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FISIOLOGIA UMANA - 2°ANNO SCIENZE

MOTORIE
TESTO: FISIOLOGIA – D’ANGELO/PERES – EDIZIONI ERMES

PROF: GUATTEO – ESAME SCRITTO + ORALE FACOLTATIVO (SI PUO’ NON FARE SE ALLO
SCRITTO SI PRENDE PIU DI 25)

48 TRA RISPOSTE MULTIPLE E VERO FALSO (+1/-0.50), 4 DOMANDE APERTE (+2)

CAPITOLO 1: COMPARTIMENTI E LIQUIDI DELL’ORGANISMO

Nel corpo umano ci sono sistemi/apparati chiusi o aperti. Si definiscono aperti infatti, quelli che
hanno uno sbocco verso l’esterno (esempio: apparato respiratorio o apparato digerente). Tutti gli
apparati collaborano e lavorano in sinergia tra loro.
Il principale liquido presente nel corpo umano è l’acqua. L’acqua del corpo umano è situata
principalmente nelle cellule, un’altra buona parte di acqua la si trova nel liquido interstiziale che si
trova tra le cellule (sarebbe lo spazio che separa una cellula e un’altra) mentre la restante parte di
acqua si trova nel plasma sanguigno. Quindi l’acqua si trova in tre compartimenti:

 Cellulare (citoplasma delle cellule)


 Extra-cellulare (liquido interstiziale)
 Plasma sanguigno (circolazione)
Il passaggio dell’acqua tra questi tre compartimenti è regolato dalla pressione idrostatica generata
dalla pompa cardiaca (il cuore, sposta acqua dalla circolazione al liquido interstiziale) e dalla
pressione osmotica che contrasta quella idrostatica ed evita che l’acqua entri tutta nel liquido
interstiziale dalla circolazione e la sposta nella cellula grazie ai suoi osmoliti.
Il passaggio dell’acqua nei tre compartimenti infatti, è sempre finalizzato all’equilibrio osmotico,
cioè l’acqua deve essere presente in tutti e tre i compartimenti, compartimenti che hanno la stessa
pressione osmotica.
Il percorso che l’acqua fa è il seguente:
1. Parte dal torrente circolatorio (circolazione sanguigna)
2. Poi passa nel liquido interstiziale
3. Entra nelle cellule
Si può facilmente dedurre quindi che se manca l’acqua nel sangue, anche gli altri due compartimenti
ne risentiranno e vedranno diminuire il loro livello di acqua.

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CAPITOLO 1.1: I SOLUTI DELL’ACQUA

I soluti dell’acqua non possono passare facilmente tra un compartimento e l’altro.


I principali soluti, in forma ionica (cioè con carica positiva), sono:

 Sodio, si accumula principalmente nel plasma e nello spazio extra-cellulare (145 mM), in
quantità minore nelle cellule (15-40 mM)
 Potassio, si accumula principalmente nel citoplasma delle cellule (quindi spazio cellulare,
150 mM), presente in quantità minime negli altri due compartimenti (4-5 mM)
 Cloro, si accumula principalmente nello spazio extra-cellulare e nel plasma sanguigno (100
mM), molto meno presente invece nelle cellule (10-40 mM)
 Proteine, si accumulano principalmente e in grande quantità nelle cellule (200 mM),
presenti anche nel plasma (70 mM), totalmente assenti nello spazio extra-cellulare (0 mM)
Sodio e potassio sono presenti nel corpo sotto forma di cationi, quindi con 1 elettrone in meno e
conseguente carica positiva. Il cloro invece è un anione con 1 elettrone in più e quindi carica
negativa. Le proteine spesso le troviamo come proteinati e quindi con carica negativa.
Come detto, l’acqua passa liberamente mentre i soluti no. Questi ultimi inoltre, sono concentrati in
modo asimmetrico nei tre compartimenti. Il gradiente di concentrazione è infatti dato proprio dalla
concentrazione asimmetrica del soluto ai due lati della membrana (cioè da un lato è maggiore la sua
concentrazione mentre dall’altro è minore). I soluti quindi tenderanno a diffondersi secondo
gradiente.

CAPITOLO 1.2: LA MEMBRANA PLASMATICA E I SUOI COMPONENTI

La membrana plasmatica delle cellule, è formata da un doppio strato di fosfolipidi (lipidi anfipatici
che hanno una testa polare idrofila e una coda idrofoba).
La membrana plasmatica è un mosaico fluido, cioè tutte le sue componenti sono in continuo
movimento (le uniche a non muoversi sono le proteine strutturali che sono ancorate al citoscheletro
della cellula e che quindi non possono muoversi).
La membrana inoltre, può veder variare la sua consistenza, a seconda delle esigenze del corpo,
grazie al colesterolo che la irrigidisce o la fluidifica. Il colesterolo è infatti un altro lipide presente in
grande quantità nelle membrane plasmatiche, quasi sempre apolare, e si va a mettere tra le code
anfipatiche dei fosfolipidi che compongono il doppio strato.
Il terzo e ultimo lipide che compone le membrane plasmatiche è il glicolipide.
Il doppio strato è attraversato dalle proteine plasmatiche. Queste proteine plasmatiche non sono
altro che le proteine di membrana, specifiche di ogni tipo di cellula (cioè ogni cellula, a seconda di
dove si trova nel corpo, ha delle particolari proteine di membrana, che danno anche la
“specializzazione” alla cellula).

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Le proteine di membrana possono essere intrinseche (se attraversano completamente il doppio
strato, più difficili da rimuovere) o estrinseche (se attraversano solo in parte il doppio strato, si
possono rimuovere abbastanza facilmente e senza sfaldare la membrana).
Le proteine di membrana, come detto, conferiscono le specifiche caratteristiche funzionali della
membrana plasmatica. Queste proteine possono avere struttura ad alfa-elica (in questo caso,
graficamente, si indicano con un “bastoncino verticale”) o a beta-foglietto (graficamente si indicano
con delle “frecce che si intersecano tra loro”).
Le proteine di membrana possono essere:

 Proteine strutturali, mantengono la forma della cellula, ancorate al citoscheletro e non


possono quindi muoversi
 Enzimi, catalizzatori di reazioni chimiche
 Recettori, un recettore è in grado di recepire una e una sola sostanza, quindi sono specifici
per ogni sostanza
 Canali e trasportatori (proteine carrier/trasfer ecc.)

CAPITOLO 1.2.1: TIPI DI TRASPORTO ATTRAVERSO LA MEMBRANA PLASMATICA

Il trasporto delle sostanze attraverso la membrana plasmatica può essere:

 Trasporto Passivo (NON usa energia) che si divide in


o Diffusione semplice
o Diffusione facilitata
 Trasporto Attivo (USA energia) che si divide in
o Attivo Primario (contro gradiente, uso diretto di ATP)
o Attivo Secondario (contro gradiente, uso indiretto di ATP)
o Co-trasporto ionico

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CAPITOLO 1.2.1.1: TRASPORTO PASSIVO – DIFFUSIONE SEMPLICE E LEGGE DI
FICK

Il primo tipo di trasporto passivo è, come detto, la diffusione semplice, cioè la diffusione delle
sostanze secondo gradiente di concentrazione (da dov’è di più a dove ne è meno) e quindi senza
problemi né uso di energia. Interessa sostanze lipofile. Avviene, per esempio, negli alveoli
polmonari.
La diffusione semplice è soggetta alla 1° Legge di Fick che afferma che sono presenti due flussi
opposti e che la differenza tra questi due dà il flusso netto del passaggio. La legge di Fick è:
𝑨 𝑫 𝒓 (𝑪𝒔𝟐 – 𝑪𝑺𝟏)
Jn = J12 – J21 = -
𝒅

QUINDI
𝑱𝒏
= P (Cs2 – CS1)
𝑨

Con:

 Jn = flusso netto
 J12 = flusso sostanza da compartimento 1 a compartimento 2 (entrata)
 J21 = flusso sostanza da compartimento 2 a compartimento 1 (uscita)
 A = area della superficie/membrana dove avviene il passaggio
 D = coefficienze di diffusione
 r = coefficiente di ripartizione
 d = spessore della membrana
 (Cs2 – CS1) = concentrazione della sostanza 1 e 2 ai due lati della membrana

CAPITOLO 1.2.1.2: TRASPORTO PASSIVO – DIFFUSIONE FACILITATA

Il secondo tipo di trasporto passivo è la diffusione facilitata, cioè le sostanze si diffondono grazie a
dei trasportatori o grazie a dei canali (carrier) che fanno passare le sostanze da una parte all’altra
della membrana. Anche questo tipo di diffusione avviene secondo gradiente, senza uso di energia e
ogni trasportatore/canale è specifico di un solo tipo di sostanza (quindi fa passare solo quella).
Interessa quasi sempre sostanze idrofile e quindi polari. Rispetto alla diffusione semplice è più lenta
in quanto in questo caso il trasportatore può essere saturo (occupato) e quindi bisogna aspettare
che si liberi (completando il passaggio già in corso) per avviare un nuovo passaggio.
La saturazione dei trasportatori infatti è ben visibile anche dal grafico che descrive questa funzione.
La curva che descrive questo tipo di trasporto infatti è simile a quella di una reazione enzimatica,
cioè arrivati a un certo punto del passaggio, la velocità si stabilizza perché si saturano gli
enzimi/proteine trasportatori e quindi, anche aumentando il substrato, la velocità non cambia
(cambia solamente se aumentiamo la quantità di trasportatori presenti).

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Possono intervenire nel trasporto anche degli inibitori competitivi (inibisce l’enzima occupando il
suo sito attivo) o inibitori non competitivi (inibisce l’enzima legandosi a un sito diverso da quello
attivo, velocità ridotta molto di più rispetto a quelli competitivi) che ne abbassano la velocità.

CAPITOLO 1.2.1.3: TRASPORTO ATTIVO PRIMARIO – POMPA SODIO-POTASSIO E


POMPA CALCICA

Il primo tipo di trasporto attivo è quello primario. Le sostanze vengono spostante contro gradiente
(da dove è meno a dove è più). E’ un tipo di trasporto che usa direttamente energia idrolizzando
ATP (ATPasi). L’energia viene usata dai trasportatori.
Questo tipo di trasporto può usare:

 Una pompa protonica


 Una pompa del calcio/calcica
 Una pompa sodio-potassio (la più importante delle tre)
La pompa sodio-potassio (Na+/K+) è
formata da due sub-unità (a e b). E’ una
pompa che utilizza molta energia (dal 30%
al 70% di ATP cellulare), soprattutto nei
neuroni. Come si capisce anche dal nome,
è una pompa che scambia sodio e potassio
con un rapporto di 3-2 (cioè escono 3
molecole di sodio e ne entrano 2 di
potassio, quindi all’interno ci sarà un
esubero di cariche negative), questo
rapporto genera quindi una differenza di
potenziale. Come si può vedere dalla figura
a lato, le fasi del passaggio sodio-potassio
fatto da questa pompa, sono 6. Nella fase
2 e nella fase 5 avviene rispettivamente la
fosforilazione e de-fosforilazione dell’ATP.
La funzione quindi di questa pompa è quella di mantenere stabile i livelli di potassio e sodio ai due
lati della membrana (infatti i due soluti si accumulano in zone differenti come descritto nei capitoli
precedenti).
E’ una pompa che lavora costantemente perché deve continuamente contrastare l’effetto di altre
proteine (si trovano soprattutto sulle cellule eccitabili) che fanno esattamente l’azione opposta, cioè
portano dentro sodio e fanno uscire potassio (proteine che troviamo nel trasporto attivo secondario
e che fanno entrare il sodio secondo gradiente).

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La pompa calcica/del calcio spinge il calcio contro gradiente di concentrazione. E’ una pompa che
sposta unicamente questa sostanza, senza scambiare altro. Questa pompa spinge il calcio dalla
cellula al reticolo endoplasmatico liscio (o nello spazio extra-cellulare), dove si accumula (avviene
soprattutto nelle cellule muscolari dove serve per la contrazione del muscolo).

CAPITOLO 1.2.1.4: TRASPORTO ATTIVO SECONDARIO

Questo tipo di trasporto attivo, utilizza


energia indirettamente. Le sue proteine
infatti non sono ATPasiche (non
idrolizzano ATP). E’ un trasporto che
muove sempre le sostanze contro
gradiente.
Prende il nome di perché, come detto,
non usa direttamente ATP/energia.
Questo meccanismo infatti, trae energia
sfruttando il passaggio all’interno della
cellula del sodio che entra secondo
gradiente (quindi senza usare energia). In
pratica, questo tipo di trasporto fa
entrare le sostanze nella cellula
sfruttando il passaggio del sodio, cioè il
sodio entra secondo gradiente, quindi
senza usare energia, al sodio si lega la sostanza che deve entrare che quindi entra insieme al sodio
(detto in parole poverissime, la sostanza si prende il passaggio dal sodio). Nella figura a lato, si vede
chiaramente come il glucosio (esagono verde), sfrutta il passaggio che si apre per accogliere il sodio
e passa insieme a lui.
E’ un processo utile quindi perché, grazie all’ingresso del sodio, possono entrare nella cellula anche
altre sostanze senza usare energia (ricordiamo che questo ingresso del sodio viene bilanciato
dall’uscita di quest’ultimo grazie alla pompa sodio-potassio).
Questo tipo di trasporto viene usato anche dagli amminoacidi eccitatori.

CAPITOLO 1.2.1.4.1: TRASPORTO ATTIVO SECONDARIO – ANTIPORTO


VESCICOLARE DELLE VESCICOLE SINAPTICHE

Questo tipo di trasporto secondario utilizza delle vescicole già cariche di neurotrasmettitori. Questi
neurotrasmettitori, quando devono inviare il segnale, si fondono con la membrana della vescicola
ed escono fuori in modo rapido.
Un neurotrasmettitore è una sostanza rilasciata da un neurone e che viene captata da un altro
neurone o da una fibra muscolare. La vita di un neurotrasmettitore è brevissima perché vengono
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intercettati dal loro destinatario in modo praticamente istantaneo. Quando in questo processo
agiscono degli inibitori (come la cocaina), questi neurotrasmettitori non vengono più recepiti e
restano attivi per più tempo, provocando degli squilibri nel corpo (sempre nel caso della cocaina, il
neurotrasmettitore che non viene recepito è la dopamina che quindi resta attiva e ci “sballa”).

CAPITOLO 1.3: PROPRIETA’ BIOELETTRICHE DELLE MEMBRANE

Quasi sempre, i soluti hanno una carica netta (positiva o negativa), quindi bisogna anche considerare
il gradiente di potenziale elettrico generato dal fatto che, i soluti, sono disposti ai due lati della
membrana in modo asimmetrico e questo genera quindi un gradiente di concentrazione (chimico)
e un gradiente elettrico. Questi due gradienti sono spesso opposti e quindi, ad un certo punto, si
arriverà in una condizione di equilibrio detta equilibrio elettrochimico (cioè nel passaggio dei soluti
dall’altra parte, prima o poi si arriverà a punto che i due gradienti avranno pari valore ma segno
opposto e quindi ci sarà equilibrio).
Ogni membrana ha un suo potenziale elettrico ed è proprio un particolare valore di questo che
rende particolarmente eccitabili le cellule nervose e quelle muscolari.
Il potenziale elettrico di membrana di un neurone a riposo è di -65mV. Questo valore viene definito
come potenziale di riposo ed è specifico delle cellule eccitabili (neuroni e muscoli), e ovviamente
deriva dalla asimmetria degli ioni ai due lati della membrana. Nella zona adiacente alla membrana
infatti, si accumulano, ai due lati, cariche di segno opposto (se le sommiamo tutte otteniamo un
valore pari a 0 quindi, singolarmente, i due ambienti sono neutri). Precisiamo che a riposo, la
membrana tiene aperti tanti canali per il potassio e pochi per il sodio.
Si arriva a questo valore di -65mV con un semplice esperimento fatto prendendo due compartimenti
che presentano al centro una membrana
semipermeabile solo al potassio:

 Nel primo compartimento (primo


da sinistra) dove la
concentrazione delle sostanze
(potassio e cloro) è uguale ai due
lati (1mM) della membrana, si
avrà uno scambio di soluto
uguale in entrambe le direzioni e
quindi saremo in equilibrio con
conseguente potenziale elettrico
pari a 0
 Nel secondo compartimento
invece, a sinistra della membrana
abbiamo una concentrazione di
potassio 10 volte superiore
rispetto a quella che c’è a destra della membrana e quindi questo si sposterà, secondo
gradiente di concentrazione, verso destra. Siccome la membrana fa passare solo potassio, il

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cloro presente nella soluzione resterà fermo, accumulandosi quindi da una sola parte.
Questo accumulo porta a un accumulo di cariche elettriche opposte ai due lati della
membrana con conseguente creazione di potenziale elettrico (questo perché il potassio [K+]
ha carica positiva mentre il cloro [Cl-] ha carica negativa). Questo scambio arriverà
ovviamente all’equilibrio quando il gradiente di concentrazione verrà bilanciato da quello
elettrico che avrà un valore di -58mV
Con questo esperimento quindi, abbiamo capito che -58mV dei -65mV del potenziale di riposo sono
dati dallo spostamento del potassio ai due lati della membrana.
La condizione di equilibrio elettrochimico per ciascuno ione, si calcola con la Legge di Nernst:
𝑹𝑻 [𝒊𝒐𝒏]𝒐
Eion = 2,303 𝒁𝑭 x log [𝒊𝒐𝒏]𝒊

Con:

 Eion = valore del


potenziale ionico dello
ione all’equilibrio (tipo EK
se parliamo del potassio
come nella foto a destra)
 R = costante del gas
 T = temperatura assoluta
 Z = carica dello ione
 F = costante di Faraday
 [ion]o = concentrazione
dello ione fuori dalle
cellule
 [ion]i = concentrazione
dello ione dentro le
cellule
La prima parte dell’equazione (cioè tutto fino al logaritmo), è una costante è viene 61,54. I valori
della concentrazione dello ione sono valori certi e che si possono ricavare anche secondo i parametri
espressi nel capitolo 1.1.

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Per arrivare però a questo famoso
valore di -65mV, dobbiamo considerare
un Sistema di Donnan che prevede un
compartimento, uguale a quello visto
sopra, ma con una membrana semi-
permeabile al potassio (K+) e al cloro
(Cl-).
Con una membrana di questo tipo, ci
sarà uno spostamento in entrambe le
direzioni sia di potassio che di cloro,
mentre le uniche sostanze che si
accumuleranno ai due lati saranno i
proteinati (indicati con una A nel lato
sinistro) e il sodio (Na-, anche se per la
precisione, una piccolissima parte si
sposta comunque verso destra).
Si va quindi a considerare nella legge di
Nernst anche lo spostamento del sodio,
generando cosi l’equazione di
Goldman:
𝑷𝑲 [𝑲]𝒐 + 𝑷𝑵𝒂 [𝑵𝒂]𝒐
Vm = 61,54 mV x log
𝑷𝑲 [𝑲]𝒊 + 𝑷𝑵𝒂 [𝑵𝒂]𝒊

Con:

 61.54mV = valore ricavato dalle costanti dell’equazione di Nernst


 [K+]o e [Na-]o = concentrazione di potassio e sodio all’esterno della cellula
 [K+]i e [Na-]i = concentrazione di potassio e sodio all’interno della cellula
 P = permeabilità della membrana in quel momento (sarà alta se ci saranno tanti canali aperti
e viceversa; a riposo è alta per il K e bassa per il Na perché ci saranno canali di K aperti mentre
i canali di Na saranno chiusi).
A differenza dell’equazione di
Nernst quindi, entra in gioco
anche la permeabilità della
membrana in quel momento che
si moltiplica per le concentrazioni
di ioni in quel momento.
Sostituendo tutti i valori, si
arriverà finalmente al valore di
-65Mv.
Quindi si può affermare che il
potenziale a riposo tiene conto
dello ione potassio e dello ione sodio e si ricava con l’equazione di Goldman con i valori di questi due

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ioni che, con il loro passaggio attraverso la membrana, generano il potenziale a causa di accumulo
di cariche opposte ai due lati della membrana.
Nella determinazione di questo potenziale a riposo, entra in gioco anche la pompa sodio-potassio.
Tutti i tipi di cellule hanno un potenziale di membrana diverso dal potenziale extracellulare. Il
potenziale all’esterno delle cellule è, per convenzione, pari a 0.

CAPITOLO 2: SISTEMA NERVOSO E LE SUE CELLULE

Il sistema nervoso è formato da neuroni e da cellule gliali. E’ stato possibile osservare e studiare la
forma dei neuroni e dei loro prolungamenti grazie alla colorazione di Golgi (una soluzione che
contiene dei sali) che colora solo alcuni neuroni ma in modo perfetto (cioè colora sia il soma che le
terminazioni del neurone).
Un altro tipo di colorazione è stata quella di Nissi che colora tutti i neuroni ma senza prolungamenti,
quindi questo sistema fu presto accantonato.
Golgi, ha anche teorizzato la reticolarizzazione dei neuroni, affermando che tutti i neuroni sono
connessi tra loro, formando una rete.
Questa teoria di Golgi però, fu presto negata da Cajal che, con la sua teoria neuronale, afferma che
i neuroni sono sì in contatto tra loro, ma solo in alcuni punti e che la comunicazione tra due neuroni
fosse interrotta da due membrane dette sinapsi. Inoltre la comunicazione è esclusivamente
unilaterale, cioè va solamente in un verso e non bidirezionale come affermato da Golgi.

CAPITOLO 2.1: LE CELLULE NERVOSE – IL NEURONE

Le cellule nervose hanno, come tutte le cellule, un nucleo, un citoplasma, degli organelli ecc. La
particolarità però di questo tipo di cellula sono i dendriti, cioè dei rami che ricevono le informazioni
dagli altri neuroni toccandoli in punti precisi dell’assone, l’informazione poi va nell’assone che può
arrivare sia negli organi reagenti o toccare altri neuroni e far continuare la “corsa” dell’informazione.
La zona che comprende dendriti e assone è detta zona ricevente e di integrazione perché è proprio
in questa zona che l’informazione viene ricevuta (dai dendriti) ed elaborata sotto forma di risposta
che viene trasmessa all’assone che la conduce poi ad altri neuroni o all’organo di destinazione.
L’assone di un neurone, come detto, tocca le spine dendritiche di un altro neurone ed è proprio in
questo punto che avviene il passaggio dell’informazione (quindi queste spine sono la zona di
ricezione dell’impulso nervoso) e sono presenti le sinapsi1.
Una sinapsi è composta da:

 Una spina dendritica (post-sinpatica)

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Se una delle due cellule a contatto non è un neurone, non si parla di sinapsi ma di giunzione
 La parte finale dell’assone (solo nella terminazione assonica infatti, sono presenti le vescicole
con i neurotrasmettitori)
 Uno spazio sinaptico tra le due componenti sopracitate
Ci sono due tipi di sinapsi:

 Sinapsi eccitatorie,
queste hanno le
vescicole con i
neurotrasmettitori di
forma tonda (palline
rosse in figura) che si
accumulano in modo
denso e copioso nella
zona attiva (ricca di
proteine, triangoli gialli
tra le sfere), lo spazio
sinaptico è molto
ampio, lo spazio post-
sinaptico è ricco di
proteine (parte gialla in basso)
 Sinapsi inibitorie, hanno vescicole di forma ovoidale, una zona attiva poco densa di proteine
e spazio sinaptico più stretto
Esistono neuroni:

 Unipolari
 Multipolari, hanno una
multipla ed estesa
arborizzazione, si trovano
nell’ sistema nervoso
centrale (SNC)
 Bipolari
 Pseudounipolari, hanno
una sola arborizzazione e
poco estesa, sono
principalmente neuroni
sensoriali che si trovano
nei gangli della colonna vertebrale, possono anche presentare una sorta di “doppio assone”

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CAPITOLO 2.2: LE CELLULE GLIALI

L’altro costituente del sistema nervoso, è l’insieme delle cellule gliali. Queste cellule variano in base
alla loro posizione, cioè saranno di tre tipi se si trovano nel SNC, mentre di un solo tipo se si trovano
nel sistema nervoso periferico (SNP).
Le tre tipologie di cellule gliali dell’SNC sono:
1. Monociti, distruggono corpi esterni, praticamente sono i macrofagi del cervello
2. Astrociti, creano la barriera ematoencefalica, cioè filtrano il sangue che deve arrivare al
cervello (praticamente ne fanno arrivare solo una quantità ben precisa e solo con alcune
sostanze)
3. Oligodendrociti, sono delle cellule che avvolgono più assoni, creano la guaina mielinica che
è unica per tutto l’assone
La cellula gliale dell’SNP invece è la cellula di Schwann: questo tipo di cellula è praticamente simile
agli oligodendrociti, avvolge infatti anch’essa l’assone, con l’unica differenza che la guaina mielinica
creata da questa cellula è divisa in più pezzi e tra questi pezzi ci sono i nodi di Ranvier che
influenzano l’impulso (vedi dopo per dettagli).

CAPITOLO 2.3: TIPI DI SEGNALE ELETTRICO

Esistono due tipi di segnali/impulsi elettrici (diventano elettrochimici presso le sinapsi) dei neuroni:

 Impulsi graduati, si possono anche sommare tra loro al fine di raggiungere il valore per
attivare il potenziale d’azione (trasformazione in impulso tutto niente), durante il loro
percorso un po' della loro intensità va dispersa
 Impulsi tutto-nulla, si trovano solamente sugli assoni, non si possono sommare (cioè non
sono rimodulabili in ampiezza), hanno tutti un valore uguale e un limite soglia, o avvengono
o non avvengono; si generano nel colletto assonico e arrivano fino alla terminazione
sinaptica
Gli impulsi tutto-nulla sono delle variazioni del potenziale di membrana. Le variazioni di questo
potenziale possono essere depolarizzazioni (se il valore diventa positivo, si parte sempre da -65mV),
o iperpolarizzazioni se il valore diventa ancora più negativo.
Questa modifica di potenziale avviene in seguito a uno stimolo esterno captato dalle terminazioni
sensoriali dei neuroni sensoriali (detti anche di 1° livello), cioè quando viene captato lo stimolo,
questo neurone cambia il suo potenziale di membrana e crea un impulso graduato. L’impulso poi
passa all’assone mediante la zona d’insorgenza dell’impulso/colletto assonico che lo converte in
un impulso tutto-nulla e lo “spara” verso il neurone successivo.
E’ bene precisare però, come vedremo meglio dopo, che questa “trasformazione” da graduato a
tutto-niente avviene solamente se l’impulso graduato ha un valore ben preciso (il potenziale di
membrana infatti deve scendere a -40mV).

