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ECONOMIA AZIENDALE - 1°ANNO

SCIENZE MOTORIE
TESTO: “ECONOMIA AZIENDALE” – MCGRAW – HILL – FERRARA G.

SLIDE: http:/groups.yahoo.com/group/economiaaziendale (LE SLIDE CONTENGONO LA


CONTABILITA’ ANALITICA CHE MANCA SUL LIBRO)

PROF: MASSIMO VALERI – masssimo.valeri@uniparthenope.it

ESAME SCRITTO + EVENTUALE ORALE (DA 18 IN POI SI PUO’ VERBALIZZARE ANCHE SOLO LO
SCRITTO, L’ORALE FA SALIRE/SCENDERE IL VOTO DI MASSIMO 2/3 PUNTI ) – 45 MINUTI

MODALITA’ D’ESAME: 8 DOMANDE A RISPOSTA MULTIPLA (2PT A DOMANDA, NON TOLGONO


PUNTI QUELLE SBAGLIATE), 2 DOMANDE A RISPOSTA APERTA (VALGONO DA 0 A 5 PT), 1
ESERCIZIO SULL’ANALISI DEL PUNTO DI PAREGGIO (BREAKING EVEN POINT) CHE VALE 4PT

CAPITOLO 0: GLI AMBITI DI INDAGINE DELL’ECONOMIA AZIENDALE

Gli ambiti di indagine dell’economia aziendale sono:

 Organizzazione [Aziendale] (gestione delle risorse umane e divisione di compiti, ruoli,


potere, responsabilità tra i vari membri)
 Gestione [Aziendale] (operazioni fatte dall’azienda e dai suoi soci, come acquisti di materie
prime, produzione ecc.)
 Rilevazione (misurazione dei risultati conseguiti, fissazione degli obiettivi da raggiungere,
andamento dell’azienda con stesura di bilancio ecc.) (ne fa parte la ragioneria)
L’Organizzazione sono le regole che disciplinano come l’imprenditore debba impegnare il capitale
umano (il personale si intende) al fine di raggiungere i suoi obiettivi strategici (obiettivi cioè che
l’azienda si prefissa di raggiungere al termine di un preciso intervallo di tempo). Una delle operazioni
che fanno parte di questo processo è l’organizzazione del personale, operazione cioè che permette
di assegnare compiti precisi ai vari dipendenti in base alle proprie capacità (ognuno viene collocato
nel reparto competente per esempio). L’organizzazione prevede uno schema gerarchico (esempio:
presidente-responsabile-supervisore-dipendenti e così via, un organigramma societario in altre
parole).
La Gestione e l’insieme delle operazioni svolte da un imprenditore o dai soci di un’azienda sul
capitale sociale, attraverso il quale l’azienda realizza la sua funzione di produzione e la successiva
vendita dei prodotti realizzati. Possiamo quindi affermare che, la gestione non è altro che l’insieme
di tutte le decisioni prese dai componenti di un’azienda al fine di raggiungere lo scopo prefissato
(esempio: decisioni strategiche, operative, acquisti, vendite, particolari produzioni ecc.; ognuno, in
base al ruolo che ricopre nell’azienda, prende le sue decisioni [il responsabile marketing ad esempio,
prenderà decisioni di tipo commerciale e opterà per strategie di vendita efficaci e così via].

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La Rilevazione (parte che verrà trattata maggiormente in questo esame), comprende dei criteri,
metodi e strumenti per misurare, rappresentare e interpretare i diversi fenomeni che interessano
la vita dell’azienda. Uno strumento che ne fa parte per esempio è la contabilità generalizzata che è
obbligatoria per legge. Un altro strumento è il bilancio che serve a tenere sotto controllo, cosi come
la contabilità, tutte le entrate-uscite, i ricavi e i costi di produzione ecc. Serve anche ad analizzare
annualmente il valore capitale dell’azienda (cioè quanto valgono sul mercato, un’azienda e tutti i
suoi possedimenti). La contabilità analitica non è obbligatoria per legge, ma indispensabile per
aziende di medio-alto livello e si occupa esclusivamente di costi e ricavi. Questo tipo di contabilità
si occupa in modo estremamente analitico di tutti i costi di produzione per esempio, o del budget a
disposizione. Inoltre, fissa anche gli obiettivi da raggiungere nei dodici mesi successivi, alla luce di
tutte le analisi fatte. In breve, la rilevazione costituisce il sistema di controllo e informativo di
supporto alla gestione e all’organizzazione, tutti e tre ambiti infatti, interagiscono tra loro.

CAPITOLO 1: IL CONCETTO DI AZIENDA

L’oggetto di studio dell’economia aziendale è l’azienda in quanto fenomeno economico che trae
origine e prende vita in risposta ai bisogni dell’uomo. Le aziende possono essere di tantissime
tipologie: di servizi, no profit, ASD, enti pubblici ecc. Anche una famiglia può essere considerata
un’azienda, seppur di erogazione (l’altro tipo di azienda è quello di produzione). L’economia
aziendale nasce nel 1927 e questa studia le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita delle
aziende.
Nel dettaglio, un’azienda è lo strumento per soddisfare i bisogni umani. I bisogni umani sono
illimitati. I beni economici invece prodotti da un’azienda sono limitati rispetto a quelli da soddisfare
e possono essere materiali o immateriali. Per produzione si intende la trasformazione di beni
economici in beni più avanzati al fine di soddisfare meglio i bisogni. Bisogni che vengono soddisfatti
con il consumo dei beni. Un’azienda ha un punto di vista oggettivo (risorse da avere per avviare
l’attività di produzione, requisiti minimi) e uno soggettivo (gestione del personale e delle risorse a
disposizione).
L’azienda è lo strumento del quale l’uomo si avvale per svolgere in modo economico, attività di
produzione e consumo di beni necessari per soddisfare i suoi bisogni. Nel tempo i bisogni si sono
evoluti (secoli fa infatti, i beni necessari erano principalmente cibo e beni primari, oggi invece
bisogna produrre molti più beni per soddisfare i bisogni) e quindi si sono evoluti la produzione e il
consumo e questo, di conseguenza, ha portato alla specializzazione delle aziende (cioè ogni azienda
produce generalmente pochi prodotti e in modo ottimale), oltre allo sviluppo della moneta e dello
scambio.
Un’azienda può essere:

 Di Produzione/Impresa  Produce beni per scambiarli sul mercato, questo porta a una
soddisfazione indiretta dei bisogni umani
 Di Erogazione  Consuma i beni acquistati sul mercato, porta a una soddisfazione diretta
dei bisogni umani

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 Composta  Svolge sia attività di produzione che di consumo (esempio: compra dei beni
già fatti da altre aziende e li rivende), porta a una soddisfazione diretta e indiretta dei
bisogni umani

CAPITOLO 1.1: L’AZIENDA E LA PRODUZIONE ECONOMICA

Nell’azienda di produzione più individui pongono in essere un’attività di produzione economica per
raggiungere un fine che da soli non potrebbero raggiungere (cioè lavorano tutti insieme per lo stesso
obiettivo da raggiungere).
Per produzione economica si intende: accrescimento di attività
Accrescimento di utilità nella prospettiva dell’utente finale:

 Sia per le aziende che scambiano l’output (prodotto realizzato) sul mercato ricevendo in
cambio un corrispettivo in denaro (azienda di produzione in senso stretto, vedi dopo)
 Sia per le aziende che destinano l’output a determinate categorie di utenti senza richiedere
denaro, cioè senza scambio di mercato (aziende di erogazione e senza scopo di lucro)

CAPITOLO 1.2: AZIENDA DI PRODUZIONE IN SENSO STRETTO: L’IMPRESA (SI


INTENDONO GRANDI AZIENDE MA ANCHE ASD E COOPERATIVE)

Il termine impresa ha un significato molto ampio: molte attività di vario tipo infatti, sono indicate
con questo termine (come specificato anche nel titolo del capitolo).
L’impresa può essere:

 Di Produzione Diretta  Trasformazione fisico-tecnica della materia (cioè acquistano


materie prime che vengono lavorate e trasformate in prodotti)
 Di Produzione Indiretta  Trasformazione/trasferimento dei beni nello spazio e nel tempo
(ne fanno parte aziende commerciali, quelle della grande distribuzione e tutte quelle che
acquistano beni da altri e poi li rivendono [esempio: Carrefour, COOP ecc.])
 Di Servizi  Produzione di condizioni facilitanti lo svolgimento di attività, produce beni
non tangibili (ne fanno parte per esempio le aziende di trasporti, di pulizia ecc., cioè tutte
quelle che forniscono servizi al fine di migliorare la vita e le attività quotidiane di tutti)

CAPITOLO 1.3: PRODUZIONE ECONOMICA DELL’IMPRESA (AZIENDA “FOR


PROFIT” CIOE’ CON SCOPO DI LUCRO)

Le fasi della produzione economica delle imprese “for profit” sono:


1. Acquisto di input (“input” = materie prime necessarie); operazione che implica un costo e
quindi un’uscita di denaro
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2. Trasformazione, si intende cioè la produzione e la creazione di valore, cioè la vera e propria
produzione dei beni che poi verranno immessi sul mercato
3. Vendita di output (“output” = erogazione dei beni e dei servizi prodotti); operazione che
porta un ricavo e quindi un’entrata di denaro
Il costo della prima fase viene definito come “sacrificio di ricchezza”, cioè sono i soldi che pago per
comprare il necessario per svolgere la mia attività (in pratica è l’investimento inziale che si fa per
comprare le materie prime, i macchinari necessari alla lavorazione ecc.); fa parte del ciclo
economico che inizia con il sostenimento dei costi di acquisto per i fattori produttivi e termina con
dei ricavi di vendita (entrate e uscite sono riferite al ciclo monetario che riguardano l’uscita di denaro
per un debito e l’entrata di denaro per un credito; costi  uscita monetaria, ricavi  entrata
monetaria).
Il ricavo è un incremento di ricchezza, è il beneficio, l’entrata di denaro in sè, derivante dalla vendita
dei servizi/prodotti creati dall’azienda.
L’attività di produzione è economica se il valore monetario dell’output > valore monetario input
(in pratica è economica se le entrate sono maggiori delle uscite). Questa è una condizione
fondamentale delle aziende for profit, nonché l’obiettivo principale di questo tipo di aziende (quelle
non profit invece hanno, quasi sempre, come obiettivo principale un traguardo sociale, anche se
questa condizione resta comunque importante anche per loro). In ogni caso, l’attività aziendale deve
essere senza sprechi, fatta cioè in una condizione di economicità (cioè fatta in modo oculato ed
efficiente, senza spese inutili).
Fine Aziendale: essere fonte durevole di benefici, presenti e futuri, per coloro che in essa investono
risorse a vario titolo (cioè massimizzare i redditi positivi, creare valore, fare soldi con la propria
produzione, vale solo per le aziende for profit).
Perseguendo il fine aziendale, un’azienda deve mettere in conto che i redditi positivi devono essere
“raccolti” dopo un preciso intervallo di tempo, è normale infatti che in un periodo di investimenti o
di costi con fini produttivi, l’azienda risulti in perdita (cioè si intendono quei periodi nei quali si
investe, magari acquistando macchinari o materie prime, o allargando la propria produzione, per
poi raccogliere i risultati nel medio-lungo periodo).
Le condizioni per creare valore (redditi positivi) nel tempo sono:

 Condizioni Interne, cioè le risorse a disposizione che devono essere sempre adeguate
(materiali giusti, personale, condizioni finanziarie ecc.), se queste condizioni sono migliori
della concorrenza si avranno guadagni migliori (cioè se si usano materiali migliori,
personale più bravo ecc.) o viceversa
 Condizioni Esterne, relative all’ambiente dove opera l’azienda, possono essere positive o
negative a seconda del territorio di operazione (leggi vigenti nei vari stati in caso di
commercio internazionale, condizioni economiche del paese, eccessiva concorrenza, paese
in via di sviluppo/crisi, collegamenti stradali consoni ecc.), in breve sono tutte quelle
condizioni che riguardano il “contesto” dove opera l’azienda
 Strategia, nasce dall’analisi delle precedenti condizioni, definisce gli obiettivi da
raggiungere nel medio-termine (anche 3-5 anni), obiettivi ovviamente fattibili date le

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condizioni; elaborare una strategia per raggiungere obiettivi di tipo economico, di reddito,
quote di mercato ecc.
Tutte le condizioni sono strettamente collegate tra loro e possono essere sia positive che negative.

CAPITOLO 1.4: CARATTERI DI AZIENDALITA’

Un’azienda è tale quando produce nel tempo. L’azienda ha come basi le persone che la
compongono e ci lavorano e i beni che verranno usati e prodotti a partire da essi.
Il personale è dovutamente organizzato e ogni persona ha compiti e responsabilità ben precise.
I beni materiali, immateriali, materiali e finanziari sono per esempio le licenze che bisogna avere
per vendere determinati prodotti, i macchinari, i soldi investiti per produrre ecc. Tra i beni finanziari
ci sono anche i diritti di credito che si hanno verso i clienti, cioè i soldi che si fanno come credito ai
clienti con i pagamenti dilazionati nel tempo (a rate insomma). Tutto ciò costituiscono il capitale
aziendale.
Le condizioni di produzione e di consumo sono elementi fondamentali per svolgere l’attività, cioè
sono le cose che non sono nè personale nè beni materiali/aziendali. Ne fanno parte quindi le
competenze del personale (know-how), le loro conoscenze che servono a migliorare i risultati
aziendali.

CAPITOLO 1.5: COORDINAZIONE SISTEMICA

L’azienda è un sistema:

 Insieme di elementi interdipendenti e co-finalizzati


 Tra gli elementi esiste un rapporto di coordinazione di tipo sistemico (coordinazione
sistemica), cioè beni, condizioni e persone sono coordinate tra loro
La coordinazione sistemica è:

 Una relazione ordinata tra le persone, tra i beni patrimoniali e tra le persone e i beni (ordine
combinatorio) (persone e beni giusti per il sistema aziendale)
 Una relazione ordinata tra le operazioni nelle quali si manifesta l’attività delle persone sui
beni (ordine sistematico) (attività amministrative, vendite, acquisti giusti ecc.)
 Una relazione ordinata tra le condizioni interne ed esterne all’azienda (ordine di
composizione) (bilanciare le condizioni in modo profittevole, per dettagli su queste
condizioni vedi “capitolo 1.3”) (sarebbero i flussi da ambiente ad azienda e viceversa;
l’azienda deve saper affrontare le difficoltà e sfruttare le occasioni che l’ambiente propone,
infatti l’azienda è un sistema aperto con l’ambiente)

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CAPITOLO 1.6: FONDAMENTALI CARATTERI DI AZIENDALITA’

 Durabilità, cioè far si che l’azienda continui ad esistere e a produrre nel tempo
 Equilibrio Economico, cioè garantire ritorni economici agli imprenditori (guadagni)
ammortizzando allo stesso tempo anche i costi (in poche parole, coprire le spese con i ricavi
e intascarsi il resto dei ricavi come guadagno personale)
 Autonomia, cioè l’azienda deve essere autonoma sia in modo soggettivo (cioè nel prendere
decisioni senza alcun vincolo o problema esterno) sia in modo oggettivo (sarebbe
l’autonomia finanziaria, cioè avere abbastanza soldi dalle vendite per continuare nel
tempo la produzione, tipo usare parte dei ricavi per riacquistare le materie prime e far
ripartire il ciclo produttivo)

CAPITOLO 1.7: CLASSIFICAZIONE DELLE AZIENDE

Le varie tipologie di aziende si possono classificare usando sia dei criteri qualitativi che dei criteri
quantitativi. Questi criteri sono:

 Dimensione (aziende grandi, medie, piccole e micro)


 Oggetto/destinazione dell’attività produttiva (di produzione, di erogazione e composta,
vedi “capitolo 1” per dettagli)
 Settore (primario – secondario – terziario) (cioè agricoltura – industrie –
servizi/commercio)
 Scopo (profit, non-profit, mutualistico)
 Soggetto pubblico o privato (azienda pubblica o privata)
Vediamo nel dettaglio le caratteristiche di alcuni dei suddetti criteri.
La dimensione distingue le aziende in grandi, piccole ecc. usando i seguenti fattori:

 Fatturato (sarebbe il totale dei ricavi derivanti dall’attività)


 Numero di addetti/dipendenti
 Capitali investiti
In pratica, in base ai valori di questi tre parametri quantitativi, un’azienda sarà definita come grande,
media, piccola o micro. Questi parametri vanno comunque sempre rapportati al tipo azienda,
soprattutto il numero di dipendenti (un’azienda particolare infatti, magari necessità solo di un certo
numero di addetti, mentre una di un altro tipo ne richiede di base molti più). Questi parametri
vengono anche usati durante la stesura del bilancio. Grazie ad esso infatti, si può stabilire la
dimensione di un’azienda: se l’azienda in oggetto infatti, supera un valore stabilito in 2 dei 3
parametri (cioè un valore “X” del fatturato, del numero di dipendenti o dei capitali), questa sarà
sicuramente definita medio-grande e mai piccola (sarà piccola appunto solo se non supera 2 dei 3
valori). I valori stabiliti sono leggermente minori quando si classifica una azienda micro, resta
immutato invece il fatto che si può definire micro solo se non supera 2 dei 3 valori previsti.

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Lo Scopo di un’azienda può essere:

 Profit, se il suo primario obiettivo è massimizzare il reddito


 Non-Profit, se i suoi obiettivi principali sono di natura sociale, sportiva ecc. (NON
Economici)
 Mutualistico (specifico delle cooperative). Sono obiettivi verso i soci, cioè sono i soci della
cooperativa che devono trarre benefici. La cooperativa può essere di consumatori (tipo i
supermercati che, tramite delle tessere punti, danno benefici ai loro clienti, tipo sconti,
premi ecc; benefici ai consumatori dei propri prodotti), oppure può essere una cooperativa
di lavoratori (generalmente sono piccole cooperative agricole formate da più agricoltori
che producono e vendono i loro prodotti in società)
Per Soggetto pubblico o privato si intende:

 Azienda Pubblica, quando questa ha una veste giuridica pubblicista (è cioè un ente
pubblico); sono aziende pubbliche per esempio i comuni, le provincie, le università statali
ecc. Possono essere aziende pubbliche, aziende che giuridicamente sono private (SPA, SRL
ecc.) ma il proprietario/la maggioranza delle quote appartiene a una figura o una struttura
pubblica (esempio: Trenitalia giuridicamente è privata ma la maggior parte delle quote la
possiede il Ministero del Tesoro, quindi lo Stato italiano, perciò si definisce un’azienda di
interesse pubblico)
 Azienda Privata, quando questa ha una veste giuridica privata; lo sono le aziende personali
di uno o più imprenditori (società). Si costituiscono come SRL, SPA, SAPA, SAS o SNC
secondo il vigente codice civile

CAPITOLO 2: L’ASSETTO ISTITUZIONALE – IL PROFILO SOGGETTIVO DELL’AZIENDA


(SG ED SE)

Soggetto Giuridico (in seguito indicato come SG): colui/coloro nel cui nome è gestita l’azienda, è il
titolare di diritti e doveri scaturiti dall’attività aziendale di fronte alla legge, può stipulare contratti
e obbligazioni per conto dell’azienda, assume tutti i poteri legali e le responsabilità legali
dell’azienda, assume rilevanza esterna e deve essere chiaramente evidente (cioè ben noto) o come
persona fisica o come persona giuridica (in questo caso si intende come SG la società stessa, non i
soci)
Soggetto Economico (SE): colui/coloro per conto dei quali (nel cui interesse) si esercita l’attività
aziendale, questo avere due impostazioni:

 Tradizionale  colui/coloro che rappresentano gli interessi istituzionali della combinazione


produttiva (esempio: il/i proprietari)
 Più Moderna  specifico delle grandi multinazionali che hanno moltissimi proprietari data
la grande divisione delle azioni, il SE in questo caso, è colui/coloro nei quali si accentra il
potere volitivo (chi decide) e domina i massimi organi di governo aziendali (nelle
multinazionali per esempio, a prendere le decisioni sono i manager, gli AD, il CEO ecc., quindi

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sono loro i SE), può anche essere un non socio dell’azienda (come il manager che è un
professionista ma non è un socio dell’azienda)

CAPITOLO 2.1: AZIENDA INDIVIDUALE, SOCIETA’ DI PERSONE E DI CAPITALI CON


RELATIVI SG ED SE

L’ azienda individuale è costituita da un solo imprenditore ed è detta più comunemente impresa


(regolata dall’articolo 2082 del Codice Civile). Si definisce imprenditore colui che esercita
abitualmente un’attività economica in modo professionale al fine della produzione/scambio di beni
o servizi. Si definisce impresa l’attività volta a produrre/scambiare beni o servizi. Il SG di questo tipo
di azienda è l’imprenditore stesso, il SE visto con impostazione moderna, è sempre l’imprenditore
stesso, quindi SG=SE perché il proprietario/titolare dell’azienda decide tutto da solo e si assume
tutte le responsabilità. Non sempre però SG e SE coincidono, questi infatti, non coincidono quando:

 Il titolare dell’azienda non è dotato di capacità di agire legalmente (tipo se è ancora


minorenne quando eredita l’azienda di famiglia)
 C’è un “prestanome”, cioè quando il titolare è solo formale ma non ha poteri decisionali
(titolare solo sulla carta come si suol dire, ma comandano altre persone)
 Si parla di società “occulta” o “segreta”, cioè quando legalmente gli altri soci non appaiono
(cioè sulla carta c’è solo il titolare ma “dietro le quinte” ci sono anche altri soci)
La società può essere individuale o collettiva (uno o più proprietari che, se sono molti, vengono
definiti soci) (il contratto di società è regolato dall’articolo 2247 del C.C.).
Le società collettive sono società con scopo di lucro e vengono definite società commerciali
(secondo l’articolo 2195), e sono dirette alla produzione diretta di beni e servizi, diffusione di beni
e servizi (produzione indiretta), trasporti, attività bancaria e assicurativa e servizi ausiliari alle
precedenti aziende (tipo quelle di servizi). Queste società possono anche essere cooperative o
consortili.
La società di persona prevede la presenza di più persone fisiche nella proprietà e i beni conferiti da
loro fanno parte della società. Può essere una società di persone o di capitali (cioè se il focus è sulle
persone che la posseggono o sui loro beni/capitali).
Queste di persona sono aziende dotate di una certa autonomia patrimoniale imperfetta (cioè c’è
una separazione molto “leggera” tra il patrimonio dell’azienda e quello dei singoli soci, imperfetta
perché in caso di necessità per debiti per esempio, il patrimonio personale dei singoli soci può essere
tirato in ballo, questo perché i soci hanno responsabilità illimitata e solidale). Queste società sono
prive di personalità giuridica (cosa che invece ha la società di capitali). Possono essere:

 S.n.c (società in nome collettivo), tutti i soci hanno responsabilità illimitata, il SG sono i soci
e il SE sono sempre i soci
 S.a.s (società in accomandita semplice), si distinguono due tipi di soci, soci accomandatari
(responsabilità illimitata) e soci accomandanti (responsabilità limitata al capitale conferito,
rischiano solo ciò che hanno investito senza nessuna ripercussione sul patrimonio
personale), SG = soci, SE = solo i soci accomandatari
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Il capitale di queste aziende è diviso in quote. SG e SE non coincidono nei soci quando le decisioni
sono prese solo da alcuni soci, cioè nella S.a.s dove solo i soci accomandatari sono amministratori e
hanno potere decisionale.
La società di capitali pone l’accento più che sui soci, lo pone sui beni conferiti (il capitale appunto).
Queste società hanno:

 Autonomia patrimoniale perfetta (capitale sociale nettamente staccato da quello personale


dei soci che in nessun caso può essere intaccato, si perde solo ciò che si è investito in caso di
necessità)
 Alle obbligazioni risponde solo la società e il suo capitale, non i soci (conseguenza del primo
punto)
 Hanno una personalità giuridica (SG = società stessa)
Queste società di capitali possono essere:

 S.r.l (società a responsabilità limita), il capitale è costituito da quote sociali, è una formula
tipica delle aziende medio-piccole e con pochi soci; il capitale minimo richiesto
obbligatoriamente è di €20.000 (nettamente minore rispetto a quello richiesto alle S.p.a)
 S.p.a (società per azione), il capitale è suddiviso in azioni (tutte le azioni hanno valore
economico uguale e si vendono a pacchetti), formula tipica delle grandi aziende
 S.a.p.a (società in accomandita per azioni), prevede soci accomandatari (responsabilità
illimitata e potere decisionale) e soci accomandanti (responsabilità limitata e nessun potere
decisionale), sono molto simili alle S.a.s
Questo tipo di società ha una netta separazione fra i soci e la società che gode della personalità
giuridica:

 Il SG è la società stessa e questa assume diritti e obblighi legali


 Il SE cambia a seconda della tipologia di società (S.r.l, S.p.a, S.a.p.a) (vedi dopo per dettagli)
Il SE delle S.p.a è:

 Se valutiamo solo i soci allora è rappresentato da tutti i soci che posseggono anche una sola
azione, cioè si considerano tutti coloro che possono essere presenti fisicamente
 Se invece vediamo chi effettivamente prende le decisioni, il SE è colui/coloro che posseggono
la maggioranza delle azioni (di conseguenza chi ha meno azioni conta meno in assemblea e
il suo voto “pesa meno”)
In realtà, non tutti i soci partecipano alle assemblee quindi si parla di maggioranza relativa, cioè
basta avere la maggioranza in assemblea in quel momento per ricevere il potere decisionale e
diventare il capitale di controllo e il SE. Fra i vari soci, si possono stipulare dei contratti detti
sindacati di voto/sindacati azionari dove tutti i soci coinvolti, votano allo stesso modo (in pratica
sono degli accordi), questi accordi conferiscono al sindacato e ai soci che lo compongono la
maggioranza relativa in assemblea. Nelle S.p.a inoltre, visto che possono esserci migliaia di soci, se
sono effettivamente così tanti si parla di public company, cioè una società con azioni diffuse presso
il pubblico in cui si polverizzano le azioni e prevede l’assenza di azionati di riferimento (cioè quando
ognuno dei mille e passa soci possiede lo 0,5/1% e così via, non c’è nessuno che ha una parte più

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grande): in questo caso, il SE è chi prende effettivamente le decisioni (esempio: il top manager, il
CEO, CdA, AD ecc.) pur non essendo realmente il proprietario, cioè decide chi delega l’assemblea.
Il SE nelle S.r.l è rappresentato dai soci stessi, l’amministratore/amministratori devono essere per
forza soci e possono essere nominati a tempo indeterminato, il potere decisionale quindi è nelle
mani di tutti i soci o nelle mani di coloro che sono stati nominati amministratori e che quindi
costituiscono il SE
Il SE nelle S.a.p.a è costituito dai soli soci accomandatari (sappiamo infatti che si distinguono soci
accomandatari e accomandanti), in questo tipo di sistema è più difficile sollevare gli amministratori
dal loro incarico causa meccanismo di revoca.
Sapere chi è il SE di un’azienda è importante, per esempio, per capire la linea societaria adottata da
una azienda.

CAPITOLO 3: AZIENDE PUBBLICHE E PRIVATE – IL LORO SG E SE

L’azienda si definisce pubblica quando ha veste giuridica pubblicistica (SG pubblico), cioè quando si
tratta di un ente locale, un comune, la regione ecc; solitamente, non sono S.r.l, S.p.a e simili perché
queste sono giuridicamente private.
Si definisce pubblica però, anche se ha veste giuridica privatistica (quindi S.p.a ecc.) ma il SE è
pubblico, cioè se la maggioranza delle quote/azioni è posseduto da un ente pubblico, tipo il
ministero, il comune ecc. (lo è per esempio Trenitalia che giuridicamente è una S.p.a ma è
controllata dallo Stato che detiene la maggioranza).

