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L’autore

Noam Chomsky (Filadelfia 1928) è il maggior linguista vivente e uno dei


punti di riferimento della sinistra radicale internazionale. È professore
emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology. Ponte alle
Grazie ha pubblicato Ultima fermata Gaza (con Ilan Pappé, 2010), Sistemi
di potere (2013), I padroni dell’umanità (2014), Anarchia (2015),
Terrorismo occidentale (con André Vltchek, 2015), Chi sono i padroni del
mondo (2016), Tre lezioni sull’uomo (2017), Le dieci leggi del potere
(2017), Ottimismo (malgrado tutto) (2018), Venti di protesta (con David
Barsamian, 2018), La ragione contro il potere (con Jacques Bricmont,
2019), La responsabilità degli intellettuali (2019).
www.ponteallegrazie.it

facebook.com/PonteAlleGrazie

@ponteallegrazie

© 2020 Noam Chomsky e Valeria Wasserman Chomsky


© 2020 C.J. Polychroniou
© 2020 Robert Pollin
Edizione italiana pubblicata in accordo con
Nabu International Literary Agency, www.nabu.it
© 2020 Adriano Salani Editore – Milano

ISBN 978-88-3331-508-9

Traduzione: Valentina Nicolì


Redazione e impaginazione: Scribedit - Servizi per l’editoria

Progetto grafico: ushadesign

Ponte alle Grazie è un marchio


di Adriano Salani Editore s.u.r.l.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

Prima edizione digitale: maggio 2020


Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore. È vietata ogni duplicazione, anche parziale,
non autorizzata.
Crisi di civiltà
Introduzione

A metà marzo 2020, a lockdown appena cominciato, il manifesto ha


pubblicato una mia breve intervista con le prime dichiarazioni pubbliche di
Noam Chomsky sulla crisi generata dal coronavirus. 1 Le risposte di
Chomsky mettono a fuoco che cosa c’è in gioco. Liquidata l’ipotesi di una
propagazione intenzionale del contagio – «non vi è nessuna credibilità
nell’affermazione che il virus sia stato diffuso volutamente» – e dopo aver
descritto in poche parole la disastrosa situazione della sanità statunitense e i
guasti aggiuntivi procurati da Trump, il professore allarga il campo
d’osservazione:
In generale, questa crisi è l’ennesimo, importante esempio del fallimento del mercato, proprio
come lo è la minaccia della catastrofe ambientale. Il governo [statunitense] e le multinazionali
farmaceutiche sapevano da anni che c’era la forte probabilità di una grave pandemia, ma siccome
non giova al profitto prepararsi a questa eventualità, non si è fatto nulla.

Queste affermazioni meritavano un approfondimento. Come facevano a


sapere che il mondo intero sarebbe stato alle prese con una pandemia da
coronavirus? In che cosa consiste il fallimento del mercato?
Da qui è nata l’idea di raccogliere in un libro alcune delle interviste
rilasciate da Chomsky nelle settimane successive, con l’intento di
rispondere a quelle domande e di far conoscere ai lettori italiani le sue
riflessioni sull’evolversi della crisi, non soltanto negli Stati Uniti – che
naturalmente egli prende come suo osservatorio principale – ma anche nel
resto del mondo.
In più di un’occasione il professore ha definito quello che sta accadendo
una «crisi di civiltà» (di qui il titolo di questa breve raccolta). Non è
soltanto un’emergenza sanitaria ma la manifestazione quasi paradigmatica
del collasso di un sistema che ci governa da decenni: quello di un
«capitalismo incontrollato» la cui spietatezza è oggi esacerbata dalla «piaga
neoliberista».
Se il capitalismo ha tra i suoi caposaldi la massimizzazione del profitto,
la sua «intensificazione neoliberista» mira a far retrocedere la sfera
pubblica fino all’irrilevanza, salvo il caso in cui ad aver bisogno dello
«Stato balia» siano le grosse società e multinazionali che, applicando una
sorta di «socialismo aziendale», drenano risorse statali per mantenere
inalterati i propri privilegi. Come fu durante il tracollo finanziario mondiale
del 2007-2009, così rischia di essere anche oggi. Da una parte milioni di
persone non curate o abbandonate in balia della disoccupazione, e dall’altra
pochissimi soggetti ipertutelati e al riparo da responsabilità e controllo
pubblico.
La visione ultraliberista ha tra i suoi precetti, dunque, lo scardinamento di
tutti i sistemi pubblici «a beneficio dei cittadini». Questo è un fenomeno
che agisce da molti anni e ben oltre la sanità. Il coronavirus ci permette
soltanto di osservarlo al microscopio, come invita a fare Chomsky.
Esemplificazione della dirompente forza neoliberista è, per il professore,
la carenza di ventilatori e altri dispositivi sanitari con cui devono fare i conti
in questi giorni i medici statunitensi, costretti alla terribile scelta di chi
sacrificare. Nel paese più potente e ricco della storia, l’inadeguatezza della
risposta al coronavirus è il prodotto di precise scelte politiche che hanno
inculcato in una sanità già privata e orientata al profitto il concetto
aziendalista dell’«efficienza».
Eppure il rischio di pandemie, afferma Chomsky, era ben noto a partire
dalla SARS del 2003. Per giunta, non è da escludere l’insorgere di
pandemie anche peggiori nel futuro. Queste conoscenze non sono state
sufficienti a convincere governi e case farmaceutiche a mettere in secondo
piano il profitto e a dedicare seri sforzi alla ricerca e alla prevenzione.
Anche in questo caso, un perfetto rispecchiamento di ciò che avviene in
altre sfere, e innanzitutto con la crisi ecologica, rispetto alla quale siamo
tutti impegnati in una «folle corsa verso la catastrofe ambientale», guidata
dall’America di Trump. Di questo Chomsky dialoga anche con
l’economista Robert Pollin, tra i primi in assoluto a formulare, dieci anni fa,
il progetto di un Green New Deal.
L’epicentro non soltanto dell’emergenza sanitaria ma dell’egemonia
neoliberista che tutto governa e soffoca sono, appunto, gli Stati Uniti.
Chomsky non esita, da intellettuale libero e dissidente, a confermare il
giudizio dal lui dato quindici anni fa del suo paese come di uno «Stato
fallito», ribaltando – come spesso fa – un’espressione in voga nel lessico
geopolitico. Cosicché il coronavirus diventa anche l’occasione per
un’analisi dello stato in cui si trova oggi la democrazia americana, a pochi
mesi dalle elezioni presidenziali di novembre, che avranno secondo lui una
portata storica e che influenzeranno inevitabilmente il resto del mondo. La
Casa Bianca è ormai la centrale operativa di una Internazionale reazionaria
che, con una vittoria di Trump, non potrà che consolidarsi e ramificarsi.
Questo impone alla sinistra non solo di interrogarsi sul suo ruolo in
generale (e questo vale a livello globale), ma anche di valutare con
attenzione come arrivare all’appuntamento elettorale.
Malgrado la drammaticità e l’incertezza del presente, la lezione che
questo novantunenne rivoluzionario della linguistica, intellettuale pubblico,
professore emerito non rinuncia a consegnarci dal suo autoisolamento
domestico a Tucson, in Arizona, è la stessa di sempre: affondare lo sguardo
per individuare le radici dei problemi e poi sollevarlo per rivolgerlo al
futuro.
Il sordido spettacolo di Stati che competono tra loro quando invece servirebbe la cooperazione per
combattere una crisi mondiale ci fa capire quanto sia imperativo smantellare la globalizzazione
basata sul profitto e costruire un vero internazionalismo, se vogliamo scongiurare l’estinzione.
Quest’emergenza ci offre l’occasione per liberarci dalle catene ideologiche, per immaginare un
mondo completamente diverso e per deciderci a costruirlo.

Valentina Nicolì
Capitolo primo
La carenza di ventilatori dimostra
la ferocia del capitalismo neoliberista *

Il COVID-19 ha travolto il mondo. Centinaia di migliaia di persone sono


state contagiate (forse molte di più dei casi confermati), il numero dei morti
continua ad aumentare in modo esponenziale e le economie capitaliste sono
in stallo, con una recessione globale ormai pressoché inevitabile.
La pandemia era stata predetta ben prima della sua comparsa, ma le azioni
di prevenzione sono state bloccate dagli spietati imperativi di un
ordinamento economico in cui «non c’è profitto nel prevenire una catastrofe
futura». Lo illustra con chiarezza Noam Chomsky in questa intervista
esclusiva per Truthout. Chomsky è professore emerito di linguistica al MIT
e laureate professor all’Università dell’Arizona, autore di oltre 120 libri e di
migliaia di articoli e saggi. Nell’intervista che segue, egli spiega come alla
radice della fallimentare risposta statunitense alla pandemia vi sia il
capitalismo neoliberista.

Noam, il nuovo coronavirus si è diffuso in molte parti del mondo, e gli Stati
Uniti oggi registrano più casi di contagio di tutti gli altri paesi, compresa
la Cina da cui è partito il virus. Questa evoluzione ti sorprende?
La portata di quest’epidemia è sorprendente, anzi scioccante, ma non la sua
manifestazione. Né il fatto che gli Stati Uniti siano il paese che ha risposto
peggio alla crisi.
Da anni gli scienziati lanciavano l’allarme su una possibile pandemia, e
con particolare insistenza dall’epidemia di SARS del 2003, anch’essa
provocata da un ceppo del coronavirus, per il quale furono sviluppati dei
vaccini ma non si andò poi oltre la fase preclinica. Quello sarebbe stato il
momento giusto per approntare dei sistemi di risposta rapida in vista di un
eventuale focolaio e di costruire la necessaria capacità di scorta. Si
sarebbero potute intraprendere delle iniziative per rafforzare difese e metodi
di trattamento sanitario in vista della probabile insorgenza di un virus di
quel tipo.
Ma la conoscenza scientifica non basta. Ci vuole qualcuno che prenda in
mano la situazione e agisca. Tale opzione è bandita dal patologico
ordinamento socioeconomico contemporaneo. I segnali del mercato erano
chiari: non c’è profitto nel prevenire una catastrofe futura. Il governo
sarebbe potuto intervenire, ma la dottrina dominante lo vieta: «Il governo è
il problema» ci disse all’epoca Reagan con il suo sorriso smagliante. Il che
significa che il processo decisionale deve essere trasferito senza riserve al
mondo degli affari, dedito al profitto privato e svincolato dall’influenza di
coloro che potrebbero essere interessati al bene comune. Gli anni successivi
hanno iniettato una dose di ferocia neoliberista nell’incontrollato ordine
capitalista e nella distorta forma di mercato che da esso scaturisce.
La gravità della patologia neoliberista è testimoniata dalla carenza di
ventilatori, uno dei fallimenti più drammatici e perniciosi e che è tra i
maggiori ostacoli alla gestione della pandemia. Avendo previsto questo
problema, anni fa il Dipartimento della salute e dei servizi umani affidò a
una piccola azienda la produzione di ventilatori poco costosi e facili da
usare. Ma a quel punto è intervenuta la logica capitalista. L’azienda fu
acquistata da una grossa multinazionale, la Covidien, che mise da parte il
progetto.
Nel 2014, senza aver consegnato nessun ventilatore al governo, i capi della Covidien fecero sapere
all’agenzia [federale] incaricata della ricerca biomedica di voler rescindere il contratto, stando a
quanto riferito da tre ex funzionari federali. I dirigenti si giustificarono dicendo che non era
sufficientemente redditizio per la società. 2

Senza dubbio è vero.


A questo si aggiunge la dottrina neoliberista, la quale impone che il
governo non possa agire per controbilanciare i colossali fallimenti del
mercato che oggi seminano il caos. Come scrive diplomaticamente il New
York Times:
Gli ostacoli frapposti alla produzione di una nuova tipologia di ventilatori economici e
maneggevoli dimostra quanto sia pericoloso esternalizzare ad aziende private progetti che hanno
una tale rilevanza per la salute pubblica; la loro attenzione alla massimizzazione dei profitti non
sempre è coerente con l’obiettivo del governo di essere preparato a gestire una crisi futura. 3