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CAPITOLO 2.3.1: POTENZIALE D’AZIONE - IMPULSO TUTTO-NULLA

E’ il tipo di impulso più diffuso nel corpo, è tipico delle cellule eccitabili che si definiscono tali proprio
perché sono in grado di cambiare il loro potenziale di membrana.
E’ un tipo di impulso più rapido rispetto a quello graduato dal quale deriva e, come detto prima, non
è modulabile in ampiezza quindi ha dei valori ben precisi.
Il requisito fondamentale per la sua creazione è che l’impulso graduato faccia variare il potenziale
di membrana al valore soglia di -40mV, se ciò non avviene l’impulso resta graduato e sfuma. Se
l’impulso graduato è debole, può sommarsi ad altri graduati al fine di raggiungere questo valore
soglia.
Deve quindi avvenire
una depolarizzazione
soglia generata da uno
stimolo eccitatorio che
apre i canali di sodio,
normalmente chiusi a
riposo, e che quindi
fanno entrare il sodio
nella cellula,
provocando una
modifica del potenziale
di membrana. Arrivati
al valore di -40mV, si
apre una grande
quantità di canali (che fa variare
ovviamente la permeabilità
della membrana al sodio) di
sodio voltaggio dipendenti e
quindi il potenziale continua a
salire come valore (diventa
sempre più positivo) fino a un
massimo di +30/40mV. Questa
depolarizzazione è spiegata con
il ciclo di Hodgkin (figura a lato),
ciclo che si ripete a ogni stimolo
(si passa dalla fase 1 alla 2
solamente se si raggiunge il
valore di -40mV). Questo ciclo si chiude al valore soglia, cioè quando si chiudono i canali di sodio.
Arrivati a questo picco di +30/40mV, i canali aperti tornano chiusi, il sodio non passa più e il potassio
inizia a uscire dalla cellula, grazie all’apertura dei suoi canali voltaggio dipendenti. Questa uscita di

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potassio fa tornare al valore di riposo il potenziale di membrana, avviene cioè una ripolarizzazione
che ferma lo stimolo.
Se il potenziale di membrana non scende a -40mV i canali restano chiusi e quindi lo stimolo resta
graduato (resta sotto soglia come si suol dire) e non si trasmette ad altri neuroni (come detto però,
può passare se si somma ad altri stimoli graduati e quindi fa scendere il potenziale a -40mV).
Esistono anche impulsi/stimoli inibitori che fanno esattamente l’azione opposta, cioè abbassano
ancora di più il potenziale di membrana, facendo scendere il valore molto più in basso di -65mV. E’
chiaro che, in questo caso, lo stimolo resta graduato e non passa agli assoni sotto forma di impulso
tutto-nulla visto che non si raggiunge il valore minimo di -40mV che attiva il potenziale d’azione.

CAPITOLO 2.3.2: FASI DEL POTENZIALE D’AZIONE

1. Nella prima fase (a riposo), i canali del sodio e quelli del potassio (ovviamente parliamo di
canali voltaggio dipendenti) sono entrambi chiusi (i canali del potassio aperti invece sono
altri che non entrano in questo processo)
2. Si aprono i canali del sodio mentre quelli del potassio restano chiusi, il sodio entra finchè
non si raggiunge il valore soglia del potenziale
3. Si aprono i canali di potassio in prossimità della soglia di +30/40Mv e il potassio inizia ad
uscire, mentre i canali del sodio si “tappano” naturalmente diventando inattivi/inibiti
4. I canali del sodio tornano come nella fase 1, mentre restano aperti quelli del potassio finchè
non si ristabilisce il potenziale di riposo
Per ricapitolare: entrambi i canali si aprono nella depolarizzazione solo che quello del sodio si
inibiscono naturalmente nonostante l’impulso, quelli del potassio invece si chiudono solamente
quando si torna al potenziale di riposo e non si inibiscono mai.

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Un neurone non può generare due potenziali d’azione in modo consecutivo, cioè una volta generato
un primo potenziale d’azione, deve passare del tempo affinchè questo possa generarne un altro.
Questo succede perché il potenziale deve ritornare al valore di riposo e lo fa grazie al lavoro della
pompa sodio-potassio, inoltre durante questo tempo i canali di sodio sono inibiti. Questo periodo
durante il quale un neurone non può generare un nuovo potenziale d’azione ma solo impulsi
graduati è detto periodo refrattario.

CAPITOLO 2.4: PROPAGAZIONE DELL’IMPULSO NERVOSO

Gli unici impulsi che si propagano da neurone a neurone sono quelli tutto-nulla, cioè i potenziali
d’azione.
Questo succede anche perché gli impulsi graduati, diminuiscono la loro ampiezza/intensità, man
mano che si allontanano da loro punto di insorgenza (punto di origine), cosa che invece non succede
con i potenziali d’azione.
I potenziali d’azione infatti, non vedono
variare minimamente la loro intensità,
anche quando si allontanano di molto dal
punto d’origine. L’unica cosa che si
verifica è un leggero ritardo
nell’insorgenza man mano che ci si
allontana (cioè il potenziale si genera
qualche millisecondo più tardi man mano
che ci si allontana, l’intensità invece è
sempre quella come si vede anche nella
figura accanto).

Nei capitoli precedenti abbiamo detto


che Cajal ha affermato che il segnale
nervoso è esclusivamente
unidirezionale. Questo è confermato dal
fatto che, una volta che il potenziale
d’azione passa, i canali di sodio voltaggio
dipendenti che si sono aperti sono inibiti
e quindi il segnale può solamente
avanzare in quanto solo in avanti troverà
canali di sodio attivi (quelli pre-segnale
cioè saranno nel periodo refrattario).

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La propagazione del segnale in un
assone con guaina mielinica
(parte marrone attorno
all’assone in figura) avviene in
modo leggermente diverso.
Questa guaina mielinica infatti,
nei neuroni dell’SNP, avvolge a
pezzi l’assone, coprendo anche i
canali del sodio. Il segnale quindi,
può solamente saltare da un
nodo di Ranvier (spazi vuoti con
canali in figura) all’altro in
quanto, solo in questi spazi tra i
vari pezzi di guaina, sono liberi i
canali di sodio. Questo fenomeno
si chiama conduzione saltatoria
(letteralmente “potenziale che
salta”) ed è un processo che
velocizza notevolmente la propagazione del segnale in quanto quest’ultimo salta letteralmente dei
pezzi, anche lunghi, di assone. Questa guaina mielinica è prodotta dalle cellule di Schwann e avvolge
principalmente gli assoni molto lunghi (che si definiscono quindi “assoni mileinati”).
Le fibre nervose non sono tutte mielinate in quanto nel SNC, le fibre sono corte e, anche se la guaina
le avvolgesse, non ci sarebbe un sostanziale aumento di velocità della trasmissione delle
informazioni, anzi ci sarebbe uno spreco di energia nel produrre la guaina. Gli assoni mielinati quindi,
sono principalmente quelli molto lunghi.

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CAPITOLO 3: CARATTERISTICHE DEI CANALI IONICI

I canali ionici si diversificano per due caratteristiche:

 Apertura, voltaggio-dipendenti o ligando-dipendenti; variano quindi in base al meccanismo


che li fa aprire
 Selettività, cioè si differenziano in base a cosa può passare attraverso il canale; può passare:
calcio, potassio o sodio

CAPITOLO 3.1: I PRINCIPALI CANALI IONICI

1. Canali di Na+ voltaggio-dipendenti


2. Canali di Na+ voltaggio-indipendenti, sempre aperti si trovano in cellule altamente
specializzate (tipo le cellule del nefrone distale, polmone o tubo digerente), sono canali
molto importanti per l’assorbimento del Na+
3. Canali di Ca2+ voltaggio-dipendenti, si attivano durante la fase di depolarizzazione del
potenziale di membrana; la loro apertura causa un aumento della concentrazione citosolica
di Ca2+; indispensabili per la contrazione muscolare, il rilascio sinaptico e l’espressione
genica
4. Canali di Ca2+, voltaggio-indipendenti, localizzati sulle membrane del reticolo
endoplasmatico liscio, attivati dall’ IP3 e dalla Ryanodina. Sono attivati da vie di trasduzione
del segnale di molti recettori di membrana
5. Canali di K+ voltaggio-dipendenti
6. Canali di K+ regolati dallo ione Ca2+, cioè canali che si aprono solo quando si legano con il
calcio
7. Canali di K+ di background, cioè canali sempre aperti, non regolati e che contribuiscono al
mantenimento del potenziale di riposo (-65mV)

CAPITOLO 3.2: CANALI VOLTAGGIO-DIPENDENTI – STRUTTURA DI QUELLI DEL


SODIO (Na+)

I canali voltaggio-dipendenti si aprono/chiudono in base alla variazione del potenziale di membrana


(depolarizzazione, quindi -65mV che diventa sempre più positivo, o iperpolarizzazione, -65mV che
diventa sempre più negativo). Questa variazione del potenziale è rilevata dal sensore del voltaggio.
Il sensore del voltaggio non è altro che una sequenza amminoacidica, carica positivamente, che si
sposta nella membrana. Questo spostamento causa una modifica conformazionale del canale stesso
che quindi si apre.
I canali voltaggio-dipendenti hanno una struttura composta da:

 4 sub-unità
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 Ogni sub-unità ha 6 domini transmembrana
 Strutture che inibiscono questo tipo di canale
Uno dei 6 domini, è costituito proprio dal sensore del voltaggio sopracitato, quindi in totale ci sono
4 sensori del voltaggio (uno per ogni sub-unità).

CAPITOLO 3.3: CANALI LIGANDO-DIPENDENTI

Questi canali ligando-dipendenti, sono dei canali che si aprono solamente quando ad essi si lega un
ligando (per ligando si intende una sostanza ben precisa che varia in base al tipo di canale).
Il legame tra ligando e canale infatti, modifica la forma di quest’ultimo che quindi si apre. Il ligando
si comporta come una sorta di enzima in quanto si va a legare nel sito attivo del canale. Maggiore è
la concentrazione del ligando/agonista più è alta la probabilità di apertura del canale, di
conseguenza, si capisce chiaramente che se non c’è il ligando, il canale non si può aprire.
Molto spesso, il ligando in questione è lo ione calcio quindi si può anche parlare di canali calcio-
dipendenti.
Esistono tipologie di canali con un solo sito di legame e canali con due siti di legame e che quindi
possono accogliere due ligando.
I canali con due siti di legame, si aprono solamente quando entrambi i ligando sono legati (con uno
solo infatti non si aprono). I due ligando possono entrare nei siti anche in un intervallo di tempo
ampio (cioè ne entra prima uno e poi dopo un po di tempo entra l’altro e il canale si apre).
Quando sono presenti due siti di legame, questi possono comportarsi in due modi:

 Essere indipendenti l’uno dall’altro, in questo caso la probabilità di apertura del canale è
molto più bassa rispetto a quelli con il singolo sito
 Essere siti di legami cooperativi, cioè l’ingresso del ligando nel primo sito, aumenta la
velocità di legame nel secondo sito (un po' come avviene nel caso dell’emoglobina). In
questo caso, la probabilità di apertura del canale è molto simile a quella dei canali con un
solo sito di legame
Ricorda: la cooperatività è tra i siti di legame e non tra i ligando!

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CAPITOLO 4: COMUNICAZIONE TRA CELLULE NERVOSE

La comunicazione tra cellule nervose può avvenire in due modi:

 Tra cellule molto vicine si parla di trasmissione sinaptica


 Tra cellule lontane si parla di comunicazione ormonale o endocrina che avviene attraverso
il torrente circolatorio (la circolazione sanguigna)

CAPITOLO 4.1: TRASMISSIONE SINAPTICA – SINAPSI ELETTRICHE

In questo tipo di comunicazione, le due cellule (pre e post sinaptica), sono attaccate. Tra di loro
infatti, NON c’è nessuno spazio sinaptico.
Le due membrane delle cellule sono tenute insieme da proteine provenienti per il 50% da una cellula
e per un 50% dall’altra (se non c’è unione queste proteine non hanno funzione in quanto sono
incomplete). L’unione di queste proteine forma le gap junctions, cioè dei canali ionici che
permettono il passaggio di ioni e piccole molecole (ATP, sostanze ioniche come il calcio e messaggeri
chimici) tra le due cellule contigue.
Questo tipo di collegamento e comunicazione tra cellule prende il nome di sinapsi elettrica.
Le cellule collegate con questo sistema hanno tutte lo stesso PA. Tante cellule collegate in questo
modo formano i sincizi, cioè un insieme di cellule che lavorano in sinergia e fanno tutte la stessa
cosa allo stesso momento, diventando quindi come una “grande cellula unica”.
In questo tipo di comunicazione, l’informazione è bi-direzionale perché le gap junctions non sono
polarizzate.
Queste sinapsi elettriche sono presenti tra le cellule muscolari lisce e quelle striate cardiache.

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CAPITOLO 4.2: SINAPSI CHIMICHE

Le sinapsi chimiche sono la


tipologia di sinapsi più diffusa
nel corso e si trovano sia nel
SNC sia nel SNP.
L’esistenza di questo tipo di
sinapsi è stata scoperta da Otto
Loewi nel 1926 con un
esperimento che ha confermato
il fatto che un mediatore deve
essere per forza prodotto da
una cellula, uscire da essa e poi
andare su una cellula bersaglio
passando per uno spazio extra-
cellulare. L’esperimento di
Loewi prevedeva due cuori, uno
con il nervo vago e uno senza:
quello senza nervo vago e stato
bagnato con il liquido nel quale
era immerso quello con il nervo
vago e contenente il mediatore
da esso prodotto: Ebbene, il cuore senza nervo vago ha avuto la stessa reazione di quello con il nervo
vago, a conferma che quindi il mediatore era effettivamente presente nel liquido. Questo quindi
renda vera l’ipotesi che il mediatore parte dalla cellula pre-sinaptica, passa nello spazio
intersinaptico e arriva in quella post-sinaptica.
In questo tipo di sinapsi, la terminazione assonica (che ovviamente nella sua parte finale non ha
guaina mielinica) si ramifica e crea più punti di contatto con la fibra muscolare (la figura qui sopra
rappresenta proprio uno dei punti di contatto).
Le due cellule (pre-sinaptica e post-sinaptica) NON c’è contatto, tra le due infatti c’è lo spazio
intersinaptico.
Le sinapsi chimiche possono rilasciare (una o entrambe contemporaneamente):

 Neurotrasmettitori, le vescicole contenenti questi vengono rilasciate in prossimità del punto


di contatto
 Neuropeptidi, le vescicole contenenti questi vengono rilasciate più lontane dal punto di
contatto (si accumulano nello spazio detto peri-sinaptico)
La differenza tra queste due vescicole rilasciate è il contenuto, rappresentato dai neuromodulatori.
Le vescicole contenenti neurotrasmettitori infatti contengono:

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 Amminoacidi (quindi molecole molto piccole; gli amminoacidi contenuti sono Glicina, GABA
[entrambi sono degli inibitori che quindi iperpolarizzano la membrana post-sinaptica] e
glutammato [eccitatorio, quindi depolarizza]; sono vescicole trasparenti)
 Ammine (molecole un po' più grandi; dopamina, adrenalina, istamina, serotonina); q
Quelle contenenti neuropepitidi invece contengono peptidi (encefaline, neuropetide Y, dinorfina
ecc.), molecole quindi molto più grandi; sono di colore opaco-denso.
La “scelta” di rilasciare un tipo di vescicola piuttosto che l’altra, è determinata dalla frequenza dei
potenziali d’azione che arrivano nella sinapsi. Se la frequenza è bassa infatti (cioè passa tanto
tempo tra l’arrivo di un PA e l’altro), verranno rilasciate solamente vescicole con
neurotrasmettitori, in quanto si accumulerà calcio solamente presso il punto di contatto. Se invece
la frequenza è alta (cioè arrivano molti PA in un intervallo di tempo), si accumulerà calcio in tutta la
terminazione sinaptica e quindi verranno secretate entrambe.
Questo tipo di sinapsi può essere (in base al tipo di contatto):

 Asso-somatica, cioè contatto tra assone e soma dell’altra cellula nervosa


 Asso-assonica, cioè contatto tra due assoni
 Asso-dendritica, cioè contatto tra assone e dendrite dell’altra cellula nervosa
Questo tipo di sinapsi può essere:

 Eccitatoria
 Inibitoria
Il fatto che una sinapsi è eccitatoria o inibitoria è dettato principalmente dal tipo di recettore
presente sulla cellula post-sinaptica (anche il tipo di neurotrasmettitore rilasciato è importante in
questa determinazione ma in maniera nettamente minore e quindi “trascurabile”).

CAPITOLO 4.2.1: SEQUENZA DI EVENTI CHE PORTANO AL RILASCIO DI UN


NEUROTRASMETTITORE

I passaggi che portano al rilascio di un neurotrasmettitore e quindi al funzionamento della sinapsi


(cioè come funziona questa sinapsi chimica e come trasmette il segnale) sono:
1. La membrana pre-sinaptica viene depolarizzata dal PA che arriva dall’assone (quindi se non
arriva un PA tutto il resto non può succedere)
2. La depolarizzazione attiva i canali di calcio voltaggio-dipendenti che si trovano nella zona
attiva della sinapsi (la zona attiva è la parte immediatamente precedente allo spazio inter-
sinaptico). Questi canali fanno entrare quindi del calcio nella parte pre-sinaptica
3. Il calcio interagisce con delle proteine che fanno fondere le vescicole contenenti
neurotrasmettitori con la membrana pre-sinaptica. Questa fusione, avvenuta in modo
spontaneo in quanto la membrana delle vescicole è del tutto simile a quella della cellula,
svuota le vescicole che rilasciano il loro contenuto dall’altra parte della membrana (cioè nello
spazio intersinaptico)

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4. I neurotrasmettitori si legano ai recettori contenuti sulla membrana della cellula post-
sinaptica. Dopo questo, i neurotrasmettitori hanno un triplice destino (tutti e tre comunque
chiudono il segnale):
a. Vengono degradati da cellule escretori specifiche
b. Trasmettono l’informazione e se ne vanno in altre zone dove verranno poi degradati
c. Vengono ripresi dalla membrana pre-sinaptica grazie a dei trasportatori che li
riporteranno dentro la membrana e li riutilizzeranno in altre vescicole
Una volta che il neurotrasmettitore si lega al recettore (che è quasi sempre un canale ionico ligando-
attivato), quest’ultimo si apre e quindi fa variare il potenziale di membrana della cellula post-
sinaptica sulla quale è attaccato (questo farà ripartire il processo in quanto, se il potenziale diventa
minimo -40mV grazie a una depolarizzazione, si genererà un altro PA nella cellula post-sinaptica, PA
che correrà sull’assone e arriverà alla sinapsi successiva e così via, se invece non si raggiunge il valore
di -40mV non si genera PA e quindi l’informazione si ferma) [in pratica quest’ultimo passaggio è il
vero passaggio del segnale dalla cellula pre-sinaptica a quella post-sinaptica ed avviene in modo
chimico].
Quindi per ricapitolare:
1. Il segnale che si genera grazie alla variazione del potenziale di membrana è di tipo elettrico
2. Questo segnale corre poi sull’assone e arriva alla terminazione sinaptica dove, tramite i
passaggi spiegati nella pagina precedente, diventa di tipo chimico
3. Il segnale viene quindi trasmesso alla cellula post-sinaptica come descritto qui sopra e torna
ad essere di tipo elettrico sotto forma di nuovo PA che si genera (solo in caso di sinapsi
eccitatoria)
Se la sinapsi è invece inibitoria, una volta che il segnale arriva dall’altra parte, si avrà una
iperpolarizzazione che farà diventare ancora più negativo il valore del potenziale di membrana
(diventa tipo -80/90mV), non si avrà quindi la generazione di un nuovo PA con conseguente stop
dell’informazione (in questo caso si parla di risposta locale).

CAPITOLO 4.3: GIUNZIONE NEURO-MUSCOLARE – ESEMPIO DI SINAPSI MOLTO


EFFICACE

In questo tipo di sinapsi, ogni PA che arriva dall’assone, genera un PA nella cellula muscolare. Non
si avranno mai infatti, delle risposte sotto soglia (quindi non ci saranno mai risposte locali e il segnale
non si ferma). Questo tipo di sinapsi garantisce la contrazione muscolare a ogni impulso ricevuto
proprio a causa di questa singolare caratteristica.
E’ una sinapsi di tipo chimico, eccitatoria e che rilascia acetilcolina come neurotrasmettitore.
L’acetilcolina, a livello cardiaco è un inibitore, mentre a livello muscolare è un eccitatore perché si
lega a recettori diversi. L’acetilcolina, oltre che legarsi a recettori nicotici dell’acetilcolina, si può
anche legare a recettori moscarinici.

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CAPITOLO 5: RECETTORI POST-SINAPTICI IONOTROPICI

I recettori di seguito indicati, si trovano tutti sulle membrane post-sinaptiche. Prendono il nome di
ionotropici in quanto sono tutti dei canali ionici ligando-attivati.
1. Recettore nicotinico dell’Acetil-colina
a. Se ha un potenziale di -100mV fa entrare esclusivamente sodio mentre il potassio
resta fermo, l’effetto quindi è eccitatorio
b. Nella condizione di riposo delle fibre muscolari, quindi con potenziale di membrana
pari a -70/75/80 mV, fa entrare tanto sodio e fa uscire poco potassio, l’effetto quindi
è ancora una eccitazione
c. Se ha PA = 0mV entra sodio ed esce potassio in quantità uguale e quindi l’effetto è
nullo
d. Se ha potenziale pari a +70mV esce solamente potassio mentre il sodio resta fermo
e. E’ un recettore canale che si attiva solo quando si lega con l’acetilcolina
2. Recettore ionotropico del glutammato;
a. E’ un tipo di recettore che funziona in modo analogo a quello dell’acetilcolina, quindi
è anch’esso un ligando-attivato, ligando che in questo caso è il glutammato.
b. E’ un recettore che fa entrare sodio e calcio
c. Genera risposte eccitatorie perché entrambe le sostanze che entrano portano a una
depolarizzazione
3. Recettori del GABA (GABA-ergici) (GABA = acido gamma-aminobutirrico)
a. GABAA (ionotropico), GABAB (in questo caso è metabotropico) o GABAC (si esprimono
solo nelle cellule bipolari della retina [non importanti])
b. Entrambe le versioni sono degli inibitori

CAPITOLO 5.1: RECETTORI POST-SINAPTICI METABOTROPICI

Questo tipo di recettori, sono delle molecole transmembrana che legano il neurotrasmettitore. La
grande differenza con quelli ionotropici quindi è che questi metabotropici NON dei canali. Inoltre,
questi recettori metabotropici attivano delle vie metaboliche cellulari in quanto interagiscono con
le proteine G che le regolano (queste proteine infatti legano GTP e sono legate alla membrana).
Il funzionamento di questi recettori metabotropici è il seguente:
1. Quando a questo tipo di recettore si lega il neurotrasmettitore, la proteina G separa le sue
sub-unita alfa e beta-gamma
2. Queste sub-unità si spostano verso una molecola effettore che, quasi sempre, è un canale
ionico che quindi viene attivato
Come si può dedurre da questi due passaggi, anche in questo caso entrano in gioco i canali ionici
(cosi come succede nel caso dei recettori ionotropici), solo che in questo caso, l’attivazione di questi
non avviene in modo diretto ma indiretto, tramite l’uso delle sub-unità delle proteine G. I canali
ionici sono fondamentali in quanto qualcosa deve entrare/uscire per generare il PA.
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CAPITOLO 5.2: RECETTORI METABOTROPICI CHE UTILIZZANO LA VIA DELL’cAMP

Sono dei recettori:

 Eccitatori se stimolano il cAMP (che è un enzima). Questa stimolazione porta a una


produzione di AMPc che è una sostanza che regola tante reazioni insieme al PKA
 Inibitori se inibiscono il cAMP. Questa inibizione non fa produrre AMPc e quindi tutte le
reazioni regolate da questa sostanza non avvengono
In pratica, questi recettori intervengono nella regolazione di molte reazioni regolando la produzione
del AMPc attraverso l’attivazione/inibizione dell’enzima cAMP.

CAPITOLO 5.3: RECETTORI METABOTROPICI CHE UTILIZZANO LA VIA DELLA


FOSFOLIPASI C (PLC)

In questo caso, l’enzima che viene coinvolto è la fosfolipasi C. Questa fosfolipasi viene stimolata dal
recettore e questo porta alla formazione di IP3 (ionositolo trifosfato) e DAG (dianisiglicerolo, resta
sulla membrana e fosforila) [in realtà si genera prima PIP che poi si scinde nelle due componenti].
L’IP3 a sua volta fa rilasciare calcio dal REL. Questo calcio, usando dei regolatori interni, regola
numerosi processi tra cui la contrazione muscolare.

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CAPITOLO 6: PROPRIETA’ GENERALI DEL SNC DELL’UOMO

Il sistema nervoso centrale dell’uomo si divide in:

 Diencefalo, che comprende talamo e ipotalamo


 Telencefalo, che comprende la corteccia celebrale
 Mesencefalo
 Tronco encefalico, che comprende ponte, bulbo e midollo spinale

CAPITOLO 6.1: SISTEMI PROIETTIVI AFFERENTI ED EFFERENTI

Sistema afferente: segnale da periferia (SNP) a centro (SNC), è definito anche come sistema
sensoriale (cioè parte che capta l’informazione dall’esterno e poi la fa arrivare al cervello;
componente sensoriale)
Sistema efferente: segnale da centro (SNC) a periferia (SNP) (cioè la parte finale del percorso
dell’informazione che dopo essere arrivata al cervello, torna da dove era partita; componente
motoria)
Sostanza grigia: contiene i corpi cellulari dei neuroni
Sostanza bianca: contiene i fasci di fibre nervose
Il passaggio dell’informazione dal muscolo segue il seguente procedimento:
1. Segnale che parte dal muscolo
2. Arriva al midollo spinale tramite le sue corna dorsali/posteriori e le vie sensoriali afferenti
3. Da qui l’informazione risale fino al talamo grazie alle vie/fibre ascendenti (costituite da
gruppi di fibre nervose)
4. Dal talamo l’informazione passa prima alla corteccia sensoriale e poi alla corteccia motoria
(è qua che si genera la risposta motoria allo stimolo)
5. Dalla corteccia motoria l’informazione riscende fino al midollo spinale usando vie
discendenti e arriva nelle corna ventrali/anteriori
6. L’informazione chiude il suo “giro” andando nella parte efferente del midollo spinale e da li
torna al muscolo
Dal talamo, l’informazione può anche diffondersi in tutta la corteccia, in questo caso si parla si
sistema scendente diffuso.
Esistono anche altri sistemi di diffusione dell’informazione: questi sistemi neuromodulatori,
regolano funzioni globali dell’SNC come il sonno-veglia, l’ansia, l’attenzione, la memoria ecc.