CAPITOLO 3.1: GRUPPI AZIENDALI (VEDI CAPITOLO 6 PER APPROFONDIMENTO)

Sono più aziende/società che, pur mantenendo la loro autonoma identità giuridica, fanno tutte capo
a una “società madre” che si definisce capogruppo/holding. In pratica un’azienda più grande,
controlla, direttamente o indirettamente, aziende più piccole in quanto possiede la maggioranza
delle azioni di queste ultime. Tutte queste aziende quindi, fanno capo alla capogruppo e si considera
un solo SE, cioè quello del capogruppo appunto che esercita influenza sulle aziende controllate. Il
SG invece è quello che ogni singola azienda ha, in quanto ognuna è comunque indipendente
giuridicamente (cioè restano comunque delle S.r.l, delle S.a.p.a ecc.). La società
madre/holding/capogruppo ha un SE immediato. L’SE della società madre è mediato in quanto
decisione, cioè è costituito solo dai soci che hanno potere decisionale nella società madre

CAPITOLO 4: SHAREHOLDERS E STAKEHOLDERS

Shareholders: sono gli azionisti, cioè coloro che posseggono le azioni (le shares); si possono definire
anche stockholders se invece delle azioni, posseggono le quote (gli stocks). I proprietari delle
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azioni/quote possono influenzare attivamente le decisioni prese dalle aziende. Il loro interesse
principale è quello di proteggere il capitale e ottenere un’adeguata remunerazione connessa al
successo dell’azienda. Hanno potere decisionale perché, essendo azionisti, partecipano alle
assemblee.
Stakeholders: possessori di un interesse (di una posta in gioco), sono per esempio i clienti, i fornitori,
le banche, i residenti nelle aree limitrofe ecc. (cioè tutti coloro che sono coinvolti, più o meno
direttamente, nelle attività aziendali, anche se non economicamente, comprendono gli stessi
shareholders). Sono quindi tutti coloro che hanno un interesse verso le principali decisioni
dell’azienda perché in quest’ultima hanno un interesse, anche non economici (un debito, un
investimento ecc.); questi stakeholders possono sempre influenzare le decisioni prese da
un’azienda (vedi dopo come). Gli stakeholders sono interessati alla performance nell’azienda in vari
ambiti (ambientale, sociale ecc.), hanno un’influenza più o meno elevata sulle decisioni in base al
loro potere contrattuale.
Shareholder Theory: chi gestisce l’azienda deve tutelare esclusivamente gli shareholders e
raggiungere i loro obiettivi, accrescere cioè i profitti attraverso la libera competizione (teoria di
Friedman). In breve l’azienda deve far fruttare le risorse al meglio per far crescere i benefici degli
azionisti (shareholders), l’azienda può anche impegnarsi negli altri ambiti ma sempre e solo per
creare valore azionario e per migliorare la sua immagine pubblica, ottenendo quindi un ricavo
economico indirettamente.
Stakeholder Theory: bisogna bilanciare gli interessi sia degli shareholders che degli stakeholders
(teoria di Freeman). Il successo dell’azienda si ha con profitti ma anche con il consenso sociale (in
pratica, avere una buona immagine nella società aiuta a vendere). Bisogna bilanciare una
molteplicità di interessi ovviamente sensati economicamente. Gli stakeholders influenzano
l’azienda e da essa sono influenzati. Si rende conto delle azioni fatte da un’azienda agli stakeholders,
mediante dei documenti pubblici e rendendo noti tutti i provvedimenti adottati (tipo rendendo
pubblico il bilancio sociale ecc.).

CAPITOLO 5: IL MANAGEMENT

Lo sviluppo di delega e di regole finalizzate ad assicurare il corretto svolgimento delle attività


aziendali, soprattutto perché queste ultime sono sempre più complesse, ha fatto nascere una nuova
figura, quella del manager che “aiuta” i proprietari a prendere decisioni. E’ nata quindi una classe di
dirigenti e funzionari che si occupano di gestire le varie funzioni aziendali, applicando le “best
practices” (migliori pratiche). Questa figura si trova quasi sempre nelle grandi aziende, nelle medio-
piccole invece è ancora marginale e poco diffusa.

CAPITOLO 5.1: I MANAGER

Se lavorano in linea con la shareholder theory, i manager sono delegati a massimizzare i profitti nel
breve periodo per la società e dare quindi ulteriore valore alle azioni. Se invece lavorano in linea con

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i dettami della stakeholder theory, sono delegati dagli azionisti alla gestione dell’azienda ma devono
anche bilanciare e tenere conto di diversi interessi (aspetto sociale, immagine societaria ecc.),
aumentando la fiducia degli stakeholders.

CAPITOLO 5.2: LA SEPARAZIONE TRA PROPRIETA’ E CONTROLLO

La creazione della figura del manager, ha spostato il potere decisionale e di controllo dai proprietari
ai manager. Contano di più infatti, le competenze dei manager assunti che i soldi investiti dagli stessi
proprietari, anche perché il manager conosce molte più cose dell’azienda rispetto agli azionisti e
può quindi prendere decisioni più efficaci. Per far coincidere gli interessi del manager e dell’azienda
(può esserci infatti discordanza di interessi tra manager e proprietà) si tende a “premiare” il
manager con un pacchetto azionario, facendolo diventare quindi, oltre che manager, proprietario
dell’azienda, di conseguenza il manager si impegnerà ancora di più per far crescere l’azienda visto
che ne avrà un diretto ricavo.
Il manager oggi non è più colui che è cresciuto nell’azienda ed è salito, con gli anni, di livello (cioè lo
specialista di quell’azienda), ma è colui che ha spiccate competenze gestionali, relazionali, di
leadership e così via. I manager, possono infatti cambiare azienda da un giorno all’altro, anche se
queste operano in settori completamente diversi tra loro, quindi non contano più le competenze
specifiche in un settore. E’ altresì importante, la capacità soggettiva, cioè quella di gestire bene il
personale.

CAPITOLO 6: I GRUPPI AZIENDALI – LA FORMA TIPICA DI AGGREGAZIONE


AZIENDALE

Come sappiamo, il SE di un gruppo è quello della holding, cioè quello determinato da chi ha il potere
decisionale della holding.
Una caratteristica del gruppo è quella di tenere giuridicamente separate le aziende di questo,
perché conviene tenere separate le aziende al fine di evitare complessità, la holding infatti compra
l’azienda sottoposta acquistando la maggioranza azionaria ma quest’ultima resta comunque
giuridicamente indipendente e con il proprio SG.
Le aggregazioni aziendali quindi (il gruppo aziendale alla fine è solamente la tipologia di
aggregazione più diffusa) è un insieme di aziende interconnesse da legami molto labili (se sono
legate da accordi verbali) o tanto stringenti da poter quasi considerare le diverse aziende che lo
compongono, come un’unica entità.

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CAPITOLO 6.1: CLASSIFICAZIONE DELLE AGGREGAZIONI SULLA BASE DELLA
FORMALIZZAZIONE DELLE RELAZIONI TRA LE AZIENDE

 Aggregazione basata su rapporti di tipo informale (collegamenti di carattere tecnico-


produttivo, finanziari e personali; esempio: un fornitore specifico di una grossa azienda, se
quest’ultima acquista sempre e solo da questo fornitore, quest’ultimo diventa “dipendente”,
in un certo senso, di questa), comprende anche accordi verbali, cosiddetti “gentleman
agreements”
 Aggregazione basata su rapporti di tipo contrattuale (tipo consorzi, franchising ecc.)
 Aggregazione basata su rapporti di tipo patrimoniale (gruppi aziendali classici, dove la
holding possiede le quote/azioni di maggioranza dell’azienda sottoposta e la comanda)

CAPITOLO 6.2: I GRUPPI AZIENDALI – LE ORIGINI

L’origine dei gruppi aziendali risale alla fine del 19° secolo negli USA, l’impulso creativo è dovuto
alle seguenti due circostanze:

 L’emanazione dello “Sherman Act” con il quale si vietavano i trusts (cioè i fiduciari)
 Una legge fatta, nello stesso periodo nel New Jersey, sulle corporation che riconosceva la
possibilità a una società di acquistare partecipazioni di capitale (quote/azioni) in altre
società, questa legge poi fu adottata in seguito, in tutti gli Stati Uniti

CAPITOLO 6.3: DEFINIZION/IMPOSTAZIONI DEI GRUPPI AZIENDALI

Si parla di gruppo aziendale quando:


1. Esistono più società, preferibilmente di capitali, dotate di autonomia giuridica (cioè SG
indipendente l’uno dall’altro), la holding ha la maggioranza o una parte delle quote delle
altre aziende tale da permetterle di avere il potere di controllo (è il classico gruppo alla fine),
rapporti di tipo patrimoniale
2. Un’azienda esercita sulle altre il potere di gestione o quando più condizioni produttive
condividono lo stesso SE che impone linee di governo comuni, anche se non ci sono rapporti
partecipativi (cioè senza una vera acquisizione di quote/azioni da parte della holding), è un
tipo di gruppo che si fonda su rapporti contrattuali
3. Qualsiasi aggregazione aziendale in cui le aziende possono essere collegate sia in maniera
formale sia informale, purchè il loro legame sia più stabile e forte rispetto a un accordo a
breve termine, si basa principalmente su rapporti di tipo verbale
Facendo riferimento all’impostazione “1”, si osserva che le sue condizioni di esistenza sono:

 Pluralità di SG  ogni azienda del gruppo è giuridicamente indipendente e ha il proprio SG

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 Unicità di SE  potere di controllo in mano a una/più persone che hanno il suddetto potere
grazie alla maggioranza nella holding
 Controllo tramite partecipazioni al capitale  acquistare quote/azioni di maggioranza delle
altre aziende
 Direzione unitaria  SE che deve esercitare effettivamente le proprie prerogative su tutte
le aziende partecipative, cioè l’SE deve agire nel concreto e nel bene degli interessi di tutte
le aziende del gruppo

CAPITOLO 6.4: DISCIPLINA GIURIDICA DEI GRUPPI (CIOE’ COME LA LEGGE


ITALIANA REGOLA I GRUPPI AZIENDALI)

L’ordinamento italiano non prevede una definizione precisa di gruppo. Questi però, sono “regolati”
dall’articolo 2359 del C.C. che definisce la definizione di controllo (cioè quando c’è controllo) nei
seguenti modi:

 Controllo di diritto, cioè quando una holding ha la maggioranza (50%+1) delle quote/azioni
di un’altra azienda; in realtà, visto che una S.p.a può emettere azioni di pari valore
economico ma con diritto di voto diversi, (tipo quelle “privilegiate” che danno diritto di voto
solo nelle assemblee straordinarie, o quelle dette “di risparmio” che non conferiscono
nessun diritto di voto [quelle classiche invece sono quelle “ordinarie” che danno pieno diritto
di voto]) per maggioranza si intende la maggioranza dei diritti di voto nelle assemblee
 Controllo di fatto, cioè quando una società ha una quota di un’altra azienda talmente
“grande” che questa le conferisce la possibilità di effettuare un’influenza dominante, cioè
quando ha il capitale di comando (è molto simile al controllo di diritto, varia solamente
perché la maggioranza che dà il capitale di comando può essere inferiore al 50%+1 in quanto
si parla di maggioranza relativa)
 Controllo contrattuale, cioè con vincoli contrattuali, tipo rapporti di sub-fornitura o fornitori
che forniscono il loro prodotto a una sola azienda, non prevede accordi “palesi” di controllo
e può presentare accordi informali/verbali
In tutti e tre i casi sopracitati si ha una influenza dominante della holding, cioè una maggioranza
assoluta o relativa o con contratti che danno pieno potere di controllo e di decisione.
L’articolo 2359 del C.C. però, definisce come collegiate, le società su cui un’altra società (chi ha le
azioni, la chiameremo comunque holding per comodità) esercita un’influenza notevole, cioè la
holding ha una partecipazione azionaria parziale (non la maggioranza, tipo il 10%), questo conferisce
alla holding un’importanza e un’influenza importante nelle decisioni ma relativa, e l’ultima parola in
merito spetta ad altri (a chi ha ovviamente la maggioranza). Si presume che l’influenza notevole ci
sia se questa holding possiede il 10% di un’azienda quotata o il 20% di un’azienda non quotata; le
aziende che posseggono questo tipo di partecipazioni hanno rapporti di collegamento tra loro.

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CAPITOLO 6.5: STRUTTURA FORMALE DEI GRUPPI

A seconda di come si manifesta il rapporto, possono individuarsi diversi tipi di strutture esteriori
del gruppo:

 Struttura semplice (A controlla B, C ecc.) (azienda controllante e aziende controllate, due


piani di controllo)
 Struttura complessa (A controlla B che a sua volta controlla C, quindi A di conseguenza
controlla anche C) (più di due piani di controllo)
 Struttura a catena (A controlla C che a sua volta ha un po di azioni di A e controlla B)
 Struttura mista (mix di tutte e tre le strutture precedenti in un’unica situazione)
Le partecipazioni e i relativi rapporti che legano le aziende possono essere:

 Dirette, tipica della struttura semplice


 Indirette, tipica della struttura complessa (A controlla B che allo stesso tempo controlla C,
quindi A assume indirettamente anche il controllo di C)
 Reciproche (vedi sotto per dettagli), bilaterali (cioè A possiede B che ha sua volta ha il 10%
di A) e multilaterali, tipiche delle strutture a catena
Il gruppo piramidale è quando ci sono molti piani di controllo (A controlla B che controlla C che
controlla D ecc.), struttura piramidale (con a capo A nell’esempio precedente), la holding con un
solo investimento assume il controllo di tante aziende (per esempio, se acquista B, insieme assume
il controllo anche di C che fa capo a B e di D che fa capo a C).
La partecipazione reciproca ha un limite, cioè se A possiede B, B non può possedere più del 10% di
A, questo limite è messo per evitare che il capitale torni indietro in maniera copiosa e porti al
fenomeno detto annacquamento del capitale (cioè il capitale che A investe per rilevare B, senza
limite, potrebbe tornare totalmente ad A; evita il far girare soldi insomma).

CAPITOLO 6.6: TIPOLOGIA DEI GRUPPI

Il gruppo si costituisce causa espansione esterna dell’azienda capogruppo (cioè il classico acquistare
azioni/quote di altre aziende) o causa scorporo della stessa capogruppo. Lo scorporo si fa per
facilitare la gestione e le strutture aziendali quando questa diventa molto grande e quindi complessa
da gestire: si crea così il cosiddetto ramo d’azienda, un’azienda autonoma giuridicamente (SG
indipendente) ma ovviamente collegata e sottoposta alla capogruppo con conseguente SE uguale a
quello di quest’ultima.
I gruppi si classificano in base alle seguenti caratteristiche:

 Dimensione, gruppi di piccola, media e grande dimensione (questa viene definita in base al
numero di personale impiegato, al capitale totale, al fatturato e al contesto/settore nel quale
il gruppo opera)
 Natura della capogruppo, gruppo pubblico o privato il base alla veste giuridica della holding
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 Area geografica di operatività, gruppi locali, nazionali, internazionali e multinazionali, cioè
dove opera (dove produce e dove vende)
Un altro tipo di classificazione dei gruppi è quella in base alle attività svolte:

 Grado di integrazione tra le diverse aziende, gruppi orizzontali, verticali e conglomerati


(cioè se c’è integrazione tecnico-produttiva oppure no; se più aziende del gruppo si
occupano di beni dello stesso settore allora è orizzontale, se si tratta di aziende
fornitrici/distributrici dei prodotti che vengono acquistate ed entrano nel gruppo, questo
sarà un gruppo verticale, se invece le varie aziende operano in settori diversi si parla di
gruppo conglomerato)
 Tipo di attività della capogruppo, cioè se la holding è pura (cioè che si occupa
esclusivamente di amministrare le partecipazioni nelle altre aziende, non produce
autonomamente, si tratta di società finanziarie) o se la holding è mista (cioè se la
capogruppo, oltre a gestire le partecipazioni, svolge un’attività di produzione autonoma)
 Grado di complementarietà tecnico-operativa, si ha tra gruppi finanziari, economici
(industriali, cioè orizzontali e verticali) e misti
Gruppi industriali (economici): tutte le aziende che lo compongono, operano nello stesso settore
produttivo o in settori collegati da rapporti di complementarietà tecnico-produttiva, derivano da
strategie di integrazione verticale o orizzontale
Gruppi finanziari: non esistono necessariamente collegamenti tecnico-produttivi tra le varie
aziende che lo compongono, queste infatti operano nei più svariati settori, derivano da strategie di
diversificazione

CAPITOLO 6.7: FINALITA’ ECONOMICHE DEI GRUPPI

Le motivazioni che spingono alla creazione dei gruppi aziendali sono le seguenti (possono anche
esserci più di una delle seguenti motivazioni allo stesso tempo:

 Operare delle ristrutturazioni aziendali per favorire lo sviluppo o affrontare situazioni di


crisi (cioè ristrutturazione aziendale di miglioramento o di ripristino)
 Ridurre la complessità (soprattutto di gestione quando l’azienda capogruppo raggiunge
dimensioni notevoli)
 Ridurre il rischio di impresa (cioè dividere le responsabilità, o se si parla di gruppo
conglomerato e quindi con aziende che operano in vari settori, si possono compensare i
ricavi/costi a seconda del settore che va bene/male in quel momento)
 Conseguire economie di scala (cioè quando un’azienda realizza pochi prodotti ma in grande
quantità, questo fa scendere il costo di produzione) o di scopo (realizzare prodotti differenti
ma che hanno qualche punto di contatto, tipo quelli di un gruppo alimentare che produce
tanti tipi di cibo)
 Aumentare la capacità di credito (si ha più credito dalle banche infatti, se si tratta di più
aziende a chiederlo, rispetto a una singola azienda, premesso che queste aziende siano in
positivo)

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 Sfruttare la leva azionaria (si rifà alla struttura piramidale) o la leva finanziaria (questa è
una formula che pone a confronto la capacità di fare reddito e l’onerosità verso le banche e
i loro finanziamenti, cioè se la produttività è maggiore rispetto all’onerosità che si ha nei
confronti della banca, conviene continuare a “fare debiti” per produrre di più e ottenere più
ricavi di conseguenza [esempio: debito del 5% permette di avere un reddito del 10% con la
produzione])
 Raggiungere finalità occulte (tipo acquistare società in paradisi fiscali o in posti “strani” solo
per fare “affari illeciti”) (è il fatto di far girare i soldi o metterli in paradisi fiscali, sotto forma
di aziende, per non pagare tasse)

CAPITOLO 6.8: OBBLIGHI IMPOSTI DALLA LEGGE AI GRUPPI

Le società controllanti (cioè la holding/capogruppo), oltre all’obbligatorio bilancio di esercizio


annuale, ha i seguenti obblighi legali:

 Bilancio consolidato, è simile a quello di esercizio ma tiene conto anche di tutte le aziende
controllate, quasi come se tutte insieme costituissero un’unica grande azienda (obbligo
principale e da ricordare per esame)
 Norme su direzione e coordinamento unitario, cioè la capogruppo deve agire negli interessi
di tutte le aziende, anche quelle più piccole, e senza pregiudizi
Le società controllate (cioè quelle sottoposte alla holding), gli obblighi legali sono i seguenti:

 Pubblicità e comunicazione, cioè queste devono dire pubblicamente di essere sotto il


controllo di una capogruppo “x”
 Inserire nella nota integrativa i dati essenziali dell’ultimo bilancio di società o ente che
esercita la direzione
 Inserire nella relazione sulla gestione (è un allegato di bilancio) i rapporti intercorsi con chi
esercita l’attività di direzione e con le altre società del gruppo
 Motivare le decisioni quando queste sono influenzate dalla holding
 Diritto di recesso ai soci di minoranza (cioè tutelare le minoranze azionarie)
Le società quotate hanno obblighi di comunicazione delle partecipazioni incrociate (reciproche) alla
CONSOB (dire cioè le partecipazioni reciproche che si hanno)

CAPITOLO 7: LA STRATEGIA – DEFINIZIONE DEGLI OBIETTIVI A MEDIO-LUNGO


TERMINE E PROCESSO DI PIANIFICAZIONE

La strategia (termine greco originariamente riferito all’arte della guerra), indica la capacità di
dirigere e prendere decisioni per la vita e per gli interessi di un’azienda. In ambito manageriale,
Chandler e Ansoff hanno introdotto, a cavallo tra gli anni 50 e 60, il concetto di strategia e
decisione strategica nelle aziende.

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Decisioni strategiche: decisioni più importanti, vedono i loro risultati nel medio-lungo periodo (3/5
anni)
Le caratteristiche della strategia sono (emergono dalle varie definizioni di strategia che
analizzeremo di seguito):

 Determinazione di obiettivi a lungo termine con decisioni strategiche, sono obiettivi di


profitto, finanziario ecc.
 Condivisione e pervasività (cioè obiettivi che riguardano tutte le aree della azienda)
nell’azienda degli obiettivi strategici
 Pianificazione e sviluppo di azioni dirette a orientare la gestione aziendale verso gli
obiettivi e la creazione di valore
 Acquisizione e allocazione delle risorse necessarie per raggiungere gli obiettivi (tipo
assumere nuovo personale, acquisire nuovi fondi ecc.)
Una strategia serve per migliorare sul mercato, acquistando più valore e allargando i propri mercati
per esempio.
Le decisioni che fanno parte di una strategia possono essere (in ordine di importanza):

 Strategiche
 Tattiche, dipendono da quelle strategiche
 Operative, dipendono da quelle tattiche e quindi da quelle strategiche

CAPITOLO 7.1: POLITICHE AZIENDALI

Politica aziendale: sta sotto alla strategia aziendale (in altri ambiti, tipo quello militare, è invece al
di sopra), indica le decisioni specifiche per ogni area aziendale al fine di attuare gli obiettivi dettati
dalla strategia (obiettivi strategici) (sarebbero le decisioni prese in ogni area dell’azienda al fine di
raggiungere gli obiettivi prefissati dalla strategia). Ogni politica quindi, fa parte della più ampia
strategia aziendale. Può essere una politica fiscale, personale, ambientale ecc., tutte comunque
fanno parte della medesima strategia (tranne in caso di aziende molto grandi dove invece ci sono
due livelli di strategie, capitolo 7.4).

CAPITOLO 7.2: FASI DEL PROCESSO STRATEGICO (CIOE’ LE FASI PER ELABORARE
UNA STRATEGIA)

1. Missione, cioè perché e cosa si vuole fare


2. Risorse e vincoli, cioè verificare se si dispone delle risorse necessarie e degli eventuali limiti
(fare cioè un’analisi strategica) ed opportunità di mercato
3. Situazioni competitive, valutare cioè eventuali difficoltà che la concorrenza può arrecare
(si può includere nel punto 2 e nella sua analisi strategica)
4. Strategia, definire gli obiettivi da raggiungere e come raggiungerli alla luce dei risultati
ottenuti nei tre punti precedenti
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5. Elaborare politiche per ogni area dell’azienda e quindi attuare la strategia (comprende:
sviluppo operativo, controllo di gestione, controllo strategico)

CAPITOLO 7.3: L’EVOLUZIONE DEGLI STUDI SULLA STRATEGIA AZIENDALE – LA


NASCITA (OGNI DEFINIZIONE DERIVA DA STUDI FATTI SU AZIENDE AMERICANE)

Nel 1954, Drucker introduce il concetto di decisione strategica (“la modalità attraverso la quale le
imprese rispondono ad alcune domande fondamentali come “qual è la nostra attività?” Quale
vorremmo che fosse?”)
Nel 1962, Chandler definisce in maniera esplicita la strategia (“la definizione dei fini e degli obiettivi
di lungo termine, lo sviluppo delle attività e l’allocazione delle risorse necessarie per raggiungere tali
obiettivi”)
Nel 1965, Ansoff pone enfasi sui contenuti delle decisioni strategiche (“le decisioni strategiche sono
innanzitutto connesse ai problemi esterni dell’azienda piuttosto che a quelli interni, e in particolar
modo riguardano la scelta dell’assortimento di prodotti che l’impresa produrrà e dei mercati dove li
porrà in vendita”) (cioè dice di porre l’attenzione sull’ambiente esterno/mercato e le sue condizioni,
tipo la concorrenza, le leggi ecc.)
Nel 1971, Andrews, analogamente a Chandler, definisce la strategia (“l’insieme di obiettivi, scopi o
fini e delle principali politiche e piani operativi per raggiungere tali fini, espressi in modo da definire
il business in cui l’impresa opera e dovrà operare”)
La scuola di Harvard, negli anni ’70, va oltre la definizione di strategia: definisce un modello di
gestione strategica, nel quale sono determinate in modo dettagliato, le diverse fasi del processo di
definizione della strategia, separando in maniera netta, la pianificazione e l’azione (cioè come
procedere per fare una strategia). Le fasi dettate da questa scuola sono:

 Formulazione della strategia (i seguenti punti sono fatti tutti nell’ordine nel quale sono
scritti): cioè analisi di punti di forza e debolezza, analisi di opportunità e minacce (Analisi
SWOT), generazione delle scelte strategiche alternative, valutazione delle alternative, scelta
dell’alternativa da realizzare
 Realizzazione della strategia: modifica della struttura organizzativa e dei sistemi operativi
(cioè attuare la strategia che può portare a delle modifiche nei sistemi aziendali)
L’approccio dettato dalla scuola di Harvard è di tipo razionalistico. Questo approccio fu messo in
dubbio negli anni ’80 perché, in quel periodo storico, non andava più bene in quanto è un approccio
molto schematico e poco flessibile, adatto quindi ad una economica statica.
La critica all’approccio razionalistico si fondava infatti su due punti fermi:

 Critica allo schematicismo dell’approccio


 Critica dell’esecuzione della strategia che viene vista come un mero applicare nel concreto
le linee scritte e teoriche della strategia programmata

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A metà anni ’80 infatti, si affermava che la strategia doveva essere aggiustata/adattata in modo
dinamico in corso d’opera in risposta alle difficoltà/imprevisti incontrati, e non essere fissa e basata
esclusivamente alle analisi fatte in fase di programmazione.
Le critiche furono mosse da:

 Nel 1977 da Normann che poneva l’accento sull’apprendimento che deriva del fare (learning
by doing) che sostiene che la strategia debba essere formulata tenendo in considerazione i
feedback che ne derivano dalla realizzazione stessa
 Nel 1987 da Mintzberg che afferma che la strategia deriva dalla pianificazione ma anche
dall’insieme di tutti i risultati non programmati/imprevisti nell’attuazione della strategia
(cioè elaborare, applicare e poi adattarsi in base a quello che succede attuandola)
Ricapitolando quindi, si deve elaborare una strategia base, applicarla ma bisogna adattarla e nel
caso cambiarla se questa non dà i risultati sperati (vedi caso Honda: questa infatti voleva vendere
esclusivamente moto di media-alta fascia in USA ma non andò bene, videro invece che gli americani
erano interessati ai motocicli cosi decisero di vendere quelli e non le moto, ottenendo un grosso
profitto).
Ne deriva quindi che c’è una:

 Strategia deliberata, cioè una strategia formalizzata e studiata che si vuole attuare, quasi
utopica
 Strategia emergente, cioè una strategia che viene applicata in base agli input ricevuti
applicando quella deliberata, può anche essere totalmente diversa da quest’ultima
La strategia finale attuata quindi, deriva da quella deliberata che viene modificata o sostituita in
corso d’opera da quella emergente, che poteva essere quella che era stata scartata all’inizio.
Intenzione strategica: assunzione, da parte dell’alta dirigenza aziendale, di un disegno di sviluppo
dell’impresa fondato su un sistema di obiettivi particolari in grado di orientare le successive decisioni
(strategia ideale e quasi utopia che si vuole attuare)
Strategia decisa: parte, più o meno ampia, dell’intenzione strategia che la valutazione degli aspetti
interni e di quelli ambientali mostra conveniente sviluppare, dopo averne rimosso un’altra parte
(cioè la strategia dell’intenzione strategica diventa più “realistica” dopo le analisi strategiche e di
mercato fatte, si aggiungo nuovi obiettivi o se ne rimuovono altri)
Strategia realizzata: risultante di quella parte di strategia decisa e talvolta esplicitata in piani che
l’impresa riesce a sviluppare di quella parte della strategia emergente sulla spinta di fattori inattesi,
originatisi all’interno o all’esterno dell’impresa (cioè la strategia che verrà applicata nel concreto a
seguito dell’adattamento agli imprevisti e ai cambiamenti fatti in seguito ai risultati delle analisi di
mercato)

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CAPITOLO 7.3.1: L’EVOLUZIONE DEGLI STUDI SULLA STRATEGIA AZIENDALE – IL
CONTRIBUTO DI PORTER

Nel 1980 e seguenti, Porter fornisce una sua definizione di strategia: “la strategia è la risposta alle
minacce e alle opportunità esterne, nonchè ai punti di forza e di debolezza interni al fine di
conseguire il vantaggio competitivo”.
La strategia quindi, secondo Porter, è ciò che permette di imporsi sulla concorrenza dando ai propri
clienti un prodotto o un servizio caratterizzato da (per valore si intende la qualità ma anche il valore
legato al marchio e all’immagine dell’azienda che lo produce, cioè quel prodotto vale di più perché
è di quella marca rispetto a quello dell’altra marca):

 Maggior valore/qualità con “premium price” (cioè prodotto con valore/qualità maggiore
rispetto a quelli della concorrenza ma venduti a un prezzo leggermente superiore,
differenziazione)
 Prezzo inferiore ma stesso valore/qualità rispetto a quelli della concorrenza (Cost
Leadership)
Ci si può anche focalizzare su un mercato di nicchia o esclusivo, cioè vendere prodotti solo di un
certo tipo e su un certo mercato.

