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Perfezionamento della Lingua 3

Esercitazioni Testi letterari

Testo n. 1 - La locandiera
Attività didattica suggerita – Per conoscere

Carlo Goldoni

1 -Dal libro Rete!3 M.Mezzadri e P.E. Balboni – Guerra Ed.


Cd audio traccia 4 e 5
2 - Dal link
http://www.sdstoriafilosofia.it/index.php?m=3
La locandiera (video, parte 1)
La locandiera (video, parte 2)

Testo n. 2 - Sei personaggi in cerca di autore


Attività didattica suggerita – Per riflettere

Luigi Pirandello

Nonostante il catastrofico esordio romano nel 1921 («Manicomio! Manicomio!» fu il grido degli
spettatori che ne decretarono il fiasco, mentre Pirandello fuggiva dal retro del teatro su una carrozza
che venne raggiunta dal lancio di monetine del pubblico indignato), "Sei personaggi in cerca
d'autore" è l’opera più conosciuta e più rappresentata all’estero del teatro italiano del Novecento, e
considerata, per giudizio concorde della critica, il capolavoro di Pirandello.
Pirandello stesso definisce la sua opera "teatro dello specchio", perché in essa si
rappresenta la vita senza maschera, quale essa è nella sua sostanza e nella sua verità, lo spettatore,
l'attore e il lettore vi si vedono come sono, come chi si guardi ad uno specchio, vi si osservano con
ansia e con curiosità, spesso vi si vedono deformati dagli altri, appunto come un cattivo specchio
deforma l'immagine fisica; allora si riconoscono diversi da come si erano sempre immaginati e ne
restano amareggiati e preoccupati. In quest’opera Pirandello dà la più complessa e riuscita
rappresentazione della condizione umana quale si era venuta configurando: la crisi dell'uomo
contemporaneo. Una spietata esplorazione della condizione dell'uomo, del suo smarrimento, della
sua dissipazione morale, della sua disperata solitudine.
L'attività più intensa del Pirandello si svolse infatti in un momento particolarmente
tormentato della storia, ovvero nel trentennio tra il 1900 e il 1930: un periodo confuso non soltanto
sotto l'aspetto politico e sociale, ma anche sotto quello letterario. Già negli ultimi decenni
dell'Ottocento, nella letteratura e particolarmente nel teatro, si cominciò ad avvertire un senso di
stanchezza e di amara delusione, che rispecchiava la situazione psicologica in cui si trovava la
società borghese post - risorgimentale. Al Positivismo, che aveva esaltato l'intelletto umano in
quanto capace di costruire un nuovo mondo di felicità sociale e di grande progresso, subentra il
Decadentismo con la sua ansia metafisica, con il gusto dell'ignoto e dell'inconscio, con le sue
incertezze e le sue contraddizioni. Pirandello può considerarsi il maggiore interprete della sensibilità
espressa dal Decadentismo in Italia, proteso ad analizzare i sintomi della inquietudine che tormenta
l'anima moderna, smarrita nel mistero che ci avvolge, incerta del suo divenire, presa nella morsa di
leggi inesorabili regolate da una natura per lei incomprensibile.
I sei personaggi che chiedono al capocomico di essere tratti dal limbo della loro condizione, di poter
vedere rappresentato il loro dramma e che poi non si riconoscono negli attori che tentano di
riviverlo, sono un po' la cifra di tutta l'arte pirandelliana in perenne contesa con l'infida, inafferrabile
realtà che sembra di continuo assoggettarla, ma ne resta in effetti profondamente lacerata. I sei
personaggi incarnano ognuno una visione diversa dello stesso dramma che ogni personaggio vive
con una "sua" verità inconciliabile con quella degli altri. Questo è il dramma pirandelliano della
solitudine e dell'incomunicabilità che viene spiegato dal Padre quando, rivolgendosi al capocomico,
gli dice:
«ciascuno di noi - veda - si crede "uno" ma non è vero: è "tanti" signore, "tanti" secondo tutte le
possibilità d'essere che sono in noi; "uno" con questo, "uno" con quello - diversissimi! E con
l'illusione d'esser sempre "uno per tutti" e sempre "quest'uno" che ci crediamo in ogni nostro atto!
Non È vero!».