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CAPITOLO 6.2: PROPRIETA’ DEL SISTEMA NERVOSO CENTRALE

Le principali proprietà del sistema nervoso centrale sono:

 Ridondanza, cioè alcuni processi si possono fare anche con circuiti neuronali diversi
(esempio: il processo della lettura, può essere fatto sia in modo classico con la vista, ma può
essere anche fatto con il tatto come fanno i non vedenti; questo quindi dimostra che si può
usare un senso diverso/circuitili neuronali diversi per fare una stessa azione)
 Pleitropismo, un gruppo di neuroni regola una funzione ma anche altri processi ad essa
legata (esempio: quando camminiamo, i neuroni che regolano l’azione del camminare,
intervengono anche nella regolazione della memoria in quanto mentre cammino, io riesco a
ricordare anche delle informazioni su dove sono ecc.)
 Plasticità, cioè le terminazioni nervose dell’SNC si possono rigenerare in caso di danno,
creando nuove sinapsi (ricorda: si rigenera solo la parte finale del neurone, cioè la sua
ramificazione con le sinapsi e NON tutto il neurone)
 Omeostasi, mantenimento dell’equilibrio delle funzioni per una buona salute ed efficacia del
corpo

CAPITOLO 6.3: ORGANIZZAZIONE E FUNZIONE DELLE RETI NEURONALI

Un neurone, può trasmettere il segnale a più cellule nervose post-sinaptiche, questo grazie alla
ramificazione dell’assone che genera più punti di contatto (sinapsi), in questo caso si parla di
divergenza (cioè da una cellula nervosa a tante).
Se invece, più neuroni trasmettono l’informazione a un singolo neurone si parla di convergenza
(cioè da tanti a uno).
La regolazione di queste vie è dettata da modulatori neuroni inibitori che possono dar vita ai
seguenti tre tipi di inibizione:

 Inibizione ricorrente, cioè l’informazione arriva a un secondo neurone che però la rimanda
indietro e quindi la smorza (in pratica l’informazione parte da 1, arriva a 2 che la rimanda a
1 e finisce qui)
 Inibizione a feed-forward, cioè viene eccitato sia un neurone inibitorio sia uno eccitatorio,
entrambi questi neuroni convergono in un terzo neurone, a quest’ultimo arriva quindi un
segnale eccitatorio smorzato in quanto viene abbassato di potenza dal neurone inibitorio
 Inibizione laterale, un neurone centrale, inibisce i neuroni ad esso attigui/adiacenti

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CAPITOLO 6.4: SISTEMA SOMATO-SENSORIALE DELL’SNC

Senso somoestesica: è il senso che permette di “sentire” le sensazioni che provengono dall’esterno
(parte esterocettiva che comprende sensibilità tattile, termina, dolorifica e prurito) o dall’interno
del corpo (parte propriocettiva che capta sensazioni che provengono da muscoli, articolazioni, e
tendini).
Un altro senso che andremo ad analizzare in seguito è quello della vista che capta sensazioni di
luminosità, colori, contrasto e movimento.
In pratica, questo sistema comprende tutto ciò che viene percepito dall’SNC, cioè quello che viene
portato alla corteccia celebrale (non ne fanno parte i dolori viscerali che usano un altro sistema).

CAPITOLO 6.4.1: RECETTORI PERIFERICI DEL SISTEMA SOMATO-SENSORIALE


(PARTE ESTEROCETTIVA)

Gli stimoli sensoriali che vengono captati dalla parte esterocettiva, vengono captati grazie ai
seguenti recettori (che sono degli organi altamente differenziati, diversi quindi dai recettori trattati
nelle pagine precedenti che erano delle proteine di membrana; possono “sentire” questi stimoli in
quanto sensibili; sono fatti da cellule di origine NON nervosa [quindi non sono neuroni] specializzate
a sentire gli stimoli):

 Cellule del gusto


 Cellule uditive
 Cellule della vista (fotorecettori)
 Recettori dell’ossigeno (sono terminazioni nervose libere)
 Cellule dell’olfatto
 Nocicettori o recettori del dolore (sono terminazioni nervose libere)
Queste cellule recepiscono lo stimolo e lo trasferiscono subito a un neurone sensoriale attraverso
la componente afferente. Quasi tutti i tipi di recettori sopracitati sono altamente specializzati nella
parte superiore (parte apicale), cioè è là che hanno la parte specializzata a recepire lo stimolo. I
recettori che sono delle terminazioni nervose libere non hanno le cellule specializzate nella parte
apicale.
IN BREVE:
1. Il recettore di tipo NON nervoso capta lo stimolo periferico e genera un potenziale graduato
(graduato perché solo il neurone può creare un potenziale d’azione)
2. Questo potenziale graduato va al neurone collegato al recettore tramite le vie afferenti di
quest’ultimo (assone afferente primario); già sull’assone afferente che collega recettore e
neurone il potenziale graduato diventa potenziale d’azione

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3. Il potenziale d’azione generato arriva, come detto, tramite gli assoni afferenti, al midollo
spinale che lo raccoglie tramite le corna dorsali e l’informazione fa tutto il “giro” descritto a
pag.25, arrivando nell’SNC
Stimoli molto forti generano potenziali graduati più grandi.
Le principali stazioni sinaptiche delle vie sensoriali sono, nell’ordine (sarebbero le varie tappe fatte
dall’informazione descritte in precedenza):
1. Recettori
2. Circuiti pre-talamici, cioè le vie afferenti del midollo spinale ecc.
3. Talamo
4. Corteccia

CAPITOLO 6.5: STIMOLI DALL’ESTERNO – SENSIBILITA’ ESTEROCETTIVA TATTILE

La cute ha tanti nervi che captano gli stimoli e li trasmettono al midollo spinale tramite le vie
afferenti. Una singola porzione di cute, vede la sua sensibilità portata su tre vie, cioè arriva al midollo
su tre segmenti distinti.
Un dermatomero è la porzione di superficie cutanea innervata da una singola radice sensitiva di un
nervo spinale. Il numero totale di dermatomeri è pari al numero totale dei nervi.

CAPITOLO 6.6: CLASSIFICAZIONE DELLE FIBRE AFFERENTI PRIMARIE

Tutti i nervi misti, sia spinali che cranici, hanno una componente sensoriale e una componente
motoria.
Le fibre afferenti primarie (si possono anche definire come assoni afferenti primari) si classificano
in base al loro diametro e alla presenza della mielina.
Queste fibre si dividono in quattro gruppi:

 Gruppo 1 (o A-alfa), sono le fibre più grandi e più veloci, presentano la guaina mielinica,
portano la sensibilità propriocettiva dai muscoli
 Gruppo 2 (o A-beta), fibre intermedie, presentano la guaina mielinica, portano la sensibilità
tattile
 Gruppo 3 (o A-delta), fibre più piccole, presentano la guaina mielinica, portano il dolore
 Gruppo 4 (o C), sono le fibre più piccole in assoluto e anche le più lente, non presentano la
guaina mielinica, portano il dolore

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CAPITOLO 6.7: RECETTORI DELLA SENSIBILITA’ TATTILE (DELLA CUTE)

Esistono recettori di:

 Tipo 1, sono più superficiali in quanto si trovano tra epidermide e derma (lo sono per
esempio i dischi di Merkel), hanno una densità maggiore (cioè sono tanti e quindi danno una
maggior sensibilità), hanno campi recettivi più piccoli proprio perché sono più densi
 Tipo 2, sono più profondi, sono in quantità minore (quindi minor densità e minor sensibilità),
proprio per questo hanno campi recettivi più grandi (addirittura qualcuno può avere come
campo recettivo l’intera mano)
Entrambi i tipi di recettore si dividono a loro volta in altre due tipologie:

 Recettori fast-adapting (FA), sono recettori che si adattano e che scaricano i PA (derivanti
da quelli graduati che si generano) sulle fibre assoniche solo all’inizio e alla fine dello stimolo
(nel mezzo non viene scaricato nulla)
 Recettori slow-adapting (SA), sono recettori che NON si adattano e che scaricano i PA sulle
fibre assoniche dall’inizio alla fine dello stimolo
Quindi per ricapitolare, esistono recettori:
 Tipo 1 fast-adapting (FA1)
 Tipo 1 slow-adapting (SA1)
 Tipo 2 fast-adapting (FA2)
 Tipo 2 slow-adapting (SA2)

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CAPITOLO 6.8: SENSIBILITA’ PROPRIOCETTIVA – RECETTORI ARTICOLARI, FUSI
NEUROMUSCOLARI E ORGANI MUSCOLO-TENDINEI DEL GOLGI

Come detto, questo tipo di sensibilità NON comprende la sensibilità viscerale (che fa parte del SNP).
I tipi di recettori della sensibilità propriocettiva sono:

 Fusi neuromuscolari, si trovano nei muscoli


 Organi muscolo-tendinei del Golgi, si trovano nei tendini (tendine che ricordiamo lega
muscolo ad ossa)
 Recettori articolari, si trovano nelle articolazioni
Tutte e tre le tipologie sopraelencate, sono dei recettori che NON si adattano e che percepiscono la
variazione dell’angolo dell’articolazione.

CAPITOLO 6.8.1: SENSIBILITA’ PROPRIOCETTIVA – FUSI NEUROMUSCOLARI

I fusi neuromuscolari sono organi sensoriali che si


trovano nella massa muscolare (formata ovviamente
da fibre muscolari) dei muscoli striati. Nel cuore di
questa massa c’è una capsula fibrosa che delimita
proprio questi fusi (o fibre intrafusali). I fusi hanno
scarsa capacità contratile e quindi non danno forza al
muscolo (si contraggono infatti solamente alle
estremità tendinee e non al centro in quanto nella
porzione centrale sono avvolti da fibre afferenti A-
alfa).
Questi fusi sono in grado di sentire il grado di
allungamento del muscolo.
Questi fusi sono anche chiamati pertanto recettori da
stiramento in quanto permettono la contrazione del muscolo in risposta a un primo stiramento
passivo. Quando un muscolo viene allungato passivamente infatti, il fuso capta l’allungamento e lo
trasmette all’SNC tramite le fibre afferenti mielinate del gruppo 1 (A-alfa) di cui è innervato.
Grazie a questi fusi che si oppongono alla forza di gravità che allunga passivamente i muscoli,
riusciamo a tenere la postura.
La frequenza di scarica dei PA sulle fibre afferenti dei fusi, varia in base all’intensità e alla velocità
di allungamento del muscolo (cioè più velocemente si allunga il muscolo, più PA vengono sparati,
quindi la frequenza in questo caso è alta).

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CAPITOLO 6.8.2: ORGANI MUSCOLO-TENDINEI DEL GOLGI

Come sappiamo, durante la contrazione muscolare, vengono sollecitati i tendini in quanto il muscolo
si accorcia e il tendine viene stirato. Uno stiramento eccessivo può danneggiare il tendine. Ecco
quindi che intervengono questi organi muscolo-tendinei del Goldi che regolano e mantengono il
grado di contrazione volontaria e permettono al tendine di non strapparsi.
Questi organi si trovano tra tendine e muscolo e sono ricchi di fibre collagene miste alle terminazioni
assoniche di tipo A-beta. Durante la contrazione, le fibre collagene si comprimono e toccano le
terminazioni assoniche che quindi sparano i PA.
In breve quindi, questi organi sentono la contrazione muscolare e adattano il tendine per non farlo
rompere.

CAPITOLO 6.9: VIE ASCENDENTI CHE COLLEGANO MIDOLLO SPINALE E TALAMO


DELLA SENSIBILITA’ PROPRIOCETTIVA TATTILE

Come detto nelle pagine precedenti, il segnale viene captato dalle vie afferenti, arriva al midollo e
sale al talamo mediante le vie ascendenti.
Queste vie ascendenti sono di due tipi:

 Via spino-talamica, che parte dal midollo spinale e arriva al talamo, l’informazione viaggia
attraverso le fibre dorsali del midollo spinale (colonne dorsali) e decussa (cioè cambia lato,
passa da sinistra a destra o viceversa) a livello del bulbo
 Via antero-laterale, l’informazione risale nella sezione antero-laterale del midollo, decussa
a livello del midollo spinale (quindi subito)
Entrambe le vie hanno come punto d’arrivo il talamo dove poi l’informazione passa alla corteccia
sensoriale primaria. La sensibilità raggiunge varie zone della corteccia a seconda della provenienza
della sensazione (homunculus sensitivus, cioè nella corteccia ogni zona è addetta a una determinata
sensazione, ogni zona ha grandezza differente [la più estesa è quella addetta alle sensazioni della
faccia]).

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CAPITOLO 7: STIMOLAZIONE NOCICETTIVA E LE DUE TIPOLOGIE DI DOLORE

Come abbiamo già detto, i nocicettori sono quei recettori addetti alla ricezione del dolore.
Questi possono captare due tipi di dolore:

 Dolore forte e immediato, questo provoca un picco di dolore più intenso dato dalle fibre di
tipo A-delta (gruppo 3), dolore che poi si attenua
 Dolore meno intenso ma più lungo, dolore quindi non intenso come il primo ma è più
duraturo, è trasportato sulle fibre di tipo C (gruppo 4)
Le fibre che captano il dolore si chiamano fibre nocicettive. Queste fibre hanno una proprietà
particolare: in queste fibre infatti, il segnale si propaga anche in modo opposto, cioè va dal centro
(inteso come midollo spinale) alla periferia (diffusione antidromica) (il segnale ovviamente si
propaga anche in modo classico, cioè dalla periferia al centro, diffusione ortodromica). Questo
fenomeno avviene mediante un’azione vasodilatatoria che crea uno stato infiammatorio (tutto
ovviamente parte dalla propagazione dei PA) che amplifica il dolore.

CAPITOLO 7.0.1: VIE ASCENDENTI NOCICETTIVE

Esistono tre tipologie di vie ascendenti nocicettive (cioè vie sulle quali corre il dolore):

 Via spino-talamica, decussa subito e parte dal midollo spinale e arriva al talamo
 Via spino-reticolare, decussa subito, si ferma in stazioni reticolari nel bulbo e tocca quindi
una sinapsi in più
 Via spino-mesencefalica, si ferma in una zona particolare del mesencefalo che è addetta a
ricevere stimoli dolorosi

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CAPITOLO 8: OCCHIO

Prima di parlare della fototrasduzione, analizziamo prima nel dettaglio il luogo dove avviene, cioè
l’occhio.
Nell’occhio, la cornea è a contatto con l’esterno e delimita il bulbo oculare. Dietro alla cornea
troviamo la camera anteriore piena di un liquido simile al plasma. Poi troviamo l’iride, cioè la pare
colorata dell’occhio e che delimita la pupilla. La luce che entra nella pupilla è messa a fuoco dal
cristallino che quindi ci permette di mettere a fuoco le immagini che vediamo. Il fondo oculare è
costituito dalla retina che è un sottile strato epiteliale composto da 5 tipi di cellule:
1. Nello strato nucleare esterno, cioè il primo strato che riceve la luce e la trasmette agli altri
verso il basso, troviamo coni e bastoncelli che sono i fotorecettori
2. Poi troviamo le cellule orizzontali (sono inibitori)
3. Nello strato nucleare interno ci sono le cellule bipolari (inibitori)
4. Poco più sotto troviamo le cellule amacrine
5. E infine nello strato più basso troviamo le cellule gangliari da dove parte l’informazione verso
la corteccia ottica, infatti da qua parte il nervo ottico
Fotorecettori, cellule bipolari e cellule gangliari sono connesse in modo verticale, le altre in modo
orizzontale.
La fovea retinica è il punto di maggior acuità visiva, è un infossamento della retina. In questa parte
di retina, ci sono più coni (mentre nel resto della retina la concentrazione di coni e bastoncelli è più
o meno uguali). A causa dell’infossamento, in questo punto la luce entra direttamente nei
fotorecettori.

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CAPITOLO 8.1: CONI E BASTONCELLI

Coni e bastoncelli sono i due tipi di


fotorecettori presenti nell’occhio
(fotorecettori = recettori cellulari
fotosensibili).
Entrambi presentano una zona di contatto
sinaptico nella parte bassa e sono in grado
di rilasciare i neurotrasmettitori in questa
zona (precisiamo però che NON sono
cellule nervose). Questi contatti sono delle
sinapsi chimiche.
Nella parte centrale hanno il nucleo.
La parte alta/apicale è molto pronunciata e
presente delle introflessioni della
membrana plasmatica che nei bastoncelli si
staccano e formano dei dischi membranosi
(questi dischi nei coni restano invece attaccati alla membrana e quindi hanno una struttura diversa
da quella dei bastoncelli proprio perché non si staccano).
Su questi dischi membranosi ci sono i pigmenti fotosensibili, cioè le sostanze che reagiscono quando
arriva la luce.
La differenza tra coni e bastoncelli, oltre alla quantità diversa situata nella retina foveale, è anche
la quantità di pigmenti presenti sui dischi: questi infatti sono di più sui dischi dei bastoncelli e questo
aumenta la probabilità che la luce captata da questi dischi generi una variazione di potenziale (cioè
un segnale elettrico, ecco perché i bastoncelli sono deputati alla visione notturna in quanto la luce
è minore e quindi c’è bisogno di più probabilità di fare potenziali). Sui dischi dei coni invece questi
pigmenti sono presenti in quantità minore e quindi la probabilità è minore, pertanto i coni sono
deputati alla visione diurna e dei colori.

CAPITOLO 8.2: MECCANISMO DELLA FOTOTRASDUZIONE

Come detto, questo processo avviene nell’occhio.


Sui dischi membranosi sono presenti dei recettori molecolari che trasformano l’energia luminosa in
energia elettrochimica (cioè in una variazione del potenziale elettrico di membrana). Sulla
membrana dei dischi infatti particolari proteine recettori che sono specializzate nel fare questa
conversione, una delle principali è la redoxina (composta da due parti). La redoxina interagisce con
una proteina G quindi possiamo dire tranquillamente che è un recettore metabotropico e che attiva
una serie di processi che porta alla cascata del segnale.

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Il segnale che attiva questi recettori è la luce. La luce interagisce con la redoxina che fa attivare,
come detto, la cascata del segnale la quale porta all’attivazione di un enzima che degrada
GMPc (ciclico) che serve a tenere aperti dei canali ionici che fanno passare sodio e calcio sotto forma
di cationi (degradando quindi questo GMPc (ciclico) questi canali ionici si chiudono).
[Cioè I canali ionici di sodio e calcio situati sulla membrana dei dischi di coni e bastoncelli sono
ligando-dipendenti e hanno come ligando il GMPc (ciclico), quando questo ligando è tanto questi canali
sono aperti, quando viene degradato (cioè quando arriva la luce) questi si chiudono].
Al buio, i fotorecettori sono depolarizzati, hanno un potenziale di -40mV e rilasciano continuamente
glutammato. Quando invece arriva la luce (stimolo luminoso) questo rilascio di glutammato viene
interrotto perché la membrana si polarizza.
Sia alla luce che al buio, sono presenti e sempre aperti dei canali di potassio che fanno uscire
potassio, iperpolarizzando la membrana.
Al buio i fotorecettori sono depolarizzati perché entra solo sodio e calcio mentre esce potassio. Alla
luce questi sì iperopolarizzano perché, come detto, i canali di sodio e calcio si chiudono (causa
degrado di GMPc) e continua ad uscire solamente potassio nel segmento interno. Questa
iperopolarizzazione porta il potenziale di membrana a -60 mV, un valore che quindi non fa rilasciare
neurotrasmettitori.
Riepiloghiamo in modo più chiaro e schematico i passaggi di questo processo di fototrasduzione:
1. Ricezione della luce nei fotorecettori che si trovano nello strato più alto della retina
2. Nei fotorecettori avviene, grazie a delle proteine specializzate, la trasformazione da energia
luminosa a energia elettro-chimica
3. Successivamente avviene una inibizione delle cellule inibitorie (cellule bipolari e cellule
orizzontali). Questa inibizione degli inibitori in pratica è una eccitazione
4. A causa di ciò che avviene nel punto 3, l’energia elettro-chimica arriva allo strato più basso
dove ci sono le cellule gangliari. Da queste cellule partono i potenziali d’azione verso il nervo
ottico collegato ad esse che porta l’energia/segnale alla corteccia visiva

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CAPITOLO 9: SISTEMA MOTORIO

Il sistema motorio è il sistema che collega la corteccia celebrale motoria agli organi effettori
(muscoli, ghiandole, vasi sanguigni ecc.) ed è responsabile del movimento nello spazio dell’uomo.
Si distinguono movimenti volontari e movimenti involontari (questi ultimi sono generati da circuiti
di neuroni indipendenti dalla coscienza e vengono eseguiti anche senza che l’uomo voglia farli
intenzionalmente, lo è il respiro per esempio).
Ogni movimento è preceduto da una fase preparatoria nella quale è presente l’intenzione mentale
di fare quel movimento (cioè si immagina cosa si sta per fare). In questa fase c’è un controllo
feedforward che mette i muscoli che si stanno per utilizzare nel movimento in uno stato “d’allerta”
facendoli parzialmente contrarre (questo avviene per prepararli alla contrazione successiva che farà
avere il movimento). Quando quindi avviene il movimento vero e proprio c’è un controllo a
feedback, cioè i muscoli e l’arto utilizzato tornano nella loro posizione originale (precisiamo che
questi due tipi di controllo si hanno in caso di allungamento passivo del muscolo).

CAPITOLO 9.1: SEDI DEL CONTROLLO DEL MOVIMENTO

Le sedi del controllo del movimento sono:

 Corteccia celebrale motoria


 Tronco encefalico con midollo spinale che si collega con gli organi effettori
 Gangli della base (situati sotto la corteccia)
 Cervelletto
Queste ultime due parti, si trovano nel mezzo tra corteccia e midollo spinale e infatti sono dette
sedi intermedie.
Nel midollo spinale sono contenuti i motoneuroni.

CAPITOLO 9.1.1: MIDOLLO SPINALE

Il midollo spinale è formato da sostanza grigia (che, come sappiamo, contiene i corpi cellulari dei
neuroni) e da sostanza bianca (che contiene le fibre/le vie/i fasci di assoni derivati dai neuroni,
quindi le fibre nervose).
I motoneuroni sono contenuti nella sostanza grigia e sono posizionati in base alla zona che
innervano (cioè nei lati della sostanza grigia ci sono quelli che innervano gli arti quindi la porzione
distale del corpo, mentre al centro ci sono quelli che innervano la parte centrale del corpo quindi la
porzione assiale e prossimale del corpo). Questi motoneuroni si “accorpano” (cioè si accorpano i
loro somi) in base a cosa vanno a innervare, formando due nuclei motori a colonna (cioè se tagliamo
a fette un pezzo di midollo spinale, vediamo che i motoneuroni formano due colonnine che
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attraversano tutta la porzione di sostanza grigia). I motoneuroni hanno le loro terminazioni nel
sistema nervoso periferico perché innervano tutto il corpo (SNP), quindi escono dal midollo.
Il midollo spinale contiene anche degli interneuroni brevi e degli interneuroni lunghi che invece
non escono dal midollo spinale e modulano l’informazione nervosa.
Le vie discendenti che collegato la corteccia celebrale motoria e il midollo spinale sono:

 Vie Piramidali/tratto corticospinale laterale, collegano la corteccia motoria e la parte


laterale del midollo, decussa nel tronco encefalico a livello delle piramidi e quando decussa,
le sue fibre formano due strutture a forma di piramide (ecco perché si chiamano così queste
vie), tocca un solo nucleo nel tronco encefalico (nucleo rosso)
 Vie extra-piramidali/tratto corticospinale verticale, anche queste partono dalla corteccia
motoria, NON decussano, durante il loro percorso toccano molti nuclei nel tronco encefalico
(dove si toccano con questi nuclei fanno sinapsi), arrivano nella parte ventrale/mediale del
midollo spinale

CAPITOLO 9.1.1.1: NUCLEI DELLE VIE PIRAMIDALI E DELLE VIE EXTRA-PIRAMIDALI

Entrambe le vie (vie-tratto-fasci = sinonimi, tutti indicano gli assoni), toccano diversi nuclei nel
tronco encefalico, durante il loro percorso. Ricordiamo che quando queste vie toccano i nuclei, nei
punti di contatto fanno sinapsi, cioè questi punti di contatto sono contatti sinaptici. Un nucleo è
formato da gruppi di neuroni.
Le vie piramidali toccano solamente il nucleo rosso, generando la via rubro-spinale.
Le vie extra-piramidali invece, toccano più nuclei durante il loro percorso dove le fibre si formano
e poi ripartono. Questi nuclei, dove l’informazione viene modulata meglio (sono quasi come delle
“stazioni di passaggio”), sono:

 Sostanza reticolare, da dove si genera il fascio reticolo-spinale che poi scende verso il
midollo spinale
 Nuclei reticolari, che sono dei nuclei che ricevono informazioni dall’orecchio interno
(vestibolo), quindi informazioni su equilibrio e postura, genera il fascio vestibolo-spinale che
poi scende verso il midollo spinale
 Tetto/collicoli superiori, ricevono informazioni provenienti dalla retina e genera il fascio
tetto-spinale
In pratica, le informazioni che corrono sulle vie extra-piramidali, si dividono/biforcano in tre “flussi”
quando toccano i nuclei, tutti e tre i flussi ovviamente convergono nel midollo spinale.

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CAPITOLO 9.1.1.2: MOTONEURONI E UNITA’ MOTORIE

I motoneuroni trasportano l’informazione motoria, come detto si trovano nei nuclei motori del
midollo spinale e da essi partono gli assoni che vanno a “toccare” in più punti (cioè l’assone si
ramifica e genera più contatti sinapsi), tutti i muscoli del corpo.
L’insieme motoneurone + fibre muscolari toccate forma un’unità motoria.
Le fibre innervate dallo stesso motoneurone non sono mai vicine ma sono mescolate ad altre fibre
innervate da altri motoneuroni (questo per evitare che, in caso di lesione del motoneurone, non si
perda la sensibilità in tutto il muscolo).
Esistono tre tipi di unità motorie che si attivano a seconda del movimento che si fa:

 Rapide (FF / fast fatigable), unità motorie che sono veloci e quindi generano molta forza ma
si affaticano subito
 Rapide e Resistenti (FR / fast and resistent to fatigue), sono unità motorie abbastanza veloci
e abbastanza resistenti (diciamo che sono la versione intermedia che offre buona forza e
buona resistenza)
 Lente e Resistenti (S /slow), sono quelle unità che liberano poca forza ma in modo continuo,
quindi contrazione lenta ma costante, lo sono ad esempio le unità deputate alla postura
Volendo scrivere questi tre tipi di unità in un ordine crescente di forza generata, abbiamo prima le
S, poi le FR e poi le FF.
La caratteristica di essere elle unità motorie veloci o lente è data dal motoneurone alfa che innerva
la fibra (cioè se innerviamo la fibra di un’unità S con un motoneurone FF, questa diventa
automaticamente un’unità FF e così via).
La differenza quindi tra queste tre tipologie di unità motorie è sostanzialmente per quanto tempo
riescono a produrre la loro forza al 100%.
I motoneuroni si dividono in:

 Motoneuroni piccoli, sono la tipologia più reattiva ed eccitabile a causa della ridotta
dimensione che implica una presenza minore di canali ionici, quindi quasi sempre si
generano PA anche con segnali provenienti da una sola sinapsi
 Motoneuroni medi, sono più grandi dei piccoli e quindi lo stesso segnale che attiva il piccolo
raramente genera PA in questa tipologia (cioè un segnale che genera PA in quello piccolo,
difficilmente riuscirà ad avere lo stesso effetto in questo medio perché quest’ultimo è più
grande e ha più canali ioni e quindi necessità di un segnale più potente)
 Motoneuroni grandi, vale lo stesso discorso di quello medio (cioè necessità di segnali ancora
più potenti per generare PA, non bastano quelli che invece attiverebbero i piccoli e i medi)
Più l’azione/movimento che dobbiamo fare necessità di forza, più si attivano motoneuroni grandi e
quindi ad unità motorie FF (perché come detto sono quelle che rilasciano più forza e in modo più
rapido, questo avviene tipo quando si salta, cioè quando c’è bisogno di tanta forza muscolare; per
le azioni più semplici come il camminare, e che quindi richiedono meno forza, si usano motoneuroni

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piccolo/medi e unità di tipo FR o S). L’aumento della forza muscolare, si ottiene aumentando il
numero e il tipo di unità motorie.