CAPITOLO 7.3.2: IL SISTEMA COMPETITIVO DI PORTER (ESEMPIO CALCIO SOTTO)

Questo sistema analizza il mercato nel quale si va ad operare, facendo attenzione a:

 Concorrenza diretta
 A cosa fanno fornitori, clienti che esercitano potere contrattuale sull’azienda visto che, in
un certo senso, l’azienda è dipendente da essi
 A cosa fanno coloro che producono prodotti sostituivi, cioè prodotti non uguali ma che
svolgono la stessa funzione dei nostri
 A potenziali nuovi entranti sul nostro mercato, cioè nuove aziende concorrenti che
possono entrare nel nostro settore perché hanno i mezzi per farlo

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CAPITOLO 7.3.3: ALTRI CONTRIBUTI SIGNIFICATIVI ALL’EVOLUZIONE DELLA
STRATEGIA

 Studi sul ruolo delle “variabili soft” della strategia, quali i valori condivisi all’interno
dell’azienda, gli atteggiamenti prevalenti, la cultura (valori organizzativi), elaborati da Hayes
e Abernathy nel 1980/81
 Filone di ricerca sul ruolo e sulla criticità dello stock di risorse dell’impresa nel processo di
formulazione della strategia aziendale (guardare cioè se l’azienda ha effettivamente le
risorse per una data strategia, analisi delle condizioni interne dell’azienda più importante
dell’analisi delle condizioni esterni), elaborato da Hamel e Prahalad nel 1989/90 partendo
dalla teoria della Resource Based View del 1959

CAPITOLO 7.4: I LIVELLI DELLE STRATEGIE

Per le aziende più complesse (tipo aziende che fanno più prodotti o producono prodotti per mercati
diversi, quindi varie linee di produzione) ci sono due livelli di strategie:
1. Strategia di livello centrale, strategie di Corporate
2. Strategie specifiche per ogni livello/settore di mercato/linea di produzione; comprende le
aree strategiche di affari (ASA), cioè i singoli mercati che vedono target diversi per i vari
prodotti aziendali, sono strategie di business
Per (ASA) si intende quindi il singolo mercato, il singolo segmento di mercato/arena competitiva; o
anche un sottosistema aziendale strategicamente rilevante e relativamente autonomo, cioè la parte
di un’azienda che produce solo un determinato prodotto per un determinato mercato (cioè o si vede
in modo frammentato/segmentato il mercato, o si vede così l’azienda), entrambe le visioni partono
da una combinazione prodotto-mercato-tecnologia.

CAPITOLO 7.4.1: STRATEGIE DI CORPORATE

Le strategie di corporate sono quelle che caratterizzano l’azienda nella sua sistematicità e
complessità. Implicano che:

 L’analisi strategica deve necessariamente risalire al sistema delle idee per comprenderne la
natura più intima, la ragion d’essere, il suo orientamento strategico di fondo e la sua
missione (cioè deve essere chiara l’identità profonda dell’azienda, fatta da idee e valori che
sono gli scopi per la quale l’azienda è stata fondata, è la missione dell’azienda, cioè cosa si
vuole raggiungere con l’azienda, perché si opera)
 Il perno delle strategie a livello aziendale è costituito dalla definizione della formula
strategica attuale (ciò che l’azienda è, lo schema e il modello generale di funzionamento dei

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suoi processi gestionali), della formula strategica del domani, dei tempi e delle modalità per
arrivarci.

CAPITOLO 7.4.2: ANALISI SWOT (STRENGHTS, WEAKNESS, OPPORTUNITIES,


THREATS)

Sarebbe l’analisi dei punti di forza e debolezza, delle occasioni e degli inganni del mercato, fatta al
fine di elaborare una strategia corretta e funzionale (vedi figura per dettagli).

CAPITOLO 7.4.3: DALLE STRATEGIE DI CORPORATE A QUELLE DI BUSINESS

Le strategie di portafoglio a livello corporate definiscono in quale o in quali aree di business


l’azienda intende competere e determinano la distribuzione delle risorse e le relazioni sinergiche tra
le diverse aree strategiche di affari (cioè determinano su quale dei propri prodotti investire
maggiormente).
Le strategie di business hanno l’obiettivo di definire come competere all’interno del o dei business
(cioè una volta scelto il prodotto sul quale investire, si definisce il modo in cui farlo, magari
rivisitando il prodotto, proporlo a un prezzo migliore ecc; sono strategie che riguardano il singolo
business/area di mercato).

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CAPITOLO 7.5: MATRICE BCG

La matrice BCG serve a decidere come allocare le varie risorse a disposizione e quindi è usata per
definire le varie strategie di portafoglio.

Quota di mercato relativa alta: sarebbero gli utili


Quota di mercato relativa bassa: si ha quando non si è in positivo in termini di guadagni
Tasso di crescita del mercato alto: mercato in ascesa, necessita di un buon investimento
pubblicitario e investimenti produttivi corposi visto che il prodotto proposto è in ascesa, fabbisogno
finanziario
Tasso di crescita del mercato basso: prodotti già noti e consolidati sul mercato, quest’ultimo è quasi
saturo per questa categoria di prodotti e comporta quindi investimenti contenuti
Star: notevoli investimenti ma che portano a un profitto utile
Question Mark: letteralmente “punto di domanda”, si produce un prodotto investendo degli utili
(quindi si è in passivo) ma, causa mercato in ascesa, si potranno avere degli utili nell’immediato
futuro; si ha quando si immettono nuovi prodotti sul mercato, se questi hanno successo allora
diventano star
Dog: si è in passivo ma non si sono fatti grossi investimenti causa mercato ormai saturo/in declino
per quel prodotto; si ha con prodotti ormai superati che necessitano di una rivisitazione o di un ritiro
dal mercato

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Cash Cow: letteralmente “mucche da mungere”, sono dei business dai quali si trae profitto con
investimenti relativamente bassi causa mercato saturo o prodotto già consolidato su quel mercato;
sono i più convenienti perché si produce investendo poco ma si hanno degli utili
Un prodotto quindi, quasi sempre, inizia come question mark, poi diventa star o cash cow a seconda
dei risultati e finisce la sua vita come dog (se un prodotto non ha successo può anche passare da
question mark a dog venendo ritirato dal mercato dopo poco).
I cash cow di domani sono le star e i question mark di oggi, per un corretto equilibrio bisogna avere
prodotti in tutti e quattro quadrati.

CAPITOLO 7.6: ANALISI DELLE STRATEGIE DI BUSINESS – IL MODELLO DI PORTER

Come affermato nei capitoli precedenti, il modello di Porter propone sostanzialmente due strategie:

 Cost Leadership: produrre un prodotto analogo per valore/qualità a quelli della concorrenza
ma a minor prezzo, di conseguenza lo si può vendere a minor prezzo o trarre più ricavi
vendendolo allo stesso prezzo della concorrenza. Si ha quando l’impresa riesce a organizzarsi
e a dare vita a modelli gestionali tali per cui i suoi costi cumulativi, per generare tutte le
attività generatrici di valore, sono più bassi di quelli dei suoi concorrenti (i costi più bassi si
hanno per esempio, con la grande produzione, infatti se produco di più riesco a produrre a
meno costo, economie di scala o di accumulo; questo tipo di produzione però, prevede una
scarsa personalizzazione dei prodotti che vengono costruiti tutti secondo uno standard e con
funzioni base precise). Conferisce all’azienda di strutturare processi diversi e meno costosi
dei propri rivali, cosi che riesce a ottenere margini operativi complessivi più alti rispetto a
quelli del settore.
 Differenziazione: puntare sulla maggior qualità/valore di un prodotto, di conseguenza
venderlo a un prezzo leggermente più alto (premium price) che però viene giustificato
appunto con una maggior qualità rispetto a quelli della concorrenza (ricorda che per valore
si intende anche quello legato all’immagine che ha l’azienda produttrice). Mira a generare
una superiorità dei margini operativi complessivi, sfruttando i caratteri di significativa
superiorità dei prodotti offerti ai clienti (cioè vendo a un prezzo più alto perché il mio
prodotto vale oggettivamente di più).
Quando si lancia sul mercato un prodotto nuovo/innovativo, si possono usare entrambe le strategie
proprio perché nessun altra azienda vende quello stesso prodotto. Le due strategie insieme
comunque, vengono usate solo per brevi-medi periodi, al termine dei quali l’azienda valuterà quale
strategia è meglio adoperare.

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CAPITOLO 8: L’ORGANIZZAZIONE – INTERDIPENDENZE E MECCANISMI DI
COORDINAMENTO

L’organizzazione riguarda la gestione delle risorse umane di un’azienda, comprende l’assegnazione


di ruoli precisi al personale con conseguente scomposizione delle varie attività (cioè si assegnano
dei compiti precisi al personale che ha determinate competenze nel fare quel tipo di compito).

CAPITOLO 8.1: RAPPORTO STRATEGIA - ORGANIZZAZIONE

C’è uno stretto e reciproco rapporto tra strategia e organizzazione:

 La strategia determina il cosa, ovvero quali sono le attività a cui l’azienda si dedicherà e i
relativi obiettivi da raggiungere
 L’organizzazione invece, determina il come, ovvero le modalità con cui dividere l’insieme
delle attività tra i soggetti e coordinarle (cioè come raggiungere gli obiettivi fissati dalla
strategia, che cosa deve fare ogni operaio dell’azienda per far raggiungere a quest’ultima i
suoi obiettivi)
Struttura organizzativa: coerente alla strategia, sarebbe la suddivisione delle varie attività aziendali
in aree strategiche d’affare (cioè ogni parte/unità di lavoratori fa un determinato
prodotto/modello, linee di produzione). Ogni area avrà un suo preciso modello organizzativo. Ogni
area forma quindi una divisione, che talvolta può anche consistere in uno stabilimento della stessa
azienda in un Paese diverso (per esempio, la sede in America produce solo un determinato prodotto,
quella in Italia fa solo un altro modello di prodotto ecc. tutte comunque fanno capo alla centrale).

CAPITOLO 8.2: IL PROBLEMA ORGANIZZATIVO

Si tratta di:

 Scegliere le configurazioni (forme organizzative) aggregando le attività (divisione del lavoro)


assegnandole agli attori e coordinandole (cioè far lavorare gli operai nei settori per i quali
hanno competenze particolari, far fare agli operai ciò che sanno fare insomma, unire tutti gli
operai che sanno fare una determinata cosa e farli lavorare nello stesso gruppo/unità
organizzativa).
 Valutare che le configurazioni siano efficienti (cioè che ottengano il massimo risultato con il
minimo sforzo) e valutare l’efficacia (capacità di raggiungere un obiettivo prefissato) nel
raggiungimento di determinati risultati
L’insieme di tutte le unità organizzative forma l’organizzazione aziendale

26
CAPITOLO 8.3: UNITA’ ORGANIZZATIVE

Raggruppamento di attività finalizzato a massimizzare l’interdipendenza all’interno di ogni unità e


minimizzare l’interdipendenza tra unità (cioè ogni unità fa ciò che i suoi componenti sanno fare al
fine di renderli più efficaci e autonomi). Le attività che un unità organizzativa svolge hanno tutte un
punto di contatto tra loro (cioè attività omogenee e che richiedono tutte le stesse competenze), se
invece non hanno collegamenti verranno raggruppate e assegnate a un’altra unità che sarà
specializzata in quelle.
Le attività si raggruppano:

 In base alle tecniche o competenze, o più in generale agli input (funzioni) dall’azienda,
raggruppamento per funzione
 In base alle combinazioni prodotto/mercato e alle loro caratteristiche, alle aree geografiche,
o più generale agli output dall’azienda (cioè tutte le attività collegate alla produzione di uno
specifico prodotto, compresa la vendita di quest’ultimo), raggruppamento in base alle varie
linee di produzione o mercato, crea divisioni che, a loro volta, contengono suddivisioni per
input

CAPITOLO 8.3.1: RAGGRUPPAMENTO PER INPUT/PER FUNZIONE (RIGUARDA


QUASI SEMPRE AZIENDE CHE PRODUCONO POCHI PRODOTTI O AGISCONO SU
UN SOLO MERCATO)

 Creazione di gruppi di attività omogenee rispetto alle tecniche di lavoro utilizzate, alle
risorse, alle competenze (cioè raggruppare tutte le attività che riguardano la sfera
commerciale, finanziaria ecc, e assegnarle alla stessa unità funzionale)
 Le unità organizzative che ne derivano prendono il nome di funzioni
 Si favorisce l’accumulo di conoscenza e processi di apprendimento (questo perché tutti i
membri di un’unità hanno competenze analoghe, quindi lavorando insieme sulla stessa
attività, i membri si perfezionano e interagiscono in modo funzionale tra loro, motivo per il
quale si crea un’unità)
 Le unità organizzative funzionali sono presenti in tutte le aziende (questo perché, anche se
si raggruppa per output come detto, le divisioni che ne scaturiscono avranno all’interno le
unità funzionali)
 Tali forme organizzative prendono il nome di forme unitarie o funzionali

CAPITOLO 8.3.2: RAGGRUPPAMENTO PER OUTPUT (RIGUARDANO AZIENDE CHE


FANNO PIU’ PRODOTTI E OPERANO IN PIU’ MERCATI)

 Creazione gruppi di attività omogenee rispetto al fine perseguito (il fine è l’obiettivo
prefissato dall’azienda, la produzione di uno specifico prodotto)
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 La specializzazione delle unità organizzative può essere per prodotto o servizio, per cliente,
o per area geografica (sono tutti i possibili output, cioè l’unità è specializzata nella
produzione di un prodotto per uno di questi output)
 Le unità organizzative che ne derivano prendono il nome di divisioni/business unity (ogni
divisione si occupa, come detto, di una sola linea di prodotto, dalla sua realizzazione alla sua
vendita, perciò interessa anche costi e ricavi)
 Ogni divisione ripropone al proprio interno una logica funzionale (cioè raggruppamenti per
funzione), è dotata di una relativa autonomia decisionale (sono infatti delle “quasi-
imprese”) ed è valutabile in termini di risultati reddituali (è un’impresa nell’impresa, hanno
proprie unità funzionali)
 Tali forme organizzative prendono il nome di forme divise/divisionali

CAPITOLO 8.4: FORME ORGANIZZATIVE TIPICHE

La struttura organizzativa di un’azienda è rappresentata graficamente dall’organigramma che


identifica il raggruppamento delle attività in unità organizzative, rappresenta cioè la struttura
organizzativa di un azienda.
Ogni azienda ha la propria struttura organizzativa dettata dalle proprie caratteristiche.
Tutte le strutture organizzative però, si possono ricondurre a due forme o configurazioni di base:

 Forme unitarie o funzionali (per input)


 Forme divise (con divisioni, per output)

CAPITOLO 8.4.1: LE FORME UNITARIE O FUNZIONALI – PREGI E DIFETTI

Le principali caratteristiche sono:

 Le hanno le aziende che fanno uno o pochi prodotti, in genere quindi aziende piccole
 Tutte le unità organizzative partecipano alla produzione di un output/prodotto unitario e
comune, hanno lo stesso fine
 Ogni unità è composta da persone con le stesse competenze, raggruppamento per input
appunto
Gli aspetti negativi di queste forme unitarie sono:

 Conflitti interfunzionali e problemi di coordinamento, cioè ogni funzione/unità ha dei


linguaggi e schemi particolari e quindi le varie unità possono non essere in sintonia tra loro
e perseguire obiettivi parziali e personali rispetto a quello principale aziendale, cioè curare
interessi diversi per trarne vantaggio in base alla propria funzione, senza considerare le altre
ne l’azienda
 Al crescere del numero dei prodotti, la forma unitaria presenta delle difficoltà di
misurazione della performance specifica di ciascun prodotto, questo perché si valuta

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l’azienda nel complesso e, non essendoci divisioni, si valuta il risultato finale ottenuto da
tutti e non quelli delle singole unità

CAPITOLO 8.5: LE FORME DIVISE/DIVISIONALI – PREGI E DIFETTI

 Sono adottate da grandi aziende che hanno strategia di diversificazione, cioè quelle che
producono più prodotti
 Le varie unità organizzative si differenziano per prodotto/mercato (cioè producono un solo
prodotto o agiscono su un solo mercato) e hanno attività funzionali al loro interno
 Ogni divisione è valutabile in termini di reddito
 Le divisioni godono di una certa autonomia decisionale (concetto di impresa nell’impresa)
 I rapporti con la direzione centrale riguardano esclusivamente l’allocazione delle risorse
finanziarie e la comunicazione dei risultati (cioè l’unico contatto è quello che si ha quando
l’azienda centrale stabilisce i fondi per ogni divisione e queste, in base ai fondi avuti, devono
rendere conto dei risultati ottenuti con questi)
Gli aspetti negativi di queste strutture divisionali sono problemi di coordinamento generati da:

 Allocazione delle risorse finanziarie, cioè ogni divisione ovviamente vuole più risorse di
un’altra e nascono conflitti, anche perché se una divisione ha più fondi di conseguenza,
un’altra ne avrà di meno
 Dal governo delle transazioni interdivisionali, cioè una divisione produce un semilavorato
che poi verrà venduto a un’altra divisione della stessa azienda, ebbene in base al prezzo di
vendita interna/di trasferimento stabilito dalla centrale, sarà favorita la divisione che lo ha
prodotto o che lo acquista (prezzo alto = favorita la produttrice e sfavorita la compratrice e
viceversa)
 La forma divisa è una struttura particolarmente costosa visto che ogni divisione, al suo
interno, contiene tante unità funzionali per input, quindi la duplicazione delle attività
presenti nelle diverse divisioni

CAPITOLO 9: LA GESTIONE – IL SISTEMA DELLE OPERAZIONI AZIENDALI

L’attività posta in essere dalle aziende si realizza attraverso una sequenza ordinata di operazioni di
gestione, svolte da diversi soggetti per raggiungere le finalità aziendali (cioè operazioni fatte da più
persone che però condividono tutte le stesso fine/scopo aziendale, cioè l’equilibrio aziendale, la
creazione di valore ecc.)
Tutte le attività svolte sono collegate e interagiscono tra loro, l’insieme di queste compongono il
sistema di operazioni aziendali.
Tali operazioni prendono le mosse dagli elementi che compongo la struttura dell’azienda
(personale, risorse ecc.), la cui opportuna combinazione (cioè l’ordine combinatorio tra gli elementi,

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ordine fondamentale per raggiungere l’obiettivo aziendale) genera le dinamiche degli andamenti
economici, finanziari, tecnici e organizzativi.
In breve, l’attività è un sistema di operazioni periodiche (anche quotidiane) collegate tra loro da uno
scopo comune, quello aziendale appunto.

CAPITOLO 9.1: LA GESTIONE

In ogni azienda, si distinguono tre tipi di operazioni (queste compongono l’aspetto oggettivo della
gestione):

 Approvvigionamento delle risorse, cioè acquisto di materie prime, macchinari utili alla
produzione e acquisizione di risorse finanziarie
 Combinazione-trasformazione, cioè lavorazione tramite i macchinari acquisiti, delle materie
prime
 Vendita dei beni/servizi, vendita ai clienti dei propri prodotti o ai soci in caso di cooperativa,
è l’operazione fondamentale che deve far rientrare dei costi sostenuti
nell’approvvigionamento e produrre ricavi
Il sistema delle operazioni è individuato, eseguito e controllato dalla componente umana e dal suo
potere decisionale (cioè è l’uomo e quindi chi di dovere, a decidere e coordinare tutte e tre le fasi
dell’aspetto oggettivo, questa componente umana rappresenta l’aspetto soggettivo della gestione)

CAPITOLO 9.2: LE RISORSE

Le risorse sono viste in due modi, a seconda di chi le analizza:

 Per gli economisti classici, le risorse sono tutti i beni e servizi utilizzabili per la produzione,
comprende anche le risorse ambientali liberamente accessibili e quindi gratis (fiumi, terra,
aria ecc.)
 Per gli aziendalisti invece, le risorse rilevanti sono solo quelle limitate nella quantità e /o
nella loro accessibilità e che hanno un valore monetario, cioè sono risorse solo quelle che
hanno un costo e si comprano, quelle liberamente accessibili non “contano” in quanto non
hanno un costo/valore monetario
Con la visione aziendalistica, le risorse costituiscono i fattori produttivi.

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CAPITOLO 9.3: I FATTORI PRODUTTIVI

Si definiscono fattori produttivi, le risorse il cui valore monetario scaturisce da uno scambio di
mercato (cioè acquistandole da terzi) o è quantificabile attraverso un processo di stima non
opinabile) cioè quando i fattori sono conferiti all’azienda dai soci che la compongono, cioè questi
mettono i beni e non i soldi a disposizione dell’azienda).
I fattori produttivi:

 Rendono possibile alle aziende la realizzazione della produzione dei beni e dei servizi
aziendali
 Caratterizzano la struttura patrimoniale e tecnica dell’azienda (perché restano, negli anni,
all’azienda e costituiscono proprio il patrimonio aziendale, il valore dell’azienda)
 Al costo del fattore e al relativo processo di scambio corrisponde un sacrificio di mezzi
monetari che l’azienda è disposta a sostenere e che consente di misurare l’utilità economica
del fattore (cioè per ottenere un fattore produttivo, l’azienda deve fare un
investimento/spendere dei soldi, quanto più spende, più dovrebbe essere utile alla
produzione il fattore produttivo acquistato)
 Per generare utilità economica occorre che l’azienda vincoli a se i vari fattori integrandoli
opportunamente nella combinazione produttiva tale che possa remunerare i sostenuti oneri
di acquisto dei fattori, mediante il successivo collocamento dei prodotti ottenuti sui mercati
(cioè utilizzare i fattori produttivi per produrre il proprio bene/servizio e incassare ricavi
vendendo questi ultimi ai clienti, questa vendita deve servire anche a coprire le spese
sostenute

CAPITOLO 9.3.1: CLASSIFICAZIONE DEI FATTORI PRODUTTIVI

 Durata della utilizzazione nel processo produttivo (cioè quanto viene utilizzato un fattore),
possono essere fattori produttivi pluriennali (FPP) o correnti (FPC) (vedi dopo per dettagli)
 Modalità di partecipazione al processo di produzione, possono essere fattori
generici/potenziali (sono i soldi che si hanno per comprare fattori) o specifici/effettivi
(macchinari, materiali, brevetti ecc., tutti i fattori tranne i soldi)
 Tangibilità, possono essere fattori materiali/beni, o immateriali/servizi (licenze, brevetti,
concessioni ecc.)
 Provenienza, può essere esterna (cioè il fattore è acquistato da terze parti, il classico
approvvigionamento), o interna (cioè l’azienda produce da sola i fattori primari che le
servono, un esempio calcistico è quello del giovane cresciuto nel vivaio della stessa squadra)
Nel patrimonio aziendale vanno inseriti tutti i fattori in quanto hanno una valenza economica (tipo
le licenze possedute, le materie prime in deposito, le strutture ecc.).

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CAPITOLO 9.3.2: FATTORI PRODUTTIVI PLURIENNALI (FPP)

 Sono anche detti fattori a fecondità ripetuta o immobilizzazioni tecniche/beni strumentali


 Fanno parte del capitale fisso aziendale (perché restano all’azienda negli anni, tipo un
macchinario che viene usato per molto tempo)
 Possono avere natura sia materiale sia immateriale
 Partecipano a una molteplicità di cicli di produzione (cioè sono utilizzati per produrre più
volte)
 Fattori anticipati  danno luogo a costi anticipati (cioè vanno acquistati all’inizio
dell’attività, quando si apre, sono gli investimenti da fare per avviare il primo ciclo
produttivo)
 Tali costi sono comuni a più esercizi amministrativi (cioè sono costi che si ammortizzano
negli anni, grazie soprattutto ai ricavi provenienti dalla vendita dei beni/servizi prodotti con
questi fattori, implicano ricavi indiretti e nel tempo)
 Il recupero graduale degli investimenti nei FPP è correlato all’andamento economico di tutti
i prodotti che questi fattori, contribuiscono a realizzare (cioè si rientra delle spesse vendendo
i prodotti come detto)
 Caratterizzano la struttura patrimoniale e tecnica aziendale che ha maggior rigidità (perché
questi fattori hanno costi fissi e restano nel tempo) e maggior rischio (questo perché si
rientra delle spese di questi nel tempo e se un prodotto diventa obsoleto si rischia di non
rientrare mai completamente delle spese fatte per avere questi fattori)

CAPITOLO 9.3.3: CARATTERISTICHE DEGLI FPP

 Origine, possono essere acquistati da fornitori terzi, prodotti internamente, apportati da


soci (cioè acquistati da altri, prodotti da soli o portati dai soci)
 Costi, possono essere di acquisto, per la manutenzione ordinaria e straordinaria (vanno a
bilancio nell’anno in cui si sostengono, quella straordinaria può far aumentare il valore del
fattore in quanto questo viene migliorato e/o potenziato), o costi di ampliamento
 Impianti e macchinari sono caratterizzati da: dimensionamento (cioè in base alla
dimensione di questi si può stimare quanti prodotti si producono in un determinato periodo
di tempo, capacità produttiva), flessibilità/elasticità (cioè la capacità di produrre, con lo
stesso macchinario per esempio, più modelli di uno stesso prodotto, cambiando
semplicemente il setup/setting della macchina), specializzazione (cioè quando il
fattore/macchinario serve a produrre un solo modello di prodotto, questo implica minor
flessibilità)

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CAPITOLO 9.3.4: L’OBSOLESCENZA

L’obsolescenza si ha quando un prodotto o un macchinario diventa obsoleto, non più moderno (tipo
un macchinario che funziona ancora, ma produce più lentamente e male rispetto al nuovo modello
appena uscito sul mercato).
L’obsolescenza limita la capacità del fattore di partecipare in modo economicamente valido allo
svolgimento del processo produttivo e può colpire:

 Struttura organizzativa (cioè obsolescenza nella preparazione del personale che, per
produrre in modo ottimale, deve acquisire nuove conoscenze mediante corsi di formazione)
 Struttura operativa (riguarda i FPP, è l’obsolescenza più semplice e riguarda appunto
prodotti usati e macchinari che diventano vecchi e non più efficienti)
 Beni/servizi prodotti (il bene/servizio prodotto è obsoleto rispetto a quello della
concorrenza che è più aggiornato e quindi migliore anche tecnicamente)
L’obsolescenza ha due origini:

 Interna, obsolescenza tecnica (vita fisica del macchinario, cioè quando il macchinario usato
perde parte delle sue funzioni, soprattutto a causa dell’usura e nonostante la manutenzione
ordinaria, questo implica una minor efficacia)
 Esterna, obsolescenza tecnologica (vita utile del macchinario, è esterna ed è dettata dal
mercato, si ha quando sul mercato sono disponibili prodotti e macchinari più avanzati e più
efficaci a livello produttivo)
La vita utile termina prima della vita fisica. E’ la vita utile che costituisce il punto di riferimento per
scelte di dismissione e rinnovamento dei FPP (il macchinario si sostituisce quando non è più
conveniente usarlo per produrre). Bisogna cercare di prevedere la vita utile del macchinario/FPP
che si va ad acquistare al fine di avere un ritorno economico cospicuo ed evitare “investimenti a
vuoto”.