I sei personaggi sono diversi perché ognuno di loro vive una parte diversa dello stesso dramma. Il
Padre è distrutto dal rimorso per le proprie colpe; la Figliastra, vittima del Padre si vuole vendicare
proprio rappresentandole e rendendole immortali sul palcoscenico. Il Figlio, sdegnato con tutti, si
sente estraneo alla famiglia. La Madre vive solo per le due creaturine indifese che ha ai fianchi, le
quali vivono anche loro un dramma che non si manifesta. Nell'ultima parte dell'opera vi è una
contrapposizione tra realtà e finzione espressa per mezzo degli attori che, quando vedono il
Giovinetto ferito, si dividono non sapendo quale è la verità. L'ultima parte e anche surreale perché la
Bambina, viva, recita la propria morte.

Testo n. 3 - Mistero buffo. Ci ragiono e canto


Attività didattica suggerita – Leggere e rispondere

Dario Fo

1– A che pubblico si rivolge l’attore? 2 – Cosa vuol far vedere?


□a un pubblico televisivo. □ quanto sono meschini e pieni di sè i potenti.
□a un pubblico di corte. □ come il teatro serva a far ridere.
□a un pubblico popolare. □ come ci si diverte a teatro saltando e
cantando.

3 – Il giullare fa parte del popolo, visto □ persone che vivono tranquillamente


all’inizio come nonostante i problemi economici.
□ massa di ignoranti che si divertono con poco. 4 – Il giullare pensa di poter
□ carne da cannone per le guerre volute dai □ far divertire.
potenti. □ far divertire e insegnare.
□ far sognare.

5 – La lingua è paragonata a 6 – Prima il giullare era


□ uno strumento musicale. □ un commerciante.
□ a una macchina. □ un contadino povero e senza terra.
□ a un’arma. □ un ricco a cui sono state tolte le terre.

7 – La sua vita è cambiata quando ha 8 – Dopo essere riuscito con il proprio


deciso lavoro a migliorare le condizioni di vita
□ di trovare un altro lavoro. □ il sindaco del suo paese gli ha dato un
□ di diventare attore. premio.
□ di coltivare un pezzo di terra per suo conto. □ il padrone gli ha tolto la terra.
□ gli altri contadini si sono uniti a lui.

Secondo voi dove e in che epoca potrebbe essere ambientato il testo Nascita di un
giullare? Il giullare di Dario Fo che ruolo sociale ha?
Testo n. 4 - Il manifesto del Futurismo
Attività didattica suggerita – Per riflettere

Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni


e Severini a Parigi - 1912

Bisogno furioso di liberare le parole – Il libro futurista


Il Futurismo nasce dall’esigenza di sporcarsi le mani, calarsi nella realtà e riscattarla. Si riscopre la
nascita della scrittura come legata all’impulso umano di penetrare e rendere sensibile la materia:
nascono così le tavole parolibere prima e i libri-oggetto poi, capaci di investire tutti i sensi.
“...io inizio una rivoluzione tipografica diretta contro la nauseante concezione del libro di versi
dannunziana, la carta a mano seicentesca, fregiata di galee, minerve e apolli, di iniziali rosse e
ghirigori, ortaggi mitologici, nastri da messale, epigrafi e numeri romani. Il libro deve essere
l’espressione futurista del nostro pensiero futurista. Non solo. La mia rivoluzione è diretta contro la
così detta armonia tipografica della pagina, che è contraria al flusso e riflusso, ai sobbalzi e agli
scoppi dello stile che scorre sulla pagina stessa” (Marinetti, 1913).
La rivoluzione deve avvenire in tipografia, con gli strumenti della stampa, i caratteri, la carta col suo
peso e il suo colore, l’inchiostro, la pagina, intesa non come schermo passivo e vincolato a rigide
leggi d’armonia, ma, al contrario, vissuta come campo dinamico da utilizzare in funzione lirico-
espressiva. La tipografia si emancipa, non più ancella della scrittura, è chiamata a svolgere un ruolo
essenziale, nella costruzione di un’opera. Per questa impostazione il libro parolibero si propone come
un organismo vivo, che implica il coinvolgimento attivo del lettore, chiamato a interpretare e
decodificare il messaggio fatto di materiali linguistici verbali, fonetici, visivi. Svanita l’importanza
dell’illustrazione intesa tradizionalmente come allegato posteriore al testo, tutti gli aspetti visivi si
risolvono nell’ambito della scrittura.

Zang Tumb Tumb di Filippo T. Marinetti (1914): la copertina e pagine interne.