Tralasciando la rituale deferenza verso il buon governo e i toni elogiativi,


il commento è abbastanza giusto. Possiamo aggiungere che l’attenzione per
la massimizzazione dei profitti «non sempre è coerente» nemmeno con la
«sopravvivenza dell’umanità», per prendere a prestito le parole contenute in
un memo della più grossa banca statunitense, la JP Morgan Chase, trapelato
sulla stampa. 4 Nel documento si legge, tra le altre cose, che «la
sopravvivenza dell’umanità» è a rischio se continueremo a percorrere
questa strada, e in questa strada sono inclusi anche gli investimenti della
banca stessa nel settore dei combustibili fossili. La Chevron, per esempio,
ha annullato un promettente progetto di energia sostenibile perché c’è più
profitto nel distruggere la vita sulla Terra. ExxonMobil si è astenuta dal
farlo semplicemente perché non ha mai avviato un progetto del genere,
avendo fatto calcoli di redditività molto più razionali.
E giustamente, secondo la dottrina neoliberista. Come ci hanno insegnato
Milton Friedman e altri luminari neoliberisti, il compito dei dirigenti
aziendali è di massimizzare i profitti. Qualsiasi deviazione da questo dovere
morale minerebbe le fondamenta del «vivere civile».
Probabilmente usciremo dalla crisi del COVID-19, pagando un prezzo
altissimo e forse raccapricciante, in particolare i poveri e i più vulnerabili.
Ma non ci sarà alcuna ripresa dallo scioglimento delle calotte polari e dalle
altre devastanti conseguenze del riscaldamento globale. Anche in questo
caso la catastrofe deriva da un fallimento del mercato – e questo sì di
proporzioni tragiche.
L’attuale amministrazione era stata abbondantemente allertata su una
probabile pandemia. Per giunta, nell’ottobre scorso era stata eseguita una
simulazione su vasta scala. Negli anni della sua presidenza Trump ha
sempre reagito alla maniera che ormai conosciamo: definanziando e
demolendo i settori più rilevanti del governo e seguendo alla lettera le
istruzioni dei suoi padroni aziendali per eliminare le norme che
regolamentano i profitti ma salvano vite umane; e intanto mettendosi alla
testa della folle corsa verso l’abisso della catastrofe ambientale,
sicuramente il suo crimine maggiore – anzi, il più grave crimine della storia
alla luce delle sue conseguenze.
All’inizio di gennaio c’erano pochi dubbi su ciò che stava accadendo. Il
31 dicembre, la Cina ha informato l’Organizzazione mondiale della sanità
del propagarsi di sintomi simili alla polmonite con eziologia sconosciuta; il
7 gennaio ha fatto sapere all’OMS che i suoi scienziati ne avevano
identificato la fonte in un ceppo del coronavirus e sequenziato il genoma, e
ha poi messo a disposizione del mondo scientifico queste informazioni. 5 A
gennaio e a febbraio, l’intelligence statunitense ha cercato in tutti i modi di
comunicare con Trump, ma invano. 6 Alcune fonti ufficiali hanno detto alla
stampa di «non essere riuscite a farlo agire in nessun modo. Il sistema
lampeggiava rosso». 7
Trump non se n’è rimasto in silenzio, in ogni caso. Ha rilasciato un fiume
di dichiarazioni fiduciose per informare i cittadini che era solo un banale
raffreddore; che lui aveva tutto sotto controllo; che la sua gestione della
crisi è da dieci e lode; che la situazione è grave ma che lui sapeva prima di
chiunque altro che si trattava di una pandemia; e tutto il triste spettacolo che
ne è seguito. È una tecnica ben progettata, proprio come la prassi di
propagare bugie con tale rapidità da far scomparire il concetto stesso di
verità. Qualunque cosa accada, Trump è sicuro di fare una bella figura tra i
suoi fedeli seguaci. Se si spara a caso, prima o poi si colpisce il bersaglio.
A coronamento di questa condotta sconcertante, il 10 febbraio, quando il
virus già imperversava nel paese, la Casa Bianca ha reso nota la sua
proposta di bilancio annuale, che estende ulteriormente i drastici tagli in
tutti i principali settori del governo legati alla salute (in realtà in quasi ogni
comparto che sia al servizio della popolazione) e che contestualmente
incrementa i finanziamenti alle cose davvero importanti: il settore militare e
il muro tra Stati Uniti e Messico.
Uno degli effetti di questa politica dei tagli è che i test sono arrivati in
ritardo e in numero sorprendentemente limitato, ben al di sotto degli altri
paesi, rendendo impossibile l’attuazione delle strategie con tamponi e
tracciamento che hanno contenuto l’epidemia nelle società funzionanti.
Persino ai migliori ospedali mancano le attrezzature di base. Ormai gli Stati
Uniti sono l’epicentro mondiale della crisi.
Tutto ciò dà solo una vaga idea della malvagità di Trump, ma non c’è
spazio qui per approfondire.
Sarebbe facile dare la colpa a Trump per la disastrosa risposta alla crisi.
Ma se vogliamo evitare future catastrofi, dobbiamo allargare lo sguardo.
Trump è arrivato alla presidenza in una società già malata, afflitta da
quarant’anni di neoliberismo, che ha radici ben più profonde.
La versione neoliberista del capitalismo è in vigore dai tempi di Reagan e
della Thatcher, e anzi era sorta poco prima. Non credo che ci sia bisogno di
esaminarne nel dettaglio le tremende conseguenze. La generosità di Reagan
verso i super ricchi ha una diretta rilevanza oggi che un altro salvataggio è
in corso. Reagan eliminò prontamente il divieto sui paradisi fiscali e su altri
stratagemmi per scaricare l’onere fiscale sui cittadini, e fu lui ad autorizzare
il riacquisto di azioni proprie (stock buyback) – uno strumento volto a
gonfiare il valore dei titoli e arricchire il management aziendale e gli
ultraricchi (che possiedono la maggior parte delle azioni) indebolendo al
contempo la capacità produttiva dell’impresa. 8
Tali cambiamenti hanno avuto conseguenze smisurate, nell’ordine delle
decine di bilioni di dollari. In generale, queste politiche sono state
progettate per favorire una piccola minoranza mentre il resto si barcamena
alla meno peggio. Per questo ci ritroviamo con una società in cui lo 0,1%
della popolazione detiene il 20% della ricchezza mentre la metà che si trova
negli strati inferiori possiede un patrimonio netto negativo e tira avanti di
stipendio in stipendio. 9 Mentre i profitti sono aumentati e gli stipendi dei
CEO sono saliti alle stelle, i salari reali sono rimasti stagnanti. Come
dimostrano gli economisti Emmanuel Saez e Gabriel Zucman nel loro libro
The Triumph of Injustice, le tasse sono sostanzialmente invariate in tutte le
fasce di reddito, tranne che in quella superiore, dove diminuiscono.
La sanità privata e orientata al profitto degli Stati Uniti era già da tempo
uno scandalo internazionale, con il doppio delle spese pro capite rispetto ad
altre società sviluppate e alcune tra le peggiori prestazioni. La dottrina
neoliberista ha poi inferto l’ennesimo colpo, introducendo il concetto
aziendale di efficienza: servizi just-in-time e senza scorte. 10 Qualsiasi
variazione e il sistema collassa. Lo stesso vale per il fragile ordine
economico globale fondato sui principi neoliberisti.
Questo è il mondo che Trump ha ereditato, il bersaglio del suo ariete da
sfondamento. Chi vuole ricostruire una società vivibile a partire dal disastro
che questa crisi lascerà dietro di sé, farebbe bene ad ascoltare l’appello di
Vijay Prashad: «Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il
problema».

Eppure, persino adesso che siamo nel mezzo di un’emergenza sanitaria


come non si vedeva da moltissimi anni, si continua a dire agli americani
che l’assistenza sanitaria universale non è realistica. Il neoliberismo è
l’unico responsabile di questa visione tutta americana della sanità?
È una storia complessa. Innanzitutto precisiamo che, in base ai sondaggi, gli
americani hanno sempre avuto un atteggiamento favorevole verso
l’assistenza sanitaria universale, e in alcuni momenti il consenso è stato
elevatissimo. Alla fine dell’era reaganiana, circa il 70% della popolazione
riteneva che l’assistenza sanitaria garantita dovesse essere inserita nella
Costituzione, mentre il 40% pensava che lo fosse già – la Costituzione in
quanto depositaria di tutto ciò che giusto. 11 Sulla base di diverse
consultazioni, il sostegno all’assistenza sanitaria universale risultava
elevato; fino a quando non è partita l’offensiva propagandistica del mondo
imprenditoriale, mirante a dimostrare che il carico fiscale sarebbe pesante
se non astronomico, proprio come abbiamo visto di recente. A quel punto il
consenso popolare è calato.
Come spesso accade, la propaganda contiene un elemento di verità. È
vero che le tasse aumenterebbero, ma la spesa complessiva si ridurrebbe
drasticamente, come dimostrato dai dati di paesi comparabili al nostro. Di
quanto? Sono state elaborate alcune stime indicative. Recentemente, una
delle principali riviste mediche al mondo, The Lancet (Regno Unito), ha
pubblicato uno studio in cui si stima che l’assistenza sanitaria universale
negli Stati Uniti «probabilmente produrrebbe un risparmio del 13% della
spesa sanitaria nazionale, pari a oltre 450 miliardi di dollari l’anno (in base
al valore del dollaro nel 2017)». 12 Nello studio si legge ancora:
L’intero sistema potrebbe essere finanziato con un esborso finanziario inferiore a quello sostenuto
da datori di lavoro e famiglie che pagano i premi assicurativi, combinati con le assegnazioni
statali. Il passaggio all’assistenza sanitaria con un unico pagatore darebbe enorme sollievo alle
famiglie a basso reddito. Inoltre, stimiamo che l’accesso all’assistenza sanitaria per tutti gli
americani salverebbe oltre 68.000 vite umane, per un ammontare di 1,73 milioni di anni di vita
ogni anno rispetto alla situazione presente.

Ma ciò significherebbe aumentare le tasse. E, a quanto pare, molti


americani preferiscono spendere di più purché quel denaro non serva per
pagare le tasse (facendo così morire decine di migliaia di persone ogni
anno). È un indizio rivelatore dello stato in cui versa la democrazia
americana, per come la gente la vive, e, da un’altra prospettiva, della
pervasività del sistema dottrinale forgiato dal potere imprenditoriale e dagli
intellettuali al suo servizio. L’assalto neoliberista ha intensificato questo
elemento patologico della cultura nazionale, ma le radici vanno molto più in
profondità.

Se è vero che alcuni paesi europei stanno gestendo meglio di altri il


contagio, gli Stati che sembrano aver avuto più successo si trovano
principalmente al di fuori dell’orbita occidentale (neo)liberista. Questo ci
dice qualcosa a proposito dei regimi capitalistici occidentali?
Ci sono state varie reazioni alla diffusione del virus. La stessa Cina sembra
averlo contenuto, almeno per ora. Lo stesso vale per i paesi alla sua
periferia che hanno preso sul serio i primi avvertimenti, comprese alcune
democrazie non meno vivaci di quelle occidentali. L’Europa perlopiù ha
temporeggiato, ma alcuni paesi europei hanno agito. La Germania sembra
detenere il primato mondiale quanto a basso tasso di mortalità, grazie a
strutture sanitarie basate su capacità di scorta, capacità diagnostica e
risposta rapida. Lo stesso pare possa dirsi per la Norvegia. La reazione di
Boris Johnson nel Regno Unito è stata vergognosa. Gli Stati Uniti di Trump
sono il fanalino di coda.
La sollecitudine della Germania verso i cittadini, tuttavia, non si è estesa
oltre i suoi confini. L’Unione europea ha dimostrato di essere tutt’altro che
unita. Ciononostante, le società europee in difficoltà hanno potuto contare
sui soccorsi giunti dall’altra parte dell’Atlantico. Ancora una volta, la
superpotenza cubana era pronta a dare il suo aiuto con medici e attrezzature.
Nel frattempo, il suo vicino statunitense tagliava gli aiuti sanitari allo
Yemen, 13 dove ha contribuito a creare la peggiore crisi umanitaria del
mondo, e sfruttava l’opportunità di questa devastante emergenza sanitaria
per inasprire le sue spietate sanzioni e infliggere la massima sofferenza
possibile a uno dei suoi nemici storici. Tra questi Cuba è la vittima di più
vecchia data, dai tempi delle guerre terroristiche e dello strangolamento
economico di Kennedy; eppure, è miracolosamente sopravvissuta.
Gli americani dovrebbero preoccuparsi nel raffrontare il circo di
Washington con il resoconto sobrio, misurato e fattuale di Angela Merkel al
popolo tedesco su ciò che sta accadendo e ciò che si deve fare.
La caratteristica distintiva delle diverse risposte non è tanto la
contrapposizione tra democrazie e autocrazie, ma tra società funzionanti e
società disfunzionali – quelle che nella retorica trumpiana sono bollate
come «nazioni di merda» («shithole countries»), cioè esattamente il paese
che lui sta facendo di tutto per forgiare sotto il suo governo.

Cosa ne pensi del piano di salvataggio economico da 2 bilioni di dollari? È


sufficiente per evitare un’altra grande recessione e aiutare gli strati più
vulnerabili della società americana?
Quel piano è meglio di niente. Dà un po’ di respiro a qualcuno che ne ha
più bisogno, ma soprattutto prevede un fondo cospicuo per aiutare chi è
davvero vulnerabile: le povere multinazionali che corrono dallo Stato balia,
con il cappello in mano, nascondendo le copie dei libri di Ayn Rand 14 e
invocando ancora una volta l’aiuto del pubblico dopo aver accumulato,
negli anni gloriosi, enormi profitti e averli gonfiati con un’orgia di buyback.
Ma niente paura. Il fondo nero sarà monitorato da Trump e dal suo
segretario del Tesoro, dei quali ci si può fidare perché sono onesti e giusti. E
se decidono di non rispondere alle richieste del nuovo ispettore generale e
del Congresso, chi farà qualcosa al riguardo? Il Dipartimento di Giustizia di
Barr? Un impeachment?
Ci sarebbero stati tanti modi per destinare gli aiuti a chi ne ha davvero
bisogno, alle famiglie, invece di elargire quell’elemosina. Per esempio ai
lavoratori che avevano un vero impiego o all’enorme bacino di precari che
tiravano avanti con lavori temporanei e irregolari, ma anche ad altri: a quelli
che hanno gettato la spugna, alle centinaia di migliaia di vittime della
«malattie della disperazione» – una tragedia tutta americana –, ai senzatetto,
ai carcerati, ai tantissimi con alloggi talmente inadeguati che l’isolamento e
le scorte di cibo non sono nemmeno contemplati, e a molti altri che non è
difficile individuare.
Gli economisti politici Thomas Ferguson e Rob Johnson lo spiegano
senza mezzi termini: se è vero che è eccessivo aspettarsi negli Stati Uniti
l’assistenza medica universale, la quale costituisce la norma negli altri
paesi, «non si vede per quale motivo debba esserci un’assicurazione con
pagatore unico per le grosse società». 15 Nella loro analisi, Ferguson e Rob
Johnson propongono anche alcune semplici misure per porre fine a questa
forma di latrocinio aziendale.
La prassi consolidata di salvare con soldi pubblici le grosse società
dovrebbe prevedere, almeno, l’istituzione di un serio divieto sui riacquisti
di azioni proprie, un autentico coinvolgimento dei lavoratori nel
management e la fine delle scandalose misure protezionistiche spacciate per
«accordi di libero scambio», che garantiscono utili stratosferici alle case
farmaceutiche e intanto innalzano il prezzo dei farmaci a ben più di quanto
costerebbero se vi fossero accordi improntati alla razionalità.