CAPITOLO 9.2: MOVIMENTI INVOLONTARI

Alla base di questi movimenti involontari troviamo le risposte motorie riflesse che avvengono a
livello spinale.
Esistono:

 Riflessi muscolari/miotatici diretti o inversi, importanti per postura e tono muscolare


 Riflessi cutanei, importanti per la difesa del corpo, si attivano per esempio quando pestiamo
una puntina e quindi d’istinto ritiriamo il piede e ci allontaniamo dal pericolo
 Riflessi viscerali, regolano la funzione degli organi interni

CAPITOLO 9.2.1: RIFLESSI MUSCOLARI O MIOTATICI DIRETTI

Questo tipo di riflesso usa i fusi intramuscolari/neuromuscolari. Questo perché da questi fusi, dopo
la contrazione passiva del muscolo, arriva al midollo spinale l’informazione sotto forma di PA. Nel
midollo, c’è una sinapsi tra il neurone sensoriale e l’annesso motoneurone che quindi fa contrarre il
muscolo.
Questo processo permette il tono muscolare e la postura perché il muscolo resta sempre un po’
contratto per vincere la forza di gravità.
Questo quindi si può anche definire come un arco-riflesso composto da una fibra sensoriale (1A)
che viene dal muscolo (quindi parte afferente) e da un motoneurone alfa (questo tipo di
motoneurone innerva tutti i muscoli scheletrici, cioè quelli che si devono contrarre) che lo fa
accorciare (parte efferente). Questo tipo di riflesso presenta una sola sinapsi.
Come sappiamo, per ogni muscolo agonista, c’è nè un altro che fa da antagonista. Ebbene, il
muscolo antagonista viene rilassato dallo stesso fuso che permette questo riflesso, cioè lo stesso
fuso interviene sia nella contrazione del muscolo agonista, sia nel rilassamento di quello
antagonista.
La contrazione muscolare, fa accorciare anche il fuso neuromuscolare e questo potrebbe causare lo
stop del riflesso (questo perché le fibre afferenti non invierebbero più informazioni sotto forma di
PA in quanto non sarebbero più in tensione). Questo però non accade perché intervengono nel
processo i motoneuroni gamma, presenti solo nei fusi, che mantengono steso il fuso anche quando
c’è la contrazione, evitando lo stop (il fuso viene mantenuto steso in quanto viene “tirato” alle
estremità, questo processo viene chiamato controllo gamma).
Sia i motoneuroni alfa che quelli gamma, sono controllati da centri motori localizzati nel tronco
encefalico.

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Per ricapitolare, la funzione del riflesso muscolare/miotatico è quella di mantenere il tono
muscolare necessario al mantenimento della postura, opponendosi alla forza di gravità.

CAPITOLO 9.2.1.1: RIFLESSI MUSCOLARI O MIOTATICI INVERSI

Questo tipo di riflesso è regolato dall’organo tendineo del Golgi che si attiva, come sappiamo,
quando il muscolo si contrae eccessivamente.
In questo riflesso intervengono le fibre afferenti (1B) del muscolo che vanno nel midollo e creano
due sinapsi: una eccitatoria con il muscolo antagonista e una inibitoria con il muscolo stesso che si
contrae (agonista). Questa doppia sinapsi evita quindi una eccessiva contrazione del muscolo,
rilasciando leggermente il muscolo.
Entrambi i riflessi, cioè quello muscolare e questo muscolare inverso coesistono.

CAPITOLO 9.2.2: RIFLESSO CUTANEO

Questo riflesso cutaneo si verifica in caso di stimoli nocivi o durante la locomozione provenienti
dalla cute o dai meccanorecettori attivati durante la locomozione.
E’ un riflesso poli-sinaptico perché prevede più sinapsi. Le fibre afferenti cutanee infatti, fanno
sinapsi nel midollo in più punti.
Facciamo un esempio concreto di quando si attiva questo tipo di riflesso e cosa succede: poniamo
il caso che lo stimolo provenga dal fatto che abbiamo poggiato il piede su un chiodo. In questo caso,
i motoneuroni del muscolo che viene ritratto (cioè i muscoli della gamba che tocca il chiodo e che
quindi tiriamo indietro d’istinto) vede eccitati i suoi flessori e rilassati gli estensori grazie a un
contatto sinapsi. Allo stesso tempo, i muscoli dell’altra gamba vedono eccitati i propri estensori e
inibiti i flessori (questo perché alzando l’altra gamba, dobbiamo restare in equilibrio su una sola e
quindi c’è bisogno di più stabilità nella gamba che resta ancorata al suolo) e questo avviene sempre
grazie ai motoneuroni che li innervano che fanno sinapsi.

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CAPITOLO 10: AREE CORTICALI DEL MOVIMENTO PRIMARIO/VOLONTARIO

Le aree corticali coinvolte nel movimento volontario sono:

 Area motoria primaria, la sua stimolazione genera movimenti semplici, ha sede


l’homunculus ed è fortemente plastica
 Area motoria secondaria, la sua stimolazione genera movimenti complessi e che quindi
coinvolgono più muscoli
 Area pre-motoria, controlla la muscolatura assiale e prossimale durante la fase preparatoria
ad un movimento
 Area supplementare motoria, è importante per la programmazione di sequenze motorie

CAPITOLO 10.1: CONNESSIONI DEI NUCELI SOTTOCORTICALI CON LE AREE


MOTORIE CORTICALI

Come abbiamo detto nei capitoli precedenti, nel controllo motorio intervengono anche gangli della
base e cervelletto. Queste sono sedi intermedie tra corteccia e midollo spinale.
Gangli della base e cervelletto sono collegati in parallelo alla corteccia e al midollo spinale.
Gangli della base e cervelletto ricevono le informazioni dalla corteccia celebrale motoria, le
elaborano e le rimandano indietro alla corteccia che poi le “inoltra” al midollo spinale.

CAPITOLO 10.2: GANGLI DELLA BASE/NUCLEI DELLA BASE

I gangli della base (detti anche nuclei della base) sono strutture sottocorticali. Sono dei gruppi di
neuroni localizzati nella parte interna degli emisferi cerebrali e nel tronco dell’encefalo.
Questi gangli della base hanno, in ordine:
1. Nucleo striato, dove arrivano le informazioni che corrono sulle fibre afferenti provenienti
dalla corteccia cerebrale e dai nuclei intralaminari del talamo, costituito da nucleo caudato
e putamen. I suoi neuroni sono tutti GABAergici e fanno sinapsi con i neuroni del globo
pallido
2. Globo Pallido, suddiviso in segmento esterno e segmento interno
3. Sostanza nera
4. Nuclei del talamo/talamici, dove esce l’informazione e torna alla corteccia
Quasi tutti i nuclei talamici che si trovano in questa componente sono inibitori. Se si
danneggia/altera anche un solo nucleo, si hanno gravi conseguenze motorie (il Morbo di Parkinson
tocca proprio questi nuclei che vengono fortemente inibiti e quindi si hanno problemi a camminare,
questo perché la corteccia motoria sarà meno eccitata da questi neuroni talamici, questo fenomeno
si chiama Ipocinesia) (viceversa, il Morbo di Huntington, abbassa il livello di inibizione e quindi c’è
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un’eccitazione eccessiva che genera movimenti eccessivi/non spontanei incontrollabili, questo
viene chiamato Ipercinesia e appunto prevede una over-eccitazione della corteccia motoria).
Per ricapitolare, i gangli della base servono a regolare la capacità di fare i movimenti volontari.
I gangli della base fanno parte di un circuito riverberante mediante il quale l’informazione
proveniente dalla corteccia circola attraverso questi gangli e il talamo, per poi tornare nuovamente
alla corteccia.

CAPITOLO 10.3: CERVELLETTO

La funzione del cervelletto nel controllo del movimento è quella di comparare l’esecuzione del
movimento con l’intenzione di esecuzione.
Il cervelletto infatti controlla la qualità del movimento confrontando intenzione e movimento
effettivamente fatto, pertanto viene definito un organo comparatore. In breve, è un organo addetto
al controllo del movimento, alla coordinazione dei movimenti corporei, al mantenimento
dell’equilibrio e all’apprendimento motorio.
Il cervelletto presenta una parte centrale detta verme (influenza la sensibilità somatica degli arti) e
due emisferi laterali cerebellari. Nella parte inferiore ha il vestibolo cerebello.
Le principali componenti strutturali sono:

 Corteccia cerebellare, dove avviene la processazione ella maggior parte delle informazioni
che arrivano al cervelletto; divisa in tre strati (strato granulare, strato delle cellule di
Purkinje, strato molecolare che ha le cellule di Purkinje2 e le fibre parallele)
 Nuclei cerebellari profondi
 Penduncoli cerebellari
Dal punto di vista funzionale, il cervelletto si divide in tre regioni:

 Cerebrocerebello, corrisponde anatomicamente alle porzioni laterali degli emisferi


cerebellari annessi al nucleo dentato, ha una sola connessione con la corteccia celebrale e
non con il midollo spinale
 Spinocerebello, ha estese connessioni con il midollo spinale ed è costituito da verme e dalla
parte intermedia degli emisferi cerebellari
 Vestibolocerebello, regola l’equilibrio ed i movimenti oculari attraverso le connessioni con
il sistema vestibolare
Per coordinare i movimenti, il cervelletto utilizza le istruzioni motorie che gli arrivano dalla corteccia
motoria e le confronta con le informazioni provenienti dai recettori muscolari.

42
2
Le cellule di Purkinje sono l’unica via d’uscita della corteccia cerebellare
CAPITOLO 11: MUSCOLI E CONTRAZIONE MUSCOLARE

Nel corpo umano si distinguono due tipi di muscoli:

 Muscoli striati, che si dividono in


o Muscoli scheletrici
o Muscoli Cardiaci
 Muscoli lisci, sono quelli situati intorno agli organi cavi, l’intestino e i vasi sanguigni

CAPITOLO 11.1: MUSCOLI STRIATI

Questi muscoli si definiscono


striati perché presentano, come
si può vedere anche dalla figura,
delle bandeggiature/striature di
colore diverso tra loro.
I muscoli striati sono costituiti da
fibrocellule muscolari, cioè da
cellule polinucleate che derivano
dalla fusione dei mioblasti che si
fondono tra loro a livello
embrionale e generalo miotubi
che poi si trasformano in
fibrocellule muscolari appunto
(cioè prima sono mioblasti, poi si
fondono in miotubi e poi
diventano fibrocellule).
Ogni fibrocellula è formata da
tante miofibrille, l’insieme delle
miofibrille forma un sarcomero
che è l’unita funzionale del
muscolo (metà sarcomero è detto emi-sarcomero ed è l’unità funzionale della forza muscolare
come vedremo in seguito).
Un muscolo è rivestito da sarcolemma, cioè da una sua membrana plasmatica, che contiene tutte
le fibrocellule.

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Il sarcomero contiene due tipi di miofibrille:

 Filamenti sottili, di colore chiaro, fatti di actina3. Sono due filamenti di actina attorcigliati ad
alfa-elica ed ancorati alle linee Z del sarcomero.
 Filamenti spessi, di colore scuro, fatti di miosina4, si intersecano con quelli sottili quando c’è
lo scivolamento delle fibre durante la contrazione
Un sarcomero è diviso in più bande:

 Banda A, detta anche “banda scura”, formata da entrambi i filamenti


 Bande I, dette anche “bande chiare”, formate solamente da filamenti sottili di actina
 Banda H, si trova al centro della banda A, è formata solamente da filamenti spessi di
miosina
Un sarcomero inoltre, presenta anche diverse linee:

 Linee Z, delimitano il sarcomero (cioè sono le due estremità), ad esse sono ancorate le fibre
sottili delle bande I
 Linea M, linea che si trova esattamente al centro della banda H, è la parte nuda dei filamenti
di miosina, la parte cioè dove le teste sono orientate in modo opposto (una contro l’altra) e
quindi non ci sono code
Per ogni filamento spesso di miosina, ci sono sei filamenti sottili di actina che lo circondano (questo
ovviamente solo dove sono presenti entrambi i tipi di filamenti, cioè nella banda A).
Come già accennato, i due tipi di filamenti scorrono gli uni sugli altri e questo fenomeno è alla base
della contrazione muscolare.
Durante la contrazione, l’accorciamento del sarcomero avviene perchè si accorciano solamente le
bande I e la banda H, resta quindi ferma e della stessa lunghezza la banda A.
A causa di ciò, durante la contrazione muscolare si avvicinano le linee Z (perché si accorciano le
bande I) e cambia il grado di sovrapposizione dei filamenti che iniziano a scorrere gli uni sugli altri
(spessi scivolano sui sottili).

CAPITOLO 11.2: STRUTTURA DEL FILAMENTO SPESSO

I filamenti spessi sono ancorati ai filamenti sottili e sono sostenuti in modo elastico grazie ai
filamenti di titina.
Questo tipo di filamento, come detto, è formato da miosina che presenta una porzione filiforme
(detta anche miosina leggera) e una porzione globulare/sferica (detta miosina pesante). Le varie
molecole di miosina, nella coda, si associano tra di loro a 2 a 2 e formano l’alfa-elica (l’alfa-elica che

3
L’actina è una proteina globulare che polimerizza, cioè si allunga e forma delle catene con tutte unità di actina

44
4
La miosina è una proteina che si divide in tre parti: testa, collo, coda
invece fanno i filamenti di actina prevedono l’associazione di
più molecole di actina tra loro; vedi immagine sulla sinistra).
La parte globulare di questi della miosina si attacca ai
filamenti di actina contenuti nelle bande I.
Come detto, più molecole di
miosina unite tra loro formano
il filamento spesso. Al centro
del filamento spesso c’è una
parte nuda (come già
accennato in precedenza) dove
le teste delle varie molecole
sono disposte l’una verso
l’altra alle due estremità e
quindi la zona nuda non
presenta l’attorcigliamento delle code. Le zone nude formano quindi
la linea M che si trova al centro della banda H.
Le teste di miosina sporgono con angolo di 120° rispetto allo stesso
segmento, mentre con angolo di 40° rispetto al segmento di miosina successivo
Per ricapitolare: ogni filamento spesso è formato da molecole di miosina che si avvolgono tra loro a
livello della coda (ovviamente tutte le teste sono poste nella stessa direzione; parte superiore e
inferiore nella foto a lato). Al centro di questi filamenti c’è una zona nuda, a causa della disposizione
opposta delle teste della miosina in quella zona che quindi fa andare le code in direzioni opposte e
non si possono attorcigliare.

CAPITOLO 11.3: STRUTTURA DEI FILAMENTI SOTTILI

I filamenti sottili, come detto, sono ancorati alle linee Z del sarcomero. Sei filamenti sottili
circondano un filamento spesso e lo avvolgono. I filamenti sottili interagiscono con le teste di
miosina dei filamenti spessi.

CAPITOLO 11.4: FUNZIONE DELLA CONTRAZIONE MUSCOLARE A LIVELLO DI


ORGANISMO INTERO

La funzione della contrazione muscolare è quella di far muovere gli arti e quindi il corpo umano
nello spazio.
In una flessione, le ossa del corpo funzionano come delle leve. Più è ampia la distanza tra il fulcro
(cioè il punto dove si toccano le due ossa) e l’inserzione del muscolo, più alta dovrà la tensione
muscolare (nel caso dell’avambraccio con un peso in mano, la tensione deve essere circa 7 volte
maggiore a quella del peso). Questo quindi fa affermare che è un sistema di leve sfavorevole.

45
CAPITOLO 11.5: MECCANISMO DELLA CONTRAZIONE MUSCOLARE A LIVELLO
CELLULARE E SUB-CELLULARE

Durante la contrazione, la lunghezza del filamento spesso rimase stabile al centro del sarcomero; il
sarcomero si accorcia perché le due linee Z si avvicinano (questo più o meno l’abbiamo già detto nei
capitoli precedenti, cambiano i termini ma il concetto è quello).
In pratica, quando c’è la contrazione muscolare, i colli delle molecole di miosina si agganciano ai
filamenti di actina (come vedremo nei capitoli successivi) formando dei legami temporanei detti
crossbridges/ponti trasversi e successivamente questi colli ruotano (questa rotazione fa anche
cambiare l’orientamento delle teste ovviamente) e questa rotazione porta allo scorrimento delle
due fibre l’una sull’altra. La formazione di questi ponti trasversi, genera di per sè una contrazione
muscolare ma senza scivolamento, per tanto viene definita come contrazione isometrica.
La forza, la velocità e la capacità di accorciamento di un muscolo
possono variare. Nel dettaglio, se si formano altri sarcomeri in
parallelo (avviene quando, per esempio, il muscolo aumenta il suo
volume grazie all’allenamento; ipertrofia o iperplasia a seconda
che la cellula si ingrossa o si duplica) la forza aumenta (restano
invece costanti la velocità e la capacità di accorciamento). Se
invece aumenta il numero di sarcomeri in serie (cioè il sarcomero
si allunga), aumenta sia la velocità sia l’entità/capacità di
accorciamento del muscolo (resta invece invariata la forza).

CAPITOLO 11.6: MECCANISMO DELLA CONTRAZIONE MUSCOLARE A LIVELLO


MOLECOLARE

Secondo Huxley, lo scorrimento dei due tipi di filamenti, era dato dalla rotazione delle teste delle
molecole di miosina e, sempre secondo questa ipotesi, questo fenomeno generava la contrazione
muscolare (cioè la forza della contrazione era contenuta nelle teste che ruotavano).
In realtà, come abbiamo anche detto qualche pagina fa, a ruotare non sono le teste, bensì i colli
delle molecole di miosina (teoria formulata e verificata da Rayment). Alla fine, la testa, cambia il suo
orientamento a causa della rotazione del collo in quanto è attaccata ad esso.
Ricapitolando: durante la contrazione, a ruotare è il collo delle molecole di miosina, questa rotazione
fa “ruotare” anche le teste visto che le due parti sono collegate e questo fenomeno permette lo
scivolamento dei due filamenti l’uno sull’altro.
46
CAPITOLO 11.7: CICLO DEI PONTI ACTO-MIOSINICI (CROSSBRIDGES/PONTI
TRASVERSI) DURANTE IL PROCESSO DI CONTRAZIONE – IL RUOLO DELL’ATP

La contrazione muscolare è un processo che necessità e che usa energia.


Come abbiamo detto, il legame tra le teste della miosina e i filamenti di actina è detto
crossbridges/ponte trasverso. Questo è un tipo di legame temporaneo e si forma in un ciclo che
prevede le seguenti cinque fasi:
a) Actina e miosina
si legano
formando i
ponti trasversi;
attaccata alla
miosina ci sono
ADP + P (cioè un
ATP che ha subito
una idrolisi del suo
terzo fosfato che si
è staccato dagli altri due ma che è comunque legato alla miosina) e questo fa aumentare a
dismisura l’affinità della miosina per l’actina (cioè l’unione “miosina + ADP + P fa aumentare
l’affinità)
b) Dopo la formazione del legame, viene definitivamente rimosso il terzo gruppo fosfato (P) e
questo provoca l’allungamento con la successiva rotazione dei colli delle molecole di
miosina
c) Avviene lo scorrimento/contrazione delle fibre di actina e miosina l’une sulle altre in una
fase definita rigor. Immediatamente dopo, gli altri due ADP che erano ancora legati vengono
rilasciati definitivamente in quanto la miosina vede aumentare la sua affinità per l’ATP
d) Si lega un nuovo ATP (non idrolizzato, quindi con tutti e tre i fosfati legati tra loro) alla
miosina e questo fa staccare i due tipi di filamenti in quanto, l’unione “miosina + ATP” fa
abbassare drasticamente l’affinità della miosina per l’actina (questo è punto dove si
“prepara il terreno” per una nuova contrazione che inizia “ufficialmente” al punto 5)
e) La miosina unità a questo ATP si riposiziona e avviene una nuova idrolisi proprio dell’ATP che
diventa ADP + P facendo ri-aumentare l’affinità della miosina per l’actina
f) Il punto 5 quindi fa ripartire di nuovo tutto il processo dal punto 1, generando una nuova
contrazione
Quindi, per riassumere:

 Quello che fa legare i filamenti di actina e miosina è l’ADP + P che si lega alla miosina e ne
alza l’affinità per l’actina
 Quello che fa staccare i filamenti di actina e miosina è un nuovo ATP che si lega alla miosina
e ne abbassa l’affinità per l’actina
 Lo scivolamento delle fibre avviene nella fase rigor e finisce quando l’ADP si stacca e al suo
posto si attacca l’ATP

47
 L’ATP è fondamentale quindi per l’attacco e per lo stacco dei due filamenti

CAPITOLO 11.8: MECCANICA DELLA CONTRAZIONE MUSCOLARE – FORZA E


ACCORCIAMENTO

La contrazione muscolare non è sempre sinonimo di accorciamento del muscolo. Esiste infatti un
tipo di contrazione detto contrazione isometrica in cui il muscolo si contrae ma non si accorcia
(questo si ha quando le teste della miosina si attaccano ai filamenti di actina ma senza ruotare).
Vediamo le definizioni dei due tipi di contrazione muscolare:

 Contrazione isometrica: contrazione in cui la distanza tra i tendini non si modifica; il muscolo
genera forza (quindi aumenta la forza del muscolo) ma non modifica la sua lunghezza
 Contrazione isotonica: contrazione in cui il muscolo si accorcia ma la forza generata è
costante; nella vita di tutti i giorni questo tipo di contrazione non è molto comune

CAPITOLO 11.8.1: CONTRAZIONE ISOMETRICA

Quando si stimola una fibra muscolare, significa che si induce in essa un potenziale d’azione (ciò è
possibile perché la fibra muscolare è eccitabile). Al PA ricevuto, il muscolo risponde con una
tensione/forza muscolare.
Se in una situazione sperimentale, inviamo a un muscolo bloccato alle estremità per generare una
contrazione isometrica (cioè non lo si vuole far allungare) un singolo PA, il muscolo genererà la
tensione muscolare e tornerà alla posizione iniziale. Se gli stimoli/i PA sono tanti e molto ravvicinati
tra loro (quindi alta
frequenza di
stimolo) invece, la
forza/tensione
muscolare che
genererà il secondo
potenziale, si
sommerà a quella generata dal primo e così via, cioè si svilupperà una forza sempre più alta fino al
punto di tensione massima/tensione del tetamo isometrico (per tetamo si intende la stimolazione
isometrica ad alta frequenza) costante e che farà restare il muscolo sempre contratto al massimo
(ecco cosa avviene quando si carica troppo il muscolo, resta sempre contratto e non si rilassa più).
Questo punto di tensione massima o del tetamo isometrico è la tensione/forza massima che un
muscolo può generare in isometria, cioè senza accorciarsi.
La quantità di forza generabile da un muscolo, dipende da una componente elastica5 (cioè le guaine
elastiche che avvolgono le fibre, i filamenti di titina e tutti gli altri elementi elastici che variano senza

48
5
Per farla breve, sono componenti elastici tutti i componenti tranne le fibre di actina e miosina
contrazione e quindi passivamente) e da una componente attiva (cioè le fibre di actina e miosina).
La forza generata totale sarà data dalla somma delle due componenti.
La forza/tensione del muscolo è massima a una data lunghezza del sarcomero, cioè esiste una
lunghezza ideale nella quale il muscolo riesce a generare la forza massima, se è più corto/lungo di
quella lunghezza la forza generabile sarà minore. Questa lunghezza ideale è di circa 2 micrometri ed
è considerata ideale in quanto è la lunghezza con la quale i filamenti di actina e di miosina hanno la
possibilità di generare quante più interazioni possibile (cioè è la lunghezza con la quale si formano
più ponti trasversi). Se la lunghezza del sarcomero è inferiore infatti, i filamenti di actina saranno
troppo vicini tra loro e si sovrapporranno formando meno ponti con quelli di miosina; se la lunghezza
invece è più grande, i due tipi di filamenti saranno troppo lontani tra loro e non potranno fare ponti
trasversi e quindi generare forza (quanto più è lungo, più scende la forza generata; un’eccessiva
lunghezza porta allo strappo del sarcomero e quindi del muscolo che sarà inutilizzabile).
Ricapitolando: la massima forza generabile da un sarcomero si ha quando quest’ultimo assume la
lunghezza ideale che permette la formazione di quanti più ponti trasversi possibili.

CAPITOLO 11.8.2: CONTRAZIONE ISOTONICA

Come detto nei capitoli precedenti, la contrazione isotonica, nella vita di tutti i giorni, accade
raramente.
E’ un tipo di contrazione che prevede l’accorciamento del muscolo e sviluppa una forza/tensione
costante.
Sperimentalmente, si tiene un’estremità del sarcomero ferma mentre all’altra estremità si lega un
peso.
Questo tipo di contrazione, è costituito da due fasi isometriche (all’inizio e alla fine della
contrazione, si genera forza ma la lunghezza del muscolo non varia) e da una fase isotonica nella
quale il muscolo si accorcia (ovviamente tutto questo previa stimolazione).
La prima fase isometrica dura finchè la forza generata, non è pari a quella del peso. Una volta
raggiunto questo valore, avviene la fase isotonica con il relativo accorciamento che prevede una
tensione muscolare sempre pari al valore del peso (anche se, in realtà, la forza generata aumenta
ancora in questa fase) per poi scemare man mano e far tornare il muscolo nella posizione originale
e quindi in una nuova fase isometrica.
Più è alta l’intensità del peso (cioè “più pesa il peso”), più la fase isometrica sarà lunga (questo
perché si dovrà generare più forza e ci vuole più tempo; questo fenomeno viene detto aumento del
tempo di latenza) e, di conseguenza, anche la velocità dell’accorciamento muscolare sarà più lenta.

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CAPITOLO 12: PROCESSI CELLULARI COINVOLTI NELLA CONTRAZIONE DEL
MUSCOLO SCHELETRICO E NEL SUO CONTROLLO

Lo stimolo arriva ai motoneuroni presenti nelle corna ventrali del midollo spinale, da qui corre sugli
assoni e arriva al muscolo di destinazione e dove dà il via a tutta una serie di processi che si
concludono con la contrazione muscolare.
Prima di scendere nel dettaglio di tutti i processi, è bene ricordare che i motoneuroni alfa sono
presenti e innervano la massa muscolare, mentre quelli gamma innervano le fibre intrafusali.
Le informazioni vengono recepite dai motoneuroni alfa che fanno sinapsi nel muscolo nei punti detti
giunzioni neuromuscolari. In queste giunzioni arriva lo stimolo e genera PA, PA che a sua volta attiva
il rilascio di acetilcolina (che viene captata da recettori nicotinici nelle sinapsi) che depolarizza la
membrana e fa aumentare la concentrazione di calcio intracellulare. Questi sono solo due dei
processi cellulari coinvolti nella contrazione muscolare che andiamo ora a vedere nel dettaglio e in
ordine di avvenimento (lo schema sotto riassume il tutto):
1. Segnale di membrana
2. Accoppiamento eccitazione-contrazione
3. Aumento di calcio intracellulare, questo aumento del calcio è il segnale d’avvio della
contrazione
4. Regolazione della contrazione con:
a. Proteine regolatorie (troponina e tropomiosina)
b. Interazione actomiosinica (cioè la sovrapposizione delle fibre di actina e miosina)
c. Contrazione muscolare

50
CAPITOLO 12.1: PROTEINE REGOLATORIE DEL FILAMENTO SOTTILE – RUOLO
DELLO IONE CALCIO

Come detto, le proteine regolatorie sono tropomiosina e troponina.


