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Canfora- la cultura classicista

Nella metà degli anni 70 ci fu una ripresa degli studi sul fascismo. In campo fascista la maturazione del
giudizio non poteva che significare spigionamento di forze latenti e interne, ovvero la fuoruscita del
fascismo (un lento, lungo e tormentato processo di elaborazione critica e di conquista ideale).
A inizio anni 60 esplose il secondo antifascismo, nel momento di massima involuzione del regime
democristiano, fino al successivo attacco eversivo contro la repubblica. Il secondo antifascismo ruppe
l’unitarismo celebrativo e ha riaperto la riflessione sul fascismo. Questa riapertura denuncia la collocazione
di un’unità antifascista (forma di reazione); l’analisi di classe del fascismo, della collusione fra fascismo,
stato liberale, forze cattoliche, esponenti politici e culturali.
La svolta del 1968 riapriva una nuova critica delle fonti della cultura borghese. Era un fenomeno sia italiano
che tedesco (in Germania si ebbe un risveglio democratico e una continuità rispetto al nazismo molto più
tangibile). Si criticarono gli intellettuali a causa delle loro responsabilità politiche. Questa indagine sul
fascismo e dei suoi rapporti con la cultura italiana è stata accusata di moralismo, con la pretesa di riportare
il discorso sul piano della politica e soprattutto sugli esiti derivanti dal comportamento della milizia passata.
Secondo Lukàcs non si trattava di moralismo, ma della consapevolezza che non c’è nessuna presa di
posizione ideologica innocente. Per lui è irrilevante se l’etica e la filologia della storia non conducano in
Bergson, Spengler o Stefan George le conseguenze fasciste, ma ciò che lascia perplessi è la tendenza a
ricercare una ascendenza a senso unico della distruzione della ragione, non considerando il rapporto
intellettuali-Stato prima e dopo il 14.
George L.Mosse fece degli studi sulle origini culturali del nazismo, mettendo in luce la predisposizione al
nazismo contro la tesi ritteriana del gennaio 33 come accidente storico.
Pagina cantimoriana del 62: scarso valore ermeneutico del termine fascismo. Come se il fascismo inghiottì
tutti. Il fascismo non inghiottì indiscriminatamente tutti, si ha la necessità di discernere le varie correnti del
fascismo.
Accanto al fascismo con nostalgie liberali, ovvero il fascismo della borghesia italiana (di Volpe, Serpieri,
Gentile, De Stefani, Young, Pirelli), si possono distinguere una destra cattolico-nazionalista, un centro social-
riformista (di Mussolini, Bottai, Beneduce, Rigola, Caldara) e la sinistra bolscevizzante (di Spirito, Volpicelli,
Rossoni con sottogruppo del Cantiere).
L’editoriale del quaderno n.12 del 1935 di Giustizia e libertà propone un’analisi delle correnti prefasciste e
della loro insufficienza.
Il fascismo di sinistra era valorizzato dalla concezione, al fondo liberale, della sostanziale identità dei due
totalitarismi (similarità tra urss e gli ideali di mussolini) e da chi mosse dall’illusione fascista per approdare
all’antifascismo, mostrandone l’immagine illusoria.
Togliatti definisce il fascismo come regime reazionario di massa. Lo squadrismo, il colpo di Stato
sanguinario, la distruzione dell’opposizione alla presa del potere, mettono fuori gioco la democrazia come
sistema di garanzie politiche e come avanzamento della coscienza sociale. In questa situazione, le forze
borghesi stanno a guardare, collaborano e dopo aver capito di essere state emarginate, passano
all’opposizione, ecco perché si parla di consenso. Vi era poi la coercizione, evidente nel giuramento di
Gentile (chi lo nega, si estrania dalla vita). Inizia la ricerca di scrittori per le riviste fasciste.