Almeno.

* Intervista di C.J. Polychroniou, in Truthout, 1o aprile 2020.


Capitolo secondo
Per riprenderci dal COVID-19
dobbiamo immaginare un mondo diverso *

Il COVID-19 ha colto il mondo impreparato, e si prevede che le


conseguenze economiche, sociali e politiche della pandemia saranno
drammatiche, nonostante la promessa, fatta di recente dai leader del G20, di
iniettare cinque bilioni di dollari nell’economia mondiale per stimolare la
ripresa.
Quali insegnamenti possiamo trarre da questa pandemia? La crisi
generata dal coronavirus porterà a una nuova forma di organizzazione della
società, con un ordimento sociale e politico in cui il profitto non sia al di
sopra delle persone?
In questa intervista esclusiva per Truthout, l’intellettuale Noam Chomsky
e l’economista Robert Pollin affrontano questi temi.

Noam, quali sono gli insegnamenti che possiamo trarre dalla crisi sanitaria
globale provocata dal coronavirus?
CHOMSKY. Gli scienziati da molto tempo avevano previsto il rischio di
pandemie, soprattutto a partire dalla SARS del 2003, provocata da un ceppo
del coronavirus simile a quello del COVID-19. Essi prevedono inoltre che
ci saranno altre, e forse peggiori, pandemie. Se vogliamo prevenire le
prossime, dobbiamo quindi domandarci come tutto questo sia potuto
accadere e modificare ciò che non ha funzionato. Gli insegnamenti da trarre
sono di vario tipo, dalle cause profonde della catastrofe ai problemi che
riguardano i singoli paesi. Io mi concentrerò soprattutto sugli Stati Uniti,
benché sia un po’ fuorviante dal momento che il nostro paese è sicuramente
in fondo alla classifica quanto ad adeguatezza della risposta alla crisi.
I fattori fondamentali sono piuttosto chiari. Il male affonda le radici in un
colossale fallimento del mercato, esacerbato dal capitalismo dell’era
neoliberista; sussistono poi degli elementi specifici degli Stati Uniti, che
vanno dal disastroso sistema sanitario e dalla debole tenuta della giustizia
sociale – gli Stati Uniti sono agli ultimi posti nella classifica dell’OCSE 1 –
a quella macchina demolitrice che si è impossessata del governo federale.
Il virus responsabile della SARS fu identificato in breve tempo; furono
sviluppati dei vaccini, ma la fase della sperimentazione non fu poi portata
avanti. Le compagnie farmaceutiche mostrarono scarso interesse: esse
reagiscono ai segnali del mercato, e non c’è grande profitto nel destinare
risorse a prevenire una catastrofe annunciata. L’epitome odierna di questo
fallimento generalizzato è la mancanza di ventilatori, il più grosso problema
nell’immediato: un disastro micidiale, che costringe medici e infermieri a
fare la scelta atroce di chi sacrificare.
L’amministrazione Obama si era già resa conto che ciò poteva costituire
un serio problema. E infatti ordinò ventilatori di alta qualità e a basso costo
a una piccola società che fu poi acquisita da una grossa multinazionale, la
Covidien; quest’ultima mise da parte il progetto, evidentemente perché quei
prodotti avrebbero potuto competere con i suoi costosi respiratori.
Dopodiché informò il governo di voler rescindere il contratto perché non
era sufficientemente redditizio.
Fin qui, rientra tutto nella solita logica capitalista. A quel punto, però, la
patologia neoliberista si è manifestata ancora una volta. Il governo sarebbe
potuto intervenire, ma questo è assolutamente vietato dalla dottrina
dominante enunciata a suo tempo da Ronald Reagan: il governo è il
problema, non la soluzione. Dunque, non si è potuto fare nulla.
Vale la pena soffermarci un momento sul significato di quel precetto. In
pratica, significa che il governo non è la soluzione quando è in gioco il
benessere della popolazione, mentre invece è certamente la soluzione
quando il problema coinvolge la ricchezza privata e il potere delle grosse
società. Gli esempi sono innumerevoli, da Reagan in poi, e non c’è bisogno
di elencarli. Il mantra del «governo malvagio» è affine a quello del tanto
decantato «libero mercato», che viene puntualmente distorto per adeguarlo
alle pretese del capitale.
Le dottrine neoliberiste sono penetrate anche nel settore imprenditoriale
privato. Il modello aziendale esige «efficienza», ossia la massimizzazione
del profitto, e al diavolo le conseguenze. Per quanto riguarda la sanità
privata, ciò implica non avere nessuna capacità di scorta: appena quel tanto
che basta per tirare avanti in condizioni normali, e anche in quel caso giusto
l’essenziale, con costi ingenti per i pazienti ma con il bilancio in ordine (e
lauti compensi per il management). E se accade qualcosa di inaspettato, che
sfortuna!
Questi inviolabili principi aziendalisti hanno numerosi effetti su tutta
l’economia. Il più grave riguarda la crisi ecologica, la cui importanza mette
in ombra l’attuale crisi legata al coronavirus. Le multinazionali dei
carburanti fossili sono sul mercato per massimizzare i profitti, non per fare
in modo che la società umana sopravviva, un fatto di secondaria
importanza. Cercano costantemente nuovi giacimenti petroliferi da
sfruttare. Non sprecano certo le loro risorse in energie sostenibili e anzi
demoliscono i progetti di energia sostenibile, per quanto redditizi, perché
possono fare più soldi accelerando la distruzione di massa.
La Casa Bianca, oggi in mano a una bella banda di gangster, getta
benzina sul fuoco con la sua ferma volontà di massimizzare l’uso dei
carburanti fossili e di smantellare le norme che rallentano la corsa verso il
precipizio di cui è fieramente alla testa.
L’atteggiamento della gente di Davos – i «potenti della terra», li
chiamano – è illuminante. Detestano la volgarità di Trump perché sporca
l’immagine di civile umanesimo che cercano di proiettare; ma lo
applaudono con vigore quando, in qualità di primo oratore, pronuncia i suoi
sproloqui, perché si rendono conto che lui sa benissimo come riempire le
tasche giuste.
Questi sono i tempi in cui viviamo e, a meno che non vi sia una radicale
inversione di rotta, ciò a cui stiamo assistendo oggi è solo una pallida
prefigurazione di quello che ci aspetta.
Tornando alla pandemia, vi erano forti indizi che sarebbe arrivata. Trump
ha reagito alla sua solita maniera. Durante la sua presidenza, è stata tagliata
drasticamente la spesa per le componenti del governo legate alla sanità. Con
tempismo perfetto, «due mesi prima che il nuovo coronavirus cominciasse,
a quanto si presume, la sua mortale avanzata a Wuhan, l’amministrazione
Trump ha chiuso un programma da 200 milioni di dollari di allertamento
preventivo delle pandemie; un progetto mirante ad addestrare gli scienziati
in Cina e in altri paesi a individuare e a reagire a una minaccia di questo
tipo». 2 Un presagio della tattica trumpiana di sfruttare la paura del
«pericolo giallo» per distrarre l’attenzione dalla sua fallimentare condotta. 3
Incredibilmente, il taglio dei fondi è andato avanti anche dopo che la
pandemia ha colpito con tutta la sua violenza. Il 10 febbraio la Casa Bianca
ha reso noto il nuovo bilancio, che contiene ulteriori riduzioni al già
massacrato sistema sanitario (in realtà a tutti quei settori che possono
aiutare i cittadini), ma intanto «promuove il ‘boom energetico’ dei
carburanti fossili negli Stati Uniti, anche grazie all’incremento di
produzione del gas naturale e del greggio». 4
Non trovo le parole per descrivere questa sistematica malvagità.
Gli stessi cittadini americani sono bersaglio degli ideali trumpiani.
Malgrado i ripetuti richiami del Congresso e dei medici, Trump non si è
appellato al Defense Production Act per ordinare alle aziende di produrre le
forniture di cui c’è un disperato bisogno, dichiarando che quella sarebbe
«l’ultima spiaggia» e che invocare il Defense Production Act per la
pandemia significherebbe trasformare il paese nel Venezuela. In realtà,
come sottolinea il New York Times, il Defense Production Act «è stato
chiamato in causa centinaia di migliaia di volte durante la presidenza
Trump» per il settore militare. 5 In qualche modo, il paese è scampato al
pericolo di questo assalto al «sistema della libera impresa».
Non è bastato rifiutarsi di adottare misure per fornire i dispositivi medici
richiesti. La Casa Bianca si è anche sincerata che si desse fondo alle scorte.
Da uno studio sui dati commerciali del governo elaborato dalla deputata
Katie Porter è emerso che il valore delle esportazioni di ventilatori
statunitensi è salito del 22,7% da gennaio a febbraio e che nel febbraio del
2020 «il valore delle esportazioni di mascherine statunitensi in Cina è stato
del 1094% più alto rispetto alla media mensile dell’anno precedente». 6
Si legge ancora nello studio:
Al 2 marzo, l’amministrazione Trump incoraggiava ancora le aziende americane a incrementare le
esportazioni di forniture mediche, specialmente in Cina. Eppure, in quei giorni, il governo
statunitense era perfettamente consapevole dei danni del COVID-19, come pure della probabile
necessità di respiratori e mascherine aggiuntivi.

Su The American Prospect, David Dayen commenta: «Così industriali e


intermediari, nei primi due mesi dell’anno, hanno fatto soldi spedendo i
dispositivi medici fuori dal paese, e nei prossimi due mesi guadagneranno
ancora di più rispendendoli indietro. Lo squilibrio commerciale ha avuto la
precedenza rispetto all’autosufficienza e alla resilienza». 7
Non esistevano dubbi circa i pericoli all’orizzonte. 8 A ottobre, uno
studio di alto livello svelava la vera natura dei rischi pandemici. Il 31
dicembre, poi, la Cina informava l’Organizzazione mondiale della sanità
del diffondersi di sintomi simili alla polmonite. Una settimana dopo, faceva
sapere che alcuni scienziati ne avevano identificato la fonte in un tipo di
coronavirus e avevano sequenziato il genoma, ancora una volta rendendo
pubbliche le informazioni. Per diverse settimane la Cina non ha rivelato la
reale entità della crisi, sostenendo in seguito che quel ritardo era dovuto alla
mancata trasmissione delle informazioni dai burocrati locali alle autorità
centrali, una tesi confermata anche da analisti americani. 9
Ciò che stava accadendo in Cina era noto. Soprattutto all’intelligence
statunitense, che da gennaio a febbraio ha bussato alla porta della Casa
Bianca per parlare con il presidente. Nessuna risposta. Il presidente o stava
giocando a golf o si auto-elogiava in TV per essersi mosso meglio di tutti
per scongiurare la minaccia.
I servizi segreti non stati gli unici a tentare di aprire gli occhi alla Casa
Bianca. Come riferisce il New York Times,
a fine gennaio un consigliere di alto livello della Casa Bianca [Peter Navarro] ha fatto notare con
forza ai funzionari dell’amministrazione Trump che il coronavirus potrebbe costare agli Stati Uniti
migliaia di miliardi di dollari ed esporre milioni di americani al rischio di malattie e di morte [...]
mettendo in pericolo la vita di milioni di persone, [come confermato] dalle informazioni che
giungono dalla Cina. 10