La Troponina (Tn) è formata da tre sub-unità:

 Troponina-C alla quale si lega il calcio


 Troponina-I
 Troponina-T alla quale si lega la tropomiosina che, come vedremo, a causa di questo legame,
modificherà anch’essa la sua posizione
Quando avviene il
legame tra calcio e
troponina-C le altre due
sub-unità di troponina
(quella I e quella T) si
spostano, liberando il
sito di attacco della
miosina sull’actina (cioè
liberano il sito
actomiosinico che si
libera solo quando
avviene questo legame
con il calcio, se non c’è il
calcio questi siti sono
chiusi) e quindi i due filamenti entrano in contatto e danno il via allo scivolamento e alla
conseguente contrazione.
La tropomiosina è adagiata sui filamenti di actina. Una molecola di tropomiosina si adagia su sette
actine-g (cioè su sette monomeri di actina, più monomeri di actina formano l’actina-f che insieme
formano i filamenti).

CAPITOLO 12.2: GIUNZIONE NEURO-MUSCOLARE – SINAPSI TRA IL


MOTONEURONE ALFA E LA FIBRA MUSCOLARE SCHELETRICA

I motoneuroni alfa fanno più punti di contatto con le fibre muscolari grazie alla ramificazione del
proprio assone presso il punto di sinapsi. Questa ramificazione concede maggior rapidità e potenza
agli stimoli trasmessi, pertanto per ogni PA si genera una contrazione.
La forza muscolare è data dalla massa muscolare che contiene i motoneuroni alfa e non dai fusi
muscolari.

51
CAPITOLO 12.3: ACCOPPIAMENTO ECCITAZIONE-CONTRAZIONE

Il PA non è altro che una eccitazione delle cellule. Nelle fibre/cellule muscolari, questa eccitazione
deve tradursi in contrazione muscolare e lo fa grazie a questo accoppiamento eccitazione-
contrazione che porta quindi il PA a generare una contrazione muscolare attraverso varie fasi che
andiamo a vedere:
1. Per prima cosa si genera un potenziale d’azione nella fibra muscolare
2. Questo PA depolarizza la membrana del sarcomero muscolare
3. Avviene un aumento di calcio, proveniente dal REL nel citoplasma della cellula muscolare
4. Contrazione/tensione muscolare con il procedimento descritto nel capitolo 12.1
La sequenza di questi eventi è sempre la stessa e non è mutabile in quanto ogni evento dipende ed
è generato da quello precedente.

CAPITOLO 12.3.1: PROVEINENZA DEGLI IONI CALCIO NEL MUSCOLO SCHELETRICO

Come già accennato poco più sopra, il calcio che aumenta nello spazio intracellulare, deriva dal
reticolo endoplasmatico liscio (detto anche, in questo caso reticolo sarcoplasmatico liscio) che è
appunto un serbatoio di calcio. Il calcio che aumenta quindi, nel muscolo scheletrico NON deriva
dall’esterno della cellula. Pertanto, la presenza di calcio all’esterno della cellula NON è
fondamentale6 per la contrazione del muscolo scheletrico in quanto il calcio è già contenuto nella
fibrocellula7.
Queste cisterne del REL che contengono il calcio sono già a contatto con i filamenti contrattili in
quanto il REL è molto sviluppato nella fibrocellula, pertanto possiamo dire che le membrane di
queste cisterne e quella della fibrocellula sono a contatto.
La membrana plasmatica della fibrocellula
muscolare, presso le linee Z del sarcomero, si
introflette/invagina verso l’interno del
sarcomero formando dei tubuli detti tubuli
trasversi o tubuli T. In questi tubuli, passa il PA
che cosi riesce a depolarizzare, non solo lo
strato superiore della membrana plasmatica
ma anche quello più interno e allo stesso
tempo depolarizza anche le membrane delle
cisterne del REL, questa depolarizzazione delle
cisterne del REL favorisce il rilascio di calcio
(calcio che poi entra nei processi descritti in
precedenza).

6
Come vedremo dopo, il calcio situato all’esterno è invece fondamentale nel muscolo cardiaco

52
7
Per la precisione, il calcio è depositato nelle cisterne del REL, quindi è in un organulo della fibrocellula
In un muscolo, è necessario che venga rilasciata una quantità di calcio sufficiente alla contrazione di
tutti i sarcomeri del muscolo per evitare contrazioni non funzionali.

CAPITOLO 12.3.2: ESPERIMENTO DI HUXLEY & TAYLOR

Huxley e Taylor, nel 1958, isolarono una fibra muscolare e la stimolarono con un elettrodo. I due
studiosi osservarono che, quando l’elettrodo era a contatto con la banda A (banda scura) del
muscolo, anche se veniva inviato uno stimolo, il muscolo non si contraeva. Viceversa, se l’elettrodo
era a contatto con la banda I (quindi con la linea Z), in risposta a uno stimolo (ovviamente sotto
forma di PA), il muscolo si contraeva.
Di conseguenza si capì che la zona da depolarizzare per avere una contrazione è proprio quella delle
bande I. Questo perché in queste bande ci sono le introflessioni della membrana e quindi il PA si
diffondeva meglio e anche nella parte interna del sarcomero, depolarizzando quindi per intera la
membrana plasmatica del sarcomero e soprattutto quelle del REL che facevano quindi rilasciare il
calcio.

CAPITOLO 12.3.3: INTERAZIONE DHPR/RYR NEL MUSCOLO SCHELETRICO

I tubuli T sono collegati, tramite dei complessi proteici, alle cisterne di calcio del REL.
Il potenziale d’azione che arriva sulla
membrana e quindi in questi tubuli è infatti
captato da delle proteine DHPR situate sulla
membrana del sarcomero e che sono in
collegamento fisico con delle altre proteine
dette RYR che si trovano sul REL. Quando arriva
un PA quindi, queste due proteine
interagiscono tra loro facendo liberare il calcio
(sono queste RYR che materialmente liberano
gli ioni calcio), contenuto nelle cisterne del REL,
nel citoplasma8.
Il rilassamento del muscolo scheletrico, dopo la
contrazione, avviene perché il calcio viene
buttato fuori dal citoplasma da una pompa
calcica (SERCA) che lo stacca dalle actomiosine (cioè dai filamenti di actina e miosina che stanno
interagendo) e lo riporta nelle cisterne del REL rendendolo riutilizzabile per una nuova contrazione
(è bene specificare che durante questo processo di uscita del calcio, una parte di calcio va “persa”
in quanto, seguendo il gradiente di concentrazione, esce spontaneamente dalla cellula; nel corpo

8
E’ bene precisare che il calcio liberato dai RYR, può interagire di nuovo con questi RYR favorendo il rilascio di altri ioni
calcio da essi. Inoltre, il calcio che si trova nel citoplasma può anche entrare nella cellula dall’esterno anche se, come
detto, nel caso del muscolo scheletrico, questo calcio che viene da fuori è irrilevante
53
umano quindi il calcio viene “ricaricato” nelle cisterne prendendone un po’ anche dall’esterno per
bilanciare questa leggera fuoriuscita spontanea secondo gradiente, se non c’è calcio esterno prima
o poi quello contenuto nelle cellule finisce, ciò succede solo in caso di morte). Questa pompa calcica
fa un trasporto attivo primario in quanto usa direttamente ATP per pompare il calcio dal citoplasma
(e anche dalle troponine-C dalle quali viene staccato) alle cisterne e quindi contro gradiente.
Riassunto dell’accoppiamento eccitazione-contrazione nel muscolo scheletrico:
1. Eccitazione = presenza di un PA che depolarizza tutta la membrana della fibrocellula
muscolare, anche grazie ai tubuli T
2. PA che fa
interagire
proteine DHPR e
proteine RYR che
si trovano sul REL:
le proteine DHPR
cambiano forma e
con questa
mutazione
conformazionale
aprono le proteine
RYR che quindi
fanno uscire nello
spazio
intracellulare il
calcio contenuto
nelle cisterne del
REL. La modifica
conformazionale delle proteine DHPR, provoca anche una chiusura dei canali calcio di queste
ultime, impedendo quindi l’accesso nella cellula al calcio situato all’esterno della cellula
3. Grazie all’aumento di calcio, inizia la contrazione muscolare con l’interazione del calcio con
la troponina-C alla quale seguono tutti i passaggi descritti nei capitoli precedenti
4. Fine della contrazione quando il calcio viene riportato nelle cisterne grazie alla pompa SERCA
che lo sposta dal citoplasma alle cisterne e lo stacca anche dalla troponina-C,
riammassandolo tutto nelle cisterne e rendendolo riutilizzabile per una nuova contrazione

54
CAPITOLO 12.3.4: PROVEINENZA DEGLI IONI CALCIO NEL MUSCOLO CARDIACO

La contrazione muscolare nel


muscolo cardiaco avviene con una
frequenza più bassa (circa un
battito/contrazione al secondo)
rispetto a quella del muscolo
scheletrico.
Per la contrazione del muscolo
cardiaco è fondamentale la
presenza di calcio all’esterno della
fibrocellula (se non c’è, non
avviene la contrazione).
Il PA in questo tipo di contrazione
infatti, apre i canali delle proteine
DHPR che quindi fanno entrare
calcio dall’esterno all’interno della
cellula. Come abbiamo detto, il
calcio può anche interagire con le
proteine RYR del REL ed è proprio
quello che succede: il calcio infatti, si lega alle RYR che grazie a questo legame, si aprono/attivano
(così come avviene nel caso del muscolo scheletrico) e rilasciano calcio. Quindi possiamo dire che il
rilascio di calcio dal RYR dipende dal calcio che entra dall’esterno della cellula tramite i DHPR.
Bisogna sottolineare comunque che, la quantità maggiore di calcio necessario alla contrazione,
anche nel muscolo cardiaco, proviene dai RYR; cambia quindi solamente il modo in cui vengono
attivati questi RYR che rilasciano calcio.
L’azione delle proteine DHPR, anche in questo caso, è dettata dal PA che depolarizza la membrana.
Nei miociti/muscoli cardiaci, il calcio viene rimosso dal citoplasma e rimesso nelle cisterne
(rimozione che ovviamente interrompe la contrazione e quindi rilascia il muscolo), principalmente
grazie a due proteine di membrana:

 Pompa PMCA, è uguale alla pompa SERCA solo che si trova sulla membrana, usa ATP
 Scambiatore sodio-calcio NCX, fa un trasporto attivo secondario in quanto non utilizza
direttamente ATP ma sfrutta il gradiente del sodio.
Il calcio nel muscolo cardiaco viene anche rimosso dal citoplasma grazie ai mitocondri.
Anche nel muscolo cardiaco, la membrana si introflette è forma i tubuli T.

55
CAPITOLO 13: MUSCOLO LISCIO – PARTE 1

Il muscolo liscio non ha striature in quanto non ha veri e propri sarcomeri e i filamenti di actina e
miosina quindi non sono organizzati in modo preciso, pertanto il muscolo appare come una massa
monocolore.
Le membrane delle cellule del muscolo liscio sono unite tra loro grazie a delle gap
junctions/giunzioni comunicanti/ponti che quindi permettono alle cellule di lavorare tutte in
sintonia e allo stesso modo, quindi basta che se ne depolarizzi una per depolarizzare tutta la
porzione di muscolo in modo istantaneo (si depolarizzano le cellule contigue).
A causa della gap junctions, questi muscoli possono ricevere
pochi assoni in caso di muscolo unitario (cioè visto che le
cellule comunicano tra loro e sono unite da questi ponti,
basta un solo assone per ricevere e diffondere il segnale in
tutto il muscolo).
Se le cellule del muscolo liscio non sono collegate con delle
giunzioni comunicanti, si parla di muscolo multi-unitario e
quindi riceve più assoni in quanto il segnale e la
depolarizzazione non si propagano.
Il muscolo liscio, è innervato dal sistema nervoso autonomo
(SNA) che si divide in SNA simpatico e SNA parasimpatico
(c’è anche una terza parte ma a noi non interessa).

CAPITOLO 13.1: SISTEMA NERVOSO AUTONOMO SIMPATICO E PARASIMPATICO

Il sistema nervoso autonomo contiene assoni che partono sempre dal midollo spinale, ma che prima
di arrivare agli organi effettori, toccano una “stazione” in più: questa “stazione” è rappresentata dai
gangli autonomi.
I gangli autonomi sono gruppi di cellule nervose/neuroni nei quali arrivano gli assoni che partono
dal midollo spinale e, sempre da questi gangli, partono gli assoni/fibre nervose che andranno a
innervare gli organi effettori (quindi il segnale che parte dal midollo spinale fa una “fermata” in più
in questo SNA; nell’SNC invece viene trasmesso direttamente agli organi effettori, cioè ai muscoli
scheletrici).
I gangli autonomi che si trovano vicini al midollo spinale fanno parte dell’SNA simpatico, quelli
lontani invece fanno parte dell’SNA parasimpatico.
Entrambi i gangli simpatici o parasimpatici) ricevono assoni/fibre pre-gangliari provenienti dal
midollo spinale e fanno partire assoni/fibre post-gangliari che arrivano poi agli organi effettori.

56
L’SNA simpatico contiene/riceve gli assoni del segmento toracico e dei primi tre segmenti lombari.
Quello parasimpatico invece, riceve gli assoni del tronco encefalico, della zona cervicale e di quella
sacrale.
Gli assoni post-gangliari dell’SNA parasimpatico, vista la lontananza dal midollo, sono brevi mentre,
per lo stesso motivo, sono lunghi quelli pre-gangliari. La situazione ovviamente si ribalta nell’SNA
simpatico che ha i suoi gangli molto vicini al midollo e quindi avrà fibre pre-gangliari brevi e fibre
post-gangliari lunghe.
Le fibre pre-gangliari sono sempre mielinate e colinergiche (cioè che liberano acetilcolina),
pertanto, essendo più lunghe nell’SNA parasimpatico, gli impulsi di quest’ultimo saranno più veloci.
Le fibre post-gangliari dell’SNA simpatico rilasciano adrenalina e noradrenalina perché sono
catecolinergiche; quelle post-gangliari dell’SNA parasimpatico invece rilasciano acetilcolina 9 .
Acetilcolina che viene anche rilasciata in entrambe le tipologie di fibre pre-gangliari (l’unica
differenza tra acetilcolina pre-gangliare e acetilcolina post-gangliare è il recettore che la capta che
è di tipo nicotinico nei gangli, di tipo moscarinico nei muscoli effettori).
Le funzioni svolte dal sistema nervoso autonomo permettono lo svolgimento di funzioni vitali (come
il battito cardiaco e la respirazione).

57
9
Quindi l’SNC parasimatico prevede il rilascio sempre e solo di acetilcolina
CAPITOLO 13.2: MUSCOLO LISCIO – PARTE 2

Come detto nella prima parte, i muscoli lisci non hanno sarcomeri. Al posto delle linee Z ci sono i
corpi densi/placche di attacco che fanno la stessa
funzione delle linee Z de muscoli scheletrici: fungono
cioè da punti di ancoraggio per i filamenti contrattili
(filamenti ovviamente formati da actina e miosina). I
corpi densi si trovano sia sulla membrana plasmatica
del muscolo, sia al suo interno, in entrambe le
posizioni fanno da punto di ancoraggio.
Quando la fibrocellula del muscolo liscio si contrae, i
filamenti ovviamente si accorciano, non essendo
però organizzati come nel caso del muscolo
scheletrico, l’accorciamento dei filamenti fa variare
totalmente la forma del muscolo che da una forma
allungata, passa a una forma circolare (vedi figura a
lato)
Nel muscolo liscio, i filamenti spessi di miosina
sono più corti (ovviamente durante la contrazione
scivolano sempre su quelli di actina e quindi c’è
l’accorciamento del muscolo). Il filamento spesso
presenta teste orientate in modo opposto ai due lati
di esso e che quindi spingono in direzioni opposte i
filamenti di actina legati alle teste (uno va verso
destra e uno va verso sinistra, vedi figura a sinistra).
Questi filamenti spessi di miosina NON hanno la
zona nuda quindi le teste sono disposte in modo
continuo su tutta la lunghezza del filamento.
Nella contrazione di questo tipo di muscolo,
entrano in gioco due proteine diverse al posto della
troponina che non c’è (c’è invece la tropomiosina).
Oltre alle giunzioni comunicanti, le cellule del
muscolo liscio si possono ancorare tra loro anche con giunzioni aderenti e quindi avere lo stesso
effetto di lavoro simultaneo delle varie cellule. Ovviamente, nel muscolo liscio NON ci sono tendini.
La muscolatura liscia avvolge e fa muovere gli organi cavi e la contrazione di questo tipo di
muscolatura può essere molto forte e duratura, soprattutto quando avvolgono sfinteri.
Anche il muscolo liscio si contrae grazie alla depolarizzazione della membrana ma in questo caso il
PA non è fondamentale (basta infatti un minimo stimolo per far contrarre il muscolo liscio). Anche
in questa contrazione viene rilasciato calcio dal REL.

58
Il meccanismo di contrazione è molto simile a quello del
muscolo scheletrico ma più lento (quindi anche qua entra
dall’esterno il calcio [come avviene nel muscolo
scheletrico cardiaco] grazie alle proteine DHPR,
attivazione dei RYR del REL grazie al calcio che entra con
conseguente rilascio di calcio dalle cisterne del REL ecc.).
La sostanziale differenza sta nel fatto che il calcio
rilasciato dalle cisterne del REL si combina con una
proteina (calmodulina) e poi, in questa forma (calcio +
proteina) interagisce con una chinasi (MLCK) che si attiva
e fosforila le teste di miosina usando ATP (cioè lega alla
miosina un fosfato P dell’ATP), in questo modo la miosina
può attaccarsi all’actina e fare la contrazione.
In pratica, l’attacco della miosina all’actina avviene
perché alla miosina si attacca un fosfato P grazie alla
chinasi che lo prende da un ATP e lo dà alla miosina (cosa
opposta a quella che avviene nel muscolo scheletrico dove
l’ATP serve per staccare i due filamenti).
La contrazione termina quando si stacca il fosfato attaccato alla miosina, azione fatta da una
fosfatasi (MLCP).
Il meccanismo è quindi più lento perchè nel processo avviene una regolazione enzimatica (cioè
intervengono degli enzimi, chinasi e fosfatasi).
La contrazione del muscolo liscio è quindi:

 Lenta
 Duratura
 Intensa
 A scarso uso di ATP (ATP che serve solamente per la fase di attacco e stacco dei due filamenti
che comunque avviene in modo lento e quindi l’uso di ATP è minimo)

59
CAPITOLO 13.3: ACCOPPIAMENTO ECCITAZIONE-CONTRAZIONE NEL MUSCOLO
LISCIO

Le fasi di questo accoppiamento eccitazione-contrazione nel muscolo liscio sono:

 Depolarizzazione membrana grazie a uno stimolo minimo (non per forza PA come detto)
 Ingresso di calcio dall’esterno tramite canali voltaggio-dipendenti e ligando-dipendenti
 Il calcio che entra attiva i RYR che quindi fanno rilasciare calcio nelle cellule dalle cisterne del
REL
 Contrazione muscolare che avviene al termine dei passaggi elencati nel capitolo precedente
 Rimozione del calcio dal citoplasma con conseguente riposizionamento nelle cisterne con
vari meccanismi (pompa SERCA, pompa PCMA e scambiatore NCX; NON lo fanno i
mitocondri)

CAPITOLO 13.4: PRINCIPALI DIFFERENZE FUNZIONALI TRA MUSCOLO LISCIO E


MUSCOLO SCHELETRICO

La contrazione del muscolo liscio è più lenta che nel muscolo scheletrico o cardiaco ma può essere
mantenuta per tempi più lunghi; ciò è dovuto alla bassa velocità di formazione/rottura dei legami
acto-miosinici (cioè all’attacco e stacco dei due filamenti).
Il muscolo liscio può generare grande forza a spese di un basso consumo di ATP; bassa frequenza
dei cicli miosina-actina.
Il muscolo liscio possiede una maggiore tensione passiva dovuta alla maggiore porzione di tessuto
connettivo.
Il muscolo liscio può accorciarsi fino a un terzo della propria lunghezza a riposo in quanto non c’è la
zona nuda sui filamenti spessi (quindi può accorciarsi molto di più rispetto al muscolo scheletrico).

60
CAPITOLO 14: PRINCIPALI VIE METABOLICHE PER LA SINTESI DI ATP

Tutti i tipi di cellule muscolari necessitano di ATP10 per contrarsi (come detto nei capitoli precedenti
infatti, nel muscolo striato l’ATP è fondamentale nella fase di rilassamento in quanto fa staccare i
filamenti di miosina e actina, in quelli liscio invece è importante nella fase di attacco/contrazione).
Le vie metaboliche per produrre ATP nei muscoli sono tre, e sono:

 Glicolisi aerobia, avviene SOLO in presenza di ossigeno, questa via prevede la fosforilazione
ossidativa cioè la demolizione di glicogeno e acidi grassi in anidride carbonica + acqua, è un
processo che forma alla fine 36 molecole di ATP
 Glicolisi anaerobia, avviene SOLO in assenza di ossigeno, in pratica è la stessa cosa di quella
aerobia solo che in questo caso il glucosio non entra nel ciclo di Krebs ma diventa acido
lattico e produce 2 ATP
 Sintesi di ATP da fosfocreatina, processo anaerobico quindi senza ossigeno, crea ATP dalla
fosfocreatina che cede il suo gruppo fosfato (diventando creatina) all’ADP
Non tutto l’ATP creato da queste vie viene usato per la contrazione muscolare: una piccola parte
infatti, si disperde sotto forma di calore.

10
Ricorda: l’ATP è la forma di deposito dell’energia, energia che si libera tramite l’idrolisi del legame dei suoi gruppi
fosfato (si stacca per primo e quasi sempre il terzo), rottura del legame che libera energia
61
CAPITOLO 14.0.1: SINTESI DI ATP DA FOSFOCREATINA

La fosforilazione ossidativa avviene nei


mitocondri quindi in questi organuli la
presenza di ATP è molto alta. Parte di
questo ATP dei mitocondri, viene
convertito in fosfocreatina grazie
all’enzima creatinfosfato kinasi (CPK)
che attacca a una creatina un gruppo
fosfato preso dall’ATP (che quindi
diventa ADP). Questa fosfocreatina esce
dal mitocondrio e va nelle zone dove c’è
bisogno di tanto ATP (nelle fibre
muscolari e nel REL di queste dove viene
usata per riportare nelle cisterne il
calcio) dove viene usata riconvertendo
ADP in ATP sempre grazie all’enzima CPK
che stacca il fosfato alla creatina e lo
cede a un ADP. La fosfocreatina
permette una conversione rapidissima di
ADP in ATP.
In breve quindi, la fosfocreatina non è
altro che un trasportatore di un gruppo
fosfato nelle zone periferiche del corpo,
gruppo fosfato che viene attaccato nei mitocondri e staccato nelle zone di competenza dall’enzima
CPK.

62
CAPITOLO 14.1: TIPI DI LAVORO MUSCOLARE

Esistono due tipi di lavoro muscolare (detto anche metabolismo muscolare):

 Lavoro aerobico, quindi metabolismo che usa ossigeno e quindi prevede come suoi processi
la glicolisi aerobica e la fosforilazione ossidativa
 Lavoro anaerobico, metabolismo che NON usa ossigeno (o meglio c’è un debito d’ossigeno,
cioè la quantità di ossigeno presente non è sufficiente o il lavoro muscolare è eccessivo), si
divide in
o Lavoro lattacido, porta alla formazione di acido lattico mediante la glicolisi
anaerobica
o Lavoro alattacido, utilizza ATP e fosfocreatina già disponibile, cioè vengono bruciati
ATP e fosfocreatina già presenti nel corpo, non forma acido lattico (o meglio se ne
genera una quantità minima e fisiologicamente accettabile)

CAPITOLO 14.1.1: CLASSIFICAZIONE DELLE FIBRE MUSCOLARI IN BASE AL LORO


METABOLISMO

Le fibre muscolari in base al loro metabolismo si classificano in:

 Fibre rosse, fibre più piccole situate in mezzo a quelle bianche, hanno mioglobina che ne dà
il colore rosso
 Fibre bianche
Le fibre rosse hanno il
metabolismo aerobico
e sono dette anche fibre
lente perché sono
formate da unità
11
motorie SS e quindi
sono fibre lente ma
resistenti alla fatica,
resistenza conferita
anche dal tanto ATP
prodotto in queste fibre
grazie ai meccanismi
aerobici. Sono fibre che
coinvolte
principalmente nel mantenimento della postura.
Le fibre bianche hanno il metabolismo anaerobico e sono formate da unità motorie FF (quindi unità
forti ma poco resistenti alla fatica). Avendo il metabolismo anaerobico, in queste fibre si forma acido

63
11
Unità motorie = motoneurone + fibre da esso innervate (di solito 10/12 fibre)
lattico. L’acido lattico è alla base della fatica muscolare. Queste fibre bianche si trovano
principalmente nella muscolatura distale del corpo (quindi negli arti), parte del corpo che deve
effettuare movimenti rapidi.
Esistono anche delle fibre bianche intermedie, che hanno metabolismo anaerobico, ma in
condizioni particolari (tipo con un allenamento di resistenza) assumono un metabolismo aerobico.
Sono fibre formate da unità motorie FR (si trovano sempre negli arti). Quando si convertono in
aerobiche ovviamente non producono acido lattico.

CAPITOLO 14.2: FONTI DI ATP UTILIZZATE DURANTE L’ESERCIZIO FISICO

Durante un esercizio fisico, viene inizialmente usato ATP e fosfocreatina già presente, questa fase
dura circa 1/2 minuti.
Successivamente, iniziano a lavorare le fibre muscolari con metabolismo anaerobico che quindi
portano alla formazione di acido lattico12, anche questa è una fase relativamente breve.
Dopo ancora entrano in gioco le fibre con metabolismo aerobico che quindi producono ATP tramite
la glicolisi e la fosforilazione ossidativa.
Ricapitolando:
1. Energia ricavata dagli ATP e dalla fosfocreatina già presente
2. Metabolismo anaerobico, più rapido di quello aerobico ma si esaurisce in pochi minuti
3. Metabolismo aerobico, più lento perché ricava ATP tramite glicolisi e fosforilazione, può
durare anche delle ore
4. Seconda fase anaerobica che porta a una cospicua formazione di acido lattico13

12
L’acido lattico è responsabile anche della sensazione di bruciore del muscolo

64
13
Questa fase avviene solamente quando l’esercizio è molto intenso
CAPITOLO 14.3: FATICA – DIMINUZIONE DELLA FORZA MUSCOLARE RISPETTO
ALLE ASPETTATIVE

La fatica si ha in seguito a un lavoro muscolare intenso/massimale o un lavoro duraturo. La fatica fa


diminuire la forza sviluppata dal muscolo.
Esistono due componenti della fatica:

 Fatica centrale, è regolata dal sistema nervoso centrale e pertanto non è controllabile; si
sviluppa a livello corticale e sottocorticale grazie a dei centri specializzati che captano la
presenza di acido lattico nel sangue (con conseguente abbassamento del pH) e quindi
abbassano l’intensità di attivazione dei motoneuroni alfa che quindi limitano la contrazione
(in pratica viene diminuito il livello di eccitazione dei motoneuroni alfa che innervano i
muscoli scheletrici). Questo tipo di fatica si può solo imparare a “gestire”
 Fatica periferica, è a carico delle fibrocellule muscolari che fanno materialmente la
contrazione; questo tipo di fatica è dovuta a:
o Minor rilascio di calcio nel muscolo dal REL, questo succede perché essendoci poco
ATP il calcio non viene riportato nelle cisterne
o Aumento dell’acido lattico nel sangue con conseguente abbassamento del pH di
quest’ultimo, questo abbassamento fa diminuire l’affinità del calcio per la
troponina-C, pertanto si formano meno ponti tra i filamenti di actina e miosina

CAPITOLO 14.4: PRODUZIONE DI LATTATO DURANTE L’ESERCIZIO FISICO

Con un lavoro di
scarsa intensità (da
0% a 50%) il
lattato/acido lattico
che si produce nel
muscolo è minima o
meglio in quantità
accettabile (cioè si
produce in una
quantità fisiologica e
normale per il corpo,
circa 2mM).
Quando il lavoro sale
d’intensità (dal 50%
al 70%), il lattato nel
sangue inizia ad
aumentare fino ad un massimo di 4mM, questo valore è detto soglia anaerobica in quanto indica il

65
punto massimo nel quale il lavoro del muscolo è ancora aerobico (oltre questo valore si passa a un
lavoro anaerobico).
Se l’intensità sale dal 70% al 100% (intensità massimale), come già accennato in precedenza, il lavoro
del muscolo diventa anaerobico e pertanto la quantità di lattato nel sangue sale a dismisura fino a
un massimo di 18/20mM. Essendo l’acido lattico la base della fatica, più si accumula più ci si sente
affaticati e si sviluppa meno forza nel muscolo.