Parole in libertà, ovvero le tavole parolibere


La stretta collaborazione tra poesia e arti figurative promossa per la prima volta dal futurismo, dopo
una iniziale comunione d’intenti si spinge ben oltre e diviene un sodalizio ferreo con l’ideazione del
verso parolibero. Il valore estetico visuale delle poesie di Marinetti e gli altri è fondamentalmente
espressione del matrimonio tra la parola e l’immagine, in cui la parola diviene immagine oltreché
simbolo. Un connubio che riscuote subito grande fortuna e che introduce a una comunione
interdisciplinare tra le arti che avrà ampio seguito e sviluppi complessi. Le tavole parolibere, come
commenta lo stesso Marinetti, sono “analogie disegnate” in cui il senso della parola è descritto anche
graficamente dal modo in cui la parola è disposta. L’immagine aggiunge Forza e pregnanza alla
parola, sottolineandone il significato.
La poesia del Futurismo è puro suono fonetico, combinazione casuale di “parole in libertà”.
T. Tzara, in Manifesto sull’amore debole e l’amore amaro (1920), propone un metodo per
“fabbricare” poesie.
“Prendete un giornale. Prendete un paio di forbici. Scegliete un articolo che abbia la lunghezza che
desiderate dare alla vostra poesia. Ritagliate l’articolo. Tagliate ancora, con cura, ogni parola e
metterle tutte in un sacchetto. Agitate dolcemente. Tirate fuori le parole una dopo l’altra e
disponetele nell’ordine di estrazione. Copiatele coscienziosamente. La poesia vi somiglierà“.
Testo n. 5 - Per difesa e per amore
Attività didattica suggerita – Per conoscere

Gian Luigi Beccaria

Un esempio di Burocratese
Da molti anni si parla di eliminare il burocratese,ma è difficile eliminare una tradizione così ben
consolidata: ancora oggi resistono fortemente parole come de cuius (persona che ha lasciato una
eredità), all'uopo (perciò), testé (appena), laddove (mentre), altresì (anche)  e hanno grande
successo forme inglesi tipo devolution e deregulation (che ci fanno rimpiangere una vecchia
canzone di Adriano Celentano che si chiamava ironicamente svalutescion).
E poi sono sempre molto usate formule come il succitato Tizio che si occupa dell'espletamento di
una procedura, dopo aver rilevato l'urgenza di provvedere in merito, o dopo aver ravvisato
la necessità di un sollecito intervento, sempre pronto poi a restare in attesa di un cortese
riscontro. L'Italia è un paese ricco, anzi, ricchissimo, di leggi, burocrazia, documenti e certificati. Ma
da alcuni anni anche qui la burocrazia cerca di semplificarsi. Oggi è infatti possibile fare
l'"autocertificazione". Infatti, leggiamo il seguente esempio:
“Sono comprovati con dichiarazioni, anche contestuali all’istanza, sottoscritte dall’interessato e
prodotte in sostituzione delle normali certificazioni i seguentii stati, qualità personali e fatti...”
La frase di prima significa solo: "i cittadini possono sostituire con una dichiarazione i seguenti
certificati". Autocertificazione, insomma.