Nessuna risposta. Mesi interi sono trascorsi invano, mentre il Caro


Leader saltava da una narrazione all’altra e, cosa più inquietante, con
l’adorante base repubblicana che esultava a ogni sua mossa.
Quando infine i fatti sono diventati innegabili, Trump ha assicurato al
mondo che lui era stato il primo a scoprire la pandemia e che aveva la
situazione in pugno. Nel frattempo, questa versione veniva fedelmente
ripetuta a pappagallo dai cortigiani di cui si attornia, e dalla sua personale
cassa di risonanza, Fox News, che funge anche da sua fonte di informazioni
e di idee, in uno scambio dialogico oltremodo interessante.
Nulla di tutto questo era ineluttabile. Infatti, non è stata soltanto
l’intelligence statunitense ad aver compreso la portata delle prime
informazioni fornite dalla Cina. I paesi alla periferia cinese hanno reagito
con prontezza, e con grande efficacia a Taiwan, ma anche in Corea del Sud,
a Hong Kong e a Singapore. La Nuova Zelanda ha istituito il lockdown
immediatamente, e sembra aver quasi del tutto sconfitto la pandemia. 11
Gran parte dell’Europa ha esitato, ma le società con una migliore
organizzazione hanno reagito. La Germania registra il più basso tasso di
mortalità, grazie alle sue capacità di scorta. Lo stesso può dirsi della
Norvegia e di qualche altro paese. L’Unione europea, d’altro canto, ha
rivelato il suo livello di civiltà allorché i paesi più ricchi hanno negato il
loro aiuto gli altri. Questi ultimi hanno però potuto contare sull’aiuto di
Cuba, che ha mandato i suoi medici, e della Cina che ha fornito dispositivi
medici.
Da tutta questa situazione si possono ricavare diverse lezioni, soprattutto
sugli aspetti suicidi di un capitalismo incontrollato e sul danno aggiuntivo
procurato dalla piaga neoliberista. La crisi mette in luce quanto sia
pericoloso trasferire il processo decisionale a istituzioni private svincolate
da qualsiasi controllo pubblico e mosse esclusivamente dall’avidità, che è il
loro dovere solenne, come ci hanno spiegato Milton Friedman e altri
luminari invocando le leggi dell’economia sana.
Per gli Stati Uniti, ci sono insegnamenti ulteriori da trarre. Come già
detto, il nostro paese figura agli ultimi posti dell’indice dell’OCSE che
misura la giustizia sociale. Il suo sistema sanitario privatizzato e orientato al
profitto, che persegue un modello aziendale di efficienza, è disastroso, con
costi pro capite doppi rispetto a quelli di paesi comparabili e con prestazioni
tra le peggiori in assoluto. È assurdo continuare ad accettare questa
situazione. È giunto il momento di adeguarsi al livello degli altri paesi e
istituire un sistema sanitario universale umano ed efficiente.
Altri piccoli passi possono essere fatti nell’immediato. Le multinazionali
stanno correndo ancora una volta dallo Stato balia alla ricerca di salvataggi.
Perché vengano concessi, dovrebbero essere imposte alcune rigide
condizioni: niente premi e indennità ai dirigenti per tutta la durata della
crisi; divieto permanente al riacquisto di azioni proprie (stock buyback) e ai
paradisi fiscali, ossia a forme di depredazione del settore pubblico per
decine di bilioni di dollari. Sarebbe un cambiamento non da poco. Sono
strade percorribili? Certo che sì. Queste regole un tempo erano legge, che
veniva applicata; fino a quando Reagan non ruppe ogni argine. Tra le altre
condizioni che mi vengono in mente, bisognerebbe pretendere che vi sia
una rappresentanza dei lavoratori nel management e che venga stabilito un
salario di sussistenza.
Ci sono tante altre misure che sono praticabili nel breve periodo e che si
potrebbero allargare in futuro. Ma, a parte questo, la crisi ci dà l’opportunità
di ripensare e ricostruire il nostro mondo. I padroni stanno già impiegando
tutte le loro energie in questa missione, e se non saranno contrastati e
sopravanzati da forze popolari realmente impegnate, ci riaffacceremo su un
mondo ben più deforme, un mondo che potrebbe non sopravvivere a lungo.
I padroni, però, sono a disagio. Mentre i contadini imbracciano i forconi,
l’aria nei quartier generali delle multinazionali sta cambiando. Gli alti
papaveri fanno fronte comune per dimostrare che sono dei bravi ragazzi e
che, se lasciati alle loro amorevoli cure, il benessere e la sicurezza di tutti
saranno garantiti. È giunto il tempo, proclamano, che la cultura e la prassi
aziendali divengano più solidali, non più attente solo agli utili degli
azionisti (la maggior parte dei quali ricchissimi) ma anche agli altri gruppi
d’interesse: i lavoratori e la comunità. È stato il tema dominante dell’ultima
conferenza di Davos a gennaio.
Ma non dicono che questa canzone l’abbiamo già sentita. Negli anni
Cinquanta l’espressione in voga era «la grande azienda deve avere
un’anima». Quanta anima avessero, non ci è voluto molto per scoprirlo.

Bob, puoi aiutarci a comprendere lo choc economico provocato dal


coronavirus? Quanto sarà pesante l’impatto socioeconomico, e chi ne sarà
maggiormente colpito?
POLLIN. La velocità vertiginosa del crollo economico risultante dal COVID-
19 non ha precedenti storici.
Nella settimana del 4 aprile, 6,6 milioni di persone hanno presentato le
prime richieste per ricevere l’indennità di disoccupazione. La settimana
prima l’avevano presentata 6,9 milioni di persone, e 3,3 milioni quella
prima ancora. Prima di queste tre settimane, il numero più alto di richieste
inviate si era registrato nell’ottobre del 1982, durante la grave recessione a
«W» dell’era Reagan. A quell’epoca il record di richieste raggiunse le
650.000 unità. Questa disparità tra il 1982 e oggi è sbalorditiva, anche
prendendo in considerazione le dimensioni relative dell’attuale forza lavoro
statunitense rispetto al 1982. In quegli anni, le 650.000 domande di
indennità di disoccupazione costituivano lo 0,6% della forza lavoro. I 6,6
milioni di richieste della prima settimana di aprile e i 6,9 milioni della
settimana precedente sono entrambi pari al 4% della forza lavoro. Dunque,
come percentuale della forza lavoro, queste richieste settimanali sono state
7 volte superiori rispetto al record precedente del 1982. Sommando le
domande delle ultime tre settimane scopriamo che oggi ci sono 16,8 milioni
di nuovi disoccupati, ossia oltre il 10% della forza lavoro statunitense. La
previsione è che questa cifra continuerà a crescere per molte settimane
ancora, con la possibilità che la disoccupazione salga al 20%: una
percentuale mai vista dai tempi bui della Grande Depressione degli anni
Trenta.
La condizione dei disoccupati degli Stati Uniti, inoltre, è aggravata dal
fatto che per molti di loro l’assicurazione sanitaria era coperta dai datori di
lavoro. Adesso questa copertura è sfumata. La legge di stimolo economico
firmata da Trump il 27 marzo non prevede fondi per le cure delle persone
contagiate. La Peterson-Kaiser Family Foundation ha stimato che le cure
potrebbero costare fino a 20.000 euro, e che persino chi ha la copertura
assicurativa dal datore di lavoro potrebbe dover pagare 1300 dollari di spese
vive. Così, nello spirito dell’aziendalizzata e sommamente iniqua sanità
statunitense, a causa del COVID-19 milioni di persone si vedranno arrivare
conti salatissimi per le cure mediche proprio nel momento in cui sono più
vulnerabili. Se oggi fosse operativo il Medicare for All, la copertura
sanitaria per tutti sarebbe un fatto assodato.
Oltre alla situazione di quelli che perdono il lavoro, dobbiamo anche
analizzare le condizioni in cui si trova chi svolge un lavoro essenziale e in
prima linea in questa emergenza. Queste persone mettono a rischio la
propria salute per andare a lavorare. Uno studio di Hye Jin Rho, Hayley
Brown e Shawn Fremstad del Center for Economic and Policy Research
dimostra che oltre trenta milioni di lavoratori statunitensi (quasi il 20%
dell’intera forza lavoro americana) sono impiegati in sei grossi settori
industriali direttamente coinvolti dall’emergenza. 12 Tra costoro vi sono
assistenti di negozio, infermieri, addetti alle pulizie, magazzinieri e
conducenti di autobus. Un buon 65% di loro sono donne. Un’enorme
percentuale di queste persone è anche sottopagata e non ha assicurazione
sanitaria. Questi lavoratori essenziali si espongono al rischio di contagio, e
se dovessero infettarsi avrebbero dinanzi a sé la prospettiva di gravi
problemi economici oltre che di salute.
Il coronavirus sta colpendo brutalmente anche le comunità afroamericane
a basso reddito. Per esempio, nell’Illinois tra gli afroamericani si conta oltre
la metà di tutti i morti per coronavirus, anche se essi costituiscono solo il
14% della popolazione statale. In Louisiana il 70% dei morti finora sono
afroamericani, benché essi costituiscano il 32% della popolazione. Schemi
simili si stanno presentando anche in altri Stati. Da queste cifre emerge il
dato evidente che gli afroamericani con un reddito inferiore non hanno gli
stessi mezzi per tutelarsi attraverso il distanziamento sociale e restando a
casa dal lavoro.
Per quanto gravi siano oggi le condizioni negli Stati Uniti e nelle altre
economie avanzate, sembreranno di modesta entità una volta che il virus
comincerà a diffondersi, come è molto probabile che accada, e con effetti
catastrofici, nei paesi a basso reddito dell’Africa, dell’Asia, dell’America
latina e dei Caraibi. Innanzitutto, sarà pressoché impossibile applicare nei
quartieri poveri di Nuova Delhi, per esempio, o di Nairobi o di Lima le
strategie di distanziamento sociale e di autoisolamento che si sono rivelate
relativamente efficaci nei paesi ad alto reddito nel rallentare il contagio,
perché le persone di quelle comunità vivono in quartieri sovrappopolati;
devono inoltre prendere mezzi pubblici super affollati per andare dovunque,
compreso il posto di lavoro, perché non possono permettersi di restare a
casa. Questo problema è aggravato dalle condizioni di lavoro in queste aree:
nella maggior parte dei paesi a basso reddito, circa il 70% dell’occupazione
è informale, il che significa che i lavoratori non ricevono dai datori di
lavoro alcuna indennità, tra cui il congedo retribuito per malattia. Come
scrivono gli economisti indiani C.P. Chandrasekhar e Jayati Ghosh, questi
lavoratori e le loro famiglie «sono ovviamente i più vulnerabili a una crisi
economica. Quando un tale stravolgimento arriva a seguito di una calamità
sanitaria senza precedenti, naturalmente le preoccupazioni si
moltiplicano». 13
Per giunta, molte nazioni a basso reddito possono contare su un bilancio
per la sanità estremamente limitato. Come se non bastasse, queste nazioni
sono state duramente colpite dal crollo del turismo come pure dal forte calo
delle entrate provenienti dalle esportazioni e dalle rimesse. Ecco dunque
che, nelle ultime settimane, ottantacinque paesi hanno già preso contatti con
il Fondo monetario internazionale per aiuti di emergenza nel breve termine,
quasi il doppio di quelli che fecero richieste simili dopo la crisi finanziaria
del 2008. Ed è probabile che la situazione si aggraverà rapidamente.

Noam, il coronavirus ucciderà la globalizzazione?


CHOMSKY. La globalizzazione, in una forma o in un’altra, è presente fin dai
più antichi annali storici, e anche prima. E continuerà a esistere. La
domanda è: in quale forma? Supponiamo, per esempio, che si ponga la
questione se trasferire alcune imprese dall’Indiana al Messico
settentrionale. Chi lo decide? I banchieri di New York o di Chicago? O
forse i lavoratori e la comunità, magari coordinandosi con i loro omologhi
messicani? Sussistono svariate forme di associazione tra le popolazioni – e
anche di conflitti di interessi tra di loro –, che non coincidono con il colore
della bandiera. Il sordido spettacolo di Stati che competono quando invece
servirebbe la cooperazione per combattere una crisi mondiale ci fa capire
quanto sia imperativo smantellare la globalizzazione basata sul profitto e
costruire un vero internazionalismo, se vogliamo scongiurare l’estinzione.
Quest’emergenza ci offre l’occasione per liberarci dalle catene ideologiche,
per immaginare un mondo completamente diverso e per deciderci a
costruirlo.
Il coronavirus probabilmente modificherà la fragilissima economia
internazionale edificata negli ultimi anni, governata dal profitto e
indifferente alle esternalità, tra le quali ad esempio la devastazione
ambientale provocata dalle transazioni all’interno di complesse catene di
distribuzione, per non parlare della distruzione di vite umane e comunità.
Tutto questo, probabilmente, dovrà essere ripensato, ma ancora una volta
dobbiamo domandarci chi sarà a guidare il processo, e trovare una risposta.
Qualche passo verso l’internazionalismo al servizio dei popoli, non delle
concentrazioni di potere, viene compiuto. Gianīs Varoufakīs e Bernie
Sanders hanno lanciato un appello per un’Internazionale progressista che
contrasti l’Internazionale degli Stati reazionari forgiata dalla Casa Bianca di
Trump. 14
Sforzi simili possono assumere molte forme. I sindacati sono ancora
definiti «internazionali», nel solco di sogni che non devono tramontare. E
qualche volta non lo fanno. I portuali si sono rifiutati di scaricare merci
come atto di solidarietà internazionale. Ci sono stati diversi esempi
ragguardevoli di solidarietà internazionale, a livello popolare e statuale. A
livello statuale, l’internazionalismo cubano è impareggiabile – basti pensare
allo straordinario ruolo di Cuba nella liberazione dell’Africa meridionale,
raccontato bene da Piero Gleijeses, o all’opera dei suoi medici in Pakistan
dopo il devastante terremoto del 2005, o ancora ai gesti per controbilanciare
l’egoismo dell’Unione europea oggi.
A livello popolare, non mi viene in mente nulla di paragonabile al flusso
di statunitensi verso l’America centrale negli anni Ottanta per aiutare le
vittime delle guerre terroristiche di Reagan e del terrorismo di Stato da lui
appoggiato; persone di qualsiasi estrazione, tra le più tenaci e attive delle
quali vi erano quelle provenienti dai gruppi religiosi dell’America rurale.
Prima di allora non c’era stato nulla di simile nella storia dell’imperialismo,
che mi risulti.
Senza fare ulteriori esempi, ci sono diverse forme di interazione e
integrazione globale. Alcune sono meritorie e dovrebbero essere perseguite
attivamente.