CAPITOLO 14.5: DIVERSE INTENSITA’ DI ESERCIZIO INFLUISCOLO SUL CONSUMO


DI OSSIGENO (VO2)

Oltre all’ATP, durante l’esercizio nel muscolo c’è bisogno anche di ossigeno in quanto, come visto,
la fase più lunga e meno dispendiosa è quella aerobica.
Ad inizio esercizio, l’ossigeno necessario
all’attività non è subito presente, anche
perché come visto in precedenza, si inizia a
usare l’ATP e la fosfocreatina già presente,
pertanto la respirazione non è ancora
aumentata e adeguata, si va quindi in
debito d’ossigeno. Questa prima fase è
anaerobica alattacida e genera lattato in
quantità minima/accettabile.
Dopo qualche minuto, la respirazione si
adegua e si raggiunge un livello adeguato di
ossigeno, inizia quindi la fase aerobica.
A fine esercizio, per un po' di tempo si ha ancora l’iperventilazione (respiro affannoso/aumentato)
in quanto bisogna colmare il debito
d’ossigeno contratto nella prima fare e
quindi ricreare tutto l’ATP e la fosfocreatina
bruciata all’inizio. Questa fase è detta fase di
recupero e la sua durata varia a seconda
della durata dell’esercizio (più è intenso
l’esercizio, più è lunga la fase di recupero
perché il debito iniziale è più grande perché
viene usato più ATP e fosfocreatina già
presente e che quindi bisogna ricostruire).

66
Per ricapitolare, in un esercizio leggero-moderato:
1. Fase anaerobica alattacida dove viene usato ATP e fosfocreatina già presente14, l’ossigeno a
disposizione non è sufficiente e si va in debito d’ossigeno
2. Fase aerobica, usa l’ossigeno apportato nel corpo tramite l’iperventilazione, ossigeno che
quindi raggiunge un livello adeguato e mette fine al debito
3. Fase di recupero nella quale viene ricostruita la fosfocreatina e l’ATP usato nella prima fase,
cioè viene pagato il debito
In un esercizio massimale, cioè con
un’intensità del 100% (quando si va “a tutta”
per capirci), la quantità di ossigeno apportata
tramite l’iperventilazione è massima ma
ancora non sufficiente al fabbisogno
energetico dell’esercizio (cioè più di quella
quantità di ossigeno il nostro corpo non può
prendere ma comunque non basta a causa
della tanta intensità del lavoro), pertanto si
attiva subito il metabolismo anaerobico
(perché l’ossigeno è poco e con quello
aerobico non si crea ATP a sufficienza) che
genera quindi tanto acido lattico e fa
allungare di tanto la fase di recupero che può
arrivare a durare anche dei giorni (in questo
caso, nella fase di recupero viene anche smaltito il tanto acido lattico). Nella figura qui sopra, l’acido
lattico e quindi la fase anaerobica avviene nel “tratto rettilineo” della curva.
L’ossigeno serve quindi per tenere attivo il metabolismo aerobico che non produce acido lattico e
evita la fatica. Se non basta, si attiva quello anaerobico che genera energia ma anche acido lattico
che affatica il muscolo e che, se presente in grande quantità, può anche danneggiare il muscolo
stesso.

67
14
Questa fase comprende la 1 e la 2 elencate nel capitolo 14.2
CAPITOLO 15: CUORE, CIRCOLAZIONE SISTEMICA E CIRCOLAZIONE POLMONARE

Il cuore ha due atri15 (nella parte superiore) e due ventricoli (nella parte inferiore) e la sua funzione
è quella di pompare il sangue in due sistemi:

 Grande circolazione, il suo sangue parte dal ventricolo sinistro e va in tutto il corpo, ritorna
all’atrio destro e conseguentemente al ventricolo destro
 Piccola circolazione, il suo sangue parte dal ventricolo destro e va ai polmoni per poi tornare
all’atrio sinistro e di conseguenza al ventricolo sinistro
I due sistemi sopracitati sono collegati tra
loro, cioè uno e il continuo dell’altro e si
intersecano a livello dei capillari. Il sistema
circolatorio è un sistema chiuso e non si
interrompe in nessuna parte del corpo.
I due ventricoli sono separati dagli altri
grazie al setto atrio-ventricolare, la parte
destra e la parte sinistra del cuore sono
separate dal setto inter-atriale e dal setto
inter-ventricolare. Le quattro cavità, sono
tutte separate tra loro 16 e comunicano
solamente grazie a delle valvole. Quindi il
sangue passa da un atrio a un ventricolo
tramite queste valvole opportunamente
regolate nel loro meccanismo di apertura
e chiusura (vedi dopo per dettagli).
Il sangue porta ossigeno e nutrienti in
tutto il corpo. Arrivato nelle varie zone del
corpo, cede ossigeno e nutrienti alle
cellule tramite i capillari (dai capillari
riesce a uscire tutto tranne le proteine).
Una volta ceduto questi, il sangue acquista
scarti e CO2 diventando venoso (quando è
carico di ossigeno e nutrienti il sangue è arterioso). L’anidride carbonica (CO2) generata a livello
muscolare viene raccolta dal sangue e portata ai polmoni dove viene scambiata con l’ossigeno
(scambio gassoso) sempre a livello dei capillari.

15
Sia atri che ventricoli sono delle cavità
16
Se i due atri comunicano è una patologia grave in quanto il sangue venoso e quello arterioso si mescolano e ne viene
fuori un sangue non completamente ossigenato
68
CAPITOLO 15.0.1: APPROFONDIMENTO CUORE

Le vene portano il sangue al cuore, le


arterie portano il sangue dal cuore alle
altre parti del corpo. Il sangue
trasportato da questi due tipi di vasi e sia
arterioso che venoso.
Il ventricolo destro è più piccolo e ha
una parete più sottile; il ventricolo
sinistro invece è più grande e ha una
parete più doppia in quanto deve
resistere e generare una forza superiore.
La parte più esterna del cuore è detta
epicardio, quella più interna è detta
endocardio, quella intermedia è detta
miocardio ed è composta dal tessuto
muscolare cardiaco che sul lato sinistro
si stratifica di più (vedi anche foto a lato).
Dal ventricolo destro parte l’arteria polmonare; dal ventricolo sinistro parte l’arteria aorta che
immediatamente fuori al cuore si ripiega e forma l’arco aortico. L’uscita del sangue da queste due
arterie è regolata dalle valvole semilunari.
Le valvole semilunari sono delle valvole tricuspidi passive, cioè sono formate da tre lembi di tessuto
connettivo ripiegati a modi di rondine, che si aprono e chiudono grazie alla pressione esercitata dal
sangue. Durante le diastole queste valvole sono chiuse e quindi il sangue non passa, alla fine della
sistole ventricolare (cioè la fase di contrazione del cuore) queste valvole si aprono a causa del
sangue che spinge contro di loro. Le valvole semilunari come detto, si trovano tra i ventricoli e le
arterie da essi derivanti.
Esistono anche delle valvole atrioventricolari che fanno comunicare atri e ventricoli. Queste valvole
sono:

 Valvola bicuspide, formata da due lembi di tessuto connettivo, separa atrio e ventricolo
sinistro; è detta anche valvola mitrale
 Valvola tricuspide, formata da tre lembi di tessuto connettivo, separa atrio e ventricolo
destro

69
Queste valvole atrioventricolari si aprono e si chiudono grazie a dei muscoli papillari che durante
la contrazione/sistole ventricolare si contraggono a loro volta ed evitano che il sangue ritorni
nell’atrio e che quindi vada solamente nelle arterie (cioè nella contrazione il sangue potrebbe anche
essere sparato verso l’atrio dal quale proviene, non succede grazie ai muscoli papillari che
“sbarrano” il passaggio verso l’atrio e costringono il sangue ad andare nell’arteria).

Figura 1: a destra il cuore in diastole con i muscoli papillari non contratti, a sinistra il cuore in sistole con i muscoli papillari che bloccano
il passaggio verso l'atrio

Il cuore è dotato di autoritmicità, cioè la sua contrazione/battito è regolato autonomamente. Il


battito è dato dalla contrazione del miocardio.
Questo ritmo è regolato da due nodi che contengono cellule pacemaker17 che regolano il battito
senza alcun controllo ormonale, nervoso ecc.
I due nodi si trovano entrambi nella parte destra del cuore e sono:

 Nodo sento-atriale (NSA), situato all’apice dell’atrio destro del cuore


 Nodo atrio-ventricolare (NAV), situato tra atrio e ventricolo destro
Entrambi i nodi sono collegati tra loro grazie a un tratto internodale che trasferisce il PA generato
dal primo (NSA) al secondo (NAV). In condizioni normali, entrambi i nodi sono in grado di generare
PA ma prevale quello prodotto dal NSA, con conseguente “annullamento” di quello prodotto dal
NAV18.
Il PA generato dal NSA fa contrarre tutta la muscolatura atriale, oltre ad essere trasmesso al NAV. Il
NAV riceve questo PA con un leggero ritardo e lo trasmette, tramite il fascio di HIS, a tutta la
muscolatura ventricolare che quindi si contrae a sua volta (seppur in leggerissimo ritardo rispetto a
quella atriale che si contrare appena si genera il PA del NSA).
Il PA generato dal NSA, si trasmette in tutto il cuore (arriva ai miociti ventricolari tramite le fibre di
Purkinje, sede della contrazione ventricolare), dall’alto dove viene generato verso il basso; più si
scende, più il ritardo aumenta (vedi figura della pagina successiva per dettagli)
Ricorda: i due nodi NON sono cellule nervose.

17
Cioè delle cellule muscolari (miociti) altamente specializzate nell’espressione di certi canali ionici e quindi in grado di
generare, da sole senza stimolo esterno, un PA al secondo
18
In caso di danno al NSA, i PA saranno generati dal NAV, questi PA saranno generati con una frequenza inferiore ma
comunque adatti alla vita
70
L’insieme delle tre onde (R, P, T) rappresenta l’attività cardiaca del cuore e genera
l’elettrocardiogramma (ECG) che illustra come varia/quanto ritardo accumula il PA, generato dal
NSA, nelle varie zone cuore.
L’onda R rappresenta quando avviene la contrazione ventricolare, l’onda P rappresenta il PA della
contrazione atriale, l’onda T rappresenta la fase di ripolarizzazione, cioè la fase prolungata del PA
fino alla sua fine [NON IMPORTANTE].

71
CAPITOLO 15.1: MODULAZIONE DELLA FORZA DI CONTRAZIONE (MUSCOLO
SCHELETRICO) E DELLA FREQUENZA DI CONTRAZIONE (MUSCOLO CARDIACO)

Nel muscolo scheletrico, la forza generata dal muscolo dipende dalla frequenza/numero dei PA che
si generano (ricorda che in questo tipo di muscolo i vari PA si sommano ecc.).
Nel muscolo cardiaco, la forza generata dal muscolo dipende dalla durata dei PA, potenziali d’azione
che saranno più lunghi rispetto a quelli del muscolo scheletrico (vedi anche grafici che seguono).

Figura 2: Frequenza PA nel muscolo scheletrico Figura 3: Durata PA nel muscolo cardiaco

Un PA cardiaco dura di più rispetto a quello del muscolo scheletrico e un singolo PA ha intensità
massimale (in quello scheletrico invece i potenziali si sommano perché non sono massimali).

CAPITOLO 15.2: TIPI DI CELLULE CARDIACHE

Esistono tre tipi di cellule cardiache funzionalmente distinti:

 Cellule di lavoro, cioè miociti atriali e ventricolari


 Cellule pacemaker
 Cellule di conduzione
Tutte e tre tipologie di cellule, sono delle cellule muscolari e pertanto sono organizzate in sarcomeri,
formando una struttura del tutto analoga a quella delle fibrocellule scheletriche.
L’unica differenza di questo tipo di struttura cardiaca è che ogni miocita cardiaco è collegato agli
altri miociti con delle sinapsi elettriche (gap junctions uguali a quelle del muscolo liscio) che fanno
trasmettere il PA in tutto l’organo e fa lavorare tutte le cellule in sincronia formando un sincizio.

72
CAPITOLO 15.3: CONDUTTANZE IONICHE SPECIFICHE CHE SI ATTIVANO DURANTE
IL PA NEI MIOCITI VENTRICOLARI E NELLE CELLULE PACEMAKER

In questo capitolo, vedremo perché le cellule pacemaker sono autonome e quindi in grado di
generare PA da sole mentre i miociti ventricolari non sono in grado di farlo.
Il PA dei miociti ventricolari è il
classico potenziale d’azione: si
genera quindi da un impulso (in
questo caso si genera in risposta a
quello generato dalle cellule
pacemaker), è lungo e corre lungo
tutta la membra e i tubuli T
provocando il rilascio del calcio
dalle cisterne del REL e nella parte
finale della sua durata è costante
(cioè dopo il picco, il potenziale
della membrana plasmatica torna al
valore di riposo e resta così fino
all’arrivo di un nuovo PA, vedi
grafico a sinistra in figura) quindi un
miocita ventricolare resta a riposo se non arrivano altri PA, pertanto NON è autoritmico. La costanza
del suo potenziale di membrana è data da una corrente IK1, cioè da un canale voltaggio-dipendente
di potassio che si apre al termine del PA e lascia uscire potassio, mantenendo così il potenziale di
membrana al valore di riposo. In breve: i miociti ventricolari non sono autoritmici a causa di questa
corrente IK1.
Il potenziale di membrana delle cellule pacemaker invece, NON è mai costante è dopo che è stato
creato un PA (picco), la membrana si iperpolarizza (il potenziale scende, parte che va da 2 a 3 nel
grafico di destra) ma spontaneamente torna a salire (si depolarizza) fino al valore che fa generare
un altro PA (cioè sale fino a un nuovo picco). Questo fenomeno avviene grazie a un particolare
canale di sodio che si attiva quando la membrana è iperpolarizzata (quindi a fine PA) e che genera
una corrente IF (corrente funny perché stranamente si attiva in iperpolarizzazione quando,
normalmente, i canali sodio sarebbero chiusi) lasciando entrare sodio, depolarizzando di nuovo la
membrana plasmatica. Quindi è proprio questo canale IF che genera la corrente IF e che detta
l’autoritmicità delle cellule pacemaker che quindi generano, da sole e in continuazione, potenziali
d’azione. Questo fenomeno è anche detto depolarizzazione spontanea.
In breve:

 Le cellule cardiache di lavoro/”normali”, non sono autoritmiche perché il loro potenziale di


membrana viene tenuto costante, dopo il picco di un PA, dalla corrente IK1 che fa entrare
potassio nella cellula
 Le cellule pacemaker sono autoritmiche perché riescono a generare in continuazione e in
completa autonomia dei PA. Fanno questo in quanto il loro potenziale di membrana non è

73
mai costante: questo infatti, dopo un PA scende (iperpolarizza) ma immediatamente torna a
salire (depolarizza) grazie a un canale IF che si apre e fa entrare sodio, generando una
corrente IF. Il potenziale di membrana sale di nuovo fino al valore soglia dove genera un
nuovo PA e il ciclo riparte
Il battito cardiaco si può quindi regolare, regolando la frequenza dei PA generati dalle cellule
pacemaker19: se le cellule generano più PA allora il battito sarà accelerato o viceversa (vedi capitolo
successivo per approfondimenti).

CAPITOLO 15.4: REGOLAZIONE DELLA FREQUENZA DEI PA DELLE CELLULE


PACEMAKER DA PARTE DEL SNA SIMPATICO/ADRENERGICO E DEL SNA PARA-
SIMPATICO/COLINERGICO

Le cellule pacemaker, sulla loro membrana plasmatica, presentano:

 Canali IF
 Canali dell’acetilcolina (ACh) accoppiati a recettori moscarinici (prendono l’acetilcolina
generata dal SNA para-simpatico)
 Recettori beta (prendono la noradrenalina generata dal SNA simpatico)
 Canali sodio
 Canali potassio
 Recettori dell’adenosima che stimolano i canali dell’acetilcolina
I meccanismi di regolazione della frequenza dei PA delle cellule pacemaker sono tre: due fatti dal
SNA para-simpatico e uno fatto dal SNA simpatico.
Il primo meccanismo del SNA
para-simpatico è quello che
vede l’acetilcolina legarsi ai
recettori moscarinici
accoppiati ai canali
dell’acetilcolina, questo
legame attiva dei canali
potassio che fanno quindi
uscire il potassio
iperpolarizzando la
membrana plasmatica.
Questo fenomeno si
contrappone alla corrente IF
e, pertanto, la frequenza
cardiaca si abbassa.

19
Ricorda che i PA generati dai miociti ventricolari sono generati in risposta a quelli delle cellule pacemaker, quindi
regolando questi ultimi si regolano anche i primi
74
Il secondo meccanismo del SNA para-simpatico è quello che vede l’inibizione dell’enzima
adenilatociclasi (AC) mediante un processo attivato dall’acetilcolina o dal monossido di azoto20. In
pratica, l’enzima AC produce meno AMPc che è fondamentale per la corrente IF: l’AMPc infatti, fa
aumentare l’apertura del canale IF, facendo quindi entrare più sodio; se c’è meno AMPc il canale IF
è più chiuso e quindi entra meno sodio, questo fenomeno fa abbassare la frequenza cardiaca in
quanto i tempi di depolarizzazione della membrana plasmatica si allungano e quindi i PA si generano
più lentamente.
Il meccanismo di regolazione generato dal SNA simpatico invece, fa l’opposto di quelli del para-
simpatico: questo infatti, aumenta il battito cardiaco usando la noradrenalina da esso prodotta. La
noradrenalina si lega ai recettori beta presenti sulla membrana delle cellule pacemaker, questo
legame porta a una stimolazione dell’enzima AC che quindi produce più AMPc, di conseguenza la
corrente IF è più efficace in quanto il canale IF si apre di più e lascia entrare più sodio, facendo
depolarizzare la membrana più rapidamente.
In breve:
1. Meccanismo del SNA parasimpatico: acetilcolina che si lega a recettori moscarinici e apre
canali potassio, l’ingresso del potassio iperpolarizza la membrana contrastando la corrente
IF che fa entrare sodio, rendendo quindi la depolarizzazione e la conseguente generazione di
nuovi PA più lenta. Abbassa la frequenza del battito
2. Meccanismo del SNA para-simpatico: acetilcolina che interagisce con l’enzima AC che
produce AMPc fondamentale per la corrente IF: si produce meno AMPc e quindi il canale IF
resta più chiuso, facendo entrare meno sodio e rendendo la depolarizzazione più lenta.
Questo abbassamento della produzione di AMPc può anche essere fatto con interazione del
monossido di azoro. Abbassa la frequenza del battito
3. Meccanismo del SNA simpatico: la noradrenalina si lega ai recettori beta presenti sulla
membrana plasmatica delle cellule pacemaker, questo legame stimola l’enzima AC che
quindi genera più AMPc che apre di più il canale IF e fa quindi entrare più sodio; questo fa
velocizzare la depolarizzazione. Aumenta la frequenza del battito

20
Il monossido di azoto (NO), entra nelle cellule pacemaker ed interagisce con l’enzima che genera il GMPc (enzima GC),
questo GMPc viene prodotto in maggior quantità e questo porta a una diminuzione dell’AMPc, questa diminuzione fa
rallentare il battito
75
CAPITOLO 15.5: RELAZIONE PRESSIONE-VOLUME DURANTE IL CICLO CARDIACO

La parte del cuore che si contrare e svuota, pompando il sangue nell’aorta, è il ventricolo sinistro.
L’attività del ventricolo sinistro è di tipo ciclico, cioè si ripete nel tempo sempre allo stesso modo e
con le seguenti fasi:
1. Fine della sistole precedente: il
sangue è stato tutto sparato
nell’aorta e il ventricolo è
completamente vuoto ma
contratto (raggrinzito); in
questa fase la pressione
esercitata dal sangue sulle
pareti del ventricolo è minima
(anche perché di sangue non c’è
n’è) [PUNTO A]
2. Inizio e fine diastole: in questa
fase, il ventricolo è rilassato
(cioè non più sottoposto a
contrazione) e aumenta il suo
volume riempiendosi di sangue
(cioè il ventricolo da raggrinzito
comincia ad “allargarsi” man
mano che entra il sangue in
esso). Più sangue entra nel
ventricolo (quindi più aumenta il volume di sangue), più la pressione esercitata sulle pareti
aumenta seppur di poco [TRATTO CHE VA DA A VERSO B IN FIGURA]. Nel punto B, finisce la
diastole e il volume di sangue è massimo (valore telediastolico) quindi il ventricolo è
completamente pieno di sangue (circa 130 ml)
3. Inizio nuova sistole: una volta che il ventricolo è completamente pieno di sangue, inizia una
nuova sistole che fa contrarre il cuore. Questa fase si divide in due sotto-fasi distinte da un
tipo diverso di contrazione:
a. Contrazione isometrica, in questa fase la pressione esercitata sulle pareti aumenta
tanto ma il volume non cambia in quanto il sangue non fuoriesce ancora verso l’aorta
[TRATTO CHE VA DA B VERSO C]. Nel punto C si genera la pressione necessaria per
far aprire le valvole semilunari che quindi iniziano a far uscire il sangue (in pratica
questa contrazione isometrica fa premere più forte il sangue sulle valvole che quindi
si aprono)
b. Contrazione isotonica, le valvole semilunari sono aperte e quindi il sangue inizia a
fuoriuscire nell’aorta e dà il via alla fase eliettiva/svuotamento della sistole che vede
tornare gradualmente al minimo il volume del sangue. In questa fase la pressione
resta pressoché costante [TRATTO CHE VA DA C VERSO D]. Il punto D rappresenta il
volume telesistolico, cioè il volume di sangue alla fine della sistole.

76
4. Fase di rilassamento: dopo aver sparato fuori tutto il sangue, il ventricolo inizia a rilassarsi,
cioè è raggrinzito ma non ha più nessuna pressione sulla parete né contrazione muscolare
[TRATTO DA D AD A]. A questo punto riparte il ciclo dal punto 1 e cosi via.
RICAPITOLANDO:
Il ciclo cardiaco del ventricolo sinistro:
1. Si parte con il ventricolo vuoto a fine sistole, ventricolo contratto/raggrinzito, volume e
pressione minima [PUNTO A]
2. Ventricolo che inizia a riempirsi di sangue (inizio diastole) che, con la sua entrata,
“stende/allarga” il ventricolo, pressione che sale in modo contenuto in base a quanto sangue
entra. Questa fase finisce quando il ventricolo è completamente pieno di sangue [DAL PUNTO
A AL PUNTO B, FINE SISTOLE = PUNTO B]
3. Inizia una nuova sistole21 [DAL PUNTO B AL PUNTO C] con prima una contrazione isometrica
che mantiene ancora massimo il volume e fa aumentare di molto la pressione al fine di far
aprire le valvole semilunari; appena si aprono le valvole semilunari [PUNTO C] inizia una
contrazione isotonica [DAL PUNTO C AL PUNTO D] che vede il sangue fuoriuscire verso l’aorta
con conseguente diminuzione del volume e della pressione (anche se quest’ultima scende di
poco). La pressione crolla quando il volume è minimo (quindi sangue uscito tutto) [PUNTO D]
4. Inizio nuovo ciclo con il ventricolo che è raggrinzito, volume al minimo e pressione che scende
[DAL PUNTO D AL PUNTO A], fase quindi di rilassamento del ventricolo
Quindi da:

 DA = ventricolo raggrinzito e rilassato, senza pressione,


 AB = ventricolo che inizia a riempirsi di sangue, diastole
 BD = sistole

CAPITOLO 15.6: CICLO MECCANICO DEL CUORE

Nel cuore sinistro:

 Durante la sistole atriale la pressione sale di poco (da 0 fino a un massimo di 20).
 Nella sistole ventricolare invece, la pressione sale di tanto (fino a 120 circa).
 La fase eliettiva sopracitata, inizia quando la pressione raggiunge circa 85/90 ed è quindi
sufficiente a far aprire le valvole semilunari. Appena il sangue è passato dall’altra parte delle
valvole, queste ultime si chiudono, dando il via alla diastole e facendo scendere la pressione.
Nel cuore destro invece, la pressione durante tutto il ciclo cardiaco è di circa 1/3 di quella del cuore
sinistro, quindi nettamente inferiore.

77
21
La sistole inizia al punto B e finisce al punto D
CAPITOLO 15.7: PERCORSO DEL SANGUE E STRUTTURA VASI SANGUIGNI

Il sangue parte dalla parte sinistra del


cuore e, dopo aver raggiunto la periferia
del corpo con conseguente scambio di
ossigeno e accumulo di CO2 + scarti, passa
per i polmoni e torna nella parte destra del
cuore.
Quindi, tra la partenza dal lato sinistro, e il
ritorno nel lato destro, c’è la circolazione
sistemica che comprende le seguenti
“tappe”:
1. Partenza dal ventricolo sinistro
2. Aorta
3. Arterie
4. Arteriole
5. Capillari
6. Venule
7. Vene
8. Atrio destro
9. Arterie polmonari
10. Capillari polmonari
11. Vene polmonari
12. Ritorno al cuore nel lato destro
Come si può vedere, si parte da un unico
vaso sanguigno che contiene tutto il
sangue (aorta) e si passa a una fitta rete di vasi che si “dividono” il sangue (capillari).
La pressione nel ventricolo sinistro, come abbiamo visto, sale e scende, quindi presenta numerose
variazioni (vedi anche linee blu nella figura sopra). Queste variazioni di pressione, diminuiscono
sempre più durante il “cammino” del sangue fino a scomparire del tutto a livello dei capillari.
Anche la velocità (traccia rossa in figura) subisce diverse variazioni: è massima ad inizio percorso e
minima a livello dei capillari in quanto proprio nei capillari avviene lo scambio ossigeno-CO2. La
velocità poi risale e torna alta durante lo spostamento dai capillari ai polmoni dove scende di nuovo
al minimo a livello dei capillari polmonari dove avviene l’ematosi (scambio CO2 – ossigeno).
A livello dei capillari, visto che sono migliaia, l’area della sezione trasversa totale è massima (cioè si
sommano le superfici di tutti i capillari; nell’aorta questo valore è minimo perché è un solo vaso).
Le grosse arterie hanno una parete molto elastica a causa della grande presenza di elastina e la
totale assenza di tessuti muscolari lisci (sono elastiche perché devono anche resistere alla pressione
del sangue sparato dal ventricolo sinistro).