Tra impegno politico e culturale non vi è interruzione, si ha una burocratizzazione della cultura di cui si
occupò Cantimori. La reazione antifascista a tutto ciò, da parte dell’intelligenza borghese, è stato il rifiuto,
risolto spesso nel rifiuto della politica. La politica dell’uomo di cultura è essere prima di tutto uomo di
cultura, chi si rifiuta, provoca una estrema degenerazione. Bianchi Bandinelli afferma che l’asservimento dei
dotti è il massimo delitto contro l’umanità.
Momigliano ha criticato l’ispirazione nazista della storiografia di Berve.
Le vecchie correnti risorgono entro lo stesso fascismo, la crisi del regime è stata caratterizzata dal riaprirsi
della lotta di classe sotto la crosta dello stato corporativo. La cultura classica ha sempre sofferto, nel mondo
contemporaneo, il complesso del superamento e dal problema di spiegare agli altri la necessità del proprio
ruolo. Il nuovo regime rappresentò, per la cultura classica italiana, il sentirsi nuovamente necessaria ed
egemone, ciò spiega anche il suo schieramento col fascismo (specialmente da parte di Roma e dell’Istituto
degli studi romani). I più consapevoli vedevano il fascismo come mezzo per un impero civilizzatore di Roma,
in cui la chiesa cattolica è l’erede storica dell’universalismo romano. I più impegnati nel classicismo fascista
erano i destro-clericali. Tutti i principali autori latini furono dei mistici, in ciò consiste uno dei più significativi
elementi discriminanti tra cultura greca e romana. I Romani si mostrarono diffidenti verso la cultura
esterna, il filosofeggiare avrebbe potuto minare l’esistenza dello Stato. Cicerone esaltava la romanità ma
veniva contestata la sua adesione all’accademia in quanto creava il dubbio. Siamo difronte
all’esasperazione di certi motivi di fondo del classicismo fascista. Sulla sinistra fascista va collocato Levi, il
quale propone temi sintomatici.
Dopo il 25 luglio si afferma anche un’ala repubblicana minoritaria che, nel dopoguerra, viene lasciata ai
margini. Si schierano con la Repubblica sociale italiana che riprende ed esalta temi e aspetti del fascismo
più radicale e di un esasperato razzismo. C’è un’ampia critica biblica per sfogare l’antisemitismo, tra questi
lo storico di Roma Luigi Pareti. Pasquali firma il manifesto antifascista di Croce, si avvicina poi al fascismo
(ciò è evidente grazie alla sua pubblicistica), si investe anche di problemi dell’organizzazione culturale
(scuola, università, pubblica lettura). Il potenziamento della pubblica lettura è tra gli aspetti popolari e di
massa del fascismo sul piano dell’organizzazione culturale, Pasquali non era d’accordo alla pubblica lettura.
Viene introdotto il cameratismo: mancanza di barriere tra professori e studenti, viene dato respiro agli
studenti e lo studente medio borghese diventa soggetto politico. La gioventù studiosa è una delle nuove
forze sociali che vedranno nel fascismo e nel nazismo il miglior interprete della propria carica di ribellismo e
di antisocialismo, sono visti poi come l’ultima speranza al comunismo.
De Felice tende a ridurre la componente romana dell’ideologia fascista per la creazione di un “uomo
nuovo”. Mosse cerca di sospingerlo verso i vecchi miti della razza, ricordando il richiamo, da parte del
fascismo, alla romanità. Su questa romanicità la pubblicistica è vastissima, Roma rappresenta un principio
ideale, espressione di una teoria politica e spirituale, mentre antiroma rappresentava l’opposizione a quei
principi, ordine, autorità, giustizia e la reazione alle forze disgregatrici che l’ordine nuovo combatteva.
Vi è impegno anche sul piano dell’organizzazione culturale: viene affiancata una rivista di storia antica al
quotidiano del partito “Il popolo d’Italia”; nasce l’Istituto nazionale del dramma antico e l’Istituto di studi
romani; si propone di fare un tempio del fascismo ed una grande mostra romana. Tutto ciò derivò da
Mussolini che tenne una lezione “Roma antica sul mare” presso l’Università di Perugia per dare una
direttiva politica-culturale.