I governi di tutto il mondo stanno rispondendo alle ripercussioni


economiche del coronavirus con massicce misure di stimolo economico.
Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump è pronta a erogare aiuti per due
bilioni di dollari con l’approvazione del Congresso. Bob, secondo te è
sufficiente? Sarà un test per capire quanto altro debito il paese può
sopportare?
POLLIN. Il piano di stimolo economico che Trump ha firmato a marzo è la
più ampia misura mai varata nella storia americana. I 2000 miliardi
equivalgono a circa il 10% del PIL statunitense, che il governo intende
distribuire rapidamente nei prossimi mesi. Per converso, il pacchetto di
misure fiscali del 2009 di Obama, del valore di 800 miliardi di dollari, fu
spalmato in due anni ed era pari a circa il 3% del PIL per anno.
Nonostante questa portata senza precedenti, è facilmente intuibile che
l’attuale programma è troppo ridotto e che perciò avrà ben poco impatto,
per svariate ragioni. Peraltro, tutto considerato, questo stimolo concederà
enormi vantaggi alle grosse società statunitensi e a Wall Street, ossia alla
stessa gente che ha ricavato i maggiori benefici appena undici anni fa dalle
misure di Obama e dal conseguente salvataggio del sistema finanziario. Ho
già fatto notare che questo stimolo economico non garantisce alcun
sostegno sanitario alle persone contagiate dal COVID-19. Inoltre, offre un
supporto aggiuntivo minimo sia agli ospedali, in prima linea nella lotta
contro il virus, sia ai governi statali e locali. Questi ultimi registreranno
infatti un drastico calo delle entrate fiscali – tasse sul reddito, imposte sulle
vendite e sulla proprietà – con l’avanzare della recessione. Durante la
Grande Recessione del 2007-2009 le entrate fiscali statali e locali
diminuirono del 13%; oggi possiamo aspettarci un calo di almeno pari
entità. In assenza di una massiccia iniezione di fondi dal governo federale –
ossia un’iniezione circa tre volte superiore a quella dei fondi stanziati finora
–, i governi statali e locali saranno costretti a fare tagli di bilancio e
licenziamenti su vasta scala, anche tra gli insegnanti, gli operatori sanitari e
i funzionari di polizia, che costituiscono complessivamente il grosso della
spesa per il personale.
Persino l’amministrazione Trump sembra riconoscere che la legge per lo
stimolo economico è troppo ristretta. Per questo sia il presidente sia i
deputati democratici stanno già discutendo una nuova legge di stimolo che
dovrebbe ammontare ad altri due bilioni di dollari. Gli Stati Uniti hanno la
capacità di sostenere questo indebitamento per erogare tali consistenti
somme. Tra le altre considerazioni, come accadde anche nella Grande
Recessione del 2007-2009, le obbligazioni statali americane saranno
considerate i titoli più sicuri presenti sul mercato finanziario globale. Ciò
porrà un premio sui titoli statunitensi rispetto a qualsiasi altro strumento di
credito sul mercato internazionale. La Federal Reserve ha inoltre la
capacità, se necessario, di acquistare e ritirare obbligazioni statali se il peso
debitorio diventa eccessivo. Nessun altro paese, o ente di qualsiasi genere,
gode di uno status finanziario tanto privilegiato.
Da questa posizione di estremo privilegio, la Fed si è impegnata a fornire
un sostegno pressoché illimitato e incondizionato alle aziende statunitensi e
alle società di Wall Street. Infatti, già solo dal 18 al 31 marzo ha acquistato
1,14 bilioni di dollari in titoli privati e del Tesoro, a un ritmo di oltre un
milione di dollari al secondo. Il Financial Times riporta alcune proiezioni in
base alle quali le quote detenute dalla Fed potrebbero raggiungere un valore
di 12 bilioni di dollari a giugno – ossia il 60% del PIL statunitense – con
ulteriori incrementi successivamente. 15 Volendo fare un paragone, poco
prima della crisi finanziaria del 2007-2009 le quote della Fed ammontavano
a un bilione di dollari. Poi salirono a due bilioni durante la crisi – una cifra
pari ad appena un quinto degli interventi a cui punta la Fed nei prossimi due
mesi.
L’economia statunitense e quella globale necessitano in questa fase di un
gigantesco salvataggio affinché persone innocenti non siano travolte dalla
pandemia e dal collasso economico. Ma questo salvataggio deve mirare,
nell’immediato, a garantire a tutti la necessaria assistenza sanitaria e
integrità economica.
Da una più ampia prospettiva strutturale, dobbiamo anche smettere di
sperperare gli enormi privilegi finanziari di cui godono gli Stati Uniti per
puntellare l’edificio neoliberista che ha contrassegnato la vita economica
del nostro paese e del mondo negli ultimi quarant’anni. Il fatto che il
governo statunitense abbia avuto i mezzi finanziari per salvare le grandi
multinazionali e Wall Street per ben due volte negli ultimi undici anni
implica che ha anche la capacità di assumere il controllo delle imprese
private più disfunzionali e antisociali. Potremmo cominciare sostituendo il
settore privato delle assicurazioni sanitarie con Medicare for All. Il governo
federale potrebbe anche acquisire una partecipazione di controllo nel settore
dei combustibili fossili, che dovrà essere disattivato, in ogni caso, entro i
prossimi trent’anni. Un altro settore in cui avviare una nazionalizzazione
almeno parziale dovrebbe essere quello delle compagnie aeree, che oggi
versano in condizioni disperate ma che negli ultimi dieci anni hanno
dilapidato il 96% della loro liquidità in buyback. Gli operatori di Wall Street
che hanno contribuito a costruire tali prassi finanziarie dovranno
confrontarsi sia con normative rigorose sia con la concorrenza da parte di
grosse banche pubbliche di sviluppo in grado di finanziare, ad esempio, il
Green New Deal.
In sintesi, non dobbiamo permettere che l’economia americana post-crisi
ritorni allo status quo neoliberista. Durante l’ultima Grande Recessione fu
chiaro che alcune delle maggiori aziende statunitensi e le società di Wall
Street non sarebbero sopravvissute senza il vitale sostegno del governo.
Ora, dopo appena undici anni, stiamo per rivedere lo stesso film, solo che
questa volta lo guardiamo su uno schermo gigante. Quarant’anni di
indottrinamento neoliberista hanno viziato le multinazionali e Wall Street,
facendo loro credere che il socialismo aziendale sarebbe stato sempre lì ad
esaudire le loro richieste, e che avrebbero potuto accumulare profitti a
volontà scaricando i rischi, inevitabilmente, su tutti gli altri. In questo
momento in particolare, se le aziende si ostinano a pensare che la loro unica
ragion d’essere sia quella di massimizzare i profitti dei loro proprietari,
allora il governo federale deve tagliare loro i viveri. I progressisti
dovrebbero combattere con tutte le loro forze per difendere questi principi.

Noam, il coronavirus sembra aver stimolato la solidarietà tra le persone in


molte parti del pianeta, e forse persino la presa di coscienza che siamo tutti
cittadini del mondo. Ovviamente il coronavirus da solo non debellerà il
neoliberismo e la conseguente atomizzazione della vita sociale a cui
abbiamo assistito sin dai suoi albori, ma prevedi comunque un cambio di
rotta nel pensiero economico e politico? Forse un ritorno allo stato
sociale?
CHOMSKY. Queste nuove opportunità devono farci tornare alla mente la
potente ondata di democrazia radicale che soffiò su buona parte del mondo
sotto l’impatto della Grande Depressione e della guerra antifascista – e
anche le manovre dei padroni per contenere o reprimere quelle speranze.
Una storia che ha da insegnarci molto anche oggi.
La pandemia dovrebbe risvegliare la gente e portarla ad apprezzare
l’autentico internazionalismo, a riconoscere la necessità di curare le società
malate dalla piaga neoliberista, e poi a compiere una più radicale
ricostruzione mirando alle radici del male contemporaneo.
Gli americani in particolare dovrebbero prendere coscienza della
debolezza del sistema di giustizia sociale; un compito non da poco. Per
esempio, è sconcertante constatare come persino sul fronte di sinistra del
pensiero mainstream, misure come quelle propugnate da Bernie Sanders
siano considerate «troppo radicali» per gli americani. I suoi due cavalli di
battaglia, l’assistenza sanitaria universale e l’istruzione universitaria
gratuita, sono normali nelle società avanzate, come del resto anche in quelle
più povere.
La pandemia dovrebbe portarci alla consapevolezza che in un mondo
giusto le catene sociali andrebbero sostituite dai vincoli sociali, ideali che
risalgono all’Illuminismo e al liberalismo classico. Ideali che vediamo
concretizzarsi oggi in molti modi. Il grande coraggio e altruismo delle
persone che lavorano nella sanità è un fonte d’ispirazione che ci fa capire
quante risorse abbia lo spirito umano. In molti luoghi, si formano comunità
di mutuo appoggio che forniscono cibo ai bisognosi e aiutano e sostengono
gli anziani e i disabili.
Non v’è dubbio che il coronavirus abbia «stimolato la solidarietà tra le
persone in molte parti del pianeta, e forse persino la presa di coscienza che
siamo tutti cittadini del mondo». Le sfide che abbiamo dinanzi sono
evidenti. E le possiamo affrontare. In questo momento cupo della storia
umana, dobbiamo affrontarle, altrimenti la storia giungerà a una fine
ingloriosa.

* Intervista di C.J. Polychroniou a Noam Chomsky e Robert Pollin, in Truthout, 10 aprile 2020.
Capitolo terzo
Il Covid-19 dimostra che gli Stati Uniti
di Trump sono uno «Stato fallito» *

Con l’evolversi dell’emergenza sanitaria provocata dal Covid-19, la


definizione di «Stato fallito» sembra adattarsi alla perfezione agli Stati
Uniti, di cui vengono sempre più allo scoperto lacune e debolezze
strutturali. A dirlo è Noam Chomsky, intellettuale pubblico di fama
mondiale, in questa intervista esclusiva per Truthout. Nel frattempo,
l’amministrazione Trump si rende responsabile della morte di moltissime
persone a causa della sua caricaturale ma pericolosa risposta alla crisi. In
questa intervista, inoltre, Chomsky spiega che cosa si cela dietro il sostegno
di Trump alle proteste «anti-lockdown», analizza i moventi che spingono la
destra a voler distruggere il Servizio postale statunitense e dà la sua
opinione circa il principio elettorale del «male minore».