78
A partire dalle arteriole e via via che ci si allontana dal cuore, i vasi hanno sempre più muscoli lisci e
quindi sono meno elastici e vengono detti vasi resistivi.
Le arteriole hanno lo strato di muscolo liscio più
spesso, questo strato stringe il diametro e quindi
è proprio in questa sede che si regola la
perfusione/quantità di sangue che entra in un
organo (cioè che passa ai capillari dell’organo; ad
esempio in un muscolo a riposo questo strato si
contrae restringendo il passaggio e quindi arriva
meno sangue ai capillari del muscolo e viceversa).
Il passaggio di sangue dalle arteriole agli organi è
regolato dagli sfinteri precapillari. Se gli sfinteri
sono chiusi, il sangue non passa ai capillari ma va
direttamente nelle venule e poi nelle vene in
quella che viene detta funzione di shunt.
L’endotelio dei capillari è molto sottile perché
deve agevolare lo scambio ossigeno-CO2 quindi sono vasi molto sottili e fragili. I capillari sono anche
detti vasi di scambio.
Le vene hanno un discreto strato di muscolo liscio e sono altamente distensibili, cioè il loro diametro
piò variare di molto. Le vene più grandi hanno delle valvole del tutto simili a quelle semilunari, anche
nel funzionamento: le vene portano il sangue dalla periferia al cuore destro, quindi deve risalire dal
basso verso e per fare ciò si servono di queste valvole che, una volta passato il sangue, si chiudono
evitando che questo “ricada” nei capillari dove finirebbe per accumularsi e formare edemi.

79
CAPITOLO 16: APPARATO RESPIRATORIO

L’apparato respiratorio è formato dai due polmoni e da


una serie di tubi/condotti respiratori che partono dalla
bocca e si ramificano più volte durante il loro percorso (23
volte e si restringono sempre più, vedi figura a lato) fino
agli alveoli polmonari dove terminano con l’ultima
ramificazione e dove avviene lo scambio gassoso. L’aria
che respiriamo, compie questo percorso (bocca-alveoli)
in entrambe le direzioni in due momenti diversi della
respirazione: inspirazione ed espirazione.
Un alveolo polmonare è di forma sferica ed è quasi
completamente rivestito da capillari sanguigni con i quali
interagisce durante lo scambio gassoso (questo scambio
avviene molto rapidamente e in grande quantità proprio
grazie alla struttura molto sottile dei capillari). L’alveolo
polmonare è pieno d’aria e la superficie totale di tutti gli
alveoli è di circa 100mq.
Lo scambio gassoso avviene in questo modo: il sangue
ricco di CO2 che arriva all’alveolo tramite l’arteria
polmonare (sangue che parte ovviamente dal lato destro del cuore), si arterizza prendendo ossigeno
dall’alveolo e vedendo a quest’ultimo la CO2. Questo scambio è un processo spontaneo che avviene
secondo gradiente/pressioni parziali (spontaneo in entrambe le direzioni, cioè sia da capillare ad
alveolo per quanto riguarda la CO2, sia da alveolo a capillare nel caso dell’ossigeno).
Come detto, la membrana dei capillari che avvolgono l’alveolo è molto molto sottile e questo
garantisce sempre la completa saturazione del sangue. Lo stesso discorso vale anche per la
membrana esterna degli alveoli che risulta anch’essa molto molto sottile.
I condotti respiratori, come anticipato in apertura, si ramificano man mano che scendono verso i
polmoni a partire dalla trachea, per un totale di 23 volte. Di queste 23, le prime 16 hanno solo la
funzione di incanalare l’aria e “lavorarla” e il loro insieme prende il nome di zona di
conduzione/spazio morto anatomico. Le ramificazioni da 17 a 23 invece, formano la vera e propria
zona respiratoria, cioè sono la zona dove avviene lo scambio gassoso (svolgono ovviamente anche
la funzione di conduzione dell’aria. Più si ramificano, più questi condotti diventano piccoli.

80
CAPITOLO 16.1: MECCANICA RESPIRATORIA

La meccanica respiratoria si compone di due fasi:


1. Inspirazione, fenomeno attivo (quindi necessita di una forza per avvenire, forza che viene
data dalla contrazione muscolare) l’aria viene presa dall’esterno. In questa fase i polmoni si
espandono e le coste si sollevano per aumentare la grandezza della gabbia toracica. In questa
fase c’è anche la contrazione del diaframma, dei muscoli intercostali interni e dei muscoli
scaleni (queste contrazioni servono appunto a far sollevare le coste e allargare la gabbia).
Anche le due pleure toraciche si allargano durante questa fase
2. Espirazione, fenomeno passivo, l’aria viene buttata fuori. In questa fase non c’è l’intervento
dei muscoli intercostali esterni in quanto la gabbia toracica torna al suo posto e al suo volume
normale in modo spontaneo grazie all’elasticità delle strutture toraciche (cioè la gabbia
possiede elasticità quindi dopo essersi “allungata” torna naturalmente al suo posto come
una molla)
Anche gli alveoli durante la respirazione aumentano di volume e alla fine tornano piccoli a causa
della loro struttura particolare.
La pressione trans-polmonare si misura in centimetri d’acqua (quindi è piccolissima).
Durante l’inspirazione, negli alveoli 22 è necessaria una pressione maggiore rispetto alla fase di
rilassamento quindi il riempimento d’aria del polmone, che ne aumenta il volume, necessità di una
pressione maggiore in quanto l’organo tende a fare resistenza (cosa che ovviamente non avviene
nella fase di rilassamento quando è vuoto d’aria). La parete interna degli alveoli infatti, non è nuda
ma è rivestita da un sottile strato di liquido (liquido composto da acqua e surfattante, cioè una
sostanza prodotta dai pneumociti di tipo II) ed è proprio questo liquido che, interagendo con l’aria23,
oppone resistenza. L’interazione aria-liquido infatti, fa creare dei legami forti tra le varie molecole
del liquido che quindi si “compatta” e c’è
bisogno di maggior pressione per rompere
questi legami e far allargare il polmone. Questa
resistenza prende il nome di tensione
superficiale/forza d’interazione delle molecole
del liquido che si oppone all’espansione del
polmone e si indica con gamma (la figura a lato
rappresenta l’andamento di essa). Questa
tensione superficiale 24 è ovviamente minima
alla fine dell’espirazione quando anche il
volume dell’alveolo è minimo in quanto l’aria è
stata tutta buttata fuori.

22
Si può anche parlare direttamente di polmone inteso come insieme di alveoli
23
Se invece si riempie il polmone di acqua questa resistenza non viene fatta e il polmone si allarga/restringe allo stesso
modo, quindi possiamo affermare con certezza che è proprio l’interazione liquido-aria a generarla
24
Se in laboratorio isoliamo un polmone dal resto dell’apparato, noteremo che questo tenderà ad essere sempre più
piccolo proprio a causa di questa tensione che si oppone al suo allargamento
81
Quando inizia l’inspirazione invece, questa tensione inizia ad aumentare sempre più fino al punto
massimo che coincide con la fine del fenomeno inspiratorio (quindi quando il polmone raggiunge il
massimo volume).
Ricorda: il contatto aria-liquido non crea legami tra queste due componenti a causa delle polarità
(l’aria infatti è neutra mentre il liquido ha una parte positiva e una negativa) ma, come detto, fa
solamente legare ancora di più le molecole del liquido che quindi inizia a fare resistenza e l’aria
necessita di maggior pressione per rompere questi legami che si sono formati e “spingere” contro le
pareti dell’alveolo facendolo allargare.
Come detto, il liquido che riveste la parte interna degli alveoli è composto da acqua e da surfattante.
Quest’ultimo ha caratteristiche del tutto simili all’acqua: anch’esso infatti, è composto da una parte
negativa e da una positiva. Quello che però lo differenzia dall’acqua, è il fatto che esso è in grado di
interagire anche con l’aria (oltre che con l’acqua ovviamente) e questa interazione permette di
abbassare la tensione superficiale necessaria (cioè abbassa l’energia di legame tra le molecole di
acqua) per vincere la resistenza che si genera. Senza questo fenomeno infatti (quindi se il liquido
contenesse solamente acqua pura),
sarebbe necessaria una pressione 3 volte
maggiore per vincere la resistenza ed
espandere il polmone.
Se mettiamo su un grafico la curva di
espansione e di rilassamento del
polmone, vediamo che queste formano
uno spazio tra loro a causa del loro diverso
andamento: questo spazio viene detto
area di isteresi (nella figura a lato, la linea
rossa indica l’andamento che avrebbe il
polmone isolato riempito di acqua mentre
in blu l’andamento del polmone riempito
di aria).

CAPITOLO 16.2: SISTEMA RESPIRATORIO IN TOTO – POLMONE + GABBIA


TORACICA: DUE STRUTTURE ELASTICHE POSTE IN SERIE

Come accennato in precedenza, nel sistema respiratorio, oltre a polmoni e gabbia toracica, sono
presenti anche due pleure: la pleura parietale (che riveste le coste) e la pleura viscerale (che
avvolge i polmoni). Lo spazio tra queste due pleure viene definito spazio intra-pleurico ed è molto
molto piccolo. La funzione di queste due pleure è quella di collegare le due parti del sistema
respiratorio (polmoni e gabbia toracica). Entrambe le pleure lavorano in sinergia.

La pressione polmonare (PP, s’intende la pressione dell’aria negli alveoli) è data dalla differenza
della pressione alveolare (PA) e quella intra-pleurale (Pl, pressione che si verifica, come dice il nome,
tra le due pleure), cioè:
82
PP = PA – Pl
Considerato però che la PA, in condizioni di riposo, è pari a zero, la si può indicare anche come
pressione barometrica (Pb, sarebbe la pressione atmosferica) che è anch’essa pari a zero. Quindi,
per il calcolo della PP resta solamente -Pl: pertanto possiamo affermare che si tratta di una de-
pressione visto che è un valore negativo.
Ed è proprio grazie al fatto che questa Pl è negativa che il polmone si può comunque espandere,
nonostante al suo interno la PA sia pari a zero: infatti, essendo a contatto con l’esterno e quindi PA
= Pb = 0, il polmone tenderebbe a raggrinzirsi, ma visto che quando la gabbia aumenta di volume
(durante l’inspirazione) lo spazio intrapleurico si allarga, la Pl diventa ancora più negativa e quindi
la PA riesce a vincerla e l’aria entra nel polmone allargandolo25.

CAPITOLO 16.3: VOLUMI POLMONARI STATICI

In media, si scambiano circa 500ml di aria al minuto durante i 12 respiri che si effettuano. Questo
valore di 500ml è detto volume corrente ed è quindi il volume di aria inspirato ed espirato ogni
volta.
La quantità massima di aria inspirabile si raggiunge con una inspirazione forzata (cioè con un respiro
forzatamente molto profondo) e questa quantità è definita come volume massimo di riserva
inspiratorio (IRV).
La quantità massima di aria espirabile invece prende il nome di volume di riserva espiratorio (ERV)
e la si ottiene in modo analogo (cioè espirazione forzata).
La somma di questi due volumi di riserva sopracitati dà la capacità vitale forzata.
Il volume polmonare non raggiunge mai il punto più basso, cioè gli alveoli non sono mai
completamente vuoti di aria altrimenti in quell’istante non ci sarebbe scambio gassoso tra alveolo
e capillari sanguigni. Il volume di aria residuo in ogni momento nel polmone (circa 1/1,5 litri) è detto
volume sempre presente nel polmone (si può anche indicare solamente come volume residuo).
Il volume residuo va quindi sommato a quello della capacità vitale forzata, formando la capacità
polmonare totale (TLC).
Alla fine di un respiro normale, il volume è detto capacità funzionale residua e la pressione nelle vie
aeree è zero.
Alla fine di una espirazione, la gabbia toracica isolata (cioè scollegata dal resto del sistema)
tenderebbe a raggiungere un volume di espansione di circa l’80% fino al massimo, cioè
continuerebbe ad espandersi fino a raggiungere il suo massimo volume di espansione. Il polmone
isolato invece, tenderebbe a fare l’opposto: questo infatti, si restringerebbe sempre di più fino al
suo volume minimo (0%).

25
La PA vince la Pl anche se è zero in quanto la Pl è molto negativa e quindi zero risulta essere comunque sufficiente in
quanto ovviamente è maggiore di un qualsiasi numero negativo
83
Essendo invece collegate tra loro, le due parti tengono ad interagire e a compensare tra loro questi
due comportamenti: visto che la gabbia si allarga infatti, anche il polmone si allarga e alla fine del
respiro, il restringimento spontaneo del polmone contrasta l’allargamento spontaneo della gabbia
e viceversa e pertanto entrambe le componenti raggiungono un volume di circa il 40% di quello
massimo26. Questo 40%, che quindi risulta essere il volume delle due parti a riposo, viene detto
capacità funzionale residua ed è dato dal collegamento delle due parti che sfrutta le capacità
elastiche di queste ultime.
Tutti i volumi sopraindicati, variano solamente in caso di patologie o in base al sesso (cioè l’uomo
ha volumi diversi e superiori rispetto alla donna). Per esempio, un atleta e una persona che non
pratica sport, dello stesso sesso e in condizioni di salute normali, hanno esattamente gli stessi
volumi.
Non tutta l’aria che si inspira arriva alla zona di respirazione: una parte di aria infatti, si ferma della
zona di trasporto (circa 150ml dei 500ml totali). Gli altri 350ml ovviamente arrivano invece agli
alveoli.
Per aumentare la quantità di ossigeno nel sangue (e che quindi arriva agli alveoli) possiamo respirare
più profondamente o più volte al minuto. Entrambe le soluzioni però non sono sempre molto
vantaggiose:

 In caso di più respiri al minuto (respirazione superficiale), essendo i respiri molto più brevi,
si finisce con l’inspirare molta meno aria (circa 150ml invece dei normali 500ml) e quindi, a
causa del fatto che buona parte dell’aria si ferma nella zona di trasporto, alla fine arriva
pochissima aria agli alveoli o addirittura non arriva proprio (questo ovviamente solamente
se si aumenta forzatamente e di molto la frequenza di respiri al minuto)
 In caso di respiri più profondi invece, si inspira più aria in ogni respiro ma la frequenza di
questi ultimi al minuto si abbassa (può anche dimezzarsi e passare da 12 a 6 al minuto) e
quindi, alla fine della fiera, la quantità di aria che arriva agli alveoli risulta essere la stessa o
solamente leggermente superiore a quella che si avrebbe in caso di respiro normale
Pertanto, è bene affermare che aumentare la frequenza o la profondità dei respiri, in modo forzato,
serve a ben poco. Serve invece quando questi due fenomeni avvengono spontaneamente (tipo
durante l’attività fisica ecc.).
Durante un esercizio fisico, i volumi di ossigeno variano: varia infatti il volume corrente a spese di
quello di riserva inspiratorio in quanto si inspira più profondamente e si espira meno e la
ventilazione alveolare aumenta fino a circa il 60%. Se questo non basta, allora si inizierà anche a
respirare con più frequenza e la ventilazione aumenterà ancora a causa di respiri profondi e
aumentati.

26
In parole povere le due forze si bilanciano: la gabbia da sola infatti arriverebbe a 80% mentre il polmone da solo a 0%;
grazie al collegamento tra loro invece entrambe le parti arrivano a 40% perché è come se fosse +40 dato dalla gabbia e
-40 dato dal polmone che quindi si annullano e si resta al 40% dato dal respiro precedente e cosi via
84
CAPITOLO 16.4: SCAMBIO GASSOSO

Nell’alveolo polmonare la
pressione parziale di CO2 è di 40
mentre quella di ossigeno è di
100. Nell’estremità venosa dei
capillari la pressione di CO2 è di
46 (questo è ovvio visto che il
sangue che arriva è scarico di
ossigeno e ricco di anidride
carbonica) mentre quella
dell’ossigeno è di 40.
All’estremità arteriosa, la
pressione di CO2 è di 40 mentre
quella di ossigeno è di 100
(quindi pressioni esattamente
uguali a quelle dell’alveolo).
All’estremità venosa il sangue carico di CO2 cede quest’ultima all’alveolo che, in cambio, passa al
sangue l’ossigeno. Il sangue diventa quindi ossigenato mentre l’alveolo diventa carico di anidride
carbonica. Come si può anche intuire dalle pressioni, l’ossigeno passa dall’alveolo al sangue a causa
della differenza di concentrazione tra le due parti (è infatti 100 nell’alveolo è 40 nella parte venosa
dei capillari).
In condizioni fisiologiche normali, in ogni passaggio del sangue, è sempre assicurata la totale
saturazione di esso (la completa saturazione del sangue da parte degli alveoli, avviene anche se la
pressione dell’ossigeno scende da 100 a 80). In caso di particolari patologie che fanno variare la
quantità di sangue o la quantità di ossigeno negli alveoli, questo non si verifica:

 Se c’è poco ossigeno nell’alveolo a


causa di una occlusione alveolare, il
sangue non si ossigena del tutto
 Se invece arriva poco sangue,
l’alveolo finirà per accumulare
troppo ossigeno al suo interno a
discapito della CO2 che invece non
verrà presa
Entrambe le situazioni sono estremamente
dannose (questo perché la presenza di
entrambe le componenti in entrambe le
parti è di estrema importanza).
L’ossigeno nel sangue si lega ai gruppi eme dell’emoglobina che è formata da 4 sub-unità e che
quindi ha 4 eme. L’ossigeno si lega principalmente ad essa perché l’ossigeno è scarsamente solubile

85
nei liquidi e quindi si lega per il 98% ai gruppi ferrosi eme (quindi è quasi tutto nell’emoglobina) e
solo il 2% va nel plasma sanguigno.
In caso di sangue saturo di ossigeno (quindi in caso di sangue arterioso), tutta l’emoglobina si lega
all’ossigeno (anche se c’è più ossigeno ovviamente questo non si lega in quanto non ci saranno altri
gruppi eme liberi).
L’ossigeno verrà quindi rilasciato a livello dei tessuti dove la quantità di ossigeno è bassa (quindi
l’ossigeno passa dal sangue al tessuto in modo spontaneo) è il sangue tornerà ad essere venoso e
poco ossigenato.
La CO2 invece, nel sangue viene trasportata in 4 modi diversi:
1. Disciolta nel plasma (infatti è più solubile dell’ossigeno), circa il 10% della CO2 totale
2. Nei globuli rossi dove, grazie a un enzima, viene convertita in bicarbonato (acido carbonico,
HCO3-) che poi si scioglie. Questa è una reazione che può avvenire in entrambe le direzioni.
Circa il 60% della CO2 totale
3. Combinata con l’emoglobina formando la carbaninoemoglobina (ricorda: NON si lega ai
gruppi eme ma a un’altra parte dell’emoglobina)
4. Combinata con gruppo amminico di altre proteine. Il metodo 3 e questo interessano circa il
30% della CO2 totale
Il pH del sangue influenza la curva di saturazione di questo per l’ossigeno. Questo fenomeno prende
il nome di effetto Bohr. Quando il pH è più basso si è in una condizione di acidosi, in questo caso
l’emoglobina tende a rilasciare l’ossigeno più facilmente ai tessuti (questo perché si abbassa
appunto l’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno; ovviamente il sangue sarà sempre saturo al 100%)
e viceversa quando il pH è più alto.
Il pH può variare per vari motivi, anche fisiologici (varia ad esempio durante l’esercizio fisico quando
viene prodotto acido lattico che viene rilasciato nel sangue e lo acidifica). Le variazioni di pH nel
sangue sono comunque “contrastate” da dei sistemi tampone contenuti in esso che rendono le
variazioni minime (+/- 0.2).

CAPITOLO 16.5: APPROFONDIMENTO CAPITOLO AGGIUNTIVO SEGNALATO


DALLA PROF. GUATTEO

La ventilazione polmonare comprende tutti quei processi finalizzati allo scambio di gas tra aria
ambiente e aria contenuta nei polmoni. Il flusso di aria che entra dal naso e dalla bocca viene filtrato
e umidificato durante il suo passaggio attraverso la trachea, raggiungendo la temperatura corporea
nelle vie di conduzione. Questo condizionamento dell’aria inspirata continua durante il passaggio
attraverso i bronchi che sono la prima grossa biforcazione delle vie aeree e che conducono a
ciascuno dei due polmoni. I bronchi si dividono poi in bronchioli e poi alveoli.
I polmoni contengono più di 600 milioni di alveoli. Un alveolo è una sacca membranosa
estremamente elastica e la loro membrana e molto molto sottile per agevolare lo scambio gassoso.
Su ciascun alveolo sono presenti i pori di Kohn che disperdono uniformemente il surfattante su tutta
la superficie alveolare e permettono il passaggio di gas tra alveoli adiacenti.
86
A partire dai bronchioli, il processo di diffusione prevale su quello di trasporto e conduzione dell’aria.
Il processo di diffusione è governato dalla legge di Fick.
Durante l’inspirazione il diaframma, che è un grande muscolo striato, si contrae e si muove verso il
basso dell’addome. Durante l’espirazione torna al suo posto.
In condizioni di riposo, si fanno circa 12 respiri al minuto. Visto che durante ogni respiro, viene
inspirato circa 0,5L di aria, il volume di aria ventilato ogni minuto è di circa 6L e viene detto
ventilazione polmonare totale.
Visto che circa 150ml di aria si fermano nello spazio morto anatomico, nell’inspirazione successiva,
i 500ml di aria saranno composti dai 150ml del respiro precedente che si erano fermati e da 350ml
provenienti dall’esterno. La somma dell’ossigeno che arriva agli alveoli (quindi 350ml ogni respiro)
forma la ventilazione alveolare che è di circa 4,2L al minuto.
Il rapporto tra la ventilazione alveolare e il flusso sanguigno che arriva agli alveoli è chiamato
rapporto ventilazione-perfusione ed è di 0,84. In pratica, per ogni litro di sangue che scorre nei
polmoni in 1 minuto, si ventilano circa 0,84L di aria. Sotto sforzo ovviamente questo rapporto sale
(fino a un massimo di 5) a causa dell’aumento del flusso di sangue nei polmoni (che quindi è più di
5L al min-1).
Gli alveoli che sono ventilati ma scarsamente perfusi di sangue si comportano come lo spazio morto
e quindi si parla di spazio morto funzionale che comunque è trascurabile in polmoni sani. Questo
spazio morto funzionale può aumentare fino al 50% in caso di embolie ed enfisemi. Se gli alveoli
sono scarsamente ventilati (quindi arriva poca aria nei polmoni) il sangue resta venoso e si mescola
al sangue arterizzato e costituisce il cosiddetto fenomeno dello shunt.
L’iperventilazzione si riferisce a un aumento della ventilazione che supera le necessità metaboliche
di consumare ossigeno ed eliminare anidride carbonica, provocando un abbassamento rapido di
CO2. Questo fenomeno genera vertigini e se prolungato anche perdita di sensi a causa della troppa
anidride eliminata.
La dispnea si definisce come una sensazione di difficoltà alla respirazione e porta scompensi alla
concentrazione di CO2.

87
CAPITOLO 17: RENE

I reni sono due organi pari localizzati a lato della


colonna vertebrale e sono deputati alla
purificazione del sangue. In questi organi infatti, i
rifiuti contenuti nel torrente circolatorio vengono
secretati ed espulsi dopo il loro passaggio nei reni.
Durante la fase di filtraggio, circa il 97% di ciò che
viene filtrato, viene successivamente riassorbito, si
può quindi capire che solo un 3% viene poi
effettivamente espulso dal corpo; in questa
minima percentuale possiamo anche trovare
residui di farmaci che, siccome il nostro corpo non
ha dei trasportatori ad hoc per loro, vengono
rimossi in questo modo per evitare intossicazioni).
Il rene è rivestito da una capsula di tessuto fibroso,
sotto questa capsula troviamo la zona corticale
(quindi più esterna) e, più in profondità, c’è la zona
midollare. L’apice delle piramidi della zona
midollare, termina nel calice maggiore e in quello inferiore. La parte “terminale” del rene è formata
dalla pelvi renale e dall’uretere (parte da dove poi viene espulso il filtrato sotto forma di urina).
L’unità funzionale del rene è il nefrone, un rene contiene circa 1 milione di nefroni.

88
CAPITOLO 17.1: NEFRONE

Un nefrone è composto da un glomerulo e da un tubulo renale.


Un glomerulo è una rete di capillari. Il sangue
arriva al rene (e quindi ai nefroni) tramite
l’arteria renale che, durante il suo percorso, si
biforca sempre di più fino a formare le arteriole
afferenti che formano appunto il glomerulo.
Queste arteriole poi si raccolgono e danno vita
alle arteriole efferenti e riportano il sangue
filtrato fuori. Il glomerulo è avvolto da una
capsula di Bowman che è una struttura cava
dalla quale parte poi il tubulo renale.
Il tubulo renale si divide nelle seguenti parti:
1. Tubulo contorto prossimale
2. Ansa di Henle: parte discendente e
parte ascendente
3. Tubulo contorto distale
4. Dotto collettore
Dopo il dotto collettore c’è il calice minore che
raccoglie il filtraggio di più nefroni e lo porta nelle pelvi e lo fa espellere tramite l’uretere.
Esistono due tipologie di nefroni:

 Nefrone corticale, presenta glomerulo, tubulo contorto prossimale e tubulo contorto distale
nella zona corticale del rene (solo l’ansa di Henle è nella parte midollare)
 Nefrone iuxtamidollare, localizzato più in profondità e tutte le sue parti sono nella zona
midollare interna ed esterna.
La funzione principale del rene è mantenere l’osmolarità del plasma sanguigno (300mOsm L-1), cioè
mantenere costante la concentrazione di acqua e soluti nel sangue. Questa funzione viene espletata
proprio grazie al filtraggio e la conseguente regolazione dell’osmolarità delle urine (per esempio, se
siamo in condizioni di disidratazione, verrà assorbita meno acqua quindi le urine saranno più
concentrate o viceversa).
A livello del glomerulo avviene l’ultra-filtrazione, cioè è qui che avviene il passaggio di acqua e soluti
dal torrente circolatorio alla capsula di Bowman e poi al tubulo renale.
Lungo tutta la lunghezza del tubulo renale invece (quindi anche nella primissima parte del tubulo
contorto prossimale), avviene il riassorbimento di circa il 97% del filtrato. Ogni sostanza, viene
riassorbita in una parte ben precisa del tubulo. Questa funzione finisce a livello del collettore.