Note sul turpiloquio


Il turpiloquio fino a qualche tempo fa era esclusivo appannaggio della "società maschile" e si
riteneva di pessimo gusto dire "certe parole" in presenza delle "signore". Ma negli ultimi decenni le
parolacce sono entrate nel linguaggio parlato un po' a tutti i livelli, non solo fra i giovani, non solo
fra uomini e donne, ma per colorire discorsi o espressioni particolari, anche per radio, per televisione
o sui giornali non è raro trovare parole che fino a qualche anno fa si ritenevano impronunciabili.
Tre sono i tipi di "espressioni volgari" usate: la bestemmia, la parolaccia e l'imprecazione.  
La bestemmia, un'offesa contro dio, è sentita anche da un orecchio italiano come un'espressione
estremamente pesante e volgare: di rado viene scritta, quasi mai pronunciata per televisione e nel
cinema. Tuttavia in alcune regioni la bestemmia ha assunto quasi un valore di imprecazione: in
Toscana e in Veneto, specialmente, il suo uso è piuttosto diffuso e ne è prova il fatto che in alcune
strade di queste regioni ancora troviamo antichi cartelli che invitano i passanti a "non bestemmiare".
La parolaccia vera e propria ha invece il significato di un insulto contro una persona. Tuttavia il suo
uso così frequente (perfino in senso positivo, quasi come complimento!) ha molto sminuito la sua
violenza. Valga per tutti l'esempio di una tipica parolaccia diffusa a livello nazionale, ma
specialmente a Roma, figlio di mignotta (da figlio di madre ignota), usata contro una persona per
darle del "bastardo". Questa, che pure pronunciata con durezza è un'offesa abbastanza grave, ha poi
in romanesco una connotazione quasi affettuosa: infatti, per tradizione, i bambini figli di nessuno
sono persone particolarmente furbe, abilissime nell'arte di arrangiarsi, dinamiche e scaltre, abituate
come sono a lottare con la vita giorno per giorno. Per questo, non di rado, questa espressione viene
rivolta a un amico furbo, che ha dimostrato la sua scaltrezza in qualche occasione speciale.
Ma attenzione, se questo vale per una regione (il Lazio), non è la stessa cosa per un'altra e per
esempio in Sicilia la stessa frase può suscitare giustamente una reazione pesante dell'interlocutore.
Esistono poi parolacce che, diffuse a livello nazionale e così logorate dall'uso continuo, hanno
perso il loro significato originario acquisendone decisamente un altro: casino, per esempio, ha quasi
sostituito il termine confusione, caos disordinato, perdendo il suo significato di "casa di tolleranza",
"bordello". Ha dato tra l'altro numerosi derivati: fare casino, confondere le cose; incasinato, essere
confuso; casinista, disordinato nel pensare o nell'agire. Ma se quest'ultima parola ancora conserva
qualche barlume di volgarità e se ne sconsiglia l'uso in occasioni che non siano estremamente
colloquiali, diverso è il caso del verbo fregarsene che ormai da tempo ha sostituito il verbo
"infischiarsene" perdendo completamente ogni riferimento al suo significato etimologico. Già era
usato provocatoriamente dalla propaganda fascista e i bambini appartenenti all'organizzazione dei
"Figli della Lupa" portavano scritto sulla camicia nera "Me ne frego della morte". E d'altra parte "me
ne infischio" avrebbe dato un significato molto meno virile e deciso all'espressione.
L'imprecazione, ovvero la parolaccia usata solo per esprimere il proprio disappunto, o anche
impiegata come intercalare, senza voler offendere nessuno e senza più nessun vero significato
letterale, se non quello di esprimere rabbia, sorpresa, gioia, dolore e comunque un'emozione forte.
Di questo tipo di parolaccia abbiamo esempi perfino in tedesco, in cui la parola Scheisse! non ha
alcun valore semantico se non quello di mostrare la propria rabbia, corrispondente al francese
merde! e all'italiano cazzo!, privo di qualunque riferimento sessuale e esclusivamente usato a mo' di
imprecazione o di intercalare.
Naturalmente per lo studente straniero è consigliabile un apprendimento esclusivamente
passivo di questo, perché difficilmente (a meno di non soggiornare lungamente in Italia) potrà
imparare a dosare con esattezza la maggiore o minore gravità di determinate parolacce e
l'opportunità di proferirle senza rischiare una brutta figura o una reazione anche vivace
dell'interlocutore.

Testo n. 6 – La Barzelletta
Attività didattica suggerita - Abbina argomento e barzelletta

a. Google è donna: non ti lascia il tempo di finire una


frase che già ti dà suggerimenti.

1. carabinieri e grammatica
b. Il carabiniere Gargiulo sta facendo le parole
crociate: per il 10 orizzontale la definizione è “bagna
Budapest”.
"Quante lettere?", si chiede. "Sette!"
2. Pierino e la scuola Poi, tutto felice: "Ma certo! PI-O-G-GI-A!"
c. Un appuntato parla per radio con il superiore:
"Maresciallo, abbiamo arrivati alla postazione a
Piazza della Repubblica!"
Il maresciallo, per correggerlo: "SIAMO arrivati!"
E l'appuntato: "Ma dove siete, che non vi vediamo?!?"
3. Secolo XXI e tecnologia

d. A volte mi chiedo: ma quando non c'era WhatsApp


avevamo tutte 'ste cose da dirci?

4. carabinieri e il bar
e. La professoressa di italiano: "Pierino! Parlami di
Dante..."
Pierino: "Dunque, vediamo... Dante è un poeta famoso
per aver scritto 'La Divina Commedia di Natalino
Sapegno'".
5. carabinieri e il lessico

f. Un carabiniere entra in un bar e chiede: "Posso


avere un caffè veloce?"
Il barista risponde: "E' già in macchina!"
E il carabiniere: "Ah, okay, allora torno fuori!"
6. secolo XXI e tecnologia