Noam, è ormai universalmente riconosciuto che la risposta statunitense al


coronavirus non solo è stata tardiva, ma anche che rimane impantanata
nelle contraddizioni, mentre Trump continua a battagliare con gli scienziati
rispetto alle strategie da seguire. Inoltre, il paese nel complesso ha
dimostrato di essere completamente impreparato a una grossa crisi
sanitaria. Non stiamo parlando soltanto di un’amministrazione
incompetente ma di uno Stato fallito?
Quindici anni fa scrissi un libro intitolato Stati falliti, 1 un’espressione
molto in voga all’epoca per riferirsi a Stati che non sono in grado di
soddisfare le esigenze della popolazione, nel caso più importante a causa di
scelte politiche opache, e che costituiscono un pericolo non solo per i propri
cittadini ma per il mondo intero. Il caso paradigmatico di cui dicevo sono
gli Stati Uniti. Per dimostrarlo, nel libro adducevo numerose prove.
Ovviamente, nella dottrina dominante, non è questo l’uso che si fa
dell’espressione «Stati falliti», esattamente come con «Stato canaglia» si
designa sempre un nemico, mai noi stessi, che invece ne siamo, appunto, il
paradigma.
Per me quel giudizio, che non era solo mio, rimane ancora valido.
Qualche anno dopo, un sondaggio internazionale Gallup/WIN rivelò che gli
Stati Uniti sono considerati la peggiore minaccia alla pace nel mondo,
distaccando di molto gli altri paesi. 2 Il grave pericolo costituito per gli
americani dalle politiche governative, già abbastanza evidente quando fu
pubblicato il libro, divenne ancor più chiaro un anno dopo, quando
scoppiarono la bolla immobiliare e la successiva crisi finanziaria, con la
conseguente risposta di Obama: salvare i colpevoli, facendoli diventare più
ricchi e più potenti di prima, e ignorare le leggi del Congresso che
prescrivevano di destinare aiuti ai tanti che avevano perso la casa a causa di
frodi societarie facilitate dalla folle deregolamentazione di Clinton-Rubin-
Summers, 3 la quale ha esacerbato l’assalto neoliberista ai cittadini avviato
con Reagan.
Questo è il contesto che ha portato infine alla malignità trumpiana, la
quale potrebbe, letteralmente, condannare definitivamente la società umana
sulla Terra. Abbiamo già discusso altrove del motivo per cui una simile
affermazione non è esagerata. Spero che i fatti fondamentali e le loro
terribili implicazioni siano ben compresi, e non li ripeterò in questa sede.
Trump ha davvero inferto il colpo di grazia all’America, e anche a buona
parte del mondo, un dato che non dobbiamo sottovalutare. Rimanendo
all’attuale crisi del COVID-19, è sconcertate osservare quanta poca
attenzione sia stata data al suo sadico attacco contro i poveri e i bisognosi di
tutto il mondo pur di perseguire il suo scopo di migliorare le chance
elettorali.
Certo, un po’ di spazio è stato dato al fatto che anche adesso proseguono
le sue vessazioni contro i profughi in fuga da miseria e oppressione, volte a
conquistare un elettorato fuorviato e indotto a credere che i profughi siano
la causa delle sue sofferenze, che originano invece dalle politiche di cui
Trump è convinto sostenitore.
Ma nemmeno una parola viene detta sul suo attacco contro i poveri
dell’Africa, dove un numero imprecisato di persone morirà grazie al taglio
da lui voluto dei fondi all’Organizzazione mondiale della sanità, 4 che
finora ha rappresentato una protezione da numerose malattie, e adesso da
quest’ultima piaga. Né viene detto alcunché a proposito dei palestinesi nei
Territori occupati, 5 vittime del disprezzo razzista degli israeliani per la loro
salute e gli altri bisogni primari, 6 oggi amplificato dal taglio dei fondi di
Trump ai loro già risicati sistemi sanitari, educativi e di supporto in
generale perché, come ha spiegato lui, non lo hanno trattato con sufficiente
rispetto, mentre lui li schiaffeggiava in pieno volto.
Il ritiro dei fondi all’OMS è solo il primo passo della campagna di Trump
per distruggere l’organizzazione. 7 Questa strategia ci rivela la profonda
malvagità non soltanto di Trump ma di tutti i criminali di cui si è
circondato, molti dei quali se ne rimangono in silenzio, anche se qualcuno
poi parla e talvolta supera addirittura il boss. Il segretario di Stato Mike
Pompeo è in prima linea nella demonizzazione dell’OMS, a sostegno del
tentativo sempre più disperato di Trump di trovare un capro espiatorio per i
suoi efferati crimini contro gli americani. Non importa quanti miserabili
dovranno pagare a caro prezzo, in Africa e in altre parti del Sud globale, il
taglio ad alcuni servizi essenziali dell’OMS. In ogni caso si tratta di
«nazioni di merda», come ha detto il Caro Leader.
Oramai è assodato che gli Stati Uniti di Trump siano uno Stato fallito e
pericoloso per il mondo intero. I diplomatici parlano con toni felpati, non
volendo offendere la bestia furiosa di Washington, che ha un potere
distruttivo sconfinato. Ma il senso ci è chiaro quando «un’alta carica
europea» afferma: «L’amministrazione statunitense è molto concentrata
sulla campagna per la rielezione e su chi può essere incolpato della
catastrofica situazione del COVID-19 negli Stati Uniti. Incolpano l’OMS e
la Cina. Per questo motivo è molto difficile trovare un linguaggio comune
in merito all’OMS». 8
Il «linguaggio comune» in questione fa riferimento a una risoluzione del
Consiglio di Sicurezza dell’ONU che l’amministrazione Trump sta
bloccando. In essa si chiede «il cessate il fuoco globale relativamente ai vari
conflitti armati in risposta alla pandemia e [si esortano] gli Stati aderenti a
‘condividere informazioni tempestive e trasparenti in merito al COVID-
19’». 9 Ma la risoluzione è inaccettabile per la Casa Bianca perché impegna
i paesi ad «appoggiare la piena implementazione del Regolamento sanitario
internazionale dell’OMS». Come ha spiegato il funzionario europeo,
chiedere ai paesi di attuare le procedure per contenere la crisi
danneggerebbe la campagna elettorale di Trump.
In sintesi, colpire i poveri e i bisognosi per il proprio vantaggio personale
è un impegno tale che qualsiasi accenno al regolamento sanitario dell’OMS
è bandito. L’OMS sta seguendo la stessa sorte dei cambiamenti climatici:
anche quest’ultima dicitura deve essere espunta da tutti i documenti ufficiali
che si occupano di ambiente. Trump e la sua accolita hanno fatto proprio il
monito del generale franchista Millán-Astray: «Abbasso l’intelligenza! Viva
la morte!» 10
Per tornare alla tua domanda, non credo che «incompetenza» sia la parola
giusta per definire la malvagità di Trump, che ha trasformato i già gravi
problemi degli Stati Uniti in una crisi devastante. Ma non dobbiamo
dimenticare che la feroce banda criminale oggi alla Casa Bianca alcuni di
questi problemi li ha ereditati. È fondamentale comprendere il retroterra di
questa crisi se vogliamo contenere la prossima pandemia, che molto
probabilmente sarà peggiore di questa a causa dell’impatto del
riscaldamento globale – una minaccia ben più seria.
Alla radice, vi sono tre fattori: la logica capitalista in generale, la sua più
spietata variante neoliberista e le reazioni dei singoli governi.
Nel 2003, dopo l’epidemia della SARS, gli scienziati sapevano che una
pandemia era probabile, verosimilmente generata da qualche ceppo di
coronavirus. Sapevano anche come prepararsi ad affrontarla; proprio come
gli scienziati di oggi hanno un’idea abbastanza precisa di come prepararsi
alla prossima. 11
Ma non basta saperlo. Qualcuno deve prendere in mano la situazione e
darsi da fare. I candidati più ovvi sono le case farmaceutiche, che
dispongono di risorse smisurate, di profitti stratosferici grazie ai diritti sui
brevetti garantiti dagli accordi «di libero scambio», che in realtà sono
fortemente protezionisti. Queste si tirano fuori, però, in base alla consueta
logica capitalista: non c’è profitto nella prevenzione di una catastrofe
ancora da venire. Anzi, potrebbe essere addirittura nel loro interesse
ostacolare una risposta costruttiva. 12
Potrebbe dunque intervenire il governo, ma questo è impedito
dall’intensificazione neoliberista della disumanità intrinseca al capitalismo.
Come proclamò Reagan nel suo discorso di insediamento, il governo è il
problema, non la soluzione. Tradotto: bisogna sottrarre il processo
decisionale al governo, che risponde quantomeno parzialmente all’influenza
dell’opinione pubblica, e consegnarlo alle tirannidi private che non rendono
conto alla cittadinanza. Una componente essenziale del neoliberismo,
evidente fin dalle sue origini nella Vienna tra le due guerre, è che la
democrazia è una minaccia che va contenuta, persino distrutta con la
violenza di Stato se necessario; principi invocati con le parole e con i fatti
dai maestri di quella corrente di pensiero: Ludwig von Mises, Friedrich
Hayek e altri. Inoltre, come consigliava Milton Friedman negli anni di
Reagan, le tirannidi sottratte al controllo pubblico che dominano il processo
decisionale devono essere guidate dalla pura e semplice avidità. Qualsiasi
considerazione per gli altri scuoterebbe le fondamenta della civiltà.
A un certo punto questo credo non fu seguito ciecamente. Obama cercò
di deviare leggermente da esso, ma questi sforzi furono presto neutralizzati
dalla logica capitalista (con l’affare dei ventilatori e della Covidien di cui
abbiamo discusso altrove). 13 L’intervento del governo fu ostacolato.
Il terzo fattore da considerare sono le reazioni dei singoli governi. Queste
sono state diverse. La Cina ha fornito prontamente all’OMS e al mondo
intero tutte le informazioni rilevanti. Già agli inizi di gennaio gli scienziati
cinesi avevano identificato il virus e sequenziato il genoma. Alcuni paesi
hanno reagito subito: Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Nuova Zelanda e
qualche altro, che oggi sembrano avere la situazione sotto controllo.
L’Europa ha esitato ma alla fine ha agito, qualche paese con maggiore
successo, altri meno.
In fondo alla classifica troviamo Trump, e questo rispecchia la sua
dedizione verso il suo vero elettorato, ossia la ricchezza privata e il potere
delle multinazionali, vagamente dissimulata dietro una farsesca
ostentazione di «populismo». Durante il suo mandato, egli ha
sistematicamente promosso politiche che arricchiscono il suo vero
elettorato e danneggiano tutti gli altri, comprese le sue folle adoranti. Una
parte di questo programma è consistito nel tagliare i fondi ai Centri per la
prevenzione e il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and
Prevention, CDC) e nello smantellare i progetti che avrebbero potuto
fornire un allertamento anticipato di ciò che sarebbe accaduto. Risultato: gli
Stati Uniti sono stati colti impreparati come pochi altri.
Sebbene gli Stati Uniti e qualche altro Stato fallito possedessero le stesse
informazioni sul coronavirus che hanno portato le società funzionanti a
reagire adeguatamente, ovviamente non tutto era perfettamente chiaro. Né
del resto sarebbe stato possibile in circostanze tanto tumultuose. Come
quelle degli altri paesi, anche le autorità sanitarie statunitensi nutrivano
qualche incertezza rispetto a ciò che stava accadendo esattamente e a come
gestirlo. 14 Ciononostante, si potevano prendere delle misure efficaci, come
dimostrato dalle azioni dei governi a cui stanno a cuore i loro cittadini.
L’intelligence e le autorità sanitarie statunitensi lo sapevano bene, e infatti a
gennaio e a febbraio hanno provato in tutti i modi a comunicare con la Casa
Bianca, ma Trump era troppo impegnato a controllare i sondaggi televisivi.
Nello stile dei dittatorelli, si è circondato di cortigiani o di personaggi da
farsa. Dunque, nessun input da loro. E nemmeno dal Partito repubblicano,
che adesso trema di paura per le folle che possono essere mobilitate da
Trump e per le multinazionali che lo sponsorizzano.
Quando qualcuno osa provare a iniettare un po’ di razionalità nel
dibattito governativo, gli viene subito data una bella lezione. Come è
accaduto al dottor Rick Bright, direttore dell’Autorità di ricerca e sviluppo
biomedica avanzata (Biomedical Advanced Research and Development
Authority, BARDA), incaricata di sviluppare il vaccino, il quale è stato
licenziato ad aprile per aver messo in guardia dagli intrugli da ciarlatano
che stava pubblicizzando Trump. 15
«Abbasso l’intelligenza! Viva la morte!»
A Trump andrebbero riconosciuti i meriti delle sue grandi imprese. Non è
da tutti sollevare una mano e proclamare: «Ti amo, sono il tuo salvatore,
sono stato prescelto dal cielo per proteggerti», e con l’altra pugnalarti alle
spalle. Invece Trump ci riesce, e alla grande. È il mistificatore per
antonomasia; al confronto P.T. Barnum sembra un dilettante. Fa parte di una
lunga tradizione, che risale alle storielle raccontate per gioco nel vecchio
West, al personaggio che si spaccia per il re di Francia nelle Avventure di
Huckleberry Finn, al tizio che vuole venderti il ponte di Brooklyn.
Spostandoci in una sfera diversa, possiamo includere anche il presidente
(Obama) che si è aggiudicato il premio «migliore campagna marketing
dell’anno» dall’Associazione nazionale dell’industria pubblicitaria per la
sua campagna elettorale, vincendo a mani basse contro la Apple e altri
dilettanti, e che poi ha addirittura vinto il premio Nobel per la pace per la
sua retorica accattivante. 16
Ma Trump non lo batte nessuno. Non soltanto come mistificatore ma,
soprattutto, come nemico giurato della razza umana. Lo provano
abbondantemente le sue politiche volte ad accelerare la catastrofe
ambientale e a smantellare il regime di controllo degli armamenti che finora
ha garantito una qualche salvaguardia contro un conflitto atomico
definitivo, per non parlare di una sequela di peccatucci del genere già
menzionato.
Pur riconoscendo a Trump il merito delle sue grandi imprese, dobbiamo
anche ricordare che il sistema sanitario che lui sta distruggendo versava già
in condizioni terribili. La sanità privatizzata e orientata al profitto degli
Stati Uniti era uno scandalo internazionale ben prima di Trump, con costi
doppi rispetto ad altri paesi comparabili al nostro e con prestazioni tra le
peggiori. Alla vigilia della pandemia, The Lancet, una delle più autorevoli
riviste mediche del mondo, stimava i costi di questo sistema disfunzionale
in 450 miliardi di dollari di sprechi e 68.000 morti ogni anno. 17
Oltre a tutto questo, il modello aziendale neoliberista impone che le cure
ospedaliere debbano essere «efficienti»: il numero minimo di infermieri e di
posti letto per tirare avanti in tempi normali. Non è una pacchia per i
pazienti nemmeno in tempi normali, sia pure negli ospedali migliori del
mondo, come possono testimoniare tante persone (me compreso). E se
qualcosa va storto, che sfortuna.
Dobbiamo però precisare che, contrariamente a quanto si pensa, gli Stati
Uniti possiedono effettivamente un sistema sanitario universale. Vengono
chiamati «reparti di pronto soccorso». Se riesci a trascinarti fino a uno di
questi, allora si prenderanno cura di te; spesso si tratta di cure eccellenti, e
spesso arriva un conto esorbitante. È la forma più crudele e costosa di
assistenza universale mai vista, ma quantomeno c’è.
Per quanto fosse indegna la situazione ereditata da Trump, lui si è
impegnato a peggiorare le cose. Un esempio delle priorità (e della levatura
morale) della Casa Bianca è il bilancio per il 2021 presentato il 10 febbraio,
mentre già infuriava la pandemia. Nel bilancio si propongono ulteriori tagli
ai CDC e allo stesso tempo maggiori sussidi alle industrie dei carburanti
fossili che ci stanno portando alla catastrofe finale. E, naturalmente,
maggiori finanziamenti alle già pingui casse del settore militare e per il
famoso muro che ci proteggerà dagli stupratori e dagli assassini che
attraversano il confine.
Queste sono giusto le cose sulla superficie. Stato fallito? Altri quattro
anni?

Le proteste anti-lockdown, che Trump incoraggia apertamente, riguardano


solo il blocco dell’economia e la quarantena?
Abbiamo sufficiente esperienza per capire che tutto ciò che fa Trump
riguarda lui stesso, e al diavolo il paese e il resto del mondo. In questo caso,
si può individuare una strategia dietro il circo che stiamo vedendo in questi
giorni. Trump ha cercato dappertutto qualcuno da incolpare per i propri
crimini. Dopo aver evocato il «pericolo giallo» e aver lavorato per
distruggere l’OMS, con effetti devastanti, adesso è a corto di bersagli da
colpire. 18 Il prossimo passo logico è dire ai governatori che devono
vedersela da soli: il governo federale, che pure ha tutte le risorse, non può
fare nulla per loro. Se qualcosa va storto, è colpa loro, non sua. E se da
qualche parte per caso qualcosa va bene, ciò dimostrerà che lui è un genio,
e la cosa sarà strombazzata da Sean Hannity come la scelta migliore della
storia.
È simile alla strategia di dire una cosa un giorno e l’esatto contrario
l’indomani, con Fox News che riprende estaticamente entrambe le
dichiarazioni, mentre nel frattempo la stampa liberal calcola zelantemente
tutte le sue bugie (circa 20.000). Se spara a caso, prima o poi colpirà il
bersaglio. E se succede? Aveva ragione lui, e così la truffa continua.
Impossibile perdere.
Lo stratagemma dei governatori è più o meno lo stesso: imporre il
blocco, aprire l’economia (e tutelare i «diritti sanciti dal Secondo
emendamento», che non c’entrano nulla ma toccano i tasti giusti). Se questo
rende più difficile la vita ai governatori e provoca molte morti, va bene lo
stesso. È tutta colpa dei centri urbani, dove le malattie e gli altri mali
proliferano tra coloro che avvelenano la nostra società bianca come il
giglio.
Malvagi ma non stupidi.
Non si può non fare cenno all’ingiunzione agli Stati da parte di Mitch
McConnell [capo della maggioranza al Senato statunitense], il vero genio
del male dell’organizzazione repubblicana: andate in bancarotta. 19 Il
Senato repubblicano non vi risarcirà per la vostra folle decisione di
garantire pensioni a vigili del fuoco, insegnanti, poliziotti e altri
immeritevoli. Dobbiamo mettere da parte i soldi per gli industriali, per
esempio per le compagnie aeree, a cui oggi servono 50 miliardi di dollari
perché nei giorni gloriosi dei profitti alle stelle, invece di migliorare i
servizi e investire nell’impresa, hanno speso quasi 50 miliardi in buyback
per gonfiare i prezzi azionari e le indennità al management. Del resto, prima
le cose importanti. Non c’è bisogno di spiegare troppo. La sua abiezione è
stata talmente smaccata da attirare molti commenti anche sulla stampa
ufficiale.
A difesa di Trump, di McConnell e del resto dell’allegra brigata, bisogna
dire che stanno solo portando alle estreme conseguenze il solito modo di
risolvere il vecchio dilemma che i repubblicani hanno da quando si sono
messi al servizio esclusivo del mondo degli affari. Non possono certo
rivolgersi agli elettori e dire: «Vedete, siamo il più estremista tra i due
partiti degli affari. Perseguiamo politiche che avvantaggiano il nostro vero
elettorato, composto dai grandi capitali e dal potere aziendale, e che
mandano in malora voi. Quindi votate per noi».
Non funziona. Quindi conviene far convergere l’attenzione sulle
«questioni culturali», fingere di essere categoricamente contrari al diritto di
aborto e di amare i fucili, di essere terrorizzati dagli altri, di liquidare il
riscaldamento globale come un complotto comunista, e tutto il resto. La
parola «fingere» è abbastanza appropriata, ma non mi dilungherò su questo.
La dirigenza democratica ha i suoi peccati di cui rispondere, ma non è
niente al confronto; i democratici sono più simili ai repubblicani moderati
dei giorni precedenti all’era Gingrich-Hastert-McConnell. E sono soggetti
alle pressioni popolari, che negli ultimi anni hanno spostato notevolmente il
partito a sinistra. Un fatto di non scarso rilievo.