Attilio Levi ne “Roma negli studi storici italiani” assume il discorso mussoliniano come costante punto di
riferimento per un nuovo indirizzo di studi nel campo della storia romana. Nel 1938 appariva il primo Indice
analitico, Catalogo delle pubblicazioni, come strumento bibliografico e propagandistico, ad esaltare il
criterio unitario e l’indagine totalitaria con la quale la materia è stata affrontata. Qui vengono tirate le
somme in termini numerici del grado di coinvolgimento degli studiosi. Le innumerevoli collezioni di
quaderni avevano come scopo il mettere in luce la continuità tra Roma antica e la chiesa cattolica, Roma
antica e la storia d’Italia, Roma antica e il fascismo. L’Istituto di studi romani asseconda la politica del
fascismo e ne sostiene scientificamente le iniziative e le svolte.
Quando parte l’impresa della monumentale “Storia di Roma”, l’Istituto di studi romani da delle direttive per
gli autori: devono mettere in evidenza la missione normalizzatrice e civilizzatrice tra la razza bianca e la
razza occidentale, della funzione provvidenzialmente storica di Roma. Tali direttive sono presenti anche
nell’opuscolo di Mario Attilio Levi “Roma negli studi storici italiani”. L’organo ufficiale dell’Istituto di studi
romani, fondato da Paluzzi, è “Roma. Rivista di studi e di vita romana”: prodotto dell’operazione politico-
culturale del fascismo, con interventi di studio e politici che mostrano il superamento della separatezza
della cultura liberale. Critica la Francia per aver dimenticato la sua romanicità e fa una dichiarazione di
guerra, vorrebbero togliere la Tunisia alla Francia. Pallottino esalta Augusto e i suoi discepoli, critica
Ciccotti. Intanto il fascismo si espande in Europa e anche gli studi romani. Avviene un colpo di Stato
monarchico che coglie di sorpresa l’Istituto di studi romani, si ha una riconversione monarchico-clericale,
nasce “L’interessamento della santa sede per gli studi romani”.
Quando Mussolini dichiara che la lingua di Roma è la lingua del tempo fascista, rilancia l’uso della lingua
latina per mostrare la purezza della razza. Viene creata la scuola media con il latino per tutti.
Il fascismo ha l’esigenza di imprimere un orientamento non solo politico ma tematico alla ricerca. Nello
sviluppo delle scienze degli anni 30 e 40 si afferma che lo Stato e la scienza non possono essere separati. La
lingua fascista nasconde vitalismo, nazionalismo, mito della guerra, della forza, del superomismo,
antisocialismo e antiparlamentarismo. I linguisti lavorano a stretto contatto tra l’ideologia e la scienza.
La ricerca privilegia gli studi di storia romana rispetto all’ambito greco ed ellenistico. Concorda gli obiettivi
fascisti con alcune dinamiche tipiche della cultura romana, specie augustea.
Col fascismo diventa caratteristico, della cultura antichistica italiana, è il progressivo assumere o credere di
assumere un atteggiamento antifascista, ridimensionando una comprensione storica della originalità
romana. È questo alludere che turba il lavoro di ricerca. Durante l’egemonia tedesca, la letteratura e l’arte
di romani sono l’imitazione della letteratura e dell’arte greca. L’esasperata riaffermazione di originalità
romana costituisce un irreparabile arretramento e isterilimento. Pasquali assume un irrigidimento per
difendersi dalle possibili accuse alla sua scrittura. Si critica chi fa dell’originalità un concetto basso e rozzo.
C’era poi il dogmatismo crociano capace di accontentarsi di formule apparentemente risolutive, secondo
Pasquali, per fortuna il filologo era più forte del teorico (la penna). Pasquali fa un paragone sull’originalità
con la combinazione chimica: ha un concetto rozzo chi cerca di vivere al di fuori della storia. Pasquali era
partito studiando quanto fosse ellenistica la cultura romana, perviene a studiare quando e quanto il mondo
greco percepisse la presenza e il significato di Roma, si ha una chiara svalutazione dell’ellenismo.