CAPITOLO 9.3.5: FATTORI PRODUTTIVI CORRENTI (FPC)

 Sono anche detti fattori a fecondità semplici o fattori a breve ciclo di utilizzo
 Hanno un impiego unico nel ciclo produttivo (cioè si usa ed esce dall’azienda perché finisce)
 Possono avere natura sia materiale sia immateriale
 Sono parte del capitale circolante aziendale (proprio perché vengono usati ed escono subito
dall’azienda)
 Il recupero dell’investimento fatto per acquistarli è più immediato e diretto in quanto si
rientra delle spese vendendo i prodotti fatti con questi FPC, questo implica una minor rischio
di obsolescenza
 Hanno un rischio minore rispetto agli FPP proprio a causa di un rientro economico diretto e
immediato

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 Richiedono comunque un investimento di capitale (seppur ridotto rispetto a quelli degli FPP)
dal quale derivano un rischio economico e finanziario
 Obiettivi del loro processo di approvvigionamento (cioè perché si acquistano) sono:
efficienza dei processi (cioè minimizzando le risorse si evitano eccessi di scorte in depositi e
ferme) e continuità dei cicli di lavoro (acquistandoli in modo continuo si ha sempre la
quantità giusta per produrre evitando deficienze di scorte e avendo una produzione continua
dei prodotti)

CAPITOLO 9.4: LA DINAMICA DELLE OPERAZIONI AZIENDALI

Il ciclo tecnico-fisico, in breve è: acquisto di materie prime e macchinari  produzione prodotti e


servizi  vendita di questi ultimi ai clienti  incasso di ricavi  uso dei ricavi per acquistare nuove
materie prime e nuovo inizio del ciclo tecnico-fisico produttivo.
Acquisto e vendita riguardano la gestione esterna dell’azienda perché implicano contatti con terze
parti (fornitori, banche, clienti), generano entrate e uscite e vanno messe a bilancio.
La trasformazione invece, è tutta compresa nella gestione interna dell’azienda e non genera nessun
aspetto economico.

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CAPITOLO 9.4.1: ASPETTI RILEVANTI DEL CICLO GESTIONALE

 Aspetto fisico-tecnico: flussi fisici di beni


 Aspetto monetario: flussi di denaro e valori assimilati al denaro che misurano le variazioni
subite dalla ricchezza a disposizione dell’azienda per effetto della sua attività (cioè entrate e
uscite, variazioni di ricchezza in base all’attività fatta dall’azienda)
 Aspetto economico: derivante da quello monetario, indaga le cause economiche della
variazione di ricchezza determinata da taluni movimenti fisici e monetari relativi all’acquisto
dei fattori produttivi e alla vendita di prodotti/servizi realizzati (cioè definisce le cause delle
variazioni economiche, definendo come si spendono i soldi dell’azienda e come entrano in
base alle vendite dei propri prodotti)

CAPITOLO 9.5: I PROCESSI DI APPROVVIGIONAMENTO

Regolamento differito: pagamento dilazionato, a rate, uscita di denaro non immediata


Regolamento immediato: uscita diretta e immediata di denaro per acquisto di fattori produttivi

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Flussi di scambio: acquisto di fattori produttivi e conseguente immissione sul mercato dei prodotti
fatti con essi, implicano varie operazioni come trovare il fornitore giusto ecc.

Le fasi in breve:
1. Ricevimento ordini dai clienti e previsione sulle vendite
2. Definizione dei materiali e delle risorse necessarie alla produzione
3. Verifica delle scorte in magazzino
4. Scelta del fornitore dal quale acquistare le risorse necessarie
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5. Acquisto, ricevimento e controllo dei materiali acquistati dal fornitore
6. Caricamento in magazzino o assegnazione diretta alla produzione dei materiali acquistati
7. Pagamento debiti e ai fornitori
8. Registrazione della transizione (cioè dell’acquisto e della vendita) nel database
9. Vendita dei prodotti ordinati

CAPITOLO 9.6: I PROCESSI DI PRODUZIONE

E’ la trasformazione dei fattori di produzione in beni o servizi


Per trasformazione non si fa riferimento a un solo processo chimico-fisico dei trasformazione di
input in output ma anche ad una trasformazione nel tempo e nello spazio (cioè la trasformazione
comprende tutte le fasi della produzione del prodotto a partire dalla materia prima, comprende
anche le fasi che prevedono solo un trasferimento delle materie prime nello spazio, tipo quello che
fanno le aziende di trasportano, non modificano le materie prime ma le spostano semplicemente
ad una parte all’altra).
In breve, la trasformazione è l’insieme di attività organizzate al fine di ottenere un output.
La produzione di beni e quella di servizi hanno sostanziali differenze:

 Gestione delle quantità prodotte, è più facile nella produzione di beni infatti si può produrre
un prodotto in base ai picchi di vendita che questo ha (produco di più a maggio per esempio,
perché lo vendo di più e viceversa), non vale per i servizi in quanto questi non si possono
immagazzinare ne fare “a periodi”
 Gestione della qualità della produzione, più facile nella produzione di beni in quanto
possono verificare direttamente la qualità di miei prodotti prima di venderli ai clienti, nel
caso di servizi è lo stesso cliente a valutare la qualità del servizio offerto dall’azienda
 Attività di valutazione della prestazione, più facile nella produzione di beni in quanto posso
valutare se produco il mio bene con la giusta quantità di risorse, cioè in modo efficace, per i
servizi la valutazione è meno dettagliata e oggettiva

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Varietà: varia in base alla produzione di un prodotto, cioè un prodotto realizzato su commessa sarà
più specifico rispetto a uno prodotto in grandi serie e quindi con un alta produttività

CAPITOLO 9.7: LA CAPACITA’ PRODUTTIVA

Il concetto di capacità produttiva è strettamente correlato a quello di struttura aziendale.


Nel breve periodo, la capacità produttiva è un dato strutturale: corrisponde alla massima quantità
teorica di beni o servizi che può essere ottenuta, in normali condizioni, da una macchina, un singolo
impianti o da fabbriche in un intervallo di tempo preso a riferimento (cioè è la quantità di prodotti
che riesco a fare, in base ai mezzi che ho a disposizione, in un intervallo di tempo; esempio: per le
strutture e i macchinari che posseggo, produco 1000 moto in 7 giorni).
Si distingue tra (solamente da leggere):

 Capacità teorico-nominale (prevede zero sprechi, irreale)


 Capacità teorico-effettiva (ex-post, più realistica)
 Capacità ottimale o economica (capacità che realmente ha l’azienda)

CAPITOLO 9.8: I PROCESSI DI COLLOCAMENTO

Questi processi di collocamento sono la fase finale del ciclo della gestione aziendale, è la fase dove
si passa da costi a ricavi o viceversa (da ricavi a costi si passa soprattutto nel caso di aziende di servizi,
tipo quelle di trasporto che, incassano prima i soldi grazie ai biglietti che vendono e poi erogano il
servizio).

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Regolamento differito: credito, il cliente pagherà in seconda battuta o a rate per il servizio/bene
ricevuto, entrata di denaro non immediata
Regolamento immediato: entrata di denaro diretta e immediata

I flussi sono invertiti rispetto ai processi di approvvigionamento, infatti si va da azienda a cliente


come beni erogati e da cliente ad azienda come flusso monetario.

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CAPITOLO 9.9: I CRITERI DI VALUTAZIONE DELLA GESTIONE

Principi-guida: chi gestisce deve adottare i principi di economicità, efficienza ed efficacia nel
prendere le decisioni
Condizioni verificate: criteri per controllare la gestione, efficienza ed efficacia infatti si possono
misurare quantitativamente, sono quindi degli indicatori

CAPITOLO 9.9.1: EFFICIENZA

Per efficienza si intende la capacità di conseguire un dato risultato con il minimo consumo di fattori
o anche la capacità di ottenere il massimo risultato con un dato consumo di fattori (sarebbe fare il
massimo risultato con il minimo sforzo). Si può essere più o meno efficienti, infatti l’efficienza è
sempre relativa (quella assoluta con zero sprechi, zero tempi morti ecc. non esiste).
EFFICIENZA = OUTPUT/INPUT
L’efficienza può essere valutata esprimendo il risultato e il consumo dei fattori in termini fisici: sono
i rendimenti fisico-tecnici dei fattori produttivi
RENDIMENTO MANODOPERA(MO) = 120 UNITA’ DI PRODOTTO/8 ORE DI MO
L’efficienza può essere anche valutata esprimendo tanto il risultato che il consumo dei fattori in
termini monetari (cioè espressa in termini di denaro, tipo i kg di materia prima usati, il costo dei
macchinari ecc.):
COSTO UNITARIO MEDIO = COSTO FP CONSUMATI/N°UNITA’ DI PRODOTTO

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Il costo dei fattori produttivi consumati costituisce l’efficienza interna (relativa al consumo dei FP,
cioè quanto FP uso in ogni reparto per produrre)
Il numero di unità di prodotto invece, costituisce l’efficienza esterna (riguarda il prezzo unitario,
cioè il prezzo di acquisto delle singole risorse usate)
Si possono anche avere obiettivi di efficienza, cioè produrre una certa quantità di beni con una
quantità predefinita di FP, queste quantità predefinite costituiscono il budget a disposizione.

CAPITOLO 9.9.2: L’EFFICACIA

L’efficacia è la capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati di una data attività.


EFFICACIA = RISULTATO (OUTPUT CONSEGUITO)/OBIETTIVO (OUTPUT PROGRAMMATO)
Si può essere efficaci senza essere efficienti e viceversa (cioè posso raggiungere comunque i miei
obiettivi prefissati ma senza essere efficace, cioè li raggiungo con più sforzi).
L’efficacia assume significato nell’ambito di una gestione programmata (cioè una gestione che
programma e controlla i suoi risultati parziali, confrontandoli di volta in volta con quelli prefissati
dagli obiettivi decisi in base al budget.
L’efficacia è verificabile in modo oggettivo (infatti è possibile verificare la qualità dei prodotti
tramite i feedback dato dai clienti, in base al numero di reclami ricevuti ecc, cioè se produco quello
che effettivamente il cliente chiede).
Oltre all’efficacia gestionale (questa descritta sopra), esiste anche l’efficacia sociale:
EFFICACIA SOCIALE = RISULTATO (OUTCOME CONSEGUITO)/BISOGNI
Outcome: risultati in linea con i bisogni pubblici
L’efficacia sociale vale principalmente per le aziende pubbliche territoriali, riguarda i bisogni di una
certa popolazione e si misura nell’area nella quale si opera (per esempio è soggetta a questa
efficacia l’azienda che si occupa dei trasporti pubblici che deve soddisfare infatti dei bisogni chiesti
dalla popolazione che abita in una data città).
Si può essere efficaci gestionalmente ma non socialmente.

CAPITOLO 9.9.3: L’ECONOMICITA’

L’economicità è il principio-guida o condizione che riguarda l’intera gestione, l’azienda nel suo
complesso, oltre che le sue parti.
La sua definizione come principio-guida è: operare secondo economicità significa tendere, al
contempo, all’efficienza e all’efficacia (cioè se opero secondo economicità significa che opero con
efficienza ed efficacia.

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La definizione di economicità come condizione caratterizzante i concreti andamenti della gestione
afferma che: una gestione che sia al contempo efficiente ed efficace si svolge secondo economicità
(cioè se produco con efficienza ed efficacia vuol dire che sto producendo in economicità).
L’economicità impegna il management al perseguimento del fine fondamentale/obiettivo
dell’azienda: l’equilibrio economico durevole (cioè creare valore nel tempo, produrre ricavi).
In ogni caso, l’economicità ha una ricchezza di contenuti superiore alla mera sintesi di efficienza ed
efficacia. Il concetto di economicità infatti, comprende anche l’autosufficienza economica (cioè
avere tutti i soldi disponibili per coprire tutte le spese e pagare i lavoratori, i fornitori ecc.).
In sintesi, l’economicità include una serie di condizioni parziali interconnesse tra loro:

 Efficienza
 Efficacia gestionale
 Efficacia sociale
 Equilibrio reddituale/economico (non è che il fine fondamentale/principale dell’azienda)
 Equilibrio monetario

CAPITOLO 9.9.4: L’EQUILIBRIO REDDITUALE

Riguarda il rapporto tra ricavi e costi, ed è un fondamentale indicatore di autosufficienza economica


della gestione (cioè, come detto, l’azienda deve sempre avere dei ricavi che le permettano di coprire
tutte le spese sostenute e fornire una remunerazione agli investitori, si mettono a confronto costi e
ricavi contabili).
E’ un equilibrio che si vede nel medio-lungo periodo (nel breve infatti non si verifica in quanto si
può essere in negativo, soprattutto nei primi anni, causa spese di startup sostenute).

 Presenta rapporti rilevanti con l’efficacia sociale


 Dipende dal grado di efficienza della gestione (cioè se riduco i costi di produzione, ad
esempio, avrò sicuramente ricavi maggiori e un equilibrio più solido)
 Ha stretti legami con l’efficacia gestionale (io posso anche gestire male un’azienda ed avere
comunque un equilibrio positivo, questo avviene in caso di azienda monopolista, cioè senza
concorrenza perché solo lei produce quel tipo di prodotto; viceversa se gestisco bene
un’azienda avrò sicuramente un equilibrio reddituale migliore)
Riassumendo, i ricavi devono essere quanto meno uguali alle spese, al fine di essere in pari e in
equilibrio (anche se si hanno zero ricavi, molto probabilmente gli investitori ritireranno le loro
risorse in quanto staranno investendo “a vuoto” in quanto non si ricava nulla dall’attività, non si
perde ma non si ricava).

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CAPITOLO 9.9.5: L’EQUILIBRIO MONETARIO

 E’ una condizione per la quale l’azienda deve essere sempre in grado di far fronte ai propri
impegni di pagamento (cioè bisogna sempre pagare anche magari chiedendo prestiti)
 Condizione che deve essere verificata in ogni momento della vita aziendale (cioè devo
essere, ogni giorno, in grado di pagare)
 Assume significato pregnante soprattutto nel breve periodo: nel lungo termine infatti,
finisce per coincidere con l’equilibrio reddituale (se posso pagare in ogni momento vuol dire
che ho ricavi a sufficienza per coprire tutti i costi); nel breve periodo invece, l’equilibrio
monetario e quello reddituale possono divergere (non posso pagare oggi perché ho
sostenuto delle spese extra, il prossimo anno non avrò queste spese e potrò pagare, questo
si verifica anche quando si vende molto, ma a credito, cioè il cliente ci paga a rate o con
assegni a scadenza, quindi si vende ma non si incassa denaro subito)

CAPITOLO 10: IL CAPITALE – IL CAPITALE DI FUNZIONAMENTO

La parola capitale è sinonimo di patrimonio aziendale.


Il capitale di funzionamento di un’azienda viene identificato con il complesso di beni e diritti
disponibili per lo svolgimento dell’attività dell’azienda stessa (beni e diritti sui quali c’è controllo,
propri dell’azienda ma anche in leasing/prestito, comprende anche diritti di credito), è determinato
durante la vita dell’azienda. Si configura come una massa di investimenti (cioè gli impieghi di risorse
monetarie in fattori produttivi), le risorse monetarie sono acquisite dall’azienda grazie alle fonti di
investimento (banche, quote versate dai soci ecc.).
INVESTIMENTI = FINANZIAMENTI, cioè i soldi ricevuti dalle fonti di investimento sono uguali agli
investimenti fatti, cioè vengono tutti impiegati per investimenti.

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CAPITOLO 10.1: GLI INVESTIMENTI

Come si vede dalla figura qua sopra il capitale lordo di funzionamento, si divide in capitale fisso
(comprende beni e diritti che restano a lungo nell’azienda, cioè restano nell’azienda per più di 12
mesi) e capitale circolante (comprende beni e diritti che escono dall’azienda entro 12 mesi).
Tanto i componenti (vedi dopo per dettagli) del capitale fisso, tanto quelli del capitale corrente,
sono indispensabili allo svolgimento delle attività aziendali (senza infatti l’azienda non può
sopravvivere e chiude). Entrambe le categorie di investimenti sono sempre presenti e costituiscono
il capitale loro di funzionamento dell’azienda.
Il capitale fisso contiene:

 Immobilizzazioni tecniche (materiali e immateriali, danno più vantaggi) e finanziarie:


investimenti che restano all’azienda nel tempo, hanno varie caratteristiche, possono essere
materiali (tipo i macchinari) o immateriali (brevetti, diritti ecc.), quelle finanziarie sono
sostanzialmente partecipazioni (cioè quote di altre aziende acquistate e quindi controllate)
e crediti di finanziamento
Il capitale circolante contiene:

 Disponibilità
 Liquidità differite
 Liquidità immediate

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CAPITOLO 10.2: IL CAPITALE FISSO

Il capitale fisso è: si tratta di investimenti che concorrono a definire la struttura produttiva


dell’azienda (cioè definiscono tutta l’attività aziendale) e che saranno utilizzati in un ampio arco
temporale (immobilizzazioni appunto, sono grosso modo i FPP).
Questi investimenti si distinguono in:

 Immobilizzazioni materiali: fabbricati, impianti, macchinari, attrezzature ecc.


 Immobilizzazioni immateriali: brevetti, marchi, licenze, concessioni (permesso a sfruttare
un bene pubblico per scopi privati), avviamento (valore che un’azienda può acquisire nel
tempo se ha lavorato bene, si parla di “azienda già avviata” quando questa ha buoni rapporti
con clienti, fornitori ecc, e ciò aumenta i ricavi, può essere un avviamento originale [non va
a bilancio] o avviamento acquisito [va a bilancio e ha valore nel capitale solo quando lo si
ottiene acquistando un’altra azienda]), costi di impianto e ampliamento (spese legali per
costituire/allargare l’azienda), costi di ricerca e sviluppo ecc.
 Immobilizzazioni finanziarie: partecipazioni (quote di altre aziende acquistate), crediti di
finanziamento e titoli (BTP, CCT ecc.)

CAPITOLO 10.3: IL CAPITALE CIRCOLANTE

Il capitale circolante è: si tratta di investimenti che si ricollegano allo svolgimento del ciclo operativo
tipico, cioè l’insieme delle attività di acquisto-trasformazione-vendita. Sono investimenti a breve
termine (in sostanza sono gli FPC).
In esso, si distinguono:

 Disponibilità: scorte di materie prime, di semilavorati, di prodotti in corso di lavorazione


(PCL), di prodotti finiti (PF, insieme ai PCL sono nei magazzini) ecc.
 Liquidità differite: soldi che si incasseranno in futuro, crediti a breve termine verso i clienti
 Liquidità immediate: soldi in cassa o sui conti correnti bancari, disponibili subito, anche
liquidi per i pagamenti quotidiani

CAPITOLO 10.4: LA CLASSIFICAZIONE DEGLI INVESTIMENTI – IL CRITERIO DELLA


LIQUIDABILITA’

Per questo criterio, si considera la “facilità” con la quale i diversi investimenti possono essere
riconvertiti in moneta (cioè con che facilità gli investimenti fatti tornano sotto forma di ricavi
monetari). Per facilità infatti, si intende la possibilità di trasformarli in soldi in tempi brevi, cioè in
meno di 12 mesi (tipo produco, vendo il prodotto fatto e incasso i ricavi della vendita), mantenendo
l’impresa in funzionamento (cioè senza vendere i macchinari o altre strutture fondamentali

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dell’azienda) e senza perdita di valore (cioè recuperare i soldi investiti senza svendere i propri
prodotti, cioè venderli al prezzo giusto e non sottocosto solo per venderli).

CAPITOLO 10.4.1: LA CLASSIFICAZIONE DEGLI INVESTIMENTI SECONDO IL


CRITERIO DELLA LIQUIDABILITA’

Secondo il criterio espresso in precedenza le:

 Immobilizzazioni sono gli investimenti che si trasformano in denaro difficilmente, cioè il


disinvestimento è più difficile e avviene in tempi più lunghi
 Disponibilità sono gli investimenti che si trasformano in denaro facilmente, cioè il
disinvestimento avviene in poco tempo, senza svendere ne intaccare le funzioni primarie
aziendali
Le immobilizzazioni, per questo criterio, includono anche:

 Prodotti in scorte ormai fuori moda e che quindi si possono vendere solo sottocosto, quindi
con una sostanziale perdita di soldi
 Crediti “incagliati”, cioè fatti a clienti che non possono onorarli, quindi o non rivedremo mai
più i soldi dati a loro, oppure dovremo sostenere delle spese legali al fine di riaverli e quindi
avere comunque una perdita
Le disponibilità, per questo criterio, includono, oltre alle scorte, i crediti commerciali e le liquidità:

 Immobilizzazioni che voglio vendere a breve, tipo edifici, licenze ecc. che non servono più
all’azienda e che con la loro vendita porteranno dei soldi
Questa classificazione serve per capire come e in quanto tempo, il denaro investito può tornare
sotto forma di soldi utili a pagare poi le spese e onorare i debiti, soldi che poi saranno usati
ovviamente anche per acquistare nuovi FP utili a far ripartire il processo produttivo. Inoltre, questa
classificazione, serve a capire il grado di solvibilità dell’impresa (+ disponibilità = + solvibilità), cioè
più rientrano facilmente gli investimenti, più sarò facilitato nel pagare le spese e i debiti).

CAPITOLO 10.5: LE FONTI DI FINANZIAMENTO – IL FABBISOGNO FINANZIARIO

Le fonti di finanziamento, sono quelle che servono ad ottenere i mezzi finanziari (i soldi) che poi
serviranno per fare gli investimenti utili all’attività aziendale.
Il totale dei mezzi finanziari di cui necessita l’azienda per i suoi investimenti costituisce il fabbisogno
finanziario (FF) (sono cioè tutti i soldi necessari per fare gli investimenti). Questo fabbisogno
finanziario è visto con due logiche:
1. La prima logica, la misura del fabbisogno finanziario è data dall’ammontare degli
investimenti in attesa di essere trasformati in liquidità (cioè si basa sugli investimenti fatti in
passato e che dovranno tornare indietro, logica retrospettiva)

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2. Nella seconda, è funzione delle operazioni che si prevede di realizzare in futuro (è la logica
prospettica, cioè si basa sugli investimenti che si faranno). Questa prevede una
pianificazione finanziaria
Il fabbisogno finanziario tiene quindi, conto di come e quanto ho investito/investirò, al fine di
calcolare i ricavi e capire in quanto tempo gli investimenti, torneranno indietro (analizza cioè entità
e caratteristiche qualitative degli investimenti) (PER DETTAGLI VEDI CAPITOLO 10.8)

CAPITOLO 10.5.1: LE FONTI DI FINANZIAMENTO – FONTI INTERNE VS FONTI


ESTERNE

Le fonti di finanziamento possono essere viste seguendo due interpretazioni (noi in seguito,
analizzeremo quella B):

 Fonti Interne, capitale di proprietà (interpretazione A, detto anche capitale di rischio,


proviene dalle attività aziendali e dalle quote versate dai soci), autofinanziamento
(interpretazione B, non tiene conto della quota versata dai soci, che viene considerata come
fonte esterna, ma tiene conto solo delle ricchezze prodotte con l’attività aziendale)
 Fonti Esterne, capitale di debito (interpretazione A e B, sono passività verso terzi), capitale
di proprietà (interpretazione B, sono appunto le quote versate dai soci)

CAPITOLO 10.5.2: L’AUTOFINANZIAMENTO

Si definisce autofinanziamento, la ricchezza prodotta dalla gestione/attività aziendale e trattenuta


in azienda (cioè i ricavi che non vengono distribuiti ai soci ma reinvestiti/trattenuti in azienda). Può
essere correlato agli utili netti (dati dalla differenza tra ricavi e spese, aspetto economico che non
tiene conto di ammortamenti vari), o agli utili al lordo (punto di vista finanziario, entrate e uscite
che tengono conto anche costi di natura non monetaria, cioè si aggiungono anche gli ammortamenti
e cosi da sostenere in futuro già programmati/previsti).
Ci sono due figure di autofinanziamento:

 Autofinanziamento in senso stretto/proprio, considera gli utili netti, è di natura economica


 Autofinanziamento in senso ampio/improprio, considera gli utili al lordo, natura
finanziaria/monetaria, utili netti + costi di esercizio/poste contabili non monetarie
L’origine dell’autofinanziamento va ricercata nella dinamica dei ricavi e dei costi, cioè lo si ha
quando si hanno più ricavi che costi e quindi posso “mantenermi producendo”, occorre quindi che
l’azienda sia in equilibrio economico (più ricavi che costi appunto).
L’autofinanziamento non sempre corrisponde all’incremento di risorse monetarie a disposizione.
La parte monetaria di esso infatti, si ottiene facendo la differenza tra costi e ricavi di natura
monetaria (cioè entrate e uscite, costi che si sono trasformati in ricavi liquidi); la parte non
monetaria invece si ha sommando alla parte monetaria la variazione di capitale (non importante).

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CAPITOLO 10.5.3: IL CAPITALE DI RISCHIO

Il capitale conferito è quello costituito dalle risorse apportate in azienda dagli investitori (cioè le
quote che versano in precisi momenti, tipo alla fondazione dell’azienda, nelle società di capitale
forma il capitale sociale) con il vincolo del pieno rischio.
Capitale conferito + autofinanziamento = capitale di rischio/equity
Il capitale di rischio è una fonte:

 Di finanziamento sia esterna sia interna (vedi le due interpretazioni A e B di pag.47, lo


mettono sia in quelle interne (A), che in quelle esterne (B))
 Di lungo periodo, si investe per recuperare nel lungo periodo (si può anche riavere il proprio
capitale investito vendendo tutte le proprie quote/azioni a un’altra persona)
 Ad elevato grado di rigidità, perché rimane in azienda per sempre, non scade e non è
rimborsabile ai soci
 Di finanziamento non ricorrente, viene toccato infatti solo in occasioni straordinarie e si
versa genericamente una sola volta (alla costituzione dell’azienda)
 A rischio pieno, non si sa se si ricaverà qualcosa o se si recupererà almeno il capitale investito
dopo un determinato periodo di tempo (un prestito invece deve e sarà sempre ripagato a
prescindere dall’andamento dell’azienda, obbligazioni)
 A remunerazione incerta e variabile, perché non si sa se e quanto si ricava, dipende da come
va l’azienda

CAPITOLO 10.5.4: IL CAPITALE DI DEBITO

Il capitale di debito, è composto dalle passività verso terzi. Si compone in due parti (vedi dopo per
dettagli):

 Debiti di finanziamento, conferiscono soldi immediati all’azienda, si fanno con


banche/istituti finanziari professionisti (o con privati risparmiatori), sono i comuni
prestiti/finanziamenti, sono soldi subito ma da restituire, a rate, in un determinato periodo
e con un interesse esplicito
 Debiti di funzionamento, non conferiscono soldi immediati ma si occupano di non farli uscire
immediatamente, dilazionando i pagamenti; sono quindi i pagamenti a rate ai fornitori che
ci permettono di pagarli subito ma “un po’ alla volta” con nessun interesse esplicito (quasi
sempre però se pagherò tutto in contanti alla consegna otterrò un po’ di sconto, però
preferisco pagare un pochino in più ma un po’ alla volta), comprendono i TFR che si dovranno
dare ai lavoratori
Questo capitale è una fonte:

 Di finanziamento esterna
 Di breve e lungo periodo

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 Flessibile
 Ordinaria e straordinaria
 Non consente il governo diretto dell’azienda (i soldi infatti non sono messi da un socio ma
da banche, se però questa banca ci presta molti soldi può interferire nelle decisioni aziendali,
al fine di proteggere i suoi investimenti, cioè se la banca ci ha dato molto è logico che questa
vorrà fare i suoi interessi provando a far fare ciò che lei reputa più giusto)
 A rischio limitato ma presente
Di seguito, uno specchietto riepilogativo con le principali differenze tra capitale di rischio e capitale
di debito

CAPITOLO 10.5.4.1: I DEBITI DI FINANZIAMENTO

Si classificano in base a:

 Durata, cioè in quanto tempo dovrò restituire i soldi, a breve o lungo periodo (tipo un mutuo)
 Soggetto finanziatore, cioè verso chi abbiamo il debito (obbligazioni, verso banche, leasing
o privati risparmiatori ad esempio)
 Costo, cioè quanto mi costa fare questi prestiti, sarebbero le garanzie che devo fornire per
avere quei soldi in prestito, servono a tutelare il creditore, possono essere ipoteche o date
da altri (garanti, cioè uno che garantisce il pagamento di tasca propria in caso di mancato
pagamento del debitore, “pago io se non paga lui, garantisco io”)
Le forme tecniche più comuni di questi debiti sono:

 Scoperto di conto corrente, è la concessione di un fido bancario, cioè puoi andare anche al
di sotto fino a un limite, la banca ti fa rimborsare quello al di sotto un po’ alla volta e con
agevolazioni

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 Anticipi “salvo buon fine” su RI.BA (ricevute bancarie, la banca cura la riscossione di questi
per conto nostro o può anticipare l’importo) e fatture, cioè portando questi documenti in
banca, quest’ultima può anticipare l’importo di queste in modo prosolvendo (cioè se il
creditore non salda alla scadenza, la responsabilità ricade su di noi e non sulla banca che ha
anticipato, è il “salvo buon fine”) o prosoluto (la banca anticipa e si assume anche la
responsabilità di eventuale non saldo alla scadenza, ovviamente ha interessi maggiori e costi
superiori)
 Factoring, società specializzate che anticipano i crediti (simili agli anticipi su fatture e RI.BA
delle banche)
 Mutui
 Leasing finanziario, si hanno verso società di leasing, cioè società che non ti danno soldi
contanti ma ti comprano ciò che ti serve e che pagherai con il canone di leasing
periodicamente e con interessi (è una sorta di affitto del bene, lo pago mensilmente e dopo
un dato periodo posso anche riscattarlo facendolo diventare mio, una sorta di noleggio)
 Finanziamento da parte dei soci, i soci fanno un prestito all’azienda che deve essere
restituito
 Obbligazioni, si danno a chi presta dei soldi all’azienda, non danno il controllo dell’azienda
da ti dà il diritto a riavere quanto prestato con gli interessi, grosso modo le emettono solo
S.p.a e grosse società di capitali, sono dei titoli di credito

CAPITOLO 10.5.6: CLASSIFICAZIONE DELLE FONTI DI FINANZIAMENTO

Oltre a fonti interne e fonti esterne, le fonti di finanziamento, che restano per molto in azienda, si
possono classificare in:

 Capitale permanente, fonti permanenti che rimangono per sempre in azienda, come il
capitale di rischio e l’autofinanziamento (si considerano solo i ricavi non distribuiti ai soci,
cioè solo quelli trattenuti)
 Passivo consolidato, debiti a lungo termine verso banche e fondi rischi-oneri
 Passivo corrente, debiti a breve termine come debiti verso i fornitori o quelli a lungo termine
che scadono entro 12 mesi, oltre ai ricavi da distribuire ai soci

CAPITOLO 10.6: LO STATO PATRIMONIALE

Lo stato patrimoniale è il prospetto/documento del bilancio d’esercizio che mira a fornire la


rappresentazione della consistenza quantitativa e della composizione qualitativa del capitale a
disposizione dell’azienda a una certa data (data del bilancio) per svolgere la sua attività (cioè è il
documento che presenta tutte le entrate e le uscite dell’azienda, al fine di attestare cosa si ha a
disposizione per le proprie attività aziendali, di solito è preceduto da un inventario che serve a
vedere cosa si ha a disposizione anche di materiale).