Il consenso ai leader mondiali è aumentato vertiginosamente per via della


loro gestione del coronavirus, con l’eccezione di Donald Trump. Questa
crisi potrebbe essere il fattore determinante che metterà fine a quattro anni
di un copione da incubo, scritto, diretto, prodotto e interpretato dal buffone
più pericoloso che questo paese abbia mai avuto come presidente? È la
Waterloo di Trump?
Trump ha beneficiato dell’aumento dei consensi registrato dagli altri
quando ha finalmente riconosciuto, con due mesi di ritardo, che la crisi era
reale e ha assunto la giusta posa presidenziale. Il suo consenso da quel
momento è tornato nella norma, come all’inizio della sua presidenza. È una
performance impressionante, considerando quello che ha fatto al paese. Non
so dire come evolverà da questo momento in poi. Difficile prevederlo. Il
punto è che Trump ha una resistenza incredibile, e la sua base elettorale e la
cassa di risonanza mediatica gli rimangono fedeli. I dati attuali mostrano
che sembra essere tornato al suo tasso di consenso abituale, il quale non è
variato molto durante il suo mandato. E se si mette male, possono sempre
tirare fuori qualcosa prima di novembre. Come inventare un pretesto e
bombardare l’Iran.

Perché Trump è intenzionato a distruggere le Poste statunitensi (U.S. Postal


Service, USPS)?
Quale contributo danno le Poste alla ricchezza privata e al potere delle
corporation (il vero elettorato di Trump)? Praticamente nessuno. Li
costringono unicamente a pagare le tasse per il servizio postale nelle aree
rurali e per altri servizi ai cittadini – sempre se pagano le tasse, un altro
argomento interessante che qui tralascio. Se l’USPS viene privatizzato, può
tornare utile alla ricchezza privata e al potere aziendale ed essere gestito
con «efficienza», come il sistema sanitario.
Ma in gioco c’è molto di più. Per loro è importante togliere dalla testa
delle persone l’idea che la democrazia possa funzionare, che un sistema
pubblico possa soddisfare le esigenze dei cittadini. In gran parte del paese,
gli uffici postali locali non solo svolgono un servizio efficiente, ma sono
anche luoghi dove le persone possono fermarsi a chiacchierare con altri
esseri umani e incontrare gli amici.
E – orrore degli orrori – gli attivisti potrebbero aiutare le persone a capire
perché i padri fondatori istituirono il servizio postale. La sua funzione
principale nei primi anni consisteva nel consegnare giornali e riviste a basso
costo, un aiuto alla stampa indipendente: una cosa che evidentemente i
padri fondatori avevano bene in mente quando formularono il Primo
emendamento. Questi temi sono approfonditi nello studio accademico di
Robert McChesney e Victor Pickard, 20 i quali allargano l’analisi fino alle
lotte novecentesche per la nascita di organi di informazione pubblici e
dinamici, come nel resto del mondo. È una questione fondamentale per gli
attivisti dell’informazione dei giorni nostri.
Si tratta di un terreno pericoloso. Meglio debellare il virus della
democrazia prima che contagi troppe persone.

La settimana scorsa Joe Biden ha espresso il timore che Trump possa


provare a rinviare le elezioni di novembre. È uno scenario probabile? Il
presidente in carica ha l’autorità per farlo nel caso di una crisi nazionale?
Non ha nessuna autorità costituzionale, ma Trump sarebbe capacissimo,
emulando il suo ridicolo amico Jair Bolsonaro, di dichiarare: «La
Costituzione sono io». A differenza della magistratura brasiliana, la Corte
suprema di John Glove Roberts potrebbe pure avallare una tale
affermazione. E se gli fossero concessi altri quattro anni per riempire la
magistratura con giovani giudici dell’ultradestra, tutto sarebbe possibile.
Tutto fuorché provvedimenti anche solo vagamente progressisti, la cui sorte
sarebbe spacciata per una generazione o più.
Inoltre, non è nemmeno così assurdo immaginare che Trump, qualora
dovesse perdere il Collegio elettorale (non solo il voto popolare), dichiari
illegittime le elezioni, sostenendo che i democratici hanno portato a votare
gli immigrati illegali, e insista per rimanere in carica, circondato da milizie
armate.
Non ho modo di verificarlo, ma è stato riportato da fonti credibili che se
dovesse lasciare la Casa Bianca Trump potrebbe dover affrontare gravi
accuse dai procuratori statali. A parte questo, date le sue condizioni mentali,
Trump potrebbe non essere capace di gestire la sconfitta e uscire di scena
come un essere umano normale.

Naturalmente, e forse anche comprensibilmente, molti a sinistra si sentono


estremamente a disagio rispetto a Joe Biden. In effetti, in alcuni ambienti
circolano le stesse argomentazioni che abbiamo sentito nel 2016 a
proposito di Hillary Clinton, vale a dire che è inconcepibile per i
progressisti accettare il principio del «male minore». Come facciamo a
comprendere il contesto politico e concettuale in cui avverranno le scelte
elettorali dei progressisti e della sinistra nel novembre del 2020?
Queste questioni sono ovviamente importanti. Sono motivo di accese
discussioni e dibattiti a sinistra, e anche di parecchie invettive. Perciò vale
la pena di parlarne. A essere sincero, io non vedo molte altre ragioni per
farlo. Ho cercato di spiegarlo nelle ultime interviste e, a giudicare dalle
reazioni, ho fallito. Quindi, lo ripeterò in maniera più articolata.
Ho avuto una vita lunga, eppure non mi viene in mente nessun candidato
per il quale non mi sia sentito «estremamente a disagio», almeno dai tempi
di Franklin Delano Roosevelt (e all’epoca ero troppo giovane per avere
un’opinione matura).
Nel caso di Biden è facile farsi venire in mente diversi motivi per cui
essere estremamente a disagio. Per esempio, la sua attiva partecipazione
alla distruzione della Libia e dell’Honduras e alla campagna globale di
assassini di Obama, oppure tutti i record battuti in materia di espulsioni, e
via dicendo. Ma mentre ci impegniamo per cambiare il mondo, nel
frattempo dobbiamo pur spendere qualche minuto per fare la nostra scelta il
giorno delle elezioni.
Riflettiamo per un momento sui due concetti chiave della tua domanda:
«inconcepibile» e «male minore».
Partiamo da «inconcepibile». Vi è chi – compresi alcuni miei cari amici e
attivisti di lungo corso che rispetto molto – sostiene che alcune azioni siano
semplicemente «inconcepibili», indipendentemente dalle conseguenze.
Ignorerò questa posizione. Secondo me, francamente, non vale la pena di
parlarne. Nella sfera morale, ciò che conta sono le conseguenze prevedibili
delle proprie azioni, quelle di cui si è consapevoli ma che si sceglie di
ignorare. A nessuno importa se senti di avere la coscienza pulita.
Passiamo quindi al principio del male minore.
Nella mia vita da attivista (quasi ottant’anni), ho avuto modo di valutare
due concezioni del voto. Una è quella ufficiale.
La concezione ufficiale vuole che la politica consista nel presentarsi ogni
tot anni, infilare la scheda nell’urna e poi tornare alle proprie questioni
private. I cittadini sono «spettatori», non «partecipanti all’azione», secondo
la concezione ufficiale. Possono scegliere uno o un altro membro della
classe dirigente («gli uomini responsabili»), ma la partecipazione popolare
si ferma lì. Mi capita spesso di citare Walter Lippmann, uno stimato
intellettuale del ventesimo secolo (un liberale della sponda Wilson-
Roosevelt-Kennedy), e i suoi «saggi progressisti sulla democrazia», ma in
realtà quelle idee sono tipiche dell’opinione pubblica liberal predominante.
Sono idee che risalgono agli estensori della Costituzione. Ecco perché la
«pietra miliare» tra gli studi accademici in materia costituzionale, un lavoro
eccellente e illuminante di Michael Klarman, si intitola The Framers’ Coup,
ossia il colpo di Stato contro la richiesta di democrazia del popolo. 21
A destra le idee sono ancor più estreme.
Una seconda concezione è quella che ha sempre prevalso a sinistra;
chiamala pure «dottrina di sinistra». La politica è un impegno popolare
diretto e costante negli affari pubblici, e comprende varie forme di attivismo
su numerosi fronti. Periodicamente, poi, nell’arena politica ufficiale si
svolge un evento cui diamo il nome di «elezioni». Per gli attivisti di sinistra,
ciò implica un breve periodo di valutazione delle opzioni (un periodo molto
breve per gli attivisti a tempo pieno, che seguono sempre da vicino le
questioni rilevanti); dopodiché si decide se valga la pena di allontanarsi per
qualche minuto dall’attività politica consueta per andare a votare nel
quadriennale carrozzone elettorale. Al massimo si tratterà di una breve
pausa dall’impegno politico.
Questa è la dottrina che ho seguito per tutta la vita, a volte astenendomi
perché lo spettacolo non valeva lo sforzo, e del resto non ha senso
legittimare la farsa con la propria partecipazione; altre volte votando per un
terzo partito; altre ancora votando per Jones se era essenziale fermare
Smith. Mi è capitato di votare per un repubblicano, negli anni in cui i
repubblicani erano ancora un vero partito e presentavano un candidato
migliore.
Naturalmente, esistono una miriade di sfumature, ma il punto centrale
della dottrina di sinistra appare chiaro.
Negli ultimi anni, ha fatto la sua comparsa una terza concezione che
sembra monopolizzare il dibattito a sinistra: il principio del male minore.
Non ne avevo mai sentito parlare, in una vita di intenso impegno politico
(per come viene concepito dalla dottrina di sinistra). E mi suona abbastanza
strana. Ovviamente è differente dalla dottrina di sinistra, dalla dottrina
prevalente a sinistra. Questo acceso dibattito in realtà è riconducibile alla
dottrina ufficiale, ossia quella concentrata esclusivamente sulle elezioni.
La mia opinione sul principio del male minore, ovviamente, è che
dovremmo tralasciarlo e tornare alla dottrina di sinistra. Non ne intravedo
alcun merito, quindi secondo me potremmo metterlo da parte, insieme al
dibattito spesso febbrile che scatena.
Consideriamo ora il caso specifico. Se la storica dottrina di sinistra fosse
applicata alla situazione attuale, richiederebbe di fare un raffronto tra
Trump e il suo entourage da una parte e Biden e il suo dall’altra, e di
domandarsi se c’è differenza tra loro.
Personalmente penso che la differenza sia abissale. Primo e decisivo
punto, altri quattro anni di Trump e ci saremo avvicinati o avremo superato
il punto di non ritorno nel cammino verso la catastrofe ambientale dove
Trump sta puntando a tutta velocità, con il suo «partito» al seguito,
praticamente isolato rispetto al resto del mondo, e sicuramente nel sistema
politico nazionale. Altrettanto importante, sarà smantellato il regime di
controllo degli armamenti, il che aggraverà notevolmente la minaccia di una
guerra definitiva. Le polveriere che Trump ha innescato nel Medio Oriente
aumenteranno, se non addirittura esploderanno. L’Orologio dell’Apocalisse,
già spostato a pochi secondi dalla mezzanotte con Trump, probabilmente
sarà proprio messo da parte. L’Internazionale reazionaria guidata dalla Casa
Bianca che Trump sta istituendo si consoliderà. A livello interno, la
magistratura sarà talmente affollata di giovani giudici di estrema destra che
nessun’iniziativa progressista potrà essere attuata per una generazione. E
assisteremo anche ad altri orrori, come bambini inviati nei campi di
concentramento al confine, gli afroamericani assassinati per capriccio ecc.
Un fautore della dottrina di sinistra spenderà qualche minuto per valutare
questi fatti, poi ne perderà qualche altro per votare, quindi tornerà a
lavorare.
Che mi risulti è stata proposta un’unica controargomentazione: bisogna
fare pressione sull’establishment democratico. Innanzitutto, non è una vera
controargomentazione, ma ribadisce semplicemente il fulcro della dottrina
di sinistra: la pressione costante. L’unica questione in sospeso rimane
dunque come esercitare questa pressione. Ci sono fondamentalmente due
proposte sul tavolo. La prima è la dottrina di sinistra. La seconda è quella di
non votare per Biden.
Prendiamole in esame.
Innanzitutto, la dottrina di sinistra: continuiamo a fare ciò che abbiamo
fatto sinora e che è stato molto efficace. Un esempio lampante è la
campagna di Sanders, che ha avuto un notevole successo nello spostare a
sinistra il dibattito e le scelte politiche. L’attivismo del Sunrise Movement –
supportato da giovani deputate arrivate al Congresso grazie all’ondata di
Sanders, e in particolare Alexandria Ocasio-Cortez – ha portato il Green
New Deal all’interno dell’agenda legislativa, con la collaborazione del
democratico liberal Ed Markey, senatore del Massachusetts. Una qualche
versione del Green New Deal è indispensabile per garantire la
sopravvivenza. Vi sono stati cambiamenti significativi anche in altri settori
(assistenza sanitaria, salario minimo, lotta contro la repressione nelle
comunità più fragili, diritti delle donne e così via). In effetti, possiamo
ravvisarli anche nel programma di Biden, che è molto più a sinistra rispetto
ai precedenti candidati democratici. Ecco perché Biden è appoggiato da
Sanders (il quale ha giocato un ruolo importante nel realizzare questa virata
a sinistra) e anche da attivisti del lavoro autorevoli come Lawrence Mishel
e Jared Bernstein. Non è il mio programma o il tuo, ma non possiamo certo
dubitare che si tratti di un miglioramento rispetto a ciò che lo ha preceduto.
Gli sforzi dei fautori della dottrina di sinistra possono funzionare, come è
accaduto in passato. Sappiamo tutti che questa è stata la principale molla di
progresso nel corso degli anni, in particolare quando c’erano
amministrazioni sensibili alle pressioni provenienti dall’attivismo.
Si potrebbe obiettare che i programmi politici sono solo parole. È vero,
ma non cambia nulla. Le azioni dei fautori della dottrina di sinistra possono
tenere Biden sulla graticola, come dimostra l’esperienza. E sarà l’occasione
per spingersi anche oltre, il che è una necessità urgente.
Per converso, possiamo star certi che l’amministrazione Trump si
arroccherà su una posizione di contrapposizione.
Il secondo approccio è di non votare Biden nella speranza che
l’astensione convincerà la dirigenza democratica a prenderci sul serio.
Onestamente, non riesco a figurarmi una versione plausibile di questa
prospettiva, e non sarebbe giusto provarci.
Passando infine alla tua domanda – «Come facciamo a comprendere il
contesto politico e concettuale in cui avverranno le scelte elettorali dei
progressisti e della sinistra nel novembre del 2020?» –, per me la risposta è
chiara. Dobbiamo valutare se c’è una differenza di rilievo tra i due
candidati, e dobbiamo anche renderci conto che votare significa impiegare
solo qualche minuto del nostro tempo. Poi ritorneremo al nostro vero lavoro
di attivisti.