De Francisci rappresenta in modo tipico e a un livello molto alto la cultura antichistica del fascismo, per lui
la comprensione dell’ellenismo era stato uno dei risultati più conseguiti dalle correnti più vive
dell’antichismo europea. Per Pasquali l’epoca arcaica romana era di bassissimo livello e l’età augustea ne
era la continuazione. Là dove Pasquali mostra di ritenere che un tema tipico, per gli esaltatori della
originalità romana quella è l’invenzione della traduzione artistica. Gelzer si chiese cosa ci fosse di nuovo
nella tesi paqualiana secondo cui la civiltà romana, pur influenzata da quella greca, si sviluppò
autonomamente. Questa reazione gelzeriana si spiega con l’esitazione dello storico professionale dinnanzi
alla scelta pasqualiana di privilegiare determinati elementi della tradizione, in funzione della tesi della
grande Roma. Gelzer muove rilievi anche rispetto alla tendenza pasqualiana a retrodatare le testimonianze
greche su Roma. Pasquali presenta a un pubblico tedesco di cultura la sua ricostruzione della storia arcaica
di Roma, ciò che colpisce è la scomparsa della consueta tensione tra originalità e ricezione dei modelli greci.
Le posizioni estreme sono le più rozze e hanno le loro radici nella cultura prefascista. Mario Attilio levi cerca
di definire il prevalente orientamento della ricerca: sull’originalità si ha una produzione ampissima. Bignone
nei suoi scritti cerca di unire la cultura ellenistica alla costruzione della politica.
Arnaldo Momigliano attribuisce al fascismo il merito di incoraggiare ricerche su temi prima trascurati come
il passaggio dalla repubblica all’impero, negando però allo stesso tempo l’interferenza di un orientamento
fascista nel merito delle ricerche ben oltre le prefazioni. Arnaldo Mussolini implica la categoria politica della
rivoluzione fascista, assume un atteggiamento riduttivo nei confronti della politica tardo-repubblicana e
tenta di recuperare personaggi rilevanti sul piano politico-culturale perché siano coinvolti nella condanna
del vecchio Stato senza attenuanti. La tarda repubblica diventa così lo stato dei partiti, delle lotte civili, della
divisione. I trattatisti come Ciaceri presentano Cicerone come un profeta del principato, mirando a
rinvigorire la costituzione repubblicana dello Stato. Cicerone diventa precursore della costituzione ideale
augustea.
Il fascismo incide sugli orientamenti della ricerca. Ciaceri affronta l’offensiva tedesca contro Cicerone
(definito antitedesco).
Negli studi di storia romana arcaica queste oscillazioni politico-culturali sortiscono effetti sconcertanti:
Conversione di Pais dall’ipercritica distruttiva al rifiuto del greco Diodoro e preferenza di Livio. Alla
svalutazione degli storici greci dell’Impero, Livio si unì all’ondata contro la critica tedesca in nome
dell’autonoma continuità di quella italiana.
Garin definisce questa continuità come il permanente, più o meno consapevole, giobertismo della cultura
italiana. Il presupposto della continuità è comune anche al pensiero risorgimentale democratico-
mazziniano.
Gentile fa una interpretazione razziale della continuità.
De Francisci afferma che il fondamento di tutto ciò è nella stirpe, in questo popolo santo che in ogni epoca
ha insegnato all’Europa gli elementi del viver civile.
Il duce incoraggiava gli italiani a ritornare alla storia, lavoro che perseguì l’Istituto degli studi romani.
Ritorna agli studi di antichità, continuità della filologia italiana, torna di moda l’esaltazione romagnoliana
della tradizione filologica.
Mentre il classicismo italiano era alle prese con la problematica indotta dal fascismo, altrove si produce
l’incontro tra la cultura classica e l’antropologia, la sociologia. In Italia si aggiungeva il danno dell’autarchia
intellettuale propugnata dal fascismo.