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Per la nostra legge, è un prospetto che deve obbligatoriamente dividersi in due parti:

 Investimenti/attività [ATTIVO in figura]


 Finanziamenti/passività (comprende anche il netto, cioè attività – passività, o meglio attivo
lordo - passivo) [PASSIVO in figura]

Attività, netto e passività (cioè le parti dello stato patrimoniale), facendo riferimento all’articolo
2424 del codice civile, devono contenere obbligatoriamente e in questo ordine per legge, tutte le
macroclassi (indicate con lettere maiuscole), le classi (indicate con numeri romani), le voci (indicate
con numeri arabi) e le sottovoci (indicate con lettere minuscole) indicate nello schema qui di seguito
(vale per tutte le società italiane non quotate):

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Lo stato patrimoniale può anche essere compilato seguendo i principi contabili internazionali forniti
dalla IASB. Seguono questi principi tutte le società quotate e che quindi operano in diversi mercati,
o tutte le aziende che decidono di adottarle perché magari hanno una capogruppo non italiana. Lo
schema IASB è più minimalista e non ha una forma specifica, cioè ogni società può scegliere come
compilare il proprio stato patrimoniale, senza dover per forza dividerlo in due aree attivo e passivo)
[non escono domande su questa IASB].
Questo documento che, come detto, si fa insieme al bilancio d’esercizio (generalmente ogni 12
mesi) è la base per l’effettuazione di una serie di analisi che ci danno informazioni su:

 Struttura patrimoniale dell’azienda, considera il lato degli investimenti/attività e analizza


come e quanto capitale è fisso e quanto circolante in base alle attività che l’azienda fa e che
intende fare
 Struttura finanziaria dell’azienda, considera il lato delle passività al fine di conoscere i debiti
e le scadenze che si hanno, oltre al capitale di rischio
 Solvibilità, è il confronto tra le due parti (attività e passività) e definisce come l’azienda
pagherà i suoi debiti con la produzione, cioè come farà i soldi per pagare i debiti

CAPITOLO 10.7: IL CIRCUITO DEGLI INVESTIMENTI

Gli investimenti hanno il seguente circuito:


1. Sono fatti per acquistare input
2. Questi input vengono trasformati in output
3. Questi output vengono venduti al fine di far tornare indietro i soldi investiti nell’acquisto
degli input
Un altro circuito degli investimenti è:
1. Concessione di finanziamenti a terzi (cioè presto soldi a terze parti)
2. Restituzione dei finanziamenti da parte dei terzi
Il denaro, ha come circuito quello che viene definito come mercato dei capitali. Questo prevede
uscite ed entrate di denaro. Facendo riferimento ai due circuiti degli investimenti riportati in
precedenza, si osserva che:

 Le uscite di denaro (cioè come spendo i soldi, investimenti appunto) sono: l’acquisto di input
e la concessione di finanziamenti a terzi
 Le entrate di denaro (cioè come incasso i soldi, come mi tornano indietro gli investimenti)
sono: la vendita degli output e la restituzione dei finanziamenti da parte dei terzi

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CAPITOLO 10.7.1: IL CIRCUITO DEI FINANZIAMENTI ATTINTI

I finanziamenti attinti sono quei soldi che l’azienda ottiene chiedendo soldi a terzi (magari per
necessità o per particolari ampliamenti delle proprie strutture ecc.). Questi finanziamenti attinti
fanno il seguente percorso:
1. Accensione di debiti di finanziamento
2. Estinzione di debiti di finanziamento
Questa “accensione ed estinzione” viene fatta, facendo le seguenti operazioni sul proprio capitale
aziendale:
1. Raccolta del proprio capitale (cioè mettere insieme le risorse che servono per pagare il
debito)
2. Restituzione di capitale proprio (pagare con i propri soldi)
Il denaro, anche in questo caso, segue il mercato dei capitali e ha entrate ed uscite:

 Le entrate di denaro sono: l’accensione di debiti di finanziamento e la raccolta di capitale


proprio (cioè entrano soldi quando chiediamo il prestito e quando poi mettiamo insieme i
soldi necessari al pagamento)
 Le uscite di denaro sono: l’estinzione di debiti di finanziamento e la restituzione di capitale
proprio (cioè quando si estingue il debito verso terzi pagando di tasca propria)

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CAPITOLO 10.7.2: IL CIRCUITO TOTALE DELLE ATTIVITA’ AZIENDALI

Dalla figura qui riportata, si osserva come entrambi i circuiti descritti in precedenza siano
strettamente collegati tra loro.
I motivi in grado di determinare momentanee difficoltà nell’alimentazione equilibrata dei circuiti
aziendali (cioè cosa altera questo equilibrio e questo circolo di denaro, creando difficoltà
all’azienda), sono:

 Obsolescenza dei fattori (macchinari/strutture vecchie e non più efficienti, materie prime
vecchie e inutilizzabili, di conseguenza prodotti non validi per il mercato)
 Forte indebitamento (costi nettamente superiori ai ricavi, continua richiesta di prestiti a
terzi, debiti non solvibili verso fornitori ecc.)
Quando avviene ciò, cioè quando non si producono utili a sufficienza e c’è questo squilibrio, si deve:

 Ridurre i propri investimenti (spendere di meno)


 Incrementare i finanziamenti (cercare di accumulare più soldi, anche chiedendo prestiti,
riutilizzandoli però in modo più oculato e profittevole)

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CAPITOLO 10.8: IL FABBISOGNO FINANZIARIO

Se l’azienda non vuole ridimensionare la sua attività, l’unica alternativa è incrementare il proprio
fabbisogno finanziario.
Il fabbisogno finanziario complessivo (FFC) è l’entità dei mezzi monetari necessari per alimentare
tutti gli investimenti programmati (cioè tutti i soldi che servono per fare le attività che l’azienda ha
programmato).
La copertura naturale degli investimenti (CNI) è l’entità dei mezzi monetari provenienti dal circuito
degli investimenti (cioè i soldi che si ricavano con la vendita dei prodotti realizzati).
La differenza tra FFC e CNI dà il fabbisogno finanziario residuale.
Il fabbisogno finanziario, in generale, aumenta se aumentano gli investimenti o i crediti verso terzi,
viceversa diminuisce se aumenta la velocità di circolazione degli investimenti (cioè tempo che ci
metto per rientrare delle spese con la vendita dei miei prodotti).
Questa velocità di circolazione degli investimenti è data dal tempo che intercorre fra il momento
dell’investimento e quello del recupero attraverso i ricavi, cioè in quanto tempo io recupero i soldi
che ho investito per fare quei prodotti che poi dovranno essere venduti al fine di farmi rientrare i
soldi.

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CAPITOLO 10.9: L’EQUILIBRIO TRA INVESTIMENTI E FINANZIAMENTI

L’equilibrio finanziario, cioè l’equilibrio tra investimenti fatti e finanziamenti ricevuti deve avere le
seguenti caratteristiche:

 Deve essere un equilibrio temporale, cioè entrate e uscite devono alimentarsi a vicenda in
quanto hanno una scadenza/ritorno in tempi brevi (cioè produco, vendo e incasso in poco
tempo cosi con i soldi delle vendite faccio ripartire subito la produzione, oppure riutilizzo i
soldi in altre attività che possono farmeli tornare ugualmente in poco tempo)
 Deve essere un equilibrio quantitativo, cioè i ritorni di entrambi i circuiti devono far
continuare gli stessi (come detto prima, i ricavi devono essere usati per nuove spese ecc.)
 Deve essere un equilibrio dinamico, cioè valere nel tempo

CAPITOLO 10.10: IL RENCICONTO FINANZIARIO (NON ESCONO DOMANDE)

Il rendiconto finanziario è un documento del bilancio che analizza i movimenti monetari,


evidenziando le operazioni aziendali che hanno contribuito a generare la cassa e quali invece hanno
consumato liquidità (in pratica analizza come si sono fatti e come si sono spessi i soldi della
cassa/conto bancario ecc, le liquidità aziendali).
Gli oggetti di questo documento possono essere:

 Capitale circolante netto (CCN), attivo/passivo corrente, comprende nell’attivo il magazzino


e i prodotti disponibili a terra, i crediti e la cassa, mentre nelle passività ha tutti i debiti a
breve scadenza
 Flusso di cassa

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CAPITOLO 11: IL REDDITO – LA DETERMINAZIONE DEL REDDITO E IL CONTO
ECONOMICO

Reddito e capitale sono collegati tra loro, in quanto se il reddito è positivo/negato, il capitale
aumenta/diminuisce. Nel bilancio, il reddito è visto nel conto economico, che è un altro documento
che lo compone.

CAPITOLO 11.1: IL PROFILO ECONOMICO DELLA GESTIONE

Osservare la gestione sotto il profilo economico, significa considerare il contributo delle operazioni
di gestione alla produzione di ricchezza (cioè si considerano le operazioni fatte, come l’acquisto di
FP ecc, al fine di vedere come si muovono i soldi dell’azienda e come ne vengono prodotti altri).
L’attenzione infatti è concentrata sul processo produttivo nelle sue due componenti: fattori
produttivi (sono le risorse impiegate nel processo produttivo, sono la ricchezza consumata) e
prodotti realizzati (sono i risultati del processo produttivo, quindi la ricchezza creata). Si
confrontano quindi costi e ricavi al fine di trovare il proprio reddito/risultato economico.

CAPITOLO 11.2: IL RISULTATO ECONOMICO O REDDITO

Il reddito è quella grandezza che si ottiene dalla somma algebrica dei valori assegnati ai fattori
produttivi impiegati nel processo di produzione economica con i valori attribuiti ai proventi derivanti
dal disinvestimento della produzione realizzata (cioè si sommano tutti i costi avuti e tutti i ricavi
ottenuti grazie alla produzione, quindi come tornano indietro i soldi investiti, comprese
plusvalenze). Quindi è un’operazione che scaturisce dalle operazioni della gestione.
Riassumendo, si fa la differenza tra:

 Tutti i componenti positivi di reddito (ricavi)


 Tutti i componenti negativi di reddito (costi)
Il reddito può essere sia positivo, quindi utile (quando i ricavi sono maggiori dei costi) sia negativo,
quindi passivo/perdita (quando i ricavi sono minori dei costi).
Per reddito netto, si intende la differenza tra ricavi e cosi di un intero periodo, quindi da utili o
perdite nette.
Per reddito lordo invece, si intende la differenza tra costi e ricavi di una sola parte di periodo, quindi
da utili e perdite lorde.

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CAPITOLO 11.3: IL REDDITO TOTALE

Il reddito totale è puramente teorico in quanto, è il reddito che si dovrebbe calcolare solo al termine
della vita dell’azienda, cioè quando l’azienda ha cessato definitivamente la sua attività. Questo
infatti, considera l’intera vita dell’azienda.
Si può determinare in tre modi (CN = capitale netto, cioè il capitale versato dai soci all’inizio
dell’attività che si spera di aumentare con l’attività aziendale nel tempo):

 CN finale – CN iniziale (vanno però aggiunti eventuali prelevamenti dal capitale netto e tolte
eventuali aggiunte fatte in seguito ad esso), è il metodo patrimoniale
 Somma ricavi – Somma costi, è il metodo reddituale, è quello preferito e diretto in quanto
considera tutte le spese e tutti i ricavi avuti dall’azienda
 Somma entrate – Somma uscite, metodo finanziario e deriva dal metodo reddituale, è
simile a quest’ultimo solo che non considera il capitale di rischio dell’azienda
Questi tre metodi, conducono allo stesso risultato se:

 Tutti i fattori produttivi sono stati utilizzati per l’attività produttiva o venduti per stralcio
(cioè ho usato tutte le risorse a disposizione)
 Tutti i processi produttivi sono stati ultimati e i prodotti venduti (cioè ho chiuso tutti i cicli di
produzione e venduto tutti i prodotti che ho realizzato)
 Tutti i crediti sono stati incassati e tutti i debiti pagati (cioè tutti mi hanno pagato e ho saldato
tutti i debiti che avevo verso terzi)
 Non sussiste alcun rischio che possa determinare costi o perdite (cioè non avrà costi dopo la
chiusura dell’azienda dovuti a multe, tasse arretrate, sanzioni, opere di bonifica obbligatorie
ecc.)
Quindi, indifferentemente dal metodo che usiamo, otteniamo sempre lo stesso risultato, in questo
caso otteniamo il capitale netto finale, cioè il risultato totale ottenuto al termine della vita
dell’azienda, positivo o negativo.

CAPITOLO 11.3.1: NOTE INTRODUTTIVE SULLO STATO PATRIMONIALE

Lo stato patrimoniale sarebbe la rappresentazione del capitale finale, considera le attività aziendali
come impieghi, mentre le fonti sono viste come passività. Quando lo si stila, visto che è un
documento, a sinistra vanno indicati i “dare”, a destra invece vanno gli “avere”.
Negli impieghi vanno messi tutti i ricavi in quanto derivano dalle attività aziendali.
Reddito positivo = utile; reddito negativo = passività

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CAPITOLO 11.4: IL REDDITO DI ESERCIZIO

Visto che è abbastanza impossibile calcolare il reddito totale (in quanto le aziende sono anche
ultracentenarie e soprattutto sono ancora in attività), si calcola il reddito di esercizio, cioè il reddito
che ha un’azienda al termine di un periodo amministrativo/esercizio (generalmente ogni 12 mesi).
Questo reddito, spezza la vita dell’azienda in esercizi amministrativi (cioè in 12 mesi alla volta) e
calcola quindi, una singola parte del reddito totale.
Questo reddito di esercizio, si calcola per:

 Verificare la validità delle strategie adottate, cioè per vedere se le decisioni prese nell’ultimo
periodo stanno dando i loro frutti
 Per stabilire un limite al prelievo di ricchezza da parte dei proprietari (cioè quanti dei ricavi
devono essere distribuiti ai soci e quanti invece devono essere reinvestiti e quindi devono
essere “trattenuti” in azienda)
 Per fornire informazioni sull’andamento dell’azienda a interlocutori esterni (tipo i
stakeholders e gli azionisti)
 Per ottemperare agli obblighi di legge in materia di redazione dei bilanci e per ottemperare
agli obblighi fiscali (il bilancio d’esercizio infatti è obbligatorio per legge e serve anche a
stabilire quante tasse l’azienda dovrà pagare, in base a quanto ha incassato/fatturato)

CAPITOLO 11.4.1: I PERIODI AMMINISTRATIVI/ESERCIZI AMMINISTRATIVI

L’individuazione dei periodi amministrativi/esercizi amministrativi si basa su numerosi fattori


specifici di ogni azienda (come la tipologia di attività svolta ecc.).
La durata dell’esercizio, tenendo conto delle norme fiscali e civili, è fissata convenzionalmente in
misura pari a 12 mesi. Generalmente, questi 12 mesi iniziano il 1° gennaio e finiscono il 31°
dicembre dello stesso anno (anche se, per esempio, le società di calcio generalmente tengono conto
della stagione sportiva quindi fanno il bilancio dal 1° luglio al 30 giugno dell’anno successivo). Questo
periodo può essere anche inferiore ai 12 mesi in condizioni particolari (tipo quando un’azienda si
sta per fondere con un’altra e quindi deve fare il suo bilancio finale prima della fusione), o se si tratta
di società quotate in borsa che hanno l’obbligo di fare un bilancio semestrale (anche le squadre di
calcio di A e B hanno questo obbligo semestrale). Le aziende che sono possedute da altre aziende,
devono fare il loro bilancio in funzione del bilancio consolidato della capogruppo (quindi se per
esempio, la capogruppo fa il bilancio ogni 6 mesi, anche lei deve farlo).

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CAPITOLO 11.4.2: COME SI DETERMINA IL BILANCIO DI ESERCIZIO

Per fare questo tipo di bilancio usiamo solo due metodi:

 Metodo patrimoniale/sintetico, cioè CN finale – CN iniziale (riferito a ogni esercizio, quindi


quello di ogni 12 mesi)
 Metodo reddituale/analitico, cioè Somma ricavi – Somma costi (sempre riferito a ogni
esercizio amministrativo)
Si sceglie quasi sempre quello reddituale, in quanto è più accurato ma necessita di una attenta
valutazione di tutti i costi e ricavi, cioè bisogna capire effettivamente quali sono i costi e i ricavi che
si possono inserire in quell’esercizio amministrativo. (VEDI CAPITOLO 11.5 PER DETTAGLI)

CAPITOLO 11.5: DAL REDDITO TOTALE AL REDDITO DI ESERCIZIO

Nel passare tra questi due redditi, vengono fuori diversi problemi, tutti riconducibili all’unico grande
problema, cioè come rilevare costi e ricavi d’esercizio, cioè quali sono di pertinenza di quel periodo.
Questo problema deriva infatti, dal fatto che la continuità dei processi economici aziendali fa
emergere numerosi valori che sono comuni a due o più esercizi (cioè costi e ricavi che si spalmano
su più anni, tipo i ricavi/costi che derivano dallo stesso fattore produttivo [un macchinario per
esempio]) e che quindi devono essere spezzati quando ci si riferisce al singolo anno, cioè diviso in
quote annuali quando devono essere messi nel conto economico.
La parte che non va nel reddito di esercizio/conto economico si chiama costo sospeso, cioè costi
che non sono di competenza di quell’esercizio, ma magari del prossimo ecc.

CAPITOLO 11.5.1: LA COMPETENZA ECONOMICA

La manifestazione finanziaria, cioè quando effettivamente rilevo il costo d’acquisto, si ha quando


arriva la fattura del prodotto. In questo caso, il costo totale va rilevato subito a bilancio (In questo
periodo di ha la competenza finanziaria) ma può anche essere diviso su più esercizi (cioè se acquisto
un macchinario che costa €10.000 euro, posso mettere tutti e diecimila subito a bilancio oppure, se
uso il macchinario per cinque anni, posso dividere quei diecimila su cinque anni, quindi spalmare il
costo su più esercizi e quindi avere costi sospesi).
Per competenza economica invece si ha nel periodo di effettiva utilità economica,
indipendentemente dai risvolti finanziari (cioè nel periodo effettivo di utilizzo del fattore acquistato,
quindi spalmare i costi, quote di ammortamento annuali).
In breve, la competenza finanziaria è il costo/ricavo totale, mentre la competenza economica è la
parte relativa all’esercizio che si ha quando si spalmano i costi, cioè ogni parte fa riferimento a un
singolo esercizio, quindi metto a bilancio solo quello che corrisponde all’esercizio che sto

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considerando (tipo se acquisto un giocatore con pagamento dilazionato per €50 milioni, la
competenza finanziaria saranno tutti e 50 milioni, visto che però lo pago “a rate”, nella competenza
economica andranno considerati solo i soldi che do in quell’anno, tipo 15 milioni, stesso discorso
per la società cedente, cioè quanti soldi effettivamente ho speso o incassato in quell’esercizio).
Questo sistema compone la teoria funzionale.

CAPITOLO 11.5.2: IL PRINCIPIO DELLA COMPETENZA ECONOMICA (E IL MODO


TEORICO PER RICAVARE COSTI E RICAVI DELL’ESERCIZIO CONSIDERATO)

E’ il principio con cui si individuano i componenti positivi e negativi di pertinenza dell’esercizio del
quale si vuole determinare il risultato economico (è un principio/postulato fondamentale per stilare
il bilancio, i risultati sono gli stessi della teoria funzionale spiegata in precedenza). Secondo la logica
maggiormente adottata nella pratica, sono:

 Costi e ricavi di competenza dell’esercizio, quelli che si riferiscono a processi produttivi


compiuti nell’esercizio considerato, cioè cicli economici chiusi/completi (da produzione a
vendita) con il conseguimento dei ricavi, sempre che siano state effettuate nel periodo
stesso anche le relative prestazioni da parte dell’azienda (cioè ho fatto e venduto il mio
prodotto nello stesso esercizio)
 Costi e ricavi sospesi dalla determinazione del reddito, quelli relativi a processi produttivi
per i quali i ricavi non sono stati ancora conseguiti e quelli per i quali devono ancora essere
effettuate tutte le prestazioni o parti di esse (cioè spese/ricavi che non riguardano
quell’esercizio perché magari ancora devo vendere il prodotto, oppure li ho venduti ma
ancora devo incassare materialmente i soldi non li ho ancora fatturati, o anche ho acquistato
100 tonnellate di materia prima, ne ho usata solo 60 a fine esercizio, i restanti 40 sono un
costo sospeso che userò quindi nell’esercizio successivo)
Per stilare il bilancio si fa riferimento a principi contabili emanati da autorità di competenza. Per
questi principi si fanno le seguenti schematizzazioni:
Competenza dei ricavi (cioè quali sono i ricavi d’esercizio, lo sono solo se avvengono tassativamente
queste due cose)

 Il processo produttivo dei beni/servizi è stato completato, cioè quando spedisco il prodotto
o quando erogo il servizio
 Lo scambio è già avvenuto, cioè ho già venduto e incassato i soldi/fatturato
Competenza dei costi (cioè quali sono i costi di esercizio, lo sono solo se avvengono entrambe le
seguenti condizioni):

 I costi devono essere correlati ai ricavi, ossia ai ricavi di competenza di un esercizio devono
essere contrapposti i costi sostenuti da sostenere per il loro conseguimento (cioè i costi
sostenuti per produrre avere i ricavi di quell’esercizio, in pratica tutto quello che acquisto e
uso per ricavare in quell’anno, la parte acquistata e non usata ancora non è un costo
d’esercizio)

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 In caso di non correlabilità sono di competenza dell’esercizio in cui si manifestano (cioè solo
se sono diretti ai ricavi di quell’esercizio come detto), comprendono anche costi futuri che si
accumulano durante l’attività anche se i soldi verranno effettivamente sborsati in seguito

La slide qua sopra mostra quali costi sono correlabili ai ricavi (tipo fattore produttivo
usato/personale usato per realizzare il prodotto venduto e una correlazione diretta, un altro costo
correlabile è la quota di ammortamento annuale di un macchinario).

CAPITOLO 11.6: VALORI STIMATI E CONGETTURATI NEL REDDITO DI ESERCIZIO

Il reddito di esercizio ha natura astratta, cioè non è proprio il risultato sicuro che ho avuto in un
anno, perché i costi e i ricavi possono avere una natura futura e quindi ipotetica, basati sulla gestione
aziendale.

CAPITOLO 11.7: LA VALORIZZAZIONE DEI PROCESSI IN CORSO ALLA CHIUSURA


DELL’ESERCIZIO

Per determinare il costo d’esercizio, bisogna sottrarre il costo sospeso dal costo totale (esempio:
acquisto 100 tonnellate di una materia prima, ne utilizzo solo 70 che vanno a bilancio di questo
esercizio, quindi avrà 30 tonnellate di costo sospeso che va sul bilancio dell’esercizio successivo).
Quindi bisogna dare un valore a questi elementi dello stato patrimoniale (come le rimanenze di

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fattori e i crediti, ma dare anche valore ai debiti e alle passività presunte cioè i pagamenti che avrò
in futuro a causa della mia attività tipo una sanzione ecc.) al fine di definire i costi di esercizio.
Il problema si pone soprattutto per la valutazione delle rimanenze finali di materie prime,
semilavorati, prodotti in corso di lavorazione, servizi in corso di esecuzione, prodotti finiti e merci,
insomma per tutte le rimanenze.
Il valore delle rimanenze è funzione dei ricavi futuri che, una volta ultimati i cicli produttivi, potranno
derivare, cioè ricavi presunti.
Per le merci e i prodotti finiti, il valore è legato al loro prezzo di vendita (realizzo diretto). Per le
materie prime, i semi lavorati e i prodotti in corso di lavorazione, il valore è legato al prezzo dei
prodotti e dei servizi che con l’utilizzo di tali beni si potranno ottenere e vendere (realizzo indiretto,
cioè vengono usati per produrre prodotti finiti che venderò poi l’anno dopo e quindi avere un
realizzo diretto). Ovviamente queste ipotesi si fondano sul fatto che l’azienda continuerà la sua
attività anche l’anno dopo (principio della continuità della gestione, anch’esso importante in sede
di bilancio).
I valori di presumibile realizzo diretto e indiretto (cioè il valore delle rimanenze di prodotti già in
scorta o che otterrò finendo i cicli produttivi) rappresentano, in un’azienda “in funzionamento” (cioè
che continuerà la sua attività), i valori massimi che possono essere assegnati alle rimanenze, poiché
valori maggiori sarebbero privi di senso, quindi è un valore che do con dei ragionamenti (cioè io da
quelle scorte posso incassare al massimo un certo valore se le vendo tutte, è inutile dare un valore
maggiore in quanto realmente non incasserò mai più di quel valore [tipo se ho in scorta 1000
cellulari che valgono 100 euro, il valore massimo sarà 100mila euro, più di quello non potrò mai
incassare, valore di presumibile realizzo).

CAPITOLO 11.7.1: COSTO VS VALORE DI PRESUMIBILE REALIZZO

Se il valore di presumibile realizzo è superiore al costo (cioè ho acquistato il prodotto a un prezzo


inferiore rispetto a quello che penso di poterlo rivendere) allora il valore di presumibile realizzo sarà
massimo (cioè se ho acquistato a 1 euro e conto di vendere a 2 euro, il valore sarà compreso tra 1 e
2 euro secondo una mia valutazione ragionevole). Se invece il valore di presumibile realizzo è
inferiore al costo l’unico valore di queste merci è solo il valore di presumibile realizzo (cioè se ho
acquistato a 1 euro e so che posso vendere solo a 0.80 è inutile dare un valore più alto perché so
già che non riuscirei a vendere a un prezzo più alto).