* Intervista di C.J. Polychroniou, in Truthout, 29 aprile 2020.


Note

Introduzione
1Noam Chomsky: «Sanità devastata dal neoliberismo», in il manifesto, 18
marzo 2020.

1. La carenza di ventilatori dimostra la ferocia del capitalismo


neoliberista
1 Nicholas Kulish, Sarah Kliff e Jessica Silver-Greenberg, The U.S. Tried
to Build a New Fleet of Ventilators. The Mission Failed, in The New York
Times, 29 marzo 2020: www.nytimes.com/2020/….
2 Ibidem.
3 Patrick Greenfield e Jonathan Watts, JP Morgan Economists Warn
Climate Crisis Is Threat to Human Race, in The Guardian, 21 febbraio
2020: www.theguardian.com/environment/….
4 Organizzazione mondiale della sanità, Novel Coronavirus (2019-nCoV).
Situation Report – 1, 21 gennaio 2020: www.who.int/docs/….
5 Ken Dilanian, U.S. intel agencies warned of rising risk of outbreak like
coronavirus, in NBC News, 28 febbraio 2020:
www.nbcnews.com/politics/….
6 Shane Harris, Greg Miller, Josh Dawsey e Ellen Nakashima, U.S.
Intelligence Reports from January and February Warned about a Likely
Pandemic, in The Washington Post, 20 marzo 2020.
7 W. Lazonick, M. Hopkins, K. Jacobson, L. Palladino, M. Erdem Sakinç e
Ö. Tulum, 4 Ways to Eradicate the Corporate Disease That is Worsening
the Covid-19 Pandemic, Institute for New Economic Thinking, 23 marzo
2020: www.ineteconomics.org/perspectives/….
8 Ben Steverman, The Wealth Detective Who Finds the Hidden Money of
the Super Rich, in Bloomberg Businessweek, 23 marzo 2019:
www.bloomberg.com/news/….
9 In generale, la concezione just-in-time (JIT) prevede la produzione solo
di ciò che è già venduto o sarà venduto in tempi brevi, riducendo gli sprechi
lungo tutto il processo produttivo, a cominciare dalle scorte [N.d.C.].
10 Jon Gabel, Howard Cohen e Steven Fink, Americans’ Views on Health
Care: Foolish Inconsistencies?, in Health Affairs, vol. 8, n. 1, primavera
1989: www.healthaffairs.org/doi/….
11 Alison P. Galvani, Alyssa S. Parpia, Eric M. Foster, Burton H. Singer e
Meagan C. Fitzpatrick, Improving the Prognosis of Health Care in the USA,
in The Lancet, vol. 395, n. 10223, 15 febbraio 2020, pp. 524-533:
www.thelancet.com/pdfs/….
12 Michael LaForgia, U.S. Cuts Health Care Aid to Yemen Despite Worries
About Coronavirus, in The New York Times, 27 marzo 2020:
www.nytimes.com/2020/….
13 Ayn Rand O’Connor, scrittrice, filosofa e sceneggiatrice statunitense di
origini russe (1905-1982). Fu fautrice dell’egoismo razionale, o
individualismo etico, che rigetta l’altruismo come imperativo morale, e fu
vicina al pensiero di Friedrich Hayek, Ludwig von Mises e Murray
Rothbard. Alla sua visione filosofica ella stessa diede il nome di
«Objectivism». Fu strenua sostenitrice del capitalismo e fieramente
anticomunista. Nel 1947, all’epoca del maccartismo, fu «testimone di
parte» dinanzi alla Commissione per le attività antiamericane [N.d.C.].
14 Thomas Ferguson e Rob Johnson, Rule Number 1 for Government
Bailouts of Companies: Make Sure Voters and Taxpayers Share in the
Upside, Institute for New Economic Thinking, 23 marzo 2020:
www.ineteconomics.org/perspectives/….

2. Per riprenderci dal COVID-19 dobbiamo immaginare un mondo


diverso
1 Thorsten Hellmann, Pia Schmidt e Sascha Matthias Heller, Social Justice
in the EU and the OECD. Index Report 2019, Sustainable Governance
Indicators: www.sgi-network.org/docs/….
2 Emily Baumgaertner e James Rainey, Trump Administration Ended
Pandemic Early-Warning Program to Detect Coronaviruses, in Los Angeles
Times, 2 aprile 2020: www.latimes.com/science/….
3 Jack Herrera, If You Hear Someone Say “Chinese Virus,” Don’t Let It
Slide, in Truthout, 24 marzo 2020: truthout.org/articles/….
4 What’s in President Trump’s Fiscal 2021 Budget?, in The New York
Times, www.nytimes.com/2020/….
5 Zolan Kanno-Youngs e Ana Swanson, Wartime Production Law Has
Been Used Routinely, but Not With Coronavirus, in The New York Times, 31
marzo 2020.
6 Rapporto dell’Ufficio della deputata Katie Porter (CA-45), Everyone but
Us. The Trump Administration and Medical Supply Exports, 6 aprile 2020:
porter.house.gov/uploadedfiles/….
7 David Dayen, Unsanitized: Katie Porter Talks Supply Chains and
Bailouts, in The American Prospect, 9 aprile 2020:
prospect.org/coronavirus/….
8 Chris Walker, Trump Was Warned of Potential “Cataclysmic” Pandemic
as Early as Last November, in Truthout, 8 aprile 2020:
truthout.org/articles/….
9 Steven Lee Myers, China Created a Fail-Safe System to Track
Contagions. It Failed, in The New York Times, 29 marzo 2020:
www.nytimes.com/2020/….
10 Maggie Haberman, Trade Adviser Warned White House in January of
Risks of a Pandemic, in The New York Times, 6 aprile 2020:
www.nytimes.com/2020/….
11 Anna Fifield, New Zealand Isn’t Just Flattening the Curve. It’s
Squashing It, in The Washington Post, 7 aprile 2020:
www.washingtonpost.com/world/….
12 Hye Jin Rho, Hayley Brown e Shawn Fremstad, A Basic Demographic
Profile of Workers in Frontline Industries, CEPR, 7 aprile 2020:
https://www.cepr.net/a-basic-demographic-profile-of-workers-in-frontline-
industries/.
13 C.P. Chandrasekhar e Jayati Ghosh, Informal Workers in the Time of
Coronavirus, IDEAS, 24 marzo 2020: www.networkideas.org/featured-
articles/….
14 DiEM25 Communications, DiEM25 Teams Up with The Sanders
Institute to Launch the Progressive International, 30 novembre 2018:
https://diem25.org/diem25-teams-up-with-the-sanders-institute-to-launch-
the-progressive-international/.
15 How Big Could the Fed’s Balance Sheet Get?, in Financial Times, 5
aprile 2020: www.ft.com/content/….

3. Il Covid-19 dimostra che gli Stati Uniti di Trump sono uno


«Stato fallito»
1 Noam Chomsky, Failed States. The Abuse of Power and the Abuse of
Democracy, Penguin Books, Londra, 2007 (trad. it. Stati falliti. Abuso di
potere e assalto alla democrazia in America, Il Saggiatore, Milano, 2007).
2 Eric Brown, In Gallup Poll, The Biggest Threat To World Peace Is ...
America?, in IBT, 02 gennaio 2014: https://www.ibtimes.com/gallup-poll-
biggest-threat-world-peace-america-1525008.
3 Robert Sheer, The Rubin Con Goes On, in The Nation, 11 agosto 2010:
www.thenation.com/article/….
4 Sasha Abramsky, Trump’s Defunding of the WHO Threatens to Make the
Pandemic Worse, in Truthout, 15 aprile 2020: truthout.org/articles/….
5 Jonathan Cook, Palestinians Hunker Down for Ramadan, Facing a Virus
That Doesn’t Discriminate but an Occupier That Does, 25 aprile 2020:
www.jonathan-cook.net/2020-04-25/….
6 The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied
Territories, During the Coronavirus Crisis, Israel Confiscates Tents
Designated for Clinic in the Northern West Bank, 26 marzo 2020:
www.btselem.org/press_release/….
7 John Hudson, Josh Dawsey e Souad Mekhennet, Trump expands battle
with WHO far beyond aid suspension, in The Washington Post, 26 aprile
2020: www.washingtonpost.com/national-security/….
8 Ibidem.
9 United Nations News, COVID-19: UN Chief Calls for Global Ceasefire
to Focus on ‘the True Fight of Our Lives’, 23 marzo 2020:
news.un.org/en/….
10 Ariel Dorfman, I warned of Trump’s attack on science. But I never
predicted the horror that lay ahead, in The Guardian, 12 aprile 2020:
www.theguardian.com/commentisfree/….
11 How Scientists Could Stop the Next Pandemic Before It Starts, in The
New York Time Magazine, 21 aprile 2020: www.nytimes.com/2020/….
12 Gerald Posner, Big Pharma May Pose an Obstacle to Vaccine
Development, in The New York Times, 2 marzo 2020:
www.nytimes.com/2020/….
13 Chomsky: Ventilator Shortage Exposes the Cruelty of Neoliberal
Capitalism, intervista di C. J. Polychroniou, in Truthout, 1o aprile 2020:
truthout.org/articles/…. La versione italiana è contenuta nel primo capitolo
di questa pubblicazione [N.d.C.].
14 Helen Branswell, The Months of Magical Thinking: As the Coronavirus
Swept over China, Some Experts Were in Denial, in STAT, 20 aprile 2020:
www.statnews.com/2020/….
15 Vaccine Chief Says He Was Removed After Questioning Drug Trump
Promoted, in The New York Times, 22 aprile 2020:
www.nytimes.com/2020/….
16 Matthew Creamer, Obama Wins! ... Ad Age’s Marketer of the Year, in
AdAge, 17 ottobre 2008: adage.com/article/….
17 Alison P. Galvani, Alyssa S. Parpia, Eric M. Foster, Burton H. Singer e
Meagan C. Fitzpatrick, Improving the Prognosis of Health Care in the USA,
in The Lancet, vol. 395, n. 10223, 15 febbraio 2020, pp. 524-533:
www.thelancet.com/pdfs/….
18 Jack Herrera, If You Hear Someone Say “Chinese Virus,” Don’t Let It
Slide, in Truthout, 24 marzo 2020: truthout.org/articles/….
19 Heather Digby Parton, “Grim Reaper” Mitch McConnell Is Using
COVID-19 Crisis to Punish Blue States, in Truthout, 24 aprile 2020:
truthout.org/articles/….
20 «Democracy Without Journalism?» Q&A with Victor Pickard,
Annenberg School for Communication, University of Pennsylvania, 25
novembre 2019: www.asc.upenn.edu/news-events/….
21 Michael J. Klarman, The Framers’ Coup. The Making of the United
States Constitution, Oxford University Press, New York, 2016.
Indice

Introduzione
Capitolo primo. La carenza di ventilatori dimostra la ferocia del
capitalismo neoliberista
Capitolo secondo. Per riprenderci dal COVID-19 dobbiamo immaginare
un mondo diverso
Capitolo terzo. Il Covid-19 dimostra che gli Stati Uniti di Trump sono
uno «Stato fallito»
Note
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