89
CAPITOLO 17.1.1: GLOMERULO E FILTRAZIONE GLOMERULARE

Figura 2 - A destra la struttura di un glomerulo; a sinistra la struttura dei capillari che formano il glomerulo

Nella filtrazione glomerulare, acqua e soluti contenuti nel sangue, escono dai capillari e
attraversano tre strati:
1. Endotelio fenestrato capillare, strato più inferiore dei capillari appositamente forato per
permettere l’uscita di acqua e soluti
2. Membrana basale, avvolge i capillari
3. Podociti, strato più esterno composto da cellule che hanno il citoplasma che avvolte il
capillare
Questi tre strati, formano una sorta di filtro/barriera che fa passare al tubulo renale, solamente
sodio, potassio, calcio, magnesio, carbonati, piccole proteine e ovviamente acqua (ricorda: globuli
rossi, globuli bianchi e piastrine NON passano e restano quindi nei capillari). Il limite di grandezza
delle sostanze che possono passare attraverso questo filtro è di 70KDA (chilo-Dalton).
A livello del glomerulo, come detto, avviene l’ultra-filtrazione. Questo fenomeno, avviene grazie a
un “gioco di pressioni” che si verifica proprio in questa parte del nefrone. Vanno considerati infatti,
2 tipi di pressioni:

 Pressione idrostatica, sia del sangue che dell’ultra-filtrato


 Pressione oncotica, sia quella dei soluti che escono che dei soluti che restano nel sangue
Quindi 2 tipologie di pressioni per un totale di 4 pressioni. Se sommiamo queste 4 pressioni sia dal
lato afferente del nefrone, sia dal lato efferente, notiamo che quelle del lato afferente è nettamente
superiore a quella del lato efferente (17mmHg27 lato afferente – 8mmHg lato efferente), pertanto

90
27
Leggasi “millimetri di mercurio”
si genera un gradiente di pressione che è proprio la causa dell’ultra-filtrazione che, grazie a questa
cosa, avviene in modo spontaneo e senza uso di energia.
In breve: l’ultra-filtrazione avviene grazie a questa differenza di pressione che c’è tra il lato afferente
e il lato efferente del glomerulo che genera un gradiente di pressione che rende il processo
spontaneo.

CAPITOLO 17.1.2: VELOCITA’ FILTRAZIONE GLOMERULARE (VFG)

La velocità filtrazione glomerulare è la quantità di sangue che entra nel glomerulo in un dato
intervallo di tempo.
Questa velocità viene regolata da due meccanismi (alla fine il secondo meccanismo richiama
comunque il primo):

 Funzione miogenica, sistema che stringe l’ateriola afferente


 Regolazione tramite macula densa che capta la variazione di osmolarità e restringe l’arteriola
mediante la funzione miogenica
La VFG deve essere sempre costante e viene valutata con la clearance, cioè viene misurata mediante
l’uso di farmaci con sostanze che vengono liberamente filtrate. Se la clearance è pari a 0, significa
che la sostanza usata, normalmente, viene completamente riassorbita, quindi non deve essere
presente nell’urina: se è presente, significa che il tubulo non funziona bene. Se invece i valori della
sostanza sono inferiori rispetto a quelli di test, significa che la VFG è più alta e viceversa, se sono più
alti, la VFG è più bassa rispetto a quella normale.

91
CAPITOLO 17.2: TUBULO RENALE, DOTTO COLLETTORE E RIASSORBIMENTO

Il tubulo renale28, è formato da tutte cellule polarizzate che compongono tre tipologie di epitelio
strutturale. Ogni cellula del tubulo, serve a riassorbire una determinata sostanza e, come detto in
precedenza, il riassorbimento inizia sin dalla primissima parte del tubulo renale.
Nella membrana lato-apicale del
tubulo, (cioè nella parte più
interna del tubulo, sarebbe il lato
vicino alla cavità rappresentato
come parte alta nella figura a lato)
sono presenti canali specifici di
ogni sostanza che funzionano
grazie al gradiente elettrochimico
del sodio (cioè sono trasportatori
che riescono a riassorbire la
sostanza per la quale sono
specializzati, solamente grazie al
sodio e quindi usano un trasporto
secondario sodio-dipendente).
Dall’altra parte della membrana
invece (parte basolaterale, quella
“esterna” che comunica con
l’esterno per caprici) sono presenti trasportatori diversi a quelli della parte apicale e, in tutti i tratti
del tubulo, in questa parte è sempre presente una pompa sodio-potassio che serve a regolare i
livelli di sodio all’interno (questo è fondamentale visto che i canali della parte apicale sfruttano
proprio il sodio).
La parte contorta prossimale del tubulo renale, in un giorno, riassorbe circa 180L di acqua al giorno
e 1KG di NaCl. In questa parte, viene riassorbito principalmente acqua, sodio e amminoacidi ed è
una delle due parti che contribuisce alla regolazione del pH sanguigno.
L’ansa di Henle, si divide in parte discendente e parte ascendente che, a loro volta, si dividono in
parte spessa e parte sottile. Nel tratto discendente sottile, viene riassorbita esclusivamente acqua
in modo passivo (NON i soluti) mentre il tratto discendente spesso si comporta in modo analogo
alla parte contorta prossimale. I tratti ascendenti invece, sono impermeabili e, pertanto, in questa
parte l’acqua NON viene riassorbita ma vengono riassorbiti solamente Na e Cl. L’epitelio della parte
spessa, presenta una pompa sodio-potassio nella parte basolaterale.
L’epitelio del tubulo contorto distale, presenta anch’esso la pompa sodio-potassio nella parte
basolaterale della membrana (ovviamente questa pompa, cosi come le altre presenti negli altri
epiteli del tubulo, serve a regolare la presenza di sodio necessaria per attivare i canali sodio-

28
Ricorda: il filtrato prima di arrivare al tubulo renale passa alla capsula di Bowman.
Percorso completo filtrato: glomerulo  capsula di Bowman  tubulo renale
92
dipendenti presenti nella parte apicale della membrana). Anche in questa parte, il riassorbimento
di acqua e soluti, continua.
L’epitelio del dotto collettore è formato da:

 Cellule principali, queste hanno un trasportatore del sodio (ENAC) che è regolato da un
ormone (aldosterone) che quando si attiva fa assordire più sodio e quindi anche più acqua29
 Cellule intercalari, cellule che NON
presentano l’ENAC ma partecipano alla
regolazione del pH insieme al tratto
contorto prossimale (queste due parti
riescono a fare questa regolazione in
quanto entrambe secernano protoni). Due
tipi di cellule intercalari:
o Intercalari di tipo A, sono
trasportatori di protoni si trovano
nella parte apicale, sono importanti
in acidosi, presentano la pompa
sodio-potassio nella parte inferiore
ed eliminano protoni
o Intercalari di tipo B, sono
trasportatori di protoni e si trovano
nella parte basolaterale, sono
importanti in alcalosi, hanno la
pompa sodio-potassio nella parte
apicale e assorbono protoni
Il riassorbimento dell’acqua avviene tramite le acquaporine (AQP, sono molecole specializzate).
Queste acquaporine possono essere di due tipi:

 Acquaporine di tipo 1 (AQP1), si trovano nella prima parte del tubulo renale. Sono invece
assenti nella parte ascendente dell’ansa di Henle ed è proprio questa assenza a conferire
impermeabilità a questa parte (infatti senza AQP l’acqua non può essere assorbita)
 Acquaporine di tipo 2 (AQP2), si trovano nel tubulo contorto distale e nel dotto collettore
La vasopressina (ADH, ormone del talamo) regola la presenza delle AQP2 a livello del dotto
collettore. E’ un ormone antidiuretico e viene captato da un recettore metabotropico che
interagisce con i livelli di AMPc che, a sua volta, attiva la protochinasi A e fa esprimere le AQP2 sulla
membrana apicale del dotto collettore facendo assorbire più acqua. La vasopressina, oltre a questa
funzione anti-diuretica (perché assorbe acqua e quindi riduce le urine), stimola anche la sete.
Quando nel collettore non ci sono AQP2, l’acqua in questa parte non viene assorbita e quindi si
avranno urine più diluite (questo avviene quando c’è tanta acqua nel corpo). Ovviamente, in caso di

29
Ricorda che viene assorbita più acqua quando siamo in condizioni di scarsa idratazione in quanto il corpo, sente che
c’è poca acqua, e decide di riassorbirla in quantità maggiore per evitare che ne venga espulsa dell’altra attraverso l’urina
e quindi si crei ancora più disidratazione
93
disidratazione, l’effetto sarà esattamente l’opposto e vedrà quindi espresse le AQP2 che faranno
assorbire acqua e renderanno le urine più concentrate.
In breve: la vasopressina è un ormone che, quando sintetizzato dal talamo, interagendo con un
recettore metabotropico, dà il via a una serie di reazioni che poi portano all’espressione delle AQP2
sulla membrana e quindi si può assorbire acqua grazie ad esse.

CAPITOLO 17.3: RENE E REGOLAZIONE OSMOLARITA’

Nella zona corticale del rene, l’osmolarità 30 del fluido interstiziale (cioè del liquido attorno al
nefrone) è di 300mOsm/KgH2O.
Nella zona midollare invece, questa osmolarità cresce invece fino a 600mOsm/KgH2O in quanto i
soluti tenderanno ad accumularsi all’esterno. Se c’è vasopressina, l’osmolarità può arrivare
addirittura a 1200mOsm/KgH2O in quanto, visto che verrà riassorbita più acqua, di conseguenza
verranno assorbiti anche più soluti.
L’osmolarità aumenta nello spazio interstiziale a causa della differenza di permeabilità dei due tratti
(ascendente e discendente) dell’ansa di Henle (sappiamo infatti che il tratto discendente assorbe ed
è quindi permeabile all’acqua mentre quello ascendente è impermeabile all’acqua e quindi non la
assorbe). Questo meccanismo prende il nome di meccanismo di moltiplicazione controcorrente e
quindi fa aumentare la concentrazione di soluti nello spazio interstiziale.

94
30
Ricorda che per osmolarità si intende la concentrazione di soluti
CAPITOLO 17.4: RENE E POLMONI NELLA REGOLAZIONE DEL PH PLASMATICO

Rene e polmoni sono gli organi più importanti per la regolazione del pH sanguigno. Questi due
organi infatti, grazie alle loro strutture, riescono a regolare compensare le variazioni di pH nelle
seguenti situazioni, giocando sulla concentrazione/secrezione di H+ o HCO3-:

 Acidosi metabolica, fa aumentare la concentrazione di H+ nel plasma e si verifica quando c’è


una intensa attività muscolare o condizioni patologiche
Viene compensata dal sistema respiratorio mediante l’iperventilazione che fa diminuire la
pressione parziale di CO2 arteriosa e quindi scende la concentrazione di H+ plasmatico
 Acidosi respiratoria, è causata da ipoventilazione e aumento della pressione parziale di CO2
arteriosa e quindi più H+
Viene compensata grazie al rene che elimina H+ con le urine
 Alcalosi metabolica, provoca una elevata concentrazione di HCO3- plasmatico in seguito a
una patologia renale o digestiva
Viene compensata grazie all’ipoventilazione respiratoria che fa aumentare la pressione
parziale di CO2 arteriosa e quindi aumenta la concentrazione di H+ plasmatico
 Alcalosi respiratoria, si verifica in seguito a iperventilazione che fa diminuire la pressione
parziale di CO2 arteriosa e quindi diminuiscono gli acidi nel sangue facendo aumentare HCO3-
Viene compensata grazie ai reni che escretano HCO3-

95
CAPITOLO 18: TESSUTO OSSEO

Il tessuto osseo costituisce le ossa dello scheletro. Le ossa, si dividono in:

 Ossa lunghe, sono principalmente quelle degli arti


 Ossa corte, lo sono ad esempio le vertebre
 Ossa piatte, come quelle del bacino, della scapola e della calotta cranica
Le funzioni dello scheletro sono le seguenti:

 Funzione di sostegno del corpo


 Funzione di protezione degli organi interni (tipico esempio: la gabbia toracica)
 Punto di ancoraggio per muscoli e tendini
 Le ossa che lo compongono sono una riserva di calcio (Ca2+) che può essere rilasciato nel
sangue tramite erosione di queste (o viceversa; vedi dopo per dettagli)
 Funzione di produzione di cellule del sangue
Il tessuto osseo è un
tessuto connettivo
estremamente
specializzato e duro ed è
costituito principalmente
da sali che mineralizzano
(cioè
cementano/solidificano) la
sua parte extra-cellulare.
Il tessuto osseo è
composto al 30% da
sostanza organica, e per il
restante 70% da sostanza inorganica. Volendo essere più precisi, le sue componenti sono:

 Parte cellulare (4 tipi/famiglie di cellule)


o Cellule osteoprogenitrici (prima tipologia di cellula dalla quale “derivano” quelle
seguenti)
o Cellule osteoblasti
o Cellule osteoclasti
o Cellule osteociti
 Matrice extra-cellulare
o Collagene, componente fibrosa che insieme alle proteine compone la parte organica
di questo tessuto
o Sostanza amorfa fondamentale, parte inorganica del tessuto composta
principalmente da cristalli di sali di calcio (idrossiapatite) e da proteoglicani e
glicoproteine leganti il calcio

96
CAPITOLO 18.1: CELLULE DELL’OSSO

Come visto nel capitolo precedente, sono quattro le tipologie di cellule che compongono il tessuto
osseo e, in ogni fase della vita dell’individuo, queste coesistono: questa coesistenza è dovuta al fatto
che il tessuto osseo è un tessuto dinamico e che quindi viene continuamente rimodellato (cioè le
ossa vengono continuamente erose e ricostituite), pertanto la tipologia di cellula più presente in un
determinato momento, varia a seconda del fatto che le ossa si debbano rimodellare o erodere
(fenomeno che avviene per posare o liberare calcio in esse). In circa 10 anni, tutte le ossa del corpo
vengono totalmente rifatte.
Ogni tipologia di
cellula ossea ha
una determinata
funzione e
possono passare
da una forma
all’altra a seconda
delle necessità.
La prima forma
delle cellule
ossee, come
anticipato prima,
è quella della
cellula
osteoprogenitrice dalla quale poi si genera un osteoblasto (cellula che ha nucleo, organuli e
citoplasma molto grandi e sintetizza la matrice extra-cellulare dell’osso). Quando in un tessuto
osseo sono presenti gli osteoblasti, significa che quella parte si sta specializzando.
Come detto, gli osteoblasti secernano la parte organica della matrice extra-cellulare: più questa si
secerna, più si mineralizza e solidifica, imprigionando di fatto gli osteoblasti al suo interno. In questo
caso quindi, gli osteoblasti si specializzano in osteociti (cioè osteoblasti chiusi nella matrice
solidificata, costituente principale dell’osso con funzione di mantenimento del tessuto osseo).
L’osteocita quindi genera dei prolungamenti che si incuneano nella matrice al fine di riuscire a
prendere i nutrienti. Questi prolungamenti si generano un attimo prima della totale
mineralizzazione della matrice. La matrice extra-cellulare che contiene il soma dell’osteocita è detta
lacuna ossea.
L’ultima tipologia di cellula ossea è l’osteoclasto: questa tipologia, si genera quando bisogna
demolire l’osso al fine di rilasciare calcio. Quando c’è questa necessità infatti, gli osteociti iniziano a
secernare vescicole con enzimi acidi che erodono la matrice: questa erosione della matrice libera
parzialmente gli osteociti che si muovo e si fondono tra loro formano osteoclasti che continuano
poi a erodere la matrice.

97
Per ricapitolare:

 Gli osteoblasti producono e secernono i componenti organici della matrice ossea; regolano
la deposizione di calcio; sono presenti nelle superfici in via di espansione/specializzazione
delle ossa e accanto ai periostio ed endostio
 Gli osteociti sono osteoblasti che rimangono imprigionati nella matrice mineralizzata;
possono ritornare osteoblasti oppure fondersi e originare gli osteoclasti; si nutrono grazie ai
prolungamenti citoplasmatici all’interno dei canalicoli calcificati
 Gli osteoclasti sono cellule giganti polinucleate che derivano dalla fusione di più osteociti;
contengono numerose vescicole verso la superficie adiacente all’osso con orletto a spazzola;
digeriscono/demoliscono la matrice calcificata e riassorbono calcio

CAPITOLO 18.2: TESSUTO OSSEO SPUGNOSO E TESSUTO OSSEO COMPATTO

Il tessuto osseo spugnoso è localizzato nella parte più interna delle ossa mentre quello compatto
compone la parte più esterna e, come si può capire anche dal nome, non ha spazi tra le unità
funzionali cilindriche che lo costituiscono (osteoni).
In un osso lungo come quello della
figura a lato, si osserva che le
epifisi/estremità sono costituite
solamente da tessuto spugnoso
mentre la parte centrale/diafisi
presenta entrambi i tessuti:
compatto nella parte esterna e
spugnoso nella parte interna.
La sostanziale differenza tra tessuto
compatto e tessuto spugnoso è che
in quello compatto, le lamelle ossee
che costituiscono gli osteoni, sono
disposte in modo ordinato (quindi di
conseguenza anche gli osteoni sono disposti in modo ordinato) e presentano dei canali nei quali
passano vasi sanguigni, linfatici e nervi detti canali di Hanvers. Questi canali di Hanvers portano
nutrienti ed eliminano i rifiuti degli osteociti e, ovviamente, sono assenti nel tessuto spugnoso. Gli
osteociti più lontani da questi canali, non sono in contatto diretto con la circolazione (ricorda che
nei canali di Hanvers scorre il sangue) e quindi, teoricamente non possono ricevere nutrienti:
rimediano a questo problema però, collegandosi agli osteociti più vicini ai canali mediante i loro
prolungamenti, creando quindi una sorta di rete che permette lo scambio di nutrienti con il sangue.
Le unità funzionali del tessuto spugnoso invece, sono le trabecole che hanno le lamelle ossee
disposte in modo disorganizzato e, pertanto, si creano degli spazi vuoti tra una trabecola e l’altra. In
questo tessuto, i vasi sanguigni sono disposti anch’essi in maniera casuale attraverso i vari spazi
vuoti che si formano.

98
CAPITOLO 18.2.1: DETTAGLI DEL TESSUTO OSSEO COMPATTO

Questo tipo di tessuto come detto, è formato da


strutture cilindriche dette osteoni31. Data questa
forma però, tra un osteone è l’altro ci sarà per
forza dello spazio vuoto: questo spazio, al fine di
rendere il tessuto compatto, viene occupato dalle
lamelle interstiziali che quindi vanno a incunearsi
nello spazio vuoto attorno agli osteoni e
compattano il tutto.
Le lamelle ossee prossimali al periostio (che è la
membrana fibrosa che avvolge l’osso, quindi la
parte più esterna) sono più grandi e formano il
sistema circonferenziale esterno e interno che segue tutta la circonferenza dell’osso.
Il tessuto compatto presenta, come anticipato, i canali di Havers e, più canali di Havers, sono messi
in collegamento dai canali di Volkmann che sono disposti in orizzontale (mentre quelli di Havers
sono disposti in verticale).

CAPITOLO 18.3: IRRORAZIONE DELLE OSSA

Le ossa sono altamente irrorate e innervate.


I vasi sanguigni arrivano al periostio nel quale poi si ramificano sempre di più ed entrano all’interno
dell’osso, dove poi il sangue scorre, come visto, all’interno dei canali di Hanvers nel tessuto
compatto, e attraverso i vasi sanguigni situati tra i vari fori nel tessuto spugnoso.

99
31
Osteone: struttura costituita da lamelle ossee concentriche; si dispongono attorno ai canali di Hanvers
CAPITOLO 18.4: TESSUTO OSSEO [PARTE 2] – CARATTERISTICHE E OSSA COME
RISERVA DI CALCIO

Le fibre collagene (componente organica del tessuto osseo) di ogni lamella hanno orientamento
sempre diverso (anche tra lamelle contigue). Questo avviene perché il collagene è un componente
elastico e quindi questa sua disposizione casuale dona resistenza a trazione e pressione alla
struttura e di conseguenza alle ossa.
La durezza e la rigidità dell’osso è data dalla parte inorganica di questo, quindi dalla matrice extra-
cellulare e dai sali che contiene.
La parte organica e la parte inorganica di un osso, interagiscono tra loro.
Il tessuto osseo, come detto all’inizio del capitolo 18, è una preziosa riserva di ioni calcio. Nel corpo
è contenuto circa 1kg di calcio il cui 99% è contenuto appunto nelle ossa sotto forma di cristallo di
idrossiapatite mentre il restante 1% è contenuto nei liquidi corporei (plasma sanguigno, citoplasma
e liquido interstiziale).
Questo 1% di calcio contenuto nei liquidi, rappresenta la quantità necessaria per far funzionare tutti
i tessuti (ecco perché è libera nei liquidi e non immagazzinata nelle ossa).
Del 99% contenuto nelle ossa invece, solo lo 0,5% può essere scambiato mediante erosione oppure,
se nel sangue c’è più calcio (esempio 1,5% invece di 1%), quello 0,5% in più viene messo nelle ossa.
Questo 0,5% prende il nome di pool del calcio scambiabile ed equivale a circa 4-5g). Quindi la
quantità “libera” (quindi il valore di questo pool di calcio scambiabile) di calcio non è mai superiore
all’1,5% della quantità totale. Il calcio ovviamente, oltre che con l’erosione delle ossa, può anche
essere assunto con la dieta o con il riassorbimento renale. Quando la quantità di calcio “libero” è
molto alta e non basta metterlo nelle ossa, la quantità in eccesso viene espulsa dal corpo mediante
le feci e le urine.
Quindi ricapitolando:
Per incrementare il pool scambiabile, si può prendere calcio:

 Dall’alimentazione
 Rimuovendolo dalle ossa
 Riassorbendolo con i reni
Per diminuire invece il pool scambiabile:

 Espellere calcio mediante l’urina e le feci


 Mettere calcio nelle ossa

100
CAPITOLO 18.4.1: REGOLAZIONE DEL CALCIO PLASMATICO

La concentrazione di calcio nel plasma sanguigno è di circa 2,5mMol di cui 1,3mMol è totalmente
libero, mentre il restante 1,2mMol è legato a proteine plasmatiche dalle quali viene liberato in caso
di necessità.
Questa concentrazione deve essere mantenuta sempre costante e lo si fa mediante tre ormoni32:
1. 1.25 diidrossicolecalciferolo, detto anche vitamina D
2. Paratormone (PTH)
3. Calcitonina
La vitamina D e il paratormone fanno liberare calcio erodendo le ossa, la calcitonina invece fa
l’effetto opposto inducendo la deposizione di calcio nelle ossa. Questi tre ormoni interagiscono
anche con reni e tubulo renale per mantenere costante la concentrazione di calcio sanguigno.

CAPITOLO 18.4.1.1: REGOLAZIONE DEL CALCIO PLASMATICO – VITAMINA D

La vitamina D viene sintetizzata partendo da un suo precursore (provitamina D3, un derivato del
colesterolo presente a livello cutaneo) e usando raggi solari (in pratica, con i raggi solari il suo
precursore diventa colicalciferolo che poi subisce due idrossidazioni33, cioè prende due gruppi OH,
e genera due molecole distinte che però rappresentano entrambe il principio attivo della vitamina
D).
La vitamina D ha tre effetti sulla concentrazione ematica di calcio:
1. Assorbimento intestinale di Ca2+
2. Assorbimento renale di Ca2+
3. Aumento del numero di osteoclasti maturi che quindi favoriscono la demolizione dell’osso
(a noi interessa solo questo terzo effetto)
La vitamina D fa aumentare il numero degli osteoclasti agendo sugli osteoblasti e i suoi precursori:
in pratica fa esprimere delle particolari proteine agli osteoblasti che quindi diventano osteoclasti
che, come sappiamo, erodono le ossa.

32
Come vedremo illustrando il funzionamento di ciascuno dei tre ormoni, questi influenzano l’espressione genica delle
cellule del tessuto osseo, facendo quindi variare la popolazione di ciascuna tipologia, cioè aumentano o diminuiscono
la presenza di un determinato tipo di cellula al fine di svolgere la propria funzione

101
33
La seconda a livello renale
CAPITOLO 18.4.1.2: REGOLAZIONE DEL CALCIO PLASMATICO – PARATORMONE

Il paratormone (PTH) viene prodotto dalle cellule paratiroidi e la sua prima forma è quella di
pre-proparatormone che si genera nel RE rugoso delle paratiroidi. Successivamente, questo
pre-proparatormone passa all’apparato di Golgi dove viene completato e nella sua forma attiva,
viene secreto nel sangue.
La funzione del PTH nel sangue è quella di agire sugli organi addetti al mantenimento della quantità
di calcio nel sangue. Anche questo ormone fa liberare calcio erodendo le ossa e lo fa legandosi agli
osteoblasti che si specializzano in osteoclasti dopo vari processi (funzione quindi molto simile a
quella della vitamina D).

CAPITOLO 18.4.1.3: REGOLAZIONE DEL CALCIO PLASMATICO – CALCITONINA

La calcitonina viene prodotta dalle cellule secondarie della tiroide (cioè dalle cellule parafollicolari)
ed è l’unico dei tre ormoni che, invece di far liberare calcio mediante l’erosione delle ossa, lo fa
entrare in queste ultime, abbassando quindi il livello di Ca2+ plasmatico.
Questo ormone entra quindi in gioco quando la quantità di calcio plasmatico supera i 2,5mMol
facendo abbassare questa quantità aumentando la produzione di osteoblasti.

CAPITOLO 18.5: OSTEOGENESI – SINTESI DI NUOVO TESSUTO OSSEO

L’osteogenesi, avviene mediante due modalità:


1. Osteogenesi intramembranosa, l’osso origina direttamente al tessuto connettivo le cui
cellule mesenchimiali si trasformano in osteoblasti in zone di mesenchima addensato e
vascolarizzato (modalità tipica delle ossa piatte del cranio). In pratica, le cellule
mesenchimiali del tessuto connettivo non differenziato e immerso in matrice amorfa e
semifluida, si addensano e diventano osteoblasti che quindi iniziano a sintetizzare la matrice
extra-cellulare che poi si solidifica e genera la parte spugnosa dell’osso (questo perché si
parte sempre dalla parte spugnosa dell’osso che poi, se deve diventare compatta, si modifica
nel tempo). Il tessuto che si genera con questa modalità prevede gli osteoblasti disposti sul
fronte di calcificazione (cioè nell’estremità dove continuerà la calcificazione e la formazione
dell’osso) e le ossa create con questa modalità vengono dette membranose
2. Osteogenesi endocondrale, l’osso sostituisce un modello cartilagineo pre-esistente,
modalità tipica delle ossa lunghe degli arti, delle vertebre e delle ossa del bacino. In pratica,
è una modalità che avviene nella fase embrionale (iniziando attorno al 3° mese di gestazione)
e prevede una graduale calcificazione della cartilagine pre-esistente che man mano viene
degradata e rimossa a vantaggio del tessuto osseo che la sostituisce completamente (in
breve, all’inizio la struttura è formata solamente da cartilagine, questa poi inizia a
solidificarsi/distruggersi a partire dalla parte centrale, venendo sostituita da vero e proprio
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tessuto osseo). Solo le estremità/superfici articolari restano cartilagini per sempre al fine di
rendere più lubrificata l’articolazione, evitando quindi lo sfregare delle due ossa l’una
sull’altra (cartilagine che ovviamente, con l’avanzare dell’età, si distrugge sempre più e crea
negli anziani gravi problemi di mobilità oltre che dolore). Durante questa modalità, il modello
cartilagineo pre-esistente viene consistentemente allungato e quindi ne viene fuori un osso
nettamente più lungo rispetto alla cartilagine originale. Questo allungamento avviene
perché esiste un peptide (PTHrP) correlato al PTH e prodotto da diverse cellule, che
modellano il grado di proliferazione delle cellule cartilaginee facendo produrre più
cartilagine alle estremità dell’osso (punto di accrescimento, precisamente al confine tra
epifisi e diafisi): ovviamente anche queste parti ex-novo di cartilagine verranno man mano
sostituite dal tessuto osseo e quindi l’osso si allunga

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