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CAPITOLO 11.7.2: PRINCIPIO DELLA PRUDENZA (CIOE’ IL PRINCIPIO CON LA
QUALE SCELGO I VALORI)

La logica del reddito realizzato, ottenuto cioè dalla differenza tra i ricavi e i costi relativi ai soli
processi conclusi, implica l’adozione del principio della prudenza (altro postulato del bilancio), in
base al quale, i valori da assegnare alle attività sono definiti scegliendo tra i più bassi tra quelli
ragionevoli.
Per questo principio:

 Se il VPR è più alto del costo, sceglierò il valore del costo perché è più basso, in questo caso
non anticipo degli utili che presumo di ottenere in futuro (cioè non metto a bilancio di questo
anno dei ricavi che avrò in futuro, anche se sono sicuro di averli, li tengo comunque fuori e
li riconsidero nell’esercizio successivo, quindi le rimanenze le valuto con il valore del loro
costo [se ho acquistato a 1 euro, a 1 euro le metto a bilancio, anche se so di venderle a 2 o
comunque a un prezzo più alto di quello di costo]. Valutazione al Costo
 Se il VPR è minore del costo, allora come valore sceglierò il valore di presumibile realizzo,
cioè anticipo a bilancio anche delle perdite probabili e future (cioè se so che le rimanenze le
posso vendere solo a un prezzo inferiore a quello di costo, le metto già a bilancio perché so
già che a un prezzo più alto non posso venderle in futuro). Valutazione al VPR
Le implicazioni del principio della prudenza quindi sono:

 Gli utili sperati/futuri non devono partecipare alla determinazione del reddito (primo punto
di sopra)
 Le perdite temute/future devono partecipare alla determinazione del reddito (secondo
punto di sopra)
Se le perdite temute non partecipassero alla formazione del reddito dell’esercizio, il risultato
economico rischierebbe di essere sopravvalutato con la conseguente possibilità di distribuire o
prelevare utili non effettivamente realizzati (cioè se non considero che la vendita di quei prodotti
non mi farà comunque rientrare dei prezzi di costo ma per esempio penso di venderli a un prezzo
più alto, avrò una valutazione degli utili falsata, cioè mi aspetto di incassare più di quanto invece
realmente incasserò e quindi rischio di spendere dei soldi che invece non ho).
Per lo stesso motivo, non devono essere considerate, nella formazione del risultato, componenti
positive di reddito soltanto sperati, ma non finanziariamente già realizzati (cioè metto il prezzo di
costo, anche se so di vendere a un prezzo più alto perché materialmente ancora li devo vendere,
sicuramente li incasserò ma finchè non incasso non li considero a bilancio, onde evitare problemi).
Quindi il bilancio d’esercizio considera solo costi e ricavi già materializzati (per un esempio vedi slide
33-34-35 del file sul “REDDITO”, nella slide 34 considero le rimanenze con il valore minimo cioè
quello di costo, nella 35 invece considero le rimanenze con il valore massimo di VPR, questo secondo
caso non conviene in quanto si mettono a bilancio nel primo anno, dei ricavi che si potranno non
avere mai).

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CAPITOLO 11.8: LA LOGICA DEL REDDITO REALIZZATO

Dall’applicazione dei principi di competenza economica e della prudenza (principi visti prima),
derivano le seguenti regole essenziali:

 Il reddito realizzato è ottenuto come differenza tra i ricavi derivati dai processi produttivi
conclusi e i costi correlati a tali processi (da sommare anche i costi che non presentano un
utilità futura, cioè tipo merci perse causa incidenti, un calciatore che si infortuna e chiude la
carriera, insomma i fattori produttivi persi causa forza maggiore)
 I valori dei processi in corso di svolgimento da trasferire ai futuri esercizi sono determinati
dalle seguenti regole:
o Le attività sono valutate al costo di acquisto o di produzione o al valore di presumibile
realizzo se inferiore al costo (come detto prima, si sceglie il più basso, cioè il minimo
che posso guadagnare)
o Le passività sono iscritte al valore nominale con cui sorte o al valore di presumibile
estinzione, se superiore (cioè al valore più alto della passività, cioè quanto posso
perdere al massimo)
o E’ necessario anticipare a carico dell’esercizio considerato quote di costi futuri
presunti la cui futura manifestazione è probabile (cioè costi che quasi sicuramente
avrò derivanti dalla mia attività, tipo il TFR che dovrò dare o multe che avrò a fine
attività causa violazioni, oppure se ho una causa in corso che con tutta probabilità
perderò, devo considerare i soldi che dovrò pagare in caso di perdita della causa)

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CAPITOLO 11.9: IL CONTO ECONOMICO (QUESTO A DUE SEZIONI E’ QUELLO PIU’
SEMPLICE)

Il conto economico, quasi sempre, si presenta a due sezioni come nella figura riportata qua sopra:

 A sinistra abbiamo la sezione del dare


 A destra invece abbiamo le sezioni dell’avere
Nel dare ci vanno tutti i costi che hanno avuto una manifestazione finanziaria nell’esercizio,
nell’avere ci sono tutti i ricavi. Questa è la forma più semplice del conto economico (formula a
partita doppia).
Nella sezione del dare, abbiamo i costi di acquisizione di fattori produttivi correnti (seconda voce
della figura) nella loro interezza, se di un fattore produttivo ho delle rimanenze, queste allora vanno
messe nella parte dell’avere (da “n” a “n+1”, l’anno successivo questi passeranno ovviamente nei
costi come costi di “n-1” a “n”). Sempre nella stessa zona, abbiamo le quote di ammortamento, gli
oneri finanziari (cioè gli interessi sui prestiti), gli oneri e rischi futuri (accantonamenti per presunte
spese future), oneri da dismissione di fattori produttivi pluriennali e altre perdite (minusvalenze
avute a seguito della vendita di macchinari e/o strutture ormai vecchie, quindi le vendo a un prezzo
inferiore a quello d’acquisto originale causa usura e obsolescenza) e gli oneri tributari.
Nella sezione dell’avere invece, abbiamo i ricavi conseguiti dall’esercizio (cioè i meri guadagni
derivati dall’attività aziendale), i costi da trasferire da “n” a “n+1” (rimanenze, dato corretto con la
voce ricavi da trasferire da “n” a “n+1” dei dare), proventi finanziari e patrimoniali (interessi che
dovrò avere in seguito a delle obbligazioni che ho, oppure ricavi derivati da strutture affittate ad
altri), proventi da dismissione FPP e altri proventi (plusvalenze avute dalla vendita di

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macchinari/strutture vendute a prezzo più alto rispetto a quello originale, chiaro esempio un
calciatore preso a parametro zero e poi rivenduto).
Se il totale dei ricavi è superiore a quello dei costi allora avrò un utile di esercizio e lo metto nella
sezione dei dare per pareggiare le sezioni. Viceversa, se il totale dei ricavi è minore al totale dei costi
allora avrà una perdita di esercizio e va nella sezione degli averi per pareggiare.

CAPITOLO 11.9.1: IL CONTO ECONOMICO A STRUTTURA SCALARE

Serve per avere dei risultati parziali, relativi a determinate aree dell’azienda (lo schema di sopra
invece da un totale di costi e ricavi, questa struttura invece serve per capire da dove derivano nel
dettaglio costi e ricavi). Pone in relazione, non più costi e ricavi totali, ma costi (con segno +) e ricavi
(con segno -) di una specifica sezione/area gestionale e lo fa con una singola sezione che vediamo
nella figura qui di seguito:

Individuiamo quindi più aree di gestione con i relativi costi e ricavi.


Ricavi e costi caratteristici sono quelli legati strettamente alla principale attività dell’azienda (se
vendo qualcosa sono i ricavi della vendita e i costi avuti per acquistare le materie prime per fare il
prodotto).
Saldo gestione accessoria: ricavi derivanti da altre strutture possedute dall’azienda per esempio,
tipo gli affitti riscossi da strutture affittate a terzi
Oneri finanziari: interessi passivi su debiti finanziari

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Ricavi e costi straordinari: legati a operazioni straordinarie fatte dall’azienda, tipo la
vendita/acquisto di un macchinario, cioè cose che l’azienda non fa continuatamente, quindi minus-
o plus- valenze
Si arriva sempre al reddito di esercizio finale ma ogni confronto ha un proprio preciso contributo su
esso, questo prospetto serve quindi a vedere come si incassano/spendono i soldi in quell’esercizio
e quindi vedere anche quali “zone” dell’azienda funzionano al meglio e quali no al fine di migliorare
il risultato nell’esercizio successivo (se per esempio si ottengono ricavi principalmente dall’attività
primaria, da quella accessoria ecc.).

CAPITOLO 11.9.2: CONTO ECONOMICO SECONDO IL CODICE CIVILE

Questo è uno schema molto sintetizzato, comunque anche questo ha una struttura scalare. E’ il
conto economico che realmente si allega al bilancio d’esercizio ed è fatto secondo legge.

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CAPITOLO 12: LA RILEVAZIONE – IL SISTEMA INFORMATIVO AZIENDALE E LA
CONTABILITA’ GENERALE

La rilevazione è un analisi quantitativa monetaria del capitale aziendale ma non solo, usa sistemi e
strumenti contabili. La rilevazione è composta dal sistema informativo aziendale e dalla contabilità
generale. In generale, raccoglie ed elabora informazioni sull’andamento aziendale e, grazie ad esse,
chi di dovere prende le giuste e necessarie decisioni al fine di migliorare la vita aziendale. La
contabilità generale è obbligatoria per legge ed è fondamentale per arrivare a stilare il bilancio.
Programmazione: definire gli obiettivi, è seguita sempre da un piano strategico e dalla definizione
del budget
Pianificazione: definire gli obiettivi per il medio-lungo periodo (3-5 anni), è il piano strategico della
programmazione

CAPITOLO 12.1: DATI E INFORMAZIONI

Le informazioni sono un insieme di dati grezzi/singoli organizzati al fine di generare un determinato


significato e soddisfare le esigenze conoscitive di un destinatario, cioè sono dati raccolti e rielaborati
al fine di essere utili a chi deve prendere le decisioni sulla vita dell’azienda.
Possono essere:

 Dati/informazioni quantitative (cioè espresse in numeri, sono le più utili perché sono dirette
e reali) o qualitative (cioè parole che descrivono una cosa)
 Dati/informazioni a consuntivo (dati dei ricavi/costi avuti per esempio, cioè dati raccolti
subito dopo la manifestazione finanziaria reale) o a preventivo (dati utili alla
programmazione della gestione, sono dati previsionali e futuri, lo è il budget)

CAPITOLO 12.2: IL SISTEMA INFORMATIVO

Per generare informazioni, l’azienda deve progettare ed impostare un sistema che viene
denominato sistema informativo. Come tutti i sistemi, è composto da una struttura (sarebbero i
mezzi fisici che vengono usati per ottenere le informazioni, quindi computer, software, addetti ai
lavori ecc.) e da un processo (sarebbe l’insieme delle azioni che si fanno come rilevare, elaborare,
valutare ecc.).
Le definizioni di sistema informativo sono due (a noi interessa solo la prima):

 E’ un insieme ordinato di elementi, anche molto diversi tra loro, che raccolgono, scambiano,
elaborano e archiviano dati con lo scopo di produrre e distribuire le informazioni alle
persone che ne hanno bisogno, nel momento e nel luogo adatto (accento posto quindi
maggiormente sulle strutture)
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 E’ l’insieme degli elementi e delle loro relazioni che determinano i procedimenti di
produzione dell’informazione, partendo dai dati che descrivono, in origine, i fenomeni
aziendali e ambientali: procedimenti finalizzati a soddisfare con efficacia ed efficienza, le
esigenze conoscitive interne ed esterne d’azienda

Nella figura sopra, la parte input rappresenta la parte strutturale del sistema informativo, mentre il
processo informativo è la parte processuale del sistema.
La maggior parte delle informazioni viene divulgata e usata da membri interni dell’azienda, le
informazioni possono anche essere comunicate quotidianamente.

CAPITOLO 12.3: LA CONTABILITA’ DIREZIONALE

Questo tipo di contabilità fornisce le informazioni al management dell’azienda che poi le usa per
prendere le decisioni appropriate in base all’andamento aziendale emerso dalla lettura dei dati.
Comprende una serie di strumenti informativi-contabili per la misurazione e il controllo degli
accadimenti aziendali (cioè i suoi strumenti/sistemi di rilevazione sono):

 Contabilità generale, è obbligatoria per legge, rileva dati a consuntivo subito dopo che questi
avvengono (tipo la registrazione delle vendite/acquisti, cioè subito dopo l’avvenimento
pratico), sono dati che si riferiscono all’azienda nel suo complesso. Sono dati che
provengono dall’interazione dell’azienda con terze parti (infatti si tratta sostanzialmente di
dati provenienti da acquisti e vendite quindi interazioni con clienti, fornitori, banche ecc.). Si
considerano solo acquisti e vendite perché sono le uniche due operazioni ad avere un
carattere finanziario. Questo tipo di rilevazione ha delle regole precise, dettate dal metodo
della partita doppia, e uno strumento preciso cioè il conto (ogni conto ha due sezioni, dare
e avere, e ogni oggetto da rilevare, tipo la cassa o i crediti, hanno un proprio conto singolo).
Questa rilevazione serve a rilevare in modo continuo i movimenti finanziari della gestione
(entrate, uscite, crediti ecc.), e seguire sistematicamente gli andamenti economici generali
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della gestione misurati da quelli finanziari. Questa rilevazione ha come funzione principale,
quella di essere indispensabile alla stesura del bilancio di esercizio e per determinare il
capitale di funzionamento con lo stato patrimoniale
 Contabilità analitica, non è obbligatoria per legge, si tratta di un insieme di rilevazioni
finalizzate alla determinazione di valori e risultati che si riferiscono a dimensioni particolari
della gestione aziendale, cioè dati che si riferiscono a una determinata area/parte
dell’azienda (un singolo prodotto, un singolo progetto ecc.). Serve quindi a vedere tipo
quanto mi costa un singolo prodotto, sempre per prendere le giuste decisioni. E’ un tipo di
contabilità più dettagliato e rileva solo dati di operazioni interne all’azienda. Monitora costi
e ricavi (non entrate e uscite). Può essere anche tenuta con un metodo extracontabile, cioè
senza usare conti ma usando strumenti alternativi come tabelle o fogli Excel. I dati rilevati
da essa sono a consuntivo e a preventivo
 Analisi di bilancio, la può fare anche una persona esterna all’azienda, è una rielaborazione
e un analisi più approfondita del bilancio. Si tratta di una metodologia di analisi a consuntivo
dei valori di bilancio finalizzata alla comprensione dello stato di salute dell’azienda mediante
la costruzione di indici/margini basati sul confronto fra voci o aggregati dello stato
patrimoniale e del conto economico (cioè riclassifica questi due documenti)
 Budget e il piano, il budget è il bilancio preventivo e riguarda gli obiettivi dell’anno successivo
(il piano invece fa la stessa cosa ma con obiettivi del medio-lungo periodo, è il “genitore” del
budget). Entrambi definiscono obiettivi quindi, obiettivi specifici di ogni area aziendale infatti
si ha un budget per ogni unità organizzativa. Ogni budget deve permettere di verificare il
suo andamento anche mese per mese, quindi deve avere gli obiettivi specificati mese per
mese e non solo quello annuale (quindi è articolato in sottoperiodi)
 Report, servono a verificare se si stanno raggiungendo gli obiettivi prefissati dal budget.
Sono collegati quindi al budget, si fanno dopo ogni mese (o almeno ogni tot mesi) al fine di
confrontare i risultati ottenuti in quel periodo con quelli prefissati dal budget (cioè se si sta
andando come previsto). Sono formati da tabelle, sono rilevazioni molto analitiche

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CAPITOLO 12.3.1: CONFRONTO TRA CONTABILITA’ GENERALE E CONTABILITA’
ANALITICA

Scopo:

 CO.GE: stilare il bilancio


 CO.AN: tre scopi, il primo e aiutare a prendere decisioni di ogni tipo sulla vita dell’azienda, il
secondo è per stabilire il budget e il terzo e per valutare il bilancio
Momento rilevazione:

 CO.GE: quando c’è manifestazione finanziaria, cioè quando parte il documento probatorio
(la fattura, quindi ricevimento o emissione di essa)
 CO.AN: quando utilizzo i fattori produttivi, cioè quindi quando ho dei costi
Classificazione dei costi e dei ricavi:

 CO.GE: divisi per natura, cioè un conto per ogni oggetto (tipo uno per le materie prime ecc.)
 CO.AN: per natura o destinazione, cioè tutti i costi riferiti a una singola cosa/prodotto
Destinatari informazioni:

 CO.GE: soggetti esterni all’azienda e per oneri di legge


 CO.AN: soggetti interni all’azienda/management
Metodologie di rilevazione:

 CO.GE: contabile
 CO.AN: contabile ed extracontabile

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Frequenza delle informazioni di sintesi:

 CO.GE: annuale, cioè in sede di bilancio d’esercizio


 CO.AN: infrannuale, cioè trimestrale, mensile o anche quotidiana
Tempestività vs Previsione:

 CO.GE: precisione
 CO.AN: tempestività

CAPITOLO 12.3.2: GLI STRUMENTI DI CONTABILITA’ DIREZIONALE

CAPITOLO 13: IL BILANCIO D’ESERCIZIO

Il bilancio d’esercizio è la fintesi dei fatti di gestione espressi in valori e riportati su due prospetti
fondamentali:

 Stato Patrimoniale che comprende:


o Attività e Passività (le attività indicano come si spende il denaro quindi comprende
la cassa, i clienti, il magazzino, gli impianti ecc; le passività invece indicano da dove
viene il denaro e quindi comprende debiti verso banche, fornitori e capitale netto).
Questo è un prospetto orientato al futuro

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 Conto Economico che comprende:
o Valore delle risorse consumate quindi i costi di esercizio o perdite, e il valore dei
risultati conseguiti cioè i ricavi d’esercizio o utili (in pratica è un documento che rileva
costi e ricavi reali derivanti dall’attività aziendale, quindi racconta quello che è
successo nell’azienda
Lo stato patrimoniale può essere costruito in modo relativamente semplice: basta andare in azienda
e, usando il giusto metodo, misurare il valore dei beni, dei diritti (crediti) e degli obblighi (debiti).
Questo processo di rilevazione viene fatto attraverso l’inventario. Dopo questo, per conoscere il
reddito, basta confrontare due stati patrimoniali, uno dell’anno in corso e uno dell’anno
prevedente, la differenza tra i due rappresenterà gli utili o le perdite d’esercizio.
Per misurare i singoli costi e ricavi d’esercizio, cioè come ho ricavato i soldi e come li ho spesi, c’è
bisogno di fare il bilancio, per fare ciò si fa uso di un sistema contabile.

CAPITOLO 13.1: IL CICLO ECONOMICO MONETARIO

Per conoscere i costi e i ricavi di esercizio, si considerano le operazioni di gestione esterna (acquisti
e vendite fatte dall’azienda), perché sono le uniche che, come detto anche in precedenza, hanno e
fanno delle variazioni finanziarie le quali misurano appunto, costi e ricavi di esercizio.
Costi e ricavi riguardano l’aspetto economico, entrate e uscite invece riguardano l’aspetto
monetario.

CAPITOLO 13.2: LA RILEVAZIONE – LO STRUMENTO

Lo strumento tipico della rilevazione è il conto (ne abbiamo già parlato in precedenza), ogni conto
è specifico di un’oggetto aziendale, cioè considera solo la cosa (cassa, crediti ecc.) della quale voglio
sapere tutte le variazioni. Il conto è formato da due sezioni:

 Dare, a destra, lato delle entrate


 Avere, a sinistra, lato delle uscite
Dare e Avere sono due termini convenzionali, cosi come addebitamento (valore che va nei dare ed
indicano entrate di soldi), accreditamento (valore che va negli averi ed indica uscite di soldi),
accensione/chiusura di un conto (quando si scrive il primo valore in un conto si apre, lo si chiude
quando si estingue il debito per esempio), o conti a funzionamento unifase o bifase (unifase quando
ha solo una sezione, bifase invece se considera entrambe le sezioni dare e avere, tipo la cassa è un
conto bifase). A fine anno, bisogna chiudere tutti i conti per poter fare il bilancio (ecco perché si dice
“chiudere i conti”).

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CAPITOLO 13.2.1: LA RILEVAZIONE – IL SISTEMA

Esistono due modelli di rilevazione:

 Sistema Patrimoniale, è rivolto a misurare composizione, entità e variazioni dell’oggetto


complesso “patrimonio/capitale aziendale”, cioè rileva principalmente le variazioni di
capitale e di conseguenza i costi e ricavi che servono a fare il bilancio
 Sistema del Reddito, intende tenere sotto osservazione l’oggetto complesso “reddito”, visto
nei singoli elementi (costi e ricavi) che lo determinano, cioè ha come focus principale i costi
e i ricavi, anche se tiene d’occhio anche le variazioni di capitale, rispetto al primo quindi
cambia solo il focus principale

CAPITOLO 13.2.2: LA RILEVAZIONE – IL METODO

Il metodo per la tenuta dei conti è quello della partita doppia. Questo metodo afferma che:

 Ogni fatto/operazione ha un aspetto originario/finanziario (monetario dell’azione) e un


aspetto derivato/economico (economico, deriva da quello originario).
Come si può capire si definisce prima l’aspetto originario e poi quello derivato.
Per ogni aspetto, posso usare una serie di conti:

 Conti finanziari
 Conti economici
Questi due conti, hanno funzionamento opposto, cioè ciò che va nel dare di uno, nell’altro va negli
averi e viceversa.
Vediamo nella figura qui sotto, i dettagli di queste serie di conti:

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I conti finanziari (come la cassa che è l’unico conto a presentare solo costi certi in quanto presenta
solo i soldi che ho effettivamente in cassa), sono conti accesi con valori numerari certi (cioè soldi
che ho sicuramente), assimilati (cioè “quasi denaro” nel senso che sono soldi che avrò quasi
sicuramente a scadenza, ne fanno parte i crediti a clienti sia passivi che attivi) e presunti (cioè crediti
in moneta estera, io so che devo avere dei soldi ma sono in moneta estera tipo in dollari quindi, so
che li avrò ma non so di preciso quanto perché dipende dal tasso di cambio). Possono essere anche
conti accesi a crediti/debiti di finanziamento, cioè aperti in seguito a finanziamenti, mutui,
obbligazioni e prestiti a medio-lungo termine.
I conti economici invece sono unifase e considerano singolarmente o dei costi (componenti negativi
di reddito) o dei ricavi (componenti positivi di reddito).
Come detto, i due conti funzionano in modo opposto, quindi le uscite che vanno in avere nel conto
finanziario, nel conto economico vanno nel dare sottoforma di costi e viceversa (vedi figura di
seguito per dettagli).

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CAPITOLO 13.3: LE OPERAZIONI DI ACQUISTO

Vediamo nel dettaglio, gli effetti finanziari ed economici degli acquisti:

 Sotto l’aspetto finanziario, determinano una variazione finanziaria negativa, cioè un uscita
 Sotto l’aspetto economico, determinano una variazione economica di reddito negativa,
quindi un costo d’esercizio o anticipato
Facendo riferimento al metodo della partita doppia, le uscite vanno nell’avere dei conti finanziari
(perché sono uscite) mentre vanno a destra nel dare nei conti economici unifase (perché sono costi
e ovviamente, ciò che va nel dare di un conto, va nell’avere di un altro). Gli acquisti possono essere
pagati in contanti, con un prestito bancario o a scadenza (tipo a 30gg).

CAPITOLO 13.4: LE OPERAZIONI DI VENDITA

Anche in questo caso, si ragiona sull’aspetto economico e finanziario:

 Sotto l’aspetto finanziario, le vendite determinano una variazione finanziaria positiva, cioè
un entrata
 Sotto l’aspetto economico, le vendite determinano una variazione economica di reddito
positiva, cioè un ricavo
Nel conto finanziario, le entrate vanno nel dare, nel conto economico vanno nell’avere sempre per
la regola della partita doppia. In caso di pagamento dilazionato, nel conto economico, i soldi vanno
scritti tutti e subito nell’avere perché sono dei ricavi. Nel conto finanziario invece, nel dare va

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inserita la parte che si è incassata subito, mentre nell’avere va inserita la parte che incasserò a
scadenza in quanto sono dei crediti.

CAPITOLO 13.5: LE PRINCIPALI REGOLE CONTABILI

Dato il funzionamento simmetrico delle due serie di conti, il totale degli addebitamenti è sempre
pari al totale degli accreditamenti (questo perché quello che va a destra in un conto, va a sinistra
nell’altro, quadratura contabile).
Le rilevazioni vengono effettuate al momento della manifestazione finanziaria, cioè per ragioni di
praticità fiscale per le aziende, la manifestazione finanziaria convenzionalmente si ha al momento
della fatturazione.

CAPITOLO 13.6: I CONTI DI CAPITALE

Visto che non si può spiegare tutto solamente attraverso la contrapposizione entrate/uscite (o
ricavi/costi che dir si voglia), ci sono aspetti particolari che interessano i mezzi propri dell’impresa,
cioè le variazioni del capitale netto aziendale, che si rilevano in appositi conti detti conti economici
di capitale (cioè non si concentrano su entrate ed uscite dell’attività ma sul capitale depositato in
azienda e di come esso varia).

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CAPITOLO 13.6.1: I CONTI DI CAPITALE – IL FUNZIONAMENTO

Il funzionamento di questi conti di capitale è riassunto nell’immagine che segue:

CAPITOLO 13.7: DALLE SCRITTURE CONTINUATIVE ALLE SCRITTURE DI


ASSESTAMENTO

La rilevazione dei fatti di gestione in via continuativa, al momento della manifestazione finanziaria
(cioè quando si emette/riceve la fattura), non consente di arrivare alla determinazione del reddito
di esercizio. Questo perché, in questo tipo di scrittura continuativa, un costo è semplicemente un
costo, cioè non viene detto niente in merito al “consumo della risorsa” acquistata (cioè si scrive
solo quanto si è speso per acquistarla completamente, ma non quanta ne è stata usata o altro,
semplice rilevamento di costi in pratica), che come sappiamo, può anche essere usata nell’esercizio
successivo.
Si rilevano comunque due tipi di costi:

 Costi di esercizio, che misurano il valore delle risorse che sono state consumate nel corso
del periodo amministrativo
 Costi anticipati/sospesi, sono invece quelli sostenuti “anticipatamente” rispetto al loro
utilizzo
Perciò, se si vuole determinare il reddito di esercizio, si deve spezzare il costo in queste due
componenti, in sede di bilancio (cioè i semplici costi rilevati nella scrittura continuativa devono

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essere considerati in questi due modi, in costi di risorse usate e in costi di risorse accumulate e usate
in futuro). Occorre quindi “stornare” i valori risultati della contabilità.
Un problema però, si ha quando vengono consumate delle risorse (quindi si sostengono costi di
esercizio) ma queste non hanno ancora dato luogo ad un uscita (cioè ad una manifestazione
finanziaria, tipo ho realizzato il prodotto ma non l’ho ancora venduto e lo tengo in deposito). Per
risolvere ciò, occorre “integrare” i saldi contabili, così da aggiungere anche questi costi a quelli da
portare nel conto economico.

CAPITOLO 13.7.1: DISTINGUERE COSTI E RICAVI D’ESERCIZIO DA QUELLI SOSPESI

Ci sono due possibilità:

 Identificare i costi ed i ricavi di esercizio in via diretta e considerando costi e ricavi sospesi
tutti gli altri (cioè si misurano solo i costi e ricavi derivanti dai prodotti venduti, quelli sono
considerati come d’esercizio; tutti gli altri sono sospesi e vengono misurati di conseguenza)
 Misurare il valore dei beni che sono ancora in azienda, cioè questi sono ancora costi e ricavi
sospesi mentre tutti gli altri, rilevati ma non più in azienda, saranno considerati come costi
e ricavi d’esercizio (cioè i prodotti che ho ancora in deposito sono costi sospesi perché ancora
devo vedere, gli altri saranno di esercizio)
La prima ipotesi però, non è fattibile perché si tratterebbe di andare a misurare i beni e i servizi
utilizzati, cioè le risorse che non ci sono più in azienda. E’ molto più semplice invece, usare la seconda
ipotesi in quanto questa misura il valore dei beni depositati in azienda e quindi facilmente valutabili
in quanto materiali, per fare questa valutazione dei beni in azienda quindi, si usa l’inventario.

