con la mia naturale incertezza, ho
girato su me stesso, ho scorso rapidamente i nomi sulle insegne
ed ho visto che il negozio era lì, a cinquanta metri da me. Le sue
vetrine erano enormi, e diversi manichini erano stati
immobilizzati in gesti sciocchi, con i loro bei vestiti

94
Solo fino a un certo punto

perfettamente stirati e innaturali. Mi avvicinavo lentamente


mentre venivo sfiorato da altre persone, e dietro ai manichini
iniziavo a vedere clienti e commessi che si davano da fare
all’interno del negozio.
Non avevo un disegno, non sapevo cosa avrei dovuto fare
veramente, soltanto una volontà forte e decisa mi spingeva, quel
qualcosa di nuovo che non avevo mai riconosciuto fino ad allora
tra i miei comportamenti. La grande porta di vetro si era aperta
almeno un paio di volte mentre la osservavo, lasciando in aria un
piacevole suono soffocato. Mi sono accostato alla prima vetrina
ed ho osservato cercando di assumere un atteggiamento
distaccato.

95
Solo fino a un certo punto

Lei era lì, stava parlando con dei vestiti tra le mani, e
sorrideva. Non so se volevo mi vedesse, ma lei era troppo
impegnata con il suo lavoro, non c’era neppure questa
possibilità. Poi si è mossa, ha detto qualcosa con un gran sorriso
ed è sparita nel retro. Quando è tornata aveva ancora quel suo
sorriso che subito si è trasformato in una risata leggera, che non
potevo sentire, ma che immaginavo tutta dalle espressioni del
suo viso.

Ho mosso qualche passo lungo la strada con indifferenza


affettata, ho osservato qualche altra cosa, poi sono tornato

96
Solo fino a un certo punto

indietro. Quando sono entrato nel negozio l’ho fatto seguendo


una volontà non mia, come se fossi spinto inspiegabilmente da
qualcosa o da qualcuno. Mi sono diretto verso di lei e ho detto
buongiorno, interrompendo il suo sorriso per un attimo e
facendomi notare in tutta la mia goffaggine.
Lei ha detto: “Un attimo signore, vengo subito da lei”, ed io
mi sono sentito felice di essere almeno considerato un cliente
come gli altri. Ma non ho saputo attenderla, e immaginando un
comportamento che non era assolutamente il mio, ho detto:
“Non vorrei disturbarla , ma ho bisogno di dirle qualcosa, solo
qualche momento”. “Capisco”, si è affrettata a dire lei con un
gran sorriso, “Finisco con i signori e sono a sua disposizione”.
Così io ho girato su me stesso per guardarmi attorno, mi sono
osservato le mani per un attimo, poi, alzando la voce, ma senza
guardarla direttamente, le ho detto: “Andrebbe tutto benissimo,
già, se non fosse che lei sorride troppo a questi suoi clienti,
perde tempo in chiacchiere e risate insignificanti per il suo
lavoro. Le sue colleghe sono più serie e composte, e lei
dovrebbe adeguarsi di più al loro comportamento”.
Alle mie parole alterate nel negozio si era formato un silenzio
irreale e assurdo, tutti mi osservavano con incomprensione, e a
lei non era chiaro se era il caso di interrompermi oppure di
ignorarmi.
“La osservo, l’ho osservata da tempo, e mi sono fatto un’idea
molto chiara sui suoi modi di essere: forse lei crede di dare
un’importanza maggiore alla sua personalità, di ingigantire le
sue caratteristiche ridendo a tutti e mostrandosi così allegra, ma
ad una seconda occhiata si capisce subito che è uno stupido
castello di carte che la sostiene, e nient’altro”.
“Adesso basta”, sentii dire da qualche parte alle mie spalle,
proprio mentre lei si era portata un fazzoletto al naso per

97
Solo fino a un certo punto

controllare quel pianto che stava sopraggiungendo. “Ma chi è


quest’uomo?”, disse qualcun altro mentre si formava una certa
confusione. Avrei voluto rispondere qualcosa, ma non avrei
proprio saputo cosa dire.

Approfittai del momento di indecisione da parte di tutti, e con


una gran spinta mi aprii la porta a vetri guadagnandomi la
strada. A grandi passi mi allontanai velocemente, preda di mille
pensieri.

98
Solo fino a un certo punto

Mi sentivo addosso una specie di febbre mentre sull’autobus


tornavo a casa. Cercavo di essere contento, e forse lo ero, di ciò
che stava accadendo. Non avrei mai immaginato fosse tanto
facile essere se stessi, dire ciò che passa veramente per la testa. I
miei genitori sicuramente non ci avevano mai pensato, ed adesso
erano dappertutto, fuorché nella mia testa.
Sapevo che ero stato io a dire quelle parole a voce alta dentro
al negozio, rivedevo la scena in modo febbrile, tra le immagini
che mi passavano veloci davanti agli occhi e come se io fossi
stato uno spettatore inerme di tutto quanto. Rivedevo tutti,

99
Solo fino a un certo punto

stupiti del comportamento di quello strano signore che non ero


io, tutti immersi in un’atmosfera irreale, inimmaginabile. I
clienti, con le loro assurde pretese. Le commesse, forse contente
di una ventata di novità della quale parlare sottovoce tra loro nei
momenti di calma.
Quando finalmente fui in casa, lasciai trascorrere le ore senza
alcun comportamento attivo, solo muovendomi ogni poco da una
sedia all’altra o dalla cucina alla camera da letto. Tutto era al
proprio posto, anche il mio cane qualche volta mi guardava e
basta.

Sopraggiunse la notte più velocemente di quello che mi sarei


aspettato. Quando mi decisi ad uscire di casa, fuori regnava un
silenzio perfetto. La bicicletta si mosse docilmente quando la
toccai; la portai a mano fin sulla strada, poi salii sopra. All’inizio
pedalavo piano, poi con un po’ di convinzione in più.
Fu per caso che arrivai fino al fiume, e mi fermai ad
osservarne il luccichio. Il tonfo nell’acqua fu leggero, e la

100
Solo fino a un certo punto

bicicletta scomparve subito sotto la superficie. Tornai a casa a


piedi compiendo un ampio giro.

101
Solo fino a un certo punto

Finito di Pubblicare nel Gennaio 2011

www.edizioniwilloworld.co.nr

102
Solo fino a un certo punto

103