CAPITOLO 13.7.2: LE SCRITTURE DI ASSESTAMENTO

Con le scritture di assestamento, si riportano nella contabilità i valori dell’inventario. Con questi tipi
di scritture, si distinguono due grandi tipologie:

 Scritture di rettifica o di storno, cioè storni di costi o ricavi che hanno già avuto
manifestazione finanziaria ma non di competenza dell’esercizio amministrativo che si sta
valutando (ne fanno parte gli ammortamenti, le rimanenze di merci che saranno vendute nel
prossimo esercizio ecc.)
 Scritture di imputazione, cioè imputazione di costi e ricavi a manifestazione finanziaria
futura ma di competenza dell’esercizio in corso (cioè costi o ricavi che verranno ratificati in
futuro ma che riguardano l’esercizio in corso perché maturano durante questo, tipo il fondo
imposte e tasse o quello della svalutazione dei crediti, o anche ratei attivi e passivi)

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CAPITOLO 13.8: AMMORTAMENTO

L’ammortamento, è il procedimento economico-contabile di ripartizione in più esercizi del costo dei


beni a fecondità ripetuta, in funzione della loro durata economica (sarebbe il pagamento “a rate” di
un macchinario per esempio, cioè lo acquisto e poi lo pago, un po alla volta, durante tutto il periodo
che lo utilizzo).
Per le immobilizzazioni materiali, si applica il cosiddetto metodo indiretto di ammortamento, che
fa uso del fondo ammortamento (cioè si divide il costo in parti uguali in più anni)
Per le immobilizzazioni immateriali, si applica il metodo diretto di ammortamento, che consiste
nel portare direttamente in deduzione, dal costo storico del bene pluriennale, le quote di
ammortamento.

CAPITOLO 13.8.1: AMMORTAMENTO – METODO DIRETTO

Dalla figura si vede chiaramente il processo di ammortamento, cioè io ho speso 1000€ per il
brevetto, quel brevetto mi ha permesso di vendere fino ad ora, 300€ di prodotti, quindi ho già
“recuperato” 300€ dalla spesa che ho sostenuto per acquistarlo, quindi in bilancio, non considero
1000€ di spesa ma solo 700€ perché 300€ già sono rientrati con la vendita.

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CAPITOLO 13.8.2: AMMORTAMENTO – METODO INDIRETTO

Questo metodo invece, prevede la divisione delle quote di ammortamento durante tutto il periodo
di utilizzo del macchinario per esempio. Se io so che lo userò per 5 anni e l’ho pagato 5000€, dividerò
automaticamente il costo totale in parti uguali, nei 5 anni stimati dell’utilizzo, mettendo 1000€
all’anno nel fondo di ammortamento (cioè costi sicuri e già preventivati).

CAPITOLO 13.9: RIMANENZE DI MERCI

Si ha nel caso in cui una parte delle merci acquistate, resta a fine anno in magazzino, a disposizione
dell’esercizio successivo.
Come detto in precedenza, in questo caso, la merce venduta rappresenterà il costo di esercizio.
Le merci in rimanenza invece, sono una risorsa a disposizione della gestione futura, quindi sono un
costo anticipato (perché li ho prodotti nell’esercizio precedente ma li venderò e quindi ricaverò in
futuro).
In sede di bilancio, in particolare nel conto economico, il valore delle merci in rimanenza sarà da
contrapporre al valore totale delle merci (cioè se ho avuto un costo di 3000€ per produrre tutte le
merci, dall’altra parte dovrò sottrarre il valore di quelle che ho ancora in magazzino).

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CAPITOLO 13.10: RISCONTI

Sono quote di costo o di ricavo che:

 Sono a cavallo di due o più esercizi


 Maturano in base al tempo
 Hanno manifestazione finanziaria anticipata rispetto alla competenza economica
Possono essere risconti:

 Attivi, in caso di costi già sostenuti ma da stornare in quanto competenti all’esercizio


successivo (cioè io in realtà ho già speso quei soldi ma li devo sottrarre dal bilancio perché
non sono di competenza di quell’esercizio amministrativo)
 Passivi, in caso di ricavi già conseguiti, ma da stornare in quanto competenti all’esercizio
successivo (stesso discorso di quelli attivi, cioè io ho già incassato quei soldi ma li devo
sottrarre a bilancio)
L’esempio che segue spiega meglio il tutto:

Facendo riferimento alla figura, i 90€ io li ho già incassati ma sono la quota di affitto dell’anno
successivo quindi io ho incassato subito i soldi ma li considererò nell’anno successivo, nel bilancio di
questo esercizio considero solo 30€ che sono le quote degli ultimi tre mesi dell’anno.
In sede di assestamento, i 90€ saranno un risconto passivo.
Tutte le scritture di storno in sostanza, si traducono nel dividere un costo/ricavo in due parti: quella
di esercizio e quella anticipata. La registrazione di questi pertanto, presenta sistematicamente la
rilevazione di due voci di reddito.

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Nelle scritture integrative, si tratta di rilevare un costo o un ricavo che non ha ancora avuto la
manifestazione finanziaria e quindi non risulta in contabilità. Visto che effettivamente quindi la
manifestazione finanziaria non c’è ancora stata, se ne calcola una fittizia o meglio detta presunta.
Tutti i valori finanziari che servono a misurare costi e ricavi in sede di assestamento, sono valori
finanziari presunti proprio perché sono determinati da stime e congetture.

CAPITOLO 13.11: FONDO IMPOSTE E TASSE

Le imposte sul reddito di esercizio dell’anno di cui si va a redigere il bilancio si pagano, in realtà,
l’anno successivo e non trovano pertanto manifestazione finanziaria nell’anno a cui effettivamente
competono (questo perché le tasse da pagare vengono “decise” dal bilancio e dal fatturato
derivante, quindi visto che questo si fa a fine anno, le tasse le pagherò di conseguenza l’anno
successivo).
A causa di ciò, per rispettare il principio della competenza, è indispensabile procedere alla
rilevazione del costo di esercizio relativo alle imposta a fronte dell’uscita che si presume avverrà nel
corso dell’esercizio successivo (cioè si stima quanto si pagherà di tasse e si mettono nei “dare” del
conto che riguarda imposte e tasse, ovviamente vanno negli “avere” del fondo imposte e tasse).

CAPITOLO 13.12: FONDO SVALUTAZIONE CREDITI

Può accadere che alcuni crediti non vengano riscossi, cioè tipo un cliente non salda il proprio debito
con noi e quindi il credito che abbiamo nei suoi confronti si svaluta/annulla con conseguente perdita
di soldi.
La perdita su crediti, rappresenta un costo di competenza dell’esercizio in cui il credito stesso è
stato concesso. Pertanto, in sede di bilancio, si procede a stimare la perdita che probabilmente si
manifesterà sui crediti in portafoglio, per farla pesare sul reddito d’esercizio (cioè considero che
quei crediti non mi vengano riscossi). Una volta valutata la perdita presunta quindi, si effettua la
seguente rilevazione:

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CAPITOLO 13.13: I RATEI

I ratei sono dei debiti o crediti presunti, che misurano quote di costo o di ricavo che (a differenza
dei risconti queste sono presunti):

 Sono a cavallo di due o più esercizi


 Maturano in base al tempo
 Hanno manifestazione finanziaria posticipata rispetto alla competenza economica
Possono essere ratei:

 Attivi, in caso di ricavi da conseguire nel successivo esercizio ma di competenza economica


dell’esercizio in chiusura e corrente e quindi vanno integrati nel reddito (cioè soldi che
materialmente non ho incassato ma che sicuramente incasserò in futuro ma che ho
“maturato” in questo esercizio quindi li devo aggiungere al reddito; tipo se concedo un
pagamento posticipato, i soldi non li avrò subito ma riguardano l’anno corrente quindi li devo
comunque considerare come ricavo)
 Passivi, in caso di costi da sostenere nel successivo esercizio ma di competenza economica
dell’esercizio in chiusura e corrente e quindi vanno integrati nel reddito (stesso discorso di
quelli attivi ma stavolta sono dei costi, cioè soldi che materialmente non ho ancora cacciato
ma che caccerò sicuramente in futuro e che ho “maturato” in questo esercizio e pertanto
vanno considerati)

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CAPITOLO 13.14: LE SCRITTURE DI CHIUSURA

In queste scritture di chiusura, si raccolgono i valori in prospetti contabili di sintesi, questi prospetti
sono:

 Il conto economico, che indica il reddito conseguito


 Lo stato patrimoniale, che indica la composizione del capitale

CAPITOLO 13.14.1: LE SCRITTURE DI CHIUSURA – I CONTI APERTI

I conti economici possono essere:

 Conti economici di reddito accesi a costi e ricavi d’esercizio


 Conti economici di reddito accesi a costi e ricavi sospesi
 Conti economici di capitale
 Conti finanziari

CAPITOLO 13.14.2: FASI DEL PROCESSO DI CHIUSURA

1. Saldo di costi e ricavi di esercizio e riepilogo nel conto riassuntivo di reddito, fare cioè il conto
economico
2. Rilevazione del risultato d’esercizio e chiusura del conto economico
3. Saldo dei conti rimasti aperti e riepilogo nel conto riassuntivo, cioè fare lo stato patrimoniale

Di seguito, vediamo nel dettaglio le tre fasi.

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CAPITOLO 13.14.2.1: FASI DEL PROCESSO DI CHIUSURA – DETTAGLIO FASE 1

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CAPITOLO 13.14.2.2: FASI DEL PROCESSO DI CHIUSURA – DETTAGLIO FASE 2

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CAPITOLO 13.14.2.3: FASI DEL PROCESSO DI CHIUSURA – DETTAGLIO FASE 3

Come detto, in questa terza e ultima fase, si procede al saldo dei conti rimasti aperti con
conseguente riepilogo nello stato patrimoniale. Si chiudono/saldano:

 Conti economici di reddito accesi a costi e ricavi anticipati


 Conti economici di capitale
 Conti finanziari
In questa fase, solo valori attivi:

 Conti finanziari attivi (vnc, vnaa, vnpa)


 Costi anticipati
Sono invece valori passivi:

 Conti finanziari passivi (vnap, vnpp)


 Ricavi sospesi
 Conti di capitale
Nello stato patrimoniale, si mettono a sinistra i valori attivi e a destra i valori passivi.

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CAPITOLO 14: INFORMAZIONI QUALITATIVE E VARIE FORME DI BILANCIO

Il bilancio d’esercizio, deve fornire una rappresentazione concreta e veritiera della situazione
patrimoniale e finanziaria e del risultato economico della gestione dell’azienda.
Per fornire questa rappresentazione, il bilancio d’esercizio si compone e fa uso di diversi documenti:

 Stato Patrimoniale, documento che vede investimenti e attività


 Conto Economico
 Rendimento Finanziario (dal 2016), illustra la dinamica delle fonti e l’impiego delle risorse
economiche nelle varie aree della gestione aziendale
Questi tre documenti si occupano della misurazione e rappresentazione dei fatti della gestione.
Abbiamo poi, sempre tra i documenti del bilancio:

 Nota Integrativa, documento che illustra i criteri di misurazione e rappresentazione dei fatti
di gestione (in pratica, spiega nel dettaglio cosa ho nei prospetti contabili [stato patrimoniale
e conto economico che invece contengono solo “voci e numeri”], fornendo informazioni e
dettagli proprio su queste voci e numeri)
 Relazione sulla gestione, documento che interpreta i significati economici dei fatti di
gestione (fornisce informazioni generali sulla gestione, documento qualitativo)

CAPITOLO 14.1. LA NOTA INTEGRATIVA

La nota integrativa, è il documento che occupa più pagine del bilancio (quasi sempre) e contiene
informazioni descrittive e quantitative. Questa è parte integrante quindi, del bilancio e svolge le
seguenti funzioni informative:

 Funzione descrittiva, infatti descrive le operazioni fatte nel dettaglio


 Funzione informativa, cioè offre informazioni generiche e varie
 Funzione esplicativa
Le informazioni da includere nella nota integrativa (informazioni regolate principalmente
dall’articolo 2427 del c.c. ma non solo) possono essere articolate/raggruppate idealmente in quattro
sezioni:

 Illustrazione dei criteri di valutazione adottati, cioè informazioni che spiegano i criteri usati
per stimare i vari costi per esempio e cosi via
 Informazioni sulle poste di stato patrimoniale, cioè dettagli sulle voci dello stato
patrimoniale, sono messe seguendo l’ordine dello stato patrimoniale
 Informazioni sulle poste di conto economico, cioè dettagli sulle voci del conto economico,
seguono anche queste l’ordine del conto economico stesso
 Informazioni varie, cioè informazioni che non rientrano nelle precedenti tre voci, tipo quelle
riguardanti i conti d’ordine (operazioni avvenute già che però non hanno ancora avuto una

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manifestazione patrimoniale), o il numero di dipendenti, le azioni emesse e che tipo di azioni
(le squadre professionistiche di calcio, in questa voce, aggiungono informazioni sulla
campagna acquisti fatta in quanto, visto che il loro bilancio si fa a settembre, tra il finale di
stagione [30 giugno] e la data del bilancio [settembre] sono stati fatti dei trasferimenti).
Oltre alle informazioni previste dall’articolo 2427 del c.c., la nota integrativa può presentare anche
altre informazioni come:

 Deroghe eccezionali alle norme che regolano la redazione del bilancio, cioè se non applico
la norma specifica in materia di bilancio, devo spiegare il perché e che conseguenze ho avuto,
sono casi rarissimi
 Modifiche di aspetti formali o sostanziali del bilancio, cioè se non si segue l’ordine fisso e
gerarchico delle voci del bilancio o dello stato patrimoniale (aspetto formale, cioè se metto
in ordine diverso voci e sotto-voci, o ne aggiungo di nuove, questo viene fatto quando si dà
più importanza a una voce e quindi bisogna spiegare perché si è dato più importanza a quella
e quindi perché la si è messa più in alto/in evidenza); aspetto sostanziale invece quando
cambio i criteri di valutazione in sede di bilancio (cioè devo spiegare perché per alcune voci
ho usato dei criteri e perché ho usato altri criteri con altre voci)
 Informazioni su società controllanti, cioè fornire informazioni sulle azioni infragruppo
avvenute tra aziende dello stesso gruppo aziendale
 Beni del patrimonio oggetto di rivalutazioni monetarie, allo scopo di informare su eventuali
inflazioni avute nel tempo (cioè se ho acquistato un immobile 20 anni fa, è logico che questo
oggi mi vale molto di più causa inflazione), oppure quando c’è un cambio di destinazione di
un terreno posseduto
 Ex direttiva Europea 46/2006, con informazioni relative a parti correlate e accordi non
risultati dallo stato patrimoniale [NON IMPORTANTE]
Questo dimostra come le informazioni della nota integrativa variano e possono variare nel tempo
secondo le norme emanate dal legislatore.

CAPITOLO 14.2: LA RELAZIONE SULLA GESTIONE

La relazione sulla gestione è un contenitore di informazioni di carattere qualitativo che accompagna


e correda il bilancio d’esercizio. E’ un allegato molto importante del bilancio in quanto è un
documento chiave della reportistica aziendale, cioè da informazioni tipo su dove e come opera
l’azienda. Anche questo è un documento che occupa molte pagine e permette di capire come
interpretare la gestione aziendale e valutare come questa opera. Non spiega o fornisce dettagli su
dati ma illustra le strategie adottate e le decisioni prese dall’azienda al fine di mantenere l’equilibrio
economico nel tempo, illustrando anche eventuali prospettive future (può basarsi comunque sui
dati degli altri documenti, come quelli del conto economico).
Al fine di risalire al funzionamento dell’azienda, fornisce quindi informazioni su:

 Condizioni interne d’azienda, tipo illustra la governance dell’azienda tramite


l’organigramma, illustra le responsabilità dei vari membri ecc.

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 Condizioni esterne d’ambiente, cioè informazioni su dove opera l’azienda e le eventuali leggi
che hanno cambiato le attività aziendali
 Scelte poste in essere nelle gestioni passate e sui piani di sviluppo programmati per quelle
future, cioè spiega le scelte fatte in passato, nel presente e quali si faranno
Le informazioni richieste e da inserire quindi in questo documento, si raggruppano in due aree
tematiche:

 Situazione della società, andamento e risultato della gestione


 Rapporti con le consociate
La relazione sulla gestione, deve anche contenere, causa direttiva europea 51/2003:

 Indicatori finanziari che sintetizzino i risultati ottenuti (soprattutto per medio-grandi


aziende), cioè deve contenere degli indici di bilancio (per averli si rivalutano lo stato
patrimoniale o il conto economico)
 Indicatori non finanziari specifici all’attività dell’impresa, tipo quelli che vedono le quote di
mercato
 Una descrizione dei principali rischi e incertezze cui la società è esposta, tipo quando entra
un nuovo concorrente sul mercato
 Informazioni attinente all’ambiente (anche impatto ambientale della propria attività) e al
personale

CAPITOLO 14.3: IL BILANCIO CONSOLIDATO

In parole povere, è il bilancio d’esercizio del gruppo aziendale. Più precisamente, è il bilancio che la
capogruppo allega al suo personale bilancio d’esercizio. Questo consolidato però tiene conto di
tutte le aziende del gruppo, è composto dagli stessi documenti del bilancio d’esercizio singolo. La
sua redazione è molto più complessa (visto che in esso devono stare tutte le informazioni di tutte le
aziende del gruppo) e deve tenere in considerazione che:

 I bilanci delle singole entità facenti parte del gruppo, devono essere redatti tutti con le stesse
regole contabili e con la stessa valuta
 La percentuale di possesso della controllante nel capitale della controllata
 Operazioni che avvengono tra società facenti parte dello stesso gruppo hanno una valenza
diversa (tipo la vendita di un semilavorato da un’azienda all’altra, nei singoli bilanci viene
vista come un costo/ricavo, nel bilancio consolidato invece questo tipo di operazione non va
considerata, cosi come tutte le altre operazioni infragruppo
Come detto, deve essere redatto dalla società capogruppo che lo deve allegare al suo bilancio
d’esercizio.

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CAPITOLO 14.4: L’INFORMATICA SOCIO-AMBIENTALE

Consiste nell’assunzione da parte del management della responsabilità che l’azienda ha nei
confronti delle varie categorie di stakeholder (corporate social responsability).
Accountability: il dovere di rendicontare sulle azioni di cui si è responsabili nei confronti di terzi
(cioè informare gli stakeholders delle proprie operazioni).
Questi rendiconti si fanno tramite documenti di informativa socio-ambientale come i bilanci
sociali, ambientali o di sostenibilità.

CAPITOLO 14.4.1: IL BILANCIO SOCIALE

Questo tipo di bilancio, offre un quadro completo e approfondito dei legami e delle interrelazioni
tra l’impresa e il contesto ambientale di appartenenza. E’ strettamente collegato al bilancio
d’esercizio poichè, ad un lato, ne accresce la capacità informatica e ne completa le informazioni
completandolo, dall’altro trae da esso numerosi dati.
Pur potendo essere un documento autonomo da un punto di vista delle modalità di pubblicazione
deve essere redatto successivamente al bilancio d’esercizio.
La sua pubblicazione non è obbligatoria.
Di seguito, uno schema di come avviene questo processo di informazione,

I contenuti del bilancio sociale, si definiscono secondo uno dei più recenti standard di riferimento,
hanno una struttura generale definita e una serie di informazioni di minima:

 Informazioni qualitative, riguardanti l’identità aziendale (assetto istituzionale, valori di


riferimento, strategie e politiche)
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 Dati quantitativi non monetari, come indicatori che illustrano le performance dell’azienda
in relazione a questioni rilevanti per gli stakeholders
 Dati economico-finanziari, cioè prospetti relativi al calcolo e alla distribuzione del valore
aggiunto

CAPITOLO 15: INDICI DI PERFORMANCE E VALORE D’AZIENDA – L’ANALISI


ECONOMICO-FINANZIARIA DELLA GESTIONE

Il sistema di indici, è composto da tanti indici vari ma tutti collegati tra loro con relazioni causa-
effetto. Ci sono indici di carattere generale per esempio, gli indici sono poi anche di carattere
superiore (più generici) o più specifici.
Si distinguono due grandi categorie di indici:

 Indici economici, servono a misurare, più dei costi e valori assoluti di questi, le condizioni di
redditività della gestione aziendale, sia nel suo complesso sia nel suo ambito caratteristico
(cioè nel dettaglio, come vengono spesi i soldi o entrano, in quali aree)
 Indici finanziari, servono ad accertare la capacità dell’azienda di generare/far fronte/coprire
il proprio fabbisogno finanziario, cioè di produrre i soldi necessari per pagare i debiti nel
tempo previsto e avere una solidità economica e finanziaria (cioè avere sempre soldi a
disposizione, anche quotidianamente)
Gli indici economici e finanziari devono essere contestualizzati a livello di micro e macro-ambiente
e comparati (cioè i valori di questi indici vanno rapportati al contesto nel quale si opera [tempo
storico, nazione, leggi ecc.], al settore specifico, tipo avere un 10% di ROE in un dato settore è un
ottimo risultato, soprattutto in tempo di crisi economica e così via). Per capire se il valore degli indici
è nella media o superiore/inferiore a questa, si può confrontare con quello di altre aziende che
operano nello stesso nostro settore [comparazione nello spazio], oppure paragonarlo a quello degli
anni passati [comparazione nel tempo].
Questi indici vanno indicati nella relazione sulla gestione.

CAPITOLO 15.1: IL PRIMO STEP – LA RICLASSIFICAZIONE DEI PROSPETTI


CONTABILI

Per ottenere questi indici, bisogna riclassificare i prospetti contabili del bilancio (come il conto
economico o lo stato patrimoniale), questa riclassificazione è la prima fase dell’analisi del bilancio.
Il primo prospetto ad essere riclassificato è proprio il conto economico (costruito sia a due sezioni
sia a una sola, cioè a struttura scalare). Se lo si fa a una sola sezione quindi a struttura scalare, i costi
e i ricavi vengono divisi per aree gestionali, in questo caso le poste non sono indicate con molta
precisione ma in maniera leggermente confusa. Nella riclassificazione di questo documento quindi,
si distinguono costi e ricavi a seconda della loro area di appartenenza, si distinguono quindi un:

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 Area Ordinaria, riguarda tutto ciò che viene fatto normalmente dall’azienda, tipo i costi di
acquisto di materie prime, ricavi di vendite ecc. In questa area, si distingue un’area operativa
(riguarda la produzione e la vendita dei propri prodotti e quindi i loro costi e ricavi) e un’area
finanziaria (riguardano le operazioni che interessano mutui, finanziamenti ecc., cioè come ci
si procura i soldi)
 Area Straordinaria, riguarda invece le azioni straordinarie, tipo le vendite di fabbriche o
macchinari (plusvalenze/minusvalenze), cioè operazioni eccezionali
 Area tributaria, riguarda tutte le imposte
Si distinguono queste aree per capire da dove derivano i soldi del fatturato e quindi come producono
utili (cioè dove sono entrati i soldi in quell’esercizio, cioè magari un’azienda può aver incassato dalla
sua attività primaria mentre un’altra ha incassato soldi vendendo fabbriche, quindi il giudizio sulle
due aziende è ben diverso, anche se magari hanno lo stesso fatturato/reddito, in quanto la prima
sicuramente in futuro ha più chance di andare meglio, mentre la seconda non ha più nulla da
vendere e quindi se non incassa con la sua attività rischia di chiudere). In breve, si riclassifica questo
documento, inserendo i vari costi e ricavi nelle aree opportune (pertinenza generale, vedi dopo) al
fine di calcolare gli indici.

CAPITOLO 15.1.1: IL CONTO ECONOMICO SECONDO LA LOGICA DI PERTINENZA


GENERALE

Il primo criterio di riclassificazione del conto economico, è quello della pertinenza generale, cioè
distinguere costi e ricavi a seconda dell’area gestionale alla quale si riferiscono.

I proventi oneri area finanziaria attiva si trovano solo se l’azienda fa degli investimenti finanziari,
acquistando titoli o azioni di altre aziende per esempio, quindi non sono sempre presenti, oppure

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quando uso dei soldi per finanziare un’altra azienda del mio gruppo. Per proventi attivi si intendono
quindi interessi attivi.
Il reddito ante oneri finanziari (EBIT), è il reddito prima degli oneri finanziari e delle tasse.
Gli oneri finanziari sono gli interessi passivi sui finanziamenti che ho acceso.
Una volta sommati/sottratti i proventi oneri dell’area straordinaria, ottengo un reddito ante
imposte, in quanto manca solo la rivalutazione delle imposte e delle tasse, una volta aggiunte anche
queste ottengo il reddito netto.
Una volta avuto questo reddito netto, si può approfondire l’analisi del bilancio.

CAPITOLO 15.1.2: APPROFONDIMENTO ANALISI – I COSTI DELL’AREA OPERATIVA

I costi di questa area operativa, si possono distinguere in tre categorie:

 Costi esterni, cioè costi sostenuti per acquistare materie prime e servizi da terzi
 Costi interni, cioè costi relativi al capitale umano, cioè costi relativi ai pagamenti degli operai
(stipendi)
 Costi interni, cioè costi relativi al capitale fisso, cioè agli ammortamenti di immobilizzazioni
Esterni perché sono soldi che vanno verso altri, interni perché sono costi che riguardano cose
interne all’azienda (lavoratori e macchinari).
Queste tre categorie, permettono di calcolare alcuni margini e di calcolare alcuni dettagli del conto
economico, si parla infatti di conto economico a valore aggiunto.

CAPITOLO 15.1.3: CONTO ECONOMICO A VALORE AGGIUNTO

Lo schema di questo tipo di conto economico (cioè secondo logica di pertinenza gestionale) è:

Si parte quindi dai costi e ricavi dell’area operativa, si sottraggono costi esterni e si ottiene il valore
aggiunto. A questo poi vanno sottratti i costi del lavoro al fine di ottenere il MOL/EBITDA (è un
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indicatore del risultato dell’area operativa in termini economici, in termini finanziari fornisce una
misura della liquidità potenzialmente creata dallo svolgimento dell’attività caratteristica). Ancora
vanno sottratti i costi di ammortamento al fine di ottenere il reddito operativo al quale poi vano
aggiunti o sottratti i proventi oneri area finanziaria attiva per avere l’EBIT. A questo vanno sottratti
gli oneri finanziari e si ha il reddito/risultato ordinario. Alla fine si sommano/sottraggono i
proventi oneri straordinari per ottenere il reddito ante imposte che poi, una volta sottratte le
imposte, diventerà reddito di esercizio/netto.
Il passaggio rilevante è rappresentato dall’individuazione del risultato operativo e più in generale
di quei componenti di reddito legati alla attività caratteristica dell’impresa, al fine di evidenziare la
capacità reddituale vera e propria della gestione. Il modello di riclassificazione del Conto
economico prescelto per questa tipologia di indagine è quello comunemente definito «a valore
aggiunto», che permette di classificare costi e ricavi per natura. In particolare si mira ad
individuare i seguenti aggregati:
• valore della produzione, che corrisponde ai ricavi di vendita;
• valore aggiunto, che rappresenta il valore della produzione rettificato dagli acquisti, dalle spese
di servizi e dalle variazioni di materie prime.
• margine operativo lordo o «mol», che si ottiene rettificando il valore aggiunto con stipendi salari
e accantonamenti per il personale; è un primo indicatore dell’utilizzo del valore aggiunto ed
esprime, in termini economici, un valore di reddito operativo al lordo degli ammortamenti;
• margine operativo netto o «mon», che costituisce il risultato operativo dell’impresa al netto dei
costi non monetari.

97
CAPITOLO 15.2: LO STATO PATRIMONIALE SECONDO LA LOGICA DELLA
LIQUIDABILITA’ / ESIGIBILITA’

La riclassificazione dello stato patrimoniale è una procedura mediante la quale le attività e le


passività di un’impresa sono aggregate in categorie omogenee di investimenti e di fonti di
finanziamento allo scopo di:

 Esaminare la solvibilità dell’azienda


 Esaminare la coerenza tra le strutture dell’attivo e del passivo
Secondo la logica di una moderna analisi finanziaria, lo stato patrimoniale deve essere visto come
un rendiconto delle risorse e degli utilizzi delle fonti finanziarie e la sua classificazione deve basarsi
unicamente su criteri temporali (cioè sulla durata del ciclo monetario, cioè in quanto tempo le
attività fatte mi fanno incassare soldi) o di provenienza (fonti interne di denaro o fonti provenienti
da terzi come banche). Pertanto, le attività e le passività sono raggruppate non solo per natura ma
anche secondo la loro attitudine a diventare liquide ed esigibili entro un certo lasso di tempo
(breve-medio-lungo periodo).
Le attività correnti (cassa, crediti verso clienti, crediti diversi, rimanenze ecc.) sono risorse di diversa
provenienza destinate a trasformarsi in liquidità entro l’esercizio successivo (12 mesi),
rappresentano il capitale circolante lordo.
Le attività immobilizzate (materiali, immateriali e finanziarie) sono risorse impiegate per l’acquisto
di beni ad “utilità pluriennale”. Sono risorse che tornano in forma liquida dopo oltre 12 mesi.
Le passività correnti sono risorse finanziarie fornite da terzi all’impresa e destinate ad essere
rimborsate entro l’esercizio successivo.
Le passività consolidate sono risorse finanziarie fornite da terzi all’impresa e destinate ad essere
rimborsate oltre l’esercizio successivo.

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Il capitale permanente rappresenta le risorse finanziarie fornite dagli azionisti e soci, in vari
momenti della vita della società (tipo alla creazione ecc.).
[RIASSUNTO PRESO DA INTERNET
A che cosa serve?
– E’ utilizzato per verificare se esiste una corrispondenza tra le scadenze temporali degli
investimenti e dei finanziamenti;
Quale è il criterio utilizzato?
– Le voci dell’attivo e del passivo vengono raggruppate in funzione del loro tempo di
trasformazione in moneta; in particolare, le singole attività sono ordinate per liquidità
decrescente, le passività per grado di esigibilità;
Quando è utile?
– Quando lo studio che si compie è di tipo statico;
– Quando chi conduce l’analisi è un soggetto esterno all’azienda.]

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CAPITOLO 15.2.1: LO STATO PATRIMONIALE SECONDO LA LOGICA DELLA
PERTINENZA GESTIONALE

Questa riclassificazione, isola le voci di pertinenza della gestione operativa dalle rimanenti
(investimenti, finanziamenti, remunerazioni finanziarie). L’attribuzione delle diverse voci dipende
dalle aree da cui hanno origine.
Le attività legate al ciclo operativo riguardano l’acquisto di materie prime, la trasformazione di esse
e la vendita dei prodotti finali.
Le attività finanziarie riguardano i titoli negoziabili, gli immobili non operativi, i conti bancari ecc.
Le passività legate al ciclo operativo sono i debiti verso i fornitori, il fondo TFR, i debiti tributari ecc.
I debiti finanziari sono quelli verso le banche, le obbligazioni, i prestiti da soci ecc.
Il capitale netto è il capitale sociale, le riserve e gli utili o le perdite.

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CAPITOLO 15.2.2: CONTO ECONOMICO E STATO PATRIMONIALE SECONDO LA
LOGICA DELLA PERTINENZA GESTIONALE - COLLEGAMENTI

I punti di contatto tra stato patrimoniale e conto economico riclassificati secondo la logica della
pertinenza gestionale, sono evidenti. Lo stato patrimoniale riclassificato infatti, consente di
differenziare tra investimenti di carattere operativo e finanziario e il conto economico riclassificato
permette d’individuare costi e ricavi pertinenti a ogni singola area di gestione e di calcolare margini
economici che segnalano il risultato riferibile a ognuna di esse.

101
CAPITOLO 15.3: GLI INDICI PER L’ANALISI ECONOMICA – IL RETURN ON EQUITY
(ROE)

Il ROE indica la capacità dell’impresa di remunerare i portatori del capitale di proprietà, cioè quanto
questi ricavano in seguito ai loro investimenti. E’ un indice di redditività del capitale proprio, in
sintesi esprime i risultati economici dell’azienda in termini percentuali (cioè l’ammontare delle
risorse generate dall’attività dell’impresa e ne approssima il livello di autofinanziamento
potenziale). Per stabilire se un valore di ROE è positivo o negativo, bisogna metterlo a confronto con
il rendimento di investimenti alternativi (BOT, CCT ecc.).
Il ROE si calcola:
ROE = REDDITO NETTO (RN) / CAPITALE NETTO (CN)
Il reddito netto si ricava dal conto economico, mentre il capitale netto si ricava dallo stato
patrimoniale. Il risultato della suddetta formula è espresso in percentuale. Il ROE è influenzato dalle
scelte compiute durante la gestione dell’azienda.
Il ROE, tuttavia, non indica le ragioni alla base della redditività ottenuta, quindi bisogna scomporlo,
al fine di mettere in luce il contributo delle diverse aree della gestione alla redditività:
ROE = ROI + (ROI-ROD) (DF/CN) + LEVA FINANZIARIA
Dove:

 ROE = reddito netto / capitale netto


 ROI (retun on investments, cioè rendimento dei capitali investiti nell’impresa al lordo del
costo sostenuto per raccoglierli) = EBIT / capitale investito netto. Esprime quando rende il
capitale investito in azienda al lordo del costo sostenuto per raccogliere tale capitale
 ROD (return on debts) = oneri finanziari / debiti finanziari, esprime il costo del ricorso ai
finanziamenti di terzi, è un termine di comparazione per il ROI
 DF/CN (grado di indebitamento) = debiti finanziari / capitale netto (remunerazione del
capitale di pertinenza del soggetto economico)
 ROI – ROD = effetto leva finanziaria che si riesce a esercitare sui capitali presi a prestito
La scomposizione fatta con la formula “additivo-moltiplicativa di Modigliani-Miller” del ROE,
evidenzia che il fattore che influenza principalmente questo indice è il ROI (vedi capitolo 15.5 per
approfondimenti).

102
CAPITOLO 15.4: LA LEVA FINANZIARIA E IL SUO EFFETTO

Come si nota dalla figura qui sopra, alla formula del ROE detta prima, va aggiunto l’effetto della leva
finanziaria. La leva finanziaria può svolgere un effetto positivo, negativo o nullo.
L’effetto della leva finanziaria:

 Quando ROI > ROD, si ha un effetto leva finanziaria positivo, cioè quando più mi indebito
(DF/CN), tanto più migliora la redditività netta (cioè il ROE). In questo caso quindi, conviene
indebitarsi anziché usare il proprio capitale per investire, infatti l’azienda con i ricavi, riuscirà
sia a coprire il debito con i finanziatori, sia a guadagnare in modo pulito senza investire i
propri soldi
 Quando ROI < ROD, si ha un effetto leva finanziaria negativo, cioè quanto più si fa ricorso
all’indebitamento, tanto più si abbatte la redditività netta (ROE)
E’ importante mettere a confronto ROI e ROD (che rappresenta il costo medio che l’azienda deve
sostenere per ottenere finanziamenti da terzi).
Sebbene in condizioni normali i debiti favoriscano il ROE, cioè non significa che l’impresa possa
indebitarsi “a volontà” ma che il capitale proprio debba sempre essere massicciamente presente
per fronteggiare eventuali perdite senza che queste vengano scaricate sugli eventuali finanziatori.

103
CAPITOLO 15.5: LA REDDITIVITA’ OPERATIVA (ROI OPERATIVO)

Dato che il fattore determinante del ROE è il rendimento degli investimenti (ROI), ed è preferibile
che gli investimenti più redditizi derivino dall’area operativa, appare rilevante il calcolo del ROI
operativo:
ROI OPERATIVO = RO / COIN
Dove:

 RO = reddito operativo
 COIN = capitale operativo investito netto (totale attività operative al netto delle passività
operative)
Questo ROI Operativo è quindi il tasso che esprime il rendimento lordo degli investimenti operativi.

Il tasso di economicità della gestione caratteristica risente delle dinamiche che si verificano a livello
del ciclo acquisto-trasformazione-vendita. Questo tasso, cosi come si vede dalla figura sopra, si può
scomporre a sua volta in due componenti principali:

 ROS (retun on sales, sarebbe il margine di guadagno, confronta prezzi-ricavo e prezzi-costo)


= RO / ricavi netti
 CT (capital turnover, esprime quante volte durante l’esercizio il capitale investito nella
gestione operativa è tornato in forma liquida attraverso la vendita dei prodotti) = ricavi netti
/ COIN

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Queste due componenti si collegano strettamente al ROI Operativo (come visto in figura che
illustra la formula di DuPont) e quindi si può affermare che:
ROI OPERATIVO = ROS X CT
RO / COIN = (RO / RICAVI NETTI) X (RICAVI NETTI / COIN)

CAPITOLO 15.6: INDICI PER L’ANALISI FINANZIARIA

L’analisi della gestione finanziaria si sviluppa tipicamente su due piani:

 Indagare in che misura l’impresa, in un’ottica di medio lungo termine, sia in grado di far
fronte ai propri debiti in via definitiva (solidità aziendale)
 Verificare la capacità dell’impresa di far fronte ai propri impegni di pagamento istante per
istante in un’ottica di breve periodo (liquidità aziendale, cioè la capacità di avere sempre
soldi “cash” a disposizione nel quotidiano)

CAPITOLO 15.6.1: LA SOLIDITA’ - INDICI DI COMPOSIZIONE

Questi indici rappresentano una categoria di indici di bilancio. Come detto, questi ultimi vengono
calcolati partendo dal bilancio riclassificato. In particolare, questi indici di composizione, sono
calcolati partendo dai contenuti dello stato patrimoniale riclassificato che si presenta come
descritto a pagina 98.
Gli indici di composizione mostrano il “peso” che ogni classe degli impieghi o delle fonti ha sul
relativo totale.
Tra gli indici di composizione dei finanziamenti, il più noto è l’indice di autonomia finanziaria che
si calcola:
AUTONOMIA FINANZIARIA = CAPITALE NETTO / TOTALE DEI FINANZIAMENTI
Valori molto bassi di questo indice, segnalano una condizione di rischio elevato al presentarsi di
predite dovuta a condizioni di mercato contingenti.
Il valore del capitale netto deve avere minimo una percentuale del 30/40% altrimenti si ha una
struttura finanziaria sottocapitalizzata, cioè i soldi dell’azienda sono principalmente delle banche.
In questo indice confronto attivi tra loro o passivo con netto.

105
CAPITOLO 15.6.1: LA SOLIDITA’ - INDICI DI COPERTURA

E’ un indice che analizza l’equilibrio tra categorie di investimenti e fonti di finanziamenti dello stato
patrimoniale riclassificato.
L’indice di copertura delle immobilizzazioni è pari a:
COPERTURA IMMOBILIZZAZIONI = CAPITALE NETTO / IMMOBILIZZAZIONI TECNICHE NETTE
Questo indice india il grado di copertura delle immobilizzazioni con fonti consolidate. Investimenti
a lungo periodo, come le immobilizzazioni dovrebbero essere coperti con finanziamenti a lungo
termine e così via. Questo indice ci dice quanta parte delle immobilizzazioni sono coperte dal
capitale netto. Quando l’indice assume valori inferiori ad uno, significa che una parte degli
investimenti strutturali/immobilizzazioni sono coperti con debiti a breve e/o medio-lungo termine,
il che segnala condizioni di rischio tanto più elevate, quanto maggiore è il ricorso a fonti a breve
termine. Deve esserci il giusto equilibrio tra copertura con capitale netto e copertura con debiti,
quindi questo indice sarà quasi sempre inferiore a uno.
Confronto tra voci in attivo (investimenti) e fonti di copertura quindi debiti e netto.

CAPITOLO 15.7: LA LIQUIDITA’

Anche la liquidità si può calcolare con degli indici. Si parte dallo stato patrimoniale riclassificato in
base al criterio di liquidabilità (vedi pagina 98). Dello stato patrimoniale si vedono solamente attivo
corrente e passivo corrente, facendo un confronto tra loro calcolando questo indice (indice =
confronto) (il margine tra loro invece, cioè la differenza tra questi due blocchi, da il capitale
circolante netto).

Le attività correnti sono il capitale circolante lordo, cioè attività che ritorneranno in tempi brevi. In
esse ci sono le liquidità immediate (cassa e soldi in banca), differite (crediti verso clienti) e scorte.

106
Le passività correnti sono debiti che devono essere pagati a breve termine.
Questo indice di liquidità generale si calcola facendo il rapporto tra attività corrente e passività
corrente:
INDICE DI LIQUIDITA’ GENERALE = ATTIVITA’ CORRENTE / PASSIVITA’ CORRENTE
Questo indice è opportuno che sia maggiore di uno perché i soldi per pagare i debiti vengono proprio
dalle attività correnti (quindi attività corrente deve essere maggiore delle passività correnti). Se
succede questo, il capitale netto e il passivo consolidato saranno maggiori del capitale
immobilizzato.
Questo indice si può correggere togliendo le scorte dalle attività correnti (visto che le scorte possono
creare problemi). Se si fa questo, si ottiene l’indice di liquidità secca.
Considerando che si avranno sempre delle liquidità differite (cioè avrò quasi sempre dei crediti verso
clienti che spero di riscuotere), posso correggere questo indice di liquidità generale, togliendo dalle
attività correnti, anche queste liquidità differite. Questo discorso posso farlo anche con i debiti a
breve termine o debiti verso fornitori che, tutto sommato, si avranno sempre in azienda, quindi
potrei togliere anche questi come ho tolto i crediti verso i clienti. Se faccio queste operazioni di
sottrazione, calcolerò l’indice di liquidità immediata (facendo il rapporto tra le liquidità immediate
e il passivo corrente a breve).

La liquidità viene analizzata tirando in ballo il rendiconto finanziario (che ha come funzione primaria
quella di analizzare la solidità di un’azienda). Il rendiconto finanziario è composto da flussi monetari
finanziari, facendo vedere tutte le variazioni finanziarie dell’azienda.
Nel rendiconto finanziario, che ha struttura scalare, si parte da costi e ricavi per arrivare a entrate e
uscite che però non saranno mai pari alle prime in quanto è probabile che non incasserò/spenderò

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tutto nell’esercizio corrente. Si parte da un risultato economico, cioè si parte dal reddito netto che
presenta ricavi e costi non monetari + ammortamenti + accantonamenti (cioè costi non monetari,
se ci sono si sottraggono). Invece di fare questa addizione, si può anche partire direttamente dal
MOL/EBITDA (margine operativo lordo) che è un risultato economico dal quale non sono ancora
stati scalati ammortamenti e accantonamenti. Poi si sommano/sottraggono le variazioni monetarie
operative, si arriva così al flusso di cassa della gestione operativa corrente (è il risultato finanziario
delle operazioni di quell’anno). Si considerano poi gli investimenti strutturali che possono essere
negativi o positivi se ho acquistato/ceduto strutture e si ha il flusso di cassa della gestione operativa.
Si considerare poi il flusso di cassa della gestione finanziaria attiva (cioè se ho acquistato dei titoli,
se ho affittato delle strutture ecc.) e si ottiene il flusso d cassa al servizio del debito, cioè a tutto
quello che ho per far fronte ai debiti. Si pagano poi i debiti e gli interessi e si arriva al flusso di cassa
a servizio del capitale. L’ultimo passaggio, cioè pagando i dividendi, ci fa arrivare
all’avanzo/disavanzo di cassa.
A partire dal rendiconto finanziario si possono calcolare gli indici di copertura/coverage (vedi figura
sopra per formule, anche se non sono fondamentali le formule e non ci saranno domande).

CAPITOLO 15.8: SCHEMA DI SINTESI

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CAPITOLO 16: LA VALUTAZIONE DELL’AZIENDA – PARTE 1

Il processo valutativo, pur partendo dalla fotografica dell’azienda che emerge dai documenti
contabili, è influenzato da vari elementi. Tale processo ha luogo in situazioni straordinarie, come il
cambiamento dell’assetto proprietario dell’azienda (cioè quando l’azienda passa da un gestore
all’altro), in caso di trattativa di vendita di un complesso aziendale o di una sua parte (si fa al fine di
stimare il prezzo di quella parte di azienda o dell’azienda stessa), o in caso di processi di
aggregazione di due o più aziende in senso ad una nuova realtà (cioè una fusione tra più aziende),
o in caso di scioglimento di azienda e sua collocazione in stato di liquidazione.
L’obiettivo finale di questo processo, è quello di determinare l’entità del capitale netto dell’azienda
e in oggetto.

CAPITOLO 16.1: IL VALORE DEL CAPITALE NETTO

Il valore del capitale netto, lo si ricava facendo:


ATTIVO – PASSIVO
Esempio:

In questo caso, il capitale netto è di 20 (perché ho 100 come incassi e valore attivo, mentre i debiti
sono solo di 80).
I criteri e le logiche che presidiano alla valorizzazione degli assetti aziendali, possono modificarsi
nel corso del tempo, per effetto della prospettiva legata alla gestione. In particolare, possono
adottarsi tre diverse configurazioni del capitale, legate ad altrettante finalità di analisi:

 Capitale di funzionamento
 Capitale di liquidazione
 Capitale economico

CAPITOLO 16.1.1: IL CAPITALE DI FUNZIONAMENTO

Il capitale di funzionamento indica il capitale netto di una società, risultante dal bilancio ordinario
di esercizio, redatto secondo un’ottica di continuità gestionale.

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Esempio:

CAPITOLO 16.1.2: IL CAPITALE DI LIQUIDAZIONE

In una situazione di liquidazione della società, gli asset patrimoniali non sono più valutati in base
al loro apporto al complesso organizzato e finalizzato allo svolgimento dell’attività d’impresa, ma in
funzione degli incassi ottenibili dalla loro cessione. Quindi per capitale di liquidazione si intende:
valore di realizzo delle singole attività – pagamenti necessari per estinguere le passività.
Esempio:

CAPITOLO 16.1.3: IL CAPITALE ECONOMICO

Il capitale economico mira a esprimere il valore espresso globalmente dal sistema azienda,
tenendo conto del modo con cui le singole parti che lo compongono interagiscono nello svolgersi
prospettico delle dinamiche aziendali. Si può calcolare in due modi:

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1. Si valutano le singole attività aziendali in un’ottica sistemica, cioè con una valutazione
analitica, in questo caso si riesprime il patrimonio netto contabile a valori correnti e si
considera il ruolo delle attività immateriali anche se non presenti nella situazione contabile
di partenza
2. Si individuano le potenzialità espresse dal complesso aziendale basandosi sulle informazioni
patrimoniali storiche e anche su quelle prospettiche di natura economica e finanziaria, cioè
una valutazione sintetica. In questo caso è necessario stimare i flussi di ricchezza (economici
o finanziari) conseguibili in futuro.

CAPITOLO 16.2: LA VALUTAZIONE DELL’AZIENDA – PARTE 2

Come detto, la valutazione dell’azienda è un processo finalizzato alla stima del valore dell’azienda
tramite l’utilizzo di uno o più metodi specifici.
Il valore d’impresa dipende dalla corretta previsione delle sue performance future che a sua volta,
dipende da una molteplicità di fattori che in parte sono legati alla storia dell’impresa ed in parte a
previsioni sugli andamenti futuri.
Si parte da una base informativa, composta da.

 Dati di partenza, cioè l’analisi dei risultati storici e dei valori risultati dai prospetti contabili
del bilancio
 Altre informazioni, relative al macro-ambiente, al settore nel quale l’azienda opera e al
piano strategico di essa
Successivamente, l’analisi fondamentale organizza tutte le informazioni, le seleziona, le controlla,
le elabora, le interpreta e ne giudica l’affidabilità. Essa si conclude con prospetti contabili pro-forma
che sono alla base delle previsioni.
A partire dai dati sintetizzati nei prospetti, possono trovare applicazione una pluralità di metodi di
calcolo:

111
CAPITOLO 17: LA CONTABILITA’ ANALITICA

La contabilità analitica elabora informazioni relative a specifici oggetti della gestione o ad aree
dell'organizzazione.

CAPITOLO 17.1: RILEVAZIONI IN CONTABILITA’GENERALE E IN CONTABILITA’


ANALITICA

Contabilità generale:
 Lo scopo della contabilità generale è la rilevazione del reddito e del capitale di rischio e del
capitale funzionamento
 Oggetto di rilevazione è la manifestazione finanziaria (tutti i costi e ricavi)
 Classificazione dei costi e ricavi per natura
 Offre informazioni destinate a soggetti esterni all'azienda
 Il metodo di rilevazione è contabile in partita doppia
 La frequenza delle
informazioni è annuale
 Precisione
 Obbligatoria per legge

Contabilità analitica:
 Lo scopo della
contabilità analitica è la
rielaborazione dei dati di
costo e ricavi per
l’attività decisionale e di
controllo (servono per
fare scelte di
convenienza
economica) e per
valutazioni di bilancio.
 Oggetto di rilevazione è
l'utilizzo di fattori produttivi (consumo per i costi e cessione per i ricavi)
 Classificazione dei costi e ricavi per destinazione e natura
 Offre informazioni destinate al management, cioè ai manager dell'azienda i quali dirigono e
controllano le operazioni all'interno dell'azienda.
 Il metodo di rilevazione è contabile o extracontabile.
 La frequenza delle informazioni è infrannuale (mese, trimestre ecc.)
 Tempestività
 Non è obbligatoria per legge

112
CAPITOLO 17.2: CLASSIFICAZIONE DEI COSTI IN CONTABILITA’ ANALITICA

Costi speciali e costi comuni, sono riferibili all'oggettività della misurazione rispetto all'oggetto del
costo.
E’ una classificazione basata sulla possibilità o meno di misurare la quantità di fattore impiegata per
un certo oggetto di costo.
 I costi speciali sono costi attribuiti ad un determinato oggetto di costo (criterio funzionale).
E’ possibile misurare il fattore impiegato esclusivamente per quell’oggetto di costo (criterio
tecnico-contabile), cioè è possibile misurare la quantità consumata del fattore per il suo
prezzo unitario.
 I costi comuni sono relativi a più oggetti di costo e l'attribuzione all'oggetto di costo è
sempre soggettiva in quanto dipende dalla scelta tecnica (criterio tecnico-contabile).

Maggiore è l'ampiezza dell'oggetto di costo più è accentuata la prevalenza di costi speciali.


Costi indiretti e diretti, è una classificazione basata sulla convenienza di misurare o meno
oggettivamente il consumo rispetto all'oggetto di costo (cioè la quantità di fattore impiegata per un
certo oggetto di costo).
 I costi diretti sono quelli quando è oggettivamente possibile e conveniente misurare il
consumo relativo all’oggetto di costo
 I costi indiretti sono costi comuni attribuiti al singolo oggetto indirettamente secondo il
criterio tecnico contabile (cioè secondo una ripartizione soggettiva) e quelli speciali senza
convenienza di attribuzione.

CAPITOLO 17.2.1: ATTRIBUZIONE ALL’OGGETTO DI COSTO

I costi indiretti vanno attribuiti in base a parametri idonei a riflettere la causa che ha provocato il
sostenimento, cioè vanno attribuiti ai prodotti che hanno determinato l’insorgere di questi costi.

113
114
CAPITOLO 17.3: COSTI FISSI, VARIABILI E SEMIVARIABILI

I costi fissi, sono quei costi che ad una data unità di tempo, non variano al variare delle quantità
prodotte (nei limiti della capacità produttiva).
Non si ipotizzano variazioni perché se ipotizzassi di cambiare la mia struttura produttiva, cioè di
poter acquisire nuovi macchinari o sostituirli e di passare da un’analisi di breve periodo o un’analisi
di lungo periodo dove cambia la struttura produttiva, allora qualsiasi costo sarebbe variato.
Ipotizzando di non toccare quei fattori produttivi e di sostenere i macchinari a disposizione e quindi
mantenere la stessa capacità produttiva, avrò dei costi che sono fissi e che appunto non variano al
variare delle quantità prodotte.
Un tipico esempio sono i costi del personale, quote di ammortamento dei beni pluriennali, brevetti,
macchinari e impianti ma anche immobilizzazioni materiali e immateriali.

I Costi variabili, sono quei costi che subiscono variazioni al variare delle quantità prodotte. Un
tipico esempio sono le materie prime.

I Costi semivariabili o semifissi, sono quei costi che presentano una componente fissa e variabile
e risentono solo parzialmente delle variazioni delle quantità prodotte. Un esempio sono i costi di
energia elettrica che prevedono un canone fisso e il costo del consumo che è variabile.

CAPITOLO 17.4: BREAK EVEN POINT O PUNTO DI PAREGGIO

L’analisi del punto di pareggio è una tecnica che analizza graficamente o matematicamente i costi
fissi con quelli variabili e il volume di produzione (le quantità prodotte) per identificare il punto di
equilibrio, cioè il punto in cui i ricavi totali coincidono con i costi totali (RT=CT).
Il punto di pareggio è il punto oltre al quale un’azienda ha risultati positivi…
In altri termini il punto di pareggio rappresenta la quantità minima da produrre per avere un
reddito positivo e ottenere il pareggio tra costi e ricavi.
L’impiego di questa tecnica consiste di verificare graficamente o matematicamente in via preventiva
gli effetti sul reddito di possibili variazioni di quantità economiche (vendite, costi fissi, costi variabili,
prezzi).
I grafici rendono valutabili i rapporti tra volume di vendita, costi, ricavi e profitti.
Le principali ipotesi del modello:
 E’ riferita al breve periodo
 Il prezzo unitario di vendita rimane costante qualunque sia la quantità venduta
 Non viene considerato il magazzino perché si ipotizza che tutta la produzione sia venduta
 Si basa su una distinzione non sempre attuabile dei costi in fissi e variabili

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CAPITOLO 17.4.1: B.E.P – DIAGRAMMA DI REDDITIVITA’

Con:
RT= Ricavi totali
CT= Costi totali
CV= Costi variabili
CF= Costi fissi
Sull’asse delle ordinate vengono disposti i costi e ricavi mentre sull’asse delle ascisse la quantità di
produzione.
Osservando il grafico di redditività, i costi fissi hanno un andamento tratteggiato orizzontalmente,
rappresentando una semiretta parallela alla linea delle quantità.
I costi variabili sono quelli tratteggiati perpendicolarmente, la semiretta che parte dall’origine e che
cresce in base alle quantità in maniera uniforme.
La linea dei costi totali è data dalla somma dei costi variabili e quelli fissi. Invece la linea dei ricavi
totali è data dalla moltiplicazione del prezzo unitario di vendita per le quantità vendute.
Dopo aver calcolato l’andamento dei ricavi totali, notiamo che il punto in cui si incontrano le due
semirette è il punto di pareggio che rappresenta il punto oltre al quale l’azienda ha risultati positivi
(cioè superato il punto di pareggio c’è un utile mentre sotto c’è la perdita). Il profitto lo calcoliamo
dal punto di BEP in poi, prima è una perdita.

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CAPITOLO 17.4.2: LA QUANTITA’ DI EQUILIBRIO

La quantità di equilibrio (Qe) si ha dividendo i costi fissi (CF) con il prezzo unitario (p) e il costo
variabile (c) che vengono sottratti.
La differenza (p – c) è il MARGINE DI CONTRIBUZIONE UNITARIO che esprime quanta parte dei
ricavi di vendita rimane per la copertura dei costi fissi e la generazione di un utile, dopo aver
recuperato i costi variabili.

CAPITOLO 17.4.3: IL PREZZO DI EQUILIBRIO

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CAPITOLO 17.4.4: COSTO VARIABILE DI EQUILIBRIO

CAPITOLO 17.5: OLTRE IL BREAK EVEN POINT

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LE PRINCIPALI FORMULE DA RICORDARE PER L’ESAME

 Punto di equilibrio:

 Margine di contribuzione unitario: mlc = (p-c)

 Margine di contribuzione complessivo: MLC = mlc x Qe

 Le quantità che la società dovrà produrre e vendere per ottenere un utile:

 Il punto di equilibrio se il prezzo unitario di vendita scende o sale: stessa formula del punto
precedente

 Il prezzo in corrispondenza del punto di equilibrio: p =

 Il prezzo in corrispondenza del punto di equilibrio per ottenere un utile:

 Il costo variabile in corrispondenza del punto di equilibrio:

 Il costo variabile in corrispondenza del punto di equilibrio per ottenere un utile:

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